WEBGIORNALE 25-28 Febbraio 2010
Confermate le chiusure dei Consolati di Saarbrucken, Mannheim, Amburgo e
Norimberga
La Germania
diventa un “laboratorio” dove il Governo vuole “sperimentare” soluzioni per il
futuro
Roma - Il
Sottosegretario agli esteri, Alfredo Mantica, è tornato nartedì mattina a
riferire sul piano di razionalizzazione della rete consolare di fronte alle
Commissioni esteri riunite di Camera e Senato. Come previsto da diverse
risoluzioni approvate l’anno scorso, il Governo aggiornerà il Parlamento sullo
stato dei lavori portato avanti dalla Farnesina fino a tutto il 2011 e oltre.
"Questa – ha
esordito Mantica – è una audizione chiesta dal Governo per fornire un
aggiornamento doveroso prima del Consiglio d’Amministrazione del Mae che
deciderà le operazioni di chiusura del secondo semestre 2010". Prima di
entrare nel merito, il sottosegretario ha tenuto a precisare che il Ministero
sta "già facendo una serie di investimenti" a cominciare dalle
"istallazioni degli sportelli Sifc" iniziate dalle sedi consolari in
Europa e che coinvolgeranno tutti i Consolati entro il 2011. "Parlo di
investimenti perché tutto ciò ha un costo che copriamo anche con le risorse
recuperate dal piano di razionalizzazione".
La seconda
precisazione del sottosegretario ha riguardato i contatti con le autorità
locali dei Paesi in cui la Farnesina ha deciso di chiudere sedi consolari:
"abbiamo sostenuto colloqui con autorità locali in Germania, dove il
nostro Ambasciatore ha incontrato i presidenti dei Land; incontri ci sono stati
anche in Svizzera e Belgio. Sono stati svolti accertamenti sulle singole
sedi". Insomma, in questi mesi il Mae ha portato avanti un "lavoro
molto intenso per rispondere alle osservazioni dei parlamentari".
"Non dobbiamo
poi dimenticare – ha proseguito – che c’è in atto un progetto di integrazione
europea e che è nato il servizio europeo per l’azione esterna di cui dovremo
tenere conto visto che diminuirà l’esigenza di adempimenti consolari
nazionali" prevedendo "documenti di carattere europeo comuni a tutti
i cittadini residenti nell’Ue". Inoltre, il Mae deve essere attento ai
nuovi mercati e a "nuove situazioni" che "richiedono una diversa
presenza sul territorio: penso, solo per citare i giornali di stamane alla zona
doganale aperta dall’Italia in Bielorussia per Bielorussia, Russia e
Kazakistan".
Quello della
razionalizzazione "non è un fenomeno solo italiano: tanti paesi europei –
ha spiegato Mantica – stanno razionalizzando le loro reti periferiche, alcuni
prevedendo la chiusura di Ambasciate bilaterali nell’Ue. Cosa che l’Italia non
farà". Dopo aver ricordato l’attivazione dell’emissione dei passaporti
elettronici, quelli con le impronte digitali, per cui l’Italia ha scelto di
dislocare ben 250 postazioni, 120 nei Consolati e 130 in Italia -cosa per cui
ha ottenuto dall’Ue una proroga per adeguarsi alla direttiva comunitaria,
Mantica è passato ai dati sulla rete consolare, confermando per la Francia la chiusura del Consolato di Mulhouse con il
trasferimento a Metz. In
Svizzera chiude
l’agenzia consolare di Coira con trasferimento a San Gallo a partire dal 1
giugno. In Belgio chiude il consolato di Bruxelles nel senso che verrà
trasferito presso l’Ambasciata a partire dal 1 giugno, l’agenzia consolare Genk
a partire dal 1 giugno ed a Liegi, dove resta il consolato onorario, a partire
dall’autunno 2010
Crica le chiusure
consolari in Germania, Mantica ha detto testualmente:
“Saarbrucken:
abbiamo avuto 4 o 5 incontri con le autorità locali. Abbiamo raggiunto un
accordo col governo per utilizzare la struttura del Land e lasciare così un
ufficio consolare, ma il Governo di Saarbrucken si è offeso, dicendo che non
accetta l’agenzia consolare. Ancora non ho deciso cosa fare ma il governo
italiano non può accettare di trattare con governi locali su come e quando
definire la propria presenza su quel territorio. Come dire: se mi date la sede
lascio la struttura che voglio io. Non possiamo trattare con governi locali che
fino all’altro ieri ignoravano la nostra presenza. Riassumendo: apriremmo uno
sportello consolare nel Palazzo del Governo regionale, in cui avremo una
stanza, presumibilmente a partire dal giugno 2010, dunque accadrà in autunno.
In Germania chiudiamo
4 consolati, oltre a Saarbrucken, Mannheim, Amburgo e Norimberga. Il Paese
diventerà una sorta di "laboratorio" in cui faremo alcune
valutazioni, visto che non c’è una formula matematica certa di come andranno le
cose. Quindi abbiamo pensato di fare quattro "esperimenti" per
ciascuna delle quattro sedi: se a Saarbrucken rimarremo con uno sportello
consolare, a Mannheim chiudiamo senza lasciare nessuna struttura. A partire da
ottobre 2010.
Amburgo: a fine
2010, ma molto più probabilmente a inizio 2011, stiamo trattando, devo dire con
grande partecipazione del governo locale, per un consolato onorario limitato
alle attività portuali (visti) e per uno sportello consolare da trasferire
nella sede dell’IIC per tutto il resto. In più, vi ricordo che già c’è un
console onorario a Brema. È un’ipotesi tutta nuova: ci sarebbero due uffici
italiani, quindi c’è da discutere soprattutto per il ruolo del console onorario
"limitato" al porto. A partire dal gennaio 2011.
Norimberga: chiude
il consolato e rimane un’agenzia consolare "asciutta" rispetto alle
tradizionali che hanno una media di 5 dipendenti Mae e 7-8 contrattisti. Quando
dico "asciutta" penso a 2 dipendenti mandati dalla Farnesina e a 3
contrattisti. A partire dal 1 giugno”.
(ma.cip.aise-de.it.press)
Dietro la razionalizzazione consolare: il nulla. La Confsal Unsa chiede un
incontro con Frattini
In Germania
chiudiamo 4 Consolati, oltre a Saarbrucken, anche Mannheim, Amburgo e
Norimberga. Il Paese diventerà una sorta di "laboratorio" in cui
faremo alcune valutazioni, visto che non c’è una formula matematica certa di
come andranno le cose. Quindi abbiamo pensato di fare quattro
"esperimenti" per ciascuna delle quattro sedi: se a Saarbrucken
rimarremo con uno sportello consolare, a Mannheim chiudiamo senza lasciare
nessuna struttura, a partire da ottobre 2010. (Sen. Alfredo Mantica,
Sottosegretario agli Esteri con delega per gli italiani nel mondo)
Le sconcertanti
parole del Sottosegretario Mantica da leggere in un comunicato stampa apparso
oggi online su aise (vedi art. precedente, ndr), non solo ci lasciano allibiti,
ma confermano un’ipotesi che il nostro Sindacato ha avanzato dall’inizio
dell’annunciata „razionalizzazione della rete consolare“, cioè dietro al
progetto il nulla!
Quali sono i
parametri della „razionalizzazione“ ci stiamo chiedendo dal giugno 2009
ad oggi, 23 febbraio 2010, giornata dell’audizione del Sottosegretario Mantica
in Parlamento? Un‘ ipotesi di risparmio? Ora la risposta è chiarissima e alla
portata di tutti: nessun progetto ragionato e strutturato per garantire
parametri di efficienza, funzionalità gestionale e semplificazione delle
procedure burocratiche!
Chiusure per
diletto, per pura voglia di sperimentare nuove formule, per creare laboratori
per chissà quali ricerche e naturalmente questo tutto sulla pelle del personale
(a contratto e di ruolo) coinvolto in questo assurdo piano di
razionalizzazione, e della nostra comunità italiana all’estero, per la quale il
nostro Sottosegretario agli Esteri con delega per gli italiani nel mondo, non
sembra avere molta stima, considerato che vuole negare ai nostri
connazionali all’estero elementari servizi.
Pensare e attuare
un piano di „razionalizzazione e modernizzazione della nostra rete estera“
significa aprirsi ad un dialogo costruttivo, esaminare alternative e sanare
prima quelle ingiustizie e quelle situazioni che sono ancora causa di molto
malcontento e arretratezza. Arretratezza dei sistemi informatici e di certe
procedure; personale a contratto frustrato che attende da ben 9 anni diritti
sindacali e che in parecchie parti del mondo riceve stipendi non adeguati e
alla soglia della sopravvivenza. Anche la lenta ma costante diminuzione di
posti funzione all´estero per il personale delle Aree Funzionali - salvo poi
esternalizzare i servizi a società presenti nelle realtà locali – rientra
in una politica che si è dimostrata deleteria per la rete diplomatico-consolare
di questo Ministero. Tutti questi elementi vanno considerati se si vuole
attuare un piano veramente ben meditato.
L’audizione del
Sottosegretario Mantica davanti alle Commissioni Esteri riunite di Camera e
Senato non ha portato nulla di nuovo sul fronte della razionalizzazione,
dunque. Al contrario strutture che in un primo momento erano scomparse dalla
mappatura delle sedi da depennare, riappaiono oggi più a rischio che mai:
Detroit, Filadelfia, Brisbane, Adelaide.
Ma andiamo pure
per ordine. Le sedi oggetto di delibera dal 10 dicembre 2009 al 10 ottobre 2010
sono: Basilea, Karachi, Mulhouse, Coira, Saarbrücken, Norimberga, Bruxelles e
Genk. Qui si parla di molti declassamenti e della chiusura di Genk e Coira. I
declassamenti sono previsti per Basilea (da Consolato Generale a Consolato dal
1 dicembre 2009), Karachi (da Consolato Generale a Consolato dal 1 marzo 2010)
e Norimberga (da Consolato ad Agenzia Consolare dal 1 luglio 2010). Il
Consolato di Mulhouse diventa dal 1 luglio 2010 Sportello e fa riferimento al
Consolato Generale di Metz. L‘ Agenzia Consolare di Coira verrà chiusa e accorpata
dal 1 luglio 2010 al Consolato di 1. Categoria di San Gallo. Il Consolato di
Saarbrücken diventerà Sportello a partire dal 1 luglio 2010 e fa riferimento al
Consolato Generale di Francoforte. Il Consolato di Bruxelles e l’Agenzia
Consolare di Genk verranno trasferite all’Ambasciata di Bruxelles.
Le sedi non ancora
oggetto di delibera sono dall’autunno 2010 all’inverno 2011: Durban, Liegi,
Mannheim, Alessandria, Amburgo. Per le sedi di Durban e Liegi si prevede a
partire dall’autunno 2010 la trasformazione in Consolato onorario. Per
l’Agenzia Consolare di Mannheim si prevede la chiusura e l’accorpamento al
Consolato Generale di Stoccarda, mentre per il Consolato Generale di
Alessandria si pensa ad un declassamento. Il Consolato Generale di Amburgo, invece,
dovrebbe diventare a partire dal 2011 Consolato onorario e /o sportello,
facendo riferimento al Consolato Generale di Hannover.
