WEBGIORNALE  15-16  Febbraio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Riforma Comites/Cgie. Iniziato al Senato l’esame degli emendamenti al testo unificato  1

2.       La lezione del caso Grecia. L’Europa ha bisogno di strumenti contro la crisi 1

3.       Quel che chiediamo alla commissione Ue  2

4.       Milano. La prima battaglia fra etnie diverse  2

5.       Ancora sotto processo l’Unità d’Italia  2

6.       PD-estero. “Caro Marino, ora completiamo le strutture di rappresentanza del Pd all’estero”  3

7.       Colonia. Giovani italiani in Germania e migrazione. Intervista a p. Silvio Vallecoccia  4

8.       Stoccarda. Pasquale Vittorio (Idv) propone per il Comites una presidenza estranea all'attuale esecutivo  5

9.       A Berlino il 27 febbraio: “Donne Italiane in Germania: riprendere il filo”  5

10.   Wolfsburg. Grande confusione nel tesseramento del PdL all’estero. Tessere gratis, o troppo care  5

11.   Saarland. Il Governatore Müller: il Governo italiano mantenga aperti i Consolati 6

12.   I deputati Pdl eletti all’estero disertano il Comitato per gli italiani all’estero della Camera  6

13.   Una nota Marco Fedi (Pd) su rete consolare, riforma di Comites e CGIE,  Rai Italia, cittadinanza  6

14.   Interventi. Autocritica: nel Pdl manca una strategia per riformare Comites e Cgie  7

15.   Campania. VII Conferenza regionale a Napoli il 19 e il 20 febbraio: “Tutti diversi tutti uguali”  7

16.   Iniziative comuni Friuli Venezia Giulia e Veneto per i corregionali all’estero  7

17.   Afghanistan, offensiva della Nato  8

18.   L’Europa pronta ad aiutare la Grecia  8

19.   Adottiamo un iraniano  8

20.   Un regime senza controllo. La protervia dell’Iran preoccupa il mondo  9

21.   Atti pubblici e vizi privati 10

22.   La sete di verità  10

23.   L'Aquila, corteo di protesta nella «Zona rossa». I cartelli: «Io non ridevo»  11

24.   Le Inchieste sul G8. I passi necessari 11

25.   Crisi, il governo è in ritardo  11

26.   Il commento. La donna tangente  12

27.   Mani pulite la memoria è finita  12

28.   Bersani: "Ma perché siamo l'unico Paese Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni?"  13

29.   Napolitano: «No a giudizi sommari e volgari sull'Unità d'Italia»  13

30.   L’appello del Capo dello Stato. Se l’unità nazionale è coscienza del futuro  14

31.   L’editoriale. Così hanno espropriato Costituzione e parlamento  14

32.   Olimpiadi senza tregua  16

33.   Egiziano ucciso da sudamericani: a Milano guerriglia tra immigrati 16

34.   Scontri tra immigrati a Milano, Bersani: «Fallita politica integrazione»  17

35.   Se gli stranieri siamo noi. Dopo i fatti di via Padova a Milano  17

36.   Nomine del personale diplomatico. Alla commissione esteri la proposta di legge dell’on. Picchi 18

37.   A Roma il 24 e 25 febbraio il IV Congresso dell’Unione Italiani nel Mondo  18

38.   Dal 1° marzo la nuova campagna RED/Est l'Inps all’estero. Assistenza gratuita presso i Patronati 18

39.   Corso di Agenti dell'emigrazione per giovani campani e lucani residenti nei paesi extraeuropei 19

40.   Da clandestino ad attore. Un tunisino nel cast del film sui Malavoglia  19

41.   Il piano degli interventi delle Marche per i corregionali all’estero  19

42.   A Riccione la prima riunione 2010 della Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo  19

43.   Regione Abruzzo. Il CRAM si affida a Santellocco  20

 

 

1.       Sechsfachmord in Duisburg. Dritter Mafia-Mörder festgenommen  20

2.       Italien. Berlusconi will zurück zur Atomkraft 20

3.       Bundestagspräsident. Lammert wirbt bei Migranten für Einbürgerung  21

4.       Asylbewerberleistungsgesetz. Hoffen für Flüchtlinge  21

5.       EU. Mehr Gipfel für mehr Wachstum   22

6.       Nach dem Beben in Haiti. Bis zur Erschöpfung  22

7.       Weitergabe europäischer Bankdaten. Gesperrt 23

8.       Leitartikel zu Griechenland-Hilfen. Europas Wutprobe  23

9.       Jean-Claude Juncker. Bangen um den Euro  24

10.   Großoffensive gegen Taliban. ''Wir gehen in das Herz der Finsternis“  25

11.   Hartz-IV-Debatte. Westerwelles Finger in der Wunde  25

12.   Guido Westerwelle. Der Draußenminister 26

13.   FDP: Guido Westerwelle. Die Nervensäge der deutschen Politik  26

14.   Umstrittene Hartz-IV-Äußerungen. Merkel auf Distanz zu Westerwelle  27

15.   Wolfgang Schäuble. Hartz IV reicht aus  27

16.   Dresden. Gedenken unter Polizeischutz  28

17.   Leitartikel zu Tarifkämpfen. Kampf um den Lohn  29

18.   Lebenserwartung. Wer arm ist, stirbt früher 30

19.   Bund der Vertriebenen. Stiftung ohne Steinbach  30

20.   Management. Die Pausen-Frauen  31

21.   Namenswahl nach der Heirat. Bekenntnis zum Mann  31

22.   Regelsätze für Asylsuchende. Weit unterhalb von Hartz IV  32

23.   Atomausstieg. Revolte gegen Röttgen  32

24.   Statistik. Mehr rechte Gewalt 33

25.   Köln. Im Ital. Kurturinstitut: La decima vittima  33

26.   Tagung in Düsseldorf: Selbstverständnis von Muslimen im Arbeitsleben  33

 

 

 

 

Riforma Comites/Cgie. Iniziato al Senato l’esame degli emendamenti al testo unificato

 

Roma - Nella seduta di mercoledì pomeriggio è iniziato alla Commissione Affari Esteri del Senato l’esame degli emendamenti al testo unificato – la cosiddetta Bozza Tofani – sulla riforma di Comites e Cgie. Alla presenza del sottosegretario Alfredo Mantica, i senatori Tofani, Micheloni, Giai, Pedica, Giordano e Randazzo hanno presentato in particolare gli emendamenti sui Comites, la loro struttura e i loro compiti.

Tofani (Pdl), che è il relatore del testo unificato, si è soffermato sull'emendamento che interviene per ridefinire l'articolazione territoriale dei Comites: in molti, infatti, hanno previsto l’abbassamento della soglia numerica per la costituzione dei Comites in Africa.

Nel suo intervento, la senatrice Giai (Maie) ha voluto sottolineare "il ruolo svolto da sempre dai patronati" a favore degli italiani all'estero e l’importanza di "garantire la rappresentanza di donne e giovani nei Comites".

Senatore del Pd, Claudio Micheloni ha illustrato i suoi emendamenti spiegandone la ratio: ridefinire le soglie numeriche per la formazione dei Comitati; coinvolgere le associazioni; favorire la rappresentanza dei trasfrontalieri; definire un "nuovo e più qualificato assetto" nei rapporti tra collettività e autorità consolari, "introducendo – ha puntualizzato – un preciso parametro di valutazione del personale diplomatico e consolare". Dopo aver richiamato l'attenzione sulla previsione volta a imporre all'amministrazione un obbligo di risposta rispetto ai quesiti posti dai Comites, Micheloni ha spiegato al senatore Tofani che il suo emendamento all’articolo 5 (Comitato dei Presidenti) ha come obiettivo quello di "impedire l'eccessiva concentrazione di funzioni in capo alle stesse persone, che rivestano cariche nei Comites e nel Cgie, trattandosi di compiti svolti a titolo volontario". Il senatore ha quindi ritirato l'emendamento all’articolo 12 (Sistema elettorale e formazione delle liste: Al comma 8, dopo le parole: "ricevono finanziamenti pubblici" aggiungere le seguenti: "gli amministratori e i legali rappresentanti di camere di Commercio e Associazioni nazionali, regionali e locali che ricevano, a qualunque titolo, contributi o finanziamenti dallo Stato italiano o da sue articolazioni") e illustrato quelli all’articolo 14 (Stampa e invio del materiale elettorale) per poi concludere dichiarandosi d’accordo con le proposte della Bozza Tofani su piani paese, composizione dei Comites, metodo di lavoro e possibilità di partecipazione al lavoro dei Comites anche ai consiglieri del Cgie.

È quindi toccato al senatore Pedica (Idv) illustrare i suoi emendamenti soffermandosi su quelli in merito al passaggio di competenze dal Cgie che, come noto, Pedica vuole abolire, ai Comites. Diversamente dai suoi colleghi, Pedica vuole anche eliminare nei Comites la presenza dei cooptati, i consiglieri, cioè, stranieri ma di origine italiana.

Ad illustrare gli emendamenti di Firrarello (Pdl) ci ha pensato Basilio Giordano che ne ha sottoscritti 7 su 9: tra questi quello all’articolo 1 che prevede che la per la formazione di un Comites in Africa il numero di cittadini italiani residenti sia ridotto a tremila. Al riguardo è però intervenuto il sottosegretario Mantica per spiegare che "anche abbassando la soglia del numero di cittadini, non vi sono in Africa comunità di consistenza superiore a tremila". Giordano ha quindi ritirato l’emendamento e illustrato gli altri sulle elezioni dei Comites.

Nel suo intervento, il sottosegretario Mantica ha sottolineato che "i Comites devono essere intesi come strumenti per garantire una piena rappresentatività degli delle comunità italiane. Si tratta di una rappresentanza di carattere istituzionale che dovrebbe trascendere la rappresentanza di istanze politiche".

Per il senatore Marcenaro (Pd) ha quindi osservato che "deve essere comunque garantito, alle forze politiche che lo vogliano, di svolgere una vera competizione al momento dell'elezione delle rappresentanze degli italiani all'estero"; osservazione condivisa da Mantica che, concludendo, ha ribadito come "lo spirito che deve animare l'attività dei Comites sia quello di garantire una complessiva rappresentanza dei bisogni della Comunità italiana. Credo sia inopportuno, come invece previsto in molte degli emendati appena illustrati, cristallizzare nel testo legislativo funzioni in questo o quel settore che invece debbono essere lasciate, a mio avviso, alla libera definizione di ciascun Comites tenuto conto della realtà territoriale in cui operano". (aise)

 

 

 

 

La lezione del caso Grecia. L’Europa ha bisogno di strumenti contro la crisi

 

Ala fine è finita come doveva finire. Francia e Germania si sono finalmente impegnate a venire in aiuto al disastrato bilancio greco. Lo hanno fatto dopo infinite discussioni e sospetti che lasceranno conseguenze sgradevoli, anche perché la Germania è stata trascinata per i capelli ad impegnarsi solo dopo lunghe esitazioni e giudizi spesso sprezzanti nei confronti del governo e del popolo greco. La signora Merkel sa infatti benissimo che i tedeschi sono ossessionati dalla paura di dovere intervenire in aiuto dei partner meno rigorosi e, per sua natura, essa non intende assumere rischi eccessivi.

È questa stessa paura che ha impedito che, quando è nato l’euro, si siano stabilite regole di intervento per eventi che prima o poi sarebbero accaduti. Grandi o piccole crisi finanziarie sono infatti fenomeni ricorrenti, anche se non quotidiani.

Mi ricordo che quando a Bruxelles si discuteva di questi problemi io chiedevo insistentemente che cosa si sarebbe fatto se un terremoto avesse distrutto il Lussemburgo. La domanda era naturalmente assurda e provocatoria perché il Lussemburgo non è zona sismica ma, proprio per la sua assurdità, voleva mettere in rilievo la necessità di avere regole di intervento e di aiuto in caso di eventi imprevisti in un qualsiasi Paese appartenente all’euro. Non se ne fece nulla, non si volle affiancare alla politica monetaria una politica economica comune e ci si limitò a stabilire regole di comportamento (il così detto patto di stabilità) senza strumenti di coordinamento e di controllo preventivo da parte delle autorità comunitarie. E quando “il terremoto del Lussemburgo” si è materializzato nell’incontrollato deficit del bilancio greco, l’unico strumento che avevamo in mano era un patto di stabilità che non poteva che essere definito “stupido” proprio perché era uno strumento rigido e non prevedeva strategie di intervento quando queste erano necessarie.

Siamo arrivati all’assurdo che la Lettonia e l’Ungheria, Paesi membri dell’Unione Europea ma non della zona Euro, quando sono precipitati in una situazione di difficoltà finanziaria, hanno facilmente trovato un diretto interlocutore nel Fondo monetario internazionale che, con mezzi adeguati, ha preparato un’efficace strategia di uscita dalla crisi. Si sarebbe potuto fare la stessa cosa con la Grecia, ricorrendo anche in questo caso al Fondo monetario internazionale ma una sorta di orgoglio europeo lo ha fortunatamente impedito, anche se molti lo chiedevano. Certo sarebbe stato più semplice, perché il Fondo monetario internazionale dispone delle strutture di controllo e di monitoraggio che le autorità europee non hanno ancora voluto organizzare. Ma sarebbe anche stato un messaggio di rinuncia delle autorità europee a completare la costruzione dell’euro. A questo punto la logica vorrebbe che si mettesse mano a qualcosa simile ad un Fondo monetario europeo per fare fronte ad altre future crisi che prima o poi verranno. Questo fondo sarebbe il logico completamento del patto di stabilità. Oggi però nessuno ci pensa: si preferiscono le soluzioni caso per caso come quella costruita per la Grecia. Un Fondo monetario europeo, con sue strutture forti e specializzate, costituirebbe qualcosa di troppo simile a un’unione non solo monetaria ma anche economica e finanziaria. Questo ci porterebbe nella direzione di una più forte unione politica, cosa che quasi nessuno, tra i capi di Stato o di governo, oggi vuole. E che l’attuale frammentazione dei poteri europei rende ancora più difficile.

In tal modo rimaniamo in mezzo al guado, con un euro che ci ha salvato da tanti guai, ma intorno a cui non si vogliono costruire gli strumenti necessari per fare dell’Unione Europea un grande protagonista della vita politica ed economica mondiale.

Ed in mezzo al guado rimarremo per un pezzo.

Fatte queste osservazioni bisogna però sottolineare che l’euro rimane una valuta forte,un vero e proprio pilastro dell’economia europea e una necessaria alternativa al dollaro nell’economia mondiale.

Le vicende greche (e le preoccupazioni che riguardano la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo) hanno indebolito la quotazione dell’euro rispetto al dollaro, ma questo non è certamente un fatto negativo, perché la rivalutazione eccessiva della nostra moneta ha fortemente danneggiato le esportazioni in questo periodo di gravi e permanenti difficoltà economiche. Se la quotazione dell’euro scendesse di qualche altro punto nessuno certamente piangerebbe. Anche perché i segnali che vengono dall’economia reale non sono incoraggianti: sono ormai mesi che si parla di ripresa ma tutti gli indicatori dell’economia italiana continuano ad essere preceduti dal segno meno. Salvo quello della disoccupazione, che continua a crescere. ROMANO PRODI Im 14

 

 

 

 

Quel che chiediamo alla commissione Ue

 

Martedì a Strasburgo il Parlamento Europeo ha dato il via libera alla Commissione guidata da Barroso, il quale è al suo secondo mandato. Nel primo ha deluso ed il gruppo ALDE del quale IDV fa parte ha, quindi, espresso un sì fortemente condizionato. Valuteremo con attenzione e rigore l’azione politica della Commissione. Vogliamo che si realizzi l’Europa dei diritti, della pace, del progresso, un’Europa federalista, gli Stati Uniti d’Europa dal Portogallo alla Russia, senza scudi e senza armi nucleari reciprocamente puntate da Est ad Ovest. Per incamminarci in questo sogno, in questo progetto idealista ma non utopistico, c’è bisogno di una Commissione che operi con un programma politico chiaro ed in autonomia dagli Stati membri. Ecco la prima condizione politica che poniamo. La Commissione non deve essere condizionata dal suo agire dai governi nazionali. Altro punto importante è il raccordo con il Parlamento. Si deve passare da un’Europa dei Governi, ad un’Europa dei popoli, anche attraverso il ruolo del Parlamento in cui si esercita la sovranità popolare. Sul piano programmatico IDV ha posto degli obiettivi che riteniamo irrinunciabili. Eccone alcuni. Una politica economica che punti ad uno sviluppo compatibile con l’ambiente: energie rinnovabili, risparmio nei consumi, adozione di progetti fondati sulla green economy, no al nucleare ed alle altre politiche di danno ambientale. Il contrasto al cambiamento climatico è uno dei punti principali sui quali verificheremo la concretezza del lavoro della Commissione. L’attuazione di un nuovo statuto dei beni pubblici contro le privatizzazioni selvagge, a cominciare dall’acqua. La previsione di un welfare europeo che metta il diritto al lavoro ed il contrasto alle precarizzazioni come obiettivo principale anche nella destinazione dei fondi strutturali. Abbiamo ottenuto un impegno preciso per la lotta alle mafie ed il contrasto alle corruzioni e alle frodi. Lavoreremo, unitamente alla Commissione ed al Consiglio, per la realizzazione della Procura Europea e per un rafforzamento del ruolo dell’OLAF (l’Ufficio antifrode) garantendo loro indipendenza ed autonomia. Con riguardo, poi, alle vicende direttamente riconducibili all’Italia abbiamo chiesto, nell’immediatezza, tre impegni: il contrasto alle politiche razziste praticate sui migranti; la difesa dell’indipendenza, libertà e pluralismo dell’informazione; la dichiarazione di illegalità dello scudo fiscale. Quest’ultimo sarà il nostro impegno dei prossimi giorni. Se la Commissione non verrà meno al diritto comunitario ed agirà per la cancellazione della vergogna dello scudo italiano avremo immediati vantaggi: verrà meno l’anonimato sulle somme riportate in Italia e scopriremo i tanti evasori, mafiosi, riciclatori, corrotti e corruttori che negli anni hanno inviato ingenti somme di denaro nei paradisi fiscali; lo Stato incasserà non solo la mazzetta del 5% per garantire il privilegio agli scudati, ma le intere somme sottratte al fisco per il mancato pagamento dell’IVA che potremmo destinare ai tanti lavoratori che stanno lottando per il lavoro. Vigiliamo ed agiamo affinché la Commissione ripristini la legalità violata. Luigi De Magistris L’U 14

 

 

 

 

Milano. La prima battaglia fra etnie diverse

 

Colpisce l’episodio di via Padova, a Milano. Un ragazzo, un egiziano, accoltellato su un autobus per futili motivi. L’aggressore, gli aggressori, una banda di sudamericani. Sembra di stare a Los Angeles, di assistere a uno scontro tra i Bloods e i Crips, le gang storiche.

 

Immediata scatta la protesta etnica, perché la vittima è uno straniero, un egiziano. Pochi minuti, il tam tam funziona: centinaia di nordafricani si ritrovano per strada. Negozi e auto danneggiate. Prima scatta un «italiani di merda», poi la collera si indirizza sui sudamericani, i colpevoli, gli assassini del povero accoltellato. E la massa si divide in gruppi. Tattica da guerriglia urbana.

 

Colpisce e inquieta l’Italia dei conflitti etnici. Un fiume carsico, un magma incandescente è pronto a spuntare all’improvviso. Da Rosarno a Milano a Castel Volturno. È vero, non è la prima volta che la collera si trasforma in violenza. Milano ne sa qualcosa. I Centri di identificazione ed espulsione spesso sono teatri di rivolte. Ne sa qualcosa Castel Volturno, con la strage camorrista di sei extracomunitari e la rivolta dei neri contro la violenza bianca.

 

E quello che è andato in scena a Rosarno, appena agli inizi del 2010, un mese fa, è ancora peggio, perché ha a che fare con il «bullismo mafioso». Un campanello d’allarme da non sottovalutare.

 

Ma ieri, la violenza segnala un ulteriore salto di qualità: gli eserciti in guerra sono ambedue stranieri. Nordafricani contro sudamericani. È la prima volta che un episodio di conflitto tra etnie diverse si trasforma in problema di ordine pubblico.

 

Addirittura, gli amici della povera vittima pretendevano la restituzione del suo corpo per usarlo come un martire. A parti rovesciate, negli Anni 80 succedeva a Napoli, quando la famiglia di un ragazzo vittima di overdose - il nipote del boss di Forcella Pio Vittorio Giuliano - si rifiutò di consegnare il corpo del giovane alle forze di polizia. E solo dopo una trattativa estenuante, il corpo del ragazzo trovò pace.

 

Ma che sta succedendo in questo nostro Paese, dove nessuno riconosce la legittimità dello Stato ad amministrare giustizia? Nessuno. In una parte del territorio nazionale, il Mezzogiorno (ma anche le periferie delle metropoli del Nord), sono le mafie a governare e ad emettere sentenze di vita e di morte. A Roma, nei palazzi del potere, delle istituzioni, c’è chi non riconosce ai magistrati il diritto di indagare sui politici.

 

Ma anche una parte degli stranieri che vivono nel nostro Paese non sembra voler riconoscere allo Stato il diritto di amministrare giustizia. Questo ci racconta quello che è accaduto ieri sera in via Padova, periferia di Milano. L’odio e il desiderio di farsi vendetta da soli devono far riflettere anche noi. Prima che sia troppo tardi.

GUIDO RUOTOLO LS 14

 

 

 

Ancora sotto processo l’Unità d’Italia

 

Comprensibili le critiche dell’epoca. Assurde invece quelle attuali che sminuiscono il già scarso senso civico nazionale

 

L’anno prossimo si celebreranno i 150 anni dell’Unità d’Italia. Indipendentemente dalle polemiche sul come e dove festeggiare, stupisce notare che, a distanza di un secolo e mezzo, ci siano ancora pareri discordi sul Risorgimento: sulle colpe dei Savoia, sulla situazione economica e sociale del Sud sotto i Borboni, sulle stragi dei “Briganti” ribelli, sulla utilità o meno dell’unificazione della Penisola. Se si può capire che, all’epoca, la proclamazione del Regno d’Italia potesse non convincere tutti, sorprende constatare che quel periodo storico sia tuttora “sotto processo…Decine e decine di pubblicazioni, articoli, libri e libercoli, che ormai da anni (ma con ritmo accelerato negli ultimi tempi) stanno cambiando l'immagine di quel nodo di eventi” (da un editoriale di Ernesto Galli della Loggia su Corriere della Sera).

   Fatti che, all’epoca, non piacquero a tutti. Uno dei primi a biasimare fu il napoletano Giacinto De’ Sivo (1814-1867), letterato e storico controrivoluzionario, convinto che “le nazioni civili che mirano lo svolgimento di questo gran dramma italiano saran stupefatte al mirar la rea lotta che, specialmente nel reame delle Sicilie, procede cruenta ed atrocissima fra Italiani ed Italiani. Versa torrenti di sangue in cotesta guerra fratricida e nefanda. L’Italia combatte l’Italia. Dopo tanti sterminati vanti del nostro primato civile, ora diamo spettacolo d’avidità da pirati, di barbarie esecrande, di cinismo e d’ateismo vestiti di stucchevoli ipocrisie”.

   Non fu il solo. E, ad alimentare le insofferenze, contribuì la cessione savoiarda di Nizza e Savoia (1860) alla Francia che spinse lo stesso De’ Sivo a commentare: “I liberali avevano sempre strombazzato che i popoli non sono merce… ed ecco Vittorio Emanuele liberalesco, firmanti il Cavour e il Farini liberaloni, far pubblico contratto di popoli”. Non fu da meno Paolo Mencacci (1828-1897) che scrisse: “Da Italiano, arrossisco che l’Unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. Uno dei più tristi spettacoli che possa offrire la storia delle nazioni è il vedere Reami prosperosi e tranquilli, con secoli di politica e monarchica autonomia, divenire preda miseranda di un minore Stato e di un partito malvagio”. O il piemontese Clemente Solaro della Margarita (1792-1869) che, pur essendo Ministro degli Interni all’epoca di Carlo Alberto, rimase fino alla morte convinto che il Regno di Sardegna avesse imboccato la strada sbagliata. Ed anche il milanese Giuseppe Ferrari (1811-1876), filosofo e politico, che, recatosi in Campania per accertarsi degli eccidi operati dalle truppe piemontesi, diede notizia di città bombardate e di cittadini uccisi o rinchiusi in carceri simili a lager, retti da carcerieri delinquenti. Una relazione che l’obbligò all’esilio.

