WEBGIORNALE 1-2 Febbraio 2010
A sud di Lampedusa: come cambiano i movimenti migratori
A prima vista
sembra una buona notizia: secondo i calcoli dell'organizzazione Fortress
Europe, ai confini dell'Unione Europea, in particolare nel Mediterraneo, nel
2009 sono morti meno migranti e potenziali richiedenti asilo rispetto agli anni
precedenti.
Certamente diversi
fattori contribuiscono a questa evoluzione. Gli esperti fanno notare che a
breve termine l'attuale crisi economica, con l'aumento della disoccupazione in
Europa, scoraggia una parte dei possibili migranti dal mettersi in cammino. A
lungo termine, invece, assume un ruolo rilevante la politica dell'Unione
Europea volta ad aumentare i controlli ai suoi confini esterni, a stringere con
gli stati vicini accordi di riammissione dei migranti irregolari e, infine, a
sostenere con mezzi tecnici e finanziari i paesi di partenza e di transito
perché blocchino loro stessi i movimenti migratori. Attualmente i numeri
sembrerebbero confermare che i respingimenti attuati nell'Atlantico occidentale
e nel Canale di Sicilia abbiano praticamente interrotto gli arrivi alle Canarie
e a Lampedusa.
Rimangono, però,
molte questioni aperte. La prima riguarda la probabilità che le rotte delle
migrazioni cambino. Gli attuali paesi di transito, stanno diventando via via
paesi di destinazione, come avviene in Nord Africa. Al tempo stesso gli
itinerari si fanno più lunghi e complessi. Si è già registrato, ad esempio, un
aumento dei passaggi al confine tra Turchia e Grecia, dove non transitano più
solo persone provenienti dal Medio Oriente, ma anche africani.
Inoltre, ormai si
moltiplicano le testimonianze drammatiche dei migranti o profughi bloccati nei
vari paesi del Nord Africa. Come il caso di 31 somali che, ormai sulla rotta
verso Malta, sono stati intercettati da una nave italiana e consegnati ai
libici. Un volta in Libia sono riusciti ad inviare un messaggio al Refugee
Service dei Gesuiti a Malta, avvertendo di essere in prigione.
"Salvati", dunque, da un eventuale naufragio sono ora in uno dei
carceri libici, noti per le violenze e le torture. In un altro di questi
luoghi, 105 cittadini eritrei, che sono fuggiti dalla dittatura nel loro paese,
invece di poter chiedere asilo, hanno ricevuto la "visita" di
funzionari dell'ambasciata eritrea e costretti con la violenza a compilare dei
moduli in vista del loro rimpatrio forzato. In Mauritania un centro di
detenzione soprannominato "Guantanamito" è stato messo sotto accusa
da Amnesty International per le condizioni in cui vivono gli 800 migranti
irregolari reclusi.
È, poi,
incalcolabile il numero dei morti nel Sahara, dove la sabbia ricopre in pochi
giorni i corpi dei migranti. Come mostra un recente reportage del settimanale
italiano Oggi, gli incidenti dei fuoristrada che trasportano i clandestini sono
molto frequenti e conducono il più delle volte all'abbandono e alla morte dei
viaggiatori. Attualmente, a causa dei respingimenti, è aumentato il flusso di
ritorno di coloro che non hanno prospettive a nord. Dunque, il mancato viaggio
in mare significa per molti un secondo attraversamento del Sahara verso sud.
Chi rimane in Nord Africa, soprattutto se di pelle nera e di religione
cristiana, può trovare forse lavoro, ma in condizioni di sfruttamento e di
discriminazione molto forti.
Si può, dunque,
affermare che alcune scelte politiche da parte europea hanno come diretta
conseguenza la violazione dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati.
Tuttavia, secondo il proverbio "Lontani dagli occhi lontani dal
cuore", ben pochi sembrano preoccuparsene: in tempo di crisi economica la
concorrenza per i posti di lavoro e soprattutto per le risorse sociali si fa
più dura e il risentimento verso gli ultimi arrivati più forte. Si dimentica,
però, che la causa della crisi non è da imputare all'immigrazione, bensì
all'irresponsabilità dei settori finanziari. La ricerca del profitto ad ogni
costo, senza attenzione per il bene comune, ha causato i gravi danni
all'economia reale, di cui tutti portiamo le conseguenze, ma che pesano
maggiormente proprio sulle spalle dei paesi più poveri. La voglia di
solidarietà non è venuta meno: lo si vede nella generosità delle offerte
raccolte per Haiti. La solidarietà si esprime, però, anche nell'attenzione ad
una maggiore giustizia a livello globale, al rifiuto di erigere muri sempre più
alti nelle nostre città e ai nostri confini, trovando nelle occasioni piccole
come in quelle grandi strade per una maggiore condivisione con gli altri. Luisa Deponti/CSERPE (de.it.press)
Il marketing del Cavaliere e il bipolarismo della xenofobia
Il premier Silvio
Berlusconi nei giorni scorsi ha sostenuto l'equazione: + immigrati = + criminalità.
E ha ribadito il proposito di agire in modo coerente e conseguente. Ridurre gli
immigrati per abbassare il numero dei reati e dei criminali. Altre fonti
autorevoli hanno contestato la fondatezza di questa relazione.
A partire dalle
statistiche sui reati. (Trascurando, peraltro, che il tasso di criminalità
cresce insieme al grado di marginalità sociale. I ricchi non rubano per strada
o nelle case. E finiscono in carcere molto più raramente dei poveracci). A noi
interessano, invece, le ragioni di questa affermazione. Proprio in Calabria,
proprio alla presentazione del piano antimafia. Più logico sarebbe stato un
riferimento ai fatti di Rosarno, al ruolo delle organizzazioni criminali e
della 'ndrangheta nel mercato e nello sfruttamento dell'immigrazione
clandestina. Rivendicando a sé e al governo i successi conseguiti nella lotta
alle mafie nell'ultimo anno. Invece no. Piuttosto che alle organizzazioni
criminali ha preferito rivolgersi alla criminalità comune, sottolinearne il
legame con gli immigrati. Silvio Berlusconi non è un "radical-choc".
Raramente indulge alle battute di "bassa lega". Non gli riescono bene
come gli attacchi ai magistrati o a "certa stampa" che avvelena le
coscienze. Però gli capita. Ogni tanto. E mai a caso.
Perché la scelta
dei temi e delle parole, nella comunicazione di Berlusconi, non avviene mai a
caso. Mai. D'altronde, i precedenti sono, al proposito, pochi e facili da
ricordare. Lo scorso maggio affermò che non è possibile spalancare le porte a
tutto il mondo. Che "l'Italia non sarà mai un paese multietnico".
Annuncio un po' tardivo, visto che ci vivono ormai 4 milioni e mezzo di
stranieri (Rapporto Caritas-Migrantes 2009). Ma, appunto, è
"l'annuncio" che conta. E, poi, il 4 giugno: "In alcune città italiane,
come Milano, a camminare per il centro, vedendo il numero di cittadini
stranieri, sembra di essere in una città africana". Perché a Parigi,
Londra oppure a New York, nelle altre metropoli globali, evidentemente, è
diverso. Tutti rigorosamente bianchi. Ma Silvio Berlusconi non è un
radical-choc. Se maneggia la xenofobia non lo fa per convinzione ma per
opportunità. Per marketing. Un tema fra gli altri. Come il calcio, il dolore,
lo sport, le donne. Basta far caso ai momenti. Le frasi appena ricordate
risalgono, infatti, alla campagna elettorale delle ultime europee. Nell'ultimo
caso, il 4 giugno, al comizio conclusivo tenuto a Milano insieme a Bossi. Anche
oggi siamo in piena campagna elettorale. E se il nemico, per Berlusconi, è il
Pd, insieme all'UdC, l'avversario è la Lega. A cui ha ceduto la candidatura
alla presidenza di due regioni importanti: il Piemonte e il Veneto
(un'enclave). La Lega: alleata necessaria eppure scomoda per un partito, il
PdL, che ha una base elettorale estesa nel Mezzogiorno. Ed esprime orientamenti
molto diversi dai leghisti. La criminalità, ad esempio, non è tutta uguale agli
occhi degli elettori.
La criminalità
"comune": preoccupa molto gli elettori di centrodestra. Meno quelli
di centrosinistra, più reattivi nei confronti della criminalità "organizzata".
Vediamo i dati dell'ultima indagine di Demos-Unipolis (novembre 2009). La
criminalità "comune" è considerata più grave di quella
"organizzata" dal 19% degli elettori del Pd e dal 16% tra quelli
dell'IdV. Fra gli elettori del PdL questo sentimento è espresso da una
componente doppia: 35%; e di quasi tre volte superiore fra quelli della Lega:
50%. Simmetrico e complementare l'orientamento rispetto alla criminalità
organizzata. La considera più grave di quella comune il 76% degli elettori nel
Pd e nell'IdV, ma il 58% nel PdL e il 49% dei leghisti (che lo ritengono, a
torto, un problema che non tocca il "loro" mondo, ma il Sud). Lo
stesso profilo caratterizza l'atteggiamento verso gli immigrati. Li ritengono
un pericolo per la sicurezza o per il lavoro: il 30% tra gli elettori del Pd,
il 39% dell'IdV, il 62% del PdL e il 66% della Lega. In questo bipolarismo
della xenofobia, gli elettori dell'UdC si pongono in posizione intermedia. A
metà strada fra sinistra e destra.
In Italia, dunque,
la paura della criminalità è diffusa, come quella nei confronti degli
immigrati. Perlopiù, le due paure vanno insieme e contagiano tutti i contesti e
tutti gli elettorati. Ma alcuni in modo diverso e maggiore rispetto agli altri.
Negli ultimi anni, queste paure si sono allentate. In particolare dopo le
elezioni politiche del 2008, che hanno sancito il successo chiaro e netto del
centrodestra. Ciò ha reso la paura degli altri meno utile, politicamente
- e meno interessante per i media. Ma oggi siamo di nuovo in campagna
elettorale. Alla vigilia delle regionali, che riscriveranno i rapporti fra gli
schieramenti, ma anche al loro interno. Per cui la paura torna ad essere un
buon tema di marketing politico. Gli scontri di Rosarno evocano la rivolta
degli stranieri contro la 'ndrangheta calabrese. Sono stati rappresentati
associando immigrazione, sfruttamento, criminalità organizzata, Mezzogiorno.
Tutti insieme, in un campo di significati unitario. Che disturba soprattutto il
PdL. Mentre piace alla Lega e non dispiace al centrosinistra. Da ciò la
preoccupazione del premier: sottolineare il legame fra immigrazione e
criminalità "comune", evocando, insieme, l'invasione degli stranieri.
Temi che incontrano il favore degli elettori di centrodestra, soprattutto nel Nord.
Mentre il tema della criminalità "organizzata" resta sullo sfondo.
Nonostante i risultati ottenuti dal governo su questo fronte. Per non
sottolineare di più i meriti del ministro Maroni (e della Lega). Per non
turbare troppo la sensibilità degli elettori del PdL, disturbati dalle voci e
dalle inchieste che ne hanno coinvolto leader nazionali e locali.
Così vanno le cose
in questo paese. Dove tutto è valutato in base all'impatto politico mediatico.
A partire dalle parole. Negri o terroni; rom, romeni o romani; trans o escort;
criminali comuni o mafiosi. È solo questione di voti e di share.
ILVO DIAMANTI LR
31
I vescovi difendono gli stranieri. "Delinquono come gli italiani"
Mons. Crociata
replica a Berlusconi: «Le nostre statistiche sono chiare».
Plaudono il Pd, i
dipietristi e Casini. La Lega attacca: i dati li dà il governo
ROMA -Ribatte alle
affermazioni di Berlusconi sugli immigrati, fa appello ad ascoltare il «grido»
degli operai Fiat a rischio cassa integrazione, invita le istituzioni a
«superare conflitti e tensioni» sulla riforma della giustizia, monsignor
Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana. E,
nel pieno di una campagna elettorale ricca di contrasti, schiva le domande
specifiche sulla radicale Emma Bonino e si limita a fare appello a lavorare per
«il bene più grande» del paese.
Conclusi i lavori
del consiglio permanente Cei, intanto, il presidente dei vescovi, Angelo
Bagnasco, incontra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla
mostra "Il potere e la grazia" a Palazzo Venezia. Solo pochi giorni
fa il cardinale aveva esortato la politica a centrare l’obiettivo «urgente, ma
colpevolmente sempre rinviato» delle riforme, caldeggiato «molto
opportunamente» da Giorgio Napolitano. Mons. Crociata, da parte sua, misura le
parole, alla conferenza stampa conclusiva del "parlamentino" Cei ed
evita di entrare nel dibattito politico, ma non manca di piantare con decisione
qualche paletto. Ai giornalisti che gli chiedono un commento sull’equazione
berlusconiana tra immigrazione clandestina e criminalità, risponde scandendo le
parole: «Le nostre statistiche dimostrano che la percentuale di criminalità tra
italiani e stranieri è analoga se non identica».
I dati di
Caritas/Migrantes, in effetti, parlano chiaro. Per l’anno 2005 - l’ultimo di
cui sono disponibili le rilevazioni Istat sulle denunce - il tasso di
criminalità degli stranieri è leggermente più alto (tra il 2,14% e il 1,89%
contro l’1,50%) solo per la fascia di età 18-44 anni, mentre la tendenza si
inverte per la fascia 45-64 anni (tasso di 0,65 per gli italiani e 0,50%/0,44%
per gli immigrati). «Dai 40 anni in poi, essendo già avviato il processo di
integrazione ed essendo forte il desiderio di inserimento proficuo, gli
stranieri hanno un tasso di delinquenza più basso», ha avuto a spiegare Franco
Pittau, direttore del dossier statistico immigrazione di Caritas/Migrantes. Per
Crociata, ad ogni modo, «la considerazione di fondo, quando parliamo di
immigrati, è quella - come ci ha ricordato il Papa - della dignità di ogni
persona umana, che non può essere a priori oggetto di giudizio, quindi di
pregiudizio e di discriminazione».
Considerazioni che
suscitano immediate proteste della Lega. «Le statistiche sulle delinquenza e
sull’immigrazione clandestina le fanno gli organi competenti di Governo, non
l’organismo rappresentativo dei Vescovi», afferma Mario Borghezio. Plaude a
Crociata l’opposizione, invece, dall’Udc al Pd all’Italia dei valori. Mentre al
ministero dello Sviluppo si discute del destino dello stabilimento Fiat di
Termini Imerese, intanto, Crociata ricorda «il dramma di famiglie che fino ad
ora hanno avuto un lavoro e adesso si trovano sulla strada. Questo richiamo,
questo grido - afferma - noi lo dobbiamo raccogliere e invitare a trovare le
vie giuste, perché non possiamo fare le cose più facili di quanto sono». Gli fa
eco mons. Arrigo Miglio, presidente della Commissione episcopale della Cei per
i problemi sociali e il lavoro. «I problemi dei lavoratori non possono
aspettare prospettive pluriennali, decennali», afferma il vescovo di Ivrea ai
microfoni di "Radio vaticana": «Vanno affrontati subito. Ma non é
proprio possibile immaginare una politica diversa dei trasporti?».
Quanto all’anno
giudiziario appena avviato sullo sfondo di polemiche su processo breve e
legittimo impedimento, Crociata invita a «superare conflitti e tensioni per
trovare nel rispetto dei rapporti istituzionali, da parte di tutti, soluzioni a
favore del bene comune». Parole nette, che diventano più evasive sul tema della
campagna per le Regionali. I giornalisti domandano, insistono, chiedono se i
cattolici sono elettoralmente smarriti, ricordano che Giuliano Ferrara ha ribattezzato
Emma Bonino «il diavolo», che il cattolico Pier Ferdinando Casini lavora alla
creazione di un polo di centro. Ma il vescovo si limita a considerazioni di
ordine generale. Invita gli elettori cattolici ad avere «senso di
responsabilità», li esorta a «seguire i criteri che permettono di realizzare il
bene più grande del paese e delle regioni», li snocciola - vita, famiglia,
solidarietà verso i deboli, il lavoro, la comunità - e, soprattutto, sottolinea
che non si può puntare tutto sulla bioetica dimenticando le questioni sociali e
viceversa. Ma indicazioni di voto non ne dà. Più che alle indicazioni sugli
schieramenti ai vescovi stanno a cuore i problemi del lavoro, dell’integrazione
e delle riforme. LS 29
Cespi e dell’Oics al Comitato del Senato per le questioni degli italiani
all’estero
Roma - Fornire un
altro punto di vista sulla politica estera e regionale dell’Italia nei
confronti degli italiani nel mondo. Questo, in sintesi, l’obiettivo delle
audizioni di rappresentanti del Cespi e dell’Oics al Comitato per le questioni
degli italiani all’estero del Senato presieduto da Giuseppe Firrarello (Pdl).
Ospiti del Comitato il direttore del Centro Studi di Politica Internazionale
(CeSPI), Josè Luis Rhi-Sausi, e Gildo Baraldi, direttore dell'Osservatorio
Interregionale Cooperazione allo Sviluppo (OICS) dello stesso istituto.
Rhi-Sausi si è soffermato sull'analisi di due specifici segmenti di popolazione
italiana all'estero rilevanti dal punto di vista dell'interscambio con
l'Italia, mentre Baraldi ha approfondito il tema delle politiche regionali.
"Nei paesi
stranieri di principale stanziamento delle collettività italiane e di origine
italiana – ha esordito Rhi-Sausi – esiste una business community di grande
importanza e spessore che, soprattutto in America latina, è sicuramente idonea
a fungere da referente per un processo di internazionalizzazione delle imprese
italiane". Manca però "un approccio sistematico e un preciso
indirizzo politico sotto questo profilo", ha proseguito sottolineando che
"l'espansione economica si basa attualmente in massima parte su processi
spontanei e sull'apporto di enti ed organismi quali l'Istituto nazionale per il
Commercio Estero (ICE) e le Camere di commercio, strutture che da tempo vengono
indicate come possibile base di creazione di una rete di supporto per lo
sviluppo di relazioni economiche internazionali più intense".
Per il direttore
del Cespi, l’altro "profilo di grande rilevanza" è rappresentato
dalla presenza all'estero di una nutrita comunità di giovani di origine
italiana. "Collettività – ha confermato – che manifesta un sentito
interesse dal punto di vista economico, culturale e linguistico per le
relazioni con la madrepatria. Anche a livello di impiego nelle strutture
pubbliche all'estero, la presenza di giovani di origine italiana è notevole.
Ritengo quindi, anche sotto questo aspetto, che quella dei giovani italiani
all'estero sia una rete ed uno strumento che potrebbe essere attivato con
positive ricadute per l'Italia", tenendo presente che "i contatti
avviati a livello di cooperazione decentrata e tra realtà locali hanno già dato
buoni riscontri". Quello che serve, ha concluso, è "un intervento più
ampio e stabile".
Baraldi, dal canto
suo, ha esordito ricordando che "tutte le regioni italiane intrattengono,
con diverse modalità ed intensità, rapporti economici e culturali con le
comunità di corregionali all'estero" sottolineando che "il canale
privilegiato, da questo punto di vista, è costituito dal mondo
associativo".
"I profili in
cui si concretizzano gli interventi regionali – ha proseguito – sono quelli
dell'assistenza agli indigenti, dell'assistenza amministrativa e pensionistica,
del collegamento linguistico e culturale e del rapporto con le nuove
generazioni, oramai integrate nel tessuto sociale del paese di destinazione.
Inoltre, si registra la positiva esperienza dell'avvio di iniziative
imprenditoriali guidate da giovani italiani all'estero, con il supporto delle regioni
italiane". Realtà, ha precisato, "che assumono una peculiare
connotazione nei continenti in cui il fenomeno migratorio è più consistente,
come ad esempio in America latina, ma anche in Australia, in Canada e negli
Stati Uniti d'America".
Ma anche qui,
manca il "sistema". "L'attività di supporto regionale – ha
detto, infatti, il direttore dell’Oics – avviene talvolta congiuntamente a
quella statale secondo una pluralità di interventi formalmente non unitari, che
mancano di un coordinamento di indirizzi che consentano di individuare linee
strategiche comuni. Ne è chiaro esempio la stipula di assicurazioni sanitarie
per la popolazione di origine italiana in Argentina: qui al primo intervento
regionale è subentrato quello statale, ma gli strumenti regionali si sono
rivelati meno costosi e maggiormente efficaci nelle modalità di intervento
rispetto a quelli statali. Credo – ha concluso – che un migliore coordinamento
porterebbe senz'altro grandi vantaggi sia dal punto di vista dei costi che
dell'efficacia delle politiche verso le collettività all'estero".
Le due relazioni
non hanno soddisfatto il senatore Randazzo (Pd) che, intervenuto a dibattito,
ha lamentato "l’assenza di riferimento ad importanti realtà che riguardano
le collettività italiane all'estero e cioè Comites, Cgie ed eletti
all’estero", istituti che "costituiscono un punto di partenza
imprescindibile nell'analisi dei rapporti tra Italia e comunità di
migranti".
Quanto ai canali
dell'emigrazione italiana, "insieme all'America latina, assumono particolare
rilievo, anche, e soprattutto, gli Stati Uniti d'America, l'Europa, l'Australia
e il Sud Africa, paesi – ha detto Randazzo – in cui la presenza di comunità
italiane è molto significativa.
Rhi-Sausi ha
quindi spiegato che ha volutamente tralasciato il tema della rappresentanza
perché intendeva "analizzare compiutamente differenti profili di maggiore
attinenza rispetto all'attività del CeSPI". Nel suo intervento, Micheloni
(Pd) ha voluto sottolineare come "a fronte della variegata realtà delle
comunità italiane nel mondo, vi siano profili di particolare rilevanza che
devono essere tenuti in considerazione anche dal punto di vista degli eletti
all’estero.
Esistono nuove e
diverse caratteristiche del fenomeno migratorio rispetto al passato che
impongono un riassetto delle politiche italiane di collegamento e supporto.
Sicuramente rilevante – ha riconosciuto il senatore – è il collegamento con la
comunità degli affari e con le realtà locali, in una prospettiva di reciproco
interesse che prevale attualmente su quella di un recupero delle origini. Per
questo, i canali tradizionali, come ad esempio la formazione professionale,
andrebbero rivisti e anche gli interventi regionali dovrebbero essere orientati
in tale ottica". Tornando alla rappresentanza, Micheloni ha ricordato la
riforma in discussione in Senato e ribadito l'esigenza di un "rinnovamento
delle istituzioni, che segni il passaggio dal mondo associativo tradizionale ad
organismi che favoriscano un coordinamento tra interventi statali centrali e
decentrati regionali e valorizzino il ruolo delle nuove generazioni".
D’accordo con le
relazioni ascoltate, la senatrice Giai (Maie) si è soffermata sull'esigenza di
valorizzare il ruolo dei giovani italiani all'estero. "In America latina
ma non solo – ha detto – tale prezioso contributo deve essere favorito. Auspico
che le ipotesi di riforma normativa che prevedono una rappresentanza giovanile
nei Comites vengano mantenute". Quanto, poi, alla internazionalizzazione
delle imprese italiane nel mondo la Giai ha convenuto sull’importanza di un
"supporto articolato" e ribadito il "rilevante ruolo"
svolto dalle Camere di commercio all’estero.
Senatore del Pdl,
Basilio Giordano ha invece chiesto chiarimenti a Baraldi circa la maggiore
efficienza dell’intervento regionale rispetto a quello statale sperimentato
nell’assistenza sanitaria in Argentina. "Il miglior livello di
soddisfazione registrato tra gli assistiti in Argentina per l'assicurazione
sanitaria stipulata con il sostegno delle regioni italiane rispetto alla successiva
assicurazione garantita dallo Stato – ha spiegato il direttore dell’Oics –
ferma restando in entrambi i casi la correttezza dei costi e dei servizi
erogati, è derivato da un differente assetto del sistema di assistenza: nel
primo caso, infatti, è risultato maggiormente conforme ai bisogni di una
popolazione anziana che ha riscontrato difficoltà di accesso ai sistemi di
cura, assicurando anche un meccanismo di assistenza sociale".
Rispetto al
"ruolo essenziale" svolto da Comites e CGie, Baraldi ha sostenuto che
"tali istituzioni costituiscono un interlocutore primario per le regioni
che si relazionano con le proprie collettività all'estero. C’è, però, il
rischio di uno scollamento tra la rappresentanza del mondo associativo
tradizionale e fasce giovani della popolazione". Infine, dal punto di
vista dell'erogazione di finanziamenti regionali mirati all'attuazione di
iniziative specifiche, per Baraldi "occorre individuare nuovi canali, come
ad esempio il "training on the job" per la formazione professionale".
(aise)
Germania, il maltempo non dà tregua. Strade e ferrovie bloccate: tre morti
Valanga in
Baviera: si temevano vittime ma l'allarme è rientrato. «Mai così tanta neve
dall'inverno del '79»
Germania sotto la
neve, con strade e ferrovie bloccate, soprattutto nella parte settentrionale
del Paese. Per liberare i binari sono stati mobilitati tutti i mezzi spalaneve
a disposizione. «Non avevamo così tanta neve e per così lungo tempo
dall'inverno 1978-79» spiega Dorothea Paetzold del servizio meteorologico Dwd.
Germania sotto la
neve
TRECENTO INCIDENTI
- Nel land settentrionale del Meclemburgo-Pomerania, sulla costa del Baltico,
la neve non si è mai sciolta da metà dicembre e in questi giorni ne sono caduti
altri 40 centimetri. Le principali strade sono state chiuse per incidenti e due
mezzi spalaneve sono rimasti bloccati. Molto colpita anche la città di Rostock,
dove sono stati interrotti i trasporti pubblici ed è stata annullata una
partita di calcio per impraticabilità del campo. Nel land del Nord
Reno-Westfalia, solo domenica, ci sono stati 300 incidenti stradali dovuti a
ghiaccio e neve. Nei giorni scorsi tre persone sono morte sulle strade.
VALANGA IN BAVIERA
- Tanta paura, ma con finale lieto, nella Baviera meridionale, dove un valanga
è caduta vicino alla città di Kempten. Si temeva che potesse aver sepolto degli
sciatori: due elicotteri e squadre di soccorso hanno setacciato l'area della
Capanna Stauffne, a 1.650 metri di quota, senza però trovare nessuno. La polizia
ha precisato che nessun sciatore o escursionista risulta disperso dopo la
valanga e che le ricerche non hanno trovato alcun ferito sotto la neve.
Redazione ondine
CdS 31
Radio Colonia. La battaglia sul burqa
Fa discutere la
Francia, che sta per vietarlo, e ora anche l'Italia. Diamo uno sguardo ai due
paesi e al senso di questo dibattito.
In Francia le
donne che portano il velo integrale, burqa o niqab, sono una minoranza. Eppure
intorno a queste donne si sta accendendo una polemica che rischia di infiammare
ancora di più le tensioni sociali. E tutto è nato da un quartiere alla
periferia di Lione, che alcuni hanno battezzato la Repubblica Islamica di
Venissieux. A Venissieux più della metà degli abitanti sono di origine
straniera. L'ex sindaco, Andre Gerin, di sinistra, è il padre della commissione
parlamentare che ha proposto di vietare in Francia il velo integrale in comune,
nei trasporti e nelle scuole. Ma la questione è complicata. Anna Bressanin ha
fatto un viaggio nel quartiere di Venissieux, dal mercato alla moschea.
E la questione
francese ha riaperto il dibattito anche in Italia, dove sono già diverse le
proposte di legge per vietare il burqa. Ne abbiamo parlato con il sociologo ed
esperto di Islam Stefano Allievi, per cui il dibattito è solo l'ennesimo
episodio di una "odiosa campagna" contro l'Islam.
