WEBGIORNALE 10-11 Febbraio 2010
10
febbraio, Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata
Roma -
Numerosissime, come ogni anno, le celebrazioni e le manifestazioni in tutta
Italia in occasione del Giorno del ricordo, istituito per legge dal 2004 dallo Stato per commemorare le vittime
delle foibe dell’esodo giuliano-dalmata. Tra queste,
ovviamente, spiccano le celebrazioni istituzionali, tra le quali quella al
Quirinale alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e
quella presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio, aperta da un
intervento del presidente della Camera, Gianfranco Fini e dall’illustrazione da
parte di Piero Delbello, direttore dell’Istituto
regionale per la cultura istriano, fiumano e dalmata
di Trieste, della mostra “Gli italiani dell’esodo: testimonianze di immagini e oggetti”. La legge numero 92
de 2004, che concede anche un riconoscimento ai congiunti degli infoibati e
segnò un mutamento di atteggiamento da parte della comunità nazionale nei
confronti degli esuli giuliani, dichiara che “la Repubblica riconosce il 10
febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la
memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe,
dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e
dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine
orientale. Nella giornata sono previste iniziative per diffondere la conoscenza
dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È
altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la
realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la
memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare
il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani
dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo
il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo
sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale
adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle
comunità istriano-dalmate residenti nel territorio
nazionale e all’estero”. Ogni anno, il 10 febbraio, il Presidente della
Repubblica consegna annualmente l’insegna metallica e il diploma firmato con la
scritta “La Repubblica italiana ricorda”.
“Ricordare le
vittime delle foibe istriane e l’odissea dell’esodo giuliano-dalmata
che costrinse alla fuga centinaia di migliaia di italiani
mai più rientrati nelle loro case deve essere un impegno costante, espressione
di un riconoscimento troppo a lungo mancato”. Lo sostiene l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta nella
circoscrizione estero, in occasione del Giorno del Ricordo.
“Quanto sia
importante conservare e rinnovare la memoria di questa triste pagina di
storia”, afferma la Garavini, “ce
lo rammenta in questi giorni un nuovo sondaggio che rivela una
preoccupante perdita di memoria rispetto a questa vicenda”. Il sondaggio
commissionato alla Ferrari Nasi Ricerche dall’Associazione Nazionale Venezia
Giulia e Dalmazia dimostra, infatti, come l’esodo degli italiani da Istria,
Friuli e Dalmazia al termine della seconda guerra mondiale sia conosciuto solo dal 16 per cento della popolazione italiana,
mentre il significato della parola ‘foibe’ risulta conosciuto dal 38 per cento
degli italiani.
“Siamo chiamati a
diffondere la memoria di una tragedia – quella degli scomparsi nel nulla e dei
morti rimasti insepolti – che ha già rischiata di
essere cancellata. Dobbiamo trasmetterla ai giovani”, ribadisce
la parlamentare, “facendo tesoro delle riflessioni e ricerche che si sono
intensificate con l’istituirsi del Giorno del Ricordo, risarcendo così i
famigliari delle vittime del dolore e del’amarezza dell’oblio”.
(Nove Colonne, de.it.press)
Giorno del Ricordo. L’esodo cancellato dalla memoria, nel racconto di un
emigrato in Argentina
Riprendiamo parte
dell’intervista che l’avvocato Sergio De Carolis,
vice presidente del Gruppo esuli Giuliano-Dalmati di Buenos Aires, recentemente decorato Cavaliere
dell’Ordine della Solidarietà, ha rilasciato alla Voce d’Italia in occasione
della Giornata del Ricordo
Ormai vicini alla
celebrazione del Giorno del Ricordo (10 febbraio), desidererei
conversare con lei sulla vicenda degli esuli istriani, fiumani,
dalmati.
E’ un tema difficile. Circa 350 mila
italiani, abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia sono dovuti scappare
ed hanno dovuto abbandonare le loro case, i loro
affetti, il loro passato perché le terre in cui erano nati, terre italiane,
erano passate in mano degli slavi, che li perseguitavano perché non volevano
accettare il comunismo di Tito.
Quando inizia l’esodo della sua gente?
La maggioranza dei cittadini di lingua
italiana abbandona l'Istria, il Quarnaro e la Dalmazia dalla fine della seconda
guerra mondiale in seguito all'occupazione di tali regioni da parte dell'Armata
Popolare di Liberazione della Jugoslavia del Maresciallo
Josip Broz Tito e del nuovo
governo jugoslavo. Poiché gli italiani costituivano la maggior parte della
popolazione dei centri abitati, gli slavi per indurli ad andarsene hanno
praticato una vera pulizia etnica. Li hanno infoibati, torturati ed obbligati all’esilio con ogni tipo di pressioni. Con il
Trattato di Pace di Parigi del 1947 quelle terre sono
state assegnate alla Federazione Jugoslava, che ha cercato persino di eliminare
il ricordo della presenza italiana in quelle regioni. Oggi quasi nessun
abitante di quelle città sa che una volta erano popolate da italiani. Hanno
cancellato il nostro ricordo, come se non ci fossimo mai stati, hanno cambiato
la storia. Per ottenerlo ci hanno ammazzati, indotti a
fuggire, hanno cambiato i nostri cognomi slavizzandoli e per completare il
lavoro, sono andati anche nei cimiteri, dove hanno cambiato i cognomi dei morti
sulle loro lapidi.
Mia madre si chiamava Giaccotti,
suo fratello ed i suoi parenti da allora si chiamano Jacotich. E la cosa più grave, almeno per noi, è che
anche in Italia per molto tempo nessuno ha parlato della nostra questione,
siamo stati abbandonati ed ignorati.
Altro che violazione dei diritti umani!
Nel 1945, alla fine della Seconda guerra
mondiale mentre tutta l’Italia, grazie all’esercito Anglo-Americano veniva liberata dall’occupazione nazista, a Trieste e
nell’Istria si è vissuta una tragedia, un dramma umano che si è voluto
nascondere per molto tempo. Trieste è stata occupata dai titini
dal 1 aprile ’45 al 10 maggio ’45, i quaranta giorni del terrore.
Solo il Movimento Sociale Italiano di Giorgio
Almirante cercava di far conoscere la nostra realtà, ma la destra era messa
all’indice.
Da quando si è iniziato a parlare del vostro
dramma?
A partire dall’ignoto
lavoro che hanno realizzato innumerevoli storici della destra. Il tema ha però
acquistato maggior diffusione dal 1985, dopo la
scoperta di importanti documenti. Una grande diffusione gliel’ha data Giampaolo Pansa con il suo
libro Il sangue dei vinti poi Berlusconi ha contribuito a far conoscere
questo dramma storico. Un ricordo speciale se lo merita l’on. Roberto Menia, figlio di esuli, che è riuscito a far approvare nel
2004 la Legge 92 con l’istituzione del Giorno del
ricordo, un riconoscimento importante per noi.
Perché crede che abbiano cercato di ignorare
la vostra storia?
Perché era una realtà scomoda. Gli accordi
sono stati realizzati dalla Democrazia Italiana e dal partito Comunista,
evidentemente non volevano che se ne parlasse e che si rimuovessero le acque
anche perché noi, eravamo e siamo, quasi tutti di destra. Non gli importavamo.
Nascondendo la vostra tragedia hanno anche
evitato che sorgessero movimenti di rivendicazione. In
effetti la maggior pare degli italiani mi sembra indifferente al
vostro problema.
Anche io ho questa
impressione, e mi duole, credo che gli italiani dovrebbero avere un peso sulla
coscienza. Molte volte noi esuli abbiamo pensato che
sarebbe cambiato qualcosa. Nel fondo qui in Argentina ci sono stati storici che
hanno cercato di raccontare l’altra parte della storia, quella ignorata, ed
hanno avuto successo.
Pensi alla Guerra de las
Malvinas contro gli inglesi, agli italiani non
importa nulla dei confini nazionali.
Perché si parla di Italia mutilata?
Perché
hanno dato alla ex Jugoslavia i territori di Zara, Pola, Fiume, gran parte della Provincia di Gorizia e di
Trieste. La città di Trieste dal ’45 al ’54 è stata divisa in due.
Una zona A sotto il governo militare alleato ed una zona B sotto i titini.
Trieste è stata riunita nel ’54 con il Memorandum di Londra. Quando è stato reso pubblico una gran folla si è riunita nel teatro Il Piccolo e in Piazza
Unita per festeggiare. La notizia era su tutti i giornali.
A volte avete avuto delle speranze?
Sì, per
esempio nel 1991 quando la Slovenia ha chiesto l’indipendenza e gliel’hanno riconosciuta, a iniziare dallo Stato del Vaticano, e la
Croazia è entrata in guerra contro la Serbia. In quegli anni persino L’Espresso
aveva pubblicato un articolo dal titolo Italiani tornate in Istria.
Un’altra guerra etnica, che ha portato allo
scioglimento della Jugoslavia, ma per voi esuli non ha cambiato niente.
Come se non bastasse la Slovenia
il 21 dicembre 2007 è entrata nell’Unione Europea ed ora c’entra anche la
Croazia. Noi ci domandiamo come sia possibile che nessuno chieda a quegli stati
la restituzione agli italiani delle loro proprietà o un risarcimento per i
danni subiti. Gli ebrei italiani sono stati risarciti, noi esuli invece siamo stati completamente abbandonati. Restituiscono
i beni a chi è in grado di dimostrare che erano suoi, ma
la gente doveva scappare all’improvviso e non portava con sé i titoli di
proprietà, così tutto è rimasto come prima.
Lei è triestino, quando l’Italia ha
definitivamente rinunciato a rivendicare le terre degli esuli
?
Con il Trattato di Osimo, firmato il 10
novembre 1975, reso pubblico nel 1977, che sancisce la cessione della Zona B
dell'ex Territorio libero di Trieste, ovvero
dell'Istria nord-occidentale alla Jugoslavia riconoscendo lo stato di fatto
venutosi a realizzare dopo la fine della seconda guerra mondiale e conclude la
fase storica iniziata nel 1947 con il trattato di pace. Quello che è accaduto
dovrebbe essere un peso sulla coscienza degli italiani, non si può far finta di
niente. Come ha detto D’Annunzio l’Istria e la Dalmazia saranno sempre
italiane. Intanto a mia madre negli anni ’90, al Consolato Generale di Bs.As., hanno detto che non potevano darle la cittadinanza
perché non poteva provare di essere italiana e questo
problema ce l’hanno ancora molti discendenti di esuli, per il fatto che non
hanno potuto portare con sé i documenti.
(Edda Cinarelli-Voce d’Italia)
Sondaggi. L’Esodo giuliano-dalmata
conosciuto solo dal 16% della popolazione italiana
Viene reso pubblico in queste ore il nuovo sondaggio
commissionato dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia alla
Ferrari Nasi Ricerche alla vigilia del Giorno del Ricordo, che il 10 febbraio
richiamerà l’attenzione dell’opinione pubblica sulla tragedia delle Foibe
istriane e sull’Esodo degli italiani da Istria, Fiume e Dalmazia al termine
della seconda guerra mondiale.
Si tratta di un
campione rappresentativo di tutto il territorio nazionale, al quale è stato
chiesto il grado di conoscenza della parola "Foibe" ed "Esodo giuliano-dalmata".
Ebbene il significato della parola "Foibe" è conosciuto con esattezza
dal 38% della popolazione, con un arretramento del 3% rispetto al medesimo
sondaggio del 2008.
Il sondaggista
Arnaldo Ferrari Nasi considera tale diminuzione all’interno di una possibile
"fluttuazione statistica". Ben più significativa
è invece la "perdita di memoria" degli italiani sull’Esodo giuliano-dalmata, conosciuto dal 16% della popolazione, con
un arretramento di ben 7 punti percentuali rispetto a due anni or sono.
"Segnali
preoccupanti" per l’Anvgd secondo cui sarebbero
dovuti "ad una serie di concause che vanno ben
identificate: l’allontanarsi nel tempo dell’effetto "Il cuore nel
pozzo", la fiction Rai che nel 2005 ebbe oltre 10 milioni di spettatori e
che la Tv pubblica ancora non replica; la disaffezione dei media, che relegano
l’argomento ad un giorno all’anno, in tarda serata o con due righe, come un
obbligo da evadere senza particolare interesse; l’eccesso di attenzione sulle Foibe,
tralasciando spesso l’Esodo di enormi proporzioni che costrinse alla fuga,
abbandonando ogni avere, centinaia di migliaia di italiani mai più rientrati
nelle loro case".
Sempre dal
sondaggio Anvgd emerge la figura dell’italiano
maggior conoscitore della tragedia delle Foibe: maschio, sotto i 35 anni, abitante nel Triveneto, diplomato, classe sociale
bassa, di centrosinistra. "Evidenti – commenta in questo caso l’Anvgd – gli effetti dell’azione svolta nelle scuole dalle Associazioni
degli Esuli e dall’Anvgd in primis, così come quella
tendente a far recuperare la memoria storica a quella parte della politica
italiana che per decenni e molto più l’aveva colpevolmente ignorata". Agènore Italiano, CdI/2
Ue, al via la nuova commissione
Barroso: audacia e fantasia contro tensioni sociali
La crisi è
cambiata: giù pil, produzione e occupazione - Vertice
straordinario dei capi di Stato e di governo giovedì
Bruxelles - Il
Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo ritrasmessa a
Bruxelles, ha approvato la Commissione Barroso II con 488 voti favorevoli, 137
voti contrari e 72 astensioni. Il nuovo Collegio sarà
pienamente operativo a partire da domani.
La nuova
Commissione europea guidata dal portoghese Josè Manuel Barroso ha ricevuto il
sostegno trasversale del gruppo dei popolari europei, dei socialisti e
democratici, e dei liberali. I presidenti dei tre gruppi, Joseph Daul (Ppe), Martin Schulz (S&d)
e Guy Verhofstadt (Alde), nelle dichiarazioni che hanno preceduto il voto,
hanno però invitato il nuovo Collegio ad essere «più
coraggioso», «audace», e a dare «prova di fantasia nei prossimi mesi».
A votare contro,
invece, il gruppo dei verdi, il cui presidente Daniel Cohn-Bendit
ha però lasciato una porta aperta affermando che se la nuova Commissione «sarà
all'altezza dei nostri sogni, diremo che ci siamo sbagliati» e offrendo la
disponibilità a collaborare. Anche il gruppo confederale della sinistra
unitaria europea/sinistra verde nordica (Gue/Ngl) e il gruppo Europa della Libertà e della democrazia (Edf) non hanno dato l'approvazione
alla Barroso II. Si è invece astenuto il gruppo dei Conservatori e riformisti
europei (Ecr).
«Siamo orgogliosi
e umili di fronte a questo risultato, ora siamo in condizioni di lavorare». È
la prima reazione a caldo in aula a Strasburgo del presidente della Commissione
Europea Josè Manuel Barroso, subito dopo il voto di conferma del suo nuovo
collegio da parte del Parlamento Europeo. Nel discorso, ritrasmesso in diretta
anche a Bruxelles, il portoghese ha espresso agli europarlamentari
«gratitudine» a nome suo e dell'intero collegio.«Siamo fiduciosi e determinati
- ha aggiunti - a lavorare per un'Europa democratica
che è baluardo di libertà nel mondo intero».
Per uscire dalla
crisi serve «un'azione coraggiosa» dell'Unione europea, senza la quale si
profila un decennio di bassa crescita e di crescenti tensioni sociali. È il
messaggio che la Commissione Ue - in un documento di lavoro preparato per il
vertice straordinario dei capi di Stato e di governo - lancia ai leader
europei, sottolineando come il Vecchio Continente stia
forse vivendo «la più grave crisi della nostra generazione». «Solo
intraprendendo un'azione coraggiosa - si legge nel documento di cui l'ANSA è in
possesso - potremo realizzare i nostro ambiziosi
obiettivi ed evitare la trappola di un decennio di crescita economica apatica e
di alta disoccupazione, che ridurrebbe inevitabilmente il nostro standard di
vita, creerebbe enormi tensioni sui nostri sistemi sociali e diminuirebbe il
ruolo dell'Europa nel mondo».
Nel documento di
lavoro preparato dalla Commissione Ue per il vertice
anticrisi dei capi di Stato e di governo della Ue, in programma giovedì
a Bruxelles - si sottolinea come «la crisi ha drammaticamente cambiato le
prospettive complessive» dell'Europa, col Pil crollato del 4% nel 2009 e la
produzione industriale del 15%, «tornando ai livelli del 1990». Risultato: dal
2008 ad oggi sono 4,5 milioni in più le persone senza
lavoro, con un tasso di disoccupazione al 10%. Il che significa più di 23 milioni di disoccupati, «livello che non si registrava
dai primi anni '90».
Un bilancio che
potrebbe peggiorare senza le adeguate contromisure. Sul fronte dei conti
pubblici, poi, «è essenziale che gli Stati membri attuino programmi di
risanamento ambiziosi, che nella maggior parte dei casi partiranno nel 2011 ma
che dovranno durare parecchi anni», con sforzi che dovranno essere «ben al di sopra di quelli richiesti negli anni '90 per preparare
l'adesione all'area dell'euro».
Intanto, giovedì i
leader europei dovranno individuare «la via d'uscita dagli effetti immediati
della crisi». Poi, dovranno gettare le basi di quella strategia 2020 che,
attraverso «riforme strutturali ambiziose», deve puntare all'aumento della
competitività dell'economia europea e della sua sostenibilità. La proposta di
Bruxelles - che coincide sostanzialmente con quella che si appresta ad avanzare
il presidente stabile della Ue, Herman
Van Rompuy - prevede "pochi obiettivi ma
buoni": l'aumento della spesa in ricerca e innovazione; l'ammodernamento
del mercato del lavoro e dei sistemi di welfare; più investimenti per lo
sviluppo di un'industria competitiva e sostenibile. Obiettivi che dovranno
essere stringenti, ma che stavolta dovranno tenere conto «dei diversi punti di
partenza» dei vari Stati della Ue. Questo
per evitare di ripetere gli errori dell'agenda di Lisbona, rivelatasi in gran
parte un elenco di obiettivi rimasti lettera morta. Im
9
Alla Farnesina si torna all'antico
Sino a una ventina
d’anni fa, nel nostro ministero degli Esteri i problemi internazionali venivano assegnati tra le varie Direzioni a seconda della
loro natura: esisteva una Direzione degli Affari Politici, una Direzione Affari
Economici, una degli Affari Culturali e così via. Il tutto
coordinato dalla Segreteria Generale e, beninteso, sotto la direzione e la
responsabilità politica del ministro e dei suoi sottosegretari. Questo
schema dava al «che cosa?» preminenza sul «dove?», cioè dava priorità alla natura
di un problema rispetto al Paese o gruppo di Paesi nei cui confronti il
problema si poneva.
Tale criterio contrastava però con quanto si faceva in alcuni grandi Paesi
europei, in Gran Bretagna e in Francia in particolare, dove invece la priorità
era data alla geografia, con dipartimenti suddivisi, appunto, in aree
geografiche: Europa, Americhe, Asia e via dicendo. In
una fase della politica estera comune dell’Unione Europea che richiedeva
continue riunioni di coordinamento tra dirigenti dei vari ministeri degli
Esteri, parve utile dare alle nostre strutture un assetto che rispecchiasse più
da vicino quello di nostri autorevoli partner e si
passò a una formula mista, ma prevalentemente geografica, di ripartizione
interna.
Non si tratta di
un problema puramente organizzativo: esso riflette delle scelte nel ruolo che
la politica estera assume nello sviluppo del proprio Paese e del modo in cui si
vuole tenere il passo con le trasformazioni in atto nello scenario mondiale.
Accadde però che quella riforma di una decina d’anni fa venisse
attuata quando era già superata e quando gli stessi Paesi il cui assetto
l’Italia aveva preso a modello si accingevano a cambiarlo. Gli ultimi decenni
hanno infatti segnato un continuo processo di erosione
delle realtà geografiche storiche e la crescente internazionalizzazione della
vita della società civile. Cento anni fa, il rapporto tra due Paesi aveva un
fondamento politico-geografico che si proiettava anche sull’interscambio,
sulla finanza o sulla cultura. Oggi, tutte le attività di una società evoluta
hanno delle dimensioni internazionali - l’educazione, l’ambiente, la sanità, il
lavoro, la scienza, le comunicazioni e via dicendo - e sono queste ultime che
condizionano il più delle volte anche il rapporto politico sottostante. Ecco
dunque che la Farnesina si propone di tornare all’antico schema di una
ripartizione delle competenze interne fondata su base tematica,
seppur largamente aggiornata e corretta. E non a caso altri Paesi europei hanno
nel frattempo già fatto riforme simili. Avremo dunque una Direzione per la
Mondializzazione, dove trovano posto non solo le grandi organizzazioni
internazionali e i processi di governance come il G8
o il G20, ma anche tutti i rapporti bilaterali con i singoli Paesi del mondo.