   Se sono comprensibili tali reazioni negative che, però, in genere contestavano i metodi e non l’opportunità dell’unificazione del Paese, lo sono molto meno quelle odierne. Piaccia o non piaccia, in quel periodo nacque l’Italia, per secoli divisa, invasa e governata da stranieri, ma dotata già di una tale identità culturale e linguistica da motivare il termine Risorgimento che invece, come spiegò lo scrittore e politico Giovanni Spadolini, “mal si addice ad uno Stato mai esistito”. Nel quale, tuttavia, tutte le Regioni (la Sicilia di Federico II con, tra gli altri, Giacomo da Lentino, inventore del sonetto; la Toscana dei Grandi della letteratura, della politica e dell’arte; la Lombardia di Manzoni; il Veneto degli editori e di Marco Polo; il Piemonte degli architetti e di Vanzino, primo storico dell’arte; la Puglia del barocco di Zimbalo; la Campania dell’innovatore Masaniello; la Liguria di Cristoforo Colombo; l’Umbria di S. Francesco; l’Abruzzo di D’Annunzio, eccetera) contribuirono alla nostra cultura, a testimonianza del carattere unitario della Penisola, a dispetto delle differenze dialettali, economiche, politiche che vi si registravano e che ancora sussistono.

   Non si può, per pura ideologia, giustificare gli eccessi compiuti dalle armate sabaude, in quanto unico rimedio allo “sfacelo del Regno di Napoli”, in realtà inesistente grazie alle innovazioni tecnologiche - tra le altre, la prima ferrovia nazionale - introdotte dai Borboni. Insensato, per puro laicismo opportunista o per eccessivo clericalismo, apprezzare o condannare la lotta al potere temporale della Chiesa, contestato, tra l’altro, già dal cattolicissimo Dante e dal laico Machiavelli. Non è giusto né storicamente accettabile paragonare Garibaldi, Mazzini e Cavour “ai criminali nazisti”, come ha fatto Vittorio Messori. Illogico pensare di fare nuovamente a pezzi il Paese, ipotizzando un “Parlamento delle due Sicilie” (a Caserta); o “L'indipendenza di Capri dall'Italia”, chiesta dal suo sindaco, o l’irreale “Padania” sognata, tempo fa, da Bossi. Altrettanto irrazionale deviare dal doveroso sentimento di Patria per timore di ricadere in un rinnovato nazionalismo alla Mussolini.

   Demitizzare il Risorgimento e continuare con le polemiche è controproducente, non fosse altro perché ha come effetto solo quello di sminuire ancora di più il già scarso senso civico che si registra, molto spesso, nel Paese. C’è, piuttosto, da contrastare queste posizioni antirisorgimentali che trovano seguito e spazio nei congressi, su Internet, nei giornali, nei libri; e che danno fiato ad una descrizione del passato tutt’altro che realistica, nella quale - e cito ancora Galli della Loggia - “dominano i modelli interpretativi presi a prestito dall'Italia di oggi: quello del giustizialismo più grossolano …e il complottismo maniacale che vede misteri dappertutto”. Recuperiamolo nel suo valore reale, il Risorgimento! Aiuta a comprendere meglio gli italici valori, le nostre tradizioni, ed anche i tanti vizi, portando addirittura a correggerli ed eliminarli. E magari a concretizzare il progetto di D'Azeglio, quel “abbiamo fatto l'Italia, adesso bisogna fare gli Italiani” che, a quanto sembra, resta finora un sogno. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

PD-estero. “Caro Marino, ora completiamo le strutture di rappresentanza del Pd all’estero”

 

Intervista con Dino Nardi, membro dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico

 

ZURIGO - In tre anni il Pd è cambiato tanto anche all’estero. Nei Circoli e nelle Federazioni vanno azzerate le cariche e convocate al più presto nuove elezioni a tutti i livelli. In Svizzera Anna Rüdeberg e Michele Schiavone, rispettivamente Presidente e Segretario del PD, vanno ringraziati per il grande impegno e lavoro che hanno dedicato alla nascita e alla crescita del PD, ma ora dovranno rimettersi in giuoco. Il nuovo coordinatore del Pd Mondo, Eugenio Marino, dovrà dare un’accelerata alla ridefinizione delle strutture di rappresentanza del Pd all’estero.

 

Sono trascorsi tre mesi dalle Primarie del Partito Democratico che hanno portato Pier Luigi Bersani alla guida del partito. In quell’occasione sono stati eletti nell’Assemblea nazionale i 44 componenti del Pd all’estero. Alla prima riunione però la delegazione estera non ha eletto, come ha fatto il resto dell’Assemblea, i suoi quattro membri della Direzione di cui ha diritto. Ora, con la nomina del nuovo coordinatore del Pd Mondo, Eugenio Marino, pensi che ci sarà un’accelerazione nella definizione delle strutture del Pd all’estero?

  Immagino di sì. È vero, in occasione dell’Assemblea nazionale del Pd del 7 novembre scorso, per l’insediamento del segretario nazionale Pier Luigi Bersani, come componente estera abbiamo avuto la possibilità di indicare subito i nostri quattro rappresentanti nella Direzione del Partito. Un’opportunità che, purtroppo, nonostante la sollecitazione della Presidente Rosy Bindi, non fu colta in quel momento poiché non vi era stato il tempo sufficiente per discuterne e decidere trai noi  membri dell’Assemblea nazionale eletti all’estero che, in gran parte dei 44 eletti, ci incontravamo per la prima volta. È stato un vero peccato perché, adesso, a distanza di mesi, siamo ancora fuori dalla Direzione nazionale del Partito. Ciò penalizza, ovviamente, il PD-Mondo sia organizzativamente che politicamente. Per fortuna che trovammo, quantomeno, il tempo per eleggere la Presidente dell’Assemblea dei delegati dell’estero. Mi auguro che con la nomina di Eugenio Marino si possa completare l’intera struttura di rappresentanza del PD-Mondo, affinché ci sia consentito di rappresentare e difendere gli interessi delle comunità italiane all’estero ancor meglio di quanto comunque stiamo già facendo oggi .

 

Terrete fede all’attuale Statuto del PD estero e andare quindi alle elezioni dei segretari del Partito Democratico Circolo per Circolo  e Paese per Paese?

  Anche in assenza di uno Statuto del PD-Mondo, ufficialmente in vigore, cioè approvato dagli organi nazionali del Partito, ritengo che i Circoli PD all’estero devono provvedere ad eleggere, o rinnovare, quanto prima,  i propri organismi dirigenti anche per coinvolgere e dare il giusto spazio a tutti quei giovani che nel mondo si sono avvicinati al Partito Democratico in occasione delle ultime Primarie. Di conseguenza dovremo poi andare a eleggere pure gli organismi dirigenti a livello di Paese e, successivamente, a livello di Ripartizione, Europa nel nostro caso. Occorre, cioè, strutturare il PD in modo compiuto per avere dei legittimi rappresentanti del Partito ad ogni livello.

 

Pensi che in Svizzera ci saranno novità rispetto al duo Anna Rüdeberg e Michele Schiavone, che da tre anni gestisce il Partito Democratico?

  In tre anni e, soprattutto, dopo le Primarie dello scorso mese di ottobre il Partito, è cambiato enormemente. Come ricordavo molti giovani sono entrati a farne parte anche in Svizzera. Giovani che, spesso, sono espressione dei nuovi flussi migratori italiani: studenti, tecnici e ricercatori. Credo, pertanto, che siano indispensabili al più presto delle nuove elezioni a tutti i livelli. Quindi, azzerandosi tutte le cariche, anche Anna Rüdeberg e Michele Schiavone, rispettivamente Presidente e Segretario del PD in Svizzera, che vanno ringraziati per il grande impegno e lavoro che hanno dedicato alla nascita ed alla crescita del PD in questo Paese, dovranno rimettersi in giuoco se lo vorranno. Dopo di che saranno, naturalmente, gli iscritti con il loro voto a decidere. Una cosa va però sottolineata: nelle comunità italiane nel mondo non vi sono professionisti della politica. Chi milita e ancor più chi si impegna nell’associazionismo, e quindi anche nei partiti politici, lo fa a titolo di vero e puro volontariato, togliendo tempo e denaro alla famiglia, unicamente per un ideale e senza alcun recondito secondo fine. Questo, ovviamente, fa sì che molti, pur avendo doti e qualità dirigenziali e politiche, non sono tuttavia disposti o nelle condizioni di poter fare questi sacrifici. Ciò, come si può ben comprendere, restringe enormemente il numero di coloro che, in Svizzera e nel mondo, sono disponibili a candidarsi per incarichi di responsabilità anche nel Partito, soprattutto a livello di Paese o, ancor più, di Ripartizione.

 

In Svizzera sono registrati 29 circoli del Pd, molti dei quali con un numero di iscritti che oscilla tra 10 e 30 iscritti. Ritieni che siano capaci organizzativamente di condurre azioni politiche adeguate?

  Come tutte le strutture associative anche un Circolo di Partito riesce, in genere, a essere molto più attivo e molto più autorevole in relazione agli iscritti. Tuttavia per un Partito vi è anche l’esigenza, per far politica sul territorio, di essere il più capillarmente diffuso con le proprie strutture di base, specialmente quando il territorio è molto ampio. Una soluzione per ovviare a queste due necessità, che non sempre coincidono, io l’avevo proposta in una delle prime riunioni del PD in Svizzera in occasione di un incontro alla Casa d’Italia di Zurigo. Proposi che si costituisse per l’intero Cantone un unico Circolo frazionato, poi, diverse sezioni locali in quelle zone periferiche ove vi risiede un certo numero di iscritti. Con questa struttura avremmo un Circolo molto forte per un territorio vasto ove, tuttavia, sarebbero attive localmente delle sezioni anche di piccoli nuclei di iscritti per far politica e proselitismo di prossimità e per disporre di antenne ricettive delle problematiche locali. Credo ancora che su questa proposta andrebbe fatta una seria riflessione nel PD in Svizzera e non solo.

 

Nella tua zona, nell’Alto Zurighese ci sono i Circoli di Rüti, Uster e Dübendorf che rientrano nella categoria “piccoli circoli”. Vanno lasciati così oppure c’è qualche altra formula organizzativa?

  Qualora nel PD in Svizzera si fosse d’accordo sulla proposta Circolo/Sezioni si risolverebbe il problema dei molti piccoli Circoli esistenti nella Confederazione, e quindi anche di quelli esistenti nell’Alto Zurighese. Altrimenti si potrebbe immaginare di applicarla, come test, nell’Alto Zurighese facendo un unico Circolo a Uster (la località più centrale) con delle sezioni a Dübendorf e Rüti e, magari anche in altre località come, per esempio, a Wetzikon.

 

Meno circoli e più attività politica?

  Certo che disponendo, a livello di Circolo, di un maggior numero di iscritti e di “cervelli” l’attività politica del nostro Partito all’estero ne sarebbe sicuramente avvantaggiata con beneficio di tutti, come per esempio per affrontare il referendum del prossimo 7 marzo sulla riduzione dell’aliquota del Secondo Pilastro. Ma anche problemi con il governo italiano, sempre più ostile nei confronti degli italiani all’estero, che, come ormai noto, ha pianificato la chiusura di diversi Uffici consolari, ridotto i finanziamenti alla scuola e all’assistenza agli indigenti e reintrodotto l’ICI sulle prime case degli emigrati, tanto per citare qualche altro  esempio!

Attilio Tassoni, Mercoledì italiano/Zürcher Oberländer 10

 

 

 

 

 

Colonia. Giovani italiani in Germania e migrazione. Intervista a p. Silvio Vallecoccia

 

Padre Silvio si confronta con il multiculturalismo delle nuove generazioni. A Colonia propone una pastorale di accompagnamento e d'incontro - di Valerio Farronato

 

Colonia. Padre Silvio Vallecoccia, romano, missionario scalabriniano, sacerdote da quattro anni. Quando era ancora adolescente si è appassionato agli emigrati che, negli anni Novanta, giungevano in massa in Italia. Nella sua parrocchia nascevano i tentativi di prima accoglienza e assistenza dei migranti. In tale contesto, nel 1993 lavorò come volontario in un campo d’accoglienza per immigrati stagionali che si recavano nel sud Italia per la raccolta del pomodoro. Il confronto con molti uomini provenienti dal centro e dal nord dell’Africa di fede islamica, e con diversi albanesi, in gran parte atei, fu inevitabile. Questa esperienza segnò la sua vita in maniera particolare. Ora, padre Silvio opera in Germania, a Colonia, ed è responsabile diocesano della pastorale giovanile internazionale.

Farronato. Da quanto tempo si trova in Germania?

Vallecoccia. Da quattro anni. Dopo aver accantonato aspirazioni personali, come progetti missionari in Libia e in Romania, e dopo due anni di studio intenso della lingua tedesca, attraverso un inserimento pastorale nell’arcidiocesi di Colonia, dal 2007 mi sto dedicando alla pastorale giovanile internazionale nel tentativo di dare corpo e forma alla pastorale diocesana per e tra i giovani emigrati.

Dire «pastorale giovanile internazionale» significa trovarsi in un crocevia di lingue, culture, mentalità, razze, e dunque senza punti di riferimento precisi.

Io non sono solo. Ho dei collaboratori. Insieme insistiamo sulla progettazione: la necessità di progettare nell’azione pastorale giovanile è dettata dalla complessità della realtà cui l’evangelizzazione è rivolta. In particolare, la Chiesa locale, nel suo essere sacramento di salvezza, per svolgere efficacemente la sua funzione, ci chiede di redigere metodologie pastorali basate sul duplice principio di fedeltà a Dio e alla persona. Elaborare un progetto pastorale rimane un modo umano ma serio, di accogliere l’invito dello Spirito. Dato che lo Spirito è imprevedibile, non resta che riconoscere con umiltà i limiti dei nostri progetti pastorali, che rimangono sempre aperti e flessibili. Il contesto giovanile nel quale operiamo, ci chiede conoscenza e contatto con giovani emigrati.

Chi sono i giovani che lei incontra?

L’ azione pastorale che svolgo è tra i giovani emigrati cattolici, e ad essi è diretta. Sono giovani di varie nazionalità sui quali, in Germania, esistono diverse definizioni e descrizioni. L’impressione è quella di trovarsi di fronte a una vera e propria guerra di parole. È nato un linguaggio sociologico al quale anche la Chiesa fa ricorso. Nel mondo tedesco la parola Ausländer cioè straniero, che di per sè è neutra, ha un’accezione negativa: tale significato negativo è dovuto alla storia di questa parola. Per questo si coniò per gli emigrati della prima ondata – dal 1955 al 1973 – la parola Gastarbeiter cioè lavoratore-ospite. Ospite è una parola positiva. Chi è ospite è una persona gradita. Non fu così la storia degli emigrati. Si coniarono quindi altre parole che cercavano di dire che una persona è emigrata, evitando di usare il termine straniero. Si cominciò a diffondere l’uso di un aggettivo neutrale: Fremd - forestiero. Simpatica l’ultima trovata per definire lo straniero: Mitburger anderer Muttersprache ovvero concittadino di altra madrelingua.

Dove incontra i giovani e cosa propone loro?

In arcidiocesi abbiamo circa 36 comunità linguistiche. Il primo contatto avviene visitando le comunità linguistiche durante le messe domenicali. Lì incontro i giovani che già frequentano le comunità di prima o seconda generazione migratoria. Attraverso colloqui col sacerdote cerco di capire il tipo di attività giovanile svolto. Se non esiste niente, valuto se vi sono le condizioni affinché nasca qualcosa per i giovani. Visito i giovani durante i loro incontri o le attività periodiche, stabilendo così un primo contatto. Con i sacerdoti e gli operatori pastorali s’individuano, infine, possibili giovani leader della comunità sui quali puntare per una funzione di animazione.

 

La trasformazione del linguaggio denota la difficoltà di accogliere il migrante. Dove si vuole arrivare? Ho la sensazione che l’attenzione allo straniero, nonostante tutto, sia un luogo comune anche per le nuove generazioni che si ritrovano in un calderone anonimo e privo di prospettive.

Personalmente ritengo che oggi la Germania soffra, dal punto di vista sociale, uno stato d’ansia da integrazione-assimilazione collettiva. Sembra che solo ora si scopra che circa il 33% degli abitanti ha a che fare con l’emigrazione, e che più del 50% dei bambini che frequentano la scuola elementare tedesca ha almeno un genitore straniero o con origini straniere. Questo dato, però, suona come qualcosa di negativo. Molti emigrati, specialmente giovani, continuano a temere che si blocchi, dietro alle belle parole, la realizzazione del desiderio di giungere alla parità di opportunità sociali. Per i giovani la dignità della persona sta nel suo essere, indipendentemente dal fatto che provenga da un certo posto o eserciti un certo mestiere o presenti qualifiche particolari. Bisogna comunque apprezzare il tentativo, non solo a parole, di mettere l’emigrato e il residente sullo stesso piano sociale.

Torniamo ai giovani emigrati. Magari nati in Germania. Continuano a sentirsi stranieri?

La terminologia sullo straniero in Germania confonde anche le idee dei giovani alla ricerca d’identità. Io mi ritengo Ausländer, cioè, tradotto letteralmente: vengo da un altro Paese. In questo non ci vedo nulla di strano, né di sbagliato né, tantomeno, lo considero una colpa di cui debbo vergognarmi. La consapevolezza di essere straniero in Germania mi dà sicurezza nel rapporto con gli altri. Le cose diventano complicate se si parla di giovani emigrati di seconda o terza generazione. Si passa dai Jugendliche mit Migrationshintergrund – Giovani con sottofondo migratorio a Jugendliche mit Zuwanderungsgeschichte oder Zuwanderungserfahrung – Giovani con storia migratoria o esperienza migratoria. Se da una parte questa specificazione permette di collocare il giovane in maniera precisa nell’ambiente sociale d’appartenenza, dall’altra lo imprigiona in una categoria dalla quale non può uscire. La società lo definisce senza tener conto delle relazioni che è riuscito a stabilire; o peggio, in alcuni casi, gli dice con chi sia autorizzato o meno ad avere relazioni.

Incontrando i giovani, su quali motivazioni fonda la conversazione, le attività, le proposte con loro?

Lo sforzo pastorale nelle istituzioni cattoliche straniere e non, sta nel convincere i vari operatori pastorali che noi abbiamo a che fare con i giovani, e basta. La Parola di Dio rivela quello che Gesù ha operato: una comunità di figli di Dio, senza distinzioni. Perciò, quando incontriamo i giovani in ambito ecclesiale, deve essere chiaro che abbiamo a che fare con figli di Dio. In questo modo si superano i pregiudizi collegati all’emigrazione, ci si apre fino a quanto il giovane è capace, lasciando spazio alla creatività della sua storia di fede.

Probabilmente anche i giovani emigrati cattolici abbandonano la comunità ecclesiale. C’è una spiegazione per questo?

Una causa di allontanamento dalla Chiesa è il linguaggio, che è duro, cioè lontano dalla loro vita. I giovani emigrati in Germania sembrano non rispettare il trend generale. Per quelli di prima generazione, le comunità linguistiche sono un luogo di rifugio, una nuova casa, dove poter esprimere la fede come quella ricevuta in patria o dalla cultura di partenza. Per quelli di seconda e terza generazione, la comunità linguistica è un luogo di confronto con le proprie origini, dove emergono eventuali situazioni conflittuali, e dove ci si può riconciliare con esse.

Pur essendo questo un dato positivo, vi sono comunque dei rischi connessi. I giovani crescono nella società d’arrivo, intessono amicizie e relazioni in un ambito plurilinguistico. Se la dimensione religiosa è vissuta esclusivamente in una lingua, rischia di rimanerne in qualche modo intrappolata. Perdendo l’uso di quella lingua, si perde anche la fede. Il linguaggio diventa duro perché non più comprensibile.

Che cosa fa la massa di giovani che non frequenta la comunità ecclesiale?

Certamente sono molti i giovani emigrati che non frequentano le comunità linguistiche. E per varie cause: mancanza di tempo, lontananza, scelte personali oppure quando la lingua madre dei genitori è diventata straniera. C’è un distinguo che mi piace rilevare. Nel caso di giovani emigrati di prima generazione, bisognerà aspettare un sufficiente apprendimento della lingua del Paese d’arrivo per sperare in una partecipazione ecclesiale. Il Signore chiama, ma bisogna poter capire quello che dice. Preciso che esistono casi, anche se rari, di giovani che in questo sono riusciti brillantemente: l’avvicinamento alla Chiesa è frutto di forte convinzione personale o è motivata da fatti di vita.

Nonostante le difficoltà di suscitare la fede cristiana nelle nuove generazioni, tra i giovani emigrati non manca la vivacità cristiana.

Sono d’accordo. Nei giovani di seconda e terza generazione si assiste ancora a una buona partecipazione alla vita ecclesiale locale. Altri hanno contatti occasionali legati ai sacramenti. Per chi non ha nessun contatto, accostandoli, si ha comunque la sensazione che «le parole di vita eterna» abbiano perso due volte l’occasione. L’annuncio poteva raggiungerli o nella lingua dei genitori o in quella del Paese in cui sono nati e cresciuti. In loco noi ci impegniamo a rendere possibile nei giovani il dire e l’ascoltare la fede in più lingue e modi. Questo avviene tramite l’incontro tra gruppi giovanili a livello locale e diocesano. I giovani si rendono conto che si può «emigrare nella fede» da una lingua all’altra; si alfabetizzano alla fede in più lingue e culture. I giovani emigrati ricordano alla diocesi di non presentarsi come chiesa nazionale ma da Chiesa cattolica, pietra viva dell’unica Chiesa universale. Così anche il Vangelo perde il suo linguaggio duro, e viene percepito per quello che è: Parola di vita eterna. I giovani gustano il fatto di sentirsi chiamati amici da Gesù attraverso i fratelli e le sorelle nella fede, indipendentemente dalla lingua o dalla nazione di provenienza.

Nel 2005 Colonia ha organizzato la Giornata Mondiale della Gioventù. Cosa è rimasto di quell’esperienza?

L’arcidiocesi di Colonia si sta riprendendo dall’«ubriacatura» dovuta alla GMG del 2005 dove pareva facile avvicinare i giovani alla fede e dove sembrava scontato che la fede cattolica si potesse dire in più modi e lingue. Partiti i giovani dopo l’incontro con Benedetto XVI, si è rimasti con un vuoto fisico ed emotivo. I giovani della GMG, come i Magi – dei quali a Colonia si venerano le reliquie – per altra strada ritornarono al loro Paese. L’arcidiocesi ha cercato, sull’onda dell’entusiasmo, di organizzare grandi eventi di massa giovanili, allungando in qualche modo l’effetto della GMG, ma il successo non è stato quello sperato. Personalmente agisco puntando sul fatto che le comunità linguistiche e indigene, gli operatori e le organizzazioni ecclesiali per i giovani diventino sempre più attori a più voci del medesimo annuncio. Riconosco che la GMG ha lasciato in eredità l’impegno di conoscersi meglio tra giovani di diversa etnia.

Padre Silvio, lei è italiano. Quanto peso ha la sua carta d’identità in questo ministero a più voci? I giovani migranti italiani hanno una corsia preferenziale?

Sono italiano e non mi pesa per nulla il fatto di essere «straniero» in Germania, anzi questo gioca a mio favore. Riconosco che il mio apostolato con i giovani di diverse etnie fa forza sulla comune identità della fede in Gesù Cristo e nel mio essere «presbitero». Il mio essere prete dice molto ai giovani; mi accettano molto bene. Con i giovani italofoni, per ovvi motivi, ho un contatto facilitato. In costoro ho una certa facilità a trovare collaboratori immediati.

Il Messaggero di Sant’Antonio, edizione per l’estero

 

 

 

 

Stoccarda. Pasquale Vittorio (Idv) propone per il Comites una presidenza estranea all'attuale esecutivo

 

Roma - “Vorrei che questa nuova legislatura avesse un presidente che non ha mai fatto parte dell’attuale esecutivo”. Sono queste le prime parole che Pasquale Vittorio, ex presidente del Comites di Stoccarda ed esponente dell’Idv Svizzera, pronuncia se gli si domanda che cosa pensa delle frecciate non troppo velata inviate da Mario Caruso al comitato tedesco in vista delle nuove elezioni.

Intervenuto a Roma per il congresso nazionale dell’Italia dei Valori,  al quale ItaliachiamaItalia ha partecipato, Vittorio non critica le parole di Caruso, "anche perché lui su di me non ha detto nulla di male", ma non dimostra nemmeno di essere d’accordo. Secondo l’ex presidente, per l’incarico servirebbe una persona estranea a tutte le logiche che hanno caratterizzato l’ultimo mandato del Comites Stoccarda.

Che cosa pensa di quanto dice Mario Caruso a proposito della situazione Comites Stoccarda?

Io credo che, a prescindere dai vari commenti, nei fatti la nuova legislatura dovrebbe avere una presidenza che sia estranea all’attuale, un presidente che non abbia mai fatto parte dell’esecutivo che c’è ora.

E questo non è in linea con quanto espresso da Caruso?

Caruso propone Virga, che è stato vicepresidente. Allora non capisco: se è stato Caruso stesso a dire che l’attuale esecutivo non va bene, perché ripropone qualcuno che ne fa parte?

Quindi lei boccia la candidatura di Virga?

Virga è stato vicepresidente per cinque anni e, se stiamo bocciando i presidenti, è ovvio che dobbiamo bocciare anche i vicepresidenti.

Quale linea ha scelto di seguire?

