WEBGIORNALE  22-24  Febbraio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Oggi a Bruxelles Consiglio Affari Esteri: in agenda la crisi dei visti con la Libia  1

2.       “1° marzo, una giornata senza di noi”. Primo sciopero in Italia degli immigrati, mercoledì la presentazione  1

3.       Primo marzo, anche il Pd "sciopera" con gli stranieri d'Italia  1

4.       Rimesse dei migranti: cifra da 32 miliardi l'anno nei 27 Stati dell’UE  1

5.       L’esempio americano non ci serve. Multiculturalismo e cattivo vicinato  2

6.       Scuola italiana all’estero. Narducci (PD) esprime forte preoccupazione per i tagli in una lettera al Ministro Frattini 2

7.       Berlinale, Polanski miglior regista. Trionfa Bal, delusione Depardieu  2

8.       Dopo la proposta del DGB. Il Governo riconsideri la chiusura dell’Agenzia a Mannheim   3

9.       Notte delle Stelle a Berlino col Sen. Di Girolamo e l’On. Garavini 3

10.   Berlino. L’Orso va al film turco “Miele”,  argento per Polanski 4

11.   La cultura italiana di fine inverno a Stoccarda  4

12.   Martedì presso l’IIC di Colonia: “Indagine autorizzata su Carlo Lucarelli”  4

13.   Berlinale. Consegnato a Banfi il “Premio Bacco” dei critici italiani 5

14.   A Monaco di Baviera  al via (martedì) la retrospettiva dedicata a Lina Wertmüller 5

15.   “La bocca del lupo” di Pietro Marcello vince il prestigioso Premio Caligari del Forum di Berlino  6

16.   Le Regioni Campania, Calabria e Marche alla Biofach di Norimberga. Il sud, avanguardia di qualità  6

17.   Le “due Italie” all’estero. Due categorie di Italiani in Germania. Perchè?  6

18.   Chiusura Consolati. Continua la mobilitazione dei sindacati del Mae  6

19.   Ultima riunione di legislatura per la Consulta regionale veneta dell’immigrazione  7

20.   Il governo olandese cade sull’Afghanistan  7

21.   Il Dalai Lama alla Casa Bianca. La Cina protesta: impegni violati 7

22.   Per Obama il Tibet può aspettare  8

23.   Appello di cinque Paesi Nato: via le bombe Usa dall’Europa  9

24.   I deficit di Usa, Inghilterra e Spagna. Nessuno può uardarci dall’alto in basso  9

25.   Le dieci domande al Pd  9

26.   Mappe. L'ideologia del fare  10

27.   Italiani e corruzione. Per l’80% pesa sul voto  11

28.   L’editoriale. Come funziona il sistema Verdini 11

29.   La classe dirigente è scomparsa  13

30.   Il dibattito sulle radici della corruzione L'Italia ipocrita e quelle domande alle quali non si vuole rispondere  13

31.   I compari e la Triarchia il sistema dell'emergenza  14

32.   Il potere senza data di scadenza  15

33.   Lotta tra cordate all'ombra di Silvio. "Di questo passo perdiamo le elezioni"  16

34.   Le inchieste sul g8. Il sottobosco  16

35.   La storia. Dai mariuoli ai birbantelli 16

36.   In Italia il presidenzialismo non basta  17

37.   Il Cavaliere formato Di Pietro  17

38.   I servizi e il futuro del Paese. Il Welfare tradito sui banchi dell’asilo  18

39.   Protezione Civile, passa il dl ma governo battuto tre volte alla Camera  18

40.   On. Narducci: Il Decreto legge sulla Protezione civile è uno strumento incongruente  19

41.   L'Aquila, cittadini tra le macerie E' la protesta delle "mille chiavi"  19

42.   Infrastrutture e mercato. Quella via obbligata del nucleare  19

43.   Minzolini, un Tg da guerra  20

44.   Africa. Migrazioni di ieri e di oggi 20

45.   Immigrazione e diritti. Ecco una nuova sezione  21

46.   La Newsletter della Camera di commercio italiana in Svizzera  21

 

 

1.       Integrationsbeauftragte Böhmer: "Alarmierend hoher Migrantenanteil bei Hartz IV"  21

2.       Auf dem Punkt. Mindestlöhne sind ausländerfeindlich  22

3.       Verkürzte Gymnasialzeit. Aus Fremdsprachen werden fremde Sprachen  22

4.       Politprofis und Fremdsprachen. Warum deutsche Politiker nur Deutsch können  23

5.       Offensive in Afghanistan. Weiterer Taliban-Chef geschnappt 23

6.       Gewaltsam an die Macht. Militärputsch in Niger 24

7.       Obamas Prestigeprojekt. Atomtest-Stopp - jetzt wird es ernst 24

8.       Niederlande. Regierung zerbricht an Afghanistan  25

9.       Schwache Friedensbewegung. Krieg ohne Protest 25

10.   Motivation. Was treibt Menschen an?  25

11.   100 Tage SPD-Vorsitz. Sigmar Gabriels Marathonlauf. Das Mammutprojekt 26

12.   Gastbeitrag zur Hartz-IV-Debatte. Die gute Nachricht: Der Mensch ist besser 27

13.   Diskussion um Hartz IV. Mangel an Anstand. Es bedarf eines Masterplans  27

14.   Sozialpolitik und Schule. Mehr Bildung für Hartz-IV-Kinder 28

15.   Sozialpolitik. OECD fordert stärkere Arbeitsanreize  28

16.   Hartz-IV-Debatte. Denkgebote  29

17.   Leitartikel. Starke Städte braucht das Land  29

18.   Zentralrat der Juden. Dreifacher Umbruch  30

19.   Prognose. 40.000 zusätzliche Erzieherinnen nötig  30

20.   Rechte rufen nach Recht 30

21.   Vertriebenen-Stiftung Steinbach ist weg, die Probleme beginnen  31

22.   BfV-Präsident warnt vor steigender Aggressivität der Neonazis  32

23.   Filmfestspiele. Goldener Bär – "Bal" ist bester Film der Berlinale  32

24.   Die "Retrospektive Lina Wertmüller" in München  33

25.   Köln. Ausstellung von Fernanda Mancini 33

26.   In Berlusconis Italien: "Viva Mussolini!" Die Rückkehr des Duce  34

 

 

 

 

Oggi a Bruxelles Consiglio Affari Esteri: in agenda la crisi dei visti con la Libia

 

Roma - La crisi dei visti tra la Libia ed i Paesi Schenghen, il terremoto ad Haiti, il dossier nucleare iraniano, le elezioni in Ucraina e la situazione in Yemen e Afghanistan al centro del Consiglio Affari Generali e del Consiglio Affari Esteri, in programma oggi lunedì 22 febbraio a Bruxelles, a cui partecipa per l’Italia il ministro  degli Esteri Franco Frattini.

Libia: Verrà affrontata la crisi dei visti tra la Libia e i Paesi Schenghen, nata per via di un lungo contenzioso tra Libia e Svizzera. Tra i due Paesi - ricorda la Farnesinaa - sono stati fatti passi avanti nel corso di colloqui tra i ministri degli Esteri di Berna e Tripoli giovedì scorso a Madrid, dietro impulso della presidenza spagnola dell’UE. Già mercoledì Frattini ha svolto opera di mediazione incontrando il collega libico Kousa e riferendo l’esito del colloquio alla collega svizzera Calmy Rey.

  Haiti: Il Consiglio sarà l’occasione per formulare meccanismi di risposta rapida dell’UE per sostenere il Paese caraibico sconvolto dal terremoto. L’Italia è già fortemente impegnata sul posto: il Governo finora ha stanziato circa 7,5 milioni di euro, ha creato un’unità di soccorso permanente a Port-au-Prince e ha inviato la portaerei Cavour. Inoltre è in via di finalizzazione la cancellazione del debito di Haiti.

  Iran: Ci sarà una riflessione su possibili azioni per incrementare la pressione su Teheran e indurlo a mutare atteggiamento sulla questione nucleare. Il Ministro Frattini da tempo sostiene che se l'Iran non collabora o non negozia, delle sanzioni internazionali saranno assolutamente necessarie.

  Ucraina: In discussione le prospettive delle relazioni UE-Ucraina e l’esito delle elezioni presidenziali del 7 febbraio scorso che hanno portato alla vittoria il leader dell’opposizione Viktor Yanukovich. Già il Presidente della Commissione José Manuel Durao Barroso ha inviato un messaggio di congratulazioni a Yanukovich e lo ha invitato a venire a Bruxelles ''quando può, al più presto''.

  Yemen e Afghanistan: Si farà il punto sulla strategia di sostegno internazionale ai due Paesi, alla luce dei risultati della Conferenza di Londra dello scorso 28 gennaio. Nella capitale britannica, su proposta dell’Italia, è stato lanciato il gruppo internazionale “Amici dello Yemen’’ con l’obiettivo di aiutare il Paese nella lotta al terrorismo e nelle sfide su sicurezza e sviluppo senza imporre soluzioni dall’esterno. Per quanto riguarda l’Afghanistan, la comunità internazionale ha approvato la strategia per una "reintegrazione e riconciliazione" dei talebani disposti ad abbandonare le armi e ad accettare la costituzione, mettendo a disposizione un ‘Trust fund’ per finanziare tale processo. (Inform)

 

 

 

 

 “1° marzo, una giornata senza di noi”. Primo sciopero in Italia degli immigrati, mercoledì la presentazione

 

Roma - Martedì 23 febbraio, nella sede di Legambiente a Roma, verrà presentato alla stampa il manifesto "1° Marzo 2010, una giornata senza di noi", la prima giornata di astensione dal lavoro degli immigrati presenti in Italia, pubblicizzata anche sul sito www.primomarzo2010.it. Si tratta di una grande manifestazione "non violenta e dal respiro europeo", in cui l’Italia affiancherà la Francia che, con la "Journée sans immigrés, 24h sans nous", ha ispirato il movimento, e tutti gli altri Paesi che, come Grecia e Spagna, si stanno mobilitando per una giornata storica, in cui gli immigrati e i discendenti degli immigrati manifesteranno in tantissime città per la difesa dei propri diritti.

Per reagire alle campagne denigratorie e xenofobe che in questi ultimi anni hanno portato all'approvazione di leggi e ordinanze lontane dal dettato e dallo spirito della nostra Costituzione, per respingere i tentativi ripetuti di presentare l'immigrazione come un fenomeno eminentemente negativo, il collettivo "1° Marzo 2010, una giornata senza di noi", promotore dell'iniziativa, intende contrastare, insieme a tutti gli italiani che rifiutano ogni atto o linguaggio discriminatorio e xenofobo, l'utilizzo strumentale del richiamo alle radici culturali e della religione per giustificare politiche, locali e nazionali, di esclusione ed emarginazione degli stranieri che vivono e lavorano in Italia.La parte preponderante degli immigrati presenti sul territorio italiano lavora onestamente e svolge funzioni essenziali per la tenuta di una società complessa e articolata come la nostra. Sono parte integrante dell'Italia di oggi. La contrapposizione tra "noi" e "loro» , "autoctoni" e "stranieri", è impropria e pericolosa. Bisogna piuttosto promuovere la consapevolezza che oggi siamo "insieme", vecchi e nuovi cittadini impegnati a far funzionare e a migliorare il Paese, a costruirne il futuro.

Alla conferenza stampa di lunedì parteciperanno, in rappresentanza del comitato promotore, Stefania Ragusa e Sergio Gaudio, che illustreranno le modalità e i luoghi i cui si articolerà la giornata. Interverranno anche Simone Andreotti, per Legambiente, e i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, primi parlamentari ad avere aderito all'iniziativa. (aise) 

 

 

 

 

Primo marzo, anche il Pd "sciopera" con gli stranieri d'Italia

 

Ci sarà anche il Partito democratico al primo maggio degli immigrati. Mescolato al giallo scelto dagli organizzatori del «primo marzo - ventiquattr’ore senza di noi». Un appuntamento partito dal basso, poco prima di Natale. Con un tam tam che ha attraversato città per città, regione per regione, l’Italia delle ronde e di Rosarno. E che in pochi mesi è diventato un evento a cui il paese civile e solidale non può mancare.

 

Giorno degli immigrati, ma non solo. Alla giornata del «ventiquattr’ore senza di noi» hanno aderito in tanti, sindacati, associazioni, piccoli gruppi organizzati, organizzazioni studentesche. Un popolo che come quello del «no B-Day» si è autoconvocato, con un lavoro capillare fatto nella rete - le email, il gruppo facebook, il sito - e soprattutto sul territorio, con decine di comitati nati spontaneamente in tutta Italia.

 

Una mobilitazione senza precedenti. A cui il Pd promette da qui al primo marzo di dare sostegno, chiamando iscritti ed elettori a partecipare. «Dall'incontro con il comitato organizzatore», spiega Livia Turco, presidente del Forum Immigrazione Pd, «è emersa una condivisione degli obiettivi e, soprattutto, la volontà di promuovere una partecipazione dal basso e dai territori, coinvolgendo direttamente gli immigrati per promuovere una nuova cultura della convivenza e dell'integrazione».

Tutti in piazza, quindi. Mescolati al «popolo giallo». Perché la piazza sarà il luogo deputato a dare visibilità al popolo che c’è ma non ha diritti. Saranno tante le iniziative, differenti da luogo a luogo, con cui celebrare la giornata. Decine di manifestazioni in tutta Italia - da Milano a Siracusa - organizzate insieme da italiani e stranieri.

 

L’idea è arrivata dalla Francia e la data prescelta anche è la stessa. Una giornata in cui gli immigrati incrocino le braccia per far sentire la loro presenza. Uno sciopero per dire all’intero paese che senza di loro è solo un paese che deve fare a meno di badanti e di manovali, di operai nei cantieri edili, di pizzaioli e di baristi. E non solo, ovviamente.

 

Una scommessa del tutto inedita, non solo in Italia. E l’idea non a caso è venuta a quattro donne, Stefania, Daimarely, Nelly e Cristina. E ormai cammina sulle gambe di migliaia di persone. Un popolo giallo che promette di crescere ancora. Ci sono ancora nove giorni per mobilitare, mobilitarsi, far passare il tam tam.

Tutte le informazioni sullo svolgimento della giornata sono all'indirizzo www.primomarzo2010.it. D.M. L’U 21

 

 

 

 

Rimesse dei migranti: cifra da 32 miliardi l'anno nei 27 Stati dell’UE

 

Ammontano a 32 miliardi di euro le "rimesse" dei lavoratori migranti presenti nei 27 Stati dell'Unione europea (i dati si riferiscono alla fine del 2008). Nel 2004 la cifra totale delle rimesse era pari a 19 miliardi. L'invio di fondi nel proprio Paese d'origine da parte di persone che lavorano all'estero riguarda per oltre due terzi Stati extra Ue. "L'aumento di questi invii di denaro nel corso degli ultimi anni - si legge nello studio recentemente pubblicato da Eurostat - è dovuto soprattutto a un forte aumento dei flussi extra Ue, passati da 11 miliardi del 2004 a oltre 22 del 2008", in connessione con la crescita dell'immigrazione verso l'Europa comunitaria. Diversamente, i flussi intra Ue sono "aumentati più lentamente, passando da 7,9 a 9,3 miliardi" nel giro di cinque anni. "In conseguenza di ciò", spiegano gli esperti dell'Istituto statistico dell'Unione, "la parte di invio dei fondi extra Ue è passata dal 59% del totale nel 2004 all'attuale 71%". Eurostat spiega inoltre che "due terzi del totale delle rimesse dei lavoratori parte da quattro Paesi: Spagna (7,8 miliardi nel 2008), Italia (6,4), Francia (3,4) e Germania (3,1)". Sir eu

 

 

 

 

L’esempio americano non ci serve. Multiculturalismo e cattivo vicinato

 

L’Europa è caratterizzata da secoli da popolazioni stanziali, stabili, e dotate di una propria identità linguistica e culturale. Dal Settecento il Vecchio Mondo ha generato molti emigrati e accolto pochi immigrati. Il mestiere di come accoglierli e di come incamerarli è un mestiere che non conosciamo. Ed ecco che d’un tratto veniamo inondati da immigrati di ogni sorta in gran parte provenienti da «altri mondi», da mondi che sentiamo estranei.

Il problema è, allora, di estraneità e di vicinanza. L’uomo è un animale sociale che vive raggruppato in tribù, in villaggi, in città. Quindi tutti noi abbiamo un vicino, dei vicini; e tutti noi cerchiamo un «buon vicinato» costituito da persone che sono un po’ come noi, o comunque non troppo diverse da noi. Il troppo diverso, l’estraneo, è scomodo e ci fa anche paura.

Che fare? Come fare? Per i faciloni il problema è semplice: faremo come gli Stati Uniti. Ma l’esempio non ci aiuta. Il Vecchio Mondo è da gran tempo uno spazio pieno occupato, dicevo, da popolazioni stanziali. Il Nuovo Mondo era uno spazio vuoto colmato soltanto da immigrati che nel corso di due generazioni si sono largamente integrati nella loro «terra promessa». Ma anche lì gli inizi non sono stati facili. Pur essendo quasi tutti europei (niente islamici), i nuovi arrivati si sono tutti «ghettizzati» nel senso che si sono messi assieme nelle loro «piccole città» (little Italy e analoghi). In parte era perché non conoscevano la lingua del Paese nel quale si accasavano; ma era soprattutto perché così «stavano assieme», così ristabilivano un vicinato familiare. Queste piccole città etniche si sono in parte dissolte tempo un secolo (salvo eccezioni, come più di tutti i cinesi), ma si sono dissolte abbastanza rapidamente perché gli Stati Uniti sono un Paese di altissima mobilità sociale e di lavoro. Un americano cambia casa e località anche sei-sette volte; e ogni volta si deve rifare un vicinato, collegarsi e legarsi con nuovi neighbours, nuovi confinanti. Il che produce e assicura una miriade di piccole comunità funzionali di vicini compatibili.

Ovviamente il problema è tutto diverso in Europa. Gli europei sono da gran tempo residenti fissi. Hanno cambiato molti sovrani (i territori passavano da un monarca all’altro anche per matrimonio e eredità); ma gli abitanti restavano e vivevano nei loro borghi e città per secoli e secoli. Arrivavano anche a combattersi; ma si conoscevano e si somigliavano. Successivamente le recenti megalopoli hanno semmai creato una «folla solitaria» (così David Riesman) che però non è una folla di dissimili ma semmai di vicini indifferenti. Un primo punto è, allora, che non dobbiamo confondere il problema dell’integrazione politica dell’immigrante con il diverso problema di come e dove accasarli. Una cosa è il «cattivo cittadino» (che per esempio rifiuta la democrazia e preferisce una teocrazia), e altra cosa è il «cattivo vicino» che crea una convivenza invivibile tra chi c’era prima e chi sopraggiunge. Va da sé che il problema è aggravato dal fatto che i nuovi immigrati sono diventati troppo rapidamente troppi (il prefetto di Milano ricordava l’altro giorno che gli stranieri sono aumentati, dal 1980, da 3 mila a 400 mila). Ma è ancor più aggravato dalla confusione delle idee.

Per la teoria-ideologia del multiculturalismo ogni cultura si dovrebbe separare dalle altre creando così «identità mono-culturali». Pertanto questa soluzione produrrebbe ghetti davvero blindati che bloccherebbero qualsiasi integrazione. Ma quel che di fatto avviene negli insediamenti italiani (e anche nelle periferie parigine) è il caos multiculturale, l’ammucchiata di ogni sorta di estranei che sono anche estranei tra di loro. A Milano l’assassinato di via Padova era un egiziano (regolare), gli aggressori latino-americani di Santo Domingo. Ma nei quartieri conquistati dagli allogeni c’è di tutto, ivi inclusi molti africani e tutti— alla prima rissa— l’un contro l’altro armati. Fa ridere, o piangere, che siffatte situazioni di disastrosa disgregazione sociale vengano acclamate come l’avvento di un glorioso futuro multietnico e multiculturale. Che fare? Il primo passo sarebbe di invitare i suddetti laudatori a trasferirsi in via Padova (dove tra l’altro, le case degli italiani sono in svendita: davvero un affare). Poi si potrà cominciare a ragionare. Giovanni Sartori CdS 21

 

 

 

Scuola italiana all’estero. Narducci (PD) esprime forte preoccupazione per i tagli in una lettera al Ministro Frattini

 

Con una lettera al Ministro degli affari esteri, on. Franco  Frattini, l’on. Franco Narducci, Vice Presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, denuncia i tagli della Finanziaria del Ministro  Tremonti alle istituzioni scolastiche statali  italiane all’estero e ai corsi di lingua italiana soprattutto in Europa e in particolare in Svizzera.

“Ho ritenuto opportuno sottoporre alla Sua attenzione - scrive Narducci al Ministro Frattini - quanto sta accadendo nei Paesi, dove vivono le nostre più importanti collettività emigrate in relazione alle gravi e allarmanti notizie sulla soppressione delle istituzioni scolastiche e della chiusura di innumerevoli corsi di lingua italiana a causa dei tagli contenuti nella Legge Finanziaria che nel prossimo anno scolastico colpiranno tutte le nostre scuole statali e le più importanti realtà scolastiche dei corsi di lingua italiana. Tagli che appaiono particolarmente drammatici in Svizzera, dove è previsto un intervento di “razionalizzazione” che non ha precedenti nella storia delle nostre istituzioni scolastiche, tant’è vero che sarebbe completamente azzerato l’Ufficio scolastico del Cantone di Berna, con la soppressione dell’intera struttura amministrativa e dirigenziale, abbandonando a se stessi decine di insegnanti MAE e del CASCI, e centinaia di corsi di lingua italiana frequentati da migliaia di figli dei nostri connazionali residenti in detto Cantone”.

“Si tratta di un progetto di “razionalizzazione”, continua l’On. Narducci, che accorperebbe l’intera struttura corsuale di Berna a quella del Cantone di Basilea, non tenendo in alcun conto le problematiche specifiche di natura geopolitica che contraddistinguono i due Cantoni, né del positivo processo di integrazione dei corsi nelle scuole svizzere”. Secondo Narducci “si tratta di una vera e propria “soluzione finale” che assesterà un ulteriore colpo alla credibilità dell’Amministrazione e al servizio scolastico per la nostra collettività in Svizzera, che invece avrebbe bisogno di ben altro per il futuro dei corsi di lingua e cultura”.

Al contrario, come sostiene l’On. Narducci, il Parlamento e il Governo dovrebbero finalmente affrontare un organico percorso riformatore  della legge 153 e delle nostre scuole statali all’estero! Di questa riforma si parla da oltre trent’anni e di essa si occupano anche in questa legislatura varie proposte di legge da parte di tutti gli schieramenti politici, tra cui l’iniziativa di legge, di cui è primo firmatario lo stesso On. Narducci!

Proprio l’avvio immediato della discussione sulla riforma della Legge 153, che auspica l’On. Narducci, potrebbe essere quel segnale forte, che le nostre collettività presenti nel mondo attendono da tanti anni dal Parlamento, proprio per evitare l’irreversibile  e la precarizzazione di un settore strategico per la politica estera dell’Italia che, al contrario, “avrebbe bisogno di stabilità e di prospettive di rafforzamento”, in sostanza, di un futuro  per il bene del nostro Paese. De.it.press

 

 

 

 

 

Berlinale, Polanski miglior regista. Trionfa Bal, delusione Depardieu

 

BERLINO - Il film Bal (Miele) del regista turco Semih Kaplanoglu - che racconta la storia di un bambino iniziato ai misteri della natura dal padre apicoltore- è il vincitore dell’Orso d’oro al festival di Berlino, mentre la Berlinale celebra il grande assente Roman Polanski, che con il suo The Ghostwriter (L’uomo nell’ombra) viene premiato con l’Orso d’argento, nonostante il regista si trovi agli arresti domiciliari in Svizzera, nel suo chalet della stazione alpina di Gstaad.

 

Polanski non c’era a raccontare la sua nuova fatica perchè è stato arrestato il 26 settembre 2009 all’aeroporto di Zurigo, in esecuzione di un mandato di cattura spiccato dalla procura di Los Angeles per atti sessuali con una tredicenne, avvenuti nel 1977. 

 

The Ghostwriter - che vede il ritorno del regista del Pianista al thriller e uscirà nelle sale italiane il 9 aprile per 01 Distribution con il titolo L’Uomo nell’ombra - è basato sul romanzo omonimo di Robert Harris (ex cronista politico inglese e co-sceneggiatore con lo stesso regista) pubblicato in Italia da Mondadori nel 2007. È la storia di uno scrittore inglese (McGregor) che accetta di completare le memorie dell’ex primo ministro britannico Adam Lang (Brosnan), un personaggio che ricorda molto Tony Blair. L’incarico gli arriva dopo la misteriosa morte del suo predecessore in un disgraziato incidente. Quando lo scrittore raggiunge l’ex premier in un’isola sulle coste orientali degli Stati Uniti, esplode uno scandalo: Lang viene accusato di attività illegali, connesse a terrorismo e torture. E mentre l’isola di colpo si riempie di giornalisti e manifestanti, lo scrittore comincia a sospettare che il suo predecessore abbia scoperto qualcosa di terribile che collega Lang alla Cia e a temere per la sua vita.

