WEBGIORNALE  9-11  Aprile  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Direttiva della Commissione Europea contro gli abusi sui minori 1

2.       Schenghen: dal 5 aprile visti più rapidi nei paesi Ue  1

3.       La cultura salverà la lingua  1

4.       La cultura politica italo-tedesca dialoga sul sito www.culturepolitiche.it 2

5.       La Commissione Esteri del Senato sul progetto di riorganizzazione del ministero degli Esteri 2

6.       Il voto degli italiani all’estero. Ripartire dalle fondamenta anziché dal tetto  3

7.       Consolati. Il Mae ha deliberato: Mannheim chiude il primo ottobre, Amburgo l’1.1.2011  3

8.       Il ministro Brambilla mercoledì a Düsseldorf per presentare Easy Italia  3

9.       A Berlino un incontro sul riconoscimento di titoli di studio e qualifiche conseguite all'estero  4

10.   Comites di Francoforte. Da tempo i bilanci sono pubblici anche su internet 4

11.   Ad Amburgo le due iniziative: “Italiani ad Eimsbüttel” e un incontro  di imprenditori 4

12.   Krefeld. La sicurezza occupazionale al simposio col ministro del lavoro del Nord Reno Westfalia  5

13.   Si dimette per protesta contro il Governo il Presidente di Ciao Italia, l’Associazione dei ristoratori italiani nel mondo  5

14.   Concerto di beneficenza per Onna. “Dalla Germania un gesto generoso e di impegno per la memoria”  5

15.   Ad Hannover la mostra di pittori internazionali "Le città invisibili"  5

16.   A Monaco di Baviera il film “Marianna Ucria”  6

17.   “Piccolo Concilio delle Donne” oggi ad Hannover. Il ruolo dell’amore nella storia e nella società  6

18.   Hannover. Lo spirito del „Kleines Frauen Konzil“, il piccolo concilio sull’amore  6

19.   Caruso, Pignataro e Klotz responsabili pro-tempore del PdL Germania  7

20.   A Friburgo in Brisgovia serata in libreria dedicata all'Emilia-Romagna  7

21.   Conferenza-dibattito su Pirandello a Berlino  7

22.   La Germania aiuta la ricostruzione abruzzese. Posta la prima pietra di "Casa Onna”  7

23.   Abusi sessuali nella scuola vip tedesca. La preside rivela: "Episodi spaventosi"  8

24.   Disarmo nucleare, firmato l'accordo Usa-Russia. Obama: «Mondo più sicuro»  8

25.   L’analisi. L'anomalia e la Costituzione  9

26.   Vertice Berlusconi/Bossi. Accordo sul metodo delle riforme, accelerazione su giustizia e federalismo  9

27.   Via libera al legittimo impedimento. Napolitano ha firmato la legge  10

28.   La regola dei veti incrociati 10

29.   Conti pubblici in rosso, in arrivo manovra per 4-5 miliardi 11

30.   "Strozzati dal Patto di stabilità". I sindaci lombardi riconsegnano la fascia  11

31.   Le due Italie dei sindaci 11

32.   I valori e le istituzioni. Ma noi che cosa siamo stati capaci di dare ai nostri giovani?  12

33.   Il voto dei piccoli. I pregiudizi sulla «società incivile»  12

34.   Redditi delle famiglie -2,8%, mai così male dagli anni '90  13

35.   I comuni non devono segnalare gli illegali che iscrivono i figli all’asilo  13

36.   Da Celestini a Saviano, appello in rete per gli africani scappati da Rosarno  13

37.   Ici, Tarsu e Indebiti: tre progetti di legge per gli italiani all’estero in attesa di esame  14

38.   Siglata l’intesa per realizzare il Museo del Lavoro e dell'Emigrazione a Napoli 14

39.   La Garavini (PD) in aula: “‘Toppare i buchi’ non è sufficiente, nella lotta alla mafia serve lungimiranza”  14

40.   Promozione del libro italiano nel mondo  14

41.   Seminario Internazionale dell’Informazione italiana nel Mondo  15

 

 

1.       Der Nationalstaat und seine Einwanderer 15

2.       Brescia stellt sich in Nordrhein-Westfalen vor 16

3.       Venedigs Bürgermeister tritt ab. Basta, ihr Idioten  16

4.       Leben in der Illegalität in Deutschland  17

5.       Illegale Einwanderung. Lilongwe Blues  17

6.       START-Stipendium: Gefördert werden SchülerInnen mit Migrationshintergrund  19

7.       Europäischer Roma-Gipfel am 8. und 9. April. EU-Gelder für bessere Integration der Roma  19

8.       Abrüstungsabkommen. Obama und Medwedjew segnen Start-Vertrag ab  19

9.       Abrüstung von Atomwaffen. „Ein Sieg für die ganze Menschheit“  20

10.   Obamas Nuklearwaffenstrategie. Kleine Schritte zwischen großen Visionen  20

11.   Leitartikel. Beharrlich abrüsten  21

12.   Schuldenkrise. Teure Sünden  21

13.   Afghanistan: Karsai und der Westen. Die Marionette will nicht mehr 22

14.   Bundeswehr in Afghanistan. Im Krieg  22

15.   Kolumne. EU muss Machtfaktor werden  22

16.   Richtungswahl in Großbritannien. Kopf-an-Kopf-Rennen erwartet 23

17.   FDP-Minister auf gemeinsamer Dienstreise. Neustart in Afrika  23

18.   Zehn Jahre Parteivorsitz Viel Merkel, wenig CDU  23

19.   Zehn Jahre Merkel, Die Weichzeichnerin  24

20.   Runder Tisch zu Missbrauch. Zusammensetzung stößt auf Kritik  25

21.   Klage gegen Discountkette. Nähen für Lidl bringt Hungerlohn  26

22.   Jüdische Zwangsarbeiter Kleinliche Entschädigung  26

23.   Radikale Pläne. Türkischer Islam will Fesseln des Staates sprengen  27

24.   Roma vor Abschiebungen schützen und rechtmäßigen Aufenthalt erteilen  27

25.   Köln. Ausstellung  ItaliArts - Artisti contemporanei a Colonia  28

26.   Berlin. Lesung mit Pietro Montorfani am 10. April 28

 

 

 

 

Direttiva della Commissione Europea contro gli abusi sui minori

 

BRUXELLES - In Europa una percentuale di minori compresa tra il 10% e il 20% è esposta al rischio di violenze sessuali. Alcune forme di violenza sessuale sono in aumento. Cresce il numero di siti a contenuto pedopornografico e ogni giorno compaiono sul web 200 immagini nuove. Le vittime ritratte sono sempre più giovani e il materiale diventa sempre più esplicito e violento. Il 20% circa degli autori di reati sessuali tende a commettere nuovamente il reato dopo la condanna.

    E’ quanto emerge da studi citati dalla Commissione europea. La Commissione ha varato una proposta di normativa che, se approvata dal Consiglio Ue e dal Parlamento europeo, obbligherà gli Stati membri ad inasprire le pene per gli abusi sessuali sui minori e la pedopornografia.

    La proposta chiede che siano perseguite penalmente attività come il “grooming” (l’adescamento di minori su Internet per abusarne) e il “turismo sessuale”, anche se l’abuso è commesso al di fuori del territorio dell’UE. La Commissione vuole anche che si faccia di più sul fronte della prevenzione e per proteggere le vittime, in particolare affinché i responsabili abbiano accesso a un trattamento personalizzato che eviti la reiterazione del reato.

    “Abusare di minori – ha detto il commissario per gli affari interni Cecilia Malmström - significa perpetrare orrendi delitti contro bambini e adolescenti, marchiandoli a vita. Sfruttare sessualmente un minore significa usare un bambino o un adolescente come un oggetto sessuale arricchendosi sulle sue sofferenze. Scaricare e visionare materiale pedopornografico su Internet determina un aumento degli stupri di minori commessi proprio per produrre quelle immagini. Tutto quel che sarà possibile fare contro questo fenomeno, l’UE deve farlo e lo farà.”

    La proposta della Commissione Ue semplificherà la lotta contro questi reati con una serie di iniziative: l’abuso e lo sfruttamento sessuale sono da considerarsi reati gravi, punibili con pene severe in tutta l’Unione, e diventano penalmente perseguibili nuove forme di abuso come il “grooming”, il fatto di visionare materiale pedopornografico su Internet anche senza scaricarlo e l’indurre un minore a posare in atteggiamenti sessualmente espliciti di fronte ad una webcam; i “turisti sessuali” che si recano all’estero per abusare di minori saranno perseguiti una volta tornati in patria; le giovani vittime saranno protette in modo da evitare loro traumi aggiuntivi quando devono rendere dichiarazioni alla polizia e alle autorità giudiziarie o quando devono testimoniare in tribunale, e riceveranno assistenza legale gratuita; ogni colpevole dovrà sottoporsi a un esame individuale e avrà accesso ad un trattamento personalizzato per evitare il rischio di recidiva; l’interdizione del condannato dall’esercizio di attività che comportino contatti con minori dev’essere effettiva in tutta l’Unione e non solo nel Paese in cui è stata pronunciata la condanna; gli Stati membri avranno l’obbligo di provvedere al blocco dell’accessi ai siti web pedopornografici, essendo difficilissimo eliminarli alla fonte, specialmente se il sito è situato al di fuori dell’UE. Spetterà agli Stati membri decidere come disporre tale blocco, sempre nel rispetto delle garanzie giuridiche. (Inform)

   

 

 

Schenghen: dal 5 aprile visti più rapidi nei paesi Ue

 

Dal 5 aprile viene applicato il codice europeo dei visti. Il codice dei visti aumenta la trasparenza, migliora la certezza del diritto e garantisce la parita' di trattamento dei richiedenti, armonizzando nel contempo le norme e le prassi degli Stati Schengen (22 Stati membri e 3 Stati associati) che applicano la politica comune dei visti. ''Dal 5 aprile le condizioni per il rilascio dei visti per lo spazio Schengen ai cittadini di paesi terzi sono piu' chiare, piu' precise,  piu' trasparenti e piu' eque. E’ più rapido ttenere un visto Ue”, dichiara Cecilia Malmstrom, commissario per gli Affari interni. ''Il codice Ue dei visti garantira' che la normativa europea sui visti venga applicata in modo armonizzato'', ha aggiunto. Ulteriori categorie di persone beneficeranno della concessione gratuita del visto, e i diritti per i visti dei minori tra i sei e i dodici anni sono stati ridotti a 35 euro (l'importo generale dei diritti rimane di 60 euro). I cittadini di paesi terzi con cui l'Unione ha concluso accordi di facilitazione del visto continueranno a pagare 35 euro per i diritti di visto. Il codice aumenta la trasparenza e la certezza del diritto. Impone l'obbligo di motivare il rifiuto del visto e riconosce il diritto di ricorso contro le decisioni negative. Infine, il codice rafforza il ruolo delle delegazioni dell'Unione nel coordinamento della cooperazione tra gli Stati membri nell'ambito della ''cooperazione locale Schengen'' nei paesi terzi. In tal modo contribuisce anche a una maggiore armonizzazione delle procedure. Per garantire la parita' di trattamento dei richiedenti, e' stato redatto il manuale per il trattamento delle domande di visto (adottato dalla Commissione il 19 marzo 2010), che è a disposizione di tutto il personale consolare degli Stati membri. Il codice dei visti e' stato adottato nel giugno del 2009 dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Nelle scorse settimane Tripoli ha annullato il blocco dei visti ai cittadini appartenenti alla zona Schengen. La decisione libica e' stata presa dopo l'annuncio da parte della presidenza Ue di aver revocato le restrizioni per i visti di tutti i 188 libici, tra cui il colonnello Muammar Gheddafi, inseriti nella black list della Svizzera.  Grtv

 

 

 

 

La cultura salverà la lingua

 

L’ufficio del personale Ue, Espo per farla breve, non la spunterà. I Trattati affermano insindacabilmente che l’Unione ha l’obbligo di parlare agli europei in ognuno dei ventitré idiomi ufficiali della Comunità. L’aver offerto 323 posti da «amministratore» con un concorso affrontabile solo in tre lingue è una chiara violazione della politica linguistica fondata sul regolamento n. 1 del Consiglio (1958). Se Roma, dove l’assenza dell’italiano ha toccato un nervo scoperto, deciderà di ricorrere alla Corte di Giustizia, avrà certamente partita vinta. Ma sarà una magra consolazione.

 

L’Espo è stato maldestro. Ora potrà tentare di discolparsi invocando la consuetudine della Commissione esecutiva, dove le riunioni di lavoro sono trilingue per prassi interna, si fanno in inglese, francese e tedesco. Oppure aggrapparsi ai problemi di bilancio, visto che la manutenzione del multilinguismo succhia oltre 1,1 miliardi l’anno dai forzieri dell’Ue. Potrebbero provare a dire che ventitré lingue per un esame costano una fortuna. Sarebbe inutile. Nei Trattati c’è scolpito che nessuno può essere escluso.

 

Sebbene siano tutte ufficiali e d’uguale statuto, le lingue in Europa si stanno asciugando per praticità. Gli ambasciatori che preparano le riunioni del Consiglio dei ministri discutono in inglese o francese, con una evidente prevalenza della prima lingua sulla seconda. Fa eccezione talvolta il rappresentante della République, generalmente per dispetto ai britannici. In Commissione qualunque manager ha teorico diritto all’interprete nelle riunioni ufficiali, però se il greco sceglie di esprimersi come il padre gli ha insegnato viene considerato uno sgarbo mirato a complicare le cose. Pertanto è un’occorrenza molto rara.

 

E’ facile prevedere che l’inglese alla fine avrà la meglio e che passo dopo passo si elimineranno parecchi vocabolari. Il francese dovrebbe salvarsi e la Germania si spenderà per difendere il tedesco.

 

L’italiano ha un piede fuori della porta, eppure a Roma nessuno può scandalizzarsi o lamentarsi se, quando si stringe la rosa, noi siamo fuori. Al di là delle parole e delle impennate di governi di ogni colore, i finanziamenti per la politica di promozione della lingua sono magri da anni. Basta chiedere agli istituti di cultura. Fondi tagliati. Iniziative azzerate. Risultati affidati al talento e all’estro dei singoli.

 

La lingua si protegge diffondendo la cultura. Francesi, tedeschi, britannici e spagnoli hanno scuole e centri di promozione in tutte le capitali. L’ambasciata francese a Bruxelles offre corsi di perfezionamento gratuiti ai giornalisti, cosa che fanno anche i fiamminghi del Belgio. Un paese, questo, dove nonostante le circa 300 mila presenze nazionali, l’Italia ha chiuso da quasi quarant’anni lo straccio di scuola che aveva e si è affidata alla Scuola Europea, dove però oggi hanno accesso solo i figli degli eurocrati. Per non parlare della folle voglia di tagliare la lingua straniera nelle classi della penisola.

 

In tempi recenti il ministero della Cultura ha asciugato i contributi per il cinema nella capitale europea, mentre sono miseri anche gli sforzi per la traduzione della letteratura nostrana che, invece, sarebbe il cavallo di Troia per una lingua a cui esperti vedono potenzialmente come la numero tre. Senza l’arte della parola, la lingua muore. Così, magari, un ricorso contro l’Espo salverebbe la faccia e l’onore. Poi, però, serviranno i soldi e la volontà politica del sistema intero, ché i primi senza la seconda non servono. Non c’è a Bruxelles un complotto italiano. Ci sono lingue e stati determinati nel difenderle. C’è la debolezza di un paese, il nostro, in cui le imprese vogliono andare all’estero senza sapere leggere un bando in inglese. Abbagliate magari da un politica che, legislatura dopo legislatura, ai fatti ha preferito le parole. Meglio se non straniere.  MARCO ZATTERIN LS 8

 

 

 

 

La cultura politica italo-tedesca dialoga sul sito www.culturepolitiche.it

 

Sicuramente avrete già sentito di Gian Enrico Rusconi secondo il quale le relazioni fra l’Italia e la Germania si trovano in stato di una „lenta alienazione”. È vero che gli italiani ammirano l’atteggiamento politico e la pragmatica dei tedeschi, però non agiscono di conseguanza alle loro dichiarazioni. I tedeschi invece pensano che il loro vicino meridionale sia molto simpatico e studiano con predilezione la cultura e la storia italiana, ma non lo prendono sul serio in senso politico.

 

Corrisponde veramente ai fatti che le relazioni italo-tedesche si trovino al loro livello più basso?

 

In realtà, la Germania e l’Italia hanno molto di più in comune di quanto possa sembrare a prima vista. Una storia simile, la creazione di istituzioni congiunte nell’ambito della integrazione europea, due generazioni giovani piene di aspettative per il loro futuro – tutto questo è un fondamento per un fattibile legame di confidenza.

Innanzi tutto, quando tedeschi ed italiani riuniscono il loro potenziale è possibile  creare grandi concetti importanti – come è successo nel Trattato di Roma, ma anche per quanto riguarda il futuro dell’Europa.

 

La Fondazione Konrad Adenauer a Roma si prefissata come obiettivo principale l’attiva promozione di questo rapporto e ha fondato un online forum per promuovere il dialogo italo-tedesco.

In 30 articoli si trovano pensieri di esperti su stato e politica, educazione e scienza, economia e sociale come anche cultura e civiltà – sempre nelle prospettive di entrambi paesi.

 

Il grande valore del progetto si dimostra anche attraverso l’appoggio energico dell#ambasciatore tedesco in Italia, Michael Steiner, e il suo collega italiano a Berlino, Michele Valensise. Siamo molto lieti che abbiano assunto il patronato del nostro progetto.

 

Ho il piacere di invitarvi a partecipare a questo dialogo, ad informarsi e ad aiutarci nello sviluppo continuo del nostro progetto www.culturepolitiche.it. 

Wilhelm Staudacher, de.it.press

 

 

 

 

La Commissione Esteri del Senato sul progetto di riorganizzazione del ministero degli Esteri

 

ROMA - La Commissione Esteri del Senato, nella seduta del 30 marzo, ha approvato il parere sul progetto di riorganizzazione del riorganizzazione del ministero degli Affari Esteri. Un progetto che - come ha spiegato il ministro Frattini in un recente intervento di fronte alle commissioni Esteri riunite di Camera e Senato - si sviluppa attorno a tre pilastri del ‘modo di porsi’ dell’Italia sulla scena globale: la sicurezza in senso politico-internazionale, la dimensione europea, il sistema Paese.

  In particolare le attuali direzioni generali con competenze geografiche e competenze tematiche saranno sostituite da “un numero più ridotto di direzioni generali divise per macroaree tematiche, coincidenti con le grandi priorità della nostra politica estera”: Affari politici e sicurezza; Mondializzazione e questioni globali; Promozione del Sistema Paese; Unione Europea. A queste si affiancheranno due Direzioni Generali già esistenti: quella per gli Italiani all’estero e quella per la Cooperazione allo sviluppo.

  Qui di seguito il testo del parere della commissione del Senato.

  La 3a Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione), esaminato, ai sensi dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di regolamento di organizzazione del ministero degli Affari Esteri;

  viste le osservazioni espresse dalla prima Commissione il 16 marzo 2010;

  apprezzata la portata complessiva del provvedimento mirante ad un riassetto organizzativo del ministero ispirato da un lato a principi di efficienza, razionalità ed economicità e dall'altro alla creazione di grandi direzioni generali «tematiche», la cui competenza si radica nella gestione delle grandi questioni internazionali;

  osservato che il disegno di riorganizzazione delle strutture centrali del ministero rientra in una strategia di globale rinnovamento ed adeguamento che deve avere natura organica e quindi coordinarsi con gli interventi sulla rete e diplomatica e consolare, nonché con la riforma degli istituti di cultura e della cooperazione allo sviluppo, la cui tempistica deve pertanto essere accelerata;

  preso atto delle misure di riduzione degli uffici dirigenziali di livello generale e di quelli di livello non dirigenziale, in attuazione delle disposizioni di cui all'articolo 74 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, che confermano la coerenza e l'efficacia della strategia amministrativa adottata dal ministero, le cui piante organiche risultano pertanto ulteriormente incomprimibili;

  preso altresì atto che la riforma proposta richiederà necessariamente una fase di attuazione e messa a punto dei criteri che consentiranno l'attribuzione dei singoli Paesi ad una direzione piuttosto che ad un'altra, nonché del necessario coordinamento tra le diverse direzioni generali onde evitare inefficienze, sovrapposizioni o contrasti;

  ribadita la necessità che all'azione esterna dell'Italia sia assicurato un livello di risorse umane e finanziarie adeguato alle crescenti responsabilità internazionali ed equiparabile a quello dei principali partner europei;

  auspicato al riguardo che le risorse comunque recuperate vengano reinvestite all'interno dello stesso Ministero, avuto particolare riguardo alla situazione critica del settore della cooperazione allo sviluppo;

  segnalata l'esigenza di un maggiore raccordo tra il ministero e gli altri soggetti istituzionali che concorrono all'azione esterna del nostro Paese, quali la Presidenza del Consiglio, il ministero dell'Economia e delle finanze ed il ministero dello sviluppo economico, soprattutto per quanto attiene al controllo e alla gestione dei contributi ai fondi, alle istituzioni finanziarie ed alle organizzazioni economiche internazionali;

  rilevata parimenti l'esigenza di un maggiore coordinamento con l'azione esterna di regioni ed enti locali;

  rilevata l’importanza di continuare la positiva collaborazione tra il ministero degli Affari Esteri e il ministero dello sviluppo economico anche nel quadro della "Cabina di Regia per l’Italia internazionale" istituita dalle due amministrazioni nel 2008;

  evidenziata l'importanza di valorizzare ulteriormente le strutture rivolte agli italiani nel mondo, al fine di accentuarne lo sviluppo delle potenzialità che rivestono per rafforzare l'azione e l'immagine esterna dell'Italia;

  esprime parere favorevole con le seguenti osservazioni:

  a) si garantisca il necessario e puntuale confronto con le commissioni parlamentari nella fase di attuazione, messa a punto e verifica della nuova struttura- le cui piante organiche, al pari delle risorse destinate alla politica estera, dovranno necessariamente essere almeno pari alle attuali - organizzata su basi tematiche e della sottostante articolazione geografica, anche con riferimento ai criteri che presiederanno nella pratica l'attribuzione delle nuove funzioni, sottoponendo in particolare all'esame parlamentare preventivamente lo schema di decreto ministeriale di cui all'articolo 1, comma 5, relativo ai novantasei uffici di livello dirigenziale non generale;

  b) si metta maggiormente a fuoco il raccordo con la politica estera dell'Unione europea, sotto il profilo delle strutture amministrative chiamate a collaborare con l'istituendo servizio europeo per l'azione esterna, garantendo un indirizzo politico comune, tenendo altresì conto che detto servizio si potrebbe strutturare per aree geografiche;

  c) si valuti l'opportunità del superamento della configurata compartimentazione dei Paesi dell'area OSCE per accorparli in un'unica direzione generale che ne valorizzi la comune appartenenza all'«architettura di sicurezza» europea;

  d) si menzioni la locuzione «diritti umani» nella denominazione ovvero nell'articolazione della nuova direzione generale per gli affari politici e di sicurezza, competente a trattare tale materia, così rilevante nell'azione internazionale del nostro Paese;

  e) la prevista direzione per la promozione del “Sistema Paese” si colleghi funzionalmente ad un'incisiva riforma del sistema degli istituti di cultura italiana operanti all'estero, garantendo la riconoscibilità e la proiezione internazionale della cultura nazionale, prevedendo in particolare un centro di coordinamento per la diffusione e la valorizzazione della lingua italiana;

  f) si conseguano le necessarie sinergie con gli altri ministeri e le autonomie regionali e locali attraverso un'apposita struttura di coordinamento, da istituirsi presso il ministero degli Affari Esteri. (Inform)

 

 

 

 

 

Il voto degli italiani all’estero. Ripartire dalle fondamenta anziché dal tetto

 

  ROMA - C’è da riconoscere che le vicende di collusione politico-imprenditoriale alla ribalta della cronaca almeno un merito l’hanno avuto: hanno riportato all’attenzione collettiva le lacune della legge sul voto degli italiani all’estero e le crepe di un sistema inadeguato al punto da mettere in dubbio il rispetto dei fondamentali principi del nostro regime democratico e rappresentativo.

  Un sistema originato come atto dovuto nei confronti dei “nostri emigranti, una risorsa che non può essere dimenticata”, tradotto, al di là delle lodevoli intenzioni dei suoi sostenitori, in un impianto normativo dai risultati infelici.

  Autorevoli commentatori hanno evidenziato, in passato e più di recente, le obiezioni di principio alla normativa vigente. É stato messo in luce il collegamento tra questa e la legge sulla cittadinanza del 1992 la quale, sancendo la prevalenza dello jus sanguinis sullo jus solis in un impianto garantista (in Italia la cittadinanza si acquisisce ma non si perde mai), ha favorito gli emigrati di terza e quarta generazione, chiamati ad esprimere il proprio voto con un sistema per corrispondenza e che privilegia lo schieramento al candidato.

  In assenza di opportuni meccanismi che distinguano tra chi vive all’estero per tempi sufficientemente brevi a mantenere il collegamento con la madrepatria e coloro che possono invece considerarsi definitivamente emigrati, questi ultimi finiscono per recitare nella migliore delle ipotesi il ruolo di elettori che non subiscono le conseguenze delle loro scelte, nella peggiore quello di spettatori cui viene regalato un diritto che non hanno alcun interesse ad esercitare. Di qui, le rischiose conseguenze in termini di interessi clientelari, sempre dietro l’angolo quando le schede a disposizione sono molte di più di coloro che le riempiranno.

  Senza voler tirare in ballo il principio del “no taxation without representation”, leso nella misura in cui la legge in vigore concede sostanzialmente rappresentanza a chi non paga le tasse al fisco italiano, una originalità ancor più evidente è quella di collegare il voto degli aventi diritto all’estero anziché a candidati del collegio italiano di provenienza, a candidati di una circoscrizione elettorale fittizia (quella, appunto, estera), con il risultato di inviare in Parlamento deputati e senatori che rappresentano vastissime aeree continentali e che necessariamente provoca un deficit di rappresentatività.

