WEBGIORNALE  19-21  Febbraio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il 21 febbraio Giornata Internazionale della Lingua Madre  1

2.       La situazione migratoria in Italia. Un documento della Cemi e della Migrantes  1

3.       Uno studio della Camera: il 45% dei giovani italiani è xenofobo  1

4.       Razzismo, quasi la metà dei giovani italiani chiusa agli stranieri o xenofoba  2

5.       La crisi della Grecia. Prove di unione politica europea  3

6.       Camera. Riunito il gruppo di lavoro “Infoestero”. Quale comunicazione da e per le comunità italiane all’estero?  3

7.       Milano. Tettamanzi su via Padova: indifferente chi doveva agire  3

8.       Riunito il Comitato permanente sugli Italiani all’estero  4

9.       Senato, riforma Comites-Cgie. Prosegue in Commissione l’esame degli emendamenti al testo unificato  4

10.   A Napoli oggi e domani la VII Conferenza regionale sull’immigrazione “Tutti diversi tutti uguali”  5

11.   SWR. L’Italia regina del gelato in Germania: oltre 6.500 gelaterie-caffè  5

12.   La pensione per gli italiani che hanno lavorato in Germania. Azioni informative in Italia  5

13.   Berlusconi protagonista al carnevale di Düsseldorf 6

14.   Convegno delle donne Italiane in Germania il 27 febbraio a Berlino. L’invito. 6

15.   Da Wolfsburg Antonio Zanfino (Spd) si congratula con Eugenio Marino e Nico Stumpo (Pd) 6

16.   Nordreno-Vestfalia. Un nuovo progetto porta l'italiano nelle Hauptschulen  6

17.   Da maggio cinque nuove rotte aeree dalla Germania per la Puglia  7

18.   A Monaco di Baviera retrospettiva su Lina Wertmüller (dal 23 febbraio al 27 aprile) 7

19.   Berlinale. Sapori italiani per il Festival del Cinema di Berlino  7

20.   Berlinale. L'orizzonte islamico al setaccio  8

21.   Berlinale. Le famiglie di oggi e i razzismi di ieri 8

22.   Il declino italiano in Svizzera. Lettera aperta all’Ambasciatore Dr. Giuseppe Deodato  9

23.   Integrazione e rispetto delle regole. Dopo gli scontri di Milano  9

24.   Interventi. Politica italiana. Sanremo, “Affari tuoi”...Non facciamoci distrarre dai veri problemi 9

25.   Frattini: Insieme nelle sfide internazionali 10

26.   Napolitano su emergenza fame. «Serve governance mondiale»  10

27.   Via di uscita dalla crisi. Un parcheggio per i debiti pubblici nel mondo  11

28.   Non scherzate con la Grecia  11

29.   L'Italia con Libia e Malta. "La Svizzera abolisca lista nera"  11

30.   La crisi tra Libia e Confederazione elvetica. Il PD-Svizzera: arrivare presto a una soluzione  12

31.   Obama torna al nucleare: «Difendiamo l’ambiente»  12

32.   Bombe a grappolo, stop da agosto  12

33.   Economia, Obama rivendica il suo piano. "Catastrofe evitata, adesso tocca ai privati"  13

34.   Berlusconi si affida a San Guido  13

35.   Il commento. Gli uomini del cavaliere  14

36.   Chi serve lo Stato non ha amici 14

37.   Corte dei Conti: corruzione, patologia tuttora molto grave  15

38.   L'abisso morale del Paese  15

39.   La corruzione e le sue radici 16

40.   I furbetti della par condicio  16

41.   I fatti e la polvere  17

42.   Normalità o urgenza per noi pari sono  17

43.   Berlusconi-Fini danno ragione a Casini in Campania. E Cosentino sbatte la porta  17

44.   La rabbia di Gianni Letta. "Sono stato ingannato"  18

45.   Un parlamentare positivo alla cocaina  18

46.   Italia, popolazione ancora in aumento. Pochi figli per famiglia, più immigrati 19

47.   Sicilia Mondo presenta il Social Network www.siciliamondo.net  alla Bit di Milano  19

48.   Concorso Internazionale Giornalisti del Mediterraneo 2010  19

49.   Programma di iniziative 2010 presentato dai “Bellunesi nel Mondo” alla Regione del Veneto  20

50.   Presentata in Puglia la mostra multimediale "Migranti". Oggi l’inaugurazione a Lecce  20

51.   Corso di formazione per giovani di origine veneta nel settore alberghiero e della ristorazione  20

52.   Caso Giachetta. Per sussidi inoltrare domanda al Consolato di Zurigo o all’Ambasciata  20

53.   Pubblicato il nuovo bando per i giovani ricercatori 21

54.   Caso Giacchetta. Il ministro Vito risponde all’interrogazione dell’IdV  21

 

 

1.       Hohe Selbstmordrate. Fremd in der neuen Heimat 21

2.       Wegweisendes Urteil. Deutsche sein und Türkin bleiben  22

3.       EAD ohne deutsche Sprache. Nur Englisch und Französisch? Deutschland kämpft 22

4.       Internationale Studie. Deutsche Arbeitslose bei den Verlierern in der EU  22

5.       EU setzt Spar-Ultimatum. Griechischer Haushalt unter Aufsicht 23

6.       Staatsfinanzen. Spanien in Not 23

7.       Rechtsextreme Partei in Tschechien verboten  24

8.       EZB. Der Nachfolger 24

9.       Entwicklungshilfe. Deutschland bricht Versprechen für Arme  24

10.   Ägyptens Grenzsicherung. Die Mauer unter der Erde  25

11.   SPD-Innenminister. Afghanische Polizeiausbildung in Deutschland?  26

12.   Sozialsystem. Armut in Deutschland steigt rasant 26

13.   Politischer Aschermittwoch. Kalt, eiskalt, Westerwelle  27

14.   VW: Beschäftigungsgarantie. Faktor Sicherheit gewinnt 27

15.   Gastbeitrag zur Hartz-IV-Debatte. Darum geht es der FDP  27

16.   Kolumne. Die gelbe Gefahr 28

17.   Hartz IV und die Mittelschicht Das Märchen vom Absturz  28

18.   Leitartikel zur Sozialstaatsdebatte. Die richtige Agenda  29

19.   Entwicklungsministerium in der Kritik. ''Ein Armutszeugnis'' 29

20.   Nach dem Hartz-IV-Urteil. Gesucht: Eine neue Balance im Sozialstaat 29

21.   100 Tage Jamaika-Koalition. Im Saarland grünt die Politik  31

22.   Kommentar. Ein Mindestlohn für alle  31

23.   Tarifverhandlungen. Metaller einigen sich auf Tarifpaket 31

24.   Einer Studie zufolge wächst in Deutschland das Risiko zu verarmen – vor allem für Junge. Woran liegt das?  32

25.   DIW-Studie. Armutsrisiko steigt mit der Kinderzahl 32

26.   10 Tipps. Lufthansa – Was tun, wenn mein Pilot streikt?  33

27.   Startschuss für den neuen BMW Group Award für Interkulturelles Engagement. 34

28.   Vivaldis "Orlando furioso" in Frankfurt. Auf der Insel der Wünsche  34

29.   Köln. Carlo Lucarelli erzählt italienischer Kriminalfälle  35

30.   TV-Show. Italienischer Koch rät zu Katzenfleisch  35

 

 

 

 

Il 21 febbraio Giornata Internazionale della Lingua Madre

 

Parigi/Roma - Il 21 febbraio si celebra la Giornata Internazionale della Lingua Madre, istituita dall’Unesco per salvaguardare il pluralismo linguistico e culturale del mondo. Quest’anno le manifestazioni sono orientate a promuovere l’“Avvicinamento delle culture”, tema al quale l’Onu ha voluto dedicare l’anno 2010, nella consapevolezza che lo scambio e il dialogo tra le culture e le diversità etnico- linguistico-religiose sono i migliori strumenti per costruire la pace e per individuare un quadro di valori comuni universali.

 

Irinina Bokova, direttore generale dell’Unesco, ricordando che la lingua madre “è alla base della storia e della cultura di ciascun individuo” e che “il multilinguismo, l’apprendimento delle lingue straniere e la traduzione sono tre assi strategiche delle politiche linguistiche del domani”, si è appellata alla comunità internazionale affinché “sia dato alla lingua madre, in ciascuna di queste tre assi strategiche, il suo fondamentale posto di diritto, in uno spirito di rispetto e tolleranza che prepara la via della pace”.

Nella sede parigina dell’Unesco si terrà un simposio internazionale sul tema della “Traduzione e della Mediazione Culturale” (22-23 febbraio), mentre in Italia la Commissione Italiana Unesco rinnova la tradizione di una celebrazione “itinerante”, a contatto di volta in volta con diverse realtà linguistiche locali.

La Commissione Unesco partecipa quest’anno a due iniziative: la prima, il 20 febbraio a Torino, in compagnia delle minoranze linguistiche storiche del Piemonte, occitani, franco-provenzali e walser, organizzata dall’Uncem (Unione Nazionale Comuni, Comunità, Enti Montani) con il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Torino, la seconda, il 23 febbraio ad Aosta, sulla realtà linguistica valdostana, organizzata dall’Assessorato all’Istruzione e alla Cultura della Regione.

Un altro evento è previsto per sabato 20 a Roma, anche questo con il patrocinio della Commissione Uneco, organizzato da Dhuumcatu, associazione che tutela i lavoratori immigrati, soprattutto bengalesi, per commemorare la rivolta che il 21 febbraio 1952 scoppiò nell’allora Pakistan orientale in difesa del “Bangla”, madre lingua in quella parte del paese.

E’ proprio in ricordo di quella rivolta, in difesa del diritto di usare la propria lingua, che l’Unesco ha deciso nel 1999 di istituire il 21 febbraio la Giornata internazionale della lingua madre.

Per ulteriori informazioni sulla Giornata: http://portal.unesco.org/culture/en/ev.php-URL_ID=40278&URL_DO=DO_TOPIC&URL_SECTION=201.html).  (Inform)

 

 

 

 

La situazione migratoria in Italia. Un documento della Cemi e della Migrantes

 

ROMA. La CEMI (Commissione Episcopale per le Migrazioni), riunita nella seduta del 15 febbraio 2010, e la Fondazione Migrantes hanno approfondito alcuni aspetti della situazione migratoria in Italia.

1. Anzitutto, in relazione ai fatti di Rosarno,  mentre sottoscrivono la nota pastorale dei Vescovi della Calabria, sottolineano come la mancanza delle istituzioni sul territorio,  la carenza di progettualità politica e sociale, come anche la dimenticanza della giustizia diventino causa  di sfruttamento soprattutto degli immigrati, regolari e irregolari, di conflittualità sociale. Dal Sud al Nord, per arrivare ai fatti di Milano, si segnala che l’esclusione sociale, la ghettizzazione degli immigrati, la mancanza di un piano integrazione provocano scontri tra etnie, oltre che una crescente conflittualità.

2. La CEMI e la Fondazione Migrantes sono preoccupate del succedersi di sgomberi di campi rom che stanno avvenendo in molte città e paesi d’Italia. La situazione già difficile di una minoranza del nostro Paese che attende ancora di essere riconosciuta, metà costituita da minori, vede non tutelati alcuni diritti fondamentali: alla salute, alla scuola, alla partecipazione sociale. Gli sgomberi, senza un progetto preciso che tuteli le famiglie rom e i minori, costituiscono un attacco ai diritti delle persone e delle famiglie, oltre che un motivo ulteriore per esasperare le relazioni tra le persone coinvolte.

3. In relazione al tema del rapporto tra immigrazione e criminalità, la CEMI e la Fondazione Migrantes ribadiscono quanto  il Segretario della CEI, S. E. Mons. Mariano Crociata, ha affermato, che cioè non esiste alcuna coincidenza tra immigrazione e criminalità, e pertanto è impropria e falsa ogni criminalizzazione pregiudiziale degli immigrati. Nell’apposito capitolo del Dossier Caritas/Migrantes 2009, estrapolando le denunce presentate contro autori noti ed equiparando le classi di età tra italiani e il numero effettivo degli immigrati si arriva a stabilire un uguale tasso di criminalità tra italiani e stranieri residenti. Recentemente, notizie positive vengono dall’area romano-laziale, da dove nel 2007 era partito l’allarme nei confronti dei romeni. Sulla base dei dati del Ministero dell’Interno, Dipartimento Pubblica Sicurezza, pubblicati nell’Osservatorio Romano sulle Migrazioni, promosso congiuntamente alla Camera di Commercio e alla Provincia di Roma,  si riscontra che nel 2008 la criminalità degli stranieri è diminuita del 7,6% nel Lazio e del 15,3% in Provincia di Roma, nonostante in entrambi i contesti sia intervenuto un aumento della popolazione straniera residente di circa il 15%.

4. Infine, la CEMI e la Fondazione Migrantes auspicano che le prossime elezioni amministrative siano un’occasione importante perché i  temi della giustizia sociale, dell’integrazione ritornino al centro dei programmi e delle politiche locali, evitando che la tematica dell’immigrazione sia usata pregiudizialmente e ideologicamente per scopi elettorali. In tal senso, auspicano un impegno educativo e sociale del mondo del laicato cattolico, perché anche il tema dell’immigrazione sia al centro dell’interesse comune e della vita delle nostre città. (Migranti-press)

 

 

 

Uno studio della Camera: il 45% dei giovani italiani è xenofobo

 

I meno graditi rom, sinti e romeni. Su Facebook un migliaio i gruppi razzisti

Fini: creare modello italiano di integrazione

 

ROMA  - Il 45% dei giovani manifesta chiusure o vere e proprie forme di xenofobia. E' quanto risulta dallo studio Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti presentato alla Camera

 

Quasi la metà dei giovani dichiara verso gli stranieri atteggiamenti di chiusura, che per un 20% sfociano in vera e propria xenofobia, mentre l'asticella di quanti manifestano apertura si ferma al 40%. L'area tendenzialmente fobica e xenofoba è del 45,8%, con diverse sfumature al suo interno.

 

Lo studio indica tre agglomerati. Il primo è quello dei Romeno-rom-albanese fobici, pari al 15,3% del totale degli interpellati, e manifesta la propria intolleranza soprattutto verso questi popoli. È l'unico gruppo la cui maggioranza (56%) è costituita da donne. Il secondo riunisce soggetti con comportamenti improntati al razzismo. È il più esiguo, perché rappresenta il 10,7% dei giovani, ma il più estremo, perché in sostanza rifiuta e manifesta fastidio per tutti, tranne europei e italiani. Ci sono poi gli xenofobi per elezione (20%): non esprime forme di odio violente, quel che conta è che le altre etnie se ne stiano lontane, possibilmente fuori dall'Italia.

 

La fetta di quanti hanno invece un atteggiamento aperto è del 39,6%. All'interno si riconoscono gli 'inclusivì (19,4%) con un'apertura totale e serena (55,3%); i tolleranti (14,7%), un po' più freddi rispetto ai precedenti e gli 'aperturisti tiepidì (5,5%), ossia giovani decisamente antirazzisti, ma con forme più caute e trattenute, minore interazione con le altre etnie e un riconoscimento più ridotto dell'amore omosessuale. Al centro lo studio posiziona i mixofobici (14,5%), giovani che non sono del tutto proiettati verso la chiusura, ma neppure verso il suo opposto e che vivono un sentimento di fastidio verso ciò che li allontana dalla loro identità.

 

Il profilo più estremo del razzismo tra i giovani parla di una persona che ostenta superiorità e persistente bisogno di potenza. Ha atteggiamenti apertamente omofobici, spinte antisemitiche, convinzione dell'inferiorità delle donne. E non accetta nessuna razza o etnia diversa dalla propria. Un profilo che riguarda il 10,7% dei giovani, ma estremamente preoccupante. L'indagine definisce questa tipologia come quella dei soggetti improntati al razzismo che si distingue non solo per l'intensità estremizzata delle proprie posizioni, ma anche per la sua capacità di produrre un vero e proprio modo di essere nella società, per la sua tendenza a essere una comunità, per quanto chiusa e ristretta. Si tratta di un agglomerato che sviluppa un forte senso di appartenenza, che ha trovato nella rete il proprio ambito di espressione e riconoscimento, e il proprio megafono.

 

Un clan che sta assumendo le forme di una sorta di brand, con lo sviluppo dei tipici pilastri che compongono e conformano un marchio tipologico: 1. propone una visione netta, una missione priva di ambiguità; 2. esprime un potere sopra i nemici (dove nemici sono tutti gli 'altrì); 3. sviluppa un proprio storytelling, ossia edifica la propria identità su un'impalcatura di racconti e storie, dicerie e senso comune; 4. manifesta un senso di grandezza e potenza; 5. si riconosce attraverso l'uso di simboli e rituali. Non solo. Questo clan ha, anche se per ora non in modo uniforme e unificato, una propria strategia di 'espansionè, per creare nuovi fan, per sviluppare e far crescere i propri adepti, di ingrossare le proprie fila.

 

Sono oltre un migliaio i gruppi razzisti e xenofobi che si trovano su Facebook. «Nel nostro studio sul razzismo e i giovani - ha spiegato il direttore di Swg, enzo Risso, nel suo intervento - abbiamo condotto un'indagine su Facebook, una sorta di censimento sui gruppi xenofobi, effettuato tra ottobre e novembre. Ne abbiamo contato un centinaio anti mussulmani, 350 anti immigrati alcuni con punte di 7 mila iscritti, 400 anti "terroni" e napoletani e 300 anti zingari, anche qui con fino a 7mila iscritti». Risso ha spiegato che questa parte dell'indagine «non può essere considerata un censimento vero e proprio perchè quella di internet è una realtà che varia continuamente, ma ha un valore indicativo».

 

Rom, sinti e romeni i meno graditi. I giovani italiani tra i 18 e i 29 anni giudicano simpatici gli europei in genere con un voto pari a 8,2 su una scala da 1 a 10, gli italiani del Sud (7,8) e gli americani (7,7), mentre ritengono antipatici e da tenere a distanza soprattutto Rom e Sinti (4,1), rumeni (5,0) e albanesi (5,2). È quanto emerge dalla ricerca 'Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamentì. Attraverso un'indagine che ha coinvolto 2.000 soggetti, è stato chiesto ai giovani di rispondere come si sarebbero comportati in determinate situazioni. Ecco le risposte.

Scegliere con chi andare a cena. I giovani hanno messo in testa le persone disagiate economicamente, giudicano 'accettabilè una cena con un ebreo, un omosessuale o con un extra-comunitario. Accettato, ma con freddezza un musulmano. Impensabile pasteggiare con un tossicodipendente o un rom.

Il vicino di casa. Verrebbero accettati tranquillamente omosessuali, ebrei e poveri. No invece a zingari e a chi utilizza sostanze stupefacenti e zingari.

Se un figlio si fidanza. I giovani italiani riterrebbero accettabile avere un figlio che ha un partner o una partner di religione ebraica, ma anche qualcuno con evidenti disagi economici. Meglio comunque se a ritrovarsi in questa situazione è il maschio: per la figlia femmina, infatti, c'è qualche resistenza in più. Scarso entusiasmo se la coppia si formasse con un o una extra-comunitaria o con una persona musulmana. Assai più difficile convivere con l'omosessualità di un figlio. Ma l'incubo peggiore è la possibilità che uno dei propri figli faccia coppia con un tossicodipendente o un rom, situazione considerata inaccettabile.

 

Fini: creare modello italiano di integrazione. «La politica italiana deve contribuire ad individuare un modello italiano di accoglienza, abbandonando le tentazioni propagandistiche» ha ribadito il presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenendo alla presentazione della ricerca. «Sottoscrivo la bella intervista del ministro dell'Interno Roberto Maroni sull'integrazione. Ora il "nuovo Maroni" si chiederà dove ha sbagliato prima - afferma scherzando il presidente della Camera -. Dalle vicende di Milano, come ha sottolineato Maroni, emerge che l'importante non è dare una casa agli immigrati ma serve altro. Serve, a mio giudizio, la riduzione dei termini per avere la cittadinanza, la possibilità di poter votare alle amministrative (cosa che già esiste in alcuni comuni) senza essere cittadini italiani». «L'integrazione è una questione che non si può liquidare come se fosse uno dei tanti problemi - prosegue il presidente della Camera- ma è la sfida culturale e sociale più importante dei prossimi 20 anni». Fini è scettico sul modello francese e sulla possibilità che l'integrazione passi attraverso «l'assimilazione, cioè uno sradicamento totale, per cui tu sei francese, italiano o tedesco perchè fai tue lingua ed identità del paese».

Lo studio è stato promosso dalla Conferenza delle Assemblee delle Regioni nell'ambito delle iniziative dell'Osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia e razzismo ed è stato realizzato da Swg su 2.000 giovani. IM 18

 

 

 

 

Razzismo, quasi la metà dei giovani italiani chiusa agli stranieri o xenofoba

 

Da uno studio presentato oggi alla Camera emerge un quadro desolante dei ragazzi tra i 18 e i 29 anni - Rom, sinti e romeni i meno graditi. Il profilo più estremo riguarda il 10 per cento e si espande online

 

ROMA - Quasi la metà dei giovani italiani è razzista, diffidente nei confronti degli stranieri mentre solo il 40 per cento si dichiara "aperto" alle novità e alle nuove etnie che popolano il nostro Paese. E' lo sconfortante ritratto offerto dall'indagine "Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti" da cui emerge che il razzismo è un fenomeno tutt'altro che sradicato tra i ragazzi. Presentato oggi alla Camera, alla presenza del presidente, Gianfranco Fini, lo studio è promosso dalla Conferenza delle assemblee delle Regioni nell'ambito delle iniziative dell'Osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia e razzismo, ed è stato realizzato da Swg su duemila giovani.