Ho proposto due candidati, uno del centrosinistra e uno del centrodestra. Li appoggerò tutti e due perché li conosco e sono brave persone.

Barbara Laurenzi, Italia chiama Italia12

 

 

 

 

 

A Berlino il 27 febbraio: “Donne Italiane in Germania: riprendere il filo”

 

Berlino - Sabato 27 febbraio a Berlino si terrà il convegno “Donne Italiane in Germania: riprendere il filo” (dalle ore 10 nella sede della Friedrich Erbert Stiftung, Hiroshimastr.17). L’incontro è promosso dal Coordinamento Donne Italiane (www.donneitaliane.eu ) in collaborazione con l’Ufficio dell’on. Laura Garavini e con il patrocinio della Friedrich-Ebert-Stiftung.

 

“Sarà un’occasione importante – rimarcano dal Coordinamento Donne Italiane - per conoscere, innanzitutto, coloro che si avvicinano per la prima volta alla nostra Associazione, per ascoltare e confrontarci sulle tematiche riguardanti il ruolo ed il significato della nascita di un Coordinamento Nazionale di Donne italiane in Germania e, soprattutto, per porre le prime basi concrete della Costituzione del nostro Coordinamento nazionale, relazionandoci e lavorando intorno ai risultati dei Work-Team, creati appositamente nel precedente Convegno, che in questi mesi hanno lavorato assiduamente intorno alla forma giuridica, alle funzioni, ai principi, al logo ed alla comunicazione della nuova Organizzazione”.

  Al convegno interverranno Bettina Luise Rürup, leiterin Forum Politik und Gesellschaft Friedrich-Ebert-Stiftung; Michele Valensise, ambasciatore d'Italia in Germania; Laura Garavini, deputata eletta nella Circoscrizione Europa; Eva Högl, parlamentare tedesca; Liana Novelli-Glaab, presidente del Coordinamento donne italiane di Francoforte; Edith Pichler, esperta di migrazioni, Freie Universität Berlin (relazione su “Aspetti e trasformazioni della comunità femminile italiana in Germania”); la sociologa Chiara Saraceno, docente  a Università di Torino e  Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino.

Previsti interventi delle partecipanti dai vari stati europei su situazione e tematiche locali; e interventi delle diverse realtà territoriali e associative della Germania. I lavori riprenderanno alle ore 14 con: presentazione delle proposte su nome e logo della rete delle donne italiane in Germania cui seguirà discussione; Forma giuridica: proposte e discussione. Seguirà la presentazione della piattaforma elaborata come base della rete, con relativa discussione

Si procederà poi alla elezione di un Comitato promotore, che metta in opera i risultati dell’incontro, attui la Costituzione della rete e ne scriva lo Statuto. Infine interverrà Chiara Saraceno (Università di Torino/ Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino) su “La parità difficile: le donne nella società italiana contemporanea”

Per partecipare all’incontro scrivere entro e non oltre mercoledi 24 febbraio, inviando una @mail a coordinamento@donneitaliane.eu , oppure telefonare allo 0049 69 772227. (Inform)

 

 

 

 

Wolfsburg. Grande confusione nel tesseramento del PdL all’estero. Tessere gratis, o troppo care

 

Wolfsburg. Da qualche tempo il Pdl ha lanciato il tesseramento anche all’estero. Il sottoscritto, lo scorso 20 novembre 2009, sulle pagine di ItaliachiamaItalia aveva giá fatto presente che  la cifra di 50.00 € per il tesseramento era troppo alta, ma nessuno ha reagito.

Nel frattempo sono state inviate giá molte adesioni ed altre sono da spedire.

Secondo il Regolamento fissato dalla Presidenza riunitasi l`8 Ottobre 2009 e dello Statuto del Pdl, le quote d`iscrizione annuali sono le seguenti:

Associati: associato ordinario 50.00 €; associato Giovane (dai 16 ai 28 anni) 25.00 €;

associato senior (oltre i 65 anni) 25.00€; aderente (con il solo diritto di elettorato attivo) 20.00 €.

Ad un tratto arriva la notizia che l'On. Tremaglia apre ufficialmente la campagna per il tesseramento del CTIM, criticando i costi elevati della tessera del Popolo della Libertà (quella del Ctim è gratuita).

Anche il Sen. Nicola Di Girolamo, con la sua lettera che ha inviato ai  Coordinatori del Pdl (Bondi, La Russa e Verdini), chiede che venga valutata la possibilitá di consentire agli italiani residenti in Europa e nel Mondo di pagare una tessera con quote notevolmente ridotte rispetto a quelle valide sul territorio nazionale.

Senz`altro una proposta da accettare; purtroppo anche questo ricorso arriva con ritardo visto che i tesseramenti sono in corso. Che figura facciamo con quelli giá tesserati che hanno pagato i 50 euro? Questo sarebbe un ennesimo motivo per perdere la credibilitá, che come Popolo della Libertà oltre confine stiamo riacquistando con tanti sforzi. Mario Spanó, Wolsfsburg, Italia chiama Italia 12

 

 

 

Saarland. Il Governatore Müller: il Governo italiano mantenga aperti i Consolati

 

Il coordinamento estero della Confsal-Unsa continua a raccogliere segnali da parte della classe dirigente politica tedesca contro la chiusura dei consolati italiani. L’ultima dichiarazione è stata rilasciata da Peter Müller, Governatore del Saarland, al programma radiofonico "Mezz’Ora Italiana" messo in onda dall’emittente statale tedesca Saarländische Rundfunk. Alla domanda: "Lei crede che sulla chiusura dei Consolati sia stata detta l’ultima parola?" Il Governatore Müller, che è membro del direttivo della CDU, il partito di Angela Merkel, ha risposto: "spero di no... spero che non sia stata detta l’ultima parola! Noi abbiamo subito reagito, con un largo consenso di tutte le forze della Regione, chiedendo la difesa dell’esistenza del Consolato. Siamo convinti che il Consolato sia necessario, con particolare riguardo alle esigenze delle italiane e degli italiani che vivono in questa Regione. Abbiamo offerto locali gratuiti per ospitare in futuro il Consolato, dimostrando così la nostra volontà di compiere anche degli sforzi concreti per la sua salvaguardia e di non limitarci solo a degli auspici astratti. Spero per questo che sia revocata la decisione di chiusura e che sia trovata un’altra soluzione. Spero in ogni modo che si tratti di una soluzione che garantisca agli italiani del Saarland la possibilità di poter fruire dei servizi consolari nella nostra regione, evitando loro di doversi recare a Francoforte. La cosa migliore sarebbe se tutto restasse così com’è. Ma, ad ogni modo, dovrebbe essere salvaguardata una rappresentanza consolare".

La Confsal-Unsa "prende ancora una volta atto della disponibilità dei Governatori dei Länder tedeschi ad individuare soluzioni atte a rimuovere i disagi derivanti da eventuali chiusure dei nostri Consolati. Relativamente al piano di razionalizzazione della rete consolare – conclude il sindacato – la Confsal Unsa auspica pertanto maggiore sensibilità anche da parte della politica nostrana". (aise)

 

 

 

 

 

I deputati Pdl eletti all’estero disertano il Comitato per gli italiani all’estero della Camera

 

Cari onorevoli Angeli, Berardi, Di Biagio e Picchi (in rigoroso ordine alfabetico), fate quello che volete, viaggiate dove volete, presentate interrogazioni e proposte di legge sul pane campano, sulle fogne di Firenze, sugli imprenditori americani o sul turismo argentino. E poi a  fine mese passate alla cassa per riscuotere.

Ma – aprite bene le orecchie – non succeda mai più che non vi presentiate al Comitato per gli italiani all’estero della Camera. Questo prima di tutto, poi il resto. Prima il dovere. E’ nel Comitato per gli italiani all’estero che si discutono  le questioni che ci interessano e si  decidono azioni, eventualmente bipartisan.

Se le riunioni sono alle 8.30, vi vogliamo lì, seduti, alle 8.25 per non perdere nemmeno un minuto.

Non venite a raccontarci che è troppo presto o che avete altro da fare o che Zacchera vi è antipatico.

Tutte balle che i vostri colleghi del Pd non si sognano neanche di accampare e infatti sono sempre presenti.

Non scherzate col fuoco. Deputato avvisato... 

La nostra fantasia è pari alla nostra indignazione e potete aspettarvi di tutto. Possiamo organizzarci per chiamarvi al telefono alle 6 di mattino per sincerarci che vi siate svegliati, possiamo venire a suonare il campanello di casa vostra, possiamo mettere su una bella manifestazioni davanti a Montecitorio. Possiamo fare questo e molto altro.

Ci risentiamo alla vigilia della prossima riunione del Comitato

I vostri elettori, L’Italiano 13

 

 

 

Una nota Marco Fedi (Pd) su rete consolare, riforma di Comites e CGIE,  Rai Italia, cittadinanza

 

In occasione della riunione della Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni extra-europei del CGIE, i cui lavori si sono aperti a Johannesburg, l’on. Marco Fedi (Pd) ha trasmesso ai partecipanti un augurio di buon lavoro ed una sua breve scheda riepilogativa sui diversi temi all’ordine del giorno.  La nota tocca questioni vitali che vanno dai tagli al bilancio del MAE alla rete consolare, dalla riforma di Comites e CGIE alla contrazione delle risorse destinate a Rai Italia per approdare ad alcune indicazioni riguardanti la discussione ancora aperta nella Commissione Affari Costituzionali della Camera sulla cittadinanza. Di seguito la nota del deputato Marco Fedi

 

Tagli ai capitoli di bilancio MAE - “Il Governo ha accolto un ordine del giorno – in sede di approvazione della legge finanziaria (legge n. 191 del 23 dicembre 2009, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 30 dicembre 2009) – in cui si impegna ad individuare risorse aggiuntive per i capitoli della Direzione Generale Italiani all’Estero e Politiche Migratorie. In Commissione un emendamento del relatore aveva recuperato 1.5 milioni di euro per la DGIEePM. In aula è stato invece respinto un emendamento per l’assistenza di 6 milioni di euro”.

 

Rete Consolare - “Le Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato hanno lavorato per ottenere dal Governo l’impegno a presentare al Parlamento una nuova proposta di razionalizzazione della rete diplomatico-consolare. Siamo ancora in attesa del nuovo progetto. Nel frattempo abbiamo svolto, con atti di indirizzo e controllo, un’azione tesa ad evitare la chiusura di Adelaide, Brisbane e Durban. Ogni comunicazione, iniziativa o proposta, provenienti dal CGIE o dalla Commissione anglofona, sono utili ai fini del nostro lavoro parlamentare”.

 

Riforma Comites e Cgie - “Il testo unificato Tofani è stato presentato e sono ora in discussione gli emendamenti presentati dai Senatori dei vari gruppi. La proposta di legge è insoddisfacente e il Comitato per gli Italiani nel mondo della Camera discuterà – una volta ottenuto il testo emendato dal Senato – la possibilità di presentare emendamenti “bipartisan” che modifichino nella sostanza, in maniera anche radicale, le norme contenute nell’attuale testo, ripeto insoddisfacente, proposto al Senato. I parlamentari del PD ritengono comunque che, anche in presenza di una parziale approvazione della proposta di riforma, le elezioni per il rinnovo degli organismi di rappresentanza debbano comunque tenersi entro la scadenza della proroga, cioè entro il 31 dicembre 2010 e che non si possa pensare ad altri rinvii”.

 

Rai Italia - “Il taglio di oltre 12 milioni di euro alla dotazione della Convenzione tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Rai – per i servizi di Rai Italia nel mondo – rischia di mettere in ginocchio l’informazione televisiva per gli italiani nel mondo. I Deputati eletti all’estero – con un’azione bipartisan – hanno scritto al sottosegretario On. Bonaiuti chiedendo un incontro e la modifica di questa decisione molto grave.

I Deputati eletti all’estero hanno incontrato, informalmente, il nuovo direttore di Rai Italia, Renzoni. Abbiamo ribadito le criticità dovute a: palinsesti e programmazione, qualità del segnale, contenuti in generale, in particolare fiction, sport e films, e l’esigenza dell’informazione di ritorno. Il segnale per il Sudafrica è ora un palinsesto “ad hoc” e quindi non dovrebbero più esserci problemi di fascia oraria. Si sta lavorando per avere due segnali per gli Stati Uniti, in modo da raggiungere la East e West Coast in fasce orarie ragionevoli. Anche per l’Australia si lavora per avere due segnali – il segnale unico Pechino-Perth, che copre l’Asia, arriva sulle coste occidentali, con Melbourne e Sydney, con due ore di ritardo. La fiction per la quale la Rai ha i diritti viene tutta trasmessa”.

 

Cittadinanza - “Il testo unificato di riforma della cittadinanza è tornato in Commissione Affari Costituzionali e non sappiamo se e quando, e in che forma, sarà riproposto. Il testo Sarubbi-Granata conteneva le nostre due richieste più urgenti. Riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza. Superamento della discriminazione nei confronti di discendenti di donne italiane, coniugate con cittadini stranieri prima dell’entrata in vigore della Carta Costituzionale, per i quali non è avvenuta la trasmissione della cittadinanza jure sanguinis, nonostante il diverso orientamento di una recente sentenza della Corte di Cassazione. Nel frattempo, con un emendamento al decreto mille-proroghe, è stato prorogato di altri cinque anni il termine previsto dalla legge 379/2000 per presentare la richiesta per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenuti all'Impero austro-ungarico e ai loro discendenti. Abbiamo proposto una discussione sul tema della riforma della cittadinanza al Comitato per gli italiani nel mondo”. (Inform)

 

 

 

 

Interventi. Autocritica: nel Pdl manca una strategia per riformare Comites e Cgie

 

Parigi - Il seppuku  o hara-kiri era il suicidio rituale con cui gli antichi guerrieri giapponesi pensavano di liberare lo spirito. In tempi piu’ recenti i Kamikaze si immolavano per l’imperatore, facendo esplodere i loro velivoli sulle navi da guerra americane.

La storia militare nipponica e l’esaltazione del suicidio come virtu’ suprema, devono aver ispirato i politici nostrani impegnati a riformare gli organismi di rappresentatività degli italiani all’estero. La parola d’ordine é: smantellare!

Smantellare il Cgie e i Comites, perché inutili, dannosi. Non parliamo poi della stucchevole polemica contro i membri di natura governativa del Cgie; il Sen. Micheloni ha dichiarato che costoro, autentici dinosauri della conservazione, paralizzerebbero ogni tentativo di seria riforma.

Claudio Micheloni é, per la cronaca, colui che ha dichiarato di non considerare il Sen. Di Girolamo come un collega e che davanti all’esplodere dello scandalo Inca-Giacchetta, ha pensato bene di minimizzare il tutto, dicendo che quei poveri pensionati sono vittima di… « un compagno che sbaglia »!

Io non so se Micheloni si sia sottoposto ai test anti-droga come molti dei suoi colleghi; io gli consiglierei di verificare il tasso alcolico prima di lanciarsi in queste memorabili « boutades ».

Essere contro il Cgie é un atteggiamento scevro di rischi, simpatico e lieve.

Non occorre provare un accidenti; basta mettere insieme quattro slogan, quattro fesserie populiste (come proporre la presenza delle Regioni), la popolare critica ai membri di natura governativa, accusati di conservatorismo e quant’altro, e il gioco é fatto.

C’é gloria pure per Razzi, il deputato-manovale, pardon, operaio; «aboliamo il Cgie per finanziare i terremotati d’Abruzzo!».

Il dibattito su Cgie e Comites é oramai dominato dalla presenza del cretino di turno.

Uno spara una fesseria, in genere un luogo comune riesumato come nuovissimo e coraggioso, e invece di rispondergli con una sonora pernacchia, se ne discute per settimane.

Un esempio? Inserire i membri delle Regioni nel Cgie; una proposta talmente insensata da aver generato una levata di scudi da parte delle stesse Regioni.

Un’altro esempio? La proposta di modificare i membri elettivi del Comites, riservando quote a donne e giovani.

Siamo al ritorno delle famigerate “quote rosa” in disuso ovunque. Chi ha avanzato una simile proposta andrebbe interdetto per manifesta incapacità e demagogia politica.

Il populismo é diventato il pensiero unico. I trucchi sono semplici: la semplificazione, la banalizzazione, il rifiuto delle soluzioni complesse.

Cio’ che mi ha colpito in questa vicenda é l’assoluta mancanza di una linea politica chiara del mio partito, il Pdl. Io mi sarei aspettato la definizione di una linea concordata tra la base, gli eletti e i membri presenti nei Comites e nel Cgie.

Nei miei auspici, il nascituro Dipartimento degli italiani all’estero, avrebbe dovuto fare una sintesi del lavoro svolto e coadiuvare i membri delle commissioni esteri per arrivare a formulare un progetto di riforma condiviso.

Cosi’ non é stato, almeno finora, e ad un disegno poltico strategico si é preferito dar sfogo ad impulsi spesso velleitari e sconclusionati, sfociati nell’increscioso episodio che ha visto coinvolti due nostri deputati, che hanno tentato di presentare due emendamenti alla commissione esteri del Senato; una gaffe colossale, che denota pressapochismo e dilettantismo.

Io guardo con una certa invidia alla Francia, alla sua classe dirigente e alle sue istituzioni. L’Assemblea dei francesi all’estero é un organismo importante; esiste dal 1948, ha dei reali poteri e rappresenta le istanze dei francesi residenti all’estero. I suoi pareri sono tenuti in massima considerazione dal governo francese.

E dulcis in fondo; ci sono ben venti membri di nomina governativa e nessuno se ne scandalizza!

Nel centro-destra italiano, la Francia e Sarkozy vengono presi spesso a modello: stranamente in questo caso ci si é dimenticati di fare un opportuno paragone.

Davanti allo stato confusionale mostrato dai dirigenti, fa ben sperare lo spirito emerso dal convegno di Verona; in quella sede i partecipanti provenienti da tutta Europa, hanno discusso in maniera serena e costruttiva, mostrando capacità e competenza.

Il documento approvato, che chiede di evitare soluzioni affrettate e velleitarie, rappresenta una buona base di partenza e fornisce un’importante occasione per lo stesso Pdl per ritrovare un’unità di intenti evitando di finire come l’ultimo dei guerrieri giapponesi.

P.S. Mentre mi accingo a terminare queste poche righe apprendo, dalle agenzie stampa, dello straordinario successo del convegno Italia-Turchia, voluto dal Sen. Di Girolamo. Il Sen. Di Girolamo si é dimostrato il migliore tra gli eletti all’estero: chi ha condotto nei suoi confronti squallide campagne diffamatorie, dovrebbe vergognarsi e chiedere pubblicamente scusa. Conoscendo la codardia e l’ignavia di certi personaggi, dubito che cio’ avvenga. Andrea Verde, L’Italiano 12

 

 

 

 

 

Campania. VII Conferenza regionale a Napoli il 19 e il 20 febbraio: “Tutti diversi tutti uguali”

 

NAPOLI - Il Programma Strategico Triennale per l’integrazione dei cittadini migranti 2009-2011, ribadisce che “la presenza straniera in Campania non è più riconducibile ad un fenomeno, costituisce piuttosto una dimensione della realtà regionale”. Infatti, a partire dagli anni Novanta la Campania ha visto la crescita esponenziale della presenza di immigrati, con significative implicazioni sul quadro demografico regionale, e il progressivo stabilizzarsi del fenomeno sul territorio. Alla luce di tali cambiamenti, il processo d’inclusione richiama ad una riflessione costante sui bisogni emergenti e sulle possibili risposte che, nei vari ambiti, esprime la cittadinanza.

  La VII Conferenza per l’immigrazione – titolo “Tutti diversi tutti uguali” - che si terrà il 19 e il 20 febbraio presso la Stazione Marittima di Napoli  sarà l’occasione per condividere le strategie messe in campo dall’Amministrazione regionale per favorire un’estensione del sistema di welfare a garanzia di una coesione sociale che possa rispondere all’accresciuta complessità della presenza immigrata. La Conferenza sarà anche un momento di confronto concreto con tutte le realtà operanti nel settore che potranno usufruire di uno spazio dedicato per fornire spunti di riflessione e proposte per poter creare le condizioni di un’interazione positiva tra immigrati e servizi, ridurre pregiudizi e discriminazioni, promuovere sinergie inedite in una società in profonda trasformazione.  (Per il programma della Conferenza http://resources.regione.campania.it/slide/files/Documenti%20Eventi/2010/2010%2001/file_10100_GNR.pdf ) Inform

 

 

 

 

 

Iniziative comuni Friuli Venezia Giulia e Veneto per i corregionali all’estero

 

Trieste - Friuli Venezia Giulia e Veneto promuoveranno forme di reciproca collaborazione negli interventi destinati alle rispettive comunità di corregionali all'estero, attraverso l'individuazione di iniziative di interesse comune.

Lo prevede il protocollo d'intesa firmato mercoledì a Portogruaro dagli assessori Roberto Molinaro, per il Friuli Venezia Giulia, ed Oscar De Bona per il Veneto. Alla firma hanno presenziato anche il vicepresidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia Maurizio Salvador, i presidenti delle Associazioni "Veneziani nel Mondo" ed "EFASCE", i rappresentanti delle Amministrazioni locali di Portogruaro, Concordia Sagittaria e Fossalta.

Il protocollo nasce dalla volontà delle due Regioni di favorire progetti condivisi per lo sviluppo ed il rafforzamento delle relazioni con le comunità di origine friulana, giuliana, slovena e veneta esistenti nel mondo e prevede il coinvolgimento di enti e associazioni già operanti a favore delle popolazioni italiane all'estero, insieme ad esponenti del mondo imprenditoriale.

"E' la prima volta - ha evidenziato l'assessore Molinaro - che due Regioni collaborano per sostenere iniziative comuni a favore dei propri emigrati e che, superando la barriera della territorialità, realizzano un primo esempio di attuazione del federalismo".

"Un passo importante - ha proseguito Molinaro - per qualificare le relazioni con le nostre comunità all'estero che, partendo dalle istituzioni, intende aprire significative opportunità soprattutto ai giovani di qua e al di dà dell'oceano". (aise)

 

 

 

 

Afghanistan, offensiva della Nato

 

Massiccia operazione delle truppe Usa, britanniche e afghane nella provincia dell'Helmand -  E' l'inizio della campagna per imporre il controllo del governo afgano nella provincia - cinque vittime Usa e un britannico

 

KABUL -  Il secondo giorno dell'Operazione Moshatarak, l'offensiva Nato a sud a Marjah e Nad Ali nell'Helmand, procede ma viene rallentata dall'attività dei cecchini e dalle mine piazzate dai talebani. In mattinata, un avamposto Usa è stato fatto segno da numerosi colpi mentre nelle all'alba era in corso la cerimonia dell'alza bandiera. Nell'Operazione Moshtarak ( che nella lingua barsi vuol dire insieme) è impegnato un contingente di 15.000 soldati (tra cui 3.500 Marines, 2.000 britannici, 1.500 afghani 500 delle forze speciali) avanza con attenzione tra le case scoprendo ad ogni ancolo trappole esplosive. In alcuni casi sono stati trovati depositi di oppio. In generale i vertici militari sono "molto soddisfatti" del primo giorno di operazioni. Finora tra le truppe Nato si contano 6 vittime, cinque Usa e un britannico, mentre sono stati uccisi 20 talebani e ne sono stati catturati 11.

 

Le vittima afghane. Si contano invece a decine i talebani uccisi, secondo un primo bilancio della maxi offensiva  Altri 11 sono stati arrestati, ha annunciato il generale Sher Mohammad Zazai, comandante delle truppe afgane. Sono stati migliaia, tra marines Usa, soldati britannici e afghani entrati alle prime ore di ieri mattina nella città di Marjah, principale roccaforte dei talebani nella turbolenta provincia meridionale afghana dell'Helmand. La forza ha incontrato inizialmente una "una resistenza minima", come ha detto il portavoce dei marine, capitano Abraham Sipe, ma progressivamente i talebani hanno iniziato ad opporsi casa per casa all'avanzata degli americani.

 

L'operazione "insieme".  Con l'ingresso dei soldati a Marjah è iniziata la grande operazione militare "Mushtarak", una parola in lingua dari che significa "insieme", la più massiccia dall'invasione alleata dell'Afghanistan nell'ottobre 2001. "Marjah è l'ultimo santuario del nemico nell'area di operazione dei marine - ha detto il generale Larry Nicholson - questa operazione punta a ricollegare la popolazione di Marjah con il legittimo governo dell'Afghanistan. Collaboriamo pienamente con il governo afghano per questa operazione e abbiamo le risorse necessarie per avere successo".

