WEBGIORNALE 22-24 Febbraio 2010
Oggi a Bruxelles Consiglio Affari Esteri: in agenda la crisi dei visti con
la Libia
Roma - La crisi
dei visti tra la Libia ed i Paesi Schenghen, il terremoto ad Haiti, il dossier
nucleare iraniano, le elezioni in Ucraina e la situazione in Yemen e
Afghanistan al centro del Consiglio Affari Generali e del Consiglio Affari
Esteri, in programma oggi lunedì 22 febbraio a Bruxelles, a cui partecipa per
l’Italia il ministro degli Esteri Franco Frattini.
Libia: Verrà
affrontata la crisi dei visti tra la Libia e i Paesi Schenghen, nata per via di
un lungo contenzioso tra Libia e Svizzera. Tra i due Paesi - ricorda la
Farnesinaa - sono stati fatti passi avanti nel corso di colloqui tra i ministri
degli Esteri di Berna e Tripoli giovedì scorso a Madrid, dietro impulso della
presidenza spagnola dell’UE. Già mercoledì Frattini ha svolto opera di mediazione
incontrando il collega libico Kousa e riferendo l’esito del colloquio alla
collega svizzera Calmy Rey.
Haiti: Il Consiglio sarà l’occasione per
formulare meccanismi di risposta rapida dell’UE per sostenere il Paese
caraibico sconvolto dal terremoto. L’Italia è già fortemente impegnata sul
posto: il Governo finora ha stanziato circa 7,5 milioni di euro, ha creato
un’unità di soccorso permanente a Port-au-Prince e ha inviato la portaerei
Cavour. Inoltre è in via di finalizzazione la cancellazione del debito di
Haiti.
Iran: Ci sarà una riflessione su possibili
azioni per incrementare la pressione su Teheran e indurlo a mutare
atteggiamento sulla questione nucleare. Il Ministro Frattini da tempo sostiene
che se l'Iran non collabora o non negozia, delle sanzioni internazionali
saranno assolutamente necessarie.
Ucraina: In discussione le prospettive delle
relazioni UE-Ucraina e l’esito delle elezioni presidenziali del 7 febbraio
scorso che hanno portato alla vittoria il leader dell’opposizione Viktor Yanukovich.
Già il Presidente della Commissione José Manuel Durao Barroso ha inviato un
messaggio di congratulazioni a Yanukovich e lo ha invitato a venire a Bruxelles
''quando può, al più presto''.
Yemen e Afghanistan: Si farà il punto sulla
strategia di sostegno internazionale ai due Paesi, alla luce dei risultati
della Conferenza di Londra dello scorso 28 gennaio. Nella capitale britannica,
su proposta dell’Italia, è stato lanciato il gruppo internazionale “Amici dello
Yemen’’ con l’obiettivo di aiutare il Paese nella lotta al terrorismo e nelle
sfide su sicurezza e sviluppo senza imporre soluzioni dall’esterno. Per quanto
riguarda l’Afghanistan, la comunità internazionale ha approvato la strategia
per una "reintegrazione e riconciliazione" dei talebani disposti ad
abbandonare le armi e ad accettare la costituzione, mettendo a disposizione un
‘Trust fund’ per finanziare tale processo. (Inform)
Roma - Martedì 23
febbraio, nella sede di Legambiente a Roma, verrà presentato alla stampa il
manifesto "1° Marzo 2010, una giornata senza di noi", la prima
giornata di astensione dal lavoro degli immigrati presenti in Italia,
pubblicizzata anche sul sito www.primomarzo2010.it. Si tratta di una grande
manifestazione "non violenta e dal respiro europeo", in cui l’Italia
affiancherà la Francia che, con la "Journée sans immigrés, 24h sans
nous", ha ispirato il movimento, e tutti gli altri Paesi che, come Grecia
e Spagna, si stanno mobilitando per una giornata storica, in cui gli immigrati
e i discendenti degli immigrati manifesteranno in tantissime città per la
difesa dei propri diritti.
Per reagire alle
campagne denigratorie e xenofobe che in questi ultimi anni hanno portato
all'approvazione di leggi e ordinanze lontane dal dettato e dallo spirito della
nostra Costituzione, per respingere i tentativi ripetuti di presentare
l'immigrazione come un fenomeno eminentemente negativo, il collettivo "1°
Marzo 2010, una giornata senza di noi", promotore dell'iniziativa, intende
contrastare, insieme a tutti gli italiani che rifiutano ogni atto o linguaggio
discriminatorio e xenofobo, l'utilizzo strumentale del richiamo alle radici
culturali e della religione per giustificare politiche, locali e nazionali, di
esclusione ed emarginazione degli stranieri che vivono e lavorano in Italia.La
parte preponderante degli immigrati presenti sul territorio italiano lavora
onestamente e svolge funzioni essenziali per la tenuta di una società complessa
e articolata come la nostra. Sono parte integrante dell'Italia di oggi. La
contrapposizione tra "noi" e "loro» , "autoctoni" e
"stranieri", è impropria e pericolosa. Bisogna piuttosto promuovere
la consapevolezza che oggi siamo "insieme", vecchi e nuovi cittadini
impegnati a far funzionare e a migliorare il Paese, a costruirne il futuro.
Alla conferenza
stampa di lunedì parteciperanno, in rappresentanza del comitato promotore,
Stefania Ragusa e Sergio Gaudio, che illustreranno le modalità e i luoghi i cui
si articolerà la giornata. Interverranno anche Simone Andreotti, per
Legambiente, e i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, primi
parlamentari ad avere aderito all'iniziativa. (aise)
Primo marzo, anche il Pd "sciopera" con gli stranieri d'Italia
Ci sarà anche il
Partito democratico al primo maggio degli immigrati. Mescolato al giallo scelto
dagli organizzatori del «primo marzo - ventiquattr’ore senza di noi». Un
appuntamento partito dal basso, poco prima di Natale. Con un tam tam che ha
attraversato città per città, regione per regione, l’Italia delle ronde e di
Rosarno. E che in pochi mesi è diventato un evento a cui il paese civile e
solidale non può mancare.
Giorno degli
immigrati, ma non solo. Alla giornata del «ventiquattr’ore senza di noi» hanno
aderito in tanti, sindacati, associazioni, piccoli gruppi organizzati,
organizzazioni studentesche. Un popolo che come quello del «no B-Day» si è
autoconvocato, con un lavoro capillare fatto nella rete - le email, il gruppo
facebook, il sito - e soprattutto sul territorio, con decine di comitati nati
spontaneamente in tutta Italia.
Una mobilitazione
senza precedenti. A cui il Pd promette da qui al primo marzo di dare sostegno,
chiamando iscritti ed elettori a partecipare. «Dall'incontro con il comitato
organizzatore», spiega Livia Turco, presidente del Forum Immigrazione Pd, «è
emersa una condivisione degli obiettivi e, soprattutto, la volontà di
promuovere una partecipazione dal basso e dai territori, coinvolgendo
direttamente gli immigrati per promuovere una nuova cultura della convivenza e
dell'integrazione».
Tutti in piazza,
quindi. Mescolati al «popolo giallo». Perché la piazza sarà il luogo deputato a
dare visibilità al popolo che c’è ma non ha diritti. Saranno tante le
iniziative, differenti da luogo a luogo, con cui celebrare la giornata. Decine
di manifestazioni in tutta Italia - da Milano a Siracusa - organizzate insieme
da italiani e stranieri.
L’idea è arrivata
dalla Francia e la data prescelta anche è la stessa. Una giornata in cui gli
immigrati incrocino le braccia per far sentire la loro presenza. Uno sciopero
per dire all’intero paese che senza di loro è solo un paese che deve fare a
meno di badanti e di manovali, di operai nei cantieri edili, di pizzaioli e di
baristi. E non solo, ovviamente.
Una scommessa del
tutto inedita, non solo in Italia. E l’idea non a caso è venuta a quattro
donne, Stefania, Daimarely, Nelly e Cristina. E ormai cammina sulle gambe di
migliaia di persone. Un popolo giallo che promette di crescere ancora. Ci sono
ancora nove giorni per mobilitare, mobilitarsi, far passare il tam tam.
Tutte le
informazioni sullo svolgimento della giornata sono all'indirizzo
www.primomarzo2010.it. D.M. L’U 21
Rimesse dei migranti: cifra da 32 miliardi l'anno nei 27 Stati dell’UE
Ammontano a 32
miliardi di euro le "rimesse" dei lavoratori migranti presenti nei 27
Stati dell'Unione europea (i dati si riferiscono alla fine del 2008). Nel 2004
la cifra totale delle rimesse era pari a 19 miliardi. L'invio di fondi nel
proprio Paese d'origine da parte di persone che lavorano all'estero riguarda
per oltre due terzi Stati extra Ue. "L'aumento di questi invii di denaro
nel corso degli ultimi anni - si legge nello studio recentemente pubblicato da
Eurostat - è dovuto soprattutto a un forte aumento dei flussi extra Ue, passati
da 11 miliardi del 2004 a oltre 22 del 2008", in connessione con la
crescita dell'immigrazione verso l'Europa comunitaria. Diversamente, i flussi
intra Ue sono "aumentati più lentamente, passando da 7,9 a 9,3
miliardi" nel giro di cinque anni. "In conseguenza di ciò",
spiegano gli esperti dell'Istituto statistico dell'Unione, "la parte di
invio dei fondi extra Ue è passata dal 59% del totale nel 2004 all'attuale
71%". Eurostat spiega inoltre che "due terzi del totale delle rimesse
dei lavoratori parte da quattro Paesi: Spagna (7,8 miliardi nel 2008), Italia
(6,4), Francia (3,4) e Germania (3,1)". Sir eu
L’esempio americano non ci serve. Multiculturalismo e cattivo vicinato
L’Europa è
caratterizzata da secoli da popolazioni stanziali, stabili, e dotate di una
propria identità linguistica e culturale. Dal Settecento il Vecchio Mondo ha
generato molti emigrati e accolto pochi immigrati. Il mestiere di come
accoglierli e di come incamerarli è un mestiere che non conosciamo. Ed ecco che
d’un tratto veniamo inondati da immigrati di ogni sorta in gran parte
provenienti da «altri mondi», da mondi che sentiamo estranei.
Il problema è,
allora, di estraneità e di vicinanza. L’uomo è un animale sociale che vive
raggruppato in tribù, in villaggi, in città. Quindi tutti noi abbiamo un
vicino, dei vicini; e tutti noi cerchiamo un «buon vicinato» costituito da
persone che sono un po’ come noi, o comunque non troppo diverse da noi. Il troppo
diverso, l’estraneo, è scomodo e ci fa anche paura.
Che fare? Come
fare? Per i faciloni il problema è semplice: faremo come gli Stati Uniti. Ma
l’esempio non ci aiuta. Il Vecchio Mondo è da gran tempo uno spazio pieno
occupato, dicevo, da popolazioni stanziali. Il Nuovo Mondo era uno spazio vuoto
colmato soltanto da immigrati che nel corso di due generazioni si sono
largamente integrati nella loro «terra promessa». Ma anche lì gli inizi non
sono stati facili. Pur essendo quasi tutti europei (niente islamici), i nuovi
arrivati si sono tutti «ghettizzati» nel senso che si sono messi assieme nelle
loro «piccole città» (little Italy e analoghi). In parte era perché non
conoscevano la lingua del Paese nel quale si accasavano; ma era soprattutto
perché così «stavano assieme», così ristabilivano un vicinato familiare. Queste
piccole città etniche si sono in parte dissolte tempo un secolo (salvo
eccezioni, come più di tutti i cinesi), ma si sono dissolte abbastanza
rapidamente perché gli Stati Uniti sono un Paese di altissima mobilità sociale
e di lavoro. Un americano cambia casa e località anche sei-sette volte; e ogni
volta si deve rifare un vicinato, collegarsi e legarsi con nuovi neighbours,
nuovi confinanti. Il che produce e assicura una miriade di piccole comunità
funzionali di vicini compatibili.
Ovviamente il
problema è tutto diverso in Europa. Gli europei sono da gran tempo residenti
fissi. Hanno cambiato molti sovrani (i territori passavano da un monarca
all’altro anche per matrimonio e eredità); ma gli abitanti restavano e vivevano
nei loro borghi e città per secoli e secoli. Arrivavano anche a combattersi; ma
si conoscevano e si somigliavano. Successivamente le recenti megalopoli hanno
semmai creato una «folla solitaria» (così David Riesman) che però non è una
folla di dissimili ma semmai di vicini indifferenti. Un primo punto è, allora,
che non dobbiamo confondere il problema dell’integrazione politica
dell’immigrante con il diverso problema di come e dove accasarli. Una cosa è il
«cattivo cittadino» (che per esempio rifiuta la democrazia e preferisce una
teocrazia), e altra cosa è il «cattivo vicino» che crea una convivenza
invivibile tra chi c’era prima e chi sopraggiunge. Va da sé che il problema è
aggravato dal fatto che i nuovi immigrati sono diventati troppo rapidamente
troppi (il prefetto di Milano ricordava l’altro giorno che gli stranieri sono
aumentati, dal 1980, da 3 mila a 400 mila). Ma è ancor più aggravato dalla
confusione delle idee.
Per la
teoria-ideologia del multiculturalismo ogni cultura si dovrebbe separare dalle
altre creando così «identità mono-culturali». Pertanto questa soluzione
produrrebbe ghetti davvero blindati che bloccherebbero qualsiasi integrazione.
Ma quel che di fatto avviene negli insediamenti italiani (e anche nelle periferie
parigine) è il caos multiculturale, l’ammucchiata di ogni sorta di estranei che
sono anche estranei tra di loro. A Milano l’assassinato di via Padova era un
egiziano (regolare), gli aggressori latino-americani di Santo Domingo. Ma nei
quartieri conquistati dagli allogeni c’è di tutto, ivi inclusi molti africani e
tutti— alla prima rissa— l’un contro l’altro armati. Fa ridere, o piangere, che
siffatte situazioni di disastrosa disgregazione sociale vengano acclamate come
l’avvento di un glorioso futuro multietnico e multiculturale. Che fare? Il
primo passo sarebbe di invitare i suddetti laudatori a trasferirsi in via
Padova (dove tra l’altro, le case degli italiani sono in svendita: davvero un
affare). Poi si potrà cominciare a ragionare. Giovanni Sartori CdS 21
Con una lettera al
Ministro degli affari esteri, on. Franco Frattini, l’on. Franco Narducci,
Vice Presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, denuncia i tagli
della Finanziaria del Ministro Tremonti alle istituzioni scolastiche
statali italiane all’estero e ai corsi di lingua italiana soprattutto in Europa
e in particolare in Svizzera.
“Ho ritenuto
opportuno sottoporre alla Sua attenzione - scrive Narducci al Ministro Frattini
- quanto sta accadendo nei Paesi, dove vivono le nostre più importanti
collettività emigrate in relazione alle gravi e allarmanti notizie sulla
soppressione delle istituzioni scolastiche e della chiusura di innumerevoli
corsi di lingua italiana a causa dei tagli contenuti nella Legge Finanziaria
che nel prossimo anno scolastico colpiranno tutte le nostre scuole statali e le
più importanti realtà scolastiche dei corsi di lingua italiana. Tagli che
appaiono particolarmente drammatici in Svizzera, dove è previsto un intervento
di “razionalizzazione” che non ha precedenti nella storia delle nostre
istituzioni scolastiche, tant’è vero che sarebbe completamente azzerato
l’Ufficio scolastico del Cantone di Berna, con la soppressione dell’intera
struttura amministrativa e dirigenziale, abbandonando a se stessi decine di
insegnanti MAE e del CASCI, e centinaia di corsi di lingua italiana frequentati
da migliaia di figli dei nostri connazionali residenti in detto Cantone”.
“Si tratta di un
progetto di “razionalizzazione”, continua l’On. Narducci, che accorperebbe
l’intera struttura corsuale di Berna a quella del Cantone di Basilea, non
tenendo in alcun conto le problematiche specifiche di natura geopolitica che
contraddistinguono i due Cantoni, né del positivo processo di integrazione dei
corsi nelle scuole svizzere”. Secondo Narducci “si tratta di una vera e propria
“soluzione finale” che assesterà un ulteriore colpo alla credibilità
dell’Amministrazione e al servizio scolastico per la nostra collettività in
Svizzera, che invece avrebbe bisogno di ben altro per il futuro dei corsi di
lingua e cultura”.
Al contrario, come
sostiene l’On. Narducci, il Parlamento e il Governo dovrebbero finalmente
affrontare un organico percorso riformatore della legge 153 e delle
nostre scuole statali all’estero! Di questa riforma si parla da oltre
trent’anni e di essa si occupano anche in questa legislatura varie proposte di
legge da parte di tutti gli schieramenti politici, tra cui l’iniziativa di
legge, di cui è primo firmatario lo stesso On. Narducci!
Proprio l’avvio
immediato della discussione sulla riforma della Legge 153, che auspica l’On.
Narducci, potrebbe essere quel segnale forte, che le nostre collettività
presenti nel mondo attendono da tanti anni dal Parlamento, proprio per evitare
l’irreversibile e la precarizzazione di un settore strategico per la
politica estera dell’Italia che, al contrario, “avrebbe bisogno di stabilità e
di prospettive di rafforzamento”, in sostanza, di un futuro per il bene
del nostro Paese. De.it.press
Berlinale, Polanski miglior regista. Trionfa Bal, delusione Depardieu
BERLINO - Il film
Bal (Miele) del regista turco Semih Kaplanoglu - che racconta la storia di un
bambino iniziato ai misteri della natura dal padre apicoltore- è il vincitore
dell’Orso d’oro al festival di Berlino, mentre la Berlinale celebra il grande
assente Roman Polanski, che con il suo The Ghostwriter (L’uomo nell’ombra)
viene premiato con l’Orso d’argento, nonostante il regista si trovi agli
arresti domiciliari in Svizzera, nel suo chalet della stazione alpina di
Gstaad.
Polanski non c’era
a raccontare la sua nuova fatica perchè è stato arrestato il 26 settembre 2009
all’aeroporto di Zurigo, in esecuzione di un mandato di cattura spiccato dalla
procura di Los Angeles per atti sessuali con una tredicenne, avvenuti nel
1977.
The Ghostwriter -
che vede il ritorno del regista del Pianista al thriller e uscirà nelle sale
italiane il 9 aprile per 01 Distribution con il titolo L’Uomo nell’ombra - è
basato sul romanzo omonimo di Robert Harris (ex cronista politico inglese e
co-sceneggiatore con lo stesso regista) pubblicato in Italia da Mondadori nel
2007. È la storia di uno scrittore inglese (McGregor) che accetta di completare
le memorie dell’ex primo ministro britannico Adam Lang (Brosnan), un
personaggio che ricorda molto Tony Blair. L’incarico gli arriva dopo la
misteriosa morte del suo predecessore in un disgraziato incidente. Quando lo
scrittore raggiunge l’ex premier in un’isola sulle coste orientali degli Stati
Uniti, esplode uno scandalo: Lang viene accusato di attività illegali, connesse
a terrorismo e torture. E mentre l’isola di colpo si riempie di giornalisti e
manifestanti, lo scrittore comincia a sospettare che il suo predecessore abbia
scoperto qualcosa di terribile che collega Lang alla Cia e a temere per la sua
vita.
Ecologia, Paesi
dell’Est e anche un film come ’Caterpillar’ contro la guerra e nel riscatto
delle donne sono i temi che hanno vinto questa 60/a Edizione di un
Festival di Berlino un pò sotto tono anche per l’evidente crisi economica.
Ma soprattutto a
vincere contro la cattiva sorte che lo ha colpito è stato Polanski che con
’L’uomo nell’ombra' (nelle sale italiane con la 01 dal 9 aprile) aveva comunque
ipotecato un premio da ritirare anche solo come segno d’affetto da parte del
mondo del cinema (un premio comunque, nel suo, del tutto meritato).
L’orso d’oro
comunque lo cattura un film totalmente diverso dal noir di Polanski ovvero
’Honey’ (Miele) di Semih Kaplanoglu, una storia semplice di un raccoglitore di
miele e di suo figlio che piacerebbe sicuramente al nostro Ermanno Olmi e che
si svolge nel paesaggio più bello possibile: le montagne dell’Anatolia.
Ma ben due premi
li prendono due Paesi dell’Est come Romania e Russia entrambi con due film
minimalisti e forti. ’Come ho finito questa estate' del russo Alexei
Popogrebsky ottiene infatti il premio per la migliore fotografia e l’orso
d’argento andato alla coppia di attori Grigori Dobrygin e Sergei Puskepalis.
Sono loro i due straordinari protagonisti di una storia dai risvolti tragici,
di lotta e riconciliazione, nello scenario desolato e apparentemente
incontaminato di una base meteorologica dell’Artico. Ma due premi li
ottiene anche il film romeno ’If I wont wistle I wistle' ed esattamente il
premio per l’innovazione e quello, secondo per importanza, ovvero l’orso
d’argento della giuria. In quest’ultimo caso nello stile tipico dell’ultima
produzione di questo paese, capace di leggere in chiave paradossale il reale,
si racconta la vita di un pregiudicato diciottenne. E questo da quando esce
dalla prigione fino all’incontro con la madre che lo aveva abbandonato da
bambino.
Infine un premio
non da poco, quello della migliore attrice, che è andato alla giapponese
Sninobu Terajima per il film ’Caterpillar’ di Koji Wakamatsu. Un premio ben
meritato visto che la donna interpreta una moglie costretta ad accogliere un
marito che torna dalla guerra cino-giapponese del 1940 come un resto umano. Ovvero
è senza gambe e braccia e ha il volto sfigurato ed incapace di parlare. Un’accoglienza
da parte della donna inizialmente nel segno di
quel rispetto che
è proprio della cultura giapponese verso l’uomo, ma le cose con il tempo
cambieranno.
Quella di Polanski
è un’assenza ’ingombrante': non si è parlato d'altro, a Berlino. Pierce
Brosnan, uno degli interpreti, aveva definito il regista «un uomo dalla vita intensa
e di una grandezza inesprimibile. Appena ho saputo del suo arresto sono rimasto
choccato e ho pensato alla sua famiglia e ai figli». Anche il protagonista Ewan
Mc Gregor ne aveva parlato con affetto: «La sua assenza si sente anche di più
perchè conosce ogni particolare delle cose che fa e che fanno il suo cinema».
Ecco in breve
l'elenco dei vincitori della 60/a edizione del Festival cinematografico di
Berlino assegnati stasera dalla giuria internazionale:
- Orso d’Oro per
il miglior film: a Bal (Miele) del regista turco Semih Kaplanoglu.
- Orso
d’Argento/Gran Premio della giuria: a Se voglio fischiare fischio di Florin
Serban
- Orso d’argento
per la migliore regia: a Roman Polanski per Ghostwriter
-Orso d’argento
per il miglior attore: Grigori Dobrygin e Sergei Puskepalis ex aequo per il
film How i ended this summer
- Orso d’argento
per la miglior attrice: a Shinobu Terajima per il film Caterpillar.
- Orso d’argento
per lo straordinario contributo artistico: a Pavel Kostomarov per il film How i
ended this summer
- Orso d’argento
per la migliore sceneggiatura: al film cinese Tu an yuan (Insieme separati) del
regista e sceneggiatore Wang Quanan
- Alfred Bauer
Prize: ancora a Se voglio fischiare fischio. LS 21
Dopo la proposta del DGB. Il Governo riconsideri la chiusura dell’Agenzia a
Mannheim
Roma - Nei giorni
scorsi il sindacato Confsal Unsa Esteri ha incontrato a Mannheim il presidente
della Federazione dei sindacati tedeschi (Dgb), Stefan Rebmann, che ha proposto
agli italiani la concessione gratuita di una sede per la locale agenzia
consolare, così da scongiurarne la chiusura. Una proposta che dovrebbe essere
presa in considerazione dal nostro Governo secondo Laura Garavini, deputata del
Pd eletto in Europa e residente in Germania, che giovedì ha presentato una
interrogazione in merito al Ministro degli esteri, Franco Frattini.
"Il 10 giugno
2009 il Governo ha annunciato l'avvio di una nuova fase di riduzione della
presenza all'estero dell'amministrazione dello Stato italiano che prevede, tra
gli ultimi mesi del 2009 e i primi mesi del 2011, la chiusura di diciotto sedi
consolari (tredici in Europa, due negli Stati uniti, due in Australia, uno in
Sudafrica); la prospettata razionalizzazione della rete consolare – scrive
Garavini nella premessa – provocherebbe prevedibili conseguenze negative per
l'accesso ai servizi da parte delle comunità italiane e per il personale già
assunto in loco e spostato in sedi spesso distanti".