  A tutto ciò, si aggiungono ostacoli e farraginosità applicative che contribuiscono, se possibile, a complicare ancor di più il quadro.

  In primo luogo, l’applicazione della normativa ha immediatamente manifestato problemi nella definizione delle previste intese bilaterali con i Paesi di residenza degli elettori, tese ad ottenere garanzia che l’esercizio di voto potesse svolgersi in condizioni di rispetto dei principi di eguaglianza, libertà e segretezza. Non mi dilungherei sull’opportunità di andare a sollecitare ordinamenti giuridici di grande tradizione democratica come gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia. Mi limito a ricordare i malumori canadesi, e in misura minore anche australiani, all’idea che sul proprio territorio trovasse applicazione una legge elettorale che tratta propri cittadini come se costoro continuassero a vivere nel loro Paese d’origine. In questo senso, la legge ha avuto l’effetto di mettere in discussione il dovere di lealtà che i “trapiantati” italiani e i loro discendenti dovrebbero avere nei confronti del Paese che li ha accolti.

  Contemporaneamente, si sono rese evidenti le difficoltà legate alla dicotomia tra le liste di elettori gestite dal ministero dell’Interno e quelle gestite dal ministero degli Esteri. In questo senso, le rappresentanze diplomatiche e consolari sono state investite della responsabilità di controllo e aggiornamento delle liste senza che la normativa concedesse loro l’effettivo esercizio di una prevalenza che il diretto contatto con le circoscrizioni elettorali rende solo logica.

  Sta divenendo sempre più opportuna ed urgente l’esigenza di approfondire modalità forse più adatte per valorizzare il ruolo degli italiani all’estero, sia che si voglia continuare a garantire loro il diritto di voto, sia che si voglia tornare al regime precedente. Sono stati numerosi coloro che hanno esaminato i modelli di Paesi a noi vicini dal punto di vista migratorio da cui trarre potenziale ispirazione. Analogamente, non sarei il primo a formulare ipotesi di rafforzamento e riadattamento degli organismi consultivi di rappresentanza delle comunità italiane all’estero - che pure esistono, primo fra tutti il CGIE - cui potrebbe ad esempio affidarsi facoltà di iniziativa legislativa.

  La legge così come è andrebbe tuttavia riformata in parallelo con la legge sulla cittadinanza con quel buon senso del muratore che, per costruire l’edificio, parte dalle fondamenta invece che dal tetto.

Ambasciatore Giovanni Castellaneta, il Velino.it 29 marzo

 

 

 

 

Consolati. Il Mae ha deliberato: Mannheim chiude il primo ottobre, Amburgo l’1.1.2011

 

Roma - Il 31 marzo, nel corso  di un'informativa sindacale,  la Direzione Generale per il Personale   ha reso noto   il contenuto della recente delibera del Consiglio d'Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri in ordine ai  prossimi provvedimenti di  razionalizzazione della rete estera, che prevedono: chiusura di Durban per l'1.10.2010 con conseguente accorpamento della sede con il CG di Johannesburg;  chiusura di Liegi per l'1.10.2010 con conseguente accorpamento della sede con il CG di Charleroi; chiusura di Mannheim per l'1.10.2010 con conseguente accorpamento della sede con il CG di Stoccarda; chiusura di Amburgo per l'1.1.2011 con conseguente accorpamento della sede con il CG di Hannover.

La Confsal Unsa Coordinamento Esteri esprime ancora una volta  la più netta contrarietà ai provvedimenti in questione, poichè privi di un piano razionale ,  per nulla strutturati e  dei quali non si ravvisano le finalità .

La Confsal Unsa Coordinamento Esteri  continuerà ad impegnarsi e lottare per il mantenimento - anche se sotto forma di strutture declassate e/o ridotte - delle sedi consolari colpite dal piano di razionalizzazione,  e  per il mantenimento dei diritti dei lavoratori del MAE; la battaglia che da un anno a questa parte il nostro Sindacato conduce da solo  rispetto a questa problematica non  esprime unicamente il valore dell' attaccamento dei propri iscritti  al  posto di lavoro,  bensì  - cosa di gran lunga più importante - esprime la consapevolezza del  valore del servizio che i propri iscritti rendono alla  comunità italiana all'estero.

L’impegno produce tuttavia anche dei risultati tangibili, dei veri cambiamenti di rotta, come abbiamo potuto costatare in più casi.  Vi preghiamo, dunque, di continuare ad essere attivi localmente per mantenere viva la vostra voce nelle sedi coinvolte.

In data odierna la nostra Federazione  ha reiterato  la richiesta d'incontro col Ministro Frattini su questa gravissima problematica; sarà pertanto nostra cura  mantenervi informati in merito. Confsal Unsa Coordinamento Esteri

 

 

 

 

Il ministro Brambilla mercoledì a Düsseldorf per presentare Easy Italia

 

Il ministro Brambilla sarà a Düesseldorf per una missione istituzionale il prossimo 14 aprile. Si tratta di un incontro importante per promuovere il “prodotto Italia” tra i tedeschi che rappresentano la fetta più consistente di quel turismo straniero che sceglie l’Italia come destinazione delle proprie vacanze. Terrà una conferenza stampa alle 12,30 presso l’Intercontinental Hotel Koenigsallee (59 40125 Duesseldorf).

Nel corso della conferenza, il Ministro presenterà Easy Italia, il nuovo servizio d’informazione per i turisti in Italia. Al costo di una telefonata urbana, collaboratori specializzati forniranno ai turisti informazioni, consigli e aiuto in sei lingue straniere (inglese, francese, spagnolo, cinese, russo e, naturalmente, tedesco). De.it.press

 

 

 

 

A Berlino un incontro sul riconoscimento di titoli di studio e qualifiche conseguite all'estero

 

Ha partecipato alla riunione del 24 marzo per la collettività italiana Giuseppe Scigliano, presidente del Comites di Hannover e vice coordinatore dell'Intercomites

 

  BERLINO – Il presidente del Comites di Hannover, Giuseppe Scigliano, è stato invitato quale rappresentante della collettività italiana a partecipare a Berlino ad una riunione sul riconoscimento delle qualifiche conseguite fuori dalla Germania, convocata il 24 marzo dal ministro per l'integrazione Maria Bömher e dal segretario di Stato per la pubblica istruzione Cornelia Quennet Thielen.

  Obiettivo dell'incontro la preparazione di una bozza di legge in proposito che possa essere approvata dal Parlamento tedesco entro la fine dell'anno.

  Si tratta di un tema che interessa potenzialmente circa 2,9 milioni di cittadini che hanno conseguito una qualifica all'estero – 800.000 sono gli accademici, - su un totale di 10,5 milioni di persone residenti in Germania e aventi un passato migratorio. La questione è complessa soprattutto per  il modo in cui è strutturato il sistema formativo tedesco, difficilmente paragonabile con quello degli altri Paesi europei e non solo. Il riconoscimento dell'equipollenza dei titoli di studio e la valutazione delle conoscenze specifiche possedute dal richiedente spetta alle singole Regioni (Land), che dovranno adottare però criteri omogenei e favorire l'informazione in proposito.

  Scigliano, che è anche vice coordinatore dell'Intercomites in Germania, ha domandato se la nuova legge terrà conto degli accordi vigenti in materia (in Germania il riconoscimento può avvenire in base alla direttive Cee 2005/36/CE, al patto di Lisbona o in base ad accordi bilaterali). Egli ha segnalato, inoltre, la condanna del tribunale europeo del 17 dicembre 2009 per omessa adozione da parte della Germania della direttiva già citata. “Sebbene il riconoscimento delle qualifiche sia competenza delle Regioni – ha detto Scigliano – ciò non toglie che il governo si debba adoperare affinché le regole europee vengano fatte rispettare”.

  Scigliano ha inoltre rilevato la necessità di evitare la discriminazione tra coloro che hanno conseguito titoli di studio all'estero, riconosciuti in Germania, e cittadini che hanno studiato in loco, di stabilire regole uguali per tutti i Land e di accelerare i tempi per le pratiche di riconoscimento. L'auspicio è che una nuova regolamentazione sulla materia in Germania possa contribuire al miglioramenti della direttiva CEE in proposito. (Inform)

 

 

 

 

 

Comites di Francoforte. Da tempo i bilanci sono pubblici anche su internet

 

Il presidente del Comites di Francoforte cav. Lobello  risponde al Sig. Pietro Antenucci di Frankenthal e p.c. ai cofirmatari della lettera: Giuseppe Nunziatino, Gaetano Buccheri, Pietro De Luca, Maria De Luca, Vincenzo Leone, Vincenzo Ciliberti, Gelsomina Pepe, Concetta Moncada, Giuseppe Umbrello, Carmela Umbrello, Biagio Cirafisi, Bertino VecchioGiuseppe Puglisi, Angiolina Pizzo, Michele Termine, Salvatore Micieli, Enrico Di Bernardo, Licitra, Daniela Pugliese.

 

Gentile Sig Antenucci, come prima cosa La ringrazio per la Sua gentile lettera, è sempre piacevole ricevere un segno di attenzione da parte dei connazionali.

Sono molto colpito dalle sue parole sull’importanza del Comites ma purtroppo devo dirle che questo Comites non riceve dallo stato neppure la metà di quanto da Lei citato e questo contributo, che si chiama finanziamento, può essere utilizzato solo per il funzionamento del Comites. Nonostante questi limiti nella gestione del finanziamento questo Comitato sta portando avanti notevoli iniziative, anche grazie al sostegno di privati, tra le quali una serie di incontri informativi per la terza età. A questo proposito la informo che lo scorso sabato il Comites ha incontrato gli anziani della città di Mainz e molto presto organizzerà incontri in altre zone.

La ringrazio per la Sua proposta di inserire i bilanci nella pagina Internet, ma purtroppo la informo che i bilanci sono nella pagina internet già da molto tempo e possono essere visionati nei verbali. Forse dovremmo rivedere la nostra pagina web, anche se lei dice molto ben fatta, se Lei non è riuscito a trovare quanto cercato.

Nella Sua lettera Lei cita a ragione, che la legge vuole che i bilanci siano pubblici ed è per questo che il Comites li mette a disposizione dei connazionali e che possono essere consultati nella loro interezza in sede, con un preavviso di almeno un giorno. Però il Comitato Esecutivo per venire incontro alle Sue richieste ha deciso eccezionalmente di organizzare un incontro nella Sua zona con Lei, con tutti i cofirmatari della lettera ed eventuali altri interessati, per far prendere visione in loco del bilancio e di tutta la documentazione contabile. Non avendo riferimenti chiediamo a Lei di occuparsi di organizzare l’incontro e di contattarci per concordare una data. Le comunico che le eventuali spese di affitto locali e altro sono a carico di questo Comites. Nel caso in cui l’organizzazione del suddetto incontro non dovesse essere nelle Sue disponibilità Le chiedo cortesemente di farmelo presente e questo Comites provvederà a trovare una soluzione alternativa.

Cav. Stefano Lobello, Presidente del Comites di Francoforte (de.it.press)

 

 

 

 

Ad Amburgo le due iniziative: “Italiani ad Eimsbüttel” e un incontro  di imprenditori

 

Amburgo – Martedì 23 marzo ha avuto luogo presso la Geschichtswerkstatt Eimsbüttel la conferenza “Italiani ad Eimsbüttel-una storia particolare”. Relatrici Beatrice Virendi e Valeria Cattaneo.

  Beatrice Virendi, già insegnante di italiano, attualmente lavora presso il consolato generale d´Italia di Amburgo ed è impegnata nell´iniziativa per evitare la chiusura del consolato generale. Valeria Cattaneo insegna italiano agli adulti presso la Volkhochschule, recentemente ha iniziato un´attività teatrale per gli studenti di italiano ed anche lei è impegnata per evitare la chiusura del consolato.

  Entrambe le relatrici hanno raccolto molto materiale relativo ai primi italiani della circoscrizione di Eimsbüttel ed hanno intervistato diversi italiani che abitano o lavorano nel quartiere di Eimsbüttel. Virendi ha parlato dell´emigrazione e tramite una serie di diapositive e alcune interviste ha mostrato come gli italiani fin dai primi momenti hanno sempre vissuto molto volentieri ad Eimsbüttel. Due degli intervistati erano fra il pubblico ed a loro sono state rivolte alcune domande “dal vivo”.

  La conferenza è frutto di una collaborazione fra la “Geschichtswerkstatt Eimsbüttel” e il  Comitato “Salviamo il Consolato Generale” di Amburgo ed ha posto le basi per una collaborazione continua e costante fra le due associazioni che prevede un seguito a questa iniziativa fra cui la preparazione di un libro corredato da un cd. Come conseguenza del successo ottenuto, il Museo “Völkerkunde” di Amburgo ha contattato il Comitato per l’allestimento di una mostra sempre sul tema dell’emigrazione degli italiani ad Amburgo a partire dagli anni cinquanta.

 

Presso il Consolato generale d´Italia di Amburgo si è tenuta la seconda giornata degli imprenditori “Amburgo incontra l´Italia”. In Feldbrunnenstraße 54 si sono nuovamente incontrati, il 25 marzo, circa 60 imprenditori di Amburgo e del circondario per conoscersi e mantenere i contatti. La manifestazione è stata organizzata dal Consolato e dal Comitato “Salviamo il Consolato” (www.salviamo-il-consolato.de ). Dell’iniziativa riferisce lo stesso Comitato.

Corinna Nienstedt, direttrice del settore internazionale della Camera di Commercio, ha tenuto una relazione molto dettagliata sui rapporti economici tedesco-italiani, dalla quale è emerso che ben 1047 ditte amburghesi hanno rapporti d’affari con ditte italiane con sede in Italia ed alcune delle ditte più rappresentative amburghesi, quali la Beiersdorf (Nivea), Hapag Lloyd, Otto Versand, la Jungheinrich AG (produttrice di macchinari per stoccaggio) hanno filiali in Italia per un giro totale d’affari di due miliardi di euro. Nella discussione finale molto vivace – spiega il Comitato - si sono trovati tutti d´accordo nell´affermare che in futuro devono essere percorse nuove vie per mantenere e sviluppare i rapporti nella città anseatica in quanto: Amburgo è il più importante punto economico della Germania per scambi internazionali; Amburgo ha potenzialità e prospettive che devono ancora essere scoperte dall’Italia; Amburgo è il punto ideale per lo sviluppo economico-commerciale verso i Paesi baltici e l’Italia non ha ancora valutato tutte le possibilità che questo offre. I presenti – riferisce ancora il Comitato “Salviamo il Consolato” - hanno manifestato la ferma intenzione di continuare a fare il possibile per evidenziare l´importanza della presenza  di un consolato generale per la gestione delle relazioni italo-tedesche. Il consenso –conclude il Comitato - è stato unanime nell’affermare che i rapporti della città anseatica con l´Italia devono essere rinforzati o addirittura impostati ex novo. (Inform)

 

 

 

 

Krefeld. La sicurezza occupazionale al simposio col ministro del lavoro del Nord Reno Westfalia

 

Krefeld. Martedì 6 aprile ha avuto luogo a Krefeld il simposio socio-politico della CDA del Nord-Reno-Westfalia sul tema della sicurezza del posto di lavoro nel prossimo futuro. La CDA è l'ala dei lavoratori di orientamento democratico-cristiano-sociale in seno alla CDU e piattaforma politica a difesa degl'interessi dei lavoratori dipendenti. Relatore principale è stato Karl-Josef Laumann, Ministro del Lavoro e della Salute del Land Nord-Reno-Westfalia e contemporaneamente Presidente federale della CDA.

Nella sua relazione, il Ministro Laumann ha messo in evidenza che negli ultimi 5 anni nel NRW, tenendo in considerazione la crisi economica della fine del 2009, i nuovi posti di lavoro sono aumentati di oltre 200.000 unità. Per un migliore sviluppo del mercato del lavoro si deve intensificare ancor di più l'economia sociale di mercato. L'economia sociale di mercato è un modello di sviluppo dell'economia che si propone di garantire sia la libertà di mercato che la giustizia sociale, armonizzandole tra di loro (teoria questa che viene sostenuta anche dal Ministro italiano Giulio Tremonti).

Il Ministro Laumann ha quindi sottolineato l'importanza della solidarietà fra datore di lavoro e lavoratori dipendenti, della solidarietà fra persone autoctone e persone immigrate. Solidarietà fra le generazioni di giovani e di anziani. La società tedesca diventa sempre più vecchia e si prevede che nel prossimo futuro mancheranno in Germania persone ben qualificate come per esempio medici ed ingegneri. Per questo, ha sostenuto, è necessario facilitare il riconoscimento di titoli di studi conseguiti all'estero.

In merito alla solidarietà fra datore di lavoro e dipendenti il Ministro ha ricordato che, fino alla fine di maggio 2010, vengono rinnovati i consigli aziendali e ha quindi rivolto un appello ai lavoratori dipendenti invitandoli a partecipare in massa alle elezioni dei consigli aziendali sia come elettori attivi che come elettori passivi.

Un appello che andrebbe senza’altro rilanciato anche presso i lavoratori italiani in Germania, visto che dei circa 620.000 connazionali che qui vivono, 150.000 risiedono nel Nord Reno Westfalia.

Un altro argomento messo in evidenza nel simposio è stato quello della lotta al mercato nero. In modo particolare di quello che caratterizza il settore dei collaboratori domiciliari. Il numero delle persone che hanno bisogno di aiuto nei servizi casalinghi aumenta di giorno in giorno. Anziani ed invalidi hanno bisogno di aiuti negli acquisti e nei lavori domestici. Questo è un settore che bisogna analizzare meglio e ristrutturare per evitare abusi e dissensi come anche per evitare attività lavorative in nero senza prestazioni per la futura sicurezza sociale dei lavoratori.

Lo Stato deve elaborare dei programmi che garantiscano sicurezza e trasparenza. (La CDA ha presentato in questo senso una mozione all'assemblea regionale della CDU del NRW che il 20 marzo scorso è stata approvata all'unanimità). Questo problema riguarda anche parecchi Italiani che alle fine degli anni 1950 sono emigrati in Germania e, non avendo più familiari né in Germania né in Italia, ora da anziani hanno bisogno di tali servizi ausiliari.

Salvatore Russo, Vice Presidente Mcl Germania

 

 

 

 

Si dimette per protesta contro il Governo il Presidente di Ciao Italia, l’Associazione dei ristoratori italiani nel mondo

 

Ho dovuto constatare che da oltre due anni il Ministero delle Politiche Agricole, alimentari e forestali, si è rifiutato di riunire la “Commissione ministeriale per la “Ristorazione Italiana nel Mondo” istituita con Decreto Ministeriale il 9 novembre 2007, nonostante le mie ripetute sollecitazioni nella mia qualità di Vice Presidente Vicario, nominato dallo stesso Ministero.

In questa maniera è stata sospesa ogni attività di promozione e  di difesa del Ristorante Italiano all’estero. E’ stato dismessa una politica di difesa nei confronti delle adulterazioni ed imitazioni. E’ stata negata la politica di promozione della cucina italiana, come patrimonio della civiltà umana.

Ho dato incarico all’Avv. Fiori di svolgere tutte le azioni, necessarie per appurare eventuali danni e responsabilità, per queste inadempienze gravissime. A me personalmente, non resta altra via per difendere i valori che la nostra Associazione promuove e per rendere pubblica la grave inadempienza che dare, perché suoni come alta protesta, le mie dimissioni da Presidente di “Ciao Italia – Associazione dei Ristoranti Italiani nel Mondo”.

Mantengo, sempre per protesta, il mio incarico, stabilito dal Decreto Ministeriale del 9 novembre 2007, di Vice Presidente Vicario della “Commissione Ministeriale per Ristorazione Italiana nel Mondo” per svolgere tutte le azioni necessarie in difesa di questa legittima istituzione.

Ho dato incarico all’On. Egidio Pedrini, Vice Presidente dell’ Associazione, di gestire il periodo straordinario di transizione.

Il Presidente di Ciao Italia Bartolo Ciccardini, de.it.press

 

 

 

 

Concerto di beneficenza per Onna. “Dalla Germania un gesto generoso e di impegno per la memoria”

 

“L’iniziativa di beneficenza dell’Ambasciata tedesca a favore del comune maggiormente distrutto è una bellissima dimostrazione della solidarietà della Germania nei confronti delle vittime del terremoto che un anno fa ha colpito duramente l’Abruzzo”. Con queste parole l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Europa, esprime il suo apprezzamento per il concerto di beneficenza promosso dall’Ambasciata tedesca con l’Alto Patronato dei capi di Stato italiano e tedesco in occasione del primo anniversario del terremoto in Abruzzo.

 

“Ma l’impegno per la ricostruzione di Onna”, dice la Garavini, “è anche uno straordinario esempio di come la Germania sia in grado di elaborare la propria storia, il proprio passato”. Nel 1945, infatti, il borgo abruzzese era stato vittima di un eccidio della Wehrmacht. “È lodevole vedere come la volontà di assumersi le responsabilità storiche si traduca in un atto di solidarietà e di aiuto concreto”.

 

Nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, due ensemble conosciuti in tutto il mondo, il Münchener Bach-Chor e il Bach Collegium München, hanno eseguito la Messa in Do Minore di Wolfgang Amadeus Mozart. Le donazioni andranno direttamente a beneficio dei terremotati. De.it.press

 

 

 

 

Ad Hannover la mostra di pittori internazionali "Le città invisibili"

 

Hannover. In occasione del secondo Festival della filosofia, il Comites di Hannover ha organizzato presso la Galleria “Gallo Nero” una mostra collettiva di pittori internazionali ispirata dal romanzo di I. Calvino "Le città invisibili".

Il Vernissage sarà domenica 11.04.10 ore 16,00

A porgere il saluto saranno  la Reggente del Consolato Generale d’Hannover Dott. ssa Cuccaro, il Sindaco di Hannover  Sig.ra Ingrid Lange ed il Presidente del Comites Hannver  Dott. Scigliano. Seguirà un rinfresco offerto dalla Galleria

La Finissage sarà il 14.05.10 alle ore 17: Riflessioni sulle città invisibili: a cura della dott.ssa Chiara Santucci (Presidente della Società Culturale Italo Tedesca Galleria Gallo Nero, Groß-Buchholzer Kirchweg 72, 30655 Hannover  Tel. 0511 5463434

 

Non è semplice dare un volto a città invisibili. Tutti sono certi della loro esistenza, ma come fare a scoprirle e poi perché scoprirle? Alcune comunità scompaiono al primo raggio di luce o di ragione, erano lì un minuto fa  e non ci sono più, ci piace pensare che ci aspettano all’infinito, sono presenze comode all’anima, rifugi, uscite di sicurezza „per l’occasione che...“. E poi ci sono anche abitanti e fondatori di città invisibili e virtuali, e anche custodi e servitori che le proteggono dalla violenza, dalla banalità e dall’oblio.

 

Il romanzo di Calvino è un’ispirazione e al tempo stesso un pretesto per interiorizzare questa necessità di proteggere i nuclei, i noccioli, le reti sociali delle nostre città, senza di cui non avrebbe senso viverci. Sono le casse di risonanza, gli ziri di terracotta nascosti sotto i teatri greci, che amplificano le voci dei poeti e degli artisti.

 

Artisti partecipanti: Shura Born-Kraeff (geb. Indonesien), Sveta Bertram-Belash (Pamir, Mittelasien), Marget Costantini (Italien - Deutschland), Emilio Dettori (Italien), Francesco Lamazza (Italien), Tengezar Marini (Kurdistan), Giuseppe Scigliano (Italien), Robert Titze (Deutschland), Assunta Verrone (Italien).

 

Shura Born-Kraeff conosce in prima persona tante culture amiche e non, quasi come Marco Polo. Per lei la città è una donna dal corpo arido e sabbioso, chinata su di un fiumiciattolo gracile, in cui scorre una presenza femminile, debole e da proteggere come oggi tutte le risorse naturali. Ci ricorda la metafora di Heidegger, per cui abitare implica una dimensione intima, di ricerca di pace, di patria.

 

Svetlana Bertram-Belash dà un volto alle città della memoria di Calvino: gli occhi di un’icona russa sono circondati da architetture medievali dell’europa cristiana e da vicende misteriose di avventurieri  e predatori a cavallo.

 

Margret Costantini presenta Ottavia, la città dai mille canali e Zenobia la città sospesa. Emilio Dettori presenta invece Dorotea una donna-città proibita e superprotetta.

 

Per Francesco Lamazza le forme si dissolvono in accostamenti di colore puro.

Tengerzar Marini usa la metafora della „rosa nascosta“ per la città, realtà da scoprire strato per strato.

 

Giuseppe Scigliano sottolinea la dimensione personale intima e nascosta della città, tutto quanto sta intorno scompare come un sipario dietro la corsa in due nella vita.

 

Robert Titze espone quadri dai colori freschi, acquarellati, trasparenti che ricordano la luce e le forme piatte a strati orizzontali di tappeti orientali.

 

Assunta Verrone raffigura la città melograno Safira, che ritroviamo già nel Milione di Marco Polo sotto il nome di Comadi. Essa ci ricorda le città viste dall’aereo appiattite e luccicanti come i grani di questo frutto misterioso, causa del peccato originale (sembra che Eva abbia offerto ad Adamo un melograno e non una mela, che a quel tempo non esisteva ancora). Un altro suo quadro mette in luce i custodi invisibili delle città: portieri di squadre di calcio che parano palloni invisibili, pronti sempre a saltare sulle loro ombre. G. Scigliano/Assunta Verrone (de.it.press)

 

 

 

 

A Monaco di Baviera il film “Marianna Ucria”

 

Monaco di Baviera. L'Istituto Italiano di Cultura invitata, nell’ambito della rassegna cinematografica »Con gli occhi di lei«, alla proiezione del film »Marianna Ucrìa«, che avrà luogo martedì 13 Aprile  2010, alle ore 19.00, presso l’Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8 a Monaco di Baviera. In versione originale con sottotitoli in italiano. Organizzatore: Istituto Italiano di Cultura. Ingresso libero

 

Italia/Francia 1997,108 min., versione orinale. Regia: Roberto Faenza. Con: Emmanuelle Laborit: Marianna Ucrìa; Roberto Herlitzka: Duca Pietro; Philippe Noiret: Duca Signoretto, il nonno; Laura Morante: Maria, la madre di Marianna.