 

L'appello di Karzai. Il presidente afgano Hamid Karzai già da ieri aveva lanciato un appello ai combattenti talebani affinchè depongano le armi. Karzai si è rivolto a tutti i "talebani afgani perchè approfittino di questa opportunità per rinunciare alla violenza e reintegrarsi nella vita civile a fianco degli altri afgani per il bene del loro paese". Karzai, lanciando l'operazione, aveva chiesto alle truppe nazionali ed internazionali di "usare la massima prudenza per non causare danni ai civili" nell'offensiva su Marjah. In un comunicato diffuso dai servizi stampa presidenziali, Karzai ha sollecitato "i militari afghani e stranieri a continuare la consultazione della gente del posto, ed a coordinare al massimo le loro azioni, evitando di utilizzare l'aviazione in zone dove i civili possono essere a rischio". Karzai ha anche ripetuto il suo appello "a tutti i talebani afghani ad usare questa opportunità per rinunciare alla violenza e a rientrare nella vita civile insieme agli altri afghani per il benessere del paese".

 

Le decisioni di Obama. L'operazione Mushtarak parte dopo che in dicembre il presidente americano Barack Obama ha deciso di rafforzare la presenza militare in Afghanistan con l'invio di altri 30mila uomini, portando il totale degli effettivi americani a 98mila soldati. Altri paesi della Nato hanno promesso l'invio di altri 7mila uomini entro l'estate.

 

Altra offensiva a Nad Ali. Quasi contemporaneamente all'operazione su Marjah, almeno 4mila soldati britannici hanno dato inizio ad un'offensiva assieme a soldati afghani nel distretto di Nad Ali, sempre nella provincia di Helmand. Nei giorni scorsi, secondo un portavoce Nato, sono state condotte una serie di piccole operazioni per preparare il terreno all'offensiva. Roccaforte talebana, con vaste piantagioni di oppio, la provincia di Helmand confina con il Pakistan ed è una delle più turbolente dell'Afghanistan. LR 14

 

 

 

L’Europa pronta ad aiutare la Grecia

 

E Berlusconi pone il problema dell’aumento dell’età pensionabile - dal nostro inviato MARCO CONTI

 

BRUXELLES - «Al vertice europeo ho posto il problema dell’età pensionabile visto che c’è l’esigenza da parte di tutti. Le pensioni stanno pesando sempre più sui bilanci di tutti gli Stati, l’aumento della vita media contribuisce ad aggravare i conti». La statua di bronzo, appena acquistata nel negozio di antiquariato, è stata caricata nell’auto e Silvio Berlusconi raccontava la giornata di vertice straordinario dei Ventisette, senza mostrare particolare entusiasmo. Anzi, mentre nella Biblioteca Solvay (luogo dove si è tenuto il vertice straordinario della Ue), tutti incentravano i loro interventi sui possibili rischi derivanti per l’euro dalla crisi della Grecia e di altri partner, Berlusconi ha rimesso in fila gli argomenti che da troppo tempo, di riunione in riunione, l’Europa si trascina: età pensionabile, difesa comune, lotta all’immigrazione clandestina, politica energetica comune.

Temi che, se risolti, permetterebbero di procedere in maniera più spedita verso l’integrazione e invece anche ieri a Bruxelles è andato in scena l’ennesimo vertice delle paure e degli egoismi nazionali. Sarkozy e Merkel hanno riproposto un nuovo asse, futuro «motore economico della Ue» anche per evitare «il fallimento della Grecia» e difendere il 40% di debito greco accumulato nelle proprie casse. Zapatero ha debuttato nel semestre a guida spagnola dopo il tonfo della borsa di Madrid e, guidando l’unico paese europeo ancora in piena recessione, ha cercato di convincere i presenti che «la Spagna non è la Grecia».

La sintesi dell’incontro prova a farla il Cavaliere quando spiega che «un’aiuto concreto e diretto ad Atene non ci sarà», «perchè la Grecia si è impegnata a mettere in campo certe misure per rientrare dal deficit nelle date previste nel comunicato». Infatti il comunicato conclusivo della riunione parla di un’Europa pronta a intervenire per aiutare la Grecia e «salvaguardare la stabilità della zona euro» se questo «si renderà necessario». In cambio Atene dovrà, anche a costo di ulteriori sacrifici, «centrare senza ritardi gli obiettivi di risanamento». Decisivo l’impegno di Francia e Germania che di fatto hanno messo sotto tutela Atene d’intesa con i vertici della Bce e dell’Eurogruppo. Tutto ciò, compresa la dichiarazione conclusiva del vertice, non sembra però bastare a convincere i mercati che lasciano debole l’euro sceso sotto quota 1,36 sul dollaro. Anche perchè dalla riunione non è emerso nulla su quali saranno gli strumenti da adottare in caso di default della Grecia o di altri paesi europei che hanno i conti in piena emergenza.

«Non faremo il gioco della speculazione», hanno detto in coro Merkel e Sarkozy, che non hanno svelato il piano di salvataggio anche se tra le tante idee circola con più forza quella dell’emissione di bond da parte della banca tedesca pubblica Kfw per poi acquistare titoli pubblici greci. «Non deve essere considerata» l’ipotesi di un fallimento della Grecia, ha sostenuto con forza il presidente Eurogruppo, Jean Claude Juncker.

L’intesa sul documento finale è stata preparata da una riunione ristretta. Intorno ad un tavolo, per tre ore, hanno discusso il presidente Sarkozy, la cancelliera Merkel, il presidente Ue Herman Van Rompuy, il premier greco Giorgio Papandreou, il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, quello della Bce, Jean-Claude Trichet e il premier spagnolo e presidente di turno della Ue Josè Luis Zapatero. Anche se Papandreu ha promesso «interventi rapidi» per rimettere in sesto i conti, da ieri l’Europa ha deciso di fidarsi meno dei bilanci pubblici e di mettere il naso direttamente nelle politiche economiche dei governi. Im 12

 

 

 

 

 

Adottiamo un iraniano

 

Raramente il nostro ipertrofico ego occidentale è più umiliato che in giorni come questi - mentre migliaia di persone in queste stesse ore sono sotto attacco in Iran per affermare quel valore supremo che diciamo di avere come nostra bandiera di civiltà, la Libertà.

 

Noi non sappiamo fare altro che stare a guardare e prendere atto della nostra impotenza.

 

Noi che abbiamo addirittura teorizzato in decine di occasioni che la libertà va esportata anche sulla bocca dei cannoni, noi che chiediamo l’esame di «diritti civili» a paesi membri che vogliano entrare in Europa, noi che ci vantiamo di poter dettare le regole, monetarie e politiche, a tutto il mondo, di fronte all’Iran taciamo. Da almeno nove mesi - cioè da quanto dura la presente ondata di protesta «verde» nella Repubblica Iraniana - siamo precipitati in una balbettante confusione non tanto su «cosa fare», ma (addirittura!) su «se fare qualcosa».

 

Sfociando nel paradosso che, mentre nulla facciamo, ci scervelliamo sul livello di durezza che potremmo sfoggiare con l’Iran: mettere le sanzioni, chiudere i depositi bancari all’estero, montare una operazione di intelligence, scatenare una guerra cibernetica, o magari una guerra vera e propria. Se mi si permette di parafrasare una recente frase del segretario di Stato americano Hillary Clinton, questa sì che pare la discussione da bar nel dopo partita.

 

È tempo forse, invece, di riporsi la domanda, l’unica: davvero non si può fare nulla per la rivolta popolare verde o, anche solo, per le violazioni dei diritti umani in Iran? Davvero dobbiamo limitarci a registrare l’elenco di arresti e di impiccagioni che viene annunciato quotidianamente da Teheran? Tra l’oggi, il qui e ora, e una guerra totale, davvero non si può fare nulla?

 

Uno dei metri di misura della difficoltà in cui ci si trova sull’Iran è che chiunque pone questa domanda, pure ovvia, fa la figura dello scemo - tale e tanta è la superfetazione politologica del processo decisionale.

 

Si fa la figura dello scemo perché subito ti viene fatto notare, nell’ordine: 1) che l’Iran è troppo potente per poter essere attaccata militarmente, per cui inutile minacciare, o provocare; 2) ci sono troppi interessi industriali intrecciati fra noi e l'Iran per cui non possiamo davvero fare una politica di sanzioni efficace senza nuocere anche a noi stessi; 3) che la peculiare natura islamico-teocratica del governo di Teheran rende impossibile a noi occidentali intervenire senza fomentare una reazione religiosa ancora più severa e dunque in definitiva più dannosa per gli stessi oppositori.

 

Tutto vero. Ma tutto questo non prende in considerazione che quello che succede in Iran cammina sui piedi di milioni di persone e che sta camminando ormai da mesi, senza fermarsi. Questo movimento dunque va visto come la variabile che svela in fondo la rigidità di tutte le nostre analisi. Se tale movimento c’è e sfida carcere e morte per tanto tempo, forse c’è in Iran qualcosa che non rientra nelle perfette equazioni della nostra politologia. Forse c’è un vero tallone d’Achille, come credo, nella forza monocratica della Repubblica Islamica. Se questo fosse vero, anche il discorso politico potrebbe cambiare.

 

Certo, gli Stati debbono essere cauti. Le nazioni fanno bene a garantire affari e trattati internazionali.

 

Ma un movimento di persone chiama intanto la solidarietà di altre persone. Mentre gli Stati discutono e decidono, forse qualcosa possiamo fare noi - «noi» intesi nel modo più ampio: comuni cittadini, informazione, imprenditori singoli, o politici che si vogliono impegnare, o comunità del diritto.

 

Il più semplice degli aiuti che possiamo dare all’onda «verde» ci viene offerto intanto dalla cronaca. Teheran non vuole testimoni: non ha voluto ieri, per la festa islamica, giornalisti stranieri, e si appresta a non volere Google. Google che già negli ultimi mesi ha sperimentato molte interruzioni, anche se il governo sostiene che sono solo difficoltà tecniche.

 

La battaglia per impedire la chiusura di Google va fatta in Iran, come in Cina: perché questo è il nuovo luogo di difesa dei diritti umani. Ed è una battaglia che si può fare con efficacia e senza danni al business tradizionale, perché su Internet si muove una potenza economica e finanziaria che nulla ha a che fare con la vecchia economia, e che serve agli Stati molto più di una censura alla comunicazione individuale di un qualsiasi dissidente.

 

Una volta c’era nelle scuole l’incoraggiamento a crearsi degli «amici di penna», alunni di altri Paesi con cui ci si scriveva per «conoscere altri mondi». Sarebbe forse così impossibile oggi adottare un amico di e-mail per ogni cittadino iraniano che ha bisogno di farci sapere qualcosa?

 

Ci dicono le voci che arrivano da dentro l’Iran che il movimento verde è a una svolta, che nessuno sa più con certezza se, a fronte di queste repressioni di massa, ci sia più lo spirito o la convinzione per continuare. C’è già chi vuole fermarsi, e chi radicalizzarsi. In ogni caso a noi tocca non lasciare solo nessuno davanti agli attacchi e alle violazioni delle ragioni individuali. LUCIA ANNUNZIATA  LS 12

 

 

 

 

Un regime senza controllo. La protervia dell’Iran preoccupa il mondo

 

La comunità internazionale è giustamente preoccupata della protervia con cui il governo iraniano prosegue i suoi programmi di arricchimento dell’uranio, usa la forza contro i suoi cittadini e minaccia di distruggere Israele. Le sanzioni in atto hanno dato pochi risultati. Nessuno, con l’eccezione dello Stato ebraico, pensa di usare la forza. Si punta a sanzioni più efficaci, che colpiscano il governo di Teheran e non il popolo. Ma la situazione è complessa.

Nel valutare la situazione di un paese come l’Iran - con una cultura etico-politica ed istituzioni tanto differenti dalle nostre – occorre essere realisti, senza lasciarsi trascinare troppo dall’indignazione per le brutalità perpetrate dal governo. Contrariamente a quanto taluni sostengono, il trentunesimo anniversario della rivoluzione khomeinista è stato un successo per Ahmedinajad. Il suo discorso celebrativo è stato applaudito da centinaia di migliaia di persone. Alle controdimostrazioni dell’opposizione ha partecipato solo qualche centinaia di iraniani. Lo riconoscono gli stessi siti degli oppositori al regime.

Tuttavia, questo di per sé non dimostra la popolarità del regime. Una ben orchestrata campagna di intimidazione e la mobilitazione dei propri fautori e della “maggioranza silenziosa” potrebbero aver prodotto tali risultati. Invece, la prova inequivocabile della forza di Ahmadinejad è data dalla partecipazione alle manifestazioni ufficiali del potente Ayatollah Rasfanjani, capo spirituale dell’opposizione. La sua dissociazione da quest’ultima fa seguito a quella di un altro dei suoi maggiori esponenti, Alì Larijani, presidente del Parlamento e uomo di fiducia della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei.

In Occidente l’attesa era grande. Ci si aspettava una mobilitazione massiccia dei fautori di Mousavi, Karrubi e Khatami, frettolosamente etichettati “moderati” o, almeno, pragmatici, gente con cui si sarebbe potuto negoziare l’abbandono del nucleare. Nulla è più duro a morire della speranza, anche quando è un evidente autoinganno. Molti si sono dimenticati che proprio l’opposizione aveva definito Ahmadinejad “traditore dell’Iran”, quando i suoi plenipotenziari all’Aiea avevano accettato di trasferire in Russia ed in Francia una tonnellata e mezza di uranio arricchito al 3-5%.

È il popolo iraniano, non Ahmadinejad, che vuole la “bomba”. L’Iran potrebbe rinunciarvi solo se fosse in gioco la sua sopravvivenza oppure se ricevesse benefici che “salvassero la faccia” al regime.

Le cose per il regime iraniano non devono però andare molto bene. Diversamente, non si spiegherebbero la brutalità contro i pochi dimostranti né le ripetute provocazioni di Teheran. E’ sempre aspra la divisione della sua classe dirigente in due fazioni contrapposte: i Mullah e le Guardie della Rivoluzione Islamica, di cui Ahmadinejad è il leader indiscusso. Il regime è fragile ed incerto. Se è debole, nessun governo può accettare compromessi. Verrebbe attaccato dai radicali. Le pressioni diplomatiche ed economiche - ed anche le minacce militari - lo rafforzano sempre. Gli israeliani - che verosimilmente dispongono di ottime fonti informative - non la pensano così. Ritengono che sanzioni ben congegnate potrebbero sfruttare la fragilità del governo, inducendolo a rinunciare alla “bomba”. Forse un compromesso potrebbe essere facilitato scambiando il nucleare con quello che più interessa l’Iran: l’influenza nel Golfo ed in Iraq. Un’egemonia non è fattibile. Gli USA non lo consentirebbero mai.

In sostanza, il problema è in primo luogo di lotta interna per il potere e per la ricchezza. L’appello al patriottismo e la finzione che l’avversario sia un traditore sono strumenti efficaci. Lo è anche l’aggressività contro i “nemici” della patria. Ma Ahmadinejad ha commesso un errore. Ha esagerato. Le dimostrazioni “avanguardistiche” contro le Ambasciate europee hanno indotto il Cremlino ad attenuare la sua rigida opposizione alle sanzioni. La brutalità della Polizia e delle Guardie rivoluzionarie costringe poi Obama ad essere più duro e non solo nelle sanzioni. Gli USA stanno infatti facendo affluire nella regione sistemi antimissili ed unità navali ed anfibie. E’ una mossa che potrebbe preludere ad un bombardamento degli impianti nucleari di Teheran. Washington non può lasciare che le installazioni petrolifere del Golfo ed il traffico per lo Stretto di Hormuz vengano distrutte da una rappresaglia iraniana.

Per le sanzioni, l’incognita resta la Cina. Di fronte alle azioni “isteriche” del governo di Teheran, Pechino ha dichiarato di essere disposta a riprendere i negoziati. E’ un po’ poco. Il “tira e molla” potrebbe continuare, dando tempo all’Iran di costruirsi la “bomba”. La principale carta degli USA per convincere Pechino è la possibilità di un attacco israeliano. La Cina ha più da perdere degli USA. Dipende maggiormente dal petrolio del Golfo. E i cinesi sanno fare bene i conti. C’è quindi la possibilità che le sanzioni vengano approvate dall’ONU e non si crei una crisi internazionale fra le maggiori potenze. Essa sarebbe inevitabile in caso non solo di bombardamento, ma embarghi unilaterali dell’Occidente, soprattutto se accompagnati da un blocco navale dell’Iran. CARLO JEAN Im 12

 

 

 

 

Atti pubblici e vizi privati

 

L’interrogativo è uno solo: esiste una nuova questione morale? Analizziamo gli avvenimenti. Sulla vicenda che ha coinvolto la Protezione civile si sono già espressi su queste colonne Sergio Romano e Fiorenza Sarzanini. L’emergenza ha bisogno di procedure snelle e decisioni rapide. Ma non giustifica il moltiplicarsi di filiere autoreferenziali, sottratte a qualsiasi controllo, nelle quali fatalmente chi ha solo il senso degli affari finisce per prevalere e mortificare i tanti volontari animati unicamente da spirito di servizio. Troppi strumenti straordinari danno un senso d’inutilità alle gestioni ordinarie. Per queste ragioni, il disegno di legge sulla creazione della Protezione civile spa va ritirato o rivisto. Un terremoto (e all’Aquila sono stati fatti miracoli) si affronta in deroga a procedure autorizzative e discipline degli appalti; eventi programmati, come un mondiale di nuoto o l’Expo, no. In ogni caso, il rendiconto ex post non è solo un fastidio burocratico ma un atto di responsabilità che dà persino maggiore nobiltà formale a opere e gesti solidali. La trasparenza richiama e incoraggia la generosità. Se so come sono spesi i miei soldi, a favore di chi ne ha bisogno, la prossima volta ne darò di più. Su Bertolaso ho un’opinione personale. Positiva. L’ho visto all’opera tante volte. Non credo se ne sia approfittato. Ma non sfugge a un grande servitore dello Stato come lui che in ogni struttura, anche nell’emergenza (assimilabile di per sé all’attività militare), esistono principi di etica e responsabilità oggettiva senza i quali i corpi istituzionali e societari non funzionano.

Altri episodi sono di apparente minore rilevanza, ma non meno significativi e utili per rispondere alla domanda iniziale. In questi mesi abbiamo assistito al moltiplicarsi di esempi di corruzione della vita amministrativa, persino squallidi nelle modalità, come la mazzetta intascata per strada da un consigliere comunale milanese. Dalla Puglia all’Emilia, al Piemonte alla Lombardia, è stato un emergere sconfortante di infedeli e concussi, amministratori disinvolti e imprenditori senza scrupoli. Un fenomeno trasversale agli schieramenti politici, segnato più dall’avidità e dall’edonismo individuali o di gruppo che dalle ragioni di appartenenza a un partito o a una corrente come avveniva con Mani pulite. I comitati d’affari grandi e piccoli prosperano. Alcuni non si vergognano nemmeno, ne menano addirittura vanto. La realtà, amara, è che dovremmo domandarci tutti (stampa compresa) se il livello degli anticorpi della nostra società non sia sceso sotto il limite di guardia. Alla corruzione diffusa, così come allo scarso senso della legalità, ci si arrende facilmente. Come ci si rassegna a vivere in una città sporca o in un ambiente degradato. Ma l’esempio per le nuove generazioni è diseducativo e devastante.

Un’ultima considerazione. La riforma del titolo V della Costituzione ha abolito un sistema arcaico di controlli di legittimità sugli atti delle regioni e degli enti locali. Spesso la burocrazia centrale uccideva, con ritardi e abusi, la corretta volontà amministrativa. In diversi casi, però, l’accresciuta autonomia locale non si è accompagnata a maggior rigore e senso di responsabilità. Ma piuttosto all’idea perversa che l’eletto sia legittimato a tutto e le regole un intralcio residuale del passato. Il federalismo fiscale dovrà tenerne conto se non vorrà trasformarsi in una babele costosa di egoismi locali. Ferruccio de Bortoli CdS 14

 

 

 

La sete di verità

Non credo che gli studenti dell’Aquila chiedano menzogne e illusioni, quando gridano a Bertolaso e alla politica, ai magistrati e ai giornali: «Diteci che non è vero!». In realtà aspirano a quel che nella giustizia è essenziale. Esigono verdetti, ma ricordano che i processi si fanno innanzitutto per tutelare l’innocente. Chi non s’è macchiato di reati vuol sapere che non pagherà per altri in tribunale, che la colpa di alcuni non si farà collettiva. Solo se esistono responsabilità individuali anziché collettive la politica non perde senso, il bene cui si tiene non è cenere interrata. Quel che viene rifiutato è una cosa pubblica ridotta  lo dicono gli indagati nell’affare Bertolaso  a sistema gelatinoso, a una cosca che non tollera intrusioni, controlli. L’allarme è grande perché quel che vacilla è la ragion d’essere più antica della politica: la protezione dei cittadini inermi dai disastri.

 

Per questo lo scandalo della Protezione civile, colmo di simboli primordiali, scotta tanto. Per questo urge sapere presto chi ha colpe, chi no. Il potere dello Stato, in fondo, esiste per difendere i cittadini dalla paura, dai pericoli della natura, dalle aggressioni belliche. È chiamato Leviatano perché ha questo potere di vita e di morte, ma se protegge male non è Leviatano. Con le proprie mani porterà la propria testa alla ghigliottina. Quando decapitarono i monarchi Goethe, che non amava le agitazioni rivoluzionarie, scrisse: «Fossero stati veri re, non sarebbero stati spazzati via come con una scopa».

Ma soprattutto vogliono sapere, gli studenti, che non è vero quel che gli studiosi dicono da anni e che i giudici per le indagini preliminari a Firenze ripetono quasi testualmente.

 

Che «viviamo una disarmante esperienza del peggio», scriveva il rapporto del Censis del 2007, aggiungendo che la nostra non era una società «ma una poltiglia cui si potrebbe sostituire il termine di mucillagine»: un «insieme inconcludente di elementi individuali e di ritagli personali tenuti insieme da un sociale di bassa lega».

 

Nell’ordinanza del gip, il servizio pubblico e la Protezione civile sono descritti dagli stessi indagati con vocaboli simili: un sistema gelatinoso, fatto di gente che «ruba tutto il rubabile», che confonde pubblico e privato, che in nome dell’efficienza cerca soldi e favori per sé. Un indagato dice, accennando ai lavori per il G8 della Maddalena: «C’abbiamo la patente per uccidere, cioè possiamo piglià tutto quello che ci pare». Due imprenditori sprofondano nella sguaiataggine, nei minuti stessi in cui la terra abruzzese trema. Esordisce al telefono tale Gagliardi: «Qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno». Il collega Piscitelli dice che lo sa. E ride. Al che Gagliardi: «... (lo dico ) così per dire per carità... poveracci». Piscitelli: «Va buò ciao». Gagliardi: «O no?». Piscitelli: «Eh certo... io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro al letto». Gagliardi: «Io pure...». Diteci che non è vero è domanda di verità, è non rassegnazione al salmo 14: «Tutti sono corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno».

 

Bertolaso e gli uomini del suo dipartimento avranno modo di difendersi, distinguendo tra vero e falso. Comunque sono già ora chiamati a condotte probe: in particolare Bertolaso, perché chi presiede un’istituzione è responsabile dei propri uomini, non può degradarli a mele marce tirandosi fuori. È solo indagato, ma l’opacità estrema della Protezione civile fa tutt’uno con l’opacità del modo berlusconiano di governare. Egli ha il peso, decisivo, che Carl Schmitt attribuisce a chi ha accesso al Leviatano. È il potere dell’anticamera del potente, «del corridoio che conduce alla sua anima. Non esiste nessun potere senza questa anticamera e senza questo corridoio» (Schmitt, Dialogo sul Potere, Il Melangolo 1990).

 

Il corridoio non è di per sé malefico, ma in Italia è oggi colmo di insidie: tanta è la gelatina che regna indisturbata ai vertici. Nel caso specifico, il potere indiretto di chi sta in anticamera diventa speculare a quello diretto, tende a farsi anch’esso assoluto, a non rispondere a autorità superiori, a considerare i magistrati come «dipendenti pubblici» da irreggimentare perché non eletti (l’espressione è del presidente del Consiglio). Chi oggi è in simili corridoi rischia di diventare parte di un preciso disegno: disegno che distrugge la politica, tramutando la cosa pubblica in privata. Che ostentatamente governa a partire dal proprio domicilio, trasformando Palazzo Grazioli in succedaneo di Palazzo Chigi. Che estende i territori italiani sottratti alla legge. Alle regioni ampiamente controllate dalla mafia, s’aggiungono ambiti sempre più vasti, legalmente svincolati dall’imperio della legge. È inevitabile, quando l’emergenza si eternizza e si espande smisuratamente, comprendendo settori per nulla emergenziali. L’immensa Protezione civile si accentra a Palazzo Grazioli ed è messa in condizione (soprattutto se diverrà società per azioni) di eludere la rule of law. Si politicizza e si privatizza al massimo, simultaneamente.

 

Bertolaso è a un bivio. Avendo dimostrato non comuni capacità di proteggere i cittadini, può prendere le distanze e salvare un’opera. Nei giorni scorsi ha detto, veemente: «Sono pronto a dare la vita per convincere gli italiani che non li ho ingannati». Non gli si chiede tanto. Si spera però che non si lasci contaminare. Proprio perché possiede un’aura di Medico-senza-frontiere, Bertolaso ha molto da perdere, dalla contiguità con la gelatina di cui è fatto Palazzo Grazioli. Se ha errato, il suo errore sarà giudicato immorale, e l’immorale distingue perfettamente il bene dal male. Solo dimettendosi Bertolaso eviterà che il corridoio verso il potente diventi, come nelle parole di Schmitt, una letale «scala di servizio».