 

Chiusure e fobie. L'area tendenzialmente fobica e xenofoba è del 45,8 per cento, con diverse sfumature al suo interno. Lo studio indica tre agglomerati. Il primo è quello dei Romeno-rom-albanese fobici, pari al 15,3 per cento del totale degli interpellati, e manifesta la propria intolleranza soprattutto verso questi popoli. E' l'unico gruppo la cui maggioranza (56 per cento) è costituita da donne. Il secondo riunisce soggetti con comportamenti improntati al razzismo. E' il più esiguo, perché rappresenta il 10,7 per cento dei giovani, ma il più estremo, perché in sostanza rifiuta e manifesta fastidio per tutti, tranne europei e italiani. Ci sono poi gli xenofobi per elezione (20 per cento): non esprime forme di odio violente, quel che conta è che le altre etnie se ne stiano lontane, possibilmente fuori dall'Italia.

 

Aperture e tolleranze. La fetta di quanti hanno invece un atteggiamento aperto è del 39,6 per cento. All'interno si riconoscono gli

inclusivi (19,4 per cento) con un'apertura totale e serena (55,3 per cento); i tolleranti (14,7 per cento), un po' più freddi rispetto ai precedenti e gli aperturisti tiepidi (5,5 per cento), ossia giovani decisamente antirazzisti, ma con forme più caute e trattenute, minore interazione con le altre etnie e un riconoscimento più ridotto dell'amore omosessuale. Al centro lo studio posiziona i mixofobici (14,5 per cento), giovani che non sono del tutto proiettati verso la chiusura, ma neppure verso il suo opposto e che vivono un sentimento di fastidio verso ciò che li allontana dalla loro identità.

 

Rom, sinti e romeni i meno graditi. I giovani italiani tra i 18 e i 29 anni giudicano 'simpatici' gli europei in genere con un voto pari a 8,2 su una scala da 1 a 10, gli italiani del Sud (7,8) e gli americani (7,7), mentre ritengono antipatici e da tenere a distanza soprattutto Rom e Sinti (4,1), romeni (5,0) e albanesi (5,2). Attraverso un'indagine è stato chiesto ai giovani di rispondere come si sarebbero comportati in determinate situazioni. Ecco le risposte.

 

Scegliere con chi andare a cena. I giovani hanno messo in testa le persone disagiate economicamente, giudicano "accettabile" una cena con un ebreo, un omosessuale o con un extra-comunitario. Accettato, ma con freddezza un musulmano. Impensabile pasteggiare con un tossicodipendente o un rom.

 

Il vicino di casa. Verrebbero accettati tranquillamente omosessuali, ebrei e poveri. No invece a zingari e a chi utilizza sostanze stupefacenti e zingari.

 

Se un figlio si fidanza. I giovani italiani riterrebbero accettabile avere un figlio che ha un partner o una partner di religione ebraica, ma anche qualcuno con evidenti disagi economici. Meglio comunque se a ritrovarsi in questa situazione è il maschio: per la figlia femmina, infatti, c'è qualche resistenza in più. Scarso entusiasmo se la coppia si formasse con un o una extra-comunitaria o con una persona musulmana. Assai più difficile convivere con l'omosessualità di un figlio. Ma l'incubo peggiore è la possibilità che uno dei propri figli faccia coppia con un tossicodipendente o un rom, situazione considerata inaccettabile.

 

Identikit del giovane razzista. Il profilo più estremo del razzismo tra i giovani, così come emerge dall'indagine presentata alla Camera, descrive una persona che ostenta superiorità e persistente bisogno di potenza. Ha atteggiamenti apertamente omofobici, spinte antisemitiche, convinzione dell'inferiorità delle donne. E non accetta nessuna razza o etnia diversa dalla propria. Un profilo che riguarda il 10,7 per cento dei giovani, ma estremamente preoccupante. L'indagine definisce questa tipologia come quella dei soggetti "improntati al razzismo".

 

Un clan che si espande online. Questo clan, rileva la ricerca, si distingue non solo per l'intensità estremizzata delle proprie posizioni, ma anche per la sua capacità di produrre un vero e proprio modo di essere nella società, per la sua tendenza a essere una comunità, per quanto chiusa e ristretta. Si tratta di un agglomerato che sviluppa un forte senso di appartenenza, che ha trovato nella rete il proprio ambito di espressione e riconoscimento, e il proprio megafono. Questo clan ha, anche se per ora non in modo uniforme e unificato, una propria strategia di "espansione", per creare nuovi fan, per sviluppare e far crescere i propri adepti, di ingrossare le proprie fila.

 

Su Facebook oltre mille gruppi xenofobi. Dalla ricerca emerge inoltre che sono oltre un migliaio i gruppi razzisti e xenofobi che si trovano su Facebook. "Nel nostro studio sul razzismo e i giovani - ha spiegato il direttore di Swg, Enzo Risso, - abbiamo condotto un'indagine su Facebook, una sorta di censimento sui gruppi xenofobi, effettuato tra ottobre e novembre. Ne abbiamo contato un centinaio anti musulmani, 350 anti immigrati alcuni con punte di 7 mila iscritti, 400 anti terroni e napoletani e 300 anti zingari, anche qui con fino a 7mila iscritti". Risso ha spiegato che questa parte dell'indagine "non può essere considerata un censimento vero e proprio perché quella di internet è una realtà che varia continuamente, ma ha un valore indicativo".  LR 18

 

 

 

 

La crisi della Grecia. Prove di unione politica europea

 

All’indomani della firma del trattato di Maastricht quando l’euro appariva ancora un obiettivo che avrebbe dovuto essere verificato nei fatti e nella volontà dei governi, l’establishment accademico americano sparò a zero contro l’idea di una moneta unica europea. Le critiche di molti economisti americani si giustificavano in parte per ragioni patriottiche per la concorrenza che il dollaro avrebbe subito da parte della nuova moneta che non nascondeva le proprie ambizioni di affrancare il dollaro come strumento di riserva, in parte per ragioni tecniche relative alle diverse capacità economiche e finanziarie dei Paesi che stavano per dar vita alla moneta comune, in previsione delle difficoltà che i Paesi finanziariamente più deboli avrebbero avuto a reggere il passo delle economie più forti. La crisi attuale di Paesi come il Portogallo, l’Irlanda, la Grecia e la Spagna (che la stampa anglosassone trova divertente associare in una sigla composta dalla lettera iniziale di ciascun Paese: pigs, che in inglese vuol dire maiali) sembra dare in parte ragione a quelle critiche e alle preoccupazioni che del resto anche in Europa si manifestarono negli anni della gestazione dell’euro. Ma le condizioni in cui si trova la finanza americana, quella pubblica e quella privata e il ruolo che il sistema bancario americano ha avuto nella crisi attuale, impediscono agli economisti di Oltreoceano di rivendicare le loro ragioni e di cantare vittoria. In una situazione come quella che si sta delineando non solo per il presente ma soprattutto per il futuro è bene che ciascuno guardi ai problemi di casa propria e cerchi di risolverli con le proprie forze e secondo le proprie idee. Tra le soluzioni della crisi finanziaria che prevalgono in Europa, un nuovo sistema monetario internazionale e più rigorosi controlli sulle banche di quelli sostenuti dall’amministrazione americana, che davanti alle resistenze di Wall Street non riesce ad andare oltre a qualche misura cosmetica o di difficile realizzazione come il ridimensionamento delle grandi banche, c’è un divario tale da suggerire che ciascuno si muova sulle proprie gambe. Sono passati i tempi in cui l’America veniva in soccorso dell’Europa con i miliardi di dollari del Piano Marshall o quelli che vedevano l’Europa andare in aiuto del dollaro in difficoltà. Non siamo ancora al si salvi chi può, ma certamente la sfida che ci viene dalla rapida crescita economica e politica dei Paesi emergenti impone che ciascuno si impegni al massimo nella tutela dei propri interessi e quelli tra le due sponde dell’Atlantico non coincidono più come una volta.

La crisi della Grecia e quelle degli altri Paesi già in atto e che potrebbero raggiungere in breve la soglia di pericolo sono problemi che l’Europa non può eludere e che richiedono soluzioni non episodiche. L’apertura di linee di credito da parte di Paesi ad economia forte nei confronti di quelli in difficoltà, come è successo varie volte nel passato, non risolverebbe il problema ma lo rinvierebbe solo di qualche mese. Le dimensioni della crisi greca richiedono ben altre soluzioni anche per il massiccio coinvolgimento delle banche europee creditrici di decine di miliardi di euro nei confronti di Atene, che è anche la ragione per cui la Grecia non può essere abbandonata ad una possibile insolvenza. A misure radicali ed a programmi di lungo respiro si oppone la Germania che date le sue dimensioni teme di dover assumere gli impegni maggiori, ma qualcosa si sta muovendo anche a Berlino e sono proprio le dichiarazioni di ieri di un ex banchiere centrale tedesco, già coofondatore della Bce, a prospettare gli sviluppi futuri. Dice Otmar Issing: «Per l’Unione monetaria europea questa crisi è la prova finale per capire se un simile assetto istituzionale, una unione monetaria senza unione politica è sostenibile per un lungo periodo». Il modo in cui è posta la domanda suggerisce già la risposta e del resto l’interrogativo di Issing è lo stesso che veniva già posto al tempo del mercato comune e che secondo gli europeisti non poteva avere che una risposta. Unione politica significa sostanzialmente un governo europeo o se la parola fa impressione e spaventa, una cabina di regia che guidi la politica e l’economia dei Paesi dell’Unione le renda omogenee e convergenti. I programmi e le istituzioni per tali soluzioni ci sono già, basterebbe dare loro poteri e obiettivi ma soprattutto gli uomini giusti scelti non per soddisfare le ambizioni nazionali e le esigenze di artificiosi equilibri, come quello di cui si parla per le future nomine della Bce, ma per le loro idee e le loro competenze. IM 17

 

 

 

Camera. Riunito il gruppo di lavoro “Infoestero”. Quale comunicazione da e per le comunità italiane all’estero?

 

Franco Narducci al gruppo di lavoro “Infoestero”: “Più informazione per l comunità all’estero e finalmente l’informazione di ritorno”

 

Roma - Quale comunicazione da e per le comunità italiane all’estero?

Ne hanno discusso ieri a Roma presso la Sala della mercede della camera dei Deputati i rappresentanti degli uffici emigrazione delle Regioni su proposta del gruppo di lavoro “Infoestero”.

 L’incontro, introdotto dal dott. Giovanni Abelli (coordinatore del gruppo di lavoro “Infoestero”), che ha illustrato una ipotesi di Proposta di legge per il miglioramento dell’informazione per gli italiani all’estero, è stato proficuo  per precisare alcuni aspetti tecnici inerenti le proposte avanzate.

E’ emersa la necessità di continuare nel lavoro di dialogo costruttivo tra le parti interessate alla Proposta di legge, anche intensificando i rapporti con i parlamentari eletti all’estero.

La proposta di legge tende al potenziamento dell’informazione per le nostre comunità nel mondo,attraverso la trasmissione di contenuti originali, potenziando anche l’informazione di ritorno come strumento di arricchimento culturale in un contesto globalizzato.

I lavori sono stati conclusi dall’on. Franco Narducci ( primo firmatario della Proposta di legge assieme all’on. Aldo di Biagio) che ha posto l’accento sul “potenziamento dell’informazione “originale” verso le nostre comunità con particolare attenzione alle opportunità di interscambio per le nuove generazioni come indicato dalla prima Conferenza Mondiale dei giovani italiani all’estero”.

Inoltre Narducci ha sottolineato la “necessità di uno stretto coordinamento tra l’unico vero Editore verso l’estero (vale a dire il Dipartimento Informazione ed Editoria della Presidenza Del Consiglio dei Ministri) e le “fonti” dell’informazione verso l’estero, vale a dire le Regioni” anche venendo incontro alla “tanto auspicata e richiesta informazione di ritorno che non deve avere aspetti folkloristici ma deve essere occasione vera di arricchimento culturale”. De.it.press

 

 

 

 

Milano. Tettamanzi su via Padova: indifferente chi doveva agire

 

La Curia: giochi politici di parte per la ricerca del voto. L’invocazione di un «esercito», sì: ma di «educatori»

 

MILANO - La «ferma condanna della violenza», ma anche il monito verso «l’indifferenza di chi avrebbe potuto intervenire prima e non lo ha fatto». Il richiamo al rispetto di «diritti e doveri» da parte di tutti, ma anche un reiterato richiamo alla politica per i «problemi reali sacrificati sull’altare della ricerca di consenso elettorale». L’invocazione di un «esercito», sì: ma di «educatori, non di militari». Ecco, dice la curia di Milano, cosa serve in via Padova: altro che fiaccolate. In effetti ci hanno pensato molto bene, quelli della curia più socialmente impegnata d’Italia, prima di parlare. Ma alla fine, a tre giorni dalla drammatica rivolta di via Padova, sono scesi in campo con un editoriale il cui titolo basterebbe da solo a scavalcare quasi tutte le prese di posizione espresse finora dai più: «Via Padova, la città in cui speriamo».

Editoriale pubblicato ieri sera sul sito della Diocesi. Non firmato, e quindi espressione di una linea ufficiale che il cardinale Dionigi Tettamanzi— pur senza esporsi in prima persona — deve aver a sua volta valutato sino alle virgole. Il testo parte volutamente dalla persona che, al di là delle auto rovesciate e vetrine spaccate, è rimasta infine sullo sfondo di tutto quel che è successo poi: e cioè il povero Abdel Aziz El Sayed, 19 anni, panettiere, ammazzato con una coltellata al petto. «La morte di un giovane, il conflitto etnico tra bande rivali, le reazioni violente che ne sono seguite», si legge nell’editoriale, richiedono «lucidità di giudizio» e si collocano «in uno scenario di diffuso disagio sociale che, complice l'indifferenza di chi avrebbe potuto intervenire prima ma non lo ha fatto, perdura da tempo ed è destinato a rimanere tale finché non si deciderà di ristabilire le condizioni per una normale e costruttiva convivenza civile». Invece?

Invece quel che più che altro si è visto anche stavolta, si rammaricano in curia, è stato il «consueto e triste gioco politico di parte» messo in scena da una «politica paralizzata dalla ricerca del consenso e poco audace nel progettare, realizzare, governare la metropoli». A prescindere dagli stranieri. Perché il problema è sempre lo stesso e non è di oggi, la curia cita il gioielliere e il tabaccaio ammazzati proprio in via Padova dieci anni fa, quando «criminali e vittime erano italiani: i nuovi arrivati si sono solo sostituiti ai delinquenti locali». Quella che è rimasta identica è «l’indifferenza» per il vero problema. «Sociale», prima che di polizia. Oggi con qualche aggravante in più: ulteriore «calo della tensione morale e civile»; mancanza di un «ethos pubblico condiviso». A tutti i livelli: «C’è forse differenza fra il disagio violento delle gang etniche e quello più narcisistico e spietato dei giovani "bene"?». E dire che le ricette per invertire la rotta sarebbero semplici, secondo la diocesi. Favorire i «ricongiungimenti familiari» degli stranieri, perché è partendo dalla famiglia che si costruisce il tessuto sociale».

E poi investire su scuola, casa, lavoro. Educatori. I sacerdoti del quartiere hanno promosso per stasera una veglia di preghiera sulla stessa lunghezza d’onda («Serve una nuova giustizia», dicono) che sarà guidata dal vicario del vescovo in persona, monsignor Erminio De Scalzi. Naturalmente il camper del Corriere, rimasto per due giorni in via Padova, ha raccolto anche altri umori: compresi quelli di un comitato che, per protestare contro un campo rom vicino, chiede appunto ai negozianti di via Padova che domani sera spengano le luci per un quarto d’ora. Martedì intanto i nordafricani fermati per i disordini di sabato sera sono saliti a sei (mercoledì mattina fermati altri tre giovani egiziani di età compresa tra 21 e 23 anni, di cui due irregolari, ndr). Resta da segnalare l’apprezzamento del presidente della Camera, Gianfranco Fini, per il ministro dell’Interno Roberto Maroni che in una intervista al Corriere si era detto contrario ai rastrellamenti: «Alcune mie piccole provocazioni hanno sortito qualche effetto». Intanto Emanuele Fiano, per il Pd, ha chiesto che sui fatti di via Padova il governo riferisca in aula. Per il momento ne riferisce lo scrittore Roberto Saviano: «Via Padova — ha detto — non è Rosarno».

Paolo Foschini CdS 17

 

 

 

Riunito il Comitato permanente sugli Italiani all’estero

 

Zacchera (Pdl) fa il punto sull’audizione del direttore di Rai Internazionale Daniele Renzoni. Si è parlato della riduzione dei fondi, della messa in onda dei telegiornali, dei programmi auto prodotti e del criptaggio delle trasmissioni sportive

 

  ROMA - A pochi giorni dall’ultima seduta è tornato riunirsi alla Camera il Comitato permanente sugli Italiani all’estero. La sessione è stata dedicata all’audizione del direttore di Rai Internazionale Daniele Renzoni che ha illustrato ai deputati le innovazioni del palinsesto e la situazione economica della rete. Per avere un primo quadro d’insieme della seduta, che ha visto i deputati rivolgere numerose domande a Renzoni, abbiamo contattato telefonicamente Marco Zacchera, presidente del Comitato permanente.

  “La seduta – ha esordito Zacchera - si è aperta con la relazione del direttore Renzoni che ci ha spiegato le novità che sta introducendo nei suoi palinsesti. A seguire i deputati hanno avanzato le loro domande. Durante il suo intervento Renzoni ci ha segnalato la riduzione dei fondi percepiti da Rai Internazionale e che i palinsesti della rete saranno caratterizzati da due ore al giorno di auto produzione. Le altre ore di programmazione verranno coperte con trasmissioni prodotte dalle reti della Rai nell’arco delle 24 ore.

  Fra le domande rivolte a Renzoni – ha ricordato Zacchera - anche quella da me formulata per sapere quali telegiornali vengano ritrasmessi da Rai Internazionale. Ho rivolto questo quesito perché nelle gestioni degli ultimi direttori il telegiornale che si vedeva di più all’estero era il Tg3. Renzoni mi ha dato assicurazioni sul fatto che ora si osserverà un maggiore turnover delle testate giornalistiche, volto a garantire nel mondo la messa in onda in diretta dei telegiornali delle varie reti Rai, ovviamente in ottemperanza con le esigenze del fuso orario.

  Dai componenti del Comitato – ha aggiunto Zacchera - sono state sollevate altre questioni come ad esempio quelle dell’insegnamento della lingua italiana all’interno dei programmi di Rai Internazionale e del criptaggio delle trasmissioni sportive. Su quest’ultimo punto Renzoni ha spiegato come la diffusione all’estero di questi programmi comporti l’acquisizione di diritti dai costi troppo alti rispetto alle possibilità dell’ente da lui diretto. Renzoni – ha concluso il presidente del Comitato - ha anche reso noto che Rai Internazionale si sta muovendo sia per cercare di acquisire risorse pubblicitarie, volte alla copertura delle spese, sia per la realizzazione e l’avvio di un programma a puntate che racconterà la storia d’Italia e durerà fino al 2011”. (G. M.- Inform)

 

 

 

Senato, riforma Comites-Cgie. Prosegue in Commissione l’esame degli emendamenti al testo unificato

 

Roma - Mercoledì pomeriggio è proseguito in Commissione Esteri al Senato l’esame degli emendamenti al testo unificato sulla riforma di Comites e Cgie. Se nella seduta della scorsa settimana sono stati illustrati gli emendamenti sui Comites, ieri è toccato alla seconda parte della Bozza Tofani, quella, appunto, che concerne il Consiglio generale.

Il senatore Tofani (Pdl) relatore del testo unificato, ha illustrato i suoi emendamenti soffermandosi, in particolare, su quello che si propone di modificare l’articolo 27 per ridefinire l'assetto del Cgie nel senso, ha spiegato, "di mantenerne la presidenza del Ministro degli affari esteri, mentre il vicepresidente vicario sarebbe una carica elettiva. Ritengo che tale soluzione risponda in maniera idonea alle esigenze di autonomia dell'organismo esponenziale delle collettività italiane all'estero alla luce della introduzione anche delle rappresentanze regionali".

Quindi la parola è passata al senatore Micheloni (Pd) che ha prima illustrato ai colleghi gli emendamenti all’articolo 24 in materia di denominazione dell'attuale Consiglio generale degli italiani all'estero che dovrebbe divenire "Consiglio superiore degli italiani all'estero", sulla falsa riga della denominazione assegnata nel sistema francese, e poi preannunciato la sua intenzione di riformulare alcune delle sue proposte emendative per "semplificare le modifiche normative proposte. Queste riformulazioni – ha chiarito – riguarderanno, tra l'altro, l'assetto del Cgie nella sua composizione e nella quota elettiva". Come Tofani, anche Micheloni ha illustrato emendamenti all’articolo 27 e ha concluso citando quello all’articolo 32 che propone la partecipazione ai lavori del Consiglio con diritto di parola di rappresentanze del mondo associativo, dei patronati, dei sindacati e degli organi di stampa.

Presente ai lavori anche la senatrice Giai (Maie) che nel suo intervento ha spiegato che i suoi emendamenti all’articolo 27 si propongono di introdurre una specifica Commissione di nomina governativa che "dovrebbe includere le rappresentanze delle autonomie locali, ma anche delle associazioni nazionali dell'emigrazione, delle confederazioni sindacali e dei patronati". La senatrice ha quindi richiamato l'emendamento all’articolo 29 sull'assetto e la segreteria del Cgie e sui rimborsi forfetari spettanti ai componenti, e quello all’articolo 33 relativo alla copertura finanziaria.