I „laboratori
creativi“ proseguono anche dal 2011 in poi, e le sedi coinvolte nei vari
„esperimenti“ a rischio di totale chiusura sono: Lille, Filadelfia, Mons,
Brisbane, Adelaide, Detroit, Gedda, Losanna e Manchester.
La Confsal-Unsa
Esteri, unico sindacato a lottare con veemenza con i propri iscritti e insieme
a tutte le forze politiche e sociali già scese in campo, continuerà ad opporsi
ad un piano assurdo. In questo senso vogliamo ricordare a chi ci legge che
all’inizio dell’annunciata razionalizzazione si pensava solamente di chiudere
le ben 20 sedi interessate, senza prendere in considerazione alternativa
alcuna, come, ad esempio, quella costituita dal declassamento. In
considerazione dei risultati raggiunti nel frattempo siamo ora consapevoli che
serve continuare a lottare e serve una forte azione congiunta per scongiurare
ulteriori chiusure arbitrarie !
Il Segretario
Generale della Federazione Confsal-Unsa, Massimo Battaglia, a cui fa capo il
nostro Coordinamento Esteri, ha chiesto proprio in queste ore un immediato
incontro con il Ministro degli Esteri, on. Franco Frattini, al fine di evitare
ulteriori iniziative sindacali.
Rimaniamo in
attesa degli esiti e proseguiamo con tutte le nostre forze a dire NO ad un
piano che affonda le proprie radici nel vuoto, nel nulla più assoluto!
Confsal Unsa
Coordinamento Esteri
“Il vero fine di
tutta questa manovra, se sommato alle centinaia di decurtazioni
e negazioni di diritti degli ultimi mesi – commenta il Coordinamento
dei contrattisti degli IIC in Germania Cristina Rizzotti (Stoccarda), Nicola
Fresa (Amburgo) e Beppe Scorsone (Monaco di Baviera) - è il ridimensionamento
politico degli Italiani all'estero. È una morte in pillole a cui noi tutti
stiamo andando incontro. Aspettiamoci cupi sviluppi”. (de.it.press)
Rete consolare. Gli interventi degli eletti all’estero. Nuovo aggiornamento
in Giugno
Roma - Apprezzamento
per l’attività di aggiornamento del Governo nei riguardi del Parlamento, ma sul
piano di razionalizzazione della rete consolare, gli eletti all’estero
continuano ad essere perplessi o preoccupati, o entrambe le cose. Questo, in
sintesi, quanto emerso nel dibattito seguito alla relazione del sottosegretario
agli esteri Alfredo Mantica che martedì mattina è stato ascoltato dalle
Commissioni esteri di Camera e Senato.
Primo ad
intervenire, Marco Fedi (Pd) ha esordito annotando che "rispetto alla
prima impostazione del piano è cambiato poco; solo "a partire dal"
cioè chiusure in progressione nell’arco di 3 o 4 mesi, ma mancano modifiche
sostanziali. Spero che questo tempo sia stato utile alla Farnesina per
disegnare le vere riforme da discutere a breve. A cominciare da quella del
Ministero degli Esteri per darci così un quadro di riferimento dei nuovi
consolati che ad oggi è solo teorico". Rispetto alla questione, ha proseguito,
"la nostra prima preoccupazione è: se noi pensiamo a una gestione diversa
dei consolati, a razionalizzare puntando su più efficacia e più informatica e
questo non avviene, significa che procediamo a chiusure quando tutto il resto è
ancora teorico".
"Sulla
riforma del Mae e sul Decreto sui nuovi consolati – ha ribadito Fedi – non c’è
stato il confronto che noi auspichiamo. Chiedo a Mantica di aprire un dibattito
con le commissioni competenti per capire quale sarà il nuovo quadro di
riferimento. Solo in questa nuova luce possiamo discutere". Quanto alla
raizonalizzaizone, Fedi ha criticato la previsione del consoli onorari perché
"sanno di Repubblica delle banane". Al contrario, "è
indispensabile avere agenzie consolari, cioè strutture di servizio, e coordinare
il Sistema Italia nel mondo. Per le imprese – ha ricordato Fedi – ci sono altre
strutture come gli Uffici Ice e le Camere di Commercio". Tornando al
piano, Fedi ha ribadito che occorre "accelerare il dibattito sulle vere
riforme sul Mae, sul decreto sui consolati, ma anche sul modo di gestione del
personale a contratto, sull’assegnazione delle sedi e così via".
Salutando il
senatore Dini, ministro degli esteri di qualche anno fa e ora presidente della
Commissione esteri del Senato, Gianni Farina (Pd) ha ricordato che la
ristrutturazione consolare iniziò proprio con Dini alla Farnesina. Quindi,
rivolto a Mantica si è detto "ottimista" sia sulla "querelle
Losanna - Ginevra che, se ho capito bene rimangono sedi in sospeso, un ripensamento
frutto anche dei suggerimenti della collettività; sia su Lille che lei,
sottosegretario, non ha citato. Quindi do per acquisito che ci state
ripensando". Al contrario di Fedi, Farina si è detto "molto d’accordo
sul tentativo di costituire consoli onorari dove necessario, al di là delle
ristrutturazioni e delle chiusure su cui politicamente voglio ricordare che con
Dini al Mae si chiusero sede importanti ovunque esclusa la Germania, tanto che
si parlò di sospetti; le chiusure furono attuate attraverso informazione e dibattito
che interessò tutte le collettività. Dunque invito Mantica a partecipare alle
continentali del Cgie: sollevi questi problemi, inviti i presidenti dei Comites
e delle associazioni e dibatta. Le collettività non sono chiuse ai cambiamenti,
ma vogliono capire cosa succede".
Guglielmo Picchi
(Pdl) ha prima portato i saluti del collega Di Biagio, impossibilitato a
partecipare, e poi sostenuto che "la pausa di 6 mesi dalla risoluzione
abbia fatto bene al Mae, visto che ci sono novità che, se non completamente
soddisfacenti, almeno segnano un cambio di passo utile. Apprezzo gli sforzi per
la soluzione di Mulhouse verso Basilea e concordo con molte delle soluzioni, ma
credo si possa fare ancora meglio". Sulla proiezione dell’Italia in
Europa, accennata dal sottosegretario nella sua relazione, Picchi ha
commentato: "i documenti comuni europei sono al di là da venire: quando
accadrà, sarò il primo a dire che i consolati non servono più, ma ne passerà di
tempo". Quanto ai contatti con le autorità locali, soprattutto tedesche
(Saarland), Picchi ha riconosciuto che "a volte può non essere piacevole
ma il governo per tutelare i suoi cittadini deve dialogare anche con i governi
locali per mantenere la sua presenza sul territorio". D’accordo con Fedi
sulla necessità di accelerare il dibattito sulla riforma del Ministero, Picchi
ha concluso sostenendo che "il finanziamento della rappresentanza italiana
nel mondo non riguarda solo il Mae ma anche altri ministeri. Non vedo perché
non si possa coinvolgere le regioni".
Le chiusure in
Svizzera sono state al centro dell’intervento di Antonio Razzi (Idv): "ho
presentato interpellanze sia su Coira che su Losanna. Non condivido nessuna
chiusura in Svizzera, così come nel 2010 non l’ho fatto quando chiuse Lucerna,
sede per cui ho chiesto un console onorario che servirebbe 20mila italiani che
ora devono andare a Zurigo, quando a Lucerna c’è una Casa d’Italia enorme a
costo zero perché è nostra. Al tempo stesso, Wettingen è aperta con meno 17mila
italiani e a pochi chilometri da Zurigo; così come Neuchatel".
Unico senatore a
prendere la parola, Nino Randazzo (Pd) ha brevemente chiesto a Mantica un
chiarimento e cioè "in questo quadro di riforma del Mae, siamo solo alla
prima fase di un piano di chiusura? È tutto qui il ridimensionamento della rete
o dobbiamo aspettarci altro?".
"Molto
perplessa" si è detta invece Laura Garavini (Pd) secondo cui "se
nella prima presentazione del piano c’eravamo trovati di fronte ad una proposta
che non dava l’idea di un piano organico, razionale, che tenesse conto delle
esigenze, questo aggiornamento non solo ci ribadisce quei dubbi, ma ci troviamo
di fronte ad un peggioramento perché l’impressione che ne deriva è che si stia
cercando di rattoppare qua e là senza fornire risposte organiche o misure rispondenti
ad un piano prospettico, di sviluppo e miglioramento della rete". la
deputata ha quindi sottolineato che "tali misure non produrranno risparmi
considerevoli" e chiesto: "come mai si sta procedendo dal momento che
con l’approvazione della risoluzione il Governo si era impegnato a
riconsiderare il piano?". Sulle difficoltà nel dialogo con il Land di
Saarbrucken espresse da Mantica, Garavini ha ricordato che "sin
dall’inizio le avevamo detto che pur essendoci offerte dai locali, sembrava una
richiesta di elemosina da parte dell’Italia. Dall’inizio ci si doveva chiedere
se era opportuno, anche diplomaticamente. In ogni caso, tutti i Land hanno dato
disponibilità: il presidente Muller per il Saarland, da Amburgo è arrivata una
intera delegazione comunale alla Camera, senza che nessuno del governo la
ricevesse; disponibilità anche dal consiglio comunale di Norimberga e dal Land
della Baviera con una lettera inviata a Frattini". Offerte di aiuto che
non sono state prese in considerazione, ha deplorato la deputata, in favore di
"soluzioni che lasciano il tempo che trovano" a cominciare dalla
"decisione opinabile di preferire i consoli onorari alle agenzie".
Fabio Porta (Pd)
ha voluto evidenziare "il paradosso del piano che di per sé dovrebbe
presupporre non solo tagli, ma anche potenziamento, mentre da un anno e mezzo
si parla solo di chiusure". Per Porta, il caso delle sedi consolari del
Sud America "dimostra come stiamo continuando a pensare solo a dove
risparmiare, ma non investiamo: quando parleremo di potenziamento strategico
dei consolati?", si è chiesto il deputato che si è poi riferito alla
prossima visita in Brasile del Presidente Berlusconi: "sappiate che è
stato sospeso il contratto di giardinaggio dell’Ambasciata. Può sembrare banale
ma ora ci sono scorpioni velenosi in Ambasciata e il dengue si è moltiplicato
del 700%. Io ci tengo alla salute di Berlusconi, ma anche a quella del
personale e dei nostri connazionali".
Franco Narducci
(Pd), che ha presieduto la seduta, ha ricordato che la risoluzione a sua firma
approvata in luglio "non voleva scatenare la guerra tra poveri, ma
impegnare a tenere in considerazioni altre soluzioni oltre a quelle
prospettate". Sul "peso" di ciascuna sede, Narducci ha ricordato
che "quello che conta sono gli atti consolari: si veda agenzia per agenzia
quanti atti sono prodotti anno per anno. Apprezzo molto lo sforzo del Governo
di indicare alternative. Abbiamo visto l’uso dell’informatizzazione, ma
continuiamo a dire con umiltà e aperti al dialogo: serve una presenza sul
territorio, una sede dove per altro installare i terminal informatici di cui si
parla". Infine, Narducci ha sostenuto che "il Governo deve fare di
tutto per evitare che sorgano conflitti tra le comunità e i consoli onorari,
soprattutto in Europa, rappresentano questo potenziale fattore di aumento di
divisione tra le comunità. Per il bene del nostro paese, qualsiasi Governo deve
evitare questa situazione".
