WEBGIORNALE 15-16 Febbraio 2010
Riforma Comites/Cgie. Iniziato al Senato l’esame degli emendamenti al testo
unificato
Roma - Nella
seduta di mercoledì pomeriggio è iniziato alla Commissione Affari Esteri del
Senato l’esame degli emendamenti al testo unificato – la cosiddetta Bozza
Tofani – sulla riforma di Comites e Cgie. Alla presenza del sottosegretario
Alfredo Mantica, i senatori Tofani, Micheloni, Giai, Pedica, Giordano e
Randazzo hanno presentato in particolare gli emendamenti sui Comites, la loro
struttura e i loro compiti.
Tofani (Pdl), che
è il relatore del testo unificato, si è soffermato sull'emendamento che
interviene per ridefinire l'articolazione territoriale dei Comites: in molti,
infatti, hanno previsto l’abbassamento della soglia numerica per la
costituzione dei Comites in Africa.
Nel suo
intervento, la senatrice Giai (Maie) ha voluto sottolineare "il ruolo
svolto da sempre dai patronati" a favore degli italiani all'estero e
l’importanza di "garantire la rappresentanza di donne e giovani nei
Comites".
Senatore del Pd,
Claudio Micheloni ha illustrato i suoi emendamenti spiegandone la ratio:
ridefinire le soglie numeriche per la formazione dei Comitati; coinvolgere le
associazioni; favorire la rappresentanza dei trasfrontalieri; definire un
"nuovo e più qualificato assetto" nei rapporti tra collettività e
autorità consolari, "introducendo – ha puntualizzato – un preciso
parametro di valutazione del personale diplomatico e consolare". Dopo aver
richiamato l'attenzione sulla previsione volta a imporre all'amministrazione un
obbligo di risposta rispetto ai quesiti posti dai Comites, Micheloni ha
spiegato al senatore Tofani che il suo emendamento all’articolo 5 (Comitato dei
Presidenti) ha come obiettivo quello di "impedire l'eccessiva
concentrazione di funzioni in capo alle stesse persone, che rivestano cariche
nei Comites e nel Cgie, trattandosi di compiti svolti a titolo
volontario". Il senatore ha quindi ritirato l'emendamento all’articolo 12
(Sistema elettorale e formazione delle liste: Al comma 8, dopo le parole:
"ricevono finanziamenti pubblici" aggiungere le seguenti: "gli
amministratori e i legali rappresentanti di camere di Commercio e Associazioni
nazionali, regionali e locali che ricevano, a qualunque titolo, contributi o
finanziamenti dallo Stato italiano o da sue articolazioni") e illustrato
quelli all’articolo 14 (Stampa e invio del materiale elettorale) per poi
concludere dichiarandosi d’accordo con le proposte della Bozza Tofani su piani
paese, composizione dei Comites, metodo di lavoro e possibilità di
partecipazione al lavoro dei Comites anche ai consiglieri del Cgie.
È quindi toccato
al senatore Pedica (Idv) illustrare i suoi emendamenti soffermandosi su quelli
in merito al passaggio di competenze dal Cgie che, come noto, Pedica vuole
abolire, ai Comites. Diversamente dai suoi colleghi, Pedica vuole anche
eliminare nei Comites la presenza dei cooptati, i consiglieri, cioè, stranieri
ma di origine italiana.
Ad illustrare gli
emendamenti di Firrarello (Pdl) ci ha pensato Basilio Giordano che ne ha
sottoscritti 7 su 9: tra questi quello all’articolo 1 che prevede che la per la
formazione di un Comites in Africa il numero di cittadini italiani residenti
sia ridotto a tremila. Al riguardo è però intervenuto il sottosegretario
Mantica per spiegare che "anche abbassando la soglia del numero di
cittadini, non vi sono in Africa comunità di consistenza superiore a
tremila". Giordano ha quindi ritirato l’emendamento e illustrato gli altri
sulle elezioni dei Comites.
Nel suo
intervento, il sottosegretario Mantica ha sottolineato che "i Comites
devono essere intesi come strumenti per garantire una piena rappresentatività
degli delle comunità italiane. Si tratta di una rappresentanza di carattere
istituzionale che dovrebbe trascendere la rappresentanza di istanze
politiche".
Per il senatore
Marcenaro (Pd) ha quindi osservato che "deve essere comunque garantito,
alle forze politiche che lo vogliano, di svolgere una vera competizione al
momento dell'elezione delle rappresentanze degli italiani all'estero";
osservazione condivisa da Mantica che, concludendo, ha ribadito come "lo
spirito che deve animare l'attività dei Comites sia quello di garantire una complessiva
rappresentanza dei bisogni della Comunità italiana. Credo sia inopportuno, come
invece previsto in molte degli emendati appena illustrati, cristallizzare nel
testo legislativo funzioni in questo o quel settore che invece debbono essere
lasciate, a mio avviso, alla libera definizione di ciascun Comites tenuto conto
della realtà territoriale in cui operano". (aise)
La lezione del caso Grecia. L’Europa ha bisogno di strumenti contro la
crisi
Ala fine è finita
come doveva finire. Francia e Germania si sono finalmente impegnate a venire in
aiuto al disastrato bilancio greco. Lo hanno fatto dopo infinite discussioni e
sospetti che lasceranno conseguenze sgradevoli, anche perché la Germania è
stata trascinata per i capelli ad impegnarsi solo dopo lunghe esitazioni e
giudizi spesso sprezzanti nei confronti del governo e del popolo greco. La
signora Merkel sa infatti benissimo che i tedeschi sono ossessionati dalla
paura di dovere intervenire in aiuto dei partner meno rigorosi e, per sua
natura, essa non intende assumere rischi eccessivi.
È questa stessa
paura che ha impedito che, quando è nato l’euro, si siano stabilite regole di
intervento per eventi che prima o poi sarebbero accaduti. Grandi o piccole
crisi finanziarie sono infatti fenomeni ricorrenti, anche se non quotidiani.
Mi ricordo che
quando a Bruxelles si discuteva di questi problemi io chiedevo insistentemente
che cosa si sarebbe fatto se un terremoto avesse distrutto il Lussemburgo. La
domanda era naturalmente assurda e provocatoria perché il Lussemburgo non è
zona sismica ma, proprio per la sua assurdità, voleva mettere in rilievo la
necessità di avere regole di intervento e di aiuto in caso di eventi imprevisti
in un qualsiasi Paese appartenente all’euro. Non se ne fece nulla, non si volle
affiancare alla politica monetaria una politica economica comune e ci si limitò
a stabilire regole di comportamento (il così detto patto di stabilità) senza
strumenti di coordinamento e di controllo preventivo da parte delle autorità
comunitarie. E quando “il terremoto del Lussemburgo” si è materializzato
nell’incontrollato deficit del bilancio greco, l’unico strumento che avevamo in
mano era un patto di stabilità che non poteva che essere definito “stupido”
proprio perché era uno strumento rigido e non prevedeva strategie di intervento
quando queste erano necessarie.
Siamo arrivati
all’assurdo che la Lettonia e l’Ungheria, Paesi membri dell’Unione Europea ma
non della zona Euro, quando sono precipitati in una situazione di difficoltà
finanziaria, hanno facilmente trovato un diretto interlocutore nel Fondo
monetario internazionale che, con mezzi adeguati, ha preparato un’efficace
strategia di uscita dalla crisi. Si sarebbe potuto fare la stessa cosa con la
Grecia, ricorrendo anche in questo caso al Fondo monetario internazionale ma
una sorta di orgoglio europeo lo ha fortunatamente impedito, anche se molti lo
chiedevano. Certo sarebbe stato più semplice, perché il Fondo monetario
internazionale dispone delle strutture di controllo e di monitoraggio che le
autorità europee non hanno ancora voluto organizzare. Ma sarebbe anche stato un
messaggio di rinuncia delle autorità europee a completare la costruzione
dell’euro. A questo punto la logica vorrebbe che si mettesse mano a qualcosa
simile ad un Fondo monetario europeo per fare fronte ad altre future crisi che
prima o poi verranno. Questo fondo sarebbe il logico completamento del patto di
stabilità. Oggi però nessuno ci pensa: si preferiscono le soluzioni caso per
caso come quella costruita per la Grecia. Un Fondo monetario europeo, con sue
strutture forti e specializzate, costituirebbe qualcosa di troppo simile a
un’unione non solo monetaria ma anche economica e finanziaria. Questo ci
porterebbe nella direzione di una più forte unione politica, cosa che quasi
nessuno, tra i capi di Stato o di governo, oggi vuole. E che l’attuale
frammentazione dei poteri europei rende ancora più difficile.
In tal modo
rimaniamo in mezzo al guado, con un euro che ci ha salvato da tanti guai, ma
intorno a cui non si vogliono costruire gli strumenti necessari per fare
dell’Unione Europea un grande protagonista della vita politica ed economica
mondiale.
Ed in mezzo al
guado rimarremo per un pezzo.
Fatte queste
osservazioni bisogna però sottolineare che l’euro rimane una valuta forte,un
vero e proprio pilastro dell’economia europea e una necessaria alternativa al
dollaro nell’economia mondiale.
Le vicende greche
(e le preoccupazioni che riguardano la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo) hanno
indebolito la quotazione dell’euro rispetto al dollaro, ma questo non è
certamente un fatto negativo, perché la rivalutazione eccessiva della nostra
moneta ha fortemente danneggiato le esportazioni in questo periodo di gravi e
permanenti difficoltà economiche. Se la quotazione dell’euro scendesse di
qualche altro punto nessuno certamente piangerebbe. Anche perché i segnali che
vengono dall’economia reale non sono incoraggianti: sono ormai mesi che si
parla di ripresa ma tutti gli indicatori dell’economia italiana continuano ad
essere preceduti dal segno meno. Salvo quello della disoccupazione, che
continua a crescere. ROMANO PRODI Im 14
Quel che chiediamo alla commissione Ue
Martedì a
Strasburgo il Parlamento Europeo ha dato il via libera alla Commissione guidata
da Barroso, il quale è al suo secondo mandato. Nel primo ha deluso ed il gruppo
ALDE del quale IDV fa parte ha, quindi, espresso un sì fortemente condizionato.
Valuteremo con attenzione e rigore l’azione politica della Commissione.
Vogliamo che si realizzi l’Europa dei diritti, della pace, del progresso,
un’Europa federalista, gli Stati Uniti d’Europa dal Portogallo alla Russia,
senza scudi e senza armi nucleari reciprocamente puntate da Est ad Ovest. Per
incamminarci in questo sogno, in questo progetto idealista ma non utopistico,
c’è bisogno di una Commissione che operi con un programma politico chiaro ed in
autonomia dagli Stati membri. Ecco la prima condizione politica che poniamo. La
Commissione non deve essere condizionata dal suo agire dai governi nazionali.
Altro punto importante è il raccordo con il Parlamento. Si deve passare da
un’Europa dei Governi, ad un’Europa dei popoli, anche attraverso il ruolo del
Parlamento in cui si esercita la sovranità popolare. Sul piano programmatico
IDV ha posto degli obiettivi che riteniamo irrinunciabili. Eccone alcuni. Una
politica economica che punti ad uno sviluppo compatibile con l’ambiente:
energie rinnovabili, risparmio nei consumi, adozione di progetti fondati sulla
green economy, no al nucleare ed alle altre politiche di danno ambientale. Il
contrasto al cambiamento climatico è uno dei punti principali sui quali
verificheremo la concretezza del lavoro della Commissione. L’attuazione di un
nuovo statuto dei beni pubblici contro le privatizzazioni selvagge, a
cominciare dall’acqua. La previsione di un welfare europeo che metta il diritto
al lavoro ed il contrasto alle precarizzazioni come obiettivo principale anche
nella destinazione dei fondi strutturali. Abbiamo ottenuto un impegno preciso
per la lotta alle mafie ed il contrasto alle corruzioni e alle frodi.
Lavoreremo, unitamente alla Commissione ed al Consiglio, per la realizzazione
della Procura Europea e per un rafforzamento del ruolo dell’OLAF (l’Ufficio
antifrode) garantendo loro indipendenza ed autonomia. Con riguardo, poi, alle
vicende direttamente riconducibili all’Italia abbiamo chiesto,
nell’immediatezza, tre impegni: il contrasto alle politiche razziste praticate
sui migranti; la difesa dell’indipendenza, libertà e pluralismo
dell’informazione; la dichiarazione di illegalità dello scudo fiscale.
Quest’ultimo sarà il nostro impegno dei prossimi giorni. Se la Commissione non
verrà meno al diritto comunitario ed agirà per la cancellazione della vergogna
dello scudo italiano avremo immediati vantaggi: verrà meno l’anonimato sulle
somme riportate in Italia e scopriremo i tanti evasori, mafiosi, riciclatori,
corrotti e corruttori che negli anni hanno inviato ingenti somme di denaro nei
paradisi fiscali; lo Stato incasserà non solo la mazzetta del 5% per garantire
il privilegio agli scudati, ma le intere somme sottratte al fisco per il
mancato pagamento dell’IVA che potremmo destinare ai tanti lavoratori che
stanno lottando per il lavoro. Vigiliamo ed agiamo affinché la Commissione
ripristini la legalità violata. Luigi De Magistris L’U 14
Milano. La prima battaglia fra etnie diverse
Colpisce
l’episodio di via Padova, a Milano. Un ragazzo, un egiziano, accoltellato su un
autobus per futili motivi. L’aggressore, gli aggressori, una banda di
sudamericani. Sembra di stare a Los Angeles, di assistere a uno scontro tra i
Bloods e i Crips, le gang storiche.
Immediata scatta
la protesta etnica, perché la vittima è uno straniero, un egiziano. Pochi
minuti, il tam tam funziona: centinaia di nordafricani si ritrovano per strada.
Negozi e auto danneggiate. Prima scatta un «italiani di merda», poi la collera
si indirizza sui sudamericani, i colpevoli, gli assassini del povero
accoltellato. E la massa si divide in gruppi. Tattica da guerriglia urbana.
Colpisce e
inquieta l’Italia dei conflitti etnici. Un fiume carsico, un magma
incandescente è pronto a spuntare all’improvviso. Da Rosarno a Milano a Castel
Volturno. È vero, non è la prima volta che la collera si trasforma in violenza.
Milano ne sa qualcosa. I Centri di identificazione ed espulsione spesso sono
teatri di rivolte. Ne sa qualcosa Castel Volturno, con la strage camorrista di
sei extracomunitari e la rivolta dei neri contro la violenza bianca.
E quello che è
andato in scena a Rosarno, appena agli inizi del 2010, un mese fa, è ancora
peggio, perché ha a che fare con il «bullismo mafioso». Un campanello d’allarme
da non sottovalutare.
Ma ieri, la
violenza segnala un ulteriore salto di qualità: gli eserciti in guerra sono
ambedue stranieri. Nordafricani contro sudamericani. È la prima volta che un
episodio di conflitto tra etnie diverse si trasforma in problema di ordine
pubblico.
Addirittura, gli
amici della povera vittima pretendevano la restituzione del suo corpo per
usarlo come un martire. A parti rovesciate, negli Anni 80 succedeva a Napoli,
quando la famiglia di un ragazzo vittima di overdose - il nipote del boss di
Forcella Pio Vittorio Giuliano - si rifiutò di consegnare il corpo del giovane
alle forze di polizia. E solo dopo una trattativa estenuante, il corpo del
ragazzo trovò pace.
Ma che sta
succedendo in questo nostro Paese, dove nessuno riconosce la legittimità dello
Stato ad amministrare giustizia? Nessuno. In una parte del territorio
nazionale, il Mezzogiorno (ma anche le periferie delle metropoli del Nord),
sono le mafie a governare e ad emettere sentenze di vita e di morte. A Roma,
nei palazzi del potere, delle istituzioni, c’è chi non riconosce ai magistrati
il diritto di indagare sui politici.
Ma anche una parte
degli stranieri che vivono nel nostro Paese non sembra voler riconoscere allo
Stato il diritto di amministrare giustizia. Questo ci racconta quello che è
accaduto ieri sera in via Padova, periferia di Milano. L’odio e il desiderio di
farsi vendetta da soli devono far riflettere anche noi. Prima che sia troppo tardi.
GUIDO RUOTOLO LS
14
Ancora sotto processo l’Unità d’Italia
Comprensibili le
critiche dell’epoca. Assurde invece quelle attuali che sminuiscono il già
scarso senso civico nazionale
L’anno prossimo si
celebreranno i 150 anni dell’Unità d’Italia. Indipendentemente dalle polemiche
sul come e dove festeggiare, stupisce notare che, a distanza di un secolo e
mezzo, ci siano ancora pareri discordi sul Risorgimento: sulle colpe dei
Savoia, sulla situazione economica e sociale del Sud sotto i Borboni, sulle
stragi dei “Briganti” ribelli, sulla utilità o meno dell’unificazione della
Penisola. Se si può capire che, all’epoca, la proclamazione del Regno d’Italia
potesse non convincere tutti, sorprende constatare che quel periodo storico sia
tuttora “sotto processo…Decine e decine di pubblicazioni, articoli, libri e
libercoli, che ormai da anni (ma con ritmo accelerato negli ultimi tempi)
stanno cambiando l'immagine di quel nodo di eventi” (da un editoriale di
Ernesto Galli della Loggia su Corriere della Sera).
Fatti che, all’epoca, non piacquero a tutti.
Uno dei primi a biasimare fu il napoletano Giacinto De’ Sivo (1814-1867),
letterato e storico controrivoluzionario, convinto che “le nazioni civili che
mirano lo svolgimento di questo gran dramma italiano saran stupefatte al mirar
la rea lotta che, specialmente nel reame delle Sicilie, procede cruenta ed
atrocissima fra Italiani ed Italiani. Versa torrenti di sangue in cotesta
guerra fratricida e nefanda. L’Italia combatte l’Italia. Dopo tanti sterminati
vanti del nostro primato civile, ora diamo spettacolo d’avidità da pirati, di
barbarie esecrande, di cinismo e d’ateismo vestiti di stucchevoli ipocrisie”.
Non fu il solo. E, ad alimentare le
insofferenze, contribuì la cessione savoiarda di Nizza e Savoia (1860) alla
Francia che spinse lo stesso De’ Sivo a commentare: “I liberali avevano sempre
strombazzato che i popoli non sono merce… ed ecco Vittorio Emanuele
liberalesco, firmanti il Cavour e il Farini liberaloni, far pubblico contratto
di popoli”. Non fu da meno Paolo Mencacci (1828-1897) che scrisse: “Da
Italiano, arrossisco che l’Unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. Uno
dei più tristi spettacoli che possa offrire la storia delle nazioni è il vedere
Reami prosperosi e tranquilli, con secoli di politica e monarchica autonomia,
divenire preda miseranda di un minore Stato e di un partito malvagio”. O il
piemontese Clemente Solaro della Margarita (1792-1869) che, pur essendo
Ministro degli Interni all’epoca di Carlo Alberto, rimase fino alla morte
convinto che il Regno di Sardegna avesse imboccato la strada sbagliata. Ed
anche il milanese Giuseppe Ferrari (1811-1876), filosofo e politico, che,
recatosi in Campania per accertarsi degli eccidi operati dalle truppe
piemontesi, diede notizia di città bombardate e di cittadini uccisi o rinchiusi
in carceri simili a lager, retti da carcerieri delinquenti. Una relazione che
l’obbligò all’esilio.
Se sono comprensibili tali reazioni negative
che, però, in genere contestavano i metodi e non l’opportunità
dell’unificazione del Paese, lo sono molto meno quelle odierne. Piaccia o non
piaccia, in quel periodo nacque l’Italia, per secoli divisa, invasa e governata
da stranieri, ma dotata già di una tale identità culturale e linguistica da
motivare il termine Risorgimento che invece, come spiegò lo scrittore e
politico Giovanni Spadolini, “mal si addice ad uno Stato mai esistito”. Nel
quale, tuttavia, tutte le Regioni (la Sicilia di Federico II con, tra gli
altri, Giacomo da Lentino, inventore del sonetto; la Toscana dei Grandi della
letteratura, della politica e dell’arte; la Lombardia di Manzoni; il Veneto
degli editori e di Marco Polo; il Piemonte degli architetti e di Vanzino, primo
storico dell’arte; la Puglia del barocco di Zimbalo; la Campania dell’innovatore
Masaniello; la Liguria di Cristoforo Colombo; l’Umbria di S. Francesco;
l’Abruzzo di D’Annunzio, eccetera) contribuirono alla nostra cultura, a
testimonianza del carattere unitario della Penisola, a dispetto delle
differenze dialettali, economiche, politiche che vi si registravano e che
ancora sussistono.
Non si può, per pura ideologia, giustificare
gli eccessi compiuti dalle armate sabaude, in quanto unico rimedio allo
“sfacelo del Regno di Napoli”, in realtà inesistente grazie alle innovazioni
tecnologiche - tra le altre, la prima ferrovia nazionale - introdotte dai
Borboni. Insensato, per puro laicismo opportunista o per eccessivo
clericalismo, apprezzare o condannare la lotta al potere temporale della
Chiesa, contestato, tra l’altro, già dal cattolicissimo Dante e dal laico
Machiavelli. Non è giusto né storicamente accettabile paragonare Garibaldi,
Mazzini e Cavour “ai criminali nazisti”, come ha fatto Vittorio Messori.
Illogico pensare di fare nuovamente a pezzi il Paese, ipotizzando un “Parlamento
delle due Sicilie” (a Caserta); o “L'indipendenza di Capri dall'Italia”,
chiesta dal suo sindaco, o l’irreale “Padania” sognata, tempo fa, da Bossi.
Altrettanto irrazionale deviare dal doveroso sentimento di Patria per timore di
ricadere in un rinnovato nazionalismo alla Mussolini.
Demitizzare il Risorgimento e continuare con
le polemiche è controproducente, non fosse altro perché ha come effetto solo
quello di sminuire ancora di più il già scarso senso civico che si registra,
molto spesso, nel Paese. C’è, piuttosto, da contrastare queste posizioni
antirisorgimentali che trovano seguito e spazio nei congressi, su Internet, nei
giornali, nei libri; e che danno fiato ad una descrizione del passato
tutt’altro che realistica, nella quale - e cito ancora Galli della Loggia -
“dominano i modelli interpretativi presi a prestito dall'Italia di oggi: quello
del giustizialismo più grossolano …e il complottismo maniacale che vede misteri
dappertutto”. Recuperiamolo nel suo valore reale, il Risorgimento! Aiuta a
comprendere meglio gli italici valori, le nostre tradizioni, ed anche i tanti
vizi, portando addirittura a correggerli ed eliminarli. E magari a
concretizzare il progetto di D'Azeglio, quel “abbiamo fatto l'Italia, adesso
bisogna fare gli Italiani” che, a quanto sembra, resta finora un sogno. Egidio
Todeschini, de.it.press
PD-estero. “Caro Marino, ora completiamo le strutture di rappresentanza del
Pd all’estero”
Intervista con
Dino Nardi, membro dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico
ZURIGO - In tre
anni il Pd è cambiato tanto anche all’estero. Nei Circoli e nelle Federazioni
vanno azzerate le cariche e convocate al più presto nuove elezioni a tutti i
livelli. In Svizzera Anna Rüdeberg e Michele Schiavone, rispettivamente
Presidente e Segretario del PD, vanno ringraziati per il grande impegno e
lavoro che hanno dedicato alla nascita e alla crescita del PD, ma ora dovranno
rimettersi in giuoco. Il nuovo coordinatore del Pd Mondo, Eugenio Marino, dovrà
dare un’accelerata alla ridefinizione delle strutture di rappresentanza del Pd
all’estero.
Sono trascorsi tre
mesi dalle Primarie del Partito Democratico che hanno portato Pier Luigi
Bersani alla guida del partito. In quell’occasione sono stati eletti
nell’Assemblea nazionale i 44 componenti del Pd all’estero. Alla prima riunione
però la delegazione estera non ha eletto, come ha fatto il resto
dell’Assemblea, i suoi quattro membri della Direzione di cui ha diritto. Ora,
con la nomina del nuovo coordinatore del Pd Mondo, Eugenio Marino, pensi che ci
sarà un’accelerazione nella definizione delle strutture del Pd all’estero?
Immagino di sì. È vero, in occasione
dell’Assemblea nazionale del Pd del 7 novembre scorso, per l’insediamento del
segretario nazionale Pier Luigi Bersani, come componente estera abbiamo avuto
la possibilità di indicare subito i nostri quattro rappresentanti nella
Direzione del Partito. Un’opportunità che, purtroppo, nonostante la
sollecitazione della Presidente Rosy Bindi, non fu colta in quel momento poiché
non vi era stato il tempo sufficiente per discuterne e decidere trai noi
membri dell’Assemblea nazionale eletti all’estero che, in gran parte dei 44
eletti, ci incontravamo per la prima volta. È stato un vero peccato perché,
adesso, a distanza di mesi, siamo ancora fuori dalla Direzione nazionale del
Partito. Ciò penalizza, ovviamente, il PD-Mondo sia organizzativamente che
politicamente. Per fortuna che trovammo, quantomeno, il tempo per eleggere la
Presidente dell’Assemblea dei delegati dell’estero. Mi auguro che con la nomina
di Eugenio Marino si possa completare l’intera struttura di rappresentanza del
PD-Mondo, affinché ci sia consentito di rappresentare e difendere gli interessi
delle comunità italiane all’estero ancor meglio di quanto comunque stiamo già
facendo oggi .