"In questo
contesto – puntualizza – sorgono e si consolidano forti dubbi sull'opportunità
della chiusura dell'agenzia consolare di Mannheim, la quale serve un bacino di
circa 19.000 connazionali ed è un punto di riferimento e di erogazione di
servizi essenziali e irrinunciabili per circa 500 piccoli imprenditori e liberi
professionisti italiani, nonché per tutto il personale italiano che è in
servizio presso gli istituti di ricerca universitari e non, nei settori della
biologia, della medicina, dell'informatica, dove molti giovani ingegneri e
scienziati hanno trovato occupazione e possibilità di crescita personale e
professionale, oltre che per i numerosissimi studenti e ricercatori italiani
che vengono a trascorrere periodi di studio nei poli di eccellenza delle
università di Heidelberg e Mannheim e per la rappresentanza di ufficiali
italiani di collegamento (circa 12 unità) in servizio presso il comando NATO di
Heidelberg; complessivamente, nella regione metropolitana del Neckar Reno i
connazionali colpiti dalla paventata chiusura della sede di Mannheim sarebbero
circa 40.000; gli stessi interlocutori tedeschi danno segnali di disponibilità
per il mantenimento dei servizi, con possibili risparmi sui costi fissi di
gestione della sede".
"In
particolare – rileva la deputata – si apprende da note di agenzie che il
presidente della Federazione dei sindacati tedeschi (Deutscher Gewerkschafsbund
- Dgb) di Mannheim, Stefan Rebmann, in occasione della riunione bimestrale del
5 febbraio 2010, ha dichiarato che il Dgb, per dare un concreto aiuto alla
comunità italiana residente nel circondario Neckar Reno e per l'alto numero di
adesioni da parte di italiani al Dgb di Mannheim, metterà a disposizione locali
a costo zero, affinché l'agenzia consolare possa continuare a garantire in loco
i servizi all'utenza italiana; si apre così una concreta e praticabile
alternativa alla chiusura della sede consolare in questione, finora
giustificata unicamente dal risparmio dei costi d'affitto".
Alla luce della
proposta tedesca, la deputata Pd chiede a Frattini "se non intenda
assumere iniziative affinché la chiusura dell'agenzia consolare di Mannheim sia
riconsiderata nel quadro del piano di razionalizzazione e quindi revocata, al
fine di salvaguardare i diritti della collettività italiana residente nella
zona e le giuste rivendicazioni del personale che ora vede ipotecato il proprio
futuro". (aise)
Notte delle Stelle a Berlino col Sen. Di Girolamo e l’On. Garavini
Berlino - Venerdì
sera al Maritim Hotel di Berlino c’è stata la Serata di Gala “Notte delle
stelle” in occasione della consegna del XVIII “Premio Bacco”.
Si tratta della
manifestazione più prestigiosa in Germania che vede coinvolta la comunità
italiana di successo.
Anche quest’anno
tanti ospiti importanti fra i 700 invitati: governanti ed amministratori
tedeschi, imprenditori italiani d’alto livello, gastronomi, artisti. Due i
politici italiani: il Sen. Nicola Di Girolamo del Pdl e l’On. Laura Garavini
del PD.
Il "Premio
Bacco" viene assegnato nell`ambito del Festival Internazionale del Cinema
di Berlino dai critici e dagli inviati italiani presenti.
L’intuizione
originale del premio - nata il 21 febbraio del ‘93 ad uno dei tavoli del
prestigioso ristorante Bacco – è ormai considerata il fulcro di questa bella
iniziativa collaterale della Berlinale. Il primus motor del Premio è il Cav.
Massimo Mannozzi, proprietario del ristorante Bacco.
Il "Premio
Bacco" viene assegnato ogni anno a conclusione del Festival ed è destinato
all’artista che abbia meglio o con più forza interpretato, nei film italiani
selezionati,
l’intensità dei valori del cinema come specchio della vita. Ne sono stati sino
ad oggi insigniti Gerry Cala`, Mario Monicelli, Isabella Ferrari, Ricky
Tognazzi, Mariella Valentini, Diego Abatantuono, Giancarlo Giannini, Remo
Girone e Gabriele Salvatores. L’italiano 20
Berlino. L’Orso va al film turco “Miele”,
argento per Polanski
Berlinale/Vince il
film turco. E il regista franco-polacco, agli arresti domiciliari: «Non sarei venuto
comunque. L’ultima volta che sono andato a un festival mi hanno arrestato» -
dall’inviato Fabio Ferzetti
BERLINO - Oriente
pigliatutto. I vincitori della 60ma Berlinale vengono dalla Turchia, dall’Iran,
dal Giappone, dalla Cina, dalla Russia, dalla Romania, che almeno in senso
politico è stata a lungo parte del blocco orientale. E nella città simbolo per
decenni della guerra fredda la cosa suona come una sveglia indirizzata
all’impigrito Occidente.
Naturalmente, sia
pure “in contumacia”, ha vinto anche Roman Polanski, il premio più annunciato
del FilmFest dal momento che contro ogni consuetudine, data la sua statura,
correva per vincere («Non sarei venuto a ritirare il premio neanche se fossi
stato libero. L’ultimo volta che sono andato a un festival sono finito in
prigione!», ha commentato spiritosamente il regista, come hanno riferito i
produttori sul palco).
La giuria
presieduta da Werner Herzog, peraltro, molto più conservatrice di quanto ci si
sarebbe potuti aspettare, si è limitata ad attribuire al grande cineasta agli
arresti domiciliari l’orso d’argento alla regia per l’impeccabile thriller
politico The Ghost Writer. Assegnando invece il massimo riconoscimento a un bel
film turco su cui nessuno alla vigilia avrebbe scommesso: Bal, cioè Miele, di
Semih Kaplanoglu, terzo capitolo di una trilogia semiautobiografica nota finora
solo ai pochi fortunati che frequentano i festival, aperta da due film
intitolati rispettivamente Uovo e Latte.
Non è un premio
dato male e c’è da augurarsi che aiuterà a far scoprire un autore di tutto
rispetto anche se probabilmente riservato agli amatori. Un padre, un figlio, un
bosco in cui il primo va in cerca di miele mentre il secondo scopre la bellezza
e i pericoli del mondo, un piccolo attore prodigioso che dona grazia e
disinvoltura al cinema studiato e poetico di Kaplanoglu. Niente di meno ma
niente di più. Anzi, letto in controluce, il verdetto sembra evidenziare due
concorrenti forti e contrapposti che potrebbero aver avvantaggiato l’outsider
turco.
Da un lato il
potente debutto del romeno Florin Serban, Se voglio fischiare, fischio, tutto
girato in un riformatorio, uno dei tanti film carcerari di questa Berlinale,
che si aggiudica il Gran premio della Giuria nonché il premio Alfred Bauer,
riservato a un film che schiude nuove prospettive al cinema. Dall’altro il
russo Come ho finito questa estate di Alexej Popogrebski, duello fra un uomo
maturo e un giovane reclusi in una base meteorologica su un’isoletta nel Mare
Artico, un film di impianto molto classico che però incassa due orsi: per il
contributo artistico (la fotografia di Pavel Kostomarov) e per gli attori
(Grigori Dobrygin e Sergei Puskepalis. Miglior attrice è Shinobu Terajima,
protagonista dell’impressionante Caterpillar di Wakamatsu; miglior
sceneggiatura invece è quella del cinese Wang Quanan per Apart Together.
Niente invece per
il bellissimo Mammuth con Gérard Depardieu, uno dei film più spiazzanti e
vitali di un Filmfest davvero avaro di sorprese. Niente per il coraggioso
Submarino di Thomas Vinterberg. Niente per l’iraniano Rafi Pitts (ma viene
dall’Iran il regista della migliore opera prima, Sebbe di Babak Najafi,
peraltro prodotto e girato in Svezia). Niente per gli Usa, mai così poco
presenti o rappresentati da film inutili o sbagliati. Il mercato va a gonfie
vele, giurano gli operatori. Mentre la Berlinale, festival metropolitano,
macina spettatori record, promuove coproduzioni, sventola i successi del Talent
Campus, ma accumula anche critiche e accuse di faciloneria da tutta la stampa,
soprattutto per il concorso. E se il mercato supera il festival, forse c’è
qualcosa che non va. Im 21
La cultura italiana di fine inverno a Stoccarda
Stoccarda - In
Germania le nevi si stanno sciogliendo e l’Istituto Italiano di Cultura di
Stoccarda ne approfitta per intensificare le sue attività in vista di una
primavera ricca di appuntamenti. In primo luogo l’attenzione viene rivolta alla
musica, a comiciare dal concerto jazz dell’affermata cantante messinese Anita
Vitale accompagnata dal quartetto del chitarrista Lorenzo Petrocca che si è tenuto
la sera di venerdì 19 febbraio al Jazz Club BIX di Stoccarda. La stessa
formazione si esibirà nell’ambito della tradizionale Festa della Donna che
l’Istituto Italiano di Cultura proporrà anche quest’anno nella prestigiosa
cornice del Wilhelmspalais, sede della biblioteca comunale di Stoccarda.
Inoltre prosegue la collaborazione con il festival itinerante di musica
classica Neckar Musikfestival, che ha proposto nei giorni 19, 20 e 21 febbraio,
rispettivamente a Gundelsheim, Hirschhorn e Möckmühl, la serata “Una notte
all’opera” con Claudio Ferrarini (flauto) e Floraleda Sacchi (arpa). Il 6 marzo
sarà invece la volta di una serata pianistica a Weinsberg con il giovane
talento Raffaele Moretti.
Si inaugura il
prossimo 5 marzo all’Istituto Italiano di Cultura la breve rassegna
cinematografica “Generazione mille Euro”, dedicata agli aspetti tragicomici del
più recente disagio giovanile. Sono previste proiezioni di film di Alessandro
D’Alatri, Massimo Venier e Eugenio Cappuccio. Alla fotografia è dedicato
l’incontro dell’11 marzo con il fotografo Marco Scataglini che presenterà il
suo libro di scatti della campagna romana “Tutt’intorno Roma”. Infine due
importanti appuntamenti con l’arte figurativa contemporanea italiana
organizzati in proprio dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda: la
mostra del pittore e sculture friulano Silvano Spessot nel Municipio di
Stoccarda, che verrà inaugurata venerdì 12 marzo, e la personale del pittore
Ugo Mainetti negli ambienti dell’Istituto Italiano di Cultura, che verrà inaugurata
il 20 marzo nell’ambito della Lunga Notte dei Musei 2010, kermesse che
coinvolge tutte le istituzioni culturali della capitale del Baden-Württemberg.
Sempre nel mese di
marzo l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda presenta due interessanti appuntamenti
in collaborazione con l’associazione
Centro culturale italiano di Friburgo: il concerto del musicista Diego
Cofone del 18 marzo e la conferenza del giornalista Carl-Wilhelm Macke
sull’antologia di testi riguardanti l’Emilia-Romagna da lui pubblicata per la
casa editrice Wagenbach, in programma il 25 marzo presso la libreria Schwarz di
Friburgo. M.G. De.it.press
Martedì presso l’IIC di Colonia: “Indagine autorizzata su Carlo Lucarelli”
Colonia - Una
“Indagine autorizzata su Carlo Lucarelli” si terrà martedí 23 febbraio, a
partire dalle ore 19.30, presso l'Istituto Italiano di Cultura di Colonia.
L'incontro, ad
ingresso gratuito, si svolge nell'ambito di "Misteri", una serie di
incontri sul mondo del mistero e della suspense con alcuni dei migliori talenti
della letteratura contemporanea italiana.
La moderazione e
la traduzione simultanea saranno affidate a Luca Crovi, critico rock e
conduttore radiofonico, che ha realizzato la monografia “Tutti i colori del
giallo” (2002), libro che si è poi trasformato nel 2003 nell’omonima fortunata
trasmissione radiofonica su Raidue che presenta ogni settimana un maestro del
thriller internazionale e che è stata premiata, nel 2005, con l’importante
Premio Flaiano.
La manifestazione
avrà luogo anche il 24 febbraio, alle 19.00, presso il Theater K di Aachen.
Scrittore,
commediografo, cronista di nera, sceneggiatore di videoclip e conduttore
televisivo, Carlo Lucarelli è uno degli esponenti di spicco del nuovo noir anni
Novanta. Ha reinterpretato i moduli della narrativa di genere per indagare le
contraddittorie e molteplici realtà della società contemporanea. Con le
trasmissioni televisive “Misteri in blu” e “Blu notte” ha esplorato il
territorio dei delitti irrisolti e quello dei cosiddetti “misteri italiani”, ricostruendo
accuratamente alcuni dei più sconvolgenti casi di cronaca che hanno toccato un
paese come l’Italia.
Tra i suoi romanzi
ricordiamo “Almost Blue”, “Lupo Mannaro”, “Guernica”, “L'isola dell'angelo
caduto” e “L'Ottava vibrazione” (Einaudi) e la trilogia del commissario De
Luca. Due suoi personaggi, l'ispettore Coliandro e il commissario De Luca, sono
approdati in TV dando il nome alle serie omonime di sceneggiati televisivi per
la Rai. (aise)
Berlinale. Consegnato a Banfi il “Premio Bacco” dei critici italiani
Berlino. La
Provincia di Bari è stata lo sponsor della serata di gala durante la quale è
stato conferito il «Premio Bacco», il prestigioso riconoscimento che da 18 anni
il Cenacolo dei Critici italiani (presieduto dal critico cinematografico
Valerio Caprara e dal cavaliere Massimo Mannozzi), nell’ambito del Festival
Internazionale del cinema di Berlino, assegna ad artisti del grande schermo.
Per l’edizione
2010 il Premio è stato conferito all’attore barese Lino Banfi interprete di due
film girati tra Gravina, Altamura e la Murgia barese quali «Maria non gli
piace», produzione italo – tedesca che ha riscosso grande successo in Germania,
e «Focaccia Blues» diretto da Nico Cirasola. Doppio riconoscimento dunque per
Banfi che è stato premiato insieme a Renzo Arbore (anche lui in «Focaccia
Blues»). Venerdì 19 la Provincia di Bari ha organizzato una cena di gala con
prodotti tipici del territorio presso l’Hotel Maritim di Berlino alla presenza
dell’assessore all’Innovazione Agricolo-Aziendale Franco Caputo,
dell’Ambasciatore d’Italia Michele Valensise e di circa 600 rappresentanti del
mondo culturale, politico e cinematografico. La preparazione della cena è stata
affidata agli alunni dell’Istituto alberghiero IPSIA «De Nora» di Altamura. Aci,
de.it.press
A Monaco di Baviera al via (martedì)
la retrospettiva dedicata a Lina Wertmüller
L’Istituto
Italiano di Cultura di Monaco di Baviera annuncia la retrospettiva dedicata a
Lina Wertmüller. L’evento si terrà da martedì 23 febbraio a domenica 27
aprile 2010, presso il Filmmuseum, St.-Jakobs-Platz 1, a Monaco di
Baviera.
Organizzano
l’evento il Filmmuseum im Münchner Stadtmuseum di Monaco di Baviera,
l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, il Ministero
degli Affari Esteri e Cinecittà Luce SpA di Roma.
Lina Wertmüller,
regista italiana, nei suoi film vuole semplicemente raccontare la realtà senza
filtri, per questo, nulla è sottile e discreto. I suoi film sono uno schiaffo
in pieno viso dello spettatore; sono diretti, impetuosi e pieni di passione.
Arrivano direttamente allo spettatore con sentimenti, ideologie, viaggi,
attraverso l’uso dello zoom, del montaggio e di un sottofondo di musica
drammatica, tra cui predominano Verdi e Wagner. Nei suoi fotogrammi invece che un
cauto avvicinamento predomina un confronto aggressivo. Il mezzo stilistico
dominante di Lina Wertmüller è l’esagerazione, ad incominciare dai lunghissimi
titoli, tagliati senza troppo riguardo dai distributori di film internazionali,
esempio è il titolo italiano del film D’amore e d’anarchia, ovvero “stamattina
alle 10 in via dei fiori nella nota casa di tolleranza” reso in tedesco a
malapena con Liebe und Anarchie.
Con i suoi
primissimi piani e l’uso frenetico dello zoom mira in maniera diretta
all’attore in modo da irrompere nel suo cervello, nel suo cuore e nella sua
anima. Nei suoi film si gesticola e si fa a botte, si urla e ci si bacia, si
corre e si caccia, in sintesi rappresenta il temperamento italiano nella sua
forma più pura. Si potrebbe definire la Wertmüller come “la cronista della
gioia di vivere degli italiani”, che non denuncia, non difende e si lascia
tirare nella mischia e nel vortice delle passioni in maniera imparziale.
Non si lascia
coinvolgere né da mode né da ideologie. Il fascismo, il comunismo, il
capitalismo, l’anarchia e il femminismo sono solamente materiale per i suoi
film, con il quale provoca controversie e sveglia le coscienze, “in realtà io
sono contro tutto questo” dice la regista che si autodefinisce come “libera
pensatrice di sinistra”.
Lina Wertmüller,
pseudonimo di Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich,
(Roma, 14 agosto 1928), è una regista e sceneggiatrice italiana, discendente da
una nobile e agiata famiglia svizzera. Nasce a Roma da padre pugliese e madre
romana.
Assistente alla
regia in E Napoli canta del 1953, fu aiutante e attrice di Federico Fellini
nelle pellicole La dolce vita (1960) e 8 e ½ di due anni più tardi. L’incontro
con Fellini è stata una carica iniziale, “come se qualcuno mi avesse aperto una
finestra per mostrarmi un panorama che non avevo mai visto sinora” così
descrive la regista la sua collaborazione con Fellini. Il consiglio del
maestro: “Racconta la tua storia così come la racconteresti ad un amico, in un
bar, una notte d’estate”
Il suo esordio
come regista, sotto la protezione del grande maestro, avvenne nel 1963 con I
basilischi, amara e grottesca narrazione della vita di alcuni poveri amici in
un piccolo paesino del sud (della Puglia, Minervino Murge), che le valse la
Vela d'argento al Festival di Locarno.
Con Pasqualino
Settebellezze raggiunge il successo internazionale. Conquista il mercato
americano, riuscendo ad ottenere – prima donna in assoluto – 4 nominations
all’Oscar. Racconta di un piccolo criminale napoletano e dei suoi tentativi
di sopravvivenza in un campo di
concentramento.
Il programma
prevede la proiezione dei seguenti film, tutti in versione originale con
sottotitoli in lingua inglese:
Martedì, 23
Febbraio 2010, ore 21.00 I BASILISCHI – Italia 1963 – Regia e
sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Gianni Di Venanzo
– Musica: Ennio Morricone – Interpreti: Toni Petruzzi, Stefano Satta
Flores, Sergio Ferranino, Luigi Barbieri, Enrica Chiaromonte – 85 min
Martedì, 2 Marzo
2010, ore 21.00 QUESTA VOLTA PARLIAMO DI UOMINI – Italia 1965 – 93 min
Sabato, 6
Marzo 2010, ore 21.00 MANNAGGIA ALLA MISERIA – Italia 2009 – Regia e
sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Romolo Eucalitto – Musica:
Roberto Caroselli – Interpreti: Gabriella Pession, Sergio Assisi, Piera
Degli Esposti, Roberto Herlitzka, Angela Pagano
Domenica, 7 Marzo
2010, ore 21.00 IL MIO CORPO PER UN POKER – Italia 1968 – Regia:
Lina Wertmüller – Sceneggiatura:
Nathan Wich (= Lina Wertmüller), George Brown –Fotografia: Alessandro D'Eva,
Giovanni Carlo – Musica: Charles Dumont – Interpreti: Elsa Martinelli,
Robert Wood, George Eastman, Francesca Righini, Dan Harrison – 102 min
Martedì, 9 Marzo
2010, ore 21.00 MIMI METALLURGICO FERITO NELL'ONORE – Italia 1972 – Regia
e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Dario Di Palma – Musica:
Piero Piccioni – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Turi
Ferro, Agostina Belli, Luigi Diberti – 115 min
Martedì, 16 Marzo
2010, ore 21.00 FILM D'AMORE E
D'ANARCHIA – Italia 1973 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller
– Fotografia: Giuseppe Rotunno – Musica: Carlo Savina – Interpreti:
Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Lina Polito, Eros Pagni, Pina Cei – 125
min
Martedì, 23 Marzo
2010, ore 21.00 TRAVOLTI DA UN ISOLITO DESTINO NELL'AZZURO MARE
D'AGOSTO – Italia 1974 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller
– Fotografia: Ennio Guarnieri – Musica: Piero Piccioni – Interpreti:
Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Ricardo Salvino, Isa Danieli, Aldo
Puglisi – 116 min
Martedì, 30 Marzo
2010, ore 21.00 TUTTO A POSTO E NIENTE IN ORDINE – Italia 1974 – Regia e
sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Giuseppe Rotunno – Musica:
Piero Piccioni – Interpreti: Luigi Diberti, Lina Polito, Nino Bignamini,
Sara Rapisardo, Giuliana Calandra – 105 min
Martedì, 6 Aprile
2010, ore 21.00 PASQUALINO SETTEBELLEZZE – Italia 1975 – Regia e
sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Tonino delli Colli – Musica:
Enzo Janacci – Interpreti: Giancarlo Giannini, Fernando Rey, Shirley
Stoler, Elena Fiore, Piero die Iorio
Martedì, 13 Aprile
2010, ore 21.00 LA FINE DEL MONDO
NEL NOSTRO SOLITO LETTO IN UNA NOTTE PIENA DI PIOGGIA – Italia 1977 – Regia:
Lina Wertmüller - 104 min
Martedì, 20 Aprile
2010, ore 21.00 SOTTO... SOTTO... STRAPAZZATO
DA ANOMALA PASSIONE - Italia 1984 – Regia: Lina Wertmüller, 100 min
Martedì, 27 Aprile
2010, ore 21.00 UN COMPLICATO INTRIGO (CAMORRA) – Italia 1986 – Regia e
sceneggiatura: Lina Wertmüller – 115 min
Per informazioni:
Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8
D-80336
Muenchen Tel.: ++49-(0)89 / 74 63 21-0
, Fax:
++49-(0)89 / 74 63 21-30
E-mail:
info.iicmonaco@esteri.it homepage: www.iicmonaco.esteri.it
(de.it.press)
“La bocca del lupo” di Pietro Marcello vince il prestigioso Premio Caligari
del Forum di Berlino
Festival/Dopo aver
vinto la rassegna di Torino, “La bocca del lupo”, documentario di Pietro
Marcello, nato da un’idea dei gesuiti, riceve il Teddy e il prestigioso
Caligari – dall’inviato Fabio Ferzetti
BERLINO - E due.
Dopo il Torino Film Festival, La bocca del lupo di Pietro Marcello vince anche
il prestigioso Premio Caligari del Forum di Berlino, la sezione più
sperimentale del FilmFest (a cui si aggiunge il “Teddy”, premio riservato al
miglior film gay della Berlinale). Niente male per un “piccolo” documentario
nato da un’idea dei gesuiti della Fondazione San Marcellino. Che abbraccia in
un solo sguardo coraggioso e pudico le trasformazioni subite da Genova negli
ultimi decenni e le vite di due marginali, l’ex-carcerato Enzo e la sua compagna
Mary, una trans conosciuta in prigione. Un vero documentario di creazione, da
ieri anche nelle sale italiane, capace di imporsi nell’agguerrita selezione
internazionale del Forum. Provando una volta di più che il nostro cinema vince
quando cerca nuove strade e nuove forme, anche di produzione.
Come quest’anno
accadeva troppo di rado alla Berlinale, anche se in chiusura un concorso
eclettico fino alla trasandatezza ci ha dato a sorpresa il formidabile Mammuth
di Benoit Delépine e Gustave Kervern (la coppia anarchica di Louise Michel). Un
film così libero e originale da affidare al massimo divo di Francia, Gérard
Depardieu, il ruolo di un mastodontico e taciturno operaio del mattatoio che
dopo esser andato in pensione inforca la sua gigantesca moto anni 70, una
“Mammuth” per l’appunto, e parte alla ricerca dei fogli paga della pensione, ma
anche del suo personalissimo tempo perduto. Immagini sgranate, personaggi
bizzarri, situazioni imprevedibili, un’estetica che sposa l’humour noir e il
fumetto acido (fra i comprimari appare il vignettista Siné) a una tradizione
poetica e libertaria molto francese (linea Villon-Brassens-Vian-Reiser, detta
all’ingrosso), con una capacità di divertire e di emozionare davvero rara. Un
regalo, impreziosito da tre figure femminili diversissime, la moglie extralarge
anche lei (Yolande Moreau), il fantasma del primo e defunto amore che segue
Depardieu come un’ombra (Isabelle Adjani). E la stralunata Miss Ming, l’artista
che con i suoi surreali bricolages dischiude la vena creativa di quel bestione.
