WEBGIORNALE 9-11 Aprile
2010
Direttiva della Commissione Europea contro gli abusi sui minori
BRUXELLES - In
Europa una percentuale di minori compresa tra il 10% e il 20% è esposta al
rischio di violenze sessuali. Alcune forme di violenza sessuale sono in
aumento. Cresce il numero di siti a contenuto pedopornografico e ogni giorno
compaiono sul web 200 immagini nuove. Le vittime ritratte sono sempre più
giovani e il materiale diventa sempre più esplicito e violento. Il 20% circa
degli autori di reati sessuali tende a commettere nuovamente il reato dopo la
condanna.
E’ quanto emerge da studi citati dalla
Commissione europea. La Commissione ha varato una proposta di normativa che, se
approvata dal Consiglio Ue e dal Parlamento europeo, obbligherà gli Stati
membri ad inasprire le pene per gli abusi sessuali sui minori e la
pedopornografia.
La proposta chiede che siano perseguite
penalmente attività come il “grooming” (l’adescamento di minori su Internet per
abusarne) e il “turismo sessuale”, anche se l’abuso è commesso al di fuori del
territorio dell’UE. La Commissione vuole anche che si faccia di più sul fronte
della prevenzione e per proteggere le vittime, in particolare affinché i
responsabili abbiano accesso a un trattamento personalizzato che eviti la
reiterazione del reato.
“Abusare di minori – ha detto il
commissario per gli affari interni Cecilia Malmström - significa perpetrare
orrendi delitti contro bambini e adolescenti, marchiandoli a vita. Sfruttare
sessualmente un minore significa usare un bambino o un adolescente come un
oggetto sessuale arricchendosi sulle sue sofferenze. Scaricare e visionare
materiale pedopornografico su Internet determina un aumento degli stupri di
minori commessi proprio per produrre quelle immagini. Tutto quel che sarà
possibile fare contro questo fenomeno, l’UE deve farlo e lo farà.”
La proposta della Commissione Ue
semplificherà la lotta contro questi reati con una serie di iniziative: l’abuso
e lo sfruttamento sessuale sono da considerarsi reati gravi, punibili con pene
severe in tutta l’Unione, e diventano penalmente perseguibili nuove forme di
abuso come il “grooming”, il fatto di visionare materiale pedopornografico su
Internet anche senza scaricarlo e l’indurre un minore a posare in atteggiamenti
sessualmente espliciti di fronte ad una webcam; i “turisti sessuali” che si
recano all’estero per abusare di minori saranno perseguiti una volta tornati in
patria; le giovani vittime saranno protette in modo da evitare loro traumi
aggiuntivi quando devono rendere dichiarazioni alla polizia e alle autorità
giudiziarie o quando devono testimoniare in tribunale, e riceveranno assistenza
legale gratuita; ogni colpevole dovrà sottoporsi a un esame individuale e avrà
accesso ad un trattamento personalizzato per evitare il rischio di recidiva;
l’interdizione del condannato dall’esercizio di attività che comportino
contatti con minori dev’essere effettiva in tutta l’Unione e non solo nel Paese
in cui è stata pronunciata la condanna; gli Stati membri avranno l’obbligo di
provvedere al blocco dell’accessi ai siti web pedopornografici, essendo
difficilissimo eliminarli alla fonte, specialmente se il sito è situato al di fuori
dell’UE. Spetterà agli Stati membri decidere come disporre tale blocco, sempre
nel rispetto delle garanzie giuridiche. (Inform)
Schenghen: dal 5 aprile visti più rapidi nei paesi Ue
Dal 5 aprile viene
applicato il codice europeo dei visti. Il codice dei visti aumenta la
trasparenza, migliora la certezza del diritto e garantisce la parita' di
trattamento dei richiedenti, armonizzando nel contempo le norme e le prassi
degli Stati Schengen (22 Stati membri e 3 Stati associati) che applicano la politica
comune dei visti. ''Dal 5 aprile le condizioni per il rilascio dei visti per lo
spazio Schengen ai cittadini di paesi terzi sono piu' chiare, piu'
precise, piu' trasparenti e piu' eque.
E’ più rapido ttenere un visto Ue”, dichiara Cecilia Malmstrom, commissario per
gli Affari interni. ''Il codice Ue dei visti garantira' che la normativa
europea sui visti venga applicata in modo armonizzato'', ha aggiunto. Ulteriori
categorie di persone beneficeranno della concessione gratuita del visto, e i
diritti per i visti dei minori tra i sei e i dodici anni sono stati ridotti a
35 euro (l'importo generale dei diritti rimane di 60 euro). I cittadini di
paesi terzi con cui l'Unione ha concluso accordi di facilitazione del visto
continueranno a pagare 35 euro per i diritti di visto. Il codice aumenta la
trasparenza e la certezza del diritto. Impone l'obbligo di motivare il rifiuto
del visto e riconosce il diritto di ricorso contro le decisioni negative.
Infine, il codice rafforza il ruolo delle delegazioni dell'Unione nel
coordinamento della cooperazione tra gli Stati membri nell'ambito della
''cooperazione locale Schengen'' nei paesi terzi. In tal modo contribuisce
anche a una maggiore armonizzazione delle procedure. Per garantire la parita'
di trattamento dei richiedenti, e' stato redatto il manuale per il trattamento
delle domande di visto (adottato dalla Commissione il 19 marzo 2010), che è a
disposizione di tutto il personale consolare degli Stati membri. Il codice dei
visti e' stato adottato nel giugno del 2009 dal Parlamento europeo e dal
Consiglio. Nelle scorse settimane Tripoli ha annullato il blocco dei visti ai
cittadini appartenenti alla zona Schengen. La decisione libica e' stata presa
dopo l'annuncio da parte della presidenza Ue di aver revocato le restrizioni
per i visti di tutti i 188 libici, tra cui il colonnello Muammar Gheddafi,
inseriti nella black list della Svizzera.
Grtv
L’ufficio del
personale Ue, Espo per farla breve, non la spunterà. I Trattati affermano
insindacabilmente che l’Unione ha l’obbligo di parlare agli europei in ognuno
dei ventitré idiomi ufficiali della Comunità. L’aver offerto 323 posti da
«amministratore» con un concorso affrontabile solo in tre lingue è una chiara
violazione della politica linguistica fondata sul regolamento n. 1 del
Consiglio (1958). Se Roma, dove l’assenza dell’italiano ha toccato un nervo
scoperto, deciderà di ricorrere alla Corte di Giustizia, avrà certamente
partita vinta. Ma sarà una magra consolazione.
L’Espo è stato
maldestro. Ora potrà tentare di discolparsi invocando la consuetudine della
Commissione esecutiva, dove le riunioni di lavoro sono trilingue per prassi
interna, si fanno in inglese, francese e tedesco. Oppure aggrapparsi ai
problemi di bilancio, visto che la manutenzione del multilinguismo succhia
oltre 1,1 miliardi l’anno dai forzieri dell’Ue. Potrebbero provare a dire che
ventitré lingue per un esame costano una fortuna. Sarebbe inutile. Nei Trattati
c’è scolpito che nessuno può essere escluso.
Sebbene siano tutte
ufficiali e d’uguale statuto, le lingue in Europa si stanno asciugando per
praticità. Gli ambasciatori che preparano le riunioni del Consiglio dei
ministri discutono in inglese o francese, con una evidente prevalenza della
prima lingua sulla seconda. Fa eccezione talvolta il rappresentante della
République, generalmente per dispetto ai britannici. In Commissione qualunque
manager ha teorico diritto all’interprete nelle riunioni ufficiali, però se il
greco sceglie di esprimersi come il padre gli ha insegnato viene considerato
uno sgarbo mirato a complicare le cose. Pertanto è un’occorrenza molto rara.
E’ facile
prevedere che l’inglese alla fine avrà la meglio e che passo dopo passo si
elimineranno parecchi vocabolari. Il francese dovrebbe salvarsi e la Germania
si spenderà per difendere il tedesco.
L’italiano ha un
piede fuori della porta, eppure a Roma nessuno può scandalizzarsi o lamentarsi
se, quando si stringe la rosa, noi siamo fuori. Al di là delle parole e delle
impennate di governi di ogni colore, i finanziamenti per la politica di
promozione della lingua sono magri da anni. Basta chiedere agli istituti di
cultura. Fondi tagliati. Iniziative azzerate. Risultati affidati al talento e
all’estro dei singoli.
La lingua si
protegge diffondendo la cultura. Francesi, tedeschi, britannici e spagnoli
hanno scuole e centri di promozione in tutte le capitali. L’ambasciata francese
a Bruxelles offre corsi di perfezionamento gratuiti ai giornalisti, cosa che
fanno anche i fiamminghi del Belgio. Un paese, questo, dove nonostante le circa
300 mila presenze nazionali, l’Italia ha chiuso da quasi quarant’anni lo
straccio di scuola che aveva e si è affidata alla Scuola Europea, dove però
oggi hanno accesso solo i figli degli eurocrati. Per non parlare della folle
voglia di tagliare la lingua straniera nelle classi della penisola.
In tempi recenti
il ministero della Cultura ha asciugato i contributi per il cinema nella
capitale europea, mentre sono miseri anche gli sforzi per la traduzione della
letteratura nostrana che, invece, sarebbe il cavallo di Troia per una lingua a
cui esperti vedono potenzialmente come la numero tre. Senza l’arte della
parola, la lingua muore. Così, magari, un ricorso contro l’Espo salverebbe la
faccia e l’onore. Poi, però, serviranno i soldi e la volontà politica del
sistema intero, ché i primi senza la seconda non servono. Non c’è a Bruxelles
un complotto italiano. Ci sono lingue e stati determinati nel difenderle. C’è
la debolezza di un paese, il nostro, in cui le imprese vogliono andare
all’estero senza sapere leggere un bando in inglese. Abbagliate magari da un
politica che, legislatura dopo legislatura, ai fatti ha preferito le parole.
Meglio se non straniere. MARCO ZATTERIN LS
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La cultura politica italo-tedesca dialoga sul sito www.culturepolitiche.it
Sicuramente avrete
già sentito di Gian Enrico Rusconi secondo il quale le relazioni fra l’Italia e
la Germania si trovano in stato di una „lenta alienazione”. È vero che gli
italiani ammirano l’atteggiamento politico e la pragmatica dei tedeschi, però
non agiscono di conseguanza alle loro dichiarazioni. I tedeschi invece pensano
che il loro vicino meridionale sia molto simpatico e studiano con predilezione
la cultura e la storia italiana, ma non lo prendono sul serio in senso
politico.
Corrisponde
veramente ai fatti che le relazioni italo-tedesche si trovino al loro livello
più basso?
In realtà, la
Germania e l’Italia hanno molto di più in comune di quanto possa sembrare a
prima vista. Una storia simile, la creazione di istituzioni congiunte
nell’ambito della integrazione europea, due generazioni giovani piene di
aspettative per il loro futuro – tutto questo è un fondamento per un fattibile
legame di confidenza.
Innanzi tutto,
quando tedeschi ed italiani riuniscono il loro potenziale è possibile creare grandi concetti importanti – come è
successo nel Trattato di Roma, ma anche per quanto riguarda il futuro
dell’Europa.
La Fondazione
Konrad Adenauer a Roma si prefissata come obiettivo principale l’attiva
promozione di questo rapporto e ha fondato un online forum per promuovere il
dialogo italo-tedesco.
In 30 articoli si
trovano pensieri di esperti su stato e politica, educazione e scienza, economia
e sociale come anche cultura e civiltà – sempre nelle prospettive di entrambi
paesi.
Il grande valore
del progetto si dimostra anche attraverso l’appoggio energico dell#ambasciatore
tedesco in Italia, Michael Steiner, e il suo collega italiano a Berlino,
Michele Valensise. Siamo molto lieti che abbiano assunto il patronato del
nostro progetto.
Ho il piacere di
invitarvi a partecipare a questo dialogo, ad informarsi e ad aiutarci nello
sviluppo continuo del nostro progetto www.culturepolitiche.it.
Wilhelm
Staudacher, de.it.press
La Commissione Esteri del Senato sul progetto di riorganizzazione del
ministero degli Esteri
ROMA - La
Commissione Esteri del Senato, nella seduta del 30 marzo, ha approvato il
parere sul progetto di riorganizzazione del riorganizzazione del ministero
degli Affari Esteri. Un progetto che - come ha spiegato il ministro Frattini in
un recente intervento di fronte alle commissioni Esteri riunite di Camera e
Senato - si sviluppa attorno a tre pilastri del ‘modo di porsi’ dell’Italia
sulla scena globale: la sicurezza in senso politico-internazionale, la
dimensione europea, il sistema Paese.
In particolare le attuali direzioni generali
con competenze geografiche e competenze tematiche saranno sostituite da “un
numero più ridotto di direzioni generali divise per macroaree tematiche,
coincidenti con le grandi priorità della nostra politica estera”: Affari
politici e sicurezza; Mondializzazione e questioni globali; Promozione del
Sistema Paese; Unione Europea. A queste si affiancheranno due Direzioni
Generali già esistenti: quella per gli Italiani all’estero e quella per la
Cooperazione allo sviluppo.
Qui di seguito il testo del parere della
commissione del Senato.
La 3a Commissione permanente (Affari esteri,
emigrazione), esaminato, ai sensi dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo
schema di regolamento di organizzazione del ministero degli Affari Esteri;
viste le osservazioni espresse dalla prima
Commissione il 16 marzo 2010;
apprezzata la portata complessiva del
provvedimento mirante ad un riassetto organizzativo del ministero ispirato da
un lato a principi di efficienza, razionalità ed economicità e dall'altro alla
creazione di grandi direzioni generali «tematiche», la cui competenza si radica
nella gestione delle grandi questioni internazionali;
osservato che il disegno di riorganizzazione
delle strutture centrali del ministero rientra in una strategia di globale
rinnovamento ed adeguamento che deve avere natura organica e quindi coordinarsi
con gli interventi sulla rete e diplomatica e consolare, nonché con la riforma
degli istituti di cultura e della cooperazione allo sviluppo, la cui tempistica
deve pertanto essere accelerata;
preso atto delle misure di riduzione degli
uffici dirigenziali di livello generale e di quelli di livello non
dirigenziale, in attuazione delle disposizioni di cui all'articolo 74 del
decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge
6 agosto 2008, n. 133, che confermano la coerenza e l'efficacia della strategia
amministrativa adottata dal ministero, le cui piante organiche risultano
pertanto ulteriormente incomprimibili;
preso altresì atto che la riforma proposta
richiederà necessariamente una fase di attuazione e messa a punto dei criteri
che consentiranno l'attribuzione dei singoli Paesi ad una direzione piuttosto
che ad un'altra, nonché del necessario coordinamento tra le diverse direzioni
generali onde evitare inefficienze, sovrapposizioni o contrasti;
ribadita la necessità che all'azione esterna
dell'Italia sia assicurato un livello di risorse umane e finanziarie adeguato
alle crescenti responsabilità internazionali ed equiparabile a quello dei
principali partner europei;
auspicato al riguardo che le risorse comunque
recuperate vengano reinvestite all'interno dello stesso Ministero, avuto
particolare riguardo alla situazione critica del settore della cooperazione
allo sviluppo;
segnalata l'esigenza di un maggiore raccordo
tra il ministero e gli altri soggetti istituzionali che concorrono all'azione
esterna del nostro Paese, quali la Presidenza del Consiglio, il ministero
dell'Economia e delle finanze ed il ministero dello sviluppo economico,
soprattutto per quanto attiene al controllo e alla gestione dei contributi ai
fondi, alle istituzioni finanziarie ed alle organizzazioni economiche
internazionali;
rilevata parimenti l'esigenza di un maggiore
coordinamento con l'azione esterna di regioni ed enti locali;
rilevata l’importanza di continuare la
positiva collaborazione tra il ministero degli Affari Esteri e il ministero
dello sviluppo economico anche nel quadro della "Cabina di Regia per
l’Italia internazionale" istituita dalle due amministrazioni nel 2008;
evidenziata l'importanza di valorizzare
ulteriormente le strutture rivolte agli italiani nel mondo, al fine di
accentuarne lo sviluppo delle potenzialità che rivestono per rafforzare
l'azione e l'immagine esterna dell'Italia;
esprime parere favorevole con le seguenti
osservazioni:
a) si garantisca il necessario e puntuale
confronto con le commissioni parlamentari nella fase di attuazione, messa a
punto e verifica della nuova struttura- le cui piante organiche, al pari delle
risorse destinate alla politica estera, dovranno necessariamente essere almeno
pari alle attuali - organizzata su basi tematiche e della sottostante
articolazione geografica, anche con riferimento ai criteri che presiederanno
nella pratica l'attribuzione delle nuove funzioni, sottoponendo in particolare
all'esame parlamentare preventivamente lo schema di decreto ministeriale di cui
all'articolo 1, comma 5, relativo ai novantasei uffici di livello dirigenziale
non generale;
b) si metta maggiormente a fuoco il raccordo
con la politica estera dell'Unione europea, sotto il profilo delle strutture
amministrative chiamate a collaborare con l'istituendo servizio europeo per
l'azione esterna, garantendo un indirizzo politico comune, tenendo altresì
conto che detto servizio si potrebbe strutturare per aree geografiche;
c) si valuti l'opportunità del superamento
della configurata compartimentazione dei Paesi dell'area OSCE per accorparli in
un'unica direzione generale che ne valorizzi la comune appartenenza all'«architettura
di sicurezza» europea;
d) si menzioni la locuzione «diritti umani»
nella denominazione ovvero nell'articolazione della nuova direzione generale
per gli affari politici e di sicurezza, competente a trattare tale materia,
così rilevante nell'azione internazionale del nostro Paese;
e) la prevista direzione per la promozione
del “Sistema Paese” si colleghi funzionalmente ad un'incisiva riforma del
sistema degli istituti di cultura italiana operanti all'estero, garantendo la
riconoscibilità e la proiezione internazionale della cultura nazionale,
prevedendo in particolare un centro di coordinamento per la diffusione e la
valorizzazione della lingua italiana;
f) si conseguano le necessarie sinergie con
gli altri ministeri e le autonomie regionali e locali attraverso un'apposita
struttura di coordinamento, da istituirsi presso il ministero degli Affari
Esteri. (Inform)
Il voto degli italiani all’estero. Ripartire dalle fondamenta anziché dal
tetto
ROMA - C’è da riconoscere che le vicende di
collusione politico-imprenditoriale alla ribalta della cronaca almeno un merito
l’hanno avuto: hanno riportato all’attenzione collettiva le lacune della legge
sul voto degli italiani all’estero e le crepe di un sistema inadeguato al punto
da mettere in dubbio il rispetto dei fondamentali principi del nostro regime
democratico e rappresentativo.
Un sistema originato come atto dovuto nei
confronti dei “nostri emigranti, una risorsa che non può essere dimenticata”,
tradotto, al di là delle lodevoli intenzioni dei suoi sostenitori, in un
impianto normativo dai risultati infelici.
Autorevoli commentatori hanno evidenziato, in
passato e più di recente, le obiezioni di principio alla normativa vigente. É
stato messo in luce il collegamento tra questa e la legge sulla cittadinanza
del 1992 la quale, sancendo la prevalenza dello jus sanguinis sullo jus solis
in un impianto garantista (in Italia la cittadinanza si acquisisce ma non si
perde mai), ha favorito gli emigrati di terza e quarta generazione, chiamati ad
esprimere il proprio voto con un sistema per corrispondenza e che privilegia lo
schieramento al candidato.
In assenza di opportuni meccanismi che
distinguano tra chi vive all’estero per tempi sufficientemente brevi a mantenere
il collegamento con la madrepatria e coloro che possono invece considerarsi
definitivamente emigrati, questi ultimi finiscono per recitare nella migliore
delle ipotesi il ruolo di elettori che non subiscono le conseguenze delle loro
scelte, nella peggiore quello di spettatori cui viene regalato un diritto che
non hanno alcun interesse ad esercitare. Di qui, le rischiose conseguenze in
termini di interessi clientelari, sempre dietro l’angolo quando le schede a
disposizione sono molte di più di coloro che le riempiranno.
Senza voler tirare in ballo il principio del
“no taxation without representation”, leso nella misura in cui la legge in
vigore concede sostanzialmente rappresentanza a chi non paga le tasse al fisco
italiano, una originalità ancor più evidente è quella di collegare il voto
degli aventi diritto all’estero anziché a candidati del collegio italiano di
provenienza, a candidati di una circoscrizione elettorale fittizia (quella,
appunto, estera), con il risultato di inviare in Parlamento deputati e senatori
che rappresentano vastissime aeree continentali e che necessariamente provoca
un deficit di rappresentatività.
A tutto ciò, si aggiungono ostacoli e
farraginosità applicative che contribuiscono, se possibile, a complicare ancor
di più il quadro.
In primo luogo, l’applicazione della
normativa ha immediatamente manifestato problemi nella definizione delle
previste intese bilaterali con i Paesi di residenza degli elettori, tese ad
ottenere garanzia che l’esercizio di voto potesse svolgersi in condizioni di
rispetto dei principi di eguaglianza, libertà e segretezza. Non mi dilungherei
sull’opportunità di andare a sollecitare ordinamenti giuridici di grande
tradizione democratica come gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia. Mi limito
a ricordare i malumori canadesi, e in misura minore anche australiani, all’idea
che sul proprio territorio trovasse applicazione una legge elettorale che
tratta propri cittadini come se costoro continuassero a vivere nel loro Paese
d’origine. In questo senso, la legge ha avuto l’effetto di mettere in
discussione il dovere di lealtà che i “trapiantati” italiani e i loro
discendenti dovrebbero avere nei confronti del Paese che li ha accolti.
Contemporaneamente, si sono rese evidenti le
difficoltà legate alla dicotomia tra le liste di elettori gestite dal ministero
dell’Interno e quelle gestite dal ministero degli Esteri. In questo senso, le
rappresentanze diplomatiche e consolari sono state investite della
responsabilità di controllo e aggiornamento delle liste senza che la normativa
concedesse loro l’effettivo esercizio di una prevalenza che il diretto contatto
con le circoscrizioni elettorali rende solo logica.
Sta divenendo sempre più opportuna ed urgente
l’esigenza di approfondire modalità forse più adatte per valorizzare il ruolo
degli italiani all’estero, sia che si voglia continuare a garantire loro il
diritto di voto, sia che si voglia tornare al regime precedente. Sono stati
numerosi coloro che hanno esaminato i modelli di Paesi a noi vicini dal punto
di vista migratorio da cui trarre potenziale ispirazione. Analogamente, non
sarei il primo a formulare ipotesi di rafforzamento e riadattamento degli
organismi consultivi di rappresentanza delle comunità italiane all’estero - che
pure esistono, primo fra tutti il CGIE - cui potrebbe ad esempio affidarsi
facoltà di iniziativa legislativa.
La legge così come è andrebbe tuttavia
riformata in parallelo con la legge sulla cittadinanza con quel buon senso del
muratore che, per costruire l’edificio, parte dalle fondamenta invece che dal
tetto.
Ambasciatore
Giovanni Castellaneta, il Velino.it 29 marzo
Consolati. Il Mae ha deliberato: Mannheim chiude il primo ottobre, Amburgo
l’1.1.2011
Roma - Il 31
marzo, nel corso di un'informativa sindacale, la Direzione Generale
per il Personale ha reso noto il contenuto
della recente delibera del Consiglio d'Amministrazione del Ministero
degli Affari Esteri in ordine ai prossimi provvedimenti di
razionalizzazione della rete estera, che prevedono: chiusura di Durban
per l'1.10.2010 con conseguente accorpamento della sede con il CG di
Johannesburg; chiusura di Liegi per
l'1.10.2010 con conseguente accorpamento della sede con il CG di
Charleroi; chiusura di Mannheim per l'1.10.2010 con conseguente accorpamento della
sede con il CG di Stoccarda; chiusura di Amburgo per l'1.1.2011 con conseguente
accorpamento della sede con il CG di Hannover.
La Confsal Unsa
Coordinamento Esteri esprime ancora una volta la più netta
contrarietà ai provvedimenti in questione, poichè privi di un piano
razionale , per nulla strutturati e dei quali non si ravvisano
le finalità .
La Confsal Unsa
Coordinamento Esteri continuerà ad impegnarsi e lottare per il
mantenimento - anche se sotto forma di strutture declassate e/o ridotte - delle sedi
consolari colpite dal piano di razionalizzazione, e per il
mantenimento dei diritti dei lavoratori del MAE; la battaglia che da
un anno a questa parte il nostro Sindacato conduce da
solo rispetto a questa problematica non esprime unicamente il
valore dell' attaccamento dei propri iscritti al posto di
lavoro, bensì - cosa di gran lunga più importante - esprime la
consapevolezza del valore del servizio che i propri iscritti
rendono alla comunità italiana all'estero.
L’impegno
produce tuttavia anche dei risultati tangibili, dei veri cambiamenti di
rotta, come abbiamo potuto costatare in più casi. Vi preghiamo, dunque,
di continuare ad essere attivi localmente per mantenere viva la vostra
voce nelle sedi coinvolte.
In data
odierna la nostra Federazione ha reiterato la richiesta
d'incontro col Ministro Frattini su questa gravissima problematica; sarà
pertanto nostra cura mantenervi informati in merito. Confsal Unsa
Coordinamento Esteri
Il ministro Brambilla mercoledì a Düsseldorf per presentare Easy Italia
Il ministro
Brambilla sarà a Düesseldorf per una missione istituzionale il prossimo 14
aprile. Si tratta di un incontro importante per promuovere il “prodotto Italia”
tra i tedeschi che rappresentano la fetta più consistente di quel turismo
straniero che sceglie l’Italia come destinazione delle proprie vacanze. Terrà
una conferenza stampa alle 12,30 presso l’Intercontinental Hotel Koenigsallee
(59 40125 Duesseldorf).
