WEBGIORNALE 19-21 Febbraio 2010
Il 21 febbraio Giornata Internazionale della Lingua Madre
Parigi/Roma - Il
21 febbraio si celebra la Giornata Internazionale della Lingua Madre, istituita
dall’Unesco per salvaguardare il pluralismo linguistico e culturale del mondo. Quest’anno
le manifestazioni sono orientate a promuovere l’“Avvicinamento delle culture”,
tema al quale l’Onu ha voluto dedicare l’anno 2010, nella consapevolezza che lo
scambio e il dialogo tra le culture e le diversità etnico-
linguistico-religiose sono i migliori strumenti per costruire la pace e per
individuare un quadro di valori comuni universali.
Irinina Bokova,
direttore generale dell’Unesco, ricordando che la lingua madre “è alla base
della storia e della cultura di ciascun individuo” e che “il multilinguismo,
l’apprendimento delle lingue straniere e la traduzione sono tre assi
strategiche delle politiche linguistiche del domani”, si è appellata alla
comunità internazionale affinché “sia dato alla lingua madre, in ciascuna di
queste tre assi strategiche, il suo fondamentale posto di diritto, in uno
spirito di rispetto e tolleranza che prepara la via della pace”.
Nella sede
parigina dell’Unesco si terrà un simposio internazionale sul tema della
“Traduzione e della Mediazione Culturale” (22-23 febbraio), mentre in Italia la
Commissione Italiana Unesco rinnova la tradizione di una celebrazione
“itinerante”, a contatto di volta in volta con diverse realtà linguistiche
locali.
La Commissione
Unesco partecipa quest’anno a due iniziative: la prima, il 20 febbraio a
Torino, in compagnia delle minoranze linguistiche storiche del Piemonte,
occitani, franco-provenzali e walser, organizzata dall’Uncem (Unione Nazionale
Comuni, Comunità, Enti Montani) con il patrocinio della Regione Piemonte e
della Provincia di Torino, la seconda, il 23 febbraio ad Aosta, sulla realtà
linguistica valdostana, organizzata dall’Assessorato all’Istruzione e alla
Cultura della Regione.
Un altro evento è
previsto per sabato 20 a Roma, anche questo con il patrocinio della Commissione
Uneco, organizzato da Dhuumcatu, associazione che tutela i lavoratori
immigrati, soprattutto bengalesi, per commemorare la rivolta che il 21 febbraio
1952 scoppiò nell’allora Pakistan orientale in difesa del “Bangla”, madre
lingua in quella parte del paese.
E’ proprio in
ricordo di quella rivolta, in difesa del diritto di usare la propria lingua,
che l’Unesco ha deciso nel 1999 di istituire il 21 febbraio la Giornata
internazionale della lingua madre.
Per ulteriori
informazioni sulla Giornata: http://portal.unesco.org/culture/en/ev.php-URL_ID=40278&URL_DO=DO_TOPIC&URL_SECTION=201.html). (Inform)
La situazione migratoria in Italia. Un documento della Cemi e della Migrantes
ROMA. La CEMI
(Commissione Episcopale per le Migrazioni), riunita nella seduta del 15
febbraio 2010, e la Fondazione Migrantes hanno approfondito alcuni aspetti
della situazione migratoria in Italia.
1. Anzitutto, in
relazione ai fatti di Rosarno, mentre
sottoscrivono la nota pastorale dei Vescovi della Calabria, sottolineano come
la mancanza delle istituzioni sul territorio,
la carenza di progettualità politica e sociale, come anche la
dimenticanza della giustizia diventino causa
di sfruttamento soprattutto degli immigrati, regolari e irregolari, di
conflittualità sociale. Dal Sud al Nord, per arrivare ai fatti di Milano, si
segnala che l’esclusione sociale, la ghettizzazione degli immigrati, la
mancanza di un piano integrazione provocano scontri tra etnie, oltre che una
crescente conflittualità.
2. La CEMI e la
Fondazione Migrantes sono preoccupate del succedersi di sgomberi di campi rom
che stanno avvenendo in molte città e paesi d’Italia. La situazione già
difficile di una minoranza del nostro Paese che attende ancora di essere
riconosciuta, metà costituita da minori, vede non tutelati alcuni diritti
fondamentali: alla salute, alla scuola, alla partecipazione sociale. Gli
sgomberi, senza un progetto preciso che tuteli le famiglie rom e i minori,
costituiscono un attacco ai diritti delle persone e delle famiglie, oltre che
un motivo ulteriore per esasperare le relazioni tra le persone coinvolte.
3. In relazione al
tema del rapporto tra immigrazione e criminalità, la CEMI e la Fondazione
Migrantes ribadiscono quanto il
Segretario della CEI, S. E. Mons. Mariano Crociata, ha affermato, che cioè non
esiste alcuna coincidenza tra immigrazione e criminalità, e pertanto è
impropria e falsa ogni criminalizzazione pregiudiziale degli immigrati.
Nell’apposito capitolo del Dossier Caritas/Migrantes 2009, estrapolando le
denunce presentate contro autori noti ed equiparando le classi di età tra
italiani e il numero effettivo degli immigrati si arriva a stabilire un uguale
tasso di criminalità tra italiani e stranieri residenti. Recentemente, notizie
positive vengono dall’area romano-laziale, da dove nel 2007 era partito
l’allarme nei confronti dei romeni. Sulla base dei dati del Ministero
dell’Interno, Dipartimento Pubblica Sicurezza, pubblicati nell’Osservatorio
Romano sulle Migrazioni, promosso congiuntamente alla Camera di Commercio e
alla Provincia di Roma, si riscontra che
nel 2008 la criminalità degli stranieri è diminuita del 7,6% nel Lazio e del
15,3% in Provincia di Roma, nonostante in entrambi i contesti sia intervenuto
un aumento della popolazione straniera residente di circa il 15%.
4. Infine, la CEMI
e la Fondazione Migrantes auspicano che le prossime elezioni amministrative
siano un’occasione importante perché i
temi della giustizia sociale, dell’integrazione ritornino al centro dei
programmi e delle politiche locali, evitando che la tematica dell’immigrazione
sia usata pregiudizialmente e ideologicamente per scopi elettorali. In tal
senso, auspicano un impegno educativo e sociale del mondo del laicato
cattolico, perché anche il tema dell’immigrazione sia al centro dell’interesse
comune e della vita delle nostre città. (Migranti-press)
Uno studio della Camera: il 45% dei giovani italiani è xenofobo
I meno graditi
rom, sinti e romeni. Su Facebook un migliaio i gruppi razzisti
Fini: creare
modello italiano di integrazione
ROMA - Il 45% dei giovani manifesta chiusure o
vere e proprie forme di xenofobia. E' quanto risulta dallo studio Io e gli
altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti presentato alla Camera
Quasi la metà dei
giovani dichiara verso gli stranieri atteggiamenti di chiusura, che per un 20%
sfociano in vera e propria xenofobia, mentre l'asticella di quanti manifestano
apertura si ferma al 40%. L'area tendenzialmente fobica e xenofoba è del 45,8%,
con diverse sfumature al suo interno.
Lo studio indica
tre agglomerati. Il primo è quello dei Romeno-rom-albanese fobici, pari al
15,3% del totale degli interpellati, e manifesta la propria intolleranza
soprattutto verso questi popoli. È l'unico gruppo la cui maggioranza (56%) è
costituita da donne. Il secondo riunisce soggetti con comportamenti improntati
al razzismo. È il più esiguo, perché rappresenta il 10,7% dei giovani, ma il
più estremo, perché in sostanza rifiuta e manifesta fastidio per tutti, tranne europei
e italiani. Ci sono poi gli xenofobi per elezione (20%): non esprime forme di
odio violente, quel che conta è che le altre etnie se ne stiano lontane,
possibilmente fuori dall'Italia.
La fetta di quanti
hanno invece un atteggiamento aperto è del 39,6%. All'interno si riconoscono
gli 'inclusivì (19,4%) con un'apertura totale e serena (55,3%); i tolleranti
(14,7%), un po' più freddi rispetto ai precedenti e gli 'aperturisti tiepidì
(5,5%), ossia giovani decisamente antirazzisti, ma con forme più caute e
trattenute, minore interazione con le altre etnie e un riconoscimento più
ridotto dell'amore omosessuale. Al centro lo studio posiziona i mixofobici
(14,5%), giovani che non sono del tutto proiettati verso la chiusura, ma
neppure verso il suo opposto e che vivono un sentimento di fastidio verso ciò
che li allontana dalla loro identità.
Il profilo più
estremo del razzismo tra i giovani parla di una persona che ostenta superiorità
e persistente bisogno di potenza. Ha atteggiamenti apertamente omofobici, spinte
antisemitiche, convinzione dell'inferiorità delle donne. E non accetta nessuna
razza o etnia diversa dalla propria. Un profilo che riguarda il 10,7% dei
giovani, ma estremamente preoccupante. L'indagine definisce questa tipologia
come quella dei soggetti improntati al razzismo che si distingue non solo per
l'intensità estremizzata delle proprie posizioni, ma anche per la sua capacità
di produrre un vero e proprio modo di essere nella società, per la sua tendenza
a essere una comunità, per quanto chiusa e ristretta. Si tratta di un
agglomerato che sviluppa un forte senso di appartenenza, che ha trovato nella
rete il proprio ambito di espressione e riconoscimento, e il proprio megafono.
Un clan che sta
assumendo le forme di una sorta di brand, con lo sviluppo dei tipici pilastri
che compongono e conformano un marchio tipologico: 1. propone una visione
netta, una missione priva di ambiguità; 2. esprime un potere sopra i nemici
(dove nemici sono tutti gli 'altrì); 3. sviluppa un proprio storytelling, ossia
edifica la propria identità su un'impalcatura di racconti e storie, dicerie e
senso comune; 4. manifesta un senso di grandezza e potenza; 5. si riconosce
attraverso l'uso di simboli e rituali. Non solo. Questo clan ha, anche se per
ora non in modo uniforme e unificato, una propria strategia di 'espansionè, per
creare nuovi fan, per sviluppare e far crescere i propri adepti, di ingrossare
le proprie fila.
Sono oltre un
migliaio i gruppi razzisti e xenofobi che si trovano su Facebook. «Nel nostro
studio sul razzismo e i giovani - ha spiegato il direttore di Swg, enzo Risso,
nel suo intervento - abbiamo condotto un'indagine su Facebook, una sorta di
censimento sui gruppi xenofobi, effettuato tra ottobre e novembre. Ne abbiamo
contato un centinaio anti mussulmani, 350 anti immigrati alcuni con punte di 7
mila iscritti, 400 anti "terroni" e napoletani e 300 anti zingari,
anche qui con fino a 7mila iscritti». Risso ha spiegato che questa parte
dell'indagine «non può essere considerata un censimento vero e proprio perchè
quella di internet è una realtà che varia continuamente, ma ha un valore
indicativo».
Rom, sinti e
romeni i meno graditi. I giovani italiani tra i 18 e i 29 anni giudicano
simpatici gli europei in genere con un voto pari a 8,2 su una scala da 1 a 10,
gli italiani del Sud (7,8) e gli americani (7,7), mentre ritengono antipatici e
da tenere a distanza soprattutto Rom e Sinti (4,1), rumeni (5,0) e albanesi
(5,2). È quanto emerge dalla ricerca 'Io e gli altri: i giovani italiani nel
vortice dei cambiamentì. Attraverso un'indagine che ha coinvolto 2.000
soggetti, è stato chiesto ai giovani di rispondere come si sarebbero comportati
in determinate situazioni. Ecco le risposte.
Scegliere con chi
andare a cena. I giovani hanno messo in testa le persone disagiate
economicamente, giudicano 'accettabilè una cena con un ebreo, un omosessuale o
con un extra-comunitario. Accettato, ma con freddezza un musulmano. Impensabile
pasteggiare con un tossicodipendente o un rom.
Il vicino di casa.
Verrebbero accettati tranquillamente omosessuali, ebrei e poveri. No invece a
zingari e a chi utilizza sostanze stupefacenti e zingari.
Se un figlio si
fidanza. I giovani italiani riterrebbero accettabile avere un figlio che ha un
partner o una partner di religione ebraica, ma anche qualcuno con evidenti
disagi economici. Meglio comunque se a ritrovarsi in questa situazione è il
maschio: per la figlia femmina, infatti, c'è qualche resistenza in più. Scarso
entusiasmo se la coppia si formasse con un o una extra-comunitaria o con una
persona musulmana. Assai più difficile convivere con l'omosessualità di un
figlio. Ma l'incubo peggiore è la possibilità che uno dei propri figli faccia
coppia con un tossicodipendente o un rom, situazione considerata inaccettabile.
Fini: creare modello
italiano di integrazione. «La politica italiana deve contribuire ad individuare
un modello italiano di accoglienza, abbandonando le tentazioni
propagandistiche» ha ribadito il presidente della Camera Gianfranco Fini,
intervenendo alla presentazione della ricerca. «Sottoscrivo la bella intervista
del ministro dell'Interno Roberto Maroni sull'integrazione. Ora il "nuovo
Maroni" si chiederà dove ha sbagliato prima - afferma scherzando il
presidente della Camera -. Dalle vicende di Milano, come ha sottolineato
Maroni, emerge che l'importante non è dare una casa agli immigrati ma serve
altro. Serve, a mio giudizio, la riduzione dei termini per avere la
cittadinanza, la possibilità di poter votare alle amministrative (cosa che già
esiste in alcuni comuni) senza essere cittadini italiani». «L'integrazione è
una questione che non si può liquidare come se fosse uno dei tanti problemi -
prosegue il presidente della Camera- ma è la sfida culturale e sociale più
importante dei prossimi 20 anni». Fini è scettico sul modello francese e sulla
possibilità che l'integrazione passi attraverso «l'assimilazione, cioè uno
sradicamento totale, per cui tu sei francese, italiano o tedesco perchè fai tue
lingua ed identità del paese».
Lo studio è stato
promosso dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni nell'ambito delle
iniziative dell'Osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia e razzismo
ed è stato realizzato da Swg su 2.000 giovani. IM 18
Razzismo, quasi la metà dei giovani italiani chiusa agli stranieri o
xenofoba
Da uno studio
presentato oggi alla Camera emerge un quadro desolante dei ragazzi tra i 18 e i
29 anni - Rom, sinti e romeni i meno graditi. Il profilo più estremo riguarda
il 10 per cento e si espande online
ROMA - Quasi la
metà dei giovani italiani è razzista, diffidente nei confronti degli stranieri
mentre solo il 40 per cento si dichiara "aperto" alle novità e alle
nuove etnie che popolano il nostro Paese. E' lo sconfortante ritratto offerto
dall'indagine "Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei
cambiamenti" da cui emerge che il razzismo è un fenomeno tutt'altro che
sradicato tra i ragazzi. Presentato oggi alla Camera, alla presenza del
presidente, Gianfranco Fini, lo studio è promosso dalla Conferenza delle assemblee
delle Regioni nell'ambito delle iniziative dell'Osservatorio della Camera sui
fenomeni di xenofobia e razzismo, ed è stato realizzato da Swg su duemila
giovani.
Chiusure e fobie.
L'area tendenzialmente fobica e xenofoba è del 45,8 per cento, con diverse
sfumature al suo interno. Lo studio indica tre agglomerati. Il primo è quello
dei Romeno-rom-albanese fobici, pari al 15,3 per cento del totale degli
interpellati, e manifesta la propria intolleranza soprattutto verso questi
popoli. E' l'unico gruppo la cui maggioranza (56 per cento) è costituita da
donne. Il secondo riunisce soggetti con comportamenti improntati al razzismo.
E' il più esiguo, perché rappresenta il 10,7 per cento dei giovani, ma il più
estremo, perché in sostanza rifiuta e manifesta fastidio per tutti, tranne
europei e italiani. Ci sono poi gli xenofobi per elezione (20 per cento): non
esprime forme di odio violente, quel che conta è che le altre etnie se ne
stiano lontane, possibilmente fuori dall'Italia.
Aperture e
tolleranze. La fetta di quanti hanno invece un atteggiamento aperto è del 39,6
per cento. All'interno si riconoscono gli
inclusivi (19,4
per cento) con un'apertura totale e serena (55,3 per cento); i tolleranti (14,7
per cento), un po' più freddi rispetto ai precedenti e gli aperturisti tiepidi
(5,5 per cento), ossia giovani decisamente antirazzisti, ma con forme più caute
e trattenute, minore interazione con le altre etnie e un riconoscimento più
ridotto dell'amore omosessuale. Al centro lo studio posiziona i mixofobici
(14,5 per cento), giovani che non sono del tutto proiettati verso la chiusura,
ma neppure verso il suo opposto e che vivono un sentimento di fastidio verso
ciò che li allontana dalla loro identità.
Rom, sinti e
romeni i meno graditi. I giovani italiani tra i 18 e i 29 anni giudicano
'simpatici' gli europei in genere con un voto pari a 8,2 su una scala da 1 a
10, gli italiani del Sud (7,8) e gli americani (7,7), mentre ritengono
antipatici e da tenere a distanza soprattutto Rom e Sinti (4,1), romeni (5,0) e
albanesi (5,2). Attraverso un'indagine è stato chiesto ai giovani di rispondere
come si sarebbero comportati in determinate situazioni. Ecco le risposte.
Scegliere con chi
andare a cena. I giovani hanno messo in testa le persone disagiate
economicamente, giudicano "accettabile" una cena con un ebreo, un
omosessuale o con un extra-comunitario. Accettato, ma con freddezza un
musulmano. Impensabile pasteggiare con un tossicodipendente o un rom.
Il vicino di casa.
Verrebbero accettati tranquillamente omosessuali, ebrei e poveri. No invece a
zingari e a chi utilizza sostanze stupefacenti e zingari.
Se un figlio si
fidanza. I giovani italiani riterrebbero accettabile avere un figlio che ha un
partner o una partner di religione ebraica, ma anche qualcuno con evidenti
disagi economici. Meglio comunque se a ritrovarsi in questa situazione è il
maschio: per la figlia femmina, infatti, c'è qualche resistenza in più. Scarso
entusiasmo se la coppia si formasse con un o una extra-comunitaria o con una
persona musulmana. Assai più difficile convivere con l'omosessualità di un
figlio. Ma l'incubo peggiore è la possibilità che uno dei propri figli faccia
coppia con un tossicodipendente o un rom, situazione considerata inaccettabile.
Identikit del
giovane razzista. Il profilo più estremo del razzismo tra i giovani, così come
emerge dall'indagine presentata alla Camera, descrive una persona che ostenta
superiorità e persistente bisogno di potenza. Ha atteggiamenti apertamente
omofobici, spinte antisemitiche, convinzione dell'inferiorità delle donne. E
non accetta nessuna razza o etnia diversa dalla propria. Un profilo che
riguarda il 10,7 per cento dei giovani, ma estremamente preoccupante.
L'indagine definisce questa tipologia come quella dei soggetti "improntati
al razzismo".
Un clan che si
espande online. Questo clan, rileva la ricerca, si distingue non solo per
l'intensità estremizzata delle proprie posizioni, ma anche per la sua capacità
di produrre un vero e proprio modo di essere nella società, per la sua tendenza
a essere una comunità, per quanto chiusa e ristretta. Si tratta di un
agglomerato che sviluppa un forte senso di appartenenza, che ha trovato nella
rete il proprio ambito di espressione e riconoscimento, e il proprio megafono.
Questo clan ha, anche se per ora non in modo uniforme e unificato, una propria
strategia di "espansione", per creare nuovi fan, per sviluppare e far
crescere i propri adepti, di ingrossare le proprie fila.
Su Facebook oltre
mille gruppi xenofobi. Dalla ricerca emerge inoltre che sono oltre un migliaio
i gruppi razzisti e xenofobi che si trovano su Facebook. "Nel nostro
studio sul razzismo e i giovani - ha spiegato il direttore di Swg, Enzo Risso,
- abbiamo condotto un'indagine su Facebook, una sorta di censimento sui gruppi
xenofobi, effettuato tra ottobre e novembre. Ne abbiamo contato un centinaio
anti musulmani, 350 anti immigrati alcuni con punte di 7 mila iscritti, 400
anti terroni e napoletani e 300 anti zingari, anche qui con fino a 7mila
iscritti". Risso ha spiegato che questa parte dell'indagine "non può
essere considerata un censimento vero e proprio perché quella di internet è una
realtà che varia continuamente, ma ha un valore indicativo". LR 18
La crisi della Grecia. Prove di unione politica europea
All’indomani della
firma del trattato di Maastricht quando l’euro appariva ancora un obiettivo che
avrebbe dovuto essere verificato nei fatti e nella volontà dei governi,
l’establishment accademico americano sparò a zero contro l’idea di una moneta
unica europea. Le critiche di molti economisti americani si giustificavano in
parte per ragioni patriottiche per la concorrenza che il dollaro avrebbe subito
da parte della nuova moneta che non nascondeva le proprie ambizioni di
affrancare il dollaro come strumento di riserva, in parte per ragioni tecniche
relative alle diverse capacità economiche e finanziarie dei Paesi che stavano
per dar vita alla moneta comune, in previsione delle difficoltà che i Paesi
finanziariamente più deboli avrebbero avuto a reggere il passo delle economie
più forti. La crisi attuale di Paesi come il Portogallo, l’Irlanda, la Grecia e
la Spagna (che la stampa anglosassone trova divertente associare in una sigla
composta dalla lettera iniziale di ciascun Paese: pigs, che in inglese vuol dire
maiali) sembra dare in parte ragione a quelle critiche e alle preoccupazioni
che del resto anche in Europa si manifestarono negli anni della gestazione
dell’euro. Ma le condizioni in cui si trova la finanza americana, quella
pubblica e quella privata e il ruolo che il sistema bancario americano ha avuto
nella crisi attuale, impediscono agli economisti di Oltreoceano di rivendicare
le loro ragioni e di cantare vittoria. In una situazione come quella che si sta
delineando non solo per il presente ma soprattutto per il futuro è bene che
ciascuno guardi ai problemi di casa propria e cerchi di risolverli con le
proprie forze e secondo le proprie idee. Tra le soluzioni della crisi
finanziaria che prevalgono in Europa, un nuovo sistema monetario internazionale
e più rigorosi controlli sulle banche di quelli sostenuti dall’amministrazione
americana, che davanti alle resistenze di Wall Street non riesce ad andare
oltre a qualche misura cosmetica o di difficile realizzazione come il
ridimensionamento delle grandi banche, c’è un divario tale da suggerire che
ciascuno si muova sulle proprie gambe. Sono passati i tempi in cui l’America
veniva in soccorso dell’Europa con i miliardi di dollari del Piano Marshall o
quelli che vedevano l’Europa andare in aiuto del dollaro in difficoltà. Non
siamo ancora al si salvi chi può, ma certamente la sfida che ci viene dalla
rapida crescita economica e politica dei Paesi emergenti impone che ciascuno si
impegni al massimo nella tutela dei propri interessi e quelli tra le due sponde
dell’Atlantico non coincidono più come una volta.