Solo l’Europa avrà una sua Direzione per l’Unione Europea, mirata soprattutto
al processo di integrazione e ai rapporti con la
Commissione e le altre istituzioni dell’Unione. Dovrà esservi poi una Direzione
per gli Affari Politici e di Sicurezza, una Direzione per la Promozione
del Sistema Paese, che va dalla cultura all’attività delle imprese all’estero,
una Direzione per la Cooperazione allo sviluppo e una per gli Italiani
all’estero.
È un progetto che
presuppone evidentemente una stretta e coerente attività di coordinamento con
la presidenza del Consiglio e con tutti gli altri ministeri, un problema questo
che si è posto da tempo e che è stato affrontato anche
attraverso una sempre più frequente presenza di funzionari diplomatici presso
le altre amministrazioni. Sul suo progetto il ministero degli Esteri apre
giustamente un dibattito nei prossimi giorni. Tutto è perfezionabile, ma non
c’è dubbio che esso risponda, assai meglio del modello attuale, alle esigenze
poste dalla globalizzazione e da processi economici e politici
che trascendono i confini della geografia. Ha anche il merito di ridurre il
numero delle grandi unità operative della Farnesina. Auguriamoci soltanto,
guardando alle crisi in atto, a talune tentazioni protezionistiche, a
striscianti nazionalismi e allo scetticismo che si accompagna in questi ultimi
tempi alla visione universalistica di Barack Obama, che anche questa volta esso
non entri in vigore quando il mondo sta di nuovo cambiando. BORIS BIANCHERI LS 9
“Dopo i tagli dei corsi di lingua arrivano quelli del personale scolastico
all’estero”
Laura Garavini (PD) sulla promozione
della presenza culturale dell’Italia nel mondo
Roma - “Di giorno
in giorno diventano sempre più chiare e, purtroppo, sempre più pesanti le
conseguenze che l’ultima Finanziaria ha provocato nel
sistema di promozione della lingua e cultura italiana nel mondo” Lo dichiara
l’on. Laura Garavini (PD) alla vigilia dell’incontro
tra i sindacati della scuola all’estero e la delegazione del Ministero degli
esteri. “Dopo l’accertata contrazione del numero dei corsi organizzati dagli
enti gestori e degli alunni che ad essi accedono (si
veda su questo il mio comunicato del 3 febbraio 2010), arriva il conto anche
dei tagli di circa 2.700.000 euro sul capitolo relativo al personale scolastico
all’estero: sono più di cinquanta i posti che il Ministro degli esteri intende
tagliare”, denuncia la parlamentare eletta nella circoscrizione Europa.
“Nonostante le
rituali autocelebrazioni di esponenti di Governo”, riassume la Garavini, “il sistema di sostegno alla lingua e alla
cultura italiana all’estero sta cadendo pezzo a pezzo.
E così il Governo sta dando indicazioni all’amministrazione di sviluppare
meccanicamente i tagli della Finanziaria, senza badare alle conseguenze che
questa politica comporta per gli utenti e per la stessa immagine dell’Italia.
Soprattutto, senza affrontare la carenza delle risorse
con una complessiva razionalizzazione che, eliminando sprechi e
sovrapposizioni, consenta di salvaguardare gli interventi di maggiore peso strategico.
Tra l’altro, si continua a eludere l’ormai improrogabile necessità di adeguare
le retribuzioni dei supplenti all’estero, ferme da una decina di anni.
Su queste
questioni, sulle quali è aperto il confronto tra i sindacati della scuola
all’estero e il MAE, alla luce anche degli sviluppi
che questi incontri potranno avere”, conclude la deputata, “mi riservo nei
prossimi giorni di assumere le iniziative parlamentari più adatte perché il
Governo renda conto delle sue intenzioni e del suo operato”. De.it.press
I super-doveri degli immigrati
La cittadinanza
dell’Ue e quelle dei singoli Paesi membri seguono due logiche antitetiche. Il
permesso di soggiorno a punti rischia di imitare quella sbagliata.
Vediamo perché. L’Ue,
in quanto figlia non troppo degenere della Comunità
economica, adotta una cittadinanza che segue la logica della libera
circolazione: incentiva le persone a muoversi dove ci sono più opportunità. La
cittadinanza nazionale segue la tradizionale logica dello stato-nazione:
pretende comunanza di cultura e di lingua, incentiva
le persone a radicarsi sul territorio. Per diventare cittadino europeo basta
avere la nazionalità di uno dei Paesi membri, poi si va e si lavora
dove si vuole. Non si chiede ai cittadini comunitari di conoscere la
lingua, la cultura, le istituzioni dei paesi dell’Unione in cui emigrano. Al
contrario, le singole cittadinanze nazionali chiedono assimilazione, vogliono e
inducono stabilità. Per naturalizzarsi occorre essere lungo-residenti, oppure
essere nati sul territorio, o avervi studiato per un po’ di anni. L’europeo è
invitato ad andare negli altri Paesi dell’Unione senza vincoli, mentre il non
comunitario che vuole diventare cittadino del singolo Paese deve restare fermo
e assimilarsi.
La differenza è
comprensibile. Per concedere un diritto che segna l’appartenenza ad una comunità civile lo Stato chiede garanzie. Non vuole
dare un titolo importante a chi stia lì quasi per caso, deve capire se chi
vuole entrare nel club fa sul serio, anche se alcuni
segnali di questo «fare sul serio» variano. Oggi nell’Unione il requisito della
residenza va dal minimo di 3 anni in Belgio al massimo
di 12 in Grecia (ma quel governo intende ridurlo a 5 anni). Per gli altri
segnali di integrazione stiamo assistendo, invece, ad
un trend convergente. In quasi tutti i Paesi europei una
certa conoscenza della lingua è sempre stata valutata quando si trattava di
concedere la naturalizzazione, ma per lo più non si chiedevano prove formali.
Da quando, nel 1999, la Germania ha inserito per legge la conoscenza del
tedesco, molti Paesi hanno seguito il suo esempio. Poi sono arrivati i test di integrazione, introdotti in Gran Bretagna nel 2002. Anche
i test hanno attecchito alla grande, e servono non solo a valutare la
competenza linguistica, ma anche la conoscenza della cultura, della storia,
della vita civile del Paese di immigrazione. Per
fornire le conoscenze ritenute necessarie si sono allestiti corsi di integrazione: ad aprire la pista in questo caso è stata
l’Olanda, e di lì i corsi si sono diffusi a macchia d’olio.
L’asticella da
superare per diventare cittadino si è talvolta abbassata sui tempi, ma si è
alzata per le prove di integrazione. Alcuni esperti
considerano queste richieste eccessive e inutili: se un individuo se la cava a
vivere e a lavorare senza conoscere bene una lingua, se la può cavare
altrettanto bene a votare, una volta che sia stato promosso a
cittadino. D’altronde i regimi democratici, con il suffragio universale, hanno
concesso la cittadinanza politica anche agli analfabeti. Quanto al caso
italiano, fin troppi commentatori hanno già osservato che si pretende dai nuovi
cittadini una cultura pubblica che non dimostrano di avere neppure molti
parlamentari. Ma questi argomenti funzionano solo se
vogliamo continuare ad accontentarci di una democrazia scadente. Altrimenti,
proprio dai requisiti che imponiamo agli immigrati perché vogliamo nuovi
cittadini competenti, dovremmo prendere spunto per chiedere altrettanto ai
nostri concittadini per diritto ereditario. Anziché abbassare l’asticella per
gli stranieri, dovremmo saltare tutti un po’ più in alto. Questo implica
prendere molto più sul serio l’educazione civica, proporre palinsesti
radiotelevisivi appetibili ed eticamente intensi. L’esigente approccio nei
confronti dei nuovi cittadini potrebbe offrire uno spunto per chiedere maggiore
competenza ai candidati alle elezioni di ogni ordine e grado. Si tratterebbe
sia di ristabilire un cursus honorum, una carriera basata sull’apprendimento
graduale, sia di restituire ai partiti quella funzione di educatori civili che
svolgevano utilmente in passato.
Ma se la severità nelle richieste che facciamo ai nuovi
cittadini può essere utile per costruire una democrazia più adulta, non si
capisce invece a cosa servano pretese di assimilazione rivolte a chi è qui solo
per lavorare. È sensato imporre una buona conoscenza della cultura storica e
civica, dei meccanismi del welfare del nostro Paese
anche a chi non intende radicarsi e non vuole diventare cittadino? Lo si è già fatto con il pacchetto sicurezza per la
concessione della carta di soggiorno, che si può ottenere dopo 5 anni di
residenza regolare, adesso pare che lingua e cultura diventino una condizione
per restare a lavorare in Italia dopo un tempo di residenza anche più breve. Ma se uno straniero investe tanto per imparare lingua e
cultura del luogo, sarà poi riluttante a spostarsi altrove, a tornare in
patria. Il suo progetto iniziale, magari a breve termine,
si trasformerà in un progetto stanziale a lungo termine. Se si può accettare la
sfasatura tra una cittadinanza europea mobile, concepita in una logica
economica, e una cittadinanza nazionale stanziale, concepita in una logica da
stato-nazione, non si capisce perché calare la cappa della logica statuale anche ai permessi di soggiorno per motivi di
lavoro. Perché imporre ai lavoratori stranieri
l’obbligo di assimilarsi? Non ci basta che rispettino le nostre leggi e i
valori portanti delle nostre democrazie? Meraviglia che forze politiche
convinte dei benefici di un’immigrazione circolare, fluida, si adoperino per
spingere gli immigrati a diventare stanziali. GIOVANNA ZINCONE LS 8
Olivero
(Acli): Per gli immigrati permesso di soggiorno “a ostacoli”
Il presidente
delle Acli commenta l'annuncio dell'istituzione di un permesso a punti per gli stranieri
ROMA - Più che un permesso a punti, «un
percorso a ostacoli». Così il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero ha commentato l'annuncio dell'imminente istituzione
da parte dei ministri dell'Interno e del Lavoro di un
percorso a punteggio per gli immigrati, finalizzato alla concessione del
permesso di soggiorno.
«Ancora una volta - ha affermato Olivero - prima ancora di attrezzarci per costruire un
percorso di integrazione, stiamo provvedendo a porre i
paletti di un percorso a ostacoli, che già oggi per i cittadini immigrati che
vogliono risiedere regolarmente in Italia è sufficientemente tortuoso. Già ora,
infatti, per ottenere il permesso di soggiorno gli stranieri debbono
soddisfare alcuni requisiti stringenti che fanno riferimento al reddito,
all'abitazione, al lavoro».
«Il permesso di
soggiorno - ha aggiunto il presidente delle Acli - dovrebbe essere la prima
tappa di un percorso di avvicinamento alla cittadinanza. Per questa sì che
avrebbero senso i requisiti di conoscenza della lingua italiana e della nostra
Costituzione. Ma chi accompagna oggi gli immigrati in
questo percorso? Finora solo la Chiesa e il volontariato. Sono anni che
chiediamo invano un piano organico e nazionale per l'insegnamento della lingua
italiana».
«In queste condizioni - ha concluso
Olivero - il permesso a punti rischia di diventare
l'ennesimo elemento di sofferenza e di vessazione psicologica e burocratica per
le tante famiglie immigrate presenti nel nostro Paese». (Inform)
Monaco di Baviera. Il ministro degli
Esteri Frattini alla conferenza internazionale sulla sicurezza
Monaco di Baviera
- "Crediamo fermamente che sia giunta l'ora per le parti coinvolte di
tornare al tavolo dei negoziati" e riprendere il processo di pace in Medio
Oriente: lo ha detto il ministro degli Affari Esteri,
Franco Frattini, intervenendo alla conferenza internazionale sulla sicurezza
venerdì scorso 5 febbraio, a Monaco di Baviera.
"La moratoria
dichiarata dal governo Netanyahu, anche se temporanea e parziale", ha
proseguito Frattini riferendosi alla sospensione parziale di 10
mesi delle nuove costruzioni negli insediamenti annunciata per la sola
Cisgiordania, "è un gesto molto importante con un valore politico
significativo".
Nello stesso
tempo, ha aggiunto il ministro Frattini, che era appena rientrato da Israele,
"pensiamo che il presidente Mahmud Abbas Abu Mazen adesso sia in grado di spendere il capitale
politico che ha accumulato per riprendere il dialogo con Israele nonostante i
problemi interni che sta attraversando". (aise)
Il Consolato di Hannover ...attivo
anche nei porti: il tricolore alla nave Aid Ablu
Hannover - Si
chiama AIDAblu l‘ultima nave da crociera alla quale il Consolato di Hannover ha rilasciato tutta la
documentazione per la navigazione.
La nave è stata
costruita nei cantieri Meyer Werft
di Papenburg (Bassa
Sassonia) per la Società di Crociere Mercurio S.r.l. con Sede a Genova,
affiliata al gruppo Costa Crociere S.p.A..
Durante la
cerimonia di consegna della nave, che ha avuto
luogo nel porto di Emden sul Mar del Nord (di
competenza del Consolato di Hannover) giovedì 4 febbraio 2010, la
Reggente del Consolato dott.ssa Maria Luisa Cuccaro
ha consegnato il tricolore che è stato inalberato dal comandante.
Il prossimo
appuntamento è previsto per aprile 2011 per la consegna della nave AIDAsol, sempre nel porto di Emden,
alla quale seguirà nel 2012 ancora un‘altra nave da
crociera già commissionata.
Giuseppe Scigliano, presidente del Comites
di Hannover (de.it.press)
Monaco di Baviera. Oggi lo spettacolo di Grillo. Gli appuntamenti dei
prossimi giorni
Monaco di Baviera - Incontri culturali
e conviviali, ma non solo: tanti gli eventi che attendono gli italiani
residenti a Monaco di Baviera organizzati da enti e associazioni attive nella
circoscrizione. Appuntamento clou lo spettacolo di Beppe Grillo, questo
mercoledì 10 febbraio. Il comico genovese si esibirà dalle 21
alla Muffathalle. Dopo il pieno di Londra, anche
questa sera ci sarà ressa. Nonostante le messe in guardia
dell’on. Di Biagio.
E continuiamo con
gli altri appuntamenti. Sempre oggi, alle 19.00, l’Istituto Italiano di
Cultura, in collaborazione con Carl Hanser Verlag München e Stiftung Lyrik Kabinett München, propone un
incontro con la poetessa Patrizia Cavalli, moderato e tradotto da Piero Salabè.
Due gli
appuntamenti di venerdì 12 all’IIC: alle 18.00
inizierà uno degli "Incontri di letteratura spontanea". Nel corso
dell'incontro sarà assegnato il premio letterario in onore della Signora Agnese
Fiorani in Muhm. In questi
incontri, chiunque può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o
anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri. Alle 19.30,
invece, Peter Krückmann, direttore dei musei del
Bayerische Schlösserverwaltung, terrà una conferenza
sulle opere dell’architetto italiano Galli Bibiena in
Europa.
Sabato 13, il Centro Parrocchiale St. Anna di Karlsfeld
ospiterà dalle 17.00 la festa di Carnevale organizzata dalle Acli locali con la
musica dei "Duo per caso".
Alla Kardinal Wetter Haus di Monaco, invece, dal 17 al 20 febbraio, si terrà la
"Settimana Baviera-Italia. Continuità e cambiamento dei legami
tradizionali" promossa dalla Katholische Akademie Bayern. Il cinema
di Lina Wertmuller sarà invece protagonista di una rassegna in programma dal 23
febbraio al 27 aprile al Filmmuseum di Münchner.
Sabato 27 torna la
rassenga "Cinema e storia 3": alle 17.00 verrà proiettato il film di Paolo Virzì "Tutta la vita
davanti", seguito alle 19.15 dalla relazione di Norma Mattarei
sul tema "Inquietudine nel mondo del lavoro".
A chiudere gli
eventi di febbraio ancora i bambini de "Il laboratorio
dell'italiano", attesi da Rinascita e V. domenica 28 sempre alla Haus-Olymp. (aise/de.it.press)
Air Berlin
per “San Valentino”. Oggi prezzi stracciati per gli
innamorati (e no!)
Gli appassionati
di viaggi non si faranno sfuggire questa occasione:
oggi 10 febbraio la seconda più grande compagnia aerea tedesca offre nuovamente
biglietti scontatissimi per volare in Europa e all’interno della Germania con
tariffe a partire da soli €29 per tratta tutto incluso. Le tariffe promozionali
per le destinazioni intercontinentali partiranno invece da €199 per tratta
tutto incluso.
Con le tariffe
“San Valentino” si potrà volare da 12 aeroporti
italiani in tutto il mondo nei mesi di Aprile, Maggio e Giugno. Tante le destinazioni a lungo raggio raggiungibili via Berlino,
Dusseldorf o Monaco. Chi è alla ricerca delle avventure potrà così
volare al di là dell’Oceano per scoprire le emozioni
della Grande Mela, i fantastici panorami del Canada, o godersi la primavera a
Bangkok.
I voli possono
essere acquistati (oltre a ieri 9) oggi 10 febbraio 2010 sul sito
(airberlin.com), presso il service center della compagnia aerea (tel. 199 400 737;
0,10 €/min) ed in tutte le agenzie di viaggi.
Air Berlin é la seconda compagnia aerea in Germania, quotata in
borsa dal maggio 2006. Nel 2009 Air Berlin ha trasportato un totale di 27,9 milioni di
passeggeri in tutto il mondo. La società conta più di 8.200 dipendenti. Ogni
anno Air Berlin riceve oltre 10
riconoscimenti per la qualità del servizio e per l'attenzione al cliente. La flotta di Air Berlin é una delle più
giovani in Europa. I suoi moderni jet garantiscono, grazie
all'efficienza nei consumi, una riduzione delle emissioni causate dal trasporto
aereo. Per interagire con Air Berlin sul Web 2.0: http://twitter.com/airberlin_IT,
www.facebook.com/airberlin e www.youtube.com/user/airberlincom. de.it.press
A Monaco di Baviera questa sera incontro
con la poetessa Patrizia Cavalli
Monaco di Baviera
– Questa sera a Monaco di Baviera la poetessa Patrizia Cavalli presenterà
le sue poesie tratte dalla raccolta »Diese schönen Tage.
Ausgewählte Gedichte
1974-2006« (Hanser Verlag 2009). L'evento ha luogo in lingua italiana e
tedesca alle ore 19, nella sala conferenze dell'Istituto Italiano di
Cultura, Hermann-Schmid-Straße
8, sotto la moderazione e traduzione di Piero Salabè.
L’ingresso è libero ma va prenotata alla pagina
internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario” oppure a
stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26.
Gli organizzatori
sono l’Istituto Italiano di Cultura, Carl Hanser di
Monaco di Baviera e la Stiftung Lyrik
Kabinett di Monaco di Baviera.
Patrizia
Cavalli si è affermata come la più significativa
poetessa italiana contemporanea. Nelle sue poesie, tratte dal vissuto
quotidiano, ma non per questo meno sublimi, tono e stile si
mescolano in un modo misterioso e inconfondibile. Scorci di
vita romana si avvicendano a epigrammi pungenti e poesia filosofica.
“Una lingua - trova
Giorgio Agamben - che non è più
né inno né elegia, ma che nella sua marcia sonnambolica tocca e palpa
i contorni esatti dell'essere”.
Patrizia Cavalli,
nata a Todi (Umbria), vive a Roma. Ha pubblicato volumi di poesie e racconti e
tradotto Shakespeare. Per le sue liriche, tradotte in più lingue, è stata
insignita di numerosi premi. (de.it.press)
Antonio Di Pietro (IdV):
"Necessario rivedere la legge sul voto all'estero"
Per la circoscrizione estero tutto "va rivisto
completamente e trovato un nuovo sistema". Ne è convinto Antonio Di
Pietro, leader dell'Idv, che a margine del congresso
del partito commenta così la mozione presentata dall'On. Antonio Razzi (vedi
articolo più avanti, ndr).
Roma - Novità
anche per i connazionali all’estero annunciate a margine del Congresso
Nazionale dell’Idv che ha avuto luogo a Roma dal 5 al
7 febbraio. Per la ventunesima regione, la circoscrizione
estero, tutto "va rivisto completamente e trovato un nuovo
sistema". A dirlo ad Italia Chiama Italia, al
termine della prima giornata di lavori, è il presidente dell’Idv, Antonio Di Pietro, che col nostro giornale ha
commentato in anteprima la mozione che l’On. Antonio Razzi ha esposto alla
platea il giorno successivo. Per il leader dell’Idv "per la realtà estera bisogna usare un metro
diverso". Anche la questione legata al tesseramento estero per l’on. Di
Pietro “è tutta da discutere”, mettendo un freno alla richiesta di equiparare i
tesserati Idv all’estero e i corrispondenti delegati
a quelli in Italia: ogni dieci iscritti al partito un rappresentante.