Terrete fede
all’attuale Statuto del PD estero e andare quindi alle elezioni dei segretari
del Partito Democratico Circolo per Circolo e Paese per Paese?
Anche in assenza di uno Statuto del PD-Mondo,
ufficialmente in vigore, cioè approvato dagli organi nazionali del Partito,
ritengo che i Circoli PD all’estero devono provvedere ad eleggere, o rinnovare,
quanto prima, i propri organismi dirigenti anche per coinvolgere e dare
il giusto spazio a tutti quei giovani che nel mondo si sono avvicinati al Partito
Democratico in occasione delle ultime Primarie. Di conseguenza dovremo poi
andare a eleggere pure gli organismi dirigenti a livello di Paese e,
successivamente, a livello di Ripartizione, Europa nel nostro caso. Occorre,
cioè, strutturare il PD in modo compiuto per avere dei legittimi rappresentanti
del Partito ad ogni livello.
Pensi che in
Svizzera ci saranno novità rispetto al duo Anna Rüdeberg e Michele Schiavone,
che da tre anni gestisce il Partito Democratico?
In tre anni e, soprattutto, dopo le Primarie
dello scorso mese di ottobre il Partito, è cambiato enormemente. Come ricordavo
molti giovani sono entrati a farne parte anche in Svizzera. Giovani che,
spesso, sono espressione dei nuovi flussi migratori italiani: studenti, tecnici
e ricercatori. Credo, pertanto, che siano indispensabili al più presto delle
nuove elezioni a tutti i livelli. Quindi, azzerandosi tutte le cariche, anche
Anna Rüdeberg e Michele Schiavone, rispettivamente Presidente e Segretario del
PD in Svizzera, che vanno ringraziati per il grande impegno e lavoro che hanno
dedicato alla nascita ed alla crescita del PD in questo Paese, dovranno
rimettersi in giuoco se lo vorranno. Dopo di che saranno, naturalmente, gli
iscritti con il loro voto a decidere. Una cosa va però sottolineata: nelle
comunità italiane nel mondo non vi sono professionisti della politica. Chi
milita e ancor più chi si impegna nell’associazionismo, e quindi anche nei
partiti politici, lo fa a titolo di vero e puro volontariato, togliendo tempo e
denaro alla famiglia, unicamente per un ideale e senza alcun recondito secondo
fine. Questo, ovviamente, fa sì che molti, pur avendo doti e qualità
dirigenziali e politiche, non sono tuttavia disposti o nelle condizioni di
poter fare questi sacrifici. Ciò, come si può ben comprendere, restringe
enormemente il numero di coloro che, in Svizzera e nel mondo, sono disponibili
a candidarsi per incarichi di responsabilità anche nel Partito, soprattutto a
livello di Paese o, ancor più, di Ripartizione.
In Svizzera sono
registrati 29 circoli del Pd, molti dei quali con un numero di iscritti che
oscilla tra 10 e 30 iscritti. Ritieni che siano capaci organizzativamente di
condurre azioni politiche adeguate?
Come tutte le strutture associative anche un
Circolo di Partito riesce, in genere, a essere molto più attivo e molto più
autorevole in relazione agli iscritti. Tuttavia per un Partito vi è anche
l’esigenza, per far politica sul territorio, di essere il più capillarmente
diffuso con le proprie strutture di base, specialmente quando il territorio è
molto ampio. Una soluzione per ovviare a queste due necessità, che non sempre
coincidono, io l’avevo proposta in una delle prime riunioni del PD in Svizzera
in occasione di un incontro alla Casa d’Italia di Zurigo. Proposi che si
costituisse per l’intero Cantone un unico Circolo frazionato, poi, diverse
sezioni locali in quelle zone periferiche ove vi risiede un certo numero di
iscritti. Con questa struttura avremmo un Circolo molto forte per un territorio
vasto ove, tuttavia, sarebbero attive localmente delle sezioni anche di piccoli
nuclei di iscritti per far politica e proselitismo di prossimità e per disporre
di antenne ricettive delle problematiche locali. Credo ancora che su questa
proposta andrebbe fatta una seria riflessione nel PD in Svizzera e non solo.
Nella tua zona,
nell’Alto Zurighese ci sono i Circoli di Rüti, Uster e Dübendorf che rientrano
nella categoria “piccoli circoli”. Vanno lasciati così oppure c’è qualche altra
formula organizzativa?
Qualora nel PD in Svizzera si fosse d’accordo
sulla proposta Circolo/Sezioni si risolverebbe il problema dei molti piccoli
Circoli esistenti nella Confederazione, e quindi anche di quelli esistenti
nell’Alto Zurighese. Altrimenti si potrebbe immaginare di applicarla, come
test, nell’Alto Zurighese facendo un unico Circolo a Uster (la località più
centrale) con delle sezioni a Dübendorf e Rüti e, magari anche in altre
località come, per esempio, a Wetzikon.
Meno circoli e più
attività politica?
Certo che disponendo, a livello di Circolo,
di un maggior numero di iscritti e di “cervelli” l’attività politica del nostro
Partito all’estero ne sarebbe sicuramente avvantaggiata con beneficio di tutti,
come per esempio per affrontare il referendum del prossimo 7 marzo sulla
riduzione dell’aliquota del Secondo Pilastro. Ma anche problemi con il governo
italiano, sempre più ostile nei confronti degli italiani all’estero, che, come
ormai noto, ha pianificato la chiusura di diversi Uffici consolari, ridotto i
finanziamenti alla scuola e all’assistenza agli indigenti e reintrodotto l’ICI
sulle prime case degli emigrati, tanto per citare qualche altro esempio!
Attilio Tassoni,
Mercoledì italiano/Zürcher Oberländer 10
Colonia. Giovani italiani in Germania e migrazione. Intervista a p. Silvio
Vallecoccia
Padre Silvio si
confronta con il multiculturalismo delle nuove generazioni. A Colonia propone
una pastorale di accompagnamento e d'incontro - di Valerio Farronato
Colonia. Padre
Silvio Vallecoccia, romano, missionario scalabriniano, sacerdote da quattro
anni. Quando era ancora adolescente si è appassionato agli emigrati che, negli
anni Novanta, giungevano in massa in Italia. Nella sua parrocchia nascevano i
tentativi di prima accoglienza e assistenza dei migranti. In tale contesto, nel
1993 lavorò come volontario in un campo d’accoglienza per immigrati stagionali
che si recavano nel sud Italia per la raccolta del pomodoro. Il confronto con
molti uomini provenienti dal centro e dal nord dell’Africa di fede islamica, e con
diversi albanesi, in gran parte atei, fu inevitabile. Questa esperienza segnò
la sua vita in maniera particolare. Ora, padre Silvio opera in Germania, a
Colonia, ed è responsabile diocesano della pastorale giovanile internazionale.
Farronato. Da
quanto tempo si trova in Germania?
Vallecoccia. Da
quattro anni. Dopo aver accantonato aspirazioni personali, come progetti
missionari in Libia e in Romania, e dopo due anni di studio intenso della
lingua tedesca, attraverso un inserimento pastorale nell’arcidiocesi di
Colonia, dal 2007 mi sto dedicando alla pastorale giovanile internazionale nel
tentativo di dare corpo e forma alla pastorale diocesana per e tra i giovani
emigrati.
Dire «pastorale
giovanile internazionale» significa trovarsi in un crocevia di lingue, culture,
mentalità, razze, e dunque senza punti di riferimento precisi.
Io non sono solo.
Ho dei collaboratori. Insieme insistiamo sulla progettazione: la necessità di
progettare nell’azione pastorale giovanile è dettata dalla complessità della
realtà cui l’evangelizzazione è rivolta. In particolare, la Chiesa locale, nel
suo essere sacramento di salvezza, per svolgere efficacemente la sua funzione,
ci chiede di redigere metodologie pastorali basate sul duplice principio di
fedeltà a Dio e alla persona. Elaborare un progetto pastorale rimane un modo
umano ma serio, di accogliere l’invito dello Spirito. Dato che lo Spirito è
imprevedibile, non resta che riconoscere con umiltà i limiti dei nostri
progetti pastorali, che rimangono sempre aperti e flessibili. Il contesto
giovanile nel quale operiamo, ci chiede conoscenza e contatto con giovani
emigrati.
Chi sono i giovani
che lei incontra?
L’ azione
pastorale che svolgo è tra i giovani emigrati cattolici, e ad essi è diretta.
Sono giovani di varie nazionalità sui quali, in Germania, esistono diverse
definizioni e descrizioni. L’impressione è quella di trovarsi di fronte a una
vera e propria guerra di parole. È nato un linguaggio sociologico al quale
anche la Chiesa fa ricorso. Nel mondo tedesco la parola Ausländer cioè
straniero, che di per sè è neutra, ha un’accezione negativa: tale significato
negativo è dovuto alla storia di questa parola. Per questo si coniò per gli
emigrati della prima ondata – dal 1955 al 1973 – la parola Gastarbeiter cioè
lavoratore-ospite. Ospite è una parola positiva. Chi è ospite è una persona
gradita. Non fu così la storia degli emigrati. Si coniarono quindi altre parole
che cercavano di dire che una persona è emigrata, evitando di usare il termine
straniero. Si cominciò a diffondere l’uso di un aggettivo neutrale: Fremd -
forestiero. Simpatica l’ultima trovata per definire lo straniero: Mitburger
anderer Muttersprache ovvero concittadino di altra madrelingua.
Dove incontra i
giovani e cosa propone loro?
In arcidiocesi
abbiamo circa 36 comunità linguistiche. Il primo contatto avviene visitando le
comunità linguistiche durante le messe domenicali. Lì incontro i giovani che
già frequentano le comunità di prima o seconda generazione migratoria.
Attraverso colloqui col sacerdote cerco di capire il tipo di attività giovanile
svolto. Se non esiste niente, valuto se vi sono le condizioni affinché nasca
qualcosa per i giovani. Visito i giovani durante i loro incontri o le attività
periodiche, stabilendo così un primo contatto. Con i sacerdoti e gli operatori
pastorali s’individuano, infine, possibili giovani leader della comunità sui
quali puntare per una funzione di animazione.
La trasformazione
del linguaggio denota la difficoltà di accogliere il migrante. Dove si vuole
arrivare? Ho la sensazione che l’attenzione allo straniero, nonostante tutto,
sia un luogo comune anche per le nuove generazioni che si ritrovano in un
calderone anonimo e privo di prospettive.
Personalmente
ritengo che oggi la Germania soffra, dal punto di vista sociale, uno stato
d’ansia da integrazione-assimilazione collettiva. Sembra che solo ora si scopra
che circa il 33% degli abitanti ha a che fare con l’emigrazione, e che più del
50% dei bambini che frequentano la scuola elementare tedesca ha almeno un
genitore straniero o con origini straniere. Questo dato, però, suona come
qualcosa di negativo. Molti emigrati, specialmente giovani, continuano a temere
che si blocchi, dietro alle belle parole, la realizzazione del desiderio di
giungere alla parità di opportunità sociali. Per i giovani la dignità della
persona sta nel suo essere, indipendentemente dal fatto che provenga da un
certo posto o eserciti un certo mestiere o presenti qualifiche particolari.
Bisogna comunque apprezzare il tentativo, non solo a parole, di mettere
l’emigrato e il residente sullo stesso piano sociale.
Torniamo ai
giovani emigrati. Magari nati in Germania. Continuano a sentirsi stranieri?
La terminologia
sullo straniero in Germania confonde anche le idee dei giovani alla ricerca
d’identità. Io mi ritengo Ausländer, cioè, tradotto letteralmente: vengo da un
altro Paese. In questo non ci vedo nulla di strano, né di sbagliato né,
tantomeno, lo considero una colpa di cui debbo vergognarmi. La consapevolezza
di essere straniero in Germania mi dà sicurezza nel rapporto con gli altri. Le
cose diventano complicate se si parla di giovani emigrati di seconda o terza
generazione. Si passa dai Jugendliche mit Migrationshintergrund – Giovani con
sottofondo migratorio a Jugendliche mit Zuwanderungsgeschichte oder
Zuwanderungserfahrung – Giovani con storia migratoria o esperienza migratoria. Se
da una parte questa specificazione permette di collocare il giovane in maniera
precisa nell’ambiente sociale d’appartenenza, dall’altra lo imprigiona in una
categoria dalla quale non può uscire. La società lo definisce senza tener conto
delle relazioni che è riuscito a stabilire; o peggio, in alcuni casi, gli dice
con chi sia autorizzato o meno ad avere relazioni.
Incontrando i
giovani, su quali motivazioni fonda la conversazione, le attività, le proposte
con loro?
Lo sforzo
pastorale nelle istituzioni cattoliche straniere e non, sta nel convincere i
vari operatori pastorali che noi abbiamo a che fare con i giovani, e basta. La
Parola di Dio rivela quello che Gesù ha operato: una comunità di figli di Dio,
senza distinzioni. Perciò, quando incontriamo i giovani in ambito ecclesiale,
deve essere chiaro che abbiamo a che fare con figli di Dio. In questo modo si
superano i pregiudizi collegati all’emigrazione, ci si apre fino a quanto il
giovane è capace, lasciando spazio alla creatività della sua storia di fede.
Probabilmente
anche i giovani emigrati cattolici abbandonano la comunità ecclesiale. C’è una
spiegazione per questo?
Una causa di
allontanamento dalla Chiesa è il linguaggio, che è duro, cioè lontano dalla
loro vita. I giovani emigrati in Germania sembrano non rispettare il trend
generale. Per quelli di prima generazione, le comunità linguistiche sono un
luogo di rifugio, una nuova casa, dove poter esprimere la fede come quella
ricevuta in patria o dalla cultura di partenza. Per quelli di seconda e terza
generazione, la comunità linguistica è un luogo di confronto con le proprie
origini, dove emergono eventuali situazioni conflittuali, e dove ci si può
riconciliare con esse.
Pur essendo questo
un dato positivo, vi sono comunque dei rischi connessi. I giovani crescono
nella società d’arrivo, intessono amicizie e relazioni in un ambito
plurilinguistico. Se la dimensione religiosa è vissuta esclusivamente in una
lingua, rischia di rimanerne in qualche modo intrappolata. Perdendo l’uso di
quella lingua, si perde anche la fede. Il linguaggio diventa duro perché non
più comprensibile.
Che cosa fa la
massa di giovani che non frequenta la comunità ecclesiale?
Certamente sono
molti i giovani emigrati che non frequentano le comunità linguistiche. E per
varie cause: mancanza di tempo, lontananza, scelte personali oppure quando la
lingua madre dei genitori è diventata straniera. C’è un distinguo che mi piace
rilevare. Nel caso di giovani emigrati di prima generazione, bisognerà
aspettare un sufficiente apprendimento della lingua del Paese d’arrivo per
sperare in una partecipazione ecclesiale. Il Signore chiama, ma bisogna poter capire
quello che dice. Preciso che esistono casi, anche se rari, di giovani che in
questo sono riusciti brillantemente: l’avvicinamento alla Chiesa è frutto di
forte convinzione personale o è motivata da fatti di vita.
Nonostante le
difficoltà di suscitare la fede cristiana nelle nuove generazioni, tra i
giovani emigrati non manca la vivacità cristiana.
Sono d’accordo.
Nei giovani di seconda e terza generazione si assiste ancora a una buona
partecipazione alla vita ecclesiale locale. Altri hanno contatti occasionali
legati ai sacramenti. Per chi non ha nessun contatto, accostandoli, si ha
comunque la sensazione che «le parole di vita eterna» abbiano perso due volte
l’occasione. L’annuncio poteva raggiungerli o nella lingua dei genitori o in
quella del Paese in cui sono nati e cresciuti. In loco noi ci impegniamo a
rendere possibile nei giovani il dire e l’ascoltare la fede in più lingue e
modi. Questo avviene tramite l’incontro tra gruppi giovanili a livello locale e
diocesano. I giovani si rendono conto che si può «emigrare nella fede» da una
lingua all’altra; si alfabetizzano alla fede in più lingue e culture. I giovani
emigrati ricordano alla diocesi di non presentarsi come chiesa nazionale ma da
Chiesa cattolica, pietra viva dell’unica Chiesa universale. Così anche il
Vangelo perde il suo linguaggio duro, e viene percepito per quello che è:
Parola di vita eterna. I giovani gustano il fatto di sentirsi chiamati amici da
Gesù attraverso i fratelli e le sorelle nella fede, indipendentemente dalla
lingua o dalla nazione di provenienza.
Nel 2005 Colonia
ha organizzato la Giornata Mondiale della Gioventù. Cosa è rimasto di
quell’esperienza?
L’arcidiocesi di
Colonia si sta riprendendo dall’«ubriacatura» dovuta alla GMG del 2005 dove
pareva facile avvicinare i giovani alla fede e dove sembrava scontato che la
fede cattolica si potesse dire in più modi e lingue. Partiti i giovani dopo
l’incontro con Benedetto XVI, si è rimasti con un vuoto fisico ed emotivo. I
giovani della GMG, come i Magi – dei quali a Colonia si venerano le reliquie –
per altra strada ritornarono al loro Paese. L’arcidiocesi ha cercato, sull’onda
dell’entusiasmo, di organizzare grandi eventi di massa giovanili, allungando in
qualche modo l’effetto della GMG, ma il successo non è stato quello sperato.
Personalmente agisco puntando sul fatto che le comunità linguistiche e
indigene, gli operatori e le organizzazioni ecclesiali per i giovani diventino
sempre più attori a più voci del medesimo annuncio. Riconosco che la GMG ha
lasciato in eredità l’impegno di conoscersi meglio tra giovani di diversa
etnia.
Padre Silvio, lei
è italiano. Quanto peso ha la sua carta d’identità in questo ministero a più
voci? I giovani migranti italiani hanno una corsia preferenziale?
Sono italiano e
non mi pesa per nulla il fatto di essere «straniero» in Germania, anzi questo
gioca a mio favore. Riconosco che il mio apostolato con i giovani di diverse
etnie fa forza sulla comune identità della fede in Gesù Cristo e nel mio essere
«presbitero». Il mio essere prete dice molto ai giovani; mi accettano molto
bene. Con i giovani italofoni, per ovvi motivi, ho un contatto facilitato. In
costoro ho una certa facilità a trovare collaboratori immediati.
Il Messaggero di
Sant’Antonio, edizione per l’estero
Roma - “Vorrei che
questa nuova legislatura avesse un presidente che non ha mai fatto parte
dell’attuale esecutivo”. Sono queste le prime parole che Pasquale Vittorio, ex
presidente del Comites di Stoccarda ed esponente dell’Idv Svizzera, pronuncia
se gli si domanda che cosa pensa delle frecciate non troppo velata inviate da
Mario Caruso al comitato tedesco in vista delle nuove elezioni.
Intervenuto a Roma
per il congresso nazionale dell’Italia dei Valori, al quale
ItaliachiamaItalia ha partecipato, Vittorio non critica le parole di Caruso,
"anche perché lui su di me non ha detto nulla di male", ma non
dimostra nemmeno di essere d’accordo. Secondo l’ex presidente, per l’incarico servirebbe
una persona estranea a tutte le logiche che hanno caratterizzato l’ultimo
mandato del Comites Stoccarda.
Che cosa pensa di
quanto dice Mario Caruso a proposito della situazione Comites Stoccarda?
Io credo che, a
prescindere dai vari commenti, nei fatti la nuova legislatura dovrebbe avere
una presidenza che sia estranea all’attuale, un presidente che non abbia mai
fatto parte dell’esecutivo che c’è ora.
E questo non è in
linea con quanto espresso da Caruso?
Caruso propone
Virga, che è stato vicepresidente. Allora non capisco: se è stato Caruso stesso
a dire che l’attuale esecutivo non va bene, perché ripropone qualcuno che ne fa
parte?
Quindi lei boccia
la candidatura di Virga?
Virga è stato
vicepresidente per cinque anni e, se stiamo bocciando i presidenti, è ovvio che
dobbiamo bocciare anche i vicepresidenti.
Quale linea ha
scelto di seguire?
Ho proposto due
candidati, uno del centrosinistra e uno del centrodestra. Li appoggerò tutti e
due perché li conosco e sono brave persone.
Barbara Laurenzi,
Italia chiama Italia12
A Berlino il 27 febbraio: “Donne Italiane in Germania: riprendere il filo”
Berlino - Sabato
27 febbraio a Berlino si terrà il convegno “Donne Italiane in Germania:
riprendere il filo” (dalle ore 10 nella sede della Friedrich Erbert Stiftung,
Hiroshimastr.17). L’incontro è promosso dal Coordinamento Donne Italiane
(www.donneitaliane.eu ) in collaborazione con l’Ufficio dell’on. Laura Garavini
e con il patrocinio della Friedrich-Ebert-Stiftung.
“Sarà un’occasione
importante – rimarcano dal Coordinamento Donne Italiane - per conoscere,
innanzitutto, coloro che si avvicinano per la prima volta alla nostra
Associazione, per ascoltare e confrontarci sulle tematiche riguardanti il ruolo
ed il significato della nascita di un Coordinamento Nazionale di Donne italiane
in Germania e, soprattutto, per porre le prime basi concrete della Costituzione
del nostro Coordinamento nazionale, relazionandoci e lavorando intorno ai
risultati dei Work-Team, creati appositamente nel precedente Convegno, che in
questi mesi hanno lavorato assiduamente intorno alla forma giuridica, alle
funzioni, ai principi, al logo ed alla comunicazione della nuova
Organizzazione”.
Al convegno interverranno Bettina Luise
Rürup, leiterin Forum Politik und Gesellschaft Friedrich-Ebert-Stiftung;
Michele Valensise, ambasciatore d'Italia in Germania; Laura Garavini, deputata
eletta nella Circoscrizione Europa; Eva Högl, parlamentare tedesca; Liana
Novelli-Glaab, presidente del Coordinamento donne italiane di Francoforte;
Edith Pichler, esperta di migrazioni, Freie Universität Berlin (relazione su
“Aspetti e trasformazioni della comunità femminile italiana in Germania”); la
sociologa Chiara Saraceno, docente a Università di Torino e
Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino.
Previsti
interventi delle partecipanti dai vari stati europei su situazione e tematiche
locali; e interventi delle diverse realtà territoriali e associative della
Germania. I lavori riprenderanno alle ore 14 con: presentazione delle proposte
su nome e logo della rete delle donne italiane in Germania cui seguirà
discussione; Forma giuridica: proposte e discussione. Seguirà la presentazione
della piattaforma elaborata come base della rete, con relativa discussione
Si procederà poi
alla elezione di un Comitato promotore, che metta in opera i risultati
dell’incontro, attui la Costituzione della rete e ne scriva lo Statuto. Infine
interverrà Chiara Saraceno (Università di Torino/ Wissenschaftszentrum für
Sozialforschung di Berlino) su “La parità difficile: le donne nella società
italiana contemporanea”
Per partecipare
all’incontro scrivere entro e non oltre mercoledi 24 febbraio, inviando una
@mail a coordinamento@donneitaliane.eu , oppure telefonare allo 0049 69 772227.
(Inform)
Wolfsburg. Grande confusione nel tesseramento del PdL all’estero. Tessere
gratis, o troppo care
Wolfsburg. Da
qualche tempo il Pdl ha lanciato il tesseramento anche all’estero. Il
sottoscritto, lo scorso 20 novembre 2009, sulle pagine di ItaliachiamaItalia
aveva giá fatto presente che la cifra di 50.00 € per il tesseramento era
troppo alta, ma nessuno ha reagito.
Nel frattempo sono
state inviate giá molte adesioni ed altre sono da spedire.
Secondo il
Regolamento fissato dalla Presidenza riunitasi l`8 Ottobre 2009 e dello Statuto
del Pdl, le quote d`iscrizione annuali sono le seguenti:
Associati:
associato ordinario 50.00 €; associato Giovane (dai 16 ai 28
anni) 25.00 €;
associato senior
(oltre i 65 anni) 25.00€; aderente (con il solo diritto di elettorato
attivo) 20.00 €.
Ad un tratto
arriva la notizia che l'On. Tremaglia apre ufficialmente la campagna per il
tesseramento del CTIM, criticando i costi elevati della tessera del Popolo
della Libertà (quella del Ctim è gratuita).
Anche il Sen.
Nicola Di Girolamo, con la sua lettera che ha inviato ai Coordinatori del
Pdl (Bondi, La Russa e Verdini), chiede che venga valutata la possibilitá di
consentire agli italiani residenti in Europa e nel Mondo di pagare una tessera
con quote notevolmente ridotte rispetto a quelle valide sul territorio
nazionale.