Ascolta il
servizio di Anna Bressanin in onda su Radio Colonia del 31 gennaio:
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/int/2010/100131_burqabeitrag.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/int/2010/100131_burqabeitrag.mp3
Ascolta anche l’intervista con il sociologo ed esperto di
Islam Stefano Allievi:
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/int/2010/100131_burqainterviewallievi.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/int/2010/100131_burqainterviewallievi.mp3
RC, de.it.press
Stoccarda. Luis Durnwalder presenta il ritiro premondiale della Germania in
Alto Adige
Stoccarda -
"Un ambiente ideale per preparare in tranquillità e concentrazione il
Mondiale, una presenza di prestigio per l’Alto Adige e la sua lunga tradizione
sportiva e di ospitalità". Così il presidente della Provincia di Bolzano,
Luis Durnwalder, ha descritto giovedì 28 gennaio, a Stoccarda, davanti ai
vertici della Federcalcio e della nazionale tedesca e a circa 150 giornalisti,
il ritiro premondiale della Germania in Alto Adige. Dal 21 maggio al 2 giugno
la nazionale di calcio tedesca sarà infatti in ritiro premondiale ad Appiano
prima di volare in Sud Africa per i Mondiali.
La presentazione
ufficiale dell'evento si è svolta a Stoccarda, nella sede della Mercedes,
sponsor della nazionale. Il presidente Durnwalder ha incontrato tra gli altri
il Ct tedesco Joachim Löw e il suo assistente Hansi Flick, il team manager
Oliver Bierhoff e l'allenatore dei portieri Andreas Köpke.
Durnwalder ha
ringraziato la Federcalcio tedesca per aver ancora una volta riposto piena
fiducia negli impianti e nell'ospitalità dell'Alto Adige, come già nel ritiro
premondiale del 1990.
"Anche questa
volta la nazionale troverà strutture all'altezza e un ambiente ideale per
preparare nel modo giusto il Mondiale in Sud Africa", ha detto Durnwalder.
Il presidente ha ricordato che "la presenza dei calciatori tedeschi è
motivo di prestigio per l'Alto Adige, che conferma la sua lunga tradizione
sportiva, di ospitalità e di organizzazione turistica. Questo evento promuove
ulteriormente l'immagine della nostra terra".
Sull'adeguatezza
delle strutture e dell'ambiente hanno insistito anche Bierhoff e Harald
Stenger, il responsabile della comunicazione della Federazione.
La presentazione
del ritiro è stata accompagnata dalla proiezione di un breve filmato sulle
bellezze dell'Alto Adige.
Al workshop di
Stoccarda, davanti a circa 150 giornalisti di tutti i media tedeschi, hanno
partecipato anche una delegazione del Comune di Appiano, guidata dal sindaco
Franz Lintner, e il responsabile dell'organizzazione del ritiro premondiale,
Manfred Call, segretario generale del VSS. (aise)
Saarbrücken - Si è
svolta sabato 23 gennaio presso la sala grande della Missione Cattolica di
Saarbrücken la cerimonia di consegna dei diplomi di Certificazione CELI,
organizzata dal comparto scuola della Missione del capoluogo sarrese in
collaborazione con l’Università per stranieri di Perugia.
Gli esami di
certificazione europea CELI della lingua italiana si sono svolti il 22 giugno
2009 presso il centro d’esame della Missione Cattolica Italiana di Saarbrücken
e sono stati somministrati da Liliana Rino Calabrese, coordinatrice dei Corsi
di Lingua e Cultura italiana, da Pasqualina Corbo Pace, insegnante, e Francesco
Calabrese, esaminatore ufficiale CELI.
La Certificazione,
attraverso un diploma internazionalmente riconosciuto che, ad un determinato
livello (CELI 3) abilita anche, linguisticamente, all'iscrizione alle
Università italiane, consente la visibilità della competenza linguistica,
rendendola interessante anche per potenziali datori di lavoro e per le scuole
tedesche.
Durante il suo
intervento, il prof. Francesco Calabrese, esaminatore CELI a Saarbrücken, ha
presentato anche la novità di offrire quest’anno, in occasione della sessione
di esami di giugno, oltre al CELI 2, al CELI 3 ed eventualmente il CELI 4 e 5,
anche l’esame CIC (Certificazione dell’italiano commerciale), molto importante
per chi volesse inserirsi in aziende tedesche o italiane che hanno rapporti
commerciali con l’Italia o i Paesi di lingua tedesca poiché attesta la buona o
ottima conoscenza dell’italiano commerciale.
Nel suo discorso
il prof. Calabrese ha ribadito il forte impegno che la Missione Cattolica di
Saarbrücken da qualche anno sta operando nel settore scolastico con un’azione
ad ampio raggio e con una serie di iniziative che hanno avuto il merito di
affermare il carattere qualitativo e innovativo dell’azione didattica.
Recependo le
direttive in materia scolastica emanate dall’Ambasciata d’Italia in Berlino, la
Missione Cattolica di Saarbrücken persegue, oramai da diversi anni, la
costituzione di nuovi corsi misti (i cosiddetti corsi-AG, Arbeitsgemeinschaft)
di alunni italofoni e tedescofoni per l’apprendimento e la valorizzazione della
lingua italiana, attraverso l’inserimento del suo insegnamento nell’offerta
formativa delle istituzioni scolastiche locali. L’azione ha la finalità di
perseguire l’integrazione dei corsi d’italiano nell’orario scolastico ordinario
di scuole a forte presenza italiana, la mattina per le Grundschulen e il
pomeriggio per le scuole a tempo pieno (Ganztagsschulen).
La novità più
importante è l’apertura quest’anno di due corsi AG a livello infanzia in due
scuole materne del Saarland, uno a Schaffhausen ed uno a Lebach.
Ancora, nella sede
della Weyersbergschule di Saarbrücken è stato fondato nell’anno scolastico
2008/2009 il centro linguistico italiano, un progetto che prevede quattro ore
alla settimana di lezioni d’italiano integrate, alle quali prendono parte
quarantaquattro bambini, e una sede del doposcuola.
La Missione
Cattolica garantisce, inoltre, il proseguimento dei corsi pomeridiani di Lingua
e Cultura Italiana, i quali vengono frequentati da alunni provenienti da scuole
diverse. Compresi i corsi AG la Missione Cattolica rende servizio nei corsi di
Lingua e Cultura italiana ad oltre duecento alunni, suddivisi in quattordici
corsi, nei quali operano cinque insegnanti.
Contemporaneamente
l’Ente della Missione è impegnato a migliorare la qualità dell’insegnamento
dell’italiano nel Saarland con la sua partecipazione, nella persona
dell’insegnante Liliana Rino Calabrese, ai lavori della commissione mista
italo-tedesca, voluta dal Ministero della pubblica istruzione del Saarland,
incaricata dell’elaborazione di un curriculum per l’italiano nella scuola
elementare nel Saarland.
Riguardo
all’offerta formativa della Missione Cattolica di Saarbrücken sono previsti per
l’anno scolastico in corso un progetto interculturale “Teatro a scuola”, che
nasce dall'abbinamento di due aspetti didattici importanti: quello del teatro
(inteso come "rappresentazione teatrale") e quello per la lingua e
cultura italiana.
Il progetto
prevede due rappresentazioni teatrali da parte degli alunni frequentanti i
corsi di Lingua e Cultura italiana da tenersi in due semestri; e un progetto
“Cinema per ragazzi”, volto a favorire la passione verso il cinema italiano
d’autore attraverso la proiezione di film imperniati su temi specifici di
interesse giovanile.
Inoltre, a partire
dal 16 gennaio scorso la sezione scuola della Missione Cattolica di Saarbrücken
si è dotata di una biblioteca, denominata “La bibliotechina”, con oltre
duecentocinquanta nuovissimi libri in italiano per bambini e ragazzi.
Con “La
bibliotechina” si vuole offrire un servizio prestito libri al fine di motivare
gli alunni alla lettura. Inoltre sono previste una volta al mese delle letture
animate per bambini. E alla fine dell’a. sc. persino un torneo di lettura fra
classi diverse.
La Missione,
ancora, si è dotata persino di una pubblicazione quadrimestrale, “Il
Corrierino”, un giornalino scolastico bilingue (italiano/tedesco) con uscita
regolare, e di un sito web (www.saarbanda.de), entrambi curati dagli alunni
frequentanti i corsi offerti dalla Missione.
Dulcis in fundo la
Missione Cattolica di Saarbrücken organizza per il secondo anno consecutivo
finanche un corso di alfabetizzazione informatica per anziani con cadenza
settimanale per un totale di dodici ore di lezioni.
Buongiorno Europa,
de.it.press
“L’Italia di Berlusconi non è competitiva nella ‘battaglia globale per i
cervelli’”
Per l’on. Garavini
insoddisfacente la risposta del Governo all’interpellanza urgente sul programma
Montalcini
“Brutte nuove per
tanti ricercatori eccellenti all’estero che vorrebbero rientrare nel nostro
Paese: sul programma ‘Rita Levi Montalcini’, il Ministero dell’istruzione e
della ricerca rifiuta ogni dialogo. Il messaggio è chiaro: chi voglia
candidarsi lo faccia nonostante non ci sia il tempo”. L’on. Laura Garavini
commenta così la risposta del sottosegretario Giuseppe Pizza all’interpellanza
urgente sul Programma per Giovani Ricercatori. Nessuna proroga, dunque, della
scadenza per la presentazione delle domande di partecipazione, fissata per
mezzanotte di venerdì 29 gennaio.
“Peccato per i
tanti validi ricercatori che non hanno la ‘fortuna’ di poter contare su
contatti personali o legami di parentela nel mondo accademico italiano i quali
di conseguenza, con tutta la buona volontà, non riusciranno a rispettare queste
scadenze”, dice con amarezza la deputata PD eletta nella circoscrizione estero.
“Ad essere penalizzati dai tanti requisiti richiesti nei tempi stretti saranno
proprio loro, i candidati che hanno lasciato da tempo l’Italia, diventando più
indipendenti scientificamente ma diluendo i loro contatti con istituti
italiani. L’atteggiamento rigido del MIUR mi fa pensare che non vi sia
assolutamente l’intenzione di favorire il rientro dei cervelli italiani
dall’estero, quando invece ce ne sarebbe un bisogno straordinario. Quei giovani
che hanno fatto ricerca all’estero potrebbero dare un apporto notevole per
internazionalizzare il sistema della ricerca italiana”.
“Povera Italia”,
conclude la Garavini, “che proprio nell’era della conoscenza dove le principali
economie mondiali si litigano i ricercatori meritevoli in quella che viene a
volte definita la ‘world brains war’, la battaglia globale per i cervelli,
rischia di rimanere indietro con quella sua mentalità antimodernista e
autolesionista”. De.it.press
Presentata la rete di eventi italiani nel mondo
Nuovi impegni di
RaiNet e RaiCinema per la web-tv Eticmedia
Italian Women in
the World annuncia i suoi format dedicati al made in italy
Nel palinsesto
della nuova “televisione etica” dell’Associazione Physeon ci saranno anche i
format tv di Italian Women in the World dedicati al made in italy, ai
connazionali, alle eccellenze e ai valori dell’italianità all’estero.
Ad annunciarlo la
Presidente IWW Patrizia Angelini nel corso della presentazione “Eticmedia diamo
anche noi” durante la convention nella sala polifunzionale del Consiglio dei
Ministri: "Pluridisciplinarieta' della comunicazione web-tv, interattiva e
sostenibile”.
“AmiciOltreOceano” e il “Premio Iww Globo
tricolore”. Sono, infatti, due
programmi IWW che racconteranno
storie di successo di italiani nel mondo, premiando l’italianità. Un circolo
virtuoso per ogni italiano/a che fuori dai confini nazionali ha saputo lasciare
il segno.
-“Il Premio IWW”
per l'assegnazione di sette riconoscimenti destinati a profili eccellenti di
italiani all'estero, nei settori dell’Innovazione e Creatività.
-
“AmiciOltreOceano” per conoscere molto da vicino la storia delle personalità e
delle eccellenze italiane all’estero rispetto all’evoluzione della propria
terra d’origine. Format presentati in Senato il 14 marzo 2007 nell'ambito di
una mozione finalizzata alla creazione di una testata giornalistica Rai-Donna.
Eticmedia: la
prima web-tv “socialmente responsabile” vede tra i partner, oltre Italian Women
in the World anche Rainet per il web,
Rai Cinema, Rai Trade, Mediaset con Medusa e Mediafriends.
"RaiNet
elaborera' e fornira' contenuti dell'azienda pubblica riguardanti temi sociali
e trasmissioni di servizio studiati per un pubblico giovane, soprattutto per il
target attorno ai 20-30 anni". Questo il commento del presidente di
RaiNet, Giampaolo Rossi.
Dando poi la
parola al direttore generale di Rai Cinema, Paolo Del Brocco, Angelini ha
ribadito alcuni esempi di film di successo ma anche educativi prodotti dalla
Rai. “L’impegno della Rai – ha detto Del Brocco- nel settore cinema resta in
buona percentuale legato a nuove produzioni di qualità attente ai valori
dell’etica e della responsabilità sociale”.
Eticmedia avra’
sei canali tematici-educativi: Economy, Educational e International -ideati dal
Laboratorio EC-MEDIA- (Consorzio Wylford - Associazione Physeon) e prodotti dai
partner mirano ad indirizzare gli utenti verso l’accrescimento della propria
professionalità con responsabilita’ e solidarieta’; Social, Love, Entertainment
hanno una funzione di elevazione spirituale e culturale pensata per
l’accrescimento della società civile e dell’individuo. (de.it.press)
Fondo di solidarietà Parlamentare per interventi in casi di truffe
all’estero
L’on. Razzi ha
presentato un progetto di legge per tutti i casi simili alla truffa della
Pension Kasse Svizzera. In calce il testo della legge
La spinosa
questione della Pension Kasse è un avvenimento veramente increscioso che priva
centinaia di cittadini italiani in Svizzera delle loro pensioni. E’ ormai
famosa la fuga del cassiere con i soldi dei pensionati. La condanna penale che
punirà il colpevole, non garantisce affatto il ritorno dei soldi nelle giuste e
legittime tasche.
In questi casi
esiste un vuoto legislativo che non permette di restituire il mal tolto.
Per le ipotesi di
truffa d’altronde si verifica una impotenza disarmante a fronte di danni
ingenti ed irreparabili. Purtroppo, le stesse istituzioni, quindi la gente,
sono vittime di truffe gravi cui non c’è verso di rimediare nell’immediato e
spesso mai.
Con il progetto di
legge enumerato dal programma politico del P.I.E e che l’on. Razzi ha fatto suo
presentandolo alla Camera, si intende fare fronte proprio a casi di questo tipo
come agli eventi e catastrofi naturali che si abbattono sul paese.
E’ una scelta
etica di altissimo profilo e non c’è dubbio che vada appoggiata senza
reticenze. Mille euro pro capite per 630 parlamentari significa, in soldoni,
630.000,00 € (seicentotrentamila) al mese che in un anno ammontano a 7,56 mln
di euro.
Un solo anno di
fondo parlamentare sarebbe bastato ed avanzato a ridare ai pensionati i loro
soldi della Pension Kasse.
I parlamentari
contribuiscono sistematicamente ai loro partiti somme mensili come se non
bastassero gli enormi finanziamenti pubblici che lo Stato eroga loro.
Una legge come
questa segnerebbe un cambiamento di rotta, una iniziativa nuova riabilitante
della reputazione dei parlamentari che stimolerebbe i cittadini ad avere un
contatto meno distante e più fiducioso con gli operatori della politica.
L’atteggiamento
dell’on. Razzi nel mostrarsi assai recettivo alle proposte di disegno di legge
patrimonio del P.I.E dimostra che gli Italiani dall’Estero sono di fatto
presenti nella politica nazionale con proposte concrete che approdano in
Parlamento.
Ecco il testo
della legge
«Fondo di
solidarietà Parlamentare per interventi fuori previsione legislativa»
In considerazione
di problematiche importanti spesso fuori previsione legislativa, si rende
necessario un provvedimento che assicuri una pronta copertura finanziaria per
l’intervento in emergenza.
Istituire un fondo
con una quota pro capite per tutti i parlamentari, deputati e senatori,
stabilisce un principio di solidarietà e di responsabilità istituzionale di
grande profilo etico.
Molti sono gli
esempi, oltre alle catastrofi naturali ed ambientali, di impotenza al cospetto
di fatti che hanno danneggiato e danneggiano i cittadini e, spesso anche le
istituzioni, da atteggiamenti criminali e fraudolenti cui però il vuoto
legislativo corrispondente non consente di sanare immediatamente.
Un esempio per
tutti è la truffa perpetrata ai danni di cittadini e lavoratori che per le
azioni criminali di qualcuno si vedono privare dei propri diritti
indebitamente.
In casi di specie,
il fondo potrà accorrere in soccorso, dopo l’attenta valutazione di una
commissione ad hoc, con l’erogazione del mal tolto.
Articolo 1: Si
costituisce l'apertura di un fondo cui parteciperanno tutti i parlamentari,
deputati e senatori, con una quota del loro stipendio pari a 1.000,00€ che
mensilmente verseranno e metteranno a disposizione di casi e fatti che esulino
da previsioni di legge che non siano previsti dai regolamenti o che dipendano
da imponderabili eventi naturali ed ambientali.
I casi saranno
valutati da un'apposita commissione ad acta costituita cui confluiranno le
istanze cosiddette "fuori previsione legislativa" ma che meritano di
una attenzione particolare per colmare un vuoto legislativo grave. In questo
modo, provvedendo immediatamente al soccorso, si può legiferare per
trovare la soluzione legislativa opportuna per casi simili in futuro. Salvatore
Viglia, Politicamentecorretto 30
Non stupisce lo
strano silenzio che circonda, d’un tratto, la guerra iniziata da americani ed
europei in Afghanistan, quasi nove anni fa. Guerra senza più bussola, che nel
2001 scacciò i talebani e ora è tutta intenta a facilitare il loro ritorno al
potere, addirittura remunerandoli in cambio di qualche gentilezza sulla
costituzione. Guerra di cui «abbiamo ormai abbastanza», ammette con candore lo
stesso comandante della Nato in Afghanistan, generale McChrystal. Guerra
degradata a simulacro, già da tempo. Nessun occidentale vuol finirla, nessun
ministro della difesa rinuncia a foto di gruppo con soldati al fronte, ma in cuor
suo ciascuno sa la verità: la guerra che solennemente vien continuata è in
fondo già considerata perduta. La commedia è recitata da voltagabbana ignari
del pudore, che hanno bisogno della messa in scena per evitare l’onta di una
fuga. Solo per i soldati e i loro capi il conflitto non è simulacro ma dura
prova in cui si rischia la morte, si guadagna l’onore, si merita una pietà
ancora più grande. Degenere e posticcia, questa guerra è paradigma dei tempi
che viviamo. Sono uomini vuoti che vediamo ai comandi della politica, come nel
poema di Thomas Eliot: «Siamo gli uomini vuoti /Siamo gli uomini impagliati
/Che appoggiano l’un l’altro /La testa piena di paglia». Figure senza forma,
ombre senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto: da sempre, le facce
e le voci dei voltagabbana «sono quiete e senza senso».
La sete di
negoziare col nemico fino a ieri equiparato al male assoluto è vasta e si
estende; anche quando viene dissimulata o perfino negata. È anche una via
obbligata e necessaria, quando la vittoria si fa difficile: con chi trattare,
se non con l’avversario? Non è la trattativa in sé a colpire negativamente, ma
l’impressionante vuoto nelle teste, l’afasia del linguaggio, la presunzione che
la disfatta sia una vittoria. Colpisce infine la cecità su una guerra
antiterrorista che complessivamente è in stato di degenerazione: quasi dieci
anni dopo l’assalto alle Torri di New York, Stati Uniti ed europei hanno
praticamente perso dappertutto. Il pericolo terrorista s’è spostato in Pakistan
e Yemen, e non smette di nuotare nell’azzurro liquido del mondo-web. Blair è
costretto a giustificare la guerra irachena davanti alla Commissione Chilcot, a
Londra, e a sventolare bugie come fossero bandiere. Un’analoga commissione, il
12 gennaio in Olanda, ha già definito illegale la partecipazione all’offensiva
in Iraq.
Così sfila davanti
al nostro sguardo una generazione di politici europei (nel Regno Unito Blair,
in Olanda Balkenende, in Italia Berlusconi) che senza tema di contraddirsi
dice, oggi, quel che ancor ieri considerava eretico.
Era eretico
patteggiare col nemico, ma ora si può, si deve, è cosa buona e bella. La svolta
era nell’aria da mesi, ma ora s’è fatta urgente per varie ragioni. Sono gli
stessi militari favorevoli all’aumento di truppe a far capire che la guerra,
essendo invincibile, è in pratica finita: primo fra tutti il generale
McChrystal, che tanto ha influito sulle scelte di Obama.
In un’intervista
di domenica scorsa al Financial Times, auspica anch’egli i negoziati e
dichiara, perentorio: «Come soldato, il mio personale sentimento è che di
guerreggiare ne abbiamo abbastanza. Non puoi fare alcun progresso politico, fin
tanto che guerreggi». Karl Eikenberry, ambasciatore Usa in Afghanistan, disse
precisamente questo, in due cablogrammi inviati nel mese di novembre al
Dipartimento di Stato: la guerra non era vincibile, e l’aumento di soldati un
rischio anziché un’opportunità. Pubblicati dal New York Times il 26 gennaio, i
due promemoria parlano chiaro: Karzai «non è un partner strategico adeguato»,
disinteressato com’è a «erigere un governo e una sovranità». L’unica cosa che
Karzai vuole è una «guerra senza fine al terrore» (la guerra che Bush aveva
promesso), grazie alla quale Kabul riceve soldi e non deve ricostruirsi come
Stato funzionante e non corrotto.
A questa ragione
se ne aggiunge un’altra, non meno decisiva: la defezione del Pakistan, senza il
quale la sconfitta è certa. Le forze talebane legate al terrorismo hanno
infatti lì le loro basi, non in Afghanistan. E le notizie che giungono da
Islamabad sono devastanti. Il 21 gennaio, durante una visita del ministro della
Difesa Robert Gates, il governo pakistano ha annunciato la sospensione per almeno un anno di ogni operazione antiterrorista nel Waziristan
del Nord: nella zona, cioè, dove son rifugiati i talebani più duri (la rete
Haqqani, responsabile dell’attacco del 18 gennaio al palazzo presidenziale di
Kabul).
La terza ragione è
la persona di Karzai. Già screditato dai brogli elettorali, il Presidente è
profondamente esecrato dalla propria popolazione. Lo dice l’agenzia Onu che si
occupa di droga e corruzione (Unodc), in un rapporto del 19 gennaio: il 59 per
cento degli intervistati giudica la «disonestà pubblica e la corruzione» più
preoccupante ancora dell’insicurezza (54 per cento) o della disoccupazione (52
per cento). Nel 2009, i cittadini afghani hanno dovuto pagare tangenti a
funzionari dello Stato per un totale di 2,5 miliardi di dollari (l’equivalente
di quel che hanno ricavato dal traffico di oppio, il 23 per cento della
ricchezza nazionale). Corruzione in Afghanistan vuol dire Karzai, e Karzai vuol
dire forze alleate, non solo americane ma dei partecipanti alla missione (in
ordine decrescente Inghilterra, Germania, Francia, Italia, ecc). Ovvio che
tutti costoro siano visti come occupanti.
Anche questa
guerra, come è successo per la crisi economica, è stata una bolla gonfiata da
frettolose supposizioni, menzogne ideologiche, che infine s’è scontrata con la
realtà ed è scoppiata. Era una bolla speculativa anche il linguaggio che
l’accompagnava, e che contagiò tanti politici e intellettuali d’Europa. Fu
dipinta come riedizione della guerra mondiale contro Hitler, e chi obiettava
era subito tacciato di appeasement, di accomodamento col terrorismo islamico
nel quale s’incarnava in questo secolo il male assoluto. Un male più che mai
mostruoso, perché riviveva anche da morto come uno zombi: per questo Bush e
Cheney dissero che la guerra sarebbe durata generazioni. Lo storico Marc Bloch
scrisse sull’invasione nazista della Francia un libro essenziale: si intitola
La Strana Disfatta, perché la guerra fu condotta con le menti e le armi del
conflitto precedente, ignorando incomprensibilmente il tempo presente. Proprio
questo è accaduto in Afghanistan, con la variante che Hitler è stavolta
invitato a tornare al potere.
Obama non ha
cambiato strategia, ma da qualche tempo ha smesso di parlare di guerra
necessaria (o «esistenziale», come diceva Frattini pochi mesi fa, senza ben
sapere quel che diceva). Nel discorso del 2 dicembre, il Presidente Usa ha
addirittura fissato il giorno in cui le operazioni finiranno: nel 2011 si torna
a casa, non si attende la vittoria come di solito succede nelle guerre. Tutti
vogliono tornare a casa, pur continuando a parlare di guerra giusta. Per questo
la disfatta è così strana; per questo è così surreale il silenzio che avviluppa
i negoziati con i talebani.
È strana, la
disfatta, non solo perché è una ritirata mal confessata. È soprattutto una
strage di parole: solenni, di breve durata, ma dure a morire. Dopo 9 anni,
molti morti e crudeli torture inflitte nelle prigioni di Bagram e Guantanamo,
ecco l’arcinemico talebano trasformato in interlocutore meritevole di un Fondo
internazionale di aiuti. Ecco Karzai che guida le danze della riconciliazione,
da noi trattato come il sovrano che non è. In fondo non è interamente sua la
colpa. Lui propone patti espliciti col nemico; Holbrooke usa eufemismi, e il
patto lo chiama «reintegrazione». Reintegrazione fa più fine, e ha il pregio di
essere una parola talmente grigia da passare inosservata.
Così deve
concludersi una guerra cominciata per motivi tutt’altro che ignobili,
combattuta comunque con coraggio, proseguita malamente, culminata infine
nell’ipocrisia. Parafrasando l’epilogo triste che Eliot riserva agli uomini
impagliati, è questo il modo in cui finisce la grande guerra al terrore.
Finisce non con uno schianto, ma un flebile lamento: Not with a bang, but a
whimper. BARBARA SPINELLI LS 31
Blair difende la guerra in Iraq. "Ma l'Iran oggi è più
pericoloso"
L'ex premier
britannico depone davanti alla Commissione d'inchiesta sull'intervento del 2003
- "L'11 settembre cambiò tutto: i regimi con armi di sterminio andavano
fermati" - "Con Bush non ci fu alcuna cospirazione. Nessun
rimpianto"
I familiari dei
soldati morti: "Ha agito per conto suo. E non chiede scusa"
LONDRA - Con l'11
settembre cambiò tutto, compresa la percezione della minaccia rappresentata da
Saddam Hussein. E la decisione di muovere guerra in Iraq viene rivendicata fino
in fondo, "senza alcun rimpianto" da Tony Blair. Questa la linea
esposta dall'ex premier britannico per giustificare l'intervento militare del
2003 nell'audizione davanti alla Commissione d'inchiesta sulla guerra in Iraq.
Blair ha spiegato che in molti altri leader europei non trovò una percezione
analoga della minaccia posta da "un regime brutale" che poteva avere
accesso ad armi di sterminio. Durissima la reazione dei familiari dei soldati
britannici rimasti uccisi nel conflitto, presenti all'udienza che hanno
definito Blair "compiaciuto", "poco rispettoso", e con
"il suo solito ghigno". Un membro della commissione d'inchiesta, Sir
Roderic Lyn, ha ribattuto che "Saddam non c'entrava niente con al Qaeda e
con l'11 settembre". La guerra in Iraq, dove Londra inviò 45mila uomini,
resta uno dei momenti più controversi nei 10 anni di Blair alla guida del
governo britannico e gran parte dell'opinione pubblica ritiene che l'intervento
fu sbagliato e basato sull'erroneo presupposto che Saddam disponesse di armi di
sterminio.