Il senatore Randazzo (Pd) ha esordito illustrando l’emendamento all’articolo 24 che "tende alla conservazione dell'attuale denominazione del Consiglio generale degli italiani all'estero", e all’articolo 25 che riguarda la composizione e i compiti del Consiglio. In proposito, il senatore ha spiegato che lo stesso "secondo quanto auspicato dal mondo dell'emigrazione, interviene in particolare sui rappresentanti elettivi delle collettività. Non credo si possa condividere la proposta del relatore sulla rappresentanza degli organismi regionali in seno al Consiglio", ha aggiunto Randazzo che ha poi ipotizzato la presentazione di una questione pregiudiziale di costituzionalità "in relazione al tenore dell'articolo 117 della Costituzione in materia di riparto di competenze statali e regionali nella politica estera". Dopo aver richiamato quanto stabilito nell'ultima Conferenza permanente Stato-Regioni-Province autonome-CGIE, tenuta il 30 novembre scorso a Roma, il senatore del Pd ha infine ribadito "la necessità di mantenere una componente rappresentativa nel Consiglio delle associazioni, dei sindacati e dei patronati".

Dopo il senatore Filippi (Lega Nord), che ha sottoscritto gli emendamenti di Micheloni all’articolo 14 (modalità di voto per i Comites), è infine intervenuto il collega Livi Bacci (Pd) secondo cui "sarebbe stato preferibile affidare la presidenza del Consiglio generale degli italiani all'estero, alternativamente, o a un esponente eletto al suo interno come previsto dalla Bozza Tofani, oppure al Presidente della Repubblica, quale garante dell'unità nazionale e rappresentanza di tutti i cittadini italiani, anche se residenti all'estero. Auspico che possa essere introdotta una specifica previsione delle finalità generali del nuovo intervento normativo". (aise)

 

 

 

 

A Napoli oggi e domani la VII Conferenza regionale sull’immigrazione “Tutti diversi tutti uguali”

 

Il 19 e 20 febbraio un appuntamento per analizzare il quadro sociale della regione e verificare i percorsi di integrazione utili alla coesione e alla crescita del territorio

 

Napoli – Si svolgerà oggi 19 e  domani 20 febbraio alla Stazione Marittima di Napoli (Piazza Municipio) la VII Conferenza per l’immigrazione “Tutti diversi, tutti uguali” organizzata dalla Regione Campania nell’ambito dell’attuazione del Programma strategico triennale dei cittadini migranti (2009-2011).

  La Regione, infatti, prendendo atto della realtà e del carattere di stabilità della permanenza sul territorio di cittadini stranieri ha deciso di intraprendere “una riflessione costante sui bisogni emergenti e sulla possibili risposte che, nei vari ambiti, esprime la cittadinanza” rispetto ai processi di inclusione.

  L’iniziativa rappresenta un’occasione per condividere le strategie messe in campo dall’amministrazione regionale per favorire un’estensione del sistema di welfare a garanzia di una coesione sociale che possa rispondere all’accresciuta complessità della presenza immigrata.

  Apriranno i lavori i saluti del presidente della Giunta regionale campana Antonio Bassolino e del vice presidente del consiglio regionale Gennaro Mucciolo, il 19 febbraio alle ore 9.30. Seguirà l’intervento dell’assessore all’immigrazione della Regione Campania Alfonsina De Felice, che introdurrà la serie di interventi di studiosi e realtà operanti nel settore utili a illustrare la situazione attuale del territorio. Nel pomeriggio gli interventi saranno suddivisi per focus tematici: criticità e prospettive rispetto a percorsi insediativi, condizioni abitative e politiche della casa; continuità e mutamento di bisogni, accesso e utilizzo dei servizi (lavoro, sanità, scuola); la tratta a scopo di sfruttamento sessuale, opportunità e vincoli dell’accoglienza.

  La due giorni si concluderà con una tavola rotonda, il 20 febbraio dalle ore 10.45 intitolata “Condividere l’integrazione con gli attori del territorio: uno sguardo al futuro”, moderata da Pietro Treccagnoli de Il Mattino e presieduta dall’assessore De Felice.

  Parteciperanno Claudio Martelli, direttore dell’Osservatorio Eurispes; il capo dipartimento per l’immigrazione e le libertà civili del Ministero dell’Interno Mario Morcone; Simona Moscarelli per l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) con sede a Roma; Alessandro Pansa, prefetto di Napoli e commissario straordinario per l’emergenza Rom in Campania; Gianni Pittella, vice presidente del Parlamento Europeo; Cosimo Risi, consigliere diplomatico del presidente della Regione Campania; Bruno Schettino, presidente della Commissione Episcopale delle Migrazioni e della Fondazione Migrantes e Asma Es Souni, vice presidente della Consulta regionale per l’immigrazione. (Inform)

 

 

 

 

SWR. L’Italia regina del gelato in Germania: oltre 6.500 gelaterie-caffè

 

Con o senza crisi economica, né bambini e né adulti rinunciano alle leccornie. Il gelato italiano in Germania, che affonda le sue radici già all’inizio del secolo passato, è richiestissimo. Dagli Anni’50 in poi, in quasi ogni città tedesca ai carrettini hanno fatto seguito le prime gelaterie.

 

La stragrande maggioranza dei gelatieri ha origini venete o trentine. Successivamente si sono aggiunti campani e siciliani. Tuttavia, la gran parte delle gelaterie hanno denominazioni che si richiamano a località veneto-trentine.

Le più gettonate sono Venezia, Cortina e Dolomiti.

Il consumo annuo pro capite di gelato si è mantenuto relativamente stabile lungo tutto l’ultimo decennio. Secondo i dati dell’Associazione federale delle industrie tedesche dei prodotti dolciari, nel corso dell’ultimo anno in Germania sono stati consumati mediamente fra i 7,8 e gli 8,7 litri di gelato pro capite.

 

Nel 2008 il gelato ha prodotto un fatturato di 271, 4 milioni di euro. Nonostante la crisi economica in molti altri settori, la domanda del gelato di alta qualità artigianale è nettamente aumentata.

Questo trend si registra anche in Austria, Svizzera, Francia e paesi del Benelux.

A Stoccarda nel quadro dell’Intergastra, una fiera internazionale del settore gastronomico ed alberghiero, al gelato artigianale italiano è stato riservato un ruolo di primo piano. Ciò è dovuto alla netta crescita del potenziale di mercato del segmento gelato. Nella sola Germania si contano 6.500 gelaterie-caffè. 5.000 producono il gelato ancora artigianalmente.

Inoltre, il 20% delle vendite è realizzato anche in 3.200 aziende pasticciere tedesche.

Ciò che invece è in pericolo è il ricambio generazionale dei gelatieri. Infatti, sono sempre meno i giovani italiani disposti ad abbracciare questo mestiere.

 

L’Uniteis, l’Unione dei gelatieri italiani in Germania, ha raggiunto un accordo con le camere tedesche dell’Industria, Commercio e Artigianato volto ad offrire anche a giovani residenti in Germania l’opportunità di formazione professionale attraverso un percorso di due anni. Per favorire lo sviluppo di questa figura professionale è consentito a gelatieri italiani in Germania di assumere apprendisti e formarli insieme alla Berufsschule (scuola professionale). La formazione quindi avviene secondo i canoni del sistema duale: teoria a scuola e pratica in azienda.

Altri particolari sono nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6012564/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/jsksds/index.html

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

La pensione per gli italiani che hanno lavorato in Germania. Azioni informative in Italia 

 

Il 10 marzo incontro con la stampa dell’ambasciatore Michael Steiner. In primavera a Palermo giornate informative della “Deutsche Rentenversicherung”

   

ROMA – Importanti questioni sulla pensione tedesca per gli italiani saranno affrontate  dall'ambasciatore tedesco in Italia Michael Steiner e funzionari previdenziali in un incontro con la stampa che si terrà il 10 marzo a Roma. Le problematiche saranno discusse insieme ad esperti tedeschi ed italiani, giornalisti, rappresentanti di sindacati e patronati .

L’incontro - “Pensione dalla Germania-consulenza in Italia. Semplice richiesta-pagamento sicuro” - si terrà presso l'Ambasciata tedesca (via San Martino della Battaglia, 4) alle ore 11.00.

In primavera a Palermo avranno inizio le giornate di informazione dell'Ente previdenziale tedesco “Deutsche Rentenversicherung”. “Diverse centinaia di migliaia di italiani hanno lavorato in Germania a partire dagli anni cinquanta e già percepiscono regolarmente la pensione per il lavoro svolto all'estero, e in futuro saranno ancora di più” ricordano dall’Ambasciata di Germania. “La cooperazione tra l'INPS e l'Ente previdenziale tedesco DRV funziona bene - si sottolinea. Nell'Europa unita - dimostra giorno dopo giorno la sua efficacia. Si tratta complessivamente di importi annui elevati. Molte famiglie in Italia beneficiano del pagamento sicuro della pensione. La storia di migrazione italo-tedesca ha così rilevanti conseguenze pratiche. Che non sono ancora sufficientemente di pubblico dominio in Italia. Anche molti italiani aventi diritto alla pensione non sono a conoscenza dei loro diritti”.

Nell’incontro con la stampa verranno pertanto discusse importanti questioni sulla pensione tedesca per gli italiani. Per gli interessati seguirà un colloquio tecnico con il DRV e l'INPS. (www.rom.diplo.de:  sito dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania ) (Inform)

 

 

 

Berlusconi protagonista al carnevale di Düsseldorf

 

Düsseldorf. In molte località tedesche il lunedì grasso è riservato ai tradizionali cortei carnevaleschi che ogni anno attirano millioni di spettatori. Anche a Dusseldorf, capoluogo del land Nord Reno-Westfalia, il 15 febbraio sono sfilati i tradizionali carri con le loro enormi caricature. La satira non risparmia niente e nessuno e tanto meno la casta dei belli famosi e potenti, conterranei o stranieri. Quest'anno le vicende italiane hanno ispirato uno dei costruttori di carri fra i più irriverenti, Jacques Tilly, che ci ha proposto una scena decisamente spinta, protagonista il premier Silvio Berlusconi. L'artista, illustratore e scultore di vedute apertamente anticlericali, è membro del consiglio consultivo e curatore della Fondazione Giordano Bruno, think tank dedito alla promozione del pensiero critico-scientifico e della cultura umanistica. Polemico come suo solito, ha fuso nella cartapesta temi caldi quali la legalizzazione delle unioni gay e gli intrecci, presunti o reali, fra potere istituzionale e criminalità organizzata. Grazia Annen, MicroMega 17

 

 

 

Convegno delle donne Italiane in Germania il 27 febbraio a Berlino. L’invito.

 

Gentile Amica, Ti invitiamo al Convegno “Donne Italiane in Germania: riprendere il filo”, che si terrà a Berlino sabato 27 febbraio, dalle 10.00 alle 18.00, nella sede della Friedrich Erbert Stiftung, Hiroshimastr.17.

 

Sarà un’occasione importante per conoscere, innanzitutto, coloro che si avvicinano per la prima volta alla nostra Associazione, per ascoltare e confrontarci sulle tematiche riguardanti il ruolo ed il significato della nascita di un Coordinamento Nazionale di Donne italiane in Germania e, soprattutto, per porre le prime basi concrete della Costituzione del nostro Coordinamento nazionale, relazionandoci e lavorando intorno ai risultati dei Work-Team, creati appositamente nel precedente Convegno, che in questi mesi hanno lavorato assiduamente intorno alla forma giuridica, alle funzioni, ai principi, al logo ed alla comunicazione della nuova Organizzazione.

 

A questo proposito uniamo, oltre all’invito, l’allegato relativo alla piattaforma, che sara’ oggetto di discussione. (Per coloro che volessero visionare i documenti ed il materiale dei precedenti due incontri, si puo’ consultare il sito www.donneitaliane.eu).

 

Ti aspettiamo, certe di poter collaborare insieme e di avere il tuo prezioso contributo.

È sufficiente una breve comunicazione di partecipazione all’incontro entro e non oltre mercoledi 24 febbraio, inviando una @mail a coordinamento@donneitaliane.eu, oppure telefonando allo 0049 69 772227.

 

Indicazioni su come raggiungere il luogo del Convegno le trovate direttamente nel vostro Invito. Per coloro che volessero pernottare la notte di venerdi 26 febbraio gia’ a Berlino, forniamo alcuni indirizzi utili di alberghi ed ostelli ad un prezzo vantaggioso: http://www.cityhostel-berlin.com, www.ferienwohnung-24-berlin.com

www.berlin-sofort.de/index.php?tg=7&gclid=CPy-g4uOvp8CFUOFzAodFikQ0Q

http://berlin-international.djh-berlin-brandenburg.de/home-berlin-international.ht

www.meininger-hotels.com. C’e’ anche la possibilità, per chi ci segnala il suo interesse con un po’ di anticipo, di alloggio presso le donne residenti a Berlino.

 

Il Convegno avrà luogo presso: Friedrich-Ebert-Stiftung (FES) Hiroshimastraße 17 D-10785 Berlin-Tiergarten. Si prega di confermare la partecipazione entro il 24 Febbraio al 069-772227 oppure via e-mail coordinamento@donneitaliane.eu

 

Coordinamento Donne Italiane - www.donneitaliane.eu. In collaborazione con Ufficio On. Laura Garavini. Con il patrocinio della Friedrich-Ebert-Stiftung.

 

Bus in Berlino: Buslinie 100, 187 bis Haltestelle Lützowplatz; Buslinie M 29 bis Haltestelle Hiroshimasteg; Buslinie 200 bis Haltestelle Tiergartenstraße.

Da Berlin Hauptbahnhof: Buslinie M41 Richtung Sonnenallee/Baumschulenstr

Fino alla Haltestelle "Anhalter Bahnhof", quindi Buslinie M29 Richtung Roseneck fino alla Haltestelle "Hiroshimasteg". Dall' aeroporto Flughafen Berlin Tegel: Buslinie 109 o X9 bis Bahnhof Zoo, quindi Buslinie 200 o 100 www.bvg.de (Berliner Verkehrsbetriebe). Dall' aeroporto Flughafen Berlin Schönefeld: Ulteriori informazioni su www.vbb-fahrinfo.de. Come raggiungerci: Coordinamento Donne Italiane - www.donneitaliane.eu,  tel. 0049 (0)69-772227 - coordinamento@donneitaliane.eu.  CDI, de.it.press

 

 

 

 

 

Da Wolfsburg Antonio Zanfino (Spd) si congratula con Eugenio Marino e Nico Stumpo (Pd)

 

“E’ motivo di personale soddisfazione la nomina, nell'ambito della riorganizzazione delle aree di lavoro del Partito Democratico, di Eugenio Marino come responsabile dell’ufficio Italiani nel mondo e di Nico Stumpo, responsabile dell’organizzazione del partito”. Così Antonio Zanfino, consigliere comunale della Spd a Wolfsburg, che augura a Marino e Stumpo “buon lavoro”.

Marino e Stumpo sono “due giovani capaci, già noti in questa organizzazione e coordinamento, veramente due uomini giusti, al posto giusto, nel tempo giusto - sottolinea  Antonio Zanfino dalla  ‘città della Volkswagen’ - Conosco personalmente ambedue e ne ho grande stima per la qualità del lavoro già svolto in passato”. “Con Eugenio – spiega Zanfino - ho avuto più opportunità di lavorare insieme, più volte ho chiesto consigli e pareri, ed ogni volta le sue risposte sono state accurate ed efficaci”.

“Anche i miei compagni della Spd augurano un buon lavoro di cuore a Nico ed Eugenio e sono certi che la nostra collaborazione sarà proficua anche in futuro” rimarca Zanfino . Che prosegue: “Noi italiani all'estero riponiamo grande fiducia in questi giovani esponenti del Pd  sappiamo che non ci deluderanno, che terranno un coordinamento attivo con il partito in Germania per affrontare i problemi che attualmente assillano la comunitá italiana”.

  Per Zanfino “è necessario puntare ora ad una riorganizzazione del Pd nel mondo per ampliare e rafforzare la partecipazione, per un potenziamento degli organismi locali del partito in grado di esprimere con maggior forza tutte le istanze che provengono delle nostre comunità all’estero, messe a nudo dai tagli di questo governo di destra e dallo smantellamento della rete consolare, CGIE e Comites”. (Inform)

 

 

 

 

Nordreno-Vestfalia. Un nuovo progetto porta l'italiano nelle Hauptschulen

 

Parlare la lingua madre può essere un vantaggio anche a scuola, almeno nel Nordreno-Vestfalia. Da gennaio in alcune "Hauptschulen" del Land la lingua e cultura materna è diventata vera e propria materia d'insegnamento.

A differenza che in passato, al termine di ogni anno scolastico, il voto sarà rilevante per la pagella. Inoltre, una volta iscritti, la frequenza al corso diventa obbligatoria. L'iniziativa è accompagnata anche da una rivalutazione del corpo docente. Nessuno potrà più improvvisarsi insegnante. Chi vuole salire in cattedra avrà bisogno dei titoli di studio necessari e dovrà parlare perfettamente anche il tedesco. Al momento si tratta di un progetto pilota in sette "Hauptschulen" della regione. Tra queste ce n'è anche una che offre corsi di lingua italiana. A frequentare il corso della Martin Luther King di Colonia sono soprattutto bambini che non hanno origini italiane. Secondo il ministero della Pubblica Istruzione, la riforma dei corsi implica una rivalutazione della lingua madre. C'è però chi teme lo smantellamento indiretto dei corsi di lingua e cultura materna.

Per maggiori informazioni ascolta il seguente servizio audio di Giuseppe Guglielmi:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100217_italiano_a_scuola.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100217_italiano_a_scuola.mp3.  RC, de.it.press

 

 

 

 

Da maggio cinque nuove rotte aeree dalla Germania per la Puglia

 

Berlino - Novità in vista per gli spostamenti e i rientri ei corregionali pugliesi emigrati all’estero. La Puglia turistica ha suscitato infatti grande interesse a Berlino. Circa 40, tra giornalisti e tour operator tedeschi, hanno partecipato alla presentazione dei nuovi voli da e per la Puglia provenienti dalla Germania con la compagnia AirBerlin che - a partire da maggio - aggiunge cinque nuove rotte e collega per la prima volta Bari ad Amburgo, Berlino e Dusseldorf.

Nuovi voli diretti anche da Brindisi per Berlino e Stoccarda (due volte a settimana) e per Zurigo (tre volte a settimana). Alla conferenza stampa - che si è tenuta a Berlino - ha partecipato l’assessore al Turismo, il direttore Enit di Monaco, Leonardo Campanelli; Mario Pertile di Aeroporti di Puglia.

Durante l’incontro, è stato anche illustrata la Puglia con i suoi turismi: culturale, delle masserie, religioso, archeologico, paesaggistico, enogastronomico e balneare.

"Con i nuovi voli tra gli aeroporti di Bari e Brindisi e la Germania - spiega l’assessore regionale al Turismo - intendiamo potenziare l’offerta di viaggio da e per la Puglia per promuovere le nostre eccellenze verso quel mercato. La scelta di AirBerlin conferma l’importanza che la nostra regione ha nell’ambito del sistema del trasporto aereo europeo, soprattutto in questo periodo che gli aeroporti pugliesi registrano un incremento dei flussi incoming in un mercato notoriamente in controtendenza". (aise)

 

 

 

A Monaco di Baviera retrospettiva su Lina Wertmüller (dal 23 febbraio al 27 aprile)

 

Monaco di Baviera - L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera organizza una "Retrospettiva su Lina Wertmüller", che avrà luogo da   sabato 23 Febbraio  a  domenica 27 Aprile  2010, presso il Filmmuseum, St.-Jakobs-Platz 1, di Monaco di Baviera. 

 

Il Filmmuseum, in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura, presenta una retrospettiva di alcuni film di Lina Wertmüller. Dell'eccentrica regista italiana verranno proiettati dodici film in versione originale con sottotitoli in inglese, tra questi i capolavori Film d'amore e d'anarchia (1973) e Pasqualino Settebellezze (1975). Non mancherà il film più recente Mannaggia alla miseria (2009) della regista ottantunenne.