Senz`altro una
proposta da accettare; purtroppo anche questo ricorso arriva con ritardo visto
che i tesseramenti sono in corso. Che figura facciamo con quelli giá tesserati
che hanno pagato i 50 euro? Questo sarebbe un ennesimo motivo per perdere la
credibilitá, che come Popolo della Libertà oltre confine stiamo riacquistando
con tanti sforzi. Mario Spanó, Wolsfsburg, Italia chiama Italia 12
Saarland. Il Governatore Müller: il Governo italiano mantenga aperti i
Consolati
Il coordinamento
estero della Confsal-Unsa continua a raccogliere segnali da parte della classe
dirigente politica tedesca contro la chiusura dei consolati italiani. L’ultima
dichiarazione è stata rilasciata da Peter Müller, Governatore del Saarland, al
programma radiofonico "Mezz’Ora Italiana" messo in onda
dall’emittente statale tedesca Saarländische Rundfunk. Alla domanda: "Lei
crede che sulla chiusura dei Consolati sia stata detta l’ultima parola?"
Il Governatore Müller, che è membro del direttivo della CDU, il partito di
Angela Merkel, ha risposto: "spero di no... spero che non sia stata detta
l’ultima parola! Noi abbiamo subito reagito, con un largo consenso di tutte le
forze della Regione, chiedendo la difesa dell’esistenza del Consolato. Siamo
convinti che il Consolato sia necessario, con particolare riguardo alle
esigenze delle italiane e degli italiani che vivono in questa Regione. Abbiamo
offerto locali gratuiti per ospitare in futuro il Consolato, dimostrando così
la nostra volontà di compiere anche degli sforzi concreti per la sua
salvaguardia e di non limitarci solo a degli auspici astratti. Spero per questo
che sia revocata la decisione di chiusura e che sia trovata un’altra soluzione.
Spero in ogni modo che si tratti di una soluzione che garantisca agli italiani
del Saarland la possibilità di poter fruire dei servizi consolari nella nostra
regione, evitando loro di doversi recare a Francoforte. La cosa migliore
sarebbe se tutto restasse così com’è. Ma, ad ogni modo, dovrebbe essere
salvaguardata una rappresentanza consolare".
La Confsal-Unsa
"prende ancora una volta atto della disponibilità dei Governatori dei
Länder tedeschi ad individuare soluzioni atte a rimuovere i disagi derivanti da
eventuali chiusure dei nostri Consolati. Relativamente al piano di
razionalizzazione della rete consolare – conclude il sindacato – la Confsal
Unsa auspica pertanto maggiore sensibilità anche da parte della politica
nostrana". (aise)
I deputati Pdl eletti all’estero disertano il Comitato per gli italiani
all’estero della Camera
Cari onorevoli
Angeli, Berardi, Di Biagio e Picchi (in rigoroso ordine alfabetico), fate
quello che volete, viaggiate dove volete, presentate interrogazioni e proposte
di legge sul pane campano, sulle fogne di Firenze, sugli imprenditori americani
o sul turismo argentino. E poi a fine mese passate alla cassa per
riscuotere.
Ma – aprite bene
le orecchie – non succeda mai più che non vi presentiate al Comitato per gli
italiani all’estero della Camera. Questo prima di tutto, poi il resto. Prima il
dovere. E’ nel Comitato per gli italiani all’estero che si discutono le
questioni che ci interessano e si decidono azioni, eventualmente
bipartisan.
Se le riunioni
sono alle 8.30, vi vogliamo lì, seduti, alle 8.25 per non perdere nemmeno un
minuto.
Non venite a
raccontarci che è troppo presto o che avete altro da fare o che Zacchera vi è
antipatico.
Tutte balle che i
vostri colleghi del Pd non si sognano neanche di accampare e infatti sono
sempre presenti.
Non scherzate col
fuoco. Deputato avvisato...
La nostra fantasia
è pari alla nostra indignazione e potete aspettarvi di tutto. Possiamo
organizzarci per chiamarvi al telefono alle 6 di mattino per sincerarci che vi
siate svegliati, possiamo venire a suonare il campanello di casa vostra,
possiamo mettere su una bella manifestazioni davanti a Montecitorio. Possiamo
fare questo e molto altro.
Ci risentiamo alla
vigilia della prossima riunione del Comitato
I vostri elettori,
L’Italiano 13
Una nota Marco Fedi (Pd) su rete consolare, riforma di Comites e
CGIE, Rai Italia, cittadinanza
In occasione della
riunione della Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni extra-europei del
CGIE, i cui lavori si sono aperti a Johannesburg, l’on. Marco Fedi (Pd) ha
trasmesso ai partecipanti un augurio di buon lavoro ed una sua breve scheda
riepilogativa sui diversi temi all’ordine del giorno. La nota tocca
questioni vitali che vanno dai tagli al bilancio del MAE alla rete consolare,
dalla riforma di Comites e CGIE alla contrazione delle risorse destinate a Rai
Italia per approdare ad alcune indicazioni riguardanti la discussione ancora
aperta nella Commissione Affari Costituzionali della Camera sulla cittadinanza.
Di seguito la nota del deputato Marco Fedi
Tagli ai capitoli
di bilancio MAE - “Il Governo ha accolto un ordine del giorno – in sede di
approvazione della legge finanziaria (legge n. 191 del 23 dicembre 2009,
pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 30 dicembre 2009) – in cui si impegna
ad individuare risorse aggiuntive per i capitoli della Direzione Generale
Italiani all’Estero e Politiche Migratorie. In Commissione un emendamento del
relatore aveva recuperato 1.5 milioni di euro per la DGIEePM. In aula è stato
invece respinto un emendamento per l’assistenza di 6 milioni di euro”.
Rete Consolare -
“Le Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato hanno lavorato per ottenere
dal Governo l’impegno a presentare al Parlamento una nuova proposta di
razionalizzazione della rete diplomatico-consolare. Siamo ancora in attesa del
nuovo progetto. Nel frattempo abbiamo svolto, con atti di indirizzo e
controllo, un’azione tesa ad evitare la chiusura di Adelaide, Brisbane e
Durban. Ogni comunicazione, iniziativa o proposta, provenienti dal CGIE o dalla
Commissione anglofona, sono utili ai fini del nostro lavoro parlamentare”.
Riforma Comites e
Cgie - “Il testo unificato Tofani è stato presentato e sono ora in discussione
gli emendamenti presentati dai Senatori dei vari gruppi. La proposta di legge è
insoddisfacente e il Comitato per gli Italiani nel mondo della Camera discuterà
– una volta ottenuto il testo emendato dal Senato – la possibilità di
presentare emendamenti “bipartisan” che modifichino nella sostanza, in maniera
anche radicale, le norme contenute nell’attuale testo, ripeto insoddisfacente,
proposto al Senato. I parlamentari del PD ritengono comunque che, anche in
presenza di una parziale approvazione della proposta di riforma, le elezioni
per il rinnovo degli organismi di rappresentanza debbano comunque tenersi entro
la scadenza della proroga, cioè entro il 31 dicembre 2010 e che non si possa
pensare ad altri rinvii”.
Rai Italia - “Il
taglio di oltre 12 milioni di euro alla dotazione della Convenzione tra la
Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Rai – per i servizi di Rai Italia
nel mondo – rischia di mettere in ginocchio l’informazione televisiva per gli
italiani nel mondo. I Deputati eletti all’estero – con un’azione bipartisan –
hanno scritto al sottosegretario On. Bonaiuti chiedendo un incontro e la
modifica di questa decisione molto grave.
I Deputati eletti
all’estero hanno incontrato, informalmente, il nuovo direttore di Rai Italia,
Renzoni. Abbiamo ribadito le criticità dovute a: palinsesti e programmazione,
qualità del segnale, contenuti in generale, in particolare fiction, sport e
films, e l’esigenza dell’informazione di ritorno. Il segnale per il Sudafrica è
ora un palinsesto “ad hoc” e quindi non dovrebbero più esserci problemi di
fascia oraria. Si sta lavorando per avere due segnali per gli Stati Uniti, in
modo da raggiungere la East e West Coast in fasce orarie ragionevoli. Anche per
l’Australia si lavora per avere due segnali – il segnale unico Pechino-Perth,
che copre l’Asia, arriva sulle coste occidentali, con Melbourne e Sydney, con
due ore di ritardo. La fiction per la quale la Rai ha i diritti viene tutta
trasmessa”.
Cittadinanza - “Il
testo unificato di riforma della cittadinanza è tornato in Commissione Affari
Costituzionali e non sappiamo se e quando, e in che forma, sarà riproposto. Il
testo Sarubbi-Granata conteneva le nostre due richieste più urgenti. Riapertura
dei termini per il riacquisto della cittadinanza. Superamento della
discriminazione nei confronti di discendenti di donne italiane, coniugate con
cittadini stranieri prima dell’entrata in vigore della Carta Costituzionale,
per i quali non è avvenuta la trasmissione della cittadinanza jure sanguinis,
nonostante il diverso orientamento di una recente sentenza della Corte di
Cassazione. Nel frattempo, con un emendamento al decreto mille-proroghe, è
stato prorogato di altri cinque anni il termine previsto dalla legge 379/2000
per presentare la richiesta per il riconoscimento della cittadinanza italiana
alle persone nate e già residenti nei territori appartenuti all'Impero
austro-ungarico e ai loro discendenti. Abbiamo proposto una discussione sul
tema della riforma della cittadinanza al Comitato per gli italiani nel mondo”.
(Inform)
Interventi. Autocritica: nel Pdl manca una strategia per riformare Comites
e Cgie
Parigi - Il
seppuku o hara-kiri era il suicidio rituale con cui gli antichi guerrieri
giapponesi pensavano di liberare lo spirito. In tempi piu’ recenti i Kamikaze
si immolavano per l’imperatore, facendo esplodere i loro velivoli sulle navi da
guerra americane.
La storia militare
nipponica e l’esaltazione del suicidio come virtu’ suprema, devono aver
ispirato i politici nostrani impegnati a riformare gli organismi di
rappresentatività degli italiani all’estero. La parola d’ordine é: smantellare!
Smantellare il
Cgie e i Comites, perché inutili, dannosi. Non parliamo poi della stucchevole
polemica contro i membri di natura governativa del Cgie; il Sen. Micheloni ha
dichiarato che costoro, autentici dinosauri della conservazione,
paralizzerebbero ogni tentativo di seria riforma.
Claudio Micheloni
é, per la cronaca, colui che ha dichiarato di non considerare il Sen. Di
Girolamo come un collega e che davanti all’esplodere dello scandalo
Inca-Giacchetta, ha pensato bene di minimizzare il tutto, dicendo che quei poveri
pensionati sono vittima di… « un compagno che sbaglia »!
Io non so se
Micheloni si sia sottoposto ai test anti-droga come molti dei suoi colleghi; io
gli consiglierei di verificare il tasso alcolico prima di lanciarsi in queste
memorabili « boutades ».
Essere contro il
Cgie é un atteggiamento scevro di rischi, simpatico e lieve.
Non occorre
provare un accidenti; basta mettere insieme quattro slogan, quattro fesserie
populiste (come proporre la presenza delle Regioni), la popolare critica ai
membri di natura governativa, accusati di conservatorismo e quant’altro, e il
gioco é fatto.
C’é gloria pure
per Razzi, il deputato-manovale, pardon, operaio; «aboliamo il Cgie per
finanziare i terremotati d’Abruzzo!».
Il dibattito su
Cgie e Comites é oramai dominato dalla presenza del cretino di turno.
Uno spara una
fesseria, in genere un luogo comune riesumato come nuovissimo e coraggioso, e
invece di rispondergli con una sonora pernacchia, se ne discute per settimane.
Un esempio?
Inserire i membri delle Regioni nel Cgie; una proposta talmente insensata da
aver generato una levata di scudi da parte delle stesse Regioni.
Un’altro esempio?
La proposta di modificare i membri elettivi del Comites, riservando quote a
donne e giovani.
Siamo al ritorno
delle famigerate “quote rosa” in disuso ovunque. Chi ha avanzato una simile
proposta andrebbe interdetto per manifesta incapacità e demagogia politica.
Il populismo é
diventato il pensiero unico. I trucchi sono semplici: la semplificazione, la
banalizzazione, il rifiuto delle soluzioni complesse.
Cio’ che mi ha
colpito in questa vicenda é l’assoluta mancanza di una linea politica chiara
del mio partito, il Pdl. Io mi sarei aspettato la definizione di una linea
concordata tra la base, gli eletti e i membri presenti nei Comites e nel Cgie.
Nei miei auspici,
il nascituro Dipartimento degli italiani all’estero, avrebbe dovuto fare una
sintesi del lavoro svolto e coadiuvare i membri delle commissioni esteri per
arrivare a formulare un progetto di riforma condiviso.
Cosi’ non é stato,
almeno finora, e ad un disegno poltico strategico si é preferito dar sfogo ad
impulsi spesso velleitari e sconclusionati, sfociati nell’increscioso episodio
che ha visto coinvolti due nostri deputati, che hanno tentato di presentare due
emendamenti alla commissione esteri del Senato; una gaffe colossale, che denota
pressapochismo e dilettantismo.
Io guardo con una
certa invidia alla Francia, alla sua classe dirigente e alle sue istituzioni.
L’Assemblea dei francesi all’estero é un organismo importante; esiste dal 1948,
ha dei reali poteri e rappresenta le istanze dei francesi residenti all’estero.
I suoi pareri sono tenuti in massima considerazione dal governo francese.
E dulcis in fondo;
ci sono ben venti membri di nomina governativa e nessuno se ne scandalizza!
Nel centro-destra
italiano, la Francia e Sarkozy vengono presi spesso a modello: stranamente in
questo caso ci si é dimenticati di fare un opportuno paragone.
Davanti allo stato
confusionale mostrato dai dirigenti, fa ben sperare lo spirito emerso dal
convegno di Verona; in quella sede i partecipanti provenienti da tutta Europa,
hanno discusso in maniera serena e costruttiva, mostrando capacità e
competenza.
Il documento
approvato, che chiede di evitare soluzioni affrettate e velleitarie,
rappresenta una buona base di partenza e fornisce un’importante occasione per
lo stesso Pdl per ritrovare un’unità di intenti evitando di finire come
l’ultimo dei guerrieri giapponesi.
P.S. Mentre mi
accingo a terminare queste poche righe apprendo, dalle agenzie stampa, dello
straordinario successo del convegno Italia-Turchia, voluto dal Sen. Di
Girolamo. Il Sen. Di Girolamo si é dimostrato il migliore tra gli eletti
all’estero: chi ha condotto nei suoi confronti squallide campagne diffamatorie,
dovrebbe vergognarsi e chiedere pubblicamente scusa. Conoscendo la codardia e
l’ignavia di certi personaggi, dubito che cio’ avvenga. Andrea Verde,
L’Italiano 12
Campania. VII Conferenza regionale a Napoli il 19 e il 20 febbraio: “Tutti
diversi tutti uguali”
NAPOLI - Il
Programma Strategico Triennale per l’integrazione dei cittadini migranti
2009-2011, ribadisce che “la presenza straniera in Campania non è più
riconducibile ad un fenomeno, costituisce piuttosto una dimensione della realtà
regionale”. Infatti, a partire dagli anni Novanta la Campania ha visto la
crescita esponenziale della presenza di immigrati, con significative
implicazioni sul quadro demografico regionale, e il progressivo stabilizzarsi
del fenomeno sul territorio. Alla luce di tali cambiamenti, il processo
d’inclusione richiama ad una riflessione costante sui bisogni emergenti e sulle
possibili risposte che, nei vari ambiti, esprime la cittadinanza.
La VII Conferenza per l’immigrazione – titolo
“Tutti diversi tutti uguali” - che si terrà il 19 e il 20 febbraio presso la
Stazione Marittima di Napoli sarà l’occasione per condividere le
strategie messe in campo dall’Amministrazione regionale per favorire
un’estensione del sistema di welfare a garanzia di una coesione sociale che
possa rispondere all’accresciuta complessità della presenza immigrata. La
Conferenza sarà anche un momento di confronto concreto con tutte le realtà
operanti nel settore che potranno usufruire di uno spazio dedicato per fornire
spunti di riflessione e proposte per poter creare le condizioni di
un’interazione positiva tra immigrati e servizi, ridurre pregiudizi e
discriminazioni, promuovere sinergie inedite in una società in profonda
trasformazione. (Per il programma della Conferenza
http://resources.regione.campania.it/slide/files/Documenti%20Eventi/2010/2010%2001/file_10100_GNR.pdf
) Inform
Iniziative comuni Friuli Venezia Giulia e Veneto per i corregionali
all’estero
Trieste - Friuli
Venezia Giulia e Veneto promuoveranno forme di reciproca collaborazione negli
interventi destinati alle rispettive comunità di corregionali all'estero,
attraverso l'individuazione di iniziative di interesse comune.
Lo prevede il
protocollo d'intesa firmato mercoledì a Portogruaro dagli assessori Roberto
Molinaro, per il Friuli Venezia Giulia, ed Oscar De Bona per il Veneto. Alla
firma hanno presenziato anche il vicepresidente del Consiglio regionale del
Friuli Venezia Giulia Maurizio Salvador, i presidenti delle Associazioni "Veneziani
nel Mondo" ed "EFASCE", i rappresentanti delle Amministrazioni
locali di Portogruaro, Concordia Sagittaria e Fossalta.
Il protocollo
nasce dalla volontà delle due Regioni di favorire progetti condivisi per lo
sviluppo ed il rafforzamento delle relazioni con le comunità di origine
friulana, giuliana, slovena e veneta esistenti nel mondo e prevede il
coinvolgimento di enti e associazioni già operanti a favore delle popolazioni
italiane all'estero, insieme ad esponenti del mondo imprenditoriale.
"E' la prima
volta - ha evidenziato l'assessore Molinaro - che due Regioni collaborano per
sostenere iniziative comuni a favore dei propri emigrati e che, superando la
barriera della territorialità, realizzano un primo esempio di attuazione del
federalismo".
"Un passo
importante - ha proseguito Molinaro - per qualificare le relazioni con le
nostre comunità all'estero che, partendo dalle istituzioni, intende aprire
significative opportunità soprattutto ai giovani di qua e al di dà
dell'oceano". (aise)
Afghanistan, offensiva della Nato
Massiccia
operazione delle truppe Usa, britanniche e afghane nella provincia dell'Helmand
- E' l'inizio della campagna per imporre
il controllo del governo afgano nella provincia - cinque vittime Usa e un
britannico
KABUL - Il
secondo giorno dell'Operazione Moshatarak, l'offensiva Nato a sud a Marjah e
Nad Ali nell'Helmand, procede ma viene rallentata dall'attività dei cecchini e
dalle mine piazzate dai talebani. In mattinata, un avamposto Usa è stato fatto
segno da numerosi colpi mentre nelle all'alba era in corso la cerimonia
dell'alza bandiera. Nell'Operazione Moshtarak ( che nella lingua barsi vuol
dire insieme) è impegnato un contingente di 15.000 soldati (tra cui 3.500
Marines, 2.000 britannici, 1.500 afghani 500 delle forze speciali) avanza con
attenzione tra le case scoprendo ad ogni ancolo trappole esplosive. In alcuni
casi sono stati trovati depositi di oppio. In generale i vertici militari sono
"molto soddisfatti" del primo giorno di operazioni. Finora tra le
truppe Nato si contano 6 vittime, cinque Usa e un britannico, mentre sono stati
uccisi 20 talebani e ne sono stati catturati 11.
Le vittima
afghane. Si contano invece a decine i talebani uccisi, secondo un primo
bilancio della maxi offensiva Altri 11 sono stati arrestati, ha
annunciato il generale Sher Mohammad Zazai, comandante delle truppe afgane.
Sono stati migliaia, tra marines Usa, soldati britannici e afghani entrati alle
prime ore di ieri mattina nella città di Marjah, principale roccaforte dei
talebani nella turbolenta provincia meridionale afghana dell'Helmand. La forza
ha incontrato inizialmente una "una resistenza minima", come ha detto
il portavoce dei marine, capitano Abraham Sipe, ma progressivamente i talebani
hanno iniziato ad opporsi casa per casa all'avanzata degli americani.
L'operazione
"insieme". Con l'ingresso dei
soldati a Marjah è iniziata la grande operazione militare
"Mushtarak", una parola in lingua dari che significa
"insieme", la più massiccia dall'invasione alleata dell'Afghanistan nell'ottobre
2001. "Marjah è l'ultimo santuario del nemico nell'area di operazione dei
marine - ha detto il generale Larry Nicholson - questa operazione punta a
ricollegare la popolazione di Marjah con il legittimo governo dell'Afghanistan.
Collaboriamo pienamente con il governo afghano per questa operazione e abbiamo
le risorse necessarie per avere successo".
L'appello di
Karzai. Il presidente afgano Hamid Karzai già da ieri aveva lanciato un appello
ai combattenti talebani affinchè depongano le armi. Karzai si è rivolto a tutti
i "talebani afgani perchè approfittino di questa opportunità per
rinunciare alla violenza e reintegrarsi nella vita civile a fianco degli altri
afgani per il bene del loro paese". Karzai, lanciando l'operazione, aveva
chiesto alle truppe nazionali ed internazionali di "usare la massima
prudenza per non causare danni ai civili" nell'offensiva su Marjah. In un
comunicato diffuso dai servizi stampa presidenziali, Karzai ha sollecitato
"i militari afghani e stranieri a continuare la consultazione della gente
del posto, ed a coordinare al massimo le loro azioni, evitando di utilizzare
l'aviazione in zone dove i civili possono essere a rischio". Karzai ha
anche ripetuto il suo appello "a tutti i talebani afghani ad usare questa
opportunità per rinunciare alla violenza e a rientrare nella vita civile
insieme agli altri afghani per il benessere del paese".
Le decisioni di
Obama. L'operazione Mushtarak parte dopo che in dicembre il presidente
americano Barack Obama ha deciso di rafforzare la presenza militare in
Afghanistan con l'invio di altri 30mila uomini, portando il totale degli
effettivi americani a 98mila soldati. Altri paesi della Nato hanno promesso
l'invio di altri 7mila uomini entro l'estate.
Altra offensiva a
Nad Ali. Quasi contemporaneamente all'operazione su Marjah, almeno 4mila
soldati britannici hanno dato inizio ad un'offensiva assieme a soldati afghani
nel distretto di Nad Ali, sempre nella provincia di Helmand. Nei giorni scorsi,
secondo un portavoce Nato, sono state condotte una serie di piccole operazioni
per preparare il terreno all'offensiva. Roccaforte talebana, con vaste
piantagioni di oppio, la provincia di Helmand confina con il Pakistan ed è una
delle più turbolente dell'Afghanistan. LR 14
L’Europa pronta ad aiutare la Grecia
E Berlusconi pone
il problema dell’aumento dell’età pensionabile - dal nostro inviato MARCO CONTI
BRUXELLES - «Al
vertice europeo ho posto il problema dell’età pensionabile visto che c’è
l’esigenza da parte di tutti. Le pensioni stanno pesando sempre più sui bilanci
di tutti gli Stati, l’aumento della vita media contribuisce ad aggravare i
conti». La statua di bronzo, appena acquistata nel negozio di antiquariato, è
stata caricata nell’auto e Silvio Berlusconi raccontava la giornata di vertice
straordinario dei Ventisette, senza mostrare particolare entusiasmo. Anzi,
mentre nella Biblioteca Solvay (luogo dove si è tenuto il vertice straordinario
della Ue), tutti incentravano i loro interventi sui possibili rischi derivanti
per l’euro dalla crisi della Grecia e di altri partner, Berlusconi ha rimesso
in fila gli argomenti che da troppo tempo, di riunione in riunione, l’Europa si
trascina: età pensionabile, difesa comune, lotta all’immigrazione clandestina,
politica energetica comune.
Temi che, se
risolti, permetterebbero di procedere in maniera più spedita verso
l’integrazione e invece anche ieri a Bruxelles è andato in scena l’ennesimo
vertice delle paure e degli egoismi nazionali. Sarkozy e Merkel hanno
riproposto un nuovo asse, futuro «motore economico della Ue» anche per evitare
«il fallimento della Grecia» e difendere il 40% di debito greco accumulato
nelle proprie casse. Zapatero ha debuttato nel semestre a guida spagnola dopo
il tonfo della borsa di Madrid e, guidando l’unico paese europeo ancora in
piena recessione, ha cercato di convincere i presenti che «la Spagna non è la
Grecia».