L'audizione.
"Fino all'11 settembre pensavamo che Saddam fosse una minaccia, un mostro
che rappresentava un rischio e facemmo del nostro meglio per contenerlo",
ha raccontato Blair, "dopo gli attentati questa percezione degli Usa e
della Gran Bretagna cambiò drammaticamente". "Dopo l'11 settembre, se
tu eri un regime che aveva a che fare con le armi di sterminio dovevamo
fermarti e questa era l'idea della Gran Bretagna, non degli Usa", ha
sottolineato. Nell'aprile 2002 "dissi al presidente Bush che la Gran
Bretagna avrebbe affrontato insieme agli Usa la minaccia, posta da Saddam, con
le sanzioni, le ispezioni e, se si fosse arrivati a quello, con la forza
militare", ha rievocato.
La protesta.
Blair, giunto con quasi due ore di anticipo al Queen Elizabeth Centre per le
due audizioni del mattino e del pomeriggio, è entrato da un ingresso secondario
per evitare i circa duecento manifestanti e parenti di caduti in Iraq assiepati
all'entrata. I dimostranti, che issavano cartelli come "Criminale di
guerra", hanno poi dato le spalle all'edificio durante l'audizione, durata
sei ore, e uno di loro ha letto i nomi di civili e militari morti in Iraq.
Il pericolo Iran.
L'ex premier, ora inviato del Quartetto per il Medio Oriente, si è soffermato
sulle minacce alla stabilità regionale che ora a suo avviso arrivano
soprattutto dall'Iran e da realtà come Afghanistan, Yemen e Somalia dove ci
sono "legami molto forti" tra le organizzazioni terroristiche e i
Paesi che li ospitano. L'Iran del 2010, ha detto Blair, è più pericoloso
dell'Iraq del 2003. Denunciando il pericolo posto dal programma nucleare di
Teheran e dai legami di quel paese con gruppi terroristici, "la mia
opinione è che non si possono correre rischi in questa vicenda", ha ammonito,
lasciando intendere che ogni opzione dev'essere lasciata aperta. "Quando
vedo questi legami con gruppi terroristici, direi che una gran parte della
destabilizzazione nel Medio Oriente viene dall'Iran".
Il patto con Bush.
Blair ha negato di aver mai stipulato "accordi segreti" con Bush
sull'intervento in Iraq. E ha ricordato che dopo il famoso incontro con
l'allora presidente americano in Texas, nell'aprile 2002, non fu fatto mistero
che si fosse convenuto sulla necessità di risolvere il problema Saddam
"con un metodo da decidere". Blair ha difeso con forza la scelta di
partecipare all'intervento. "Qui non si parla di una menzogna o di una
cospirazione o di un inganno", ha insistito, "è una decisione. E la
decisione che dovetti prendere era: data la storia di Saddam, dato il suo uso
di armi chimiche, dato il milioni di morti che aveva già causato, dati i 10
anni di violazioni di risoluzioni Onu, possiamo prenderci il rischio di
lasciare che quest'uomo ricostituisca i suoi programmi di armamenti o è un rischio
che sarebbe irresponsabile prendersi?". In conclusione, "nessun
rimorso" per aver avviato la guerra al fianco degli Usa.
La reazione dei
familiari dei soldati morti. "Si sta dimostrando molto sicuro delle sue
idee, e questo ce lo aspettavamo", ha detto Sarah Chapman, sorella del
sergente Bob O'Connor, caduto cinque anni fa mentre era di stanza in Iraq.
"Ma appare ormai chiaro che non ha condiviso tutti i documenti con gli
altri ministri del Gabinetto nei mesi che hanno preceduto la guerra. Sono disgustata.
E' ovvio che ha agito per conto suo", ha aggiunto. "Io chiedo solo
che mi guardi negli occhi e mi dica che gli dispiace", ha dichiarato
invece Theresea Evans, madre del 24enne Llywelyn, morto nel 2003 in seguito
all'abbattimento del suo elicottero. "Invece Blair sfoggia il solito
ghigno". Ancora più dure le parole di Andrew Murray, presidente
dell'associazione pacifista Stop the War Coalition. "Le vere domande a cui
Blair deve rispondere dovrebbero essere quelle del tribunale dell'Aia per
crimini di guerra". "E' un attore consumato - ha proseguito - ma
credo che la maggior parte delle persone abbia ormai riconosciuto il suo
copione". LR 29
La Commissione
britannica che ha interrogato Tony Blair per sei ore sul suo ruolo nella guerra
irachena del marzo 2003 non è un tribunale e non pronuncerà sentenze. Non
sarebbe facile, comunque, dimostrare che Blair e Bush si erano accordati nel
Texas per una guerra da farsi a tutti i costi, indipendentemente da qualsiasi
tentativo negoziale. Ma il giudizio politico non ha bisogno di scranni,
parrucche e banco degli imputati, secondo le liturgie della giustizia
britannica. La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la
fine di una brillante carriera.
Nel 2007, quando
lasciò l’elegante casa georgiana di Downing Street, Blair mise in scena la
propria partenza con l’abilità di un grande regista e iniziò da allora, con
disinvoltura, due nuove carriere, abitualmente incompatibili. Sfruttò la fama
conquistata negli anni precedenti per diventare conferenziere, guru di
strategie mondiali, promotore di nobili cause, consigliere di un grande gruppo
bancario, impresario di se stesso e della propria personale fortuna. Ma non
rinunciò alla politica e trasferì le sue ambizioni dal campo nazionale a quello
internazionale. Divenne inviato del Quartetto (l’organismo quadripartito
incaricato di negoziare la soluzione della questione palestinese) e lasciò
intendere che avrebbe accettato volentieri, dopo la ratifica del Trattato di
Lisbona, la presidenza dell’Unione Europea. L’avrebbe ottenuta, forse, se gli
impegni privati non fossero stati più numerosi delle sue visite a Gerusalemme e
nei territori occupati, se il suo ruolo nella questione palestinese non fosse
stato pressoché invisibile e se non avesse atteso qualche giorno, dopo lo
scoppio della guerra di Gaza, prima di fare una frettolosa apparizione
televisiva sui luoghi della crisi. È probabile che la sua deposizione di ieri,
di fronte a una commissione d’inchiesta sulla guerra irachena, sia l’epilogo di
una carriera costruita sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla
buona gestione della Cosa pubblica. I cantori della «terza via» dovranno fare
qualche esame di coscienza. I sostenitori della guerra irachena dovranno leggere
attentamente la deposizione di Blair e chiedersi se quel conflitto fosse
davvero necessario.
E noi tutti
dovremmo chiederci se la società moderna non sia destinata a essere vittima
delle sue illusioni. Eleggiamo i nostri leader nella speranza di essere governati
da uomini che si sono dedicati alla buona amministrazione della Cosa pubblica.
E scopriamo prima o dopo di avere scelto personalità attraenti, grandi maestri
della comunicazione, ma incapaci di separare, nella loro vita, il pubblico dal
privato. Non esiste soltanto un caso Blair.
Esistono altri
casi che vale la pena di ricordare brevemente. Il più recente è quello di
Nicolas Sarkozy nella vicenda giudiziaria che ha visto un ex primo ministro,
Dominique de Villepin, sul banco degli imputati per una imbrogliata vicenda di
tangenti, conti segreti e rivalità politiche. Quando decise di costituirsi
parte civile nel processo contro Villepin, Sarkozy voleva regolare i conti con
un uomo di cui era stato amico eministro. Voglio credere che lo abbia fatto nella
convinzione di essere stato ingiustamente calunniato. Ma ha proclamato Villepin
colpevole ancora prima dell’inizio del processo e ha dimenticato di essere capo
dello Stato, presidente del Consiglio superiore della magistratura, custode e
garante della legalità nazionale. Ha preferito considerarsi parte offesa e fare
una battaglia personale. L’assoluzione di Villepin, quindi, non sconfigge
soltanto l’uomo, ma anche e soprattutto il presidente. Se il pubblico
ministero, come sembra, ricorrerà in appello contro l’assoluzione, molti
francesi giungeranno alla conclusione che Sarkozy continua a ignorare le
esigenze del suo ruolo pubblico.
Le disavventure
giudiziarie del suo predecessore sono più tradizionali. Terminato il suo
secondo mandato, Jacques Chirac deve difendersi in un’aula di tribunale
dall’accusa di avere utilizzato le risorse del Comune di Parigi, negli anni in
cui fu sindaco, per rafforzare i quadri del suo partito. Si parla, in altre
parole, di finanziamenti illegali, una categoria con cui gli italiani hanno
grande familiarità e che molti considerano, tutto sommato, perdonabile. Ma
l’immagine di Chirac sarebbe migliore se l’ex presidente non abitasse, dopo la
fine del mandato, nell’appartamento parigino di Rafik Hariri, il ricco uomo
politico libanese ucciso a Beirut: un’amicizia, quella tra Chirac e Hariri, che
ha spesso suscitato sorrisi e sospetti.
E veniamo infine
al caso di Gerhard Schröder, cancelliere tedesco dal 1998 al 2005, grande amico
di Vladimir Putin, autore insieme all’amico russo di un progetto per la
costruzione di un grande gasdotto che correrà sotto il mare del Nord e
garantirà alla Germania una posizione privilegiata nel grande mercato europeo
dell’energia. Ho sempre pensato che Schröder abbia fatto in tal modo gli
interessi del suo Paese e dell’Europa. Ma ha fatto contemporaneamente anche i
suoi personali interessi. Con una disinvoltura superiore a quella di Blair, non
ha perso un giorno, dopo la fine del suo mandato, per passare dalla Cancelleria
tedesca alla presidenza del consorzio costituito per la costruzione del
gasdotto.
Non esiste quindi
soltanto un caso Blair. Esiste anche il problema di una generazione politica
che sembra avere perso di vista la separazione tra ciò che è pubblico e ciò che
è privato. Qualche lettore potrebbe osservare a questo punto che non ho parlato
dell’Italia. Risponderò che ne parliamo tutti i giorni. Oggi ci siamo concessi
un giorno di vacanza e parliamo dei casi altrui. Sergio Romano CdS 30
Berlusconi contro Israele: «La colonizzazione ostacolo alla pace»
La politica della
colonizzazione è errata. Israele deve ritirarsi dal Golan. Alla vigilia del suo
viaggio in Israele, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi rilascia
un'intervista a tutto campo al quotidiano Haaretz di Tel Aviv. Il premier spara
a zero contro la politica colonialista di Israele, osservando però che non si
possono rimuovere gli insediamenti per avere sinagoghe bruciate. Fra gli altri
temi, la politica italiana di fronte al terrorismo nel mondo e la minaccia
nucleare iraniana: no all'atomica, dice, a chi vuole distruggere Israele, sì a
un negoziato intelligente, ma servono risposte robuste. Il premier si dice poi
vittima di una campagna di stampa più aggressiva che mai e aggiunge che non
cambierebbe nulla di quello che ha fatto. E sul fisco ribadisce: la mia
missione è abbassare le tasse. Netanyahu ha replicato dicendo che Israele non
ha un amico migliore di Berlusconi.
L'intervista - «La
politica della colonizzazione è errata. Israele deve ritirarsi dal Golan». Con
questo titolo a tutta pagina, il quotidiano Haaretz di Tel Aviv presenta
l'intervista a Berlusconi, atteso lunedì a Gerusalemme con otto ministri per
una visita di tre giorni durante la quale pronuncerà un discorso alla Knesset,
il Parlamento israeliano, e visiterà il memoriale di Yad Vashem.
Nonostante la
critica alla politica degli insediamenti, incassa l'elogio del premier Benyamin
Netanyahu: «Ammiro molto Silvio Berlusconi, Israele non ha un amico più grande
di lui nella comunità internazionale» ha detto aprendo la seduta del Consiglio
dei ministri a Gerusalemme. Netanyahu ha spiegato ai suoi ministri di annettere
grande importanza all'incontro con Berlusconi e i ministri che lo
accompagneranno: «La visita rientra nel contesto della politica israeliana di
rafforzamento qualitativo delle relazioni con governi di importanza centrale in
Europa». In questo contesto ha menzionato l'incontro allargato fra il governo
tedesco e una parte di quello israeliano avvenuto due settimane fa in Germania
e il progetto di organizzare un incontro analogo con l'esecutivo polacco.
Nell'intervista,
Berlusconi usa parole forti contro la politica degli insediamenti spiegando che
la colonizzazione dei territori arabi occupati da Israele dal giugno 1967
rappresenta «un ostacolo alla pace»: «Nella mia veste di amico, la mano sul
cuore, voglio dire al popolo e al governo di Israele che insistere con questa
politica è un errore. È giunto il momento che Israele e la Siria agiscano di
concerto per la pace e in questo contesto le alture del Golan dovranno essere
restituite (alla Siria, ndr), così che possano essere ristabilite le relazioni
diplomatiche e Damasco rinunci a sostenere le organizzazioni che non
riconoscono Israele». Per quanto riguarda i palestinesi, aggiunge, «non si
potrà mai convincerli della buona volontà di Israele, se continuerà a edificare
su territori che dovrebbero essere restituiti nel quadro di un accordo di
pace».
Nello stesso
tempo, secondo il premier, «non si possono rimuovere gli insediamenti per avere
sinagoghe bruciate, devastazioni e violenza infra-palestinese e lanci di razzi
in territorio israeliano». «Gli arabi - dice il premier - vivono in Israele e
partecipano alla sua splendida vita democratica, e la guerra sarà davvero
finita quando i palestinesi accetteranno di ripristinare la grande tradizione
araba di tolleranza e di ospitalità verso gli ebrei nel loro territorio.
Condannare gli insediamenti con gli stessi argomenti dell'estremismo è troppo
facile, è ipocrita e non è degno delle classi dirigenti dell'Occidente
democratico». Berlusconi punta poi il dito contro l'Iran, spiegando che
«bisogna vigilare sui Paesi che sembrano vicini a dotarsi dell’arma nucleare,
magari coltivando il folle desiderio di cancellare Israele dalla mappa
geografica. La via del controllo multilaterale sugli sviluppi del programma
iraniano, del negoziato intelligente, delle sanzioni efficaci è quella da
percorrere».
Berlusconi parla
anche di questioni interne, spiegando che la parte finale della sua missione
politica è quella di «ridurre la pressione fiscale e portare l’imposta sui
redditi a un livello accettabile». «Non cambierei nulla di quel che sono
riuscito a fare - spiega -. Mi trovo a essere il presidente del Consiglio che
ha governato più a lungo nella storia della Repubblica italiana e quindi ho
avuto la possibilità di realizzare molte riforme. Il problema è realizzare il
sogno del futuro: uno Stato meno invadente, un cittadino più autonomo, più
responsabile, più libero». Il Cavaliere torna poi ad attaccare i media: «Sono
stato vittima per molti mesi di una campagna di stampa che è stata
probabilmente la più aggressiva e calunniosa di quante ne siano mai state
condotte contro un capo di governo. Ho subito aggressioni politiche,
mediatiche, giudiziarie, patrimoniali e anche fisiche». Anche il quotidiano
Maariv dedica ampio spazio alla visita di Stato e, citando fonti vicine al
premier, scrive che per lui si tratta di «una visita storica». Il discorso che
terrà alla Knesset (il Parlamento israeliano), «sarà - secondo questa fonte -
il più importante e il più emozionante della sua vita». L’U 31
Il commento di Scalfari. Lo Stato disossato e i pasticci elettorali
Oggi dovrei
occuparmi delle elezioni regionali e infatti ne parlerò tra poco, ma prima c'è
un tema che merita di esser posto come introduzione: si sta disossando lo
Stato. Mentre si discute di riforme costituzionali, la struttura dello Stato
sta infatti cambiando sotto i nostri occhi distratti: lo Stato si sta
"esternalizzando" con conseguenze gravi sulla dislocazione del potere
e sugli equilibri istituzionali.
Negli scorsi
giorni, nella disattenzione generale, è stata approvata la creazione della
"Difesa Spa" che centralizzerà gli acquisti e gli approvvigionamenti
necessari al funzionamento di tutte le Forze armate in una società per azioni.
Analoga operazione verrà discussa e probabilmente approvata in Senato mercoledì
prossimo per la creazione della "Protezione Spa", responsabile di
tutte le operazioni di qualsivoglia tipo effettuate dalla Protezione civile.
Immaginiamo che altre società sorgeranno nei vari settori della Pubblica
amministrazione. Le operazioni di queste nuove entità, la provvista dei fondi
necessari, l'accensione di mutui bancari e tutto ciò che è necessario al loro
funzionamento saranno disposti mediante ordinanze, veri e propri decreti legge
che non approdano in Parlamento ma diventano immediatamente esecutivi. La loro
firma spetta al ministro competente o addirittura al presidente del Consiglio
e, oltre a scavalcare il Parlamento, scavalca anche il Capo dello Stato. La
Corte dei conti interviene più come organo di consulenza che come organo di
controllo.
Le somme in gioco
sono enormi. Il capo della Protezione civile, che è al tempo stesso
sottosegretario in attesa di esser elevato al rango di ministro, in
un'intervista di qualche giorno fa al nostro giornale ha quantificato gli
interessi che la Protezione civile paga annualmente sui debiti esistenti con le
banche: 850 milioni. In termini di capitale si tratta di un debito tra i 20 e
25 miliardi di euro, una somma enorme decisa al di fuori della normale
contabilità e dei normali controlli di forma e di merito. Per di più è scritta
nel disegno di legge l'esenzione di ogni responsabilità penale del capo della
Protezione civile il quale è esentato dal doversi sottoporre alle normali
regole della Pubblica amministrazione per quanto riguarda appalti e commesse.
È superfluo
segnalare che queste società sono amministrate da propri consigli
d'amministrazione; lo "spoil system" ne risulta ampliato senza alcun
controllo parlamentare sulle nomine e sugli eventuali conflitti d'interesse.
C'è dunque un
mutamento vistoso in questo modo di gestione: rapidità nel decidere,
impressionante rafforzamento del potere esecutivo. Berlusconi anticipa il suo
ideale: l'uscita dalla Repubblica parlamentare e l'ingresso nella democrazia
autoritaria; una legge elettorale blindata, una maggioranza parlamentare di
"replicanti", gli organi di controllo ridotti a puro simbolo senza
poteri. Faceva effetto vederlo l'altro giorno a L'Aquila abbracciato a Guido
Bertolaso reclinando la testa sulle spalle del "protettore".
"Che faremmo senza Guido?" ha detto mentre annunciava la sua
promozione a ministro senza neppure averne informato i membri del governo e tanto
meno il Capo dello Stato.
Già, che farebbe
senza Guido che allo stato dei fatti è il controllore-controllato per
eccellenza? Bertolaso è la sua protesi e così saranno i capi delle future Spa
pubbliche. La prova generale (auspice Tremonti) fu fatta qualche anno fa con la
Cassa Depositi e Prestiti. Perché - bisogna ricordarlo
- i flussi finanziari che alimentano il sistema
"esternalizzato" sfuggono a tutti salvo che al superministro
dell'Economia. Giulio e Guido, un'accoppiata perfetta, con la differenza che
Guido è una protesi di B., mentre Giulio lavora per sé.
Lo Stato di
diritto è a pezzi.
In questo contesto
si preparano le elezioni regionali e quella per il comune di Bologna. Qui i
protagonisti sono numerosi: Berlusconi ovviamente, Casini, D'Alema, Bersani,
Vendola. Quella più interessante da esaminare è la situazione pugliese perché i
suoi effetti hanno avuto ed avranno ripercussioni importanti sul quadro
politico nazionale.
In Puglia andava
infatti in scena uno dei punti essenziali del programma con il quale Bersani ha
conquistato la guida del Partito democratico: l'alleanza tra le varie forze
d'opposizione in vista di un'alternativa al centrodestra, ma in particolare
l'alleanza con l'Udc, alla quale D'Alema attribuiva una importanza speciale.
Finora Casini ha
sempre escluso un'alleanza nazionale del suo partito con altre forze. Il centro
non può che stare al centro, così ha sempre detto. Però fare alleanze in
elezioni regionali e locali quando vi siano convergenze sui programmi e sui
candidati, è possibile in diverse direzioni affinché si bilancino
reciprocamente.
Il ragionamento è
chiaro. Parrebbe tuttavia che negli ultimi tempi questo schema di lavoro sia
cambiato sotto l'urto dei fatti. Parrebbe cioè che Casini consideri possibile
un'alleanza con il Pd in vista delle elezioni politiche del 2013. Giudica
irrecuperabile Berlusconi, giudica sempre più necessaria una riforma della
legge elettorale in senso proporzionale, senza di che l'Udc sarebbe condannata
all'irrilevanza.
In vista di questi
obiettivi ancora remoti, il leader dell'Udc ha interesse ad una sconfitta ai
punti di Berlusconi nelle prossime regionali. Su 13 Regioni in palio, spera che
almeno 7 vadano alle opposizioni e non più di 6 allo schieramento governativo.
Di qui le alleanze con il Pd in parecchie situazioni.
Il caso pugliese
era il più significativo di tutti: è una regione importante nel Mezzogiorno
continentale, economicamente dinamica, stava a cuore a Massimo D'Alema che è il
maggior fautore dell'alleanza con il centro. Perciò la Puglia, ma non con
Vendola candidato. Troppo a sinistra. Qualunque altro, ma Vendola no.
E' andata male.
Ora il candidato del Pd, dopo una serie di scossoni, marce avanti e marce
indietro, primarie e non primarie, è proprio Vendola. Ma nonostante le
profferte di Berlusconi, Casini non è passato dall'altra parte. Si presenterà
da solo con un candidato forte che farà razzia di voti a destra. Indirettamente
favorirà Vendola, sempre che Berlusconi non decida di confluire su Casini, ma
sembra difficile che possa farlo.
Più di questo il
leader del centro, in questa tornata elettorale, non poteva fare. Il dopo si
vedrà dopo.
Ci sono stati
parecchi errori in Puglia, compiuti da Bersani e da D'Alema sull'altare
dell'alleanza con l'Udc, da loro giudicata indispensabile per la vittoria
elettorale. Una sottovalutazione di Vendola. L'accettazione del veto di Casini
sul nome del governatore uscente. L'irre-orre sulle primarie. Ma l'errore
principale e non scusabile è stato quello di schierarsi e fare campagna in
favore di uno dei due candidati alle primarie impegnando così sulla sua
vittoria o sconfitta la segreteria nazionale del partito.
Le primarie sono
un metodo discutibile ma, una volta decise dagli organi regionali e accettate
dalla direzione nazionale di un partito, è regola che il gruppo dirigente non
si schieri con un candidato contro l'altro. Dovrebbe restare rigorosamente
neutrale e poi appoggiare compattamente il vincitore che affronterà
l'avversario del partito. Questa seconda mossa Bersani e D'Alema l'hanno fatta
e sicuramente il loro appoggio a Vendola sarà pieno e -
speriamo - efficace; ma la botta alla loro credibilità politica è
stata tosta e ne porteranno i lividi per un bel po'. Anche perché
quell'ondivago comportamento ha incoraggiato una sorta di ribellismo locale che
non è sana autonomia e neppure dissenso politico rispetto alla linea che vinse
il congresso del Pd, ma esplosione di ambizioni e vanità personali che sono
esattamente il contrario della funzione di un partito politico.
Si potrebbe dire
che nel centrodestra avvengono fatti analoghi, ma questa constatazione non è
affatto consolatoria.
La questione nel
Pd riguarda in particolare Bersani. Sembra un cacciatore con il falcone D'Alema
sulla spalla. Non è questo il segretario di cui il partito (ogni partito) ha
bisogno. Il falcone parte prima del cacciatore, anzi è lui stesso che snida la
preda e poi torna ad appollaiarsi sulla spalla del padrone. In un partito
democratico questo meccanismo non può funzionare e infatti non funziona.
Ci sono nel Pd
parecchi altri impacci elettorali ancora in corso. Altri altrettanto gravi ce
ne sono nel Pdl. Berlusconi è nei guai in Puglia. Nel Lazio la partita è
apertissima e il candidato risponde più a Fini che a lui. In Sicilia, anche se
in questa regione non si vota, non ne parliamo. La competizione con la Lega è
aspra in tutto il Nord.
Nonostante tutto,
l'ipotesi di un risultato 7 a 6 in favore del centrosinistra è dunque ancora
ipotizzabile. Ma poi bisognerà passare dalla tattica alla strategia.
Quella larga parte
di italiani ai quali stanno a cuore le sorti del paese oltreché la propria,
capiscono che non si può continuare così. Un capo di governo che in ogni luogo
racconta barzellette e le comunica ai giornalisti affinché ne parlino sui loro
giornali; un capo di governo che promuove un Bertolaso ministro dopo averlo
pubblicamente censurato per le sue gaffe internazionali; un capo di governo che
si occupa solo dei suoi guai giudiziari e degli affari delle sue società
(private e pubbliche); un capo di governo che insulta ogni giorno i magistrati
e prepara riforme a suo personale uso e consumo obbligando i magistrati ad una
civilissima quanto gravissima manifestazione di protesta; un capo di governo
che ogni mattina si fa dipingere i capelli in testa; un capo di governo che è
una macchietta se non fosse una tragedia nazionale, ha l'aria d'essere arrivato
alle ultime battute. Il suo declino potrà anche essere lungo ma è senz'altro
cominciato.
Post Scriptum.
Adriano Celentano in un articolo sul Corriere della Sera di giovedì scorso,
dopo aver constatato che il governo non funziona e che i problemi dei cittadini
restano da anni irrisolti, ha proposto che Berlusconi sia definitivamente
liberato da tutti i suoi guai giudiziari ed abbia così il tempo di dedicarsi al
bene comune.
Nei programmi di
Berlusconi campeggia anche la costruzione di 25 centrali nucleari. Il ragazzo
della via Gluck avrebbe fatto un pandemonio per impedirlo. Adesso reclama un
salvacondotto definitivo per il leader nuclearista. Caro Adriano, trent'anni fa
eri "rock", adesso sei lento assai. LR 31
Il lavoro sui
redditi degli italiani e le tasse versate che il Corriere ha portato avanti
consente una riflessione pressoché inedita di sociologia tributaria. Fino al
2008, quindi in un ambiente pre-Grande Crisi, se lo Stato ha continuato a
pagare gli stipendi, se ha tenuto fede alla tradizione del welfare europeo, se
ha supportato con incentivi e aiuti l'azione delle grandi imprese, se in
definitiva non ha dovuto alzare bandiera bianca stroncato dall'evasione
fiscale, lo deve allo spirito civico di quattro milioni di connazionali. Sono
loro - in magna pars lavoratori dipendenti - che, pur rappresentando solo il
10% dei contribuenti, versano oltre la metà delle tasse incassate dal Tesoro.
Accanto a questo
macro-fenomeno i dati 2008 ci segnalano altre due novità minori: un maggior
contributo da parte dei professionisti e i primi sintomi di una difficoltà dei
ceti medi (che vivono di lavoro autonomo) a tenere le posizioni in termini di
reddito. A ripagare la fedeltà fiscale dei lavoratori dipendenti non è arrivata
una maggiore equità del prelievo, ma paradossalmente è stata la crisi. Vuoi
psicologicamente vuoi nei fatti, il lavoro dipendente è stato colpito in
maniera meno traumatica dal downsizing dell'economia. Ciò non è avvenuto in
maniera uniforme: i dipendenti pubblici hanno usufruito di un ricovero totale,
mentre operai e impiegati finiti in cassa integrazione hanno subito una
decurtazione di salari e stipendi. Per entrambi un sollievo è venuto, però, dal
drastico calo dell'inflazione che nel 2009 è rimasta ancorata allo 0,8%.
