WEBGIORNALE  17-18  Febbraio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Documento del Consiglio d’Europa sul fenomeno immigrazione  1

2.       Società multiculturali. L’Europa delle «isole» etniche  1

3.       Il ministro degli Esteri Frattini: “Una politica europea sugli sbarchi clandestini”  2

4.       La Libia chiude le frontiere ai Paesi dell'area Schengen, europei rimpatriati 3

5.       Le vie per battere la crisi. All’Europa serve una crescita non drogata  3

6.       Atenei italiani: "Lettera-appello contro il razzismo"  4

7.       Legalità e integrazione. Immigrati, chi taglia il nodo di Gordio  5

8.       Mannheim. Il DGB disponibile ad accogliere gratis l’Agenzia consolare italiana  5

9.       Eugenio Marino nominato responsabile del PD-Mondo. Auguri dalla Germania  5

10.   PD-Estero: Eugenio Marino, la scelta giusta per ripartire  6

11.   Radio Colonia. Il paese dei complotti 6

12.   La presenza italiana alla Biofach di Norimberga (17-20 febbraio) 6

13.   Berlino. Il 27 febbraio a Convegno le Donne Italiane in Germania  7

14.   Le settimane internazionali contro il razzismo 2010  7

15.   Il 19 febbraio a Firenze il convegno "La terza identità: i migranti tra patrie d’origine e Paesi d’arrivo"  8

16.   Riforma Comites e Cgie: prime indicazioni 8

17.   Dalla Toscana nuovi fondi per favorire l’integrazione degli immigrati 9

18.   Il blog "La Fuga dei Talenti" lancia una nuova iniziativa: "Cambio Generazionale"  9

19.   Scontro Libia/Europa. L'Italia deve scendere in campo  9

20.   La crisi di Atene ridisegna l’UE. La sovranita’ in movimento  10

21.   Banche, no della Ue a Obama. "Non è in linea con i principi del mercato"  10

22.   Narducci (PD): Inaccettabile il comportamento libico  11

23.   Iran, l'allarme di Hillary Clinton. "Va verso una dittatura militare"  11

24.   La propaganda è dannosa  per i governi 11

25.   L'Italia e le adozioni internazionali 12

26.   Cronache da un paese in eterna emergenza. Il record italiano dei 10 mila commissari 12

27.   Il dilemma tra velocità e regole  13

28.   Editoriale. Ma adesso Bertolaso deve lasciare  13

29.   Bertolaso alla Camera: "Resto al mio posto". Stralciata la spa dal decreto. Ma Bersani: non mi fido  14

30.   Il Bossi pompiere frana addosso al premier 15

31.   L’analisi. L'illusione dell'onnipotenza  15

32.   «Questo quartiere non è un ghetto. Ecco i dieci punti per rilanciarlo»  15

33.   La paura di andare per strada  16

34.   Milano, viaggio nella babele violenta e multietnica  16

35.   Immigrati, Bossi ferma i pasdaran della Lega. "Lasciamo stare i rastrellamenti a Milano"  17

36.   Come si difende un quartiere  17

37.   Permesso di soggiorno a punti efficace solo con politiche di integrazione  18

38.   Fiducia, Berlusconi di nuovo in calo. Crescono i partiti di centrosinistra  18

39.   L’Aquila: lo sdegno della città  18

40.   Passaporto individuale per i minori 19

41.   Berlinale. Dal Giappone cinema di guerriglia  19

42.   Nel 2009 crollate le esportazioni 20

43.   Conclusi a Riccione i lavori della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo  20

44.   “Libertàcivili”, il bimestrale di studi sui temi dell’immigrazione promosso dal Ministero dell’Interno  20

45.   A Palermo un incontro sull’integrazione dei migranti 20

 

 

1.       Unwetter. Dramatische Erdrutsche in Süditalien  21

2.       Italien attackiert Schweiz wegen Visa-Streit mit Libyen  21

3.       Mailand. Tod eines Ägypters löst schwere Krawalle aus  21

4.       Tod eines jungen Ägypters. Mailands Immigranten-Viertel wird zum Pulverfass  21

5.       Award für Interkulturelles Engagement 22

6.       Deutsche in der Schweiz. Vorsicht vor Fränkli und Grüezi. Den Schweizer gibt es als Kollektiv  22

7.       Libyen Gaddafi lässt EU-Bürger nicht mehr einreisen  23

8.       Trotz Visum-Streits. Libyen lässt Europäer weiterhin einreisen  23

9.       Staatsdefizite. Wendezeit 24

10.   Kommentar zur Eurozone. Auch die Deutschen tricksen  24

11.   EZB-Präsidentschaft. Der Beste für Europa  24

12.   UN-Menschenrechtsrat. Iran am Pranger 25

13.   Atomausstieg. Kühl kalkuliert 25

14.   Oppositionspolitik der SPD. Mal Mitarbeit, mal Widerstand  26

15.   Westerwelle fordert Generaldebatte. Streit um Hartz IV soll ins Parlament 26

16.   Interview mit Guido Westerwelle. "Wer den Sozialstaat überfordert, zerstört ihn"  27

17.   Sozialstaat. Westerwelles Sittenbild  28

18.   FDP in der Krise. Bloß nicht umfallen  28

19.   Gesundheit. In den Krankenhäusern fehlen 5000 Ärzte  30

20.   Hartz-IV. Viel Ärger um 359 Euro im Monat 30

21.   Der Historiker Arnulf Baring. "Umverteilung können wir uns nicht leisten"  31

22.   Hartz IV und der Untergang Roms. Die Wonnen der Dekadenz  31

23.   Treue in der Partnerschaft. Fremdgehen ist auch keine Lösung. Frauen und Männer sind gleich untreu  32

24.   Dresden. Wo Bürger gegen Nazis siegen  33

25.   Gedenken an Dresden-Bombardement. Bunt stoppt Braun  33

26.   Nachfolgeregelung. Portugiese Constâncio neuer EZB-Vizepräsident 34

27.   Europäische Zentralbank. Deutschland muss für Weber kämpfen  34

 

 

 

 

A fondamento dell'Ue. Democrazia partecipativa e Trattato di Lisbona

 

Una delle novità più interessanti introdotte con il Trattato di Lisbona, tra i molti miglioramenti istituzionali e procedurali, riguarda la vita democratica dell'Unione Europea. Ad ogni cittadino viene riconosciuto formalmente il diritto "di partecipare alla vita democratica dell'Unione" - da cui deriva l'obbligo, per le istituzioni, di far sì che "le decisioni siano prese in modo più aperto e più vicino possibile cittadini" - e nel contempo si riconosce che i "cittadini dell'Unione, in numero di almeno un milione e che abbiano la cittadinanza in un numero significativo di Stati membri" possono formulare proposte per iniziative legislative. Tutto ciò  mostra  che l'Unione Europea è finalmente pronta ad abbandonare la sua caratteristica originaria di unione di Stati.

Ciò viene sottolineato anche dal principio di "democrazia partecipativa" nelle disposizioni dedicate al dialogo con la società civile e al dialogo con le Chiese. Si tratta di una novità, qualcosa di sconosciuto per le costituzioni degli Stati nazionali, per non parlare dei trattati internazionali. I due dialoghi e il principio su cui essi si basano, che mira a includere nelle considerazioni delle istituzioni europee i punti di vista, le preoccupazioni e le esperienze di due importanti settori della vita sociale per realizzare la politica e il diritto, potrebbero costituire un esempio da imitare nei dibattiti costituzionali futuri. In effetti essi esprimono un'idea moderna di democrazia e un'esigenza di partecipazione della parte coinvolta della popolazione.

I metodi della democrazia partecipativa sono il dialogo e la consultazione. La prassi idonea per realizzare tali metodi resta ancora da sviluppare. Ci si potrà ispirare alla cooperazione informale tra le Ong, da tempo sperimentata, ma anche all'attività delle rappresentanze delle Chiese e delle comunità religiose accreditate a Bruxelles e ai servizi europei, nonché alle procedure sviluppate per decenni dal Comitato economico e sociale europeo, all'esperienza  della società civile. Consultazione e dialogo non significano in alcun modo codeterminazione e codecisione, poiché si continua ad applicare il principio che "il funzionamento dell'Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa". 

Il settore della società civile comprende le associazioni e le organizzazioni sostenute dall'impegno - volontario sociale, caritativo, culturale o di altro tipo - di cittadine e cittadini. Prescindendo dal fatto che, con il loro impegno e le loro attività, queste persone difendono in molti casi anche interessi di importanza generale che non trovano patrocinatori nei parlamenti, la loro opera spesso offre punti di vista che possono essere particolarmente significativi per le istituzioni europee in fase di elaborazione delle leggi o di determinati progetti e politiche.

Su un altro livello è posto il settore cui appartengono le Chiese e le comunità religiose. Anche qui vengono rappresentati interessi; tuttavia, in questo caso si tratta piuttosto di un orientamento generale, di questioni relative al senso e all'etica dell'attività politica che mira all'unione dell'Europa e della sua realizzazione. Perciò, questo settore è menzionato anche in un articolo  in cui si afferma: "Riconoscendo l'identità e il contributo specifico, l'Unione mantiene un dialogo aperto, trasparente e regolare con tali chiese e organizzazione."

Dialogo e consultazione, significa che le due parti coinvolte, ovvero da un lato l'Unione Europea e le sue istituzioni, dall'altro le organizzazioni della società civile, le Chiese e le comunità religiose, devono imparare e trarre profitto da questa interazione. Non si tratta solo di far sì che le istanze politiche o amministrative ascoltino o prendano informazioni dai partner, ma che venga realizzato uno scambio, un arricchimento reciproco, a vantaggio di tutte le parti e dell'intero sistema, in tutte le sue dimensioni politiche, sociali e spirituali.

THOMAS JANSEN, GERMANIA

 

 

 

Documento del Consiglio d’Europa sul fenomeno immigrazione

 

Bruxelles - “Criminalizzare l’entrata e la presenza irregolare dei migranti in Europa lede i principi sanciti dal diritto internazionale provocando, al tempo stesso, numerose tragedie umane senza raggiungere la finalità voluta, ovvero quella di esercitare un controllo concreto sul fenomeno dell’immigrazione”. Lo ha detto Thomas Hammarberg, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, presentando nei giorni scorsi a Bruxelles un documento tematico sulla questione.

“Noto con crescente preoccupazione il verificarsi della tendenza descritta come parte della politica di gestione delle migrazioni”, ha dichiarato. “L’interesse che hanno gli Stati nel controllare le proprie frontiere è legittimo ma la criminalizzazione è una misura sproporzionata che genera ulteriore stigmatizzazione e marginalizzazione dei migranti. I reati in materia di immigrazione dovrebbero restare di natura amministrativa”.

Il documento tematico trova la propria “ragion d’essere” nei “timori” espressi ed esamina in maniera sistematica le questioni relative alla tutela dei diritti umani sollevate dal fenomeno della criminalizzazione delle migrazioni in Europa. Il documento analizza l’attraversamento delle frontiere esterne, la permanenza dei migranti e la protezione dei loro diritti sociali, incluso il diritto al lavoro, di asilo e il trattenimento.

Il documento presenta, infine, un certo numero di raccomandazioni rivolte agli Stati membri del Consiglio d’Europa. L’obiettivo cui si mira è quello di pervenire ad una “giusta armonizzazione” tra il trattamento riservato ai cittadini stranieri e il rispetto dei diritti umani.

I documenti tematici sono preparati su richiesta del Commissario per i diritti umani e dallo stesso pubblicati per offrire un contributo al dibattito sulla tematica o avviare una riflessione più profonda su una questione di grande attualità e importanza in materia di diritti umani. Il testo è disponibile sul sito Internet del Commissario.

(Migranti-press)

 

 

 

Società multiculturali. L’Europa delle «isole» etniche

 

Da Londra a Malmö, i quartieri dove gli stranieri sono maggioranza. E 130 città chiedono aiuto all’Ue per affrontare l’emergenza

 

BRUXELLES — L’altro ieri, a Stoccolma, 300 cittadini svedesi nati in Iran, che urlavano «morte a Khamenei », hanno affrontato un centinaio di poliziotti svedesi che di Khamenei non avevano probabilmente mai sentito parlare. Lanci di pietre, un paio di arresti. Notizia così banale, per la città, da aver appena sfiorato le prime pagine delle cronache.

Qualche settimana fa, a Bruxelles, capitale dell’Unione Europea e simbolo dell’integrazione comunitaria, dopo una gagliarda prestazione della squadra di calcio dell’Anderlecht un gruppetto di suoi tifosi non sapeva come celebrare. Ragazzi aderenti a una curva che da anni vanta legami con gruppi ultranazionalisti fiamminghi, alla fine hanno scelto la meta dei loro festeggiamenti: il quartiere di Schaerbeek, dove un abitante su tre si professa musulmano ed è immigrato dalla Turchia o dal Maghreb. Non era causale, l’avevano fatto altre volte. Così, detto e fatto: sciarpa sul viso e cinghia in pugno, dopo qualche coro, qualche braccio teso alla moda di Norimberga e qualche bottiglia di birra trappista in frantumi, i ragazzotti dell’Anderlecht correvano inseguiti da decine di loro coetanei locali che si incitavano a vicenda in turco o in arabo. «Jallah, jallah», «avanti, avanti », se li prendevano li convertivano a mazzate e buon per loro che è arrivata la polizia a salvarli. Il calcio non c’entrava nulla, la religione neppure, la disoccupazione neanche, il Belgio o Bruxelles men che meno. Come, un anno prima, non c’entrava Bruxelles negli scontri che nello stesso quartiere avevano opposto altri giovanotti turchi a immigrati curdi ed armeni, nel ricordo delle stragi compiute cent’anni prima nell’impero ottomano. E come, l’altra sera, via Padova e Milano sembravano un palcoscenico, per l’esplodere della rabbia fra immigrati africani e sudamericani.

Ma questa è l’Europa, oggi, con i suoi 8 milioni di extracomunitari senza permesso di lavoro e di residenza. Questa è l’Unione Europea, i cui 27 Paesi faticano a consolidare una legislazione comune, omogenea, su come affrontare le sfide dell’immigrazione extracomunitaria. È almeno dal 2004 che si cerca di raggiungere questo risultato, e molti passi avanti sono stati fatti, se non altro sulla carta (come quello della «carta blu», il sistema simile alla «green card» americana che dovrebbe attirare l’immigrazione altamente qualificata): ma nei fatti, il panorama legislativo attuale è ancora come l’abito di Arlecchino. E il prezzo più alto lo pagano i laboratori sociali dove si compie (e spesso fallisce) l’esperimento dell’integrazione: le città. C’è la Svezia—12% di immigrati sulla popolazione totale, secondo i dati Onu ed Eurostat — che ha accolto in media il 76% delle richieste di asilo da parte di immigrati iracheni e ora però sta cercando di «reindirizzarne » almeno 10 mila verso altri Paesi Ue. E c’è la Grecia (percentuale di immigrati: 8,8%) che di iracheni non ne ha accolto quasi nessuno. C’è la Germania (12,3%), che ufficialmente non permette le espulsioni ma poi pratica le estradizioni, dopo regolare condanna, e a volte anche per reati minori. C’è la Francia (10,1%), che non parla di «espulsioni» ma di «partenze umanitarie»: termine che si riassume in un’iniziale «protezione sul posto», per l’immigrato non in regola, e poi nel suo accompagnamento verso un «paese d’origine sicuro», ammesso che ne esista uno. Sembra che funzioni. Ma le città della Francia, proprio loro, non sono modelli di integrazione: come hanno insegnato a suo tempo le fiamme della banlieue, divampate fin dietro Pigalle. E c’è poi l’Olanda (10%), che a molti neo-immigrati non solo chiede di seguire un corso di lingua, ma anche di dare un’occhiata a un film dove, fra l’altro, si assiste a un bacio fra omosessuali e si vede la panoramica di una spiaggia per nudisti. Messaggio sottinteso: queste cose sono normali nella nostra società, sei disposto ad accettarle? Ma anche qui, non si sa quali siano i risultati di questa assimilazione a tappe forzate. Anzi, l’assimilazione è una coperta piena di buchi: ad Amsterdam si moltiplicano gli scontri fra immigrati indonesiani e di Timor Est; il venerdì in qualche moschea si ricorda ancora il rogo di Schipol (11 immigrati morti nel Centro di detenzione dell’omonimo aeroporto, nel 2005) e Theo van Gogh è pur sempre stato ucciso in Olanda, non in Arabia Saudita. E dire che le ultime statistiche della Ue sembrerebbero certificare la vera notizia, una notizia controcorrente: l’immigrazione extracomunitaria è in calo, non in aumento, per via della recessione. In Olanda, le richieste d’asilo sono dimezzate. In Irlanda, che aveva accolto l’ondata più forte sull’onda del suo «boom» economico (quasi il 15% di immigrati), decine di migliaia di polacchi e lituani hanno fatto le valigie. E pure in Spagna (11,1%) romeni e bulgari sarebbero in partenza.

Ancora una volta, però, tutto questo non placa la febbre della città. Ed è la microconflittualità quotidiana, più che i disordini su larga scala, a segnare l’andamento del malessere. A Birmingham, nel Regno Unito (9,1%), mesi fa sono volate le molotov dopo che operai inglesi avevano invocato British jobs for British workers, «posti di lavoro britannici per lavoratori britannici», e dopo che gli immigrati polacchi si erano schierati per le strade. A Malmoe, in Svezia, città dove ormai i musulmani sarebbero maggioranza — almeno nel quartiere di Rosengard — la polizia ha fatto disputare senza pubblico, a porte chiuse, i recenti incontri di Coppa Davis dove giocava Israele. Malmoe, in questi anni, ha visto scoppi di furia distruttiva, quasi da guerra civile: tanto che un inviato di Al Jazeera ha parlato di «rabbia imprevedibile». Intervistati dalle Tv di mezzo mondo, i giovani locali hanno accusato i poliziotti di «provocazioni continue»: «e poi si meravigliano se reagiamo?». Ma anche lì, un movente reale non è stato accertato. Come negli altri laboratori del malessere europeo. Che intanto, fanno sentire la loro voce: «Eurocities », l’organizzazione che raccoglie 130 città europee, ha chiesto alla Ue di poter assumere un «ruolo maggiore » nell’affrontare i problemi dell’immigrazione nei centri urbani. C’è il senso di un’urgenza, anzi di un’emergenza conclamata. Ma forse la vera diagnosi l’ha azzeccata, oltre Atlantico, il Los Angeles Times: «Gli Stati Uniti—ha scritto—hanno lottato con la questione dell’immigrazione fin dalla loro nascita, così è facile dimenticare che questi sono temi relativamente nuovi per gli Stati europei, rimasti omogenei per secoli. Ma questa differenza ci è stata ricordata quando centinaia di lavoratori africani sono scesi in rivolta in Calabria».

Luigi Offeddu CdS 15

 

 

 

 

Il ministro degli Esteri Frattini: “Una politica europea sugli sbarchi clandestini”

 

ROMA - Ci illustri la politica sui respingimenti delle imbarcazioni di clandestini in acque internazionali effettuati dalla nostra marina militare, di cui molto si è detto.

  La prima cosa da dire è che il respingimento e le espulsioni sono soltanto uno degli aspetti di una politica migratoria che non può e non deve essere ovviamente proiettata soltanto sulla Sicilia o sull'Italia, ormai è una questione europea.

  Si deve all'Italia il fatto di avere chiesto ed ottenuto che la questione fosse compiutamente ritenuta materia europea, da affrontare in ambito europeo. Il Consiglio europeo dello scorso mese di dicembre ha finalmente stabilito un principio molto chiaro: i respingimenti sono l'unico strumento per applicare quella parte della strategia europea che riguarda la legalità.

  Il respingimento e l'espulsione sono anche strumenti che servono a scoraggiare il traffico di esseri umani e se l'Italia e la Sicilia sono il “ventre” molle dell'Europa, il traffico di esseri umani ci si dirige perché capisce che in questa zona può facilmente entrare.

  Si tratta di un business nel quale i trafficanti chiedono alle vittime, veri e propri schiavi del XXI secolo, tariffe di passaggio che oscillano tra i 1.000 ed i 1.500 dollari a persona con il rischio di non arrivare vivi, soltanto una politica di fermezza può scoraggiare questo fenomeno.

  I risultati ci sono stati. Nel 2009 abbiamo ridotto del 90% gli ingressi clandestini rispetto all'anno precedente, in termini numerici da 20.000 a 2.500 e questo si inserisce in una linea di azione che altri paesi, a cominciare dalla Spagna, dalla Francia, stanno seguendo che riguarda la politica del rimpatrio di coloro che non hanno titolo a rimanere sul territorio nazionale.

  I luoghi di provenienza di chi sbarca clandestinamente sono molto vari, tuttavia gli sbarchi concentrati in questo corridoio. Come mai?

  Noi abbiamo individuato due grandi rotte. Attraverso quella che passa attraverso l'Africa occidentale e arriva facilmente attraverso la Tunisia, arrivano persone originarie dalle regioni sub sahariane, dal Senegal, dal Mali. Poi vi è la rotta orientale, che ci interessa più direttamente, dove i soggetti sono provenienti dalla Somalia, dall'Etiopia e dalla Nigeria. Vi sono, inoltre, due fenomeni: da un lato quelli che meritano tutto il nostro aiuto perché scappano dalle guerre, quelli che hanno lo status di rifugiato e che noi accogliamo. Dall'altro ci sono i criminali ed i terroristi, i quali si infiltrano in gruppi nei barconi che partono da zone dell'Africa molto pericolose. Noi abbiamo fondati elementi, ed in qualche caso prove, che esistano persone collegate con gruppi estremisti che trovano come migliore soluzione quella di confondersi nei barconi dei disperati.

  Per questo motivo noi dobbiamo attuare tutte le misure necessarie per evitare questo fenomeno. Siamo inoltre obbligati al rispetto delle norme europee del Trattato di Schengen che impongono di custodire nei centri di raccolta i clandestini e di rimpatriarli.

  Alla luce dell'inchiesta della Procura di Siracusa sui vertici della Guardia Costiera, ci si domanda se forse ci sono delle lacune nelle norme?

  Il fatto che la legge sia lacunosa dà la prova che questa sia un’azione discrezionalmente voluta e non obbligata. Se la legge non fosse lacunosa si potrebbe dire era mio atto dovuto. Ma l'ammissione che vi è una lacuna, che il magistrato riempie in via interpreta- tiva, e la prova della discrezionalità e quindi della scelta che si poteva anche evitare di prendere. Stiamo valutando con Frontex, l'Agenzia europea per le frontiere esterne, la possibilità di dotarci di norme d'ingaggio comuni per affrontare il problema.

  Regole d'ingaggio europee che impongano il medesimo criterio di comportamento a tutte le navi impegnate sul Mediterraneo in questa attività, in modo che si sappia esattamente cosa ciascuno deve fare quando si avvista una barca di clandestini, quando la si accosta, quando la si prende a bordo e quando la si rilascia. Mi permetto di lanciare, attraverso il vostro giornale, un segnale di profondissima gratitudine alla Capitaneria di Porto, alla Guardia Costiera, alla Guardia di finanza. Siamo il paese che nel 2008 ha salvato circa 40.000 persone nel Mar Mediterraneo, alcune le abbiamo trovate in condizioni disperate, altre le abbiamo salvate vicino le coste della Sicilia con imbarcazioni alla deriva, in alcuni casi senza acqua e senza cibo.

  Se confrontiamo i dati con tutti i paesi europei del Mediterraneo, nessun paese ha fatto tanto quanto l'Italia.

  Per quanto riguarda la presenza italiana all'estero, quali sono gli sviluppi della missione in Afghanistan?