Ingresso: biglietti tra i 4 e gli 8 Euro alla cassa  o Tel. 089 233 96 450

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Filmmuseum im Münchner Stadtmuseum di Monaco di Baviera, Ministero degli Affari Esteri e Cinecittà Luce SpA di Roma. Il programma prevede i seguenti film:

Martedì, 23 Febbraio 2010, ore 21.00 I BASILISCHI  – Italia 1963 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Gianni Di Venanzo – Musica: Ennio Morricone – Interpreti: Toni Petruzzi, Stefano Satta Flores, Sergio Ferranino, Luigi Barbieri, Enrica Chiaromonte – 85 min, in versione originale con sottotitoli in inglese

 

Martedì, 2 Marzo 2010, ore 21.00  QUESTA VOLTA PARLIAMO DI UOMINI

– Italia 1965 – 93 min, in versione originale con sottotitoli in inglese

 

Sabato, 6 Marzo 2010, ore 21.00  MANNAGGIA ALLA MISERIA

 – Italia 2009 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Romolo Eucalitto – Musica: Roberto Caroselli – Interpreti: Gabriella Pession, Sergio Assisi, Piera Degli Esposti, Roberto Herlitzka, Angela Pagano, in versione originale con sottotitoli in inglese

 

Domenica, 7 Marzo 2010, ore 21.00 IL MIO CORPO PER UN POKER 

– Italia 1968 – Regia: Lina Wertmüller – Sceneggiatura: Nathan Wich (= Lina Wertmüller), George Brown –Fotografia: Alessandro D'Eva, Giovanni Carlo – Musica: Charles Dumont – Interpreti: Elsa Martinelli, Robert Wood, George Eastman, Francesca Righini, Dan Harrison – 102 min

 

Martedì, 9 Marzo 2010, ore 21.00  MIMI METALLURGICO FERITO NELL'ONORE  – Italia 1972 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Dario Di Palma – Musica: Piero Piccioni – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Turi Ferro, Agostina Belli, Luigi Diberti – 115 min, in versione originale con sottotitoli in inglese

 

Martedì, 16 Marzo 2010, ore 21.00 FILM D'AMORE E D'ANARCHIA 

– Italia 1973 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Giuseppe Rotunno – Musica: Carlo Savina – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Lina Polito, Eros Pagni, Pina Cei – 125 min, in versione originale con sottotitoli in inglese

 

Martedì, 23 Marzo 2010, ore 21.00  TRAVOLTI DA UN ISOLITO DESTINO NELL'AZZURO MARE D'AGOSTO  – Italia 1974 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Ennio Guarnieri – Musica: Piero Piccioni – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Ricardo Salvino, Isa Danieli, Aldo Puglisi – 116 min, in versione originale con sottotitoli in inglese 

 

Martedì, 30 Marzo 2010, ore 21.00 TUTTO A POSTO E NIENTE IN ORDINE

– Italia 1974 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Giuseppe Rotunno – Musica: Piero Piccioni – Interpreti: Luigi Diberti, Lina Polito, Nino Bignamini, Sara Rapisardo, Giuliana Calandra – 105 min, in versione originale con sottotitoli in inglese

 

Martedì, 6 Aprile 2010, ore 21.00 PASQUALINO SETTEBELLEZZE

– Italia 1975 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Tonino delli Colli – Musica: Enzo Janacci – Interpreti: Giancarlo Giannini, Fernando Rey, Shirley Stoler, Elena Fiore, Piero die Iorio – 116min, in versione originale con sottotitoli in inglese

 

Martedì, 13 Aprile 2010, ore 21.00 LA FINE DEL MONDO NEL NOSTRO SOLITO LETTO IN UNA NOTTE PIENA DI PIOGGIA – Italia 1977 – Regia: Lina Wertmüller - 104 min, in versione originale con sottotitoli in inglese

 

Martedì, 20 Aprile 2010, ore 21.00  SOTTO... SOTTO... STRAPAZZATO DA ANOMALA PASSIONE  - Italia 1984 – Regia: Lina Wertmüller, 100 min, in versione originale con sottotitoli in inglese

 

Martedì, 27 Aprile 2010, ore 21.00 UN COMPLICATO INTRIGO (CAMORRA)

– Italia 1986 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – 115 min, in versione originale con sottotitoli in inglese. IIC-München, de.it.press

 

 

 

 

Berlinale. Sapori italiani per il Festival del Cinema di Berlino

 

I prodotti agroalimentari Made in Italy con Buonitalia Spa al Trailers Film Fest in the World (16 al 18 febbraio)

 

Trailers FilmFest in the World, un progetto promosso da Buonitalia Spa all’interno del programma di attività approvato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, ed organizzato dall'Associazione Culturale Seven, intende offrire uno sguardo sul binomio cinema e cibo italiano con l’intento di stuzzicare l’appetito, la fantasia e la voglia di emozioni che accomuna tutti coloro che, in ogni parte del mondo, nutrono amore e passione per il cinema e la cultura enogastronomica italiana.

 

Il cinema, come le diverse forme culturali che rappresentano il nostro Paese, è uno straordinario alleato per promuovere la cultura enogastronomica Made in Italy nel mondo. I prodotti agroalimentari italiani hanno un grande prestigio all’estero perché riconducibili ad una storia, a luoghi legati profondamente alla tradizione e sono il frutto di sedimentazioni culturali specifiche.

Il cinema e il cibo parlano italiano in tutto il mondo e sono molto amati per questo.

L’Italia rappresenta l'eccellenza con i suoi prodotti agroalimentari DOP e IGP, così come Visconti, Fellini, Scola, Monicelli e Avati, tanto per citarne solo alcuni, hanno dato un sapore autentico e particolare alla storia del cinema.

 

Trailers FilmFest in the World, con tutte le sue visioni di raccolte di trailer e degustazioni, è una scommessa italiana sul nostro gusto, sulla nostra capacità di sedurre con il linguaggio poetico del nostro cinema e con l’autentica qualità dei nostri prodotti enogastronomici.

Tre le degustazioni in programma: “Il gusto della semplicità”, per ricordare i sapori autentici di un’Italia semplice e genuina; “Un aperitivo al Bar Margherita”, per evocare le atmosfere di convivialità degli anni ’50, raccontate con gusto da Pupi Avati; “La Roma di Federico Fellini”, un omaggio alla sua Roma, al suo cinema e alla sua cultura.

A Federico Fellini è stata dedicata la cena di gala, con un menù di ricette da lui più amate, raccolte nel libro “A tavola con Federico Fellini” dalla sorella Maddalena. Alla cena hanno partecipato, tra gli altri, la nipote Francesca Fabbri Fellini e Vittorio Boarini il Direttore della Fondazione Fellini.

 

Tutti gli eventi si sono svolti dal 16 al 18 febbraio, nell'ambito del 60° Festival del cinema di Berlino, e Trailers FilmFest in the World ha il suo spazio all'interno dell'European Film Market in collaborazione con Cinecittà Luce.

 

Tra i partner della tappa di Berlino: Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, Buonitalia Spa, Cinecittà Luce, Fondazione Federico Fellini, Adriana Chiesa Enterprises, Codì, Borgo Fontale, il fotografo Ennio Calice. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Berlinale. L'orizzonte islamico al setaccio

 

Berlino - Tragitti della Berlinale 2010 e ancora una volta si ritorna lì: a mettere al setaccio l’orizzonte islamico che convive all’interno del mondo occidentale. Incuneandosi nei suoi segmenti più contraddittori e respirandone le spinte culturali opposte che lo lacerano continuamente tra supine accettazioni e ritorni di fiamma verso le letture più radicali della religione d’origine. Così, se l’altro giorno, ci aveva provato, giocando pesante e in modo piuttosto avventato, il giovane tedesco d’origine afgana Qurbani con il suo “Shahada”, adesso la mano è passata a ben altra regista, Jasmila Zbanic, che nel 2007, raccontando gli stupri etnici nella guerra balcanica con “Grbavica”, si era portata a casa l’Orso d’oro.

Nonostante ciò, va detto subito, questo suo nuovo “On the path” non si appoggia a un detonatore traumatico di simile portata, anche se ci fa ripiegare in un luogo simbolico di “integrazioni interrotte” come Sarajevo. È lì, infatti, che la storia d’amore bosniaca tra la giovane hostess Luna e il proprio compagno Amar, impegnata nello sforzo di avere un figlio tramite inseminazione artificiale, comincia a sfarinarsi quando tra i due si apre un inaspettato dislivello religioso. Questione d’interpretazione del proprio essere musulmani che, se prima non impediva a entrambi di assumere comportamenti sgangherati tra discoteche e alcolici, ora invece subisce uno stop perentorio nel momento in cui Amar si trova a frequentare per lavoro una sorta di campus islamico dove si radunano ex-combattenti di guerra. In quella piccola riserva sul lago, riannodare i propri fili religiosi con una foga tanto “riparatrice” quanto estrema e riaccendere frustrazioni da post-conflitto, diventano immediatamente un tutt’uno.

Ormai la linea invisibile è saltata tanto che nel giro di poco tempo ogni azione e ogni comportamento della coppia verranno risucchiati nel pentolone da “riconvertimento” che anima la testa del ragazzo e manda in disperazione la donna. Traiettorie sempre più separate che il film, dopo averle ben innescate, divarica in modo fin troppo prevedibile, segno costante di quanto sia arduo restituire una rappresentazione di quella realtà senza appoggiarsi a dei cliché da bianco e nero. Ne viene fuori, anche qui, una cartolina fatta di opposte esistenze che finiscono caricaturalmente per sedersi ai bordi opposti della storia, soffocando purtroppo l’impatto dello scontro e tutte le complessità che si porta appresso. Lorenzo Buccella L’U 18

18 febbraio 2010

 

 

 

Berlinale. Le famiglie di oggi e i razzismi di ieri

 

Inedite parentele in “The kids are alright” e nel tedesco-afgano “Shahada”. Diventa un caso il film antisemita elogiato dal giovane Antonioni – dall’inviato Fabio Ferzetti

 

Berlino  - Lo volle Goebbels in persona ma conquistò un giovane critico di nome Michelangelo Antonioni. Parliamo di Süss l’ebreo, famigerato film antisemita di Veit Harlan che nel settembre 1940, a Venezia, entusiasmò il 28enne Antonioni sul Corriere Padano: «Se questa è propaganda, ben venga la propaganda. Il film è potente, incisivo, efficacissimo...» scrisse il futuro grande regista. Obiettivamente imbarazzante, il pezzo non figura nelle antologie di Antonioni pubblicate in Italia e in Francia, ma la frase campeggia sul materiale stampa del kolossal di Oskar Roehler dedicato alla lavorazione del film di Harlan, Jew Suss: Rise and Fall, in concorso oggi a Berlino.

Abbaglio critico o ossequio politico, lo “strillo” di Antonioni farà felici i revisionisti, ma andrebbe inquadrato nel clima dell’epoca. Intanto, aspettando Roehler, il FilmFest esplorava le famiglie complicate di oggi. Nella Berlino più multietnica, ma non per questo armoniosa, si incrociano in stile Magnolia tre giovani musulmani, un poliziotto turco con moglie tedesca, una ragazza che ha abortito, figlia di un imam, un africano gay diviso fra amore e fede (è Shahada, concorso, debutto del tedesco-afgano Burhan Qurbani). Nell’agiata California i figli di una coppia lesbica vanno in cerca dell’anonimo donatore di sperma che anni prima contribuì alla loro nascita - e lo trovano, innescando una reazione a catena buffa e serissima insieme (The Kids Are Alright di Lisa Cholodenko, fuori gara, dominato dalle fantastiche Annette Bening e Julianne Moore e da un copione scintillante fin quasi alla fine).

Naturalmente i due film sono diversissimi, benché entrambi molto applauditi. Shahada è cupo, scolastico, predicatorio, anche se pieno di spunti di prima mano circa i diversi modi di vivere l’Islam in generazioni diverse (la figlia dell’imam, in rivolta contro il padre troppo tollerante a casa e in moschea, aderisce a un gruppo integralista). The Kids Are Alright invece è solare, disinibito, tutto trovate e annotazioni pungenti, anche se un po’ facile e sul finire scorretto. Come si vede dallo sguardo superficiale riservato ai maschi che rivela il lato irrisolto se non ideologico di questa commedia di sicuro successo.

A casa di Nic e Jules (Bening e Moore) va tutto bene - o quasi. La figlia più grande, Joni come Joni Mitchell, sta per andare al college. Il secondogenito Laser (proprio così) non ha ancora capito se è gay (anzi non l’hanno capito le mamme, che si preoccupano molto). La più debole delle due, l’architetto mancato Jules, ha la sindrome della casalinga frustrata. E in camera da letto circolano film porno-gay, con acrobatiche evoluzioni di machos rasati e muscolosi (si può immaginare lo sconcerto del figlio quando scopre che le mamme per eccitarsi guardano quella roba...).

I problemi scoppiano solo quando i figli si mettono in cerca del padre biologico, il mite e virile Paul (Mark Ruffalo, anche lui perfetto), scoprendo che si tratta di un ristoratore bon vivant dotato di orto biologico, motociclettona e molte fidanzate. Morale: il neo “padre” (solo biologico, come le sue verdure), si prende prima un’affettuosa cotta per quei figli che non sapeva di avere. Poi un’autentica sbandata per la vacillante Jules, che stufa di essere trascurata da Nic salta addosso allo scapolone in un esilarante crescendo di baci rubati e amplessi focosi.

Sarà vero amore? Il povero Paul non ne dubita, e neanche lo spettatore visto il carnale entusiasmo di Jules (irriferibile ma geniale la performance di Julianne Moore). Invece, sorpresa: quando Nic inferocita scopre la tresca, con drammi e rese dei conti davanti ai figli, scatta un ritorno all’ordine che neanche nei film anni 50 con Doris Day. Vade retro macho: «Questa è la mia famiglia. Se ci tieni tanto ad averne una tua, vai a costruirtela», sentenzia Nic. Certo «non è più tempo di comuni e amore libero», ha sottolineato la regista. Sullo schermo però avevamo visto un’altra storia. Chiuderla così, liquidando il “donatore” di turno senza riguardi, lascia un po’ interdetti. Gay e neocon. Uno slogan per domani?  IM 18

 

 

 

 

Il declino italiano in Svizzera. Lettera aperta all’Ambasciatore Dr. Giuseppe Deodato

 

Egregio Signor Ambasciatore Deodato Ho scelto il modo più semplice e spontaneo per manifestarLe in parte il mio, ma in realtà un diffuso stato d’animo di apatia e di sconcerto che alberga e attraversa da un lungo tempo la nostra comunità in Svizzera a causa degli scompensi e delle decisioni inique e arbitrarie assunte dal governo italiano nei confronti dei cittadini italiani che vivono all’estero.

 

Notiamo con profondo disappunto e disagio una mancanza di interlocuzione tra la maggiore rappresentanza diplomatica italiana presente in questo Paese e gli organismi di rappresentanza italiana, un venir meno del rispetto delle pur minime condizioni di consultazione per mantenere vivo un rapporto tra le rappresentanze dello Stato ed i cittadini, espressamente in una fase difficilissima in cui vengono imposti provvedimenti normativi e decisioni che mirano alla frantumazione del sistema formativo ed educativo, all’alienazione dei diritti della persona ed alla soppressione dei servizi erogati dalla rete diplomatica consolare. Consci della difficile congiuntura che attanaglia l’amministrazione dello Stato ma che non giustifica il reiterarsi di pratiche che creano malessere e non possono essere condivise dai nostri connazionali, che per diversi decenni hanno investito le migliori energie per creare migliori condizioni di integrazione e di partecipazione alle costruzione di una rete di relazioni e di norme giuridiche, che si stanno man mano sgretolando sotto le picconate delle leggi di programmazione finanziaria ispirate espressamente al contenimento della spesa pubblica, con forti ricadute sui capitoli destinati alle politiche degli italiani all’estero.

 

In Svizzera negli ultimi anni sono state chiuse sedi di rappresentanza diplomatica che hanno provocato non pochi disagi all’utenza e si parla di prossime ulteriori chiusure di Losanna e Coira, come anche della recente soppressione del Consolato onorario di Vaduz e della chiusura delle agenzie consolari onorarie di Frauenfeld e di Rapperswil e dello stesso richiamo precoce al Ministero degli affari esteri del Console di San Gallo, senza che sia ancora stato nominato un sostituto. Lo stesso stato di precarietà vige nel mondo educativo che rischia di implodere per mancanza di coordinamento, per insufficienza di risorse umane e per inefficiente copertura degli interventi pubblici a favore dei corsi di lingua e cultura italiana  il cui inesorabile destino sembra oramai segnato dalla privatizzazione.

 

Signor ambasciatore Deodato non possiamo più assistere inerti e subire pavidamente le sorti del destino. E’ giunto il momento di porre fine a questa agonia e di intraprendere con forza e coraggio, con il concorso di tutti, un nuovo cammino per valorizzare la presenza italiana in Svizzera, creando le condizioni per assicurare strumenti e certezze minime facendo leva sul nostro idioma.

 

Signor ambasciatore Deodato di fronte al declino dell’italianità in Svizzera la nostra comunità Le chiede una presa di iniziativa forte per invertirne la rotta, per tenere alta la dignità e l’immagine del nostro Paese e dei suoi cittadini, degli organismi di rappresentanza, della ricca presenza di associazioni che troverà al Suo fianco ogni qualvolta ci sarà da lottare contro leggi e decisioni inique.

 

Con questo stato d’animo, signor ambasciatore Deodato, ho voluto richiamare la Sua attenzione sulle attuali difficoltà presenti  nella comunità italana in Svizzera affinchè abbia consapevolezza che oltre all’emergere di uno spirito critico c’è tra noi una volontà a superare questi momenti difficili.

 

Con quest’ultimo auspicio Le faccio pervenire l’espressione dei miei più vivi sentimenti ed un cordiale saluto

Michele Schiavone, Consigliere per la Svizzera nel Cgie (de.it.press)

                                                                 

                                                                 

 

                                                                 

 

Integrazione e rispetto delle regole. Dopo gli scontri di Milano

 

Milano – Milano nei giorni scorsi ha vissuto momenti di alta tensione in Via Padova dove un ragazzo egiziano di 19 anni è stato ucciso per una banale lite sul bus tra nordafricani e sudamericani. Quanto avvenuto il 13 febbraio pone grandi interrogativi sulla gestione del fenomeno immigrazione in zone periferiche già a rischio. “Per una corretta integrazione non si può prescindere dall’educazione alle regole”, ha detto l’arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il card. Angelo Bagnasco, rispondendo ad una domanda dei giornalisti in merito ai disordini in via Padova. Il Presidente dei vescovi italiani ha portato l'esempio dei numerosi centri d'accoglienza ecclesiali nei quali “si viene accolti, c'è una parola buona, ci sono accoglienza e fraternità, c'è un pasto ma ci sono anche delle regole e questo è educativo”. “Mi pare che sia questo l’esempio di quello che è un processo inevitabile, necessario e irrinunciabile d'integrazione”. Infatti, ha proseguito, “la carità evangelica è andare incontro a chi ha bisogno, e tutti siamo bisognosi gli uni verso gli altri, ma nel contempo, nel rispetto delle regole, dei principi, della sicurezza e dell'ordine”.

L’uccisione si colloca in “uno scenario di diffuso disagio sociale che, complice l’indifferenza di chi avrebbe potuto intervenire prima ma non lo ha fatto, perdura da tempo ed è destinato a rimanere tale fintantoché non si deciderà insieme di voltare pagina e ristabilire le condizioni per una normale e costruttiva convivenza civile”, spiega una nota della diocesi di Milano. Nel testo pubblicato sul sito della diocesi ambrosiana si esprime una “ferma condanna della violenza” e si domandano, a livello politico, “interventi istituzionali limpidi, capaci di richiamare con severità ed equilibrio ai valori che fondano la convivenza”. Ma anche si denuncia il “consueto e triste gioco politico di parte, nel quale i problemi reali vengono puntualmente sacrificati sull’altare della ricerca del consenso elettorale”. Citando tensioni che risalgono ad anni addietro nella stessa zona, la diocesi di Milano aggiunge che il problema “non riguarda quindi solo la criminalità organizzata, ieri, o l’immigrazione non governata, oggi, ma anche il degrado del tessuto civile del quartiere”. Quando un territorio, prosegue la nota “non è governato con lungimiranza, ma abbandonato alle logiche infernali dell’incuria, della lacerazione, della prepotenza diventa facilmente terreno di coltura per le patologie più gravi del disagio sociale”. “Da parte dei milanesi - si legge ancora nella nota - occorre riconoscere in questi anni un preoccupante calo della tensione morale e civile e la conseguente fatica a trasmettere la solidità di un ethos pubblico condiviso e normativo”, per cui è necessario “tornare a conoscere, rispettare, apprezzare le regole, i valori, il senso delle istituzioni e delle tradizioni civili”. La strada suggerita dalla diocesi ambrosiana è “l’autentica integrazione”, vale a dire non “l’adeguamento integrale di altri ai nostri modi”, ma “conoscenza, dialogo, ascolto a partire dalla riscoperta delle proprie radici”. Ripartendo dalla famiglia, chiede la curia milanese: “non sarebbe tempo di prendere in seria considerazione l’urgenza dei ricongiungimenti familiari?”. Il testo prosegue proponendo un parallelo “fra il disagio violento, tribale e rancoroso delle gang etniche e quello più narcisistico, autodistruttivo e spietato dei giovani bene”. Da qui l’esigenza di affrontare la “sfida educativa nei confronti dei giovani, ancora più acuta nel contesto della seconda generazione di immigrati”. Numerose le agenzie che si occupano dei ragazzi sul territorio, bisognose però di sostegno. Si chiede quindi la diocesi: Perché non promuovere per davvero un esercito di educatori piuttosto che di militari?.

“Cerchiamo parole di fede per leggere questi fatti con uno spirito diverso sia dalla sterile lamentazione sia da una sottovalutazione ingenua della gravità dei problemi”, scrivono in una nota I preti delle comunità di via Padova e del decanato di Turro i quali tengono ad esprimere vicinanza per chi vive in luoghi come le nostre vie. Occorre coraggio per tutti: per gli italiani come per gli stranieri. Ci sembra che emerga un grande e profondo bisogno di giustizia, che va ascoltato e interpretato, proseguono. Tre per i sacerdoti i livelli per una nuova giustizia. Il primo, la legalità. Una convivenza è possibile se ci sono delle norme e dei patti che permettono alle persone che hanno storie diverse e culture differenti di riconoscersi e di rispettarsi. Il secondo, la presa a carico di ciò che è comune. Siamo così abituati a preoccuparci solo del 'mio' che non sappiamo più pensare a ciò che può essere nostro. Il terzo, la giustizia come dono da invocare. La loro posizione è in mezzo al conflitto, disarmati e solidali, disposti ad ascoltare le ragioni di ciascuno, pronti a cogliere e a favorire le opportunità di mediazione e di riconciliazione.

La prima cosa che direi è che non è che non è uno scontro tra etnie ma è un episodio dovuto ad alcune frange più violente che hanno suscitato poi una reazione sproporzionata, certamente da condannare, ha detto alla Radio Vaticana il parroco della Chiesa di San Giovanni Crisostomo di Milano don Piero Cocchi: “questo ci riempie di una profonda tristezza perché cade su un lavoro silenzioso, che dura da anni, di attenzione per cercare l’integrazione, che ha prodotto frutti di integrazione per cui ci sono tante persone italiane e straniere che vivono in pace e cercano di convivere con quelli che abitano di fianco a loro. Via Padova è molto più bella di quella che i media in questi giorni hanno descritto”. (Migranti-press)

 

 

 

Interventi. Politica italiana. Sanremo, “Affari tuoi”...Non facciamoci distrarre dai veri problemi

 

Al giorno d’oggi viene dato grande rilievo a fatti marginali o relativamente importanti, mentre non si parla o si parla poco delle questioni più urgenti e fondamentali.