Sui lavoratori
autonomi che presentano un tasso di infedeltà fiscale assai marcato - e in
molti casi clamoroso - si è abbattuta la legge del contrappasso. La crisi del
2009 si è accanita sui loro redditi, tanto che le partite Iva sono diventate
più simili a un refugium peccatorum che a uno strumento di mobilità sociale. In
più si è fatta sentire la loro esclusione dal welfare. Passare ai rimedi non è
facile. Politica e opinione pubblica però non possono sottrarsi, lo devono ai
contribuenti onesti. Da qui la necessità di una riforma fiscale non di soli
palliativi che corregga le evidenti asimmetrie del patto di cittadinanza. Ergo:
pagare meno, pagare tutti. Ridurre il carico che pesa sui 4 milioni di «fedeli»
e aumentare le entrate sul versante degli autonomi evasori. Per rendere
credibile quest'operazione occorre anche formulare nuovi strumenti di
integrazione rivolti ad artigiani, partite Iva e giovani professionisti.
Quadrare il cerchio non sarà agevole ma di compiti facili la politica moderna
purtroppo non ne avrà più. Dario Di Vico
CdS 31
Anno giudiziario al via con la protesta dei magistrati
Inaugurazione
nelle 26 corti d'appello, in quasi tutte le sedi le toghe lasciano l'aula.
L'Anm: "Uniti e compatti". Alfano: "Tante defezioni"
ROMA - Lo avevano
annunciato, hanno mantenuto la promessa: all'inaugurazione dell'anno
giudiziario, in molte delle 26 città sedi di Corte d'appello, i magistrati,
Costituzione alla mano, hanno abbandonato in massa le rispettive aule, nel
momento in cui prendeva la parola il rappresentante del governo. Una protesta
riuscita, come sottolinea l'Anm; mentre secondo il ministro della Giustizia
Angelino Alfano l'iniziativa ha avuto "tante defezioni".
La protesta. In
molte parti d'Italia, i magistrati escono in massa, in silenzio, toga nera
sulle spalle e Carta fondamentale in in mano. Rivendicano di essere "uniti
e compatti" nella protesta, di "parlare con una voce da Milano a
Palermo" per esprimere tutto il loro "disagio" per la politica
del governo: la giustizia non funziona, non si stancano di denunciare, eppure
nessuna riforma "vera" viene messa in campo, solo riforme "distruttive",
come quella del 'processo breve', "devastante"; niente risorse per
uffici giudiziari "al collasso", vicini alla "paralisi". Il
tutto accompagnato da "attacchi e aggressioni" continue, a cominciare
da quelli del presidente del Consiglio.
L'Anm. "Oggi
per la magistratura italiana è una giornata importante. Abbiamo dimostrato di
essere uniti e compatti, non importa quanti hanno manifestato il pacato
dissenso anche una sola persona basta": questo il commento del presidente
dell'associazione, Luca Palamara. "In molte città come Roma, Milano,
Torino, Napoli e Palermo, abbiamo registrato una massiccia e composta adesione
ad una iniziativa che non è rivolta contro una persona ma contro una politica.
In questo modo non si può andare avanti senza riforme della giustizia e con
insulti: i magistrati italiani oggi dicono basta".
Il Guardasigilli.
Diverso il punto di vista di Alfano, che a margine dell'inaugurazione dell'anno
giudiziario all'Aquila sulla protesta dice: "Mi pare che abbia registrato
numerose defezioni. E' la prima volta che si verificano tutte queste defezioni
in riferimento ad una protesta ed esse sono il termine di misura della
irragionevolezza della protesta che ha come unica esigenza quella di avviare la
campagna elettorale per il rinnovo del Csm". Il ministro aggiunge che le
riforne saranno fatte anche senza dialogare con l'Anm, perchè è più utile
"confrontarsi con i magistrati che operano sul campo", ascoltare
dalla voce dei capi degli uffici le proposte per "abbattere" le
migliaia di processi che si sono accumulati.
Mancino sul
processo breve. Da Firenze, il vicepresidente del Csm auspica "uno sforzo
straordinario" per dotare la macchina della giustizia di risorse adeguate.
Le riforme a suo giudizio vanno fatte in maniera condivisa e senza fretta,
altrimenti si rischia "l'instabilità". A cominciare proprio dal
processo breve, un ddl sul quale il Parlamento, "che è
sovrano", deve però ascoltare "le opinioni": "Se vogliamo
la ragionevolezza e la giustezza, si può dire che non necessariamente un
processo deve andare a tre gradi di giudizio ma guai se si ferma perché è
finito il tempo". LR 30
Fra politica e
magistratura sono tempi di grande tensione. Ma ieri, all’inaugurazione solenne
dell’anno giudiziario in Cassazione davanti al parterre delle alte cariche
dello Stato, i toni sono stati misurati e composti. È bene che sia stato così,
anche se i problemi esistono, sono profondi e non sono certamente le
chiacchierate di un mattino a dissiparli.
Il Primo
Presidente e il Procuratore Generale della Cassazione hanno pronunciato parole
condivisibili. Sullo sfondo vi era, ovviamente, il tema del «processo breve»
appena votato in Senato dalla maggioranza con l’intento di salvaguardare il
premier dai processi in corso. Entrambi i due alti magistrati hanno
sottolineato che un processo rapido costituisce, comunque, esigenza
imprescindibile di ogni società civile. Ma hanno soggiunto che l’obiettivo non
può essere conseguito tramite leggi di giornata, asfittiche e di corto raggio;
deve essere invece perseguito attraverso riforme organiche di vasto respiro,
accompagnate da un potenziamento delle risorse umane e materiali destinate
all’esercizio della giurisdizione.
Parole
ineccepibili, che il mondo del diritto pronuncia da anni, ma che, per anni,
sono state ignorate dalla politica che, giorno dopo giorno, ha lasciato che la
giustizia s’impoverisse. Ha ragione il Primo Presidente a denunciare
l’intollerabilità di una situazione che, nella gerarchia mondiale in materia di
giustizia, vede l’Italia solo al centocinquantesimo posto, al pari del Gabon,
della Guinea e dell’Angola. Ma occorre ricordare che, se ciò è capitato, è
soprattutto colpa di chi, al governo e in Parlamento, a tutto ha pensato tranne
che a rendere efficiente la macchina giudiziaria dotandola, per legge, dei
mezzi e degli strumenti necessari.
Ed occorre,
ulteriormente, ricordare, ancora una volta con le parole del Primo Presidente,
che senza un disegno riformatore di ampio respiro della legislazione penale e
dell’organizzazione giudiziaria sarebbe vano pretendere di «imporre ex lege una
risposta di giustizia che possa in concreto essere breve ed efficace a fronte
di un crescente carico di domanda». In altre parole, prescrivere per legge un processo
breve senza dotare gli addetti dei mezzi e degli strumenti idonei a rispettare
i tempi stabiliti, significa introdurre, semplicemente, una mannaia destinata a
cancellare processi, condanne, soluzioni giudiziarie. Un disastro ulteriore, e
forse definitivo.
Il ministro della
Giustizia, stando alle notizie di agenzia, ha cercato di abbozzare,
riconoscendo che la condizione della giustizia italiana, specie di quella
civile, costituisce «una vera e propria emergenza nazionale», ed annunciando
«un piano straordinario di smaltimento delle pendenze». In realtà, sarebbe
necessario un progetto complessivo di intervento sui codici civili e penali,
sugli organici del personale giudiziario, sulla distribuzione delle sedi
giudiziarie, sulla copertura dei posti vacanti. Non un intervento
straordinario, ma un ordinario, serio, riassetto globale del sistema
legislativo e giudiziario.
Un’ultima
annotazione. Sempre il ministro, in un unico accenno leggermente polemico in
una giornata «pacificante» ricca di composto equilibrio istituzionale, ha
dichiarato di avere rispetto per l’indipendenza dell’ordine giudiziario, ma ha
sottolineato che «i giudici sono soggetti alla legge» e che «la legge la fa il
Parlamento libero, democratico, espressione del popolo italiano», quello stesso
popolo italiano in nome del quale i giudici pronunciano le loro sentenze.
Anche questa è
annotazione, di per sé, assolutamente condivisibile, costituendo, ciò che è
stato detto, fotografia della divisione dei poteri propria dello Stato di diritto.
Occorre tuttavia ricordare, al ministro e a noi tutti, che il Parlamento, nel
legiferare, è sovrano, ma è, comunque, tenuto a rispettare la Costituzione
(cosa sovente dimenticata in questi ultimi tempi). Nel dibattito di ieri in
Cassazione è stato d’altronde ignorato un profilo di grande importanza. Si è
parlato ampiamente della necessità di riformare con legge ordinaria la
giustizia penale e civile per renderla efficiente (cosa sulla quale sono tutti,
bene o male, a parole d’accordo); si è però taciuto sulle ventilate riforme
costituzionali attraverso le quali una parte consistente del personale dei
partiti intenderebbe rimodulare i rapporti di potere fra politica e
magistratura.
È, questo, un
profilo di grandissima delicatezza. Non si vorrebbe infatti che, con la scusa
del riequilibrio fra i poteri dello Stato, si intendesse in realtà proteggere
in modo abnorme il mondo politico intriso di malaffare. La speranza è che il
clima con il quale il tema della giustizia ordinaria è stato affrontato ieri nell’inaugurazione
dell’anno giudiziario in Cassazione consenta di affrontare con altrettanta
distensione anche quello, assai meno pacifico, che concerne la ventilata
riforma costituzionale. Per intanto si attende con una certa apprensione che
cosa accadrà, oggi, nelle inaugurazioni dell’anno giudiziario in ciascuna sede
di Corte d’Appello. CARLO FEDERICO GROSSO LS 30
Giornata frenetica, poi la resa, tramonta l'era di Bassolino
L'ultima speranza
del governatore uscente: un intervento di Roma...
di CONCHITA
SANNINO
NAPOLI - Quando la
disfatta è davvero vicina, ti accarezza con parole di pietas. Un nuovo accento
che affiora, per la prima volta in quindici anni, ieri sera, sulle labbra di
Vincenzo De Luca, unico candidato ufficiale del Pd in Campania, quando si
rivolge al suo acerrimo nemico e grande assente, Antonio Bassolino.
Dopo una giornata
tesissima, che aveva sancito il ritiro dell'ultimo bassoliniano contro De Luca
in un imbarazzante balletto sulle primarie - convocate, per tre volte rinviate
e ieri, di fatto, vinte "a tavolino" dal rivale - il sindaco di
Salerno può permettersi di non infierire. Gli basta promettere
"rinnovamento radicale nelle politiche regionali". E poi: "Basta
duelli, basta caricature, vorrei rivolgere un saluto a Bassolino", esorta.
Prima di passare all'opera di archiviazione: "Al di là delle luci e delle
ombre di quindici anni di governo, la vicenda di Bassolino appartiene alla
storia democratica e civile di questo Paese e del Mezzogiorno. Lui stesso ha
detto in passato una cosa importante: "Non ce l'abbiamo fatta". Noi
tutti non ce l'abbiamo fatta, non solo lui". E così sia. Voglia di un
nuovo inizio. In un Pd che resta diviso, ma sta già cambiando leadership.
La fine dell'era
bassoliniana in Campania, comunque vadano queste elezioni regionali, è scoccata
alle sei della sera, sotto un cielo piovoso, nella sala gremita di un albergo
sul lungomare. Davanti a una platea trasversale ecco il calcio d'inizio di De
Luca, il primo cittadino-sceriffo che dota di manganelli i vigili urbani di
Salerno, l'amministratore outsider dei democratici, la spina nel fianco di
Bassolino per quasi tre lustri, ma anche di Pierluigi Bersani negli ultimi due
mesi. Combattente in cerca di sfide, il sindaco già si riconquistò la sua
rielezione con una corsa tutta in salita, nel giugno del 2006: vincendo, con un
cartello di liste civiche, contro il designato ufficiale di Ds e della
Margherita, l'europarlamentare Alfonso Andria, voluto da Bassolino e De Mita.
Accadeva una vita fa. Con Prodi che si apprestava a riconquistare Palazzo Chigi
e il potere bassoliniano in sella. All'hotel Vesuvio, quando De Luca entra tra
due ali di folla e dalla platea si alza proprio Andria per abbracciarlo, scatta
la prima standing ovation. Un'ora di discorso a braccio, diciotto lunghi
applausi.
De Luca non si fa
"impressionare" dall'avversione già dichiarata dall'Idv e della
Sinistra che considerano la sua candidatura "improponibile" e gli
chiedono di fare un passo indietro per salvare "la coalizione".
Ipotesi lunare per il candidato, soprannominato anche Vincenzo 'o pazzo da chi
ne apprezza il piglio decisionista. Improbabile anche l'ultima ratio a cui si
appellano i bassoliniani, quando argomentano che il regolamento delle primarie
prevede che "in assenza di un'intesa con tutti gli alleati, il candidato
rimetta l'ultima parola al partito". È l'esile speranza di Bassolino: un
improbabile intervento da Roma. Mentre De Luca è già lanciatissimo contro il
centrodestra, cui non lesina attacchi.
"In questi
cinque anni l'opposizione c'era? Virtuale. Ora noi dobbiamo stare uniti,
tutti", quasi grida. "Vincere qui e ora, ce la possiamo fare. Perché
se non superiamo questa sfida, la Campania finisce in mano alla camorra".
Sala in delirio. De Luca non chiude la porta ai potenziali alleati. "Ma
prima di stare con i partiti, voglio stare con i cittadini, i giovani in cerca
di lavoro, gli onesti padri di famiglia". Parole dure per Antonio Di
Pietro e Luigi De Magistris che gli avevano ricordato di essere rinviato a
giudizio per vicende amministrative. "I magistrati non devono guardare in
faccia a nessuno. Ma nessuno venga a darmi lezioni di legalità. Casomai, ne
do". Nel suo pantheon di oggi, De Luca mette Napolitano e la Chiesa.
"Dietro di me non ho correnti, non ho potentati economici, non ho
burattinai. Sono un uomo libero. Se devo scegliere tra la verità e la bandiera
di partito, scelgo la verità". LR 31
Il governo vara il piano antimafie. Immigrati, si riaccende lo scontro
Il premier: meno
clandestini meno criminalità. L’opposizione insorge – di MARCO CONTI
REGGIO CALABRIA -
Un piano in dieci punti per combattere la criminalità organizzata e la
ndrangheta, ma anche per continuare la lotta all’immigrazione clandestina che
spesso offre le sue braccia al crimine e che permette a Silvio Berlusconi di
ripetere che con «meno immigrati c’è meno criminalità». Un’affermazione poco
political correct, ma che deve contribuire a quell’«imbarazzante» 68% di
gradimento personale che il Cavaliere sfoggia nella conferenza stampa con i
ministri Maroni e Alfano che chiude il primo consiglio dei ministri in
trasferta nella terra dei Bronzi di Riace.
«Per battere la
mafia occorre aggredire il patrimonio mafioso, ed è per questo che metteremo
questo obiettivo al centro dell’attività di contrasto. E si i mafiosi
ricompreranno i beni, noi li sequestreremo di nuovo», spiega Berlusconi
annunciando che a Reggio troverà sede l’Agenzia che gestirà i beni sequestrati
e augurandosi che non vengano prodotte più le fiction sulla mafia. I ministri
erano arrivati nella sede della Prefettura con un pullman direttamente
dall’aeroporto. Tranne Frattini, la Carfagna e Fitto, il governo è schierato al
gran completo per una riunione che strizza più di un occhio alla campagna
elettorale. Nel ddl varato ieri mattina nelle due ore di riunione, sono
contenute norme per un codice delle leggi antimafia e misure per assistere le
vittime del racket e dell’usura. Si prevede anche una mappa informatizzata
della criminalità organizzata e il potenziamento della lotta alle infiltrazioni
nel settore deglia appalti pubblici. Istituzione di una «stazione unica
appaltante in tutte le province e tracciabilità dei flussi finanziari, «secondo
il modello già adottato in Abruzzo e per l’Expo di Milano», sono per il ministro
Maroni gli strumenti che accompagneranno la creazione di una «white list che
includerà l’elenco delle aziende pulite» in modo, che «dovranno essere le
imprese a svolgere indagini sulle aziende in subappalto».
Berlusconi
rivendica anche i risultati ottenuti dal suo governo in meno di due anni: «427
operazioni di polizia giudiziaria, 4236 persone arrestate, 310 latitanti presi.
Un aumento dell’85% rispetto ai governi di sinistra». Anche il ministro
dell’Interno non è da meno e racconta di un aumento del 300% delle operazioni
di polizia, nonchè «del sequestro di 12.111 beni immobili e immobili alle
organizzazioni criminali, per un controvalore di 7 miliardi di euro. Mentre
Berlusconi parla nel cortile della Prefettura trasformato in sala stampa da
immensi teli che fungono anche da tetto, un cinquantina di manifestanti
continuano a tenergli ”compagnia” grazie a megafoni e tamburi.
Nella città che
dista pochi chilometri da Rosarno, è difficile non parlare di criminalità
organizzata senza affrontare il nodo dell’immigrazione clandestina e degli
sbarchi che sono drasticamente diminuiti grazie alle intese con la Libia.
Berlusconi si rivolge ancora alla Ue affinchè contribuisca ai costi del
pattugliamento, ma non sembra aver ripensamenti sulle misure di contrasto. Anzi,
ricorda come il ministro Sacconi abbia appena dato il via libera
all’applicazione di un piano per il controllo di 20 mila imprese attive nei
settori dell’agricoltura e dell’edilizia nelle quattro regioni a rischio. IM 29
Lotta alla mafia. Fatti non parole
Certo, ha fatto
effetto vedere il governo al gran completo, per la prima volta nella storia
patria riunito nella sede sociale della ’Ndrangheta, all’ombra degli enormi
Bronzi di Riace, icona della «Calabria buona». Un effetto rassicurante che fa da
contraltare allo smarrimento dei giorni precedenti.
Quando i padroni
del territorio inviarono due segnali inquietanti, prima con la bomba contro la
Procura Generale di Reggio Calabria e poi con l’intimidazione addirittura nel
giorno della visita ufficiale del Capo dello Stato, accorso a testimoniare la
vicinanza dell’intero Paese col popolo di Calabria, con le forze dell’ordine e
con i magistrati.
Ed è altrettanto
rassicurante ascoltare il lungo elenco di progetti e buoni propositi illustrati
dal governo, insieme con la dichiarata ferma volontà di ingaggiare battaglia
dura nei confronti di una illegalità ormai prossima a toccare i limiti della
tollerabilità. I mezzi d’informazione hanno sintetizzato il programma del
governo in un pacchetto che dovrebbe contenere una decina di punti da
realizzare. Appunto, da realizzare.
Ciò vuol dire che,
da questo momento in poi, a tappe forzate - perché i tempi lunghi danno
ossigeno alle mafie - governo e Parlamento dovranno rendere concrete
contromisure quelle che finora sono soltanto buoni propositi. La linea
illustrata dai ministri sembra dare precedenza assoluta alla strategia di
aggressione ai patrimoni mafiosi. Sarà costituita un’Agenzia governativa che si
assumerà l’onere di catalogare, razionalizzare i beni illeciti, anche quelli
ancora non confiscati ma in fase di sequestro. Nello stesso tempo, li dovrà
amministrare (sostituendosi ai custodi designati dai tribunali) per darli, alla
fine, in gestione dopo un’accurata istruttoria.
Su questo punto il
governo, il ministro dell’Interno in particolare, ha dichiarato tutta la
disponibilità a bruciare le tappe per «chiudere» in un paio di settimane. È,
questo, l’unico punto fermo del pacchetto, dato che il resto è affidato ai
tempi dei dibattiti parlamentari non sempre in sintonia con le necessità
emergenziali e con le interpretazioni in materia di giustizia, come dimostrano
le vicende legate a parlamentari (o anche esponenti governativi) inquisiti o
condannati eppure ancora intoccabili.
Guai se si dovesse
entrare nel groviglio dell’ostruzionismo e del dibattito stucchevole che ha
caratterizzato lo scontro totale sulla giustizia (intercettazioni, processo
breve e lodi vari). Di ritardi se ne sono registrati già di gravi: il testo unico
delle leggi sulla mafia, per esempio. Se ne parla da anni e non sarebbe
un’operazione improba: sarebbe bastato dedicare all’argomento lo stesso tempo
concesso ad emergenze meno pregnanti per gli interessi della maggioranza dei
cittadini. La tracciabilità dei flussi finanziari, altro punto del pacchetto: è
emergenza recente? Assolutamente no, visto che, prima dell’esplosione
finanziaria della ’ndrangheta, avevamo assistito - per anni - allo strapotere
economico di Cosa Nostra. Ricordiamo perfettamente l’ostruzionismo delle banche
quando il giudice Giovanni Falcone cominciò a chiedere l’accesso ad alcuni
conti. Questa volta, oltre che fare in fretta, sarà necessario sorvegliare
attentamente.
E ancora:
l’accertamento fiscale ai soggetti sottoposti a misure di prevenzione. C’è
bisogno di attendere la condanna? Con buona pace dei garantisti, non si
intravede nessuna limitazione alle libertà nell’accertare se un sospettato di
mafia, intanto, ha pagato le tasse. La stazione unica appaltante, infine.
L’esperienza dice che si può fare in fretta: in alcune Regioni è stata già
sperimentata, con risultati alterni. Perché, come per ogni legge, ciò che serve
è che se ne controlli, poi, l’applicazione. Gli altri punti, che riguardano
soprattutto la razionalizzazione dell’azione di contrasto, sinceramente sono
sembrati riedizioni del vecchio ritornello del «coordinamento delle forze
dell’ordine», puntualmente tirato in ballo ogni volta che accadeva la tragedia
di turno. Oggi si chiama «desk interforze provinciale».
Insomma, dopo gli
annunci, si attendono i fatti. Un buon esempio di concretezza è arrivato dalla
Confindustria che ha deciso di espellere gli imprenditori che pagano il pizzo e
non denunciano. Una bella scommessa, che rompe col passato per abbracciare una
prassi già collaudata con risultati incoraggianti in Sicilia.
FRANCESCO LA
LICATA LS 30
Garavini (PD) sul ‘piano antimafia’ del Governo: tante promesse. Resta
aperta questione Cosentino
“Dove sono i soldi
per realizzare le belle intenzioni del governo? Da nessuna parte: il bilancio
dei due ministeri interessati parla chiaro. Ad esempio, alla DIA vogliono dare
compiti ancora più stringenti per il sequestro dei patrimoni ma sono due anni
che gli tagliano le risorse”. Lo sostiene Laura Garavini, capogruppo del Pd
nella commissione parlamentare Antimafia la quale sottolinea che “il Governo ha
fatto bene ad accettare la proposta del PD ed inserire il termine “‘ndrangheta”
nella legislazione antimafia, come pure è positivo aver realizzato
immediatamente l’Agenzia per i beni confiscati: aspettiamo di vedere come verrà
messa in grado di operare e, soprattutto, come interverrà sulla vendita
all’asta dei beni. Le nuove norme sugli appalti sarebbero positive se, proprio
oggi, al Senato, la maggioranza non avesse cercato di indebolire quelle
esistenti contro mafie e corruzione. Anche il testo unico delle leggi antimafia
è un’esigenza avvertita da tempo ma la proposta di oggi non è una risposta: non
si tratta certo di raccogliere le diverse leggi ma di armonizzarle ed ammodernarle.
Inoltre, resta aperta una questione scottante: Berlusconi dice che non ci sono
collusi nelle sue liste ma il Procuratore della Cassazione chiede di arrestare
un componente del suo governo proprio per aver avuto rapporti con la camorra.
Ci pare, insomma, che l’unica cosa che funziona nella lotta alla mafia è quella
che il governo non può bloccare: una buona magistratura antimafia e forze di
polizia che si sacrificano ogni giorno nella caccia ai latitanti e ai loro
patrimoni”. De.it.press
Case di riposo, una giungla. Quegli anziani diventati merce
A Santa Severa,
residenza estiva della buona borghesia romana di un tempo, c’è una palazzina di
due piani, anonima e ben tenuta: è “Villa Chiara”, una piccola casa di cura per
anziani, più esattamente definita “Comunità alloggio”. Si tratta di un ricovero
che può accogliere dieci anziani, alla non modica cifra di 1.700 euro a testa
ogni mese. Ieri mattina, all’alba, si scopre, tragicamente, che i clienti non
erano dieci, ma dodici.
Due uomini di 90 e
82 anni erano chiusi a chiavi in una minuscola costruzione che fu legnaia. Là
dentro abitavano coattamente e ieri, per un malaugurato sovraccarico di energia
alla presa del condizionatore, nella prigione è esploso un incendio. I due
poveretti sono stati dilaniati dalle fiamme. Colpevoli il cinismo, l’incuria,
l’affarismo e l’incoscienza dei titolari di “Villa Chiara”, immediatamente
arrestati con l’accusa di sequestro di persona e di omicidio colposo.
La fine tragica
delle due vittime di Santa Severa riaccende per l’ennesima volta l’attenzione
sul destino degli anziani e sul modo in cui la nostra società si rapporta con
loro. Un paradosso è alla base di questo rapporto. Verrebbe da dire che oggi
salute e longevità siano diventate una colpa se non proprio una disgrazia. La
società non sa bene cosa fare di questa crescente zavorra ostinata a vivere
fino all’impossibile. È vero che la vita si è allungata e che talvolta la
vecchiaia dura più dell’età attiva, ma questo non può essere vissuto dalla comunità
come un male. Gli anziani diventano presto un peso per figli e nipoti, tante
volte vengono immagazzinati o messi in soffitta.
A “Villa Chiara”
sono merce e non persone, sono l’incarnazione di una retta mensile e non le
esistenze che hanno attraversato e fatto un’intera epoca, anime che hanno
combattuto, lavorato, sofferto e gioito, contribuendo a creare benessere e
civiltà nel nostro Paese. Con la crisi economica gli ultimi anni di vita degli
anziani vengono sempre più minacciati da una minore attenzione e assistenza
delle istituzioni, le Regioni, gestori della Sanità, sono costretti a tagli
feroci e, come sempre, il risparmio va a penalizzare le fasce meno protette,
più deboli e “improduttive” della società.
Così fioriscono le
speculazioni, l’offerta di servizi fuori da ogni controllo. Se non basta una
retta di 1.700 euro al mese per avere un minimo di garanzia di efficienza e di
umanità, immaginiamo cosa succede nelle mille piccole organizzazioni al limite
della legalità che in tutto il territorio nazionale, con spirito affaristico,
riempiono un vuoto dello Stato. “Villa Chiara” era autorizzata dalla Asl, come
si è visto si è trattato di una scartoffia burocratica insensata e per questo
eticamente colpevole. È necessario monitorare tutta la materia e regolamentarla
con rigore e serenità. In gioco ci sono uomini e donne in carne, ossa, con i
loro ricordi e la loro anima.
VINCENZO CERAMI IM 31
Ho ospite in casa
un amico straniero, un francese. Passiamo giornate e serate insieme. E
guardiamo la tv. Il suo sguardo ha cambiato il mio.
Lui, straniero,
guarda con eccitazione notizie delle quali io, italiano, neanche m'accorgo. A
Favara è crollata una casa, due bambine sono morte, carabinieri e magistrati si
son riuniti per vedere se c'è qualche problema: il crollo è colposo? è
colpevole? ci sono case nuove non assegnate? perché? ci sono responsabilità?