La crisi della
Grecia e quelle degli altri Paesi già in atto e che potrebbero raggiungere in
breve la soglia di pericolo sono problemi che l’Europa non può eludere e che
richiedono soluzioni non episodiche. L’apertura di linee di credito da parte di
Paesi ad economia forte nei confronti di quelli in difficoltà, come è successo
varie volte nel passato, non risolverebbe il problema ma lo rinvierebbe solo di
qualche mese. Le dimensioni della crisi greca richiedono ben altre soluzioni
anche per il massiccio coinvolgimento delle banche europee creditrici di decine
di miliardi di euro nei confronti di Atene, che è anche la ragione per cui la
Grecia non può essere abbandonata ad una possibile insolvenza. A misure radicali
ed a programmi di lungo respiro si oppone la Germania che date le sue
dimensioni teme di dover assumere gli impegni maggiori, ma qualcosa si sta
muovendo anche a Berlino e sono proprio le dichiarazioni di ieri di un ex
banchiere centrale tedesco, già coofondatore della Bce, a prospettare gli
sviluppi futuri. Dice Otmar Issing: «Per l’Unione monetaria europea questa
crisi è la prova finale per capire se un simile assetto istituzionale, una
unione monetaria senza unione politica è sostenibile per un lungo periodo». Il
modo in cui è posta la domanda suggerisce già la risposta e del resto
l’interrogativo di Issing è lo stesso che veniva già posto al tempo del mercato
comune e che secondo gli europeisti non poteva avere che una risposta. Unione
politica significa sostanzialmente un governo europeo o se la parola fa
impressione e spaventa, una cabina di regia che guidi la politica e l’economia
dei Paesi dell’Unione le renda omogenee e convergenti. I programmi e le
istituzioni per tali soluzioni ci sono già, basterebbe dare loro poteri e
obiettivi ma soprattutto gli uomini giusti scelti non per soddisfare le
ambizioni nazionali e le esigenze di artificiosi equilibri, come quello di cui
si parla per le future nomine della Bce, ma per le loro idee e le loro competenze.
IM 17
Franco Narducci al
gruppo di lavoro “Infoestero”: “Più informazione per l comunità all’estero e
finalmente l’informazione di ritorno”
Roma - Quale
comunicazione da e per le comunità italiane all’estero?
Ne hanno discusso
ieri a Roma presso la Sala della mercede della camera dei Deputati i
rappresentanti degli uffici emigrazione delle Regioni su proposta del gruppo di
lavoro “Infoestero”.
L’incontro, introdotto dal dott. Giovanni
Abelli (coordinatore del gruppo di lavoro “Infoestero”), che ha illustrato una
ipotesi di Proposta di legge per il miglioramento dell’informazione per gli
italiani all’estero, è stato proficuo
per precisare alcuni aspetti tecnici inerenti le proposte avanzate.
E’ emersa la
necessità di continuare nel lavoro di dialogo costruttivo tra le parti
interessate alla Proposta di legge, anche intensificando i rapporti con i
parlamentari eletti all’estero.
La proposta di
legge tende al potenziamento dell’informazione per le nostre comunità nel
mondo,attraverso la trasmissione di contenuti originali, potenziando anche
l’informazione di ritorno come strumento di arricchimento culturale in un
contesto globalizzato.
I lavori sono
stati conclusi dall’on. Franco Narducci ( primo firmatario della Proposta di
legge assieme all’on. Aldo di Biagio) che ha posto l’accento sul “potenziamento
dell’informazione “originale” verso le nostre comunità con particolare
attenzione alle opportunità di interscambio per le nuove generazioni come
indicato dalla prima Conferenza Mondiale dei giovani italiani all’estero”.
Inoltre Narducci
ha sottolineato la “necessità di uno stretto coordinamento tra l’unico vero
Editore verso l’estero (vale a dire il Dipartimento Informazione ed Editoria
della Presidenza Del Consiglio dei Ministri) e le “fonti” dell’informazione
verso l’estero, vale a dire le Regioni” anche venendo incontro alla “tanto
auspicata e richiesta informazione di ritorno che non deve avere aspetti
folkloristici ma deve essere occasione vera di arricchimento culturale”.
De.it.press
Milano. Tettamanzi su via Padova: indifferente chi doveva agire
La Curia: giochi
politici di parte per la ricerca del voto. L’invocazione di un «esercito», sì:
ma di «educatori»
MILANO - La «ferma
condanna della violenza», ma anche il monito verso «l’indifferenza di chi
avrebbe potuto intervenire prima e non lo ha fatto». Il richiamo al rispetto di
«diritti e doveri» da parte di tutti, ma anche un reiterato richiamo alla
politica per i «problemi reali sacrificati sull’altare della ricerca di
consenso elettorale». L’invocazione di un «esercito», sì: ma di «educatori, non
di militari». Ecco, dice la curia di Milano, cosa serve in via Padova: altro
che fiaccolate. In effetti ci hanno pensato molto bene, quelli della curia più
socialmente impegnata d’Italia, prima di parlare. Ma alla fine, a tre giorni
dalla drammatica rivolta di via Padova, sono scesi in campo con un editoriale
il cui titolo basterebbe da solo a scavalcare quasi tutte le prese di posizione
espresse finora dai più: «Via Padova, la città in cui speriamo».
Editoriale
pubblicato ieri sera sul sito della Diocesi. Non firmato, e quindi espressione
di una linea ufficiale che il cardinale Dionigi Tettamanzi— pur senza esporsi
in prima persona — deve aver a sua volta valutato sino alle virgole. Il testo
parte volutamente dalla persona che, al di là delle auto rovesciate e vetrine
spaccate, è rimasta infine sullo sfondo di tutto quel che è successo poi: e
cioè il povero Abdel Aziz El Sayed, 19 anni, panettiere, ammazzato con una
coltellata al petto. «La morte di un giovane, il conflitto etnico tra bande
rivali, le reazioni violente che ne sono seguite», si legge nell’editoriale,
richiedono «lucidità di giudizio» e si collocano «in uno scenario di diffuso
disagio sociale che, complice l'indifferenza di chi avrebbe potuto intervenire
prima ma non lo ha fatto, perdura da tempo ed è destinato a rimanere tale
finché non si deciderà di ristabilire le condizioni per una normale e
costruttiva convivenza civile». Invece?
Invece quel che
più che altro si è visto anche stavolta, si rammaricano in curia, è stato il
«consueto e triste gioco politico di parte» messo in scena da una «politica
paralizzata dalla ricerca del consenso e poco audace nel progettare,
realizzare, governare la metropoli». A prescindere dagli stranieri. Perché il
problema è sempre lo stesso e non è di oggi, la curia cita il gioielliere e il
tabaccaio ammazzati proprio in via Padova dieci anni fa, quando «criminali e
vittime erano italiani: i nuovi arrivati si sono solo sostituiti ai delinquenti
locali». Quella che è rimasta identica è «l’indifferenza» per il vero problema.
«Sociale», prima che di polizia. Oggi con qualche aggravante in più: ulteriore
«calo della tensione morale e civile»; mancanza di un «ethos pubblico
condiviso». A tutti i livelli: «C’è forse differenza fra il disagio violento
delle gang etniche e quello più narcisistico e spietato dei giovani "bene"?».
E dire che le ricette per invertire la rotta sarebbero semplici, secondo la
diocesi. Favorire i «ricongiungimenti familiari» degli stranieri, perché è
partendo dalla famiglia che si costruisce il tessuto sociale».
E poi investire su
scuola, casa, lavoro. Educatori. I sacerdoti del quartiere hanno promosso per
stasera una veglia di preghiera sulla stessa lunghezza d’onda («Serve una nuova
giustizia», dicono) che sarà guidata dal vicario del vescovo in persona,
monsignor Erminio De Scalzi. Naturalmente il camper del Corriere, rimasto per
due giorni in via Padova, ha raccolto anche altri umori: compresi quelli di un
comitato che, per protestare contro un campo rom vicino, chiede appunto ai
negozianti di via Padova che domani sera spengano le luci per un quarto d’ora.
Martedì intanto i nordafricani fermati per i disordini di sabato sera sono
saliti a sei (mercoledì mattina fermati altri tre giovani egiziani di età
compresa tra 21 e 23 anni, di cui due irregolari, ndr). Resta da segnalare
l’apprezzamento del presidente della Camera, Gianfranco Fini, per il ministro
dell’Interno Roberto Maroni che in una intervista al Corriere si era detto
contrario ai rastrellamenti: «Alcune mie piccole provocazioni hanno sortito
qualche effetto». Intanto Emanuele Fiano, per il Pd, ha chiesto che sui fatti
di via Padova il governo riferisca in aula. Per il momento ne riferisce lo
scrittore Roberto Saviano: «Via Padova — ha detto — non è Rosarno».
Paolo Foschini CdS
17
Riunito il Comitato permanente sugli Italiani all’estero
Zacchera (Pdl) fa
il punto sull’audizione del direttore di Rai Internazionale Daniele Renzoni. Si
è parlato della riduzione dei fondi, della messa in onda dei telegiornali, dei
programmi auto prodotti e del criptaggio delle trasmissioni sportive
ROMA - A pochi giorni dall’ultima seduta è
tornato riunirsi alla Camera il Comitato permanente sugli Italiani all’estero.
La sessione è stata dedicata all’audizione del direttore di Rai Internazionale
Daniele Renzoni che ha illustrato ai deputati le innovazioni del palinsesto e
la situazione economica della rete. Per avere un primo quadro d’insieme della
seduta, che ha visto i deputati rivolgere numerose domande a Renzoni, abbiamo
contattato telefonicamente Marco Zacchera, presidente del Comitato permanente.
“La seduta – ha esordito Zacchera - si è
aperta con la relazione del direttore Renzoni che ci ha spiegato le novità che
sta introducendo nei suoi palinsesti. A seguire i deputati hanno avanzato le
loro domande. Durante il suo intervento Renzoni ci ha segnalato la riduzione
dei fondi percepiti da Rai Internazionale e che i palinsesti della rete saranno
caratterizzati da due ore al giorno di auto produzione. Le altre ore di
programmazione verranno coperte con trasmissioni prodotte dalle reti della Rai nell’arco
delle 24 ore.
Fra le domande rivolte a Renzoni – ha
ricordato Zacchera - anche quella da me formulata per sapere quali telegiornali
vengano ritrasmessi da Rai Internazionale. Ho rivolto questo quesito perché
nelle gestioni degli ultimi direttori il telegiornale che si vedeva di più
all’estero era il Tg3. Renzoni mi ha dato assicurazioni sul fatto che ora si
osserverà un maggiore turnover delle testate giornalistiche, volto a garantire
nel mondo la messa in onda in diretta dei telegiornali delle varie reti Rai,
ovviamente in ottemperanza con le esigenze del fuso orario.
Dai componenti del Comitato – ha aggiunto
Zacchera - sono state sollevate altre questioni come ad esempio quelle
dell’insegnamento della lingua italiana all’interno dei programmi di Rai
Internazionale e del criptaggio delle trasmissioni sportive. Su quest’ultimo
punto Renzoni ha spiegato come la diffusione all’estero di questi programmi
comporti l’acquisizione di diritti dai costi troppo alti rispetto alle
possibilità dell’ente da lui diretto. Renzoni – ha concluso il presidente del
Comitato - ha anche reso noto che Rai Internazionale si sta muovendo sia per
cercare di acquisire risorse pubblicitarie, volte alla copertura delle spese,
sia per la realizzazione e l’avvio di un programma a puntate che racconterà la
storia d’Italia e durerà fino al 2011”. (G. M.- Inform)
Senato, riforma Comites-Cgie. Prosegue in Commissione l’esame degli
emendamenti al testo unificato
Roma - Mercoledì
pomeriggio è proseguito in Commissione Esteri al Senato l’esame degli
emendamenti al testo unificato sulla riforma di Comites e Cgie. Se nella seduta
della scorsa settimana sono stati illustrati gli emendamenti sui Comites, ieri
è toccato alla seconda parte della Bozza Tofani, quella, appunto, che concerne
il Consiglio generale.
Il senatore Tofani
(Pdl) relatore del testo unificato, ha illustrato i suoi emendamenti
soffermandosi, in particolare, su quello che si propone di modificare
l’articolo 27 per ridefinire l'assetto del Cgie nel senso, ha spiegato,
"di mantenerne la presidenza del Ministro degli affari esteri, mentre il
vicepresidente vicario sarebbe una carica elettiva. Ritengo che tale soluzione
risponda in maniera idonea alle esigenze di autonomia dell'organismo
esponenziale delle collettività italiane all'estero alla luce della
introduzione anche delle rappresentanze regionali".
Quindi la parola è
passata al senatore Micheloni (Pd) che ha prima illustrato ai colleghi gli
emendamenti all’articolo 24 in materia di denominazione dell'attuale Consiglio
generale degli italiani all'estero che dovrebbe divenire "Consiglio
superiore degli italiani all'estero", sulla falsa riga della denominazione
assegnata nel sistema francese, e poi preannunciato la sua intenzione di
riformulare alcune delle sue proposte emendative per "semplificare le
modifiche normative proposte. Queste riformulazioni – ha chiarito –
riguarderanno, tra l'altro, l'assetto del Cgie nella sua composizione e nella
quota elettiva". Come Tofani, anche Micheloni ha illustrato emendamenti
all’articolo 27 e ha concluso citando quello all’articolo 32 che propone la
partecipazione ai lavori del Consiglio con diritto di parola di rappresentanze
del mondo associativo, dei patronati, dei sindacati e degli organi di stampa.
Presente ai lavori
anche la senatrice Giai (Maie) che nel suo intervento ha spiegato che i suoi
emendamenti all’articolo 27 si propongono di introdurre una specifica
Commissione di nomina governativa che "dovrebbe includere le
rappresentanze delle autonomie locali, ma anche delle associazioni nazionali
dell'emigrazione, delle confederazioni sindacali e dei patronati". La
senatrice ha quindi richiamato l'emendamento all’articolo 29 sull'assetto e la
segreteria del Cgie e sui rimborsi forfetari spettanti ai componenti, e quello all’articolo
33 relativo alla copertura finanziaria.
Il senatore
Randazzo (Pd) ha esordito illustrando l’emendamento all’articolo 24 che
"tende alla conservazione dell'attuale denominazione del Consiglio
generale degli italiani all'estero", e all’articolo 25 che riguarda la
composizione e i compiti del Consiglio. In proposito, il senatore ha spiegato
che lo stesso "secondo quanto auspicato dal mondo dell'emigrazione,
interviene in particolare sui rappresentanti elettivi delle collettività. Non
credo si possa condividere la proposta del relatore sulla rappresentanza degli
organismi regionali in seno al Consiglio", ha aggiunto Randazzo che ha poi
ipotizzato la presentazione di una questione pregiudiziale di costituzionalità
"in relazione al tenore dell'articolo 117 della Costituzione in materia di
riparto di competenze statali e regionali nella politica estera". Dopo
aver richiamato quanto stabilito nell'ultima Conferenza permanente
Stato-Regioni-Province autonome-CGIE, tenuta il 30 novembre scorso a Roma, il senatore
del Pd ha infine ribadito "la necessità di mantenere una componente
rappresentativa nel Consiglio delle associazioni, dei sindacati e dei
patronati".
Dopo il senatore
Filippi (Lega Nord), che ha sottoscritto gli emendamenti di Micheloni
all’articolo 14 (modalità di voto per i Comites), è infine intervenuto il
collega Livi Bacci (Pd) secondo cui "sarebbe stato preferibile affidare la
presidenza del Consiglio generale degli italiani all'estero, alternativamente,
o a un esponente eletto al suo interno come previsto dalla Bozza Tofani, oppure
al Presidente della Repubblica, quale garante dell'unità nazionale e
rappresentanza di tutti i cittadini italiani, anche se residenti all'estero.
Auspico che possa essere introdotta una specifica previsione delle finalità generali
del nuovo intervento normativo". (aise)
A Napoli oggi e domani la VII Conferenza regionale sull’immigrazione “Tutti
diversi tutti uguali”
Il 19 e 20
febbraio un appuntamento per analizzare il quadro sociale della regione e
verificare i percorsi di integrazione utili alla coesione e alla crescita del
territorio
Napoli – Si
svolgerà oggi 19 e domani 20 febbraio
alla Stazione Marittima di Napoli (Piazza Municipio) la VII Conferenza per
l’immigrazione “Tutti diversi, tutti uguali” organizzata dalla Regione Campania
nell’ambito dell’attuazione del Programma strategico triennale dei cittadini
migranti (2009-2011).
La Regione, infatti, prendendo atto della
realtà e del carattere di stabilità della permanenza sul territorio di
cittadini stranieri ha deciso di intraprendere “una riflessione costante sui
bisogni emergenti e sulla possibili risposte che, nei vari ambiti, esprime la
cittadinanza” rispetto ai processi di inclusione.
L’iniziativa rappresenta un’occasione per
condividere le strategie messe in campo dall’amministrazione regionale per
favorire un’estensione del sistema di welfare a garanzia di una coesione
sociale che possa rispondere all’accresciuta complessità della presenza
immigrata.
Apriranno i lavori i saluti del presidente
della Giunta regionale campana Antonio Bassolino e del vice presidente del
consiglio regionale Gennaro Mucciolo, il 19 febbraio alle ore 9.30. Seguirà
l’intervento dell’assessore all’immigrazione della Regione Campania Alfonsina
De Felice, che introdurrà la serie di interventi di studiosi e realtà operanti
nel settore utili a illustrare la situazione attuale del territorio. Nel
pomeriggio gli interventi saranno suddivisi per focus tematici: criticità e
prospettive rispetto a percorsi insediativi, condizioni abitative e politiche
della casa; continuità e mutamento di bisogni, accesso e utilizzo dei servizi
(lavoro, sanità, scuola); la tratta a scopo di sfruttamento sessuale,
opportunità e vincoli dell’accoglienza.
La due giorni si concluderà con una tavola
rotonda, il 20 febbraio dalle ore 10.45 intitolata “Condividere l’integrazione
con gli attori del territorio: uno sguardo al futuro”, moderata da Pietro
Treccagnoli de Il Mattino e presieduta dall’assessore De Felice.
Parteciperanno Claudio Martelli, direttore
dell’Osservatorio Eurispes; il capo dipartimento per l’immigrazione e le
libertà civili del Ministero dell’Interno Mario Morcone; Simona Moscarelli per
l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) con sede a Roma;
Alessandro Pansa, prefetto di Napoli e commissario straordinario per
l’emergenza Rom in Campania; Gianni Pittella, vice presidente del Parlamento
Europeo; Cosimo Risi, consigliere diplomatico del presidente della Regione
Campania; Bruno Schettino, presidente della Commissione Episcopale delle
Migrazioni e della Fondazione Migrantes e Asma Es Souni, vice presidente della
Consulta regionale per l’immigrazione. (Inform)
SWR. L’Italia regina del gelato in Germania: oltre 6.500 gelaterie-caffè
Con o senza crisi
economica, né bambini e né adulti rinunciano alle leccornie. Il gelato italiano
in Germania, che affonda le sue radici già all’inizio del secolo passato, è
richiestissimo. Dagli Anni’50 in poi, in quasi ogni città tedesca ai carrettini
hanno fatto seguito le prime gelaterie.
La stragrande
maggioranza dei gelatieri ha origini venete o trentine. Successivamente si sono
aggiunti campani e siciliani. Tuttavia, la gran parte delle gelaterie hanno
denominazioni che si richiamano a località veneto-trentine.
Le più gettonate
sono Venezia, Cortina e Dolomiti.