Adesso abbiamo il grande evento del Festival di Sanremo, i cui costi saranno sicuramente elevati,  che è  in stridente contrasto con  le condizioni di vita di tutti quelli che sono in cassa integrazione o alla ricerca di un lavoro.

Siamo stati  bombardati dalla pubblicità per questa trasmissione ormai datata, ma quest’anno avremo anche una novità:  nelle ore più tarde ci sarà una “spogliarellista” di gran classe..

Per giorni siamo stati in ansia per conoscere i nomi dei partecipanti al Festival  e poi c’è stato il problema ”Morgan”: parteciperà sì  o no?

Un‘incertezza  da togliere il sonno…..

 

Poi tutte le sere mamma tv dispensa euro in gettoni d’oro ai partecipanti alla trasmissione “Affari tuoi”, sono tutti schiaffi dati a chi non ha di che vivere e a chi per avere un modestissimo stipendio deve lavorare ore ed ore.

Dove sono tutti i disoccupati, i sottoccupati, quelli che non arrivano alla fine del mese?

Forse non esistono o sono diventati trasparenti e non si possono vedere.

In realtà non si devono vedere perché con la loro presenza  dimostrerebbero la vacuità e la falsità del mondo come ci viene presentato..

Esiste solo un mondo in gran parte irreale, nel senso che non corrisponde alla realtà.

Ma noi non dobbiamo farci distrarre da queste “rappresentazioni”, non dobbiamo farci confondere e seguire con occhio vigile i reali problemi e le priorità del momento attuale.

Le questioni fondamentali non vengono trattate o  sono evitate.

Sono state  proibite dalla commissione di vigilanza le trasmissioni di approfondimento politico, potrebbe esserci il rischio di far capire qualcosa di più agli italiani in campo politico!

Il caso Bertolaso è stato subito catalogato come attacco dei giudici di sinistra  contro un servitore dello stato.

Credo che si debba aspettare l’esito dei  processi prima di esprimere giudizi .

Alcuni comunque si sono spesso chiesti come mai la protezione civile invece di prevenire i disastri sia sempre intervenuta a guai accaduti! Non sarebbe meglio attivarsi prima che le sciagure si verificano?

Fare prima un controllo del territorio, individuare le zone a rischio ed intervenire su queste, magari indicendo delle gare regolari senza coinvolgere parenti o amici, o amici degli amici?

Non si parla più di energia nucleare…….

Non si parla più dell’’intenzione di creare delle centrali nucleari in Italia. Secondo Greenpeace  sembra che  alcuni esperti abbiano già fatto ispezioni per scegliere i siti.

Forse se ne riparlerà dopo le elezioni…..Forse sapere di poter avere una centrale nucleare vicino casa potrebbe influenzare il voto.

Ma non era stato indetto un referendum contro il nucleare nel 1987? Adesso non vale più?

Dobbiamo concentrarci su quello che è importante e prioritario come ad esempio le prossime elezioni .

Se ne parla poco, in mezzo a tante discussioni su temi del tutto inutili o almeno secondari  e a tante voci spesso contrastanti.Si sente tutto e il contrario di tutto

Sappiamo  però  tutti che il 28 ed il 29 marzo si svolgeranno  le elezioni regionali ed amministrative in 13 regioni italiane, questo può determinare cambiamenti nel quadro politico.

Infatti attualmente 11 regioni sono governate dal centro sinistra e due( Lombardia e Veneto ) dal centro destra.

Non dobbiamo farci distrarre! Questo è un momento importante|

Da parte nostra dobbiamo naturalmente impegnarci e cercare di rafforzare la posizione del centro sinistra ed evitare al contrario che il centro destra si espanda e conquisti altre regioni.

Perché è importante fare questo? Logicamente una volta uscito vittorioso  il centro destra imporrebbe  nelle regioni e nei comuni la sua visione della politica e dell’economia  che sembra essere quanto mai arretrata e discutibile.

Che possiamo fare?

Sicuramente si deve andare a votare,  anche se c’è da fare un viaggio spesso lungo e costoso per raggiungere la  propria regione.

Certo è un sacrificio ed uno sforzo per tutti, ma , credete, ne vale la pena.

Non basta  fare questo, bisogna anche coinvolgere   gli amici, i  parenti, i conoscenti che vivono in Italia e convincerli dell’importanza del voto.

Bisogna eleggere persone  capaci, oneste  e di cui si ha fiducia  per costruire una società più giusta

Che ne pensate di avere regioni e comuni in cui si lavori con impegno ed onestà per il bene comune invece che per i propri interessi personali?

Lo sappiamo che a volte si è troppo stanchi e troppo condizionati dall’aria che si respira in Italia dove, a momenti , sembra  che l’indolenza, l’arroganza e la prevaricazione possano avere la meglio.

Parte del nostro  compito è anche sostenere e dare speranza a chi è ormai stanco e deluso e forse non vede vie d’uscita.

Per fortuna le vie d’uscita ci sono, basta saperle vedere.

Forse dall’estero si riesce a vedere in modo più chiaro perché si è lontani dal continuo cicaleccio in cui  le persone sono costrette a vivere in Italia

Dobbiamo dare più forza a questo partito  che potrà migliorare le condizioni di vita di tanti lavoratori , realizzare la giustizia sociale, favorire il merito   e  l’impegno personale  nel nostro paese.

Antonia Pichi, Segretario circolo Pd Zurigo (de.it.press)

 

 

 

 

 

Frattini: Insieme nelle sfide internazionali

 

  ROMA - Rapporti bilaterali in settori strategici come quello del nucleare civile, ma anche temi dell'attualità internazionale come la crisi diplomatica tra Svizzera e Libia, il dossier nucleare iraniano, l'Afghanistan, la Somalia o l'integrazione dei Balcani nell'Unione europea. Questi i punti fondamentali che il ministro degli Esteri Franco Frattini e il suo omologo francese, Bernard Kouchner, hanno affrontato nel corso di un incontro bilaterale a Parigi.

  E’ ad esempio emersa – riferiscono dalla Farnesina - una solida identità di vedute sul dossier nucleare iraniano, dove i due ministri hanno ribadito la necessità di nuove sanzioni, che non dovranno però colpire la popolazione. "Le sanzioni all'Iran non devono essere una bandiera ma una leva politica" in grado di "riportare l'Iran al tavolo del negoziato", ha sottolineato Frattini.

  Sulla Libia, i due ministri hanno ribadito che i paesi dell'Ue non possono rimanere ostaggio di una "controversia bilaterale" e hanno insistito sulla necessità di una soluzione rapida. Frattini ha anche sollevato il tema della Somalia, spiegando che l'Italia vuole organizzare al più presto una conferenza Onu "per attirare l'attenzione sui problemi della Somalia, che sono strettamente legati ai problemi del terrorismo".

  Oltre all'Afghanistan, dove Francia e Italia sono tra i principali contributori della missione di pace Isaf, Frattini e Kouchner hanno anche parlato del processo di integrazione europea dei Balcani occidentali, in particolare per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina. Su questo punto Frattini ha auspicato che il dossier bosniaco trovi spazio sul tavolo del G8 in Canada.

  L'incontro – spiegano dalla Farnesina -  è anche servito a fare il punto sulla cooperazione italo-francese, a partire dal nuovo programma italiano per il rilancio del nucleare civile, nella prospettiva del prossimo summit bilaterale di aprile. Per Kouchner la cooperazione con l'Italia è "eccellente", sia al livello bilaterale che al livello Ue. Frattini ha invece insistito sull'approccio molto simile di Italia e Francia rispetto alla loro politica estera ed europea.

  A Parigi, Frattini ha avuto anche un incontro con la direttrice generale dell'Unesco Irina Bokova, nell’ottica di contribuire a salvare il patrimonio culturale di Haiti, dopo il devastante terremoto dello scorso 12 gennaio. Il ministro ha quindi pronunciato un discorso alla facoltà di Scienze Politiche. (Inform 17)

 

 

 

Napolitano su emergenza fame. «Serve governance mondiale»

 

Il presidente interviene al vertice del fondo per lo sviluppo agricolo «Non esclusa emergenza alimentare»

 

ROMA - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interviene al vertice dell'Ifad, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo che ha sede a Roma. «Non è da escludersi che potremmo di nuovo trovarci di fronte ad altre emergenze alimentari» ha detto. E fa appello alla solidarietà internazionale per uscire dalla crisi: «Serve una "governance condivisa" che si ispiri ai valori della solidarietà e inclusività per dare risposte alla drammatica crisi economica che ha colpito il mondo».

LE TRE AGENZIE DEL POLO AGRICOLO - Napolitano ha riconosciuto il ruolo di «protagonista attivo e coerente» svolto dall'Ifad per affrontare i problemi posti dalle crisi alimentari con azioni congiunte per il raggiungimento di un livello sostenibile di sicurezza alimentare. Ma ha sottolineato che: «Una strategia efficace al livello globale richiede uno sforzo congiunto per migliorare l'efficienza e massimizzare i risultati». E a questo riguardo, Napolitano auspica che «le tre Agenzie del polo agricolo di Roma (Fao, Ifad, Pam) che l'Italia ha l'onore di ospitare e verso le quali è impegnata in prima linea, sappiano coordinare i loro interventi, nel rispetto della complementarietà dei rispettivi mandati istituzionali».

L'AGENZIA DELLE NAZIONI UNITE - Il benvenuto a Napolitano è stato formulato durante la sessione dal presidente dell'Ifad, Kanayo Nwanze, il quale ha ringraziato l'Italia per l'ospitalità che concede alle agenzie delle Nazioni Unite. Il presidente si è augurato che il dibattito «si traduca in decisioni significative e utili a orientare efficacemente l’attività del fondo sulla base delle risorse disponibili in consonanza con le priorità imposte dall’agenda internazionale». Al vertice ha partecipato anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

Redazione Online CdS 17

 

 

 

 

Via di uscita dalla crisi. Un parcheggio per i debiti pubblici nel mondo

 

Sul problema della sostenibilità del debito pubblico noi economisti italiani siamo molto ferrati. L’esperienza degli anni Settanta, quando il fenomeno cominciò a presentarsi, ci ha insegnato che aumentare l’indebitamento dello Stato senza una prospettiva di crescita dell’economia tale da poterlo rimborsare senza accrescere la pressione fiscale condiziona negativamente lo sviluppo del reddito e dell’occupazione di un Paese. Questa interpretazione risultò minoritaria in Italia e da decenni ne paghiamo le conseguenze.

A seguito della crisi della finanza pubblica greca si è aperto nel mondo un analogo dibattito a quello che si svolse in Italia, con proiezioni “da capogiro” per il debito pubblico statunitense e anche di quelli dei Paesi virtuosi, come la Germania (che ritiene d’essersi messa in sicurezza anche nei confronti dei Paesi viziosi con due decisioni costituzionali: vincolo del quasi pareggio di bilancio e proibizione di intervenire in soccorso dei Paesi in difficoltà). I termini del dibattito sono esattamente gli stessi: se si restringe il deficit pubblico con aumenti delle tasse o, ammesso che si riesca a farlo, tagli delle spese, si avrà deflazione e questa non solo renderà impossibile rientrare dal debito, ma comporterà un suo aumento pari a un multiplo del reddito lordo.

È ormai chiaro che la crisi è di sistema e richiede una soluzione a questo livello. La necessità di fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria americana ha fischiato la fine dell’impegno degli Stati di condurre politiche monetarie e fiscali ortodosse e l’inizio del libero ricorso a politiche chiamate con eufemismo “non convenzionali”. Per rifarsi una coscienza “ortodossa” le autorità hanno abbondato in dichiarazioni che preannunciavano un’exit strategy, subito controbilanciata da un’altra che sarebbe stata attuata solo a ripresa produttiva avvenuta. Ancora una volta le autorità hanno difettato di lungimiranza, non avendo compreso che erano uscite dal cul de sac della depressione per entrare in quello di un’exit strategy di quasi impossibile attuazione. Se, infatti, riducendo l’offerta di moneta o aumentando i tassi dell’interesse ufficiali accrescono il costo del danaro aggravano la crisi della finanza pubblica, a causa dei maggiori oneri sul debito che questa politica comporta. L’attuazione di politiche fiscali restrittive sarebbe procrastinata con possibile fuga dallo stock del debito pubblico in circolazione. Se si aggiungono politiche come quella intraprese dalla Cina, che ha ridotto il possesso di titoli di Stato americani, si muove lo stock di debito in circolazione ancor prima di verificare se esiste lo spazio necessario per collocare i nuovi indispensabili flussi, dato che i deficit annuali sono ampi. La situazione può uscire fuori controllo.

Le autorità si sono vantate d’aver fronteggiato la crisi finanziaria, ma non si sono rese conto che, essersi fatti carico di parte dell’indebitamento privato e degli effetti sociali indotti, è stata, per dirla à la Clausewitz, la continuazione della politica del debito in eccesso con altri mezzi. Il problema da risolvere non è quindi quello di rientrare dal debito pubblico nascente da una crisi sistemica basata sugli eccessi di indebitamento del settore privato che le stesse autorità di governo hanno permesso, ma di parcheggiarne una parte per un lungo periodo presso un’istituzione internazionale, togliendolo dalla circolazione. Il Fondo Monetario Internazionale sarebbe la sede adatta. Si potrebbe consentire a tutti e gli Stati Uniti, oltre all’euroarea, sarebbero interessati di ripartire dal 60% del rapporto debito pubblico/Prodotto Interno Lordo, impegnandosi a politiche di rigore monetario e fiscale. Per far ciò sovviene ancora una volta l’esperienza degli economisti italiani che meriterebbero maggiore attenzione: si uscì dalla crisi del 1929-33 anche creando un “Consorzio sovvenzioni per valori industriali”, ideato da Benedice e parcheggiato presso la Banca d’Italia, nel quale confluirono i debiti non rimborsabili delle imprese colpite dal sisma della Grande Depressione. Nella versione economica della scala Mercalli, il sisma che ci ha colpito e che ci attende registra un indice ancora più elevato!  PAOLO SAVONA IM 18

 

 

 

 

Non scherzate con la Grecia

 

Il gioco con la Grecia si sta facendo pericoloso. Per alcuni mesi i leader europei hanno lasciato capire — con troppa leggerezza — che non c’era di che preoccuparsi: un default di Atene era fuori discussione. Venuti al dunque, si sono resi conto che concedere un prestito alla Grecia non è politicamente proponibile, forse non è neppure tecnicamente possibile. Non sapendo che fare, hanno cominciato ad alzare la voce, con il bel risultato che il primo ministro greco, George Papandreu, ha scelto la strada della popolarità, cioè del populismo: «I greci non prendono lezioni da nessuno ». A questo punto alcuni propongono di lasciare che la Grecia vada per la propria strada: non ripaghi il suo debito e abbandoni l’euro. La Grecia è piccola: essere inflessibili, rifiutarsi di aiutare chi vive al di sopra dei propri mezzi, non presenta grandi rischi e rafforzerebbe la credibilità dell’euro. Secondo me è invece una strategia che rischia di affossarlo. Il vero problema della Grecia non è il debito, ma la mancanza di crescita. Se l’economia non riprende, per stabilizzare il debito serve una correzione dei conti pubblici enorme: circa 14 punti di Pil, al di là di ciò che qualunque governo possa fare. Se invece la Grecia crescesse al 3%, l’aggiustamento necessario sarebbe severo, ma non impossibile: circa 6 punti.

Ma come fa la Grecia a ricominciare a crescere? Un modo c’è: uscire dall’euro, svalutare del 50% e diventare il luogo più a buon mercato in cui andare in vacanza nel Mediterraneo. Certo, la svalutazione raddoppierebbe il debito, che è tutto in euro, quindi sarebbe giocoforza non ripagarlo. È ciò che ha fatto l’Argentina, con risultati non disprezzabili. Cambiate il nome del Paese, sostituite Grecia con Spagna: il ragionamento è esattamente lo stesso. In due anni i conti pubblici spagnoli sono passati da un avanzo del 2% ad un deficit dell’11,4, più o meno quanto quello greco. Anche la Spagna, se non riprende a crescere, non riuscirà a stabilizzare il debito. Lavarsi le mani della Grecia, spingerla ad abbandonare l’euro, significa spostare l’attenzione sulla Spagna. A differenza della Grecia, la Spagna non è piccola: le sue banche sono fra le più grandi d’Europa. Ma se ciò che rende il debito non sostenibile è la mancanza di crescita, non vedo quale sia la forza dell’Italia: neppure noi cresciamo e il nostro rapporto debito- Pil è ancora il più elevato nell’area dell’euro. Al vertice europeo della scorsa settimana, Silvio Berlusconi — che queste cose le capisce al volo e nutre anche un sano scetticismo verso la vanità di Bruxelles — ha chiesto che la gestione delle crisi nel Sud dell’Europa venga delegata al Fondo monetario internazionale. Diversamente dall’Europa, il Fondo ha gli strumenti e l’esperienza per intervenire, e negli anni ha anche imparato che alzare la voce non è una buona strategia. La richiesta del presidente del Consiglio è stata accettata per metà: il Fondo collaborerà, ma solo come consulente tecnico. Berlusconi deve insistere: il suo intervento potrebbe essere cruciale per salvare l’euro.

FRANCESCO GIAVAZZI CdS 18

 

 

 

 

L'Italia con Libia e Malta. "La Svizzera abolisca lista nera"

 

Appello al termine del vertice alla Farnesina tra i ministri degli Esteri

Richiesta a Tripoli: "Sforzo congiunto con Berna, sblocchi il rimpatrio dei due cittadini elvetici"

 

ROMA - "Italia e Malta rivolgono un appello alla Svizzera affinché acceleri la negoziazione per un accordo con la Libia e abolisca la lista dei nomi inseriti nel sistema informativo di Schengen diffusa nei giorni scorsi". E' quanto si legge in un comunicato diffuso dalla Farnesina al termine del colloquio tra i ministri degli Esteri italiano, Franco Frattini, quello libico, Mousa Kousa e quello maltese, Tonio Borg sul tema della crisi dei visti di Schengen.

 

"I ministri si sono riuniti stamane - continua la nota - per affrontare il tema della crisi dei visti Schengen come conseguenza del contenzioso elvetico-libico, in vista dell'incontro previsto per domani del capo della diplomazia libica con la presidenza spagnola dell'Ue e delle prossime scadenze comunitarie. Nel corso dell'incontro è stata auspicata una rapida soluzione del contenzioso e sono state scambiate idee in proposito. L'Italia - conclude il comunicato - ha invitato la Libia ad adoperarsi per superare il problema del blocco dei visti Schengen per tutte le Parti del Trattato, tenendo conto degli sforzi che si stanno profondendo - in primis da parte italiana e maltese - per superare l'attuale impasse".

 

Frattini ha quindi chiesto a Libia e Svizzera di fare "un passo congiunto" e contestuale per risolvere la crisi dei visti. Il ministro degli Esteri ha esortato la Libia a ripristinare "il flusso ordinario di cittadini europei" dai Paesi dell'area Schengen e nel contempo ha invitato la Svizzera a togliere le 188 personalità libiche dalla lista nera di Schengen. Il capo della Farnesina ha anche lanciato un monito a non usare il trattato di Schengen "come strumento per risolvere le questioni bilaterali" e, insieme al collega maltese, ha invitato le autorità di Berna a venire incontro alla richieste libiche per chiudere il contenzioso bilaterale. In particolare, ha riferito Frattini, Tripoli sollecita "l'apertura di un'inchiesta per chiarire come sia successo che le foto del figlio di Gheddafi, Hannibal, in stato di arresto siano finite sulla stampa".

 

"Schengen deve essere utilizzato per prevenire l'ingresso di criminali e terroristi e non per risolvere le questioni bilaterali", ha avvertito Frattini in conferenza stampa, "chiederemo alla Svizzera di proseguire con i negoziati perché si arrivi a un accordo che porti alla cancellazione della lista nera e alla possibilità, per i due cittadini svizzeri (costretti a restare nell'ambasciata elvetica a Tripoli dopo essere stati scarcerati dalla Libia, ndr) di tornare in patria. "Facciamo appello alla Libia affinché mostri la necessaria flessibilità nei confronti dei Paesi dell'area Schengen che non c'entrano con la disputa bilaterale ma ne hanno pagato il prezzo", ha insistito il ministro italiano. Il titolare della Farnesina ha comunque assicurato, "che la reazione libica" sui visti non ha comportato il blocco totale ed esclusivo di persone provenienti dall'area Schengen". "Nelle ultime 24 ore" ha aggiunto, "una ventina di italiani che doveva entrare in Libia è entrata e lo stesso, mi ha detto il collega Borg, è accaduto con cittadini di Malta".