Nella sua replica,
Mantica ha cominciato col rispondere al senatore Randazzo sostenendo che al
momento non c’è intenzione di procedere con altre chiusure ma che non si può
escludere. "Si deve entrare nell’ordine di idee che le modifiche della
rete sono un fatto continuo e costante. Non so cosa farò nel 2012, potrebbero
nascere altre esigenze. Negli altri paesi è normale, invece per noi la rete è
immodificabile".
Sulla riforma del
Mae citata da Fedi e richiamata da Picchi, il sottosegretario ha riconosciuto
che "c’è un nesso con la riforma dei consolati, ma credo anche che le
stesse viaggino abbastanza separatamente". Sugli uffici commerciali, per
Mantica "ciascuno fa il suo mestiere. Il consolato a Timisoara ha ragion
d’esser perché ci sono le imprese italiane: le Ccie fanno un altro mestiere.
Alla integrazione delle strutture della rete con gli uffici Ice dico
pensiamoci: questo è un altro discorso su cui le posso dare ragioni, ma nessuno
sostituisce l’altro".
L’ultima battuta
per Laura Garavini: "devo dire, francamente, con lei ho dei
problemi", ha detto Mantica. "Se dico che dobbiamo risparmiare, lei
dice che non si può fare una razionalizzazione per risparmiare; mi ha detto
questa mattina "non si risparmia nemmeno, non si può fare una
razionalizzazione se non risparmia nemmeno"; se dico che si investe, le mi
dice che non si deve investire; a questo punto mi dica lei cosa devo fare
perché delle tre strade che avevo in mente non ne va bene nessuna". Sul
"caso-Saarbrucken", Mantica ha invitato tutti a "vedere la
realtà" e cioè che "quelle dei Land tedeschi sono operazioni di immagine
in cui la questione italiana non c’entra. Ogni Land tedesco vuole un consolato
perché è l’ambasciata d’Italia sul territorio. Saarbrucken ci ha detto non solo
"se non sarà un Consolato non vi diamo l’affitto", ma ha pure
aggiunto "non permettevi di aprire un’agenzia consolare a Norimberga
perché in Baviera basta Monaco". Io tengo conto di questo, capisco che è
importante avere buoni rapporti con i Land. Cercherò di trovare una soluzione a
Saarbrucken al quale abbiamo comunque spiegato che un consolato generale di
Francia è meno di uno sportello consolare nostro, ha solo un grande cartello
con su scritto "consolato generale". Ora, se vogliono il cartello
glielo faccio di oro zecchino, ma poi dentro l’ufficio ci sono due impiegati. A
parte le chiacchiere – ha detto ancora il sottosegretario – nessuno a
Saarbrucken ci ha offerto strutture o affitti a prezzi non di mercato. E a
prezzi di mercato siamo capaci di trovarci una sede da soli".
Infine,
sollecitato da Narducci, Mantica ha prospettato un nuovo appuntamento di fronte
alle commissioni a fine giugno, primi luglio, quando molto probabilmente
saranno già avviate le procedure di chiusura previste nel secondo semestre
dell’anno. (m.c.\aise)
Ristrutturazione della rete consolare è sinonimo di chiusura: duro
colpo per gli italiani all’estero
Dopo molte attese,
date le notizie allarmanti, ancora una volta il Sottosegretario Mantica, in una
audizione in Commissione esteri della Camera dei Deputati conferma la decisione
presa circa la controversa razionalizzazione della rete consolare anche se con
una diversa scansione temporale.
Mantica ha
sottolineato che lo sviluppo temporale del piano avrà una scansione tale da
permettere l’interazione di più fattori, ma io mi chiedo se è razionale
procedere alla riforma del Ministero degli Affari esteri senza tener conto
della ristrutturazione della rete consolare. Non credo sia condivisibile uno
scenario siffatto proprio perché dovrebbero potersi attuare quelle sinergie,
quelle interazioni di cui parla lo stesso sen. Mantica. Preoccupato del futuro
del Sistema Italia nel mondo ho da tempo promosso, assieme ad altri colleghi ed
in maniera bipartisan, iniziative parlamentari tese a impegnare il Governo a
riconsiderare le modalità di razionalizzazione degli uffici consolari
all’estero, effettuando una valutazione comparativa dell’effettivo peso
specifico delle diverse sedi diplomatiche ed una attenta riflessione su come
rivedere l’intera attività consolare. Tali azioni hanno avuto come apice
legislativo l’approvazione di una risoluzione che ho promosso, sempre in
maniera bipartisan, in Commissione esteri che oltre ad impegnare il Governo ad
effettuare le dovute riconsiderazioni sul processo di razionalizzazione della
rete consolare lo impegnava anche a promuovere “un’accelerazione del processo
di revisione e ammodernamento delle procedure amministrative, nonché
l’informatizzazione destinata al funzionamento del consolato digitale”.
Tuttavia, tra i
nostri concittadini nel mondo, oltre ogni distinzione politica, sono continuate
le proteste anche attraverso la costituzione di comitati ad hoc di difesa delle
sedi consolari; evidentemente avevano ben intuito che gli appelli e anche gli
atti formali del Parlamento non avrebbero trovato domicilio presso il Governo.
Devo anche ricordare gli appelli dei rappresentanti di istituzioni di Paesi
stranieri, tra cui il Primo ministro australiano, Kevin Rudd e rappresentanti
dei Lander tedeschi, dove vivono numerose comunità italiane.
Ma la linea
direttrice è rimasta sempre quella: chiudere, declassare e accorpare anche
evocando un ipotetico ruolo sostitutivo e aggiuntivo dei sistemi informatici,
ma mi preme ricordare che non ancora abbiamo la messa in rete delle
informazioni AIRE tra consolati e comuni di origine. Non ci rendiamo conto che
se si procede con lo smantellamento della rete consolare non facciamo altro che
infliggere un ulteriore colpo alle nostra comunità all’estero dopo quelli
inferti con la Finanziaria attraverso i tagli che tutti ormai conoscono.
Ovviamente ne risentiranno la credibilità delle nostre istituzioni ed il senso
di fiducia che i nostri connazionali hanno sempre avuto nei confronti della
terra d’origine. Non riteniamo che decine di migliaia di cittadini si possano
spostare da un Consolato in chiusura ad un altro da attrezzare a riceverli
come fossero pedine di un gioco della scacchiera della geopolitica. Essi sono
cittadini italiani con pari diritti e dignità di quelli residenti nei confini
nazionali e non possiamo accettare che vengano trattati in questo modo.
Si pensa di
chiudere consolati, in Svizzera, misurando le distanze sulla carta, ma chi
conosce bene il territorio sa quale difficoltà rappresenta per un pensionato
muoversi tra le valli e i monti di una realtà diversificata quanto complessa di
cui è prova evidente l’esistenza dei Cantoni. E allora come si fa a chiudere
l’Agenzia consolare di Coira? O il Consolato di Losanna? E come si può
trascurare il ruolo fondamentale delle strutture di Saarbruecken o di Liegi?
Tutte sedi in smantellamento assieme ad altre altrettanto funzionali e strategiche
per la nostra comunità all’estero. Ancora una volta invito a non procedere a
tagliare i servizi e se si vuole cambiare le modalità di erogazione dei servizi
stessi tali modalità devono essere accessibili a tutti garantendo parità di
diritti ai cittadini come sancisce la Carta costituzionale.
Il cosiddetto
piano di razionalizzazione come attualmente si prospetta non garantisce tali
diritti. Franco Narducci, de.it.press
Decreto milleproroghe, mancata occasione per discutere su alcuni problemi
degli italiani nel mondo
“La compressione
dei lavori a Montecitorio e il probabile voto di fiducia sulla conversione del
decreto mille proroghe non ci daranno occasione di approfondire temi molto
importanti per le comunità italiane nel mondo” afferma Marco Fedi , deputato Pd
della Circoscrizione Estero. “La conversione del decreto di proroga termini
avrebbe potuto consentire –spiega - una discussione sui temi
dell’informazione, a proposito della Convenzione con Rai Italia e il previsto
taglio di 12 milioni di euro, oltre alla questione dei fondi per l’editoria”.
“La discussione avrebbe potuto riguardare anche le detrazioni per carichi di
famiglia per i residenti all’estero” aggiunge Fedi ricordando che “più volte
sono stati presentati, su questo tema, emendamenti ed ordini del giorno, sia
dall’opposizione che dalla maggioranza”.
“Avremmo potuto discutere anche di
cittadinanza – continua il deputato Pd – non solo per la proroga per il
riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti
nei territori appartenuti all'Impero austro-ungarico e ai loro discendenti ma
anche per la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza
italiana”.
“Il voto di fiducia limiterà il dibattito e –
conclude Marco Fedi - perderemo un’altra occasione per evidenziare le
carenze strutturali degli interventi a favore degli italiani nel mondo”.
(Inform)
Tagli alla scuola italiana all’estero: si rende precario tutto il settore
Roma – Il
Segretario generale della Uil Scuola, Massimo Di Menna si fa oggi portavoce
della "grave preoccupazione" del sindacato "per i tagli alla
scuola statale e ai corsi di lingua italiana all’estero, annunciati nei giorni
scorsi dal Ministero degli esteri" definiti "particolarmente
negativi" soprattutto "nelle nostre scuole in Europa, in Africa e in
Sud America, dove la domanda di lingua e cultura italiana ha registrato in
questi anni un costante aumento e sempre più crescente è la richiesta di
servizi culturali stabili e di qualità".
"Anche nel
nostro Congresso di Lecce – ricorda Di Menna – abbiamo con forza denunciato il
rischio che i tagli indiscriminati al servizio scolastico italiano all’estero
possano, non solo compromettere i diritti dei lavoratori e dell’utenza, ma la
stessa sopravvivenza di queste nostre istituzioni, che operano nel campo della
promozione e della diffusione della lingua italiana e rappresentano un
essenziale strumento della politica estera del nostro Paese". "Per
questo – ricorda il segretario di Uil Scuola – la Uil scuola sollecita da anni
il Parlamento e il Governo ad intervenire, avviando il necessario processo
riformatore di queste nostre istituzioni scolastiche all’estero, che possa
evitare il rischio che, continuando con questa politica di riduzione delle
risorse, che non nasce quest’anno, ma che caratterizza le leggi Finanziarie
degli ultimi anni, si arrivi alla precarizzazione di un settore, che, al
contrario, avrebbe bisogno di interventi stabilizzatori, che possano
valorizzare le nostre realtà scolastiche e culturali all’estero".
Sulla questione,
ricorda infine Di Menna, la Uil ha preso atto della lettera rivolta al Ministro
Frattini dal vice presidente della Commissione Esteri della Camera, Franco
Narducci (Pd), che fa riferimento al Congresso Uil scuola di Lecce, e
l’intervento in Parlamento dell’on. Laura Garavini (Pd) a sostegno della scuola
italiana all’estero. (aise)
Il presidente della Fusie Domenico De Sossi: Tagli immotivati alla stampa
italiana all'estero
ROMA - “Con una
decisione repentina e immotivata la Camera dei Deputati, in sede di conversione
del decreto legge milleproroghe, ha ridotto del 50% i contributi alla
stampa italiana all’estero per il 2009. La norma, tecnicamente confusa e
fortemente debole sul piano della legittimità costituzionale - dichiara il
presidente della Federazione unitaria della stampa italiana all’estero
Domenico De Sossi - reca un danno gravissimo alle testate italiane
all’estero e per l’estero: sei quotidiani e circa 150 periodici.
