WEBGIORNALE 17-18 Febbraio 2010
A fondamento
dell'Ue. Democrazia partecipativa e Trattato di Lisbona
Una delle novità
più interessanti introdotte con il Trattato di Lisbona, tra i molti
miglioramenti istituzionali e procedurali, riguarda la vita democratica
dell'Unione Europea. Ad ogni cittadino
viene riconosciuto formalmente il diritto "di partecipare alla vita
democratica dell'Unione" - da cui deriva l'obbligo, per le
istituzioni, di far sì che "le decisioni siano prese in modo più aperto e
più vicino possibile cittadini" - e nel contempo si riconosce che i
"cittadini dell'Unione, in numero di almeno un milione e che abbiano la
cittadinanza in un numero significativo di Stati membri" possono formulare
proposte per iniziative legislative. Tutto ciò
mostra che l'Unione Europea è
finalmente pronta ad abbandonare la sua caratteristica originaria di unione di
Stati.
Ciò viene sottolineato
anche dal principio di "democrazia partecipativa" nelle disposizioni
dedicate al dialogo con la società civile e al dialogo con le Chiese. Si tratta
di una novità, qualcosa di sconosciuto per le costituzioni degli Stati
nazionali, per non parlare dei trattati internazionali. I due dialoghi e il
principio su cui essi si basano, che mira a includere nelle considerazioni
delle istituzioni europee i punti di vista, le preoccupazioni e le esperienze
di due importanti settori della vita sociale per realizzare la politica e il
diritto, potrebbero costituire un esempio da imitare nei dibattiti
costituzionali futuri. In effetti essi esprimono un'idea moderna di democrazia
e un'esigenza di partecipazione della parte coinvolta della popolazione.
I metodi della
democrazia partecipativa sono il dialogo e la consultazione. La prassi idonea
per realizzare tali metodi resta ancora da sviluppare. Ci si potrà ispirare
alla cooperazione informale tra le Ong, da tempo sperimentata, ma anche
all'attività delle rappresentanze delle Chiese e delle comunità religiose
accreditate a Bruxelles e ai servizi europei, nonché alle procedure sviluppate
per decenni dal Comitato economico e sociale europeo, all'esperienza della società civile. Consultazione e dialogo
non significano in alcun modo codeterminazione e codecisione, poiché si
continua ad applicare il principio che "il funzionamento dell'Unione si
fonda sulla democrazia rappresentativa".
Il settore della
società civile comprende le associazioni e le organizzazioni sostenute
dall'impegno - volontario sociale, caritativo, culturale o di altro tipo - di
cittadine e cittadini. Prescindendo dal fatto che, con il loro impegno e le
loro attività, queste persone difendono in molti casi anche interessi di
importanza generale che non trovano patrocinatori nei parlamenti, la loro opera
spesso offre punti di vista che possono essere particolarmente significativi
per le istituzioni europee in fase di elaborazione delle leggi o di determinati
progetti e politiche.
Su un altro livello
è posto il settore cui appartengono le Chiese e le comunità religiose. Anche
qui vengono rappresentati interessi; tuttavia, in questo caso si tratta
piuttosto di un orientamento generale, di questioni relative al senso e
all'etica dell'attività politica che mira all'unione dell'Europa e della sua
realizzazione. Perciò, questo settore è menzionato anche in un articolo in cui si afferma: "Riconoscendo
l'identità e il contributo specifico, l'Unione mantiene un dialogo aperto,
trasparente e regolare con tali chiese e organizzazione."
Dialogo e
consultazione, significa che le due parti coinvolte, ovvero da un lato l'Unione
Europea e le sue istituzioni, dall'altro le organizzazioni della società
civile, le Chiese e le comunità religiose, devono imparare e trarre profitto da
questa interazione. Non si tratta solo di far sì che le istanze politiche o
amministrative ascoltino o prendano informazioni dai partner, ma che venga
realizzato uno scambio, un arricchimento reciproco, a vantaggio di tutte le
parti e dell'intero sistema, in tutte le sue dimensioni politiche, sociali e
spirituali.
THOMAS JANSEN,
GERMANIA
Documento del Consiglio d’Europa sul fenomeno immigrazione
Bruxelles -
“Criminalizzare l’entrata e la presenza irregolare dei migranti in Europa lede
i principi sanciti dal diritto internazionale provocando, al tempo stesso,
numerose tragedie umane senza raggiungere la finalità voluta, ovvero quella di
esercitare un controllo concreto sul fenomeno dell’immigrazione”. Lo ha detto
Thomas Hammarberg, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa,
presentando nei giorni scorsi a Bruxelles un documento tematico sulla
questione.
“Noto con
crescente preoccupazione il verificarsi della tendenza descritta come parte
della politica di gestione delle migrazioni”, ha dichiarato. “L’interesse che
hanno gli Stati nel controllare le proprie frontiere è legittimo ma la
criminalizzazione è una misura sproporzionata che genera ulteriore
stigmatizzazione e marginalizzazione dei migranti. I reati in materia di immigrazione
dovrebbero restare di natura amministrativa”.
Il documento
tematico trova la propria “ragion d’essere” nei “timori” espressi ed esamina in
maniera sistematica le questioni relative alla tutela dei diritti umani
sollevate dal fenomeno della criminalizzazione delle migrazioni in Europa. Il
documento analizza l’attraversamento delle frontiere esterne, la permanenza dei
migranti e la protezione dei loro diritti sociali, incluso il diritto al
lavoro, di asilo e il trattenimento.
Il documento
presenta, infine, un certo numero di raccomandazioni rivolte agli Stati membri
del Consiglio d’Europa. L’obiettivo cui si mira è quello di pervenire ad una
“giusta armonizzazione” tra il trattamento riservato ai cittadini stranieri e
il rispetto dei diritti umani.
I documenti
tematici sono preparati su richiesta del Commissario per i diritti umani e
dallo stesso pubblicati per offrire un contributo al dibattito sulla tematica o
avviare una riflessione più profonda su una questione di grande attualità e
importanza in materia di diritti umani. Il testo è disponibile sul sito
Internet del Commissario.
(Migranti-press)
Società multiculturali. L’Europa delle «isole» etniche
Da Londra a Malmö,
i quartieri dove gli stranieri sono maggioranza. E 130 città chiedono aiuto all’Ue
per affrontare l’emergenza
BRUXELLES —
L’altro ieri, a Stoccolma, 300 cittadini svedesi nati in Iran, che urlavano
«morte a Khamenei », hanno affrontato un centinaio di poliziotti svedesi che di
Khamenei non avevano probabilmente mai sentito parlare. Lanci di pietre, un
paio di arresti. Notizia così banale, per la città, da aver appena sfiorato le
prime pagine delle cronache.
Qualche settimana
fa, a Bruxelles, capitale dell’Unione Europea e simbolo dell’integrazione
comunitaria, dopo una gagliarda prestazione della squadra di calcio
dell’Anderlecht un gruppetto di suoi tifosi non sapeva come celebrare. Ragazzi
aderenti a una curva che da anni vanta legami con gruppi ultranazionalisti
fiamminghi, alla fine hanno scelto la meta dei loro festeggiamenti: il
quartiere di Schaerbeek, dove un abitante su tre si professa musulmano ed è
immigrato dalla Turchia o dal Maghreb. Non era causale, l’avevano fatto altre
volte. Così, detto e fatto: sciarpa sul viso e cinghia in pugno, dopo qualche
coro, qualche braccio teso alla moda di Norimberga e qualche bottiglia di birra
trappista in frantumi, i ragazzotti dell’Anderlecht correvano inseguiti da
decine di loro coetanei locali che si incitavano a vicenda in turco o in arabo.
«Jallah, jallah», «avanti, avanti », se li prendevano li convertivano a mazzate
e buon per loro che è arrivata la polizia a salvarli. Il calcio non c’entrava
nulla, la religione neppure, la disoccupazione neanche, il Belgio o Bruxelles
men che meno. Come, un anno prima, non c’entrava Bruxelles negli scontri che
nello stesso quartiere avevano opposto altri giovanotti turchi a immigrati
curdi ed armeni, nel ricordo delle stragi compiute cent’anni prima nell’impero
ottomano. E come, l’altra sera, via Padova e Milano sembravano un palcoscenico,
per l’esplodere della rabbia fra immigrati africani e sudamericani.
Ma questa è
l’Europa, oggi, con i suoi 8 milioni di extracomunitari senza permesso di
lavoro e di residenza. Questa è l’Unione Europea, i cui 27 Paesi faticano a
consolidare una legislazione comune, omogenea, su come affrontare le sfide
dell’immigrazione extracomunitaria. È almeno dal 2004 che si cerca di
raggiungere questo risultato, e molti passi avanti sono stati fatti, se non
altro sulla carta (come quello della «carta blu», il sistema simile alla «green
card» americana che dovrebbe attirare l’immigrazione altamente qualificata): ma
nei fatti, il panorama legislativo attuale è ancora come l’abito di Arlecchino.
E il prezzo più alto lo pagano i laboratori sociali dove si compie (e spesso
fallisce) l’esperimento dell’integrazione: le città. C’è la Svezia—12% di
immigrati sulla popolazione totale, secondo i dati Onu ed Eurostat — che ha
accolto in media il 76% delle richieste di asilo da parte di immigrati iracheni
e ora però sta cercando di «reindirizzarne » almeno 10 mila verso altri Paesi
Ue. E c’è la Grecia (percentuale di immigrati: 8,8%) che di iracheni non ne ha
accolto quasi nessuno. C’è la Germania (12,3%), che ufficialmente non permette
le espulsioni ma poi pratica le estradizioni, dopo regolare condanna, e a volte
anche per reati minori. C’è la Francia (10,1%), che non parla di «espulsioni»
ma di «partenze umanitarie»: termine che si riassume in un’iniziale «protezione
sul posto», per l’immigrato non in regola, e poi nel suo accompagnamento verso
un «paese d’origine sicuro», ammesso che ne esista uno. Sembra che funzioni. Ma
le città della Francia, proprio loro, non sono modelli di integrazione: come
hanno insegnato a suo tempo le fiamme della banlieue, divampate fin dietro
Pigalle. E c’è poi l’Olanda (10%), che a molti neo-immigrati non solo chiede di
seguire un corso di lingua, ma anche di dare un’occhiata a un film dove, fra
l’altro, si assiste a un bacio fra omosessuali e si vede la panoramica di una
spiaggia per nudisti. Messaggio sottinteso: queste cose sono normali nella
nostra società, sei disposto ad accettarle? Ma anche qui, non si sa quali siano
i risultati di questa assimilazione a tappe forzate. Anzi, l’assimilazione è
una coperta piena di buchi: ad Amsterdam si moltiplicano gli scontri fra
immigrati indonesiani e di Timor Est; il venerdì in qualche moschea si ricorda
ancora il rogo di Schipol (11 immigrati morti nel Centro di detenzione
dell’omonimo aeroporto, nel 2005) e Theo van Gogh è pur sempre stato ucciso in
Olanda, non in Arabia Saudita. E dire che le ultime statistiche della Ue
sembrerebbero certificare la vera notizia, una notizia controcorrente:
l’immigrazione extracomunitaria è in calo, non in aumento, per via della
recessione. In Olanda, le richieste d’asilo sono dimezzate. In Irlanda, che
aveva accolto l’ondata più forte sull’onda del suo «boom» economico (quasi il
15% di immigrati), decine di migliaia di polacchi e lituani hanno fatto le
valigie. E pure in Spagna (11,1%) romeni e bulgari sarebbero in partenza.
Ancora una volta,
però, tutto questo non placa la febbre della città. Ed è la microconflittualità
quotidiana, più che i disordini su larga scala, a segnare l’andamento del
malessere. A Birmingham, nel Regno Unito (9,1%), mesi fa sono volate le molotov
dopo che operai inglesi avevano invocato British jobs for British workers,
«posti di lavoro britannici per lavoratori britannici», e dopo che gli
immigrati polacchi si erano schierati per le strade. A Malmoe, in Svezia, città
dove ormai i musulmani sarebbero maggioranza — almeno nel quartiere di
Rosengard — la polizia ha fatto disputare senza pubblico, a porte chiuse, i
recenti incontri di Coppa Davis dove giocava Israele. Malmoe, in questi anni,
ha visto scoppi di furia distruttiva, quasi da guerra civile: tanto che un
inviato di Al Jazeera ha parlato di «rabbia imprevedibile». Intervistati dalle
Tv di mezzo mondo, i giovani locali hanno accusato i poliziotti di
«provocazioni continue»: «e poi si meravigliano se reagiamo?». Ma anche lì, un
movente reale non è stato accertato. Come negli altri laboratori del malessere
europeo. Che intanto, fanno sentire la loro voce: «Eurocities »,
l’organizzazione che raccoglie 130 città europee, ha chiesto alla Ue di poter
assumere un «ruolo maggiore » nell’affrontare i problemi dell’immigrazione nei
centri urbani. C’è il senso di un’urgenza, anzi di un’emergenza conclamata. Ma
forse la vera diagnosi l’ha azzeccata, oltre Atlantico, il Los Angeles Times:
«Gli Stati Uniti—ha scritto—hanno lottato con la questione dell’immigrazione
fin dalla loro nascita, così è facile dimenticare che questi sono temi
relativamente nuovi per gli Stati europei, rimasti omogenei per secoli. Ma
questa differenza ci è stata ricordata quando centinaia di lavoratori africani
sono scesi in rivolta in Calabria».
Luigi Offeddu CdS
15
Il ministro degli Esteri Frattini: “Una politica europea sugli sbarchi
clandestini”
ROMA - Ci illustri
la politica sui respingimenti delle imbarcazioni di clandestini in acque
internazionali effettuati dalla nostra marina militare, di cui molto si è
detto.
La prima cosa da dire è che il respingimento
e le espulsioni sono soltanto uno degli aspetti di una politica migratoria che
non può e non deve essere ovviamente proiettata soltanto sulla Sicilia o
sull'Italia, ormai è una questione europea.
Si deve all'Italia il fatto di avere chiesto
ed ottenuto che la questione fosse compiutamente ritenuta materia europea, da
affrontare in ambito europeo. Il Consiglio europeo dello scorso mese di
dicembre ha finalmente stabilito un principio molto chiaro: i respingimenti
sono l'unico strumento per applicare quella parte della strategia europea che
riguarda la legalità.
Il respingimento e l'espulsione sono anche
strumenti che servono a scoraggiare il traffico di esseri umani e se l'Italia e
la Sicilia sono il “ventre” molle dell'Europa, il traffico di esseri umani ci
si dirige perché capisce che in questa zona può facilmente entrare.
Si tratta di un business nel quale i
trafficanti chiedono alle vittime, veri e propri schiavi del XXI secolo,
tariffe di passaggio che oscillano tra i 1.000 ed i 1.500 dollari a persona con
il rischio di non arrivare vivi, soltanto una politica di fermezza può
scoraggiare questo fenomeno.
I risultati ci sono stati. Nel 2009 abbiamo
ridotto del 90% gli ingressi clandestini rispetto all'anno precedente, in
termini numerici da 20.000 a 2.500 e questo si inserisce in una linea di azione
che altri paesi, a cominciare dalla Spagna, dalla Francia, stanno seguendo che
riguarda la politica del rimpatrio di coloro che non hanno titolo a rimanere
sul territorio nazionale.
I luoghi di provenienza di chi sbarca
clandestinamente sono molto vari, tuttavia gli sbarchi concentrati in questo
corridoio. Come mai?
Noi abbiamo individuato due grandi rotte.
Attraverso quella che passa attraverso l'Africa occidentale e arriva facilmente
attraverso la Tunisia, arrivano persone originarie dalle regioni sub sahariane,
dal Senegal, dal Mali. Poi vi è la rotta orientale, che ci interessa più
direttamente, dove i soggetti sono provenienti dalla Somalia, dall'Etiopia e
dalla Nigeria. Vi sono, inoltre, due fenomeni: da un lato quelli che meritano
tutto il nostro aiuto perché scappano dalle guerre, quelli che hanno lo status
di rifugiato e che noi accogliamo. Dall'altro ci sono i criminali ed i
terroristi, i quali si infiltrano in gruppi nei barconi che partono da zone
dell'Africa molto pericolose. Noi abbiamo fondati elementi, ed in qualche caso
prove, che esistano persone collegate con gruppi estremisti che trovano come
migliore soluzione quella di confondersi nei barconi dei disperati.
Per questo motivo noi dobbiamo attuare tutte
le misure necessarie per evitare questo fenomeno. Siamo inoltre obbligati al
rispetto delle norme europee del Trattato di Schengen che impongono di
custodire nei centri di raccolta i clandestini e di rimpatriarli.
Alla luce dell'inchiesta della Procura di
Siracusa sui vertici della Guardia Costiera, ci si domanda se forse ci sono
delle lacune nelle norme?
Il fatto che la legge sia lacunosa dà la
prova che questa sia un’azione discrezionalmente voluta e non obbligata. Se la
legge non fosse lacunosa si potrebbe dire era mio atto dovuto. Ma l'ammissione
che vi è una lacuna, che il magistrato riempie in via interpreta- tiva, e la
prova della discrezionalità e quindi della scelta che si poteva anche evitare
di prendere. Stiamo valutando con Frontex, l'Agenzia europea per le frontiere
esterne, la possibilità di dotarci di norme d'ingaggio comuni per affrontare il
problema.
Regole d'ingaggio europee che impongano il
medesimo criterio di comportamento a tutte le navi impegnate sul Mediterraneo
in questa attività, in modo che si sappia esattamente cosa ciascuno deve fare
quando si avvista una barca di clandestini, quando la si accosta, quando la si
prende a bordo e quando la si rilascia. Mi permetto di lanciare, attraverso il
vostro giornale, un segnale di profondissima gratitudine alla Capitaneria di
Porto, alla Guardia Costiera, alla Guardia di finanza. Siamo il paese che nel
2008 ha salvato circa 40.000 persone nel Mar Mediterraneo, alcune le abbiamo
trovate in condizioni disperate, altre le abbiamo salvate vicino le coste della
Sicilia con imbarcazioni alla deriva, in alcuni casi senza acqua e senza cibo.
Se confrontiamo i dati con tutti i paesi
europei del Mediterraneo, nessun paese ha fatto tanto quanto l'Italia.
Per quanto riguarda la presenza italiana
all'estero, quali sono gli sviluppi della missione in Afghanistan?
Noi pensiamo che in Afghanistan, ormai, vi
sia una sola strategia possibile, decisa recentemente dalle Nazioni Unite e
dalla Nato, per affrontare questa fase di transizione. Transizione perché
dall'insediamento del secondo Governo Karzai noi gli abbiamo chiesto
l'individuazione di alcuni obiettivi chiari soprattutto di alcune scadenze temporali.
Le scadenze temporali servono sia a dare al popolo afgano la certezza che il
nostro operato è finalizzato alla loro ed alla nostra sicurezza, sia per dare
alle nostre opinioni pubbliche una prospettiva di graduale restituzione del
controllo del territorio in mani afgane.
Il prossimo anno dovrà segnare l'inizio di
una graduale riduzione della presenza militare non afghana, di pari passo ad un
rafforzamento delle capacità di sicurezza e di polizia afghane. Abbiamo detto
anche, confermato da Karzai, che entro quattro anni dovremmo immaginare un
Afghanistan pronto a marciare da solo. Conserveremo, anche oltre i quattro
anni, una presenza civile di sostegno all'economia, al buon governo e allo
sviluppo. E’ una fase di transizione iniziata da poco, il che giustifica sia il
fatto che noi garantiamo questa transizione sia il contrasto del terrorismo con
le nostre forze militari e di sicurezza. La zona di confine tra Afghanistan e
Pakistan resta tuttora la zona di origine dello jihadismo mondiale, l'altro grande
nucleo che si sta radicando purtroppo tra lo Yemen e il Corno d'Africa.
Nel rigore del contenimento delle spese che
lo Stato deve attuare, il ministero degli Affari Esteri ha risentito di questa
politica?
La priorità è data alle aree di crisi dove la
nostra cooperazione lavora insieme alle nostre Forze armate.
Abbiamo creato un modello italiano, a
differenza di altri. Noi siamo il Paese che accanto ai blindati dei nostri
militari, mettiamo coloro che costruiscono le scuole nei villaggi, oppure che
coltivano lo zafferano. Nella provincia di Herat, l'Italia sta abbinando
l'impegno di sicurezza con quello della cooperazione.
Questa è una scelta di priorità che io ho
dettato e che ha comportato la diminuzione di aree di cooperazione in altre
regioni del mondo.
Il presidente del Consiglio sogna l'ingresso
di Israele in Europa. Lei che ne pensa?
Il presidente del Consiglio ha un sogno che è
anche il mio. Noi abbiamo cominciato ad avvicinare Israele all'Ue partendo dalla
considerazione che è uno Stato democratico, dove ci sono processi elettorali
assolutamente trasparenti, la magistratura è del tutto indipendente, esiste
cioè una reale divisione dei poteri. Abbiamo fatto quello che si chiama l’
upgrading delle relazioni tra Europa ed Israele.
Israele non è semplicemente un partner
dell'area euromediterranea, ma è un partner con relazioni rafforzate. Nel senso
che vi sono programmi in materia di cooperazione, sicurezza, tecnologia,
istruzione più strutturati.
Questo passo verso una maggiore
strutturazione dei rapporti e la circostanza che si sia tenuto un vertice
Italia Israele con otto ministri per parte e due primi ministri, è un fatto mai
avvenuto prima.
La Comunità internazionale approva la
strategia per una “reintegrazione e riconciliazione” dei talebani “pentiti” e
propensi ad accettare la Costituzione. E' fattibile un'amnistia a suo avviso?
Ci sono alcuni gruppi tribali di talebani che
a mio avviso sono recuperabili. Sono coloro che sono passati dalla tribù locale
che coltivava l'oppio al terrorismo semplicemente perché non hanno trovato
nessun’altra opportunità di collaborazione o di lavoro.
C'è stata una strategia sbagliata, durata
molti anni. Le coltivazioni di oppio venivano rase al suolo senza affiancare
una politica di sostituzione di colture legali, provocando la perdita di lavoro
per una grande quantità di persone che sposavano la causa dei terroristi.
Oggi noi partiamo subito con la coltura
sostitutiva dell'oppio e pensi che l'Italia sta varando dei progetti molto
simbolici.
Nella provincia di Herat, che è la provincia
sotto il controllo italiano, noi stiamo finanziando dei progetti per la
produzione di olio di oliva. Mi è stato detto dai nostri esperti che trent'anni
fa era presente una fiorente coltura di olio di oliva fatta dagli italiani.
Allora è ovvio che il terreno è propizio e
l'olio di oliva costa di più, in quelle terre, della droga.
Per non parlare dello zafferano, che è la più
costosa produzione agricola che si può realizzare in Afghanistan, molto
richiesta sul mercato, che costa dieci volte l'oppio.
Allora una coltura di zafferano, che pure
stiamo insediando, è una coltura sostitutiva ideale.
Poi ci sono i talebani, che per ragioni di
piccola economia locale hanno visto perdere tutte le loro possibilità di
guadagno e sono stati reclutati dai terroristi.
A queste persone
noi dovremmo offrire una via di ritorno nella legalità, con la precondizione di
un rifiuto categorico e preventivo della violenza e di un ritorno al quadro
costituzionale. Alessio Petrocelli, Quotidiano di Sicilia 15
La Libia chiude le frontiere ai Paesi dell'area Schengen, europei
rimpatriati
«Niente visti a
cittadini di Paesi europei». Con questo titolo il quotidiano on line 'Oeà,
vicino a Seif Al Islam, figlio del leader libico Muammar Gheddafi, ha reso
pubblica questa mattina la notizia della sospensione della concessione di visti
ai cittadini di Paesi europei, ad eccezione dei britannici, da parte della
Libia e non solo ai turisti, come era emerso ieri. La Commissione europea
deplora la decisione di Tripoli. La Farnesina ha chiesto ai libici di
ripensarci.
