WEBGIORNALE  10-11  Febbraio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       10 febbraio, Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata  1

2.       Giorno del Ricordo. L’esodo cancellato dalla memoria, nel racconto di un emigrato in Argentina  1

3.       Sondaggi. L’Esodo giuliano-dalmata conosciuto solo dal 16% della popolazione italiana  2

4.       Ue, al via la nuova commissione Barroso: audacia e fantasia contro tensioni sociali 2

5.       Alla Farnesina si torna all'antico  3

6.       “Dopo i tagli dei corsi di lingua arrivano quelli del personale scolastico all’estero”  3

7.       I super-doveri degli immigrati 3

8.       Olivero (Acli): Per gli immigrati permesso di soggiorno “a ostacoli”  4

9.       Monaco di Baviera. Il ministro degli Esteri Frattini alla conferenza internazionale sulla sicurezza  4

10.   Il Consolato di Hannover ...attivo anche nei porti: il tricolore alla nave Aid Ablu  4

11.   Monaco di Baviera. Oggi lo spettacolo di Grillo. Gli appuntamenti dei prossimi giorni 4

12.   Air Berlin per “San Valentino”. Oggi prezzi stracciati per gli innamorati (e no!) 5

13.   A Monaco di Baviera questa sera incontro con la poetessa Patrizia Cavalli 5

14.   Antonio Di Pietro (IdV): "Necessario rivedere la legge sul voto all'estero"  5

15.   Ici e italiani all’estero. Quanto è il gettito fiscale degli immobili degli iscritti all’Aire?  6

16.   Le elezioni in Ucraina. Il vento dell’est gela l’Europa  6

17.   Afghanistan, meglio che Obama si ritiri 6

18.   Iran, la sfida di Khamenei. "Daremo un pugno all'occidente"  7

19.   Grecia un malanno balcanico  7

20.   Le conclusioni del G7 alla prova delle Borse. Flaherty: sono soddisfatto  8

21.   Costa Rica, prima donna presidente. La Chinchilla: "Eguaglianza e dialogo"  8

22.   Costa Rica. Figlio di emigrati mantovani il vice della nuova presidente Chinchilla  9

23.   Ucraina, vince il filorusso Yanukovich. Ma la Tymoshenko contesta i risultati 9

24.   L’appello del Papa e l’economia di mercato. Il senso di colpa del capitalismo  9

25.   Teheran, tentato assalto all'ambasciata italiana. In azione miliziani basiji: "Morte a Berlusconi"  10

26.   Commento. Il ministro degli Esteri e la diplomazia pop  10

27.   Le sfide dei partiti. La politica rinunci al dividendo della paura  11

28.   Palermo, Ciancimino: «Forza Italia frutto trattative Stato-mafia». Alfano: piano per delegittimarci 11

29.   L'obbligo di chiarire quella leggenda nera  12

30.   Ciancimino e la trattativa: negare le origini di Forza Italia equivale a non conoscere la storia di questo Paese  12

31.   Alleanze, resta al centro la vera sfida del Pd  13

32.   Razzi al Congresso Idv: "Gli italiani nel mondo chiedono maggiore partecipazione"  13

33.   Troppi provvedimenti senza coerenza. Il groviglio giudiziario  13

34.   Il circolo vizioso tra caste e amicizie  14

35.   Regionali, Bersani:"Sono ottimista, siamo competitivi"  14

36.   Scajola: «Per Termini Imerese abbiamo 8-10 offerte. Il 5 marzo le presentiamo»  15

37.   Sotto il burqa niente  15

38.   Arrestato parroco vicino a immigrati, le associazioni: prete ammirevole  15

39.   Immigrati, video choc sul Cie di Bari 16

40.   L’on. Narducci a Basilea per la “Giornata delle porte aperte della Scuola Elementare Italo – Svizzera”. 16

41.   Si riunisce a Riccione la Consulta degli emiliani-romagnoli nel mondo (11-12 febbraio  16

42.   Svizzera. Serata informativa del PD sulla “fuga dei cervelli” sabato 20 febbraio a Berna  17

43.   Italiansinfuga.com: dall’Australia sul web consigli per emigrare  17

 

 

1.       Bundesverfassungsgericht. „Hartz-IV-Leistungen sind verfassungswidrig“  17

2.       Kommentar zum Hartz-IV-Urteil. Ein großer Tag für den Sozialstaat 17

3.       Im Schnitt sind rund 40 Prozent der Hartz IV-Empfänger Migranten  18

4.       Diskriminierung. Der Fluch des türkischen Namens  18

5.       Kriminalität in Deutschland. ''Pizzerien sind ideale Stützpunkte für die Mafia'' 19

6.       Regierungsbilanz. Frankreichs Nationaldebatte stigmatisiert Ausländer 20

7.       EU-Parlament stimmt neuer EU-Kommission zu  21

8.       EU-Kommisson. Europäische Machtspielchen  21

9.       Günther Verheugen: ''Europa fehlt der Wille, Weltpolitik mitzugestalten'' 21

10.   G-7-GIPFEL. In Sorge um Europa  22

11.   EU-Parlament. Abgeordnete mit Muskeln  22

12.   Ukraine. Janukowitsch gewinnt Präsidentenwahl 23

13.   Steueraffäre: Interview mit Jean Ziegler. Schweizer Schizophrenie  23

14.   Demographievergleich. „Frankreich altert, Deutschland vergreist“  24

15.   Münchner Sicherheitskonferenz. Zorn und Ernüchterung  25

16.   Krach bei Schwarz-Gelb. Rosenkrieg nach Liebesheirat 25

17.   Krisensitzung der Parteispitze. FDP steuert ins Abseits  25

18.   FDP. Korrekturbedarf bei den Liberalen  26

19.   Der Soziologe Wolfgang Engler: "Ziele sind noch keine Werte"  26

20.   Arbeitsmarkt. Arbeit lohnt sich oft nicht 27

21.   Jobcenter: Leyen sucht den Kompromiss mit der SPD  28

22.   Soziale Netzwerke. Facebook weiß alles über uns  28

23.   Zentralrat der Juden Knobloch tritt ab  29

24.   Zentralrat der Juden. Ein Lehrstück über soziale Dynamik  29

25.   Juden in Deutschland. Wer folgt auf Knobloch?  30

26.   Zentralrat der Juden. Repräsentant eines neuen Judentums  30

27.   Wie geht die Türkei mit Ehrenmorden um?  31

28.   Streit um Minarette. Bajonett an der Saar 32

29.   Neonazi-Aufmarsch. Dresden hält 80 Zellen frei 33

30.   Bewerber mit türkischen Namen. Diskriminierung am Arbeitsmarkt 33

31.   Verdis "I Masnadieri" in Karlsruhe. Im Wald ein Puppenhaus mit Räubern  33

32.   Berlinale. Wie lange wird der Film das Kino noch brauchen?  33

 

 

 

 

 

10 febbraio, Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata

 

Roma - Numerosissime, come ogni anno, le celebrazioni e le manifestazioni in tutta Italia in occasione del Giorno del ricordo, istituito per legge dal 2004 dallo Stato per commemorare le vittime delle foibe dell’esodo giuliano-dalmata. Tra queste, ovviamente, spiccano le celebrazioni istituzionali, tra le quali quella al Quirinale alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quella presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio, aperta da un intervento del presidente della Camera, Gianfranco Fini e dall’illustrazione da parte di Piero Delbello, direttore dell’Istituto regionale per la cultura istriano, fiumano e dalmata di Trieste, della mostra “Gli italiani dell’esodo: testimonianze di immagini e oggetti”. La legge numero 92 de 2004, che concede anche un riconoscimento ai congiunti degli infoibati e segnò un mutamento di atteggiamento da parte della comunità nazionale nei confronti degli esuli giuliani, dichiara che “la Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero”. Ogni anno, il 10 febbraio, il Presidente della Repubblica consegna annualmente l’insegna metallica e il diploma firmato con la scritta “La Repubblica italiana ricorda”.

 

“Ricordare le vittime delle foibe istriane e l’odissea dell’esodo giuliano-dalmata che costrinse alla fuga centinaia di migliaia di italiani mai più rientrati nelle loro case deve essere un impegno costante, espressione di un riconoscimento troppo a lungo mancato”. Lo sostiene l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione estero, in occasione del Giorno del Ricordo.

 

“Quanto sia importante conservare e rinnovare la memoria di questa triste pagina di storia”, afferma la Garavini, “ce lo rammenta in questi giorni un nuovo sondaggio che rivela una preoccupante perdita di memoria rispetto a questa vicenda”. Il sondaggio commissionato alla Ferrari Nasi Ricerche dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia dimostra, infatti, come l’esodo degli italiani da Istria, Friuli e Dalmazia al termine della seconda guerra mondiale sia conosciuto solo dal 16 per cento della popolazione italiana, mentre il significato della parola ‘foibe’ risulta conosciuto dal 38 per cento degli italiani.

“Siamo chiamati a diffondere la memoria di una tragedia – quella degli scomparsi nel nulla e dei morti rimasti insepolti – che ha già rischiata di essere cancellata. Dobbiamo trasmetterla ai giovani”, ribadisce la parlamentare, “facendo tesoro delle riflessioni e ricerche che si sono intensificate con l’istituirsi del Giorno del Ricordo, risarcendo così i famigliari delle vittime del dolore e del’amarezza dell’oblio”.

(Nove Colonne, de.it.press)

 

 

 

 

Giorno del Ricordo. L’esodo cancellato dalla memoria, nel racconto di un emigrato in Argentina

 

Riprendiamo parte dell’intervista che l’avvocato Sergio De Carolis, vice presidente del Gruppo esuli Giuliano-Dalmati  di Buenos Aires, recentemente decorato Cavaliere dell’Ordine della Solidarietà, ha rilasciato alla Voce d’Italia in occasione della Giornata del Ricordo

 

  Ormai vicini alla celebrazione del Giorno del Ricordo (10 febbraio), desidererei conversare con lei sulla vicenda degli esuli istriani, fiumani, dalmati.

  E’ un tema difficile. Circa 350 mila italiani, abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia sono dovuti scappare ed hanno dovuto abbandonare le loro case, i loro affetti, il loro passato perché le terre in cui erano nati, terre italiane, erano passate in mano degli slavi, che li perseguitavano perché non volevano accettare il comunismo di Tito.

  Quando inizia l’esodo della sua gente?

   La maggioranza dei cittadini di lingua italiana abbandona l'Istria, il Quarnaro e la Dalmazia dalla fine della seconda guerra mondiale in seguito all'occupazione di tali regioni da parte dell'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia del Maresciallo Josip Broz Tito e del nuovo governo jugoslavo. Poiché gli italiani costituivano la maggior parte della popolazione dei centri abitati, gli slavi per indurli ad andarsene hanno praticato una vera pulizia etnica. Li hanno infoibati, torturati ed obbligati all’esilio con ogni tipo di pressioni. Con il Trattato di Pace di Parigi del 1947 quelle terre sono state assegnate alla Federazione Jugoslava, che ha cercato persino di eliminare il ricordo della presenza italiana in quelle regioni. Oggi quasi nessun abitante di quelle città sa che una volta erano popolate da italiani. Hanno cancellato il nostro ricordo, come se non ci fossimo mai stati, hanno cambiato la storia. Per ottenerlo ci hanno ammazzati, indotti a fuggire, hanno cambiato i nostri cognomi slavizzandoli e per completare il lavoro, sono andati anche nei cimiteri, dove hanno cambiato i cognomi dei morti sulle loro lapidi.

  Mia madre si chiamava Giaccotti, suo fratello ed i suoi parenti da allora si chiamano Jacotich.  E la cosa più grave, almeno per noi, è che anche in Italia per molto tempo nessuno ha parlato della nostra questione, siamo stati abbandonati ed ignorati.

  Altro che violazione dei diritti umani!

  Nel 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale mentre tutta l’Italia, grazie all’esercito Anglo-Americano veniva liberata dall’occupazione nazista, a Trieste e nell’Istria si è vissuta una tragedia, un dramma umano che si è voluto nascondere per molto tempo. Trieste è stata occupata dai titini dal 1 aprile ’45 al 10 maggio ’45, i quaranta giorni del terrore.

  Solo il Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante cercava di far conoscere la nostra realtà, ma la destra era messa all’indice.

  Da quando si è iniziato a parlare del vostro dramma?

  A partire dall’ignoto lavoro che hanno realizzato innumerevoli storici della destra. Il tema ha però acquistato maggior diffusione dal  1985, dopo la scoperta di importanti documenti. Una grande diffusione gliel’ha data Giampaolo Pansa con il suo libro Il sangue dei vinti poi  Berlusconi ha contribuito a far conoscere questo dramma storico. Un ricordo speciale se lo merita l’on. Roberto Menia, figlio di esuli, che è riuscito a far approvare nel 2004 la Legge 92 con l’istituzione del Giorno del ricordo, un riconoscimento importante per noi.

  Perché crede che abbiano cercato di ignorare la vostra storia?

  Perché era una realtà scomoda. Gli accordi sono stati realizzati dalla Democrazia Italiana e dal partito Comunista, evidentemente non volevano che se ne parlasse e che si rimuovessero le acque anche perché noi, eravamo e siamo, quasi tutti di destra. Non gli importavamo.

  Nascondendo la vostra tragedia hanno anche evitato che sorgessero movimenti di rivendicazione. In effetti la maggior pare degli italiani mi sembra  indifferente al vostro problema.

  Anche io ho questa impressione, e mi duole, credo che gli italiani dovrebbero avere un peso sulla coscienza. Molte volte noi esuli abbiamo pensato che sarebbe cambiato qualcosa. Nel fondo qui in Argentina ci sono stati storici che hanno cercato di raccontare l’altra parte della storia, quella ignorata, ed hanno avuto successo.

  Pensi alla Guerra de las Malvinas contro gli inglesi, agli italiani non importa nulla dei confini nazionali.

  Perché si parla di Italia mutilata?

  Perché hanno dato alla ex Jugoslavia i territori di Zara, Pola, Fiume, gran parte della Provincia di Gorizia e di Trieste. La città di Trieste dal ’45 al ’54 è stata divisa in due.

  Una zona A sotto il governo militare alleato ed una zona B sotto i titini.

  Trieste è stata riunita nel ’54 con il Memorandum di Londra. Quando è stato reso pubblico una gran folla si è riunita nel teatro Il Piccolo e in Piazza Unita  per festeggiare. La notizia era su tutti i giornali.

  A volte avete avuto delle speranze?

  Sì, per esempio nel 1991 quando la Slovenia ha chiesto l’indipendenza e gliel’hanno riconosciuta, a iniziare dallo Stato del Vaticano, e la Croazia è entrata in guerra contro la Serbia. In quegli anni persino L’Espresso aveva pubblicato un articolo dal titolo Italiani tornate in Istria.

  Un’altra guerra etnica, che ha portato allo scioglimento della Jugoslavia, ma per voi esuli non ha cambiato niente.

  Come se non bastasse la Slovenia il 21 dicembre 2007 è entrata nell’Unione Europea ed ora c’entra anche la Croazia. Noi ci domandiamo come sia possibile che nessuno chieda a quegli stati la restituzione agli italiani delle loro proprietà o un risarcimento per i danni subiti. Gli ebrei italiani sono stati risarciti, noi esuli invece  siamo stati completamente abbandonati. Restituiscono i beni a chi è in grado di dimostrare che erano suoi,  ma la gente doveva scappare  all’improvviso e non portava con sé i titoli di proprietà, così tutto è rimasto come prima.

  Lei è triestino, quando l’Italia ha definitivamente rinunciato a rivendicare le terre degli esuli ?

  Con il Trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975, reso pubblico nel 1977, che sancisce la cessione della Zona B dell'ex Territorio libero di Trieste, ovvero dell'Istria nord-occidentale alla Jugoslavia riconoscendo lo stato di fatto venutosi a realizzare dopo la fine della seconda guerra mondiale e conclude la fase storica iniziata nel 1947 con il trattato di pace. Quello che è accaduto dovrebbe essere un peso sulla coscienza degli italiani, non si può far finta di niente. Come ha detto D’Annunzio l’Istria e la Dalmazia saranno sempre italiane. Intanto a mia madre negli anni ’90, al Consolato Generale di Bs.As., hanno detto che non potevano darle la cittadinanza perché non poteva provare di essere italiana e questo problema ce l’hanno ancora molti discendenti di esuli, per il fatto che non hanno potuto portare con sé i documenti.  (Edda Cinarelli-Voce d’Italia)

 

 

 

 

 

Sondaggi. L’Esodo giuliano-dalmata conosciuto solo dal 16% della popolazione italiana

 

Viene reso pubblico in queste ore il nuovo sondaggio commissionato dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia alla Ferrari Nasi Ricerche alla vigilia del Giorno del Ricordo, che il 10 febbraio richiamerà l’attenzione dell’opinione pubblica sulla tragedia delle Foibe istriane e sull’Esodo degli italiani da Istria, Fiume e Dalmazia al termine della seconda guerra mondiale.

Si tratta di un campione rappresentativo di tutto il territorio nazionale, al quale è stato chiesto il grado di conoscenza della parola "Foibe" ed "Esodo giuliano-dalmata". Ebbene il significato della parola "Foibe" è conosciuto con esattezza dal 38% della popolazione, con un arretramento del 3% rispetto al medesimo sondaggio del 2008.

Il sondaggista Arnaldo Ferrari Nasi considera tale diminuzione all’interno di una possibile "fluttuazione statistica". Ben più significativa è invece la "perdita di memoria" degli italiani sull’Esodo giuliano-dalmata, conosciuto dal 16% della popolazione, con un arretramento di ben 7 punti percentuali rispetto a due anni or sono.

"Segnali preoccupanti" per l’Anvgd secondo cui sarebbero dovuti "ad una serie di concause che vanno ben identificate: l’allontanarsi nel tempo dell’effetto "Il cuore nel pozzo", la fiction Rai che nel 2005 ebbe oltre 10 milioni di spettatori e che la Tv pubblica ancora non replica; la disaffezione dei media, che relegano l’argomento ad un giorno all’anno, in tarda serata o con due righe, come un obbligo da evadere senza particolare interesse; l’eccesso di attenzione sulle Foibe, tralasciando spesso l’Esodo di enormi proporzioni che costrinse alla fuga, abbandonando ogni avere, centinaia di migliaia di italiani mai più rientrati nelle loro case".

Sempre dal sondaggio Anvgd emerge la figura dell’italiano maggior conoscitore della tragedia delle Foibe: maschio, sotto i 35 anni, abitante nel Triveneto, diplomato, classe sociale bassa, di centrosinistra. "Evidenti – commenta in questo caso l’Anvgd – gli effetti dell’azione svolta nelle scuole dalle Associazioni degli Esuli e dall’Anvgd in primis, così come quella tendente a far recuperare la memoria storica a quella parte della politica italiana che per decenni e molto più l’aveva colpevolmente ignorata".  Agènore Italiano, CdI/2

 

 

 

 

Ue, al via la nuova commissione Barroso: audacia e fantasia contro tensioni sociali

 

La crisi è cambiata: giù pil, produzione e occupazione - Vertice straordinario dei capi di Stato e di governo giovedì

 

Bruxelles - Il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo ritrasmessa a Bruxelles, ha approvato la Commissione Barroso II con 488 voti favorevoli, 137 voti contrari e 72 astensioni. Il nuovo Collegio sarà pienamente operativo a partire da domani.

 

La nuova Commissione europea guidata dal portoghese Josè Manuel Barroso ha ricevuto il sostegno trasversale del gruppo dei popolari europei, dei socialisti e democratici, e dei liberali. I presidenti dei tre gruppi, Joseph Daul (Ppe), Martin Schulz (S&d) e Guy Verhofstadt (Alde), nelle dichiarazioni che hanno preceduto il voto, hanno però invitato il nuovo Collegio ad essere «più coraggioso», «audace», e a dare «prova di fantasia nei prossimi mesi».

 

A votare contro, invece, il gruppo dei verdi, il cui presidente Daniel Cohn-Bendit ha però lasciato una porta aperta affermando che se la nuova Commissione «sarà all'altezza dei nostri sogni, diremo che ci siamo sbagliati» e offrendo la disponibilità a collaborare. Anche il gruppo confederale della sinistra unitaria europea/sinistra verde nordica (Gue/Ngl) e il gruppo Europa della Libertà e della democrazia (Edf) non hanno dato l'approvazione alla Barroso II. Si è invece astenuto il gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr).

 

«Siamo orgogliosi e umili di fronte a questo risultato, ora siamo in condizioni di lavorare». È la prima reazione a caldo in aula a Strasburgo del presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso, subito dopo il voto di conferma del suo nuovo collegio da parte del Parlamento Europeo. Nel discorso, ritrasmesso in diretta anche a Bruxelles, il portoghese ha espresso agli europarlamentari «gratitudine» a nome suo e dell'intero collegio.«Siamo fiduciosi e determinati - ha aggiunti - a lavorare per un'Europa democratica che è baluardo di libertà nel mondo intero».