Nel corso della
conferenza, il Ministro presenterà Easy Italia, il nuovo servizio
d’informazione per i turisti in Italia. Al costo di una telefonata urbana,
collaboratori specializzati forniranno ai turisti informazioni, consigli e
aiuto in sei lingue straniere (inglese, francese, spagnolo, cinese, russo e, naturalmente,
tedesco). De.it.press
A Berlino un incontro sul riconoscimento di titoli di studio e qualifiche
conseguite all'estero
Ha partecipato
alla riunione del 24 marzo per la collettività italiana Giuseppe Scigliano,
presidente del Comites di Hannover e vice coordinatore dell'Intercomites
BERLINO – Il presidente del Comites di
Hannover, Giuseppe Scigliano, è stato invitato quale rappresentante della
collettività italiana a partecipare a Berlino ad una riunione sul
riconoscimento delle qualifiche conseguite fuori dalla Germania, convocata il
24 marzo dal ministro per l'integrazione Maria Bömher e dal segretario di Stato
per la pubblica istruzione Cornelia Quennet Thielen.
Obiettivo dell'incontro la preparazione di
una bozza di legge in proposito che possa essere approvata dal Parlamento
tedesco entro la fine dell'anno.
Si tratta di un tema che interessa
potenzialmente circa 2,9 milioni di cittadini che hanno conseguito una
qualifica all'estero – 800.000 sono gli accademici, - su un totale di 10,5
milioni di persone residenti in Germania e aventi un passato migratorio. La
questione è complessa soprattutto per il modo in cui è strutturato il
sistema formativo tedesco, difficilmente paragonabile con quello degli altri
Paesi europei e non solo. Il riconoscimento dell'equipollenza dei titoli di
studio e la valutazione delle conoscenze specifiche possedute dal richiedente
spetta alle singole Regioni (Land), che dovranno adottare però criteri omogenei
e favorire l'informazione in proposito.
Scigliano, che è anche vice coordinatore
dell'Intercomites in Germania, ha domandato se la nuova legge terrà conto degli
accordi vigenti in materia (in Germania il riconoscimento può avvenire in base
alla direttive Cee 2005/36/CE, al patto di Lisbona o in base ad accordi
bilaterali). Egli ha segnalato, inoltre, la condanna del tribunale europeo del
17 dicembre 2009 per omessa adozione da parte della Germania della direttiva
già citata. “Sebbene il riconoscimento delle qualifiche sia competenza delle
Regioni – ha detto Scigliano – ciò non toglie che il governo si debba adoperare
affinché le regole europee vengano fatte rispettare”.
Scigliano ha inoltre rilevato la necessità di
evitare la discriminazione tra coloro che hanno conseguito titoli di studio
all'estero, riconosciuti in Germania, e cittadini che hanno studiato in loco,
di stabilire regole uguali per tutti i Land e di accelerare i tempi per le
pratiche di riconoscimento. L'auspicio è che una nuova regolamentazione sulla
materia in Germania possa contribuire al miglioramenti della direttiva CEE in
proposito. (Inform)
Comites di Francoforte. Da tempo i bilanci sono pubblici anche su internet
Il presidente del
Comites di Francoforte cav. Lobello
risponde al Sig. Pietro Antenucci di Frankenthal e p.c. ai cofirmatari
della lettera: Giuseppe Nunziatino, Gaetano Buccheri, Pietro De Luca, Maria De
Luca, Vincenzo Leone, Vincenzo Ciliberti, Gelsomina Pepe, Concetta Moncada,
Giuseppe Umbrello, Carmela Umbrello, Biagio Cirafisi, Bertino VecchioGiuseppe
Puglisi, Angiolina Pizzo, Michele Termine, Salvatore Micieli, Enrico Di
Bernardo, Licitra, Daniela Pugliese.
Gentile Sig
Antenucci, come prima cosa La ringrazio per la Sua gentile lettera, è sempre
piacevole ricevere un segno di attenzione da parte dei connazionali.
Sono molto colpito
dalle sue parole sull’importanza del Comites ma purtroppo devo dirle che questo
Comites non riceve dallo stato neppure la metà di quanto da Lei citato e questo
contributo, che si chiama finanziamento, può essere utilizzato solo per il
funzionamento del Comites. Nonostante questi limiti nella gestione del
finanziamento questo Comitato sta portando avanti notevoli iniziative, anche
grazie al sostegno di privati, tra le quali una serie di incontri informativi
per la terza età. A questo proposito la informo che lo scorso sabato il Comites
ha incontrato gli anziani della città di Mainz e molto presto organizzerà
incontri in altre zone.
La ringrazio per
la Sua proposta di inserire i bilanci nella pagina Internet, ma purtroppo la
informo che i bilanci sono nella pagina internet già da molto tempo e possono
essere visionati nei verbali. Forse dovremmo rivedere la nostra pagina web,
anche se lei dice molto ben fatta, se Lei non è riuscito a trovare quanto
cercato.
Nella Sua lettera
Lei cita a ragione, che la legge vuole che i bilanci siano pubblici ed è per
questo che il Comites li mette a disposizione dei connazionali e che possono
essere consultati nella loro interezza in sede, con un preavviso di almeno un
giorno. Però il Comitato Esecutivo per venire incontro alle Sue richieste ha
deciso eccezionalmente di organizzare un incontro nella Sua zona con Lei, con
tutti i cofirmatari della lettera ed eventuali altri interessati, per far
prendere visione in loco del bilancio e di tutta la documentazione contabile.
Non avendo riferimenti chiediamo a Lei di occuparsi di organizzare l’incontro e
di contattarci per concordare una data. Le comunico che le eventuali spese di
affitto locali e altro sono a carico di questo Comites. Nel caso in cui
l’organizzazione del suddetto incontro non dovesse essere nelle Sue
disponibilità Le chiedo cortesemente di farmelo presente e questo Comites
provvederà a trovare una soluzione alternativa.
Cav. Stefano
Lobello, Presidente del Comites di Francoforte (de.it.press)
Ad Amburgo le due iniziative: “Italiani ad Eimsbüttel” e un incontro di imprenditori
Amburgo – Martedì
23 marzo ha avuto luogo presso la Geschichtswerkstatt Eimsbüttel la conferenza
“Italiani ad Eimsbüttel-una storia particolare”. Relatrici Beatrice Virendi e
Valeria Cattaneo.
Beatrice Virendi, già insegnante di italiano,
attualmente lavora presso il consolato generale d´Italia di Amburgo ed è impegnata
nell´iniziativa per evitare la chiusura del consolato generale. Valeria
Cattaneo insegna italiano agli adulti presso la Volkhochschule, recentemente ha
iniziato un´attività teatrale per gli studenti di italiano ed anche lei è
impegnata per evitare la chiusura del consolato.
Entrambe le relatrici hanno raccolto molto
materiale relativo ai primi italiani della circoscrizione di Eimsbüttel ed
hanno intervistato diversi italiani che abitano o lavorano nel quartiere di
Eimsbüttel. Virendi ha parlato dell´emigrazione e tramite una serie di
diapositive e alcune interviste ha mostrato come gli italiani fin dai primi
momenti hanno sempre vissuto molto volentieri ad Eimsbüttel. Due degli
intervistati erano fra il pubblico ed a loro sono state rivolte alcune domande
“dal vivo”.
La conferenza è frutto di una collaborazione
fra la “Geschichtswerkstatt Eimsbüttel” e il Comitato “Salviamo il
Consolato Generale” di Amburgo ed ha posto le basi per una collaborazione
continua e costante fra le due associazioni che prevede un seguito a questa
iniziativa fra cui la preparazione di un libro corredato da un cd. Come
conseguenza del successo ottenuto, il Museo “Völkerkunde” di Amburgo ha
contattato il Comitato per l’allestimento di una mostra sempre sul tema
dell’emigrazione degli italiani ad Amburgo a partire dagli anni cinquanta.
Presso il
Consolato generale d´Italia di Amburgo si è tenuta la seconda giornata degli
imprenditori “Amburgo incontra l´Italia”. In Feldbrunnenstraße 54 si sono
nuovamente incontrati, il 25 marzo, circa 60 imprenditori di Amburgo e del
circondario per conoscersi e mantenere i contatti. La manifestazione è stata
organizzata dal Consolato e dal Comitato “Salviamo il Consolato”
(www.salviamo-il-consolato.de ). Dell’iniziativa riferisce lo stesso Comitato.
Corinna Nienstedt,
direttrice del settore internazionale della Camera di Commercio, ha tenuto una
relazione molto dettagliata sui rapporti economici tedesco-italiani, dalla
quale è emerso che ben 1047 ditte amburghesi hanno rapporti d’affari con ditte
italiane con sede in Italia ed alcune delle ditte più rappresentative
amburghesi, quali la Beiersdorf (Nivea), Hapag Lloyd, Otto Versand, la
Jungheinrich AG (produttrice di macchinari per stoccaggio) hanno filiali in
Italia per un giro totale d’affari di due miliardi di euro. Nella discussione
finale molto vivace – spiega il Comitato - si sono trovati tutti d´accordo
nell´affermare che in futuro devono essere percorse nuove vie per mantenere e
sviluppare i rapporti nella città anseatica in quanto: Amburgo è il più
importante punto economico della Germania per scambi internazionali; Amburgo ha
potenzialità e prospettive che devono ancora essere scoperte dall’Italia;
Amburgo è il punto ideale per lo sviluppo economico-commerciale verso i Paesi
baltici e l’Italia non ha ancora valutato tutte le possibilità che questo
offre. I presenti – riferisce ancora il Comitato “Salviamo il Consolato” -
hanno manifestato la ferma intenzione di continuare a fare il possibile per
evidenziare l´importanza della presenza di un consolato generale per la
gestione delle relazioni italo-tedesche. Il consenso –conclude il Comitato - è
stato unanime nell’affermare che i rapporti della città anseatica con l´Italia
devono essere rinforzati o addirittura impostati ex novo. (Inform)
Krefeld. La sicurezza occupazionale al simposio col ministro del lavoro del
Nord Reno Westfalia
Krefeld. Martedì 6
aprile ha avuto luogo a Krefeld il simposio socio-politico della CDA del
Nord-Reno-Westfalia sul tema della sicurezza del posto di lavoro nel prossimo
futuro. La CDA è l'ala dei lavoratori di orientamento
democratico-cristiano-sociale in seno alla CDU e piattaforma politica a difesa
degl'interessi dei lavoratori dipendenti. Relatore principale è stato
Karl-Josef Laumann, Ministro del Lavoro e della Salute del Land
Nord-Reno-Westfalia e contemporaneamente Presidente federale della CDA.
Nella sua
relazione, il Ministro Laumann ha messo in evidenza che negli ultimi 5 anni nel
NRW, tenendo in considerazione la crisi economica della fine del 2009, i nuovi
posti di lavoro sono aumentati di oltre 200.000 unità. Per un migliore sviluppo
del mercato del lavoro si deve intensificare ancor di più l'economia sociale di
mercato. L'economia sociale di mercato è un modello di sviluppo dell'economia che
si propone di garantire sia la libertà di mercato che la giustizia sociale,
armonizzandole tra di loro (teoria questa che viene sostenuta anche dal
Ministro italiano Giulio Tremonti).
Il Ministro
Laumann ha quindi sottolineato l'importanza della solidarietà fra datore di
lavoro e lavoratori dipendenti, della solidarietà fra persone autoctone e
persone immigrate. Solidarietà fra le generazioni di giovani e di anziani. La
società tedesca diventa sempre più vecchia e si prevede che nel prossimo futuro
mancheranno in Germania persone ben qualificate come per esempio medici ed
ingegneri. Per questo, ha sostenuto, è necessario facilitare il riconoscimento
di titoli di studi conseguiti all'estero.
In merito alla
solidarietà fra datore di lavoro e dipendenti il Ministro ha ricordato che,
fino alla fine di maggio 2010, vengono rinnovati i consigli aziendali e ha
quindi rivolto un appello ai lavoratori dipendenti invitandoli a partecipare in
massa alle elezioni dei consigli aziendali sia come elettori attivi che come
elettori passivi.
Un appello che
andrebbe senza’altro rilanciato anche presso i lavoratori italiani in Germania,
visto che dei circa 620.000 connazionali che qui vivono, 150.000 risiedono nel
Nord Reno Westfalia.
Un altro argomento
messo in evidenza nel simposio è stato quello della lotta al mercato nero. In
modo particolare di quello che caratterizza il settore dei collaboratori
domiciliari. Il numero delle persone che hanno bisogno di aiuto nei servizi
casalinghi aumenta di giorno in giorno. Anziani ed invalidi hanno bisogno di
aiuti negli acquisti e nei lavori domestici. Questo è un settore che bisogna
analizzare meglio e ristrutturare per evitare abusi e dissensi come anche per
evitare attività lavorative in nero senza prestazioni per la futura sicurezza
sociale dei lavoratori.
Lo Stato deve
elaborare dei programmi che garantiscano sicurezza e trasparenza. (La CDA ha
presentato in questo senso una mozione all'assemblea regionale della CDU del
NRW che il 20 marzo scorso è stata approvata all'unanimità). Questo problema
riguarda anche parecchi Italiani che alle fine degli anni 1950 sono emigrati in
Germania e, non avendo più familiari né in Germania né in Italia, ora da
anziani hanno bisogno di tali servizi ausiliari.
Salvatore Russo, Vice
Presidente Mcl Germania
Ho dovuto
constatare che da oltre due anni il Ministero delle Politiche Agricole,
alimentari e forestali, si è rifiutato di riunire la “Commissione ministeriale
per la “Ristorazione Italiana nel Mondo” istituita con Decreto Ministeriale il
9 novembre 2007, nonostante le mie ripetute sollecitazioni nella mia qualità di
Vice Presidente Vicario, nominato dallo stesso Ministero.
In questa maniera
è stata sospesa ogni attività di promozione e
di difesa del Ristorante Italiano all’estero. E’ stato dismessa una
politica di difesa nei confronti delle adulterazioni ed imitazioni. E’ stata
negata la politica di promozione della cucina italiana, come patrimonio della
civiltà umana.
Ho dato incarico
all’Avv. Fiori di svolgere tutte le azioni, necessarie per appurare eventuali
danni e responsabilità, per queste inadempienze gravissime. A me personalmente,
non resta altra via per difendere i valori che la nostra Associazione promuove
e per rendere pubblica la grave inadempienza che dare, perché suoni come alta
protesta, le mie dimissioni da Presidente di “Ciao Italia – Associazione dei
Ristoranti Italiani nel Mondo”.
Mantengo, sempre
per protesta, il mio incarico, stabilito dal Decreto Ministeriale del 9
novembre 2007, di Vice Presidente Vicario della “Commissione Ministeriale per
Ristorazione Italiana nel Mondo” per svolgere tutte le azioni necessarie in
difesa di questa legittima istituzione.
Ho dato incarico
all’On. Egidio Pedrini, Vice Presidente dell’ Associazione, di gestire il
periodo straordinario di transizione.
Il Presidente di
Ciao Italia Bartolo Ciccardini, de.it.press
Concerto di beneficenza per Onna. “Dalla Germania un gesto generoso e di
impegno per la memoria”
“L’iniziativa di
beneficenza dell’Ambasciata tedesca a favore del comune maggiormente distrutto
è una bellissima dimostrazione della solidarietà della Germania nei confronti
delle vittime del terremoto che un anno fa ha colpito duramente l’Abruzzo”. Con
queste parole l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione
Europa, esprime il suo apprezzamento per il concerto di beneficenza promosso
dall’Ambasciata tedesca con l’Alto Patronato dei capi di Stato italiano e
tedesco in occasione del primo anniversario del terremoto in Abruzzo.
“Ma l’impegno per
la ricostruzione di Onna”, dice la Garavini, “è anche uno straordinario esempio
di come la Germania sia in grado di elaborare la propria storia, il proprio
passato”. Nel 1945, infatti, il borgo abruzzese era stato vittima di un eccidio
della Wehrmacht. “È lodevole vedere come la volontà di assumersi le
responsabilità storiche si traduca in un atto di solidarietà e di aiuto concreto”.
Nella Basilica di
Santa Maria Maggiore a Roma, due ensemble conosciuti in tutto il mondo, il
Münchener Bach-Chor e il Bach Collegium München, hanno eseguito la Messa in Do
Minore di Wolfgang Amadeus Mozart. Le donazioni andranno direttamente a
beneficio dei terremotati. De.it.press
Ad Hannover la mostra di pittori internazionali "Le città
invisibili"
Hannover. In
occasione del secondo Festival della filosofia, il Comites di Hannover ha
organizzato presso la Galleria “Gallo Nero” una mostra collettiva di
pittori internazionali ispirata dal romanzo di I. Calvino "Le città
invisibili".
Il Vernissage sarà
domenica 11.04.10 ore 16,00
A porgere il
saluto saranno la Reggente del Consolato
Generale d’Hannover Dott. ssa Cuccaro, il Sindaco di Hannover Sig.ra Ingrid Lange ed il Presidente del
Comites Hannver Dott. Scigliano. Seguirà
un rinfresco offerto dalla Galleria
La Finissage sarà
il 14.05.10 alle ore 17: Riflessioni sulle città invisibili: a cura della
dott.ssa Chiara Santucci (Presidente della Società Culturale Italo Tedesca
Galleria Gallo Nero, Groß-Buchholzer Kirchweg 72, 30655 Hannover Tel. 0511 5463434
Non è semplice
dare un volto a città invisibili. Tutti sono certi della loro esistenza, ma
come fare a scoprirle e poi perché scoprirle? Alcune comunità scompaiono al
primo raggio di luce o di ragione, erano lì un minuto fa e non ci sono più, ci piace pensare che ci
aspettano all’infinito, sono presenze comode all’anima, rifugi, uscite di
sicurezza „per l’occasione che...“. E poi ci sono anche abitanti e fondatori di
città invisibili e virtuali, e anche custodi e servitori che le proteggono
dalla violenza, dalla banalità e dall’oblio.
Il romanzo di
Calvino è un’ispirazione e al tempo stesso un pretesto per interiorizzare questa
necessità di proteggere i nuclei, i noccioli, le reti sociali delle nostre
città, senza di cui non avrebbe senso viverci. Sono le casse di risonanza, gli
ziri di terracotta nascosti sotto i teatri greci, che amplificano le voci dei
poeti e degli artisti.
Artisti
partecipanti: Shura Born-Kraeff (geb. Indonesien), Sveta Bertram-Belash (Pamir,
Mittelasien), Marget Costantini (Italien - Deutschland), Emilio Dettori
(Italien), Francesco Lamazza (Italien), Tengezar Marini (Kurdistan), Giuseppe
Scigliano (Italien), Robert Titze (Deutschland), Assunta Verrone (Italien).
Shura Born-Kraeff
conosce in prima persona tante culture amiche e non, quasi come Marco Polo. Per
lei la città è una donna dal corpo arido e sabbioso, chinata su di un
fiumiciattolo gracile, in cui scorre una presenza femminile, debole e da
proteggere come oggi tutte le risorse naturali. Ci ricorda la metafora di
Heidegger, per cui abitare implica una dimensione intima, di ricerca di pace,
di patria.
Svetlana
Bertram-Belash dà un volto alle città della memoria di Calvino: gli occhi di
un’icona russa sono circondati da architetture medievali dell’europa cristiana
e da vicende misteriose di avventurieri
e predatori a cavallo.
Margret Costantini
presenta Ottavia, la città dai mille canali e Zenobia la città sospesa. Emilio
Dettori presenta invece Dorotea una donna-città proibita e superprotetta.
Per Francesco
Lamazza le forme si dissolvono in accostamenti di colore puro.
Tengerzar Marini
usa la metafora della „rosa nascosta“ per la città, realtà da scoprire strato
per strato.
Giuseppe Scigliano
sottolinea la dimensione personale intima e nascosta della città, tutto quanto
sta intorno scompare come un sipario dietro la corsa in due nella vita.
Robert Titze
espone quadri dai colori freschi, acquarellati, trasparenti che ricordano la
luce e le forme piatte a strati orizzontali di tappeti orientali.
Assunta Verrone
raffigura la città melograno Safira, che ritroviamo già nel Milione di Marco
Polo sotto il nome di Comadi. Essa ci ricorda le città viste dall’aereo
appiattite e luccicanti come i grani di questo frutto misterioso, causa del
peccato originale (sembra che Eva abbia offerto ad Adamo un melograno e non una
mela, che a quel tempo non esisteva ancora). Un altro suo quadro mette in luce
i custodi invisibili delle città: portieri di squadre di calcio che parano
palloni invisibili, pronti sempre a saltare sulle loro ombre. G.
Scigliano/Assunta Verrone (de.it.press)
A Monaco di Baviera il film “Marianna Ucria”
Monaco di Baviera.
L'Istituto Italiano di Cultura invitata, nell’ambito della rassegna
cinematografica »Con gli occhi di lei«, alla proiezione del film »Marianna
Ucrìa«, che avrà luogo martedì 13 Aprile
2010, alle ore 19.00, presso l’Istituto Italiano di Cultura,
Hermann-Schmid-Straße 8 a Monaco di Baviera. In versione originale con
sottotitoli in italiano. Organizzatore: Istituto Italiano di Cultura. Ingresso
libero
Italia/Francia
1997,108 min., versione orinale. Regia: Roberto Faenza. Con: Emmanuelle Laborit:
Marianna Ucrìa; Roberto Herlitzka: Duca Pietro; Philippe Noiret: Duca
Signoretto, il nonno; Laura Morante: Maria, la madre di Marianna.
Dal romanzo
“Marianna Ucrìa” di Dacia Maraini
In Sicilia, nella
prima metà del Settecento, la tredicenne Marianna Ucrìa viene portata dal nonno
ad assistere ad una impiccagione, nella speranza che lo spettacolo possa farla
guarire dal mutismo. Ma tutto risulta vano. Marianna non parla e non sente.
Viene così indotta dalla madre a sposare lo zio Pietro e, quando arriva a
sedici anni, ha già partorito tre figli. Diventata giovane donna, accoglie la
visita di un istruttore francese che l'avvia al linguaggio dei segni e le fa
conoscere le idee filosofiche che si muovono per l'Europa. Riesce anche a
cercare risposta alla domanda che la accompagna da sempre: che il suo mutismo
sia derivato da un trauma provocatole dallo zio Pietro? Roberto Faenza ci
propone un adattamento intenso e suggestivo del romanzo di Dacia Maraini, che
rimanda alla forza “silenziosa” delle donne siciliane. Emmanuelle Laborit,
attrice non udente, ci regala una straordinaria interpretazione di Marianna
Ucrìa. IIC, de.it.press
“Piccolo Concilio delle Donne” oggi ad Hannover. Il ruolo dell’amore nella
storia e nella società
Hannover - Il
Comites di Hannover segnala per oggi 9 aprile presso la Neustädter Hof- und
Stadtkirche St. Johannis, alle ore 17, l’appuntamento con il “Piccolo Concilio
delle Donne”, per una riflessione sul ruolo dell’amore nella storia e
nella società da parte di cinque studiose di discipline diverse (filosofia,
storia della letteratura, musicologia, ricerca dell’educazione).
A parlare del tema”L’amore è durevole o no?”
saranno Antonella Balestra, laureata in filosofia attualmente residente e
Londra (“Immaginazione ed amore: da Cavalcanti fino a Spinoza e Leibniz”),
Monika Antes, scrittrice di Hannover (“L’Amore è finito o infinito? Il
platonismo femminile della cortigiana Tullia d’Aragona nel rinascimento
italiano”), Sabine Meine, docente di musicologia (“Musica e amore. Relazione
nell’epoca moderna”), Chiara Pazzesi, studiosa dell’Università di Griesfwald
(“A che fine durevole? Potenziale e trasformazione dell’Amore”) ed Erika
Schuchardt, scrittrice e docente presso l’Università Leibniz di Hannover
(“Amore negato: anche questa una possibilità? Tracce di ricerca in Ludwig van
Beethoven”).
L’accompagnamento musicale sarà eseguito dal
soprano Nan Li. L’incontro, promosso da Assunta Verrone, referente culturale
del Comites di Hannover e da Studio Artistico, sarà in lingua tedesca.
L’ingresso è libero. (Inform)
Hannover. Lo spirito del „Kleines Frauen Konzil“, il piccolo concilio
sull’amore
Vi può sembrare
forse strano, ma il tabù più grande del nostro tempo, in cui „nessuno vuole
fare il fesso“, è proprio l’“amore“ e in
alcune lingue e culture ancora di più che in altre. L’amore non solo non
incentiva la crescita del PIL ma addirittura rischia di bloccarla. Quanto più
si divulgano forme di solidarietà e dell’amore nella società, tanto meno si
spende e traballa il Moloch finanziario.
Althaus sottolinea
nei suoi libri sull’amore che lo Stato costringe i suoi cittadini a cedergli
sotto compenso monetario l’“amore“ e che soltanto in momenti di crisi questi
stessi cittadini ottengono di nuovo la possibilità di disporne.
Soltanto nella
misura in cui l’economia ritorna a riconoscere il legame col reale si potrà
riabilitare il discorso sull’amore.
In questo spirito
convochiamo il „Kleines Frauen Konzil“ il piccolo concilio sull’amore.
Cinque studiose
prendono sotto la lente d’ingrandimento l’Amore e ne analizzano l’impatto nei
loro campi specifici (filosofia, storia della letteratura, Musicologia,
Ricerca
dell’educazione), cercando, direttamente o indirettamente, una risposta a
questa domanda. La
manifestazione non è pensata soltanto per donne e neppure
soltanto per
innamorati. La provocazione deve portare a riflette ancora più
profondamente.
Proprio in tempi di crisi, quando le norme, le leggi, i divieti non
servono più,
l’uomo ha sempre ancora una possibilità: ricominciare daccapo con
amore, secondo il
motto di Dante: l'amor move il sole e l'altre stelle.
I lavori si
terranno in modo concentrato, quasi senza poter riprendere fiato secondo la
metafora del lampo che ci permette di vedere il mondo con nuovi occhi.