  Noi pensiamo che in Afghanistan, ormai, vi sia una sola strategia possibile, decisa recentemente dalle Nazioni Unite e dalla Nato, per affrontare questa fase di transizione. Transizione perché dall'insediamento del secondo Governo Karzai noi gli abbiamo chiesto l'individuazione di alcuni obiettivi chiari soprattutto di alcune scadenze temporali. Le scadenze temporali servono sia a dare al popolo afgano la certezza che il nostro operato è finalizzato alla loro ed alla nostra sicurezza, sia per dare alle nostre opinioni pubbliche una prospettiva di graduale restituzione del controllo del territorio in mani afgane.

  Il prossimo anno dovrà segnare l'inizio di una graduale riduzione della presenza militare non afghana, di pari passo ad un rafforzamento delle capacità di sicurezza e di polizia afghane. Abbiamo detto anche, confermato da Karzai, che entro quattro anni dovremmo immaginare un Afghanistan pronto a marciare da solo. Conserveremo, anche oltre i quattro anni, una presenza civile di sostegno all'economia, al buon governo e allo sviluppo. E’ una fase di transizione iniziata da poco, il che giustifica sia il fatto che noi garantiamo questa transizione sia il contrasto del terrorismo con le nostre forze militari e di sicurezza. La zona di confine tra Afghanistan e Pakistan resta tuttora la zona di origine dello jihadismo mondiale, l'altro grande nucleo che si sta radicando purtroppo tra lo Yemen e il Corno d'Africa.

  Nel rigore del contenimento delle spese che lo Stato deve attuare, il ministero degli Affari Esteri ha risentito di questa politica?

  La priorità è data alle aree di crisi dove la nostra cooperazione lavora insieme alle nostre Forze armate.

  Abbiamo creato un modello italiano, a differenza di altri. Noi siamo il Paese che accanto ai blindati dei nostri militari, mettiamo coloro che costruiscono le scuole nei villaggi, oppure che coltivano lo zafferano. Nella provincia di Herat, l'Italia sta abbinando l'impegno di sicurezza con quello della cooperazione.

  Questa è una scelta di priorità che io ho dettato e che ha comportato la diminuzione di aree di cooperazione in altre regioni del mondo.

  Il presidente del Consiglio sogna l'ingresso di Israele in Europa. Lei che ne pensa?

  Il presidente del Consiglio ha un sogno che è anche il mio. Noi abbiamo cominciato ad avvicinare Israele all'Ue partendo dalla considerazione che è uno Stato democratico, dove ci sono processi elettorali assolutamente trasparenti, la magistratura è del tutto indipendente, esiste cioè una reale divisione dei poteri. Abbiamo fatto quello che si chiama l’ upgrading delle relazioni tra Europa ed Israele.

  Israele non è semplicemente un partner dell'area euromediterranea, ma è un partner con relazioni rafforzate. Nel senso che vi sono programmi in materia di cooperazione, sicurezza, tecnologia, istruzione più strutturati.

  Questo passo verso una maggiore strutturazione dei rapporti e la circostanza che si sia tenuto un vertice Italia Israele con otto ministri per parte e due primi ministri, è un fatto mai avvenuto prima.

  La Comunità internazionale approva la strategia per una “reintegrazione e riconciliazione” dei talebani “pentiti” e propensi ad accettare la Costituzione. E' fattibile un'amnistia a suo avviso?

  Ci sono alcuni gruppi tribali di talebani che a mio avviso sono recuperabili. Sono coloro che sono passati dalla tribù locale che coltivava l'oppio al terrorismo semplicemente perché non hanno trovato nessun’altra opportunità di collaborazione o di lavoro.

  C'è stata una strategia sbagliata, durata molti anni. Le coltivazioni di oppio venivano rase al suolo senza affiancare una politica di sostituzione di colture legali, provocando la perdita di lavoro per una grande quantità di persone che sposavano la causa dei terroristi.

  Oggi noi partiamo subito con la coltura sostitutiva dell'oppio e pensi che l'Italia sta varando dei progetti molto simbolici.

  Nella provincia di Herat, che è la provincia sotto il controllo italiano, noi stiamo finanziando dei progetti per la produzione di olio di oliva. Mi è stato detto dai nostri esperti che trent'anni fa era presente una fiorente coltura di olio di oliva fatta dagli italiani.

  Allora è ovvio che il terreno è propizio e l'olio di oliva costa di più, in quelle terre, della droga.

  Per non parlare dello zafferano, che è la più costosa produzione agricola che si può realizzare in Afghanistan, molto richiesta sul mercato, che costa dieci volte l'oppio.

  Allora una coltura di zafferano, che pure stiamo insediando, è una coltura sostitutiva ideale.

  Poi ci sono i talebani, che per ragioni di piccola economia locale hanno visto perdere tutte le loro possibilità di guadagno e sono stati reclutati dai terroristi.

A queste persone noi dovremmo offrire una via di ritorno nella legalità, con la precondizione di un rifiuto categorico e preventivo della violenza e di un ritorno al quadro costituzionale.  Alessio Petrocelli, Quotidiano di Sicilia 15

 

 

 

 

La Libia chiude le frontiere ai Paesi dell'area Schengen, europei rimpatriati

 

«Niente visti a cittadini di Paesi europei». Con questo titolo il quotidiano on line 'Oeà, vicino a Seif Al Islam, figlio del leader libico Muammar Gheddafi, ha reso pubblica questa mattina la notizia della sospensione della concessione di visti ai cittadini di Paesi europei, ad eccezione dei britannici, da parte della Libia e non solo ai turisti, come era emerso ieri. La Commissione europea deplora la decisione di Tripoli. La Farnesina ha chiesto ai libici di ripensarci. 

 

Il quotidiano continua sottolineando come «domenica un funzionario libico abbia confermato che la Libia ha deciso di sospendere la concessione dei visti ai cittadini di tutti i paesi europei». Il funzionario, che ha preferito l'anonimato - si legge su Oea -, ha detto che questa procedura si applica a tutti gli Stati che concedono visti Schengen. Il provvedimento non si applica dunque ai cittadini del Regno Unito.

 

Oea conclude ricordando il fatto che «la Svizzera aveva emanato un decreto per evitare a 188 libici, tra cui il Leader e membri della sua famiglia, compreso Saif al-Islam, di entrare in territorio elvetico».

 

Il ministero degli Esteri italiano, interpellato sulla questione, ha detto che la decisione della Libia è rivolta contro i paesi europei dell'area Schengen e sarebbe una reazione alla pubblicazione da parte della Svizzera -  un paese entrato nell'aerea Schengen nel 2008 - di una «lista nera» di circa 180 personalità libiche alle quali è stato vietato l'ingresso nel Paese elvetico. «La risposta della Libia alla decisione elvetica coinvolte tutti i paesi dell'area Schengen», ha detto a Reuters un portavoce della Farnesina. «Sono in corso contatti tra i paesi dell'aerea per coordinarsi sulla vicenda». E sul sito della Farnesina compare una avviso per i cittadini italiani: "Sconsigliati i viaggi verso la Libia".

 

Sono 40 gli italiani che, ieri sera, sono stati trattenuti all'aeroporto di Tripoli. Di questi, tre sono stati rimpatriati con lo stesso aereo sul quale erano arrivati. Gli altri 37 - dopo una notte passata in aeroporto assistiti dal console generale Francesca Tardioli - sono poi stati lasciati entrare nel Paese intorno alle 4.30 del mattino. Si tratta per lo più di dipendenti a contratto di società petrolifere che operano in Libia. L’U 15

 

 

 

Le vie per battere la crisi. All’Europa serve una crescita non drogata

 

IL mare di debiti in cui sono sprofondate le famiglie di 2/3 dei Paesi avanzati frena la ripresa dell’economia e non basta lo sviluppo interno della Cina ad imprimere una svolta decisiva alla crescita mondiale. Nel quarto trimestre 2009 il Pil è stato molto deludente in tutte le maggiori economie industrializzate. Secondo le prime stime preliminari, rispetto al quarto trimestre 2008 le più forti flessioni del Pil sono state registrate ancora in Spagna e Gran Bretagna, le due grandi “malate d’Europa”: rispettivamente -3,1% e -3,2%. In una posizione intermedia si collocano Germania e Italia, i cui Pil sono diminuiti, rispettivamente, del 2,4% e del 2,8%.

Sembrerebbero andare meglio Stati Uniti e Francia: infatti, negli Usa si è registrata una modesta crescita dello 0,1%, mentre in Francia il calo del Pil è stato contenuto nello 0,3%. Ma questi risultati apparentemente migliori sono stati ottenuti a caro prezzo, a colpi di spesa pubblica e con costosi sostegni che hanno drogato ma non guarito le economie. Per cui il deficit pubblico americano è salito nel 2009 al 9,9% del Pil e quello francese al 7,9%, mentre Germania e Italia hanno seguito un profilo di maggior rigore dei conti pubblici ed hanno deficit di gran lunga inferiori, pari, rispettivamente, al 3,2% e al 5%.

Qualcuno ritiene che l’Italia abbia fatto poco per combattere la recessione. La realtà è che anche chi ha fatto, sulla carta, moltissimo, non ha ottenuto risultati concreti perché ha fronteggiato una crisi nata dai troppi debiti privati aggiungendo ad essi debito pubblico ma senza incidere minimamente sui fattori strutturali del dissesto. Rispetto all’Italia, ad esempio, la Gran Bretagna ha impegnato nel suo bail-out un’autentica fortuna, che la BBC stima in 1.500 miliardi di sterline: il governo ha nazionalizzato quattro banche e la Bank of England ha stampato 185 miliardi di sterline con cui ha sostenuto artificialmente per mesi i mercati finanziari, ma i risultati sono stati assai scarsi. Infatti, nel terzo trimestre 2009 il Pil britannico è diminuito del 5,1% rispetto allo stesso trimestre del 2008 (quello italiano del 4,6%), mentre nel quarto trimestre il calo del Pil inglese è stato, come detto, del 3,2% (quello dell’Italia del 2,8%).

La realtà è che il Pil italiano, così come quello tedesco, è diminuito più per cause esterne (la caduta dell’export verso i Paesi clienti indebitati) che non per motivi interni, dato che i consumi delle famiglie hanno tenuto sia in Italia sia in Germania. In quest’ultimo Paese un po’ più che da noi, ma grazie ad un imponente e non ripetibile programma di rottamazione delle auto. Comunque, non vi sarà ripresa solida né in Italia né in Germania fintanto che non ripartirà la domanda estera, che purtroppo però resta debolissima perché gli altri Paesi sono messi assai peggio di noi.

Lo stato di frustrazione dei Governi che invano cercano di uscire dal cul de sac di questa crisi globale è stato ben sintetizzato lo scorso dicembre dall’agenzia di rating Moody’s che ha elaborato un nuovo indice, denominato “indice di miseria”, che noi però preferiamo chiamare forse più correttamente “indice di costrizione”. Tale indice somma il tasso di disoccupazione non più a quello di inflazione (come faceva il vecchio indice di Okun) bensì al deficit di bilancio statale ed esprime chiaramente i risicati margini di manovra di cui oggi dispongono molti Paesi per arginare gli effetti devastanti della crisi. Infatti, se si hanno contemporaneamente un’alta disoccupazione ed un elevato deficit pubblico resta ben poco spazio per fare altra spesa pubblica e attraverso di essa contenere la disoccupazione. Nello stesso tempo, essendo i tassi di disoccupazione ancora ovunque in crescita, c’è ben poca possibilità di cominciare subito a tagliare la spesa ma così facendo i deficit di bilancio peggiorano e la “exit strategy” viene di continuo rinviata.

Moody’s aveva calcolato l’ “indice di costrizione” utilizzando le previsioni per il 2010. Qualcuno potrebbe obiettare che oggi è molto difficile fare previsioni, sicché per prudenza noi abbiamo ricalcolato l’indice per il 2009 utilizzando gli ultimi dati aggiornati settimanalmente dalla rivista The Economist e da ritenere ormai quasi acquisiti. I risultati indicano chiaramente che, al di là delle informazioni fornite dalle statistiche sui Pil, gonfiati dalle manovre di spesa pubblica di molti Paesi (in primo luogo Stati Uniti, Spagna e Francia) e comunque lo stesso deludenti, la condizione di crisi perdurante del mondo occidentale sta colpendo in misura maggiore Stati Uniti, Gran Bretagna e i cosiddetti nuovi “PIGS” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) rispetto a Francia, Italia e Germania. Questi ultimi due Paesi, in particolare, presentano l’ “indice di costrizione” decisamente più basso, mentre Spagna, Irlanda, Grecia, Gran Bretagna e Stati Uniti si caratterizzano per i valori più critici.

Stante questo quadro desolante, c’è ben poca speranza per una ripresa rapida e sostenuta delle economie avanzate ed è ingenuo sperare che il propellente per il nostro rilancio possa venire dai BRICs (Brasile, Russia, India, Cina). Il dinamismo di questi paesi può certamente aiutare ma non basta.

La ripresa del mondo industrializzato non può ripartire nemmeno dai consumi interni, che, a causa degli elevati debiti delle famiglie in troppi Paesi, resteranno debilitati per chissà quanto tempo. Né si può andare avanti in eterno con incentivi tipo quelli dati all’industria automobilistica. Essi hanno rappresentato un tampone nella fase più acuta della crisi, ma chiaramente non possono costituire un motore di crescita vera e duratura.

Bisogna invece puntare con decisione sugli investimenti, perlomeno in Europa, dove le possibilità di farlo vi sono. È tempo che i Paesi dell’UE mettano a fattor comune la loro forza, lanciando un grande e credibile programma di investimenti in infrastrutture materiali ed immateriali e in tecnologie per l’ammodernamento dei mezzi di produzione del sistema industriale europeo. Un programma che, come illustrato da Alberto Quadrio Curzio, potrebbe essere finanziato con un progetto di indebitamento che valorizzi come collaterale le riserve auree di cui i maggiori Paesi europei dispongono.

I singoli Paesi dell’UE non possono illudersi di uscire da questa crisi ciascuno per conto proprio. Nemmeno i Paesi più forti, come la Germania o la Francia, possono riuscirvi. Né può farlo l’Italia, pur avendo le imprese resistito coraggiosamente alla recessione e lo Stato riguadagnato parecchia fiducia negli investitori internazionali grazie ad un’oculata gestione dei conti pubblici.

La politica industriale ed il governo dell’economia di cui abbiamo oggi bisogno, due necessità richiamate in questi giorni rispettivamente da Romano Prodi e dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, devono avere assolutamente una scala europea. Altrimenti sarà difficile sconfiggere la crisi e non vi sarà una crescita vera. Né in Italia né in Europa. MARCO FORTIS  IM 15

 

 

 

 

Atenei italiani: "Lettera-appello contro il razzismo"

 

Noi docenti precari/e e docenti non precari/e delle università italiane abbiamo deciso di aderire alla giornata del primo marzo, “una giornata senza di noi”, presentando ai nostri studenti e alle nostre studentesse, dove possibile anche durante le ore di attività didattica nei giorni che precedono il primo marzo, dapprima la lettera dei lavoratori africani di Rosarno, riunitisi in assemblea a Roma alla fine di gennaio, e poi il testo che leggeremo alla fine della loro lettera e invitandoli/e a partecipare alle iniziative della giornata:

 

“I mandarini e le olive non cadono dal cielo"

In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l´Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie...prelevati, qualcuno è sparito per sempre.

 

Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l´interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza.

 

La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste? Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all´uomo.

 

Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.

 

Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all´Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:

 

 domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità. L´Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma”

 

Dapprima in Francia, poi in Italia, in Spagna, in Grecia e in altri paesi europei, la giornata del primo marzo è stata proclamata “una giornata senza di noi” con l’intento da parte dei/delle migranti che vivono in questi paesi di far percepire, per un giorno, l’importanza della loro presenza economica e sociale sia attraverso lo sciopero sia attraverso altre forme di protesta come l'astensione dai consumi. Ispirata alla giornata del primo maggio del 2006, quando in varie città degli Stati Uniti i/le migranti privi/e di documenti di soggiorno erano riusciti/e a bloccare la vita economica e sociale di quelle città attraverso una massiccia astensione dal lavoro e fluviali manifestazioni in cui ricordavano a tutti che “We are America”, questa giornata ci sembra di particolare importanza anche per iniziare una necessaria riflessione sulle forme della nostra esistenza comune di cittadini/e e non cittadini/e, migranti e non.

 

Per questo, abbiamo deciso di assumere come parte del nostro testo quello sottoscritto da alcuni lavoratori africani di Rosarno. Riteniamo, infatti, che quanto accaduto a Rosarno nei primi giorni di gennaio – le intimidazioni e le violenze sui migranti, la rivolta dei lavoratori africani, la “caccia al nero” dei giorni successivi, il coinvolgimento di alcune parti della mafia nella “gestione dell’ordine pubblico”, il trasferimento d’urgenza di tutti i lavoratori africani, la loro detenzione nei centri di identificazione ed espulsione e la minaccia di espulsione per quelli privi di permesso di soggiorno – sia il precipitato, soltanto più visibile, delle scelte politiche con cui negli ultimi anni i governi che si sono succeduti hanno affrontato e voluto gestire il fenomeno globale delle migrazioni. Il risultato, innanzitutto, di una volontà di generale clandestinizzazione della presenza dei/lle migranti e dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che ha permesso, non solo a Rosarno, ma nel Sud come nel Nord del paese, tra i campi di agrumi e le serre così come nelle fabbriche e le piccole imprese, o nelle famiglie, forme di assoluto sfruttamento della forza lavoro possibili grazie a un’illegalità diffusa del mercato del lavoro generata proprio dalle leggi che normano l’immigrazione.

 

Ricordiamo di seguito alcuni dei provvedimenti e dei fatti che stanno alla base di quanto accaduto a Rosarno così come di quanto accade quotidianamente nel resto d’Italia: l’istituzione dei centri di detenzione nel lontano 1998, con cui si apriva il capitolo del doppio binario giuridico, uno per i cittadini, un altro per i non cittadini, passibili di pene detentive in assenza di reato; il nesso inscindibile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, con la legge del 2001, che spianava la strada a ogni forma di ricattabilità da parte dei datori di lavoro sulla forza lavoro migrante, compresa la ricattabilità sessuale delle lavoratrici migranti impiegate nel lavoro domestico; gli innumerevoli provvedimenti delle recenti norme previste dai pacchetti sicurezza ispirati tutti a un orizzonte di discriminazione e razzismo (l’aggravante di clandestinità, il reato di clandestinità, il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa, l’interdipendenza tra permesso di soggiorno e atti dello stato civile, tra cui il riconoscimento dei figli e il matrimonio, l’istituzione di corpi speciali privati per il mantenimento dell’ordine pubblico); i respingimenti verso la Libia iniziati nel maggio del 2009 volti a risolvere il problema degli arrivi sulle coste italiane con la deportazione verso i campi di concentramento della Libia finanziati dallo stato italiano di donne, uomini e bambini, spesso potenziali rifugiati provenienti dai luoghi di guerra delle ex-colonie italiane.

 

La criminalizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno produce effetti a cascata su tutti/e i/le migranti che vivono in Italia, rendendo precaria la condizione degli/delle stessi/e migranti “regolari”, esponendoli/e a continue discriminazioni e alla possibilità sempre presente di ricadere nell’“irregolarità”. “Come può manifestare qualcuno che non esiste?” si chiedono i lavoratori africani nella lettera che vi abbiamo letto, descrivendo prima di questa domanda l’esistenza quotidiana “di chi non esiste”, dalla giornata lavorativa alle notti prive di acqua e elettricità e costellate di episodi di violenza e intimidazioni.

 

“Come può esistere chi non esiste” è, infatti, secondo noi, la domanda di fondo diventata sempre più impellente in Italia e generata da una forma pervasiva di razzismo istituzionale che permette e legittima forme di razzismo, intolleranza, xenofobia sociali che stanno ormai erodendo la vivibilità comune delle nostre città. O, meglio, come possono esistere tutti e tutte coloro che, pur essendo “attori della vita economica di questo paese”, con differenti dispositivi sono continuamente sospinti verso una presenza marginale e una vita non vivibile costellata di mille ostacoli (dai tempi biblici del rinnovo del permesso di soggiorno all’assenza di ogni possibilità di regolarizzazione, dagli innumerevoli modi in cui si elude il riconoscimento dello stato di rifugiato alle norme che entrano in modo discriminatorio nelle scelte di vita affettiva concedendo ai migranti “affetti di serie b”, sino ai mesi di detenzione previsti per chi non ha o ha perso il permesso di soggiorno e all’ultima proposta del “permesso di soggiorno a punti”)?

 

Aderiamo a questa giornata perché riteniamo che questa domanda coinvolga la vita di tutti e di tutte, migranti e non, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, in Italia così come nel resto d’Europa e in altri paesi del mondo. In quanto docenti, sappiamo che nelle università, anziché come studenti e studentesse nelle nostre aule è più facile incontrare i/le migranti come lavoratori e lavoratrici delle cooperative di servizi, assunti/e con bassi salari e senza garanzie. La scandalosa difficoltà nell’accesso a un permesso di soggiorno per studi universitari, attraverso una politica delle “quote” anche nel campo del sapere che rende quest’ultimo esclusivo privilegio dei cittadini, è parte integrante della chiusura nei confronti dei/delle migranti che caratterizza il nostro paese. Per questo ci impegniamo a lottare anche per garantire la piena accessibilità dell’Università ai/alle migranti.

 

Siamo più in generale convinti che soltanto cancellando il razzismo istituzionale e sociale come pratica quotidiana di sfruttamento sarà possibile costruire spazi di convivenza futuri.

 

Docenti precari/e e docenti non precari/e delle Università italiane firmatari:

Fabio Amaya (Università di Bergamo) Anna Curcio (Università di Messina) Umberto Galimberti (Università di Venezia) Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo) Sandro Mezzadra (Università di Bologna) Renata Pepicelli (Università di Bologna) Luca Queirolo Palmas (Università di Genova) Antonello Petrillo (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli) Federico Rahola (Università di Genova) Fabio Raimondi (Università di Salerno) Maurizio Ricciardi (Università di Bologna) Anna Maria Rivera (Università di Bari) Gigi Roggero (Università di Bologna) Pier Aldo Rovatti (Università di Trieste) Devi Sacchetto (Università di Padova) Anna Simone (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli) Federica Sossi (Università di Bergamo) Alessandro Triulzi (Università di Napoli L’Orientale) Tiziana Terranova (Università di Napoli L’Orientale) Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo).

Per adesioni: www.PetitionOnline.com/march1st/petition.html.

per informazioni: semir@libero.it.  L’U 15

 

 

 

 

Legalità e integrazione. Immigrati, chi taglia il nodo di Gordio

 

Gli scontri di Milano riaprono la spinosa questione del rapporto fra immigrazione e sicurezza, immigrazione e integrazione. Questo secondo punto è il più controverso perché quello che è accaduto a Milano testimonia una rabbia generale e irrazionale, visto che nell’origine dell’evento non c’era in sé alcun contenuto “razzista” né alcuno scontro fra “immigrati” e “locali”. Però sarebbe ipocrita non voler vedere che quando accadono questi eventi in sé circoscritti riaffiorano tutte le tensioni di fondo di società dove l’integrazione è problematica, dove alligna la frustrazione per le varie “marginalità”, che crescono all’ombra di una modificazione profonda degli equilibri sociali. Sono marginalità che toccano tutti: tanto le diverse comunità di immigrati quanto quelle degli italiani, che si sentono a loro volta messi in discussione sul loro territorio tradizionale.

Anche in questo caso si può cavarsela in maniera un po’ ipocrita o dando la colpa a presunti mancati interventi delle autorità o riesumando le litanie sul “mal comune” (che in questi casi è molto arduo definire come “mezzo gaudio”), perché si ricorda che tensioni simili scoppiano in tutto l’Occidente: Francia Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti, tanto per ricordare casi eclatanti. E per quelli che non hanno perso la memoria si cita cosa accadeva in alcune città del Nord Italia tra fine anni Cinquanta e primi anni Sessanta a fronte della massiccia immigrazione meridionale.