 

Possono essere due, i motivi di una dimissione. O si perde la fiducia dei vertici, o la richiesta nasce nella coscienza. È difficilmente pensabile che Bertolaso non abbia orecchie per questa seconda voce, vedendo la degenerazione dell’opera che dirige da anni.

Un aiuto autentico dall’alto non gli verrà, perché Berlusconi non gli somiglia: più che un immorale, lui è un a-morale. Non è Nixon pienamente conscio del male commesso che si confessa, nel 1977, al giornalista David Frost. Il film di Ron Howard lo descrive bene: la colpa lo corrode. Non così Berlusconi, ignaro di corrosioni. Egli non sa cosa sia la morale, e neppure cosa sia l’ideologia. Sventolerà l’una o l’altra, se servirà per deturpare istituzioni e contropoteri. Se non fosse a-morale non avrebbe osannato agli inizi di Mani Pulite, scatenando contro gli indagati il fuoco delle sue televisioni (lo ricordò prima di morire il tesoriere indagato della Dc, Severino Citaristi).

 

L’argomento che usano sia Berlusconi che Bertolaso è l’efficienza.

Dice il primo: «Se un’opera è fatta bene al cento per cento e poi c’è l’1 per cento discutibile, quell’1 va messo da parte». Non è chiaro chi decida le percentuali, tuttavia. E come possa ben operare, alla lunga, una poltiglia dove si mescolano Grandi Eventi e disastri; spasso e dolore; show, morte e risate. La sindrome di impunità che regna nell’anticamera del potere, i costi maggiorati senza controllo, le imprese che si sbrigano male pur di lucrare sulla fretta: questo non è efficienza. Dalla corruzione non scaturisce efficienza.

 

In un editoriale sul Corriere del 30 gennaio, Sergio Romano dice una cosa assai giusta, su Blair, Sarkozy e Schröder. Denuncia la propensione a mescolare pubblico e privato, a edificare carriere «sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla buona gestione della Cosa pubblica», e conclude: «Il giudizio politico non ha bisogno di scranni, parrucche e banco degli imputati, secondo le liturgie della giustizia (...). La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera». Se giornalisti prestigiosi come lui dicessero le stesse cose sull’Italia di oggi, e l’avessero detta molti anni fa, forse gli studenti dell’Aquila si sentirebbero meno soli, meno scoraggiati, meno impotenti.

Poveri magari, ma non poveracci. BARBARA SPINELLI LS 14

 

 

 

L'Aquila, corteo di protesta nella «Zona rossa». I cartelli: «Io non ridevo»

 

Protesta alla luce delle intercettazioni divulgate negli ultimi giorni relative all'inchiesta che coinvolge Bertolaso - inutile il tentativo delle forze dell'ordine di fermare i manifestanti

 

MILANO - Una protesta a L'Aquila alla luce dell'inchiesta sulle tangenti sugli appalti per il G8 che vede coinvolto anche il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Gli aquilani si sono ritrovati in piazza con cartelli con scritto «Io non ridevo» e «Riprendiamoci la nostra citta» in segno di protesta alla luce delle intercettazioni divulgate negli ultimi giorni relative all'inchiesta fiorentina, ed hanno forzato un posto di blocco all'altezza dei Quattro cantoni, nel cuore della zona rossa, per entrare a Piazza Palazzo, considerata inaccessibile.

SFONDATE LE TRANSENNE - Le forze dell'ordine, dalla polizia all'Esercito, hanno provato a impedire ai manifestanti, circa 300, di varcare le barricate della zona rossa, ma è stato inutile: al primo tentativo di forzare i blocchi, le persone preposte al posto di guardia hanno preferito lasciar defluire la gente onde evitare disordini. Così i manifestanti hanno raggiunto piazza Palazzo, la stessa in cui un mese fa era stato celebrato un Consiglio comunale tra cumuli di macerie. Gli stessi cumuli su cui una decina di persone sono salite, rivendicando la propria rabbia per non avere più a disposizione la loro città. Simbolicamente ogni persona ha preso con sè una pietra da quelle macerie residue dai crolli del terremoto di Aprile. «Non possono portarci via 700 anni di storia - ha commentato Giusi Pitari, tra i manifestanti - è ora di riprenderci la nostra città, siamo indignati - ha proseguito - anche di fronte all'assenza dei nostri rappresentanti istituzionali». Ansa 14

 

 

 

 

Le Inchieste sul G8. I passi necessari

 

Nella Protezione civile c’è una maggioranza silenziosa di volontari e di onesti dipendenti altrettanto silenziosi. Lontani dalle chiassose e rigeneranti feste del Salaria Sport Village, dallo scambio tra favori e appalti, dalla vita scintillante di quei funzionari che poi gestiscono anche la cassa. Il sistema emerso dalle carte dell’inchiesta di Firenze mostra la disinvoltura nei rapporti tra chi affida gli appalti e chi ottiene i lavori, illumina le relazioni tra chi controlla e chi dovrebbe essere controllato. Ma soprattutto evidenzia i rischi connessi alla decisione di procedere a trattativa privata in materie così complesse come l’organizzazione di Grandi Eventi quali possono essere il G8 oppure i Mondiali di Nuoto.

È l’iter dell’emergenza che può favorire pericolose commistioni tra l’istituzione che distribuisce i soldi e i privati che li incassano. Se è indispensabile affidarsi a procedure d’urgenza quando c’è un terremoto o un’inondazione, risulta difficilmente comprensibile— pur sapendo quanti ostacoli e vincoli in Italia rendono difficoltosa ogni iniziativa — che esse debbano essere seguite per occasioni programmate da anni e dunque avendo a disposizione il tempo necessario per bandire le gare d’appalto. Una scelta di questo tipo alimenta il sospetto che l’opacità serva a sottrarsi ai controlli e alle verifiche che la magistratura deve fare per stabilire se il denaro pubblico sia stato speso correttamente. Secondo il presidente Silvio Berlusconi, i pubblici ministeri dovrebbero vergognarsi. È una presa di posizione che non sorprende, vista la sua avversione per le toghe, ma che in questo caso appare quanto meno fuori luogo. Perché, se ruberie ci sono state, la vittima principale è proprio il suo governo che quei fondi ha erogato. E, se qualche sciacallo ha cercato di approfittare della tragedia del sisma abruzzese, dovrebbe essere lui il primo a pretendere chiarezza dopo l’impegno che ha sempre voluto mostrare nei confronti dei terremotati.

Trasformare in una rissa anche l’accertamento della verità su una vicenda così drammatica non serve a nessuno. Tantomeno a Guido Bertolaso, che della Protezione civile è il potente capo e sa bene che alla fine potrebbe davvero dover mollare tutto. È stato lui a parlare di una trappola, pur senza essere in grado di indicare chi voglia incastrarlo. La tesi, sempre più spesso utilizzata da chi viene coinvolto in un’indagine, è suggestiva ma al momento priva di riscontro. La familiarità che Bertolaso mostra nelle telefonate con il giovane imprenditore beneficiato di numerosi appalti—e ancor più se sono stati assegnati d’urgenza, quindi fuori da ogni controllo—rende doverosa la verifica sulla natura del loro legame.

Nell’attesa di questo chiarimento, sarebbe opportuno sospendere l’approvazione del provvedimento che trasforma la Protezione civile in una società per azioni. Se non altro per proteggere quella maggioranza silenziosa della struttura anche dal più vago sospetto di voler accrescere il proprio potere.  Fiorenza Sarzanini CdS 13

 

 

 

 

Crisi, il governo è in ritardo

 

Dalla crisi non siamo affatto usciti, anzi ci vorranno ancora molti anni prima di superarla del tutto. Non sono ottimista perché vedo fatica nelle imprese: l’utilizzazione dei macchinari è piombata fra il 60 e il 70% della capacità. È un problema serio: ci vorranno 20 punti di ripresa per ritornare allo sfruttamento pieno degli impianti. Nel frattempo, si indebolisce la struttura finanziaria delle imprese. Rischiamo che nei prossimi mesi diventi estremamente serio il problema degli insoluti.

 

La crisi ha accentuato la tendenza che vede la produzione industriale europea concentrarsi attorno all’area geografica che va da Amburgo a Firenze. Ciò crea forti diversità di interesse fra Paesi europei e all’interno degli stessi. Avere economie che si orientano in modo diverso rende più complicata politica Ue. Ora l’Italia prende solo le briciole: è il risultato della nostra limitata presenza a Bruxelles. La mancanza di una politica industriale italiana e la ridotta dimensione delle imprese consentono alle grandi aziende europee di fare lobby e orientare le politiche e i finanziamenti Ue quasi naturalmente verso i loro interessi.

 

Dobbiamo riprendere la politica industriale: non è una parola sporca. La mancanza grandi imprese è un problema serio. Eppure, nonostante questo, nella crisi abbiamo tenuto grazie alla meccanica strumentale, oltre al made in Italy. L’industria è l’unico settore che regge alla concorrenza internazionale. Grazie al fatto che operiamo in settori a tecnologia multipla e con manodopera altamente specializzata. Ciò rende l’imitazione molto più difficile: non è vero che l’Italia si regge solo sul made in Italy. E il costo della nostra manodopera specializzata è molto più basso che negli altri Paesi europei. Il problema non è il costo della manodopera ma la mancanza di politiche settoriali di sostegno alla domanda ma soprattutto alla produzione e alla ricerca. Dobbiamo costruire una politica industriale incentrata sulle nostre caratteristiche, sulle filiere nei settori molto specializzati dove siamo forti. Tuttavia, manca una strumentazione giuridica capace di rafforzare i nostri punti forza e la nostra presenza nei mercati internazionali.

 

Abbiamo una debolezza molto significativa nei settori fortemente innovativi. Siamo l’ottavo Paese industriale mondo, ma partecipiamo all’innovazione solo per un decimo di quanto fa ad esempio Israele. È un problema enorme: pensiamo all’innovazione dei prodotto di massa: non c’è un telefonino inventato o fabbricato in Italia. Ogni nuovo iPod è un deficit commerciale futuro.

 

Oggi dobbiamo puntare su scienze della vita, energia, ambiente. In questi campi possiamo fare moltissimo. Ci vuole politica industriale che scomponga i sottosettori, crei rapporti diversi con le Università. E poi ci vuole una grande logistica: oggi il sistema industriale funziona solo con una subfornitura aperta a tutto il mondo.

C’è stato un crollo dell’imprenditorialità dei servizi. Non c’è una sola catena alberghiera nazionale, una catena di pizzerie o di caffè. Sono tutte straniere.

 

Non ho visto politiche governative di coordinamento per l’innovazione. Non posso nemmeno criticare, perché non si può criticare il nulla. Il nostro programma di Industria 2015 aveva un orizzonte giusto, decennale, perché questi processi hanno bisogno di un obiettivo a lungo termine. Dobbiamo investire nell’aggregazione fra grandi e piccole imprese, nei centri di ricerca, rendere conveniente la trasmigrazione fra università, centri di ricerca, sviluppare tecnologie innovative.

Dobbiamo incentivare la fusione e la collaborazione fra imprese. Ma anche porre grande attenzione quando le imprese vengono acquistate dai fondi finanziari. La loro sorte è quasi sempre segnata: gli obiettivi dei fondi sono a breve, quelli delle imprese a lungo.

Dobbiamo creare imprese, non necessariamente grandi, ma in settori molto specializzati. L’unico modo di uscire stabilmente è inserirsi nell’economia mondiale con nicchie di produzione molto specializzate. Ci vuole uno sforzo molto maggiore. I tecnopoli hanno ancora dimensioni troppo limitate e i rapporti con le università sono troppo fragili. Siamo a livello elementare: c’è invece bisogno di grandi sperimentazioni. E poi abbiamo bisogno di una grande platea di nuovi consumatori: in tutte le grande crisi si è sempre dimostrato che la produzione industriale post crisi non è mai tornata livelli precedenti.

 

Quanto alla situazione del Meridione,il giudizio è tranchant: “Non esistono le condizioni per lo sviluppo di un’imprenditorialità diffusa a causa delle condizioni di agibilità a causa della presenza massiccia di attività criminali”. Romano Prodi L’U12

 

 

 

 

 

Il commento. La donna tangente

 

LA DONNA-tangente pare ormai assunta come merce di scambio ordinaria fra i puttanieri della nuova classe dirigente italiana. Costa relativamente poco, cementa solidarietà indicibile ovvero complicità omertosa, come e più di qualsiasi altro pagamento in nero. Il regalo sessuale lubrifica il sistema affaristico fin dentro i palazzi del governo, e pazienza se rende incivile anche la Protezione civile: funziona perché corrompe.

 

Lo spregiudicato costruttore romano Diego Anemone che offre graziosamente a Guido Bertolaso le prestazioni della brasiliana Monica e le "ripassatine" di Francesca, in attesa della festa "megagalattica" al Centro benessere Salaria Sport Village con due o tre ragazze, mi raccomando, "di qualità", si è procacciato appalti lucrosi con lo stesso metodo reso celebre dall´imprenditore della sanità barese Gianpaolo Tarantini.

 

Resta da chiedersi quanti sono in Italia i prosseneti alla Anemone o alla Tarantini, capitani d´impresa non ancora quarantenni tanto abili nel saziare gli appetiti erotici della Seconda Repubblica. Intervistata dal "Financial Times", l´estate scorsa Patrizia D´Addario spiegava che questo genere di scambi tra uomini politici e cacciatori d´appalti è prassi ordinaria. Da Tangentopoli a Puttanopoli. Ma anche nel settore privato dilaga la stessa usanza: a Milano è risaputo che certe cene d´affari con clienti stranieri vengono suggellate dall´ingresso finale a sorpresa delle signorine-cadeau.

 

L´esempio, come sempre, viene dall´alto. E poco importa che il Capo supremo possa disporre di una rete di fornitori così servizievoli da concedergli pure l´illusione della conquista gratuita: il maschio di potere si compiace di pensare che le donne lo desiderino per quel che è, non solo per quel che sperano di ricavarne.

 

Ora sappiamo che la sintonia fra B&B era cementata da una consuetudine di uomini maturi che si strizzano l´occhio l´un l´altro, come del resto già testimoniato dalla serata a Palazzo Grazioli del 2 dicembre 2008 in compagnia di Gianpaolo Tarantini e delle sue girls. Sarà senz´altro una coincidenza se un uomo assai vicino a Bertolaso ha di recente rilevato la Tecnohospital di Tarantini, in grave perdita. Rifiutiamo anche solo di pensare che un tale business sia stato corroborato da attenzioni intime. Vale di più riflettere sulla postura di questo potere maschile, e sugli effetti sociali che ne derivano.

 

Gli "uomini del fare", che operano per "il bene del paese", hanno dunque in comune pure un´idea usa e getta dell´amore. È del resto un´idea ben comunicata dalla pornografia televisiva imperante, prima ancora che dal repertorio dei discorsi pubblici del premier. Il corpo della donna plastificato e ridotto a ornamento ebete, con una ripetitività che ne abbatte la stessa carica erotica, altro non è che lo specchio di una misoginia perpetuata nella concezione della famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle carriere politiche.

 

Fior di studiosi hanno quantificato il danno economico, oltre che il ritardo culturale inflitto così alla società italiana. Ora sappiamo che non si tratta solo di arretratezza. La creatività dei puttanieri all´italiana ha escogitato una vera e propria scommessa imprenditoriale: le donne si regalano come bustarelle in carne e ossa per entrare nel giro che conta.

 

Conosco l´obiezione secondo cui non c´è niente di nuovo sotto il sole, si tratterebbe di un malcostume antico. Ma quando mai, in democrazia, s´è dovuto fare i conti come oggi con quel particolare tipo di consorteria rappresentato dal vincolo indecoroso, tant´è che bisogna tenerlo segreto pure alle rispettive famiglie, della scorribanda da casino? Ci sono patti fra compari che assumono ben altra portata quando coinvolgono i responsabili di settori delicatissimi delle istituzioni. L´omertà alimenta il mercato dei favoritismi e dei ricatti. Cominciamo finalmente a rendercene conto?

 

E poi c´è l´immagine che trasmette di sé il potere maschile, da quando i sorrisi di facciata non bastano più a mascherarne l´arroganza e l´inadeguatezza culturale. Si arrabatta nel sostenere che tutta l´Italia sia a misura di puttanieri, o vorrebbe esserlo. Come se in questo paese non fossero già praticabili una relazione uomo-donna e una sessualità più mature, soddisfacenti, dignitose, paritarie.

 

Sentiremo ancora la rituale litania contro le intercettazioni telefoniche e il gossip, nel tentativo di liquidare la compravendita dei corpi alla stregua di un hobby rilassante. Ma il degrado è ormai così manifesto da rendere anacronistica tale invettiva. Cresce infatti la percezione che i comportamenti personali di chi occupa cariche istituzionali hanno rilevanza pubblica e ripercussioni profonde sulla nostra civiltà. Per usare il linguaggio di Berlusconi: chi sputtana l´Italia?  GAD LERNER LR 12

 

 

 

 

 

Mani pulite la memoria è finita

 

Per cancellare il ricordo, ogni prudenza e la paura, per ricostruire la spavalderia, il senso di impunità e l’arroganza sono serviti 18 anni. Una generazione. Un giro completo di giostra che sembra riportarci alla casella di partenza: 17 febbraio 1992.

 

Diciotto anni fa, l’anniversario esatto cade mercoledì prossimo, veniva arrestato il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio - ospizio per anziani milanese - mentre riceveva una tangente di sette milioni di lire. Si chiamava Mario Chiesa e con quelle manette prendeva il via la stagione di Mani Pulite. In quei giorni si affacciavano sulla scena politica di Milano facce nuove, pulite, che promettevano di parlare una lingua diversa: tra queste quella del leghista Pier Gianni Prosperini e di un gruppo di ragazzi della Gioventù liberale. Il primo è finito in carcere prima di Natale con l’accusa di aver incassato una tangente da 230 mila euro, mentre per uno dei giovani liberali - Camillo Pennisi detto Milko - le manette dei carabinieri sono scattate giovedì, mentre si faceva dare da un imprenditore cinquemila euro in contanti nascosti in un pacchetto di sigarette.

 

Se li era fatti portare nella piazzetta alle spalle di Palazzo Marino, durante la seduta del Consiglio comunale, con la naturalezza di chi esce dall’Aula un momento per fumare.

 

Nelle stesse ore è stato arrestato il presidente della Provincia di Vercelli e l’Italia ha cominciato a interrogarsi su quale sia la vera faccia di Guido Bertolaso e dei miracoli della Protezione civile.

 

Il presidente del Consiglio sostiene che i pubblici ministeri dovrebbero vergognarsi e si potrebbe essere tentati di leggere tutto questo come l’offensiva pre-elettorale di una magistratura politicizzata contro la maggioranza di governo a cui appartengono tutti questi personaggi. Ma i conti non tornano: sono in corso inchieste in otto delle tredici regioni che andranno al voto questa primavera, peccato però che i politici coinvolti in ben sei di queste appartengano al centrosinistra. Dal sindaco di Bologna allo scandalo della sanità pugliese, dagli avvisi di garanzia al candidato del Pd in Campania alla bufera sull’ex presidente del Lazio, fino alle inchieste in Calabria e all’indagine sugli appalti a Firenze. La magistratura ha colpito a destra - nel mirino la sanità lombarda - e a sinistra e i carabinieri sono intervenuti a Milano, come a Vercelli o a Roma perché c’erano imprenditori che hanno fatto denuncia, stanchi di pagare.

 

Ogni giorno emergono storie che ci raccontano come la sanità italiana e i suoi appalti siano diventati fonte privilegiata di approvvigionamento per gli appetiti della politica di ogni colore e schieramento. Si ha la sensazione che si sia davvero tornati al punto di partenza, con la differenza che non si agisce più per conto dei partiti, che nel frattempo non esistono più nella forma che conoscevamo vent’anni fa, ma prevalgano gli individui, le loro carriere e la voglia di avere vite private esagerate.

 

Ad essere tornata identica è la facilità con cui si chiedono tangenti, contributi, viaggi, automobili, prostitute, orologi, gioielli e carte di credito agli imprenditori che vogliono fare il salto di qualità. È la naturalezza con cui tutto ciò avviene e con cui si arraffa a fare impressione.

 

Lo spavento di un’intera classe politica, il senso di vergogna, i tabù e la prudenza che sembravano essere entrati nel dna della classe politica dopo Tangentopoli sono completamente svaniti. La rievocazione di Bettino Craxi a dieci anni dalla sua morte, che si è tenuta poche settimane fa, con quell’insistenza sui meriti storico politici dell’azione di governo dell’ex segretario socialista e la rimozione della corruzione e delle tangenti sono segno dei tempi. Segno che la memoria è svanita. Tanto che l’ex sindaco di Milano Carlo Tognoli può permettersi di dire serenamente che le tangenti erano «solo» del tre per cento, come se questo le rendesse accettabili.

 

In questi giorni diventa maggiorenne la generazione nata in quel 1992, una parte di questi ragazzi andrà al voto per la prima volta tra poche settimane, siamo andati a cercarli e abbiamo avuto la conferma che Mani Pulite non è materia di ricordo. C’è smarrimento in chi andrà alle urne e dovrà sostenere la Maturità, davanti alla storia recente e ai comportamenti della politica di oggi. E aumenta la sfiducia.

 

Il moltiplicarsi delle inchieste porta con sé anche una sensazione di stanchezza, di assuefazione dell’opinione pubblica; certa spettacolarizzazione della giustizia - un discutibile protagonismo di magistrati che parlano prima dei loro atti - crea disagio e contribuisce allo sfarinamento del vivere civile. Penso a questa divulgazione continua di particolari - meglio se sessuali o pruriginosi - dati in pasto ai mezzi di comunicazione per far salire il livello di attenzione. Una strategia pericolosa e dubbia: si finisce per giudicare un politico per la sua moralità sessuale e si perde di vista la sostanza. Certo è evidente che il sesso sta diventando parte integrante del sistema della corruzione, ma concentrarsi sugli aspetti «pecorecci» finisce per far passare in secondo piano ruberie e spoliazioni della cosa pubblica. Sono convinto che sia poco importante passare giornate a discutere se Bertolaso curasse o no il mal di schiena in un centro sportivo romano, quanto è invece fondamentale capire come funzionava la macchina degli appalti della Protezione civile.

 

I cittadini avvertono un senso di nausea e la politica dovrebbe farsene carico con urgenza, riscoprendo lei il senso della misura e quello della vergogna. MARIO CALABRESI LS 13

 

 

 

 

Bersani: "Ma perché siamo l'unico Paese Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni?"

 

Il segretario del Pd a Pisa in un convegno dell'associazione Nens - "Primo o poi Tremonti ci dovrà pur spiegare le ragioni di questa anomalia"

 

PISA - "Io non chiedo una tassa patrimoniale, non sono d'accordo. Mi aspetto però che  qualcuno mi spieghi perché siamo l'unico Paese dell'Ocse che non ha una tassa sui grandi patrimoni? Tremonti ci spieghi perché". Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani nel suo intervento di chiusura al Manifutura Festival organizzato dal Nens, il Centro studi Nuova Economia Nuova Società di Pisa. Parlando più in generale di fisco, Bersani ha aggiunto che "bisogna semplificare il sistema e riordinare anche la discussione in materia". Dal governo, ha proseguito, "arrivano sparate sempre diverse, del tipo 'togliamo l'Irap o tagliamo le aliquote' e poi non succede niente. Bisogna fare un'operazione di semplificazione, in particolare per quanto riguarda le piccole e medie imprese: l'obiettivo è di mettere un pò di soldi nelle loro tasche".

 

Le soluzioni, secondo il numero uno del Pd, sono cinque o sei: "O rinviare la manovra sul Tfr, o agendo sugli adempimenti fiscali, oppure lavorando sui pagamenti da parte della pubblica amministrazione, perché le imprese sono in una grave situazione di difficoltà di liquidità".

 

L'Italia ha una ripresa debole e più lenta degli altri Paesi europei perché - ha proseguito il segretario del Pd - "la crisi si è saldata a problemi strutturali antichi e li ha aggravati. Questo non significa che non possiamo rimontare e accelerare la crescita, ma significa che accelerare e darsi un orizzonte non viene da sé non facendo nulla". Un piano anti-crisi serve a stimolare l'economia, anche perché "si esce dalla crisi quando si torna al punto in cui si era prima, cioè al 2006", in tempi brevi. Per questo "si dovrebbe correre più velocemente". E' necessario "stare attenti al tema economico e sociale: da quando è cominciata la crisi ci sono 6-700mila lavoratori in meno, con un milione di persone che ha usufruito degli ammortizzatori sociali".