Ieri sera trapelava che non c'era nessun indagato. Perché? Bisogna vedere a chi
spettava la sicurezza a suo tempo, a chi il controllo degli edifici, a chi
l'assegnazione degli alloggi. Per me, italiano, è tutto normale. È stato così
nel passato, lo è nel presente, lo sarà nel futuro. Non ho mai pensato di
lasciare ai miei figli un'Italia senza mafia, senza camorra e senza
'ndrangheta. Mafia, camorra e 'ndrangheta qui sono e qui resteranno. Edilizia e
mancati controlli formano un binomio fisso. Morte di inquilini e nessun
indagato è la prassi. Sud e disgrazie vanno insieme. Dal Sud diranno: come Nord
ed evasione. Ma certo, hanno ragione. Ma l'amico straniero mi fa mille domande:
se una casa è legalmente abitata e crolla, invece di cercare se ci sono dei
colpevoli, non bisognerebbe cercare chi sono? Gli edifici hanno un costruttore:
costui non resta agli atti? Gli edifici sono stati collaudati? Il collaudatore
risulta agli atti? Provo a dirgli: ma a Perugia i collaudi non si trovavano…
Lui osserva: un documento che non si trova, o non c'è o è nascosto. Fa un
ragionamento elementare, che sta al terremoto di Perugia come i pareri di
Perpetua al problema di don Abbondio. E cioè: per fare un edificio pubblico si
bandisce una gara, affidata la costruzione non si permettono varianti,
stabiliti i tempi non si ammettono ritardi, finiti i lavori si passa al
collaudo, e il collaudatore non deve spartire interessi col costruttore. Sono
cinque punti. Ne è stato infranto qualcuno a Perugia? Il sospetto è: tre,
quattro, a volte tutti. Più uno: anche i tempi della ricostruzione urgente sono
stati scavalcati.
Il tg procede, va
sulle case abusive di Ischia. Arriva la squadra dello sfratto, e si scatena
l'inferno: non solo la famigliola insediata nella prima casupola da buttar già,
ma altre trecento persone organizzano barricate: pietre, bottiglie, spranghe,
bastoni. Il vicequestore finisce al pronto soccorso. Domanda: ma è una sola
casa abusiva? No, seicento. Costruite in una notte? No, da tempo. Mesi? No,
dieci anni. Prima che faccia un'altra domanda, lo precedo: in tante città ci
sono case abusive vecchie di mezzo secolo. E non solo al Sud. Risultano al
catasto? No. Risultano alle foto aeree? Sì. E perché non sono censite? Non lo
so. Pagano l'Ici? Mai pagata. Noi italiani non vediamo queste illegalità,
perché non sono rare, sono normali. Ognuno di noi ha una quindicina di amici,
va al cinema con loro, con loro in pizzeria. Sa benissimo quanti e quanto
evadono. Se una famiglia ha quattro case, son quattro prime case, intestate a
padre, madre, figlio, figlia. Applicano una morale condivisa da gran parte
degli italiani: lo Stato non mi riguarda, io ho soltanto la mia famiglia, sono
onesto se faccio l'interesse della mia famiglia. Se un padre ha dei problemi
con le tasse, la famiglia lo ama di più. Tutti son convinti che mafia, camorra
e 'ndrangheta non verranno mai distrutte, perché chi dovrebbe distruggerle
spartisce i loro interessi. Se cambi governo, il nuovo governo subentra al
precedente anche negli interessi. Siamo rassegnati. Ad Haiti son cadute le case
dei poveri, perché eran fatte male, le case dei ricchi sono ancora in piedi.
Noi italiani lo abbiamo capito in due giorni. Qui in Italia abbiamo lo stesso
problema da mezzo secolo, ma la rassegnazione ci rende ciechi. FERDINANDO CAMON
LS 29
PD. Bersani: serve più squadra. «Il partito è giovane e un po' fragile ma
cresceremo»
Due ore di diretta
su Youdem, tre teatri collegati da Milano, Roma e Palermo, tutti i big presenti
(chi di persona, chi come Veltroni, Franceschini e Marino con un contributo
video), e il Pd lancia la sua campagna per il tesseramento 2010 riuscendo a
sorridere e a dare l'impressione di una "squadra", immagine molto
cara a Bersani che, chiudendo la festa dallo Zelig di Milano, si concede una
battuta sul clima piuttosto teso dentro il partito. Clima ben riassunto dal
blogger Zoro, che saluta Enrico Letta chiedendogli a bruciapelo: "Ma cosa
avrete mai da festeggiare?". Dice Bersani: "Non dobbiamo farci
impressionare dagli attacchi che arrivano da destra, e non solo da
destra...siamo consapevoli dei nostri difetti, li correggeremo, bisogna finirla
coi personalismi. Dobbiamo avere sempre presente che abbiamo una funzione per
questo paese: solo noi possiamo portare le bandiere del lavoro, della famiglia,
dei giovani, della scuola e dell'ambiente. E dobbiamo faro con poche parole
chiare, che ci raffigurino".
Tanti i testimoni
alla festa Pd: un'insegnante di Roma, un operaio di Termini Imerese (che chiede
al Pd nazionale "più impegno" su quel fronte), un agente di polizia
di Milano, un'immigrata rumena, una studentessa, un anziano militante, lo
studente di una scuola serale chiusa dal sindaco Moratti... un mosaico per
rappresentare la mission del Pd secondo Bersani, che non a caso esordisce
ricordando le agende dei leader mondiali, tutte sulla crisi, e si chiede:
"Possiamo noi occuparci di processo breve?". La risposta naturalmente
è no, e da Andrea Orlando arriva anche l'annuncio di un'"opposizione
durissima" al legittimo impedimento.
E Bersani insiste:
"Dobbiamo fare uno sforzo per sostenere chi è sul fronte della crisi, ci
sono 20mila esercizi commerciali che chiudono, piccole imprese che saltano. Del
Pd la gente deve pensare che questo è il nostro mestiere, occuparci del
sociale, delle famiglie". "Non ci siamo ancora arrivati",
ammette il leader Pd. "Ma la destra non può rispondere a queste esigenze,
è il nostro mestiere e non può farlo nessun altro". Il tesseramento?
"Ha prospettive straordinarie", dice Bersani, "non credo nei
'pochi ma buoni', credo nei moltissimi e buoni". "Siamo un partito
giovane, ancora un po' fragile - ammette il segretario - dobbiamo crescere e
migliorare. Davanti a noi c'è un mondo da aggiustare". E Sulla giustizia
si rivolge direttamente al premier: «Se è uno statista come dice di essere,
paragonandosi a De Gasperi, dovrebbe affrontare il tema a viso aperto, mettere
l'Italia al primo posto, non barattare il Paese, il governo, il Parlamento e la
magistratura e metterci in condizione di ragionare sulle riforme. Se non farà
questo dimostrerà di non essere uno statista e di mettere al primo posto se stesso
e non l'Italia". Il leader Pd lancia una provocazione al governo:
"Tirino via la norma transitoria che dovrebbe applicare il processo breve
a quelli in corso, imbrogliando le carte e facendo un'amnistia per i colletti
bianchi per salvare uno solo, e noi siamo pronti a discutere tutte le
proposte". "I cittadini sono stanchi, se Berlusconi insiste a
risolvere i suopi problemi con delle leggi andremo avanti ancora per dieci anni
con un Paese diviso. Questa è una situazione inaccettabile".
D'Alema da Roma
risponde alle domande di Zoro sul partito delle tessere e sulle primarie
pugliesi: "Il tesseramento è importante, è il modo in cui un partito
diventa unacomunità di persone. Fare le tessere in numeri spropositati prima
dei congressi è una pratica poco simpatica, serve rigore, bisognerebbe
calcolare i delegati sulla media degli iscritti degli anni precedenti, mettere
mano alle regole...", dice D'Alema. Ma, spiega, se uno vuole 'truccare'
può anche farlo portando le persone alle primarie. Insomma, "non mi convince
l'idea del partito delle primarie contro il partito delle tessere". E la
Puglia? "Aspettiamo i risultati delle elezioni", dice D'Alema.
"Che fai, gufi contro Vendola?", gli dice Zoro. E D'Alema spiega:
"Pochi mesi fa In Puglia abbiamo vinto in tante città insieme all'Udc, non
era un'alchimia politicista, ma un progetto politico che volevamo estendere
anche alla regione. Non ci siamo riusciti perchè questo progetto si è scontrato
contro la grande popolarità del presidente della regione...". "Ma non
è stata una battaglia inutile, perchè abbiamo consolidato un rapporto con l'Udc
ed evitato che si saldasse nuovamente con la destra". "Unire le
opposizioni è fondamentale per battere Berlusconi", rivendica D'Alema. Che
non lesina stoccate a Casini: "E' grave che in alcune regioni stia con la
destra, uno sbaglio. Ma noi sbaglieremmo a spingerlo in quella direzione".
Si chiude con una
vignetta di Staino, un Bobo con un occhio nero che riceve la sua tessera Pd:
"Quando il gioco si fa duro i duri prendono la tessera...". E Bersani
sorride: "Poche parole e chiare, se poi arriva anche un pugno in un occhio
non sarà un dramma....". Andrea
Carugati L’U 30
Giustizia malata. Spezzare la spirale senza fine di conflitti
“Tutti contro
tutti”, è questo il reality girato ieri mattina davanti alle massime cariche
dello Stato. La sala era quella della Suprema corte di Cassazione. Attori e
pubblico avvolti in un’atmosfera tanto solenne quanto deja vu. E in tanti a
chiedersi: ma perché tanto sfarzo se qui dentro si celebra, con il titolo di
cerimonia di apertura dell’Anno Giudiziario, un rito già visto tante volte.
L’unica vera celebrazione s’è udita durante la sequenza di de profundis
pronunciati (meglio: ripetuti) dai numeri uno della magistratura italiana, il
presidente e il procuratore generale, gli illustri ospiti del Palazzaccio.
Dice “basta
conflitti” con forza il presidente Carbone: basta conflitti tra il foro (gli
avvocati) e la magistratura, tra la magistratura e il potere politico, tra il
governo e i magistrati. Tutti contro tutti, appunto. Non basterà invocare la
fine di una spirale di cui nessuno vede ragionevolmente la fine. Anzi, una fine
è già in atto: è quella della Giustizia, dello Stato di Diritto, del povero
cittadino, colpevole o innocente, carnefice o vittima, tutti triturati da una
macchina mostruosa. La quale se da una parte appare agonizzante dall’altra
trova la forza per continuare a macinare disastri.
Ecco allora che il
quadro complessivo, tra rivendicazioni ripetute e promesse non mantenute esce
dalla “scientifica” e quindi rigorosa rappresentazione di una patologia per
acquisire i contorni e i suoni di una fossa dantesca. Piangere sulle
classifiche che ci svergognano (siamo al 158° posto su 181 paesi per
performance giudiziarie, dopo il Gabon e seguiti da Gibuti) appare come una
inutile autofustigazione se poi, per altri versi, si ammette che “alcuni
magistrati impegnano parte delle loro energie a contrastarsi reciprocamente
piuttosto che contrastare la criminalità”, mafiosa nel caso di specie!
Ma che deve
pensare un cittadino coinvolto in una qualsiasi pratica giudiziaria quando
ascolta l’alto rimbrotto dei capi supremi degli uffici giudiziari,
appassionatamente protesi nel raccomandare ai giudici di non partecipare ai
talk show, di sfuggire alle lusinghe dell’audience e dove la “verità mediatica”
fa premio su tutte le altre? Deve pensare che siamo un Paese di pazzi e
paranoici se davvero ha capito bene quando ha sentito che “non si può andare
avanti a piccoli passi cambiando strada continuamente”.
Ma si capisce che
la macchina può fare solo danni: è vecchia e non ha mezzi. E invece no: i mezzi
sono pochi, gli uomini anche ma è pur vero che il 34 per cento delle risorse è
speso male, inutilmente, insomma sprecato.
Tuttavia possiamo
consolarci: la spesa pro capite diminuisce, forse l’unica “tassa” nel bilancio
dello Stato a godere di questo previlegio: 134 euro a testa nel 2008 122 nel
2010.
Chi si allarma è
comunque perduto, travolto dalla ingiustificata sfiducia nella istituzione:
occorrono soltanto 1.210 giorni per recuperare un credito, con un costo
corrispondente quasi al 30 per cento del debito azionato.
La giustizia è
lenta e però paga: 267 milioni di euro per i ritardi, tanto per tamponare la
tempesta di sentenze piovute dalla Ue. Così anche i 230 mila avvocati, in
fibrillazione permanente, hanno sempre buoni motivi per attaccare anche il loro
carro delle lagnanze a quelli degli altri.
Insomma, la
politica del governo ragiona ad personam, l’opposizione si oppone per autodecreto,
i magistrati sono indipendenti e autonomi ma pretendono d’essere anche
ingiudicabili, gli avvocati utilizzano lo sfascio per campare e il cittadino,
nel nome del quale tutti si dicono protesti nel volere una giustizia giusta e
rapida resta impietrito e sconvolto.
La radiografia di
un’agonia non ci consola, la litania di un disastro che non si sa rimuovere
spaventa, il pianto disperato in nome degli alti principi non ci commuove più.
È tristissimo doverlo dire, imporsi di ammetterlo anziché negarlo nel nome di
un fatalismo che nel mondo di oggi induce più alla pena che al rammarico. Il
diavolo impazzito della Giustizia non ha bisogno di esorcismi o di riti wudu
dove ciascuno mena la propria danza solitaria. Ha bisogno, urgente come l’acqua
e il pane per i terremotati, di impegno condiviso, responsabile, alto: così
alto da essere capace di prendere a strattoni e buttar fuori dalla scena tutti
coloro che si agitano solo perché tutto resti com’è.
Mentre scriviamo
ci giunge lo spiraglio di una bella notizia il ministro libico della Giustizia
intende dimettersi perché non riesce a rimuovere gli ostacoli che impediscono
di scarcerare trecento cittadini innocenti. Chi l’avrebbe mai detto: comunque,
va chiamato subito almeno come consulente. Paolo Graldi IM 30
Onori a Craxi, il Guardian: “Una lezione di moralità all’italiana”
L'Italia potrebbe
insegnarci qualcosa? La domanda è suggerita dalle celebrazioni di questa
settimana - non c'è davvero nessun’altra parola per definirle - del 10°
anniversario della morte di Bettino Craxi. Il leader socialista, che negli ’80
fu Primo ministro d'Italia per quattro anni, morì in esilio come un latitante.
Era stato condannato per corruzione e illecito finanziamento dei partiti con
pene per un totale di 11 anni di carcere.
Si potrebbe
pensare che Craxi fosse un tale che i leader politici di adesso vorrebbero
dimenticare in sordina. Il primo ministro, Silvio Berlusconi è stato un
beneficiario di rilevanti protezioni da parte dell’ultimo boss socialista. Fu
grazie a un intervento di Craxi che Berlusconi è stato in grado di assicurarsi
una rete nazionale televisiva mediante network locali che aveva cucito insieme
in violazione della legge.
Eppure, lungi
dallo spazzare la memoria di Craxi sotto il tappeto, la classe dirigente italiana
lo ha onorato. Perfino una figura come il presidente Giorgio Napoletano (ex
comunista) ha scritto alla vedova di Craxi per dire, tra le altre cose, che il
marito era stato trattato con "severità senza precedenti". Il capo
dello Stato, un personaggio destinato a incarnare i valori della nazione, ha
poi partecipato in Parlamento a una funzione per celebrare l'anniversario della
morte di Craxi.
Nelle settimane
precedenti la celebrazione, Roma è stata tappezzata di manifesti di
commemorazione del leader morto. Politici sia di destra che di sinistra hanno
dichiarato che Craxi è stato solo una vittima sacrificale (vale a dire che lo
facevano tutti, argomento con il quale Craxi si difese in un discorso al
Parlamento, prima di fuggire a Tunisi). E all'inizio di questo mese, segno
questo forse più evidente della sua riabilitazione, il sindaco della sua città
di elezione, Milano, ha fatto sapere che stava predisponendo per intitolare al
suo nome una strada principale o un parco pubblico.
Forse non c'è
episodio della recente storia italiana che illustri altrettanto incisivamente
la tolleranza da parte dell’Italia della corruzione e dell’illegalità. Ma il
mio scopo non è di dare voce allo sgomento o alla condanna, ma di mettere in
evidenza il fatto che questo sta accadendo in un paese ricco e che ciò
rappresenta una sfida a una ipotesi largamente diffusa.
Per tutto il tempo
che posso ricordare, sociologi ed economisti hanno fatto un collegamento tra i
livelli di corruzione e di prosperità. Per molto tempo questo sembra essere
confermato dalle graduatorie. Una società pulita come la Svezia, per esempio,
ha un alto PIL pro-capite.
L’Italia si
presenta come un'eccezione. Attualmente, dopo l'ultimo grande riallineamento
dei tassi di cambio, è più ricca della Gran Bretagna. Eppure, l'indice di
percezione della corruzione elaborato da Transparency International la colloca
oggi al 63° posto fra 180 paesi - dopo la Turchia, Cuba e molti paesi africani
tra cui Sud Africa, Namibia, Capo Verde e Botswana.
Come l'Italia di
Berlusconi sia ben distante dagli standard di moralità pubblica considerati
normali nel resto d'Europa, inoltre, prova il fatto che essa è affondata nella
classifica. Nel 2008 si trovava al 55° posto nella tabella di Transparency International,
ma al 41° l'anno precedente.
Forse la
correlazione tra ricchezza e correttezza nella vita pubblica è destinata a
raggiungere nella discarica dell’esperienza storica altre verità, proclamate
con sicumera. Si è usi a dire che le democrazie non potrebbe sopravvivere
all’iperinflazione. Ma poi è arrivata la controprova di Israele nei primi anni
‘80. Si potevano ancora sentire stravaganti commentatori insistere dicendo che
le economie non possono crescere oltre un certo punto senza che i politici siano
costretti ad accettare la democrazia. Ma se ne sentono molto meno adesso che la
seconda economia più grande al mondo è gestita da un partito comunista che non
mostra alcun segno di abbandonare la sua presa sul potere.
John Hooper, The
Guardian, 24.1., traduzione dall’inglese di José F. Padova
Disoccupazione all’8,5%. Ma vola al 10% in Europa
ROMA Non si ferma
in Europa l’onda della disoccupazione: nel mese di dicembre ha toccato il 10
per cento nell’area euro, e il 9,6 nell’insieme dei 27 Paesi che aderiscono
all’Unione. È lo stesso livello degli Stati Uniti, dove i segnali positivi sul
Pil (nel quarto trimestre la crescita è stata ampiamente superiore alle stime)
non cancellano i timori sulle ricadute occupazionali della lunga crisi.
Il numero di
coloro che sono alla ricerca di un lavoro è in crescita anche in Italia:
nell’ultimo mese dell’anno ha raggiunto quota 2.138.000, che sono 392.000 in
più rispetto a quelli conteggiati nel dicembre 2008 e corrispondono ad un tasso
dell’8,5 cioè il livello più alto dal 2004.
Sempre a dicembre
però l’Istat rileva un andamento sostanzialmente stabile, ed anzi leggermente
positivo, del tasso di occupazione: il numero di coloro che un lavoro ce
l’hanno è salito in un mese di 7.000 unità. Una piccola oscillazione che
naturalmente non compensa il calo di 306.000 occupati accumulatosi in un anno.
Però questo valore positivo, che si deve interamente al lavoro femminile
(+17.000 unità rispetto a novembre contro una diminuzione di 10.000 degli
uomini), potrebbe portare a leggere in termini meno negativi anche il dato
sulla disoccupazione: un primo miglioramento del clima di fiducia può aver
spinto qualche “scoraggiato” a cercare lavoro. Bisognerà attendere i prossimi
mesi per sapere se questa interpretazione è confermata dai fatti; mentre è già
evidente un andamento relativamente migliore dell’occupazione femminile,
fenomeno da collegare al fatto che la crisi è più accentuata nell’industria che
nei servizi.
Per il ministro
del Lavoro Maurizio Sacconi, se da una parte il dato italiano risulta migliore
di quello europeo, il 2010 si annuncia «difficile»; per questo, sostiene
Sacconi, il governo ha accantonato «risorse sufficienti» ad affrontare
l’emergenza.
A livello
continentale l’esercito dei disoccupati conta nelle sue file 23 milioni di
persone, di cui quasi 16 nell’area dell’euro. Tra i grandi Paesi la situazione
più grave è quella della Spagna, dove il tasso di disoccupazione tocca il 19,5
per cento, mentre la Germania è al 7,5 e la Francia al 10.
Gli Stati Uniti
hanno festeggiato ieri, ma con molta moderazione, il risultato del Pil nel
quarto trimestre 2009: il progresso del 5,7 per cento risulta superiore di
circa un punto alle stime degli analisti, ed è il più sostenuto degli ultimi
sei anni. Il dato è stato salutato con favore anche dal presidente: «Siamo in
una condizione molto diversa rispetto a un anno fa, abbiamo fatto progressi -
ha detto Barak Obama annunciando una dote di 33 miliardi di dollari in crediti
di imposta finalizzata soprattutto a sostenere le piccole imprese.
Si tratta comunque
di un ritmo di crescita che difficilmente potrà essere confermato nei prossimi
trimestri e che, come notano gli analisti, può in buona parte essere attribuito
al fatto che le aziende in questo periodo hanno ricostituito le proprie scorte.
Manca ancora insomma un apporto significativo della domanda privata alla
ripresa: le famiglie incerte e preoccupate proprio per la perdita di posti di
lavoro esitano ad aumentare i propri consumi.
Inoltre sul
comparto finanziario pesa il nervosismo per le prossime mosse della Casa
Bianca, che intende attuare la stretta regolatoria sulle banche. Tutti questi
elementi spiegano perché Wall Street abbia accolto il dato sul Pil in modo
tutto sommato tiepido. di LUCA CIFONI IM 30
Svizzera. Syna-Comitato centrale. Stop i tagli sociali!
Il comitato
centrale del sindacato Syna, nella sua prima riunione dell’anno 2010 a Zurigo,
si è opposto con veemenza alle misure di riduzione in ambito delle
assicurazioni sociali.
I membri del
comitato centrale del Syna hanno appreso con sgomento che siamo in procinto di
slittare da una crisi finanziaria in una crisi economica, e che persiste la
minaccia di una allarmante crisi sociale. La disoccupazione è in aumento e
l'economia non avverte alcuna crescita. Solo sui mercati finanziari e nelle
banche tutto continua come prima. Come se nulla fosse accaduto. Noi ci
opponiamo in difesa delle nostre importanti istituzioni sociali, soprattutto di
fronte a decurtazioni e tagli in tempi così ardui:
NO, il 2° pilastro
non si tocca !
I membri del
comitato centrale del Syna hanno respinto all’unanimità la riduzione
dell’aliquota di conversione, perché essa è affrettata e irresponsabile. Non è
orientata al bene degli assicurati, bensì solo ed unicamente alla
massimizzazione dei profitti delle compagnie di assicurazione sulla vita. Né
l’aspettativa di vita, né i relativi rendimenti attesi possono giustificare
questi tagli delle pensioni. Riducendo l’aliquota di conversione, si
disperderanno somme di fondi previdenziali ancora più elevate ed ulteriori
eccedenze accumulate verranno destinate alle compagnie di assicurazione sulla
vita a scapito degli assicurati, cioè lavoratrici e lavoratori. Syna condanna
una simile politica dubbia, e si pronuncia per un chiaro NO, il 7 marzo
nell'urna.
Assicurazione
contro la disoccupazione: Referendum
incombe
Il comitato
centrale del Syna invita i parlamentari a prendere sul serio le loro
responsabilità sociali in materia di assicurazione contro la disoccupazione
(AD). Il ripristino della AD, che in tempi buoni sarebbe stata cosa
relativamente facile avvalendosi di un leggero aumento dei contributi, non può
ora avvenire a scapito dei nuovi disoccupati dovuti alla crisi. Una decurtazione
delle prestazioni per i disoccupati a lungo termine come anche per i giovani
senza impiego, per Syna non è assolutamente accettabile. In tempi difficili, le
prestazioni devono piuttosto essere ampliate. Una riduzione della AD per mano
del Parlamento non otterrà certamente approvazione dal popolo. Syna è pronta ad
afferrare il referendum.
Assicurazione
contro gli infortuni: meno rischi, più profitto – non è
accettabile!
L’assicurazione
contro gli infortuni funziona in modo ottimale ed è l’unica assicurazione
sociale ben finanziata. Dalle recenti consultazioni delle commissioni del
Consiglio nazionale sulla revisione della legge sull'assicurazione contro gli
infortuni (LAINF) risulta, che benefici dovrebbero essere ridotti, anche se non
vi è alcuna necessità di bonifica.
Attraverso
l'indebolimento della Suva, le aziende sono tenute a stipulare in modo maggiore
assicurazioni complementari private, dato che la Suva non ha la facoltà di
offrire tali assicurazioni. Gli istituti di assicurazione privati beneficeranno
dei tagli alle prestazioni di base per i dipendenti. Allo stesso tempo, la Suva
subirà un onere maggiore per via delle aziende con elevati rischi di incidenti
sul lavoro che rimarranno assicurate presso di essa.
Syna chiede alla
commissione del Consiglio nazionale di rafforzare e non di indebolire l’azienda
di assicurazione Suva finanziariamente sana!
Il sindacato Syna
è indignato dal fatto che l’insaziabile ed irresponsabile avidità volta
unicamente a maggiori profitti, non si arresti nemmeno di fronte ad istituzioni
per la sicurezza sociale. Invece di rafforzare queste importanti e valide
protezioni sociali in tempi di crisi, le assicurazioni sociali sono in pericolo
di essere seriamente indebolite. I rischi di disoccupazione, malattia e
infortunio come anche la previdenza per la vecchiaia non debbono divenire una
pedina sulla scacchiera delle assicurazioni private, delle banche e dei loro
esponenti solo ed unicamente orientati alla massimizzazione dei loro
profitti. Syna, kurt.regotz@syna.ch (de.it.press)
Milano, i Rom e il ritorno alle Leggi Razziali
Milano . A Milano,
in zona Giambellino, si è verificata nella giornata di ieri una serie di azioni
poliziesche contro famiglie Rom romene, che sono state sgomberate dalle loro
baracche di legno e cartone, denunciate per occupazione di terreno - pubblico o
privato - e costrette ad allontanarsi senza una meta né mezzi di sopravvivenza.
Alcune delle
famiglie sgomberate si trovano a Milano da alcuni anni e si sono rifugiate nel
capoluogo lombardo per sfuggire condizioni di emarginazione, violenza e
precarietà in Romania. Le baracche da cui la forza pubblica le ha costrette ad
allontanarsi erano state costruite in luoghi fuori mano, quale minima forma di
protezione dagli effetti del gelo e dal rischio di aggressioni razziste,
avvenute con notevole frequenza al Giambellino.
Una settimana
prima delle azioni di pubblica sicurezza anti-Rom, alcuni intolleranti avevano
scritto parole razziste, con bombolette spray, nei pressi degli insediamenti al
Giambellino. Contemporaneamente, avevano appeso locandine minacciose, su cui
campeggiava sinistra e offensiva l'intimazione: "Zingari di merda, via
dalla Padania!". Tre giorni prima dello sgombero, il giovane Angel, 21
anni, era stato fermato mentre chiedeva l'elemosina da due uomini in divisa,
condotto in un luogo appartato - a ridosso dei binari ferroviari presso la
stazione San Cristoforo - e percosso.
Le famiglie
evacuate, composte da molti bambini, donne e malati, si sono fermate più volte
all'interno di giardini pubblici o su panchine, ma pattuglie di pubblica
sicurezza con l'incarico di allontanare i Rom dal Giambelino le hanno sempre
indotte a rimettersi in marcia, senza "bivaccare" in alcun luogo.
