WEBGIORNALE  1-2  Febbraio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       A sud di Lampedusa: come cambiano i movimenti migratori 1

2.       Il marketing del Cavaliere e il bipolarismo della xenofobia  1

3.       I vescovi difendono gli stranieri. "Delinquono come gli italiani"  2

4.       Cespi e dell’Oics al Comitato del Senato per le questioni degli italiani all’estero  2

5.       Germania, il maltempo non dà tregua. Strade e ferrovie bloccate: tre morti 3

6.       Radio Colonia. La battaglia sul burqa  3

7.       Stoccarda. Luis Durnwalder presenta il ritiro premondiale della Germania in Alto Adige  3

8.       Saarbrücken. Consegnati i diplomi di Certificazione europea della lingua italiana (CELI). Il progetto “Teatro a scuola”  4

9.       “L’Italia di Berlusconi non è competitiva nella ‘battaglia globale per i cervelli’”  4

10.   Presentata la rete di eventi italiani nel mondo  4

11.   Fondo di solidarietà Parlamentare per interventi in casi di truffe all’estero  5

12.   La strana disfatta  5

13.   Blair difende la guerra in Iraq. "Ma l'Iran oggi è più pericoloso"  6

14.   Il declino di un Leader 7

15.   Berlusconi contro Israele: «La colonizzazione ostacolo alla pace»  7

16.   Il commento di Scalfari. Lo Stato disossato e i pasticci elettorali 8

17.   Riforme contro l'evasione  9

18.   Anno giudiziario al via con la protesta dei magistrati 9

19.   Emergenza nazionale  10

20.   Giornata frenetica, poi la resa, tramonta l'era di Bassolino  10

21.   Il governo vara il piano antimafie. Immigrati, si riaccende lo scontro  11

22.   Lotta alla mafia. Fatti non parole  11

23.   Garavini (PD) sul ‘piano antimafia’ del Governo: tante promesse. Resta aperta questione Cosentino  12

24.   Case di riposo, una giungla. Quegli anziani diventati merce  12

25.   L'Italia rassegnata  12

26.   PD. Bersani: serve più squadra. «Il partito è giovane e un po' fragile ma cresceremo»  12

27.   Giustizia malata. Spezzare la spirale senza fine di conflitti 13

28.   Onori a Craxi, il Guardian: “Una lezione di moralità all’italiana”  13

29.   Disoccupazione all’8,5%. Ma vola al 10% in Europa  14

30.   Svizzera. Syna-Comitato centrale. Stop i tagli sociali! 14

31.   Milano, i Rom e il ritorno alle Leggi Razziali 15

32.   "Italian small business in Europe" (ISB): a servizio delle pmi e dell’artigianato italiano in Europa  15

33.   Assemblea Uim Abruzzo: assistenza agli abruzzesi nel mondo e servizi ai nuovi migranti tra i progetti 16

 

 

1.       ´Ndrangheta terrorisiert Italien. Im Griff der Krake  16

2.       Italien: Organisierte Kriminalität. Berlusconi geht der Mafia ans Geld  16

3.       Mafia. In Italien sind mehrere Mafiagruppen im organisierten Verbrechen aktiv. 17

4.       Pläne des Innenministers. Islamkonferenz, Teil 2  17

5.       Engagement gegen Rechtsextremismus und Fremdenfeindlichkeit zentrale Arbeitsfelder der FES  18

6.       Studie des Innenministeriums. Kaum Einwanderung aus Afrika  18

7.       Leitartikel zur Afghanistan-Konferenz. Mission kraftlos  18

8.       Afghanistan-Konferenz. Nur noch die Taliban  19

9.       Zwei-Grad-Limit. EU verpasst Klima-Ziele  19

10.   Griechenland. Hilflos in der Währungsunion  19

11.   EU rechnet mit griechischen Rückwirkungen auf Euro-Zone  20

12.   Blair: Befragung zum Irak-Krieg.  Blut, Schweiß und Lügen. "Ein Pakt in Blut"  20

13.   Kommentar. Blairs Bedrohungsanalyse  21

14.   Analyse. Iranischer Machtkampf 21

15.   Hetze in der Schweiz. "Kein Hochdeutsch mit den Deutschen"  22

16.   Merkel: Das wird keine einfache Legislaturperiode  22

17.   Neue Islam-Institute Deutsche Universitäten sollen Imame ausbilden  23

18.   Debatte im hessischen Landtag. Islam-Kritiker ohne Rückhalt 23

19.   Umstrittenes Vorgehen Niedersachsens. Wulff stoppt Moscheen-Kontrollen  24

20.   Islam-Debatte. Lila Latzhose contra Burka  24

21.   Islam an der Uni – Beifall von Muslimen  25

22.   Hochschulen und Islam. Es ist die Mühe wert. Dem Islam Raum geben  25

23.   Arbeitsministerin. Ursula von der Leyen will "Hartz IV" abschaffen  26

24.   Schulverweigerung. Schwänzen als Symptom   26

25.   Migranten-Schelte. Kauder würde Schulschwänzern Kindergeld kürzen  27

26.   Zossen. Neonazi zündete "Haus der Demokratie" an  27

27.   Nesthocker in Italien Abschied vom Hotel Mama  27

 

 

 

 

A sud di Lampedusa: come cambiano i movimenti migratori

 

A prima vista sembra una buona notizia: secondo i calcoli dell'organizzazione Fortress Europe, ai confini dell'Unione Europea, in particolare nel Mediterraneo, nel 2009 sono morti meno migranti e potenziali richiedenti asilo rispetto agli anni precedenti.

Certamente diversi fattori contribuiscono a questa evoluzione. Gli esperti fanno notare che a breve termine l'attuale crisi economica, con l'aumento della disoccupazione in Europa, scoraggia una parte dei possibili migranti dal mettersi in cammino. A lungo termine, invece, assume un ruolo rilevante la politica dell'Unione Europea volta ad aumentare i controlli ai suoi confini esterni, a stringere con gli stati vicini accordi di riammissione dei migranti irregolari e, infine, a sostenere con mezzi tecnici e finanziari i paesi di partenza e di transito perché blocchino loro stessi i movimenti migratori. Attualmente i numeri sembrerebbero confermare che i respingimenti attuati nell'Atlantico occidentale e nel Canale di Sicilia abbiano praticamente interrotto gli arrivi alle Canarie e a Lampedusa.

Rimangono, però, molte questioni aperte. La prima riguarda la probabilità che le rotte delle migrazioni cambino. Gli attuali paesi di transito, stanno diventando via via paesi di destinazione, come avviene in Nord Africa. Al tempo stesso gli itinerari si fanno più lunghi e complessi. Si è già registrato, ad esempio, un aumento dei passaggi al confine tra Turchia e Grecia, dove non transitano più solo persone provenienti dal Medio Oriente, ma anche africani.

 

Inoltre, ormai si moltiplicano le testimonianze drammatiche dei migranti o profughi bloccati nei vari paesi del Nord Africa. Come il caso di 31 somali che, ormai sulla rotta verso Malta, sono stati intercettati da una nave italiana e consegnati ai libici. Un volta in Libia sono riusciti ad inviare un messaggio al Refugee Service dei Gesuiti a Malta, avvertendo di essere in prigione. "Salvati", dunque, da un eventuale naufragio sono ora in uno dei carceri libici, noti per le violenze e le torture. In un altro di questi luoghi, 105 cittadini eritrei, che sono fuggiti dalla dittatura nel loro paese, invece di poter chiedere asilo, hanno ricevuto la "visita" di funzionari dell'ambasciata eritrea e costretti con la violenza a compilare dei moduli in vista del loro rimpatrio forzato. In Mauritania un centro di detenzione soprannominato "Guantanamito" è stato messo sotto accusa da Amnesty International per le condizioni in cui vivono gli 800 migranti irregolari reclusi.

È, poi, incalcolabile il numero dei morti nel Sahara, dove la sabbia ricopre in pochi giorni i corpi dei migranti. Come mostra un recente reportage del settimanale italiano Oggi, gli incidenti dei fuoristrada che trasportano i clandestini sono molto frequenti e conducono il più delle volte all'abbandono e alla morte dei viaggiatori. Attualmente, a causa dei respingimenti, è aumentato il flusso di ritorno di coloro che non hanno prospettive a nord. Dunque, il mancato viaggio in mare significa per molti un secondo attraversamento del Sahara verso sud. Chi rimane in Nord Africa, soprattutto se di pelle nera e di religione cristiana, può trovare forse lavoro, ma in condizioni di sfruttamento e di discriminazione molto forti.

 

Si può, dunque, affermare che alcune scelte politiche da parte europea hanno come diretta conseguenza la violazione dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati. Tuttavia, secondo il proverbio "Lontani dagli occhi lontani dal cuore", ben pochi sembrano preoccuparsene: in tempo di crisi economica la concorrenza per i posti di lavoro e soprattutto per le risorse sociali si fa più dura e il risentimento verso gli ultimi arrivati più forte. Si dimentica, però, che la causa della crisi non è da imputare all'immigrazione, bensì all'irresponsabilità dei settori finanziari. La ricerca del profitto ad ogni costo, senza attenzione per il bene comune, ha causato i gravi danni all'economia reale, di cui tutti portiamo le conseguenze, ma che pesano maggiormente proprio sulle spalle dei paesi più poveri. La voglia di solidarietà non è venuta meno: lo si vede nella generosità delle offerte raccolte per Haiti. La solidarietà si esprime, però, anche nell'attenzione ad una maggiore giustizia a livello globale, al rifiuto di erigere muri sempre più alti nelle nostre città e ai nostri confini, trovando nelle occasioni piccole come in quelle grandi strade per una maggiore condivisione con gli altri.  Luisa Deponti/CSERPE (de.it.press)

 

 

 

 

Il marketing del Cavaliere e il bipolarismo della xenofobia

 

Il premier Silvio Berlusconi nei giorni scorsi ha sostenuto l'equazione: + immigrati = + criminalità. E ha ribadito il proposito di agire in modo coerente e conseguente. Ridurre gli immigrati per abbassare il numero dei reati e dei criminali. Altre fonti autorevoli hanno contestato la fondatezza di questa relazione.

 

A partire dalle statistiche sui reati. (Trascurando, peraltro, che il tasso di criminalità cresce insieme al grado di marginalità sociale. I ricchi non rubano per strada o nelle case. E finiscono in carcere molto più raramente dei poveracci). A noi interessano, invece, le ragioni di questa affermazione. Proprio in Calabria, proprio alla presentazione del piano antimafia. Più logico sarebbe stato un riferimento ai fatti di Rosarno, al ruolo delle organizzazioni criminali e della 'ndrangheta nel mercato e nello sfruttamento dell'immigrazione clandestina. Rivendicando a sé e al governo i successi conseguiti nella lotta alle mafie nell'ultimo anno. Invece no. Piuttosto che alle organizzazioni criminali ha preferito rivolgersi alla criminalità comune, sottolinearne il legame con gli immigrati. Silvio Berlusconi non è un "radical-choc". Raramente indulge alle battute di "bassa lega". Non gli riescono bene come gli attacchi ai magistrati o a "certa stampa" che avvelena le coscienze. Però gli capita. Ogni tanto. E mai a caso.

 

Perché la scelta dei temi e delle parole, nella comunicazione di Berlusconi, non avviene mai a caso. Mai. D'altronde, i precedenti sono, al proposito, pochi e facili da ricordare. Lo scorso maggio affermò che non è possibile spalancare le porte a tutto il mondo. Che "l'Italia non sarà mai un paese multietnico". Annuncio un po' tardivo, visto che ci vivono ormai 4 milioni e mezzo di stranieri (Rapporto Caritas-Migrantes 2009). Ma, appunto, è "l'annuncio" che conta. E, poi, il 4 giugno: "In alcune città italiane, come Milano, a camminare per il centro, vedendo il numero di cittadini stranieri, sembra di essere in una città africana". Perché a Parigi, Londra oppure a New York, nelle altre metropoli globali, evidentemente, è diverso. Tutti rigorosamente bianchi. Ma Silvio Berlusconi non è un radical-choc. Se maneggia la xenofobia non lo fa per convinzione ma per opportunità. Per marketing. Un tema fra gli altri. Come il calcio, il dolore, lo sport, le donne. Basta far caso ai momenti. Le frasi appena ricordate risalgono, infatti, alla campagna elettorale delle ultime europee. Nell'ultimo caso, il 4 giugno, al comizio conclusivo tenuto a Milano insieme a Bossi. Anche oggi siamo in piena campagna elettorale. E se il nemico, per Berlusconi, è il Pd, insieme all'UdC, l'avversario è la Lega. A cui ha ceduto la candidatura alla presidenza di due regioni importanti: il Piemonte e il Veneto (un'enclave). La Lega: alleata necessaria eppure scomoda per un partito, il PdL, che ha una base elettorale estesa nel Mezzogiorno. Ed esprime orientamenti molto diversi dai leghisti. La criminalità, ad esempio, non è tutta uguale agli occhi degli elettori.

 

La criminalità "comune": preoccupa molto gli elettori di centrodestra. Meno quelli di centrosinistra, più reattivi nei confronti della criminalità "organizzata". Vediamo i dati dell'ultima indagine di Demos-Unipolis (novembre 2009). La criminalità "comune" è considerata più grave di quella "organizzata" dal 19% degli elettori del Pd e dal 16% tra quelli dell'IdV. Fra gli elettori del PdL questo sentimento è espresso da una componente doppia: 35%; e di quasi tre volte superiore fra quelli della Lega: 50%. Simmetrico e complementare l'orientamento rispetto alla criminalità organizzata. La considera più grave di quella comune il 76% degli elettori nel Pd e nell'IdV, ma il 58% nel PdL e il 49% dei leghisti (che lo ritengono, a torto, un problema che non tocca il "loro" mondo, ma il Sud). Lo stesso profilo caratterizza l'atteggiamento verso gli immigrati. Li ritengono un pericolo per la sicurezza o per il lavoro: il 30% tra gli elettori del Pd, il 39% dell'IdV, il 62% del PdL e il 66% della Lega. In questo bipolarismo della xenofobia, gli elettori dell'UdC si pongono in posizione intermedia. A metà strada fra sinistra e destra.

 

In Italia, dunque, la paura della criminalità è diffusa, come quella nei confronti degli immigrati. Perlopiù, le due paure vanno insieme e contagiano tutti i contesti e tutti gli elettorati. Ma alcuni in modo diverso e maggiore rispetto agli altri. Negli ultimi anni, queste paure si sono allentate. In particolare dopo le elezioni politiche del 2008, che hanno sancito il successo chiaro e netto del centrodestra. Ciò ha reso la paura degli altri meno utile, politicamente  -  e meno interessante per i media. Ma oggi siamo di nuovo in campagna elettorale. Alla vigilia delle regionali, che riscriveranno i rapporti fra gli schieramenti, ma anche al loro interno. Per cui la paura torna ad essere un buon tema di marketing politico. Gli scontri di Rosarno evocano la rivolta degli stranieri contro la 'ndrangheta calabrese. Sono stati rappresentati associando immigrazione, sfruttamento, criminalità organizzata, Mezzogiorno. Tutti insieme, in un campo di significati unitario. Che disturba soprattutto il PdL. Mentre piace alla Lega e non dispiace al centrosinistra. Da ciò la preoccupazione del premier: sottolineare il legame fra immigrazione e criminalità "comune", evocando, insieme, l'invasione degli stranieri. Temi che incontrano il favore degli elettori di centrodestra, soprattutto nel Nord. Mentre il tema della criminalità "organizzata" resta sullo sfondo. Nonostante i risultati ottenuti dal governo su questo fronte. Per non sottolineare di più i meriti del ministro Maroni (e della Lega). Per non turbare troppo la sensibilità degli elettori del PdL, disturbati dalle voci e dalle inchieste che ne hanno coinvolto leader nazionali e locali.

 

Così vanno le cose in questo paese. Dove tutto è valutato in base all'impatto politico mediatico. A partire dalle parole. Negri o terroni; rom, romeni o romani; trans o escort; criminali comuni o mafiosi. È solo questione di voti e di share.

ILVO DIAMANTI LR 31

 

 

 

I vescovi difendono gli stranieri. "Delinquono come gli italiani"

 

Mons. Crociata replica a Berlusconi: «Le nostre statistiche sono chiare».

Plaudono il Pd, i dipietristi e Casini. La Lega attacca: i dati li dà il governo

 

ROMA -Ribatte alle affermazioni di Berlusconi sugli immigrati, fa appello ad ascoltare il «grido» degli operai Fiat a rischio cassa integrazione, invita le istituzioni a «superare conflitti e tensioni» sulla riforma della giustizia, monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana. E, nel pieno di una campagna elettorale ricca di contrasti, schiva le domande specifiche sulla radicale Emma Bonino e si limita a fare appello a lavorare per «il bene più grande» del paese.

 

Conclusi i lavori del consiglio permanente Cei, intanto, il presidente dei vescovi, Angelo Bagnasco, incontra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla mostra "Il potere e la grazia" a Palazzo Venezia. Solo pochi giorni fa il cardinale aveva esortato la politica a centrare l’obiettivo «urgente, ma colpevolmente sempre rinviato» delle riforme, caldeggiato «molto opportunamente» da Giorgio Napolitano. Mons. Crociata, da parte sua, misura le parole, alla conferenza stampa conclusiva del "parlamentino" Cei ed evita di entrare nel dibattito politico, ma non manca di piantare con decisione qualche paletto. Ai giornalisti che gli chiedono un commento sull’equazione berlusconiana tra immigrazione clandestina e criminalità, risponde scandendo le parole: «Le nostre statistiche dimostrano che la percentuale di criminalità tra italiani e stranieri è analoga se non identica».

 

I dati di Caritas/Migrantes, in effetti, parlano chiaro. Per l’anno 2005 - l’ultimo di cui sono disponibili le rilevazioni Istat sulle denunce - il tasso di criminalità degli stranieri è leggermente più alto (tra il 2,14% e il 1,89% contro l’1,50%) solo per la fascia di età 18-44 anni, mentre la tendenza si inverte per la fascia 45-64 anni (tasso di 0,65 per gli italiani e 0,50%/0,44% per gli immigrati). «Dai 40 anni in poi, essendo già avviato il processo di integrazione ed essendo forte il desiderio di inserimento proficuo, gli stranieri hanno un tasso di delinquenza più basso», ha avuto a spiegare Franco Pittau, direttore del dossier statistico immigrazione di Caritas/Migrantes. Per Crociata, ad ogni modo, «la considerazione di fondo, quando parliamo di immigrati, è quella - come ci ha ricordato il Papa - della dignità di ogni persona umana, che non può essere a priori oggetto di giudizio, quindi di pregiudizio e di discriminazione».

 

Considerazioni che suscitano immediate proteste della Lega. «Le statistiche sulle delinquenza e sull’immigrazione clandestina le fanno gli organi competenti di Governo, non l’organismo rappresentativo dei Vescovi», afferma Mario Borghezio. Plaude a Crociata l’opposizione, invece, dall’Udc al Pd all’Italia dei valori. Mentre al ministero dello Sviluppo si discute del destino dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, intanto, Crociata ricorda «il dramma di famiglie che fino ad ora hanno avuto un lavoro e adesso si trovano sulla strada. Questo richiamo, questo grido - afferma - noi lo dobbiamo raccogliere e invitare a trovare le vie giuste, perché non possiamo fare le cose più facili di quanto sono». Gli fa eco mons. Arrigo Miglio, presidente della Commissione episcopale della Cei per i problemi sociali e il lavoro. «I problemi dei lavoratori non possono aspettare prospettive pluriennali, decennali», afferma il vescovo di Ivrea ai microfoni di "Radio vaticana": «Vanno affrontati subito. Ma non é proprio possibile immaginare una politica diversa dei trasporti?».

 

Quanto all’anno giudiziario appena avviato sullo sfondo di polemiche su processo breve e legittimo impedimento, Crociata invita a «superare conflitti e tensioni per trovare nel rispetto dei rapporti istituzionali, da parte di tutti, soluzioni a favore del bene comune». Parole nette, che diventano più evasive sul tema della campagna per le Regionali. I giornalisti domandano, insistono, chiedono se i cattolici sono elettoralmente smarriti, ricordano che Giuliano Ferrara ha ribattezzato Emma Bonino «il diavolo», che il cattolico Pier Ferdinando Casini lavora alla creazione di un polo di centro. Ma il vescovo si limita a considerazioni di ordine generale. Invita gli elettori cattolici ad avere «senso di responsabilità», li esorta a «seguire i criteri che permettono di realizzare il bene più grande del paese e delle regioni», li snocciola - vita, famiglia, solidarietà verso i deboli, il lavoro, la comunità - e, soprattutto, sottolinea che non si può puntare tutto sulla bioetica dimenticando le questioni sociali e viceversa. Ma indicazioni di voto non ne dà. Più che alle indicazioni sugli schieramenti ai vescovi stanno a cuore i problemi del lavoro, dell’integrazione e delle riforme. LS 29

 

 

 

 

 

 

Cespi e dell’Oics al Comitato del Senato per le questioni degli italiani all’estero

 

Roma - Fornire un altro punto di vista sulla politica estera e regionale dell’Italia nei confronti degli italiani nel mondo. Questo, in sintesi, l’obiettivo delle audizioni di rappresentanti del Cespi e dell’Oics al Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato presieduto da Giuseppe Firrarello (Pdl). Ospiti del Comitato il direttore del Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), Josè Luis Rhi-Sausi, e Gildo Baraldi, direttore dell'Osservatorio Interregionale Cooperazione allo Sviluppo (OICS) dello stesso istituto. Rhi-Sausi si è soffermato sull'analisi di due specifici segmenti di popolazione italiana all'estero rilevanti dal punto di vista dell'interscambio con l'Italia, mentre Baraldi ha approfondito il tema delle politiche regionali.

"Nei paesi stranieri di principale stanziamento delle collettività italiane e di origine italiana – ha esordito Rhi-Sausi – esiste una business community di grande importanza e spessore che, soprattutto in America latina, è sicuramente idonea a fungere da referente per un processo di internazionalizzazione delle imprese italiane". Manca però "un approccio sistematico e un preciso indirizzo politico sotto questo profilo", ha proseguito sottolineando che "l'espansione economica si basa attualmente in massima parte su processi spontanei e sull'apporto di enti ed organismi quali l'Istituto nazionale per il Commercio Estero (ICE) e le Camere di commercio, strutture che da tempo vengono indicate come possibile base di creazione di una rete di supporto per lo sviluppo di relazioni economiche internazionali più intense".

Per il direttore del Cespi, l’altro "profilo di grande rilevanza" è rappresentato dalla presenza all'estero di una nutrita comunità di giovani di origine italiana. "Collettività – ha confermato – che manifesta un sentito interesse dal punto di vista economico, culturale e linguistico per le relazioni con la madrepatria. Anche a livello di impiego nelle strutture pubbliche all'estero, la presenza di giovani di origine italiana è notevole. Ritengo quindi, anche sotto questo aspetto, che quella dei giovani italiani all'estero sia una rete ed uno strumento che potrebbe essere attivato con positive ricadute per l'Italia", tenendo presente che "i contatti avviati a livello di cooperazione decentrata e tra realtà locali hanno già dato buoni riscontri". Quello che serve, ha concluso, è "un intervento più ampio e stabile".

Baraldi, dal canto suo, ha esordito ricordando che "tutte le regioni italiane intrattengono, con diverse modalità ed intensità, rapporti economici e culturali con le comunità di corregionali all'estero" sottolineando che "il canale privilegiato, da questo punto di vista, è costituito dal mondo associativo".

"I profili in cui si concretizzano gli interventi regionali – ha proseguito – sono quelli dell'assistenza agli indigenti, dell'assistenza amministrativa e pensionistica, del collegamento linguistico e culturale e del rapporto con le nuove generazioni, oramai integrate nel tessuto sociale del paese di destinazione. Inoltre, si registra la positiva esperienza dell'avvio di iniziative imprenditoriali guidate da giovani italiani all'estero, con il supporto delle regioni italiane". Realtà, ha precisato, "che assumono una peculiare connotazione nei continenti in cui il fenomeno migratorio è più consistente, come ad esempio in America latina, ma anche in Australia, in Canada e negli Stati Uniti d'America".

Ma anche qui, manca il "sistema". "L'attività di supporto regionale – ha detto, infatti, il direttore dell’Oics – avviene talvolta congiuntamente a quella statale secondo una pluralità di interventi formalmente non unitari, che mancano di un coordinamento di indirizzi che consentano di individuare linee strategiche comuni. Ne è chiaro esempio la stipula di assicurazioni sanitarie per la popolazione di origine italiana in Argentina: qui al primo intervento regionale è subentrato quello statale, ma gli strumenti regionali si sono rivelati meno costosi e maggiormente efficaci nelle modalità di intervento rispetto a quelli statali. Credo – ha concluso – che un migliore coordinamento porterebbe senz'altro grandi vantaggi sia dal punto di vista dei costi che dell'efficacia delle politiche verso le collettività all'estero".

Le due relazioni non hanno soddisfatto il senatore Randazzo (Pd) che, intervenuto a dibattito, ha lamentato "l’assenza di riferimento ad importanti realtà che riguardano le collettività italiane all'estero e cioè Comites, Cgie ed eletti all’estero", istituti che "costituiscono un punto di partenza imprescindibile nell'analisi dei rapporti tra Italia e comunità di migranti".

Quanto ai canali dell'emigrazione italiana, "insieme all'America latina, assumono particolare rilievo, anche, e soprattutto, gli Stati Uniti d'America, l'Europa, l'Australia e il Sud Africa, paesi – ha detto Randazzo – in cui la presenza di comunità italiane è molto significativa.

Rhi-Sausi ha quindi spiegato che ha volutamente tralasciato il tema della rappresentanza perché intendeva "analizzare compiutamente differenti profili di maggiore attinenza rispetto all'attività del CeSPI". Nel suo intervento, Micheloni (Pd) ha voluto sottolineare come "a fronte della variegata realtà delle comunità italiane nel mondo, vi siano profili di particolare rilevanza che devono essere tenuti in considerazione anche dal punto di vista degli eletti all’estero.

Esistono nuove e diverse caratteristiche del fenomeno migratorio rispetto al passato che impongono un riassetto delle politiche italiane di collegamento e supporto. Sicuramente rilevante – ha riconosciuto il senatore – è il collegamento con la comunità degli affari e con le realtà locali, in una prospettiva di reciproco interesse che prevale attualmente su quella di un recupero delle origini. Per questo, i canali tradizionali, come ad esempio la formazione professionale, andrebbero rivisti e anche gli interventi regionali dovrebbero essere orientati in tale ottica". Tornando alla rappresentanza, Micheloni ha ricordato la riforma in discussione in Senato e ribadito l'esigenza di un "rinnovamento delle istituzioni, che segni il passaggio dal mondo associativo tradizionale ad organismi che favoriscano un coordinamento tra interventi statali centrali e decentrati regionali e valorizzino il ruolo delle nuove generazioni".

D’accordo con le relazioni ascoltate, la senatrice Giai (Maie) si è soffermata sull'esigenza di valorizzare il ruolo dei giovani italiani all'estero. "In America latina ma non solo – ha detto – tale prezioso contributo deve essere favorito. Auspico che le ipotesi di riforma normativa che prevedono una rappresentanza giovanile nei Comites vengano mantenute". Quanto, poi, alla internazionalizzazione delle imprese italiane nel mondo la Giai ha convenuto sull’importanza di un "supporto articolato" e ribadito il "rilevante ruolo" svolto dalle Camere di commercio all’estero.