Il quotidiano
continua sottolineando come «domenica un funzionario libico abbia confermato
che la Libia ha deciso di sospendere la concessione dei visti ai cittadini di
tutti i paesi europei». Il funzionario, che ha preferito l'anonimato - si legge
su Oea -, ha detto che questa procedura si applica a tutti gli Stati che
concedono visti Schengen. Il provvedimento non si applica dunque ai cittadini
del Regno Unito.
Oea conclude
ricordando il fatto che «la Svizzera aveva emanato un decreto per evitare a 188
libici, tra cui il Leader e membri della sua famiglia, compreso Saif al-Islam,
di entrare in territorio elvetico».
Il ministero degli
Esteri italiano, interpellato sulla questione, ha detto che la decisione della
Libia è rivolta contro i paesi europei dell'area Schengen e sarebbe una
reazione alla pubblicazione da parte della Svizzera - un paese entrato
nell'aerea Schengen nel 2008 - di una «lista nera» di circa 180 personalità
libiche alle quali è stato vietato l'ingresso nel Paese elvetico. «La risposta
della Libia alla decisione elvetica coinvolte tutti i paesi dell'area
Schengen», ha detto a Reuters un portavoce della Farnesina. «Sono in corso
contatti tra i paesi dell'aerea per coordinarsi sulla vicenda». E sul sito
della Farnesina compare una avviso per i cittadini italiani: "Sconsigliati
i viaggi verso la Libia".
Sono 40 gli
italiani che, ieri sera, sono stati trattenuti all'aeroporto di Tripoli. Di
questi, tre sono stati rimpatriati con lo stesso aereo sul quale erano
arrivati. Gli altri 37 - dopo una notte passata in aeroporto assistiti dal
console generale Francesca Tardioli - sono poi stati lasciati entrare nel Paese
intorno alle 4.30 del mattino. Si tratta per lo più di dipendenti a contratto
di società petrolifere che operano in Libia. L’U 15
Le vie per battere la crisi. All’Europa serve una crescita non drogata
IL mare di debiti
in cui sono sprofondate le famiglie di 2/3 dei Paesi avanzati frena la ripresa
dell’economia e non basta lo sviluppo interno della Cina ad imprimere una
svolta decisiva alla crescita mondiale. Nel quarto trimestre 2009 il Pil è
stato molto deludente in tutte le maggiori economie industrializzate. Secondo
le prime stime preliminari, rispetto al quarto trimestre 2008 le più forti
flessioni del Pil sono state registrate ancora in Spagna e Gran Bretagna, le
due grandi “malate d’Europa”: rispettivamente -3,1% e -3,2%. In una posizione
intermedia si collocano Germania e Italia, i cui Pil sono diminuiti,
rispettivamente, del 2,4% e del 2,8%.
Sembrerebbero
andare meglio Stati Uniti e Francia: infatti, negli Usa si è registrata una
modesta crescita dello 0,1%, mentre in Francia il calo del Pil è stato
contenuto nello 0,3%. Ma questi risultati apparentemente migliori sono stati
ottenuti a caro prezzo, a colpi di spesa pubblica e con costosi sostegni che
hanno drogato ma non guarito le economie. Per cui il deficit pubblico americano
è salito nel 2009 al 9,9% del Pil e quello francese al 7,9%, mentre Germania e
Italia hanno seguito un profilo di maggior rigore dei conti pubblici ed hanno
deficit di gran lunga inferiori, pari, rispettivamente, al 3,2% e al 5%.
Qualcuno ritiene
che l’Italia abbia fatto poco per combattere la recessione. La realtà è che
anche chi ha fatto, sulla carta, moltissimo, non ha ottenuto risultati concreti
perché ha fronteggiato una crisi nata dai troppi debiti privati aggiungendo ad
essi debito pubblico ma senza incidere minimamente sui fattori strutturali del
dissesto. Rispetto all’Italia, ad esempio, la Gran Bretagna ha impegnato nel
suo bail-out un’autentica fortuna, che la BBC stima in 1.500 miliardi di
sterline: il governo ha nazionalizzato quattro banche e la Bank of England ha
stampato 185 miliardi di sterline con cui ha sostenuto artificialmente per mesi
i mercati finanziari, ma i risultati sono stati assai scarsi. Infatti, nel
terzo trimestre 2009 il Pil britannico è diminuito del 5,1% rispetto allo
stesso trimestre del 2008 (quello italiano del 4,6%), mentre nel quarto
trimestre il calo del Pil inglese è stato, come detto, del 3,2% (quello
dell’Italia del 2,8%).
La realtà è che il
Pil italiano, così come quello tedesco, è diminuito più per cause esterne (la
caduta dell’export verso i Paesi clienti indebitati) che non per motivi
interni, dato che i consumi delle famiglie hanno tenuto sia in Italia sia in
Germania. In quest’ultimo Paese un po’ più che da noi, ma grazie ad un
imponente e non ripetibile programma di rottamazione delle auto. Comunque, non
vi sarà ripresa solida né in Italia né in Germania fintanto che non ripartirà
la domanda estera, che purtroppo però resta debolissima perché gli altri Paesi
sono messi assai peggio di noi.
Lo stato di
frustrazione dei Governi che invano cercano di uscire dal cul de sac di questa
crisi globale è stato ben sintetizzato lo scorso dicembre dall’agenzia di
rating Moody’s che ha elaborato un nuovo indice, denominato “indice di
miseria”, che noi però preferiamo chiamare forse più correttamente “indice di
costrizione”. Tale indice somma il tasso di disoccupazione non più a quello di
inflazione (come faceva il vecchio indice di Okun) bensì al deficit di bilancio
statale ed esprime chiaramente i risicati margini di manovra di cui oggi
dispongono molti Paesi per arginare gli effetti devastanti della crisi.
Infatti, se si hanno contemporaneamente un’alta disoccupazione ed un elevato
deficit pubblico resta ben poco spazio per fare altra spesa pubblica e
attraverso di essa contenere la disoccupazione. Nello stesso tempo, essendo i
tassi di disoccupazione ancora ovunque in crescita, c’è ben poca possibilità di
cominciare subito a tagliare la spesa ma così facendo i deficit di bilancio
peggiorano e la “exit strategy” viene di continuo rinviata.
Moody’s aveva
calcolato l’ “indice di costrizione” utilizzando le previsioni per il 2010.
Qualcuno potrebbe obiettare che oggi è molto difficile fare previsioni, sicché
per prudenza noi abbiamo ricalcolato l’indice per il 2009 utilizzando gli ultimi
dati aggiornati settimanalmente dalla rivista The Economist e da ritenere ormai
quasi acquisiti. I risultati indicano chiaramente che, al di là delle
informazioni fornite dalle statistiche sui Pil, gonfiati dalle manovre di spesa
pubblica di molti Paesi (in primo luogo Stati Uniti, Spagna e Francia) e
comunque lo stesso deludenti, la condizione di crisi perdurante del mondo
occidentale sta colpendo in misura maggiore Stati Uniti, Gran Bretagna e i
cosiddetti nuovi “PIGS” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) rispetto a
Francia, Italia e Germania. Questi ultimi due Paesi, in particolare, presentano
l’ “indice di costrizione” decisamente più basso, mentre Spagna, Irlanda,
Grecia, Gran Bretagna e Stati Uniti si caratterizzano per i valori più critici.
Stante questo
quadro desolante, c’è ben poca speranza per una ripresa rapida e sostenuta
delle economie avanzate ed è ingenuo sperare che il propellente per il nostro
rilancio possa venire dai BRICs (Brasile, Russia, India, Cina). Il dinamismo di
questi paesi può certamente aiutare ma non basta.
La ripresa del
mondo industrializzato non può ripartire nemmeno dai consumi interni, che, a
causa degli elevati debiti delle famiglie in troppi Paesi, resteranno
debilitati per chissà quanto tempo. Né si può andare avanti in eterno con
incentivi tipo quelli dati all’industria automobilistica. Essi hanno
rappresentato un tampone nella fase più acuta della crisi, ma chiaramente non
possono costituire un motore di crescita vera e duratura.
Bisogna invece
puntare con decisione sugli investimenti, perlomeno in Europa, dove le
possibilità di farlo vi sono. È tempo che i Paesi dell’UE mettano a fattor
comune la loro forza, lanciando un grande e credibile programma di investimenti
in infrastrutture materiali ed immateriali e in tecnologie per l’ammodernamento
dei mezzi di produzione del sistema industriale europeo. Un programma che, come
illustrato da Alberto Quadrio Curzio, potrebbe essere finanziato con un
progetto di indebitamento che valorizzi come collaterale le riserve auree di
cui i maggiori Paesi europei dispongono.
I singoli Paesi
dell’UE non possono illudersi di uscire da questa crisi ciascuno per conto
proprio. Nemmeno i Paesi più forti, come la Germania o la Francia, possono
riuscirvi. Né può farlo l’Italia, pur avendo le imprese resistito
coraggiosamente alla recessione e lo Stato riguadagnato parecchia fiducia negli
investitori internazionali grazie ad un’oculata gestione dei conti pubblici.
La politica
industriale ed il governo dell’economia di cui abbiamo oggi bisogno, due
necessità richiamate in questi giorni rispettivamente da Romano Prodi e dal
Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, devono avere assolutamente una
scala europea. Altrimenti sarà difficile sconfiggere la crisi e non vi sarà una
crescita vera. Né in Italia né in Europa. MARCO FORTIS IM 15
Atenei italiani: "Lettera-appello contro il razzismo"
Noi docenti
precari/e e docenti non precari/e delle università italiane abbiamo deciso di
aderire alla giornata del primo marzo, “una giornata senza di noi”, presentando
ai nostri studenti e alle nostre studentesse, dove possibile anche durante le
ore di attività didattica nei giorni che precedono il primo marzo, dapprima la
lettera dei lavoratori africani di Rosarno, riunitisi in assemblea a Roma alla fine
di gennaio, e poi il testo che leggeremo alla fine della loro lettera e
invitandoli/e a partecipare alle iniziative della giornata:
“I mandarini e le
olive non cadono dal cielo"
In data 31 gennaio
2010 ci siamo riuniti per costituire l´Assemblea dei lavoratori Africani di
Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno
dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane.
Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro
era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per
rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti
nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro
lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla
fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e
minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte,
dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come
le bestie...prelevati, qualcuno è sparito per sempre.
Ci hanno sparato
addosso, per gioco o per l´interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a
lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più.
Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità
umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto
che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le
autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per
gridare la nostra esistenza.
La gente non
voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste? Le autorità e le
forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non
eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia,
a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia
all´uomo.
Siamo stati
rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora,
altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi
siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire,
senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri
sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo
paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le
olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.
Eravamo riusciti a
trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di
essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i
turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all´Italia come serve alle
nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle
autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:
domandiamo
che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani
feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e
della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati
e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le
sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità. L´Assemblea
dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma”
Dapprima in
Francia, poi in Italia, in Spagna, in Grecia e in altri paesi europei, la
giornata del primo marzo è stata proclamata “una giornata senza di noi” con
l’intento da parte dei/delle migranti che vivono in questi paesi di far
percepire, per un giorno, l’importanza della loro presenza economica e sociale
sia attraverso lo sciopero sia attraverso altre forme di protesta come
l'astensione dai consumi. Ispirata alla giornata del primo maggio del 2006, quando
in varie città degli Stati Uniti i/le migranti privi/e di documenti di
soggiorno erano riusciti/e a bloccare la vita economica e sociale di quelle
città attraverso una massiccia astensione dal lavoro e fluviali manifestazioni
in cui ricordavano a tutti che “We are America”, questa giornata ci sembra di
particolare importanza anche per iniziare una necessaria riflessione sulle
forme della nostra esistenza comune di cittadini/e e non cittadini/e, migranti
e non.
Per questo,
abbiamo deciso di assumere come parte del nostro testo quello sottoscritto da
alcuni lavoratori africani di Rosarno. Riteniamo, infatti, che quanto accaduto
a Rosarno nei primi giorni di gennaio – le intimidazioni e le violenze sui
migranti, la rivolta dei lavoratori africani, la “caccia al nero” dei giorni
successivi, il coinvolgimento di alcune parti della mafia nella “gestione
dell’ordine pubblico”, il trasferimento d’urgenza di tutti i lavoratori
africani, la loro detenzione nei centri di identificazione ed espulsione e la
minaccia di espulsione per quelli privi di permesso di soggiorno – sia il
precipitato, soltanto più visibile, delle scelte politiche con cui negli ultimi
anni i governi che si sono succeduti hanno affrontato e voluto gestire il
fenomeno globale delle migrazioni. Il risultato, innanzitutto, di una volontà
di generale clandestinizzazione della presenza dei/lle migranti e dei
lavoratori e delle lavoratrici migranti che ha permesso, non solo a Rosarno, ma
nel Sud come nel Nord del paese, tra i campi di agrumi e le serre così come
nelle fabbriche e le piccole imprese, o nelle famiglie, forme di assoluto
sfruttamento della forza lavoro possibili grazie a un’illegalità diffusa del
mercato del lavoro generata proprio dalle leggi che normano l’immigrazione.
Ricordiamo di
seguito alcuni dei provvedimenti e dei fatti che stanno alla base di quanto
accaduto a Rosarno così come di quanto accade quotidianamente nel resto
d’Italia: l’istituzione dei centri di detenzione nel lontano 1998, con cui si
apriva il capitolo del doppio binario giuridico, uno per i cittadini, un altro
per i non cittadini, passibili di pene detentive in assenza di reato; il nesso
inscindibile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, con la legge del
2001, che spianava la strada a ogni forma di ricattabilità da parte dei datori
di lavoro sulla forza lavoro migrante, compresa la ricattabilità sessuale delle
lavoratrici migranti impiegate nel lavoro domestico; gli innumerevoli
provvedimenti delle recenti norme previste dai pacchetti sicurezza ispirati
tutti a un orizzonte di discriminazione e razzismo (l’aggravante di
clandestinità, il reato di clandestinità, il prolungamento a sei mesi della
detenzione amministrativa, l’interdipendenza tra permesso di soggiorno e atti
dello stato civile, tra cui il riconoscimento dei figli e il matrimonio,
l’istituzione di corpi speciali privati per il mantenimento dell’ordine
pubblico); i respingimenti verso la Libia iniziati nel maggio del 2009 volti a
risolvere il problema degli arrivi sulle coste italiane con la deportazione
verso i campi di concentramento della Libia finanziati dallo stato italiano di
donne, uomini e bambini, spesso potenziali rifugiati provenienti dai luoghi di
guerra delle ex-colonie italiane.
La
criminalizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno produce effetti a
cascata su tutti/e i/le migranti che vivono in Italia, rendendo precaria la
condizione degli/delle stessi/e migranti “regolari”, esponendoli/e a continue
discriminazioni e alla possibilità sempre presente di ricadere nell’“irregolarità”.
“Come può manifestare qualcuno che non esiste?” si chiedono i lavoratori
africani nella lettera che vi abbiamo letto, descrivendo prima di questa
domanda l’esistenza quotidiana “di chi non esiste”, dalla giornata lavorativa
alle notti prive di acqua e elettricità e costellate di episodi di violenza e
intimidazioni.
“Come può esistere
chi non esiste” è, infatti, secondo noi, la domanda di fondo diventata sempre
più impellente in Italia e generata da una forma pervasiva di razzismo
istituzionale che permette e legittima forme di razzismo, intolleranza,
xenofobia sociali che stanno ormai erodendo la vivibilità comune delle nostre
città. O, meglio, come possono esistere tutti e tutte coloro che, pur essendo
“attori della vita economica di questo paese”, con differenti dispositivi sono
continuamente sospinti verso una presenza marginale e una vita non vivibile
costellata di mille ostacoli (dai tempi biblici del rinnovo del permesso di
soggiorno all’assenza di ogni possibilità di regolarizzazione, dagli
innumerevoli modi in cui si elude il riconoscimento dello stato di rifugiato
alle norme che entrano in modo discriminatorio nelle scelte di vita affettiva
concedendo ai migranti “affetti di serie b”, sino ai mesi di detenzione
previsti per chi non ha o ha perso il permesso di soggiorno e all’ultima
proposta del “permesso di soggiorno a punti”)?
Aderiamo a questa
giornata perché riteniamo che questa domanda coinvolga la vita di tutti e di
tutte, migranti e non, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici,
disoccupati e disoccupate, in Italia così come nel resto d’Europa e in altri
paesi del mondo. In quanto docenti, sappiamo che nelle università, anziché come
studenti e studentesse nelle nostre aule è più facile incontrare i/le migranti
come lavoratori e lavoratrici delle cooperative di servizi, assunti/e con bassi
salari e senza garanzie. La scandalosa difficoltà nell’accesso a un permesso di
soggiorno per studi universitari, attraverso una politica delle “quote” anche
nel campo del sapere che rende quest’ultimo esclusivo privilegio dei cittadini,
è parte integrante della chiusura nei confronti dei/delle migranti che
caratterizza il nostro paese. Per questo ci impegniamo a lottare anche per
garantire la piena accessibilità dell’Università ai/alle migranti.
Siamo più in
generale convinti che soltanto cancellando il razzismo istituzionale e sociale
come pratica quotidiana di sfruttamento sarà possibile costruire spazi di
convivenza futuri.
Docenti precari/e
e docenti non precari/e delle Università italiane firmatari:
Fabio Amaya
(Università di Bergamo) Anna Curcio (Università di Messina) Umberto Galimberti
(Università di Venezia) Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo) Sandro
Mezzadra (Università di Bologna) Renata Pepicelli (Università di Bologna) Luca
Queirolo Palmas (Università di Genova) Antonello Petrillo (Università Suor
Orsola Benincasa, Napoli) Federico Rahola (Università di Genova) Fabio Raimondi
(Università di Salerno) Maurizio Ricciardi (Università di Bologna) Anna Maria
Rivera (Università di Bari) Gigi Roggero (Università di Bologna) Pier Aldo
Rovatti (Università di Trieste) Devi Sacchetto (Università di Padova) Anna
Simone (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli) Federica Sossi (Università di
Bergamo) Alessandro Triulzi (Università di Napoli L’Orientale) Tiziana
Terranova (Università di Napoli L’Orientale) Fulvio Vassallo Paleologo
(Università di Palermo).
Per adesioni: www.PetitionOnline.com/march1st/petition.html.
per informazioni: semir@libero.it. L’U 15
Legalità e integrazione. Immigrati, chi taglia il nodo di Gordio
Gli scontri di
Milano riaprono la spinosa questione del rapporto fra immigrazione e sicurezza,
immigrazione e integrazione. Questo secondo punto è il più controverso perché
quello che è accaduto a Milano testimonia una rabbia generale e irrazionale,
visto che nell’origine dell’evento non c’era in sé alcun contenuto “razzista”
né alcuno scontro fra “immigrati” e “locali”. Però sarebbe ipocrita non voler
vedere che quando accadono questi eventi in sé circoscritti riaffiorano tutte
le tensioni di fondo di società dove l’integrazione è problematica, dove
alligna la frustrazione per le varie “marginalità”, che crescono all’ombra di
una modificazione profonda degli equilibri sociali. Sono marginalità che
toccano tutti: tanto le diverse comunità di immigrati quanto quelle degli
italiani, che si sentono a loro volta messi in discussione sul loro territorio
tradizionale.
Anche in questo
caso si può cavarsela in maniera un po’ ipocrita o dando la colpa a presunti
mancati interventi delle autorità o riesumando le litanie sul “mal comune” (che
in questi casi è molto arduo definire come “mezzo gaudio”), perché si ricorda
che tensioni simili scoppiano in tutto l’Occidente: Francia Gran Bretagna,
Germania, Stati Uniti, tanto per ricordare casi eclatanti. E per quelli che non
hanno perso la memoria si cita cosa accadeva in alcune città del Nord Italia
tra fine anni Cinquanta e primi anni Sessanta a fronte della massiccia
immigrazione meridionale.
Pare a noi che
sarebbe più serio cercare di affrontare i problemi distinguendone gli aspetti e
non facendo i soliti minestroni in cui alla fine si perdono i contorni di tutti
gli ingredienti. Sarà opportuno però ricordare che capire non significa
giustificare, che riconoscere errori e manchevolezze non significa assolvere sé
stessi e gli altri dando tutte le colpe a qualche diavolo di turno.
Il primo problema
che si deve affrontare è quello della rigorosa educazione alla legalità.
Sappiamo che è un problema in tutto il mondo sviluppato, ma proprio per questo
non tollera sottovalutazioni. Farsi giustizia da sé, considerare le leggi come
carta straccia, credere che valgano soltanto le regole di appartenenza al
proprio gruppo e che fuori tutto sia “nemico”, sono deviazioni che non si
possono tollerare e che vanno combattute anche sanzionandole con la giusta
severità quando avvengono. Naturalmente questo vale per chiunque:
extracomunitario o italiano non fa alcuna differenza.
Questo problema è
molto serio, non solo perché viviamo in un Paese dove il rispetto delle regole
diventa sempre più zoppicante, ma perché la stessa struttura pubblica troppe
volte cede su questo terreno. Difficile che l’immigrato capisca che è entrato
in una sfera di legalità, se i tempi per ottenere i permessi di soggiorno sono
ballerini e molto lunghi, se l’acquisizione della cittadinanza è resa un
percorso ad ostacoli. Non è questione di buonismo, ma di governo della
legalità: come insegnano tutti i Paesi che hanno affrontato questi problemi,
sono gli immigrati che diventano cittadini del Paese in cui sono venuti e che
si integrano i migliori contrasti all’immagine della “discriminazione” e della
“diversità”, così come un sistema dove le regole sono seriamente rispettate
incute a sua volta rispetto.
Naturalmente ciò
non significa illudersi che un problema di questa portata sia gestibile
semplicemente ponendo ciò che si è detto come un principio astratto. È evidente
che ci sono vincoli oggettivi per gestire bene situazioni così difficili: ci
sono problemi di numeri, perché se si va oltre limiti “maneggiabili” è
impossibile dominarli, ci sono problemi di servizi la cui fruizione non va
messa in crisi (altrimenti si generano tensioni fra i gruppi), ci sono
questioni legate all’assimilazione culturale.
Quest’ultimo
aspetto è molto controverso e troppo sottovalutato. Da un lato c’è chi pensa
che l’assimilazione sia una forma di violenza a culture originarie, quasi che
non fosse storicamente pacifico che tutte le culture sono figlie di evoluzioni
per assimilazione. Dal lato opposto c’è chi si illude che questo sia un
problema che riguarda gli immigrati dimenticando che anche gli italiani hanno
perduto molto sul terreno della cultura condivisa e che oggi c’è molto
“tribalismo”, magari di genere post-moderno, anche presso di loro.
I fatti di Milano
sono un serio campanello d’allarme e come tale vanno trattati, senza dar retta
alle operazioni di sciacallaggio che da opposti versanti estremi vengono
tentate per ridurre tutto alla solita vecchia questione, per cui il nodo che
non si sa sciogliere con la pazienza della ricerca, si crede di dipanarlo
tagliandolo con un colpo di spada.
Quando c’era una
certa cultura diffusa bastava dire per questo “il nodo di Gordio” e tutti
ricordavano l’episodio. Oggi, temiamo, che quella storia non dica più nulla né
alla maggior parte degli immigrati, né alla maggior parte degli italiani.
Eppure per ogni questione difficile il nocciolo della faccenda sta ancora nella
morale di questa vecchia storia. PAOLO POMBENI IM 16
Mannheim. Il DGB disponibile ad accogliere gratis l’Agenzia consolare
italiana
Mannheim. La Sezione
di Mannheim della Confsal Unsa/Esteri ha
incontrato il 5 febbraio il Presidente del DGB, Signor Stefan Rebmann,
in ambito delle riunioni bimestrali che si tengono presso il DBG -
Federazione dei sindacati tedeschi – per comunicare che il Ministero degli Affari
Esteri paventa la chiusura dell’Agenzia
consolare d’Italia a Mannheim.