Ci moviamo molto
molto lontani dal „Liebeskonzil“ di Panizza ma lo stesso siamo pieni di
commozione e timore. E’ tempo ormai che donne di sapere e ragione analizzino il
ruolo dell’Amore nella storia e nella società. Ci introducono alla dimensione
dell’Eros, del regalo, della grazia, motore dello spirituale. E il tutto è
incorniato dalle canzoni d’amore cinesi cantate a cappella dal soprano Nan Li ,
che ci farà ascoltare il suono di questo sentimento in un’altra cultura.
Quale simbolo
della durevolezza ci accompagna invece il ritratto di Beatrice Cenci che
testimonia il contributo dell’arte alla verità: l’ingiustizia ci appella a
prendere posizione anche dopo secoli in quanto veicolata dall’arte.
Assunta Verrone,
Studio Artistico, Ref. della cultura del Comites (de.it.press)
Caruso, Pignataro e Klotz responsabili pro-tempore del PdL Germania
Stoccarda – Il
responsabile del settore "Italiani nel Mondo" del PdL, l’onorevole
Aldo Di Biagio, ha affidato il Coordinamento pro tempore del partito in
Germania a Mario Caruso, esponente dell'Enas Ugl e membro del Comites
Stoccarda, Carmelo Pignataro, già candidato del pdl alle scorse elezioni, e
Alessandra Klotz.
"Accetto la
nomina e ringrazio il responsabile del Settore Italiani nel Mondo del PDL,
l’on. Aldo Di Biagio, per la fiducia riposta nella mia persona", ha
affermato Carmelo Pignataro subito dopo la nomina. "Il mio auspicio",
ha spiegato, "è quello di poter dare un contributo determinate insieme
agli altri due coordinatori nominati per la Germania, Mario Caruso e Alessandra
Klotz, per strutturare e radicare il Popolo della libertà nel territorio della
Repubblica Federale della Germania e poter, quindi, essere un solido punto di
riferimento per le esigenze dei nostri connazionali emigrati in Germania, ma
anche per le istituzioni italiane e tedesche. Vogliamo costruire fondamenta
solide", ha annunciato Pignataro, "affinché questo progetto lasci il
segno nel tempo e non sia una meteora, ben consapevoli della mole di lavoro che
ci attende. A mio avviso non dobbiamo tralasciare nessuno sforzo per unificare
anche in Germania le diverse anime fondanti del Popolo della libertà".
"Un ultimo e
dovuto ringraziamento", ha concluso il neo coordinatore del PdL, "va
alla mia famiglia tutta che mi ha sempre supportato nel mio cammino politico e
che mi da quell’equilibrio necessario per affrontare sempre nuove sfide con
tutte le difficoltà del caso, senza il quale non potrei oggi rispondere
presente alla chiamata dell’ on. Di Biagio e del mio Partito, il Popolo della
libertà". (aise)
A Friburgo in Brisgovia serata in libreria dedicata all'Emilia-Romagna
FRIBURGO - Il Centro Culturale Italiano di
Friburgo ha organizzato un evento dedicato all’Emilia-Romagna presso la
libreria Schwarz. Qui é stato infatti presentato, il 25 marzo scorso, il libro
del giornalista di Monaco Carl-Wilhelm Macke "Bologna und Emilia-Romagna:
eine literarische Einladung". Il libro è edito dalla casa Wagenbach Salto,
molto conosciuta in Germania. Si tratta di un’antologia di brani di scrittori
emiliano-romagnoli scelti dal giornalista, con una veste editoriale
piacevole e ricercata e in un formato tascabile e agevole.
Tutti esauriti i posti disponibili
nei locali della libreria, nonostante fosse previsto il pagamento del
biglietto, che ha permesso l´allestimento del momento conviviale gastronomico
alla fine della manifestazione.
L´autore, che ha eletto la città di Ferrara
come patria di adozione, é stato intervistato dal moderatore della serata
Andrea Burzacchini, ricercatore modenese residente a Friburgo. Sono stati letti
alcuni brani, tra cui un breve e gustoso racconto di Cesare Zavattini sulla
presenza delle zanzare nella pianura emiliana e un racconto dello stesso Macke
sui diversi tipi di "matti padani", personaggi originali e geniali, tipici
dello spirito emiliano-romagnolo.
I brani sono stati intervallati da due
canzoni di Francesco Guccini, "Emilia" e "Bologna", e
dall´ascolto di un brano tratto dal "Giardino dei Finzi-Contini" di
Bassani in versione audiolibro.
L´immancabile momento conviviale conclusivo
con formaggio parmigiano, salame e vino Sangiovese ha prolungato in modo
informale l´incontro tra l´autore e il pubblico fino a tarda serata. (Inform)
Conferenza-dibattito su Pirandello a Berlino
Luigi Pirandello,
guardando dal quell’altro mondo al quale lui non credeva, sarà stato molto
contento vedere continuare da altri il suo prodigarsi per fare affermare le sue
opere letterarie nella Berlino che oggi è diventata, come allora, la capitale
culturale europea.
E questa
continuazione delle sue premure è avvenuta proprio trattando l’opera di suo
figlio Stefano, erede della sua geniale capacità di scrittore.
Partendo dalla
corrispondenza intercorsa fra Stefano a Roma, che continuava a curare i
rapporti economici e interpersonali, e Luigi che a Berlino cerca di intrecciare
dei rapporti con il mondo artistico per portare al successo le sue opere e la
sua Marta Abba, con la presentazione al pubblico delle opere di Stefano, della
corrispondenza fra padre e figlio e con la lettura della novella “I nostri
ricordi” ad un pubblico ristretto e competente, che vivendo nella sua Berlino
vive oggi allo stesso modo le sue esperienze di allora, i suoi personaggi sono
ritornati a rianimare le vie di Berlino.
Da lui personalmente
e da suo figlio Stefano un grazie a quanti hanno reso possibile questo nuovo
viaggio di Luigi Pirandello ed in particolare a Sicilia Mondo, Mario Ferrera,
Sarah Zappulla Muscarà, Enzo Zappulla e Pino Tizza.
Che Luigi e
Stefano, questa volta insieme, possano rimanere a Berlino fino a quando non
saranno riusciti a realizzare quei progetti che Luigi da solo non era riuscito
a fare.
Di sicuro li
potrete incontrare nella Trattoria Toscana, al cui interno vi è una Via
dedicata a Luigi, e che sarà il punto di riferimento nella realizzazione dei
loro progetti. Pino Tizza, de.it.press
La Germania aiuta la ricostruzione abruzzese. Posta la prima pietra di
"Casa Onna”
Il progetto costa
oltre 1.3 milioni di euro e vi contribuidsce anche la città gemellata di
L'Aquila, Rottweil
Onna - Il 6 aprile
alle 3.32 ricorreva il primo anniversario del terremoto che ha colpito
l'Abruzzo e in particolar modo il borgo di Onna. Esattamente un'ora dopo, cioe'
alle 4.32, l'ambasciatore Tedesco Michael Steiner insieme agli Onnesi ha posto
la prima pietra di "Casa Onna", che sorgera' grazie a donazioni
tedesche. Alla cerimonia, accompagnata dalle note del coro di Onna, erano
presenti il presidente della regione Abruzzo, Gianni Chiodi, della provincia di
L'Aquila, Stefania Pezzopane, il sindaco di L'Aquila, Massimo Cialente. Il
centro civico "Casa Onna", che verra' costruito all'ingresso del
paese sul terreno della casa comunale andata distrutta, diventera' il luogo di
aggregazione sociale degli Onnesi. L'ultimazione dell'edificio, realizzato con
tecnologie ecosostenibili e a basso impatto energetico, e' prevista per il
prossimo settembre. "D'accordo con gli Onnesi -spiega Steiner- abbiamo
scelto intenzionalmente di porre la prima pietra di 'Casa Onna' di mattina
presto, ad un'ora esatta dalla ricorrenza del terribile terremoto, perche'
vicino al dolore possa trovare spazio anche la speranza". Il finanziamento
di "Casa Onna" e' assicurato. Il progetto costa oltre 1.3 milioni di
euro e hanno gia' contribuito la citta' gemellata di L'Aquila, Rottweil, e, tra
gli altri, Volkswagen, Deutsche Bank, UniCredit, ThyssenKrupp, E.ON, la Baviera
e diversi donatori privati. Lo scorso febbraio l'ambasciatore Tedesco Michael
Steiner ha istituito la Fondazione senza scopo di lucro "Erdbebenhilfe fur
Onna", che amministra come fiduciaria tutte le donazioni raccolte
dall'Ambasciata, per assicurare un finanziamento trasparente dei progetti di
aiuto tedeschi per Onna. Grtv,
de.it.press
Abusi sessuali nella scuola vip tedesca. La preside rivela: "Episodi
spaventosi"
Decine di casi di
pedofilia nella Odenwaldschule, la scuola-convitto laica nei pressi di
Francoforte - "Fatti che superano ogni immaginazione, violenze e torture
da parte di docenti e di studenti più grandi" - Margarita Kaufmann:
"Negli anni almeno quattro vittime, dopo aver terminato gli studi, si sono
tolte la vita"
BERLINO - Almeno
quattro studenti si sono tolti la vita dopo aver subito abusi da parte di
insegnanti. Un fenomeno purtroppo ripetuto nel tempo che ha contato decine di
vittime tra i giovani allievi, violentati dai docenti ma anche da studenti più
grandi che praticavano orrende torture sessuali nei confronti dei più giovani.
A rivelare le sconvolgenti pratiche di pedofilia nella Odenwaldschule, la scuola-convitto
laica nei pressi di Francoforte frequentata dai figli dei vip, è stata
l'attuale preside, Margarita Kaufmann. In un'intervista al quotidiano
Frankfurter Rundschau la preside rivela di essere a conoscenza di almeno
quattro casi di studenti violentati che, una volta terminati gli studi, si sono
tolti la vita: l'ultimo caso risale al 1999. La signora Kaufmann aggiunge che
sono almeno 40 le vittime degli abusi messi in atto "da più di otto
insegnanti", ma parla anche di "spaventosi abusi tra studenti".
Si tratta di fatti
che "superano la nostra capacità di immaginazione", ha aggiunto la
preside, secondo la quale gli allievi più anziani mettevano in atto vere e
proprie torture nei confronti dei loro colleghi più giovani, entrando anche nei
dettagli citando come esempio il fatto di bruciacchiare loro i genitali o di
scottarli con l'acqua bollente. Gli allievi più giovani sarebbero stati abusati
sessualmente da quelli più grandi, che li adoperavano come "sacchi di
sabbia". In un caso un ragazzo è stato legato dai suoi compagni e
violentato con una banana, alla presenza di un insegnante che non fece nulla
per impedirlo. Nell'intervista al quotidiano di Francoforte la preside rivela
che almeno quattro studenti abusati si sono suicidati dopo aver terminato gli
studi nella Odenwaldschule. "Mi chiedo come tutto ciò sia potuto accadere
senza che gli insegnanti udissero la grida di dolore", ha detto la
preside.
LR 7
Disarmo nucleare, firmato l'accordo Usa-Russia. Obama: «Mondo più sicuro»
È stato un parto difficile,
ma alla fine il nuovo trattato sulla riduzione delle armi nucleari ha visto la
luce. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il presidente russo Dmitri
Medvedev hanno apposto a Praga la loro firma sul documento lungo 160 pagine e
sui suoi allegati, ponendo le basi della nuova architettura della potenza
nucleare dopo la scadenza del vecchio Start firmato dall'ultimo presidente
sovietico Mikhail Gorbaciov e da George Bush padre.
Una firma slittata
per mesi di fronte a un punto su cui le due potenze nucleari non hanno trovato
un preciso accordo e che, anche oggi, nella Sala spagnola del Castello della
capitale ceca, è stato chiaramente ammesso dai due leader: il collegamento tra
le armi offensive strategiche e l'armamento difensivo. In poche parole: lo
scudo antimissilistico che gli Stati uniti intendono allargare anche all'Europa
orientale.
Le due diplomazie
si sono esibite in capriole diplomatiche, che alla fine hanno portato a una
soluzione di compromesso soddisfacente anche per Mosca, che però ha inteso
presentare una sua dichiarazione unilaterale sull'aspetto più controverso. Il
nuovo Start prevede che Usa e Russia possano avere 700 vettori - missili
balistici intercontinentali (Icbm), missili balistici a lancio da sottomarino
(Slbm) e bombardieri pesanti (Hb) - dispiegati e 1.550 testate. Il trattato, a
validità decennale, stabilisce anche i nuovi meccanismi di verifica reciproca
del suo rispetto.
Dopo la firma del
trattato e dei protocolli aggiuntivi, i due presidenti non hanno lesinato in
aggettivi nei loro commenti in una conferenza stampa congiunta. Obama ha
definito il nuovo Start «una pietra miliare per la sicurezza nucleare, per la
non proliferazione e per le relazioni bilaterali» che renderà «gli Stati uniti
e il mondo intero più sicuri». Un trattato «storico», che spera diventare una
base per ulteriori tagli agli arsenali nucleari. Il riferimento è, da un lato,
alle testate delle due potenze non dispiegate - si parla di circa 6mila - e
agli altri paesi che hanno o si vogliono dotare dell'arma atomica. Proprio a
Praga, un anno fa, il leader americano pronunciò un importante discorso sulla
non proliferazione nucleare. Oggi Obama ha ribadito la volontà Usa di
rafforzare il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp).
Medvedev, dal
canto suo, ha definito il nuovo Start «un passo storico», un documento che
mantiene in pieno l'equilibrio di interessi tra Russia e Usa. Un buon accordo,
insomma, che viene dopo lunghe e tribolate trattative. Più volte le due potenze
sono apparse sul punto di chiudere la partita dopo che, a luglio dello scorso
anno, la prima visita a Mosca di Obama aveva fatto riaprire il discorso,
facendo balenare l'ipotesi di un cambio di pagina dopo anni di freddezza tra le
due potenze. Invece, le trattative si sono susseguite, a Ginevra come anche
direttamente tra le due presidenze, ben oltre la scadenza del vecchio Start, il
5 dicembre 2009.
«Ora siamo dei
grandi specialisti sul tema» ha commentato ironicamente Medvedev, guardando
Obama. «Forse siamo i più grandi specialisti al mondo», ha aggiunto. «Quanto è
stato fatto ora è solo l'inizio di una lunga strada. Noi siamo pronti a
proseguire in questa direzione». Il prossimo passo pare essere proprio quello
di definire un terreno comune per quanto riguarda il rapporto tra le armi
offensive e quelle difensive. Il vecchio piano del presidente George W. Bush di
allargare lo scudo antimissilistico a Polonia e Repubblica ceca, che tanto
aveva fatto adirare Vladimir Putin, è stato messo in cantina da Obama.
Una decisione che
Medvedev ha «apprezzato» esplicitamente anche oggi. Tuttavia, il problema resta
e anche il nuovo progetto di scudo di Obama, più limitato con elementi in
Romania e forse in Bulgaria, suscita sospetti a Mosca. Il presidente americano,
oggi, ha ribadito che lo scudo non ha lo scopo di rompere l'equilibrio
strategico russo-americano e ha auspicato un «dialogo serio» su questo tema.
Medvedev ha accolto la proposta. «Siamo certamente interessati a rendere più
stretta la collaborazione su questo tema coi nostri partner americani», ha
spiegato e ha prospettato l'ipotesi di una cooperazione per creare un sistema
di difesa antimissilistica globale comune: «Dovrebbe essere pensata tenendo
presente la vulnerabilità del nostro mondo, le minacce terroristiche, compresa
la possibilità di utilizzare armi nucleari da parte di terroristi».
Temi che saranno
certamente al centro della visita che Medvedev farà negli Usa in estate,
annunciata oggi. A ogni buon conto, il Cremlino ha messo un chiaro paletto,
diffondendo una dichiarazione unilaterale: la Russia si considererà vincolata
al rispetto del nuovo Start solo se lo scudo Usa non diventerà minaccioso per
la capacità deterrente dell'arsenale nucleare russo. Dopo le diplomazie e i
presidenti, ora la parola passerà ai Parlamenti. Il trattato dovrà andare alla
ratifica sia della Duma russa che del Senato Usa. Obama ha auspicato che, nel
suo paese, vi sia un'approvazione bipartisan del documento. Medvedev ha
auspicato che le due ratifiche siano «sincronizzate». L’U 8
L’analisi. L'anomalia e la Costituzione
La diciannovesima
legge ad personam proposta al Paese e imposta al Parlamento ha tagliato il
traguardo. Con la firma del presidente della Repubblica al "legittimo
impedimento", il premier ha ottenuto ciò che cercava. Entra in vigore un
nuovo scudo processuale, sotto il quale potrà ripararsi per il prossimo anno e
mezzo dai pesanti processi che ancora pendono su di lui: il caso Mills
(corruzione in atti giudiziari) e l'affare Mediatrade (appropriazione indebita
e frode fiscale). Silvio Berlusconi, l'Unto del Signore, sarà ancora una volta
un Intoccabile dalle Procure. Gli basterà "autocertificare" di volta
in volta una giustificazione "istituzionale", per poter essere
esentato dalle udienze che lo riguardano. Vera o falsa che sia la scusa, poco
importa: un consiglio dei ministri, un vertice con un ambasciatore straniero,
un faccia a faccia con un sindaco. Nessuno potrà mai accertare se al posto
dell'impegno ufficiale (com'è già accaduto) il Cavaliere non abbia invece rubricato
in agenda una seduta di "fisioterapia" a domicilio o una festa
danzante a Palazzo Grazioli. Il risultato finale non cambia: per un altro anno
e mezzo un solo cittadino, e sempre lo stesso, continuerà ad essere meno uguale
degli altri di fronte alla legge, come accade ormai dal giorno dell'epica
"discesa in campo" del '94.
C'è una prima
valutazione da fare, ed è di natura costituzionale. E qui c'è solo da prendere
atto e rispettare la decisione di Giorgio Napolitano. Senza esaltarla né
criticarla. Con tutta evidenza, il presidente ha ritenuto che quel testo non
fosse inficiato da manifesti vizi di costituzionalità, tali da precluderne la
promulgazione o da richiederne un rinvio alle Camere per una nuova
deliberazione (com'è invece accaduto la settimana scorsa per la legge delega
sul lavoro). Anche in questo caso, come nel precedente, il Capo dello Stato ha
fatto fino in fondo il suo dovere, esercitando i poteri che la Costituzione gli
attribuisce. Ha esaminato il provvedimento, confrontandone i contenuti con i
principi fissati dalla giurisprudenza della Consulta. Ha verificato l'esistenza
di un effettivo, "apprezzabile interesse" (sancito dalla sentenza
24/2004 della Corte) ad assicurare "il sereno svolgimento di rilevanti
funzioni" istituzionali, interesse che "può essere tutelato in
armonia con i principi fondamentali del diritto". In nome di questo
interesse, palesemente soggettivo ma evidentemente anche oggettivo, ha firmato
la legge. Non avrà deciso a cuor leggero. E deve far riflettere il fatto che la
firma sia arrivata ben 27 giorni dopo il via libera definitivo al Senato, e
soli tre giorni prima della scadenza dei 30 che la Costituzione assegna al Capo
dello Stato per promulgare le leggi. Per quel che vale, è l'indizio di un
vaglio giuridico più complicato, e probabilmente anche più tormentato del
solito.
Piaccia o no,
Napolitano ha fatto la sua parte. Ora, come sempre succede in una democrazia
liberale e in uno stato di diritto, il vero sindacato di costituzionalità"
di questa nuova legge ad personam spetterà alla Consulta. Toccherà ai giudici
della Corte, che sicuramente saranno investiti della questione, stabilire se il
legittimo impedimento è o no compatibile con la nostra Carta fondamentale.
Quale "valore" debba cioè pesare di più, nel bilanciamento tra
l'interesse al "sereno svolgimento di rilevanti funzioni" e il
princpio dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. È già
accaduto, in passato, che una legge tagliata su misura per gli interessi
processuali del Cavaliere venisse promulgata dal Capo dello Stato, e poi
bocciata dalla Consulta. Successe con il Lodo Schifani, firmato da Ciampi e
bocciato dalla Corte con la sentenza 13/2004. È successo con il Lodo Alfano,
firmato da Napolitano e respinto dalla Corte con la sentenza 262/2009. Potrebbe
accadere anche con il legittimo impedimento. Anche se stavolta, l'ennesima
"ghedinata" è stata congegnata meglio delle precedenti: sia perché si
stabilisce testualmente che si tratta di "legge ponte", sia perché,
proprio in ragione di questa sua natura provvisoria, è espressamente previsto
che resti in vigore solo 18 mesi. Dunque non è nemmeno chiaro se ci sarebbe il
tempo e se avvesse senso giudicarla incostituzionale prima della sua naturale
auto-decadenza. Vedremo.
C'è una seconda
valutazione da fare, ed è di natura politica. E qui si può e si deve recuperare
tutto intero lo spazio della critica. Paradossalmente, nei commenti del giorno
dopo, questo ennesimo e brutale strappo alle regole sembra alimentare una
doppia speranza. La prima è che, a questo punto, il premier cessi una volta per
tutte la guerra atomica contro la magistratura, e che si possa realizzare
davvero quel clima di "leale collaborazione tra autorità politica e
giudiziaria" sul quale Napolitano ha insistito nella promulgazione della
legge. La seconda è che, a questo punto, il premier cessi una volta per tutte
la battaglia ideologica contro l'opposizione, e che si possa concretizzare
davvero il retorico richiamo al "dialogo" sul quale si consuma da due
anni questa legislatura. Il Cavaliere ha promesso entrambe le cose. Di nuovo:
vedremo. La pessima esperienza di questi anni non convince, e il conflitto
permanente di questi mesi non aiuta. Anche il presidente del Consiglio che
stravinse le elezioni nella primavera del 2008 fece un discorso da
"statista" in Parlamento, per chiedere la fiducia, e subito dopo
celebrò con parole finalmente solenni il 25 aprile. Abbiamo visto, poi, quale
inferno abbiano lastricato quelle buone, ma bugiarde intenzioni.
Nel frattempo
Berlusconi, e con lui il suo governo e la sua maggioranza, portano l'enorme
responsabilità di aver piegato ancora una volta l'interesse nazionale a
un'esigenza personale. Di aver fatto coincidere, di nuovo, la biografia della
nazione con l'agiografia di chi la governa. Questa paurosa mancanza di senso
civico, questa pericolosa latenza di etica repubblicana, pesano e peseranno
tutte intere sulle spalle del Cavaliere e di chi lo sostiene, in Parlamento e
fuori. E nella deriva plebiscitaria che accompagna la sua ascesa verso il
Quirinale, dove per il 2013 (o forse anche prima) lo candida ormai
ufficialmente il ministro leghista Calderoli, si produrrà anche l'ultima,
diabolica manipolazione genetica della nostra Carta fondamentale. La patologia
di questo quasi ventennio, invece di essere risolta nella fisiologia
democratica, verrà riconosciuta formalmente e fatta propria non solo dal Paese
reale (attraverso il voto), ma anche dal Paese legale (attraverso le riforme).
Questi diciotto mesi di vigenza del "legittimo impedimento", infatti,
oltre che a difendere Berlusconi dai procedimenti in corso, serviranno anche
per "traslare" questo scudo processuale da legge ordinaria a legge di
revisione costituzionale, secondo le procedure stabilite dall'articolo 138. Si
compirà così il capolavoro finale: l'anomalia berlusconiana, piuttosto che
essere normalizzata attraverso la sua progressiva neutralizzazione, sarà
superata attraverso la sua definitiva costituzionalizzazione. Neanche l'Italia
uscita dall'urna delle regionali merita un "sonno della ragione" così
prolungato e così profondo. MASSIMO GIANNINI LR 8
Vertice Berlusconi/Bossi. Accordo sul metodo delle riforme, accelerazione
su giustizia e federalismo
L'esito del
vertice tra Lega e Pdl: i leghisti prepareranno dei testi che poi saranno
discussi con gli alleati
MILANO - Un
accordo sul metodo per le riforme. E' quello travato nel vertice di Arcore tra
il premier Silvio Berlusconi e il leader della Lega Umberto Bossi. «È stata una
riunione importante, abbiamo trovato la quadra sul metodo per fare le riforme»:
lo ha detto il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli al termine
dell'incontro svoltosi ad Arcore. Secondo il ministro Calderoli il risultato
ottenuto questa sera nel vertice di maggioranza riguarda soprattutto i tempi
«rapidi» per le riforme. E, come la Lega aveva chiesto, Umberto Bossi e lo
stesso Calderoli hanno la delega per le riforme che più hanno a cuore. Il
metodo trovato è quello per cui i ministri competenti predispongono un testo
che passa poi al tavolo dei coordinatori, per un esame preliminare, e che poi
approda al consiglio dei ministri e quindi in Parlamento. «Tutto quello che c'è
da fare nel campo delle riforme - ha detto Calderoli - seguirà questo
percorso». Quindi riforma dello stato e del governo, riforma costituzionale,
della giustizia, legge sull'intercettazioni, par condicio. «Il risultato è
importante - ha concluso il ministro - perchè adesso c'è un metodo concreto e
condiviso su cui lavorare in tempi rapidi».