Senatore del Pdl, Basilio Giordano ha invece chiesto chiarimenti a Baraldi circa la maggiore efficienza dell’intervento regionale rispetto a quello statale sperimentato nell’assistenza sanitaria in Argentina. "Il miglior livello di soddisfazione registrato tra gli assistiti in Argentina per l'assicurazione sanitaria stipulata con il sostegno delle regioni italiane rispetto alla successiva assicurazione garantita dallo Stato – ha spiegato il direttore dell’Oics – ferma restando in entrambi i casi la correttezza dei costi e dei servizi erogati, è derivato da un differente assetto del sistema di assistenza: nel primo caso, infatti, è risultato maggiormente conforme ai bisogni di una popolazione anziana che ha riscontrato difficoltà di accesso ai sistemi di cura, assicurando anche un meccanismo di assistenza sociale".

Rispetto al "ruolo essenziale" svolto da Comites e CGie, Baraldi ha sostenuto che "tali istituzioni costituiscono un interlocutore primario per le regioni che si relazionano con le proprie collettività all'estero. C’è, però, il rischio di uno scollamento tra la rappresentanza del mondo associativo tradizionale e fasce giovani della popolazione". Infine, dal punto di vista dell'erogazione di finanziamenti regionali mirati all'attuazione di iniziative specifiche, per Baraldi "occorre individuare nuovi canali, come ad esempio il "training on the job" per la formazione professionale". (aise)

 

 

 

 

 

Germania, il maltempo non dà tregua. Strade e ferrovie bloccate: tre morti

 

Valanga in Baviera: si temevano vittime ma l'allarme è rientrato. «Mai così tanta neve dall'inverno del '79»

 

Germania sotto la neve, con strade e ferrovie bloccate, soprattutto nella parte settentrionale del Paese. Per liberare i binari sono stati mobilitati tutti i mezzi spalaneve a disposizione. «Non avevamo così tanta neve e per così lungo tempo dall'inverno 1978-79» spiega Dorothea Paetzold del servizio meteorologico Dwd.

Germania sotto la neve                        

TRECENTO INCIDENTI - Nel land settentrionale del Meclemburgo-Pomerania, sulla costa del Baltico, la neve non si è mai sciolta da metà dicembre e in questi giorni ne sono caduti altri 40 centimetri. Le principali strade sono state chiuse per incidenti e due mezzi spalaneve sono rimasti bloccati. Molto colpita anche la città di Rostock, dove sono stati interrotti i trasporti pubblici ed è stata annullata una partita di calcio per impraticabilità del campo. Nel land del Nord Reno-Westfalia, solo domenica, ci sono stati 300 incidenti stradali dovuti a ghiaccio e neve. Nei giorni scorsi tre persone sono morte sulle strade.

VALANGA IN BAVIERA - Tanta paura, ma con finale lieto, nella Baviera meridionale, dove un valanga è caduta vicino alla città di Kempten. Si temeva che potesse aver sepolto degli sciatori: due elicotteri e squadre di soccorso hanno setacciato l'area della Capanna Stauffne, a 1.650 metri di quota, senza però trovare nessuno. La polizia ha precisato che nessun sciatore o escursionista risulta disperso dopo la valanga e che le ricerche non hanno trovato alcun ferito sotto la neve.

Redazione ondine CdS 31

 

 

 

Radio Colonia. La battaglia sul burqa

 

Fa discutere la Francia, che sta per vietarlo, e ora anche l'Italia. Diamo uno sguardo ai due paesi e al senso di questo dibattito.

 

In Francia le donne che portano il velo integrale, burqa o niqab, sono una minoranza. Eppure intorno a queste donne si sta accendendo una polemica che rischia di infiammare ancora di più le tensioni sociali. E tutto è nato da un quartiere alla periferia di Lione, che alcuni hanno battezzato la Repubblica Islamica di Venissieux. A Venissieux più della metà degli abitanti sono di origine straniera. L'ex sindaco, Andre Gerin, di sinistra, è il padre della commissione parlamentare che ha proposto di vietare in Francia il velo integrale in comune, nei trasporti e nelle scuole. Ma la questione è complicata. Anna Bressanin ha fatto un viaggio nel quartiere di Venissieux, dal mercato alla moschea.

E la questione francese ha riaperto il dibattito anche in Italia, dove sono già diverse le proposte di legge per vietare il burqa. Ne abbiamo parlato con il sociologo ed esperto di Islam Stefano Allievi, per cui il dibattito è solo l'ennesimo episodio di una "odiosa campagna" contro l'Islam.

Ascolta il servizio di Anna Bressanin in onda su Radio Colonia del 31 gennaio:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/int/2010/100131_burqabeitrag.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/int/2010/100131_burqabeitrag.mp3

Ascolta anche  l’intervista con il sociologo ed esperto di Islam Stefano Allievi:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/int/2010/100131_burqainterviewallievi.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/int/2010/100131_burqainterviewallievi.mp3

RC, de.it.press

 

 

 

Stoccarda. Luis Durnwalder presenta il ritiro premondiale della Germania in Alto Adige

 

Stoccarda - "Un ambiente ideale per preparare in tranquillità e concentrazione il Mondiale, una presenza di prestigio per l’Alto Adige e la sua lunga tradizione sportiva e di ospitalità". Così il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, ha descritto giovedì 28 gennaio, a Stoccarda, davanti ai vertici della Federcalcio e della nazionale tedesca e a circa 150 giornalisti, il ritiro premondiale della Germania in Alto Adige. Dal 21 maggio al 2 giugno la nazionale di calcio tedesca sarà infatti in ritiro premondiale ad Appiano prima di volare in Sud Africa per i Mondiali.

La presentazione ufficiale dell'evento si è svolta a Stoccarda, nella sede della Mercedes, sponsor della nazionale. Il presidente Durnwalder ha incontrato tra gli altri il Ct tedesco Joachim Löw e il suo assistente Hansi Flick, il team manager Oliver Bierhoff e l'allenatore dei portieri Andreas Köpke.

Durnwalder ha ringraziato la Federcalcio tedesca per aver ancora una volta riposto piena fiducia negli impianti e nell'ospitalità dell'Alto Adige, come già nel ritiro premondiale del 1990.

"Anche questa volta la nazionale troverà strutture all'altezza e un ambiente ideale per preparare nel modo giusto il Mondiale in Sud Africa", ha detto Durnwalder. Il presidente ha ricordato che "la presenza dei calciatori tedeschi è motivo di prestigio per l'Alto Adige, che conferma la sua lunga tradizione sportiva, di ospitalità e di organizzazione turistica. Questo evento promuove ulteriormente l'immagine della nostra terra".

Sull'adeguatezza delle strutture e dell'ambiente hanno insistito anche Bierhoff e Harald Stenger, il responsabile della comunicazione della Federazione.

La presentazione del ritiro è stata accompagnata dalla proiezione di un breve filmato sulle bellezze dell'Alto Adige.

Al workshop di Stoccarda, davanti a circa 150 giornalisti di tutti i media tedeschi, hanno partecipato anche una delegazione del Comune di Appiano, guidata dal sindaco Franz Lintner, e il responsabile dell'organizzazione del ritiro premondiale, Manfred Call, segretario generale del VSS. (aise) 

 

 

 

Saarbrücken. Consegnati i diplomi di Certificazione europea della lingua italiana (CELI). Il progetto “Teatro a scuola”

 

Saarbrücken - Si è svolta sabato 23 gennaio presso la sala grande della Missione Cattolica di Saarbrücken la cerimonia di consegna dei diplomi di Certificazione CELI, organizzata dal comparto scuola della Missione del capoluogo sarrese in collaborazione con l’Università per stranieri di Perugia.

Gli esami di certificazione europea CELI della lingua italiana si sono svolti il 22 giugno 2009 presso il centro d’esame della Missione Cattolica Italiana di Saarbrücken e sono stati somministrati da Liliana Rino Calabrese, coordinatrice dei Corsi di Lingua e Cultura italiana, da Pasqualina Corbo Pace, insegnante, e Francesco Calabrese, esaminatore ufficiale CELI.

La Certificazione, attraverso un diploma internazionalmente riconosciuto che, ad un determinato livello (CELI 3) abilita anche, linguisticamente, all'iscrizione alle Università italiane, consente la visibilità della competenza linguistica, rendendola interessante anche per potenziali datori di lavoro e per le scuole tedesche.

Durante il suo intervento, il prof. Francesco Calabrese, esaminatore CELI a Saarbrücken, ha presentato anche la novità di offrire quest’anno, in occasione della sessione di esami di giugno, oltre al CELI 2, al CELI 3 ed eventualmente il CELI 4 e 5, anche l’esame CIC (Certificazione dell’italiano commerciale), molto importante per chi volesse inserirsi in aziende tedesche o italiane che hanno rapporti commerciali con l’Italia o i Paesi di lingua tedesca poiché attesta la buona o ottima conoscenza dell’italiano commerciale.

Nel suo discorso il prof. Calabrese ha ribadito il forte impegno che la Missione Cattolica di Saarbrücken da qualche anno sta operando nel settore scolastico con un’azione ad ampio raggio e con una serie di iniziative che hanno avuto il merito di affermare il carattere qualitativo e innovativo dell’azione didattica.

Recependo le direttive in materia scolastica emanate dall’Ambasciata d’Italia in Berlino, la Missione Cattolica di Saarbrücken persegue, oramai da diversi anni, la costituzione di nuovi corsi misti (i cosiddetti corsi-AG, Arbeitsgemeinschaft) di alunni italofoni e tedescofoni per l’apprendimento e la valorizzazione della lingua italiana, attraverso l’inserimento del suo insegnamento nell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche locali. L’azione ha la finalità di perseguire l’integrazione dei corsi d’italiano nell’orario scolastico ordinario di scuole a forte presenza italiana, la mattina per le Grundschulen e il pomeriggio per le scuole a tempo pieno (Ganztagsschulen).

La novità più importante è l’apertura quest’anno di due corsi AG a livello infanzia in due scuole materne del Saarland, uno a Schaffhausen ed uno a Lebach.

Ancora, nella sede della Weyersbergschule di Saarbrücken è stato fondato nell’anno scolastico 2008/2009 il centro linguistico italiano, un progetto che prevede quattro ore alla settimana di lezioni d’italiano integrate, alle quali prendono parte quarantaquattro bambini, e una sede del doposcuola.

La Missione Cattolica garantisce, inoltre, il proseguimento dei corsi pomeridiani di Lingua e Cultura Italiana, i quali vengono frequentati da alunni provenienti da scuole diverse. Compresi i corsi AG la Missione Cattolica rende servizio nei corsi di Lingua e Cultura italiana ad oltre duecento alunni, suddivisi in quattordici corsi, nei quali operano cinque insegnanti.

Contemporaneamente l’Ente della Missione è impegnato a migliorare la qualità dell’insegnamento dell’italiano nel Saarland con la sua partecipazione, nella persona dell’insegnante Liliana Rino Calabrese, ai lavori della commissione mista italo-tedesca, voluta dal Ministero della pubblica istruzione del Saarland, incaricata dell’elaborazione di un curriculum per l’italiano nella scuola elementare nel Saarland.

Riguardo all’offerta formativa della Missione Cattolica di Saarbrücken sono previsti per l’anno scolastico in corso un progetto interculturale “Teatro a scuola”, che nasce dall'abbinamento di due aspetti didattici importanti: quello del teatro (inteso come "rappresentazione teatrale") e quello per la lingua e cultura italiana.

Il progetto prevede due rappresentazioni teatrali da parte degli alunni frequentanti i corsi di Lingua e Cultura italiana da tenersi in due semestri; e un progetto “Cinema per ragazzi”, volto a favorire la passione verso il cinema italiano d’autore attraverso la proiezione di film imperniati su temi specifici di interesse giovanile.

Inoltre, a partire dal 16 gennaio scorso la sezione scuola della Missione Cattolica di Saarbrücken si è dotata di una biblioteca, denominata “La bibliotechina”, con oltre duecentocinquanta nuovissimi libri in italiano per bambini e ragazzi.

Con “La bibliotechina” si vuole offrire un servizio prestito libri al fine di motivare gli alunni alla lettura. Inoltre sono previste una volta al mese delle letture animate per bambini. E alla fine dell’a. sc. persino un torneo di lettura fra classi diverse.

La Missione, ancora, si è dotata persino di una pubblicazione quadrimestrale, “Il Corrierino”, un giornalino scolastico bilingue (italiano/tedesco) con uscita regolare, e di un sito web (www.saarbanda.de), entrambi curati dagli alunni frequentanti i corsi offerti dalla Missione.

Dulcis in fundo la Missione Cattolica di Saarbrücken organizza per il secondo anno consecutivo finanche un corso di alfabetizzazione informatica per anziani con cadenza settimanale per un totale di dodici ore di lezioni.

Buongiorno Europa, de.it.press

 

 

 

“L’Italia di Berlusconi non è competitiva nella ‘battaglia globale per i cervelli’”

 

Per l’on. Garavini insoddisfacente la risposta del Governo all’interpellanza urgente sul programma Montalcini

 

“Brutte nuove per tanti ricercatori eccellenti all’estero che vorrebbero rientrare nel nostro Paese: sul programma ‘Rita Levi Montalcini’, il Ministero dell’istruzione e della ricerca rifiuta ogni dialogo. Il messaggio è chiaro: chi voglia candidarsi lo faccia nonostante non ci sia il tempo”. L’on. Laura Garavini commenta così la risposta del sottosegretario Giuseppe Pizza all’interpellanza urgente sul Programma per Giovani Ricercatori. Nessuna proroga, dunque, della scadenza per la presentazione delle domande di partecipazione, fissata per mezzanotte di venerdì 29 gennaio.

 

“Peccato per i tanti validi ricercatori che non hanno la ‘fortuna’ di poter contare su contatti personali o legami di parentela nel mondo accademico italiano i quali di conseguenza, con tutta la buona volontà, non riusciranno a rispettare queste scadenze”, dice con amarezza la deputata PD eletta nella circoscrizione estero. “Ad essere penalizzati dai tanti requisiti richiesti nei tempi stretti saranno proprio loro, i candidati che hanno lasciato da tempo l’Italia, diventando più indipendenti scientificamente ma diluendo i loro contatti con istituti italiani. L’atteggiamento rigido del MIUR mi fa pensare che non vi sia assolutamente l’intenzione di favorire il rientro dei cervelli italiani dall’estero, quando invece ce ne sarebbe un bisogno straordinario. Quei giovani che hanno fatto ricerca all’estero potrebbero dare un apporto notevole per internazionalizzare il sistema della ricerca italiana”.

 

“Povera Italia”, conclude la Garavini, “che proprio nell’era della conoscenza dove le principali economie mondiali si litigano i ricercatori meritevoli in quella che viene a volte definita la ‘world brains war’, la battaglia globale per i cervelli, rischia di rimanere indietro con quella sua mentalità antimodernista e autolesionista”. De.it.press

 

 

 

Presentata la rete di eventi italiani nel mondo

 

Nuovi impegni di RaiNet e RaiCinema per la web-tv Eticmedia

Italian Women in the World annuncia  i suoi  format dedicati al made in italy

 

Nel palinsesto della nuova “televisione etica” dell’Associazione Physeon ci saranno anche i format tv di Italian Women in the World dedicati al made in italy, ai connazionali, alle eccellenze e ai valori dell’italianità all’estero.

Ad annunciarlo la Presidente IWW Patrizia Angelini nel corso della presentazione “Eticmedia diamo anche noi” durante la convention nella sala polifunzionale del Consiglio dei Ministri: "Pluridisciplinarieta' della comunicazione web-tv, interattiva e sostenibile”.

 “AmiciOltreOceano” e il “Premio Iww Globo tricolore”. Sono, infatti, due  programmi  IWW che racconteranno storie di successo di italiani nel mondo, premiando l’italianità. Un circolo virtuoso per ogni italiano/a che fuori dai confini nazionali ha saputo lasciare il segno.

-“Il Premio IWW” per l'assegnazione di sette riconoscimenti destinati a profili eccellenti di italiani all'estero, nei settori dell’Innovazione e Creatività.

- “AmiciOltreOceano” per conoscere molto da vicino la storia delle personalità e delle eccellenze italiane all’estero rispetto all’evoluzione della propria terra d’origine. Format presentati in Senato il 14 marzo 2007 nell'ambito di una mozione finalizzata alla creazione di una testata giornalistica Rai-Donna.

Eticmedia: la prima web-tv “socialmente responsabile” vede tra i partner, oltre Italian Women in the World anche Rainet per il web,  Rai Cinema, Rai Trade, Mediaset con Medusa e Mediafriends.

"RaiNet elaborera' e fornira' contenuti dell'azienda pubblica riguardanti temi sociali e trasmissioni di servizio studiati per un pubblico giovane, soprattutto per il target attorno ai 20-30 anni". Questo il commento del presidente di RaiNet, Giampaolo Rossi.

Dando poi la parola al direttore generale di Rai Cinema, Paolo Del Brocco, Angelini ha ribadito alcuni esempi di film di successo ma anche educativi prodotti dalla Rai. “L’impegno della Rai – ha detto Del Brocco- nel settore cinema resta in buona percentuale legato a nuove produzioni di qualità attente ai valori dell’etica e della responsabilità sociale”.

Eticmedia avra’ sei canali tematici-educativi: Economy, Educational e International -ideati dal Laboratorio EC-MEDIA- (Consorzio Wylford - Associazione Physeon) e prodotti dai partner mirano ad indirizzare gli utenti verso l’accrescimento della propria professionalità con responsabilita’ e solidarieta’; Social, Love, Entertainment hanno una funzione di elevazione spirituale e culturale pensata per l’accrescimento della società civile e dell’individuo. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Fondo di solidarietà Parlamentare per interventi in casi di truffe all’estero

 

L’on. Razzi ha presentato un progetto di legge per tutti i casi simili alla truffa della Pension Kasse Svizzera. In calce il testo della legge

 

La spinosa questione della Pension Kasse è un avvenimento veramente increscioso che priva centinaia di cittadini italiani in Svizzera delle loro pensioni. E’ ormai famosa la fuga del cassiere con i soldi dei pensionati. La condanna penale che punirà il colpevole, non garantisce affatto il ritorno dei soldi nelle giuste e legittime tasche.

In questi casi esiste un vuoto legislativo che non permette di restituire il mal tolto.

Per le ipotesi di truffa d’altronde si verifica una impotenza disarmante a fronte di danni ingenti ed irreparabili. Purtroppo, le stesse istituzioni, quindi la gente, sono vittime di truffe gravi cui non c’è verso di rimediare nell’immediato e spesso mai.

Con il progetto di legge enumerato dal programma politico del P.I.E e che l’on. Razzi ha fatto suo presentandolo alla Camera, si intende fare fronte proprio a casi di questo tipo come agli eventi e catastrofi naturali che si abbattono sul paese.

E’ una scelta etica di altissimo profilo e non c’è dubbio che vada appoggiata senza reticenze. Mille euro pro capite per 630 parlamentari significa, in soldoni, 630.000,00 € (seicentotrentamila) al mese che in un anno ammontano a 7,56 mln di euro.

Un solo anno di fondo parlamentare sarebbe bastato ed avanzato a ridare ai pensionati i loro soldi della Pension Kasse. 

I parlamentari contribuiscono sistematicamente ai loro partiti somme mensili come se non bastassero gli enormi finanziamenti pubblici che lo Stato eroga loro.

Una legge come questa segnerebbe un cambiamento di rotta, una iniziativa nuova riabilitante della reputazione dei parlamentari che stimolerebbe i cittadini ad avere un contatto meno distante e più fiducioso con gli operatori della politica.

L’atteggiamento dell’on. Razzi nel mostrarsi assai recettivo alle proposte di disegno di legge patrimonio del P.I.E dimostra che gli Italiani dall’Estero sono di fatto presenti nella politica nazionale con proposte concrete  che approdano in Parlamento.

Ecco il testo della legge

«Fondo di solidarietà Parlamentare per interventi fuori previsione legislativa»

In considerazione di problematiche importanti spesso fuori previsione legislativa, si rende necessario un provvedimento che assicuri una pronta copertura finanziaria per l’intervento in emergenza.

 

Istituire un fondo con una quota pro capite per tutti i parlamentari, deputati e senatori, stabilisce un principio di solidarietà e di responsabilità istituzionale di grande profilo etico.

Molti sono gli esempi, oltre alle catastrofi naturali ed ambientali, di impotenza al cospetto di fatti che hanno danneggiato e danneggiano i cittadini e, spesso anche le istituzioni, da atteggiamenti criminali e fraudolenti cui però il vuoto legislativo corrispondente non consente di sanare immediatamente.

Un esempio per tutti è la truffa perpetrata ai danni di cittadini e lavoratori che per le azioni criminali di qualcuno si vedono privare dei propri diritti indebitamente.

In casi di specie, il fondo potrà accorrere in soccorso, dopo l’attenta valutazione di una commissione ad hoc, con l’erogazione del mal tolto.

 

Articolo 1: Si costituisce l'apertura di un fondo cui parteciperanno tutti i parlamentari, deputati e senatori, con una quota del loro stipendio pari a 1.000,00€ che mensilmente verseranno e metteranno a disposizione di casi e fatti che esulino da previsioni di legge che non siano previsti dai regolamenti o che dipendano da imponderabili eventi naturali ed ambientali.

I casi saranno valutati da un'apposita commissione ad acta costituita cui confluiranno le istanze cosiddette "fuori previsione legislativa" ma che meritano di una attenzione particolare per colmare un vuoto legislativo grave. In questo modo,  provvedendo immediatamente al soccorso, si può legiferare per trovare la soluzione legislativa opportuna per casi simili in futuro. Salvatore Viglia, Politicamentecorretto 30

 

 

 

 

La strana disfatta

 

Non stupisce lo strano silenzio che circonda, d’un tratto, la guerra iniziata da americani ed europei in Afghanistan, quasi nove anni fa. Guerra senza più bussola, che nel 2001 scacciò i talebani e ora è tutta intenta a facilitare il loro ritorno al potere, addirittura remunerandoli in cambio di qualche gentilezza sulla costituzione. Guerra di cui «abbiamo ormai abbastanza», ammette con candore lo stesso comandante della Nato in Afghanistan, generale McChrystal. Guerra degradata a simulacro, già da tempo. Nessun occidentale vuol finirla, nessun ministro della difesa rinuncia a foto di gruppo con soldati al fronte, ma in cuor suo ciascuno sa la verità: la guerra che solennemente vien continuata è in fondo già considerata perduta. La commedia è recitata da voltagabbana ignari del pudore, che hanno bisogno della messa in scena per evitare l’onta di una fuga. Solo per i soldati e i loro capi il conflitto non è simulacro ma dura prova in cui si rischia la morte, si guadagna l’onore, si merita una pietà ancora più grande. Degenere e posticcia, questa guerra è paradigma dei tempi che viviamo. Sono uomini vuoti che vediamo ai comandi della politica, come nel poema di Thomas Eliot: «Siamo gli uomini vuoti /Siamo gli uomini impagliati /Che appoggiano l’un l’altro /La testa piena di paglia». Figure senza forma, ombre senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto: da sempre, le facce e le voci dei voltagabbana «sono quiete e senza senso».

 

La sete di negoziare col nemico fino a ieri equiparato al male assoluto è vasta e si estende; anche quando viene dissimulata o perfino negata. È anche una via obbligata e necessaria, quando la vittoria si fa difficile: con chi trattare, se non con l’avversario? Non è la trattativa in sé a colpire negativamente, ma l’impressionante vuoto nelle teste, l’afasia del linguaggio, la presunzione che la disfatta sia una vittoria. Colpisce infine la cecità su una guerra antiterrorista che complessivamente è in stato di degenerazione: quasi dieci anni dopo l’assalto alle Torri di New York, Stati Uniti ed europei hanno praticamente perso dappertutto. Il pericolo terrorista s’è spostato in Pakistan e Yemen, e non smette di nuotare nell’azzurro liquido del mondo-web. Blair è costretto a giustificare la guerra irachena davanti alla Commissione Chilcot, a Londra, e a sventolare bugie come fossero bandiere. Un’analoga commissione, il 12 gennaio in Olanda, ha già definito illegale la partecipazione all’offensiva in Iraq.

 

Così sfila davanti al nostro sguardo una generazione di politici europei (nel Regno Unito Blair, in Olanda Balkenende, in Italia Berlusconi) che senza tema di contraddirsi dice, oggi, quel che ancor ieri considerava eretico.

 

Era eretico patteggiare col nemico, ma ora si può, si deve, è cosa buona e bella. La svolta era nell’aria da mesi, ma ora s’è fatta urgente per varie ragioni. Sono gli stessi militari favorevoli all’aumento di truppe a far capire che la guerra, essendo invincibile, è in pratica finita: primo fra tutti il generale McChrystal, che tanto ha influito sulle scelte di Obama.

 

In un’intervista di domenica scorsa al Financial Times, auspica anch’egli i negoziati e dichiara, perentorio: «Come soldato, il mio personale sentimento è che di guerreggiare ne abbiamo abbastanza. Non puoi fare alcun progresso politico, fin tanto che guerreggi». Karl Eikenberry, ambasciatore Usa in Afghanistan, disse precisamente questo, in due cablogrammi inviati nel mese di novembre al Dipartimento di Stato: la guerra non era vincibile, e l’aumento di soldati un rischio anziché un’opportunità. Pubblicati dal New York Times il 26 gennaio, i due promemoria parlano chiaro: Karzai «non è un partner strategico adeguato», disinteressato com’è a «erigere un governo e una sovranità». L’unica cosa che Karzai vuole è una «guerra senza fine al terrore» (la guerra che Bush aveva promesso), grazie alla quale Kabul riceve soldi e non deve ricostruirsi come Stato funzionante e non corrotto.

 

A questa ragione se ne aggiunge un’altra, non meno decisiva: la defezione del Pakistan, senza il quale la sconfitta è certa. Le forze talebane legate al terrorismo hanno infatti lì le loro basi, non in Afghanistan. E le notizie che giungono da Islamabad sono devastanti. Il 21 gennaio, durante una visita del ministro della Difesa Robert Gates, il governo pakistano ha annunciato la sospensione  per almeno un anno  di ogni operazione antiterrorista nel Waziristan del Nord: nella zona, cioè, dove son rifugiati i talebani più duri (la rete Haqqani, responsabile dell’attacco del 18 gennaio al palazzo presidenziale di Kabul).

 

La terza ragione è la persona di Karzai. Già screditato dai brogli elettorali, il Presidente è profondamente esecrato dalla propria popolazione. Lo dice l’agenzia Onu che si occupa di droga e corruzione (Unodc), in un rapporto del 19 gennaio: il 59 per cento degli intervistati giudica la «disonestà pubblica e la corruzione» più preoccupante ancora dell’insicurezza (54 per cento) o della disoccupazione (52 per cento). Nel 2009, i cittadini afghani hanno dovuto pagare tangenti a funzionari dello Stato per un totale di 2,5 miliardi di dollari (l’equivalente di quel che hanno ricavato dal traffico di oppio, il 23 per cento della ricchezza nazionale). Corruzione in Afghanistan vuol dire Karzai, e Karzai vuol dire forze alleate, non solo americane ma dei partecipanti alla missione (in ordine decrescente Inghilterra, Germania, Francia, Italia, ecc). Ovvio che tutti costoro siano visti come occupanti.

 

Anche questa guerra, come è successo per la crisi economica, è stata una bolla gonfiata da frettolose supposizioni, menzogne ideologiche, che infine s’è scontrata con la realtà ed è scoppiata. Era una bolla speculativa anche il linguaggio che l’accompagnava, e che contagiò tanti politici e intellettuali d’Europa. Fu dipinta come riedizione della guerra mondiale contro Hitler, e chi obiettava era subito tacciato di appeasement, di accomodamento col terrorismo islamico nel quale s’incarnava in questo secolo il male assoluto. Un male più che mai mostruoso, perché riviveva anche da morto come uno zombi: per questo Bush e Cheney dissero che la guerra sarebbe durata generazioni. Lo storico Marc Bloch scrisse sull’invasione nazista della Francia un libro essenziale: si intitola La Strana Disfatta, perché la guerra fu condotta con le menti e le armi del conflitto precedente, ignorando incomprensibilmente il tempo presente. Proprio questo è accaduto in Afghanistan, con la variante che Hitler è stavolta invitato a tornare al potere.