La sintesi
dell’incontro prova a farla il Cavaliere quando spiega che «un’aiuto concreto e
diretto ad Atene non ci sarà», «perchè la Grecia si è impegnata a mettere in
campo certe misure per rientrare dal deficit nelle date previste nel
comunicato». Infatti il comunicato conclusivo della riunione parla di un’Europa
pronta a intervenire per aiutare la Grecia e «salvaguardare la stabilità della
zona euro» se questo «si renderà necessario». In cambio Atene dovrà, anche a
costo di ulteriori sacrifici, «centrare senza ritardi gli obiettivi di
risanamento». Decisivo l’impegno di Francia e Germania che di fatto hanno messo
sotto tutela Atene d’intesa con i vertici della Bce e dell’Eurogruppo. Tutto
ciò, compresa la dichiarazione conclusiva del vertice, non sembra però bastare
a convincere i mercati che lasciano debole l’euro sceso sotto quota 1,36 sul
dollaro. Anche perchè dalla riunione non è emerso nulla su quali saranno gli
strumenti da adottare in caso di default della Grecia o di altri paesi europei
che hanno i conti in piena emergenza.
«Non faremo il
gioco della speculazione», hanno detto in coro Merkel e Sarkozy, che non hanno
svelato il piano di salvataggio anche se tra le tante idee circola con più
forza quella dell’emissione di bond da parte della banca tedesca pubblica Kfw
per poi acquistare titoli pubblici greci. «Non deve essere considerata»
l’ipotesi di un fallimento della Grecia, ha sostenuto con forza il presidente
Eurogruppo, Jean Claude Juncker.
L’intesa sul
documento finale è stata preparata da una riunione ristretta. Intorno ad un
tavolo, per tre ore, hanno discusso il presidente Sarkozy, la cancelliera
Merkel, il presidente Ue Herman Van Rompuy, il premier greco Giorgio
Papandreou, il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, quello della
Bce, Jean-Claude Trichet e il premier spagnolo e presidente di turno della Ue
Josè Luis Zapatero. Anche se Papandreu ha promesso «interventi rapidi» per
rimettere in sesto i conti, da ieri l’Europa ha deciso di fidarsi meno dei
bilanci pubblici e di mettere il naso direttamente nelle politiche economiche
dei governi. Im 12
Raramente il
nostro ipertrofico ego occidentale è più umiliato che in giorni come questi -
mentre migliaia di persone in queste stesse ore sono sotto attacco in Iran per
affermare quel valore supremo che diciamo di avere come nostra bandiera di
civiltà, la Libertà.
Noi non sappiamo
fare altro che stare a guardare e prendere atto della nostra impotenza.
Noi che abbiamo
addirittura teorizzato in decine di occasioni che la libertà va esportata anche
sulla bocca dei cannoni, noi che chiediamo l’esame di «diritti civili» a paesi
membri che vogliano entrare in Europa, noi che ci vantiamo di poter dettare le
regole, monetarie e politiche, a tutto il mondo, di fronte all’Iran taciamo. Da
almeno nove mesi - cioè da quanto dura la presente ondata di protesta «verde»
nella Repubblica Iraniana - siamo precipitati in una balbettante confusione non
tanto su «cosa fare», ma (addirittura!) su «se fare qualcosa».
Sfociando nel
paradosso che, mentre nulla facciamo, ci scervelliamo sul livello di durezza
che potremmo sfoggiare con l’Iran: mettere le sanzioni, chiudere i depositi
bancari all’estero, montare una operazione di intelligence, scatenare una
guerra cibernetica, o magari una guerra vera e propria. Se mi si permette di
parafrasare una recente frase del segretario di Stato americano Hillary
Clinton, questa sì che pare la discussione da bar nel dopo partita.
È tempo forse,
invece, di riporsi la domanda, l’unica: davvero non si può fare nulla per la
rivolta popolare verde o, anche solo, per le violazioni dei diritti umani in
Iran? Davvero dobbiamo limitarci a registrare l’elenco di arresti e di
impiccagioni che viene annunciato quotidianamente da Teheran? Tra l’oggi, il
qui e ora, e una guerra totale, davvero non si può fare nulla?
Uno dei metri di
misura della difficoltà in cui ci si trova sull’Iran è che chiunque pone questa
domanda, pure ovvia, fa la figura dello scemo - tale e tanta è la
superfetazione politologica del processo decisionale.
Si fa la figura
dello scemo perché subito ti viene fatto notare, nell’ordine: 1) che l’Iran è
troppo potente per poter essere attaccata militarmente, per cui inutile
minacciare, o provocare; 2) ci sono troppi interessi industriali intrecciati
fra noi e l'Iran per cui non possiamo davvero fare una politica di sanzioni
efficace senza nuocere anche a noi stessi; 3) che la peculiare natura
islamico-teocratica del governo di Teheran rende impossibile a noi occidentali
intervenire senza fomentare una reazione religiosa ancora più severa e dunque
in definitiva più dannosa per gli stessi oppositori.
Tutto vero. Ma
tutto questo non prende in considerazione che quello che succede in Iran
cammina sui piedi di milioni di persone e che sta camminando ormai da mesi,
senza fermarsi. Questo movimento dunque va visto come la variabile che svela in
fondo la rigidità di tutte le nostre analisi. Se tale movimento c’è e sfida
carcere e morte per tanto tempo, forse c’è in Iran qualcosa che non rientra
nelle perfette equazioni della nostra politologia. Forse c’è un vero tallone
d’Achille, come credo, nella forza monocratica della Repubblica Islamica. Se
questo fosse vero, anche il discorso politico potrebbe cambiare.
Certo, gli Stati
debbono essere cauti. Le nazioni fanno bene a garantire affari e trattati
internazionali.
Ma un movimento di
persone chiama intanto la solidarietà di altre persone. Mentre gli Stati
discutono e decidono, forse qualcosa possiamo fare noi - «noi» intesi nel modo
più ampio: comuni cittadini, informazione, imprenditori singoli, o politici che
si vogliono impegnare, o comunità del diritto.
Il più semplice
degli aiuti che possiamo dare all’onda «verde» ci viene offerto intanto dalla
cronaca. Teheran non vuole testimoni: non ha voluto ieri, per la festa
islamica, giornalisti stranieri, e si appresta a non volere Google. Google che
già negli ultimi mesi ha sperimentato molte interruzioni, anche se il governo
sostiene che sono solo difficoltà tecniche.
La battaglia per
impedire la chiusura di Google va fatta in Iran, come in Cina: perché questo è
il nuovo luogo di difesa dei diritti umani. Ed è una battaglia che si può fare
con efficacia e senza danni al business tradizionale, perché su Internet si
muove una potenza economica e finanziaria che nulla ha a che fare con la
vecchia economia, e che serve agli Stati molto più di una censura alla
comunicazione individuale di un qualsiasi dissidente.
Una volta c’era
nelle scuole l’incoraggiamento a crearsi degli «amici di penna», alunni di
altri Paesi con cui ci si scriveva per «conoscere altri mondi». Sarebbe forse
così impossibile oggi adottare un amico di e-mail per ogni cittadino iraniano
che ha bisogno di farci sapere qualcosa?
Ci dicono le voci
che arrivano da dentro l’Iran che il movimento verde è a una svolta, che
nessuno sa più con certezza se, a fronte di queste repressioni di massa, ci sia
più lo spirito o la convinzione per continuare. C’è già chi vuole fermarsi, e
chi radicalizzarsi. In ogni caso a noi tocca non lasciare solo nessuno davanti
agli attacchi e alle violazioni delle ragioni individuali. LUCIA ANNUNZIATA LS 12
Un regime senza controllo. La protervia dell’Iran preoccupa il mondo
La comunità
internazionale è giustamente preoccupata della protervia con cui il governo
iraniano prosegue i suoi programmi di arricchimento dell’uranio, usa la forza
contro i suoi cittadini e minaccia di distruggere Israele. Le sanzioni in atto
hanno dato pochi risultati. Nessuno, con l’eccezione dello Stato ebraico, pensa
di usare la forza. Si punta a sanzioni più efficaci, che colpiscano il governo
di Teheran e non il popolo. Ma la situazione è complessa.
Nel valutare la
situazione di un paese come l’Iran - con una cultura etico-politica ed
istituzioni tanto differenti dalle nostre – occorre essere realisti, senza
lasciarsi trascinare troppo dall’indignazione per le brutalità perpetrate dal
governo. Contrariamente a quanto taluni sostengono, il trentunesimo
anniversario della rivoluzione khomeinista è stato un successo per Ahmedinajad.
Il suo discorso celebrativo è stato applaudito da centinaia di migliaia di
persone. Alle controdimostrazioni dell’opposizione ha partecipato solo qualche
centinaia di iraniani. Lo riconoscono gli stessi siti degli oppositori al
regime.
Tuttavia, questo
di per sé non dimostra la popolarità del regime. Una ben orchestrata campagna
di intimidazione e la mobilitazione dei propri fautori e della “maggioranza
silenziosa” potrebbero aver prodotto tali risultati. Invece, la prova
inequivocabile della forza di Ahmadinejad è data dalla partecipazione alle
manifestazioni ufficiali del potente Ayatollah Rasfanjani, capo spirituale
dell’opposizione. La sua dissociazione da quest’ultima fa seguito a quella di
un altro dei suoi maggiori esponenti, Alì Larijani, presidente del Parlamento e
uomo di fiducia della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei.
In Occidente
l’attesa era grande. Ci si aspettava una mobilitazione massiccia dei fautori di
Mousavi, Karrubi e Khatami, frettolosamente etichettati “moderati” o, almeno,
pragmatici, gente con cui si sarebbe potuto negoziare l’abbandono del nucleare.
Nulla è più duro a morire della speranza, anche quando è un evidente
autoinganno. Molti si sono dimenticati che proprio l’opposizione aveva definito
Ahmadinejad “traditore dell’Iran”, quando i suoi plenipotenziari all’Aiea
avevano accettato di trasferire in Russia ed in Francia una tonnellata e mezza
di uranio arricchito al 3-5%.
È il popolo
iraniano, non Ahmadinejad, che vuole la “bomba”. L’Iran potrebbe rinunciarvi
solo se fosse in gioco la sua sopravvivenza oppure se ricevesse benefici che
“salvassero la faccia” al regime.
Le cose per il
regime iraniano non devono però andare molto bene. Diversamente, non si
spiegherebbero la brutalità contro i pochi dimostranti né le ripetute
provocazioni di Teheran. E’ sempre aspra la divisione della sua classe
dirigente in due fazioni contrapposte: i Mullah e le Guardie della Rivoluzione
Islamica, di cui Ahmadinejad è il leader indiscusso. Il regime è fragile ed
incerto. Se è debole, nessun governo può accettare compromessi. Verrebbe
attaccato dai radicali. Le pressioni diplomatiche ed economiche - ed anche le
minacce militari - lo rafforzano sempre. Gli israeliani - che verosimilmente
dispongono di ottime fonti informative - non la pensano così. Ritengono che
sanzioni ben congegnate potrebbero sfruttare la fragilità del governo,
inducendolo a rinunciare alla “bomba”. Forse un compromesso potrebbe essere
facilitato scambiando il nucleare con quello che più interessa l’Iran:
l’influenza nel Golfo ed in Iraq. Un’egemonia non è fattibile. Gli USA non lo
consentirebbero mai.
In sostanza, il
problema è in primo luogo di lotta interna per il potere e per la ricchezza.
L’appello al patriottismo e la finzione che l’avversario sia un traditore sono
strumenti efficaci. Lo è anche l’aggressività contro i “nemici” della patria.
Ma Ahmadinejad ha commesso un errore. Ha esagerato. Le dimostrazioni
“avanguardistiche” contro le Ambasciate europee hanno indotto il Cremlino ad
attenuare la sua rigida opposizione alle sanzioni. La brutalità della Polizia e
delle Guardie rivoluzionarie costringe poi Obama ad essere più duro e non solo
nelle sanzioni. Gli USA stanno infatti facendo affluire nella regione sistemi
antimissili ed unità navali ed anfibie. E’ una mossa che potrebbe preludere ad
un bombardamento degli impianti nucleari di Teheran. Washington non può
lasciare che le installazioni petrolifere del Golfo ed il traffico per lo
Stretto di Hormuz vengano distrutte da una rappresaglia iraniana.
Per le sanzioni,
l’incognita resta la Cina. Di fronte alle azioni “isteriche” del governo di
Teheran, Pechino ha dichiarato di essere disposta a riprendere i negoziati. E’
un po’ poco. Il “tira e molla” potrebbe continuare, dando tempo all’Iran di
costruirsi la “bomba”. La principale carta degli USA per convincere Pechino è
la possibilità di un attacco israeliano. La Cina ha più da perdere degli USA. Dipende
maggiormente dal petrolio del Golfo. E i cinesi sanno fare bene i conti. C’è
quindi la possibilità che le sanzioni vengano approvate dall’ONU e non si crei
una crisi internazionale fra le maggiori potenze. Essa sarebbe inevitabile in
caso non solo di bombardamento, ma embarghi unilaterali dell’Occidente,
soprattutto se accompagnati da un blocco navale dell’Iran. CARLO JEAN Im 12
L’interrogativo è
uno solo: esiste una nuova questione morale? Analizziamo gli avvenimenti. Sulla
vicenda che ha coinvolto la Protezione civile si sono già espressi su queste
colonne Sergio Romano e Fiorenza Sarzanini. L’emergenza ha bisogno di procedure
snelle e decisioni rapide. Ma non giustifica il moltiplicarsi di filiere
autoreferenziali, sottratte a qualsiasi controllo, nelle quali fatalmente chi
ha solo il senso degli affari finisce per prevalere e mortificare i tanti volontari
animati unicamente da spirito di servizio. Troppi strumenti straordinari danno
un senso d’inutilità alle gestioni ordinarie. Per queste ragioni, il disegno di
legge sulla creazione della Protezione civile spa va ritirato o rivisto. Un
terremoto (e all’Aquila sono stati fatti miracoli) si affronta in deroga a
procedure autorizzative e discipline degli appalti; eventi programmati, come un
mondiale di nuoto o l’Expo, no. In ogni caso, il rendiconto ex post non è solo
un fastidio burocratico ma un atto di responsabilità che dà persino maggiore
nobiltà formale a opere e gesti solidali. La trasparenza richiama e incoraggia
la generosità. Se so come sono spesi i miei soldi, a favore di chi ne ha
bisogno, la prossima volta ne darò di più. Su Bertolaso ho un’opinione
personale. Positiva. L’ho visto all’opera tante volte. Non credo se ne sia
approfittato. Ma non sfugge a un grande servitore dello Stato come lui che in
ogni struttura, anche nell’emergenza (assimilabile di per sé all’attività
militare), esistono principi di etica e responsabilità oggettiva senza i quali
i corpi istituzionali e societari non funzionano.
Altri episodi sono
di apparente minore rilevanza, ma non meno significativi e utili per rispondere
alla domanda iniziale. In questi mesi abbiamo assistito al moltiplicarsi di
esempi di corruzione della vita amministrativa, persino squallidi nelle
modalità, come la mazzetta intascata per strada da un consigliere comunale
milanese. Dalla Puglia all’Emilia, al Piemonte alla Lombardia, è stato un emergere
sconfortante di infedeli e concussi, amministratori disinvolti e imprenditori
senza scrupoli. Un fenomeno trasversale agli schieramenti politici, segnato più
dall’avidità e dall’edonismo individuali o di gruppo che dalle ragioni di
appartenenza a un partito o a una corrente come avveniva con Mani pulite. I
comitati d’affari grandi e piccoli prosperano. Alcuni non si vergognano
nemmeno, ne menano addirittura vanto. La realtà, amara, è che dovremmo
domandarci tutti (stampa compresa) se il livello degli anticorpi della nostra
società non sia sceso sotto il limite di guardia. Alla corruzione diffusa, così
come allo scarso senso della legalità, ci si arrende facilmente. Come ci si
rassegna a vivere in una città sporca o in un ambiente degradato. Ma l’esempio per
le nuove generazioni è diseducativo e devastante.
Un’ultima
considerazione. La riforma del titolo V della Costituzione ha abolito un
sistema arcaico di controlli di legittimità sugli atti delle regioni e degli
enti locali. Spesso la burocrazia centrale uccideva, con ritardi e abusi, la
corretta volontà amministrativa. In diversi casi, però, l’accresciuta autonomia
locale non si è accompagnata a maggior rigore e senso di responsabilità. Ma
piuttosto all’idea perversa che l’eletto sia legittimato a tutto e le regole un
intralcio residuale del passato. Il federalismo fiscale dovrà tenerne conto se
non vorrà trasformarsi in una babele costosa di egoismi locali. Ferruccio de
Bortoli CdS 14
Non credo che gli
studenti dell’Aquila chiedano menzogne e illusioni, quando gridano a Bertolaso
e alla politica, ai magistrati e ai giornali: «Diteci che non è vero!». In
realtà aspirano a quel che nella giustizia è essenziale. Esigono verdetti, ma
ricordano che i processi si fanno innanzitutto per tutelare l’innocente. Chi
non s’è macchiato di reati vuol sapere che non pagherà per altri in tribunale,
che la colpa di alcuni non si farà collettiva. Solo se esistono responsabilità
individuali anziché collettive la politica non perde senso, il bene cui si tiene
non è cenere interrata. Quel che viene rifiutato è una cosa pubblica
ridotta lo dicono gli indagati
nell’affare Bertolaso a sistema gelatinoso, a una cosca che non tollera
intrusioni, controlli. L’allarme è grande perché quel che vacilla è la ragion d’essere
più antica della politica: la protezione dei cittadini inermi dai disastri.
Per questo lo
scandalo della Protezione civile, colmo di simboli primordiali, scotta tanto.
Per questo urge sapere presto chi ha colpe, chi no. Il potere dello Stato, in fondo,
esiste per difendere i cittadini dalla paura, dai pericoli della natura, dalle
aggressioni belliche. È chiamato Leviatano perché ha questo potere di vita e di
morte, ma se protegge male non è Leviatano. Con le proprie mani porterà la
propria testa alla ghigliottina. Quando decapitarono i monarchi Goethe, che non
amava le agitazioni rivoluzionarie, scrisse: «Fossero stati veri re, non
sarebbero stati spazzati via come con una scopa».
Ma soprattutto
vogliono sapere, gli studenti, che non è vero quel che gli studiosi dicono da
anni e che i giudici per le indagini preliminari a Firenze ripetono quasi
testualmente.
Che «viviamo una
disarmante esperienza del peggio», scriveva il rapporto del Censis del 2007,
aggiungendo che la nostra non era una società «ma una poltiglia cui si potrebbe
sostituire il termine di mucillagine»: un «insieme inconcludente di elementi
individuali e di ritagli personali tenuti insieme da un sociale di bassa lega».
Nell’ordinanza del
gip, il servizio pubblico e la Protezione civile sono descritti dagli stessi
indagati con vocaboli simili: un sistema gelatinoso, fatto di gente che «ruba
tutto il rubabile», che confonde pubblico e privato, che in nome
dell’efficienza cerca soldi e favori per sé. Un indagato dice, accennando ai
lavori per il G8 della Maddalena: «C’abbiamo la patente per uccidere, cioè
possiamo piglià tutto quello che ci pare». Due imprenditori sprofondano nella
sguaiataggine, nei minuti stessi in cui la terra abruzzese trema. Esordisce al
telefono tale Gagliardi: «Qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è
un terremoto al giorno». Il collega Piscitelli dice che lo sa. E ride. Al che
Gagliardi: «... (lo dico ) così per dire per carità... poveracci». Piscitelli:
«Va buò ciao». Gagliardi: «O no?». Piscitelli: «Eh certo... io ridevo
stamattina alle tre e mezzo dentro al letto». Gagliardi: «Io pure...». Diteci
che non è vero è domanda di verità, è non rassegnazione al salmo 14: «Tutti
sono corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno».
Bertolaso e gli
uomini del suo dipartimento avranno modo di difendersi, distinguendo tra vero e
falso. Comunque sono già ora chiamati a condotte probe: in particolare
Bertolaso, perché chi presiede un’istituzione è responsabile dei propri uomini,
non può degradarli a mele marce tirandosi fuori. È solo indagato, ma l’opacità
estrema della Protezione civile fa tutt’uno con l’opacità del modo
berlusconiano di governare. Egli ha il peso, decisivo, che Carl Schmitt
attribuisce a chi ha accesso al Leviatano. È il potere dell’anticamera del potente,
«del corridoio che conduce alla sua anima. Non esiste nessun potere senza
questa anticamera e senza questo corridoio» (Schmitt, Dialogo sul Potere, Il
Melangolo 1990).
Il corridoio non è
di per sé malefico, ma in Italia è oggi colmo di insidie: tanta è la gelatina
che regna indisturbata ai vertici. Nel caso specifico, il potere indiretto di
chi sta in anticamera diventa speculare a quello diretto, tende a farsi
anch’esso assoluto, a non rispondere a autorità superiori, a considerare i
magistrati come «dipendenti pubblici» da irreggimentare perché non eletti
(l’espressione è del presidente del Consiglio). Chi oggi è in simili corridoi
rischia di diventare parte di un preciso disegno: disegno che distrugge la
politica, tramutando la cosa pubblica in privata. Che ostentatamente governa a
partire dal proprio domicilio, trasformando Palazzo Grazioli in succedaneo di
Palazzo Chigi. Che estende i territori italiani sottratti alla legge. Alle
regioni ampiamente controllate dalla mafia, s’aggiungono ambiti sempre più
vasti, legalmente svincolati dall’imperio della legge. È inevitabile, quando
l’emergenza si eternizza e si espande smisuratamente, comprendendo settori per
nulla emergenziali. L’immensa Protezione civile si accentra a Palazzo Grazioli
ed è messa in condizione (soprattutto se diverrà società per azioni) di eludere
la rule of law. Si politicizza e si privatizza al massimo, simultaneamente.
Bertolaso è a un
bivio. Avendo dimostrato non comuni capacità di proteggere i cittadini, può
prendere le distanze e salvare un’opera. Nei giorni scorsi ha detto, veemente:
«Sono pronto a dare la vita per convincere gli italiani che non li ho
ingannati». Non gli si chiede tanto. Si spera però che non si lasci
contaminare. Proprio perché possiede un’aura di Medico-senza-frontiere,
Bertolaso ha molto da perdere, dalla contiguità con la gelatina di cui è fatto
Palazzo Grazioli. Se ha errato, il suo errore sarà giudicato immorale, e
l’immorale distingue perfettamente il bene dal male. Solo dimettendosi
Bertolaso eviterà che il corridoio verso il potente diventi, come nelle parole
di Schmitt, una letale «scala di servizio».
Possono essere
due, i motivi di una dimissione. O si perde la fiducia dei vertici, o la
richiesta nasce nella coscienza. È difficilmente pensabile che Bertolaso non
abbia orecchie per questa seconda voce, vedendo la degenerazione dell’opera che
dirige da anni.
Un aiuto autentico
dall’alto non gli verrà, perché Berlusconi non gli somiglia: più che un
immorale, lui è un a-morale. Non è Nixon pienamente conscio del male commesso
che si confessa, nel 1977, al giornalista David Frost. Il film di Ron Howard lo
descrive bene: la colpa lo corrode. Non così Berlusconi, ignaro di corrosioni.
Egli non sa cosa sia la morale, e neppure cosa sia l’ideologia. Sventolerà
l’una o l’altra, se servirà per deturpare istituzioni e contropoteri. Se non
fosse a-morale non avrebbe osannato agli inizi di Mani Pulite, scatenando
contro gli indagati il fuoco delle sue televisioni (lo ricordò prima di morire
il tesoriere indagato della Dc, Severino Citaristi).
L’argomento che
usano sia Berlusconi che Bertolaso è l’efficienza.
Dice il primo: «Se
un’opera è fatta bene al cento per cento e poi c’è l’1 per cento discutibile,
quell’1 va messo da parte». Non è chiaro chi decida le percentuali, tuttavia. E
come possa ben operare, alla lunga, una poltiglia dove si mescolano Grandi
Eventi e disastri; spasso e dolore; show, morte e risate. La sindrome di
impunità che regna nell’anticamera del potere, i costi maggiorati senza
controllo, le imprese che si sbrigano male pur di lucrare sulla fretta: questo
non è efficienza. Dalla corruzione non scaturisce efficienza.
In un editoriale
sul Corriere del 30 gennaio, Sergio Romano dice una cosa assai giusta, su
Blair, Sarkozy e Schröder. Denuncia la propensione a mescolare pubblico e
privato, a edificare carriere «sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto
che sulla buona gestione della Cosa pubblica», e conclude: «Il giudizio
politico non ha bisogno di scranni, parrucche e banco degli imputati, secondo
le liturgie della giustizia (...). La vera punizione, molto più grave di una
semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera». Se giornalisti
prestigiosi come lui dicessero le stesse cose sull’Italia di oggi, e l’avessero
detta molti anni fa, forse gli studenti dell’Aquila si sentirebbero meno soli,
meno scoraggiati, meno impotenti.
Poveri magari, ma
non poveracci. BARBARA SPINELLI LS 14
L'Aquila, corteo di protesta nella «Zona rossa». I cartelli: «Io non
ridevo»
Protesta alla luce
delle intercettazioni divulgate negli ultimi giorni relative all'inchiesta che
coinvolge Bertolaso - inutile il tentativo delle forze dell'ordine di fermare i
manifestanti
MILANO - Una
protesta a L'Aquila alla luce dell'inchiesta sulle tangenti sugli appalti per
il G8 che vede coinvolto anche il capo della Protezione civile Guido Bertolaso.