 

Ecologia, Paesi dell’Est e anche un film come ’Caterpillar’ contro la guerra e nel riscatto delle donne sono i temi che hanno vinto questa 60/a Edizione di un Festival di Berlino un pò sotto tono anche per l’evidente crisi economica.

 

Ma soprattutto a vincere contro la cattiva sorte che lo ha colpito è stato Polanski che con ’L’uomo nell’ombra' (nelle sale italiane con la 01 dal 9 aprile) aveva comunque ipotecato un premio da ritirare anche solo come segno d’affetto da parte del mondo del cinema (un premio comunque, nel suo, del tutto meritato).

 

L’orso d’oro comunque lo cattura un film totalmente diverso dal noir di Polanski ovvero ’Honey’ (Miele) di Semih Kaplanoglu, una storia semplice di un raccoglitore di miele e di suo figlio che piacerebbe sicuramente al nostro Ermanno Olmi e che si svolge nel paesaggio più bello possibile: le montagne dell’Anatolia.

 

Ma ben due premi li prendono due Paesi dell’Est come Romania e Russia entrambi con due film minimalisti e forti.  ’Come ho finito questa estate' del russo Alexei Popogrebsky ottiene infatti il premio per la migliore fotografia e l’orso d’argento andato alla coppia di attori Grigori Dobrygin e Sergei Puskepalis. Sono loro i due straordinari protagonisti di una storia dai risvolti tragici, di lotta e riconciliazione, nello scenario desolato e apparentemente incontaminato di una base meteorologica dell’Artico. Ma due premi li ottiene anche il film romeno ’If I wont wistle I wistle' ed esattamente il premio per l’innovazione e quello, secondo per importanza, ovvero l’orso d’argento della giuria. In quest’ultimo caso nello stile tipico dell’ultima produzione di questo paese, capace di leggere in chiave paradossale il reale, si racconta la vita di un pregiudicato diciottenne. E questo da quando esce dalla prigione fino all’incontro con la madre che lo aveva abbandonato da bambino.

 

Infine un premio non da poco, quello della migliore attrice, che è andato alla giapponese Sninobu Terajima per il film ’Caterpillar’ di Koji Wakamatsu. Un premio ben meritato visto che la donna interpreta una moglie costretta ad accogliere un marito che torna dalla guerra cino-giapponese del 1940 come un resto umano. Ovvero è senza gambe e braccia e ha il volto sfigurato ed incapace di parlare. Un’accoglienza da parte della donna inizialmente nel segno di

quel rispetto che è proprio della cultura giapponese verso l’uomo, ma le cose con il tempo cambieranno.

 

Quella di Polanski è un’assenza ’ingombrante': non si è parlato d'altro, a Berlino. Pierce Brosnan, uno degli interpreti, aveva definito il regista «un uomo dalla vita intensa e di una grandezza inesprimibile. Appena ho saputo del suo arresto sono rimasto choccato e ho pensato alla sua famiglia e ai figli». Anche il protagonista Ewan Mc Gregor ne aveva parlato con affetto: «La sua assenza si sente anche di più perchè conosce ogni particolare delle cose che fa e che fanno il suo cinema».

 

Ecco in breve l'elenco dei vincitori della 60/a edizione del Festival cinematografico di Berlino assegnati stasera dalla giuria internazionale:

- Orso d’Oro per il miglior film: a Bal (Miele) del regista turco Semih Kaplanoglu.

- Orso d’Argento/Gran Premio della giuria: a Se voglio fischiare fischio di Florin Serban

- Orso d’argento per la migliore regia: a Roman Polanski per Ghostwriter

-Orso d’argento per il miglior attore: Grigori Dobrygin e Sergei Puskepalis ex aequo per il film How i ended this summer

- Orso d’argento per la miglior attrice: a Shinobu Terajima per il film Caterpillar.

- Orso d’argento per lo straordinario contributo artistico: a Pavel Kostomarov per il film How i ended this summer

- Orso d’argento per la migliore sceneggiatura: al film cinese Tu an yuan (Insieme separati) del regista e sceneggiatore Wang Quanan

- Alfred Bauer Prize: ancora a Se voglio fischiare fischio. LS 21

 

 

 

 

Dopo la proposta del DGB. Il Governo riconsideri la chiusura dell’Agenzia a Mannheim

 

Roma - Nei giorni scorsi il sindacato Confsal Unsa Esteri ha incontrato a Mannheim il presidente della Federazione dei sindacati tedeschi (Dgb), Stefan Rebmann, che ha proposto agli italiani la concessione gratuita di una sede per la locale agenzia consolare, così da scongiurarne la chiusura. Una proposta che dovrebbe essere presa in considerazione dal nostro Governo secondo Laura Garavini, deputata del Pd eletto in Europa e residente in Germania, che giovedì ha presentato una interrogazione in merito al Ministro degli esteri, Franco Frattini.

"Il 10 giugno 2009 il Governo ha annunciato l'avvio di una nuova fase di riduzione della presenza all'estero dell'amministrazione dello Stato italiano che prevede, tra gli ultimi mesi del 2009 e i primi mesi del 2011, la chiusura di diciotto sedi consolari (tredici in Europa, due negli Stati uniti, due in Australia, uno in Sudafrica); la prospettata razionalizzazione della rete consolare – scrive Garavini nella premessa – provocherebbe prevedibili conseguenze negative per l'accesso ai servizi da parte delle comunità italiane e per il personale già assunto in loco e spostato in sedi spesso distanti".

"In questo contesto – puntualizza – sorgono e si consolidano forti dubbi sull'opportunità della chiusura dell'agenzia consolare di Mannheim, la quale serve un bacino di circa 19.000 connazionali ed è un punto di riferimento e di erogazione di servizi essenziali e irrinunciabili per circa 500 piccoli imprenditori e liberi professionisti italiani, nonché per tutto il personale italiano che è in servizio presso gli istituti di ricerca universitari e non, nei settori della biologia, della medicina, dell'informatica, dove molti giovani ingegneri e scienziati hanno trovato occupazione e possibilità di crescita personale e professionale, oltre che per i numerosissimi studenti e ricercatori italiani che vengono a trascorrere periodi di studio nei poli di eccellenza delle università di Heidelberg e Mannheim e per la rappresentanza di ufficiali italiani di collegamento (circa 12 unità) in servizio presso il comando NATO di Heidelberg; complessivamente, nella regione metropolitana del Neckar Reno i connazionali colpiti dalla paventata chiusura della sede di Mannheim sarebbero circa 40.000; gli stessi interlocutori tedeschi danno segnali di disponibilità per il mantenimento dei servizi, con possibili risparmi sui costi fissi di gestione della sede".

"In particolare – rileva la deputata – si apprende da note di agenzie che il presidente della Federazione dei sindacati tedeschi (Deutscher Gewerkschafsbund - Dgb) di Mannheim, Stefan Rebmann, in occasione della riunione bimestrale del 5 febbraio 2010, ha dichiarato che il Dgb, per dare un concreto aiuto alla comunità italiana residente nel circondario Neckar Reno e per l'alto numero di adesioni da parte di italiani al Dgb di Mannheim, metterà a disposizione locali a costo zero, affinché l'agenzia consolare possa continuare a garantire in loco i servizi all'utenza italiana; si apre così una concreta e praticabile alternativa alla chiusura della sede consolare in questione, finora giustificata unicamente dal risparmio dei costi d'affitto".

Alla luce della proposta tedesca, la deputata Pd chiede a Frattini "se non intenda assumere iniziative affinché la chiusura dell'agenzia consolare di Mannheim sia riconsiderata nel quadro del piano di razionalizzazione e quindi revocata, al fine di salvaguardare i diritti della collettività italiana residente nella zona e le giuste rivendicazioni del personale che ora vede ipotecato il proprio futuro". (aise)

 

 

 

 

Notte delle Stelle a Berlino col Sen. Di Girolamo e l’On. Garavini

 

Berlino - Venerdì sera al Maritim Hotel di Berlino c’è stata la Serata di Gala “Notte delle stelle” in occasione della consegna del XVIII “Premio Bacco”.

Si tratta della manifestazione più prestigiosa in Germania che vede coinvolta la comunità italiana di successo.

Anche quest’anno tanti ospiti importanti fra i 700 invitati: governanti ed amministratori tedeschi, imprenditori italiani d’alto livello, gastronomi, artisti. Due i politici italiani: il Sen. Nicola Di Girolamo del Pdl e l’On. Laura Garavini del PD.

Il "Premio Bacco" viene assegnato nell`ambito del Festival Internazionale del Cinema di Berlino dai critici e dagli inviati italiani presenti.

L’intuizione originale del premio - nata il 21 febbraio del ‘93 ad uno dei tavoli del prestigioso ristorante Bacco – è ormai considerata il fulcro di questa bella iniziativa collaterale della Berlinale. Il primus motor del Premio è il Cav. Massimo Mannozzi, proprietario del ristorante Bacco.

Il "Premio Bacco" viene assegnato ogni anno a conclusione del Festival ed è destinato all’artista che abbia meglio o con più forza interpretato, nei film italiani

selezionati, l’intensità dei valori del cinema come specchio della vita. Ne sono stati sino ad oggi insigniti Gerry Cala`, Mario Monicelli, Isabella Ferrari, Ricky Tognazzi, Mariella Valentini, Diego Abatantuono, Giancarlo Giannini, Remo Girone e Gabriele Salvatores. L’italiano 20

 

 

 

 

Berlino. L’Orso va al film turco “Miele”,  argento per Polanski

 

Berlinale/Vince il film turco. E il regista franco-polacco, agli arresti domiciliari: «Non sarei venuto comunque. L’ultima volta che sono andato a un festival mi hanno arrestato» - dall’inviato Fabio Ferzetti

 

BERLINO - Oriente pigliatutto. I vincitori della 60ma Berlinale vengono dalla Turchia, dall’Iran, dal Giappone, dalla Cina, dalla Russia, dalla Romania, che almeno in senso politico è stata a lungo parte del blocco orientale. E nella città simbolo per decenni della guerra fredda la cosa suona come una sveglia indirizzata all’impigrito Occidente.

Naturalmente, sia pure “in contumacia”, ha vinto anche Roman Polanski, il premio più annunciato del FilmFest dal momento che contro ogni consuetudine, data la sua statura, correva per vincere («Non sarei venuto a ritirare il premio neanche se fossi stato libero. L’ultimo volta che sono andato a un festival sono finito in prigione!», ha commentato spiritosamente il regista, come hanno riferito i produttori sul palco).

La giuria presieduta da Werner Herzog, peraltro, molto più conservatrice di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, si è limitata ad attribuire al grande cineasta agli arresti domiciliari l’orso d’argento alla regia per l’impeccabile thriller politico The Ghost Writer. Assegnando invece il massimo riconoscimento a un bel film turco su cui nessuno alla vigilia avrebbe scommesso: Bal, cioè Miele, di Semih Kaplanoglu, terzo capitolo di una trilogia semiautobiografica nota finora solo ai pochi fortunati che frequentano i festival, aperta da due film intitolati rispettivamente Uovo e Latte.

Non è un premio dato male e c’è da augurarsi che aiuterà a far scoprire un autore di tutto rispetto anche se probabilmente riservato agli amatori. Un padre, un figlio, un bosco in cui il primo va in cerca di miele mentre il secondo scopre la bellezza e i pericoli del mondo, un piccolo attore prodigioso che dona grazia e disinvoltura al cinema studiato e poetico di Kaplanoglu. Niente di meno ma niente di più. Anzi, letto in controluce, il verdetto sembra evidenziare due concorrenti forti e contrapposti che potrebbero aver avvantaggiato l’outsider turco.

Da un lato il potente debutto del romeno Florin Serban, Se voglio fischiare, fischio, tutto girato in un riformatorio, uno dei tanti film carcerari di questa Berlinale, che si aggiudica il Gran premio della Giuria nonché il premio Alfred Bauer, riservato a un film che schiude nuove prospettive al cinema. Dall’altro il russo Come ho finito questa estate di Alexej Popogrebski, duello fra un uomo maturo e un giovane reclusi in una base meteorologica su un’isoletta nel Mare Artico, un film di impianto molto classico che però incassa due orsi: per il contributo artistico (la fotografia di Pavel Kostomarov) e per gli attori (Grigori Dobrygin e Sergei Puskepalis. Miglior attrice è Shinobu Terajima, protagonista dell’impressionante Caterpillar di Wakamatsu; miglior sceneggiatura invece è quella del cinese Wang Quanan per Apart Together.

Niente invece per il bellissimo Mammuth con Gérard Depardieu, uno dei film più spiazzanti e vitali di un Filmfest davvero avaro di sorprese. Niente per il coraggioso Submarino di Thomas Vinterberg. Niente per l’iraniano Rafi Pitts (ma viene dall’Iran il regista della migliore opera prima, Sebbe di Babak Najafi, peraltro prodotto e girato in Svezia). Niente per gli Usa, mai così poco presenti o rappresentati da film inutili o sbagliati. Il mercato va a gonfie vele, giurano gli operatori. Mentre la Berlinale, festival metropolitano, macina spettatori record, promuove coproduzioni, sventola i successi del Talent Campus, ma accumula anche critiche e accuse di faciloneria da tutta la stampa, soprattutto per il concorso. E se il mercato supera il festival, forse c’è qualcosa che non va. Im 21

 

 

 

 

La cultura italiana di fine inverno a Stoccarda

 

Stoccarda - In Germania le nevi si stanno sciogliendo e l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda ne approfitta per intensificare le sue attività in vista di una primavera ricca di appuntamenti. In primo luogo l’attenzione viene rivolta alla musica, a comiciare dal concerto jazz dell’affermata cantante messinese Anita Vitale accompagnata dal quartetto del chitarrista Lorenzo Petrocca che si è tenuto la sera di venerdì 19 febbraio al Jazz Club BIX di Stoccarda. La stessa formazione si esibirà nell’ambito della tradizionale Festa della Donna che l’Istituto Italiano di Cultura proporrà anche quest’anno nella prestigiosa cornice del Wilhelmspalais, sede della biblioteca comunale di Stoccarda. Inoltre prosegue la collaborazione con il festival itinerante di musica classica Neckar Musikfestival, che ha proposto nei giorni 19, 20 e 21 febbraio, rispettivamente a Gundelsheim, Hirschhorn e Möckmühl, la serata “Una notte all’opera” con Claudio Ferrarini (flauto) e Floraleda Sacchi (arpa). Il 6 marzo sarà invece la volta di una serata pianistica a Weinsberg con il giovane talento Raffaele Moretti.

Si inaugura il prossimo 5 marzo all’Istituto Italiano di Cultura la breve rassegna cinematografica “Generazione mille Euro”, dedicata agli aspetti tragicomici del più recente disagio giovanile. Sono previste proiezioni di film di Alessandro D’Alatri, Massimo Venier e Eugenio Cappuccio. Alla fotografia è dedicato l’incontro dell’11 marzo con il fotografo Marco Scataglini che presenterà il suo libro di scatti della campagna romana “Tutt’intorno Roma”. Infine due importanti appuntamenti con l’arte figurativa contemporanea italiana organizzati in proprio dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda: la mostra del pittore e sculture friulano Silvano Spessot nel Municipio di Stoccarda, che verrà inaugurata venerdì 12 marzo, e la personale del pittore Ugo Mainetti negli ambienti dell’Istituto Italiano di Cultura, che verrà inaugurata il 20 marzo nell’ambito della Lunga Notte dei Musei 2010, kermesse che coinvolge tutte le istituzioni culturali della capitale del Baden-Württemberg.

Sempre nel mese di marzo l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda presenta due interessanti appuntamenti in collaborazione con l’associazione  Centro culturale italiano di Friburgo: il concerto del musicista Diego Cofone del 18 marzo e la conferenza del giornalista Carl-Wilhelm Macke sull’antologia di testi riguardanti l’Emilia-Romagna da lui pubblicata per la casa editrice Wagenbach, in programma il 25 marzo presso la libreria Schwarz di Friburgo. M.G. De.it.press

 

 

 

Martedì presso l’IIC di Colonia: “Indagine autorizzata su Carlo Lucarelli”

 

Colonia - Una “Indagine autorizzata su Carlo Lucarelli” si terrà martedí 23 febbraio, a partire dalle ore 19.30, presso l'Istituto Italiano di Cultura di Colonia.

L'incontro, ad ingresso gratuito, si svolge nell'ambito di "Misteri", una serie di incontri sul mondo del mistero e della suspense con alcuni dei migliori talenti della letteratura contemporanea italiana.

La moderazione e la traduzione simultanea saranno affidate a Luca Crovi, critico rock e conduttore radiofonico, che ha realizzato la monografia “Tutti i colori del giallo” (2002), libro che si è poi trasformato nel 2003 nell’omonima fortunata trasmissione radiofonica su Raidue che presenta ogni settimana un maestro del thriller internazionale e che è stata premiata, nel 2005, con l’importante Premio Flaiano.

La manifestazione avrà luogo anche il 24 febbraio, alle 19.00, presso il Theater K di Aachen.

Scrittore, commediografo, cronista di nera, sceneggiatore di videoclip e conduttore televisivo, Carlo Lucarelli è uno degli esponenti di spicco del nuovo noir anni Novanta. Ha reinterpretato i moduli della narrativa di genere per indagare le contraddittorie e molteplici realtà della società contemporanea. Con le trasmissioni televisive “Misteri in blu” e “Blu notte” ha esplorato il territorio dei delitti irrisolti e quello dei cosiddetti “misteri italiani”, ricostruendo accuratamente alcuni dei più sconvolgenti casi di cronaca che hanno toccato un paese come l’Italia.

Tra i suoi romanzi ricordiamo “Almost Blue”, “Lupo Mannaro”, “Guernica”, “L'isola dell'angelo caduto” e “L'Ottava vibrazione” (Einaudi) e la trilogia del commissario De Luca. Due suoi personaggi, l'ispettore Coliandro e il commissario De Luca, sono approdati in TV dando il nome alle serie omonime di sceneggiati televisivi per la Rai. (aise)

 

 

 

 

Berlinale. Consegnato a Banfi il “Premio Bacco” dei critici italiani    

 

Berlino. La Provincia di Bari è stata lo sponsor della serata di gala durante la quale è stato conferito il «Premio Bacco», il prestigioso riconoscimento che da 18 anni il Cenacolo dei Critici italiani (presieduto dal critico cinematografico Valerio Caprara e dal cavaliere Massimo Mannozzi), nell’ambito del Festival Internazionale del cinema di Berlino, assegna ad artisti del grande schermo.

Per l’edizione 2010 il Premio è stato conferito all’attore barese Lino Banfi interprete di due film girati tra Gravina, Altamura e la Murgia barese quali «Maria non gli piace», produzione italo – tedesca che ha riscosso grande successo in Germania, e «Focaccia Blues» diretto da Nico Cirasola. Doppio riconoscimento dunque per Banfi che è stato premiato insieme a Renzo Arbore (anche lui in «Focaccia Blues»). Venerdì 19 la Provincia di Bari ha organizzato una cena di gala con prodotti tipici del territorio presso l’Hotel Maritim di Berlino alla presenza dell’assessore all’Innovazione Agricolo-Aziendale Franco Caputo, dell’Ambasciatore d’Italia Michele Valensise e di circa 600 rappresentanti del mondo culturale, politico e cinematografico. La preparazione della cena è stata affidata agli alunni dell’Istituto alberghiero IPSIA «De Nora» di Altamura. Aci, de.it.press

 

 

 

 

A Monaco di Baviera  al via (martedì) la retrospettiva dedicata a Lina Wertmüller

 

L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera annuncia la retrospettiva dedicata a Lina Wertmüller. L’evento si terrà da martedì 23 febbraio a domenica 27 aprile 2010, presso il Filmmuseum, St.-Jakobs-Platz 1, a Monaco di Baviera.

 

Organizzano l’evento il Filmmuseum im Münchner Stadtmuseum di Monaco di Baviera,  l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, il Ministero degli Affari Esteri e Cinecittà Luce SpA di Roma.

 

Lina Wertmüller, regista italiana, nei suoi film vuole semplicemente raccontare la realtà senza filtri, per questo, nulla è sottile e discreto. I suoi film sono uno schiaffo in pieno viso dello spettatore; sono diretti, impetuosi e pieni di passione. Arrivano direttamente allo spettatore con sentimenti, ideologie, viaggi, attraverso l’uso dello zoom, del montaggio e di un sottofondo di musica drammatica, tra cui predominano Verdi e Wagner. Nei suoi fotogrammi invece che un cauto avvicinamento predomina un confronto aggressivo. Il mezzo stilistico dominante di Lina Wertmüller è l’esagerazione, ad incominciare dai lunghissimi titoli, tagliati senza troppo riguardo dai distributori di film internazionali, esempio è il titolo italiano del film D’amore e d’anarchia, ovvero “stamattina alle 10 in via dei fiori nella nota casa di tolleranza” reso in tedesco a malapena con Liebe und Anarchie.

Con i suoi primissimi piani e l’uso frenetico dello zoom mira in maniera diretta all’attore in modo da irrompere nel suo cervello, nel suo cuore e nella sua anima. Nei suoi film si gesticola e si fa a botte, si urla e ci si bacia, si corre e si caccia, in sintesi rappresenta il temperamento italiano nella sua forma più pura. Si potrebbe definire la Wertmüller come “la cronista della gioia di vivere degli italiani”, che non denuncia, non difende e si lascia tirare nella mischia e nel vortice delle passioni in maniera imparziale. 

 

Non si lascia coinvolgere né da mode né da ideologie. Il fascismo, il comunismo, il capitalismo, l’anarchia e il femminismo sono solamente materiale per i suoi film, con il quale provoca controversie e sveglia le coscienze, “in realtà io sono contro tutto questo” dice la regista che si autodefinisce come “libera pensatrice di sinistra”.

 

Lina Wertmüller, pseudonimo di Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, (Roma, 14 agosto 1928), è una regista e sceneggiatrice italiana, discendente da una nobile e agiata famiglia svizzera. Nasce a Roma da padre pugliese e madre romana.

Assistente alla regia in E Napoli canta del 1953, fu aiutante e attrice di Federico Fellini nelle pellicole La dolce vita (1960) e 8 e ½ di due anni più tardi. L’incontro con Fellini è stata una carica iniziale, “come se qualcuno mi avesse aperto una finestra per mostrarmi un panorama che non avevo mai visto sinora” così descrive la regista la sua collaborazione con Fellini. Il consiglio del maestro: “Racconta la tua storia così come la racconteresti ad un amico, in un bar, una notte d’estate”

Il suo esordio come regista, sotto la protezione del grande maestro, avvenne nel 1963 con I basilischi, amara e grottesca narrazione della vita di alcuni poveri amici in un piccolo paesino del sud (della Puglia, Minervino Murge), che le valse la Vela d'argento al Festival di Locarno.

Con Pasqualino Settebellezze raggiunge il successo internazionale. Conquista il mercato americano, riuscendo ad ottenere – prima donna in assoluto – 4 nominations all’Oscar. Racconta di un piccolo criminale napoletano e dei suoi tentativi di   sopravvivenza in un campo di concentramento.