Vedremo se la
giuria guidata da Werner Herzog apprezzerà un film così diverso. Intanto il
concorso si è chiuso con il violentissimo The Killer Inside Me di Michael
Winterbottom, dal romanzo di Jim Thompson, il noir che ha scioccato il
Sundance. Casey Affleck, come sempre perfetto con quela, faccia da ragazzino
nei ruoli di psicopatici e borderline, è lo sceriffo texano che uccide a pugni
la giovane prostituta con cui ha un legame sado-maso, poi la sua fidanzata e
vari altri personaggi. Fedele al libro, l’eclettico Winterbottom dettaglia
delitti, traumi d’infanzia e macchinazioni criminali con la stessa indifferenza
malata (la malattia del suo personaggio) unita a un occhio indiscutibile per
l’erotismo. Senza però mai scalfire davvero quel senso di meticolosa
insoddisfazione e scarsa motivazione che lasciano addosso quasi sempre i suoi
film. IM 20
Le Regioni Campania, Calabria e Marche alla Biofach di Norimberga. Il sud,
avanguardia di qualità
Norimberga - Il
sud come avanguardia dell’agroalimentare italiano di qualità. Campania e
Calabria sono le due regioni-laboratorio del biologico, al centro di esperienze
innovative di organizzazione territoriale presentate al Biofach di Norimberga,
il salone mondiale del biologico che si è chiuso sabato 20 febbraio.
Nel Cilento, in
Campania, ad esempio, è nato il primo Bio-distretto italiano. Si tratta di un
progetto che si sviluppa all’interno dell’area del Parco Nazionale del Cilento
e Vallo di Diano, su una superficie di oltre 3mila kmq, coinvolgendo 35 comuni
e grandi attrattori culturali e turistici come Paestum, e Velia. Attraverso il
coordinamento di Aiab Campania, è stata creata una rete per lo sviluppo del
territorio, che ha il suo focus proprio sull’alimentazione bio e di qualità.
“Associazioni,
amministrazioni pubbliche, operatori agricoli e turistici danno vita a un vero
e proprio laboratorio di idee e iniziative ad alto profilo culturale, che punta
a uno sviluppo etico, equo e solidale del territorio cilentano, fondato sul
modello biologico”,spiega Salvatore Basile, presidente di Aiab Campania.
Si è provveduto
innanzitutto a mettere in rete le aziende biologiche, le associazioni di
produttori, gli enti che aderiscono al circuito delle città del bio, la
bio-ristorazione, gli operatori eco-turistici e i consumatori, soprattutto
attraverso i gruppi d’acquisto solidale. Sono nate così iniziative forti e
coinvolgenti, come le bio-spiagge, che in estate coinvolgono alla sana
alimentazione i bagnanti della costa cilentana. Oppure i bio-sentieri, che
attraverso i rigogliosi boschi della zona, conducono ai luoghi di produzione
del bio. Senza dimenticare i bio-mercatini e il “bio di classe”, l’introduzione
di pasti bio nelle mense scolastiche del luogo”.
Il bio-distretto,
commenta Basile, “può realmente incidere sullo sviluppo di flussi turistici
qualificati, distribuiti lungo l’intero corso dell’anno e non concentrati
soltanto nei mesi estivi, come oggi avviene”.
L’esempio del
bio-distretto cilentano è stato seguito dalla seconda esperienza di questo
tipo: il Bio-distretto Grecanico. Ancora giovane, ma con grandi prospettive di
sviluppo, si concentra sull’omonima zone della Calabria.
A Norimberga sono
passate in passerella anche le produzioni biologiche marchigiane. La Regione
Marche, sempre presente con le sue aziende sin dalla prima edizione della
fiera, ha partecipato con nove imprese e, novità di quest'anno, ha ospitato
anche nella sua area la Provincia di Macerata, presente con un gruppo di
piccole aziende biologiche. (aise, de.it.press)
Le “due Italie” all’estero. Due categorie di Italiani in Germania. Perchè?
In Germania il
mondo italiano è diviso in due gruppi: quelli che sarebbero qui anche se non ci
fosse mai stata emigrazione e quelli che vi si trovano perché appunto emigrati
in cerca di lavoro.
Alla prima
categoria appartengono tutti i funzionari di istituzioni statali e la classe
dirigente di imprese private, giornalisti, missionari e intellettuali, mentre
alla seconda appartengono tutti i lavoratori più o meno specializzati, tutti
quelli che hanno saputo fare il salto e passare da operai dipendenti o
camerieri e rendersi autonomi o diventare piccoli imprenditori.
La cosa strana che
questa divisione ha anche un aspetto geografico: mentre i componenti della
prima categoria sono tutti o quasi del nord, quelli della seconda sono quasi
tutti Meridionali.
Mi sono chiesto
sempre e colgo l’occasione per chieder a chi legge: è così in tutti gli altri
paesi di emigrazione? Giuseppe Tizza,
Düsseldorf (de.it.press)
Chiusura Consolati. Continua la mobilitazione dei sindacati del Mae
Roma - "5
febbraio 2010: a Mannheim l’incontro tra una delegazione della Confsal-Unsa con
il Presidente del locale Sindacato DGB, Stefan Rebmann, il quale dà la sua
disponibilità ad individuare locali a costo zero affinché l’Agenzia consolare
possa continuare a garantire in loco i servizi all’utenza italiana. Il 16
febbraio, a Lille la manifestazione della UIM (Unione Italiani nel Mondo) per
protestare contro la chiusura del locale Consolato. La mobilitazione iniziata e
promossa dalla nostra Sigla sindacale all’indomani dell’annunciata
razionalizzazione della rete consolare, cioè a giugno del 2009, è più viva che
mai".
È quanto si legge
in una nota del Coordinamento esteri della Confsal Unsa, il sindacato degli
impiegati contrattualizzati italiani e stranieri del Ministero degli Esteri,
secondo cui sono "sempre più numerose le voci critiche che si innalzano
per dire "no" ad un progetto che di razionale e ben strutturato ha
ben poco".
Riferendosi al
piano di ristrutturazione promosso dal Mae, il sindacato rileva come
"l’arbitrarietà della scelta delle sedi da chiudere e la più totale
assenza di risparmio derivante da una tale manovra" siano "elementi
che vanno più volte e in più sedi ripetuti per scongiurare un piano che
lascerebbe, laddove venisse applicato, un incolmabile vuoto istituzionale per
la nostra collettività all’estero e cancellerebbe così non solamente un
patrimonio di contatti costruitisi negli anni, ma produrrebbe danni addirittura
in termini economici. Smantellare una rete che serve da supporto all’eccellenza
italiana, al nostro Made in Italy, significa non possedere la lungimiranza di
cogliere l’importanza che essa possiede".
"La rete
consolare all’estero, così come i nostri Istituti Italiani di Cultura, - si
sottolinea nella nota del Coordinamento – hanno un valore aggiunto. Sono parte
integrante del tessuto sociale in cui operano e sono un punto di riferimento
per la nostra numerosa comunità. Ed è proprio per questo che la mobilitazione e
la discussione creatasi attorno alla razionalizzazione della rete ha coinvolto,
sia all’estero che in Italia attraverso i mass media, sempre più frange della
società civile. A partire dalla mobilitazione del nostro personale a contratto
all’estero, in pericolo di perdere il proprio posto di lavoro, e del personale
di ruolo che subisce una massiccia perdita di posti funzione all’estero, ai
riferimenti istituzionali operanti nelle città coinvolte nel piano di razionalizzazione
(sindacati locali, amministrazioni cittadine, vari Presidenti dei Länder
tedeschi e alti esponenti politici di altri paesi interessati e Comites), fino
ai nostri rappresentanti di differenti schieramenti politici eletti all’estero,
tutti si sono sentiti chiamati in causa per tutelare questo nostro
patrimonio".
Dopo aver
ricordato la prossima audizione del Sottosegretario agli Esteri Alfredo
Mantica, in programma martedì prossimo davanti alle Commissioni Esteri riunite
di Camera e Senato, il sindacato conclude assicurando che "vigilerermo
insieme ai nostri iscritti e a tutte le forze politiche e sociali già attive,
sui prossimi sviluppi. Ribadiamo con ferma convinzione che le alternative alle
chiusure ci sono, apriamo un confronto sulla tematica!". (aise)
Ultima riunione di legislatura per la Consulta regionale veneta
dell’immigrazione
VENEZIA - In uno studio dell’ONU sui temi
dell’integrazione, che sarà pubblicato a breve, uno dei casi che è stato
approfondito come esempio di rapporto tra istituzioni e immigrati è quello del
Veneto e della sua programmazione di settore. L’anticipazione è stata resa nota
in occasione dell’ultima riunione della legislatura della Consulta regionale
per l’immigrazione, convocata a Palazzo Balbi sotto la presidenza
dell’assessore veneto ai flussi migratori Oscar De Bona. L’assessore ha
ricordato che in questi cinque anni la consistenza del fenomeno immigratorio si
è più che raddoppiata.
Oggi nel Veneto è presente una comunità di
circa 460 mila extracomunitari regolari. Con il 2009 è venuto a scadenza il
programma triennale degli interventi nel settore dell’immigrazione, con il
quale sono state proposte e realizzate molte iniziative alcune delle quali del
tutto innovative come il patto di accoglienza e il progetto di “housing
sociale” per rendere disponibili alloggi a prezzi calmierati. Pur di fronte di
una riduzione delle risorse disponibili, grazie al coordinamento sul territorio
con i soggetti pubblici e privati impegnati nel campo dell’integrazione, è progressivamente
aumentato il numero dei progetti che sono stati attuati.
Di recente il quadro generale è comunque
mutato ancora a causa della crisi economica che ha avuto pesanti ricadute sul
piano occupazionale i cui effetti continuano a farsi sentire. Sono questioni –
ha detto De Bona – che anche a livello nazionale devono essere affrontate con
una diversa attenzione, per evitare che possano crearsi anche in altre realtà
situazioni problematiche e allarmanti come quelle che si sono viste in Calabria
e a Milano. Ad ogni modo la positiva esperienza del Veneto di questi anni è
stata tradotta dagli uffici regionali in un’ipotesi operativa di piano
triennale 2010-2012 da lasciare in eredità alla prossima legislatura regionale
in modo che non riparta da zero.
L’obiettivo generale è di continuare a
favorire l’integrazione degli immigrati regolarmente presenti nel territorio
regionale come componente e risorsa da valorizzare nella fase di passaggio
dalla crisi a quella del rilancio economico-occupazionale; inoltre, consolidare
il sistema di attività e servizi per il governo dei flussi migratori per
accompagnare la ripresa produttiva e migliorare la qualità della vita di tutta
la comunità veneta, di cui gli immigrati fanno parte integrante. Condivisione
di massima è stata espressa sull’ipotesi di piano dai componenti della Consulta
che avranno tempo fino a fine mese per far pervenire ulteriori suggerimenti.
(Inform)
Il governo olandese cade sull’Afghanistan
I laburisti
contrari al prolungamento della missione - di WALTER RAHUE
BERLINO - La
missione militare in Afghanistan ha fatto cadere la coalizione di governo
olandese del primo ministro cristiano democratico Jan Peter Balkenende. Una
seduta fiume di sedici ore non è riuscita a mettere insieme le posizioni inconciliabili
dei tre partiti di coalizione su un eventuale prolungamento del mandato per i
1600 soldati olandesi presenti nella provincia dell’Uruzgan. All’alba di ieri
il premier conservatore ha comunicato di voler rassegnare ufficialmente le sue
dimissioni e quelle dell’intero esecutivo alla regina Beatrice, attualmente in
vacanza in Austria.
L’Alleanza
atlantica (Nato) aveva chiesto da tempo al governo olandese di «valutare la
possibilità di una permanenza prolungata in Afghanistan», lasciando possibilmente
sul posto un contingente fino ad almeno il mese di agosto del 2011. L’attuale
mandato scade invece nell’agosto di quest’anno. Il centrodestra dei
cristianodemocratici (Cda) di Blankenende avevano sostenuto la richiesta della
Nato, mentre il partito laburista (PvdA) del ministro delle Finanze Wouter Bos
vi si é opposto con veemenza esigendo dal primo ministro il ritiro delle truppe
dislocate nella provincia afgana dal 2006 e costata finora la vita a ventuno
soldati olandesi, entro i tempi prefissati. I due principali partiti di governo
non sono riusciti alla fine a trovare una formula di compromesso sul delicato
tema che spacca non solo l’arco politico ma l’intera opinione pubblica dei
Paesi Bassi.
L’Olanda è così
chiamata alle elezioni anticipate che con ogni probabilitá si svolgeranno già
in primavera, tra maggio e giugno, e che a questo punto si trasformeranno in un
plebiscito a favore o contro la missione militare in Afghanistan. A profittare
del voto anticipato potrebbero essere così proprio i laburisti del minsitro
delle Finanze uscente Bos, ma anche nel caso della conquista di qualche seggio
in più è improbabile la nascita di una nuova maggioranza di centro sinistra. La
formazione di un nuovo governo potrebbe anzi risultare molto complicata e necessitare
in futuro del sostegno dell’esecutivo da parte di almeno quattro, anche cinque
partiti (contro i tre attuali).
Il veri vincitori
delle elezioni anticipate potrebbero essere però i populisti di destra del
Partito della Libertà di Geert Wilders, formazione anti immigrati e anti
islamica che potrebbe diventare il maggior partito in parlamento e che a sua
volta è contraria alla missione militare olandese in Afghanistan.
La crisi in Olanda
è un segnale d’allarme anche per i governi di altri Paesi europei impegnati
militarmente in Afghanistan e che ora temono un effetto domino per le loro
missioni. In Germania proprio questa settimana il parlamento è chiamato a
votare sul prolungamento e potenziamento della missione tedesca nella zona di
Kunduz su proposta del governo liberal-conservatore di Angela Merkel e
nonostante i dubbi espressi dallo stesso ministro degli Esteri Westerwelle. IM
21
Il Dalai Lama alla Casa Bianca. La Cina protesta: impegni violati
Obama opta per un
faccia a faccia di basso profilo, senza stampa - Il presidente Usa insiste
sull'urgenza "di un dialogo diretto sul Tibet"
WASHINGTON - Pace,
armonia e valori umani, ma niente politica. Il Dalai Lama ha riferito ai
giornalisti i contenuti dell'atteso incontro privato con Barack Obama,
sottolineando di essere "molto felice" per il colloquio avvenuto
nella sala delle Mappe alla Casa Bianca. Il presidente Usa ha espresso
"forte sostegno" per la questione dell'identità tibetana e dei
diritti umani, ha sottolineato "l'urgenza di un dialogo diretto" con
Pechino. Il leader religioso tibetano ha riferito che il colloquio è stato
centrato sulla necessità di promuovere la pace, i valori umani e l'armonia
religiosa. E ha aggiunto di avere espresso a Obama la sua ammirazione per gli
Stati Uniti come paladini della "democrazia, della libertà e i valori
umani".
Ma l'incontro, che
Pechino aveva cercato di scongiurare, ha suiscitato le attese reazioni irritate
da parte della Cina. Il ministero degli Esteri si dichiara "profondamente
insoddisfatto" dell'incontro e accusa gli Stati Uniti di aver violato la
promessa di non sostenere l'indipendenza del Tibet.
Il portavoce della
Casa Bianca, invece, ha sottolineato che non è stata messa in discussione
l'unità territoriale della Cina. "Il presidente ha dato voce al suo forte
sostegno alla conservazione della peculiare identità religiosa, culturale e
linguistica del Tibet e alla tutela dei diritti umani dei tibetani nell'ambito
della Repubblica popolare cinese - ha detto Robert Gibbs - ha lodato
l'approccio della 'terza via' scelto dal Dalai Lama, il suo impegno per la non
violenza e per un dialogo con il governo cinese. Il presidente ha sottolineato
di aver incoraggiato con forza le parti a impegnarsi in un dialogo diretto per
risolvere le divergenze e siamo stati contenti di sapere che di recente sono
ripresi i colloqui". Il presidente e il Dalai Lama, ha aggiunto Gibbs,
"si sono trovati d'accordo sull'importanza di una relazione che sia
positiva e collaborativa tra gli Stati Uniti e la Cina".
L'arrivo del capo
spirituale tibetano alla Casa Bianca è avvenuto senza le consuete cerimonie
concesse ai visitatori ricevuti dal presidente, fuori dalla portata delle
telecamere. L'incontro, anche questo lontano da fotografi e reporter, non si è
svolto nello Studio Ovale, dove solitamente Obama riceve i capi di Stato e di
governo, ma nella sala delle Mappe situata nella West Wing, l'ala dove si
trovano gli uffici del presidente, come a sottolineare che il Dalai Lama era a
Washington nelle vesti di leader religioso e non politico. Una mezza
ufficializzazione, visto che Obama avrebbe potuto vedere il Dalai Lama negli
appartamenti privati dove Bill Clinton lo aveva ricevuto durante i suoi otto
anni di mandato. Il leader spirituale tibetano dal 1991 ha incontrato tutti i
presidenti americani. George Bush lo ha ricevuto più volte ma l'incontro
simbolicamente più importante è stato quasi alla fine del mandato, quando nel
2007 per la prima volta incontrò il Dalai Lama pubblicamente consegnandogli,
sotto i flash dei fotografi, la medaglia del Congresso in una vera e propria
cerimonia. Il Dalai Lama incontrerà anche il segretario di Stato americano,
Hillary Clinton.
All'incontro con
il Dalai Lama, che sostiene la "vera" autonomia del Tibet, Obama non
ha voluto rinunciare nonostante dopo la violenta rivolta del 2008 Pechino abbia
aumentato le pressioni sui governi occidentali affinché non ricevano il capo
spirituale tibetano. Non solo: tra Usa e Cina negli ultimi tempi ci sono stati
diversi motivi di attrito. Oltre alle divergenze sul dossier iraniano (Pechino
si oppone all'inasprimento delle sanzioni e predilige una soluzione negoziale)
c'è la questione Taiwan. La Cina rivendica la sovranità sull'isola e ha
criticato con forza l'approvazione da parte del governo di Washington della
vendita a Taipei, per un lavore di 6,4 miliardi di dollari, di armamenti
sofisticati. Il governo dell'isola ha sempre sostenuto di avere mille missili
cinesi puntati contro. Gli Usa da una parte riconoscono la Repubblica Popolare
come unica, dall'altra mantengono strette relazioni economiche con Taiwan e
sono obbligati (dal Taiwan Relations Act) a intervenire in difesa dell'isola in
caso di attacco cinese.
A gennaio, il
gigante del web Google ha denunciato di essere stato vittima di attacchi di
pirateria che hanno violato la sfera di privata di alcuni dei suoi clienti,
tutti dissidenti cinesi e attivisti per i diritti umani. Hillary Clinton ha
chiesto spiegazioni a Pechino. C'è poi il capitolo dei diritti umani. Il
governo cinese ha confermato la condanna a 11 anni di prigione per il
dissidente Liu Xiaobo, nonostante la richiesta di clemenza di Barack Obama.
Infine, non meno importante, lo scontro sull'economia. Secondo gli americani i
cinesi, che sono il secondo detentore del mondo di buoni del Tesoro americano,
mantengono artificialmente basso il tasso di cambio dello yuan per favorire le
esportazioni e la crescita del suo avanzo commerciale. LR 19
Per Obama il Tibet può aspettare
Una lettura più
attenta dell’incontro tra il presidente Obama e il Dalai Lama ci rivela in
controluce, come una cartina al tornasole, quanto mutati siano oggi i rapporti
di forza tra Stati Uniti e Cina e, in senso lato, tra un Occidente in crisi e
un Oriente dominato dall’espansione economica e politica cinese.
Da quando Pechino
ha conquistato lo status di seconda superpotenza mondiale, il leader spirituale
del Tibet, con le sue visite che propalano più imbarazzo diplomatico che gaudio
politico, viene ormai percepito dalla maggioranza dei governi occidentali come
una carismatica mina vagante. Quasi nessuno osa respingerla, ma tutti, per non
irritare gli irritabilissimi cinesi, trattano la prestigiosa mina sublimata dal
Nobel in punta di dita, blandendola con cauti sorrisi e vaghe promesse di
sostegno ai diritti civili e alla libertà religiosa e culturale del popolo
tibetano. Più in là non ci si spinge. La questione politica più spinosa,
l’autonomia del Tibet, quella che sta più a cuore al Dalai Lama, non viene mai
affrontata di petto. Anzi, quasi tutti gli ospiti occidentali, improvvisandosi
artificieri delicati e solerti, s’affrettano a disinnescare e concludere la
visita esplosiva, che raramente dura più di tre quarti d’ora, con un auspicio
sedativo: l’impegno dei tibetani buddisti, osservanti della non violenza, alla
«ricerca del dialogo costruttivo con il governo della Repubblica popolare
cinese».
E’ questo il
copione da disinnesco che il Nobel della Casa Bianca, nel suo colloquio
riservatissimo con il Nobel del Tibet, ha seguito accompagnandolo con una
circospezione simbolica che è andata ben al di là di quelle riservate, fin dal
1991, al Dalai Lama dai precedenti capi di Stato americani. Il presidente Bush,
per esempio, pur non ricevendolo ufficialmente nello Studio Ovale, era stato
però presente nel 2007 alla solenne cerimonia della consegna al capo religioso
tibetano della Medaglia del Congresso. Obama invece ha voluto dare all’incontro
l’aspetto di una visita blindata. Il rituale simbolico, al cui formalismo i
governanti cinesi sono sensibilissimi, è stato tenuto al minimo indispensabile.
Niente riflettori, telecamere, giornalisti. L’evento, se così lo si può
chiamare, si è svolto pudicamente dietro le porte chiuse di una saletta
periferica della Casa Bianca. In pasto al pubblico è stata data soltanto una
fotografia in cui si vedeva il primo monaco del Tibet, avvolto nella sua tonaca
rossiccia di fronte al presidente americano, con una tazza di tè e un magro
biscotto sotto gli occhi titubanti. Lo si è visto poi sbucare da un’uscita di
sicurezza e sfiorare sorridente, con i sandali penitenziali, cumuli di rifiuti
impacchettati in cerata nera.
Per placare
l’animosità dei cinesi, che considerano il pontefice in esilio del Tibet «un
lupo travestito da monaco», Obama non poteva fare di più. Il solo passo più
grave, che l’America non gli avrebbe perdonato, era di non ricevere
l’imbarazzante visitatore, smentendo totalmente le ardite e promettenti
opinioni sulla libertà autonomistica del Tibet declamate in campagna
elettorale. Blindando l’incontro e sminuendone così l’impatto politico il
presidente ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte: da un lato ha inteso
non alienarsi del tutto le simpatie in calo dei sostenitori liberal, che già lo
accusano di eccessiva tiepidezza nella difesa dei diritti civili da Guantanamo
al Tibet, dall’altro ha offerto alla Cina la visione di un incontro assai più
cauto e perfino più avaro del previsto.
Naturalmente i
signori di Pechino, per i quali ogni contatto con il vispo Dalai Lama è
assimilato ad un atto d’ingerenza indebita negli affari cinesi, hanno seguitato
in questi giorni a minacciare a vuoto il governo americano indebitato fino al
collo con la Cina. Il ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore
statunitense ostentando indignazione e stupore, e parlando di «grossolana
violazione delle norme che regolano i buoni e corretti rapporti
internazionali». Ma, se si leggono con una certa attenzione le cronache da
Pechino e da Washington, non si può sfuggire al dubbio o, meglio, al sospetto
che, sotto sotto, ci sia stata fra le due capitali un’intesa diplomatica volta
a ridurre al minimo il danno d’immagine inflitto alla Cina dalla stretta di
mano fra il presidente americano e il «pericoloso secessionista» Dalai Lama. Si
direbbe quasi che la strana sceneggiatura dell’incontro, così schivo, così
chiuso al pubblico, così parco nelle dichiarazioni ufficiali, sia stata concepita
e scritta non soltanto da mani americane. Come valutare, a proposito, la
vistosa ospitalità concessa dalle autorità cinesi, un giorno prima
dell’incontro incriminato, all’approdo a Hong Kong della portaerei Nimitz,
considerata oggi tra le più grandi del mondo?