 

Per uscire dalla crisi serve «un'azione coraggiosa» dell'Unione europea, senza la quale si profila un decennio di bassa crescita e di crescenti tensioni sociali. È il messaggio che la Commissione Ue - in un documento di lavoro preparato per il vertice straordinario dei capi di Stato e di governo - lancia ai leader europei, sottolineando come il Vecchio Continente stia forse vivendo «la più grave crisi della nostra generazione». «Solo intraprendendo un'azione coraggiosa - si legge nel documento di cui l'ANSA è in possesso - potremo realizzare i nostro ambiziosi obiettivi ed evitare la trappola di un decennio di crescita economica apatica e di alta disoccupazione, che ridurrebbe inevitabilmente il nostro standard di vita, creerebbe enormi tensioni sui nostri sistemi sociali e diminuirebbe il ruolo dell'Europa nel mondo».

 

Nel documento di lavoro preparato dalla Commissione Ue per il vertice anticrisi dei capi di Stato e di governo della Ue, in programma giovedì a Bruxelles - si sottolinea come «la crisi ha drammaticamente cambiato le prospettive complessive» dell'Europa, col Pil crollato del 4% nel 2009 e la produzione industriale del 15%, «tornando ai livelli del 1990». Risultato: dal 2008 ad oggi sono 4,5 milioni in più le persone senza lavoro, con un tasso di disoccupazione al 10%. Il che significa più di 23 milioni di disoccupati, «livello che non si registrava dai primi anni '90».

 

Un bilancio che potrebbe peggiorare senza le adeguate contromisure. Sul fronte dei conti pubblici, poi, «è essenziale che gli Stati membri attuino programmi di risanamento ambiziosi, che nella maggior parte dei casi partiranno nel 2011 ma che dovranno durare parecchi anni», con sforzi che dovranno essere «ben al di sopra di quelli richiesti negli anni '90 per preparare l'adesione all'area dell'euro».

 

Intanto, giovedì i leader europei dovranno individuare «la via d'uscita dagli effetti immediati della crisi». Poi, dovranno gettare le basi di quella strategia 2020 che, attraverso «riforme strutturali ambiziose», deve puntare all'aumento della competitività dell'economia europea e della sua sostenibilità. La proposta di Bruxelles - che coincide sostanzialmente con quella che si appresta ad avanzare il presidente stabile della Ue, Herman Van Rompuy - prevede "pochi obiettivi ma buoni": l'aumento della spesa in ricerca e innovazione; l'ammodernamento del mercato del lavoro e dei sistemi di welfare; più investimenti per lo sviluppo di un'industria competitiva e sostenibile. Obiettivi che dovranno essere stringenti, ma che stavolta dovranno tenere conto «dei diversi punti di partenza» dei vari Stati della Ue. Questo per evitare di ripetere gli errori dell'agenda di Lisbona, rivelatasi in gran parte un elenco di obiettivi rimasti lettera morta. Im 9

 

 

 

 

Alla Farnesina si torna all'antico

 

Sino a una ventina d’anni fa, nel nostro ministero degli Esteri i problemi internazionali venivano assegnati tra le varie Direzioni a seconda della loro natura: esisteva una Direzione degli Affari Politici, una Direzione Affari Economici, una degli Affari Culturali e così via. Il tutto coordinato dalla Segreteria Generale e, beninteso, sotto la direzione e la responsabilità politica del ministro e dei suoi sottosegretari. Questo schema dava al «che cosa?» preminenza sul «dove?», cioè dava priorità alla natura di un problema rispetto al Paese o gruppo di Paesi nei cui confronti il problema si poneva.

 

Tale criterio contrastava però con quanto si faceva in alcuni grandi Paesi europei, in Gran Bretagna e in Francia in particolare, dove invece la priorità era data alla geografia, con dipartimenti suddivisi, appunto, in aree geografiche: Europa, Americhe, Asia e via dicendo. In una fase della politica estera comune dell’Unione Europea che richiedeva continue riunioni di coordinamento tra dirigenti dei vari ministeri degli Esteri, parve utile dare alle nostre strutture un assetto che rispecchiasse più da vicino quello di nostri autorevoli partner e si passò a una formula mista, ma prevalentemente geografica, di ripartizione interna.

 

Non si tratta di un problema puramente organizzativo: esso riflette delle scelte nel ruolo che la politica estera assume nello sviluppo del proprio Paese e del modo in cui si vuole tenere il passo con le trasformazioni in atto nello scenario mondiale. Accadde però che quella riforma di una decina d’anni fa venisse attuata quando era già superata e quando gli stessi Paesi il cui assetto l’Italia aveva preso a modello si accingevano a cambiarlo. Gli ultimi decenni hanno infatti segnato un continuo processo di erosione delle realtà geografiche storiche e la crescente internazionalizzazione della vita della società civile. Cento anni fa, il rapporto tra due Paesi aveva un fondamento politico-geografico che si proiettava anche sull’interscambio, sulla finanza o sulla cultura. Oggi, tutte le attività di una società evoluta hanno delle dimensioni internazionali - l’educazione, l’ambiente, la sanità, il lavoro, la scienza, le comunicazioni e via dicendo - e sono queste ultime che condizionano il più delle volte anche il rapporto politico sottostante. Ecco dunque che la Farnesina si propone di tornare all’antico schema di una ripartizione delle competenze interne fondata su base tematica, seppur largamente aggiornata e corretta. E non a caso altri Paesi europei hanno nel frattempo già fatto riforme simili. Avremo dunque una Direzione per la Mondializzazione, dove trovano posto non solo le grandi organizzazioni internazionali e i processi di governance come il G8 o il G20, ma anche tutti i rapporti bilaterali con i singoli Paesi del mondo. Solo l’Europa avrà una sua Direzione per l’Unione Europea, mirata soprattutto al processo di integrazione e ai rapporti con la Commissione e le altre istituzioni dell’Unione. Dovrà esservi poi una Direzione per gli Affari Politici e di Sicurezza, una Direzione per la Promozione del Sistema Paese, che va dalla cultura all’attività delle imprese all’estero, una Direzione per la Cooperazione allo sviluppo e una per gli Italiani all’estero.

 

È un progetto che presuppone evidentemente una stretta e coerente attività di coordinamento con la presidenza del Consiglio e con tutti gli altri ministeri, un problema questo che si è posto da tempo e che è stato affrontato anche attraverso una sempre più frequente presenza di funzionari diplomatici presso le altre amministrazioni. Sul suo progetto il ministero degli Esteri apre giustamente un dibattito nei prossimi giorni. Tutto è perfezionabile, ma non c’è dubbio che esso risponda, assai meglio del modello attuale, alle esigenze poste dalla globalizzazione e da processi economici e politici che trascendono i confini della geografia. Ha anche il merito di ridurre il numero delle grandi unità operative della Farnesina. Auguriamoci soltanto, guardando alle crisi in atto, a talune tentazioni protezionistiche, a striscianti nazionalismi e allo scetticismo che si accompagna in questi ultimi tempi alla visione universalistica di Barack Obama, che anche questa volta esso non entri in vigore quando il mondo sta di nuovo cambiando. BORIS BIANCHERI  LS 9

 

 

 

 

“Dopo i tagli dei corsi di lingua arrivano quelli del personale scolastico all’estero

 

Laura Garavini (PD) sulla promozione della presenza culturale dell’Italia nel mondo

 

Roma - “Di giorno in giorno diventano sempre più chiare e, purtroppo, sempre più pesanti le conseguenze che l’ultima Finanziaria ha provocato nel sistema di promozione della lingua e cultura italiana nel mondo” Lo dichiara l’on. Laura Garavini (PD) alla vigilia dell’incontro tra i sindacati della scuola all’estero e la delegazione del Ministero degli esteri. “Dopo l’accertata contrazione del numero dei corsi organizzati dagli enti gestori e degli alunni che ad essi accedono (si veda su questo il mio comunicato del 3 febbraio 2010), arriva il conto anche dei tagli di circa 2.700.000 euro sul capitolo relativo al personale scolastico all’estero: sono più di cinquanta i posti che il Ministro degli esteri intende tagliare”, denuncia la parlamentare eletta nella circoscrizione Europa.

 

“Nonostante le rituali autocelebrazioni di esponenti di Governo”, riassume la Garavini, “il sistema di sostegno alla lingua e alla cultura italiana all’estero sta cadendo pezzo a pezzo. E così il Governo sta dando indicazioni all’amministrazione di sviluppare meccanicamente i tagli della Finanziaria, senza badare alle conseguenze che questa politica comporta per gli utenti e per la stessa immagine dell’Italia. Soprattutto, senza affrontare la carenza delle risorse con una complessiva razionalizzazione che, eliminando sprechi e sovrapposizioni, consenta di salvaguardare gli interventi di maggiore peso strategico. Tra l’altro, si continua a eludere l’ormai improrogabile necessità di adeguare le retribuzioni dei supplenti all’estero, ferme da una decina di anni.

 

Su queste questioni, sulle quali è aperto il confronto tra i sindacati della scuola all’estero e il MAE, alla luce anche degli sviluppi che questi incontri potranno avere”, conclude la deputata, “mi riservo nei prossimi giorni di assumere le iniziative parlamentari più adatte perché il Governo renda conto delle sue intenzioni e del suo operato”. De.it.press

 

 

 

 

I super-doveri degli immigrati

 

La cittadinanza dell’Ue e quelle dei singoli Paesi membri seguono due logiche antitetiche. Il permesso di soggiorno a punti rischia di imitare quella sbagliata.

 

Vediamo perché. L’Ue, in quanto figlia non troppo degenere della Comunità economica, adotta una cittadinanza che segue la logica della libera circolazione: incentiva le persone a muoversi dove ci sono più opportunità. La cittadinanza nazionale segue la tradizionale logica dello stato-nazione: pretende comunanza di cultura e di lingua, incentiva le persone a radicarsi sul territorio. Per diventare cittadino europeo basta avere la nazionalità di uno dei Paesi membri, poi si va e si lavora dove si vuole. Non si chiede ai cittadini comunitari di conoscere la lingua, la cultura, le istituzioni dei paesi dell’Unione in cui emigrano. Al contrario, le singole cittadinanze nazionali chiedono assimilazione, vogliono e inducono stabilità. Per naturalizzarsi occorre essere lungo-residenti, oppure essere nati sul territorio, o avervi studiato per un po’ di anni. L’europeo è invitato ad andare negli altri Paesi dell’Unione senza vincoli, mentre il non comunitario che vuole diventare cittadino del singolo Paese deve restare fermo e assimilarsi.

 

La differenza è comprensibile. Per concedere un diritto che segna l’appartenenza ad una comunità civile lo Stato chiede garanzie. Non vuole dare un titolo importante a chi stia lì quasi per caso, deve capire se chi vuole entrare nel club fa sul serio, anche se alcuni segnali di questo «fare sul serio» variano. Oggi nell’Unione il requisito della residenza va dal minimo di 3 anni in Belgio al massimo di 12 in Grecia (ma quel governo intende ridurlo a 5 anni). Per gli altri segnali di integrazione stiamo assistendo, invece, ad un trend convergente. In quasi tutti i Paesi europei una certa conoscenza della lingua è sempre stata valutata quando si trattava di concedere la naturalizzazione, ma per lo più non si chiedevano prove formali. Da quando, nel 1999, la Germania ha inserito per legge la conoscenza del tedesco, molti Paesi hanno seguito il suo esempio. Poi sono arrivati i test di integrazione, introdotti in Gran Bretagna nel 2002. Anche i test hanno attecchito alla grande, e servono non solo a valutare la competenza linguistica, ma anche la conoscenza della cultura, della storia, della vita civile del Paese di immigrazione. Per fornire le conoscenze ritenute necessarie si sono allestiti corsi di integrazione: ad aprire la pista in questo caso è stata l’Olanda, e di lì i corsi si sono diffusi a macchia d’olio.

 

L’asticella da superare per diventare cittadino si è talvolta abbassata sui tempi, ma si è alzata per le prove di integrazione. Alcuni esperti considerano queste richieste eccessive e inutili: se un individuo se la cava a vivere e a lavorare senza conoscere bene una lingua, se la può cavare altrettanto bene a votare, una volta che sia stato promosso a cittadino. D’altronde i regimi democratici, con il suffragio universale, hanno concesso la cittadinanza politica anche agli analfabeti. Quanto al caso italiano, fin troppi commentatori hanno già osservato che si pretende dai nuovi cittadini una cultura pubblica che non dimostrano di avere neppure molti parlamentari. Ma questi argomenti funzionano solo se vogliamo continuare ad accontentarci di una democrazia scadente. Altrimenti, proprio dai requisiti che imponiamo agli immigrati perché vogliamo nuovi cittadini competenti, dovremmo prendere spunto per chiedere altrettanto ai nostri concittadini per diritto ereditario. Anziché abbassare l’asticella per gli stranieri, dovremmo saltare tutti un po’ più in alto. Questo implica prendere molto più sul serio l’educazione civica, proporre palinsesti radiotelevisivi appetibili ed eticamente intensi. L’esigente approccio nei confronti dei nuovi cittadini potrebbe offrire uno spunto per chiedere maggiore competenza ai candidati alle elezioni di ogni ordine e grado. Si tratterebbe sia di ristabilire un cursus honorum, una carriera basata sull’apprendimento graduale, sia di restituire ai partiti quella funzione di educatori civili che svolgevano utilmente in passato.

 

Ma se la severità nelle richieste che facciamo ai nuovi cittadini può essere utile per costruire una democrazia più adulta, non si capisce invece a cosa servano pretese di assimilazione rivolte a chi è qui solo per lavorare. È sensato imporre una buona conoscenza della cultura storica e civica, dei meccanismi del welfare del nostro Paese anche a chi non intende radicarsi e non vuole diventare cittadino? Lo si è già fatto con il pacchetto sicurezza per la concessione della carta di soggiorno, che si può ottenere dopo 5 anni di residenza regolare, adesso pare che lingua e cultura diventino una condizione per restare a lavorare in Italia dopo un tempo di residenza anche più breve. Ma se uno straniero investe tanto per imparare lingua e cultura del luogo, sarà poi riluttante a spostarsi altrove, a tornare in patria. Il suo progetto iniziale, magari a breve termine, si trasformerà in un progetto stanziale a lungo termine. Se si può accettare la sfasatura tra una cittadinanza europea mobile, concepita in una logica economica, e una cittadinanza nazionale stanziale, concepita in una logica da stato-nazione, non si capisce perché calare la cappa della logica statuale anche ai permessi di soggiorno per motivi di lavoro. Perché imporre ai lavoratori stranieri l’obbligo di assimilarsi? Non ci basta che rispettino le nostre leggi e i valori portanti delle nostre democrazie? Meraviglia che forze politiche convinte dei benefici di un’immigrazione circolare, fluida, si adoperino per spingere gli immigrati a diventare stanziali. GIOVANNA ZINCONE LS 8

 

 

 

 

 

 

 

Olivero (Acli): Per gli immigrati permesso di soggiorno “a ostacoli”

 

Il presidente delle Acli commenta l'annuncio dell'istituzione di un permesso a punti per gli stranieri

 

  ROMA - Più che un permesso a punti, «un percorso a ostacoli». Così il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero ha commentato l'annuncio dell'imminente istituzione da parte dei ministri dell'Interno e del Lavoro di un percorso a punteggio per gli immigrati, finalizzato alla concessione del permesso di soggiorno.

  «Ancora una volta - ha affermato Olivero - prima ancora di attrezzarci per costruire un percorso di integrazione, stiamo provvedendo a porre i paletti di un percorso a ostacoli, che già oggi per i cittadini immigrati che vogliono risiedere regolarmente in Italia è sufficientemente tortuoso. Già ora, infatti, per ottenere il permesso di soggiorno gli stranieri debbono soddisfare alcuni requisiti stringenti che fanno riferimento al reddito, all'abitazione, al lavoro».

  «Il permesso di soggiorno - ha aggiunto il presidente delle Acli - dovrebbe essere la prima tappa di un percorso di avvicinamento alla cittadinanza. Per questa sì che avrebbero senso i requisiti di conoscenza della lingua italiana e della nostra Costituzione. Ma chi accompagna oggi gli immigrati in questo percorso? Finora solo la Chiesa e il volontariato. Sono anni che chiediamo invano un piano organico e nazionale per l'insegnamento della lingua italiana».

  «In queste condizioni - ha concluso Olivero - il permesso a punti rischia di diventare l'ennesimo elemento di sofferenza e di vessazione psicologica e burocratica per le tante famiglie immigrate presenti nel nostro Paese». (Inform)

 

 

 

Monaco di Baviera. Il ministro degli Esteri Frattini alla conferenza internazionale sulla sicurezza

 

Monaco di Baviera - "Crediamo fermamente che sia giunta l'ora per le parti coinvolte di tornare al tavolo dei negoziati" e riprendere il processo di pace in Medio Oriente: lo ha detto il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, intervenendo alla conferenza internazionale sulla sicurezza venerdì scorso 5 febbraio, a Monaco di Baviera.

"La moratoria dichiarata dal governo Netanyahu, anche se temporanea e parziale", ha proseguito Frattini riferendosi alla sospensione parziale di 10 mesi delle nuove costruzioni negli insediamenti annunciata per la sola Cisgiordania, "è un gesto molto importante con un valore politico significativo".

Nello stesso tempo, ha aggiunto il ministro Frattini, che era appena rientrato da Israele, "pensiamo che il presidente Mahmud Abbas Abu Mazen adesso sia in grado di spendere il capitale politico che ha accumulato per riprendere il dialogo con Israele nonostante i problemi interni che sta attraversando". (aise) 

 

 

 

 

Il Consolato di Hannover ...attivo anche nei porti: il tricolore alla nave Aid Ablu

 

Hannover - Si chiama AIDAblu l‘ultima nave da crociera alla quale  il Consolato di  Hannover ha rilasciato tutta la documentazione per la navigazione.

La nave è stata costruita nei cantieri Meyer Werft di Papenburg  (Bassa Sassonia) per la Società di Crociere Mercurio S.r.l. con Sede a Genova, affiliata al gruppo Costa Crociere S.p.A..

Durante la cerimonia di consegna della nave,  che ha avuto luogo nel porto di Emden sul Mar del Nord (di competenza  del Consolato di Hannover) giovedì 4 febbraio 2010, la Reggente del Consolato dott.ssa Maria Luisa Cuccaro ha consegnato il tricolore che è stato inalberato dal comandante.

Il prossimo appuntamento è previsto per aprile 2011 per la consegna della nave AIDAsol, sempre nel porto di Emden, alla quale seguirà nel 2012 ancora un‘altra nave da crociera già commissionata.

Giuseppe Scigliano, presidente del Comites di Hannover (de.it.press)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Oggi lo spettacolo di Grillo. Gli appuntamenti dei prossimi giorni

 

Monaco di Baviera  - Incontri culturali e conviviali, ma non solo: tanti gli eventi che attendono gli italiani residenti a Monaco di Baviera organizzati da enti e associazioni attive nella circoscrizione. Appuntamento clou lo spettacolo di Beppe Grillo, questo mercoledì 10 febbraio. Il comico genovese si esibirà dalle 21 alla Muffathalle. Dopo il pieno di Londra, anche questa sera ci sarà ressa. Nonostante le messe in guardia dell’on. Di Biagio.

E continuiamo con gli altri appuntamenti. Sempre oggi, alle 19.00, l’Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con Carl Hanser Verlag München e Stiftung Lyrik Kabinett München, propone un incontro con la poetessa Patrizia Cavalli, moderato e tradotto da Piero Salabè.

Due gli appuntamenti di venerdì 12 all’IIC: alle 18.00 inizierà uno degli "Incontri di letteratura spontanea". Nel corso dell'incontro sarà assegnato il premio letterario in onore della Signora Agnese Fiorani in Muhm. In questi incontri, chiunque può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri. Alle 19.30, invece, Peter Krückmann, direttore dei musei del Bayerische Schlösserverwaltung, terrà una conferenza sulle opere dell’architetto italiano Galli Bibiena in Europa.

Sabato 13, il Centro Parrocchiale St. Anna di Karlsfeld ospiterà dalle 17.00 la festa di Carnevale organizzata dalle Acli locali con la musica dei "Duo per caso".

Alla Kardinal Wetter Haus di Monaco, invece, dal 17 al 20 febbraio, si terrà la "Settimana Baviera-Italia. Continuità e cambiamento dei legami tradizionali" promossa dalla Katholische Akademie Bayern. Il cinema di Lina Wertmuller sarà invece protagonista di una rassegna in programma dal 23 febbraio al 27 aprile al Filmmuseum di Münchner.

Sabato 27 torna la rassenga "Cinema e storia 3": alle 17.00 verrà proiettato il film di Paolo Virzì "Tutta la vita davanti", seguito alle 19.15 dalla relazione di Norma Mattarei sul tema "Inquietudine nel mondo del lavoro".