 

Il programma prevede la proiezione dei seguenti film, tutti in versione originale con sottotitoli in lingua inglese:

 

Martedì, 23 Febbraio 2010, ore 21.00 I BASILISCHI  – Italia 1963 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Gianni Di Venanzo – Musica: Ennio Morricone – Interpreti: Toni Petruzzi, Stefano Satta Flores, Sergio Ferranino, Luigi Barbieri, Enrica Chiaromonte – 85 min

 

Martedì, 2 Marzo 2010, ore 21.00 QUESTA VOLTA PARLIAMO DI UOMINI – Italia 1965 – 93 min

 

Sabato, 6 Marzo 2010, ore 21.00 MANNAGGIA ALLA MISERIA – Italia 2009 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Romolo Eucalitto – Musica: Roberto Caroselli – Interpreti: Gabriella Pession, Sergio Assisi, Piera Degli Esposti, Roberto Herlitzka, Angela Pagano

 

Domenica, 7 Marzo 2010, ore 21.00 IL MIO CORPO PER UN POKER  – Italia 1968 – Regia: Lina  Wertmüller – Sceneggiatura: Nathan Wich (= Lina Wertmüller), George Brown –Fotografia: Alessandro D'Eva, Giovanni Carlo – Musica: Charles Dumont – Interpreti: Elsa Martinelli, Robert Wood, George Eastman, Francesca Righini, Dan Harrison – 102 min

 

Martedì, 9 Marzo 2010, ore 21.00 MIMI METALLURGICO FERITO NELL'ONORE – Italia 1972 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Dario Di Palma – Musica: Piero Piccioni – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Turi Ferro, Agostina Belli, Luigi Diberti – 115 min

 

Martedì, 16 Marzo 2010, ore 21.00  FILM D'AMORE E D'ANARCHIA  – Italia 1973 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Giuseppe Rotunno – Musica: Carlo Savina – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Lina Polito, Eros Pagni, Pina Cei – 125 min

 

Martedì, 23 Marzo 2010, ore 21.00 TRAVOLTI DA UN ISOLITO DESTINO NELL'AZZURO MARE D'AGOSTO  – Italia 1974 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Ennio Guarnieri – Musica: Piero Piccioni – Interpreti: Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Ricardo Salvino, Isa Danieli, Aldo Puglisi – 116 min

 

Martedì, 30 Marzo 2010, ore 21.00 TUTTO A POSTO E NIENTE IN ORDINE – Italia 1974 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Giuseppe Rotunno – Musica: Piero Piccioni – Interpreti: Luigi Diberti, Lina Polito, Nino Bignamini, Sara Rapisardo, Giuliana Calandra – 105 min

 

Martedì, 6 Aprile 2010, ore 21.00 PASQUALINO SETTEBELLEZZE – Italia 1975 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – Fotografia: Tonino delli Colli – Musica: Enzo Janacci – Interpreti: Giancarlo Giannini, Fernando Rey, Shirley Stoler, Elena Fiore, Piero die Iorio

 

Martedì, 13 Aprile 2010, ore 21.00  LA FINE DEL MONDO NEL NOSTRO SOLITO LETTO IN UNA NOTTE PIENA DI PIOGGIA – Italia 1977 – Regia: Lina Wertmüller - 104 min

 

Martedì, 20 Aprile 2010, ore 21.00  SOTTO... SOTTO... STRAPAZZATO DA ANOMALA PASSIONE - Italia 1984 – Regia: Lina Wertmüller, 100 min

 

Martedì, 27 Aprile 2010, ore 21.00 UN COMPLICATO INTRIGO (CAMORRA) – Italia 1986 – Regia e sceneggiatura: Lina Wertmüller – 115 min

 

Per informazioni: Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8

D-80336 Muenchen Tel.: ++49-(0)89 / 74 63 21-0

, Fax: ++49-(0)89 / 74 63 21-30

E-mail: info.iicmonaco@esteri.it homepage: www.iicmonaco.esteri.it

(de.it.press)

 

 

 

 

“La bocca del lupo” di Pietro Marcello vince il prestigioso Premio Caligari del Forum di Berlino

 

Festival/Dopo aver vinto la rassegna di Torino, “La bocca del lupo”, documentario di Pietro Marcello, nato da un’idea dei gesuiti, riceve il Teddy e il prestigioso Caligari – dall’inviato Fabio Ferzetti

 

BERLINO - E due. Dopo il Torino Film Festival, La bocca del lupo di Pietro Marcello vince anche il prestigioso Premio Caligari del Forum di Berlino, la sezione più sperimentale del FilmFest (a cui si aggiunge il “Teddy”, premio riservato al miglior film gay della Berlinale). Niente male per un “piccolo” documentario nato da un’idea dei gesuiti della Fondazione San Marcellino. Che abbraccia in un solo sguardo coraggioso e pudico le trasformazioni subite da Genova negli ultimi decenni e le vite di due marginali, l’ex-carcerato Enzo e la sua compagna Mary, una trans conosciuta in prigione. Un vero documentario di creazione, da ieri anche nelle sale italiane, capace di imporsi nell’agguerrita selezione internazionale del Forum. Provando una volta di più che il nostro cinema vince quando cerca nuove strade e nuove forme, anche di produzione.

Come quest’anno accadeva troppo di rado alla Berlinale, anche se in chiusura un concorso eclettico fino alla trasandatezza ci ha dato a sorpresa il formidabile Mammuth di Benoit Delépine e Gustave Kervern (la coppia anarchica di Louise Michel). Un film così libero e originale da affidare al massimo divo di Francia, Gérard Depardieu, il ruolo di un mastodontico e taciturno operaio del mattatoio che dopo esser andato in pensione inforca la sua gigantesca moto anni 70, una “Mammuth” per l’appunto, e parte alla ricerca dei fogli paga della pensione, ma anche del suo personalissimo tempo perduto. Immagini sgranate, personaggi bizzarri, situazioni imprevedibili, un’estetica che sposa l’humour noir e il fumetto acido (fra i comprimari appare il vignettista Siné) a una tradizione poetica e libertaria molto francese (linea Villon-Brassens-Vian-Reiser, detta all’ingrosso), con una capacità di divertire e di emozionare davvero rara. Un regalo, impreziosito da tre figure femminili diversissime, la moglie extralarge anche lei (Yolande Moreau), il fantasma del primo e defunto amore che segue Depardieu come un’ombra (Isabelle Adjani). E la stralunata Miss Ming, l’artista che con i suoi surreali bricolages dischiude la vena creativa di quel bestione.

Vedremo se la giuria guidata da Werner Herzog apprezzerà un film così diverso. Intanto il concorso si è chiuso con il violentissimo The Killer Inside Me di Michael Winterbottom, dal romanzo di Jim Thompson, il noir che ha scioccato il Sundance. Casey Affleck, come sempre perfetto con quela, faccia da ragazzino nei ruoli di psicopatici e borderline, è lo sceriffo texano che uccide a pugni la giovane prostituta con cui ha un legame sado-maso, poi la sua fidanzata e vari altri personaggi. Fedele al libro, l’eclettico Winterbottom dettaglia delitti, traumi d’infanzia e macchinazioni criminali con la stessa indifferenza malata (la malattia del suo personaggio) unita a un occhio indiscutibile per l’erotismo. Senza però mai scalfire davvero quel senso di meticolosa insoddisfazione e scarsa motivazione che lasciano addosso quasi sempre i suoi film. IM 20

 

 

 

Le Regioni Campania, Calabria e Marche alla Biofach di Norimberga. Il sud, avanguardia di qualità

 

Norimberga - Il sud come avanguardia dell’agroalimentare italiano di qualità. Campania e Calabria sono le due regioni-laboratorio del biologico, al centro di esperienze innovative di organizzazione territoriale presentate al Biofach di Norimberga, il salone mondiale del biologico che si è chiuso sabato 20 febbraio.

Nel Cilento, in Campania, ad esempio, è nato il primo Bio-distretto italiano. Si tratta di un progetto che si sviluppa all’interno dell’area del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, su una superficie di oltre 3mila kmq, coinvolgendo 35 comuni e grandi attrattori culturali e turistici come Paestum, e Velia. Attraverso il coordinamento di Aiab Campania, è stata creata una rete per lo sviluppo del territorio, che ha il suo focus proprio sull’alimentazione bio e di qualità.

“Associazioni, amministrazioni pubbliche, operatori agricoli e turistici danno vita a un vero e proprio laboratorio di idee e iniziative ad alto profilo culturale, che punta a uno sviluppo etico, equo e solidale del territorio cilentano, fondato sul modello biologico”,spiega Salvatore Basile, presidente di Aiab Campania.

Si è provveduto innanzitutto a mettere in rete le aziende biologiche, le associazioni di produttori, gli enti che aderiscono al circuito delle città del bio, la bio-ristorazione, gli operatori eco-turistici e i consumatori, soprattutto attraverso i gruppi d’acquisto solidale. Sono nate così iniziative forti e coinvolgenti, come le bio-spiagge, che in estate coinvolgono alla sana alimentazione i bagnanti della costa cilentana. Oppure i bio-sentieri, che attraverso i rigogliosi boschi della zona, conducono ai luoghi di produzione del bio. Senza dimenticare i bio-mercatini e il “bio di classe”, l’introduzione di pasti bio nelle mense scolastiche del luogo”.

Il bio-distretto, commenta Basile, “può realmente incidere sullo sviluppo di flussi turistici qualificati, distribuiti lungo l’intero corso dell’anno e non concentrati soltanto nei mesi estivi, come oggi avviene”.

L’esempio del bio-distretto cilentano è stato seguito dalla seconda esperienza di questo tipo: il Bio-distretto Grecanico. Ancora giovane, ma con grandi prospettive di sviluppo, si concentra sull’omonima zone della Calabria.

 

A Norimberga sono passate in passerella anche le produzioni biologiche marchigiane. La Regione Marche, sempre presente con le sue aziende sin dalla prima edizione della fiera, ha partecipato con nove imprese e, novità di quest'anno, ha ospitato anche nella sua area la Provincia di Macerata, presente con un gruppo di piccole aziende biologiche. (aise, de.it.press)

 

 

 

 

Le “due Italie” all’estero. Due categorie di Italiani in Germania. Perchè?

 

In Germania il mondo italiano è diviso in due gruppi: quelli che sarebbero qui anche se non ci fosse mai stata emigrazione e quelli che vi si trovano perché appunto emigrati in cerca di lavoro.

 

Alla prima categoria appartengono tutti i funzionari di istituzioni statali e la classe dirigente di imprese private, giornalisti, missionari e intellettuali, mentre alla seconda appartengono tutti i lavoratori più o meno specializzati, tutti quelli che hanno saputo fare il salto e passare da operai dipendenti o camerieri e rendersi autonomi o diventare piccoli imprenditori.

 

La cosa strana che questa divisione ha anche un aspetto geografico: mentre i componenti della prima categoria sono tutti o quasi del nord, quelli della seconda sono quasi tutti Meridionali.

 

Mi sono chiesto sempre e colgo l’occasione per chieder a chi legge: è così in tutti gli altri paesi di emigrazione?  Giuseppe Tizza, Düsseldorf (de.it.press)

 

 

 

 

Chiusura Consolati. Continua la mobilitazione dei sindacati del Mae

 

Roma - "5 febbraio 2010: a Mannheim l’incontro tra una delegazione della Confsal-Unsa con il Presidente del locale Sindacato DGB, Stefan Rebmann, il quale dà la sua disponibilità ad individuare locali a costo zero affinché l’Agenzia consolare possa continuare a garantire in loco i servizi all’utenza italiana. Il 16 febbraio, a Lille la manifestazione della UIM (Unione Italiani nel Mondo) per protestare contro la chiusura del locale Consolato. La mobilitazione iniziata e promossa dalla nostra Sigla sindacale all’indomani dell’annunciata razionalizzazione della rete consolare, cioè a giugno del 2009, è più viva che mai".

È quanto si legge in una nota del Coordinamento esteri della Confsal Unsa, il sindacato degli impiegati contrattualizzati italiani e stranieri del Ministero degli Esteri, secondo cui sono "sempre più numerose le voci critiche che si innalzano per dire "no" ad un progetto che di razionale e ben strutturato ha ben poco".

Riferendosi al piano di ristrutturazione promosso dal Mae, il sindacato rileva come "l’arbitrarietà della scelta delle sedi da chiudere e la più totale assenza di risparmio derivante da una tale manovra" siano "elementi che vanno più volte e in più sedi ripetuti per scongiurare un piano che lascerebbe, laddove venisse applicato, un incolmabile vuoto istituzionale per la nostra collettività all’estero e cancellerebbe così non solamente un patrimonio di contatti costruitisi negli anni, ma produrrebbe danni addirittura in termini economici. Smantellare una rete che serve da supporto all’eccellenza italiana, al nostro Made in Italy, significa non possedere la lungimiranza di cogliere l’importanza che essa possiede".

"La rete consolare all’estero, così come i nostri Istituti Italiani di Cultura, - si sottolinea nella nota del Coordinamento – hanno un valore aggiunto. Sono parte integrante del tessuto sociale in cui operano e sono un punto di riferimento per la nostra numerosa comunità. Ed è proprio per questo che la mobilitazione e la discussione creatasi attorno alla razionalizzazione della rete ha coinvolto, sia all’estero che in Italia attraverso i mass media, sempre più frange della società civile. A partire dalla mobilitazione del nostro personale a contratto all’estero, in pericolo di perdere il proprio posto di lavoro, e del personale di ruolo che subisce una massiccia perdita di posti funzione all’estero, ai riferimenti istituzionali operanti nelle città coinvolte nel piano di razionalizzazione (sindacati locali, amministrazioni cittadine, vari Presidenti dei Länder tedeschi e alti esponenti politici di altri paesi interessati e Comites), fino ai nostri rappresentanti di differenti schieramenti politici eletti all’estero, tutti si sono sentiti chiamati in causa per tutelare questo nostro patrimonio".

Dopo aver ricordato la prossima audizione del Sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, in programma martedì prossimo davanti alle Commissioni Esteri riunite di Camera e Senato, il sindacato conclude assicurando che "vigilerermo insieme ai nostri iscritti e a tutte le forze politiche e sociali già attive, sui prossimi sviluppi. Ribadiamo con ferma convinzione che le alternative alle chiusure ci sono, apriamo un confronto sulla tematica!". (aise)

 

 

 

 

Ultima riunione di legislatura per la Consulta regionale veneta dell’immigrazione

 

  VENEZIA - In uno studio dell’ONU sui temi dell’integrazione, che sarà pubblicato a breve, uno dei casi che è stato approfondito come esempio di rapporto tra istituzioni e immigrati è quello del Veneto e della sua programmazione di settore. L’anticipazione è stata resa nota in occasione dell’ultima riunione della legislatura della Consulta regionale per l’immigrazione, convocata a Palazzo Balbi sotto la presidenza dell’assessore veneto ai flussi migratori Oscar De Bona. L’assessore ha ricordato che in questi cinque anni la consistenza del fenomeno immigratorio si è più che raddoppiata.

  Oggi nel Veneto è presente una comunità di circa 460 mila extracomunitari regolari. Con il 2009 è venuto a scadenza il programma triennale degli interventi nel settore dell’immigrazione, con il quale sono state proposte e realizzate molte iniziative alcune delle quali del tutto innovative come il patto di accoglienza e il progetto di “housing sociale” per rendere disponibili alloggi a prezzi calmierati. Pur di fronte di una riduzione delle risorse disponibili, grazie al coordinamento sul territorio con i soggetti pubblici e privati impegnati nel campo dell’integrazione, è progressivamente aumentato il numero dei progetti che sono stati attuati.

  Di recente il quadro generale è comunque mutato ancora a causa della crisi economica che ha avuto pesanti ricadute sul piano occupazionale i cui effetti continuano a farsi sentire. Sono questioni – ha detto De Bona – che anche a livello nazionale devono essere affrontate con una diversa attenzione, per evitare che possano crearsi anche in altre realtà situazioni problematiche e allarmanti come quelle che si sono viste in Calabria e a Milano. Ad ogni modo la positiva esperienza del Veneto di questi anni è stata tradotta dagli uffici regionali in un’ipotesi operativa di piano triennale 2010-2012 da lasciare in eredità alla prossima legislatura regionale in modo che non riparta da zero.

  L’obiettivo generale è di continuare a favorire l’integrazione degli immigrati regolarmente presenti nel territorio regionale come componente e risorsa da valorizzare nella fase di passaggio dalla crisi a quella del rilancio economico-occupazionale; inoltre, consolidare il sistema di attività e servizi per il governo dei flussi migratori per accompagnare la ripresa produttiva e migliorare la qualità della vita di tutta la comunità veneta, di cui gli immigrati fanno parte integrante. Condivisione di massima è stata espressa sull’ipotesi di piano dai componenti della Consulta che avranno tempo fino a fine mese per far pervenire ulteriori suggerimenti. (Inform)

 

 

 

 

Il governo olandese cade sull’Afghanistan

 

I laburisti contrari al prolungamento della missione - di WALTER RAHUE

 

BERLINO - La missione militare in Afghanistan ha fatto cadere la coalizione di governo olandese del primo ministro cristiano democratico Jan Peter Balkenende. Una seduta fiume di sedici ore non è riuscita a mettere insieme le posizioni inconciliabili dei tre partiti di coalizione su un eventuale prolungamento del mandato per i 1600 soldati olandesi presenti nella provincia dell’Uruzgan. All’alba di ieri il premier conservatore ha comunicato di voler rassegnare ufficialmente le sue dimissioni e quelle dell’intero esecutivo alla regina Beatrice, attualmente in vacanza in Austria.

L’Alleanza atlantica (Nato) aveva chiesto da tempo al governo olandese di «valutare la possibilità di una permanenza prolungata in Afghanistan», lasciando possibilmente sul posto un contingente fino ad almeno il mese di agosto del 2011. L’attuale mandato scade invece nell’agosto di quest’anno. Il centrodestra dei cristianodemocratici (Cda) di Blankenende avevano sostenuto la richiesta della Nato, mentre il partito laburista (PvdA) del ministro delle Finanze Wouter Bos vi si é opposto con veemenza esigendo dal primo ministro il ritiro delle truppe dislocate nella provincia afgana dal 2006 e costata finora la vita a ventuno soldati olandesi, entro i tempi prefissati. I due principali partiti di governo non sono riusciti alla fine a trovare una formula di compromesso sul delicato tema che spacca non solo l’arco politico ma l’intera opinione pubblica dei Paesi Bassi.

L’Olanda è così chiamata alle elezioni anticipate che con ogni probabilitá si svolgeranno già in primavera, tra maggio e giugno, e che a questo punto si trasformeranno in un plebiscito a favore o contro la missione militare in Afghanistan. A profittare del voto anticipato potrebbero essere così proprio i laburisti del minsitro delle Finanze uscente Bos, ma anche nel caso della conquista di qualche seggio in più è improbabile la nascita di una nuova maggioranza di centro sinistra. La formazione di un nuovo governo potrebbe anzi risultare molto complicata e necessitare in futuro del sostegno dell’esecutivo da parte di almeno quattro, anche cinque partiti (contro i tre attuali).

Il veri vincitori delle elezioni anticipate potrebbero essere però i populisti di destra del Partito della Libertà di Geert Wilders, formazione anti immigrati e anti islamica che potrebbe diventare il maggior partito in parlamento e che a sua volta è contraria alla missione militare olandese in Afghanistan.

La crisi in Olanda è un segnale d’allarme anche per i governi di altri Paesi europei impegnati militarmente in Afghanistan e che ora temono un effetto domino per le loro missioni. In Germania proprio questa settimana il parlamento è chiamato a votare sul prolungamento e potenziamento della missione tedesca nella zona di Kunduz su proposta del governo liberal-conservatore di Angela Merkel e nonostante i dubbi espressi dallo stesso ministro degli Esteri Westerwelle. IM 21

 

 

 

 

Il Dalai Lama alla Casa Bianca. La Cina protesta: impegni violati

 

Obama opta per un faccia a faccia di basso profilo, senza stampa - Il presidente Usa insiste sull'urgenza "di un dialogo diretto sul Tibet"

 

WASHINGTON - Pace, armonia e valori umani, ma niente politica. Il Dalai Lama ha riferito ai giornalisti i contenuti dell'atteso incontro privato con Barack Obama, sottolineando di essere "molto felice" per il colloquio avvenuto nella sala delle Mappe alla Casa Bianca. Il presidente Usa ha espresso "forte sostegno" per la questione dell'identità tibetana e dei diritti umani, ha sottolineato "l'urgenza di un dialogo diretto" con Pechino. Il leader religioso tibetano ha riferito che il colloquio è stato centrato sulla necessità di promuovere la pace, i valori umani e l'armonia religiosa. E ha aggiunto di avere espresso a Obama la sua ammirazione per gli Stati Uniti come paladini della "democrazia, della libertà e i valori umani".

 

Ma l'incontro, che Pechino aveva cercato di scongiurare, ha suiscitato le attese reazioni irritate da parte della Cina. Il ministero degli Esteri si dichiara "profondamente insoddisfatto" dell'incontro e accusa gli Stati Uniti di aver violato la promessa di non sostenere l'indipendenza del Tibet.

 

Il portavoce della Casa Bianca, invece, ha sottolineato che non è stata messa in discussione l'unità territoriale della Cina. "Il presidente ha dato voce al suo forte sostegno alla conservazione della peculiare identità religiosa, culturale e linguistica del Tibet e alla tutela dei diritti umani dei tibetani nell'ambito della Repubblica popolare cinese - ha detto Robert Gibbs - ha lodato l'approccio della 'terza via' scelto dal Dalai Lama, il suo impegno per la non violenza e per un dialogo con il governo cinese. Il presidente ha sottolineato di aver incoraggiato con forza le parti a impegnarsi in un dialogo diretto per risolvere le divergenze e siamo stati contenti di sapere che di recente sono ripresi i colloqui". Il presidente e il Dalai Lama, ha aggiunto Gibbs, "si sono trovati d'accordo sull'importanza di una relazione che sia positiva e collaborativa tra gli Stati Uniti e la Cina".

 

L'arrivo del capo spirituale tibetano alla Casa Bianca è avvenuto senza le consuete cerimonie concesse ai visitatori ricevuti dal presidente, fuori dalla portata delle telecamere. L'incontro, anche questo lontano da fotografi e reporter, non si è svolto nello Studio Ovale, dove solitamente Obama riceve i capi di Stato e di governo, ma nella sala delle Mappe situata nella West Wing, l'ala dove si trovano gli uffici del presidente, come a sottolineare che il Dalai Lama era a Washington nelle vesti di leader religioso e non politico. Una mezza ufficializzazione, visto che Obama avrebbe potuto vedere il Dalai Lama negli appartamenti privati dove Bill Clinton lo aveva ricevuto durante i suoi otto anni di mandato. Il leader spirituale tibetano dal 1991 ha incontrato tutti i presidenti americani. George Bush lo ha ricevuto più volte ma l'incontro simbolicamente più importante è stato quasi alla fine del mandato, quando nel 2007 per la prima volta incontrò il Dalai Lama pubblicamente consegnandogli, sotto i flash dei fotografi, la medaglia del Congresso in una vera e propria cerimonia. Il Dalai Lama incontrerà anche il segretario di Stato americano, Hillary Clinton.

 

All'incontro con il Dalai Lama, che sostiene la "vera" autonomia del Tibet, Obama non ha voluto rinunciare nonostante dopo la violenta rivolta del 2008 Pechino abbia aumentato le pressioni sui governi occidentali affinché non ricevano il capo spirituale tibetano. Non solo: tra Usa e Cina negli ultimi tempi ci sono stati diversi motivi di attrito. Oltre alle divergenze sul dossier iraniano (Pechino si oppone all'inasprimento delle sanzioni e predilige una soluzione negoziale) c'è la questione Taiwan. La Cina rivendica la sovranità sull'isola e ha criticato con forza l'approvazione da parte del governo di Washington della vendita a Taipei, per un lavore di 6,4 miliardi di dollari, di armamenti sofisticati. Il governo dell'isola ha sempre sostenuto di avere mille missili cinesi puntati contro. Gli Usa da una parte riconoscono la Repubblica Popolare come unica, dall'altra mantengono strette relazioni economiche con Taiwan e sono obbligati (dal Taiwan Relations Act) a intervenire in difesa dell'isola in caso di attacco cinese.

 

A gennaio, il gigante del web Google ha denunciato di essere stato vittima di attacchi di pirateria che hanno violato la sfera di privata di alcuni dei suoi clienti, tutti dissidenti cinesi e attivisti per i diritti umani. Hillary Clinton ha chiesto spiegazioni a Pechino. C'è poi il capitolo dei diritti umani. Il governo cinese ha confermato la condanna a 11 anni di prigione per il dissidente Liu Xiaobo, nonostante la richiesta di clemenza di Barack Obama. Infine, non meno importante, lo scontro sull'economia. Secondo gli americani i cinesi, che sono il secondo detentore del mondo di buoni del Tesoro americano, mantengono artificialmente basso il tasso di cambio dello yuan per favorire le esportazioni e la crescita del suo avanzo commerciale. LR 19

 

 

 

 

Per Obama il Tibet può aspettare

 

Una lettura più attenta dell’incontro tra il presidente Obama e il Dalai Lama ci rivela in controluce, come una cartina al tornasole, quanto mutati siano oggi i rapporti di forza tra Stati Uniti e Cina e, in senso lato, tra un Occidente in crisi e un Oriente dominato dall’espansione economica e politica cinese.

 

Da quando Pechino ha conquistato lo status di seconda superpotenza mondiale, il leader spirituale del Tibet, con le sue visite che propalano più imbarazzo diplomatico che gaudio politico, viene ormai percepito dalla maggioranza dei governi occidentali come una carismatica mina vagante. Quasi nessuno osa respingerla, ma tutti, per non irritare gli irritabilissimi cinesi, trattano la prestigiosa mina sublimata dal Nobel in punta di dita, blandendola con cauti sorrisi e vaghe promesse di sostegno ai diritti civili e alla libertà religiosa e culturale del popolo tibetano. Più in là non ci si spinge. La questione politica più spinosa, l’autonomia del Tibet, quella che sta più a cuore al Dalai Lama, non viene mai affrontata di petto. Anzi, quasi tutti gli ospiti occidentali, improvvisandosi artificieri delicati e solerti, s’affrettano a disinnescare e concludere la visita esplosiva, che raramente dura più di tre quarti d’ora, con un auspicio sedativo: l’impegno dei tibetani buddisti, osservanti della non violenza, alla «ricerca del dialogo costruttivo con il governo della Repubblica popolare cinese».