Il consumo annuo
pro capite di gelato si è mantenuto relativamente stabile lungo tutto l’ultimo
decennio. Secondo i dati dell’Associazione federale delle industrie tedesche
dei prodotti dolciari, nel corso dell’ultimo anno in Germania sono stati
consumati mediamente fra i 7,8 e gli 8,7 litri di gelato pro capite.
Nel 2008 il gelato
ha prodotto un fatturato di 271, 4 milioni di euro. Nonostante la crisi
economica in molti altri settori, la domanda del gelato di alta qualità
artigianale è nettamente aumentata.
Questo trend si
registra anche in Austria, Svizzera, Francia e paesi del Benelux.
A Stoccarda nel
quadro dell’Intergastra, una fiera internazionale del settore gastronomico ed
alberghiero, al gelato artigianale italiano è stato riservato un ruolo di primo
piano. Ciò è dovuto alla netta crescita del potenziale di mercato del segmento
gelato. Nella sola Germania si contano 6.500 gelaterie-caffè. 5.000 producono
il gelato ancora artigianalmente.
Inoltre, il 20%
delle vendite è realizzato anche in 3.200 aziende pasticciere tedesche.
Ciò che invece è
in pericolo è il ricambio generazionale dei gelatieri. Infatti, sono sempre
meno i giovani italiani disposti ad abbracciare questo mestiere.
L’Uniteis,
l’Unione dei gelatieri italiani in Germania, ha raggiunto un accordo con le
camere tedesche dell’Industria, Commercio e Artigianato volto ad offrire anche
a giovani residenti in Germania l’opportunità di formazione professionale
attraverso un percorso di due anni. Per favorire lo sviluppo di questa figura
professionale è consentito a gelatieri italiani in Germania di assumere
apprendisti e formarli insieme alla Berufsschule (scuola professionale). La
formazione quindi avviene secondo i canoni del sistema duale: teoria a scuola e
pratica in azienda.
Altri particolari
sono nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6012564/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/jsksds/index.html
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
La pensione per gli italiani che hanno lavorato in Germania. Azioni
informative in Italia
Il 10 marzo
incontro con la stampa dell’ambasciatore Michael Steiner. In primavera a
Palermo giornate informative della “Deutsche Rentenversicherung”
ROMA – Importanti
questioni sulla pensione tedesca per gli italiani saranno affrontate dall'ambasciatore
tedesco in Italia Michael Steiner e funzionari previdenziali in un incontro con
la stampa che si terrà il 10 marzo a Roma. Le problematiche saranno discusse
insieme ad esperti tedeschi ed italiani, giornalisti, rappresentanti di sindacati
e patronati .
L’incontro -
“Pensione dalla Germania-consulenza in Italia. Semplice richiesta-pagamento
sicuro” - si terrà presso l'Ambasciata tedesca (via San Martino della
Battaglia, 4) alle ore 11.00.
In primavera a
Palermo avranno inizio le giornate di informazione dell'Ente previdenziale
tedesco “Deutsche Rentenversicherung”. “Diverse centinaia di migliaia di
italiani hanno lavorato in Germania a partire dagli anni cinquanta e già
percepiscono regolarmente la pensione per il lavoro svolto all'estero, e in
futuro saranno ancora di più” ricordano dall’Ambasciata di Germania. “La
cooperazione tra l'INPS e l'Ente previdenziale tedesco DRV funziona bene - si
sottolinea. Nell'Europa unita - dimostra giorno dopo giorno la sua efficacia.
Si tratta complessivamente di importi annui elevati. Molte famiglie in Italia
beneficiano del pagamento sicuro della pensione. La storia di migrazione
italo-tedesca ha così rilevanti conseguenze pratiche. Che non sono ancora
sufficientemente di pubblico dominio in Italia. Anche molti italiani aventi
diritto alla pensione non sono a conoscenza dei loro diritti”.
Nell’incontro con
la stampa verranno pertanto discusse importanti questioni sulla pensione
tedesca per gli italiani. Per gli interessati seguirà un colloquio tecnico con
il DRV e l'INPS. (www.rom.diplo.de: sito
dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania ) (Inform)
Berlusconi protagonista al carnevale di Düsseldorf
Düsseldorf. In
molte località tedesche il lunedì grasso è riservato ai tradizionali cortei
carnevaleschi che ogni anno attirano millioni di spettatori. Anche a
Dusseldorf, capoluogo del land Nord Reno-Westfalia, il 15 febbraio sono sfilati
i tradizionali carri con le loro enormi caricature. La satira non risparmia
niente e nessuno e tanto meno la casta dei belli famosi e potenti, conterranei
o stranieri. Quest'anno le vicende italiane hanno ispirato uno dei costruttori
di carri fra i più irriverenti, Jacques Tilly, che ci ha proposto una scena
decisamente spinta, protagonista il premier Silvio Berlusconi. L'artista,
illustratore e scultore di vedute apertamente anticlericali, è membro del
consiglio consultivo e curatore della Fondazione Giordano Bruno, think tank
dedito alla promozione del pensiero critico-scientifico e della cultura
umanistica. Polemico come suo solito, ha fuso nella cartapesta temi caldi quali
la legalizzazione delle unioni gay e gli intrecci, presunti o reali, fra potere
istituzionale e criminalità organizzata. Grazia Annen, MicroMega 17
Convegno delle donne Italiane in Germania il 27 febbraio a Berlino.
L’invito.
Gentile Amica, Ti
invitiamo al Convegno “Donne Italiane in Germania: riprendere il filo”, che si
terrà a Berlino sabato 27 febbraio, dalle 10.00 alle 18.00, nella sede della
Friedrich Erbert Stiftung, Hiroshimastr.17.
Sarà un’occasione
importante per conoscere, innanzitutto, coloro che si avvicinano per la prima
volta alla nostra Associazione, per ascoltare e confrontarci sulle tematiche
riguardanti il ruolo ed il significato della nascita di un Coordinamento
Nazionale di Donne italiane in Germania e, soprattutto, per porre le prime basi
concrete della Costituzione del nostro Coordinamento nazionale, relazionandoci
e lavorando intorno ai risultati dei Work-Team, creati appositamente nel
precedente Convegno, che in questi mesi hanno lavorato assiduamente intorno
alla forma giuridica, alle funzioni, ai principi, al logo ed alla comunicazione
della nuova Organizzazione.
A questo proposito
uniamo, oltre all’invito, l’allegato relativo alla piattaforma, che sara’
oggetto di discussione. (Per coloro che volessero visionare i documenti ed il
materiale dei precedenti due incontri, si puo’ consultare il sito
www.donneitaliane.eu).
Ti aspettiamo,
certe di poter collaborare insieme e di avere il tuo prezioso contributo.
È sufficiente una
breve comunicazione di partecipazione all’incontro entro e non oltre mercoledi
24 febbraio, inviando una @mail a coordinamento@donneitaliane.eu, oppure
telefonando allo 0049 69 772227.
Indicazioni su
come raggiungere il luogo del Convegno le trovate direttamente nel vostro
Invito. Per coloro che volessero pernottare la notte di venerdi 26 febbraio
gia’ a Berlino, forniamo alcuni indirizzi utili di alberghi ed ostelli ad un
prezzo vantaggioso: http://www.cityhostel-berlin.com, www.ferienwohnung-24-berlin.com
www.berlin-sofort.de/index.php?tg=7&gclid=CPy-g4uOvp8CFUOFzAodFikQ0Q
http://berlin-international.djh-berlin-brandenburg.de/home-berlin-international.ht
www.meininger-hotels.com.
C’e’ anche la possibilità, per chi ci segnala il suo interesse con un po’ di
anticipo, di alloggio presso le donne residenti a Berlino.
Il Convegno avrà
luogo presso: Friedrich-Ebert-Stiftung (FES) Hiroshimastraße 17 D-10785
Berlin-Tiergarten. Si prega di confermare la partecipazione entro il 24
Febbraio al 069-772227 oppure via e-mail coordinamento@donneitaliane.eu
Coordinamento
Donne Italiane - www.donneitaliane.eu. In collaborazione con Ufficio On. Laura
Garavini. Con il patrocinio della Friedrich-Ebert-Stiftung.
Bus in Berlino: Buslinie 100, 187 bis
Haltestelle Lützowplatz; Buslinie M 29 bis Haltestelle Hiroshimasteg; Buslinie
200 bis Haltestelle Tiergartenstraße.
Da Berlin Hauptbahnhof: Buslinie M41
Richtung Sonnenallee/Baumschulenstr
Fino alla Haltestelle "Anhalter
Bahnhof", quindi Buslinie M29 Richtung Roseneck fino alla Haltestelle
"Hiroshimasteg". Dall' aeroporto Flughafen Berlin Tegel: Buslinie 109
o X9 bis Bahnhof Zoo, quindi Buslinie 200 o 100 www.bvg.de (Berliner
Verkehrsbetriebe). Dall' aeroporto
Flughafen Berlin Schönefeld: Ulteriori informazioni su www.vbb-fahrinfo.de.
Come raggiungerci: Coordinamento Donne Italiane - www.donneitaliane.eu, tel. 0049 (0)69-772227 - coordinamento@donneitaliane.eu. CDI, de.it.press
Da Wolfsburg Antonio Zanfino (Spd) si congratula con Eugenio Marino e Nico
Stumpo (Pd)
“E’ motivo di
personale soddisfazione la nomina, nell'ambito della riorganizzazione delle
aree di lavoro del Partito Democratico, di Eugenio Marino come responsabile
dell’ufficio Italiani nel mondo e di Nico Stumpo, responsabile
dell’organizzazione del partito”. Così Antonio Zanfino, consigliere comunale
della Spd a Wolfsburg, che augura a Marino e Stumpo “buon lavoro”.
Marino e Stumpo
sono “due giovani capaci, già noti in questa organizzazione e coordinamento,
veramente due uomini giusti, al posto giusto, nel tempo giusto -
sottolinea Antonio Zanfino dalla ‘città della Volkswagen’ - Conosco
personalmente ambedue e ne ho grande stima per la qualità del lavoro già svolto
in passato”. “Con Eugenio – spiega Zanfino - ho avuto più opportunità di
lavorare insieme, più volte ho chiesto consigli e pareri, ed ogni volta le sue
risposte sono state accurate ed efficaci”.
“Anche i miei
compagni della Spd augurano un buon lavoro di cuore a Nico ed Eugenio e sono
certi che la nostra collaborazione sarà proficua anche in futuro” rimarca
Zanfino . Che prosegue: “Noi italiani all'estero riponiamo grande fiducia in
questi giovani esponenti del Pd sappiamo che non ci deluderanno, che
terranno un coordinamento attivo con il partito in Germania per affrontare i
problemi che attualmente assillano la comunitá italiana”.
Per Zanfino “è necessario puntare ora ad una
riorganizzazione del Pd nel mondo per ampliare e rafforzare la partecipazione,
per un potenziamento degli organismi locali del partito in grado di esprimere
con maggior forza tutte le istanze che provengono delle nostre comunità
all’estero, messe a nudo dai tagli di questo governo di destra e dallo
smantellamento della rete consolare, CGIE e Comites”. (Inform)
Nordreno-Vestfalia. Un nuovo progetto porta l'italiano nelle Hauptschulen
Parlare la lingua
madre può essere un vantaggio anche a scuola, almeno nel Nordreno-Vestfalia. Da
gennaio in alcune "Hauptschulen" del Land la lingua e cultura materna
è diventata vera e propria materia d'insegnamento.
A differenza che
in passato, al termine di ogni anno scolastico, il voto sarà rilevante per la
pagella. Inoltre, una volta iscritti, la frequenza al corso diventa
obbligatoria. L'iniziativa è accompagnata anche da una rivalutazione del corpo
docente. Nessuno potrà più improvvisarsi insegnante. Chi vuole salire in cattedra
avrà bisogno dei titoli di studio necessari e dovrà parlare perfettamente anche
il tedesco. Al momento si tratta di un progetto pilota in sette
"Hauptschulen" della regione. Tra queste ce n'è anche una che offre
corsi di lingua italiana. A frequentare il corso della Martin Luther King di
Colonia sono soprattutto bambini che non hanno origini italiane. Secondo il
ministero della Pubblica Istruzione, la riforma dei corsi implica una
rivalutazione della lingua madre. C'è però chi teme lo smantellamento indiretto
dei corsi di lingua e cultura materna.
Per maggiori
informazioni ascolta il seguente servizio audio di Giuseppe Guglielmi:
Da maggio cinque nuove rotte aeree dalla Germania per la Puglia
Berlino - Novità
in vista per gli spostamenti e i rientri ei corregionali pugliesi emigrati
all’estero. La Puglia turistica ha suscitato infatti grande interesse a
Berlino. Circa 40, tra giornalisti e tour operator tedeschi, hanno partecipato
alla presentazione dei nuovi voli da e per la Puglia provenienti dalla Germania
con la compagnia AirBerlin che - a partire da maggio - aggiunge cinque nuove
rotte e collega per la prima volta Bari ad Amburgo, Berlino e Dusseldorf.
Nuovi voli diretti
anche da Brindisi per Berlino e Stoccarda (due volte a settimana) e per Zurigo
(tre volte a settimana). Alla conferenza stampa - che si è tenuta a Berlino -
ha partecipato l’assessore al Turismo, il direttore Enit di Monaco, Leonardo
Campanelli; Mario Pertile di Aeroporti di Puglia.
Durante
l’incontro, è stato anche illustrata la Puglia con i suoi turismi: culturale,
delle masserie, religioso, archeologico, paesaggistico, enogastronomico e
balneare.
"Con i nuovi
voli tra gli aeroporti di Bari e Brindisi e la Germania - spiega l’assessore regionale
al Turismo - intendiamo potenziare l’offerta di viaggio da e per la Puglia per
promuovere le nostre eccellenze verso quel mercato. La scelta di AirBerlin
conferma l’importanza che la nostra regione ha nell’ambito del sistema del
trasporto aereo europeo, soprattutto in questo periodo che gli aeroporti
pugliesi registrano un incremento dei flussi incoming in un mercato
notoriamente in controtendenza". (aise)
A Monaco di Baviera retrospettiva su Lina Wertmüller (dal 23 febbraio al 27
aprile)
Monaco di Baviera
- L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera organizza una
"Retrospettiva su Lina Wertmüller", che avrà luogo
da sabato 23 Febbraio a domenica 27
Aprile 2010, presso il Filmmuseum, St.-Jakobs-Platz 1, di Monaco di
Baviera.
Il Filmmuseum, in
collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura, presenta una
retrospettiva di alcuni film di Lina Wertmüller. Dell'eccentrica
regista italiana verranno proiettati dodici
film in versione originale con sottotitoli in inglese, tra questi i capolavori
Film d'amore e d'anarchia (1973) e Pasqualino Settebellezze (1975). Non
mancherà il film più recente Mannaggia alla miseria (2009) della
regista ottantunenne.
Ingresso:
biglietti tra i 4 e gli 8 Euro alla cassa o Tel. 089 233 96 450
Organizzatori:
Istituto Italiano di Cultura, Filmmuseum im Münchner Stadtmuseum di
Monaco di Baviera, Ministero degli Affari Esteri e Cinecittà
Luce SpA di Roma. Il programma prevede i seguenti film:
Martedì, 23
Febbraio 2010, ore 21.00 I BASILISCHI – Italia 1963 – Regia e
sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Gianni Di Venanzo
– Musica: Ennio Morricone – Interpreti: Toni Petruzzi, Stefano Satta
Flores, Sergio Ferranino, Luigi Barbieri, Enrica Chiaromonte – 85 min, in
versione originale con sottotitoli in inglese
Martedì, 2 Marzo
2010, ore 21.00 QUESTA VOLTA
PARLIAMO DI UOMINI
– Italia 1965 – 93
min, in versione originale con sottotitoli in inglese
Sabato, 6
Marzo 2010, ore 21.00
MANNAGGIA ALLA MISERIA
– Italia 2009 – Regia e sceneggiatura: Lina
Wertmüller – Fotografia: Romolo Eucalitto – Musica: Roberto Caroselli
– Interpreti: Gabriella Pession, Sergio Assisi, Piera Degli Esposti,
Roberto Herlitzka, Angela Pagano, in versione originale con sottotitoli in
inglese
Domenica, 7 Marzo
2010, ore 21.00 IL MIO CORPO PER UN POKER
– Italia 1968 –
Regia: Lina Wertmüller – Sceneggiatura: Nathan Wich (= Lina Wertmüller),
George Brown –Fotografia: Alessandro D'Eva, Giovanni Carlo – Musica: Charles
Dumont – Interpreti: Elsa Martinelli, Robert Wood, George Eastman, Francesca
Righini, Dan Harrison – 102 min
Martedì, 9 Marzo
2010, ore 21.00 MIMI METALLURGICO
FERITO NELL'ONORE – Italia 1972 – Regia
e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Dario Di Palma – Musica:
Piero Piccioni – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Turi
Ferro, Agostina Belli, Luigi Diberti – 115 min, in versione originale con
sottotitoli in inglese
Martedì, 16 Marzo
2010, ore 21.00 FILM D'AMORE E D'ANARCHIA
– Italia 1973 –
Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Giuseppe Rotunno –
Musica: Carlo Savina – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato,
Lina Polito, Eros Pagni, Pina Cei – 125 min, in versione originale con
sottotitoli in inglese
Martedì, 23 Marzo
2010, ore 21.00 TRAVOLTI DA UN
ISOLITO DESTINO NELL'AZZURO MARE D'AGOSTO – Italia 1974 – Regia e
sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Ennio Guarnieri – Musica:
Piero Piccioni – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato,
Ricardo Salvino, Isa Danieli, Aldo Puglisi – 116 min, in
versione originale con sottotitoli in inglese
Martedì, 30 Marzo
2010, ore 21.00 TUTTO A POSTO E NIENTE IN ORDINE
– Italia 1974 –
Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Giuseppe Rotunno –
Musica: Piero Piccioni – Interpreti: Luigi Diberti, Lina Polito, Nino
Bignamini, Sara Rapisardo, Giuliana Calandra – 105 min, in versione
originale con sottotitoli in inglese
Martedì, 6 Aprile
2010, ore 21.00 PASQUALINO SETTEBELLEZZE
– Italia 1975 –
Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Tonino delli Colli –
Musica: Enzo Janacci – Interpreti: Giancarlo Giannini, Fernando Rey,
Shirley Stoler, Elena Fiore, Piero die Iorio – 116min, in versione
originale con sottotitoli in inglese
Martedì, 13 Aprile
2010, ore 21.00 LA FINE DEL MONDO NEL NOSTRO SOLITO LETTO IN UNA NOTTE
PIENA DI PIOGGIA – Italia 1977 – Regia: Lina Wertmüller - 104 min, in
versione originale con sottotitoli in inglese
Martedì, 20 Aprile
2010, ore 21.00 SOTTO... SOTTO...
STRAPAZZATO DA ANOMALA PASSIONE - Italia 1984 – Regia: Lina
Wertmüller, 100 min, in versione originale con sottotitoli in inglese
Martedì, 27 Aprile
2010, ore 21.00 UN COMPLICATO INTRIGO (CAMORRA)
– Italia 1986 –
Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – 115 min, in versione originale
con sottotitoli in inglese. IIC-München, de.it.press
Berlinale. Sapori italiani per il Festival del Cinema di Berlino
I prodotti
agroalimentari Made in Italy con Buonitalia Spa al Trailers Film Fest in the
World (16 al 18 febbraio)
Trailers FilmFest
in the World, un progetto promosso da Buonitalia Spa all’interno del programma
di attività approvato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e
forestali, ed organizzato dall'Associazione Culturale Seven, intende offrire
uno sguardo sul binomio cinema e cibo italiano con l’intento di stuzzicare
l’appetito, la fantasia e la voglia di emozioni che accomuna tutti coloro che,
in ogni parte del mondo, nutrono amore e passione per il cinema e la cultura
enogastronomica italiana.
Il cinema, come le
diverse forme culturali che rappresentano il nostro Paese, è uno straordinario
alleato per promuovere la cultura enogastronomica Made in Italy nel mondo. I
prodotti agroalimentari italiani hanno un grande prestigio all’estero perché
riconducibili ad una storia, a luoghi legati profondamente alla tradizione e
sono il frutto di sedimentazioni culturali specifiche.
Il cinema e il
cibo parlano italiano in tutto il mondo e sono molto amati per questo.
L’Italia
rappresenta l'eccellenza con i suoi prodotti agroalimentari DOP e IGP, così
come Visconti, Fellini, Scola, Monicelli e Avati, tanto per citarne solo
alcuni, hanno dato un sapore autentico e particolare alla storia del cinema.
Trailers FilmFest
in the World, con tutte le sue visioni di raccolte di trailer e degustazioni, è
una scommessa italiana sul nostro gusto, sulla nostra capacità di sedurre con
il linguaggio poetico del nostro cinema e con l’autentica qualità dei nostri
prodotti enogastronomici.
Tre le
degustazioni in programma: “Il gusto della semplicità”, per ricordare i sapori
autentici di un’Italia semplice e genuina; “Un aperitivo al Bar Margherita”,
per evocare le atmosfere di convivialità degli anni ’50, raccontate con gusto
da Pupi Avati; “La Roma di Federico Fellini”, un omaggio alla sua Roma, al suo
cinema e alla sua cultura.