 

Per l'immediato, ha continuato Bersani, "ci sono rischi: siamo in una fase di avvitamento con disoccupazione, stagnazione, crisi della finanza pubblica". Sul lungo periodo invece "il rischio è di un rimpicciolimento della base produttiva del Paese". "L'esito di questa crisi - ha aggiunto il leader democratico - non tutto è nelle nostre mani, ma ciò non ci esenta dal fare qualcosa per dare stimolo alla ripresa e affrontare i problemi strutturali".

 

Ed è per questo che serve un piano anticrisi nazionale. "Nel 2010 - ha sottolineato il segretario Pd - rispetto allo scorso anno avremmo un 12% in meno di investimenti. Non si può non fare niente, serve un grande piano di piccole opere e un piano di economia verde. Le piccole opere partono in tempi brevi, le grandi vanno bene ma richiedono i loro tempi". Bersani ha inoltre chiesto interventi per le famiglie numerose e un piano Paese di politica industriale". LR 14

 

 

 

 

Napolitano: «No a giudizi sommari e volgari sull'Unità d'Italia»

 

«Inimmaginabili nell'Europa e nel mondo di oggi prospettive separatiste non indipendentiste» - Intervento del presidente della Repubblica all’Accademia dei Lincei

 

ROMA - Il presidente della Repubblica ha attaccato «i rumorosi detrattori dell’Italia unitaria» nel corso del suo intervento all’Accademia dei Lincei al convegno Verso il 15o° dell'Italia unita: tra riflessione storica e nuove ragioni di impegno condiviso. Giorgio Napolitano ha parlato del «grave deficit di conoscenze storiche diffuse di cui soffrono intere generazioni di italiani» e criticato i «giudizi sommari e pregiudizi volgari sul formarsi dell’Italia unita» condannando «i bilanci di stampo liquidatorio sul cammino intrapreso dal Paese dopo il 1861». Secondo Napolitano, la negazione dell'unità d'Italia è frutto di una «deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni, di umori negativi e di calcoli di parte». Infine un'esortazione: «Bisogna reagire all'eco che suscitano in sfere lontane da quella degli studi più seri i rumorosi detrattori dell'unità italiana».

RESISTENZA - Il capo dello Stato ha poi ricordato il contributo della Resistenza per la riconquista dell’unità nazionale: «Un moto di riscossa partigiana e popolare di cui nessuna ricostruzione storica può giungere a negare il valore».

 

NORD-SUD - Il più grave motivo di divisione e debolezza che insidia la nostra unità nazionale, ha detto il presidente, è la divaricazione e lo squilibrio tra Nord e Sud. «Affrontare nei suoi termini la questione meridionale è un dovere della comunità nazionale e un impellente interesse comune per garantire all’Italia un più alto livello di sviluppo e di competitività. Non c’è alternativa al crescere di più e meglio insieme». Napolitano ha affermato che «non c'è alternativa al crescere insieme, di più e meglio insieme, nord e sud. Sono storicamente insostenibili e obiettivamente inimmaginabili nell'Europa e nel mondo di oggi prospettive separatiste non indipendentiste, e più semplicemente ipotesi di sviluppo autosufficiente di una parte soltanto, forse anche la più avanzata economicamente, dell'Italia unita».

Redazione online CdI 12

 

 

 

 

L’appello del Capo dello Stato. Se l’unità nazionale è coscienza del futuro

 

Sbaglierebbe chi considerasse il discorso del presidente Napolitano ai Lincei come un “discorso di occasione”, cioè una specie di atto dovuto della più alta carica dello Stato di fronte ai rischi che corre una celebrazione senza timone e timonieri dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia.

Una lettura attenta di questo lungo e niente affatto semplice testo mostra che l’orizzonte davanti a cui si pone il Capo dello Stato è ben più ampio di quello dell’amara constatazione del «grave deficit di conoscenze storiche diffuse di cui soffrono intere generazioni di italiani» e dei «giudizi sommari e pregiudizi volgari» che danno vita a «bilanci approssimativi e tendenziosi di stampo liquidatorio». Non che queste siano bazzecole, ma in fondo si potrebbero ridimensionare se non le si vedesse inserite in una più vasta tendenza che, come puntualmente cita il Presidente, investono anche realtà come la Francia o gli Stati Uniti, ma un po’ tutti i Paesi occidentali. La domanda storica fondamentale su «chi siamo e di dove veniamo», quella classica che nei poemi omerici veniva posta a tutti i personaggi se richiesti di presentarsi, insomma la domanda sulla “identità” e sulle dimensioni geografiche, storiche, antropologiche che essa assume, è un interrogativo che travaglia in qualche misura molti popoli.

Napolitano coglie, secondo una logica ricorrente nei suoi interventi, che siamo di fronte a qualcosa di più di un fenomeno di “ignoranza” o di decadimento dell’istruzione. Siamo di fronte, se possiamo dirlo con parole nostre, ad una vera e propria crisi culturale, dove al termine “cultura” bisogna dare il significato assegnato dagli antropologi, cioè il complesso delle conoscenze che ci fa capire il senso nostro e del mondo che ci circonda.

L’Italia, ci ricorda il Presidente, è con la Germania il solo Paese che «ha conosciuto nel ‘900 rischi così estremi come Stato-nazione», ma è anche un Paese che ha saputo nel momento massimo di quella crisi, cioè fra il 1943 e il 1946, rispondere con forza alla sfida e recuperare, proprio in presenza di una sfida disgregatrice, il suo senso unitario di nazione. Tutte le forze trovarono allora la capacità di unirsi in quello che molti definirono un “secondo Risorgimento”.

E noi ci permettiamo di ricordare come esempio non secondario che le forze comuniste partigiane si intitolarono a Garibaldi e non a Lenin o Stalin, il che vuol pur dire qualcosa essendo quel partito per eccellenza quello della rivoluzione e della rottura.

Non sfuggirà ai lettori attenti di questo discorso che il Capo dello Stato ha molto insistito sul passaggio della Costituente come autentica rifondazione del patto nazionale. Lo ha fatto sino al punto di dedicare una ampia attenzione al fenomeno del separatismo siciliano che venne allora emarginato. Certo quell’episodio non è così significativo in sé, ma serve al Presidente per affrontare il nodo, oggi più che mai cruciale, di una diversa articolazione della unità “indivisibile”, che può benissimo reggersi sul riconoscimento del tessuto delle autonomie e dei poteri affidati alle comunità locali. Quando parla di «originale invenzione dell’autonomia delle regioni a statuto speciale» e della introduzione, già in Costituzione anche se realizzata trent’anni più tardi, delle regioni a statuto ordinario, Napolitano sottolinea la presenza di un «invalicabile vincolo nazionale». Ma non lo fa certo per difendere una vecchia e superata idea di centralismo amministrativo.

L’orizzonte a cui guarda il Presidente è quello delle «sfide nuove con cui è chiamata a fare i conti la nostra unità», ma è importante la notazione che subito aggiunge: «di queste sfide è bene avere una visione non provinciale». Non è solo l’europeista convinto che parla e che coglie con precisione quanto un’Italia depotenziata della sua identità diventerebbe debole nel nuovo contesto, ma è anche il politico di razza che ha ben chiaro cosa significherebbe stare nella “globalizzazione” senza la capacità di sapere chi siamo e da dove veniamo.

Il suo appello sulla necessità di «un nuovo impegno condiviso per suscitare una ben maggiore consapevolezza storica del nostro essere nazione e per irrobustire la coscienza nazionale unitaria degli italiani» non è un invito, come dicevamo, per una occasione sia pure importante. È, se possiamo richiamare una famosa frase del nostro risorgimento, un “grido di dolore” di fronte ad un paese dove con serena incoscienza si sta perdendo di vista la gravità e il senso delle sfide in cui ci troviamo immersi.

Capire che Nord e Sud sono uniti da uno stesso destino nazionale è un passaggio importante se vogliamo continuare a giocare il nostro ruolo nella grande ristrutturazione del mondo che si sta operando in questi anni, anziché diventare due o più appendici di altri sistemi che risulteranno vincenti. Ma c’è di più: per farlo dobbiamo recuperare una cultura politica “nazionale” e cioè “unitaria”. Le lotte di fazioni nella retorica degli scrittori risorgimentali erano il male che aveva impedito, agli inizi dell’epoca moderna, all’Italia di divenire stato-nazione al pari degli altri grandi paesi europei. C’era della retorica indubbiamente, ma c’era anche una lettura della storia da cui si potrebbe trarre qualche insegnamento.

Il Presidente Napolitano non si è esentato una volta di più dal dovere di mettere il Paese di fronte alle sue responsabilità. Adesso tocca alle classi dirigenti e a coloro che fanno opinione rispondere, accettando anch’essi la responsabilità del futuro che abbiamo davanti, anziché le facili attenzioni che si guadagnano a... spararle grosse. di PAOLO POMBENI IM 13

 

 

 

 

L’editoriale. Così hanno espropriato Costituzione e parlamento

 

La prima parola che viene in mente è bordello, nel senso letterale e metaforico del termine già usato da Dante nella celebre apostrofe "Non donna di province ma bordello", cui si potrebbe aggiungere l'altro verso della stessa terzina: "Nave senza nocchiero in gran tempesta". Il padre della nostra letteratura, cioè della nostra storia, aveva scolpito ottocento anni fa uno dei connotati permanenti della nostra società, per fortuna non il solo, ma purtroppo quello più ricorrente.

 

Non c'è ritratto più adatto per descrivere l'impressione suscitata dall'ennesimo scandalo del nostro scandaloso presente, quello che si intitola alla Protezione civile, al suo capo, Guido Bertolaso e al suo massimo ispiratore e primo fruitore, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

 

La popolarità di Berlusconi e il consenso che ancora compattamente lo sostiene poggia infatti su tre pilastri: la lotta indiscriminata e sapientemente alimentata contro gli immigrati, la celere raccolta dei rifiuti a Napoli, la tendopoli e le casette rapidamente allestite a L'Aquila dopo il terremoto. Gli ultimi due debbono il loro successo a Guido Bertolaso e questo spiega la difesa che Berlusconi ha assunto personalmente del suo capocantiere, detto anche "il protettore" in quanto capo della Protezione.

 

L'uomo del fare ha trovato due anni fa un altro uomo del fare e l'innamoramento è stato immediato e reciproco. Saper fare e voler fare sono requisiti positivi se il fare viene esercitato all'interno di limiti precisi, di regole chiare, di controlli rigorosi.

 

Più aumenta il potere degli uomini del fare e più dovrebbero aumentare i controlli, le regole, i limiti. Ma se i controlli vengono smantellati, allora il potere del fare diventa un requisito negativo e questa è appunto la situazione che due anni di dittatura del cosiddetto fare ha creato.

 

Lo scandalo della Protezione civile è dunque intimamente connesso al berlusconismo e alla sua visione della cosa pubblica. Alla sua concezione costituzionale. Da anni il premier si batte per instaurare un assetto autoritario, dove l'accrescimento dei poteri presidenziali sia accompagnato dall'indebolimento dei controlli e dei poteri di garanzia. Dove il potere legislativo sia confiscato da quello esecutivo, dove il disegno di legge sia sostituito dal decreto legge e il decreto dall'ordinanza. E dove infine l'ordinanza sia "esternalizzata" e affidata non più ad un dipartimento collocato all'interno della Pubblica amministrazione, ma ad una società per azioni di carattere pubblico in veste privatistica, che ha come unico referente il capo del governo, con tutto ciò che inevitabilmente ne consegue e che lo scandalo Bertolaso-Protezione civile ha portato ora sotto gli occhi di tutti i cittadini. Per fortuna lo scandalo è scoppiato prima dell'entrata in vigore della legge sulle intercettazioni che se sarà approvata così come il governo la vuole, metterà il bavaglio alla stampa (a quel che resta della libera stampa). Con quella legge vigente l'opinione pubblica non avrebbe saputo nulla di ciò che è accaduto, nulla dell'istruttoria in corso, nulla delle risate degli appaltatori allo scoppio del terremoto, nulla del raddoppio dei prezzi in corso d'opera, nulla degli intrecci familiari e amicali, nulla dei "benefit" percepiti dagli appaltanti, nulla dei conti segreti.

 

L'opinione pubblica sarebbe stata tagliata fuori dalla delicatissima fase dell'istruttoria e così lo sarà nel prossimo futuro se quella legge sarà approvata. E questo sarà il quarto pilastro per completare il disegno dello Stato autoritario. Il quinto pilastro è e sempre più sarà lo scudo immunitario per gli uomini del fare e per quelli dell'obbedire.

 

Tagliar fuori l'opinione pubblica e tagliar fuori la giurisdizione: questo è l'obiettivo. Lo scandalo della Protezione civile è salutare perché mette allo scoperto la giuntura principale di questo disegno mentre ancora la pubblica opinione e la giurisdizione sono in grado di conoscere e di giudicare. Dopo sarà troppo tardi.

 

Io non credo che Guido Bertolaso sia coinvolto in festini e se anche lo fosse non penso che sia questo il punto scandaloso della questione anche se intriga la prurigine pubblica, quella più appassionata ai "reality show" e al "Grande Fratello" in edizione televisiva.

 

Qualche giorno fa il sottosegretario Bertolaso mi ha indirizzato una lunga lettera in cui raccontava le difficoltà del suo lavoro, il valore dei suoi collaboratori, la bontà dei risultati ottenuti. Non ne voleva la pubblicazione; voleva che mi convincessi alla sua tesi del "tutto va bene e tutto andrà bene". Ricevetti la lettera poco prima che lo scandalo scoppiasse, tardai qualche giorno a rispondere, nel frattempo lo scandalo scoppiò.

 

La mia risposta è stata breve. Ho fatto i più sinceri auguri al capo della Protezione per l'esito dell'inchiesta a suo carico, e li ho fatti "nell'interesse suo, dei volontari che lavorano con zelo e disinteresse ai suoi ordini, e del Paese". Ma ho aggiunto che il mio giudizio sul sistema e sui poteri della Protezione è totalmente negativo e gli ho allegato il discorso pronunciato in Senato dal senatore Luigi Zanda sulla conversione in legge del decreto che istituisce la "Protezione civile Spa", dove i vizi e i pericoli della nuova istituzione sono puntigliosamente e lucidamente elencati.

 

Rivelo questo epistolario per dire che non ci muove in questa circostanza alcun intento moralistico e alcuna antipatia personale. Bertolaso sa fare il suo mestiere ma con un assai grave difetto: una brama di fare che si traduce inevitabilmente in brama di potere. Ho scritto su di lui che è una protesi di Berlusconi e questa è la pura verità.

 

C'è una frase che il capo della Protezione ha detto in una recentissima intervista: "Se sto correndo in macchina per salvare una vita e il semaforo segna il rosso, io passo nonostante il rosso".

 

Ha perfettamente ragione e noi abbiamo fervidamente applaudito quando ciò è avvenuto. Purtroppo l'area della Protezione civile si è enormemente accresciuta ed estesa ad eventi che non hanno niente a che fare con la vita delle persone e delle cose; eventi che non hanno nulla di catastrofico, appuntamenti che si svolgeranno tra mesi ed anni. Ma lui ha ottenuto di passare con il rosso sempre e dovunque. L'ha ottenuto e l'ha voluto. Ora dice che non poteva sorvegliare tutto, che nulla sapeva di appalti e di appaltatori, che forse è caduto in una trappola.

 

Io non credo che questa sua difesa corrisponda a verità; le intercettazioni della Procura di Firenze e le indagini della Guardia di finanza disposte dalla Procura di Roma prospettano una verità completamente diversa. Ma quand'anche Bertolaso fosse caduto in una trappola, è lui stesso ad essersela preparata. Non si possono guidare i lavori pubblici della Maddalena, quelli dell'Aquila, gli aiuti ad Haiti, la preparazione del Convegno eucaristico, le Olimpiadi del nuoto a Roma, i rifiuti a Napoli (ancora in corso), quelli a Palermo, le colate di fango a Messina, i Mondiali del ciclismo a Varese. Infine l'ondata di maltempo in tutta Italia che si avvicenda a siccità ed incendi secondo le settimane e le stagioni.

 

Questa è la trappola, alla quale ora si aggiunge la sua difesa nell'inchiesta che lo vede coinvolto. Spero per lui che abbia almeno il buon senso di dimettersi, ma purtroppo il sistema da lui pensato e da Berlusconi voluto resta in piedi. È quello che va smantellato anche perché è un sistema interamente incostituzionale. Ancora una volta è di incostituzionalità che si tratta.

 

Non starò a far l'elenco degli appaltatori (attuatori) e degli appaltanti tra i quali si segnalano Balducci, presidente del Consiglio dei Lavori pubblici, De Santis che lo coadiuva. Non starò a ripercorrere le filiere familiari e amicali del gruppo Anemone, i Piermarini, i Piscicelli, i Gagliardi, i Della Giovampaola; una lunga filiera di figli, cognati, fratelli, amici da una vita, con nello scorcio perfino un vecchio padre salesiano, emerito finanziatore di missionari e anche di qualche lestofante. Tutte persone, affari, intrecci, che hanno occupato le pagine di Repubblica e di tutti i giornali dei giorni scorsi.

 

A me interessa invece tornare su "Protezione civile Spa" e più in generale sul sistema delle ordinanze.

La legge base sulla Protezione e sulle Ordinanze risale al 1992 ed è perfetta sotto ogni punto di vista, in raccordo con la giurisprudenza e con successive sentenze della Corte costituzionale. Quella legge autorizzava la Protezione civile "a passare col semaforo rosso" in caso di catastrofi naturali di importanza nazionale, fermo restando il controllo della Corte dei Conti sui rendiconti delle spese sostenute.

 

Vediamo anzitutto il numero delle ordinanze emesse dai successivi governi. A partire dal 1994 fino al 2001 sono state emanate un'ordinanza all'anno, al massimo due un paio di volte. Nel 2002 le ordinanze relative alla Protezione civile sono state 40, nel 2003 sono state 72, e poi 59 nel 2004, 99 nel 2005, 71 nel 2006, 87 nel 2008 e 79 nel 2009 fino al mese di settembre.

 

L'aumento va di pari passo con l'estensione dell'attività "protettiva" ai cosiddetti Grandi eventi al di fuori delle catastrofi naturali. Quest'estensione avvenne con le leggi del 2002 e del 2005. L'emissione di ordinanze non è più subordinata a criteri specifici ma a discrezione del Consiglio dei ministri, con una vera e propria confisca dei poteri legislativi e di controllo del Parlamento ed anche del Capo dello Stato perché le ordinanze sono esclusivo appannaggio del presidente del Consiglio in quanto atti puramente amministrativi. Ma puramente amministrativi non sono perché i veri atti amministrativi sono soggetti a regolari controlli della Corte dei Conti, dei Tar e del Consiglio di Stato. Si tratta cioè di amministrazione straordinaria, dove la straordinarietà è decisa dal Consiglio dei ministri con criteri eminentemente politici.

 

La Corte costituzionale aveva stabilito con una sentenza del 1956, più volte reiterata in casi successivi, che "le ordinanze debbono rispondere ai canoni dell'efficacia limitati nel tempo in relazione ai dettami della necessità, dell'urgenza e della adeguata motivazione".

 

Si è invece arrivati addirittura ad utilizzare l'ordinanza per affidare alla Protezione civile l'attuazione dei decreti legge anche prima della loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Nemmeno il Re Sole aveva i poteri che ha Berlusconi attraverso la Protezione civile. La quale si è occupata perfino della costruzione di un albergo sul lago Maggiore in concomitanza con i campionati di ciclismo e si occupa ora dell'Expo di Milano che avrà luogo nel 2011. Qui non si tratta più di sorpassare un semaforo rosso ma addirittura di puntare l'automobile dritto sul passante per metterlo sotto le ruote, là dove il passante è semplicemente la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto.

 

Ultima ciliegia su questa torta maleodorante: il sottosegretario alla Protezione civile è anche direttore del Dipartimento della P. C.; sarebbe come se Gianni Letta, sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza, fosse anche il direttore di quei servizi. È curiosa la difesa preventiva di Letta per il collega in difficoltà. Vuole forse anche lui mettersi al posto dei direttori dei servizi segreti conservando la carica politica? Perché non lascia ai magistrati di fare il loro mestiere? Va bene che è gentiluomo vaticano, ma anche Angelo Balducci lo è. (Sia detto tra parentesi: il cardinal Bertone dovrebbe forse esser più rigoroso nelle scelte dei suoi gentiluomini. Uno è finito in galera per corruzione e non è una buona pubblicità per la Chiesa).

 

A Guido Bertolaso vorrei porre qualche conclusiva domanda che ovviamente non riguarda la materia sotto esame dei tribunali.

 

1. Non si è accorto che l'estensione della Protezione civile ai Grandi eventi del tutto disconnessi dalle catastrofi causate dalla natura o dagli uomini, era al di sopra delle possibilità di un regolare servizio?

 

2. Se se ne è accorto, ha comunicato questa sua preoccupazione al Presidente del Consiglio? Ottenendo quale risposta?

 

3. Non si è reso conto che la creazione della Protezione civile Spa rendeva permanente quest'anomalia e confiscava ulteriormente i poteri legislativi del Parlamento? 

 

4. Ha comunicato al presidente del Consiglio questa sua eventuale preoccupazione?

 

5. Si è reso conto che buona parte dei mutamenti apportati alla legge del 1992 potevano creare conflitti con l'ordinamento costituzionale?

 

6. Ha riflettuto sul fatto che le ordinanze relative a quegli eventi (tra le quali c'è anche l'attribuzione alla P. C. del finanziamento delle celebrazioni per l'Unità d'Italia) sono un modo per evitare la firma del capo dello Stato eludendo così il suo controllo di costituzionalità?

 

7. Ha informato di queste sue eventuali osservazioni il presidente del Consiglio? Quale risposta ne ha ottenuta?

 

8. Si è reso conto che, restando sottosegretario di Stato, esisteva un'incompatibilità assoluta con la carica di direttore del Dipartimento della P. C.? Questa incompatibilità è durata più di un anno. Per quale ragione?

 

9. Bertolaso è stato indagato per reati connessi alla gestione dei rifiuti di Napoli, insieme al suo vice dell'epoca (che è una donna a lui ben nota e a lui fedelissima). Il processo per il suo vice è in corso. Per quanto riguarda lui è stato invece stralciato e trasferito a Roma. Può dirci a che punto si trova questo processo?

 

10. Porgo queste domande a Bertolaso perché egli si è sempre proclamato un uomo al servizio dello Stato e non dei governi. Se fosse al servizio di questo governo e lo dichiarasse francamente, non porrei questi interrogativi. Ma se è al servizio dello Stato avrebbe dovuto porseli e quindi: perché queste domande non se le è poste da solo e non ne ha tratto le conclusioni? EUGENIO SCALFARI LR 14

 

 

 

Olimpiadi senza tregua

 

Il barone De Coubertin,che nel 1896 riuscì a far riprendere al mondo moderno l’epopea dei Giochi olimpici, non avrebbe di che amareggiarsi troppo. La tregua olimpica la mitica “ekecheiria” dell’Antica Grecia non è mai stata rispettata più di tanto dall’umanità e dai potenti di ogni epoca.

 

Quest’anno l’avvio dei Giochi invernali di Vancouver ha coinciso la grande offensiva contro le roccaforti talebane in Afghanistan. I generali di Obama non hanno ritenuto di avvisare il loro presidente Nobel della Pace di questa sconveniente coincidenza. Eppure dal 1992 il Cio, Comitato olimpico internazionale, in occasione di ogni Olimpiade chieda ufficialmente, in sede Onu, di osservare la tregua olimpica. Un buon proposito internazionale ribadito al Palazzo di Vetro a New York nel Duemila quando 150 capi di stato e di governo nelle "Dichiarazione del Millennio" inclusero e sottoscrissero un paragrafo sulla "Tregua olimpica".

 

Un pio desiderio visto che anche nel 2008, mentre il mondo guardava ai suggestivi cinque cerchi nel cielo sopra Pechino i carri armati russi facevano strage di civili georgiani In tempi di Guerra Fredda non vanno dimenticate le Olimpiadi dimezzate di Mosca nel 1980 quando Usa e alleati boicottarono l’evento contro l’occupazione sovietica dellì’Afghanistan e furono ripagati con la stessa moneta quattro anni dopo a Los Angeles.

 

Nel Novecento le Olimpiadi non hanno purtroppo impedi to le guerre. I Giochi del 1916 furono cancellati a causa della prima guerra mondiale, e lo stesso avvenne per i giochi del 1940 e 1944, in piena seconda guerra mondiale e nonostante si fosse cercato di “accont ent are Hitler con le Olimpiadi di Berlino nel 1938. Va anche ricordato che i vincitori della prima guerra mondiale impedirono alle nazioni sconfitte di partecipare alle Olimpiadi del 1920 ad Anversa. Lo stessa esclusione colpì nel 1948 a Londra la Germania, il Giappone e le altre nazioni che persero la guerra (tranne l'Italia, a cui venne riconosciuta l'attenuante dell’armistizio del 1943).