 

E’ questo il copione da disinnesco che il Nobel della Casa Bianca, nel suo colloquio riservatissimo con il Nobel del Tibet, ha seguito accompagnandolo con una circospezione simbolica che è andata ben al di là di quelle riservate, fin dal 1991, al Dalai Lama dai precedenti capi di Stato americani. Il presidente Bush, per esempio, pur non ricevendolo ufficialmente nello Studio Ovale, era stato però presente nel 2007 alla solenne cerimonia della consegna al capo religioso tibetano della Medaglia del Congresso. Obama invece ha voluto dare all’incontro l’aspetto di una visita blindata. Il rituale simbolico, al cui formalismo i governanti cinesi sono sensibilissimi, è stato tenuto al minimo indispensabile. Niente riflettori, telecamere, giornalisti. L’evento, se così lo si può chiamare, si è svolto pudicamente dietro le porte chiuse di una saletta periferica della Casa Bianca. In pasto al pubblico è stata data soltanto una fotografia in cui si vedeva il primo monaco del Tibet, avvolto nella sua tonaca rossiccia di fronte al presidente americano, con una tazza di tè e un magro biscotto sotto gli occhi titubanti. Lo si è visto poi sbucare da un’uscita di sicurezza e sfiorare sorridente, con i sandali penitenziali, cumuli di rifiuti impacchettati in cerata nera.

 

Per placare l’animosità dei cinesi, che considerano il pontefice in esilio del Tibet «un lupo travestito da monaco», Obama non poteva fare di più. Il solo passo più grave, che l’America non gli avrebbe perdonato, era di non ricevere l’imbarazzante visitatore, smentendo totalmente le ardite e promettenti opinioni sulla libertà autonomistica del Tibet declamate in campagna elettorale. Blindando l’incontro e sminuendone così l’impatto politico il presidente ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte: da un lato ha inteso non alienarsi del tutto le simpatie in calo dei sostenitori liberal, che già lo accusano di eccessiva tiepidezza nella difesa dei diritti civili da Guantanamo al Tibet, dall’altro ha offerto alla Cina la visione di un incontro assai più cauto e perfino più avaro del previsto.

 

Naturalmente i signori di Pechino, per i quali ogni contatto con il vispo Dalai Lama è assimilato ad un atto d’ingerenza indebita negli affari cinesi, hanno seguitato in questi giorni a minacciare a vuoto il governo americano indebitato fino al collo con la Cina. Il ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore statunitense ostentando indignazione e stupore, e parlando di «grossolana violazione delle norme che regolano i buoni e corretti rapporti internazionali». Ma, se si leggono con una certa attenzione le cronache da Pechino e da Washington, non si può sfuggire al dubbio o, meglio, al sospetto che, sotto sotto, ci sia stata fra le due capitali un’intesa diplomatica volta a ridurre al minimo il danno d’immagine inflitto alla Cina dalla stretta di mano fra il presidente americano e il «pericoloso secessionista» Dalai Lama. Si direbbe quasi che la strana sceneggiatura dell’incontro, così schivo, così chiuso al pubblico, così parco nelle dichiarazioni ufficiali, sia stata concepita e scritta non soltanto da mani americane. Come valutare, a proposito, la vistosa ospitalità concessa dalle autorità cinesi, un giorno prima dell’incontro incriminato, all’approdo a Hong Kong della portaerei Nimitz, considerata oggi tra le più grandi del mondo?

 

Tutto questo potrebbe autorizzarci a pensare che Obama, nei suoi difficili e altalenanti rapporti con la Cina, si stia sottoponendo a una severa dieta a base di Realpolitik. Certo è che governare è più duro e più complicato che promettere cose che, governando, non si possono mantenere. Il G2, con i suoi chiaroscuri tra Washington e Pechino, si dimostra più faticoso del G8 ormai accantonato se non superato. Con la Cina, in pieno dinamismo di potenza, l’America si vede costretta a trattare e negoziare al più presto, ad ogni passo, rischi e pericoli: la paralizzante dipendenza finanziaria, la bassa quota dello yuan che ne favorisce le esportazioni selvagge, Taiwan che chiede armi perché si sente minacciata, il veto al Consiglio di Sicurezza da cui dipende in buona parte l’enigma nucleare dell’Iran. Bastano questi pochi accenni per evidenziare quanto conflittuale è e sarà la diarchia globale prefigurata nella cifra semplificatrice G2. Il Tibet può aspettare. Se è una spina nel fianco imperiale della Cina, è una goccia nei marosi che assediano l’America.

ENZO BETTIZA LS 20

 

 

 

 

Appello di cinque Paesi Nato: via le bombe Usa dall’Europa

 

PARIGI - Un’Europa senza bombe, senza armi, denuclearizzata. E dopo l’Europa, il mondo: è il sogno di Belgio, Germania, Lussemburgo, Norvegia e Paesi Bassi. Un sogno che si trasformerà in richiesta ufficiale alla Nato, sede in cui i cinque paesi membri domanderanno ufficialmente il ritiro delle ultime armi atomiche americane (oltre duecento di cui 90 in Italia, 50 nella base di Aviano in Friuli e 40 a Ghedi Torre vicino a Brescia) ancora stoccate sul suolo europeo. A qualche settimana dalla conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione, il tema della denuclearizzazione arriva così per la prima volta sul grande tavolo dell’Alleanza Atlantica.

L’iniziativa è partita da un appello transpolitico lanciato ieri mattina da due ex premier del Belgio, il cristiano democratico Jean-Luc Dehaene e il liberale Guy Verhofstadt, e due ex ministri degli Esteri, il liberale Louis Michel e il socialista Willy Claes, che fu anche segretario generale dell’Alleanza Atlantica. Con un’azione che non ha precedenti, i quattro hanno firmato una lettera pubblicata ieri mattina dai quotidiani belgi, in cui esortano il mondo a dare «un urgente sostegno» all’«impegno del presidente americano Barack Obama di eliminare tutte le armi nucleari».

«La guerra fredda è terminata, è ora di adattare la nostra politica nucleare alle nuove circostanze» scrivono i quattro politici, nessuno dei quali, visti i rispettivi percorsi, può essere considerato un idealista o un pacifista integrale.

Nel giorno in cui l’Aiea conferma il pericolo che l’Iran si stia dotando di armi atomiche, dal Belgio arrivata una questione cruciale: «come gestire la situazione, come rifiutare agli altri stati di dotarsi di quelle armi nucleari di cui invece noi disponiamo?» si chiedono gli autori dell’appello antinucleare. «La scelta è chiara - proseguono - o un mondo in cui si accetta che sempre più stati producano armi nucleari, oppure un mondo in cui le nove potenze nucleari attuali prendano sul serio l’obiettivo di eliminare le loro armi atomiche». Nel loro comunicato congiunto, inviato anche a New York, dove a maggio si terrà la conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, i quattro belgi sottolineano come «le armi nucleari tattiche americane in Europa abbiano perso qualsiasi importanza militare».

Il primo ministro belga Yves Leterme non se l’è fatto ripetere due volte e ha colto l’occasione per lanciare una «procedura ufficiale». «E’ molto semplice - ha spiegato il portavoce del governo belga - I governi di Belgio, Germania, Lussemburgo, Norvegia e Paesi Bassi proporranno nelle prossime settimane di togliere dal suolo europeo le armi nucleari di altri membri della Nato. Soltanto gli Stati Uniti dispongono di queste armi: si tratta di circa duecento armi nucleari tattiche conservate in basi in Germania, Belgio, Turchia e in Italia. Nell’ottobre scorso, appena riconfermata alla guida del governo, la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva indicato tra i suoi obiettivi proprio quello di liberare il paese dalle armi nucleari americane ancora stoccate nelle basi in Germania. Ieri Leterme ha ripreso il testimone, anche se alle grandi dichiarazioni di principio dovrà seguire la fase delle delicate trattative diplomatiche.

«Avanzamenti concreti non saranno possibili se non attraverso negoziati seri con i partner della Nato e tenendo conto dei progressi nei negoziati in corso nel settore del disarmo» ha precisato Leterme da Bruxelles, sostenendo la necessità che una decisione di questo tipo sia collegiale, come fece all’epoca anche la Merkel, che promise: «nessuna mossa unilaterale».

L’appello belga si chiude con una preghiera ai governanti del mondo: «Fino a pochissimo tempo fa, l’eliminazione delle armi nucleari tattiche in Europa era fantasia. Dopo gli impegni dell’amministrazione Obama, l’evoluzione è possibile. Imploriamo i nostri successori a lavorare nella stessa direzione: ora o mai più».

FRANCESCA PIERANTOZZI IM 20

 

 

 

 

I deficit di Usa, Inghilterra e Spagna. Nessuno può uardarci dall’alto in basso

 

Da quando è cominciata questa lunga crisi economica sono entrati in crisi anche coloro che per professione commentano, analizzano e fanno previsioni sull’economia. In primo luogo perché il crollo è giunto quasi totalmente imprevisto, anche se molti si sono affrettati a dire che già l’avevano messo in conto, semplicemente perché avevano scritto che gli squilibri esistenti non potevano durare all’infinito. E non era certo difficile dirlo. Le contraddizioni e le divergenze nel dibattito di oggi trovano tuttavia origine soprattutto nel fatto che la lunghezza e la profondità della crisi si accompagnano a cambiamenti del tutto imprevisti.

Qualsiasi siano le caratteristiche, i tempi e le modalità della ripresa emerge infatti una perdita di peso e una netta diminuzione della libertà di movimento degli Stati Uniti. Il costo dello sforzo militare che da ormai molti anni è crescente in ogni parte del mondo sommato al costo del salvataggio del sistema finanziario e delle riforme promesse dal presidente Obama, hanno portato il deficit americano verso dimensioni insostenibili (superiori al 10%) anche da parte di un paese che possiede la moneta che è ancora il punto di riferimento dell’economia mondiale.

Attraversando l’Atlantico si incontra un’Europa che complessivamente ha le carte più in ordine, con un deficit medio poco più della metà di quello degli Stati Uniti, ma con differenze enormi tra paese e paese.

Si passa da un -3,6% della Germania, al -5,2% dell’Italia al -12,3 della Grecia e della Gran Bretagna, fino a oltre il -13% dell’Irlanda.

Queste disparità hanno naturalmente attirato l’attenzione sul paese che unisce un deficit pesantissimo ad un debito pregresso altrettanto pesante, cioè la Grecia.

Come succede in questi casi è partita la speculazione, sono partite le previsioni negative rispetto al futuro e, in modo assolutamente immotivato, si è arrivati a prevedere perfino una prematura fine dell’Euro. Nulla di tutto questo accadrà perché, nonostante la critica situazione delle istituzioni europee, alla fine si è trovato un principio di accordo per venire incontro alle emergenze della Grecia.

L’Euro è infatti uno strumento troppo prezioso per abbandonarlo di fronte ai pur esecrabili errori dei governi dei paesi che ne fanno parte.

Questa altalena di eventi ha tuttavia portato a variazioni nei cambi anch’esse impreviste e, apparentemente, del tutto irrazionali. Fino a pochissimi mesi fa non solo l’Euro quotava attorno a 1,50 dollari ma le analisi più raffinate concordavano nel prevederne un ulteriore ascesa. C’era perfino chi riteneva inevitabile arrivare al livello di due dollari per euro. A causa della diversità delle situazioni tra paese e paese e , soprattutto, a causa della debolezza dei poteri di intervento delle istituzioni europee, l’Euro ha invece perduto il 10% del suo valore nei confronti del dollaro.

E la situazione è così incerta e confusa che, personalmente mi rifiuto di fare qualsiasi previsione sul futuro dei cambi, proprio perché manca ogni linea comune sulle grandi decisioni riguardo alla politica economica mondiale.

In tale confusione l’unico punto fermo è che certamente non piango per l’indebolimento dell’Euro perché questo indebolimento costituisce oggi lo stimolo maggiore per le nostre esportazioni. Il che, per un paese come l’Italia, è l’aiuto più concreto ad una ripresa che ancora non si è seriamente materializzata.

Ritornando un attimo all’Europa, è doveroso notare come paesi come La Gran Bretagna e la Spagna, che si presentavano come virtuosi e si permettevano di guardare dall’alto in basso l’Italia, presentano ora un bilancio pubblico con deficit fino a pochi anni fa inimmaginabili.

Questi alti e bassi dovrebbero spingere a un maggiore equilibrio di giudizio ma, soprattutto, a collaborare maggiormente nella direzione di una più forte costruzione europea. Il quadro politico va tuttavia nella direzione opposta e gli attuali leader europei sono più spinti a seguire le paure dei propri cittadini che non a spiegare loro cosa ci aspetta nel futuro. E per vedere questo futuro materializzarsi ci dobbiamo perciò spostare ulteriormente verso est, dove la nuova Asia non solo ha già superato la crisi ma accumula le risorse materiali e umane per assumere un ruolo trainante nel futuro.

Ci tocca perciò concludere che l’unica cosa certa è che, quando usciremo da questa crisi, il mondo non sarà più lo stesso. Romano Prodi im 21

 

 

 

 

 

Le dieci domande al Pd

 

Durerà il tempo della campagna elettorale, la nuova retorica di Berlusconi sulle norme anti-corruzione da applicare a politici e servitori dello Stato, ma l’opposizione farebbe male a sottovalutarne la forza. Sono norme in parte già affossate e poco credibili, visto che di corrotti che hanno fatto carriera ce ne sono molti nel Pdl. Non solo: sono regole contraddette dallo zelo con cui Berlusconi ha respinto, per tema di creare precedenti, le dimissioni di Bertolaso responsabile di scarso controllo sulla corruttela nella Protezione civile e di Cosentino indagato per contatti con la camorra. Falso ardimento è infine il divieto di candidarsi a chi è stato condannato in via definitiva: in Italia le condanne definitive possono giungere dopo quindici anni, sempre che non siano prima prescritte come nel caso di Berlusconi stesso. Resta che il premier sa fiutare lo spirito del tempo e subito appropriarsene, come già fece agli esordi di Mani Pulite quando contribuì (con le sue televisioni, spalleggiato da Lega e missini) ad affossare la prima Repubblica. Solo dopo denunciò i non più utili magistrati.

 

Questa capacità di fiutare il secolo, e di cambiar casacca appena gli conviene, disorienta ogni volta la sinistra e conferma  su quest’ultima  due cose: la debole preparazione al dopo-Berlusconi, e l’influenza inconfessata, ma profonda, che il leader Pdl esercita sugli animi dell’opposizione. Il calcolo brevissimo tende a prevalere sui tempi lunghi, il presente assolutizzato oscura il futuro, la frase subito popolare premia sul dire-vero. Lo si vede in modo speciale a proposito di temi fondamentali per il cittadino e reciprocamente dipendenti: sulla giustizia, e sulla crisi economica che da tre anni tormenta il mondo. La corruzione dilagante non aiuta affatto la crescita ma l’ostacola, isolando l’Italia.

 

Su giustizia e corruzione, l’opposizione ha spesso paura della propria ombra e stenta ad attaccare: quasi temesse di sfigurare, di cadere in tentazione riesumando la morale di Berlinguer, di non esser abbastanza collaborativa e al tempo stesso scaltra. È grande merito di Bersani aver abbandonato la linea che consisteva nel prendere le distanze da un Ulivo che pure fece vincere Prodi due volte. Lavorando sodo, il nuovo leader del Pd è riuscito in pochi mesi a conquistare la fiducia di soggetti disparati come Di Pietro, Bonino, in parte Casini. Ma una consistente strategia anti-corruzione ancora manca, e il rischio grottesco corso oggi dal partito  scrive Marco Travaglio sul Fatto  è di «regalare al premier più imputato della storia la battaglia, almeno mediatica, delle liste pulite». Per mesi Di Pietro fu ritenuto un sovversivo, dalla sinistra, e ora se ne elogia il moderatismo a causa del veto tolto al candidato per il governo della Campania. Un candidato, il sindaco di Salerno De Luca, forse ingiustamente accusato ma pur sempre rinviato a giudizio per truffa aggravata e falso.

 

Tanto più importante è chiedersi se l’opposizione sia preparata a gestire il dopo-Berlusconi meglio di come abbia gestito il quasi ventennio dominato dal capo di Mediaset. Se sia mentalmente pronta non per le prossime regionali ma per il giorno in cui, finita l’eccezione berlusconiana, si tratterà di prendere durevolmente il comando, di ricostruire, di riportare il potere pubblico da Palazzo Grazioli a Palazzo Chigi. Le dieci domande che l’istituto Open Democracy ha rivolto al centro-sinistra sono preziose.

Formulate il 12 febbraio, assieme all’Open University inglese in un convegno a Birmingham, esse implorano questo prepararsi non più rinviabile.

 

Enrico Letta ha raccolto la sfida, il 14 febbraio su La Stampa, ma alcune risposte non sono all’altezza del «terremoto» che secondo Open Democracy scoppierà quando Berlusconi uscirà di scena, e ci si accorgerà come egli abbia in realtà prolungato una lunga storia italiana di immobilità, di scandali, di collusione con la mafia, proprio mentre fingeva di mutarla alle radici. Alcune insufficienze dell’opposizione sono evidenti.

 

Innanzitutto, non esiste ancora traccia di un’autentica riflessione sugli errori degli ultimi quindici anni. Il questionario inglese domanda ad esempio perché la sinistra, quando ha governato, non legiferò sul conflitto di interessi (né abolì le leggi ad personam, aggiungiamo noi). Letta per rassicurare replica: «È un errore da non ripetere. Punto!». Proprio quell’interiezione tuttavia (Punto!) rassicura poco. Sapere che ha errato non spiega né aiuta, se non si dice oggi che cosa precisamente si farà domani. Se si schiva il racconto di uno sbaglio così sistematico: c’era del metodo, in quella follia. Allo stesso modo, appare elusiva la risposta alla sesta domanda del questionario (si introdurranno serie riforme del sistema politico: su numero dei parlamentari, su immunità, su costi della politica?). Letta fa promesse su bicameralismo imperfetto e riduzione dei parlamentari, ma su immunità e finanziamento della politica tace in maniera allarmante.

 

È qui che la giustizia si collega alla crisi economica. Negli anni che abbiamo alle spalle, il centro-sinistra ha mostrato di sottovalutare più cose di Berlusconi: le leggi speciali; la predilezione per un’informazione  soprattutto televisiva  asservita; l’incapacità di riformare l’economia, liberandola davvero dalla tutela dello Stato. L’uso dei diminutivi, così cari agli italiani che nascondono ferocie o minimizzano pericoli, accomuna D’Alema che auspica una «leggina ad personam» per limitare i danni, e Berlusconi che, tenero, chiama birbantelli i corrotti della Protezione civile. Evidentemente c’è del metodo anche in simili sottovalutazioni. Il metodo di chi, senza magari volerlo, ha interiorizzato parecchie patologie berlusconiane, compresa la vocazione a spartirsi la Rai e a non dire la verità sull’economia.

 

Bersani non ha torto, nel sostenere che la crisi è stata a lungo e demagogicamente negata dal governo. Ma a giudicare dalla posizione assunta sulle difficoltà dell’auto  difficoltà globali, non solo nazionali  si direbbe che anch’egli la neghi, quando rifiuta, senza azzardare spiegazioni, la chiusura di una fabbrica, a Termini Imerese, che lavora in perdita da anni. Per l’opposizione questa era l’occasione, grande, di dire il vero agli italiani; di guardare lontano nel tempo; di far parlare i fatti: nell’auto si produce più di quel che si vende, e la tendenza diverrà forse duratura nel mondo; la sua età d’oro è legata all’energia poco cara, a mercati più ristretti, al lavoro che implicava viaggi e ancora non includeva il telelavoro. Ci fu un tempo in cui gli americani costruirono i suburbia, gli agglomerati urbani da dove ci si muoveva con automobili divoratrici di benzina, lontani dalle città. L’età d’oro è in crisi. Alcuni (l’urbanista James Kunstler, assieme a molti altri) prevedono addirittura il lento morire dei suburbia.

 

Naturalmente esistono rimedi, che non consistono tuttavia solo nel produrre macchine meno costose energeticamente. Le industrie dell’auto, scrive il giornalista Max Fraser, potrebbero partecipare all’ampliamento, essenziale, dei trasporti comuni (treni, autobus): un po’ come avvenne quando l’auto si rinvigorì, nella seconda guerra mondiale, costruendo aerei e carri armati per Roosevelt (Fraser, The Nation, 1-6-09).

 

Sulla giustizia come in economia, urge non solo parlare di futuro ma pensarlo, e farlo. Dice Carlo Federico Grosso, in un’intervista a Beatrice Borromei sul Fatto: «Mani Pulite non è servita a nulla, il codice penale non basta più per combattere la corruzione». Il giudice non basta perché arriva dopo i reati. Ma neppure la politica basta, se continua ad arrivare tardi su tutti i fronti, economia compresa. Chi dice che la colpa è della società e non della politica ha una strana visione marxista del mondo: Stato e politica non sono che sovrastrutture, e solo la società, uscendo dalla congenita sua corruzione, può acquisire la liberatrice coscienza della propria alienazione.

BARBARA SPINELLI  LS 21

 

 

 

 

Mappe. L'ideologia del fare

 

È l'era del "fare". I fatti contrapposti alle parole. Quelli che "fanno" opposti a quelli che "dicono". E perdono tempo a discutere, controllare, verificare. È un argomento caro al premier. Ripreso, in questi giorni, con particolare insistenza per replicare alle polemiche.

 

Polemiche sollevate dalle inchieste della magistratura sull'opera della Protezione civile, in Abruzzo dopo il terremoto e alla Maddalena, in vista del G8 (in seguito spostato a L'Aquila). E, ancor più, contro le critiche al progetto di trasformare la Protezione civile in Spa per meglio affrontare ogni emergenza. Allargando il campo dell'emergenza fino a comprendere ogni evento speciale e straordinario. Per visibilità e risorse investite. Oltre alle celebrazioni del 150enario dell'Unità d'Italia: i giochi del Mediterraneo e i Mondiali di nuoto; l'Anno giubilare paolino, l'esposizione delle spoglie di San Giuseppe da Cupertino, e i viaggi del Papa in provincia (perché non quelli del presidente della Repubblica e del premier?). Insomma, tutto quanto fa spettacolo e richiede grandi quantità di mezzi. Affidato alla logica della "corsia preferenziale", superando i vincoli imposti dalle regole, dalle procedure. Dagli organismi di controllo istituzionali. Per sottrarsi ai tempi e alle fatiche della democrazia.

 

Che spesso delude i cittadini. E impedisce al governo di produrre risultati da esibire, come misura dell'efficacia della propria azione.

 

La mitologia del "fare" è alla radice del successo politico di Silvio Berlusconi. Il sogno italiano. L'imprenditore che si è "fatto" da sé. Dal nulla ha costruito un impero. In diversi settori. Da quello immobiliare a quello editoriale. A quello mediatico. Anche nello sport, ovviamente. Ha sempre vinto. Dovunque. E ha imparato che, se vuoi "fare", le regole, le leggi e, peggio ancora, i controlli a volte sono un impedimento. I giudici e i magistrati, per questo, possono rappresentare un ostacolo. Perché non sono interessati ai risultati, ma alle procedure. Alla legittimità e non alla produttività. Anche se nell'era di Tangentopoli i giudici erano celebrati da tutti (o quasi). Tuttavia, allora apparivano non i garanti della giustizia, ma i "giustizieri" di una democrazia malata. Bloccata e soprattutto improduttiva. Ostile ai cittadini e agli imprenditori.

 

Sul mito del "fare" si basa l'affermazione del politico-imprenditore alla guida di un partito-impresa, che gestisce la politica come marketing e promette di governare il paese come un'azienda. Anzi: di guidare l'azienda-paese. In aperta polemica con il professionista politico e il partito di apparato.

 

Si delinea, così, un modello neo-presidenziale di fatto. Realizzato su basi pragmatiche ed economiche. Quindi, molto più libero da regole e controlli rispetto ai sistemi presidenziali e semi-presidenziali effettivamente vigenti nelle democrazie occidentali.

 

L'evoluzione della Protezione civile è coerente con questo modello. Ne è il prodotto di bandiera, ma anche il modello esemplare. In fondo, Bertolaso anticipa e mostra quel che Berlusconi vorrebbe diventare (e costruire). È il suo Avatar. Affronta emergenze "visibili" e produce per questo risultati "visibili". In tempi rapidi. Puntualmente riprodotti dai media. Napoli. Sepolta dall'immondizia. L'Aquila devastata. Poi, arriva Bertolaso. L'immondizia scompare. Le prime case vengono consegnate a tempo di record. Sotto i riflettori dei media. Che narrano il dolore, l'emozione. E i successi conseguiti dal premier-imprenditore attraverso il suo Avatar. Aggirando vincoli e procedure. Perché nelle calamità, come in guerra, vige lo Stato di emergenza, che non rispetta i tempi della democrazia e della politica. Da ciò la tentazione di estendere i confini dell'emergenza fino a comprendere i "grandi eventi". Cioè: tutto quel che mobilita grandi investimenti, grandi emozioni e grande attenzione.