IL PATTO - Il
Carroccio, dunque, ottiene ciò che voleva: Umberto Bossi e lo stesso Calderoli
avranno infatti la delega per le riforme che più hanno a cuore: quelle
istituzionali. Conferma a quanto detto da Calderoli arrivano anche da esponenti
del Pdl, che però chiedono di restare anonime, e che tengono a precisare come
il percorso delineato parte da un presupposto: a dare l'impulso e dunque la
delega ai vari ministri è il premier in quanto leader della maggioranza. Nel
corso dell'incontro , Berlusconi si è soffermato sul tema delle intercettazioni,
spiegando di voler stringere i tempi per definire il prima possibile il cammino
del ddl ancora fermo in Senato, mettendo a punto il testo definitivo. Nel corso
del vertice si è parlato anche di riforma del fisco. Un ammodernamento del
sistema attuale che Berlusconi ritiene una priorità: sarà l'argomento del
prossimo futuro, ha ragionato il Cavaliere, sottolineando l'importanza della
riforma soprattutto per gli elettori. Tremonti a quel punto avrebbe preso la
parola per dirsi disponibile a discutere la riforma ponendo coma unica
condizione che a farlo siano lui e il presidente del Consiglio. Anche sul
fronte della riforma istituzionale, la partita è tutta aperta. Non si sarebbe
infatti indicata una forma di governo in particolare. Sul tavolo i leghisti
hanno messo un memorandum con le diverse opzioni (dal semipresidenzialismo, al
premierato, passando per il presidenzialismo puro). Lo studio concerneva anche
la riduzione del numero dei parlamentari e l'eliminazione del bicameralismo
perfetto con le possibili interazioni fra queste modifiche e la forma di
governo. Il tutto sarà discusso nei passaggi successivi, sia all'interno del
Pdl che con il Carroccio. Infine, per quanto concerne il nodo del rimpasto di
governo, la Lega avrebbe confermato di voler rispettare il patto in base al
quale al posto dell'uscente Luca Zaia subentrerà Giancarlo Galan. CdS 7
Via libera al legittimo impedimento. Napolitano ha firmato la legge
Il provvedimento,
approvato dal Senato il 10 marzo, entra in vigore con la pubblicazione sulla
Gazzetta Ufficiale - Da ora stop di 18 mesi ai processi che riguardano ministri
e presidente del Consiglio per esigenze di governo
Di Pietro: "Chiederemo
direttamente ai cittadini, tramite referendum, se sono d'accordo con la
legge"
ROMA - Il presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano ha promulgato il disegno di legge sul
legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei singoli ministri a
comparire in processo. Il provvedimento, approvato in via definitiva dal Senato
il 10 febbraio scorso, entra in vigore con la pubblicazione sulla Gazzetta
Ufficiale. Dopo la firma, dall'inquilino del Colle è arrivato un appello a una
leale collaborazione tra l'autorità politica e giudiziaria.
A quanto si è
appreso infatti punto di riferimento del Presidente della Repubblica nel
promulgare, dopo approfondito esame, la legge recante "disposizioni in
materia di impedimento a comparire in udienza", è rimasto il
riconoscimento - già contenuto nella sentenza della Corte costituzionale n. 24
del 2004 - dell'"apprezzabile interesse" ad assicurare "il
sereno svolgimento di rilevanti funzioni" istituzionali, interesse
"che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali di
diritto". In questo quadro la legge approvata dalle Camere il 10 marzo
scorso - secondo gli ambienti del Quirinale - è apparsa rivolta a
"tipizzare" l'impedimento legittimo disciplinato dall'art. 420-ter
del Codice di procedura penale, che la legge espressamente richiama, in un
contesto di leale collaborazione istituzionale tra autorità politica e autorità
giudiziaria.
L'iter della
legge. Il 10 marzo c'era stato il via libera del Senato. Dopo due voti di
fiducia, l'ok definitivo aveva registrato 169 favorevoli, 126 contrari e 3
astenuti. Era così diventata legge lo "scudo" che permette al
presidente del Consiglio e ai ministri di sottrarsi alle convocazioni in sede
giudiziaria, privilegiando gli impegni governativi "autocertificati".
Il ddl era stato approvato alla Camera lo scorso 3 febbraio. Principio cardine:
per il presidente del Consiglio, chiamato a comparire in udienza in veste di
imputato, costituirà legittimo impedimento "il concomitante esercizio di
una o più delle attribuzioni previste dalle leggi o dai regolamenti". E stessa
cosa varrà per i ministri.
La legge salva infatti
il premier e i ministri dai processi per 18 mesi, in attesa dell'approvazione
di un nuovo lodo Alfano stavolta per via costituzionale. Due articoli
consentiranno "al presidente del Consiglio dei ministri e ai ministri il
sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla
legge": l'articolo 2 riguarda appunto il carattere di 'legge ponte', cioè
l'applicazione della nuova norma "fino alla data di entrata in vigore
della legge costituzionale" e fissa inoltre l'entrata in vigore della
nuova norma sul legittimo impedimento al giorno successivo alla pubblicazione
in gazzetta ufficiale.
Il testo prevede
che le attribuzioni previste dalla legge che disciplina l'attività di governo e
della presidenza del Consiglio, dal regolamento interno del consiglio dei
ministri, le relative attività preparatorie e consequenziali, nonché di ogni
attività comunque "coessenziale" alle funzioni di governo
costituiscano legittimo impedimento per il premier a comparire alle udienze
penali che lo vedono imputato (non a quelle in cui è parte offesa). Stesso
trattamento vale per i ministri.
Sarà Palazzo Chigi
ad autocertificare l'impedimento. "Ove la presidenza del consiglio dei
ministri - recita il testo - attesti che l'impedimento è continuativo e correlato
allo svolgimento delle funzioni di cui alla presente legge, il giudice rinvia
il processo ad udienza successiva al periodo indicato. Ciascun rinvio non può
essere superiore a sei mesi". Il corso della prescrizione rimane sospeso
per l'intera durata del rinvio. La legge si applica anche "ai processi
penali in corso in ogni fase, stato o grado, alla data della entrata in vigore
della legge".
Di Pietro:
"Ora referendum". Antonio Di Pietro non ha attaccato Napolitano dopo
la decisione. "Cosa fatta capo ha", ha commentato in una nota il
leader dell'Idv, annunciando il ricorso al referendum. "Per quanto ci
riguarda non perderemo neppure un momento a disquisire di chi sia la colpa e,
soprattutto, a chi giovi questo provvedimento che riteniamo incostituzionale e
immorale. Per questo, chiederemo direttamente ai cittadini, tramite referendum,
come abbiamo fatto con il lodo Alfano, se sono d'accordo sul fatto che in uno
stato di diritto, come riteniamo debba essere il nostro, si possa accettare che
alcune persone non vengano sottoposte a processo come succede a tutti gli altri
cittadini quando vengono accusati di aver commesso un reato". LR 7
Ci sono molte
ragioni per accostarsi con scetticismo al ritorno della Grande Riforma, a cui
Berlusconi e il centrodestra vorrebbero dedicarsi adesso, per arrivare nel
2013, alla scadenza delle prossime elezioni politiche, con un assetto
costituzionale completamente mutato e un Paese finalmente riformato e
traghettato fuori dai cascami della sua eterna transizione.
La prima è che,
per quanto se ne discuta da anni, per non dire decenni, la Grande Riforma è
sempre fallita, indipendentemente dalla volontà, dalla qualità e
dall’esperienza dei leader che vi hanno posto mano. S’è rivelato impossibile riprodurre
lo spirito virtuoso dei Costituenti, che in soli diciotto mesi, tra il ’46 e il
’48, riuscirono a mettere da parte tutte le loro divisioni ideologiche,
territoriali e generazionali, per dar vita a una Carta costituzionale che
ancora oggi, pur collocata nel suo tempo, è considerata un esempio.
Tal che è
diventato più facile, anche quando l’obiettivo sembrava a portata di mano,
farne saltare la riscrittura invece che concluderla. Nel passato recente questo
è accaduto almeno tre volte: all’inizio degli Anni Ottanta, quando fu
Berlinguer ad affondare la prima Commissione Bicamerale dedicata alle riforme.
E al principio e a metà dei Novanta, quando furono affossate, in rapida
sequenza, prima la Bicamerale presieduta da De Mita, e poi quella di D’Alema.
Quest’ultima,
proprio il giorno dopo il patto che, anche se nella sede impropria della sala
da pranzo di casa Letta, era stato concluso da centrosinistra e centrodestra, e
che Berlusconi stesso, dopo averlo siglato, s’incaricò di far saltare.
Perché questo sia
accaduto - e nei diversi casi in cui è avvenuto - è ormai oggetto di studio. Ma
essenzialmente, si può dire, il motivo è sempre stato lo stesso: anche quando
avevano trovato un compromesso, alleati e avversari, seduti attorno al tavolo,
si sono sempre fatti prendere dal dubbio che le nuove regole potessero
rafforzare oltre misura uno di loro, e di conseguenza si sono tirati indietro.
Fu così, appunto, quando il Pci temette che Craxi, all’apice del suo successo,
diventasse il vero beneficiario della Grande Riforma. O quando Segni e
Occhetto, preoccupati di una restaurazione della Prima Repubblica moribonda,
sbarrarono la strada a De Mita. E infine quando il Cavaliere, agli albori del
suo ventennio, ritirò la stretta di mano data a D'Alema.
Stavolta invece è
Berlusconi il candidato al ruolo di riformatore destinato, dapprima a spendere
tutto il suo impegno, e poi a rischiare la delusione. Dopo il buon risultato
elettorale alle regionali, e approfittando di un triennio in cui, tolti alcuni
importanti appuntamenti locali (l’anno prossimo si vota per i sindaci a Milano,
Torino, Bologna, Napoli e Reggio Calabria), non sono previste scadenze
elettorali nazionali, il Cavaliere infatti s’è convinto di sfruttare
l’occasione offerta dalla seconda metà della legislatura.
Dall’indomani del
voto, il suo attivismo è inarrestabile, affollata l’agenda degli incontri, in
cima ai quali ha messo quello con il Capo dello Stato e con il suo alleato
strategico Bossi. Dopo la cena di Arcore di martedì sera, dopo il vertice del
Pdl a Palazzo Grazioli di ieri, e dopo aver richiamato in servizio, gesto
significativo, come consigliere, anche il padre fondatore di Forza Italia
Giuliano Urbani, Berlusconi ha l'aria di non voler perdere tempo.
Se l’attivismo
della Lega, che ha gettato sul tappeto il modello del semipresidenzialismo
francese, disturba una parte del gruppo dirigente del Pdl, il premier non se ne
cura. Se la richiesta di Bossi di una larga intesa, con tutta o parte
dell'opposizione, per una solida e definitiva approvazione del federalismo, non
piace a tutti nel centrodestra, il Cavaliere è determinato a tacitare i
mugugni: perché ancora una volta vuol dimostrare di poter riuscire dove altri
hanno dovuto rinunciare. E al di là del forte rumore di grancassa che si avverte
sulla scena, e delle molte smorfie di perplessità che si percepiscono dietro le
quinte, è prematuro oggi fare scommesse su un tentativo appena cominciato.
Allo stato
dell’arte, Berlusconi gode di una cauta attenzione del Quirinale, ma soffre di
un’evidente freddezza dell’opposizione, che va dall’aperta contrarietà di Di
Pietro, alla difficoltà del Pd di trovare al suo interno una sintesi che superi
la tradizionale unità antiberlusconiana. La necessità che le riforme, per
evitare di essere sottoposte al vaglio popolare come prevede l’articolo 138
della Costituzione, siano votate in Parlamento con una maggioranza di due
terzi, rende strategico il contributo del centrosinistra. Eppure, la sensazione
è che il premier non si preoccupi più di tanto di questo aspetto, e si prepari
ad affrontare il percorso accidentato della Grande Riforma alla sua maniera,
puntando soprattutto su se stesso e sul rapporto diretto con gli elettori. Tra
un po’, come dal palco dei suoi ultimi comizi, lo sentiremo chiedere: volete o
no un presidente dotato di più poteri, per realizzare gli impegni che ha preso
senza dover perdere tempo con il teatrino della politica? Volete la riduzione
del numero dei parlamentari, senza le tante scuse che la Casta ha preso fin qui
per evitarla? Volete il taglio delle tasse? E’ così via. E’ da vedere che
questo sia il modo per arrivare al presidenzialismo, sia pure all’italiana.
Mentre è sicuro, di qui al 2013, che per questa strada si arriva a un altro
referendum su Berlusconi. MARCELLO SORGI LS 8
Conti pubblici in rosso, in arrivo manovra per 4-5 miliardi
In arrivo una
nuova manovra d'estate. Anche quest'anno i tecnici del ministero dell'Economia
sono al lavoro per mettere a punto un decreto di mantenimento della manovra
triennale del 2008. Il provvedimento, riferiscono fonti parlamentari, avrà
un'entità di almeno 4-5 miliardi, e sarà presentato a giugno. Le risorse
indicate serviranno soltanto a finanziare alcune spese correnti, come ad
esempio le missioni all'estero.
Non è escluso,
quindi, che il valore della manovra possa crescere. Intanto, sul fronte dei
conti pubblici a fine aprile dovrebbe essere presentata la Relazione unificata
sull'economia e la finanza pubblica che aggiorna il quadro macroeconomico
dell'Italia. L'ultima revisione risale al patto di stabilità presentato dal
Tesoro a fine gennaio che stima per quest'anno un Pil all'1,1%, un debito al
116,9% e il deficit al 5%.
Dall'anno
prossimo, per effetto della nuova legge di contabilità pubblica, la Ruef
(relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica) diventerà Ref
(relazione sull'economia e la finanza pubblica) e conterrà sempre
l`aggiornamento delle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica. Per il
Dpef, invece, le novità scattano già da quest'anno: non sarà più presentato
entro luglio, ma entro il 15 settembre e si chiamerà Decisione di finanza
pubblica (Dfp). Sulla base delle previsioni tendenziali e degli obiettivi
indicati nella Dfp, entro il 15 ottobre sono presentati al Parlamento il
disegno di legge di stabilità (la vecchia Finanziaria), e il ddl Bilancio.
Sulla manovra però
Vegas smentisce. «Mai saputo niente», così il viceministro dell'Economia
liquida ad Affaritaliani.it l'indiscrezione su una possibile manovra correttiva
da 4-5 miliardi di euro che il Governo intenderebbe varare entro giugno.
«Il solo fatto che
emerga l'esigenza di una manovra correttiva è la dimostrazione delle difficoltà
reali della finanza pubblica», afferma il capogruppo Pd in commissione
Bilancio, Pierpaolo Baretta. «Difficoltà - aggiunge - che il governo continua a
negare. Il bisogno di finanziare la spesa corrente è la prova che i conti sono
fuori controllo. Solo pochi mesi fa è stato fatto un condono con lo scudo
fiscale e ora siamo punto e a capo. Una svolta nella politica economica del
governo è l'unica strada possibile - conclude - e va fatta in Parlamento. La
nuova legge di bilancio deve diventare l'occasione per cambiare registro». L’U
8
"Strozzati dal Patto di stabilità". I sindaci lombardi
riconsegnano la fascia
A Milano la
protesta trasversale dell'Anci Lombardia: "Basta aiuti a pioggia, premiare
i virtuosi" - In piazza oltre 400 amministratori. La Moratti non
partecipa. Il governo: "Pronti al confronto" - Chiamparino:
"L'esecutivo ci convochi o la mobilitazione diventerà nazionale"
MILANO - La fascia
tricolore riconsegnata al prefetto per protesta contro i vincoli del Patto di
stabilità tra governo ed enti locali. E' il gesto compiuto questa mattina da
una delegazione di sindaci lombardi. Prima di arrivare in prefettura, il corteo
di primi cittadini aveva sfilato per le strade di Milano. Secondo la questura,
almeno 400 amministratori hanno partecipato alla manifestazione.
L'iniziativa è
stata organizzata da Anci Lombardia e dal suo presidente, il leghista Attilio
Fontana, sindaco di Varese: "Questa", ha detto Fontana, "è una
protesta di un territorio che inizia a soffrire e vuole dimostrare al centro
che così non si va avanti". Motivo della protesta, in particolare,
"i soldi dati a pioggia a chi sbaglia e le penalità per chi ha rispettato
gli impegni del governo". La manifestazione ha unito esponenti di tutti i
colori politici, dai sindaci del Pd Giorgio Oldrini (Sesto San Giovanni),
Virginio Brivio (Lecco) e Lorenzo Guerini (Lodi), a quelli del Pdl Franco
Tentorio (Bergamo) e Marco Mariani (Monza). Tutti insieme hanno portato lo
striscione "I sindaci lombardi vogliono garantire opere pubbliche e
servizi".
Vistosa assenza
quella del sindaco di Milano, Letizia Moratti, che ha contestato il metodo
dell'iniziativa e ha preferito chiedere un incontro al ministro dell'Economia
Giulio Tremonti. "Mi spiace che il sindaco non sia sceso in piazza",
ha commentato Fontana, che ha comunque voluto giudicare positivamente l'impegno
di Palazzo Marino nell'avviare un nuovo contatto diplomatico con il governo.
"Letizia Moratti si è comunque data da fare, anche se non in modo
determinato come noi", ha detto Fontana.
Durante l'incontro
con i sindaci, il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi ha riferito di aver
ricevuto in mattinata le telefonate del sottosegretario alla presidenza del
Consiglio, Gianni Letta, e del ministro Tremonti, pronti ad aprire un tavolo
con gli amministratori della Lombardia.
"La prima
risposta che ci aspettiamo", ha commentato Fontana a conclusione dell'iniziativa,
"è un allentamento del Patto per i comuni virtuosi e un irrigidimento per
quelle istituzioni che in questi anni invece non lo hanno rispettato. Ci
aspettiamo anche una regionalizzazione del patto di stabilità ed una
rivisitazione dei trasferimenti dallo Stato: non accetteremo più i milioni a
pioggia dati a chi va in default, perchè i tagli non possono continuare ad
essere fatti in modo uguale".
Secondo Sergio
Chiamparino, sindaco di Torino e presidente dell'Anci nazionale, ora il governo
sarà obbligato ad ascoltare le istanze degli amministratori locali. "Se
questo non dovesse avvenire in tempi ragionevoli e ravvicinati", ha detto,
"la mobilitazione che si è vista questa mattina a Milano si trasferirà in
tutta Italia e anche davanti a Palazzo Chigi". LR 8
La manifestazione
dei sindaci lombardi, riuniti oggi a Milano per protestare contro le servitù
imposte ai loro Comuni dal patto di stabilità, sarebbe piaciuta a Tocqueville.
Quando visitò gli Stati Uniti nel 1831, lo studioso francese non giudicò la
democrazia americana dal numero di coloro che votavano nelle elezioni locali e
federali. Fu colpito invece dalla straordinaria prontezza con cui i cittadini
di un Paese poco più che cinquantenne, riuscivano a creare dal basso in breve
tempo associazioni e movimenti che si proponevano obiettivi locali, pratici e
concreti. Non avevano programmi ideologici e non volevano cambiare il mondo.
Volevano risolvere un problema, rimuovere un balzello, ottenere maggiore
autonomia per la gestione di affari che concernevano direttamente l’insieme
della comunità locale.
Il movimento
lombardo deve molto ai buoni risultati dell’impegno dei sindaci leghisti
nell’amministrazione dei Comuni conquistati dal loro partito. Ma spiazza o
scavalca tutti i partiti politici ed è il risultato di due fenomeni su cui la
classe politica nazionale, di destra o di sinistra, farebbe bene a riflettere.
Il primo è
l’elezione diretta del sindaco. In un Paese dove i parlamentari nazionali
devono la loro elezione alla benevolenza dei partiti e sono per la pubblica
opinione, soprattutto con la presente legge elettorale, funzionari, cortigiani,
titolari di benefici e prebende, il sindaco ha un forte mandato personale,
lavora sotto gli occhi dei suoi concittadini e deve rispondere del modo in cui
amministra la cosa pubblica. Si è progressivamente aperta così, soprattutto
negli ultimi anni, una specie di forbice istituzionale. Mentre i Comuni si
avvicinavano agli elettori e diventavano sempre più concretamente democratici,
i poteri centrali si allontanavano dai cittadini e ne perdevano la fiducia.
Il secondo
fenomeno riguarda l’unità del Paese. La democrazia dal basso, di cui il
movimento lombardo è una battagliera espressione, non ha avuto ovunque gli
stessi effetti. Al Nord ha creato servizi migliori e una classe dirigente più
capace e responsabile. Al Sud, con qualche lodevole eccezione, ha creato
clientele, voto di scambio, affarismo e una burocrazia ridondante se non
addirittura parassitaria. La combinazione di questi due fenomeni — elezione
diretta del sindaco e risultati diversi a seconda della latitudine — ha reso
ancora più evidente l’esistenza di due Italie dove una stessa norma può
produrre effetti opposti. Oggi più che mai abbiamo di fronte ai nostri occhi la
prova che le leggi buone per il Nord non sono necessariamente buone per il Sud,
e viceversa.
Il patto di
stabilità risponde a una logica nazionale ed è dettato da esigenze che nessun
ministro dell’Economia, quale che sia il partito di appartenenza, può trascurare.
Ma la logica nazionale diventa difficilmente accettabile dove non tutti i
destinatari fanno lo stesso uso del pubblico denaro e obbediscono alle stesse
regole del gioco. Quadrare il cerchio e conciliare esigenze così visibilmente
contraddittorie è terribilmente difficile. Ma sarà ancora più difficile se la
classe politica non la smetterà di sottovalutare il problema e di continuare ad
alimentare il divario per meschine ragioni elettorali. Sergio Romano CdS 8
I valori e le istituzioni. Ma noi che cosa siamo stati capaci di dare ai
nostri giovani?
C’È una domanda
che in questi giorni non riesco a togliermi dalla testa: ma noi a questi
giovani siamo riusciti a inculcare dei valori, siamo stati capaci di trasferire
il senso delle istituzioni, abbiamo fatto tutto quello che dovevamo? Dobbiamo
stimolare e prepararci a un cambio di generazione, la sfida capitale di un
Paese è quella di passare la mano ai giovani, ma mi chiedo (e tremo): come li
abbiamo formati? Abbiamo proposto loro una scelta di valori? Abbiamo dimostrato
davvero di saperlo fare?
Mi guardo intorno,
sento il peso dei miei novant’anni, e cerco con lo sguardo i volti, il cuore,
il cervello dei nostri giovani. Alcuni sono ottimi, ma molti, troppi, mi
appaiono sbandati, intuisco nei loro occhi che non hanno stelle polari, punti
di riferimento, che non sentono le istituzioni. Tutto ciò è amaro, ma
soprattutto non è giusto. Per molti versi, è insopportabile. Le istituzioni
rappresentano un valore in sé ma sono anche il mezzo per eccellenza attraverso
il quale si opera per trasmettere valori. C’è un binomio inscindibile,
istituzioni-valori, che è il cemento con il quale ogni comunità costruisce in
modo consapevole il palazzo del suo futuro. Non se ne può fare a meno.
Bisogna che qualcuno
lo dica ai giovani, con le parole e con i fatti, con il segno dei
comportamenti, che non è tanto importante acquisire cognizioni, ma avvertire in
profondità il senso delle istituzioni, avere ancoraggi, punti di stabilità
condivisi, un valore civile forte e avvolgente. Il senso più alto e intimo
delle istituzioni ha come punto di riferimento costante la coscienza di
ciascuno che deve essere capace di fare suoi questi valori, di viverli,
sentirli, comunicarli e trasmetterli. Mi domando: noi come vecchi siamo
riusciti a fare ciò, siamo riusciti a educarli secondo queste linee? Perché
questi valori, dobbiamo ricordarcelo, sono già nella coscienza di ciascun
giovane, è nostro dovere aiutarlo a fare in modo che li riconosca, è nostro
compito fare emergere il virgulto che è già in lui, è questa la lezione della
vita.
Mi viene in mente
un fatto personale che raccontai in un’intervista alla rivista dell’Arel nel
gennaio del 2009 (”I giovani costruiscano un mondo nuovo”) che toccava il punto
centrale del ricambio generazionale ma mi riportava con la testa e con il
corpo, quasi fisicamente, allo spirito del dopoguerra. Appartengo a una
famiglia di ottici livornesi. Il nostro negozio era stato completamente
distrutto. Mi occupavo d’altro, ma a mio padre e mio zio, Pietro e Paolo,
rispettivamente anni 64 e anni 62, dissi a muso duro: fatevi da parte, ora è il
tempo di mio fratello maggiore, ha 27 anni, tocca a lui ricostruire. Mio zio si
offese brutalmente, la nuova ditta Ciampi fu opera di mio fratello, non
mancarono i consigli dei due vecchi di famiglia, ma a rimetterla in sesto e a
farla ripartire fu la nuova generazione. La domanda che mi ossessiona oggi è
sempre la stessa: c’è una generazione di trentenni-quarantenni che abbia la
forza di fare questo? Ci deve essere, non possiamo farne a meno. Se non c’è, la
colpa è nostra, è dei padri: vuol dire che non siamo stati capaci di passare la
mano al futuro. Un prezzo che nessun Paese può permettersi di pagare. CARLO
AZEGLIO CIAMPI IM 8
Il voto dei piccoli. I pregiudizi sulla «società incivile»
Davvero si può
spiegare il successo della Lega come il frutto di un sapiente incastro di
escamotage fiscali e concessioni clientelari, come sostiene appassionatamente
l’economista Tito Boeri sulla «Repubblica» di domenica? Qualcuno davvero pensa
che il consenso che le piccole imprese e le partite Iva hanno riversato sulle
liste del Carroccio si possa motivare con i benefici che avrebbero ricevuto da
«trasferimenti occulti di cui non si ha traccia» (e non si capisce dunque come se
ne abbia notizia)? Quindi sociologi e giornalisti che si sono arrovellati per
capire il funzionamento della macchina politica di Umberto Bossi hanno perso
tempo.
La soluzione era
facile facile: il Carroccio vince perché ha creato una greppia del Nord. Sia
chiaro, e va detto con il massimo di onestà, fare i conti con i fenomeni
politici e sociali dell’Italia 2010 non è facile, si lavora «dentro» una crisi
di cui non conosciamo gli esiti, si rischia di continuo il contropiede e non
bisogna mai pensare di poter catalogare tutti i comportamenti sociali con un
unico registro. Ma tentare di spiegare i mutamenti di un Paese con una teoria
delle «mance elettorali» è un esercizio che non porta lontano, si finisce solo
per piegare la realtà al proprio credo accademico.