Gli aquilani si sono ritrovati in piazza con cartelli con scritto «Io non
ridevo» e «Riprendiamoci la nostra citta» in segno di protesta alla luce delle
intercettazioni divulgate negli ultimi giorni relative all'inchiesta
fiorentina, ed hanno forzato un posto di blocco all'altezza dei Quattro
cantoni, nel cuore della zona rossa, per entrare a Piazza Palazzo, considerata
inaccessibile.
SFONDATE LE
TRANSENNE - Le forze dell'ordine, dalla polizia all'Esercito, hanno provato a
impedire ai manifestanti, circa 300, di varcare le barricate della zona rossa,
ma è stato inutile: al primo tentativo di forzare i blocchi, le persone
preposte al posto di guardia hanno preferito lasciar defluire la gente onde
evitare disordini. Così i manifestanti hanno raggiunto piazza Palazzo, la
stessa in cui un mese fa era stato celebrato un Consiglio comunale tra cumuli
di macerie. Gli stessi cumuli su cui una decina di persone sono salite,
rivendicando la propria rabbia per non avere più a disposizione la loro città.
Simbolicamente ogni persona ha preso con sè una pietra da quelle macerie
residue dai crolli del terremoto di Aprile. «Non possono portarci via 700 anni
di storia - ha commentato Giusi Pitari, tra i manifestanti - è ora di
riprenderci la nostra città, siamo indignati - ha proseguito - anche di fronte
all'assenza dei nostri rappresentanti istituzionali». Ansa 14
Le Inchieste sul G8. I passi necessari
Nella Protezione
civile c’è una maggioranza silenziosa di volontari e di onesti dipendenti
altrettanto silenziosi. Lontani dalle chiassose e rigeneranti feste del Salaria
Sport Village, dallo scambio tra favori e appalti, dalla vita scintillante di
quei funzionari che poi gestiscono anche la cassa. Il sistema emerso dalle
carte dell’inchiesta di Firenze mostra la disinvoltura nei rapporti tra chi
affida gli appalti e chi ottiene i lavori, illumina le relazioni tra chi
controlla e chi dovrebbe essere controllato. Ma soprattutto evidenzia i rischi
connessi alla decisione di procedere a trattativa privata in materie così
complesse come l’organizzazione di Grandi Eventi quali possono essere il G8
oppure i Mondiali di Nuoto.
È l’iter
dell’emergenza che può favorire pericolose commistioni tra l’istituzione che
distribuisce i soldi e i privati che li incassano. Se è indispensabile
affidarsi a procedure d’urgenza quando c’è un terremoto o un’inondazione,
risulta difficilmente comprensibile— pur sapendo quanti ostacoli e vincoli in
Italia rendono difficoltosa ogni iniziativa — che esse debbano essere seguite
per occasioni programmate da anni e dunque avendo a disposizione il tempo
necessario per bandire le gare d’appalto. Una scelta di questo tipo alimenta il
sospetto che l’opacità serva a sottrarsi ai controlli e alle verifiche che la
magistratura deve fare per stabilire se il denaro pubblico sia stato speso
correttamente. Secondo il presidente Silvio Berlusconi, i pubblici ministeri
dovrebbero vergognarsi. È una presa di posizione che non sorprende, vista la
sua avversione per le toghe, ma che in questo caso appare quanto meno fuori
luogo. Perché, se ruberie ci sono state, la vittima principale è proprio il suo
governo che quei fondi ha erogato. E, se qualche sciacallo ha cercato di approfittare
della tragedia del sisma abruzzese, dovrebbe essere lui il primo a pretendere
chiarezza dopo l’impegno che ha sempre voluto mostrare nei confronti dei
terremotati.
Trasformare in una
rissa anche l’accertamento della verità su una vicenda così drammatica non
serve a nessuno. Tantomeno a Guido Bertolaso, che della Protezione civile è il
potente capo e sa bene che alla fine potrebbe davvero dover mollare tutto. È
stato lui a parlare di una trappola, pur senza essere in grado di indicare chi
voglia incastrarlo. La tesi, sempre più spesso utilizzata da chi viene
coinvolto in un’indagine, è suggestiva ma al momento priva di riscontro. La
familiarità che Bertolaso mostra nelle telefonate con il giovane imprenditore
beneficiato di numerosi appalti—e ancor più se sono stati assegnati d’urgenza,
quindi fuori da ogni controllo—rende doverosa la verifica sulla natura del loro
legame.
Nell’attesa di
questo chiarimento, sarebbe opportuno sospendere l’approvazione del
provvedimento che trasforma la Protezione civile in una società per azioni. Se
non altro per proteggere quella maggioranza silenziosa della struttura anche
dal più vago sospetto di voler accrescere il proprio potere. Fiorenza Sarzanini CdS 13
Crisi, il governo è in ritardo
Dalla crisi non
siamo affatto usciti, anzi ci vorranno ancora molti anni prima di superarla del
tutto. Non sono ottimista perché vedo fatica nelle imprese: l’utilizzazione dei
macchinari è piombata fra il 60 e il 70% della capacità. È un problema serio: ci
vorranno 20 punti di ripresa per ritornare allo sfruttamento pieno degli
impianti. Nel frattempo, si indebolisce la struttura finanziaria delle imprese.
Rischiamo che nei prossimi mesi diventi estremamente serio il problema degli
insoluti.
La crisi ha accentuato
la tendenza che vede la produzione industriale europea concentrarsi attorno
all’area geografica che va da Amburgo a Firenze. Ciò crea forti diversità di
interesse fra Paesi europei e all’interno degli stessi. Avere economie che si
orientano in modo diverso rende più complicata politica Ue. Ora l’Italia prende
solo le briciole: è il risultato della nostra limitata presenza a Bruxelles. La
mancanza di una politica industriale italiana e la ridotta dimensione delle
imprese consentono alle grandi aziende europee di fare lobby e orientare le
politiche e i finanziamenti Ue quasi naturalmente verso i loro interessi.
Dobbiamo
riprendere la politica industriale: non è una parola sporca. La mancanza grandi
imprese è un problema serio. Eppure, nonostante questo, nella crisi abbiamo
tenuto grazie alla meccanica strumentale, oltre al made in Italy. L’industria è
l’unico settore che regge alla concorrenza internazionale. Grazie al fatto che
operiamo in settori a tecnologia multipla e con manodopera altamente specializzata.
Ciò rende l’imitazione molto più difficile: non è vero che l’Italia si regge
solo sul made in Italy. E il costo della nostra manodopera specializzata è
molto più basso che negli altri Paesi europei. Il problema non è il costo della
manodopera ma la mancanza di politiche settoriali di sostegno alla domanda ma
soprattutto alla produzione e alla ricerca. Dobbiamo costruire una politica
industriale incentrata sulle nostre caratteristiche, sulle filiere nei settori
molto specializzati dove siamo forti. Tuttavia, manca una strumentazione
giuridica capace di rafforzare i nostri punti forza e la nostra presenza nei
mercati internazionali.
Abbiamo una
debolezza molto significativa nei settori fortemente innovativi. Siamo l’ottavo
Paese industriale mondo, ma partecipiamo all’innovazione solo per un decimo di
quanto fa ad esempio Israele. È un problema enorme: pensiamo all’innovazione
dei prodotto di massa: non c’è un telefonino inventato o fabbricato in Italia.
Ogni nuovo iPod è un deficit commerciale futuro.
Oggi dobbiamo
puntare su scienze della vita, energia, ambiente. In questi campi possiamo fare
moltissimo. Ci vuole politica industriale che scomponga i sottosettori, crei
rapporti diversi con le Università. E poi ci vuole una grande logistica: oggi
il sistema industriale funziona solo con una subfornitura aperta a tutto il
mondo.
C’è stato un
crollo dell’imprenditorialità dei servizi. Non c’è una sola catena alberghiera
nazionale, una catena di pizzerie o di caffè. Sono tutte straniere.
Non ho visto politiche
governative di coordinamento per l’innovazione. Non posso nemmeno criticare,
perché non si può criticare il nulla. Il nostro programma di Industria 2015
aveva un orizzonte giusto, decennale, perché questi processi hanno bisogno di
un obiettivo a lungo termine. Dobbiamo investire nell’aggregazione fra grandi e
piccole imprese, nei centri di ricerca, rendere conveniente la trasmigrazione
fra università, centri di ricerca, sviluppare tecnologie innovative.
Dobbiamo
incentivare la fusione e la collaborazione fra imprese. Ma anche porre grande
attenzione quando le imprese vengono acquistate dai fondi finanziari. La loro
sorte è quasi sempre segnata: gli obiettivi dei fondi sono a breve, quelli
delle imprese a lungo.
Dobbiamo creare
imprese, non necessariamente grandi, ma in settori molto specializzati. L’unico
modo di uscire stabilmente è inserirsi nell’economia mondiale con nicchie di
produzione molto specializzate. Ci vuole uno sforzo molto maggiore. I tecnopoli
hanno ancora dimensioni troppo limitate e i rapporti con le università sono
troppo fragili. Siamo a livello elementare: c’è invece bisogno di grandi
sperimentazioni. E poi abbiamo bisogno di una grande platea di nuovi
consumatori: in tutte le grande crisi si è sempre dimostrato che la produzione
industriale post crisi non è mai tornata livelli precedenti.
Quanto alla
situazione del Meridione,il giudizio è tranchant: “Non esistono le condizioni
per lo sviluppo di un’imprenditorialità diffusa a causa delle condizioni di
agibilità a causa della presenza massiccia di attività criminali”. Romano Prodi
L’U12
Il commento. La donna tangente
LA DONNA-tangente
pare ormai assunta come merce di scambio ordinaria fra i puttanieri della nuova
classe dirigente italiana. Costa relativamente poco, cementa solidarietà
indicibile ovvero complicità omertosa, come e più di qualsiasi altro pagamento
in nero. Il regalo sessuale lubrifica il sistema affaristico fin dentro i
palazzi del governo, e pazienza se rende incivile anche la Protezione civile:
funziona perché corrompe.
Lo spregiudicato
costruttore romano Diego Anemone che offre graziosamente a Guido Bertolaso le
prestazioni della brasiliana Monica e le "ripassatine" di Francesca,
in attesa della festa "megagalattica" al Centro benessere Salaria
Sport Village con due o tre ragazze, mi raccomando, "di qualità", si
è procacciato appalti lucrosi con lo stesso metodo reso celebre
dall´imprenditore della sanità barese Gianpaolo Tarantini.
Resta da chiedersi
quanti sono in Italia i prosseneti alla Anemone o alla Tarantini, capitani
d´impresa non ancora quarantenni tanto abili nel saziare gli appetiti erotici
della Seconda Repubblica. Intervistata dal "Financial Times",
l´estate scorsa Patrizia D´Addario spiegava che questo genere di scambi tra
uomini politici e cacciatori d´appalti è prassi ordinaria. Da Tangentopoli a
Puttanopoli. Ma anche nel settore privato dilaga la stessa usanza: a Milano è
risaputo che certe cene d´affari con clienti stranieri vengono suggellate
dall´ingresso finale a sorpresa delle signorine-cadeau.
L´esempio, come
sempre, viene dall´alto. E poco importa che il Capo supremo possa disporre di
una rete di fornitori così servizievoli da concedergli pure l´illusione della conquista
gratuita: il maschio di potere si compiace di pensare che le donne lo
desiderino per quel che è, non solo per quel che sperano di ricavarne.
Ora sappiamo che
la sintonia fra B&B era cementata da una consuetudine di uomini maturi che
si strizzano l´occhio l´un l´altro, come del resto già testimoniato dalla
serata a Palazzo Grazioli del 2 dicembre 2008 in compagnia di Gianpaolo
Tarantini e delle sue girls. Sarà senz´altro una coincidenza se un uomo assai
vicino a Bertolaso ha di recente rilevato la Tecnohospital di Tarantini, in
grave perdita. Rifiutiamo anche solo di pensare che un tale business sia stato
corroborato da attenzioni intime. Vale di più riflettere sulla postura di
questo potere maschile, e sugli effetti sociali che ne derivano.
Gli "uomini
del fare", che operano per "il bene del paese", hanno dunque in
comune pure un´idea usa e getta dell´amore. È del resto un´idea ben comunicata
dalla pornografia televisiva imperante, prima ancora che dal repertorio dei
discorsi pubblici del premier. Il corpo della donna plastificato e ridotto a
ornamento ebete, con una ripetitività che ne abbatte la stessa carica erotica,
altro non è che lo specchio di una misoginia perpetuata nella concezione della
famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle carriere politiche.
Fior di studiosi
hanno quantificato il danno economico, oltre che il ritardo culturale inflitto
così alla società italiana. Ora sappiamo che non si tratta solo di
arretratezza. La creatività dei puttanieri all´italiana ha escogitato una vera
e propria scommessa imprenditoriale: le donne si regalano come bustarelle in
carne e ossa per entrare nel giro che conta.
Conosco
l´obiezione secondo cui non c´è niente di nuovo sotto il sole, si tratterebbe
di un malcostume antico. Ma quando mai, in democrazia, s´è dovuto fare i conti
come oggi con quel particolare tipo di consorteria rappresentato dal vincolo
indecoroso, tant´è che bisogna tenerlo segreto pure alle rispettive famiglie,
della scorribanda da casino? Ci sono patti fra compari che assumono ben altra
portata quando coinvolgono i responsabili di settori delicatissimi delle
istituzioni. L´omertà alimenta il mercato dei favoritismi e dei ricatti.
Cominciamo finalmente a rendercene conto?
E poi c´è
l´immagine che trasmette di sé il potere maschile, da quando i sorrisi di
facciata non bastano più a mascherarne l´arroganza e l´inadeguatezza culturale.
Si arrabatta nel sostenere che tutta l´Italia sia a misura di puttanieri, o
vorrebbe esserlo. Come se in questo paese non fossero già praticabili una relazione
uomo-donna e una sessualità più mature, soddisfacenti, dignitose, paritarie.
Sentiremo ancora
la rituale litania contro le intercettazioni telefoniche e il gossip, nel
tentativo di liquidare la compravendita dei corpi alla stregua di un hobby
rilassante. Ma il degrado è ormai così manifesto da rendere anacronistica tale
invettiva. Cresce infatti la percezione che i comportamenti personali di chi
occupa cariche istituzionali hanno rilevanza pubblica e ripercussioni profonde
sulla nostra civiltà. Per usare il linguaggio di Berlusconi: chi sputtana
l´Italia? GAD LERNER LR 12
Mani pulite la memoria è finita
Per cancellare il
ricordo, ogni prudenza e la paura, per ricostruire la spavalderia, il senso di
impunità e l’arroganza sono serviti 18 anni. Una generazione. Un giro completo
di giostra che sembra riportarci alla casella di partenza: 17 febbraio 1992.
Diciotto anni fa,
l’anniversario esatto cade mercoledì prossimo, veniva arrestato il presidente
socialista del Pio Albergo Trivulzio - ospizio per anziani milanese - mentre
riceveva una tangente di sette milioni di lire. Si chiamava Mario Chiesa e con
quelle manette prendeva il via la stagione di Mani Pulite. In quei giorni si
affacciavano sulla scena politica di Milano facce nuove, pulite, che promettevano
di parlare una lingua diversa: tra queste quella del leghista Pier Gianni
Prosperini e di un gruppo di ragazzi della Gioventù liberale. Il primo è finito
in carcere prima di Natale con l’accusa di aver incassato una tangente da 230
mila euro, mentre per uno dei giovani liberali - Camillo Pennisi detto Milko -
le manette dei carabinieri sono scattate giovedì, mentre si faceva dare da un
imprenditore cinquemila euro in contanti nascosti in un pacchetto di sigarette.
Se li era fatti
portare nella piazzetta alle spalle di Palazzo Marino, durante la seduta del
Consiglio comunale, con la naturalezza di chi esce dall’Aula un momento per
fumare.
Nelle stesse ore è
stato arrestato il presidente della Provincia di Vercelli e l’Italia ha
cominciato a interrogarsi su quale sia la vera faccia di Guido Bertolaso e dei
miracoli della Protezione civile.
Il presidente del
Consiglio sostiene che i pubblici ministeri dovrebbero vergognarsi e si
potrebbe essere tentati di leggere tutto questo come l’offensiva pre-elettorale
di una magistratura politicizzata contro la maggioranza di governo a cui
appartengono tutti questi personaggi. Ma i conti non tornano: sono in corso
inchieste in otto delle tredici regioni che andranno al voto questa primavera,
peccato però che i politici coinvolti in ben sei di queste appartengano al
centrosinistra. Dal sindaco di Bologna allo scandalo della sanità pugliese,
dagli avvisi di garanzia al candidato del Pd in Campania alla bufera sull’ex
presidente del Lazio, fino alle inchieste in Calabria e all’indagine sugli
appalti a Firenze. La magistratura ha colpito a destra - nel mirino la sanità
lombarda - e a sinistra e i carabinieri sono intervenuti a Milano, come a
Vercelli o a Roma perché c’erano imprenditori che hanno fatto denuncia, stanchi
di pagare.
Ogni giorno
emergono storie che ci raccontano come la sanità italiana e i suoi appalti
siano diventati fonte privilegiata di approvvigionamento per gli appetiti della
politica di ogni colore e schieramento. Si ha la sensazione che si sia davvero
tornati al punto di partenza, con la differenza che non si agisce più per conto
dei partiti, che nel frattempo non esistono più nella forma che conoscevamo
vent’anni fa, ma prevalgano gli individui, le loro carriere e la voglia di
avere vite private esagerate.
Ad essere tornata
identica è la facilità con cui si chiedono tangenti, contributi, viaggi,
automobili, prostitute, orologi, gioielli e carte di credito agli imprenditori
che vogliono fare il salto di qualità. È la naturalezza con cui tutto ciò
avviene e con cui si arraffa a fare impressione.
Lo spavento di
un’intera classe politica, il senso di vergogna, i tabù e la prudenza che
sembravano essere entrati nel dna della classe politica dopo Tangentopoli sono
completamente svaniti. La rievocazione di Bettino Craxi a dieci anni dalla sua
morte, che si è tenuta poche settimane fa, con quell’insistenza sui meriti
storico politici dell’azione di governo dell’ex segretario socialista e la
rimozione della corruzione e delle tangenti sono segno dei tempi. Segno che la
memoria è svanita. Tanto che l’ex sindaco di Milano Carlo Tognoli può
permettersi di dire serenamente che le tangenti erano «solo» del tre per cento,
come se questo le rendesse accettabili.
In questi giorni diventa
maggiorenne la generazione nata in quel 1992, una parte di questi ragazzi andrà
al voto per la prima volta tra poche settimane, siamo andati a cercarli e
abbiamo avuto la conferma che Mani Pulite non è materia di ricordo. C’è
smarrimento in chi andrà alle urne e dovrà sostenere la Maturità, davanti alla
storia recente e ai comportamenti della politica di oggi. E aumenta la
sfiducia.
Il moltiplicarsi
delle inchieste porta con sé anche una sensazione di stanchezza, di
assuefazione dell’opinione pubblica; certa spettacolarizzazione della giustizia
- un discutibile protagonismo di magistrati che parlano prima dei loro atti -
crea disagio e contribuisce allo sfarinamento del vivere civile. Penso a questa
divulgazione continua di particolari - meglio se sessuali o pruriginosi - dati
in pasto ai mezzi di comunicazione per far salire il livello di attenzione. Una
strategia pericolosa e dubbia: si finisce per giudicare un politico per la sua
moralità sessuale e si perde di vista la sostanza. Certo è evidente che il
sesso sta diventando parte integrante del sistema della corruzione, ma
concentrarsi sugli aspetti «pecorecci» finisce per far passare in secondo piano
ruberie e spoliazioni della cosa pubblica. Sono convinto che sia poco
importante passare giornate a discutere se Bertolaso curasse o no il mal di
schiena in un centro sportivo romano, quanto è invece fondamentale capire come
funzionava la macchina degli appalti della Protezione civile.
I cittadini
avvertono un senso di nausea e la politica dovrebbe farsene carico con urgenza,
riscoprendo lei il senso della misura e quello della vergogna. MARIO CALABRESI
LS 13
Bersani: "Ma perché siamo l'unico Paese Ocse che non ha una tassa sui
grandi patrimoni?"
Il segretario del
Pd a Pisa in un convegno dell'associazione Nens - "Primo o poi Tremonti ci
dovrà pur spiegare le ragioni di questa anomalia"
PISA - "Io
non chiedo una tassa patrimoniale, non sono d'accordo. Mi aspetto però
che qualcuno mi spieghi perché siamo l'unico Paese dell'Ocse che non ha
una tassa sui grandi patrimoni? Tremonti ci spieghi perché". Lo ha detto
il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani nel suo intervento di chiusura al
Manifutura Festival organizzato dal Nens, il Centro studi Nuova Economia Nuova
Società di Pisa. Parlando più in generale di fisco, Bersani ha aggiunto che
"bisogna semplificare il sistema e riordinare anche la discussione in
materia". Dal governo, ha proseguito, "arrivano sparate sempre
diverse, del tipo 'togliamo l'Irap o tagliamo le aliquote' e poi non succede
niente. Bisogna fare un'operazione di semplificazione, in particolare per
quanto riguarda le piccole e medie imprese: l'obiettivo è di mettere un pò di
soldi nelle loro tasche".
Le soluzioni,
secondo il numero uno del Pd, sono cinque o sei: "O rinviare la manovra
sul Tfr, o agendo sugli adempimenti fiscali, oppure lavorando sui pagamenti da
parte della pubblica amministrazione, perché le imprese sono in una grave
situazione di difficoltà di liquidità".
L'Italia ha una
ripresa debole e più lenta degli altri Paesi europei perché - ha proseguito il
segretario del Pd - "la crisi si è saldata a problemi strutturali antichi
e li ha aggravati. Questo non significa che non possiamo rimontare e accelerare
la crescita, ma significa che accelerare e darsi un orizzonte non viene da sé
non facendo nulla". Un piano anti-crisi serve a stimolare l'economia,
anche perché "si esce dalla crisi quando si torna al punto in cui si era
prima, cioè al 2006", in tempi brevi. Per questo "si dovrebbe correre
più velocemente". E' necessario "stare attenti al tema economico e
sociale: da quando è cominciata la crisi ci sono 6-700mila lavoratori in meno,
con un milione di persone che ha usufruito degli ammortizzatori sociali".
Per l'immediato,
ha continuato Bersani, "ci sono rischi: siamo in una fase di avvitamento
con disoccupazione, stagnazione, crisi della finanza pubblica". Sul lungo
periodo invece "il rischio è di un rimpicciolimento della base produttiva
del Paese". "L'esito di questa crisi - ha aggiunto il leader
democratico - non tutto è nelle nostre mani, ma ciò non ci esenta dal fare
qualcosa per dare stimolo alla ripresa e affrontare i problemi
strutturali".
Ed è per questo
che serve un piano anticrisi nazionale. "Nel 2010 - ha sottolineato il
segretario Pd - rispetto allo scorso anno avremmo un 12% in meno di
investimenti. Non si può non fare niente, serve un grande piano di piccole
opere e un piano di economia verde. Le piccole opere partono in tempi brevi, le
grandi vanno bene ma richiedono i loro tempi". Bersani ha inoltre chiesto
interventi per le famiglie numerose e un piano Paese di politica
industriale". LR 14
Napolitano: «No a giudizi sommari e volgari sull'Unità d'Italia»
«Inimmaginabili
nell'Europa e nel mondo di oggi prospettive separatiste non indipendentiste» -
Intervento del presidente della Repubblica all’Accademia dei Lincei
ROMA - Il
presidente della Repubblica ha attaccato «i rumorosi detrattori dell’Italia
unitaria» nel corso del suo intervento all’Accademia dei Lincei al convegno
Verso il 15o° dell'Italia unita: tra riflessione storica e nuove ragioni di
impegno condiviso. Giorgio Napolitano ha parlato del «grave deficit di
conoscenze storiche diffuse di cui soffrono intere generazioni di italiani» e
criticato i «giudizi sommari e pregiudizi volgari sul formarsi dell’Italia
unita» condannando «i bilanci di stampo liquidatorio sul cammino intrapreso dal
Paese dopo il 1861». Secondo Napolitano, la negazione dell'unità d'Italia è
frutto di una «deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni, di umori negativi e di
calcoli di parte». Infine un'esortazione: «Bisogna reagire all'eco che
suscitano in sfere lontane da quella degli studi più seri i rumorosi detrattori
dell'unità italiana».
RESISTENZA - Il
capo dello Stato ha poi ricordato il contributo della Resistenza per la
riconquista dell’unità nazionale: «Un moto di riscossa partigiana e popolare di
cui nessuna ricostruzione storica può giungere a negare il valore».