Dal romanzo “Marianna Ucrìa” di Dacia Maraini

 

In Sicilia, nella prima metà del Settecento, la tredicenne Marianna Ucrìa viene portata dal nonno ad assistere ad una impiccagione, nella speranza che lo spettacolo possa farla guarire dal mutismo. Ma tutto risulta vano. Marianna non parla e non sente. Viene così indotta dalla madre a sposare lo zio Pietro e, quando arriva a sedici anni, ha già partorito tre figli. Diventata giovane donna, accoglie la visita di un istruttore francese che l'avvia al linguaggio dei segni e le fa conoscere le idee filosofiche che si muovono per l'Europa. Riesce anche a cercare risposta alla domanda che la accompagna da sempre: che il suo mutismo sia derivato da un trauma provocatole dallo zio Pietro? Roberto Faenza ci propone un adattamento intenso e suggestivo del romanzo di Dacia Maraini, che rimanda alla forza “silenziosa” delle donne siciliane. Emmanuelle Laborit, attrice non udente, ci regala una straordinaria interpretazione di Marianna Ucrìa. IIC, de.it.press

 

 

 

 

“Piccolo Concilio delle Donne” oggi ad Hannover. Il ruolo dell’amore nella storia e nella società

 

Hannover - Il Comites di Hannover segnala per oggi 9 aprile presso la Neustädter Hof- und Stadtkirche St. Johannis, alle ore 17, l’appuntamento con il “Piccolo Concilio delle Donne”, per una  riflessione sul ruolo dell’amore nella storia e nella società da parte di cinque studiose di discipline diverse (filosofia, storia della letteratura, musicologia, ricerca dell’educazione).

  A parlare del tema”L’amore è durevole o no?” saranno Antonella Balestra, laureata in filosofia attualmente residente e Londra (“Immaginazione ed amore: da Cavalcanti fino a Spinoza e Leibniz”), Monika Antes, scrittrice di Hannover (“L’Amore è finito o infinito? Il platonismo femminile della cortigiana Tullia d’Aragona nel rinascimento italiano”), Sabine Meine, docente di musicologia (“Musica e amore. Relazione nell’epoca moderna”), Chiara Pazzesi, studiosa dell’Università di Griesfwald (“A che fine durevole? Potenziale e trasformazione dell’Amore”) ed Erika Schuchardt, scrittrice e docente presso l’Università Leibniz di Hannover (“Amore negato: anche questa una possibilità? Tracce di ricerca in Ludwig van Beethoven”).

  L’accompagnamento musicale sarà eseguito dal soprano Nan Li. L’incontro, promosso da Assunta Verrone, referente culturale del Comites di Hannover e da Studio Artistico, sarà in lingua tedesca. L’ingresso è libero. (Inform)

 

 

 

 

Hannover. Lo spirito del „Kleines Frauen Konzil“, il piccolo concilio sull’amore

 

Vi può sembrare forse strano, ma il tabù più grande del nostro tempo, in cui „nessuno vuole fare il fesso“,  è proprio l’“amore“ e in alcune lingue e culture ancora di più che in altre. L’amore non solo non incentiva la crescita del PIL ma addirittura rischia di bloccarla. Quanto più si divulgano forme di solidarietà e dell’amore nella società, tanto meno si spende e traballa il Moloch finanziario.

Althaus sottolinea nei suoi libri sull’amore che lo Stato costringe i suoi cittadini a cedergli sotto compenso monetario l’“amore“ e che soltanto in momenti di crisi questi stessi cittadini ottengono di nuovo la possibilità di disporne.

Soltanto nella misura in cui l’economia ritorna a riconoscere il legame col reale si potrà riabilitare il discorso sull’amore.

In questo spirito convochiamo il „Kleines Frauen Konzil“ il piccolo concilio sull’amore.

Cinque studiose prendono sotto la lente d’ingrandimento l’Amore e ne analizzano l’impatto nei loro campi specifici (filosofia, storia della letteratura, Musicologia,

Ricerca dell’educazione), cercando, direttamente o indirettamente, una risposta a

questa domanda. La manifestazione non è pensata soltanto per donne e neppure

soltanto per innamorati. La provocazione deve portare a riflette ancora più

profondamente. Proprio in tempi di crisi, quando le norme, le leggi, i divieti non

servono più, l’uomo ha sempre ancora una possibilità: ricominciare daccapo con

amore, secondo il motto di Dante: l'amor move il sole e l'altre stelle.

 

I lavori si terranno in modo concentrato, quasi senza poter riprendere fiato secondo la metafora del lampo che ci permette di vedere il mondo con nuovi occhi.

Ci moviamo molto molto lontani dal „Liebeskonzil“ di Panizza ma lo stesso siamo pieni di commozione e timore. E’ tempo ormai che donne di sapere e ragione analizzino il ruolo dell’Amore nella storia e nella società. Ci introducono alla dimensione dell’Eros, del regalo, della grazia, motore dello spirituale. E il tutto è incorniato dalle canzoni d’amore cinesi cantate a cappella dal soprano Nan Li , che ci farà ascoltare il suono di questo sentimento in un’altra cultura.

Quale simbolo della durevolezza ci accompagna invece il ritratto di Beatrice Cenci che testimonia il contributo dell’arte alla verità: l’ingiustizia ci appella a prendere posizione anche dopo secoli in quanto veicolata dall’arte.

Assunta Verrone, Studio Artistico, Ref. della cultura del Comites (de.it.press)

 

 

 

 

Caruso, Pignataro e Klotz responsabili pro-tempore del PdL Germania

 

Stoccarda – Il responsabile del settore "Italiani nel Mondo" del PdL, l’onorevole Aldo Di Biagio, ha affidato il Coordinamento pro tempore del partito in Germania a Mario Caruso, esponente dell'Enas Ugl e membro del Comites Stoccarda, Carmelo Pignataro, già candidato del pdl alle scorse elezioni, e Alessandra Klotz.

"Accetto la nomina e ringrazio il responsabile del Settore Italiani nel Mondo del PDL, l’on. Aldo Di Biagio, per la fiducia riposta nella mia persona", ha affermato Carmelo Pignataro subito dopo la nomina. "Il mio auspicio", ha spiegato, "è quello di poter dare un contributo determinate insieme agli altri due coordinatori nominati per la Germania, Mario Caruso e Alessandra Klotz, per strutturare e radicare il Popolo della libertà nel territorio della Repubblica Federale della Germania e poter, quindi, essere un solido punto di riferimento per le esigenze dei nostri connazionali emigrati in Germania, ma anche per le istituzioni italiane e tedesche. Vogliamo costruire fondamenta solide", ha annunciato Pignataro, "affinché questo progetto lasci il segno nel tempo e non sia una meteora, ben consapevoli della mole di lavoro che ci attende. A mio avviso non dobbiamo tralasciare nessuno sforzo per unificare anche in Germania le diverse anime fondanti del Popolo della libertà".

"Un ultimo e dovuto ringraziamento", ha concluso il neo coordinatore del PdL, "va alla mia famiglia tutta che mi ha sempre supportato nel mio cammino politico e che mi da quell’equilibrio necessario per affrontare sempre nuove sfide con tutte le difficoltà del caso, senza il quale non potrei oggi rispondere presente alla chiamata dell’ on. Di Biagio e del mio Partito, il Popolo della libertà". (aise) 

 

 

 

 

A Friburgo in Brisgovia serata in libreria dedicata all'Emilia-Romagna

 

  FRIBURGO - Il Centro Culturale Italiano di Friburgo ha organizzato un evento dedicato all’Emilia-Romagna presso la libreria Schwarz. Qui é stato infatti presentato, il 25 marzo scorso, il libro del giornalista di Monaco Carl-Wilhelm Macke "Bologna und Emilia-Romagna: eine literarische Einladung". Il libro è edito dalla casa Wagenbach Salto, molto conosciuta in Germania. Si tratta di un’antologia di brani di scrittori emiliano-romagnoli scelti dal giornalista, con una veste editoriale piacevole e ricercata e in un formato tascabile e agevole.

  Tutti esauriti i posti disponibili nei locali della libreria, nonostante fosse previsto il pagamento del biglietto, che ha permesso l´allestimento del momento conviviale gastronomico alla fine della manifestazione. 

  L´autore, che ha eletto la città di Ferrara come patria di adozione, é stato intervistato dal moderatore della serata Andrea Burzacchini, ricercatore modenese residente a Friburgo. Sono stati letti alcuni brani, tra cui un breve e gustoso racconto di Cesare Zavattini sulla presenza delle zanzare nella pianura emiliana e un racconto dello stesso Macke sui diversi tipi di "matti padani", personaggi originali e geniali, tipici dello spirito emiliano-romagnolo.

  I brani sono stati intervallati da due canzoni di Francesco Guccini, "Emilia" e "Bologna", e dall´ascolto di un brano tratto dal "Giardino dei Finzi-Contini" di Bassani in versione audiolibro.

  L´immancabile momento conviviale conclusivo con formaggio parmigiano, salame e vino Sangiovese ha prolungato in modo informale l´incontro tra l´autore e il pubblico fino a tarda serata. (Inform)

 

 

   

 

 

Conferenza-dibattito su Pirandello a Berlino

 

Luigi Pirandello, guardando dal quell’altro mondo al quale lui non credeva, sarà stato molto contento vedere continuare da altri il suo prodigarsi per fare affermare le sue opere letterarie nella Berlino che oggi è diventata, come allora, la capitale culturale europea.

E questa continuazione delle sue premure è avvenuta proprio trattando l’opera di suo figlio Stefano, erede della sua geniale capacità di scrittore.

Partendo dalla corrispondenza intercorsa fra Stefano a Roma, che continuava a curare i rapporti economici e interpersonali, e Luigi che a Berlino cerca di intrecciare dei rapporti con il mondo artistico per portare al successo le sue opere e la sua Marta Abba, con la presentazione al pubblico delle opere di Stefano, della corrispondenza fra padre e figlio e con la lettura della novella “I nostri ricordi” ad un pubblico ristretto e competente, che vivendo nella sua Berlino vive oggi allo stesso modo le sue esperienze di allora, i suoi personaggi sono ritornati a rianimare le vie di Berlino.

Da lui personalmente e da suo figlio Stefano un grazie a quanti hanno reso possibile questo nuovo viaggio di Luigi Pirandello ed in particolare a Sicilia Mondo, Mario Ferrera, Sarah Zappulla Muscarà, Enzo Zappulla e Pino Tizza.

Che Luigi e Stefano, questa volta insieme, possano rimanere a Berlino fino a quando non saranno riusciti a realizzare quei progetti che Luigi da solo non era riuscito a fare.

Di sicuro li potrete incontrare nella Trattoria Toscana, al cui interno vi è una Via dedicata a Luigi, e che sarà il punto di riferimento nella realizzazione dei loro progetti.  Pino Tizza, de.it.press

 

 

 

 

 

La Germania aiuta la ricostruzione abruzzese. Posta la prima pietra di "Casa Onna”

 

Il progetto costa oltre 1.3 milioni di euro e vi contribuidsce anche la città gemellata di L'Aquila, Rottweil

 

Onna - Il 6 aprile alle 3.32 ricorreva il primo anniversario del terremoto che ha colpito l'Abruzzo e in particolar modo il borgo di Onna. Esattamente un'ora dopo, cioe' alle 4.32, l'ambasciatore Tedesco Michael Steiner insieme agli Onnesi ha posto la prima pietra di "Casa Onna", che sorgera' grazie a donazioni tedesche. Alla cerimonia, accompagnata dalle note del coro di Onna, erano presenti il presidente della regione Abruzzo, Gianni Chiodi, della provincia di L'Aquila, Stefania Pezzopane, il sindaco di L'Aquila, Massimo Cialente. Il centro civico "Casa Onna", che verra' costruito all'ingresso del paese sul terreno della casa comunale andata distrutta, diventera' il luogo di aggregazione sociale degli Onnesi. L'ultimazione dell'edificio, realizzato con tecnologie ecosostenibili e a basso impatto energetico, e' prevista per il prossimo settembre. "D'accordo con gli Onnesi -spiega Steiner- abbiamo scelto intenzionalmente di porre la prima pietra di 'Casa Onna' di mattina presto, ad un'ora esatta dalla ricorrenza del terribile terremoto, perche' vicino al dolore possa trovare spazio anche la speranza". Il finanziamento di "Casa Onna" e' assicurato. Il progetto costa oltre 1.3 milioni di euro e hanno gia' contribuito la citta' gemellata di L'Aquila, Rottweil, e, tra gli altri, Volkswagen, Deutsche Bank, UniCredit, ThyssenKrupp, E.ON, la Baviera e diversi donatori privati. Lo scorso febbraio l'ambasciatore Tedesco Michael Steiner ha istituito la Fondazione senza scopo di lucro "Erdbebenhilfe fur Onna", che amministra come fiduciaria tutte le donazioni raccolte dall'Ambasciata, per assicurare un finanziamento trasparente dei progetti di aiuto tedeschi per Onna.  Grtv, de.it.press

 

 

 

 

Abusi sessuali nella scuola vip tedesca. La preside rivela: "Episodi spaventosi"

 

Decine di casi di pedofilia nella Odenwaldschule, la scuola-convitto laica nei pressi di Francoforte - "Fatti che superano ogni immaginazione, violenze e torture da parte di docenti e di studenti più grandi"  - Margarita Kaufmann: "Negli anni almeno quattro vittime, dopo aver terminato gli studi, si sono tolte la vita"

 

BERLINO - Almeno quattro studenti si sono tolti la vita dopo aver subito abusi da parte di insegnanti. Un fenomeno purtroppo ripetuto nel tempo che ha contato decine di vittime tra i giovani allievi, violentati dai docenti ma anche da studenti più grandi che praticavano orrende torture sessuali nei confronti dei più giovani. A rivelare le sconvolgenti pratiche di pedofilia nella Odenwaldschule, la scuola-convitto laica nei pressi di Francoforte frequentata dai figli dei vip, è stata l'attuale preside, Margarita Kaufmann. In un'intervista al quotidiano Frankfurter Rundschau la preside rivela di essere a conoscenza di almeno quattro casi di studenti violentati che, una volta terminati gli studi, si sono tolti la vita: l'ultimo caso risale al 1999. La signora Kaufmann aggiunge che sono almeno 40 le vittime degli abusi messi in atto "da più di otto insegnanti", ma parla anche di "spaventosi abusi tra studenti".

 

Si tratta di fatti che "superano la nostra capacità di immaginazione", ha aggiunto la preside, secondo la quale gli allievi più anziani mettevano in atto vere e proprie torture nei confronti dei loro colleghi più giovani, entrando anche nei dettagli citando come esempio il fatto di bruciacchiare loro i genitali o di scottarli con l'acqua bollente. Gli allievi più giovani sarebbero stati abusati sessualmente da quelli più grandi, che li adoperavano come "sacchi di sabbia". In un caso un ragazzo è stato legato dai suoi compagni e violentato con una banana, alla presenza di un insegnante che non fece nulla per impedirlo. Nell'intervista al quotidiano di Francoforte la preside rivela che almeno quattro studenti abusati si sono suicidati dopo aver terminato gli studi nella Odenwaldschule. "Mi chiedo come tutto ciò sia potuto accadere senza che gli insegnanti udissero la grida di dolore", ha detto la preside.

LR 7

 

 

 

 

Disarmo nucleare, firmato l'accordo Usa-Russia. Obama: «Mondo più sicuro»

 

È stato un parto difficile, ma alla fine il nuovo trattato sulla riduzione delle armi nucleari ha visto la luce. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il presidente russo Dmitri Medvedev hanno apposto a Praga la loro firma sul documento lungo 160 pagine e sui suoi allegati, ponendo le basi della nuova architettura della potenza nucleare dopo la scadenza del vecchio Start firmato dall'ultimo presidente sovietico Mikhail Gorbaciov e da George Bush padre.

 

Una firma slittata per mesi di fronte a un punto su cui le due potenze nucleari non hanno trovato un preciso accordo e che, anche oggi, nella Sala spagnola del Castello della capitale ceca, è stato chiaramente ammesso dai due leader: il collegamento tra le armi offensive strategiche e l'armamento difensivo. In poche parole: lo scudo antimissilistico che gli Stati uniti intendono allargare anche all'Europa orientale.

 

Le due diplomazie si sono esibite in capriole diplomatiche, che alla fine hanno portato a una soluzione di compromesso soddisfacente anche per Mosca, che però ha inteso presentare una sua dichiarazione unilaterale sull'aspetto più controverso. Il nuovo Start prevede che Usa e Russia possano avere 700 vettori - missili balistici intercontinentali (Icbm), missili balistici a lancio da sottomarino (Slbm) e bombardieri pesanti (Hb) - dispiegati e 1.550 testate. Il trattato, a validità decennale, stabilisce anche i nuovi meccanismi di verifica reciproca del suo rispetto.

 

Dopo la firma del trattato e dei protocolli aggiuntivi, i due presidenti non hanno lesinato in aggettivi nei loro commenti in una conferenza stampa congiunta. Obama ha definito il nuovo Start «una pietra miliare per la sicurezza nucleare, per la non proliferazione e per le relazioni bilaterali» che renderà «gli Stati uniti e il mondo intero più sicuri». Un trattato «storico», che spera diventare una base per ulteriori tagli agli arsenali nucleari. Il riferimento è, da un lato, alle testate delle due potenze non dispiegate - si parla di circa 6mila - e agli altri paesi che hanno o si vogliono dotare dell'arma atomica. Proprio a Praga, un anno fa, il leader americano pronunciò un importante discorso sulla non proliferazione nucleare. Oggi Obama ha ribadito la volontà Usa di rafforzare il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp).

 

Medvedev, dal canto suo, ha definito il nuovo Start «un passo storico», un documento che mantiene in pieno l'equilibrio di interessi tra Russia e Usa. Un buon accordo, insomma, che viene dopo lunghe e tribolate trattative. Più volte le due potenze sono apparse sul punto di chiudere la partita dopo che, a luglio dello scorso anno, la prima visita a Mosca di Obama aveva fatto riaprire il discorso, facendo balenare l'ipotesi di un cambio di pagina dopo anni di freddezza tra le due potenze. Invece, le trattative si sono susseguite, a Ginevra come anche direttamente tra le due presidenze, ben oltre la scadenza del vecchio Start, il 5 dicembre 2009.

 

«Ora siamo dei grandi specialisti sul tema» ha commentato ironicamente Medvedev, guardando Obama. «Forse siamo i più grandi specialisti al mondo», ha aggiunto. «Quanto è stato fatto ora è solo l'inizio di una lunga strada. Noi siamo pronti a proseguire in questa direzione». Il prossimo passo pare essere proprio quello di definire un terreno comune per quanto riguarda il rapporto tra le armi offensive e quelle difensive. Il vecchio piano del presidente George W. Bush di allargare lo scudo antimissilistico a Polonia e Repubblica ceca, che tanto aveva fatto adirare Vladimir Putin, è stato messo in cantina da Obama.

 

Una decisione che Medvedev ha «apprezzato» esplicitamente anche oggi. Tuttavia, il problema resta e anche il nuovo progetto di scudo di Obama, più limitato con elementi in Romania e forse in Bulgaria, suscita sospetti a Mosca. Il presidente americano, oggi, ha ribadito che lo scudo non ha lo scopo di rompere l'equilibrio strategico russo-americano e ha auspicato un «dialogo serio» su questo tema. Medvedev ha accolto la proposta. «Siamo certamente interessati a rendere più stretta la collaborazione su questo tema coi nostri partner americani», ha spiegato e ha prospettato l'ipotesi di una cooperazione per creare un sistema di difesa antimissilistica globale comune: «Dovrebbe essere pensata tenendo presente la vulnerabilità del nostro mondo, le minacce terroristiche, compresa la possibilità di utilizzare armi nucleari da parte di terroristi».

 

Temi che saranno certamente al centro della visita che Medvedev farà negli Usa in estate, annunciata oggi. A ogni buon conto, il Cremlino ha messo un chiaro paletto, diffondendo una dichiarazione unilaterale: la Russia si considererà vincolata al rispetto del nuovo Start solo se lo scudo Usa non diventerà minaccioso per la capacità deterrente dell'arsenale nucleare russo. Dopo le diplomazie e i presidenti, ora la parola passerà ai Parlamenti. Il trattato dovrà andare alla ratifica sia della Duma russa che del Senato Usa. Obama ha auspicato che, nel suo paese, vi sia un'approvazione bipartisan del documento. Medvedev ha auspicato che le due ratifiche siano «sincronizzate». L’U 8

 

 

 

L’analisi. L'anomalia e la Costituzione

 

La diciannovesima legge ad personam proposta al Paese e imposta al Parlamento ha tagliato il traguardo. Con la firma del presidente della Repubblica al "legittimo impedimento", il premier ha ottenuto ciò che cercava. Entra in vigore un nuovo scudo processuale, sotto il quale potrà ripararsi per il prossimo anno e mezzo dai pesanti processi che ancora pendono su di lui: il caso Mills (corruzione in atti giudiziari) e l'affare Mediatrade (appropriazione indebita e frode fiscale). Silvio Berlusconi, l'Unto del Signore, sarà ancora una volta un Intoccabile dalle Procure. Gli basterà "autocertificare" di volta in volta una giustificazione "istituzionale", per poter essere esentato dalle udienze che lo riguardano. Vera o falsa che sia la scusa, poco importa: un consiglio dei ministri, un vertice con un ambasciatore straniero, un faccia a faccia con un sindaco. Nessuno potrà mai accertare se al posto dell'impegno ufficiale (com'è già accaduto) il Cavaliere non abbia invece rubricato in agenda una seduta di "fisioterapia" a domicilio o una festa danzante a Palazzo Grazioli. Il risultato finale non cambia: per un altro anno e mezzo un solo cittadino, e sempre lo stesso, continuerà ad essere meno uguale degli altri di fronte alla legge, come accade ormai dal giorno dell'epica "discesa in campo" del '94.

 

C'è una prima valutazione da fare, ed è di natura costituzionale. E qui c'è solo da prendere atto e rispettare la decisione di Giorgio Napolitano. Senza esaltarla né criticarla. Con tutta evidenza, il presidente ha ritenuto che quel testo non fosse inficiato da manifesti vizi di costituzionalità, tali da precluderne la promulgazione o da richiederne un rinvio alle Camere per una nuova deliberazione (com'è invece accaduto la settimana scorsa per la legge delega sul lavoro). Anche in questo caso, come nel precedente, il Capo dello Stato ha fatto fino in fondo il suo dovere, esercitando i poteri che la Costituzione gli attribuisce. Ha esaminato il provvedimento, confrontandone i contenuti con i principi fissati dalla giurisprudenza della Consulta. Ha verificato l'esistenza di un effettivo, "apprezzabile interesse" (sancito dalla sentenza 24/2004 della Corte) ad assicurare "il sereno svolgimento di rilevanti funzioni" istituzionali, interesse che "può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali del diritto". In nome di questo interesse, palesemente soggettivo ma evidentemente anche oggettivo, ha firmato la legge. Non avrà deciso a cuor leggero. E deve far riflettere il fatto che la firma sia arrivata ben 27 giorni dopo il via libera definitivo al Senato, e soli tre giorni prima della scadenza dei 30 che la Costituzione assegna al Capo dello Stato per promulgare le leggi. Per quel che vale, è l'indizio di un vaglio giuridico più complicato, e probabilmente anche più tormentato del solito.

 

Piaccia o no, Napolitano ha fatto la sua parte. Ora, come sempre succede in una democrazia liberale e in uno stato di diritto, il vero sindacato di costituzionalità" di questa nuova legge ad personam spetterà alla Consulta. Toccherà ai giudici della Corte, che sicuramente saranno investiti della questione, stabilire se il legittimo impedimento è o no compatibile con la nostra Carta fondamentale. Quale "valore" debba cioè pesare di più, nel bilanciamento tra l'interesse al "sereno svolgimento di rilevanti funzioni" e il princpio dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. È già accaduto, in passato, che una legge tagliata su misura per gli interessi processuali del Cavaliere venisse promulgata dal Capo dello Stato, e poi bocciata dalla Consulta. Successe con il Lodo Schifani, firmato da Ciampi e bocciato dalla Corte con la sentenza 13/2004. È successo con il Lodo Alfano, firmato da Napolitano e respinto dalla Corte con la sentenza 262/2009. Potrebbe accadere anche con il legittimo impedimento. Anche se stavolta, l'ennesima "ghedinata" è stata congegnata meglio delle precedenti: sia perché si stabilisce testualmente che si tratta di "legge ponte", sia perché, proprio in ragione di questa sua natura provvisoria, è espressamente previsto che resti in vigore solo 18 mesi. Dunque non è nemmeno chiaro se ci sarebbe il tempo e se avvesse senso giudicarla incostituzionale prima della sua naturale auto-decadenza. Vedremo.

 

C'è una seconda valutazione da fare, ed è di natura politica. E qui si può e si deve recuperare tutto intero lo spazio della critica. Paradossalmente, nei commenti del giorno dopo, questo ennesimo e brutale strappo alle regole sembra alimentare una doppia speranza. La prima è che, a questo punto, il premier cessi una volta per tutte la guerra atomica contro la magistratura, e che si possa realizzare davvero quel clima di "leale collaborazione tra autorità politica e giudiziaria" sul quale Napolitano ha insistito nella promulgazione della legge. La seconda è che, a questo punto, il premier cessi una volta per tutte la battaglia ideologica contro l'opposizione, e che si possa concretizzare davvero il retorico richiamo al "dialogo" sul quale si consuma da due anni questa legislatura. Il Cavaliere ha promesso entrambe le cose. Di nuovo: vedremo. La pessima esperienza di questi anni non convince, e il conflitto permanente di questi mesi non aiuta. Anche il presidente del Consiglio che stravinse le elezioni nella primavera del 2008 fece un discorso da "statista" in Parlamento, per chiedere la fiducia, e subito dopo celebrò con parole finalmente solenni il 25 aprile. Abbiamo visto, poi, quale inferno abbiano lastricato quelle buone, ma bugiarde intenzioni.