A Federico Fellini
è stata dedicata la cena di gala, con un menù di ricette da lui più amate,
raccolte nel libro “A tavola con Federico Fellini” dalla sorella Maddalena.
Alla cena hanno partecipato, tra gli altri, la nipote Francesca Fabbri Fellini
e Vittorio Boarini il Direttore della Fondazione Fellini.
Tutti gli eventi
si sono svolti dal 16 al 18 febbraio, nell'ambito del 60° Festival del cinema
di Berlino, e Trailers FilmFest in the World ha il suo spazio all'interno
dell'European Film Market in collaborazione con Cinecittà Luce.
Tra i partner
della tappa di Berlino: Ministero delle politiche agricole alimentari e
forestali, Buonitalia Spa, Cinecittà Luce, Fondazione Federico Fellini, Adriana
Chiesa Enterprises, Codì, Borgo Fontale, il fotografo Ennio Calice. (ItalPlanet
News)
Berlinale. L'orizzonte islamico al setaccio
Berlino - Tragitti
della Berlinale 2010 e ancora una volta si ritorna lì: a mettere al setaccio
l’orizzonte islamico che convive all’interno del mondo occidentale.
Incuneandosi nei suoi segmenti più contraddittori e respirandone le spinte
culturali opposte che lo lacerano continuamente tra supine accettazioni e
ritorni di fiamma verso le letture più radicali della religione d’origine.
Così, se l’altro giorno, ci aveva provato, giocando pesante e in modo piuttosto
avventato, il giovane tedesco d’origine afgana Qurbani con il suo “Shahada”,
adesso la mano è passata a ben altra regista, Jasmila Zbanic, che nel 2007,
raccontando gli stupri etnici nella guerra balcanica con “Grbavica”, si era
portata a casa l’Orso d’oro.
Nonostante ciò, va
detto subito, questo suo nuovo “On the path” non si appoggia a un detonatore
traumatico di simile portata, anche se ci fa ripiegare in un luogo simbolico di
“integrazioni interrotte” come Sarajevo. È lì, infatti, che la storia d’amore
bosniaca tra la giovane hostess Luna e il proprio compagno Amar, impegnata
nello sforzo di avere un figlio tramite inseminazione artificiale, comincia a
sfarinarsi quando tra i due si apre un inaspettato dislivello religioso.
Questione d’interpretazione del proprio essere musulmani che, se prima non
impediva a entrambi di assumere comportamenti sgangherati tra discoteche e
alcolici, ora invece subisce uno stop perentorio nel momento in cui Amar si
trova a frequentare per lavoro una sorta di campus islamico dove si radunano
ex-combattenti di guerra. In quella piccola riserva sul lago, riannodare i
propri fili religiosi con una foga tanto “riparatrice” quanto estrema e
riaccendere frustrazioni da post-conflitto, diventano immediatamente un
tutt’uno.
Ormai la linea
invisibile è saltata tanto che nel giro di poco tempo ogni azione e ogni
comportamento della coppia verranno risucchiati nel pentolone da
“riconvertimento” che anima la testa del ragazzo e manda in disperazione la donna.
Traiettorie sempre più separate che il film, dopo averle ben innescate,
divarica in modo fin troppo prevedibile, segno costante di quanto sia arduo
restituire una rappresentazione di quella realtà senza appoggiarsi a dei cliché
da bianco e nero. Ne viene fuori, anche qui, una cartolina fatta di opposte
esistenze che finiscono caricaturalmente per sedersi ai bordi opposti della
storia, soffocando purtroppo l’impatto dello scontro e tutte le complessità che
si porta appresso. Lorenzo Buccella L’U 18
18 febbraio 2010
Berlinale. Le famiglie di oggi e i razzismi di ieri
Inedite parentele
in “The kids are alright” e nel tedesco-afgano “Shahada”. Diventa un caso il
film antisemita elogiato dal giovane Antonioni – dall’inviato Fabio Ferzetti
Berlino - Lo volle Goebbels in persona ma conquistò
un giovane critico di nome Michelangelo Antonioni. Parliamo di Süss l’ebreo,
famigerato film antisemita di Veit Harlan che nel settembre 1940, a Venezia,
entusiasmò il 28enne Antonioni sul Corriere Padano: «Se questa è propaganda,
ben venga la propaganda. Il film è potente, incisivo, efficacissimo...» scrisse
il futuro grande regista. Obiettivamente imbarazzante, il pezzo non figura
nelle antologie di Antonioni pubblicate in Italia e in Francia, ma la frase
campeggia sul materiale stampa del kolossal di Oskar Roehler dedicato alla
lavorazione del film di Harlan, Jew Suss: Rise and Fall, in concorso oggi a
Berlino.
Abbaglio critico o
ossequio politico, lo “strillo” di Antonioni farà felici i revisionisti, ma
andrebbe inquadrato nel clima dell’epoca. Intanto, aspettando Roehler, il
FilmFest esplorava le famiglie complicate di oggi. Nella Berlino più
multietnica, ma non per questo armoniosa, si incrociano in stile Magnolia tre
giovani musulmani, un poliziotto turco con moglie tedesca, una ragazza che ha
abortito, figlia di un imam, un africano gay diviso fra amore e fede (è
Shahada, concorso, debutto del tedesco-afgano Burhan Qurbani). Nell’agiata
California i figli di una coppia lesbica vanno in cerca dell’anonimo donatore di
sperma che anni prima contribuì alla loro nascita - e lo trovano, innescando
una reazione a catena buffa e serissima insieme (The Kids Are Alright di Lisa
Cholodenko, fuori gara, dominato dalle fantastiche Annette Bening e Julianne
Moore e da un copione scintillante fin quasi alla fine).
Naturalmente i due
film sono diversissimi, benché entrambi molto applauditi. Shahada è cupo,
scolastico, predicatorio, anche se pieno di spunti di prima mano circa i
diversi modi di vivere l’Islam in generazioni diverse (la figlia dell’imam, in
rivolta contro il padre troppo tollerante a casa e in moschea, aderisce a un
gruppo integralista). The Kids Are Alright invece è solare, disinibito, tutto
trovate e annotazioni pungenti, anche se un po’ facile e sul finire scorretto.
Come si vede dallo sguardo superficiale riservato ai maschi che rivela il lato
irrisolto se non ideologico di questa commedia di sicuro successo.
A casa di Nic e
Jules (Bening e Moore) va tutto bene - o quasi. La figlia più grande, Joni come
Joni Mitchell, sta per andare al college. Il secondogenito Laser (proprio così)
non ha ancora capito se è gay (anzi non l’hanno capito le mamme, che si
preoccupano molto). La più debole delle due, l’architetto mancato Jules, ha la
sindrome della casalinga frustrata. E in camera da letto circolano film
porno-gay, con acrobatiche evoluzioni di machos rasati e muscolosi (si può
immaginare lo sconcerto del figlio quando scopre che le mamme per eccitarsi
guardano quella roba...).
I problemi
scoppiano solo quando i figli si mettono in cerca del padre biologico, il mite
e virile Paul (Mark Ruffalo, anche lui perfetto), scoprendo che si tratta di un
ristoratore bon vivant dotato di orto biologico, motociclettona e molte
fidanzate. Morale: il neo “padre” (solo biologico, come le sue verdure), si
prende prima un’affettuosa cotta per quei figli che non sapeva di avere. Poi
un’autentica sbandata per la vacillante Jules, che stufa di essere trascurata
da Nic salta addosso allo scapolone in un esilarante crescendo di baci rubati e
amplessi focosi.
Sarà vero amore?
Il povero Paul non ne dubita, e neanche lo spettatore visto il carnale
entusiasmo di Jules (irriferibile ma geniale la performance di Julianne Moore).
Invece, sorpresa: quando Nic inferocita scopre la tresca, con drammi e rese dei
conti davanti ai figli, scatta un ritorno all’ordine che neanche nei film anni
50 con Doris Day. Vade retro macho: «Questa è la mia famiglia. Se ci tieni
tanto ad averne una tua, vai a costruirtela», sentenzia Nic. Certo «non è più
tempo di comuni e amore libero», ha sottolineato la regista. Sullo schermo però
avevamo visto un’altra storia. Chiuderla così, liquidando il “donatore” di
turno senza riguardi, lascia un po’ interdetti. Gay e neocon. Uno slogan per
domani? IM 18
Il declino italiano in Svizzera. Lettera aperta all’Ambasciatore Dr.
Giuseppe Deodato
Egregio Signor
Ambasciatore Deodato Ho scelto il modo più semplice e spontaneo per
manifestarLe in parte il mio, ma in realtà un diffuso stato d’animo di apatia e
di sconcerto che alberga e attraversa da un lungo tempo la nostra comunità in
Svizzera a causa degli scompensi e delle decisioni inique e arbitrarie assunte
dal governo italiano nei confronti dei cittadini italiani che vivono
all’estero.
Notiamo con
profondo disappunto e disagio una mancanza di interlocuzione tra la maggiore
rappresentanza diplomatica italiana presente in questo Paese e gli organismi di
rappresentanza italiana, un venir meno del rispetto delle pur minime condizioni
di consultazione per mantenere vivo un rapporto tra le rappresentanze dello
Stato ed i cittadini, espressamente in una fase difficilissima in cui vengono
imposti provvedimenti normativi e decisioni che mirano alla frantumazione del
sistema formativo ed educativo, all’alienazione dei diritti della persona ed
alla soppressione dei servizi erogati dalla rete diplomatica consolare. Consci
della difficile congiuntura che attanaglia l’amministrazione dello Stato ma che
non giustifica il reiterarsi di pratiche che creano malessere e non possono
essere condivise dai nostri connazionali, che per diversi decenni hanno
investito le migliori energie per creare migliori condizioni di integrazione e
di partecipazione alle costruzione di una rete di relazioni e di norme
giuridiche, che si stanno man mano sgretolando sotto le picconate delle leggi
di programmazione finanziaria ispirate espressamente al contenimento della
spesa pubblica, con forti ricadute sui capitoli destinati alle politiche degli
italiani all’estero.
In Svizzera negli
ultimi anni sono state chiuse sedi di rappresentanza diplomatica che hanno
provocato non pochi disagi all’utenza e si parla di prossime ulteriori chiusure
di Losanna e Coira, come anche della recente soppressione del Consolato
onorario di Vaduz e della chiusura delle agenzie consolari onorarie di
Frauenfeld e di Rapperswil e dello stesso richiamo precoce al Ministero degli
affari esteri del Console di San Gallo, senza che sia ancora stato nominato un
sostituto. Lo stesso stato di precarietà vige nel mondo educativo che rischia
di implodere per mancanza di coordinamento, per insufficienza di risorse umane
e per inefficiente copertura degli interventi pubblici a favore dei corsi di
lingua e cultura italiana il cui
inesorabile destino sembra oramai segnato dalla privatizzazione.
Signor ambasciatore
Deodato non possiamo più assistere inerti e subire pavidamente le sorti del
destino. E’ giunto il momento di porre fine a questa agonia e di intraprendere
con forza e coraggio, con il concorso di tutti, un nuovo cammino per
valorizzare la presenza italiana in Svizzera, creando le condizioni per
assicurare strumenti e certezze minime facendo leva sul nostro idioma.
Signor
ambasciatore Deodato di fronte al declino dell’italianità in Svizzera la nostra
comunità Le chiede una presa di iniziativa forte per invertirne la rotta, per
tenere alta la dignità e l’immagine del nostro Paese e dei suoi cittadini,
degli organismi di rappresentanza, della ricca presenza di associazioni che
troverà al Suo fianco ogni qualvolta ci sarà da lottare contro leggi e
decisioni inique.
Con questo stato
d’animo, signor ambasciatore Deodato, ho voluto richiamare la Sua attenzione
sulle attuali difficoltà presenti nella
comunità italana in Svizzera affinchè abbia consapevolezza che oltre
all’emergere di uno spirito critico c’è tra noi una volontà a superare questi
momenti difficili.
Con quest’ultimo
auspicio Le faccio pervenire l’espressione dei miei più vivi sentimenti ed un
cordiale saluto
Michele Schiavone,
Consigliere per la Svizzera nel Cgie (de.it.press)
Integrazione e rispetto delle regole. Dopo gli scontri di Milano
Milano – Milano
nei giorni scorsi ha vissuto momenti di alta tensione in Via Padova dove un
ragazzo egiziano di 19 anni è stato ucciso per una banale lite sul bus tra
nordafricani e sudamericani. Quanto avvenuto il 13 febbraio pone grandi
interrogativi sulla gestione del fenomeno immigrazione in zone periferiche già
a rischio. “Per una corretta integrazione non si può prescindere dall’educazione
alle regole”, ha detto l’arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza
Episcopale Italiana, il card. Angelo Bagnasco, rispondendo ad una domanda dei
giornalisti in merito ai disordini in via Padova. Il Presidente dei vescovi
italiani ha portato l'esempio dei numerosi centri d'accoglienza ecclesiali nei
quali “si viene accolti, c'è una parola buona, ci sono accoglienza e
fraternità, c'è un pasto ma ci sono anche delle regole e questo è educativo”.
“Mi pare che sia questo l’esempio di quello che è un processo inevitabile,
necessario e irrinunciabile d'integrazione”. Infatti, ha proseguito, “la carità
evangelica è andare incontro a chi ha bisogno, e tutti siamo bisognosi gli uni
verso gli altri, ma nel contempo, nel rispetto delle regole, dei principi,
della sicurezza e dell'ordine”.
L’uccisione si
colloca in “uno scenario di diffuso disagio sociale che, complice
l’indifferenza di chi avrebbe potuto intervenire prima ma non lo ha fatto,
perdura da tempo ed è destinato a rimanere tale fintantoché non si deciderà
insieme di voltare pagina e ristabilire le condizioni per una normale e
costruttiva convivenza civile”, spiega una nota della diocesi di Milano. Nel
testo pubblicato sul sito della diocesi ambrosiana si esprime una “ferma
condanna della violenza” e si domandano, a livello politico, “interventi
istituzionali limpidi, capaci di richiamare con severità ed equilibrio ai
valori che fondano la convivenza”. Ma anche si denuncia il “consueto e triste
gioco politico di parte, nel quale i problemi reali vengono puntualmente
sacrificati sull’altare della ricerca del consenso elettorale”. Citando
tensioni che risalgono ad anni addietro nella stessa zona, la diocesi di Milano
aggiunge che il problema “non riguarda quindi solo la criminalità organizzata,
ieri, o l’immigrazione non governata, oggi, ma anche il degrado del tessuto
civile del quartiere”. Quando un territorio, prosegue la nota “non è governato
con lungimiranza, ma abbandonato alle logiche infernali dell’incuria, della
lacerazione, della prepotenza diventa facilmente terreno di coltura per le
patologie più gravi del disagio sociale”. “Da parte dei milanesi - si legge
ancora nella nota - occorre riconoscere in questi anni un preoccupante calo
della tensione morale e civile e la conseguente fatica a trasmettere la
solidità di un ethos pubblico condiviso e normativo”, per cui è necessario
“tornare a conoscere, rispettare, apprezzare le regole, i valori, il senso
delle istituzioni e delle tradizioni civili”. La strada suggerita dalla diocesi
ambrosiana è “l’autentica integrazione”, vale a dire non “l’adeguamento
integrale di altri ai nostri modi”, ma “conoscenza, dialogo, ascolto a partire
dalla riscoperta delle proprie radici”. Ripartendo dalla famiglia, chiede la
curia milanese: “non sarebbe tempo di prendere in seria considerazione
l’urgenza dei ricongiungimenti familiari?”. Il testo prosegue proponendo un
parallelo “fra il disagio violento, tribale e rancoroso delle gang etniche e
quello più narcisistico, autodistruttivo e spietato dei giovani bene”. Da qui
l’esigenza di affrontare la “sfida educativa nei confronti dei giovani, ancora
più acuta nel contesto della seconda generazione di immigrati”. Numerose le
agenzie che si occupano dei ragazzi sul territorio, bisognose però di sostegno.
Si chiede quindi la diocesi: Perché non promuovere per davvero un esercito di
educatori piuttosto che di militari?.
“Cerchiamo parole
di fede per leggere questi fatti con uno spirito diverso sia dalla sterile
lamentazione sia da una sottovalutazione ingenua della gravità dei problemi”,
scrivono in una nota I preti delle comunità di via Padova e del decanato di
Turro i quali tengono ad esprimere vicinanza per chi vive in luoghi come le
nostre vie. Occorre coraggio per tutti: per gli italiani come per gli
stranieri. Ci sembra che emerga un grande e profondo bisogno di giustizia, che
va ascoltato e interpretato, proseguono. Tre per i sacerdoti i livelli per una
nuova giustizia. Il primo, la legalità. Una convivenza è possibile se ci sono
delle norme e dei patti che permettono alle persone che hanno storie diverse e
culture differenti di riconoscersi e di rispettarsi. Il secondo, la presa a
carico di ciò che è comune. Siamo così abituati a preoccuparci solo del 'mio'
che non sappiamo più pensare a ciò che può essere nostro. Il terzo, la
giustizia come dono da invocare. La loro posizione è in mezzo al conflitto,
disarmati e solidali, disposti ad ascoltare le ragioni di ciascuno, pronti a
cogliere e a favorire le opportunità di mediazione e di riconciliazione.
La prima cosa che
direi è che non è che non è uno scontro tra etnie ma è un episodio dovuto ad
alcune frange più violente che hanno suscitato poi una reazione sproporzionata,
certamente da condannare, ha detto alla Radio Vaticana il parroco della Chiesa
di San Giovanni Crisostomo di Milano don Piero Cocchi: “questo ci riempie di
una profonda tristezza perché cade su un lavoro silenzioso, che dura da anni,
di attenzione per cercare l’integrazione, che ha prodotto frutti di
integrazione per cui ci sono tante persone italiane e straniere che vivono in
pace e cercano di convivere con quelli che abitano di fianco a loro. Via Padova
è molto più bella di quella che i media in questi giorni hanno descritto”.
(Migranti-press)
Interventi. Politica italiana. Sanremo, “Affari tuoi”...Non facciamoci
distrarre dai veri problemi
Al giorno d’oggi
viene dato grande rilievo a fatti marginali o relativamente importanti, mentre
non si parla o si parla poco delle questioni più urgenti e fondamentali.
Adesso abbiamo il
grande evento del Festival di Sanremo, i cui costi saranno sicuramente
elevati, che è in stridente contrasto con le condizioni di vita di tutti quelli che
sono in cassa integrazione o alla ricerca di un lavoro.
Siamo stati bombardati dalla pubblicità per questa
trasmissione ormai datata, ma quest’anno avremo anche una novità: nelle ore più tarde ci sarà una
“spogliarellista” di gran classe..
Per giorni siamo
stati in ansia per conoscere i nomi dei partecipanti al Festival e poi c’è stato il problema ”Morgan”:
parteciperà sì o no?
Un‘incertezza da togliere il sonno…..
Poi tutte le sere
mamma tv dispensa euro in gettoni d’oro ai partecipanti alla trasmissione
“Affari tuoi”, sono tutti schiaffi dati a chi non ha di che vivere e a chi per
avere un modestissimo stipendio deve lavorare ore ed ore.
Dove sono tutti i
disoccupati, i sottoccupati, quelli che non arrivano alla fine del mese?
Forse non esistono
o sono diventati trasparenti e non si possono vedere.
In realtà non si
devono vedere perché con la loro presenza
dimostrerebbero la vacuità e la falsità del mondo come ci viene
presentato..
Esiste solo un
mondo in gran parte irreale, nel senso che non corrisponde alla realtà.
Ma noi non
dobbiamo farci distrarre da queste “rappresentazioni”, non dobbiamo farci
confondere e seguire con occhio vigile i reali problemi e le priorità del
momento attuale.
Le questioni
fondamentali non vengono trattate o sono
evitate.
Sono state proibite dalla commissione di vigilanza le
trasmissioni di approfondimento politico, potrebbe esserci il rischio di far
capire qualcosa di più agli italiani in campo politico!
Il caso Bertolaso
è stato subito catalogato come attacco dei giudici di sinistra contro un servitore dello stato.
Credo che si debba
aspettare l’esito dei processi prima di
esprimere giudizi .
Alcuni comunque si
sono spesso chiesti come mai la protezione civile invece di prevenire i
disastri sia sempre intervenuta a guai accaduti! Non sarebbe meglio attivarsi
prima che le sciagure si verificano?
Fare prima un
controllo del territorio, individuare le zone a rischio ed intervenire su
queste, magari indicendo delle gare regolari senza coinvolgere parenti o amici,
o amici degli amici?
Non si parla più
di energia nucleare…….
Non si parla più
dell’’intenzione di creare delle centrali nucleari in Italia. Secondo
Greenpeace sembra che alcuni esperti abbiano già fatto ispezioni
per scegliere i siti.
Forse se ne
riparlerà dopo le elezioni…..Forse sapere di poter avere una centrale nucleare
vicino casa potrebbe influenzare il voto.
Ma non era stato
indetto un referendum contro il nucleare nel 1987? Adesso non vale più?
Dobbiamo
concentrarci su quello che è importante e prioritario come ad esempio le
prossime elezioni .
Se ne parla poco,
in mezzo a tante discussioni su temi del tutto inutili o almeno secondari e a tante voci spesso contrastanti.Si sente
tutto e il contrario di tutto
Sappiamo però
tutti che il 28 ed il 29 marzo si svolgeranno le elezioni regionali ed amministrative in 13
regioni italiane, questo può determinare cambiamenti nel quadro politico.