NORD-SUD - Il più
grave motivo di divisione e debolezza che insidia la nostra unità nazionale, ha
detto il presidente, è la divaricazione e lo squilibrio tra Nord e Sud.
«Affrontare nei suoi termini la questione meridionale è un dovere della
comunità nazionale e un impellente interesse comune per garantire all’Italia un
più alto livello di sviluppo e di competitività. Non c’è alternativa al
crescere di più e meglio insieme». Napolitano ha affermato che «non c'è
alternativa al crescere insieme, di più e meglio insieme, nord e sud. Sono
storicamente insostenibili e obiettivamente inimmaginabili nell'Europa e nel
mondo di oggi prospettive separatiste non indipendentiste, e più semplicemente
ipotesi di sviluppo autosufficiente di una parte soltanto, forse anche la più
avanzata economicamente, dell'Italia unita».
Redazione online
CdI 12
L’appello del Capo dello Stato. Se l’unità nazionale è coscienza del futuro
Sbaglierebbe chi
considerasse il discorso del presidente Napolitano ai Lincei come un “discorso
di occasione”, cioè una specie di atto dovuto della più alta carica dello Stato
di fronte ai rischi che corre una celebrazione senza timone e timonieri dei
centocinquant’anni dell’unità d’Italia.
Una lettura
attenta di questo lungo e niente affatto semplice testo mostra che l’orizzonte
davanti a cui si pone il Capo dello Stato è ben più ampio di quello dell’amara
constatazione del «grave deficit di conoscenze storiche diffuse di cui soffrono
intere generazioni di italiani» e dei «giudizi sommari e pregiudizi volgari»
che danno vita a «bilanci approssimativi e tendenziosi di stampo liquidatorio».
Non che queste siano bazzecole, ma in fondo si potrebbero ridimensionare se non
le si vedesse inserite in una più vasta tendenza che, come puntualmente cita il
Presidente, investono anche realtà come la Francia o gli Stati Uniti, ma un po’
tutti i Paesi occidentali. La domanda storica fondamentale su «chi siamo e di
dove veniamo», quella classica che nei poemi omerici veniva posta a tutti i
personaggi se richiesti di presentarsi, insomma la domanda sulla “identità” e
sulle dimensioni geografiche, storiche, antropologiche che essa assume, è un
interrogativo che travaglia in qualche misura molti popoli.
Napolitano coglie,
secondo una logica ricorrente nei suoi interventi, che siamo di fronte a
qualcosa di più di un fenomeno di “ignoranza” o di decadimento dell’istruzione.
Siamo di fronte, se possiamo dirlo con parole nostre, ad una vera e propria
crisi culturale, dove al termine “cultura” bisogna dare il significato
assegnato dagli antropologi, cioè il complesso delle conoscenze che ci fa
capire il senso nostro e del mondo che ci circonda.
L’Italia, ci
ricorda il Presidente, è con la Germania il solo Paese che «ha conosciuto nel
‘900 rischi così estremi come Stato-nazione», ma è anche un Paese che ha saputo
nel momento massimo di quella crisi, cioè fra il 1943 e il 1946, rispondere con
forza alla sfida e recuperare, proprio in presenza di una sfida disgregatrice,
il suo senso unitario di nazione. Tutte le forze trovarono allora la capacità
di unirsi in quello che molti definirono un “secondo Risorgimento”.
E noi ci
permettiamo di ricordare come esempio non secondario che le forze comuniste
partigiane si intitolarono a Garibaldi e non a Lenin o Stalin, il che vuol pur
dire qualcosa essendo quel partito per eccellenza quello della rivoluzione e
della rottura.
Non sfuggirà ai
lettori attenti di questo discorso che il Capo dello Stato ha molto insistito
sul passaggio della Costituente come autentica rifondazione del patto
nazionale. Lo ha fatto sino al punto di dedicare una ampia attenzione al
fenomeno del separatismo siciliano che venne allora emarginato. Certo
quell’episodio non è così significativo in sé, ma serve al Presidente per
affrontare il nodo, oggi più che mai cruciale, di una diversa articolazione
della unità “indivisibile”, che può benissimo reggersi sul riconoscimento del
tessuto delle autonomie e dei poteri affidati alle comunità locali. Quando
parla di «originale invenzione dell’autonomia delle regioni a statuto speciale»
e della introduzione, già in Costituzione anche se realizzata trent’anni più
tardi, delle regioni a statuto ordinario, Napolitano sottolinea la presenza di
un «invalicabile vincolo nazionale». Ma non lo fa certo per difendere una
vecchia e superata idea di centralismo amministrativo.
L’orizzonte a cui
guarda il Presidente è quello delle «sfide nuove con cui è chiamata a fare i
conti la nostra unità», ma è importante la notazione che subito aggiunge: «di
queste sfide è bene avere una visione non provinciale». Non è solo l’europeista
convinto che parla e che coglie con precisione quanto un’Italia depotenziata
della sua identità diventerebbe debole nel nuovo contesto, ma è anche il
politico di razza che ha ben chiaro cosa significherebbe stare nella
“globalizzazione” senza la capacità di sapere chi siamo e da dove veniamo.
Il suo appello
sulla necessità di «un nuovo impegno condiviso per suscitare una ben maggiore
consapevolezza storica del nostro essere nazione e per irrobustire la coscienza
nazionale unitaria degli italiani» non è un invito, come dicevamo, per una
occasione sia pure importante. È, se possiamo richiamare una famosa frase del
nostro risorgimento, un “grido di dolore” di fronte ad un paese dove con serena
incoscienza si sta perdendo di vista la gravità e il senso delle sfide in cui
ci troviamo immersi.
Capire che Nord e
Sud sono uniti da uno stesso destino nazionale è un passaggio importante se
vogliamo continuare a giocare il nostro ruolo nella grande ristrutturazione del
mondo che si sta operando in questi anni, anziché diventare due o più appendici
di altri sistemi che risulteranno vincenti. Ma c’è di più: per farlo dobbiamo
recuperare una cultura politica “nazionale” e cioè “unitaria”. Le lotte di
fazioni nella retorica degli scrittori risorgimentali erano il male che aveva
impedito, agli inizi dell’epoca moderna, all’Italia di divenire stato-nazione
al pari degli altri grandi paesi europei. C’era della retorica indubbiamente,
ma c’era anche una lettura della storia da cui si potrebbe trarre qualche
insegnamento.
Il Presidente
Napolitano non si è esentato una volta di più dal dovere di mettere il Paese di
fronte alle sue responsabilità. Adesso tocca alle classi dirigenti e a coloro
che fanno opinione rispondere, accettando anch’essi la responsabilità del
futuro che abbiamo davanti, anziché le facili attenzioni che si guadagnano a...
spararle grosse. di PAOLO POMBENI IM 13
L’editoriale. Così hanno espropriato Costituzione e parlamento
La prima parola
che viene in mente è bordello, nel senso letterale e metaforico del termine già
usato da Dante nella celebre apostrofe "Non donna di province ma
bordello", cui si potrebbe aggiungere l'altro verso della stessa terzina:
"Nave senza nocchiero in gran tempesta". Il padre della nostra
letteratura, cioè della nostra storia, aveva scolpito ottocento anni fa uno dei
connotati permanenti della nostra società, per fortuna non il solo, ma
purtroppo quello più ricorrente.
Non c'è ritratto
più adatto per descrivere l'impressione suscitata dall'ennesimo scandalo del
nostro scandaloso presente, quello che si intitola alla Protezione civile, al
suo capo, Guido Bertolaso e al suo massimo ispiratore e primo fruitore, il
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
La popolarità di
Berlusconi e il consenso che ancora compattamente lo sostiene poggia infatti su
tre pilastri: la lotta indiscriminata e sapientemente alimentata contro gli
immigrati, la celere raccolta dei rifiuti a Napoli, la tendopoli e le casette
rapidamente allestite a L'Aquila dopo il terremoto. Gli ultimi due debbono il loro
successo a Guido Bertolaso e questo spiega la difesa che Berlusconi ha assunto
personalmente del suo capocantiere, detto anche "il protettore" in
quanto capo della Protezione.
L'uomo del fare ha
trovato due anni fa un altro uomo del fare e l'innamoramento è stato immediato
e reciproco. Saper fare e voler fare sono requisiti positivi se il fare viene
esercitato all'interno di limiti precisi, di regole chiare, di controlli
rigorosi.
Più aumenta il
potere degli uomini del fare e più dovrebbero aumentare i controlli, le regole,
i limiti. Ma se i controlli vengono smantellati, allora il potere del fare
diventa un requisito negativo e questa è appunto la situazione che due anni di
dittatura del cosiddetto fare ha creato.
Lo scandalo della
Protezione civile è dunque intimamente connesso al berlusconismo e alla sua
visione della cosa pubblica. Alla sua concezione costituzionale. Da anni il
premier si batte per instaurare un assetto autoritario, dove l'accrescimento
dei poteri presidenziali sia accompagnato dall'indebolimento dei controlli e
dei poteri di garanzia. Dove il potere legislativo sia confiscato da quello
esecutivo, dove il disegno di legge sia sostituito dal decreto legge e il
decreto dall'ordinanza. E dove infine l'ordinanza sia "esternalizzata"
e affidata non più ad un dipartimento collocato all'interno della Pubblica
amministrazione, ma ad una società per azioni di carattere pubblico in veste
privatistica, che ha come unico referente il capo del governo, con tutto ciò
che inevitabilmente ne consegue e che lo scandalo Bertolaso-Protezione civile
ha portato ora sotto gli occhi di tutti i cittadini. Per fortuna lo scandalo è
scoppiato prima dell'entrata in vigore della legge sulle intercettazioni che se
sarà approvata così come il governo la vuole, metterà il bavaglio alla stampa
(a quel che resta della libera stampa). Con quella legge vigente l'opinione
pubblica non avrebbe saputo nulla di ciò che è accaduto, nulla dell'istruttoria
in corso, nulla delle risate degli appaltatori allo scoppio del terremoto,
nulla del raddoppio dei prezzi in corso d'opera, nulla degli intrecci familiari
e amicali, nulla dei "benefit" percepiti dagli appaltanti, nulla dei
conti segreti.
L'opinione
pubblica sarebbe stata tagliata fuori dalla delicatissima fase dell'istruttoria
e così lo sarà nel prossimo futuro se quella legge sarà approvata. E questo
sarà il quarto pilastro per completare il disegno dello Stato autoritario. Il
quinto pilastro è e sempre più sarà lo scudo immunitario per gli uomini del
fare e per quelli dell'obbedire.
Tagliar fuori
l'opinione pubblica e tagliar fuori la giurisdizione: questo è l'obiettivo. Lo
scandalo della Protezione civile è salutare perché mette allo scoperto la
giuntura principale di questo disegno mentre ancora la pubblica opinione e la
giurisdizione sono in grado di conoscere e di giudicare. Dopo sarà troppo
tardi.
Io non credo che
Guido Bertolaso sia coinvolto in festini e se anche lo fosse non penso che sia
questo il punto scandaloso della questione anche se intriga la prurigine pubblica,
quella più appassionata ai "reality show" e al "Grande
Fratello" in edizione televisiva.
Qualche giorno fa
il sottosegretario Bertolaso mi ha indirizzato una lunga lettera in cui
raccontava le difficoltà del suo lavoro, il valore dei suoi collaboratori, la
bontà dei risultati ottenuti. Non ne voleva la pubblicazione; voleva che mi
convincessi alla sua tesi del "tutto va bene e tutto andrà bene".
Ricevetti la lettera poco prima che lo scandalo scoppiasse, tardai qualche
giorno a rispondere, nel frattempo lo scandalo scoppiò.
La mia risposta è
stata breve. Ho fatto i più sinceri auguri al capo della Protezione per l'esito
dell'inchiesta a suo carico, e li ho fatti "nell'interesse suo, dei
volontari che lavorano con zelo e disinteresse ai suoi ordini, e del
Paese". Ma ho aggiunto che il mio giudizio sul sistema e sui poteri della
Protezione è totalmente negativo e gli ho allegato il discorso pronunciato in
Senato dal senatore Luigi Zanda sulla conversione in legge del decreto che istituisce
la "Protezione civile Spa", dove i vizi e i pericoli della nuova
istituzione sono puntigliosamente e lucidamente elencati.
Rivelo questo
epistolario per dire che non ci muove in questa circostanza alcun intento
moralistico e alcuna antipatia personale. Bertolaso sa fare il suo mestiere ma
con un assai grave difetto: una brama di fare che si traduce inevitabilmente in
brama di potere. Ho scritto su di lui che è una protesi di Berlusconi e questa
è la pura verità.
C'è una frase che
il capo della Protezione ha detto in una recentissima intervista: "Se sto
correndo in macchina per salvare una vita e il semaforo segna il rosso, io
passo nonostante il rosso".
Ha perfettamente
ragione e noi abbiamo fervidamente applaudito quando ciò è avvenuto. Purtroppo
l'area della Protezione civile si è enormemente accresciuta ed estesa ad eventi
che non hanno niente a che fare con la vita delle persone e delle cose; eventi
che non hanno nulla di catastrofico, appuntamenti che si svolgeranno tra mesi
ed anni. Ma lui ha ottenuto di passare con il rosso sempre e dovunque. L'ha
ottenuto e l'ha voluto. Ora dice che non poteva sorvegliare tutto, che nulla
sapeva di appalti e di appaltatori, che forse è caduto in una trappola.
Io non credo che
questa sua difesa corrisponda a verità; le intercettazioni della Procura di
Firenze e le indagini della Guardia di finanza disposte dalla Procura di Roma
prospettano una verità completamente diversa. Ma quand'anche Bertolaso fosse
caduto in una trappola, è lui stesso ad essersela preparata. Non si possono
guidare i lavori pubblici della Maddalena, quelli dell'Aquila, gli aiuti ad
Haiti, la preparazione del Convegno eucaristico, le Olimpiadi del nuoto a Roma,
i rifiuti a Napoli (ancora in corso), quelli a Palermo, le colate di fango a
Messina, i Mondiali del ciclismo a Varese. Infine l'ondata di maltempo in tutta
Italia che si avvicenda a siccità ed incendi secondo le settimane e le
stagioni.
Questa è la
trappola, alla quale ora si aggiunge la sua difesa nell'inchiesta che lo vede
coinvolto. Spero per lui che abbia almeno il buon senso di dimettersi, ma
purtroppo il sistema da lui pensato e da Berlusconi voluto resta in piedi. È
quello che va smantellato anche perché è un sistema interamente
incostituzionale. Ancora una volta è di incostituzionalità che si tratta.
Non starò a far
l'elenco degli appaltatori (attuatori) e degli appaltanti tra i quali si
segnalano Balducci, presidente del Consiglio dei Lavori pubblici, De Santis che
lo coadiuva. Non starò a ripercorrere le filiere familiari e amicali del gruppo
Anemone, i Piermarini, i Piscicelli, i Gagliardi, i Della Giovampaola; una
lunga filiera di figli, cognati, fratelli, amici da una vita, con nello scorcio
perfino un vecchio padre salesiano, emerito finanziatore di missionari e anche
di qualche lestofante. Tutte persone, affari, intrecci, che hanno occupato le
pagine di Repubblica e di tutti i giornali dei giorni scorsi.
A me interessa
invece tornare su "Protezione civile Spa" e più in generale sul
sistema delle ordinanze.
La legge base sulla
Protezione e sulle Ordinanze risale al 1992 ed è perfetta sotto ogni punto di
vista, in raccordo con la giurisprudenza e con successive sentenze della Corte
costituzionale. Quella legge autorizzava la Protezione civile "a passare
col semaforo rosso" in caso di catastrofi naturali di importanza
nazionale, fermo restando il controllo della Corte dei Conti sui rendiconti
delle spese sostenute.
Vediamo anzitutto
il numero delle ordinanze emesse dai successivi governi. A partire dal 1994
fino al 2001 sono state emanate un'ordinanza all'anno, al massimo due un paio
di volte. Nel 2002 le ordinanze relative alla Protezione civile sono state 40,
nel 2003 sono state 72, e poi 59 nel 2004, 99 nel 2005, 71 nel 2006, 87 nel
2008 e 79 nel 2009 fino al mese di settembre.
L'aumento va di
pari passo con l'estensione dell'attività "protettiva" ai cosiddetti
Grandi eventi al di fuori delle catastrofi naturali. Quest'estensione avvenne
con le leggi del 2002 e del 2005. L'emissione di ordinanze non è più
subordinata a criteri specifici ma a discrezione del Consiglio dei ministri,
con una vera e propria confisca dei poteri legislativi e di controllo del
Parlamento ed anche del Capo dello Stato perché le ordinanze sono esclusivo
appannaggio del presidente del Consiglio in quanto atti puramente
amministrativi. Ma puramente amministrativi non sono perché i veri atti
amministrativi sono soggetti a regolari controlli della Corte dei Conti, dei
Tar e del Consiglio di Stato. Si tratta cioè di amministrazione straordinaria,
dove la straordinarietà è decisa dal Consiglio dei ministri con criteri
eminentemente politici.
La Corte
costituzionale aveva stabilito con una sentenza del 1956, più volte reiterata
in casi successivi, che "le ordinanze debbono rispondere ai canoni
dell'efficacia limitati nel tempo in relazione ai dettami della necessità,
dell'urgenza e della adeguata motivazione".
Si è invece
arrivati addirittura ad utilizzare l'ordinanza per affidare alla Protezione
civile l'attuazione dei decreti legge anche prima della loro pubblicazione
nella Gazzetta Ufficiale. Nemmeno il Re Sole aveva i poteri che ha Berlusconi
attraverso la Protezione civile. La quale si è occupata perfino della
costruzione di un albergo sul lago Maggiore in concomitanza con i campionati di
ciclismo e si occupa ora dell'Expo di Milano che avrà luogo nel 2011. Qui non
si tratta più di sorpassare un semaforo rosso ma addirittura di puntare
l'automobile dritto sul passante per metterlo sotto le ruote, là dove il
passante è semplicemente la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto.
Ultima ciliegia su
questa torta maleodorante: il sottosegretario alla Protezione civile è anche
direttore del Dipartimento della P. C.; sarebbe come se Gianni Letta,
sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza, fosse anche il direttore di
quei servizi. È curiosa la difesa preventiva di Letta per il collega in
difficoltà. Vuole forse anche lui mettersi al posto dei direttori dei servizi
segreti conservando la carica politica? Perché non lascia ai magistrati di fare
il loro mestiere? Va bene che è gentiluomo vaticano, ma anche Angelo Balducci
lo è. (Sia detto tra parentesi: il cardinal Bertone dovrebbe forse esser più
rigoroso nelle scelte dei suoi gentiluomini. Uno è finito in galera per
corruzione e non è una buona pubblicità per la Chiesa).
A Guido Bertolaso
vorrei porre qualche conclusiva domanda che ovviamente non riguarda la materia
sotto esame dei tribunali.
1. Non si è
accorto che l'estensione della Protezione civile ai Grandi eventi del tutto
disconnessi dalle catastrofi causate dalla natura o dagli uomini, era al di
sopra delle possibilità di un regolare servizio?
2. Se se ne è
accorto, ha comunicato questa sua preoccupazione al Presidente del Consiglio?
Ottenendo quale risposta?
3. Non si è reso
conto che la creazione della Protezione civile Spa rendeva permanente
quest'anomalia e confiscava ulteriormente i poteri legislativi del
Parlamento?
4. Ha comunicato
al presidente del Consiglio questa sua eventuale preoccupazione?
5. Si è reso conto
che buona parte dei mutamenti apportati alla legge del 1992 potevano creare
conflitti con l'ordinamento costituzionale?
6. Ha riflettuto
sul fatto che le ordinanze relative a quegli eventi (tra le quali c'è anche
l'attribuzione alla P. C. del finanziamento delle celebrazioni per l'Unità
d'Italia) sono un modo per evitare la firma del capo dello Stato eludendo così
il suo controllo di costituzionalità?
7. Ha informato di
queste sue eventuali osservazioni il presidente del Consiglio? Quale risposta
ne ha ottenuta?
8. Si è reso conto
che, restando sottosegretario di Stato, esisteva un'incompatibilità assoluta
con la carica di direttore del Dipartimento della P. C.? Questa incompatibilità
è durata più di un anno. Per quale ragione?
9. Bertolaso è
stato indagato per reati connessi alla gestione dei rifiuti di Napoli, insieme
al suo vice dell'epoca (che è una donna a lui ben nota e a lui fedelissima). Il
processo per il suo vice è in corso. Per quanto riguarda lui è stato invece
stralciato e trasferito a Roma. Può dirci a che punto si trova questo processo?
10. Porgo queste
domande a Bertolaso perché egli si è sempre proclamato un uomo al servizio
dello Stato e non dei governi. Se fosse al servizio di questo governo e lo
dichiarasse francamente, non porrei questi interrogativi. Ma se è al servizio
dello Stato avrebbe dovuto porseli e quindi: perché queste domande non se le è
poste da solo e non ne ha tratto le conclusioni? EUGENIO SCALFARI LR 14
Il barone De
Coubertin,che nel 1896 riuscì a far riprendere al mondo moderno l’epopea dei
Giochi olimpici, non avrebbe di che amareggiarsi troppo. La tregua olimpica la
mitica “ekecheiria” dell’Antica Grecia non è mai stata rispettata più di tanto
dall’umanità e dai potenti di ogni epoca.
Quest’anno l’avvio
dei Giochi invernali di Vancouver ha coinciso la grande offensiva contro le
roccaforti talebane in Afghanistan. I generali di Obama non hanno ritenuto di
avvisare il loro presidente Nobel della Pace di questa sconveniente
coincidenza. Eppure dal 1992 il Cio, Comitato olimpico internazionale, in
occasione di ogni Olimpiade chieda ufficialmente, in sede Onu, di osservare la
tregua olimpica. Un buon proposito internazionale ribadito al Palazzo di Vetro
a New York nel Duemila quando 150 capi di stato e di governo nelle
"Dichiarazione del Millennio" inclusero e sottoscrissero un paragrafo
sulla "Tregua olimpica".
Un pio desiderio
visto che anche nel 2008, mentre il mondo guardava ai suggestivi cinque cerchi
nel cielo sopra Pechino i carri armati russi facevano strage di civili
georgiani In tempi di Guerra Fredda non vanno dimenticate le Olimpiadi
dimezzate di Mosca nel 1980 quando Usa e alleati boicottarono l’evento contro
l’occupazione sovietica dellì’Afghanistan e furono ripagati con la stessa
moneta quattro anni dopo a Los Angeles.
Nel Novecento le
Olimpiadi non hanno purtroppo impedi to le guerre. I Giochi del 1916 furono
cancellati a causa della prima guerra mondiale, e lo stesso avvenne per i
giochi del 1940 e 1944, in piena seconda guerra mondiale e nonostante si fosse
cercato di “accont ent are Hitler con le Olimpiadi di Berlino nel 1938. Va
anche ricordato che i vincitori della prima guerra mondiale impedirono alle
nazioni sconfitte di partecipare alle Olimpiadi del 1920 ad Anversa. Lo stessa
esclusione colpì nel 1948 a Londra la Germania, il Giappone e le altre nazioni
che persero la guerra (tranne l'Italia, a cui venne riconosciuta l'attenuante
dell’armistizio del 1943).
Il simbolo più
doloroso delle Olimpiadi insanguinate resta Monaco 1972 con l’attacco di un
commando palestinese di Settembre Nero alla sede della squadra israeliana
finito con una strage all’aeroporto della capitale della Baviera nel tentativo
fallito di liberare gli atleti sequestrati. Povero Barone De Coubertin. SERGIO
MIRAVALLE LS 13
Egiziano ucciso da sudamericani: a Milano guerriglia tra immigrati
Accoltellato un
19enne: caccia ai killer. Due feriti, negozi distrutti e auto in fiamme - di
RENATO PEZZINI
MILANO - Una
guerra etnica, e insieme una guerra fra poveri. Un giovane egiziano ucciso a
coltellate, e poi la rivolta dei suoi connazionali contro i connazionali dei
suoi assassini. Auto distrutte, vetrine spaccate, aggressioni, il faticoso
intervento della polizia per riportare una calma a cui nessuno sembra
intenzionato ad approdare. E’ accaduto fra ieri pomeriggio e ieri sera a Milano
nel quartiere a più alto tasso di immigrazione di tutta la città, quello che
ruota attorno a viale Padova, lunga strada che porta verso l’hinterland in
direzione nord.
Un quartiere ora
oppresso da una ”voglia di vendetta” diffusa che ieri sera ha già avuto
conseguenze gravi, altre potrebbe averne ancora. Scene sconvolgenti per chi lì
ci abita e ci vive, ma anche per chi era solo di passaggio. Ancor più
sconvolgente sapere che tutto è stato - «sarebbe stato» precisa la Questura -
causato da una stupidissima lite. Una ricostruzione ancora frammentaria
racconta infatti di un diverbio che, verso le 17.30, si accende fra due gruppi
di passeggeri di un autobus: uno composto da tre africani (due egiziani e un
giovane della Costa d’Avorio), l’altro da cinque sudamericani. Sono etnie in
forte conflitto fra loro specie in quel quartiere, e basta nulla per accendere
il fuoco. L’autista ferma il pullman e li fa scendere nel mezzo di via Padova,
la lite continua sul marciapiede, i coltelli fanno capolino in un attimo e i
tre africani hanno la peggio.