“Sono a rischio l’occupazione di molti
addetti; sono limitate le possibilità di informazione e di dialogo con le
comunità italiane; sono ridotte inesorabilmente le condizioni di sviluppo e di
incidenza della lingua e della cultura italiane nel mondo.”
“Con questa normativa, inoltre, continueranno
ad essere perpetrate discriminazioni irragionevoli nei confronti della
stampa italiana all’estero, con il sospetto, oggi, anche di qualche odiosa
forma di baratto politico.”
“Nella difficoltà attuale di un
dibattito sereno e approfondito e non pregiudizialmente negativo sulla
informazione per i nostri connazionali all’estero, che pure è necessario, e non
ulteriormente rinviabile, facciamo- ha aggiunto il presidente De Sossi -
personale vivissimo pressante appello ai parlamentari eletti
all’estero, a tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione,
perché si ripristinino al più presto o, al massimo, in sede
di assestamento del bilancio, gli stanziamenti così improvvisamente
e drasticamente falcidiati.”. (Inform)
Roma - “Non
possiamo risolvere il problema del finanziamento ai giornali no-profit ai danni
della stampa per gli italiani all’estero e del sistema delle radio private
diffuse sul territorio”. A dichiaralo sono i deputati del PD eletti nella
Circoscrizione estero - Narducci, Bucchino, Farina, Fedi, Garavini e Porta - in
seguito alla bocciatura dell’emendamento del PD a presentato da Ventura,
Baretta, De Biasi, Gentiloni Silveri, Levi e Narducci e sottoscritto da tutti i
deputati del PD eletti all’estero e dall’on. Aldo Di Biagio della PDL, mentre
gli altri eletti all’estero della PDL si sono astenuti.
Tale emendamento
era teso a ripristinare i fondi per la stampa italiana all’estero che il
Governo aveva eliminato dalle provvidenze per l’editoria in occasione del ripristino
del finanziamento pubblico per 80 giornali di cooperative, associazioni
non-profit, gruppi politici e minoranze linguistiche.
Infatti
all’articolo aggiuntivo del governo, art.10-sexies, all’art.10-quinqiues del
cosiddetto Decreto mille proroghe si afferma che “per i contributi relativi
all'anno 2009, previsti dall'articolo 3, comma 2-ter, della legge 7 agosto 1990
n. 250, limitatamente ai quotidiani italiani editi e diffusi all'estero,
dall'articolo 26 della legge 5 agosto 1981, n. 416, nonché dagli articoli 5, 6
e 7 della legge 30 luglio 1998, n. 281, si applica una riduzione del 50 per
cento del contributo complessivo calcolato per ciascun soggetto”.
“E’ intollerabile
che per garantire quanto dovuto alla stampa di cooperativa si faccia un pasticcio
con la conseguenza di far chiudere la stampa dedicata agli italiani all’estero
con la riduzione del 50% del già esiguo contributo percepito e di mettere in
difficoltà il reale pluralismo sul territorio italiano, quello garantito dalle
tante piccole realtà locali mettendo anche a rischio una occupazione diffusa”
precisano i parlamentari del PD eletti all’estero ribadendo che “non è
possibile che si leda ancora una volta i diritti dei cittadini residenti
all’estero privandoli di una informazione preziosa per il loro legame con la
terra di origine e ci chiediamo con quale faccia il governo andrà all’estero a
incontrare le nostre comunità”.
“La linea del
Governo - concludono - sembra essere quella di eliminare le realtà scomode:
chiudere i consolati perché servono agli italiani all’estero, tagliare
l’informazione per tenere all’oscuro gli italiani all’estero di quello che
combina e fa digerire agli italiani, tagliare la promozione culturale italiana
nel mondo, insomma disfarsi di quello che può dare fastidio! Ma non è forse
questo governo che sta dando fastidio all’onore degli italiani? Non rimane che
lavorare per mandarli a casa alle prossime elezioni sperando che non taglino
anche quelle!” de.it.press
Riforma Comites/Cgie. La bozza Tofani stravolge la rappresentanza del
territorio
Laura Garavini a
Bruxelles per discutere sulla riforma degli istituti di rappresentanza
“Comites e CGIE,
salvare il legame con il territorio e con il corpo vivo delle comunità”
Bruxelles - “No a
una bozza Tofani che porterebbe allo stravolgimento di due essenziali organi di
rappresentanza – Comites e CGIE –
privandoli dello stretto legame con il territorio. È invece importante
rafforzare questi due istituti di rappresentanza per raccogliere e incanalare
problemi, richieste e attese presenti tra gli italiani all’estero”. È questo il
messaggio, in estrema sintesi, dell’on. Laura Garavini (PD) alla conferenza
“Gli Italiani all’estero e la riforma degli istituti di rappresentanza”,
organizzata dai circoli PD di Bruxelles, Charleroi, Genk, La Louviére, Liegi e
Tubize nella capitale belga.
A discuterne con
un numeroso pubblico, erano presenti, oltre alla deputata eletta nella
circoscrizione Europa, il Segretario generale del Cgie, Elio Carozza, il
senatore Claudio Micheloni e il consigliere del CGIE Norberto Lombardi.
“Con il testo
unico presentato dalla maggioranza, il sistema di partecipazione delle nostre
collettività nel mondo alla vita politica e civile italiana viene minato alle
fondamenta”, ha avvertito la Garavini. “Con un colpo di spugna il Governo vuole
distruggere letteralmente il ruolo di gran parte delle strutture sociali e
culturali che sono state create in tanti anni attorno al mondo delle
associazioni e che sono invece il motore delle comunità italiane all’estero”.
“La riforma si fa
con l’ammodernamento e con il ricambio, non con l’annullamento”, ha concluso la
parlamentare democratica. “Anche alla luce della chiusura dei consolati
promossa dalla destra, i Comites e il CGIE diventano più importanti, non meno,
per i nostri connazionali oltreconfine che vogliono continuare a far sentire la
loro voce ed essere partecipi delle dinamiche politiche della società
italiana”. De.it.press
La Bellunesi nel Mondo chiede il rirpistino dell’esenzione ICI per gli
italiani all’estero
Belluno -
Ripristinare l’esenzione dell’ICI per gli immobili considerati prima casa per
gli italiani residenti all’estero, esenzione tolta con un provvedimento del
dipartimento delle finanze ancora nel marzo 2009. È questo l’obiettivo della
nuova azione portata avanti dall’Associazione Bellunesi nel Mondo (ABM),
d’intesa con le altre associazioni regionali, l’ANCI Veneto e la Regione del
Veneto. Nella sede dei Bellunesi nel Mondo si sono riuniti lo scorso 15 febbraio
l’assessore regionale ai flussi migratori, Oscar De Bona, il delegato dell’Anci
Veneto per i Veneti nel Mondo Gino Pante , e il presidente e la vicepresidente
dell’ABM Gioachino Bratti e Patrizia Burigo, i quali hanno redatto un
documento, che richiama tra gli altri un ordine del giorno approvato dalla
Consulta dei Veneti del Mondo tenutasi a Montevideo lo scorso novembre, a
sostegno di questa richiesta. Il documento è stato affidato al rappresentante
dell’ANCI Veneto Pante, che prossimamente lo presenterà nel corso di un
incontro con il sottosegretario al tesoro, l’on. Alberto Giorgetti, e l'on.
Marino Zorzato della commissione bilancio della Camera.
"Come
noto", sottolinea l’Associazione Bellunesi nel Mondo, "la
soppressione dell’esenzione ICI ha creato grande amarezza e malumore tra i
nostri concittadini all’estero che hanno visto nel provvedimento un segno di
ulteriore discriminazione rispetto ai residenti in patria. (aise)
Audizione del Sottosegretario Mantica. Garavini (PD): “Preoccupante l’ottusità
del Governo”
“L’ottusità del
Governo nei confronti della nostra gente all’estero è deludente”, commenta
l’on. Laura Garavini (PD) al termine dell’audizione del Sottosegretario agli
esteri con delega per gli italiani nel mondo, Alfredo Mantica, alle Commissioni
esteri di Camera e Senato. “La rivisitazione del piano di razionalizzazione
della rete consolare oggi presentato dal Sottosegretario Mantica non è che una
manovra poco convincente e ben poco migliorativa rispetto a quanto
preannunciato alcuni mesi fa. Si limita a mettere qualche pezza, quando invece
occorrerebbe ritoccare il progetto in modo drastico”.
Nel corso
dell’incontro da tempo atteso, il sottosegretario “ha sostanzialmente
confermato il piano che già conoscevamo, rivelando ancora una volta la totale
mancanza di una strategia complessiva nel disegno governativo”, così il
giudizio della deputata eletta nella circoscrizione Europa.
“Abbassare i costi
pur garantendo il mantenimento delle sedi non è una contraddizione”, insiste la
Garavini. “Il Governo invece continua ad ignorare ipotesi alternative di
risparmio, non prendendo in considerazione, ad esempio, la disponibilità
dimostrata da diverse autorità straniere al fine di evitare chiusure
indiscriminate”.
“Quel poco che si
evince da questo fumoso piano B”, critica la parlamentare democratica, “è che
gli italiani ad Amburgo dovranno in futuro accontentarsi di un Console onorario
e di uno sportello consolare; a Saarbrücken rimarrà soltanto uno sportello
consolare nonostante che il presidente della regione Peter Müller si fosse da
tempo offerto di accogliere gratuitamente la struttura consolare in locali
prestigiosi della cancelleria di Stato del Saarland; la sede di Mannheim verrà
addirittura chiusa nonostante il sindacato tedesco DGB si fosse reso
disponibile a fornire locali idonei ad accogliere la sede dell’agenzia
consolare. E anche la sede francese di Mulhouse manterrà soltanto uno sportello
consolare nonostante le autorità locali avessero espresso il loro sostegno per
il mantenimento della sede consolare”.
Tutto questo, per
la Garavini, “è un tentativo maldestro di far tacere le proteste, liquidando
gli italiani nelle zone in questione con poche briciole. Ma i servizi ai nostri
connazionali nel mondo non sono una cortesia o un favore. Sono un diritto”,
sottolinea la Garavini, che ribadisce, “penalizzare la rete consolare significa
sfavorire la collettività. Ma significa anche non tener conto e non voler
valorizzare le straordinarie potenzialità delle nostre comunità oltreconfine”.
De.it.press 23
Come sta la
Germania? Lo sciopero dei piloti Lufthansa, che stava penalizzando fortemente
il traffico aereo europeo e internazionale, ha fatto temere che «ormai anche i
tedeschi» si comportino nei conflitti di lavoro come gli altri europei. Senza
preoccuparsi cioè dei costi e dei disagi scaricati sulla collettività, in un
momento economicamente difficile. Ma la sospensione dello sciopero stesso,
annunciata ieri sera, ha confermato che le tradizionali procedure sindacali
funzionano ancora.
In realtà la
moderazione nel conflitto sociale, che da decenni era una caratteristica della
Germania, sta tramontando. Nel caso specifico della Lufthansa il problema è
complicato dal fatto che l’imponente compagnia aerea tedesca gestisce parecchie
altre compagnie subalterne, sparse sull’intero continente. Nascono complesse
questioni di trattamento di un personale molto diversificato e di operatività
delle rotte. E’ un quasi-monopolio che governa strumentalmente differenze
regionali e nazionali.