Il Signor Rebmann,
pur comprendendo i motivi che spingono il MAE ad una ristrutturazione
consolare, si è mostrato molto preoccupato per i 18.000 cittadini italiani residenti sul territorio. Nella regione
metropolitana del Neckar Reno i connazionali colpiti dalla
razionalizzazione sarebbero circa
40.000.
In considerazione
dell'alto numero di adesioni da parte di italiani al DGB di Mannheim
- circa 5.000 connazionali -, il Signor Rebmann ha espresso forte preoccupazione per i disagi
che si riverseranno inevitabilmente sui propri iscritti. Egli ha pertanto dichiarato che il DGB , nel
quadro di un aiuto alla comunitá italiana residente nel circondario Neckar
Reno coinvolta nell'esecuzione del provvedimento, metterà a
disposizione locali a costo zero, affinchè l’Agenzia consolare
possa continuare a garantire in loco i servizi all’utenza italiana .
Inoltre il Signor
Rebmann ha assicurato che prenderá contatto nei prossimi giorni con il
dirigente dell’ Agenzia Consolare di
Mannheim per approfondire ulteriormente la tematica. Il DGB pensa altresì ad
altre forme di protesta sia in collaborazione col Partito Socialista tedesco
sia con l’Ambasciata tedesca a Roma, che riceverà l’incarico di rappresentare al Ministero degli Affari
Esteri i disagi degli italiani residenti nella città suddetta.
La Confsal
Unsa/Esteri ha ringraziato il Signor Stefan Rebmann a nome della comunitá
italiana di Mannheim e con l’occasione
ha sottolineato l’irrazionalità di una manovra che nel
caso dell’Agenzia in questione condurrebbe unicamente al risparmio dei costi d’affitto della sede consolare.
Confsal Unsa/Esteri, de.it.press
Eugenio Marino nominato responsabile del PD-Mondo. Auguri dalla Germania
A nome dei Circoli
PD Germania che rappresentiamo vogliamo esprimere la nostra soddisfazione per
la nomina del nuovo responsabile del Dipartimento degli italiani nel mondo,
Eugenio Marino, un dirigente di grande esperienza che conosce molto bene il
partito all’estero.
Con la nomina di
Marino e l’inserimento del Dipartimento degli italiani nel mondo tra le aree di
lavoro del Dipartimento Organizzazione del Partito Democratico (la cui
responsabilità è stata affidata a Nico Stumpo), il Partito dà prova tangibile
dell’importanza degli italiani residenti all’estero, toccati da una politica di
tagli indiscriminati ai servizi offerti alla comunità (corsi di lingua,
razionalizzazione della rete consolare, ecc.). Dialogo costruttivo per il
rilancio del PD in Germania e voglia di radicarsi ancora di più sul territorio
saranno punti salienti dei prossimi incontri.
A Eugenio Marino e
a Nico Stumpo vanno i nostri auguri di buon lavoro!
Matteo Neri
(Circolo PD Amburgo), Cristina Rizzotti (Circolo PD Stuttgart 1),
Michele Cristalli
(Coordinatore Circoli PD Süd-Baden), Eligio Losito (Circolo PD
Amburgo-Wilhelmsburg), Santo Vitellaro (Circolo PD Hannover), Valerio Binetti
(Circolo PD Lubecca), Salvatore Galluzzo (Circolo PD Pforzheim), Cocca Diodoro
(Circolo PD Kassel), Antonella di Cataldo (Circolo PD Lüdenscheid), Lucia
Spinello (Circolo PD Donaueschingen), Anna Bianca Imbriano (Circolo PD
Waldshut), Pino Maggio (Circolo PD Villingen Schwarzwald), Laura Garavini
(Circolo PD Berlino), Angelo Turano
(Circolo PD Metzingen), Giampietro Randazzo (Circolo PD Leonberg), Giovanni
Baruzzi (PD Stuttgart 1), Giorgio Pomillo (Circolo PD Aschaffenburg), Marina
Mannarini (Circolo PD Le Donne), Maurizio Singh (Circolo PD P. P. Pasolini)
De.it.press
PD-Estero: Eugenio Marino, la scelta giusta per ripartire
La nomina di
Eugenio Marino rappresenta la scelta giusta per far ripartire la Circoscrizione
Estero del PD, per ricostruire un percorso di unità, di coinvolgimento e di
concretezza operativa della quale c’è davvero bisogno. Così come fondamentale è
il riferimento al Dipartimento Organizzazione e al suo responsabile, Nico
Stumpo, un dirigente sensibile alle tematiche degli italiani all’estero, che ha
con dedizione e responsabilità accompagnato questo positivo percorso di
confronto e di ricostruzione della Circoscrizione Estero stessa. Sul passato,
segnato da scelte incomprensibili e burocratiche, e da sconfitte elettorali
alle politiche e alle europee assolutamente evitabili, non vale la pena soffermarsi.
Diciamo solo che occorre cambiare, radicalmente.
Il governo
Berlusconi sta aggredendo le strutture associative ed istituzionali degli
italiani all’estero, sta tagliando servizi e risorse. Sta tentando di
smantellare un patrimonio di saperi, di rappresentanze della italianità più
vera e più moderna, diffusa in tutti i continenti. Un patrimonio umano e
professionale positivamente contaminato dalle culture dei Paesi di ospitalità e
al tempo stesso legato e interessato all’Italia e al suo sviluppo economico e
civile. Oggi il nostro Paese è fortemente colpito dalla crisi economica, con il
Pil che crolla del 5%, le esportazioni del 20,7%, le importazioni del 22%
rispetto al 2008. Si taglia la ricerca, la scuola e l’università, non si
attivano politiche finalizzate alla modernizzazione del sistema produttivo e
istituzionale. Dentro questo scenario il contributo di persone da tempo
“globalizzate”, coinvolte nelle esperienze più innovative ai diversi livelli
dei sistemi produttivi, delle università, della ricerca nei Paesi di
accoglienza, potrebbe essere straordinario. Strategico. E invece il governo
Berlusconi fa l’esatto contrario, con la crisi che si acutizza, il lavoro che
si perde e le persone e le famiglie che si impoveriscono.
Abbiamo bisogno di
una Circoscrizione Estero del PD forte, unita e rafforzata dal suo pluralismo
di provenienze e di culture, capace di coordinare e mettere in comunicazione
tutti gli ambiti operativi, quello del partito, in Italia e all’estero, quello
parlamentare, quello associativo. Eugenio Marino è la persona giusta per questo
obbiettivo.
Conosce i
problemi, le tematiche e le persone attive nelle collettività all’estero e
nelle associazioni in Italia. E’ stato tra i protagonisti fondativi della
Circoscrizione Estero. Ora abbiamo la possibilità di ricostruire un quadro
certo, di coinvolgere e motivare tutti, ricostruendo fiducia, solidarietà e
solidità di intervento. Guardando avanti con senso di responsabilità e con
spirito unitario.
Luciano Neri, Nino
Randazzo, Anna Ruedeberg, Renato Turano, Giovanni Rapanà, Michele Cristalli,
Pietro Mariani, Maria Luisa Mendozzi, Francesco Rotundo, Nicole Focone, Rita
Blasioli, Emirano Colombo, Josè Mendez Zilli, Pat Nestico e Paolo Gianfelici. (de.it.press)
Radio Colonia. Il paese dei complotti
Sono oltre 50 anni
che nel Belpaese si punta il dito contro trame oscure ordite ai danni dell'una
o dell'altra parte politica. Nelle ultime settimane la musica non è cambiata.
Dalle rivelazioni di Ciancimino junior, al caso della escort Patrizia
d'Addario, alla foto di Antonio Di Pietro con lo 007 Contrada, da destra come
da sinistra si continua a gridare al complotto.
Burattinai,
manovratori senza scrupoli, orditori di trame e intrighi. Sembrano tutti usciti
dai romanzi per prender posto in Italia. Eh sì perché il Belpaese, da oltre 50
anni, è diventato patria del complotto. Si va dal "piano K", al
"piano Gelli", dal dossier Mitrokin a l'affare Telekom Serbia. Si
vedono trame oscure ovunque, dietro eventi drammatici, come dietro scandali a
luci rosse. Il settimanale Panorama da due settimane sbatte in copertina
Patrizia D'Addario, escort pugliese con cui il premier ha trascorso una notte
nella residenza romana di Palazzo Grazioli, titolando "il complotto".
Ci sarebbe una inchiesta della procura di Bari, infatti, volta ad accertare che
la "pupa" non sia stata manovrata da altri per screditare e
danneggiare l'immagine del premier dietro lauto compenso. Lei intanto nega
tutto. Ed è di questa settimana l'ultima deposizione di Massimo Ciancimino,
figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, defunto, su una presunta trattativa
tra Stato e mafia da cui sarebbe nata Forza Italia, il partito di Berlusconi.
Il centrodestra grida al complotto di certa magistratura per delegittimare l'azione
di un governo attivo in primis contro la criminalità organizzata. E infine da
destra come da sinistra, presunto complotto contro Antonio Di Pietro, l'ex
poliziotto e magistrato tutto d'un pezzo, oggi leader dell'Italia dei Valori,
politicamente, per molti scomodo. È spuntata fuori una foto che lo ritrae, nel
1992, in piena Tangentopoli, a pranzo con all'ex funzionario del Sisde Bruno
Contrada, nove giorni prima che Contrada fosse arrestato per concorso esterno
in associazione mafiosa. Intanto i cittadini sembrano stanchi di complotti
gridati, presunti o reali, e rivendicano un più significativo ruolo della
magistratura, anche nel far luce su questi casi. Ne abbiamo parlato col
giornalista Enrico Mentana.
Per ulteriori
informazioni ascolta il servizio di Elisa Esposito su Radio Colonia:
ed ascolta anche
l'intervista ad Enrico Mentana sempre in onda su RC del 14 febbraio http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/ital/2010/100214_complotti_int.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/ital/2010/100214_complotti_int.mp3 (RC, de.it.press)
La presenza italiana alla Biofach di Norimberga (17-20 febbraio)
Norimberga – Anche alla fiera mondiale del biologico di
Norimberga l’Italia si presenta da protagonista grazie alla tradizionale
organizzazione di stand collettivi realizzati dalle Associazioni, dalle Regioni
e dagli Organismi di Controllo. Su un totale di 2.500 espositori provenienti da
80 paesi, i produttori italiani rappresentano numericamente circa il 15% del
totale, al primo posto tra gli
espositori esteri e dopo quelli nazionali.
L’ICE, Istituto
nazionale per il Commercio Estero partecipa quest’anno con una nuova formula a
supporto di alcune regioni nell’ambito di specifici Accordi di Programma e con
un Punto Informativo per i produttori italiani e gli operatori esteri e di
contatto con la stampa estera all’interno dello Stand di Buonitalia al centro
di uno dei padiglioni dedicati all’Italia (Pad. 4 – Stand 228).
Per supportare il
sistema produttivo biologico nazionale nello sviluppo di contatti commerciali
con gli operatori esteri e nel marketing territoriale di alcuni distretti
produttivi orientati all’esportazione l’ICE collabora con FederBio, la
Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica, nella
pubblicizzazione della premiazione dei vincitori del Concorso BioCaseus 2010
che si terrà il giorno 17 febbraio alle ore 16.00 presso lo Stand di
Buonitalia.
Il giorno
successivo i produttori di formaggi biologici italiani partecipanti al concorso
avranno la possibilità, grazie ad incontri B2B organizzati dall’ICE di
Düsseldorf con operatori tedeschi, di presentare le proprie produzioni a
partire dalle ore 17.00.
Tra le
partecipazioni regionali di rilievo va segnala la collettiva della Regione
Calabria che presenta 12 produttori di olio d’oliva extravergine, pasta,
ortofrutta, formaggi, miele e dolciumi rappresentanti il paniere biologico
regionale. La collettiva regionale si trova all’interno del Pad. italiano 4
Stand 552. Con una superficie di oltre 83.000 ettari la Calabria occupa il
quinto posto tra le regioni italiane a vocazione biologica. Quasi la metà della
superficie agricola regionale coltivata biologicamente è dedicata
all’olivicoltura.
Altra Regione
italiana caratteristica nel panorama biologico è l’Abruzzo che vanta un
patrimonio inestimabile di parchi nazionali ed aree protette che coprono il 30%
dell’intero territorio regionale. L’Abruzzo presenta alla Biofach sei
produttori di miele, olio extravergine d’oliva, prosciutti vegetali, succo di
carota e prodotti ittici nel Pad. 9 – Stand 267 e tre produttori di vino più
l’Enoteca Regionale d’Abruzzo nel Pad. 4A - Stand 430. A sostegno della
partecipazione collettiva regionale è stata implementata dall’ICE un’azione
pubblicitaria in fiera con i motivi fotografici dei territori naturali
abruzzesi. Per valorizzare ulteriormente la presenza delle aziende abruzzesi a
Norimberga ed in particolare dell’enoteca regionale d’Abruzzo sarà in visita
alla fiera l’Assessore regionale alle Politiche agricole e di Sviluppo rurale
Mauro Febbo.
L’azione
dell’Istituto a favore dell’internazionalizzazione e della valorizzazione della
produzione biologica regionale italiana poggia sulla piattaforma online
“Catalogo Italia Biologica” sito web www.biofach.italtrade.com, quest’anno
rinnovato nella grafica istituzionale con la nuova brand identity ICE – ITALIA.
Anche alla fiera
mondiale del biologico di Norimberga così come già avvenuto in occasione della
Fruitlogistica di Berlino l’italianità si declinerà con regionalità. Un
concetto di tendenza nel commercio alimentare in Germania che ha accolto la
nuova domanda del consumatore tedesco e che in Italia è oramai una tradizione
consolidata. Concetto che viene associato a sostenibilità, criterio anch’esso
espressione di una nuova sensibilità del consumatore moderno attento alle
modificazioni climatiche ed ambientali.
I prodotti
biologici italiani sono per intero rappresentati alla Biofach di Norimberga
oltre che grazie all’impegno profuso dalle istituzioni territoriali locali
anche dalle associazioni di settore quali l’AIAB nel Pad. 1 e 4, CCPB Consorzio
per il Controllo dei Prodotti Biologici nel Pad. 4, l’ICEA, Suolo e Salute
nonché l’UNAPROL che organizzano gruppi collettivi di produttori associati
sempre nel Pad. 4. Tra le collettive territoriali più significative oltre a
quelle con cui l’ICE realizza specifici piani di comunicazione vanno citate le
Regioni Lazio, Puglia, Campania, Marche,
Sicilia e Toscana.
Va inoltre citata
la presenza fondamentale di un altro territorio italiano importante per il
mercato tedesco delle mele, l’Alto Adige con cui l’Istituto realizza da anni
piani di comunicazione sulle specialità alto atesine e nello specifico settore
del biologico in occasione della Biofach. La collettiva dell’Alto Adige con i
produttori di mele, pere, erbe e pane biologici espone nel Pad. 5 – Stand 260.
L’importanza
dell’Italia biologica nel contesto internazionale si basa sulla consistenza di
una superficie agricola coltivata con i criteri previsti dalla norma europea
che ha raggiunto nel 2008 una dimensione di oltre 1 milione di ettari pari a
quasi l’8% dell’intera superficie agricola nazionale. La Regione che detiene la
quota più elevata è la Sicilia che nel 2008 ha dedicato 218.647 ettari al
biologico. Il comparto che ha registrato nel 2008 la quota di superficie
biologica più ampia è stato quello dei cereali, seguono le coltivazioni per il
pascolo e l’alimentazione animale, quelle per la coltivazione dell’olivo,
dell’uva e degli ortaggi. Importanti inoltre le superfici dedicate alla
coltivazione delle piante da frutto e degli agrumi.
La Germania, con
quasi 6 miliardi di € fatturati nel 2009 è il 2° mercato mondiale per il
biologico. L’Italia si colloca per consumo al 5° posto dopo la Francia e la
Gran Bretagna con un fatturato che nel 2008 ha raggiunto 1,8 miliardi di €. La
superficie agricola tedesca coltivata biologicamente ha raggiunto nel 2008
907.786 ettari pari ad una quota del 5,4% sul totale nazionale. Anche nel
comparto del biologico la Germania importa soprattutto prodotti alimentari di
origine vegetale. Tra le tipologie di prodotto biologico va segnalata la
crescita del consumo di vino che ha raggiunto il rango della versione
convenzionale tanto che oggi il consumatore tedesco ha nel momento
dell’acquisto l’imbarazzo della scelta. Il potenziale del biologico in Germania
si aggira a medio termine intorno ai 13 miliardi di €.
Sul principale
mercato di esportazione dei prodotti alimentari convenzionali italiani, la
Germania, la posizione del biologico italiano dovrebbe essere altrettanto
elevata come nel settore tradizionale. È necessario però migliorare l’immagine
del biologico italiano sotto l’aspetto della sicurezza attraverso una
cooperazione con gli enti di certificazione tedeschi. È necessario inoltre
migliorare l’aggregazione dell’offerta aziendale attraverso strutture
commerciali di coordinamento della produzione scegliendo anche la via delle
private label delle catene specializzate tedesche.
Il programma
completo delle manifestazioni e ulteriori informazioni sull’attività ICE sono
reperibili sul sito www.biofach.italtrade.com (Ice, de.it.press)
Berlino. Il 27 febbraio a Convegno le Donne Italiane in Germania
Berlino - Si terrà
a Berlino, il prossimo 27 febbraio, il terzo incontro organizzato dal
Coordinamento Donne Italiane (www.donneitaliane.eu) sul tema "Donne
Italiane in Germania: riprendere il filo". Obiettivo del convegno, al
quale prenderanno parte, tra gli altri, la deputata del PD eletta nella
Circoscrizione Europa, Laura Garavini e l’ambasciatore d'Italia in Germania,
Michele Valensise, quello di confrontarsi sulle tematiche riguardanti il
significato della nascita di un Coordinamento Nazionale di Donne italiane in
Germania e, in particolare, di porre le basi concrete alla Costituzione di un
Coordinamento Nazionale.
L’incontro si
svolgerà dalle ore 10 alle 18 nella sede della Friedrich Erbert Stiftung
(Hiroshimastr.17) alla presenza di altri ospiti quali le due esperti di
migrazioni: Edith Pichler della Freie Universität Berlin che parlerà degli
"Aspetti e trasformazioni della comunità femminile italiana in
Germania" e Chiara Saraceno dell’Università di Torino che sul tema
"La parità difficile: le donne nella società italiana contemporanea".
Non mancheranno gli interventi di Bettina Luise Rürup, Leiterin Forum Politik
und Gesellschaft Friedrich-Ebert-Stiftung, della parlamentare tedesca Eva Högl,
e della presidente del Coordinamento donne italiane di Francoforte, Liana
Novelli-Glaab. (aise)
Le settimane internazionali contro il razzismo 2010
Il 21 marzo è la
»Giornata Internazionale per l’eliminazione delle discrimazioni razziali« delle
Nazioni Unite e ricorda il »massacro di Sharpville«, avvenuto il 21 marzo del
1960 ed in cui la polizia sudafricana uccise 69 manifestanti pacifici nella
township di Sharperville.
Ogni anno in
Germania ed in Europa si svolgono migliaia di manifestazioni nell’ambito delle
settimane internazionali contro il razzismo, con le quali si intende dare dei
segnali contro il razzismo e la xenofobia e per una società pacifica,
tollerante
e aperta.
Il razzismo ha
molti volti. Il razzismo non mira soltanto alla provenienza e al colore della
pelle ... ma anche alle religioni, culture, visioni ideologiche, identità
sessuali, il sesso, le inabilità o l’età. Il razzismo non è un fenomeno lontano
da noi, che avviene solo in posti diversi dai nostri ... ma è invece una realtà
di ogni giorno anche da noi in Germania ed in Europa.
Il razzismo non viene praticato solo dagli
»altri« ... ma anche noi non siamo liberi da pregiudizi e risentimenti verso le
altre person e gruppi sociali.
Il razzismo
avviene ogni giorno: ad un uomo di colore viene negata l’iscrizione in una
palestra, una disabile in sedia a rotelle viene attaccata da neonazisti, una
persona con cognome straniero che cerca casa non ottiene un appuntamento per
visionare una casa, il passeggino posto nell’androne delle scale di una casa
abitata da una famiglia irachena viene incendiato, una ragazza islamica non
viene invitata ad un colloquio per un posto di lavoro a causa del velo da lei
indossato.
Il razzismo
ferisce. Le vittime del razzismo non vengono visti come individui, ma soltanto
come membri di un gruppo (»i neri«, »gli ebrei«, »gli islamici«, »gli
stranieri«). Essi vengono automaticamente considerati come estranei e non
appartenenti al proprio gruppo e non possono partecipare in modo paritario alla
società. Alle vittime viene spesso rimproverato di essere loro stesse, con i
loro comportamenti, ad essere corresponsabili degli attacchi razzisti.
Diventare attivi
contro il razzismo. Ogni impegno personale è in grado di cambiare qualcosa! La
invitiamo ad usare le varie opportunità per diventare attivi contro il razzismo
e la xenofobia. Nei materiali sulle Settimane Internazionali contro il Razzismo
il Consiglio Interculturale fornisce molti esempi e consigli per la
realizzazione delle vostre attività. CI, de.it.press
Firenza - Si tiene
il 19 febbraio a Firenze il convegno "La terza identità - i migranti tra
patrie d’origine e Paesi d’arrivo", organizzato dall’Assessorato alle
Politiche Sociali della Provincia di Firenze in collaborazione con il Gabinetto
Scientifico Letterario G.P. Vieusseux. L’incontro, che inizierà allo ore 9.30 a
Palazzo Medici Riccardi, vuole essere occasione di approfondimento e di
dibattito sul fenomeno dei migranti non tanto e non solo in relazione alle sue
drammatiche contingenze, ma riportando la questione ai suoi aspetti di costante
specifica delle vicende dei popoli, in particolare nell’area geografica del
mediterraneo, e riflettendo soprattutto su quegli elementi etici,
antropologici, giuridici e religiosi che possono costituire il fondamento
profondo di una cultura di accoglienza e di autentica integrazione. Il convegno
si inserisce inoltre all’interno della campagna contro le discriminazioni
promossa dalla Provincia di Firenze dal titolo "Libertè, Fraternitè,
Differenza", che ha preso il via il 15 gennaio scorso nel territorio
fiorentino.
I lavori,
coordinati in mattinata dal presidente del gabinetto scientifico letterario
G.P. Vieusseux, Enzo Cheli, prenderanno il via alle 9.30 con l’intervento del
presidente della provincia di Firenze, Andrea Barducci, e di Alessia Ballini,
assessore provinciale alle politiche sociali. A seguire la relazione di Luigi
Luca Cavalli Sforza su "La Grande Migrazione", di Eva Cantarella su
"Le migrazioni nei miti di fondazione greci e romani" e di Enrico
Chiavacci sul tema "Accoglienza e fede. E chi è il prossimo?".
Nel pomeriggio i lavori
riprenderanno alle 15.30 con Massimo Livi Bacci che illustrerà i
"Fondamenti per una nuova politica migratoria". A parlare di
"diritto di asilo come diritto umano dei migranti" sarà quindi
Riccardo Pisillo Mazzeschi mentre Cecilia Corsi affronterà il tema "lo
straniero fra integrazione ed estraneità". L’’ultimo intervento del
convegno, "Tra Obama e Rosarno" è affidato ed Enrico Deaglio.