Infatti
attualmente 11 regioni sono governate dal centro sinistra e due( Lombardia e
Veneto ) dal centro destra.
Non dobbiamo farci
distrarre! Questo è un momento importante|
Da parte nostra
dobbiamo naturalmente impegnarci e cercare di rafforzare la posizione del
centro sinistra ed evitare al contrario che il centro destra si espanda e
conquisti altre regioni.
Perché è
importante fare questo? Logicamente una volta uscito vittorioso il centro destra imporrebbe nelle regioni e nei comuni la sua visione
della politica e dell’economia che
sembra essere quanto mai arretrata e discutibile.
Che possiamo fare?
Sicuramente si
deve andare a votare, anche se c’è da
fare un viaggio spesso lungo e costoso per raggiungere la propria regione.
Certo è un
sacrificio ed uno sforzo per tutti, ma , credete, ne vale la pena.
Non basta fare questo, bisogna anche coinvolgere gli amici, i
parenti, i conoscenti che vivono in Italia e convincerli dell’importanza
del voto.
Bisogna eleggere
persone capaci, oneste e di cui si ha fiducia per costruire una società più giusta
Che ne pensate di
avere regioni e comuni in cui si lavori con impegno ed onestà per il bene
comune invece che per i propri interessi personali?
Lo sappiamo che a
volte si è troppo stanchi e troppo condizionati dall’aria che si respira in
Italia dove, a momenti , sembra che
l’indolenza, l’arroganza e la prevaricazione possano avere la meglio.
Parte del
nostro compito è anche sostenere e dare
speranza a chi è ormai stanco e deluso e forse non vede vie d’uscita.
Per fortuna le vie
d’uscita ci sono, basta saperle vedere.
Forse dall’estero
si riesce a vedere in modo più chiaro perché si è lontani dal continuo
cicaleccio in cui le persone sono
costrette a vivere in Italia
Dobbiamo dare più
forza a questo partito che potrà
migliorare le condizioni di vita di tanti lavoratori , realizzare la giustizia
sociale, favorire il merito e l’impegno personale nel nostro paese.
Antonia Pichi,
Segretario circolo Pd Zurigo (de.it.press)
Frattini: Insieme nelle sfide internazionali
ROMA - Rapporti bilaterali in settori
strategici come quello del nucleare civile, ma anche temi dell'attualità
internazionale come la crisi diplomatica tra Svizzera e Libia, il dossier
nucleare iraniano, l'Afghanistan, la Somalia o l'integrazione dei Balcani
nell'Unione europea. Questi i punti fondamentali che il ministro degli Esteri
Franco Frattini e il suo omologo francese, Bernard Kouchner, hanno affrontato
nel corso di un incontro bilaterale a Parigi.
E’ ad esempio emersa – riferiscono dalla
Farnesina - una solida identità di vedute sul dossier nucleare iraniano, dove i
due ministri hanno ribadito la necessità di nuove sanzioni, che non dovranno
però colpire la popolazione. "Le sanzioni all'Iran non devono essere una
bandiera ma una leva politica" in grado di "riportare l'Iran al
tavolo del negoziato", ha sottolineato Frattini.
Sulla Libia, i due ministri hanno ribadito
che i paesi dell'Ue non possono rimanere ostaggio di una "controversia
bilaterale" e hanno insistito sulla necessità di una soluzione rapida.
Frattini ha anche sollevato il tema della Somalia, spiegando che l'Italia vuole
organizzare al più presto una conferenza Onu "per attirare l'attenzione
sui problemi della Somalia, che sono strettamente legati ai problemi del
terrorismo".
Oltre all'Afghanistan, dove Francia e Italia
sono tra i principali contributori della missione di pace Isaf, Frattini e Kouchner
hanno anche parlato del processo di integrazione europea dei Balcani
occidentali, in particolare per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina. Su questo
punto Frattini ha auspicato che il dossier bosniaco trovi spazio sul tavolo del
G8 in Canada.
L'incontro – spiegano dalla Farnesina -
è anche servito a fare il punto sulla cooperazione italo-francese, a partire
dal nuovo programma italiano per il rilancio del nucleare civile, nella
prospettiva del prossimo summit bilaterale di aprile. Per Kouchner la cooperazione
con l'Italia è "eccellente", sia al livello bilaterale che al livello
Ue. Frattini ha invece insistito sull'approccio molto simile di Italia e
Francia rispetto alla loro politica estera ed europea.
A Parigi, Frattini ha avuto anche un incontro
con la direttrice generale dell'Unesco Irina Bokova, nell’ottica di contribuire
a salvare il patrimonio culturale di Haiti, dopo il devastante terremoto dello
scorso 12 gennaio. Il ministro ha quindi pronunciato un discorso alla facoltà
di Scienze Politiche. (Inform 17)
Napolitano su emergenza fame. «Serve governance mondiale»
Il presidente
interviene al vertice del fondo per lo sviluppo agricolo «Non esclusa emergenza
alimentare»
ROMA - Il
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interviene al vertice dell'Ifad,
il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo che ha sede a Roma. «Non è da
escludersi che potremmo di nuovo trovarci di fronte ad altre emergenze
alimentari» ha detto. E fa appello alla solidarietà internazionale per uscire
dalla crisi: «Serve una "governance condivisa" che si ispiri ai
valori della solidarietà e inclusività per dare risposte alla drammatica crisi
economica che ha colpito il mondo».
LE TRE AGENZIE DEL
POLO AGRICOLO - Napolitano ha riconosciuto il ruolo di «protagonista attivo e
coerente» svolto dall'Ifad per affrontare i problemi posti dalle crisi
alimentari con azioni congiunte per il raggiungimento di un livello sostenibile
di sicurezza alimentare. Ma ha sottolineato che: «Una strategia efficace al
livello globale richiede uno sforzo congiunto per migliorare l'efficienza e
massimizzare i risultati». E a questo riguardo, Napolitano auspica che «le tre
Agenzie del polo agricolo di Roma (Fao, Ifad, Pam) che l'Italia ha l'onore di
ospitare e verso le quali è impegnata in prima linea, sappiano coordinare i
loro interventi, nel rispetto della complementarietà dei rispettivi mandati
istituzionali».
L'AGENZIA DELLE
NAZIONI UNITE - Il benvenuto a Napolitano è stato formulato durante la sessione
dal presidente dell'Ifad, Kanayo Nwanze, il quale ha ringraziato l'Italia per
l'ospitalità che concede alle agenzie delle Nazioni Unite. Il presidente si è
augurato che il dibattito «si traduca in decisioni significative e utili a
orientare efficacemente l’attività del fondo sulla base delle risorse
disponibili in consonanza con le priorità imposte dall’agenda internazionale».
Al vertice ha partecipato anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Redazione Online
CdS 17
Via di uscita dalla crisi. Un parcheggio per i debiti pubblici nel mondo
Sul problema della
sostenibilità del debito pubblico noi economisti italiani siamo molto ferrati.
L’esperienza degli anni Settanta, quando il fenomeno cominciò a presentarsi, ci
ha insegnato che aumentare l’indebitamento dello Stato senza una prospettiva di
crescita dell’economia tale da poterlo rimborsare senza accrescere la pressione
fiscale condiziona negativamente lo sviluppo del reddito e dell’occupazione di
un Paese. Questa interpretazione risultò minoritaria in Italia e da decenni ne
paghiamo le conseguenze.
A seguito della
crisi della finanza pubblica greca si è aperto nel mondo un analogo dibattito a
quello che si svolse in Italia, con proiezioni “da capogiro” per il debito pubblico
statunitense e anche di quelli dei Paesi virtuosi, come la Germania (che
ritiene d’essersi messa in sicurezza anche nei confronti dei Paesi viziosi con
due decisioni costituzionali: vincolo del quasi pareggio di bilancio e
proibizione di intervenire in soccorso dei Paesi in difficoltà). I termini del
dibattito sono esattamente gli stessi: se si restringe il deficit pubblico con
aumenti delle tasse o, ammesso che si riesca a farlo, tagli delle spese, si
avrà deflazione e questa non solo renderà impossibile rientrare dal debito, ma
comporterà un suo aumento pari a un multiplo del reddito lordo.
È ormai chiaro che
la crisi è di sistema e richiede una soluzione a questo livello. La necessità
di fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria americana ha fischiato la
fine dell’impegno degli Stati di condurre politiche monetarie e fiscali
ortodosse e l’inizio del libero ricorso a politiche chiamate con eufemismo “non
convenzionali”. Per rifarsi una coscienza “ortodossa” le autorità hanno
abbondato in dichiarazioni che preannunciavano un’exit strategy, subito
controbilanciata da un’altra che sarebbe stata attuata solo a ripresa
produttiva avvenuta. Ancora una volta le autorità hanno difettato di
lungimiranza, non avendo compreso che erano uscite dal cul de sac della
depressione per entrare in quello di un’exit strategy di quasi impossibile
attuazione. Se, infatti, riducendo l’offerta di moneta o aumentando i tassi
dell’interesse ufficiali accrescono il costo del danaro aggravano la crisi
della finanza pubblica, a causa dei maggiori oneri sul debito che questa
politica comporta. L’attuazione di politiche fiscali restrittive sarebbe
procrastinata con possibile fuga dallo stock del debito pubblico in
circolazione. Se si aggiungono politiche come quella intraprese dalla Cina, che
ha ridotto il possesso di titoli di Stato americani, si muove lo stock di
debito in circolazione ancor prima di verificare se esiste lo spazio necessario
per collocare i nuovi indispensabili flussi, dato che i deficit annuali sono
ampi. La situazione può uscire fuori controllo.
Le autorità si
sono vantate d’aver fronteggiato la crisi finanziaria, ma non si sono rese
conto che, essersi fatti carico di parte dell’indebitamento privato e degli
effetti sociali indotti, è stata, per dirla à la Clausewitz, la continuazione
della politica del debito in eccesso con altri mezzi. Il problema da risolvere
non è quindi quello di rientrare dal debito pubblico nascente da una crisi
sistemica basata sugli eccessi di indebitamento del settore privato che le
stesse autorità di governo hanno permesso, ma di parcheggiarne una parte per un
lungo periodo presso un’istituzione internazionale, togliendolo dalla
circolazione. Il Fondo Monetario Internazionale sarebbe la sede adatta. Si
potrebbe consentire a tutti e gli Stati Uniti, oltre all’euroarea, sarebbero
interessati di ripartire dal 60% del rapporto debito pubblico/Prodotto Interno
Lordo, impegnandosi a politiche di rigore monetario e fiscale. Per far ciò
sovviene ancora una volta l’esperienza degli economisti italiani che
meriterebbero maggiore attenzione: si uscì dalla crisi del 1929-33 anche
creando un “Consorzio sovvenzioni per valori industriali”, ideato da Benedice e
parcheggiato presso la Banca d’Italia, nel quale confluirono i debiti non
rimborsabili delle imprese colpite dal sisma della Grande Depressione. Nella
versione economica della scala Mercalli, il sisma che ci ha colpito e che ci
attende registra un indice ancora più elevato!
PAOLO SAVONA IM 18
Il gioco con la Grecia
si sta facendo pericoloso. Per alcuni mesi i leader europei hanno lasciato
capire — con troppa leggerezza — che non c’era di che preoccuparsi: un default
di Atene era fuori discussione. Venuti al dunque, si sono resi conto che
concedere un prestito alla Grecia non è politicamente proponibile, forse non è
neppure tecnicamente possibile. Non sapendo che fare, hanno cominciato ad
alzare la voce, con il bel risultato che il primo ministro greco, George
Papandreu, ha scelto la strada della popolarità, cioè del populismo: «I greci
non prendono lezioni da nessuno ». A questo punto alcuni propongono di lasciare
che la Grecia vada per la propria strada: non ripaghi il suo debito e abbandoni
l’euro. La Grecia è piccola: essere inflessibili, rifiutarsi di aiutare chi
vive al di sopra dei propri mezzi, non presenta grandi rischi e rafforzerebbe
la credibilità dell’euro. Secondo me è invece una strategia che rischia di
affossarlo. Il vero problema della Grecia non è il debito, ma la mancanza di
crescita. Se l’economia non riprende, per stabilizzare il debito serve una
correzione dei conti pubblici enorme: circa 14 punti di Pil, al di là di ciò
che qualunque governo possa fare. Se invece la Grecia crescesse al 3%,
l’aggiustamento necessario sarebbe severo, ma non impossibile: circa 6 punti.
Ma come fa la
Grecia a ricominciare a crescere? Un modo c’è: uscire dall’euro, svalutare del
50% e diventare il luogo più a buon mercato in cui andare in vacanza nel
Mediterraneo. Certo, la svalutazione raddoppierebbe il debito, che è tutto in
euro, quindi sarebbe giocoforza non ripagarlo. È ciò che ha fatto l’Argentina,
con risultati non disprezzabili. Cambiate il nome del Paese, sostituite Grecia
con Spagna: il ragionamento è esattamente lo stesso. In due anni i conti
pubblici spagnoli sono passati da un avanzo del 2% ad un deficit dell’11,4, più
o meno quanto quello greco. Anche la Spagna, se non riprende a crescere, non
riuscirà a stabilizzare il debito. Lavarsi le mani della Grecia, spingerla ad
abbandonare l’euro, significa spostare l’attenzione sulla Spagna. A differenza
della Grecia, la Spagna non è piccola: le sue banche sono fra le più grandi
d’Europa. Ma se ciò che rende il debito non sostenibile è la mancanza di
crescita, non vedo quale sia la forza dell’Italia: neppure noi cresciamo e il
nostro rapporto debito- Pil è ancora il più elevato nell’area dell’euro. Al
vertice europeo della scorsa settimana, Silvio Berlusconi — che queste cose le
capisce al volo e nutre anche un sano scetticismo verso la vanità di Bruxelles
— ha chiesto che la gestione delle crisi nel Sud dell’Europa venga delegata al
Fondo monetario internazionale. Diversamente dall’Europa, il Fondo ha gli
strumenti e l’esperienza per intervenire, e negli anni ha anche imparato che
alzare la voce non è una buona strategia. La richiesta del presidente del
Consiglio è stata accettata per metà: il Fondo collaborerà, ma solo come
consulente tecnico. Berlusconi deve insistere: il suo intervento potrebbe
essere cruciale per salvare l’euro.
FRANCESCO GIAVAZZI
CdS 18
L'Italia con Libia e Malta. "La Svizzera abolisca lista nera"
Appello al termine
del vertice alla Farnesina tra i ministri degli Esteri
Richiesta a
Tripoli: "Sforzo congiunto con Berna, sblocchi il rimpatrio dei due
cittadini elvetici"
ROMA -
"Italia e Malta rivolgono un appello alla Svizzera affinché acceleri la
negoziazione per un accordo con la Libia e abolisca la lista dei nomi inseriti
nel sistema informativo di Schengen diffusa nei giorni scorsi". E' quanto
si legge in un comunicato diffuso dalla Farnesina al termine del colloquio tra
i ministri degli Esteri italiano, Franco Frattini, quello libico, Mousa Kousa e
quello maltese, Tonio Borg sul tema della crisi dei visti di Schengen.
"I ministri
si sono riuniti stamane - continua la nota - per affrontare il tema della crisi
dei visti Schengen come conseguenza del contenzioso elvetico-libico, in vista
dell'incontro previsto per domani del capo della diplomazia libica con la
presidenza spagnola dell'Ue e delle prossime scadenze comunitarie. Nel corso
dell'incontro è stata auspicata una rapida soluzione del contenzioso e sono
state scambiate idee in proposito. L'Italia - conclude il comunicato - ha
invitato la Libia ad adoperarsi per superare il problema del blocco dei visti
Schengen per tutte le Parti del Trattato, tenendo conto degli sforzi che si
stanno profondendo - in primis da parte italiana e maltese - per superare
l'attuale impasse".
Frattini ha quindi
chiesto a Libia e Svizzera di fare "un passo congiunto" e contestuale
per risolvere la crisi dei visti. Il ministro degli Esteri ha esortato la Libia
a ripristinare "il flusso ordinario di cittadini europei" dai Paesi
dell'area Schengen e nel contempo ha invitato la Svizzera a togliere le 188
personalità libiche dalla lista nera di Schengen. Il capo della Farnesina ha
anche lanciato un monito a non usare il trattato di Schengen "come
strumento per risolvere le questioni bilaterali" e, insieme al collega
maltese, ha invitato le autorità di Berna a venire incontro alla richieste
libiche per chiudere il contenzioso bilaterale. In particolare, ha riferito
Frattini, Tripoli sollecita "l'apertura di un'inchiesta per chiarire come
sia successo che le foto del figlio di Gheddafi, Hannibal, in stato di arresto
siano finite sulla stampa".
"Schengen
deve essere utilizzato per prevenire l'ingresso di criminali e terroristi e non
per risolvere le questioni bilaterali", ha avvertito Frattini in
conferenza stampa, "chiederemo alla Svizzera di proseguire con i negoziati
perché si arrivi a un accordo che porti alla cancellazione della lista nera e
alla possibilità, per i due cittadini svizzeri (costretti a restare
nell'ambasciata elvetica a Tripoli dopo essere stati scarcerati dalla Libia,
ndr) di tornare in patria. "Facciamo appello alla Libia affinché mostri la
necessaria flessibilità nei confronti dei Paesi dell'area Schengen che non
c'entrano con la disputa bilaterale ma ne hanno pagato il prezzo", ha
insistito il ministro italiano. Il titolare della Farnesina ha comunque
assicurato, "che la reazione libica" sui visti non ha comportato il
blocco totale ed esclusivo di persone provenienti dall'area Schengen".
"Nelle ultime 24 ore" ha aggiunto, "una ventina di italiani che
doveva entrare in Libia è entrata e lo stesso, mi ha detto il collega Borg, è accaduto
con cittadini di Malta".
La questione sarà
affrontato dall'Unione europea nel corso della riunione dei ministri degli
Esteri di lunedì, perché sia la presidenza di turno spagnola che la
rappresentante della politica estera Ue Catherine Ashton "condividono la
necessità che il tema sia affrontato il ambito politico". Per sbloccare la
situazione, ha concluso il ministro degli Esteri, serve "un passo
congiunto". "Ho parlato con la collega svizzera Micheline Calmy-Rey
che è pronta a chiudere l'accordo definitivo purché venga data l'autorizzazione
ai cittadini svizzeri a rientrare in patria", ha spiegato Frattini,
"il collega libico dice che non ci sono problemi ma chiede che venga
contestualmente aperta un'indagine sulla pubblicazione delle foto di Hannibal".
LR 17
La crisi tra Libia e Confederazione elvetica. Il PD-Svizzera: arrivare
presto a una soluzione
La crisi
diplomatica che perdura da mesi tra la Libia e la Confederazione elvetica e che
negli ultumi giorni interessa da vicino l’Unione Europa ed in particolare
l’Italia, per il ruolo assunto dalla diplomazia del nostro paese dopo il blocco
dei visti d’ingresso in Libia di cittadini dell’aerea Schengen, impenzierisce i
tanti cittadini italiani residenti in Svizzera per gli imprevisti risvolti che alcune
affermazioni ed atteggiamenti assunti dal ministro Franco Frattini potrebbero
avere sul governo svizzero e di conseguenza sulla comunità italiana.
Il rigido
atteggiamento delle parti non aiuta a trovare una soluzione alla disputa che
sostanzialmente muove da un capriccio di lesa maestà da parte del regime libico
rispetto ad una decisione giuridica presa l’anno scorso dal governo del cantone
di Ginevra. L’auspicio che lo sforzo del governo italiano possa sortire buoni
risultati e che si giunga ad una soluzione della crisi facendo appello alle
regole che determinano gli elementi fondanti dello stato di diritto nei
rapporti tra stati e cittadini.
PD-Svizzera,
de.it.press
Obama torna al nucleare: «Difendiamo l’ambiente»
NEW YORK - Sono
passati trent’anni da quando gli Stati Uniti hanno costruito la loro ultima
centrale nucleare, e trentuno dall’incidente di Three Mile Island, la più grave
perdita di materiale radioattivo avvenuta nella storia americana. Tre decenni:
abbastanza perché un presidente di tendenze progressiste e di forti convinzioni
ambientaliste decida che è giunto il momento per gli Stati Uniti di riaprire il
capitolo dell’energia nucleare.
Circondato dagli
operai del sindacato degli lavoratori dell’energia elettrica, Barack Obama ha
ieri fatto quello che i cinque presidenti che lo hanno preceduto, dal ’79 a
oggi, non hanno osato fare: ha annunciato l’apertura di un prestito federale di
8 miliardi di dollari per una società elettrica che costruirà una centrale
nucleare nello Stato della Georgia. E non solo: «Siamo appena all’inizio - ha
aggiunto Obama -. Dovremo costruire tutta una nuova generazione di centrali
sicure e pulite. Il mio bilancio propone di triplicare i prestiti, per
finanziare queste costruzioni». Difatti, nel bilancio 2010-2011 i fondi per
nuove centrali sfioreranno i 55 miliardi di dollari. Se verranno concessi i
permessi, gli Stati Uniti potrebbero costruire venti centrali nei prossimi
venti anni.