In questa
situazione il corpo professionale dei piloti si sente colpito in modo
particolare e reagisce duramente, incurante della proteste che si alzano da
ogni parte. Il tutto accade in una Germania già in difficoltà per altre
ragioni.
In realtà ci sono
parecchi segni di un cambiamento del «modello tedesco» - in senso negativo. Da
fenomeni di corruzione a sorprendenti défaillances nel funzionamento dei
servizi pubblici. Nel frattempo la politica si trova in uno stallo. Da qui
l’interrogativo su «come sta» davvero la Germania.
Davanti alla
scoperta di episodi di corruzione negli appalti di opere pubbliche e di una
massiccia evasione fiscale tramite esportazione illegale di capitali (in
Svizzera innanzitutto) è difficile dire se si tratti per la Germania di una
patologia normale, per così dire, tipica per una qualunque società avanzata.
Oppure segnala un salto di qualità pericoloso, «all’italiana» - appunto - come
si dice con brutale franchezza. Ma non è proprio il caso di parlare semplicisticamente
di omologazione al sistema italiano perché nel frattempo il nostro sistema sta
prendendo strade avventurose difficilmente imitabili.
Di fronte a questi
fenomeni la reazione dell’opinione pubblica tedesca è fermissima. A nessuno
viene in mente di indagare sull’operato dei giudici, per vedere se sono
politicizzati o se rispondono alla fantomatica «giustizia ad orologeria» di cui
si parla con disinvoltura a casa nostra. Eppure nel caso della scoperta della
massiccia esportazione illegale di capitale lo Stato tedesco ha usato metodi
eticamente o legalmente dubbi, utilizzando informatori prezzolati, forse
addirittura ricattatori.
Si tratta di un
problema serio e controverso. Si sono sentite valutazioni differenti tra i
partiti e all’interno dei partiti. Ma non si è mai percepita quella sorta di
complice comprensione per la fuga dei capitali che talvolta traspare nelle
parole e negli atteggiamenti di politici e funzionari nostrani.
Discorso diverso
vale per le disfunzioni e le inefficienze che si sono improvvisamente
manifestate nei servizi pubblici. Vengono ritirati urgentemente treni ad alta
velocità per interventi tecnici strutturali, con sensibili conseguenze negative
sulla normalità dei servizi. La metropolitana di superficie berlinese (S-Bahn)
da mesi incappa in disfunzioni che incidono pesantemente sulla normale
circolazione dei mezzi pubblici della metropoli.
Da ultimo va
menzionato l’incredibile stato di abbandono in cui è rimasta per alcuni giorni
la città di Berlino dopo un’abbondante nevicata e la seguente formazione di
ghiaccio. Ne sono derivati non tanto il prevedibile rallentamento del traffico
automobilistico ma gravi difficoltà per i normali cittadini che per alcuni
giorni hanno dovuto avventurarsi su marciapiedi impraticabili o ghiacciati a
proprio rischio e pericolo.
«Tutto qui?», si
dirà. Certo. In effetti la popolazione berlinese ha reagito con pazienza e un
normale mugugno, ma molti si sono chiesti se questo episodio più che eroica
rassegnazione non abbia segnalato una sorprendente caduta di efficienza
dell’amministrazione. Un caso isolato?
Veniamo alla
politica. Rimane l’impressione di una continua impasse della coalizione
nero-gialla (democristiani e liberali). A dispetto delle enfatiche promesse di
rinnovamento con le quali si è affermata nelle elezioni del settembre scorso,
non riesce a produrre nulla di incisivo. Nel governo rimangono tensioni e
litigiosità. La promessa di una sensibile riduzione delle tasse rimane una
promessa. In compenso una sentenza della Corte Costituzionale costringe ad
intervenire a sostegno dei minori nelle famiglie disagiate. In altre parole, un
aumento della spesa sociale, che si sarebbe voluto gradualmente alleggerire.
La cancelliera
Angela Merkel non ha ancora trovato lo slancio necessario per correggere
l’immagine di indecisione e irresolutezza, di cui abbiamo parlato settimane fa
su questo giornale. A meno che proprio la sua cautela e prudenza nel muoversi
interpreti il sentimento dominante della società tedesca ripiegata
immobilisticamente su se stessa e sui suoi problemi. Insomma la Germania,
nonostante il buon funzionamento delle sue istituzioni correnti, è diventato un
Paese difficile da guidare energicamente in avanti. GIAN ENRICO RUSCONI LS 23
Salvatore Virga il nuovo presidente del Comites di Stoccarda
E’ Salvatore Virga
il terzo presidente del Comites di Stoccarda in questa legislatura. Su di lui
sono confluiti tutti i voti dei 10 membri presenti in aula. Tre membri
dell’opposizione hanno abbandonato l’Assemblea all’atto dell’operazione di
voto. Assenti gli altri 5 membri. Con l’elezione del nuovo presidente si è
evitato il commissariamento che avrebbe significato la paralisi totale del
comitato
Salvatore Virga,
già vice-presidente in carica, è stato eletto presidente del Comites di
Stoccarda. La sua candidatura risale già al 2004. Ma allora, come del resto
anche il 24 gennaio scorso le liste avversarie all’atto delle votazioni hanno
fatto mancare il numero legale abbandonando l’aula. Questa volta la legittima
arma di chi vuole fare ostruzionismo non ha funzionato per due fattori.
Il primo è
strettamente legato alle persone subentrate ai due membri dimissionari.
Per la lista
“Insieme in Europa” alla dimissionaria presidente Ileana Silva Werner è
subentrato Graziano Emiliano (ex operatore Inca Cgil) e per “Uniti per
cambiare” al dimissionario Giacomino Da Re e ai rinunciatori Pino Tabbì e
Franca Brollo-Fiorenza (area Acli) è subentrato Piero Soro del Patronato
Ital-Uil di Stoccarda.
Il secondo fattore
è la ferma volontà - dimostrata anche con la precedente sfiducia a Pasquale
Vittorio per eleggere Ileana Werner - di Carmelo Pignataro e Camillo Auricchio
della lista “Azzurri nel mondo” (area Forza Italia), nonché di Mario Caruso di
“Alleanza degli italiani nel Baden-Württemberg” (AN) di anteporre la cultura
dell’azione a quella della convenienza politica o, peggio ancora, del
disfattismo per spirito di contrapposizione o per antipatie personali.
Ora Virga,
sorretto una nuova maggioranza, dovrà adoperarsi per un ripristino del dialogo
sia con l’opposizione che con l’Amministrazione consolare per affrontare le
questioni scottanti della collettività: i servizi consolari e gli interventi
scolastici e sociali per le fasce più deboli.
Altri particolari
si possono evincere dall’intervista in sonoro col neo-presidente Salvatore
Virga. Per ascoltare, basta cliccare su:
http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6036528/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/x0yy8b/index.html
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Venerdì 26 e sabato 27 febbraio a Berlino due iniziative al femminile
“Donne e mafia” e
“Riprendere il filo, Convegno Donne italiane in Germania”
Berlino - Sono
all’insegna del femminile i due incontri che vedono la partecipazione dell’on.
Laura Garavini, deputata democratica residente in Germania: nella serata di
venerdì 26 febbraio tutto girerà intorno all’argomento ‘Donne e mafia’.
Organizzata dall’associazione ‘Mafia? Nein Danke!’, la tavola rotonda vuole far
luce sul ruolo delle donne nell’organizzazione e nelle attività mafiose ma
anche e soprattutto nella lotta contro la mafia. Ne discuteranno con il
pubblico Laura Garavini, capogruppo del PD in Commissione antimafia, Ombretta
Ingrascì, autrice del libro ‘Donne d’onore’, Vera Castagnetta, artista e
attivista antimafia, e Olivia Liebert, docente universitaria e autrice. Il
dibattito e la mostra fotografica si terranno venerdì 26 febbraio, alle ore 18,
presso la Humboldt-Universität di Berlino, nella Dorotheenstraße 65.
‘Riprendere il
filo’ – è questo il motto di un convegno che riunirà questo sabato nella
capitale tedesca donne italiane provenienti da tutto il territorio della
Germania e da alcuni Paesi europei. “Vogliamo valorizzare il patrimonio di
esperienze, competenze e risorse che rappresenta l’emigrazione italiana al
femminile, individuando percorsi e misure che possano facilitare le donne nella
loro importante funzione di “motore dell’integrazione. Per questo abbiamo
deciso di dare vita a una rete che funzioni da piattaforma di confronto e di
dialogo e che possa diventare sempre di più anche un interlocutore per le
istituzioni tedesche e un punto di riferimento per ri-portare in Italia le
migliori prassi in materia di integrazione”. Annuncia la Garavini, promotrice,
insieme a Liana Novelli e Antonella Rossi del Coordinamento donne di
Francoforte e a Marina Mannarini e Beatrice Virendi del DICA – Donne italiane
Coordinamento Amburgo, dell’iniziativa. Sono previsti interventi di Edith
Pichler e Chiara Saraceno. L’appuntamento è per sabato, 27 febbraio, a partire
dalle ore 10, presso la sede della Fondazione Friedrich Ebert, nella
Hiroshimastraße 17 a Berlino.
L’ingresso a
entrambi gli incontri è gratuito. (de.it.press)
Francoforte. L’Europa Liste per l’accesso gratuito alla scuola materna
L’istanza
segnalata del consigliere comunale eletto in loco, Luigi Brillante
Francoforte –
Luigi Brillante, consigliere al comune di Francoforte per Europa Liste, segnala
l’ultima istanza presentata da quest’ultima all’amministrazione comunale.
Europa Liste chiede l’accesso gratuito alla scuola materna, perché “tutti i
bambini dovrebbero frequentare l’asilo – afferma Brillante – il cui compito non
è solo quello di badare ai bambini quando i genitori sono al lavoro”. “La scuola
materna è un’istituzione pre-scolare – prosegue il consigliere italiano in
loco. - In essa i bambini mediante processi educativi dovrebbero già essere
stimolati ad apprendere e a sviluppare le proprie creatività in modo da
permettere un ottimo passaggio alla scuola dell’obbligo”.
Secondo l’Europa
Liste, dunque, anche Francoforte e la sua regione dovrebbero seguire l’esempio
di regioni come quella della Renania Palatinato, in cui l’asilo è gratuito.
Brillante annuncia la prossima riunione per discutere della politica comunale,
in programma il 2 marzo alle ore 18 presso la FAG (Bethmannstr. 3).
All’incontro si discuterà, tra l’altro, anche della presentazione della Europa
Liste al "Tag der offenen Tür im Römer" per il 21 marzo 2010. Per
confermare la propria presenza occorre inviare una mail all’indirizzo di Nicola
Raiola: raiola@web.de (Inform)
Ad Amburgo si costituisce un nuovo comitato a difesa della comunità
italiana
Amburgo - Alcuni
giovani della comunità italiana di Amburgo hanno dato vita martedì ad un nuovo
comitato di cittadini "a difesa degli interessi della comunità e a
sostegno degli interessi italiani".
"Con questa
iniziativa", spiegano i membri del comitato, "si vuole dare spazio ai
tanti giovani che fino ad oggi spesso hanno trovato chiusa la porta del
Consolato o di quella dell´Istituto di Cultura, perché il sostegno richiesto
non viene concesso in maniera imparziale a tutti".