Tutto questo
potrebbe autorizzarci a pensare che Obama, nei suoi difficili e altalenanti
rapporti con la Cina, si stia sottoponendo a una severa dieta a base di
Realpolitik. Certo è che governare è più duro e più complicato che promettere
cose che, governando, non si possono mantenere. Il G2, con i suoi chiaroscuri
tra Washington e Pechino, si dimostra più faticoso del G8 ormai accantonato se
non superato. Con la Cina, in pieno dinamismo di potenza, l’America si vede
costretta a trattare e negoziare al più presto, ad ogni passo, rischi e
pericoli: la paralizzante dipendenza finanziaria, la bassa quota dello yuan che
ne favorisce le esportazioni selvagge, Taiwan che chiede armi perché si sente
minacciata, il veto al Consiglio di Sicurezza da cui dipende in buona parte
l’enigma nucleare dell’Iran. Bastano questi pochi accenni per evidenziare
quanto conflittuale è e sarà la diarchia globale prefigurata nella cifra
semplificatrice G2. Il Tibet può aspettare. Se è una spina nel fianco imperiale
della Cina, è una goccia nei marosi che assediano l’America.
ENZO BETTIZA LS 20
Appello di cinque Paesi Nato: via le bombe Usa dall’Europa
PARIGI - Un’Europa
senza bombe, senza armi, denuclearizzata. E dopo l’Europa, il mondo: è il sogno
di Belgio, Germania, Lussemburgo, Norvegia e Paesi Bassi. Un sogno che si
trasformerà in richiesta ufficiale alla Nato, sede in cui i cinque paesi membri
domanderanno ufficialmente il ritiro delle ultime armi atomiche americane
(oltre duecento di cui 90 in Italia, 50 nella base di Aviano in Friuli e 40 a
Ghedi Torre vicino a Brescia) ancora stoccate sul suolo europeo. A qualche
settimana dalla conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione, il
tema della denuclearizzazione arriva così per la prima volta sul grande tavolo
dell’Alleanza Atlantica.
L’iniziativa è
partita da un appello transpolitico lanciato ieri mattina da due ex premier del
Belgio, il cristiano democratico Jean-Luc Dehaene e il liberale Guy
Verhofstadt, e due ex ministri degli Esteri, il liberale Louis Michel e il
socialista Willy Claes, che fu anche segretario generale dell’Alleanza
Atlantica. Con un’azione che non ha precedenti, i quattro hanno firmato una
lettera pubblicata ieri mattina dai quotidiani belgi, in cui esortano il mondo
a dare «un urgente sostegno» all’«impegno del presidente americano Barack Obama
di eliminare tutte le armi nucleari».
«La guerra fredda
è terminata, è ora di adattare la nostra politica nucleare alle nuove
circostanze» scrivono i quattro politici, nessuno dei quali, visti i rispettivi
percorsi, può essere considerato un idealista o un pacifista integrale.
Nel giorno in cui
l’Aiea conferma il pericolo che l’Iran si stia dotando di armi atomiche, dal
Belgio arrivata una questione cruciale: «come gestire la situazione, come
rifiutare agli altri stati di dotarsi di quelle armi nucleari di cui invece noi
disponiamo?» si chiedono gli autori dell’appello antinucleare. «La scelta è
chiara - proseguono - o un mondo in cui si accetta che sempre più stati
producano armi nucleari, oppure un mondo in cui le nove potenze nucleari
attuali prendano sul serio l’obiettivo di eliminare le loro armi atomiche». Nel
loro comunicato congiunto, inviato anche a New York, dove a maggio si terrà la
conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, i quattro
belgi sottolineano come «le armi nucleari tattiche americane in Europa abbiano
perso qualsiasi importanza militare».
Il primo ministro
belga Yves Leterme non se l’è fatto ripetere due volte e ha colto l’occasione
per lanciare una «procedura ufficiale». «E’ molto semplice - ha spiegato il
portavoce del governo belga - I governi di Belgio, Germania, Lussemburgo,
Norvegia e Paesi Bassi proporranno nelle prossime settimane di togliere dal
suolo europeo le armi nucleari di altri membri della Nato. Soltanto gli Stati
Uniti dispongono di queste armi: si tratta di circa duecento armi nucleari
tattiche conservate in basi in Germania, Belgio, Turchia e in Italia.
Nell’ottobre scorso, appena riconfermata alla guida del governo, la cancelliera
tedesca Angela Merkel aveva indicato tra i suoi obiettivi proprio quello di
liberare il paese dalle armi nucleari americane ancora stoccate nelle basi in
Germania. Ieri Leterme ha ripreso il testimone, anche se alle grandi
dichiarazioni di principio dovrà seguire la fase delle delicate trattative
diplomatiche.
«Avanzamenti
concreti non saranno possibili se non attraverso negoziati seri con i partner
della Nato e tenendo conto dei progressi nei negoziati in corso nel settore del
disarmo» ha precisato Leterme da Bruxelles, sostenendo la necessità che una
decisione di questo tipo sia collegiale, come fece all’epoca anche la Merkel,
che promise: «nessuna mossa unilaterale».
L’appello belga si
chiude con una preghiera ai governanti del mondo: «Fino a pochissimo tempo fa,
l’eliminazione delle armi nucleari tattiche in Europa era fantasia. Dopo gli
impegni dell’amministrazione Obama, l’evoluzione è possibile. Imploriamo i
nostri successori a lavorare nella stessa direzione: ora o mai più».
FRANCESCA PIERANTOZZI
IM 20
I deficit di Usa, Inghilterra e Spagna. Nessuno può uardarci dall’alto in
basso
Da quando è
cominciata questa lunga crisi economica sono entrati in crisi anche coloro che
per professione commentano, analizzano e fanno previsioni sull’economia. In
primo luogo perché il crollo è giunto quasi totalmente imprevisto, anche se
molti si sono affrettati a dire che già l’avevano messo in conto, semplicemente
perché avevano scritto che gli squilibri esistenti non potevano durare
all’infinito. E non era certo difficile dirlo. Le contraddizioni e le
divergenze nel dibattito di oggi trovano tuttavia origine soprattutto nel fatto
che la lunghezza e la profondità della crisi si accompagnano a cambiamenti del
tutto imprevisti.
Qualsiasi siano le
caratteristiche, i tempi e le modalità della ripresa emerge infatti una perdita
di peso e una netta diminuzione della libertà di movimento degli Stati Uniti.
Il costo dello sforzo militare che da ormai molti anni è crescente in ogni parte
del mondo sommato al costo del salvataggio del sistema finanziario e delle
riforme promesse dal presidente Obama, hanno portato il deficit americano verso
dimensioni insostenibili (superiori al 10%) anche da parte di un paese che
possiede la moneta che è ancora il punto di riferimento dell’economia mondiale.
Attraversando
l’Atlantico si incontra un’Europa che complessivamente ha le carte più in
ordine, con un deficit medio poco più della metà di quello degli Stati Uniti,
ma con differenze enormi tra paese e paese.
Si passa da un
-3,6% della Germania, al -5,2% dell’Italia al -12,3 della Grecia e della Gran
Bretagna, fino a oltre il -13% dell’Irlanda.
Queste disparità
hanno naturalmente attirato l’attenzione sul paese che unisce un deficit
pesantissimo ad un debito pregresso altrettanto pesante, cioè la Grecia.
Come succede in
questi casi è partita la speculazione, sono partite le previsioni negative
rispetto al futuro e, in modo assolutamente immotivato, si è arrivati a
prevedere perfino una prematura fine dell’Euro. Nulla di tutto questo accadrà
perché, nonostante la critica situazione delle istituzioni europee, alla fine
si è trovato un principio di accordo per venire incontro alle emergenze della
Grecia.
L’Euro è infatti
uno strumento troppo prezioso per abbandonarlo di fronte ai pur esecrabili
errori dei governi dei paesi che ne fanno parte.
Questa altalena di
eventi ha tuttavia portato a variazioni nei cambi anch’esse impreviste e,
apparentemente, del tutto irrazionali. Fino a pochissimi mesi fa non solo
l’Euro quotava attorno a 1,50 dollari ma le analisi più raffinate concordavano
nel prevederne un ulteriore ascesa. C’era perfino chi riteneva inevitabile
arrivare al livello di due dollari per euro. A causa della diversità delle
situazioni tra paese e paese e , soprattutto, a causa della debolezza dei
poteri di intervento delle istituzioni europee, l’Euro ha invece perduto il 10%
del suo valore nei confronti del dollaro.
E la situazione è
così incerta e confusa che, personalmente mi rifiuto di fare qualsiasi
previsione sul futuro dei cambi, proprio perché manca ogni linea comune sulle
grandi decisioni riguardo alla politica economica mondiale.
In tale confusione
l’unico punto fermo è che certamente non piango per l’indebolimento dell’Euro
perché questo indebolimento costituisce oggi lo stimolo maggiore per le nostre
esportazioni. Il che, per un paese come l’Italia, è l’aiuto più concreto ad una
ripresa che ancora non si è seriamente materializzata.
Ritornando un
attimo all’Europa, è doveroso notare come paesi come La Gran Bretagna e la
Spagna, che si presentavano come virtuosi e si permettevano di guardare
dall’alto in basso l’Italia, presentano ora un bilancio pubblico con deficit
fino a pochi anni fa inimmaginabili.
Questi alti e
bassi dovrebbero spingere a un maggiore equilibrio di giudizio ma, soprattutto,
a collaborare maggiormente nella direzione di una più forte costruzione
europea. Il quadro politico va tuttavia nella direzione opposta e gli attuali
leader europei sono più spinti a seguire le paure dei propri cittadini che non
a spiegare loro cosa ci aspetta nel futuro. E per vedere questo futuro
materializzarsi ci dobbiamo perciò spostare ulteriormente verso est, dove la
nuova Asia non solo ha già superato la crisi ma accumula le risorse materiali e
umane per assumere un ruolo trainante nel futuro.
Ci tocca perciò
concludere che l’unica cosa certa è che, quando usciremo da questa crisi, il
mondo non sarà più lo stesso. Romano Prodi im 21
Durerà il tempo
della campagna elettorale, la nuova retorica di Berlusconi sulle norme
anti-corruzione da applicare a politici e servitori dello Stato, ma
l’opposizione farebbe male a sottovalutarne la forza. Sono norme in parte già
affossate e poco credibili, visto che di corrotti che hanno fatto carriera ce
ne sono molti nel Pdl. Non solo: sono regole contraddette dallo zelo con cui
Berlusconi ha respinto, per tema di creare precedenti, le dimissioni di
Bertolaso responsabile di scarso controllo sulla corruttela nella Protezione
civile e di Cosentino indagato per contatti con la camorra. Falso ardimento è
infine il divieto di candidarsi a chi è stato condannato in via definitiva: in
Italia le condanne definitive possono giungere dopo quindici anni, sempre che
non siano prima prescritte come nel caso di Berlusconi stesso. Resta che il
premier sa fiutare lo spirito del tempo e subito appropriarsene, come già fece
agli esordi di Mani Pulite quando contribuì (con le sue televisioni,
spalleggiato da Lega e missini) ad affossare la prima Repubblica. Solo dopo
denunciò i non più utili magistrati.
Questa capacità di
fiutare il secolo, e di cambiar casacca appena gli conviene, disorienta ogni
volta la sinistra e conferma su quest’ultima due cose: la debole
preparazione al dopo-Berlusconi, e l’influenza inconfessata, ma profonda, che
il leader Pdl esercita sugli animi dell’opposizione. Il calcolo brevissimo
tende a prevalere sui tempi lunghi, il presente assolutizzato oscura il futuro,
la frase subito popolare premia sul dire-vero. Lo si vede in modo speciale a
proposito di temi fondamentali per il cittadino e reciprocamente dipendenti:
sulla giustizia, e sulla crisi economica che da tre anni tormenta il mondo. La
corruzione dilagante non aiuta affatto la crescita ma l’ostacola, isolando
l’Italia.
Su giustizia e
corruzione, l’opposizione ha spesso paura della propria ombra e stenta ad
attaccare: quasi temesse di sfigurare, di cadere in tentazione riesumando la
morale di Berlinguer, di non esser abbastanza collaborativa e al tempo stesso
scaltra. È grande merito di Bersani aver abbandonato la linea che consisteva
nel prendere le distanze da un Ulivo che pure fece vincere Prodi due volte.
Lavorando sodo, il nuovo leader del Pd è riuscito in pochi mesi a conquistare
la fiducia di soggetti disparati come Di Pietro, Bonino, in parte Casini. Ma
una consistente strategia anti-corruzione ancora manca, e il rischio grottesco
corso oggi dal partito scrive Marco
Travaglio sul Fatto è di «regalare al premier più imputato della storia
la battaglia, almeno mediatica, delle liste pulite». Per mesi Di Pietro fu
ritenuto un sovversivo, dalla sinistra, e ora se ne elogia il moderatismo a
causa del veto tolto al candidato per il governo della Campania. Un candidato,
il sindaco di Salerno De Luca, forse ingiustamente accusato ma pur sempre
rinviato a giudizio per truffa aggravata e falso.
Tanto più
importante è chiedersi se l’opposizione sia preparata a gestire il
dopo-Berlusconi meglio di come abbia gestito il quasi ventennio dominato dal
capo di Mediaset. Se sia mentalmente pronta non per le prossime regionali ma
per il giorno in cui, finita l’eccezione berlusconiana, si tratterà di prendere
durevolmente il comando, di ricostruire, di riportare il potere pubblico da
Palazzo Grazioli a Palazzo Chigi. Le dieci domande che l’istituto Open
Democracy ha rivolto al centro-sinistra sono preziose.
Formulate il 12
febbraio, assieme all’Open University inglese in un convegno a Birmingham, esse
implorano questo prepararsi non più rinviabile.
Enrico Letta ha
raccolto la sfida, il 14 febbraio su La Stampa, ma alcune risposte non sono
all’altezza del «terremoto» che secondo Open Democracy scoppierà quando
Berlusconi uscirà di scena, e ci si accorgerà come egli abbia in realtà
prolungato una lunga storia italiana di immobilità, di scandali, di collusione
con la mafia, proprio mentre fingeva di mutarla alle radici. Alcune
insufficienze dell’opposizione sono evidenti.
Innanzitutto, non
esiste ancora traccia di un’autentica riflessione sugli errori degli ultimi
quindici anni. Il questionario inglese domanda ad esempio perché la sinistra,
quando ha governato, non legiferò sul conflitto di interessi (né abolì le leggi
ad personam, aggiungiamo noi). Letta per rassicurare replica: «È un errore da
non ripetere. Punto!». Proprio quell’interiezione tuttavia (Punto!) rassicura
poco. Sapere che ha errato non spiega né aiuta, se non si dice oggi che cosa
precisamente si farà domani. Se si schiva il racconto di uno sbaglio così
sistematico: c’era del metodo, in quella follia. Allo stesso modo, appare
elusiva la risposta alla sesta domanda del questionario (si introdurranno serie
riforme del sistema politico: su numero dei parlamentari, su immunità, su costi
della politica?). Letta fa promesse su bicameralismo imperfetto e riduzione dei
parlamentari, ma su immunità e finanziamento della politica tace in maniera
allarmante.
È qui che la
giustizia si collega alla crisi economica. Negli anni che abbiamo alle spalle,
il centro-sinistra ha mostrato di sottovalutare più cose di Berlusconi: le
leggi speciali; la predilezione per un’informazione soprattutto televisiva asservita;
l’incapacità di riformare l’economia, liberandola davvero dalla tutela dello
Stato. L’uso dei diminutivi, così cari agli italiani che nascondono ferocie o
minimizzano pericoli, accomuna D’Alema che auspica una «leggina ad personam»
per limitare i danni, e Berlusconi che, tenero, chiama birbantelli i corrotti
della Protezione civile. Evidentemente c’è del metodo anche in simili
sottovalutazioni. Il metodo di chi, senza magari volerlo, ha interiorizzato
parecchie patologie berlusconiane, compresa la vocazione a spartirsi la Rai e a
non dire la verità sull’economia.
Bersani non ha
torto, nel sostenere che la crisi è stata a lungo e demagogicamente negata dal
governo. Ma a giudicare dalla posizione assunta sulle difficoltà dell’auto
difficoltà globali, non solo nazionali si direbbe che anch’egli la
neghi, quando rifiuta, senza azzardare spiegazioni, la chiusura di una
fabbrica, a Termini Imerese, che lavora in perdita da anni. Per l’opposizione
questa era l’occasione, grande, di dire il vero agli italiani; di guardare
lontano nel tempo; di far parlare i fatti: nell’auto si produce più di quel che
si vende, e la tendenza diverrà forse duratura nel mondo; la sua età d’oro è
legata all’energia poco cara, a mercati più ristretti, al lavoro che implicava
viaggi e ancora non includeva il telelavoro. Ci fu un tempo in cui gli
americani costruirono i suburbia, gli agglomerati urbani da dove ci si muoveva
con automobili divoratrici di benzina, lontani dalle città. L’età d’oro è in
crisi. Alcuni (l’urbanista James Kunstler, assieme a molti altri) prevedono
addirittura il lento morire dei suburbia.
Naturalmente
esistono rimedi, che non consistono tuttavia solo nel produrre macchine meno
costose energeticamente. Le industrie dell’auto, scrive il giornalista Max
Fraser, potrebbero partecipare all’ampliamento, essenziale, dei trasporti
comuni (treni, autobus): un po’ come avvenne quando l’auto si rinvigorì, nella
seconda guerra mondiale, costruendo aerei e carri armati per Roosevelt (Fraser,
The Nation, 1-6-09).
Sulla giustizia
come in economia, urge non solo parlare di futuro ma pensarlo, e farlo. Dice
Carlo Federico Grosso, in un’intervista a Beatrice Borromei sul Fatto: «Mani
Pulite non è servita a nulla, il codice penale non basta più per combattere la
corruzione». Il giudice non basta perché arriva dopo i reati. Ma neppure la
politica basta, se continua ad arrivare tardi su tutti i fronti, economia
compresa. Chi dice che la colpa è della società e non della politica ha una
strana visione marxista del mondo: Stato e politica non sono che
sovrastrutture, e solo la società, uscendo dalla congenita sua corruzione, può
acquisire la liberatrice coscienza della propria alienazione.
BARBARA SPINELLI LS 21
È l'era del
"fare". I fatti contrapposti alle parole. Quelli che
"fanno" opposti a quelli che "dicono". E perdono tempo a
discutere, controllare, verificare. È un argomento caro al premier. Ripreso, in
questi giorni, con particolare insistenza per replicare alle polemiche.
Polemiche
sollevate dalle inchieste della magistratura sull'opera della Protezione
civile, in Abruzzo dopo il terremoto e alla Maddalena, in vista del G8 (in
seguito spostato a L'Aquila). E, ancor più, contro le critiche al progetto di
trasformare la Protezione civile in Spa per meglio affrontare ogni emergenza.
Allargando il campo dell'emergenza fino a comprendere ogni evento speciale e
straordinario. Per visibilità e risorse investite. Oltre alle celebrazioni del
150enario dell'Unità d'Italia: i giochi del Mediterraneo e i Mondiali di nuoto;
l'Anno giubilare paolino, l'esposizione delle spoglie di San Giuseppe da
Cupertino, e i viaggi del Papa in provincia (perché non quelli del presidente
della Repubblica e del premier?). Insomma, tutto quanto fa spettacolo e
richiede grandi quantità di mezzi. Affidato alla logica della "corsia
preferenziale", superando i vincoli imposti dalle regole, dalle procedure.
Dagli organismi di controllo istituzionali. Per sottrarsi ai tempi e alle
fatiche della democrazia.
Che spesso delude
i cittadini. E impedisce al governo di produrre risultati da esibire, come
misura dell'efficacia della propria azione.
La mitologia del
"fare" è alla radice del successo politico di Silvio Berlusconi. Il
sogno italiano. L'imprenditore che si è "fatto" da sé. Dal nulla ha
costruito un impero. In diversi settori. Da quello immobiliare a quello
editoriale. A quello mediatico. Anche nello sport, ovviamente. Ha sempre vinto.
Dovunque. E ha imparato che, se vuoi "fare", le regole, le leggi e,
peggio ancora, i controlli a volte sono un impedimento. I giudici e i
magistrati, per questo, possono rappresentare un ostacolo. Perché non sono
interessati ai risultati, ma alle procedure. Alla legittimità e non alla
produttività. Anche se nell'era di Tangentopoli i giudici erano celebrati da
tutti (o quasi). Tuttavia, allora apparivano non i garanti della giustizia, ma
i "giustizieri" di una democrazia malata. Bloccata e soprattutto
improduttiva. Ostile ai cittadini e agli imprenditori.
Sul mito del
"fare" si basa l'affermazione del politico-imprenditore alla guida di
un partito-impresa, che gestisce la politica come marketing e promette di
governare il paese come un'azienda. Anzi: di guidare l'azienda-paese. In aperta
polemica con il professionista politico e il partito di apparato.
Si delinea, così,
un modello neo-presidenziale di fatto. Realizzato su basi pragmatiche ed
economiche. Quindi, molto più libero da regole e controlli rispetto ai sistemi
presidenziali e semi-presidenziali effettivamente vigenti nelle democrazie
occidentali.
L'evoluzione della
Protezione civile è coerente con questo modello. Ne è il prodotto di bandiera,
ma anche il modello esemplare. In fondo, Bertolaso anticipa e mostra quel che
Berlusconi vorrebbe diventare (e costruire). È il suo Avatar. Affronta
emergenze "visibili" e produce per questo risultati "visibili".
In tempi rapidi. Puntualmente riprodotti dai media. Napoli. Sepolta
dall'immondizia. L'Aquila devastata. Poi, arriva Bertolaso. L'immondizia
scompare. Le prime case vengono consegnate a tempo di record. Sotto i
riflettori dei media. Che narrano il dolore, l'emozione. E i successi
conseguiti dal premier-imprenditore attraverso il suo Avatar. Aggirando vincoli
e procedure. Perché nelle calamità, come in guerra, vige lo Stato di emergenza,
che non rispetta i tempi della democrazia e della politica. Da ciò la
tentazione di estendere i confini dell'emergenza fino a comprendere i
"grandi eventi". Cioè: tutto quel che mobilita grandi investimenti,
grandi emozioni e grande attenzione.
La Protezione
civile diventa, così, modello e laboratorio per governare l'Italia come
un'azienda. Dove il presidente-imprenditore può agire e decidere "in
deroga" alle regole e alle norme. Perché lo richiede questo Stato (di
emergenza diffusa e perenne). Dove il consenso popolare è misurato dai
sondaggi. Dove, per (di) mostrare i "fatti", invece che al Parlamento
ci si rivolge direttamente ai cittadini. O meglio, al "pubblico".
Attraverso la tivù. Dove anche la corruzione diventa sopportabile. Meno
"scandalosa", quando urge "fare" - e in fretta.
Di fronte a questa
prospettiva - o forse: deriva - ci limitiamo a due osservazioni
La prima: la
democrazia rappresentativa non si può separare dalle regole. Perché la
democrazia, ha sottolineato Bobbio, è un "metodo per prendere decisioni
collettive". Dove le procedure e le regole sono importanti quanto i risultati.
Perché garantiscono dagli eccessi, dalle distorsioni, dalle degenerazioni. Come
rammenta Montesquieu (nel 1748): "ogni uomo di potere è indotto ad
abusarne. Per cui bisogna limitarne la virtù". Bilanciandone il potere con
altri poteri. Perché, aggiunge un altro padre del pensiero liberale, Benjamin
Constant (nel 1829): "ogni buona costituzione è un atto di sfiducia".
Nella natura umana e del potere.
La seconda
osservazione riguarda il fondamento del "fare", cui si appella il
premier. In effetti, coincide con il "dire". Meglio ancora: con
l'apparire. Perché i "fatti" - a cui si appella Berlusconi - esistono
in quanto "immagini". Proposte oppure nascoste dai media. Secondo
necessità. Come i "dati" dell'economia e del lavoro. Come i
disoccupati o i cassintegrati e i morti sul lavoro. Che appaiono e -
preferibilmente - scompaiono sui media. A tele-comando. Perché il pessimismo e
la sfiducia minano la fiducia dei consumatori e dei cittadini. Meglio: del
cittadino-consumatore. O viceversa.
È la retorica del
"fare". Narrazione e al tempo stesso ideologia di successo. Per costruire
e proteggere l'Italia spa. ILVO DIAMANTI LR 21
Italiani e corruzione. Per l’80% pesa sul voto
Come molti
osservatori avevano previsto, il trend della fiducia nel governo Berlusconi è
tornato a scendere, con una ulteriore diminuzione in questi ultimi giorni. La
popolarità dell’esecutivo aveva già subito un calo piuttosto consistente
nell’autunno dello scorso anno. A dicembre, anche grazie all’«effetto
statuetta», il consenso era notevolmente risalito, ma poi ha intrapreso
nuovamente una china discendente. I giudizi positivi sul governo hanno visto
un’erosione più diffusa in svariati segmenti: tra i giovani fino a 35 anni e,
al tempo stesso, tra i più anziani oltre i 65 anni, tra coloro che posseggono
titoli di studio più bassi, tra i residenti nel sud e nelle isole, tra gli
imprenditori e i liberi professionisti.