Pare a noi che sarebbe più serio cercare di affrontare i problemi distinguendone gli aspetti e non facendo i soliti minestroni in cui alla fine si perdono i contorni di tutti gli ingredienti. Sarà opportuno però ricordare che capire non significa giustificare, che riconoscere errori e manchevolezze non significa assolvere sé stessi e gli altri dando tutte le colpe a qualche diavolo di turno.

Il primo problema che si deve affrontare è quello della rigorosa educazione alla legalità. Sappiamo che è un problema in tutto il mondo sviluppato, ma proprio per questo non tollera sottovalutazioni. Farsi giustizia da sé, considerare le leggi come carta straccia, credere che valgano soltanto le regole di appartenenza al proprio gruppo e che fuori tutto sia “nemico”, sono deviazioni che non si possono tollerare e che vanno combattute anche sanzionandole con la giusta severità quando avvengono. Naturalmente questo vale per chiunque: extracomunitario o italiano non fa alcuna differenza.

Questo problema è molto serio, non solo perché viviamo in un Paese dove il rispetto delle regole diventa sempre più zoppicante, ma perché la stessa struttura pubblica troppe volte cede su questo terreno. Difficile che l’immigrato capisca che è entrato in una sfera di legalità, se i tempi per ottenere i permessi di soggiorno sono ballerini e molto lunghi, se l’acquisizione della cittadinanza è resa un percorso ad ostacoli. Non è questione di buonismo, ma di governo della legalità: come insegnano tutti i Paesi che hanno affrontato questi problemi, sono gli immigrati che diventano cittadini del Paese in cui sono venuti e che si integrano i migliori contrasti all’immagine della “discriminazione” e della “diversità”, così come un sistema dove le regole sono seriamente rispettate incute a sua volta rispetto.

Naturalmente ciò non significa illudersi che un problema di questa portata sia gestibile semplicemente ponendo ciò che si è detto come un principio astratto. È evidente che ci sono vincoli oggettivi per gestire bene situazioni così difficili: ci sono problemi di numeri, perché se si va oltre limiti “maneggiabili” è impossibile dominarli, ci sono problemi di servizi la cui fruizione non va messa in crisi (altrimenti si generano tensioni fra i gruppi), ci sono questioni legate all’assimilazione culturale.

Quest’ultimo aspetto è molto controverso e troppo sottovalutato. Da un lato c’è chi pensa che l’assimilazione sia una forma di violenza a culture originarie, quasi che non fosse storicamente pacifico che tutte le culture sono figlie di evoluzioni per assimilazione. Dal lato opposto c’è chi si illude che questo sia un problema che riguarda gli immigrati dimenticando che anche gli italiani hanno perduto molto sul terreno della cultura condivisa e che oggi c’è molto “tribalismo”, magari di genere post-moderno, anche presso di loro.

I fatti di Milano sono un serio campanello d’allarme e come tale vanno trattati, senza dar retta alle operazioni di sciacallaggio che da opposti versanti estremi vengono tentate per ridurre tutto alla solita vecchia questione, per cui il nodo che non si sa sciogliere con la pazienza della ricerca, si crede di dipanarlo tagliandolo con un colpo di spada.

Quando c’era una certa cultura diffusa bastava dire per questo “il nodo di Gordio” e tutti ricordavano l’episodio. Oggi, temiamo, che quella storia non dica più nulla né alla maggior parte degli immigrati, né alla maggior parte degli italiani. Eppure per ogni questione difficile il nocciolo della faccenda sta ancora nella morale di questa vecchia storia. PAOLO POMBENI IM 16

 

 

 

 

Mannheim. Il DGB disponibile ad accogliere gratis l’Agenzia consolare italiana

 

Mannheim. La Sezione di Mannheim della Confsal Unsa/Esteri ha  incontrato il 5 febbraio il Presidente del DGB, Signor Stefan Rebmann, in ambito delle riunioni bimestrali che si tengono presso il  DBG -  Federazione dei sindacati tedeschi –  per comunicare che il Ministero degli Affari Esteri   paventa la chiusura dell’Agenzia consolare d’Italia a Mannheim.

 

Il Signor Rebmann, pur comprendendo i motivi che spingono il MAE ad una ristrutturazione consolare, si è mostrato molto preoccupato per i 18.000 cittadini italiani  residenti sul territorio. Nella regione metropolitana del Neckar Reno i connazionali colpiti dalla razionalizzazione  sarebbero circa 40.000.

 

In considerazione dell'alto numero di adesioni da parte di italiani al DGB di Mannheim  - circa 5.000 connazionali -, il Signor Rebmann ha  espresso forte preoccupazione per i disagi che si riverseranno inevitabilmente sui propri iscritti.  Egli ha pertanto dichiarato che il DGB , nel quadro di un aiuto alla comunitá italiana residente nel circondario Neckar Reno coinvolta nell'esecuzione del provvedimento, metterà a disposizione  locali  a costo zero, affinchè l’Agenzia consolare possa continuare a garantire in loco i servizi all’utenza italiana .

 

Inoltre il Signor Rebmann ha assicurato che prenderá contatto nei prossimi giorni con il dirigente dell’ Agenzia Consolare  di Mannheim per approfondire ulteriormente la tematica. Il DGB pensa altresì ad altre forme di protesta sia in collaborazione col Partito Socialista tedesco sia con l’Ambasciata tedesca a Roma, che riceverà l’incarico di  rappresentare al Ministero degli Affari Esteri i disagi degli italiani residenti nella città suddetta.  

 

La Confsal Unsa/Esteri ha ringraziato il Signor Stefan Rebmann a nome della comunitá italiana di Mannheim e con l’occasione  ha sottolineato l’irrazionalità di una manovra che nel caso dell’Agenzia in questione condurrebbe unicamente al risparmio  dei costi d’affitto della sede consolare. Confsal Unsa/Esteri, de.it.press

 

 

 

 

Eugenio Marino nominato responsabile del PD-Mondo. Auguri dalla Germania

 

A nome dei Circoli PD Germania che rappresentiamo vogliamo esprimere la nostra soddisfazione per la nomina del nuovo responsabile del Dipartimento degli italiani nel mondo, Eugenio Marino, un dirigente di grande esperienza che conosce molto bene il partito all’estero.

Con la nomina di Marino e l’inserimento del Dipartimento degli italiani nel mondo tra le aree di lavoro del Dipartimento Organizzazione del Partito Democratico (la cui responsabilità è stata affidata a Nico Stumpo), il Partito dà prova tangibile dell’importanza degli italiani residenti all’estero, toccati da una politica di tagli indiscriminati ai servizi offerti alla comunità (corsi di lingua, razionalizzazione della rete consolare, ecc.). Dialogo costruttivo per il rilancio del PD in Germania e voglia di radicarsi ancora di più sul territorio saranno punti salienti dei prossimi incontri.

A Eugenio Marino e a Nico Stumpo vanno i nostri auguri di buon lavoro!

Matteo Neri (Circolo PD Amburgo), Cristina Rizzotti (Circolo PD Stuttgart 1),

Michele Cristalli (Coordinatore Circoli PD Süd-Baden), Eligio Losito (Circolo PD Amburgo-Wilhelmsburg), Santo Vitellaro (Circolo PD Hannover), Valerio Binetti (Circolo PD Lubecca), Salvatore Galluzzo (Circolo PD Pforzheim), Cocca Diodoro (Circolo PD Kassel), Antonella di Cataldo (Circolo PD Lüdenscheid), Lucia Spinello (Circolo PD Donaueschingen), Anna Bianca Imbriano (Circolo PD Waldshut), Pino Maggio (Circolo PD Villingen Schwarzwald), Laura Garavini (Circolo PD Berlino),  Angelo Turano (Circolo PD Metzingen), Giampietro Randazzo (Circolo PD Leonberg), Giovanni Baruzzi (PD Stuttgart 1), Giorgio Pomillo (Circolo PD Aschaffenburg), Marina Mannarini (Circolo PD Le Donne), Maurizio Singh (Circolo PD P. P. Pasolini) De.it.press

 

 

 

 

PD-Estero: Eugenio Marino, la scelta giusta per ripartire

      

La nomina di Eugenio Marino rappresenta la scelta giusta per far ripartire la Circoscrizione Estero del PD, per ricostruire un percorso di unità, di coinvolgimento e di concretezza operativa della quale c’è davvero bisogno. Così come fondamentale è il riferimento al Dipartimento Organizzazione e al suo responsabile, Nico Stumpo, un dirigente sensibile alle tematiche degli italiani all’estero, che ha con dedizione e responsabilità accompagnato questo positivo percorso di confronto e di ricostruzione della Circoscrizione Estero stessa. Sul passato, segnato da scelte incomprensibili e burocratiche, e da sconfitte elettorali alle politiche e alle europee assolutamente evitabili, non vale la pena soffermarsi. Diciamo solo che occorre cambiare, radicalmente.

Il governo Berlusconi sta aggredendo le strutture associative ed istituzionali degli italiani all’estero, sta tagliando servizi e risorse. Sta tentando di smantellare un patrimonio di saperi, di rappresentanze della italianità più vera e più moderna, diffusa in tutti i continenti. Un patrimonio umano e professionale positivamente contaminato dalle culture dei Paesi di ospitalità e al tempo stesso legato e interessato all’Italia e al suo sviluppo economico e civile. Oggi il nostro Paese è fortemente colpito dalla crisi economica, con il Pil che crolla del 5%, le esportazioni del 20,7%, le importazioni del 22% rispetto al 2008. Si taglia la ricerca, la scuola e l’università, non si attivano politiche finalizzate alla modernizzazione del sistema produttivo e istituzionale. Dentro questo scenario il contributo di persone da tempo “globalizzate”, coinvolte nelle esperienze più innovative ai diversi livelli dei sistemi produttivi, delle università, della ricerca nei Paesi di accoglienza, potrebbe essere straordinario. Strategico. E invece il governo Berlusconi fa l’esatto contrario, con la crisi che si acutizza, il lavoro che si perde e le persone e le famiglie che si impoveriscono.

 

Abbiamo bisogno di una Circoscrizione Estero del PD forte, unita e rafforzata dal suo pluralismo di provenienze e di culture, capace di coordinare e mettere in comunicazione tutti gli ambiti operativi, quello del partito, in Italia e all’estero, quello parlamentare, quello associativo. Eugenio Marino è la persona giusta per questo obbiettivo.

 

Conosce i problemi, le tematiche e le persone attive nelle collettività all’estero e nelle associazioni in Italia. E’ stato tra i protagonisti fondativi della Circoscrizione Estero. Ora abbiamo la possibilità di ricostruire un quadro certo, di coinvolgere e motivare tutti, ricostruendo fiducia, solidarietà e solidità di intervento. Guardando avanti con senso di responsabilità e con spirito unitario.

Luciano Neri, Nino Randazzo, Anna Ruedeberg, Renato Turano, Giovanni Rapanà, Michele Cristalli, Pietro Mariani, Maria Luisa Mendozzi, Francesco Rotundo, Nicole Focone, Rita Blasioli, Emirano Colombo, Josè Mendez Zilli, Pat Nestico e Paolo Gianfelici. (de.it.press)

 

 

 

Radio Colonia. Il paese dei complotti

 

Sono oltre 50 anni che nel Belpaese si punta il dito contro trame oscure ordite ai danni dell'una o dell'altra parte politica. Nelle ultime settimane la musica non è cambiata. Dalle rivelazioni di Ciancimino junior, al caso della escort Patrizia d'Addario, alla foto di Antonio Di Pietro con lo 007 Contrada, da destra come da sinistra si continua a gridare al complotto.

Burattinai, manovratori senza scrupoli, orditori di trame e intrighi. Sembrano tutti usciti dai romanzi per prender posto in Italia. Eh sì perché il Belpaese, da oltre 50 anni, è diventato patria del complotto. Si va dal "piano K", al "piano Gelli", dal dossier Mitrokin a l'affare Telekom Serbia. Si vedono trame oscure ovunque, dietro eventi drammatici, come dietro scandali a luci rosse. Il settimanale Panorama da due settimane sbatte in copertina Patrizia D'Addario, escort pugliese con cui il premier ha trascorso una notte nella residenza romana di Palazzo Grazioli, titolando "il complotto". Ci sarebbe una inchiesta della procura di Bari, infatti, volta ad accertare che la "pupa" non sia stata manovrata da altri per screditare e danneggiare l'immagine del premier dietro lauto compenso. Lei intanto nega tutto. Ed è di questa settimana l'ultima deposizione di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, defunto, su una presunta trattativa tra Stato e mafia da cui sarebbe nata Forza Italia, il partito di Berlusconi. Il centrodestra grida al complotto di certa magistratura per delegittimare l'azione di un governo attivo in primis contro la criminalità organizzata. E infine da destra come da sinistra, presunto complotto contro Antonio Di Pietro, l'ex poliziotto e magistrato tutto d'un pezzo, oggi leader dell'Italia dei Valori, politicamente, per molti scomodo. È spuntata fuori una foto che lo ritrae, nel 1992, in piena Tangentopoli, a pranzo con all'ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, nove giorni prima che Contrada fosse arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Intanto i cittadini sembrano stanchi di complotti gridati, presunti o reali, e rivendicano un più significativo ruolo della magistratura, anche nel far luce su questi casi. Ne abbiamo parlato col giornalista Enrico Mentana.

Per ulteriori informazioni ascolta il servizio di Elisa Esposito su Radio Colonia:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/ital/2010/100214_complotti_serv.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/ital/2010/100214_complotti_serv.mp3

ed ascolta anche l'intervista ad Enrico Mentana sempre in onda su RC del 14 febbraio http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/ital/2010/100214_complotti_int.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/ital/2010/100214_complotti_int.mp3  (RC, de.it.press)

 

 

 

 

La presenza italiana alla Biofach di Norimberga (17-20 febbraio)

 

Norimberga –  Anche alla fiera mondiale del biologico di Norimberga l’Italia si presenta da protagonista grazie alla tradizionale organizzazione di stand collettivi realizzati dalle Associazioni, dalle Regioni e dagli Organismi di Controllo. Su un totale di 2.500 espositori provenienti da 80 paesi, i produttori italiani rappresentano numericamente circa il 15% del totale,  al primo posto tra gli espositori esteri e dopo quelli nazionali.

 

L’ICE, Istituto nazionale per il Commercio Estero partecipa quest’anno con una nuova formula a supporto di alcune regioni nell’ambito di specifici Accordi di Programma e con un Punto Informativo per i produttori italiani e gli operatori esteri e di contatto con la stampa estera all’interno dello Stand di Buonitalia al centro di uno dei padiglioni dedicati all’Italia (Pad. 4 – Stand 228).

 

Per supportare il sistema produttivo biologico nazionale nello sviluppo di contatti commerciali con gli operatori esteri e nel marketing territoriale di alcuni distretti produttivi orientati all’esportazione l’ICE collabora con FederBio, la Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica, nella pubblicizzazione della premiazione dei vincitori del Concorso BioCaseus 2010 che si terrà il giorno 17 febbraio alle ore 16.00 presso lo Stand di Buonitalia.

 

Il giorno successivo i produttori di formaggi biologici italiani partecipanti al concorso avranno la possibilità, grazie ad incontri B2B organizzati dall’ICE di Düsseldorf con operatori tedeschi, di presentare le proprie produzioni a partire dalle ore 17.00.

 

Tra le partecipazioni regionali di rilievo va segnala la collettiva della Regione Calabria che presenta 12 produttori di olio d’oliva extravergine, pasta, ortofrutta, formaggi, miele e dolciumi rappresentanti il paniere biologico regionale. La collettiva regionale si trova all’interno del Pad. italiano 4 Stand 552. Con una superficie di oltre 83.000 ettari la Calabria occupa il quinto posto tra le regioni italiane a vocazione biologica. Quasi la metà della superficie agricola regionale coltivata biologicamente è dedicata all’olivicoltura.

 

Altra Regione italiana caratteristica nel panorama biologico è l’Abruzzo che vanta un patrimonio inestimabile di parchi nazionali ed aree protette che coprono il 30% dell’intero territorio regionale. L’Abruzzo presenta alla Biofach sei produttori di miele, olio extravergine d’oliva, prosciutti vegetali, succo di carota e prodotti ittici nel Pad. 9 – Stand 267 e tre produttori di vino più l’Enoteca Regionale d’Abruzzo nel Pad. 4A - Stand 430. A sostegno della partecipazione collettiva regionale è stata implementata dall’ICE un’azione pubblicitaria in fiera con i motivi fotografici dei territori naturali abruzzesi. Per valorizzare ulteriormente la presenza delle aziende abruzzesi a Norimberga ed in particolare dell’enoteca regionale d’Abruzzo sarà in visita alla fiera l’Assessore regionale alle Politiche agricole e di Sviluppo rurale Mauro Febbo.

 

L’azione dell’Istituto a favore dell’internazionalizzazione e della valorizzazione della produzione biologica regionale italiana poggia sulla piattaforma online “Catalogo Italia Biologica” sito web www.biofach.italtrade.com, quest’anno rinnovato nella grafica istituzionale con la nuova brand identity ICE – ITALIA.

 

Anche alla fiera mondiale del biologico di Norimberga così come già avvenuto in occasione della Fruitlogistica di Berlino l’italianità si declinerà con regionalità. Un concetto di tendenza nel commercio alimentare in Germania che ha accolto la nuova domanda del consumatore tedesco e che in Italia è oramai una tradizione consolidata. Concetto che viene associato a sostenibilità, criterio anch’esso espressione di una nuova sensibilità del consumatore moderno attento alle modificazioni climatiche ed ambientali.

 

I prodotti biologici italiani sono per intero rappresentati alla Biofach di Norimberga oltre che grazie all’impegno profuso dalle istituzioni territoriali locali anche dalle associazioni di settore quali l’AIAB nel Pad. 1 e 4, CCPB Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici nel Pad. 4, l’ICEA, Suolo e Salute nonché l’UNAPROL che organizzano gruppi collettivi di produttori associati sempre nel Pad. 4. Tra le collettive territoriali più significative oltre a quelle con cui l’ICE realizza specifici piani di comunicazione vanno citate le Regioni Lazio, Puglia, Campania,  Marche, Sicilia e Toscana.

 

Va inoltre citata la presenza fondamentale di un altro territorio italiano importante per il mercato tedesco delle mele, l’Alto Adige con cui l’Istituto realizza da anni piani di comunicazione sulle specialità alto atesine e nello specifico settore del biologico in occasione della Biofach. La collettiva dell’Alto Adige con i produttori di mele, pere, erbe e pane biologici espone nel Pad. 5 – Stand 260.

 

L’importanza dell’Italia biologica nel contesto internazionale si basa sulla consistenza di una superficie agricola coltivata con i criteri previsti dalla norma europea che ha raggiunto nel 2008 una dimensione di oltre 1 milione di ettari pari a quasi l’8% dell’intera superficie agricola nazionale. La Regione che detiene la quota più elevata è la Sicilia che nel 2008 ha dedicato 218.647 ettari al biologico. Il comparto che ha registrato nel 2008 la quota di superficie biologica più ampia è stato quello dei cereali, seguono le coltivazioni per il pascolo e l’alimentazione animale, quelle per la coltivazione dell’olivo, dell’uva e degli ortaggi. Importanti inoltre le superfici dedicate alla coltivazione delle piante da frutto e degli agrumi.

 

La Germania, con quasi 6 miliardi di € fatturati nel 2009 è il 2° mercato mondiale per il biologico. L’Italia si colloca per consumo al 5° posto dopo la Francia e la Gran Bretagna con un fatturato che nel 2008 ha raggiunto 1,8 miliardi di €. La superficie agricola tedesca coltivata biologicamente ha raggiunto nel 2008 907.786 ettari pari ad una quota del 5,4% sul totale nazionale. Anche nel comparto del biologico la Germania importa soprattutto prodotti alimentari di origine vegetale. Tra le tipologie di prodotto biologico va segnalata la crescita del consumo di vino che ha raggiunto il rango della versione convenzionale tanto che oggi il consumatore tedesco ha nel momento dell’acquisto l’imbarazzo della scelta. Il potenziale del biologico in Germania si aggira a medio termine intorno ai 13 miliardi di €.

 

Sul principale mercato di esportazione dei prodotti alimentari convenzionali italiani, la Germania, la posizione del biologico italiano dovrebbe essere altrettanto elevata come nel settore tradizionale. È necessario però migliorare l’immagine del biologico italiano sotto l’aspetto della sicurezza attraverso una cooperazione con gli enti di certificazione tedeschi. È necessario inoltre migliorare l’aggregazione dell’offerta aziendale attraverso strutture commerciali di coordinamento della produzione scegliendo anche la via delle private label delle catene specializzate tedesche.

 

Il programma completo delle manifestazioni e ulteriori informazioni sull’attività ICE sono reperibili sul sito www.biofach.italtrade.com (Ice, de.it.press)

 

 

 

 

 

Berlino. Il 27 febbraio a Convegno le Donne Italiane in Germania

 

Berlino - Si terrà a Berlino, il prossimo 27 febbraio, il terzo incontro organizzato dal Coordinamento Donne Italiane (www.donneitaliane.eu) sul tema "Donne Italiane in Germania: riprendere il filo". Obiettivo del convegno, al quale prenderanno parte, tra gli altri, la deputata del PD eletta nella Circoscrizione Europa, Laura Garavini e l’ambasciatore d'Italia in Germania, Michele Valensise, quello di confrontarsi sulle tematiche riguardanti il significato della nascita di un Coordinamento Nazionale di Donne italiane in Germania e, in particolare, di porre le basi concrete alla Costituzione di un Coordinamento Nazionale.

L’incontro si svolgerà dalle ore 10 alle 18 nella sede della Friedrich Erbert Stiftung (Hiroshimastr.17) alla presenza di altri ospiti quali le due esperti di migrazioni: Edith Pichler della Freie Universität Berlin che parlerà degli "Aspetti e trasformazioni della comunità femminile italiana in Germania" e Chiara Saraceno dell’Università di Torino che sul tema "La parità difficile: le donne nella società italiana contemporanea". Non mancheranno gli interventi di Bettina Luise Rürup, Leiterin Forum Politik und Gesellschaft Friedrich-Ebert-Stiftung, della parlamentare tedesca Eva Högl, e della presidente del Coordinamento donne italiane di Francoforte, Liana Novelli-Glaab. (aise)

 

 

 

 

Le settimane internazionali contro il razzismo 2010

 

Il 21 marzo è la »Giornata Internazionale per l’eliminazione delle discrimazioni razziali« delle Nazioni Unite e ricorda il »massacro di Sharpville«, avvenuto il 21 marzo del 1960 ed in cui la polizia sudafricana uccise 69 manifestanti pacifici nella township di Sharperville.

Ogni anno in Germania ed in Europa si svolgono migliaia di manifestazioni nell’ambito delle settimane internazionali contro il razzismo, con le quali si intende dare dei segnali contro il razzismo e la xenofobia e per una società pacifica, tollerante

e aperta.

 

Il razzismo ha molti volti. Il razzismo non mira soltanto alla provenienza e al colore della pelle ... ma anche alle religioni, culture, visioni ideologiche, identità sessuali, il sesso, le inabilità o l’età. Il razzismo non è un fenomeno lontano da noi, che avviene solo in posti diversi dai nostri ... ma è invece una realtà di ogni giorno anche da noi in Germania ed in Europa.

 Il razzismo non viene praticato solo dagli »altri« ... ma anche noi non siamo liberi da pregiudizi e risentimenti verso le altre person e gruppi sociali.

 

Il razzismo avviene ogni giorno: ad un uomo di colore viene negata l’iscrizione in una palestra, una disabile in sedia a rotelle viene attaccata da neonazisti, una persona con cognome straniero che cerca casa non ottiene un appuntamento per visionare una casa, il passeggino posto nell’androne delle scale di una casa abitata da una famiglia irachena viene incendiato, una ragazza islamica non viene invitata ad un colloquio per un posto di lavoro a causa del velo da lei indossato.