Sul fronte della
piccola impresa gli ultimi 10 mesi sono stati densissimi. Abbiamo visto nascere
associazioni spontanee come «Imprese che resistono» e «i Contadini del
tessile», a Torino e Firenze sono stati organizzati per la prima volta cortei
di strada, nel Varesotto si è andati avanti al ritmo di un’assemblea ogni due
settimane, le organizzazioni degli artigiani e dei commercianti — i cinque del
club di Capranica — hanno deciso di rompere gli indugi e unificare la loro
rappresentanza. L’unico partito politico che ha capito cosa stesse capitando ed
è corso ai ripari è stata la Lega, aiutata dal fatto che l’epicentro del
protagonismo dei Piccoli fosse nelle sue terre d’elezione. Gli esponenti del
Carroccio sapevano di dover fare i conti con un’enorme contraddizione: la
propria base voleva la riforma fiscale subito e il governo, nella persona del
nordista Giulio Tremonti, sosteneva invece che i tempi non fossero maturi. Dopo
che Gianni Letta aveva annunciato all’assemblea della Cna l’imminente riduzione
dell’Irap chi se non il ministro dell’Economia aveva convinto Silvio Berlusconi
a fare marcia indietro?
Per capire quanto
la Lega fosse preoccupata per questa contraddizione bastava in questi mesi
seguire gli interventi pubblici e le contorsioni dei vari Calderoli, Giorgetti
o Garavaglia, costretti a difendere la logica dell’odiata Maastricht e a
perorare lo slittamento di qualsiasi taglio delle tasse. Dovendo caricarsi
questo handicap la Lega ha pensato di giocare altre carte. Una mossa-chiave è
stata spingere perché prima delle elezioni fosse approvata la legge sulla
tutela del made in Italy, una norma sottoposta ora al vaglio delle autorità di
Bruxelles, ma che ha avuto un alto valore simbolico grazie al suo promoter,
Marco Reguzzoni, abile nel farne una bandiera leghista. Anche Prato per la Lega
è diventato un simbolo. Le amministrazioni comunali rosse avevano per anni e
anni sottovalutato la crescita del sommerso cinese in Toscana.
Il ministro
dell’Interno Roberto Maroni ha giocato in contropiede, è andato a Prato, ha
rafforzato i blitz nei laboratori e ha costretto l’ambasciatore cinese in
Italia a far buon viso a cattivo gioco. Di esempi così se ne potrebbero fare
diversi (basta analizzare la campagna di Luca Zaia dall’hamburger McItaly agli
Ogm) ma la sostanza non cambierebbe. La Lega ha capito per tempo che il mondo
dei Piccoli era in rapido mutamento, che stava per nascere una nuova
rappresentanza politico-sindacale che nel medio periodo avrebbe intaccato il
suo monopolio e bisognava dunque rispondere per tempo accentuando i toni della
propaganda politica. L’ha fatto e ha avuto ragione anche perché il Pdl si è via
via allontanato dalla sua base sociale e il Pd non è mai entrato in partita.
Anche in Veneto dove ha candidato Giuseppe Bortolussi, cantore delle partite
Iva, il risultato è stato modesto. La sinistra in Italia è uno spazio
culturale, non un’offerta politica.
La Lega, dunque,
non è stata premiata perché ha presentato un’exit strategy dalla crisi,
tutt’altro. Si è esibita come partito antropologico, capace di ascoltare e di
trasformare le istanze del suo popolo in un racconto collettivo, in una
proposta identitaria. Con la globalizzazione — è la tesi leghista — la
modernità è come se avesse operato un’inversione a U, non marcia più a
braccetto con lo sviluppo, anzi lo minaccia. Bisogna dunque rallentarla con
ogni mezzo, proteggere le comunità, salvaguardare l’iniziativa individuale e
ogni tipo di tradizione che può fare da argine, inclusa quella religiosa.
L’Italia, dunque, come un grande museo no global. Tutto ciò scalda i cuori ma
non è un programma per uscire dalla crisi e infatti i leghisti glissano non
solo sulla riforma fiscale.
Sono tiepidi
persino sulle aggregazioni e le reti di impresa, sanno poco o niente su cosa
sta avvenendo con la bolla delle partite Iva diventate in parte lavoro
dipendente mascherato, sul terziario balbettano e sono totalmente all’oscuro
del contributo che può venire dal mondo delle professioni. Ma questo dibattito
post-elettorale non ci parla solo della capacità politica della Lega e della
paradossale debolezza programmatica, ci racconta anche dei ritardi delle nostre
élite, forse le più spocchiose del G8 e le più disancorate dalla realtà. Visto
che il voto ha smentito le loro tesi, ora hanno preso a sostenere che la società
del Nord «è incivile» o addirittura assistita grazie alla Cassa integrazione in
deroga. Ma non sanno che i tempi di pagamento della pubblica amministrazione si
sono allungati all’inverosimile (con un record di 700 giorni!) e le
amministrazioni sono debitrici nei confronti delle imprese per una cifra
stimata in 60 miliardi? Che cosa avrebbero dovuto fare gli imprenditori dei
distretti per sperare di non finire nelle liste nere compilate dai campioni del
politicamente corretto?
La «società
incivile» ha resistito alla crisi, non ha ridotto il personale, in qualche caso
ha pagato con la vita il proprio impegno, ha dato vita a una partecipazione
sindacale e associativa che non si vedeva da tempo, ora si muove per aggregare
le aziende creando delle reti e intanto si batte per essere presente sui
mercati emergenti. Se non vivono sul mercato loro, non so chi in Italia si
possa vantare di farlo. E poi se le nostre élite erano così preoccupate del
degrado civile del Paese perché nessuno di loro si è mai indignato quando in
Toscana, nella civilissima Toscana, i cinesi si sono liberamente organizzati
sfruttando come schiavi i loro connazionali?
Dario Di Vico CdS
7
Redditi delle famiglie -2,8%, mai così male dagli anni '90
Dati Istat
relativi al 2009: il calo più significativo da quando sono a disposizione le
serie storiche - Flessione anche per la spesa, la propensione al risparmio e il
tasso di investimento
ROMA - Nel 2009 il
reddito disponibile delle famiglie in valori correnti è diminuito del 2,8%
rispetto al 2008. Lo comunica l'Istat, precisando che si tratta della riduzione
più significativa a partire dagli anni '90, da quando sono a disposizione le
serie storiche.
Nel quarto
trimestre 2009 il reddito disponibile delle famiglie (il settore comprende le
famiglie consumatrici, quelle produttrici e le istituzioni senza scopo di lucro
al servizio delle famiglie) è diminuito dello 0,2% in valori correnti rispetto
al trimestre precedente, mentre la spesa per consumi finali si è ridotta dello
0,1%. Su base tendenziale il reddito è calato del 2,8% mentre la spesa
dell'1,9%. In linea con il calo del reddito, il potere d'acquisto delle
famiglie (cioè il reddito disponibile delle famiglie in termini reali) è
diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto
all'anno precedente.
Si è ridotta anche
la propensione al risparmio delle famiglie, che nel quarto trimestre è stata
pari al 14% (come nel trimestre precedente), 0,7 punti percentuali in meno
rispetto al 2008.
Ed è
proseguita la flessione del tasso di investimento delle famiglie, che nel
quarto trimestre si è attestato all'8,8% (-0,2 punti percentuali rispetto al
trimestre precedente), risentendo di una riduzione degli investimenti (-2,2%)
molto superiore a quella del reddito disponibile (-0,2%). Rispetto al 2008 il
tasso di investimento si è ridotto di 0,7 punti percentuali.
In calo anche la
quota di profitto delle società non finanziarie, che l'anno scorso è scesa di
1,8 punti percentuali rispetto al 2008. E anche in questo caso si tratta del
livello più basso a partire dagli anni '90. La flessione deriva da un -9,5% del
risultato lordo di gestione e di un -5,4% del valore aggiunto. Secondo
le rilevazioni diffuse dall'Istat, la quota di profitto delle società non
finanziarie (data dal rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore
aggiunto lordo a prezzi base) "si è attestata, nel quarto trimestre 2009,
al 40,3%, con un lieve aumento dello 0,4% rispetto al trimestre precedente.
Infatti, ad una contrazione del valore aggiunto (-0,6%) si è accompagnato un
aumento dello 0,3% del risultato lordo di gestione delle società non
finanziarie. Rispetto al quarto trimestre dell'anno precedente, invece, la
quota di profitto delle società non finanziarie, si è ridotta di 1,8 punti
percentuali". LR 8
I comuni non devono segnalare gli illegali che iscrivono i figli all’asilo
I Comuni e gli
altri uffici pubblici coinvolti non devono segnalare mamme e papà senza
permesso di soggiorno che iscrivono i loro figli alle scuole d’infanzia. Anche
se non si tratta di scuole dell’obbligo, il diritto all’istruzione dei piccoli
va comunque tutelato, evitando che i genitori non li iscrivano per paura di una
denuncia.
Il chiarimento
arriva dal prefetto di Torino Paolo Padoin, dopo le perplessità espresse
dall’assessore comunale all’istruzione Beppe Borgogno. La legge sulla
sicurezza, aveva fatto notare l’assessore, prevede che non si debba presentare
il permesso di soggiorno per l’iscrizione alla scuola dell’obbligo, ma la
scuola d’infanzia non è scuola dell’obbligo, quindi in quel caso il permesso
servirebbe.
Nonostante ciò, il
Comune di Torino aveva accettato le domande di iscrizione alle scuole di infanzia
presentate da genitori irregolari, senza denunciarli. “Non si capisce perché un
bambino di 6 anni lo si debba considerare diverso da uno di 5” aveva detto
Borgogno.
Questa linea è
giusta, ha confermato oggi il prefetto di Torino. "Il ministero dell'Interno
– ha spiegato Padoin- ha concordato con l'avviso espresso da questa prefettura
secondo cui alla luce delle norme vigenti, ed in particolare dell'articolo 38
del T.U. Immigrazione e dell'art.45 del D.P.R. 349/99, i minori stranieri
presenti sul territorio, indipendentemente dalla titolarità di un permesso di
soggiorno, hanno diritto all'istruzione nelle scuole di ogni ordine e
grado".
Lo staff della
U.O. Centro studi di palermo (de.it.press)
Da Celestini a Saviano, appello in rete per gli africani scappati da
Rosarno
«I mandarini e le
olive non piovono dal cielo», recita il loro appello, scritto in francese,
perché molti non parlano nemmeno l’italiano. Dopo la rivolta di Rosarno,
dovevano tornare ad essere «invisibili». Dispersi, «deportati», di loro non
doveva più restare traccia. Distrutte anche le vecchie fabbriche dismsesse in
cui avevano trovato rifugio. E invece dalla diaspora in cui sono precipitati
gli africani di Rosarno continuano a rivendicare il loro diritto ad esistere. E
ad essere riconosciuti dallo Stato che ha preferito ignorarli, prima, e
cancellarli, poi.
A Roma, dove in
tanti sono approdati dopo la fuga dalla Calabria che non aveva più bisogno di
loro, si sono riorganizzati attorno alla ex Snia Viscosa, che, sede dell’omonimo
centro sociale, è diventa la loro base. Alcuni ci dormono anche, altri hanno
trovato ospitalità presso le occupazioni di Action e del Coordinamento di Lotta
per la casa, al Forte Prenestino, qualcuno anche presso i comboniani. Ma all’ex
Snia, da gennaio, si ritrovano tutte le settimane. A rielaborare il
trauma-Rosarno, a raccontare la «vera storia» degli africani di Rosarno che
vivevano «stipati in capannoni col tetto d’amianto, senza elettricità, senza
riscaldamento», si alzavano «prima dell’alba per conquistarsi una giornata di
sfruttamento dei campi», e un bel giorno si ritrovarono a scappare dai colpi
d’arma da fuoco «come fossero belve da colpire durante un safari» e dallo Stato
che decide di «deportarli a migliaia dal proprio luogo di vita e lavoro, solo
in base al colore della pelle».
«La
regolarizzazione prima di tutto, questo chiedono e devono ottenere», recita
l’appello promosso dalla Rete Antirazzista Romana e firmato da intellettuali,
associazioni e realtà del territorio che sono venuti in contatto con loro in
questi mesi di mobilitazione romana. Da Giovanna Marini ad Ascanio Celestini,
da Marco Rovelli a Roberto Saviano, da padre Zanotelli a Goffredo Fofi. E poi
Amara Lakous, Marco Bellocchio, Giorgio Cremaschi, della Fiom, Roberto Di Giovanpaolo,
senatore Pd, Gianni Ferrara, professore emerito di diritto costituzionale. Le
richieste: «Una accoglienza immediata che escluda il ricorso a strutture
concentrazionarie come i Cie e i Cara» e «immediata regolarizzazione che
impedisca il loro ritorno nelle maglie della schiavitù silente». Il permesso
umanitario finora il Ministero degli Interni lo ha concesso solo ai feriti che
non sono riusciti ad evitare il ricovero. «Come se fossero gli unici ad aver
subito una violenza».
Per sottoscrivere
l'appello invia una emali all'indirizzo alar@inventati.org.
Mariagrazia Gerina
L’U 7
Ici, Tarsu e Indebiti: tre progetti di legge per gli italiani all’estero in
attesa di esame
Sono stati presentati
dal deputato Pd Gino Bucchino e firmati anche da colleghi della maggioranza -
“In ballo la nostra dignità, la rappresentanza degli italiani all’estero e la
politica dello Stato nei confronti dell’emigrazione”
ROMA - Ici, Tarsu
e Indebiti. L’eliminazione dell’imposta comunale sugli immobili posseduti
in Italia dai cittadini italiani residenti all’estero, la riduzione del 70%
delle tasse sui rifiuti solidi urbani sugli immobili posseduti in Italia e
utilizzati solo per brevi periodi e infine la sanatoria degli indebiti
pensionistici Inps: sono queste le questioni urgenti affrontate dall’on. Gino
Bucchino (Pd) nelle sue tre proposte di legge “bipartisan”, firmate cioè anche
da deputati della maggioranza, in attesa di essere esaminate dal Parlamento.
“Prima della fine
di questa legislatura – afferma il deputato eletto nella Circoscrizione estero
per il Centro e Nord America – dobbiamo dare un senso alla nostra presenza nel
Parlamento italiano e al valore della nostra rappresentanza politica e
istituzionale con l’approvazione di tre proposte di legge che rappresentano la
soluzione di diritti e rivendicazioni fondamentali delle nostre comunità
all’estero”.
“Non ci sono alibi
che tengano – dichiara Bucchino - considerato che per lo Stato italiano i costi
delle mie proposte di legge sono assolutamente marginali mentre i benefici per
gli italiani all’estero sarebbero concretamente tangibili. L’Italia ha voluto
introdurre, con le modifiche alla Costituzione, una rappresentanza non solo
simbolica ma reale e autentica, che deve quindi manifestarsi in atti e diritti
concreti che si palesino con la parità di trattamento e leggi giuste e attente
alle esigenze dei nostri connazionali”.
“Mi aspetto quindi
– conclude il parlamentare Pd – che il Parlamento italiano riservi un percorso
preferenziale a queste tre proposte di legge e sarò il primo a denunciare
ritardi e omissioni da parte degli organismi e dei parlamentari, sia di
maggioranza che di opposizione, che cercheranno di frenare o addirittura
insabbiare la loro discussione e approvazione. Sono in ballo la nostra dignità,
la rappresentanza degli italiani all’estero e la politica dello Stato italiano
nei confronti dell’emigrazione”.
Bucchino ricorda
che: 1)la legge sulla modifica all’articolo 1 del decreto-legge 27 maggio 2008,
n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126,
concernente l’esenzione dall’imposta comunale sugli immobili in favore delle
unità immobiliari possedute dai cittadini italiani non residenti nel territorio
dello Stato ( legge n. 3264) è stata presentata il 3 marzo 2010.
2) la legge sulle
modifiche all’articolo 66 del decreto legislativo 15 novembre 1993, n. 507, in
materia di riduzione della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani
in favore dei cittadini italiani residenti all’estero iscritti nell’anagrafe
degli italiani residenti all’estero (legge n. 2717) è stata presentata il 24
settembre 2009.
3) la legge sulle
Disposizioni in materia di sanatoria e recupero delle prestazioni indebitamente
erogate dall’Inps a soggetti residenti all’estero ( legge n. 3150) è stata presentata
il 26 gennaio 2010. (Inform)
Siglata l’intesa per realizzare il Museo del Lavoro e dell'Emigrazione a
Napoli
NAPOLI -
Realizzare il Museo del Lavoro e dell'Emigrazione e dell'Acquario di Napoli.
Questo l'obiettivo dei due protocolli d'intesa siglati nei giorni scorsi dalla
Regione Campania, il Comune di Napoli e la Bagnolifutura SpA.
Le due
infrastrutture verranno realizzate nell'area ex Italsider di Bagnoli dove è già
in corso un'opera di riqualificazione dell'intera area che verrà utilizzata per
lo sviluppo turistico e il potenziamento dei servizi legati al territorio.
Per il Museo del
Lavoro, che verrà realizzato all'interno del vecchio Altoforno, è previsto un
investimento di 25 milioni di euro. L'Acquario sarà, invece, realizzato
all'interno dei locali dell'ex Acciaieria. L'investimento previsto è di circa
100 milioni di euro, di cui 40 milioni di risorse pubbliche, mentre la restante
parte verrà reperita attraverso un project financing.
"Realizzeremo
- afferma il presidente della Regione Campania - interventi di grande qualità e
attrattori permanenti per la cultura e il tempo libero come il Museo del Lavoro
e dell'Emigrazione. Inoltre, con un investimento a parte, d'intesa con
l'Autorità portuale, finanzieremo la ristrutturazione dell'Immacolatella, che
storicamente è stato il luogo di partenza dell'emigrazione meridionale e che
vogliamo per questo destinare a centro studi di questa importante pagina della
nostra storia. Nell'ex Acciaieria, invece, realizzeremo il più grande acquario
italiano del Mediterraneo, un sito, che siamo sicuri attirerà migliaia di
visitatori e renderà ancora più forte il legame della città con il mare".
"L'obiettivo
- ha precisato - è quello di completare gran parte di questi interventi e la
realizzazione del Parco urbano di Bagnoli entro il 2013, data nella quale la
città di Napoli ospiterà il clou di un grande evento come il Forum Universale
delle Culture".
Il sindaco del
Comune di Napoli, da parte sua, ha espresso "grandissima soddisfazione per
l'approvazione dei provvedimenti. Queste scelte - ha detto - sono frutto di un
lavoro intenso portato avanti con forte unità di intenti tra Comune e Regione
ed in coerenza con il Piano Regolatore e il Piano Urbanistico Attuativo. In
particolare questo lavoro è stato condotto dall'assessore regionale al Turismo,
dal vice sindaco del Comune di Napoli e dall'assessore comunale alla Cultura,
ovviamente con il pieno coinvolgimento di Bagnolifutura". (aise)
“Era necessario
intervenire d’urgenza per evitare la scarcerazione di pericolosi mafiosi. Ma
quando lo stesso ministro Alfano ammette che il decreto legge in questione non
è che ‘una toppa al buco’ per correggere gli errori scaturiti dalla fretta e
dalla superficialità, c’è da preoccuparsi. La lotta alla mafia è un impegno che
richiede lungimiranza e serietà; la disattenzione, invece, costa cara”. Lo ha
affermato l’on. Laura Garavini, capogruppo del PD in Commissione antimafia, nel
suo intervento sul provvedimento che introduce l’esclusione dei reati di mafia
aggravati dalla competenza della Corte d’Assise. L’intervento correttivo si era
reso necessario dopo una recente sentenza della Cassazione “che ha fatto
emergere gli effetti devastanti della legge ex-Cirielli voluta dal Governo: si
rischiava, infatti, l’annullamento di centinaia di processi per mafia e la
scarcerazione di numerosi mafiosi”.
“Il continuo ricorso
a decretazione d’urgenza è sintomatico del modo di legiferare portato avanti
dal Governo Berlusconi: approssimativo, frettoloso e poco serio. Dà vita a un
sistema disordinato e corretto a colpi di emergenze, che rischia di provocare
seri danni alla lotta alle mafie”, ha detto la Garavini. La deputata ha poi
criticato duramente come “questo decreto non si limita a tamponare l’effettiva
emergenza, ma azzarda misure estemporanee che nulla hanno a che vedere con
un’organica riforma della giustizia”. L’ulteriore ampliamento della competenza
della Corte d’Assise nel giudicare altri reati di grave allarme sociale “è
utile solamente a ingolfare gli uffici di Assise, rischiando di paralizzare
ulteriormente un sistema già a corto di soldi”, ha ammonito la Garavini. “La
lotta alla mafia”, ha concluso, “dovrebbe essere un valore condiviso
all’unanimità e che non dovrebbe prestare il fianco a giochetti di basso
profilo”. De.it.press 1
Promozione del libro italiano nel mondo
È stata presentata
alla Farnesina il 24 marzo 2010 l'iniziativa "Libri Italiani nel
Mondo", realizzata dalla Direzione Generale per la Promozione e la
Cooperazione culturale del Ministero degli Affari esteri, in collaborazione con
la Casa editrice Avagliano, nel contesto delle programmazioni nazionali e
internazionali per la promozione del libro italiano ma anche del patrimonio
linguistico italiano. L'incontro è stato organizzato in occasione della
donazione alle biblioteche degli Istituti italiani di cultura, da parte della
Casa editrice Avagliano, di una collana di 48 opere di autori classici e
contemporanei e di autori stranieri che hanno scelto di esprimersi in lingua
italiana. Per promuovere gli autori italiani, il Ministero degli Affari Esteri
si avvale anche della "Settimana della lingua italiana", giunta
quest'anno alla decima edizione e dedicata in particolare alla promozione degli
autori italiani e delle case editrici che li rappresentano, che riserva un
ampio spazio a incontri con scrittori italiani, rappresentati dalle maggiori
Case editrici. Le biblioteche degli Istituti italiani di cultura, dal canto
loro, seguono da vicino la vita dei libri italiani all'estero e assicurano
l'aggiornamento dei rispettivi patrimoni alla luce delle novità editoriali di
maggior rilievo, dentro e fuori i confini dell'Italia. De.it.press
Seminario Internazionale dell’Informazione italiana nel Mondo
MONTREAL - Il 9 e
il 10 aprile si svolge a Montreal, ricorda il Comites, il primo “Seminario
Internazionale dell’Informazione italiana nel Mondo” tra cancellazione e
rilancio (http://www.mclink.it/com/inform/art/10n03921.htm ). All’evento,
promosso dal CGIE del Canada e dal Comites di Montreal, saranno presenti, tra
gli altri, Franco Siddi, segretario generale della Fnsi (Federazione Nazionale
della Stampa Italiana), il console generale Giulio Picheca, Pablo Rodriguez,
deputato al Parlamento canadese, Francois Lubrina, membro del Consiglio
Generale dei Francesi all’Estero.
Numerose testate, quotidiani e
periodici, hanno confermato la loro presenza; inoltre parteciperanno al
seminario alcuni presidenti dei Comites del Nord America, componenti del CGIE
ed esponenti politici di diverso orientamento.
È il primo seminario di carattere
internazionale sul tema dell’informazione italiana nel mondo: “Avevamo pensato
ad un seminario di riflessione sulla diffusione e sulla qualità
dell’informazione italiana nel mondo, sui suoi limiti e sulle necessarie
profonde riforme che dovrebbero ulteriormente qualificare ed aumentare
l’offerta informativa italiana nel mondo”, afferma il consigliere del CGIE
Giovanni Rapanà, uno dei promotori dell’iniziativa di Montreal. Rapanà
aggiunge: “Per riqualificare e rilanciare un patrimonio è indispensabile
innanzitutto tutelarlo; purtoppo, quello che è stato fatto, successivamente al
lancio del Seminario, è in realtà un taglio drastico che mette a rischio
testate giornalistiche importanti e una qualificata rete di quotidiani e
periodici italiani nel mondo”. “La portata dei tagli in senso generalizzato, è
oltremodo inaccettabile ancorché incomprensibile, in quanto da una parte non
incide in nessun modo sul deficit del bilancio statale, mentre dall’altra
rischia di determinare la chiusura di testate storiche e il licenziamento di
molti lavoratori qualificati. È del tutto evidente - afferma Rapanà – che il
settore informativo, così come era stato pensato e gestito dalla Presidenza del
Consiglio e dal MAE, aveva bisogno di un monitoraggio effettivo, che non c’è
mai stato, rispetto alla trasparenza e al corretto utilizzo di fondi pubblici,
nonché rispetto al finanziamento di troppe testate fantasma, che ha finito per
pesare e penalizzare oltremisura sulle testate effettivamente operanti e
straordinariamente utili sia per le nostre collettività che per l’immagine
stessa dell’Italia nel mondo”.
“Il seminario – spiega Rapanà - sarà chiamato
dunque a realizzare un duplice obiettivo: quello di continuare l’analisi e di
avanzare proposte di riforma rispetto al passato, e quello di chiedere la
cancellazione di tagli, per uscire da un provincialismo che vede il nostro
Paese sempre più chiuso in se stesso, in un momento in cui tutte le altre
nazioni, a partire da quella che ci ospita, il Canada, stanno affrontanto e
superando , al contratrio dell’Italia, la crisi, aprendosi al mondo e puntando
sull’economia della conoscenza, del sapere e dell’informazione”. (Inform)
Der Nationalstaat und seine Einwanderer
Was die Deutschen für die
Integrationsdebatte aus ihrer Geschichte lernen können. Von Zafer Senocak
Seit Anfang des 21. Jahrhunderts findet
in Deutschland ein Umdenken statt: Die zahlreichen hier lebenden Menschen
nichtdeutscher Herkunft werden endlich als Einwanderer begriffen. Seitdem wird
unter dem Begriff Integration eine Staats- und Gesellschaftspolitik verfolgt,
die diese Einwanderung zu gestalten versucht.