 

La Protezione civile diventa, così, modello e laboratorio per governare l'Italia come un'azienda. Dove il presidente-imprenditore può agire e decidere "in deroga" alle regole e alle norme. Perché lo richiede questo Stato (di emergenza diffusa e perenne). Dove il consenso popolare è misurato dai sondaggi. Dove, per (di) mostrare i "fatti", invece che al Parlamento ci si rivolge direttamente ai cittadini. O meglio, al "pubblico". Attraverso la tivù. Dove anche la corruzione diventa sopportabile. Meno "scandalosa", quando urge "fare" - e in fretta.

 

Di fronte a questa prospettiva - o forse: deriva - ci limitiamo a due osservazioni

La prima: la democrazia rappresentativa non si può separare dalle regole. Perché la democrazia, ha sottolineato Bobbio, è un "metodo per prendere decisioni collettive". Dove le procedure e le regole sono importanti quanto i risultati. Perché garantiscono dagli eccessi, dalle distorsioni, dalle degenerazioni. Come rammenta Montesquieu (nel 1748): "ogni uomo di potere è indotto ad abusarne. Per cui bisogna limitarne la virtù". Bilanciandone il potere con altri poteri. Perché, aggiunge un altro padre del pensiero liberale, Benjamin Constant (nel 1829): "ogni buona costituzione è un atto di sfiducia". Nella natura umana e del potere.

 

La seconda osservazione riguarda il fondamento del "fare", cui si appella il premier. In effetti, coincide con il "dire". Meglio ancora: con l'apparire. Perché i "fatti" - a cui si appella Berlusconi - esistono in quanto "immagini". Proposte oppure nascoste dai media. Secondo necessità. Come i "dati" dell'economia e del lavoro. Come i disoccupati o i cassintegrati e i morti sul lavoro. Che appaiono e - preferibilmente - scompaiono sui media. A tele-comando. Perché il pessimismo e la sfiducia minano la fiducia dei consumatori e dei cittadini. Meglio: del cittadino-consumatore. O viceversa.

È la retorica del "fare". Narrazione e al tempo stesso ideologia di successo. Per costruire e proteggere l'Italia spa. ILVO DIAMANTI LR 21

 

 

 

 

Italiani e corruzione. Per l’80% pesa sul voto

 

Come molti osservatori avevano previsto, il trend della fiducia nel governo Berlusconi è tornato a scendere, con una ulteriore diminuzione in questi ultimi giorni. La popolarità dell’esecutivo aveva già subito un calo piuttosto consistente nell’autunno dello scorso anno. A dicembre, anche grazie all’«effetto statuetta», il consenso era notevolmente risalito, ma poi ha intrapreso nuovamente una china discendente. I giudizi positivi sul governo hanno visto un’erosione più diffusa in svariati segmenti: tra i giovani fino a 35 anni e, al tempo stesso, tra i più anziani oltre i 65 anni, tra coloro che posseggono titoli di studio più bassi, tra i residenti nel sud e nelle isole, tra gli imprenditori e i liberi professionisti.

I motivi di questo andamento sono molteplici. Da un verso, si rileva una sorta di delusione crescente, anche all’interno dell’elettorato di centrodestra: l’esecutivo viene accusato —a torto o a ragione—di concentrarsi eccessivamente sulle questioni giudiziarie e di trascurare altre tematiche di rilievo, specialmente, le riforme di cui il Paese ha bisogno. Dall’altro, l’opinione espressa dagli elettori sul governo risente molto, com’è ovvio, dell’andamento dell’immagine del premier, della crescita o del calo della popolarità di quest’ultimo e dei suoi più stretti collaboratori. È ragionevole pensare, dunque, che il decremento di fiducia nel governo riscontrato in questi giorni sia dipendente anche dal «caso Bertolaso » e, in generale, dall’impressione che ci si trovi di fronte ad una sorta di «nuova tangentopoli» o, comunque, ad un allargarsi preoccupante dei casi di malversazione—se non, talvolta, di corruzione—nel settore pubblico. L’episodio milanese, che ha visto il presidente della commissione Urbanistica colto in flagrante mentre riceveva una mazzetta e altri simili accadimenti occorsi, sempre negli ultimi giorni, in altre città, hanno rinforzato l’immagine di un decadimento crescente. Diversi commentatori hanno sottolineato come questi avvenimenti non costituiscano solo l’indizio del degrado di moralità rilevabile nelle istituzioni dello Stato, ma siano l’espressione della cultura generale del nostro Paese, spesso incline alla furbizia, all’«arrangiarsi», sino alla trasgressione delle regole in nome dell’interesse personale o familiare. Molti comportamenti illegali, perpetrati anche da privati cittadini, vengono giustificati col fatto che «lo fanno tutti» o, più spesso, che «il mio è un caso particolare e dunque deve essere accettato».

Interrogata sulla possibile ipotesi di «comprensione» dei casi di corruzione da parte degli esponenti pubblici, la maggior parte dei cittadini esprime un giudizio severo, senza possibilità di appello. Ma una quota piuttosto numerosa — corrispondente a più di un italiano su cinque—afferma che «i politici corrotti fanno male», ma che «in fondo fanno come tutti». È la parte, minoritaria ma al tempo stesso assai consistente, del Paese che, in qualche modo, tende a giustificare buona parte dei comportamenti scorretti (in primo luogo i propri). Questo atteggiamento è più diffuso tra le persone con titolo di studio medio e, in misura ancora maggiore, tra le casalinghe. Ancora, appare «comprendere» lievemente di più i casi di corruzione politica chi dichiara di votare per il centrodestra. Beninteso, anche in questo segmento di elettorato si tratta di una minoranza, sempre piuttosto ampia, di poco superiore al 30%. Tuttavia questo «familismo amorale» (secondo la definizione che, già negli anni ’50, il sociologo americano Banfield diede della cultura del nostro Paese), pur essendo assai diffuso, non porta a scagionare i comportamenti dei politici. La maggioranza assoluta degli elettori, l’80% circa, attribuisce agli esponenti politici (in quanto detentori di risorse pubbliche) responsabilità maggiori dei singoli cittadini e, di conseguenza, è portata a giudicarli — e condannarli — più severamente. Con inevitabili implicazioni sul livello di popolarità dei governanti.  Renato Mannheimer CdS 21

 

 

 

 

 

L’editoriale. Come funziona il sistema Verdini

 

Adesso il problema sembra essere quello della corruzione generale. Di tutta la nazione. Di tutto un popolo "che nome non ha". Di tutta una gente che spunta alla rinfusa "dagli atri muscosi, dai fori cadenti". Una sorta di scena da teatro senza attori, solo comparse degradate che si sospingono a vicenda, una cenciosa opera da tre soldi dove vengono scambiate miserabili mazzette, abbietti favori, borseggi agli angoli delle strade. Ci sarà pure un Mackie Messer armato di coltello ma non si vede, dà ordini sottovoce all'ombra di quella plebaglia corrotta e corruttibile.

La Corte dei Conti ha quantificato il degrado collettivo: da un anno all'altro la corruzione è aumentata del 229 per cento. Anche due giudici della Corte sono tra gli indagati. Anche un giudice della Corte costituzionale è lambito dall'ondata di fango. Anche un magistrato della Procura di Roma.

I giornali dibattono l'argomento. Analizzano il fenomeno. Si tratta d'una nuova Tangentopoli a diciotto anni di distanza dalla prima? Oppure d'una situazione con caratteristiche diverse? Allora, nel 1992, si rubava per procurare soldi ai partiti e alle correnti; adesso si ruba in proprio ed è un crimine di massa. Meglio o peggio di allora?

 

Infine  -  ma questa è la vera domanda da porsi: la corruzione sale dal basso verso l'alto oppure scende dall'alto verso il basso? La classe dirigente è lo specchio d'una società civile priva di freni morali oppure il cattivo esempio degli "ottimati" incoraggia la massa a delinquere infrangendo principi e normative?

 

Berlusconi è preoccupato. Lo dice lui stesso in pubblico e in privato e molti suoi collaboratori trasmettono ai giornali il suo cattivo umore che del resto risulta evidente dalle immagini televisive e fotografiche.

 

"Se potessi scioglierei il partito, ma non posso". Una frase così non l'avevamo mai sentita prima. E' indicativa del livello cui il fango è arrivato.

 

Per quello che se ne sa, la sua preoccupazione proviene da sondaggi molto allarmati e soprattutto da previsioni pessimistiche sullo smottamento futuro del consenso. Emergono diverse faglie: quella dei moderati, quella dei cattolici, quella delle persone perbene senza aggettivi.

Bertolaso è indagato, Verdini e Letta compaiono molte volte nelle intercettazioni giudiziarie.

 

Due differenti pulsioni si alternano nell'animo del "capo dei capi": rintuzzare gli attacchi, mantenere le postazioni e anzi contrattaccare; oppure cambiare strategia, abbandonare le posizioni più esposte e i personaggi più discussi, dare qualche soddisfazione ad una pubblica opinione stupita, indignata e trascurata per quanto riguarda le ristrettezze economiche che mordono ormai la carne viva del Terzo e del Quarto stato.

La scelta tra queste due opzioni non è stata ancora fatta. A giudicare dalle parole e dagli atti sembrerebbe che il "capo dei capi" persegua contemporaneamente ambedue queste strategie col rischio di far emergere un'incoerenza che segnala una crescente difficoltà.

 

La legge in preparazione che dovrebbe inasprire le pene contro i reati di corruzione segna il passo. Il collega D'Avanzo ha spiegato ieri le ragioni del rinvio: il gruppo dirigente del partito non ci sta. Se alla fine la legge verrà fuori, sarà solo un placebo da avviare su un binario morto.

Più efficace (se ci sarà) potrebbe essere il lavoro di pulizia delle liste elettorali; ma quel lavoro, per avere un senso, dovrebbe estendersi ai membri del governo e del Parlamento colpiti da sentenze o da condanne di primo grado con imputazioni di corruzione. Ma ne verrebbe fuori una decimazione: Dell'Utri, Ciarrapico, Cosentino, Fitto e almeno un'altra decina di nomi sonanti. Vi pare fattibile un'ipotesi del genere? Promossa da Berlusconi che dal canto suo ha schivato le condanne solo con derubricazione di reati e accorciamento dei tempi di prescrizione disposti dalle famose leggi "ad personam"?

 

Il caso Bertolaso-Protezione civile fa storia a sé. Il punto nodale della questione sta nella distinzione tra eventi causati da catastrofi naturali per i quali la necessità e l'urgenza autorizzano a derogare dalle norme vigenti; e gli eventi non connessi a tali catastrofi, per i quali le deroghe non sono né urgenti né necessarie. Qualche eccezione in questo secondo campo d'azione può essere ipotizzata ma deve essere dettagliatamente motivata e debitamente circoscritta. Così non è stato. La cosiddetta politica del fare è diventata una modalità permanente, la mancanza di controlli ha alimentato l'arbitrio, e l'arbitrio è diventato sistema.

L'inchiesta giudiziaria in corso riguarda situazioni molteplici: appalti in Toscana, appalti alla Maddalena, appalti a Roma, appalti a L'Aquila, in Campania, a Varese, a Torino, a Venezia, seguirne il filo è stato scrupolosamente fatto dai giornali e lo do quindi per noto. Aggiungo qualche aggiornata osservazione.

 

1. Il giro degli appaltanti, degli attuatori e degli appaltatori è relativamente limitato. Le Procure (Firenze, Roma, Perugia, L'Aquila) li hanno definiti una "cricca". La parola mi sembra quanto mai adatta.

 

2. Gianni Letta (e Bertolaso) avevano escluso che imprenditori della cricca suddetta avessero mai lavorato all'Aquila, ma hanno poi dovuto ammettere di essersi sbagliati. Almeno due di essi (Fusi e Piscicelli) hanno avuto incarichi anche in Abruzzo. Agli altri e al gruppo Anemone in particolare, è stata data in pasto La Maddalena e molti altri luoghi, a cominciare da Roma.

 

3. La scelta iniziale di collocare il G8 nell'isola sarda fu un errore madornale. La pazza idea di ospitare i Grandi sulle navi creando una sorta di isola galleggiante fu rifiutata dalle delegazioni principali. Sopravvennero altre questioni di sicurezza di impossibile soluzione. Se non ci fosse stato il terremoto dell'Aquila, La Maddalena sarebbe stata comunque scartata ma questa impossibilità tecnica è venuta fuori quando il grosso dei lavori era già stato appaltato e portato avanti. La Protezione civile non si era accorta di nulla o, se se n'era accorta, non l'aveva detto a nessuno.

 

4. Il terremoto offrì una via d'uscita dall'"impasse" della Maddalena, ma a caro prezzo: furono costruiti dunque due G8, uno dei quali procedette di pari passo e negli stessi luoghi distrutti dal sisma. Da questo punto di vista la Protezione civile dette prova di grande efficienza. Il prezzo fu l'abbandono della Maddalena nelle mani di Balducci e della cricca e una soluzione edilizia, ma non urbanistica, che ha soccorso molte migliaia di aquilani ma ha messo in un binario morto la ricostruzione della città.

 

5. La figura di Angelo Balducci scolpisce nel modo più eloquente il funzionamento della cricca e gli arbitri che ne derivano. Uno dei casi più macroscopici riguarda la famosa sede del Salaria Sport Village sulle rive del Tevere. Terreno demaniale, zona preclusa ad ogni tipo di costruzione, parere negativo della conferenza dei servizi, della Regione, della Provincia e del Comune di Roma; tutti superati da un'ordinanza di Balducci con trasferimento della concessione all'imprenditore Anemone.

 

6. L'altra figura omologa che si erge alla guida della cricca è quella di Denis Verdini, coordinatore del Pdl e come tale persona "all'orecchio" del Capo.

Verdini non si lascia intervistare, non vuole sottoporsi a domande imbarazzanti. In compenso ha scritto un diario, una sorta di comparsa a difesa, e l'ha fatto leggere ad un giornalista del "Corriere della Sera". Il quale ha fatto scrupolosamente il suo mestiere riferendo il testo senza poter interporre domande. Ne è risultata un'autodifesa vera e propria.

Questo testo merita d'esser letto con attenzione. Ne riporterò qui qualche brano che ne dà l'idea.

 

"Il mio amico Riccardo Fusi è persona di cui mi fido, un vero imprenditore con tremila lavoratori alle sue dipendenze. Sono indagato per aver sostenuto una nomina che poteva interessare. Questo ha indotto i magistrati a pensare che ci fosse sotto un reato, ma non è così, non ho mai preso una lira, ma non nasconderò mai che a Riccardo ho presentato il mondo, tutti quelli che mi chiedeva di conoscere. Dimettermi da coordinatore? Non mi passa neanche per l'anticamera del cervello. Certe cose sono roba da asilo infantile. Siamo un sistema di potere? Scoperta dell'acqua calda. Quando c'è discrezionalità si apre la porta ad un sistema. Il punto è se è legittimo o illegittimo".

 

Questa frase è essenziale, fornisce la chiave autentica per decifrare ciò che sta accadendo. Verdini è uno dei pilastri del sistema. Evidentemente lo considera legittimo, più che legittimo per il bene del paese. Scrive in un'altra pagina del suo diario: "Io lavoro per Berlusconi che riesce a ottenere benessere e consenso da milioni di italiani".

Lui non fa parte della cricca. Così dice, anche se gli amici per i quali si spende e ai quali procura appalti, nomine ministeriali, potere e danaro, sono i componenti della cricca. Ma lui no, lui non pensa di farne parte perché è collocato di varie spanne al di sopra. E non li favorisce per avere mazzette. Che volete che se ne faccia delle mazzette, lui che è agiato di famiglia? Lui gode di aver potere e di portare talenti e consensi al suo Capo. Talenti di malaffare? Può esser malaffare quello che porta consenso e voti a Berlusconi? Certo "quando c'è discrezionalità si apre la porta al sistema" e dunque portiamo la discrezionalità al massimo, sistemiamo gli amici nei posti che servono e chi non beve con noi peste lo colga. Non è questo il meccanismo? Non è questo che spiega la fronda di Fini e l'uscita di Casini dall'alleanza? Non è questo che divide Palazzo Chigi dal Quirinale? La magistratura da una concezione costituzionale che ricorda gli Stati assoluti?

Non prendono una lira, può darsi, ma hanno fatto a pezzi la democrazia. Vi pare robetta da poco?

 

Bertolaso è un'altra cosa. Nel 2001, poco dopo esser stato insediato da Berlusconi alla guida della Protezione civile, scrive una lettera all'allora ministro dell'Interno, Scajola, e al sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta. Dice così: "Il nostro Dipartimento è diventato dispensatore (assai ricercato) di risorse finanziarie e deroghe normative senza avere la minima capacità di verificare l'utilizzazione delle prime e l'esercizio delle seconde e senza avere alcun filtro utile sulle richieste. L'accavallarsi di situazioni di emergenza ha generato un flusso inarrestabile di ordinanze che a loro volta hanno comportato provvedimenti di assunzione di personale e autorizzazioni di spesa di non agevole controllo". Era il 4 ottobre del 2001. Sono passati nove anni ma sembra di leggere oggi un discorso di Bersani o di Di Pietro. Che cosa è accaduto?

 

Nonostante le apparenze Bertolaso è un uomo debole ma con una grande immagine di se stesso. Non ha il cinismo di Verdini e di Balducci, dei grandi corruttori. Adora i suoi volontari e ne è adorato. Pensate che qualcuno adori Verdini (tranne gli amici della cricca)? Qualcuno adori Balducci?

Bertolaso è un mito tra i suoi, lavora con i suoi, si veste come i suoi. Vuole essere amato. In questo è l'anima gemella di Berlusconi: vogliono essere amati. Naturalmente senza condizioni. Le critiche li fanno impazzire di rabbia. Le regole sono un impaccio. "Posso star fermo in attesa che il Parlamento decida?" ha scritto Bertolaso pochi giorni fa rispondendo ad una mia domanda.

 

Quindi avanti con i grandi eventi, Unità d'Italia, campionati di nuoto, campionati di ciclismo, celebrazioni di Santi e di Beati, restauro del Donatello eccetera. Insomma Bertolaso non ha addomesticato il potere come sperava nella sua lettera del 2001, ma è la brama di potere che si è impossessata di lui.

Quando è franata un'intera montagna sul paese di Maierato in Calabria, Bertolaso era alla Camera e poi a Ballarò per difendersi dalle intercettazioni che lo riguardano. La mattina dopo è volato a Maierato in mezzo ai pompieri che spalavano il fango. Bravo. Meritorio. Lo dico senza alcuna ironia, ma mi pongo una domanda: tra i compiti affidati alla Protezione civile non c'è anche quello importantissimo di prevenire le catastrofi e sanare il disastro idrogeologico del territorio?

 

Il grande meridionalista Giustino Fortunato cent'anni fa definì la Calabria "uno sfasciume pendulo sul mare". Allora non esisteva la Protezione civile, ma oggi c'è. Bertolaso sa benissimo che le montagne e le colline delle Serre nella Valle dell'Angitola sono uno sfasciume pendulo. Che cosa ha fatto per prevenire? Io so che cosa ha fatto: ha distribuito alle Regioni di tutta Italia la mappa idrogeologica del territorio segnalando i punti critici ed ha incoraggiato le Regioni a provvedere. Lui aveva altre cose di cui occuparsi.

Le Regioni senza una lira non hanno fatto nulla. La supplenza toccava a lui che i soldi li ha e le forze a disposizione anche. Ma la prevenzione non è un grande evento, le televisioni non se ne occupano, nessuno ne sa nulla. Intanto lo sfasciume crolla sulle case abusive e sulle strade abusive. Così vanno le cose.

 

La corruzione è aumentata a ritmi pazzeschi. Non è Tangentopoli? Forse è peggio. Oggi si ruba in proprio ma quelli che rubano sono i protetti del potere e puntellano il potere. Quelli che rubano cadono in tentazione e qui mi sono tornate in mente le pagine dostoevskijane del "Grande Inquisitore", delle quali ho discusso a lungo un mese fa col cardinale Martini riferendone su queste pagine.

Il Grande Inquisitore contesta a Gesù di avere promesso agli uomini il pane celeste mentre essi volevano il pane terreno. Gesù aveva dato agli uomini il libero arbitrio di cui essi avrebbero volentieri fatto a meno ed essi scelsero infatti di farne a meno pur di avere il pane terreno rinunciando ai miraggi del cielo. Gli uomini si allearono con lo spirito della terra, cioè con il demonio, ed anche i successori di Pietro si allearono con lo spirito della terra. Alla fine il mondo diventò pascolo del demonio e delle autorità che per brama di potere avevano sconfessato il messaggio di Gesù. Il Grande Inquisitore decide addirittura che Gesù sia bruciato e così si chiudono quelle terribili pagine.

 

Non so se Verdini o Letta o Bertolaso o Balducci o quelli che ridevano nel letto mentre L'Aquila crollava, abbiano mai letto i "Fratelli Karamazov". E se, avendoli letti, abbiano sentito muoversi qualche cosa nell'anima, un monito, un rimorso. Se l'hanno sentito, questo sarebbe il momento di seguirne l'impulso. Ma da quello che vedo, temo che siano sordi a questi richiami. EUGENIO SCALFARI LR 21

 

 

 

 

La classe dirigente è scomparsa

 

Archiviamo dunque la retorica della «sana società civile» italiana contrapposta alla «politica» inefficiente e corrotta o semplicemente impotente. La nostra politica rispecchia la nostra società. Questa tesi è stata espressa più volte su questo giornale, in tempi non sospetti, senza aspettare le ultime vicende, mettendo in guardia contro l’autoinganno della «sana società civile».

 

Non per negare l’esistenza di strati e settori che sono sani e generosi (e che si sentono offesi dalla nostra analisi) ma perché rimangono frammenti di società, senza capacità coagulante. La società civile è a pezzi, depressa, senza guida.

 

Siamo così al punto cruciale: alla scomparsa o all'inesistenza di una classe dirigente italiana, degna di questo nome.

 

Per classe dirigente non si deve intendere innanzitutto il ceto politico professionale, ma l’insieme dei gruppi responsabili - nell’economia, nei media, nella cultura, nella magistratura - che di fatto svolgono un ruolo di guida. Lo fanno con le loro decisioni, con i loro atteggiamenti. Ebbene questi gruppi sono o diventano «classe dirigente» quando intenzionalmente, esplicitamente (oppure anche implicitamente) si sentono responsabili «in solido» della comunità nazionale. E agiscono in questo senso. Non si limitano a rappresentare i legittimi interessi del loro settore, dichiarandoli senz’altro di interesse generale, ma si assumono una responsabilità comune. Sacrificando magari alcuni dei loro interessi «legittimi».

 

In questa prospettiva il ceto politico professionale, con la sua dialettica interna, dovrebbe essere il fattore di raccordo di questa responsabilità comune condivisa (per dirla con l’aggettivo ora più inflazionato). Invece non è così. La politica oggi è diventata la fonte prima di disgregazione, di contrapposizione, di incompatibilità culturale e morale. E gli altri pezzi di classe dirigente - in particolare quella economica - giocano di sponda sulle contrapposizioni interne della politica, addirittura su questo o sull’altro ministero, su questa o sull’altra struttura istituzionale.

 

Particolarmente penosa è la situazione del ceto intellettuale che - quando non è apertamente schierato in trincea - non riesce a offrire in modo convincente piattaforme di intesa morale e culturale che abbiano valore comune. Non è in grado di andare oltre le diagnosi più impietose. E quando lo fa, le sue suonano come prediche edificanti. La scissione, il sistematico mancato incontro tra l’energia propositiva intellettuale e l’energia realizzatrice politica è la scoperta più sconfortante degli ultimi anni.

 

Si è fatta tanta ironia sugli «intellettuali organici» della vecchia repubblica, con le loro ideologie e le loro obsolete visioni del mondo. Eppure a loro modo, con alti e bassi, in momenti importanti hanno consentito l’incontro tra intelligenza e operatività, con una positiva ricaduta sulla dialettica tra forze di governo e forze di opposizione.

 

Oggi l’elemento che più paralizza il ceto intellettuale nel suo virtuale ruolo critico dirigente è la prepotenza del sistema mediatico, intimamente appiccicato al sistema politico. Solo in apparenza infatti il sistema mediatico esercita la sua funzione critica. In realtà cementa insieme la classe politica esistente. A «Ballarò» solo in apparenza ci sono contrapposizioni e contro-argomentazioni: in realtà va in scena lo stesso spettacolo della stessa politica. Ci si insulta: ma non si scambiano argomenti in grado di convincersi. E’ sconcertante, ma è così.