La decisione di
Obama non è una vera sorpresa. Il presidente ha sempre detto che per combattere
l’effetto dei gas inquinanti e il surriscaldamento della terra bisogna
ricorrere a tutte le energie alternative, sia quella solare, sia quella eolica,
sia quella nucleare, e si batte per tutte e tre. Ieri, nello spiegare i
vantaggi di una centrale nucleare, ha ricordato che a parità di energia
prodotta, rispetto a una centrale a carbone, essa può ridurre i gas inquinanti
in una quantità che «corrisponde a togliere dalle strade 3 milioni e mezzo di
automobili.»
Con grave
disappunto degli ambientalisti, però, Obama non ha spiegato cosa intenda fare
delle scorie radioattive, che sono la spina nel fianco dell’industria nucleare.
Si è limitato a dire che costituirà una commissione di esperti che trovino una
soluzione ottimale. Da GreenPeace, per bocca del direttore delle ricerche Kert
Davies, è venuta una amara reazione: «Usare l’energia nucleare è un modo
pericoloso per risolvere il surriscaldamento della terra».
Obama tuttavia ha
nel suo mirino anche un altro scopo: la costruzione di centrali nucleari creerà
posti di lavoro, almeno 700 mila nell’arco di due o tre anni. Non solo:
dimostrandosi disponibile su un tema caro ai repubblicani (era il cavallo di
battaglia del suo avversario, John McCain), il presidente spera che il partito
di opposizione sarà più malleabile sulla legge per la protezione dell’ambiente,
ancora in fase di discussione al Senato. IM 17
Bombe a grappolo, stop da agosto
Ma il Trattato non
è stato sottoscritto da Usa, Russia, Cina e Israele. L'Italia ratifica in
ritardo
NEW YORK - La
Convenzione che mette al bando l'uso delle bombe a grappolo (cluster bomb)
entrerà in vigore a partire del 1° agosto. L'Onu ha reso noto che con la
ratifica di Burkina Faso e Moldova si è raggiunto il numero minimo (trenta
nazioni) che consente l'entrata in vigore del Trattato, firmato a Dublino il 30
maggio 2008.
BAN KI-MOON - «Si
tratta di un passo fondamentale nell'agenda del disarmo mondiale», ha
commentato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. «La
ratifica dimostra la repulsione nei confronti di queste armi, inaffidabili e
inaccurate». Il segretario ha poi invitato le nazioni che non hanno ancora
aderito alla convenzione a farlo «senza ritardi». La Convenzione vieta la
produzione, l'uso e il possesso di bombe a grappolo, ordigni letali per la
popolazione civile che spesso vengono lasciati nelle ex zone di guerra per
anni. L’accordo prevede che i Paesi aderenti non possano in alcuna circostanza
usare, produrre, acquistare, stoccare o trasferire ad altri Paesi le bombe a
grappolo, ma lascia però aperta la porta per l’impiego di bombe più piccole
(meno di dieci ordigni) di nuova generazione, in grado di colpire gli obiettivi
con maggiore precisione e provviste però di un sistema di autodistruzione nel
caso di mancata esplosione al suolo.
CHI NON HA FIRMATO
- Il trattato non è stato sottoscritto da Paesi come Israele, Russia, Cina e
Stati Uniti, anche se il presidente americano Barack Obama ha firmato un primo
divieto all'esportazione di bombe fabbricate negli Usa (che pianificano di
bandirle entro il 2018). I Paesi aderenti hanno l'obbligo di distruggere
l'arsenale di bombe a grappolo in loro possesso entro otto anni al masismo da
parte della ratifica. Inoltre spetta al Paese aderente che ha utilizzato questi
ordigni bonificare la zona dove li ha lanciati mettendo in atto tutte le misure
necessarie alla protezione e informazione dei civili a rischio.
CHI HA RATIFICATO
- Questi i Paesi che hanno finora ratificato: Norvegia, Austria, Vaticano,
Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Albania, Croazia, Laos, Sierra Leone, Zambia,
Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Moldova, Montenegro, Slovenia,
Spagna, Burkina Faso, Burundi, Lussemburgo, Macedonia, Malawi, Malta,
Nicaragua, Niger, San Marino e Uruguay.
ITALIA IN RITARDO
- Il 3 dicembre 2008 a Oslo l'Italia ha sottoscritto il Trattato, ma il
Parlamento non l'ha ancora ratificato. «L'Italia ha un'imbarazzante problema di
lentezza nei processi di ratifica», ha dichiarato Giuseppe Schiavello,
direttore della Campagna italiana contro le mine, «anche quando non ci sono
chiare ostative o addirittura una volontà positiva. Chiederemo al governo e ai
parlamentari di promuovere un'immediata moratoria unilaterale del nostro Paese
sulla produzione, uso e commercio di questo sistema d'arma, in linea con le
definizioni della Convezione di Oslo».
INESPLOSE -
Secondo un rapporto dell'associazione Handicap International sarebbero circa
100 milioni le bombe a grappolo rimaste inesplose nel mondo delle oltre 440
milioni state sparate dal 1965. Nella campagna israeliana in Libano del'estate
2007 il tasso di inesplosività è risultato del 30%.
Redazione ondine
CdS 17
Economia, Obama rivendica il suo piano. "Catastrofe evitata, adesso
tocca ai privati"
Discorso del
presidente Usa ad un anno dal varo delle misure anticrisi - "Abbiamo
salvato posti di lavoro ma la strada è ancora lunga" - Secondo un
sondaggio la popolarità del leader è in calo
ROMA - "Senza
stimoli, l'economia sarebba andate verso verso la catastrofe". Barak Obama
rivendica così le misure economiche varate per arginare la difficilissima
situazione americana. Quel maxi-piano di stimolo da 787 miliardi di dollari che
oggi compie un anno. "Non è stata una decisione politica facile da
prendere - dice il presidente Usa - ma non agire avrebbe portato a una
catastrofe. Grazie a quello una nuova depressione non è più una
possibilità". Il leader Usa sottolinea, poi, la situazione del lavoro.
Senza il piano di stimolo "oltre 2 milioni di americani sarebbero senza
lavoro", mentre nel 2010 c'è chi prevede un milione e mezzo di nuovi
occupati. Poi l'impegno per il futuro: "Faremo il possibile perché
l'economia continui a crescere". Anche perché se l'economia "è
salvata", il lavoro "è ancora lungi dall'essere
terminato".
E' presto,
ovviamente, per parlare si crisi superata. Anche perché molti americani non
percepiscono la ripresa economica trovandosi a fronte di un tasso di
disoccupazione che resta poco sotto del 10%. Obama lo sa e non si
nasconde: "Milioni di americani sono ancora senza lavoro. Altri
milioni si stanno dando da fare per trovarlo. Tutto ciò non si percepisce certo
come una ripresa. Me ne rendo conto".
Nonostante questo,
fa capire il leader Usa, la strada imboccata è quella giusta. E se il governo
americano è entrato nell'economia "per dare una spinta temporanea" è
il settore privato "che alla fine dovrà spingere la crescita" dice
Obama. Preoccupato per le difficoltà di bilancio di diversi stati che potrebbero
tradursi in ulteriori licenziamenti.
Obama, infine, ha
anche tirato una frecciata ai repubblicani, molti dei quali si sono opposti al
pacchetto di stimoli, ma poi "si sono presentati a tagliare il
nastro" di progetti finanziati con quei soldi "nelle loro
circoscrizioni elettorali".
Il sondaggio.
Popolarità in calo per Obama che, per la maggioranza degli americani, non
merita di essere rieletto. Secondo un sondaggio della Cnn il 52% preferirebbe
vedere qualcun altro alla Casa Bianca nel 2012, mentre solo il 44% è pronto a
riconfermare la fiducia a Obama. Politicamente il dato non comporta un
automatico spostamento di consensi a favore dei repubblicani. LR 17
Berlusconi si affida a San Guido
Di fronte alla
commissione Ambiente della Camera e davanti ai telespettatori di Ballarò, Guido
Bertolaso - il capo della Protezione civile al centro dello scandalo che in
pochi giorni lo ha trasformato da mito in mostro -, ieri ha scelto di
difendersi.
E’ suo diritto e
lo ha fatto pacatamente, senza, per intendersi, la solita giaculatoria di
accuse contro i magistrati, che Berlusconi sciorina ogni qualvolta si trova
coinvolto in nuove inchieste. Bertolaso ha ribadito di essersi già presentato
dimissionario di fronte al governo, che invece gli ha chiesto di andare avanti.
E ha aggiunto che dopo un primo momento di disorientamento, in cui aveva
pensato di tirarsi da parte, adesso invece è intenzionato ad andare avanti,
proprio per difendere la struttura che ha diretto per otto anni e mezzo e che è
stata finora un esempio di efficienza e abnegazione ammirato in tutto il mondo.
Ma ecco, rispetto
a quest’immagine e ai risultati incredibili, e non scalfiti neppure da
precedenti indagini, di un lavoro che ha portato, tra l’altro, in sei mesi, i
terremotati dell'Aquila di nuovo sotto un tetto, e ha liberato le strade di
Napoli da cataste di rifiuti abbandonati da un anno, la lettura dei verbali
d'accusa della magistratura di Firenze, e delle intercettazioni che li
corredano, rappresenta un capovolgimento.
Disinvoltura come
regola, tra i collaboratori di Bertolaso, alcuni dei quali suoi parenti
stretti. Privilegi inspiegabili e non direttamente connessi ai compiti che
svolgevano. Familiarità non proprio irreprensibili con un gruppo di
imprenditori - un gruppo ristretto - cinici al punto da ridere alle spalle dei terremotati,
ai loro occhi solo un affare come un altro, e prima ancora che venissero tirati
fuori dalle macerie. E attorno a ciò che la magistratura ha definito un insieme
«gelatinoso», una ragnatela di favori e promesse, una frequentazione assidua e
pressante, specie con gli altissimi funzionari arrestati che materialmente
scrivevano le gare d’appalto, e inoltre un’intimità con il sottosegretario
stretta fino ai massaggi, che l’accusato rivendica solo terapeutici, e i
magistrati insistono a considerare qualcosa di più.
Con una colata di
fango così, va detto, ci vuole fegato a difendersi e a sperare di venirne a
capo. Ma se Bertolaso lo fa, protestandosi innocente, e al massimo vittima di
un raggiro di collaboratori infedeli che avrebbe dovuto controllare meglio, è
sulla base di alcune considerazioni. La prima è che al di là della «gelatina»,
i rapporti da compari tra pubblici ufficiali e imprenditori, la corruzione
dev’essere provata dai magistrati a cui a sorpresa, innovando rispetto a una
tradizione di insulti, il sottosegretario rinnova la sua fiducia. La seconda è
che alcuni dei funzionari infedeli finiti in carcere, i loro incarichi e i loro
superpoteri li avevano ricevuti dal precedente governo di centrosinistra. La
terza è che, messa da parte la contestata privatizzazione della Protezione
civile, Bertolaso ha riconquistato la fiducia di tutte le componenti del
governo, compreso Bossi che ieri gliel’ha confermata pubblicamente.
Questa condotta
che rimane molto azzardata ribalta insomma pienamente l’onere della prova sulla
magistratura e le impone di fare presto. Decapitare la Protezione civile - un
corpo speciale, che se ha abusato delle urgenze politiche, deve pur continuare
a pensare alle numerose emergenze italiane - non è una questione ordinaria. Se
è necessario, va fatto, perché in un Paese normale non è ammesso che ci siano
intoccabili. Ma se la prova non salta fuori, Bertolaso, che oggi è crocifisso,
domani potrebbe anche risorgere.
E’ proprio questa
la scommessa del sottosegretario. Ed è la stessa dell’intero governo e del
presidente del Consiglio. Insieme al caso Protezione civile, Berlusconi infatti
è alle prese, in questi stessi giorni, con quelli di Milano e di Firenze, che
toccano un esponente locale e uno dei coordinatori nazionali del Pdl. Il clima
è orrendo: in quella che fu la capitale di Tangentopoli, si parla apertamente
di un ritorno in grande stile della corruzione. Con al centro, però, non il
vecchio gruppo dei partiti della Prima Repubblica, ma quello, nuovo, fondato
dal Cavaliere.
In questo quadro
la caduta del sottosegretario e la rappresentazione della sua struttura come il
perno della corruzione nazionale avrebbero chiaramente travolto l’intero
governo. Per questo Berlusconi e tutto il centrodestra hanno frenato. Il
Cavaliere ha costruito la sua fortuna politica, quindici anni fa, proprio sulle
macerie di un sistema politico travolto dall’ondata dei processi, e oggi non
può rischiare di scivolare sullo stesso terreno. E tuttavia, se la difesa di un
Bertolaso ammaccato, ma ancora in piedi, è un azzardo che ha una logica, pur
discutibile, quella di un partito che a due anni dalla sua nascita mostra già
evidenti segni di cedimento, non è ammissibile. Berlusconi è il primo a sapere
che in questo senso, se vuole rimediare a quel che è successo, dovrà fare
presto delle scelte. MARCELLO SORGI LS 17
Il commento. Gli uomini del cavaliere
Passato l'effetto
statuina, è ripreso il declino di Silvio Berlusconi. In un clima da fine della
seconda repubblica, ogni giorno scoppia uno scandalo che tocca sempre più da
vicino il cuore del potere di Palazzo Chigi. Ieri Guido Bertolaso, il potente
capo della Protezione civile, forse l'unico successore che Berlusconi abbia mai
avuto in mente. Oggi Denis Verdini, il coordinatore del partito, indagato per
corruzione e protagonista di mille intercettazioni.
Inutile aggiungere
che in un paese normale, come pure nell'Italia prima di Berlusconi, ci
sarebbero già state raffiche di dimissioni. Qui il premier nega o minimizza.
Continua a dipingere come un martire Bertolaso, la cui evidente intimità con
l'imprenditore Anemone, escort o non escort, dovrebbe bastare per liquidarne la
parabola. Riduce le storie di tangenti a ruberie di "piccole volpi nel
pollaio", come faceva Bettino Craxi a proposito del "mariuolo"
Chiesa. Sembra sicuro, il Cavaliere, che nessuno scandalo potrà bucare il muro
di gomma, quel perenne stato di eccezione che circonda il potere berlusconiano,
costruito in anni e anni di egemonia mediatica. Molte volte ha avuto ragione.
Ma ora forse si sbaglia. Come fu per Mani Pulite, sul banco degli imputati non
si trovano soltanto nomi eccellenti, pezzi di nomenclatura, ma un intero
sistema.
Due italiani su
tre, secondo un sondaggio di Sky, pensano che siamo di fronte a una nuova
Tangentopoli. La suggestione del parallelo non può nascondere le profonde
differenze. L'Italia e gli italiani, anzitutto, non sono più quelli. Ora sono
assai più rassegnati e cinici, molto meno informati. I telegiornali dell'epoca
esaltavano i magistrati inquirenti come eroi, questi li perseguitano come
nemici del popolo.
Sono cambiati i
protagonisti degli scandali, l'antropologia dei nuovi ladri. Quelli alla fine
rubavano, o almeno cominciavano a rubare, per far politica. Questi fanno
politica per poter rubare. Ha ragione Gianfranco Fini, non prendono per il
partito, ma per se stessi. Al massimo per la combriccola, il quartierino, la
banda. La corte dei miracoli di Berlusconi appare, alla luce delle
intercettazioni, come un crogiuolo di cortili d'affari. Rubano in maniera
sgangherata e ostentata, continuano a vantarsene al telefono da veri imbecilli,
intascano mazzette in favore di videocamera. E rubano molto di più. Ai tempi di
Tangentopoli la Corte dei Conti stimava la "tassa della corruzione"
in cinque miliardi di euro attuali. Oggi siamo a sette, otto volte tanto.
Ma sono cose che
tutti sappiamo, come si sapevano alla vigilia di Mani Pulite. Che cosa allora
aveva fatto scoppiare la bolla? La stessa miscela che si sta riformando adesso.
Da un lato la stanchezza e la sfiducia della maggioranza degli italiani in una
classe dirigente non solo corrotta, ma decrepita. Non si riesce a immaginare un
futuro per il Paese con Berlusconi, come non se ne immaginava più uno con
Andreotti, Craxi e Forlani diciotto anni fa. Dall'altro i morsi di una crisi
economica ancora più feroce di quella dei primi Novanta, che rende ormai
insostenibile la sovrattassa della corruzione per milioni di cittadini e per
migliaia di imprenditori. E' questa combinazione chimica di senso comune,
contingenza economica e voglia di futuro che può scatenare la tempesta finale
sul sistema.
Naturalmente, il
sistema e Berlusconi che lo incarna si batteranno come leoni. Ma già nella
vicenda Bertolaso si leggono i segnali di un cedimento da parte di chi, troppo
assuefatto a un potere senza controllo, non è più abbastanza vigile. Come si
poteva pensare che uno scandalo così macroscopico, solare, come gli appalti del
mancato G8 della Maddalena non attirassero l'attenzione dei giornali e delle
procure? Quanta presunzione d'impunità trasuda da quelle voci registrate.
Ma con tutto il potere e i soldi e le minacce di Berlusconi e della corte, vi
sarà sempre un cronista o un magistrato troppo curiosi per non indagare su
storie tanto assurde. E' la libertà, bellezza. E loro non possono farci niente.
CURZIO MALTESE LR 17
Chi serve lo Stato non ha amici
La ripetitività
degli scandali che si abbattono sull’Italia può alimentare due sbagliate
reazioni dell’opinione pubblica: l’assuefazione, cinica e rassegnata, a un
virus corruttivo che sembra dilagare nella società italiana e l’abitudine a
confondere le accuse con i sospetti, le maldicenze con le sentenze, i reati con
i peccati, le fantasie complottistiche con le prove dibattimentali.
Un gran polverone
dove il destino di queste indagini giudiziarie è segnato. Chi è schierato
politicamente con gli imputati è deciso ad assolverli, pur contro ogni
evidenza. Chi sta dalla parte opposta ha già emesso una condanna, preventiva e
inappellabile. Una divisione in due partiti, però, molto provvisoria: sarà
presto l’oblio a riunificarla, nell’attesa della prossima inchiesta. Ecco
perché, in queste circostanze, è assolutamente necessaria la ricerca delle
differenze, la pazienza nel separare le situazioni, la chiarezza
nell’individuare le responsabilità.
Ogni grande
scandalo nazionale, pur nella similitudine della caccia al ladro di turno, si
contrassegna per una locuzione, sintetica ma espressiva, che lo distingue.
All’epoca di «Mani pulite» fu la cosiddetta «dazione ambientale», una tassa
impropria riferita al rapporto imprenditori-partiti. Quella tangente,
controllata ferreamente dalle percentuali del Cencelli spartitorio, che
alimentava il finanziamento illegale della politica. Oggi, l’etichetta che ha
colpito l’immaginazione degli italiani è la parola «gelatina», con la quale i
magistrati dell’accusa hanno definito la collusione vischiosa di amicizie,
favori, complicità, tra funzionari statali e aspiranti agli appalti
dell’amministrazione pubblica.
E’ questo, dunque,
il punto sul quale bisogna concentrare l’attenzione dei cittadini. Anche
perché, almeno finora, non sono emerse nell’inchiesta sulla Protezione civile
prove di corruzioni milionarie, ma le accuse imputano favori ai familiari,
compiacenti assunzioni più o meno precarie, ospitalità gratuite, elargizioni di
auto e, magari, di ragazze ben disposte. Le intercettazioni rivelate sui
giornali, poi, aldilà dei sospetti di reati, tutti da dimostrare, illuminano,
però, un costume sul quale non bisogna aspettare i giudizi dei tribunali perché
sia evidente una constatazione: è scomparsa nelle classi dirigenti
dell’amministrazione pubblica qualsiasi consapevolezza degli obblighi di
comportamento che gravano sui cosiddetti «servitori dello Stato».
E’ bella questa
espressione con la quale, con orgoglio ottocentesco, si è autodefinito Guido
Bertolaso. Peccato che il capo della Protezione civile sembra sottovaluti
quanto contrasti con l’atteggiamento di confidenza e di amicizia da lui
dimostrato nei confronti di imprenditori che il suo dipartimento aveva la
facoltà di premiare o punire. Con l’aggravante dell’assoluta discrezionalità,
giustificate o no che fossero le emergenze dichiarate per quei lavori. Peccato
che la stessa, e forse maggiore, insensibilità l’abbiano manifestata i suoi
collaboratori, pronti a un attivismo ambiguo e collusivo, invece di esercitare
il distacco, l’imparzialità, la discrezione al limite dell’estraneità, che
competono all’arbitro, detentore del potere di far arricchire chi da una sua
scelta dipende.
La confusione, nel
costume italiano, tra interessi personali e interessi dello Stato, della sua
credibilità e della sua efficienza, non solo determina le conseguenze
denunciate ieri dal procuratore della Corte dei Conti per il boom di denunce e
per i danni erariali connessi ai reati amministrativi e penali. Ma alimenta una
più generale «corruzione mentale» fra tutti i poteri dello Stato.
E’ quella «corruzione
mentale» di cui sembra afflitto il pm di Bari, Lorenzo Nicastro, che grida alla
«discriminazione» se qualcuno gli fa osservare quanto sia sbagliata la sua
candidatura come avversario politico proprio di un suo indagato. La stessa
sindrome che colpisce un giudice costituzionale, già presidente dell’Antitrust,
Giuseppe Tesauro, quando è costretto ad ammettere di essere socio in affari con
un imprenditore, più o meno chiacchierato che sia. Una insensibilità dimostrata
anche da due suoi colleghi della Consulta, Luigi Mazzella e Paolo Maria
Napolitano, quando, alla vigilia della decisione sul lodo Alfano, parteciparono
a una cena con Berlusconi e con lo stesso ministro della Giustizia.