Gleichzeitig vollzieht sich ein anderer
Paradigmenwechsel: Mit der deutschen Einheit entstand mitten in Europa ein
Nationalstaat Deutschland, der sich immer stärker von der alten Bundesrepublik unterscheidet.
Das hat nur bedingt mit der Eingliederung Ostdeutschlands zu tun, vielmehr gibt
es ein verändertes Gefühl für die eigene Identität. Man konfrontiert die heikle
deutsche Geschichte zunehmend mit der Gegenwart, einzelne Kapitel aus dem Geschichtsbuch
Deutschland werden umsortiert und neu gewichtet.
Selbsterfahrungsthemen haben
Konjunktur. Mit der Erinnerung an die Vertreibung, die Bombenopfer im Zweiten
Weltkrieg und die Vergewaltigung deutscher Frauen durch Besatzungssoldaten
findet eine Aufarbeitung deutschen Schmerzes statt. Gleichzeitig wird die
Gegenwart eher als fröhliche, lockere Unternehmung inszeniert: Seht her, wir
können feiern, haben Humor und ein modernes, weltoffenes Staatssystem.
Deutschland kann sich sehen lassen in der Welt. Identität wird zur Marke, für
die man gerne wirbt, die sich auch plakativ verwenden lässt.
Wie aber hängen Geschichte und
Gegenwart heute zusammen? Wie viel Vergessen, wie viel Erinnern braucht die
deutsche Gegenwart? Bezeichnenderweise tauchen Fragen der deutschen Geschichte
und zur veränderten Selbstwahrnehmung bei der Einwanderungsfrage nicht einmal
am Rande auf. Denn die verkrusteten Wunden der Nation drohen wieder
aufzureißen, wenn man die Historie mit den gegenwärtigen Herausforderungen
konfrontiert, die aus der Einwanderung resultieren. So entsteht ein
merkwürdiges Schweigen, ja oft auch eine strikte Ablehnung, wenn man die
deutsche Geschichte und die türkische Zukunft des Landes in Zusammenhang
bringt. Türkische Zukunft ist ein Bedrohungsszenario, gewinnt darin doch eine
Minderheit an Bedeutung, die sich im Lande etabliert hat.
Und wie wird heute aus einem Türken ein
Deutscher? Es lohnt sich, sowohl für Einheimische als auch für Einwanderer,
dafür jene Kapitel in der Geschichte Deutschlands aufzuschlagen, in denen es um
die polnische Einwanderung im 19. Jahrhundert geht oder um die Integration und
Assimilation der Juden in der Moderne. Wie war das denn mit der polnischen
Einwanderung ins deutsche Kaiserreich? Wer erinnert sich heute noch an den erbitterten
Sprachenstreit, bei dem es genau wie heute mit dem Türkischen darum ging, die
polnische Sprache aus der deutschen Realität auszuschließen?
In jeder Ecke stößt man hierzulande auf
ein Geschichtsthema: Die traumatische Erfahrung des Nationalsozialismus, des
Krieges, des Völkermords an den europäischen Juden, aber auch das Leid der
deutschen Bevölkerung durch Krieg, Flucht und Vertreibung haben sich tief ins
Gedächtnis eingegraben. Deshalb wirkt nichts unglaubwürdiger als ein
geschichtsloses und damit gesichtsloses Deutschland. Die Einwanderungsfrage
aber wird von all dem ferngehalten. Integrationsgipfel, Islamkonferenz,
Debatten und Veranstaltungen zum Thema – der gesamte Politikentwurf wird so
lanciert, als ginge es lediglich um die Integration Nichtdeutscher in die
deutsche Gesellschaft.
Dieser Vorgehensweise liegt ein
assimilatorischer Impuls zugrunde: Assimilation ist in der Tat eine der
Möglichkeiten, sich in ein fremdes Land zu integrieren. Doch sie wird nicht
gelingen, wenn die Prägungen aus der Geschichte von den Konferenztischen
ferngehalten werden. Diese Prägungen wirken im aktiven Gedächtnis wie in den
Tiefenschichten des Bewusstseins weiter. Sie schleichen sich in die Sprache
ein, sie überraschen, verunsichern.
Die Sprache der Integrationsdebatten
ist jedenfalls bezeichnend. Sie ist voller Fallstricke, wenn es um
Identitätsfragen geht, um Heimat oder Loyalität. So wurde in den Debatten um
die doppelte Staatsbürgerschaft immer wieder der Begriff der Loyalität bemüht,
der in der wilhelminischen Epoche von konservativen Historikern und Politikern
herangezogen wurde, um zu belegen, dass deutsche und jüdische Identität
unvereinbar seien: Aus der Sicht des Historikers Heinrich von Treitschke war
die Einheit von Staat und Volk in Gefahr. Wer sich heute gegen
Doppelidentitäten sperrt, gerät in die Tradition eines nebulösen
Staatsverständnisses, der den Weg der Deutschen in die Demokratie lange
blockiert hat. Die Oberhoheit über das Angstpotenzial haben diese Begriffe
ohnehin: Angst vor Verlust der Identität, vor Fremden, vor Unbekannten.
Oder die Arbeit der islamischen
Verbände in Deutschland: Sie sollte durchaus kritisch betrachtet werden. Wenn
Necla Kelek in der „FAZ“ jedoch von „alter Basarmentalität“ schreibt, mit der
die Verbände glauben, „in göttlichem Auftrag mit der Regierung über die
Zusammensetzung und Tagesordnung der Konferenz schachern“ zu können, werden
Assoziationen geweckt, die in einer langen Tradition der Diffamierung und
Stigmatisierung stehen. Würde eine Zeitung ähnliche Formulierungen erlauben,
wenn es um eine andere Religionsgruppe geht?
Die Einwanderungsdebatte ist emotional
aufgeladen. Dennoch haben Empfindungen keinen Platz in den Gesprächsrunden. So
kann man sich nur voneinander entfremden. Wenn Deutsche sich der Zugewanderten
annehmen wollen, müssen sie sich selbst mehr ins Gespräch bringen, offen und
selbstkritisch. Das ist nicht immer eine fröhliche Veranstaltung, sondern auch
ein schmerzhafter Prozess. Umgekehrt kann derjenige, der dauerhaft in
Deutschland leben und sich in die Gesellschaft eingliedern möchte, nicht umhin,
die Geschichte der anderen in den Blick zu nehmen. Dabei kommt es auch auf
Empathie an. Es geht weniger um herkömmlichen Geschichtsunterricht, als um
einen die Grenzen der eigenen Kultur überschreitenden Erfahrungsaustausch.
In der Geschichtsschreibung ging es oft
um die Konstruktion von nationaler Identität. Moderne Geschichtswissenschaft
hat sich davon zwar entfernt, aber sie riskiert nach wie vor zu wenig die
vergleichende Wahrnehmung. Wir brauchen eine vergleichende
Geschichtswissenschaft – ähnlich der vergleichenden Literaturwissenschaft.
Dabei können auch literarische Texte mit ihren biografischen Konnotationen eine
eher emotionsleere Wahrnehmung der Vergangenheit ergänzen und neue Perspektiven
eröffnen. Gerade die Erfahrungen des 20. Jahrhunderts, die Völkermorde,
Vertreibungen und nationalistischen Exzesse teilen die Europäer miteinander,
die Deutschen teilen sie auch mit den Türken.
Es gibt auch Momente der Unteilbarkeit,
der absoluten Einsamkeit mit der eigenen Geschichte. Hier stößt Integration an
ihre Grenzen. Es sind Grenzen, die nicht zwischen Nationen, Kulturen,
Religionen verlaufen, sondern die mit der Herkunft eines Menschen, seiner
Biografie, seinem Stammbaum festgelegt werden. Ihr Verlauf kann sich ändern:
Großvater und Großmutter bleiben Großvater und Großmutter, doch wenn die Enkel
auswandern, entsteht ein neuer Blick auf die früheren Generationen.
Erfahrungen, die sich in Familiengeschichten ablagern, werden mehrsprachig und
vieldeutig. Das verunsichert alle, die Individuen und Einzelbiografien am
liebsten zu kollektiven Identitäten bündeln möchten.
Deutsche und Türken verbindet etwas.
Beide stammen aus großen Mischkulturen, die im 20. Jahrhundert gewaltsam
zerschlagen wurden. Ein bitterer Erfahrungshintergrund, den man gemeinsam
erörtern kann. So lassen sich Unterschiede und Ähnlichkeiten genauer benennen,
jenseits der Sphäre vager Urteile und Vorurteile aufheben. An den Tischen der
deutschen Integrationspolitik sollte es also nicht nur um Türken, den Islam und
all das gehen, was der Durchschnittsdeutsche als fremd empfindet, sondern auch
um das, was er als das Eigene wahrnimmt. Um die eigene Geschichte, den eigenen
Identitätswandel. In diesem Wandel steckt nicht nur die Sehnsucht nach
Anerkennung, sondern auch die Verunsicherung hinsichtlich einer Zukunft, in der
nichts mehr so sein wird wie heute und hoffentlich manches anders als gestern.
Zafer Senocak lebt als Schriftsteller
in Berlin. Zuletzt erschienen von ihm „Das Land hinter den Buchstaben.
Deutschland und der Islam im Umbruch“ sowie der Gedichtband „Übergang“ (Babel
Verlag). Tsp 7
Brescia stellt sich in Nordrhein-Westfalen vor
Wir freuen uns, Sie im Namen von
Brescia Tourism zu der Veranstaltung „Brescia in Tour“ einladen zu dürfen. Im
April und Mai stellt sich die norditalienische Stadt im Herzen der Lombardei in
Nordrhein-Westfalen vor und wird sich unter dem Motto Brescia in Tour in Bonn, Essen,
Dortmund und Aachen präsentieren.
Brescia und ihre Provinz sind ein
spannendes Urlaubsziel. Alljährlich im Mai macht Brescia anlässlich der Mille
Miglia von sich reden. Das legendäre Oldtimer-Rennen startet und endet in
Brescia. Zudem ist Brescia für zahlreiche Kunst- und Kulturschätze bekannt und
auch das Umland kann mit Gardasee, Iseosee und Idrosee zahlreiche touristische
Attraktionen aufweisen.
Brescia wird mit einem Info-Truck
direkt in den Innenstädten für sein touristisches Angebot werben. Zudem können
Interessierte kulinarische Köstlichkeiten und Weine der Provinz probieren. In
Bonn findet zudem ein Get-together mit Vertretern der Presse und
Reiseveranstaltern statt, an dem Paolo Rossi, der Präsident von Brescia Tourism
Rede und Antwort steht.
Folgende Termine sollten Sie sich
vormerken:
29. – 30. April in Bonn: Friedensplatz
von11.00 Uhr bis 18.00 Uhr
- Degustationen um 12.00 Uhr und um
17.30 Uhr
- Get-together am 29. April um 17.30
Uhr
Für die Teilnahme am Get-together
bitten wir um Anmeldung auf folgenden Link:
http://veranstaltungen.enit-italia.de/brescia
03. – 04. Mai in Essen:
Willy-Brandt-Platz von 11.00 Uhr bis 18.00 Uhr
- Degustationen um 12.00 Uhr und um
17.30 Uhr
05. – 06. Mai in Dortmund:
Reinoldkirche Platz von 11.00 Uhr bis 18.00 Uh
- Degustationen um 12.00 Uhr und um
17.30 Uhr
10. – 11. Mai in Aachen:
Willy-Brandt-Platz von 11.00 Uhr bis 18.00 Uhr
- Degustationen um 12.00 Uhr und um
17.30 Uhr
Die Vertreter von Brescia Tourism
freuen sich darauf Ihnen eine schönes Stück Italien näher bringen zu dürfen!
Der ENIT-Direktor Marco Montini (de.it.press)
Venedigs Bürgermeister tritt ab. Basta, ihr Idioten
Venedig. Zwölf Jahre lang hat Massimo
Cacciari Venedig regiert - für die zerstrittene Linke Italiens eine Ewigkeit. Die
beiden Amtszeiten des „Philosophen auf dem Dogenthron“ - 1993 bis 2000 sowie
die letzten fünf Jahre - bedeuteten für die Stadt in der Lagune eine Ära, die
nun mit dem Abtreten des sechsundsechzigjährigen Politikers beendet ist. Als
der Philosophieprofessor der städtischen Universität Cà Foscari vor siebzehn
Jahren mitten im Zusammenbruch des italienischen Parteiensystems als niemand
ins Rathaus einzog, wurde Venedig plötzlich zum Symbol eines zivilen
Bürgergeistes im Land der vermeintlichen Anarchisten.
Der einstige Kommunist und Feuerkopf,
der mit dem atonalen Komponisten Luigi Nono Opern geschrieben und für den
informellen Maler Emilio Vedova Texte verfasst hatte, sorgte unter den Augen
der Weltöffentlichkeit dafür, dass von Venedig wieder Impulse ausgingen - dem
aufgehenden Stern Berlusconis zum Trotz.
Zum ersten Mal seit dem Ende der
Serenissima ließ die Stadt unter Cacciari das Subventionsgeld aus Rom nicht in
dunklen Kanälen versickern. Er kümmerte sich darum, dass ebendiese
verschlammten Kanäle systematisch ausgebaggert wurden. Mit einer jungen Crew
von Mitarbeitern sorgte Cacciari dafür, dass die Stadt sich nicht mit dem
Dasein als touristischer Goldgrube begnügte. Die Universität wurde mit jungen
Studenten gestärkt, man achtete auf die Ökologie, und die erweiterte Biennale
und die - nun ebenfalls mit einem neuen Palast ausgestatteten - Filmfestspiele
erhielten den Glanz von Aushängeschildern eines modernen Italien zurück.
Ein nennenswert er Sieg in der zweiten
Amtszeit
An der Kultur entscheidet sich in der
schönsten, aber auch fragilsten Stadt der Welt jede Karriere. Der Kulturmensch
Cacciari ging zwischen seinen beiden Amtszeiten als Dozent zurück zur
Philosophie - ausgerechnet an eine erzkatholische Mailänder Neugründung. Und
die mafiose Unkultur im Umgang mit dem Opernhaus „La Fenice“ bezeichnete auch
die bitterste Stunde von Cacciaris Epoche: Wie Tausende andere Bürger stand er
an einem traurigen Januarmorgen 1996 verzweifelt vor dem brennenden Theater, um
dann die historischen Worte auszurufen, das Fenice werde „Wo es war, wie es
war!“ wiederauferstehen. Die endlosen Mühen des Wiederaufbaus, die erst sein
Nachfolger-Vorgänger, der linke Pragmatiker und Techniker Paolo Costa 2003/04
vollenden konnte, bewiesen bald, dass der Schwung von Cacciaris linksliberaler
Bürgerliste zu erlahmen begann; Apparatschiks übernahmen die Macht. Gegen die
überwältigende, auch bei den Wahlen vom Sonntag abermals bestätigte Übermacht
der konservativsten Provinz Italiens, deren Hauptstadt das linke Venedig
paradoxerweise ist, kam Cacciari dauerhaft nicht an.
So stand seine zweite Amtszeit, die er
sich im Bruch mit den eigenen Genossen dank entscheidender Stimmen aus dem
konservativen Lager erstritten hatte, im Zeichen einer langen Agonie. Der
einzige nennenswerte Sieg Cacciaris bestand im Verbannen der
Taubenfutterverkäufer vom Markusplatz - eine Maßnahme, welche die unangenehmen
Vögel und deren giftige Exkremente sogleich um drei Viertel reduzierte. Bei
dergleichen Projektchen erwachte im hageren, in sich gekehrten Denker noch
einmal der politische Visionär: Er stürzte sich mit dem Ausruf „Basta, ihr
Idioten“ auf ausländische Touristen, die trotz Verbotes weiter Mais an die
Tauben ausgaben. Oder der ebenso todesmutige wie patriotische Bürgermeister
zettelte nach einer umstrittenen Regatta eine handgreifliche Auseinandersetzung
mit einem hünenhaften Gondoliere an, der in seiner Wut den venezianischen
Wimpel in den Canal Grande geworfen hatte.
Seine Politik begann pathetisch und
endete trist
Die wahren Schlachten um die Zukunft
Venedigs konnte Cacciari aber nicht mehr gewinnen. Seit dem Jahr 2000
entvölkert eine verheerende Gesetzesklausel zugunsten privater Beherbergung mit
Hunderten neuer Hotels, Bed-and-breakfast-Betrieben sowie Zweitwohnungen die
ohnehin schon aus demographischen Gründen ausgedünnte Altstadt. Das war eine
Maßnahme zugunsten der Eigentümer, die dem linken Stadtregiment anzukreiden
ist. Auch im Tauziehen mit Berlusconi und der rechten Region um den
gigantischen Mose-Deich zog Cacciari den Kürzeren. Für ihn und seine Stadt
dürfte es keine Genugtuung sein, dass er mit seinem Widerstand gegen das
Milliardenprojekt momentan recht zu behalten scheint: Da in der
Wirtschaftskrise die Gelder für den Weiterbau gesperrt bleiben, litt Venedig
diesen Winter unter schnellerem und hartnäckigerem Acqua alta denn je. Das
Phänomen dürfte auf die Ausbaggerungen für den Deich zurückzuführen sein,
dessen Fertigstellung nun in den Sternen steht.
Die letzten Jahre seiner Ära konnte der
isolierte Cacciari nunmehr lauthals über die Geldnot seiner Insel klagen,
während die wahren Strukturmaßnahmen für die Bevölkerungsmehrheit im
festländischen Mestre erfolgten. Als Vorstand der Oper und der Biennale trat er
dort so gut wie nie in Erscheinung. Er sprach lieber nostalgisch bei der Gestaltung
des Vedova-Museums oder im Archiv von Luigi Nono und zog so die Verbindung zu
seinen biographischen Anfängen im Dunstkreis der Avantgarde, deren
Musealisierung er nun gestaltete. Die „Verfassungs-Brücke“ des spanischen
Architekten Santiago Calatrava über den Canal Grande zwischen Autoparkplatz und
Bahnhof sollte, wie er selbst sagte, zum Monument dieser Jahre werden. Doch
nach endlosem Hickhack um Standfestigkeit und einen Behindertenlift steht der
ohnehin nutzlose Bau nun seit Jahren halb vollendet in einem hässlichen Gerüst
herum - trauriges Symbol einer Politik, die pathetisch begann, doch reichlich
trist endete. Passenderweise kam Cacciari, der lange im Ausland als Vordenker
von Italiens Linker durchgegangen war, nur noch in die nationalen Schlagzeilen,
weil ihm Berlusconi eine Affäre mit seiner Ehefrau Veronica Lario andichtete.
Da war dann die Vita des italienischen Übersetzers von Georg Simmel und Walter
Benjamin ohne seine Schuld in der Klatschpresse angekommen.
Sein Amt überlässt er nicht Berlusconis
Günstling
Es galt lange als ausgemacht, dass
Cacciaris Erbe zwangsläufig in die Hände von Berlusconis gefürchtetem
Bürokratie-Minister Renato Brunetta fallen würde. Der wurde in Rom mit seinen
Maßnahmen gegen faule Staatsdiener ungemein populär, genießt das direkte
Vertrauen Berlusconis und ist ausgerechnet als Sohn eines
Taubenfutterverkäufers ein waschechter Altstadt-Venezianer, der sich
hochgearbeitet hat. Gegen die Wucht des kleinwüchsigen Brunetta nahmen sich die
zahlreichen Altstadt-Graffiti des Inhalts, man brauche keinen
Bonsai-Bürgermeister, als ebenso nutzloser wie ordinärer Widerstand aus. Die
Endphase von Cacciaris Amtszeit war denn auch geprägt von den Absetzbewegungen
von Altgedienten und Freunden, die oft schamlos die Seiten wechselten, um auf
in Aussicht gestellte Posten bei Wasserwerken, Vaporettoverkehr,
Stromgesellschaften und Kulturinstitutionen zu rücken. Gegenüber solchen
Treuebrechern soll gelegentlich noch einmal die cholerische Ader Cacciaris
geplatzt sein, obwohl er selbst längst glaubhaft angekündigt hatte, endlich
wieder als stiller Forscher an die Universität zurückzuwollen. Passend zur
Untergangsstimmung in der Lagune erschien im Internet ein Filmchen, das in
Anlehnung an Hitlers letzte Tage Cacciari, der prompt gerichtlich gegen die
Satire klagte, in einem lagunaren Bunker zeigte.
Seiner postmodernen Theorie von Venedig
als hochsymbolischer Inselstadt in einer Globalisierung der lose vernetzten
Archipele hat dann die Kommunalwahl noch einmal alle Ehre gemacht. Im
Aufschwung Berlusconis und beim Triumph der rechtspopulistischen „Lega Nord“ im
Veneto verlor Berlusconis Schützling Brunetta zu jedermanns Überraschung glatt
gegen Cacciaris Parteifreund, den arrivierten, aber blassen Anwalt Giorgio
Orsoni. Cacciari verabschiedete sich müde, aber stolz mit dem Hinweis, so
schlecht könne sein Regiment wohl nicht gewesen sein. Venedig bleibt nun als
einzige Metropole Italiens ohne Unterbrechung eine linke Insel im Meer von
Berlusconismus und Populismus. Wie sich die Welt-Kleinstadt gegen die
politische Übermacht auf dem Festland behaupten kann, ist offen. Cacciari hatte
seine Philosophenlaufbahn mit einem Versuch über die Frage eröffnet, wie man in
Krisenzeiten die abendländische Vernunft überhaupt noch begründen kann. Sein
Nachfolger Orsoni wird jede Menge Vernunft gebrauchen können. Dirk Schümer,
Faz 6
Leben in der Illegalität in Deutschland
Kommentar von Bischof Norbert Trelle
(Hildesheim), Vorsitzender der Migrationskommission der Deutschen
Bischofskonferenz und des Katholischen Forums ‚Leben in der Illegalität’
Inzwischen ist das Problem sattsam
bekannt: Trotz einer seit Jahrzehnten restriktiven Migrationspolitik halten
sich nach neueren Schätzungen derzeit zwischen 200.000 und 480.000
Ausländerinnen und Ausländer illegal in Deutschland auf. Sie befinden sich
unter humanitären Gesichtspunkten häufig in einer schwierigen und verzweifelten
Lage. Aus Angst, entdeckt und abgeschoben zu werden, ist es ihnen faktisch
unmöglich, ihre elementaren sozialen Rechte wahrzunehmen. Nach dem
Aufenthaltsgesetz sind nämlich grundsätzlich alle öffentlichen Stellen dazu
verpflichtet, die Ausländerbehörde zu unterrichten, wenn sie vom irregulären
Aufenthalt einer Person Kenntnis erlangen. Diese Übermittlungspflicht bezieht
neben Ordnungsbehörden, die für die Durchsetzung des Aufenthaltsgesetzes
zuständig sind, auch soziale, medizinische und pädagogische Institutionen in
die innerstaatliche Migrationskontrolle ein.
Die Spannung zwischen Ordnungsrecht
einerseits und grundlegenden sozialen Rechten andererseits erfordert indes
pragmatische Lösungen, die sowohl dem legitimen Interesse des Staates als auch
den Nöten der betroffenen Menschen gerecht werden. Die Erkenntnis, dass diese
Schattenseite staatlicher Migrationspolitik nicht ignoriert werden darf, hat
sich mittlerweile auch bei den Verantwortlichen in der Politik durchgesetzt.
Das gilt umso mehr, als die Übermittlungspflicht erst 1991 eingeführt wurde und
in anderen europäischen Staaten nicht existiert. Die Praxis zeigt auch, dass sie
ihr Ziel, Migration zu kontrollieren, verfehlt: Die internationale
Migrationsforschung konnte nachweisen, dass Menschen ihre
Migrationsentscheidung und ihren illegalen Aufenthalt nicht davon abhängig
machen, ob sie z.B. im Notfall medizinisch versorgt werden. Ausgangspunkte für
ihre Entscheidung sind vielmehr Motive wie Arbeitssuche, Flucht und
Familienzusammenführung in Verbindung mit dem Bestehen von
Migrationsnetzwerken.
Seit 2004 setzt sich das Katholische
Forum ‚Leben in der Illegalität’, dessen Vorsitz ich im Februar dieses Jahres
nach dem Tod von Weihbischof Dr. Josef Voß übernommen habe, für die Rechte von
Menschen in der Illegalität in Deutschland ein. Unermüdlich erinnern die
Mitglieder des Forums dabei an die Menschenwürde. Bereits 1996 erklärte Papst
Johannes Paul II.: „Der Status der Ungesetzlichkeit rechtfertigt keine
Abstriche bei der Würde des Migranten, der mit unveräußerlichen Rechten
versehen ist, die weder verletzt noch unbeachtet gelassen werden dürfen“
(Botschaft zum Welttag der Migranten).
Vor diesem Hintergrund begrüßt die
Kirche den erklärten Willen der Bundesregierung, die Übermittlungspflichten
öffentlicher Stellen dahingehend zu ändern, dass statuslose Kinder und
Jugendliche ihr Recht auf Bildung tatsächlich wahrnehmen und die Schule
besuchen können. Da Bildung nicht erst in der Schule beginnt, ist es nur
konsequent, dass Staatsministerin Maria Böhmer anlässlich der VI. Jahrestagung
Illegalität Anfang März erklärt hat, dass Gleiches auch für den
Kindergartenbesuch gelten müsse. Des Weiteren enthält die Allgemeine
Verwaltungsvorschrift zum Aufenthaltsgesetz vom September letzten Jahres
willkommene Klarstellungen. So sind nunmehr auch die Abrechnungsstellen
öffentlicher Krankenhäuser ausdrücklich in den schweigepflichtigen Personenkreis
einbezogen worden und unterliegen somit wie Ärzte nicht der
aufenthaltsrechtlichen Übermittlungspflicht. Eine Konsequenz dieser
Klarstellung ist, dass irreguläre Migranten, die als Notfälle in ein
Krankenhaus kommen, keine Angst mehr haben müssen, dass ihr fehlender Status
aufgrund Übermittlung ihrer Daten aufgedeckt wird. Allerdings zeigt sich an
dieser Stelle leider auch, dass das allein keine befriedigende und
abschließende Lösung darstellt: Kann es wirklich gewollt sein, dass irreguläre
Migranten erst dann angstfrei medizinische Hilfe in Anspruch nehmen können,
wenn sie zum medizinischen Notfall geworden sind? Der zweite Punkt betrifft das
Strafrecht. Die neue Vorschrift macht deutlich, dass Hilfe für illegal
aufhältige Personen im Rahmen anerkannter Berufe und Ehrenämter in der Regel
nicht den Tatbestand der Beihilfe zum illegalen Aufenthalt erfüllt. Vor dem
Hintergrund in der Vergangenheit erfolgter Auszeichnungen engagierter Helfer
durch Bundespräsident und Bundesregierung war das überfällig.