A chiudere gli eventi di febbraio ancora i bambini de "Il laboratorio dell'italiano", attesi da Rinascita e V. domenica 28 sempre alla Haus-Olymp. (aise/de.it.press)

 

 

 

 

Air Berlin per “San Valentino”. Oggi prezzi stracciati per gli innamorati (e no!)

 

Gli appassionati di viaggi non si faranno sfuggire questa occasione: oggi 10 febbraio la seconda più grande compagnia aerea tedesca offre nuovamente biglietti scontatissimi per volare in Europa e all’interno della Germania con tariffe a partire da soli €29 per tratta tutto incluso. Le tariffe promozionali per le destinazioni intercontinentali partiranno invece da €199 per tratta tutto incluso.

 

Con le tariffe “San Valentino” si potrà volare da 12 aeroporti italiani in tutto il mondo nei mesi di Aprile, Maggio e Giugno. Tante le destinazioni a lungo raggio raggiungibili via Berlino, Dusseldorf o Monaco. Chi è alla ricerca delle avventure potrà così volare al di là dell’Oceano per scoprire le emozioni della Grande Mela, i fantastici panorami del Canada, o godersi la primavera a Bangkok.

 

I voli possono essere acquistati (oltre a ieri 9) oggi 10 febbraio 2010 sul sito (airberlin.com), presso il service center della compagnia aerea (tel. 199 400 737; 0,10 €/min) ed in tutte le agenzie di viaggi.

 

Air Berlin é la seconda compagnia aerea in Germania, quotata in borsa dal maggio 2006. Nel 2009 Air Berlin ha trasportato un totale di 27,9 milioni di passeggeri in tutto il mondo. La società conta più di 8.200 dipendenti. Ogni anno Air Berlin riceve oltre 10 riconoscimenti per la qualità del servizio e per l'attenzione al cliente. La flotta di Air Berlin é una delle più giovani in Europa. I suoi moderni jet garantiscono, grazie all'efficienza nei consumi, una riduzione delle emissioni causate dal trasporto aereo. Per interagire con Air Berlin sul Web 2.0: http://twitter.com/airberlin_IT,  www.facebook.com/airberlin e www.youtube.com/user/airberlincom. de.it.press

 

 

 

A Monaco di Baviera questa sera incontro con la poetessa Patrizia Cavalli

 

Monaco di Baviera – Questa sera a Monaco di Baviera la poetessa Patrizia Cavalli presenterà le sue poesie tratte dalla raccolta »Diese schönen Tage. Ausgewählte Gedichte 1974-2006« (Hanser Verlag 2009). L'evento ha luogo in lingua italiana e tedesca alle ore 19, nella sala conferenze dell'Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, sotto la moderazione e traduzione di Piero Salabè. L’ingresso è libero ma va prenotata alla pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26.

Gli organizzatori sono l’Istituto Italiano di Cultura, Carl Hanser di Monaco di Baviera e la Stiftung Lyrik Kabinett di Monaco di Baviera.

 

Patrizia Cavalli si è affermata come la più significativa poetessa italiana contemporanea. Nelle sue poesie, tratte dal vissuto quotidiano, ma non per questo meno sublimi, tono e stile si mescolano in un modo misterioso e inconfondibile. Scorci di vita romana si avvicendano a epigrammi pungenti e poesia filosofica.

“Una lingua - trova Giorgio Agamben - che non è più né inno né elegia, ma che nella sua marcia sonnambolica tocca e palpa i contorni esatti dell'essere”.

Patrizia Cavalli, nata a Todi (Umbria), vive a Roma. Ha pubblicato volumi di poesie e racconti e tradotto Shakespeare. Per le sue liriche, tradotte in più lingue, è stata insignita di numerosi premi. (de.it.press)

 

 

 

 

Antonio Di Pietro (IdV): "Necessario rivedere la legge sul voto all'estero"

 

Per la circoscrizione estero tutto "va rivisto completamente e trovato un nuovo sistema". Ne è convinto Antonio Di Pietro, leader dell'Idv, che a margine del congresso del partito commenta così la mozione presentata dall'On. Antonio Razzi (vedi articolo più avanti, ndr).

 

Roma - Novità anche per i connazionali all’estero annunciate a margine del Congresso Nazionale dell’Idv che ha avuto luogo a Roma dal 5 al 7 febbraio. Per la ventunesima regione, la circoscrizione estero,  tutto "va rivisto completamente e trovato un nuovo sistema". A dirlo ad Italia Chiama Italia, al termine della prima giornata di lavori, è il presidente dell’Idv, Antonio Di Pietro, che col nostro giornale ha commentato in anteprima la mozione che l’On. Antonio Razzi ha esposto alla platea il giorno successivo. Per il leader dell’Idv  "per la realtà estera bisogna usare un metro diverso". Anche la questione legata al tesseramento estero per l’on. Di Pietro “è tutta da discutere”, mettendo un freno alla richiesta di equiparare i tesserati Idv all’estero e i corrispondenti delegati a quelli in Italia: ogni dieci iscritti al partito un rappresentante.

 

On. Di Pietro, in questo congresso anche la sezione estera dell’Idv rivendica un ruolo. Lei è stato recentemente in Svizzera, dove c’è un alto numero di tesserati Idv: presenteranno una mozione in cui rivendicano alcuni diritti come lo svolgimento di congressi anche all’estero. Come intendete porvi rispetto a queste richieste?

 

La questione all’estero dei congressi non è una cosa semplice perché c’è quello di Jhoannesburg, di Buenos Aires e quello della Nuova Zelanda. Dobbiamo immaginare una soluzione diversa. Per esempio incontri on line. E comunque è difficile immaginare che quello di Jhoannebsurg porti avanti un impegno planetario anche a Buenos Aires e in Nuova Zelanda. In realtà credo che bisognerà, con molta onestà intellettuale, rivedere questa legge elettorale estera, per fare in modo che la rappresentanza all’estero, che a mio avviso ci deve stare e non vorrei essere frainteso, sia espressione più di una realtà locale. La rete potrebbe essere una soluzione, piuttosto che una realtà che viene indicata dal centro, perché altrimenti a vincere sono sempre le realtà estere dove ci sono più immigrati italiani, ma magari a scapito della qualità.

E’ possibile equiparare il numero di delegati a quello di tesserati, come in Italia?

E’ tutto da discutere. Credo che per la realtà estera bisogna usare un metro diverso, perché come fanno a conoscersi dieci persone di Jhoannesburg e Buenos Aires? E’ difficile metterli insieme.

Però l’apporto che hanno sul territorio…

In Svizzera magari è diverso, c’è una ragione, ma se vai in Monrovia ne trovi tre di italiani, però anche loro diritto di partecipare. E devi garantire tutti.

Quindi dovete rivedere le direttive?

Va rivisto completamente e trovato un nuovo sistema.

Francesca Toscano, Italia chiama Italia 8

 

 

 

 

Ici e italiani all’estero. Quanto è il gettito fiscale degli immobili degli iscritti all’Aire?

 

Roma - Fare una la stima di gettito fiscale annuo per gli immobili detenuti da soggetti residenti all'estero iscritti all'Aire che dovrebbero essere oggetto dell'esenzione ICI, ma che non lo sono secondo l'interpretazione dell'Agenzia delle entrate: questa la richiesta dell’onorevole Guglielmo Picchi (Pdl), che il 2 febbraio ha depositato una interrogazione al Ministro dell'economia Giulio Tremonti.

"Il decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126 recante "Disposizioni urgenti per salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie" – ricorda l’eletto all’estero nella premessa – ha previsto la totale esenzione, a decorrere dal 2008, dell'imposta comunale sugli immobili per tutte le abitazioni principali con l'esclusione di quelle appartenenti alle categorie delle abitazioni di tipo signorile, delle ville, dei castelli e dei palazzi eminenti; per la definizione di abitazione principale il decreto-legge n. 93 rinvia a quella contenuta nel decreto legislativo n. 504 del 1992, che disciplina il tributo. Tale norma stabilisce che per abitazione principale si intende quella nella quale il contribuente, che la possiede a titolo di proprietà, usufrutto od altro titolo reale, ed i suoi familiari, dimorano abitualmente e si identifica, salvo prova contraria, con la residenza anagrafica".

"Ai fini dell'interpretazione del decreto legislativo n. 504 del 1992, cui rinvia il decreto-legge n. 93 del 2008 – prosegue – l'articolo 1, comma 4-ter, del decreto-legge n. 16 del 1993 convertito dalla legge n. 75 del 1993, prevede che per i cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato, si consideri direttamente adibita ad abitazione principale l'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti beata; l'Agenzia delle entrate – ricorda ancora Picchi – ha tuttavia ritenuto in via interpretativa di escludere dall'ambito di applicazione del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126 l'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato, a condizione che non risulti locata e che non appartenga alle categorie catastali A, A8 e A9, non applicando quanto previsto dal decreto-legge n. 13 del 1993".

 

Dopo aver rilevato come il Governo abbia "provveduto a sostenere l'impegno a predisporre un intervento legislativo chiarificatore in materia, accogliendo gli ordini del giorno all'atto Camera 1185 (9/01885/23), all'atto Camera 1972 (9/01972/05), e all'atto Camera 2561 (9/02561/126)", il deputato chiede di sapere "quale sia la stima di gettito fiscale annua per gli immobili detenuti da soggetti residenti all'estero (iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero) che dovrebbero essere oggetto dell'esenzione ICI, ma che non lo sono secondo l'interpretazione dell'Agenzia delle entrate" e "se siano allo studio interventi normativi chiarificatori in materia". (aise)

 

 

 

Le elezioni in Ucraina. Il vento dell’est gela l’Europa

 

Una breve incursione nella geopolitica aiuta a capire la portata del ballottaggio nelle elezioni presidenziali svoltesi in Ucraina. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina è diventata uno stato cuscinetto fra la Repubblica federativa russa e i paesi appartenenti alla Nato. Questo ruolo di cuscinetto una volta era affidato alla Polonia, che per un paio di secoli portò il peso di trovarsi tra l’impero tedesco e quello russo (o sovietico). Oggi la Polonia è parte della Nato e dell’Unione europea, perciò è integrata e protetta da queste garanzie. Erano, questi, gli stessi obiettivi ai quali, cinque anni fa puntava la tenace protagonista della “rivoluzione arancione”, che alla fine del 2004, sotto la guida della bionda e vistosa Yulia Timoshenko, avevano costretto proprio il vincitore attuale, Viktor Yanukovich, a subire il verdetto che il suo successo elettorale fosse viziato da tanti brogli da non essere convalidabile. Yanukovich si prende ora la rivincita, benché il successo sia condizionato da un paese diviso lungo nette spaccature etniche e benché il nuovo presidente debba fare i conti con un Parlamento, eletto nel 2007, in seno al quale egli non dispone di una sicura maggioranza.

Il richiamo alla geopolitica contribuisce a spiegare le ragioni che renderanno Mosca particolarmente soddisfatta. Non si tratta di immaginare che Yanukovich sia, come era cinque anni fa, un suddito ubbidiente alla volontà russa. Molte cose sono cambiate nella vita politica dello stato. I rapporti della Timoshenko con Mosca, una volta espressione del dissenso più radicale, sono oggi molto più distesi. Se fosse stata eletta, le ritorsioni russe sarebbero state assai più misurate di quelle minacciate a suo tempo. Ma nemmeno si deve pensare che Yanukovich sia ancora l’esecutore della volontà russa. Non a caso, la stampa americana rileva che nel corso della sua campagna elettorale, egli ha goduto dell’aiuto di consulenti americani che hanno contribuito a rimodellare la sua immagine popolare.

I problemi che dovrà affrontare non saranno facili. L’indipendenza dell’Ucraina è oggi fuori di discussione, poiché allo stato delle cose nessuno può pensare che un cambiamento possa venir accettato dall’Europa e dalla Turchia, il potente vicino dell’Ucraina. Inoltre vi è da tener conto del fatto che fra pochi anni (nel 2017) scadranno gli accordi che consentono oggi alla Russia di utilizzare le attrezzatura portuali esistenti in Crimea, cioè sul territorio ucraino. Ma questi, e altri, punti di forza sono bilanciati sul piano interno dalla drammatica crisi economica nella quale oggi l’Ucraina versa e, sul quello internazionale, dall’instabilità di tutta l’area che può essere ricollegata a quella ucraina.

Il governo di Mosca, negli anni passati, ha molto premuto sul tema dei costi e dei noli per il passaggio sul territorio ucraino degli oleodotti che forniscono sia l’Ucraina sia l’Occidente. Si tratta di un tema che, nel nuovo clima, verrà probabilmente affrontato con minore animosità. Ma il problema di fondo dell’economia dell’Ucraina non è rappresentato da questo aspetto, inevitabilmente tale da richiamare l’attenzione occidentale. Esso consiste piuttosto nella paralisi del sistema industriale, di quello estrattivo e di quello agricolo di tutto il paese. Una caduta di circa il 15 per cento del prodotto interno lordo si ripercuote sulla capacità del complesso produttivo di circoscrivere la disoccupazione e modernizzare strutture fatiscenti, rispetto alle quali la carenza di capitali è l’ostacolo principale. Il Fondo monetario internazionale ha concesso un prestito di oltre 16 miliardi di dollari per fronteggiare l’emergenza. Ma l’emergenza non va solo fronteggiata; va anche superata.

Quanto alla politica internazionale, è evidente che l’ipotesi di un’adesione dell’Ucraina alla Nato verrà accantonata. Ciò che non è necessariamente un male. La Nato ha ormai raggiunto una tale estensione e si è addossata tanti compiti che non le sono necessarie addizioni pericolose. Perciò chi ne trarrà vantaggio sarà la Russia, che vedrà in tal modo allontanarsi il pericolo di avere un avversario alla frontiera meridionale e potrà contare su un fronte di paesi pressoché neutrali proprio lungo l’area dalla quale possono giungerle i maggiori rischi di tensione. In conclusione, un’elezione svoltasi, come gli osservatori internazionali hanno rilevato, in un clima corretto, apre questo grande paese verso un periodo durante il quale un ripiegamento sui problemi interni potrebbe essergli di maggior vantaggio. Ennio Di Nolfo  Im 9

 

 

 

Afghanistan, meglio che Obama si ritiri

 

L’Afghanistan è in subbuglio, con tensioni crescenti e morti quotidiani, molti dei quali - compresi donne, bambini e anziani - nulla hanno in comune con terroristi o militanti. Il governo sta perdendo il controllo del suo territorio: delle 34 province, una decina sono nelle mani dei taleban. La produzione e l’esportazione di oppio sta crescendo. E c’è il rischio concreto che la destabilizzazione si estenda ai Paesi vicini, comprese le repubbliche dell’Asia centrale e il Pakistan.

 

Ciò che è iniziato nel settembre 2009 dopo la rielezione di Karzai - una risposta militare al terrorismo, in apparenza appropriata - potrebbe finire in un colossale fallimento strategico. Dobbiamo capire perché sta succedendo e che cosa si può ancora fare per ribaltare una situazione quasi disastrosa. La recente conferenza internazionale sull’Afghanistan di Londra, cui hanno partecipato rappresentanti di molti Paesi e organizzazioni internazionali, è un primo passo in una nuova direzione. I delegati hanno preso decisioni che potrebbero capovolgere la situazione, a condizione che si rifletta su quanto è successo negli ultimi tre decenni e se ne tragga una lezione.

 

Nel 1979 il governo sovietico inviò i suoi soldati in Afghanistan, giustificando quella mossa con il desiderio di aiutare elementi amici e con la necessità di stabilizzare un Paese vicino.

 

L’errore più grave fu la mancata comprensione della complessità dell’Afghanistan: il suo mosaico di gruppi etnici, clan e tribù, le sue tradizioni uniche, il suo governo minimale. Così si ottenne il risultato opposto: un’instabilità ancora più grande, una guerra con migliaia di vittime e conseguenze pericolose per la Russia. In più l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, soffiò sul fuoco nello spirito della Guerra Fredda, pronto ad appoggiare chiunque contro l’Unione Sovietica, senza pensare alle conseguenze.

 

Come parte della perestrojka a metà degli Anni 80, la nuova leadership sovietica trasse le sue conclusioni dai guai in Afghanistan e prese due decisioni: ritirare i soldati e lavorare con tutte le parti in conflitto e con i governi coinvolti per arrivare a una riconciliazione nazionale e fare dell’Afghanistan un Paese pacifico e neutrale che non minacciasse nessuno.

 

Guardando indietro, io continuo a pensare che fosse un doppio percorso corretto e responsabile. Sono sicuro che, se fossimo riusciti a concluderlo, si sarebbero evitati problemi e disastri. Abbiamo lavorato molto e in buona fede, ma avevamo bisogno di una cooperazione sincera e responsabile da parte di tutti. Il governo afghano era pronto a scendere a patti e in un certo numero di regioni le cose cominciarono a migliorare. Ma il Pakistan e gli Stati Uniti bloccarono tutto. Volevano una sola cosa: il ritiro delle truppe sovietiche. Pensavano che così avrebbero avuto il pieno controllo dell’Afghanistan. Rifiutando anche il minimo appoggio al governo del presidente afghano Muhammad Najbullah, il mio successore Boris Eltsin fece il loro gioco.

 

Negli Anni 90 il mondo sembrava indifferente all’Afghanistan. In quel decennio il governo cadde nelle mani dei taleban, che trasformarono il Paese in un porto franco per i fondamentalisti islamici e un incubatore di terrorismo. L’11 settembre 2001 fu un brusco risveglio per i leader occidentali. Anche allora, però, l’Occidente prese una decisione che non era attentamente ponderata e perciò si rivelò sbagliata. Dopo aver spodestato il governo taleban, gli Stati Uniti pensarono che la vittoria militare, ottenuta a poco prezzo, fosse conclusiva e avesse risolto l’annoso problema. L’iniziale successo è stato probabilmente una delle ragioni per cui gli americani si aspettavano una «passeggiata» in Iraq, con ciò facendo anche laggiù un fatale errore di strategia militare. Nel frattempo costruivano in Afghanistan una facciata democratica, da difendere con le forze di sicurezza internazionali, cioè le truppe della Nato, che cercava di assumere il ruolo di poliziotto globale.

 

Il resto è storia. La via militare in Afghanistan si rivelò sempre meno sostenibile. Era un segreto di Pulcinella; anche l’ambasciatore degli Stati Uniti lo scriveva nei cablogrammi resi pubblici di recente. Negli ultimi mesi mi è stato chiesto più volte quale suggerimento darei al presidente Obama, che ha ereditato questo caos dal suo predecessore. La mia risposta è sempre stata la stessa: una soluzione politica e il ritiro delle truppe. Il che richiede una strategia di riconciliazione nazionale. Ora, finalmente, un piano molto simile a quanto noi avevamo suggerito più di vent’anni fa e i nostri partner avevano rifiutato è stato presentato all’incontro di Londra: riconciliazione, coinvolgendo nella ricostruzione tutti gli elementi più o meno ragionevoli e puntando su una soluzione politica più che militare.

 

L’inviato delle Nazioni Unite in Afghanistan ha detto in una recente intervista: occorre smilitarizzare l’intera strategia in Afghanistan. Che peccato che questo non sia stato detto, e fatto, molto prima! Oggi le probabilità di successo sono al massimo del cinquanta per cento. Ci sono stati contatti con alcuni elementi taleban. Ma molto di più va fatto per coinvolgere l’Iran e molto resta da fare con il Pakistan. La Russia potrebbe diventare un tassello importante del processo di stabilizzazione afghana. L’Occidente dovrebbe apprezzare la posizione dei suoi leader: lungi dal gongolare guardando l’Occidente che ingoia il rospo e lavandosene le mani, la Russia è pronta a collaborare con l’Occidente perché capisce che è nel suo interesse contrastare le minacce che arrivano dall’Afghanistan.

 

Mosca ha ragione a chiedere perché, negli anni della presenza militare Usa e Nato in Afghanistan, sia stato fatto poco o nulla contro l’oppio, che in grandi quantità arriva in Russia attraverso i confini porosi dei suoi vicini, minacciando la salute dei suoi abitanti. Ha anche ragione a chiedere accesso alle opportunità economiche in Afghanistan, compresa la ricostruzione di decine di progetti costruiti con il suo aiuto e distrutti negli Anni 90. La Russia è un vicino dell’Afghanistan e bisogna tener conto dei suoi interessi. Dovrebbe essere ovvio, ma qualche volta occorre ricordarlo.

 

Vorrei sperare che stia nascendo una nuova fase per il sofferente Afghanistan, un raggio di speranza per i suoi milioni di abitanti. L’opportunità è lì, ma per afferrarla occorrono realismo, tenacia, onestà nell’imparare dagli errori del passato e abilità nell’agire sulla base di quella conoscenza. MIKHAIL GORBACIOV Tnyts  LS 9

 

 

 

 

Iran, la sfida di Khamenei. "Daremo un pugno all'occidente"

 

Sale la tensione in vista dell'11 febbraio, anniversario della rivoluzione iraniana

La guida spirituale accusa, Stati Uniti e Ue esprimono "preoccupazione

 

TEHERAN - In vista dell'anniversario della rivoluzione iraniana, il prossimo 11 febbraio, lo scontro tra l'Occidente e l'Iran riguarda non solo il nucleare ma anche anche i diritti umani. La guida spirituale dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, ha infatti annunciato che l'Iran darà un ''pugno'' alle ''arroganti'' potenze occidentali.