 

Il razzismo ferisce. Le vittime del razzismo non vengono visti come individui, ma soltanto come membri di un gruppo (»i neri«, »gli ebrei«, »gli islamici«, »gli stranieri«). Essi vengono automaticamente considerati come estranei e non appartenenti al proprio gruppo e non possono partecipare in modo paritario alla società. Alle vittime viene spesso rimproverato di essere loro stesse, con i loro comportamenti, ad essere corresponsabili degli attacchi razzisti.

 

 

Diventare attivi contro il razzismo. Ogni impegno personale è in grado di cambiare qualcosa! La invitiamo ad usare le varie opportunità per diventare attivi contro il razzismo e la xenofobia. Nei materiali sulle Settimane Internazionali contro il Razzismo il Consiglio Interculturale fornisce molti esempi e consigli per la realizzazione delle vostre attività. CI, de.it.press

 

 

 

 

Il 19 febbraio a Firenze il convegno "La terza identità: i migranti tra patrie d’origine e Paesi d’arrivo"

 

Firenza - Si tiene il 19 febbraio a Firenze il convegno "La terza identità - i migranti tra patrie d’origine e Paesi d’arrivo", organizzato dall’Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Firenze in collaborazione con il Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux. L’incontro, che inizierà allo ore 9.30 a Palazzo Medici Riccardi, vuole essere occasione di approfondimento e di dibattito sul fenomeno dei migranti non tanto e non solo in relazione alle sue drammatiche contingenze, ma riportando la questione ai suoi aspetti di costante specifica delle vicende dei popoli, in particolare nell’area geografica del mediterraneo, e riflettendo soprattutto su quegli elementi etici, antropologici, giuridici e religiosi che possono costituire il fondamento profondo di una cultura di accoglienza e di autentica integrazione. Il convegno si inserisce inoltre all’interno della campagna contro le discriminazioni promossa dalla Provincia di Firenze dal titolo "Libertè, Fraternitè, Differenza", che ha preso il via il 15 gennaio scorso nel territorio fiorentino.

I lavori, coordinati in mattinata dal presidente del gabinetto scientifico letterario G.P. Vieusseux, Enzo Cheli, prenderanno il via alle 9.30 con l’intervento del presidente della provincia di Firenze, Andrea Barducci, e di Alessia Ballini, assessore provinciale alle politiche sociali. A seguire la relazione di Luigi Luca Cavalli Sforza su "La Grande Migrazione", di Eva Cantarella su "Le migrazioni nei miti di fondazione greci e romani" e di Enrico Chiavacci sul tema "Accoglienza e fede. E chi è il prossimo?".

 

Nel pomeriggio i lavori riprenderanno alle 15.30 con Massimo Livi Bacci che illustrerà i "Fondamenti per una nuova politica migratoria". A parlare di "diritto di asilo come diritto umano dei migranti" sarà quindi Riccardo Pisillo Mazzeschi mentre Cecilia Corsi affronterà il tema "lo straniero fra integrazione ed estraneità". L’’ultimo intervento del convegno, "Tra Obama e Rosarno" è affidato ed Enrico Deaglio. (aise) 

 

 

 

Riforma Comites e Cgie: prime indicazioni

 

Ecco un breve sommario delle proposte di cambiamento per Comites e Cgie che sono riassunte nel testo coordinato (ancora una bozza) presentato al Senato. Ricordiamo che sono diversi gli emendamenti al testo presentati da parlamentari di tutte le forze politiche - di Marco Zacchera, deputato PdL, presidente del Comitato per le questioni degli italiani all'estero alla Camera

 

E' stato presentato al Senato un testo coordinato - ancora in bozza - per la riforma dei Comites e del CGIE che raccoglie le indicazioni di numerose proposte di legge avanzate da senatori di diversi partiti. Il testo, una volta licenziato dalla Commissione Esteri, passerà in aula e di qui alla Camera.  Ecco qui di seguito un breve sommario delle proposte di cambiamento che vi sono riassunte, sottolineando che si tratta solo - per ora - di una bozza di lavoro.

 

INIZIATO L’ITER PER LA RIFORMA DEI COMITES E DEL CGIE - La Commissione Affari esteri del Senato ha iniziato nell'aprile dello scorso anno, in sede di comitato ristretto, l'esame congiunto di alcuni disegni di legge sulla riforma della rappresentanza dei cittadini italiani residenti all'estero. Dopo una serie di sedute ed audizioni, il relatore, sen. Tofani, ha presentato il 15 dicembre 2009 in sede di Commissione plenaria un testo unificato, adottato come testo base, sul quale è stato fissato per il 3 febbraio 2010 il termine per la presentazione degli emendamenti.

 

Il testo unificato affronta unitariamente tanto la disciplina dei Comitati degli italiani all'estero quanto quella del Consiglio generale degli italiani all'estero, prevedendo quindi l'abrogazione della vigente normativa recata dalla legge n. 286 del 2003 e dalla legge n. 368 del 1989.

 

COMITES - La prima parte del ddl (artt.1-23) disciplina i Comitati degli italiani all'estero. Si individuano a livello continentale (art. 1) differenti soglie minime di consistenza delle collettività italiane nelle singole circoscrizioni consolari, necessarie per procedere alla formazione dei Comitati. In particolare si prevedono 20 mila residenti per l'Europa, 15 mila per le Americhe, 10 mila per l'Asia e l'Oceania e 5 mila per l'Africa, a fronte dei 3 mila previsti in tutti i casi dalla normativa vigente. La rappresentanza delle comunità più piccole continua ad essere assicurata mediante il sistema dei Comitati non elettivi (art. 2). Per l'individuazione delle sedi dei Comitati si rinvia a un successivo decreto ministeriale (art. 3).

 

LE FUNZIONI - Sono ridefiniti (art. 4) le funzioni e i compiti dei Comitati prevedendo, tra l'altro, la redazione di una relazione annuale per dare conto degli interventi effettuati dalle autorità ed enti italiani a favore della collettività italiana nel territorio di riferimento e dello stato della stessa collettività. La relazione è sottoposta al Capo della rappresentanza diplomatica locale, il quale deve rispondere agli eventuali quesiti in essa contenuti.

 

INTERCOMITES - In ciascun Paese in cui è formato più di un Comitato, è prevista l'istituzione (art. 5)  di un Comitato dei Presidenti, denominato Intercomites in cui ciascun Comitato è rappresentato, oltre che dal presidente, da un rappresentante della minoranza. Alle riunioni dell'Intercomites partecipano anche il capo della rappresentanza diplomatica e i capi degli uffici consolari, e possono partecipare i parlamentari italiani.

 

LA COMPOSIZIONE - La consistenza numerica dei Comitati (art. 7) varia da 9 a 18 membri, in relazione alla dimensione della comunità italiana di riferimento, prevedendo, rispetto alla normativa vigente, una riduzione di tre componenti per le collettività inferiori ai 50 mila residenti. La durata in carica dei componenti (art. 9) è di 5 anni, con una sola possibilità di rielezione, rispetto alle due attuali, ed è prevista la decadenza dalla carica in caso di mancata partecipazione non giustificata ai lavori del Comitato per tre sedute consecutive.

 

Possono partecipare ai Comitati, per cooptazione e su designazione degli ambasciatori, cittadini stranieri di origine italiana che hanno contribuito a conferire particolare prestigio alla comunità italiana (art. 10).

 

LE INNOVAZIONI - Tra le innovazioni che riguardano il sistema elettorale per l'elezione dei Comitati (artt. 12-19) le più significative appaiono il collegamento di ogni lista ad un candidato presidente e l'attribuzione della metà più uno dei seggi alla lista che ottiene più voti, con la ripartizione dei seggi restanti alle altre liste con il metodo d'Hondt.

 

Ciascun Comitato elegge al proprio interno un esecutivo (art. 21) di cui fanno parte due vice presidenti, di cui uno rappresentativo della minoranza all'interno del  Comitato stesso. Alle sedute del Comitato possano partecipare, senza diritto di voto, i parlamentari italiani (art. 22).

CGIE La seconda parte della proposta di testo unificato (artt. 24-35) riguarda la disciplina del Consiglio degli italiani all'estero che dovrebbe sostituire l'attuale Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE). La nuova normativa, secondo quanto affermato dal relatore, intende tenere conto dell'introduzione del sistema di rappresentanza parlamentare degli italiani residenti nella circoscrizione Estero.

 

IL NUOVO CONSIGLIO -  Il nuovo Consiglio, definito organo di raccordo tra le comunità italiane all'estero in esso rappresentate e le Autorità nazionali centrali e regionali, è composto da 82 membri; ne fanno parte di diritto i presidenti degli Intercomites di ciascun Paese ovvero, nei Paesi in cui esiste un solo Comitato, il presidente dello stesso, i presidenti o gli assessori con delega all'emigrazione delle Regioni e delle Province autonome, nonché i presidenti dell'ANCI e dell'UPI. I rimanenti membri del Consiglio sono eletti dagli Intercomites, proporzionalmente tra i Paesi dove risiedono le comunità più numerose, con modalità da determinarsi con il regolamento d'attuazione (artt. 24-25).

 

LA SITUAZIONE ATTUALE - Attualmente il CGIE è composto da 94 membri dei quali 65 eletti da una assemblea formata per ciascun Paese dai componenti dei COMITES e da una quota variabile di rappresentanti delle associazioni delle comunità italiane e 29 nominati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, tra i quali 10 dalle associazioni nazionali dell'emigrazione, 7 dai partiti che hanno rappresentanza parlamentare e 9 dalle confederazioni sindacali e dai patronati maggiormente rappresentativi sul piano nazionale.

 

I COMPITI DEL CONSIGLIO - I compiti del nuovo Consiglio appaiono più limitati di quelli del CGIE; secondo il testo unificato (art. 26) esso  approva annualmente una relazione programmatica che rileva le criticità emerse durante l'anno con riferimento alle comunità italiane all'estero e una relazione consuntiva che esamina, sulla base degli interventi legislativi ed amministrativi, gli obiettivi realizzati. Le relazioni sono trasmesse a tutti i parlamentari eletti nella circoscrizione Estero. Il Consiglio può inoltre formulare ai parlamentari proposte, atti di indirizzo e raccomandazioni in merito alle politiche in favore delle comunità italiane all'estero e collabora a realizzare il coordinamento delle politiche promosse dalle Regioni in favore delle comunità italiane all'estero.

 

Diversamente dal CGIE, che è presieduto dal Ministro degli affari esteri, per il nuovo Consiglio si prevede un presidente eletto al proprio interno, tra i componenti che rappresentano le comunità italiane all'estero (art. 27). Rimane immutata la disposizione che prevede la facoltà per i Presidenti delle due Camere di designare fino a sette parlamentari appartenenti alle Commissioni permanenti competenti per materia per partecipare ai lavori del Consiglio con solo diritto di parola (art. 32, co. 3). Italia chiama Italia 15

 

 

 

 

Dalla Toscana nuovi fondi per favorire l’integrazione degli immigrati

 

Roma - "Quando si parla di inclusione la scuola è un terreno privilegiato perché a scuola che si formano i cittadini di domani e anche perché, attraverso i ragazzi, possiamo raggiungere le famiglie, aiutandone l'integrazione. Da oggi dirigenti, insegnanti, personale delle segreterie e operatori della scuola saranno più attrezzati a fronteggiare i problemi posti dalla diversità fra culture e avranno presto a disposizione strumenti per operare concretamente per l'integrazione e l'inclusione degli alunni stranieri". Così l'assessore all'istruzione, formazione e lavoro della Toscana, Gianfranco Simoncini, spiega i tre progetti rivolti al personale scolastico regionale che si articoleranno capillarmente sul territorio e saranno finanziati dalla Regione che ha stanziato, per questo, 1 milione e 248mila euro.

Il progetto coinvolgerà direttamente circa 2500 fra insegnanti e operatori della scuola. Ma ad essere coinvolti indirettamente saranno molti di più.

È la prima iniziativa del genere a livello nazionale quella che parte nei prossimi giorni con la pubblicazione dei tre progetti vincitori del bando per l'attività 2009-2010. Comincia così la fase più impegnativa del complesso di iniziative previste dalla delibera della Regione "Per una scuola antirazzista e dell'inclusione", che prevede fra l'altro l'adozione, da parte delle scuole, di un piano di gestione delle diversità che dovrà identificare criticità e obiettivi di sviluppo interculturale all'interno di ciascun istituto.

La delibera approvata nel luglio 2008 in occasione del meeting antirazzista di San Rossore si inserisce nella più generale attività del la Regione per il Giorno della memoria che in realtà, in Toscana, dura tutto l'anno, coinvolgendo le scuole in numerose iniziative rivolte agli insegnanti e agli studenti.

La formazione del personale, a cominciare dagli insegnanti, è essenziale per dare gli strumenti educativi necessari a realizzare l'inclusione e a impedire l'affermarsi di una cultura e comportamenti razzisti.

Grazie alla delibera a le scuole toscane già da due anni hanno inserito all’interno del proprio piano dell’offerta formativa iniziative di educazione alla cittadinanza, ispirate ai valori della comprensione, dell’accoglienza e dello scambio fra culture. La delibera sfrutta la possibilità offerta alle Regioni di dettare indirizzi per il 20% del monte orario obbligatorio.

I progetti che prenderanno il via nelle prossime settimane nelle scuole toscane sono tre, una per ciascuna macro-area. A realizzarli sono i vincitori del bando di gara pubblicato dalla Regione: si tratta di tre soggetti nati dalla collaborazione fra università, scuole, associazioni, onlus, agenzie formative.

Nell'area di Firenze, Prato, Pistoia ed Empolese val d'Elsa (Uguali ma diversi) si punta a coinvolgere le scuole del territorio, dalla scuola dell'infanzia alle superiori, in una serie di moduli tematici e un corso di perfezionamento post laurea e nello scambio di buone prassi con enti internazionali. Nel Sud della Toscana (Arezzo, Siena, Grosseto) partirà il progetto ("Uguaglianza, diversità, comunità") che punta a coinvolgere tutte le scuole del territorio attraverso la stesura dei piani di gestione delle diversità. Nel territorio costiero (Livorno, Lucca, Pisa, Massa Carrara e val di Cornia) ("La scuola di tutti: pluralismo, intercultura, inclusione") si propone di ridurre l'insuccesso scolastico degli alunni stranieri nelle scuole del territorio. (aise) 

 

 

 

 

Il blog "La Fuga dei Talenti" lancia una nuova iniziativa: "Cambio Generazionale"

 

ROMA - "La Fuga dei Talenti" - (http://fugadeitalenti.wordpress.com)  – blog che in questo suo primo anno di vita ha tagliato il traguardo dei 50mila contatti unici, lancia da oggi una nuova iniziativa: "Cambio Generazionale". Dopo aver raccontato per dodici mesi le storie dei giovani professionisti che hanno lasciato l’Italia per affermarsi professionalmente, ottenendo - tra le altre - una recensione sull’autorevole quotidiano francese "Le Monde" (articolo "L'Italie voit un signe de "déclin" dans l'expatriation de ses jeunes diplômés", pubblicato il 25 dicembre scorso), "La Fuga dei Talenti" chiama in causa i giovani espatriati fuggiti dall’Italia e quelli che invece ancora vi resistono. Magari con la tentazione di andarsene.

Da oggi sul blog campeggiano due domande. La prima ancora rivolta ai "talenti in Fuga": cosa deve cambiare, in concreto, perché tu possa tornare in Italia?

La seconda ai "talenti (ancora) in Italia": cosa deve cambiare, in concreto, perché tu possa restare con convinzione qui?

L’iniziativa "Cambio Generazionale" – spiegano dal blog – intende identificare con chiarezza, mediante l’aiuto delle giovani generazioni, quei problemi strutturali che affliggono il Paese e che impediscono all’Italia un reale ricambio della propria classe dirigente, "parcheggiando" i giovani in lavori precari e al margine dei processi decisionali. Per partecipare all’iniziativa è sufficiente inviare il proprio contributo a: cambiogenerazionale@gmail.com. (aise)

 

 

 

 

Scontro Libia/Europa. L'Italia deve scendere in campo

 

Probabilmente non sapremo mai con esattezza tutti i retroscena di questo nuovo scontro svizzero-libico che si sta trasformando in uno scontro tra Libia e Europa.

 

Un braccio di ferro dai contorni e dalle conseguenze imprevedibili. La notizia, data ieri dal quotidiano libico on line «Oea» è infatti di quelle alle quali a prima vista si stenta a credere: il governo libico rifiuterà d'ora in poi il visto di ingresso in Libia ai cittadini di tutti quei Paesi che appartengono alla cosiddetta «area Schengen» cioè di tutti quei Paesi in cui si circola liberamente in Europa senza necessità di esibire un passaporto. Si tratta, come sappiamo, di gran parte ma non di tutti i Paesi dell’Unione Europea; la Gran Bretagna, per esempio, non ne fa parte. E ciò vuol dire che un cittadino inglese potrebbe avere un visto di ingresso in Libia, ma non un francese, non un italiano, non un tedesco e così via. Un provvedimento, ha chiarito l'organo di informazione libico, preso come ritorsione alla disposizione che sarebbe stata adottata dalle autorità di Berna (ma che queste non confermano) di negare l'ingresso in Svizzera a circa 188 cittadini libici.

 

Le controversie tra Libia e Svizzera non nascono oggi. L'episodio più clamoroso si ebbe circa un anno e mezzo fa, quando il figlio di Gheddafi, Hannibal e sua moglie, furono arrestati dalla polizia elvetica in un grande albergo ginevrino a seguito di una denuncia per maltrattamenti presentata da due persone che erano al loro servizio. Dopo 48 ore la coppia fu liberata e poté lasciare il Paese. La cosa suscitò però una durissima reazione di Gheddafi che ritirò subito importanti somme depositate nelle banche svizzere - si parla di 5 miliardi di euro - e di fatto sequestrò con ragioni pretestuose due uomini d'affari elvetici che si trovavano a Tripoli. Lo stesso Presidente della Confederazione Elvetica fu costretto ad andare di persona a Tripoli per cercare di rimettere i rapporti tra i due Paesi sui binari della normalità ma riuscendovi solo in parte: quella singolare visita di scusa fu anzi vista con stupore dalla stampa e dall'opinione pubblica elvetica e fu giudicata una gratuita umiliazione del capo di Stato da parte di un bizzarro e intemperante dittatore.

 

Ora però questo contenzioso svizzero-libico fa un salto di qualità ed esce dall’ambito bilaterale per investire l'Europa. La giustificazione addotta dai libici è che i Paesi europei seguono criteri restrittivi nella concessione dei visti ai lori cittadini e che quindi, nella sostanza anche se non nella forma, finiscono con allinearsi alle discriminazioni operate dagli svizzeri. Difficile è dire come tutto questo andrà a finire, perché ciò che, da vicino o da lontano, riguarda Gheddafi ha un evidente carattere di imprevedibilità. Se il provvedimento verrà mantenuto e agli europei verrà effettivamente negato l'accesso, come sembra sia in parte già avvenuto all'aeroporto di Tripoli nella serata di domenica, la cosa non potrà non ripercuotersi molto negativamente sui rapporti economici e finanziari che l'Europa ha con la Libia.

 

La Farnesina ha intanto fatto sapere che intende investire della questione i ministri degli Esteri Europei quando si riuniranno la prossima settimana a Bruxelles. E non c'è dubbio che l'Italia sia tra tutti la più esposta in questa vicenda. Esposta perché i nostri interessi in Libia hanno dimensioni che superano quelle dei nostri maggiori partners, perché l'apporto libico nel controllo dell’emigrazione clandestina resta per noi essenziale ed è di appena pochi mesi fa la positiva definizione di una lunga controversia tra i nostri due Paesi con l'impegno, tra l'altro, della costruzione da parte italiana di una strada litoranea in Libia dalla frontiera tunisina a quella egiziana. Ma soprattutto esposta perché nella recente visita di Gheddafi a Roma, il presidente Berlusconi ha voluto anche personalmente dare una solennità e un calore quali si riservano solo ai veri amici. Trincerarsi dietro le future decisioni dell’Europa è formalmente corretto ma è difficile che ci si possa sottrarre, visti i precedenti, dall’esercitare un nostro specifico ruolo. Sappiamo per esperienza in che acque agitate ci si muove quando si tratta con la Libia: non è stato facile in passato sul piano bilaterale e ancor meno lo sarebbe con gli occhi della Svizzera e dell'Unione Europea puntati addosso. Questa improvvisa tegola libica potrebbe essere una notevole sfida per esercitare i talenti della nostra diplomazia.  BORIS BIANCHERI LS 16

 

 

 

La crisi di Atene ridisegna l’UE. La sovranita’ in movimento

 

La crisi greca durerà a lungo, e a lungo la studieremo. Il suo esito trasformerà l'Unione europea. Sue poste sono, più che la finanza e la stabilità, la sovranità e la democrazia: non in Grecia solamente, ma in ogni Paese e nell'Ue in quanto tale.

La dichiarazione emessa l'11 febbraio dai Capi di Stato o di governo è un lapidario concentrato di antinomie: responsabilità comune, ma doveri degli Stati; misure già decise da Atene, ma altre che la Commissione proporrà; azione «determinata e coordinata » dei Paesi dell'euro, ma nessuna richiesta greca di sostegno finanziario; riferimento al Fondo monetario internazionale, ma per far capire che non sarà esso a intervenire. Il Financial Times parla con malumore di «ibrido maldestro», ma le antinomie sono coerenti, anche se dirompenti: la Grecia non è più unica sovrana in casa sua, il sovrano europeo è entrato nei suoi confini e con essa governerà. La Grecia va sostenuta, ma non riceverà regali.

A malincuore l'Unione ha accettato di essere il sovrano capace, ma è ben conscia che il sovrano legittimo risiede per convenzione ad Atene. Questo ha riconosciuto la propria impotenza, ma deve rendere legittime le misure che la situazione impone e assumersene la paternità. La democrazia obbliga Papandreu a fare accettare l'austerità a quello stesso popolo sovrano che solo pochi mesi fa aveva blandito con promesse impossibili.

Ma nello sfondo vi sono un altro sovrano e altri «elettori »: un mercato, che ha la forza di travolgere una nazione quando sente l'odore del sangue e quella di esaltarla quando è inebriato dall'euforia. E’ un sovrano senza legittimità politica e spesso senza saggezza economica; bestia che però solo un sovrano economicamente più saggio e politicamente forte può domare. Il governo greco non è stato all'altezza; ora ci prova l'Unione.

Negli anni '80 e '90 economisti illustri sconsigliavano l'euro perché «senza unione politica non può esserci moneta unica»; i governi volevano l'euro come passo verso l'unione politica. Conclusioni opposte tratte da una stessa verità.

Anni fa parlai di «euro, una moneta senza Stato» per segnalare l'anomala condizione in cui operava la Banca centrale europea e il pericolo di compiacersene. La storia si muove zoppicando nelle contraddizioni, ma alla lunga deve ricongiungere moneta e Stato: non come Leviatano centralizzato dentro e arcigno fuori, secondo il nazionalismo giacobino; ma come «organizzazione potestativa sovrana dotata di poteri coercitivi», secondo Sartori.

Per vent'anni lo spazio tra moneta e Stato europeo è rimasto aperto, anzi si è allargato. Ma quando la crisi, invece di un'impresa o una banca, ha colpito un Paese e minacciato l'euro si è cominciato a capire che non si poteva più fare a meno dello «Stato dell'euro». La Germania ha capito che non aveva alcun senso intervenire per una Landesbank o un impianto della Opel e considerare cosa altrui il debito greco.

Per secoli i confini del potere sovrano furono tracciati da guerre e matrimoni dinastici. Ora intervengono il mercato e la politica.