 

Nel frattempo Berlusconi, e con lui il suo governo e la sua maggioranza, portano l'enorme responsabilità di aver piegato ancora una volta l'interesse nazionale a un'esigenza personale. Di aver fatto coincidere, di nuovo, la biografia della nazione con l'agiografia di chi la governa. Questa paurosa mancanza di senso civico, questa pericolosa latenza di etica repubblicana, pesano e peseranno tutte intere sulle spalle del Cavaliere e di chi lo sostiene, in Parlamento e fuori. E nella deriva plebiscitaria che accompagna la sua ascesa verso il Quirinale, dove per il 2013 (o forse anche prima) lo candida ormai ufficialmente il ministro leghista Calderoli, si produrrà anche l'ultima, diabolica manipolazione genetica della nostra Carta fondamentale. La patologia di questo quasi ventennio, invece di essere risolta nella fisiologia democratica, verrà riconosciuta formalmente e fatta propria non solo dal Paese reale (attraverso il voto), ma anche dal Paese legale (attraverso le riforme). Questi diciotto mesi di vigenza del "legittimo impedimento", infatti, oltre che a difendere Berlusconi dai procedimenti in corso, serviranno anche per "traslare" questo scudo processuale da legge ordinaria a legge di revisione costituzionale, secondo le procedure stabilite dall'articolo 138. Si compirà così il capolavoro finale: l'anomalia berlusconiana, piuttosto che essere normalizzata attraverso la sua progressiva neutralizzazione, sarà superata attraverso la sua definitiva costituzionalizzazione. Neanche l'Italia uscita dall'urna delle regionali merita un "sonno della ragione" così prolungato e così profondo. MASSIMO GIANNINI LR 8

 

 

 

 

Vertice Berlusconi/Bossi. Accordo sul metodo delle riforme, accelerazione su giustizia e federalismo

 

L'esito del vertice tra Lega e Pdl: i leghisti prepareranno dei testi che poi saranno discussi con gli alleati

 

MILANO - Un accordo sul metodo per le riforme. E' quello travato nel vertice di Arcore tra il premier Silvio Berlusconi e il leader della Lega Umberto Bossi. «È stata una riunione importante, abbiamo trovato la quadra sul metodo per fare le riforme»: lo ha detto il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli al termine dell'incontro svoltosi ad Arcore. Secondo il ministro Calderoli il risultato ottenuto questa sera nel vertice di maggioranza riguarda soprattutto i tempi «rapidi» per le riforme. E, come la Lega aveva chiesto, Umberto Bossi e lo stesso Calderoli hanno la delega per le riforme che più hanno a cuore. Il metodo trovato è quello per cui i ministri competenti predispongono un testo che passa poi al tavolo dei coordinatori, per un esame preliminare, e che poi approda al consiglio dei ministri e quindi in Parlamento. «Tutto quello che c'è da fare nel campo delle riforme - ha detto Calderoli - seguirà questo percorso». Quindi riforma dello stato e del governo, riforma costituzionale, della giustizia, legge sull'intercettazioni, par condicio. «Il risultato è importante - ha concluso il ministro - perchè adesso c'è un metodo concreto e condiviso su cui lavorare in tempi rapidi».

 

IL PATTO - Il Carroccio, dunque, ottiene ciò che voleva: Umberto Bossi e lo stesso Calderoli avranno infatti la delega per le riforme che più hanno a cuore: quelle istituzionali. Conferma a quanto detto da Calderoli arrivano anche da esponenti del Pdl, che però chiedono di restare anonime, e che tengono a precisare come il percorso delineato parte da un presupposto: a dare l'impulso e dunque la delega ai vari ministri è il premier in quanto leader della maggioranza. Nel corso dell'incontro , Berlusconi si è soffermato sul tema delle intercettazioni, spiegando di voler stringere i tempi per definire il prima possibile il cammino del ddl ancora fermo in Senato, mettendo a punto il testo definitivo. Nel corso del vertice si è parlato anche di riforma del fisco. Un ammodernamento del sistema attuale che Berlusconi ritiene una priorità: sarà l'argomento del prossimo futuro, ha ragionato il Cavaliere, sottolineando l'importanza della riforma soprattutto per gli elettori. Tremonti a quel punto avrebbe preso la parola per dirsi disponibile a discutere la riforma ponendo coma unica condizione che a farlo siano lui e il presidente del Consiglio. Anche sul fronte della riforma istituzionale, la partita è tutta aperta. Non si sarebbe infatti indicata una forma di governo in particolare. Sul tavolo i leghisti hanno messo un memorandum con le diverse opzioni (dal semipresidenzialismo, al premierato, passando per il presidenzialismo puro). Lo studio concerneva anche la riduzione del numero dei parlamentari e l'eliminazione del bicameralismo perfetto con le possibili interazioni fra queste modifiche e la forma di governo. Il tutto sarà discusso nei passaggi successivi, sia all'interno del Pdl che con il Carroccio. Infine, per quanto concerne il nodo del rimpasto di governo, la Lega avrebbe confermato di voler rispettare il patto in base al quale al posto dell'uscente Luca Zaia subentrerà Giancarlo Galan.  CdS 7

 

 

 

 

Via libera al legittimo impedimento. Napolitano ha firmato la legge

 

Il provvedimento, approvato dal Senato il 10 marzo, entra in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale - Da ora stop di 18 mesi ai processi che riguardano ministri e presidente del Consiglio per esigenze di governo

Di Pietro: "Chiederemo direttamente ai cittadini, tramite referendum, se sono d'accordo con la legge"

 

ROMA - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha promulgato il disegno di legge sul legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei singoli ministri a comparire in processo. Il provvedimento, approvato in via definitiva dal Senato il 10 febbraio scorso, entra in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Dopo la firma, dall'inquilino del Colle è arrivato un appello a una leale collaborazione tra l'autorità politica e giudiziaria.

 

A quanto si è appreso infatti punto di riferimento del Presidente della Repubblica nel promulgare, dopo approfondito esame, la legge recante "disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza", è rimasto il riconoscimento - già contenuto nella sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 2004 - dell'"apprezzabile interesse" ad assicurare "il sereno svolgimento di rilevanti funzioni" istituzionali, interesse "che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali di diritto". In questo quadro la legge approvata dalle Camere il 10 marzo scorso  - secondo gli ambienti del Quirinale - è apparsa rivolta a "tipizzare" l'impedimento legittimo disciplinato dall'art. 420-ter del Codice di procedura penale, che la legge espressamente richiama, in un contesto di leale collaborazione istituzionale tra autorità politica e autorità giudiziaria.

 

L'iter della legge. Il 10 marzo c'era stato il via libera del Senato. Dopo due voti di fiducia, l'ok definitivo aveva registrato 169 favorevoli, 126 contrari e 3 astenuti. Era così diventata legge lo "scudo" che permette al presidente del Consiglio e ai ministri di sottrarsi alle convocazioni in sede giudiziaria, privilegiando gli impegni governativi "autocertificati". Il ddl era stato approvato alla Camera lo scorso 3 febbraio. Principio cardine: per il presidente del Consiglio, chiamato a comparire in udienza in veste di imputato, costituirà legittimo impedimento "il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni previste dalle leggi o dai regolamenti". E stessa cosa varrà per i ministri.

 

La legge salva infatti il premier e i ministri dai processi per 18 mesi, in attesa dell'approvazione di un nuovo lodo Alfano stavolta per via costituzionale. Due articoli consentiranno "al presidente del Consiglio dei ministri e ai ministri il sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla legge": l'articolo 2 riguarda appunto il carattere di 'legge ponte', cioè l'applicazione della nuova norma "fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale" e fissa inoltre l'entrata in vigore della nuova norma sul legittimo impedimento al giorno successivo alla pubblicazione in gazzetta ufficiale.

 

Il testo prevede che le attribuzioni previste dalla legge che disciplina l'attività di governo e della presidenza del Consiglio, dal regolamento interno del consiglio dei ministri, le relative attività preparatorie e consequenziali, nonché di ogni attività comunque "coessenziale" alle funzioni di governo costituiscano legittimo impedimento per il premier a comparire alle udienze penali che lo vedono imputato (non a quelle in cui è parte offesa). Stesso trattamento vale per i ministri.

 

Sarà Palazzo Chigi ad autocertificare l'impedimento. "Ove la presidenza del consiglio dei ministri - recita il testo - attesti che l'impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni di cui alla presente legge, il giudice rinvia il processo ad udienza successiva al periodo indicato. Ciascun rinvio non può essere superiore a sei mesi". Il corso della prescrizione rimane sospeso per l'intera durata del rinvio. La legge si applica anche "ai processi penali in corso in ogni fase, stato o grado, alla data della entrata in vigore della legge".

 

Di Pietro: "Ora referendum". Antonio Di Pietro non ha attaccato Napolitano dopo la decisione. "Cosa fatta capo ha", ha commentato in una nota il leader dell'Idv, annunciando il ricorso al referendum. "Per quanto ci riguarda non perderemo neppure un momento a disquisire di chi sia la colpa e, soprattutto, a chi giovi questo provvedimento che riteniamo incostituzionale e immorale. Per questo, chiederemo direttamente ai cittadini, tramite referendum, come abbiamo fatto con il lodo Alfano, se sono d'accordo sul fatto che in uno stato di diritto, come riteniamo debba essere il nostro, si possa accettare che alcune persone non vengano sottoposte a processo come succede a tutti gli altri cittadini quando vengono accusati di aver commesso un reato".  LR 7

 

 

 

 

La regola dei veti incrociati

Ci sono molte ragioni per accostarsi con scetticismo al ritorno della Grande Riforma, a cui Berlusconi e il centrodestra vorrebbero dedicarsi adesso, per arrivare nel 2013, alla scadenza delle prossime elezioni politiche, con un assetto costituzionale completamente mutato e un Paese finalmente riformato e traghettato fuori dai cascami della sua eterna transizione.

 

La prima è che, per quanto se ne discuta da anni, per non dire decenni, la Grande Riforma è sempre fallita, indipendentemente dalla volontà, dalla qualità e dall’esperienza dei leader che vi hanno posto mano. S’è rivelato impossibile riprodurre lo spirito virtuoso dei Costituenti, che in soli diciotto mesi, tra il ’46 e il ’48, riuscirono a mettere da parte tutte le loro divisioni ideologiche, territoriali e generazionali, per dar vita a una Carta costituzionale che ancora oggi, pur collocata nel suo tempo, è considerata un esempio.

 

Tal che è diventato più facile, anche quando l’obiettivo sembrava a portata di mano, farne saltare la riscrittura invece che concluderla. Nel passato recente questo è accaduto almeno tre volte: all’inizio degli Anni Ottanta, quando fu Berlinguer ad affondare la prima Commissione Bicamerale dedicata alle riforme. E al principio e a metà dei Novanta, quando furono affossate, in rapida sequenza, prima la Bicamerale presieduta da De Mita, e poi quella di D’Alema.

 

Quest’ultima, proprio il giorno dopo il patto che, anche se nella sede impropria della sala da pranzo di casa Letta, era stato concluso da centrosinistra e centrodestra, e che Berlusconi stesso, dopo averlo siglato, s’incaricò di far saltare.

 

Perché questo sia accaduto - e nei diversi casi in cui è avvenuto - è ormai oggetto di studio. Ma essenzialmente, si può dire, il motivo è sempre stato lo stesso: anche quando avevano trovato un compromesso, alleati e avversari, seduti attorno al tavolo, si sono sempre fatti prendere dal dubbio che le nuove regole potessero rafforzare oltre misura uno di loro, e di conseguenza si sono tirati indietro. Fu così, appunto, quando il Pci temette che Craxi, all’apice del suo successo, diventasse il vero beneficiario della Grande Riforma. O quando Segni e Occhetto, preoccupati di una restaurazione della Prima Repubblica moribonda, sbarrarono la strada a De Mita. E infine quando il Cavaliere, agli albori del suo ventennio, ritirò la stretta di mano data a D'Alema.

 

Stavolta invece è Berlusconi il candidato al ruolo di riformatore destinato, dapprima a spendere tutto il suo impegno, e poi a rischiare la delusione. Dopo il buon risultato elettorale alle regionali, e approfittando di un triennio in cui, tolti alcuni importanti appuntamenti locali (l’anno prossimo si vota per i sindaci a Milano, Torino, Bologna, Napoli e Reggio Calabria), non sono previste scadenze elettorali nazionali, il Cavaliere infatti s’è convinto di sfruttare l’occasione offerta dalla seconda metà della legislatura.

 

Dall’indomani del voto, il suo attivismo è inarrestabile, affollata l’agenda degli incontri, in cima ai quali ha messo quello con il Capo dello Stato e con il suo alleato strategico Bossi. Dopo la cena di Arcore di martedì sera, dopo il vertice del Pdl a Palazzo Grazioli di ieri, e dopo aver richiamato in servizio, gesto significativo, come consigliere, anche il padre fondatore di Forza Italia Giuliano Urbani, Berlusconi ha l'aria di non voler perdere tempo.

 

Se l’attivismo della Lega, che ha gettato sul tappeto il modello del semipresidenzialismo francese, disturba una parte del gruppo dirigente del Pdl, il premier non se ne cura. Se la richiesta di Bossi di una larga intesa, con tutta o parte dell'opposizione, per una solida e definitiva approvazione del federalismo, non piace a tutti nel centrodestra, il Cavaliere è determinato a tacitare i mugugni: perché ancora una volta vuol dimostrare di poter riuscire dove altri hanno dovuto rinunciare. E al di là del forte rumore di grancassa che si avverte sulla scena, e delle molte smorfie di perplessità che si percepiscono dietro le quinte, è prematuro oggi fare scommesse su un tentativo appena cominciato.

 

Allo stato dell’arte, Berlusconi gode di una cauta attenzione del Quirinale, ma soffre di un’evidente freddezza dell’opposizione, che va dall’aperta contrarietà di Di Pietro, alla difficoltà del Pd di trovare al suo interno una sintesi che superi la tradizionale unità antiberlusconiana. La necessità che le riforme, per evitare di essere sottoposte al vaglio popolare come prevede l’articolo 138 della Costituzione, siano votate in Parlamento con una maggioranza di due terzi, rende strategico il contributo del centrosinistra. Eppure, la sensazione è che il premier non si preoccupi più di tanto di questo aspetto, e si prepari ad affrontare il percorso accidentato della Grande Riforma alla sua maniera, puntando soprattutto su se stesso e sul rapporto diretto con gli elettori. Tra un po’, come dal palco dei suoi ultimi comizi, lo sentiremo chiedere: volete o no un presidente dotato di più poteri, per realizzare gli impegni che ha preso senza dover perdere tempo con il teatrino della politica? Volete la riduzione del numero dei parlamentari, senza le tante scuse che la Casta ha preso fin qui per evitarla? Volete il taglio delle tasse? E’ così via. E’ da vedere che questo sia il modo per arrivare al presidenzialismo, sia pure all’italiana. Mentre è sicuro, di qui al 2013, che per questa strada si arriva a un altro referendum su Berlusconi. MARCELLO SORGI LS 8

 

 

 

 

Conti pubblici in rosso, in arrivo manovra per 4-5 miliardi

 

In arrivo una nuova manovra d'estate. Anche quest'anno i tecnici del ministero dell'Economia sono al lavoro per mettere a punto un decreto di mantenimento della manovra triennale del 2008. Il provvedimento, riferiscono fonti parlamentari, avrà un'entità di almeno 4-5 miliardi, e sarà presentato a giugno. Le risorse indicate serviranno soltanto a finanziare alcune spese correnti, come ad esempio le missioni all'estero.

 

Non è escluso, quindi, che il valore della manovra possa crescere. Intanto, sul fronte dei conti pubblici a fine aprile dovrebbe essere presentata la Relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica che aggiorna il quadro macroeconomico dell'Italia. L'ultima revisione risale al patto di stabilità presentato dal Tesoro a fine gennaio che stima per quest'anno un Pil all'1,1%, un debito al 116,9% e il deficit al 5%.

 

Dall'anno prossimo, per effetto della nuova legge di contabilità pubblica, la Ruef (relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica) diventerà Ref (relazione sull'economia e la finanza pubblica) e conterrà sempre l`aggiornamento delle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica. Per il Dpef, invece, le novità scattano già da quest'anno: non sarà più presentato entro luglio, ma entro il 15 settembre e si chiamerà Decisione di finanza pubblica (Dfp). Sulla base delle previsioni tendenziali e degli obiettivi indicati nella Dfp, entro il 15 ottobre sono presentati al Parlamento il disegno di legge di stabilità (la vecchia Finanziaria), e il ddl Bilancio.

 

Sulla manovra però Vegas smentisce. «Mai saputo niente», così il viceministro dell'Economia liquida ad Affaritaliani.it l'indiscrezione su una possibile manovra correttiva da 4-5 miliardi di euro che il Governo intenderebbe varare entro giugno.

 

«Il solo fatto che emerga l'esigenza di una manovra correttiva è la dimostrazione delle difficoltà reali della finanza pubblica», afferma il capogruppo Pd in commissione Bilancio, Pierpaolo Baretta. «Difficoltà - aggiunge - che il governo continua a negare. Il bisogno di finanziare la spesa corrente è la prova che i conti sono fuori controllo. Solo pochi mesi fa è stato fatto un condono con lo scudo fiscale e ora siamo punto e a capo. Una svolta nella politica economica del governo è l'unica strada possibile - conclude - e va fatta in Parlamento. La nuova legge di bilancio deve diventare l'occasione per cambiare registro». L’U 8

 

 

 

 

"Strozzati dal Patto di stabilità". I sindaci lombardi riconsegnano la fascia

 

A Milano la protesta trasversale dell'Anci Lombardia: "Basta aiuti a pioggia, premiare i virtuosi" - In piazza oltre 400 amministratori. La Moratti non partecipa. Il governo: "Pronti al confronto" - Chiamparino: "L'esecutivo ci convochi o la mobilitazione diventerà nazionale"

 

MILANO - La fascia tricolore riconsegnata al prefetto per protesta contro i vincoli del Patto di stabilità tra governo ed enti locali. E' il gesto compiuto questa mattina da una delegazione di sindaci lombardi. Prima di arrivare in prefettura, il corteo di primi cittadini aveva sfilato per le strade di Milano. Secondo la questura, almeno 400 amministratori hanno partecipato alla manifestazione.

 

L'iniziativa è stata organizzata da Anci Lombardia e dal suo presidente, il leghista Attilio Fontana, sindaco di Varese: "Questa", ha detto Fontana, "è una protesta di un territorio che inizia a soffrire e vuole dimostrare al centro che così non si va avanti". Motivo della protesta, in particolare,  "i soldi dati a pioggia a chi sbaglia e le penalità per chi ha rispettato gli impegni del governo". La manifestazione ha unito esponenti di tutti i colori politici, dai sindaci del Pd  Giorgio Oldrini (Sesto San Giovanni), Virginio Brivio (Lecco) e Lorenzo Guerini (Lodi), a quelli del Pdl  Franco Tentorio (Bergamo) e Marco Mariani (Monza). Tutti insieme hanno portato lo striscione "I sindaci lombardi vogliono garantire opere pubbliche e servizi".

 

Vistosa assenza quella del sindaco di Milano, Letizia Moratti, che ha contestato il metodo dell'iniziativa e ha preferito chiedere un incontro al ministro dell'Economia Giulio Tremonti. "Mi spiace che il sindaco non sia sceso in piazza", ha commentato Fontana, che ha comunque voluto giudicare positivamente l'impegno di Palazzo Marino nell'avviare un nuovo contatto diplomatico con il governo. "Letizia Moratti si è comunque data da fare, anche se non in modo determinato come noi", ha detto Fontana.

 

Durante l'incontro con i sindaci, il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi ha riferito di aver ricevuto in mattinata le telefonate del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e del ministro Tremonti, pronti ad aprire un tavolo con gli amministratori della Lombardia.

 

"La prima risposta che ci aspettiamo", ha commentato Fontana a conclusione dell'iniziativa, "è un allentamento del Patto per i comuni virtuosi e un irrigidimento per quelle istituzioni che in questi anni invece non lo hanno rispettato. Ci aspettiamo anche una regionalizzazione del patto di stabilità ed una rivisitazione dei trasferimenti dallo Stato: non accetteremo più i milioni a pioggia dati a chi va in default, perchè i tagli non possono continuare ad essere fatti in modo uguale".

 

Secondo Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e presidente dell'Anci nazionale, ora il governo sarà obbligato ad ascoltare le istanze degli amministratori locali. "Se questo non dovesse avvenire in tempi ragionevoli e ravvicinati", ha detto, "la mobilitazione che si è vista questa mattina a Milano si trasferirà in tutta Italia e anche davanti a Palazzo Chigi". LR 8

 

 

 

 

Le due Italie dei sindaci

 

La manifestazione dei sindaci lombardi, riuniti oggi a Milano per protestare contro le servitù imposte ai loro Comuni dal patto di stabilità, sarebbe piaciuta a Tocqueville. Quando visitò gli Stati Uniti nel 1831, lo studioso francese non giudicò la democrazia americana dal numero di coloro che votavano nelle elezioni locali e federali. Fu colpito invece dalla straordinaria prontezza con cui i cittadini di un Paese poco più che cinquantenne, riuscivano a creare dal basso in breve tempo associazioni e movimenti che si proponevano obiettivi locali, pratici e concreti. Non avevano programmi ideologici e non volevano cambiare il mondo. Volevano risolvere un problema, rimuovere un balzello, ottenere maggiore autonomia per la gestione di affari che concernevano direttamente l’insieme della comunità locale.

Il movimento lombardo deve molto ai buoni risultati dell’impegno dei sindaci leghisti nell’amministrazione dei Comuni conquistati dal loro partito. Ma spiazza o scavalca tutti i partiti politici ed è il risultato di due fenomeni su cui la classe politica nazionale, di destra o di sinistra, farebbe bene a riflettere.

Il primo è l’elezione diretta del sindaco. In un Paese dove i parlamentari nazionali devono la loro elezione alla benevolenza dei partiti e sono per la pubblica opinione, soprattutto con la presente legge elettorale, funzionari, cortigiani, titolari di benefici e prebende, il sindaco ha un forte mandato personale, lavora sotto gli occhi dei suoi concittadini e deve rispondere del modo in cui amministra la cosa pubblica. Si è progressivamente aperta così, soprattutto negli ultimi anni, una specie di forbice istituzionale. Mentre i Comuni si avvicinavano agli elettori e diventavano sempre più concretamente democratici, i poteri centrali si allontanavano dai cittadini e ne perdevano la fiducia.

Il secondo fenomeno riguarda l’unità del Paese. La democrazia dal basso, di cui il movimento lombardo è una battagliera espressione, non ha avuto ovunque gli stessi effetti. Al Nord ha creato servizi migliori e una classe dirigente più capace e responsabile. Al Sud, con qualche lodevole eccezione, ha creato clientele, voto di scambio, affarismo e una burocrazia ridondante se non addirittura parassitaria. La combinazione di questi due fenomeni — elezione diretta del sindaco e risultati diversi a seconda della latitudine — ha reso ancora più evidente l’esistenza di due Italie dove una stessa norma può produrre effetti opposti. Oggi più che mai abbiamo di fronte ai nostri occhi la prova che le leggi buone per il Nord non sono necessariamente buone per il Sud, e viceversa.

Il patto di stabilità risponde a una logica nazionale ed è dettato da esigenze che nessun ministro dell’Economia, quale che sia il partito di appartenenza, può trascurare. Ma la logica nazionale diventa difficilmente accettabile dove non tutti i destinatari fanno lo stesso uso del pubblico denaro e obbediscono alle stesse regole del gioco. Quadrare il cerchio e conciliare esigenze così visibilmente contraddittorie è terribilmente difficile. Ma sarà ancora più difficile se la classe politica non la smetterà di sottovalutare il problema e di continuare ad alimentare il divario per meschine ragioni elettorali. Sergio Romano CdS 8

 

 

 

 

I valori e le istituzioni. Ma noi che cosa siamo stati capaci di dare ai nostri giovani?

 

C’È una domanda che in questi giorni non riesco a togliermi dalla testa: ma noi a questi giovani siamo riusciti a inculcare dei valori, siamo stati capaci di trasferire il senso delle istituzioni, abbiamo fatto tutto quello che dovevamo? Dobbiamo stimolare e prepararci a un cambio di generazione, la sfida capitale di un Paese è quella di passare la mano ai giovani, ma mi chiedo (e tremo): come li abbiamo formati? Abbiamo proposto loro una scelta di valori? Abbiamo dimostrato davvero di saperlo fare?

Mi guardo intorno, sento il peso dei miei novant’anni, e cerco con lo sguardo i volti, il cuore, il cervello dei nostri giovani. Alcuni sono ottimi, ma molti, troppi, mi appaiono sbandati, intuisco nei loro occhi che non hanno stelle polari, punti di riferimento, che non sentono le istituzioni. Tutto ciò è amaro, ma soprattutto non è giusto. Per molti versi, è insopportabile. Le istituzioni rappresentano un valore in sé ma sono anche il mezzo per eccellenza attraverso il quale si opera per trasmettere valori. C’è un binomio inscindibile, istituzioni-valori, che è il cemento con il quale ogni comunità costruisce in modo consapevole il palazzo del suo futuro. Non se ne può fare a meno.

Bisogna che qualcuno lo dica ai giovani, con le parole e con i fatti, con il segno dei comportamenti, che non è tanto importante acquisire cognizioni, ma avvertire in profondità il senso delle istituzioni, avere ancoraggi, punti di stabilità condivisi, un valore civile forte e avvolgente. Il senso più alto e intimo delle istituzioni ha come punto di riferimento costante la coscienza di ciascuno che deve essere capace di fare suoi questi valori, di viverli, sentirli, comunicarli e trasmetterli. Mi domando: noi come vecchi siamo riusciti a fare ciò, siamo riusciti a educarli secondo queste linee? Perché questi valori, dobbiamo ricordarcelo, sono già nella coscienza di ciascun giovane, è nostro dovere aiutarlo a fare in modo che li riconosca, è nostro compito fare emergere il virgulto che è già in lui, è questa la lezione della vita.