Uno, il più
giovane, è un egiziano di 19 anni. Cade a terra col petto squarciato da una
rasoiata, muore pochi minuti dopo. Gli altri due sono feriti ma non in modo
grave, alcuni passanti chiamano ambulanze e polizia, mentre i cinque aggressori
scompaiono. Intorno agli infermieri che portano i due feriti all’ospedale e
agli agenti che fanno i rilievi intorno al cadavere si forma un gruppo di un
centinaio di persone. Sono per lo più magrebini ed egiziani, furibondi per la
morte del loro connazionale, intenzionati a consumare una vendetta immediata.
Non appena le
ambulanze se ne vanno, si scatena la guerriglia. A essere presi di mira,
inizialmente, sono alcuni negozi gestiti da ecuadoregni, colombiani, peruviani.
Le vetrine di un fast-food latino americano vengono spaccate, il negozio
all’interno devastato. Poi è la volta di un bar. Polizia e vigili urbani
provano ad arginare la violenza, ma è un’impresa impossibile. I nord africani
si divino in gruppi di dieci, venti persone, si disperdono nelle vie laterali.
Vengono ribaltate alcune auto, di altre vanno in frantumi finestrini e
parabrezza sotto il peso delle mazze di legno.
Si formano anche
gruppi di sudamericani, discutono animatamente fra loro, sanno di essere
l’obiettivo di una possibile vendetta e si organizzano. Gli altri, tutti gli
altri, si tappano in casa. Alcuni amici del morto si muovono per andare al
Consolato egiziano. Vogliono chiedere ”protezione”, dicono che da molti mesi il
rapporto con gli altri immigrati, specie quelli dell’America Latina, sono
impossibili: «Loro dettano legge, vanno in giro armati, e nessuno ci difende».
IM 14
Scontri tra immigrati a Milano, Bersani: «Fallita politica integrazione»
La rivolta di
Milano dimostra che è fallita la politica di integrazione e sicurezza del
governo. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, va giù duro commentando i
fatti di via Padova e il fallimento del governo di destra. Quello che è
accaduto «è una cosa gravissima - ha detto Bersani - un'impressione veramente
notevole, ma mi ha fatto impressione sentire le alte grida di esponenti della
destra, della Lega: ma di cosa stiamo parlando, governano loro il Paese, la
regione, la città, si prendano carico del fatto che è fallita una politica sia
di integrazione sia di sicurezza e non scarichino le responsabilità». Se si
vuole lavorare seriamente per affrontare e superare i problemi, ha proseguito
il leader del Pd «si lavori seriamente, ma continuare a coltivare questi
problemi per fare consenso e non risolverli mai non è più accettabile».
la Lega soffia sul
fuoco. "Tolleranza zero vwerso tutti gli irregolari", tuona
Calderoli. "I gravi incidenti tra immigrati avvenuti ieri sera a
Milano rappresentano una risposta nei confronti di chi si ostina a ritenere che
l'integrazione possa avvenire per legge o per decreto. Quanto successo ieri
sera conferma che stiamo pagando una ideologia sbagliata del passato e
anche gli sbagli odierni di qualcuno che pensa che l'integrazione possa realizzarsi
attraverso delle modifiche numeriche. Questa è la pesante eredità che
paghiamo per la sbagliata politica della sinistra, la politica delle
porte aperte per tutti, pertanto Bersani deve stare zitto e fare mea
culpa".
«Chiederemo al
ministro Maroni di aprire un tavolo per gestire la situazione di viale Monza e
via Padova. Questa è un'emergenza che va gestita con pugno duro. Occorrono
controlli ed espulsioni casa per casa, piano per piano. Purtroppo, i segnali di
quello che sarebbe successo c'erano già»,dice Matteo Salvini, capogruppo in
Consiglio comunale e Milano ed eurodeputato della Lega.
«Negli ultimi
quindici anni, più che "tolleranza zero" la destra e la Lega hanno
solo assicurato, con successo, "fatti zero" e molte chiacchiere. Gli
italiani se ne sono accorti e lo dimostreranno alle prossime elezioni
regionali», dice il responsabile comunicazione del Pd Stefano Di Traglia.
«Non bisogna
evocare rastrellamenti e nuovi razzismi, ma finalmente avviare nuove politiche
di integrazione e Cittadinanza», spiega il deputato finiano Fabio Granata, vice
presidente della commissione Antimafia, sostenitore di una «radicale riforma
legislativa sulla Cittadinanza». «Gli scontri etnici si evitano chiamando gli
immigrati regolari a condividere il perimetro pubblico della Nazione, chiedendo
doveri e concedendo diritti, non insultandoli o progettando folli propositi di
rastrellamenti di massa», conclude il parlamentare del Pdl.
«Chiedo le
dimissioni del vice sindaco e assessore alla Sicurezza del Comune di Milano,
Riccardo De Corato, e di Matteo Salvini, presidente della Commissione Sicurezza
a Palazzo Marino, in quanto responsabili delle politiche di sicurezza che si
sono dimostrate un vero e proprio fallimento e chiedo al sindaco Moratti di
provare il brivido di camminare in via Padova, invece di occuparsi di traffico,
salotti ed Expo», dice Filippo Penati, candidato del Pd alla presidenza della
Regione Lombardia, intervenuto per un sopralluogo in via Padova a Milano. «In
quattro anni di governo Letizia Moratti ha abbandonato le periferie. Quello che
è successo - ha aggiunto Penati - è il risultato di una politica che ha
abbandonato interi quartieri. Il sindaco non ha mai camminato lungo via
Padova». Mentre diversi cittadini che seguivano Penati, attorniato dai
cronisti, gridavano «Provi la Moratti a prendere l'autobus 56», il candidato
del Pd ha spiegato che per uscire dall'attuale situazione che si vive nella
zona «è necessario riportare il rispetto e la legalità insieme con politiche di
integrazione della popolazione immigrata». «Via Padova è una zona fuori dalla
legalità - ha continuato Penati - una situazione intollerabile come dimostra la
tensione palpabile di questi giorni».
I fatti di Milano
- Quattro cittadini egiziani irregolari, ritenuti responsabili di aver
partecipato ai disordini scoppiati ieri sera a Milano in seguito all'omicidio
di un giovane connazionale, un pizzaiolo di 19 anni, sono stati fermati nella
notte dalla polizia con l'accusa di devastazione e saccheggio. I quattro
fermati hanno uno 19 anni, uno 31 e due 27 anni. La polizia sta indagando sugli
scontri che hanno messo a ferro e fuoco via Padova, una lunga arteria nella
periferia nord- est del capoluogo lombardo, dove la presenza di immigrati è
molto alta.
A scatenare la
rivolta, durante la quale sono state rovesciate automobili e spaccate vetrine,
è stata la morte del giovane egiziano, accoltellato da un gruppo di
sudamericani durante una lite. Complessivamente le persone identificate dopo
gli scontri sono 36, quasi tutte egiziane. Dieci di loro sono risultate non in
regola con il permesso di soggiorno. Parallelamente, stanno continuando le
indagini sull'omicidio del giovane.
Sarebbero stati
sei sudamericani ad aggredire Ahmed Aziz El Sayed, il pizzaiolo egiziano di 20
anni ucciso ieri a coltellate a Milano. Al Tg5 delle 13, ha parlato un
testimone oculare del delitto. Secondo il testimone, si tratta di «sudamericani,
sei sudamericani». L'uomo che avrebbe colpito a morte l'egiziano «era un pò
magro alto, giovane, 24 anni, 26 anni. E lui sempre qua, beve birra qua, vedo
lui sempre qua io».
Nel luogo
del'omicidio sono stati deposti dei mazzi di rose. Sull'asfalto ci sono ancora
i segni di una grande macchia di sangue a cui ieri gli amici della vittima
hanno dato fuoco utilizzando carta e il nastro usato dai vigili per delimitare
la zona.
Sin da stamattina
si sono riuniti qui decine di immigrati nordafricani sotto gli occhi di molti
fotografi, operatori televisivi e cronisti. Sulle transenne che delimitano
l'area sono appesi dei cartelli che recitano «Vogliamo vivere in pace», «Siamo
vicini alla famiglia e agli amici di Aziz» firmato dagli amici del quartiere, e
un altro che recita «Comune vogliamo convivere come alla scuola Casa del Sole»
e fa riferimento allo storico istituto scolastico che sorge all'interno del
parco Trotter, proprio di fronte al luogo del delitto. L’U 14
Se gli stranieri siamo noi. Dopo i fatti di via Padova a Milano
Si pensa a
Rosarno, a un’altra banlieue, a una terra di nessuno abbruttita dal degrado e
dalle vite di scarto di un esercito di immigrati fuori controllo: e invece via
Padova è Milano, non una periferia ma una nuova frontiera, il luogo di
un’integrazione difficile e forse fallita dove cresce un muro invisibile tra
gli stranieri e noi. Marocchini, tunisini, arabi, turchi, cinesi, filippini,
slavi, peruviani, colombiani, o latin king, come i rissosi assassini di ieri,
si incrociano ogni giorno in una strada che nel giro di pochi anni è diventata
l’enclave malata di una multietnicità che nessuno ha governato.
In via Padova non
bastano le risposte di pochi generosi cittadini a far fronte al concentrato di
problemi che l’immigrazione spesso clandestina ha rovesciato sul quartiere:
anno dopo anno sono cresciuti lo spaccio, il degrado, l’abusivismo, la povertà,
lo sfruttamento, la prostituzione, e sono aumentati gruppi che i sociologi
chiamano «deprivati», senza niente, disposti a tutto, immigrati destinati a
crescere in una situazione di esclusione sociale. Vivono in dieci o dodici in
osceni tuguri che non si possono chiamare case, due stanze squallide in affitto
o in subaffitto, clandestini anche per gli amministratori di condominio che
danno continuamente disdette dall’incarico perché non sanno a chi intestare le
spese. E si trovano all’alba in piazzale Loreto, dove quando va bene ci sono i
caporali che reclutano la manodopera in nero per i cantieri, mentre in via
Padova si alzano le saracinesche dei pochi negozi italiani che ogni giorno
raccolgono firme contro la sporcizia, i furti, la violenza che alimenta paura.
Ci sono assenze
istituzionali di riferimento e c’è anche un oscuramento di alcuni valori umani
in questo quartiere dove Milano non sembra Milano: è lontano il sindaco, è
lontana la giunta, sono lontani da anni gli amministratori e per molti
cittadini la paura è diventata un sentimento dominante, come il rancore, il
senso di abbandono, la sensazione di non essere ascoltati. Via Padova è
diventata un rifugio, un porto franco per un esercito di immigrati, e qualcuno
ha anche comprato casa, ha cercato l’integrazione con una comunità che ha
cercato di favorire l’accoglienza attraverso gli oratori, i campi sportivi, le
attività per i bambini. Ma non è bastato, non basta la buona volontà di un
parroco o dei comitati di quartiere a fermare un’ondata di illegalità che nel
tempo ha avuto partita vinta sui controlli, si è annessa stradine laterali, ha
occupato palazzi. C’è poca polizia in strada, si lamentano i residenti, e i
vigili hanno alzato bandiera bianca: «Non siamo in grado di effettuare
controlli notturni per mancanza di risorse straordinarie » è stata la risposta
di un comandante di zona ad un recente appello, nell’ottobre 2007.
Era già finita
l’illusione di una riconquista del territorio propagandata da una fiaccolata
contro lo spaccio e il degrado voluta dal sindaco Moratti, contro l’«abbandono
delle politiche di sicurezza del governo Prodi », finita con un corteo al quale
aveva partecipato anche il leader Silvio Berlusconi. Su via Padova è calato il
solito silenzio fino a questa notte di guerriglia, di morte e di furia
selvaggia: rimbombano le voci della politica, adesso,si parla di rastrellamenti
a pettine, casa per casa, come in tempo di guerra. Ma le urla non servono: in
via Padova con la legalità da ripristinare c’è un tessuto sociale da
ricostruire. Qui c’è lo specchio esasperato di una Milano futura: una città
nella città da governare e non da subire.
Giangiacomo Schiavi
CdS 14
Nomine del personale diplomatico. Alla commissione esteri la proposta di
legge dell’on. Picchi
Roma - Sottoporre
le nomine degli ambasciatori italiani all’estero al giudizio del Parlamento e
prevedere la possibilità di assegnare sedi “calde” a personale esterno alla
carriera diplomatica. Questi,in sintesi, gli obiettivi della proposta di legge
presentata dal deputato del Pdl Guglielmo Picchi insieme alla collega Gabriella
Carlucci e assegnata giovedì alla Commissione Esteri della camera.
Il testo -
"Modifiche agli articoli 36 e 109-bis del decreto del Presidente della
Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, concernenti la nomina dei capi delle
rappresentanze diplomatiche e la nomina al grado di ambasciatore" –
inizierà l’iter dalla sede referente per poi essere sottoposto al parere della
Commissione Affari Costituzionali.
Nella
presentazione del testo, Picchi ha sottolineato la "sempre maggiore
rilevanza nell'agenda politica" della diplomazia e il fatto che "il
corpo diplomatico italiano si è sempre distinto e si distingue per dedizione al
servizio, affidabilità ed elevata professionalità in tutti gli incarichi che si
è trovato a svolgere in Italia e all'estero".
"L'indipendenza
del corpo diplomatico – precisa – non è mai stata messa in discussione, ma in
tempi recenti alcuni comportamenti individuali e il rischio di
autoreferenzialità della categoria, che potrebbe essere percepita come una
"casta" intoccabile e inamovibile, impongono un aggiornamento
normativo per ridare slancio alla nostra diplomazia e per rafforzarne la
credibilità".
"Lo spirito
di questa proposta di legge – spiega, quindi, Picchi – è quello di prevedere,
da un lato, il rafforzamento delle prerogative del Parlamento in politica
estera assegnandogli un ruolo nel processo di nomina degli ambasciatori e dei
capi delle rappresentanze diplomatiche, e, dall'altro, di prevedere la
possibilità di accedere a questi incarichi per personalità esterne alla
carriera diplomatica. Rimanendo infatti fermo il principio che sia il
Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri,
su proposta del Ministro degli affari esteri, a nominare i nuovi ambasciatori e
i capi delle rappresentanze diplomatiche, si ritiene opportuno introdurre
l'obbligo dell'espressione del parere favorevole da parte del Parlamento per la
nomina proposta. Le competenti Commissioni della Camera dei deputati e del
Senato della Repubblica, ciascuna in sede propria, dopo una formale audizione
dei candidati, esprimono il proprio parere sulla nomina dei candidati a capo
della rappresentanza diplomatica o al grado di ambasciatore; in caso di parere
negativo deve essere individuato un nuovo candidato".
"La seconda
novità – aggiunge – riguarda la facoltà dell'esecutivo di nominare alla
funzione di capo della rappresentanza diplomatica anche personale esterno alla
carriera diplomatica. Si ritiene opportuno introdurre questo principio anche
all'interno del nostro ordinamento, ma limitandolo a una quota pari al 10%
delle rappresentanze diplomatiche costituite. In tal modo – chiarisce il
deputato – sarà a disposizione della nostra politica estera uno strumento
flessibile per il perseguimento di obiettivi specifici o particolarmente
complessi, per i quali non è possibile reperire all'interno del corpo
diplomatico risorse umane idonee o specificamente qualificate. L'esecutivo –
conclude Picchi – dovrà sempre formalmente motivare il ricorso a questa facoltà
e trasmettere le motivazioni della scelta alle competenti Commissioni
parlamentari, che esprimono il proprio parere sulle nomine". Tre gli
articoli che compongono il testo.
"Art. 1.
1. All'articolo 36
del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, sono
apportate le seguenti modificazioni:
a) al primo comma
sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: "e previo parere favorevole
espresso dalle competenti Commissioni della Camera dei deputati e del Senato
della Repubblica, che possono procedere all'audizione dei soggetti designati,
secondo le disposizioni dei rispettivi regolamenti";
b) dopo il primo
comma è inserito il seguente:
"Le funzioni
di cui al primo comma possono essere esercitate, per opportuni e giustificati
motivi, nei limiti del 10 per cento del totale delle rappresentanze
diplomatiche costituite, anche da riconosciute personalità, non provenienti
dalla carriera diplomatica. In tale caso il Consiglio dei ministri, prima
dell'espressione del parere delle competenti Commissioni della Camera dei
deputati e del Senato della Repubblica, trasmette alle stesse una relazione
recante le motivazioni della scelta effettuata";
c) al quarto comma
è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Le disposizioni del presente
comma non si applicano al personale non proveniente dalla carriera diplomatica
di cui al secondo comma".
Art. 2.
1. Al primo periodo
del secondo comma dell'articolo 109-bis del decreto del Presidente della
Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole:
"e previo parere favorevole espresso dalle competenti Commissioni della
Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, che possono procedere
all'audizione dei soggetti designati, secondo le disposizioni dei rispettivi
regolamenti".
Art. 3.
1. La presente
legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione
nella Gazzetta Ufficiale". (aise)
A Roma il 24 e 25 febbraio il IV Congresso dell’Unione Italiani nel Mondo
ROMA – Si svolgerà
a Roma, presso l’Hotel Aran Mantegna, il 24 e 25 febbraio il IV Congresso
dell’Unione Italiani nel Mondo, intitolato “Trasformazioni e certezze. Globalizzazione
e identità”. Un appuntamento che metterà al centro il tema del lavoro, della
creatività e del saper fare italiano quali uniche risorse per uscire dalla
crisi economica mondiale – punti forti già evidenziati nel quindicesimo
Congresso del Uil, sindacato dalla cui volontà l’associazione è nata nel 1995.
Aprirà l’appuntamento, il 24 febbraio alle ore 15.30, la relazione del
segretario generale della Uim Alberto Sera, a cui seguiranno gli interventi dei
rappresentanti della Uil, delle istituzioni e delle associazioni ospiti.
Nella giornata del 25 febbraio, dalle ore 9
sino al pomeriggio, è previsto il dibattito tra delegati e responsabili della
Uim, concluso dall’intervento di Carmelo Barbagallo, Segretario confederale Uil
e dal quello dl presidente della Uim Giampiero Bonifazi (alle ore 15.30).
Alle 16, nella fase conclusiva de IV
Congresso, l’approvazione dei documenti, l’elezione dei nuovi organismi.
(Inform)
Dal 1° marzo la nuova campagna RED/Est l'Inps all’estero. Assistenza
gratuita presso i Patronati
Roma - A partire
dal 1° marzo - e sino al 30 giugno 2010 - verrà attivata la nuova campagna
RED/Est con cui l'Inps chiede ai pensionati che risiedono fuori dall'Italia il
rendiconto dei redditi di cui hanno beneficiato nel 2009, per verificare
l'eventuale diritto alle prestazioni legate appunto al reddito come
l'integrazione al minimo, la maggiorazione sociale e i trattamenti di famiglia.
"Anche
quest'anno – annuncia l’Inas Cisl in una nota – le sedi del nostro patronato
nei paesi dell'emigrazione italiana saranno a disposizione dei nostri
connazionali per fornire assistenza gratuita nella compilazione dei moduli e
nella raccolta dei documenti richiesti, e per inviare il tutto all'Inps in
modalità telematica. La novità di quest'anno – anticipano dal patronato –
consiste nel fatto che, d'ora in poi, l'accertamento avrà luogo ogni anno, in
modo da allinearlo con quello che riguarda i pensionati Inps residenti in
Italia: un cambiamento auspicato e più volte sollecitato dai patronati per
contenere il problema degli indebiti".
"In passato –
si ricorda nella nota – è accaduto che pensionati italiani all'estero
percepissero erroneamente anche per anni - in molti casi senza dolo -
prestazioni legate al reddito cui non avevano diritto. In questo modo, tra un
accertamento e l'altro, si trovavano ad accumulare somme anche ingenti di cui
l'istituto, una volta verificato l'errore, reclamava la restituzione
trattenendole sull'assegno mensile. Non pochi pensionati si sono trovati per
questo in serie difficoltà economiche, tanto che i patronati hanno più volte
chiesto una sanatoria per le situazioni in cui non vi fosse dolo
accertato". (aise)
Corso di Agenti dell'emigrazione per giovani campani e lucani residenti nei
paesi extraeuropei
La Filef Campania
ha lanciato il bando per il corso di Agenti dell'emigrazione destinato a 10
giovani italiani di origine campana e 5 giovani italiani di origine lucana
residenti nei paesi extraeuropei.
Il corso,
completamente gratuito, prevede la permanenza di circa un mese (da metà aprile
a metà maggio 2010) in Italia con un iter formativo a livello di Master
finalizzato all'acquisizione di profili professionali in grado di progettare
interventi nell'ambito del turismo sostenibile, delle energie alternative,
della cultura dell'ambiente e dello sviluppo locale, di costruire reti
culturali ed imprenditoriali - in particolare nel mondo dell’emigrazione - ,
nonché di interloquire con le istituzioni, con le imprese e con altre
organizzazioni sia a livello locale che transnazionale.
I 15 giovani
emigrati di origine campana e lucana (10+5), neo-laureati e/o laureandi,
residenti in Argentina, Colombia,* Paraguay,* Perù, Australia, Belgio,
Brasile*, Canada, Cile*, Francia, Germania,* Gran Bretagna, Lussemburgo, Stati
Uniti, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Uruguay,Venezuela, in discipline attinenti
le politiche di cooperazione e di sviluppo locale collegate al settore del
turismo sostenibile, all'economia e/o alla cultura dell'ambiente.
Per informazioni:
www.filef.org
(de.it.press)
Da clandestino ad attore. Un tunisino nel cast del film sui Malavoglia
Il tunisino Ben
Hammouda Naceur è arrivato in Sicilia una notte di otto anni fa in gommone. Il
regista Pasquale Scimeca lo ha fatto recitare nel suo nuovo film ispirato ai
Malavoglia di Verga e basato sul film di Luchino Visconti, La terra trema.
Naceur, che ha ottenuto il permesso di soggiorno, e Scimeca si raccontano a
Sette, il magazine del Corriere della Sera.
Ben Hammouda
nel film interpreta Alfio, il carrettiere che nei Malavoglia, Verga fa arrivare
da fuori, l'unico che non ha parenti nel villaggio di Acitrezza. Nella realtà
l'attore è giunto da Hammamet: "Arrivammo dopo venti ore - dice -. Poi i
centri accoglienza, le fughe, i mille lavori da schiavo", finché non ha
incontrato Scimeca.
"Io
provo a raccontare gli immigrati, la famiglia, i ragazzi del Sud oggi, nel mio,
nel nostro tempo. - afferma Scimeca - Cerco di raccontare qualcosa che ha a che
fare con la realtà del nostro tempo, soprattutto attraverso aspirazioni e
frustrazioni dei nostri ragazzi. Il cinema italiano si occupa dei giovani
piccolo borghesi, dei primi baci da dare, degli esami da superare, ma non si
occupa quasi mai dei giovani proletari del Sud ogni giorno faccia a faccia con
la mancanza di lavoro, di prospettive".
ansa
Il piano degli interventi delle Marche per i corregionali all’estero
Ancona -
Manifestazioni culturali, mostre itineranti per far conoscere la storia, la
cultura e le tradizioni delle Marche; corsi di lingua italiana rivolto a tutti
i marchigiani residenti all'estero; iniziative mirate ai giovani discendenti
marchigiani. Sono alcune novità inserite nel Piano dell'emigrazione per il
2010, approvato dalla Giunta regionale, che rappresenta la prima annualità del
programma triennale degli interventi a favore dei marchigiani nel mondo.
Un bozza era stata
presentata in occasione del Consiglio dei Marchigiani all'estero, svoltosi a
Macerata dal 7 al 10 dicembre. Durante il dibattito generale sono state accolte
ed elaborate le numerose proposte avanzate dai consiglieri e sulla base di
queste è stato redatto il documento finale.
Diverse le novità
presenti nel Piano 2010: innanzitutto, la misura sulle spese per manifestazioni
culturali all'estero di rilievo continentale da realizzare d'intesa con le
varie associazioni di marchigiani, che prevede il coinvolgimento diretto della
Regione per ovviare alle difficoltà organizzative che le associazioni
incontrano nel contattare artisti o reperire prodotti o sostenere anticipi di
spesa.
In secondo luogo,
si è deciso che sarà la Regione a proporre attività e iniziative culturali, per
lo più a valenza giovanile e continentale, con carattere itinerante, nel
rispetto delle linee d'indirizzo regionali.