"Il presente
comitato", precisano, "viene sopratutto a sostegno della città di
Amburgo che sta perdendo la presenza dello storico Consolato Generale di
Amburgo per andarlo a spostare nella provincia della Bassa Sassonia. I
cittadini intendono portare nei prossimi giorni il loro democratico appello a
Roma ed intendono continuare a sollecitare e sviluppare progetti futuri con il
Parlamento Italiano". Incontri sono stati organizzati a Roma con le
autorità politiche nei prossimi giorni. (aise)
Berlino. “Notte delle Stelle”: Garavini consegna il “Premio Bacco” a
Isabella Ragonese
L’on. Laura
Garavini alla Berlinale ha consegnato il “Premio Bacco” alla giovane attrice
Isabella Ragonese per la sua interpretazione nel film “Due vite per caso” che è
stato presentato al festival berlinese. “Tanti complimenti ad Isabella. Mi fa
piacere che i critici italiani abbiano scelto una delle promesse di maggiore
talento del nuovo cinema italiano per questo importante premio che ormai è una
vera e proprio istituzione della Berlinale”, ha detto la deputata democratica.
Isabella Ragonese
è stata premiata per il suo ruolo di Sonia in “Due vite per caso”, un film,
come spiega il regista Alessandro Aronadio, “liberamente ispirato ai fatti del
G8 di Genova”. Gli altri due “Premi Bacco” sono andati a Lino Banfi e
all’attore tedesco Jan Liefers. Il premio della critica italiana quest’anno è
stato consegnato per la 18° volta, sempre nell’ambito della “Notte delle
stelle” organizzato dal Cav. Massimo Mannozzi. In passato il “Premio Bacco” è
andato fra gli altri a Riccardo Scamarcio, a Wim Wenders, a Claudia Cardinale e
a Sofia Loren.
Scheda “Due vita
per caso”: http://film.35mm.it/due-vite-per-caso-2010.html (de.it.press)
Biofach di Norimberga. Contenti gli espositori italiani. Presentato il
marchio di qualità "Ora bio"
Norimberga - Si è
chiusa con un ottimo bilancio la partecipazione dell'Associazione Italiana
Agricoltura Biologica (AIAB) al Biofach 2010, la fiera mondiale del biologico,
che si è svolta a Norimberga dal 17 al 20 febbraio. Con oltre 600 metri quadri
di area riservata oltre 40 espositori presenti, l'Aiab ha registrato la
soddisfazione dei produttori di vino, pasta, ortofrutta, salumi e ogni tipo di
cibo bio di qualità. Molti sono stati i contatti commerciali stabiliti con
importatori internazionali.
Grande interesse
anche per i vari eventi culturali promossi dall'Aiab, come i workshop del
progetto europeo di promozione, comunicazione e formazione "Il Bio sotto
casa", curati da Aiab, Amab e Coldiretti e accompagnati da degustazioni
guidate di piatti prodotti con ingredienti bio di diverse Regioni italiane.
Al Biofach, l'Aiab
ha presentato anche l'esperienza dei bio-distretti italiani come quello del
Cilento, in Campania. Si tratta di un progetto che si sviluppa all’interno
dell’area del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, coinvolgendo 35
comuni e grandi attrattori culturali e turistici come Paestum, e Velia.
Attraverso il coordinamento di Aiab Campania, è stata creata una rete per lo
sviluppo del territorio, che ha il suo focus proprio sull’alimentazione bio e
di qualità. Son state innanzitutto messe "in rete" le aziende
biologiche, le associazioni di produttori, gli enti che aderiscono al circuito
delle Città del bio, la bio-ristorazione, gli operatori eco-turistici e i
consumatori, soprattutto attraverso i gruppi d’acquisto solidale. Sono nate
così iniziative forti e coinvolgenti, come le bio-spiagge, che in estate
coinvolgono alla sana alimentazione i bagnanti della costa cilentana.
Oppure i
bio-sentieri, che attraverso i rigogliosi boschi della zona, conducono ai luoghi
di produzione del bio. Senza dimenticare i bio-mercatini e il "bio di
classe", cioè l’introduzione di pasti bio nelle mense scolastiche del
luogo. L’esempio del bio-distretto cilentano è stato seguito dalla seconda
esperienza di questo tipo: il Bio-distretto Grecanico. Ancora giovane, ma con
grandi prospettive di sviluppo, si concentra sull’omonima zone della Calabria.
A Norimberga, è
stato presentato anche il marchio di qualità del biologico siciliano: "Ora
bio". Presso l'area incontri di Aiab al Biofach si è svolto un workshop
con gli operatori commerciali, dal nome "I prodotti a marchio Ora Bio -
Qualità di Natura garanzie di Sistema", a cura del Consorzio Isola Bio
Sicilia. Nel corso del Workshop, realizzato in collaborazione con l'Aiab, è
stato dato rilievo agli aspetti di contesto dell'offerta biologica nella
cornice paesaggistica e culturale della Sicilia, alla descrizione del
"sistema Isola Bio Sicilia", e alla presentazione dei principali
prodotti delle filiere biologiche siciliane presenti al Biofach.
L'incontro con gli
operatori, è stata seguita da una degustazione guidata di prodotti biologici
siciliani, offerta dal Consorzio Isola Bio Sicilia. Il Consorzio, sorto nel 2005,
riunisce 60 aziende biologiche siciliane impegnate oggi a produrre diversi
prodotti del panorama gastronomico siciliano e si pone l'obiettivo di tutelare
e promuovere le produzioni siciliane nel rispetto del disciplinare d’uso del
marchio "Ora Bio", che garantisce l’origine siciliana e l'osservanza
di norme tecniche nel processo produttivo ancora più rigide rispetto al
regolamento europeo sulla certificazione biologica. (aise)
Francesca Comencini, nella giuria della Berlinale, al microfono di Radio
Colonia
Nessun film in
concorso dall'Italia ma una giurata: Francesca Comencini ha scelto i film più
belli della Berlinale e si è raccontata al
microfono di Radio Colonia
Berlino - C'era
anche lei a scegliere di il film turco "Bal" come miglior film della
Berlinale di quest'anno: la regista Francesca Comencini ha raccontato ai
microfoni di Radio Colonia com'è la giornata-tipo di una giurata. E poi, la
passione civile, le scelte della sua vita e l'impegno nel lavoro. Francesca è
un po' la ribelle della famiglia. Ci sono Paola, Cristina ed Eleonora, tutte a
vario titolo nel mondo del cinema. C'è poi la mamma Giulia, e poi c'è lei,
Francesca. Il padre, scomparso di recente, di nome faceva Luigi. E tutti lo
conoscono come il regista che ha firmato film come "Pane amore e
fantasia" e il celebre Pinocchio della televisione.
Il primo film di
Francesca, "Pianoforte", è storia di amori e tossicodipendenza da
eroina e si aggiudica il premio De Sica a Venezia. Con gli anni, finzioni
cinematografiche e documentari testimoniano cosa ha imparato dal padre e poi
per conto suo. Nel 2005 arriva il Nastro d'argento in Italia, a Berlino il
premio della giuria ecumenica per il film "Mi piace lavorare", storia
di vessazioni sul lavoro, e l'onorificenza al merito dal presidente Ciampi. Nel
suo ultimo film "Lo spazio bianco", presentato all'ultima edizione di
Venezia e tratto dall'omonimo romanzo di Valeria Parella, Francesca Comencini
si è misurata con il problema della maternità in Italia.
Nel servizio audio
di Gerardo Fragione, ecco l’intervista alla Comencini
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/showbiz/2010/100221_comenciniportrait.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/showbiz/2010/100221_comenciniportrait.
mp3 (RC, de.it.press)
Avviata a Monaco di Baviera la retrospettiva dedicata alla regista italiana
Lina Wertmüller
Monaco di Baviera
- Si è aperta martedì 23 febbraio, e proseguirà sino a martedì 27 aprile,
presso il Filmmuseum di Monaco di Baviera, la retrospettiva dedicata alla
regista italiana Lina Wertmüller, organizzata dal Filmmuseum stesso, insieme
all'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, il Ministero degli
Affari Esteri e Cinecittà Luce SpA di Roma.
Lina Wertmüller,
regista italiana, vuole semplicemente raccontare la realtà senza filtri. Per
questo nei suoi film nulla è sottile e discreto. Le sue opere sono uno schiaffo
in pieno viso dello spettatore; sono dirette, impetuose e piene di passione.
Arrivano direttamente allo spettatore con sentimenti, ideologie, viaggi,
attraverso l’uso dello zoom, del montaggio e di un sottofondo di musica
drammatica, tra cui predominano Verdi e Wagner. Nei suoi fotogrammi, invece che
un cauto avvicinamento, predomina un confronto aggressivo.
Il mezzo stilistico
dominante di Lina Wertmüller è l’esagerazione, ad incominciare dai lunghissimi
titoli, tagliati senza troppo riguardo dai distributori di film internazionali,
come nel caso del titolo italiano del film “D’amore e d’anarchia, ovvero
stamattina alle 10 in via dei fiori nella nota casa di tolleranza”, reso in
tedesco a malapena con “Liebe und Anarchie”.
Con i suoi
primissimi piani e l’uso frenetico dello zoom la regista mira in maniera
diretta all’attore in modo da irrompere nel suo cervello, nel suo cuore e nella
sua anima. Nei suoi film si gesticola e si fa a botte, si urla e ci si bacia,
si corre e si caccia; in sintesi Lina Wertmüller è capace di rappresentare il
temperamento italiano nella sua forma più pura. Si potrebbe definire la
Wertmüller come “la cronista della gioia di vivere degli italiani”, che non
denuncia, non difende e si lascia tirare nella mischia e nel vortice delle
passioni in maniera imparziale. Non si lascia coinvolgere né da mode né da
ideologie. Il fascismo, il comunismo, il capitalismo, l’anarchia e il
femminismo sono solamente materiale per i suoi film, con il quale provoca
controversie e sveglia le coscienze. “In realtà io sono contro tutto questo”,
dice la regista che si autodefinisce come “libera pensatrice di sinistra”.
Lina Wertmüller,
pseudonimo di Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich,
(Roma, 14 agosto 1928), è discendente di una nobile e agiata famiglia svizzera.
Nasce a Roma da padre pugliese e madre romana.
Assistente alla
regia in “E Napoli canta” del 1953, fu aiutante e attrice di Federico Fellini
nelle pellicole “La dolce vita” (1960) e “8 e ½” di due anni più tardi.
L’incontro con Fellini è stata una carica iniziale, “come se qualcuno mi avesse
aperto una finestra per mostrarmi un panorama che non avevo mai visto sinora”,
così descrive la regista la sua collaborazione con Fellini. Il consiglio del
maestro: “Racconta la tua storia così come la racconteresti ad un amico, in un
bar, una notte d’estate”.
Il suo esordio
come regista, sotto la protezione di Fellini, avvenne nel 1963 con “I
basilischi”, amara e grottesca narrazione della vita di alcuni poveri amici in
un piccolo paesino del sud, Minervino Murge in Puglia, che le valse la Vela
d'argento al Festival di Locarno.
Con “Pasqualino
Settebellezze” raggiunge il successo internazionale. Conquista il mercato
americano, riuscendo ad ottenere - prima donna in assoluto - 4 nomination
all’Oscar. Racconta di un piccolo criminale napoletano e dei suoi tentativi di
sopravvivenza in un campo di concentramento.