Mi viene in mente un fatto personale che raccontai in un’intervista alla rivista dell’Arel nel gennaio del 2009 (”I giovani costruiscano un mondo nuovo”) che toccava il punto centrale del ricambio generazionale ma mi riportava con la testa e con il corpo, quasi fisicamente, allo spirito del dopoguerra. Appartengo a una famiglia di ottici livornesi. Il nostro negozio era stato completamente distrutto. Mi occupavo d’altro, ma a mio padre e mio zio, Pietro e Paolo, rispettivamente anni 64 e anni 62, dissi a muso duro: fatevi da parte, ora è il tempo di mio fratello maggiore, ha 27 anni, tocca a lui ricostruire. Mio zio si offese brutalmente, la nuova ditta Ciampi fu opera di mio fratello, non mancarono i consigli dei due vecchi di famiglia, ma a rimetterla in sesto e a farla ripartire fu la nuova generazione. La domanda che mi ossessiona oggi è sempre la stessa: c’è una generazione di trentenni-quarantenni che abbia la forza di fare questo? Ci deve essere, non possiamo farne a meno. Se non c’è, la colpa è nostra, è dei padri: vuol dire che non siamo stati capaci di passare la mano al futuro. Un prezzo che nessun Paese può permettersi di pagare. CARLO AZEGLIO CIAMPI IM 8

 

 

 

 

Il voto dei piccoli. I pregiudizi sulla «società incivile»

 

Davvero si può spiegare il successo della Lega come il frutto di un sapiente incastro di escamotage fiscali e concessioni clientelari, come sostiene appassionatamente l’economista Tito Boeri sulla «Repubblica» di domenica? Qualcuno davvero pensa che il consenso che le piccole imprese e le partite Iva hanno riversato sulle liste del Carroccio si possa motivare con i benefici che avrebbero ricevuto da «trasferimenti occulti di cui non si ha traccia» (e non si capisce dunque come se ne abbia notizia)? Quindi sociologi e giornalisti che si sono arrovellati per capire il funzionamento della macchina politica di Umberto Bossi hanno perso tempo.

La soluzione era facile facile: il Carroccio vince perché ha creato una greppia del Nord. Sia chiaro, e va detto con il massimo di onestà, fare i conti con i fenomeni politici e sociali dell’Italia 2010 non è facile, si lavora «dentro» una crisi di cui non conosciamo gli esiti, si rischia di continuo il contropiede e non bisogna mai pensare di poter catalogare tutti i comportamenti sociali con un unico registro. Ma tentare di spiegare i mutamenti di un Paese con una teoria delle «mance elettorali» è un esercizio che non porta lontano, si finisce solo per piegare la realtà al proprio credo accademico.

Sul fronte della piccola impresa gli ultimi 10 mesi sono stati densissimi. Abbiamo visto nascere associazioni spontanee come «Imprese che resistono» e «i Contadini del tessile», a Torino e Firenze sono stati organizzati per la prima volta cortei di strada, nel Varesotto si è andati avanti al ritmo di un’assemblea ogni due settimane, le organizzazioni degli artigiani e dei commercianti — i cinque del club di Capranica — hanno deciso di rompere gli indugi e unificare la loro rappresentanza. L’unico partito politico che ha capito cosa stesse capitando ed è corso ai ripari è stata la Lega, aiutata dal fatto che l’epicentro del protagonismo dei Piccoli fosse nelle sue terre d’elezione. Gli esponenti del Carroccio sapevano di dover fare i conti con un’enorme contraddizione: la propria base voleva la riforma fiscale subito e il governo, nella persona del nordista Giulio Tremonti, sosteneva invece che i tempi non fossero maturi. Dopo che Gianni Letta aveva annunciato all’assemblea della Cna l’imminente riduzione dell’Irap chi se non il ministro dell’Economia aveva convinto Silvio Berlusconi a fare marcia indietro?

Per capire quanto la Lega fosse preoccupata per questa contraddizione bastava in questi mesi seguire gli interventi pubblici e le contorsioni dei vari Calderoli, Giorgetti o Garavaglia, costretti a difendere la logica dell’odiata Maastricht e a perorare lo slittamento di qualsiasi taglio delle tasse. Dovendo caricarsi questo handicap la Lega ha pensato di giocare altre carte. Una mossa-chiave è stata spingere perché prima delle elezioni fosse approvata la legge sulla tutela del made in Italy, una norma sottoposta ora al vaglio delle autorità di Bruxelles, ma che ha avuto un alto valore simbolico grazie al suo promoter, Marco Reguzzoni, abile nel farne una bandiera leghista. Anche Prato per la Lega è diventato un simbolo. Le amministrazioni comunali rosse avevano per anni e anni sottovalutato la crescita del sommerso cinese in Toscana.

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha giocato in contropiede, è andato a Prato, ha rafforzato i blitz nei laboratori e ha costretto l’ambasciatore cinese in Italia a far buon viso a cattivo gioco. Di esempi così se ne potrebbero fare diversi (basta analizzare la campagna di Luca Zaia dall’hamburger McItaly agli Ogm) ma la sostanza non cambierebbe. La Lega ha capito per tempo che il mondo dei Piccoli era in rapido mutamento, che stava per nascere una nuova rappresentanza politico-sindacale che nel medio periodo avrebbe intaccato il suo monopolio e bisognava dunque rispondere per tempo accentuando i toni della propaganda politica. L’ha fatto e ha avuto ragione anche perché il Pdl si è via via allontanato dalla sua base sociale e il Pd non è mai entrato in partita. Anche in Veneto dove ha candidato Giuseppe Bortolussi, cantore delle partite Iva, il risultato è stato modesto. La sinistra in Italia è uno spazio culturale, non un’offerta politica.

La Lega, dunque, non è stata premiata perché ha presentato un’exit strategy dalla crisi, tutt’altro. Si è esibita come partito antropologico, capace di ascoltare e di trasformare le istanze del suo popolo in un racconto collettivo, in una proposta identitaria. Con la globalizzazione — è la tesi leghista — la modernità è come se avesse operato un’inversione a U, non marcia più a braccetto con lo sviluppo, anzi lo minaccia. Bisogna dunque rallentarla con ogni mezzo, proteggere le comunità, salvaguardare l’iniziativa individuale e ogni tipo di tradizione che può fare da argine, inclusa quella religiosa. L’Italia, dunque, come un grande museo no global. Tutto ciò scalda i cuori ma non è un programma per uscire dalla crisi e infatti i leghisti glissano non solo sulla riforma fiscale.

Sono tiepidi persino sulle aggregazioni e le reti di impresa, sanno poco o niente su cosa sta avvenendo con la bolla delle partite Iva diventate in parte lavoro dipendente mascherato, sul terziario balbettano e sono totalmente all’oscuro del contributo che può venire dal mondo delle professioni. Ma questo dibattito post-elettorale non ci parla solo della capacità politica della Lega e della paradossale debolezza programmatica, ci racconta anche dei ritardi delle nostre élite, forse le più spocchiose del G8 e le più disancorate dalla realtà. Visto che il voto ha smentito le loro tesi, ora hanno preso a sostenere che la società del Nord «è incivile» o addirittura assistita grazie alla Cassa integrazione in deroga. Ma non sanno che i tempi di pagamento della pubblica amministrazione si sono allungati all’inverosimile (con un record di 700 giorni!) e le amministrazioni sono debitrici nei confronti delle imprese per una cifra stimata in 60 miliardi? Che cosa avrebbero dovuto fare gli imprenditori dei distretti per sperare di non finire nelle liste nere compilate dai campioni del politicamente corretto?

La «società incivile» ha resistito alla crisi, non ha ridotto il personale, in qualche caso ha pagato con la vita il proprio impegno, ha dato vita a una partecipazione sindacale e associativa che non si vedeva da tempo, ora si muove per aggregare le aziende creando delle reti e intanto si batte per essere presente sui mercati emergenti. Se non vivono sul mercato loro, non so chi in Italia si possa vantare di farlo. E poi se le nostre élite erano così preoccupate del degrado civile del Paese perché nessuno di loro si è mai indignato quando in Toscana, nella civilissima Toscana, i cinesi si sono liberamente organizzati sfruttando come schiavi i loro connazionali?

Dario Di Vico CdS 7

 

 

 

 

Redditi delle famiglie -2,8%, mai così male dagli anni '90

 

Dati Istat relativi al 2009: il calo più significativo da quando sono a disposizione le serie storiche - Flessione anche per la spesa, la propensione al risparmio e il tasso di investimento

 

ROMA - Nel 2009 il reddito disponibile delle famiglie in valori correnti è diminuito del 2,8% rispetto al 2008. Lo comunica l'Istat, precisando che si tratta della riduzione più significativa a partire dagli anni '90, da quando sono a disposizione le serie storiche.

 

Nel quarto trimestre 2009 il reddito disponibile delle famiglie (il settore comprende le famiglie consumatrici, quelle produttrici e le istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie) è diminuito dello 0,2% in valori correnti rispetto al trimestre precedente, mentre la spesa per consumi finali si è ridotta dello 0,1%. Su base tendenziale il reddito è calato del 2,8% mentre la spesa dell'1,9%. In linea con il calo del reddito, il potere d'acquisto delle famiglie (cioè il reddito disponibile delle famiglie in termini reali) è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto all'anno precedente.

 

Si è ridotta anche la propensione al risparmio delle famiglie, che nel quarto trimestre è stata pari al 14% (come nel trimestre precedente), 0,7 punti percentuali in meno rispetto al 2008.

 

Ed è  proseguita la flessione del tasso di investimento delle famiglie, che nel quarto trimestre si è attestato all'8,8% (-0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente), risentendo di una riduzione degli investimenti (-2,2%) molto superiore a quella del reddito disponibile (-0,2%). Rispetto al 2008 il tasso di investimento si è ridotto di 0,7 punti percentuali.

 

In calo anche la quota di profitto delle società non finanziarie, che l'anno scorso è scesa di 1,8 punti percentuali rispetto al 2008. E anche in questo caso si tratta del livello più basso a partire dagli anni '90. La flessione deriva da un -9,5% del risultato lordo di gestione e di un -5,4%  del valore aggiunto.  Secondo le rilevazioni diffuse dall'Istat, la quota di profitto delle società non finanziarie (data dal rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto lordo a prezzi base) "si è attestata, nel quarto trimestre 2009, al 40,3%, con un lieve aumento dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Infatti, ad una contrazione del valore aggiunto (-0,6%) si è accompagnato un aumento dello 0,3% del risultato lordo di gestione delle società non finanziarie. Rispetto al quarto trimestre dell'anno precedente, invece, la quota di profitto delle società non finanziarie, si è ridotta di 1,8 punti percentuali". LR 8

 

 

 

 

I comuni non devono segnalare gli illegali che iscrivono i figli all’asilo

 

I Comuni e gli altri uffici pubblici coinvolti non devono segnalare mamme e papà senza permesso di soggiorno che iscrivono i loro figli alle scuole d’infanzia. Anche se non si tratta di scuole dell’obbligo, il diritto all’istruzione dei piccoli va comunque tutelato, evitando che i genitori non li iscrivano per paura di una denuncia.

Il chiarimento arriva dal prefetto di Torino Paolo Padoin, dopo le perplessità espresse dall’assessore comunale all’istruzione Beppe Borgogno. La legge sulla sicurezza, aveva fatto notare l’assessore, prevede che non si debba presentare il permesso di soggiorno per l’iscrizione alla scuola dell’obbligo, ma la scuola d’infanzia non è scuola dell’obbligo, quindi in quel caso il permesso servirebbe.

Nonostante ciò, il Comune di Torino aveva accettato le domande di iscrizione alle scuole di infanzia presentate da genitori irregolari, senza denunciarli. “Non si capisce perché un bambino di 6 anni lo si debba considerare diverso da uno di 5” aveva detto Borgogno.

Questa linea è giusta, ha confermato oggi il prefetto di Torino. "Il ministero dell'Interno – ha spiegato Padoin- ha concordato con l'avviso espresso da questa prefettura secondo cui alla luce delle norme vigenti, ed in particolare dell'articolo 38 del T.U. Immigrazione e dell'art.45 del D.P.R. 349/99, i minori stranieri presenti sul territorio, indipendentemente dalla titolarità di un permesso di soggiorno, hanno diritto all'istruzione nelle scuole di ogni ordine e grado".

Lo staff della U.O. Centro studi di palermo (de.it.press)

 

 

 

Da Celestini a Saviano, appello in rete per gli africani scappati da Rosarno

 

«I mandarini e le olive non piovono dal cielo», recita il loro appello, scritto in francese, perché molti non parlano nemmeno l’italiano. Dopo la rivolta di Rosarno, dovevano tornare ad essere «invisibili». Dispersi, «deportati», di loro non doveva più restare traccia. Distrutte anche le vecchie fabbriche dismsesse in cui avevano trovato rifugio. E invece dalla diaspora in cui sono precipitati gli africani di Rosarno continuano a rivendicare il loro diritto ad esistere. E ad essere riconosciuti dallo Stato che ha preferito ignorarli, prima, e cancellarli, poi.

 

A Roma, dove in tanti sono approdati dopo la fuga dalla Calabria che non aveva più bisogno di loro, si sono riorganizzati attorno alla ex Snia Viscosa, che, sede dell’omonimo centro sociale, è diventa la loro base. Alcuni ci dormono anche, altri hanno trovato ospitalità presso le occupazioni di Action e del Coordinamento di Lotta per la casa, al Forte Prenestino, qualcuno anche presso i comboniani. Ma all’ex Snia, da gennaio, si ritrovano tutte le settimane. A rielaborare il trauma-Rosarno, a raccontare la «vera storia» degli africani di Rosarno che vivevano «stipati in capannoni col tetto d’amianto, senza elettricità, senza riscaldamento», si alzavano «prima dell’alba per conquistarsi una giornata di sfruttamento dei campi», e un bel giorno si ritrovarono a scappare dai colpi d’arma da fuoco «come fossero belve da colpire durante un safari» e dallo Stato che decide di «deportarli a migliaia dal proprio luogo di vita e lavoro, solo in base al colore della pelle».

 

«La regolarizzazione prima di tutto, questo chiedono e devono ottenere», recita l’appello promosso dalla Rete Antirazzista Romana e firmato da intellettuali, associazioni e realtà del territorio che sono venuti in contatto con loro in questi mesi di mobilitazione romana. Da Giovanna Marini ad Ascanio Celestini, da Marco Rovelli a Roberto Saviano, da padre Zanotelli a Goffredo Fofi. E poi Amara Lakous, Marco Bellocchio, Giorgio Cremaschi, della Fiom, Roberto Di Giovanpaolo, senatore Pd, Gianni Ferrara, professore emerito di diritto costituzionale. Le richieste: «Una accoglienza immediata che escluda il ricorso a strutture concentrazionarie come i Cie e i Cara» e «immediata regolarizzazione che impedisca il loro ritorno nelle maglie della schiavitù silente». Il permesso umanitario finora il Ministero degli Interni lo ha concesso solo ai feriti che non sono riusciti ad evitare il ricovero. «Come se fossero gli unici ad aver subito una violenza».

Per sottoscrivere l'appello invia una emali all'indirizzo alar@inventati.org.

Mariagrazia Gerina L’U 7

 

 

 

Ici, Tarsu e Indebiti: tre progetti di legge per gli italiani all’estero in attesa di esame

 

Sono stati presentati dal deputato Pd Gino Bucchino e firmati anche da colleghi della maggioranza - “In ballo la nostra dignità, la rappresentanza degli italiani all’estero e la politica dello Stato nei confronti dell’emigrazione”

 

ROMA - Ici, Tarsu e Indebiti.  L’eliminazione dell’imposta comunale sugli immobili posseduti in Italia dai cittadini italiani residenti all’estero, la riduzione del 70% delle tasse sui rifiuti solidi urbani sugli immobili posseduti in Italia e utilizzati solo per brevi periodi e infine la sanatoria degli indebiti pensionistici Inps: sono queste le questioni urgenti affrontate dall’on. Gino Bucchino (Pd) nelle sue tre proposte di legge “bipartisan”, firmate cioè anche da deputati della maggioranza, in attesa di essere esaminate dal Parlamento.

“Prima della fine di questa legislatura – afferma il deputato eletto nella Circoscrizione estero per il Centro e Nord America – dobbiamo dare un senso alla nostra presenza nel Parlamento italiano  e al valore della nostra rappresentanza politica e istituzionale con l’approvazione di tre proposte di legge che rappresentano la soluzione di diritti e rivendicazioni fondamentali delle nostre comunità all’estero”.

“Non ci sono alibi che tengano – dichiara Bucchino - considerato che per lo Stato italiano i costi delle mie proposte di legge sono assolutamente marginali mentre i benefici per gli italiani all’estero sarebbero concretamente tangibili. L’Italia ha voluto introdurre, con le modifiche alla Costituzione, una rappresentanza non solo simbolica ma reale e autentica, che deve quindi manifestarsi in atti e diritti concreti che si palesino con la parità di trattamento e leggi giuste e attente alle esigenze dei nostri connazionali”.

“Mi aspetto quindi – conclude il parlamentare Pd – che il Parlamento italiano riservi un percorso preferenziale a queste tre proposte di legge e sarò il primo a denunciare ritardi e omissioni da parte degli organismi e dei parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione, che cercheranno di frenare o addirittura insabbiare la loro discussione e approvazione. Sono in ballo la nostra dignità, la rappresentanza degli italiani all’estero e la politica dello Stato italiano nei confronti dell’emigrazione”.

Bucchino ricorda che: 1)la legge sulla modifica all’articolo 1 del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126, concernente l’esenzione dall’imposta comunale sugli immobili in favore delle unità immobiliari possedute dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato ( legge n. 3264) è stata presentata il 3 marzo 2010.

2) la legge sulle modifiche all’articolo 66 del decreto legislativo 15 novembre 1993, n. 507, in materia di riduzione della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in favore dei cittadini italiani residenti all’estero iscritti nell’anagrafe degli italiani residenti all’estero (legge n. 2717) è stata presentata il 24 settembre 2009.

3) la legge sulle Disposizioni in materia di sanatoria e recupero delle prestazioni indebitamente erogate dall’Inps a soggetti residenti all’estero ( legge n. 3150) è stata presentata il 26 gennaio 2010. (Inform)

 

 

 

Siglata l’intesa per realizzare il Museo del Lavoro e dell'Emigrazione a Napoli

 

NAPOLI - Realizzare il Museo del Lavoro e dell'Emigrazione e dell'Acquario di Napoli. Questo l'obiettivo dei due protocolli d'intesa siglati nei giorni scorsi dalla Regione Campania, il Comune di Napoli e la Bagnolifutura SpA.

Le due infrastrutture verranno realizzate nell'area ex Italsider di Bagnoli dove è già in corso un'opera di riqualificazione dell'intera area che verrà utilizzata per lo sviluppo turistico e il potenziamento dei servizi legati al territorio.

Per il Museo del Lavoro, che verrà realizzato all'interno del vecchio Altoforno, è previsto un investimento di 25 milioni di euro. L'Acquario sarà, invece, realizzato all'interno dei locali dell'ex Acciaieria. L'investimento previsto è di circa 100 milioni di euro, di cui 40 milioni di risorse pubbliche, mentre la restante parte verrà reperita attraverso un project financing.

"Realizzeremo - afferma il presidente della Regione Campania - interventi di grande qualità e attrattori permanenti per la cultura e il tempo libero come il Museo del Lavoro e dell'Emigrazione. Inoltre, con un investimento a parte, d'intesa con l'Autorità portuale, finanzieremo la ristrutturazione dell'Immacolatella, che storicamente è stato il luogo di partenza dell'emigrazione meridionale e che vogliamo per questo destinare a centro studi di questa importante pagina della nostra storia. Nell'ex Acciaieria, invece, realizzeremo il più grande acquario italiano del Mediterraneo, un sito, che siamo sicuri attirerà migliaia di visitatori e renderà ancora più forte il legame della città con il mare".

"L'obiettivo - ha precisato - è quello di completare gran parte di questi interventi e la realizzazione del Parco urbano di Bagnoli entro il 2013, data nella quale la città di Napoli ospiterà il clou di un grande evento come il Forum Universale delle Culture".

Il sindaco del Comune di Napoli, da parte sua, ha espresso "grandissima soddisfazione per l'approvazione dei provvedimenti. Queste scelte - ha detto - sono frutto di un lavoro intenso portato avanti con forte unità di intenti tra Comune e Regione ed in coerenza con il Piano Regolatore e il Piano Urbanistico Attuativo. In particolare questo lavoro è stato condotto dall'assessore regionale al Turismo, dal vice sindaco del Comune di Napoli e dall'assessore comunale alla Cultura, ovviamente con il pieno coinvolgimento di Bagnolifutura". (aise) 

 

 

 

La Garavini (PD) in aula: “‘Toppare i buchi’ non è sufficiente, nella lotta alla mafia serve lungimiranza”

 

“Era necessario intervenire d’urgenza per evitare la scarcerazione di pericolosi mafiosi. Ma quando lo stesso ministro Alfano ammette che il decreto legge in questione non è che ‘una toppa al buco’ per correggere gli errori scaturiti dalla fretta e dalla superficialità, c’è da preoccuparsi. La lotta alla mafia è un impegno che richiede lungimiranza e serietà; la disattenzione, invece, costa cara”. Lo ha affermato l’on. Laura Garavini, capogruppo del PD in Commissione antimafia, nel suo intervento sul provvedimento che introduce l’esclusione dei reati di mafia aggravati dalla competenza della Corte d’Assise. L’intervento correttivo si era reso necessario dopo una recente sentenza della Cassazione “che ha fatto emergere gli effetti devastanti della legge ex-Cirielli voluta dal Governo: si rischiava, infatti, l’annullamento di centinaia di processi per mafia e la scarcerazione di numerosi mafiosi”.

 

“Il continuo ricorso a decretazione d’urgenza è sintomatico del modo di legiferare portato avanti dal Governo Berlusconi: approssimativo, frettoloso e poco serio. Dà vita a un sistema disordinato e corretto a colpi di emergenze, che rischia di provocare seri danni alla lotta alle mafie”, ha detto la Garavini. La deputata ha poi criticato duramente come “questo decreto non si limita a tamponare l’effettiva emergenza, ma azzarda misure estemporanee che nulla hanno a che vedere con un’organica riforma della giustizia”. L’ulteriore ampliamento della competenza della Corte d’Assise nel giudicare altri reati di grave allarme sociale “è utile solamente a ingolfare gli uffici di Assise, rischiando di paralizzare ulteriormente un sistema già a corto di soldi”, ha ammonito la Garavini. “La lotta alla mafia”, ha concluso, “dovrebbe essere un valore condiviso all’unanimità e che non dovrebbe prestare il fianco a giochetti di basso profilo”. De.it.press 1

 

 

 

 

Promozione del libro italiano nel mondo

 

È stata presentata alla Farnesina il 24 marzo 2010 l'iniziativa "Libri Italiani nel Mondo", realizzata dalla Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione culturale del Ministero degli Affari esteri, in collaborazione con la Casa editrice Avagliano, nel contesto delle programmazioni nazionali e internazionali per la promozione del libro italiano ma anche del patrimonio linguistico italiano. L'incontro è stato organizzato in occasione della donazione alle biblioteche degli Istituti italiani di cultura, da parte della Casa editrice Avagliano, di una collana di 48 opere di autori classici e contemporanei e di autori stranieri che hanno scelto di esprimersi in lingua italiana. Per promuovere gli autori italiani, il Ministero degli Affari Esteri si avvale anche della "Settimana della lingua italiana", giunta quest'anno alla decima edizione e dedicata in particolare alla promozione degli autori italiani e delle case editrici che li rappresentano, che riserva un ampio spazio a incontri con scrittori italiani, rappresentati dalle maggiori Case editrici. Le biblioteche degli Istituti italiani di cultura, dal canto loro, seguono da vicino la vita dei libri italiani all'estero e assicurano l'aggiornamento dei rispettivi patrimoni alla luce delle novità editoriali di maggior rilievo, dentro e fuori i confini dell'Italia. De.it.press

 

 

 

 

Seminario Internazionale dell’Informazione italiana nel Mondo 

 

MONTREAL - Il 9 e il 10 aprile si svolge a Montreal, ricorda il Comites, il primo “Seminario Internazionale dell’Informazione italiana nel Mondo” tra cancellazione e rilancio (http://www.mclink.it/com/inform/art/10n03921.htm ). All’evento, promosso dal CGIE del Canada e dal Comites di Montreal, saranno presenti, tra gli altri, Franco Siddi, segretario generale della Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana), il console generale Giulio Picheca, Pablo Rodriguez, deputato al Parlamento canadese, Francois Lubrina, membro del Consiglio Generale dei Francesi all’Estero.

  Numerose testate, quotidiani e periodici,  hanno confermato la loro presenza; inoltre parteciperanno al seminario alcuni presidenti dei Comites del Nord America, componenti del CGIE ed esponenti politici di diverso orientamento.