 

In un discorso rivolto all'aviazione militare iraniana il leader supremo ha dichiarato: "Il 22 di Bahman (11 febbraio nel calendario persiano, ndr) la Nazione iraniana, unita e con la grazia di Dio, sferrerà un cazzotto tale all'arroganza dell'Occidente, che lo lascerà stordito". Il governo ha messo in cantiere una serie di solenni cerimonie e, per evitare sorprese, ha avviato un giro di vite sulla dissidenza, ma non sembra aver scalfito il movimento Verde, impegnato a preparare le contromanifestazioni di giovedì prossimo.

 

"Se Dio vuole - ha detto l'ex presidente Mohammad Khatami - tutto il popolo, come titolare primo della rivoluzione,  prenderà parte alle marce, difendendo allo stesso tempo la rivoluzione e i diritti umani".

Negli ultimi due giorni sono finiti in carcere dieci giornalisti, che si aggiungono ai 45 già detenuti. Altri sette dissidenti, per i quali Amnesty International ha lanciato un appello, rischiano condanne pesanti, due di loro potrebbero andare alla forca. Il vice ministro degli Esteri Mohsen Aminzadeh è stato condannato a sei anni di carcere.

 

Khamenei ha messo oggi il sigillo personale su questi provvedimenti, attribuendo la protesta dell'Onda verde a mandanti stranieri: "Il più importante obiettivo delle sedizioni post-elettorali era di creare una spaccatura nella nazione, ma non sono riusciti a farlo e l'unità del nostro popolo resta una spina conficcata nel loro occhi". Le parole di Khamenei hanno spinto Stati Uniti e Ue a una nota congiunta in cui si esprime "preoccupazione" per la stretta sui diritti umani che potrebbe verificarsi  nei prossimi giorni.

 

Il contenzioso con la comunità internazionale resta aperto anche sul nucleare. Mosca ha invitato l'Iran a "rispettare gli accordi internazionali", Roma è stanca di "politiche dilatorie", Parigi e Washington si sono dette insieme "d'accordo" su nuove sanzioni. Ma Teheran progetta di costruire dieci nuovi impianti di arricchimento dell'uranio entro il "prossimo anno" ha detto il capo del programma atomico iraniano (Aeoi), Ali Akbar Salehi. L'anno nuovo iraniano inizia il 21 marzo. Domani la Repubblica Islamica comincerà ad arricchire l'uranio fino al 20% nell'impianto sotterraneo di Natanz. Questo programma, ha aggiunto Saleh, non si limiterà alle necessità di combustibile del reattore civile di Teheran.

 

La corsa al riarmo è ormai una priorità per l'Iran. Teheran ha aperto due linee per la produzione di droni, gli aerei senza pilota che Washington utilizza in Pakistan. I droni potranno condurre operazioni di "sorveglianza, ricognizione e attacchi mirati con un alto livello di precisione". LR 8

 

 

 

 

Grecia un malanno balcanico

 

Finora la bancarotta greca è stata interpretata e spiegata soprattutto in termini economicistici, in chiave europeistica o europea, prescindendo dal quadro balcanico in cui la Grecia, con la sua turbolenta storia moderna, era e resta profondamente inserita almeno da un secolo e passa. Della sua doppia anima, occidentale e orientale, si è continuato in questi giorni a parlare della prima ignorando la seconda che, invece, è presentissima in una crisi assai più complessa del solo tracollo finanziario. Al tremendo deficit del Pil, che ormai sfiora il 13% e rischia di escludere Atene dai 16 dell’Eurozona, s’appaia già da tempo una tormenta d’ordine sociale, morale, psicoideologica mai vista in proporzioni così devastanti in altre nazioni dell’Ue.

 

La verità è che la Grecia è diventata non solo un Paese finanziariamente disastrato, ma anche truffaldino nei confronti della contabilità comunitaria oltreché aggressivo e violento con se stesso. Da una parte le falsificazioni ottimistiche su un deficit in fuga quadrupla dai parametri di Maastricht; dall’altra un’amministrazione pubblica clientelare, corrotta in profondità, tipicamente balcanica, che invece di sanare il disastro lo ha aggravato manipolandolo con statistiche alterate nell’interesse esclusivo della corporazione. A tutto ciò si aggiungono gli assegni scoperti per due miliardi di euro nella prima metà del 2009, le ininterrotte occupazioni di scuole, l’ondata di scioperi a catena nei settori dell’agricoltura, del terziario, della cantieristica, della sanità.

 

Infine lo scoppio di sommosse di studenti anarchici che, come si ricorderà, hanno messo a ferro e fuoco il cuore di Atene. Altri scontri durissimi tra manifestanti e agenti si sono verificati a Salonicco, Patrasso, Rodi, Creta, Ioannina. Ancora nel gennaio di quest’anno s’è visto uno schieramento di mille trattori bloccare, per tre settimane, in protesta ai tagli dei sussidi agricoli, strade e valichi di frontiera con Bulgaria e Turchia disertati dai doganieri anch’essi in sciopero.

 

Diversi osservatori, analizzando l’immane disagio che sta mettendo in ginocchio la Grecia e spingendola fuori dall’Europa, parlano già di una crisi talmente generalizzata da richiedere la «rifondazione dello Stato». Il morbo andrebbe, insomma, ben al di là dei buchi neri del Pil e del debito con l’estero per investire e intaccare alla radice la società greca nel suo insieme. Non ne escono bene, dal tutto, nemmeno le due storiche dinastie politiche dei Karamanlis (conservatori) e dei Papandreu (socialisti) che si sono alternati al potere democratico dopo la fine della dittatura dei colonnelli. Gli uni e gli altri hanno tollerato troppo a lungo nepotismi, corruttele, evasioni fiscali, sotterfugi e imbrogli con le casse comunitarie. Soltanto adesso, sotto la minaccia di una stringente sorveglianza contabile che la Commissione di Bruxelles inizierà il 16 marzo, l’ultimo dei Papandreu, odierno primo ministro, ha annunciato che la nazione potrà salvarsi dal baratro soltanto con una cura churchilliana di «lacrime e sudore». Speriamo non sia troppo tardi, rispetto alla gravità dei danni originari avviati già nei lontani Anni Ottanta, che videro la Grecia entrare nella Comunità europea, dalla finanza allegra di Papandreu padre definita «baldoria» dagli storici meno indulgenti.

 

L’alternativa che la crisi pone oggi a Bruxelles è drastica: trattenere la Grecia in Europa o restituirla ai Balcani? L’alternativa nonché drastica, e ovviamente costosa, è anche paradossale. I greci, all’epoca dell’ultima tragedia balcanica, davano l’impressione di gustare la vita su un’oasi occidentalizzata, pacifica e benestante ai margini dell’inferno jugoslavo. Grazie ai «fondi strutturali» elargiti dalla Comunità agli Stati più bisognosi, perdipiù grazie alle popolose stagioni turistiche che portavano denaro e benessere, essi certamente vivevano già al disopra dei loro mezzi; ma davano comunque l’impressione di vivere tranquilli in un Paese che stava uscendo, con risultati apprezzabili, dal sottosviluppo e dal brutto ricordo di una lunga guerra civile e di una nefasta tirannia militare. Il grande malato dei Balcani era allora l’ex Jugoslavia. Tuttavia, gli orrori che divampavano subito a ridosso del confine greco, in Macedonia, in Bosnia, in Croazia, alla fine nel Kosovo, sembravano distanti anni luce ai turisti che trascorrevano le vacanze sulle solari isole elleniche. Sembrava così agli stessi greci.

 

Poi, appena finite le crudeli e più visibili ostilità, che avevano decimato slavi e albanesi, tutti hanno cominciato a domandarsi quale santabarbara tornerà a scoppiare a breve termine dopo la «fragile» tregua imposta dai bombardamenti Nato alla Serbia. Domande rimaste non solo senza risposta, ma anche smentite dai fatti. Il Kosovo, proclamata l’indipendenza, non s’è trasformato in una nuova polveriera. Il Montenegro carezza l’idea di diventare con spiagge e casinò una Costa Azzurra adriatica. La Croazia, recente scoperta del turismo di massa, tesse la tela per associarsi all’Unione Europea. Sarajevo, cessati da tempo i massacri in Bosnia-Erzegovina, è rinata poco per volta. I governanti serbi, dimenticato Milosevic e sbarazzatisi di Karadzic, si apprestano a seguire i cugini croati sulla via che porta a Bruxelles. La Slovenia, prima della classe fra le nazioni postcomuniste entrate in Europa, è stata già accolta nell’Eurozona ed ha già esercitato una presidenza semestrale dell’Ue. La tregua, in altre parole, è diventata pace e speranza, a dispetto dei gufi che tra Bosnia e Kosovo vedevano fino a ieri solo bombe ad orologeria.

 

Nessuno invece intravedeva il pericolo nella lussuosa punta meridionale dei Balcani. Quasi nessuno, insomma, se l’aspettava che la Grecia comunitaria, proprio la Grecia, largamente beneficata dall’Europa fin dal 1981, sarebbe diventata oggi la grande malata della penisola balcanica. ENZO BETTIZA  LS 8

 

 

 

 

Le conclusioni del G7 alla prova delle Borse. Flaherty: sono soddisfatto

 

ROMA - Tante immagini dei ministri dei 7 paesi più industrializzati intenti a parlare davanti al caminetto o a farsi trasportare su slitte trainate da magnifici cani, hanno fatto il giro del mondo, ma di parole sui risultati del vertice se ne sono sentite molte meno. Il ministro canadese Jim Flaherty, che sabato ha tenuto alla stampa un breve resoconto dell’andamento del vertice, lasciando ieri Iqaluit si è detto «soddisfatto». La discussione è stata «produttiva». E «c’è stato accordo sul fatto che le istituzioni finanziarie condividano i costi della crisi».

Negli Usa Obama sta cercando di far passare questo principio, che le banche che hanno ripreso a fare utili comincino a restituire una parte dei soldi che hanno ricevuto dallo Stato in modo che non sia solo il contribuente americano a pagare. Il suo segretario al Tesoro, Tim Geithner ha cercato di trovare sponde perché in un mercato globale è necessario che le regole siano il più possibili uniformi per evitare speculazioni e migrazioni dei capitali. L’accordo a livello dei paesi del G7 sul principio quindi c’è, ma «le modalità- ha spiegato il ministro canadese- saranno esaminate: alcuni Paesi parteciperanno di più, altri di meno. Ma l’accordo è importante». Come sempre quando si tratta di passare ai fatti i distinguono vengono fuori.

Parlando con i giornalisti dell’Ansa Flaherty ha avuto parole di stima per la delegazione italiana. «Mi piacciono Tremonti e Draghi, sono molto bravi». «Con Tremonti siamo amici».

E’ forte la preoccupazione che oggi, alla riapertura, i mercati restino zavorrati dai dubbi e dalle incertezze che li hanno affossati negli ultimi giorni. Tanto è vero che il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble ha ritenuto opportuno mandare ai mercati un messaggio tranquillizzante. «L’euro rimarrà stabile, i mercati tendono a reazioni eccessive, anche se devono essere presi sul serio». E Jean-Claude Juncker, rappresentante dell’Eurogruppo, era andato dritto al cuore del problema, affermando che il caso Grecia è affrontabile e gestibile dall’Europa, senza bisogno dell’aiuto dell’Fmi.

La Grecia con le sue finanze disastrate, e le difficoltà che si profilano per Spagna e Portogallo, sono in questo momento la principale ragione dell’instabilità dei mercati europei. La Grecia, alla quale le agenzie di rating hanno tagliato il voto di affidabilità, è già costretta ad offrire un tasso più alto degli altri paesi europei, che compensi il maggior rischio. E persino investimenti a breve termine come il Bot semestrale rendevano venerdì scorso il 4,60% contro lo 0,6% dell’analogo Bot italiano.

Le Borse fanno le spese di tutto questo. Solo nell’ultima settimana l’indice Dj Stoxx 600 che riflette l’andamento dei titoli delle società più importanti quotate in Europa, ha perso ben il 3,9%. A Wall Street le cose sono andate solo un po’ meglio, ma da inizio dell’anno il Dow Jones ha perso il 4%. Gli effetti delle novità che Obama vorrebbe introdurre per le banche stanno penalizzando i titoli delle società finanziarie. E non sembra sia finita. Forti dell’esperienza i ministri del G7 a Iqualuit hanno detto che ogni eventuale tassa sulle banche dovrà essere coordinata a livello internazionale, e non penalizzerà la ripresa. Il G20 (il club che raccoglie non solo i sette paesi più industrializzati ma anche quelli di nuova industrializzazione come Cina e India) sta compilando un rapporto che sarà presentato ad aprile, che contiene le opzioni da seguire per far sì che le banche restituiscano una parte di quei 1.560 miliardi di dollari che hanno ricevuto per evitare il fallimento. «Siamo tutti d’accordo che dovrà trattarsi di una tassazione universale- ha precisato la ministra delle Finanze francese Christine Lagarde-. Di uno strumento universale che eviti il rischio di arbitraggio». ROSSELLA LAMA IM 8

 

 

 

Costa Rica, prima donna presidente. La Chinchilla: "Eguaglianza e dialogo"

 

SAN JOSE' - Per la prima volta, una donna è stata eletta alla guida del Costa Rica: vicepresidente nel governo uscente di Oscar Arias (Premio Nobel per la Pace nel 1987), Laura Chinchilla, politologa 50enne, è riuscita a sbaragliare la concorrenza, conquistando quasi il doppio (il 47 per cento) dei voti dei suoi più diretti avversari: Otton Solis, il candidato del centro-sinistra, che perse per un soffio le presidenziali nel 2006 e si è fermato al 24 per cento; e Otto Gyuevara, del partito di destra Movimento Libertario,  al 21 per cento.

 

"E' un momento di gioia, ma anche di umiltà, il popolo mi ha dato la sua fiducia e non la tradirò", ha detto la Chinchilla, davanti a circa 5.000 sostenitori festanti, riuniti in un hotel  a San Jose. Di formazione socialdemocratica, la Chinchilla ha rivolto un appello al dialogo ai suoi avversari politici e ai diversi settori sociali, e ha promesso di continuare le politiche del suo predecessore Arias: migliorare la qualità della salute, l'educazione, la sicurezza e assicurare l'uguaglianza di genere.

 

Il Costa Rica, che non ha esercito, è un piccolo Paese di straordinarie bellezze naturali, che sta tutelando grazie all'eco-turismo, il turismo che ha un minimo impatto sull'ambiente: il governo preserva le bellezze naturali con politiche di sviluppo sostenibile che promuovono un uso adeguato delle risorse naturali. Noto per la sua stabilità politica e i suoi bassi indici di criminalità, il Costa Rica è riuscito anche a tenersi lontano dalle guerre civili che hanno devastato i Paesi vicini, ma negli ultimi anni è diventato una zona di transito della droga del Messico. LR 8

 

 

 

 

Costa Rica. Figlio di emigrati mantovani il vice della nuova presidente Chinchilla

 

San Josè - Laura Chinchilla, socialdemocratica, politologa e appena cinquantenne, è la prima donna eletta alla carica di Presidente della Repubblica in Costarica. Suo vice Alfio Piva Mesen, figlio di emigrati mantovani.

La Chinchilla, che raccolto il 47% dei voti, ha battuto, nelle elezioni tenutesi domenica, il candidato del centro sinistra, Otton Solis, che non è andato oltre il 24% e quello del partito di destra "Movimento Libertario", Otto Gyuevara, fermato si al 21% dei consensi.

"È un momento di gioia, ma anche di umiltà, il popolo mi ha dato la sua fiducia e non la tradirò", ha detto il nuovo presidente, davanti ai suoi sostenitori, riunitisi per festeggiarla in un hotel a San José. Socialdemocratica di formazione, la Chinchilla ha rivolto un appello al dialogo agli avversari politici e ai diversi settori sociali, promettendo di continuare le politiche del suo predecessore Arias, di cui, peraltro, era vice presidente, ovvero: migliorare la qualità della salute, l'educazione, la sicurezza e assicurare l'uguaglianza di genere.

La neo-eletta presidente del Costarica ha scelto come vicepresidente Alfio Piva Mesen, di origine mantovana, direttore generale dell’Istituto Nazionale di Biologia (Inbioparque), professore universitario, già rettore dell’Università Nazionale di Costa Rica (UNA).

Suo padre, Alfio Piva Cugola, nato a Ostiglia – scrive Giovanni Girardi sul portale dei Lombardi nel Mondo - era emigrato in Costarica nel 1914 vivendo a San Josè dove, il 9 gennaio 1949 nasceva Alfio Piva Mesen. Oggi sposato con tre figli, il dottor Alfio Piva, è riconosciuto a livello nazionale per la sua attività e per i successi ottenuti dall’inizio della sua carriera ad oggi. Dottore in medicina veterinaria, con laurea ottenuta presso l’Università di Parma nel 1963, specialista in fisiologia animale presso l’Università di Milano (1970) ed in inseminazione artificiale presso l’Istituto Lazzaro Spallanzani di Milano (1970). Inizia la sua attività come medico veterinario nella regione del Guanacaste, al nord della Costarica, e come professore di fisiologia animale presso la facoltà di agronomia dell’Università di Costarica (UCR). Da allora sono innumerevoli gli incarichi a livello nazionale che il dottor Alfio Piva ha ricoperto. Tra questi è importante ricordare la sua attività come direttore della scuola di zootecnia, decano della facoltà di scienza della salute (UNA), rettore dell’Università Nazionale (UNA), fondatore e direttore della scuola di medicina universitaria (UNA), direttore generale aggiunto dell’Istituto Nazionale di Biologia (Inbioparque).

Figlio di emigranti mantovani, grazie al suo sforzo personale, è riuscito a superare barriere difficili nella vita come quando, con grandi sacrifici economici, è ritornato in Italia per studiare e sviluppare la sua formazione accademica ed umana. Certamente un degno rappresentante della comunità italiana e di quella mantovana presente in Costarica, che nel 2004, ha voluto premiarlo con il Premio Italia rilasciato dal Comites. (aise)

 

 

 

 

Ucraina, vince il filorusso Yanukovich. Ma la Tymoshenko contesta i risultati

 

La commissione elettorale annuncia la vittoria del leader dell'opposizione.

Il premier attacca: "Brogli, lotteremo". Gli osservatori europei: voto regolare

 

KIEV - Il leader dell’opposizione filorussa Viktor Ianukovich si avvia a diventare il nuovo presidente dell’ Ucraina, nonostante il suo vantaggio sulla premier filo occidentale Iulia Timoshenko si sia progressivamente ridotto con il procedere dello scrutinio sino a poco più di 2 punti (48,34% a 46,05%).

 

Il presidente della commissione elettorale centrale (Cec) Vladimir Shapoval ha già dichiarato valido il voto, togliendo un primo puntello a "Iulia" per eventuali contestazioni, mentre un altro membro, Mikhail Odhendovski, ha assicurato la vittoria di Ianukovich perchè a suo avviso il divario ora non può che aumentare, mancando ancora le schede di alcuni feudi orientali del leader filorusso. E mentre alcune migliaia di militanti pro Ianukovich continuano a radunarsi davanti alla Cec, la premier ha annunciato una conferenza stampa nella sede del governo, dopo che ieri sera il suo rivale l’aveva invitata a dimettersi.

 

Finora "Iulia", l’ex eroina della rivoluzione arancione del 2004, non ha manifestato alcuna intenzione di riconoscere la sconfitta e sembra del tutto pronta a contestare i risultati sul piano giudiziario, anche se finora le schede non valide sono solo l’1,18%. Anche il suo avversario, tuttavia, potrebbe perseguire la stessa strada. Ianukovich agisce però già come presidente in pectore di tutta la nazione, pur continuando a parlare russo, e vuole avviare da domani le consultazioni per una nuova maggioranza parlamentare, dopo aver invitato a raggiungere la sua squadra l’oligarca Serghiei Tighipko e l’ex presidente del parlamento Arseni Iatseniuk, usciti al primo turno. Nelle prossime ore è attesa la valutazione degli osservatori dell’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Intanto il capo della missione di osservatori elettorali del parlamento europeo Pavel Koval ritiene che non ci siano stati «brogli di massa» in base ai primi risultati preliminari.