Tommaso Padoa-Schioppa CdS 15

 

 

 

 

Banche, no della Ue a Obama. "Non è in linea con i principi del mercato"

 

I ministri delle Finanze dell'Unione Europea si oppongono alla 'Volcker Rule'

In una bozza di un documento esaminato in questi giorni si esprime "preoccupazione"

 

NEW YORK - I ministri delle Finanze dell'Unione Europea sono uniti nell'opporsi alla proposta del presidente americano Barack Obama per imporre nuovi limiti alla taglia e alle prese di rischio delle banche, ritenendo che l'applicazione della 'Volcker Rule' in Europa potrebbe non essere in linea con gli attuali principi del mercato interno. Lo riporta l'agenzia di stampa Bloomberg citando una bozza di documento che potrebbe essere ratificata al termine della due giorni di lavori iniziata oggi a Bruxelles.

 

Nel documento i ministri delle Finanze esprimono la propria "preoccupazione per l'applicazione della Volcker in Europa. Ogni scelta politica dovrebbe evitare di spingere i rischi in altre parti del sistema finanziario". La resistenza alla proposta Obama mostra le divisioni politiche esistenti su come rivedere le regole del sistema bancario per prevenire il ripetersi di crisi che costringano i contribuenti a salvare il sistema finanziario.

 

La bozza di documento, datata 10 febbraio, è stata preparata da rappresentanti dei ministeri delle Finanze europei, dalla Banca Centrale Europea e dalla Commissione Europea. Si tratta di un documento di 3 pagine in cui viene anche considerata la proposta di una tassa di stabilità sulle banche e la creazione di fondi nazionali o pan-europei per futuri salvataggi. S'intitola 'Issue note on the most recent proposals of the Us Administration in respect of Systemically Important Financial Insititutions and the introduction of a financial crisis responsability fee'.

 

Alla fine di gennaio Obama ha proposto nuovi paletti per le banche, così che queste non potessero diventare troppo grandi da non poter fallire e non si esponessero in futuro a rischi eccessivi. La proposta prevede infatti limiti anche al proprietary trading, ovvero la negoziazione di titoli per conto proprio, oltre al divieto delle banche di controllare hedge fund.

 

A Davos il presidente francese, Nicolas Sarkozy, aveva lanciato un messaggio di sostegno al piano di Obama per le banche, ponendo però l'accento sulla necessità che gli Usa non si muovano da soli. Mentre il cancelliere dello scacchiere britannico, Alistair Darling, ha frenato sul piano Obama, affermando che le misure ipotizzate dal presidente Usa non avrebbero evitato la crisi finanziaria globale, e oltretutto rischiano di minare l'intesa internazionale raggiunta dal G20.

 

Il documento si sofferma anche su un'eventuale tassa di responsabilità sulle banche. I ministri finanziari e i governatori delle banche centrali del G7 si sono detti d'accordo sul fatto che le banche condividano i costi della crisi. Ogni eventuale tassa sulle banche - hanno sottolineato i ministri - dovrà essere coordinata a livello internazionale e non penalizzarà la ripresa. LR 15

 

 

 

Narducci (PD): Inaccettabile il comportamento libico

 

“Le ritorsioni libiche nei confronti della Svizzera fanno saltare le buone intenzioni di cooperazione tra Libia e Italia enfatizzate da Berlusconi” lo afferma il Vicepresidente della Commissione affari esteri Franco Narducci in seguito alle notizie inerenti la sospensione dei visti Schengen da parte libica che hanno portato al blocco di circa una ventina di connazionali Italiani all'aeroporto di Tripoli.

Le tensioni tra Tripoli e Berna si sono accese con il fermo in Svizzera, nel luglio del 2008, del figlio del Colonnello, Hannibal, e della moglie, a seguito di una denuncia per maltrattamenti subiti da due domestici.

“Tra le ingiustificate ritorsioni libiche - sottolinea Narducci - risulta inaccettabile il fermo forzato di due uomini d'affari svizzeri, arrestati con futili motivazioni, mentre è a tutti evidente che si tratta di una ritorsione legata ai summenzionati fatti di Ginevra. Purtroppo non sono valsi appelli di ogni genere e tentativi negoziali amichevoli per riportare i due uomini d’affari alle rispettive famiglie”.

“Non possiamo tollerare - conclude Narducci - che la Libia impedisca ingiustamente l’ingresso sul suo territorio di cittadini europei ed italiani dopo aver espresso intenzioni di aperture commerciali ed aver firmato accordi di partnership con il Governo Berlusconi”. De.it.press

 

 

 

Iran, l'allarme di Hillary Clinton. "Va verso una dittatura militare"

 

Il segretario di Stato parla agli studenti arabi riuniti al campus di Carnegie Mellon, in Qatar - "Crediamo che il governo iraniano sia stato soppiantato dalla Guardia Rivoluzionaria" - Oggi a Ginevra il Consiglio per i diritti umani dell'Onu comincia l'esame della situazione iraniana

 

DOHA - A Teheran la Guardia Rivoluzionaria sta soppiantando il governo e il Paese si muove verso una dittatura militare: questo il timore del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Il capo della diplomazia statunitense ne ha parlato nel corso di un incontro con un gruppo di studenti a Doha, nel campus di Carnegie Mellon, in Qatar, prima tappa di un mini-tour nella regione che porterà la Clinton anche in Arabia Saudita, per incontrare re Abdullah.

 

Parlando agli studenti, la Clinton ha negato l'intenzione degli Stati Uniti di attaccare l'Iran e detto che Washington vorrebbe invece optare per la via del dialogo con Teheran. Ma, ha spiegato, "è molto difficile restare passivi di fronte a un Iran armato e che continua a portare avanti il suo programma di armi nucleari". Gli Stati Uniti, che lavorano con i loro alleati a nuove sanzioni contro l'Iran a causa del suo controverso programma nucleare, hanno infatti unilateralmente annunciato mercoledì il rafforzamento delle sanzioni contro la Guardia Rivoluzionaria.

 

"Non attaccheremo l'Iran - ha detto il segretario di Stato - stiamo invece cercando di unire la comunità mondiale per fare pressione all'Iran attraverso sanzioni delle Nazioni Unite. Queste pressioni saranno specificatamente rivolte alle imprese controllate dalla Guardia Rivoluzionaria che, crediamo, stia soppiantando il governo dell'Iran". Hillary Clinton ha poi aggiunto: "La vediamo in questo modo: crediamo che il governo iraniano, dal presidente al parlamento, sia stato soppiantato e che l'Iran stia andando verso una dittatura militare. E' il nostro punto di vista".

 

Nel frattempo il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite comincia oggi a Ginevra l'esame della situazione in Iran, con i paesi occidentali che si preparano a criticare duramente la repressione delle forze di opposizione condotta dal regime di Teheran. La seduta di oggi è stata aperta dalla delegazione iraniana condotta da Mohamad Jabad Larijani, segretario generale del Consiglio superiore dei diritti dell'uomo, venuto appositamente da Teheran. L'ipotesi di sanzioni contro Teheran è anche al centro di colloqui oggi a Mosca tra il presidente russo Dmitri Medvedev e il premier israeliano Benyamin Netanyahu.

 

Di segno opposto è una notizia data dall'agenzia francese Afp che, citando una fonte anonima vicina alla Clinton, ha parlato di un'ipotesi di trattative dirette tra Iran e Usa avanzata dal Qatar, alla quale Washington sarebbe favorevole. Per quanto riguarda l'arricchimento dell'uranio al 20 per cento in Iran, il capo dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica, Ali Akbar Salehi, ha detto che per il momento le operazioni continuano. "Accetteremo di fermarle solo se verranno accolte tutte le condizioni che abbiamo posto per lo scambio", ha aggiunto.

 

Nel novembre scorso l'Iran ha respinto una proposta di scambio avanzata da Usa, Russia e Francia in base alla quale avrebbe dovuto consegnare il 70 per cento del suo uranio arricchito al 3,5 per cento. Martedì scorso il presidente Mahmud Ahmadinejad ha dato l'ordine di avviare l'arricchimento al 20 per cento nell'impianto di Natanz e giovedì, nel 31esimo anniversario della rivoluzione, ha annunciato che "il primo pacchetto" è stato prodotto. LR 15

 

 

 

 

La propaganda è dannosa  per i governi

 

Nell’epoca dell’informazione che viviamo oggi, la politica dipende anche dalla «storia» vincente. I governi competono tra di loro, e con altre organizzazioni, per far risaltare la propria credibilità minando quella degli avversari. Basta guardare il conflitto tra il governo e gli oppositori dopo le elezioni iraniane nel giugno 2009, in cui Internet e Twitter hanno svolto un ruolo cruciale, o la più recente controversia tra Google e la Cina.

 

La reputazione è sempre stata importante nella politica mondiale, ma la credibilità è diventata un fattore cruciale grazie al «paradosso dell’abbondanza». Quando l’informazione è abbondante, la risorsa che viene a scarseggiare è l’attenzione. E in questa circostanza inedita, un approccio morbido può rivelarsi, ancora più del solito, più efficace di quello duro. Per esempio, la relativa indipendenza della Bbc, che più volte ha provocato imbarazzi ai governi britannici, ha fruttato però ricchi dividendi di credibilità, come dimostrato da questo riassunto della giornata tipo del presidente della Tanzania Jakaya Kikwete: «Si alza all’alba, ascolta Bbc World Service, e poi legge la stampa locale».

 

Gli scettici che considerano il termine «diplomazia pubblica» come un eufemismo per la propaganda, non si rendono conto del problema. Una propaganda esplicita è controproducente nel campo della diplomazia pubblica. Che peraltro non è soltanto una campagna di pubbliche relazioni: la diplomazia pubblica significa costruire relazioni durature che creano un contesto favorevole per le politiche governative.

 

Il contributo delle informazioni provenienti direttamente dal governo varia nelle tre dimensioni, o fasi, della diplomazia pubblica, tutte importanti. La prima e più immediata dimensione è la comunicazione quotidiana, la spiegazione del contesto nel quale vengono prese le decisioni di politica interna ed estera. Questa dimensione implica anche la preparazione ad affrontare le eventuali crisi. Se dopo un evento si crea un vuoto informativo, verrà riempito da altri. La seconda dimensione è quella della comunicazione strategica, che sviluppa una serie di argomenti semplici, più o meno come una campagna pubblicitaria o elettorale. Mentre la prima dimensione viene misurata in ore, al massimo giorni, la seconda si sviluppa nell’arco di settimane, mesi e perfino anni.

 

La terza dimensione della diplomazia pubblica è lo sviluppo di relazioni durature con persone chiave, lungo anni o anche decenni, attraverso borse di studio, scambi, addestramenti, seminari, conferenze e accesso ai media. Questi programmi creano quello che il giornalista americano Edward R. Murrow una volta ha definito «gli ultimi tre passi»: comunicazione faccia a faccia, con la credibilità rinforzata dalla reciprocità.

 

Ma nemmeno la migliore campagna pubblicitaria riesce a vendere un prodotto impopolare. Una strategia comunicativa non funziona se va contro il tessuto della politica. Le azioni dicono più delle parole. Troppo spesso i politici trattano la diplomazia pubblica come un cerotto da applicare su una ferita provocata da altri strumenti. Per esempio, la Cina ha cercato di intensificare il messaggio di «soft power» che voleva lanciare con il successo delle Olimpiadi di Pechino nel 2008, ma la repressione in Tibet avvenuta quasi negli stessi giorni - e seguita da quella nello Xinxiang e dagli arresti dei difensori dei diritti umani - ha azzoppato questo sforzo.

 

Le grandi potenze cercano di usare la cultura e le narrative per creare un «soft power» che ne mostra i vantaggi, ma non sempre comprendono il funzionamento di questo meccanismo. Molti critici americani sostengono che la super-militarizzazione della politica estera danneggia la credibilità dell’America, e propongono invece una «diplomazia con gli steroidi», gestita da diplomatici addestrati all’uso dei nuovi media, a una conoscenza minuta delle realtà locali e all’uso di reti di contatto con gruppi sottorappresentati.

 

L’approccio centralizzato dei media alla diplomazia pubblica svolge tuttora un ruolo importante. I governi devono correggere giorno per giorno l’interpretazione errata delle loro politiche, e cercare di inviare messaggi di tipo più strategico. La forza principale dei media è la loro capacità di raggiungere un’audience vasta, segnalando i problemi all’opinione pubblica e dettando un’agenda. Ma possiedono anche una debolezza: sono incapaci di influenzare la percezione del messaggio inviato in vari segmenti culturali. Il mittente del messaggio sa cosa ha detto, ma spesso ignora quello che ha sentito il destinatario. Le barriere culturali tendono a distorcere il segnale.

 

Le comunicazioni di rete, invece, possono avvantaggiarsi della comunicazione in due sensi, e di quella orizzontale, per superare le differenze culturali. Questo tipo di decentralizzazione e flessibilità è difficile da raggiungere per i governi, a causa della loro struttura della responsabilità centralizzata. La maggiore flessibilità delle organizzazioni non governative in questo campo ha dato inizio a quello che qualcuno ha già definito «la nuova diplomazia pubblica», che non si limita solo a inviare messaggi, promuovere campagne o dialogare con esponenti governativi stranieri. Essa contribuisce anche a costruire relazioni con i protagonisti della società civile in altri Paesi, agevolando la rete di contatti tra entità non governative in patria e all’estero.

 

Questo approccio alla diplomazia pubblica dovrebbe spingere le politiche governative a promuovere e partecipare più che a controllare direttamente queste reti che attraversano i confini. Un controllo eccessivo, o anche solo la parvenza di esso, possono minare la credibilità dell’operato di queste reti. L’evoluzione della diplomazia pubblica dalle comunicazioni a un senso solo verso un dialogo vede nell’opinione pubblica una coautrice di significati e contatti.

 

Nell’era dell’informazione globale il potere più che mai dovrà includere una dimensione «soft» di attrazione, oltre agli strumenti «duri» della coercizione e del pagamento. La combinazione efficace di questi meccanismi viene chiamata «smart power», potere intelligente. Per dare un esempio, la lotta contro il terrorismo internazionale oggi è una guerra per conquistare cuori e menti, dove l’eccessivo affidamento alla forza da solo non porta al successo.

 

La diplomazia pubblica è uno strumento importante nell’arsenale del potere intelligente, che però richiede la comprensione dell’importanza della credibilità, dell’autocritica e del ruolo della società civile nella generazione del «soft power». Se la diplomazia pubblica degenera in propaganda, non solo smette di convincere, ma può avere un effetto negativo. Deve rimanere un processo a due sensi, perché il «soft power» dipende prima di tutto dalla comprensione degli altri e del loro modo di pensare.  JOSEPH NYE, ex sottosegretario alla Difesa Usa, professore all’Università di Harvard  PS LS 15

 

 

 

 

 

L'Italia e le adozioni internazionali

 

ROMA - Con 3.964 minori adottati nel 2009, l’Italia si conferma il Paese che ha concluso il maggior numero di procedimenti di adozione, seconda soltanto agli USA. Il dato conferma una sostanziale stabilità del numero di adozioni portate a buon fine dal nostro Paese rispetto agli anni precedenti, malgrado si siano recentemente registrate forti criticità in Bielorussia, Vietnam, Nepal e Cambogia.

La funzione degli accordi bilaterali

  I minori che vengono adottati da famiglie italiane provengono principalmente da: Russia (17,7%), Ucraina (13,2%), Colombia (11,2%), Etiopia (8,7%) e Brasile (8,3%). In generale, è l’Europa il principale bacino di provenienza dei minori con il 43% seguita dall’America con il 25%. Notevole l?espansione dell’Asia che si attesta al 21%.

  Dietro questi risultati c’è un grande lavoro di squadra portato avanti dalla Commissione per le Adozioni Internazionali (presso la Presidenza del Consiglio), il Ministero degli Affari Esteri, gli Enti autorizzati, le famiglie, le Associazioni, le altre Istituzioni coinvolte, tutte fortemente impegnate nel sostenere il delicato fenomeno delle adozioni internazionali con scelte e procedure oculate e attente, nel superiore interesse del bambino a essere accolto e crescere in una famiglia.

  Il ruolo del Ministero degli Esteri, fortemente impegnato anche tramite la rete delle Cancellerie consolari, consiste nel coordinamento e nella mediazione con gli altri Paesi per definire accordi bilaterali in materia. I protocolli d’intesa sono infatti lo strumento per stabilire procedure comuni per il perfezionamento del percorso adottivo.

  Va in questa direzione il recente accordo bilaterale con la Federazione Russa, entrato in vigore lo scorso 27 novembre, che ha beneficiato dell’intensa attività della Commissione per le Adozioni Internazionali, Autorità centrale ai sensi della Convenzione dell’Aja, nella quale è rappresentato anche il Ministero degli Affari Esteri. Sempre grazie all’attività di mediazione internazionale negli ultimi mesi è stato registrato l’ingresso in Italia dei primi 23 minori adottati dalla Cina.

La Convenzione dell’Aja

Ricordiamo che le adozioni internazionali sono regolate dalla legge 183/84 come modificata dalla legge 476/98 di "ratifica ed esecuzione della Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale” (firmata all’Aja, il 29 maggio 1993), e dalla legge 149/2001.

La Convenzione dell'Aja ha come scopi principali: stabilire garanzie affinché le adozioni internazionali si svolgano nell’interesse superiore del minore e nel rispetto delle garanzie internazionali; instaurare un sistema di cooperazione fra gli Stati contraenti al fine di assicurare il rispetto di queste garanzie; prevenire il fenomeno della sottrazione e della vendita di minori.

Ne sono membri finora i seguenti Paesi: Albania, Australia, Austria, Bielorussia, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Repubblica Popolare Cinese, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Ungheria, Islanda, Irlanda, Israele, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Messico, Monaco, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Panama, Perù, Polonia, Portogallo, Romania, Russia (Federazione), Repubblica Slovacca, Slovenia, Sud Africa, Spagna, Sri Lanka, Svezia, Svizzera, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Uruguay, Venezuela. (In rete con l’Italia, mensile d'informazione della Direzione Generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie del MAE)

 

 

 

 

Cronache da un paese in eterna emergenza. Il record italiano dei 10 mila commissari

 

Un paese in eterna emergenza, l'Italia. Terreno fertile per la proliferazione di quei prodotti tutti nostrani che sono i commissari straordinari. Quanti sono? Quanto gravano sulle spalle – e sulle tasche – dei cittadini? Difficile dirlo con esattezza. L'ultima stima attendibile, a riguardo, è quella fornita nel 2005 da Il Sole 24 Ore, che indicava in circa 10 mila unità l'ammontare totale, sul territorio nazionale, dei “commissari preposti all'ordinaria emergenza”, in gran parte (70 per cento) operanti nel Mezzogiorno.

 

Tra le regioni del Sud, la Campania costituisce un caso paradigmatico, ma tutt'altro che isolato. Dal 1994 al 2009, per l'emergenza relativa ai rifiuti si sono susseguiti ben otto commissari. L'ultimo è stato Guido Bertolaso, al quale è stata affidata la gestione della fase più delicata della crisi. L'emergenza in Campania, superata e chiusa con un decreto, quanto è costata? “Il fenomeno dell'emergenza rifiuti - si apprende da un rendiconto del 2007 del procuratore generale della Corte dei conti, Claudio De Rose – può essere riassunto nei suoi punti cruciali così: una spesa totale (e la crisi non era ancora finita) di 1,8 miliardi di euro, il 21 per cento dei quali per stipendi e funzionamento delle sedi”.

 

Non è tuttavia bastato archiviare la crisi della spazzatura per liberare Napoli – e la Campania – dalle emergenze. Il teatro San Carlo, recentemente inaugurato alla presenza di Giorgio Napolitano, è gestito dal commissario straordinario Salvatore Nastasi. Anche gli scavi archeologici di Pompei sono affidati da qualche anno alla figura di un commissario. All'ex prefetto di Napoli Renato Profili, deceduto tempo fa, è subentrato Marcello Fiori. Al Nord la musica non cambia: a Milano, in vista dell'Expo 2015, sono stati affidati poteri straordinari al sindaco Letizia Moratti. Alcuni giorni fa, prima che scoppiasse la bufera degli appalti per il G8 alla Maddalena, lo stesso Bertolaso, aveva smentito le voci di un suo possibile incarico anche per l'Expo.

 

“Un popolo di santi, poeti, navigatori. E commissari. Non quelli di polizia, che non bastano mai, ma quelli della - e nella - pubblica amministrazione, ormai onnipresenti”, scriveva nel 2005 Marco Moussanet nella sua inchiesta. Cinque anni dopo, la realtà da lui descritta sembra più che mai attuale. SicInf 15

 

 

 

 

Il dilemma tra velocità e regole

Qualche mese fa, in un pomeriggio di sole, Silvio Berlusconi era a Coppito, alla periferia dell’Aquila, per consegnare alle famiglie rimaste senza casa le belle palazzine nuove con le facciate di legno colorato.

 

Il presidente del Consiglio era così fiero del risultato che annunciò l’intenzione di estendere la dottrina-Bertolaso ad altre emergenze, e fece l’esempio di quella carceraria. Durante l’ultimo governo Prodi, poiché le prigioni traboccavano, il Parlamento aveva votato un indulto ma il provvedimento di clemenza non venne accoppiato a uno strutturale (non si costruirono nuovi penitenziari né si studiarono pene alternative alla detenzione), così oggi le prigioni traboccano di nuovo e sono amministrate nell’incivile convivenza.

 

Se il governo varasse un piano di edilizia carceraria con i sistemi e i vincoli classici, gli servirebbe almeno un lustro per concluderlo. Ma, fra le case di Coppito, il premier immaginò le galere venire su a velocità sconosciute alla democrazia e applicate soltanto alle ruspe mussoliniane (e per l’Aquila). Non soltanto perché Guido Bertolaso è bravo e concreto, ma soprattutto perché gode di strumenti unici: gli è permesso di affidare i lavori con trattativa privata, senza logorarsi nelle procedure solite della gara pubblica (bando di concorso, pubblicazione su Gazzetta ufficiale, presentazione dei progetti...). Sono poteri eccezionali, quasi incontrollabili, proprio perché, nell’emergenza, l’immediatezza del risultato è fondamentale.

 

Da quasi un decennio, si sa, Bertolaso non viene applicato soltanto ai soccorsi in caso di terremoto, alluvione o disastro ferroviario, ma all’organizzazione dei grandi eventi, come per esempio i Mondiali di nuoto o i viaggi papali. All’Aquila, però, Berlusconi si figurò un passo in più: chiamare emergenza l’ordinario (in Italia tutto l’ordinario è emergenziale e ogni emergenza è ordinaria) e affrontarlo con i sistemi spicci ed efficaci di un dopo-sisma. Per queste ragioni oggi si dibatte con tanta foga delle ulteriori prerogative che si intendevano affidare alla Protezione civile, e che lo scandalo giudiziario bloccherà o ridimensionerà. Ecco, al di là dei risvolti penali, il succo politico della vicenda è tutto qui.

 

È stato detto che i risultati più squillanti di quasi due anni di governo Berlusconi sono la ripulitura di Napoli dalla spazzatura e la gestione del disastro abruzzese. Sono due successi di Bertolaso e del suo metodo. Altri provvedimenti graditi dalla maggioranza degli italiani sono passati dai decreti, e cioè da leggi dell’esecutivo che entrano immediatamente in vigore, prima di passare dalle camere. Il grande tema di questa legislatura si conferma la velocità di esecuzione. Veramente è un tema antico: dalla crisi della Repubblica di Weimar al decisionismo craxiano, se ne parla da decenni. Ma oggi c’è anche un sistema dell’informazione tambureggiante: le tv, i giornali, i siti internet sollevano problemi in continuazione, e per reggere alla sfida del consenso i politici sono costretti a risposte fulminee.