 

Il simbolo più doloroso delle Olimpiadi insanguinate resta Monaco 1972 con l’attacco di un commando palestinese di Settembre Nero alla sede della squadra israeliana finito con una strage all’aeroporto della capitale della Baviera nel tentativo fallito di liberare gli atleti sequestrati. Povero Barone De Coubertin. SERGIO MIRAVALLE  LS 13

 

 

 

 

Egiziano ucciso da sudamericani: a Milano guerriglia tra immigrati

Accoltellato un 19enne: caccia ai killer. Due feriti, negozi distrutti e auto in fiamme - di RENATO PEZZINI

 

MILANO - Una guerra etnica, e insieme una guerra fra poveri. Un giovane egiziano ucciso a coltellate, e poi la rivolta dei suoi connazionali contro i connazionali dei suoi assassini. Auto distrutte, vetrine spaccate, aggressioni, il faticoso intervento della polizia per riportare una calma a cui nessuno sembra intenzionato ad approdare. E’ accaduto fra ieri pomeriggio e ieri sera a Milano nel quartiere a più alto tasso di immigrazione di tutta la città, quello che ruota attorno a viale Padova, lunga strada che porta verso l’hinterland in direzione nord.

Un quartiere ora oppresso da una ”voglia di vendetta” diffusa che ieri sera ha già avuto conseguenze gravi, altre potrebbe averne ancora. Scene sconvolgenti per chi lì ci abita e ci vive, ma anche per chi era solo di passaggio. Ancor più sconvolgente sapere che tutto è stato - «sarebbe stato» precisa la Questura - causato da una stupidissima lite. Una ricostruzione ancora frammentaria racconta infatti di un diverbio che, verso le 17.30, si accende fra due gruppi di passeggeri di un autobus: uno composto da tre africani (due egiziani e un giovane della Costa d’Avorio), l’altro da cinque sudamericani. Sono etnie in forte conflitto fra loro specie in quel quartiere, e basta nulla per accendere il fuoco. L’autista ferma il pullman e li fa scendere nel mezzo di via Padova, la lite continua sul marciapiede, i coltelli fanno capolino in un attimo e i tre africani hanno la peggio.

Uno, il più giovane, è un egiziano di 19 anni. Cade a terra col petto squarciato da una rasoiata, muore pochi minuti dopo. Gli altri due sono feriti ma non in modo grave, alcuni passanti chiamano ambulanze e polizia, mentre i cinque aggressori scompaiono. Intorno agli infermieri che portano i due feriti all’ospedale e agli agenti che fanno i rilievi intorno al cadavere si forma un gruppo di un centinaio di persone. Sono per lo più magrebini ed egiziani, furibondi per la morte del loro connazionale, intenzionati a consumare una vendetta immediata.

Non appena le ambulanze se ne vanno, si scatena la guerriglia. A essere presi di mira, inizialmente, sono alcuni negozi gestiti da ecuadoregni, colombiani, peruviani. Le vetrine di un fast-food latino americano vengono spaccate, il negozio all’interno devastato. Poi è la volta di un bar. Polizia e vigili urbani provano ad arginare la violenza, ma è un’impresa impossibile. I nord africani si divino in gruppi di dieci, venti persone, si disperdono nelle vie laterali. Vengono ribaltate alcune auto, di altre vanno in frantumi finestrini e parabrezza sotto il peso delle mazze di legno.

Si formano anche gruppi di sudamericani, discutono animatamente fra loro, sanno di essere l’obiettivo di una possibile vendetta e si organizzano. Gli altri, tutti gli altri, si tappano in casa. Alcuni amici del morto si muovono per andare al Consolato egiziano. Vogliono chiedere ”protezione”, dicono che da molti mesi il rapporto con gli altri immigrati, specie quelli dell’America Latina, sono impossibili: «Loro dettano legge, vanno in giro armati, e nessuno ci difende». IM 14

 

 

 

 

 

Scontri tra immigrati a Milano, Bersani: «Fallita politica integrazione»

 

La rivolta di Milano dimostra che è fallita la politica di integrazione e sicurezza del governo. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, va giù duro commentando i fatti di via Padova e il fallimento del governo di destra. Quello che è accaduto «è una cosa gravissima - ha detto Bersani - un'impressione veramente notevole, ma mi ha fatto impressione sentire le alte grida di esponenti della destra, della Lega: ma di cosa stiamo parlando, governano loro il Paese, la regione, la città, si prendano carico del fatto che è fallita una politica sia di integrazione sia di sicurezza e non scarichino le responsabilità». Se si vuole lavorare seriamente per affrontare e superare i problemi, ha proseguito il leader del Pd «si lavori seriamente, ma continuare a coltivare questi problemi per fare consenso e non risolverli mai non è più accettabile».

 

la Lega soffia sul fuoco.  "Tolleranza zero vwerso tutti gli irregolari", tuona Calderoli. "I gravi incidenti tra immigrati  avvenuti ieri sera a Milano rappresentano una risposta nei confronti di chi si ostina a ritenere che l'integrazione possa avvenire per legge o per decreto. Quanto successo ieri sera conferma che stiamo  pagando una ideologia sbagliata del passato e anche gli sbagli odierni di qualcuno che pensa che l'integrazione possa realizzarsi attraverso delle modifiche numeriche. Questa è la pesante eredità che paghiamo  per la sbagliata politica della sinistra, la politica delle porte aperte per tutti, pertanto Bersani deve stare zitto e fare mea culpa".

 

«Chiederemo al ministro Maroni di aprire un tavolo per gestire la situazione di viale Monza e via Padova. Questa è un'emergenza che va gestita con pugno duro. Occorrono controlli ed espulsioni casa per casa, piano per piano. Purtroppo, i segnali di quello che sarebbe successo c'erano già»,dice Matteo Salvini, capogruppo in Consiglio comunale e Milano ed eurodeputato della Lega.

 

«Negli ultimi quindici anni, più che "tolleranza zero" la destra e la Lega hanno solo assicurato, con successo, "fatti zero" e molte chiacchiere. Gli italiani se ne sono accorti e lo dimostreranno alle prossime elezioni regionali», dice il responsabile comunicazione del Pd Stefano Di Traglia.

 

«Non bisogna evocare rastrellamenti e nuovi razzismi, ma finalmente avviare nuove politiche di integrazione e Cittadinanza», spiega il deputato finiano Fabio Granata, vice presidente della commissione Antimafia, sostenitore di una «radicale riforma legislativa sulla Cittadinanza». «Gli scontri etnici si evitano chiamando gli immigrati regolari a condividere il perimetro pubblico della Nazione, chiedendo doveri e concedendo diritti, non insultandoli o progettando folli propositi di rastrellamenti di massa», conclude il parlamentare del Pdl.

 

«Chiedo le dimissioni del vice sindaco e assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, Riccardo De Corato, e di Matteo Salvini, presidente della Commissione Sicurezza a Palazzo Marino, in quanto responsabili delle politiche di sicurezza che si sono dimostrate un vero e proprio fallimento e chiedo al sindaco Moratti di provare il brivido di camminare in via Padova, invece di occuparsi di traffico, salotti ed Expo», dice Filippo Penati, candidato del Pd alla presidenza della Regione Lombardia, intervenuto per un sopralluogo in via Padova a Milano. «In quattro anni di governo Letizia Moratti ha abbandonato le periferie. Quello che è successo - ha aggiunto Penati - è il risultato di una politica che ha abbandonato interi quartieri. Il sindaco non ha mai camminato lungo via Padova». Mentre diversi cittadini che seguivano Penati, attorniato dai cronisti, gridavano «Provi la Moratti a prendere l'autobus 56», il candidato del Pd ha spiegato che per uscire dall'attuale situazione che si vive nella zona «è necessario riportare il rispetto e la legalità insieme con politiche di integrazione della popolazione immigrata». «Via Padova è una zona fuori dalla legalità - ha continuato Penati - una situazione intollerabile come dimostra la tensione palpabile di questi giorni».

 

I fatti di Milano - Quattro cittadini egiziani irregolari, ritenuti responsabili di aver partecipato ai disordini scoppiati ieri sera a Milano in seguito all'omicidio di un giovane connazionale, un pizzaiolo di 19 anni, sono stati fermati nella notte dalla polizia con l'accusa di devastazione e saccheggio. I quattro fermati hanno uno 19 anni, uno 31 e due 27 anni. La polizia sta indagando sugli scontri che hanno messo a ferro e fuoco via Padova, una lunga arteria nella periferia nord- est del capoluogo lombardo, dove la presenza di immigrati è molto alta.

 

A scatenare la rivolta, durante la quale sono state rovesciate automobili e spaccate vetrine, è stata la morte del giovane egiziano, accoltellato da un gruppo di sudamericani durante una lite. Complessivamente le persone identificate dopo gli scontri sono 36, quasi tutte egiziane. Dieci di loro sono risultate non in regola con il permesso di soggiorno. Parallelamente, stanno continuando le indagini sull'omicidio del giovane.

 

Sarebbero stati sei sudamericani ad aggredire Ahmed Aziz El Sayed, il pizzaiolo egiziano di 20 anni ucciso ieri a coltellate a Milano. Al Tg5 delle 13, ha parlato un testimone oculare del delitto. Secondo il testimone, si tratta di «sudamericani, sei sudamericani». L'uomo che avrebbe colpito a morte l'egiziano «era un pò magro alto, giovane, 24 anni, 26 anni. E lui sempre qua, beve birra qua, vedo lui sempre qua io». 

 

Nel luogo del'omicidio sono stati deposti dei mazzi di rose. Sull'asfalto ci sono ancora i segni di una grande macchia di sangue a cui ieri gli amici della vittima hanno dato fuoco utilizzando carta e il nastro usato dai vigili per delimitare la zona.

 

Sin da stamattina si sono riuniti qui decine di immigrati nordafricani sotto gli occhi di molti fotografi, operatori televisivi e cronisti. Sulle transenne che delimitano l'area sono appesi dei cartelli che recitano «Vogliamo vivere in pace», «Siamo vicini alla famiglia e agli amici di Aziz» firmato dagli amici del quartiere, e un altro che recita «Comune vogliamo convivere come alla scuola Casa del Sole» e fa riferimento allo storico istituto scolastico che sorge all'interno del parco Trotter, proprio di fronte al luogo del delitto. L’U 14

 

 

 

 

Se gli stranieri siamo noi. Dopo i fatti di via Padova a Milano

 

Si pensa a Rosarno, a un’altra banlieue, a una terra di nessuno abbruttita dal degrado e dalle vite di scarto di un esercito di immigrati fuori controllo: e invece via Padova è Milano, non una periferia ma una nuova frontiera, il luogo di un’integrazione difficile e forse fallita dove cresce un muro invisibile tra gli stranieri e noi. Marocchini, tunisini, arabi, turchi, cinesi, filippini, slavi, peruviani, colombiani, o latin king, come i rissosi assassini di ieri, si incrociano ogni giorno in una strada che nel giro di pochi anni è diventata l’enclave malata di una multietnicità che nessuno ha governato.

In via Padova non bastano le risposte di pochi generosi cittadini a far fronte al concentrato di problemi che l’immigrazione spesso clandestina ha rovesciato sul quartiere: anno dopo anno sono cresciuti lo spaccio, il degrado, l’abusivismo, la povertà, lo sfruttamento, la prostituzione, e sono aumentati gruppi che i sociologi chiamano «deprivati», senza niente, disposti a tutto, immigrati destinati a crescere in una situazione di esclusione sociale. Vivono in dieci o dodici in osceni tuguri che non si possono chiamare case, due stanze squallide in affitto o in subaffitto, clandestini anche per gli amministratori di condominio che danno continuamente disdette dall’incarico perché non sanno a chi intestare le spese. E si trovano all’alba in piazzale Loreto, dove quando va bene ci sono i caporali che reclutano la manodopera in nero per i cantieri, mentre in via Padova si alzano le saracinesche dei pochi negozi italiani che ogni giorno raccolgono firme contro la sporcizia, i furti, la violenza che alimenta paura.

Ci sono assenze istituzionali di riferimento e c’è anche un oscuramento di alcuni valori umani in questo quartiere dove Milano non sembra Milano: è lontano il sindaco, è lontana la giunta, sono lontani da anni gli amministratori e per molti cittadini la paura è diventata un sentimento dominante, come il rancore, il senso di abbandono, la sensazione di non essere ascoltati. Via Padova è diventata un rifugio, un porto franco per un esercito di immigrati, e qualcuno ha anche comprato casa, ha cercato l’integrazione con una comunità che ha cercato di favorire l’accoglienza attraverso gli oratori, i campi sportivi, le attività per i bambini. Ma non è bastato, non basta la buona volontà di un parroco o dei comitati di quartiere a fermare un’ondata di illegalità che nel tempo ha avuto partita vinta sui controlli, si è annessa stradine laterali, ha occupato palazzi. C’è poca polizia in strada, si lamentano i residenti, e i vigili hanno alzato bandiera bianca: «Non siamo in grado di effettuare controlli notturni per mancanza di risorse straordinarie » è stata la risposta di un comandante di zona ad un recente appello, nell’ottobre 2007.

Era già finita l’illusione di una riconquista del territorio propagandata da una fiaccolata contro lo spaccio e il degrado voluta dal sindaco Moratti, contro l’«abbandono delle politiche di sicurezza del governo Prodi », finita con un corteo al quale aveva partecipato anche il leader Silvio Berlusconi. Su via Padova è calato il solito silenzio fino a questa notte di guerriglia, di morte e di furia selvaggia: rimbombano le voci della politica, adesso,si parla di rastrellamenti a pettine, casa per casa, come in tempo di guerra. Ma le urla non servono: in via Padova con la legalità da ripristinare c’è un tessuto sociale da ricostruire. Qui c’è lo specchio esasperato di una Milano futura: una città nella città da governare e non da subire.

Giangiacomo Schiavi CdS 14

 

 

 

 

Nomine del personale diplomatico. Alla commissione esteri la proposta di legge dell’on. Picchi

 

Roma - Sottoporre le nomine degli ambasciatori italiani all’estero al giudizio del Parlamento e prevedere la possibilità di assegnare sedi “calde” a personale esterno alla carriera diplomatica. Questi,in sintesi, gli obiettivi della proposta di legge presentata dal deputato del Pdl Guglielmo Picchi insieme alla collega Gabriella Carlucci e assegnata giovedì alla Commissione Esteri della camera.

Il testo - "Modifiche agli articoli 36 e 109-bis del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, concernenti la nomina dei capi delle rappresentanze diplomatiche e la nomina al grado di ambasciatore" – inizierà l’iter dalla sede referente per poi essere sottoposto al parere della Commissione Affari Costituzionali.

Nella presentazione del testo, Picchi ha sottolineato la "sempre maggiore rilevanza nell'agenda politica" della diplomazia e il fatto che "il corpo diplomatico italiano si è sempre distinto e si distingue per dedizione al servizio, affidabilità ed elevata professionalità in tutti gli incarichi che si è trovato a svolgere in Italia e all'estero".

"L'indipendenza del corpo diplomatico – precisa – non è mai stata messa in discussione, ma in tempi recenti alcuni comportamenti individuali e il rischio di autoreferenzialità della categoria, che potrebbe essere percepita come una "casta" intoccabile e inamovibile, impongono un aggiornamento normativo per ridare slancio alla nostra diplomazia e per rafforzarne la credibilità".

"Lo spirito di questa proposta di legge – spiega, quindi, Picchi – è quello di prevedere, da un lato, il rafforzamento delle prerogative del Parlamento in politica estera assegnandogli un ruolo nel processo di nomina degli ambasciatori e dei capi delle rappresentanze diplomatiche, e, dall'altro, di prevedere la possibilità di accedere a questi incarichi per personalità esterne alla carriera diplomatica. Rimanendo infatti fermo il principio che sia il Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro degli affari esteri, a nominare i nuovi ambasciatori e i capi delle rappresentanze diplomatiche, si ritiene opportuno introdurre l'obbligo dell'espressione del parere favorevole da parte del Parlamento per la nomina proposta. Le competenti Commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, ciascuna in sede propria, dopo una formale audizione dei candidati, esprimono il proprio parere sulla nomina dei candidati a capo della rappresentanza diplomatica o al grado di ambasciatore; in caso di parere negativo deve essere individuato un nuovo candidato".

"La seconda novità – aggiunge – riguarda la facoltà dell'esecutivo di nominare alla funzione di capo della rappresentanza diplomatica anche personale esterno alla carriera diplomatica. Si ritiene opportuno introdurre questo principio anche all'interno del nostro ordinamento, ma limitandolo a una quota pari al 10% delle rappresentanze diplomatiche costituite. In tal modo – chiarisce il deputato – sarà a disposizione della nostra politica estera uno strumento flessibile per il perseguimento di obiettivi specifici o particolarmente complessi, per i quali non è possibile reperire all'interno del corpo diplomatico risorse umane idonee o specificamente qualificate. L'esecutivo – conclude Picchi – dovrà sempre formalmente motivare il ricorso a questa facoltà e trasmettere le motivazioni della scelta alle competenti Commissioni parlamentari, che esprimono il proprio parere sulle nomine". Tre gli articoli che compongono il testo.

"Art. 1.

1. All'articolo 36 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: "e previo parere favorevole espresso dalle competenti Commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, che possono procedere all'audizione dei soggetti designati, secondo le disposizioni dei rispettivi regolamenti";

b) dopo il primo comma è inserito il seguente:

"Le funzioni di cui al primo comma possono essere esercitate, per opportuni e giustificati motivi, nei limiti del 10 per cento del totale delle rappresentanze diplomatiche costituite, anche da riconosciute personalità, non provenienti dalla carriera diplomatica. In tale caso il Consiglio dei ministri, prima dell'espressione del parere delle competenti Commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, trasmette alle stesse una relazione recante le motivazioni della scelta effettuata";

c) al quarto comma è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Le disposizioni del presente comma non si applicano al personale non proveniente dalla carriera diplomatica di cui al secondo comma".

Art. 2.

1. Al primo periodo del secondo comma dell'articolo 109-bis del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: "e previo parere favorevole espresso dalle competenti Commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, che possono procedere all'audizione dei soggetti designati, secondo le disposizioni dei rispettivi regolamenti".

Art. 3.

1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale". (aise)

 

 

 

 

A Roma il 24 e 25 febbraio il IV Congresso dell’Unione Italiani nel Mondo

 

ROMA – Si svolgerà a Roma, presso l’Hotel Aran Mantegna, il 24 e 25 febbraio il IV Congresso dell’Unione Italiani nel Mondo, intitolato “Trasformazioni e certezze. Globalizzazione e identità”. Un appuntamento che metterà al centro il tema del lavoro, della creatività e del saper fare italiano quali uniche risorse per uscire dalla crisi economica mondiale – punti forti già evidenziati nel quindicesimo Congresso del Uil, sindacato dalla cui volontà l’associazione è nata nel 1995. Aprirà l’appuntamento, il 24 febbraio alle ore 15.30, la relazione del segretario generale della Uim Alberto Sera, a cui seguiranno gli interventi dei rappresentanti della Uil, delle istituzioni e delle associazioni ospiti.

  Nella giornata del 25 febbraio, dalle ore 9 sino al pomeriggio, è previsto il dibattito tra delegati e responsabili della Uim, concluso dall’intervento di Carmelo Barbagallo, Segretario confederale Uil e dal quello dl presidente della Uim Giampiero Bonifazi (alle ore 15.30).

  Alle 16, nella fase conclusiva de IV Congresso, l’approvazione dei documenti, l’elezione dei nuovi organismi. (Inform)

 

 

 

 

 

Dal 1° marzo la nuova campagna RED/Est l'Inps all’estero. Assistenza gratuita presso i Patronati

 

Roma - A partire dal 1° marzo - e sino al 30 giugno 2010 - verrà attivata la nuova campagna RED/Est con cui l'Inps chiede ai pensionati che risiedono fuori dall'Italia il rendiconto dei redditi di cui hanno beneficiato nel 2009, per verificare l'eventuale diritto alle prestazioni legate appunto al reddito come l'integrazione al minimo, la maggiorazione sociale e i trattamenti di famiglia.

"Anche quest'anno – annuncia l’Inas Cisl in una nota – le sedi del nostro patronato nei paesi dell'emigrazione italiana saranno a disposizione dei nostri connazionali per fornire assistenza gratuita nella compilazione dei moduli e nella raccolta dei documenti richiesti, e per inviare il tutto all'Inps in modalità telematica. La novità di quest'anno – anticipano dal patronato – consiste nel fatto che, d'ora in poi, l'accertamento avrà luogo ogni anno, in modo da allinearlo con quello che riguarda i pensionati Inps residenti in Italia: un cambiamento auspicato e più volte sollecitato dai patronati per contenere il problema degli indebiti".

"In passato – si ricorda nella nota – è accaduto che pensionati italiani all'estero percepissero erroneamente anche per anni - in molti casi senza dolo - prestazioni legate al reddito cui non avevano diritto. In questo modo, tra un accertamento e l'altro, si trovavano ad accumulare somme anche ingenti di cui l'istituto, una volta verificato l'errore, reclamava la restituzione trattenendole sull'assegno mensile. Non pochi pensionati si sono trovati per questo in serie difficoltà economiche, tanto che i patronati hanno più volte chiesto una sanatoria per le situazioni in cui non vi fosse dolo accertato". (aise)

 

 

 

 

Corso di Agenti dell'emigrazione per giovani campani e lucani residenti nei paesi extraeuropei

 

La Filef Campania ha lanciato il bando per il corso di Agenti dell'emigrazione destinato a 10 giovani italiani di origine campana e 5 giovani italiani di origine lucana residenti nei paesi extraeuropei.

 

Il corso, completamente gratuito, prevede la permanenza di circa un mese (da metà aprile a metà maggio 2010) in Italia con un iter formativo a livello di Master finalizzato all'acquisizione di profili professionali in grado di progettare interventi nell'ambito del turismo sostenibile, delle energie alternative, della cultura dell'ambiente e dello sviluppo locale, di costruire reti culturali ed imprenditoriali - in particolare nel mondo dell’emigrazione - , nonché di interloquire con le istituzioni, con le imprese e con altre organizzazioni sia a livello locale che transnazionale.

 

I 15 giovani emigrati di origine campana e lucana (10+5), neo-laureati e/o laureandi, residenti in Argentina, Colombia,* Paraguay,* Perù, Australia, Belgio, Brasile*, Canada, Cile*, Francia, Germania,* Gran Bretagna, Lussemburgo, Stati Uniti, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Uruguay,Venezuela, in discipline attinenti le politiche di cooperazione e di sviluppo locale collegate al settore del turismo sostenibile, all'economia e/o alla cultura dell'ambiente.

Per informazioni:

www.filef.org (de.it.press)

 

 

 

 

Da clandestino ad attore. Un tunisino nel cast del film sui Malavoglia

 

Il tunisino Ben Hammouda Naceur è arrivato in Sicilia una notte di otto anni fa in gommone. Il regista Pasquale Scimeca lo ha fatto recitare nel suo nuovo film ispirato ai Malavoglia di Verga e basato sul film di Luchino Visconti, La terra trema. Naceur, che ha ottenuto il permesso di soggiorno, e Scimeca si raccontano a Sette, il magazine del Corriere della Sera.

 Ben Hammouda nel film interpreta Alfio, il carrettiere che nei Malavoglia, Verga fa arrivare da fuori, l'unico che non ha parenti nel villaggio di Acitrezza. Nella realtà l'attore è giunto da Hammamet: "Arrivammo dopo venti ore - dice -. Poi i centri accoglienza, le fughe, i mille lavori da schiavo", finché non ha incontrato Scimeca.

 "Io provo a raccontare gli immigrati, la famiglia, i ragazzi del Sud oggi, nel mio, nel nostro tempo. - afferma Scimeca - Cerco di raccontare qualcosa che ha a che fare con la realtà del nostro tempo, soprattutto attraverso aspirazioni e frustrazioni dei nostri ragazzi. Il cinema italiano si occupa dei giovani piccolo borghesi, dei primi baci da dare, degli esami da superare, ma non si occupa quasi mai dei giovani proletari del Sud ogni giorno faccia a faccia con la mancanza di lavoro, di prospettive".  ansa

 

 

 

 

Il piano degli interventi delle Marche per i corregionali all’estero

 

Ancona - Manifestazioni culturali, mostre itineranti per far conoscere la storia, la cultura e le tradizioni delle Marche; corsi di lingua italiana rivolto a tutti i marchigiani residenti all'estero; iniziative mirate ai giovani discendenti marchigiani. Sono alcune novità inserite nel Piano dell'emigrazione per il 2010, approvato dalla Giunta regionale, che rappresenta la prima annualità del programma triennale degli interventi a favore dei marchigiani nel mondo.

Un bozza era stata presentata in occasione del Consiglio dei Marchigiani all'estero, svoltosi a Macerata dal 7 al 10 dicembre. Durante il dibattito generale sono state accolte ed elaborate le numerose proposte avanzate dai consiglieri e sulla base di queste è stato redatto il documento finale.