 

Attesissima adesso la conferenza stampa di Yulia Tymsohenko, convocata nel tardo pomeriggio ora italiana. Distanziata di 2,09 punti percentuali, la premier ha ottenuto circa il 46% delle preferenze e dovrebbe ammettere la sconfitta. Ma non è detto che rinunci all’ennesimo colpo di scena e che annunci, piuttosto, una battaglie legale per verificare l’esito del voto di ieri. In attesa dei risultati definitivi, il candidato filorusso già ieri sera ha dichiarato vittoria e ha invitato la Tymoshenko a dimettersi. «Ringrazio Dio di averci permesso di aprire un nuovo capitolo nella storia del nuovo Paese», ha detto, quando gli exit poll e poi i primi risultati gli promettevano una vittoria con ampio vantaggio. Poi, durante la notte, il margine di distacco è andato ridimensionandosi e stamattina la Commissione elettorale ha consigliato cautela, visto che c’erano zone con lo scrutinio giunto appena a metà, sia nella parte orientale del Paese (dove il candidato filorusso è nettamente più sostenuto), ma anche ad Ovest (dove prevale la premier).

 

Nei giorni scorsi Tymoshenko ha minacciato di ricorrere alla piazza in caso di nuovi brogli e ieri sera ha rifiutato di accettare la sconfitta, annunciando di voler attendere «sino all’ultima scheda». In questo senso è importante il giudizio sul voto di ieri degli osservatori dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce), atteso in queste ore. Se sarà positivo, difficilmente la premier potrà scegliere la via della contestazione, sia in piazza che nei tribunali. In ogni caso, il ballottaggio di ieri ha confermato la polarizzazione del voto in Ucraina, con una divisione quasi equanime delle preferenze e la conferma di un Est filorusso e di un Ovest più sensibile alla linea filo-occidentale. Allo stesso tempo, però, è stata definitivamente sepolta l’epoca degli "arancioni": il nuovo presidente è l’anti-eroe della piazza del 2004, che lo costrinse a sottomettersi a un terzo round delle presidenziali, decretando la sua sconfitta e la vittoria di Viktor Yushchenko. LS 8

 

 

 

 

L’appello del Papa e l’economia di mercato. Il senso di colpa del capitalismo

 

All’Etica universalistica della Chiesa in difesa dei più deboli — questo il significato profondo dell’appello del Papa al senso di responsabilità di politici e imprenditori di fronte alla crescente disoccupazione — una parte del mondo dell’impresa ha risposto con il moralismo degli uomini di buone intenzioni che, per dirla con Benedetto Croce, «sono nient’altro che ipocriti». È ipocrita il Capitale che denuncia carenza di etica nell’economia di mercato, si autodefinisce «sociale» e demonizza il capitalismo anglosassone «orientato al profitto ». Persegue però questo profitto con analogo accanimento al riparo dalla concorrenza, grazie alla non contendibilità delle imprese—che ne alimenta e protegge le inefficienze — e al corporativismo delle professioni che, associato al conservatorismo dei sindacati, ostacola l’ingresso ai giovani e penalizza il merito. Sopravvive, inoltre, come rendita — concessioni e licenze di Stato—e con i sussidi governativi alla vendita di prodotti poco competitivi sul mercato e fa pagare a correntisti e imprese servizi bancari fra i più cari d’Europa. L’eticizzazione della politica e dell’economia, da parte della Chiesa, è nell’ordine delle cose di un sistema teocratico; è, da parte di uomini politici e partiti, la teoria e la prassi dei Paesi totalitari.

Ma nel mondo dell’impresa è una contraddizione in termini. La rivoluzione marginalista ha introdotto, nell’apprezzamento di un bene, i concetti «qualitativi» (soggettivi) di utilità e di scarsità, rispetto a quello «quantitativo » (oggettivo) di valore- lavoro dell’economia classica. Ma, con il concetto di «utile», ha anche teorizzato il ruolo della scelta e dell’interesse nell’economia, distinguendo la volontà «pratica», che coincide col fine individuale, da quella «morale» che trascende in un fine universale. «Il fatto economico — scrive Croce — è l’attività pratica dell’uomo, in quanto si consideri per sé, indipendentemente da ogni determinazione morale o immorale». Ma, attenzione: non indipendentemente dalle regole né dalla naturale socievolezza degli uomini (la «simpatia» di cui parla Adam Smith). Nel 1765, un pensatore liberale finlandese, Anders Chydenius, già ne aveva parlato, scrivendo che la nazione «è costituita da una moltitudine di persone che si sono unite per assicurarsi la propria prosperità e quella dei propri discendenti sotto la protezione del governo (...). I nostri bisogni sono vari e non c’è mai stato nessuno in grado di procurarsi anche i beni di prima necessità senza l’aiuto di altre persone, e non esiste quasi nessuna nazione che non abbia bisogno delle altre» (La ricchezza della nazione, liberilibri). In definitiva, la responsabilità «sociale» dell’imprenditore sta tutta qui: nel fare il proprio mestiere all’interno di una cornice normativa che ne massimizzi — disciplinandone la libertà di intrapresa — le capacità. Che, nell’era della globalizzazione, si traducono in innovazione e competitività. Piero Ostellino CdS 8

 

 

 

 

Teheran, tentato assalto all'ambasciata italiana. In azione miliziani basiji: "Morte a Berlusconi"

 

Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, durante un'audizione al Senato - Analoghe manifestazioni dei paramilitari agli ordini del pasdaran, anche in altre sedi diplomatiche - Il governo iraniano ha convocato l'ambasciatore Bradanini per protestare contro le parole usate da Berlusconi durante la sua recente visita in Israele

 

ROMA - Decine di miliziani basiji, che non fanno parte delle forze armate iraniane, ma solo sostenitori del governo del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, hanno tentato di dare l'assalto all'ambasciata italiana a Teheran, lanciando pietre e al grido di "Morte all'Italia, morte a Berlusconi" . La notizia è stata data, durante un'audizione in Senato, dal ministro degli Esteri Franco Frattini, che ha annunciato di aver dato disposizione al nostro ambasciatore a Teheran, Alberto Bradanini, di non partecipare alle cerimonie di giovedì in occasione del 31mo anniversario della Repubblica islamica. Manifestazioni analoghe sono avvenute anche davanti le ambasciate di Francia e Olanda.

 

Il nostro ambasciatore precisa. "In realtà non si è trattato di un vero e proprio assalto, ma di una manifestazione che è durata una ventina di minuti. Poi, tutto è rientrato, non c'è stato nessun danno a persone o a cose". Sono le dichiarazioni a caldo a Radio Capital dell'ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini. "I manifestanti hanno gridato questi slogan e frasi un ingiuriose ("Morte a Berlusconi e morte all'Italia") che normalmente vengono utilizzate in questo tipo di manifestazioni, che sono orchestrate, ripeto, orchestrate dal regime. Anche 3 o 4 anni fa ci sono state manifestazioni simili. Comunque non siamo preoccupati".

 

La difesa della polizia iraniana.  E' stato Franco Frattini a precisare che sono stati proprio gli agenti della polizia iraniana a "scongiurare l'assalto vero e proprio all'ambasciata" italiana. E ha assicurato che, grazie a questo intervento, "non ci sono danni seri"  alla nostra sede diplomatica.

 

Il governo di Teheran chiama il nostro ambasciatore. Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato domenica l'ambasciatore Bradanini per trasmettergli una protesta ufficiale per le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nella recente visita in Israele. Lo ha confermato il ministro Frattini: "Il nostro ambasciatore è stato convocato l'altro ieri (dalle autorità iraniane, ndr) per una protesta contro le parole del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in Israele. Noi ci siamo limitati a dire che sono frasi in cui tutta l'Italia crede profondamente. La garanzia della sicurezza dell'esistenza di Israele è un principio assoluto e indiscutibile".

 

L'assalto. La manifestazione dei basiji iraniani è iniziata verso le 14,45, ora italiana, le 16,15 di Teheran. Sono stati lanciati sassi ed altri oggetti: i manifestanti hanno provato a divellere un cartello stradale, ma sono stati contenuti dalla polizia che, come in altre occasioni, in qualche modo fa da "cornice" a queste manifestazioni. Da tre anni non c'erano manifestazioni contro l'ambasciata italiana, mentre sono continuate quelle contro sedi di altri paesi. Lo stesso gruppo di manifestanti, dopo 20 minuti ha lasciato la sede diplomatica italiana e si è spostato verso quelle di Olanda, Germania e Gran Bretagna.

 

Gridavano: "E' solo l'inizio". I manifestanti che hanno organizzato la protesta, prima di andarsene hanno gridato: "Se non cambierete, questo è solo l'inizio". Lo hanno riferito fonti diplomatiche italiane. Le stesse fonti hanno detto che una pietra è stata lanciata contro la sede diplomatica, ma non ha raggiunto il muro di cinta. Alcuni manifestanti hanno divelto il cartello con la scritta "Via Roma", una stradina che corre a fianco dell'ambasciata italiana, che era circondata da un folto schieramento di polizia.

 

Frattini ha annunciato che è in atto "una consultazione europea per capire se vi sarà una sorta di osservazione diplomatica da parte delle cancelliere europea, ma credo che quello che è stato deciso dall'Italia sarà condiviso da altri Paesi, come Germania e Gran Bretagna".

 

Cosa sono i basiji. Sono una forza paramilitare fondata dall'Ayatollah Khomeini nel 1979. Il basij sono di fatto una organizzazione di supporto e alle dirette dipendenze dell'Esercito dei Guardiani delle Rivoluzione Islamica iraniana, quelli comunemente conosciuti come pasdaran. In origine erano giovanotti di sesso maschile, considerati di età ancora immatura oppure troppo anziani per il servizio militare. Hanno avuto un ruolo importante durante la guerra Iran-Iraq per l'arruolamento dei volontari che si rendevano disponibili per attacchi a ondate contro gli Iracheni, in particolare nell'area di Bassora.

 

Nella fase attuale la forza paramilitare viene impiegata per lo più come supporto alla polizia nell'ordine pubblico, oppure per organizzare le cerimonie religiose pubbliche dove svolgono attività di vigilanza sul rispetto della "morale islamica" e per prevenire e se necessario reprimere ogni forma di dissenso al regime religioso iraniano.  L'organizzazione dei basiji ha struttura capillare ed è presente nella maggior parte delle città iraniane.

 

Dal 1984, quando la querra tra Iran e Iraq erà esattamente a metà del travagliato tragitto,  sarebbero stati addestrati circa 2,4 milioni di iraniani all'uso delle armi e al fronte ne furono mandati 450.000. Dopo quella guerra i basiji si riorganizzarono e divennero tra i primi garanti della sicurezza interna del regime iraniano islamico.

LR 9

 

 

 

 

Commento. Il ministro degli Esteri e la diplomazia pop

 

Hanno assaltato l'ambasciata. No, ci hanno provato. Ad attaccare sono i miliziani basiji, squadre paramilitari fedeli al regime. A difenderci è la polizia del regime. Non manderemo l'ambasciatore alle celebrazioni della cacciata dello Scià, però la nostra sede diplomatica resta aperta perché è meglio non eccedere. Siamo per la linea dura sanzionatoria ma anche per mantenere aperto il dialogo critico con Ahmadinejad. “Non tollereremo che l'11 febbraio manifestazioni di dissenso vengano represse”, ma non per questo mettiamo in discussione il giro di affari miliardari che ci legano all'Iran.

 

E' il Frattini-show. Teatro della performance la seduta congiunta delle Commissioni esteri di Camera e Senato. Caos totale, indicativo di un governo la cui credibilità internazionale rasenta lo zero (salvo in Afghanistan, dove per essere credibili agli occhi di Barack Obama abbiamo inviato altri soldati non si sa bene a quale fine e con quali imput). Morte a Berlusconi, avrebbero gridato i manifestanti, stando alla ricostruzione fornita dal titolare della Farnesina. Insomma, il Cavaliere avrebbe colpito anche l'immaginario dei duri iraniani.

 

C'è chi tira in ballo il recente viaggio di Berlusconi in Israele, con gli attacchi frontali lanciati dal premier italiano contro l'Hitler di Teheran. Parole subito riprese – assieme alla giustificazione della guerra a Gaza scatenata un anno e passa fa da Israele – dalla Tv pubblica iraniana. “Quel viaggio non c'entra, si sa l'Iran di questi tempi ce l'ha un po' con tutti”, prova a spiegare il Frattini “pompiere” sperzonalizzando ciò che il Frattini “incendiario” aveva messo in risalto.

 

In Israele, il Cavaliere-Zelig aveva sposato le ragioni dello Stato ebraico. Tornato a Roma, ha preferito non dar seguito ai suoi bellicosi propositi, passando il cerino accesso al fedelissimo Franco (Frattini). Che sia lui a barcamenarsi tra falchi e colombe. Siamo alla “diplomazia pop”. Tante parole, nessun fatto. Vallo a spiegare ai ragazzi dell'Onda Verde di Teheran. Umberto De Giovannangeli L’U 9

 

 

 

 

Le sfide dei partiti. La politica rinunci al dividendo della paura

 

Voglia di concretezza. Così si potrebbe riassumere la tendenza che sembra emergere nell’ultima settimana a proposito della politica italiana.

La situazione come si sa è seria. C’è crisi nel sistema imprenditoriale che è costretto a ristrutturarsi dalla globalizzazione che impone una diversa valutazione dei costi di produzione. Il sistema sociale è da tempo sottoposto a tensioni, con squilibri generazionali, disuguaglianze che diventano più stridenti, difficoltà di sopperire a tutto questo da parte della tradizionale rete di interventi pubblici nel settore. La situazione internazionale non lascia tranquilli di fronte a tensioni sia sul piano politico che su quello economico: la gente guarda la Tv e capisce che il problema dell’Iran è una cosa seria e che i responsabili economici del G7 riuniti a Iqualit, in Canada, non erano lì solo per fare un giro sulle slitte tirate dai cani.

Di conseguenza la gente chiede alla politica di fare il suo mestiere, cioè di governare. Quelli responsabili si rendono conto che governare è un’attività complessa che si svolge in dialettica fra le parti, ma col concorso di tutti. Certo una vecchia politica, che vogliamo sperare sia in via di superamento, si illude che si possa trarre vantaggio dal dividendo della paura. È possibile naturalmente ottenere un po’ di voti agitando le paure: chi teme l’immigrazione e chi la disoccupazione, chi sente in forse i privilegi del pubblico impiego e chi teme di non farcela in un mondo dove si deve rendere conto delle capacità di ciascuno. Sarebbe lungo l’elenco delle paure su cui speculano quelli, e non sono pochi, che tengono in piedi la “politica spettacolo”.

Adesso forse sta venendo il momento che è proprio della svolta riformatrice di ogni sistema. Ricordate la famosa frase di Franklin Delano Roosvelt nel discorso inaugurale del 4 marzo 1933, uno di quelli che lanciò il New Deal? “L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. In effetti la svolta riformatrice per qualsiasi nazione comincia da qui, dall’affrontare i problemi non a partire dalle paure, ma dalla volontà di mettere mano ai problemi, con almeno la certezza che non dipendono dall’opera malvagia di qualche “diavolo” da esorcizzare, ma sono conseguenza di cause individuabili e che possono essere tenute sotto controllo.

 

Naturalmente la politica politicante fa fatica a mettersi su questa strada. Prima di tutto perché così si apre una competizione davvero a tutto campo. Se la questione diventa anche qui quella del “merito”, cioè delle risposte concrete che si sanno dare ai problemi, salta il vecchio, tranquillo schema per cui “noi” siamo sempre nel giusto e dunque con “noi” devi continuare a stare, mentre gli “altri” hanno sempre torto perché quello che dicono è inficiato dai più loschi raggiri. Ovvio che tutti coloro che avevano fatto il nido in quegli schematismi che li preservavano dai pericoli del confronto siano preoccupati del venir meno del contesto che li faceva prosperare.

Però i politici veri percepiscono che il clima sta cambiando. Voci avvertite del centro e dell’area moderata di entrambi gli schieramenti segnalano da tempo l’esigenza di cambiare passo, di mettere al centro dell’azione politica la capacità di affrontare i problemi e di governare.

L’indizio più clamoroso di quanto il clima al di fuori della politica stia cambiando e pesi sulle scelte dei partiti arriva proprio dal congresso dell’Italia dei Valori, dove Di Pietro ammette che deve fare un salto di qualità, non bastano più giustizialismo e antiberlusconismo, bisogna almeno dire che si è capaci di proporsi per governare. Sarà vero? Dubbi di un bluff solo elettorale sono molto forti, e sbaglierebbe chi non ne tenesse conto.

Lo stile è un po’ quello di chi si vanta di avere scoperto l’acqua calda, il fatto però rimane, né lo mette fra parentesi la presunzione di poter condizionare così il Partito democratico. Qualche portavoce dell’opposizione interpreta il fatto come una virata che costringe Bersani a mettersi al carro dell’Idv, ma almeno apparentemente è esattamente il contrario. La caparbia volontà del segretario del Pd di cercare, da buon emiliano, di rimettere il suo partito nella carreggiata del “partito di governo” (pur non riuscendo completamente a rinunciare alle liturgie del “partito di lotta”) sta costringendo a rimodellarsi quei partiti che pensavano di metterlo all’angolo col massimalismo, fosse quello populista alla Di Pietro e compagni, fosse quello retrò dell’estrema sinistra sempre più in difficoltà. Certo, la prova dei fatti è ineliminabile e il sentiero di coerenza su cui Di Pietro & C. dovranno muoversi è molto stretto.

Del resto i sondaggi confermano questo trend a vantaggio dei partiti della concretezza e pensiamo che questo valga anche per il centrodestra. Qualcuno avrà notato che ultimamente la Lega evita, almeno a livello di leader, le sparate tradizionali e che nello stesso Pdl si cerca di tenere sotto controllo i pasdaran. Chi ha antenne sensibili sa che conquista più attenzione un Maroni che fa seriamente il suo lavoro di tanti proconsoli sguinzagliati a spararle grosse sui media: e non è che un esempio.

Il cambio di clima, se si confermerà, il che non è ancora del tutto sicuro, è molto interessante. L’Italia ha accumulato molti ritardi ed è un lusso che non può più permettersi. Tuttavia si deve anche capire che bisogna assolutamente evitare quella che purtroppo è una nostra tradizione: il riformismo senza riforme, cioè un girare a vuoto di parole e belle intenzioni a cui non corrispondono poi cambiamenti reali nelle strutture, nelle mentalità e nei comportamenti.

Per questo la politica ha bisogno di ritrovare il gusto della grande arena che è quella dove tutti si battono coi temi cruciali del momento e non duellano fra loro per decidere semplicemente chi sia il più bello del reame. PAOLO POMBENI IM 8

 

 

 

 

Palermo, Ciancimino: «Forza Italia frutto trattative Stato-mafia». Alfano: piano per delegittimarci

 

«Forza Italia è il frutto della trattativa» tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92. A dirlo in aula è stato Massimo Ciancimino, che continua la sua deposizione al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. A riferirlo a Ciancimino sarebbe stato il padre Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo, che secondo il figlio avrebbe avviato dopo il maggio del 1992 la trattativa con i Carabinieri da un lato e i boss mafiosi dall'altro. Ciancimino junior ha spiegato al pm Antonio Ingroia il contenuto di alcuni “pizzini”.

 

Il ministro Guardasigilli Alfano replica duramente: Forza Italia «non ha mai avuto collegamenti con la mafia», mentre sarebbe in atto «un tentativo di delegittimazione dell'azione del governo Berlusconi sempre in prima linea nella lotta a Cosa Nostra». Il Guardasigilli, interpellato dai cronisti, premette di non voler esprimere un suo giudizio rispetto a quando dichiarato da un teste, Massimo Ciancimino jr, nel corso di un processo. Tuttavia Alfano ricorda di aver militato in Forza Italia sin dal '94, ricoprendo diversi incarichi in Sicilia: «Mai e poi mai abbiamo avuto la sensazione che la nostra storia, questa grande storia di partecipazione che ha emozionato milioni di persone in Sicilia e altrove, possa aver avuto collegamenti con la mafia». Alfano sostiene inoltre che «il governo Berlusconi con le leggi antimafia ha fatto esattamente il contrario di ciò che prevede il papello». Dal momento che poi «la mafia non teme dibattiti e convegni ma teme la confisca dei beni e il carcere duro, abbiamo - ha aggiunto - fatto una guerra alla mafia con la normativa di contrasto più duro dai tempi di Falcone e Borsellino. Tanto è vero che il modello Italia è diventato esempio per i paesi del G8». «Non vorrei - ha dunque sottolineato Alfano - che vi fosse da più parti un tentativo di delegittimazione dell'azione di un governo che contrasta la mafia. La mafia non sempre sceglie la via dell'assassinio fisico, ma a volte quella delle delegittimazione».