Ein weiteres ist mir wichtig:
Irreguläre Migranten werden allzu häufig ausgebeutet. Vor allem die
Vorenthaltung des vereinbarten Lohns ist eine alltägliche Erscheinung. Um ihre
Rechte effektiv und ohne Angst geltend machen zu können, sollten auch die
Arbeitsgerichte der Übermittlungspflicht enthoben werden. So könnten nicht
zuletzt Anreize für illegale Beschäftigung auf dem informellen Arbeitsmarkt
verringert werden. Norbert Trelle, Forum Migration, April
Illegale Einwanderung. Lilongwe Blues
Von Nathalie Karagiannis und Peter
Wagner, Soziologen an der Universität Trient
Wenn Dein Blick hierhin fällt, lieber
Leser, stelle Dir Verzweiflung vor. Die Verzweiflung des Gerechten, der der
Untat beschuldigt wird. Die Verzweiflung des Unschuldigen, der schuldig
gesprochen wird. Dies fühlt ein Mensch, der rechtmäßig nach Europa reisen will.
Stell Dir vor, Du stehst vor einem großen Verwaltungsgebäude mit einem Zettel
in der Hand, der besagt, dass sich all Deine Hoffnungen zerschlagen haben.
Wenn Du glaubst, dass Europa sich den
Werten von Freiheit, Gerechtigkeit und Menschenwürde verpflichtet hat, dann
bist Du, Leser, genauso wie wir schuldig, solche Hoffnungen geweckt zu haben.
Wir verstärken diese Hoffnungen immer wieder - solange wir die Behörden, die
die Einreise in unsere Länder überwachen, unkontrolliert walten lassen.
Kürzlich in Malawi: Eine Frau in den
Dreißigern macht sich auf den Weg von ihrer Heimatprovinz Mangochi zur
deutschen Botschaft in der Hauptstadt Lilongwe. Das Botschaftsgebäude ist
eigens für diesen Zweck in den siebziger Jahren errichtet worden. Für ein
kleines und armes Land ist es ein großes Gebäude, und seine standardisierte
Sachlichkeit drückt die technokratische Vorstellung von Entwicklungshilfe, die
in jener Zeit vorherrschte, sehr gut aus.
Die deutsche Botschaft in Lilongwe
vertritt auch Italien, da es in Malawi keine italienische Botschaft gibt. Daher
stellte die junge Frau, die nach Italien reisen wollte, ihren Visumsantrag bei
der deutschen Botschaft. Sie kam gerade noch rechtzeitig vor Schließung der
Visaabteilung um zwölf Uhr.
Wohl wissend, dass es knapp werden
würde, hatte sie den morgendlichen Bus von Mangochi nach Lilongwe genommen. Für
bequemere Reisemittel oder für einen längeren Aufenthalt in der Hauptstadt
fehlte ihr das Geld. Mit ihren Dokumenten in der Tasche dachte sie auf der
langen Fahrt an nichts anderes als die Aussicht, in Kürze nach Europa reisen zu
können.
Die EU bekennt sich zur Menschenwürde -
Diese Aussicht war nicht unbegründet: Im Unterschied zu anderen Ländern bekennt
sich die Europäische Union ausdrücklich zu den Prinzipien von Freiheit,
Gerechtigkeit und Menschenwürde. Insbesondere in den letzten zehn Jahren waren
es oft Europäer, die sich in der Welt für Rechtmäßigkeit und gegen sich rasch
ausbreitende Gewalt und Willkür ausgesprochen und eingesetzt haben.
Die so genannte Schengen-Vereinbarung
eröffnet jedem Menschen in der Welt die Möglichkeit, als Tourist oder als
Freund oder Verwandter eines Europäers für neunzig Tage nach Europa zu reisen.
Natürlich müssen bestimmte Bedingungen erfüllt sein. Kommst Du als Tourist,
musst Du reich sein. Du musst belegen können, dass Du die Kosten Deines
Aufenthalts tragen kannst und dass Du ein geregeltes Einkommen in Deinem
Heimatland hast.
Die meisten Bürger Malawis erfüllen
diese Bedingung nicht. Aber als Freund eines Europäers sind die Hürden nicht so
hoch. Wenn Dein Freund sich bereit erklärt, die Kosten des Aufenthalts tragen,
dann werden sich die Grenzen Europas öffnen. Glaubt man zumindest...
Natürliche Nutznießer der Ungleichheit
- Szenenwechsel: Wir haben den größten Teil des europäischen Winters im
südlichen Afrika verbracht und dort auch Lisa und ihren Ehemann Isaac kennen
gelernt und Freundschaft mit ihnen geschlossen (Namen geändert, d. Red.).
Anlass für unseren Aufenthalt waren Forschungen über südafrikanische
Gesellschaften und ihre Beziehungen zu Europa. Die offenkundige soziale
Ungleichheit dort erschien uns bald als Beispiel und Ausdruck von weltweiter
Ungerechtigkeit.
Die öffentliche Diskussion über die
Nutznießer der Apartheid und die Notwendigkeit, den Opfern des Regimes
Ausgleich für erlittene Ungerechtigkeit, Ausbeutung und Unterdrückung zu
verschaffen, geht in Südafrika auch fünfzehn Jahre nach dem Ende des Regimes
weiter. Viele weiße Südafrikaner stimmen dieser Auffassung zu und tragen auch
persönlich zum Ausgleich bei. Aber diese Bemühungen bleiben verschwindend
gering im Vergleich zu dem Leiden unter dem Apartheidregime und dessen
bleibenden Folgen.
Als Besucher der Region und als gleichsam
natürliche Nutznießer der bestehenden Ungleichheit verspürten wir den Drang,
über die reine Beobachtung der Gesellschaft hinaus selbst etwas zu tun. Lisa zu
einer Reise nach Europa einzuladen, von der sie träumte, war eine Geste in
diese Richtung.
Lisa und Isaac sind weltoffen,
neugierig, und sie arbeiten hart. Seit Jahren sind sie ungekündigt bei
denselben weißen Arbeitgebern beschäftigt, von denen sie als
"wertvoll" und "unersetzlich" beschrieben werden. Aber
weder die Arbeit noch die Entlohnung entsprechen Lisas und Isaacs Kentnissen
und Fähigkeiten.
Um die Ausbildung ihrer beiden Kinder -
ihr wichtigstes Ziel im Leben - zu finanzieren, akzeptieren die beiden
Arbeitsbedingungen, die nicht nur ungerecht, sondern auch weit verbreitet sind:
weit entfernt von ihrem Zuhause, ohne Kranken- und Sozialversicherung, ohne
Pause. Nach Europa zu reisen, wenngleich nur für einen kurzen Aufenthalt, würde
Lisa vielleicht helfen, ihren Möglichkeitshorizont zu erweitern. Und natürlich:
Lisa ist Lisa, dieser besondere, offene, intelligente, feinfühlige und
humorvolle Mensch, die unsere Freundin geworden ist und deren Gesellschaft wir
gerne auch bei uns genossen hätten.
Lisas Besuch in der Botschaft von
Lilongwe war ernüchternd. Leser, wir bitten jetzt um einen Moment Geduld,
unendlich viel weniger Geduld als diejenige, die Lisa gegenüber den
europäischen Behörden aufzubringen hatte. Die Visaabteilung kam mit einer Liste
von weiteren Dokumenten an, die Lisa beizubringen hatte, von deren
Notwendigkeit aber weder sie noch wir trotz unserer Anrufe und schriftlichen
Voranfragen informiert worden waren.
Im Gegenteil: Ein
Botschaftsangestellter hatte uns sogar schriftlich bestätigt, dass Lisa alle
Dokumente bereits besaß, die sie vorzubringen hatte. Die meisten der neuen Erfordernisse
(Heiratsurkunde, Geburtsurkunden der Kinder, Eigentumstitel in Malawi) fanden
sich aber auf einem Formschreiben, das man ihr oder uns leicht zuvor hätte
übersenden können.
Darüber hinaus wurde Lisa zudem um
einen von ihr, ihrem Ehemann und uns zu unterschreibenden Brief gebeten, der
die Umstände unserer Begegnung und die Einzelheiten unserer Einladung
bestätigen sollte. Es war klar, dass Lisa im Verdacht stand, illegal nach
Europa einwandern zu wollen. All diese weiteren Fragen zielten darauf ab, die
Plausibilität ihrer Reise und ihre Bereitschaft zur Rückkehr nach Malawi
abzuschätzen, um im Schengen-Jargon zu sprechen.
Diese Fragen wurden aufgeworfen,
nachdem wir, Lisas Gastgeber, bereits eine Bankgarantie für all ihre Ausgaben,
medizinische Ausgaben eingeschlossen, vorgewiesen und zudem uns selbst
verpflichtet hatten, für Lisas Rückkehr nach Malawi zu bürgen. Dies sind keine
leeren Worte auf geduldigem Papier. Solchen Verpflichtungen nicht nachzukommen
ist strafbar. In Italien, wo wir leben, beträgt das Strafmaß bis zu drei Jahren
Haft und ca. 15.000 Euro Bußgeld.
Der Verdacht ist größer als alles
andere
Der Verdacht auf illegale Einwanderung
war überdeutlich, aber wir waren naiv genug zu glauben, dass die Tatsache, dass
der Verdacht unbegründet war, hinreichend dafür sein würde, ihn auch
auszuräumen. Weitere Tage und weitere Busreisen waren erforderlich, um die
Dokumente beizubringen, und Lisa machte sich auf den Weg. Beim näxhten Besuch
der Botschaft wurden jedoch neue Erfordernisse hinzugefügt.
Die Heiratsurkunde musste nun eine
internationale sein. Der gemeinsame Brief sollte nunmehr im Original vorgelegt
werden und nicht nur gescannt - nicht ganz einfach, wenn doch der Gastgeber
normalerweise in Europa ist und der Gast in Afrika. Ein Telefonanruf
unsererseits schien die Hürden wieder beiseite räumen zu können, aber dessen
scheinbarer Erfolg ließ sofort auch ein ungutes Gefühl aufkommen: Warum lenken
Botschaftsangestellte ein, wenn ein deutschsprachiger Mann und Professor aus
Europa anruft, so fragten wir uns, behandeln eine Frau aus dem ländlichen
Malawi aber mit Missachtung, wenn sie vor ihnen steht?
Nach diesem Anruf nahm die Botschaft
den Visumsantrag zur Bearbeitung an, und unsere und Lisa Hoffnungen wuchsen
wieder. Als Lisa am nächsten Tag anrief, trauten wir unseren Ohren nicht: Ihr
war gesagt worden, dass der Antrag nicht angenommen werden konnte, dass sie
sich aber an die italienische Botschaft in Lusaka im benachbarten Sambia wenden
könne, um dort ihr Glück zu versuchen.
Leser, wir bitten wieder um eine kurze
Pause: Lisa beantragte kein nationales Visum, sondern ein so genanntes
Schengen-Visum, das für alle Unterzeichnerstaaten der Schengen-Vereinbarung
gültig ist - also für Italien wie für Deutschland. Die diplomatische Vertretung,
in der man den Antrag stellt, sollte die des Landes sein, in dem man sich
vornehmlich aufhalten wird, also in Italien. In Malawi aber gibt es, wie
gesagt, keine italienische Botschaft, und die deutsche Botschaft vertritt
ausdrücklich auch Italien.
Diese Nachricht bedeutete das Ende
aller Hoffnungen, denn es war Lisa unmöglich, nach Lusaka zu reisen, was
weitere Kosten und noch mehr eingebüßte Arbeitstage bedeutet hätte. Die
deutsche Botschaft hatte ihre Verantwortung, auch Italien zu vertreten, dadurch
abgeworfen, dass sie Lisa nach Lusaka verwiesen hatte. Sie wagte es nicht,
Lisas Antrag abschlägig zu bescheiden. Sie stellte das negative Ergebnis mit
anderen Mitteln her.
Die schamlose Botschaft - Sechs
stundenlange Busreisen hatte Lisa unternommen; in einigen Fällen war sie dafür
um drei Uhr morgens aufgestanden. Viele Arbeitstage waren verloren gegangen.
Zahlreiche Telefonate und E-mails sowie einige Fax-Nachrichten waren zwischen
Europa und Afrika hin und her gegangen, und ein Kurierdienst war bemüht worden,
um Dokumente zügig interkontinental zu übersenden. Der Flugschein und die
Krankenversicherung waren schon erworben worden, und eine schamlose Botschaft
hatte 60 Euro für einen Visumsantrag angenommen, den es nicht abschließend zu
bearbeiten gedachte. Die Grenzen Europas öffnen sich offenkundig nicht, wenn
man Afrikanerin und zudem weder reich noch bislang weitgereist ist - selbst
wenn man Freunde in Europa hat.
Wir fühlen uns schuldig, an Europas
Prinzipien geglaubt zu haben, schuldig gegenüber unserer Freundin Lisa, die uns
glaubte. Sie wollte uns besuchen, Europa sehen und lernen. Sie wollte Malawi
nicht verlassen, und sie wollte nicht nach Europa einwandern. Die rechtlichen
Voraussetzungen dafür, dass sie Europa besuchen kann, bestehen. Die Regelungen
der Schengen-Vereinbarung sind öffentlich bekannt und leicht einsehbar. Ihre
äußerst begrenzte Gültigkeit erkennt man erst, wenn man sie testet. Eine
ernsthafte Diskussion in der europäischen Öffentlichkeit müsste mit der
schockierenden Einsicht beginnen, dass die Europäische Union durch
Nichteinhaltung ihrer eigenen Versprechen die lauthals beklagte illegale
Einwanderung selbst befördert. FR 7
START-Stipendium: Gefördert werden SchülerInnen mit Migrationshintergrund
Seit dem 1. März 2010 können sich
Schülerinnen und Schüler wieder um ein START-Stipendium bewerben.
Anmeldeschluss ist der 30. April.
Vergeben werden 180 Stipendienplätze.
START will engagierten Jugendlichen mit Migrationshintergrund den Weg zu einer
höheren Schulbildung und damit besseren Chancen für eine berufliche Integration
ebnen. Verstanden wird das als „Investition in Köpfe“ und Beitrag zur Toleranz
unter jungen Menschen in Deutschland.
Voraussetzung für ein Stipendium ist
ein Migrationshintergrund, wobei die Staatsangehörigkeit und auch der
Aufenthaltsstatus keine Rolle spielen. Die Schule muss in einem der 15
START-Bundesländer (alle außer Bayern und Baden-Württemberg) besucht werden.
Zeitpunkt der Bewerbung ist die 9. oder 10. Klassenstufe (bei 13- jähriger
Schulzeit) bzw. die 8. oder 9. Klassenstufe (bei 12-jähriger Schulzeit). Der
Notendurchschnitt sollte 2,5 oder besser sein. Ganz wichtig ist auch Engagement
für andere, zum Beispiel als Klassensprecher, Streitschlichter, Mitarbeiter der
Schülerzeitung, oder als Mitglied in einem kulturellen oder politischen Verein.
Die Stipendiatinnen und Stipendiaten
erhalten monatlich 100 Euro Bildungsgeld für bildungsrelevante Anschaffungen
und Aktivitäten (u.a. Lernmaterialien, gezielter Förderunterricht,
Kulturausgaben), einen Laptop mit Drucker und Internetanschluss, um die
Vernetzung mit den START-Betreuern und anderen Stipendiaten sicherzustellen.
Bei Bedarf können weitere Fördermittel beantragt werden, z.B. für Seminare,
Nachhilfe, Deutsch- und Fremdsprachenkurse, Computerkurse, Studienfahrten oder
Praktika.
Dazu kommt die ideelle Förderung, in
deren Zentrum Bildungsseminare stehen, die zweimal im Jahr stattfinden. Damit
will START die Stipendiaten in ihrer Persönlichkeitsentwicklung stärken, sie in
ihrer schulischen und beruflichen Qualifikation unterstützen und ihnen
Schlüsselqualifikationen für eine aktive Mitwirkung am gesellschaftlichen Leben
in Deutschland vermitteln.
Informationen unter:
www.start-stiftung.de. Forum Migration, April
Europäischer Roma-Gipfel am 8. und 9. April. EU-Gelder für bessere Integration der Roma
Die Lage der Roma in Europa ist
weiterhin prekär. Sie werden diskriminiert und stehen wirtschaftlich wie sozial
am Rande der Gesellschaft. Um das zu ändern, sollen die Mitgliedsstaaten
gezielt Mittel aus dem milliardenschweren Strukturfonds einsetzen, fordert die
EU-Kommission in ihrem heute vorgelegten Bericht zur Lage der Roma.
Die Kommission fordert von den
EU-Mitgliedsstaaten, die Gelder aus dem europäischen Strukturfonds besser für
die Eingliederung der Roma zu nutzen. Noch immer werden die Roma von der
Mehrheitsgesellschaft segregiert, also abgetrennt und als Außenstehende
behandelt. "Die Roma brauchen keinen eigenen Arbeitsmarkt, sie brauchen
keine Schulen, die die Segregation von Roma-Kindern verlängern, und sie wollen
keine renovierten Roma-Ghettos", kritisierte László Andor, EU-Kommissar
für Beschäftigung, Soziales und Integration.
Probleme der Roma - Noch lebt ein
großer Teil der zehn bis zwölf Millionen Roma in Europa "extrem
marginalisiert und unter sehr schlechten sozioökonomischen Bedingungen",
heißt es in dem Bericht der Kommission. Allein in den neuen Mitgliedstaaten
Slowakei, Ungarn, Rumänien und Bulgarien leben insgesamt drei bis vier
Millionen Roma.
"Diskriminierung, soziale Ausgrenzung
und Segregation, denen die Roma ausgesetzt sind, verstärken sich gegenseitig.
Die Roma verfügen über eingeschränkten Zugang zu hochwertiger Bildung und haben
Schwierigkeiten, sich in den Arbeitsmarkt zu integrieren; daraus resultieren
ein niedriges Einkommensniveau und ein schlechter Gesundheitszustand, was
wiederum eine höhere Sterblichkeit und eine geringere Lebenserwartung im
Vergleich zu anderen Bevölkerungsgruppen zur Folge hat", heißt es weiter
in dem Bericht.
Nach Angaben der EU-Agentur für Menschenrechte
gehören die Roma zu den am meisten von Armut, Arbeitslosigkeit und
Analphabetismus betroffenen ethnischen Gruppen in Europa.
Mobilisierung der Strukturfonds - Die EU-Kommission will die Mitgliedsstaaten
nun dazu bewegen, Mittel aus den Strukturfonds gezielt zu nutzen, um die größte
ethnische Minderheit der EU in die Gesellschaft zu integrieren. Auf die
Strukturfonds entfällt nahezu die Hälfte des EU-Haushaltes.
Bisher gibt es "einige
Hindernisse, die manche Mitgliedstaaten davon abhalten, diese Mittel für
Maßnahmen zugunsten der Integration der Roma einzusetzen", schreibt die
Kommission und nennt dabei "Planungs- und Programmnutzungsprobleme"
sowie den "hohen Verwaltungsaufwand". Um zu zeigen, wie erfolgreiche
Projekte, Programme und Strategien umgesetzt werden können, erstellt die
Kommission derzeit zwei Studien.
Roma-Gipfel - Die spanische
Ratspräsidentschaft hat für den 8.und 9. April zum zweiten Europäischen
Roma-Gipfel nach Córdoba eingeladen. Dort soll über Projekte und Strategien
gesprochen werden, wie die Lage der Roma verbessert werden kann. Der 8. April
ist zugleich der Internationale Tag der Roma und erinnert an den ersten
internationalen Roma-Kongress 1971 in London. Daniel Tost,
EurActiv 7
Abrüstungsabkommen. Obama und Medwedjew segnen Start-Vertrag ab
Barack Obama und Kremlchef Dmitri
Medwedjew haben den umfassendsten Abrüstungsvertrag seit zwei Jahrzehnten
unterzeichnet. Der US-Präsident sagte anschließend, der neue Start-Vertrag
werde die USA und die Welt sicherer machen. Er tritt in Kraft, sobald ihn die
Parlamente beider Staaten ratifiziert haben.
US-Präsident Barack Obama und der
russische Präsident Dmitri Medwedjew haben in Prag ein Abkommen zur atomaren
Abrüstung unterzeichnet.
Wichtige Abrüstungsveträge - Im Beisein
hunderter Gäste setzten die beiden Staatschefs im Prager Schloss ihre
Unterschrift unter das Dokument.
Obama sagte anschließend, der neue
Start-Vertrag werde die USA und die Welt sicherer machen.
Das Abkommen über die Reduzierung
strategischer Offensivwaffen sei ein „wichtiger Meilenstein".
Er wolle den Vertrag noch bis
Jahresende im Senat ratifizieren lassen. Obama dankte seinem „Freund und
Partner“ Medwedjew für die gute Zusammenarbeit. Sie hätten oft über Details des
Abkommens telefoniert, sagte der US-Präsident.
So unterschreiben die Mächtigen - Der
Nachfolgevertrag des START-Abkommens von 1991, das im Dezember ausgelaufen war,
sieht eine Obergrenze von 1550 einsatzbereiten Atomsprengköpfen pro Seite vor.
Die Zahl der Trägersysteme – Raketen, U-Boote
und Flugzeuge – soll auf jeweils 800 in den USA und Russland sinken. Das neue
Abkommen tritt in Kraft, sobald es von den Parlamenten beider Staaten
ratifiziert ist.
Die USA hatten Prag als Ort der
Unterzeichnung gewählt, weil Obama dort vor einem Jahr in einer Rede das
Fernziel einer atomwaffenfreien Welt ausgegeben hatte.
Im Atomstreit mit dem Iran planen beide
Länder an neuen Strafmaßnahmen gegen das muslimische Land. „Wir arbeiten
gemeinsam im Sicherheitsrat der Vereinten Nationen, um strenge neue Sanktionen
zu verabschieden“, sagte Obama.
Sein russischer Kollege Dmitri
Medwedjew erklärte sein Bedauern, dass die Regierung in Teheran nicht auf
konstruktive Vorschläge zur Lösung des Problems reagiert habe. Sollten
Sanktionen verhängt werden, müssten sie allerdings klug angewandt werden.
Der Westen befürchtet seit längerem,
dass der Iran unter dem Deckmantel seines Atomprogramms an Kernwaffen arbeitet.
Zuletzt hatte sich auch Russland zunehmend besorgt geäußert. China – wie die
USA und Russland ein Veto-Mitglied des Sicherheitsrats - zeigt sich dagegen
weiterhin skeptisch zu Sanktionen. Die Islamische Republik beteuert, ihr
Atomprogramm diene nur friedlichen Zwecken.
Am Abend trifft Obama in der
tschechischen Hauptstadt die Staats- und Regierungschefs aus elf Ländern
Mittel- und Osteuropas zu einem gesonderten Gipfel. DW 8
Abrüstung von Atomwaffen. „Ein Sieg für die ganze Menschheit“
Der amerikanische Präsident Obama und
der russische Präsident Medwedjew haben am Donnerstag in Prag ein Abkommen zur
atomaren Abrüstung unterzeichnet. Im Beisein hunderter Gäste setzten die beiden
Staatschefs im Prager Schloss ihre Unterschrift unter das Dokument. Der
Nachfolgevertrag des Start-Abkommens von 1991, das im Dezember ausgelaufen war,
verpflichtet Russland und die Vereinigten Staaten dazu, die Zahl der nuklearen
Sprengköpfe innerhalb der nächsten sieben Jahre von je 2200 auf 1550 zu
reduzieren. Die Zahl der Trägersysteme - Raketen, U-Boote und Flugzeuge - wird
demnach auf jeweils 800 halbiert.
Das neue Abkommen tritt in Kraft,
sobald es von den Parlamenten beider Staaten ratifiziert ist. Obama sagte, der
neue Start-Vertrag werde Amerika und die Welt sicherer machen. Das Abkommen
über die Reduzierung strategischer Offensivwaffen sei ein „wichtiger
Meilenstein“. Er wolle den Vertrag noch bis Jahresende im Senat ratifizieren
lassen. Obama dankte seinem „Freund und Partner“ Medwedjew für die gute
Zusammenarbeit. Sie hätten oft über Details des Abkommens telefoniert, sagte
der amerikanische Präsident.
Neues Kapitel in der Zusammenarbeit
zwischen Moskau und Washington
Auch Kremlchef Medwedjew bezeichnete
den neuen Start-Vertrag als Erfolg für die internationale Gemeinschaft. „Nach
diesen sicher nicht leichten Verhandlungen gibt es keinen Sieger und keinen
Verlierer. Der Erfolg gehört beiden Ländern und mit ihnen der ganzen Welt“,
sagte er. Das Abkommen sei ein historischer Erfolg öffne ein neues Kapitel in
der Zusammenarbeit zwischen Russland und den Vereinigten Staaten. „Das ist ein Sieg
für die gesamte Menschheit“, sagte er und rief ebenfalls dazu auf, die
Abrüstungsbemühungen fortzuführen. Medwedjew kündigte an, dass die Umsetzung
des Vertrags genau geprüft werde. In der Vergangenheit sei der Austausch von
Daten und die Vernichtung von Atomwaffen nicht immer transparent gewesen. „Wir
haben dazugelernt“, sagte er.