I motivi di questo
andamento sono molteplici. Da un verso, si rileva una sorta di delusione
crescente, anche all’interno dell’elettorato di centrodestra: l’esecutivo viene
accusato —a torto o a ragione—di concentrarsi eccessivamente sulle questioni
giudiziarie e di trascurare altre tematiche di rilievo, specialmente, le
riforme di cui il Paese ha bisogno. Dall’altro, l’opinione espressa dagli
elettori sul governo risente molto, com’è ovvio, dell’andamento dell’immagine
del premier, della crescita o del calo della popolarità di quest’ultimo e dei
suoi più stretti collaboratori. È ragionevole pensare, dunque, che il decremento
di fiducia nel governo riscontrato in questi giorni sia dipendente anche dal
«caso Bertolaso » e, in generale, dall’impressione che ci si trovi di fronte ad
una sorta di «nuova tangentopoli» o, comunque, ad un allargarsi preoccupante
dei casi di malversazione—se non, talvolta, di corruzione—nel settore pubblico.
L’episodio milanese, che ha visto il presidente della commissione Urbanistica
colto in flagrante mentre riceveva una mazzetta e altri simili accadimenti
occorsi, sempre negli ultimi giorni, in altre città, hanno rinforzato
l’immagine di un decadimento crescente. Diversi commentatori hanno sottolineato
come questi avvenimenti non costituiscano solo l’indizio del degrado di
moralità rilevabile nelle istituzioni dello Stato, ma siano l’espressione della
cultura generale del nostro Paese, spesso incline alla furbizia,
all’«arrangiarsi», sino alla trasgressione delle regole in nome dell’interesse
personale o familiare. Molti comportamenti illegali, perpetrati anche da
privati cittadini, vengono giustificati col fatto che «lo fanno tutti» o, più
spesso, che «il mio è un caso particolare e dunque deve essere accettato».
Interrogata sulla
possibile ipotesi di «comprensione» dei casi di corruzione da parte degli
esponenti pubblici, la maggior parte dei cittadini esprime un giudizio severo,
senza possibilità di appello. Ma una quota piuttosto numerosa — corrispondente
a più di un italiano su cinque—afferma che «i politici corrotti fanno male», ma
che «in fondo fanno come tutti». È la parte, minoritaria ma al tempo stesso
assai consistente, del Paese che, in qualche modo, tende a giustificare buona
parte dei comportamenti scorretti (in primo luogo i propri). Questo
atteggiamento è più diffuso tra le persone con titolo di studio medio e, in
misura ancora maggiore, tra le casalinghe. Ancora, appare «comprendere»
lievemente di più i casi di corruzione politica chi dichiara di votare per il
centrodestra. Beninteso, anche in questo segmento di elettorato si tratta di
una minoranza, sempre piuttosto ampia, di poco superiore al 30%. Tuttavia
questo «familismo amorale» (secondo la definizione che, già negli anni ’50, il
sociologo americano Banfield diede della cultura del nostro Paese), pur essendo
assai diffuso, non porta a scagionare i comportamenti dei politici. La maggioranza
assoluta degli elettori, l’80% circa, attribuisce agli esponenti politici (in
quanto detentori di risorse pubbliche) responsabilità maggiori dei singoli
cittadini e, di conseguenza, è portata a giudicarli — e condannarli — più
severamente. Con inevitabili implicazioni sul livello di popolarità dei
governanti. Renato Mannheimer CdS 21
L’editoriale. Come funziona il sistema Verdini
Adesso il problema
sembra essere quello della corruzione generale. Di tutta la nazione. Di tutto
un popolo "che nome non ha". Di tutta una gente che spunta alla
rinfusa "dagli atri muscosi, dai fori cadenti". Una sorta di scena da
teatro senza attori, solo comparse degradate che si sospingono a vicenda, una
cenciosa opera da tre soldi dove vengono scambiate miserabili mazzette,
abbietti favori, borseggi agli angoli delle strade. Ci sarà pure un Mackie
Messer armato di coltello ma non si vede, dà ordini sottovoce all'ombra di
quella plebaglia corrotta e corruttibile.
La Corte dei Conti
ha quantificato il degrado collettivo: da un anno all'altro la corruzione è
aumentata del 229 per cento. Anche due giudici della Corte sono tra gli
indagati. Anche un giudice della Corte costituzionale è lambito dall'ondata di
fango. Anche un magistrato della Procura di Roma.
I giornali dibattono
l'argomento. Analizzano il fenomeno. Si tratta d'una nuova Tangentopoli a
diciotto anni di distanza dalla prima? Oppure d'una situazione con
caratteristiche diverse? Allora, nel 1992, si rubava per procurare soldi ai
partiti e alle correnti; adesso si ruba in proprio ed è un crimine di massa.
Meglio o peggio di allora?
Infine
- ma questa è la vera domanda da porsi: la corruzione sale dal basso
verso l'alto oppure scende dall'alto verso il basso? La classe dirigente è lo
specchio d'una società civile priva di freni morali oppure il cattivo esempio
degli "ottimati" incoraggia la massa a delinquere infrangendo
principi e normative?
Berlusconi è
preoccupato. Lo dice lui stesso in pubblico e in privato e molti suoi
collaboratori trasmettono ai giornali il suo cattivo umore che del resto
risulta evidente dalle immagini televisive e fotografiche.
"Se potessi
scioglierei il partito, ma non posso". Una frase così non l'avevamo mai
sentita prima. E' indicativa del livello cui il fango è arrivato.
Per quello che se
ne sa, la sua preoccupazione proviene da sondaggi molto allarmati e soprattutto
da previsioni pessimistiche sullo smottamento futuro del consenso. Emergono
diverse faglie: quella dei moderati, quella dei cattolici, quella delle persone
perbene senza aggettivi.
Bertolaso è
indagato, Verdini e Letta compaiono molte volte nelle intercettazioni
giudiziarie.
Due differenti
pulsioni si alternano nell'animo del "capo dei capi": rintuzzare gli
attacchi, mantenere le postazioni e anzi contrattaccare; oppure cambiare
strategia, abbandonare le posizioni più esposte e i personaggi più discussi,
dare qualche soddisfazione ad una pubblica opinione stupita, indignata e
trascurata per quanto riguarda le ristrettezze economiche che mordono ormai la
carne viva del Terzo e del Quarto stato.
La scelta tra
queste due opzioni non è stata ancora fatta. A giudicare dalle parole e dagli
atti sembrerebbe che il "capo dei capi" persegua contemporaneamente
ambedue queste strategie col rischio di far emergere un'incoerenza che segnala
una crescente difficoltà.
La legge in
preparazione che dovrebbe inasprire le pene contro i reati di corruzione segna
il passo. Il collega D'Avanzo ha spiegato ieri le ragioni del rinvio: il gruppo
dirigente del partito non ci sta. Se alla fine la legge verrà fuori, sarà solo
un placebo da avviare su un binario morto.
Più efficace (se
ci sarà) potrebbe essere il lavoro di pulizia delle liste elettorali; ma quel
lavoro, per avere un senso, dovrebbe estendersi ai membri del governo e del
Parlamento colpiti da sentenze o da condanne di primo grado con imputazioni di
corruzione. Ma ne verrebbe fuori una decimazione: Dell'Utri, Ciarrapico,
Cosentino, Fitto e almeno un'altra decina di nomi sonanti. Vi pare fattibile
un'ipotesi del genere? Promossa da Berlusconi che dal canto suo ha schivato le
condanne solo con derubricazione di reati e accorciamento dei tempi di
prescrizione disposti dalle famose leggi "ad personam"?
Il caso
Bertolaso-Protezione civile fa storia a sé. Il punto nodale della questione sta
nella distinzione tra eventi causati da catastrofi naturali per i quali la
necessità e l'urgenza autorizzano a derogare dalle norme vigenti; e gli eventi
non connessi a tali catastrofi, per i quali le deroghe non sono né urgenti né
necessarie. Qualche eccezione in questo secondo campo d'azione può essere
ipotizzata ma deve essere dettagliatamente motivata e debitamente circoscritta.
Così non è stato. La cosiddetta politica del fare è diventata una modalità
permanente, la mancanza di controlli ha alimentato l'arbitrio, e l'arbitrio è
diventato sistema.
L'inchiesta
giudiziaria in corso riguarda situazioni molteplici: appalti in Toscana,
appalti alla Maddalena, appalti a Roma, appalti a L'Aquila, in Campania, a
Varese, a Torino, a Venezia, seguirne il filo è stato scrupolosamente fatto dai
giornali e lo do quindi per noto. Aggiungo qualche aggiornata osservazione.
1. Il giro degli
appaltanti, degli attuatori e degli appaltatori è relativamente limitato. Le
Procure (Firenze, Roma, Perugia, L'Aquila) li hanno definiti una
"cricca". La parola mi sembra quanto mai adatta.
2. Gianni Letta (e
Bertolaso) avevano escluso che imprenditori della cricca suddetta avessero mai
lavorato all'Aquila, ma hanno poi dovuto ammettere di essersi sbagliati. Almeno
due di essi (Fusi e Piscicelli) hanno avuto incarichi anche in Abruzzo. Agli
altri e al gruppo Anemone in particolare, è stata data in pasto La Maddalena e
molti altri luoghi, a cominciare da Roma.
3. La scelta
iniziale di collocare il G8 nell'isola sarda fu un errore madornale. La pazza
idea di ospitare i Grandi sulle navi creando una sorta di isola galleggiante fu
rifiutata dalle delegazioni principali. Sopravvennero altre questioni di
sicurezza di impossibile soluzione. Se non ci fosse stato il terremoto dell'Aquila,
La Maddalena sarebbe stata comunque scartata ma questa impossibilità tecnica è
venuta fuori quando il grosso dei lavori era già stato appaltato e portato
avanti. La Protezione civile non si era accorta di nulla o, se se n'era
accorta, non l'aveva detto a nessuno.
4. Il terremoto
offrì una via d'uscita dall'"impasse" della Maddalena, ma a caro
prezzo: furono costruiti dunque due G8, uno dei quali procedette di pari passo
e negli stessi luoghi distrutti dal sisma. Da questo punto di vista la
Protezione civile dette prova di grande efficienza. Il prezzo fu l'abbandono
della Maddalena nelle mani di Balducci e della cricca e una soluzione edilizia,
ma non urbanistica, che ha soccorso molte migliaia di aquilani ma ha messo in
un binario morto la ricostruzione della città.
5. La figura di
Angelo Balducci scolpisce nel modo più eloquente il funzionamento della cricca
e gli arbitri che ne derivano. Uno dei casi più macroscopici riguarda la famosa
sede del Salaria Sport Village sulle rive del Tevere. Terreno demaniale, zona
preclusa ad ogni tipo di costruzione, parere negativo della conferenza dei
servizi, della Regione, della Provincia e del Comune di Roma; tutti superati da
un'ordinanza di Balducci con trasferimento della concessione all'imprenditore
Anemone.
6. L'altra figura
omologa che si erge alla guida della cricca è quella di Denis Verdini,
coordinatore del Pdl e come tale persona "all'orecchio" del Capo.
Verdini non si
lascia intervistare, non vuole sottoporsi a domande imbarazzanti. In compenso
ha scritto un diario, una sorta di comparsa a difesa, e l'ha fatto leggere ad
un giornalista del "Corriere della Sera". Il quale ha fatto
scrupolosamente il suo mestiere riferendo il testo senza poter interporre
domande. Ne è risultata un'autodifesa vera e propria.
Questo testo
merita d'esser letto con attenzione. Ne riporterò qui qualche brano che ne dà
l'idea.
"Il mio amico
Riccardo Fusi è persona di cui mi fido, un vero imprenditore con tremila
lavoratori alle sue dipendenze. Sono indagato per aver sostenuto una nomina che
poteva interessare. Questo ha indotto i magistrati a pensare che ci fosse sotto
un reato, ma non è così, non ho mai preso una lira, ma non nasconderò mai che a
Riccardo ho presentato il mondo, tutti quelli che mi chiedeva di conoscere.
Dimettermi da coordinatore? Non mi passa neanche per l'anticamera del cervello.
Certe cose sono roba da asilo infantile. Siamo un sistema di potere? Scoperta
dell'acqua calda. Quando c'è discrezionalità si apre la porta ad un sistema. Il
punto è se è legittimo o illegittimo".
Questa frase è
essenziale, fornisce la chiave autentica per decifrare ciò che sta accadendo. Verdini
è uno dei pilastri del sistema. Evidentemente lo considera legittimo, più che
legittimo per il bene del paese. Scrive in un'altra pagina del suo diario:
"Io lavoro per Berlusconi che riesce a ottenere benessere e consenso da
milioni di italiani".
Lui non fa parte
della cricca. Così dice, anche se gli amici per i quali si spende e ai quali
procura appalti, nomine ministeriali, potere e danaro, sono i componenti della
cricca. Ma lui no, lui non pensa di farne parte perché è collocato di varie
spanne al di sopra. E non li favorisce per avere mazzette. Che volete che se ne
faccia delle mazzette, lui che è agiato di famiglia? Lui gode di aver potere e
di portare talenti e consensi al suo Capo. Talenti di malaffare? Può esser
malaffare quello che porta consenso e voti a Berlusconi? Certo "quando c'è
discrezionalità si apre la porta al sistema" e dunque portiamo la
discrezionalità al massimo, sistemiamo gli amici nei posti che servono e chi
non beve con noi peste lo colga. Non è questo il meccanismo? Non è questo che
spiega la fronda di Fini e l'uscita di Casini dall'alleanza? Non è questo che
divide Palazzo Chigi dal Quirinale? La magistratura da una concezione
costituzionale che ricorda gli Stati assoluti?
Non prendono una
lira, può darsi, ma hanno fatto a pezzi la democrazia. Vi pare robetta da poco?
Bertolaso è
un'altra cosa. Nel 2001, poco dopo esser stato insediato da Berlusconi alla
guida della Protezione civile, scrive una lettera all'allora ministro
dell'Interno, Scajola, e al sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta. Dice
così: "Il nostro Dipartimento è diventato dispensatore (assai ricercato)
di risorse finanziarie e deroghe normative senza avere la minima capacità di
verificare l'utilizzazione delle prime e l'esercizio delle seconde e senza
avere alcun filtro utile sulle richieste. L'accavallarsi di situazioni di
emergenza ha generato un flusso inarrestabile di ordinanze che a loro volta
hanno comportato provvedimenti di assunzione di personale e autorizzazioni di
spesa di non agevole controllo". Era il 4 ottobre del 2001. Sono passati
nove anni ma sembra di leggere oggi un discorso di Bersani o di Di Pietro. Che
cosa è accaduto?
Nonostante le
apparenze Bertolaso è un uomo debole ma con una grande immagine di se stesso.
Non ha il cinismo di Verdini e di Balducci, dei grandi corruttori. Adora i suoi
volontari e ne è adorato. Pensate che qualcuno adori Verdini (tranne gli amici
della cricca)? Qualcuno adori Balducci?
Bertolaso è un
mito tra i suoi, lavora con i suoi, si veste come i suoi. Vuole essere amato.
In questo è l'anima gemella di Berlusconi: vogliono essere amati. Naturalmente
senza condizioni. Le critiche li fanno impazzire di rabbia. Le regole sono un
impaccio. "Posso star fermo in attesa che il Parlamento decida?" ha
scritto Bertolaso pochi giorni fa rispondendo ad una mia domanda.
Quindi avanti con
i grandi eventi, Unità d'Italia, campionati di nuoto, campionati di ciclismo,
celebrazioni di Santi e di Beati, restauro del Donatello eccetera. Insomma
Bertolaso non ha addomesticato il potere come sperava nella sua lettera del
2001, ma è la brama di potere che si è impossessata di lui.
Quando è franata
un'intera montagna sul paese di Maierato in Calabria, Bertolaso era alla Camera
e poi a Ballarò per difendersi dalle intercettazioni che lo riguardano. La
mattina dopo è volato a Maierato in mezzo ai pompieri che spalavano il fango.
Bravo. Meritorio. Lo dico senza alcuna ironia, ma mi pongo una domanda: tra i
compiti affidati alla Protezione civile non c'è anche quello importantissimo di
prevenire le catastrofi e sanare il disastro idrogeologico del territorio?
Il grande
meridionalista Giustino Fortunato cent'anni fa definì la Calabria "uno
sfasciume pendulo sul mare". Allora non esisteva la Protezione civile, ma
oggi c'è. Bertolaso sa benissimo che le montagne e le colline delle Serre nella
Valle dell'Angitola sono uno sfasciume pendulo. Che cosa ha fatto per
prevenire? Io so che cosa ha fatto: ha distribuito alle Regioni di tutta Italia
la mappa idrogeologica del territorio segnalando i punti critici ed ha
incoraggiato le Regioni a provvedere. Lui aveva altre cose di cui occuparsi.
Le Regioni senza
una lira non hanno fatto nulla. La supplenza toccava a lui che i soldi li ha e
le forze a disposizione anche. Ma la prevenzione non è un grande evento, le
televisioni non se ne occupano, nessuno ne sa nulla. Intanto lo sfasciume
crolla sulle case abusive e sulle strade abusive. Così vanno le cose.
La corruzione è
aumentata a ritmi pazzeschi. Non è Tangentopoli? Forse è peggio. Oggi si ruba
in proprio ma quelli che rubano sono i protetti del potere e puntellano il
potere. Quelli che rubano cadono in tentazione e qui mi sono tornate in mente
le pagine dostoevskijane del "Grande Inquisitore", delle quali ho
discusso a lungo un mese fa col cardinale Martini riferendone su queste pagine.
Il Grande Inquisitore
contesta a Gesù di avere promesso agli uomini il pane celeste mentre essi
volevano il pane terreno. Gesù aveva dato agli uomini il libero arbitrio di cui
essi avrebbero volentieri fatto a meno ed essi scelsero infatti di farne a meno
pur di avere il pane terreno rinunciando ai miraggi del cielo. Gli uomini si
allearono con lo spirito della terra, cioè con il demonio, ed anche i
successori di Pietro si allearono con lo spirito della terra. Alla fine il
mondo diventò pascolo del demonio e delle autorità che per brama di potere
avevano sconfessato il messaggio di Gesù. Il Grande Inquisitore decide
addirittura che Gesù sia bruciato e così si chiudono quelle terribili pagine.
Non so se Verdini
o Letta o Bertolaso o Balducci o quelli che ridevano nel letto mentre L'Aquila
crollava, abbiano mai letto i "Fratelli Karamazov". E se, avendoli
letti, abbiano sentito muoversi qualche cosa nell'anima, un monito, un rimorso.
Se l'hanno sentito, questo sarebbe il momento di seguirne l'impulso. Ma da quello
che vedo, temo che siano sordi a questi richiami. EUGENIO SCALFARI LR 21
La classe dirigente è scomparsa
Archiviamo dunque
la retorica della «sana società civile» italiana contrapposta alla «politica»
inefficiente e corrotta o semplicemente impotente. La nostra politica
rispecchia la nostra società. Questa tesi è stata espressa più volte su questo
giornale, in tempi non sospetti, senza aspettare le ultime vicende, mettendo in
guardia contro l’autoinganno della «sana società civile».
Non per negare
l’esistenza di strati e settori che sono sani e generosi (e che si sentono
offesi dalla nostra analisi) ma perché rimangono frammenti di società, senza
capacità coagulante. La società civile è a pezzi, depressa, senza guida.
Siamo così al
punto cruciale: alla scomparsa o all'inesistenza di una classe dirigente
italiana, degna di questo nome.
Per classe
dirigente non si deve intendere innanzitutto il ceto politico professionale, ma
l’insieme dei gruppi responsabili - nell’economia, nei media, nella cultura,
nella magistratura - che di fatto svolgono un ruolo di guida. Lo fanno con le
loro decisioni, con i loro atteggiamenti. Ebbene questi gruppi sono o diventano
«classe dirigente» quando intenzionalmente, esplicitamente (oppure anche
implicitamente) si sentono responsabili «in solido» della comunità nazionale. E
agiscono in questo senso. Non si limitano a rappresentare i legittimi interessi
del loro settore, dichiarandoli senz’altro di interesse generale, ma si
assumono una responsabilità comune. Sacrificando magari alcuni dei loro
interessi «legittimi».
In questa
prospettiva il ceto politico professionale, con la sua dialettica interna,
dovrebbe essere il fattore di raccordo di questa responsabilità comune condivisa
(per dirla con l’aggettivo ora più inflazionato). Invece non è così. La
politica oggi è diventata la fonte prima di disgregazione, di contrapposizione,
di incompatibilità culturale e morale. E gli altri pezzi di classe dirigente -
in particolare quella economica - giocano di sponda sulle contrapposizioni
interne della politica, addirittura su questo o sull’altro ministero, su questa
o sull’altra struttura istituzionale.
Particolarmente
penosa è la situazione del ceto intellettuale che - quando non è apertamente
schierato in trincea - non riesce a offrire in modo convincente piattaforme di
intesa morale e culturale che abbiano valore comune. Non è in grado di andare
oltre le diagnosi più impietose. E quando lo fa, le sue suonano come prediche
edificanti. La scissione, il sistematico mancato incontro tra l’energia
propositiva intellettuale e l’energia realizzatrice politica è la scoperta più
sconfortante degli ultimi anni.
Si è fatta tanta
ironia sugli «intellettuali organici» della vecchia repubblica, con le loro
ideologie e le loro obsolete visioni del mondo. Eppure a loro modo, con alti e
bassi, in momenti importanti hanno consentito l’incontro tra intelligenza e
operatività, con una positiva ricaduta sulla dialettica tra forze di governo e
forze di opposizione.
Oggi l’elemento
che più paralizza il ceto intellettuale nel suo virtuale ruolo critico
dirigente è la prepotenza del sistema mediatico, intimamente appiccicato al
sistema politico. Solo in apparenza infatti il sistema mediatico esercita la
sua funzione critica. In realtà cementa insieme la classe politica esistente. A
«Ballarò» solo in apparenza ci sono contrapposizioni e contro-argomentazioni:
in realtà va in scena lo stesso spettacolo della stessa politica. Ci si
insulta: ma non si scambiano argomenti in grado di convincersi. E’
sconcertante, ma è così.
In queste
condizioni come si ricostruisce una classe dirigente che è fatta di politici,
di intellettuali, di manager, di sindacalisti, di magistrati ecc? Tutti forti
delle loro specifiche competenze eppure consapevoli di avere una comune,
vincolante responsabilità verso la società civile?
Il vero leader è
chi sa trasmettere questo senso di responsabilità e condurre in questa
direzione. Non chi esaspera le divisioni. GIAN ENRICO RUSCONI LS 19
Di chi può mai
essere la colpa della corruzione italiana se non della politica? Di chi se non
dei politici - beninteso di quelli per cui votano gli “altri”? Si mettano
dunque l’una e gli altri sul banco degli accusati per la meritata, inevitabile
condanna. Così la pensano oggi moltissimi italiani i quali non vogliono
sentirsi dire che la corruzione di questo Paese - anche quella pubblica - è
invece qualcosa che viene dal profondo, che rimanda alla storia vischiosa,
oltre che del nostro Stato, della nostra società; ai suoi meccanismi e vizi
inveterati. No, guai a dirlo: si è subito sospettati di voler cancellare le
responsabilità individuali, di voler “salvare i ladri”. Che c’entriamo noi con
la corruzione? La colpa è solo della politica.
In questo modo sta
per ricominciare oggi il circolo perverso avviatosi nel ’92-’93. Infatti, se si
mettono così le cose è fatale che agli occhi dell’opinione pubblica l’immagine
di tutta la politica e di tutti i politici ne esca complessivamente a pezzi.
Con l’ovvia conseguenza, che più ciò accadrà e più solo i mediocri o gli
spregiudicati accetteranno di entrare nell’arena pubblica, e che quindi, alla
fine, la politica risulterà ancora di più inetta e/o corrotta, accrescendo
ulteriormente la sfiducia e la disistima generali. Sta per ricominciare alla
grande, insomma, il meccanismo implacabile dell’antipolitica. Il meccanismo che
si mise in moto all’epoca di “Mani pulite” e i cui risultati nonostante
l’avvicendarsi di governi di destra e di sinistra, sono sotto gli occhi di tutti:
allora svergognata e vilipesa la politica non si è rinnovata per nulla, la
qualità dei suoi protagonisti è anzi in media peggiorata, ed essa non è stata
capace né allora né poi di correggere un bel nulla del sistema che aveva
portato a Tangentopoli.