(aise)
Riforma Comites e Cgie: prime indicazioni
Ecco un breve
sommario delle proposte di cambiamento per Comites e Cgie che sono riassunte
nel testo coordinato (ancora una bozza) presentato al Senato. Ricordiamo che
sono diversi gli emendamenti al testo presentati da parlamentari di tutte le
forze politiche - di Marco Zacchera, deputato PdL, presidente del Comitato per
le questioni degli italiani all'estero alla Camera
E' stato
presentato al Senato un testo coordinato - ancora in bozza - per la riforma dei
Comites e del CGIE che raccoglie le indicazioni di numerose proposte di legge
avanzate da senatori di diversi partiti. Il testo, una volta licenziato dalla
Commissione Esteri, passerà in aula e di qui alla Camera. Ecco qui di seguito un breve sommario delle
proposte di cambiamento che vi sono riassunte, sottolineando che si tratta solo
- per ora - di una bozza di lavoro.
INIZIATO L’ITER
PER LA RIFORMA DEI COMITES E DEL CGIE - La Commissione Affari esteri del Senato
ha iniziato nell'aprile dello scorso anno, in sede di comitato ristretto,
l'esame congiunto di alcuni disegni di legge sulla riforma della rappresentanza
dei cittadini italiani residenti all'estero. Dopo una serie di sedute ed
audizioni, il relatore, sen. Tofani, ha presentato il 15 dicembre 2009 in sede
di Commissione plenaria un testo unificato, adottato come testo base, sul quale
è stato fissato per il 3 febbraio 2010 il termine per la presentazione degli
emendamenti.
Il testo unificato
affronta unitariamente tanto la disciplina dei Comitati degli italiani all'estero
quanto quella del Consiglio generale degli italiani all'estero, prevedendo
quindi l'abrogazione della vigente normativa recata dalla legge n. 286 del 2003
e dalla legge n. 368 del 1989.
COMITES - La prima
parte del ddl (artt.1-23) disciplina i Comitati degli italiani all'estero. Si
individuano a livello continentale (art. 1) differenti soglie minime di
consistenza delle collettività italiane nelle singole circoscrizioni consolari,
necessarie per procedere alla formazione dei Comitati. In particolare si
prevedono 20 mila residenti per l'Europa, 15 mila per le Americhe, 10 mila per
l'Asia e l'Oceania e 5 mila per l'Africa, a fronte dei 3 mila previsti in tutti
i casi dalla normativa vigente. La rappresentanza delle comunità più piccole
continua ad essere assicurata mediante il sistema dei Comitati non elettivi
(art. 2). Per l'individuazione delle sedi dei Comitati si rinvia a un
successivo decreto ministeriale (art. 3).
LE FUNZIONI - Sono
ridefiniti (art. 4) le funzioni e i compiti dei Comitati prevedendo, tra
l'altro, la redazione di una relazione annuale per dare conto degli interventi
effettuati dalle autorità ed enti italiani a favore della collettività italiana
nel territorio di riferimento e dello stato della stessa collettività. La
relazione è sottoposta al Capo della rappresentanza diplomatica locale, il
quale deve rispondere agli eventuali quesiti in essa contenuti.
INTERCOMITES - In
ciascun Paese in cui è formato più di un Comitato, è prevista l'istituzione
(art. 5) di un Comitato dei Presidenti, denominato Intercomites in cui
ciascun Comitato è rappresentato, oltre che dal presidente, da un
rappresentante della minoranza. Alle riunioni dell'Intercomites partecipano
anche il capo della rappresentanza diplomatica e i capi degli uffici consolari,
e possono partecipare i parlamentari italiani.
LA COMPOSIZIONE - La
consistenza numerica dei Comitati (art. 7) varia da 9 a 18 membri, in relazione
alla dimensione della comunità italiana di riferimento, prevedendo, rispetto
alla normativa vigente, una riduzione di tre componenti per le collettività
inferiori ai 50 mila residenti. La durata in carica dei componenti (art. 9) è
di 5 anni, con una sola possibilità di rielezione, rispetto alle due attuali,
ed è prevista la decadenza dalla carica in caso di mancata partecipazione non
giustificata ai lavori del Comitato per tre sedute consecutive.
Possono
partecipare ai Comitati, per cooptazione e su designazione degli ambasciatori,
cittadini stranieri di origine italiana che hanno contribuito a conferire particolare
prestigio alla comunità italiana (art. 10).
LE INNOVAZIONI - Tra
le innovazioni che riguardano il sistema elettorale per l'elezione dei Comitati
(artt. 12-19) le più significative appaiono il collegamento di ogni lista ad un
candidato presidente e l'attribuzione della metà più uno dei seggi alla lista
che ottiene più voti, con la ripartizione dei seggi restanti alle altre liste
con il metodo d'Hondt.
Ciascun Comitato
elegge al proprio interno un esecutivo (art. 21) di cui fanno parte due vice presidenti,
di cui uno rappresentativo della minoranza all'interno del Comitato
stesso. Alle sedute del Comitato possano partecipare, senza diritto di voto, i
parlamentari italiani (art. 22).
CGIE La seconda
parte della proposta di testo unificato (artt. 24-35) riguarda la disciplina
del Consiglio degli italiani all'estero che dovrebbe sostituire l'attuale
Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE). La nuova normativa,
secondo quanto affermato dal relatore, intende tenere conto dell'introduzione del
sistema di rappresentanza parlamentare degli italiani residenti nella
circoscrizione Estero.
IL NUOVO CONSIGLIO
- Il nuovo Consiglio, definito organo di
raccordo tra le comunità italiane all'estero in esso rappresentate e le
Autorità nazionali centrali e regionali, è composto da 82 membri; ne fanno
parte di diritto i presidenti degli Intercomites di ciascun Paese ovvero, nei
Paesi in cui esiste un solo Comitato, il presidente dello stesso, i presidenti
o gli assessori con delega all'emigrazione delle Regioni e delle Province
autonome, nonché i presidenti dell'ANCI e dell'UPI. I rimanenti membri del
Consiglio sono eletti dagli Intercomites, proporzionalmente tra i Paesi dove
risiedono le comunità più numerose, con modalità da determinarsi con il regolamento
d'attuazione (artt. 24-25).
LA SITUAZIONE
ATTUALE - Attualmente il CGIE è composto da 94 membri dei quali 65 eletti da
una assemblea formata per ciascun Paese dai componenti dei COMITES e da una
quota variabile di rappresentanti delle associazioni delle comunità italiane e
29 nominati con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, tra i quali
10 dalle associazioni nazionali dell'emigrazione, 7 dai partiti che hanno
rappresentanza parlamentare e 9 dalle confederazioni sindacali e dai patronati maggiormente
rappresentativi sul piano nazionale.
I COMPITI DEL
CONSIGLIO - I compiti del nuovo Consiglio appaiono più limitati di quelli del
CGIE; secondo il testo unificato (art. 26) esso approva annualmente una
relazione programmatica che rileva le criticità emerse durante l'anno con
riferimento alle comunità italiane all'estero e una relazione consuntiva che
esamina, sulla base degli interventi legislativi ed amministrativi, gli
obiettivi realizzati. Le relazioni sono trasmesse a tutti i parlamentari eletti
nella circoscrizione Estero. Il Consiglio può inoltre formulare ai parlamentari
proposte, atti di indirizzo e raccomandazioni in merito alle politiche in
favore delle comunità italiane all'estero e collabora a realizzare il
coordinamento delle politiche promosse dalle Regioni in favore delle comunità
italiane all'estero.
Diversamente dal
CGIE, che è presieduto dal Ministro degli affari esteri, per il nuovo Consiglio
si prevede un presidente eletto al proprio interno, tra i componenti che
rappresentano le comunità italiane all'estero (art. 27). Rimane immutata la
disposizione che prevede la facoltà per i Presidenti delle due Camere di
designare fino a sette parlamentari appartenenti alle Commissioni permanenti
competenti per materia per partecipare ai lavori del Consiglio con solo diritto
di parola (art. 32, co. 3). Italia chiama Italia 15
Dalla Toscana nuovi fondi per favorire l’integrazione degli immigrati
Roma -
"Quando si parla di inclusione la scuola è un terreno privilegiato perché
a scuola che si formano i cittadini di domani e anche perché, attraverso i
ragazzi, possiamo raggiungere le famiglie, aiutandone l'integrazione. Da oggi
dirigenti, insegnanti, personale delle segreterie e operatori della scuola
saranno più attrezzati a fronteggiare i problemi posti dalla diversità fra
culture e avranno presto a disposizione strumenti per operare concretamente per
l'integrazione e l'inclusione degli alunni stranieri". Così l'assessore
all'istruzione, formazione e lavoro della Toscana, Gianfranco Simoncini, spiega
i tre progetti rivolti al personale scolastico regionale che si articoleranno
capillarmente sul territorio e saranno finanziati dalla Regione che ha
stanziato, per questo, 1 milione e 248mila euro.
Il progetto
coinvolgerà direttamente circa 2500 fra insegnanti e operatori della scuola. Ma
ad essere coinvolti indirettamente saranno molti di più.
È la prima
iniziativa del genere a livello nazionale quella che parte nei prossimi giorni
con la pubblicazione dei tre progetti vincitori del bando per l'attività
2009-2010. Comincia così la fase più impegnativa del complesso di iniziative
previste dalla delibera della Regione "Per una scuola antirazzista e
dell'inclusione", che prevede fra l'altro l'adozione, da parte delle scuole,
di un piano di gestione delle diversità che dovrà identificare criticità e
obiettivi di sviluppo interculturale all'interno di ciascun istituto.
La delibera
approvata nel luglio 2008 in occasione del meeting antirazzista di San Rossore
si inserisce nella più generale attività del la Regione per il Giorno della
memoria che in realtà, in Toscana, dura tutto l'anno, coinvolgendo le scuole in
numerose iniziative rivolte agli insegnanti e agli studenti.
La formazione del
personale, a cominciare dagli insegnanti, è essenziale per dare gli strumenti
educativi necessari a realizzare l'inclusione e a impedire l'affermarsi di una
cultura e comportamenti razzisti.
Grazie alla
delibera a le scuole toscane già da due anni hanno inserito all’interno del
proprio piano dell’offerta formativa iniziative di educazione alla
cittadinanza, ispirate ai valori della comprensione, dell’accoglienza e dello
scambio fra culture. La delibera sfrutta la possibilità offerta alle Regioni di
dettare indirizzi per il 20% del monte orario obbligatorio.
I progetti che
prenderanno il via nelle prossime settimane nelle scuole toscane sono tre, una
per ciascuna macro-area. A realizzarli sono i vincitori del bando di gara
pubblicato dalla Regione: si tratta di tre soggetti nati dalla collaborazione
fra università, scuole, associazioni, onlus, agenzie formative.
Nell'area di
Firenze, Prato, Pistoia ed Empolese val d'Elsa (Uguali ma diversi) si punta a
coinvolgere le scuole del territorio, dalla scuola dell'infanzia alle
superiori, in una serie di moduli tematici e un corso di perfezionamento post
laurea e nello scambio di buone prassi con enti internazionali. Nel Sud della
Toscana (Arezzo, Siena, Grosseto) partirà il progetto ("Uguaglianza,
diversità, comunità") che punta a coinvolgere tutte le scuole del territorio
attraverso la stesura dei piani di gestione delle diversità. Nel territorio
costiero (Livorno, Lucca, Pisa, Massa Carrara e val di Cornia) ("La scuola
di tutti: pluralismo, intercultura, inclusione") si propone di ridurre
l'insuccesso scolastico degli alunni stranieri nelle scuole del territorio.
(aise)
Il blog "La Fuga dei Talenti" lancia una nuova iniziativa:
"Cambio Generazionale"
ROMA - "La
Fuga dei Talenti" - (http://fugadeitalenti.wordpress.com) – blog che in
questo suo primo anno di vita ha tagliato il traguardo dei 50mila contatti
unici, lancia da oggi una nuova iniziativa: "Cambio Generazionale".
Dopo aver raccontato per dodici mesi le storie dei giovani professionisti che
hanno lasciato l’Italia per affermarsi professionalmente, ottenendo - tra le
altre - una recensione sull’autorevole quotidiano francese "Le Monde"
(articolo "L'Italie voit un signe de "déclin" dans
l'expatriation de ses jeunes diplômés", pubblicato il 25 dicembre scorso),
"La Fuga dei Talenti" chiama in causa i giovani espatriati fuggiti
dall’Italia e quelli che invece ancora vi resistono. Magari con la tentazione
di andarsene.
Da oggi sul blog
campeggiano due domande. La prima ancora rivolta ai "talenti in
Fuga": cosa deve cambiare, in concreto, perché tu possa tornare in Italia?
La seconda ai
"talenti (ancora) in Italia": cosa deve cambiare, in concreto, perché
tu possa restare con convinzione qui?
L’iniziativa
"Cambio Generazionale" – spiegano dal blog – intende identificare con
chiarezza, mediante l’aiuto delle giovani generazioni, quei problemi
strutturali che affliggono il Paese e che impediscono all’Italia un reale
ricambio della propria classe dirigente, "parcheggiando" i giovani in
lavori precari e al margine dei processi decisionali. Per partecipare
all’iniziativa è sufficiente inviare il proprio contributo a: cambiogenerazionale@gmail.com.
(aise)
Scontro Libia/Europa. L'Italia deve scendere in campo
Probabilmente non
sapremo mai con esattezza tutti i retroscena di questo nuovo scontro
svizzero-libico che si sta trasformando in uno scontro tra Libia e Europa.
Un braccio di
ferro dai contorni e dalle conseguenze imprevedibili. La notizia, data ieri dal
quotidiano libico on line «Oea» è infatti di quelle alle quali a prima vista si
stenta a credere: il governo libico rifiuterà d'ora in poi il visto di ingresso
in Libia ai cittadini di tutti quei Paesi che appartengono alla cosiddetta
«area Schengen» cioè di tutti quei Paesi in cui si circola liberamente in
Europa senza necessità di esibire un passaporto. Si tratta, come sappiamo, di
gran parte ma non di tutti i Paesi dell’Unione Europea; la Gran Bretagna, per
esempio, non ne fa parte. E ciò vuol dire che un cittadino inglese potrebbe
avere un visto di ingresso in Libia, ma non un francese, non un italiano, non
un tedesco e così via. Un provvedimento, ha chiarito l'organo di informazione
libico, preso come ritorsione alla disposizione che sarebbe stata adottata
dalle autorità di Berna (ma che queste non confermano) di negare l'ingresso in
Svizzera a circa 188 cittadini libici.
Le controversie
tra Libia e Svizzera non nascono oggi. L'episodio più clamoroso si ebbe circa
un anno e mezzo fa, quando il figlio di Gheddafi, Hannibal e sua moglie, furono
arrestati dalla polizia elvetica in un grande albergo ginevrino a seguito di
una denuncia per maltrattamenti presentata da due persone che erano al loro
servizio. Dopo 48 ore la coppia fu liberata e poté lasciare il Paese. La cosa
suscitò però una durissima reazione di Gheddafi che ritirò subito importanti
somme depositate nelle banche svizzere - si parla di 5 miliardi di euro - e di
fatto sequestrò con ragioni pretestuose due uomini d'affari elvetici che si
trovavano a Tripoli. Lo stesso Presidente della Confederazione Elvetica fu
costretto ad andare di persona a Tripoli per cercare di rimettere i rapporti
tra i due Paesi sui binari della normalità ma riuscendovi solo in parte: quella
singolare visita di scusa fu anzi vista con stupore dalla stampa e
dall'opinione pubblica elvetica e fu giudicata una gratuita umiliazione del
capo di Stato da parte di un bizzarro e intemperante dittatore.
Ora però questo
contenzioso svizzero-libico fa un salto di qualità ed esce dall’ambito
bilaterale per investire l'Europa. La giustificazione addotta dai libici è che
i Paesi europei seguono criteri restrittivi nella concessione dei visti ai lori
cittadini e che quindi, nella sostanza anche se non nella forma, finiscono con
allinearsi alle discriminazioni operate dagli svizzeri. Difficile è dire come
tutto questo andrà a finire, perché ciò che, da vicino o da lontano, riguarda
Gheddafi ha un evidente carattere di imprevedibilità. Se il provvedimento verrà
mantenuto e agli europei verrà effettivamente negato l'accesso, come sembra sia
in parte già avvenuto all'aeroporto di Tripoli nella serata di domenica, la
cosa non potrà non ripercuotersi molto negativamente sui rapporti economici e
finanziari che l'Europa ha con la Libia.
La Farnesina ha
intanto fatto sapere che intende investire della questione i ministri degli
Esteri Europei quando si riuniranno la prossima settimana a Bruxelles. E non
c'è dubbio che l'Italia sia tra tutti la più esposta in questa vicenda. Esposta
perché i nostri interessi in Libia hanno dimensioni che superano quelle dei
nostri maggiori partners, perché l'apporto libico nel controllo
dell’emigrazione clandestina resta per noi essenziale ed è di appena pochi mesi
fa la positiva definizione di una lunga controversia tra i nostri due Paesi con
l'impegno, tra l'altro, della costruzione da parte italiana di una strada
litoranea in Libia dalla frontiera tunisina a quella egiziana. Ma soprattutto
esposta perché nella recente visita di Gheddafi a Roma, il presidente
Berlusconi ha voluto anche personalmente dare una solennità e un calore quali
si riservano solo ai veri amici. Trincerarsi dietro le future decisioni
dell’Europa è formalmente corretto ma è difficile che ci si possa sottrarre,
visti i precedenti, dall’esercitare un nostro specifico ruolo. Sappiamo per
esperienza in che acque agitate ci si muove quando si tratta con la Libia: non
è stato facile in passato sul piano bilaterale e ancor meno lo sarebbe con gli
occhi della Svizzera e dell'Unione Europea puntati addosso. Questa improvvisa
tegola libica potrebbe essere una notevole sfida per esercitare i talenti della
nostra diplomazia. BORIS BIANCHERI LS 16
La crisi di Atene ridisegna l’UE. La sovranita’ in movimento
La crisi greca
durerà a lungo, e a lungo la studieremo. Il suo esito trasformerà l'Unione
europea. Sue poste sono, più che la finanza e la stabilità, la sovranità e la
democrazia: non in Grecia solamente, ma in ogni Paese e nell'Ue in quanto tale.
La dichiarazione
emessa l'11 febbraio dai Capi di Stato o di governo è un lapidario concentrato
di antinomie: responsabilità comune, ma doveri degli Stati; misure già decise
da Atene, ma altre che la Commissione proporrà; azione «determinata e
coordinata » dei Paesi dell'euro, ma nessuna richiesta greca di sostegno
finanziario; riferimento al Fondo monetario internazionale, ma per far capire
che non sarà esso a intervenire. Il Financial Times parla con malumore di
«ibrido maldestro», ma le antinomie sono coerenti, anche se dirompenti: la
Grecia non è più unica sovrana in casa sua, il sovrano europeo è entrato nei
suoi confini e con essa governerà. La Grecia va sostenuta, ma non riceverà
regali.
A malincuore
l'Unione ha accettato di essere il sovrano capace, ma è ben conscia che il
sovrano legittimo risiede per convenzione ad Atene. Questo ha riconosciuto la
propria impotenza, ma deve rendere legittime le misure che la situazione impone
e assumersene la paternità. La democrazia obbliga Papandreu a fare accettare
l'austerità a quello stesso popolo sovrano che solo pochi mesi fa aveva
blandito con promesse impossibili.
Ma nello sfondo vi
sono un altro sovrano e altri «elettori »: un mercato, che ha la forza di
travolgere una nazione quando sente l'odore del sangue e quella di esaltarla
quando è inebriato dall'euforia. E’ un sovrano senza legittimità politica e
spesso senza saggezza economica; bestia che però solo un sovrano economicamente
più saggio e politicamente forte può domare. Il governo greco non è stato
all'altezza; ora ci prova l'Unione.
Negli anni '80 e
'90 economisti illustri sconsigliavano l'euro perché «senza unione politica non
può esserci moneta unica»; i governi volevano l'euro come passo verso l'unione
politica. Conclusioni opposte tratte da una stessa verità.
Anni fa parlai di
«euro, una moneta senza Stato» per segnalare l'anomala condizione in cui
operava la Banca centrale europea e il pericolo di compiacersene. La storia si
muove zoppicando nelle contraddizioni, ma alla lunga deve ricongiungere moneta
e Stato: non come Leviatano centralizzato dentro e arcigno fuori, secondo il
nazionalismo giacobino; ma come «organizzazione potestativa sovrana dotata di
poteri coercitivi», secondo Sartori.
Per vent'anni lo
spazio tra moneta e Stato europeo è rimasto aperto, anzi si è allargato. Ma
quando la crisi, invece di un'impresa o una banca, ha colpito un Paese e
minacciato l'euro si è cominciato a capire che non si poteva più fare a meno
dello «Stato dell'euro». La Germania ha capito che non aveva alcun senso
intervenire per una Landesbank o un impianto della Opel e considerare cosa
altrui il debito greco.
Per secoli i
confini del potere sovrano furono tracciati da guerre e matrimoni dinastici.
Ora intervengono il mercato e la politica.
Tommaso
Padoa-Schioppa CdS 15
Banche, no della Ue a Obama. "Non è in linea con i principi del
mercato"
I ministri delle
Finanze dell'Unione Europea si oppongono alla 'Volcker Rule'
In una bozza di un
documento esaminato in questi giorni si esprime "preoccupazione"
NEW YORK - I
ministri delle Finanze dell'Unione Europea sono uniti nell'opporsi alla
proposta del presidente americano Barack Obama per imporre nuovi limiti alla
taglia e alle prese di rischio delle banche, ritenendo che l'applicazione della
'Volcker Rule' in Europa potrebbe non essere in linea con gli attuali principi
del mercato interno. Lo riporta l'agenzia di stampa Bloomberg citando una bozza
di documento che potrebbe essere ratificata al termine della due giorni di
lavori iniziata oggi a Bruxelles.
Nel documento i
ministri delle Finanze esprimono la propria "preoccupazione per
l'applicazione della Volcker in Europa. Ogni scelta politica dovrebbe evitare
di spingere i rischi in altre parti del sistema finanziario". La
resistenza alla proposta Obama mostra le divisioni politiche esistenti su come
rivedere le regole del sistema bancario per prevenire il ripetersi di crisi che
costringano i contribuenti a salvare il sistema finanziario.
La bozza di
documento, datata 10 febbraio, è stata preparata da rappresentanti dei
ministeri delle Finanze europei, dalla Banca Centrale Europea e dalla Commissione
Europea. Si tratta di un documento di 3 pagine in cui viene anche considerata
la proposta di una tassa di stabilità sulle banche e la creazione di fondi
nazionali o pan-europei per futuri salvataggi. S'intitola 'Issue note on the most recent proposals of
the Us Administration in respect of Systemically Important Financial
Insititutions and the introduction of a financial crisis responsability fee'.
Alla fine di
gennaio Obama ha proposto nuovi paletti per le banche, così che queste non
potessero diventare troppo grandi da non poter fallire e non si esponessero in
futuro a rischi eccessivi. La proposta prevede infatti limiti anche al
proprietary trading, ovvero la negoziazione di titoli per conto proprio, oltre
al divieto delle banche di controllare hedge fund.
A Davos il
presidente francese, Nicolas Sarkozy, aveva lanciato un messaggio di sostegno
al piano di Obama per le banche, ponendo però l'accento sulla necessità che gli
Usa non si muovano da soli. Mentre il cancelliere dello scacchiere britannico,
Alistair Darling, ha frenato sul piano Obama, affermando che le misure
ipotizzate dal presidente Usa non avrebbero evitato la crisi finanziaria
globale, e oltretutto rischiano di minare l'intesa internazionale raggiunta dal
G20.