On. Di Pietro, in
questo congresso anche la sezione estera dell’Idv
rivendica un ruolo. Lei è stato recentemente in
Svizzera, dove c’è un alto numero di tesserati Idv:
presenteranno una mozione in cui rivendicano alcuni diritti come lo svolgimento
di congressi anche all’estero. Come intendete porvi rispetto a queste
richieste?
La questione
all’estero dei congressi non è una cosa semplice perché c’è quello di Jhoannesburg, di Buenos Aires e quello della Nuova Zelanda.
Dobbiamo immaginare una soluzione diversa. Per esempio incontri on line. E comunque è difficile immaginare che quello di Jhoannebsurg porti avanti un impegno planetario anche a
Buenos Aires e in Nuova Zelanda. In realtà credo che bisognerà, con molta
onestà intellettuale, rivedere questa legge elettorale estera, per fare in modo
che la rappresentanza all’estero, che a mio avviso ci deve stare e non vorrei
essere frainteso, sia espressione più di una realtà locale. La rete potrebbe
essere una soluzione, piuttosto che una realtà che viene
indicata dal centro, perché altrimenti a vincere sono sempre le realtà estere
dove ci sono più immigrati italiani, ma magari a scapito della qualità.
E’ possibile
equiparare il numero di delegati a quello di tesserati, come in Italia?
E’ tutto da
discutere. Credo che per la realtà estera bisogna
usare un metro diverso, perché come fanno a conoscersi dieci persone di Jhoannesburg e Buenos Aires? E’ difficile metterli insieme.
Però l’apporto che
hanno sul territorio…
In Svizzera magari
è diverso, c’è una ragione, ma se vai in Monrovia ne
trovi tre di italiani, però anche loro diritto di partecipare. E devi garantire
tutti.
Quindi dovete rivedere le direttive?
Va rivisto
completamente e trovato un nuovo sistema.
Francesca Toscano,
Italia chiama Italia 8
Ici e italiani all’estero. Quanto è il gettito fiscale degli immobili degli
iscritti all’Aire?
Roma - Fare una la
stima di gettito fiscale annuo per gli immobili detenuti da soggetti residenti
all'estero iscritti all'Aire che dovrebbero essere oggetto dell'esenzione ICI,
ma che non lo sono secondo l'interpretazione dell'Agenzia delle entrate: questa
la richiesta dell’onorevole Guglielmo Picchi (Pdl),
che il 2 febbraio ha depositato una interrogazione al
Ministro dell'economia Giulio Tremonti.
"Il
decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge
24 luglio 2008, n. 126 recante "Disposizioni urgenti per salvaguardare il
potere di acquisto delle famiglie" – ricorda l’eletto all’estero nella premessa
– ha previsto la totale esenzione, a decorrere dal 2008, dell'imposta comunale
sugli immobili per tutte le abitazioni principali con l'esclusione di quelle
appartenenti alle categorie delle abitazioni di tipo signorile, delle ville,
dei castelli e dei palazzi eminenti; per la definizione di abitazione
principale il decreto-legge n. 93 rinvia a quella contenuta nel decreto
legislativo n. 504 del 1992, che disciplina il tributo. Tale norma stabilisce che per abitazione principale si intende quella nella quale il contribuente, che la
possiede a titolo di proprietà, usufrutto od altro titolo reale, ed i suoi
familiari, dimorano abitualmente e si identifica, salvo prova contraria, con la
residenza anagrafica".
"Ai fini
dell'interpretazione del decreto legislativo n. 504 del 1992, cui rinvia il
decreto-legge n. 93 del 2008 – prosegue – l'articolo 1,
comma 4-ter, del decreto-legge n. 16 del 1993 convertito dalla legge n. 75 del
1993, prevede che per i cittadini italiani non residenti nel territorio dello
Stato, si consideri direttamente adibita ad abitazione principale l'unità
immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a
condizione che non risulti beata; l'Agenzia delle entrate – ricorda ancora
Picchi – ha tuttavia ritenuto in via interpretativa di escludere dall'ambito di
applicazione del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, convertito, con
modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126 l'unità immobiliare posseduta
a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia dai cittadini italiani non
residenti nel territorio dello Stato, a condizione che non risulti locata e che
non appartenga alle categorie catastali A, A8 e A9, non applicando quanto
previsto dal decreto-legge n. 13 del 1993".
Dopo aver rilevato
come il Governo abbia "provveduto a sostenere
l'impegno a predisporre un intervento legislativo chiarificatore in materia,
accogliendo gli ordini del giorno all'atto Camera 1185 (9/01885/23), all'atto
Camera 1972 (9/01972/05), e all'atto Camera 2561 (9/02561/126)", il
deputato chiede di sapere "quale sia la stima di gettito fiscale annua per
gli immobili detenuti da soggetti residenti all'estero (iscritti all'Anagrafe
degli italiani residenti all'estero) che dovrebbero essere oggetto
dell'esenzione ICI, ma che non lo sono secondo l'interpretazione dell'Agenzia
delle entrate" e "se siano allo studio interventi normativi
chiarificatori in materia". (aise)
Le elezioni in Ucraina. Il vento dell’est gela l’Europa
Una breve
incursione nella geopolitica aiuta a capire la portata del ballottaggio nelle
elezioni presidenziali svoltesi in Ucraina. Dopo la dissoluzione dell’Unione
Sovietica, l’Ucraina è diventata uno stato cuscinetto fra la Repubblica
federativa russa e i paesi appartenenti alla Nato. Questo ruolo di cuscinetto
una volta era affidato alla Polonia, che per un paio di secoli portò il peso di
trovarsi tra l’impero tedesco e quello russo (o sovietico). Oggi la Polonia è
parte della Nato e dell’Unione europea, perciò è integrata e protetta da queste
garanzie. Erano, questi, gli stessi obiettivi ai quali, cinque anni fa puntava
la tenace protagonista della “rivoluzione arancione”, che alla fine del 2004,
sotto la guida della bionda e vistosa Yulia Timoshenko, avevano
costretto proprio il vincitore attuale, Viktor Yanukovich,
a subire il verdetto che il suo successo elettorale fosse viziato da tanti
brogli da non essere convalidabile. Yanukovich si
prende ora la rivincita, benché il successo sia condizionato da un paese diviso
lungo nette spaccature etniche e benché il nuovo presidente debba fare i conti
con un Parlamento, eletto nel 2007, in seno al quale egli non dispone di una sicura maggioranza.
Il richiamo alla
geopolitica contribuisce a spiegare le ragioni che renderanno Mosca
particolarmente soddisfatta. Non si tratta di immaginare che Yanukovich sia, come era cinque
anni fa, un suddito ubbidiente alla volontà russa. Molte cose sono cambiate
nella vita politica dello stato. I rapporti della Timoshenko
con Mosca, una volta espressione del dissenso più radicale, sono oggi molto più
distesi. Se fosse stata eletta, le ritorsioni russe sarebbero state assai più
misurate di quelle minacciate a suo tempo. Ma nemmeno
si deve pensare che Yanukovich sia ancora l’esecutore
della volontà russa. Non a caso, la stampa americana rileva che nel corso della
sua campagna elettorale, egli ha goduto dell’aiuto di
consulenti americani che hanno contribuito a rimodellare la sua immagine
popolare.
I problemi che dovrà affrontare non saranno facili. L’indipendenza
dell’Ucraina è oggi fuori di discussione, poiché allo stato delle cose nessuno
può pensare che un cambiamento possa venir accettato
dall’Europa e dalla Turchia, il potente vicino dell’Ucraina. Inoltre vi è da
tener conto del fatto che fra pochi anni (nel 2017) scadranno gli accordi che
consentono oggi alla Russia di utilizzare le attrezzatura
portuali esistenti in Crimea, cioè sul territorio ucraino. Ma questi, e altri,
punti di forza sono bilanciati sul piano interno dalla drammatica crisi
economica nella quale oggi l’Ucraina versa e, sul quello
internazionale, dall’instabilità di tutta l’area che può essere ricollegata a
quella ucraina.
Il governo di
Mosca, negli anni passati, ha molto premuto sul tema dei costi e dei noli per
il passaggio sul territorio ucraino degli oleodotti che forniscono sia
l’Ucraina sia l’Occidente. Si tratta di un tema che, nel nuovo clima, verrà probabilmente affrontato con minore animosità. Ma il
problema di fondo dell’economia dell’Ucraina non è
rappresentato da questo aspetto, inevitabilmente tale da richiamare
l’attenzione occidentale. Esso consiste piuttosto nella paralisi del sistema
industriale, di quello estrattivo e di quello agricolo di tutto il paese. Una
caduta di circa il 15 per cento del prodotto interno lordo si ripercuote sulla capacità
del complesso produttivo di circoscrivere la disoccupazione e modernizzare
strutture fatiscenti, rispetto alle quali la carenza
di capitali è l’ostacolo principale. Il Fondo monetario internazionale ha
concesso un prestito di oltre 16 miliardi di dollari
per fronteggiare l’emergenza. Ma l’emergenza non va
solo fronteggiata; va anche superata.
Quanto alla
politica internazionale, è evidente che l’ipotesi di un’adesione dell’Ucraina
alla Nato verrà accantonata. Ciò che non è
necessariamente un male. La Nato ha ormai raggiunto una tale
estensione e si è addossata tanti compiti che non le sono necessarie addizioni
pericolose. Perciò chi ne trarrà vantaggio sarà la
Russia, che vedrà in tal modo allontanarsi il pericolo di avere un avversario
alla frontiera meridionale e potrà contare su un fronte di paesi pressoché
neutrali proprio lungo l’area dalla quale possono giungerle i maggiori rischi
di tensione. In conclusione, un’elezione svoltasi, come gli osservatori
internazionali hanno rilevato, in un clima corretto, apre questo grande paese
verso un periodo durante il quale un ripiegamento sui problemi interni potrebbe
essergli di maggior vantaggio. Ennio Di Nolfo Im 9
Afghanistan, meglio che Obama si ritiri
L’Afghanistan è in
subbuglio, con tensioni crescenti e morti quotidiani, molti dei quali -
compresi donne, bambini e anziani - nulla hanno in comune con terroristi o
militanti. Il governo sta perdendo il controllo del suo territorio: delle 34 province, una decina sono nelle mani dei taleban. La produzione e l’esportazione di oppio sta
crescendo. E c’è il rischio concreto che la destabilizzazione si estenda ai
Paesi vicini, comprese le repubbliche dell’Asia centrale e il Pakistan.
Ciò che è iniziato nel settembre 2009 dopo la rielezione di Karzai - una risposta militare al terrorismo, in apparenza
appropriata - potrebbe finire in un colossale fallimento strategico. Dobbiamo
capire perché sta succedendo e che cosa si può ancora fare per ribaltare una
situazione quasi disastrosa. La recente conferenza internazionale
sull’Afghanistan di Londra, cui hanno partecipato rappresentanti di molti Paesi
e organizzazioni internazionali, è un primo passo in una nuova direzione. I
delegati hanno preso decisioni che potrebbero capovolgere la situazione, a
condizione che si rifletta su quanto è successo negli
ultimi tre decenni e se ne tragga una lezione.
Nel 1979 il
governo sovietico inviò i suoi soldati in Afghanistan, giustificando quella
mossa con il desiderio di aiutare elementi amici e con la necessità di stabilizzare
un Paese vicino.
L’errore più grave
fu la mancata comprensione della complessità dell’Afghanistan: il suo mosaico
di gruppi etnici, clan e tribù, le sue tradizioni uniche, il suo governo
minimale. Così si ottenne il risultato opposto: un’instabilità ancora più
grande, una guerra con migliaia di vittime e conseguenze pericolose per la
Russia. In più l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, soffiò sul fuoco nello
spirito della Guerra Fredda, pronto ad appoggiare chiunque contro l’Unione
Sovietica, senza pensare alle conseguenze.
Come parte della
perestrojka a metà degli Anni 80, la nuova leadership sovietica trasse le sue
conclusioni dai guai in Afghanistan e prese due decisioni: ritirare i soldati e
lavorare con tutte le parti in conflitto e con i governi coinvolti per arrivare
a una riconciliazione nazionale e fare dell’Afghanistan un Paese pacifico e
neutrale che non minacciasse nessuno.
Guardando
indietro, io continuo a pensare che fosse un doppio percorso corretto e
responsabile. Sono sicuro che, se fossimo riusciti a concluderlo,
si sarebbero evitati problemi e disastri. Abbiamo lavorato molto e in buona
fede, ma avevamo bisogno di una cooperazione sincera e responsabile da parte di
tutti. Il governo afghano era pronto a scendere a patti e in un certo numero di
regioni le cose cominciarono a migliorare. Ma il
Pakistan e gli Stati Uniti bloccarono tutto. Volevano una sola cosa: il ritiro
delle truppe sovietiche. Pensavano che così avrebbero avuto il pieno controllo
dell’Afghanistan. Rifiutando anche il minimo appoggio al governo del presidente
afghano Muhammad Najbullah, il mio successore Boris
Eltsin fece il loro gioco.
Negli Anni 90 il
mondo sembrava indifferente all’Afghanistan. In quel decennio il governo cadde
nelle mani dei taleban, che trasformarono il Paese in
un porto franco per i fondamentalisti islamici e un incubatore di terrorismo.
L’11 settembre 2001 fu un brusco risveglio per i leader occidentali. Anche
allora, però, l’Occidente prese una decisione che non era attentamente
ponderata e perciò si rivelò sbagliata. Dopo aver spodestato il governo taleban, gli Stati Uniti pensarono che la vittoria
militare, ottenuta a poco prezzo, fosse conclusiva e avesse risolto l’annoso
problema. L’iniziale successo è stato probabilmente una delle ragioni per cui
gli americani si aspettavano una «passeggiata» in Iraq, con ciò facendo anche
laggiù un fatale errore di strategia militare. Nel frattempo costruivano in
Afghanistan una facciata democratica, da difendere con le forze di sicurezza
internazionali, cioè le truppe della Nato, che cercava di assumere il ruolo di
poliziotto globale.
Il resto è storia.
La via militare in Afghanistan si rivelò sempre meno sostenibile. Era un
segreto di Pulcinella; anche l’ambasciatore degli Stati Uniti lo scriveva nei cablogrammi
resi pubblici di recente. Negli ultimi mesi mi è stato chiesto più volte quale
suggerimento darei al presidente Obama, che ha ereditato questo caos dal suo
predecessore. La mia risposta è sempre stata la stessa: una soluzione politica
e il ritiro delle truppe. Il che richiede una strategia di riconciliazione
nazionale. Ora, finalmente, un piano molto simile a quanto noi avevamo
suggerito più di vent’anni fa e i nostri partner avevano rifiutato è stato
presentato all’incontro di Londra: riconciliazione, coinvolgendo nella
ricostruzione tutti gli elementi più o meno
ragionevoli e puntando su una soluzione politica più che militare.
L’inviato delle
Nazioni Unite in Afghanistan ha detto in una recente intervista: occorre
smilitarizzare l’intera strategia in Afghanistan. Che peccato che questo non
sia stato detto, e fatto, molto prima! Oggi le
probabilità di successo sono al massimo del cinquanta per cento. Ci sono stati
contatti con alcuni elementi taleban. Ma molto di più va fatto per coinvolgere l’Iran e molto
resta da fare con il Pakistan. La Russia potrebbe diventare un tassello
importante del processo di stabilizzazione afghana. L’Occidente dovrebbe
apprezzare la posizione dei suoi leader: lungi dal gongolare guardando
l’Occidente che ingoia il rospo e lavandosene le mani, la Russia è pronta a
collaborare con l’Occidente perché capisce che è nel suo interesse contrastare
le minacce che arrivano dall’Afghanistan.
Mosca ha ragione a
chiedere perché, negli anni della presenza militare Usa e Nato in Afghanistan,
sia stato fatto poco o nulla contro l’oppio, che in grandi quantità arriva in
Russia attraverso i confini porosi dei suoi vicini, minacciando la salute dei
suoi abitanti. Ha anche ragione a chiedere accesso alle opportunità economiche
in Afghanistan, compresa la ricostruzione di decine di progetti costruiti con
il suo aiuto e distrutti negli Anni 90. La Russia è un vicino dell’Afghanistan
e bisogna tener conto dei suoi interessi. Dovrebbe essere ovvio, ma qualche
volta occorre ricordarlo.
Vorrei sperare che
stia nascendo una nuova fase per il sofferente Afghanistan, un raggio di
speranza per i suoi milioni di abitanti. L’opportunità è lì, ma per afferrarla occorrono realismo, tenacia, onestà nell’imparare dagli
errori del passato e abilità nell’agire sulla base di quella conoscenza. MIKHAIL
GORBACIOV Tnyts LS 9
Iran, la sfida di Khamenei. "Daremo un pugno all'occidente"
Sale la tensione
in vista dell'11 febbraio, anniversario della rivoluzione iraniana
La guida
spirituale accusa, Stati Uniti e Ue esprimono "preoccupazione
TEHERAN - In vista
dell'anniversario della rivoluzione iraniana, il prossimo 11 febbraio, lo
scontro tra l'Occidente e l'Iran riguarda non solo il nucleare ma anche anche i diritti umani. La guida spirituale dell'Iran,
l'ayatollah Ali Khamenei, ha infatti annunciato che
l'Iran darà un ''pugno'' alle ''arroganti'' potenze occidentali.
In un discorso
rivolto all'aviazione militare iraniana il leader
supremo ha dichiarato: "Il 22 di Bahman (11
febbraio nel calendario persiano, ndr) la Nazione iraniana, unita e con la
grazia di Dio, sferrerà un cazzotto tale all'arroganza dell'Occidente, che lo
lascerà stordito". Il governo ha messo in cantiere una serie di solenni
cerimonie e, per evitare sorprese, ha avviato un giro di vite sulla dissidenza,
ma non sembra aver scalfito il movimento Verde, impegnato a preparare le
contromanifestazioni di giovedì prossimo.
"Se Dio vuole
- ha detto l'ex presidente Mohammad Khatami - tutto
il popolo, come titolare primo della rivoluzione, prenderà
parte alle marce, difendendo allo stesso tempo la rivoluzione e i diritti
umani".
Negli ultimi due
giorni sono finiti in carcere dieci giornalisti, che si aggiungono ai 45 già detenuti. Altri sette dissidenti, per i quali Amnesty
International ha lanciato un appello, rischiano condanne pesanti, due di loro
potrebbero andare alla forca. Il vice ministro degli Esteri Mohsen
Aminzadeh è stato condannato a sei anni di carcere.
Khamenei ha messo
oggi il sigillo personale su questi provvedimenti, attribuendo la protesta
dell'Onda verde a mandanti stranieri: "Il più importante obiettivo delle
sedizioni post-elettorali era di creare una spaccatura nella nazione, ma non
sono riusciti a farlo e l'unità del nostro popolo resta una spina conficcata nel loro occhi". Le parole di Khamenei hanno spinto
Stati Uniti e Ue a una nota congiunta in cui si esprime
"preoccupazione" per la stretta sui diritti umani che potrebbe
verificarsi nei prossimi giorni.
Il contenzioso con
la comunità internazionale resta aperto anche sul nucleare. Mosca ha invitato
l'Iran a "rispettare gli accordi internazionali", Roma è stanca di "politiche dilatorie", Parigi e
Washington si sono dette insieme "d'accordo" su nuove sanzioni. Ma Teheran progetta di costruire dieci nuovi impianti di
arricchimento dell'uranio entro il "prossimo anno" ha detto il capo
del programma atomico iraniano (Aeoi), Ali Akbar Salehi. L'anno nuovo
iraniano inizia il 21 marzo. Domani la Repubblica Islamica comincerà ad
arricchire l'uranio fino al 20% nell'impianto sotterraneo di Natanz. Questo programma, ha aggiunto Saleh,
non si limiterà alle necessità di combustibile del reattore civile di Teheran.
La corsa al riarmo
è ormai una priorità per l'Iran. Teheran ha aperto due linee per la produzione
di droni, gli aerei senza pilota che Washington
utilizza in Pakistan. I droni potranno condurre
operazioni di "sorveglianza, ricognizione e attacchi mirati con un alto
livello di precisione". LR 8
Finora la
bancarotta greca è stata interpretata e spiegata soprattutto in termini
economicistici, in chiave europeistica o europea, prescindendo dal quadro
balcanico in cui la Grecia, con la sua turbolenta storia moderna, era e resta
profondamente inserita almeno da un secolo e passa. Della sua doppia anima,
occidentale e orientale, si è continuato in questi giorni a parlare della prima
ignorando la seconda che, invece, è presentissima in una crisi assai più
complessa del solo tracollo finanziario. Al tremendo deficit del Pil, che ormai
sfiora il 13% e rischia di escludere Atene dai 16
dell’Eurozona, s’appaia già da tempo una tormenta d’ordine sociale, morale, psicoideologica mai vista in proporzioni così devastanti in
altre nazioni dell’Ue.