 

Obama non ha cambiato strategia, ma da qualche tempo ha smesso di parlare di guerra necessaria (o «esistenziale», come diceva Frattini pochi mesi fa, senza ben sapere quel che diceva). Nel discorso del 2 dicembre, il Presidente Usa ha addirittura fissato il giorno in cui le operazioni finiranno: nel 2011 si torna a casa, non si attende la vittoria come di solito succede nelle guerre. Tutti vogliono tornare a casa, pur continuando a parlare di guerra giusta. Per questo la disfatta è così strana; per questo è così surreale il silenzio che avviluppa i negoziati con i talebani.

 

È strana, la disfatta, non solo perché è una ritirata mal confessata. È soprattutto una strage di parole: solenni, di breve durata, ma dure a morire. Dopo 9 anni, molti morti e crudeli torture inflitte nelle prigioni di Bagram e Guantanamo, ecco l’arcinemico talebano trasformato in interlocutore meritevole di un Fondo internazionale di aiuti. Ecco Karzai che guida le danze della riconciliazione, da noi trattato come il sovrano che non è. In fondo non è interamente sua la colpa. Lui propone patti espliciti col nemico; Holbrooke usa eufemismi, e il patto lo chiama «reintegrazione». Reintegrazione fa più fine, e ha il pregio di essere una parola talmente grigia da passare inosservata.

 

Così deve concludersi una guerra cominciata per motivi tutt’altro che ignobili, combattuta comunque con coraggio, proseguita malamente, culminata infine nell’ipocrisia. Parafrasando l’epilogo triste che Eliot riserva agli uomini impagliati, è questo il modo in cui finisce la grande guerra al terrore. Finisce non con uno schianto, ma un flebile lamento: Not with a bang, but a whimper. BARBARA SPINELLI  LS 31

 

 

 

 

 

Blair difende la guerra in Iraq. "Ma l'Iran oggi è più pericoloso"

 

L'ex premier britannico depone davanti alla Commissione d'inchiesta sull'intervento del 2003 - "L'11 settembre cambiò tutto: i regimi con armi di sterminio andavano fermati" - "Con Bush non ci fu alcuna cospirazione. Nessun rimpianto"

I familiari dei soldati morti: "Ha agito per conto suo. E non chiede scusa"

 

LONDRA - Con l'11 settembre cambiò tutto, compresa la percezione della minaccia rappresentata da Saddam Hussein. E la decisione di muovere guerra in Iraq viene rivendicata fino in fondo, "senza alcun rimpianto" da Tony Blair. Questa la linea esposta dall'ex premier britannico per giustificare l'intervento militare del 2003 nell'audizione davanti alla Commissione d'inchiesta sulla guerra in Iraq. Blair ha spiegato che in molti altri leader europei non trovò una percezione analoga della minaccia posta da "un regime brutale" che poteva avere accesso ad armi di sterminio. Durissima la reazione dei familiari dei soldati britannici rimasti uccisi nel conflitto, presenti all'udienza che hanno definito Blair "compiaciuto", "poco rispettoso", e con "il suo solito ghigno". Un membro della commissione d'inchiesta, Sir Roderic Lyn, ha ribattuto che "Saddam non c'entrava niente con al Qaeda e con l'11 settembre". La guerra in Iraq, dove Londra inviò 45mila uomini, resta uno dei momenti più controversi nei 10 anni di Blair alla guida del governo britannico e gran parte dell'opinione pubblica ritiene che l'intervento fu sbagliato e basato sull'erroneo presupposto che Saddam disponesse di armi di sterminio.

 

L'audizione. "Fino all'11 settembre pensavamo che Saddam fosse una minaccia, un mostro che rappresentava un rischio e facemmo del nostro meglio per contenerlo", ha raccontato Blair, "dopo gli attentati questa percezione degli Usa e della Gran Bretagna cambiò drammaticamente". "Dopo l'11 settembre, se tu eri un regime che aveva a che fare con le armi di sterminio dovevamo fermarti e questa era l'idea della Gran Bretagna, non degli Usa", ha sottolineato. Nell'aprile 2002 "dissi al presidente Bush che la Gran Bretagna avrebbe affrontato insieme agli Usa la minaccia, posta da Saddam, con le sanzioni, le ispezioni e, se si fosse arrivati a quello, con la forza militare", ha rievocato.

 

La protesta. Blair, giunto con quasi due ore di anticipo al Queen Elizabeth Centre per le due audizioni del mattino e del pomeriggio, è entrato da un ingresso secondario per evitare i circa duecento manifestanti e parenti di caduti in Iraq assiepati all'entrata. I dimostranti, che issavano cartelli come "Criminale di guerra", hanno poi dato le spalle all'edificio durante l'audizione, durata sei ore, e uno di loro ha letto i nomi di civili e militari morti in Iraq.

 

Il pericolo Iran. L'ex premier, ora inviato del Quartetto per il Medio Oriente, si è soffermato sulle minacce alla stabilità regionale che ora a suo avviso arrivano soprattutto dall'Iran e da realtà come Afghanistan, Yemen e Somalia dove ci sono "legami molto forti" tra le organizzazioni terroristiche e i Paesi che li ospitano. L'Iran del 2010, ha detto Blair, è più pericoloso dell'Iraq del 2003. Denunciando il pericolo posto dal programma nucleare di Teheran e dai legami di quel paese con gruppi terroristici, "la mia opinione è che non si possono correre rischi in questa vicenda", ha ammonito, lasciando intendere che ogni opzione dev'essere lasciata aperta. "Quando vedo questi legami con gruppi terroristici, direi che una gran parte della destabilizzazione nel Medio Oriente viene dall'Iran".

 

Il patto con Bush. Blair ha negato di aver mai stipulato "accordi segreti" con Bush sull'intervento in Iraq. E ha ricordato che dopo il famoso incontro con l'allora presidente americano in Texas, nell'aprile 2002, non fu fatto mistero che si fosse convenuto sulla necessità di risolvere il problema Saddam "con un metodo da decidere". Blair ha difeso con forza la scelta di partecipare all'intervento. "Qui non si parla di una menzogna o di una cospirazione o di un inganno", ha insistito, "è una decisione. E la decisione che dovetti prendere era: data la storia di Saddam, dato il suo uso di armi chimiche, dato il milioni di morti che aveva già causato, dati i 10 anni di violazioni di risoluzioni Onu, possiamo prenderci il rischio di lasciare che quest'uomo ricostituisca i suoi programmi di armamenti o è un rischio che sarebbe irresponsabile prendersi?". In conclusione, "nessun rimorso" per aver avviato la guerra al fianco degli Usa.

 

La reazione dei familiari dei soldati morti. "Si sta dimostrando molto sicuro delle sue idee, e questo ce lo aspettavamo", ha detto Sarah Chapman, sorella del sergente Bob O'Connor, caduto cinque anni fa mentre era di stanza in Iraq. "Ma appare ormai chiaro che non ha condiviso tutti i documenti con gli altri ministri del Gabinetto nei mesi che hanno preceduto la guerra. Sono disgustata. E' ovvio che ha agito per conto suo", ha aggiunto. "Io chiedo solo che mi guardi negli occhi e mi dica che gli dispiace", ha dichiarato invece Theresea Evans, madre del 24enne Llywelyn, morto nel 2003 in seguito all'abbattimento del suo elicottero. "Invece Blair sfoggia il solito ghigno". Ancora più dure le parole di Andrew Murray, presidente dell'associazione pacifista Stop the War Coalition. "Le vere domande a cui Blair deve rispondere dovrebbero essere quelle del tribunale dell'Aia per crimini di guerra". "E' un attore consumato - ha proseguito - ma credo che la maggior parte delle persone abbia ormai riconosciuto il suo copione". LR 29

 

 

 

 

Il declino di un Leader

 

La Commissione britannica che ha interrogato Tony Blair per sei ore sul suo ruolo nella guerra irachena del marzo 2003 non è un tribunale e non pronuncerà sentenze. Non sarebbe facile, comunque, dimostrare che Blair e Bush si erano accordati nel Texas per una guerra da farsi a tutti i costi, indipendentemente da qualsiasi tentativo negoziale. Ma il giudizio politico non ha bisogno di scranni, parrucche e banco degli imputati, secondo le liturgie della giustizia britannica. La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera.

Nel 2007, quando lasciò l’elegante casa georgiana di Downing Street, Blair mise in scena la propria partenza con l’abilità di un grande regista e iniziò da allora, con disinvoltura, due nuove carriere, abitualmente incompatibili. Sfruttò la fama conquistata negli anni precedenti per diventare conferenziere, guru di strategie mondiali, promotore di nobili cause, consigliere di un grande gruppo bancario, impresario di se stesso e della propria personale fortuna. Ma non rinunciò alla politica e trasferì le sue ambizioni dal campo nazionale a quello internazionale. Divenne inviato del Quartetto (l’organismo quadripartito incaricato di negoziare la soluzione della questione palestinese) e lasciò intendere che avrebbe accettato volentieri, dopo la ratifica del Trattato di Lisbona, la presidenza dell’Unione Europea. L’avrebbe ottenuta, forse, se gli impegni privati non fossero stati più numerosi delle sue visite a Gerusalemme e nei territori occupati, se il suo ruolo nella questione palestinese non fosse stato pressoché invisibile e se non avesse atteso qualche giorno, dopo lo scoppio della guerra di Gaza, prima di fare una frettolosa apparizione televisiva sui luoghi della crisi. È probabile che la sua deposizione di ieri, di fronte a una commissione d’inchiesta sulla guerra irachena, sia l’epilogo di una carriera costruita sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla buona gestione della Cosa pubblica. I cantori della «terza via» dovranno fare qualche esame di coscienza. I sostenitori della guerra irachena dovranno leggere attentamente la deposizione di Blair e chiedersi se quel conflitto fosse davvero necessario.

E noi tutti dovremmo chiederci se la società moderna non sia destinata a essere vittima delle sue illusioni. Eleggiamo i nostri leader nella speranza di essere governati da uomini che si sono dedicati alla buona amministrazione della Cosa pubblica. E scopriamo prima o dopo di avere scelto personalità attraenti, grandi maestri della comunicazione, ma incapaci di separare, nella loro vita, il pubblico dal privato. Non esiste soltanto un caso Blair.

Esistono altri casi che vale la pena di ricordare brevemente. Il più recente è quello di Nicolas Sarkozy nella vicenda giudiziaria che ha visto un ex primo ministro, Dominique de Villepin, sul banco degli imputati per una imbrogliata vicenda di tangenti, conti segreti e rivalità politiche. Quando decise di costituirsi parte civile nel processo contro Villepin, Sarkozy voleva regolare i conti con un uomo di cui era stato amico eministro. Voglio credere che lo abbia fatto nella convinzione di essere stato ingiustamente calunniato. Ma ha proclamato Villepin colpevole ancora prima dell’inizio del processo e ha dimenticato di essere capo dello Stato, presidente del Consiglio superiore della magistratura, custode e garante della legalità nazionale. Ha preferito considerarsi parte offesa e fare una battaglia personale. L’assoluzione di Villepin, quindi, non sconfigge soltanto l’uomo, ma anche e soprattutto il presidente. Se il pubblico ministero, come sembra, ricorrerà in appello contro l’assoluzione, molti francesi giungeranno alla conclusione che Sarkozy continua a ignorare le esigenze del suo ruolo pubblico.

Le disavventure giudiziarie del suo predecessore sono più tradizionali. Terminato il suo secondo mandato, Jacques Chirac deve difendersi in un’aula di tribunale dall’accusa di avere utilizzato le risorse del Comune di Parigi, negli anni in cui fu sindaco, per rafforzare i quadri del suo partito. Si parla, in altre parole, di finanziamenti illegali, una categoria con cui gli italiani hanno grande familiarità e che molti considerano, tutto sommato, perdonabile. Ma l’immagine di Chirac sarebbe migliore se l’ex presidente non abitasse, dopo la fine del mandato, nell’appartamento parigino di Rafik Hariri, il ricco uomo politico libanese ucciso a Beirut: un’amicizia, quella tra Chirac e Hariri, che ha spesso suscitato sorrisi e sospetti.

E veniamo infine al caso di Gerhard Schröder, cancelliere tedesco dal 1998 al 2005, grande amico di Vladimir Putin, autore insieme all’amico russo di un progetto per la costruzione di un grande gasdotto che correrà sotto il mare del Nord e garantirà alla Germania una posizione privilegiata nel grande mercato europeo dell’energia. Ho sempre pensato che Schröder abbia fatto in tal modo gli interessi del suo Paese e dell’Europa. Ma ha fatto contemporaneamente anche i suoi personali interessi. Con una disinvoltura superiore a quella di Blair, non ha perso un giorno, dopo la fine del suo mandato, per passare dalla Cancelleria tedesca alla presidenza del consorzio costituito per la costruzione del gasdotto.

Non esiste quindi soltanto un caso Blair. Esiste anche il problema di una generazione politica che sembra avere perso di vista la separazione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato. Qualche lettore potrebbe osservare a questo punto che non ho parlato dell’Italia. Risponderò che ne parliamo tutti i giorni. Oggi ci siamo concessi un giorno di vacanza e parliamo dei casi altrui.  Sergio Romano CdS 30

 

 

 

 

 

Berlusconi contro Israele: «La colonizzazione ostacolo alla pace»

 

La politica della colonizzazione è errata. Israele deve ritirarsi dal Golan. Alla vigilia del suo viaggio in Israele, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi rilascia un'intervista a tutto campo al quotidiano Haaretz di Tel Aviv. Il premier spara a zero contro la politica colonialista di Israele, osservando però che non si possono rimuovere gli insediamenti per avere sinagoghe bruciate. Fra gli altri temi, la politica italiana di fronte al terrorismo nel mondo e la minaccia nucleare iraniana: no all'atomica, dice, a chi vuole distruggere Israele, sì a un negoziato intelligente, ma servono risposte robuste. Il premier si dice poi vittima di una campagna di stampa più aggressiva che mai e aggiunge che non cambierebbe nulla di quello che ha fatto. E sul fisco ribadisce: la mia missione è abbassare le tasse. Netanyahu ha replicato dicendo che Israele non ha un amico migliore di Berlusconi.

 

L'intervista - «La politica della colonizzazione è errata. Israele deve ritirarsi dal Golan». Con questo titolo a tutta pagina, il quotidiano Haaretz di Tel Aviv presenta l'intervista a Berlusconi, atteso lunedì a Gerusalemme con otto ministri per una visita di tre giorni durante la quale pronuncerà un discorso alla Knesset, il Parlamento israeliano, e visiterà il memoriale di Yad Vashem.

 

Nonostante la critica alla politica degli insediamenti, incassa l'elogio del premier Benyamin Netanyahu: «Ammiro molto Silvio Berlusconi, Israele non ha un amico più grande di lui nella comunità internazionale» ha detto aprendo la seduta del Consiglio dei ministri a Gerusalemme. Netanyahu ha spiegato ai suoi ministri di annettere grande importanza all'incontro con Berlusconi e i ministri che lo accompagneranno: «La visita rientra nel contesto della politica israeliana di rafforzamento qualitativo delle relazioni con governi di importanza centrale in Europa». In questo contesto ha menzionato l'incontro allargato fra il governo tedesco e una parte di quello israeliano avvenuto due settimane fa in Germania e il progetto di organizzare un incontro analogo con l'esecutivo polacco.

 

Nell'intervista, Berlusconi usa parole forti contro la politica degli insediamenti spiegando che la colonizzazione dei territori arabi occupati da Israele dal giugno 1967 rappresenta «un ostacolo alla pace»: «Nella mia veste di amico, la mano sul cuore, voglio dire al popolo e al governo di Israele che insistere con questa politica è un errore. È giunto il momento che Israele e la Siria agiscano di concerto per la pace e in questo contesto le alture del Golan dovranno essere restituite (alla Siria, ndr), così che possano essere ristabilite le relazioni diplomatiche e Damasco rinunci a sostenere le organizzazioni che non riconoscono Israele». Per quanto riguarda i palestinesi, aggiunge, «non si potrà mai convincerli della buona volontà di Israele, se continuerà a edificare su territori che dovrebbero essere restituiti nel quadro di un accordo di pace».

 

Nello stesso tempo, secondo il premier, «non si possono rimuovere gli insediamenti per avere sinagoghe bruciate, devastazioni e violenza infra-palestinese e lanci di razzi in territorio israeliano». «Gli arabi - dice il premier - vivono in Israele e partecipano alla sua splendida vita democratica, e la guerra sarà davvero finita quando i palestinesi accetteranno di ripristinare la grande tradizione araba di tolleranza e di ospitalità verso gli ebrei nel loro territorio. Condannare gli insediamenti con gli stessi argomenti dell'estremismo è troppo facile, è ipocrita e non è degno delle classi dirigenti dell'Occidente democratico». Berlusconi punta poi il dito contro l'Iran, spiegando che «bisogna vigilare sui Paesi che sembrano vicini a dotarsi dell’arma nucleare, magari coltivando il folle desiderio di cancellare Israele dalla mappa geografica. La via del controllo multilaterale sugli sviluppi del programma iraniano, del negoziato intelligente, delle sanzioni efficaci è quella da percorrere».

 

Berlusconi parla anche di questioni interne, spiegando che la parte finale della sua missione politica è quella di «ridurre la pressione fiscale e portare l’imposta sui redditi a un livello accettabile». «Non cambierei nulla di quel che sono riuscito a fare - spiega -. Mi trovo a essere il presidente del Consiglio che ha governato più a lungo nella storia della Repubblica italiana e quindi ho avuto la possibilità di realizzare molte riforme. Il problema è realizzare il sogno del futuro: uno Stato meno invadente, un cittadino più autonomo, più responsabile, più libero». Il Cavaliere torna poi ad attaccare i media: «Sono stato vittima per molti mesi di una campagna di stampa che è stata probabilmente la più aggressiva e calunniosa di quante ne siano mai state condotte contro un capo di governo. Ho subito aggressioni politiche, mediatiche, giudiziarie, patrimoniali e anche fisiche». Anche il quotidiano Maariv dedica ampio spazio alla visita di Stato e, citando fonti vicine al premier, scrive che per lui si tratta di «una visita storica». Il discorso che terrà alla Knesset (il Parlamento israeliano), «sarà - secondo questa fonte - il più importante e il più emozionante della sua vita». L’U 31

 

 

 

 

Il commento di Scalfari. Lo Stato disossato e i pasticci elettorali

 

Oggi dovrei occuparmi delle elezioni regionali e infatti ne parlerò tra poco, ma prima c'è un tema che merita di esser posto come introduzione: si sta disossando lo Stato. Mentre si discute di riforme costituzionali, la struttura dello Stato sta infatti cambiando sotto i nostri occhi distratti: lo Stato si sta "esternalizzando" con conseguenze gravi sulla dislocazione del potere e sugli equilibri istituzionali.

 

Negli scorsi giorni, nella disattenzione generale, è stata approvata la creazione della "Difesa Spa" che centralizzerà gli acquisti e gli approvvigionamenti necessari al funzionamento di tutte le Forze armate in una società per azioni. Analoga operazione verrà discussa e probabilmente approvata in Senato mercoledì prossimo per la creazione della "Protezione Spa", responsabile di tutte le operazioni di qualsivoglia tipo effettuate dalla Protezione civile. Immaginiamo che altre società sorgeranno nei vari settori della Pubblica amministrazione. Le operazioni di queste nuove entità, la provvista dei fondi necessari, l'accensione di mutui bancari e tutto ciò che è necessario al loro funzionamento saranno disposti mediante ordinanze, veri e propri decreti legge che non approdano in Parlamento ma diventano immediatamente esecutivi. La loro firma spetta al ministro competente o addirittura al presidente del Consiglio e, oltre a scavalcare il Parlamento, scavalca anche il Capo dello Stato. La Corte dei conti interviene più come organo di consulenza che come organo di controllo.

 

Le somme in gioco sono enormi. Il capo della Protezione civile, che è al tempo stesso sottosegretario in attesa di esser elevato al rango di ministro, in un'intervista di qualche giorno fa al nostro giornale ha quantificato gli interessi che la Protezione civile paga annualmente sui debiti esistenti con le banche: 850 milioni. In termini di capitale si tratta di un debito tra i 20 e 25 miliardi di euro, una somma enorme decisa al di fuori della normale contabilità e dei normali controlli di forma e di merito. Per di più è scritta nel disegno di legge l'esenzione di ogni responsabilità penale del capo della Protezione civile il quale è esentato dal doversi sottoporre alle normali regole della Pubblica amministrazione per quanto riguarda appalti e commesse.

 

È superfluo segnalare che queste società sono amministrate da propri consigli d'amministrazione; lo "spoil system" ne risulta ampliato senza alcun controllo parlamentare sulle nomine e sugli eventuali conflitti d'interesse.

 

C'è dunque un mutamento vistoso in questo modo di gestione: rapidità nel decidere, impressionante rafforzamento del potere esecutivo. Berlusconi anticipa il suo ideale: l'uscita dalla Repubblica parlamentare e l'ingresso nella democrazia autoritaria; una legge elettorale blindata, una maggioranza parlamentare di "replicanti", gli organi di controllo ridotti a puro simbolo senza poteri. Faceva effetto vederlo l'altro giorno a L'Aquila abbracciato a Guido Bertolaso reclinando la testa sulle spalle del "protettore". "Che faremmo senza Guido?" ha detto mentre annunciava la sua promozione a ministro senza neppure averne informato i membri del governo e tanto meno il Capo dello Stato.

 

Già, che farebbe senza Guido che allo stato dei fatti è il controllore-controllato per eccellenza? Bertolaso è la sua protesi e così saranno i capi delle future Spa pubbliche. La prova generale (auspice Tremonti) fu fatta qualche anno fa con la Cassa Depositi e Prestiti. Perché  -  bisogna ricordarlo  -  i flussi finanziari che alimentano il sistema "esternalizzato" sfuggono a tutti salvo che al superministro dell'Economia. Giulio e Guido, un'accoppiata perfetta, con la differenza che Guido è una protesi di B., mentre Giulio lavora per sé.

Lo Stato di diritto è a pezzi.

 

In questo contesto si preparano le elezioni regionali e quella per il comune di Bologna. Qui i protagonisti sono numerosi: Berlusconi ovviamente, Casini, D'Alema, Bersani, Vendola. Quella più interessante da esaminare è la situazione pugliese perché i suoi effetti hanno avuto ed avranno ripercussioni importanti sul quadro politico nazionale.

 

In Puglia andava infatti in scena uno dei punti essenziali del programma con il quale Bersani ha conquistato la guida del Partito democratico: l'alleanza tra le varie forze d'opposizione in vista di un'alternativa al centrodestra, ma in particolare l'alleanza con l'Udc, alla quale D'Alema attribuiva una importanza speciale.

Finora Casini ha sempre escluso un'alleanza nazionale del suo partito con altre forze. Il centro non può che stare al centro, così ha sempre detto. Però fare alleanze in elezioni regionali e locali quando vi siano convergenze sui programmi e sui candidati, è possibile in diverse direzioni affinché si bilancino reciprocamente.

 

Il ragionamento è chiaro. Parrebbe tuttavia che negli ultimi tempi questo schema di lavoro sia cambiato sotto l'urto dei fatti. Parrebbe cioè che Casini consideri possibile un'alleanza con il Pd in vista delle elezioni politiche del 2013. Giudica irrecuperabile Berlusconi, giudica sempre più necessaria una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, senza di che l'Udc sarebbe condannata all'irrilevanza.

 

In vista di questi obiettivi ancora remoti, il leader dell'Udc ha interesse ad una sconfitta ai punti di Berlusconi nelle prossime regionali. Su 13 Regioni in palio, spera che almeno 7 vadano alle opposizioni e non più di 6 allo schieramento governativo. Di qui le alleanze con il Pd in parecchie situazioni.

 

Il caso pugliese era il più significativo di tutti: è una regione importante nel Mezzogiorno continentale, economicamente dinamica, stava a cuore a Massimo D'Alema che è il maggior fautore dell'alleanza con il centro. Perciò la Puglia, ma non con Vendola candidato. Troppo a sinistra. Qualunque altro, ma Vendola no.

E' andata male. Ora il candidato del Pd, dopo una serie di scossoni, marce avanti e marce indietro, primarie e non primarie, è proprio Vendola. Ma nonostante le profferte di Berlusconi, Casini non è passato dall'altra parte. Si presenterà da solo con un candidato forte che farà razzia di voti a destra. Indirettamente favorirà Vendola, sempre che Berlusconi non decida di confluire su Casini, ma sembra difficile che possa farlo.

Più di questo il leader del centro, in questa tornata elettorale, non poteva fare. Il dopo si vedrà dopo.

 

Ci sono stati parecchi errori in Puglia, compiuti da Bersani e da D'Alema sull'altare dell'alleanza con l'Udc, da loro giudicata indispensabile per la vittoria elettorale. Una sottovalutazione di Vendola. L'accettazione del veto di Casini sul nome del governatore uscente. L'irre-orre sulle primarie. Ma l'errore principale e non scusabile è stato quello di schierarsi e fare campagna in favore di uno dei due candidati alle primarie impegnando così sulla sua vittoria o sconfitta la segreteria nazionale del partito.

 

Le primarie sono un metodo discutibile ma, una volta decise dagli organi regionali e accettate dalla direzione nazionale di un partito, è regola che il gruppo dirigente non si schieri con un candidato contro l'altro. Dovrebbe restare rigorosamente neutrale e poi appoggiare compattamente il vincitore che affronterà l'avversario del partito. Questa seconda mossa Bersani e D'Alema l'hanno fatta e sicuramente il loro appoggio a Vendola sarà pieno e  -  speriamo  -  efficace; ma la botta alla loro credibilità politica è stata tosta e ne porteranno i lividi per un bel po'. Anche perché quell'ondivago comportamento ha incoraggiato una sorta di ribellismo locale che non è sana autonomia e neppure dissenso politico rispetto alla linea che vinse il congresso del Pd, ma esplosione di ambizioni e vanità personali che sono esattamente il contrario della funzione di un partito politico.

Si potrebbe dire che nel centrodestra avvengono fatti analoghi, ma questa constatazione non è affatto consolatoria.

 

La questione nel Pd riguarda in particolare Bersani. Sembra un cacciatore con il falcone D'Alema sulla spalla. Non è questo il segretario di cui il partito (ogni partito) ha bisogno. Il falcone parte prima del cacciatore, anzi è lui stesso che snida la preda e poi torna ad appollaiarsi sulla spalla del padrone. In un partito democratico questo meccanismo non può funzionare e infatti non funziona.

 

Ci sono nel Pd parecchi altri impacci elettorali ancora in corso. Altri altrettanto gravi ce ne sono nel Pdl. Berlusconi è nei guai in Puglia. Nel Lazio la partita è apertissima e il candidato risponde più a Fini che a lui. In Sicilia, anche se in questa regione non si vota, non ne parliamo. La competizione con la Lega è aspra in tutto il Nord.

 

Nonostante tutto, l'ipotesi di un risultato 7 a 6 in favore del centrosinistra è dunque ancora ipotizzabile. Ma poi bisognerà passare dalla tattica alla strategia.