  È il primo seminario di carattere internazionale sul tema dell’informazione italiana nel mondo: “Avevamo pensato ad un seminario di riflessione sulla diffusione e sulla qualità dell’informazione italiana nel mondo, sui suoi limiti e sulle necessarie profonde riforme che dovrebbero ulteriormente qualificare ed aumentare l’offerta informativa italiana nel mondo”, afferma il consigliere del CGIE Giovanni Rapanà, uno dei promotori dell’iniziativa di Montreal. Rapanà aggiunge: “Per riqualificare e rilanciare un patrimonio è indispensabile innanzitutto tutelarlo; purtoppo, quello che è stato fatto, successivamente al lancio del Seminario, è in realtà un taglio drastico che mette a rischio testate giornalistiche importanti e una qualificata rete di quotidiani e periodici italiani nel mondo”. “La portata dei tagli in senso generalizzato, è oltremodo inaccettabile ancorché incomprensibile, in quanto da una parte non incide in nessun modo sul deficit del bilancio statale, mentre dall’altra rischia di determinare la chiusura di testate storiche e il licenziamento di molti lavoratori qualificati. È del tutto evidente - afferma Rapanà – che il settore informativo, così come era stato pensato e gestito dalla Presidenza del Consiglio e dal MAE, aveva bisogno di un monitoraggio effettivo, che non c’è mai stato, rispetto alla trasparenza e al corretto utilizzo di fondi pubblici, nonché rispetto al finanziamento di troppe testate fantasma, che ha finito per pesare e penalizzare oltremisura sulle testate effettivamente operanti e straordinariamente utili sia per le nostre collettività che per l’immagine stessa dell’Italia nel mondo”.

  “Il seminario – spiega Rapanà - sarà chiamato dunque a realizzare un duplice obiettivo: quello di continuare l’analisi e di avanzare proposte di riforma rispetto al passato, e quello di chiedere la cancellazione di tagli, per uscire da un provincialismo che vede il nostro Paese sempre più chiuso in se stesso, in un momento in cui tutte le altre nazioni, a partire da quella che ci ospita, il Canada, stanno affrontanto e superando , al contratrio dell’Italia, la crisi, aprendosi al mondo e puntando sull’economia della conoscenza, del sapere e dell’informazione”. (Inform)

 

 

 

 

Der Nationalstaat und seine Einwanderer

 

Was die Deutschen für die Integrationsdebatte aus ihrer Geschichte lernen können. Von Zafer Senocak

 

Seit Anfang des 21. Jahrhunderts findet in Deutschland ein Umdenken statt: Die zahlreichen hier lebenden Menschen nichtdeutscher Herkunft werden endlich als Einwanderer begriffen. Seitdem wird unter dem Begriff Integration eine Staats- und Gesellschaftspolitik verfolgt, die diese Einwanderung zu gestalten versucht.

 

Gleichzeitig vollzieht sich ein anderer Paradigmenwechsel: Mit der deutschen Einheit entstand mitten in Europa ein Nationalstaat Deutschland, der sich immer stärker von der alten Bundesrepublik unterscheidet. Das hat nur bedingt mit der Eingliederung Ostdeutschlands zu tun, vielmehr gibt es ein verändertes Gefühl für die eigene Identität. Man konfrontiert die heikle deutsche Geschichte zunehmend mit der Gegenwart, einzelne Kapitel aus dem Geschichtsbuch Deutschland werden umsortiert und neu gewichtet.

 

Selbsterfahrungsthemen haben Konjunktur. Mit der Erinnerung an die Vertreibung, die Bombenopfer im Zweiten Weltkrieg und die Vergewaltigung deutscher Frauen durch Besatzungssoldaten findet eine Aufarbeitung deutschen Schmerzes statt. Gleichzeitig wird die Gegenwart eher als fröhliche, lockere Unternehmung inszeniert: Seht her, wir können feiern, haben Humor und ein modernes, weltoffenes Staatssystem. Deutschland kann sich sehen lassen in der Welt. Identität wird zur Marke, für die man gerne wirbt, die sich auch plakativ verwenden lässt.

 

Wie aber hängen Geschichte und Gegenwart heute zusammen? Wie viel Vergessen, wie viel Erinnern braucht die deutsche Gegenwart? Bezeichnenderweise tauchen Fragen der deutschen Geschichte und zur veränderten Selbstwahrnehmung bei der Einwanderungsfrage nicht einmal am Rande auf. Denn die verkrusteten Wunden der Nation drohen wieder aufzureißen, wenn man die Historie mit den gegenwärtigen Herausforderungen konfrontiert, die aus der Einwanderung resultieren. So entsteht ein merkwürdiges Schweigen, ja oft auch eine strikte Ablehnung, wenn man die deutsche Geschichte und die türkische Zukunft des Landes in Zusammenhang bringt. Türkische Zukunft ist ein Bedrohungsszenario, gewinnt darin doch eine Minderheit an Bedeutung, die sich im Lande etabliert hat.

 

Und wie wird heute aus einem Türken ein Deutscher? Es lohnt sich, sowohl für Einheimische als auch für Einwanderer, dafür jene Kapitel in der Geschichte Deutschlands aufzuschlagen, in denen es um die polnische Einwanderung im 19. Jahrhundert geht oder um die Integration und Assimilation der Juden in der Moderne. Wie war das denn mit der polnischen Einwanderung ins deutsche Kaiserreich? Wer erinnert sich heute noch an den erbitterten Sprachenstreit, bei dem es genau wie heute mit dem Türkischen darum ging, die polnische Sprache aus der deutschen Realität auszuschließen?

 

In jeder Ecke stößt man hierzulande auf ein Geschichtsthema: Die traumatische Erfahrung des Nationalsozialismus, des Krieges, des Völkermords an den europäischen Juden, aber auch das Leid der deutschen Bevölkerung durch Krieg, Flucht und Vertreibung haben sich tief ins Gedächtnis eingegraben. Deshalb wirkt nichts unglaubwürdiger als ein geschichtsloses und damit gesichtsloses Deutschland. Die Einwanderungsfrage aber wird von all dem ferngehalten. Integrationsgipfel, Islamkonferenz, Debatten und Veranstaltungen zum Thema – der gesamte Politikentwurf wird so lanciert, als ginge es lediglich um die Integration Nichtdeutscher in die deutsche Gesellschaft.

 

Dieser Vorgehensweise liegt ein assimilatorischer Impuls zugrunde: Assimilation ist in der Tat eine der Möglichkeiten, sich in ein fremdes Land zu integrieren. Doch sie wird nicht gelingen, wenn die Prägungen aus der Geschichte von den Konferenztischen ferngehalten werden. Diese Prägungen wirken im aktiven Gedächtnis wie in den Tiefenschichten des Bewusstseins weiter. Sie schleichen sich in die Sprache ein, sie überraschen, verunsichern.

 

Die Sprache der Integrationsdebatten ist jedenfalls bezeichnend. Sie ist voller Fallstricke, wenn es um Identitätsfragen geht, um Heimat oder Loyalität. So wurde in den Debatten um die doppelte Staatsbürgerschaft immer wieder der Begriff der Loyalität bemüht, der in der wilhelminischen Epoche von konservativen Historikern und Politikern herangezogen wurde, um zu belegen, dass deutsche und jüdische Identität unvereinbar seien: Aus der Sicht des Historikers Heinrich von Treitschke war die Einheit von Staat und Volk in Gefahr. Wer sich heute gegen Doppelidentitäten sperrt, gerät in die Tradition eines nebulösen Staatsverständnisses, der den Weg der Deutschen in die Demokratie lange blockiert hat. Die Oberhoheit über das Angstpotenzial haben diese Begriffe ohnehin: Angst vor Verlust der Identität, vor Fremden, vor Unbekannten.

 

Oder die Arbeit der islamischen Verbände in Deutschland: Sie sollte durchaus kritisch betrachtet werden. Wenn Necla Kelek in der „FAZ“ jedoch von „alter Basarmentalität“ schreibt, mit der die Verbände glauben, „in göttlichem Auftrag mit der Regierung über die Zusammensetzung und Tagesordnung der Konferenz schachern“ zu können, werden Assoziationen geweckt, die in einer langen Tradition der Diffamierung und Stigmatisierung stehen. Würde eine Zeitung ähnliche Formulierungen erlauben, wenn es um eine andere Religionsgruppe geht?

 

Die Einwanderungsdebatte ist emotional aufgeladen. Dennoch haben Empfindungen keinen Platz in den Gesprächsrunden. So kann man sich nur voneinander entfremden. Wenn Deutsche sich der Zugewanderten annehmen wollen, müssen sie sich selbst mehr ins Gespräch bringen, offen und selbstkritisch. Das ist nicht immer eine fröhliche Veranstaltung, sondern auch ein schmerzhafter Prozess. Umgekehrt kann derjenige, der dauerhaft in Deutschland leben und sich in die Gesellschaft eingliedern möchte, nicht umhin, die Geschichte der anderen in den Blick zu nehmen. Dabei kommt es auch auf Empathie an. Es geht weniger um herkömmlichen Geschichtsunterricht, als um einen die Grenzen der eigenen Kultur überschreitenden Erfahrungsaustausch.

 

In der Geschichtsschreibung ging es oft um die Konstruktion von nationaler Identität. Moderne Geschichtswissenschaft hat sich davon zwar entfernt, aber sie riskiert nach wie vor zu wenig die vergleichende Wahrnehmung. Wir brauchen eine vergleichende Geschichtswissenschaft – ähnlich der vergleichenden Literaturwissenschaft. Dabei können auch literarische Texte mit ihren biografischen Konnotationen eine eher emotionsleere Wahrnehmung der Vergangenheit ergänzen und neue Perspektiven eröffnen. Gerade die Erfahrungen des 20. Jahrhunderts, die Völkermorde, Vertreibungen und nationalistischen Exzesse teilen die Europäer miteinander, die Deutschen teilen sie auch mit den Türken.

 

Es gibt auch Momente der Unteilbarkeit, der absoluten Einsamkeit mit der eigenen Geschichte. Hier stößt Integration an ihre Grenzen. Es sind Grenzen, die nicht zwischen Nationen, Kulturen, Religionen verlaufen, sondern die mit der Herkunft eines Menschen, seiner Biografie, seinem Stammbaum festgelegt werden. Ihr Verlauf kann sich ändern: Großvater und Großmutter bleiben Großvater und Großmutter, doch wenn die Enkel auswandern, entsteht ein neuer Blick auf die früheren Generationen. Erfahrungen, die sich in Familiengeschichten ablagern, werden mehrsprachig und vieldeutig. Das verunsichert alle, die Individuen und Einzelbiografien am liebsten zu kollektiven Identitäten bündeln möchten.

 

Deutsche und Türken verbindet etwas. Beide stammen aus großen Mischkulturen, die im 20. Jahrhundert gewaltsam zerschlagen wurden. Ein bitterer Erfahrungshintergrund, den man gemeinsam erörtern kann. So lassen sich Unterschiede und Ähnlichkeiten genauer benennen, jenseits der Sphäre vager Urteile und Vorurteile aufheben. An den Tischen der deutschen Integrationspolitik sollte es also nicht nur um Türken, den Islam und all das gehen, was der Durchschnittsdeutsche als fremd empfindet, sondern auch um das, was er als das Eigene wahrnimmt. Um die eigene Geschichte, den eigenen Identitätswandel. In diesem Wandel steckt nicht nur die Sehnsucht nach Anerkennung, sondern auch die Verunsicherung hinsichtlich einer Zukunft, in der nichts mehr so sein wird wie heute und hoffentlich manches anders als gestern.

 

Zafer Senocak lebt als Schriftsteller in Berlin. Zuletzt erschienen von ihm „Das Land hinter den Buchstaben. Deutschland und der Islam im Umbruch“ sowie der Gedichtband „Übergang“ (Babel Verlag).  Tsp 7

 

 

 

 

 

 

Brescia stellt sich in Nordrhein-Westfalen vor

  

Wir freuen uns, Sie im Namen von Brescia Tourism zu der Veranstaltung „Brescia in Tour“ einladen zu dürfen. Im April und Mai stellt sich die norditalienische Stadt im Herzen der Lombardei in Nordrhein-Westfalen vor und wird sich unter dem Motto Brescia in Tour in Bonn, Essen, Dortmund und Aachen präsentieren.

Brescia und ihre Provinz sind ein spannendes Urlaubsziel. Alljährlich im Mai macht Brescia anlässlich der Mille Miglia von sich reden. Das legendäre Oldtimer-Rennen startet und endet in Brescia. Zudem ist Brescia für zahlreiche Kunst- und Kulturschätze bekannt und auch das Umland kann mit Gardasee, Iseosee und Idrosee zahlreiche touristische Attraktionen aufweisen.

 

Brescia wird mit einem Info-Truck direkt in den Innenstädten für sein touristisches Angebot werben. Zudem können Interessierte kulinarische Köstlichkeiten und Weine der Provinz probieren. In Bonn findet zudem ein Get-together mit Vertretern der Presse und Reiseveranstaltern statt, an dem Paolo Rossi, der Präsident von Brescia Tourism Rede und Antwort steht.

 

Folgende Termine sollten Sie sich vormerken:

29. – 30. April in Bonn: Friedensplatz von11.00 Uhr bis 18.00 Uhr

- Degustationen um 12.00 Uhr und um 17.30 Uhr

- Get-together am 29. April um 17.30 Uhr

Für die Teilnahme am Get-together bitten wir um Anmeldung auf folgenden Link:

http://veranstaltungen.enit-italia.de/brescia

03. – 04. Mai in Essen: Willy-Brandt-Platz von 11.00 Uhr bis 18.00 Uhr

- Degustationen um 12.00 Uhr und um 17.30 Uhr

05. – 06. Mai in Dortmund: Reinoldkirche Platz von 11.00 Uhr bis 18.00 Uh

- Degustationen um 12.00 Uhr und um 17.30 Uhr  

10.  – 11. Mai in Aachen: Willy-Brandt-Platz von 11.00 Uhr bis 18.00 Uhr

- Degustationen um 12.00 Uhr und um 17.30 Uhr

Die Vertreter von Brescia Tourism freuen sich darauf Ihnen eine schönes Stück Italien näher bringen zu dürfen!

Der ENIT-Direktor  Marco Montini (de.it.press)

 

 

 

 

Venedigs Bürgermeister tritt ab. Basta, ihr Idioten

 

Venedig. Zwölf Jahre lang hat Massimo Cacciari Venedig regiert - für die zerstrittene Linke Italiens eine Ewigkeit. Die beiden Amtszeiten des „Philosophen auf dem Dogenthron“ - 1993 bis 2000 sowie die letzten fünf Jahre - bedeuteten für die Stadt in der Lagune eine Ära, die nun mit dem Abtreten des sechsundsechzigjährigen Politikers beendet ist. Als der Philosophieprofessor der städtischen Universität Cà Foscari vor siebzehn Jahren mitten im Zusammenbruch des italienischen Parteiensystems als niemand ins Rathaus einzog, wurde Venedig plötzlich zum Symbol eines zivilen Bürgergeistes im Land der vermeintlichen Anarchisten.

Der einstige Kommunist und Feuerkopf, der mit dem atonalen Komponisten Luigi Nono Opern geschrieben und für den informellen Maler Emilio Vedova Texte verfasst hatte, sorgte unter den Augen der Weltöffentlichkeit dafür, dass von Venedig wieder Impulse ausgingen - dem aufgehenden Stern Berlusconis zum Trotz.

Zum ersten Mal seit dem Ende der Serenissima ließ die Stadt unter Cacciari das Subventionsgeld aus Rom nicht in dunklen Kanälen versickern. Er kümmerte sich darum, dass ebendiese verschlammten Kanäle systematisch ausgebaggert wurden. Mit einer jungen Crew von Mitarbeitern sorgte Cacciari dafür, dass die Stadt sich nicht mit dem Dasein als touristischer Goldgrube begnügte. Die Universität wurde mit jungen Studenten gestärkt, man achtete auf die Ökologie, und die erweiterte Biennale und die - nun ebenfalls mit einem neuen Palast ausgestatteten - Filmfestspiele erhielten den Glanz von Aushängeschildern eines modernen Italien zurück.

Ein nennenswert er Sieg in der zweiten Amtszeit

An der Kultur entscheidet sich in der schönsten, aber auch fragilsten Stadt der Welt jede Karriere. Der Kulturmensch Cacciari ging zwischen seinen beiden Amtszeiten als Dozent zurück zur Philosophie - ausgerechnet an eine erzkatholische Mailänder Neugründung. Und die mafiose Unkultur im Umgang mit dem Opernhaus „La Fenice“ bezeichnete auch die bitterste Stunde von Cacciaris Epoche: Wie Tausende andere Bürger stand er an einem traurigen Januarmorgen 1996 verzweifelt vor dem brennenden Theater, um dann die historischen Worte auszurufen, das Fenice werde „Wo es war, wie es war!“ wiederauferstehen. Die endlosen Mühen des Wiederaufbaus, die erst sein Nachfolger-Vorgänger, der linke Pragmatiker und Techniker Paolo Costa 2003/04 vollenden konnte, bewiesen bald, dass der Schwung von Cacciaris linksliberaler Bürgerliste zu erlahmen begann; Apparatschiks übernahmen die Macht. Gegen die überwältigende, auch bei den Wahlen vom Sonntag abermals bestätigte Übermacht der konservativsten Provinz Italiens, deren Hauptstadt das linke Venedig paradoxerweise ist, kam Cacciari dauerhaft nicht an.

So stand seine zweite Amtszeit, die er sich im Bruch mit den eigenen Genossen dank entscheidender Stimmen aus dem konservativen Lager erstritten hatte, im Zeichen einer langen Agonie. Der einzige nennenswerte Sieg Cacciaris bestand im Verbannen der Taubenfutterverkäufer vom Markusplatz - eine Maßnahme, welche die unangenehmen Vögel und deren giftige Exkremente sogleich um drei Viertel reduzierte. Bei dergleichen Projektchen erwachte im hageren, in sich gekehrten Denker noch einmal der politische Visionär: Er stürzte sich mit dem Ausruf „Basta, ihr Idioten“ auf ausländische Touristen, die trotz Verbotes weiter Mais an die Tauben ausgaben. Oder der ebenso todesmutige wie patriotische Bürgermeister zettelte nach einer umstrittenen Regatta eine handgreifliche Auseinandersetzung mit einem hünenhaften Gondoliere an, der in seiner Wut den venezianischen Wimpel in den Canal Grande geworfen hatte.

Seine Politik begann pathetisch und endete trist

Die wahren Schlachten um die Zukunft Venedigs konnte Cacciari aber nicht mehr gewinnen. Seit dem Jahr 2000 entvölkert eine verheerende Gesetzesklausel zugunsten privater Beherbergung mit Hunderten neuer Hotels, Bed-and-breakfast-Betrieben sowie Zweitwohnungen die ohnehin schon aus demographischen Gründen ausgedünnte Altstadt. Das war eine Maßnahme zugunsten der Eigentümer, die dem linken Stadtregiment anzukreiden ist. Auch im Tauziehen mit Berlusconi und der rechten Region um den gigantischen Mose-Deich zog Cacciari den Kürzeren. Für ihn und seine Stadt dürfte es keine Genugtuung sein, dass er mit seinem Widerstand gegen das Milliardenprojekt momentan recht zu behalten scheint: Da in der Wirtschaftskrise die Gelder für den Weiterbau gesperrt bleiben, litt Venedig diesen Winter unter schnellerem und hartnäckigerem Acqua alta denn je. Das Phänomen dürfte auf die Ausbaggerungen für den Deich zurückzuführen sein, dessen Fertigstellung nun in den Sternen steht.

Die letzten Jahre seiner Ära konnte der isolierte Cacciari nunmehr lauthals über die Geldnot seiner Insel klagen, während die wahren Strukturmaßnahmen für die Bevölkerungsmehrheit im festländischen Mestre erfolgten. Als Vorstand der Oper und der Biennale trat er dort so gut wie nie in Erscheinung. Er sprach lieber nostalgisch bei der Gestaltung des Vedova-Museums oder im Archiv von Luigi Nono und zog so die Verbindung zu seinen biographischen Anfängen im Dunstkreis der Avantgarde, deren Musealisierung er nun gestaltete. Die „Verfassungs-Brücke“ des spanischen Architekten Santiago Calatrava über den Canal Grande zwischen Autoparkplatz und Bahnhof sollte, wie er selbst sagte, zum Monument dieser Jahre werden. Doch nach endlosem Hickhack um Standfestigkeit und einen Behindertenlift steht der ohnehin nutzlose Bau nun seit Jahren halb vollendet in einem hässlichen Gerüst herum - trauriges Symbol einer Politik, die pathetisch begann, doch reichlich trist endete. Passenderweise kam Cacciari, der lange im Ausland als Vordenker von Italiens Linker durchgegangen war, nur noch in die nationalen Schlagzeilen, weil ihm Berlusconi eine Affäre mit seiner Ehefrau Veronica Lario andichtete. Da war dann die Vita des italienischen Übersetzers von Georg Simmel und Walter Benjamin ohne seine Schuld in der Klatschpresse angekommen.

Sein Amt überlässt er nicht Berlusconis Günstling

Es galt lange als ausgemacht, dass Cacciaris Erbe zwangsläufig in die Hände von Berlusconis gefürchtetem Bürokratie-Minister Renato Brunetta fallen würde. Der wurde in Rom mit seinen Maßnahmen gegen faule Staatsdiener ungemein populär, genießt das direkte Vertrauen Berlusconis und ist ausgerechnet als Sohn eines Taubenfutterverkäufers ein waschechter Altstadt-Venezianer, der sich hochgearbeitet hat. Gegen die Wucht des kleinwüchsigen Brunetta nahmen sich die zahlreichen Altstadt-Graffiti des Inhalts, man brauche keinen Bonsai-Bürgermeister, als ebenso nutzloser wie ordinärer Widerstand aus. Die Endphase von Cacciaris Amtszeit war denn auch geprägt von den Absetzbewegungen von Altgedienten und Freunden, die oft schamlos die Seiten wechselten, um auf in Aussicht gestellte Posten bei Wasserwerken, Vaporettoverkehr, Stromgesellschaften und Kulturinstitutionen zu rücken. Gegenüber solchen Treuebrechern soll gelegentlich noch einmal die cholerische Ader Cacciaris geplatzt sein, obwohl er selbst längst glaubhaft angekündigt hatte, endlich wieder als stiller Forscher an die Universität zurückzuwollen. Passend zur Untergangsstimmung in der Lagune erschien im Internet ein Filmchen, das in Anlehnung an Hitlers letzte Tage Cacciari, der prompt gerichtlich gegen die Satire klagte, in einem lagunaren Bunker zeigte.

Seiner postmodernen Theorie von Venedig als hochsymbolischer Inselstadt in einer Globalisierung der lose vernetzten Archipele hat dann die Kommunalwahl noch einmal alle Ehre gemacht. Im Aufschwung Berlusconis und beim Triumph der rechtspopulistischen „Lega Nord“ im Veneto verlor Berlusconis Schützling Brunetta zu jedermanns Überraschung glatt gegen Cacciaris Parteifreund, den arrivierten, aber blassen Anwalt Giorgio Orsoni. Cacciari verabschiedete sich müde, aber stolz mit dem Hinweis, so schlecht könne sein Regiment wohl nicht gewesen sein. Venedig bleibt nun als einzige Metropole Italiens ohne Unterbrechung eine linke Insel im Meer von Berlusconismus und Populismus. Wie sich die Welt-Kleinstadt gegen die politische Übermacht auf dem Festland behaupten kann, ist offen. Cacciari hatte seine Philosophenlaufbahn mit einem Versuch über die Frage eröffnet, wie man in Krisenzeiten die abendländische Vernunft überhaupt noch begründen kann. Sein Nachfolger Orsoni wird jede Menge Vernunft gebrauchen können. Dirk Schümer,

Faz 6

 

 

 

 

Leben in der Illegalität in Deutschland

 

Kommentar von Bischof Norbert Trelle (Hildesheim), Vorsitzender der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz und des Katholischen Forums ‚Leben in der Illegalität’

 

Inzwischen ist das Problem sattsam bekannt: Trotz einer seit Jahrzehnten restriktiven Migrationspolitik halten sich nach neueren Schätzungen derzeit zwischen 200.000 und 480.000 Ausländerinnen und Ausländer illegal in Deutschland auf. Sie befinden sich unter humanitären Gesichtspunkten häufig in einer schwierigen und verzweifelten Lage. Aus Angst, entdeckt und abgeschoben zu werden, ist es ihnen faktisch unmöglich, ihre elementaren sozialen Rechte wahrzunehmen. Nach dem Aufenthaltsgesetz sind nämlich grundsätzlich alle öffentlichen Stellen dazu verpflichtet, die Ausländerbehörde zu unterrichten, wenn sie vom irregulären Aufenthalt einer Person Kenntnis erlangen. Diese Übermittlungspflicht bezieht neben Ordnungsbehörden, die für die Durchsetzung des Aufenthaltsgesetzes zuständig sind, auch soziale, medizinische und pädagogische Institutionen in die innerstaatliche Migrationskontrolle ein.

Die Spannung zwischen Ordnungsrecht einerseits und grundlegenden sozialen Rechten andererseits erfordert indes pragmatische Lösungen, die sowohl dem legitimen Interesse des Staates als auch den Nöten der betroffenen Menschen gerecht werden. Die Erkenntnis, dass diese Schattenseite staatlicher Migrationspolitik nicht ignoriert werden darf, hat sich mittlerweile auch bei den Verantwortlichen in der Politik durchgesetzt. Das gilt umso mehr, als die Übermittlungspflicht erst 1991 eingeführt wurde und in anderen europäischen Staaten nicht existiert. Die Praxis zeigt auch, dass sie ihr Ziel, Migration zu kontrollieren, verfehlt: Die internationale Migrationsforschung konnte nachweisen, dass Menschen ihre Migrationsentscheidung und ihren illegalen Aufenthalt nicht davon abhängig machen, ob sie z.B. im Notfall medizinisch versorgt werden. Ausgangspunkte für ihre Entscheidung sind vielmehr Motive wie Arbeitssuche, Flucht und Familienzusammenführung in Verbindung mit dem Bestehen von Migrationsnetzwerken.

Seit 2004 setzt sich das Katholische Forum ‚Leben in der Illegalität’, dessen Vorsitz ich im Februar dieses Jahres nach dem Tod von Weihbischof Dr. Josef Voß übernommen habe, für die Rechte von Menschen in der Illegalität in Deutschland ein. Unermüdlich erinnern die Mitglieder des Forums dabei an die Menschenwürde. Bereits 1996 erklärte Papst Johannes Paul II.: „Der Status der Ungesetzlichkeit rechtfertigt keine Abstriche bei der Würde des Migranten, der mit unveräußerlichen Rechten versehen ist, die weder verletzt noch unbeachtet gelassen werden dürfen“ (Botschaft zum Welttag der Migranten).