La verità è che la
Grecia è diventata non solo un Paese finanziariamente disastrato, ma anche
truffaldino nei confronti della contabilità comunitaria oltreché
aggressivo e violento con se stesso. Da una parte le falsificazioni
ottimistiche su un deficit in fuga quadrupla dai parametri di Maastricht;
dall’altra un’amministrazione pubblica clientelare, corrotta in profondità,
tipicamente balcanica, che invece di sanare il disastro lo ha
aggravato manipolandolo con statistiche alterate nell’interesse esclusivo della
corporazione. A tutto ciò si aggiungono gli assegni scoperti per due miliardi
di euro nella prima metà del 2009, le ininterrotte occupazioni di scuole,
l’ondata di scioperi a catena nei settori dell’agricoltura, del terziario,
della cantieristica, della sanità.
Infine lo scoppio
di sommosse di studenti anarchici che, come si ricorderà, hanno
messo a ferro e fuoco il cuore di Atene. Altri scontri durissimi tra
manifestanti e agenti si sono verificati a Salonicco, Patrasso, Rodi, Creta, Ioannina. Ancora nel gennaio di quest’anno s’è visto uno
schieramento di mille trattori bloccare, per tre settimane, in protesta ai
tagli dei sussidi agricoli, strade e valichi di frontiera con Bulgaria e
Turchia disertati dai doganieri anch’essi in sciopero.
Diversi
osservatori, analizzando l’immane disagio che sta mettendo in ginocchio la
Grecia e spingendola fuori dall’Europa, parlano già di una crisi talmente
generalizzata da richiedere la «rifondazione dello Stato». Il morbo andrebbe,
insomma, ben al di là dei buchi neri del Pil e del
debito con l’estero per investire e intaccare alla radice la società greca nel
suo insieme. Non ne escono bene, dal tutto, nemmeno le due storiche dinastie
politiche dei Karamanlis (conservatori) e dei
Papandreu (socialisti) che si sono alternati al potere democratico dopo la fine
della dittatura dei colonnelli. Gli uni e gli altri hanno tollerato troppo a
lungo nepotismi, corruttele, evasioni fiscali, sotterfugi e imbrogli con le
casse comunitarie. Soltanto adesso, sotto la minaccia di una stringente
sorveglianza contabile che la Commissione di Bruxelles inizierà il 16 marzo,
l’ultimo dei Papandreu, odierno primo ministro, ha annunciato che la nazione
potrà salvarsi dal baratro soltanto con una cura churchilliana
di «lacrime e sudore». Speriamo non sia troppo tardi, rispetto alla gravità dei
danni originari avviati già nei lontani Anni Ottanta, che videro la Grecia
entrare nella Comunità europea, dalla finanza allegra di Papandreu padre
definita «baldoria» dagli storici meno indulgenti.
L’alternativa che
la crisi pone oggi a Bruxelles è drastica: trattenere
la Grecia in Europa o restituirla ai Balcani? L’alternativa nonché
drastica, e ovviamente costosa, è anche paradossale. I greci, all’epoca
dell’ultima tragedia balcanica, davano l’impressione di gustare la vita su
un’oasi occidentalizzata, pacifica e benestante ai margini dell’inferno
jugoslavo. Grazie ai «fondi strutturali» elargiti dalla Comunità agli Stati più
bisognosi, perdipiù grazie alle popolose stagioni
turistiche che portavano denaro e benessere, essi certamente vivevano già al
disopra dei loro mezzi; ma davano comunque l’impressione di vivere tranquilli
in un Paese che stava uscendo, con risultati apprezzabili, dal sottosviluppo e
dal brutto ricordo di una lunga guerra civile e di una nefasta tirannia
militare. Il grande malato dei Balcani era allora l’ex Jugoslavia. Tuttavia,
gli orrori che divampavano subito a ridosso del confine greco, in Macedonia, in
Bosnia, in Croazia, alla fine nel Kosovo, sembravano distanti anni luce ai
turisti che trascorrevano le vacanze sulle solari isole elleniche. Sembrava
così agli stessi greci.
Poi, appena finite
le crudeli e più visibili ostilità, che avevano decimato slavi e albanesi,
tutti hanno cominciato a domandarsi quale santabarbara tornerà a scoppiare a breve termine dopo la «fragile» tregua imposta dai
bombardamenti Nato alla Serbia. Domande rimaste non solo senza risposta, ma
anche smentite dai fatti. Il Kosovo, proclamata l’indipendenza, non s’è
trasformato in una nuova polveriera. Il Montenegro carezza l’idea di diventare
con spiagge e casinò una Costa Azzurra adriatica. La Croazia, recente scoperta
del turismo di massa, tesse la tela per associarsi all’Unione Europea.
Sarajevo, cessati da tempo i massacri in
Bosnia-Erzegovina, è rinata poco per volta. I governanti serbi, dimenticato
Milosevic e sbarazzatisi di Karadzic, si apprestano a
seguire i cugini croati sulla via che porta a Bruxelles. La Slovenia, prima
della classe fra le nazioni postcomuniste entrate in Europa, è stata già
accolta nell’Eurozona ed ha già esercitato una presidenza semestrale dell’Ue.
La tregua, in altre parole, è diventata pace e speranza, a dispetto dei gufi
che tra Bosnia e Kosovo vedevano fino a ieri solo bombe ad
orologeria.
Nessuno invece
intravedeva il pericolo nella lussuosa punta meridionale dei Balcani. Quasi
nessuno, insomma, se l’aspettava che la Grecia
comunitaria, proprio la Grecia, largamente beneficata dall’Europa fin dal 1981,
sarebbe diventata oggi la grande malata della penisola balcanica. ENZO BETTIZA LS 8
Le conclusioni del G7 alla prova delle Borse. Flaherty:
sono soddisfatto
ROMA - Tante
immagini dei ministri dei 7 paesi più industrializzati
intenti a parlare davanti al caminetto o a farsi trasportare su slitte trainate
da magnifici cani, hanno fatto il giro del mondo, ma di parole sui risultati
del vertice se ne sono sentite molte meno. Il ministro canadese Jim Flaherty, che sabato ha tenuto alla stampa un breve
resoconto dell’andamento del vertice, lasciando ieri Iqaluit
si è detto «soddisfatto». La discussione è stata «produttiva». E «c’è stato
accordo sul fatto che le istituzioni finanziarie condividano i costi della
crisi».
Negli Usa Obama
sta cercando di far passare questo principio, che le banche che hanno ripreso a
fare utili comincino a restituire una parte dei soldi che hanno ricevuto dallo
Stato in modo che non sia solo il contribuente americano a pagare. Il suo
segretario al Tesoro, Tim Geithner ha cercato di
trovare sponde perché in un mercato globale è necessario che le regole siano il più possibili uniformi per evitare speculazioni e
migrazioni dei capitali. L’accordo a livello dei paesi del G7 sul principio
quindi c’è, ma «le modalità- ha spiegato il ministro
canadese- saranno esaminate: alcuni Paesi parteciperanno di più, altri di meno.
Ma l’accordo è importante». Come sempre quando si
tratta di passare ai fatti i distinguono vengono
fuori.
Parlando con i
giornalisti dell’Ansa Flaherty ha avuto parole di
stima per la delegazione italiana. «Mi piacciono Tremonti e Draghi, sono molto
bravi». «Con Tremonti siamo amici».
E’ forte la
preoccupazione che oggi, alla riapertura, i mercati restino zavorrati dai dubbi
e dalle incertezze che li hanno affossati negli ultimi giorni. Tanto è vero che
il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble
ha ritenuto opportuno mandare ai mercati un messaggio tranquillizzante. «L’euro
rimarrà stabile, i mercati tendono a reazioni eccessive, anche se devono essere
presi sul serio». E Jean-Claude Juncker,
rappresentante dell’Eurogruppo, era andato dritto al cuore del problema,
affermando che il caso Grecia è affrontabile e gestibile dall’Europa, senza
bisogno dell’aiuto dell’Fmi.
La Grecia con le
sue finanze disastrate, e le difficoltà che si profilano per Spagna e
Portogallo, sono in questo momento la principale
ragione dell’instabilità dei mercati europei. La Grecia, alla quale le agenzie
di rating hanno tagliato il voto di affidabilità, è già costretta ad offrire un tasso più alto degli altri paesi europei, che
compensi il maggior rischio. E persino investimenti a breve
termine come il Bot semestrale rendevano venerdì scorso il 4,60% contro
lo 0,6% dell’analogo Bot italiano.
Le Borse fanno le
spese di tutto questo. Solo nell’ultima settimana l’indice Dj Stoxx 600 che riflette l’andamento dei titoli delle società
più importanti quotate in Europa, ha perso ben il
3,9%. A Wall Street le cose sono andate solo un po’
meglio, ma da inizio dell’anno il Dow Jones ha perso
il 4%. Gli effetti delle novità che Obama vorrebbe introdurre per le banche
stanno penalizzando i titoli delle società finanziarie. E non sembra sia
finita. Forti dell’esperienza i ministri del G7 a Iqualuit
hanno detto che ogni eventuale tassa sulle banche dovrà essere coordinata a
livello internazionale, e non penalizzerà la ripresa. Il G20 (il club che
raccoglie non solo i sette paesi più industrializzati ma anche quelli di nuova industrializzazione come Cina e India) sta
compilando un rapporto che sarà presentato ad aprile, che contiene le opzioni
da seguire per far sì che le banche restituiscano una parte di quei 1.560
miliardi di dollari che hanno ricevuto per evitare il fallimento. «Siamo tutti
d’accordo che dovrà trattarsi di una tassazione universale-
ha precisato la ministra delle Finanze francese Christine Lagarde-.
Di uno strumento universale che eviti il rischio di
arbitraggio». ROSSELLA LAMA IM 8
Costa Rica,
prima donna presidente. La Chinchilla:
"Eguaglianza e dialogo"
SAN JOSE' - Per la prima volta, una donna è stata eletta alla
guida del Costa Rica: vicepresidente nel governo
uscente di Oscar Arias (Premio Nobel per la Pace nel
1987), Laura Chinchilla, politologa 50enne, è riuscita a sbaragliare la
concorrenza, conquistando quasi il doppio (il 47 per cento) dei voti dei suoi
più diretti avversari: Otton Solis,
il candidato del centro-sinistra, che perse per un soffio le presidenziali nel
2006 e si è fermato al 24 per cento; e Otto Gyuevara,
del partito di destra Movimento Libertario, al 21 per cento.
"E' un
momento di gioia, ma anche di umiltà, il popolo mi ha dato la sua fiducia e non
la tradirò", ha detto la Chinchilla, davanti a
circa 5.000 sostenitori festanti, riuniti in un hotel a San Jose. Di
formazione socialdemocratica, la Chinchilla ha rivolto
un appello al dialogo ai suoi avversari politici e ai diversi settori sociali,
e ha promesso di continuare le politiche del suo predecessore Arias: migliorare la qualità della salute, l'educazione, la
sicurezza e assicurare l'uguaglianza di genere.
Il Costa Rica, che non ha
esercito, è un piccolo Paese di straordinarie bellezze naturali, che sta
tutelando grazie all'eco-turismo, il turismo che ha un minimo impatto
sull'ambiente: il governo preserva le bellezze naturali con politiche di
sviluppo sostenibile che promuovono un uso adeguato delle risorse naturali.
Noto per la sua stabilità politica e i suoi bassi indici di criminalità, il Costa Rica è riuscito anche a
tenersi lontano dalle guerre civili che hanno devastato i Paesi vicini, ma
negli ultimi anni è diventato una zona di transito della droga del Messico. LR 8
Costa Rica.
Figlio di emigrati mantovani il vice della nuova presidente Chinchilla
San Josè - Laura Chinchilla, socialdemocratica, politologa e
appena cinquantenne, è la prima donna eletta alla carica di Presidente della
Repubblica in Costarica. Suo vice Alfio Piva Mesen,
figlio di emigrati mantovani.
La Chinchilla, che raccolto il 47% dei voti, ha battuto, nelle
elezioni tenutesi domenica, il candidato del centro sinistra, Otton Solis, che non è andato
oltre il 24% e quello del partito di destra "Movimento Libertario",
Otto Gyuevara, fermato si al 21% dei consensi.
"È un momento
di gioia, ma anche di umiltà, il popolo mi ha dato la sua fiducia e non la
tradirò", ha detto il nuovo presidente, davanti ai suoi sostenitori,
riunitisi per festeggiarla in un hotel a San José. Socialdemocratica di
formazione, la Chinchilla ha rivolto un appello al
dialogo agli avversari politici e ai diversi settori sociali, promettendo di
continuare le politiche del suo predecessore Arias,
di cui, peraltro, era vice presidente, ovvero: migliorare la qualità della
salute, l'educazione, la sicurezza e assicurare l'uguaglianza di genere.
La neo-eletta
presidente del Costarica ha scelto come vicepresidente
Alfio Piva Mesen, di origine mantovana, direttore generale
dell’Istituto Nazionale di Biologia (Inbioparque),
professore universitario, già rettore dell’Università Nazionale di Costa Rica (UNA).
Suo padre, Alfio
Piva Cugola, nato a Ostiglia
– scrive Giovanni Girardi sul portale dei Lombardi
nel Mondo - era emigrato in Costarica nel 1914 vivendo a San Josè dove, il 9
gennaio 1949 nasceva Alfio Piva Mesen. Oggi sposato
con tre figli, il dottor Alfio Piva, è riconosciuto a livello nazionale per la
sua attività e per i successi ottenuti dall’inizio della sua carriera ad oggi. Dottore in medicina veterinaria, con laurea
ottenuta presso l’Università di Parma nel 1963, specialista in fisiologia
animale presso l’Università di Milano (1970) ed in
inseminazione artificiale presso l’Istituto Lazzaro Spallanzani
di Milano (1970). Inizia la sua attività come medico veterinario nella regione
del Guanacaste, al nord della Costarica, e come
professore di fisiologia animale presso la facoltà di agronomia dell’Università
di Costarica (UCR). Da allora sono innumerevoli gli
incarichi a livello nazionale che il dottor Alfio Piva ha ricoperto. Tra questi
è importante ricordare la sua attività come direttore della scuola di
zootecnia, decano della facoltà di scienza della
salute (UNA), rettore dell’Università Nazionale (UNA), fondatore e direttore
della scuola di medicina universitaria (UNA), direttore generale aggiunto
dell’Istituto Nazionale di Biologia (Inbioparque).
Figlio di
emigranti mantovani, grazie al suo sforzo personale, è riuscito a superare
barriere difficili nella vita come quando, con grandi sacrifici economici, è
ritornato in Italia per studiare e sviluppare la sua formazione accademica ed umana. Certamente un degno rappresentante della comunità
italiana e di quella mantovana presente in Costarica, che nel 2004, ha voluto
premiarlo con il Premio Italia rilasciato dal Comites.
(aise)
Ucraina,
vince il filorusso Yanukovich. Ma
la Tymoshenko contesta i risultati
La commissione
elettorale annuncia la vittoria del leader dell'opposizione.
Il premier
attacca: "Brogli, lotteremo". Gli osservatori europei: voto regolare
KIEV - Il leader
dell’opposizione filorussa Viktor Ianukovich si avvia
a diventare il nuovo presidente dell’ Ucraina,
nonostante il suo vantaggio sulla premier filo occidentale Iulia
Timoshenko si sia progressivamente ridotto con il
procedere dello scrutinio sino a poco più di 2 punti (48,34% a 46,05%).
Il presidente
della commissione elettorale centrale (Cec) Vladimir Shapoval ha già
dichiarato valido il voto, togliendo un primo puntello a "Iulia" per eventuali contestazioni, mentre un altro
membro, Mikhail Odhendovski,
ha assicurato la vittoria di Ianukovich perchè a suo avviso il divario ora non può che aumentare,
mancando ancora le schede di alcuni feudi orientali del leader filorusso. E
mentre alcune migliaia di militanti pro Ianukovich
continuano a radunarsi davanti alla Cec, la premier
ha annunciato una conferenza stampa nella sede del governo, dopo che ieri sera
il suo rivale l’aveva invitata a dimettersi.
Finora "Iulia", l’ex eroina della rivoluzione arancione del
2004, non ha manifestato alcuna intenzione di riconoscere la sconfitta e sembra
del tutto pronta a contestare i risultati sul piano giudiziario, anche se
finora le schede non valide sono solo l’1,18%. Anche
il suo avversario, tuttavia, potrebbe perseguire la stessa strada. Ianukovich agisce però già come presidente in pectore di
tutta la nazione, pur continuando a parlare russo, e vuole avviare da domani le
consultazioni per una nuova maggioranza parlamentare, dopo aver invitato a
raggiungere la sua squadra l’oligarca Serghiei Tighipko e l’ex
presidente del parlamento Arseni Iatseniuk,
usciti al primo turno. Nelle prossime ore è attesa la valutazione degli
osservatori dell’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in
Europa. Intanto il capo della missione di osservatori elettorali del parlamento europeo Pavel Koval
ritiene che non ci siano stati «brogli di massa» in base ai primi risultati
preliminari.
Attesissima adesso
la conferenza stampa di Yulia Tymsohenko,
convocata nel tardo pomeriggio ora italiana. Distanziata di 2,09 punti
percentuali, la premier ha ottenuto circa il 46% delle preferenze e dovrebbe
ammettere la sconfitta. Ma non è detto che rinunci all’ennesimo colpo di scena
e che annunci, piuttosto, una battaglie legale per
verificare l’esito del voto di ieri. In attesa dei risultati definitivi, il
candidato filorusso già ieri sera ha dichiarato vittoria e ha invitato la Tymoshenko a dimettersi. «Ringrazio Dio di averci permesso
di aprire un nuovo capitolo nella storia del nuovo
Paese», ha detto, quando gli exit poll
e poi i primi risultati gli promettevano una vittoria con ampio vantaggio. Poi,
durante la notte, il margine di distacco è andato ridimensionandosi e
stamattina la Commissione elettorale ha consigliato cautela, visto
che c’erano zone con lo scrutinio giunto appena a metà, sia nella parte
orientale del Paese (dove il candidato filorusso è nettamente più sostenuto),
ma anche ad Ovest (dove prevale la premier).
Nei giorni scorsi Tymoshenko ha minacciato di ricorrere alla piazza in caso
di nuovi brogli e ieri sera ha rifiutato di accettare la sconfitta, annunciando
di voler attendere «sino all’ultima scheda». In questo senso è importante il
giudizio sul voto di ieri degli osservatori dell’Organizzazione
per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce), atteso in queste ore. Se
sarà positivo, difficilmente la premier potrà scegliere la via della
contestazione, sia in piazza che nei tribunali. In
ogni caso, il ballottaggio di ieri ha confermato la polarizzazione del voto in
Ucraina, con una divisione quasi equanime delle preferenze e la conferma di un
Est filorusso e di un Ovest più sensibile alla linea filo-occidentale. Allo
stesso tempo, però, è stata definitivamente sepolta l’epoca degli
"arancioni": il nuovo presidente è l’anti-eroe della piazza del 2004,
che lo costrinse a sottomettersi a un terzo round delle presidenziali,
decretando la sua sconfitta e la vittoria di Viktor Yushchenko.
LS 8
L’appello del Papa e l’economia di mercato. Il senso di colpa del
capitalismo
All’Etica
universalistica della Chiesa in difesa dei più deboli — questo il significato
profondo dell’appello del Papa al senso di responsabilità di politici e
imprenditori di fronte alla crescente disoccupazione — una parte del mondo
dell’impresa ha risposto con il moralismo degli uomini di buone intenzioni che,
per dirla con Benedetto Croce, «sono nient’altro che
ipocriti». È ipocrita il Capitale che denuncia carenza
di etica nell’economia di mercato, si autodefinisce «sociale» e demonizza il
capitalismo anglosassone «orientato al profitto ». Persegue però questo
profitto con analogo accanimento al riparo dalla concorrenza, grazie alla non contendibilità delle imprese—che ne alimenta e protegge le
inefficienze — e al corporativismo delle professioni che, associato al
conservatorismo dei sindacati, ostacola l’ingresso ai giovani e penalizza il
merito. Sopravvive, inoltre, come rendita — concessioni e licenze di Stato—e con i sussidi governativi alla vendita di prodotti
poco competitivi sul mercato e fa pagare a correntisti e imprese servizi
bancari fra i più cari d’Europa. L’eticizzazione
della politica e dell’economia, da parte della Chiesa, è nell’ordine delle cose
di un sistema teocratico; è, da parte di uomini politici
e partiti, la teoria e la prassi dei Paesi totalitari.
Ma nel mondo dell’impresa è una contraddizione in termini.