 

In queste condizioni come si ricostruisce una classe dirigente che è fatta di politici, di intellettuali, di manager, di sindacalisti, di magistrati ecc? Tutti forti delle loro specifiche competenze eppure consapevoli di avere una comune, vincolante responsabilità verso la società civile?

Il vero leader è chi sa trasmettere questo senso di responsabilità e condurre in questa direzione. Non chi esaspera le divisioni. GIAN ENRICO RUSCONI  LS 19

 

 

 

 

Il dibattito sulle radici della corruzione L'Italia ipocrita e quelle domande alle quali non si vuole rispondere

 

Di chi può mai essere la colpa della corruzione italiana se non della politica? Di chi se non dei politici - beninteso di quelli per cui votano gli “altri”? Si mettano dunque l’una e gli altri sul banco degli accusati per la meritata, inevitabile condanna. Così la pensano oggi moltissimi italiani i quali non vogliono sentirsi dire che la corruzione di questo Paese - anche quella pubblica - è invece qualcosa che viene dal profondo, che rimanda alla storia vischiosa, oltre che del nostro Stato, della nostra società; ai suoi meccanismi e vizi inveterati. No, guai a dirlo: si è subito sospettati di voler cancellare le responsabilità individuali, di voler “salvare i ladri”. Che c’entriamo noi con la corruzione? La colpa è solo della politica.

 

In questo modo sta per ricominciare oggi il circolo perverso avviatosi nel ’92-’93. Infatti, se si mettono così le cose è fatale che agli occhi dell’opinione pubblica l’immagine di tutta la politica e di tutti i politici ne esca complessivamente a pezzi. Con l’ovvia conseguenza, che più ciò accadrà e più solo i mediocri o gli spregiudicati accetteranno di entrare nell’arena pubblica, e che quindi, alla fine, la politica risulterà ancora di più inetta e/o corrotta, accrescendo ulteriormente la sfiducia e la disistima generali. Sta per ricominciare alla grande, insomma, il meccanismo implacabile dell’antipolitica. Il meccanismo che si mise in moto all’epoca di “Mani pulite” e i cui risultati nonostante l’avvicendarsi di governi di destra e di sinistra, sono sotto gli occhi di tutti: allora svergognata e vilipesa la politica non si è rinnovata per nulla, la qualità dei suoi protagonisti è anzi in media peggiorata, ed essa non è stata capace né allora né poi di correggere un bel nulla del sistema che aveva portato a Tangentopoli.

 

Non è questione di pensare che la corruzione sia “connaturata” alla società italiana. Bensì di convincersi che essa è innanzi tutto della società italiana. Di convincersi cioè che, in Italia, in tanto la politica può ospitare un così alto numero di traffichini e di lestofanti, in tanto può rappresentare un ambito d’elezione per un così gran numero di scambi e guadagni più o meno loschi, in quanto, e solo in quanto, ha come sponda, come interlocutrice permanente, una società moralmente opaca come la nostra. Perché alla fine delle due l’una, insomma: o si nega che quella italiana sia una società di tal fatta (e mi sembra davvero difficile), o si deve sostenere che tra lo standard morale della politica e lo standard morale della società non c’è alcun rapporto necessario (e si dice una palese assurdità). Naturalmente c’è sempre una terza possibilità (che sospetto sia proprio quella fatta ipocritamente propria da molti abitanti della penisola): e cioè credere, o fingere di credere, che in una società di diavoli i politici, non si sa per quale miracolo, possano - anzi debbano – essere degli angeli; e la politica, di conseguenza, una specie di anticamera del paradiso terrestre. Tutti coloro che, come Marco Vitale, rimproverano alla politica in genere, e dunque anche alla sinistra, di non aver preso le misure necessarie per una vasta e radicale opera di moralizzazione pubblica, dovrebbero innanzi tutto chiedersi: ma siamo sicuri che quel partito o quello schieramento che lo avesse fatto avrebbe avuto il consenso degli elettori italiani? O non sarà forse che un’opera del genere - per come è l’Italia, il suo mercato del lavoro, i suoi rapporti patrimoniali, per come sono abituati i suoi pubblici dipendenti, per come sono le sua abitudini diciamo così fiscali - non sarà forse che un’opera del genere avrebbe suscitato molte più opposizioni che consenso? E perché altrimenti nessun partito, nessuno schieramento, ha mai preso questa strada?

 

Di fronte agli scandali in cui è coinvolta la politica (anche o soprattutto la politica) molti uomini e donne impegnati nelle attività private, nel mondo del fare come oggi si dice, amano invocare rispetto delle regole, meritocrazia, presenza di poteri contrapposti, trasparenza, orgoglio di ruolo. Lo ha fatto l’altro giorno anche Franco Bernabè su queste colonne. Confesso di non aver ben capito a chi fosse rivolto di preciso una tale astratta invocazione - che anche in questo caso come in altri casi, di altri autori, evita di fare nomi e cognomi - ma spero che comunque il presidente della Telecom mi perdonerà se gli rivolgo una domanda impertinente: in che misura a suo giudizio il sistema delle imprese italiane e quello bancario - e la stessa Telecom, aggiungo, toccando davvero il colmo dell’impertinenza - si attengono alle prescrizioni da lui messe nero su bianco? Personalmente penso che lo facciano parecchio meno di quanto dovrebbero e di quanto accada di solito in altri Paesi, a cominciare per esempio dagli Stati Uniti. Basta vedere l’accanimento tenace con il quale tutto quel mondo si è opposto ad un’efficace legislazione sulla “class action”; e se non sbaglio senza che nessun suo esponente alzasse la minima voce contraria. Non è solo la politica, insomma, a non avere le carte in regola.

 

Se non cominceremo una buona volta con il dirci tutto questo, con il dircelo ad alta voce e dircelo di continuo, potremo pure mandare periodicamente all’ergastolo tutti i “marioli” e i “birbantelli” del caso, potremo pure in un raptus suicida nominare Marco Travaglio ministro della giustizia, ma rimarremo sempre quello che siamo: una società malandrina, spietata e al tempo stesso accomodante, un Paese sostanzialmente senza legge e senza verità.  Ernesto Galli della Loggia CdS 20

 

 

 

I compari e la Triarchia il sistema dell'emergenza

 

Berlusconi-Letta-Bertolaso. Così "la politica del fare" ha umiliato la legge - Dall'alto è stato offerto un salvacondotto a comportamenti storti - di GIUSEPPE D'AVANZO

 

Deflagra lo scandalo della Protezione civile e Silvio Berlusconi urla ai magistrati "Vergognatevi!" e, in fretta, corre a nascondersi per sette giorni tra le quinte. Si defila. Sta alla larga, muto come un pesce. Ben protetto, attende gli eventi e ora che il fondo "gelatinoso"  -  familistico, combriccolare, spregiudicato, avidissimo  -  è in piena luce, il premier avverte il pericolo, come un fiato caldo sul collo. Può scoppiargli tra le mani, quest'affare. Prova a uscire dall'angolo. Rinuncia a trasformare in un soggetto di diritto privato, in una società per azioni, le "funzioni strumentali" della Protezione civile. Abbandona la pretesa di garantire l'impunità amministrativa a chi la governa. Accantona l'idea di imporre al Parlamento un altro voto di fiducia. Si accorge che quei passi indietro non sono sufficienti. Non lo proteggono abbastanza da quel che si scorge nel pozzo nero dove si sono infilati molti dei suoi fedelissimi, addirittura il coordinatore amatissimo del suo partito. Si decide a una proposta che, fiorita sulla sua bocca, appare avventurosa: "Chi sbaglia e commette dei reati non può pretendere di restare in nessun movimento politico" (se non se stesso, quanti del suo inner circle dovrà escludere dal Palazzo?).

 

Al di là del messaggio promozionale che, vedrete, durerà il tempo della campagna elettorale, il premier si sente interrogato e coinvolto dallo scandalo. Finalmente, perché il modello del trauma e del miracolo, dell'emergenza risolta con un prodigio - non è altro che questo la Protezione civile - è il fondamento della "politica del fare", la strategia che glorifica una leadership politica che ha in Gianni Letta la guida burocratico-amministrativa e in Guido Bertolaso il pilota tecnocratico. Il destino dell'uno è avvinto alla sorte dell'altro, degli altri, come in un indistricato nodo gordiano perché il sistema della Protezione civile è il prototipo del potere che Berlusconi pretende e costruisce. E' il dispositivo che anche pubblicamente Berlusconi invoca quando dice: "Per governare questo Paese ho bisogno dei poteri della Protezione civile".

La storia è nota, oramai. Il sovrano decide l'eccezione rimescolando l'emergenza con l'urgenza e infine l'urgenza con l'ordinarietà. Nel "vuoto di diritto", cade ogni regola. Si umilia la legge. Il governo può affermare l'assolutezza del suo comando. Lo affida alla potenza tecnologica della Protezione civile, libera di decidere - al di là di ogni uguaglianza di chances - progetti, contratti, direzione dei lavori, ordini, commesse, consulenze, assunzioni, forniture, controlli. La scena è ancora più vivace se si rileggono le parole del bardo televisivo del premier: "Piaccia o non piaccia, Berlusconi è l'uomo del fare. Sbuffa contro le lentezze di un sistema bicamerale perfetto e si rifugia nei decreti legge. Lamenta gli estenuanti dibattiti parlamentari e propone di far votare solo i capigruppo. Si sente imbrigliato nei vincoli costituzionali che il presidente della Repubblica (e ora anche quello della Camera) gli ricordano. Ma appena arriva un'emergenza rinasce. Perché rinasce? Perché emergenza chiama commissario e il commissario agisce per le vie brevi, saltando le procedure. Guido Bertolaso e Gianni Letta si ammazzano di lavoro, l'uno sul campo, l'altro nelle retrovie di Palazzo Chigi. Ma il commissario ideologico è il Cavaliere. ... Quando va a L'Aquila, Berlusconi si siede con gli uomini della Protezione civile e guarda carte, rilievi, progetti. Niente doppie letture parlamentari in commissione e in aula, niente conferenze di servizi, niente rallentamenti burocratici, niente fondi virtuali" (Bruno Vespa, Panorama, settembre 2009).

 

Adesso sappiamo che cosa si è mosso e ritualmente si muove dietro l'emergenza, sia essa il G8 alla Maddalena, i rifiuti di Napoli, il terremoto dell'Aquila o i festeggiamenti per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Berlusconi, "commissario ideologico", laboriosamente chino su "carte, rilievi e progetti" è un'immagine che bisogna ricordare. Racconta una presenza e una responsabilità. Spiega meglio di tante parole perché - ora che quel potere assoluto si scopre corrotto - lo scandalo della Protezione civile è lo scandalo di una leadership politica, il dissesto della "politica del fare", lo smascheramento della materia di cui è fatta, di un metodo, degli uomini che lo interpretano. Nel cerchio infimo della responsabilità troviamo gaglioffi che ridono di tragedie e lutti che presto diventeranno - soltanto per loro - fortuna e ricchezza; funzionari dello Stato che barattano i loro obblighi per i favori di una prostituta; giudici costituzionali in società con imprenditori malfamati; segretari generali di Palazzo Chigi che esigono prebende e benevolenze perché sanno di poterle pretendere (è a Palazzo Chigi, nella stanza di Gianni Letta, che tutto si decide e quindi...); un corteo di mogli, cognati, figli, fratelli - rumoroso e vorace come una nube di cavallette - in cerca di collocazione, incarichi, provvigioni, affari, magari soltanto uno stipendiuccio da incassare senza troppa fatica. Qualche malaccorto minimizza: non è una notizia che politici e amministratori si interessano di appalti. L'argomento dovrebbe chiudere il discorso, lasciare cadere in un canto che quegli appalti interessavano soltanto alcuni, sempre gli stessi, e non il mercato, non i migliori, non la pubblica utilità; far dimenticare che dove non ci sono regole, dove non soffia l'aria fresca dell'attenzione e della critica pubblica è inevitabile che "cresca come un fungo una corruzione senza colpa".

 

Una corruzione senza colpa è quel che si scorge a occhio nudo nello scandalo della "politica del fare", al di là di ogni indagine giudiziaria, come se le condotte di quegli uomini di Stato e civil servant e professionisti e imprenditori fossero necessitate, come se le loro azioni fossero, più che una libera decisione, "un adempiere, un 'riempirè tasselli già pronti". Costretti in un "sistema", come può esservi responsabilità e castigo? In qualche modo, è vero perché "di rado un individuo si rende colpevole da solo", ha scritto Joseph De Maistre.

Le ragioni di quelle responsabilità devono essere rintracciate in un cerchio più alto, allora, nella triarchìa (Berlusconi, Letta, Bertolaso) che ha voluto e creato un metodo, ne ha amministrato le condizioni e i risultati, ha lasciato un salvacondotto a quei comportamenti storti. E' per questo che oggi Bertolaso e Letta devono mentire o dissimulare (non sapevamo, non siamo stati informati, siamo stati informati male) e Berlusconi deve lamentare che i suoi due collaboratori "sono stati ingannati". Bene. Ammettiamo che siano stati imbrogliati davvero e chiediamoci: Bertolaso e Letta hanno avuto la possibilità di non lasciarsi ingannare? Sono stati messi nella condizione di sapere e provvedere? Non dallo zibaldone delle intercettazioni, ma dalle stesse parole di Bertolaso si può trarre la conferma di una consapevolezza delle manovre smorte e della necessità di non punire per salvaguardare il "sistema".

 

Dice Bertolaso: "A un certo punto, ho scoperto che alla Maddalena dei lavori, che avevamo previsto costassero 300 milioni di euro, stavano per essere appaltati a 600. Incaricato della pratica era un certo De Santis. Io ho capito che qualcosa non tornava. Ho allontanato De Santis" (il Giornale, 14 febbraio).

 

Dunque, salta fuori che l'ingegnere Fabio De Santis, "soggetto attuatore" dei progetti del G8 - Bertolaso finge di non sapere chi è, anche se lo ha scelto direttamente - potrebbe essere disonesto. Lo sostituisce. Non segnala a nessuno il suo sospetto o le sue certezze nemmeno quando Fabio De Santis, pur privo delle qualifiche idonee (non è un direttore generale), è nominato provveditore alle opere pubbliche in Toscana e Umbria, dove diventerà il perno di un "sottosistema" che ha il cardine politico nel coordinatore del Partito delle Libertà, Denis Verdini, e l'asse imprenditoriale in Riccardo Fusi della Baldassini-Tognozzi-Pontello. A livello locale, si riproduce un triangolo speculare e simmetrico a quel che governa lassù in alto, a Roma. Bertolaso sa di non poter denunciare quel "certo De Santis" perché il sistema che sostiene la strategia dell'emergenza e il "fare" è oligarchico, protetto, "chiuso". Egli ne è parte costituente e perno essenziale. Sa del familismo di un altro "soggetto attuatore", Angelo Balducci, ma come denunciarlo se egli stesso, il gran capo della Protezione civile, il leader tecnocratico del "fare" berlusconiano, chiama al lavoro, dovunque operi, il cognato? Bertolaso sa dove si trova, sa qual è il suo mestiere e la sua parte in commedia, è consapevole di quali fili che non deve toccare, delle richieste che deve soddisfare.

 

Ancora un esempio, per comprendere meglio. E' tratto non dai brogliacci dei carabinieri, ma dal lavoro giornalistico. Si sa chi è Gianpaolo Tarantini. E'il ruffiano che ingaggia prostitute per addolcire le notti di Silvio Berlusconi. Si sa che Tarantini vuole lucrare da quella attività affari e ricchezza. Chiede al capo di governo di incontrare Bertolaso. Gli vuole presentare un suo socio o protetto, Enrico Intini, desideroso di entrare nella short list della Protezione civile. Berlusconi organizza il contatto. Bertolaso discute con Intini e Tarantini. Quando la storia diventa pubblica, Bertolaso dirà: "La Protezione civile non ha mai ordinato né a Intini né a Tarantini l'acquisto di una matita, di un cerotto o di un estintore". E' accaduto, per Intini, di meglio. Peccato che Bertolaso non abbia mai avuto l'occasione di ricordarlo. L'impresa di Intini ha vinto "la gara per il nuovo Palazzo del cinema di Venezia, messa a punto dal Dipartimento guidato da Angelo Balducci, appalto da 61,3 milioni di euro". Scrive il Sole 24 ore: "La gara ha superato indenne i ricorsi delle imprese escluse e dell'Oice (organizzazioni di ingegneria) in virtù delle deroghe previste per la Protezione civile". Anche per Tarantini non è andata male. Ha una società che naviga in cattive acque, la "Tecno Hospital". La rileva "Myrmex" di Gian Luca Calvi, fratello di Gian Michele Calvi, direttore del progetto C. A. S. E., la ricostruzione all'Aquila di 183 edifici, 4.600 appartamenti per 17mila persone con appalti per 695 milioni di euro. Come si vede, forse il ruffiano di Berlusconi e il suo amico non hanno venduto alla Protezione civile una matita, ma la Protezione civile, direttamente o indirettamente, qualche beneficio a quei due glielo ha assicurato.

 

Shakespeare ha scritto che per un governante "lasciare al misfatto (evil) un qualche compiacente lasciapassare - invece di colpirlo - è l'equivalente di averlo ordinato" (Misura per misura). E' quel che si vede nello scandalo della "politica del fare". Chi governa, vede e sa. Lascia correre, chiude gli occhi e si volta dall'altra parte per proteggere un "sistema" che privatizza l'intervento dello Stato, chiudendolo nel cerchio stretto delle famiglie, degli amici politici, dei compari di convivio. Non si discute di responsabilità penali (se ci saranno, si vedrà, e poi quasi mai per capire e giudicare bisogna attendere una sentenza). E' in discussione un "sistema", un dispositivo di potere, chi lo ha creato, l'affidabilità di chi lo governa, la responsabilità di decisione e controllo che Berlusconi, Letta e Bertolaso si sono assunti dinanzi al Paese.

 

Gianni Letta, governatore della macchina burocratico-amministrativa in nome di Berlusconi, sarà anche stato distratto quando Angelo Balducci è asceso alla Presidenza del Consiglio superiore dei lavori pubblici (ora è in galera) o quando quel "certo De Santis" è stato destinato alle opere pubbliche della Toscana e dell'Umbria. Il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, candidato dal presidente del consiglio alla Presidenza della Repubblica, sarà stato anche "informato male" quando ha detto che non ha mai lavorato in Abruzzo (ci ha lavorato fin dalla prima ora), quel furfante che rideva mentre, alle 3,32 del 6 aprile del 2009, 308 aquilani morivano, 1.600 erano feriti e 63.415 restavano senza casa, ma ci si deve chiedere allora: quante volte Gianni Letta è stato "informato male" o è stato distratto negli anni dello "stato d'eccezione"? Lasciamo cadere ogni ipotesi di complicità o favore (e in alcuni casi è impossibile non scorgerla), come si possono conciliare i poteri assoluti della triarchìa con l'irresponsabilità con cui ha assolto al suo dovere? Né vale dire che all'Aquila i poteri straordinari della Protezione civile si sono rilevati efficienti. Come purtroppo si rendono conto gli aquilani, la "politica del fare", giorno dopo giorno, sta mostrando quel che era: miracolismo mediatico. Un modello centralista e autoritario - il prototipo del potere berlusconiano - ha trasformato un'antica città con un sistema urbano delicato e un centro storico prezioso e vitale (perderà due terzi degli abitanti e nulla si sa delle strategie e dei piani per farlo rivivere) in un deserto di venti periferie e quartieri satellite che travolgono i luoghi, la memoria, i legami sociali, deformandone l'identità culturale, pregiudicando un futuro a cui è stata promessa "la ricostruzione" e ha ottenuto soltanto un progetto edilizio e nulla più. Ma questa è un'altra storia che presto saranno gli stessi aquilani a raccontare. C'è da credere che saranno loro, gli aquilani, a spiegare agli italiani con il tempo e la loro infelice esperienza che cos'è davvero la "politica del fare", perché lo scandalo della Protezione civile è il tracollo di un prototipo di potere, il più clamoroso fallimento dell'"uomo del fare". LR 19

 

 

 

 

Il potere senza data di scadenza

 

Uno sdegno collettivo monta nella società italiana. Si spegnerà presto, lo sappiamo già per esperienza. D’altronde la tensione etica è come quella erotica. Non dura a lungo. Nel frattempo la corruzione occupa tutta la nostra scena pubblica.

 

Inchieste giudiziarie, grida d’allarme della Corte dei conti, statistiche nerissime (da Eurispes a Transparency International), dibattiti di seconda mano sul rapporto fra società politica e società civile. Infine l’esecrazione risuona nei pulpiti più alti, dal presidente del Consiglio al papa. La terapia? Sempre la stessa, inasprire pene e penitenze. Come se un anno di galera in più possa dissuadere il peccatore.

 

Tuttavia non è vero che il diritto sia impotente a curare la nostra etica pubblica. E specularmente non è vero che in Italia quest’ultima voli rasoterra per un tratto antropologico, per un cranio di Lombroso che ci hanno trasmesso i nostri avi. Gli italiani, al pari degli esquimesi o degli indiani, non sono né diavoli né santi. O meglio sono gli uni e gli altri, dipende dalle regole del gioco. Se alle nostre latitudini è in gran voga l'intrallazzo, dobbiamo domandarci cos’abbiano di speciale queste regole rispetto agli altri Stati. Se l’intrallazzo governa la seconda repubblica al pari della prima, dobbiamo inoltre chiederci quali regole siano sopravvissute con la medesima divisa dopo Tangentopoli.

 

Ma la risposta non è affatto complicata, perché la corruzione galleggia sempre in un sistema chiuso, oligarchico, senza ricambio di classi dirigenti. Nuota a suo agio dove il mare è opaco. Dove i controllori coincidono con i controllati. Dove manca ogni separazione fra economia e politica, così come fra amministrazione e governo. Dove infine la cultura del merito sta solo sui libri, perché nella vita reale l’appartenenza trionfa sulla competenza.

 

È a questi mali che dovremmo dedicarci. Rovesciando le regole che li hanno allevati, a cominciare dalla scarsa trasparenza degli appalti così come dei concorsi. Mettiamo tutto online, come dice Brunetta; ma stabiliamo inoltre che in ogni procedura i commissari siano sempre sorteggiati, e che rispondano delle proprie scelte. Scriviamo una legge sulle lobby, quale esiste negli Usa fin dal 1946. Sbarazziamoci dello scandalo giuridico che permette al governo di nominare i giudici contabili e amministrativi. Sminiamo il campo dai troppi conflitti d’interesse benedetti dalla legge. Eliminiamo lo spoil system, restituendo ai funzionari pubblici la neutralità promessa dalla Carta. Insomma poniamo il diritto al servizio dell’etica pubblica, invece di baloccarci con la riforma del bicameralismo.

 

E c’è poi un’ultima regola su cui dovremmo usare lo scalpello: quella che rende immarcescibili le facce dei potenti. Difatti un potere senza data di scadenza può inebriare anche gli astemi. Ti senti invincibile, ma il senso d’impunità è il primo alimento della corruzione. Per questa ragione nell’antica Grecia le maggiori cariche duravano un anno o anche soltanto un giorno, come nel caso dell’epistate dei pritani, il capo dello stato. Per la medesima ragione potevano ricoprirsi una sola volta nella vita, o al massimo due volte. In democrazia - diceva Aristotele - si governa e si viene governati a turno.

 

Tuttavia il principio della rotazione delle cariche non è affatto un fossile giuridico, se vincola la stessa presidenza degli Stati Uniti. Invece Bertolaso ha iniziato a dirigere la Protezione civile nel 1996, tre lustri fa. In Italia è la regola, e infatti alle prossime regionali Errani e Formigoni s’apprestano a toccare il ventennio di comando, benché una legge del 2004 renda assai dubbia la loro elezione. Ecco, la legge. Usiamo il bastone del diritto per vietare le poltrone a vita, nella società politica non meno che nella società civile. Se non altro costringeremo corrotti e corruttori a rinnovare l’agendina telefonica.  MICHELE AINIS LS 20

 

 

 

 

Lotta tra cordate all'ombra di Silvio. "Di questo passo perdiamo le elezioni"

 

Accuse al finiano Bocchino. Frattini è il fondatore della "squadra di pronto intervento" Task Force Italia - Valducci ha dato vita a una struttura parallela di 500 club della libertà sparsi nel paese - di FRANCESCO BEI

 

ROMA - Dentro il Pdl è una guerra di tutti contro tutti. Il primo a saperlo è Silvio Berlusconi, che osserva con insofferenza crescente la maionese impazzita di via dell'Umiltà. "Adesso" si è sfogato due sere fa "la devono finire con queste camarille, perché di questo passo andiamo a perdere le elezioni".