 

La questione sarà affrontato dall'Unione europea nel corso della riunione dei ministri degli Esteri di lunedì, perché sia la presidenza di turno spagnola che la rappresentante della politica estera Ue Catherine Ashton "condividono la necessità che il tema sia affrontato il ambito politico". Per sbloccare la situazione, ha concluso il ministro degli Esteri, serve "un passo congiunto". "Ho parlato con la collega svizzera Micheline Calmy-Rey che è pronta a chiudere l'accordo definitivo purché venga data l'autorizzazione ai cittadini svizzeri a rientrare in patria", ha spiegato Frattini, "il collega libico dice che non ci sono problemi ma chiede che venga contestualmente aperta un'indagine sulla pubblicazione delle foto di Hannibal". LR 17

 

 

 

La crisi tra Libia e Confederazione elvetica. Il PD-Svizzera: arrivare presto a una soluzione

 

La crisi diplomatica che perdura da mesi tra la Libia e la Confederazione elvetica e che negli ultumi giorni interessa da vicino l’Unione Europa ed in particolare l’Italia, per il ruolo assunto dalla diplomazia del nostro paese dopo il blocco dei visti d’ingresso in Libia di cittadini dell’aerea Schengen, impenzierisce i tanti cittadini italiani residenti in Svizzera per gli imprevisti risvolti che alcune affermazioni ed atteggiamenti assunti dal ministro Franco Frattini potrebbero avere sul governo svizzero e di conseguenza sulla comunità italiana.

 

Il rigido atteggiamento delle parti non aiuta a trovare una soluzione alla disputa che sostanzialmente muove da un capriccio di lesa maestà da parte del regime libico rispetto ad una decisione giuridica presa l’anno scorso dal governo del cantone di Ginevra. L’auspicio che lo sforzo del governo italiano possa sortire buoni risultati e che si giunga ad una soluzione della crisi facendo appello alle regole che determinano gli elementi fondanti dello stato di diritto nei rapporti tra stati e cittadini.

PD-Svizzera, de.it.press

 

 

 

 

 

Obama torna al nucleare: «Difendiamo l’ambiente»

 

NEW YORK - Sono passati trent’anni da quando gli Stati Uniti hanno costruito la loro ultima centrale nucleare, e trentuno dall’incidente di Three Mile Island, la più grave perdita di materiale radioattivo avvenuta nella storia americana. Tre decenni: abbastanza perché un presidente di tendenze progressiste e di forti convinzioni ambientaliste decida che è giunto il momento per gli Stati Uniti di riaprire il capitolo dell’energia nucleare.

Circondato dagli operai del sindacato degli lavoratori dell’energia elettrica, Barack Obama ha ieri fatto quello che i cinque presidenti che lo hanno preceduto, dal ’79 a oggi, non hanno osato fare: ha annunciato l’apertura di un prestito federale di 8 miliardi di dollari per una società elettrica che costruirà una centrale nucleare nello Stato della Georgia. E non solo: «Siamo appena all’inizio - ha aggiunto Obama -. Dovremo costruire tutta una nuova generazione di centrali sicure e pulite. Il mio bilancio propone di triplicare i prestiti, per finanziare queste costruzioni». Difatti, nel bilancio 2010-2011 i fondi per nuove centrali sfioreranno i 55 miliardi di dollari. Se verranno concessi i permessi, gli Stati Uniti potrebbero costruire venti centrali nei prossimi venti anni.

La decisione di Obama non è una vera sorpresa. Il presidente ha sempre detto che per combattere l’effetto dei gas inquinanti e il surriscaldamento della terra bisogna ricorrere a tutte le energie alternative, sia quella solare, sia quella eolica, sia quella nucleare, e si batte per tutte e tre. Ieri, nello spiegare i vantaggi di una centrale nucleare, ha ricordato che a parità di energia prodotta, rispetto a una centrale a carbone, essa può ridurre i gas inquinanti in una quantità che «corrisponde a togliere dalle strade 3 milioni e mezzo di automobili.»

Con grave disappunto degli ambientalisti, però, Obama non ha spiegato cosa intenda fare delle scorie radioattive, che sono la spina nel fianco dell’industria nucleare. Si è limitato a dire che costituirà una commissione di esperti che trovino una soluzione ottimale. Da GreenPeace, per bocca del direttore delle ricerche Kert Davies, è venuta una amara reazione: «Usare l’energia nucleare è un modo pericoloso per risolvere il surriscaldamento della terra».

Obama tuttavia ha nel suo mirino anche un altro scopo: la costruzione di centrali nucleari creerà posti di lavoro, almeno 700 mila nell’arco di due o tre anni. Non solo: dimostrandosi disponibile su un tema caro ai repubblicani (era il cavallo di battaglia del suo avversario, John McCain), il presidente spera che il partito di opposizione sarà più malleabile sulla legge per la protezione dell’ambiente, ancora in fase di discussione al Senato. IM 17

 

 

 

 

Bombe a grappolo, stop da agosto

 

Ma il Trattato non è stato sottoscritto da Usa, Russia, Cina e Israele. L'Italia ratifica in ritardo

 

NEW YORK - La Convenzione che mette al bando l'uso delle bombe a grappolo (cluster bomb) entrerà in vigore a partire del 1° agosto. L'Onu ha reso noto che con la ratifica di Burkina Faso e Moldova si è raggiunto il numero minimo (trenta nazioni) che consente l'entrata in vigore del Trattato, firmato a Dublino il 30 maggio 2008.

BAN KI-MOON - «Si tratta di un passo fondamentale nell'agenda del disarmo mondiale», ha commentato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. «La ratifica dimostra la repulsione nei confronti di queste armi, inaffidabili e inaccurate». Il segretario ha poi invitato le nazioni che non hanno ancora aderito alla convenzione a farlo «senza ritardi». La Convenzione vieta la produzione, l'uso e il possesso di bombe a grappolo, ordigni letali per la popolazione civile che spesso vengono lasciati nelle ex zone di guerra per anni. L’accordo prevede che i Paesi aderenti non possano in alcuna circostanza usare, produrre, acquistare, stoccare o trasferire ad altri Paesi le bombe a grappolo, ma lascia però aperta la porta per l’impiego di bombe più piccole (meno di dieci ordigni) di nuova generazione, in grado di colpire gli obiettivi con maggiore precisione e provviste però di un sistema di autodistruzione nel caso di mancata esplosione al suolo.

CHI NON HA FIRMATO - Il trattato non è stato sottoscritto da Paesi come Israele, Russia, Cina e Stati Uniti, anche se il presidente americano Barack Obama ha firmato un primo divieto all'esportazione di bombe fabbricate negli Usa (che pianificano di bandirle entro il 2018). I Paesi aderenti hanno l'obbligo di distruggere l'arsenale di bombe a grappolo in loro possesso entro otto anni al masismo da parte della ratifica. Inoltre spetta al Paese aderente che ha utilizzato questi ordigni bonificare la zona dove li ha lanciati mettendo in atto tutte le misure necessarie alla protezione e informazione dei civili a rischio.

CHI HA RATIFICATO - Questi i Paesi che hanno finora ratificato: Norvegia, Austria, Vaticano, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Albania, Croazia, Laos, Sierra Leone, Zambia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Moldova, Montenegro, Slovenia, Spagna, Burkina Faso, Burundi, Lussemburgo, Macedonia, Malawi, Malta, Nicaragua, Niger, San Marino e Uruguay.

ITALIA IN RITARDO - Il 3 dicembre 2008 a Oslo l'Italia ha sottoscritto il Trattato, ma il Parlamento non l'ha ancora ratificato. «L'Italia ha un'imbarazzante problema di lentezza nei processi di ratifica», ha dichiarato Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine, «anche quando non ci sono chiare ostative o addirittura una volontà positiva. Chiederemo al governo e ai parlamentari di promuovere un'immediata moratoria unilaterale del nostro Paese sulla produzione, uso e commercio di questo sistema d'arma, in linea con le definizioni della Convezione di Oslo».

INESPLOSE - Secondo un rapporto dell'associazione Handicap International sarebbero circa 100 milioni le bombe a grappolo rimaste inesplose nel mondo delle oltre 440 milioni state sparate dal 1965. Nella campagna israeliana in Libano del'estate 2007 il tasso di inesplosività è risultato del 30%.

Redazione ondine CdS 17

 

 

 

 

Economia, Obama rivendica il suo piano. "Catastrofe evitata, adesso tocca ai privati"

 

Discorso del presidente Usa ad un anno dal varo delle misure anticrisi - "Abbiamo salvato posti di lavoro ma la strada è ancora lunga" - Secondo un sondaggio la popolarità del leader è in calo

 

ROMA - "Senza stimoli, l'economia sarebba andate verso verso la catastrofe". Barak Obama rivendica così le misure economiche varate per arginare la difficilissima situazione americana. Quel maxi-piano di stimolo da 787 miliardi di dollari che oggi compie un anno. "Non è stata una decisione politica facile da prendere - dice il presidente Usa - ma non agire avrebbe portato a una catastrofe. Grazie a quello una nuova depressione non è più una possibilità". Il leader Usa sottolinea, poi, la situazione del lavoro. Senza il piano di stimolo "oltre 2 milioni di americani sarebbero senza lavoro", mentre nel 2010 c'è chi prevede un milione e mezzo di nuovi occupati. Poi l'impegno per il futuro: "Faremo il possibile perché l'economia continui a crescere". Anche perché se l'economia "è salvata", il lavoro "è ancora lungi dall'essere terminato". 

 

E' presto, ovviamente, per parlare si crisi superata. Anche perché molti americani non percepiscono la ripresa economica trovandosi a fronte di un tasso di disoccupazione che resta poco sotto del 10%. Obama lo sa e non si nasconde:  "Milioni di americani sono ancora senza lavoro. Altri milioni si stanno dando da fare per trovarlo. Tutto ciò non si percepisce certo come una ripresa. Me ne rendo conto".

 

Nonostante questo, fa capire il leader Usa, la strada imboccata è quella giusta. E se il governo americano è entrato nell'economia "per dare una spinta temporanea" è il settore privato "che alla fine dovrà spingere la crescita" dice Obama. Preoccupato per le difficoltà di bilancio di diversi stati che potrebbero tradursi in ulteriori licenziamenti.

 

Obama, infine, ha anche tirato una frecciata ai repubblicani, molti dei quali si sono opposti al pacchetto di stimoli, ma poi "si sono presentati a tagliare il nastro" di progetti finanziati con quei soldi "nelle loro circoscrizioni elettorali".

 

Il sondaggio. Popolarità in calo per Obama che, per la maggioranza degli americani, non merita di essere rieletto. Secondo un sondaggio della Cnn il 52% preferirebbe vedere qualcun altro alla Casa Bianca nel 2012, mentre solo il 44% è pronto a riconfermare la fiducia a Obama. Politicamente il dato non comporta un automatico spostamento di consensi a favore dei repubblicani. LR 17

 

 

 

 

Berlusconi si affida a San Guido

 

Di fronte alla commissione Ambiente della Camera e davanti ai telespettatori di Ballarò, Guido Bertolaso - il capo della Protezione civile al centro dello scandalo che in pochi giorni lo ha trasformato da mito in mostro -, ieri ha scelto di difendersi.

 

E’ suo diritto e lo ha fatto pacatamente, senza, per intendersi, la solita giaculatoria di accuse contro i magistrati, che Berlusconi sciorina ogni qualvolta si trova coinvolto in nuove inchieste. Bertolaso ha ribadito di essersi già presentato dimissionario di fronte al governo, che invece gli ha chiesto di andare avanti. E ha aggiunto che dopo un primo momento di disorientamento, in cui aveva pensato di tirarsi da parte, adesso invece è intenzionato ad andare avanti, proprio per difendere la struttura che ha diretto per otto anni e mezzo e che è stata finora un esempio di efficienza e abnegazione ammirato in tutto il mondo.

 

Ma ecco, rispetto a quest’immagine e ai risultati incredibili, e non scalfiti neppure da precedenti indagini, di un lavoro che ha portato, tra l’altro, in sei mesi, i terremotati dell'Aquila di nuovo sotto un tetto, e ha liberato le strade di Napoli da cataste di rifiuti abbandonati da un anno, la lettura dei verbali d'accusa della magistratura di Firenze, e delle intercettazioni che li corredano, rappresenta un capovolgimento.

 

Disinvoltura come regola, tra i collaboratori di Bertolaso, alcuni dei quali suoi parenti stretti. Privilegi inspiegabili e non direttamente connessi ai compiti che svolgevano. Familiarità non proprio irreprensibili con un gruppo di imprenditori - un gruppo ristretto - cinici al punto da ridere alle spalle dei terremotati, ai loro occhi solo un affare come un altro, e prima ancora che venissero tirati fuori dalle macerie. E attorno a ciò che la magistratura ha definito un insieme «gelatinoso», una ragnatela di favori e promesse, una frequentazione assidua e pressante, specie con gli altissimi funzionari arrestati che materialmente scrivevano le gare d’appalto, e inoltre un’intimità con il sottosegretario stretta fino ai massaggi, che l’accusato rivendica solo terapeutici, e i magistrati insistono a considerare qualcosa di più.

 

Con una colata di fango così, va detto, ci vuole fegato a difendersi e a sperare di venirne a capo. Ma se Bertolaso lo fa, protestandosi innocente, e al massimo vittima di un raggiro di collaboratori infedeli che avrebbe dovuto controllare meglio, è sulla base di alcune considerazioni. La prima è che al di là della «gelatina», i rapporti da compari tra pubblici ufficiali e imprenditori, la corruzione dev’essere provata dai magistrati a cui a sorpresa, innovando rispetto a una tradizione di insulti, il sottosegretario rinnova la sua fiducia. La seconda è che alcuni dei funzionari infedeli finiti in carcere, i loro incarichi e i loro superpoteri li avevano ricevuti dal precedente governo di centrosinistra. La terza è che, messa da parte la contestata privatizzazione della Protezione civile, Bertolaso ha riconquistato la fiducia di tutte le componenti del governo, compreso Bossi che ieri gliel’ha confermata pubblicamente.

 

Questa condotta che rimane molto azzardata ribalta insomma pienamente l’onere della prova sulla magistratura e le impone di fare presto. Decapitare la Protezione civile - un corpo speciale, che se ha abusato delle urgenze politiche, deve pur continuare a pensare alle numerose emergenze italiane - non è una questione ordinaria. Se è necessario, va fatto, perché in un Paese normale non è ammesso che ci siano intoccabili. Ma se la prova non salta fuori, Bertolaso, che oggi è crocifisso, domani potrebbe anche risorgere.

 

E’ proprio questa la scommessa del sottosegretario. Ed è la stessa dell’intero governo e del presidente del Consiglio. Insieme al caso Protezione civile, Berlusconi infatti è alle prese, in questi stessi giorni, con quelli di Milano e di Firenze, che toccano un esponente locale e uno dei coordinatori nazionali del Pdl. Il clima è orrendo: in quella che fu la capitale di Tangentopoli, si parla apertamente di un ritorno in grande stile della corruzione. Con al centro, però, non il vecchio gruppo dei partiti della Prima Repubblica, ma quello, nuovo, fondato dal Cavaliere.

 

In questo quadro la caduta del sottosegretario e la rappresentazione della sua struttura come il perno della corruzione nazionale avrebbero chiaramente travolto l’intero governo. Per questo Berlusconi e tutto il centrodestra hanno frenato. Il Cavaliere ha costruito la sua fortuna politica, quindici anni fa, proprio sulle macerie di un sistema politico travolto dall’ondata dei processi, e oggi non può rischiare di scivolare sullo stesso terreno. E tuttavia, se la difesa di un Bertolaso ammaccato, ma ancora in piedi, è un azzardo che ha una logica, pur discutibile, quella di un partito che a due anni dalla sua nascita mostra già evidenti segni di cedimento, non è ammissibile. Berlusconi è il primo a sapere che in questo senso, se vuole rimediare a quel che è successo, dovrà fare presto delle scelte. MARCELLO SORGI LS 17

 

 

 

 

Il commento. Gli uomini del cavaliere

 

Passato l'effetto statuina, è ripreso il declino di Silvio Berlusconi. In un clima da fine della seconda repubblica, ogni giorno scoppia uno scandalo che tocca sempre più da vicino il cuore del potere di Palazzo Chigi. Ieri Guido Bertolaso, il potente capo della Protezione civile, forse l'unico successore che Berlusconi abbia mai avuto in mente. Oggi Denis Verdini, il coordinatore del partito, indagato per corruzione e protagonista di mille intercettazioni.

 

Inutile aggiungere che in un paese normale, come pure nell'Italia prima di Berlusconi, ci sarebbero già state raffiche di dimissioni. Qui il premier nega o minimizza. Continua a dipingere come un martire Bertolaso, la cui evidente intimità con l'imprenditore Anemone, escort o non escort, dovrebbe bastare per liquidarne la parabola. Riduce le storie di tangenti a ruberie di "piccole volpi nel pollaio", come faceva Bettino Craxi a proposito del "mariuolo" Chiesa. Sembra sicuro, il Cavaliere, che nessuno scandalo potrà bucare il muro di gomma, quel perenne stato di eccezione che circonda il potere berlusconiano, costruito in anni e anni di egemonia mediatica. Molte volte ha avuto ragione. Ma ora forse si sbaglia. Come fu per Mani Pulite, sul banco degli imputati non si trovano soltanto nomi eccellenti, pezzi di nomenclatura, ma un intero sistema.

Due italiani su tre, secondo un sondaggio di Sky, pensano che siamo di fronte a una nuova Tangentopoli. La suggestione del parallelo non può nascondere le profonde differenze. L'Italia e gli italiani, anzitutto, non sono più quelli. Ora sono assai più rassegnati e cinici, molto meno informati. I telegiornali dell'epoca esaltavano i magistrati inquirenti come eroi, questi li perseguitano come nemici del popolo.

 

Sono cambiati i protagonisti degli scandali, l'antropologia dei nuovi ladri. Quelli alla fine rubavano, o almeno cominciavano a rubare, per far politica. Questi fanno politica per poter rubare. Ha ragione Gianfranco Fini, non prendono per il partito, ma per se stessi. Al massimo per la combriccola, il quartierino, la banda. La corte dei miracoli di Berlusconi appare, alla luce delle intercettazioni, come un crogiuolo di cortili d'affari. Rubano in maniera sgangherata e ostentata, continuano a vantarsene al telefono da veri imbecilli, intascano mazzette in favore di videocamera. E rubano molto di più. Ai tempi di Tangentopoli la Corte dei Conti stimava la "tassa della corruzione" in cinque miliardi di euro attuali. Oggi siamo a sette, otto volte tanto.

Ma sono cose che tutti sappiamo, come si sapevano alla vigilia di Mani Pulite. Che cosa allora aveva fatto scoppiare la bolla? La stessa miscela che si sta riformando adesso. Da un lato la stanchezza e la sfiducia della maggioranza degli italiani in una classe dirigente non solo corrotta, ma decrepita. Non si riesce a immaginare un futuro per il Paese con Berlusconi, come non se ne immaginava più uno con Andreotti, Craxi e Forlani diciotto anni fa. Dall'altro i morsi di una crisi economica ancora più feroce di quella dei primi Novanta, che rende ormai insostenibile la sovrattassa della corruzione per milioni di cittadini e per migliaia di imprenditori. E' questa combinazione chimica di senso comune,  contingenza economica e voglia di futuro che può scatenare la tempesta finale sul sistema.

 

Naturalmente, il sistema e Berlusconi che lo incarna si batteranno come leoni. Ma già nella vicenda Bertolaso si leggono i segnali di un cedimento da parte di chi, troppo assuefatto a un potere senza controllo, non è più abbastanza vigile. Come si poteva pensare che uno scandalo così macroscopico, solare, come gli appalti del mancato G8 della Maddalena non attirassero l'attenzione dei giornali e delle procure?  Quanta presunzione d'impunità trasuda da quelle voci registrate. Ma con tutto il potere e i soldi e le minacce di Berlusconi e della corte, vi sarà sempre un cronista o un magistrato troppo curiosi per non indagare su storie tanto assurde. E' la libertà, bellezza. E loro non possono farci niente. CURZIO MALTESE LR 17

 

 

 

 

Chi serve lo Stato non ha amici

 

La ripetitività degli scandali che si abbattono sull’Italia può alimentare due sbagliate reazioni dell’opinione pubblica: l’assuefazione, cinica e rassegnata, a un virus corruttivo che sembra dilagare nella società italiana e l’abitudine a confondere le accuse con i sospetti, le maldicenze con le sentenze, i reati con i peccati, le fantasie complottistiche con le prove dibattimentali.

 

Un gran polverone dove il destino di queste indagini giudiziarie è segnato. Chi è schierato politicamente con gli imputati è deciso ad assolverli, pur contro ogni evidenza. Chi sta dalla parte opposta ha già emesso una condanna, preventiva e inappellabile. Una divisione in due partiti, però, molto provvisoria: sarà presto l’oblio a riunificarla, nell’attesa della prossima inchiesta. Ecco perché, in queste circostanze, è assolutamente necessaria la ricerca delle differenze, la pazienza nel separare le situazioni, la chiarezza nell’individuare le responsabilità.

 

Ogni grande scandalo nazionale, pur nella similitudine della caccia al ladro di turno, si contrassegna per una locuzione, sintetica ma espressiva, che lo distingue. All’epoca di «Mani pulite» fu la cosiddetta «dazione ambientale», una tassa impropria riferita al rapporto imprenditori-partiti. Quella tangente, controllata ferreamente dalle percentuali del Cencelli spartitorio, che alimentava il finanziamento illegale della politica. Oggi, l’etichetta che ha colpito l’immaginazione degli italiani è la parola «gelatina», con la quale i magistrati dell’accusa hanno definito la collusione vischiosa di amicizie, favori, complicità, tra funzionari statali e aspiranti agli appalti dell’amministrazione pubblica.

 

E’ questo, dunque, il punto sul quale bisogna concentrare l’attenzione dei cittadini. Anche perché, almeno finora, non sono emerse nell’inchiesta sulla Protezione civile prove di corruzioni milionarie, ma le accuse imputano favori ai familiari, compiacenti assunzioni più o meno precarie, ospitalità gratuite, elargizioni di auto e, magari, di ragazze ben disposte. Le intercettazioni rivelate sui giornali, poi, aldilà dei sospetti di reati, tutti da dimostrare, illuminano, però, un costume sul quale non bisogna aspettare i giudizi dei tribunali perché sia evidente una constatazione: è scomparsa nelle classi dirigenti dell’amministrazione pubblica qualsiasi consapevolezza degli obblighi di comportamento che gravano sui cosiddetti «servitori dello Stato».