La rivoluzione marginalista ha introdotto, nell’apprezzamento di un bene, i
concetti «qualitativi» (soggettivi) di utilità e di scarsità, rispetto a quello
«quantitativo » (oggettivo) di valore- lavoro
dell’economia classica. Ma, con il concetto di
«utile», ha anche teorizzato il ruolo della scelta e dell’interesse
nell’economia, distinguendo la volontà «pratica», che coincide col fine individuale,
da quella «morale» che trascende in un fine universale. «Il fatto economico —
scrive Croce — è l’attività pratica dell’uomo, in quanto
si consideri per sé, indipendentemente da ogni determinazione morale o
immorale». Ma, attenzione: non indipendentemente dalle
regole né dalla naturale socievolezza degli uomini (la «simpatia» di cui parla Adam Smith). Nel 1765, un pensatore liberale finlandese, Anders Chydenius, già ne aveva
parlato, scrivendo che la nazione «è costituita da una
moltitudine di persone che si sono unite per assicurarsi la propria prosperità
e quella dei propri discendenti sotto la protezione del governo (...). I nostri
bisogni sono vari e non c’è mai stato nessuno in grado di procurarsi anche i
beni di prima necessità senza l’aiuto di altre persone, e non esiste quasi
nessuna nazione che non abbia bisogno delle altre» (La
ricchezza della nazione, liberilibri). In definitiva,
la responsabilità «sociale» dell’imprenditore sta tutta qui: nel fare il
proprio mestiere all’interno di una cornice normativa che ne massimizzi —
disciplinandone la libertà di intrapresa — le
capacità. Che, nell’era della globalizzazione, si traducono in innovazione e
competitività. Piero Ostellino CdS
8
Teheran, tentato assalto all'ambasciata italiana. In azione miliziani basiji:
"Morte a Berlusconi"
Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Franco Frattini,
durante un'audizione al Senato - Analoghe manifestazioni dei paramilitari agli
ordini del pasdaran, anche in altre sedi diplomatiche - Il governo iraniano ha
convocato l'ambasciatore Bradanini per protestare
contro le parole usate da Berlusconi durante la sua recente visita in Israele
ROMA - Decine di
miliziani basiji, che non fanno parte delle forze
armate iraniane, ma solo sostenitori del governo del presidente iraniano
Mahmoud Ahmadinejad, hanno tentato di dare l'assalto
all'ambasciata italiana a Teheran, lanciando pietre e al grido di "Morte
all'Italia, morte a Berlusconi" . La notizia è
stata data, durante un'audizione in Senato, dal ministro degli Esteri Franco
Frattini, che ha annunciato di aver dato disposizione al nostro ambasciatore a
Teheran, Alberto Bradanini, di non partecipare alle
cerimonie di giovedì in occasione del 31mo anniversario della
Repubblica islamica. Manifestazioni analoghe sono avvenute anche davanti le ambasciate di Francia e Olanda.
Il nostro
ambasciatore precisa. "In realtà non si è trattato di un
vero e proprio assalto, ma di una manifestazione che è durata una ventina di
minuti. Poi, tutto è rientrato, non c'è stato nessun
danno a persone o a cose". Sono le dichiarazioni a caldo a Radio
Capital dell'ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini.
"I manifestanti hanno gridato questi slogan e frasi un pò
ingiuriose ("Morte a Berlusconi e morte all'Italia") che normalmente vengono utilizzate in questo tipo di manifestazioni, che
sono orchestrate, ripeto, orchestrate dal regime. Anche 3
o 4 anni fa ci sono state manifestazioni simili. Comunque non
siamo preoccupati".
La difesa della
polizia iraniana. E' stato Franco Frattini a
precisare che sono stati proprio gli agenti della polizia iraniana a
"scongiurare l'assalto vero e proprio all'ambasciata" italiana. E ha
assicurato che, grazie a questo intervento, "non ci sono danni seri" alla nostra sede diplomatica.
Il governo di
Teheran chiama il nostro ambasciatore. Il ministero degli Esteri iraniano ha
convocato domenica l'ambasciatore Bradanini per
trasmettergli una protesta ufficiale per le parole pronunciate dal presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi nella recente visita in Israele. Lo ha confermato il ministro Frattini: "Il nostro
ambasciatore è stato convocato l'altro ieri (dalle autorità iraniane, ndr) per
una protesta contro le parole del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi,
in Israele. Noi ci siamo limitati a dire che sono frasi in cui tutta l'Italia
crede profondamente. La garanzia della sicurezza
dell'esistenza di Israele è un principio assoluto e indiscutibile".
L'assalto. La
manifestazione dei basiji iraniani è iniziata verso
le 14,45, ora italiana, le 16,15 di Teheran. Sono stati lanciati sassi ed altri oggetti: i manifestanti hanno provato a divellere
un cartello stradale, ma sono stati contenuti dalla polizia che, come in altre
occasioni, in qualche modo fa da "cornice" a queste manifestazioni.
Da tre anni non c'erano manifestazioni contro l'ambasciata italiana, mentre
sono continuate quelle contro sedi di altri paesi. Lo stesso gruppo di
manifestanti, dopo 20 minuti ha lasciato la sede
diplomatica italiana e si è spostato verso quelle di Olanda, Germania e Gran
Bretagna.
Gridavano:
"E' solo l'inizio". I manifestanti che hanno organizzato la protesta,
prima di andarsene hanno gridato: "Se non cambierete, questo è solo
l'inizio". Lo hanno riferito fonti diplomatiche
italiane. Le stesse fonti hanno detto che una pietra è stata lanciata contro la
sede diplomatica, ma non ha raggiunto il muro di cinta. Alcuni manifestanti
hanno divelto il cartello con la scritta "Via Roma", una stradina che
corre a fianco dell'ambasciata italiana, che era circondata da un folto
schieramento di polizia.
Frattini ha
annunciato che è in atto "una consultazione europea per capire se vi sarà
una sorta di osservazione diplomatica da parte delle
cancelliere europea, ma credo che quello che è stato deciso dall'Italia
sarà condiviso da altri Paesi, come Germania e Gran Bretagna".
Cosa sono i basiji. Sono una forza
paramilitare fondata dall'Ayatollah Khomeini nel 1979. Il basij
sono di fatto una organizzazione di supporto e alle
dirette dipendenze dell'Esercito dei Guardiani delle Rivoluzione Islamica
iraniana, quelli comunemente conosciuti come pasdaran. In origine erano
giovanotti di sesso maschile, considerati di età ancora immatura oppure troppo
anziani per il servizio militare. Hanno avuto un ruolo importante durante la
guerra Iran-Iraq per l'arruolamento dei volontari che
si rendevano disponibili per attacchi a ondate contro gli Iracheni, in
particolare nell'area di Bassora.
Nella fase attuale
la forza paramilitare viene impiegata per lo più come
supporto alla polizia nell'ordine pubblico, oppure per organizzare le cerimonie
religiose pubbliche dove svolgono attività di vigilanza sul rispetto della
"morale islamica" e per prevenire e se necessario reprimere ogni
forma di dissenso al regime religioso iraniano. L'organizzazione dei basiji ha struttura capillare ed è presente nella maggior
parte delle città iraniane.
Dal 1984, quando
la querra tra Iran e Iraq erà
esattamente a metà del travagliato tragitto, sarebbero
stati addestrati circa 2,4 milioni di iraniani all'uso delle armi e al fronte
ne furono mandati 450.000. Dopo quella guerra i basiji
si riorganizzarono e divennero tra i primi garanti della sicurezza interna del
regime iraniano islamico.
LR 9
Commento. Il ministro degli Esteri e la diplomazia
pop
Hanno assaltato
l'ambasciata. No, ci hanno provato. Ad attaccare sono i miliziani basiji, squadre paramilitari fedeli al regime. A difenderci
è la polizia del regime. Non manderemo l'ambasciatore alle celebrazioni della
cacciata dello Scià, però la nostra sede diplomatica resta aperta perché è
meglio non eccedere. Siamo per la linea dura sanzionatoria ma anche per
mantenere aperto il dialogo critico con Ahmadinejad.
“Non tollereremo che l'11 febbraio manifestazioni di dissenso vengano represse”, ma non per questo mettiamo in discussione
il giro di affari miliardari che ci legano all'Iran.
E' il Frattini-show. Teatro della performance la seduta congiunta
delle Commissioni esteri di Camera e Senato. Caos
totale, indicativo di un governo la cui credibilità
internazionale rasenta lo zero (salvo in Afghanistan, dove per essere credibili
agli occhi di Barack Obama abbiamo inviato altri soldati non si sa bene a quale
fine e con quali imput). Morte a Berlusconi,
avrebbero gridato i manifestanti, stando alla ricostruzione fornita dal
titolare della Farnesina. Insomma, il Cavaliere avrebbe colpito anche
l'immaginario dei duri iraniani.
C'è chi tira in
ballo il recente viaggio di Berlusconi in Israele, con gli attacchi frontali
lanciati dal premier italiano contro l'Hitler di Teheran. Parole subito riprese
– assieme alla giustificazione della guerra a Gaza scatenata un anno e passa fa
da Israele – dalla Tv pubblica iraniana. “Quel viaggio non c'entra, si sa
l'Iran di questi tempi ce l'ha un po' con tutti”,
prova a spiegare il Frattini “pompiere” sperzonalizzando
ciò che il Frattini “incendiario” aveva messo in risalto.
In Israele, il Cavaliere-Zelig aveva sposato le ragioni dello Stato
ebraico. Tornato a Roma, ha preferito non dar seguito ai suoi bellicosi
propositi, passando il cerino accesso al fedelissimo Franco (Frattini). Che sia
lui a barcamenarsi tra falchi e colombe. Siamo alla “diplomazia pop”. Tante
parole, nessun fatto. Vallo a spiegare ai ragazzi dell'Onda
Verde di Teheran. Umberto De Giovannangeli L’U
9
Le sfide dei partiti. La politica rinunci
al dividendo della paura
Voglia di
concretezza. Così si potrebbe riassumere la tendenza che sembra emergere
nell’ultima settimana a proposito della politica italiana.
La situazione come
si sa è seria. C’è crisi nel sistema imprenditoriale che è costretto a
ristrutturarsi dalla globalizzazione che impone una diversa valutazione dei
costi di produzione. Il sistema sociale è da tempo
sottoposto a tensioni, con squilibri generazionali, disuguaglianze che
diventano più stridenti, difficoltà di sopperire a tutto questo da parte della
tradizionale rete di interventi pubblici nel settore. La situazione
internazionale non lascia tranquilli di fronte a tensioni sia sul piano politico
che su quello economico: la gente guarda la Tv e
capisce che il problema dell’Iran è una cosa seria e che i responsabili
economici del G7 riuniti a Iqualit, in Canada, non
erano lì solo per fare un giro sulle slitte tirate dai cani.
Di conseguenza la
gente chiede alla politica di fare il suo mestiere, cioè di governare. Quelli
responsabili si rendono conto che governare è un’attività complessa che si
svolge in dialettica fra le parti, ma col concorso di tutti. Certo una vecchia
politica, che vogliamo sperare sia in via di superamento, si illude
che si possa trarre vantaggio dal dividendo della paura. È possibile
naturalmente ottenere un po’ di voti agitando le paure: chi teme l’immigrazione
e chi la disoccupazione, chi sente in forse i privilegi del pubblico impiego e
chi teme di non farcela in un mondo dove si deve rendere conto delle capacità
di ciascuno. Sarebbe lungo l’elenco delle paure su cui speculano quelli, e non
sono pochi, che tengono in piedi la “politica spettacolo”.
Adesso forse sta
venendo il momento che è proprio della svolta riformatrice di ogni sistema.
Ricordate la famosa frase di Franklin Delano Roosvelt
nel discorso inaugurale del 4 marzo 1933, uno di quelli che lanciò il New Deal?
“L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”.
In effetti la svolta riformatrice per qualsiasi
nazione comincia da qui, dall’affrontare i problemi non a partire dalle paure,
ma dalla volontà di mettere mano ai problemi, con almeno la certezza che non
dipendono dall’opera malvagia di qualche “diavolo” da esorcizzare, ma sono
conseguenza di cause individuabili e che possono essere tenute sotto controllo.
Naturalmente la
politica politicante fa fatica a mettersi su questa strada. Prima di tutto
perché così si apre una competizione davvero a tutto campo. Se la questione
diventa anche qui quella del “merito”, cioè delle risposte concrete che si
sanno dare ai problemi, salta il vecchio, tranquillo schema per cui “noi” siamo
sempre nel giusto e dunque con “noi” devi continuare a stare, mentre gli “altri”
hanno sempre torto perché quello che dicono è inficiato dai più loschi raggiri.
Ovvio che tutti coloro che avevano fatto il nido in
quegli schematismi che li preservavano dai pericoli del confronto siano
preoccupati del venir meno del contesto che li faceva prosperare.
Però i politici veri percepiscono che il clima sta cambiando.
Voci avvertite del centro e dell’area moderata di entrambi gli schieramenti
segnalano da tempo l’esigenza di cambiare passo, di
mettere al centro dell’azione politica la capacità di affrontare i problemi e
di governare.
L’indizio più
clamoroso di quanto il clima al di fuori della politica stia cambiando e pesi
sulle scelte dei partiti arriva proprio dal congresso
dell’Italia dei Valori, dove Di Pietro ammette che deve fare un salto di
qualità, non bastano più giustizialismo e antiberlusconismo,
bisogna almeno dire che si è capaci di proporsi per governare. Sarà vero? Dubbi
di un bluff solo elettorale sono molto forti, e sbaglierebbe chi non ne tenesse
conto.
Lo stile è un po’
quello di chi si vanta di avere scoperto l’acqua calda, il fatto però rimane,
né lo mette fra parentesi la presunzione di poter condizionare così il Partito
democratico. Qualche portavoce dell’opposizione interpreta il fatto come una
virata che costringe Bersani a mettersi al carro dell’Idv,
ma almeno apparentemente è esattamente il contrario.
La caparbia volontà del segretario del Pd di cercare,
da buon emiliano, di rimettere il suo partito nella carreggiata del “partito di
governo” (pur non riuscendo completamente a rinunciare alle liturgie del
“partito di lotta”) sta costringendo a rimodellarsi quei partiti che pensavano
di metterlo all’angolo col massimalismo, fosse quello populista alla Di Pietro
e compagni, fosse quello retrò dell’estrema sinistra sempre più in difficoltà.
Certo, la prova dei fatti è ineliminabile e il sentiero di coerenza su cui Di
Pietro & C. dovranno muoversi è molto stretto.
Del resto i
sondaggi confermano questo trend a vantaggio dei partiti della concretezza e
pensiamo che questo valga anche per il centrodestra. Qualcuno avrà notato che
ultimamente la Lega evita, almeno a livello di leader, le sparate tradizionali
e che nello stesso Pdl si cerca di tenere sotto
controllo i pasdaran. Chi ha antenne sensibili sa che conquista più attenzione
un Maroni che fa seriamente il suo lavoro di tanti proconsoli sguinzagliati a
spararle grosse sui media: e non è che un esempio.
Il cambio di
clima, se si confermerà, il che non è ancora del tutto sicuro, è molto
interessante. L’Italia ha accumulato molti ritardi ed è un lusso che non può
più permettersi. Tuttavia si deve anche capire che bisogna assolutamente
evitare quella che purtroppo è una nostra tradizione: il riformismo senza
riforme, cioè un girare a vuoto di parole e belle intenzioni a
cui non corrispondono poi cambiamenti reali nelle strutture, nelle
mentalità e nei comportamenti.
Per questo la
politica ha bisogno di ritrovare il gusto della grande arena che è quella dove tutti si battono coi temi cruciali del momento e non
duellano fra loro per decidere semplicemente chi sia il più bello del reame.
PAOLO POMBENI IM 8
Palermo, Ciancimino: «Forza Italia frutto trattative Stato-mafia».
Alfano: piano per delegittimarci
«Forza Italia è il
frutto della trattativa» tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92. A
dirlo in aula è stato Massimo Ciancimino, che continua la sua deposizione al
processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.
A riferirlo a Ciancimino sarebbe stato il padre Vito Ciancimino, l'ex sindaco
di Palermo, che secondo il figlio avrebbe avviato dopo il maggio del 1992 la
trattativa con i Carabinieri da un lato e i boss mafiosi dall'altro. Ciancimino
junior ha spiegato al pm Antonio Ingroia il contenuto
di alcuni “pizzini”.
Il ministro
Guardasigilli Alfano replica duramente: Forza Italia «non ha mai avuto
collegamenti con la mafia», mentre sarebbe in atto «un tentativo di
delegittimazione dell'azione del governo Berlusconi
sempre in prima linea nella lotta a Cosa Nostra». Il Guardasigilli,
interpellato dai cronisti, premette di non voler esprimere un suo giudizio
rispetto a quando dichiarato da un teste, Massimo Ciancimino jr, nel corso di
un processo. Tuttavia Alfano ricorda di aver militato in Forza Italia sin dal
'94, ricoprendo diversi incarichi in Sicilia: «Mai e poi mai abbiamo avuto la
sensazione che la nostra storia, questa grande storia di partecipazione che ha
emozionato milioni di persone in Sicilia e altrove, possa
aver avuto collegamenti con la mafia». Alfano sostiene inoltre che «il governo
Berlusconi con le leggi antimafia ha fatto esattamente il
contrario di ciò che prevede il papello». Dal momento che poi «la mafia non teme dibattiti e convegni
ma teme la confisca dei beni e il carcere duro, abbiamo - ha aggiunto - fatto
una guerra alla mafia con la normativa di contrasto più duro dai tempi di
Falcone e Borsellino. Tanto è vero che il modello Italia è diventato esempio
per i paesi del G8». «Non vorrei - ha dunque sottolineato Alfano - che vi fosse da più parti un tentativo
di delegittimazione dell'azione di un governo che contrasta la mafia. La mafia
non sempre sceglie la via dell'assassinio fisico, ma a volte quella delle delegittimazione».
Secondo quanto ha
raccontato in aula Massimo Ciancimino, nel 1994, Bernardo Provenzano avrebbe
scritto un “pizzino” indirizzato a Marcello Dell'Utri e «per conoscenza», come dice il teste, «a Silvio
Berlusconi». Nel documento si legge: «Intendo portare il mio contributo che non
sarà di poco perché questo triste evento non si verifichi,
sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti
televisive». Il “triste evento” a cui si riferisce
Ciancimino Junior sarebbe stato il ventilato sequestro di uno dei figli del
Presidente del Consiglio. «Mio padre - ha spiegato Ciancimimo junior illustrando il biglietto - mi disse che
questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla
mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un'unica trattativa
che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il
partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi
e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo». Una parte del documento, secondo quanto dice in aula il
figlio dell'ex sindaco, sarebbe sparita. L’U 8
L'obbligo di chiarire quella leggenda nera
Le rivelazioni di
Massimo Ciancimino - Se fondate, sono accuse catastrofiche per la nostra
democrazia - di GIUSEPPE D'AVANZO
I MORTI non si
possono smentire e i vivi hanno difficoltà a difendersi dalle parole di morti.
È una condizione che crea inestricabili ambiguità. Si ascoltano con disagio le
rivelazioni di Massimo Ciancimino. Le ragioni sono due. La prima può avere come
titolo: il morto che parla. Perché a parlare con la voce di Massimo, il figlio,
è Vito Ciancimino, il padre, il mafioso corleonese,
il confidente di uno Stato debole e compromesso, il consigliere politico di
Bernardo Provenzano. Anche se Massimo Ciancimino mostra di tanto in tanto una
lettera o un pizzino, sono soprattutto i ricordi delle
sue conversazioni con il padre la fonte delle accuse contro Silvio Berlusconi e
Marcello Dell'Utri.
Ricordiamole
perché, se fondate, quelle accuse sono catastrofiche per la nostra democrazia
(un uomo, che si è fatto imprenditore con il denaro della mafia e politico con
la sua protezione, governa il Paese). Se menzognere e maligne, indicano che
contro il capo del governo è in atto un'aggressione ricattatoria che fa leva su
alcune oscurità della sua avventura umana e professionale. La mafia, dice
Ciancimino, finanziò le iniziative imprenditoriali del "primo
Berlusconi" (Milano2). Marcello Dell'Utri
sostituì Vito Ciancimino nella trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra innescata
dopo la morte di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e la nascita di Forza
Italia, nel 1993, è stata il frutto di quel pactum sceleris.