 

I sacri (e sacrosanti) riti della democrazia sono sempre più inadeguati. Berlusconi lo ha capito e ha anche capito che, paradossalmente, rendere rapida la democrazia richiede un lentissimo lavoro di riforma che lui non può permettersi. Vuole che il suo governo passi alla storia per le cose fatte, non per una correttezza formale che ha sempre considerato da farisei, o per un riformismo a beneficio dei successori. E così usa i decreti e diffonde il metodo Bertolaso, e dentro la sua maggioranza ci sono opposizioni di scontenti, uomini per ruolo o vocazione fedeli alla liturgia, ministri che si vedono sottratte competenze e controlli, legalisti che vorrebbero un solido rispetto delle regole. La vicenda di Bertolaso ha rinvigorito i perplessi e adesso sarà interessante vedere se e quali altri poteri andranno alla Protezione civile, se invece verranno ridimensionati (molto probabile), e soprattutto se sarà ancora Bertolaso a esercitarli. Anche da questa partita dipende il futuro di Berlusconi: senza le splendide scorciatoie alla Bertolaso gli verrà difficile ripetere certe imprese e conservare l’ammirazione denunciata dai sondaggi. O trova una soluzione, o per i restanti tre anni della legislatura gli toccherà di vivacchiare fra carte bollate.

 

Insomma, il dilemma non è nuovo: a quanta libertà (a quanta prassi) la democrazia è disposta a rinunciare per essere più competitiva? E a quanta competitività è disposta a rinunciare per essere più libera? Anche se l’inchiesta fosse tutta una bufala, e Bertolaso e i suoi fossero immacolati, saremmo pronti, domani, a girare il loro imparagonabile potere in altre mani? È una domanda importante, perché non riguarda soltanto la politica. Il gip di Firenze, nel firmare l’ordinanza che ha stabilito arresti e avvisi di garanzia, ha ammesso di non averne la competenza. È competente Roma. Ma per evitare che le ruberie proseguissero, scrive, per bloccare quella cricca che ne stava combinando delle altre, è stato necessario uno strappo alla regola. Il risultato serviva, e serviva subito. Chissà se Bertolaso si è reso conto che tutto quello che gli sta capitando dipende dal metodo Bertolaso applicato alla magistratura.  MATTIA FELTRI  LS 16

 

 

 

 

Editoriale. Ma adesso Bertolaso deve lasciare

 

COMMENTANDO ieri la lettera con la quale Guido Bertolaso rispondeva alle mie dieci domande ricostruendo a suo modo la verità dei fatti e la loro sostanza politica, ho volutamente tralasciato di approfondire la questione dell'atteggiamento del Quirinale di fronte all'ampliamento dei compiti della Protezione civile, alle normative che l'hanno resa possibile e alla loro costituzionalità. È una questione delicatissima poiché chiama in causa il Capo dello Stato, cioè la più alta istituzione della Repubblica.

 

Bertolaso non si è fatto carico di questa delicatezza ed ha tentato di coprire l'operato suo e del governo sostenendo che il Quirinale ha sempre appoggiato il suo fare e non ha opposto alcun limite al sistema delle ordinanze e alla creazione della Protezione civile Spa, che ne rappresenta il coronamento e l'esternalizzazione.

 

L'ho tralasciato perché su quell'aspetto della vicenda non si può andare a tentoni e per approssimazioni successive. Perciò ho raccolto i miei appunti in proposito, ho interpellato fonti qualificate ed ho riscontrato date, documenti e testimonianze dirette. Come sospettavo già a prima vista, la ricostruzione di Bertolaso è arbitraria e non corrisponde alla realtà. Ed ecco perché.

 

1. La legge del 1992, che di fatto è quella istitutiva della Protezione civile come servizio permanente della Pubblica amministrazione, limitava quel servizio alle catastrofi naturali.

 

2. Fu innovata con decreto del 2001, convertito in legge. C'era già in quella legge un primo allargamento di competenze della Protezione civile a grandi eventi sganciati dalle catastrofi naturali, purché ricorressero caratteristiche che rendessero necessaria un'amministrazione straordinaria per ragioni di necessità ed urgenza chiaramente indicate nella motivazione. Il Presidente della Repubblica dell'epoca varò la legge insistendo sull'importanza delle motivazioni come requisito essenziale.

 

3. A partire da quel momento il Quirinale non ha più avuto l'occasione di "intercettare" la normativa delle ordinanze e dei decreti della presidenza del Consiglio poiché si trattava di una produzione di carattere amministrativo. Una produzione, come abbiamo già sottolineato ieri, che è cresciuta su se stessa ad un ritmo velocissimo passando da una o al massimo due ordinanze nel periodo del governo Prodi ad una media di 80-100 nel periodo berlusconiano.

 

4. Il presidente Napolitano ha assistito con crescente preoccupazione all'estendersi del sistema delle ordinanze emesse dalla Protezione civile e l'ha detto in diverse occasioni. L'ha detto direttamente allo stesso Bertolaso in occasione d'una sua visita a L'Aquila subito dopo il terremoto. Si compiacque con lui per l'efficienza con cui la Protezione civile aveva fronteggiato l'emergenza post-terremoto ma elevò dubbi sul lavoro che quella stessa struttura avrebbe dovuto mandare avanti per completare le infrastrutture della Maddalena ed altre incombenze nel frattempo maturate.

 

5. Intanto gli impegni del sistema Bertolaso si moltiplicavano e l'albero della Protezione civile stava diventando una foresta. Leggiamo insieme quanto il Capo dello Stato ha detto nella cerimonia degli auguri di fine anno svoltasi lo scorso dicembre al Quirinale nella Sala dei corazzieri dinanzi alle Alte Magistrature dello Stato: "Il continuo succedersi di decreti legge - 47 dall'inizio di questa Legislatura - e il loro divenire sempre più sovraccarichi ed eterogenei nel corso dell'iter parlamentare di conversione, hanno continuato a produrre forti distorsioni negli equilibri istituzionali. Tutto ciò finisce per gravare negativamente sul livello qualitativo dell'attività legislativa. Non a caso gli studiosi si domandano se abbia finito per attuarsi, anche attraverso il crescente uso e la dilatazione di ordinanze d'urgenza, un vero e proprio sistema parallelo di produzione normativa". L'allarme del Presidente della Repubblica è netto ed esplicito e l'assemblea dinanzi alla quale è stato formulato lo rende ancora più solenne e preoccupante.

 

6. Si arriva così all'ultimo decreto legge, quello attualmente in discussione dinanzi alle Camere, nel quale viene promossa la creazione della Protezione civile Spa.

Dalle mie informazioni molto attendibili risulta che Napolitano non ravvisava i requisiti di necessità ed urgenza, almeno per la parte dedicata alla Spa, e propendeva piuttosto verso la presentazione di un disegno di legge. Si trovò tuttavia di fronte (così dicono le mie fonti) ad una resistenza infrangibile opposta da Gianni Letta che avrebbe prospettato al Capo dello Stato l'ipotesi che Bertolaso potesse dimettersi dai suoi incarichi se il decreto non fosse stato autorizzato. Ipotesi che avrebbe creato un vuoto operativo di notevole gravità.

 

7. È accaduto tuttavia che nel corso dell'iter parlamentare al Senato il decreto venisse "stravolto" rispetto alla sua originaria stesura autorizzata dal Quirinale. Una decina di nuovi articoli e sessanta commi furono aggiunti sulla base di altrettanti emendamenti proposti dalla maggioranza parlamentare, allargando ancora di più il ventaglio delle competenze, la produzione di ordinanze, una sorta di scavalcamento nei confronti degli organi di controllo e di giurisdizione. Fonti non ufficiali ma attendibili segnalano che il Quirinale segue con estrema attenzione l'iter del decreto. Si dice (anche se si tratta d'una voce) che il Capo dello Stato avrebbe fatto pervenire al presidente del Consiglio il suo allarme per questa situazione. È noto che il Quirinale tace quando il Parlamento è all'opera, riservandosi di giudicare la costituzionalità della legge quando l'iter parlamentare sarà concluso.

Questo è lo stato dei fatti, almeno prima che arrivasse la notizia dello stralcio. Il sottosegretario Gianni Letta ci aveva informato l'altro ieri che la Protezione civile rimane un Dipartimento della Pubblica amministrazione e che la Spa sarebbe stato soltanto un organo tecnico. Questo lo sapevamo.

 

È infatti della Spa che si sta discutendo poiché la sua istituzione svuoterebbe di fatto il Dipartimento di gran parte delle sue funzioni. La precisazione di Letta aveva dunque l'aria di voler frapporre una cortina fumogena che può annebbiare soltanto i gonzi e può servire ai vari Minzolini dell'informazione per celebrare la saggezza del governo nel momento in cui il governo si trova stretto da grandi difficoltà di fronte allo scandalo degli appalti e al verminaio che è stato scoperchiato.

 

Quanto al sottosegretario Bertolaso - sulla cui buona fede fino a ieri avevo sperato ma che a questo punto è diventata un'ipotesi di terzo grado - egli ha perso pochi giorni fa la carica di commissario ai rifiuti di Napoli.

È proprio sulla base di quella carica che aveva ottenuto di diventare membro del governo anche se essa era in palese contraddizione con l'incarico esecutivo di commissario. Non avendo più la carica esecutiva, è venuta ora meno anche la ragione del suo sottosegretariato. Perciò le sue dimissioni non sono più un suo atto discrezionale ma un obbligo che sta diventando sempre più tardivo ogni giorno che passa. EUGENIO SCALFARI LR 16

 

 

 

 

Bertolaso alla Camera: "Resto al mio posto". Stralciata la spa dal decreto. Ma Bersani: non mi fido

 

«Guido Bertolaso per il momento è dimissionario, ma visto che il Governo gli ha respinto le dimissioni, continua a fare il suo mestiere e il suo dovere. Dopodichè domani vedremo». Così il capo della Protezione civile, che stamattina ha parlato in commissione a Montecitorio a proposito del decreso sulla "Protezione spa", completamente modificato dopo le polemiche con lo stralcio della contestata norma sulla spa. "Vorrei farmi subito interrogare, ma non so da chi. La procura di Firenze non è competente e sembra che i magistrati di Perugia non abbiano ancora le carte. Voglio subito chiarire la mia posizione", ha aggiunto Bertolaso." Sono sereno - avrebbe spiegato il numero uno della Protezione civile secondo quanto viene riferito da chi era presente - ho spiegato al presidente del Consiglio di essere pronto a rimettere il mio mandato. Mi hanno detto di continuare a lavorare".

 

«Bertolaso non si deve dimettere perchè va bene ed è bravo. Il problema era la privatizzazione», ha detto Umberto Bossi. Ma l'inchiesta avrà ricadute sulle regionali? «No, noi vinceremo ugualmente».

 

I 4 arrestati restano in cella Restano in carcere gli arrestati per l'inchiesta sugli appalti per i grandi eventi. Lo ha deciso il gip di Firenze Rosario Lupo, respingendo le richieste di revoca delle misure cautelari in carcere. La richiesta di revoca era stata presentata dalle difese di Angelo Balducci, Diego Anemone e Mauro Della Giovampaola (il quarto arrestato è Fabio De Santis). «Permangono tutte le esigenze di custodia cautelare. Resta valida l'ordinanza», ha spiegato il gip.

 

Nel motivare il no alle scarcerazioni, il gip spiegherebbe che, durante gli interrogatori di garanzia, gli arrestati non hanno fornito elementi tali da chiarire a loro favore quanto contenuto nella misura cautelare.Per gli arrestati, il prossimo appuntamento in un'aula sarà al tribunale del Riesame di Firenze, che dovrà decidere sui ricorsi presentati dai difensori contro le misure cautelari in carcere e contro i sequestri di documenti avvenuti durante le perquisizioni di mercoledì, circa una sessantina. Ancora non sarebbero state stabilite le date delle udienza, che dovrebbero tenersi fra la fine di questa settimana e l'inizio della prossima.

 

Il vertice a Perugia tra i pm romani e umbri che indagano sugli appalti del G8 è durato 5 ore. L'inchiesta, avviata dalla procura di Firenze, vede coinvolti, oltre al sottosegretario Bertolaso e agli arrestati, anche il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (ragione per la quale è chiamata ad intervenire la procura perugina).

 

Nessuna decisione, secondo quanto si è appreso, sull'eventuale competenza della magistratura di Perugia anche sull'indagine della procura di Roma riguardante i cosiddetti «Grandi Eventi». Nel vertice di oggi gli inquirenti dei due distretti giudiziari hanno esaminato gli incartamenti e si sono scambiati informazioni, ma ancora non è stato stabilito se sussista una connessione tra i fatti esaminati dalla procura di Firenze, e poi inviati nel capoluogo umbro in seguito al coinvolgimento nell'inchiesta del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, e quelli oggetto di accertamenti nella capitale. Proprio in relazione alla posizione di Toro, già a capo del coordinamento del pool dei reati contro la pubblica amministrazione ed ora indagato per rivelazione del segreto d'ufficio, i pm della capitale Sergio Colaiocco e Assunta Cocomello sono stati anche sentiti come persone informate dei fatti dai colleghi perugini.  

 

Via la protezione spa Via libera della Commissione ambiente della Camera al decreto legge sulle emergenze. I deputati hanno approvato tutti gli emendamenti del relatore e del governo e quindi anche la soppressione della norma che introduceva la "Protezione civile S.p.A.". Il mandato al relatore è stato votato a maggioranza e ora il testo passa all'esame dell'Aula di Montecitorio a partire da domani mattina. Oltre alle modifiche proposte dal relatore e dal governo non è stata approvata alcuna altra novità.  Via libera dalla Commissione anche alla misura che introduce la sospensione del pagamenti dei tributi alle zone colpite da calamità.

 

Ad annunciare lo stralcio in commissione era stato lo stesso Bertolaso. Gli emendamenti del relatore Agostino Ghiglia (Pdl)  hanno provveduto ad abrogare la norma che trasforma la protezione civile in Spa. Tra gli emendamenti del relatore anche quello che riformula il comma 5 dell'articolo 3, ossia quello che era stato ribattezzato dall'opposizione come uno "scudo" per Bertolaso. Il relatore sottolinea che la norma «non riguarderà i procedimenti in sede giudiziaria, ma solo quelli amministrativi e civili»,.Viene cioè esclusa la sospensione dei procedimenti penali per quanto riguarda le situazioni di commissariamento in campania. Altra novità importante: la sospensione di tutte le tasse per 6 mesi nei territori colpiti dalle calamità naturali.

 

Domani discussione generale, se necessario anche in seduta notturna, e giovedì mattina voto delle pregiudiziali e dell'articolato: questo il calendario del ddl che dovrà convertire in legge il decreto sulle emergenze a Montecitorio, un testo che il governo vuole improrogabilmente approvato entro giovedì. Per questo, durante la capigruppo della Camera di oggi, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito ha sottolineato che, «se vi saranno le dovute garanzie», il governo non ricorrerà alla fiducia, altrimenti sarà quella la strada che verrà intrapresa. La scadenza di giovedì sera è infatti improcrastinabile, visto che il testo dovrà tornare al Senato per una ulteriore lettura e il decreto del governo scadrà il 28 febbraio. il presidente Fini ha assicurato la sua disponibilità a votare anche venerdì e sabato.

 

«O la maggioranza modificherà i tre punti che ancora non vanno o useremo tutti i tempi a nostra disposizione», annuncia il capogruppo Pd Franceschini.   «Lo stralcio della Protezione civile - afferma Franceschini - è sicuramente una vittoria dell'opposizione ed è positivo ma nel decreto ci sono altre cose che non vanno e che saranno oggetto della nostra iniziativa, come l'eliminazione dello 'scudò cioè il comma 5 dell'articolo 3 palesemente incostituzionale, evitare regole emergenziali per le carceri e poi ultimo punto, ma più importante, riteniamo irrinunciabile il nostro emendamento che distingue fra disastri naturali e grandi eventi».  «Anche se è stato stralciato, voglio vedere il decreto. Non mi fido per niente del governo», dice il leader Pd Bersani.

 

Aggiunge Bersani: «Se il governo ritira quella norma fa solo il suo dovere e per noi questo è molto più importante. Esiste una questione di tranquillità della Protezione civile e anche di buon nome che deve essere tutelato, in questo senso chiediamo a Bertolaso di assumersi le proprie responsabilità».

 

Dice Bertolaso: «L'importante è che non sia stata cancellata completamente la Protezione civile. La Spa era una struttura aggiuntiva, non c'era alcuna trasformazione come qualcuno continua a scrivere. Doveva solamente essere una struttura di servizio per rendere la Protezione civile, quella vera, più agile, più funzionale e più concentrata sulle vere attività di propria competenza». E a chi gli chiedeva se la cancellazione della Spa fosse una sua sconfitta, il capo della Protezione civile ha risposto: «No, assolutamente». L’U 16

 

 

 

 

Il Bossi pompiere frana addosso al premier

 

Non sempre una frenata, anche brusca, riesce ad impedire un tamponamento. E anche ieri il doppio colpo di piede di Bossi sul pedale di arresto non ha evitato che il Senatur, finora considerato l’alleato più fedele del Cavaliere, finisse invece addosso a Berlusconi in un momento assai delicato.

 

A Roma sono giorni complicati per Palazzo Chigi, sia per l’inchiesta della magistratura di Firenze che ha preso di petto Bertolaso e i suoi più stretti collaboratori, rivelando lati oscuri della conduzione degli appalti alla Maddalena, sia per il tentativo, ormai bloccato, di sottrarre ulteriormente la Protezione civile al sistema dei controlli. Il “no” di Bossi alla trasformazione della struttura in Spa, giunto poco prima che il sottosegretario Letta annunciasse la rinuncia del governo al progetto, ha sottolineato l’isolamento del premier, che fino al giorno prima voleva farlo passare con un voto di fiducia, su un terreno su cui già si erano allineate parecchie riserve dei ministri e della componente finiana del Pdl.

 

Ma sono giorni molto difficili anche a Milano, dove gli scontri tra immigrati nel quartiere-ghetto di via Padova e il riesplodere di un traffico di tangenti che ha al suo centro il presidente della commissione urbanistica del Comune, il pdl Milko Pennisi, hanno messo sottosopra l’avvio della campagna elettorale per le regionali. Nulla che possa capovolgere il risultato, che tutti danno per scontato, della riconferma di Formigoni come governatore della Regione Lombardia. E tuttavia, all’ombra del Duomo, il disorientamento dell’opinione pubblica è evidente. Il mix di quella città nella città, divenuta ingovernabile, dei quattrocentomila immigrati residenti a Milano, con la scoperta che a Palazzo Marino si ripetono pari pari episodi che ricordano la Tangentopoli di diciannove anni fa, può ripercuotersi non si sa come sull’atteggiamento degli elettori di centrodestra, spingendoli verso l’astensione o comunque verso un atteggiamento più critico.

 

Ecco perché Bossi e Maroni insieme hanno sentito il bisogno di ridimensionare le uscite di Calderoli e del leghista radicale Salvini (quello che voleva limitare l’uso della metropolitana per gli immigrati), e togliere dal campo gli accenni ai rastrellamenti, che in questa situazione possono ulteriormente infiammare gli animi e provocare nuovi incidenti. D’improvviso la Lega scopre tutti i limiti della politica degli annunci e delle soluzioni miracolose che non funzionano, come le ronde metropolitane. E teme di aver compromesso, di fronte all’elettorato più moderato, la posta più grossa di queste elezioni: il sorpasso, al Nord, sul Pdl. MARCELLO SORGI LS 16

 

 

 

 

L’analisi. L'illusione dell'onnipotenza

 

Prima accecato dai suoi deliri di onnipotenza e poi tradito dalla sua stessa tracotanza, il governissimo Berlusconi-Bertolaso prepara un'indecorosa ritirata. L'insano progetto della Protezione civile Spa, con ogni probabilità, non si farà più. Lo lasciano intendere le flautate ma imbarazzate parole di Gianni Letta. Lo confermano quelle meno paludate di Paolo Bonaiuti. Il decreto legge 90/2008 che trasforma la struttura pubblica creata per fronteggiare le grandi emergenze in una società per azioni di natura privatistica sarà riscritto radicalmente alla Camera. In subordine, sarà approvato a Montecitorio, ma poi sarà abbandonato su un binario morto al Senato.

 

Nel turbine di uno scandalo nello scandalo (il disossamento di un pezzo dello Stato, nel cuore di una Tangentopoli di appalti truccati, costi gonfiati e favori sessuali prestati) arriva finalmente una buona notizia. Il Leviatano delle Spa pubbliche non nascerà. Il nuovo "mostro" che privatizza le istituzioni, con il finto pretesto delle emergenze e la pratica incontrollata delle ordinanze, muore prima ancora di essere nato. Merito della denuncia di questo giornale, che per primo ha acceso i riflettori sul  tentativo del governo, neanche troppo strisciante, di sospendere ancora una volta le garanzie costituzionali e le procedure legali, per trasformare il Paese in un gigantesco "cantiere" autonomo che lavora in deroga permanente a tutte le regole e le normative vigenti. Merito della reazione determinata di una parte delle opposizioni, che ha dato battaglia in Parlamento. Merito dell'indignazione spontanea di tanti cittadini, a partire dagli oltre 30 mila che in un solo giorno hanno aderito all'appello di "Repubblica", per confermare che c'è almeno un pezzo d'Italia pronta, in nome del senso civico e del dissenso democratico, a resistere alle forzature populiste e autoritarie del potere berlusconiano.

 

Ora il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha un bel dire che nel centrodestra nessuno pensava di "trasformare la Protezione civile in una spa", e che si voleva dotare l'organismo finora guidato da Bertolaso di "uno strumento ulteriore, aggiuntivo". Il centrodestra, in realtà, aveva in mente esattamente questo: un modello di amministrazione della cosa pubblica, gestita da mani fidate per conto di Palazzo Chigi. Il piano prevedeva prima la nascita della Protezione civile Spa, con budget iniziale stimato in 1 miliardo 607 milioni. Poi, per partenogenesi, anche la Difesa Servizi Spa, con un portafoglio di opere calcolabile in 3-5 miliardi. E così via. In un regime di palese sospensione dei controlli ordinari. E in un quadro di palese violazione della sentenza numero 466 della Consulta, che nel '93 stabilì l'imprescindibilità costituzionale del controllo della magistratura contabile su tutti gli atti di una Spa nella quale il potere pubblico detenga la maggioranza.

Questo disegno (ancora una volta tecnicamente "eversivo", nel solco di quella "rivoluzione istituzionale" propria del berlusconismo) si infrange nella rete micidiale del malaffare che lo stesso sistema tende a riprodurre. Una colossale ragnatela di inchieste vere e di complotti inventati, di intercettazioni e di pedinamenti, di autentiche satrapie e di false fisioterapie. Sembra di leggere "L'incanto del lotto 49". Con una sola, decisiva differenza. Nell'irrealtà virtuale raccontata da Thomas Pynchon erano i cittadini ad aver creato, con il "Trystero", un sistema di comunicazione che ingannava il governo. Nella realtà fattuale costruita da Berlusconi è il governo ad aver creato un sistema di gestione che danneggia la democrazia. Ma almeno stavolta non ha funzionato. Qualcuno li ha sorpresi con le mani nella gelatina. MASSIMO GIANNINI LR 15

 

 

 

 

«Questo quartiere non è un ghetto. Ecco i dieci punti per rilanciarlo»

 

Camper del Corriere - I residenti: interventi dalle scuole ai parchi fino ai controlli sui mezzi pubblici

 

MILANO - Gli scissionisti hanno spinto la periferia un po’ più in là, in via Padova 366, oltre c’è solo la tangenziale: «Abbiamo comprato la sede, presentato il progetto al Comune e aspettato, aspettato... Poi ci siamo stancati di aspettare i permessi, e siamo entrati». Qui, nella moschea ristrutturata nella vecchia palazzina Enel, è sempre venerdì: la comunità si raccoglie fitta, prega e si affida agli avvocati nella causa legale con l’ala dialogante dell’Islam locale, i fedeli di via Padova 144. La frattura nel mondo musulmano è solo l’ultimo nodo di un quartiere che dalle istituzioni esige «a gran voce non solo l’esercito, ma soldi e risorse per risanare le scuole, assistere gli anziani, i giovani, i bambini, creare spazi di incontro e socialità, migliorare la qualità della vita e renderla più sicura dal punto di vista, prima di tutto, sociale». Nei dossier di residenti, associazioni e comitati ci sono dieci punti. Le priorità.