 

E’ bella questa espressione con la quale, con orgoglio ottocentesco, si è autodefinito Guido Bertolaso. Peccato che il capo della Protezione civile sembra sottovaluti quanto contrasti con l’atteggiamento di confidenza e di amicizia da lui dimostrato nei confronti di imprenditori che il suo dipartimento aveva la facoltà di premiare o punire. Con l’aggravante dell’assoluta discrezionalità, giustificate o no che fossero le emergenze dichiarate per quei lavori. Peccato che la stessa, e forse maggiore, insensibilità l’abbiano manifestata i suoi collaboratori, pronti a un attivismo ambiguo e collusivo, invece di esercitare il distacco, l’imparzialità, la discrezione al limite dell’estraneità, che competono all’arbitro, detentore del potere di far arricchire chi da una sua scelta dipende.

 

La confusione, nel costume italiano, tra interessi personali e interessi dello Stato, della sua credibilità e della sua efficienza, non solo determina le conseguenze denunciate ieri dal procuratore della Corte dei Conti per il boom di denunce e per i danni erariali connessi ai reati amministrativi e penali. Ma alimenta una più generale «corruzione mentale» fra tutti i poteri dello Stato.

 

E’ quella «corruzione mentale» di cui sembra afflitto il pm di Bari, Lorenzo Nicastro, che grida alla «discriminazione» se qualcuno gli fa osservare quanto sia sbagliata la sua candidatura come avversario politico proprio di un suo indagato. La stessa sindrome che colpisce un giudice costituzionale, già presidente dell’Antitrust, Giuseppe Tesauro, quando è costretto ad ammettere di essere socio in affari con un imprenditore, più o meno chiacchierato che sia. Una insensibilità dimostrata anche da due suoi colleghi della Consulta, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano, quando, alla vigilia della decisione sul lodo Alfano, parteciparono a una cena con Berlusconi e con lo stesso ministro della Giustizia.

 

E’ giusto che i pm di Firenze si offendano se il presidente del Consiglio li invita a «vergognarsi» per aver indagato il vertice della Protezione civile, ma otterrebbero maggiore solidarietà se tanti loro colleghi evitassero di dimenticare che i giudici non solo devono essere imparziali, ma anche «apparire» tali. La riservatezza, il senso d’opportunità, l’estraneità ad amicizie potenzialmente in conflitto rispetto agli obblighi della funzione, per un dipendente statale, di qualsiasi livello e a qualsiasi ordine appartenga, non sono manifestazioni di ipocrisia o di moralismo bigotto e passatista. Sono sacrifici, magari anche limiti a quella manifestazione del pensiero che è costituzionalmente garantita a tutti i cittadini, ma che si esercita nelle forme e nei modi consentiti a chi riveste un ruolo così delicato. Possono essere anche «discriminazioni», come le chiama il pm Nicastro, a cui si dovrebbero assoggettare volentieri coloro che, senza alcuna costrizione, scelgono una carriera nell’amministrazione pubblica.

 

Il prossimo anno si festeggeranno i 150 anni dello Stato italiano. Invece dei soliti riti celebrativi e delle solite polemiche retrospettive sulle virtù degli Stati borbonici e le crudeltà repressive dei piemontesi, ecco un bel tema di riflessione e di discussione pubblica. Anche perché la corruzione va colpita in sede giudiziaria, ma va combattuta prima di tutto nella testa dei cittadini. Specie se sono «servitori dello Stato». LUIGI LA SPINA LS 18

 

 

 

 

Corte dei Conti: corruzione, patologia tuttora molto grave

 

La corruzione è una «patologia» che «resta tuttora grave» e che, anzi, nel 2009 ha fatto registrare un aumento di denunce alla Guardia di Finanza del 229% rispetto all'anno precedente, cui si aggiunge un incremento del 153% per fatti di concussione. Rispetto a queste condotte illecite individuali, le pubbliche amministrazioni «troppo spesso» non attivano i necessari «anticorpi interni». È la denuncia del procuratore generale e del presidente della Corte dei Conti, Mario Ristuccia e Tullio Lazzaro, in occasione della cerimonia di apertura dell'anno giudiziario.

 

La corruzione - rileva il pg Ristuccia nella sua relazione - dilaga nella pubblica amministrazione: il Ministero dell'Interno, i comandi dei Carabinieri e della Gdf, nel solo periodo gennaio-novembre 2009 hanno denunciato 221 reati di corruzione, 219 di concussione e 1714 reati di abuso di ufficio, con un vertiginoso incremento rispetto all'anno precedente. È poi assai «grave» - aggiunge il presidente Lazzaro - la mancanza di «anticorpi» nella Pa contro le condotte illecite individuali che causano 

«offuscamento dell'immagine dello Stato» e «flessione della fiducia che la collettività ripone nelle amministrazioni e nelle stesse istituzioni del Paese».

 

«Se le pervicaci resistenze che questa patologia sembra opporre a qualsiasi intervento volto ad assicurare la trasparenza e l'integrità nelle amministrazioni possono dirsi essere una sorta di 'ombrà o di 'nebbià che sovrasta e avvolge il tessuto più vitale operoso del Paese, non si può fare a meno di notare - sottolinea il presidente - che l'oscuramento resta tuttora grave, non accenna neppure a dissolversi o a flettere nella sua intensità ispessita». Dalla relazione del pg, inoltre, emerge che è la Toscana - dove in sede penale la procura di Firenze sta indagando sugli appalti del G8 - in testa alla classifica delle regioni in cui

la Corte dei Conti ha emesso il maggior numero di citazioni in giudizio per danno erariale: sono 21 (su un totale nazionale di 92), mentre a seguire ci sono Lombardia (18), Puglia (11) Sicilia (10), Umbria (7), Piemonte (7), Trento (5), Calabria (4), Lazio (3) Abruzzo (2) Emilia Romagna (2) Friuli Venezia Giulia (1), Liguria (1).

 

Seppure i dati sul dilagare della corruzione siano disomogenei perchè provenienti da fonti diverse e dunque difficilmente confrontabili, non c'è dubbio - fa notare il pg della Corte dei Conti Mario Ristuccia - che un incremento ci sia stato. I maggiori illeciti contro la Pubblica amministrazione rilevati da Servizio anticorruzione e trasparenza del dicastero del ministro Brunetta indicano come territori più a rischio quelli in cui «maggiori sono le opportunità criminali in considerazione del Pil pubblico più elevato, delle transazioni a rischio quantitativamente più numerose e del maggior numero di dipendenti pubblici», come ad esempio Lombardia, Sicilia, Lazio e Puglia. Nel 2009, su 1.077 sentenze di condanna in primo grado della Corte dei Conti (per un totale di circa 246milioni di euro di importo), 126 (vale a dire l'11,7%) hanno riguardato casi di corruzione, surclassati solo da danni nella gestione del personale (155 condanne, 14,4%), danni al patrimonio mobiliare e immobiliare (152, 14,2%) illeciti nelle entrate (150, 13,9%). L’U 17

 

 

 

 

L'abisso morale del Paese

 

Non sono giorni allegri quelli che stiamo vivendo. Prima arresti e denunce di uomini politici, di destra e di sinistra, per episodi di corruzione e malgoverno. Poi il crollo del mito Bertolaso, travolto dallo scandalo della Protezione civile. Infine, giusto ieri - 18° anniversario di Mani Pulite - la Corte dei conti rivela l'esplosione, fra il 2008 e il 2009, delle denunce per fatti di corruzione, concussione, abuso d'ufficio.

 

Qualcuno si comincia a chiedere se non siamo per caso di fronte a una Tangentopoli 2, un nuovo tsunami giudiziario destinato a travolgere la politica come nel 1992.

 

In questa situazione la tentazione di prendersela con il ceto politico e contrapporgli le virtù della società civile è molto forte, e ha fatto bene Ernesto Galli della Loggia ieri a ricordarci, dalle colonne del Corriere della Sera, che è la società italiana a essere marcia. Non solo perché per certi reati, come la corruzione e la concussione, bisogna essere in due, il politico e l'imprenditore, ed è quindi puerile addossare tutte le colpe a uno soltanto dei «mariuoli», come li chiamava Craxi. Ma perché sono innumerevoli i settori della vita sociale in cui le più elementari regole del vivere civile - non evadere le tasse, promuovere i migliori - sono sistematicamente violate senza che la politica c'entri minimamente. Il professore che trucca un concorso, il commerciante che non emette lo scontrino, l'imprenditore che fa lavorare in nero i suoi operai non sono vittime della politica ma, semmai, beneficiari della sua assenza.

 

E tuttavia, se vogliamo che qualcosa cambi, non possiamo limitarci a guardare con costernazione all'abisso morale in cui è precipitata la vita del nostro Paese. Non possiamo continuare a contare soltanto su un sussulto delle coscienze, su un moto di indignazione, su una rigenerazione dello spirito civico troppe volte invocata e sempre mancata. Forse dobbiamo cominciare anche, più prosaicamente, a ragionare in termini di vincoli e di incentivi, come fanno (giustamente) gli economisti. Pensare che il problema si riduca a scegliere bene i candidati, a selezionare le persone giuste, a cacciare i disonesti, a mio parere è un po’ ingenuo (chi garantisce che l'allenatore scelga i giocatori giusti? e chi è l'allenatore?). Ben più importante sarebbe chiedersi quali sono i meccanismi che con tanta e crescente frequenza generano i comportamenti di cui l'opinione pubblica è ciclicamente chiamata a scandalizzarsi. Perché se identifichiamo i meccanismi possiamo provare a cambiarli. E un politico che ha la convenienza ad amministrare bene dà più garanzie di un politico che ostenta o promette moralità.

 

Per quel che riesco a capire, direi che questi meccanismi sono almeno tre. Il primo, ben descritto da Cesare Salvi e Massimo Villone in un loro libro di qualche anno fa (Il costo della democrazia, Mondadori 2005), è il complesso di norme e di strumenti con cui, dopo Tangentopoli, i politici - anziché riformare la politica - si sono assicurati la possibilità di continuare a rubare e sistemare clienti, spesso in perfetta legalità. Ad esempio le cosiddette «società miste», perlopiù figlie delle vecchie aziende municipalizzate, che per molti politici sono diventate un vero e proprio «personal business» (cito Cesare Salvi), terreni di caccia privilegiati in cui essi possono spartirsi poltrone, gettoni, assunzioni, commesse.

 

Il secondo meccanismo è la rinuncia, prima da parte del governo Prodi, poi da parte del governo Berlusconi, a varare una riforma incisiva dei servizi pubblici locali, basata su gare trasparenti e aperte anziché su affidamenti a trattativa privata (ricordate la fine ingloriosa del disegno di legge Lanzillotta, vanificato dal governo di centro-sinistra di cui essa stessa faceva parte? e gli interventi della Lega per annacquare la riforma dei servizi pubblici locali del centro-destra?).

 

Ma forse il meccanismo più importante è un altro ancora: la crescita costante, inesorabile, dell'interposizione pubblica, ossia dell'attività di intermediazione dello Stato e degli Enti territoriali (Regioni, Province, Comuni), che giusto nell'anno appena trascorso ha toccato il massimo storico, con un'accelerazione senza precedenti (sarà anche per questo che, proprio nel 2009, sono esplose le denunce di corruzione, concussione, abuso d'ufficio?). Questo meccanismo è il più importante non solo perché sono ormai molti milioni - e crescono ogni anno di numero - gli italiani le cui opportunità di guadagno e carriera dipendono pesantemente da decisioni discrezionali di funzionari, dirigenti e amministratori pubblici, ma perché è questo il vero costo che la politica, spesso con la piena ed entusiastica complicità dei cittadini, impone al sistema Italia. Una stima prudente degli sprechi nella Pubblica Amministrazione - sanità, scuola, università, giustizia, burocrazia, assistenza (falsi invalidi) - suggerisce che essi siano pari ad almeno 80 miliardi di euro l'anno, qualcosa come cinque o sei Finanziarie. E tutto fa pensare che una frazione molto consistente di questa enorme voragine sia prodotta, più che dall'ampiezza dell'interposizione pubblica (un flusso di 1500 miliardi l'anno, fra entrate ed uscite), dal fatto che troppe decisioni di spesa non sono governate da regole automatiche e meccanismi trasparenti, bensì da tortuosi processi nei quali il negoziato, l'influenza personale, i rapporti di conoscenza diventano le variabili decisive.

 

E' stato valutato che i costi diretti della politica, fra eletti, portaborse e consulenti, si aggirino intorno ai 4-5 miliardi l'anno: tanti, certamente, ma una goccia nel mare degli sprechi che la discrezionalità della politica produce ogni anno in tutti i campi in cui ha un ruolo decisivo. E' questo mare che dovremmo innanzitutto cercare di prosciugare. E per prosciugarlo, forse, creare regole e incentivi funzionanti può essere più importante che esortare il mondo politico a ritrovare la moralità perduta, ammesso che ne abbia mai avuta una.  LUCA RICOLFI  LS 18

 

 

 

 

La corruzione e le sue radici

 

Si accontenti chi vuole di credere che «il problema è politico» e riguardi quindi la destra e la sinistra. Sì, questa volta a essere presi con le mani nel sacco sono stati esponenti del Pdl, ma in passato la stessa cosa è accaduta con esponenti del Pd: ma anche dando per scontato che le imputazioni a loro carico siano domani convalidate da una sentenza, davvero la corruzione italiana si riduce a quella dei politici? Davvero in questo Paese la sfera della politica è malata e il resto della società è sano? Non è così, con ogni evidenza. Ognuno di noi sa bene che non è così, e non bisogna smettere di dirlo, anche se i soliti moralisti di professione grideranno scandalizzati che in questo modo si finirebbe per occultare «le precise responsabilità politiche». Ma figuriamoci: cosa volete mai che si occulti, con tutta la stampa ormai scatenata dietro Monica e Francesca, dietro Bertolaso, Balducci, e compagnia bella?

Proprio perché non ha alcuna natura propriamente politica ma affonda radici profondissime nel corpo sociale - cosicché nella politica essa si riversa soltanto, essendo uno degli ambiti dove più facile è la sua opera - la corruzione italiana sfugge a ogni facile terapia. Come si è visto quando, convinti per l’appunto del suo carattere politico, abbiamo creduto che almeno per ridurne la portata bastasse mutare il sistema elettorale, o fare le privatizzazioni, o cambiare la legge sugli appalti, o finanziare i partiti in altro modo dal finanziamento diretto; o che l’esempio di «Mani pulite», di cui proprio oggi è paradossalmente il 18mo anniversario, potesse segnare una svolta. Invece è stato tutto inutile. La corruzione italiana appare invincibile. Rinasce di continuo perché in realtà non muore mai, dal momento che a mantenerla viva ci pensa l’enorme serbatoio del Paese. La verità, infatti, è che è l’Italia la causa della corruzione italiana: lo si può dire senza rischiare l’accusa di lesa maestà? Chi si ostina a credere che «il problema è politico», che tutto si riduca a destra e sinistra, lo sa che le tangenti continuano a girare vorticosamente anche nel privato: che dappertutto qui da noi, quando ci sono soldi in ballo, non si dà e non si fa niente per niente?

Lo sa che i concorsi più vari (non solo le gare d’appalto!) sono sempre, in misura maggiore o minore, manipolati? Riservati agli amici e ai protetti quando non direttamente truccati in un modo o nell’altro dai concorrenti con la complicità delle commissioni, e il tutto naturalmente in barba a ogni credo politico? E che colore politico pensa che abbia l’evasione fiscale dilagante? O i tentativi a cui si dedicano incessantemente milioni di italiani di violare i regolamenti urbanistici ed edilizi in tutti i modi possibili e immaginabili (spessissimo riuscendoci grazie all’esborso di mazzette)? E a quale schieramento politico addebitare, mi chiedo, il sistematico taglieggio che da noi viene praticato da quasi tutti coloro che offrono una merce o un servizio al pubblico, come le società autostradali, quelle di assicurazione, le compagnie telefoniche, le compagnie petrolifere, quelle aeree, le banche, le quali tutte possono a loro piacere fissare tariffe esagerate, imporre contratti truffaldini, balzelli supplementari, clausole capestro, sicure dell’impunità? Sì lo so, tecnicamente forse non è corruzione. Ma so pure che in molti altri Paesi comportamenti del genere sono severamente sanzionati anche sul piano penale. Da noi no, sono considerati normali. Perché?

La risposta è nella nostra storia profonda, nei suoi tratti negativi che i grandi ingegni italiani hanno sempre denunciato: poca legalità, assenza di Stato, molto individualismo anarchico, troppa famiglia, e via enumerando. Perciò l'Italia è apparsa tante volte un Paese bellissimo ma a suo modo terribile. E lo appare ancor di più oggi, dopo aver perso anche gli ultimi pezzi delle sue fedi e dei suoi usi antichi. Più terribile e incarognito che mai. Più corrotto. Spesso queste cose le capisce per prima l'arte, e in particolare il cinema, il nostro cinema, a cui tanto deve la conoscenza di ciò che è stata ed è l'Italia vera. Quell'Italia vera che riempie, ad esempio, le immagini dell'ultimo film di Pupi Avati, Il fratello più piccolo, in arrivo proprio in questi giorni nelle sale cinematografiche. Un ritratto spietato di che cosa è diventato questo Paese: una società dove gli unici «buoni» sembra non possano che essere dei disadattati senz’arte né parte; dove, nell'ultima scena, dal volto pur devastato e ormai annichilito di un grandissimo De Sica, ladro e canaglia ridotto all'ozio forzato su un terrazzino di periferia, non cessa tuttavia di balenare il guizzo di un’inestinguibile mascalzonaggine. È di una lucida resa dei conti del genere che abbiamo bisogno; di guardare a fondo dentro di noi e dentro la nostra storia. Non di credere, o di fingere di credere, che cambiare governo serva a cambiare tutto e a diventare onesti.

Ernesto Galli della Loggia CdS 17

 

 

 

 

I furbetti della par condicio

 

Dicono i Francesi: «La verità esce dalla bocca dei bambini». Con candore davvero infantile, Maurizio Gasparri chiarisce in maniera inequivocabile lo scopo dei rigorismi applicativi della legge di par condicio e del grottesco balletto intorno alla commemorazione di Vittorio Bachelet. Dopo la riammissione della testimonianza del figlio Giovanni, il presidente del gruppo Pdl al Senato così commenta: «La par condicio così viene violata. E questo la dovrebbe mandare in soffitta, senza rimpianti».

 

Ora tutto, o quasi, è chiaro. Si osservi la successione degli eventi: Berlusconi in almeno due occasioni afferma che la legge sulla par condicio va abolita; una successione di emergenze parlamentari (processo corto, legittimo impedimento, protezione civile etc.) non lo consente in tempo per le elezioni regionali; la legge, ancora in vigore, viene applicata con un rigore che suscita indignazione soprattutto tra coloro che potrebbero essere interessati a difenderla (sempre diffidare quando, nel nostro Paese, si manifesta un eccesso di rigore formale!); questa volta, al posto di Berlusconi, il senatore Gasparri, nella veste di bambino di Andersen, dice che il Re è nudo, la legge va abolita, nella speranza che tutti concordino. Ove non vi fossero altre emergenze, il destino della par condicio sarebbe segnato.

 

Resta da spiegare la ragione di tanto accanimento. Ciò che disturba la maggioranza in quella legge non è la prima parte da cui trae il suo nome. Anzi, come si è appena constatato, la par condicio, ovvero il di per se ragionevole principio di offrire a tutte le forze politiche in campo pari diritto di tribuna in campagna elettorale, se interpretata con rigore creativo può servire a liquidare trasmissioni fastidiose quali «Anno zero» e «Ballarò», riconducendo tutte le informazioni nell'alveo maggiormente controllato dei telegiornali. Quanto al sacrificio temporaneo della trasmissione di Bruno Vespa, Parigi vale bene una Messa.

 

Il problema vero di quella legge consiste invece nel divieto, che pure contiene, degli spot a pagamento durante i sessanta giorni di campagna elettorale ufficiale. Quel divieto seriamente danneggia chi affronta la campagna elettorale con più denaro in tasca del suo avversario perché è costretto a rinunciare a spenderlo ove il suo arbitrio regnerebbe sovrano. Soprattutto danneggia chi, nel pagare gli spot, può limitarsi al semplice gesto di trasferire i soldi da una tasca all'altra perché possiede o controlla buona parte delle emittenti televisive. Più in generale disturba coloro che hanno interesse a far salire i costi della politica, rendendola sempre più prigioniera di chi ha tanti soldi e vuole comprarla in cambio dei favori che essa può offrire all'interno delle istituzioni. Insomma, quel divieto potrebbe giovare alla democrazia. Il senatore Gasparri ha capito perfettamente e non resiste alla tentazione di affermarlo (in fondo il bambino di Andersen non era che un primo della classe). Siamo sicuri che lo abbiano capito i suoi naturali oppositori? GIAN GIACOMO MIGONE LS 17

 

 

 

 

 

I fatti e la polvere

 

Sono ventimila pagine di intercettazioni quelle che il giudice di Firenze Rosario Lupo ha allegato all’ordinanza emessa mercoledì 10 febbraio. «Una storia di ordinaria corruzione», l’ha definita il magistrato. Ma in questa inchiesta di ordinario non sembra esserci proprio nulla. Arrestati tre responsabili di pubblici lavori e un imprenditore. Mazzette, appalti pilotati, donnine e feste in cambio di favori. Indagate decine di persone, tra le quali il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. E poi politici, come il coordinatore del Popolo della Libertà Denis Verdini, funzionari, progettisti, costruttori. Spezzoni di conversazioni, un fiume di parole che come una calamità naturale sembra sommergere tutti.