Diverse le novità presenti nel Piano 2010: innanzitutto, la misura sulle spese per manifestazioni culturali all'estero di rilievo continentale da realizzare d'intesa con le varie associazioni di marchigiani, che prevede il coinvolgimento diretto della Regione per ovviare alle difficoltà organizzative che le associazioni incontrano nel contattare artisti o reperire prodotti o sostenere anticipi di spesa.

In secondo luogo, si è deciso che sarà la Regione a proporre attività e iniziative culturali, per lo più a valenza giovanile e continentale, con carattere itinerante, nel rispetto delle linee d'indirizzo regionali.

Come in passato, i progetti culturali proposti dalla Regione mireranno a far conoscere la storia, la cultura, le tradizioni, la realtà attuale delle Marche agli emigrati e ai loro discendenti, affinché conservino e tutelino l'identità della terra d'origine.

Altro importante cambiamento è costituito dai corsi di formazione linguistico - culturale: ad usufruire di tale opportunità saranno non solo i figli o i discendenti di emigrati marchigiani tra i 13 e i 35 anni ma tutti i marchigiani regolarmente iscritti alle associazioni o federazioni competenti per territorio. Una misura, questa, che nasce dalla forte esigenza di permettere a tutti di conoscere la lingua italiana, che continua ad essere il principale elemento di indentità. Infine, una misura che raccoglie tutte le iniziative a favore dei giovani discendenti marchigiani: lo scopo è quello di riunire in un unico contenitore attività rivolte a stimolare l'interesse dei giovani di origine marchigiana per la cultura italiana, agevolando la frequenza nel territorio regionale di corsi universitari, corsi di specializzazione post-universitaria, master e corsi di formazione professionale, e per iniziative rivolte alla semplice conoscenza della terra dei loro genitori.

Il Piano 2010, nel rispetto della politica regionale che tende a tutelare, sotto il profilo sociale, culturale ed economico i cittadini marchigiani residenti all'estero o rimpatriati, è suddiviso in due parti: una relativa agli interventi della Regione, con le misure citate; un'altra relativa agli interventi dei Comuni che agiscono attraverso il trasferimento dei fondi regionali per favorire il reinserimento degli emigrati, dei loro familiari o discendenti, la promozione di scambi giovanili e la realizzazione di iniziative di accoglienza verso anziani mai rientrati nel proprio luogo di nascita o di emigrazione. (aise)

 

 

 

A Riccione la prima riunione 2010 della Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo

 

RICCIONE - Nuovo appuntamento per la Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo che si è riunita a Riccione presso l´Hotel Mediterraneo, in quello che è il primo dei due appuntamenti annuali previsti dalla legge regionale. I lavori sono stati introdotti giovedì dalla relazione della presidente della Consulta, Silvia Bartolini, che ha riferito sulla Conferenza dei giovani emiliano-romagnoli nel mondo, programmata a Santiago del Cile dal 28 febbraio al 3 marzo prossimo.

  Sarà questo un momento importante per le attività istituzionali della Consulta, dedicato alle iniziative per gli anni a venire, orientate prevalentemente a stimolare la partecipazione delle nuove generazioni dell’emigrazione alla vita associativa, con progetti da loro richiesti o condivisi.

  Si è poi discusso sulle nuove associazioni iscritte all’albo regionale, con conseguente aggiornamento dell’elenco e definizione dell’impegno dei consultori. Nel pomeriggio, Casa Artusi di Forlimpopoli ha ospitato i consultori. Ha avuto luogo il seminario "Le politiche europee della Regione Emilia-Romagna", con la partecipazione di Marco Capodaglio responsabile del servizio Politiche europee e relazioni internazionali della Regione, di Michele Migliori responsabile per i rapporti intersettoriali, di Lorenza Badiello responsabile del servizio collegamento con gli organi dell´Unione europea e di Marco Monesi presidente regionale AICCRE (la sezione italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa). La giornata si è chiusa con la visita dei consultori a Casa Artusi, il noto centro di cultura gastronomica sorto intorno alla figura di Pellegrino Artusi.

  La giornata di venerdì è stata interamente dedicata alla discussione dei temi proposti dalla presidente Bartolini, in particolare la bozza di bando per i contributi per l´anno 2010 alle associazioni, che – come prevede la legge – non ricevono direttamente aiuti dalla Regione (la loro attività si basa sul volontariato) ma possono vedersi accettati e finanziati i loro progetti. (Inform)

 

 

 

 

 

Regione Abruzzo. Il CRAM si affida a Santellocco

 

L’assessore all’Emigrazione dell’Abruzzo, Mauro Febbo, vuole ridare slancio alla Regione - Il nuovo Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo rappresenta il primo tassello di un rinnovato progetto nei confronti dei corregionali nel mondo

 

  L’AQUILA - E’ stato un parto lungo e doloroso quello che ha portato alla nascita del nuovo Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo. Ma, alla fine, il cammino istituzionale nell’ambito delle migrazioni è ripreso seppur tra mille difficoltà. Il 2009 non è stato un anno tenero con l’Abruzzo. La distruzione dell’Aquila, con il conseguente blocco delle attività pubbliche, ha infatti prodotto una vera e propria valanga di problematiche che solo ora iniziano a trovare le prime soluzioni. E se nel corso dell’anno la voce emigrazione ha fatto rima con generose donazioni – è stata, infatti, enorme la solidarietà dei conterranei residenti fuori dai confini regionali –, ora finalmente si riparla di progettazione. Sostenuto dai consiglieri Ricardo Chiavaroli, Franco Caramanico e Antonio Prospero, l’insediamento dell’organismo è avvenuto in un clima di grande commozione e ha portato nel Consiglio l’emozione per la straordinaria vicinanza ai propri conterranei. Presenti i due parlamentari abruzzesi eletti all’estero, Giuseppe Angeli per il Sudamerica, e Antonio Razzi per l’Europa, il CRAM ha eletto Franco Santellocco, rappresentante per l’Algeria, quale vicepresidente; e la scelta rappresenta un chiaro riconoscimento per un uomo di grande esperienza.

  Insignito dal presidente della Repubblica dell’Onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito e della Stella al Merito della Solidarietà Italiana, Franco Santellocco, originario di Luco dei Marsi, rappresenta un pilastro dell’associazionismo abruzzese nel mondo, e risiede da trent’anni in Algeria. Il neo vicepresidente del CRAM, al quale Febbo affiderà il timone dell’istituzione regionale, ha iniziato la sua attività professionale nell’ambito di un gruppo petrolchimico internazionale, e nel 1975 ha fondato l’AILE, Associazione Italiana Lavoratori all’Estero. Attuale presidente della CONFAAM, la Confederazione delle Associazioni Abruzzesi nel Mondo, Santellocco rappresenta anche l’AIE-Associazione Italiani all’Estero che fa oggi parte, quale osservatore, della Consulta Nazionale dell’Emigrazione. Fra le tante iniziative promosse da Santellocco spicca il «Progetto Mediterraneo» per la formazione professionale di studenti magrebini in Italia e il programma «Dona la gioia di vivere a un bimbo» con il quale ha salvato decine di bimbi nordafricani affetti da grave malformazione cardiaca congenita attraverso il ponte con l’attrezzato Ospedale Pediatrico Pasquinucci di Massa, in Toscana. Proprio in terra toscana, il neo cavaliere di Gran Croce ha ricevuto la cittadinanza onoraria del piccolo, storico comune di Vernio. Nel rinnovato Comitato esecutivo sono entrati anche Rafael Petrocco dal Brasile, Rosetta Romagnoli dal Nord America, Mario Di Cicco dall’Africa, Simeone Di Francesco dall’Australia, Levino Di Placido dall’Europa, Patrizia Santurbano per i patronati, Giovanni Margiotta dal Venezuela, Giuseppe Mangolini e Augusto Cicchinelli per le associazioni dell’emigrazione.

  «La Regione – ha ribadito l’assessore Febbo – vive un momento difficile e ha problemi finanziari aggravati dalle pesanti conseguenze del sisma. Ciononostante la ricostruzione del nostro capoluogo rimane una priorità assoluta, che può contare sul sostegno di una grande comunità abruzzese nel mondo. Sono loro i nostri migliori ambasciatori delle qualità e delle valenze della propria terra, e su loro vogliamo investire per meglio affermare il nostro marchio sui mercati esteri, contando sulla rete di promozione costituita dal sistema associativo regionale nel mondo».

  Tra i volti nuovi dell’esecutivo va sottolineata la presenza di Giovanni Margiotta, giovanissimo rappresentante dell’Abruzzo in Venezuela, già presente alla Conferenza Mondiale dei Giovani a Roma. «La rete associativa abruzzese – spiega il giovane italo-venezuelano – ha registrato nell’ultimo anno una forte crescita, e molti giovani imprenditori sono stati chiamati alla guida di sodalizi storici. Credo sia importante sfruttare questo ricambio generazionale in un momento in cui il Venezuela si sta aprendo al mercato e alle importazioni. Esistono per l’Abruzzo buone opportunità per le aziende che decidono di competere in questa zona».

  «La Federazione Abruzzese del Brasile – aggiunge Febbo – sta raccogliendo lusinghieri risultati con il progetto pilota sostenuto dal CRAM e avviato un anno fa a San Paolo e a Ribero Preto. Una conferma per l’affidamento di responsabilità alle forze giovani dell’Abruzzo nel mondo». Laura Napoletano, Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero, febbraio

 

 

 

 

Sechsfachmord in Duisburg. Dritter Mafia-Mörder festgenommen

 

Zweieinhalb Jahre nach dem sechsfachen Mafiamord von Duisburg sitzen alle drei mutmaßlichen Todesschützen in Haft. Die italienische Polizei nahm in Kalabrien den dritten Mann fest.

Zweieinhalb Jahre nach dem sechsfachen Mafiamord von Duisburg sitzen alle drei mutmaßlichen Todesschützen in Haft. Die italienische Polizei nahm im süditalienischen Kalabrien bei einem Großeinsatz gegen die Mafia den dritten Mann fest. Zwei hochrangige ’Ndrangheta-Mitglieder waren bereits in den vergangenen zwei Jahren in Amsterdam gestellt und an Italien ausgeliefert worden.

Die Behörden wollen das Mafia-Trio jetzt wegen Mordes anklagen, berichtete die Polizei Duisburg, die zwei Ermittler nach Italien geschickt hatte.

 

Gegen den 37-jährigen Guiseppe Nirta, der bereits wegen anderer Taten gesucht wurde und als erster Ende 2008 in Amsterdam gefasst und ausgeliefert wurde, erweiterten die italienischen Behörden den bisherigen Haftbefehl auf den Fall der Duisburger Morde. Ein Kronzeuge hatte in Italien ausgesagt, dass Giuseppe Nirta sich gebrüstet habe, der Drahtzieher gewesen zu sein.

Er habe sich verärgert gezeigt, dass in den Medien immer wieder Giovanni Strangio als Hauptverdächtiger bezeichnet wurde. Strangio war vier Monate nach Nirta den Fahndern des BKA ebenfalls in Amsterdam ins Netz gegangen.

Die italienische Polizei geht davon aus, mit der Festnahme des 38 Jahre alten Sebastiano Nirta jetzt alle Männer hinter Gitter zu haben, die in Duisburg das Feuer eröffnet hatten. Dieses Trio habe die Mordtat ausgeführt, erklärte Renato Cortese, Chef des in San Luca eingesetzten mobilen Polizeikommandos. Ihre DNA-Spuren sollen - wie auch die von Giovanni Strangio - nach den Angaben am Tatort nachgewiesen worden sein. Lange Zeit galten Giovanni Strangio und Giuseppe Nirta als alleinige Schützen. Sebastiano Nirta kamen die Fahnder über abgehörte Telefongespräche auf die Spur.

In Gesprächen mit Strangio wurde er als "Dummkopf" bezeichnet, der bei der Tat Spuren hinterlassen habe und deswegen noch lebenslänglich ins Gefängnis wandern werde. Eine alte Blutfehde zwischen den ’Ndrangheta-Familienclans Pelle-Vottari und Nirta-Strangio hatte Mitte August 2007 zum Massaker vor einem Restaurant in Duisburg geführt. Es war die Rache für den Mord an Maria Strangio am 1. Weihnachtstag 2006 in San Luca. Nach der Bluttat war den Tätern die Flucht nach Gent in Belgien gelungen, wo sie untertauchten.

"Die Festnahme der übrigen mutmaßlichen Mörder von Duisburg ist eine Genugtuung", lobte die Abgeordnete Laura Garavini von der Anti-Mafia-Kommission des Parlaments in Rom den Fahndungserfolg. "Nur wenn die Mafia-Fahnder auch grenzüberschreitend kooperieren, kann die organisierte Kriminalität erfolgreich bekämpft werden", sagte Gravini von der Oppositionspartei PD (Partito Democratico). Regierungschef Silvio Berlusconi leiste bedauerlicherweise bisher so gut wie keinen Beitrag dazu, die internationale Verfolgung der Mafia zu verstärken.  (dpa)

 

 

 

 

Italien. Berlusconi will zurück zur Atomkraft

 

Rom. Vor mehr als 20 Jahren, nach der Reaktor-Katastrophe von Tschernobyl, war Italien das einzige G7-Land, das komplett auf die zivile Nutzung von Kernenergie verzichtete. Per Volksentscheid beschlossen die Italiener, bestehende Atomkraftwerke stillzulegen und ein viertes, im Bau befindliches wurde nie vollendet.

 

Silvio Berlusconi aber erklärte bereits nach seiner Wiederwahl vor knapp zwei Jahren, dass er das Moratorium aufheben lassen will. Diese Woche verabschiedete sein Kabinett ein Dekret, in dem Richtlinien für die Standort-Auswahl definiert sind. Schon in zwei Jahren, erklärte Industrieminister Claudio Scajola, könnten erste Genehmigungen erteilt werden. Spätestens 2013 soll mit den Bauarbeiten begonnen werden, 2020 das erste AKW in Betrieb gehen.

 

Zentrales Endlager geplant  - Vorrangig für die Standort-Auswahl, so der Minister, seien "Transparenz" und die "absolute Sicherheit von Menschen und Umwelt". Das Dekret, das das Parlament binnen 60 Tagen bestätigen muss, sieht vor, dass betroffene Anwohner in den Genuss von niedrigeren Stromrechnungen und Steuerentlastungen kommen. Außerdem soll ein zentrales Endlager gebaut werden. Die Transparenz reicht allerdings nicht so weit, der Bevölkerung mitzuteilen, um welche möglichen Standorte es geht.

 

Als unverantwortlich kritisierte prompt der Chef der Grünen, Angelo Bonelli, das Vorgehen der Regierung. Er ist überzeugt, dass die Standorte längst feststehen, aber aus Angst vor Widerstand nicht bekanntgegeben werden.

 

Schon seit Monaten mobilisieren Grüne vor allem dort zum Widerstand, wo vermutlich Kraftwerke gebaut oder wieder in Betrieb genommen werden sollen: in Chioggia nahe Venedig und in Garigliano in Kampanien. Sie wollen außerdem Unterschriften für ein neues Referendum sammeln. Fast alle italienischen Regionen unterzeichneten kürzlich eine Resolution gegen die Pläne der Regierung; elf haben sogar Klage vor dem Verfassungsgericht eingelegt. Erbittert wehren sich die Toscana, Apulien und Kampanien - in Mittelitalien künden heute noch viele Ortsschilder von einer atomfreien Zone.

 

Italiens große Energiekonzerne sind aber überzeugt, die Menschen durch Aufklärung für Atomenergie zu gewinnen. "Wir müssen dafür sorgen, dass die Bevölkerung die Vorteile der Atomkraft besser versteht", sagte kürzlich Fulvio Conti, Chef des Konzerns Enel. Gleichzeitig sprach er sich für verschiedene Energieformen aus. Die Grünen werfen ihm falsches Spiel vor, denn es sei bereits entschieden, dass Enel gemeinsam mit dem französischen Konzern Électricité de France neue Kraftwerke baut.

 

Engpass bei der Energie - Tatsächlich ist die Energieversorgung ein Schwachpunkt der italienischen Politik, denn sie versäumte es nach dem Volksentscheid, in den Ausbau neuer Energieträger zu investieren. Heute hängt Italien zu mehr als 80 Prozent von Einfuhren ab, die Strom- und Gaspreise gehören zu den höchsten in Europa. VON KORDULA DOERFLER FR 13

 

 

 

 

 

Bundestagspräsident. Lammert wirbt bei Migranten für Einbürgerung

 

Bundestagspräsident Norbert Lammert will, dass sich mehr Migranten um die deutsche Staatsbürgerschaft bemühen. Gleichzeitig müssten die Zuwanderer bereit sein, sich mit der deutschen Kultur auseinanderzusetzen. Bayerns Innenminister warnt hingegen, Integration sei nicht durch eine rasche Einbürgerung erreichen.

Bundestagspräsident Norbert Lammert (CDU) wirbt bei Migranten für eine verstärkte Bereitschaft zur Einbürgerung. „Unser Problem in Deutschland ist nicht eine zu hohe Zuwanderung, sondern die zu geringe Einbürgerung“, sagte Lammert. Außerdem könne Integration nur gelingen, wenn sowohl die Migranten als auch die Bundesbürger dies wollten. Dieser „durch nichts zu ersetzende Wille auf beiden Seiten“ sei „allerdings nicht immer in der notwendigen Weise vorhanden“.

Bayerns Innenminister Joachim Herrmann (CSU) forderte die in Deutschland lebenden Muslime zu einem „ehrlichen Dialog“ auf. Ziel sollte ein Abbau der „emotionalen Vorbehalte vieler Bürger gegenüber stärker werdenden islamischen Einflüssen“ sein. Man müsse diese Sorgen und Ängste ernst nehmen. Der CSU-Politiker fügte hinzu: „Islamkritik pauschal als 'Phobie' zu diffamieren, führt nicht weiter.“

Auch Lammert kritisierte die jüngsten Warnungen vor einer Islamophobie in Deutschland. Hierbei handele es sich um eine „unnötige Dramatisierung“. Richtig sei aber, „dass viele Bürger mit Sorge und auch mit wachsender Nervosität auf die jahrelange Vernachlässigung oder Verharmlosung der Probleme reagieren, die es bei der Vermeidung oder Verdrängung der notwendigen Auseinandersetzung mit Chancen und Risiken von Multikulturalität zweifellos gegeben hat“.

Lammert mahnte, jede Gesellschaft brauche „ein Mindestmaß an gemeinsamen Überzeugungen und Orientierungen, ohne die sie ihren Zusammenhalt verliert“. Er fügte hinzu: „Dass teilweise dieselben Leute, die ständig von Leitthemen oder Leitlinien sprechen, mit dem Begriff Leitkultur unüberwindliche Schwierigkeiten haben, nehme ich eher mit Amüsement zur Kenntnis.“ Es gehe nicht um die Einigung auf einen Begriff, sondern um die Einsicht in Zusammenhänge – und diese Einsicht habe sich „in den vergangenen Monaten in beachtlicher Weise vermehrt“.

Der Bundestagspräsident wandte sich zugleich gegen Forderungen nach einem kommunalen Wahlrecht für Ausländer. Er mahnte: „Das Wahlrecht sollte Ausdruck und Folge einer vollzogenen Integration sein.“

Herrmann sagte: „Die Einbürgerung sollte die entscheidende Voraussetzung bleiben, dass Nicht-EU-Staatsangehörige an Kommunalwahlen teilnehmen können.“ Wer diesen Schritt nicht tun wolle, könne auch keine staatsbürgerlichen Rechte in Anspruch nehmen und in elementaren Fragen des Gemeinwesens mitbestimmen.

Der bayerische Innenminister betonte zugleich, Einbürgerung sei eine ganz persönliche Entscheidung, die nicht erzwungen werden könne. Er fügte hinzu: „Wir müssen dafür werben, dass Zuwanderer diesen Schritt gehen und sich damit voll in unser Gemeinwesen eingliedern, dürfen aber nicht vergessen, dass die Einbürgerung den letzten Schritt der Integration darstellt.“

Wer glaube, Integration durch eine rasche Einbürgerung erreichen zu können, befinde sich auf einem Irrweg. Der CSU-Politiker fügte hinzu: „Wir wollen keine Parallelgesellschaften mit völlig anderen Wertevorstellungen als der deutschen.“

Herrmann kritisierte, die „Verfechter von Multi-Kulti“ wollten den Begriff der Leitkultur „bewusst falsch verstehen“. Die Notwendigkeit einer echten Integration werde „kein vernünftiger Mensch mehr bestreiten“. Herrmann fügte hinzu: „Ohne ein gesellschaftliches Leitbild aber kann Integration nicht gelingen. Es muss klar sein, 'wohin' integriert werden soll.“  Ddp 14

 

 

 

 

Asylbewerberleistungsgesetz. Hoffen für Flüchtlinge

 

Nach Hartz IV könnte demnächst das Asylbewerberleistungsgesetz beim Bundesverfassungsgericht landen. Die Flüchtlingshilfsorganisation Pro Asyl hofft, mit Musterverfahren höhere Zahlungen für 128.000 Asylsuchende und Geduldete durchzusetzen. Die Regelsätze seien vor 17 Jahren "willkürlich festgelegt" worden und wie Hartz IV mit der Menschenwürde unvereinbar, begründete Pro-Asyl-Referentin Marei Pelzer auf FR-Anfrage.

 

Auch die Bundesregierung schließt Änderungen nicht aus. Das Sozialministerium, das den Ländern die Höhe der Zuwendungen vorschreibt, prüft nach eigenen Angaben "das Urteil und den sich im Einzelnen ergebenden Handlungsbedarf eingehend". Ausdrücklich "in die Prüfung einbezogen" seien "Folgewirkungen des Urteils für die Bemessung der Leistungen an Asylbewerber", sagte das Ministerium der FR.

 

Ähnlich sieht es die FDP-Fraktion: "Das Urteil muss im Hinblick auf die Asylbewerberleistungen sorgfältig geprüft werden", so Hartfrid Wolff, Innenpolitiker und FDP-Experte für Ausländerrecht. Die Union im Bundestag sieht dagegen keinen Handlungsbedarf. "Das Hartz-IV-Urteil ist nicht einfach übertragbar", so ihr sozialpolitischer Sprecher, Karl Schiewerling (CDU). Für Asylsuchende seien laut Gesetz vor allem Sachleistungen vorgesehen.

 

Fakt ist: Derzeit können die vom Asylbewerberleistungsgesetz betroffenen Flüchtlinge selbst von Bezügen, wie sie Hartz-IV-Empfänger bekommen, nur träumen. Ihre Sätze liegen noch mal um ein gutes Drittel niedriger. Das Gesetz von 1993 gewährte einem Haushaltsvorstand 360 Mark (184 Euro), Kindern unter acht Jahren 112 Euro sowie anderen Familienmitgliedern 158 Euro. Kinder bis zu 15 Jahren bekommen ferner 20 Euro Taschengeld, ältere Bezieher rund 40. 25 Prozent dürfen Erwachsene hinzuverdienen, aber die gehen oft schon für die Fahrt zur Arbeit drauf. Die Regelsätze wurden bisher nicht erhöht, nicht mal zum Inflationsausgleich.

 

Die Rahmenbedingungen aber haben sich sehr geändert. Auslöser für das Asylbewerberleistungsgesetz waren 1993 die hochgeschnellten Asylbewerberzahlen. Schwarz-Gelb ging damals von 600.000 Beziehern aus, die den Staat knapp drei Milliarden Euro und damit eine Milliarde weniger als ohne die Reform kosten würden. 2008 dagegen hat das Gesetz laut Statistischem Bundesamt die Steuerzahler nur noch 840 Millionen Euro gekostet - Grund: viel weniger Flüchtlinge. Marei Pelzer: "Das Motiv für das Gesetz gibt es gar nicht mehr." Heute beklagen die Hilfswerke vor allem, dass viele Flüchtlinge kein Bargeld bekommen, sondern auf Essenspakete und Kleiderkammern angewiesen sind.

 

Das "größte Problem" sei die medizinische Versorgung, sagt Heiko Habbe vom Jesuiten-Flüchtlingsdienst. Anspruch auf Hilfe haben die Menschen nur bei akuten Erkrankungen und bei Schmerzen - bei vielen chronischen Leiden, bei Hör- und Sehschwächen hätten sie "Riesenprobleme, die nötige Versorgung zu bekommen". Er verweist auf einen an Grünem Star erkrankten jungen Mann: Ihm verweigerte der Amtsarzt das Okay zu der vom Augenarzt dringend empfohlenen Operation. Wenn es dabei bleibt, sagt Habbe, "wird der Mann wohl erblinden". FR 12

 

 

 

 

EU. Mehr Gipfel für mehr Wachstum

 

Die Staats- und Regierungschefs der EU beschließen eine gemeinsame Wirtschaftsregierung. Doch die Befugnisse sind unklar.

 

Brüssel - Alle Welt hat sich nur für Griechenland und mögliche Hilfspakete interessiert, als Bundeskanzlerin Angela Merkel und Frankreichs Staatschef Nicolas Sarkozy am Donnerstagabend nach dem EU-Gipfel vo