Dopo alcune ore gli attivisti per i Diritti Umani hanno perso le tracce di
numerose famiglie, mentre hanno offerto assistenza a malati e bambini che si
sono sentiti male a causa della bassa temperatura, organizzando il
trasferimento in Romania e in Francia per le famiglie che in quegli Stati
potevano contare sull'aiuto, almeno temporaneo, di parenti o amici.
La situazione,
tuttavia, restava tragica per decine di sgomberati, cui le Istituzioni e le
autorità non hanno offerto alcuna assistenza sociale né possibilità di riparo
contro i rigori invernali. Alcuni cittadini milanesi, vedendo le famiglie
costrette a una drammatica marcia verso il nulla, le apostrofavano con epiteti
razzisti. Altri, più tolleranti, chiedevano agli attivisti: "Adesso
dove andranno, con il freddo che fa? Possibile che il comune non abbia previsto
un aiuto o un posto caldo dove accoglierli, in attesa di trovare una soluzione
umanitaria?".
Purtroppo, a causa
di una stretta censura attuata dai media, gli italiani non si rendono conto di
quello che accade alle famiglie Rom sgomberate. Le operazioni, che negli ultimi
anni hanno colpito in Italia decine di migliaia di Rom, seguono sempre la
stessa disumana procedura e in genere avvengono alle prime luci dell'alba,
quando la gente dorme, proprio per evitare che testimoni assistano (magari
documentandolo) al tragico spettacolo degli sgomberi.
Da alcuni anni il
Gruppo EveryOne informa le principali Istituzioni europee (Parlamento europeo,
Consiglio d'Europa, Corte europea dei Diritti Umani) e l'Alto Commissario Onu per
i Diritti Umani sugli innumerevoli abusi che le autorità italiane commettono
contro famiglie Rom, famiglie le cui uniche colpa sono la povertà e
l'appartenenza a un'etnia discriminata. Sono abusi continui e gravi, che
avvengono quotidianamente nelle strade, nei campi "regolari" o
"abusivi", sui media, nelle corti di giustizia, nelle carceri.
Abusi che hanno
trasformato i Rom nel "nemico pubblico numero uno" e che si
susseguono al ritmo martellante e spietato di una vera persecuzione etnica. Ci
si chiede se il silenzio dell'Unione europea e del mondo non sia colpevole come
le violazioni dei diritti del popolo Rom e la memoria torna agli anni delle
Leggi Razziali, quando in troppi erano convinti che le responsabilità delle
azioni istituzionali contro ebrei, Rom, omosessuali, testimoni di Geova,
stranieri e minoranze sgradite ai nazisti fossero completamente a carico della
Germania.
Ci auguriamo che
la Storia illumini le coscienze di chi ha l'autorità per vigilare sulla
democrazia e sulla civiltà dei Diritti Umani. Altrimenti, mentre i nostri
fratelli Rom soffrono e muoiono nell'indifferenza, la "nuova civiltà"
cui ci vantiamo di appartenere e che rinnega gli anni dell'odio, affonderà
lentamente - ancora una volta - nel fango della disumanità e della vergogna.
Gruppo EveryOne, de.it.press
"Italian small business in Europe" (ISB): a servizio delle pmi e
dell’artigianato italiano in Europa
Bruxelles - Nel
corso di un incontro con numerosi rappresentati delle istituzioni europee,
nella nuova sede nel pieno centro di Bruxelles, il presidente della
Confartigianato Giorgio Guerrini e il presidente del CNA Ivan Malavasi hanno
presentato lunedì scorso 25 gennaio, l’"Italian small business in
Europe" (ISB), la nuova associazione creata per rispondere alle numerose
esigenze di rappresentanza e servizio delle piccole- medio imprese e
dell’artigianato italiano. Ne dà notizia l’Ufficio di Bruxelles per il
Commercio Estero sottolineando che l’"Italian small Business"
costituirà un nuovo strumento di cooperazione e partenariato sul piano europeo
tra Confartigianato e CNA(confederazione nazionale dell’artigianato) per
tutelare e sostenere la competitività del mercato interno.
Durante la
presentazione, il presidente del CNA Ivan Malavasi ha evidenziato il ruolo
preponderante che potrà avere ISB per uscire dalla crisi, precisando come
l’Italia, tra tutte le principali economie europee, sia quella che ha la quota
più alta di micro e piccole imprese con meno di 20 addetti , 54,5% contro la
media europea del 36,5%.
All’incontro hanno
partecipato anche l ’europarlamentare Tiziano Monti membro della commissione
industria e l’onorevole Antonio Tajani, Commissario europeo all’Industria e
all’Imprenditoria.
ISB in Europe,
inoltre, sosterrà i sistemi associativi di Confartigianato Imprese e della CNA,
entrambe membre di UEAPME, l'Unione europea delle Piccole e Medie Imprese, con
attività volte ad incidere nel complesso processo decisionale comunitario,
favorendo lo scambio di esperienze e monitorando le opportunità di finanziamento
ed i programmi promossi dall'Unione Europea. (aise)
Pescara - Si è svolta a Pescara il 28 gennaio
l’assemblea dell’Unione Italiani nel Mondo dell’Abruzzo. Tra i partecipanti, in
rappresentanza della Uil Abruzzo il segretario generale Roberto Campo, che –
riferisce una nota Uim - riconosce alla Uim regionale “un elemento in più di
politica estera a disposizione della regione Abruzzo che ha in programma un
gemellaggio tra l’Università de L’Aquila e quella di Detroit per rilanciare
l’insegnamento della lingua e cultura italiana da parte dei nostri docenti
negli Stati Uniti”.
A presiedere l’assemblea Germana Temporin,
presidente dell’associazione che ha delineato il programma di interventi per il
prossimo futuro, tra questi quello di “realizzare con l’aiuto di Giuseppe
Carosi, membro del Cram, un servizio di assistenza sugli indennizzi per gli
immobili colpiti dal terremoto di proprietà degli abruzzesi residenti
all’estero”.
Tra gli esponenti della Uil, il segretario
generale della Uil Cpo Abruzzo, Maurizio Sacchetta che ha promosso una
collaborazione con la Uim “per offrire servizi di orientamento ai molti giovani
che dall’Abruzzo emigrano”.
In rappresentanza delle realtà territoriali è
intervenuto Luciano Fragasso, presidente della Uim Chieti che insieme alla
compagnia di Teatro “Renato Bevilacqua”, inizierà “un progetto che vedrà
coinvolti ragazzi stranieri ed italiani realizzare un spettacolo per combattere
il razzismo”.
Ha presenziato ai lavori una delegazione
della Uim composta da Alberto Sera e Gabriele Di Mascio.
Ha concluso l’assemblea, Alberto Sera,
segretario generale della Uim. “Sempre più professionisti – ha detto Sera
- si spostano quotidianamente nel mondo, in un sistema di mobilità che vede
sempre di più l’Europa protagonista del domani; la Uim deve adattarsi alle
nuove esigenze dei nuovi lavoratori in mobilità”. (Inform)
´Ndrangheta terrorisiert Italien. Im Griff der Krake
Rom. Der Brief trug nur einen Namen,
aber keine Adresse. Das war auch nicht notwendig, denn Giuseppe Lombardo kennt
jeder in Reggio Calabria. Er ist Staatsanwalt in der Stadt am südlichen Ende
Italiens und spezialisiert auf organisiertes Verbrechen. Der Brief an ihn, der
Anfang der Woche in der Post abgefangen wurde, enthielt eine
unmissverständliche Warnung: eine Pistolenkugel und ein Schreiben.
"Wenn du nicht aufhörst, werden
wir dich enden lassen wie Falcone und Borsellino." Diese Namen kennt
jeder. 1992 waren die beiden Juristen der Mafia so gefährlich geworden, dass
sie sie in ihrem furchtbarsten Racheakt überhaupt brutal umbrachte, ein
nationales Trauma, das bis heute nachwirkt.
Doch das war drüben, auf Sizilien, dem
Stammland der Cosa Nostra. In den 90er Jahren versuchte die sizilianische
Mafia, den Zentralstaat mit Terror und Bomben überall in Italien in die Knie zu
zwingen. Die Clans der ´Ndrangheta dagegen agierten im Verborgenen, hatten ihre
Hauptquartiere in den Bergen Kalabriens.
Während sich die staatlichen
Sicherheitsorgane vor allem auf die Cosa Nostra konzentrierten, wuchs die
´Ndrangheta, einst gegründet von Banditen. Im August 2007 fiel ein Schlaglicht
auf sie. Sechs Männer starben vor einer Pizzeria in Duisburg, aus Rache
erschossen von Mitgliedern einer verfeindeten Familie aus dem fernen Kalabrien.
Verwundert nahm man in Deutschland zur
Kenntnis, dass die Organisation auch nördlich der Alpen Geschäfte in großem
Stil betreibt. Davor warnen italienische Ermittler zwar seit Jahren, doch
wurden sie im Ausland oft nicht Ernst genommen.
Drohung gegen Präsidenten
Längst ist die ´Ndrangheta die
mächtigste der italienischen Mafiaorganisationen. Wie der Cosa Nostra und der
Camorra geht es ihr in Zeiten der Wirtschaftskrise besser als je zuvor. Etwa 40
Milliarden Euro jährlich verdient die ´Ndrangheta mit dem Drogenhandel, und sie
kontrolliert von Mailand aus das weltweite Geschäft mit Kokain.
Nach Schätzungen der Ermittler kauft
die ´Ndrangheta ein Gramm des Stoffes für etwa 2,50 Euro, streckt es auf das
doppelte Gewicht und verkauft es für 60 Euro pro Gramm. Den Gewinn investiert
sie vor allem in illegale Bauprojekte und die Müllentsorgung, aber sie wäscht
ihn auch in großem Stil, um sich in Firmen und Immobilien im In- und Ausland
einzukaufen.
Neuerdings aber fühlt sich die
´Ndrangheta gestört, nicht zuletzt, weil in Reggio Calabria neue Staatsanwälte
arbeiten. Besorgt registrieren die Behörden, dass die "Krake" ihre
Strategie ändert und dem Staat offen droht. "Es ist klar, dass die
´Ndrangheta beweisen will, dass sie über ein höchst gefährliches militärisches
Potential verfügt", sagt Ermittler Michele Prestipino. Anfang Januar
detonierte vor einem Gericht in Reggio ein Sprengsatz, in der vergangenen Woche
fand man in der Innenstadt ein mit Sprengstoff und Munition beladenes Auto -
just an dem Tag, als Staatspräsident Giorgio Napolitano zu einem Besuch
erwartet wurde, um Behörden und Bewohner seiner Unterstützung im Kampf gegen
die Mafia zu versichern.
Kampf gegen die Mafia
Mit welcher Macht man sich dabei
anlegt, hatten kurz zuvor die Auseinandersetzungen in der Kleinstadt Rosarno
gezeigt. In Süditalien ist die Mafia einer der größten Arbeitgeber - und
beschäftigt auch zehntausende illegal eingereiste Wanderarbeiter. Es waren
vermutlich ´Ndrangheta-Mitglieder, die auf eine Gruppe von Afrikanern schossen,
deren Verzweiflung über ihre sklavenartigen Lebensumstände dann explodierte.
Und es war wohl auch die ´Ndrangheta, die Bewohner des Städtchens dazu
aufstachelte, eine Treibjagd auf die ungeliebten Immigranten zu eröffnen.
Unmissverständlich forderte Napolitano
mehr Zivilcourage von jedem einzelnen. Auch die Regierung von Silvio Berlusconi
ermahnte er, entschiedener vorzugehen. "Der Staat mit allen seinen Organen
muss an vorderster Front stehen", sagte er. Berlusconi handelte auf seine
Weise. Gestern hielt er eine Sondersitzung des gesamten Kabinetts in Reggio
Calabria ab, bei der ein Aktionsplan für den Kampf gegen die Mafia verabschiedet
wurde.
Dieser umfasst nicht nur ein schärferes
Vorgehen gegen Schwarzarbeit, sondern auch die Gründung einer nationalen
Agentur, die von der Mafia beschlagnahmtes Vermögen verwalten soll, mit Sitz in
Reggio Calabria. Allein von der ´Ndrangheta konfiszierten die Ermittler im
vergangenen Jahr Werte in Höhe von fast einer Milliarde Euro. Einige der
besonders brisanten Fälle bearbeitet Giuseppe Lombardo. KORDULA DOERFLER FR 30
Italien: Organisierte Kriminalität. Berlusconi geht der Mafia ans Geld
Neue Strategie im Kampf gegen das
Verbrechen: Ein Zehn-Punkte-Plan der italienischen Regierung hat es auf die
Finanzen der Mafia abgesehen. Von A. Bachstein
Italiens Regierung hat einen
Zehn-Punkte-Plan zur Verschärfung des Kampfes gegen die Mafia beschlossen. Er
zielt darauf, die Wirtschaftskraft der kriminellen Organisationen anzugreifen,
aber auch darauf, ihre polizeiliche Verfolgung zu intensivieren.
Der Ministerrat unter Vorsitz von
Premier Silvio Berlusconi tagte demonstrativ in Reggio di Calabria. Dort hatte
die 'Ndrangheta, Kalabriens Mafia, in den vergangenen Wochen mehrmals die
Anti-Mafia-Behörden offen bedroht, unter anderem ließ sie vor dem Gebäude der
Generalstaatsanwaltschaft eine Bombe explodieren.
Als erstes soll eine neue Behörde
entstehen, die bei Mafiosi konfisziertes Vermögen verwaltet und es anderen
Zwecken zuführt. Güter im Wert von 8,6 Milliarden Euro haben die
Anti-Mafia-Behörden zwischen 1992 und 2008 beschlagnahmt. Innenminister Roberto
Maroni teilte mit, allein in den 19 Monaten der jetzigen Regierung seien
Mafia-Besitztümer im Wert von sieben Milliarden Euro eingezogen worden.
Italien will erreichen, dass alle
EU-Länder Urteile über die Konfiszierung von Mafia-Vermögen auf ihrem Gebiet
anerkennen. Deutschland hat 2009 die gesetzliche Möglichkeit dazu verbessert.
Zudem soll in Italien die Verfolgung von Geldströmen und die Kontrolle von
öffentlichen Ausschreibungen erleichtert werden. Bauprojekte sind ein
Einfallstor für mafiöse Unternehmer. Einige haben unter anderem versucht, beim
Wiederaufbau der Erdbebenregion in den Abruzzen einzusteigen, aber auch bei
Bauvorhaben für die Expo in Mailand waren Mafiosi im Spiel.
Schwarzarbeit im großen Stil
Ebenfalls auf die Finanzkraft zielt der
Beschluss, die Schwarzarbeit in den Südregionen zu bekämpfen. Sie wird im
großen Stil von Mafiosi organisiert. Den Anti-Mafia-Behörden wird zudem die
Zuständigkeit für illegale Müllgeschäfte erteilt, die eine weitere Domäne der
kriminellen Netzwerke sind.
Der italienische Unternehmerverband
Confindustria kündigte zugleich mit den Regierungsplänen an, in ganz Italien
Mitglieder auszuschließen, die wegen Mafia-Geschäften verurteilt sind oder
Schutzgelderpressung nicht anzeigen. In Sizilien wird dies mit Erfolg bereits
praktiziert. Experten zufolge werden täglich 250 Millionen Euro Schutzgeld von
Geschäftsleuten in Italien erpresst.
Als einflussreichste Mafia gilt die
kalabrische 'Ndrangheta. Der stellvertretende Chef der Nationalen
Anti-Mafia-Behörde, Alberto Cisterna, sagte der SZ, er sehe in den Drohungen
gegen Staatsanwälte und Ermittler eher ein Zeichen der Schwäche der 'Ndrangheta
auf eigenem Territorium. Der leitende Staatsanwalt glaubt nicht, dass die Mafia
es wagen werde, Attentate gegen Justizvertreter zu verüben.
Die 'Ndrangheta stehe in Kalabrien
unter dem Druck der immer intensiveren Verfolgung. Die kleinen Clans spürten
aber auch die sich ändernden Verhältnisse. Die Landwirtschaft als
Einnahmequelle bringe zu wenig Geld und die Rekrutierung von Getreuen werde
schwieriger. Andererseits gibt es zwölf bis 15 große, weltweit tätige
'Ndrangheta-Clans, die besser im Geschäft sind denn je.
Legale Investitionen
So wurden die italienischen
Mafiagruppen auf dem Weltwirtschaftsforum in Davos gerade als die mächtigsten
Verbrecherorganisationen der Welt beschrieben. Allein Cosa Nostra, Camorra und
'Ndrangheta verdienen demnach jedes Jahr 112 Milliarden Dollar. Es geht um
Finanzkriminalität, Drogenhandel, Schmuggel sowie Produktfälschung,
Prostitution und Menschenhandel.
Der ehemalige Vorsitzende des
Anti-Mafia-Ausschusses im italienischen Parlament, Francesco Forgione, sagte
kürzlich, dass die Mafia die Hälfte ihres so eingenommenen Geldes legal
investiert und so in die normale Wirtschaft einspeist. Dieser Umstand und die
internationale Tätigkeit der Kriminellen macht auch Ermittlern wie Cisterna
große Sorgen.
Er glaubt, dass es nur begrenzt Zeit
gibt, um auf internationalem Niveau die Geschäfte der Mafiaorganisationen
wirksam zu bekämpfen. Die Vermischung von legalen und illegalen Geschäften und
Finanzen schreite fort und das intransparente Bankenwesen mache die Verfolgung
der Finanzströme oft unmöglich. Mafiosi, so Forgione und Cisterna, könnten am
Computer Milliarden weltweit verschieben, während die Ermittler oft an
Ländergrenzen scheitern. Die Mafia-Jäger halten es deshalb für nötig, dass
zumindest in der EU die Verfolgungsmöglichkeiten vereinheitlicht werden. SZ 30
Mafia. In Italien sind mehrere Mafiagruppen im organisierten Verbrechen aktiv.
Die Cosa Nostra in Sizilien entstand
wohl schon im 19. Jahrhundert. Mehrere sogenannte Familien kontrollieren
bestimmte Gebiete. Den größten Teil der Einnahmen erzielt die Mafiaorganisation
durch das Erpressen von Schutzgeld. Sie ist außerdem im Waffenhandel tätig und
vertreibt Heroin in Europa und den USA.
Die Camorra besteht aus Familienclans,
die ihre illegalen Geschäfte vom süditalienischen Neapel und der Region
Kampanien aus betreiben. Auch die Camorra handelt mit Drogen und Waffen,
erpresst Schutzgeld und bereichert sich durch Großaufträge im Baugewerbe, an
die sie durch Erpressung und Korruption gelangt. Zudem macht sie mit
Fälschungen von Luxusartikeln Geld.
Die ´Ndrangheta, lange Zeit kaum
beachtet, hat sich inzwischen zur wohl mächtigsten Mafiaorganisation
entwickelt. Ihr Jahresumsatz wird auf mehr als 40 Milliarden Euro geschätzt.
Die Gruppe entstand ebenfalls im 19. Jahrhundert und beschaffte sich zunächst
durch Erpressungen und Entführungen Geld. Heute gilt sie als wichtigste Gruppe
im europäischen Kokainhandel. Weitere Einnahmenquellen sind Waffenhandel,
Geldwäsche und Erpressungen. ( fr 30)
Pläne des Innenministers. Islamkonferenz, Teil 2
Berlin. Ungeachtet aller Kritik will
Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) voraussichtlich im Mai die
Islamkonferenz fortsetzen. Ein Ministeriumssprecher bestätigte am Freitag der
FR, dass die Vorbereitungen für die Konferenz laufen.
Die Soziologin Necla Kelek hatte die
Islamkonferenz jüngst für gescheitert erklärt, weil die beteiligten islamischen
Verbände "unfähig zum inhaltlichen Diskurs" seien. Die
"quälenden Gespräche" der vergangenen drei Jahre Islamkonferenz
hätten gezeigt, dass mit dem "organisierten Islam keine Integration
gelingen" werde. Denn es habe keine grundsätzliche Auseinandersetzung mit
dem "System Islam" gegeben.
De Maizière hingegen will an dem Format
festhalten und die Konferenz nun in einer zweiten Phase "stärker in die
Gesellschaft hineintragen", wie er im hauseigenen Magazin Innenpolitik
sagt. "Wichtig ist mir, ein gutes Zusammenleben im Alltag zu
fördern", sagte der CDU-Politiker.
Nach FR-Informationen möchte der
Minister dabei die Ergebnisse der Konferenz, die sein Vorgänger Wolfgang
Schäuble (CDU) 2006 angestoßen hatte, konkretisieren. De Maizière geht es unter
anderem darum, den islamischen Religionsunterricht an deutschen Schulen zu
etablieren und dabei ein Verfahren zu entwickeln, wie geeignete Islamgelehrte
dafür gefunden werden können. Auch islamisch-theologische Lehrangebote an
Universitäten hält der Minister für lohnenswert.
Prävention von islamistischem
Extremismus
Zudem soll die Gleichberechtigung von
Mann und Frau konkreter gefasst werden. Etwa in der Frage eines gemeinsamen
Sportunterrichts, der zwar Rücksicht nimmt auf Vorbehalte der islamischen
Seite, gleichwohl den Gedanken der deutschen Koedukation berücksichtigt.
Die Prävention von islamistischem
Extremismus in Deutschland nennt de Maizière als weiteres Ziel der
Veranstaltung. Er überlegt zudem, den Kreis der Teilnehmer an der Konferenz zu
erweitern, um eine breitere Verankerung der Veranstaltung zu erreichen.
"Dies alles wird dazu beitragen, die Akzeptanz des Islam als einer in
Deutschland heimisch werdenden Religion zu stärken", ist der Minister
überzeugt.
Der Parlamentarische Geschäftsführer
der Grünen, Volker Beck, zeigt sich enttäuscht über de Maizières Pläne.
Angesichts von drei Millionen Muslimen in Deutschland verlangt er eine
verfassungsrechtliche Gleichstellung des Islam mit Christentum und Judentum.
STEFFEN HEBESTREIT FR 30
Engagement gegen Rechtsextremismus und Fremdenfeindlichkeit zentrale Arbeitsfelder der FES
Engagement gegen Rechtsextremismus,
Antisemitismus, Fremdenfeindlichkeit und aktives Eintreten für Demokratie sind
zentrale Arbeitsfelder der FES. Die FES-Studien und Handbücher zu diesem Thema
werden pro Monat bis zu 50.000 Mal angeklickt. Hier sind alle Titel:
http://library.fes.de/cgi-bin/populo/digbib.pl?f_SSW=rechtsextremismus&t_listen=x&sortierung=jab
Bald 300 Veranstaltungen mit
Zeitzeugen, Jugendlichen, Politikern, Wissenschaftlern, Aussteigern aus der
rechten Szene gab es im Jahr 2009. Die Wander-Ausstellungen in Bayern, NRW,
Schleswig-Holstein/Hamburg und Niedersachsen: http://www.fes.de/sets/s_aus.htm
zogen mehrere tausend Besucher
an. Mit JazzRap wird am 22.2. in Stuttgart
die Ausstellung "Demokratie stärken - Rechtsextremismus bekämpfen"
eröffnet, bis zum 5. März gibt es zudem ein spannendes Begleitprogramm für
Schulklassen und Einzelbesucher:
http://www.fes.de/aktuell/documents2010/100222_Ausstellung.pdf
Kommunalpolitik einfach online lernen -
können Sie bei der FES im März & Juni 2010 mittels kommunalpolitisch
qualifizierender E-Learning-Kurse "Kommcheckers kompakt". Erarbeiten
Sie via Internet die Grundlagen der Kommunalpolitik in BaWü und NRW. Individuell
und flexibel. Ohne Tutor, ohne Präsenzveranstaltung.
Kompakt eben! www.fes-kommcheckers.de
Überall in Deutschland finden im
Februar Konferenzen, Podiumsdiskussionen, workshops zu wichtigen Fragen unserer
Gesellschaft statt. Hier eine kleine Auswahl: In Hannover fragen Experten,
Politiker und BürgerInnen am 9. Februar "Wieviel
Gesundheit können wir uns in Zukunft
noch leisten?" - die Erkenntnisse aus dieser Debatte kosten weder
Praxisgebühr noch Kopfpauschale:
http://www.fes.de/aktuell/documents2010/100209_Gesundheitsreform.pdf
Ebenfalls in Hannover wird am 15.2.
über "Zusammen leben in der Stadt - Die Städte als zivilgesellschaftliche
Internationale" nachgedacht. Dabei sind u.a. OB Stefan Weil und Dr. Lale
Agkün. Am 24. Februar geht es in Essen um "Bürgerrechte im
Internetzeitalter":http://www.fes.de/aktuell/documents2010/100224_Buergerrechte.pdf
. Am 25. 2. heißt es in Bonn: Kinder sind unsere Zukunft, welche Zukunft haben
arme Kinder? http://www.fes.de/aktuell/documents2010/100225_Zukunft.pdf.
"(K)eine Angst vor dem Islam"
lautet das Thema einer kontrovers besetzten Podiumsdebatte am 24.2. in Berlin: http://www.fes.de/BerlinerAkademiegespraeche/inhalt/vera.php
Albrecht Koschützke, Leiter Kommunikation
der Friedrich-Ebert-Stiftung (de.it.press)
Studie des Innenministeriums. Kaum Einwanderung aus Afrika
Die zu erwartende Zunahme der
Auswanderung aus Afrika wird Deutschland kaum betreffen, so eine Studie. Die
Zukunftsaussichten Afrikas werden als düster beurteilt. VON DOMINIC JOHNSON
BERLIN - Die Auswanderung aus Afrika
nach Europa dürfte in den kommenden Jahrzehnten zunehmen, aber Deutschland
bleibt davon höchstwahrscheinlich verschont. Dies ist das Fazit einer
voluminösen Studie zum "Migrationspotenzial aus Afrika", die das Bundesinnenministerium
jetzt veröffentlicht hat. "Der Migrationsdruck an den EU-Außengrenzen wird
in Zukunft eher zu- als abnehmen", erklärte Innenminister Thomas de
Maizière dazu.
"Angesichts unterschiedlicher
demografischer Entwicklungen in Europa und Afrika ist dies nahezu zwangsläufig.
Hinzu kommt der Klimawandel", so der Minister. Zwar werde die afrikanische
Migration nach Deutschland voraussichtlich gering bleiben, aber es könne
"ein Anstieg der Zuwanderung aus Afrika auch nicht ausgeschlossen werden".
Die Studie zeichnet ein eher düsteres
Bild der Entwicklung Afrikas in den kommenden Jahrzehnten, geprägt von einer
Verdoppelung der Bevölkerung von gegenwärtig einer auf zwei Milliarden bis
2050, wirtschaftliche Unterentwicklung, politische Repression, Umweltveränderungen
und negative Folgen des Klimawandels. "Afrika muss im Jahr 2050 über eine
Milliarde Menschen mehr versorgen. Doch schon heute leben dort drei Viertel der
Menschen von weniger als 2 US-Dollar am Tag, und immer mehr Menschen
konkurrieren um die ohnehin knappen Ressourcen", heißt es.
Zitiert werden UN-Schätzungen, wonach
bis zum Jahr 2050 18,4 Millionen Afrikaner ihren Kontinent verlassen dürften,
knapp eine halbe Million pro Jahr. Dies werde unter anderem gefördert durch die
"steigende Zahl der Menschen im häufigsten Abwanderungsalter (18 bis 30
Jahre) und das Fehlen angemessener Lebens-, Gesundheits- und
Ausbildungsbedingungen".