Come in passato, i
progetti culturali proposti dalla Regione mireranno a far conoscere la storia,
la cultura, le tradizioni, la realtà attuale delle Marche agli emigrati e ai
loro discendenti, affinché conservino e tutelino l'identità della terra d'origine.
Altro importante
cambiamento è costituito dai corsi di formazione linguistico - culturale: ad
usufruire di tale opportunità saranno non solo i figli o i discendenti di
emigrati marchigiani tra i 13 e i 35 anni ma tutti i marchigiani regolarmente
iscritti alle associazioni o federazioni competenti per territorio. Una misura,
questa, che nasce dalla forte esigenza di permettere a tutti di conoscere la
lingua italiana, che continua ad essere il principale elemento di indentità.
Infine, una misura che raccoglie tutte le iniziative a favore dei giovani
discendenti marchigiani: lo scopo è quello di riunire in un unico contenitore
attività rivolte a stimolare l'interesse dei giovani di origine marchigiana per
la cultura italiana, agevolando la frequenza nel territorio regionale di corsi
universitari, corsi di specializzazione post-universitaria, master e corsi di
formazione professionale, e per iniziative rivolte alla semplice conoscenza
della terra dei loro genitori.
Il Piano 2010, nel
rispetto della politica regionale che tende a tutelare, sotto il profilo
sociale, culturale ed economico i cittadini marchigiani residenti all'estero o
rimpatriati, è suddiviso in due parti: una relativa agli interventi della
Regione, con le misure citate; un'altra relativa agli interventi dei Comuni che
agiscono attraverso il trasferimento dei fondi regionali per favorire il
reinserimento degli emigrati, dei loro familiari o discendenti, la promozione
di scambi giovanili e la realizzazione di iniziative di accoglienza verso anziani
mai rientrati nel proprio luogo di nascita o di emigrazione. (aise)
A Riccione la prima riunione 2010 della Consulta degli emiliano romagnoli
nel mondo
RICCIONE - Nuovo
appuntamento per la Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo che si è riunita
a Riccione presso l´Hotel Mediterraneo, in quello che è il primo dei due
appuntamenti annuali previsti dalla legge regionale. I lavori sono stati
introdotti giovedì dalla relazione della presidente della Consulta, Silvia
Bartolini, che ha riferito sulla Conferenza dei giovani emiliano-romagnoli nel
mondo, programmata a Santiago del Cile dal 28 febbraio al 3 marzo prossimo.
Sarà questo un momento importante per le
attività istituzionali della Consulta, dedicato alle iniziative per gli anni a
venire, orientate prevalentemente a stimolare la partecipazione delle nuove
generazioni dell’emigrazione alla vita associativa, con progetti da loro
richiesti o condivisi.
Si è poi discusso sulle nuove associazioni
iscritte all’albo regionale, con conseguente aggiornamento dell’elenco e
definizione dell’impegno dei consultori. Nel pomeriggio, Casa Artusi di
Forlimpopoli ha ospitato i consultori. Ha avuto luogo il seminario "Le
politiche europee della Regione Emilia-Romagna", con la partecipazione di Marco
Capodaglio responsabile del servizio Politiche europee e relazioni
internazionali della Regione, di Michele Migliori responsabile per i rapporti
intersettoriali, di Lorenza Badiello responsabile del servizio collegamento con
gli organi dell´Unione europea e di Marco Monesi presidente regionale AICCRE
(la sezione italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa). La
giornata si è chiusa con la visita dei consultori a Casa Artusi, il noto centro
di cultura gastronomica sorto intorno alla figura di Pellegrino Artusi.
La giornata di venerdì è stata interamente
dedicata alla discussione dei temi proposti dalla presidente Bartolini, in
particolare la bozza di bando per i contributi per l´anno 2010 alle
associazioni, che – come prevede la legge – non ricevono direttamente aiuti
dalla Regione (la loro attività si basa sul volontariato) ma possono vedersi
accettati e finanziati i loro progetti. (Inform)
Regione Abruzzo. Il CRAM si affida a Santellocco
L’assessore
all’Emigrazione dell’Abruzzo, Mauro Febbo, vuole ridare slancio alla Regione -
Il nuovo Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo rappresenta il primo
tassello di un rinnovato progetto nei confronti dei corregionali nel mondo
L’AQUILA - E’ stato un parto lungo e doloroso
quello che ha portato alla nascita del nuovo Consiglio Regionale degli
Abruzzesi nel Mondo. Ma, alla fine, il cammino istituzionale nell’ambito delle
migrazioni è ripreso seppur tra mille difficoltà. Il 2009 non è stato un anno
tenero con l’Abruzzo. La distruzione dell’Aquila, con il conseguente blocco
delle attività pubbliche, ha infatti prodotto una vera e propria valanga di
problematiche che solo ora iniziano a trovare le prime soluzioni. E se nel
corso dell’anno la voce emigrazione ha fatto rima con generose donazioni – è
stata, infatti, enorme la solidarietà dei conterranei residenti fuori dai
confini regionali –, ora finalmente si riparla di progettazione. Sostenuto dai
consiglieri Ricardo Chiavaroli, Franco Caramanico e Antonio Prospero, l’insediamento
dell’organismo è avvenuto in un clima di grande commozione e ha portato nel
Consiglio l’emozione per la straordinaria vicinanza ai propri conterranei.
Presenti i due parlamentari abruzzesi eletti all’estero, Giuseppe Angeli per il
Sudamerica, e Antonio Razzi per l’Europa, il CRAM ha eletto Franco Santellocco,
rappresentante per l’Algeria, quale vicepresidente; e la scelta rappresenta un
chiaro riconoscimento per un uomo di grande esperienza.
Insignito dal presidente della Repubblica
dell’Onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito e della
Stella al Merito della Solidarietà Italiana, Franco Santellocco, originario di
Luco dei Marsi, rappresenta un pilastro dell’associazionismo abruzzese nel
mondo, e risiede da trent’anni in Algeria. Il neo vicepresidente del CRAM, al
quale Febbo affiderà il timone dell’istituzione regionale, ha iniziato la sua
attività professionale nell’ambito di un gruppo petrolchimico internazionale, e
nel 1975 ha fondato l’AILE, Associazione Italiana Lavoratori all’Estero.
Attuale presidente della CONFAAM, la Confederazione delle Associazioni
Abruzzesi nel Mondo, Santellocco rappresenta anche l’AIE-Associazione Italiani
all’Estero che fa oggi parte, quale osservatore, della Consulta Nazionale
dell’Emigrazione. Fra le tante iniziative promosse da Santellocco spicca il
«Progetto Mediterraneo» per la formazione professionale di studenti magrebini
in Italia e il programma «Dona la gioia di vivere a un bimbo» con il quale ha
salvato decine di bimbi nordafricani affetti da grave malformazione cardiaca
congenita attraverso il ponte con l’attrezzato Ospedale Pediatrico Pasquinucci
di Massa, in Toscana. Proprio in terra toscana, il neo cavaliere di Gran Croce
ha ricevuto la cittadinanza onoraria del piccolo, storico comune di Vernio. Nel
rinnovato Comitato esecutivo sono entrati anche Rafael Petrocco dal Brasile,
Rosetta Romagnoli dal Nord America, Mario Di Cicco dall’Africa, Simeone Di
Francesco dall’Australia, Levino Di Placido dall’Europa, Patrizia Santurbano
per i patronati, Giovanni Margiotta dal Venezuela, Giuseppe Mangolini e Augusto
Cicchinelli per le associazioni dell’emigrazione.
«La Regione – ha ribadito l’assessore Febbo –
vive un momento difficile e ha problemi finanziari aggravati dalle pesanti
conseguenze del sisma. Ciononostante la ricostruzione del nostro capoluogo
rimane una priorità assoluta, che può contare sul sostegno di una grande
comunità abruzzese nel mondo. Sono loro i nostri migliori ambasciatori delle
qualità e delle valenze della propria terra, e su loro vogliamo investire per
meglio affermare il nostro marchio sui mercati esteri, contando sulla rete di
promozione costituita dal sistema associativo regionale nel mondo».
Tra i volti nuovi dell’esecutivo va
sottolineata la presenza di Giovanni Margiotta, giovanissimo rappresentante
dell’Abruzzo in Venezuela, già presente alla Conferenza Mondiale dei Giovani a
Roma. «La rete associativa abruzzese – spiega il giovane italo-venezuelano – ha
registrato nell’ultimo anno una forte crescita, e molti giovani imprenditori
sono stati chiamati alla guida di sodalizi storici. Credo sia importante
sfruttare questo ricambio generazionale in un momento in cui il Venezuela si
sta aprendo al mercato e alle importazioni. Esistono per l’Abruzzo buone
opportunità per le aziende che decidono di competere in questa zona».
«La Federazione Abruzzese del Brasile –
aggiunge Febbo – sta raccogliendo lusinghieri risultati con il progetto pilota
sostenuto dal CRAM e avviato un anno fa a San Paolo e a Ribero Preto. Una
conferma per l’affidamento di responsabilità alle forze giovani dell’Abruzzo
nel mondo». Laura Napoletano, Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana
per l’estero, febbraio
Sechsfachmord in Duisburg. Dritter Mafia-Mörder festgenommen
Zweieinhalb Jahre nach dem sechsfachen
Mafiamord von Duisburg sitzen alle drei mutmaßlichen Todesschützen in Haft. Die
italienische Polizei nahm in Kalabrien den dritten Mann fest.
Zweieinhalb Jahre nach dem sechsfachen
Mafiamord von Duisburg sitzen alle drei mutmaßlichen Todesschützen in Haft. Die
italienische Polizei nahm im süditalienischen Kalabrien bei einem Großeinsatz
gegen die Mafia den dritten Mann fest. Zwei hochrangige ’Ndrangheta-Mitglieder
waren bereits in den vergangenen zwei Jahren in Amsterdam gestellt und an Italien
ausgeliefert worden.
Die Behörden wollen das Mafia-Trio
jetzt wegen Mordes anklagen, berichtete die Polizei Duisburg, die zwei
Ermittler nach Italien geschickt hatte.
Gegen den 37-jährigen Guiseppe Nirta,
der bereits wegen anderer Taten gesucht wurde und als erster Ende 2008 in
Amsterdam gefasst und ausgeliefert wurde, erweiterten die italienischen
Behörden den bisherigen Haftbefehl auf den Fall der Duisburger Morde. Ein
Kronzeuge hatte in Italien ausgesagt, dass Giuseppe Nirta sich gebrüstet habe, der
Drahtzieher gewesen zu sein.
Er habe sich verärgert gezeigt, dass in
den Medien immer wieder Giovanni Strangio als Hauptverdächtiger bezeichnet
wurde. Strangio war vier Monate nach Nirta den Fahndern des BKA ebenfalls in
Amsterdam ins Netz gegangen.
Die italienische Polizei geht davon
aus, mit der Festnahme des 38 Jahre alten Sebastiano Nirta jetzt alle Männer
hinter Gitter zu haben, die in Duisburg das Feuer eröffnet hatten. Dieses Trio
habe die Mordtat ausgeführt, erklärte Renato Cortese, Chef des in San Luca
eingesetzten mobilen Polizeikommandos. Ihre DNA-Spuren sollen - wie auch die
von Giovanni Strangio - nach den Angaben am Tatort nachgewiesen worden sein.
Lange Zeit galten Giovanni Strangio und Giuseppe Nirta als alleinige Schützen.
Sebastiano Nirta kamen die Fahnder über abgehörte Telefongespräche auf die
Spur.
In Gesprächen mit Strangio wurde er als
"Dummkopf" bezeichnet, der bei der Tat Spuren hinterlassen habe und
deswegen noch lebenslänglich ins Gefängnis wandern werde. Eine alte Blutfehde
zwischen den ’Ndrangheta-Familienclans Pelle-Vottari und Nirta-Strangio hatte
Mitte August 2007 zum Massaker vor einem Restaurant in Duisburg geführt. Es war
die Rache für den Mord an Maria Strangio am 1. Weihnachtstag 2006 in San Luca.
Nach der Bluttat war den Tätern die Flucht nach Gent in Belgien gelungen, wo
sie untertauchten.
"Die Festnahme der übrigen
mutmaßlichen Mörder von Duisburg ist eine Genugtuung", lobte die
Abgeordnete Laura Garavini von der Anti-Mafia-Kommission des Parlaments in Rom
den Fahndungserfolg. "Nur wenn die Mafia-Fahnder auch grenzüberschreitend
kooperieren, kann die organisierte Kriminalität erfolgreich bekämpft
werden", sagte Gravini von der Oppositionspartei PD (Partito Democratico).
Regierungschef Silvio Berlusconi leiste bedauerlicherweise bisher so gut wie
keinen Beitrag dazu, die internationale Verfolgung der Mafia zu
verstärken. (dpa)
Italien. Berlusconi will zurück zur Atomkraft
Rom. Vor mehr als 20 Jahren, nach der
Reaktor-Katastrophe von Tschernobyl, war Italien das einzige G7-Land, das
komplett auf die zivile Nutzung von Kernenergie verzichtete. Per Volksentscheid
beschlossen die Italiener, bestehende Atomkraftwerke stillzulegen und ein
viertes, im Bau befindliches wurde nie vollendet.
Silvio Berlusconi aber erklärte bereits
nach seiner Wiederwahl vor knapp zwei Jahren, dass er das Moratorium aufheben
lassen will. Diese Woche verabschiedete sein Kabinett ein Dekret, in dem Richtlinien
für die Standort-Auswahl definiert sind. Schon in zwei Jahren, erklärte
Industrieminister Claudio Scajola, könnten erste Genehmigungen erteilt werden.
Spätestens 2013 soll mit den Bauarbeiten begonnen werden, 2020 das erste AKW in
Betrieb gehen.
Zentrales Endlager geplant - Vorrangig für die Standort-Auswahl, so der
Minister, seien "Transparenz" und die "absolute Sicherheit von
Menschen und Umwelt". Das Dekret, das das Parlament binnen 60 Tagen
bestätigen muss, sieht vor, dass betroffene Anwohner in den Genuss von
niedrigeren Stromrechnungen und Steuerentlastungen kommen. Außerdem soll ein
zentrales Endlager gebaut werden. Die Transparenz reicht allerdings nicht so
weit, der Bevölkerung mitzuteilen, um welche möglichen Standorte es geht.
Als unverantwortlich kritisierte prompt
der Chef der Grünen, Angelo Bonelli, das Vorgehen der Regierung. Er ist
überzeugt, dass die Standorte längst feststehen, aber aus Angst vor Widerstand
nicht bekanntgegeben werden.
Schon seit Monaten mobilisieren Grüne
vor allem dort zum Widerstand, wo vermutlich Kraftwerke gebaut oder wieder in
Betrieb genommen werden sollen: in Chioggia nahe Venedig und in Garigliano in
Kampanien. Sie wollen außerdem Unterschriften für ein neues Referendum sammeln.
Fast alle italienischen Regionen unterzeichneten kürzlich eine Resolution gegen
die Pläne der Regierung; elf haben sogar Klage vor dem Verfassungsgericht
eingelegt. Erbittert wehren sich die Toscana, Apulien und Kampanien - in
Mittelitalien künden heute noch viele Ortsschilder von einer atomfreien Zone.
Italiens große Energiekonzerne sind
aber überzeugt, die Menschen durch Aufklärung für Atomenergie zu gewinnen.
"Wir müssen dafür sorgen, dass die Bevölkerung die Vorteile der Atomkraft
besser versteht", sagte kürzlich Fulvio Conti, Chef des Konzerns Enel.
Gleichzeitig sprach er sich für verschiedene Energieformen aus. Die Grünen
werfen ihm falsches Spiel vor, denn es sei bereits entschieden, dass Enel
gemeinsam mit dem französischen Konzern Électricité de France neue Kraftwerke
baut.
Engpass bei der Energie - Tatsächlich
ist die Energieversorgung ein Schwachpunkt der italienischen Politik, denn sie
versäumte es nach dem Volksentscheid, in den Ausbau neuer Energieträger zu
investieren. Heute hängt Italien zu mehr als 80 Prozent von Einfuhren ab, die
Strom- und Gaspreise gehören zu den höchsten in Europa. VON KORDULA DOERFLER FR
13
Bundestagspräsident. Lammert wirbt bei Migranten für Einbürgerung
Bundestagspräsident Norbert Lammert
will, dass sich mehr Migranten um die deutsche Staatsbürgerschaft bemühen.
Gleichzeitig müssten die Zuwanderer bereit sein, sich mit der deutschen Kultur
auseinanderzusetzen. Bayerns Innenminister warnt hingegen, Integration sei
nicht durch eine rasche Einbürgerung erreichen.
Bundestagspräsident Norbert Lammert
(CDU) wirbt bei Migranten für eine verstärkte Bereitschaft zur Einbürgerung.
„Unser Problem in Deutschland ist nicht eine zu hohe Zuwanderung, sondern die
zu geringe Einbürgerung“, sagte Lammert. Außerdem könne Integration nur
gelingen, wenn sowohl die Migranten als auch die Bundesbürger dies wollten.
Dieser „durch nichts zu ersetzende Wille auf beiden Seiten“ sei „allerdings
nicht immer in der notwendigen Weise vorhanden“.
Bayerns Innenminister Joachim Herrmann
(CSU) forderte die in Deutschland lebenden Muslime zu einem „ehrlichen Dialog“
auf. Ziel sollte ein Abbau der „emotionalen Vorbehalte vieler Bürger gegenüber
stärker werdenden islamischen Einflüssen“ sein. Man müsse diese Sorgen und
Ängste ernst nehmen. Der CSU-Politiker fügte hinzu: „Islamkritik pauschal als
'Phobie' zu diffamieren, führt nicht weiter.“
Auch Lammert kritisierte die jüngsten
Warnungen vor einer Islamophobie in Deutschland. Hierbei handele es sich um
eine „unnötige Dramatisierung“. Richtig sei aber, „dass viele Bürger mit Sorge
und auch mit wachsender Nervosität auf die jahrelange Vernachlässigung oder
Verharmlosung der Probleme reagieren, die es bei der Vermeidung oder
Verdrängung der notwendigen Auseinandersetzung mit Chancen und Risiken von
Multikulturalität zweifellos gegeben hat“.
Lammert mahnte, jede Gesellschaft
brauche „ein Mindestmaß an gemeinsamen Überzeugungen und Orientierungen, ohne
die sie ihren Zusammenhalt verliert“. Er fügte hinzu: „Dass teilweise dieselben
Leute, die ständig von Leitthemen oder Leitlinien sprechen, mit dem Begriff
Leitkultur unüberwindliche Schwierigkeiten haben, nehme ich eher mit Amüsement
zur Kenntnis.“ Es gehe nicht um die Einigung auf einen Begriff, sondern um die
Einsicht in Zusammenhänge – und diese Einsicht habe sich „in den vergangenen
Monaten in beachtlicher Weise vermehrt“.
Der Bundestagspräsident wandte sich
zugleich gegen Forderungen nach einem kommunalen Wahlrecht für Ausländer. Er
mahnte: „Das Wahlrecht sollte Ausdruck und Folge einer vollzogenen Integration
sein.“
Herrmann sagte: „Die Einbürgerung
sollte die entscheidende Voraussetzung bleiben, dass Nicht-EU-Staatsangehörige
an Kommunalwahlen teilnehmen können.“ Wer diesen Schritt nicht tun wolle, könne
auch keine staatsbürgerlichen Rechte in Anspruch nehmen und in elementaren Fragen
des Gemeinwesens mitbestimmen.
Der bayerische Innenminister betonte
zugleich, Einbürgerung sei eine ganz persönliche Entscheidung, die nicht
erzwungen werden könne. Er fügte hinzu: „Wir müssen dafür werben, dass
Zuwanderer diesen Schritt gehen und sich damit voll in unser Gemeinwesen
eingliedern, dürfen aber nicht vergessen, dass die Einbürgerung den letzten
Schritt der Integration darstellt.“
Wer glaube, Integration durch eine
rasche Einbürgerung erreichen zu können, befinde sich auf einem Irrweg. Der
CSU-Politiker fügte hinzu: „Wir wollen keine Parallelgesellschaften mit völlig
anderen Wertevorstellungen als der deutschen.“
Herrmann kritisierte, die „Verfechter
von Multi-Kulti“ wollten den Begriff der Leitkultur „bewusst falsch verstehen“.
Die Notwendigkeit einer echten Integration werde „kein vernünftiger Mensch mehr
bestreiten“. Herrmann fügte hinzu: „Ohne ein gesellschaftliches Leitbild aber
kann Integration nicht gelingen. Es muss klar sein, 'wohin' integriert werden
soll.“ Ddp 14
Asylbewerberleistungsgesetz. Hoffen für Flüchtlinge
Nach Hartz IV könnte demnächst das
Asylbewerberleistungsgesetz beim Bundesverfassungsgericht landen. Die
Flüchtlingshilfsorganisation Pro Asyl hofft, mit Musterverfahren höhere
Zahlungen für 128.000 Asylsuchende und Geduldete durchzusetzen. Die Regelsätze
seien vor 17 Jahren "willkürlich festgelegt" worden und wie Hartz IV
mit der Menschenwürde unvereinbar, begründete Pro-Asyl-Referentin Marei Pelzer
auf FR-Anfrage.
Auch die Bundesregierung schließt
Änderungen nicht aus. Das Sozialministerium, das den Ländern die Höhe der
Zuwendungen vorschreibt, prüft nach eigenen Angaben "das Urteil und den
sich im Einzelnen ergebenden Handlungsbedarf eingehend". Ausdrücklich "in
die Prüfung einbezogen" seien "Folgewirkungen des Urteils für die
Bemessung der Leistungen an Asylbewerber", sagte das Ministerium der FR.
Ähnlich sieht es die FDP-Fraktion:
"Das Urteil muss im Hinblick auf die Asylbewerberleistungen sorgfältig
geprüft werden", so Hartfrid Wolff, Innenpolitiker und FDP-Experte für
Ausländerrecht. Die Union im Bundestag sieht dagegen keinen Handlungsbedarf.
"Das Hartz-IV-Urteil ist nicht einfach übertragbar", so ihr
sozialpolitischer Sprecher, Karl Schiewerling (CDU). Für Asylsuchende seien
laut Gesetz vor allem Sachleistungen vorgesehen.
Fakt ist: Derzeit können die vom
Asylbewerberleistungsgesetz betroffenen Flüchtlinge selbst von Bezügen, wie sie
Hartz-IV-Empfänger bekommen, nur träumen. Ihre Sätze liegen noch mal um ein
gutes Drittel niedriger. Das Gesetz von 1993 gewährte einem Haushaltsvorstand
360 Mark (184 Euro), Kindern unter acht Jahren 112 Euro sowie anderen
Familienmitgliedern 158 Euro. Kinder bis zu 15 Jahren bekommen ferner 20 Euro
Taschengeld, ältere Bezieher rund 40. 25 Prozent dürfen Erwachsene
hinzuverdienen, aber die gehen oft schon für die Fahrt zur Arbeit drauf. Die
Regelsätze wurden bisher nicht erhöht, nicht mal zum Inflationsausgleich.
Die Rahmenbedingungen aber haben sich
sehr geändert. Auslöser für das Asylbewerberleistungsgesetz waren 1993 die
hochgeschnellten Asylbewerberzahlen. Schwarz-Gelb ging damals von 600.000
Beziehern aus, die den Staat knapp drei Milliarden Euro und damit eine
Milliarde weniger als ohne die Reform kosten würden. 2008 dagegen hat das
Gesetz laut Statistischem Bundesamt die Steuerzahler nur noch 840 Millionen
Euro gekostet - Grund: viel weniger Flüchtlinge. Marei Pelzer: "Das Motiv
für das Gesetz gibt es gar nicht mehr." Heute beklagen die Hilfswerke vor
allem, dass viele Flüchtlinge kein Bargeld bekommen, sondern auf Essenspakete
und Kleiderkammern angewiesen sind.
Das "größte Problem" sei die
medizinische Versorgung, sagt Heiko Habbe vom Jesuiten-Flüchtlingsdienst.
Anspruch auf Hilfe haben die Menschen nur bei akuten Erkrankungen und bei
Schmerzen - bei vielen chronischen Leiden, bei Hör- und Sehschwächen hätten sie
"Riesenprobleme, die nötige Versorgung zu bekommen". Er verweist auf
einen an Grünem Star erkrankten jungen Mann: Ihm verweigerte der Amtsarzt das
Okay zu der vom Augenarzt dringend empfohlenen Operation. Wenn es dabei bleibt,
sagt Habbe, "wird der Mann wohl erblinden". FR 12
EU. Mehr Gipfel für mehr Wachstum
Die Staats- und Regierungschefs der EU
beschließen eine gemeinsame Wirtschaftsregierung. Doch die Befugnisse sind
unklar.
Brüssel - Alle Welt hat sich nur für Griechenland und mögliche Hilfspakete interessiert, als Bundeskanzlerin Angela Merkel und Frankreichs Staatschef Nicolas Sarkozy am Donnerstagabend nach dem EU-Gipfel vo