 

Quella larga parte di italiani ai quali stanno a cuore le sorti del paese oltreché la propria, capiscono che non si può continuare così. Un capo di governo che in ogni luogo racconta barzellette e le comunica ai giornalisti affinché ne parlino sui loro giornali; un capo di governo che promuove un Bertolaso ministro dopo averlo pubblicamente censurato per le sue gaffe internazionali; un capo di governo che si occupa solo dei suoi guai giudiziari e degli affari delle sue società (private e pubbliche); un capo di governo che insulta ogni giorno i magistrati e prepara riforme a suo personale uso e consumo obbligando i magistrati ad una civilissima quanto gravissima manifestazione di protesta; un capo di governo che ogni mattina si fa dipingere i capelli in testa; un capo di governo che è una macchietta se non fosse una tragedia nazionale, ha l'aria d'essere arrivato alle ultime battute. Il suo declino potrà anche essere lungo ma è senz'altro cominciato.

 

Post Scriptum. Adriano Celentano in un articolo sul Corriere della Sera di giovedì scorso, dopo aver constatato che il governo non funziona e che i problemi dei cittadini restano da anni irrisolti, ha proposto che Berlusconi sia definitivamente liberato da tutti i suoi guai giudiziari ed abbia così il tempo di dedicarsi al bene comune.

Nei programmi di Berlusconi campeggia anche la costruzione di 25 centrali nucleari. Il ragazzo della via Gluck avrebbe fatto un pandemonio per impedirlo. Adesso reclama un salvacondotto definitivo per il leader nuclearista. Caro Adriano, trent'anni fa eri "rock", adesso sei lento assai. LR 31

 

 

 

 

Riforme contro l'evasione

 

Il lavoro sui redditi degli italiani e le tasse versate che il Corriere ha portato avanti consente una riflessione pressoché inedita di sociologia tributaria. Fino al 2008, quindi in un ambiente pre-Grande Crisi, se lo Stato ha continuato a pagare gli stipendi, se ha tenuto fede alla tradizione del welfare europeo, se ha supportato con incentivi e aiuti l'azione delle grandi imprese, se in definitiva non ha dovuto alzare bandiera bianca stroncato dall'evasione fiscale, lo deve allo spirito civico di quattro milioni di connazionali. Sono loro - in magna pars lavoratori dipendenti - che, pur rappresentando solo il 10% dei contribuenti, versano oltre la metà delle tasse incassate dal Tesoro.

Accanto a questo macro-fenomeno i dati 2008 ci segnalano altre due novità minori: un maggior contributo da parte dei professionisti e i primi sintomi di una difficoltà dei ceti medi (che vivono di lavoro autonomo) a tenere le posizioni in termini di reddito. A ripagare la fedeltà fiscale dei lavoratori dipendenti non è arrivata una maggiore equità del prelievo, ma paradossalmente è stata la crisi. Vuoi psicologicamente vuoi nei fatti, il lavoro dipendente è stato colpito in maniera meno traumatica dal downsizing dell'economia. Ciò non è avvenuto in maniera uniforme: i dipendenti pubblici hanno usufruito di un ricovero totale, mentre operai e impiegati finiti in cassa integrazione hanno subito una decurtazione di salari e stipendi. Per entrambi un sollievo è venuto, però, dal drastico calo dell'inflazione che nel 2009 è rimasta ancorata allo 0,8%.

Sui lavoratori autonomi che presentano un tasso di infedeltà fiscale assai marcato - e in molti casi clamoroso - si è abbattuta la legge del contrappasso. La crisi del 2009 si è accanita sui loro redditi, tanto che le partite Iva sono diventate più simili a un refugium peccatorum che a uno strumento di mobilità sociale. In più si è fatta sentire la loro esclusione dal welfare. Passare ai rimedi non è facile. Politica e opinione pubblica però non possono sottrarsi, lo devono ai contribuenti onesti. Da qui la necessità di una riforma fiscale non di soli palliativi che corregga le evidenti asimmetrie del patto di cittadinanza. Ergo: pagare meno, pagare tutti. Ridurre il carico che pesa sui 4 milioni di «fedeli» e aumentare le entrate sul versante degli autonomi evasori. Per rendere credibile quest'operazione occorre anche formulare nuovi strumenti di integrazione rivolti ad artigiani, partite Iva e giovani professionisti. Quadrare il cerchio non sarà agevole ma di compiti facili la politica moderna purtroppo non ne avrà più. Dario Di Vico  CdS 31

 

 

 

 

Anno giudiziario al via con la protesta dei magistrati

 

Inaugurazione nelle 26 corti d'appello, in quasi tutte le sedi le toghe lasciano l'aula. L'Anm: "Uniti e compatti". Alfano: "Tante defezioni"

 

ROMA - Lo avevano annunciato, hanno mantenuto la promessa: all'inaugurazione dell'anno giudiziario, in molte delle 26 città sedi di Corte d'appello, i magistrati, Costituzione alla mano, hanno abbandonato in massa le rispettive aule, nel momento in cui prendeva la parola il rappresentante del governo. Una protesta riuscita, come sottolinea l'Anm; mentre secondo il ministro della Giustizia Angelino Alfano l'iniziativa ha avuto "tante defezioni".

 

La protesta. In molte parti d'Italia, i magistrati escono in massa, in silenzio, toga nera sulle spalle e Carta fondamentale in in mano. Rivendicano di essere "uniti e compatti" nella protesta, di "parlare con una voce da Milano a Palermo" per esprimere tutto il loro "disagio" per la politica del governo: la giustizia non funziona, non si stancano di denunciare, eppure nessuna riforma "vera" viene messa in campo, solo riforme "distruttive", come quella del 'processo breve', "devastante"; niente risorse per uffici giudiziari "al collasso", vicini alla "paralisi". Il tutto accompagnato da "attacchi e aggressioni" continue, a cominciare da quelli del presidente del Consiglio.

 

L'Anm. "Oggi per la magistratura italiana è una giornata importante. Abbiamo dimostrato di essere uniti e compatti, non importa quanti hanno manifestato il pacato dissenso anche una sola persona basta": questo il commento del presidente dell'associazione, Luca Palamara. "In molte città come Roma, Milano, Torino, Napoli e Palermo, abbiamo registrato una massiccia e composta adesione ad una iniziativa che non è rivolta contro una persona ma contro una politica. In questo modo non si può andare avanti senza riforme della giustizia e con insulti: i magistrati italiani oggi dicono basta".

 

Il Guardasigilli. Diverso il punto di vista di Alfano, che a margine dell'inaugurazione dell'anno giudiziario all'Aquila sulla protesta dice: "Mi pare che abbia registrato numerose defezioni. E' la prima volta che si verificano tutte queste defezioni in riferimento ad una protesta ed esse sono il termine di misura della irragionevolezza della protesta che ha come unica esigenza quella di avviare la campagna elettorale per il rinnovo del Csm". Il ministro aggiunge che le riforne saranno fatte anche senza dialogare con l'Anm, perchè è più utile "confrontarsi con i magistrati che operano sul campo", ascoltare dalla voce dei capi degli uffici le proposte per "abbattere" le migliaia di processi che si sono accumulati.

 

Mancino sul processo breve. Da Firenze, il vicepresidente del Csm auspica "uno sforzo straordinario" per dotare la macchina della giustizia di risorse adeguate. Le riforme a suo giudizio vanno fatte in maniera condivisa e senza fretta, altrimenti si rischia "l'instabilità". A cominciare proprio dal processo breve, un ddl sul quale il Parlamento,  "che è sovrano", deve però ascoltare "le opinioni": "Se vogliamo la ragionevolezza e la giustezza, si può dire che non necessariamente un processo deve andare a tre gradi di giudizio ma guai se si ferma perché è finito il tempo". LR 30

 

 

 

 

Emergenza nazionale

 

Fra politica e magistratura sono tempi di grande tensione. Ma ieri, all’inaugurazione solenne dell’anno giudiziario in Cassazione davanti al parterre delle alte cariche dello Stato, i toni sono stati misurati e composti. È bene che sia stato così, anche se i problemi esistono, sono profondi e non sono certamente le chiacchierate di un mattino a dissiparli.

 

Il Primo Presidente e il Procuratore Generale della Cassazione hanno pronunciato parole condivisibili. Sullo sfondo vi era, ovviamente, il tema del «processo breve» appena votato in Senato dalla maggioranza con l’intento di salvaguardare il premier dai processi in corso. Entrambi i due alti magistrati hanno sottolineato che un processo rapido costituisce, comunque, esigenza imprescindibile di ogni società civile. Ma hanno soggiunto che l’obiettivo non può essere conseguito tramite leggi di giornata, asfittiche e di corto raggio; deve essere invece perseguito attraverso riforme organiche di vasto respiro, accompagnate da un potenziamento delle risorse umane e materiali destinate all’esercizio della giurisdizione.

 

Parole ineccepibili, che il mondo del diritto pronuncia da anni, ma che, per anni, sono state ignorate dalla politica che, giorno dopo giorno, ha lasciato che la giustizia s’impoverisse. Ha ragione il Primo Presidente a denunciare l’intollerabilità di una situazione che, nella gerarchia mondiale in materia di giustizia, vede l’Italia solo al centocinquantesimo posto, al pari del Gabon, della Guinea e dell’Angola. Ma occorre ricordare che, se ciò è capitato, è soprattutto colpa di chi, al governo e in Parlamento, a tutto ha pensato tranne che a rendere efficiente la macchina giudiziaria dotandola, per legge, dei mezzi e degli strumenti necessari.

 

Ed occorre, ulteriormente, ricordare, ancora una volta con le parole del Primo Presidente, che senza un disegno riformatore di ampio respiro della legislazione penale e dell’organizzazione giudiziaria sarebbe vano pretendere di «imporre ex lege una risposta di giustizia che possa in concreto essere breve ed efficace a fronte di un crescente carico di domanda». In altre parole, prescrivere per legge un processo breve senza dotare gli addetti dei mezzi e degli strumenti idonei a rispettare i tempi stabiliti, significa introdurre, semplicemente, una mannaia destinata a cancellare processi, condanne, soluzioni giudiziarie. Un disastro ulteriore, e forse definitivo.

 

Il ministro della Giustizia, stando alle notizie di agenzia, ha cercato di abbozzare, riconoscendo che la condizione della giustizia italiana, specie di quella civile, costituisce «una vera e propria emergenza nazionale», ed annunciando «un piano straordinario di smaltimento delle pendenze». In realtà, sarebbe necessario un progetto complessivo di intervento sui codici civili e penali, sugli organici del personale giudiziario, sulla distribuzione delle sedi giudiziarie, sulla copertura dei posti vacanti. Non un intervento straordinario, ma un ordinario, serio, riassetto globale del sistema legislativo e giudiziario.

 

Un’ultima annotazione. Sempre il ministro, in un unico accenno leggermente polemico in una giornata «pacificante» ricca di composto equilibrio istituzionale, ha dichiarato di avere rispetto per l’indipendenza dell’ordine giudiziario, ma ha sottolineato che «i giudici sono soggetti alla legge» e che «la legge la fa il Parlamento libero, democratico, espressione del popolo italiano», quello stesso popolo italiano in nome del quale i giudici pronunciano le loro sentenze.

 

Anche questa è annotazione, di per sé, assolutamente condivisibile, costituendo, ciò che è stato detto, fotografia della divisione dei poteri propria dello Stato di diritto. Occorre tuttavia ricordare, al ministro e a noi tutti, che il Parlamento, nel legiferare, è sovrano, ma è, comunque, tenuto a rispettare la Costituzione (cosa sovente dimenticata in questi ultimi tempi). Nel dibattito di ieri in Cassazione è stato d’altronde ignorato un profilo di grande importanza. Si è parlato ampiamente della necessità di riformare con legge ordinaria la giustizia penale e civile per renderla efficiente (cosa sulla quale sono tutti, bene o male, a parole d’accordo); si è però taciuto sulle ventilate riforme costituzionali attraverso le quali una parte consistente del personale dei partiti intenderebbe rimodulare i rapporti di potere fra politica e magistratura.

 

È, questo, un profilo di grandissima delicatezza. Non si vorrebbe infatti che, con la scusa del riequilibrio fra i poteri dello Stato, si intendesse in realtà proteggere in modo abnorme il mondo politico intriso di malaffare. La speranza è che il clima con il quale il tema della giustizia ordinaria è stato affrontato ieri nell’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione consenta di affrontare con altrettanta distensione anche quello, assai meno pacifico, che concerne la ventilata riforma costituzionale. Per intanto si attende con una certa apprensione che cosa accadrà, oggi, nelle inaugurazioni dell’anno giudiziario in ciascuna sede di Corte d’Appello. CARLO FEDERICO GROSSO LS 30

 

 

 

 

Giornata frenetica, poi la resa, tramonta l'era di Bassolino

 

L'ultima speranza del governatore uscente: un intervento di Roma...

di CONCHITA SANNINO

 

NAPOLI - Quando la disfatta è davvero vicina, ti accarezza con parole di pietas. Un nuovo accento che affiora, per la prima volta in quindici anni, ieri sera, sulle labbra di Vincenzo De Luca, unico candidato ufficiale del Pd in Campania, quando si rivolge al suo acerrimo nemico e grande assente, Antonio Bassolino.

 

Dopo una giornata tesissima, che aveva sancito il ritiro dell'ultimo bassoliniano contro De Luca in un imbarazzante balletto sulle primarie - convocate, per tre volte rinviate e ieri, di fatto, vinte "a tavolino" dal rivale - il sindaco di Salerno può permettersi di non infierire. Gli basta promettere "rinnovamento radicale nelle politiche regionali". E poi: "Basta duelli, basta caricature, vorrei rivolgere un saluto a Bassolino", esorta. Prima di passare all'opera di archiviazione: "Al di là delle luci e delle ombre di quindici anni di governo, la vicenda di Bassolino appartiene alla storia democratica e civile di questo Paese e del Mezzogiorno. Lui stesso ha detto in passato una cosa importante: "Non ce l'abbiamo fatta". Noi tutti non ce l'abbiamo fatta, non solo lui". E così sia. Voglia di un nuovo inizio. In un Pd che resta diviso, ma sta già cambiando leadership.

 

La fine dell'era bassoliniana in Campania, comunque vadano queste elezioni regionali, è scoccata alle sei della sera, sotto un cielo piovoso, nella sala gremita di un albergo sul lungomare. Davanti a una platea trasversale ecco il calcio d'inizio di De Luca, il primo cittadino-sceriffo che dota di manganelli i vigili urbani di Salerno, l'amministratore outsider dei democratici, la spina nel fianco di Bassolino per quasi tre lustri, ma anche di Pierluigi Bersani negli ultimi due mesi. Combattente in cerca di sfide, il sindaco già si riconquistò la sua rielezione con una corsa tutta in salita, nel giugno del 2006: vincendo, con un cartello di liste civiche, contro il designato ufficiale di Ds e della Margherita, l'europarlamentare Alfonso Andria, voluto da Bassolino e De Mita. Accadeva una vita fa. Con Prodi che si apprestava a riconquistare Palazzo Chigi e il potere bassoliniano in sella. All'hotel Vesuvio, quando De Luca entra tra due ali di folla e dalla platea si alza proprio Andria per abbracciarlo, scatta la prima standing ovation. Un'ora di discorso a braccio, diciotto lunghi applausi.

 

De Luca non si fa "impressionare" dall'avversione già dichiarata dall'Idv e della Sinistra che considerano la sua candidatura "improponibile" e gli chiedono di fare un passo indietro per salvare "la coalizione". Ipotesi lunare per il candidato, soprannominato anche Vincenzo 'o pazzo da chi ne apprezza il piglio decisionista. Improbabile anche l'ultima ratio a cui si appellano i bassoliniani, quando argomentano che il regolamento delle primarie prevede che "in assenza di un'intesa con tutti gli alleati, il candidato rimetta l'ultima parola al partito". È l'esile speranza di Bassolino: un improbabile intervento da Roma. Mentre De Luca è già lanciatissimo contro il centrodestra, cui non lesina attacchi.

 

"In questi cinque anni l'opposizione c'era? Virtuale. Ora noi dobbiamo stare uniti, tutti", quasi grida. "Vincere qui e ora, ce la possiamo fare. Perché se non superiamo questa sfida, la Campania finisce in mano alla camorra". Sala in delirio. De Luca non chiude la porta ai potenziali alleati. "Ma prima di stare con i partiti, voglio stare con i cittadini, i giovani in cerca di lavoro, gli onesti padri di famiglia". Parole dure per Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris che gli avevano ricordato di essere rinviato a giudizio per vicende amministrative. "I magistrati non devono guardare in faccia a nessuno. Ma nessuno venga a darmi lezioni di legalità. Casomai, ne do". Nel suo pantheon di oggi, De Luca mette Napolitano e la Chiesa. "Dietro di me non ho correnti, non ho potentati economici, non ho burattinai. Sono un uomo libero. Se devo scegliere tra la verità e la bandiera di partito, scelgo la verità". LR 31

 

 

 

 

Il governo vara il piano antimafie. Immigrati, si riaccende lo scontro

 

Il premier: meno clandestini meno criminalità. L’opposizione insorge – di MARCO CONTI

 

REGGIO CALABRIA - Un piano in dieci punti per combattere la criminalità organizzata e la ndrangheta, ma anche per continuare la lotta all’immigrazione clandestina che spesso offre le sue braccia al crimine e che permette a Silvio Berlusconi di ripetere che con «meno immigrati c’è meno criminalità». Un’affermazione poco political correct, ma che deve contribuire a quell’«imbarazzante» 68% di gradimento personale che il Cavaliere sfoggia nella conferenza stampa con i ministri Maroni e Alfano che chiude il primo consiglio dei ministri in trasferta nella terra dei Bronzi di Riace.

 

«Per battere la mafia occorre aggredire il patrimonio mafioso, ed è per questo che metteremo questo obiettivo al centro dell’attività di contrasto. E si i mafiosi ricompreranno i beni, noi li sequestreremo di nuovo», spiega Berlusconi annunciando che a Reggio troverà sede l’Agenzia che gestirà i beni sequestrati e augurandosi che non vengano prodotte più le fiction sulla mafia. I ministri erano arrivati nella sede della Prefettura con un pullman direttamente dall’aeroporto. Tranne Frattini, la Carfagna e Fitto, il governo è schierato al gran completo per una riunione che strizza più di un occhio alla campagna elettorale. Nel ddl varato ieri mattina nelle due ore di riunione, sono contenute norme per un codice delle leggi antimafia e misure per assistere le vittime del racket e dell’usura. Si prevede anche una mappa informatizzata della criminalità organizzata e il potenziamento della lotta alle infiltrazioni nel settore deglia appalti pubblici. Istituzione di una «stazione unica appaltante in tutte le province e tracciabilità dei flussi finanziari, «secondo il modello già adottato in Abruzzo e per l’Expo di Milano», sono per il ministro Maroni gli strumenti che accompagneranno la creazione di una «white list che includerà l’elenco delle aziende pulite» in modo, che «dovranno essere le imprese a svolgere indagini sulle aziende in subappalto».

Berlusconi rivendica anche i risultati ottenuti dal suo governo in meno di due anni: «427 operazioni di polizia giudiziaria, 4236 persone arrestate, 310 latitanti presi. Un aumento dell’85% rispetto ai governi di sinistra». Anche il ministro dell’Interno non è da meno e racconta di un aumento del 300% delle operazioni di polizia, nonchè «del sequestro di 12.111 beni immobili e immobili alle organizzazioni criminali, per un controvalore di 7 miliardi di euro. Mentre Berlusconi parla nel cortile della Prefettura trasformato in sala stampa da immensi teli che fungono anche da tetto, un cinquantina di manifestanti continuano a tenergli ”compagnia” grazie a megafoni e tamburi.

Nella città che dista pochi chilometri da Rosarno, è difficile non parlare di criminalità organizzata senza affrontare il nodo dell’immigrazione clandestina e degli sbarchi che sono drasticamente diminuiti grazie alle intese con la Libia. Berlusconi si rivolge ancora alla Ue affinchè contribuisca ai costi del pattugliamento, ma non sembra aver ripensamenti sulle misure di contrasto. Anzi, ricorda come il ministro Sacconi abbia appena dato il via libera all’applicazione di un piano per il controllo di 20 mila imprese attive nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia nelle quattro regioni a rischio. IM 29

 

 

 

 

Lotta alla mafia. Fatti non parole

 

Certo, ha fatto effetto vedere il governo al gran completo, per la prima volta nella storia patria riunito nella sede sociale della ’Ndrangheta, all’ombra degli enormi Bronzi di Riace, icona della «Calabria buona». Un effetto rassicurante che fa da contraltare allo smarrimento dei giorni precedenti.

 

Quando i padroni del territorio inviarono due segnali inquietanti, prima con la bomba contro la Procura Generale di Reggio Calabria e poi con l’intimidazione addirittura nel giorno della visita ufficiale del Capo dello Stato, accorso a testimoniare la vicinanza dell’intero Paese col popolo di Calabria, con le forze dell’ordine e con i magistrati.

 

Ed è altrettanto rassicurante ascoltare il lungo elenco di progetti e buoni propositi illustrati dal governo, insieme con la dichiarata ferma volontà di ingaggiare battaglia dura nei confronti di una illegalità ormai prossima a toccare i limiti della tollerabilità. I mezzi d’informazione hanno sintetizzato il programma del governo in un pacchetto che dovrebbe contenere una decina di punti da realizzare. Appunto, da realizzare.

 

Ciò vuol dire che, da questo momento in poi, a tappe forzate - perché i tempi lunghi danno ossigeno alle mafie - governo e Parlamento dovranno rendere concrete contromisure quelle che finora sono soltanto buoni propositi. La linea illustrata dai ministri sembra dare precedenza assoluta alla strategia di aggressione ai patrimoni mafiosi. Sarà costituita un’Agenzia governativa che si assumerà l’onere di catalogare, razionalizzare i beni illeciti, anche quelli ancora non confiscati ma in fase di sequestro. Nello stesso tempo, li dovrà amministrare (sostituendosi ai custodi designati dai tribunali) per darli, alla fine, in gestione dopo un’accurata istruttoria.

 

Su questo punto il governo, il ministro dell’Interno in particolare, ha dichiarato tutta la disponibilità a bruciare le tappe per «chiudere» in un paio di settimane. È, questo, l’unico punto fermo del pacchetto, dato che il resto è affidato ai tempi dei dibattiti parlamentari non sempre in sintonia con le necessità emergenziali e con le interpretazioni in materia di giustizia, come dimostrano le vicende legate a parlamentari (o anche esponenti governativi) inquisiti o condannati eppure ancora intoccabili.

 

Guai se si dovesse entrare nel groviglio dell’ostruzionismo e del dibattito stucchevole che ha caratterizzato lo scontro totale sulla giustizia (intercettazioni, processo breve e lodi vari). Di ritardi se ne sono registrati già di gravi: il testo unico delle leggi sulla mafia, per esempio. Se ne parla da anni e non sarebbe un’operazione improba: sarebbe bastato dedicare all’argomento lo stesso tempo concesso ad emergenze meno pregnanti per gli interessi della maggioranza dei cittadini. La tracciabilità dei flussi finanziari, altro punto del pacchetto: è emergenza recente? Assolutamente no, visto che, prima dell’esplosione finanziaria della ’ndrangheta, avevamo assistito - per anni - allo strapotere economico di Cosa Nostra. Ricordiamo perfettamente l’ostruzionismo delle banche quando il giudice Giovanni Falcone cominciò a chiedere l’accesso ad alcuni conti. Questa volta, oltre che fare in fretta, sarà necessario sorvegliare attentamente.

 

E ancora: l’accertamento fiscale ai soggetti sottoposti a misure di prevenzione. C’è bisogno di attendere la condanna? Con buona pace dei garantisti, non si intravede nessuna limitazione alle libertà nell’accertare se un sospettato di mafia, intanto, ha pagato le tasse. La stazione unica appaltante, infine. L’esperienza dice che si può fare in fretta: in alcune Regioni è stata già sperimentata, con risultati alterni. Perché, come per ogni legge, ciò che serve è che se ne controlli, poi, l’applicazione. Gli altri punti, che riguardano soprattutto la razionalizzazione dell’azione di contrasto, sinceramente sono sembrati riedizioni del vecchio ritornello del «coordinamento delle forze dell’ordine», puntualmente tirato in ballo ogni volta che accadeva la tragedia di turno. Oggi si chiama «desk interforze provinciale».

 

Insomma, dopo gli annunci, si attendono i fatti. Un buon esempio di concretezza è arrivato dalla Confindustria che ha deciso di espellere gli imprenditori che pagano il pizzo e non denunciano. Una bella scommessa, che rompe col passato per abbracciare una prassi già collaudata con risultati incoraggianti in Sicilia.

FRANCESCO LA LICATA LS 30

 

 

 

 

Garavini (PD) sul ‘piano antimafia’ del Governo: tante promesse. Resta aperta questione Cosentino

 

“Dove sono i soldi per realizzare le belle intenzioni del governo? Da nessuna parte: il bilancio dei due ministeri interessati parla chiaro. Ad esempio, alla DIA vogliono dare compiti ancora più stringenti per il sequestro dei patrimoni ma sono due anni che gli tagliano le risorse”. Lo sostiene Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia la quale sottolinea che “il Governo ha fatto bene ad accettare la proposta del PD ed inserire il termine “‘ndrangheta” nella legislazione antimafia, come pure è positivo aver realizzato immediatamente l’Agenzia per i beni confiscati: aspettiamo di vedere come verrà messa in grado di operare e, soprattutto, come interverrà sulla vendita all’asta dei beni. Le nuove norme sugli appalti sarebbero positive se, proprio oggi, al Senato, la maggioranza non avesse cercato di indebolire quelle esistenti contro mafie e corruzione. Anche il testo unico delle leggi antimafia è un’esigenza avvertita da tempo ma la proposta di oggi non è una risposta: non si tratta certo di raccogliere le diverse leggi ma di armonizzarle ed ammodernarle. Inoltre, resta aperta una questione scottante: Berlusconi dice che non ci sono collusi nelle sue liste ma il Procuratore della Cassazione chiede di arrestare un componente del suo governo proprio per aver avuto rapporti con la camorra. Ci pare, insomma, che l’unica cosa che funziona nella lotta alla mafia è quella che il governo non può bloccare: una buona magistratura antimafia e forze di polizia che si sacrificano ogni giorno nella caccia ai latitanti e ai loro patrimoni”. De.it.press

 

 

 

 

Case di riposo, una giungla. Quegli anziani diventati merce

 

A Santa Severa, residenza estiva della buona borghesia romana di un tempo, c’è una palazzina di due piani, anonima e ben tenuta: è “Villa Chiara”, una piccola casa di cura per anziani, più esattamente definita “Comunità alloggio”. Si tratta di un ricovero che può accogliere dieci anziani, alla non modica cifra di 1.700 euro a testa ogni mese. Ieri mattina, all’alba, si scopre, tragicamente, che i clienti non erano dieci, ma dodici.

Due uomini di 90 e 82 anni erano chiusi a chiavi in una minuscola costruzione che fu legnaia. Là dentro abitavano coattamente e ieri, per un malaugurato sovraccarico di energia alla presa del condizionatore, nella prigione è esploso un incendio. I due poveretti sono stati dilaniati dalle fiamme. Colpevoli il cinismo, l’incuria, l’affarismo e l’incoscienza dei titolari di “Villa Chiara”, immediatamente arrestati con l’accusa di sequestro di persona e di omicidio colposo.

La fine tragica delle due vittime di Santa Severa riaccende per l’ennesima volta l’attenzione sul destino degli anziani e sul modo in cui la nostra società si rapporta con loro. Un paradosso è alla base di questo rapporto. Verrebbe da dire che oggi salute e longevità siano diventate una colpa se non proprio una disgrazia. La società non sa bene cosa fare di questa crescente zavorra ostinata a vivere fino all’impossibile. È vero che la vita si è allungata e che talvolta la vecchiaia dura più dell’età attiva, ma questo non può essere vissuto dalla comunità come un male. Gli anziani diventano presto un peso per figli e nipoti, tante volte vengono immagazzinati o messi in soffitta.