Non è questione di
pensare che la corruzione sia “connaturata” alla società italiana. Bensì di
convincersi che essa è innanzi tutto della società italiana. Di convincersi
cioè che, in Italia, in tanto la politica può ospitare un così alto numero di
traffichini e di lestofanti, in tanto può rappresentare un ambito d’elezione
per un così gran numero di scambi e guadagni più o meno loschi, in quanto, e
solo in quanto, ha come sponda, come interlocutrice permanente, una società
moralmente opaca come la nostra. Perché alla fine delle due l’una, insomma: o
si nega che quella italiana sia una società di tal fatta (e mi sembra davvero
difficile), o si deve sostenere che tra lo standard morale della politica e lo
standard morale della società non c’è alcun rapporto necessario (e si dice una
palese assurdità). Naturalmente c’è sempre una terza possibilità (che sospetto
sia proprio quella fatta ipocritamente propria da molti abitanti della
penisola): e cioè credere, o fingere di credere, che in una società di diavoli i
politici, non si sa per quale miracolo, possano - anzi debbano – essere degli
angeli; e la politica, di conseguenza, una specie di anticamera del paradiso
terrestre. Tutti coloro che, come Marco Vitale, rimproverano alla politica in
genere, e dunque anche alla sinistra, di non aver preso le misure necessarie
per una vasta e radicale opera di moralizzazione pubblica, dovrebbero innanzi
tutto chiedersi: ma siamo sicuri che quel partito o quello schieramento che lo
avesse fatto avrebbe avuto il consenso degli elettori italiani? O non sarà
forse che un’opera del genere - per come è l’Italia, il suo mercato del lavoro,
i suoi rapporti patrimoniali, per come sono abituati i suoi pubblici
dipendenti, per come sono le sua abitudini diciamo così fiscali - non sarà forse
che un’opera del genere avrebbe suscitato molte più opposizioni che consenso? E
perché altrimenti nessun partito, nessuno schieramento, ha mai preso questa
strada?
Di fronte agli
scandali in cui è coinvolta la politica (anche o soprattutto la politica) molti
uomini e donne impegnati nelle attività private, nel mondo del fare come oggi
si dice, amano invocare rispetto delle regole, meritocrazia, presenza di poteri
contrapposti, trasparenza, orgoglio di ruolo. Lo ha fatto l’altro giorno anche
Franco Bernabè su queste colonne. Confesso di non aver ben capito a chi fosse
rivolto di preciso una tale astratta invocazione - che anche in questo caso
come in altri casi, di altri autori, evita di fare nomi e cognomi - ma spero
che comunque il presidente della Telecom mi perdonerà se gli rivolgo una
domanda impertinente: in che misura a suo giudizio il sistema delle imprese
italiane e quello bancario - e la stessa Telecom, aggiungo, toccando davvero il
colmo dell’impertinenza - si attengono alle prescrizioni da lui messe nero su
bianco? Personalmente penso che lo facciano parecchio meno di quanto dovrebbero
e di quanto accada di solito in altri Paesi, a cominciare per esempio dagli
Stati Uniti. Basta vedere l’accanimento tenace con il quale tutto quel mondo si
è opposto ad un’efficace legislazione sulla “class action”; e se non sbaglio
senza che nessun suo esponente alzasse la minima voce contraria. Non è solo la
politica, insomma, a non avere le carte in regola.
Se non cominceremo
una buona volta con il dirci tutto questo, con il dircelo ad alta voce e
dircelo di continuo, potremo pure mandare periodicamente all’ergastolo tutti i
“marioli” e i “birbantelli” del caso, potremo pure in un raptus suicida
nominare Marco Travaglio ministro della giustizia, ma rimarremo sempre quello
che siamo: una società malandrina, spietata e al tempo stesso accomodante, un
Paese sostanzialmente senza legge e senza verità. Ernesto Galli della Loggia CdS 20
I compari e la Triarchia il sistema dell'emergenza
Berlusconi-Letta-Bertolaso.
Così "la politica del fare" ha umiliato la legge - Dall'alto è stato
offerto un salvacondotto a comportamenti storti - di GIUSEPPE D'AVANZO
Deflagra lo
scandalo della Protezione civile e Silvio Berlusconi urla ai magistrati
"Vergognatevi!" e, in fretta, corre a nascondersi per sette giorni
tra le quinte. Si defila. Sta alla larga, muto come un pesce. Ben protetto,
attende gli eventi e ora che il fondo "gelatinoso" -
familistico, combriccolare, spregiudicato, avidissimo - è in piena
luce, il premier avverte il pericolo, come un fiato caldo sul collo. Può
scoppiargli tra le mani, quest'affare. Prova a uscire dall'angolo. Rinuncia a
trasformare in un soggetto di diritto privato, in una società per azioni, le
"funzioni strumentali" della Protezione civile. Abbandona la pretesa
di garantire l'impunità amministrativa a chi la governa. Accantona l'idea di
imporre al Parlamento un altro voto di fiducia. Si accorge che quei passi
indietro non sono sufficienti. Non lo proteggono abbastanza da quel che si scorge
nel pozzo nero dove si sono infilati molti dei suoi fedelissimi, addirittura il
coordinatore amatissimo del suo partito. Si decide a una proposta che, fiorita
sulla sua bocca, appare avventurosa: "Chi sbaglia e commette dei reati non
può pretendere di restare in nessun movimento politico" (se non se stesso,
quanti del suo inner circle dovrà escludere dal Palazzo?).
Al di là del
messaggio promozionale che, vedrete, durerà il tempo della campagna elettorale,
il premier si sente interrogato e coinvolto dallo scandalo. Finalmente, perché
il modello del trauma e del miracolo, dell'emergenza risolta con un prodigio -
non è altro che questo la Protezione civile - è il fondamento della
"politica del fare", la strategia che glorifica una leadership politica
che ha in Gianni Letta la guida burocratico-amministrativa e in Guido Bertolaso
il pilota tecnocratico. Il destino dell'uno è avvinto alla sorte dell'altro,
degli altri, come in un indistricato nodo gordiano perché il sistema della
Protezione civile è il prototipo del potere che Berlusconi pretende e
costruisce. E' il dispositivo che anche pubblicamente Berlusconi invoca quando
dice: "Per governare questo Paese ho bisogno dei poteri della Protezione
civile".
La storia è nota,
oramai. Il sovrano decide l'eccezione rimescolando l'emergenza con l'urgenza e
infine l'urgenza con l'ordinarietà. Nel "vuoto di diritto", cade ogni
regola. Si umilia la legge. Il governo può affermare l'assolutezza del suo
comando. Lo affida alla potenza tecnologica della Protezione civile, libera di
decidere - al di là di ogni uguaglianza di chances - progetti, contratti,
direzione dei lavori, ordini, commesse, consulenze, assunzioni, forniture,
controlli. La scena è ancora più vivace se si rileggono le parole del bardo
televisivo del premier: "Piaccia o non piaccia, Berlusconi è l'uomo del
fare. Sbuffa contro le lentezze di un sistema bicamerale perfetto e si rifugia
nei decreti legge. Lamenta gli estenuanti dibattiti parlamentari e propone di
far votare solo i capigruppo. Si sente imbrigliato nei vincoli costituzionali
che il presidente della Repubblica (e ora anche quello della Camera) gli
ricordano. Ma appena arriva un'emergenza rinasce. Perché rinasce? Perché
emergenza chiama commissario e il commissario agisce per le vie brevi, saltando
le procedure. Guido Bertolaso e Gianni Letta si ammazzano di lavoro, l'uno sul
campo, l'altro nelle retrovie di Palazzo Chigi. Ma il commissario ideologico è
il Cavaliere. ... Quando va a L'Aquila, Berlusconi si siede con gli uomini
della Protezione civile e guarda carte, rilievi, progetti. Niente doppie
letture parlamentari in commissione e in aula, niente conferenze di servizi,
niente rallentamenti burocratici, niente fondi virtuali" (Bruno Vespa,
Panorama, settembre 2009).
Adesso sappiamo
che cosa si è mosso e ritualmente si muove dietro l'emergenza, sia essa il G8
alla Maddalena, i rifiuti di Napoli, il terremoto dell'Aquila o i
festeggiamenti per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Berlusconi,
"commissario ideologico", laboriosamente chino su "carte, rilievi
e progetti" è un'immagine che bisogna ricordare. Racconta una presenza e
una responsabilità. Spiega meglio di tante parole perché - ora che quel potere
assoluto si scopre corrotto - lo scandalo della Protezione civile è lo scandalo
di una leadership politica, il dissesto della "politica del fare", lo
smascheramento della materia di cui è fatta, di un metodo, degli uomini che lo
interpretano. Nel cerchio infimo della responsabilità troviamo gaglioffi che
ridono di tragedie e lutti che presto diventeranno - soltanto per loro -
fortuna e ricchezza; funzionari dello Stato che barattano i loro obblighi per i
favori di una prostituta; giudici costituzionali in società con imprenditori
malfamati; segretari generali di Palazzo Chigi che esigono prebende e benevolenze
perché sanno di poterle pretendere (è a Palazzo Chigi, nella stanza di Gianni
Letta, che tutto si decide e quindi...); un corteo di mogli, cognati, figli,
fratelli - rumoroso e vorace come una nube di cavallette - in cerca di
collocazione, incarichi, provvigioni, affari, magari soltanto uno stipendiuccio
da incassare senza troppa fatica. Qualche malaccorto minimizza: non è una
notizia che politici e amministratori si interessano di appalti. L'argomento
dovrebbe chiudere il discorso, lasciare cadere in un canto che quegli appalti
interessavano soltanto alcuni, sempre gli stessi, e non il mercato, non i
migliori, non la pubblica utilità; far dimenticare che dove non ci sono regole,
dove non soffia l'aria fresca dell'attenzione e della critica pubblica è inevitabile
che "cresca come un fungo una corruzione senza colpa".
Una corruzione
senza colpa è quel che si scorge a occhio nudo nello scandalo della
"politica del fare", al di là di ogni indagine giudiziaria, come se
le condotte di quegli uomini di Stato e civil servant e professionisti e
imprenditori fossero necessitate, come se le loro azioni fossero, più che una
libera decisione, "un adempiere, un 'riempirè tasselli già pronti".
Costretti in un "sistema", come può esservi responsabilità e castigo?
In qualche modo, è vero perché "di rado un individuo si rende colpevole da
solo", ha scritto Joseph De Maistre.
Le ragioni di
quelle responsabilità devono essere rintracciate in un cerchio più alto,
allora, nella triarchìa (Berlusconi, Letta, Bertolaso) che ha voluto e creato
un metodo, ne ha amministrato le condizioni e i risultati, ha lasciato un
salvacondotto a quei comportamenti storti. E' per questo che oggi Bertolaso e
Letta devono mentire o dissimulare (non sapevamo, non siamo stati informati,
siamo stati informati male) e Berlusconi deve lamentare che i suoi due
collaboratori "sono stati ingannati". Bene. Ammettiamo che siano
stati imbrogliati davvero e chiediamoci: Bertolaso e Letta hanno avuto la
possibilità di non lasciarsi ingannare? Sono stati messi nella condizione di
sapere e provvedere? Non dallo zibaldone delle intercettazioni, ma dalle stesse
parole di Bertolaso si può trarre la conferma di una consapevolezza delle
manovre smorte e della necessità di non punire per salvaguardare il "sistema".
Dice Bertolaso:
"A un certo punto, ho scoperto che alla Maddalena dei lavori, che avevamo
previsto costassero 300 milioni di euro, stavano per essere appaltati a 600.
Incaricato della pratica era un certo De Santis. Io ho capito che qualcosa non
tornava. Ho allontanato De Santis" (il Giornale, 14 febbraio).
Dunque, salta
fuori che l'ingegnere Fabio De Santis, "soggetto attuatore" dei
progetti del G8 - Bertolaso finge di non sapere chi è, anche se lo ha scelto
direttamente - potrebbe essere disonesto. Lo sostituisce. Non segnala a nessuno
il suo sospetto o le sue certezze nemmeno quando Fabio De Santis, pur privo
delle qualifiche idonee (non è un direttore generale), è nominato provveditore
alle opere pubbliche in Toscana e Umbria, dove diventerà il perno di un
"sottosistema" che ha il cardine politico nel coordinatore del
Partito delle Libertà, Denis Verdini, e l'asse imprenditoriale in Riccardo Fusi
della Baldassini-Tognozzi-Pontello. A livello locale, si riproduce un triangolo
speculare e simmetrico a quel che governa lassù in alto, a Roma. Bertolaso sa
di non poter denunciare quel "certo De Santis" perché il sistema che
sostiene la strategia dell'emergenza e il "fare" è oligarchico,
protetto, "chiuso". Egli ne è parte costituente e perno essenziale.
Sa del familismo di un altro "soggetto attuatore", Angelo Balducci,
ma come denunciarlo se egli stesso, il gran capo della Protezione civile, il
leader tecnocratico del "fare" berlusconiano, chiama al lavoro,
dovunque operi, il cognato? Bertolaso sa dove si trova, sa qual è il suo
mestiere e la sua parte in commedia, è consapevole di quali fili che non deve
toccare, delle richieste che deve soddisfare.
Ancora un esempio,
per comprendere meglio. E' tratto non dai brogliacci dei carabinieri, ma dal
lavoro giornalistico. Si sa chi è Gianpaolo Tarantini. E'il ruffiano che
ingaggia prostitute per addolcire le notti di Silvio Berlusconi. Si sa che
Tarantini vuole lucrare da quella attività affari e ricchezza. Chiede al capo
di governo di incontrare Bertolaso. Gli vuole presentare un suo socio o
protetto, Enrico Intini, desideroso di entrare nella short list della
Protezione civile. Berlusconi organizza il contatto. Bertolaso discute con
Intini e Tarantini. Quando la storia diventa pubblica, Bertolaso dirà: "La
Protezione civile non ha mai ordinato né a Intini né a Tarantini l'acquisto di
una matita, di un cerotto o di un estintore". E' accaduto, per Intini, di
meglio. Peccato che Bertolaso non abbia mai avuto l'occasione di ricordarlo.
L'impresa di Intini ha vinto "la gara per il nuovo Palazzo del cinema di
Venezia, messa a punto dal Dipartimento guidato da Angelo Balducci, appalto da
61,3 milioni di euro". Scrive il Sole 24 ore: "La gara ha superato
indenne i ricorsi delle imprese escluse e dell'Oice (organizzazioni di
ingegneria) in virtù delle deroghe previste per la Protezione civile".
Anche per Tarantini non è andata male. Ha una società che naviga in cattive
acque, la "Tecno Hospital". La rileva "Myrmex" di Gian Luca
Calvi, fratello di Gian Michele Calvi, direttore del progetto C. A. S. E., la
ricostruzione all'Aquila di 183 edifici, 4.600 appartamenti per 17mila persone
con appalti per 695 milioni di euro. Come si vede, forse il ruffiano di
Berlusconi e il suo amico non hanno venduto alla Protezione civile una matita,
ma la Protezione civile, direttamente o indirettamente, qualche beneficio a
quei due glielo ha assicurato.
Shakespeare ha
scritto che per un governante "lasciare al misfatto (evil) un qualche
compiacente lasciapassare - invece di colpirlo - è l'equivalente di averlo
ordinato" (Misura per misura). E' quel che si vede nello scandalo della
"politica del fare". Chi governa, vede e sa. Lascia correre, chiude
gli occhi e si volta dall'altra parte per proteggere un "sistema" che
privatizza l'intervento dello Stato, chiudendolo nel cerchio stretto delle
famiglie, degli amici politici, dei compari di convivio. Non si discute di
responsabilità penali (se ci saranno, si vedrà, e poi quasi mai per capire e
giudicare bisogna attendere una sentenza). E' in discussione un
"sistema", un dispositivo di potere, chi lo ha creato, l'affidabilità
di chi lo governa, la responsabilità di decisione e controllo che Berlusconi,
Letta e Bertolaso si sono assunti dinanzi al Paese.
Gianni Letta,
governatore della macchina burocratico-amministrativa in nome di Berlusconi,
sarà anche stato distratto quando Angelo Balducci è asceso alla Presidenza del
Consiglio superiore dei lavori pubblici (ora è in galera) o quando quel
"certo De Santis" è stato destinato alle opere pubbliche della
Toscana e dell'Umbria. Il sottosegretario alla Presidenza del consiglio,
candidato dal presidente del consiglio alla Presidenza della Repubblica, sarà
stato anche "informato male" quando ha detto che non ha mai lavorato
in Abruzzo (ci ha lavorato fin dalla prima ora), quel furfante che rideva
mentre, alle 3,32 del 6 aprile del 2009, 308 aquilani morivano, 1.600 erano
feriti e 63.415 restavano senza casa, ma ci si deve chiedere allora: quante
volte Gianni Letta è stato "informato male" o è stato distratto negli
anni dello "stato d'eccezione"? Lasciamo cadere ogni ipotesi di
complicità o favore (e in alcuni casi è impossibile non scorgerla), come si
possono conciliare i poteri assoluti della triarchìa con l'irresponsabilità con
cui ha assolto al suo dovere? Né vale dire che all'Aquila i poteri straordinari
della Protezione civile si sono rilevati efficienti. Come purtroppo si rendono
conto gli aquilani, la "politica del fare", giorno dopo giorno, sta mostrando
quel che era: miracolismo mediatico. Un modello centralista e autoritario - il
prototipo del potere berlusconiano - ha trasformato un'antica città con un
sistema urbano delicato e un centro storico prezioso e vitale (perderà due
terzi degli abitanti e nulla si sa delle strategie e dei piani per farlo
rivivere) in un deserto di venti periferie e quartieri satellite che travolgono
i luoghi, la memoria, i legami sociali, deformandone l'identità culturale,
pregiudicando un futuro a cui è stata promessa "la ricostruzione" e
ha ottenuto soltanto un progetto edilizio e nulla più. Ma questa è un'altra
storia che presto saranno gli stessi aquilani a raccontare. C'è da credere che
saranno loro, gli aquilani, a spiegare agli italiani con il tempo e la loro
infelice esperienza che cos'è davvero la "politica del fare", perché
lo scandalo della Protezione civile è il tracollo di un prototipo di potere, il
più clamoroso fallimento dell'"uomo del fare". LR 19
Il potere senza data di scadenza
Uno sdegno
collettivo monta nella società italiana. Si spegnerà presto, lo sappiamo già
per esperienza. D’altronde la tensione etica è come quella erotica. Non dura a
lungo. Nel frattempo la corruzione occupa tutta la nostra scena pubblica.
Inchieste
giudiziarie, grida d’allarme della Corte dei conti, statistiche nerissime (da
Eurispes a Transparency International), dibattiti di seconda mano sul rapporto
fra società politica e società civile. Infine l’esecrazione risuona nei pulpiti
più alti, dal presidente del Consiglio al papa. La terapia? Sempre la stessa,
inasprire pene e penitenze. Come se un anno di galera in più possa dissuadere
il peccatore.
Tuttavia non è
vero che il diritto sia impotente a curare la nostra etica pubblica. E
specularmente non è vero che in Italia quest’ultima voli rasoterra per un
tratto antropologico, per un cranio di Lombroso che ci hanno trasmesso i nostri
avi. Gli italiani, al pari degli esquimesi o degli indiani, non sono né diavoli
né santi. O meglio sono gli uni e gli altri, dipende dalle regole del gioco. Se
alle nostre latitudini è in gran voga l'intrallazzo, dobbiamo domandarci
cos’abbiano di speciale queste regole rispetto agli altri Stati. Se
l’intrallazzo governa la seconda repubblica al pari della prima, dobbiamo
inoltre chiederci quali regole siano sopravvissute con la medesima divisa dopo
Tangentopoli.
Ma la risposta non
è affatto complicata, perché la corruzione galleggia sempre in un sistema
chiuso, oligarchico, senza ricambio di classi dirigenti. Nuota a suo agio dove
il mare è opaco. Dove i controllori coincidono con i controllati. Dove manca
ogni separazione fra economia e politica, così come fra amministrazione e
governo. Dove infine la cultura del merito sta solo sui libri, perché nella
vita reale l’appartenenza trionfa sulla competenza.
È a questi mali
che dovremmo dedicarci. Rovesciando le regole che li hanno allevati, a
cominciare dalla scarsa trasparenza degli appalti così come dei concorsi.
Mettiamo tutto online, come dice Brunetta; ma stabiliamo inoltre che in ogni
procedura i commissari siano sempre sorteggiati, e che rispondano delle proprie
scelte. Scriviamo una legge sulle lobby, quale esiste negli Usa fin dal 1946.
Sbarazziamoci dello scandalo giuridico che permette al governo di nominare i
giudici contabili e amministrativi. Sminiamo il campo dai troppi conflitti
d’interesse benedetti dalla legge. Eliminiamo lo spoil system, restituendo ai
funzionari pubblici la neutralità promessa dalla Carta. Insomma poniamo il
diritto al servizio dell’etica pubblica, invece di baloccarci con la riforma
del bicameralismo.
E c’è poi
un’ultima regola su cui dovremmo usare lo scalpello: quella che rende
immarcescibili le facce dei potenti. Difatti un potere senza data di scadenza
può inebriare anche gli astemi. Ti senti invincibile, ma il senso d’impunità è
il primo alimento della corruzione. Per questa ragione nell’antica Grecia le
maggiori cariche duravano un anno o anche soltanto un giorno, come nel caso
dell’epistate dei pritani, il capo dello stato. Per la medesima ragione
potevano ricoprirsi una sola volta nella vita, o al massimo due volte. In
democrazia - diceva Aristotele - si governa e si viene governati a turno.
Tuttavia il
principio della rotazione delle cariche non è affatto un fossile giuridico, se
vincola la stessa presidenza degli Stati Uniti. Invece Bertolaso ha iniziato a
dirigere la Protezione civile nel 1996, tre lustri fa. In Italia è la regola, e
infatti alle prossime regionali Errani e Formigoni s’apprestano a toccare il
ventennio di comando, benché una legge del 2004 renda assai dubbia la loro
elezione. Ecco, la legge. Usiamo il bastone del diritto per vietare le poltrone
a vita, nella società politica non meno che nella società civile. Se non altro
costringeremo corrotti e corruttori a rinnovare l’agendina telefonica. MICHELE AINIS LS 20
Lotta tra cordate all'ombra di Silvio. "Di questo passo perdiamo le
elezioni"
Accuse al finiano
Bocchino. Frattini è il fondatore della "squadra di pronto
intervento" Task Force Italia - Valducci ha dato vita a una struttura
parallela di 500 club della libertà sparsi nel paese - di FRANCESCO BEI
ROMA - Dentro il
Pdl è una guerra di tutti contro tutti. Il primo a saperlo è Silvio Berlusconi,
che osserva con insofferenza crescente la maionese impazzita di via
dell'Umiltà. "Adesso" si è sfogato due sere fa "la devono finire
con queste camarille, perché di questo passo andiamo a perdere le
elezioni".
Il problema allora
non è la posizione di Denis Verdini, perché - come fa notare un berlusconiano
lealista - "non si cambiano i generali mentre la battaglia è in
corso". Ci sarà tempo, dopo il voto, per ripensare al destino del
coordinatore finito al centro delle intercettazioni. E magari sostituirlo con
Claudio Scajola. Al di là del comunicato di ieri, che qualcosa si sia rotto tra
Berlusconi e il suo braccio destro nel partito lo sostengono in tanti. E si fa
notare come il premier stavolta abbia evitato accuratamente di attaccare i
magistrati per difenderlo. Come pure abbia tardato qualche giorno per mettere
nero su bianco la sua solidarietà all'uomo di Fivizzano, una non casuale
asimmetria rispetto al calore manifestato subito per Letta e Bertolaso.
Ma al momento, a
poche settimane dal voto, l'unica scelta possibile è quella di blindare Verdini
e mandare un segnale ai tanti suoi avversari: "Basta con i giochi di
potere interni". A chi si riferiva il premier con la sua denuncia? Il
destinatario principale è il finiano Italo Bocchino, vicecapogruppo alla
Camera. Gli uomini del Cavaliere sono convinti che sarebbe proprio Bocchino ad
alimentare le voci di un possibile cambiamento al vertice di via dell'Umiltà.
Come quella sul mite Sandro Bondi che finirebbe numero uno, con Bocchino come
vice. Non è un caso quindi che Berlusconi, incontrando venerdì alla Camera
alcuni deputati, abbia chiesto loro un parere sulla "fedeltà" del
vice capogruppo.