 

Il problema allora non è la posizione di Denis Verdini, perché - come fa notare un berlusconiano lealista - "non si cambiano i generali mentre la battaglia è in corso". Ci sarà tempo, dopo il voto, per ripensare al destino del coordinatore finito al centro delle intercettazioni. E magari sostituirlo con Claudio Scajola. Al di là del comunicato di ieri, che qualcosa si sia rotto tra Berlusconi e il suo braccio destro nel partito lo sostengono in tanti. E si fa notare come il premier stavolta abbia evitato accuratamente di attaccare i magistrati per difenderlo. Come pure abbia tardato qualche giorno per mettere nero su bianco la sua solidarietà all'uomo di Fivizzano, una non casuale asimmetria rispetto al calore manifestato subito per Letta e Bertolaso.

 

Ma al momento, a poche settimane dal voto, l'unica scelta possibile è quella di blindare Verdini e mandare un segnale ai tanti suoi avversari: "Basta con i giochi di potere interni". A chi si riferiva il premier con la sua denuncia? Il destinatario principale è il finiano Italo Bocchino, vicecapogruppo alla Camera. Gli uomini del Cavaliere sono convinti che sarebbe proprio Bocchino ad alimentare le voci di un possibile cambiamento al vertice di via dell'Umiltà. Come quella sul mite Sandro Bondi che finirebbe numero uno, con Bocchino come vice. Non è un caso quindi che Berlusconi, incontrando venerdì alla Camera alcuni deputati, abbia chiesto loro un parere sulla "fedeltà" del vice capogruppo.

 

Nonostante gli attacchi, nella mappa interna al partito di maggioranza Verdini appare ancora in posizione preminente. Con Sandro Bondi impegnato al governo, è l'uomo forte a cui Berlusconi ha affidato il compito di arginare gli ex An. Una posizione che viene contrastata con tutte le forze da altri forzisti della prima ora. Uno è sicuramente Mario Valducci, responsabile enti locali del Pdl, a cui Verdini ha sottratto ogni ruolo nel partito. Da mesi Valducci aspira a prendere il posto movimentista che fu di Michela Brambilla e ha dato vita - insieme a Giorgio Stracquadanio - a una struttura parallela che non risponde a via dell'Umiltà. Si tratta degli oltre 500 club della libertà, sparsi per tutta la penisola (e molti proprio in Toscana, la terra di Verdini), che si propongono come alternativa ai circoli Pdl. Vicino a Valducci, ma in maniera autonoma, si pone un altro big come il ministro Franco Frattini. I due condividono la medesima avversione a Verdini e per questo si sono tatticamente alleati. L'intesa è stata suggellata la scorsa settimana con la nascita di Task Force Italia, una struttura leggera che affiancherà i club di Valducci. Una "squadra di intervento" di berlusconiani della prima ora, pronti a stendere una rete di sicurezza intorno al premier se il Pdl dovesse saltare. Ne fanno parte Frattini, Stracquadanio, Deborah Bergamini, Micaela Biancofiore, Isabella Bertolini, la giovane Annagrazia Calabria, Paola Pelino. Ha spiegato la Biancofiore: Frattini e Valducci "rappresentano due posizioni che confluiscono, la politica ed il movimentismo".

 

Le "camarille", come le chiama Berlusconi, hanno trovato l'occasione per scontrarsi nella composizione delle liste per le candidature. Una battaglia così feroce che due sere fa, quando si parlava della lista bloccata per la Toscana, Bondi è arrivato a minacciare le dimissioni da coordinatore. Vengono messe in discussione anche le scelte del Cavaliere, come quella di candidare l'ex Miss Veneto, Chiara Sgarbossa, o Francesca Pascale nel Lazio. Da ultimo persino l'igienista dentale del premier, Nicole Minetti (in realtà conosciuta da Berlusconi quand'era una showgirl), sarebbe stata sbianchettata dal listino lombardo. E se saltano persino le Silvio's angels è davvero una maionese impazzita. LR 21

 

 

 

 

Le inchieste sul g8. Il sottobosco

 

Probabilmente ha ragione Silvio Berlusconi quando nega una seconda Tangentopoli. Diciotto anni sono pochi storicamente ma molti, troppi dal punto di vista politico. Eppure qualcosa di grave è successo, in questi ultimi giorni. Possono essere i dati allarmanti contenuti nella relazione della Corte dei conti sulla corruzione in Italia; oppure il trasversalismo di un malaffare «romano» che rischia di sfigurare la Protezione civile; o il consigliere del Pdl colto in flagranza di mazzetta a Milano; o gli scandali in altre regioni guidate dall’opposizione. O forse tutte queste cose insieme. L’impressione è che comunque il capo del governo avverta uno scontento crescente nell’opinione pubblica. Il suo braccio destro Gianni Letta che si dice «turbato e preoccupato» fotografa un umore contagioso per la maggioranza: sebbene il presidente del Consiglio stia facendo uno sforzo vistoso per circoscrivere l’allarme. Alludere ai corrotti come «birbantelli» significa riconoscerne l’esistenza senza generalizzarla; e minimizzare un problema ormai ineludibile.

L’invito di Berlusconi a vigilare sulle candidature del Pdl alle regionali del 28 e 29 marzo e la decisione di presentare norme anticorruzione non dipendono solo dal timore della magistratura o da calcoli elettorali. C’è qualcosa di più. Il Cavaliere sembra rendersi conto che una politica e un’economia percepite come complici di un affarismo illegale e abituale può terremotare il sistema: il «suo» sistema, nonostante più di un indizio allunghi ombre corpose anche su pezzi dell’opposizione. Su questo sfondo, le dimissioni del sottosegretario campano Nicola Cosentino, date proprio ieri dopo essere state respinte dal Parlamento insieme a una richiesta d’arresto l’11 dicembre scorso, potevano apparire un gesto simbolico. Ma il premier l’ha rifiutate, trasformandole piuttosto nello specchio delle proprie contraddizioni, accentuate dal braccio di ferro locale fra Pdl e Udc in Campania. È come se la volontà di voltare pagina fosse frustrata dalla tentazione di liquidare come complotti indagini che ipotizzano fenomeni radicati e finora impuniti.

Magari sono realtà esagerate dall’uso politico delle inchieste e dai contraccolpi, inevitabili e a volte perversi, delle intercettazioni. Eppure quel sottobosco paraistituzionale esiste. E non valutarne contorni e ramificazioni finisce per regalare il monopolio della tanto abusata «questione morale» non solo all’opposizione, ma anche ai propri alleati. Berlusconi si ritroverebbe schiacciato sulla caricatura della lotta tra «guardie e ladri» cara ai suoi avversari più tetragoni. Ecco perché tenta una virata obbligata ma limitata al minimo indispensabile, ammettendo che qualcosa non va senza rinunciare alle proprie incrollabili convinzioni. È il prezzo che sembra disposto a pagare per non dovere inseguire affannosamente un elettorato in bilico: non ancora indignato, ma certo disilluso. Rimane da capire se basterà a restituire al Paese la fiducia in una Seconda Repubblica minacciata, più che da nemici esterni, dalla difficoltà di riformare se stessa. Massimo Franco CdS 19

 

 

 

 

La storia. Dai mariuoli ai birbantelli

 

Nella scala Mercalli del lessico berlusconiano il termine "birbantelli", che il premier ha usato per qualificare i protagonisti del malaffare uscito fuori in questi giorni, si colloca appena un gradino sopra "birichino".

 

Birbantelli sarebbero, per intendersi, questi individui che a tal punto smaniano per i quattrini da fregarsi le mani durante le scosse di terremoto, e si agitano, brigano, impicciano, volteggiano sulle disgrazie altrui, instancabili come sono, e corrompono funzionari dello Stato e ingaggiano prostitute, e ridacchiano delle loro prestazioni e insomma: "gli sciacalli", per taluni, o "la cricca", per altri, o tutte due le parole insieme, che non saranno carine, però, insomma, considerati i morti, il dolore, la crisi, la miseria, gli sprechi...

 

E invece ecco che Berlusconi se ne esce addirittura con un vezzeggiativo, birbantelli, e sembra quasi di vederlo sorridere mentre fa il gesto delle tottò con la mano, ah, birbantelli, ahi-ahi! Trattasi di epiteto scherzoso e benevolo, il Devoto-Oli (Le Monnier) conferma la regressione all'infanzia, "ragazzacci" suonerebbe già più serio, siamo vicini a "monelli", l'indulgenza è un lampo che rischiara il messaggio, il premier è il più avveduto e operoso specialista di semantica applicata alla vita pubblica, e quando dice birbantelli sposta i reati del codice penale e l'immoralità più nera e cannibalesca in un mondo di favole, fumetti, cartoni animati, nomignoli per chattare ("Ho gli ormoni birichini e birbantelli") o scherzi da nonnetto allegro, cu-cù, cu-cù, bu-bu-set-tete!

 

Ma poi è anche vero che gli italiani, certo meno di un tempo, ma hanno sempre abbastanza paura di sentirsi fessi, per cui capiscono benissimo che il senso politico di quella parola è sdrammatizzare, ridimensionare, minimizzare e anche porsi al di sopra chiamandosi fuori da quelle schifezze lì. E' il potere che durante le sue crisi possiede connaturato questo codice di riduzionismo e di estraneità funzionale. Andreotti era così bravo a sminuzzare i problemi da alleggerirne non solo la portata, ma anche l'intensità - almeno fino alla primavera del 1993, quando fu accusato di essere un mafioso e di aver fatto uccidere Pecorelli.

 

Molto meno bravo fu Bettino Craxi, il cui potere infatti durò circa un quarto del tempo andreottiano, ma qui la faccenda si fa delicata per il Cavaliere. Perché se c'è un precedente che può richiamarsi a proposito dei birbantelli, viene subito in mente il modo sbrigativo in cui il 3 marzo del 1992, per cavarsi fuori dai guai, il leader del garofano volle designare il presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa, che tanto aveva fatto per il Psi a Milano, e anche per la sua corrente, e addirittura per il figlio che muoveva i primi passi in quella giungla di tessere e magheggi. Disse dunque il grande Craxi, rispondendo a una domanda dei telespettatori del Tg3, che Chiesa era "un mariuolo".

 

Non fu un'uscita felice, e forse basterebbe da sola a ridimensionare il clima di santificazione acritica che ha segnato il decennale della morte nel gennaio scorso. E non solo perché lo stesso Chiesa nel luglio del 1995 ebbe modo di dire con qualche motivo che all'accusa di essere un mariuolo "avrei potuto ribattere che allora lui era Alì Babà, il capo dei... settanta ladroni" (disse proprio 70, Chiesa, incespicando sulla contabilità de Le mille e una notte).

 

Ora, in uno sconsolato torneo d'indulgenza lessicale dinanzi alle ricorrenti ladrerie, birbantelli è parecchio più bonario di mariuolo, così come il modo in cui l'ha messa ieri il presidente Berlusconi appare molto più trullallà rispetto alla solenne intemerata sul "mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di un partito che a Milano, in cinquant'anni, non in cinque, ma in cinquant'anni - ribadì uno sdegnatissimo Craxi - non ha mai avuto un amministratore condannato per gravi reati contro la pubblica amministrazione".

 

Il punto è che da allora l'Italia non è che sia molto migliorata, anzi, e la regressione non è solo infantile, ma in qualche modo si avverte anche sul piano morale, civile e addirittura su quello del linguaggio e del costume, con le sue frivolezze terribilmente serie, con le sue novità capricciose che arrivano a far rimpiangere la cupa piattezza del brutto tempo che fu.  FILIPPO CECCARELLI LS 19

 

 

 

 

In Italia il presidenzialismo non basta

 

Il nostro sistema politico lascia a desiderare. Ma quello alla francese non risolve i nostri problemi. Occorre cambiare mentalità e Giustizia

  

Il mio articolo del 3 febbraio scorso (Di riforme si parla sempre ma non si fanno) ha “creato nausea” in un lettore che ne ha interrotto la lettura a metà testo e mi ha indirizzato una lunga lettera. Nella quale esordisce con un’analisi della “psiche degli Italiani”, che spinge inevitabilmente a cambiare “solo un pochino a condizione di poter manovrare con infiniti interessi e con un frazionamento politico enorme”; poi rileva che “l’idea di base dei parlamentari e dei media è la democrazia modello Antica Grecia, che è modello arcaico”, per cui “il popolo non è sovrano”; ed auspica, a soluzione dei nostri mali, “una direzione centrale forte, dove le persone che decidono sono due o tre”.  E’ convinto, il mio lettore, che “a fine 2010 non si sarà fatto niente di concreto; il Parlamento è incapace”; e ritiene che, se instaurassimo anche in Italia “una Repubblica presidenziale modello De Gaulle o russo, tutto rientrerebbe nell’ordine, con meno risse e chiacchiere”. In caso contrario, “lo stallo porterà un giorno alla secessione”. Verità, questa, condivisa da “Giovanni Sartori, politologo affermato, che i politici italiani non vogliono comprendere”.

   Fin qui, il suo pensiero, benché riassunto, che condivido solo in parte: verissimo che nel nostro Paese prosperi una quantità incredibile di partiti e partitini, il che non rende facile la conduzione politica della Penisola; innegabile che essi guardino più ai loro interessi che non al benessere dei cittadini; incontestabile che il popolo sia tutt’altro che sovrano, e non solo per il fatto di non poter eleggere il Capo dello Stato. Mi permetto, tuttavia, di ricordargli che definiamo il sistema politico occidentale con una parola tratta dal greco, “democrazia” = autorità del popolo, proprio perché essa è nata nella antica Grecia, dove il desiderio di libertà spinse le genti a trasformare le monarchie in repubbliche; nelle quali, a governare, erano i cittadini tutti, riuniti in “Assemblee”, che si pronunciavano sulle decisioni prese dai rispettivi Senati; ove, in sostanza, non esistevano i partiti, ciascun senatore e ogni cittadino decidendo in base alla propria opinione. Sistema possibile in quanto gli aventi diritto erano relativamente pochi (i giovani acquisivano la cittadinanza al compimento del ventesimo anno di età e solo se dimostravano di amare la Patria, così da essere capaci di mantenerne la pace e la libertà). I “magistrati”, scelti dal popolo, avevano poteri notevoli, controbilanciati dalla durata di un anno del loro incarico.

   Una divisione di competenze ben diversa dalla nostra. Non credo, quindi, che la situazione politica italiana dipenda dal fatto di avere un sistema costituzionale “arcaico” tipo Magna Grecia. La nostra democrazia, almeno in teoria, si basa sulla divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) quale prevista, nel 1748, da Montesquieu. Il primo, in rappresentanza dei cittadini, emana le leggi o abroga quelle esistenti; il secondo invia o riceve ambasciate, organizza la difesa, previene le invasioni, pianifica i servizi necessari alla popolazione; il terzo punisce i delitti o giudica le controversie dei privati. Ed è lo stesso Montesquieu ad ammettere che quest’ultimo è praticamente “nullo”.

   Ecco, caro lettore, il bandolo della matassa: a parte altri inconvenienti connessi all’eccessivo peso burocratico, al bicameralismo che allunga i tempi, all’esagerato nepotismo, alla tendenza alla corruzione, al numero esorbitante di partiti, siano essi rappresentati o meno in Parlamento, nel nostro Paese a rendere tutto più difficile c’è lo strapotere della Magistratura che spesso non si attiene alle leggi; politicizza le sentenze; trasforma l’obbligatorietà dell’azione penale in discrezionalità; allunga eccessivamente i tempi dei processi. Non credo affatto che un semipresidenzialismo alla francese ne ridurrebbe l’attitudine a colpire, con un avviso di garanzia, l’eventuale Presidente della Repubblica, eletto sì dal popolo “sovrano”, ma magari non gradito a qualche magistrato. Non c’è riuscita neppure la modifica, sia pure non costituzionale, dell’elezione diretta del Capo del Governo da parte degli elettori: quante volte Berlusconi, al quale si nega anche il diritto di posticipare i processi, è stato messo sotto inchiesta e, di conseguenza, invitato a dimettersi? Quanto tempo resterebbe al Quirinale, pur insediatovisi per volontà e scelta popolare, non essendoci in Italia una legge come quella francese che fa rinviare i procedimenti giudiziari alla scadenza dell’incarico presidenziale?

   Le dirò di più. E’ vero che Sarkozy oggi può dirigere il suo Paese senza molti problemi, ma può farlo per due motivi ben precisi: primo perché, oltre alla normativa sopra citata, in Francia non c’è l’obbligatorietà dell’azione penale e la divisione delle carriere sottopone al controllo del Ministro della Giustizia i Pm, i quali sono promossi per merito (non per anni di servizio come in Italia), ma rispondono dei propri errori; secondo perché l’attuale Capo di Stato gode di una maggioranza parlamentare che lo sostiene. E’ più difficile per chi ha un Premier ed una preponderanza assembleare di segno politico opposto. Mitterrand ne seppe qualcosa. In Russia, poi, il semipresidenzialismo è tutto tranne che democratico, in quanto il Presidente è al di sopra di tutti gli altri organi, tanto da annientare il principio basilare della divisione dei poteri. Può infatti emanare leggi e porre il veto a quelle approvate dal Parlamento; dirigere e controllare l’operato dei Ministri, nonché sostituirli quando crede; decidere, a sua discrezione, di sciogliere il Parlamento. Non solo: nomina personalmente i 20.000 giudici, assoggettandoli così alle proprie opinioni.

   Dubito, caro lettore, che sia sufficiente un sistema francese o russo per risolvere i problemi d’Italia. Che la Costituzione vada aggiornata è innegabile; ma oggi nella Penisola occorre più senso dello Stato e meno “caste”; più rispetto dell’avversario politico, da non considerare come un nemico da abbattere; soprattutto meno politicizzazione della Giustizia. Senza di che, il Presidenzialismo non basta. 

Egidio Todeschini, de.it.press

  

  

 

 

Il Cavaliere formato Di Pietro

 

Di Berlusconi sapevamo che nella vita ha fatto di tutto, dall’imprenditore al politico, dal cantante al presidente del Milan; ha fatto persino - l’ha assicurato lui - vari mestieri più umili, dall’operaio al contadino al minatore. Mai però ci saremmo immaginati di vederlo vestito con i panni del giustizialista. S’è paragonato a un De Gasperi, mai a un Di Pietro.

 

Eppure, battute a parte, il protocollo che intende introdurre ora nel Pdl somiglia molto a quello screening che è uno dei pilastri portanti (se non il solo) dell’Italia dei Valori: un esame preventivo sulla moralità giudiziaria dei candidati, finalizzato al rilascio o meno di una sorta di certificato di immacolata condotta. Ce ne ha dato notizia Libero - un giornale evidentemente ben informato su quel che accade nel Pdl - con due articoli i cui titoli parlano da soli: «Esame di onestà per i candidati Pdl» e «Il coraggio di far fuori le mele marce». Ieri il premier ha confermato e anzi esteso il cartellino rosso dai candidati ai militanti tutti: «Non credo ci siano dubbi sul fatto che chi sbaglia e commette dei reati non possa pretendere di restare in nessun movimento politico», ha detto.

 

Il repulisti parte della Campania. Ai candidati verrà chiesto il casellario giudiziale. E fin qui, va be’: con quel documento si viene a conoscenza delle condanne passate in giudicato. Se fosse solo quello, non ci troveremmo di fronte a una svolta epocale. Ma Berlusconi ha aggiunto che «abbiamo deciso che le persone sottoposte a indagini o processi in via di principio non debbano venire ricomprese nelle liste elettorali», e questo sì che è un parlare molto simile - non si offenda il premier - a quello di un Di Pietro o di un Grillo. Insomma: non ci sarà bisogno di condanne definitive per essere tagliati fuori dal Pdl, potrebbe bastare un rinvio a giudizio o ancor meno, un semplice avviso di garanzia.

 

La differenza è evidente. Così facendo, si lascia un enorme margine di intervento, e quindi di veto, proprio alle Procure, a quei pm che Berlusconi ha sempre accusato di far politica con le inchieste, quei pm che «dovrebbero vergognarsi». Ancora ieri, e cioè a pochi minuti di distanza da quelle frasi sul vade retro agli indagati, Berlusconi ha nuovamente attaccato i pm, che vogliono «farlo fuori».

 

C’è di che restare sorpresi, insomma, da questa svolta che qualcuno, con un mirabile sforzo di fantasia, ha già battezzato «operazione liste pulite». Nel Pdl sanno benissimo che molte indagini avviate da varie Procure sono poi finite nel nulla, ma nel frattempo avevano ottenuto l’effetto di danneggiare, e perfino di silurare, i vari politici inquisiti. Possibile che non si tenga conto che, con le nuove norme interne, i pm potranno interferire, e non poco, sulla composizione delle liste?

 

Una prima risposta semplicistica potrebbe essere questa: Berlusconi ha aggiunto che sugli indagati si deciderà caso per caso, lasciando la decisione finale a un comitato ad hoc del partito. Oltre che ironizzare su che cosa deciderà quel comitato sulle inchieste contro Berlusconi medesimo, si potrebbe insomma concludere che si tratta di fumo negli occhi: fatta la norma trovata la scappatoia.

 

Ma sarebbe appunto una risposta semplicistica. Molto più probabile che l’annunciata svolta sia figlia della presa d’atto di una situazione che diventa preoccupante. Berlusconi è uomo di sondaggi, e qualcosa deve avere fiutato. Sa, poi, che non sempre si può invocare la persecuzione dei pm: alcune inchieste sono inequivocabili, quella del consigliere comunale di Milano che s’è fatto beccare con la mazzetta in bocca ne è un esempio solare. Né basta liquidare il soggetto con un «birbantello»: Craxi cercò di fare altrettanto con Chiesa chiamandolo «mariuolo», ma gli andò male.

 

E poi c’è l’allarme della Corte dei Conti, che ha definito la corruzione «un cancro italiano». L’aria che tira insomma è quella di una nuova possibile indignazione generale, e Berlusconi sa che alle inchieste non sempre si può rispondere parlando di toghe rosse. Qualche volta forse sì, ma non sempre. MICHELE BRAMBILLA LS 19

 

 

 

 

I servizi e il futuro del Paese. Il Welfare tradito sui banchi dell’asilo

 

È STATO messo di nuovo in luce, questa volta da un’indagine di Cittadinanzattiva, quanto problematica sia la situazione degli asili nido nel nostro Paese. In quelli comunali sono disponibili pochi posti e per di più mediamente cari o molto cari, almeno per il bilancio familiare di una coppia giovane. Proprio ieri l’abituale indagine Istat metteva in luce come ancora una volta nel nostro Paese le nascite siano state di meno delle morti, frutto di una popolazione che invecchia intensamente e rapidamente e che già oggi vede gli ultrasessantacinquenni contare per il 20 per cento della popolazione totale.

Sono oramai circa trenta anni che la popolazione italiana ha un numero ridottissimo di nascite, di gran lunga inferiore a quello che assicura un fisiologico ricambio della popolazione ed è solo grazie agli immigrati stranieri che negli ultimi anni le nascite hanno avuto una caduta meno accentuata e rovinosa. Il fatto è che da noi tutto scoraggia dall’avere un figlio o un figlio in più. Un figlio costa in termini finanziari, di spazio fisico nella abitazione, in termini di attività lavorativa e di carriera, specie per la donna.

In particolare, in termini finanziari, tutto è oneroso, dai pannolini agli alimenti per l’infanzia, all’asilo nido che costa meno di 150 euro al mese solo a Cosenza e a Roma, ma più di 500 a Lecco e a Belluno. E queste sono tariffe per gli asili comunali che coprono solo in minima parte la domanda costituita dai bambini in età fino a 3 anni.

È incredibile come il problema della carenza degli asili sia drammaticamente presente e puntualmente denunciato nella realtà italiana da oltre trenta anni e come ancora sia molto lontano da una soluzione appena sufficiente. In conseguenza delle denunce, nel 1971 si ebbe una legge sullo sviluppo dei servizi destinati alle famiglie, mentre solo nel 2007-09 si è avuto un “piano nidi” finanziato con 300 milioni di euro che dovrebbero consentire di passare dall’attuale copertura dell’11,4 al 15 per cento, ma per le regioni del Sud la disponibilità di asili nido crescerebbe dal livello attuale dell’1,7 al 6,6 per cento. Dall’analisi di dati elaborati dall’indagine di Cittadinanzattiva emerge che in media il 25% dei richiedenti rimane in lista d’attesa con il primato della Campania che nella lista ha il 42% di bimbi.

Ancora una volta sono i giovani a patire dell’assenza, più o meno diffusa, di sostegno ai loro bisogni primari compreso quello che deriva dal desiderare di avere un figlio o un figlio in più. Rapporti recenti dell’Ocse hanno mostrato come solo in Italia e Grecia non siano state attuate politiche di sostegno alle famiglie e, in particolare, alle famiglie con figli. Uno dei risultati è che anche per queste ragioni il tasso di occupazione femminile in Italia è nell’ambito della Unione europea il più basso dopo quello di Malta. Contro il 61 della Francia e l’“incredibile” 72-74 di Svezia e Danimarca, in Italia lavora solo il 47 per cento delle donne. Non occupate sono soprattutto donne con istruzione bassa, che vivono nel Mezzogiorno, che hanno figli piccoli.