A “Villa Chiara” sono merce e non persone, sono l’incarnazione di una retta mensile e non le esistenze che hanno attraversato e fatto un’intera epoca, anime che hanno combattuto, lavorato, sofferto e gioito, contribuendo a creare benessere e civiltà nel nostro Paese. Con la crisi economica gli ultimi anni di vita degli anziani vengono sempre più minacciati da una minore attenzione e assistenza delle istituzioni, le Regioni, gestori della Sanità, sono costretti a tagli feroci e, come sempre, il risparmio va a penalizzare le fasce meno protette, più deboli e “improduttive” della società.

Così fioriscono le speculazioni, l’offerta di servizi fuori da ogni controllo. Se non basta una retta di 1.700 euro al mese per avere un minimo di garanzia di efficienza e di umanità, immaginiamo cosa succede nelle mille piccole organizzazioni al limite della legalità che in tutto il territorio nazionale, con spirito affaristico, riempiono un vuoto dello Stato. “Villa Chiara” era autorizzata dalla Asl, come si è visto si è trattato di una scartoffia burocratica insensata e per questo eticamente colpevole. È necessario monitorare tutta la materia e regolamentarla con rigore e serenità. In gioco ci sono uomini e donne in carne, ossa, con i loro ricordi e la loro anima.

VINCENZO CERAMI  IM 31

 

 

 

L'Italia rassegnata

 

Ho ospite in casa un amico straniero, un francese. Passiamo giornate e serate insieme. E guardiamo la tv. Il suo sguardo ha cambiato il mio.

 

Lui, straniero, guarda con eccitazione notizie delle quali io, italiano, neanche m'accorgo. A Favara è crollata una casa, due bambine sono morte, carabinieri e magistrati si son riuniti per vedere se c'è qualche problema: il crollo è colposo? è colpevole? ci sono case nuove non assegnate? perché? ci sono responsabilità? Ieri sera trapelava che non c'era nessun indagato. Perché? Bisogna vedere a chi spettava la sicurezza a suo tempo, a chi il controllo degli edifici, a chi l'assegnazione degli alloggi. Per me, italiano, è tutto normale. È stato così nel passato, lo è nel presente, lo sarà nel futuro. Non ho mai pensato di lasciare ai miei figli un'Italia senza mafia, senza camorra e senza 'ndrangheta. Mafia, camorra e 'ndrangheta qui sono e qui resteranno. Edilizia e mancati controlli formano un binomio fisso. Morte di inquilini e nessun indagato è la prassi. Sud e disgrazie vanno insieme. Dal Sud diranno: come Nord ed evasione. Ma certo, hanno ragione. Ma l'amico straniero mi fa mille domande: se una casa è legalmente abitata e crolla, invece di cercare se ci sono dei colpevoli, non bisognerebbe cercare chi sono? Gli edifici hanno un costruttore: costui non resta agli atti? Gli edifici sono stati collaudati? Il collaudatore risulta agli atti? Provo a dirgli: ma a Perugia i collaudi non si trovavano… Lui osserva: un documento che non si trova, o non c'è o è nascosto. Fa un ragionamento elementare, che sta al terremoto di Perugia come i pareri di Perpetua al problema di don Abbondio. E cioè: per fare un edificio pubblico si bandisce una gara, affidata la costruzione non si permettono varianti, stabiliti i tempi non si ammettono ritardi, finiti i lavori si passa al collaudo, e il collaudatore non deve spartire interessi col costruttore. Sono cinque punti. Ne è stato infranto qualcuno a Perugia? Il sospetto è: tre, quattro, a volte tutti. Più uno: anche i tempi della ricostruzione urgente sono stati scavalcati.

 

Il tg procede, va sulle case abusive di Ischia. Arriva la squadra dello sfratto, e si scatena l'inferno: non solo la famigliola insediata nella prima casupola da buttar già, ma altre trecento persone organizzano barricate: pietre, bottiglie, spranghe, bastoni. Il vicequestore finisce al pronto soccorso. Domanda: ma è una sola casa abusiva? No, seicento. Costruite in una notte? No, da tempo. Mesi? No, dieci anni. Prima che faccia un'altra domanda, lo precedo: in tante città ci sono case abusive vecchie di mezzo secolo. E non solo al Sud. Risultano al catasto? No. Risultano alle foto aeree? Sì. E perché non sono censite? Non lo so. Pagano l'Ici? Mai pagata. Noi italiani non vediamo queste illegalità, perché non sono rare, sono normali. Ognuno di noi ha una quindicina di amici, va al cinema con loro, con loro in pizzeria. Sa benissimo quanti e quanto evadono. Se una famiglia ha quattro case, son quattro prime case, intestate a padre, madre, figlio, figlia. Applicano una morale condivisa da gran parte degli italiani: lo Stato non mi riguarda, io ho soltanto la mia famiglia, sono onesto se faccio l'interesse della mia famiglia. Se un padre ha dei problemi con le tasse, la famiglia lo ama di più. Tutti son convinti che mafia, camorra e 'ndrangheta non verranno mai distrutte, perché chi dovrebbe distruggerle spartisce i loro interessi. Se cambi governo, il nuovo governo subentra al precedente anche negli interessi. Siamo rassegnati. Ad Haiti son cadute le case dei poveri, perché eran fatte male, le case dei ricchi sono ancora in piedi. Noi italiani lo abbiamo capito in due giorni. Qui in Italia abbiamo lo stesso problema da mezzo secolo, ma la rassegnazione ci rende ciechi. FERDINANDO CAMON LS 29

 

 

 

 

PD. Bersani: serve più squadra. «Il partito è giovane e un po' fragile ma cresceremo»

 

Due ore di diretta su Youdem, tre teatri collegati da Milano, Roma e Palermo, tutti i big presenti (chi di persona, chi come Veltroni, Franceschini e Marino con un contributo video), e il Pd lancia la sua campagna per il tesseramento 2010 riuscendo a sorridere e a dare l'impressione di una "squadra", immagine molto cara a Bersani che, chiudendo la festa dallo Zelig di Milano, si concede una battuta sul clima piuttosto teso dentro il partito. Clima ben riassunto dal blogger Zoro, che saluta Enrico Letta chiedendogli a bruciapelo: "Ma cosa avrete mai da festeggiare?". Dice Bersani: "Non dobbiamo farci impressionare dagli attacchi che arrivano da destra, e non solo da destra...siamo consapevoli dei nostri difetti, li correggeremo, bisogna finirla coi personalismi. Dobbiamo avere sempre presente che abbiamo una funzione per questo paese: solo noi possiamo portare le bandiere del lavoro, della famiglia, dei giovani, della scuola e dell'ambiente. E dobbiamo faro con poche parole chiare, che ci raffigurino".

 

Tanti i testimoni alla festa Pd: un'insegnante di Roma, un operaio di Termini Imerese (che chiede al Pd nazionale "più impegno" su quel fronte), un agente di polizia di Milano, un'immigrata rumena, una studentessa, un anziano militante, lo studente di una scuola serale chiusa dal sindaco Moratti... un mosaico per rappresentare la mission del Pd secondo Bersani, che non a caso esordisce ricordando le agende dei leader mondiali, tutte sulla crisi, e si chiede: "Possiamo noi occuparci di processo breve?". La risposta naturalmente è no, e da Andrea Orlando arriva anche l'annuncio di un'"opposizione durissima" al legittimo impedimento.

 

E Bersani insiste: "Dobbiamo fare uno sforzo per sostenere chi è sul fronte della crisi, ci sono 20mila esercizi commerciali che chiudono, piccole imprese che saltano. Del Pd la gente deve pensare che questo è il nostro mestiere, occuparci del sociale, delle famiglie". "Non ci siamo ancora arrivati", ammette il leader Pd. "Ma la destra non può rispondere a queste esigenze, è il nostro mestiere e non può farlo nessun altro". Il tesseramento? "Ha prospettive straordinarie", dice Bersani, "non credo nei 'pochi ma buoni', credo nei moltissimi e buoni". "Siamo un partito giovane, ancora un po' fragile - ammette il segretario - dobbiamo crescere e migliorare. Davanti a noi c'è un mondo da aggiustare". E Sulla giustizia si rivolge direttamente al premier: «Se è uno statista come dice di essere, paragonandosi a De Gasperi, dovrebbe affrontare il tema a viso aperto, mettere l'Italia al primo posto, non barattare il Paese, il governo, il Parlamento e la magistratura e metterci in condizione di ragionare sulle riforme. Se non farà questo dimostrerà di non essere uno statista e di mettere al primo posto se stesso e non l'Italia". Il leader Pd lancia una provocazione al governo: "Tirino via la norma transitoria che dovrebbe applicare il processo breve a quelli in corso, imbrogliando le carte e facendo un'amnistia per i colletti bianchi per salvare uno solo, e noi siamo pronti a discutere tutte le proposte". "I cittadini sono stanchi, se Berlusconi insiste a risolvere i suopi problemi con delle leggi andremo avanti ancora per dieci anni con un Paese diviso. Questa è una situazione inaccettabile".

 

D'Alema da Roma risponde alle domande di Zoro sul partito delle tessere e sulle primarie pugliesi: "Il tesseramento è importante, è il modo in cui un partito diventa unacomunità di persone. Fare le tessere in numeri spropositati prima dei congressi è una pratica poco simpatica, serve rigore, bisognerebbe calcolare i delegati sulla media degli iscritti degli anni precedenti, mettere mano alle regole...", dice D'Alema. Ma, spiega, se uno vuole 'truccare' può anche farlo portando le persone alle primarie. Insomma, "non mi convince l'idea del partito delle primarie contro il partito delle tessere". E la Puglia? "Aspettiamo i risultati delle elezioni", dice D'Alema. "Che fai, gufi contro Vendola?", gli dice Zoro. E D'Alema spiega: "Pochi mesi fa In Puglia abbiamo vinto in tante città insieme all'Udc, non era un'alchimia politicista, ma un progetto politico che volevamo estendere anche alla regione. Non ci siamo riusciti perchè questo progetto si è scontrato contro la grande popolarità del presidente della regione...". "Ma non è stata una battaglia inutile, perchè abbiamo consolidato un rapporto con l'Udc ed evitato che si saldasse nuovamente con la destra". "Unire le opposizioni è fondamentale per battere Berlusconi", rivendica D'Alema. Che non lesina stoccate a Casini: "E' grave che in alcune regioni stia con la destra, uno sbaglio. Ma noi sbaglieremmo a spingerlo in quella direzione".

 

Si chiude con una vignetta di Staino, un Bobo con un occhio nero che riceve la sua tessera Pd: "Quando il gioco si fa duro i duri prendono la tessera...". E Bersani sorride: "Poche parole e chiare, se poi arriva anche un pugno in un occhio non sarà un dramma....".  Andrea Carugati L’U 30

 

 

 

 

Giustizia malata. Spezzare la spirale senza fine di conflitti

 

“Tutti contro tutti”, è questo il reality girato ieri mattina davanti alle massime cariche dello Stato. La sala era quella della Suprema corte di Cassazione. Attori e pubblico avvolti in un’atmosfera tanto solenne quanto deja vu. E in tanti a chiedersi: ma perché tanto sfarzo se qui dentro si celebra, con il titolo di cerimonia di apertura dell’Anno Giudiziario, un rito già visto tante volte. L’unica vera celebrazione s’è udita durante la sequenza di de profundis pronunciati (meglio: ripetuti) dai numeri uno della magistratura italiana, il presidente e il procuratore generale, gli illustri ospiti del Palazzaccio.

Dice “basta conflitti” con forza il presidente Carbone: basta conflitti tra il foro (gli avvocati) e la magistratura, tra la magistratura e il potere politico, tra il governo e i magistrati. Tutti contro tutti, appunto. Non basterà invocare la fine di una spirale di cui nessuno vede ragionevolmente la fine. Anzi, una fine è già in atto: è quella della Giustizia, dello Stato di Diritto, del povero cittadino, colpevole o innocente, carnefice o vittima, tutti triturati da una macchina mostruosa. La quale se da una parte appare agonizzante dall’altra trova la forza per continuare a macinare disastri.

Ecco allora che il quadro complessivo, tra rivendicazioni ripetute e promesse non mantenute esce dalla “scientifica” e quindi rigorosa rappresentazione di una patologia per acquisire i contorni e i suoni di una fossa dantesca. Piangere sulle classifiche che ci svergognano (siamo al 158° posto su 181 paesi per performance giudiziarie, dopo il Gabon e seguiti da Gibuti) appare come una inutile autofustigazione se poi, per altri versi, si ammette che “alcuni magistrati impegnano parte delle loro energie a contrastarsi reciprocamente piuttosto che contrastare la criminalità”, mafiosa nel caso di specie!

 

Ma che deve pensare un cittadino coinvolto in una qualsiasi pratica giudiziaria quando ascolta l’alto rimbrotto dei capi supremi degli uffici giudiziari, appassionatamente protesi nel raccomandare ai giudici di non partecipare ai talk show, di sfuggire alle lusinghe dell’audience e dove la “verità mediatica” fa premio su tutte le altre? Deve pensare che siamo un Paese di pazzi e paranoici se davvero ha capito bene quando ha sentito che “non si può andare avanti a piccoli passi cambiando strada continuamente”.

Ma si capisce che la macchina può fare solo danni: è vecchia e non ha mezzi. E invece no: i mezzi sono pochi, gli uomini anche ma è pur vero che il 34 per cento delle risorse è speso male, inutilmente, insomma sprecato.

Tuttavia possiamo consolarci: la spesa pro capite diminuisce, forse l’unica “tassa” nel bilancio dello Stato a godere di questo previlegio: 134 euro a testa nel 2008 122 nel 2010.

Chi si allarma è comunque perduto, travolto dalla ingiustificata sfiducia nella istituzione: occorrono soltanto 1.210 giorni per recuperare un credito, con un costo corrispondente quasi al 30 per cento del debito azionato.

La giustizia è lenta e però paga: 267 milioni di euro per i ritardi, tanto per tamponare la tempesta di sentenze piovute dalla Ue. Così anche i 230 mila avvocati, in fibrillazione permanente, hanno sempre buoni motivi per attaccare anche il loro carro delle lagnanze a quelli degli altri.

Insomma, la politica del governo ragiona ad personam, l’opposizione si oppone per autodecreto, i magistrati sono indipendenti e autonomi ma pretendono d’essere anche ingiudicabili, gli avvocati utilizzano lo sfascio per campare e il cittadino, nel nome del quale tutti si dicono protesti nel volere una giustizia giusta e rapida resta impietrito e sconvolto.

La radiografia di un’agonia non ci consola, la litania di un disastro che non si sa rimuovere spaventa, il pianto disperato in nome degli alti principi non ci commuove più. È tristissimo doverlo dire, imporsi di ammetterlo anziché negarlo nel nome di un fatalismo che nel mondo di oggi induce più alla pena che al rammarico. Il diavolo impazzito della Giustizia non ha bisogno di esorcismi o di riti wudu dove ciascuno mena la propria danza solitaria. Ha bisogno, urgente come l’acqua e il pane per i terremotati, di impegno condiviso, responsabile, alto: così alto da essere capace di prendere a strattoni e buttar fuori dalla scena tutti coloro che si agitano solo perché tutto resti com’è.

Mentre scriviamo ci giunge lo spiraglio di una bella notizia il ministro libico della Giustizia intende dimettersi perché non riesce a rimuovere gli ostacoli che impediscono di scarcerare trecento cittadini innocenti. Chi l’avrebbe mai detto: comunque, va chiamato subito almeno come consulente. Paolo Graldi  IM 30

 

 

 

 

Onori a Craxi, il Guardian: “Una lezione di moralità all’italiana”

 

L'Italia potrebbe insegnarci qualcosa? La domanda è suggerita dalle celebrazioni di questa settimana - non c'è davvero nessun’altra parola per definirle - del 10° anniversario della morte di Bettino Craxi. Il leader socialista, che negli ’80 fu Primo ministro d'Italia per quattro anni, morì in esilio come un latitante. Era stato condannato per corruzione e illecito finanziamento dei partiti con pene per un totale di 11 anni di carcere.

 

Si potrebbe pensare che Craxi fosse un tale che i leader politici di adesso vorrebbero dimenticare in sordina. Il primo ministro, Silvio Berlusconi è stato un beneficiario di rilevanti protezioni da parte dell’ultimo boss socialista. Fu grazie a un intervento di Craxi che Berlusconi è stato in grado di assicurarsi una rete nazionale televisiva mediante network locali che aveva cucito insieme in violazione della legge.

 

Eppure, lungi dallo spazzare la memoria di Craxi sotto il tappeto, la classe dirigente italiana lo ha onorato. Perfino una figura come il presidente Giorgio Napoletano (ex comunista) ha scritto alla vedova di Craxi per dire, tra le altre cose, che il marito era stato trattato con "severità senza precedenti". Il capo dello Stato, un personaggio destinato a incarnare i valori della nazione, ha poi partecipato in Parlamento a una funzione per celebrare l'anniversario della morte di Craxi.

 

Nelle settimane precedenti la celebrazione, Roma è stata tappezzata di manifesti di commemorazione del leader morto. Politici sia di destra che di sinistra hanno dichiarato che Craxi è stato solo una vittima sacrificale (vale a dire che lo facevano tutti, argomento con il quale Craxi si difese in un discorso al Parlamento, prima di fuggire a Tunisi). E all'inizio di questo mese, segno questo forse più evidente della sua riabilitazione, il sindaco della sua città di elezione, Milano, ha fatto sapere che stava predisponendo per intitolare al suo nome una strada principale o un parco pubblico.

 

Forse non c'è episodio della recente storia italiana che illustri altrettanto incisivamente la tolleranza da parte dell’Italia della corruzione e dell’illegalità. Ma il mio scopo non è di dare voce allo sgomento o alla condanna, ma di mettere in evidenza il fatto che questo sta accadendo in un paese ricco e che ciò rappresenta una sfida a una ipotesi largamente diffusa.

 

Per tutto il tempo che posso ricordare, sociologi ed economisti hanno fatto un collegamento tra i livelli di corruzione e di prosperità. Per molto tempo questo sembra essere confermato dalle graduatorie. Una società pulita come la Svezia, per esempio, ha un alto PIL pro-capite.

 

L’Italia si presenta come un'eccezione. Attualmente, dopo l'ultimo grande riallineamento dei tassi di cambio, è più ricca della Gran Bretagna. Eppure, l'indice di percezione della corruzione elaborato da Transparency International la colloca oggi al 63° posto fra 180 paesi - dopo la Turchia, Cuba e molti paesi africani tra cui Sud Africa, Namibia, Capo Verde e Botswana.

 

Come l'Italia di Berlusconi sia ben distante dagli standard di moralità pubblica considerati normali nel resto d'Europa, inoltre, prova il fatto che essa è affondata nella classifica. Nel 2008 si trovava al 55° posto nella tabella di Transparency International, ma al 41° l'anno precedente.

 

Forse la correlazione tra ricchezza e correttezza nella vita pubblica è destinata a raggiungere nella discarica dell’esperienza storica altre verità, proclamate con sicumera. Si è usi a dire che le democrazie non potrebbe sopravvivere all’iperinflazione. Ma poi è arrivata la controprova di Israele nei primi anni ‘80. Si potevano ancora sentire stravaganti commentatori insistere dicendo che le economie non possono crescere oltre un certo punto senza che i politici siano costretti ad accettare la democrazia. Ma se ne sentono molto meno adesso che la seconda economia più grande al mondo è gestita da un partito comunista che non mostra alcun segno di abbandonare la sua presa sul potere.

John Hooper, The Guardian, 24.1.,  traduzione dall’inglese di José F. Padova

 

 

 

 

Disoccupazione all’8,5%. Ma vola al 10% in Europa

 

ROMA Non si ferma in Europa l’onda della disoccupazione: nel mese di dicembre ha toccato il 10 per cento nell’area euro, e il 9,6 nell’insieme dei 27 Paesi che aderiscono all’Unione. È lo stesso livello degli Stati Uniti, dove i segnali positivi sul Pil (nel quarto trimestre la crescita è stata ampiamente superiore alle stime) non cancellano i timori sulle ricadute occupazionali della lunga crisi.

Il numero di coloro che sono alla ricerca di un lavoro è in crescita anche in Italia: nell’ultimo mese dell’anno ha raggiunto quota 2.138.000, che sono 392.000 in più rispetto a quelli conteggiati nel dicembre 2008 e corrispondono ad un tasso dell’8,5 cioè il livello più alto dal 2004.

Sempre a dicembre però l’Istat rileva un andamento sostanzialmente stabile, ed anzi leggermente positivo, del tasso di occupazione: il numero di coloro che un lavoro ce l’hanno è salito in un mese di 7.000 unità. Una piccola oscillazione che naturalmente non compensa il calo di 306.000 occupati accumulatosi in un anno. Però questo valore positivo, che si deve interamente al lavoro femminile (+17.000 unità rispetto a novembre contro una diminuzione di 10.000 degli uomini), potrebbe portare a leggere in termini meno negativi anche il dato sulla disoccupazione: un primo miglioramento del clima di fiducia può aver spinto qualche “scoraggiato” a cercare lavoro. Bisognerà attendere i prossimi mesi per sapere se questa interpretazione è confermata dai fatti; mentre è già evidente un andamento relativamente migliore dell’occupazione femminile, fenomeno da collegare al fatto che la crisi è più accentuata nell’industria che nei servizi.

Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, se da una parte il dato italiano risulta migliore di quello europeo, il 2010 si annuncia «difficile»; per questo, sostiene Sacconi, il governo ha accantonato «risorse sufficienti» ad affrontare l’emergenza.

A livello continentale l’esercito dei disoccupati conta nelle sue file 23 milioni di persone, di cui quasi 16 nell’area dell’euro. Tra i grandi Paesi la situazione più grave è quella della Spagna, dove il tasso di disoccupazione tocca il 19,5 per cento, mentre la Germania è al 7,5 e la Francia al 10.

Gli Stati Uniti hanno festeggiato ieri, ma con molta moderazione, il risultato del Pil nel quarto trimestre 2009: il progresso del 5,7 per cento risulta superiore di circa un punto alle stime degli analisti, ed è il più sostenuto degli ultimi sei anni. Il dato è stato salutato con favore anche dal presidente: «Siamo in una condizione molto diversa rispetto a un anno fa, abbiamo fatto progressi - ha detto Barak Obama annunciando una dote di 33 miliardi di dollari in crediti di imposta finalizzata soprattutto a sostenere le piccole imprese.

Si tratta comunque di un ritmo di crescita che difficilmente potrà essere confermato nei prossimi trimestri e che, come notano gli analisti, può in buona parte essere attribuito al fatto che le aziende in questo periodo hanno ricostituito le proprie scorte. Manca ancora insomma un apporto significativo della domanda privata alla ripresa: le famiglie incerte e preoccupate proprio per la perdita di posti di lavoro esitano ad aumentare i propri consumi.

Inoltre sul comparto finanziario pesa il nervosismo per le prossime mosse della Casa Bianca, che intende attuare la stretta regolatoria sulle banche. Tutti questi elementi spiegano perché Wall Street abbia accolto il dato sul Pil in modo tutto sommato tiepido. di LUCA CIFONI IM 30

 

 

 

 

Svizzera. Syna-Comitato centrale. Stop i tagli sociali!

 

Il comitato centrale del sindacato Syna, nella sua prima riunione dell’anno 2010 a Zurigo, si è opposto con veemenza alle misure di riduzione in ambito delle assicurazioni sociali.

 

I membri del comitato centrale del Syna hanno appreso con sgomento che siamo in procinto di slittare da una crisi finanziaria in una crisi economica, e che persiste la minaccia di una allarmante crisi sociale. La disoccupazione è in aumento e l'economia non avverte alcuna crescita. Solo sui mercati finanziari e nelle banche tutto continua come prima. Come se nulla fosse accaduto. Noi ci opponiamo in difesa delle nostre importanti istituzioni sociali, soprattutto di fronte a decurtazioni e tagli in tempi così ardui:

 

NO, il 2° pilastro non si tocca !

I membri del comitato centrale del Syna hanno respinto all’unanimità la riduzione dell’aliquota di conversione, perché essa è affrettata e irresponsabile. Non è orientata al bene degli assicurati, bensì solo ed unicamente alla massimizzazione dei profitti delle compagnie di assicurazione sulla vita. Né l’aspettativa di vita, né i relativi rendimenti attesi possono giustificare questi tagli delle pensioni. Riducendo l’aliquota di conversione, si disperderanno somme di fondi previdenziali ancora più elevate ed ulteriori eccedenze accumulate verranno destinate alle compagnie di assicurazione sulla vita a scapito degli assicurati, cioè lavoratrici e lavoratori. Syna condanna una simile politica dubbia, e si pronuncia per un chiaro NO, il 7 marzo nell'urna.

 

Assicurazione contro la disoccupazione: Referendum incombe                          

Il comitato centrale del Syna invita i parlamentari a prendere sul serio le loro responsabilità sociali in materia di assicurazione contro la disoccupazione (AD). Il ripristino della AD, che in tempi buoni sarebbe stata cosa relativamente facile avvalendosi di un leggero aumento dei contributi, non può ora avvenire a scapito dei nuovi disoccupati dovuti alla crisi. Una decurtazione delle prestazioni per i disoccupati a lungo termine come anche per i giovani senza impiego, per Syna non è assolutamente accettabile. In tempi difficili, le prestazioni devono piuttosto essere ampliate. Una riduzione della AD per mano del Parlamento non otterrà certamente approvazione dal popolo. Syna è pronta ad afferrare il referendum.

 

Assicurazione contro gli infortuni: meno rischi, più profitto – non è accettabile!       

L’assicurazione contro gli infortuni funziona in modo ottimale ed è l’unica assicurazione sociale ben finanziata. Dalle recenti consultazioni delle commissioni del Consiglio nazionale sulla revisione della legge sull'assicurazione contro gli infortuni (LAINF) risulta, che benefici dovrebbero essere ridotti, anche se non vi è alcuna necessità di bonifica.               

Attraverso l'indebolimento della Suva, le aziende sono tenute a stipulare in modo maggiore assicurazioni complementari private, dato che la Suva non ha la facoltà di offrire tali assicurazioni. Gli istituti di assicurazione privati beneficeranno dei tagli alle prestazioni di base per i dipendenti. Allo stesso tempo, la Suva subirà un onere maggiore per via delle aziende con elevati rischi di incidenti sul lavoro che rimarranno assicurate presso di essa.

Syna chiede alla commissione del Consiglio nazionale di rafforzare e non di indebolire l’azienda di assicurazione Suva finanziariamente sana!

 

Il sindacato Syna è indignato dal fatto che l’insaziabile ed irresponsabile avidità volta unicamente a maggiori profitti, non si arresti nemmeno di fronte ad istituzioni per la sicurezza sociale. Invece di rafforzare queste importanti e valide protezioni sociali in tempi di crisi, le assicurazioni sociali sono in pericolo di essere seriamente indebolite. I rischi di disoccupazione, malattia e infortunio come anche la previdenza per la vecchiaia non debbono divenire una pedina sulla scacchiera delle assicurazioni private, delle banche e dei loro esponenti solo ed unicamente orientati alla massimizzazione dei loro profitti.  Syna, kurt.regotz@syna.ch (de.it.press)

 

 

 

 

 

Milano, i Rom e il ritorno alle Leggi Razziali

 

Milano . A Milano, in zona Giambellino, si è verificata nella giornata di ieri una serie di azioni poliziesche contro famiglie Rom romene, che sono state sgomberate dalle loro baracche di legno e cartone, denunciate per occupazione di terreno - pubblico o privato - e costrette ad allontanarsi senza una meta né mezzi di sopravvivenza.