Tutti, i colpevoli e gli innocenti che alla Protezione civile hanno lavorato con serietà e dedizione. La verità è che non è ancora chiaro il quadro delle accuse rivolte allo stesso Bertolaso, non è chiara la natura dei massaggi che avrebbe ricevuto in un circolo sportivo, non è chiaro se in cambio di queste presunte prestazioni di favore abbia derogato dai suoi doveri istituzionali. Sono punti su cui la necessità di fare luce è urgente. Da giovedì 11 febbraio il Corriere della Sera sta pubblicando queste intercettazioni, che una volta messe agli atti sono da considerarsi di pubblico dominio. E un giornale ha il dovere di render noto quello che gli investigatori hanno raccolto e che il giudice con i suoi atti ha avvalorato.

Dalle intercettazioni vengono fuori personaggi da brivido, come quell’imprenditore che la notte del terremoto rideva pensando a come avrebbe lucrato sulla ricostruzione, ma anche personaggi di contorno ai quali non sembra essere imputato alcunché. E in un’indagine di questo tipo c’è il rischio che finiscano coinvolte persone la cui unica colpa è aver parlato al telefono con chi aveva il cellulare sotto controllo. Chiacchiere e fatti. Saranno le sentenze dei giudici, speriamo il più presto possibile, a stabilire quali chiacchiere nascondono fatti e quali fatti sono reati. Anche le chiacchiere, in ogni caso, servono per farsi l’idea di un pezzetto d’Italia che si vorrebbe migliore. CdS 17

 

 

 

Normalità o urgenza per noi pari sono

 

Piovuta nel bel mezzo dello scandalo della Protezione civile, e pronunciata davanti alle più alte autorità dello Stato, la relazione del pg della Corte dei conti Ristuccia, che ha denunciato un incremento del 229 per cento delle denuncie di corruzione in Italia (153 per cento in più per la concussione, reato commesso dal pubblico ufficiale), non poteva cadere in un momento più adatto. Per la prima volta, complice il clima politico di questi giorni, la liturgia dell’elencazione di dati e cifre che si svolge annualmente non è suonata fredda e rituale come tutte le precedenti. La sensazione, insomma, è che l’anno che ci siamo lasciati alle spalle, così come quello che s’è appena aperto, abbiano reso la corruzione non episodica e periferica, ma regolare. Proviamo solo a ricordare: la Campania dei rifiuti e della Sanità, l’Abruzzo, la Calabria, la Puglia, la Lombardia, l’Emilia…: scorrono davanti ai nostri occhi anche le facce degli amministratori che hanno perso il posto o che si sono protestati innocenti, salvo uscire di scena poco dopo.

 

L’elenco fornito dalla magistratura di controllo vede in testa alla graduatoria delle denunce la Toscana, seguita da Lombardia, Puglia e Sicilia: ma è inutile cercare in questo una “hit parade” del peggio o del meno peggio. Spesso la corruzione emerge di più dove l’apparato pubblico è meno corrotto e dove le malversazioni, costituendo un’eccezione, vengono denunciate con maggiore facilità. E ovviamente altrettanto spesso la criminalità organizzata, con le sue minacce, funziona da freno alle denunce.

 

Impressionante è poi la lista delle cause della corruzione fornita dalla Corte dei conti: carenze di programmazione, eccessiva frammentazione dei centri decisionali, dilatazione dei tempi di esecuzione delle opere pubbliche, per colpa, insieme – verrebbe da dire per complicità -, delle amministrazioni appaltatrici e delle imprese appaltanti, inadeguatezza dei controlli tecnici e amministrativi.

 

Parola più, parola meno, sono le stesse ragioni che hanno portato i governi negli ultimi anni a preferire la logica delle emergenze e delle urgenze a quella delle procedure ordinarie, e che hanno fatto a poco a poco della Protezione civile lo strumento dei “miracoli” e il braccio operativo della Presidenza del consiglio per riuscire a realizzare i propri impegni e fare bella figura. Ora che anche Bertolaso e la sua formidabile squadra sono sotto accusa, non si sa più in chi sperare: la corruzione cresce inevitabilmente, sia che si seguano le regole normali, sia che si cerchi di semplificarle, quando non di aggirarle. MARCELLO SORGI LS 18

 

 

 

 

 

 

 

 

Berlusconi-Fini danno ragione a Casini in Campania. E Cosentino sbatte la porta

 

Dove non era riuscita la magistratura, potè l'Udc di Casini. Le accuse di collusione con il clan dei Casalesi non erano bastate a far scattare le dimissioni di Nicola Cosentino, potente coordinatore del Pdl in Campania e sottosegretario all'Economia. Solo Casini è riuscito nell'ardua missione di fargli lasciare entrambe le due poltrone.

 

Il braccio di ferro tra l'Udc e Cosentino per scegliere il candidato presidennte della provincia di Caserta, infatti, è stato vinto definitivamente dai centristi. E il candidato della coalizione Pdl-Udc sarà Domenico Zinzi, deputato casiniano, e non Pasquale Giuliano, il senatore Pdl vicino a Cosentino. Che si ritrova a fare il secondo passo indietro in poche settimane, dopo aver dovuto già dovuto rinunciare alla corsa a governatore dopo il pressing dei finiani che non lo ritenevano idoneo per i suoi provvedimenti giudiziari. E cosi annuncia le sue dimissioni, subito dopo la conclusione di un vertice Berlusconi-Fini in cui è stato dato il via libera all'intesa con l'Udc alle regionali in Capania e alla provincia di Caserta.

 

«Mi sono dimesso perchè voglio  liberare il campo da ogni strumentalizzzzione in vista della campagna elettorale», dice Cosentino.

 

Dopo che l'intesa Pdl-Udc era stata raggiunta martedì in una telefonata tra Berlusconi e Cesa, ieri il Pdl campano aveva tentato l'ultima resistenza: Cosentino era stato ricevuto per oltre un'ora da Berlusconi, ed era uscito da palazzo Grazioli "soddisfattissimo". Invece le cose sono andate diversamente: oggi durante il pranzo tra Berlusconi e Fini è stato dato il via libera definitivo all'intesa con l'Udc in Campania per le regionali, e dunque alla candidatura di Zinzi a Caserta. Casini infatti era stato chiarissimo: senza un'intesa su Caserta, l'Udc non avrebbe sostenuto il candidato del Pdl alla regionali, Stefano Caldoro. Subito dopo è arrivata la lettera ai coordinatori Pdl La Russa, Bondi e Verdini con cui Cosentino lascia il suo incarico in Campania. 

 

Il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, è intervenuto in aula alla Camera per chiedere la conferma delle dimissioni di Nicola Cosentino da coordinatore del Pdl  e in Campania e da sottosegretario. Franceschini ha poi aggiunto: «Dato che su iniziativa del Pd e delle opposizioni è stata presentata una mozione di sfiducia che venne respinta dalla Camera, vorremmo sapere adesso quali fatti nuovi hanno determinato le dimissioni di Cosentino».

A fine gennaio la Cassazione aveva confermato l´ordinanza di custodia cautelare per Cosentino disposta dal gip di Napoli il 7 novembre scorso, in cui si ipotizzava il concorso esterno in associazione camorristica per rapporti con il clan dei Casalesi. Stando all´inchiesta della Procura antimafia di Napoli, Cosentino «ha contratto un debito di gratitudine» con il potente impero criminale. A quella organizzazione, scrive il giudice, «deve, almeno in parte, le sue fortune».

Tra i capitoli centrali dell´inchiesta, il rapporto fra Cosentino e l´attività imprenditoriale nel settore dei rifiuti condotta dai fratelli Sergio e Michele Orsi (quest´ultimo assassinato dall´ala stragista dei casalesi nel giugno 2008). In alcune aziende, come la Eco 4, ritenute dal gip «geneticamente connesse e funzionali alla camorra casalese», Cosentino, secondo il pentito Gaetano Vassallo, avrebbe esercitato un controllo assoluto di «assunzioni, nomine e incarichi». All´apice dell´emergenza, prima che il governo puntasse la sua azione sul disastro rifiuti, Cosentino - secondo i collaboratori - assicurava: «L´Eco 4 song´ io».

 

La Suprema Corte, dunque, ha ratificato la legittimità del provvedimento del gip, scaturito dall´inchiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia Giuseppe Narducci e Alessandro Milita, che avevano raccolto le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Cosentino, coordinatore del Pdl in Campania, in seguito all´inchiesta è stato costretto a rinunciare alla candidatura alla presidenza della Regione. Un passo indietro compiuto a fatica; e ottenuto anche dopo uno scontro interno tra il gruppo campano che sosteneva la sua ascesa a Palazzo Santa Lucia e la ferma opposizione del presidente della Camera e degli esponenti finiani. Lo stesso vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Fabio Granata, vicino a Fini, aveva detto: «E ora sarebbe auspicabile un passo indietro anche dal governo». Ma Cosentino ha sempre respinto ogni accusa e puntato il dito contro i magistrati campani, addebitando loro l´uso della «giustizia a orologeria».

 

Agli inizi di dicembre 2009 la Camera aveva negato l'autorizzazione all'arresto di Cosentino (360 contro 226 a scrutinio segreto). E aveva respinto le mozioni di Pd e idv che ne chiedevano le dimissioni da sottosegretario. L’U 18

 

 

 

 

La rabbia di Gianni Letta. "Sono stato ingannato"

 

Berlusconi difende a spada tratta il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio

"Se toccano lui cade tutta una classe dirigente. Anche quelli di sinistra" 

di CLAUDIO TITO

 

ROMA - "Forse sono stato ingannato, ma mi sono sempre comportato in maniera corretta. Io e Guido siamo sempre stati corretti". Gianni Letta difficilmente perde la pazienza. Ieri, però, Silvio Berlusconi e alcuni ministri per la prima volta lo hanno visto infuriato. Il caso Bertolaso, le inchieste sui lavori per il G8 della Maddalena e per la ricostruzione dell'Aquila stanno tenendo banco facendo impennare la fibrillazione in tutta la coalizione.

Anche il summit governativo che si è tenuto ieri a Palazzo Grazioli, si è concentrato sulla tempesta che si è abbattuta nelle ultime ore. Ma l'elemento di assoluta novità riguarda appunto il sottosegretario alla presidenza del consiglio. Perché il timore che il temporale giudiziario possa investire pure lui, costituisce un fattore con il quale la maggioranza non si è mai confrontata. Un aspetto tanto straordinario da far ritirare fuori al premier l'ombra del "complotto". Il sospetto che dietro l'affondo giudiziario ci sia qualcosa di più di una semplice indagine.

 

Qualcosa che investe soggetti "non istituzionali". "Allora, deve essere chiaro a tutti - ha avvertito il Cavaliere - che Gianni non si tocca". E già, perché nelle ultime 48 ore, l'allarme a Palazzo Chigi è iniziato a suonare con sempre maggiore fragore. Un coinvolgimento del vero numero due della "squadra" costituisce un sorta di incubo. Che Berlusconi vuole interrompere rapidamente facendo capire - anche dentro l'alleanza - che "il dottor Letta è imprescindibile. Se cade lui, cade tutto". Anzi, "se vogliono colpire lui, vogliono colpire tutti. Anche quelli della sinistra. Se davvero stanno così le cose, vogliono fare fuori un'intera classe dirigente".

 

Non a caso, per tutta la giornata di ieri, la paura ha attraversato anche i banchi di Montecitorio. Durante l'esame del decreto che riforma la Protezione civile, "peones" e "colonnelli" non hanno fatto altro che parlare della "vicenda Letta". Una scossa che si è infilata negli scranni del centrodestra per finire in quelli del centrosinistra. "È chiaro - è il monito di un autorevole ministro - che nessuno può dormire sonni tranquilli. Anche quelli dell'opposizione. Del resto, anche su di loro stanno facendo uscire lo stesso fango".

 

La tensione, però, sta mettendo a soqquadro soprattutto gli uffici della presidenza del consiglio. "Io comunque - ha ripetuto Letta al Cavaliere e a diversi esponenti dell'esecutivo - sono tranquillo. Non ho nulla di cui pentirmi. Abbiamo sempre agito rispettando la legge e facendo valere gli interessi del Paese. Ma...". Ecco, appunto esiste un "ma". Quello di essere stato "ingannato".

 

Dubbi che nelle ultime ore sono andati rafforzandosi. E che il capo del governo ha esposto ieri pomeriggio ai suoi fedelissimi in modo esplicito. "Come è possibile che in questi due anni i servizi segreti non ci abbiano avvisato di niente? Come è possibile che i Ros indaghino su di noi e non esca un solo fiato in un Paese in cui parlano tutti?". Se Letta non arriva a esprimere pubblicamente le stesse perplessità, lo fa dunque il premier.

 

Anche perché da maggio 2008 la delega a gestire i nostri 007 l'ha avuta proprio Letta.

Per Berlusconi, quindi, troppe coincidenze si sono concentrate nelle ultime settimane. L'incidente diplomatico di Bertolaso con gli Usa sugli aiuti ad Haiti, le manovre in corso su alcuni capisaldi della finanza e dell'industria italiana a cominciare da Generali, Mediobanca e Fiat. La linea editoriale del "Corriere" che per il premier rappresenta ancora il termometro dei cosiddetti "poteri forti". Tutti elementi che a Palazzo Cigi fanno sospettare la presenza di una "manina esterna" interessata a dettare le prossime scelte strategiche del "sistema Paese".

 

Tant'è che il presidente del consiglio ha chiesto a Letta cosa stia accadendo nei nostri servizi segreti e al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha reclamato spiegazioni sul comportamento del Ros. Quest'ultimo, con i giornalisti, si è limitato a osservare che "i carabinieri fanno il loro dovere".

Parole che con ogni probabilità, La Russa ha evitato di pronunciare davanti al premier. Se non altro per non rientrare nell'elenco dei "sospettati". E già, perché anche il sottosegretario ha iniziato a lamentarsi della presenza in questa "partita" di giocatori "amici". Di ministri interessati a indebolirlo nella prospettiva della "successione berlusconiana".

 

In molti a Palazzo Chigi hanno ad esempio notato i silenzi di Giulio Tremonti, il gioco di sponda di Umberto Bossi e l'insistenza con cui Gianfranco Fini ha difeso il ruolo delle Camere. La "corsa" alla successione, però, innervosisce in primo luogo Berlusconi. "Deciderò io chi dovrà essere il mio erede. A tempo debito". E forse non è un caso che negli ultimi mesi proprio Letta abbia fatto sentire la sua voce in pubblico come non mai. In questa settimana per difendere se stesso e Bertolaso. Ma prima per non lasciare spazio ai "competitor". LR 18

 

 

 

 

Un parlamentare positivo alla cocaina

 

Dopo il test volontario sui capelli. Giovanardi: «Non so chi sia, accedono ai risultati solo i diretti interessati». Ventinove hanno rifiutato la pubblicazione dei propri dati

 

ROMA - Un parlamentare è risultato positivo alla cocaina al test antidroga promosso dal sottosegretario per le Politiche antidroga Carlo Giovanardi. Non si conosce il nome del parlamentare coinvolto: la positività alla cocaina è emersa dall'esame del capello con due campioni ripetuti in due diversi laboratori.

RISULTATO SEGRETO - «Non so chi sia. Non ho la più pallida idea, se è senatore o deputato, se è uomo o donna. Il risultato del test è segreto - ha spiegato Giovanardi -. Non si può arrivare all'identità della persona: i test sono identificati con un codice conosciuto solo dalla persona che si è sottoposta al test e il cui risultato può essere ritirato con una scheda in possesso dall'interessato. Impossibile conoscere il parlamentare positivo».

«NO COVO DI DROGATI» - In ogni caso, spiega Giovanardi a CNRmedia, «il risultato del test prova che il Parlamento non è un covo di drogati come alcuni avevano voluto dimostrare. Non capisco perché una persona che sa di avere assunto la sostanza stupefacente abbia deciso di sottoporsi al test, anche se la partecipazione era in forma del tutto volontaria. Escludo inoltre che i senatori e i deputati che non hanno partecipato a questa mia iniziativa abbiano qualcosa da nascondere». Si fanno ipotesi, ma il segreto rimarrà tale: «I test erano anonimi, i parlamentari - 56 dei quali non l'hanno ancora ritirato -, ricevevano un talloncino numerico, non nominale, per garantire al massimo la privacy».

TEST OBBLIGATORIO - Giovanardi torna però a ribadire che i parlamentari dovrebbero essere obbligati a sottoporsi al test antidroga, «come capita per tante categorie professionali, come i piloti e i camionisti». Soddisfatto per come è andato il test, Giovanardi rivendica «la serietà e la trasparenza» dell'iniziativa: «Avevamo detto che avremmo reso noti i risultati e l'abbiamo fatto. Il test è stato fatto come Dio comanda». E sui risultati «ognuno commenterà come ritiene opportuno».

L'ELENCO DEI "NEGATIVI" - Il test è stato svolto volontariamente da 232 parlamentari dal 9 al 13 novembre su urina e capelli in diversi laboratori. Ventinove di loro hanno rifiutato la pubblicazione dei risultati e del proprio nome, 147 hanno dato il consenso. Inoltre 176 hanno ritirato il referto mentre 56 non l'hanno fatto. Tra i big dell'elenco pubblicato con a fianco la voce «risultato negativo» c'è anche il presidente del Senato Renato Schifani (l'elenco dei parlamentari risultati negativi sul sito del Dipartimento antidroga).

I NOMI ASSENTI - Nella lista dei parlamentari che hanno dato consenso alla pubblicazione dei dati c'è anche il ministro Sandro Bondi. Non figurano invece i nomi di Ignazio La Russa, che dell'iniziativa era stato tra i promotori, Giorgia Meloni, Luca Zaia e Michela Brambilla. Non compaiono neppure Antonio di Pietro e Luciana Pedoto, la deputata del Pd che per prima si è sottoposta al test. Hanno dato il loro assenso e sono risultati negativi lo stesso sottosegretario Giovanardi, i colleghi dell'Economia Luigi Casero e dei Beni culturali Francesco Giro. Tra i capigruppo Maurizio Gasparri, Pier Ferdinando Casini e Massimo Donadi.

Redazione online CdS 18

 

 

 

 

Italia, popolazione ancora in aumento. Pochi figli per famiglia, più immigrati

 

Dati dell'Istat sulla situazione demografica 2009 del nostro Paese. I residenti sono 60,4 milioni (incremento del 5,7 per mille). Gli stranieri sono 4,3 milioni

Il tasso di natalità è pari all'1,41 per donna, nel 2008 era 1,42

 

ROMA -  Nel corso del 2009 la popolazione in Italia ha continuato a crescere, raggiungendo i 60 milioni 387mila residenti al primo gennaio 2010, con un tasso di incremento del 5,7 per mille. La popolazione in età attiva mostra un aumento, soprattutto grazie agli immigrati, di circa 176 mila unità: rappresenta adesso il 65,8% del totale. I giovani fino a 14 anni di età sono 53 mila in più, e rappresentano il 14% del totale. Le persone dai 65 anni in su risultano in aumento di 113 mila unità, e sono giunte a rappresentare il 20,2% della popolazione. I cittadini stranieri sono in costante aumento, e costituiscono il 7,1% del totale.

 

Questi sono alcuni dei dati contenuti nelle stime anciticipate dell'Istat, diffuse oggi, sui principali indicatori demografici per l'anno 2009. E tra le cifre più interessanti, ci sono quelle sull'immigrazione: gli stranieri residenti in Italia ammontano a circa 4 milioni 279 mila al primo gennaio 2010, facendo così registrare un incremento di 388 mila unità rispetto al primo gennaio 2009.

 

Sempre secondo l'Istat, lo scorso anno la stima del saldo migratorio (la differenza tra il numero degli iscritti e il numero dei cancellati dai registri anagrafici) è stato pari a 360 mila unità in più dall'inizio dell'anno, per un tasso pari al 6 per mille, in calo rispetto al 2008, anno in cui il saldo migratorio è risultato pari a +434 mila unità con un tasso del 7,3 per mille. Gli ingressi dall'estero da parte di cittadini stranieri si mantengono dunque elevati anche nel 2009, ma risultano in calo rispetto ai due anni precedenti, forse a causa della crisi occupazionale che ha interessato il mercato italiano, sia in termini di calo dei posti di lavoro complessivi (-306 mila tra dicembre 2008 e dicembre 2009) sia in termini di crescita della popolazione in cerca di occupazione (+392 mila).

 

Sul fronte dei provvedimenti legislativi, spiega l'Istat, ha sicuramente costituito un fattore di attrazione il decreto flussi 2008, che prevedeva un tetto massimo di nuovi ingressi di lavoratori extracomunitari non stagionali pari a 150 mila individui. E' invece di scarsa influenza per il 2009 la procedura di emersione del lavoro irregolare di colf e badanti extracomunitari: il provvedimento, che non prevedeva quote alle domande pervenute (in totale 295 mila, 35 mila quelle finora accolte), è partito nel mese di settembre e quindi porterà a un incremento delle iscrizioni anagrafiche soprattutto nel corso del 2010.

 

Tornando dall'immigrazione alla situazione demografica generale, L'italia si conferma un paese in cui si fanno pochi figli. Nel 2009 il numero medio di nascite per donna è stimato a 1,41, di poco inferiore all'1,42 del 2008. La fecondità è dunque in una fase di assestamento. Si mantiene superiore a quella dell'epoca di minimo, tipica della metà degli anni '90, ma ancora non si muove con decisione in direzione di quello che è considerato l'obiettivo ottimale per una popolazione, ossia il livello di sostituzione delle coppie, pari a circa 2,1 figli per donna.