Il programma di
Monaco prevede la proiezione di numerosi film, tutti in versione originale con
sottotitoli in lingua inglese: si è partiti martedì con “I Basilischi” (1963) e
si prosegue martedì 2 marzo, alle ore 21.00, con “Questa volta parliamo di
uomini” (1965); poi sabato 6 marzo, alle ore 21.00, “Mannaggia alla miseria”
(2009), domenica 7 marzo, “Il mio corpo per un poker” (1968), martedì 9 “Mimì
metallurgico ferito nell'onore” (1972), martedì 16 “Film d'amore e d'anarchia”,
martedì 23 “Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto” (1974),
martedì 30 “Tutto a posto e niente in ordine” (1974), martedì 6 aprile
“Pasqualino Settebellezze” (1975), martedì 13 “La fine del mondo nel nostro
solito letto in una notte piena di pioggia” (1977), martedì 20 “Sotto...
Sotto... Strapazzato da anomala passione” (1984), per finire martedì 27 con “Un
complicato intrigo (camorra)” (1986). (aise)
A Berlino dal 27 febbraio al 27 marzo la “Italian Photography”
Berlino - Dal 27
Febbraio al 27 Marzo 2010, Infantellina Contemporary, la prima e unica galleria
berlinese a presentare 100% arte italiana contemporanea, inaugura l'esposizione
collettiva “Italian Photography” con: Mirko Angeli, Cesare Bedogné, Federico
Caporal, Mirko LaMonaca, Mauro Maffina, Mauro Martin, Stefania Natta, Svetlana
Ostapovici, Virginia Panichi, Pommefritz (Duo), Veronica Rastelli, Luciano
Usai, Marta Valls.
Special guest:
Rocio Perez Vallejo. Performance "Pinhole Beta Camera" di Federico
Caporal nel corso del vernissage. Il vernissage inizia alle ore 18.
I-C presenta la
prima mostra interamente dedicata alla Fotografia italiana. In primo piano gli
universi presentati da 15 validissimi talenti che, con le proprie opere
rappresentano i/le fotografi/e italiani/e che oggi catalizzano l´attenzione e
l´interesse
di collezionisti
italiani ed internazionali.
Mirko Angeli che
attraverso i suoi personaggi racconta storie di vita comune,Cesare Bedogné con
i suoi paesaggi intimi e malinconici,Federico Caporal che sposa tecniche antiche
e moderna tecnica, Mirko LaMonaca che ferma con i suoi scatti particolari
metropolitani apportando retouchè manuali,Mauro Maffina con le sue deformazioni
e trasformazioni talvolta ludiche talvolta profondamente filosofiche, Stefania
Natta con i suoi splendidi scatti cambogiani, Svetlana Ostapovici con le sue
potenti e sferzanti immagini di assemblamenti materici, Virginia Panichi con i
suoi personaggi impagliati come trofei di caccia, Pommefritz (Max Boschini e
Mauro Manuini) nella continua ricerca di quanto ancora trasuda e vive negli
abbandonati casolari della Pianura Padana, Veronica Rastelli con le sue
necessitá di spazi e movimenti, Luciano Usai con scatti che colgono l’essenza
del movimento della danza, Marta Valls con la profonditá evocativa delle sue
elaborazioni, Rocio Perez Vallejo con arguzia e sensibilitá assolutamente
latina propone particolari carpiti alla vita comune.
Un ventaglio
straordinario di “punti di vista” che attraverso lo studio della realtá ed
elaborazioni personali invita lo spettatore ad immergersi in atmosfere pregne
di significati ed emozioni. www.infantellina-contemporary.com. IC, de.it.press
Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni
- 24-26 febbraio, c/o Bayerische
Akademie der Wissenschaften
(Alfons-Goppel-Str. 11 -
Residenz, München)
Symposion "Von Bayern
nach Italien. Transalpiner Transfer in der
Frühen Neuzeit"
Programma e informazioni sono disponibili all'indirizzo:
http://www.badw.de/aktuell/index.html
Organizza: Bayerische Akademie der Wissenschaften
- giovedì 25
febbraio, ore 19:00, c/o Atelier Sante Recca, Villa
Berlepsch (Karlstr. 29, 82152 Planegg)
Inaugurazione della mostra d'arte "1+4"
degli
artisti Erasmo Amato, Iara Simonetti, Sante Recca, Martina
Gärtner, Michele Golia
Suonano: "Tre al caffè" (Sante - chitarra/voce, Ferri - basso,
Willi
- congas) e "Musik für zwei Geigen" (Brigitta Bohn e
Georg Freitag)
La
mostra resterà aperta fino al 5 marzo. Orari: lun-ven 10-12,
sab
10-12 e 15-18. Per appuntamenti, telefonare allo 0175-9453588
- giovedì 25
febbraio, ore 19:30, c/o Lyrik Kabinett (Amalienstr. 83a,
München - U3/U6 "Universität")
"Michela
Murgia - Accabadora"
Incontro con l'autrice Michela Murgia
In
italiano e tedesco
Ingresso: € 9/7. Organizza: Libreria Itallibri
- sabato 27
febbraio, ore 17:00, c/o Vortragssaal der Münchner
Stadtbibliothek, Gasteig (Rosenheimerstr. 5, München)
nell'ambito della rassegna "Cinema e Storia 3 - L'Italia alle soglie
del
nuovo millennio"
Film:
"Tutta la vita davanti"(Italia 2008 - R: Paolo Virzì - 117' - OmdtU)
Ore
19:15: relazione di Norma Mattarei: "Inquietudine nel mondo del
lavoro".
Ingresso: 9,-/7,- €
Organizzatori: Circolo Cento Fiori, Münchner Volkshochschule, Münchner
Stadtbibliothek,
Filmstadt München, Kulturreferat München, Centro
Sperimentale di Cinematografia - Scuola Nazionale di
Cinema - Cineteca
Nazionale
- domenica 28
febbraio, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni
e
mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a 10
anni),
c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,
bus 53 e 154)
"Il laboratorio dell'italiano"
Lo
scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,
sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)
italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo divertendoci.
Per
maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott
(tel.
089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de)
Organizza: Rinascita e.V.
- lunedì 1 marzo,
ore 19:00, c/o Gasteig, Vortragssaal der Bibliothek
(Rosenheimerstr.
5, München)
per la rassegna
"Europa und der Nationalsozialismus"
"Hitler und
Mussolini"
con Dr. Hans Woller,
dell'Institut für Zeitgeschichte in München
Ingresso libero. Organizza: Montagsforum im Gasteig
- martedì 2 marzo, ore 21:00, c/o
Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"
Film:
"Questa volta parliamo di uomini" (Italia, 1965, 93', OmeU)
Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con Istituto
Italiano di Cultura
- giovedì 4 marzo,
ore 20:00, c/o Gasteig, Vortragssaal der Bibliothek
(Rosenheimerstr.
5, München)
per la rassegna
"Italien neu verstehen"
"Italien und die
Festung Europa"
con Karl Hoffmann, corrispondente della ARD da
Palermo/Ancona
Ingresso libero
Organizza: Münchner Volkshochschule, in collaborazione con
Bayerischer
Flüchtlingsrat
- giovedì 4 - sabato 6 marzo, c/o
Institut für Romanistik, Universität
Regensburg
(Universitätsstr.31, Regensburg)
Italianistentag
"Testo e ritmi"
Informazioni presso: www.italianistentag.de
Organizza: Universität Regensburg, Deutscher Italianistenverband,
Istituto
Italiano di Cultura
- sabato 6 marzo -
sabato 30 maggio, c/o Pinakothek der Moderne
(Barerstr.
40, München))
"Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"
Informazioni
presso: www.die-neue-sammlung.de
Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)
Organizza:
Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich
in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura
- sabato 6 marzo, ore
21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"
Film:
"Mannaggia alla miseria" (Italia, 2009, OmeU)
Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con Istituto Italiano
di
Cultura
- domenica 7
marzo, ore 11:00, c/o Gasteig, BlackBox (Rosenheimerstr. 5,
München)
per la rassegna
"Italien neu verstehen"
"Emotionale
deutsch-italienische Beziehungen"
con Jan Weiler, scrittore, e Sandra Limoncini,
giornalista del
Bayerischer
Rundfunk. Ingresso: € 6,-
Organizza: Münchner
Volkshochschule
- domenica 7
marzo, ore 17:00, c/o Stadttheater Weilheim
(Theatergasse
1, Weilheim) "Frauen gestern, heute und morgen"
Geschichte und
Geschichten, Infostände,Musik, Film und Buffet.
Ingresso libero (eventuali offerte saranno devolute alla
Frauenhaus
Murnau). Organizza: Vita e Cultura Italiana Weilheim e.V.
- domenica 7
marzo, ore 19:30, c/o Ristorante "La Fortuna"
(Pödeldorferstr. 2, Memmelsdorf)
"Festa della donna"
Durante la cena saranno letti brani e poesie delle donne e sulle donne
E'
necessaria prenotazione entro il 28.02.10 al tel. 0951-7005738
Organizza: Mosaico Italiano, Bamberg
- domenica 7 marzo,
ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"
Film:
"Il mio corpo per un poker" (Italia, 1968, 102', OmeU)
Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza:
Filmmuseum München, in collaborazione con IIC
(de.it.press)
All’IIC di Colonia la mostra “Lo Spazio Le Cose Il Frammento” di Fernanda
Mancini
Colonia - Sarà
inaugurata venerdí 26 febbraio, alle ore 19.30, presso l'Istituto Italiano di
Cultura di Colonia, la mostra “Lo Spazio Le Cose Il Frammento. Sul Terreno Del
Sacro”, che vedrà esposte sino a lunedì 5 aprile le opere di Fernanda Mancini.
“A partire dal
confronto con le proposizioni dell’arte contemporanea e in particolare del
Concettualismo, ma anche dai problemi posti dalle avanguardie del secolo
scorso, come è noto attraversate e chiamate a “dire” la crisi epocale che si
sviluppò appunto in quel giro di anni, il mio lavoro si interroga sugli
elementi specifici della nostra attualità, e lo fa cercando di ripensare le
problematiche aperte dalla crisi dei fondamenti, che ancora ci investe”, spiega
l'artista. “Di qui la scelta di usare il Frammento, frammenti di cose
fotografate: per trovare le cose, che la fotografia ontologicamente accoglie e conserva
a dirci – con Roland Barthes – che qualcosa è e non il nulla”.
Fernanda Mancini,
nata a Roma e laureata in Filosofia, è spinta dall'insoddisfazione per una
ricerca condotta esclusivamente nell'ambito del concetto e della parola ad una
riflessione profonda, da cui é emerso il suo personale linguaggio di immagini.
La sua educazione pittorica si è approfondita presso l'Universität der Künste
di Berlino e presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. (aise)
Dall’Italia torna a Monaco di Baviera, si riprende i figli e scappa in
Polonia
La connazionale
sarebbe fuggita in Polonia con i due figli, affidati al padre tedesco in
Germania - Marinella Colombo scrive
all’eurodeputata Muscardini: “Tornerò in Italia solo quando il mio Paese mi
avrà confermato il suo appoggio” - Di Biagio: Solidarietà alla madre ma invito
a ragionare
Monaco di Baviera
- Sarebbe fuggita in Polonia con i suoi due figli Marinella Colombo, la donna
milanese che da anni contende la custodia dei bambini all’ex marito tedesco,
Tobias Ritter. Venerdì scorso Marinella Colombo ha raggiunto dalle parti di
Monaco di Baviera i figli Leonardo (11 anni ) e Nicolò (8 anni) dai quali era
stata separata nel maggio scorso, con il divieto di vederli, da un tribunale
tedesco. La signora già nell’autunno del 2008 li aveva portati in Italia,
contro la volontà del padre, ma l’intervento dello Jugendamt l’aveva costretta
nuovamente a separarsi dai bambini.