La «Città dell’infanzia» invecchia e muore assieme ai ricordi della Milano riformista: la piscina del parco Trotter è in rovina, la fattoria, le scuderie e gli orti del jardin pedagogique sono desolati, le vasche dei pesci sono state abbandonate e conquistate dalle sterpaglie. Il convitto è deserto, compare e scompare dai piani delle opere pubbliche, oggi dormitorio, domani università, poi più niente. «È una vicenda di cecità e inettitudine», sintetizzano i genitori dell’associazione Città del sole. Quando i cittadini dicono «ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni», pensano a situazioni così. Piccole e grandi. Pensano al Trotter, al «degrado ambientale» (arredi disordinati e discariche abusive), alla «mancanza di controlli sugli orari dei negozi etnici» (i minimarket e spacci di birra aperti fino a tardi), all’arroganza dello spaccio di droga nei portoni, allo squallore della prostituzione, all’inciviltà della movida sregolata (il questore ha sospeso le licenze di My- Bali e Q, il 29 gennaio) e al limbo del campo rom di via Idro (il destino è un centro di transito per 150 nomadi).

«Io dico sempre: invece di 300 poliziotti, a via Padova servirebbero 150 agenti e 150 educatori di strada». Don Piero Cecchi, il parroco di San Giovanni Crisostomo, è uomo che soffre a sentir parlare di casbah, di ghetto, di polveriera: «Non dobbiamo stancarci mai —mai—di investire nel dialogo e nell’integrazione». E fa un esempio. La maggioranza degli alunni della scuola Casa del Sole è di origine straniera e «quest’anno sono stati tagliati gli insegnanti di sostegno. La dirigenza ci ha chiesto di aumentare il nostro doposcuola, accogliere più bambini, e noi facciamo quello che possiamo, coi volontari che abbiamo».

In via Padova convivono 50 nazionalità, azeri inclusi. E In certi palazzi, queste differenze fanno a pugni. Prendi via Crespi, l’isola del Bangladesh a Milano: i proprietari non pagano le spese da anni, gli arretrati superano i 200 mila euro e gli amministratori non sanno cosa farci coi plichi di decreti ingiuntivi arrivati in posta: «Tanto, la gente non paga». Le bollette e neppure gli autobus. La 56 è la linea nera di Atm, quella con la «percentuale di frode » maggiore: il 15,56 per cento dei passeggeri viaggia gratis (6.744 multe in sei mesi).

«Che idea ti sei fatto del tuo quartiere?». Il bambino stava giocando nel laboratorio creativo di Città d’arte, ci ha pensato su un po’, poi ha risposto: «Via Padova è meglio di Milano». Quaranta gruppi della zona, dagli scout all’associazione culturale boliviana, dall’Anpi a Emergency, ne hanno fatto il titolo di una festa in programma a maggio. È uno scatto d’orgoglio, un impegno che sfida toni d’apocalisse e luoghi comuni. «Via Padova può vivere. L’intolleranza, l’odio e il disprezzo per "gli stranieri" portano solo morte» si legge nel documento che da oggi inizierà a circolare nelle portinerie e domani (ore 16.30) sarà illustrato nell’assemblea organizzata dal Comitato genitori della Casa del Sole al Trotter.

La parrocchia di San Giovanni Crisostomo, la scorsa estate, ha organizzato un torneo di calcio per dilettanti. Due squadre, tra le altre, si sono distinte, sfidate per settimane, hanno condiviso pure gli spogliatoi: una formazione di immigrati egiziani e l’undici dei sudamericani. «Bravi, eh, davvero. L’integrazione — sorride il sacerdote — si fa anche attorno a un pallone». Sabato sera, poco distante dal campetto, i primi davano la caccia agli altri. Avevano un morto da vendicare. A don Piero non sembrava vero.  Armando Stella CdS 16

 

 

 

 

La paura di andare per strada

 

Pierluigi Bersani ha ragione quando dice che la destra non può e non deve cavalcare gli incidenti di via Padova perché è da anni al governo del Paese, della Lombardia e di Milano, e quindi più che cavalcare dovrebbe fare mea culpa.

 

Ma il punto debole del suo ragionamento sta nella vaghezza con cui conclude le sue dichiarazioni, quando dice che la politica della destra sull’immigrazione è fallita senza però indicarne una alternativa. Non basta dire che è ora di affrontare il problema seriamente, che ci vuole altro eccetera. D’accordo che bisogna parlarne seriamente: ma per dire che? D’accordo che ci vuole altro: ma cosa?

 

La verità è che finora nessuno è riuscito a trovare la soluzione a problemi che non possono essere risolti dai sindaci e dalla polizia, e neppure dal solo governo italiano. Siamo di fronte a un fenomeno mondiale, che comincia nei Paesi d’origine dei disperati che scappano e finisce in quelli in cui quei disperati vanno a cercare un’esistenza meno grama. La verità – ripetiamo – è che nessuno, a cominciare da noi che scriviamo, ha una formula magica. La Moratti è ben salda alla guida di Milano, è vero. Ma forse può tutto? Quando il Comune di Milano deliberò – peraltro applicando una legge nazionale – che i figli dei clandestini non possono iscriversi all’asilo, la sinistra insorse, così come insorse la Curia, e così come intervenne la magistratura. Certo a ciascuno di noi fa orrore pensare che un bambino non possa frequentare l’asilo perché è figlio di clandestini: ma l’altra faccia della medaglia, politicamente scorrettissima ma reale, è che un clandestino accettato all’asilo toglie il posto a un bambino figlio di immigrati regolari. Che fare allora? E’ un dilemma simile, anche se meno tragico, a quello che ci si pone di fronte ai cosiddetti «respingimenti»: un minimo senso di coscienza ci induce ad accogliere tutti, perché l’amore per il prossimo non può essere sottoposto al controllo dei documenti. Ma poi? Come garantire loro che non finiscano in una via Padova?

 

E’ un problema mondiale, dicevamo, e questo vale ancor più per grandi città come Milano, naturali rifugi di tanta umanità in fuga. Milano è cambiata, tanto cambiata. Quartieri che prima della guerra erano piccole roccaforti della «mala» (una «mala» che fa quasi tenerezza, se confrontata con quella di oggi) sono oggi zone d’élite: è il caso dell’Isola. Altri quartieri che erano pacifiche periferie dove si parlava in dialetto, oggi sono dei Bronx: è il caso di via Padova. Milano aveva fama di accogliere tutti, con il mitico cuore in mano, e ha prodotto forme di integrazione più che riuscite. Ma l’«integrazione», questa parolona con cui tutti noi ci riempiamo la bocca senza sapere bene che cosa sia, richiede tempi lunghi e anche alcuni paletti. In via Sarpi, ad esempio, i cinesi ci sono dai primi del Novecento, e avevano formato una comunità che conviveva perfettamente con i milanesi. Oggi però di quell’area i cinesi sono o si sentono (fa poca differenza) i padroni, e la pretesa di una sorta di zona franca ha provocato i primi veri scontri etnici di Milano: è successo nel 2007, con la rivolta contro i vigili che si permettevano di multare per sosta vietata.

 

Milano non viveva più la paura nelle strade dagli Anni Settanta, quelli del film di Lizzani sul delitto inutile di San Babila. Allora il problema erano opposti estremismi politici. Oggi è anche la presenza di nuovi opposti estremismi: quello di chi, in nome di una visione antistorica, vorrebbe evitare un’immigrazione che peraltro porta pure tanti valori; e quello di chi, demagogicamente, vorrebbe porte aperte per tutti. Gli incidenti di via Padova diventeranno un’ennesima occasione di scontro elettorale, mentre dovrebbero esserla per un patto trasversale tra una destra e una sinistra finalmente unite per il bene di un’Italia così tanto esposta (per motivi geografici) e così tanto lasciata sola dall’Europa. Utopie? Può darsi. Ma in Spagna qualcosa del genere l’hanno fatto, e in Spagna all’opposizione c’è la destra, e al governo Zapatero.  MICHELE BRAMBILLA LS 15

 

 

 

 

 

Milano, viaggio nella babele violenta e multietnica

 

La vetrina si ripara in fretta, la paura di mia figlia no, quella resta». Maria viene dal Perù, sua figlia ha 10 anni ed è italiana, è nata a Milano, va a scuola a Milano. La scuola di via Padova. L’altra sera ci si sono messi in 30-40 nordafricani a mandare in frantumi la vetrina del suo negozio di alimentari, prima con delle bottiglie poi con un tubo d’acciaio, e lei era dentro, asserragliata per due ore con tutta la famiglia, a sperare che se ne andassero, ad aspettare la polizia. Poco più avanti, di fianco al portone del civico 80, ci sono mazzi di fiori, e cartelli di compassione e dell’unico programma politico possibile: «Vogliamo vivere in pace». Sull’asfalto ci sono ancora i segni di una grande macchia di sangue: è il punto dove, nel pomeriggio di sabato, è stato ucciso a coltellate da un gruppo di sudamericani Abdel Aziz el Saied, neanche ventenne pizzaiolo egiziano. A seguire, quattro ore di guerriglia urbana, devastazioni e inseguimenti tra gruppi di latinos e di magrebini. Quattro egiziani irregolari, tra i 19 e i 31 anni, sono stati fermati per devastazione e saccheggio.

 

Storico quartiere di immigrazione prima dal sud, adesso da fuori Europa, questo di via Padova. Dove si arriva anche al 40% di presenze straniere, e dove, per la Camera di Commercio, 1.311 imprese sono intestate ad immigrati, quasi la metà. Persone di 50 nazionalità diverse, cinesi, egiziani, peruviani, marocchini, senegalesi, tunisini, colombiani, si incrociano nel quartiere più interetnico di Milano, paradigma dell’assenza totale di governo dell’immigrazione in città. Integrazione: la parola magica del nuovo millennio, quella di cui mai si vede traccia. E che ieri in via Padova veniva invocata persino col megafono. «Politici e polizia non lo sanno che succede qui? - chiede Ahmed, mediatore culturale algerino - Qui ovunque c’è spaccio di droga, la gente vive ammassata anche in 10-12 in un bilocale, affittato o subaffittato da italiani. La situazione è così da dieci anni, ma nessuno fa niente». Su questo, almeno, sono tutti d’accordo, italiani e immigrati. E, infatti, è stata una contestazione multietnica quella che ha colto di sorpresa, ieri, prima il vicesindaco-sceriffo Riccardo De Corato, e poi pure Davide Boni, capodelegazione della Lega in Regione. «Dove sono le telecamere che ci avete promesse - gridavano decine di residenti - dove sono finite le promesse di legalità che ci hai fatto? Vergognati».

 

E la situazione per qualche momento è tornata incandescente. «Ci lasciano nella paura. Io per dormire prendo il sonnifero - dice una signora italiana - Questa è una zona maledetta. Non è questione di razzismo; però il Comune deve aiutare, noi e loro». Già, il Comune. Quindici anni di governi di destra in città come in Regione, 4 di Moratti, per non dire del governo nazionale: un fallimento assoluto dell’integrazione, la sicurezza è solo un’icona acchiappa-voti. Per esempio: le istituzioni hanno messo molti ostacoli all’assegnazione di case popolari agli stranieri, manca una politica abitativa che distribuisca la presenza di immigrati in città, molti italiani danno in affitto (in nero) case cadenti a prezzi altissimi. Et voilà i quartieri ghetto. Il candidato per il centrosinistra in Regione, Filippo Penati, chiede le dimissioni di De Corato, responsabile che ha fallito. E ha una richiesta anche per la signora Moratti: «Provi il brivido di camminare in via Padova, invece di occuparsi di traffico, salotti ed Expo».

 

La tragedia di sabato è nata dal niente: un apprezzamento di troppo sulla fidanzata della vittima sul 56, l’unico autobus della zona, un inseguimento, una coltellata al torace. A uccidere sarebbero stati cinque o sei della banda dei «Chicago», gang di latinos già nota per aggressioni in città. Trecento nordafricani scendono in strada, anche per impedire che la vittima venisse portata via, volevano garantirle una sepoltura in tempi brevi, come prevede l’Islam. Per un centinaio, la rabbia è furore cieco. Sette auto sono state ribaltate in via Padova e altre due in via Leoncavallo, lì dietro (dove un tempo c’era il centro sociale che, se non fosse stato sgomberato, forse avrebbe potuto funzionare da punto di riferimento e aggregazione), un’altra ventina tra auto e motorini sono stati danneggiati, e poi sono state prese di mira vetrine e insegne di cinque negozi gestiti da latinoamericani. «Quello che è accaduto è il risultato del governo di questa città e di questo paese - dice ancora Ahmed - Ed è solo l’inizio». Laura Matteucci L’U 15

 

 

 

 

Immigrati, Bossi ferma i pasdaran della Lega. "Lasciamo stare i rastrellamenti a Milano"

 

Il senatùr respinge la richiesta di pugno duro fatta da alcuni esponenti del suo partito dopo i disordini di Milano - E Maroni ipotizza "un nuovo progetto di integrazione: fare politiche di ricomposizione, mantenere insieme la città" - Il sindaco Moratti: "Siamo nel libero mercato, non si può impedire la vendita di alloggi e negozi agli stranieri"

 

MILANO - "I rastrellamenti lasciamoli stare". Così Umberto Bossi segretario della Lega Nord e ministro delle Riforme, ha preso posizione contro l'ipotesi di "andare a prendere gli immigrati casa per casa" lanciata da alcuni esponenti del suo partito (in particolare dall'europarlamentare Matteo Salvini) dopo le violenze di sabato in viale Padova a Milano, scoppiate in seguito all'omicidio di un egiziano.

 

"Avete presente cosa è successo negli ultimi anni - ha aggiunto Bossi - sono arrivate montagne di immigrati e non è possibile continuare così. Anche io critico la sinistra che ha fatto entrare montagne di immigrati senza casa e sono nati quindi i quartieri ghetto. Se Bersani ha ragione vincerà le elezioni, altrimenti le perderà. Però i rastrellamenti lasciamoli stare".

 

Contro l'ipotesi del pugno duro si è espresso anche il ministro dell'Interno Roberto Maroni. Vanno espulsi i clandestini, ma non si risolve un problema come via Padova, dove "non vedo il rischio di banlieue", con i blitz e le camionette. La soluzione non è lo stato di polizia, ha detto il titolare del Viminale al Corriere della Sera, illustrando quella che sembra una vera e propria svolta nelle politiche del governo: "E' importante evitare che una zona di città diventi estranea a chi ci vive, una sorta di territorio separato, di zona franca", ha detto il ministro leghista che ha illustrato "un nuovo progetto di integrazione: adesso bisogna gestire, fare politiche di ricomposizione, mantenere insieme la città. E quando serve, intervenire. Mi piace parlare di ristrutturazione, ma senza interventi repressivi. Non serve incendiare le piazze". Per questo Maroni convocherà una riunione con "il Welfare, le Regioni, i Comuni, il volontariato, per affrontare questo tema". Perché, ha ammesso il ministro, "ci sono molti immigrati regolari che vivono ancora una condizione di estraneità. Oltre al permesso di soggiorno, al lavoro, alla casa, ci sono altre condizioni che oggi mancano per l'integrazione".

 

E agli esponenti della Lega che propongono di impedire la vendita di case agli stranieri, il sindaco di Milano Letizia Moratti ha ricordato che "siamo in una società fatta di libero mercato". In un'intervista con Maurizio Belpietro, a Mattinocinque, il sindaco ha sottolineato che "lo stesso problema c'è con i negozi ma esiste una legge fatta dal ministro Bersani che li liberalizza e quindi non è possibile intervenire per bloccare l'apertura di un negozio". Il sindaco ha anche detto di aver parlato con Berlusconi: "Gli ho chiesto quanto avevamo già concordato, cioè un significativo rinforzo di uomini delle forze dell'ordine per Milano. E Maroni - ha detto la Moratti - mi ha garantito che un primo contingente di polizia arriverà fin dai prossimi giorni". LR 15

 

 

 

Come si difende un quartiere

 

Lo scontro interetnico di via Padova a Milano ha portato nuove sofferenze a due categorie di persone, del tutto incolpevoli: i vecchi abitanti della zona e gli immigrati che vorrebbero lavorare in pace. Gli italiani di via Padova, esasperati, e impossibilitati ad andarsene (anche, probabilmente, in molti casi, a causa del deprezzamento subito dai loro alloggi), denunciano le condizioni di degrado e la mancanza di sicurezza.

Ma anche gli immigrati che lavorano hanno la loro pesante dose di disagi. Non sono, presumibilmente, leghisti quegli immigrati che a Gianni Santucci (sul Corriere di ieri) dicevano: «A distruggere le vetrine c'erano troppe facce che vedo in giro a non far niente tutto il giorno » oppure «Devono prenderli e mandarli a casa». Ci sono in gioco due questioni, difficili da gestire. La prima riguarda la clandestinità, la sua frequente connessione con attività criminali, nonché il ruolo di primo piano che i clandestini svolgono sempre nelle rivolte urbane. La seconda riguarda la formazione di ghetti multietnici all' interno delle città.

Come ha scritto Isabella Bossi Fedrigotti, sempre sul Corriere di ieri, ciò che è successo in via Padova può accadere in altri quartieri di Milano e in tante altre città. Combattere l'immigrazione clandestina è difficilissimo. Ma lo è ancora di più se tanti operatori, religiosi e settori di opinione pubblica mostrano un'indulgenza che sfiora la complicità verso il fenomeno. Come è fin qui accaduto. Che senso ha, in nome di una sciatta e del tutto ideologica «difesa degli ultimi », disinteressarsi delle gravissime conseguenze che la clandestinità porta con sé e che sono destinate a pesare sia sugli italiani che sugli immigrati regolari? Le probabilità di scontri etnici, quanto meno, diminuiscono se la clandestinità viene arginata e i facinorosi allontanati.

E migliora, per tutti, la vivibilità dei quartieri. La seconda questione riguarda la formazione di ghetti multietnici. E' un problema ancora più difficile da risolvere di quello della clandestinità. A causa del fatto che i ghetti si formano quasi sempre in modo spontaneo, seguendo dinamiche che sono proprie del mercato (degli alloggi). Il ministro degli Interni Roberto Maroni, nella sua intervista al Corriere di ieri, ha detto cose responsabili e condivisibili. Ma ha forse sopravvalutato la possibilità di impedire per il futuro eccessi di concentrazioni etniche nelle aree urbane. I ghetti si formano perché l'afflusso di immigrati spinge le persone che temono un deprezzamento eccessivo della loro proprietà a vendere. E quando il deprezzamento è compiuto, il quartiere si riempie di immigrati poveri. E' difficile bloccare questi processi.

In un bel film che circola in questi giorni nelle sale, An education, due allegri mascalzoni sbarcano il lunario prendendo in affitto appartamenti in quartieri di soli bianchi e poi subaffittandoli a famiglie di colore. Le vecchine del quartiere si spaventano, svendono di corsa case e mobilio. E i due mascalzoni arraffano tutto l'arraffabile. Forse, consistenti sostegni economici alle persone che, a causa del flusso immigratorio, vedono deprezzate proprietà ed esercizi commerciali, servirebbero di più che non tentativi di pianificazione nella distribuzione urbana dei vari gruppi etnici. Alleviando il danno, ciò forse contribuirebbe anche a ridurre il rancore verso gli immigrati. Angelo Panebianco CdS 16

 

 

 

 

 

Permesso di soggiorno a punti efficace solo con politiche di integrazione

 

ROMA - Il permesso di soggiorno sarà “a punti”: i richiedenti dovranno sottoscrivere un accordo per l’integrazione con una serie di doveri da adempiere, come la conoscenza della lingua italiana, l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale e un contratto abitativo. Così facendo accumuleranno punti, mentre se commetteranno reati ne verranno tolti. In due anni l’immigrato deve raggiungere 30 punti; se non arriva a tale soglia avrà un altro anno di tempo per arrivare al punteggio richiesto, altrimenti scatterà l’espulsione. Il provvedimento dovrebbe entrare in vigore a breve, con un decreto del Consiglio dei Ministri.

La proposta, comunemente chiamata “permesso di soggiorno a punti”, “non è nuova ed era stata lanciata nell’autunno 2008, all’interno della discussione sulla legge sulla sicurezza”, ricorda mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes. Nei Paesi in cui è stato sperimentato (come Germania, Canada, Svizzera e Australia) è risultato “efficace”, perché inserito nel contesto di “una politica d’integrazione che favoriva il permesso di soggiorno in tempi brevi e certi”. Perché questo strumento possa funzionare, evidenzia mons. Perego, sono necessarie “una nuova legge sulla cittadinanza”, che “passi dallo jus sanguinis allo jus soli” e “aiuti la partecipazione politica e sociale”, una nuova normativa che “favorisca i ricongiungimenti familiari” e una politica del lavoro che “favorisca la formazione” e sia attenta alla “tutela della sicurezza del lavoro” con una specifica attenzione per i lavoratori stranieri.

Per mons. Perego occorre “distinguere tra le persone che iniziano un cammino di stabilizzazione nel nostro Paese e coloro che sono temporaneamente, e spesso precariamente, presenti sul territorio, oltre che tra i diversi tipi di lavoratori”. Quindi, spiega, “prima di elaborare strumenti che rendono nella pratica più difficoltoso il percorso d’incontro, regolarizzazione e integrazione” bisogna lavorare “sui cardini della cittadinanza e della residenza”, prevedendo anche uno stanziamento di risorse. “Senza una politica d’integrazione - prosegue mons. Perego - ogni strumento rischia di essere estemporaneo, oppure aggravare l’inefficacia di una situazione già di per sé assai precaria”. “Di fronte a un Paese che, anziché dopo 40 giorni, dà il permesso di soggiorno dopo un anno, e nel quale gli Sportelli immigrazione sono gravati da moltissimo lavoro”, osserva il sacerdote”, non si può “aggravare ulteriormente la burocrazia”, ma bisogna “costruire una politica legata al territorio, con la collaborazione di Comuni e associazioni”. Inoltre, rileva, “non è vero che gli immigrati non sono attenti a imparare la lingua o a iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale”; anzi, tale attenzione è “molto forte e dev’essere facilitata creando le condizioni” per raggiungere risultati positivi in tal senso.

Più che un permesso a punti è “un percorso a ostacoli”, afferma il Presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero. “Prima ancora di attrezzarci per costruire un percorso d’integrazione stiamo provvedendo a porre i paletti di un percorso a ostacoli, che già oggi per i cittadini immigrati che vogliono risiedere regolarmente in Italia è sufficientemente tortuoso. Già ora, infatti, per ottenere il permesso di soggiorno gli stranieri debbono soddisfare alcuni requisiti stringenti che fanno riferimento al reddito, all’abitazione, al lavoro”. Il permesso di soggiorno dovrebbe essere “la prima tappa di un percorso di avvicinamento alla cittadinanza”. Per questo avrebbero senso i requisiti di conoscenza della lingua italiana e della nostra Costituzione. Ma “chi accompagna oggi gli immigrati in questo percorso? Finora solo la Chiesa e il volontariato. Sono anni che chiediamo invano un piano organico e nazionale per l’insegnamento della lingua italiana”.

In queste condizioni, conclude Olivero, “il permesso a punti rischia di diventare l’ennesimo elemento di sofferenza e di vessazione psicologica e burocratica per le tante famiglie immigrate presenti nel nostro Paese”. SIR 10

 

 

 

 

 

Fiducia, Berlusconi di nuovo in calo. Crescono i partiti di centrosinistra

 

Scende l'effetto dell'attentato di Milano. Il premier al 46% di fiduciosi vicino ai minimi - Il Pd risale di 3 punti, l'Idv di 2. Fermi tutti gli altri. Ministri: bene Sacconi, perde Brunetta - Raggiungono quota 52% (la più alta di sempre) quelli che hanno poca o nessuna fiducia

 

ROMA - L'effetto dell'attentato di Milano comincia a scemare e la fiducia in Silvio Berlusconi riprende il trend negativo degli ultimi mesi. E' il dato più evidente del sondaggio mensile di Ipr Marketing sulla fiducia nel premier, nel governo e nelle forze politiche. L'altro elemento emergente è una ripresa dei partiti del centrosinistra: Pd e Idv guadagnano terreno mentre per gli altri è "crescita zero".