 

Secondo quanto ha raccontato in aula Massimo Ciancimino, nel 1994, Bernardo Provenzano avrebbe scritto un “pizzino” indirizzato a Marcello Dell'Utri e «per conoscenza», come dice il teste, «a Silvio Berlusconi». Nel documento si legge: «Intendo portare il mio contributo che non sarà di poco perché questo triste evento non si verifichi, sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive». Il “triste evento” a cui si riferisce Ciancimino Junior sarebbe stato il ventilato sequestro di uno dei figli del Presidente del Consiglio. «Mio padre - ha spiegato Ciancimimo junior illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo». Una parte del documento, secondo quanto dice in aula il figlio dell'ex sindaco, sarebbe sparita. L’U 8

 

 

 

 

L'obbligo di chiarire quella leggenda nera

 

Le rivelazioni di Massimo Ciancimino - Se fondate, sono accuse catastrofiche per la nostra democrazia - di GIUSEPPE D'AVANZO

 

I MORTI non si possono smentire e i vivi hanno difficoltà a difendersi dalle parole di morti. È una condizione che crea inestricabili ambiguità. Si ascoltano con disagio le rivelazioni di Massimo Ciancimino. Le ragioni sono due. La prima può avere come titolo: il morto che parla. Perché a parlare con la voce di Massimo, il figlio, è Vito Ciancimino, il padre, il mafioso corleonese, il confidente di uno Stato debole e compromesso, il consigliere politico di Bernardo Provenzano. Anche se Massimo Ciancimino mostra di tanto in tanto una lettera o un pizzino, sono soprattutto i ricordi delle sue conversazioni con il padre la fonte delle accuse contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.

 

Ricordiamole perché, se fondate, quelle accuse sono catastrofiche per la nostra democrazia (un uomo, che si è fatto imprenditore con il denaro della mafia e politico con la sua protezione, governa il Paese). Se menzognere e maligne, indicano che contro il capo del governo è in atto un'aggressione ricattatoria che fa leva su alcune oscurità della sua avventura umana e professionale. La mafia, dice Ciancimino, finanziò le iniziative imprenditoriali del "primo Berlusconi" (Milano2). Marcello Dell'Utri sostituì Vito Ciancimino nella trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra innescata dopo la morte di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e la nascita di Forza Italia, nel 1993, è stata il frutto di quel pactum sceleris.

 

I ricordi del giovane Ciancimino inverano, con la concretezza di una testimonianza "diretta", la cattiva leggenda che accompagna da decenni il racconto mitologico della parabola imprenditoriale del presidente del Consiglio. Si può dire così: quelle dichiarazioni riordinano in un resoconto esaustivo e "chiuso" l'intera gamma delle incoerenze che Berlusconi e i suoi collaboratori nella fondazione dell'impero hanno lasciato nel tempo incancrenire per non volerle mai affrontare. Come già è accaduto

 

quando in un'aula giudiziaria è apparso Gaspare Spatuzza, si deve ricordare che Cosa Nostra è tra gli anni settanta e ottanta molto vicina alle "cose" di Silvio Berlusconi e ricompare ancora nel 1994 quando il ministro dell'Interno dell'epoca, Nicola Mancino, dice chiaro che "Cosa Nostra garantirà il suo appoggio a Forza Italia".

 

I legami tra Marcello Dell'Utri e i mafiosi di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri tra Silvio Berlusconi e la crème de la crème di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova. Con quali capitali Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero inglorioso.

 

Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari, quando ancora Berlusconi non si dice proprietario dell'impresa, ma soltanto "socio d'opera" o "consulente". Quei capitali erano "neri" soltanto perché sottratti al fisco, espatriati e rientrati in condizioni più favorevoli o erano "sporchi" perché patrimonio riciclato delle ricchezze mafiose, come ha suggerito qualche mese fa Gaspare Spatuzza quando disse: "La Fininvest era un terreno di pertinenza di Filippo Graviano, come se fosse un suo investimento, come se fossero soldi messi di tasca sua"? Le parole di Massimo Ciancimino riportano alla luce anche un'ultima e antica contraddizione di Berlusconi e dei suoi cronisti disciplinati, la più bizzarra: la datazione della nascita di Forza Italia nel 1994 e l'ostinato rifiuto a ricordare che le doglie di quel parto cominciarono nella primavera del 1993 da un'idea covata da Marcello Dell'Utri fin dal 1992.

 

È una rosa di "vuoti" e antinomie che apre spazi al ricatto mafioso. E' uno stato che dovrebbe preoccupare tutti. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del Consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. Lo ripetiamo. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia il capo del governo (per sottrarre se stesso a quel ricatto rovinoso) e la magistratura (per evitare che un governo legittimo sia schiacciato da una coercizione criminale che ne condiziona le decisioni) sono chiamati a fare finalmente luce sull'inizio di una storia imprenditoriale e sull'incipit di un romanzo politico.

 

È la seconda ragione di disagio, l'assenza di iniziative politiche e giudiziarie a fronte di denunzie così gravi. Ogni cosa sembra risolversi in una "tempesta mediatica", in una rumorosa e breve baruffa che scatena per qualche giorno sospetti, furori e controsospetti e controfurori senza che si intraveda non un'evidenza in più che scacci i cattivi pensieri o li renda più fondati, ma addirittura non si scorge alcuna attività in grado di spiegare finalmente come stanno le cose. Il risultato è che ce ne stiamo qui stretti tra la possibilità di avere al governo un paramafioso, un riciclatore di soldi che puzzano di morte e la probabilità che l'uomo che ci governa sia ricattato da Cosa Nostra per qualche passo storto del passato. È un circuito che va interrotto nell'interesse di Berlusconi, del suo governo e del Paese, della sua credibilità internazionale.

 

I modi per chiudere questa storia sono certo laboriosi, forse dolorosi, ma agevoli. La magistratura (per quel che se ne sa, ancora non è stata aperta un'istruttoria) accerti la fondatezza delle testimonianze di Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza - magari evitando di rovesciarle in un'aula di tribunale, prima di una loro verifica. Berlusconi rinunci a scatenare, come d'abitudine, i suoi cani da guardia e faccia finalmente i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese. È giunto il tempo che questo conflitto sia affrontato all'aperto e non risolto nel segreto con un gioco manipolato e incomprensibile che nasconde alla vista il ricatto, i ricattatori, la punizione minacciata, ciò che si può compromettere, un nuovo accordo salvifico. LR 9

 

 

 

 

Ciancimino e la trattativa: negare le origini di Forza Italia equivale a non conoscere la storia di questo Paese

 

Strasburgo - Non so se indignarmi di più ad apprendere cosa sia stata e sia l’Italia dalle parole di Massimo Ciancimino (ultima conferma di quanto riferito in oltre un decennio da numerosissimi collaboratori di giustizia: basterebbe leggere la motivazione della sentenza Dell’Utri) o ad ascoltare i farneticanti commenti politici che oggi le hanno accompagnate sulla stampa. Non parlo, naturalmente, di quelli degli esponenti berlusconiani: essi reagiscono come i cani di Pavlov davanti alla mossa del loro padrone che fa il cenno di lanciar loro un osso da raccogliere. Parlo, invece, di quelli provenuti da esponenti dell’opposizione, reale o sedicente tale. Le reazioni dell’on. Casini sono comprensibili: da uno che si fa bello dell’apporto elettorale e ideale dell’on. Cuffaro non ci si può che aspettare astio nei confronti di quanto accade nelle aule di giustizia; senza tacere che nei biglietti di Vito Ciancimino consegnati dal figlio ai magistrati compare il nome del suocero di Casini, ciò che avrebbe consigliato al segretario dell’UdC di tacere per pudore. Più sorprendenti sono le reazioni esplicitate da esponenti del Pd e, spiace dirlo, perfino da alcuni rappresentanti dell’IdV, secondo il Corriere della Sera di stamattina Arlacchi, Donadi e Li Gotti.

Al riguardo voglio dire alcune cose semplici e definitive. Che Forza Italia sia frutto del biennio stragista di Cosa Nostra non è una rivelazione inedita di Massimo Ciancimino. La sua è soltanto l’ennesima, e per certi versi documentale, conferma. Che la trattativa condotta dai vertici del Ros nel 1992 con Cosa Nostra sia stata un’iniziativa sciagurata e foriera di lutti (i morti delle bombe del 1993) è stato accertato dalla Corte d’assise di Firenze che ha condannato esecutori e mandanti mafiosi (non quelli esterni, per i quali è bene che le indagini possano continuare sulla scorta delle nuove risultanze emerse negli ultimi mesi). Che, poi, la cattura di Salvatore Riina sia stata procurata dai buoni uffici del boss Bernardo Provenzano era già stato affermato dal più autorevole collaboratore di Provenzano, ovvero Antonino Giuffrè. Che la trattativa fra rappresentanti istituzionali e Cosa Nostra, infine, sia proseguita a lungo è provato da numerosi fatti politici, non solo certe dichiarazioni filomafiose di alcuni parlamentari ma perfino i testi di alcune indecorose proposte di legge che raccoglievano quasi adesivamente i punti qualificanti del “papello” di Cosa Nostra.

Non si può far finta di niente, poi, davanti ad un Ministro della Giustizia che ha scelto come sua portavoce la figlia del generale Subranni (ovvero il comandante del Ros coinvolto nella trattativa del 1992) e che ha pure l’impudicizia di aggredire, nella sua veste istituzionale, un testimone d’accusa del processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu, che di Subranni erano i fedeli luogotenenti.

Piuttosto, va detto che dopo la deposizione di Massimo Ciancimino in un paese civile Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Salvatore Cuffaro e Nicola Mancino si sarebbero immediatamente dimessi dalle rispettive cariche istituzionali per mettersi a disposizione dell’Autorità giudiziaria. Se questo non è accaduto è la prova del degrado filomafioso del quadro politico dell’Italia di oggi.

On. Sonia Alfano (IdV), http://www.soniaalfano.it/ (de.it.press)

 

 

 

 

Alleanze, resta al centro la vera sfida del Pd

 

ROMA - C’era soddisfazione ieri nel Pd per la «svolta» di Antonio Di Pietro. Ha sacrificato il mito populista della piazza in nome dell’«alternativa di governo». Ha frenato persino l’integralismo giustizialista per dare il via libera a Vincenzo De Luca in Campania. E soprattutto ha riconosciuto al Pd di Pier Luigi Bersani il ruolo-guida dell’alleanza. I toni e gli argomenti usati da Di Pietro al congresso sono stati molto diversi da quelli di Beppe Grillo e Marco Travaglio, a cui l’ex premier di solito si uniforma e che comunque presidiano l’area di riferimento dell’Italia dei Valori. Così per il Pd è sicuramente più facile dialogare. Ma non bisogna dimenticare che, in tempo di elezioni, Di Pietro è solito a maggiori moderazione e flessibilità.

Accadde anche nel 2008 quando l’Idv ottenne da Walter Veltroni quel patto di coalizione che gli consentì di approdare in Parlamento. Allora Di Pietro promise al leader del Pd che avrebbe formato gruppi unitari alla Camera e al Senato, nella prospettiva di una progressiva integrazione. Lo scenario di un futuro ingresso nel Pd è stato abbozzato anche in questo congresso. In tutta evidenza l’Idv, al momento del voto, ha bisogno di apparire un alleato critico ma fedele. Non è portatore di interessi sociali antagonisti al Pd. Incarna solo l’animo più protestatario, più giustizialista del centrosinistra: per massimizzare il risultato nelle urne deve rassicurare gli elettori che il voto per l’Idv non avvantaggerà Berlusconi. Insomma ha bisogno che il Pd lo tenga vicino a come alleato: solo così può mettere a frutto la maggiore radicalità senza che si abbatta la mannaia del voto utile.

Certo, anche il Pd oggi non può fare a meno dell’Idv pena un crollo di competitività. Ma è chiaro che per Bersani la vera sfida della «nuova coalizione» non passa dal rapporto con Di Pietro. Non solo perché Di Pietro era già nella «vecchia» coalizione. Il leader del Pd è pragmatico e non intende certo bruciare il rapporto con l’Idv in nome di qualcosa che ancora non c’è. Ma il percorso di «convergenza» delle opposizioni, che resta il suo obiettivo strategico, continua ad avere il Centro come terreno decisivo non solo di una nuova formula politica, ma anche di una più larga alleanza sociale. È anche il tema più spinoso nel Pd, perché non mancano le forze interne ostili (oggi pronte a usare la simbologia ulivista per contrastare l’intesa con l’Udc). Resta il fatto che l’«alternativa» a Berlusconi sarà più solida se il Pd saprà diventare il fulcro di un progetto nuovo, capace di coinvolgere forze moderate e magari anche parti della sinistra radicale disposte alla sfida del governo. Alle regionali Bersani ha fatto qualche passo avanti ma ha anche subito qualche sconfitta. E il bilancio del 29 marzo peserà sul futuro prossimo. CLAUDIO SARDO Im 8

 

 

 

Razzi al Congresso Idv: "Gli italiani nel mondo chiedono maggiore partecipazione"

 

Il deputato eletto in Europa presenta la "mozione estero" al congresso nazionale dell'Idv. "Dobbiamo far crescere il partito anche all’estero, e riconoscere pari diritti ai tesserati del mondo". E sulla rete consolare: "Il partito si opponga alla chiusura dei consolati che offrono un servizio importante ai connazionali all'estero"

 

Roma - “Riconoscimento, Organizzazione, Coordinamento e Partecipazione”. Questo il titolo della mozione presentata dalla regione estero dell’Idv, in occasione del primo Congresso Nazionale del partito fondato dall’on. Antonio Di Pietro. Ad esporre la mozione alla seconda giornata della kermesse di Roma, l’onorevole eletto in Europa, Antonio Razzi, che in primo luogo saluta “i delegati che sono venuti dall’estero con grandi sacrifici”, ringrazia “il presidente Di Pietro e l’ufficio di presidenza per aver accolto concretamente la mozione concernente il riconoscimento della ventunesima regione estero”, e “quelli che mi hanno votato ma che hanno dato anche fiducia dell’Idv”.

 

La prima richiesta è che vengano effettuati congressi dell’Idv anche fuori dai confini nazionali “per eleggere democraticamente il coordinatore”. “Chiediamo poi – prosegue l’on. Razzi - l’equiparazione dei delegati, in corrispondenza al numero di tesserati, come in Italia. Attualmente ci sono stati dati due delegati per nazione – spiega il deputato di origini abruzzesi - Dobbiamo far crescere il partito anche all’estero”.

In sintesi Razzi propone pari riconoscimenti per i tesserati all’estero per incentivare la partecipazione dei connazionali oltre confine, e che le iscrizioni  “in ogni paese siano gestite automaticamente, come nelle regioni”. A motivare le richieste esposte dall’onorevole eletto in Svizzera sarebbe il desiderio di maggiore coinvolgimento: “L’emigrato chiede ora la partecipazione, oggi chi parte non è più quello con la valigia di cartone”. Per queste ragioni “chiediamo - continua il deputato dell’Idv - che gli italiani all’estero, e in particolare quelli residenti in Europa, siano considerati nelle prossime elezioni regionali e provinciali dall’Idv”. “Oggi parliamo sempre di immigrazione, ma chi meglio di un emigrato può dare un aiuto per l’integrazione?”.

 

Oggetto dell’intervento dell’on. Razzi sono anche le questioni riguardanti tutti gli italiani nel mondo e non solo i simpatizzanti e militanti del partito dell’ex pm di Mani Pulite: i truffati dall’Inca-Cgil di Zurigo, la chiusura dei consolati e la rappresentanza italiana oltreconfine, in primis.

“Di recente molti consolati sono stati chiusi. Noi come Idv ci dobbiamo opporre, dobbiamo assolutamente cercare di non far chiudere i consolati che rappresentano un servizio per gli immigrati”. E nel giustificare ciò Razzi ricorda che “le rimesse degli emigrati hanno fatto crescere l’Italia, e questo è dovuto a noi italiani nel mondo”, riscuotendo il consenso della platea.

Molto applaudita anche la proposta di legge annunciata dall’onorevole operaio di una cassa di solidarietà a carico dei parlamentari, ”di tutti gli schieramenti”, che potrebbe essere impiegata in situazioni di crisi come per i “truffati in Svizzera, i terremotati abruzzesi o per le vittime di Haiti”.

“La comunicazione e l’integrazione fra centro del partito e sedi e circoli di base - conclude Razzi - sarà di grande aiuto per costruire un partito migliore per un paese migliore”.  Francesca Toscano, Italia chiama Italia 8

 

 

 

Troppi provvedimenti senza coerenza. Il groviglio giudiziario

 

Il menù l’ha riassunto ieri Giannelli, nella sua vignetta sul Corriere: legittimo impedimento, immunità parlamentare, processo breve, Lodo bis. E per chi non fosse sazio ci sono le riforme «congelate», come la nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche e le modifiche al codice di procedura penale.

Investita da una sorta di bulimia da provvedimenti legislativi in tema di giustizia, a nemmeno due anni dal suo inizio la legislatura è già satura di proposte di riforma che si sovrappongono una all’altra e alimentano un dibattito che puntualmente si tramuta in scontro, senza che sullo sfondo appaia nemmeno la sagoma di un progetto unitario. Si presenta un disegno di legge mentre se ne approva un altro, ma poi l’iter viene interrotto a metà strada per passare a un terzo, mentre sui giornali si discute di un quarto che ancora non è neanche partorito in bozza. Con simile groviglio non si va lontano. E poiché la bulimia è aumentata dopo la cancellazione da parte della Corte costituzionale del Lodo Alfano che impediva di processare le più alte cariche dello Stato, il sospetto che anziché cercare di rimediare ai guasti strutturali del sistema si rincorra la cronaca giudiziaria (in particolare quella che riguarda il presidente del Consiglio) acquista una certa fondatezza.

Per esempio suona strano che solo dopo quella bocciatura la maggioranza abbia improvvisamente deciso di rendere più rapidi i tempi della giustizia. In poche settimane è stata ideata e approvata dal Senato una riforma chiamata «processo breve» che ha provocato non solo le proteste di opposizione e magistrati, ma pareva poco digeribile anche dal Quirinale; e siccome nel frattempo la Camera ha dato il via libera al «legittimo impedimento » che torna ugualmente utile alla sospensione dei dibattimenti del premier, il «processo breve » è finito su un «binario morto» per ammissione di Gianfranco Fini, terza carica dello Stato e autorevole esponente della coalizione di governo. Dov’era allora l’esigenza di intervenire con tanta fretta per rimediare alle lentezze della giustizia?

La stessa cosa è accaduta con la riforma delle intercettazioni telefoniche, che un anno fa sembrava la prima emergenza nazionale ma di cui, dopo il «sì» della Camera arrivato prima dell’estate scorsa, non s’è più parlato. Per contro, si dibatte con sempre maggiore insistenza di ritorno all’immunità parlamentare e riproposizione del Lodo Alfano per via costituzionale, sebbene sul primo punto ci sia soltanto una proposta presentata autonomamente da parlamentari di entrambi gli schieramenti e sull’altro manchi ancora un testo compiuto.

Tutto questo non giova alle innovazioni di cui il sistema- giustizia avrebbe bisogno, ma di cui non si discute. Sarebbe invece il caso di affrontare in maniera costruttiva almeno quegli argomenti (come ad esempio il ripristino delle autorizzazioni a procedere, se proprio lo si vuole, seppure con le dovute correzioni rispetto al passato) sui quali l’opposizione ha mostrato disponibilità e la magistratura s’è chiamata fuori. Per vedere se davvero è possibile arrivare a riforme condivise come auspicato dal presidente della Repubblica. E per mettere fine al groviglio di provvedimenti legislativi che non affrontano i problemi di fondo, e anzi finiscono per ostacolarne la soluzione. Giovanni Bianconi CdS 9

 

 

 

Il circolo vizioso tra caste e amicizie

 

I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all’Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all’anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così.

 

Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni. Rispetto all’anno accademico 2003-04 le immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un dato impressionante, sia in termini assoluti che percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti all’Università il 74,4% dei ragazzi usciti dalla superiori, quest’anno solo il 59% lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in poco più di un quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e che mina pesantemente le basi della nostra economia.

 

Negli anni in cui tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore sociale.

 

Il meccanismo si è inceppato in parte per colpa di un sistema universitario incapace di trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del sistema produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama delle opportunità che è sempre più chiuso e cristallizzato. Il nostro mercato del lavoro funziona ancora in modo molto informale, localistico e personalistico. Come ci mostrano i dati dell’ultima indagine Excelsior sulle assunzioni delle imprese, circa il 54% delle assunzioni avvengono per conoscenza diretta o per segnalazione di conoscenti. Un altro 25% da banche dati interne alle aziende. Questo significa che chi non ha conoscenze personali o non è già inserito in azienda ha davvero poche probabilità di trovare lavoro. Centri d’impiego, Internet e mezzi stampa coprono una percentuale irrisoria delle assunzioni. La storia che ai giorni nostri si può trovare lavoro semplicemente mandando un curriculum in Italia pare sia davvero un mito.