Vor diesem Hintergrund begrüßt die Kirche den erklärten Willen der Bundesregierung, die Übermittlungspflichten öffentlicher Stellen dahingehend zu ändern, dass statuslose Kinder und Jugendliche ihr Recht auf Bildung tatsächlich wahrnehmen und die Schule besuchen können. Da Bildung nicht erst in der Schule beginnt, ist es nur konsequent, dass Staatsministerin Maria Böhmer anlässlich der VI. Jahrestagung Illegalität Anfang März erklärt hat, dass Gleiches auch für den Kindergartenbesuch gelten müsse. Des Weiteren enthält die Allgemeine Verwaltungsvorschrift zum Aufenthaltsgesetz vom September letzten Jahres willkommene Klarstellungen. So sind nunmehr auch die Abrechnungsstellen öffentlicher Krankenhäuser ausdrücklich in den schweigepflichtigen Personenkreis einbezogen worden und unterliegen somit wie Ärzte nicht der aufenthaltsrechtlichen Übermittlungspflicht. Eine Konsequenz dieser Klarstellung ist, dass irreguläre Migranten, die als Notfälle in ein Krankenhaus kommen, keine Angst mehr haben müssen, dass ihr fehlender Status aufgrund Übermittlung ihrer Daten aufgedeckt wird. Allerdings zeigt sich an dieser Stelle leider auch, dass das allein keine befriedigende und abschließende Lösung darstellt: Kann es wirklich gewollt sein, dass irreguläre Migranten erst dann angstfrei medizinische Hilfe in Anspruch nehmen können, wenn sie zum medizinischen Notfall geworden sind? Der zweite Punkt betrifft das Strafrecht. Die neue Vorschrift macht deutlich, dass Hilfe für illegal aufhältige Personen im Rahmen anerkannter Berufe und Ehrenämter in der Regel nicht den Tatbestand der Beihilfe zum illegalen Aufenthalt erfüllt. Vor dem Hintergrund in der Vergangenheit erfolgter Auszeichnungen engagierter Helfer durch Bundespräsident und Bundesregierung war das überfällig.

Ein weiteres ist mir wichtig: Irreguläre Migranten werden allzu häufig ausgebeutet. Vor allem die Vorenthaltung des vereinbarten Lohns ist eine alltägliche Erscheinung. Um ihre Rechte effektiv und ohne Angst geltend machen zu können, sollten auch die Arbeitsgerichte der Übermittlungspflicht enthoben werden. So könnten nicht zuletzt Anreize für illegale Beschäftigung auf dem informellen Arbeitsmarkt verringert werden. Norbert Trelle, Forum Migration, April

 

 

 

 

Illegale Einwanderung. Lilongwe Blues

 

Von Nathalie Karagiannis und Peter Wagner, Soziologen an der Universität Trient

 

Wenn Dein Blick hierhin fällt, lieber Leser, stelle Dir Verzweiflung vor. Die Verzweiflung des Gerechten, der der Untat beschuldigt wird. Die Verzweiflung des Unschuldigen, der schuldig gesprochen wird. Dies fühlt ein Mensch, der rechtmäßig nach Europa reisen will. Stell Dir vor, Du stehst vor einem großen Verwaltungsgebäude mit einem Zettel in der Hand, der besagt, dass sich all Deine Hoffnungen zerschlagen haben.

 

Wenn Du glaubst, dass Europa sich den Werten von Freiheit, Gerechtigkeit und Menschenwürde verpflichtet hat, dann bist Du, Leser, genauso wie wir schuldig, solche Hoffnungen geweckt zu haben. Wir verstärken diese Hoffnungen immer wieder - solange wir die Behörden, die die Einreise in unsere Länder überwachen, unkontrolliert walten lassen.

 

Kürzlich in Malawi: Eine Frau in den Dreißigern macht sich auf den Weg von ihrer Heimatprovinz Mangochi zur deutschen Botschaft in der Hauptstadt Lilongwe. Das Botschaftsgebäude ist eigens für diesen Zweck in den siebziger Jahren errichtet worden. Für ein kleines und armes Land ist es ein großes Gebäude, und seine standardisierte Sachlichkeit drückt die technokratische Vorstellung von Entwicklungshilfe, die in jener Zeit vorherrschte, sehr gut aus.

 

Die deutsche Botschaft in Lilongwe vertritt auch Italien, da es in Malawi keine italienische Botschaft gibt. Daher stellte die junge Frau, die nach Italien reisen wollte, ihren Visumsantrag bei der deutschen Botschaft. Sie kam gerade noch rechtzeitig vor Schließung der Visaabteilung um zwölf Uhr.

 

Wohl wissend, dass es knapp werden würde, hatte sie den morgendlichen Bus von Mangochi nach Lilongwe genommen. Für bequemere Reisemittel oder für einen längeren Aufenthalt in der Hauptstadt fehlte ihr das Geld. Mit ihren Dokumenten in der Tasche dachte sie auf der langen Fahrt an nichts anderes als die Aussicht, in Kürze nach Europa reisen zu können.

 

Die EU bekennt sich zur Menschenwürde - Diese Aussicht war nicht unbegründet: Im Unterschied zu anderen Ländern bekennt sich die Europäische Union ausdrücklich zu den Prinzipien von Freiheit, Gerechtigkeit und Menschenwürde. Insbesondere in den letzten zehn Jahren waren es oft Europäer, die sich in der Welt für Rechtmäßigkeit und gegen sich rasch ausbreitende Gewalt und Willkür ausgesprochen und eingesetzt haben.

 

Die so genannte Schengen-Vereinbarung eröffnet jedem Menschen in der Welt die Möglichkeit, als Tourist oder als Freund oder Verwandter eines Europäers für neunzig Tage nach Europa zu reisen. Natürlich müssen bestimmte Bedingungen erfüllt sein. Kommst Du als Tourist, musst Du reich sein. Du musst belegen können, dass Du die Kosten Deines Aufenthalts tragen kannst und dass Du ein geregeltes Einkommen in Deinem Heimatland hast.

Die meisten Bürger Malawis erfüllen diese Bedingung nicht. Aber als Freund eines Europäers sind die Hürden nicht so hoch. Wenn Dein Freund sich bereit erklärt, die Kosten des Aufenthalts tragen, dann werden sich die Grenzen Europas öffnen. Glaubt man zumindest...

 

Natürliche Nutznießer der Ungleichheit - Szenenwechsel: Wir haben den größten Teil des europäischen Winters im südlichen Afrika verbracht und dort auch Lisa und ihren Ehemann Isaac kennen gelernt und Freundschaft mit ihnen geschlossen (Namen geändert, d. Red.). Anlass für unseren Aufenthalt waren Forschungen über südafrikanische Gesellschaften und ihre Beziehungen zu Europa. Die offenkundige soziale Ungleichheit dort erschien uns bald als Beispiel und Ausdruck von weltweiter Ungerechtigkeit.

 

Die öffentliche Diskussion über die Nutznießer der Apartheid und die Notwendigkeit, den Opfern des Regimes Ausgleich für erlittene Ungerechtigkeit, Ausbeutung und Unterdrückung zu verschaffen, geht in Südafrika auch fünfzehn Jahre nach dem Ende des Regimes weiter. Viele weiße Südafrikaner stimmen dieser Auffassung zu und tragen auch persönlich zum Ausgleich bei. Aber diese Bemühungen bleiben verschwindend gering im Vergleich zu dem Leiden unter dem Apartheidregime und dessen bleibenden Folgen.

 

Als Besucher der Region und als gleichsam natürliche Nutznießer der bestehenden Ungleichheit verspürten wir den Drang, über die reine Beobachtung der Gesellschaft hinaus selbst etwas zu tun. Lisa zu einer Reise nach Europa einzuladen, von der sie träumte, war eine Geste in diese Richtung.

 

Lisa und Isaac sind weltoffen, neugierig, und sie arbeiten hart. Seit Jahren sind sie ungekündigt bei denselben weißen Arbeitgebern beschäftigt, von denen sie als "wertvoll" und "unersetzlich" beschrieben werden. Aber weder die Arbeit noch die Entlohnung entsprechen Lisas und Isaacs Kentnissen und Fähigkeiten.

 

Um die Ausbildung ihrer beiden Kinder - ihr wichtigstes Ziel im Leben - zu finanzieren, akzeptieren die beiden Arbeitsbedingungen, die nicht nur ungerecht, sondern auch weit verbreitet sind: weit entfernt von ihrem Zuhause, ohne Kranken- und Sozialversicherung, ohne Pause. Nach Europa zu reisen, wenngleich nur für einen kurzen Aufenthalt, würde Lisa vielleicht helfen, ihren Möglichkeitshorizont zu erweitern. Und natürlich: Lisa ist Lisa, dieser besondere, offene, intelligente, feinfühlige und humorvolle Mensch, die unsere Freundin geworden ist und deren Gesellschaft wir gerne auch bei uns genossen hätten.

 

Lisas Besuch in der Botschaft von Lilongwe war ernüchternd. Leser, wir bitten jetzt um einen Moment Geduld, unendlich viel weniger Geduld als diejenige, die Lisa gegenüber den europäischen Behörden aufzubringen hatte. Die Visaabteilung kam mit einer Liste von weiteren Dokumenten an, die Lisa beizubringen hatte, von deren Notwendigkeit aber weder sie noch wir trotz unserer Anrufe und schriftlichen Voranfragen informiert worden waren.

 

Im Gegenteil: Ein Botschaftsangestellter hatte uns sogar schriftlich bestätigt, dass Lisa alle Dokumente bereits besaß, die sie vorzubringen hatte. Die meisten der neuen Erfordernisse (Heiratsurkunde, Geburtsurkunden der Kinder, Eigentumstitel in Malawi) fanden sich aber auf einem Formschreiben, das man ihr oder uns leicht zuvor hätte übersenden können.

 

Darüber hinaus wurde Lisa zudem um einen von ihr, ihrem Ehemann und uns zu unterschreibenden Brief gebeten, der die Umstände unserer Begegnung und die Einzelheiten unserer Einladung bestätigen sollte. Es war klar, dass Lisa im Verdacht stand, illegal nach Europa einwandern zu wollen. All diese weiteren Fragen zielten darauf ab, die Plausibilität ihrer Reise und ihre Bereitschaft zur Rückkehr nach Malawi abzuschätzen, um im Schengen-Jargon zu sprechen.

 

Diese Fragen wurden aufgeworfen, nachdem wir, Lisas Gastgeber, bereits eine Bankgarantie für all ihre Ausgaben, medizinische Ausgaben eingeschlossen, vorgewiesen und zudem uns selbst verpflichtet hatten, für Lisas Rückkehr nach Malawi zu bürgen. Dies sind keine leeren Worte auf geduldigem Papier. Solchen Verpflichtungen nicht nachzukommen ist strafbar. In Italien, wo wir leben, beträgt das Strafmaß bis zu drei Jahren Haft und ca. 15.000 Euro Bußgeld.

Der Verdacht ist größer als alles andere

 

Der Verdacht auf illegale Einwanderung war überdeutlich, aber wir waren naiv genug zu glauben, dass die Tatsache, dass der Verdacht unbegründet war, hinreichend dafür sein würde, ihn auch auszuräumen. Weitere Tage und weitere Busreisen waren erforderlich, um die Dokumente beizubringen, und Lisa machte sich auf den Weg. Beim näxhten Besuch der Botschaft wurden jedoch neue Erfordernisse hinzugefügt.

 

Die Heiratsurkunde musste nun eine internationale sein. Der gemeinsame Brief sollte nunmehr im Original vorgelegt werden und nicht nur gescannt - nicht ganz einfach, wenn doch der Gastgeber normalerweise in Europa ist und der Gast in Afrika. Ein Telefonanruf unsererseits schien die Hürden wieder beiseite räumen zu können, aber dessen scheinbarer Erfolg ließ sofort auch ein ungutes Gefühl aufkommen: Warum lenken Botschaftsangestellte ein, wenn ein deutschsprachiger Mann und Professor aus Europa anruft, so fragten wir uns, behandeln eine Frau aus dem ländlichen Malawi aber mit Missachtung, wenn sie vor ihnen steht?

 

Nach diesem Anruf nahm die Botschaft den Visumsantrag zur Bearbeitung an, und unsere und Lisa Hoffnungen wuchsen wieder. Als Lisa am nächsten Tag anrief, trauten wir unseren Ohren nicht: Ihr war gesagt worden, dass der Antrag nicht angenommen werden konnte, dass sie sich aber an die italienische Botschaft in Lusaka im benachbarten Sambia wenden könne, um dort ihr Glück zu versuchen.

 

Leser, wir bitten wieder um eine kurze Pause: Lisa beantragte kein nationales Visum, sondern ein so genanntes Schengen-Visum, das für alle Unterzeichnerstaaten der Schengen-Vereinbarung gültig ist - also für Italien wie für Deutschland. Die diplomatische Vertretung, in der man den Antrag stellt, sollte die des Landes sein, in dem man sich vornehmlich aufhalten wird, also in Italien. In Malawi aber gibt es, wie gesagt, keine italienische Botschaft, und die deutsche Botschaft vertritt ausdrücklich auch Italien.

 

Diese Nachricht bedeutete das Ende aller Hoffnungen, denn es war Lisa unmöglich, nach Lusaka zu reisen, was weitere Kosten und noch mehr eingebüßte Arbeitstage bedeutet hätte. Die deutsche Botschaft hatte ihre Verantwortung, auch Italien zu vertreten, dadurch abgeworfen, dass sie Lisa nach Lusaka verwiesen hatte. Sie wagte es nicht, Lisas Antrag abschlägig zu bescheiden. Sie stellte das negative Ergebnis mit anderen Mitteln her.

 

Die schamlose Botschaft - Sechs stundenlange Busreisen hatte Lisa unternommen; in einigen Fällen war sie dafür um drei Uhr morgens aufgestanden. Viele Arbeitstage waren verloren gegangen. Zahlreiche Telefonate und E-mails sowie einige Fax-Nachrichten waren zwischen Europa und Afrika hin und her gegangen, und ein Kurierdienst war bemüht worden, um Dokumente zügig interkontinental zu übersenden. Der Flugschein und die Krankenversicherung waren schon erworben worden, und eine schamlose Botschaft hatte 60 Euro für einen Visumsantrag angenommen, den es nicht abschließend zu bearbeiten gedachte. Die Grenzen Europas öffnen sich offenkundig nicht, wenn man Afrikanerin und zudem weder reich noch bislang weitgereist ist - selbst wenn man Freunde in Europa hat.

 

Wir fühlen uns schuldig, an Europas Prinzipien geglaubt zu haben, schuldig gegenüber unserer Freundin Lisa, die uns glaubte. Sie wollte uns besuchen, Europa sehen und lernen. Sie wollte Malawi nicht verlassen, und sie wollte nicht nach Europa einwandern. Die rechtlichen Voraussetzungen dafür, dass sie Europa besuchen kann, bestehen. Die Regelungen der Schengen-Vereinbarung sind öffentlich bekannt und leicht einsehbar. Ihre äußerst begrenzte Gültigkeit erkennt man erst, wenn man sie testet. Eine ernsthafte Diskussion in der europäischen Öffentlichkeit müsste mit der schockierenden Einsicht beginnen, dass die Europäische Union durch Nichteinhaltung ihrer eigenen Versprechen die lauthals beklagte illegale Einwanderung selbst befördert. FR 7

 

 

 

 

START-Stipendium: Gefördert werden SchülerInnen mit Migrationshintergrund

 

Seit dem 1. März 2010 können sich Schülerinnen und Schüler wieder um ein START-Stipendium bewerben. Anmeldeschluss ist der 30. April.

 

Vergeben werden 180 Stipendienplätze. START will engagierten Jugendlichen mit Migrationshintergrund den Weg zu einer höheren Schulbildung und damit besseren Chancen für eine berufliche Integration ebnen. Verstanden wird das als „Investition in Köpfe“ und Beitrag zur Toleranz unter jungen Menschen in Deutschland.

Voraussetzung für ein Stipendium ist ein Migrationshintergrund, wobei die Staatsangehörigkeit und auch der Aufenthaltsstatus keine Rolle spielen. Die Schule muss in einem der 15 START-Bundesländer (alle außer Bayern und Baden-Württemberg) besucht werden. Zeitpunkt der Bewerbung ist die 9. oder 10. Klassenstufe (bei 13- jähriger Schulzeit) bzw. die 8. oder 9. Klassenstufe (bei 12-jähriger Schulzeit). Der Notendurchschnitt sollte 2,5 oder besser sein. Ganz wichtig ist auch Engagement für andere, zum Beispiel als Klassensprecher, Streitschlichter, Mitarbeiter der Schülerzeitung, oder als Mitglied in einem kulturellen oder politischen Verein.

Die Stipendiatinnen und Stipendiaten erhalten monatlich 100 Euro Bildungsgeld für bildungsrelevante Anschaffungen und Aktivitäten (u.a. Lernmaterialien, gezielter Förderunterricht, Kulturausgaben), einen Laptop mit Drucker und Internetanschluss, um die Vernetzung mit den START-Betreuern und anderen Stipendiaten sicherzustellen. Bei Bedarf können weitere Fördermittel beantragt werden, z.B. für Seminare, Nachhilfe, Deutsch- und Fremdsprachenkurse, Computerkurse, Studienfahrten oder Praktika.

Dazu kommt die ideelle Förderung, in deren Zentrum Bildungsseminare stehen, die zweimal im Jahr stattfinden. Damit will START die Stipendiaten in ihrer Persönlichkeitsentwicklung stärken, sie in ihrer schulischen und beruflichen Qualifikation unterstützen und ihnen Schlüsselqualifikationen für eine aktive Mitwirkung am gesellschaftlichen Leben in Deutschland vermitteln.

Informationen unter: www.start-stiftung.de. Forum Migration, April

 

 

 

 

Europäischer Roma-Gipfel am 8. und 9. April. EU-Gelder für bessere Integration der Roma

 

Die Lage der Roma in Europa ist weiterhin prekär. Sie werden diskriminiert und stehen wirtschaftlich wie sozial am Rande der Gesellschaft. Um das zu ändern, sollen die Mitgliedsstaaten gezielt Mittel aus dem milliardenschweren Strukturfonds einsetzen, fordert die EU-Kommission in ihrem heute vorgelegten Bericht zur Lage der Roma.

Die Kommission fordert von den EU-Mitgliedsstaaten, die Gelder aus dem europäischen Strukturfonds besser für die Eingliederung der Roma zu nutzen. Noch immer werden die Roma von der Mehrheitsgesellschaft segregiert, also abgetrennt und als Außenstehende behandelt. "Die Roma brauchen keinen eigenen Arbeitsmarkt, sie brauchen keine Schulen, die die Segregation von Roma-Kindern verlängern, und sie wollen keine renovierten Roma-Ghettos", kritisierte László Andor, EU-Kommissar für Beschäftigung, Soziales und Integration.

 

Probleme der Roma - Noch lebt ein großer Teil der zehn bis zwölf Millionen Roma in Europa "extrem marginalisiert und unter sehr schlechten sozioökonomischen Bedingungen", heißt es in dem Bericht der Kommission. Allein in den neuen Mitgliedstaaten Slowakei, Ungarn, Rumänien und Bulgarien leben insgesamt drei bis vier Millionen Roma.

 

"Diskriminierung, soziale Ausgrenzung und Segregation, denen die Roma ausgesetzt sind, verstärken sich gegenseitig. Die Roma verfügen über eingeschränkten Zugang zu hochwertiger Bildung und haben Schwierigkeiten, sich in den Arbeitsmarkt zu integrieren; daraus resultieren ein niedriges Einkommensniveau und ein schlechter Gesundheitszustand, was wiederum eine höhere Sterblichkeit und eine geringere Lebenserwartung im Vergleich zu anderen Bevölkerungsgruppen zur Folge hat", heißt es weiter in dem Bericht.

 

Nach Angaben der EU-Agentur für Menschenrechte gehören die Roma zu den am meisten von Armut, Arbeitslosigkeit und Analphabetismus betroffenen ethnischen Gruppen in Europa.

 

Mobilisierung der Strukturfonds  - Die EU-Kommission will die Mitgliedsstaaten nun dazu bewegen, Mittel aus den Strukturfonds gezielt zu nutzen, um die größte ethnische Minderheit der EU in die Gesellschaft zu integrieren. Auf die Strukturfonds entfällt nahezu die Hälfte des EU-Haushaltes.

 

Bisher gibt es "einige Hindernisse, die manche Mitgliedstaaten davon abhalten, diese Mittel für Maßnahmen zugunsten der Integration der Roma einzusetzen", schreibt die Kommission und nennt dabei "Planungs- und Programmnutzungsprobleme" sowie den "hohen Verwaltungsaufwand". Um zu zeigen, wie erfolgreiche Projekte, Programme und Strategien umgesetzt werden können, erstellt die Kommission derzeit zwei Studien.

 

Roma-Gipfel - Die spanische Ratspräsidentschaft hat für den 8.und 9. April zum zweiten Europäischen Roma-Gipfel nach Córdoba eingeladen. Dort soll über Projekte und Strategien gesprochen werden, wie die Lage der Roma verbessert werden kann. Der 8. April ist zugleich der Internationale Tag der Roma und erinnert an den ersten internationalen Roma-Kongress 1971 in London. Daniel Tost,

EurActiv 7

 

 

 

 

 

Abrüstungsabkommen. Obama und Medwedjew segnen Start-Vertrag ab

 

Barack Obama und Kremlchef Dmitri Medwedjew haben den umfassendsten Abrüstungsvertrag seit zwei Jahrzehnten unterzeichnet. Der US-Präsident sagte anschließend, der neue Start-Vertrag werde die USA und die Welt sicherer machen. Er tritt in Kraft, sobald ihn die Parlamente beider Staaten ratifiziert haben.

US-Präsident Barack Obama und der russische Präsident Dmitri Medwedjew haben in Prag ein Abkommen zur atomaren Abrüstung unterzeichnet.

 

Wichtige Abrüstungsveträge - Im Beisein hunderter Gäste setzten die beiden Staatschefs im Prager Schloss ihre Unterschrift unter das Dokument.

Obama sagte anschließend, der neue Start-Vertrag werde die USA und die Welt sicherer machen.

Das Abkommen über die Reduzierung strategischer Offensivwaffen sei ein „wichtiger Meilenstein".

Er wolle den Vertrag noch bis Jahresende im Senat ratifizieren lassen. Obama dankte seinem „Freund und Partner“ Medwedjew für die gute Zusammenarbeit. Sie hätten oft über Details des Abkommens telefoniert, sagte der US-Präsident.

 

So unterschreiben die Mächtigen - Der Nachfolgevertrag des START-Abkommens von 1991, das im Dezember ausgelaufen war, sieht eine Obergrenze von 1550 einsatzbereiten Atomsprengköpfen pro Seite vor.

Die Zahl der Trägersysteme – Raketen, U-Boote und Flugzeuge – soll auf jeweils 800 in den USA und Russland sinken. Das neue Abkommen tritt in Kraft, sobald es von den Parlamenten beider Staaten ratifiziert ist.

Die USA hatten Prag als Ort der Unterzeichnung gewählt, weil Obama dort vor einem Jahr in einer Rede das Fernziel einer atomwaffenfreien Welt ausgegeben hatte.

Im Atomstreit mit dem Iran planen beide Länder an neuen Strafmaßnahmen gegen das muslimische Land. „Wir arbeiten gemeinsam im Sicherheitsrat der Vereinten Nationen, um strenge neue Sanktionen zu verabschieden“, sagte Obama.

 

Sein russischer Kollege Dmitri Medwedjew erklärte sein Bedauern, dass die Regierung in Teheran nicht auf konstruktive Vorschläge zur Lösung des Problems reagiert habe. Sollten Sanktionen verhängt werden, müssten sie allerdings klug angewandt werden.

 

Der Westen befürchtet seit längerem, dass der Iran unter dem Deckmantel seines Atomprogramms an Kernwaffen arbeitet. Zuletzt hatte sich auch Russland zunehmend besorgt geäußert. China – wie die USA und Russland ein Veto-Mitglied des Sicherheitsrats - zeigt sich dagegen weiterhin skeptisch zu Sanktionen. Die Islamische Republik beteuert, ihr Atomprogramm diene nur friedlichen Zwecken.

Am Abend trifft Obama in der tschechischen Hauptstadt die Staats- und Regierungschefs aus elf Ländern Mittel- und Osteuropas zu einem gesonderten Gipfel. DW 8

 

 

 

 

Abrüstung von Atomwaffen. „Ein Sieg für die ganze Menschheit“

 

Der amerikanische Präsident Obama und der russische Präsident Medwedjew haben am Donnerstag in Prag ein Abkommen zur atomaren Abrüstung unterzeichnet. Im Beisein hunderter Gäste setzten die beiden Staatschefs im Prager Schloss ihre Unterschrift unter das Dokument. Der Nachfolgevertrag des Start-Abkommens von 1991, das im Dezember ausgelaufen war, verpflichtet Russland und die Vereinigten Staaten dazu, die Zahl der nuklearen Sprengköpfe innerhalb der nächsten sieben Jahre von je 2200 auf 1550 zu reduzieren. Die Zahl der Trägersysteme - Raketen, U-Boote und Flugzeuge - wird demnach auf jeweils 800 halbiert.

Das neue Abkommen tritt in Kraft, sobald es von den Parlamenten beider Staaten ratifiziert ist. Obama sagte, der neue Start-Vertrag werde Amerika und die Welt sicherer machen. Das Abkommen über die Reduzierung strategischer Offensivwaffen sei ein „wichtiger Meilenstein“. Er wolle den Vertrag noch bis Jahresende im Senat ratifizieren lassen. Obama dankte seinem „Freund und Partner“ Medwedjew für die gute Zusammenarbeit. Sie hätten oft über Details des Abkommens telefoniert, sagte der amerikanische Präsident.