Il documento si
sofferma anche su un'eventuale tassa di responsabilità sulle banche. I ministri
finanziari e i governatori delle banche centrali del G7 si sono detti d'accordo
sul fatto che le banche condividano i costi della crisi. Ogni eventuale tassa
sulle banche - hanno sottolineato i ministri - dovrà essere coordinata a
livello internazionale e non penalizzarà la ripresa. LR 15
Narducci (PD): Inaccettabile il comportamento libico
“Le ritorsioni
libiche nei confronti della Svizzera fanno saltare le buone intenzioni di cooperazione
tra Libia e Italia enfatizzate da Berlusconi” lo afferma il Vicepresidente
della Commissione affari esteri Franco Narducci in seguito alle notizie
inerenti la sospensione dei visti Schengen da parte libica che hanno portato al
blocco di circa una ventina di connazionali Italiani all'aeroporto di Tripoli.
Le tensioni tra
Tripoli e Berna si sono accese con il fermo in Svizzera, nel luglio del 2008,
del figlio del Colonnello, Hannibal, e della moglie, a seguito di una denuncia
per maltrattamenti subiti da due domestici.
“Tra le
ingiustificate ritorsioni libiche - sottolinea Narducci - risulta inaccettabile
il fermo forzato di due uomini d'affari svizzeri, arrestati con futili
motivazioni, mentre è a tutti evidente che si tratta di una ritorsione legata
ai summenzionati fatti di Ginevra. Purtroppo non sono valsi appelli di ogni
genere e tentativi negoziali amichevoli per riportare i due uomini d’affari
alle rispettive famiglie”.
“Non possiamo
tollerare - conclude Narducci - che la Libia impedisca ingiustamente l’ingresso
sul suo territorio di cittadini europei ed italiani dopo aver espresso
intenzioni di aperture commerciali ed aver firmato accordi di partnership con
il Governo Berlusconi”. De.it.press
Iran, l'allarme di Hillary Clinton. "Va verso una dittatura
militare"
Il segretario di
Stato parla agli studenti arabi riuniti al campus di Carnegie Mellon, in Qatar
- "Crediamo che il governo iraniano sia stato soppiantato dalla Guardia
Rivoluzionaria" - Oggi a Ginevra il Consiglio per i diritti umani dell'Onu
comincia l'esame della situazione iraniana
DOHA - A Teheran
la Guardia Rivoluzionaria sta soppiantando il governo e il Paese si muove verso
una dittatura militare: questo il timore del segretario di Stato Usa, Hillary
Clinton. Il capo della diplomazia statunitense ne ha parlato nel corso di un
incontro con un gruppo di studenti a Doha, nel campus di Carnegie Mellon, in
Qatar, prima tappa di un mini-tour nella regione che porterà la Clinton anche
in Arabia Saudita, per incontrare re Abdullah.
Parlando agli
studenti, la Clinton ha negato l'intenzione degli Stati Uniti di attaccare
l'Iran e detto che Washington vorrebbe invece optare per la via del dialogo con
Teheran. Ma, ha spiegato, "è molto difficile restare passivi di fronte a
un Iran armato e che continua a portare avanti il suo programma di armi
nucleari". Gli Stati Uniti, che lavorano con i loro alleati a nuove
sanzioni contro l'Iran a causa del suo controverso programma nucleare, hanno
infatti unilateralmente annunciato mercoledì il rafforzamento delle sanzioni
contro la Guardia Rivoluzionaria.
"Non
attaccheremo l'Iran - ha detto il segretario di Stato - stiamo invece cercando
di unire la comunità mondiale per fare pressione all'Iran attraverso sanzioni
delle Nazioni Unite. Queste pressioni saranno specificatamente rivolte alle
imprese controllate dalla Guardia Rivoluzionaria che, crediamo, stia
soppiantando il governo dell'Iran". Hillary Clinton ha poi aggiunto:
"La vediamo in questo modo: crediamo che il governo iraniano, dal
presidente al parlamento, sia stato soppiantato e che l'Iran stia andando verso
una dittatura militare. E' il nostro punto di vista".
Nel frattempo il
Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite comincia oggi a Ginevra
l'esame della situazione in Iran, con i paesi occidentali che si preparano a
criticare duramente la repressione delle forze di opposizione condotta dal
regime di Teheran. La seduta di oggi è stata aperta dalla delegazione iraniana
condotta da Mohamad Jabad Larijani, segretario generale del Consiglio superiore
dei diritti dell'uomo, venuto appositamente da Teheran. L'ipotesi di sanzioni
contro Teheran è anche al centro di colloqui oggi a Mosca tra il presidente
russo Dmitri Medvedev e il premier israeliano Benyamin Netanyahu.
Di segno opposto è
una notizia data dall'agenzia francese Afp che, citando una fonte anonima
vicina alla Clinton, ha parlato di un'ipotesi di trattative dirette tra Iran e
Usa avanzata dal Qatar, alla quale Washington sarebbe favorevole. Per quanto
riguarda l'arricchimento dell'uranio al 20 per cento in Iran, il capo
dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica, Ali Akbar Salehi, ha detto
che per il momento le operazioni continuano. "Accetteremo di fermarle solo
se verranno accolte tutte le condizioni che abbiamo posto per lo scambio",
ha aggiunto.
Nel novembre
scorso l'Iran ha respinto una proposta di scambio avanzata da Usa, Russia e
Francia in base alla quale avrebbe dovuto consegnare il 70 per cento del suo
uranio arricchito al 3,5 per cento. Martedì scorso il presidente Mahmud
Ahmadinejad ha dato l'ordine di avviare l'arricchimento al 20 per cento
nell'impianto di Natanz e giovedì, nel 31esimo anniversario della rivoluzione,
ha annunciato che "il primo pacchetto" è stato prodotto. LR 15
La propaganda è dannosa per i
governi
Nell’epoca
dell’informazione che viviamo oggi, la politica dipende anche dalla «storia»
vincente. I governi competono tra di loro, e con altre organizzazioni, per far
risaltare la propria credibilità minando quella degli avversari. Basta guardare
il conflitto tra il governo e gli oppositori dopo le elezioni iraniane nel
giugno 2009, in cui Internet e Twitter hanno svolto un ruolo cruciale, o la più
recente controversia tra Google e la Cina.
La reputazione è
sempre stata importante nella politica mondiale, ma la credibilità è diventata
un fattore cruciale grazie al «paradosso dell’abbondanza». Quando
l’informazione è abbondante, la risorsa che viene a scarseggiare è
l’attenzione. E in questa circostanza inedita, un approccio morbido può rivelarsi,
ancora più del solito, più efficace di quello duro. Per esempio, la relativa
indipendenza della Bbc, che più volte ha provocato imbarazzi ai governi
britannici, ha fruttato però ricchi dividendi di credibilità, come dimostrato
da questo riassunto della giornata tipo del presidente della Tanzania Jakaya
Kikwete: «Si alza all’alba, ascolta Bbc World Service, e poi legge la stampa
locale».
Gli scettici che
considerano il termine «diplomazia pubblica» come un eufemismo per la
propaganda, non si rendono conto del problema. Una propaganda esplicita è
controproducente nel campo della diplomazia pubblica. Che peraltro non è
soltanto una campagna di pubbliche relazioni: la diplomazia pubblica significa
costruire relazioni durature che creano un contesto favorevole per le politiche
governative.
Il contributo
delle informazioni provenienti direttamente dal governo varia nelle tre
dimensioni, o fasi, della diplomazia pubblica, tutte importanti. La prima e più
immediata dimensione è la comunicazione quotidiana, la spiegazione del contesto
nel quale vengono prese le decisioni di politica interna ed estera. Questa
dimensione implica anche la preparazione ad affrontare le eventuali crisi. Se
dopo un evento si crea un vuoto informativo, verrà riempito da altri. La seconda
dimensione è quella della comunicazione strategica, che sviluppa una serie di
argomenti semplici, più o meno come una campagna pubblicitaria o elettorale.
Mentre la prima dimensione viene misurata in ore, al massimo giorni, la seconda
si sviluppa nell’arco di settimane, mesi e perfino anni.
La terza
dimensione della diplomazia pubblica è lo sviluppo di relazioni durature con
persone chiave, lungo anni o anche decenni, attraverso borse di studio, scambi,
addestramenti, seminari, conferenze e accesso ai media. Questi programmi creano
quello che il giornalista americano Edward R. Murrow una volta ha definito «gli
ultimi tre passi»: comunicazione faccia a faccia, con la credibilità rinforzata
dalla reciprocità.
Ma nemmeno la
migliore campagna pubblicitaria riesce a vendere un prodotto impopolare. Una
strategia comunicativa non funziona se va contro il tessuto della politica. Le
azioni dicono più delle parole. Troppo spesso i politici trattano la diplomazia
pubblica come un cerotto da applicare su una ferita provocata da altri
strumenti. Per esempio, la Cina ha cercato di intensificare il messaggio di
«soft power» che voleva lanciare con il successo delle Olimpiadi di Pechino nel
2008, ma la repressione in Tibet avvenuta quasi negli stessi giorni - e seguita
da quella nello Xinxiang e dagli arresti dei difensori dei diritti umani - ha
azzoppato questo sforzo.
Le grandi potenze
cercano di usare la cultura e le narrative per creare un «soft power» che ne
mostra i vantaggi, ma non sempre comprendono il funzionamento di questo
meccanismo. Molti critici americani sostengono che la super-militarizzazione
della politica estera danneggia la credibilità dell’America, e propongono
invece una «diplomazia con gli steroidi», gestita da diplomatici addestrati
all’uso dei nuovi media, a una conoscenza minuta delle realtà locali e all’uso
di reti di contatto con gruppi sottorappresentati.
L’approccio
centralizzato dei media alla diplomazia pubblica svolge tuttora un ruolo
importante. I governi devono correggere giorno per giorno l’interpretazione
errata delle loro politiche, e cercare di inviare messaggi di tipo più
strategico. La forza principale dei media è la loro capacità di raggiungere
un’audience vasta, segnalando i problemi all’opinione pubblica e dettando
un’agenda. Ma possiedono anche una debolezza: sono incapaci di influenzare la
percezione del messaggio inviato in vari segmenti culturali. Il mittente del
messaggio sa cosa ha detto, ma spesso ignora quello che ha sentito il
destinatario. Le barriere culturali tendono a distorcere il segnale.
Le comunicazioni
di rete, invece, possono avvantaggiarsi della comunicazione in due sensi, e di
quella orizzontale, per superare le differenze culturali. Questo tipo di
decentralizzazione e flessibilità è difficile da raggiungere per i governi, a
causa della loro struttura della responsabilità centralizzata. La maggiore
flessibilità delle organizzazioni non governative in questo campo ha dato
inizio a quello che qualcuno ha già definito «la nuova diplomazia pubblica»,
che non si limita solo a inviare messaggi, promuovere campagne o dialogare con
esponenti governativi stranieri. Essa contribuisce anche a costruire relazioni
con i protagonisti della società civile in altri Paesi, agevolando la rete di
contatti tra entità non governative in patria e all’estero.
Questo approccio
alla diplomazia pubblica dovrebbe spingere le politiche governative a
promuovere e partecipare più che a controllare direttamente queste reti che
attraversano i confini. Un controllo eccessivo, o anche solo la parvenza di
esso, possono minare la credibilità dell’operato di queste reti. L’evoluzione
della diplomazia pubblica dalle comunicazioni a un senso solo verso un dialogo
vede nell’opinione pubblica una coautrice di significati e contatti.
Nell’era
dell’informazione globale il potere più che mai dovrà includere una dimensione
«soft» di attrazione, oltre agli strumenti «duri» della coercizione e del
pagamento. La combinazione efficace di questi meccanismi viene chiamata «smart
power», potere intelligente. Per dare un esempio, la lotta contro il terrorismo
internazionale oggi è una guerra per conquistare cuori e menti, dove
l’eccessivo affidamento alla forza da solo non porta al successo.
La diplomazia
pubblica è uno strumento importante nell’arsenale del potere intelligente, che
però richiede la comprensione dell’importanza della credibilità,
dell’autocritica e del ruolo della società civile nella generazione del «soft
power». Se la diplomazia pubblica degenera in propaganda, non solo smette di
convincere, ma può avere un effetto negativo. Deve rimanere un processo a due
sensi, perché il «soft power» dipende prima di tutto dalla comprensione degli
altri e del loro modo di pensare. JOSEPH
NYE, ex sottosegretario alla Difesa Usa, professore all’Università di
Harvard PS LS 15
L'Italia e le adozioni internazionali
ROMA - Con 3.964
minori adottati nel 2009, l’Italia si conferma il Paese che ha concluso il
maggior numero di procedimenti di adozione, seconda soltanto agli USA. Il dato
conferma una sostanziale stabilità del numero di adozioni portate a buon fine
dal nostro Paese rispetto agli anni precedenti, malgrado si siano recentemente
registrate forti criticità in Bielorussia, Vietnam, Nepal e Cambogia.
La funzione degli
accordi bilaterali
I minori che vengono adottati da famiglie
italiane provengono principalmente da: Russia (17,7%), Ucraina (13,2%),
Colombia (11,2%), Etiopia (8,7%) e Brasile (8,3%). In generale, è l’Europa il
principale bacino di provenienza dei minori con il 43% seguita dall’America con
il 25%. Notevole l?espansione dell’Asia che si attesta al 21%.
Dietro questi risultati c’è un grande lavoro
di squadra portato avanti dalla Commissione per le Adozioni Internazionali
(presso la Presidenza del Consiglio), il Ministero degli Affari Esteri, gli
Enti autorizzati, le famiglie, le Associazioni, le altre Istituzioni coinvolte,
tutte fortemente impegnate nel sostenere il delicato fenomeno delle adozioni
internazionali con scelte e procedure oculate e attente, nel superiore
interesse del bambino a essere accolto e crescere in una famiglia.
Il ruolo del Ministero degli Esteri,
fortemente impegnato anche tramite la rete delle Cancellerie consolari,
consiste nel coordinamento e nella mediazione con gli altri Paesi per definire
accordi bilaterali in materia. I protocolli d’intesa sono infatti lo strumento
per stabilire procedure comuni per il perfezionamento del percorso adottivo.
Va in questa direzione il recente accordo
bilaterale con la Federazione Russa, entrato in vigore lo scorso 27 novembre,
che ha beneficiato dell’intensa attività della Commissione per le Adozioni
Internazionali, Autorità centrale ai sensi della Convenzione dell’Aja, nella
quale è rappresentato anche il Ministero degli Affari Esteri. Sempre grazie
all’attività di mediazione internazionale negli ultimi mesi è stato registrato
l’ingresso in Italia dei primi 23 minori adottati dalla Cina.
La Convenzione
dell’Aja
Ricordiamo che le
adozioni internazionali sono regolate dalla legge 183/84 come modificata dalla
legge 476/98 di "ratifica ed esecuzione della Convenzione per la tutela
dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale” (firmata
all’Aja, il 29 maggio 1993), e dalla legge 149/2001.
La Convenzione
dell'Aja ha come scopi principali: stabilire garanzie affinché le adozioni
internazionali si svolgano nell’interesse superiore del minore e nel rispetto
delle garanzie internazionali; instaurare un sistema di cooperazione fra gli
Stati contraenti al fine di assicurare il rispetto di queste garanzie;
prevenire il fenomeno della sottrazione e della vendita di minori.
Ne sono membri
finora i seguenti Paesi: Albania, Australia, Austria, Bielorussia, Belgio,
Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Repubblica Popolare Cinese, Cipro, Repubblica
Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Ungheria,
Islanda, Irlanda, Israele, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta,
Messico, Monaco, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Panama, Perù, Polonia,
Portogallo, Romania, Russia (Federazione), Repubblica Slovacca, Slovenia, Sud
Africa, Spagna, Sri Lanka, Svezia, Svizzera, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti
d’America, Uruguay, Venezuela. (In rete con l’Italia, mensile d'informazione
della Direzione Generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie
del MAE)
Cronache da un paese in eterna emergenza. Il record italiano dei 10 mila
commissari
Un paese in eterna
emergenza, l'Italia. Terreno fertile per la proliferazione di quei prodotti
tutti nostrani che sono i commissari straordinari. Quanti sono? Quanto gravano
sulle spalle – e sulle tasche – dei cittadini? Difficile dirlo con esattezza.
L'ultima stima attendibile, a riguardo, è quella fornita nel 2005 da Il Sole 24
Ore, che indicava in circa 10 mila unità l'ammontare totale, sul territorio
nazionale, dei “commissari preposti all'ordinaria emergenza”, in gran parte (70
per cento) operanti nel Mezzogiorno.
Tra le regioni del
Sud, la Campania costituisce un caso paradigmatico, ma tutt'altro che isolato.
Dal 1994 al 2009, per l'emergenza relativa ai rifiuti si sono susseguiti ben
otto commissari. L'ultimo è stato Guido Bertolaso, al quale è stata affidata la
gestione della fase più delicata della crisi. L'emergenza in Campania, superata
e chiusa con un decreto, quanto è costata? “Il fenomeno dell'emergenza rifiuti
- si apprende da un rendiconto del 2007 del procuratore generale della Corte
dei conti, Claudio De Rose – può essere riassunto nei suoi punti cruciali così:
una spesa totale (e la crisi non era ancora finita) di 1,8 miliardi di euro, il
21 per cento dei quali per stipendi e funzionamento delle sedi”.
Non è tuttavia
bastato archiviare la crisi della spazzatura per liberare Napoli – e la
Campania – dalle emergenze. Il teatro San Carlo, recentemente inaugurato alla
presenza di Giorgio Napolitano, è gestito dal commissario straordinario
Salvatore Nastasi. Anche gli scavi archeologici di Pompei sono affidati da
qualche anno alla figura di un commissario. All'ex prefetto di Napoli Renato
Profili, deceduto tempo fa, è subentrato Marcello Fiori. Al Nord la musica non
cambia: a Milano, in vista dell'Expo 2015, sono stati affidati poteri
straordinari al sindaco Letizia Moratti. Alcuni giorni fa, prima che scoppiasse
la bufera degli appalti per il G8 alla Maddalena, lo stesso Bertolaso, aveva
smentito le voci di un suo possibile incarico anche per l'Expo.
“Un popolo di
santi, poeti, navigatori. E commissari. Non quelli di polizia, che non bastano
mai, ma quelli della - e nella - pubblica amministrazione, ormai onnipresenti”,
scriveva nel 2005 Marco Moussanet nella sua inchiesta. Cinque anni dopo, la
realtà da lui descritta sembra più che mai attuale. SicInf 15
Il dilemma tra velocità e regole
Qualche mese fa,
in un pomeriggio di sole, Silvio Berlusconi era a Coppito, alla periferia
dell’Aquila, per consegnare alle famiglie rimaste senza casa le belle palazzine
nuove con le facciate di legno colorato.
Il presidente del
Consiglio era così fiero del risultato che annunciò l’intenzione di estendere
la dottrina-Bertolaso ad altre emergenze, e fece l’esempio di quella
carceraria. Durante l’ultimo governo Prodi, poiché le prigioni traboccavano, il
Parlamento aveva votato un indulto ma il provvedimento di clemenza non venne
accoppiato a uno strutturale (non si costruirono nuovi penitenziari né si
studiarono pene alternative alla detenzione), così oggi le prigioni traboccano
di nuovo e sono amministrate nell’incivile convivenza.
Se il governo
varasse un piano di edilizia carceraria con i sistemi e i vincoli classici, gli
servirebbe almeno un lustro per concluderlo. Ma, fra le case di Coppito, il
premier immaginò le galere venire su a velocità sconosciute alla democrazia e
applicate soltanto alle ruspe mussoliniane (e per l’Aquila). Non soltanto
perché Guido Bertolaso è bravo e concreto, ma soprattutto perché gode di
strumenti unici: gli è permesso di affidare i lavori con trattativa privata,
senza logorarsi nelle procedure solite della gara pubblica (bando di concorso,
pubblicazione su Gazzetta ufficiale, presentazione dei progetti...). Sono
poteri eccezionali, quasi incontrollabili, proprio perché, nell’emergenza,
l’immediatezza del risultato è fondamentale.
Da quasi un
decennio, si sa, Bertolaso non viene applicato soltanto ai soccorsi in caso di
terremoto, alluvione o disastro ferroviario, ma all’organizzazione dei grandi
eventi, come per esempio i Mondiali di nuoto o i viaggi papali. All’Aquila,
però, Berlusconi si figurò un passo in più: chiamare emergenza l’ordinario (in
Italia tutto l’ordinario è emergenziale e ogni emergenza è ordinaria) e
affrontarlo con i sistemi spicci ed efficaci di un dopo-sisma. Per queste
ragioni oggi si dibatte con tanta foga delle ulteriori prerogative che si
intendevano affidare alla Protezione civile, e che lo scandalo giudiziario
bloccherà o ridimensionerà. Ecco, al di là dei risvolti penali, il succo
politico della vicenda è tutto qui.
È stato detto che
i risultati più squillanti di quasi due anni di governo Berlusconi sono la
ripulitura di Napoli dalla spazzatura e la gestione del disastro abruzzese.
Sono due successi di Bertolaso e del suo metodo. Altri provvedimenti graditi
dalla maggioranza degli italiani sono passati dai decreti, e cioè da leggi
dell’esecutivo che entrano immediatamente in vigore, prima di passare dalle
camere. Il grande tema di questa legislatura si conferma la velocità di
esecuzione. Veramente è un tema antico: dalla crisi della Repubblica di Weimar
al decisionismo craxiano, se ne parla da decenni. Ma oggi c’è anche un sistema
dell’informazione tambureggiante: le tv, i giornali, i siti internet sollevano
problemi in continuazione, e per reggere alla sfida del consenso i politici
sono costretti a risposte fulminee.
I sacri (e
sacrosanti) riti della democrazia sono sempre più inadeguati. Berlusconi lo ha
capito e ha anche capito che, paradossalmente, rendere rapida la democrazia
richiede un lentissimo lavoro di riforma che lui non può permettersi. Vuole che
il suo governo passi alla storia per le cose fatte, non per una correttezza
formale che ha sempre considerato da farisei, o per un riformismo a beneficio
dei successori. E così usa i decreti e diffonde il metodo Bertolaso, e dentro
la sua maggioranza ci sono opposizioni di scontenti, uomini per ruolo o
vocazione fedeli alla liturgia, ministri che si vedono sottratte competenze e
controlli, legalisti che vorrebbero un solido rispetto delle regole. La vicenda
di Bertolaso ha rinvigorito i perplessi e adesso sarà interessante vedere se e
quali altri poteri andranno alla Protezione civile, se invece verranno
ridimensionati (molto probabile), e soprattutto se sarà ancora Bertolaso a
esercitarli. Anche da questa partita dipende il futuro di Berlusconi: senza le
splendide scorciatoie alla Bertolaso gli verrà difficile ripetere certe imprese
e conservare l’ammirazione denunciata dai sondaggi. O trova una soluzione, o
per i restanti tre anni della legislatura gli toccherà di vivacchiare fra carte
bollate.
Insomma, il
dilemma non è nuovo: a quanta libertà (a quanta prassi) la democrazia è
disposta a rinunciare per essere più competitiva? E a quanta competitività è
disposta a rinunciare per essere più libera? Anche se l’inchiesta fosse tutta
una bufala, e Bertolaso e i suoi fossero immacolati, saremmo pronti, domani, a
girare il loro imparagonabile potere in altre mani? È una domanda importante,
perché non riguarda soltanto la politica. Il gip di Firenze, nel firmare
l’ordinanza che ha stabilito arresti e avvisi di garanzia, ha ammesso di non
averne la competenza. È competente Roma. Ma per evitare che le ruberie
proseguissero, scrive, per bloccare quella cricca che ne stava combinando delle
altre, è stato necessario uno strappo alla regola. Il risultato serviva, e
serviva subito. Chissà se Bertolaso si è reso conto che tutto quello che gli
sta capitando dipende dal metodo Bertolaso applicato alla magistratura. MATTIA FELTRI
LS 16
Editoriale. Ma adesso Bertolaso deve lasciare
COMMENTANDO ieri
la lettera con la quale Guido Bertolaso rispondeva alle mie dieci domande
ricostruendo a suo modo la verità dei fatti e la loro sostanza politica, ho
volutamente tralasciato di approfondire la questione dell'atteggiamento del
Quirinale di fronte all'ampliamento dei compiti della Protezione civile, alle
normative che l'hanno resa possibile e alla loro costituzionalità. È una
questione delicatissima poiché chiama in causa il Capo dello Stato, cioè la più
alta istituzione della Repubblica.