 

La cosa drammatica è che questo sistema non solo non viene combattuto ma in alcuni casi viene persino legittimato e difeso. Come per la vicenda di alcune banche che pochi mesi fa hanno formalizzato un accordo con i sindacati per prepensionare i dipendenti ed assumerne i figli. Certo, i figli avrebbero dovuto avere certe caratteristiche, ma resta il fatto che, a parità di laurea in economia, essere figli di un bancario fa la differenza. Cosa dovrebbero quindi fare di fronte a questo scenario i figli degli operai, ma anche di molti impiegati, commesse o commercianti, che non possono contare su nessuna garanzia basata su famiglia e censo? La cosa più semplice: abbandonare velleità universitarie e far leva sul capitale relazionale che hanno a disposizione per fare, a loro volta, l’operaio, il commesso, il commerciante.

 

È questo infatti che ci dicono gli ultimi dati di Almalaurea: tra gli iscritti all’Università aumenta la percentuale di chi è figlio di laureati e diminuisce la percentuale di chi invece ha genitori che si sono fermati alla scuola dell’obbligo. E questo non farà che alimentare un circolo vizioso che irrigidirà ulteriormente la nostra società e la nostra economia. Perché se i giovani provenienti dai ceti più poveri perdono anche l’università come occasione di confrontarsi con un mondo diverso dal loro, di mescolarsi con persone di varia estrazione, saranno davvero condannati a restare inchiodati ai blocchi di partenza, e non saranno in grado di offrire né a se stessi né ai propri figli orizzonti e prospettive migliori.

 

Ed è molto triste pensare che nell’era in cui Paesi come l’India o la Cina stanno sperimentando l’abbattimento di vecchie caste e un nuovo senso di libertà e opportunità, in Italia i giovani stanno scivolando verso nuove gabbie e soffrendo frustrazioni e rinunce che nessun Paese sano e moderno dovrebbe tollerare. 

IRENE TINAGLI LS 8

 

 

Regionali, Bersani:"Sono ottimista, siamo competitivi"

 

«Le cose si svolgono come avevo detto io all'inizio delle trattative per le regionali. Quando la polvere si sarà posata, si vedrà che siamo competitivi in molte regioni». Pier Luigi Bersani si dice «ottimista» in merito all'esito delle elezioni regionali. «Io sono sempre stato ottimista. Abbiamo lavorato in condizioni non agevoli di clima, ma io son sempre stato fiducioso». «Il Pd ha una funzione utile al paese e gli italiani lo capiranno».  "Il Pd si è presentato come la forza che dà struttura al centrosinistra, attraverso nostri candidati o attraverso candidati di altri partiti che noi abbiamo voluto per mostrare l'apertura della coalizione».

 

Lavoro, sociale, scuola, economia verde e costi della politica: questi i temi al centro della campagna elettorale del Pd. Bersani ne ha parlato questa mattina in una riunione con i segretari regionali. «Stiamo lavorando su questi temi -spiega Bersani ai cronisti- e a breve riuniremo tutti i candidati per lanciare messaggi comuni nella campagna elettorale». Nella riunione di oggi sono state concordate una serie di iniziative nazionali in vista del voto del 28 e 29 marzo: il 19 e 20 febbraio si ripeterà l'esperienza della "Mille piazze" che sarà un po' il momento di apertura della campagna delle regionali, appuntamento per il quale non si esclude, tra l'altro, un'iniziativa pubblica ad hoc. Quindi il 4 marzo a Napoli ci sarà un'iniziativa sul Sud, il 6 a Roma sulla scuola, un'altra manifestazione sarà a Milano dedicata a fisco e imprese, mentre a Torino si parlerà di lavoro e crisi.   «Alle regionali non chiederemo agli italiani di cambiare governo, ma di dire che così le cose non vanno», spiega Bersani.

 

Quanto alle primarie, a chi parla di "desertificazione" dopo il calo di affluenza domenica scorsa in Umbria, Bersani risponde: «Sento parlare di desertificazione delle primarie,  voglio solo ricordare che in umbria alle primarie organizzate in una settimana, e senza nessuna copertura nazionale mediatica, è andato a votare il 10 per cento degli elettori... se è un deserto questo». 

 

Sulle primarie calabresi, in programma domenica, l'area Marino è polemica: «È evidente, a questo punto, che le invocate, amate e odiate primarie calabresi, altro non sono che lo strumento, estremo e legittimo, che una classe dirigente licenziata in tronco dal vertice nazionale, vuole usare per difendere se stessa in nome dell'autonomia», dice Fernanda Gigliotti, coordinatrice dell'Area Marino in Calabria, in una lettera aperta al segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani e al segretario regionale del partito, Carlo Guccione. «La saggia decisione di Callipo di dire di no all'ipocrita e gattopardesca esibizione democratica delle primarie calabresi - prosegue Gigliotti - oltre che prevedibile e condivisibile, è un segno di serietà politica e di rispetto dell'intelligenza di tutti noi che conosciamo come funzionano le primarie nel Pd di casa nostra. Bersani sa bene che la Calabria non è la Puglia o l'Umbria e che qui le primarie possono essere un modo per non scegliere, per non cambiare. E sa bene che la Calabria è un problema serio anche per il partito nazionale e per le sue alleanze».

 

Sulla Calabria interviene anche Di Pietro: i margini di trattativa tra Pd e Idv per una scelta condivisa «ci sono, anzi dico che che c'è un mare enorme di margine. Il Pd deve appoggiare il suo simbolo e quello di Idv nell'appoggio a Callipo. Lo abbiamo fatto già in 12 regioni». Parlando delle primarie del Pd in programma domenica prossima Di Pietro afferma che «queste non sono primarie, semmai è una resa dei conti, una lotta trasversale interna al Pd. Con le primarie non si vincono le elezioni. Le elezioni si vincono il 28 e 29 marzo e si vince solo se si sta uniti. E la candidatura di Callipo è una vittoria di una coalizione che può battere anche il centrodestra. E sia chiaro che la responsabilità ricade tutta su chi non vuole accettare la candidatura di Idv».  «Il Pd è come una bella donna che deve scegliere un partner, ma si tiene due amanti», dice Di Pietro. Uno è l'idv, l'altro «l'inciucismo possibilista dell'udc». Tuttavia, «Bersani ha detto chiaramente che l'asse portante è quello tra il Pd e noi. E che il Pd si oppone a tutti i tentativi di inciucio. E una bella conquista ottenuta grazie alla nostra iniziativa e alla nostra forza».

 

Bersani non entra nel merito della vicenda calabrese, ma difende Di Pietro dalle critiche mossegli dal leader dell'Udc Casini, e invita tutti i partiti di opposizione a farsi carico del problema di costruire un'alternativa al governo Berlusconi: «Ogni forza dell'opposizione ha un compito - ha risposto Bersani - però ciascuna di esse deve anche immaginare un'altra proposta da presentare agli italiani rispetto al governo Berlusconi. Noi sentiamo acutamente questo problema e anche gli altri credo debbano sentirlo».  «Le regionali - ha aggiunto Bersani - sono solo una tappa, perchè la meta è a medio termine» .Costruire un'alternativa di governo con tutte le forze di opposizione, ha concluso, non è una cosa che si fa in un giorno, richiede tempo e pazienza. L’U 9

 

 

 

Scajola: «Per Termini Imerese abbiamo 8-10 offerte. Il 5 marzo le presentiamo»

 

Marcegaglia: «Alcune degne di attenzione». Il ministro: «Fiat si impegni con noi a trovare una soluzione industriale» - Il ministro dello Sviluppo economico: «Con la Fiat il discorso è chiuso

 

ROMA - Per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese «abbiamo 8-9-10 offerte, che stiamo valutando e che presenteremo il 5 marzo al tavolo dell'auto per valutare qual è quella che può garantire i posti di lavoro: abbiamo tempo un anno e mezzo». Lo ha reso noto il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, intervistato a Mattino5 su Canale 5.

MARCEGAGLIA - Secondo Emma Marcegaglia alcune delle proposte per Termini Imerese «sono degne di attenzione. Bisogna scegliere quelle concrete e vere che possano stare in piedi ed essere di mercato». Per la presidente di Confindustria «Termini Imerese è uno stabilimento che per motivi logistici e di efficienza non riesce a stare in piedi. L'obiettivo è reimpiegare le persone, non perdere posti di lavoro in un momento delicato come questo», ha affermato a margine della mobility conference 2010 all'Assolombarda.

POMIGLIANO - ««Con la Fiat il discorso su Termini è chiuso perché ha dichiarato di voler chiudere lo stabilimento, ma il gruppo concorda che agevolerà e non ostacolerà un'opzione diversa», ha ribadito il ministro. «Prendiamo atto della decisione del Lingotto, ma abbiamo chiesto che la produzione in Italia aumentasse da 650 mila a 900 mila pezzi, quindi una grande crescita di produzione e di lavoro. Abbiamo chiesto alla Fiat che si impegni insieme a noi a trovare una soluzione industriale». Per quanto riguarda lo stabilimento di Pomigliano d'Arco, Scajola ammette che «oggi soffre la crisi di produzione dell'Alfa Romeo, ma nell'accordo con la Fiat si prevede lo sviluppo di Pomigliano, portando lì la Panda che è il modello di punta delle vendite. Per Pomigliano c'è un percorso di crescita».

INCENTIVI - Il ministro ha parlato degli incentivi auto: «La Fiat ha avuto, come molti, aiuti sullo sviluppo: i 270 milioni sono per ricerca e investimenti che hanno permesso alla Fiat di avere prodotti innovativi». Sono incentivi che «non dovranno essere restituiti, ma c'è l'impegno per sviluppare l'italianità. Non c'è dubbio che in passato Fiat ha dato prova di poca attenzione all'auto, ma da quando c'è Marchionne, la Fiat ha investito sull'auto. Basta polemiche, ma la Fiat si ricordi che l'Italia e gli italiani hanno dato a Fiat come Fiat ha dato agli italiani». Redazione online, CdS 8

 

 

 

 

 

Sotto il burqa niente

 

Non so a che punto sia la faccenda, ma se la Francia lasciasse passare il burqa non sarebbe un atto di tolleranza, ma di resa e rinnegamento dei principii. Tollerare l’intolleranza fa vacillare le istituzioni repubblicane. Portare burqa è come mostrarsi in giro con manette ai polsi e un bavaglio sulla bocca.

 

Ma io lo porto volontariamente! nessuno in famiglia me lo impone.

Sono io a volerlo. Perfino Chiesa cattolica è d’accordo, vescovi, professori... E’ atto di libertà individuale: lasciami girare in burqa!-

 

No. Io, legge repubblicana, nego. La legge vuole che tu la faccia la porti scoperta. Ma non basta: la legge che alla fine del XVIII sfondava le porte dei conventi di clausura e diceva alle monachine implacabilmente costrette nelle Regole delle fondatrici: «Uscite, e invece di ali angeliche indossate il paracadute della Nazione» sebbene nata nel profilo sinistro della ghigliottina, sventola ancora, e nei suoi tre oggi incruenti colori ammonitori veglia a salvaguardia del diritto delle donne di disporre di se stesse e ordina - necessariamente cogente - che il loro corpo sia libero di esporsi agli sguardi nei limiti da tutti accettati del pudore e della decenza. Se è proprio volere tuo puoi ingabbiarti nel burqa tra le mura di casa, ma in qualsiasi luogo pubblico la legge ugualitaria ti obbliga a deporlo.

 

O legge repubblicana che libera e scopre, o burqa che copre e opprime, burqa figura di antropologia antiuomo. Vero in eterno il pensiero dell’Arthashastra indiano (III sec. a. C.), il classico sanscrito di economia: «Senza il danda, i forti arrostirebbero i deboli come pesciolini infilzati» - dove danda vale esplicitamente castigo perché senza castigo la legge svanisce. Il dono immenso che le due rivoluzioni del XVIII ci hanno portato è una legislazione che in buona parte del pianeta, con moto di risacca ai confini, contrasta senza ambiguità l’opposta libertà familiare, tribale, settaria, religiosa, etnocentrica, sadistica generalmente, di comprimere, tarpare, occultare, schiacciare, controllare, spiare interiormente il singolo essere umano in tutto il suo arco di vita, spesso arrogandosi un potere infame di condannarlo a morte. Mettiamo il secolo XVIII al Pantheon, scrisse Saint-Just.

 

Dove a un malfermo diritto laico si contrappone la legge ugualmente valida della shaarìa, tutti sono esposti all’arbitrio teocratico, e c’è burqa occludente per tutti. La legge autenticamente laica (quella che ci rimprovera il Papa) è là per sbarrare il passo a chi alla sua apatìa ateologica serenatrice sostituisce il tumulto teologico, la violenza di un principio avverso che perseguiti la libertà di peccare e di propagare eresia. Israele non esisterebbe come Stato moderno, vivibile in un mare di nazioni in cui prevale violenza teocratica, se si fosse data una legislazione di tipo deuteronomico-talmudico, da ghetto preilluministico, invece di prendere il diritto dall’Europa occidentale e dalla costituzione americana.

 

Ateologia giuridica non è ateismo, certamente. La legge repubblicana (preferisco dirla a questo modo anziché laica, che si presta ad equivoci) non è ideologica né totalitaria: il suo albero di Giona protegge l’ateo e il neo pagano insieme al Giusto che non pone confini a Dio, il suo occhio veglia sulla moschea come sull’intangibilità di San Petronio, sulle riunioni di filosofi nel nome di Giordano Bruno come su ermetisti, rosicruciani, pentecostali, e perfino satanisti: gli concede di adorare il celebre Caprone a patto di non far male a una mosca, di non spiaccicare un ragnetto, di non sfiorare con una mala intenzione la fronte di un bambino...

 

La legge repubblicana non è indifferente. Si prende cura. Cancella dalle strade il burqa perché offensivo della verità umana, perché manifesta un controllo sadistico di altro sulla vita. Kemal l’Atatùrk non era un tenerino ma fu un redentore della Turchia, per aver imposto militarmente una legge repubblicana neogiacobina, liberatrice dalla legge islamica e dalle tonache dei preti, e sollevando le donne dalla tristezza luttuosa di ogni variante di velo. Adesso in Turchia c’è un regime che scende a compromessi con gli islamisti: e questo rischia di perderla, e di impedirne l’entrata in Europa.

(Ma poi, in fondo, non è «la stessa illusione mondo e mente» come canta un bel verso di Ungaretti?). LS 9

 

 

 

 

Arrestato parroco vicino a immigrati, le associazioni: prete ammirevole

 

È considerato un "prete di frontiera" quello posto agli arresti domiciliari dalla polizia di Siracusa, su disposizione del Gip di Catania, nell'ambito di un'inchiesta su una presunta organizzazione che avrebbe gestito il rilascio di falsi permessi di soggiorno a clandestini

 

Padre Carlo D'Antoni, parroco della chiesa di Bosco Minniti, è, infatti, da molti anni impegnato nell'aiuto agli immigrati che arrivano in Sicilia: centinaia di extracomunitari che provenivano dal mare, dall'Africa, hanno trovato rifugio nella parrocchia di Bosco Minniti. Gli ultimi accolti arrivavano da Rosarno, dopo gli atti di violenza scoppiati in Calabria. La Chiesa di Bosco Minniti negli anni è stata trasformata dando più valore all«accoglienza»: l'altare è stato posto al centro, con tutti i banchi attorno. Sulle pareti sono comparsi anche simboli delle popolazioni dell'Africa.

 

Lo spazio una volta riservato all'altare è utilizzato la sera: vengono posizionati i tavoli e per un'ora diventa una mensa capace di accogliere un centinaio di persone. Poi via i tavoli, vengono distese le coperte ed i sacchi a pelo, e la chiesa diventa un dormitorio. Chi non dorme a terra, unisce i banchi per creare un giaciglio. Una scena che si è ripetuta di recente quando decine di immigrati sono arrivati non dal mare ma da Rosarno.

 

Padre Carlo aveva già lanciato l'allarme perchè, come ogni anno, nel periodo di marzo sono attesi centinaia di immigrati per la raccolta nei campi. I migranti invadono le campagne di Cassibile e di Pachino: momenti di tensione si erano sfiorati alcuni anni fa proprio con i residenti della frazione a quindici chilometri da Siracusa. Gli immigrati si erano accampati nelle campagne con inevitabili problemi di natura igienico sanitaria. Padre Carlo, insieme ai suoi collaboratori, erano voluto andare a Cassibile, e stare con loro. Aveva dormito e mangiato con i migranti per fare sentire loro che non erano soli. Padre Carlo, che ha lanciato l'allarme anche alle Istituzioni locali, ha sempre dichiarato che il suo obiettivo era una maggiore integrazione dei migranti nel territorio.

 

«Crediamo nella giustizia - ha spiegato un volontario - e siamo certi che le verità verrà alla luce, ma pensiamo che non siano vere le accuse che vengono mosse. Noi lavoriamo con la parrocchia per aiutare le persone, non per sfruttarle».

Solidarietà al sacerdote siracusano, è stata espressa da 12 associazioni. «Pur nel rispetto dell'operato della magistratura» hanno manifestato «forte sconcerto e incredulità per la gravità delle accuse formulate» esprimendo «sincera e massima

solidarietà a padre Carlo fiduciosi che l'esito dell'inchiesta in corso possa chiarire la sua posizione ed il suo operato». Lo

sostengono: Agire Solidale, Amnesty International, Arci, Centro Sociale Culturale Pio La Torre, Comitato 100 donne, Emergency,

Arcisolidarietà, Libera Siracusa, Arciragazzi, Jamii onlus, Stonewall Glbt, Legambiente. «Da anni Padre Carlo D'Antoni e la sua comunità svolgono un ruolo fondamentale nell'accoglienza degli immigrati e degli emarginati con ammirevole impegno e disinteressata dedizione - conclude la nota -, rappresentando per tutto il mondo dell'associazionismo e del volontariato un sicuro e determinante punto di riferimento». L’U 9

 

 

 

 

Immigrati, video choc sul Cie di Bari

 

La vita nel centro di identificazione ed espulsione  - Muffa sui muri e rifiuti. «Ci trattano peggio dei cani»

 

BARI — Tre minuti e 52 secondi di racconto della vita all’interno del Cie, il centro d’identificazione ed espulsione barese. Testimonianze strazianti di immigrati clandestini detenuti nella struttura in attesa del rimpatrio. «Sono stato tre volte in carcere - dice un tunisino - lì buona la doccia, mangiare buono. Non come qua. Meglio il carcere, portatemi in carcere», si lamenta. Le denunce sono state registrate con un videotelefonino da Beseghaier Fahi, un clandestino rimpatriato. Il filmato, ieri mattina, è stato pubblicato sul proprio sito internet da RdioRadicale e, in pochi minuti, ha fatto il giro del mondo. Un video shock che immortala le condizioni al limite della decenza nelle quali sono costretti a vivere gli immigrati. Le immagini si aprono con i primi piani di ferite e lividi sui corpi di alcuni extracomunitari e si chiudono con una carrellata sullo stato dei bagni e dei dormitori del Cie. I fotogrammi valgono più di mille parole: muffa sui muri, materassi e coperte imbrattate, sporcizia ovunque. «Meglio il carcere, qui siamo trattati peggio dei cani», denuncia un altro immigrato.

«Tutti devono sapere come viviamo, anche il presidente Berlusconi», rincara la dose un altro extracomunitario. «A mangiare ci danno la m….», urla in videocamera un tunisino. «Beseghaier Fahi ci ha fornito una imponente documentazione cartacea, fotografica e video - spiega Simone Sapienza, uno dei responsabili del sito web di RadioRadicale - dopo alcuni controlli e verifiche, abbiamo deciso di montarne una parte e pubblicarla. Come si può notare, quelle persone vivono in una situazione che, nonostante le reiterate interrogazioni parlamentari, non migliora affatto». Due settimane fa, sulle condizioni di vita degli immigrati all’interno del Cie si sono accesi i riflettori della Procura. La pm Ada Congedo sta indagando e ha dato mandato ai carabinieri del Nas di eseguire una ispezione. Gli ultimi arrivi da Rosario, infatti, potrebbero aver provocato problemi di sovraffollamento, creando disagi e carenze igienico-sanitarie. Ecco il motivo del controllo.

Vincenzo Damiani, CdS 8

 

 

 

 

L’on. Narducci a Basilea per la “Giornata delle porte aperte della Scuola Elementare Italo – Svizzera”.

 

Basilea - L’on. Franco Narducci ha partecipato domenica 7 febbraio alla “Giornata delle porte aperte della Scuola Elementare Italo – Svizzera” di Basilea. Narducci durante la manifestazione ha incontrato la presidente della SEIS, Bruna Miggiano, ed il direttore della FOPRAS, Roger Nesti, con i quali ha scambiato punti di vista sulla situazione della scuola italiana all’estero ed in Svizzera in particolare.