Alcune delle famiglie sgomberate si trovano a Milano da alcuni anni e si sono rifugiate nel capoluogo lombardo per sfuggire condizioni di emarginazione, violenza e precarietà in Romania. Le baracche da cui la forza pubblica le ha costrette ad allontanarsi erano state costruite in luoghi fuori mano, quale minima forma di protezione dagli effetti del gelo e dal rischio di aggressioni razziste, avvenute con notevole frequenza al Giambellino. 

 

Una settimana prima delle azioni di pubblica sicurezza anti-Rom, alcuni intolleranti avevano scritto parole razziste, con bombolette spray, nei pressi degli insediamenti al Giambellino. Contemporaneamente, avevano appeso locandine minacciose, su cui campeggiava sinistra e offensiva l'intimazione: "Zingari di merda, via dalla Padania!". Tre giorni prima dello sgombero, il giovane Angel, 21 anni, era stato fermato mentre chiedeva l'elemosina da due uomini in divisa, condotto in un luogo appartato - a ridosso dei binari ferroviari presso la stazione San Cristoforo - e percosso. 

 

Le famiglie evacuate, composte da molti bambini, donne e malati, si sono fermate più volte all'interno di giardini pubblici o su panchine, ma pattuglie di pubblica sicurezza con l'incarico di allontanare i Rom dal Giambelino le hanno sempre indotte a rimettersi in marcia, senza "bivaccare" in alcun luogo. Dopo alcune ore gli attivisti per i Diritti Umani hanno perso le tracce di numerose famiglie, mentre hanno offerto assistenza a malati e bambini che si sono sentiti male a causa della bassa temperatura, organizzando il trasferimento in Romania e in Francia per le famiglie che in quegli Stati potevano contare sull'aiuto, almeno temporaneo, di parenti o amici. 

 

La situazione, tuttavia, restava tragica per decine di sgomberati, cui le Istituzioni e le autorità non hanno offerto alcuna assistenza sociale né possibilità di riparo contro i rigori invernali. Alcuni cittadini milanesi, vedendo le famiglie costrette a una drammatica marcia verso il nulla, le apostrofavano con epiteti razzisti.  Altri, più tolleranti, chiedevano agli attivisti: "Adesso dove andranno, con il freddo che fa? Possibile che il comune non abbia previsto un aiuto o un posto caldo dove accoglierli, in attesa di trovare una soluzione umanitaria?". 

 

Purtroppo, a causa di una stretta censura attuata dai media, gli italiani non si rendono conto di quello che accade alle famiglie Rom sgomberate. Le operazioni, che negli ultimi anni hanno colpito in Italia decine di migliaia di Rom, seguono sempre la stessa disumana procedura e in genere avvengono alle prime luci dell'alba, quando la gente dorme, proprio per evitare che testimoni assistano (magari documentandolo) al tragico spettacolo degli sgomberi. 

 

Da alcuni anni il Gruppo EveryOne informa le principali Istituzioni europee (Parlamento europeo, Consiglio d'Europa, Corte europea dei Diritti Umani) e l'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani sugli innumerevoli abusi che le autorità italiane commettono contro famiglie Rom, famiglie le cui uniche colpa sono la povertà e l'appartenenza a un'etnia discriminata. Sono abusi continui e gravi, che avvengono quotidianamente nelle strade, nei campi "regolari" o "abusivi", sui media, nelle corti di giustizia, nelle carceri. 

 

Abusi che hanno trasformato i Rom nel "nemico pubblico numero uno" e che si susseguono al ritmo martellante e spietato di una vera persecuzione etnica. Ci si chiede se il silenzio dell'Unione europea e del mondo non sia colpevole come le violazioni dei diritti del popolo Rom e la memoria torna agli anni delle Leggi Razziali, quando in troppi erano convinti che le responsabilità delle azioni istituzionali contro ebrei, Rom, omosessuali, testimoni di Geova, stranieri e minoranze sgradite ai nazisti fossero completamente a carico della Germania.

 

Ci auguriamo che la Storia illumini le coscienze di chi ha l'autorità per vigilare sulla democrazia e sulla civiltà dei Diritti Umani. Altrimenti, mentre i nostri fratelli Rom soffrono e muoiono nell'indifferenza, la "nuova civiltà" cui ci vantiamo di appartenere e che rinnega gli anni dell'odio, affonderà lentamente - ancora una volta - nel fango della disumanità e della vergogna. Gruppo EveryOne, de.it.press

 

 

 

 

 

"Italian small business in Europe" (ISB): a servizio delle pmi e dell’artigianato italiano in Europa

 

Bruxelles - Nel corso di un incontro con numerosi rappresentati delle istituzioni europee, nella nuova sede nel pieno centro di Bruxelles, il presidente della Confartigianato Giorgio Guerrini e il presidente del CNA Ivan Malavasi hanno presentato lunedì scorso 25 gennaio, l’"Italian small business in Europe" (ISB), la nuova associazione creata per rispondere alle numerose esigenze di rappresentanza e servizio delle piccole- medio imprese e dell’artigianato italiano. Ne dà notizia l’Ufficio di Bruxelles per il Commercio Estero sottolineando che l’"Italian small Business" costituirà un nuovo strumento di cooperazione e partenariato sul piano europeo tra Confartigianato e CNA(confederazione nazionale dell’artigianato) per tutelare e sostenere la competitività del mercato interno.

Durante la presentazione, il presidente del CNA Ivan Malavasi ha evidenziato il ruolo preponderante che potrà avere ISB per uscire dalla crisi, precisando come l’Italia, tra tutte le principali economie europee, sia quella che ha la quota più alta di micro e piccole imprese con meno di 20 addetti , 54,5% contro la media europea del 36,5%.

All’incontro hanno partecipato anche l ’europarlamentare Tiziano Monti membro della commissione industria e l’onorevole Antonio Tajani, Commissario europeo all’Industria e all’Imprenditoria.

 

ISB in Europe, inoltre, sosterrà i sistemi associativi di Confartigianato Imprese e della CNA, entrambe membre di UEAPME, l'Unione europea delle Piccole e Medie Imprese, con attività volte ad incidere nel complesso processo decisionale comunitario, favorendo lo scambio di esperienze e monitorando le opportunità di finanziamento ed i programmi promossi dall'Unione Europea. (aise) 

 

 

 

 

Assemblea Uim Abruzzo: assistenza agli abruzzesi nel mondo e servizi ai nuovi migranti tra i progetti

 

Pescara  - Si è svolta a Pescara il 28 gennaio l’assemblea dell’Unione Italiani nel Mondo dell’Abruzzo. Tra i partecipanti, in rappresentanza della Uil Abruzzo il segretario generale Roberto Campo, che – riferisce una nota Uim - riconosce alla Uim regionale “un elemento in più di politica estera a disposizione della regione Abruzzo che ha in programma un gemellaggio tra l’Università de L’Aquila e quella di Detroit per rilanciare l’insegnamento della lingua e cultura italiana da parte dei nostri docenti negli Stati Uniti”.

  A presiedere l’assemblea Germana Temporin, presidente dell’associazione che ha delineato il programma di interventi per il prossimo futuro, tra questi quello di “realizzare con l’aiuto di Giuseppe Carosi, membro del Cram, un servizio di assistenza sugli indennizzi per gli immobili colpiti dal terremoto di proprietà degli abruzzesi residenti all’estero”.

  Tra gli esponenti della Uil, il segretario generale della Uil Cpo Abruzzo, Maurizio Sacchetta che ha promosso una collaborazione con la Uim “per offrire servizi di orientamento ai molti giovani che dall’Abruzzo emigrano”.

  In rappresentanza delle realtà territoriali è intervenuto Luciano Fragasso, presidente della Uim Chieti che insieme alla compagnia di Teatro “Renato Bevilacqua”, inizierà “un progetto che vedrà coinvolti ragazzi stranieri ed italiani realizzare un spettacolo per combattere il razzismo”.

  Ha presenziato ai lavori una delegazione della Uim composta da Alberto Sera e Gabriele Di Mascio.

  Ha concluso l’assemblea, Alberto Sera, segretario generale della Uim.  “Sempre più professionisti – ha detto Sera - si spostano quotidianamente nel mondo, in un sistema di mobilità che vede sempre di più l’Europa protagonista del domani; la Uim deve adattarsi alle nuove esigenze dei nuovi lavoratori in mobilità”. (Inform)

 

 

 

 

´Ndrangheta terrorisiert Italien. Im Griff der Krake

 

Rom. Der Brief trug nur einen Namen, aber keine Adresse. Das war auch nicht notwendig, denn Giuseppe Lombardo kennt jeder in Reggio Calabria. Er ist Staatsanwalt in der Stadt am südlichen Ende Italiens und spezialisiert auf organisiertes Verbrechen. Der Brief an ihn, der Anfang der Woche in der Post abgefangen wurde, enthielt eine unmissverständliche Warnung: eine Pistolenkugel und ein Schreiben.

 

"Wenn du nicht aufhörst, werden wir dich enden lassen wie Falcone und Borsellino." Diese Namen kennt jeder. 1992 waren die beiden Juristen der Mafia so gefährlich geworden, dass sie sie in ihrem furchtbarsten Racheakt überhaupt brutal umbrachte, ein nationales Trauma, das bis heute nachwirkt.

 

Doch das war drüben, auf Sizilien, dem Stammland der Cosa Nostra. In den 90er Jahren versuchte die sizilianische Mafia, den Zentralstaat mit Terror und Bomben überall in Italien in die Knie zu zwingen. Die Clans der ´Ndrangheta dagegen agierten im Verborgenen, hatten ihre Hauptquartiere in den Bergen Kalabriens.

 

Während sich die staatlichen Sicherheitsorgane vor allem auf die Cosa Nostra konzentrierten, wuchs die ´Ndrangheta, einst gegründet von Banditen. Im August 2007 fiel ein Schlaglicht auf sie. Sechs Männer starben vor einer Pizzeria in Duisburg, aus Rache erschossen von Mitgliedern einer verfeindeten Familie aus dem fernen Kalabrien.

 

Verwundert nahm man in Deutschland zur Kenntnis, dass die Organisation auch nördlich der Alpen Geschäfte in großem Stil betreibt. Davor warnen italienische Ermittler zwar seit Jahren, doch wurden sie im Ausland oft nicht Ernst genommen.

Drohung gegen Präsidenten

 

Längst ist die ´Ndrangheta die mächtigste der italienischen Mafiaorganisationen. Wie der Cosa Nostra und der Camorra geht es ihr in Zeiten der Wirtschaftskrise besser als je zuvor. Etwa 40 Milliarden Euro jährlich verdient die ´Ndrangheta mit dem Drogenhandel, und sie kontrolliert von Mailand aus das weltweite Geschäft mit Kokain.

 

Nach Schätzungen der Ermittler kauft die ´Ndrangheta ein Gramm des Stoffes für etwa 2,50 Euro, streckt es auf das doppelte Gewicht und verkauft es für 60 Euro pro Gramm. Den Gewinn investiert sie vor allem in illegale Bauprojekte und die Müllentsorgung, aber sie wäscht ihn auch in großem Stil, um sich in Firmen und Immobilien im In- und Ausland einzukaufen.

 

Neuerdings aber fühlt sich die ´Ndrangheta gestört, nicht zuletzt, weil in Reggio Calabria neue Staatsanwälte arbeiten. Besorgt registrieren die Behörden, dass die "Krake" ihre Strategie ändert und dem Staat offen droht. "Es ist klar, dass die ´Ndrangheta beweisen will, dass sie über ein höchst gefährliches militärisches Potential verfügt", sagt Ermittler Michele Prestipino. Anfang Januar detonierte vor einem Gericht in Reggio ein Sprengsatz, in der vergangenen Woche fand man in der Innenstadt ein mit Sprengstoff und Munition beladenes Auto - just an dem Tag, als Staatspräsident Giorgio Napolitano zu einem Besuch erwartet wurde, um Behörden und Bewohner seiner Unterstützung im Kampf gegen die Mafia zu versichern.

Kampf gegen die Mafia

 

Mit welcher Macht man sich dabei anlegt, hatten kurz zuvor die Auseinandersetzungen in der Kleinstadt Rosarno gezeigt. In Süditalien ist die Mafia einer der größten Arbeitgeber - und beschäftigt auch zehntausende illegal eingereiste Wanderarbeiter. Es waren vermutlich ´Ndrangheta-Mitglieder, die auf eine Gruppe von Afrikanern schossen, deren Verzweiflung über ihre sklavenartigen Lebensumstände dann explodierte. Und es war wohl auch die ´Ndrangheta, die Bewohner des Städtchens dazu aufstachelte, eine Treibjagd auf die ungeliebten Immigranten zu eröffnen.

 

Unmissverständlich forderte Napolitano mehr Zivilcourage von jedem einzelnen. Auch die Regierung von Silvio Berlusconi ermahnte er, entschiedener vorzugehen. "Der Staat mit allen seinen Organen muss an vorderster Front stehen", sagte er. Berlusconi handelte auf seine Weise. Gestern hielt er eine Sondersitzung des gesamten Kabinetts in Reggio Calabria ab, bei der ein Aktionsplan für den Kampf gegen die Mafia verabschiedet wurde.

 

Dieser umfasst nicht nur ein schärferes Vorgehen gegen Schwarzarbeit, sondern auch die Gründung einer nationalen Agentur, die von der Mafia beschlagnahmtes Vermögen verwalten soll, mit Sitz in Reggio Calabria. Allein von der ´Ndrangheta konfiszierten die Ermittler im vergangenen Jahr Werte in Höhe von fast einer Milliarde Euro. Einige der besonders brisanten Fälle bearbeitet Giuseppe Lombardo. KORDULA DOERFLER  FR 30

 

 

 

 

Italien: Organisierte Kriminalität. Berlusconi geht der Mafia ans Geld

 

Neue Strategie im Kampf gegen das Verbrechen: Ein Zehn-Punkte-Plan der italienischen Regierung hat es auf die Finanzen der Mafia abgesehen. Von A. Bachstein

 

Italiens Regierung hat einen Zehn-Punkte-Plan zur Verschärfung des Kampfes gegen die Mafia beschlossen. Er zielt darauf, die Wirtschaftskraft der kriminellen Organisationen anzugreifen, aber auch darauf, ihre polizeiliche Verfolgung zu intensivieren.

Der Ministerrat unter Vorsitz von Premier Silvio Berlusconi tagte demonstrativ in Reggio di Calabria. Dort hatte die 'Ndrangheta, Kalabriens Mafia, in den vergangenen Wochen mehrmals die Anti-Mafia-Behörden offen bedroht, unter anderem ließ sie vor dem Gebäude der Generalstaatsanwaltschaft eine Bombe explodieren.

Als erstes soll eine neue Behörde entstehen, die bei Mafiosi konfisziertes Vermögen verwaltet und es anderen Zwecken zuführt. Güter im Wert von 8,6 Milliarden Euro haben die Anti-Mafia-Behörden zwischen 1992 und 2008 beschlagnahmt. Innenminister Roberto Maroni teilte mit, allein in den 19 Monaten der jetzigen Regierung seien Mafia-Besitztümer im Wert von sieben Milliarden Euro eingezogen worden.

 

Italien will erreichen, dass alle EU-Länder Urteile über die Konfiszierung von Mafia-Vermögen auf ihrem Gebiet anerkennen. Deutschland hat 2009 die gesetzliche Möglichkeit dazu verbessert. Zudem soll in Italien die Verfolgung von Geldströmen und die Kontrolle von öffentlichen Ausschreibungen erleichtert werden. Bauprojekte sind ein Einfallstor für mafiöse Unternehmer. Einige haben unter anderem versucht, beim Wiederaufbau der Erdbebenregion in den Abruzzen einzusteigen, aber auch bei Bauvorhaben für die Expo in Mailand waren Mafiosi im Spiel.

Schwarzarbeit im großen Stil

Ebenfalls auf die Finanzkraft zielt der Beschluss, die Schwarzarbeit in den Südregionen zu bekämpfen. Sie wird im großen Stil von Mafiosi organisiert. Den Anti-Mafia-Behörden wird zudem die Zuständigkeit für illegale Müllgeschäfte erteilt, die eine weitere Domäne der kriminellen Netzwerke sind.

Der italienische Unternehmerverband Confindustria kündigte zugleich mit den Regierungsplänen an, in ganz Italien Mitglieder auszuschließen, die wegen Mafia-Geschäften verurteilt sind oder Schutzgelderpressung nicht anzeigen. In Sizilien wird dies mit Erfolg bereits praktiziert. Experten zufolge werden täglich 250 Millionen Euro Schutzgeld von Geschäftsleuten in Italien erpresst.

Als einflussreichste Mafia gilt die kalabrische 'Ndrangheta. Der stellvertretende Chef der Nationalen Anti-Mafia-Behörde, Alberto Cisterna, sagte der SZ, er sehe in den Drohungen gegen Staatsanwälte und Ermittler eher ein Zeichen der Schwäche der 'Ndrangheta auf eigenem Territorium. Der leitende Staatsanwalt glaubt nicht, dass die Mafia es wagen werde, Attentate gegen Justizvertreter zu verüben.

 

Die 'Ndrangheta stehe in Kalabrien unter dem Druck der immer intensiveren Verfolgung. Die kleinen Clans spürten aber auch die sich ändernden Verhältnisse. Die Landwirtschaft als Einnahmequelle bringe zu wenig Geld und die Rekrutierung von Getreuen werde schwieriger. Andererseits gibt es zwölf bis 15 große, weltweit tätige 'Ndrangheta-Clans, die besser im Geschäft sind denn je.

Legale Investitionen

So wurden die italienischen Mafiagruppen auf dem Weltwirtschaftsforum in Davos gerade als die mächtigsten Verbrecherorganisationen der Welt beschrieben. Allein Cosa Nostra, Camorra und 'Ndrangheta verdienen demnach jedes Jahr 112 Milliarden Dollar. Es geht um Finanzkriminalität, Drogenhandel, Schmuggel sowie Produktfälschung, Prostitution und Menschenhandel.

Der ehemalige Vorsitzende des Anti-Mafia-Ausschusses im italienischen Parlament, Francesco Forgione, sagte kürzlich, dass die Mafia die Hälfte ihres so eingenommenen Geldes legal investiert und so in die normale Wirtschaft einspeist. Dieser Umstand und die internationale Tätigkeit der Kriminellen macht auch Ermittlern wie Cisterna große Sorgen.

Er glaubt, dass es nur begrenzt Zeit gibt, um auf internationalem Niveau die Geschäfte der Mafiaorganisationen wirksam zu bekämpfen. Die Vermischung von legalen und illegalen Geschäften und Finanzen schreite fort und das intransparente Bankenwesen mache die Verfolgung der Finanzströme oft unmöglich. Mafiosi, so Forgione und Cisterna, könnten am Computer Milliarden weltweit verschieben, während die Ermittler oft an Ländergrenzen scheitern. Die Mafia-Jäger halten es deshalb für nötig, dass zumindest in der EU die Verfolgungsmöglichkeiten vereinheitlicht werden. SZ 30

 

 

 

 

Mafia. In Italien sind mehrere Mafiagruppen im organisierten Verbrechen aktiv.

 

Die Cosa Nostra in Sizilien entstand wohl schon im 19. Jahrhundert. Mehrere sogenannte Familien kontrollieren bestimmte Gebiete. Den größten Teil der Einnahmen erzielt die Mafiaorganisation durch das Erpressen von Schutzgeld. Sie ist außerdem im Waffenhandel tätig und vertreibt Heroin in Europa und den USA.

 

Die Camorra besteht aus Familienclans, die ihre illegalen Geschäfte vom süditalienischen Neapel und der Region Kampanien aus betreiben. Auch die Camorra handelt mit Drogen und Waffen, erpresst Schutzgeld und bereichert sich durch Großaufträge im Baugewerbe, an die sie durch Erpressung und Korruption gelangt. Zudem macht sie mit Fälschungen von Luxusartikeln Geld.

 

Die ´Ndrangheta, lange Zeit kaum beachtet, hat sich inzwischen zur wohl mächtigsten Mafiaorganisation entwickelt. Ihr Jahresumsatz wird auf mehr als 40 Milliarden Euro geschätzt. Die Gruppe entstand ebenfalls im 19. Jahrhundert und beschaffte sich zunächst durch Erpressungen und Entführungen Geld. Heute gilt sie als wichtigste Gruppe im europäischen Kokainhandel. Weitere Einnahmenquellen sind Waffenhandel, Geldwäsche und Erpressungen. ( fr 30)

 

 

 

 

Pläne des Innenministers. Islamkonferenz, Teil 2

 

Berlin. Ungeachtet aller Kritik will Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) voraussichtlich im Mai die Islamkonferenz fortsetzen. Ein Ministeriumssprecher bestätigte am Freitag der FR, dass die Vorbereitungen für die Konferenz laufen.

 

Die Soziologin Necla Kelek hatte die Islamkonferenz jüngst für gescheitert erklärt, weil die beteiligten islamischen Verbände "unfähig zum inhaltlichen Diskurs" seien. Die "quälenden Gespräche" der vergangenen drei Jahre Islamkonferenz hätten gezeigt, dass mit dem "organisierten Islam keine Integration gelingen" werde. Denn es habe keine grundsätzliche Auseinandersetzung mit dem "System Islam" gegeben.

 

De Maizière hingegen will an dem Format festhalten und die Konferenz nun in einer zweiten Phase "stärker in die Gesellschaft hineintragen", wie er im hauseigenen Magazin Innenpolitik sagt. "Wichtig ist mir, ein gutes Zusammenleben im Alltag zu fördern", sagte der CDU-Politiker.

 

Nach FR-Informationen möchte der Minister dabei die Ergebnisse der Konferenz, die sein Vorgänger Wolfgang Schäuble (CDU) 2006 angestoßen hatte, konkretisieren. De Maizière geht es unter anderem darum, den islamischen Religionsunterricht an deutschen Schulen zu etablieren und dabei ein Verfahren zu entwickeln, wie geeignete Islamgelehrte dafür gefunden werden können. Auch islamisch-theologische Lehrangebote an Universitäten hält der Minister für lohnenswert.

Prävention von islamistischem Extremismus

 

Zudem soll die Gleichberechtigung von Mann und Frau konkreter gefasst werden. Etwa in der Frage eines gemeinsamen Sportunterrichts, der zwar Rücksicht nimmt auf Vorbehalte der islamischen Seite, gleichwohl den Gedanken der deutschen Koedukation berücksichtigt.

 

Die Prävention von islamistischem Extremismus in Deutschland nennt de Maizière als weiteres Ziel der Veranstaltung. Er überlegt zudem, den Kreis der Teilnehmer an der Konferenz zu erweitern, um eine breitere Verankerung der Veranstaltung zu erreichen. "Dies alles wird dazu beitragen, die Akzeptanz des Islam als einer in Deutschland heimisch werdenden Religion zu stärken", ist der Minister überzeugt.

 

Der Parlamentarische Geschäftsführer der Grünen, Volker Beck, zeigt sich enttäuscht über de Maizières Pläne. Angesichts von drei Millionen Muslimen in Deutschland verlangt er eine verfassungsrechtliche Gleichstellung des Islam mit Christentum und Judentum. STEFFEN HEBESTREIT FR 30

 

 

 

Engagement gegen Rechtsextremismus und Fremdenfeindlichkeit zentrale Arbeitsfelder der FES

 

Engagement gegen Rechtsextremismus, Antisemitismus, Fremdenfeindlichkeit und aktives Eintreten für Demokratie sind zentrale Arbeitsfelder der FES. Die FES-Studien und Handbücher zu diesem Thema werden pro Monat bis zu 50.000 Mal angeklickt. Hier sind alle Titel: http://library.fes.de/cgi-bin/populo/digbib.pl?f_SSW=rechtsextremismus&t_listen=x&sortierung=jab

Bald 300 Veranstaltungen mit Zeitzeugen, Jugendlichen, Politikern, Wissenschaftlern, Aussteigern aus der rechten Szene gab es im Jahr 2009. Die Wander-Ausstellungen in Bayern, NRW, Schleswig-Holstein/Hamburg und Niedersachsen: http://www.fes.de/sets/s_aus.htm zogen mehrere tausend Besucher

an. Mit JazzRap wird am 22.2. in Stuttgart die Ausstellung "Demokratie stärken - Rechtsextremismus bekämpfen" eröffnet, bis zum 5. März gibt es zudem ein spannendes Begleitprogramm für Schulklassen und Einzelbesucher:

http://www.fes.de/aktuell/documents2010/100222_Ausstellung.pdf

 

Kommunalpolitik einfach online lernen - können Sie bei der FES im März & Juni 2010 mittels kommunalpolitisch qualifizierender E-Learning-Kurse "Kommcheckers kompakt". Erarbeiten Sie via Internet die Grundlagen der Kommunalpolitik in BaWü und NRW. Individuell und flexibel. Ohne Tutor, ohne Präsenzveranstaltung.

Kompakt eben! www.fes-kommcheckers.de

 

Überall in Deutschland finden im Februar Konferenzen, Podiumsdiskussionen, workshops zu wichtigen Fragen unserer Gesellschaft statt. Hier eine kleine Auswahl: In Hannover fragen Experten, Politiker und BürgerInnen am 9. Februar "Wieviel

Gesundheit können wir uns in Zukunft noch leisten?" - die Erkenntnisse aus dieser Debatte kosten weder Praxisgebühr noch Kopfpauschale:

http://www.fes.de/aktuell/documents2010/100209_Gesundheitsreform.pdf 

 

Ebenfalls in Hannover wird am 15.2. über "Zusammen leben in der Stadt - Die Städte als zivilgesellschaftliche Internationale" nachgedacht. Dabei sind u.a. OB Stefan Weil und Dr. Lale Agkün. Am 24. Februar geht es in Essen um "Bürgerrechte im 

Internetzeitalter":http://www.fes.de/aktuell/documents2010/100224_Buergerrechte.pdf . Am 25. 2. heißt es in Bonn: Kinder sind unsere Zukunft, welche Zukunft haben arme Kinder? http://www.fes.de/aktuell/documents2010/100225_Zukunft.pdf.

 

"(K)eine Angst vor dem Islam" lautet das Thema einer kontrovers besetzten Podiumsdebatte am 24.2. in Berlin: http://www.fes.de/BerlinerAkademiegespraeche/inhalt/vera.php 

Albrecht Koschützke, Leiter Kommunikation der Friedrich-Ebert-Stiftung (de.it.press)

 

 

 

 

Studie des Innenministeriums. Kaum Einwanderung aus Afrika

 

Die zu erwartende Zunahme der Auswanderung aus Afrika wird Deutschland kaum betreffen, so eine Studie. Die Zukunftsaussichten Afrikas werden als düster beurteilt. VON DOMINIC JOHNSON

 

BERLIN - Die Auswanderung aus Afrika nach Europa dürfte in den kommenden Jahrzehnten zunehmen, aber Deutschland bleibt davon höchstwahrscheinlich verschont. Dies ist das Fazit einer voluminösen Studie zum "Migrationspotenzial aus Afrika", die das Bundesinnenministerium jetzt veröffentlicht hat. "Der Migrationsdruck an den EU-Außengrenzen wird in Zukunft eher zu- als abnehmen", erklärte Innenminister Thomas de Maizière dazu.

"Angesichts unterschiedlicher demografischer Entwicklungen in Europa und Afrika ist dies nahezu zwangsläufig. Hinzu kommt der Klimawandel", so der Minister. Zwar werde die afrikanische Migration nach Deutschland voraussichtlich gering bleiben, aber es könne "ein Anstieg der Zuwanderung aus Afrika auch nicht ausgeschlossen werden".