Bertolaso non si è
fatto carico di questa delicatezza ed ha tentato di coprire l'operato suo e del
governo sostenendo che il Quirinale ha sempre appoggiato il suo fare e non ha
opposto alcun limite al sistema delle ordinanze e alla creazione della Protezione
civile Spa, che ne rappresenta il coronamento e l'esternalizzazione.
L'ho tralasciato
perché su quell'aspetto della vicenda non si può andare a tentoni e per
approssimazioni successive. Perciò ho raccolto i miei appunti in proposito, ho
interpellato fonti qualificate ed ho riscontrato date, documenti e
testimonianze dirette. Come sospettavo già a prima vista, la ricostruzione di
Bertolaso è arbitraria e non corrisponde alla realtà. Ed ecco perché.
1. La legge del
1992, che di fatto è quella istitutiva della Protezione civile come servizio
permanente della Pubblica amministrazione, limitava quel servizio alle
catastrofi naturali.
2. Fu innovata con
decreto del 2001, convertito in legge. C'era già in quella legge un primo
allargamento di competenze della Protezione civile a grandi eventi sganciati
dalle catastrofi naturali, purché ricorressero caratteristiche che rendessero
necessaria un'amministrazione straordinaria per ragioni di necessità ed urgenza
chiaramente indicate nella motivazione. Il Presidente della Repubblica
dell'epoca varò la legge insistendo sull'importanza delle motivazioni come
requisito essenziale.
3. A partire da
quel momento il Quirinale non ha più avuto l'occasione di
"intercettare" la normativa delle ordinanze e dei decreti della presidenza
del Consiglio poiché si trattava di una produzione di carattere amministrativo.
Una produzione, come abbiamo già sottolineato ieri, che è cresciuta su se
stessa ad un ritmo velocissimo passando da una o al massimo due ordinanze nel
periodo del governo Prodi ad una media di 80-100 nel periodo berlusconiano.
4. Il presidente
Napolitano ha assistito con crescente preoccupazione all'estendersi del sistema
delle ordinanze emesse dalla Protezione civile e l'ha detto in diverse
occasioni. L'ha detto direttamente allo stesso Bertolaso in occasione d'una sua
visita a L'Aquila subito dopo il terremoto. Si compiacque con lui per
l'efficienza con cui la Protezione civile aveva fronteggiato l'emergenza
post-terremoto ma elevò dubbi sul lavoro che quella stessa struttura avrebbe
dovuto mandare avanti per completare le infrastrutture della Maddalena ed altre
incombenze nel frattempo maturate.
5. Intanto gli
impegni del sistema Bertolaso si moltiplicavano e l'albero della Protezione
civile stava diventando una foresta. Leggiamo insieme quanto il Capo dello
Stato ha detto nella cerimonia degli auguri di fine anno svoltasi lo scorso
dicembre al Quirinale nella Sala dei corazzieri dinanzi alle Alte Magistrature
dello Stato: "Il continuo succedersi di decreti legge - 47 dall'inizio di
questa Legislatura - e il loro divenire sempre più sovraccarichi ed eterogenei
nel corso dell'iter parlamentare di conversione, hanno continuato a produrre
forti distorsioni negli equilibri istituzionali. Tutto ciò finisce per gravare
negativamente sul livello qualitativo dell'attività legislativa. Non a caso gli
studiosi si domandano se abbia finito per attuarsi, anche attraverso il
crescente uso e la dilatazione di ordinanze d'urgenza, un vero e proprio
sistema parallelo di produzione normativa". L'allarme del Presidente della
Repubblica è netto ed esplicito e l'assemblea dinanzi alla quale è stato
formulato lo rende ancora più solenne e preoccupante.
6. Si arriva così
all'ultimo decreto legge, quello attualmente in discussione dinanzi alle
Camere, nel quale viene promossa la creazione della Protezione civile Spa.
Dalle mie
informazioni molto attendibili risulta che Napolitano non ravvisava i requisiti
di necessità ed urgenza, almeno per la parte dedicata alla Spa, e propendeva
piuttosto verso la presentazione di un disegno di legge. Si trovò tuttavia di
fronte (così dicono le mie fonti) ad una resistenza infrangibile opposta da
Gianni Letta che avrebbe prospettato al Capo dello Stato l'ipotesi che
Bertolaso potesse dimettersi dai suoi incarichi se il decreto non fosse stato
autorizzato. Ipotesi che avrebbe creato un vuoto operativo di notevole gravità.
7. È accaduto
tuttavia che nel corso dell'iter parlamentare al Senato il decreto venisse
"stravolto" rispetto alla sua originaria stesura autorizzata dal
Quirinale. Una decina di nuovi articoli e sessanta commi furono aggiunti sulla
base di altrettanti emendamenti proposti dalla maggioranza parlamentare,
allargando ancora di più il ventaglio delle competenze, la produzione di
ordinanze, una sorta di scavalcamento nei confronti degli organi di controllo e
di giurisdizione. Fonti non ufficiali ma attendibili segnalano che il Quirinale
segue con estrema attenzione l'iter del decreto. Si dice (anche se si tratta
d'una voce) che il Capo dello Stato avrebbe fatto pervenire al presidente del
Consiglio il suo allarme per questa situazione. È noto che il Quirinale tace
quando il Parlamento è all'opera, riservandosi di giudicare la costituzionalità
della legge quando l'iter parlamentare sarà concluso.
Questo è lo stato
dei fatti, almeno prima che arrivasse la notizia dello stralcio. Il
sottosegretario Gianni Letta ci aveva informato l'altro ieri che la Protezione
civile rimane un Dipartimento della Pubblica amministrazione e che la Spa
sarebbe stato soltanto un organo tecnico. Questo lo sapevamo.
È infatti della
Spa che si sta discutendo poiché la sua istituzione svuoterebbe di fatto il
Dipartimento di gran parte delle sue funzioni. La precisazione di Letta aveva
dunque l'aria di voler frapporre una cortina fumogena che può annebbiare
soltanto i gonzi e può servire ai vari Minzolini dell'informazione per
celebrare la saggezza del governo nel momento in cui il governo si trova
stretto da grandi difficoltà di fronte allo scandalo degli appalti e al
verminaio che è stato scoperchiato.
Quanto al
sottosegretario Bertolaso - sulla cui buona fede fino a ieri avevo sperato ma
che a questo punto è diventata un'ipotesi di terzo grado - egli ha perso pochi
giorni fa la carica di commissario ai rifiuti di Napoli.
È proprio sulla
base di quella carica che aveva ottenuto di diventare membro del governo anche
se essa era in palese contraddizione con l'incarico esecutivo di commissario.
Non avendo più la carica esecutiva, è venuta ora meno anche la ragione del suo
sottosegretariato. Perciò le sue dimissioni non sono più un suo atto
discrezionale ma un obbligo che sta diventando sempre più tardivo ogni giorno
che passa. EUGENIO SCALFARI LR 16
Bertolaso alla Camera: "Resto al mio posto". Stralciata la spa
dal decreto. Ma Bersani: non mi fido
«Guido Bertolaso
per il momento è dimissionario, ma visto che il Governo gli ha respinto le
dimissioni, continua a fare il suo mestiere e il suo dovere. Dopodichè domani
vedremo». Così il capo della Protezione civile, che stamattina ha parlato in
commissione a Montecitorio a proposito del decreso sulla "Protezione
spa", completamente modificato dopo le polemiche con lo stralcio della
contestata norma sulla spa. "Vorrei farmi subito interrogare, ma non so da
chi. La procura di Firenze non è competente e sembra che i magistrati di
Perugia non abbiano ancora le carte. Voglio subito chiarire la mia
posizione", ha aggiunto Bertolaso." Sono sereno - avrebbe spiegato il
numero uno della Protezione civile secondo quanto viene riferito da chi era
presente - ho spiegato al presidente del Consiglio di essere pronto a rimettere
il mio mandato. Mi hanno detto di continuare a lavorare".
«Bertolaso non si
deve dimettere perchè va bene ed è bravo. Il problema era la privatizzazione»,
ha detto Umberto Bossi. Ma l'inchiesta avrà ricadute sulle regionali? «No, noi
vinceremo ugualmente».
I 4 arrestati
restano in cella Restano in carcere gli arrestati per l'inchiesta sugli appalti
per i grandi eventi. Lo ha deciso il gip di Firenze Rosario Lupo, respingendo
le richieste di revoca delle misure cautelari in carcere. La richiesta di
revoca era stata presentata dalle difese di Angelo Balducci, Diego Anemone e
Mauro Della Giovampaola (il quarto arrestato è Fabio De Santis). «Permangono
tutte le esigenze di custodia cautelare. Resta valida l'ordinanza», ha spiegato
il gip.
Nel motivare il no
alle scarcerazioni, il gip spiegherebbe che, durante gli interrogatori di
garanzia, gli arrestati non hanno fornito elementi tali da chiarire a loro
favore quanto contenuto nella misura cautelare.Per gli arrestati, il prossimo
appuntamento in un'aula sarà al tribunale del Riesame di Firenze, che dovrà
decidere sui ricorsi presentati dai difensori contro le misure cautelari in
carcere e contro i sequestri di documenti avvenuti durante le perquisizioni di
mercoledì, circa una sessantina. Ancora non sarebbero state stabilite le date
delle udienza, che dovrebbero tenersi fra la fine di questa settimana e
l'inizio della prossima.
Il vertice a
Perugia tra i pm romani e umbri che indagano sugli appalti del G8 è durato 5
ore. L'inchiesta, avviata dalla procura di Firenze, vede coinvolti, oltre al
sottosegretario Bertolaso e agli arrestati, anche il procuratore aggiunto di
Roma Achille Toro (ragione per la quale è chiamata ad intervenire la procura
perugina).
Nessuna decisione,
secondo quanto si è appreso, sull'eventuale competenza della magistratura di
Perugia anche sull'indagine della procura di Roma riguardante i cosiddetti
«Grandi Eventi». Nel vertice di oggi gli inquirenti dei due distretti
giudiziari hanno esaminato gli incartamenti e si sono scambiati informazioni,
ma ancora non è stato stabilito se sussista una connessione tra i fatti
esaminati dalla procura di Firenze, e poi inviati nel capoluogo umbro in
seguito al coinvolgimento nell'inchiesta del procuratore aggiunto di Roma
Achille Toro, e quelli oggetto di accertamenti nella capitale. Proprio in
relazione alla posizione di Toro, già a capo del coordinamento del pool dei
reati contro la pubblica amministrazione ed ora indagato per rivelazione del
segreto d'ufficio, i pm della capitale Sergio Colaiocco e Assunta Cocomello
sono stati anche sentiti come persone informate dei fatti dai colleghi
perugini.
Via la protezione
spa Via libera della Commissione ambiente della Camera al decreto legge sulle
emergenze. I deputati hanno approvato tutti gli emendamenti del relatore e del
governo e quindi anche la soppressione della norma che introduceva la
"Protezione civile S.p.A.". Il mandato al relatore è stato votato a maggioranza
e ora il testo passa all'esame dell'Aula di Montecitorio a partire da domani
mattina. Oltre alle modifiche proposte dal relatore e dal governo non è stata
approvata alcuna altra novità. Via libera dalla Commissione anche alla
misura che introduce la sospensione del pagamenti dei tributi alle zone colpite
da calamità.
Ad annunciare lo
stralcio in commissione era stato lo stesso Bertolaso. Gli emendamenti del
relatore Agostino Ghiglia (Pdl) hanno provveduto ad abrogare la norma che
trasforma la protezione civile in Spa. Tra gli emendamenti del relatore anche
quello che riformula il comma 5 dell'articolo 3, ossia quello che era stato
ribattezzato dall'opposizione come uno "scudo" per Bertolaso. Il
relatore sottolinea che la norma «non riguarderà i procedimenti in sede
giudiziaria, ma solo quelli amministrativi e civili»,.Viene cioè esclusa la
sospensione dei procedimenti penali per quanto riguarda le situazioni di
commissariamento in campania. Altra novità importante: la sospensione di tutte
le tasse per 6 mesi nei territori colpiti dalle calamità naturali.
Domani discussione
generale, se necessario anche in seduta notturna, e giovedì mattina voto delle
pregiudiziali e dell'articolato: questo il calendario del ddl che dovrà
convertire in legge il decreto sulle emergenze a Montecitorio, un testo che il
governo vuole improrogabilmente approvato entro giovedì. Per questo, durante la
capigruppo della Camera di oggi, il ministro per i Rapporti con il Parlamento
Elio Vito ha sottolineato che, «se vi saranno le dovute garanzie», il governo
non ricorrerà alla fiducia, altrimenti sarà quella la strada che verrà
intrapresa. La scadenza di giovedì sera è infatti improcrastinabile, visto che
il testo dovrà tornare al Senato per una ulteriore lettura e il decreto del governo
scadrà il 28 febbraio. il presidente Fini ha assicurato la sua disponibilità a
votare anche venerdì e sabato.
«O la maggioranza
modificherà i tre punti che ancora non vanno o useremo tutti i tempi a nostra
disposizione», annuncia il capogruppo Pd Franceschini. «Lo stralcio
della Protezione civile - afferma Franceschini - è sicuramente una vittoria
dell'opposizione ed è positivo ma nel decreto ci sono altre cose che non vanno
e che saranno oggetto della nostra iniziativa, come l'eliminazione dello 'scudò
cioè il comma 5 dell'articolo 3 palesemente incostituzionale, evitare regole
emergenziali per le carceri e poi ultimo punto, ma più importante, riteniamo
irrinunciabile il nostro emendamento che distingue fra disastri naturali e
grandi eventi». «Anche se è stato stralciato, voglio vedere il decreto.
Non mi fido per niente del governo», dice il leader Pd Bersani.
Aggiunge Bersani:
«Se il governo ritira quella norma fa solo il suo dovere e per noi questo è
molto più importante. Esiste una questione di tranquillità della Protezione
civile e anche di buon nome che deve essere tutelato, in questo senso chiediamo
a Bertolaso di assumersi le proprie responsabilità».
Dice Bertolaso:
«L'importante è che non sia stata cancellata completamente la Protezione
civile. La Spa era una struttura aggiuntiva, non c'era alcuna trasformazione
come qualcuno continua a scrivere. Doveva solamente essere una struttura di
servizio per rendere la Protezione civile, quella vera, più agile, più
funzionale e più concentrata sulle vere attività di propria competenza». E a
chi gli chiedeva se la cancellazione della Spa fosse una sua sconfitta, il capo
della Protezione civile ha risposto: «No, assolutamente». L’U 16
Il Bossi pompiere frana addosso al premier
Non sempre una
frenata, anche brusca, riesce ad impedire un tamponamento. E anche ieri il
doppio colpo di piede di Bossi sul pedale di arresto non ha evitato che il
Senatur, finora considerato l’alleato più fedele del Cavaliere, finisse invece
addosso a Berlusconi in un momento assai delicato.
A Roma sono giorni
complicati per Palazzo Chigi, sia per l’inchiesta della magistratura di Firenze
che ha preso di petto Bertolaso e i suoi più stretti collaboratori, rivelando
lati oscuri della conduzione degli appalti alla Maddalena, sia per il
tentativo, ormai bloccato, di sottrarre ulteriormente la Protezione civile al
sistema dei controlli. Il “no” di Bossi alla trasformazione della struttura in
Spa, giunto poco prima che il sottosegretario Letta annunciasse la rinuncia del
governo al progetto, ha sottolineato l’isolamento del premier, che fino al
giorno prima voleva farlo passare con un voto di fiducia, su un terreno su cui
già si erano allineate parecchie riserve dei ministri e della componente finiana
del Pdl.
Ma sono giorni
molto difficili anche a Milano, dove gli scontri tra immigrati nel
quartiere-ghetto di via Padova e il riesplodere di un traffico di tangenti che
ha al suo centro il presidente della commissione urbanistica del Comune, il pdl
Milko Pennisi, hanno messo sottosopra l’avvio della campagna elettorale per le
regionali. Nulla che possa capovolgere il risultato, che tutti danno per
scontato, della riconferma di Formigoni come governatore della Regione
Lombardia. E tuttavia, all’ombra del Duomo, il disorientamento dell’opinione
pubblica è evidente. Il mix di quella città nella città, divenuta
ingovernabile, dei quattrocentomila immigrati residenti a Milano, con la
scoperta che a Palazzo Marino si ripetono pari pari episodi che ricordano la
Tangentopoli di diciannove anni fa, può ripercuotersi non si sa come
sull’atteggiamento degli elettori di centrodestra, spingendoli verso
l’astensione o comunque verso un atteggiamento più critico.
Ecco perché Bossi
e Maroni insieme hanno sentito il bisogno di ridimensionare le uscite di
Calderoli e del leghista radicale Salvini (quello che voleva limitare l’uso
della metropolitana per gli immigrati), e togliere dal campo gli accenni ai
rastrellamenti, che in questa situazione possono ulteriormente infiammare gli
animi e provocare nuovi incidenti. D’improvviso la Lega scopre tutti i limiti
della politica degli annunci e delle soluzioni miracolose che non funzionano,
come le ronde metropolitane. E teme di aver compromesso, di fronte
all’elettorato più moderato, la posta più grossa di queste elezioni: il
sorpasso, al Nord, sul Pdl. MARCELLO SORGI LS 16
L’analisi. L'illusione dell'onnipotenza
Prima accecato dai
suoi deliri di onnipotenza e poi tradito dalla sua stessa tracotanza, il
governissimo Berlusconi-Bertolaso prepara un'indecorosa ritirata. L'insano
progetto della Protezione civile Spa, con ogni probabilità, non si farà più. Lo
lasciano intendere le flautate ma imbarazzate parole di Gianni Letta. Lo
confermano quelle meno paludate di Paolo Bonaiuti. Il decreto legge 90/2008 che
trasforma la struttura pubblica creata per fronteggiare le grandi emergenze in
una società per azioni di natura privatistica sarà riscritto radicalmente alla
Camera. In subordine, sarà approvato a Montecitorio, ma poi sarà abbandonato su
un binario morto al Senato.
Nel turbine di uno
scandalo nello scandalo (il disossamento di un pezzo dello Stato, nel cuore di
una Tangentopoli di appalti truccati, costi gonfiati e favori sessuali
prestati) arriva finalmente una buona notizia. Il Leviatano delle Spa pubbliche
non nascerà. Il nuovo "mostro" che privatizza le istituzioni, con il
finto pretesto delle emergenze e la pratica incontrollata delle ordinanze,
muore prima ancora di essere nato. Merito della denuncia di questo giornale,
che per primo ha acceso i riflettori sul tentativo del governo, neanche
troppo strisciante, di sospendere ancora una volta le garanzie costituzionali e
le procedure legali, per trasformare il Paese in un gigantesco
"cantiere" autonomo che lavora in deroga permanente a tutte le regole
e le normative vigenti. Merito della reazione determinata di una parte delle
opposizioni, che ha dato battaglia in Parlamento. Merito dell'indignazione
spontanea di tanti cittadini, a partire dagli oltre 30 mila che in un solo
giorno hanno aderito all'appello di "Repubblica", per confermare che
c'è almeno un pezzo d'Italia pronta, in nome del senso civico e del dissenso
democratico, a resistere alle forzature populiste e autoritarie del potere
berlusconiano.
Ora il sottosegretario
alla Presidenza del Consiglio ha un bel dire che nel centrodestra nessuno
pensava di "trasformare la Protezione civile in una spa", e che si
voleva dotare l'organismo finora guidato da Bertolaso di "uno strumento
ulteriore, aggiuntivo". Il centrodestra, in realtà, aveva in mente
esattamente questo: un modello di amministrazione della cosa pubblica, gestita
da mani fidate per conto di Palazzo Chigi. Il piano prevedeva prima la nascita
della Protezione civile Spa, con budget iniziale stimato in 1 miliardo 607
milioni. Poi, per partenogenesi, anche la Difesa Servizi Spa, con un
portafoglio di opere calcolabile in 3-5 miliardi. E così via. In un regime di
palese sospensione dei controlli ordinari. E in un quadro di palese violazione
della sentenza numero 466 della Consulta, che nel '93 stabilì
l'imprescindibilità costituzionale del controllo della magistratura contabile
su tutti gli atti di una Spa nella quale il potere pubblico detenga la
maggioranza.
Questo disegno
(ancora una volta tecnicamente "eversivo", nel solco di quella
"rivoluzione istituzionale" propria del berlusconismo) si infrange
nella rete micidiale del malaffare che lo stesso sistema tende a riprodurre. Una
colossale ragnatela di inchieste vere e di complotti inventati, di intercettazioni
e di pedinamenti, di autentiche satrapie e di false fisioterapie. Sembra di
leggere "L'incanto del lotto 49". Con una sola, decisiva differenza.
Nell'irrealtà virtuale raccontata da Thomas Pynchon erano i cittadini ad aver
creato, con il "Trystero", un sistema di comunicazione che ingannava
il governo. Nella realtà fattuale costruita da Berlusconi è il governo ad aver
creato un sistema di gestione che danneggia la democrazia. Ma almeno stavolta
non ha funzionato. Qualcuno li ha sorpresi con le mani nella gelatina. MASSIMO
GIANNINI LR 15
«Questo quartiere non è un ghetto. Ecco i dieci punti per rilanciarlo»
Camper del
Corriere - I residenti: interventi dalle scuole ai parchi fino ai controlli sui
mezzi pubblici
MILANO - Gli
scissionisti hanno spinto la periferia un po’ più in là, in via Padova 366,
oltre c’è solo la tangenziale: «Abbiamo comprato la sede, presentato il
progetto al Comune e aspettato, aspettato... Poi ci siamo stancati di aspettare
i permessi, e siamo entrati». Qui, nella moschea ristrutturata nella vecchia
palazzina Enel, è sempre venerdì: la comunità si raccoglie fitta, prega e si
affida agli avvocati nella causa legale con l’ala dialogante dell’Islam locale,
i fedeli di via Padova 144. La frattura nel mondo musulmano è solo l’ultimo
nodo di un quartiere che dalle istituzioni esige «a gran voce non solo
l’esercito, ma soldi e risorse per risanare le scuole, assistere gli anziani, i
giovani, i bambini, creare spazi di incontro e socialità, migliorare la qualità
della vita e renderla più sicura dal punto di vista, prima di tutto, sociale».
Nei dossier di residenti, associazioni e comitati ci sono dieci punti. Le
priorità.
La «Città
dell’infanzia» invecchia e muore assieme ai ricordi della Milano riformista: la
piscina del parco Trotter è in rovina, la fattoria, le scuderie e gli orti del
jardin pedagogique sono desolati, le vasche dei pesci sono state abbandonate e
conquistate dalle sterpaglie. Il convitto è deserto, compare e scompare dai
piani delle opere pubbliche, oggi dormitorio, domani università, poi più
niente. «È una vicenda di cecità e inettitudine», sintetizzano i genitori
dell’associazione Città del sole. Quando i cittadini dicono «ci sentiamo
abbandonati dalle istituzioni», pensano a situazioni così. Piccole e grandi.
Pensano al Trotter, al «degrado ambientale» (arredi disordinati e discariche
abusive), alla «mancanza di controlli sugli orari dei negozi etnici» (i
minimarket e spacci di birra aperti fino a tardi), all’arroganza dello spaccio
di droga nei portoni, allo squallore della prostituzione, all’inciviltà della
movida sregolata (il questore ha sospeso le licenze di My- Bali e Q, il 29
gennaio) e al limbo del campo rom di via Idro (il destino è un centro di
transito per 150 nomadi).