Nonostante gli
attacchi, nella mappa interna al partito di maggioranza Verdini appare ancora
in posizione preminente. Con Sandro Bondi impegnato al governo, è l'uomo forte
a cui Berlusconi ha affidato il compito di arginare gli ex An. Una posizione
che viene contrastata con tutte le forze da altri forzisti della prima ora. Uno
è sicuramente Mario Valducci, responsabile enti locali del Pdl, a cui Verdini
ha sottratto ogni ruolo nel partito. Da mesi Valducci aspira a prendere il
posto movimentista che fu di Michela Brambilla e ha dato vita - insieme a
Giorgio Stracquadanio - a una struttura parallela che non risponde a via
dell'Umiltà. Si tratta degli oltre 500 club della libertà, sparsi per tutta la
penisola (e molti proprio in Toscana, la terra di Verdini), che si propongono
come alternativa ai circoli Pdl. Vicino a Valducci, ma in maniera autonoma, si
pone un altro big come il ministro Franco Frattini. I due condividono la
medesima avversione a Verdini e per questo si sono tatticamente alleati.
L'intesa è stata suggellata la scorsa settimana con la nascita di Task Force
Italia, una struttura leggera che affiancherà i club di Valducci. Una
"squadra di intervento" di berlusconiani della prima ora, pronti a
stendere una rete di sicurezza intorno al premier se il Pdl dovesse saltare. Ne
fanno parte Frattini, Stracquadanio, Deborah Bergamini, Micaela Biancofiore,
Isabella Bertolini, la giovane Annagrazia Calabria, Paola Pelino. Ha spiegato
la Biancofiore: Frattini e Valducci "rappresentano due posizioni che
confluiscono, la politica ed il movimentismo".
Le
"camarille", come le chiama Berlusconi, hanno trovato l'occasione per
scontrarsi nella composizione delle liste per le candidature. Una battaglia
così feroce che due sere fa, quando si parlava della lista bloccata per la
Toscana, Bondi è arrivato a minacciare le dimissioni da coordinatore. Vengono
messe in discussione anche le scelte del Cavaliere, come quella di candidare
l'ex Miss Veneto, Chiara Sgarbossa, o Francesca Pascale nel Lazio. Da ultimo
persino l'igienista dentale del premier, Nicole Minetti (in realtà conosciuta
da Berlusconi quand'era una showgirl), sarebbe stata sbianchettata dal listino
lombardo. E se saltano persino le Silvio's angels è davvero una maionese
impazzita. LR 21
Le inchieste sul g8. Il sottobosco
Probabilmente ha
ragione Silvio Berlusconi quando nega una seconda Tangentopoli. Diciotto anni
sono pochi storicamente ma molti, troppi dal punto di vista politico. Eppure
qualcosa di grave è successo, in questi ultimi giorni. Possono essere i dati
allarmanti contenuti nella relazione della Corte dei conti sulla corruzione in
Italia; oppure il trasversalismo di un malaffare «romano» che rischia di
sfigurare la Protezione civile; o il consigliere del Pdl colto in flagranza di
mazzetta a Milano; o gli scandali in altre regioni guidate dall’opposizione. O
forse tutte queste cose insieme. L’impressione è che comunque il capo del
governo avverta uno scontento crescente nell’opinione pubblica. Il suo braccio
destro Gianni Letta che si dice «turbato e preoccupato» fotografa un umore
contagioso per la maggioranza: sebbene il presidente del Consiglio stia facendo
uno sforzo vistoso per circoscrivere l’allarme. Alludere ai corrotti come
«birbantelli» significa riconoscerne l’esistenza senza generalizzarla; e
minimizzare un problema ormai ineludibile.
L’invito di
Berlusconi a vigilare sulle candidature del Pdl alle regionali del 28 e 29
marzo e la decisione di presentare norme anticorruzione non dipendono solo dal
timore della magistratura o da calcoli elettorali. C’è qualcosa di più. Il
Cavaliere sembra rendersi conto che una politica e un’economia percepite come
complici di un affarismo illegale e abituale può terremotare il sistema: il
«suo» sistema, nonostante più di un indizio allunghi ombre corpose anche su
pezzi dell’opposizione. Su questo sfondo, le dimissioni del sottosegretario
campano Nicola Cosentino, date proprio ieri dopo essere state respinte dal
Parlamento insieme a una richiesta d’arresto l’11 dicembre scorso, potevano
apparire un gesto simbolico. Ma il premier l’ha rifiutate, trasformandole
piuttosto nello specchio delle proprie contraddizioni, accentuate dal braccio
di ferro locale fra Pdl e Udc in Campania. È come se la volontà di voltare pagina
fosse frustrata dalla tentazione di liquidare come complotti indagini che
ipotizzano fenomeni radicati e finora impuniti.
Magari sono realtà
esagerate dall’uso politico delle inchieste e dai contraccolpi, inevitabili e a
volte perversi, delle intercettazioni. Eppure quel sottobosco paraistituzionale
esiste. E non valutarne contorni e ramificazioni finisce per regalare il
monopolio della tanto abusata «questione morale» non solo all’opposizione, ma
anche ai propri alleati. Berlusconi si ritroverebbe schiacciato sulla
caricatura della lotta tra «guardie e ladri» cara ai suoi avversari più
tetragoni. Ecco perché tenta una virata obbligata ma limitata al minimo
indispensabile, ammettendo che qualcosa non va senza rinunciare alle proprie
incrollabili convinzioni. È il prezzo che sembra disposto a pagare per non
dovere inseguire affannosamente un elettorato in bilico: non ancora indignato,
ma certo disilluso. Rimane da capire se basterà a restituire al Paese la
fiducia in una Seconda Repubblica minacciata, più che da nemici esterni, dalla
difficoltà di riformare se stessa. Massimo Franco CdS 19
La storia. Dai mariuoli ai birbantelli
Nella scala
Mercalli del lessico berlusconiano il termine "birbantelli", che il
premier ha usato per qualificare i protagonisti del malaffare uscito fuori in
questi giorni, si colloca appena un gradino sopra "birichino".
Birbantelli
sarebbero, per intendersi, questi individui che a tal punto smaniano per i
quattrini da fregarsi le mani durante le scosse di terremoto, e si agitano,
brigano, impicciano, volteggiano sulle disgrazie altrui, instancabili come
sono, e corrompono funzionari dello Stato e ingaggiano prostitute, e
ridacchiano delle loro prestazioni e insomma: "gli sciacalli", per
taluni, o "la cricca", per altri, o tutte due le parole insieme, che
non saranno carine, però, insomma, considerati i morti, il dolore, la crisi, la
miseria, gli sprechi...
E invece ecco che
Berlusconi se ne esce addirittura con un vezzeggiativo, birbantelli, e sembra
quasi di vederlo sorridere mentre fa il gesto delle tottò con la mano, ah,
birbantelli, ahi-ahi! Trattasi di epiteto scherzoso e benevolo, il Devoto-Oli
(Le Monnier) conferma la regressione all'infanzia, "ragazzacci"
suonerebbe già più serio, siamo vicini a "monelli", l'indulgenza è un
lampo che rischiara il messaggio, il premier è il più avveduto e operoso
specialista di semantica applicata alla vita pubblica, e quando dice
birbantelli sposta i reati del codice penale e l'immoralità più nera e
cannibalesca in un mondo di favole, fumetti, cartoni animati, nomignoli per
chattare ("Ho gli ormoni birichini e birbantelli") o scherzi da
nonnetto allegro, cu-cù, cu-cù, bu-bu-set-tete!
Ma poi è anche
vero che gli italiani, certo meno di un tempo, ma hanno sempre abbastanza paura
di sentirsi fessi, per cui capiscono benissimo che il senso politico di quella
parola è sdrammatizzare, ridimensionare, minimizzare e anche porsi al di sopra
chiamandosi fuori da quelle schifezze lì. E' il potere che durante le sue crisi
possiede connaturato questo codice di riduzionismo e di estraneità funzionale.
Andreotti era così bravo a sminuzzare i problemi da alleggerirne non solo la
portata, ma anche l'intensità - almeno fino alla primavera del 1993, quando fu
accusato di essere un mafioso e di aver fatto uccidere Pecorelli.
Molto meno bravo
fu Bettino Craxi, il cui potere infatti durò circa un quarto del tempo
andreottiano, ma qui la faccenda si fa delicata per il Cavaliere. Perché se c'è
un precedente che può richiamarsi a proposito dei birbantelli, viene subito in
mente il modo sbrigativo in cui il 3 marzo del 1992, per cavarsi fuori dai
guai, il leader del garofano volle designare il presidente del Pio Albergo
Trivulzio Mario Chiesa, che tanto aveva fatto per il Psi a Milano, e anche per
la sua corrente, e addirittura per il figlio che muoveva i primi passi in
quella giungla di tessere e magheggi. Disse dunque il grande Craxi, rispondendo
a una domanda dei telespettatori del Tg3, che Chiesa era "un
mariuolo".
Non fu un'uscita
felice, e forse basterebbe da sola a ridimensionare il clima di santificazione
acritica che ha segnato il decennale della morte nel gennaio scorso. E non solo
perché lo stesso Chiesa nel luglio del 1995 ebbe modo di dire con qualche
motivo che all'accusa di essere un mariuolo "avrei potuto ribattere che
allora lui era Alì Babà, il capo dei... settanta ladroni" (disse proprio
70, Chiesa, incespicando sulla contabilità de Le mille e una notte).
Ora, in uno
sconsolato torneo d'indulgenza lessicale dinanzi alle ricorrenti ladrerie,
birbantelli è parecchio più bonario di mariuolo, così come il modo in cui l'ha
messa ieri il presidente Berlusconi appare molto più trullallà rispetto alla
solenne intemerata sul "mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di
un partito che a Milano, in cinquant'anni, non in cinque, ma in cinquant'anni -
ribadì uno sdegnatissimo Craxi - non ha mai avuto un amministratore condannato
per gravi reati contro la pubblica amministrazione".
Il punto è che da
allora l'Italia non è che sia molto migliorata, anzi, e la regressione non è
solo infantile, ma in qualche modo si avverte anche sul piano morale, civile e
addirittura su quello del linguaggio e del costume, con le sue frivolezze
terribilmente serie, con le sue novità capricciose che arrivano a far
rimpiangere la cupa piattezza del brutto tempo che fu. FILIPPO CECCARELLI
LS 19
In Italia il presidenzialismo non basta
Il nostro sistema
politico lascia a desiderare. Ma quello alla francese non risolve i nostri
problemi. Occorre cambiare mentalità e Giustizia
Il mio articolo
del 3 febbraio scorso (Di riforme si parla sempre ma non si fanno) ha “creato
nausea” in un lettore che ne ha interrotto la lettura a metà testo e mi ha
indirizzato una lunga lettera. Nella quale esordisce con un’analisi della
“psiche degli Italiani”, che spinge inevitabilmente a cambiare “solo un pochino
a condizione di poter manovrare con infiniti interessi e con un frazionamento
politico enorme”; poi rileva che “l’idea di base dei parlamentari e dei media è
la democrazia modello Antica Grecia, che è modello arcaico”, per cui “il popolo
non è sovrano”; ed auspica, a soluzione dei nostri mali, “una direzione
centrale forte, dove le persone che decidono sono due o tre”. E’ convinto, il mio lettore, che “a fine 2010
non si sarà fatto niente di concreto; il Parlamento è incapace”; e ritiene che,
se instaurassimo anche in Italia “una Repubblica presidenziale modello De
Gaulle o russo, tutto rientrerebbe nell’ordine, con meno risse e chiacchiere”.
In caso contrario, “lo stallo porterà un giorno alla secessione”. Verità,
questa, condivisa da “Giovanni Sartori, politologo affermato, che i politici
italiani non vogliono comprendere”.
Fin qui, il suo pensiero, benché riassunto,
che condivido solo in parte: verissimo che nel nostro Paese prosperi una
quantità incredibile di partiti e partitini, il che non rende facile la
conduzione politica della Penisola; innegabile che essi guardino più ai loro interessi
che non al benessere dei cittadini; incontestabile che il popolo sia tutt’altro
che sovrano, e non solo per il fatto di non poter eleggere il Capo dello Stato.
Mi permetto, tuttavia, di ricordargli che definiamo il sistema politico
occidentale con una parola tratta dal greco, “democrazia” = autorità del
popolo, proprio perché essa è nata nella antica Grecia, dove il desiderio di
libertà spinse le genti a trasformare le monarchie in repubbliche; nelle quali,
a governare, erano i cittadini tutti, riuniti in “Assemblee”, che si
pronunciavano sulle decisioni prese dai rispettivi Senati; ove, in sostanza,
non esistevano i partiti, ciascun senatore e ogni cittadino decidendo in base
alla propria opinione. Sistema possibile in quanto gli aventi diritto erano
relativamente pochi (i giovani acquisivano la cittadinanza al compimento del
ventesimo anno di età e solo se dimostravano di amare la Patria, così da essere
capaci di mantenerne la pace e la libertà). I “magistrati”, scelti dal popolo,
avevano poteri notevoli, controbilanciati dalla durata di un anno del loro
incarico.
Una divisione di competenze ben diversa
dalla nostra. Non credo, quindi, che la situazione politica italiana dipenda
dal fatto di avere un sistema costituzionale “arcaico” tipo Magna Grecia. La
nostra democrazia, almeno in teoria, si basa sulla divisione dei poteri
(legislativo, esecutivo, giudiziario) quale prevista, nel 1748, da Montesquieu.
Il primo, in rappresentanza dei cittadini, emana le leggi o abroga quelle
esistenti; il secondo invia o riceve ambasciate, organizza la difesa, previene
le invasioni, pianifica i servizi necessari alla popolazione; il terzo punisce
i delitti o giudica le controversie dei privati. Ed è lo stesso Montesquieu ad
ammettere che quest’ultimo è praticamente “nullo”.
Ecco, caro lettore, il bandolo della
matassa: a parte altri inconvenienti connessi all’eccessivo peso burocratico,
al bicameralismo che allunga i tempi, all’esagerato nepotismo, alla tendenza
alla corruzione, al numero esorbitante di partiti, siano essi rappresentati o
meno in Parlamento, nel nostro Paese a rendere tutto più difficile c’è lo
strapotere della Magistratura che spesso non si attiene alle leggi; politicizza
le sentenze; trasforma l’obbligatorietà dell’azione penale in discrezionalità;
allunga eccessivamente i tempi dei processi. Non credo affatto che un
semipresidenzialismo alla francese ne ridurrebbe l’attitudine a colpire, con un
avviso di garanzia, l’eventuale Presidente della Repubblica, eletto sì dal
popolo “sovrano”, ma magari non gradito a qualche magistrato. Non c’è riuscita
neppure la modifica, sia pure non costituzionale, dell’elezione diretta del
Capo del Governo da parte degli elettori: quante volte Berlusconi, al quale si
nega anche il diritto di posticipare i processi, è stato messo sotto inchiesta
e, di conseguenza, invitato a dimettersi? Quanto tempo resterebbe al Quirinale,
pur insediatovisi per volontà e scelta popolare, non essendoci in Italia una
legge come quella francese che fa rinviare i procedimenti giudiziari alla
scadenza dell’incarico presidenziale?
Le dirò di più. E’ vero che Sarkozy oggi può
dirigere il suo Paese senza molti problemi, ma può farlo per due motivi ben
precisi: primo perché, oltre alla normativa sopra citata, in Francia non c’è
l’obbligatorietà dell’azione penale e la divisione delle carriere sottopone al
controllo del Ministro della Giustizia i Pm, i quali sono promossi per merito
(non per anni di servizio come in Italia), ma rispondono dei propri errori;
secondo perché l’attuale Capo di Stato gode di una maggioranza parlamentare che
lo sostiene. E’ più difficile per chi ha un Premier ed una preponderanza
assembleare di segno politico opposto. Mitterrand ne seppe qualcosa. In Russia,
poi, il semipresidenzialismo è tutto tranne che democratico, in quanto il
Presidente è al di sopra di tutti gli altri organi, tanto da annientare il
principio basilare della divisione dei poteri. Può infatti emanare leggi e
porre il veto a quelle approvate dal Parlamento; dirigere e controllare
l’operato dei Ministri, nonché sostituirli quando crede; decidere, a sua
discrezione, di sciogliere il Parlamento. Non solo: nomina personalmente i
20.000 giudici, assoggettandoli così alle proprie opinioni.
Dubito, caro lettore, che sia sufficiente un
sistema francese o russo per risolvere i problemi d’Italia. Che la Costituzione
vada aggiornata è innegabile; ma oggi nella Penisola occorre più senso dello
Stato e meno “caste”; più rispetto dell’avversario politico, da non considerare
come un nemico da abbattere; soprattutto meno politicizzazione della Giustizia.
Senza di che, il Presidenzialismo non basta.
Egidio Todeschini,
de.it.press
Il Cavaliere formato Di Pietro
Di Berlusconi
sapevamo che nella vita ha fatto di tutto, dall’imprenditore al politico, dal
cantante al presidente del Milan; ha fatto persino - l’ha assicurato lui - vari
mestieri più umili, dall’operaio al contadino al minatore. Mai però ci saremmo
immaginati di vederlo vestito con i panni del giustizialista. S’è paragonato a
un De Gasperi, mai a un Di Pietro.
Eppure, battute a
parte, il protocollo che intende introdurre ora nel Pdl somiglia molto a quello
screening che è uno dei pilastri portanti (se non il solo) dell’Italia dei
Valori: un esame preventivo sulla moralità giudiziaria dei candidati,
finalizzato al rilascio o meno di una sorta di certificato di immacolata
condotta. Ce ne ha dato notizia Libero - un giornale evidentemente ben
informato su quel che accade nel Pdl - con due articoli i cui titoli parlano da
soli: «Esame di onestà per i candidati Pdl» e «Il coraggio di far fuori le mele
marce». Ieri il premier ha confermato e anzi esteso il cartellino rosso dai
candidati ai militanti tutti: «Non credo ci siano dubbi sul fatto che chi
sbaglia e commette dei reati non possa pretendere di restare in nessun
movimento politico», ha detto.
Il repulisti parte
della Campania. Ai candidati verrà chiesto il casellario giudiziale. E fin qui,
va be’: con quel documento si viene a conoscenza delle condanne passate in giudicato.
Se fosse solo quello, non ci troveremmo di fronte a una svolta epocale. Ma
Berlusconi ha aggiunto che «abbiamo deciso che le persone sottoposte a indagini
o processi in via di principio non debbano venire ricomprese nelle liste
elettorali», e questo sì che è un parlare molto simile - non si offenda il
premier - a quello di un Di Pietro o di un Grillo. Insomma: non ci sarà bisogno
di condanne definitive per essere tagliati fuori dal Pdl, potrebbe bastare un
rinvio a giudizio o ancor meno, un semplice avviso di garanzia.
La differenza è
evidente. Così facendo, si lascia un enorme margine di intervento, e quindi di
veto, proprio alle Procure, a quei pm che Berlusconi ha sempre accusato di far
politica con le inchieste, quei pm che «dovrebbero vergognarsi». Ancora ieri, e
cioè a pochi minuti di distanza da quelle frasi sul vade retro agli indagati,
Berlusconi ha nuovamente attaccato i pm, che vogliono «farlo fuori».
C’è di che restare
sorpresi, insomma, da questa svolta che qualcuno, con un mirabile sforzo di
fantasia, ha già battezzato «operazione liste pulite». Nel Pdl sanno benissimo
che molte indagini avviate da varie Procure sono poi finite nel nulla, ma nel
frattempo avevano ottenuto l’effetto di danneggiare, e perfino di silurare, i
vari politici inquisiti. Possibile che non si tenga conto che, con le nuove
norme interne, i pm potranno interferire, e non poco, sulla composizione delle
liste?
Una prima risposta
semplicistica potrebbe essere questa: Berlusconi ha aggiunto che sugli indagati
si deciderà caso per caso, lasciando la decisione finale a un comitato ad hoc
del partito. Oltre che ironizzare su che cosa deciderà quel comitato sulle
inchieste contro Berlusconi medesimo, si potrebbe insomma concludere che si
tratta di fumo negli occhi: fatta la norma trovata la scappatoia.
Ma sarebbe appunto
una risposta semplicistica. Molto più probabile che l’annunciata svolta sia
figlia della presa d’atto di una situazione che diventa preoccupante.
Berlusconi è uomo di sondaggi, e qualcosa deve avere fiutato. Sa, poi, che non
sempre si può invocare la persecuzione dei pm: alcune inchieste sono
inequivocabili, quella del consigliere comunale di Milano che s’è fatto beccare
con la mazzetta in bocca ne è un esempio solare. Né basta liquidare il soggetto
con un «birbantello»: Craxi cercò di fare altrettanto con Chiesa chiamandolo
«mariuolo», ma gli andò male.
E poi c’è
l’allarme della Corte dei Conti, che ha definito la corruzione «un cancro
italiano». L’aria che tira insomma è quella di una nuova possibile indignazione
generale, e Berlusconi sa che alle inchieste non sempre si può rispondere
parlando di toghe rosse. Qualche volta forse sì, ma non sempre. MICHELE
BRAMBILLA LS 19
I servizi e il futuro del Paese. Il Welfare tradito sui banchi dell’asilo
È STATO messo di
nuovo in luce, questa volta da un’indagine di Cittadinanzattiva, quanto
problematica sia la situazione degli asili nido nel nostro Paese. In quelli
comunali sono disponibili pochi posti e per di più mediamente cari o molto
cari, almeno per il bilancio familiare di una coppia giovane. Proprio ieri
l’abituale indagine Istat metteva in luce come ancora una volta nel nostro
Paese le nascite siano state di meno delle morti, frutto di una popolazione che
invecchia intensamente e rapidamente e che già oggi vede gli
ultrasessantacinquenni contare per il 20 per cento della popolazione totale.
Sono oramai circa
trenta anni che la popolazione italiana ha un numero ridottissimo di nascite,
di gran lunga inferiore a quello che assicura un fisiologico ricambio della
popolazione ed è solo grazie agli immigrati stranieri che negli ultimi anni le
nascite hanno avuto una caduta meno accentuata e rovinosa. Il fatto è che da
noi tutto scoraggia dall’avere un figlio o un figlio in più. Un figlio costa in
termini finanziari, di spazio fisico nella abitazione, in termini di attività
lavorativa e di carriera, specie per la donna.
In particolare, in
termini finanziari, tutto è oneroso, dai pannolini agli alimenti per
l’infanzia, all’asilo nido che costa meno di 150 euro al mese solo a Cosenza e
a Roma, ma più di 500 a Lecco e a Belluno. E queste sono tariffe per gli asili
comunali che coprono solo in minima parte la domanda costituita dai bambini in
età fino a 3 anni.
È incredibile come
il problema della carenza degli asili sia drammaticamente presente e
puntualmente denunciato nella realtà italiana da oltre trenta anni e come
ancora sia molto lontano da una soluzione appena sufficiente. In conseguenza
delle denunce, nel 1971 si ebbe una legge sullo sviluppo dei servizi destinati
alle famiglie, mentre solo nel 2007-09 si è avuto un “piano nidi” finanziato
con 300 milioni di euro che dovrebbero consentire di passare dall’attuale
copertura dell’11,4 al 15 per cento, ma per le regioni del Sud la disponibilità
di asili nido crescerebbe dal livello attuale dell’1,7 al 6,6 per cento.
Dall’analisi di dati elaborati dall’indagine di Cittadinanzattiva emerge che in
media il 25% dei richiedenti rimane in lista d’attesa con il primato della
Campania che nella lista ha il 42% di bimbi.
Ancora una volta
sono i giovani a patire dell’assenza, più o meno diffusa, di sostegno ai loro
bisogni primari compreso quello che deriva dal desiderare di avere un figlio o
un figlio in più. Rapporti recenti dell’Ocse hanno mostrato come solo in Italia
e Grecia non siano state attuate politiche di sostegno alle famiglie e, in
particolare, alle famiglie con figli. Uno dei risultati è che anche per queste
ragioni il tasso di occupazione femminile in Italia è nell’ambito della Unione
europea il più basso dopo quello di Malta. Contro il 61 della Francia e
l’“incredibile” 72-74 di Svezia e Danimarca, in Italia lavora solo il 47 per
cento delle donne. Non occupate sono soprattutto donne con istruzione bassa,
che vivono nel Mezzogiorno, che hanno figli piccoli.
Da una
recentissima analisi di Daniela Del Boca una studiosa particolarmente attenta
ai problemi del welfare familiare risulta che un incremento degli asili nido
del 10 per cento farebbe aumentare del 7 per cento la probabilità di lavorare
per le donne più istruite e del 14 per cento quella per le donne con istruzione
minore. Un incremento del 10 per cento del numero di lavori a tempo parziale
farebbe aumentare la probabilità di essere occupata rispettivamente del 5 e del
10 per cento. Alla luce di questi risultati che trovano poi riscontro nella
realtà empirica di moltissime donne e coppie si deve concludere che per
aumentare l’occupazione femminile occorre avere più asili nido, compresi quelli
aziendali e condominiali; occorre, come già succede in Gran Bretagna, prevedere
quando si hanno familiari a carico un adeguato credito di imposta (o un
trasferimento diretto di denaro se non si supera il reddito minimo imponibile);
occorre incentivare una maggior condivisione dei congedi genitoriali,
incoraggiando fortemente il padre ad avvalersi del congedo per condividere di
più la cura dei figli. Come obiettivo più generale, bisogna fare in modo che i
trasferimenti di reddito e le detrazioni fiscali siano diretti all’investimento
nelle capacità e nella istruzione dei figli, fondamentali nella necessaria
prospettiva di un ricambio generazionale che renda più ricco e più fruibile il
capitale umano e sociale del Paese.