E’ giusto che i pm
di Firenze si offendano se il presidente del Consiglio li invita a
«vergognarsi» per aver indagato il vertice della Protezione civile, ma
otterrebbero maggiore solidarietà se tanti loro colleghi evitassero di
dimenticare che i giudici non solo devono essere imparziali, ma anche
«apparire» tali. La riservatezza, il senso d’opportunità, l’estraneità ad
amicizie potenzialmente in conflitto rispetto agli obblighi della funzione, per
un dipendente statale, di qualsiasi livello e a qualsiasi ordine appartenga,
non sono manifestazioni di ipocrisia o di moralismo bigotto e passatista. Sono
sacrifici, magari anche limiti a quella manifestazione del pensiero che è
costituzionalmente garantita a tutti i cittadini, ma che si esercita nelle
forme e nei modi consentiti a chi riveste un ruolo così delicato. Possono essere
anche «discriminazioni», come le chiama il pm Nicastro, a cui si dovrebbero
assoggettare volentieri coloro che, senza alcuna costrizione, scelgono una
carriera nell’amministrazione pubblica.
Il prossimo anno
si festeggeranno i 150 anni dello Stato italiano. Invece dei soliti riti
celebrativi e delle solite polemiche retrospettive sulle virtù degli Stati
borbonici e le crudeltà repressive dei piemontesi, ecco un bel tema di
riflessione e di discussione pubblica. Anche perché la corruzione va colpita in
sede giudiziaria, ma va combattuta prima di tutto nella testa dei cittadini.
Specie se sono «servitori dello Stato». LUIGI LA SPINA LS 18
Corte dei Conti: corruzione, patologia tuttora molto grave
La corruzione è
una «patologia» che «resta tuttora grave» e che, anzi, nel 2009 ha fatto
registrare un aumento di denunce alla Guardia di Finanza del 229% rispetto
all'anno precedente, cui si aggiunge un incremento del 153% per fatti di
concussione. Rispetto a queste condotte illecite individuali, le pubbliche
amministrazioni «troppo spesso» non attivano i necessari «anticorpi interni». È
la denuncia del procuratore generale e del presidente della Corte dei Conti,
Mario Ristuccia e Tullio Lazzaro, in occasione della cerimonia di apertura
dell'anno giudiziario.
La corruzione -
rileva il pg Ristuccia nella sua relazione - dilaga nella pubblica
amministrazione: il Ministero dell'Interno, i comandi dei Carabinieri e della
Gdf, nel solo periodo gennaio-novembre 2009 hanno denunciato 221 reati di
corruzione, 219 di concussione e 1714 reati di abuso di ufficio, con un
vertiginoso incremento rispetto all'anno precedente. È poi assai «grave» -
aggiunge il presidente Lazzaro - la mancanza di «anticorpi» nella Pa contro le
condotte illecite individuali che causano
«offuscamento
dell'immagine dello Stato» e «flessione della fiducia che la collettività
ripone nelle amministrazioni e nelle stesse istituzioni del Paese».
«Se le pervicaci
resistenze che questa patologia sembra opporre a qualsiasi intervento volto ad
assicurare la trasparenza e l'integrità nelle amministrazioni possono dirsi
essere una sorta di 'ombrà o di 'nebbià che sovrasta e avvolge il tessuto più
vitale operoso del Paese, non si può fare a meno di notare - sottolinea il
presidente - che l'oscuramento resta tuttora grave, non accenna neppure a
dissolversi o a flettere nella sua intensità ispessita». Dalla relazione del
pg, inoltre, emerge che è la Toscana - dove in sede penale la procura di
Firenze sta indagando sugli appalti del G8 - in testa alla classifica delle
regioni in cui
la Corte dei Conti
ha emesso il maggior numero di citazioni in giudizio per danno erariale: sono
21 (su un totale nazionale di 92), mentre a seguire ci sono Lombardia (18),
Puglia (11) Sicilia (10), Umbria (7), Piemonte (7), Trento (5), Calabria (4),
Lazio (3) Abruzzo (2) Emilia Romagna (2) Friuli Venezia Giulia (1), Liguria
(1).
Seppure i dati sul
dilagare della corruzione siano disomogenei perchè provenienti da fonti diverse
e dunque difficilmente confrontabili, non c'è dubbio - fa notare il pg della
Corte dei Conti Mario Ristuccia - che un incremento ci sia stato. I maggiori
illeciti contro la Pubblica amministrazione rilevati da Servizio anticorruzione
e trasparenza del dicastero del ministro Brunetta indicano come territori più a
rischio quelli in cui «maggiori sono le opportunità criminali in considerazione
del Pil pubblico più elevato, delle transazioni a rischio quantitativamente più
numerose e del maggior numero di dipendenti pubblici», come ad esempio
Lombardia, Sicilia, Lazio e Puglia. Nel 2009, su 1.077 sentenze di condanna in
primo grado della Corte dei Conti (per un totale di circa 246milioni di euro di
importo), 126 (vale a dire l'11,7%) hanno riguardato casi di corruzione,
surclassati solo da danni nella gestione del personale (155 condanne, 14,4%),
danni al patrimonio mobiliare e immobiliare (152, 14,2%) illeciti nelle entrate
(150, 13,9%). L’U 17
Non sono giorni
allegri quelli che stiamo vivendo. Prima arresti e denunce di uomini politici,
di destra e di sinistra, per episodi di corruzione e malgoverno. Poi il crollo
del mito Bertolaso, travolto dallo scandalo della Protezione civile. Infine,
giusto ieri - 18° anniversario di Mani Pulite - la Corte dei conti rivela
l'esplosione, fra il 2008 e il 2009, delle denunce per fatti di corruzione,
concussione, abuso d'ufficio.
Qualcuno si
comincia a chiedere se non siamo per caso di fronte a una Tangentopoli 2, un
nuovo tsunami giudiziario destinato a travolgere la politica come nel 1992.
In questa
situazione la tentazione di prendersela con il ceto politico e contrapporgli le
virtù della società civile è molto forte, e ha fatto bene Ernesto Galli della
Loggia ieri a ricordarci, dalle colonne del Corriere della Sera, che è la
società italiana a essere marcia. Non solo perché per certi reati, come la
corruzione e la concussione, bisogna essere in due, il politico e
l'imprenditore, ed è quindi puerile addossare tutte le colpe a uno soltanto dei
«mariuoli», come li chiamava Craxi. Ma perché sono innumerevoli i settori della
vita sociale in cui le più elementari regole del vivere civile - non evadere le
tasse, promuovere i migliori - sono sistematicamente violate senza che la
politica c'entri minimamente. Il professore che trucca un concorso, il commerciante
che non emette lo scontrino, l'imprenditore che fa lavorare in nero i suoi
operai non sono vittime della politica ma, semmai, beneficiari della sua
assenza.
E tuttavia, se
vogliamo che qualcosa cambi, non possiamo limitarci a guardare con costernazione
all'abisso morale in cui è precipitata la vita del nostro Paese. Non possiamo
continuare a contare soltanto su un sussulto delle coscienze, su un moto di
indignazione, su una rigenerazione dello spirito civico troppe volte invocata e
sempre mancata. Forse dobbiamo cominciare anche, più prosaicamente, a ragionare
in termini di vincoli e di incentivi, come fanno (giustamente) gli economisti.
Pensare che il problema si riduca a scegliere bene i candidati, a selezionare
le persone giuste, a cacciare i disonesti, a mio parere è un po’ ingenuo (chi
garantisce che l'allenatore scelga i giocatori giusti? e chi è l'allenatore?).
Ben più importante sarebbe chiedersi quali sono i meccanismi che con tanta e
crescente frequenza generano i comportamenti di cui l'opinione pubblica è
ciclicamente chiamata a scandalizzarsi. Perché se identifichiamo i meccanismi
possiamo provare a cambiarli. E un politico che ha la convenienza ad
amministrare bene dà più garanzie di un politico che ostenta o promette
moralità.
Per quel che
riesco a capire, direi che questi meccanismi sono almeno tre. Il primo, ben
descritto da Cesare Salvi e Massimo Villone in un loro libro di qualche anno fa
(Il costo della democrazia, Mondadori 2005), è il complesso di norme e di
strumenti con cui, dopo Tangentopoli, i politici - anziché riformare la
politica - si sono assicurati la possibilità di continuare a rubare e sistemare
clienti, spesso in perfetta legalità. Ad esempio le cosiddette «società miste»,
perlopiù figlie delle vecchie aziende municipalizzate, che per molti politici
sono diventate un vero e proprio «personal business» (cito Cesare Salvi),
terreni di caccia privilegiati in cui essi possono spartirsi poltrone, gettoni,
assunzioni, commesse.
Il secondo
meccanismo è la rinuncia, prima da parte del governo Prodi, poi da parte del
governo Berlusconi, a varare una riforma incisiva dei servizi pubblici locali,
basata su gare trasparenti e aperte anziché su affidamenti a trattativa privata
(ricordate la fine ingloriosa del disegno di legge Lanzillotta, vanificato dal
governo di centro-sinistra di cui essa stessa faceva parte? e gli interventi
della Lega per annacquare la riforma dei servizi pubblici locali del
centro-destra?).
Ma forse il
meccanismo più importante è un altro ancora: la crescita costante, inesorabile,
dell'interposizione pubblica, ossia dell'attività di intermediazione dello
Stato e degli Enti territoriali (Regioni, Province, Comuni), che giusto
nell'anno appena trascorso ha toccato il massimo storico, con un'accelerazione
senza precedenti (sarà anche per questo che, proprio nel 2009, sono esplose le
denunce di corruzione, concussione, abuso d'ufficio?). Questo meccanismo è il
più importante non solo perché sono ormai molti milioni - e crescono ogni anno
di numero - gli italiani le cui opportunità di guadagno e carriera dipendono
pesantemente da decisioni discrezionali di funzionari, dirigenti e
amministratori pubblici, ma perché è questo il vero costo che la politica,
spesso con la piena ed entusiastica complicità dei cittadini, impone al sistema
Italia. Una stima prudente degli sprechi nella Pubblica Amministrazione -
sanità, scuola, università, giustizia, burocrazia, assistenza (falsi invalidi)
- suggerisce che essi siano pari ad almeno 80 miliardi di euro l'anno, qualcosa
come cinque o sei Finanziarie. E tutto fa pensare che una frazione molto
consistente di questa enorme voragine sia prodotta, più che dall'ampiezza
dell'interposizione pubblica (un flusso di 1500 miliardi l'anno, fra entrate ed
uscite), dal fatto che troppe decisioni di spesa non sono governate da regole
automatiche e meccanismi trasparenti, bensì da tortuosi processi nei quali il
negoziato, l'influenza personale, i rapporti di conoscenza diventano le
variabili decisive.
E' stato valutato
che i costi diretti della politica, fra eletti, portaborse e consulenti, si
aggirino intorno ai 4-5 miliardi l'anno: tanti, certamente, ma una goccia nel
mare degli sprechi che la discrezionalità della politica produce ogni anno in
tutti i campi in cui ha un ruolo decisivo. E' questo mare che dovremmo
innanzitutto cercare di prosciugare. E per prosciugarlo, forse, creare regole e
incentivi funzionanti può essere più importante che esortare il mondo politico
a ritrovare la moralità perduta, ammesso che ne abbia mai avuta una. LUCA RICOLFI
LS 18
Si accontenti chi
vuole di credere che «il problema è politico» e riguardi quindi la destra e la
sinistra. Sì, questa volta a essere presi con le mani nel sacco sono stati
esponenti del Pdl, ma in passato la stessa cosa è accaduta con esponenti del
Pd: ma anche dando per scontato che le imputazioni a loro carico siano domani
convalidate da una sentenza, davvero la corruzione italiana si riduce a quella
dei politici? Davvero in questo Paese la sfera della politica è malata e il
resto della società è sano? Non è così, con ogni evidenza. Ognuno di noi sa
bene che non è così, e non bisogna smettere di dirlo, anche se i soliti
moralisti di professione grideranno scandalizzati che in questo modo si finirebbe
per occultare «le precise responsabilità politiche». Ma figuriamoci: cosa
volete mai che si occulti, con tutta la stampa ormai scatenata dietro Monica e
Francesca, dietro Bertolaso, Balducci, e compagnia bella?
Proprio perché non
ha alcuna natura propriamente politica ma affonda radici profondissime nel
corpo sociale - cosicché nella politica essa si riversa soltanto, essendo uno
degli ambiti dove più facile è la sua opera - la corruzione italiana sfugge a
ogni facile terapia. Come si è visto quando, convinti per l’appunto del suo
carattere politico, abbiamo creduto che almeno per ridurne la portata bastasse
mutare il sistema elettorale, o fare le privatizzazioni, o cambiare la legge
sugli appalti, o finanziare i partiti in altro modo dal finanziamento diretto;
o che l’esempio di «Mani pulite», di cui proprio oggi è paradossalmente il 18mo
anniversario, potesse segnare una svolta. Invece è stato tutto inutile. La
corruzione italiana appare invincibile. Rinasce di continuo perché in realtà
non muore mai, dal momento che a mantenerla viva ci pensa l’enorme serbatoio
del Paese. La verità, infatti, è che è l’Italia la causa della corruzione
italiana: lo si può dire senza rischiare l’accusa di lesa maestà? Chi si ostina
a credere che «il problema è politico», che tutto si riduca a destra e
sinistra, lo sa che le tangenti continuano a girare vorticosamente anche nel
privato: che dappertutto qui da noi, quando ci sono soldi in ballo, non si dà e
non si fa niente per niente?
Lo sa che i
concorsi più vari (non solo le gare d’appalto!) sono sempre, in misura maggiore
o minore, manipolati? Riservati agli amici e ai protetti quando non
direttamente truccati in un modo o nell’altro dai concorrenti con la complicità
delle commissioni, e il tutto naturalmente in barba a ogni credo politico? E
che colore politico pensa che abbia l’evasione fiscale dilagante? O i tentativi
a cui si dedicano incessantemente milioni di italiani di violare i regolamenti
urbanistici ed edilizi in tutti i modi possibili e immaginabili (spessissimo riuscendoci
grazie all’esborso di mazzette)? E a quale schieramento politico addebitare, mi
chiedo, il sistematico taglieggio che da noi viene praticato da quasi tutti
coloro che offrono una merce o un servizio al pubblico, come le società
autostradali, quelle di assicurazione, le compagnie telefoniche, le compagnie
petrolifere, quelle aeree, le banche, le quali tutte possono a loro piacere
fissare tariffe esagerate, imporre contratti truffaldini, balzelli
supplementari, clausole capestro, sicure dell’impunità? Sì lo so, tecnicamente
forse non è corruzione. Ma so pure che in molti altri Paesi comportamenti del
genere sono severamente sanzionati anche sul piano penale. Da noi no, sono
considerati normali. Perché?
La risposta è
nella nostra storia profonda, nei suoi tratti negativi che i grandi ingegni
italiani hanno sempre denunciato: poca legalità, assenza di Stato, molto
individualismo anarchico, troppa famiglia, e via enumerando. Perciò l'Italia è
apparsa tante volte un Paese bellissimo ma a suo modo terribile. E lo appare
ancor di più oggi, dopo aver perso anche gli ultimi pezzi delle sue fedi e dei
suoi usi antichi. Più terribile e incarognito che mai. Più corrotto. Spesso
queste cose le capisce per prima l'arte, e in particolare il cinema, il nostro
cinema, a cui tanto deve la conoscenza di ciò che è stata ed è l'Italia vera.
Quell'Italia vera che riempie, ad esempio, le immagini dell'ultimo film di Pupi
Avati, Il fratello più piccolo, in arrivo proprio in questi giorni nelle sale
cinematografiche. Un ritratto spietato di che cosa è diventato questo Paese:
una società dove gli unici «buoni» sembra non possano che essere dei
disadattati senz’arte né parte; dove, nell'ultima scena, dal volto pur
devastato e ormai annichilito di un grandissimo De Sica, ladro e canaglia
ridotto all'ozio forzato su un terrazzino di periferia, non cessa tuttavia di
balenare il guizzo di un’inestinguibile mascalzonaggine. È di una lucida resa
dei conti del genere che abbiamo bisogno; di guardare a fondo dentro di noi e
dentro la nostra storia. Non di credere, o di fingere di credere, che cambiare
governo serva a cambiare tutto e a diventare onesti.
Ernesto Galli
della Loggia CdS 17
Dicono i Francesi:
«La verità esce dalla bocca dei bambini». Con candore davvero infantile,
Maurizio Gasparri chiarisce in maniera inequivocabile lo scopo dei rigorismi
applicativi della legge di par condicio e del grottesco balletto intorno alla
commemorazione di Vittorio Bachelet. Dopo la riammissione della testimonianza
del figlio Giovanni, il presidente del gruppo Pdl al Senato così commenta: «La
par condicio così viene violata. E questo la dovrebbe mandare in soffitta,
senza rimpianti».
Ora tutto, o
quasi, è chiaro. Si osservi la successione degli eventi: Berlusconi in almeno
due occasioni afferma che la legge sulla par condicio va abolita; una
successione di emergenze parlamentari (processo corto, legittimo impedimento,
protezione civile etc.) non lo consente in tempo per le elezioni regionali; la
legge, ancora in vigore, viene applicata con un rigore che suscita indignazione
soprattutto tra coloro che potrebbero essere interessati a difenderla (sempre
diffidare quando, nel nostro Paese, si manifesta un eccesso di rigore
formale!); questa volta, al posto di Berlusconi, il senatore Gasparri, nella
veste di bambino di Andersen, dice che il Re è nudo, la legge va abolita, nella
speranza che tutti concordino. Ove non vi fossero altre emergenze, il destino
della par condicio sarebbe segnato.
Resta da spiegare
la ragione di tanto accanimento. Ciò che disturba la maggioranza in quella
legge non è la prima parte da cui trae il suo nome. Anzi, come si è appena
constatato, la par condicio, ovvero il di per se ragionevole principio di
offrire a tutte le forze politiche in campo pari diritto di tribuna in campagna
elettorale, se interpretata con rigore creativo può servire a liquidare
trasmissioni fastidiose quali «Anno zero» e «Ballarò», riconducendo tutte le
informazioni nell'alveo maggiormente controllato dei telegiornali. Quanto al
sacrificio temporaneo della trasmissione di Bruno Vespa, Parigi vale bene una
Messa.
Il problema vero
di quella legge consiste invece nel divieto, che pure contiene, degli spot a
pagamento durante i sessanta giorni di campagna elettorale ufficiale. Quel
divieto seriamente danneggia chi affronta la campagna elettorale con più denaro
in tasca del suo avversario perché è costretto a rinunciare a spenderlo ove il
suo arbitrio regnerebbe sovrano. Soprattutto danneggia chi, nel pagare gli
spot, può limitarsi al semplice gesto di trasferire i soldi da una tasca
all'altra perché possiede o controlla buona parte delle emittenti televisive.
Più in generale disturba coloro che hanno interesse a far salire i costi della
politica, rendendola sempre più prigioniera di chi ha tanti soldi e vuole
comprarla in cambio dei favori che essa può offrire all'interno delle
istituzioni. Insomma, quel divieto potrebbe giovare alla democrazia. Il
senatore Gasparri ha capito perfettamente e non resiste alla tentazione di affermarlo
(in fondo il bambino di Andersen non era che un primo della classe). Siamo
sicuri che lo abbiano capito i suoi naturali oppositori? GIAN GIACOMO MIGONE LS
17
Sono ventimila
pagine di intercettazioni quelle che il giudice di Firenze Rosario Lupo ha
allegato all’ordinanza emessa mercoledì 10 febbraio. «Una storia di ordinaria
corruzione», l’ha definita il magistrato. Ma in questa inchiesta di ordinario
non sembra esserci proprio nulla. Arrestati tre responsabili di pubblici lavori
e un imprenditore. Mazzette, appalti pilotati, donnine e feste in cambio di
favori. Indagate decine di persone, tra le quali il capo della Protezione
civile Guido Bertolaso. E poi politici, come il coordinatore del Popolo della
Libertà Denis Verdini, funzionari, progettisti, costruttori. Spezzoni di
conversazioni, un fiume di parole che come una calamità naturale sembra
sommergere tutti.
Tutti, i colpevoli
e gli innocenti che alla Protezione civile hanno lavorato con serietà e
dedizione. La verità è che non è ancora chiaro il quadro delle accuse rivolte
allo stesso Bertolaso, non è chiara la natura dei massaggi che avrebbe ricevuto
in un circolo sportivo, non è chiaro se in cambio di queste presunte
prestazioni di favore abbia derogato dai suoi doveri istituzionali. Sono punti
su cui la necessità di fare luce è urgente. Da giovedì 11 febbraio il Corriere
della Sera sta pubblicando queste intercettazioni, che una volta messe agli
atti sono da considerarsi di pubblico dominio. E un giornale ha il dovere di
render noto quello che gli investigatori hanno raccolto e che il giudice con i
suoi atti ha avvalorato.