«Io dico sempre:
invece di 300 poliziotti, a via Padova servirebbero 150 agenti e 150 educatori
di strada». Don Piero Cecchi, il parroco di San Giovanni Crisostomo, è uomo che
soffre a sentir parlare di casbah, di ghetto, di polveriera: «Non dobbiamo
stancarci mai —mai—di investire nel dialogo e nell’integrazione». E fa un
esempio. La maggioranza degli alunni della scuola Casa del Sole è di origine
straniera e «quest’anno sono stati tagliati gli insegnanti di sostegno. La
dirigenza ci ha chiesto di aumentare il nostro doposcuola, accogliere più
bambini, e noi facciamo quello che possiamo, coi volontari che abbiamo».
In via Padova
convivono 50 nazionalità, azeri inclusi. E In certi palazzi, queste differenze
fanno a pugni. Prendi via Crespi, l’isola del Bangladesh a Milano: i
proprietari non pagano le spese da anni, gli arretrati superano i 200 mila euro
e gli amministratori non sanno cosa farci coi plichi di decreti ingiuntivi
arrivati in posta: «Tanto, la gente non paga». Le bollette e neppure gli
autobus. La 56 è la linea nera di Atm, quella con la «percentuale di frode »
maggiore: il 15,56 per cento dei passeggeri viaggia gratis (6.744 multe in sei
mesi).
«Che idea ti sei
fatto del tuo quartiere?». Il bambino stava giocando nel laboratorio creativo
di Città d’arte, ci ha pensato su un po’, poi ha risposto: «Via Padova è meglio
di Milano». Quaranta gruppi della zona, dagli scout all’associazione culturale
boliviana, dall’Anpi a Emergency, ne hanno fatto il titolo di una festa in
programma a maggio. È uno scatto d’orgoglio, un impegno che sfida toni
d’apocalisse e luoghi comuni. «Via Padova può vivere. L’intolleranza, l’odio e
il disprezzo per "gli stranieri" portano solo morte» si legge nel
documento che da oggi inizierà a circolare nelle portinerie e domani (ore
16.30) sarà illustrato nell’assemblea organizzata dal Comitato genitori della
Casa del Sole al Trotter.
La parrocchia di
San Giovanni Crisostomo, la scorsa estate, ha organizzato un torneo di calcio
per dilettanti. Due squadre, tra le altre, si sono distinte, sfidate per
settimane, hanno condiviso pure gli spogliatoi: una formazione di immigrati
egiziani e l’undici dei sudamericani. «Bravi, eh, davvero. L’integrazione —
sorride il sacerdote — si fa anche attorno a un pallone». Sabato sera, poco
distante dal campetto, i primi davano la caccia agli altri. Avevano un morto da
vendicare. A don Piero non sembrava vero. Armando Stella CdS 16
Pierluigi Bersani
ha ragione quando dice che la destra non può e non deve cavalcare gli incidenti
di via Padova perché è da anni al governo del Paese, della Lombardia e di
Milano, e quindi più che cavalcare dovrebbe fare mea culpa.
Ma il punto debole
del suo ragionamento sta nella vaghezza con cui conclude le sue dichiarazioni,
quando dice che la politica della destra sull’immigrazione è fallita senza però
indicarne una alternativa. Non basta dire che è ora di affrontare il problema
seriamente, che ci vuole altro eccetera. D’accordo che bisogna parlarne
seriamente: ma per dire che? D’accordo che ci vuole altro: ma cosa?
La verità è che
finora nessuno è riuscito a trovare la soluzione a problemi che non possono
essere risolti dai sindaci e dalla polizia, e neppure dal solo governo
italiano. Siamo di fronte a un fenomeno mondiale, che comincia nei Paesi
d’origine dei disperati che scappano e finisce in quelli in cui quei disperati
vanno a cercare un’esistenza meno grama. La verità – ripetiamo – è che nessuno,
a cominciare da noi che scriviamo, ha una formula magica. La Moratti è ben
salda alla guida di Milano, è vero. Ma forse può tutto? Quando il Comune di
Milano deliberò – peraltro applicando una legge nazionale – che i figli dei
clandestini non possono iscriversi all’asilo, la sinistra insorse, così come
insorse la Curia, e così come intervenne la magistratura. Certo a ciascuno di
noi fa orrore pensare che un bambino non possa frequentare l’asilo perché è
figlio di clandestini: ma l’altra faccia della medaglia, politicamente
scorrettissima ma reale, è che un clandestino accettato all’asilo toglie il
posto a un bambino figlio di immigrati regolari. Che fare allora? E’ un dilemma
simile, anche se meno tragico, a quello che ci si pone di fronte ai cosiddetti
«respingimenti»: un minimo senso di coscienza ci induce ad accogliere tutti,
perché l’amore per il prossimo non può essere sottoposto al controllo dei
documenti. Ma poi? Come garantire loro che non finiscano in una via Padova?
E’ un problema
mondiale, dicevamo, e questo vale ancor più per grandi città come Milano,
naturali rifugi di tanta umanità in fuga. Milano è cambiata, tanto cambiata.
Quartieri che prima della guerra erano piccole roccaforti della «mala» (una
«mala» che fa quasi tenerezza, se confrontata con quella di oggi) sono oggi
zone d’élite: è il caso dell’Isola. Altri quartieri che erano pacifiche
periferie dove si parlava in dialetto, oggi sono dei Bronx: è il caso di via
Padova. Milano aveva fama di accogliere tutti, con il mitico cuore in mano, e
ha prodotto forme di integrazione più che riuscite. Ma l’«integrazione», questa
parolona con cui tutti noi ci riempiamo la bocca senza sapere bene che cosa
sia, richiede tempi lunghi e anche alcuni paletti. In via Sarpi, ad esempio, i
cinesi ci sono dai primi del Novecento, e avevano formato una comunità che
conviveva perfettamente con i milanesi. Oggi però di quell’area i cinesi sono o
si sentono (fa poca differenza) i padroni, e la pretesa di una sorta di zona
franca ha provocato i primi veri scontri etnici di Milano: è successo nel 2007,
con la rivolta contro i vigili che si permettevano di multare per sosta
vietata.
Milano non viveva
più la paura nelle strade dagli Anni Settanta, quelli del film di Lizzani sul
delitto inutile di San Babila. Allora il problema erano opposti estremismi
politici. Oggi è anche la presenza di nuovi opposti estremismi: quello di chi,
in nome di una visione antistorica, vorrebbe evitare un’immigrazione che
peraltro porta pure tanti valori; e quello di chi, demagogicamente, vorrebbe
porte aperte per tutti. Gli incidenti di via Padova diventeranno un’ennesima occasione
di scontro elettorale, mentre dovrebbero esserla per un patto trasversale tra
una destra e una sinistra finalmente unite per il bene di un’Italia così tanto
esposta (per motivi geografici) e così tanto lasciata sola dall’Europa. Utopie?
Può darsi. Ma in Spagna qualcosa del genere l’hanno fatto, e in Spagna
all’opposizione c’è la destra, e al governo Zapatero. MICHELE BRAMBILLA LS 15
Milano, viaggio nella babele violenta e multietnica
La vetrina si
ripara in fretta, la paura di mia figlia no, quella resta». Maria viene dal
Perù, sua figlia ha 10 anni ed è italiana, è nata a Milano, va a scuola a
Milano. La scuola di via Padova. L’altra sera ci si sono messi in 30-40
nordafricani a mandare in frantumi la vetrina del suo negozio di alimentari,
prima con delle bottiglie poi con un tubo d’acciaio, e lei era dentro,
asserragliata per due ore con tutta la famiglia, a sperare che se ne andassero,
ad aspettare la polizia. Poco più avanti, di fianco al portone del civico 80,
ci sono mazzi di fiori, e cartelli di compassione e dell’unico programma
politico possibile: «Vogliamo vivere in pace». Sull’asfalto ci sono ancora i
segni di una grande macchia di sangue: è il punto dove, nel pomeriggio di sabato,
è stato ucciso a coltellate da un gruppo di sudamericani Abdel Aziz el Saied,
neanche ventenne pizzaiolo egiziano. A seguire, quattro ore di guerriglia
urbana, devastazioni e inseguimenti tra gruppi di latinos e di magrebini.
Quattro egiziani irregolari, tra i 19 e i 31 anni, sono stati fermati per
devastazione e saccheggio.
Storico quartiere
di immigrazione prima dal sud, adesso da fuori Europa, questo di via Padova.
Dove si arriva anche al 40% di presenze straniere, e dove, per la Camera di
Commercio, 1.311 imprese sono intestate ad immigrati, quasi la metà. Persone di
50 nazionalità diverse, cinesi, egiziani, peruviani, marocchini, senegalesi,
tunisini, colombiani, si incrociano nel quartiere più interetnico di Milano,
paradigma dell’assenza totale di governo dell’immigrazione in città.
Integrazione: la parola magica del nuovo millennio, quella di cui mai si vede
traccia. E che ieri in via Padova veniva invocata persino col megafono.
«Politici e polizia non lo sanno che succede qui? - chiede Ahmed, mediatore
culturale algerino - Qui ovunque c’è spaccio di droga, la gente vive ammassata
anche in 10-12 in un bilocale, affittato o subaffittato da italiani. La
situazione è così da dieci anni, ma nessuno fa niente». Su questo, almeno, sono
tutti d’accordo, italiani e immigrati. E, infatti, è stata una contestazione
multietnica quella che ha colto di sorpresa, ieri, prima il
vicesindaco-sceriffo Riccardo De Corato, e poi pure Davide Boni,
capodelegazione della Lega in Regione. «Dove sono le telecamere che ci avete
promesse - gridavano decine di residenti - dove sono finite le promesse di
legalità che ci hai fatto? Vergognati».
E la situazione
per qualche momento è tornata incandescente. «Ci lasciano nella paura. Io per
dormire prendo il sonnifero - dice una signora italiana - Questa è una zona
maledetta. Non è questione di razzismo; però il Comune deve aiutare, noi e
loro». Già, il Comune. Quindici anni di governi di destra in città come in
Regione, 4 di Moratti, per non dire del governo nazionale: un fallimento
assoluto dell’integrazione, la sicurezza è solo un’icona acchiappa-voti. Per
esempio: le istituzioni hanno messo molti ostacoli all’assegnazione di case
popolari agli stranieri, manca una politica abitativa che distribuisca la
presenza di immigrati in città, molti italiani danno in affitto (in nero) case
cadenti a prezzi altissimi. Et voilà i quartieri ghetto. Il candidato per il
centrosinistra in Regione, Filippo Penati, chiede le dimissioni di De Corato,
responsabile che ha fallito. E ha una richiesta anche per la signora Moratti:
«Provi il brivido di camminare in via Padova, invece di occuparsi di traffico,
salotti ed Expo».
La tragedia di
sabato è nata dal niente: un apprezzamento di troppo sulla fidanzata della
vittima sul 56, l’unico autobus della zona, un inseguimento, una coltellata al
torace. A uccidere sarebbero stati cinque o sei della banda dei «Chicago», gang
di latinos già nota per aggressioni in città. Trecento nordafricani scendono in
strada, anche per impedire che la vittima venisse portata via, volevano
garantirle una sepoltura in tempi brevi, come prevede l’Islam. Per un
centinaio, la rabbia è furore cieco. Sette auto sono state ribaltate in via
Padova e altre due in via Leoncavallo, lì dietro (dove un tempo c’era il centro
sociale che, se non fosse stato sgomberato, forse avrebbe potuto funzionare da
punto di riferimento e aggregazione), un’altra ventina tra auto e motorini sono
stati danneggiati, e poi sono state prese di mira vetrine e insegne di cinque
negozi gestiti da latinoamericani. «Quello che è accaduto è il risultato del
governo di questa città e di questo paese - dice ancora Ahmed - Ed è solo
l’inizio». Laura Matteucci L’U 15
Immigrati, Bossi ferma i pasdaran della Lega. "Lasciamo stare i
rastrellamenti a Milano"
Il senatùr
respinge la richiesta di pugno duro fatta da alcuni esponenti del suo partito
dopo i disordini di Milano - E Maroni ipotizza "un nuovo progetto di
integrazione: fare politiche di ricomposizione, mantenere insieme la
città" - Il sindaco Moratti: "Siamo nel libero mercato, non si può
impedire la vendita di alloggi e negozi agli stranieri"
MILANO - "I
rastrellamenti lasciamoli stare". Così Umberto Bossi segretario della Lega
Nord e ministro delle Riforme, ha preso posizione contro l'ipotesi di
"andare a prendere gli immigrati casa per casa" lanciata da alcuni
esponenti del suo partito (in particolare dall'europarlamentare Matteo Salvini)
dopo le violenze di sabato in viale Padova a Milano, scoppiate in seguito
all'omicidio di un egiziano.
"Avete
presente cosa è successo negli ultimi anni - ha aggiunto Bossi - sono arrivate
montagne di immigrati e non è possibile continuare così. Anche io critico la
sinistra che ha fatto entrare montagne di immigrati senza casa e sono nati
quindi i quartieri ghetto. Se Bersani ha ragione vincerà le elezioni,
altrimenti le perderà. Però i rastrellamenti lasciamoli stare".
Contro l'ipotesi
del pugno duro si è espresso anche il ministro dell'Interno Roberto Maroni.
Vanno espulsi i clandestini, ma non si risolve un problema come via Padova,
dove "non vedo il rischio di banlieue", con i blitz e le camionette.
La soluzione non è lo stato di polizia, ha detto il titolare del Viminale al
Corriere della Sera, illustrando quella che sembra una vera e propria svolta
nelle politiche del governo: "E' importante evitare che una zona di città
diventi estranea a chi ci vive, una sorta di territorio separato, di zona
franca", ha detto il ministro leghista che ha illustrato "un nuovo
progetto di integrazione: adesso bisogna gestire, fare politiche di
ricomposizione, mantenere insieme la città. E quando serve, intervenire. Mi
piace parlare di ristrutturazione, ma senza interventi repressivi. Non serve
incendiare le piazze". Per questo Maroni convocherà una riunione con
"il Welfare, le Regioni, i Comuni, il volontariato, per affrontare questo
tema". Perché, ha ammesso il ministro, "ci sono molti immigrati
regolari che vivono ancora una condizione di estraneità. Oltre al permesso di
soggiorno, al lavoro, alla casa, ci sono altre condizioni che oggi mancano per
l'integrazione".
E agli esponenti
della Lega che propongono di impedire la vendita di case agli stranieri, il
sindaco di Milano Letizia Moratti ha ricordato che "siamo in una società
fatta di libero mercato". In un'intervista con Maurizio Belpietro, a
Mattinocinque, il sindaco ha sottolineato che "lo stesso problema c'è con
i negozi ma esiste una legge fatta dal ministro Bersani che li liberalizza e
quindi non è possibile intervenire per bloccare l'apertura di un negozio".
Il sindaco ha anche detto di aver parlato con Berlusconi: "Gli ho chiesto
quanto avevamo già concordato, cioè un significativo rinforzo di uomini delle
forze dell'ordine per Milano. E Maroni - ha detto la Moratti - mi ha garantito
che un primo contingente di polizia arriverà fin dai prossimi giorni". LR
15
Lo scontro
interetnico di via Padova a Milano ha portato nuove sofferenze a due categorie di
persone, del tutto incolpevoli: i vecchi abitanti della zona e gli immigrati
che vorrebbero lavorare in pace. Gli italiani di via Padova, esasperati, e
impossibilitati ad andarsene (anche, probabilmente, in molti casi, a causa del
deprezzamento subito dai loro alloggi), denunciano le condizioni di degrado e
la mancanza di sicurezza.
Ma anche gli
immigrati che lavorano hanno la loro pesante dose di disagi. Non sono,
presumibilmente, leghisti quegli immigrati che a Gianni Santucci (sul Corriere
di ieri) dicevano: «A distruggere le vetrine c'erano troppe facce che vedo in
giro a non far niente tutto il giorno » oppure «Devono prenderli e mandarli a
casa». Ci sono in gioco due questioni, difficili da gestire. La prima riguarda
la clandestinità, la sua frequente connessione con attività criminali, nonché
il ruolo di primo piano che i clandestini svolgono sempre nelle rivolte urbane.
La seconda riguarda la formazione di ghetti multietnici all' interno delle
città.
Come ha scritto
Isabella Bossi Fedrigotti, sempre sul Corriere di ieri, ciò che è successo in
via Padova può accadere in altri quartieri di Milano e in tante altre città.
Combattere l'immigrazione clandestina è difficilissimo. Ma lo è ancora di più
se tanti operatori, religiosi e settori di opinione pubblica mostrano
un'indulgenza che sfiora la complicità verso il fenomeno. Come è fin qui
accaduto. Che senso ha, in nome di una sciatta e del tutto ideologica «difesa
degli ultimi », disinteressarsi delle gravissime conseguenze che la
clandestinità porta con sé e che sono destinate a pesare sia sugli italiani che
sugli immigrati regolari? Le probabilità di scontri etnici, quanto meno,
diminuiscono se la clandestinità viene arginata e i facinorosi allontanati.
E migliora, per
tutti, la vivibilità dei quartieri. La seconda questione riguarda la formazione
di ghetti multietnici. E' un problema ancora più difficile da risolvere di
quello della clandestinità. A causa del fatto che i ghetti si formano quasi
sempre in modo spontaneo, seguendo dinamiche che sono proprie del mercato
(degli alloggi). Il ministro degli Interni Roberto Maroni, nella sua intervista
al Corriere di ieri, ha detto cose responsabili e condivisibili. Ma ha forse
sopravvalutato la possibilità di impedire per il futuro eccessi di concentrazioni
etniche nelle aree urbane. I ghetti si formano perché l'afflusso di immigrati
spinge le persone che temono un deprezzamento eccessivo della loro proprietà a
vendere. E quando il deprezzamento è compiuto, il quartiere si riempie di
immigrati poveri. E' difficile bloccare questi processi.
In un bel film che
circola in questi giorni nelle sale, An education, due allegri mascalzoni
sbarcano il lunario prendendo in affitto appartamenti in quartieri di soli
bianchi e poi subaffittandoli a famiglie di colore. Le vecchine del quartiere
si spaventano, svendono di corsa case e mobilio. E i due mascalzoni arraffano
tutto l'arraffabile. Forse, consistenti sostegni economici alle persone che, a
causa del flusso immigratorio, vedono deprezzate proprietà ed esercizi commerciali,
servirebbero di più che non tentativi di pianificazione nella distribuzione
urbana dei vari gruppi etnici. Alleviando il danno, ciò forse contribuirebbe
anche a ridurre il rancore verso gli immigrati. Angelo Panebianco CdS 16
Permesso di soggiorno a punti efficace solo con politiche di integrazione
ROMA - Il permesso
di soggiorno sarà “a punti”: i richiedenti dovranno sottoscrivere un accordo
per l’integrazione con una serie di doveri da adempiere, come la conoscenza
della lingua italiana, l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale e un
contratto abitativo. Così facendo accumuleranno punti, mentre se commetteranno
reati ne verranno tolti. In due anni l’immigrato deve raggiungere 30 punti; se
non arriva a tale soglia avrà un altro anno di tempo per arrivare al punteggio
richiesto, altrimenti scatterà l’espulsione. Il provvedimento dovrebbe entrare
in vigore a breve, con un decreto del Consiglio dei Ministri.
La proposta,
comunemente chiamata “permesso di soggiorno a punti”, “non è nuova ed era stata
lanciata nell’autunno 2008, all’interno della discussione sulla legge sulla
sicurezza”, ricorda mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione
Migrantes. Nei Paesi in cui è stato sperimentato (come Germania, Canada,
Svizzera e Australia) è risultato “efficace”, perché inserito nel contesto di
“una politica d’integrazione che favoriva il permesso di soggiorno in tempi
brevi e certi”. Perché questo strumento possa funzionare, evidenzia mons.
Perego, sono necessarie “una nuova legge sulla cittadinanza”, che “passi dallo
jus sanguinis allo jus soli” e “aiuti la partecipazione politica e sociale”,
una nuova normativa che “favorisca i ricongiungimenti familiari” e una politica
del lavoro che “favorisca la formazione” e sia attenta alla “tutela della
sicurezza del lavoro” con una specifica attenzione per i lavoratori stranieri.
Per mons. Perego
occorre “distinguere tra le persone che iniziano un cammino di stabilizzazione
nel nostro Paese e coloro che sono temporaneamente, e spesso precariamente,
presenti sul territorio, oltre che tra i diversi tipi di lavoratori”. Quindi,
spiega, “prima di elaborare strumenti che rendono nella pratica più
difficoltoso il percorso d’incontro, regolarizzazione e integrazione” bisogna
lavorare “sui cardini della cittadinanza e della residenza”, prevedendo anche
uno stanziamento di risorse. “Senza una politica d’integrazione - prosegue
mons. Perego - ogni strumento rischia di essere estemporaneo, oppure aggravare
l’inefficacia di una situazione già di per sé assai precaria”. “Di fronte a un
Paese che, anziché dopo 40 giorni, dà il permesso di soggiorno dopo un anno, e
nel quale gli Sportelli immigrazione sono gravati da moltissimo lavoro”,
osserva il sacerdote”, non si può “aggravare ulteriormente la burocrazia”, ma bisogna
“costruire una politica legata al territorio, con la collaborazione di Comuni e
associazioni”. Inoltre, rileva, “non è vero che gli immigrati non sono attenti
a imparare la lingua o a iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale”; anzi,
tale attenzione è “molto forte e dev’essere facilitata creando le condizioni”
per raggiungere risultati positivi in tal senso.
Più che un
permesso a punti è “un percorso a ostacoli”, afferma il Presidente nazionale
delle Acli, Andrea Olivero. “Prima ancora di attrezzarci per costruire un
percorso d’integrazione stiamo provvedendo a porre i paletti di un percorso a
ostacoli, che già oggi per i cittadini immigrati che vogliono risiedere
regolarmente in Italia è sufficientemente tortuoso. Già ora, infatti, per
ottenere il permesso di soggiorno gli stranieri debbono soddisfare alcuni
requisiti stringenti che fanno riferimento al reddito, all’abitazione, al
lavoro”. Il permesso di soggiorno dovrebbe essere “la prima tappa di un
percorso di avvicinamento alla cittadinanza”. Per questo avrebbero senso i
requisiti di conoscenza della lingua italiana e della nostra Costituzione. Ma
“chi accompagna oggi gli immigrati in questo percorso? Finora solo la Chiesa e
il volontariato. Sono anni che chiediamo invano un piano organico e nazionale
per l’insegnamento della lingua italiana”.
In queste
condizioni, conclude Olivero, “il permesso a punti rischia di diventare
l’ennesimo elemento di sofferenza e di vessazione psicologica e burocratica per
le tante famiglie immigrate presenti nel nostro Paese”. SIR 10
Fiducia, Berlusconi di nuovo in calo. Crescono i partiti di centrosinistra
Scende l'effetto
dell'attentato di Milano. Il premier al 46% di fiduciosi vicino ai minimi - Il
Pd risale di 3 punti, l'Idv di 2. Fermi tutti gli altri. Ministri: bene
Sacconi, perde Brunetta - Raggiungono quota 52% (la più alta di sempre) quelli
che hanno poca o nessuna fiducia
ROMA - L'effetto
dell'attentato di Milano comincia a scemare e la fiducia in Silvio Berlusconi
riprende il trend negativo degli ultimi mesi. E' il dato più evidente del
sondaggio mensile di Ipr Marketing sulla fiducia nel premier, nel governo e
nelle forze politiche. L'altro elemento emergente è una ripresa dei partiti del
centrosinistra: Pd e Idv guadagnano terreno mentre per gli altri è
"crescita zero".