Da una recentissima analisi di Daniela Del Boca una studiosa particolarmente attenta ai problemi del welfare familiare risulta che un incremento degli asili nido del 10 per cento farebbe aumentare del 7 per cento la probabilità di lavorare per le donne più istruite e del 14 per cento quella per le donne con istruzione minore. Un incremento del 10 per cento del numero di lavori a tempo parziale farebbe aumentare la probabilità di essere occupata rispettivamente del 5 e del 10 per cento. Alla luce di questi risultati che trovano poi riscontro nella realtà empirica di moltissime donne e coppie si deve concludere che per aumentare l’occupazione femminile occorre avere più asili nido, compresi quelli aziendali e condominiali; occorre, come già succede in Gran Bretagna, prevedere quando si hanno familiari a carico un adeguato credito di imposta (o un trasferimento diretto di denaro se non si supera il reddito minimo imponibile); occorre incentivare una maggior condivisione dei congedi genitoriali, incoraggiando fortemente il padre ad avvalersi del congedo per condividere di più la cura dei figli. Come obiettivo più generale, bisogna fare in modo che i trasferimenti di reddito e le detrazioni fiscali siano diretti all’investimento nelle capacità e nella istruzione dei figli, fondamentali nella necessaria prospettiva di un ricambio generazionale che renda più ricco e più fruibile il capitale umano e sociale del Paese.

In Francia è stata recentemente raffigurata la Marianne la donna immagine stessa di quella nazione incinta per pubblicizzare alcuni investimenti dello Stato atti ad assicurare un futuro migliore. Lì infatti un nuovo nato significa anche una positiva scommessa per il domani. Qui da noi consiste in una penalizzazione per il presente. ANTONIO GOLINI Im 20

 

 

 

Protezione Civile, passa il dl ma governo battuto tre volte alla Camera

 

Alla fine, la Camera ha approvato il decreto sulla Protezione civile con 282 sì e 246 no. Un deputato si è astenuto. Ora il provvedimento passerà al Senato. Ma prima di arrivare a questo risultato il governo ha dovuto capitolare per ben tre volte, nel giro di qualche minuto su altrettanti ordini del giorno del Pd e Udc. L'odg di Donatella Ferranti è passato con 248 sì e 244 no, l'odg Capano con 250 sì e 244 no. Dai banchi dell'opposizione si sono levati fragorosi applausi. Governo battuto per la terza volta invece su un ordine del giorno, relativo sempre alla costruzione di nuove carceri, presentato dall'Udc su cui aveva espresso parere negativo.

 

Il Partito Democratico considera «una vittoria» propria e di tutta l'opposizione, ma soprattutto del Parlamento, il passaggio alla Camera del decreto emergenze e protezione civile, ma le modifiche introdotte non bastano per dire sì al provvedimento. «Voteremo contro», ha spiegato il capogruppo Dario Franceschini, perché «avete rifiutato di distinguere per sempre catastrofi e grandi eventi». Di fronte al rischio corruzione, «non basta la denuncia a effetto» e prendere come slogan «la nuova legge anticorruzione. Servono regole giuste che garantiscono efficienza, trasparenza, pulizia» perchè il Paese per crescere «ha bisogno di efficienza, trasparenza e pulizia». Questa giornata, ha esordito, «segna vittoria del partito democratico e di tutti i partiti di opposizione. Sono stati votati e approvati nostri emendamenti, è stata evitata la fiducia, è scomparsa l'Spa, è stato eliminato l'ultimo degli scudi, l'assurda norma che non solo sospendeva i processi ma impediva anche di avviare azioni giudiziarie nei confronti dei commissari, una spudorata norma per l'immunità». Dunque, ha insistito, «potremmo dire che è stata una nostra vittoria, ma è stata vittoria del parlamento. Per una volta è stata restituita a quest'aula la sua sovranità, dopo un avvio di legislatura in cui la Camera sembrava avviata a essere solo luogo di ratifica delle decisioni del governo». Finalmente, ha aggiunto, «abbiamo ricordato e dimostrato che per la nostra Costituzione è il governo a essere espressione del parlamento e non viceversa». Il dibattito, ha ricordato, si è svolto mentre da fuori veniva «il vento di una bufera causata non solo dal comportamento di singoli», ma «da norme e scelte politiche sbagliate». Tuttavia, il Pd «ha scelto di lasciare fuori da questo dibattito le vicende giudiziarie che pure coinvolgono esponenti del governo» perchè «accertare la violazione delle leggi è competenza dalla magistratura, mentre responsabilità della politica è fare le leggi e scrivere leggi che evitino di riperete gli errori».

 

Il ddl anticorruzione  - Intanto, il Consiglio dei ministri, riunito a Palazzo Chigi in mattinata, ha dato via libera «salvo intese» al disegno di legge che inasprisce le pene per i reati contro la pubblica amministrazione, tra cui la corruzione e concussione. Fonti governative riferiscono infatti che il testo è «ancora una bozza modificabile».

 

Il provvedimento incrementa le sanzioni per i reati contro la pubblica amministrazione, con pene accessorie come l'incompatibilità, l'inelegibilità e l'interdizione dai pubblici uffici. L'aumento delle pene non dovrebbe però superare il limite dei 10 anni, oltre il quale il ddl rischierebbe di non raccordarsi più con la prescrizione processuale prevista dal "processo breve". L’U 19

 

 

 

 

On. Narducci: Il Decreto legge sulla Protezione civile è uno strumento incongruente

 

Occorre definire una compiuta normativa in materia

 

Roma - L’on. Franco Narducci intervenendo sul  Decreto Legge 196/2009 concernente disposizione sulla Protezione civile ha dichiarato che esso “è uno strumento incongruente rispetto all’esigenza di definire una compiuta normativa inerente la Protezione Civile”.

Narducci convinto che “la protezione civile deve essere lo strumento del Governo per coordinare le attività di soccorso e di assistenza alle popolazioni colpite da calamità naturali e non solo di elevato rilievo e gravità emergenziale” ha precisato che essa “non può essere lo strumento per gestire altri eventi o interventi strutturali sul territorio, di qualsiasi natura”.

Secondo Narducci “Va perciò divisa la parte coordinamento Nazionale e quindi dello stanziamento delle risorse per far fronte agli eventi di competenza della Protezione Civile da quello inerente l’intervento diretto in caso di eventi e la successiva attività di messa in sicurezza dei beni e delle persone che deve essere svolto dal Corpo dei Vigili del Fuoco, incardinato nel Ministero dell’Interno. Infatti tale Corpo rappresenta uno degli strumenti tecnici ed operativi territoriali ad elevata competenza”.

Poi il parlamentare eletto all’estero ha sottolineato il “ruolo fondamentale” del  “volontariato che anche rimanendo sotto il vessillo della “Protezione Civile” dovrebbe, sostanzialmente, ricondurre la propria organizzazione locale e dipendenza funzionale ai Comandi Territoriali dei Vigili del Fuoco in collaborazione diretta con i vertici istituzionali delle autorità locali”.

Inoltre Narducci ha ipotizzato l’importanza di un dibattito sulla “reintroduzione dell’obbligo per tutti i giovani cittadini italiani e anche stranieri residenti, uomini e donne, di prestare servizio per un determinato periodo di tempo presso le strutture di volontariato locale della Protezione Civile. Tale novità - ha evidenziato Narducci -  potrebbe venire incontro alle esigenze della mancata disponibilità di operatori avuta con l’abolizione del servizio militare e potrebbe contribuire a rendere vivo il senso civico di ciascuno”.

Sulla validità del provvedimento Narducci  ha sottolineato che “un siffatto provvedimento deve coinvolgere nella discussione le parti interessate, Enti locali, forze di polizia, Vigili del Fuoco, Volontariato. Dette parti devono sentirsi coinvolte nella discussione parlamentare che va fatta con estrema serenità, cautela e secondo un obiettivo finale condiviso. Mentre finora - ha concluso il parlamentare del PD - si è deciso di procedere dall’alto proponendo modelli lontani da quello che il nostro territorio ha bisogno e che la collettività esige di avere”.  De.it.press

 

 

 

L'Aquila, cittadini tra le macerie E' la protesta delle "mille chiavi"

 

Sono tornati in centro, come la settimana scorsa, per appendere simbolicamente delle chiavi sulle transenne del corso e dire così «riprendiamoci la città», ma stavolta non si sono accontentati di varcare le barricate per raggiungere piazza Palazzo, la piazza del Comune, ma hanno proseguito oltre raggiungendo via Sallustio, una delle arterie principali e di lì raggiungere tutti quei vicoli e vicoletti per 10 mesi interdetti ai cittadini dopo il terremoto del 6 aprile.

 

Diversamente dalla scorsa settimana, quando nessuno dei politici era intervenuto alla manifestazione, stavolta sia il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, sia la presidente della Provincia, Stefania Pezzopane, si sono uniti ai manifestanti per un confronto. Manifestanti che non hanno risparmiato critiche all'indirizzo di Cialente, vice commissario della ricostruzione, per i ritardi negli interventi nel centro storico e nella rimozione delle macerie che sono ai lati delle vie e delle piazze principali.

 

Il centro è presidiato dalle forze dell'ordine, che hanno scelto però di non intervenire alla richiesta dei manifestanti di varcare i blocchi, così ora tutto il centro dell'Aquila è al momento accessibile.

 

 I cittadini aquilani, dunque, hanno varcando i limiti della zona rossa in un clima di «rabbia ed esasperazione», spiega Cialente.  Il sindaco punta l'attenzione sul problema delle macerie: «Non è possibile trattare 4 milioni di tonnellate con la normativa dei rifiuti solidi urbani: è una follia. Di questo problema non può farsene carico il sindaco, il governo deve darci una mano. Ne ho già parlato a Chiodi, stiamo ragionando ma è necessario che il governo, il Parlamento, qualcuno intervenga».

 

Per Cialente serve l'aiuto di «organi preposti al controllo del territorio, il corpo forestale» fino anche all'«esercito» perchè «senza togliere le macerie non si può neppure pensare di ricostruire». A ciò si aggiunge, sottolinea Cialente, il fatto che «non si sta facendo nulla per il rilancio produttivo e la gente è disperata. Il Comune non ha avuto ancora i rimborsi dei mancati tributi e rischiamo il dissesto». Tutto ciò mentre «l'attenzione anche dei media sul dopo terremoto è calata», conclude Cialente.

Nuovo appuntamento per un'altra manifestazione domenica prossima, sempre nel centro della città. L’U 21

 

 

 

Infrastrutture e mercato. Quella via obbligata del nucleare

 

L’ANNUNCIO della costruzione di nuove centrali nucleari negli Usa fatto da un presidente tanto popolare come Barack Obama, che gli ambientalisti avevano a ragione arruolato fra le loro file ha gettato nella costernazione quello che, proprio sulle pagine di questo giornale, era stato chiamato “l’ecologismo del non fare”. Eppure, esso dovrebbe essere abituato a simili conversioni. Li chiama tradimenti, ma tali non sono. Si tratta invece di rimettere in discussione le proprie convinzioni ideologiche, valutando la realtà per quello che è. Molti dei guru dell’ecologia e dell’antinuclearismo da Lovelock a Stern hanno cambiato idea. Deve averlo fatto anche Obama. Ambientalismo e nucleare non sono contrapposti. Sono invece complementari. Obama lo dimostra.

L’ambientalismo del fare e la scelta del nucleare sono due passi obbligati se si vuole imboccare davvero la strada della crescita competitiva per soddisfare, soprattutto in Italia, quella domanda naturale di infrastrutture che da troppo tempo chiede invano di essere sostenuta. Così come, d’altro canto, sempre in casa nostra, va valutato positivamente il decreto Ronchi sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali perché punta a recuperare efficienza e qualità in settori vitali gestiti ancora con metodi vecchi e arretrati.

Per quanto riguarda in particolare il nucleare, è un dato di fatto che rappresenta il complemento più credibile e, comunque, l’unico possibile delle fonti fossili. Rappresenta nel mondo il 6% dell’energia primaria e produce il 16% dell’elettricità, contro meno dell’1% del solare e dell’eolico. Tale enorme divario è dovuto non solo a ragioni fisiche, ma al fatto che l’elettricità delle rinnovabili costa molto di più. Non se ne ha la percezione, poiché il sovraprezzo è generosamente pagato dall’erario o dagli altri consumatori di elettricità da fonti fossili. A parità di elettricità prodotta, il nucleare è l’energia primaria che causa minori perdite di vite umane e danni trascurabili all’ambiente. Occupa meno superficie. Non produce gas ad effetto serra. I due reattori, la cui costruzione inizierà alla fine del 2011 dopo il rilascio delle licenze e terminerà nel 2016, consentiranno un risparmio di 16 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, pari a quelle prodotte da tre milioni e mezzo di automobili.

Esistono beninteso problemi, quali quello dello stoccaggio geologico delle scorie ad alta attività e quello della garanzia che vengano accantonati tutti i fondi necessari allo smantellamento delle centrali, al termine della loro vita operativa, che si aggira sui 60 anni. Un’altra difficoltà deriva dagli elevati investimenti iniziali richiesti dal nucleare. Il loro ammortamento richiede tempi molto lunghi. Senza una garanzia pubblica, i tassi d’interesse pretesi dalle banche sarebbero proibitivi.

Il presidente Obama ha annunciato lo stanziamento sul bilancio 2010 di 8 miliardi di dollari (altri 54 miliardi sono stati proposti per il 2011), proprio per superare tale difficoltà. Essi garantiranno i crediti per la costruzione in Georgia di due reattori del tipo AP1000 della Westinghouse-Toshiba. Certamente, gli antinuclearisti di tutto il mondo affermeranno che la montagna di miliardi di dollari stanziati dimostrerebbe che il nucleare non è competitivo con le altre fonti di energia. Invece, quasi certamente, i contribuenti americani non sborseranno neppure un dollaro. Non si tratta infatti di un finanziamento a fondo perduto come quello da noi previsto per le rinnovabili ma di una garanzia al credito. Solo se i costruttori fallissero ad esempio per ritardi nell’entrata in funzione degli impianti lo Stato coprirebbe le perdite del sistema bancario. In tal modo, i tassi d’interesse saranno contenuti.

La copertura assicurativa annunciata da Obama è molto generosa. Si riferisce all’80% del costo dei reattori e sarà concessa a condizioni molto agevolate. Taluni esperti ritengono che i costruttori non l’utilizzeranno completamente, dato anche che i primi AP1000 verranno costruiti in Giappone e godranno quindi dei crediti giapponesi all’export. Meccanismi analoghi sono in atto in tutti i Paesi, a partire dal Giappone e dall’India e allo studio anche in Italia. Un Paese che ha già pagato un prezzo troppo elevato, nel suo recente passato, per un no ideologico e che non può più permettersi, su questa strada, il lusso di ritardi o esitazioni di sorta. CARLO JEAN IM 19

 

 

 

 

Minzolini, un Tg da guerra

 

Avvicinerò la realtà dell’informazione a quella che voi vivete ogni giorno nelle vostre case». Così disse Augusto Minzolini nel suo primo editoriale da direttore del Tg1. Ed aggiunse «avrò sempre in mente il dovere di informarvi in modo obiettivo e imparziale sui fatti che avvengono nel nostro Paese». Promesse non mantenute a più di otto mesi da quel giorno. La realtà delle case degli italiani è tutt’altra cosa rispetto alla vita delle farfalle e degli orsi polari, al ballo di moda e al campionato per decidere qual è la rosa più bella, notizie con le quali il direttore “alleggerisce” il notiziario. E di quell’informazione «obiettiva e imparziale» se n’è vista ben poca in questi mesi spesi a modellare sui desideri dell’editore di riferimento, che non è la Rai ma Berlusconi che direttore l’ha voluto facendo dal suo punto di vista un’ottima scelta, la realtà politica ed economica di un Paese in oggettiva e seria difficoltà.

 

Al di là della quotidiana visione di parte della realtà il direttore non si risparmia in editoriali che possono essere considerati un’involuzione di quel «minzolinismo» con cui il suddetto assurse all’onore dei vocabolari. Il primo descriveva un modo di fare giornalismo spregiudicato, senza guardare in faccia al potente di turno, forniva il retroscena per comprendere la scena. Quello di oggi fa da megafono ad una sola voce. E fornisce l’interpretazione di parte della scena per non far conoscere il retroscena. Che troppe volte è meglio nascondere. Il punto massimo il nostro lo raggiunge in proprio. In quegli editoriali, almeno otto, forse di più, con i quali ha detto chiaro e tondo ai telespettatori del telegiornale della rete ammiraglia della Rai come la pensa lui. Dunque il Cavaliere.

 

«Fare editoriali è un mio diritto» disse alla Commissione di Vigilanza che lo convocò in ottobre. «Non sono un direttore militante ma un direttore istituzionale» che è stato «censurato» da attacchi «incomprensibili». Incomprensibile. Una parola che al direttore piace. Così definì la manifestazione in difesa della libertà di stampa che si svolse a Roma il 3 ottobre. «Non è a rischio la libertà di stampa ma nell’informazione è in atto uno scontro di poteri e la manifestazione fotografa una disparità perché è stata convocata contro la decisione del premier di querelare Repubblica e l’Unità» mentre quelle che colpiscono giornali di diverso orientamento non sarebbero contestate allo stesso modo. Cominciò Minzolini con la «linea della moderazione e non del gossip» scelta per non raccontare ai telespettatori la vicenda D’Addario a Palazzo Grazioli, escort, Tarantini e quant’altro. «Abbiamo assunto una posizione prudente» che tale non è stata due righe dopo quando il direttore ricordò «la vicenda della foto di un collaboratore di Prodi ripreso in una situazione scabrosa».

 

La regola vale, ma non per tutti. Si appalesa il Minzo pensiero a corredo di tutti gli eventi in cui c’è stato bisogno di difendere a spada tratta il Cavaliere. Scontata la solidarietà e la richiesta di «un clima di rispetto» quando Berlusconi fu aggredito a Milano. Ma sempre di parte quando si spende sulla necessità di una riforma della giustizia e sul ripristino di una forma di immunità, ogni volta che c’è un possibile coinvolgimento di Berlusconi o dei suoi. Si arriva così al più recente editoriale, quello dell’altro giorno sull’uso delle intercettazioni «che non sono prove, ma siamo in campagna elettorale». Inesorabile risbuca la teoria cara al Gran Capo. La giustizia è ad orologeria. E l’allarme suona sempre per gli stessi. Meno male che Minzolini c’è.  Marcella Ciarnelli L’U 20

 

 

 

 

 

 

Africa. Migrazioni di ieri e di oggi

 

In Africa il nuovo viaggio di studio del Dossier Statistico Immigrazione

 

  ROMA - Si svolgerà in Africa il sesto viaggio di studio del Dossier Statistico Immigrazione per approfondire gli aspetti di un continente dal quale proviene attualmente circa un quarto dei cittadini stranieri in Italia e dove nel passato si stabilirono consistenti collettività di italiani. In precedenza, per quattro anni consecutivi, il gruppo si è recato nell’Est Europeo (Romania, Polonia, Ungheria, Ucraina) e nel 2009 in America Latina (a Buenos Aires).

 

  A guidare la delegazione sarà mons. Enrico Feroci, membro del comitato di presidenza del Dossier, con il supporto del coordinatore Franco Pittau e dei soci del Centro studi e ricerche Idos.

  Sede dell’incontro sarà Praia, nell’isola di Sao Tiago, che nel passato è stata il centro di smistamento degli schiavi in attesa di essere deportati oltreoceano.

  I partecipanti saranno 43. Ai redattori centrali e regionali del Dossier si sono aggiunti rappresentanti di sindacati, di organizzazioni professionali, di centri studio, di associazioni e del mondo accademico, come anche due giornalisti delle agenzie Sir e Redattore Sociale. Grazie al contributo di Western Union potranno partecipare anche due migranti africani residenti a Roma, mentre altri africani si uniranno sul posto: funzionari, migranti di ritorno e rappresentanti del mondo associativo.

 

  La trasferta, autofinanziata, si avvale del patrocinio dell’Ambasciata di Capo Verde a Roma e dell’Istituto delle Comunità Capoverdiane a Praia, presso la cui sede si svolgeranno le sessioni di lavoro.

  I lavori di gruppo prevedono più di 50 relazioni e relative discussioni, ripartite in quattro sessioni: 1.Gli scenari del continente africano; 2. Gli scenari delle presenze africane in Italia; 3.Le collettività africane in Italia; 4. La vecchia e la nuova emigrazione italiana in Africa.

  Gli approfondimenti saranno di natura storica, statistica, giuridica,  economica, culturale, religiosa e non mancherà il supporto di testimonianze e storie di vita. Il viaggio di studio si chiuderà con una conferenza stampa alla quale parteciperanno anche i rappresentanti del Governo capoverdiano, mentre in precedenza è previsto un incontro con il Presidente della Repubblica.

  Le relazioni, opportunamente completate, verranno raccolte in un volume destinato a sensibilizzare alle prospettive dell’immigrazione africana in Italia. Altri contributi di studio potrebbero essere presi in considerazione: inviarli a idos@dossierimmigrazione.it entro marzo così che la pubblicazione possa essere conclusa all’inizio di luglio.

  Attualmente gli africani sono circa un miliardo e in Italia c’è un milione di persone originarie di quel continente. Nel 2050 è prevista in Africa una popolazione di 2 miliardi di persone: il viaggio di studio servirà anche per individuare le nuove prospettive che potranno determinarsi  e le politiche da porre in essere.  (Inform)

 

 

 

 

Immigrazione e diritti. Ecco una nuova sezione

 

Il sito dell’Unità da oggi si «occupa» di immigrazione. Di migranti e “nuovi” italiani ne abbiamo sempre raccontato le storie e le battaglie per i diritti, ma per «occuparcene» meglio da oggi trovate una nuova sezione su www.unita.it. Uno spazio di informazione e approfondimento ma, soprattutto, uno spazio di servizio per i migranti d’Italia.

 

Ci saranno storie, racconti, dossier statistici, inchieste, ma anche vademecum e approfondimenti giuridici sui diritti dovuti e negati grazie alla collaborazione con l’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Si comincia oggi con il presidente Asgi, Lorenzo Trucco, e il tema dell’art.18, previsto dal Testo Unico sull’immigrazione e riproposto dalla Bossi-Fini, che prevede il rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale. Una norma che andrebbe estesa anche alle vittime del caporalato e non solo a quelle della tratta delle prostitute straniere, come accade oggi.

 

Tra i tanti temi l’aggravante di clandestinità e le sue conseguenze, il rapporto dello straniero con la pubblica amministrazione, fino all’ultima boutade del governo sui permessi di soggiorno. Basterà cliccare nella sezione Immigrazione e da qui si potrà accedere ai documenti, i racconti dei protagonisti, all’Osservatorio sul razzismo e ai blog dei nostri autori. A guidarci un logo che ci ricorda quando gli immigrati eravamo noi italiani. Un clic per approfondire e conoscere. Perché l’immigrazione è vero che va governata ma non con le ronde e i rastrellamenti. La parola chiave è integrazione. Maristella iervasi L’U 19

 

 

 

La Newsletter della Camera di commercio italiana in Svizzera

 

Gli eventi in programma per gli operatori economici interessati allo sviluppo delle relazioni commerciali con l’Italia

 

  ZURIGO – Tra gli eventi segnalati dalla Newsletter della Camera di commercio italiana in Svizzera, il 24 febbraio alle ore 11.30 la “Giornata europea della mozzarella di bufala campana DOP”, organizzata presso la CCIS dalla Camera di commercio di Salerno. 30 operatori della gastronomia locale insieme a stampa specializzata, autorità e istituzioni italiane in loco sono invitate alla degustazione di uno dei prodotti più noti del territorio campano.

  Tra le altre novità in programma, l’8 marzo presso il Baur au Lac a Zurigo, una degustazione dedicata ai vini e alle grappe del Trentino nell’ambito dell’iniziativa “Vini trentini in Tour”, che attraverserà, tra marzo e aprile, il cuore dell’Europa, per arrivare a Berlino.

  Proseguono, inoltre, le iniziative della CCIS alla scoperta del territorio italiano, con un “Educational Tour” nel Vercellese, incentrato sull’approfondimento della conoscenza dei piatti tipici e delle particolarità turistiche dell’area.

  Le prossime missioni imprenditoriali saranno invece a Benevento, Parma e in Sicilia, mentre si segnala l’imminente partecipazione al Salone dell’Olio, organizzato a Trieste dal 5 all’8 marzo, e a Vinitaly, il Salone del vino e dei distillati in calendario a Verona, dal 7 all’11 aprile 2010.

  Spazio anche alla promozione della lingua italiana con la presentazione della certificazione PLIDA, curata dalla Società Dante Alighieri, a Baden, l’11 marzo.

  Per consultare nel dettaglio la newsletter: www.ccis.ch. (Inform)

 

 

 

 

Integrationsbeauftragte Böhmer: "Alarmierend hoher Migrantenanteil bei Hartz IV"

 

Die I