In Francia è stata
recentemente raffigurata la Marianne la donna immagine stessa di quella nazione
incinta per pubblicizzare alcuni investimenti dello Stato atti ad assicurare un
futuro migliore. Lì infatti un nuovo nato significa anche una positiva
scommessa per il domani. Qui da noi consiste in una penalizzazione per il
presente. ANTONIO GOLINI Im 20
Protezione Civile, passa il dl ma governo battuto tre volte alla Camera
Alla fine, la
Camera ha approvato il decreto sulla Protezione civile con 282 sì e 246 no. Un deputato
si è astenuto. Ora il provvedimento passerà al Senato. Ma prima di arrivare a
questo risultato il governo ha dovuto capitolare per ben tre volte, nel giro di
qualche minuto su altrettanti ordini del giorno del Pd e Udc. L'odg di
Donatella Ferranti è passato con 248 sì e 244 no, l'odg Capano con 250 sì e 244
no. Dai banchi dell'opposizione si sono levati fragorosi applausi. Governo
battuto per la terza volta invece su un ordine del giorno, relativo sempre alla
costruzione di nuove carceri, presentato dall'Udc su cui aveva espresso parere
negativo.
Il Partito
Democratico considera «una vittoria» propria e di tutta l'opposizione, ma
soprattutto del Parlamento, il passaggio alla Camera del decreto emergenze e
protezione civile, ma le modifiche introdotte non bastano per dire sì al
provvedimento. «Voteremo contro», ha spiegato il capogruppo Dario Franceschini,
perché «avete rifiutato di distinguere per sempre catastrofi e grandi eventi».
Di fronte al rischio corruzione, «non basta la denuncia a effetto» e prendere
come slogan «la nuova legge anticorruzione. Servono regole giuste che
garantiscono efficienza, trasparenza, pulizia» perchè il Paese per crescere «ha
bisogno di efficienza, trasparenza e pulizia». Questa giornata, ha esordito,
«segna vittoria del partito democratico e di tutti i partiti di opposizione.
Sono stati votati e approvati nostri emendamenti, è stata evitata la fiducia, è
scomparsa l'Spa, è stato eliminato l'ultimo degli scudi, l'assurda norma che
non solo sospendeva i processi ma impediva anche di avviare azioni giudiziarie
nei confronti dei commissari, una spudorata norma per l'immunità». Dunque, ha
insistito, «potremmo dire che è stata una nostra vittoria, ma è stata vittoria
del parlamento. Per una volta è stata restituita a quest'aula la sua sovranità,
dopo un avvio di legislatura in cui la Camera sembrava avviata a essere solo
luogo di ratifica delle decisioni del governo». Finalmente, ha aggiunto,
«abbiamo ricordato e dimostrato che per la nostra Costituzione è il governo a
essere espressione del parlamento e non viceversa». Il dibattito, ha ricordato,
si è svolto mentre da fuori veniva «il vento di una bufera causata non solo dal
comportamento di singoli», ma «da norme e scelte politiche sbagliate».
Tuttavia, il Pd «ha scelto di lasciare fuori da questo dibattito le vicende
giudiziarie che pure coinvolgono esponenti del governo» perchè «accertare la
violazione delle leggi è competenza dalla magistratura, mentre responsabilità
della politica è fare le leggi e scrivere leggi che evitino di riperete gli
errori».
Il ddl
anticorruzione - Intanto, il Consiglio
dei ministri, riunito a Palazzo Chigi in mattinata, ha dato via libera «salvo
intese» al disegno di legge che inasprisce le pene per i reati contro la
pubblica amministrazione, tra cui la corruzione e concussione. Fonti
governative riferiscono infatti che il testo è «ancora una bozza modificabile».
Il provvedimento
incrementa le sanzioni per i reati contro la pubblica amministrazione, con pene
accessorie come l'incompatibilità, l'inelegibilità e l'interdizione dai
pubblici uffici. L'aumento delle pene non dovrebbe però superare il limite dei
10 anni, oltre il quale il ddl rischierebbe di non raccordarsi più con la
prescrizione processuale prevista dal "processo breve". L’U 19
On. Narducci: Il Decreto legge sulla Protezione civile è uno strumento
incongruente
Occorre definire
una compiuta normativa in materia
Roma - L’on.
Franco Narducci intervenendo sul Decreto
Legge 196/2009 concernente disposizione sulla Protezione civile ha dichiarato
che esso “è uno strumento incongruente rispetto all’esigenza di definire una
compiuta normativa inerente la Protezione Civile”.
Narducci convinto
che “la protezione civile deve essere lo strumento del Governo per coordinare
le attività di soccorso e di assistenza alle popolazioni colpite da calamità
naturali e non solo di elevato rilievo e gravità emergenziale” ha precisato che
essa “non può essere lo strumento per gestire altri eventi o interventi
strutturali sul territorio, di qualsiasi natura”.
Secondo Narducci
“Va perciò divisa la parte coordinamento Nazionale e quindi dello stanziamento
delle risorse per far fronte agli eventi di competenza della Protezione Civile
da quello inerente l’intervento diretto in caso di eventi e la successiva attività
di messa in sicurezza dei beni e delle persone che deve essere svolto dal Corpo
dei Vigili del Fuoco, incardinato nel Ministero dell’Interno. Infatti tale
Corpo rappresenta uno degli strumenti tecnici ed operativi territoriali ad
elevata competenza”.
Poi il
parlamentare eletto all’estero ha sottolineato il “ruolo fondamentale” del “volontariato che anche rimanendo sotto il
vessillo della “Protezione Civile” dovrebbe, sostanzialmente, ricondurre la
propria organizzazione locale e dipendenza funzionale ai Comandi Territoriali
dei Vigili del Fuoco in collaborazione diretta con i vertici istituzionali
delle autorità locali”.
Inoltre Narducci
ha ipotizzato l’importanza di un dibattito sulla “reintroduzione dell’obbligo
per tutti i giovani cittadini italiani e anche stranieri residenti, uomini e
donne, di prestare servizio per un determinato periodo di tempo presso le
strutture di volontariato locale della Protezione Civile. Tale novità - ha
evidenziato Narducci - potrebbe venire
incontro alle esigenze della mancata disponibilità di operatori avuta con
l’abolizione del servizio militare e potrebbe contribuire a rendere vivo il
senso civico di ciascuno”.
Sulla validità del
provvedimento Narducci ha sottolineato
che “un siffatto provvedimento deve coinvolgere nella discussione le parti
interessate, Enti locali, forze di polizia, Vigili del Fuoco, Volontariato.
Dette parti devono sentirsi coinvolte nella discussione parlamentare che va
fatta con estrema serenità, cautela e secondo un obiettivo finale condiviso.
Mentre finora - ha concluso il parlamentare del PD - si è deciso di procedere
dall’alto proponendo modelli lontani da quello che il nostro territorio ha
bisogno e che la collettività esige di avere”.
De.it.press
L'Aquila, cittadini tra le macerie E' la protesta delle "mille
chiavi"
Sono tornati in
centro, come la settimana scorsa, per appendere simbolicamente delle chiavi
sulle transenne del corso e dire così «riprendiamoci la città», ma stavolta non
si sono accontentati di varcare le barricate per raggiungere piazza Palazzo, la
piazza del Comune, ma hanno proseguito oltre raggiungendo via Sallustio, una
delle arterie principali e di lì raggiungere tutti quei vicoli e vicoletti per
10 mesi interdetti ai cittadini dopo il terremoto del 6 aprile.
Diversamente dalla
scorsa settimana, quando nessuno dei politici era intervenuto alla
manifestazione, stavolta sia il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, sia la
presidente della Provincia, Stefania Pezzopane, si sono uniti ai manifestanti
per un confronto. Manifestanti che non hanno risparmiato critiche all'indirizzo
di Cialente, vice commissario della ricostruzione, per i ritardi negli
interventi nel centro storico e nella rimozione delle macerie che sono ai lati
delle vie e delle piazze principali.
Il centro è
presidiato dalle forze dell'ordine, che hanno scelto però di non intervenire
alla richiesta dei manifestanti di varcare i blocchi, così ora tutto il centro
dell'Aquila è al momento accessibile.
I cittadini
aquilani, dunque, hanno varcando i limiti della zona rossa in un clima di
«rabbia ed esasperazione», spiega Cialente. Il sindaco punta l'attenzione
sul problema delle macerie: «Non è possibile trattare 4 milioni di tonnellate
con la normativa dei rifiuti solidi urbani: è una follia. Di questo problema
non può farsene carico il sindaco, il governo deve darci una mano. Ne ho già
parlato a Chiodi, stiamo ragionando ma è necessario che il governo, il
Parlamento, qualcuno intervenga».
Per Cialente serve
l'aiuto di «organi preposti al controllo del territorio, il corpo forestale»
fino anche all'«esercito» perchè «senza togliere le macerie non si può neppure
pensare di ricostruire». A ciò si aggiunge, sottolinea Cialente, il fatto che
«non si sta facendo nulla per il rilancio produttivo e la gente è disperata. Il
Comune non ha avuto ancora i rimborsi dei mancati tributi e rischiamo il
dissesto». Tutto ciò mentre «l'attenzione anche dei media sul dopo terremoto è
calata», conclude Cialente.
Nuovo appuntamento
per un'altra manifestazione domenica prossima, sempre nel centro della città.
L’U 21
Infrastrutture e mercato. Quella via obbligata del nucleare
L’ANNUNCIO della
costruzione di nuove centrali nucleari negli Usa fatto da un presidente tanto
popolare come Barack Obama, che gli ambientalisti avevano a ragione arruolato
fra le loro file ha gettato nella costernazione quello che, proprio sulle
pagine di questo giornale, era stato chiamato “l’ecologismo del non fare”.
Eppure, esso dovrebbe essere abituato a simili conversioni. Li chiama
tradimenti, ma tali non sono. Si tratta invece di rimettere in discussione le
proprie convinzioni ideologiche, valutando la realtà per quello che è. Molti
dei guru dell’ecologia e dell’antinuclearismo da Lovelock a Stern hanno
cambiato idea. Deve averlo fatto anche Obama. Ambientalismo e nucleare non sono
contrapposti. Sono invece complementari. Obama lo dimostra.
L’ambientalismo
del fare e la scelta del nucleare sono due passi obbligati se si vuole
imboccare davvero la strada della crescita competitiva per soddisfare,
soprattutto in Italia, quella domanda naturale di infrastrutture che da troppo
tempo chiede invano di essere sostenuta. Così come, d’altro canto, sempre in
casa nostra, va valutato positivamente il decreto Ronchi sulla liberalizzazione
dei servizi pubblici locali perché punta a recuperare efficienza e qualità in
settori vitali gestiti ancora con metodi vecchi e arretrati.
Per quanto
riguarda in particolare il nucleare, è un dato di fatto che rappresenta il
complemento più credibile e, comunque, l’unico possibile delle fonti fossili.
Rappresenta nel mondo il 6% dell’energia primaria e produce il 16%
dell’elettricità, contro meno dell’1% del solare e dell’eolico. Tale enorme
divario è dovuto non solo a ragioni fisiche, ma al fatto che l’elettricità
delle rinnovabili costa molto di più. Non se ne ha la percezione, poiché il
sovraprezzo è generosamente pagato dall’erario o dagli altri consumatori di
elettricità da fonti fossili. A parità di elettricità prodotta, il nucleare è
l’energia primaria che causa minori perdite di vite umane e danni trascurabili
all’ambiente. Occupa meno superficie. Non produce gas ad effetto serra. I due
reattori, la cui costruzione inizierà alla fine del 2011 dopo il rilascio delle
licenze e terminerà nel 2016, consentiranno un risparmio di 16 milioni di
tonnellate di anidride carbonica all’anno, pari a quelle prodotte da tre
milioni e mezzo di automobili.
Esistono beninteso
problemi, quali quello dello stoccaggio geologico delle scorie ad alta attività
e quello della garanzia che vengano accantonati tutti i fondi necessari allo
smantellamento delle centrali, al termine della loro vita operativa, che si
aggira sui 60 anni. Un’altra difficoltà deriva dagli elevati investimenti
iniziali richiesti dal nucleare. Il loro ammortamento richiede tempi molto
lunghi. Senza una garanzia pubblica, i tassi d’interesse pretesi dalle banche
sarebbero proibitivi.
Il presidente
Obama ha annunciato lo stanziamento sul bilancio 2010 di 8 miliardi di dollari
(altri 54 miliardi sono stati proposti per il 2011), proprio per superare tale
difficoltà. Essi garantiranno i crediti per la costruzione in Georgia di due
reattori del tipo AP1000 della Westinghouse-Toshiba. Certamente, gli
antinuclearisti di tutto il mondo affermeranno che la montagna di miliardi di
dollari stanziati dimostrerebbe che il nucleare non è competitivo con le altre
fonti di energia. Invece, quasi certamente, i contribuenti americani non
sborseranno neppure un dollaro. Non si tratta infatti di un finanziamento a fondo
perduto come quello da noi previsto per le rinnovabili ma di una garanzia al
credito. Solo se i costruttori fallissero ad esempio per ritardi nell’entrata
in funzione degli impianti lo Stato coprirebbe le perdite del sistema bancario.
In tal modo, i tassi d’interesse saranno contenuti.
La copertura
assicurativa annunciata da Obama è molto generosa. Si riferisce all’80% del
costo dei reattori e sarà concessa a condizioni molto agevolate. Taluni esperti
ritengono che i costruttori non l’utilizzeranno completamente, dato anche che i
primi AP1000 verranno costruiti in Giappone e godranno quindi dei crediti
giapponesi all’export. Meccanismi analoghi sono in atto in tutti i Paesi, a
partire dal Giappone e dall’India e allo studio anche in Italia. Un Paese che
ha già pagato un prezzo troppo elevato, nel suo recente passato, per un no
ideologico e che non può più permettersi, su questa strada, il lusso di ritardi
o esitazioni di sorta. CARLO JEAN IM 19
Avvicinerò la
realtà dell’informazione a quella che voi vivete ogni giorno nelle vostre
case». Così disse Augusto Minzolini nel suo primo editoriale da direttore del
Tg1. Ed aggiunse «avrò sempre in mente il dovere di informarvi in modo
obiettivo e imparziale sui fatti che avvengono nel nostro Paese». Promesse non
mantenute a più di otto mesi da quel giorno. La realtà delle case degli
italiani è tutt’altra cosa rispetto alla vita delle farfalle e degli orsi
polari, al ballo di moda e al campionato per decidere qual è la rosa più bella,
notizie con le quali il direttore “alleggerisce” il notiziario. E di
quell’informazione «obiettiva e imparziale» se n’è vista ben poca in questi
mesi spesi a modellare sui desideri dell’editore di riferimento, che non è la
Rai ma Berlusconi che direttore l’ha voluto facendo dal suo punto di vista
un’ottima scelta, la realtà politica ed economica di un Paese in oggettiva e
seria difficoltà.
Al di là della
quotidiana visione di parte della realtà il direttore non si risparmia in
editoriali che possono essere considerati un’involuzione di quel «minzolinismo»
con cui il suddetto assurse all’onore dei vocabolari. Il primo descriveva un
modo di fare giornalismo spregiudicato, senza guardare in faccia al potente di
turno, forniva il retroscena per comprendere la scena. Quello di oggi fa da
megafono ad una sola voce. E fornisce l’interpretazione di parte della scena
per non far conoscere il retroscena. Che troppe volte è meglio nascondere. Il
punto massimo il nostro lo raggiunge in proprio. In quegli editoriali, almeno
otto, forse di più, con i quali ha detto chiaro e tondo ai telespettatori del
telegiornale della rete ammiraglia della Rai come la pensa lui. Dunque il
Cavaliere.
«Fare editoriali è
un mio diritto» disse alla Commissione di Vigilanza che lo convocò in ottobre.
«Non sono un direttore militante ma un direttore istituzionale» che è stato
«censurato» da attacchi «incomprensibili». Incomprensibile. Una parola che al
direttore piace. Così definì la manifestazione in difesa della libertà di
stampa che si svolse a Roma il 3 ottobre. «Non è a rischio la libertà di stampa
ma nell’informazione è in atto uno scontro di poteri e la manifestazione
fotografa una disparità perché è stata convocata contro la decisione del
premier di querelare Repubblica e l’Unità» mentre quelle che colpiscono
giornali di diverso orientamento non sarebbero contestate allo stesso modo.
Cominciò Minzolini con la «linea della moderazione e non del gossip» scelta per
non raccontare ai telespettatori la vicenda D’Addario a Palazzo Grazioli,
escort, Tarantini e quant’altro. «Abbiamo assunto una posizione prudente» che
tale non è stata due righe dopo quando il direttore ricordò «la vicenda della
foto di un collaboratore di Prodi ripreso in una situazione scabrosa».
La regola vale, ma
non per tutti. Si appalesa il Minzo pensiero a corredo di tutti gli eventi in
cui c’è stato bisogno di difendere a spada tratta il Cavaliere. Scontata la
solidarietà e la richiesta di «un clima di rispetto» quando Berlusconi fu
aggredito a Milano. Ma sempre di parte quando si spende sulla necessità di una
riforma della giustizia e sul ripristino di una forma di immunità, ogni volta
che c’è un possibile coinvolgimento di Berlusconi o dei suoi. Si arriva così al
più recente editoriale, quello dell’altro giorno sull’uso delle intercettazioni
«che non sono prove, ma siamo in campagna elettorale». Inesorabile risbuca la
teoria cara al Gran Capo. La giustizia è ad orologeria. E l’allarme suona
sempre per gli stessi. Meno male che Minzolini c’è. Marcella Ciarnelli L’U 20
Africa. Migrazioni di ieri e di oggi
In Africa il nuovo
viaggio di studio del Dossier Statistico Immigrazione
ROMA - Si svolgerà in Africa il sesto viaggio
di studio del Dossier Statistico Immigrazione per approfondire gli aspetti di
un continente dal quale proviene attualmente circa un quarto dei cittadini
stranieri in Italia e dove nel passato si stabilirono consistenti collettività
di italiani. In precedenza, per quattro anni consecutivi, il gruppo si è recato
nell’Est Europeo (Romania, Polonia, Ungheria, Ucraina) e nel 2009 in America
Latina (a Buenos Aires).
A guidare la delegazione sarà mons. Enrico
Feroci, membro del comitato di presidenza del Dossier, con il supporto del
coordinatore Franco Pittau e dei soci del Centro studi e ricerche Idos.
Sede dell’incontro sarà Praia, nell’isola di
Sao Tiago, che nel passato è stata il centro di smistamento degli schiavi in
attesa di essere deportati oltreoceano.
I partecipanti saranno 43. Ai redattori
centrali e regionali del Dossier si sono aggiunti rappresentanti di sindacati,
di organizzazioni professionali, di centri studio, di associazioni e del mondo
accademico, come anche due giornalisti delle agenzie Sir e Redattore Sociale.
Grazie al contributo di Western Union potranno partecipare anche due migranti
africani residenti a Roma, mentre altri africani si uniranno sul posto:
funzionari, migranti di ritorno e rappresentanti del mondo associativo.
La trasferta, autofinanziata, si avvale del
patrocinio dell’Ambasciata di Capo Verde a Roma e dell’Istituto delle Comunità
Capoverdiane a Praia, presso la cui sede si svolgeranno le sessioni di lavoro.
I lavori di gruppo prevedono più di 50
relazioni e relative discussioni, ripartite in quattro sessioni: 1.Gli scenari
del continente africano; 2. Gli scenari delle presenze africane in Italia; 3.Le
collettività africane in Italia; 4. La vecchia e la nuova emigrazione italiana
in Africa.
Gli approfondimenti saranno di natura
storica, statistica, giuridica, economica, culturale, religiosa e non
mancherà il supporto di testimonianze e storie di vita. Il viaggio di studio si
chiuderà con una conferenza stampa alla quale parteciperanno anche i
rappresentanti del Governo capoverdiano, mentre in precedenza è previsto un
incontro con il Presidente della Repubblica.
Le relazioni, opportunamente completate,
verranno raccolte in un volume destinato a sensibilizzare alle prospettive
dell’immigrazione africana in Italia. Altri contributi di studio potrebbero
essere presi in considerazione: inviarli a idos@dossierimmigrazione.it entro
marzo così che la pubblicazione possa essere conclusa all’inizio di luglio.
Attualmente gli africani sono circa un
miliardo e in Italia c’è un milione di persone originarie di quel continente.
Nel 2050 è prevista in Africa una popolazione di 2 miliardi di persone: il
viaggio di studio servirà anche per individuare le nuove prospettive che
potranno determinarsi e le politiche da porre in essere. (Inform)
Immigrazione e diritti. Ecco una nuova sezione
Il sito dell’Unità
da oggi si «occupa» di immigrazione. Di migranti e “nuovi” italiani ne abbiamo
sempre raccontato le storie e le battaglie per i diritti, ma per «occuparcene»
meglio da oggi trovate una nuova sezione su www.unita.it. Uno spazio di
informazione e approfondimento ma, soprattutto, uno spazio di servizio per i
migranti d’Italia.
Ci saranno storie,
racconti, dossier statistici, inchieste, ma anche vademecum e approfondimenti
giuridici sui diritti dovuti e negati grazie alla collaborazione con l’Asgi,
l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Si comincia oggi con
il presidente Asgi, Lorenzo Trucco, e il tema dell’art.18, previsto dal Testo
Unico sull’immigrazione e riproposto dalla Bossi-Fini, che prevede il rilascio
del permesso di soggiorno per protezione sociale. Una norma che andrebbe estesa
anche alle vittime del caporalato e non solo a quelle della tratta delle
prostitute straniere, come accade oggi.
Tra i tanti temi
l’aggravante di clandestinità e le sue conseguenze, il rapporto dello straniero
con la pubblica amministrazione, fino all’ultima boutade del governo sui
permessi di soggiorno. Basterà cliccare nella sezione Immigrazione e da qui si
potrà accedere ai documenti, i racconti dei protagonisti, all’Osservatorio sul
razzismo e ai blog dei nostri autori. A guidarci un logo che ci ricorda quando
gli immigrati eravamo noi italiani. Un clic per approfondire e conoscere.
Perché l’immigrazione è vero che va governata ma non con le ronde e i
rastrellamenti. La parola chiave è integrazione. Maristella iervasi L’U 19
La Newsletter della Camera di commercio italiana in Svizzera
Gli eventi in
programma per gli operatori economici interessati allo sviluppo delle relazioni
commerciali con l’Italia
ZURIGO – Tra gli eventi segnalati dalla Newsletter
della Camera di commercio italiana in Svizzera, il 24 febbraio alle ore 11.30
la “Giornata europea della mozzarella di bufala campana DOP”, organizzata
presso la CCIS dalla Camera di commercio di Salerno. 30 operatori della
gastronomia locale insieme a stampa specializzata, autorità e istituzioni
italiane in loco sono invitate alla degustazione di uno dei prodotti più noti
del territorio campano.
Tra le altre novità in programma, l’8 marzo
presso il Baur au Lac a Zurigo, una degustazione dedicata ai vini e alle grappe
del Trentino nell’ambito dell’iniziativa “Vini trentini in Tour”, che
attraverserà, tra marzo e aprile, il cuore dell’Europa, per arrivare a Berlino.
Proseguono, inoltre, le iniziative della CCIS
alla scoperta del territorio italiano, con un “Educational Tour” nel
Vercellese, incentrato sull’approfondimento della conoscenza dei piatti tipici
e delle particolarità turistiche dell’area.
Le prossime missioni imprenditoriali saranno
invece a Benevento, Parma e in Sicilia, mentre si segnala l’imminente
partecipazione al Salone dell’Olio, organizzato a Trieste dal 5 all’8 marzo, e
a Vinitaly, il Salone del vino e dei distillati in calendario a Verona, dal 7
all’11 aprile 2010.
Spazio anche alla promozione della lingua
italiana con la presentazione della certificazione PLIDA, curata dalla Società
Dante Alighieri, a Baden, l’11 marzo.
Per consultare nel dettaglio la newsletter:
www.ccis.ch. (Inform)
Integrationsbeauftragte Böhmer: "Alarmierend hoher Migrantenanteil bei Hartz IV"
Die I