Il sondaggio, come
tutti i mesi esamina il livello di fiducia. Nel caso di Berlusconi scendono a
46 (su 100) gli interpellati che esprimono "molta" o
"abbastanza" fiducia nel suo operato. Erano 48 a gennaio e dicembre e
45 a novembre e ottobre. Il Cavaliere, dunque, torna vicino ai suoi
"minimi storici". Nell'ottobre del 2008 era arrivato al 62% di
giudizi positivi. Sale, invece, sopra il 50 per cento e arriva al 52% la
percentuale di coloro che esprimono "poca" o nessuna" fiducia
nel premier. E' la più alta mai raggiunta. Gli indecisi, infatti, sono solo il
2%.-
Il governo. Non si
muove il governo. Per il quarto mese consecutivo la percentuale di coloro che
esprimono "molta" o "abbastanza" fiducia è ferma al 40%
(minimo di sempre). Bloccati anche al 56% coloro che ne hanno "poca"
o "nessuna". Stesso dato, ovviamente, anche per gli indecisi: 4%.
I ministri. Nella
classifica dei ministri è sempre in testa il responsabile di welfare e lavoro
Maurizio Sacconi (62% di "fiduciosi") vicino al suo massimo storico
di 63% (luglio 2009). Al secondo posto sempre Maroni 60%. Perde tre punti il
responsabile della funzione pubblica Renato Brunetta che passa dal 61 al 58 per
cento di fiduciosi. La sua candidatura a sindaco di Venezia non è evidentemente
piaciuta a una parte degli interpellati. Tra gli altri, perdono due punti
Frattini, Bondi e la Brambilla (fanalino di coda con il 28% di fiducia).
Guadagnano, invece, Scajola avvantaggiato chiaramente dalla difesa dei posti di
lavoro nella vicenda Fiat e Giorgia Meloni. Un punto in più a Tremonti e Mara
Carfagna, uno in meno per Gelmini (la riforma della scuola non l'aiuta) e Zaia.
I partiti. Il
sondaggio segnala la crescita delle forze di centrosinistra. Il Pd, dopo la
flessione di 4 punti del mese scorso, risle da 37 al 40 per cento di
"fiduciosi" riavvicinandosi al suo massimo (41%). Due punti in più
(dal 36 al 38) per l'Idv. Tutti fermi gli altri. In testa c'è il Pdl (46%),
l'Udc è al 40 e la Lega Nord chiude al 31.
LR 16
L’Aquila: lo sdegno della città
Ricostruire in
tutti i particolari che cosa accadde
alle persone ed alle cose la tragica notte del 6 aprile 2009 è un puzzle
complicatissimo, a cui tutti gli aquilani partecipano, ciascuno a suo modo, con
racconti orali e scritti, che contribuiscono alla conoscenza di quel’evento
saliente nella storia della città. Apprendiamo oggi dai giornali che c’era
anche chi rideva per quel fatto, un bel sisma grosso come quello, non accade
tutti i giorni. Quella notte qualcuno rideva di gioia vedendo nell’immediato
futuro lauti e rapidi guadagni. Il fatto è sconcertante, figlio di brutti tempi
in cui esiste e trionfa solo ed esclusivamente
il valore dell’arricchimento rapido, vistoso e spregiudicato, non
importa se figlio di tagli di spesa, licenziamenti ed evasione fiscale, oppure
di succose commesse pubbliche per la
ricostruzione di una città che c’era e
non c’è più.
La protesta della
città è esplosa in manifestazioni partecipate da qualche centinaio di
cittadini con tanto di cartelli, foto di
mucchi di macerie e manifesti. “Io quella notte non ridevo”, è lo slogan più
ripetuto, accompagnato da feroci parole di biasimo per i due luridi individui
che hanno gioito alla notizia della enorme disgrazia. La protesta di piazza
degli aquilani che si sentono offesi ed umiliati dalla qualifica di poveracci,
è radicale e profonda, coinvolge in un’unica critica distruttiva tutto e tutti.
Leggo in un manifestino distribuito dall’Associazione Cittadini per i Cittadini
parole di esplicita condanna per tutti quelli che hanno operato finora a
livello locale, che va dagli uomini della Protezione Civile, definiti corvi neri su corpi sanguinanti,
alla classe politica locale, vile, fino alla chiesa locale, cieca, tutti e
due prostrati ai salvatori per un pugno
di C.A.S.E. Il giornalista Giustino Parisse è stato citato in particolare, accusato di non essersi reso
conto (ma davvero?) che i ricostruttori del villaggio di Onna sono La Regione
Trentino Alto Adige, La Croce Rossa Italiana e la Germania. La critica
dell’associazione termina con un appello
all’Europa, al Mondo ed alle grandi organizzazioni di tutela dei diritti
umani perché intervengano in nostro
soccorso.
Ma che significa tutto questo? Ma davvero si
può pensare che qualcuno possa intervenire, a fare chissà che, dall’alto,
scavalcando tutte le istituzioni locali? Veramente vogliamo pensare che a
livello locale non ci sia più un santo, laico o di chiesa, a cui voltarsi, insomma vogliamo veramente credere che da
soli, con le nostre forze non si possa fare più nulla. Le risate dei due luridi
individui sono proprio brutte, come brutto e spregevole è il loro mondo che le
ha prodotte, ma anche lo sdegno degli aquilani contro tutto e contro tutti,
senza alcuna fiducia nelle istituzioni locali, suscita oscure preoccupazioni,
ricordi di storie che sembravano passate per sempre.
Mi appare
evidente, forse per cultura ed età non più verde, che lo sdegno contro tutto e
contro tutti, scollegato dalle istituzioni pubbliche locali e statali non vada
molto lontano. C’è da augurarsi che questi giovani cittadini aquilani,
certamente innamorati della loro città, e desiderosi di una giusta rinascita, trovino
una via istituzionale in cui incanalare i loro sentimenti di protesta, e
possano viverli in maniera positiva e veramente utile alla comunità, senza
lasciarsi trascinare in un vuoto pericoloso dalle corruttele e dagli scandali
di cui sono piene la pagine dei giornali e gli schermi delle televisioni. La
speranza di ricostruire non può vivere fuori dei canali istituzionali previsti
dalla costituzione, che finora hanno funzionato, bene o male. I tempi sono
duri, ma l’impegno per la costruzione della città deve andare insieme a quello
della costruzione di una democrazia sempre più diffusa e più bella. Crederci è
duro, ma non crederci è pericoloso. Emanuela Medoro, de.it.press
Passaporto individuale per i minori
ROMA - Cambiano le regole per i passaporti:
dalla fine di novembre scorso i minorenni non possono più essere iscritti sul
passaporto dei genitori, dei tutori o delle altre persone delegate ad
accompagnarli, ma devono essere in possesso di un documento individuale. Le
nuove regole si applicano alle richieste formulate a partire da tale data,
mentre le iscrizioni dei minori effettuate prima dell’entrata in vigore delle
nuove disposizioni rimarranno valide fino alla scadenza del passaporto.
Tutte le novità
La novità sono state introdotte dalla Legge
166/2009, di conversione del Decreto Legge 135/2009, entrata in vigore il 25
novembre scorso che ha introdotto l'obbligo del passaporto individuale: ogni
persona è tenuta a disporre di un passaporto individuale a prescindere dalla
propria età.
La nuova normativa, che recepisce il
Regolamento europeo 444/2009, prevede una validità temporale differenziata del
passaporto per i minorenni: 3 anni per i bambini fino al terzo anno di età, 5
anni per i minori dai 3 ai 18 anni. La durata del passaporto è abbreviata per
permettere un aggiornamento frequente della fotografia e rendere così
maggiormente riconoscibile il minore.
Tra le ulteriori misure di tutela si
segnalano anche: l’innalzamento da 10 a 14 anni del limite di età, per il quale
vige l’obbligo che i minori viaggino con uno dei genitori (o di chi ne fa le
veci) o che sia riportato sul passaporto del minore (o in una dichiarazione
apposita) il nome della persona o dell'Ente cui egli è affidato quando in
viaggio.
Sempre nell’ottica di una maggiore sicurezza,
la normativa comunitaria (Regolamento 2252/2004), ha previsto che sul
passaporto vengano registrate, oltre all’immagine del volto, anche le impronte
digitali. Le Questure e gli Uffici consolari all’estero stanno gradualmente
avviando l’emissione di passaporti biometrici di seconda generazione (con
impronte) che, dal prossimo giugno, diventeranno l’unica tipologia
rilasciabile. Per i casi di impossibilità provvisoria di procedere alla
rilevazione delle impronte digitali, è stato introdotto il passaporto
temporaneo.
In questo contesto è previsto l’inserimento
delle impronte digitali nei documenti dei ragazzi sopra i 12 anni: rimangono
dunque esentati solo i minori di 12 anni e le persone fisicamente
impossibilitate alla rilevazione.
Infine, per quanto concerne la disciplina
generale, è stata introdotta la “consegna a domicilio” del passaporto, su
specifica richiesta contestuale alla domanda di rilascio presso la Questura ed
a spese del richiedente. A tal fine si ricorda che per il rilascio del
passaporto sono necessarie due fototessera, la fotocopia di un documento di
riconoscimento, una marca da bollo per passaporto reperibile nelle tabaccherie
autorizzate.
Gli obiettivi
Con il passaporto per i minori si garantirà una
maggiore individualità e riconoscibilità, e quindi maggior sicurezza per i
bambini in viaggio, "in modo da fare meglio fronte ai crescenti fenomeni
di sottrazione di minorenni ed alla tratta internazionale di minori". Ciò
viene sottolineato in una nota del Ministero degli Esteri che mette l’accento
sull’obiettivo di contrastare qualunque attività criminale che possa
coinvolgere i minori ed, in particolare, il fenomeno della sottrazione di
bambini ai genitori affidatari.
D'ora in poi dunque i genitori, tra le prime
foto fatte ai loro piccoli, ne faranno scattare anche una per il passaporto.
Il dettaglio dei
nuovi articoli
I nuovi artt. 14 e 17 della legge 1185/1967
sui passaporti, come modificata dalla Legge 166/2009, recitano:
Art. 14. – “ Il passaporto ordinario è
individuale. Esso spetta ad ogni cittadino, fatte salve le cause ostative
contemplate nella presente legge. Per i minori di età inferiore agli anni
quattordici, l'uso del passaporto è subordinato alla condizione che viaggino in
compagnia di uno dei genitori o di chi ne fa le veci, oppure che venga
menzionato sul passaporto, o su una dichiarazione rilasciata da chi può dare
l'assenso o l'autorizzazione, il nome della persona, dell'Ente o della
compagnia di trasporto a cui i minori medesimi sono affidati.
La sottoscrizione di tale dichiarazione deve
essere vistata da una autorità competente al rilascio del passaporto''.
Art. 17. – “Il passaporto ordinario è valido
per dieci anni. La validità del passaporto può essere tuttavia ridotta a norma
delle disposizioni in vigore o su domanda di chi ne abbia facoltà a norma di
legge.
Per i minori di età inferiore a tre anni, la
validità del passaporto è di tre anni, per i minori di età compresa tra tre e
diciotto anni, la validità del passaporto è di cinque anni.
In caso di urgenza ovvero in caso di
impossibilità temporanea alla rilevazione delle impronte digitali, o per
particolari esigenze, può essere emesso un passaporto temporaneo, di validità
pari o inferiore a dodici mesi''. In rete con l’Italia
Berlinale. Dal Giappone cinema di guerriglia
BERLINO - Dal
Giappone con furore. Se il miglior cinema europeo distilla rabbia e stile
battendo temi sociali (oltre ai fratelli dannati del danese Submarino, in
concorso ha fatto scalpore il delinquente giovanile del romeno Se voglio
fischiare, fischio, diretto dall’esordiente Florin Serban), l’Asia non ha
ancora chiuso i conti con gli orrori della seconda guerra mondiale. Ce lo
ricorda il nipponico “maledetto” per eccellenza, il prolifico Koji Wakamatsu,
classe 1936, ex-membro della yakuza da giovane, ex-galeotto, ex-re del
softcore: un non riconciliato che pratica un cinema di guerriglia scodellando
film in tempi record.
«Perché perdere
tempo a provare?», sintetizza nel suo stile il regista. «Se devi ammazzare
qualcuno non ti eserciti a lungo, lo fai e basta. Anche nel cinema è così».
L’idea conta più dell’esecuzione e l’idea di Caterpillar giura il suo autore, è
secca, primaria, brutale. Un soldato giapponese torna nel suo villaggio
orribilmente ustionato e ridotto a un tronco umano (come nel vecchio E Johnny
prese il fucile del grande americano “blacklisted” Dalton Trumbo, ma in
tutt’altra chiave). Niente più gambe né braccia né voce. In compenso, come
scoprirà presto la sua povera moglie, ha un appetito da lupo. Anche sessuale.
Con buona pace del razionamento alimentare e delle fatiche quotidiane
affrontate dal villaggio in tempo di guerra.
Vittima e
carnefice, realtà e metafora fusi in un corpo solo, le giornate del soldato
Kyuzo sembrano tutte uguali. La moglie lo accudisce, lo sfama, placa i suoi
ardori in scene molto esplicite (ma senza compiacimenti), oscillando fra
compassione e rivolta perché sotto l’Imperatore le donne giapponesi erano come
schiave. I compaesani lo venerano come un dio vivente, gli portano riso bianco
e uova fresche, onorano la moglie per la sua devozione. Ma come abbiamo visto
nel prologo, introdotto da immagini belliche di repertorio, anche il soldato
Kyuzo ha stuprato e ucciso, e quei ricordi lo tormentano. Fino a spingerlo a
darsi la morte in una scena semplicissima e indimenticabile. Il villaggio
festeggia la fine della guerra, dopo il bombardamento di Tokyo (100.000 morti)
e le atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Lui striscia fuori di casa, raggiunge lo
stagno, si vede per la prima volta riflesso nell’acqua, una e una sola lacrima
increspa lo specchio d’acqua...
Difficile essere
più didascalici e più poetici insieme. Il film ideale nel giorno in cui Berlino
ospitava, come ogni anno in concomitanza con la Berlinale, il controverso galà
di beneficenza Cinema for Peace, parata un po’ chiassosa di star che vedeva
ospite d’onore l’ex-presidente sovietico Gorbaciov. Mentre tornando al FilmFest
era curioso, dopo tanto dolore e tanta essenzialità, ritrovare in gara A Woman,
a Gun and a Noodle Shop, remake firmato Zhang Yimou di Blood Simple, il remoto
esordio dei fratelli Coen. Una black comedy assurda e sgargiante riambientata
fra i monti desertici della Cina occidentale e rivestita di costumi deliranti
da Opera cinese. Esilarante per dieci minuti (da antologia la scena dedicata
all’arte di fare gli spaghetti cinesi, con gli stessi gesti coreografici dei
pizzaioli napoletani ma ripresi in stile Foresta dei pugnali volanti). Poi di
una noia assoluta. Se è così che la Cina spera di conquistare i mercati
occidentali, sarà per un’altra volta. IM 16
Nel 2009 crollate le esportazioni
Istat: calo del
20,7% rispetto al 2008, il dato peggiore dal 1970, primo anno delle serie
storiche forte flessione anche delle importazioni: -22%. Deficit commerciale in
calo
MILANO - Nel 2009,
le esportazioni italiane sono crollate del 20,7% e le importazioni del 22%,
rispetto al 2008. Lo comunica l'Istat, aggiungendo che si tratta dei peggiori
dati sui flussi commerciali dal 1970, ovvero da quando esistono le serie
storiche.
PAESI UE - Nel
2009 le esportazioni italiane verso i Paesi dell'area Ue sono crollate del
22,5% e le importazioni del 17,8%, rispetto al 2008 sottolinea ancora l'Istat
aggiungendo che si tratta dei peggiori dati dal 1993, ovvero da quando esistono
le relative serie storiche. Nello stesso periodo il saldo è stato negativo per
1.791 milioni di euro, in forte peggioramento rispetto all'attivo di 9.942
milioni di euro registrato nel 2008.
DEFICIT IN CALO -
Nel periodo il saldo commerciale italiano è stato negativo per 4,109 miliardi
di euro, con una netta riduzione del passivo di 11,478 miliardi rilevato nel
2008. Per quanto riguarda l’interscambio commerciale complessivo del mese di
dicembre 2009, le esportazioni sono diminuite, rispetto allo stesso mese
dell’anno precedente, dell’1,9% e le importazioni del 3%. Il saldo commerciale
è risultato negativo per 123 milioni di euro, inferiore a quello, pari a 415
milioni di euro, dello stesso mese del 2008. Nel confronto con novembre, i dati
destagionalizzati relativi all’interscambio complessivo presentano, a dicembre
2009, un incremento sia per le esportazioni sia per le importazioni, con tassi
di crescita pari rispettivamente al 4,4 per cento ed all’1,6 per cento. Negli
ultimi tre mesi, rispetto ai tre mesi precedenti, i dati destagionalizzati
mostrano una flessione dello 0,2 per cento per le esportazioni e una crescita
del 2,4 per cento per le importazioni. Redazione online CdS 15
Conclusi a Riccione i lavori della Consulta degli emiliano-romagnoli nel
mondo
RICCIONE - Presso
l’hotel Mediterraneo di Riccione, la Consulta degli emiliano-romagnoli nel
mondo ha concluso la prima delle sue due riunioni annuali. I lavori della
seconda giornata si sono concentrati innanzitutto sulla bozza di bando per i
contributi per l’anno 2010 alle associazioni. Le domande per i contributi
scadranno il 30 aprile 2010. Tra le priorità indicate dalla presidente della
Consulta Silvia Bartolini, le attività di formazione professionale e di
crescita culturale. Investire su giovani e formazione è parso ai consultori
come il modo migliore per impegnare sui valori dell’emigrazione le nuove
generazioni. Tali valori – è stato detto – si trasmettono con la memoria, ma
anche fornendo ai giovani delle opportunità di orientamento, ricerca,
inserimento lavorativo, così da costruire un ponte concreto tra essi e la
regione d’origine della propria famiglia. Di qui l’importanza, anche, degli
scambi, dei soggiorni e dell’ospitalità: un campo su cui la Consulta ha
iniziato da tempo a lavorare. Si è parlato di nuovo della bacheca delle
opportunità formative, che è tra i prossimi obiettivi della Consulta.
Un altro tema affrontato è stato quello della
crisi che coinvolge la rappresentanza degli italiani all’estero. Una crisi – ha
spiegato Silvia Bartolini nel suo intervento conclusivo – dovuta al fatto che
“si vuole togliere al CGIE il ruolo di elaborazione delle politiche degli
italiani all’estero”. “Si è cercato di usare le Regioni contro il CGIE – ha
aggiunto la Bartolini – e di fare dei parlamentari eletti all’estero gli unici
titolari della rappresentanza dei connazionali all’estero. Ma la riforma
governativa potrebbe cancellare anche loro”, così come potrebbe distruggere la
vita dell’associazionismo italiano nel mondo.
L’ultimo pensiero della Consulta di Riccione
è andato alla Conferenza dei giovani che avrà luogo a Santiago del Cile dal 28
febbraio al 3 marzo prossimo. “Chiudiamo la legislatura con la Conferenza dei
giovani – ha spiegato la Bartolini – perché nella precedente Conferenza di
Buenos Aires del 2007 avevamo preso degli impegni con i ragazzi. Adesso
torniamo da loro per dire cosa abbiamo fatto e cosa faremo, con il loro
contributo, in futuro”. Per questo, ha concluso la presidente, è necessario che
ogni progetto selezionato che uscirà dalla Conferenza di Santiago venga
assegnato a un giovane, che in questo modo si sentirà responsabilizzato a
seguirlo e a portarlo a compimento insieme alla Consulta”.
La consulta a Casa
Artusi per il seminario sulle politiche europee della Regione
Il pomeriggio dell’11 febbraio era stato
dedicato al seminario su “Le politiche europee della Regione Emilia-Romagna”,
ospitato presso Casa Artusi di Forlimpopoli, il noto centro di cultura
gastronomica sorto nel paese natale di Pellegrino Artusi, autore nel 1891 del
primo manuale della cucina italiana.
Il seminario si è aperto dopo l’intervento
del sindaco di Forlimpopoli Paolo Zoffoli, che ha fatto gli onori di casa
ricordando anche la collaborazione con la Consulta in occasione della
traduzione in portoghese dell’Artusi, presentata lo scorso novembre in Brasile.
Marco Capodaglio, responsabile del servizio
politiche europee e relazioni internazionali della Regione, ha illustrato le
attività del suo servizio che possono risultare interessanti per i consultori e
le associazioni, in particolare nel settore della cooperazione internazionale.
Lorenza Badiello, responsabile regionale del
servizio di collegamento con gli organi dell’Unione europea, ha informato i
consultori sulle politiche di coesione perseguite dalla Ue e sul ruolo
economico e culturale che l’Emilia-Romagna riveste tra le regioni d’Europa.
Michele Migliori, responsabile per i rapporti
intersettoriali, ha risposto alle domande dei consultori sui programmi di
cooperazione allo sviluppo che coinvolgono gli enti locali e i paesi
dell’America latina. I consultori hanno chiesto al servizio politiche europee
un report periodico sulle opportunità dell’Ue per la rete associativa della
Consulta.
Concluso il seminario, i consultori hanno
visitato i locali di Casa Artusi, il primo centro gastronomico in Italia
dedicato alla cucina di casa. (Inform)
ROMA - Si chiama
“Libertàcivili” ed è la testata bimestrale di studi e documentazione sui temi
dell’immigrazione voluta dal Dipartimento per le libertà civili e
l’immigrazione del Ministero dell’Interno e presentata nei giorni scorsi a Roma
presso la Sala Capitolare del chiostro di Santa Maria sopra Minerva. La rivista
- diretta da Mario Morcone, Capo dipartimento per le libertà civili e
l’immigrazione del Ministero dell’Interno - è un’iniziativa editoriale che
intende offrire un approfondimento della molteplicità di questioni legate al
tema dell’immigrazione e della coesione sociale nell’attuale contesto italiano
ed europeo, ponendosi come punto di riferimento per un confronto libero di
opinioni, idee e progetti.
Alla conferenza di
presentazione sono intervenuti il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali
Maurizio Sacconi, Giuseppe De Rita, Presidente del Censis ed Enzo Cheli,
Presidente emerito della Corte Costituzionale e Presidente del Comitato
Scientifico della rivista.
“Troppo spesso il
tema dell’immigrazione viene utilizzato - ha detto il Ministro Roberto Maroni -
come strumento di contesa politica. Questa iniziativa editoriale, che non deve
intendersi assolutamente come una ‘house organ’, vuole creare uno spazio aperto
alle proposte supportate da dati concreti perché spesso le soluzioni
prospettate per la questione dell’immigrazione sono viziate da pregiudizi ideologici”.
Nel primo numero
segnaliamo un articolo di mons. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio
Consiglio per i Migranti e gli Itineranti su “Carità e verità anche per i
Migranti”, un “Primo Piano”sui minori immigrati e un articolo di Gian Carlo Blangiardo
su immigrazione e criminalità. (Migranti-press)
A Palermo un incontro sull’integrazione dei migranti
Il 18 febbraio
un’iniziativa organizzata dal Lions club e dal Centro studi e documentazione
sulle migrazioni del comune
PALERMO – Un convegno di studi intitolato
“Per una integrazione possibile: Palermo città dei diritti e dei doveri” è in
programma il 18 febbraio in città, a Villa Niscemi, a cura del Lions club in
collaborazione con il Centro studi e documentazione sulle migrazioni del comune
di Palermo.
Ad aprire i lavori, alle ore 17, i saluti del presidente del Lions club “Palermo Host” Luigi Calderone e quello del Lions “Monte Pellegrino” Marcello Damiata, moderatore dei lavori. Interverranno quindi l’assessore alle attività sociali del comune di Palermo Raoul Russo e Roberto Mazzarella, responsabile del Centro studi sulle migrazioni della comune, Luca Pacini, responsabile del dipartimento immigrazione dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) e il direttore dell’assemblea regionale siciliana Eugenio Consoli.