 

Il sondaggio, come tutti i mesi esamina il livello di fiducia. Nel caso di Berlusconi scendono a 46 (su 100) gli interpellati che esprimono "molta" o "abbastanza" fiducia nel suo operato. Erano 48 a gennaio e dicembre e 45 a novembre e ottobre. Il Cavaliere, dunque, torna vicino ai suoi "minimi storici". Nell'ottobre del 2008 era arrivato al 62% di giudizi positivi. Sale, invece, sopra il 50 per cento e arriva al 52% la percentuale di coloro che esprimono "poca" o nessuna" fiducia nel premier. E' la più alta mai raggiunta. Gli indecisi, infatti, sono solo il 2%.-

 

Il governo. Non si muove il governo. Per il quarto mese consecutivo la percentuale di coloro che esprimono "molta" o "abbastanza" fiducia è ferma al 40% (minimo di sempre). Bloccati anche al 56% coloro che ne hanno "poca" o "nessuna". Stesso dato, ovviamente, anche per gli indecisi: 4%.

 

I ministri. Nella classifica dei ministri è sempre in testa il responsabile di welfare e lavoro Maurizio Sacconi (62% di "fiduciosi") vicino al suo massimo storico di 63% (luglio 2009). Al secondo posto sempre Maroni 60%. Perde tre punti il responsabile della funzione pubblica Renato Brunetta che passa dal 61 al 58 per cento di fiduciosi. La sua candidatura a sindaco di Venezia non è evidentemente piaciuta a una parte degli interpellati. Tra gli altri, perdono due punti Frattini, Bondi e la Brambilla (fanalino di coda con il 28% di fiducia). Guadagnano, invece, Scajola avvantaggiato chiaramente dalla difesa dei posti di lavoro nella vicenda Fiat e Giorgia Meloni. Un punto in più a Tremonti e Mara Carfagna, uno in meno per Gelmini (la riforma della scuola non l'aiuta) e Zaia.

 

I partiti. Il sondaggio segnala la crescita delle forze di centrosinistra. Il Pd, dopo la flessione di 4 punti del mese scorso, risle da 37 al 40 per cento di "fiduciosi" riavvicinandosi al suo massimo (41%). Due punti in più (dal 36 al 38) per l'Idv. Tutti fermi gli altri. In testa c'è il Pdl (46%), l'Udc è al 40 e la Lega Nord chiude al 31.

LR 16

 

 

 

 

L’Aquila: lo sdegno della città

 

Ricostruire in tutti i particolari che cosa accadde  alle persone ed alle cose la tragica notte del 6 aprile 2009 è un puzzle complicatissimo, a cui tutti gli aquilani partecipano, ciascuno a suo modo, con racconti orali e scritti, che contribuiscono alla conoscenza di quel’evento saliente nella storia della città. Apprendiamo oggi dai giornali che c’era anche chi rideva per quel fatto, un bel sisma grosso come quello, non accade tutti i giorni. Quella notte qualcuno rideva di gioia vedendo nell’immediato futuro lauti e rapidi guadagni. Il fatto è sconcertante, figlio di brutti tempi in cui esiste e trionfa solo ed esclusivamente  il valore dell’arricchimento rapido, vistoso e spregiudicato, non importa se figlio di tagli di spesa, licenziamenti ed evasione fiscale, oppure di succose  commesse pubbliche per la ricostruzione di una città  che c’era e non c’è più.

La protesta della città è esplosa in manifestazioni partecipate da qualche centinaio di cittadini  con tanto di cartelli, foto di mucchi di macerie e manifesti. “Io quella notte non ridevo”, è lo slogan più ripetuto, accompagnato da feroci parole di biasimo per i due luridi individui che hanno gioito alla notizia della enorme disgrazia. La protesta di piazza degli aquilani che si sentono offesi ed umiliati dalla qualifica di poveracci, è radicale e profonda, coinvolge in un’unica critica distruttiva tutto e tutti. Leggo in un manifestino distribuito dall’Associazione Cittadini per i Cittadini parole di esplicita condanna per tutti quelli che hanno operato finora a livello locale, che va dagli uomini della Protezione Civile,  definiti corvi neri su corpi sanguinanti, alla classe politica locale, vile, fino alla chiesa locale, cieca, tutti e due  prostrati ai salvatori per un pugno di C.A.S.E. Il giornalista Giustino Parisse è stato citato  in particolare, accusato di non essersi reso conto (ma davvero?) che i ricostruttori del villaggio di Onna sono La Regione Trentino Alto Adige, La Croce Rossa Italiana e la Germania. La critica dell’associazione termina con  un appello all’Europa, al Mondo ed alle grandi organizzazioni di tutela dei diritti umani  perché intervengano in nostro soccorso.    

 Ma che significa tutto questo? Ma davvero si può pensare che qualcuno possa intervenire, a fare chissà che, dall’alto, scavalcando tutte le istituzioni locali? Veramente vogliamo pensare che a livello locale non ci sia più un santo, laico o di chiesa, a cui voltarsi,  insomma vogliamo veramente credere che da soli, con le nostre forze non si possa fare più nulla. Le risate dei due luridi individui sono proprio brutte, come brutto e spregevole è il loro mondo che le ha prodotte, ma anche lo sdegno degli aquilani contro tutto e contro tutti, senza alcuna fiducia nelle istituzioni locali, suscita oscure preoccupazioni, ricordi di storie che sembravano passate per sempre.

Mi appare evidente, forse per cultura ed età non più verde, che lo sdegno contro tutto e contro tutti, scollegato dalle istituzioni pubbliche locali e statali non vada molto lontano. C’è da augurarsi che questi giovani cittadini aquilani, certamente innamorati della loro città, e desiderosi di una giusta rinascita, trovino una via istituzionale in cui incanalare i loro sentimenti di protesta, e possano viverli in maniera positiva e veramente utile alla comunità, senza lasciarsi trascinare in un vuoto pericoloso dalle corruttele e dagli scandali di cui sono piene la pagine dei giornali e gli schermi delle televisioni. La speranza di ricostruire non può vivere fuori dei canali istituzionali previsti dalla costituzione, che finora hanno funzionato, bene o male. I tempi sono duri, ma l’impegno per la costruzione della città deve andare insieme a quello della costruzione di una democrazia sempre più diffusa e più bella. Crederci è duro, ma non crederci è pericoloso. Emanuela Medoro, de.it.press

 

 

 

 

Passaporto individuale per i minori

 

  ROMA - Cambiano le regole per i passaporti: dalla fine di novembre scorso i minorenni non possono più essere iscritti sul passaporto dei genitori, dei tutori o delle altre persone delegate ad accompagnarli, ma devono essere in possesso di un documento individuale. Le nuove regole si applicano alle richieste formulate a partire da tale data, mentre le iscrizioni dei minori effettuate prima dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni rimarranno valide fino alla scadenza del passaporto.

Tutte le novità

  La novità sono state introdotte dalla Legge 166/2009, di conversione del Decreto Legge 135/2009, entrata in vigore il 25 novembre scorso che ha introdotto l'obbligo del passaporto individuale: ogni persona è tenuta a disporre di un passaporto individuale a prescindere dalla propria età.

  La nuova normativa, che recepisce il Regolamento europeo 444/2009, prevede una validità temporale differenziata del passaporto per i minorenni: 3 anni per i bambini fino al terzo anno di età, 5 anni per i minori dai 3 ai 18 anni. La durata del passaporto è abbreviata per permettere un aggiornamento frequente della fotografia e rendere così maggiormente riconoscibile il minore.

  Tra le ulteriori misure di tutela si segnalano anche: l’innalzamento da 10 a 14 anni del limite di età, per il quale vige l’obbligo che i minori viaggino con uno dei genitori (o di chi ne fa le veci) o che sia riportato sul passaporto del minore (o in una dichiarazione apposita) il nome della persona o dell'Ente cui egli è affidato quando in viaggio.

  Sempre nell’ottica di una maggiore sicurezza, la normativa comunitaria (Regolamento 2252/2004), ha previsto che sul passaporto vengano registrate, oltre all’immagine del volto, anche le impronte digitali. Le Questure e gli Uffici consolari all’estero stanno gradualmente avviando l’emissione di passaporti biometrici di seconda generazione (con impronte) che, dal prossimo giugno, diventeranno l’unica tipologia rilasciabile. Per i casi di impossibilità provvisoria di procedere alla rilevazione delle impronte digitali, è stato introdotto il passaporto temporaneo.

  In questo contesto è previsto l’inserimento delle impronte digitali nei documenti dei ragazzi sopra i 12 anni: rimangono dunque esentati solo i minori di 12 anni e le persone fisicamente impossibilitate alla rilevazione.

  Infine, per quanto concerne la disciplina generale, è stata introdotta la “consegna a domicilio” del passaporto, su specifica richiesta contestuale alla domanda di rilascio presso la Questura ed a spese del richiedente. A tal fine si ricorda che per il rilascio del passaporto sono necessarie due fototessera, la fotocopia di un documento di riconoscimento, una marca da bollo per passaporto reperibile nelle tabaccherie autorizzate.

Gli obiettivi

  Con il passaporto per i minori si garantirà una maggiore individualità e riconoscibilità, e quindi maggior sicurezza per i bambini in viaggio, "in modo da fare meglio fronte ai crescenti fenomeni di sottrazione di minorenni ed alla tratta internazionale di minori". Ciò viene sottolineato in una nota del Ministero degli Esteri che mette l’accento sull’obiettivo di contrastare qualunque attività criminale che possa coinvolgere i minori ed, in particolare, il fenomeno della sottrazione di bambini ai genitori affidatari.

  D'ora in poi dunque i genitori, tra le prime foto fatte ai loro piccoli, ne faranno scattare anche una per il passaporto.

Il dettaglio dei nuovi articoli

  I nuovi artt. 14 e 17 della legge 1185/1967 sui passaporti, come modificata dalla Legge 166/2009, recitano:

  Art. 14. – “ Il passaporto ordinario è individuale. Esso spetta ad ogni cittadino, fatte salve le cause ostative contemplate nella presente legge. Per i minori di età inferiore agli anni quattordici, l'uso del passaporto è subordinato alla condizione che viaggino in compagnia di uno dei genitori o di chi ne fa le veci, oppure che venga menzionato sul passaporto, o su una dichiarazione rilasciata da chi può dare l'assenso o l'autorizzazione, il nome della persona, dell'Ente o della compagnia di trasporto a cui i minori medesimi sono affidati.

  La sottoscrizione di tale dichiarazione deve essere vistata da una autorità competente al rilascio del passaporto''.

  Art. 17. – “Il passaporto ordinario è valido per dieci anni. La validità del passaporto può essere tuttavia ridotta a norma delle disposizioni in vigore o su domanda di chi ne abbia facoltà a norma di legge.

 

  Per i minori di età inferiore a tre anni, la validità del passaporto è di tre anni, per i minori di età compresa tra tre e diciotto anni, la validità del passaporto è di cinque anni.

  In caso di urgenza ovvero in caso di impossibilità temporanea alla rilevazione delle impronte digitali, o per particolari esigenze, può essere emesso un passaporto temporaneo, di validità pari o inferiore a dodici mesi''. In rete con l’Italia

 

 

 

 

Berlinale. Dal Giappone cinema di guerriglia

 

BERLINO - Dal Giappone con furore. Se il miglior cinema europeo distilla rabbia e stile battendo temi sociali (oltre ai fratelli dannati del danese Submarino, in concorso ha fatto scalpore il delinquente giovanile del romeno Se voglio fischiare, fischio, diretto dall’esordiente Florin Serban), l’Asia non ha ancora chiuso i conti con gli orrori della seconda guerra mondiale. Ce lo ricorda il nipponico “maledetto” per eccellenza, il prolifico Koji Wakamatsu, classe 1936, ex-membro della yakuza da giovane, ex-galeotto, ex-re del softcore: un non riconciliato che pratica un cinema di guerriglia scodellando film in tempi record.

«Perché perdere tempo a provare?», sintetizza nel suo stile il regista. «Se devi ammazzare qualcuno non ti eserciti a lungo, lo fai e basta. Anche nel cinema è così». L’idea conta più dell’esecuzione e l’idea di Caterpillar giura il suo autore, è secca, primaria, brutale. Un soldato giapponese torna nel suo villaggio orribilmente ustionato e ridotto a un tronco umano (come nel vecchio E Johnny prese il fucile del grande americano “blacklisted” Dalton Trumbo, ma in tutt’altra chiave). Niente più gambe né braccia né voce. In compenso, come scoprirà presto la sua povera moglie, ha un appetito da lupo. Anche sessuale. Con buona pace del razionamento alimentare e delle fatiche quotidiane affrontate dal villaggio in tempo di guerra.

Vittima e carnefice, realtà e metafora fusi in un corpo solo, le giornate del soldato Kyuzo sembrano tutte uguali. La moglie lo accudisce, lo sfama, placa i suoi ardori in scene molto esplicite (ma senza compiacimenti), oscillando fra compassione e rivolta perché sotto l’Imperatore le donne giapponesi erano come schiave. I compaesani lo venerano come un dio vivente, gli portano riso bianco e uova fresche, onorano la moglie per la sua devozione. Ma come abbiamo visto nel prologo, introdotto da immagini belliche di repertorio, anche il soldato Kyuzo ha stuprato e ucciso, e quei ricordi lo tormentano. Fino a spingerlo a darsi la morte in una scena semplicissima e indimenticabile. Il villaggio festeggia la fine della guerra, dopo il bombardamento di Tokyo (100.000 morti) e le atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Lui striscia fuori di casa, raggiunge lo stagno, si vede per la prima volta riflesso nell’acqua, una e una sola lacrima increspa lo specchio d’acqua...

Difficile essere più didascalici e più poetici insieme. Il film ideale nel giorno in cui Berlino ospitava, come ogni anno in concomitanza con la Berlinale, il controverso galà di beneficenza Cinema for Peace, parata un po’ chiassosa di star che vedeva ospite d’onore l’ex-presidente sovietico Gorbaciov. Mentre tornando al FilmFest era curioso, dopo tanto dolore e tanta essenzialità, ritrovare in gara A Woman, a Gun and a Noodle Shop, remake firmato Zhang Yimou di Blood Simple, il remoto esordio dei fratelli Coen. Una black comedy assurda e sgargiante riambientata fra i monti desertici della Cina occidentale e rivestita di costumi deliranti da Opera cinese. Esilarante per dieci minuti (da antologia la scena dedicata all’arte di fare gli spaghetti cinesi, con gli stessi gesti coreografici dei pizzaioli napoletani ma ripresi in stile Foresta dei pugnali volanti). Poi di una noia assoluta. Se è così che la Cina spera di conquistare i mercati occidentali, sarà per un’altra volta. IM 16

 

 

 

Nel 2009 crollate le esportazioni

 

Istat: calo del 20,7% rispetto al 2008, il dato peggiore dal 1970, primo anno delle serie storiche forte flessione anche delle importazioni: -22%. Deficit commerciale in calo

 

MILANO - Nel 2009, le esportazioni italiane sono crollate del 20,7% e le importazioni del 22%, rispetto al 2008. Lo comunica l'Istat, aggiungendo che si tratta dei peggiori dati sui flussi commerciali dal 1970, ovvero da quando esistono le serie storiche.

PAESI UE - Nel 2009 le esportazioni italiane verso i Paesi dell'area Ue sono crollate del 22,5% e le importazioni del 17,8%, rispetto al 2008 sottolinea ancora l'Istat aggiungendo che si tratta dei peggiori dati dal 1993, ovvero da quando esistono le relative serie storiche. Nello stesso periodo il saldo è stato negativo per 1.791 milioni di euro, in forte peggioramento rispetto all'attivo di 9.942 milioni di euro registrato nel 2008.

DEFICIT IN CALO - Nel periodo il saldo commerciale italiano è stato negativo per 4,109 miliardi di euro, con una netta riduzione del passivo di 11,478 miliardi rilevato nel 2008. Per quanto riguarda l’interscambio commerciale complessivo del mese di dicembre 2009, le esportazioni sono diminuite, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, dell’1,9% e le importazioni del 3%. Il saldo commerciale è risultato negativo per 123 milioni di euro, inferiore a quello, pari a 415 milioni di euro, dello stesso mese del 2008. Nel confronto con novembre, i dati destagionalizzati relativi all’interscambio complessivo presentano, a dicembre 2009, un incremento sia per le esportazioni sia per le importazioni, con tassi di crescita pari rispettivamente al 4,4 per cento ed all’1,6 per cento. Negli ultimi tre mesi, rispetto ai tre mesi precedenti, i dati destagionalizzati mostrano una flessione dello 0,2 per cento per le esportazioni e una crescita del 2,4 per cento per le importazioni. Redazione online CdS 15

 

 

 

 

Conclusi a Riccione i lavori della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo

 

RICCIONE - Presso l’hotel Mediterraneo di Riccione, la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo ha concluso la prima delle sue due riunioni annuali. I lavori della seconda giornata si sono concentrati innanzitutto sulla bozza di bando per i contributi per l’anno 2010 alle associazioni. Le domande per i contributi scadranno il 30 aprile 2010. Tra le priorità indicate dalla presidente della Consulta Silvia Bartolini, le attività di formazione professionale e di crescita culturale. Investire su giovani e formazione è parso ai consultori come il modo migliore per impegnare sui valori dell’emigrazione le nuove generazioni. Tali valori – è stato detto – si trasmettono con la memoria, ma anche fornendo ai giovani delle opportunità di orientamento, ricerca, inserimento lavorativo, così da costruire un ponte concreto tra essi e la regione d’origine della propria famiglia. Di qui l’importanza, anche, degli scambi, dei soggiorni e dell’ospitalità: un campo su cui la Consulta ha iniziato da tempo a lavorare. Si è parlato di nuovo della bacheca delle opportunità formative, che è tra i prossimi obiettivi della Consulta.

  Un altro tema affrontato è stato quello della crisi che coinvolge la rappresentanza degli italiani all’estero. Una crisi – ha spiegato Silvia Bartolini nel suo intervento conclusivo – dovuta al fatto che “si vuole togliere al CGIE il ruolo di elaborazione delle politiche degli italiani all’estero”. “Si è cercato di usare le Regioni contro il CGIE – ha aggiunto la Bartolini – e di fare dei parlamentari eletti all’estero gli unici titolari della rappresentanza dei connazionali all’estero. Ma la riforma governativa potrebbe cancellare anche loro”, così come potrebbe distruggere la vita dell’associazionismo italiano nel mondo.

  L’ultimo pensiero della Consulta di Riccione è andato alla Conferenza dei giovani che avrà luogo a Santiago del Cile dal 28 febbraio al 3 marzo prossimo. “Chiudiamo la legislatura con la Conferenza dei giovani – ha spiegato la Bartolini – perché nella precedente Conferenza di Buenos Aires del 2007 avevamo preso degli impegni con i ragazzi. Adesso torniamo da loro per dire cosa abbiamo fatto e cosa faremo, con il loro contributo, in futuro”. Per questo, ha concluso la presidente, è necessario che ogni progetto selezionato che uscirà dalla Conferenza di Santiago venga assegnato a un giovane, che in questo modo si sentirà responsabilizzato a seguirlo e a portarlo a compimento insieme alla Consulta”.

La consulta a Casa Artusi per il seminario sulle politiche europee della Regione

  Il pomeriggio dell’11 febbraio era stato dedicato al seminario su “Le politiche europee della Regione Emilia-Romagna”, ospitato presso Casa Artusi di Forlimpopoli, il noto centro di cultura gastronomica sorto nel paese natale di Pellegrino Artusi, autore nel 1891 del primo manuale della cucina italiana.

  Il seminario si è aperto dopo l’intervento del sindaco di Forlimpopoli Paolo Zoffoli, che ha fatto gli onori di casa ricordando anche la collaborazione con la Consulta in occasione della traduzione in portoghese dell’Artusi, presentata lo scorso novembre in Brasile.

  Marco Capodaglio, responsabile del servizio politiche europee e relazioni internazionali della Regione, ha illustrato le attività del suo servizio che possono risultare interessanti per i consultori e le associazioni, in particolare nel settore della cooperazione internazionale.

  Lorenza Badiello, responsabile regionale del servizio di collegamento con gli organi dell’Unione europea, ha informato i consultori sulle politiche di coesione perseguite dalla Ue e sul ruolo economico e culturale che l’Emilia-Romagna riveste tra le regioni d’Europa.

  Michele Migliori, responsabile per i rapporti intersettoriali, ha risposto alle domande dei consultori sui programmi di cooperazione allo sviluppo che coinvolgono gli enti locali e i paesi dell’America latina. I consultori hanno chiesto al servizio politiche europee un report periodico sulle opportunità dell’Ue per la rete associativa della Consulta.

  Concluso il seminario, i consultori hanno visitato i locali di Casa Artusi, il primo centro gastronomico in Italia dedicato alla cucina di casa. (Inform)

 

 

 

 

 

“Libertàcivili”, il bimestrale di studi sui temi dell’immigrazione promosso dal Ministero dell’Interno

 

ROMA - Si chiama “Libertàcivili” ed è la testata bimestrale di studi e documentazione sui temi dell’immigrazione voluta dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno e presentata nei giorni scorsi a Roma presso la Sala Capitolare del chiostro di Santa Maria sopra Minerva. La rivista - diretta da Mario Morcone, Capo dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno - è un’iniziativa editoriale che intende offrire un approfondimento della molteplicità di questioni legate al tema dell’immigrazione e della coesione sociale nell’attuale contesto italiano ed europeo, ponendosi come punto di riferimento per un confronto libero di opinioni, idee e progetti.

Alla conferenza di presentazione sono intervenuti il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi, Giuseppe De Rita, Presidente del Censis ed Enzo Cheli, Presidente emerito della Corte Costituzionale e Presidente del Comitato Scientifico della rivista.

“Troppo spesso il tema dell’immigrazione viene utilizzato - ha detto il Ministro Roberto Maroni - come strumento di contesa politica. Questa iniziativa editoriale, che non deve intendersi assolutamente come una ‘house organ’, vuole creare uno spazio aperto alle proposte supportate da dati concreti perché spesso le soluzioni prospettate per la questione dell’immigrazione sono viziate da pregiudizi ideologici”.

Nel primo numero segnaliamo un articolo di mons. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti su “Carità e verità anche per i Migranti”, un “Primo Piano”sui minori immigrati e un articolo di Gian Carlo Blangiardo su immigrazione e criminalità. (Migranti-press)

 

 

 

 

 

A Palermo un incontro sull’integrazione dei migranti

 

Il 18 febbraio un’iniziativa organizzata dal Lions club e dal Centro studi e documentazione sulle migrazioni del comune

 

  PALERMO – Un convegno di studi intitolato “Per una integrazione possibile: Palermo città dei diritti e dei doveri” è in programma il 18 febbraio in città, a Villa Niscemi, a cura del Lions club in collaborazione con il Centro studi e documentazione sulle migrazioni del comune di Palermo.

  Ad aprire i lavori, alle ore 17, i saluti del presidente del Lions club “Palermo Host” Luigi Calderone e quello del Lions “Monte Pellegrino” Marcello Damiata, moderatore dei lavori. Interverranno quindi l’assessore alle attività sociali del comune di Palermo Raoul Russo e Roberto Mazzarella, responsabile del Centro studi sulle migrazioni della comune, Luca Pacini, responsabile del dipartimento immigrazione dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) e il direttore dell’assemblea regionale siciliana Eugenio Consoli.