 

Die Studie zeichnet ein eher düsteres Bild der Entwicklung Afrikas in den kommenden Jahrzehnten, geprägt von einer Verdoppelung der Bevölkerung von gegenwärtig einer auf zwei Milliarden bis 2050, wirtschaftliche Unterentwicklung, politische Repression, Umweltveränderungen und negative Folgen des Klimawandels. "Afrika muss im Jahr 2050 über eine Milliarde Menschen mehr versorgen. Doch schon heute leben dort drei Viertel der Menschen von weniger als 2 US-Dollar am Tag, und immer mehr Menschen konkurrieren um die ohnehin knappen Ressourcen", heißt es.

Zitiert werden UN-Schätzungen, wonach bis zum Jahr 2050 18,4 Millionen Afrikaner ihren Kontinent verlassen dürften, knapp eine halbe Million pro Jahr. Dies werde unter anderem gefördert durch die "steigende Zahl der Menschen im häufigsten Abwanderungsalter (18 bis 30 Jahre) und das Fehlen angemessener Lebens-, Gesundheits- und Ausbildungsbedingungen".

Gelegentlich vermischen sich in der Analyse zeitgenössische Ansätze mit völlig überholten, die eher dem kolonialen Blick von vor hundert Jahren entsprechen, zum Beispiel wenn es heißt: "In Nigeria, dem bevölkerungsreichsten Land Afrikas, verwandeln sich jährlich 3.500 Quadratkilometer in Wüste. Dies bringt Stammesvölker, die bislang Abstand halten konnten, in eine unerwünschte Nähe zueinander." Auch andere Analysen sind eher unpräzise, so wenn festgestellt wird, dass eine "um sich greifende diffuse Zukunftsangst das Migrationspotenzial Afrikas zusätzlich erhöhen wird".

Emigration aus Afrika betrifft Deutschland den Angaben zufolge verhältnismäßig wenig. Während in Frankreich 3,5 Millionen Menschen aus Afrika leben, die meisten davon aus dem Maghreb, waren es in Deutschland Ende 2008 rund 740.000, davon 268.116 Menschen mit afrikanischen Staatsbürgerschaften und 480.000 weitere mit "afrikanischem Migrationshintergrund". Die wichtigsten Herkunftsländer waren mit jeweils 66.189 und 23.142 Staatsbürgern Marokko und Tunesien, gefolgt von Ghana, Nigeria und Kamerun. Im Jahr 2007 seien 1.997 illegale Einreisen von Afrikanern verhindert worden.

Zuzügen aus Afrika von 20.000 bis 35.000 im Jahr stünden Fortzüge von 15.000 bis 25.000 pro Jahr gegenüber, also ein Saldo von rund 5.000 jährlich. Zum Vergleich: In Frankreich, Italien und Spanien zusammen wächst die afrikanische Bevölkerung jährlich um 100.000. "Die Analysen für Deutschland haben ergeben, dass das Migrationspotenzial und die tatsächliche Zuwanderung von Afrika nach Deutschland auf geringem Niveau verbleiben dürften", so die Studie. Taz 29

 

 

 

 

Leitartikel zur Afghanistan-Konferenz. Mission kraftlos

 

Für alle, die sich mit einer Minimallösung zufriedengeben, war die Afghanistan-Konferenz in London ein Erfolg. Die internationale Gemeinschaft hat sich auf einen kleinen Strategiewechsel verständigt. Ein paar mehr Polizeiausbilder und ein wenig mehr Geld für den zivilen Aufbau. Außerdem versprach die Regierung Karsai brav, sie würde zukünftig stärker gegen Korruption vorgehen.

 

Ansonsten gilt das Primat des Militärs. Alles in allem sind das einige kleine Schritte in die richtige Richtung. Schließlich rückten die Politiker den zivilen Aufbau ein bisschen mehr in den Mittelpunkt der Mission.

 

Damit wird allerdings deutlich, dass die Staatenlenker weder die nötigen Schlüsse aus dem bisherigen Desaster des Einsatzes gezogen noch die notwendigen Lösungen für die zahlreichen komplexen Probleme des Landes präsentiert haben. Dann hätten sie nämlich viel offensiver auf die zivile Karte gesetzt und sich zudem erkennbarer an den Interessen der Afghanen orientiert.

 

Die wollen, das ist wenig überraschend, schlicht besser leben. Dafür brauchen sie vor allem Arbeitsplätze. Aber von einem Marshall-Plan, wie er zwischen 1948 und 1952 den Aufbau Westeuropas aus den Trümmern garantierte, war in London nicht die Rede. Zu wenig war zu hören von wirtschaftlichem Aufbau oder der Entwicklung einer Gesellschaft, die sich vor allem mit Landwirtschaft selbst irgendwann ernähren oder gar Nahrungsmittel exportieren kann.

 

Der Taliban-Nachschub wird nicht versiegen - Dafür wäre es sicher hilfreich gewesen, über das Problem des Drogenanbaus zu sprechen. Damit wird nicht nur zu großen Teilen der Aufstand finanziert. Zum Drogenhandel gehört zudem das Übel Korruption, das die nur schwach ausgebildeten staatlichen Strukturen zerstört und eine nachhaltige Entwicklung normalen Lebens verhindert.

 

Warum soll ein schlecht bezahlter Polizist seinen Job machen, wenn er mit Nichtstun viel mehr verdient? Zumal, wenn um ihn herum viele besser leben mit dem falschen Leben. In diesem Kampf werden ein paar nette Versprechen Karsais nicht helfen.

 

Dem Problem der Taliban haben sich die politischen Führungskräfte nur halbherzig gewidmet. Mit ein paar Dollar mehr wollen sie einige Mitläufer auf die richtige Seite holen. Dem Ruf des Geldes werden einige gewiss folgen. Doch der eigentliche Nachschub wird nicht versiegen. Der kommt vor allem aus privaten pakistanischen Koranschulen, den Madrasas. Tausende junge und kräftige Männer ohne Perspektive oder Aussicht auf einen Arbeitsplatz verlassen jährlich diese zweifelhaften Bildungsstätten. Viele landen bei den Taliban. Auch davon kein Wort in London.

 

Dass die Probleme Afghanistans nur gelöst werden können, wenn die Schwierigkeiten Pakistans angegangen werden, wusste die Londoner Versammlung. Doch der AfPak-Ansatz des US-Präsidenten Obama spielte keine Rolle. Andere Nachbarstaaten wie Iran stärker einzubinden, war ebenso wenig eine Option. Die Liste der Versäumnisse ließe sich leicht verlängern.

 

1948 waren die Marshall-Planer schon mal weiter - Gemessen an den Problemen und den fehlenden Perspektiven hätten die Politiker viel mehr Geld für den Aufbau des Landes locker machen müssen und über einen längere Dauer der Mission sprechen müssen. Woher die Knete kommen soll in Zeiten leerer Staatskassen? Washington allein gab für den Militäreinsatz am Hindukusch bisher rund 300 Milliarden Dollar aus. Um diese unvorstellbare Summe ein wenig runterzubrechen, könnte man sie für ein Gedankenspiel mal auf 25 Millionen Afghanen verteilen. Das macht etwa 12000 Dollar pro Kopf. Ein Afghane verdient im Schnitt 800 Dollar jährlich.

 

In Wahrheit hat der Westen eine Ausstiegsstrategie entwickelt, die vor allem das Publikum zu Hause beruhigen soll. Nach dem Motto: Seht her, wie nehmen eure Ängste und Sorgen ernst.

Jetzt muss man hoffen, dass dieser Plan irgendwie funktioniert. Zum einen gibt es keinen Plan B. Zum anderen war es wohl die letzte Chance, entscheidende Schritte in die Wege zu leiten. Noch einmal dürften sich die beteiligten Staaten nicht zu einer derartigen Kraftanstrengung durchringen.

 

Sollte der Plan allerdings nicht funktionieren, wird es in dieser Weltregion wohl noch sehr viel ungemütlicher und unsicherer werden, und sehr viele Menschen werden dem Chaos entfliehen. Wann endlich lernt der Westen, dass es in seinem eigenen Interesse liegt, rechtzeitig kraftvoll zu helfen? 1948 waren die Marshall-Planer schon mal weiter. Andreas Schwarzkopf FR 29

 

 

 

 

Afghanistan-Konferenz. Nur noch die Taliban

 

Wer glaube, Afghanistan könne allein mit militärischen Strategien gesichert werden, irre sich „dramatisch“, sagte Außenminister Westerwelle vor dem Abflug zur Londoner Konferenz. Wen kann er damit gemeint haben? In Deutschland sehnt man sich auch 67 Jahre nach der Kapitulation der 6. Armee in Stalingrad nur nach rein zivilen Lösungen für alle Konflikte der Welt. Sollte Westerwelle allen Ernstes die Amerikaner verdächtigen? Die schicken jetzt zwar fünftausend Soldaten in den deutschen Sektor, damit Deutschland Friedensmacht bleiben und sich auf die Entsendung von fünfhundert Mann beschränken kann. Doch auch Amerika folgt immer mehr dem deutschen Konzept der „vernetzten Sicherheit“. Zu den schärfsten Kritikern des von der Bundeswehr veranlassten Luftschlags von Kundus gehörte der amerikanische Oberkommandierende.

Tatsächlich glaubten auch Amerikaner und Briten nie, Afghanistan lasse sich allein mit militärischen Mitteln befrieden. Sie sind im Süden nur viel früher als die deutschen Truppen im ursprünglich ruhigen Norden damit konfrontiert worden, dass der Gegner auch etwas gegen den zivilen Aufbau des Landes und die Stabilisierung der Staatsmacht hat. So epochal, wie insbesondere die Bundesregierung tut, ist der „Strategiewechsel“ nicht. Der Westen verfolgte in Afghanistan immer schon ein Doppelkonzept, wenn auch, nach den Gegebenheiten, mit unterschiedlichen Schwerpunkten. Die Amerikaner warteten, das zeigen ihre im vergangenen Jahr geänderten Einsatzrichtlinien, allerdings nicht erst auf eine weitere Afghanistan-Konferenz, um Konsequenzen aus ihren Fehlern zu ziehen.

Die Europäer aber konferieren gerne, vor allem, wenn sie mit denselben innenpolitischen Schwierigkeiten zu kämpfen haben. Von London sollte für die kriegsmüden Völker das Signal ausgehen, dass sich alle, auch die Afghanen, noch einmal kräftig anstrengen müssen, die Sache damit aber zu einem Ende gebracht werde. Auch Berlin konnte es nicht vermeiden, dafür ein paar hundert Soldaten mehr anzubieten. Westerwelle aber sorgte schon selbst dafür, dass niemand in Deutschland auf den Gedanken kam, London sei eine Kriegskonferenz. Das Politische habe endlich wieder in den Vordergrund zu treten, forderte er. Daran müssen sich jetzt nur noch die Taliban halten. Von Berthold Kohler Faz 29

 

 

 

Zwei-Grad-Limit. EU verpasst Klima-Ziele

 

So hoch die Erwartungen, so tief die Enttäuschung. Der Kopenhagen-Gipfel im vergangenen Dezember sollte die "vielleicht wichtigste Weltkonferenz" werden und die Wende in der globalen Klimapolitik bringen. Am Ende war es der "Kopenhagen-Flop". Barack Obama, Wen Jiabao, Angela Merkel und die anderen selbst ernannten Chef-Klimaschützer flogen nach Hause, ohne Wegweisendes zu hinterlassen.

 

Einziger Lichtblick: In der vom Gipfel "zu Kenntnis genommenen" Kopenhagen-Erklärung ist als Ziel ausgegeben, die Erderwärmung bei maximal zwei Grad Celsius zu begrenzen. Damit bliebe der Klimawandel einigermaßen beherrschbar, obwohl auch dann ein höherer Meeresspiegel, mehr Extremwetterlagen und ein geringeres Wirtschaftswachstum drohen. Konkrete CO2-Ziele wurden aber nicht beschlossen.

 

Die Frist läuft ab  - An diesem Wochenende wird das Unvermögen nun endgültig dokumentiert: Am 31. Januar endet die in Kopenhagen gesetzte Frist, in der über 190 Vertragsstaaten der UN-Klima-Konvention ihre freiwillig auf nationaler Ebene verabschiedeten Ziele an das UN-Klimasekretariat in Bonn melden müssen. Bisherige Bilanzen zeigen, dass diese nicht ausreichen, um im Zwei-Grad-Limit zu bleiben.

 

Die Industriestaaten kommen zusammen auf eine CO2-Reduktion von maximal 19 Prozent bis 2020 - gemessen am Basisjahr 1990. Das liegt deutlich unter der Marke von 25 bis 40 Prozent, die die UN-Klimaforscher für notwendig halten. Bleibt es dabei, droht eine Erwärmung um bis zu vier Grad. Die Klima-Leitplanken würden umgeknickt.

 

Umweltverbände kritisieren die Industriestaaten heftig - und zwar auch die EU, die minus 20 Prozent als Ziel gemeldet hat und nur dann auf 30 aufstocken will, wenn andere Industrieländer mitziehen. Jan Kowalzig, Klimaexperte bei Oxfam Deutschland: "Die EU hat offenbar aus dem Kopenhagen-Debakel wenig gelernt." Gerade jetzt hätte die EU im internationalen Verhandlungsprozess mit 30 Prozent ohne Bedingungen wieder eine Führungsrolle übernehmen müssen.

Die EU soll nachlegen

 

Der BUND hieb in dieselbe Kerbe. Einen Monat nach Kopenhagen müsse endlich wieder Bewegung in die stockenden Verhandlungen, meinte Verbandschef Hubert Weiger. Spätestens beim Sondergipfel der EU-Regierungschefs am 11. Februar müsse die Union die 30 Prozent fest zusagen. Wenn Kanzlerin Angela Merkel (CDU) es mit ihrer Forderung ernst meine, die Zwei-Grad-Grenze zu halten, müsse sie endlich strengere Ziele für die EU durchsetzen. FR 30

 

 

 

Griechenland. Hilflos in der Währungsunion

 

Die Partnerländer im Euroraum wollen dem nahezu bankrotten Griechenland nicht helfen. Die Hellenen sind jedoch nicht die einzigen, die im Mittelmeerraum mit der Bewältigung der Staatsschulden Probleme haben.

 

BRÜSSEL / BERLIN  -  In Hauptstädten des Eurogebiets und in Brüssel wird über mögliche Nothilfen für Griechenland debattiert. Bisher gebe es keinen fertigen Unterstützungsplan, berichteten Diplomaten am Freitag in Brüssel. Weder die EU-Kommission noch die Bundesregierung bestätigten diese Informationen. Die Lage ist dramatisch, denn die Schuldenkrise in Athen belastet den Euro erheblich. Griechenland als größter Schuldensünder der Eurozone muss auch hohe Risikoaufschläge für seine langfristigen Anleihen zahlen. Experten befürchten, dass auch Portugal oder Spanien in den Sog der Krise geraten könnten. Das unter den Folgen einer geplatzten Immobilienblase leidende Spanien kündigte am Freitag an, in den kommenden vier Jahren 50 Milliarden Euro einsparen zu wollen.

 

Die Situation in den Mittelmeerländern ist die größte Herausforderung für das gemeinsame Währungsgebiet seit der Euro-Einführung 1999. „Deutschland verlässt sich darauf, dass Griechenland seine Ankündigungen umsetzt“, sagte Vizeregierungssprecher Christoph Steegmans in Berlin. Das Finanzministerium bekräftigte frühere Angaben, wonach die Euro-Gruppe nicht an einem Hilfsprogramm arbeitet.

 

Für Länder mit der Eurowährung gibt es keinen festgelegten Hilfsmechanismus zur Vermeidung eines Staatsbankrotts. Während die EU den nicht zur Eurozone gehörenden Ländern Ungarn, Lettland und Rumänien mit Milliardenbeträgen unter die Arme griff, geht dies bei Staaten mit dem Euro nicht. Ein mögliches Szenario wäre, dass große Euro-Länder wie Deutschland oder Frankreich auf freiwilliger Basis Athen bilaterale Kredite einräumen.

 

EU-Währungskommissar Joaquin Almunia will sich am kommenden Mittwoch in Brüssel zum Fall Griechenland äußern und Sparempfehlungen vorlegen, teilte die Kommission mit. Athen hatte angekündigt, bis 2012 die Neuverschuldung vom jetzigen Stand von knapp 13 Prozent des Bruttoinlandsprodukts auf dann 2,8 Prozent senken zu wollen. Falls die EU-Finanzminister die Vorschläge Mitte Februar annehmen, wird das Verfahren in Richtung von Sanktionen verschärft. Der Athener Haushalt wird dann de facto unter EU-Aufsicht gestellt. Die Bundesregierung unterstrich, Griechenland habe unverändert Zugang zum Kapitalmarkt. Es gebe keinen Grund zur Beunruhigung, sagte der Sprecher des Bundesfinanzministeriums, Michael Offer. Hinter den Turbulenzen an den Märkten stünden auch Spekulanten. Deutschland bewerte die griechischen Pläne zum Schuldenabbau als angemessen. „Wir sind zuversichtlich, dass Griechenland den Ernst der Lage erkannt hat.“

 

Spanien will mit der Einsparung von 50 Milliarden Euro bis 2013 die Defizitgrenze von drei Prozent der Wirtschaftsleistung erreichen. 2009 lag das Haushaltsloch bei 11,4 Prozent. Um das Sparziel zu erreichen, sollen die Gehälter im öffentlichen Dienst bis 2013 um vier Prozent gekürzt werden. Zudem plant die Regierung in Madrid, die staatlichen Unternehmen zu restrukturieren.

 

Spaniens Ministerpräsident Jose Luis Zapatero hatte bereits zuvor Steuererhöhungen angekündigt, die in den nächsten drei Jahren ungefähr 40 Milliarden Euro einbringen sollen. Zudem soll das Renteneintrittsalter erhöht werden, Medienberichten zufolge wie in Deutschland auf 67 Jahre. Der Schuldenstand Spaniens liegt zwar voraussichtlich 2010 gerade einmal bei gut 60 Prozent der Wirtschaftsleistung und ist damit halb so hoch wie die Verschuldung Griechenlands. Dennoch hat das südwesteuropäische Land mit massiven wirtschaftlichen Problemen zu kämpfen: So steuert Spanien bei der Arbeitslosigkeit auf 20 Prozent zu, besonders schlimm ist die Situation bei den jungen Menschen unter 25 Jahren. Dazu kommt eine hohe Verschuldung der Unternehmen und privaten Haushalte als Folge des Baubooms vor Ausbruch der Krise. Die Analysten der Commerzbank sehen Spanien denn auch innerhalb der Eurozone als zweitschwächstes Glied in der Kette, nach Griechenland und vor Portugal. (dpa/rtr 30)

 

 

 

 

EU rechnet mit griechischen Rückwirkungen auf Euro-Zone

 

Berlin/Athen - Die Europäische Kommission warnt vor den Folgen der griechischen Schuldenkrise für die Euro-Zone.

Die ökonomische Situation Griechenlands sei eine große Herausforderung und langfristig riskant, heißt es in einem Memorandum der Kommission für die EU-Staats- und Regierungschefs, aus dem die "Süddeutsche Zeitung" am Wochenende zitierte. Dies könne "negative Auswirkungen auf andere Euro-Länder" haben, heißt es darin dem Blatt zufolge weiter. Neben Griechenland könnten eine Reihe weiterer Mitglieder der Euro-Zone gezwungen sein, höhere Risikoaufschläge für ihre Staatsanleihen zu zahlen. In den vergangenen Tagen bekamen dies bereits Portugal, Spanien und Italien zu spüren. Das Memorandum soll den Angaben zufolge noch im Februar verabschiedet werden.

Griechenland muss inzwischen für seine Staatsanleihen Rekordaufschläge bezahlen, um die Investoren für das Risiko eines Ausfalls zu entschädigen. Dies verteuert den Schuldendienst und erschwert den Defizitabbau.

Auch der portugiesische Zentralbankchef Vitor Constancio forderte sein Land zu großen Sparanstrengungen auf. Portugal müsse sich ins Zeug legen, um sein Haushaltsdefizit im kommenden Jahr zu senken und das Defizit bis 2013 unter die Grenze von drei Prozent des Bruttoinlandsprodukts (BIP) zu drücken, sagte das EZB-Ratsmitglied. Der portugiesische Haushalt hat ein Defizit von 9,3 Prozent des BIP. Ratingagenturen haben damit gedroht, wie für Griechenland auch die Kreditwürdigkeit Portugals schlechter zu bewerten, sollte der Sparkurs nicht glaubwürdig sein.

In einem Bericht zur Wettbewerbsfähigkeit der Euro-Staaten hat die Kommission zuletzt auf die großen Unterschiede zwischen Ländern am Rand des Währungsgebiets und starken Volkswirtschaften wie Deutschland hingewiesen. Die Divergenzen könnten die Funktionsfähigkeit der Euro-Zone beeinträchtigen, hieß es in dem Bericht für ein Treffen der Finanzminister, der in der vergangenen Woche bekanntwurde. Demnach sind die nun unter Druck stehenden Staaten zurückgefallen. Die Eurogruppe will im Februar damit beginnen, die Wettbewerbsfähigkeit zu überprüfen und die Angleichung unter den Staaten durch länderspezifische Empfehlungen zu fördern.

Im Falle Griechenlands verlangt die Kommission einen härteren Sparkurs. Demnach soll die Bezahlung im öffentlichen Dienst gekürzt und für Pensionen eine Obergrenze eingeführt werden. Zudem verlange die Kommission, dass die griechischen Steuerbehörden für Selbstständige Vorauszahlungen einführen und eine Luxussteuer prüfen, hieß es am Wochenende in einem Bericht der Tageszeitung "Ta Nea", die das Papier der Kommission vorliegen hatte. Die EU-Kommission nimmt am Mittwoch Stellung zum Sparplan der Regierung, der das Defizit binnen drei Jahren von knapp 13 Prozent auf die in der Euro-Zone vereinbarten drei Prozent reduzieren soll.

Das griechische Finanzministerium erklärte, die Forderungen der EU seien im Regierungsprogramm bereits erfüllt. "Es steht nicht zur Diskussion, dass der griechische Wachstums- und Stabilisierungsplan von der EU abgelehnt wird", hieß es in einer Stellungnahme. Das Programm sieht unter anderem vor, die Sonderzahlungen im öffentlichen Dienst zu kürzen. Sie machen einen großen Teil des Gehalts aus. Gewerkschaften zufolge wird dadurch das nominale Einkommen der Bediensteten um drei und vier Prozent geschmälert. Am kommenden Freitag wollen die staatlichen Beamten und Angestellten der Regierung einen Vorgeschmack auf ihre Widerstandsfähigkeit geben: Die größte Gewerkschaft des öffentlichen Dienstes, ADEDY, hat zu einem 24-stündigen Streik gegen die Regierungspläne aufgerufen.

(Reuters)

 

 

 

 

Blair: Befragung zum Irak-Krieg.  Blut, Schweiß und Lügen. "Ein Pakt in Blut"

 

Tony Blair in Bedrängnis: Die Eltern gefallener Soldaten wollen ihn leiden sehen. Doch der britische Ex-Premier lässt alle Vorwürfe vor dem Irak-Untersuchungsausschuss von sich abperlen. Von Wolfgang Koydl, London

 

Die Geschichte ist nie wählerisch in der Auswahl ihrer Schauplätze, aber einen banaleren Ort als Raum 2/17 im Queen Elizabeth Conference Centre hätte man kaum finden können für ein Ereignis von historischer Tragweite.

Es gibt Wohnzimmer, die sind größer als dieser fensterlose, stickige Verhandlungsraum, und es gibt Verhörzellen, die in freundlicheren Tönen gehalten sind als in diesem niederdrückenden Graublau. Unverputzt hängt das Rohrgeflecht der Klimaanlage unter der Decke. Die beiden Fremdenverkehrsschnappschüsse der Londoner Skyline an den Wänden vertiefen eher die Depression, als die Stimmung zu verbessern.

Der Mann, der an den beiden zusammengeschobenen Schulpulten Platz nimmt, hat den Mantel der Geschichte schon immer gespürt. Und historisch ist das Ereignis an diesem Freitag allemal: Tony Blair, einer der erfolgreichsten Premierminister der britischen Geschichte, ist hierher gekommen, um Rechenschaft abzulegen für einen Krieg, der nach Überzeugung vieler Landsleute ungerechtfertigt und unrecht war und für den er maßgeblich Verantwortung trägt.

 

Seit November tagt die nach ihrem Vorsitzenden benannte "Chilcot Inquiry" in diesem schmucklosen Konferenzzimmer. Ihre Aufgabe, wie sie der pensionierte Regierungsbeamte Sir John Chilcot formuliert, ist es, eine "glaubwürdige Zusammenfassung" all jener Maßnahmen, Entscheidungen und Schritte im Zusammenhang mit der angloamerikanischen Intervention im Irak zu erstellen - von den ersten Plänen und Absprachen 2001 bis zum Abzug des letzten britischen Soldaten im vergangenen Frühjahr. Ein Tribunal, so Chilcot, sei sie nicht.

Keiner im Raum ist so fit wie Blair

150 Sitzungsstunden hat die Kommission schon hinter sich. Blair ist Zeuge Nummer 69, und er hat sich den ganzen Tag freinehmen müssen für die Fragen der fünf Ausschussmitglieder. Niemand im Raum ist so braungebrannt und fit wie er, und kein anderer trägt einen ebenso teuren Anzug: Nüchtern dunkelblau mit weißem Hemd und roter Krawatte. Aufrecht sitzt er da, als wolle er seine Unbeugsamkeit ausdrücken. Es dauert jedoch eine ganze Weile, bevor er seine Nervosität ablegt und nicht mehr fahrig an der Lesebrille nestelt und in seinem Leitzordner blättert, den er mitgebracht hat.

Zu der gewohnten souveränen Selbstsicherheit findet er nie, geschweige denn zu einer großen historischen Geste. Er tritt nicht demütig auf wie sein ehemaliger Außenminister Jack Straw, der es damals Blair und jetzt dem Komitee recht machen will. Aber er stellt auch nicht jene trotzige Arroganz zur Schau, mit welcher sein ehemaliger Spin-Doktor Alastair Campbell der Kommission und der britischen Öffentlichkeit den Atem stocken ließ. Blair ist zurückhaltend, ja fast ein wenig befangen.

Das mag an der Atmosphäre im Raum liegen. Nur 60 Zuschauern bietet er Platz, ein Hohn, wenn man bedenkt, wie sehr der Krieg die Nation gespalten, aufgewühlt und erschüttert hat. Von diesen Plätzen sind 20 reserviert für Soldatenfamilien, die einen Sohn, einen Bruder oder einen Ehemann verloren haben. Die wenigen Plätze mussten in einer Lotterie vergeben werden, der Andrang war so groß gewesen wie für ein Rockkonzert.

 

Feindseligkeit strömt wie giftiges Gas - Die Regeln verlangen, dass sich die Zuschauer jeder Gefühlsregung enthalten. Zwischenrufe, so steht es auf dem Zettel, den jeder beim Betreten ausgehändigt bekommt, werden mit sofortiger Entfernung aus dem Raum geahndet. Doch die Atmosphäre lässt sich nicht so einfach entfernen. Latente Feindseligkeit strömt das Publikum aus, und sie verbreitet sich wie ein giftiges Gas, das nicht nur Blair zu lähmen scheint, sondern auch seine Inquisitoren.

Blair kann zwar die Zuschauer nicht sehen, die hinter ihm sitzen; aber er wird es spüren, wie sich ihre Blicke in seinen Rücken bohren. Einer von ihnen ist Peter Brierley. Sein Sohn ist bei Basra gefallen, und er ist zu gewisser Berühmtheit gelangt, weil er sich einmal öffentlich weigerte, Blair die Hand zu schütteln. Brierley zieht bittere Befriedigung aus der Tatsache, dass er nun mit dem Premier im selben Raum sitzt.