Dalle
intercettazioni vengono fuori personaggi da brivido, come quell’imprenditore
che la notte del terremoto rideva pensando a come avrebbe lucrato sulla
ricostruzione, ma anche personaggi di contorno ai quali non sembra essere
imputato alcunché. E in un’indagine di questo tipo c’è il rischio che finiscano
coinvolte persone la cui unica colpa è aver parlato al telefono con chi aveva
il cellulare sotto controllo. Chiacchiere e fatti. Saranno le sentenze dei
giudici, speriamo il più presto possibile, a stabilire quali chiacchiere
nascondono fatti e quali fatti sono reati. Anche le chiacchiere, in ogni caso,
servono per farsi l’idea di un pezzetto d’Italia che si vorrebbe migliore. CdS
17
Normalità o urgenza per noi pari sono
Piovuta nel bel
mezzo dello scandalo della Protezione civile, e pronunciata davanti alle più
alte autorità dello Stato, la relazione del pg della Corte dei conti Ristuccia,
che ha denunciato un incremento del 229 per cento delle denuncie di corruzione
in Italia (153 per cento in più per la concussione, reato commesso dal pubblico
ufficiale), non poteva cadere in un momento più adatto. Per la prima volta,
complice il clima politico di questi giorni, la liturgia dell’elencazione di
dati e cifre che si svolge annualmente non è suonata fredda e rituale come
tutte le precedenti. La sensazione, insomma, è che l’anno che ci siamo lasciati
alle spalle, così come quello che s’è appena aperto, abbiano reso la corruzione
non episodica e periferica, ma regolare. Proviamo solo a ricordare: la Campania
dei rifiuti e della Sanità, l’Abruzzo, la Calabria, la Puglia, la Lombardia,
l’Emilia…: scorrono davanti ai nostri occhi anche le facce degli amministratori
che hanno perso il posto o che si sono protestati innocenti, salvo uscire di
scena poco dopo.
L’elenco fornito
dalla magistratura di controllo vede in testa alla graduatoria delle denunce la
Toscana, seguita da Lombardia, Puglia e Sicilia: ma è inutile cercare in questo
una “hit parade” del peggio o del meno peggio. Spesso la corruzione emerge di
più dove l’apparato pubblico è meno corrotto e dove le malversazioni,
costituendo un’eccezione, vengono denunciate con maggiore facilità. E ovviamente
altrettanto spesso la criminalità organizzata, con le sue minacce, funziona da
freno alle denunce.
Impressionante è
poi la lista delle cause della corruzione fornita dalla Corte dei conti:
carenze di programmazione, eccessiva frammentazione dei centri decisionali,
dilatazione dei tempi di esecuzione delle opere pubbliche, per colpa, insieme –
verrebbe da dire per complicità -, delle amministrazioni appaltatrici e delle
imprese appaltanti, inadeguatezza dei controlli tecnici e amministrativi.
Parola più, parola
meno, sono le stesse ragioni che hanno portato i governi negli ultimi anni a
preferire la logica delle emergenze e delle urgenze a quella delle procedure
ordinarie, e che hanno fatto a poco a poco della Protezione civile lo strumento
dei “miracoli” e il braccio operativo della Presidenza del consiglio per
riuscire a realizzare i propri impegni e fare bella figura. Ora che anche
Bertolaso e la sua formidabile squadra sono sotto accusa, non si sa più in chi
sperare: la corruzione cresce inevitabilmente, sia che si seguano le regole
normali, sia che si cerchi di semplificarle, quando non di aggirarle. MARCELLO
SORGI LS 18
Berlusconi-Fini danno ragione a Casini in Campania. E Cosentino sbatte la
porta
Dove non era
riuscita la magistratura, potè l'Udc di Casini. Le accuse di collusione con il
clan dei Casalesi non erano bastate a far scattare le dimissioni di Nicola
Cosentino, potente coordinatore del Pdl in Campania e sottosegretario
all'Economia. Solo Casini è riuscito nell'ardua missione di fargli lasciare
entrambe le due poltrone.
Il braccio di
ferro tra l'Udc e Cosentino per scegliere il candidato presidennte della
provincia di Caserta, infatti, è stato vinto definitivamente dai centristi. E
il candidato della coalizione Pdl-Udc sarà Domenico Zinzi, deputato casiniano,
e non Pasquale Giuliano, il senatore Pdl vicino a Cosentino. Che si ritrova a
fare il secondo passo indietro in poche settimane, dopo aver dovuto già dovuto
rinunciare alla corsa a governatore dopo il pressing dei finiani che non lo
ritenevano idoneo per i suoi provvedimenti giudiziari. E cosi annuncia le sue
dimissioni, subito dopo la conclusione di un vertice Berlusconi-Fini in cui è
stato dato il via libera all'intesa con l'Udc alle regionali in Capania e alla
provincia di Caserta.
«Mi sono dimesso
perchè voglio liberare il campo da ogni strumentalizzzzione in vista
della campagna elettorale», dice Cosentino.
Dopo che l'intesa
Pdl-Udc era stata raggiunta martedì in una telefonata tra Berlusconi e Cesa,
ieri il Pdl campano aveva tentato l'ultima resistenza: Cosentino era stato
ricevuto per oltre un'ora da Berlusconi, ed era uscito da palazzo Grazioli
"soddisfattissimo". Invece le cose sono andate diversamente: oggi
durante il pranzo tra Berlusconi e Fini è stato dato il via libera definitivo
all'intesa con l'Udc in Campania per le regionali, e dunque alla candidatura di
Zinzi a Caserta. Casini infatti era stato chiarissimo: senza un'intesa su
Caserta, l'Udc non avrebbe sostenuto il candidato del Pdl alla regionali,
Stefano Caldoro. Subito dopo è arrivata la lettera ai coordinatori Pdl La
Russa, Bondi e Verdini con cui Cosentino lascia il suo incarico in
Campania.
Il capogruppo del
Pd, Dario Franceschini, è intervenuto in aula alla Camera per chiedere la
conferma delle dimissioni di Nicola Cosentino da coordinatore del Pdl e
in Campania e da sottosegretario. Franceschini ha poi aggiunto: «Dato che su
iniziativa del Pd e delle opposizioni è stata presentata una mozione di
sfiducia che venne respinta dalla Camera, vorremmo sapere adesso quali fatti
nuovi hanno determinato le dimissioni di Cosentino».
A fine gennaio la
Cassazione aveva confermato l´ordinanza di custodia cautelare per Cosentino
disposta dal gip di Napoli il 7 novembre scorso, in cui si ipotizzava il
concorso esterno in associazione camorristica per rapporti con il clan dei
Casalesi. Stando all´inchiesta della Procura antimafia di Napoli, Cosentino «ha
contratto un debito di gratitudine» con il potente impero criminale. A quella
organizzazione, scrive il giudice, «deve, almeno in parte, le sue fortune».
Tra i capitoli
centrali dell´inchiesta, il rapporto fra Cosentino e l´attività imprenditoriale
nel settore dei rifiuti condotta dai fratelli Sergio e Michele Orsi
(quest´ultimo assassinato dall´ala stragista dei casalesi nel giugno 2008). In
alcune aziende, come la Eco 4, ritenute dal gip «geneticamente connesse e
funzionali alla camorra casalese», Cosentino, secondo il pentito Gaetano
Vassallo, avrebbe esercitato un controllo assoluto di «assunzioni, nomine e incarichi».
All´apice dell´emergenza, prima che il governo puntasse la sua azione sul
disastro rifiuti, Cosentino - secondo i collaboratori - assicurava: «L´Eco 4
song´ io».
La Suprema Corte,
dunque, ha ratificato la legittimità del provvedimento del gip, scaturito
dall´inchiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia Giuseppe Narducci
e Alessandro Milita, che avevano raccolto le dichiarazioni di alcuni
collaboratori di giustizia. Cosentino, coordinatore del Pdl in Campania, in
seguito all´inchiesta è stato costretto a rinunciare alla candidatura alla
presidenza della Regione. Un passo indietro compiuto a fatica; e ottenuto anche
dopo uno scontro interno tra il gruppo campano che sosteneva la sua ascesa a
Palazzo Santa Lucia e la ferma opposizione del presidente della Camera e degli
esponenti finiani. Lo stesso vicepresidente della Commissione parlamentare
antimafia, Fabio Granata, vicino a Fini, aveva detto: «E ora sarebbe
auspicabile un passo indietro anche dal governo». Ma Cosentino ha sempre respinto
ogni accusa e puntato il dito contro i magistrati campani, addebitando loro
l´uso della «giustizia a orologeria».
Agli inizi di
dicembre 2009 la Camera aveva negato l'autorizzazione all'arresto di Cosentino
(360 contro 226 a scrutinio segreto). E aveva respinto le mozioni di Pd e idv
che ne chiedevano le dimissioni da sottosegretario. L’U 18
La rabbia di Gianni Letta. "Sono stato ingannato"
Berlusconi difende
a spada tratta il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
"Se toccano
lui cade tutta una classe dirigente. Anche quelli di sinistra"
di CLAUDIO TITO
ROMA - "Forse
sono stato ingannato, ma mi sono sempre comportato in maniera corretta. Io e
Guido siamo sempre stati corretti". Gianni Letta difficilmente perde la pazienza.
Ieri, però, Silvio Berlusconi e alcuni ministri per la prima volta lo hanno
visto infuriato. Il caso Bertolaso, le inchieste sui lavori per il G8 della
Maddalena e per la ricostruzione dell'Aquila stanno tenendo banco facendo
impennare la fibrillazione in tutta la coalizione.
Anche il summit
governativo che si è tenuto ieri a Palazzo Grazioli, si è concentrato sulla
tempesta che si è abbattuta nelle ultime ore. Ma l'elemento di assoluta novità
riguarda appunto il sottosegretario alla presidenza del consiglio. Perché il
timore che il temporale giudiziario possa investire pure lui, costituisce un
fattore con il quale la maggioranza non si è mai confrontata. Un aspetto tanto
straordinario da far ritirare fuori al premier l'ombra del "complotto".
Il sospetto che dietro l'affondo giudiziario ci sia qualcosa di più di una
semplice indagine.
Qualcosa che
investe soggetti "non istituzionali". "Allora, deve essere
chiaro a tutti - ha avvertito il Cavaliere - che Gianni non si tocca". E
già, perché nelle ultime 48 ore, l'allarme a Palazzo Chigi è iniziato a suonare
con sempre maggiore fragore. Un coinvolgimento del vero numero due della
"squadra" costituisce un sorta di incubo. Che Berlusconi vuole
interrompere rapidamente facendo capire - anche dentro l'alleanza - che
"il dottor Letta è imprescindibile. Se cade lui, cade tutto". Anzi,
"se vogliono colpire lui, vogliono colpire tutti. Anche quelli della
sinistra. Se davvero stanno così le cose, vogliono fare fuori un'intera classe
dirigente".
Non a caso, per
tutta la giornata di ieri, la paura ha attraversato anche i banchi di
Montecitorio. Durante l'esame del decreto che riforma la Protezione civile,
"peones" e "colonnelli" non hanno fatto altro che parlare
della "vicenda Letta". Una scossa che si è infilata negli scranni del
centrodestra per finire in quelli del centrosinistra. "È chiaro - è il
monito di un autorevole ministro - che nessuno può dormire sonni tranquilli.
Anche quelli dell'opposizione. Del resto, anche su di loro stanno facendo
uscire lo stesso fango".
La tensione, però,
sta mettendo a soqquadro soprattutto gli uffici della presidenza del consiglio.
"Io comunque - ha ripetuto Letta al Cavaliere e a diversi esponenti
dell'esecutivo - sono tranquillo. Non ho nulla di cui pentirmi. Abbiamo sempre
agito rispettando la legge e facendo valere gli interessi del Paese. Ma...".
Ecco, appunto esiste un "ma". Quello di essere stato
"ingannato".
Dubbi che nelle
ultime ore sono andati rafforzandosi. E che il capo del governo ha esposto ieri
pomeriggio ai suoi fedelissimi in modo esplicito. "Come è possibile che in
questi due anni i servizi segreti non ci abbiano avvisato di niente? Come è
possibile che i Ros indaghino su di noi e non esca un solo fiato in un Paese in
cui parlano tutti?". Se Letta non arriva a esprimere pubblicamente le
stesse perplessità, lo fa dunque il premier.
Anche perché da
maggio 2008 la delega a gestire i nostri 007 l'ha avuta proprio Letta.
Per Berlusconi,
quindi, troppe coincidenze si sono concentrate nelle ultime settimane. L'incidente
diplomatico di Bertolaso con gli Usa sugli aiuti ad Haiti, le manovre in corso
su alcuni capisaldi della finanza e dell'industria italiana a cominciare da
Generali, Mediobanca e Fiat. La linea editoriale del "Corriere" che
per il premier rappresenta ancora il termometro dei cosiddetti "poteri
forti". Tutti elementi che a Palazzo Cigi fanno sospettare la presenza di
una "manina esterna" interessata a dettare le prossime scelte
strategiche del "sistema Paese".
Tant'è che il
presidente del consiglio ha chiesto a Letta cosa stia accadendo nei nostri
servizi segreti e al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha reclamato
spiegazioni sul comportamento del Ros. Quest'ultimo, con i giornalisti, si è
limitato a osservare che "i carabinieri fanno il loro dovere".
Parole che con
ogni probabilità, La Russa ha evitato di pronunciare davanti al premier. Se non
altro per non rientrare nell'elenco dei "sospettati". E già, perché
anche il sottosegretario ha iniziato a lamentarsi della presenza in questa
"partita" di giocatori "amici". Di ministri interessati a
indebolirlo nella prospettiva della "successione berlusconiana".
In molti a Palazzo
Chigi hanno ad esempio notato i silenzi di Giulio Tremonti, il gioco di sponda
di Umberto Bossi e l'insistenza con cui Gianfranco Fini ha difeso il ruolo
delle Camere. La "corsa" alla successione, però, innervosisce in
primo luogo Berlusconi. "Deciderò io chi dovrà essere il mio erede. A
tempo debito". E forse non è un caso che negli ultimi mesi proprio Letta
abbia fatto sentire la sua voce in pubblico come non mai. In questa settimana
per difendere se stesso e Bertolaso. Ma prima per non lasciare spazio ai
"competitor". LR 18
Un parlamentare positivo alla cocaina
Dopo il test
volontario sui capelli. Giovanardi: «Non so chi sia, accedono ai risultati solo
i diretti interessati». Ventinove hanno rifiutato la pubblicazione dei propri
dati
ROMA - Un
parlamentare è risultato positivo alla cocaina al test antidroga promosso dal
sottosegretario per le Politiche antidroga Carlo Giovanardi. Non si conosce il
nome del parlamentare coinvolto: la positività alla cocaina è emersa dall'esame
del capello con due campioni ripetuti in due diversi laboratori.
RISULTATO SEGRETO
- «Non so chi sia. Non ho la più pallida idea, se è senatore o deputato, se è
uomo o donna. Il risultato del test è segreto - ha spiegato Giovanardi -. Non
si può arrivare all'identità della persona: i test sono identificati con un
codice conosciuto solo dalla persona che si è sottoposta al test e il cui risultato
può essere ritirato con una scheda in possesso dall'interessato. Impossibile
conoscere il parlamentare positivo».
«NO COVO DI
DROGATI» - In ogni caso, spiega Giovanardi a CNRmedia, «il risultato del test
prova che il Parlamento non è un covo di drogati come alcuni avevano voluto
dimostrare. Non capisco perché una persona che sa di avere assunto la sostanza
stupefacente abbia deciso di sottoporsi al test, anche se la partecipazione era
in forma del tutto volontaria. Escludo inoltre che i senatori e i deputati che
non hanno partecipato a questa mia iniziativa abbiano qualcosa da nascondere».
Si fanno ipotesi, ma il segreto rimarrà tale: «I test erano anonimi, i
parlamentari - 56 dei quali non l'hanno ancora ritirato -, ricevevano un
talloncino numerico, non nominale, per garantire al massimo la privacy».
TEST OBBLIGATORIO
- Giovanardi torna però a ribadire che i parlamentari dovrebbero essere
obbligati a sottoporsi al test antidroga, «come capita per tante categorie
professionali, come i piloti e i camionisti». Soddisfatto per come è andato il
test, Giovanardi rivendica «la serietà e la trasparenza» dell'iniziativa:
«Avevamo detto che avremmo reso noti i risultati e l'abbiamo fatto. Il test è
stato fatto come Dio comanda». E sui risultati «ognuno commenterà come ritiene
opportuno».
L'ELENCO DEI
"NEGATIVI" - Il test è stato svolto volontariamente da 232
parlamentari dal 9 al 13 novembre su urina e capelli in diversi laboratori.
Ventinove di loro hanno rifiutato la pubblicazione dei risultati e del proprio
nome, 147 hanno dato il consenso. Inoltre 176 hanno ritirato il referto mentre
56 non l'hanno fatto. Tra i big dell'elenco pubblicato con a fianco la voce
«risultato negativo» c'è anche il presidente del Senato Renato Schifani
(l'elenco dei parlamentari risultati negativi sul sito del Dipartimento
antidroga).
I NOMI ASSENTI -
Nella lista dei parlamentari che hanno dato consenso alla pubblicazione dei
dati c'è anche il ministro Sandro Bondi. Non figurano invece i nomi di Ignazio
La Russa, che dell'iniziativa era stato tra i promotori, Giorgia Meloni, Luca
Zaia e Michela Brambilla. Non compaiono neppure Antonio di Pietro e Luciana
Pedoto, la deputata del Pd che per prima si è sottoposta al test. Hanno dato il
loro assenso e sono risultati negativi lo stesso sottosegretario Giovanardi, i
colleghi dell'Economia Luigi Casero e dei Beni culturali Francesco Giro. Tra i
capigruppo Maurizio Gasparri, Pier Ferdinando Casini e Massimo Donadi.
Redazione online
CdS 18
Italia, popolazione ancora in aumento. Pochi figli per famiglia, più
immigrati
Dati dell'Istat
sulla situazione demografica 2009 del nostro Paese. I residenti sono 60,4
milioni (incremento del 5,7 per mille). Gli stranieri sono 4,3 milioni
Il tasso di
natalità è pari all'1,41 per donna, nel 2008 era 1,42
ROMA - Nel
corso del 2009 la popolazione in Italia ha continuato a crescere, raggiungendo
i 60 milioni 387mila residenti al primo gennaio 2010, con un tasso di
incremento del 5,7 per mille. La popolazione in età attiva mostra un aumento,
soprattutto grazie agli immigrati, di circa 176 mila unità: rappresenta adesso
il 65,8% del totale. I giovani fino a 14 anni di età sono 53 mila in più, e
rappresentano il 14% del totale. Le persone dai 65 anni in su risultano in
aumento di 113 mila unità, e sono giunte a rappresentare il 20,2% della
popolazione. I cittadini stranieri sono in costante aumento, e costituiscono il
7,1% del totale.
Questi sono alcuni
dei dati contenuti nelle stime anciticipate dell'Istat, diffuse oggi, sui
principali indicatori demografici per l'anno 2009. E tra le cifre più
interessanti, ci sono quelle sull'immigrazione: gli stranieri residenti in
Italia ammontano a circa 4 milioni 279 mila al primo gennaio 2010, facendo così
registrare un incremento di 388 mila unità rispetto al primo gennaio 2009.
Sempre secondo
l'Istat, lo scorso anno la stima del saldo migratorio (la differenza tra il
numero degli iscritti e il numero dei cancellati dai registri anagrafici) è
stato pari a 360 mila unità in più dall'inizio dell'anno, per un tasso pari al
6 per mille, in calo rispetto al 2008, anno in cui il saldo migratorio è
risultato pari a +434 mila unità con un tasso del 7,3 per mille. Gli ingressi
dall'estero da parte di cittadini stranieri si mantengono dunque elevati anche
nel 2009, ma risultano in calo rispetto ai due anni precedenti, forse a causa
della crisi occupazionale che ha interessato il mercato italiano, sia in
termini di calo dei posti di lavoro complessivi (-306 mila tra dicembre 2008 e
dicembre 2009) sia in termini di crescita della popolazione in cerca di
occupazione (+392 mila).
Sul fronte dei
provvedimenti legislativi, spiega l'Istat, ha sicuramente costituito un fattore
di attrazione il decreto flussi 2008, che prevedeva un tetto massimo di nuovi
ingressi di lavoratori extracomunitari non stagionali pari a 150 mila
individui. E' invece di scarsa influenza per il 2009 la procedura di emersione
del lavoro irregolare di colf e badanti extracomunitari: il provvedimento, che
non prevedeva quote alle domande pervenute (in totale 295 mila, 35 mila quelle
finora accolte), è partito nel mese di settembre e quindi porterà a un
incremento delle iscrizioni anagrafiche soprattutto nel corso del 2010.
Tornando
dall'immigrazione alla situazione demografica generale, L'italia si conferma un
paese in cui si fanno pochi figli. Nel 2009 il numero medio di nascite per
donna è stimato a 1,41, di poco inferiore all'1,42 del 2008. La fecondità è
dunque in una fase di assestamento. Si mantiene superiore a quella dell'epoca
di minimo, tipica della metà degli anni '90, ma ancora non si muove con
decisione in direzione di quello che è considerato l'obiettivo ottimale per una
popolazione, ossia il livello di sostituzione delle coppie, pari a circa 2,1
figli per donna.