Neues Kapitel in der Zusammenarbeit zwischen Moskau und Washington

Auch Kremlchef Medwedjew bezeichnete den neuen Start-Vertrag als Erfolg für die internationale Gemeinschaft. „Nach diesen sicher nicht leichten Verhandlungen gibt es keinen Sieger und keinen Verlierer. Der Erfolg gehört beiden Ländern und mit ihnen der ganzen Welt“, sagte er. Das Abkommen sei ein historischer Erfolg öffne ein neues Kapitel in der Zusammenarbeit zwischen Russland und den Vereinigten Staaten. „Das ist ein Sieg für die gesamte Menschheit“, sagte er und rief ebenfalls dazu auf, die Abrüstungsbemühungen fortzuführen. Medwedjew kündigte an, dass die Umsetzung des Vertrags genau geprüft werde. In der Vergangenheit sei der Austausch von Daten und die Vernichtung von Atomwaffen nicht immer transparent gewesen. „Wir haben dazugelernt“, sagte er.

Obama hofft nun auf einen konstruktiven Dialog mit Russland bei den umstrittenen amerikanischen Raketenabwehrplänen. „Wir haben vereinbart, unsere Diskussionen zur Raketenabwehr fortzusetzen, einschließlich des Austauschs unserer Einschätzungen von Gefahren“, sagte er. Medwedjew forderte eine „sehr enge Einbindung Russlands in die Raketenabwehrpläne“. Der neue Abrüstungsvertrag könne nur erfüllt werden, wenn das neue Abwehrsystem Amerikas keine Bedrohung für die russischen Streitkräfte darstelle. Diese Bedingung habe Russland bereits hinreichend klargemacht.

Die Vereinigten Staaten hatten Prag als Ort der Unterzeichnung gewählt, weil Obama dort vor einem Jahr in einer Rede das Fernziel einer atomwaffenfreien Welt ausgegeben hatte. In diesem Zusammenhang drohte Obama Iran abermals mit Sanktionen. Nationen, die sich nicht an die internationalen Regeln zur Nichtweiterverbreitung von Atomwaffen hielten, würden isoliert. Am Abend trifft Obama in der tschechischen Hauptstadt die Staats- und Regierungschefs aus elf Ländern Mittel- und Osteuropas zu einem gesonderten Gipfel. Faz.net 8

 

 

 

Obamas Nuklearwaffenstrategie. Kleine Schritte zwischen großen Visionen

 

Washington. Es ist ein wichtiger Moment in jeder Präsidentschaft: In der „Nuclear Posture Review“ (NPR) legen ein Präsident und seine Regierung ihre Strategie der nuklearen Abschreckung sowie die Regeln für den Umgang mit dem atomaren Waffenarsenal fest – für ein halbes oder auch für ein ganzes Jahrzehnt. Die letzte NPR hatte Präsident George W. Bush Anfang 2002 vorgelegt; zwar nicht wesentlich geprägt von den Anschlägen des 11. September 2001, aber noch unter deren Eindruck stehend.

Seine Revision der Nuklearwaffenstrategie hatte Obama eigentlich schon im vorigen Herbst vorstellen wollen, als Eck- und Ankerpunkt seiner Strategie, die von der Vision einer atomwaffenfreien Welt geprägt ist. Auf diesem Fundament hätten dann das neue Abrüstungsabkommen mit Russland und die künftigen Schritte zur Durchsetzung des Nichtverbreitungsregimes ruhen sollen. Nun ist es anders gekommen: Das Nachfolgeabkommen mit Russland namens „New Start“, das an die Stelle des im Dezember nach 15 Jahren Gültigkeit ausgelaufenen Vertrags über die Reduzierung strategischer Waffen (Start) tritt, wird an diesem Donnerstag von den Präsidenten Obama und Medwedjew in Prag unterzeichnet.

Abkehr von der überkommenen amerikanischen Nukleardoktrin

Obamas Leute berieten und stritten auf mehr als 150 Sitzungen über das Unterfangen; allein 30 Mal trat dazu der Nationale Sicherheitsrat im Weißen Haus zusammen. Auf Geheiß des Präsidenten mussten Entwürfe wieder und wieder umgeschrieben werden, ehe Obama endlich mit „seiner“ NPR so weit zufrieden war, dass er sie zur Veröffentlichung freigab.

In George W. Bushs NPR hatte es noch ausdrücklich geheißen, dass „Nuklearwaffen für die Verteidigungsbereitschaft der Vereinigten Staaten und ihrer Verbündeten eine kritische Rolle spielen“. Denn sie böten „glaubwürdige militärische Optionen zur Abschreckung zahlreicher Bedrohungen durch Massenvernichtungswaffen und auch durch große konventionelle Waffen“. In Obamas NPR heißt es dagegen, die Vereinigten Staaten schlössen „den Einsatz von oder die Drohung mit Nuklearwaffen gegen nicht atomar bewaffnete Staaten aus“, sofern diese den Nichtverbreitungsvertrag (NPT) unterzeichnet haben und ihren Verpflichtungen zum Kampf gegen die Weiterverbreitung von Atomwaffen nachkommen.

Prinzipiell ist das eine Abkehr von der überkommenen amerikanischen Nukleardoktrin, wonach die abschreckende Wirkung der Atomwaffen gerade deshalb besonders groß und deren tatsächlicher Einsatz besonders unwahrscheinlich sei, wenn auch konventionell bewaffnete Feinde mit atomarer Vergeltung rechnen müssten. Relativiert wird diese Abkehr aber von dem Zusatz, dass auch nicht (oder noch nicht) nuklear bewaffnete Staaten mit einem Nuklearschlag rechnen müssen, wenn sie ihre Nichtverbreitungspflichten vernachlässigen – was von der Internationalen Atomenergiebehörde (IAEA) bestätigt werden müsste. Diese Einschränkung richtet sich in erster Linie gegen Iran, aber potentiell auch gegen Syrien, sollte die IAEA zu der Überzeugung kommen, dass auch Damaskus ein verbotenes Atomprogramm betreibt. Nordkorea als selbsternannter Nuklearstaat und als Nichtunterzeichner des NPT wurde von Obama in einem Gespräch mit der „New York Times“ vom Dienstag neben Iran ausdrücklich als „Sonderfall“ genannt, bei dem der Einsatz von amerikanischen Atomwaffen auch nach der neuen Nukleardoktrin möglich bleibe.

Kritiker: Bau neuer nuklearer Sprengköpfe nur verschoben

Eine weitere Einschränkung des grundsätzlichen Verzichts auf den Einsatz eigener Atomwaffen gegen nicht atomar bewaffnete Staaten ist die mögliche Entwicklung von verheerenden biologischen Waffen durch Feinde. Anders als von Abrüstungsbefürwortern gefordert, heißt es in der neuen NPR nicht, dass die Abschreckung eines atomaren Angriffes der „ausschließliche Zweck“ zum Vorhalt eigener Nuklearwaffen sei, sondern es ist lediglich vom „fundamentalen Zweck“ die Rede.

Allerdings hatte schon George W. Bush das Ziel verfolgt, die Bedeutung von Atomwaffen für die strategische Abschreckung zu reduzieren. Darum vereinbarte Bush 2002 in einer Selbstverpflichtungserklärung mit dem damaligen russischen Präsidenten Wladimir Putin Schritte zur Reduzierung der Zahl von Nuklearsprengköpfen, denen Obama und Medwedjew jetzt vertraglich festgeschriebene verringerte Obergrenzen folgen lassen.

Während für konservative Kritiker Obamas schon die grundsätzliche Abkehr von der umfassenden Doktrin der allgemeinen nuklearen Abschreckung eine nicht hinnehmbare Schwächung der amerikanischen Verteidigungsbereitschaft bedeutet, äußern Abrüstungsbefürworter auf der Linken Enttäuschung über Obamas sicherheitspolitischen Gradualismus. Stephen Young von der „Union of Concerned Scientists“, einem Wissenschaftlerverband für die atomare Abrüstung, bemängelt etwa, dass die neue NPR auch keinen grundsätzlichen Verzicht auf die Entwicklung eines neuen atomaren Gefechtskopfes postuliert, sondern dessen Bau nur verschiebt, obwohl es nach Youngs Überzeugung keinen wissenschaftlichen Grund für den Bau neuer nuklearer Sprengköpfe gibt. Der frühere New Yorker Bürgermeister Ed Koch, der im Präsidentenwahlkampf 2008 zunächst Hillary Clinton und später Obama unterstützt hatte, beklagt dagegen, dass aus dem Weißen Haus „der faule Geruch von München und der Appeasement-Politik“ krieche, während man auf den Verbündeten Israel eindresche.

Werden die 20 Sprengköpfe in Deutschland abgezogen?

Die Verbindung von großer, wortreich beschriebener Vision mit kleinen praktischen Schritten zur atomaren Abrüstung zeichnet die gesamte NPR aus. Das ist bei einem Dokument, an dessen Ausarbeitung sicherheitspolitische „Falken“ im Pentagon ebenso beteiligt sind wie außenpolitische „Tauben“ im Außenministerium und im Weißen Haus, wohl gar nicht anders möglich. Zudem ist die Verbindung großer Worte mit kleinen Schritten inzwischen zum Markenzeichen von Obamas politischem Pragmatismus geworden.

In der NPR lässt sich das an mehreren strittigen Fragen durchbuchstabieren. Sollen die etwa 200 taktischen Atomwaffen in Europa, darunter bis zu 20 Sprengköpfe in Deutschland, als unnützes Relikt des Kalten Krieges abgezogen werden? Im Prinzip ja, aber eine Festlegung gibt es nicht. Soll die höchste Alarmbereitschaft für den Einsatz von jeweils etwa 1000 russischen und amerikanischen Sprengköpfen aufgehoben werden, um das Risiko eines irrtümlichen Gegenschlages bei einem Fehlalarm zu verringern? Grundsätzlich ja, aber mehr als eine Festlegung auf zusätzliche Zwischenschritte und mehr Zeit für den Präsidenten bis zum Einsatzbefehl findet man nicht in der NPR. Matthias Rüb,  Faz 7

 

 

 

 

Leitartikel. Beharrlich abrüsten

 

Friedensinitiativen und der deutsche Außenminister Guido Westerwelle. Sie alle wollen das eine: eine atomwaffenfreie Welt. Sie werden noch mehr Verbündete brauchen, um das ehrgeizige Ziel zu erreichen. Vor allem müssen sie ihren Weg beharrlich und geduldig gehen und dabei eine Politik der kleinen Schritte verfolgen. Nur dann werden die teils gewaltigen Hürden genommen werden können. Das schließt Rückschläge genauso ein wie Kompromisse, die allen vieles abverlangen. Schließlich muss der Dreiklang von Abrüstung, Abschreckung und Abwehr harmonisiert werden.

 

Da ist das Start-Abkommen, das am Donnerstag in Prag unterschrieben werden soll. Ein Jahr nachdem Obama seine Vision einer atomwaffenfreien Welt verkündete, verpflichten sich die USA und Russland mit dem Regelwerk die taktischen (Langstrecken-)Atomwaffen auf 1500 bis 1650 Sprengköpfe zu reduzieren. Was für Pragmatiker ein Erfolg ist, geht anderen nicht schnell genug. Wichtiger als der Streit darüber ist allerdings: Es geht voran.

 

Das gilt auch für Obamas neue Atom-Doktrin, Nuklearwaffen nur noch eingeschränkt einzusetzen. Das ist weit entfernt davon, die Massenvernichtungswaffe zu beseitigen. Zugleich ist es eine nicht zu unterschätzende Abkehr vom Ansatz seines Vorgängers Bush, der Atomwaffen praktisch jederzeit einsetzen wollte. Auch muss Obama Rücksicht auf die Republikaner nehmen, deren Stimmen er noch benötigt - beispielsweise bei der versprochenen Ratifizierung des Atomteststopp-Vertrags.

 

Spannend wird es bei den Atomwaffen kürzerer Reichweite. Hier ist Russland wenig daran interessiert, sich die rund 4600 Sprengköpfe allzu schnell wegverhandeln zu lassen. Moskau fühlt sich der Nato bei konventionellen Waffen unterlegen. Statt auf schnelle Abrüstung zu dringen, könnte es hier zunächst klüger sein, auf Schritte zu setzen, mit denen mehr Vertrauen geschaffen werden kann. Es würde erst einmal reichen, wenn Washington und Moskau Daten austauschen oder Experten der jeweils anderen Seite erlauben, Stützpunkte zu besuchen. Das hätte möglicherweise zur Folge, dass der Abzug von US-Atomwaffen aus Deutschland noch warten müsste.

 

Eine Kooperation ist auch bei der Raketenabwehr ratsam. An einem solchen System sind im Grunde vor allem Staaten des alten Kontinents interessiert. Mitteleuropäische Länder wie Polen wären beruhigt, weil sie sich von Moskau nicht mehr so bedroht fühlen müssten. Das restliche Europa würde sich sicherer wähnen vor einer denkbaren Bedrohung etwa aus dem Iran.

 

Das bringt China ins Spiel. Denn wenn Russland partiell enger mit den USA und der Nato gemeinsame Sache macht, müsste Peking in einem weiteren Schritt in Gespräche eingebunden werden. Sonst würde die aufstrebende asiatische Militärmacht Argumente bekommen, stärker atomar aufzurüsten.

 

Bei diesen Überlegungen geht es nicht darum, die unterschiedlichen verteidigungs- und geopolitischen Interessen einzuebnen. Doch ist die Einsicht in den vergangenen Jahrzehnten gewachsen, Konflikte zwischen den Staaten nicht mehr mit Waffengewalt zu lösen. Diese grundsätzliche Erkenntnis muss durch multilaterale Gespräche allerdings noch vertieft werden.

 

Richtig schwierig wird es bei der Frage, wie sich Abrüstung kontrollieren und durchsetzen lässt. Für die Überwachung dieses Prozesses könnte man die Position der Internationalen Atomenergieorganisation stärken. Sie hat in den Fällen Iran und Irak bewiesen, dass mit Hilfe von Geheimdienstberichten oder Informationen aus der Bevölkerung durchaus ein verlässliches Urteil möglich ist.

 

Die Vereinten Nationen sind wohl die einzige Institution, die Abrüstung oder einen Stopp der Aufrüstung durchsetzen kann. Es gibt eine Reihe von erfolgreichen Beispielen. Im Fall des Iran müssen die Mitglieder im Sicherheitsrat eine eindeutigere Position einnehmen. Bleibt zu hoffen, dass Washington, Moskau, London, Paris und Peking bei dem Thema weiter vorankommen.

 

Eine Alternative zur Abrüstung gibt es nicht. Zum einen bedeuten Atomwaffen auch für jene, die sie haben, nicht mehr, sondern weniger Sicherheit, wenn immer mehr Staaten über sie verfügen. Zum anderen wächst, wenn immer mehr Staaten die Waffen haben, die Gefahr, dass sie in die Hände von Terroristen fallen. Auch wenn wir uns an ihre Existenz gewöhnt haben, Nuklearwaffen bleiben hoch gefährlich.

Andreas Schwarzkopf  FR 7

 

 

 

Schuldenkrise. Teure Sünden

 

Der griechische Schuldenmanager Petros Christodoulou ist ein alerter Mann mit beruflichen Erfahrungen in den Investmentbanken J.P. Morgan, Credit Suisse und - na klar - Goldman Sachs. Er kennt die Ansprüche großer Investoren in London und New York aus eigener Erfahrung vor Ort. Um seine gegenwärtige Aufgabe ist er nicht zu beneiden, denn Christodoulou will die skeptischen internationalen Großanleger vom Reiz einer griechischen Staatsanleihe in Dollar überzeugen.

Angesichts der hohen Risikoaufschläge, die Athen für seine Euro-Anleihen zahlen muss, kann er sein Land nicht als blühende Industrienation verkaufen. Stattdessen ist von Marktteilnehmern zu hören, Griechenland wolle sich als Schwellenland präsentieren, um seine Anleihen spezialisierten Fonds verkaufen zu können.

Mit dem Begriff des Schwellenlandes verbindet sich üblicherweise eine Wirtschaft mit großem Wachstumspotential. Hier wird es Griechenland schwerfallen, im Vergleich zu dynamischen Schwellenländern wie ausgerechnet dem ungeliebten Nachbarn Türkei an den Märkten zu punkten. Der Traum Athens von einer Finanzierung seiner Staatsschulden zu niedrigen Zinsen ist ausgeträumt. Die alten Sünden kommen teuer zu stehen. Faz 8

 

 

 

Afghanistan: Karsai und der Westen. Die Marionette will nicht mehr

 

Afghanistans wendiger Präsident Hamid Karsai ist auf den Westen angewiesen - aber das gilt auch umgekehrt: Es gibt keine Alternative in Kabul. Ein Kommentar von Daniel Brössler

 

Es gehört nicht viel böser Wille dazu, sich Hamid Karsai als Marionette vorzustellen. Wie sein grüner Mantel umhüllt ihn das Image, eine Kreatur des Westens zu sein, seit er vor mehr als acht Jahren auf dem Petersberg bei Bonn zum Oberhaupt der Afghanen gekürt wurde.

 

Ohne die Militärmacht der Alliierten und ohne deren Geld gäbe es ihn nicht, Karsai den Präsidenten. Dennoch hat Karsai dieser Tage vor Stammesältesten in Kandahar eben jene Alliierten herausgefordert, ihnen mit einem Veto gegen eine Offensive in der Region gedroht. Die Marionette hat an den Fäden gezogen - und zu spüren ist es bis Washington und natürlich auch bis Berlin.

 

Zu einer Zeit, da die Nachricht über drei gefallene deutsche Soldaten noch frisch ist, muss das die deutsche Politik besonders schmerzen. In der ganz großen Koalition fast aller mit Ausnahme der Linkspartei verfolgt sie eine Strategie, in der letztlich ein Mann den Weg aus dem Schlamassel weisen soll - ausgerechnet Hamid Karsai.

Die Erkenntnis, dass der Konflikt am Hindukusch einerseits militärisch nicht zu gewinnen ist, andererseits aber ohne massiven Schaden für das eigene Ansehen und die eigene Sicherheit nicht einfach abgebrochen werden kann, wächst die vermeintliche Marionette Karsai fast zwangsläufig auf die Größe eines Hoffnungsträgers.

Die vom Bundestag beschlossene Aufstockung des Bundeswehr-Kontingents, die verstärkten Bemühungen um die Ausbildung afghanischer Soldaten und Polizisten und auch die erhöhte Entwicklungshilfe versprechen für sich genommen noch keinen Erfolg. Sie ergeben nur Sinn, wenn es Karsai im Zusammenspiel mit den USA gelingt, die Taliban unter Druck zu setzen und dann einzubinden.

Kein Ersatzmann für Kabul

Zwar ist und bleibt Karsai angewiesen auf den Westen. Die Abhängigkeit aber ist eine gegenseitige. Die USA und ihre Verbündeten verfügen über keinen Ersatzmann für Kabul. Und über keinen Plan B, falls Karsai scheitert.

Aus deutscher Sicht lässt sich die Lage mit einer unangenehmen Vokabel beschreiben: Ohnmacht. Die Bundesregierung kann nur hoffen, dass eine militärische Offensive Früchte trägt, über die in Deutschland nicht gerne gesprochen wird. Und sie muss wünschen, dass Karsai gegen alle Anzeichen seinen Worten doch Taten folgen lässt im Kampf gegen die Korruption und beim Aufbau eines funktionierenden Staatsapparats.

Deutsche Politiker können in dieser Lage schroffe Töne gegenüber Karsai anschlagen wie Verteidigungsminister Karl-Theodor zu Guttenberg. Oder sie können, wie Außenminister Guido Westerwelle, Karsais schöne Worte bei seiner Vereidigung oder bei der Londoner Konferenz auf die Goldwaage legen.

Nur eines können sie nicht: Karsai wirksam in die Pflicht nehmen. Mit dieser unerfreulichen Wirklichkeit müssen sie zunächst sich und dann die deutschen Wähler vertraut machen. Das ist, nach allen Mühen, eine Enttäuschung. Es zu verschweigen, wäre schlimmer: nämlich Täuschung. SZ 7

 

 

 

Bundeswehr in Afghanistan. Im Krieg

 

Mit jedem gefallenen Bundeswehrsoldaten, aber auch mit jedem tragischen Vorfall, bei dem Unbeteiligte oder verbündete Soldaten ums Leben kommen, wird den Deutschen klarer, wie die Lage am Hindukusch zu beschreiben ist: als Krieg. Die einschränkende Bemerkung des Verteidigungsministers zu Guttenberg, so könne man das „umgangssprachlich“ nennen, hat verfassungs- und völkerrechtliche Bedenken im Blick; an der Tatsache, dass die neue Strategie die Bundeswehr (und andere Isaf-Streitkräfte, ebenso wie die im Aufbau befindliche afghanische Armee) immer öfter in immer schwerere Gefechte verwickeln wird, ändert sie nichts.

Geändert hat sich nur, dass die ausländischen Soldaten wegen der Anweisungen des amerikanischen Oberkommandierenden McChrystal und insbesondere nach dem Vorfall von Kundus den Kampf gewissermaßen mit einem auf den Rücken gebundenen Arm führen müssen. Massive Luftunterstützung gibt es nur noch in engem Rahmen, um Opfer unter Zivilisten so weit wie möglich auszuschließen oder in Grenzen zu halten. Das hat seine psychologisch-politische Berechtigung, militärischer Logik entspricht es nicht.

Umso mehr muss sich die Politik verpflichtet fühlen, die in Afghanistan unter schwierigen Bedingungen kämpfenden Soldaten gut ausbilden zu lassen und ihnen die beste Ausrüstung mitzugeben, die zur Verfügung steht. Am Anfang des Einsatzes wurde ein Mangel an gepanzerten Fahrzeugen beklagt. Die Lage ist verbessert worden. Es gibt aber auch einen nicht aufzuhebenden Widerspruch zwischen schwerer Panzerung, Beweglichkeit und Schnelligkeit: Zur neuen Strategie gehören letztere Fähigkeiten. Sie sind mit einer größeren Gefährdung verbunden, genauso wie der Entschluss, sich nicht mehr in gesicherten Feldlagern zu verschanzen, sondern in die Dörfer zu gehen, offensiv zu werden - nicht zuletzt, um der afghanischen Bevölkerung ein Gefühl des Schutzes und damit größerer Sicherheit zu vermitteln.

Der größte Mangel, und auch das wird schon lange beklagt, ist das Fehlen von Kampfhubschraubern. Da haben alle Appelle der Nato an die Bündnispartner bisher ihre Wirkung verfehlt. Nur die Amerikaner verfügen in nennenswertem Umfang über solches Gerät. Daran sollten sich die Kritiker von heute erinnern, wenn im Bundestag einmal wieder über den Verteidigungshaushalt debattiert wird.

Günther Nonnenmacher Faz 6

 

 

 

 

Kolumne. EU muss Machtfaktor werden

 

Der Brüsseler Kompromiss über die Abwehr des drohenden Staatsbankrotts der Griechen hat die Lage vorerst beruhigt. Es ist ein Kompromiss, wie er in Brüssel üblich geworden ist: Die demonstrierte Handlungsfähigkeit reduziert sich auf die bloße Fähigkeit zur Kompromissbildung. Die wiederum besteht darin, die erforderliche Richtungsentscheidung zu vertagen beziehungsweise den Kompromiss so anzulegen, dass alles offen bleibt. So war es auch jetzt wieder.

 

Zwischen den Erfordernissen unmittelbarer Krisenreaktion und der Furcht vor dem Unwillen der eigenen Bevölkerung taumelt die Europäische Union vor sich hin. Es gibt Szenarien US-amerikanischer Thinktanks, nach denen es die Europäische Union in 10 bis 15 Jahren nicht mehr gebe, sondern sie wieder in Einzelstaaten zerfallen sei. Die unterschiedlichen Reaktionen auf die Schuldenkrise Griechenlands lassen diese Szenarien als nicht ganz unwahrscheinlich erscheinen.

 

Die Kühle, mit der in Deutschland der Ausschluss Griechenlands aus dem Euroraum gefordert wurde, aber auch die Vehemenz, mit der einige griechische Politiker Weltkriegsreparationen gegen Deutschland einklagen wollten, um ihre Politik der Verschuldung fortsetzen zu können, zeigen, dass es mit der europäischen Solidarität nicht weit her ist. Am besorgniserregendsten war jedoch die politische Isolation, in die Deutschland zu geraten drohte, als es auf Einhaltung der Verträge bestand. Über Jahrzehnte hat man sich in Europa daran gewöhnt, dass bei auftretenden Problemen die stärkste Volkswirtschaft deren Kosten übernimmt. Das ist keine tragfähige Voraussetzung für eine belastbare Zukunft.

 

Dabei müsste angesichts der Herausforderungen durch die Globalisierung der europäische Integrationsprozess eigentlich viel weiter sein. So hat man Verabredungen über eine gemeinsame Außen- und Verteidigungspolitik getroffen, die auf dem Papier stehen, aber nicht umgesetzt werden. Im Umgang mit den globalen Herausforderungen spielt Europa keine nennenswerte Rolle. Und wenn es eine Rolle zu spielen sucht, wird es von den anderen ohne große Mühe auseinanderdividiert. Eigentlich wussten alle, dass der Einführung des Euro eine gemeinsame Wirtschafts- und Sozialpolitik in dem neu geschaffenen Währungsraum folgen musste. Aber es war auch klar, dass dies keiner wollte: Die Deutschen nicht, weil sie dann auf einen Teil ihres Wohlstandes verzichten, und die anderen nicht, weil sie sich dann noch stärker nach den Vorgaben der Deutschen richten mussten. Man hat die Zentrifugalkräfte unterschätzt, die mit jedem weiteren Integrationsschritt zwangsläufig entstanden sind. Jetzt werden die Risse sichtbar.

 

Wie also weiter mit Europa? Vor einigen Jahren ist über ein "Europa der zwei Geschwindigkeiten" beziehungsweise ein Kerneuropa (mit einem darum gelagerten Randeuropa) diskutiert worden. Man hat diese politisch etwas inkorrekte Vorstellung damals schnell wieder in der Versenkung verschwinden lassen - in der Hoffnung, damit auch