"Ich will ihm ins Gesicht sehen, und ich will sehen, wie sich Schweißtropfen auf seiner Nase bilden", sagt er vor Beginn der Anhörung.

Diesen Gefallen freilich tut ihm Blair nicht. Nervös mag er sein, ein wenig unsicher sogar. Aber der Angstschweiß bricht ihm noch lange nicht aus, denn es ist nicht so, dass ihn der Ausschuss in die Enge treiben würde. Wirklich scharf werden die Fragen nie, und dies, obwohl Chilcot und seinen Mitstreitern inzwischen viele Aussagen vorliegen, die Blair eigentlich schwer belasten könnten.

Mit Präsident George W. Bush habe er "einen Pakt in Blut" unterzeichnet, hatte Londons damaliger Botschafter in Washington, Sir Christopher Meyer, ausgesagt. Blanker Unsinn, gibt Blair zurück. Das Außenministerium habe den bevorstehenden Konflikt als völkerrechtlich illegal eingeschätzt und den Regierungschef entsprechend unterrichtet, hatten Rechtsexperten des Außenamts ausgesagt. Natürlich sei er sich der rechtlichen Problematik immer bewusst gewesen, schneidet Blair dem Fragesteller das Wort ab. Dafür habe schon Peter - der Kronanwalt Lord Goldsmith und damit der oberste Rechtsberater der Regierung- ständig gesorgt, fügt er mit einem schiefen Grinsen hinzu.

 

Abdriften in Details - Blair lässt alles an sich abperlen. Bei der Problematik handele es sich um ein weites Feld, betont er ein ums andere Mal, bevor er sich einerseits in den groben Umrissen des Nahostkonflikts und andererseits in verwirrenden Details verliert. Und die Kommission ist offenbar nur allzu gerne bereit, ihm sowohl auf das weite Feld als auch in die undurchschaubaren Kleinigkeiten zu folgen.

Die einfachen Fragen stellen die Demonstranten draußen im Nieselregen. Log Blair, als er das Land in den Krieg führte? Fälschte er Geheimdiensterkenntnisse? Waren die Massenvernichtungswaffen des Diktators Saddam Hussein nur ein Vorwand? Wollte der Premierminister in Wirklichkeit einen Regimewechsel um jeden Preis? Folgte er daher blind und gehorsam dem Mann im Weißen Haus? Und war der Krieg überhaupt rechtens? Oder hat sich Blair eines Kriegsverbrechens schuldig gemacht, für das er vor den Internationalen Strafgerichtshof gestellt gehört, wie es die Website arrestblair.org fordert, die bereits ein Kopfgeld von 9432 Pfund für eine sogenannte Jedermann-Festnahme, eine Verhaftung durch einen Bürger, ausgelobt hat?

 

Vor sieben Jahren, als das Unterhaus den Krieg beschloss, waren Zehntausende aus Protest auf die Straße gegangen und hatten den Trafalgar Square bis an die Ränder gefüllt. Doch heute finden sich nur wenige hundert Menschen mit Transparenten und Plakaten im Schatten der Westminster-Abtei ein. Einige haben sich Blair-Masken übergestülpt und die Hände rot gefärbt, als ob sie von Blut triefen würden. Andere tragen Plakate, auf denen jenes Wort steht, das Blair in den Ohren gellen sollte: Bliar - Blair, the liar. Blair, der Lügner.

Tony Blair sah nichts von den Demonstranten. Er war früher aufgestanden als sie: Um sieben Uhr morgens, zweieinhalb Stunden vor Beginn der Befragung, hatte er sein Haus im Norden Londons in einem schweren BMW verlassen und war wenig später in der Tiefgarage des Konferenzzentrums verschwunden.

 

Zu klug, zu glatt - Viel Schlaf hatte der Politiker in den Tagen vor seinem Auftritt nicht bekommen. Aus Kreisen von Vertrauten verlautete, dass er seine gut dotierten Nebentätigkeiten ruhen ließ, um sich auf den Ausschuss vorzubereiten. Bis morgens früh um drei, so wollte eine Zeitung wissen, habe das Licht in seinem Arbeitszimmer im Haus am Connaught Square gebrannt, wo Blair Akten studiert habe.

Als Kriegsverbrecher wurde Tony Blair nicht demaskiert. Dazu agierte er zu klug, manche würden sagen zu glatt. Zuversicht hätte er aus der Adresse des Queen Elizabeth Conference Centre schöpfen können: Little Sanctuary, die kleine Freistatt. Nach mittelalterlichem Recht genossen Kriminelle hier Schutz vor dem Zugriff der Staatsgewalt. SZ 30

 

 

 

Kommentar. Blairs Bedrohungsanalyse

 

Ein Teil der britischen Öffentlichkeit ebenso wie der politischen Klasse, einschließlich Labour, hätte es nur zu gerne gesehen, dass sich Tony Blair vor dem Irak-Untersuchungsausschuss in den Staub geworfen und um Vergebung gebeten hätte für einen Krieg, den er als Premierminister an der Seite Amerikas gefochten und der ihn Autorität und die britische Armee Reputation gekostet hat.

Natürlich unterwarf sich Blair seinen Jägern nicht. Er leistete nicht Abbitte, sondern verteidigte seine Entscheidung, Saddam Hussein zu stürzen, rigoros. Zur Rechtfertigung führte er die damalige Bedrohungsanalyse an: Nicht um „regime change“ sei es gegangen, sondern um Massenvernichtungswaffen, die Saddam sich habe verschaffen wollen.

Blair wird seine Kritiker vermutlich nicht überzeugt haben. Aber auch die müssten anerkennen, dass der „11. September“ die Entscheidungsgrundlage der Verantwortlichen in London und Washington veränderte. Das Thema Massenvernichtungswaffen wurde viel stärker gewichtet. Ohne „9/11“ hätte es nicht den Afghanistan-Krieg gegeben und auch nicht den Irak-Krieg.

Klaus-Dieter Frankenberger Faz 30

 

 

 

 

Analyse. Iranischer Machtkampf

 

Zwei angebliche Protestierer hingerichtet, zwei angebliche deutsche Diplomaten verhaftet - und angeblich wirft einer der Oppositionsführer, der Reformgeistliche Mehdi Karrubi, das Handtuch und erkennt Mahmud Ahmadinedschad als Präsidenten an. Aus dem Iran kommen dieser Tage widersprüchliche und diffuse Nachrichten.

 

Sie alle haben einen gemeinsamen Nenner: Sie sollen beweisen, dass das Regime im Machtkampf die Oberhand behalten und ihr kompromisslos harter Kurs die Opposition demoralisiert hat.

 

Bei näherem Hinsehen jedoch kann davon keine Rede sein. So saßen die beiden jungen Männer, die am Donnerstag gehenkt wurden, während der Juni-Proteste bereits seit Monaten im Gefängnis. Sie haben nie an Kundgebungen gegen Ahmadinedschad teilgenommen und sind darum auch nicht die ersten Protestierer, die das Regime hinrichten lässt.

 

Beide wurden nur deshalb in den Schauprozess gegen die Opposition mit eingereiht, damit das Regime ihre Exekution später als zynisches Drohsignal an die wirklichen Protestierer inszenieren kann. Und von dem Fall der angeblich verhafteten deutschen Diplomaten ist schon 48 Stunden nach der ersten Fanfarenmeldung des iranischen Fernsehens nicht mehr übrig als eine plumpe Retourkutsche auf Angela Merkels jüngste Drohung mit schärferen Sanktionen.

 

Systemwechsel nein, Personenwechsel ja - Der Machtkampf im Iran ist keineswegs entschieden, auch wenn seit der blutigen Aschura-Rebellion Ende 2009 auf dem Land ein undurchsichtiger Polit-Nebel lastet. Dutzende Zeitungen wurden geschlossen, über 60 internationale Organisationen wurde eine offizielle Kontaktsperre verhängt. Und beide Seiten warten offenkundig auf die nächste Konfrontation - am 11. Februar, dem Revolutionstag, an dem Ajatollah Khomeini den Sieg über den entmachteten Schah offiziell verkündete. Dann werden wieder Millionen auf die Straße gehen und den Obersten Religionsführer Ali Chamenei als Mörder, Diktator und neuen Schah beschimpfen.

 

Dieser Trend jedoch macht offenbar auch den drei Oppositionsführern Sorgen. In ihrer lockeren Koalition aus Regierungskritikern und Unzufriedenen wächst der Anteil derer, die das System der Islamischen Republik komplett abschaffen wollen. Diese Strömung wollen sie dämpfen, darauf zielen die jüngsten Bemerkungen zu Regierungsamt und politischer Verantwortung von Mahmud Ahmadinedschad.

 

Auch läuft nach Einschätzung von Mehdi Karrubi und Mir Hossein Mussawi der gegenwärtige Machtkonflikt nicht auf einen raschen Systemkollaps, sondern eher auf einen langwierigen Abnutzungskampf hinaus, bei dem es am Ende keine Sieger gibt, sondern nur verbrannte Erde. Ähnlich beurteilen das inzwischen moderat konservative Ahmadinedschad-Gegner, die Parlament und Regierungslager angehören.

 

Systemwechsel nein, Personenwechsel ja - man wolle nicht die Verfassungsordnung zum Einsturz bringen und erkenne die oberste Herrschaft Chameneis an, heißt darum der Kern der jüngsten politischen Botschaft an die kompromissbereiten Teile des Regimes. Nicht verhandelbar allerdings sei das Recht des Volkes, Konsequenzen gegen den Betrug zu fordern, mit dem sich der umstrittene Präsident seine Wiederwahl erschlich. Insofern haben die Oppositionsführer erstmals ihren Preis für eine innere Befriedung der Republik fixiert - einen Rücktritt von Ahmadinedschad. Martin Gehlen FR 30

 

 

 

Hetze in der Schweiz. "Kein Hochdeutsch mit den Deutschen"

 

In der Schweiz nimmt die antideutsche Stimmungsmache zu. Anfangs hetzten nur die Rechtspopulisten der SVP. Inzwischen sind auch seriöse Medien und liberale Politiker mit dabei. VON ANDREAS ZUMACH

 

ZÜRICH - Eigentlich hetzte bisher nur die rechtspopulistische Schweizer Volkspartei (SVP) in Zürich und ihr publizistisches Schlachtschiff Weltwoche gegen Deutsche in der Schweiz. Doch jetzt wird die Meinung auch von seriösen und liberalen Medienschaffenden und Politikern sowie Teilen der Deutschschweiz unterstützt.

Sehr deutlich wird das in der jüngsten Ausgabe des “Club”, der meistgesehenen politischen Diskussionsrunde des Deutschschweizer Fernsehens nach der freitäglichen “Arena”. Nach dem angeblichen “deutschen Filz” an der Universität Zürich, gegen den die dortige SVP seit Dezember mit rassistischen Parolen hetzt, dient aktuell auch die Berufung einer jungen deutschen Wissenschaftlerin auf eine Assistenzprofessur an der Universität Bern als Beleg für die “Überfremdung” der Schweiz durch Deutsche.

Die bislang von der Berliner Regierung und ihren Diplomaten in Bern gehegte Hoffnung, die antideutsche Stimungsmache sei lediglich ein Mittel der SVP im Kampf um Stimmen bei den Wahlen im Kanton Zürich am 7. März und werde danach eingestellt, dürfte sich nicht erfüllen. Denn die SVP hat nach der gewonnen Volksabstimmung über das Minarettverbot den strategischen Wert der Kampagne gegen Deutsche für die nationalen Parlamentswahlen im kommen Jahr erkannt.

„Es ist ein Fehler, daß wir mit den Deutschen Hochdeutsch reden", erklärt auch der bislang als liberal und weltoffen geltende Züricher Medienunternehmer Roger Schawinski, der sich in der Vergangenheit in der „Club”-Diskussion häufig gegen Fremdenfeindlichkeit äußerte. Schawinski, der bis 2006 drei Jahre lang Chef von SAT 1 war , fordert, die Deutschen in der Schweiz  sollten künftig den örtlichen Dialekt sprechen. „Bei den Jugoslawen in der Schweiz sagen wir ja auch, die Integration geschieht vor allem über die Sprache.”

Der langjährige sozialdemokratische Parlamentsabgeordnete Rudolf Strahm beklagt das „Problem der Verdrängung” schlecht ausgebildeter Schweizer durch besser qualifizierte Deutsche auf dem Arbeitsmarkt. Belege dafür nennt Strahm keine. Arbeitsmarktexperten widersprechen der These von der Verdrängung gerade mit Blick auf das  Gesundheitssystem, den Bildungsbereich und andere Sektoren des Arbeitsmarktes. Hier haben seit Inkrafttreten der Personenfreizügigkeit zwischen der Schweiz und der EU besonders viele Deutsche eine Stelle gefunden haben. Zumeist gab es hier überhaupt keine oder nur deutlich schlechter qualifizierte Schweizer Bewerber gab.

Das gilt auch für die 33-jährige promovierte Kommunikationswissenschaftlerin Silke Adam aus Deutschland, die am 1. Februar ihre Assistenzprofessur-Stelle an der Universität Bern antritt als Nachfolgerin des pensionierten Medienprofessors Roger Blum. Adam setzte sich durch gegen 31 Mitbewerber aus verschiedenen Ländern - darunter lediglich zwei Schweizer - weil sie dem von der Universität formulierten Anforderungsprofil am besten entsprach.

Doch unter Missachtung all dieser lästigen Fakten sah der SVP-Abgeordnete Christoph Mörgeli in der „Club"-Sendung hinter der Berufung Adams nur „deutsche Seilschaften” am Werk. Ihm sei in der Schweiz „kein deutsch besetzter Lehrstuhl bekannt, für den sich nicht ein ebenbürtiger Schweizer beworben habe”, erklärte der SVP-Politiker. Zudem sei es Ausdruck der Schweizer „Kriechhaltung” gegenüber den Deutschen, daß die Uni Bern kürzlich die Ehrendoktorwürde an Bundeskanzlerin Angela Merkel verliehen habe.

Mörgeli, einer der Drahtzieher der Hetzkampagne seiner Partei gegen den „deutschen Filz” an der Uni Zürich hatte sich dort selber kürzlich um die Leitung des Medizinhistorischen Instituts beworben - neben weitereren Kandidaten aus der Schweiz, Deutschland und anderen Ländern. Mangels ausreichender Qualität war der SVP-Politiker aber nicht einmal in die engere Auswahl gekommen. Dennoch behauptete Mörgeli in der "Club"-Diskussion: "Es geht nicht um mich" - um sich dann gleich selber mit dem Satz zu dementieren: „Aber wenn man hier immer Steuern und Militärdienst geleistet hat, dann staunt man schon ein bisschen, wenn der Chef plötzlich Schulze heißt.”  Mörgelis Gesinnungsfreund und Weltwoche-Redakteur Markus Sohm betonte, "Schweizer sein heißt, nicht Deutsch zu sein". Und das müsse man "die Deutschen spüren lassen". "Zum Deutschen-Mobbing ist  es von da nicht mehr weit", kommentierte der Zürcher Tagesanzeiger diese Bemerkung.

Die Bundesregierung und ihre Diplomaten in Bern hatten sich bislang mit öffentlichen Reaktionen auf die antideutsche Stimmungsmache zurückgehalten, in der Hoffnung, die SVP werde ihre Kampagne nach den Wahlen in Zürich am 7.März einstellen. Alle Informationen aus der SVP-Führungsspitze um Parteipräsident Toni Brunner und den eigentlichen Chefstrategen Christoph Blocher deuten aber auf eine Fortsetzung der Kampagne und ihre Ausweitung auf die nationale Ebene hin. Vor allem, wenn die Partei bei den Wahlen in Zürich gut abschneidet.

Das Kalkül der SVP ist einfach zu druchschauen: Während sie mit ihren  fremdenfeindlichen und rassistischen Kampagnen der letzten Jahre gegen „illegale" und „kriminelle” Ausländer, Flüchtlinge und Asylbewerber aus dem Balkan, Osteuropa und Ländern des Südens vor allem Stimmen bei unteren Einkommens- und Bildungsschichten gewinnen konnte, verspricht eine Angstkampagne gegen die „Überfremdung”  und Arbeitsplatzkonkurrenz durch Deutsche auch Stimmenzuwächse in mittleren und oberen Einkommens- und Bildungssegmenten der Schweizer Bevölkerung.

Ermutigt fühlt sich die SVP zudem durch ihren Erfolg bei der Volksabstimmung über das Minarettverbot. Dieser Erfolg wurde nur möglich, weil die SVP mit ihrer antiislamischen Angstkampagne zwei Drittel der Anhänger der beiden bürgerlichen Mitteparteien CVP und FDP dazu bewegen konnte, entgegen der klaren Empfehlungen der beiden Parteiführungen für das Minarettverbot zu stimmen.

Taz 30

 

 

 

Merkel: Das wird keine einfache Legislaturperiode

 

Berlin - Kanzlerin Angela Merkel rechnet mit einer schwierigen Regierungszeit in der schwarz-gelben Koalition.

 

"Ich mache mir keine Illusionen: Das wird keine einfache Legislaturperiode", sagte die CDU-Chefin der "Welt am Sonntag". Neben der Haushaltskonsolidierung und der Überwindung der Wirtschaftskrise nannte Merkel als Aufgaben ein Energiekonzept, Bürokratieabbau und steigende Gesundheitskosten. In der Wunschkoalition von CDU, CSU und FDP sind jedoch rund 100 Tage nach Amtsantritt noch viele Streitpunkte ungelöst. FDP-Vize Andreas Pinkwart zeigte sich denn auch unzufrieden mit der Regierungsarbeit. SPD-Fraktionschef Frank-Walter Steinmeier sagte, man sehe kaum etwas anderes als den Streit der Koalition.

"Aktuelle Auseinandersetzungen werden immer als sehr belastend empfunden", sagte Merkel. "Klar ist: Auch in dieser kleinen Koalition, die von allen Partnern gewünscht wurde, sind wir drei Parteien." Dass die FDP eine andere Partei sei als die Union, dürfe niemanden verwundern, fügte die CDU-Chefin hinzu. "Wichtig ist doch, dass wir am Ende Konflikte miteinander lösen."

Merkel räumte ein, dass es Unterschiede zwischen Union und FDP beim Staatsverständnis gebe. Aus Unionssicht könne der Staat nur stark sein, wenn "Leistungsträger ihre Leistung nicht permanent daran messen, was sie dafür zurückbekommen". Damit den Schwächeren geholfen werde, müssten die Stärkeren motiviert werden, betonte sie. "Wir wollen keinen schwachen Staat, sondern einen Staat, der Zusammenhalt ermöglicht."

"Wichtig ist, dass ich es schaffe, und mit mir die ganze Bundesregierung, dass ein großer Teil der Menschen bei allen Notwendigkeiten zur Veränderung sieht, dass es gerecht zugeht in diesem Land", resümierte Merkel. "Das ist das Leitmotiv meines Arbeitens."

PINKWART: "ICH BIN NICHT ZUFRIEDEN"

FDP-Vize Pinkwart sagte dem Magazin "Der Spiegel" auf die Frage, welche Note er der Bundesregierung gebe: "Durchwachsen wäre ein Euphemismus. Ich bin nicht zufrieden." Pinkwart ist stellvertretender Ministerpräsident in Nordrhein-Westfalen, wo am 9. Mai ein neuer Landtag gewählt wird.

FDP-Generalsekretär Christian Lindner rief die Koalition zur Einigkeit auf. "CDU/CSU und FDP dürfen sich nicht länger mit internen Reibereien aufhalten", sagte der dem "Hamburger Abendblatt" (Samstagausgabe).

Steinmeier warf der Regierung im Deutschlandfunk vor, ihr fehle der Mut zu Nachbesserungen beim Wachstumsbeschleunigungsgesetz. Man müsse feststellen, dass Union und FDP, "die sich als Traumpaar der deutschen Politik für diese Regierung beworben haben, auf alles vorbereitet waren, nur nicht aufs Regieren". (Reuters 31)

 

 

 

Neue Islam-Institute Deutsche Universitäten sollen Imame ausbilden

 

Der Wissenschaftsrat dringt darauf, künftig Imame und islamische Religionslehrer Analog zur christlichen Theologie auszubilden. Von Roland Preuß und Tanjev Schultz

 

An deutschen Universitäten sollen künftig Imame und islamische Religionslehrer ausgebildet werden. Der Wissenschaftsrat, in dem Professoren und politische Vertreter von Bund und Ländern sitzen, verabschiedete dazu am Freitag umfassende Empfehlungen. Analog zur christlichen Theologie sollen an zunächst zwei bis drei Universitäten große Institute für "Islamische Studien" entstehen.

Vertreter der deutschen Muslime begrüßten die Pläne. Bisher gibt es in Deutschland zwar islamwissenschaftliche Lehrstühle, eine bekenntnisorientierte Forschung und Lehre zum Islam fehlt dagegen weitgehend. In den vergangenen Jahren sind nur vereinzelte Islam-Professuren zur Ausbildung von Religionslehrern und Theologen entstanden. Der Wissenschaftsrat, das wichtigste Beratungsgremium von Bund und Ländern in der Hochschulpolitik, dringt nun auf einen massiven Ausbau.

 

"Man braucht mehr als nur kleine Lösungen", sagte der Historiker Lutz Raphael, der das Konzept mit einer Arbeitsgruppe monatelang vorbereitet hat. Die neuen Islam-Institute sollen vier bis sechs Professuren sowie weitere Mitarbeiter erhalten, je Institut entstünden Kosten von mindestens einer Million Euro im Jahr. Der Rat bittet Bund und Länder, den Ausbau zu finanzieren und zu koordinieren.

Einwände gegen die Bewerber

Ausdrücklich empfiehlt der Rat, die Islamstudien an staatlichen Universitäten zu verankern und nicht privaten Einrichtungen zu überlassen. Die Politik war an dem Beschluss beteiligt; dem Rat gehören nicht nur Gelehrte und vom Bundespräsidenten bestellte Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens an, sondern auch die Fachminister der Länder und Vertreter mehrerer Bundesministerien.

Ein Politikum ist die Mitsprache der Muslime an Islam-Instituten. In der Vergangenheit gab es dabei heftige Konflikte an der Universität Münster. Bei den christlichen Theologien wirken die Kirchen an den Inhalten der Ausbildung und an der Berufung der Professoren mit. Da es im Islam keine Kirchenstruktur gibt, empfiehlt der Wissenschaftsrat, an den Hochschulen "Beiräte für Islamische Studien" einzurichten. Sie sollen bei der Gestaltung der Studiengänge und der Auswahl von Wissenschaftlern mitbestimmen. Aus religiösen Gründen könnten sie dann auch Einwände gegen Bewerber erheben. Die Beiräte sollen die Pluralität im Islam abbilden; ihnen sollen muslimische Verbandsvertreter angehören, außerdem Gelehrte und Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens.

 

Forderung nach Mitspracherecht - Die muslimischen Verbände müssten "zumindest für den Anfang" genauso über die Inhalte der Studiengänge und die Berufung von Professoren mitentscheiden können wie die Kirchen in der christlichen Theologie, betonte Bekir Alboga, der Sprecher des Koordinationsrates der Muslime. "Wir wollen schon bei der Planung eines Lehrstuhls bei jedem Schritt mitsprechen", sagte er. Der Vorsitzende des orthodoxen Islamrats, Ali Kizilkaya, signalisierte ebenfalls Bereitschaft zur Mitarbeit, "wenn wir in den Hochschulen tatsächlich über Lehre und Lehrer mitentscheiden können". Der Islamrat habe großes Interesse an Imamen, die in Deutschland ausgebildet wurden: "Sie kennen die Verhältnisse und die Menschen hier besser." Bisher rekrutieren fast alle Moscheegemeinden in Deutschland ihre Vorsteher aus dem Ausland, meist aus der Türkei.

Alboga sagte dagegen, er sehe für den Verband Ditib "keinen Bedarf an Imamen von deutschen Unis". Ditib ist der größte Zusammenschluss deutscher Moscheegemeinden und erhält seine Imame vom türkischen Staat. SZ 30

 

 

 

 

Debatte im hessischen Landtag. Islam-Kritiker ohne Rückhalt

 

Es wird einsam um den CDU-Rechtsaußen Hans-Jürgen Irmer. Kein einziger Redner stellte sich in einer Debatte am Donnerstag im hessischen Landtag hinter seine Position, den Islam als Gefahr zu sehen.

 

Nach der Volksabstimmung für ein Verbot neuer Minarette in der Schweiz hatte der stellvertretende CDU-Fraktionschef Irmer in der von ihm herausgegebenen Zeitung Wetzlar-Kurier gejubelt: "Danke, Schweiz". Ihm fielen, wenn man über den Islam in Deutschland spreche, "Begriffe wie Ehrenmorde, Zwangsehen, Rolle der Frau, genitale Verstümmelung, teilweise fehlender Respekt vor staatlichen Institutionen" ein, fügte Irmer hinzu.

 

Koalitionspartner FDP widersprach da entschieden. Der FDP-Integrationspolitiker Hans-Christian Mick sagte für seine Fraktion, "dass wir die im Wetzlar-Kurier zitierten Äußerungen nicht teilen". Es sei falsch, den Eindruck zu erwecken, dass Zuwanderung generell negative Konsequenzen für Deuschland habe: "Diese Ansicht teilen wir nicht." Zwar sei der Islamismus, der den Islam mit allen Mitteln durchsetzen wolle, durchaus "Gefahr und Bedrohung", betonte Mick. Die "überwältigende Mehrheit der Muslime" sei aber nicht islamistisch. "Diese Menschen fühlen sich beleidigt, wenn sie mit Islamisten in einen Topf geworfen werden."

 

Integrationsminister Jörg-Uwe Hahn, ebenfalls FDP, hob das Recht der Muslime hervor, Gebetshäuser auch mit Minaretten auszustatten: "Der Bau von Moscheen und Minaretten ist grundgesetzlich gewährleistet." Er fügte hinzu, dass Ängste in der Bevölkerung ernst genommen werden müssten.

Ablehnung in eigener Fraktion

 

Selbst aus der eigenen Fraktion erhielt Irmer keine Zustimmung. Seine Aussagen seien "nicht jedermanns Sache, auch nicht immer meine", sagte der CDU-Abgeordnete Rolf Müller. Allerdings verteidigte er, dass bestimmte Themen auch provokativ angesprochen werden könnten. Schließlich sei "Provokation ein Mittel, damit man überhaupt mal eine Diskussion anstößt".

 

Die Grünen-Integrationspolitikerin Mürvet Öztürk wies auf die Meinungsverschiedenheiten in der CDU-FDP-Koalition hin. Auf Irmers "hinterwäldlerisches Gedankengut" hätten auch Abgeordnete der Koalition keine Lust mehr. Der SPD-Abgeordnete Gerhard Merz warf Irmer vor, er gehe jeder Begegnung mit Muslimen aus dem Weg, die nicht seinen Vorurteilen entsprächen.

 

Linken-Fraktionschefin Janine Wissler, die das Thema auf die Tagesordnung gebracht hatte, forderte eine klare Distanzierung der CDU von Irmer. "Ihr Eintreten für Integration bleibt unglaubwürdig, solange Sie einen Politiker wie Hans-Jürgen Irmer in der ersten Reihe sitzen haben", rief sie.

 

Empörung erntete die Linken-Politikerin, als sie Irmer als "Hassprediger" bezeichnete, der das Klima im Land vergifte. Die Union kündigte an, diesen Vorwurf nicht auf sich beruhen zu lassen. Minister Hahn forderte Wissler auf, den Saal zu verlassen. "Wer sich hinstellt und einen Kollegen Hassprediger nennt, der sollte rausgehen." Wissler aber blieb.

 

Hans-Jürgen Irmer selbst schwieg. Er verfolgte die Debatte, die er