I ricordi del
giovane Ciancimino inverano, con la concretezza di una testimonianza
"diretta", la cattiva leggenda che accompagna da decenni il racconto
mitologico della parabola imprenditoriale del presidente del
Consiglio. Si può dire così: quelle dichiarazioni riordinano in un resoconto
esaustivo e "chiuso" l'intera gamma delle incoerenze che Berlusconi e
i suoi collaboratori nella fondazione dell'impero hanno lasciato nel tempo
incancrenire per non volerle mai affrontare. Come già è accaduto
quando in un'aula giudiziaria è apparso Gaspare Spatuzza, si deve ricordare che Cosa Nostra è tra gli anni
settanta e ottanta molto vicina alle "cose" di Silvio Berlusconi e
ricompare ancora nel 1994 quando il ministro dell'Interno dell'epoca, Nicola
Mancino, dice chiaro che "Cosa Nostra garantirà il suo appoggio a Forza
Italia".
I legami tra
Marcello Dell'Utri e i mafiosi di Palermo non sono
una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri tra Silvio Berlusconi e la crème de la crème di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo).
Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado
nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di
Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova. Con quali capitali
Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta,
ancora oggi è mistero inglorioso.
Molto si è ragionato
sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a
battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti
immobiliari, quando ancora Berlusconi non si dice proprietario dell'impresa, ma
soltanto "socio d'opera" o "consulente". Quei capitali
erano "neri" soltanto perché sottratti al fisco, espatriati e
rientrati in condizioni più favorevoli o erano "sporchi" perché
patrimonio riciclato delle ricchezze mafiose, come ha suggerito qualche mese fa
Gaspare Spatuzza quando disse: "La Fininvest era
un terreno di pertinenza di Filippo Graviano, come se
fosse un suo investimento, come se fossero soldi messi di tasca sua"? Le
parole di Massimo Ciancimino riportano alla luce anche un'ultima e antica
contraddizione di Berlusconi e dei suoi cronisti disciplinati, la più bizzarra:
la datazione della nascita di Forza Italia nel 1994 e l'ostinato rifiuto a
ricordare che le doglie di quel parto cominciarono nella primavera del 1993 da
un'idea covata da Marcello Dell'Utri fin dal 1992.
È una rosa di
"vuoti" e antinomie che apre spazi al
ricatto mafioso. E' uno stato che dovrebbe preoccupare tutti. Cosa Nostra
minaccia in un regolamento di conti il presidente del Consiglio. Ne conosce
qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le
agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole
carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la
disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. Lo
ripetiamo. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro
un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità -
non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia il capo del governo (per
sottrarre se stesso a quel ricatto rovinoso) e la magistratura (per evitare che
un governo legittimo sia schiacciato da una coercizione criminale che ne
condiziona le decisioni) sono chiamati a fare finalmente luce sull'inizio di
una storia imprenditoriale e sull'incipit di un
romanzo politico.
È la seconda
ragione di disagio, l'assenza di iniziative politiche
e giudiziarie a fronte di denunzie così gravi. Ogni cosa sembra risolversi in
una "tempesta mediatica", in una rumorosa e breve baruffa che scatena
per qualche giorno sospetti, furori e controsospetti e
controfurori senza che si intraveda non un'evidenza
in più che scacci i cattivi pensieri o li renda più fondati, ma addirittura non
si scorge alcuna attività in grado di spiegare finalmente come stanno le cose.
Il risultato è che ce ne stiamo qui stretti tra la possibilità di avere al
governo un paramafioso, un riciclatore di soldi che puzzano di morte e la
probabilità che l'uomo che ci governa sia ricattato da Cosa Nostra per qualche
passo storto del passato. È un circuito che va interrotto nell'interesse di
Berlusconi, del suo governo e del Paese, della sua credibilità
internazionale.
I modi per
chiudere questa storia sono certo laboriosi, forse dolorosi,
ma agevoli. La magistratura (per quel che se ne sa, ancora non è stata
aperta un'istruttoria) accerti la fondatezza delle
testimonianze di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza
- magari evitando di rovesciarle in un'aula di tribunale, prima di una loro
verifica. Berlusconi rinunci a scatenare, come
d'abitudine, i suoi cani da guardia e faccia finalmente i conti con il suo
passato. Non in un'aula di giustizia, ma dinanzi all'opinione pubblica. Prima
che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.
È giunto il tempo che questo conflitto sia affrontato all'aperto e non risolto
nel segreto con un gioco manipolato e incomprensibile che nasconde alla vista
il ricatto, i ricattatori, la punizione minacciata, ciò che si può
compromettere, un nuovo accordo salvifico. LR 9
Strasburgo - Non
so se indignarmi di più ad apprendere cosa sia stata e sia l’Italia dalle
parole di Massimo Ciancimino (ultima conferma di quanto riferito in oltre un
decennio da numerosissimi collaboratori di giustizia: basterebbe leggere la
motivazione della sentenza Dell’Utri) o ad ascoltare
i farneticanti commenti politici che oggi le hanno accompagnate sulla stampa.
Non parlo, naturalmente, di quelli degli esponenti berlusconiani: essi
reagiscono come i cani di Pavlov davanti alla mossa
del loro padrone che fa il cenno di lanciar loro un osso da raccogliere. Parlo,
invece, di quelli provenuti da esponenti dell’opposizione, reale o sedicente
tale. Le reazioni dell’on. Casini sono comprensibili: da uno che si fa bello dell’apporto elettorale e ideale dell’on. Cuffaro non ci si può che aspettare astio nei confronti di
quanto accade nelle aule di giustizia; senza tacere che nei biglietti di Vito
Ciancimino consegnati dal figlio ai magistrati compare il nome del suocero di
Casini, ciò che avrebbe consigliato al segretario dell’UdC
di tacere per pudore. Più sorprendenti sono le reazioni esplicitate da
esponenti del Pd e, spiace dirlo, perfino da alcuni rappresentanti dell’IdV, secondo il Corriere della Sera di stamattina Arlacchi, Donadi e Li Gotti.
Al riguardo voglio
dire alcune cose semplici e definitive. Che Forza Italia sia frutto del biennio
stragista di Cosa Nostra non è una rivelazione inedita di Massimo Ciancimino.
La sua è soltanto l’ennesima, e per certi versi documentale,
conferma. Che la trattativa condotta dai vertici del Ros nel 1992 con Cosa
Nostra sia stata un’iniziativa sciagurata e foriera di lutti (i morti delle
bombe del 1993) è stato accertato dalla Corte d’assise
di Firenze che ha condannato esecutori e mandanti mafiosi (non quelli esterni,
per i quali è bene che le indagini possano continuare sulla scorta delle nuove
risultanze emerse negli ultimi mesi). Che, poi, la cattura di Salvatore Riina
sia stata procurata dai buoni uffici del boss Bernardo Provenzano era già stato
affermato dal più autorevole collaboratore di Provenzano, ovvero
Antonino Giuffrè. Che la trattativa fra
rappresentanti istituzionali e Cosa Nostra, infine, sia proseguita a lungo è provato da numerosi fatti politici, non solo certe
dichiarazioni filomafiose di alcuni parlamentari ma
perfino i testi di alcune indecorose proposte di legge che raccoglievano quasi adesivamente i punti qualificanti del “papello”
di Cosa Nostra.
Non si può far
finta di niente, poi, davanti ad un Ministro della Giustizia che ha scelto come
sua portavoce la figlia del generale Subranni (ovvero
il comandante del Ros coinvolto nella trattativa del 1992) e che ha pure l’impudicizia
di aggredire, nella sua veste istituzionale, un testimone d’accusa del processo
a carico del generale Mori e del colonnello Obinu,
che di Subranni erano i fedeli luogotenenti.
Piuttosto, va
detto che dopo la deposizione di Massimo Ciancimino in un paese civile Silvio
Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Salvatore Cuffaro e Nicola Mancino si sarebbero immediatamente
dimessi dalle rispettive cariche istituzionali per mettersi a disposizione
dell’Autorità giudiziaria. Se questo non è accaduto è
la prova del degrado filomafioso del quadro politico
dell’Italia di oggi.
On. Sonia Alfano (IdV), http://www.soniaalfano.it/ (de.it.press)
Alleanze, resta al centro la vera sfida del Pd
ROMA - C’era
soddisfazione ieri nel Pd per la «svolta» di Antonio Di Pietro. Ha sacrificato
il mito populista della piazza in nome dell’«alternativa
di governo». Ha frenato persino l’integralismo giustizialista per dare il via
libera a Vincenzo De Luca in Campania. E soprattutto ha riconosciuto al Pd di
Pier Luigi Bersani il ruolo-guida dell’alleanza. I toni e gli argomenti usati
da Di Pietro al congresso sono stati molto diversi da quelli di Beppe Grillo e
Marco Travaglio, a cui l’ex premier di solito si
uniforma e che comunque presidiano l’area di riferimento dell’Italia dei Valori.
Così per il Pd è sicuramente più facile dialogare. Ma non bisogna dimenticare
che, in tempo di elezioni, Di Pietro è solito a maggiori
moderazione e flessibilità.
Accadde anche nel
2008 quando l’Idv ottenne da Walter Veltroni quel
patto di coalizione che gli consentì di approdare in
Parlamento. Allora Di Pietro promise al leader del Pd che avrebbe formato
gruppi unitari alla Camera e al Senato, nella prospettiva
di una progressiva integrazione. Lo scenario di un futuro ingresso nel Pd è
stato abbozzato anche in questo congresso. In tutta evidenza l’Idv, al momento del voto, ha bisogno di apparire un alleato
critico ma fedele. Non è portatore di interessi
sociali antagonisti al Pd. Incarna solo l’animo più protestatario, più
giustizialista del centrosinistra: per massimizzare il risultato nelle urne
deve rassicurare gli elettori che il voto per l’Idv
non avvantaggerà Berlusconi. Insomma ha bisogno che il Pd lo tenga vicino a sè come alleato: solo così può
mettere a frutto la maggiore radicalità senza che si abbatta la mannaia del
voto utile.
Certo, anche il Pd
oggi non può fare a meno dell’Idv pena un crollo di
competitività. Ma è chiaro che per Bersani la vera sfida della «nuova coalizione» non passa dal rapporto con Di Pietro. Non solo
perché Di Pietro era già nella «vecchia» coalizione.
Il leader del Pd è pragmatico e non intende certo bruciare il rapporto con l’Idv in nome di qualcosa che ancora non c’è. Ma il percorso di «convergenza» delle opposizioni, che resta
il suo obiettivo strategico, continua ad avere il Centro come terreno decisivo
non solo di una nuova formula politica, ma anche di una più larga alleanza
sociale. È anche il tema più spinoso nel Pd, perché non mancano le forze
interne ostili (oggi pronte a usare la simbologia
ulivista per contrastare l’intesa con l’Udc). Resta il fatto
che l’«alternativa» a Berlusconi sarà più solida se il Pd saprà
diventare il fulcro di un progetto nuovo, capace di coinvolgere forze moderate
e magari anche parti della sinistra radicale disposte alla sfida del governo.
Alle regionali Bersani ha fatto qualche passo avanti ma ha anche subito qualche
sconfitta. E il bilancio del 29 marzo peserà sul futuro prossimo. CLAUDIO SARDO
Im 8
Razzi al Congresso Idv:
"Gli italiani nel mondo chiedono maggiore partecipazione"
Il deputato eletto
in Europa presenta la "mozione estero" al
congresso nazionale dell'Idv. "Dobbiamo far crescere il partito anche all’estero, e riconoscere pari
diritti ai tesserati del mondo". E sulla rete consolare: "Il partito
si opponga alla chiusura dei consolati che offrono un servizio importante ai
connazionali all'estero"
Roma -
“Riconoscimento, Organizzazione, Coordinamento e Partecipazione”. Questo il
titolo della mozione presentata dalla regione estero
dell’Idv, in occasione del primo Congresso Nazionale
del partito fondato dall’on. Antonio Di Pietro. Ad
esporre la mozione alla seconda giornata della kermesse di Roma, l’onorevole
eletto in Europa, Antonio Razzi, che in primo luogo saluta “i delegati che sono
venuti dall’estero con grandi sacrifici”, ringrazia “il presidente Di Pietro e
l’ufficio di presidenza per aver accolto concretamente la mozione concernente
il riconoscimento della ventunesima regione estero”, e “quelli che mi hanno
votato ma che hanno dato anche fiducia dell’Idv”.
La prima richiesta
è che vengano effettuati congressi dell’Idv anche fuori dai confini nazionali “per eleggere
democraticamente il coordinatore”. “Chiediamo poi – prosegue l’on. Razzi -
l’equiparazione dei delegati, in corrispondenza al numero di tesserati, come in
Italia. Attualmente ci sono stati dati due delegati
per nazione – spiega il deputato di origini abruzzesi - Dobbiamo far crescere
il partito anche all’estero”.
In sintesi Razzi
propone pari riconoscimenti per i tesserati all’estero per incentivare la partecipazione dei connazionali
oltre confine, e che le iscrizioni “in ogni paese siano gestite
automaticamente, come nelle regioni”. A motivare le richieste esposte
dall’onorevole eletto in Svizzera sarebbe il desiderio
di maggiore coinvolgimento: “L’emigrato chiede ora la partecipazione, oggi chi
parte non è più quello con la valigia di cartone”. Per queste ragioni
“chiediamo - continua il deputato dell’Idv - che
gli italiani all’estero, e in particolare quelli residenti in Europa,
siano considerati nelle prossime elezioni regionali e provinciali dall’Idv”. “Oggi parliamo sempre di immigrazione,
ma chi meglio di un emigrato può dare un aiuto per l’integrazione?”.
Oggetto
dell’intervento dell’on. Razzi sono anche le questioni riguardanti tutti gli
italiani nel mondo e non solo i simpatizzanti e militanti del partito dell’ex
pm di Mani Pulite: i truffati dall’Inca-Cgil
di Zurigo, la chiusura dei consolati e la rappresentanza italiana oltreconfine,
in primis.
“Di recente molti
consolati sono stati chiusi. Noi come Idv ci dobbiamo opporre,
dobbiamo assolutamente cercare di non far chiudere i consolati che
rappresentano un servizio per gli immigrati”. E nel giustificare ciò
Razzi ricorda che “le rimesse degli emigrati hanno fatto crescere l’Italia, e
questo è dovuto a noi italiani nel mondo”, riscuotendo
il consenso della platea.
Molto applaudita
anche la proposta di legge annunciata dall’onorevole operaio di una cassa di
solidarietà a carico dei parlamentari, ”di tutti gli
schieramenti”, che potrebbe essere impiegata in situazioni di crisi come per i
“truffati in Svizzera, i terremotati abruzzesi o per le vittime di Haiti”.
“La comunicazione
e l’integrazione fra centro del partito e sedi e circoli di base - conclude Razzi - sarà di grande aiuto per costruire un
partito migliore per un paese migliore”.
Francesca Toscano, Italia chiama Italia 8
Troppi provvedimenti senza coerenza. Il groviglio giudiziario
Il menù l’ha
riassunto ieri Giannelli, nella sua vignetta sul
Corriere: legittimo impedimento, immunità parlamentare, processo breve, Lodo
bis. E per chi non fosse sazio ci sono le riforme
«congelate», come la nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche e le
modifiche al codice di procedura penale.
Investita da una
sorta di bulimia da provvedimenti legislativi in tema di giustizia, a nemmeno
due anni dal suo inizio la legislatura è già satura di proposte di riforma che
si sovrappongono una all’altra e alimentano un
dibattito che puntualmente si tramuta in scontro, senza che sullo sfondo appaia
nemmeno la sagoma di un progetto unitario. Si presenta un disegno di legge
mentre se ne approva un altro, ma poi l’iter viene
interrotto a metà strada per passare a un terzo, mentre sui giornali si discute
di un quarto che ancora non è neanche partorito in bozza. Con simile groviglio
non si va lontano. E poiché la bulimia è aumentata dopo la cancellazione da
parte della Corte costituzionale del Lodo Alfano che impediva di processare le
più alte cariche dello Stato, il sospetto che anziché cercare di rimediare ai guasti
strutturali del sistema si rincorra la cronaca giudiziaria (in particolare
quella che riguarda il presidente del Consiglio) acquista una certa fondatezza.
Per esempio suona
strano che solo dopo quella bocciatura la maggioranza abbia improvvisamente deciso
di rendere più rapidi i tempi della giustizia. In poche settimane è stata
ideata e approvata dal Senato una riforma chiamata «processo breve» che ha
provocato non solo le proteste di opposizione e magistrati, ma pareva poco
digeribile anche dal Quirinale; e siccome nel frattempo la Camera ha dato il
via libera al «legittimo impedimento » che torna
ugualmente utile alla sospensione dei dibattimenti del premier, il «processo
breve » è finito su un «binario morto» per ammissione di Gianfranco Fini, terza
carica dello Stato e autorevole esponente della coalizione di governo. Dov’era
allora l’esigenza di intervenire con tanta fretta per rimediare alle lentezze
della giustizia?
La stessa cosa è
accaduta con la riforma delle intercettazioni telefoniche, che un anno fa
sembrava la prima emergenza nazionale ma di cui, dopo il «sì» della Camera arrivato prima dell’estate scorsa, non s’è più
parlato. Per contro, si dibatte con sempre maggiore insistenza di ritorno
all’immunità parlamentare e riproposizione del Lodo Alfano per via
costituzionale, sebbene sul primo punto ci sia soltanto una proposta presentata
autonomamente da parlamentari di entrambi gli schieramenti e sull’altro
manchi ancora un testo compiuto.
Tutto questo non
giova alle innovazioni di cui il sistema- giustizia avrebbe bisogno, ma di cui
non si discute. Sarebbe invece il caso di affrontare in maniera costruttiva
almeno quegli argomenti (come ad esempio il ripristino delle autorizzazioni a
procedere, se proprio lo si vuole, seppure con le
dovute correzioni rispetto al passato) sui quali l’opposizione ha mostrato
disponibilità e la magistratura s’è chiamata fuori. Per vedere se davvero è
possibile arrivare a riforme condivise come auspicato dal presidente della
Repubblica. E per mettere fine al groviglio di provvedimenti legislativi che
non affrontano i problemi di fondo, e anzi finiscono
per ostacolarne la soluzione. Giovanni Bianconi CdS 9
Il circolo vizioso
tra caste e amicizie
I dati appena
rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le
iscrizioni all’Università. Quasi settemila matricole in meno
rispetto all’anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in
un anno di crisi, ma non è così.
Non è una
flessione temporanea: questo dato si inserisce in un
trend negativo che si protrae ormai da diversi anni. Rispetto all’anno
accademico 2003-04 le immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un
dato impressionante, sia in termini assoluti che
percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti all’Università il 74,4% dei
ragazzi usciti dalla superiori, quest’anno solo il 59%
lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in
poco più di un quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e
che mina pesantemente le basi della nostra economia.
Negli anni in cui
tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi
occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una
laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività
economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a
riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire
meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di
un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché
pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore
sociale.
Il meccanismo si è
inceppato in parte per colpa di un sistema universitario incapace di
trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del sistema
produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama
delle opportunità che è sempre più chiuso e cristallizzato. Il nostro mercato
del lavoro funziona ancora in modo molto informale, localistico e personalistico. Come ci mostrano i dati dell’ultima indagine
Excelsior sulle assunzioni delle imprese, circa il
54% delle assunzioni avvengono per conoscenza diretta o per segnalazione di
conoscenti. Un altro 25% da banche dati interne alle aziende. Questo significa
che chi non ha conoscenze personali o non è già inserito in azienda ha davvero
poche probabilità di trovare lavoro. Centri d’impiego, Internet e mezzi stampa
coprono una percentuale irrisoria delle assunzioni. La storia che ai giorni
nostri si può trovare lavoro semplicemente mandando un curriculum in Italia
pare sia davvero un mito.
La cosa drammatica
è che questo sistema non solo non viene combattuto ma
in alcuni casi viene persino legittimato e difeso. Come per la vicenda di
alcune banche che pochi mesi fa hanno formalizzato un accordo con i sindacati
per prepensionare i dipendenti ed
assumerne i figli. Certo, i figli avrebbero dovuto avere certe caratteristiche,
ma resta il fatto che, a parità di laurea in economia,
essere figli di un bancario fa la differenza. Cosa dovrebbero
quindi fare di fronte a questo scenario i figli degli operai, ma anche di molti
impiegati, commesse o commercianti, che non possono contare su nessuna garanzia
basata su famiglia e censo? La cosa più semplice: abbandonare velleità
universitarie e far leva sul capitale relazionale che hanno a disposizione per
fare, a loro volta, l’operaio, il commesso, il commerciante.
È questo infatti che ci dicono gli ultimi dati di Almalaurea: tra gli iscritti all’Università aumenta la
percentuale di chi è figlio di laureati e diminuisce la percentuale di chi
invece ha genitori che si sono fermati alla scuola dell’obbligo. E questo non
farà che alimentare un circolo vizioso che irrigidirà
ulteriormente la nostra società e la nostra economia. Perché se i giovani
provenienti dai ceti più poveri perdono anche l’università come occasione di
confrontarsi con un mondo diverso dal loro, di mescolarsi con persone di varia
estrazione, saranno davvero condannati a restare inchiodati ai blocchi di
partenza, e non saranno in grado di offrire né a se stessi né ai propri figli
orizzonti e prospettive migliori.