Obama hofft nun auf einen konstruktiven
Dialog mit Russland bei den umstrittenen amerikanischen Raketenabwehrplänen.
„Wir haben vereinbart, unsere Diskussionen zur Raketenabwehr fortzusetzen,
einschließlich des Austauschs unserer Einschätzungen von Gefahren“, sagte er.
Medwedjew forderte eine „sehr enge Einbindung Russlands in die
Raketenabwehrpläne“. Der neue Abrüstungsvertrag könne nur erfüllt werden, wenn
das neue Abwehrsystem Amerikas keine Bedrohung für die russischen Streitkräfte
darstelle. Diese Bedingung habe Russland bereits hinreichend klargemacht.
Die Vereinigten Staaten hatten Prag als
Ort der Unterzeichnung gewählt, weil Obama dort vor einem Jahr in einer Rede
das Fernziel einer atomwaffenfreien Welt ausgegeben hatte. In diesem
Zusammenhang drohte Obama Iran abermals mit Sanktionen. Nationen, die sich
nicht an die internationalen Regeln zur Nichtweiterverbreitung von Atomwaffen
hielten, würden isoliert. Am Abend trifft Obama in der tschechischen Hauptstadt
die Staats- und Regierungschefs aus elf Ländern Mittel- und Osteuropas zu einem
gesonderten Gipfel. Faz.net 8
Obamas Nuklearwaffenstrategie. Kleine Schritte zwischen großen Visionen
Washington. Es ist ein wichtiger Moment
in jeder Präsidentschaft: In der „Nuclear Posture Review“ (NPR) legen ein
Präsident und seine Regierung ihre Strategie der nuklearen Abschreckung sowie
die Regeln für den Umgang mit dem atomaren Waffenarsenal fest – für ein halbes
oder auch für ein ganzes Jahrzehnt. Die letzte NPR hatte Präsident George W.
Bush Anfang 2002 vorgelegt; zwar nicht wesentlich geprägt von den Anschlägen
des 11. September 2001, aber noch unter deren Eindruck stehend.
Seine Revision der
Nuklearwaffenstrategie hatte Obama eigentlich schon im vorigen Herbst
vorstellen wollen, als Eck- und Ankerpunkt seiner Strategie, die von der Vision
einer atomwaffenfreien Welt geprägt ist. Auf diesem Fundament hätten dann das
neue Abrüstungsabkommen mit Russland und die künftigen Schritte zur
Durchsetzung des Nichtverbreitungsregimes ruhen sollen. Nun ist es anders
gekommen: Das Nachfolgeabkommen mit Russland namens „New Start“, das an die
Stelle des im Dezember nach 15 Jahren Gültigkeit ausgelaufenen Vertrags über
die Reduzierung strategischer Waffen (Start) tritt, wird an diesem Donnerstag
von den Präsidenten Obama und Medwedjew in Prag unterzeichnet.
Abkehr von der überkommenen
amerikanischen Nukleardoktrin
Obamas Leute berieten und stritten auf
mehr als 150 Sitzungen über das Unterfangen; allein 30 Mal trat dazu der
Nationale Sicherheitsrat im Weißen Haus zusammen. Auf Geheiß des Präsidenten
mussten Entwürfe wieder und wieder umgeschrieben werden, ehe Obama endlich mit
„seiner“ NPR so weit zufrieden war, dass er sie zur Veröffentlichung freigab.
In George W. Bushs NPR hatte es noch
ausdrücklich geheißen, dass „Nuklearwaffen für die Verteidigungsbereitschaft
der Vereinigten Staaten und ihrer Verbündeten eine kritische Rolle spielen“.
Denn sie böten „glaubwürdige militärische Optionen zur Abschreckung zahlreicher
Bedrohungen durch Massenvernichtungswaffen und auch durch große konventionelle
Waffen“. In Obamas NPR heißt es dagegen, die Vereinigten Staaten schlössen „den
Einsatz von oder die Drohung mit Nuklearwaffen gegen nicht atomar bewaffnete
Staaten aus“, sofern diese den Nichtverbreitungsvertrag (NPT) unterzeichnet
haben und ihren Verpflichtungen zum Kampf gegen die Weiterverbreitung von
Atomwaffen nachkommen.
Prinzipiell ist das eine Abkehr von der
überkommenen amerikanischen Nukleardoktrin, wonach die abschreckende Wirkung
der Atomwaffen gerade deshalb besonders groß und deren tatsächlicher Einsatz
besonders unwahrscheinlich sei, wenn auch konventionell bewaffnete Feinde mit
atomarer Vergeltung rechnen müssten. Relativiert wird diese Abkehr aber von dem
Zusatz, dass auch nicht (oder noch nicht) nuklear bewaffnete Staaten mit einem
Nuklearschlag rechnen müssen, wenn sie ihre Nichtverbreitungspflichten
vernachlässigen – was von der Internationalen Atomenergiebehörde (IAEA)
bestätigt werden müsste. Diese Einschränkung richtet sich in erster Linie gegen
Iran, aber potentiell auch gegen Syrien, sollte die IAEA zu der Überzeugung
kommen, dass auch Damaskus ein verbotenes Atomprogramm betreibt. Nordkorea als
selbsternannter Nuklearstaat und als Nichtunterzeichner des NPT wurde von Obama
in einem Gespräch mit der „New York Times“ vom Dienstag neben Iran ausdrücklich
als „Sonderfall“ genannt, bei dem der Einsatz von amerikanischen Atomwaffen
auch nach der neuen Nukleardoktrin möglich bleibe.
Kritiker: Bau neuer nuklearer
Sprengköpfe nur verschoben
Eine weitere Einschränkung des
grundsätzlichen Verzichts auf den Einsatz eigener Atomwaffen gegen nicht atomar
bewaffnete Staaten ist die mögliche Entwicklung von verheerenden biologischen
Waffen durch Feinde. Anders als von Abrüstungsbefürwortern gefordert, heißt es
in der neuen NPR nicht, dass die Abschreckung eines atomaren Angriffes der
„ausschließliche Zweck“ zum Vorhalt eigener Nuklearwaffen sei, sondern es ist
lediglich vom „fundamentalen Zweck“ die Rede.
Allerdings hatte schon George W. Bush
das Ziel verfolgt, die Bedeutung von Atomwaffen für die strategische
Abschreckung zu reduzieren. Darum vereinbarte Bush 2002 in einer
Selbstverpflichtungserklärung mit dem damaligen russischen Präsidenten Wladimir
Putin Schritte zur Reduzierung der Zahl von Nuklearsprengköpfen, denen Obama
und Medwedjew jetzt vertraglich festgeschriebene verringerte Obergrenzen folgen
lassen.
Während für konservative Kritiker
Obamas schon die grundsätzliche Abkehr von der umfassenden Doktrin der
allgemeinen nuklearen Abschreckung eine nicht hinnehmbare Schwächung der
amerikanischen Verteidigungsbereitschaft bedeutet, äußern Abrüstungsbefürworter
auf der Linken Enttäuschung über Obamas sicherheitspolitischen Gradualismus.
Stephen Young von der „Union of Concerned Scientists“, einem
Wissenschaftlerverband für die atomare Abrüstung, bemängelt etwa, dass die neue
NPR auch keinen grundsätzlichen Verzicht auf die Entwicklung eines neuen
atomaren Gefechtskopfes postuliert, sondern dessen Bau nur verschiebt, obwohl
es nach Youngs Überzeugung keinen wissenschaftlichen Grund für den Bau neuer
nuklearer Sprengköpfe gibt. Der frühere New Yorker Bürgermeister Ed Koch, der
im Präsidentenwahlkampf 2008 zunächst Hillary Clinton und später Obama unterstützt
hatte, beklagt dagegen, dass aus dem Weißen Haus „der faule Geruch von München
und der Appeasement-Politik“ krieche, während man auf den Verbündeten Israel
eindresche.
Werden die 20 Sprengköpfe in
Deutschland abgezogen?
Die Verbindung von großer, wortreich
beschriebener Vision mit kleinen praktischen Schritten zur atomaren Abrüstung
zeichnet die gesamte NPR aus. Das ist bei einem Dokument, an dessen
Ausarbeitung sicherheitspolitische „Falken“ im Pentagon ebenso beteiligt sind
wie außenpolitische „Tauben“ im Außenministerium und im Weißen Haus, wohl gar
nicht anders möglich. Zudem ist die Verbindung großer Worte mit kleinen
Schritten inzwischen zum Markenzeichen von Obamas politischem Pragmatismus
geworden.
In der NPR lässt sich das an mehreren strittigen
Fragen durchbuchstabieren. Sollen die etwa 200 taktischen Atomwaffen in Europa,
darunter bis zu 20 Sprengköpfe in Deutschland, als unnützes Relikt des Kalten
Krieges abgezogen werden? Im Prinzip ja, aber eine Festlegung gibt es nicht.
Soll die höchste Alarmbereitschaft für den Einsatz von jeweils etwa 1000
russischen und amerikanischen Sprengköpfen aufgehoben werden, um das Risiko
eines irrtümlichen Gegenschlages bei einem Fehlalarm zu verringern?
Grundsätzlich ja, aber mehr als eine Festlegung auf zusätzliche
Zwischenschritte und mehr Zeit für den Präsidenten bis zum Einsatzbefehl findet
man nicht in der NPR. Matthias Rüb, Faz
7
Leitartikel. Beharrlich abrüsten
Friedensinitiativen und der deutsche
Außenminister Guido Westerwelle. Sie alle wollen das eine: eine atomwaffenfreie
Welt. Sie werden noch mehr Verbündete brauchen, um das ehrgeizige Ziel zu
erreichen. Vor allem müssen sie ihren Weg beharrlich und geduldig gehen und
dabei eine Politik der kleinen Schritte verfolgen. Nur dann werden die teils
gewaltigen Hürden genommen werden können. Das schließt Rückschläge genauso ein
wie Kompromisse, die allen vieles abverlangen. Schließlich muss der Dreiklang
von Abrüstung, Abschreckung und Abwehr harmonisiert werden.
Da ist das Start-Abkommen, das am
Donnerstag in Prag unterschrieben werden soll. Ein Jahr nachdem Obama seine
Vision einer atomwaffenfreien Welt verkündete, verpflichten sich die USA und
Russland mit dem Regelwerk die taktischen (Langstrecken-)Atomwaffen auf 1500
bis 1650 Sprengköpfe zu reduzieren. Was für Pragmatiker ein Erfolg ist, geht
anderen nicht schnell genug. Wichtiger als der Streit darüber ist allerdings:
Es geht voran.
Das gilt auch für Obamas neue
Atom-Doktrin, Nuklearwaffen nur noch eingeschränkt einzusetzen. Das ist weit entfernt
davon, die Massenvernichtungswaffe zu beseitigen. Zugleich ist es eine nicht zu
unterschätzende Abkehr vom Ansatz seines Vorgängers Bush, der Atomwaffen
praktisch jederzeit einsetzen wollte. Auch muss Obama Rücksicht auf die
Republikaner nehmen, deren Stimmen er noch benötigt - beispielsweise bei der
versprochenen Ratifizierung des Atomteststopp-Vertrags.
Spannend wird es bei den Atomwaffen
kürzerer Reichweite. Hier ist Russland wenig daran interessiert, sich die rund
4600 Sprengköpfe allzu schnell wegverhandeln zu lassen. Moskau fühlt sich der
Nato bei konventionellen Waffen unterlegen. Statt auf schnelle Abrüstung zu
dringen, könnte es hier zunächst klüger sein, auf Schritte zu setzen, mit denen
mehr Vertrauen geschaffen werden kann. Es würde erst einmal reichen, wenn
Washington und Moskau Daten austauschen oder Experten der jeweils anderen Seite
erlauben, Stützpunkte zu besuchen. Das hätte möglicherweise zur Folge, dass der
Abzug von US-Atomwaffen aus Deutschland noch warten müsste.
Eine Kooperation ist auch bei der
Raketenabwehr ratsam. An einem solchen System sind im Grunde vor allem Staaten
des alten Kontinents interessiert. Mitteleuropäische Länder wie Polen wären
beruhigt, weil sie sich von Moskau nicht mehr so bedroht fühlen müssten. Das restliche
Europa würde sich sicherer wähnen vor einer denkbaren Bedrohung etwa aus dem
Iran.
Das bringt China ins Spiel. Denn wenn
Russland partiell enger mit den USA und der Nato gemeinsame Sache macht, müsste
Peking in einem weiteren Schritt in Gespräche eingebunden werden. Sonst würde
die aufstrebende asiatische Militärmacht Argumente bekommen, stärker atomar
aufzurüsten.
Bei diesen Überlegungen geht es nicht
darum, die unterschiedlichen verteidigungs- und geopolitischen Interessen
einzuebnen. Doch ist die Einsicht in den vergangenen Jahrzehnten gewachsen,
Konflikte zwischen den Staaten nicht mehr mit Waffengewalt zu lösen. Diese
grundsätzliche Erkenntnis muss durch multilaterale Gespräche allerdings noch
vertieft werden.
Richtig schwierig wird es bei der
Frage, wie sich Abrüstung kontrollieren und durchsetzen lässt. Für die
Überwachung dieses Prozesses könnte man die Position der Internationalen
Atomenergieorganisation stärken. Sie hat in den Fällen Iran und Irak bewiesen,
dass mit Hilfe von Geheimdienstberichten oder Informationen aus der Bevölkerung
durchaus ein verlässliches Urteil möglich ist.
Die Vereinten Nationen sind wohl die
einzige Institution, die Abrüstung oder einen Stopp der Aufrüstung durchsetzen
kann. Es gibt eine Reihe von erfolgreichen Beispielen. Im Fall des Iran müssen
die Mitglieder im Sicherheitsrat eine eindeutigere Position einnehmen. Bleibt
zu hoffen, dass Washington, Moskau, London, Paris und Peking bei dem Thema
weiter vorankommen.
Eine Alternative zur Abrüstung gibt es
nicht. Zum einen bedeuten Atomwaffen auch für jene, die sie haben, nicht mehr,
sondern weniger Sicherheit, wenn immer mehr Staaten über sie verfügen. Zum
anderen wächst, wenn immer mehr Staaten die Waffen haben, die Gefahr, dass sie
in die Hände von Terroristen fallen. Auch wenn wir uns an ihre Existenz gewöhnt
haben, Nuklearwaffen bleiben hoch gefährlich.
Andreas Schwarzkopf FR 7
Der griechische Schuldenmanager Petros
Christodoulou ist ein alerter Mann mit beruflichen Erfahrungen in den
Investmentbanken J.P. Morgan, Credit Suisse und - na klar - Goldman Sachs. Er
kennt die Ansprüche großer Investoren in London und New York aus eigener
Erfahrung vor Ort. Um seine gegenwärtige Aufgabe ist er nicht zu beneiden, denn
Christodoulou will die skeptischen internationalen Großanleger vom Reiz einer
griechischen Staatsanleihe in Dollar überzeugen.
Angesichts der hohen Risikoaufschläge,
die Athen für seine Euro-Anleihen zahlen muss, kann er sein Land nicht als
blühende Industrienation verkaufen. Stattdessen ist von Marktteilnehmern zu
hören, Griechenland wolle sich als Schwellenland präsentieren, um seine
Anleihen spezialisierten Fonds verkaufen zu können.
Mit dem Begriff des Schwellenlandes
verbindet sich üblicherweise eine Wirtschaft mit großem Wachstumspotential.
Hier wird es Griechenland schwerfallen, im Vergleich zu dynamischen
Schwellenländern wie ausgerechnet dem ungeliebten Nachbarn Türkei an den
Märkten zu punkten. Der Traum Athens von einer Finanzierung seiner
Staatsschulden zu niedrigen Zinsen ist ausgeträumt. Die alten Sünden kommen
teuer zu stehen. Faz 8
Afghanistan: Karsai und der Westen. Die Marionette will nicht mehr
Afghanistans wendiger Präsident Hamid
Karsai ist auf den Westen angewiesen - aber das gilt auch umgekehrt: Es gibt
keine Alternative in Kabul. Ein Kommentar von Daniel Brössler
Es gehört nicht viel böser Wille dazu,
sich Hamid Karsai als Marionette vorzustellen. Wie sein grüner Mantel umhüllt
ihn das Image, eine Kreatur des Westens zu sein, seit er vor mehr als acht
Jahren auf dem Petersberg bei Bonn zum Oberhaupt der Afghanen gekürt wurde.
Ohne die Militärmacht der Alliierten
und ohne deren Geld gäbe es ihn nicht, Karsai den Präsidenten. Dennoch hat
Karsai dieser Tage vor Stammesältesten in Kandahar eben jene Alliierten
herausgefordert, ihnen mit einem Veto gegen eine Offensive in der Region
gedroht. Die Marionette hat an den Fäden gezogen - und zu spüren ist es bis
Washington und natürlich auch bis Berlin.
Zu einer Zeit, da die Nachricht über
drei gefallene deutsche Soldaten noch frisch ist, muss das die deutsche Politik
besonders schmerzen. In der ganz großen Koalition fast aller mit Ausnahme der
Linkspartei verfolgt sie eine Strategie, in der letztlich ein Mann den Weg aus
dem Schlamassel weisen soll - ausgerechnet Hamid Karsai.
Die Erkenntnis, dass der Konflikt am
Hindukusch einerseits militärisch nicht zu gewinnen ist, andererseits aber ohne
massiven Schaden für das eigene Ansehen und die eigene Sicherheit nicht einfach
abgebrochen werden kann, wächst die vermeintliche Marionette Karsai fast
zwangsläufig auf die Größe eines Hoffnungsträgers.
Die vom Bundestag beschlossene
Aufstockung des Bundeswehr-Kontingents, die verstärkten Bemühungen um die
Ausbildung afghanischer Soldaten und Polizisten und auch die erhöhte
Entwicklungshilfe versprechen für sich genommen noch keinen Erfolg. Sie ergeben
nur Sinn, wenn es Karsai im Zusammenspiel mit den USA gelingt, die Taliban
unter Druck zu setzen und dann einzubinden.
Kein Ersatzmann für Kabul
Zwar ist und bleibt Karsai angewiesen
auf den Westen. Die Abhängigkeit aber ist eine gegenseitige. Die USA und ihre
Verbündeten verfügen über keinen Ersatzmann für Kabul. Und über keinen Plan B,
falls Karsai scheitert.
Aus deutscher Sicht lässt sich die Lage
mit einer unangenehmen Vokabel beschreiben: Ohnmacht. Die Bundesregierung kann
nur hoffen, dass eine militärische Offensive Früchte trägt, über die in
Deutschland nicht gerne gesprochen wird. Und sie muss wünschen, dass Karsai
gegen alle Anzeichen seinen Worten doch Taten folgen lässt im Kampf gegen die
Korruption und beim Aufbau eines funktionierenden Staatsapparats.
Deutsche Politiker können in dieser
Lage schroffe Töne gegenüber Karsai anschlagen wie Verteidigungsminister
Karl-Theodor zu Guttenberg. Oder sie können, wie Außenminister Guido
Westerwelle, Karsais schöne Worte bei seiner Vereidigung oder bei der Londoner
Konferenz auf die Goldwaage legen.
Nur eines können sie nicht: Karsai
wirksam in die Pflicht nehmen. Mit dieser unerfreulichen Wirklichkeit müssen
sie zunächst sich und dann die deutschen Wähler vertraut machen. Das ist, nach
allen Mühen, eine Enttäuschung. Es zu verschweigen, wäre schlimmer: nämlich
Täuschung. SZ 7
Bundeswehr in Afghanistan. Im Krieg
Mit jedem gefallenen
Bundeswehrsoldaten, aber auch mit jedem tragischen Vorfall, bei dem
Unbeteiligte oder verbündete Soldaten ums Leben kommen, wird den Deutschen
klarer, wie die Lage am Hindukusch zu beschreiben ist: als Krieg. Die
einschränkende Bemerkung des Verteidigungsministers zu Guttenberg, so könne man
das „umgangssprachlich“ nennen, hat verfassungs- und völkerrechtliche Bedenken
im Blick; an der Tatsache, dass die neue Strategie die Bundeswehr (und andere
Isaf-Streitkräfte, ebenso wie die im Aufbau befindliche afghanische Armee)
immer öfter in immer schwerere Gefechte verwickeln wird, ändert sie nichts.
Geändert hat sich nur, dass die
ausländischen Soldaten wegen der Anweisungen des amerikanischen
Oberkommandierenden McChrystal und insbesondere nach dem Vorfall von Kundus den
Kampf gewissermaßen mit einem auf den Rücken gebundenen Arm führen müssen.
Massive Luftunterstützung gibt es nur noch in engem Rahmen, um Opfer unter
Zivilisten so weit wie möglich auszuschließen oder in Grenzen zu halten. Das
hat seine psychologisch-politische Berechtigung, militärischer Logik entspricht
es nicht.
Umso mehr muss sich die Politik
verpflichtet fühlen, die in Afghanistan unter schwierigen Bedingungen
kämpfenden Soldaten gut ausbilden zu lassen und ihnen die beste Ausrüstung
mitzugeben, die zur Verfügung steht. Am Anfang des Einsatzes wurde ein Mangel
an gepanzerten Fahrzeugen beklagt. Die Lage ist verbessert worden. Es gibt aber
auch einen nicht aufzuhebenden Widerspruch zwischen schwerer Panzerung,
Beweglichkeit und Schnelligkeit: Zur neuen Strategie gehören letztere
Fähigkeiten. Sie sind mit einer größeren Gefährdung verbunden, genauso wie der
Entschluss, sich nicht mehr in gesicherten Feldlagern zu verschanzen, sondern
in die Dörfer zu gehen, offensiv zu werden - nicht zuletzt, um der afghanischen
Bevölkerung ein Gefühl des Schutzes und damit größerer Sicherheit zu vermitteln.
Der größte Mangel, und auch das wird
schon lange beklagt, ist das Fehlen von Kampfhubschraubern. Da haben alle
Appelle der Nato an die Bündnispartner bisher ihre Wirkung verfehlt. Nur die
Amerikaner verfügen in nennenswertem Umfang über solches Gerät. Daran sollten
sich die Kritiker von heute erinnern, wenn im Bundestag einmal wieder über den
Verteidigungshaushalt debattiert wird.
Günther Nonnenmacher Faz 6
Kolumne. EU muss Machtfaktor werden
Der Brüsseler Kompromiss über die
Abwehr des drohenden Staatsbankrotts der Griechen hat die Lage vorerst
beruhigt. Es ist ein Kompromiss, wie er in Brüssel üblich geworden ist: Die
demonstrierte Handlungsfähigkeit reduziert sich auf die bloße Fähigkeit zur
Kompromissbildung. Die wiederum besteht darin, die erforderliche
Richtungsentscheidung zu vertagen beziehungsweise den Kompromiss so anzulegen,
dass alles offen bleibt. So war es auch jetzt wieder.
Zwischen den Erfordernissen
unmittelbarer Krisenreaktion und der Furcht vor dem Unwillen der eigenen
Bevölkerung taumelt die Europäische Union vor sich hin. Es gibt Szenarien
US-amerikanischer Thinktanks, nach denen es die Europäische Union in 10 bis 15
Jahren nicht mehr gebe, sondern sie wieder in Einzelstaaten zerfallen sei. Die
unterschiedlichen Reaktionen auf die Schuldenkrise Griechenlands lassen diese
Szenarien als nicht ganz unwahrscheinlich erscheinen.
Die Kühle, mit der in Deutschland der
Ausschluss Griechenlands aus dem Euroraum gefordert wurde, aber auch die
Vehemenz, mit der einige griechische Politiker Weltkriegsreparationen gegen
Deutschland einklagen wollten, um ihre Politik der Verschuldung fortsetzen zu
können, zeigen, dass es mit der europäischen Solidarität nicht weit her ist. Am
besorgniserregendsten war jedoch die politische Isolation, in die Deutschland
zu geraten drohte, als es auf Einhaltung der Verträge bestand. Über Jahrzehnte
hat man sich in Europa daran gewöhnt, dass bei auftretenden Problemen die
stärkste Volkswirtschaft deren Kosten übernimmt. Das ist keine tragfähige
Voraussetzung für eine belastbare Zukunft.
Dabei müsste angesichts der
Herausforderungen durch die Globalisierung der europäische Integrationsprozess
eigentlich viel weiter sein. So hat man Verabredungen über eine gemeinsame
Außen- und Verteidigungspolitik getroffen, die auf dem Papier stehen, aber
nicht umgesetzt werden. Im Umgang mit den globalen Herausforderungen spielt
Europa keine nennenswerte Rolle. Und wenn es eine Rolle zu spielen sucht, wird
es von den anderen ohne große Mühe auseinanderdividiert. Eigentlich wussten
alle, dass der Einführung des Euro eine gemeinsame Wirtschafts- und
Sozialpolitik in dem neu geschaffenen Währungsraum folgen musste. Aber es war
auch klar, dass dies keiner wollte: Die Deutschen nicht, weil sie dann auf
einen Teil ihres Wohlstandes verzichten, und die anderen nicht, weil sie sich
dann noch stärker nach den Vorgaben der Deutschen richten mussten. Man hat die
Zentrifugalkräfte unterschätzt, die mit jedem weiteren Integrationsschritt
zwangsläufig entstanden sind. Jetzt werden die Risse sichtbar.
Wie also weiter mit Europa? Vor einigen Jahren ist über ein "Europa der zwei Geschwindigkeiten" beziehungsweise ein Kerneuropa (mit einem darum gelagerten Randeuropa) diskutiert worden. Man hat diese politisch etwas inkorrekte Vorstellung damals schnell wieder in der Versenkung verschwinden lassen - in der Hoffnung, damit auch