Gelegentlich vermischen sich in der
Analyse zeitgenössische Ansätze mit völlig überholten, die eher dem kolonialen
Blick von vor hundert Jahren entsprechen, zum Beispiel wenn es heißt: "In
Nigeria, dem bevölkerungsreichsten Land Afrikas, verwandeln sich jährlich 3.500
Quadratkilometer in Wüste. Dies bringt Stammesvölker, die bislang Abstand
halten konnten, in eine unerwünschte Nähe zueinander." Auch andere
Analysen sind eher unpräzise, so wenn festgestellt wird, dass eine "um
sich greifende diffuse Zukunftsangst das Migrationspotenzial Afrikas zusätzlich
erhöhen wird".
Emigration aus Afrika betrifft
Deutschland den Angaben zufolge verhältnismäßig wenig. Während in Frankreich
3,5 Millionen Menschen aus Afrika leben, die meisten davon aus dem Maghreb,
waren es in Deutschland Ende 2008 rund 740.000, davon 268.116 Menschen mit
afrikanischen Staatsbürgerschaften und 480.000 weitere mit "afrikanischem
Migrationshintergrund". Die wichtigsten Herkunftsländer waren mit jeweils
66.189 und 23.142 Staatsbürgern Marokko und Tunesien, gefolgt von Ghana,
Nigeria und Kamerun. Im Jahr 2007 seien 1.997 illegale Einreisen von Afrikanern
verhindert worden.
Zuzügen aus Afrika von 20.000 bis
35.000 im Jahr stünden Fortzüge von 15.000 bis 25.000 pro Jahr gegenüber, also
ein Saldo von rund 5.000 jährlich. Zum Vergleich: In Frankreich, Italien und
Spanien zusammen wächst die afrikanische Bevölkerung jährlich um 100.000.
"Die Analysen für Deutschland haben ergeben, dass das Migrationspotenzial
und die tatsächliche Zuwanderung von Afrika nach Deutschland auf geringem
Niveau verbleiben dürften", so die Studie. Taz 29
Leitartikel zur Afghanistan-Konferenz. Mission kraftlos
Für alle, die sich mit einer
Minimallösung zufriedengeben, war die Afghanistan-Konferenz in London ein
Erfolg. Die internationale Gemeinschaft hat sich auf einen kleinen
Strategiewechsel verständigt. Ein paar mehr Polizeiausbilder und ein wenig mehr
Geld für den zivilen Aufbau. Außerdem versprach die Regierung Karsai brav, sie
würde zukünftig stärker gegen Korruption vorgehen.
Ansonsten gilt das Primat des Militärs.
Alles in allem sind das einige kleine Schritte in die richtige Richtung.
Schließlich rückten die Politiker den zivilen Aufbau ein bisschen mehr in den
Mittelpunkt der Mission.
Damit wird allerdings deutlich, dass
die Staatenlenker weder die nötigen Schlüsse aus dem bisherigen Desaster des
Einsatzes gezogen noch die notwendigen Lösungen für die zahlreichen komplexen
Probleme des Landes präsentiert haben. Dann hätten sie nämlich viel offensiver
auf die zivile Karte gesetzt und sich zudem erkennbarer an den Interessen der
Afghanen orientiert.
Die wollen, das ist wenig überraschend,
schlicht besser leben. Dafür brauchen sie vor allem Arbeitsplätze. Aber von
einem Marshall-Plan, wie er zwischen 1948 und 1952 den Aufbau Westeuropas aus
den Trümmern garantierte, war in London nicht die Rede. Zu wenig war zu hören
von wirtschaftlichem Aufbau oder der Entwicklung einer Gesellschaft, die sich
vor allem mit Landwirtschaft selbst irgendwann ernähren oder gar Nahrungsmittel
exportieren kann.
Der Taliban-Nachschub wird nicht
versiegen - Dafür wäre es sicher hilfreich gewesen, über das Problem des
Drogenanbaus zu sprechen. Damit wird nicht nur zu großen Teilen der Aufstand
finanziert. Zum Drogenhandel gehört zudem das Übel Korruption, das die nur
schwach ausgebildeten staatlichen Strukturen zerstört und eine nachhaltige
Entwicklung normalen Lebens verhindert.
Warum soll ein schlecht bezahlter
Polizist seinen Job machen, wenn er mit Nichtstun viel mehr verdient? Zumal,
wenn um ihn herum viele besser leben mit dem falschen Leben. In diesem Kampf
werden ein paar nette Versprechen Karsais nicht helfen.
Dem Problem der Taliban haben sich die
politischen Führungskräfte nur halbherzig gewidmet. Mit ein paar Dollar mehr
wollen sie einige Mitläufer auf die richtige Seite holen. Dem Ruf des Geldes
werden einige gewiss folgen. Doch der eigentliche Nachschub wird nicht
versiegen. Der kommt vor allem aus privaten pakistanischen Koranschulen, den
Madrasas. Tausende junge und kräftige Männer ohne Perspektive oder Aussicht auf
einen Arbeitsplatz verlassen jährlich diese zweifelhaften Bildungsstätten.
Viele landen bei den Taliban. Auch davon kein Wort in London.
Dass die Probleme Afghanistans nur
gelöst werden können, wenn die Schwierigkeiten Pakistans angegangen werden,
wusste die Londoner Versammlung. Doch der AfPak-Ansatz des US-Präsidenten Obama
spielte keine Rolle. Andere Nachbarstaaten wie Iran stärker einzubinden, war
ebenso wenig eine Option. Die Liste der Versäumnisse ließe sich leicht verlängern.
1948 waren die Marshall-Planer schon
mal weiter - Gemessen an den Problemen und den fehlenden Perspektiven hätten
die Politiker viel mehr Geld für den Aufbau des Landes locker machen müssen und
über einen längere Dauer der Mission sprechen müssen. Woher die Knete kommen
soll in Zeiten leerer Staatskassen? Washington allein gab für den
Militäreinsatz am Hindukusch bisher rund 300 Milliarden Dollar aus. Um diese
unvorstellbare Summe ein wenig runterzubrechen, könnte man sie für ein
Gedankenspiel mal auf 25 Millionen Afghanen verteilen. Das macht etwa 12000
Dollar pro Kopf. Ein Afghane verdient im Schnitt 800 Dollar jährlich.
In Wahrheit hat der Westen eine
Ausstiegsstrategie entwickelt, die vor allem das Publikum zu Hause beruhigen
soll. Nach dem Motto: Seht her, wie nehmen eure Ängste und Sorgen ernst.
Jetzt muss man hoffen, dass dieser Plan
irgendwie funktioniert. Zum einen gibt es keinen Plan B. Zum anderen war es
wohl die letzte Chance, entscheidende Schritte in die Wege zu leiten. Noch
einmal dürften sich die beteiligten Staaten nicht zu einer derartigen
Kraftanstrengung durchringen.
Sollte der Plan allerdings nicht
funktionieren, wird es in dieser Weltregion wohl noch sehr viel ungemütlicher
und unsicherer werden, und sehr viele Menschen werden dem Chaos entfliehen.
Wann endlich lernt der Westen, dass es in seinem eigenen Interesse liegt,
rechtzeitig kraftvoll zu helfen? 1948 waren die Marshall-Planer schon mal
weiter. Andreas Schwarzkopf FR 29
Afghanistan-Konferenz. Nur noch die Taliban
Wer glaube, Afghanistan könne allein
mit militärischen Strategien gesichert werden, irre sich „dramatisch“, sagte
Außenminister Westerwelle vor dem Abflug zur Londoner Konferenz. Wen kann er
damit gemeint haben? In Deutschland sehnt man sich auch 67 Jahre nach der
Kapitulation der 6. Armee in Stalingrad nur nach rein zivilen Lösungen für alle
Konflikte der Welt. Sollte Westerwelle allen Ernstes die Amerikaner
verdächtigen? Die schicken jetzt zwar fünftausend Soldaten in den deutschen
Sektor, damit Deutschland Friedensmacht bleiben und sich auf die Entsendung von
fünfhundert Mann beschränken kann. Doch auch Amerika folgt immer mehr dem
deutschen Konzept der „vernetzten Sicherheit“. Zu den schärfsten Kritikern des
von der Bundeswehr veranlassten Luftschlags von Kundus gehörte der
amerikanische Oberkommandierende.
Tatsächlich glaubten auch Amerikaner
und Briten nie, Afghanistan lasse sich allein mit militärischen Mitteln
befrieden. Sie sind im Süden nur viel früher als die deutschen Truppen im
ursprünglich ruhigen Norden damit konfrontiert worden, dass der Gegner auch
etwas gegen den zivilen Aufbau des Landes und die Stabilisierung der
Staatsmacht hat. So epochal, wie insbesondere die Bundesregierung tut, ist der
„Strategiewechsel“ nicht. Der Westen verfolgte in Afghanistan immer schon ein
Doppelkonzept, wenn auch, nach den Gegebenheiten, mit unterschiedlichen
Schwerpunkten. Die Amerikaner warteten, das zeigen ihre im vergangenen Jahr
geänderten Einsatzrichtlinien, allerdings nicht erst auf eine weitere
Afghanistan-Konferenz, um Konsequenzen aus ihren Fehlern zu ziehen.
Die Europäer aber konferieren gerne,
vor allem, wenn sie mit denselben innenpolitischen Schwierigkeiten zu kämpfen
haben. Von London sollte für die kriegsmüden Völker das Signal ausgehen, dass
sich alle, auch die Afghanen, noch einmal kräftig anstrengen müssen, die Sache
damit aber zu einem Ende gebracht werde. Auch Berlin konnte es nicht vermeiden,
dafür ein paar hundert Soldaten mehr anzubieten. Westerwelle aber sorgte schon
selbst dafür, dass niemand in Deutschland auf den Gedanken kam, London sei eine
Kriegskonferenz. Das Politische habe endlich wieder in den Vordergrund zu
treten, forderte er. Daran müssen sich jetzt nur noch die Taliban halten. Von
Berthold Kohler Faz 29
Zwei-Grad-Limit. EU verpasst Klima-Ziele
So hoch die Erwartungen, so tief die
Enttäuschung. Der Kopenhagen-Gipfel im vergangenen Dezember sollte die
"vielleicht wichtigste Weltkonferenz" werden und die Wende in der
globalen Klimapolitik bringen. Am Ende war es der "Kopenhagen-Flop".
Barack Obama, Wen Jiabao, Angela Merkel und die anderen selbst ernannten
Chef-Klimaschützer flogen nach Hause, ohne Wegweisendes zu hinterlassen.
Einziger Lichtblick: In der vom Gipfel
"zu Kenntnis genommenen" Kopenhagen-Erklärung ist als Ziel ausgegeben,
die Erderwärmung bei maximal zwei Grad Celsius zu begrenzen. Damit bliebe der
Klimawandel einigermaßen beherrschbar, obwohl auch dann ein höherer
Meeresspiegel, mehr Extremwetterlagen und ein geringeres Wirtschaftswachstum
drohen. Konkrete CO2-Ziele wurden aber nicht beschlossen.
Die Frist läuft ab - An diesem Wochenende wird das Unvermögen
nun endgültig dokumentiert: Am 31. Januar endet die in Kopenhagen gesetzte
Frist, in der über 190 Vertragsstaaten der UN-Klima-Konvention ihre freiwillig
auf nationaler Ebene verabschiedeten Ziele an das UN-Klimasekretariat in Bonn
melden müssen. Bisherige Bilanzen zeigen, dass diese nicht ausreichen, um im
Zwei-Grad-Limit zu bleiben.
Die Industriestaaten kommen zusammen
auf eine CO2-Reduktion von maximal 19 Prozent bis 2020 - gemessen am Basisjahr
1990. Das liegt deutlich unter der Marke von 25 bis 40 Prozent, die die
UN-Klimaforscher für notwendig halten. Bleibt es dabei, droht eine Erwärmung um
bis zu vier Grad. Die Klima-Leitplanken würden umgeknickt.
Umweltverbände kritisieren die
Industriestaaten heftig - und zwar auch die EU, die minus 20 Prozent als Ziel
gemeldet hat und nur dann auf 30 aufstocken will, wenn andere Industrieländer
mitziehen. Jan Kowalzig, Klimaexperte bei Oxfam Deutschland: "Die EU hat
offenbar aus dem Kopenhagen-Debakel wenig gelernt." Gerade jetzt hätte die
EU im internationalen Verhandlungsprozess mit 30 Prozent ohne Bedingungen
wieder eine Führungsrolle übernehmen müssen.
Die EU soll nachlegen
Der BUND hieb in dieselbe Kerbe. Einen
Monat nach Kopenhagen müsse endlich wieder Bewegung in die stockenden
Verhandlungen, meinte Verbandschef Hubert Weiger. Spätestens beim Sondergipfel
der EU-Regierungschefs am 11. Februar müsse die Union die 30 Prozent fest
zusagen. Wenn Kanzlerin Angela Merkel (CDU) es mit ihrer Forderung ernst meine,
die Zwei-Grad-Grenze zu halten, müsse sie endlich strengere Ziele für die EU
durchsetzen. FR 30
Griechenland. Hilflos in der Währungsunion
Die Partnerländer im Euroraum wollen
dem nahezu bankrotten Griechenland nicht helfen. Die Hellenen sind jedoch nicht
die einzigen, die im Mittelmeerraum mit der Bewältigung der Staatsschulden
Probleme haben.
BRÜSSEL / BERLIN - In
Hauptstädten des Eurogebiets und in Brüssel wird über mögliche Nothilfen für
Griechenland debattiert. Bisher gebe es keinen fertigen Unterstützungsplan,
berichteten Diplomaten am Freitag in Brüssel. Weder die EU-Kommission noch die
Bundesregierung bestätigten diese Informationen. Die Lage ist dramatisch, denn
die Schuldenkrise in Athen belastet den Euro erheblich. Griechenland als
größter Schuldensünder der Eurozone muss auch hohe Risikoaufschläge für seine
langfristigen Anleihen zahlen. Experten befürchten, dass auch Portugal oder
Spanien in den Sog der Krise geraten könnten. Das unter den Folgen einer
geplatzten Immobilienblase leidende Spanien kündigte am Freitag an, in den
kommenden vier Jahren 50 Milliarden Euro einsparen zu wollen.
Die Situation in den Mittelmeerländern
ist die größte Herausforderung für das gemeinsame Währungsgebiet seit der
Euro-Einführung 1999. „Deutschland verlässt sich darauf, dass Griechenland
seine Ankündigungen umsetzt“, sagte Vizeregierungssprecher Christoph Steegmans
in Berlin. Das Finanzministerium bekräftigte frühere Angaben, wonach die
Euro-Gruppe nicht an einem Hilfsprogramm arbeitet.
Für Länder mit der Eurowährung gibt es
keinen festgelegten Hilfsmechanismus zur Vermeidung eines Staatsbankrotts.
Während die EU den nicht zur Eurozone gehörenden Ländern Ungarn, Lettland und
Rumänien mit Milliardenbeträgen unter die Arme griff, geht dies bei Staaten mit
dem Euro nicht. Ein mögliches Szenario wäre, dass große Euro-Länder wie
Deutschland oder Frankreich auf freiwilliger Basis Athen bilaterale Kredite
einräumen.
EU-Währungskommissar Joaquin Almunia
will sich am kommenden Mittwoch in Brüssel zum Fall Griechenland äußern und
Sparempfehlungen vorlegen, teilte die Kommission mit. Athen hatte angekündigt,
bis 2012 die Neuverschuldung vom jetzigen Stand von knapp 13 Prozent des
Bruttoinlandsprodukts auf dann 2,8 Prozent senken zu wollen. Falls die
EU-Finanzminister die Vorschläge Mitte Februar annehmen, wird das Verfahren in
Richtung von Sanktionen verschärft. Der Athener Haushalt wird dann de facto
unter EU-Aufsicht gestellt. Die Bundesregierung unterstrich, Griechenland habe
unverändert Zugang zum Kapitalmarkt. Es gebe keinen Grund zur Beunruhigung,
sagte der Sprecher des Bundesfinanzministeriums, Michael Offer. Hinter den
Turbulenzen an den Märkten stünden auch Spekulanten. Deutschland bewerte die
griechischen Pläne zum Schuldenabbau als angemessen. „Wir sind zuversichtlich,
dass Griechenland den Ernst der Lage erkannt hat.“
Spanien will mit der Einsparung von 50
Milliarden Euro bis 2013 die Defizitgrenze von drei Prozent der
Wirtschaftsleistung erreichen. 2009 lag das Haushaltsloch bei 11,4 Prozent. Um
das Sparziel zu erreichen, sollen die Gehälter im öffentlichen Dienst bis 2013
um vier Prozent gekürzt werden. Zudem plant die Regierung in Madrid, die
staatlichen Unternehmen zu restrukturieren.
Spaniens Ministerpräsident Jose Luis
Zapatero hatte bereits zuvor Steuererhöhungen angekündigt, die in den nächsten
drei Jahren ungefähr 40 Milliarden Euro einbringen sollen. Zudem soll das
Renteneintrittsalter erhöht werden, Medienberichten zufolge wie in Deutschland
auf 67 Jahre. Der Schuldenstand Spaniens liegt zwar voraussichtlich 2010 gerade
einmal bei gut 60 Prozent der Wirtschaftsleistung und ist damit halb so hoch
wie die Verschuldung Griechenlands. Dennoch hat das südwesteuropäische Land mit
massiven wirtschaftlichen Problemen zu kämpfen: So steuert Spanien bei der
Arbeitslosigkeit auf 20 Prozent zu, besonders schlimm ist die Situation bei den
jungen Menschen unter 25 Jahren. Dazu kommt eine hohe Verschuldung der
Unternehmen und privaten Haushalte als Folge des Baubooms vor Ausbruch der
Krise. Die Analysten der Commerzbank sehen Spanien denn auch innerhalb der
Eurozone als zweitschwächstes Glied in der Kette, nach Griechenland und vor
Portugal. (dpa/rtr 30)
EU rechnet mit griechischen Rückwirkungen auf Euro-Zone
Berlin/Athen - Die Europäische
Kommission warnt vor den Folgen der griechischen Schuldenkrise für die
Euro-Zone.
Die ökonomische Situation Griechenlands
sei eine große Herausforderung und langfristig riskant, heißt es in einem
Memorandum der Kommission für die EU-Staats- und Regierungschefs, aus dem die
"Süddeutsche Zeitung" am Wochenende zitierte. Dies könne
"negative Auswirkungen auf andere Euro-Länder" haben, heißt es darin
dem Blatt zufolge weiter. Neben Griechenland könnten eine Reihe weiterer
Mitglieder der Euro-Zone gezwungen sein, höhere Risikoaufschläge für ihre
Staatsanleihen zu zahlen. In den vergangenen Tagen bekamen dies bereits
Portugal, Spanien und Italien zu spüren. Das Memorandum soll den Angaben
zufolge noch im Februar verabschiedet werden.
Griechenland muss inzwischen für seine
Staatsanleihen Rekordaufschläge bezahlen, um die Investoren für das Risiko
eines Ausfalls zu entschädigen. Dies verteuert den Schuldendienst und erschwert
den Defizitabbau.
Auch der portugiesische Zentralbankchef
Vitor Constancio forderte sein Land zu großen Sparanstrengungen auf. Portugal
müsse sich ins Zeug legen, um sein Haushaltsdefizit im kommenden Jahr zu senken
und das Defizit bis 2013 unter die Grenze von drei Prozent des
Bruttoinlandsprodukts (BIP) zu drücken, sagte das EZB-Ratsmitglied. Der
portugiesische Haushalt hat ein Defizit von 9,3 Prozent des BIP.
Ratingagenturen haben damit gedroht, wie für Griechenland auch die Kreditwürdigkeit
Portugals schlechter zu bewerten, sollte der Sparkurs nicht glaubwürdig sein.
In einem Bericht zur
Wettbewerbsfähigkeit der Euro-Staaten hat die Kommission zuletzt auf die großen
Unterschiede zwischen Ländern am Rand des Währungsgebiets und starken
Volkswirtschaften wie Deutschland hingewiesen. Die Divergenzen könnten die
Funktionsfähigkeit der Euro-Zone beeinträchtigen, hieß es in dem Bericht für
ein Treffen der Finanzminister, der in der vergangenen Woche bekanntwurde.
Demnach sind die nun unter Druck stehenden Staaten zurückgefallen. Die
Eurogruppe will im Februar damit beginnen, die Wettbewerbsfähigkeit zu
überprüfen und die Angleichung unter den Staaten durch länderspezifische
Empfehlungen zu fördern.
Im Falle Griechenlands verlangt die
Kommission einen härteren Sparkurs. Demnach soll die Bezahlung im öffentlichen
Dienst gekürzt und für Pensionen eine Obergrenze eingeführt werden. Zudem
verlange die Kommission, dass die griechischen Steuerbehörden für
Selbstständige Vorauszahlungen einführen und eine Luxussteuer prüfen, hieß es
am Wochenende in einem Bericht der Tageszeitung "Ta Nea", die das
Papier der Kommission vorliegen hatte. Die EU-Kommission nimmt am Mittwoch
Stellung zum Sparplan der Regierung, der das Defizit binnen drei Jahren von
knapp 13 Prozent auf die in der Euro-Zone vereinbarten drei Prozent reduzieren
soll.
Das griechische Finanzministerium
erklärte, die Forderungen der EU seien im Regierungsprogramm bereits erfüllt.
"Es steht nicht zur Diskussion, dass der griechische Wachstums- und
Stabilisierungsplan von der EU abgelehnt wird", hieß es in einer
Stellungnahme. Das Programm sieht unter anderem vor, die Sonderzahlungen im
öffentlichen Dienst zu kürzen. Sie machen einen großen Teil des Gehalts aus.
Gewerkschaften zufolge wird dadurch das nominale Einkommen der Bediensteten um
drei und vier Prozent geschmälert. Am kommenden Freitag wollen die staatlichen
Beamten und Angestellten der Regierung einen Vorgeschmack auf ihre
Widerstandsfähigkeit geben: Die größte Gewerkschaft des öffentlichen Dienstes,
ADEDY, hat zu einem 24-stündigen Streik gegen die Regierungspläne aufgerufen.
(Reuters)
Blair: Befragung zum Irak-Krieg. Blut, Schweiß und Lügen. "Ein Pakt in Blut"
Tony Blair in Bedrängnis: Die Eltern
gefallener Soldaten wollen ihn leiden sehen. Doch der britische Ex-Premier
lässt alle Vorwürfe vor dem Irak-Untersuchungsausschuss von sich abperlen. Von
Wolfgang Koydl, London
Die Geschichte ist nie wählerisch in
der Auswahl ihrer Schauplätze, aber einen banaleren Ort als Raum 2/17 im Queen
Elizabeth Conference Centre hätte man kaum finden können für ein Ereignis von
historischer Tragweite.
Es gibt Wohnzimmer, die sind größer als
dieser fensterlose, stickige Verhandlungsraum, und es gibt Verhörzellen, die in
freundlicheren Tönen gehalten sind als in diesem niederdrückenden Graublau.
Unverputzt hängt das Rohrgeflecht der Klimaanlage unter der Decke. Die beiden
Fremdenverkehrsschnappschüsse der Londoner Skyline an den Wänden vertiefen eher
die Depression, als die Stimmung zu verbessern.
Der Mann, der an den beiden
zusammengeschobenen Schulpulten Platz nimmt, hat den Mantel der Geschichte
schon immer gespürt. Und historisch ist das Ereignis an diesem Freitag allemal:
Tony Blair, einer der erfolgreichsten Premierminister der britischen
Geschichte, ist hierher gekommen, um Rechenschaft abzulegen für einen Krieg,
der nach Überzeugung vieler Landsleute ungerechtfertigt und unrecht war und für
den er maßgeblich Verantwortung trägt.
Seit November tagt die nach ihrem
Vorsitzenden benannte "Chilcot Inquiry" in diesem schmucklosen
Konferenzzimmer. Ihre Aufgabe, wie sie der pensionierte Regierungsbeamte Sir
John Chilcot formuliert, ist es, eine "glaubwürdige Zusammenfassung"
all jener Maßnahmen, Entscheidungen und Schritte im Zusammenhang mit der
angloamerikanischen Intervention im Irak zu erstellen - von den ersten Plänen
und Absprachen 2001 bis zum Abzug des letzten britischen Soldaten im
vergangenen Frühjahr. Ein Tribunal, so Chilcot, sei sie nicht.
Keiner im Raum ist so fit wie Blair
150 Sitzungsstunden hat die Kommission
schon hinter sich. Blair ist Zeuge Nummer 69, und er hat sich den ganzen Tag
freinehmen müssen für die Fragen der fünf Ausschussmitglieder. Niemand im Raum
ist so braungebrannt und fit wie er, und kein anderer trägt einen ebenso teuren
Anzug: Nüchtern dunkelblau mit weißem Hemd und roter Krawatte. Aufrecht sitzt
er da, als wolle er seine Unbeugsamkeit ausdrücken. Es dauert jedoch eine ganze
Weile, bevor er seine Nervosität ablegt und nicht mehr fahrig an der Lesebrille
nestelt und in seinem Leitzordner blättert, den er mitgebracht hat.
Zu der gewohnten souveränen
Selbstsicherheit findet er nie, geschweige denn zu einer großen historischen
Geste. Er tritt nicht demütig auf wie sein ehemaliger Außenminister Jack Straw,
der es damals Blair und jetzt dem Komitee recht machen will. Aber er stellt
auch nicht jene trotzige Arroganz zur Schau, mit welcher sein ehemaliger
Spin-Doktor Alastair Campbell der Kommission und der britischen Öffentlichkeit
den Atem stocken ließ. Blair ist zurückhaltend, ja fast ein wenig befangen.
Das mag an der Atmosphäre im Raum
liegen. Nur 60 Zuschauern bietet er Platz, ein Hohn, wenn man bedenkt, wie sehr
der Krieg die Nation gespalten, aufgewühlt und erschüttert hat. Von diesen
Plätzen sind 20 reserviert für Soldatenfamilien, die einen Sohn, einen Bruder
oder einen Ehemann verloren haben. Die wenigen Plätze mussten in einer Lotterie
vergeben werden, der Andrang war so groß gewesen wie für ein Rockkonzert.
Feindseligkeit strömt wie giftiges Gas
- Die Regeln verlangen, dass sich die Zuschauer jeder Gefühlsregung enthalten.
Zwischenrufe, so steht es auf dem Zettel, den jeder beim Betreten ausgehändigt
bekommt, werden mit sofortiger Entfernung aus dem Raum geahndet. Doch die
Atmosphäre lässt sich nicht so einfach entfernen. Latente Feindseligkeit strömt
das Publikum aus, und sie verbreitet sich wie ein giftiges Gas, das nicht nur
Blair zu lähmen scheint, sondern auch seine Inquisitoren.
Blair kann zwar die Zuschauer nicht
sehen, die hinter ihm sitzen; aber er wird es spüren, wie sich ihre Blicke in
seinen Rücken bohren. Einer von ihnen ist Peter Brierley. Sein Sohn ist bei
Basra gefallen, und er ist zu gewisser Berühmtheit gelangt, weil er sich einmal
öffentlich weigerte, Blair die Hand zu schütteln. Brierley zieht bittere
Befriedigung aus der Tatsache, dass er nun mit dem Premier im selben Raum
sitzt.
"Ich will ihm ins Gesicht sehen,
und ich will sehen, wie sich Schweißtropfen auf seiner Nase bilden", sagt
er vor Beginn der Anhörung.
Diesen Gefallen freilich tut ihm Blair
nicht. Nervös mag er sein, ein wenig unsicher sogar. Aber der Angstschweiß
bricht ihm noch lange nicht aus, denn es ist nicht so, dass ihn der Ausschuss
in die Enge treiben würde. Wirklich scharf werden die Fragen nie, und dies,
obwohl Chilcot und seinen Mitstreitern inzwischen viele Aussagen vorliegen, die
Blair eigentlich schwer belasten könnten.