Ed è molto triste
pensare che nell’era in cui Paesi come l’India o la Cina stanno
sperimentando l’abbattimento di vecchie caste e un nuovo senso di libertà e
opportunità, in Italia i giovani stanno scivolando verso nuove gabbie e
soffrendo frustrazioni e rinunce che nessun Paese sano e moderno dovrebbe
tollerare.
IRENE TINAGLI LS 8
Regionali, Bersani:"Sono
ottimista, siamo competitivi"
«Le cose si svolgono come avevo detto io all'inizio delle
trattative per le regionali. Quando la polvere si sarà posata, si vedrà che
siamo competitivi in molte regioni». Pier Luigi
Bersani si dice «ottimista» in merito all'esito delle elezioni regionali. «Io sono sempre stato ottimista. Abbiamo lavorato in
condizioni non agevoli di clima, ma io son sempre stato fiducioso». «Il Pd ha una funzione utile al paese e gli italiani lo
capiranno». "Il Pd si è presentato come la forza che dà struttura al
centrosinistra, attraverso nostri candidati o attraverso candidati di altri
partiti che noi abbiamo voluto per mostrare l'apertura della coalizione».
Lavoro, sociale,
scuola, economia verde e costi della politica: questi i temi al centro della
campagna elettorale del Pd. Bersani ne ha
parlato questa mattina in una riunione con i segretari regionali. «Stiamo
lavorando su questi temi -spiega Bersani ai cronisti- e a breve riuniremo tutti
i candidati per lanciare messaggi comuni nella campagna elettorale». Nella
riunione di oggi sono state concordate una serie di iniziative
nazionali in vista del voto del 28 e 29 marzo: il 19 e 20 febbraio si ripeterà
l'esperienza della "Mille piazze" che sarà un po' il momento di
apertura della campagna delle regionali, appuntamento per il quale non si
esclude, tra l'altro, un'iniziativa pubblica ad hoc. Quindi il 4 marzo a Napoli
ci sarà un'iniziativa sul Sud, il 6 a Roma sulla
scuola, un'altra manifestazione sarà a Milano dedicata a fisco e imprese,
mentre a Torino si parlerà di lavoro e crisi. «Alle regionali non
chiederemo agli italiani di cambiare governo, ma di dire che così le cose non
vanno», spiega Bersani.
Quanto alle
primarie, a chi parla di "desertificazione"
dopo il calo di affluenza domenica scorsa in Umbria, Bersani risponde: «Sento
parlare di desertificazione delle primarie, voglio solo ricordare che in umbria alle primarie organizzate in una settimana, e senza
nessuna copertura nazionale mediatica, è andato a votare il 10 per cento degli
elettori... se è un deserto questo».
Sulle primarie
calabresi, in programma domenica, l'area Marino è polemica: «È evidente, a
questo punto, che le invocate, amate e odiate primarie calabresi, altro non
sono che lo strumento, estremo e legittimo, che una classe dirigente licenziata
in tronco dal vertice nazionale, vuole usare per difendere se stessa in nome
dell'autonomia», dice Fernanda Gigliotti,
coordinatrice dell'Area Marino in Calabria, in una lettera aperta al segretario
nazionale del Pd Pierluigi Bersani e al segretario regionale del partito, Carlo
Guccione. «La saggia decisione di Callipo di dire di no
all'ipocrita e gattopardesca esibizione democratica delle primarie calabresi -
prosegue Gigliotti - oltre che prevedibile e
condivisibile, è un segno di serietà politica e di rispetto dell'intelligenza
di tutti noi che conosciamo come funzionano le primarie nel Pd di casa nostra.
Bersani sa bene che la Calabria non è la Puglia o l'Umbria e che qui le
primarie possono essere un modo per non scegliere, per non cambiare. E sa bene
che la Calabria è un problema serio anche per il partito nazionale e per le sue
alleanze».
Sulla Calabria
interviene anche Di Pietro: i margini di trattativa tra Pd e Idv per una scelta condivisa «ci sono, anzi dico che che c'è un mare enorme di
margine. Il Pd deve appoggiare il suo simbolo e quello di Idv
nell'appoggio a Callipo. Lo abbiamo fatto già in 12
regioni». Parlando delle primarie del Pd in programma domenica prossima Di
Pietro afferma che «queste non sono primarie, semmai è
una resa dei conti, una lotta trasversale interna al Pd. Con le primarie non si
vincono le elezioni. Le elezioni si vincono il 28 e 29 marzo e si vince solo se
si sta uniti. E la candidatura di Callipo è una vittoria di una coalizione che può battere anche il centrodestra. E sia
chiaro che la responsabilità ricade tutta su chi non vuole accettare la
candidatura di Idv».
«Il Pd è come una bella donna che deve scegliere un partner, ma si tiene due amanti», dice Di Pietro. Uno è l'idv, l'altro «l'inciucismo
possibilista dell'udc». Tuttavia, «Bersani
ha detto chiaramente che l'asse portante è quello tra il Pd e noi. E che il Pd
si oppone a tutti i tentativi di inciucio. E una bella conquista ottenuta grazie alla nostra iniziativa e alla
nostra forza».
Bersani non entra
nel merito della vicenda calabrese, ma difende Di Pietro dalle critiche
mossegli dal leader dell'Udc Casini, e invita tutti i partiti di opposizione a
farsi carico del problema di costruire un'alternativa
al governo Berlusconi: «Ogni forza dell'opposizione ha un compito - ha risposto
Bersani - però ciascuna di esse deve anche immaginare un'altra proposta da
presentare agli italiani rispetto al governo Berlusconi. Noi sentiamo
acutamente questo problema e anche gli altri credo
debbano sentirlo». «Le regionali - ha aggiunto Bersani - sono solo una
tappa, perchè la meta è a medio termine» .Costruire un'alternativa di
governo con tutte le forze di opposizione, ha concluso, non è una cosa che si
fa in un giorno, richiede tempo e pazienza. L’U 9
Scajola: «Per
Termini Imerese abbiamo 8-10 offerte. Il 5 marzo le
presentiamo»
Marcegaglia:
«Alcune degne di attenzione». Il ministro: «Fiat si impegni
con noi a trovare una soluzione industriale» - Il ministro dello Sviluppo
economico: «Con la Fiat il discorso è chiuso
ROMA - Per lo
stabilimento Fiat di Termini Imerese «abbiamo 8-9-10
offerte, che stiamo valutando e che presenteremo il 5 marzo al tavolo dell'auto
per valutare qual è quella che può garantire i posti di lavoro: abbiamo tempo
un anno e mezzo». Lo ha reso noto il ministro dello
Sviluppo economico, Claudio Scajola, intervistato a Mattino5 su Canale 5.
MARCEGAGLIA -
Secondo Emma Marcegaglia alcune delle proposte per Termini Imerese
«sono degne di attenzione. Bisogna scegliere quelle
concrete e vere che possano stare in piedi ed essere di mercato». Per la presidente di Confindustria «Termini
Imerese è uno stabilimento che per motivi logistici e
di efficienza non riesce a stare in piedi. L'obiettivo è reimpiegare le
persone, non perdere posti di lavoro in un momento delicato come questo», ha affermato a margine della mobility
conference 2010 all'Assolombarda.
POMIGLIANO - ««Con la Fiat il discorso su Termini è chiuso perché ha
dichiarato di voler chiudere lo stabilimento, ma il gruppo concorda che
agevolerà e non ostacolerà un'opzione diversa», ha ribadito il ministro. «Prendiamo atto della decisione del Lingotto, ma abbiamo
chiesto che la produzione in Italia aumentasse da 650 mila a 900 mila pezzi,
quindi una grande crescita di produzione e di lavoro. Abbiamo chiesto alla Fiat
che si impegni insieme a noi a trovare una soluzione
industriale». Per quanto riguarda lo stabilimento di Pomigliano
d'Arco, Scajola ammette che «oggi soffre la crisi di
produzione dell'Alfa Romeo, ma nell'accordo con la Fiat si prevede lo sviluppo
di Pomigliano, portando lì la Panda che è il modello
di punta delle vendite. Per Pomigliano c'è un
percorso di crescita».
INCENTIVI - Il ministro ha parlato degli incentivi auto: «La Fiat
ha avuto, come molti, aiuti sullo sviluppo: i 270 milioni sono per ricerca e
investimenti che hanno permesso alla Fiat di avere prodotti innovativi». Sono
incentivi che «non dovranno essere restituiti, ma c'è
l'impegno per sviluppare l'italianità. Non c'è dubbio che in passato Fiat ha dato prova di poca attenzione all'auto, ma da quando c'è
Marchionne, la Fiat ha investito sull'auto. Basta polemiche, ma la Fiat si
ricordi che l'Italia e gli italiani hanno dato a Fiat come Fiat ha dato agli italiani». Redazione online, CdS
8
Non so a che punto
sia la faccenda, ma se la Francia lasciasse passare il burqa
non sarebbe un atto di tolleranza, ma di resa e rinnegamento dei principii. Tollerare l’intolleranza fa
vacillare le istituzioni repubblicane. Portare burqa è come mostrarsi in giro
con manette ai polsi e un bavaglio sulla bocca.
Ma io lo porto volontariamente! nessuno
in famiglia me lo impone.
Sono io a volerlo.
Perfino Chiesa cattolica è d’accordo, vescovi, professori... E’ atto di libertà
individuale: lasciami girare in burqa!-
No. Io, legge
repubblicana, nego. La legge vuole che tu la faccia la porti scoperta. Ma non
basta: la legge che alla fine del XVIII sfondava le porte dei conventi di
clausura e diceva alle monachine implacabilmente costrette nelle Regole delle
fondatrici: «Uscite, e invece di ali angeliche indossate il paracadute della
Nazione» sebbene nata nel profilo sinistro della ghigliottina, sventola ancora,
e nei suoi tre oggi incruenti colori ammonitori veglia
a salvaguardia del diritto delle donne di disporre di se stesse e ordina -
necessariamente cogente - che il loro corpo sia libero di esporsi agli sguardi
nei limiti da tutti accettati del pudore e della decenza. Se è proprio volere tuo puoi ingabbiarti nel burqa tra le mura di casa, ma in
qualsiasi luogo pubblico la legge ugualitaria ti obbliga a deporlo.
O legge
repubblicana che libera e scopre, o burqa che copre e
opprime, burqa figura di antropologia antiuomo. Vero in eterno il pensiero
dell’Arthashastra indiano (III sec. a. C.), il
classico sanscrito di economia: «Senza il danda, i
forti arrostirebbero i deboli come pesciolini infilzati» - dove danda vale
esplicitamente castigo perché senza castigo la legge svanisce. Il dono immenso
che le due rivoluzioni del XVIII ci hanno portato è una legislazione che in
buona parte del pianeta, con moto di risacca ai confini, contrasta senza
ambiguità l’opposta libertà familiare, tribale, settaria, religiosa,
etnocentrica, sadistica generalmente, di comprimere,
tarpare, occultare, schiacciare, controllare, spiare interiormente il singolo
essere umano in tutto il suo arco di vita, spesso arrogandosi un potere infame
di condannarlo a morte. Mettiamo il secolo XVIII al Pantheon, scrisse Saint-Just.
Dove a un malfermo
diritto laico si contrappone la legge ugualmente valida della sha’arìa, tutti sono esposti
all’arbitrio teocratico, e c’è burqa occludente per tutti. La legge
autenticamente laica (quella che ci rimprovera il Papa) è là per sbarrare il
passo a chi alla sua apatìa ateologica
serenatrice sostituisce il tumulto teologico, la
violenza di un principio avverso che perseguiti la libertà di peccare e di
propagare eresia. Israele non esisterebbe come Stato moderno, vivibile in un
mare di nazioni in cui prevale violenza teocratica, se si fosse data una
legislazione di tipo deuteronomico-talmudico, da
ghetto preilluministico, invece di prendere il
diritto dall’Europa occidentale e dalla costituzione americana.
Ateologia giuridica non è ateismo, certamente. La legge
repubblicana (preferisco dirla a questo modo anziché
laica, che si presta ad equivoci) non è ideologica né totalitaria: il suo
albero di Giona protegge l’ateo e il neo pagano
insieme al Giusto che non pone confini a Dio, il suo occhio veglia sulla
moschea come sull’intangibilità di San Petronio, sulle riunioni di filosofi nel
nome di Giordano Bruno come su ermetisti, rosicruciani, pentecostali, e perfino satanisti: gli
concede di adorare il celebre Caprone a patto di non far male a una mosca, di
non spiaccicare un ragnetto, di non sfiorare con una
mala intenzione la fronte di un bambino...
La legge
repubblicana non è indifferente. Si prende cura. Cancella dalle strade il burqa
perché offensivo della verità umana, perché manifesta un controllo sadistico di altro sulla vita. Kemal
l’Atatùrk non era un tenerino
ma fu un redentore della Turchia, per aver imposto militarmente una legge
repubblicana neogiacobina, liberatrice dalla legge islamica e dalle tonache dei preti, e sollevando le
donne dalla tristezza luttuosa di ogni variante di velo. Adesso in Turchia c’è
un regime che scende a compromessi con gli islamisti: e questo rischia di
perderla, e di impedirne l’entrata in Europa.
(Ma poi, in fondo, non è «la stessa illusione mondo e mente»
come canta un bel verso di Ungaretti?). LS 9
Arrestato parroco vicino a immigrati, le associazioni: prete ammirevole
È considerato un
"prete di frontiera" quello posto agli arresti domiciliari dalla
polizia di Siracusa, su disposizione del Gip di Catania, nell'ambito di
un'inchiesta su una presunta organizzazione che avrebbe gestito il rilascio di
falsi permessi di soggiorno a clandestini
Padre Carlo D'Antoni, parroco della chiesa di Bosco Minniti,
è, infatti, da molti anni impegnato nell'aiuto agli immigrati che arrivano in
Sicilia: centinaia di extracomunitari che provenivano dal mare, dall'Africa,
hanno trovato rifugio nella parrocchia di Bosco Minniti.
Gli ultimi accolti arrivavano da Rosarno, dopo gli
atti di violenza scoppiati in Calabria. La Chiesa di Bosco Minniti
negli anni è stata trasformata dando più valore all«accoglienza»: l'altare è stato posto al centro, con tutti i
banchi attorno. Sulle pareti sono comparsi anche simboli delle popolazioni
dell'Africa.
Lo spazio una
volta riservato all'altare è utilizzato la sera:
vengono posizionati i tavoli e per un'ora diventa una mensa capace di
accogliere un centinaio di persone. Poi via i tavoli, vengono
distese le coperte ed i sacchi a pelo, e la chiesa diventa un dormitorio. Chi
non dorme a terra, unisce i banchi per creare un giaciglio. Una scena che si è
ripetuta di recente quando decine di immigrati sono
arrivati non dal mare ma da Rosarno.
Padre Carlo aveva
già lanciato l'allarme perchè, come ogni anno, nel
periodo di marzo sono attesi centinaia di immigrati
per la raccolta nei campi. I migranti invadono le campagne di Cassibile e di Pachino: momenti di tensione si erano
sfiorati alcuni anni fa proprio con i residenti della frazione a quindici
chilometri da Siracusa. Gli immigrati si erano accampati nelle campagne con
inevitabili problemi di natura igienico sanitaria.
Padre Carlo, insieme ai suoi collaboratori, erano
voluto andare a Cassibile, e stare con loro. Aveva
dormito e mangiato con i migranti per fare sentire loro che non erano soli.
Padre Carlo, che ha lanciato l'allarme anche alle Istituzioni locali, ha sempre
dichiarato che il suo obiettivo era una maggiore integrazione dei migranti nel
territorio.
«Crediamo nella
giustizia - ha spiegato un volontario - e siamo certi che le verità verrà alla luce, ma pensiamo che non siano vere le accuse
che vengono mosse. Noi lavoriamo con la parrocchia per aiutare le persone, non
per sfruttarle».
Solidarietà al
sacerdote siracusano, è stata espressa da 12
associazioni. «Pur nel rispetto dell'operato della
magistratura» hanno manifestato «forte sconcerto e incredulità per la gravità
delle accuse formulate» esprimendo «sincera e massima
solidarietà a padre Carlo fiduciosi che l'esito dell'inchiesta in
corso possa chiarire la sua posizione ed il suo operato». Lo
sostengono: Agire Solidale, Amnesty International, Arci, Centro
Sociale Culturale Pio La Torre, Comitato 100 donne, Emergency,
Arcisolidarietà,
Libera Siracusa, Arciragazzi, Jamii onlus, Stonewall Glbt, Legambiente. «Da anni Padre Carlo D'Antoni e la sua comunità svolgono un ruolo fondamentale
nell'accoglienza degli immigrati e degli emarginati con ammirevole impegno e
disinteressata dedizione - conclude la nota -,
rappresentando per tutto il mondo dell'associazionismo e del volontariato un
sicuro e determinante punto di riferimento». L’U 9
Immigrati, video choc sul Cie
di Bari
La vita nel centro
di identificazione ed espulsione - Muffa sui muri e rifiuti. «Ci trattano
peggio dei cani»
BARI — Tre minuti
e 52 secondi di racconto della vita all’interno del Cie, il centro d’identificazione ed espulsione barese.
Testimonianze strazianti di immigrati clandestini
detenuti nella struttura in attesa del rimpatrio. «Sono stato
tre volte in carcere - dice un tunisino - lì buona la doccia, mangiare buono.
Non come qua. Meglio il carcere, portatemi in carcere»,
si lamenta. Le denunce sono state registrate con un videotelefonino da Beseghaier Fahi, un clandestino
rimpatriato. Il filmato, ieri mattina, è stato pubblicato sul proprio sito
internet da RdioRadicale e, in pochi minuti, ha fatto
il giro del mondo. Un video shock che immortala le condizioni al limite della decenza nelle quali sono costretti a vivere
gli immigrati. Le immagini si aprono con i primi piani di ferite e lividi sui corpi
di alcuni extracomunitari e si chiudono con una carrellata sullo stato dei
bagni e dei dormitori del Cie. I fotogrammi valgono
più di mille parole: muffa sui muri, materassi e coperte imbrattate, sporcizia
ovunque. «Meglio il carcere, qui siamo trattati peggio
dei cani», denuncia un altro immigrato.
«Tutti devono
sapere come viviamo, anche il presidente Berlusconi», rincara la dose un altro extracomunitario. «A mangiare ci danno la m….», urla in videocamera un tunisino. «Beseghaier
Fahi ci ha fornito una imponente
documentazione cartacea, fotografica e video - spiega Simone Sapienza, uno dei
responsabili del sito web di RadioRadicale - dopo
alcuni controlli e verifiche, abbiamo deciso di montarne una parte e
pubblicarla. Come si può notare, quelle persone vivono in una situazione che,
nonostante le reiterate interrogazioni parlamentari, non
migliora affatto». Due settimane fa, sulle condizioni di vita degli
immigrati all’interno del Cie
si sono accesi i riflettori della Procura. La pm Ada Congedo
sta indagando e ha dato mandato ai carabinieri del Nas di eseguire una
ispezione. Gli ultimi arrivi da Rosario, infatti, potrebbero aver provocato
problemi di sovraffollamento, creando disagi e carenze
igienico-sanitarie. Ecco il motivo del controllo.
Vincenzo Damiani, CdS 8
L’on. Narducci
a Basilea per la “Giornata delle porte aperte della Scuola
Elementare Italo – Svizzera”.
Basilea - L’on.
Franco Narducci ha partecipato domenica 7 febbraio
alla “Giornata delle porte aperte della Scuola Elementare
Italo – Svizzera” di Basilea. Narducci durante
la manifestazione ha incontrato la presidente della SEIS, Bruna Miggiano, ed il direttore della
FOPRAS, Roger Nesti, con i quali ha scambiato punti di vista sulla situazione
della scuola italiana all’estero ed in Svizzera in particolare.
La scuola italiana
all’estero è un servizio molto importante in un periodo in cui si registra un
ritorno del fenomeno migratorio dall’Italia verso l’estero soprattutto da parte
di giovani laureati e diplomati in possesso di un elevato know-how. La mobilità
transnazionale è cresciuta moltissimo in questi ultimi anni ed anche i bambini
che frequentano la SEIS (pere altro notevolmente aumentati nell’anno scolastico
in corso) lo comprovano: tra i frequentanti vi sono bambini provenienti anche
da Paesi molto lontani come l’Australia, il Canada, gli Stati Uniti o dal Sud America, figli di italiani o di coppie miste, che nella
scuola Italo-Svizzera di Basilea trovano una risposta
efficace alla necessità del Ciclo dell’obbligo. Una ulteriore
testimonianza del valore delle scuole italiane all’estero nel quadro della
globalizzazione di cui l’Italia, al pari di altre nazioni, è un attore
importante.