La scuola italiana all’estero è un servizio molto importante in un periodo in cui si registra un ritorno del fenomeno migratorio dall’Italia verso l’estero soprattutto da parte di giovani laureati e diplomati in possesso di un elevato know-how. La mobilità transnazionale è cresciuta moltissimo in questi ultimi anni ed anche i bambini che frequentano la SEIS (pere altro notevolmente aumentati nell’anno scolastico in corso) lo comprovano: tra i frequentanti vi sono bambini provenienti anche da Paesi molto lontani come l’Australia, il Canada, gli Stati Uniti o dal Sud America, figli di italiani o di coppie miste, che nella scuola Italo-Svizzera di Basilea trovano una risposta efficace alla necessità del Ciclo dell’obbligo. Una ulteriore testimonianza del valore delle scuole italiane all’estero nel quadro della globalizzazione di cui l’Italia, al pari di altre nazioni, è un attore importante.

Inoltre il valore dell’impostazione pedagogica italiana è riconosciuta anche da quanti, pur non essendo italiani, preferiscono iscrivere i loro figli alla scuola italiana consci che ciò rappresenta un investimento importante per il futuro. Purtroppo le politiche attuate dal Governo sembrano ignorare questo valore aggiunto, che ha subito un duro colpo con i tagli alla promozione della lingua e cultura italiana nel mondo. Chissà se riusciremo a far capire che l’umanesimo latino di cui siamo forieri è culla di civiltà di cui essere orgogliosi e su cui vale la pena investire ancora e di più? De.it.press

 

 

 

 

Si riunisce a Riccione la Consulta degli emiliani-romagnoli nel mondo (11-12 febbraio

 

Bologna - Si riunisce a Riccione nei giorni 11 e 12 febbraio, presso l´Hotel Mediterraneo, la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, per il primo dei due appuntamenti annuali previsti dalla legge regionale. I lavori saranno introdotti, come di consueto, dalla relazione della presidente della Consulta, Silvia Bartolini, che informerà il parlamentino degli emigrati e dei loro rappresentanti sulla Conferenza dei giovani emiliano-romagnoli nel mondo, programmata a Santiago del Cile dal 28 febbraio al 3 marzo 2010. Sarà questo un momento importante per le attività istituzionali della Consulta, dedicato alle iniziative per gli anni a venire, orientate prevalentemente a stimolare la partecipazione delle nuove generazioni dell’emigrazione alla vita associativa, con progetti da loro richiesti o condivisi.

  Sempre nella mattinata dell’11, la discussione verterà sulle nuove associazioni iscritte all’albo regionale, con conseguente aggiornamento dell’elenco e definizione dell’impegno dei consultori. Nel pomeriggio, sarà Casa Artusi di Forlimpopoli ad ospitare i consultori. Qui avrà luogo il seminario "Le politiche europee della Regione Emilia-Romagna", con la partecipazione di Marco Capodaglio, responsabile del Servizio Politiche Europee e Relazioni Internazionali della Regione, Michele Migliori, responsabile per i Rapporti Intersettoriali, Lorenza Badiello, responsabile del Servizio Collegamento con gli organi dell´Unione Europea, Marco Monesi, presidente regionale AICCRE (la  sezione italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa). La giornata si concluderà con la visita dei consultori a Casa Artusi, il noto centro di cultura gastronomica sorto intorno alla figura di Pellegrino Artusi.

  Il giorno seguente, 12 febbraio, sarà dedicato alla discussione dei temi proposti dalla presidente Bartolini, in particolare la bozza di bando per i contributi per l´anno 2010 alle associazioni, che – come prevede la legge – non ricevono direttamente aiuti dalla Regione (la loro attività si basa sul volontariato) ma possono vedersi accettati e finanziati i loro progetti. La conclusione dei lavori è prevista per le ore 18.

  Le comunità locali porteranno i loro saluti ai consultori tramite il sindaco di Riccione, Massimo Pironi, e il sindaco di Forlimpopoli, Paolo Zoffoli. Il giorno 10 si svolgerà il comitato esecutivo della Consulta, alle ore 17 presso l’Hotel Mediterraneo. (Inform)

 

 

 

 

 

 

Svizzera. Serata informativa del PD sulla “fuga dei cervelli” sabato 20 febbraio a Berna

 

Berna - L’emigrazione dall’Italia verso paesi stranieri di persone di talento ed alta specializzazione professionale è un fenomeno in costante crescita. Viceversa, l’immigrazione dall’estero per un impiego nelle università e nei centri di ricerca italiani è estremamente rara. Per discutere di questo tema di grande attualità, il circolo di Berna del Partito Democratico organizza una serata informativa sulla “fuga dei cervelli”, che si terrà sabato 20 febbraio 2010 alle ore 17.00 alla Casa d’Italia di Berna, Bühlstrasse 57. Interverranno la dott.ssa Daniela Pistillo, ricercatrice all’Istituto Clinico Humanitas di Milano, docenti e ricercatori impiegati presso l’Università di Berna ed inoltre esponenti politici del Partito Democratico in Svizzera. Data l’attualità del tema, vi invitiamo a partecipare e a far partecipare numerosi.   Bruno Palamara, Segretario del PD di Berna (de.it.press)

 

 

 

Italiansinfuga.com: dall’Australia sul web consigli per emigrare

 

Un blog per "condividere la mia esperienza e aiutare chi vuole imparare l’inglese, studiare, lavorare e magari emigrare all’estero". È quello ideato da Aldo Mencaraglia, quarantenne originario della provincia di Cuneo, che, dopo un'esperienza in Inghilterra, dove si è laureato all’Università di Brighton, nel 1993 ha deciso di emigrare definitivamente e, dopo una parentesi in Cina e a Taiwan, si è trasferito in Australia, dove resiede a Melbourne dal 2002.

"Che siate principianti e non sappiate da dove cominciare o che siate già avviati ma abbiate bisogno di consigli, Italiansinfuga.com è per voi", assicura Aldo, che ha deciso di condividere la sua esperienza con tutti quelli che sognano di cambiare vita come lui e dunque sul suo blog offre "informazioni per chi vuole emigrare da chi è già emigrato".

Dalla pagina con una selezione di annunci di lavoro all’estero all'elenco di altri blog e forum messi su da connazionali che vivono all’estero, dall'Australia al Belgio al Giappone. E poi articoli come la "Guida per emigrare in Australia" o "Quindici minuti per emigrare in Svezia" o, ancora, "La Dublino vera, raccontata da chi ci vive e lavora da quattro anni" e "Come ottenere un dottorato all'università di Leeds, Inghilterra".

Insomma, un vero e proprio sito Internet per chi vuole lasciare l'Italia. E chissà che magari un giorno non rientri! (aise

 

 

 

 

Bundesverfassungsgericht. „Hartz-IV-Leistungen sind verfassungswidrig“

 

Die Hartz-IV-Regelsätze sind verfassungswidrig. Das hat das Bundesverfassungsgericht in Karlsruhe am Dienstag entschieden. Die Berechnung sei nicht transparent genug. Die Richter gaben dem Gesetzgeber auf, die Vorschriften bis zum Jahresende neu zu fassen. Ob Bezieher des Arbeitslosengeldes II deshalb mehr Geld bekommen müssen, ließ das Gericht offen.Bis dahin können die knapp sieben Millionen Hilfebedürftigen ergänzende Leistungen beanspruchen, soweit dies zur Gewährleistung eines menschenwürdigen Existenzminimums erforderlich ist.

Die Höhe der Leistungen sei aus dem Grundgesetz nicht direkt abzuleiten, sagte Verfassungsgerichtspräsident Hans-Jürgen Papier in der mündlichen Urteilsbegründung. Sie seien gegenwärtig auch weder für Kinder noch für Erwachsene „offensichtlich unzureichend“. Die gegenwärtigen Sätze seien aber „nicht in verfassungsmäßiger Weise ermittelt worden“. Der Gesetzgeber müsse sie daher „in einem transparenten und sachgerechten Verfahren“ neu berechnen.

 

Leistungen auf Grundlage „verlässlicher Zahlen“

Die Achtung der Würde jedes Einzelnen habe verfassungsrechtlich eine hohe eigenständige Bedeutung, sagte Papier. Daraus ergebe sich ein „absolut wirkender Anspruch“ auf die Gewährleistung eines menschenwürdigen Existenzminimums. Dies umfasse neben der „physischen Existenz“ auch ein Mindestmaß an Teilhabe am gesellschaftlichen, kulturellen und politischen Leben“.

Ein konkretes Verfahren zur Neuberechnung der Regelsätze schlug das oberste Gericht nicht vor. Die Leistungen müssten auf Grundlage „verlässlicher Zahlen“ und „tragfähiger Berechnungen“ erbracht werden. Schätzungen „ins Blaue hinein“ seien verfassungswidrig, sagte Papier.

Das Bundesverfassungsgericht hat über die Klagen von drei Familien aus Bayern, Hessen und Nordrhein-Westfalen entschieden. Diese haben das Bundessozialgericht in Kassel und das hessische Sozialgericht in Karlsruhe vorgelegt. Sie hielten die aktuellen Regelsätze für Kinder für verfassungswidrig, weil sie lediglich durch einen pauschalen Abschlag auf die Hartz-IV-Beträge für Erwachsene festgelegt wurden.

Unter anderem argumentieren sie, dass die Leistungen das Existenzminimum nicht abdeckten. Derzeit stehen Mädchen und Jungen unter sechs Jahren 215 Euro zu, im Alter bis zu 13 Jahren gibt es 251 Euro. Jugendliche erhalten bis zur Volljährigkeit 287 Euro. Insgesamt leben 6,7 Millionen Menschen in Deutschland von Hartz IV.

Für ein menschenwürdiges Leben

Laut Gesetz soll die Regelleistung es den Bedürftigen ermöglichen, ein menschenwürdiges Leben zu führen. Der nötige Bedarf wurde früher mit einem Warenkorb ermittelt, der eine unterstellte Menge an täglich benötigten Gütern und Dienstleistungen enthielt. Als sich die Fachpolitiker nicht mehr über die Zusammenstellung einigen konnten, stieg man auf das Statistikmodell um. Grundlage ist seitdem der tatsächliche Verbrauch in der Bevölkerung, genauer gesagt, des einkommensschwächsten Fünftels - ohne Sozialhilfeempfänger. Die Daten liefert das Statistische Bundesamt mit der Einkommens- und Verbrauchsstichprobe (EVS), eine Umfrage unter 60.000 Haushalten, die alle fünf Jahre stattfindet. Der Konsum dieser Gruppe wird in verschiedene Kategorien wie Nahrungsmittel, Freizeit, Bekleidung oder Verkehr unterteilt. Die Verbrauchswerte werden dann für den Regelsatz zu einem bestimmten Prozentsatz übernommen (Rasche Anhebung der Hartz-Sätze nicht in Sicht).

Sozialverbände und Betroffene hatten große Hoffnungen auf die Karlsruher Richter gesetzt. Der Präsident des Deutschen Kinderschutzbundes, Heinz Hilgers, sagte vor der Urteilsverkündung, Deutschland sei das einzige Land der Welt, das Kinder aus reichen Familien stärker fördere als Kinder aus armen Familien. Er sprach sich für eine allgemeine Grundsicherung für alle Kinder aus. Der Geschäftsführer des Deutschen Paritätischen Wohlfahrtsverbandes, Ulrich Schneider, forderte, ein bedarfsorientierter Satz für Kinder müsse um 25 bis 30 Prozent höher ausfallen als bisher.

Aus der Wirtschaft kam dagegen die Forderung, die Hartz-IV-Regelsätze abzusenken. „In vielen Branchen stellen sich Bezieher von Transferleistungen deutlich besser als regulär Beschäftigte. Arbeit lohnt sich nicht mehr“, sagte der Präsident des Bundesverbandes der Mittelständischen Wirtschaft (BVMW), Mario Ohoven. „Deshalb sollten die Regelsätze tendenziell gesenkt, gleichzeitig aber die Zuverdienstgrenzen angehoben werden.“ Faz.net 9

 

 

 

 

Kommentar zum Hartz-IV-Urteil. Ein großer Tag für den Sozialstaat

 

Die Art, wie Rot-Grün unter kräftiger Mithilfe von Union und FDP den angeblichen "Bedarf" angeblicher Menschen berechnet haben, verstößt eklatant gegen das Grundgesetz. Und zwar nicht gegen irgendeinen hinteren Artikel, sondern gegen den wichtigsten Satz unserer Verfassung überhaupt: "Die Würde des Menschen ist unantastbar."

 

Das ist die größtmögliche Ohrfeige für Hartz IV. Und jeder, der die Willkür der Politik beim Abspeisen der Arbeitslosen mit zurechtgetricksten "Regelsätzen" für einen Skandal gehalten hat, darf sich bei unseren höchsten Richtern bedanken.

 

Natürlich war das Karlsruher Gericht klug genug, keine Zahlen zu nennen, was die notwendige Höhe der Regelsätze betrifft. Aber das Spiel "Grundsicherung nach Kassenlage" ist aus. Nie wieder wird die Politik es sich erlauben können, erst Sätze festzulegen und dann einen "Bedarf" zu erfinden, dem sie angeblich entsprechen.

 

Für jeden "transparent", so die sensationelle Hausaufgabe aus Karlsruhe, wird die Politik darlegen müssen, welche Beträge ausreichen, um Menschen am "gesellschaftlichen, politischen und kulturellen Leben" teilhaben zu lassen. Es ist die Rettung des Sozialstaatsgedankens gegen eine Politik, die erst den Staat durch Steuergeschenke für Reiche verarmen ließ und dann traurig verkündete, sie habe kein Geld für die Armen.

 

Vielleicht hat das Gericht sogar nicht nur den Sozialstaat an sich gerettet, sondern auch den ursprünglich richtigen Grundgedanken von Hartz IV - und zwar vor denjenigen, die ihn pervertierten.

 

Dieser Grundgedanke lief darauf hinaus, die vom Arbeitsmarkt "Abgehängten" wieder fit zu machen für das Erwerbsleben. Sie nicht in der "Sozialhilfe" versauern zu lassen, sondern - "Fordern und Fördern" - als Bürger zu betrachten, die sich ihren Lebensunterhalt wieder selbst verdienen können und wollen.

 

Dazu gehörte - in der Theorie - auch eine materielle Ausstattung, mit der man sich nicht vor der Gesellschaft verstecken muss. Jetzt, endlich, muss die Politik dieses Versprechen einlösen. Es bleibt ein Skandal, dass es dazu dieses Urteils bedurfte.

Stephan Hebel FR 9

 

 

 

 

Im Schnitt sind rund 40 Prozent der Hartz IV-Empfänger Migranten

 

Staatsministerin Maria Böhmer: "Neuberechnung der Hartz IV-Regelsätze muss

Maßnahmen zur Sprachförderung und für eine bessere Bildung von Kindern

einbeziehen"

 

Das heutige Urteil des Bundesverfassungsgerichtes hat in einem hohen Maße

Auswirkungen auf Migrantenfamilien. So sind Menschen aus Zuwandererfamilien etwa mit einem doppelt so hohen Anteil von Hilfebedürftigkeit betroffen wie Deutsche ohne Migrationshintergrund. Im Schnitt sind rund 40 Prozent der Hartz IV-Empfänger Migranten.

 

"Unser Ziel ist die gleichberechtigte Teilhabe aller Menschen in unserem Land.

Voraussetzung dafür ist, dass auch Empfänger von Sozialleistungen in die Lage

versetzt werden, insbesondere Bildungsangebote wahrnehmen zu können. Gerade für

Kinder aus Zuwandererfamilien ist dies von entscheidender Bedeutung, damit sie

die Spirale von Hartz IV durchbrechen können und ihnen die Chancen für eine

berufliche Perspektive eröffnet werden", erklärte Böhmer.

 

Viele der jungen Migranten sprechen oft nur schlecht Deutsch, ihre

Bildungssituation ist alarmierend: Laut Mikrozensus 2008 haben 14,2 Prozent der

Migranten keinen Schulabschluss - im Vergleich zu 1,8 Prozent der deutschen

Bevölkerung. "In die Neuberechnung der Hartz IV-Regelsätze müssen Maßnahmen zur Sprachförderung und für eine bessere Bildung von Kindern einbezogen werden",

forderte Böhmer.

 

"Bildung hat einen hohen Stellenwert in unserem Land. Deshalb appelliere ich an

die Migranteneltern, entsprechende Angebote von Bildungsträgern und anderen

Einrichtungen anzunehmen. Jeder Cent, der für die Bildung der Kinder ausgegeben

wird, ist Gold wert. Er erhöht ihre Chancen für den sozialen Aufstieg", betonte

die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung. Pib, de.it.press

 

 

 

 

 

Diskriminierung. Der Fluch des türkischen Namens

 

Bewerber mit Migrationshintergrund haben schlechtere Chancen am Arbeitsmarkt – trotz gleicher Qualifikation. Im internationalen Vergleich schneiden deutsche Arbeitgeber trotzdem verhältnismäßig gut ab. Von Jahel Mielke

 

Berlin - Sie sind hoch qualifiziert, sprechen hervorragend deutsch – und trotzdem haben sie schlechtere Chancen am Arbeitsmarkt: Bewerber mit türkischem Migrationshintergrund werden bei der Einstellung in Deutschland „ethnisch diskriminiert“. Das geht aus einer Studie hervor, die das Institut zur Zukunft der Arbeit (IZA) jetzt veröffentlicht hat.

 

Für die Studie hatten Forscher der Universität Konstanz mehr als 1000 fiktive Bewerbungen von Wirtschaftsstudenten um Praktikumsstellen in kleine, mittlere und große Firmen verschickt. Alle Bewerber waren deutsche Staatsbürger, Muttersprachler und zudem vergleichbar qualifiziert. Trotzdem erhielten Kandidaten mit Namen türkischer Herkunft rund 14 Prozent weniger positive Rückmeldungen aus den Unternehmen als Konkurrenten mit deutschen Namen.

 

In kleineren Betrieben war die Ungleichbehandlung noch stärker: Bewerber mit türkisch klingenden Namen hatten hier eine um 24 Prozent geringere Chance, zu einem Vorstellungsgespräch eingeladen zu werden. Die Forscher führen diesen Unterschied auf stärker standardisierte Auswahlverfahren in großen Unternehmen zurück. „Bei kleinen Firmen gibt es mehr Spielraum für subjektive Bewertungen“, sagt Leo Kaas, Professor für Wirtschaftswissenschaften an der Universität Konstanz und Autor der Studie.

 

Dennoch scheinen sich manche Arbeitgeber trotz Vorurteilen umstimmen zu lassen. Wenn den Bewerbungen Empfehlungsschreiben beigelegt wurden, die auf persönliche Eigenschaften der Kandidaten eingingen, spielte die Herkunft kaum eine Rolle. Die türkischstämmigen Kandidaten hatten in diesem Fall fast gleiche Chancen wie ihre Mitbewerber mit deutschem Namen. „Wir vermuten, dass viele Arbeitgeber die Persönlichkeitseigenschaften von Bewerbern mit Migrationshintergrund schlechter einschätzen können“, sagt Kaas. Die zusätzlichen Informationen verringerten diese Unsicherheit.

 

Im internationalen Vergleich schneiden deutsche Arbeitgeber trotzdem verhältnismäßig gut ab: Für Länder wie die USA, Großbritannien oder Schweden ergaben ähnliche Studien eine deutlich größere Benachteiligung ethnischer Minderheiten. Allerdings untersuchten die Konstanzer Forscher ausschließlich Stellen für hoch qualifizierte Bewerber. „Es ist also denkbar, dass in Branchen, die weniger vom Fachkräftemangel betroffen sind, auch in Deutschland noch stärker diskriminiert wird“, meinen die Experten vom IZA.

 

Wer sich diskriminiert fühlt, sollte sich an eine Beratungsstelle wenden. „Diskriminierung ist keine Lappalie, sie sollte dokumentiert und gemeldet werden“, sagt Eren Ünsal, Leiterin der Berliner Landesstelle für Gleichbehandlung. Seit Inkrafttreten des Allgemeinen Gleichbehandlungsgesetzes (AGG) im August 2006 verzeichnet die Landesstelle mehr Beschwerden. „Nicht die Diskriminierung ist stärker geworden, sondern die Menschen sind besser informiert“, sagt Ünsal. Das AGG soll vor Benachteiligungen im Arbeitsleben schützen und greift auch außerhalb des Arbeitsverhältnisses, etwa bei Einstellungsverfahren. Jahel Mielke

 

In Berlin gibt es rund 20 Antidiskriminierungsberatungsstellen. Informationen unter www.berlin.de/lads  tsp 9

 

 

 

 

Kriminalität in Deutschland. ''Pizzerien sind ideale Stützpunkte für die Mafia''

 

Trotz des Sechsfachmords von Duisburg verharmlost die Politik die Rolle der Mafia in Deutschland. Die Autorin Petra Reski erklärt, wie die Clans Geld waschen, die öffentliche Meinung manipulieren und warum Italiener hierzulande sogar Fahrradhelme tragen. Interview: Matthias Kolb

 

Seit fast zwanzig Jahren lebt die deutsche Journalistin Petra Reski in Venedig. Ihr Sachbuch "Mafia" stand wochenlang auf den Bestsellerlisten. Mehrere Gastronomen setzten durch, dass Passagen