Mit Präsident George W. Bush habe er
"einen Pakt in Blut" unterzeichnet, hatte Londons damaliger
Botschafter in Washington, Sir Christopher Meyer, ausgesagt. Blanker Unsinn,
gibt Blair zurück. Das Außenministerium habe den bevorstehenden Konflikt als
völkerrechtlich illegal eingeschätzt und den Regierungschef entsprechend unterrichtet,
hatten Rechtsexperten des Außenamts ausgesagt. Natürlich sei er sich der
rechtlichen Problematik immer bewusst gewesen, schneidet Blair dem Fragesteller
das Wort ab. Dafür habe schon Peter - der Kronanwalt Lord Goldsmith und damit
der oberste Rechtsberater der Regierung- ständig gesorgt, fügt er mit einem
schiefen Grinsen hinzu.
Abdriften in Details - Blair lässt
alles an sich abperlen. Bei der Problematik handele es sich um ein weites Feld,
betont er ein ums andere Mal, bevor er sich einerseits in den groben Umrissen
des Nahostkonflikts und andererseits in verwirrenden Details verliert. Und die
Kommission ist offenbar nur allzu gerne bereit, ihm sowohl auf das weite Feld
als auch in die undurchschaubaren Kleinigkeiten zu folgen.
Die einfachen Fragen stellen die
Demonstranten draußen im Nieselregen. Log Blair, als er das Land in den Krieg
führte? Fälschte er Geheimdiensterkenntnisse? Waren die
Massenvernichtungswaffen des Diktators Saddam Hussein nur ein Vorwand? Wollte
der Premierminister in Wirklichkeit einen Regimewechsel um jeden Preis? Folgte
er daher blind und gehorsam dem Mann im Weißen Haus? Und war der Krieg
überhaupt rechtens? Oder hat sich Blair eines Kriegsverbrechens schuldig
gemacht, für das er vor den Internationalen Strafgerichtshof gestellt gehört,
wie es die Website arrestblair.org fordert, die bereits ein Kopfgeld von 9432
Pfund für eine sogenannte Jedermann-Festnahme, eine Verhaftung durch einen
Bürger, ausgelobt hat?
Vor sieben Jahren, als das Unterhaus
den Krieg beschloss, waren Zehntausende aus Protest auf die Straße gegangen und
hatten den Trafalgar Square bis an die Ränder gefüllt. Doch heute finden sich
nur wenige hundert Menschen mit Transparenten und Plakaten im Schatten der
Westminster-Abtei ein. Einige haben sich Blair-Masken übergestülpt und die
Hände rot gefärbt, als ob sie von Blut triefen würden. Andere tragen Plakate,
auf denen jenes Wort steht, das Blair in den Ohren gellen sollte: Bliar -
Blair, the liar. Blair, der Lügner.
Tony Blair sah nichts von den
Demonstranten. Er war früher aufgestanden als sie: Um sieben Uhr morgens,
zweieinhalb Stunden vor Beginn der Befragung, hatte er sein Haus im Norden
Londons in einem schweren BMW verlassen und war wenig später in der Tiefgarage
des Konferenzzentrums verschwunden.
Zu klug, zu glatt - Viel Schlaf hatte
der Politiker in den Tagen vor seinem Auftritt nicht bekommen. Aus Kreisen von
Vertrauten verlautete, dass er seine gut dotierten Nebentätigkeiten ruhen ließ,
um sich auf den Ausschuss vorzubereiten. Bis morgens früh um drei, so wollte
eine Zeitung wissen, habe das Licht in seinem Arbeitszimmer im Haus am
Connaught Square gebrannt, wo Blair Akten studiert habe.
Als Kriegsverbrecher wurde Tony Blair
nicht demaskiert. Dazu agierte er zu klug, manche würden sagen zu glatt. Zuversicht
hätte er aus der Adresse des Queen Elizabeth Conference Centre schöpfen können:
Little Sanctuary, die kleine Freistatt. Nach mittelalterlichem Recht genossen
Kriminelle hier Schutz vor dem Zugriff der Staatsgewalt. SZ 30
Kommentar. Blairs Bedrohungsanalyse
Ein Teil der britischen Öffentlichkeit
ebenso wie der politischen Klasse, einschließlich Labour, hätte es nur zu gerne
gesehen, dass sich Tony Blair vor dem Irak-Untersuchungsausschuss in den Staub
geworfen und um Vergebung gebeten hätte für einen Krieg, den er als
Premierminister an der Seite Amerikas gefochten und der ihn Autorität und die
britische Armee Reputation gekostet hat.
Natürlich unterwarf sich Blair seinen
Jägern nicht. Er leistete nicht Abbitte, sondern verteidigte seine Entscheidung,
Saddam Hussein zu stürzen, rigoros. Zur Rechtfertigung führte er die damalige
Bedrohungsanalyse an: Nicht um „regime change“ sei es gegangen, sondern um
Massenvernichtungswaffen, die Saddam sich habe verschaffen wollen.
Blair wird seine Kritiker vermutlich
nicht überzeugt haben. Aber auch die müssten anerkennen, dass der „11.
September“ die Entscheidungsgrundlage der Verantwortlichen in London und
Washington veränderte. Das Thema Massenvernichtungswaffen wurde viel stärker
gewichtet. Ohne „9/11“ hätte es nicht den Afghanistan-Krieg gegeben und auch
nicht den Irak-Krieg.
Klaus-Dieter Frankenberger Faz 30
Analyse. Iranischer Machtkampf
Zwei angebliche Protestierer
hingerichtet, zwei angebliche deutsche Diplomaten verhaftet - und angeblich
wirft einer der Oppositionsführer, der Reformgeistliche Mehdi Karrubi, das
Handtuch und erkennt Mahmud Ahmadinedschad als Präsidenten an. Aus dem Iran
kommen dieser Tage widersprüchliche und diffuse Nachrichten.
Sie alle haben einen gemeinsamen
Nenner: Sie sollen beweisen, dass das Regime im Machtkampf die Oberhand
behalten und ihr kompromisslos harter Kurs die Opposition demoralisiert hat.
Bei näherem Hinsehen jedoch kann davon
keine Rede sein. So saßen die beiden jungen Männer, die am Donnerstag gehenkt
wurden, während der Juni-Proteste bereits seit Monaten im Gefängnis. Sie haben
nie an Kundgebungen gegen Ahmadinedschad teilgenommen und sind darum auch nicht
die ersten Protestierer, die das Regime hinrichten lässt.
Beide wurden nur deshalb in den
Schauprozess gegen die Opposition mit eingereiht, damit das Regime ihre
Exekution später als zynisches Drohsignal an die wirklichen Protestierer
inszenieren kann. Und von dem Fall der angeblich verhafteten deutschen
Diplomaten ist schon 48 Stunden nach der ersten Fanfarenmeldung des iranischen
Fernsehens nicht mehr übrig als eine plumpe Retourkutsche auf Angela Merkels
jüngste Drohung mit schärferen Sanktionen.
Systemwechsel nein, Personenwechsel ja
- Der Machtkampf im Iran ist keineswegs entschieden, auch wenn seit der
blutigen Aschura-Rebellion Ende 2009 auf dem Land ein undurchsichtiger
Polit-Nebel lastet. Dutzende Zeitungen wurden geschlossen, über 60
internationale Organisationen wurde eine offizielle Kontaktsperre verhängt. Und
beide Seiten warten offenkundig auf die nächste Konfrontation - am 11. Februar,
dem Revolutionstag, an dem Ajatollah Khomeini den Sieg über den entmachteten
Schah offiziell verkündete. Dann werden wieder Millionen auf die Straße gehen
und den Obersten Religionsführer Ali Chamenei als Mörder, Diktator und neuen
Schah beschimpfen.
Dieser Trend jedoch macht offenbar auch
den drei Oppositionsführern Sorgen. In ihrer lockeren Koalition aus
Regierungskritikern und Unzufriedenen wächst der Anteil derer, die das System
der Islamischen Republik komplett abschaffen wollen. Diese Strömung wollen sie
dämpfen, darauf zielen die jüngsten Bemerkungen zu Regierungsamt und
politischer Verantwortung von Mahmud Ahmadinedschad.
Auch läuft nach Einschätzung von Mehdi
Karrubi und Mir Hossein Mussawi der gegenwärtige Machtkonflikt nicht auf einen
raschen Systemkollaps, sondern eher auf einen langwierigen Abnutzungskampf
hinaus, bei dem es am Ende keine Sieger gibt, sondern nur verbrannte Erde.
Ähnlich beurteilen das inzwischen moderat konservative Ahmadinedschad-Gegner,
die Parlament und Regierungslager angehören.
Systemwechsel nein, Personenwechsel ja
- man wolle nicht die Verfassungsordnung zum Einsturz bringen und erkenne die
oberste Herrschaft Chameneis an, heißt darum der Kern der jüngsten politischen
Botschaft an die kompromissbereiten Teile des Regimes. Nicht verhandelbar
allerdings sei das Recht des Volkes, Konsequenzen gegen den Betrug zu fordern,
mit dem sich der umstrittene Präsident seine Wiederwahl erschlich. Insofern
haben die Oppositionsführer erstmals ihren Preis für eine innere Befriedung der
Republik fixiert - einen Rücktritt von Ahmadinedschad. Martin Gehlen FR 30
Hetze in der Schweiz. "Kein Hochdeutsch mit den Deutschen"
In der Schweiz nimmt die antideutsche
Stimmungsmache zu. Anfangs hetzten nur die Rechtspopulisten der SVP. Inzwischen
sind auch seriöse Medien und liberale Politiker mit dabei. VON ANDREAS ZUMACH
ZÜRICH - Eigentlich hetzte bisher nur
die rechtspopulistische Schweizer Volkspartei (SVP) in Zürich und ihr publizistisches
Schlachtschiff Weltwoche gegen Deutsche in der Schweiz. Doch jetzt wird die
Meinung auch von seriösen und liberalen Medienschaffenden und Politikern sowie
Teilen der Deutschschweiz unterstützt.
Sehr deutlich wird das in der jüngsten
Ausgabe des “Club”, der meistgesehenen politischen Diskussionsrunde des
Deutschschweizer Fernsehens nach der freitäglichen “Arena”. Nach dem
angeblichen “deutschen Filz” an der Universität Zürich, gegen den die dortige
SVP seit Dezember mit rassistischen Parolen hetzt, dient aktuell auch die
Berufung einer jungen deutschen Wissenschaftlerin auf eine Assistenzprofessur
an der Universität Bern als Beleg für die “Überfremdung” der Schweiz durch
Deutsche.
Die bislang von der Berliner Regierung
und ihren Diplomaten in Bern gehegte Hoffnung, die antideutsche Stimungsmache
sei lediglich ein Mittel der SVP im Kampf um Stimmen bei den Wahlen im Kanton
Zürich am 7. März und werde danach eingestellt, dürfte sich nicht erfüllen.
Denn die SVP hat nach der gewonnen Volksabstimmung über das Minarettverbot den
strategischen Wert der Kampagne gegen Deutsche für die nationalen
Parlamentswahlen im kommen Jahr erkannt.
„Es ist ein Fehler, daß wir mit den
Deutschen Hochdeutsch reden", erklärt auch der bislang als liberal und
weltoffen geltende Züricher Medienunternehmer Roger Schawinski, der sich in der
Vergangenheit in der „Club”-Diskussion häufig gegen Fremdenfeindlichkeit
äußerte. Schawinski, der bis 2006 drei Jahre lang Chef von SAT 1 war , fordert,
die Deutschen in der Schweiz sollten künftig den örtlichen Dialekt
sprechen. „Bei den Jugoslawen in der Schweiz sagen wir ja auch, die Integration
geschieht vor allem über die Sprache.”
Der langjährige sozialdemokratische
Parlamentsabgeordnete Rudolf Strahm beklagt das „Problem der Verdrängung”
schlecht ausgebildeter Schweizer durch besser qualifizierte Deutsche auf dem
Arbeitsmarkt. Belege dafür nennt Strahm keine. Arbeitsmarktexperten
widersprechen der These von der Verdrängung gerade mit Blick auf das
Gesundheitssystem, den Bildungsbereich und andere Sektoren des Arbeitsmarktes.
Hier haben seit Inkrafttreten der Personenfreizügigkeit zwischen der Schweiz
und der EU besonders viele Deutsche eine Stelle gefunden haben. Zumeist gab es
hier überhaupt keine oder nur deutlich schlechter qualifizierte Schweizer
Bewerber gab.
Das gilt auch für die 33-jährige
promovierte Kommunikationswissenschaftlerin Silke Adam aus Deutschland, die am
1. Februar ihre Assistenzprofessur-Stelle an der Universität Bern antritt als
Nachfolgerin des pensionierten Medienprofessors Roger Blum. Adam setzte sich
durch gegen 31 Mitbewerber aus verschiedenen Ländern - darunter lediglich zwei
Schweizer - weil sie dem von der Universität formulierten Anforderungsprofil am
besten entsprach.
Doch unter Missachtung all dieser
lästigen Fakten sah der SVP-Abgeordnete Christoph Mörgeli in der
„Club"-Sendung hinter der Berufung Adams nur „deutsche Seilschaften” am
Werk. Ihm sei in der Schweiz „kein deutsch besetzter Lehrstuhl bekannt, für den
sich nicht ein ebenbürtiger Schweizer beworben habe”, erklärte der
SVP-Politiker. Zudem sei es Ausdruck der Schweizer „Kriechhaltung” gegenüber
den Deutschen, daß die Uni Bern kürzlich die Ehrendoktorwürde an
Bundeskanzlerin Angela Merkel verliehen habe.
Mörgeli, einer der Drahtzieher der Hetzkampagne
seiner Partei gegen den „deutschen Filz” an der Uni Zürich hatte sich dort
selber kürzlich um die Leitung des Medizinhistorischen Instituts beworben -
neben weitereren Kandidaten aus der Schweiz, Deutschland und anderen Ländern.
Mangels ausreichender Qualität war der SVP-Politiker aber nicht einmal in die
engere Auswahl gekommen. Dennoch behauptete Mörgeli in der
"Club"-Diskussion: "Es geht nicht um mich" - um sich dann
gleich selber mit dem Satz zu dementieren: „Aber wenn man hier immer Steuern
und Militärdienst geleistet hat, dann staunt man schon ein bisschen, wenn der
Chef plötzlich Schulze heißt.” Mörgelis Gesinnungsfreund und
Weltwoche-Redakteur Markus Sohm betonte, "Schweizer sein heißt, nicht
Deutsch zu sein". Und das müsse man "die Deutschen spüren
lassen". "Zum Deutschen-Mobbing ist es von da nicht mehr
weit", kommentierte der Zürcher Tagesanzeiger diese Bemerkung.
Die Bundesregierung und ihre Diplomaten
in Bern hatten sich bislang mit öffentlichen Reaktionen auf die antideutsche
Stimmungsmache zurückgehalten, in der Hoffnung, die SVP werde ihre Kampagne
nach den Wahlen in Zürich am 7.März einstellen. Alle Informationen aus der
SVP-Führungsspitze um Parteipräsident Toni Brunner und den eigentlichen
Chefstrategen Christoph Blocher deuten aber auf eine Fortsetzung der Kampagne
und ihre Ausweitung auf die nationale Ebene hin. Vor allem, wenn die Partei bei
den Wahlen in Zürich gut abschneidet.
Das Kalkül der SVP ist einfach zu
druchschauen: Während sie mit ihren fremdenfeindlichen und rassistischen
Kampagnen der letzten Jahre gegen „illegale" und „kriminelle” Ausländer,
Flüchtlinge und Asylbewerber aus dem Balkan, Osteuropa und Ländern des Südens
vor allem Stimmen bei unteren Einkommens- und Bildungsschichten gewinnen
konnte, verspricht eine Angstkampagne gegen die „Überfremdung” und
Arbeitsplatzkonkurrenz durch Deutsche auch Stimmenzuwächse in mittleren und
oberen Einkommens- und Bildungssegmenten der Schweizer Bevölkerung.
Ermutigt fühlt sich die SVP zudem durch
ihren Erfolg bei der Volksabstimmung über das Minarettverbot. Dieser Erfolg
wurde nur möglich, weil die SVP mit ihrer antiislamischen Angstkampagne zwei
Drittel der Anhänger der beiden bürgerlichen Mitteparteien CVP und FDP dazu bewegen
konnte, entgegen der klaren Empfehlungen der beiden Parteiführungen für das
Minarettverbot zu stimmen.
Taz 30
Merkel: Das wird keine einfache Legislaturperiode
Berlin - Kanzlerin Angela Merkel
rechnet mit einer schwierigen Regierungszeit in der schwarz-gelben Koalition.
"Ich mache mir keine Illusionen:
Das wird keine einfache Legislaturperiode", sagte die CDU-Chefin der
"Welt am Sonntag". Neben der Haushaltskonsolidierung und der
Überwindung der Wirtschaftskrise nannte Merkel als Aufgaben ein Energiekonzept,
Bürokratieabbau und steigende Gesundheitskosten. In der Wunschkoalition von
CDU, CSU und FDP sind jedoch rund 100 Tage nach Amtsantritt noch viele
Streitpunkte ungelöst. FDP-Vize Andreas Pinkwart zeigte sich denn auch
unzufrieden mit der Regierungsarbeit. SPD-Fraktionschef Frank-Walter Steinmeier
sagte, man sehe kaum etwas anderes als den Streit der Koalition.
"Aktuelle Auseinandersetzungen
werden immer als sehr belastend empfunden", sagte Merkel. "Klar ist:
Auch in dieser kleinen Koalition, die von allen Partnern gewünscht wurde, sind
wir drei Parteien." Dass die FDP eine andere Partei sei als die Union,
dürfe niemanden verwundern, fügte die CDU-Chefin hinzu. "Wichtig ist doch,
dass wir am Ende Konflikte miteinander lösen."
Merkel räumte ein, dass es Unterschiede
zwischen Union und FDP beim Staatsverständnis gebe. Aus Unionssicht könne der
Staat nur stark sein, wenn "Leistungsträger ihre Leistung nicht permanent
daran messen, was sie dafür zurückbekommen". Damit den Schwächeren geholfen
werde, müssten die Stärkeren motiviert werden, betonte sie. "Wir wollen
keinen schwachen Staat, sondern einen Staat, der Zusammenhalt ermöglicht."
"Wichtig ist, dass ich es schaffe,
und mit mir die ganze Bundesregierung, dass ein großer Teil der Menschen bei
allen Notwendigkeiten zur Veränderung sieht, dass es gerecht zugeht in diesem
Land", resümierte Merkel. "Das ist das Leitmotiv meines
Arbeitens."
PINKWART: "ICH BIN NICHT
ZUFRIEDEN"
FDP-Vize Pinkwart sagte dem Magazin
"Der Spiegel" auf die Frage, welche Note er der Bundesregierung gebe:
"Durchwachsen wäre ein Euphemismus. Ich bin nicht zufrieden."
Pinkwart ist stellvertretender Ministerpräsident in Nordrhein-Westfalen, wo am
9. Mai ein neuer Landtag gewählt wird.
FDP-Generalsekretär Christian Lindner
rief die Koalition zur Einigkeit auf. "CDU/CSU und FDP dürfen sich nicht
länger mit internen Reibereien aufhalten", sagte der dem "Hamburger
Abendblatt" (Samstagausgabe).
Steinmeier warf der Regierung im
Deutschlandfunk vor, ihr fehle der Mut zu Nachbesserungen beim
Wachstumsbeschleunigungsgesetz. Man müsse feststellen, dass Union und FDP,
"die sich als Traumpaar der deutschen Politik für diese Regierung beworben
haben, auf alles vorbereitet waren, nur nicht aufs Regieren". (Reuters 31)
Neue Islam-Institute Deutsche Universitäten sollen Imame ausbilden
Der Wissenschaftsrat dringt darauf,
künftig Imame und islamische Religionslehrer Analog zur christlichen Theologie
auszubilden. Von Roland Preuß und Tanjev Schultz
An deutschen Universitäten sollen
künftig Imame und islamische Religionslehrer ausgebildet werden. Der
Wissenschaftsrat, in dem Professoren und politische Vertreter von Bund und
Ländern sitzen, verabschiedete dazu am Freitag umfassende Empfehlungen. Analog
zur christlichen Theologie sollen an zunächst zwei bis drei Universitäten große
Institute für "Islamische Studien" entstehen.
Vertreter der deutschen Muslime
begrüßten die Pläne. Bisher gibt es in Deutschland zwar islamwissenschaftliche
Lehrstühle, eine bekenntnisorientierte Forschung und Lehre zum Islam fehlt
dagegen weitgehend. In den vergangenen Jahren sind nur vereinzelte
Islam-Professuren zur Ausbildung von Religionslehrern und Theologen entstanden.
Der Wissenschaftsrat, das wichtigste Beratungsgremium von Bund und Ländern in
der Hochschulpolitik, dringt nun auf einen massiven Ausbau.
"Man braucht mehr als nur kleine
Lösungen", sagte der Historiker Lutz Raphael, der das Konzept mit einer
Arbeitsgruppe monatelang vorbereitet hat. Die neuen Islam-Institute sollen vier
bis sechs Professuren sowie weitere Mitarbeiter erhalten, je Institut
entstünden Kosten von mindestens einer Million Euro im Jahr. Der Rat bittet
Bund und Länder, den Ausbau zu finanzieren und zu koordinieren.
Einwände gegen die Bewerber
Ausdrücklich empfiehlt der Rat, die
Islamstudien an staatlichen Universitäten zu verankern und nicht privaten
Einrichtungen zu überlassen. Die Politik war an dem Beschluss beteiligt; dem
Rat gehören nicht nur Gelehrte und vom Bundespräsidenten bestellte
Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens an, sondern auch die Fachminister der
Länder und Vertreter mehrerer Bundesministerien.
Ein Politikum ist die Mitsprache der
Muslime an Islam-Instituten. In der Vergangenheit gab es dabei heftige Konflikte
an der Universität Münster. Bei den christlichen Theologien wirken die Kirchen
an den Inhalten der Ausbildung und an der Berufung der Professoren mit. Da es
im Islam keine Kirchenstruktur gibt, empfiehlt der Wissenschaftsrat, an den
Hochschulen "Beiräte für Islamische Studien" einzurichten. Sie sollen
bei der Gestaltung der Studiengänge und der Auswahl von Wissenschaftlern
mitbestimmen. Aus religiösen Gründen könnten sie dann auch Einwände gegen
Bewerber erheben. Die Beiräte sollen die Pluralität im Islam abbilden; ihnen
sollen muslimische Verbandsvertreter angehören, außerdem Gelehrte und
Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens.
Forderung nach Mitspracherecht - Die
muslimischen Verbände müssten "zumindest für den Anfang" genauso über
die Inhalte der Studiengänge und die Berufung von Professoren mitentscheiden
können wie die Kirchen in der christlichen Theologie, betonte Bekir Alboga, der
Sprecher des Koordinationsrates der Muslime. "Wir wollen schon bei der
Planung eines Lehrstuhls bei jedem Schritt mitsprechen", sagte er. Der
Vorsitzende des orthodoxen Islamrats, Ali Kizilkaya, signalisierte ebenfalls
Bereitschaft zur Mitarbeit, "wenn wir in den Hochschulen tatsächlich über
Lehre und Lehrer mitentscheiden können". Der Islamrat habe großes
Interesse an Imamen, die in Deutschland ausgebildet wurden: "Sie kennen
die Verhältnisse und die Menschen hier besser." Bisher rekrutieren fast
alle Moscheegemeinden in Deutschland ihre Vorsteher aus dem Ausland, meist aus
der Türkei.
Alboga sagte dagegen, er sehe für den
Verband Ditib "keinen Bedarf an Imamen von deutschen Unis". Ditib ist
der größte Zusammenschluss deutscher Moscheegemeinden und erhält seine Imame
vom türkischen Staat. SZ 30
Debatte im hessischen Landtag. Islam-Kritiker ohne Rückhalt
Es wird einsam um den CDU-Rechtsaußen
Hans-Jürgen Irmer. Kein einziger Redner stellte sich in einer Debatte am
Donnerstag im hessischen Landtag hinter seine Position, den Islam als Gefahr zu
sehen.
Nach der Volksabstimmung für ein Verbot
neuer Minarette in der Schweiz hatte der stellvertretende CDU-Fraktionschef
Irmer in der von ihm herausgegebenen Zeitung Wetzlar-Kurier gejubelt:
"Danke, Schweiz". Ihm fielen, wenn man über den Islam in Deutschland
spreche, "Begriffe wie Ehrenmorde, Zwangsehen, Rolle der Frau, genitale Verstümmelung,
teilweise fehlender Respekt vor staatlichen Institutionen" ein, fügte
Irmer hinzu.
Koalitionspartner FDP widersprach da
entschieden. Der FDP-Integrationspolitiker Hans-Christian Mick sagte für seine
Fraktion, "dass wir die im Wetzlar-Kurier zitierten Äußerungen nicht
teilen". Es sei falsch, den Eindruck zu erwecken, dass Zuwanderung
generell negative Konsequenzen für Deuschland habe: "Diese Ansicht teilen
wir nicht." Zwar sei der Islamismus, der den Islam mit allen Mitteln durchsetzen
wolle, durchaus "Gefahr und Bedrohung", betonte Mick. Die
"überwältigende Mehrheit der Muslime" sei aber nicht islamistisch.
"Diese Menschen fühlen sich beleidigt, wenn sie mit Islamisten in einen
Topf geworfen werden."
Integrationsminister Jörg-Uwe Hahn,
ebenfalls FDP, hob das Recht der Muslime hervor, Gebetshäuser auch mit
Minaretten auszustatten: "Der Bau von Moscheen und Minaretten ist
grundgesetzlich gewährleistet." Er fügte hinzu, dass Ängste in der
Bevölkerung ernst genommen werden müssten.
Ablehnung in eigener Fraktion
Selbst aus der eigenen Fraktion erhielt
Irmer keine Zustimmung. Seine Aussagen seien "nicht jedermanns Sache, auch
nicht immer meine", sagte der CDU-Abgeordnete Rolf Müller. Allerdings
verteidigte er, dass bestimmte Themen auch provokativ angesprochen werden
könnten. Schließlich sei "Provokation ein Mittel, damit man überhaupt mal
eine Diskussion anstößt".
Die Grünen-Integrationspolitikerin
Mürvet Öztürk wies auf die Meinungsverschiedenheiten in der CDU-FDP-Koalition
hin. Auf Irmers "hinterwäldlerisches Gedankengut" hätten auch
Abgeordnete der Koalition keine Lust mehr. Der SPD-Abgeordnete Gerhard Merz
warf Irmer vor, er gehe jeder Begegnung mit Muslimen aus dem Weg, die nicht
seinen Vorurteilen entsprächen.
Linken-Fraktionschefin Janine Wissler,
die das Thema auf die Tagesordnung gebracht hatte, forderte eine klare
Distanzierung der CDU von Irmer. "Ihr Eintreten für Integration bleibt
unglaubwürdig, solange Sie einen Politiker wie Hans-Jürgen Irmer in der ersten
Reihe sitzen haben", rief sie.
Empörung erntete die
Linken-Politikerin, als sie Irmer als "Hassprediger" bezeichnete, der
das Klima im Land vergifte. Die Union kündigte an, diesen Vorwurf nicht auf
sich beruhen zu lassen. Minister Hahn forderte Wissler auf, den Saal zu verlassen.
"Wer sich hinstellt und einen Kollegen Hassprediger nennt, der sollte
rausgehen." Wissler aber blieb.
Hans-Jürgen Irmer selbst schwieg. Er verfolgte die Debatte, die er