Inoltre il valore
dell’impostazione pedagogica italiana è riconosciuta
anche da quanti, pur non essendo italiani, preferiscono iscrivere i loro figli
alla scuola italiana consci che ciò rappresenta un investimento importante per
il futuro. Purtroppo le politiche attuate dal Governo sembrano ignorare questo
valore aggiunto, che ha subito un duro colpo con i tagli alla promozione della lingua e cultura italiana nel mondo. Chissà
se riusciremo a far capire che l’umanesimo latino di cui siamo forieri è culla
di civiltà di cui essere orgogliosi e su cui vale la pena investire ancora e di
più? De.it.press
Si riunisce a Riccione la Consulta degli emiliani-romagnoli
nel mondo (11-12 febbraio
Bologna - Si
riunisce a Riccione nei giorni 11 e 12 febbraio, presso l´Hotel Mediterraneo,
la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, per
il primo dei due appuntamenti annuali previsti dalla legge regionale. I lavori
saranno introdotti, come di consueto, dalla relazione della presidente della
Consulta, Silvia Bartolini, che informerà il parlamentino degli emigrati e dei
loro rappresentanti sulla Conferenza dei giovani emiliano-romagnoli
nel mondo, programmata a Santiago del Cile dal 28 febbraio al 3 marzo 2010.
Sarà questo un momento importante per le attività istituzionali della Consulta,
dedicato alle iniziative per gli anni a venire, orientate prevalentemente a stimolare
la partecipazione delle nuove generazioni dell’emigrazione alla vita
associativa, con progetti da loro richiesti o condivisi.
Sempre nella mattinata dell’11, la discussione verterà sulle nuove associazioni iscritte
all’albo regionale, con conseguente aggiornamento dell’elenco e definizione
dell’impegno dei consultori. Nel pomeriggio, sarà Casa Artusi di Forlimpopoli ad ospitare i
consultori. Qui avrà luogo il seminario "Le politiche europee della
Regione Emilia-Romagna", con la partecipazione di Marco Capodaglio, responsabile del Servizio Politiche Europee e
Relazioni Internazionali della Regione, Michele Migliori, responsabile per i
Rapporti Intersettoriali, Lorenza Badiello,
responsabile del Servizio Collegamento con gli organi dell´Unione Europea,
Marco Monesi, presidente regionale AICCRE (la sezione italiana del Consiglio dei Comuni e delle
Regioni d’Europa). La giornata si concluderà con la
visita dei consultori a Casa Artusi, il noto centro di cultura gastronomica
sorto intorno alla figura di Pellegrino Artusi.
Il giorno seguente, 12 febbraio, sarà
dedicato alla discussione dei temi proposti dalla presidente Bartolini, in
particolare la bozza di bando per i contributi per l´anno 2010 alle
associazioni, che – come prevede la legge – non ricevono direttamente aiuti
dalla Regione (la loro attività si basa sul volontariato) ma possono vedersi
accettati e finanziati i loro progetti. La conclusione dei lavori è prevista
per le ore 18.
Le comunità locali porteranno i loro saluti
ai consultori tramite il sindaco di Riccione, Massimo Pironi, e il sindaco di Forlimpopoli, Paolo Zoffoli. Il
giorno 10 si svolgerà il comitato esecutivo della
Consulta, alle ore 17 presso l’Hotel Mediterraneo. (Inform)
Svizzera. Serata informativa del PD sulla “fuga dei
cervelli” sabato 20 febbraio a Berna
Berna -
L’emigrazione dall’Italia verso paesi stranieri di persone di talento ed alta specializzazione professionale è un fenomeno in
costante crescita. Viceversa, l’immigrazione dall’estero per un impiego nelle
università e nei centri di ricerca italiani è estremamente
rara. Per discutere di questo tema di grande attualità, il circolo di Berna del
Partito Democratico organizza una serata informativa sulla “fuga dei cervelli”,
che si terrà sabato 20 febbraio 2010 alle ore 17.00 alla Casa d’Italia di
Berna, Bühlstrasse 57. Interverranno
la dott.ssa Daniela Pistillo, ricercatrice all’Istituto Clinico Humanitas di Milano, docenti e ricercatori impiegati presso
l’Università di Berna ed inoltre esponenti politici del Partito Democratico in
Svizzera. Data l’attualità del tema, vi invitiamo a
partecipare e a far partecipare numerosi.
Bruno Palamara, Segretario del PD di Berna (de.it.press)
Italiansinfuga.com: dall’Australia sul web consigli per emigrare
Un blog per
"condividere la mia esperienza e aiutare chi vuole imparare l’inglese,
studiare, lavorare e magari emigrare all’estero". È quello ideato da Aldo Mencaraglia, quarantenne originario della provincia di
Cuneo, che, dopo un'esperienza in Inghilterra, dove si è laureato
all’Università di Brighton, nel 1993 ha deciso di emigrare definitivamente e,
dopo una parentesi in Cina e a Taiwan, si è trasferito in Australia, dove resiede a Melbourne dal 2002.
"Che siate
principianti e non sappiate da dove cominciare o che siate già avviati ma
abbiate bisogno di consigli, Italiansinfuga.com è per voi", assicura Aldo,
che ha deciso di condividere la sua esperienza con tutti quelli che sognano di
cambiare vita come lui e dunque sul suo blog offre "informazioni per chi
vuole emigrare da chi è già emigrato".
Dalla pagina con
una selezione di annunci di lavoro all’estero all'elenco di
altri blog e forum messi su da connazionali che vivono all’estero,
dall'Australia al Belgio al Giappone. E poi articoli come la "Guida per
emigrare in Australia" o "Quindici minuti per emigrare in
Svezia" o, ancora, "La Dublino vera, raccontata da chi ci vive e
lavora da quattro anni" e "Come ottenere un dottorato all'università
di Leeds, Inghilterra".
Insomma, un vero e
proprio sito Internet per chi vuole lasciare l'Italia. E chissà che magari un
giorno non rientri! (aise)
Bundesverfassungsgericht. „Hartz-IV-Leistungen sind verfassungswidrig“
Die Hartz-IV-Regelsätze sind
verfassungswidrig. Das hat das Bundesverfassungsgericht in Karlsruhe am
Dienstag entschieden. Die Berechnung sei nicht transparent genug. Die Richter
gaben dem Gesetzgeber auf, die Vorschriften bis zum Jahresende neu zu fassen.
Ob Bezieher des Arbeitslosengeldes II deshalb mehr Geld bekommen müssen, ließ
das Gericht offen.Bis dahin können die knapp sieben
Millionen Hilfebedürftigen ergänzende Leistungen beanspruchen, soweit dies zur
Gewährleistung eines menschenwürdigen Existenzminimums erforderlich ist.
Die Höhe der Leistungen sei aus dem
Grundgesetz nicht direkt abzuleiten, sagte Verfassungsgerichtspräsident
Hans-Jürgen Papier in der mündlichen Urteilsbegründung. Sie seien gegenwärtig
auch weder für Kinder noch für Erwachsene „offensichtlich unzureichend“. Die
gegenwärtigen Sätze seien aber „nicht in verfassungsmäßiger Weise ermittelt
worden“. Der Gesetzgeber müsse sie daher „in einem transparenten und
sachgerechten Verfahren“ neu berechnen.
Leistungen auf Grundlage „verlässlicher
Zahlen“
Die Achtung der Würde jedes Einzelnen
habe verfassungsrechtlich eine hohe eigenständige Bedeutung, sagte Papier.
Daraus ergebe sich ein „absolut wirkender Anspruch“ auf die Gewährleistung
eines menschenwürdigen Existenzminimums. Dies umfasse neben der „physischen
Existenz“ auch ein Mindestmaß an Teilhabe am gesellschaftlichen, kulturellen
und politischen Leben“.
Ein konkretes Verfahren zur
Neuberechnung der Regelsätze schlug das oberste Gericht nicht vor. Die
Leistungen müssten auf Grundlage „verlässlicher Zahlen“ und „tragfähiger
Berechnungen“ erbracht werden. Schätzungen „ins Blaue hinein“ seien
verfassungswidrig, sagte Papier.
Das Bundesverfassungsgericht hat über
die Klagen von drei Familien aus Bayern, Hessen und Nordrhein-Westfalen
entschieden. Diese haben das Bundessozialgericht in Kassel und das hessische
Sozialgericht in Karlsruhe vorgelegt. Sie hielten die aktuellen Regelsätze für
Kinder für verfassungswidrig, weil sie lediglich durch einen pauschalen
Abschlag auf die Hartz-IV-Beträge für Erwachsene festgelegt wurden.
Unter anderem argumentieren sie, dass
die Leistungen das Existenzminimum nicht abdeckten. Derzeit stehen Mädchen und
Jungen unter sechs Jahren 215 Euro zu, im Alter bis zu 13 Jahren gibt es 251
Euro. Jugendliche erhalten bis zur Volljährigkeit 287 Euro. Insgesamt leben 6,7
Millionen Menschen in Deutschland von Hartz IV.
Für ein menschenwürdiges Leben
Laut Gesetz soll die Regelleistung es
den Bedürftigen ermöglichen, ein menschenwürdiges Leben zu führen. Der nötige
Bedarf wurde früher mit einem Warenkorb ermittelt, der eine unterstellte Menge
an täglich benötigten Gütern und Dienstleistungen enthielt. Als sich die
Fachpolitiker nicht mehr über die Zusammenstellung einigen konnten, stieg man
auf das Statistikmodell um. Grundlage ist seitdem der tatsächliche Verbrauch in
der Bevölkerung, genauer gesagt, des einkommensschwächsten Fünftels - ohne
Sozialhilfeempfänger. Die Daten liefert das Statistische Bundesamt mit der
Einkommens- und Verbrauchsstichprobe (EVS), eine Umfrage unter 60.000
Haushalten, die alle fünf Jahre stattfindet. Der Konsum dieser Gruppe wird in
verschiedene Kategorien wie Nahrungsmittel, Freizeit, Bekleidung oder Verkehr
unterteilt. Die Verbrauchswerte werden dann für den Regelsatz zu einem
bestimmten Prozentsatz übernommen (Rasche Anhebung der Hartz-Sätze nicht in
Sicht).
Sozialverbände und Betroffene hatten
große Hoffnungen auf die Karlsruher Richter gesetzt. Der Präsident des
Deutschen Kinderschutzbundes, Heinz Hilgers, sagte vor der Urteilsverkündung,
Deutschland sei das einzige Land der Welt, das Kinder aus reichen Familien
stärker fördere als Kinder aus armen Familien. Er sprach sich für eine
allgemeine Grundsicherung für alle Kinder aus. Der Geschäftsführer des
Deutschen Paritätischen Wohlfahrtsverbandes, Ulrich Schneider, forderte, ein
bedarfsorientierter Satz für Kinder müsse um 25 bis 30 Prozent höher ausfallen
als bisher.
Aus der Wirtschaft kam dagegen die
Forderung, die Hartz-IV-Regelsätze abzusenken. „In vielen Branchen stellen sich
Bezieher von Transferleistungen deutlich besser als regulär Beschäftigte.
Arbeit lohnt sich nicht mehr“, sagte der Präsident des Bundesverbandes der
Mittelständischen Wirtschaft (BVMW), Mario Ohoven.
„Deshalb sollten die Regelsätze tendenziell gesenkt, gleichzeitig aber die Zuverdienstgrenzen angehoben werden.“ Faz.net 9
Kommentar zum Hartz-IV-Urteil. Ein großer Tag für den Sozialstaat
Die Art, wie Rot-Grün unter kräftiger
Mithilfe von Union und FDP den angeblichen "Bedarf" angeblicher
Menschen berechnet haben, verstößt eklatant gegen das Grundgesetz. Und zwar
nicht gegen irgendeinen hinteren Artikel, sondern gegen den wichtigsten Satz
unserer Verfassung überhaupt: "Die Würde des Menschen ist
unantastbar."
Das ist die größtmögliche Ohrfeige für
Hartz IV. Und jeder, der die Willkür der Politik beim Abspeisen der
Arbeitslosen mit zurechtgetricksten
"Regelsätzen" für einen Skandal gehalten hat, darf sich bei unseren
höchsten Richtern bedanken.
Natürlich war das Karlsruher Gericht
klug genug, keine Zahlen zu nennen, was die notwendige Höhe der Regelsätze
betrifft. Aber das Spiel "Grundsicherung nach Kassenlage" ist aus.
Nie wieder wird die Politik es sich erlauben können, erst Sätze festzulegen und
dann einen "Bedarf" zu erfinden, dem sie angeblich entsprechen.
Für jeden "transparent", so
die sensationelle Hausaufgabe aus Karlsruhe, wird die Politik darlegen müssen,
welche Beträge ausreichen, um Menschen am "gesellschaftlichen, politischen
und kulturellen Leben" teilhaben zu lassen. Es ist die Rettung des
Sozialstaatsgedankens gegen eine Politik, die erst den Staat durch
Steuergeschenke für Reiche verarmen ließ und dann traurig verkündete, sie habe
kein Geld für die Armen.
Vielleicht hat das Gericht sogar nicht
nur den Sozialstaat an sich gerettet, sondern auch den ursprünglich richtigen
Grundgedanken von Hartz IV - und zwar vor denjenigen, die ihn pervertierten.
Dieser Grundgedanke lief darauf hinaus,
die vom Arbeitsmarkt "Abgehängten" wieder fit zu machen für das
Erwerbsleben. Sie nicht in der "Sozialhilfe" versauern zu lassen,
sondern - "Fordern und Fördern" - als Bürger zu betrachten, die sich
ihren Lebensunterhalt wieder selbst verdienen können und wollen.
Dazu gehörte - in der Theorie - auch
eine materielle Ausstattung, mit der man sich nicht vor der Gesellschaft
verstecken muss. Jetzt, endlich, muss die Politik dieses Versprechen einlösen.
Es bleibt ein Skandal, dass es dazu dieses Urteils bedurfte.
Stephan Hebel FR 9
Im Schnitt sind rund 40 Prozent der Hartz IV-Empfänger Migranten
Staatsministerin Maria Böhmer:
"Neuberechnung der Hartz IV-Regelsätze muss
Maßnahmen zur Sprachförderung und für
eine bessere Bildung von Kindern
einbeziehen"
Das heutige Urteil des
Bundesverfassungsgerichtes hat in einem hohen Maße
Auswirkungen auf Migrantenfamilien.
So sind Menschen aus Zuwandererfamilien etwa mit
einem doppelt so hohen Anteil von Hilfebedürftigkeit betroffen wie Deutsche
ohne Migrationshintergrund. Im Schnitt sind rund 40 Prozent der Hartz
IV-Empfänger Migranten.
"Unser Ziel ist die
gleichberechtigte Teilhabe aller Menschen in unserem Land.
Voraussetzung dafür ist, dass auch
Empfänger von Sozialleistungen in die Lage
versetzt werden, insbesondere
Bildungsangebote wahrnehmen zu können. Gerade für
Kinder aus Zuwandererfamilien
ist dies von entscheidender Bedeutung, damit sie
die Spirale von Hartz IV durchbrechen
können und ihnen die Chancen für eine
berufliche Perspektive eröffnet
werden", erklärte Böhmer.
Viele der jungen Migranten sprechen oft
nur schlecht Deutsch, ihre
Bildungssituation ist alarmierend: Laut
Mikrozensus 2008 haben 14,2 Prozent der
Migranten keinen Schulabschluss - im
Vergleich zu 1,8 Prozent der deutschen
Bevölkerung. "In die Neuberechnung
der Hartz IV-Regelsätze müssen Maßnahmen zur Sprachförderung und für eine
bessere Bildung von Kindern einbezogen werden",
forderte Böhmer.
"Bildung hat einen hohen
Stellenwert in unserem Land. Deshalb appelliere ich an
die Migranteneltern,
entsprechende Angebote von Bildungsträgern und anderen
Einrichtungen anzunehmen. Jeder Cent,
der für die Bildung der Kinder ausgegeben
wird, ist Gold wert. Er erhöht ihre
Chancen für den sozialen Aufstieg", betonte
die Integrationsbeauftragte der
Bundesregierung. Pib, de.it.press
Diskriminierung. Der Fluch des türkischen Namens
Bewerber mit Migrationshintergrund
haben schlechtere Chancen am Arbeitsmarkt – trotz gleicher Qualifikation. Im
internationalen Vergleich schneiden deutsche Arbeitgeber trotzdem
verhältnismäßig gut ab. Von Jahel Mielke
Berlin - Sie sind hoch qualifiziert,
sprechen hervorragend deutsch – und trotzdem haben sie schlechtere Chancen am
Arbeitsmarkt: Bewerber mit türkischem Migrationshintergrund werden bei der
Einstellung in Deutschland „ethnisch diskriminiert“. Das geht aus einer Studie
hervor, die das Institut zur Zukunft der Arbeit (IZA) jetzt veröffentlicht hat.
Für die Studie hatten Forscher der
Universität Konstanz mehr als 1000 fiktive Bewerbungen von Wirtschaftsstudenten
um Praktikumsstellen in kleine, mittlere und große Firmen verschickt. Alle
Bewerber waren deutsche Staatsbürger, Muttersprachler und zudem vergleichbar
qualifiziert. Trotzdem erhielten Kandidaten mit Namen türkischer Herkunft rund
14 Prozent weniger positive Rückmeldungen aus den Unternehmen als Konkurrenten
mit deutschen Namen.
In kleineren Betrieben war die
Ungleichbehandlung noch stärker: Bewerber mit türkisch klingenden Namen hatten
hier eine um 24 Prozent geringere Chance, zu einem Vorstellungsgespräch
eingeladen zu werden. Die Forscher führen diesen Unterschied auf stärker standardisierte
Auswahlverfahren in großen Unternehmen zurück. „Bei kleinen Firmen gibt es mehr
Spielraum für subjektive Bewertungen“, sagt Leo Kaas,
Professor für Wirtschaftswissenschaften an der Universität Konstanz und Autor
der Studie.
Dennoch scheinen sich manche
Arbeitgeber trotz Vorurteilen umstimmen zu lassen. Wenn den Bewerbungen
Empfehlungsschreiben beigelegt wurden, die auf persönliche Eigenschaften der
Kandidaten eingingen, spielte die Herkunft kaum eine Rolle. Die
türkischstämmigen Kandidaten hatten in diesem Fall fast gleiche Chancen wie
ihre Mitbewerber mit deutschem Namen. „Wir vermuten, dass viele Arbeitgeber die
Persönlichkeitseigenschaften von Bewerbern mit Migrationshintergrund schlechter
einschätzen können“, sagt Kaas. Die zusätzlichen Informationen
verringerten diese Unsicherheit.
Im internationalen Vergleich schneiden
deutsche Arbeitgeber trotzdem verhältnismäßig gut ab: Für Länder wie die USA,
Großbritannien oder Schweden ergaben ähnliche Studien eine deutlich größere
Benachteiligung ethnischer Minderheiten. Allerdings untersuchten die Konstanzer
Forscher ausschließlich Stellen für hoch qualifizierte Bewerber. „Es ist also
denkbar, dass in Branchen, die weniger vom Fachkräftemangel betroffen sind,
auch in Deutschland noch stärker diskriminiert wird“, meinen die Experten vom
IZA.
Wer sich diskriminiert fühlt, sollte
sich an eine Beratungsstelle wenden. „Diskriminierung ist keine Lappalie, sie
sollte dokumentiert und gemeldet werden“, sagt Eren Ünsal,
Leiterin der Berliner Landesstelle für Gleichbehandlung. Seit Inkrafttreten des
Allgemeinen Gleichbehandlungsgesetzes (AGG) im August 2006 verzeichnet die
Landesstelle mehr Beschwerden. „Nicht die Diskriminierung ist stärker geworden,
sondern die Menschen sind besser informiert“, sagt Ünsal.
Das AGG soll vor Benachteiligungen im Arbeitsleben schützen und greift auch
außerhalb des Arbeitsverhältnisses, etwa bei Einstellungsverfahren. Jahel Mielke
In Berlin gibt es rund 20
Antidiskriminierungsberatungsstellen. Informationen unter www.berlin.de/lads tsp 9
Kriminalität in Deutschland. ''Pizzerien sind ideale Stützpunkte für die Mafia''
Trotz des Sechsfachmords von Duisburg
verharmlost die Politik die Rolle der Mafia in Deutschland. Die Autorin Petra Reski erklärt, wie die Clans Geld waschen, die öffentliche
Meinung manipulieren und warum Italiener hierzulande sogar Fahrradhelme tragen.
Interview: Matthias Kolb
Seit fast zwanzig Jahren lebt die deutsche Journalistin Petra Reski in Venedig. Ihr Sachbuch "Mafia" stand wochenlang auf den Bestsellerlisten. Mehrere Gastronomen setzten durch, dass Passagen