Marinella Colombo
la scorsa settimana è tornata in Germania, ha preso con sé i figli e ha fatto
perdere le tracce. Sembra sia andata in Polonia. Oliver Karrer, ispiratore di
Ceed, organizzazione che combatte lo Jugendamt, conferma: “E’ fuggita
all’estero era il solo modo, si è recata in Polonia”. Per il legale della
donna, Laura Cossar, si tratta di “una scelta ovvia da parte di una madre
disperata”. “La dottoressa Colombo è una persona intelligente e se
davvero, come sembra, si trova in Polonia è – spiega l’avvocato - al riparo da
una richiesta di estradizione perché la Polonia non la concederà”.
In una lettera
recapitata ieri alla deputata europea Pdl Cristiana Muscardini Marinella
Colombo ha spiegato: “Ho visto i miei bambini soli per strada, li ho chiamati e
loro sono immediatamente venuti via con me. Stanno bene anche se i traumi degli
ultimi mesi sono evidenti”. La connazionale fa sapere che “io tornerò in Italia
solo quando il mio Paese mi avrà confermato il suo appoggio”.
Per il 17 marzo è
fissata l'udienza italiana in Cassazione per discutere il caso.
Marinella Colombo
ha ispirato in Italia una decina di interrogazioni parlamentari, che non hanno
avuto risposta, non solo sulla sua specifica vicenda, ma sull’istituzione
Jugendamt. E’ anche intervenuta presso il Parlamento Europeo e ha organizzato
manifestazioni, raccogliendo la la solidarietà di migliaia di cittadini.
Aldo Di Biagio,
responsabile Italiani nel Mondo del Pdl esprime “sincera solidarietà alla
signora Colombo che si è resa protagonista di un gesto coraggioso e
comprensibile, dopo mesi di lontananza dai propri bambini in virtù della sentenza
dello Jugendamt”. “Ma –aggiunge - ragionare entro i limiti della legalità a mio
avviso rappresenta la scelta più auspicabile per la signora e per i suoi
bambini”,
“Ho compreso –
prosegue Di Biagio - il dolore ed il rammarico della nostra connazionale
verso la quale in questi mesi ho cercato di attivare un vero e proprio percorso
di sensibilizzazione delle nostre Istituzioni, in primis il Mae che ha
dimostrato una forte attenzione al caso, a cui si associano tante altre vicende
tristi di genitori italiani afflitti da posizioni eccessive e poco
comprensibili dello Jugendamt tedesco”.
Di Biagio conclude
con un “invito la signora Colombo a ragionare e soprattutto ad avere fiducia
nelle istituzioni italiane” e assicura che “sarà mia cura evidenziare nuovamente
il caso ai funzionari della Farnesina e allo stesso ministro Frattini al fine
di sostenere la difesa della nostra connazionale ed il suo imprescindibile
diritto a vedere i suoi figli crescere senza impedimenti di fredde
istituzioni”. (Inform)
Radio Colonia: Italia nel segno dell'emergenza
Riflettori puntati
su Bertolaso per l'inchiesta sugli appalti del G8, ma anche per le nuove regole
che cambieranno la protezione civile. Quando l'emergenza diventa regola e
strumento di governo.
L'ultimo scandalo
italiano si abbatte sulla Protezione Civile e sul suo capo assoluto Guido
Bertolaso. I giudici di Firenze hanno infatti aperto un'inchiesta per
corruzione ravvisata dietro la concessione dei lavori del G8 alla Maddalena,
poi spostato a L'Aquila. Quattro persone sono finite in manette. Tra gli
indagati anche Guido Bertolaso, che si difende precisando di essere vittima di
un equivoco. Intanto le intercettazioni telefoniche parlano di denaro e favori
a funzionari statali in cambio di appalti, il tutto fuori da ogni controllo. I
lavori del G8, infatti, sono stati gestiti dalla Protezione civile, che può
agire in deroga a leggi, controlli e nodi burocratici in nome dell'emergenza.
Negli ultimi anni, però, il concetto di emergenza si è allargato a tal punto da
comprendere anche la gestione dei grandi eventi, come il G8 o i mondiali di
nuoto, che di emergenziale hanno ben poco.
Nel servizio di
Elisa Esposito la ricostruzione dei fatti e l'opinione di Paola Agnello Modica,
della segreteria nazionale della Cgil, secondo la quale tutto ciò non solo è
poco giustificabile in una democrazia, ma è anche dannoso per i cittadini.
D'accordo anche Nadia Urbinati, insegnante di teoria politica alla Columbia
University di New York e commentatrice per il quotidiano "La Repubblica",
che ai nostri microfoni ha spiegato perché questa "propaganda
dell'emergenza" è altamente nociva. Del resto l'indebolimento del
controllo sulla Protezione civile e il rafforzamento dei suoi poteri in nome di
una "politica del fare" è il principio ispiratore del decreto legge
passato venerdì alla Camera dei deputati. In tutto ciò Silvio Berlusconi,
preoccupato per un'inchiesta che rischia di far cadere non solo Bertolaso ma di
infangare anche tutto il Governo, si è affrettato a varare un provvedimento
anti-corruzione, approvato dal Consiglio dei ministri venerdì.
Ascolta il
servizio di Elisa Esposito trasmesso domenica 21 da Radio Colonia http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/ital/2010/100221_bertolasobeitrag.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/ital/2010/100221_bertolasobeitrag.mp3
e ascolta
l’intervista a Nadia Urbinati, cliccando sul seguente link:
(RC, de.it.press)
La Germania dona l’arredamento a due scuole abruzzesi. Steiner a Paganica
(AQ)
L’Aquila - Il 24
febbraio l'Ambasciatore tedesco in Italia Michael Steiner ha consegnato alla
scuola "Dante Alighieri" di Paganica, in provincia de L’Aquila,
frequentata anche dagli alunni di Onna, una donazione per l’acquisto di risorse
didattiche destinate a due scuole. Come si ricorderà, dopo il terremoto del 6
aprile 2009, la Germania si è mobilitata da subito per aiutare gli abruzzesi
concentrando a Onna gli aiuti tedeschi, sia quelli pubblici sia le donazioni
private.
"Il nostro
desiderio è di continuare ad accompagnare gli abruzzesi, di offrire un aiuto pronto
ed efficace", sottolinea l'Ambasciatore Michael Steiner. "Sarei
contento se questa donazione potesse rappresentare per questi studenti anche un
aiuto nella lunga strada verso la normalità".
Il Ministero
federale degli Affari Esteri, tramite il Servizio centrale per le scuole
all'estero, ha deciso di destinare i fondi per l’arredamento di due istituti di
Paganica: la scuola elementare "Galileo Galilei" e la scuola
secondaria di 1° grado "Dante Alighieri".
I soldi sono stati
utilizzati per l’allestimento del laboratorio di scienze della "Galileo
Galilei" frequentata da circa 500 bambini e all'intero arredamento
(banchi, sedie, armadi, lavagna) delle classi della "Dante
Alighieri", attualmente ospitate in container. La scuola è stata
completamente distrutta dal terremoto.
Alla cerimonia,
oltre all'Ambasciatore Steiner e ai dirigenti scolastici Maria Corridore
(Galileo Galilei) e Giuliano Tomassi (Dante Alighieri) erano presenti
rappresentanti delle autorità locali. (aise, de.itpress)
Caso Di Girolamo. Tremaglia: “Ha ingannato migliaia di elettori all’estero”
Di fronte ai fatti
gravissimi di oggi che colpiscono penalmente Nicola Di Girolamo, Mirko
Tremaglia e il CTIM – Comitato Tricolore per gli Italiani nel mondo - chiedono
che il Senato venga chiamato immediatamente ad esaminare la decisione del 20
ottobre 2008 della Giunta delle Elezioni del Senato che approvava la proposta
di annullamento dell’elezione del Senatore Nicola Di Girolamo e che nella
seduta del 29 gennaio 2009 il Senato stesso aveva sospeso.
Nicola Di Girolamo
ha falsamente rappresentato la sua residenza in Belgio, ingannando nelle
elezioni decine di migliaia di elettori, come è apparso inequivocabilmente
davanti alla Giunta delle Elezioni del Senato che in data 20 ottobre 2008 ha
ordinato l’annullamento della sua elezione, rispettando così la nostra
Costituzione.
L’intera vicenda
della elezione al Senato di Nicola Di Girolamo costituisce un vulnus che
colpisce la legalità e la costruzione istituzionale per la quale si è lottato
40 anni in nome degli Italiani residenti all’estero. La scelta di riservare
loro il diritto di elettorato sia attivo che passivo è stata ampiamente
valutata e condivisa dalla maggioranza del Parlamento ed è stata garantita dai
nuovi articolo della Costituzione.
Ricordiamo che
Nicola Di Girolamo è stato bocciato come Senatore: non è mai stato Senatore.
La decisione della
Giunta delle Elezioni del Senato doveva essere confermata o respinta. Invece,
con un espediente procedurale, non venne ne approvata ne respinta, ma venne
sospesa. In tal modo il Di Girolamo usurpò il titolo e le funzioni di Senatore.
Per essere ancora più chiari: non essendo mai stato dichiarato Senatore usurpò
lo stipendio mensile di Senatore.
Vi è evidentemente
una questione costituzionale - già sollevata dall’Avv. Raffaele Fantetti, che è
il primo dei non eletti - che io riprenderò nella sede competente.
Le gravissime
accuse di oggi denunciano lo scandaloso comportamento del Di Girolamo.
Tremaglia, già nel 2008, aveva proposto denuncia per alcuni degli stessi reati
per i quali oggi si procede nei confronti del Di Girolamo.
On. Mirko
Tremaglia, de.it.press
Caso Di Girolamo. Le comunità italiane chiedano più garanzie sulla
trasparenza del voto all'estero
Il cosiddetto
"caso Di Girolamo", dal nome del Senatore della Repubblica che
avrebbe fatto ricorso all'aiuto delle cosche 'ndrine trapiantate in Germania
per assicurarsi l'elezione tra gli italiani all'estero, rischia di produrre più
danni di tante chiusure di sedi consolari e di tanti tagli alle politiche per
gli italiani all'estero.
Il danno è
innanzitutto all'immagine degli italiani nel mondo, come si può evincere dalla
lettura di alcuni articoli apparsi oggi sulla stampa nazionale. E a salire sul
banco degli imputati potrebbe essere, come accaduto già in passato, proprio il
diritto di voto per gli italiani all'estero in quanto tale.
Credo quindi che
la risposta più ragionevole a quanti coglieranno anche questa occasione per
screditare i diritti acquisiti delle nostre comunità all'estero non stia in una
difesa conservativa del voto per gli italiani all'estero, così com'è
organizzato oggigiorno.
In tutto il mondo
o quasi, le comunità residenti all'estero che beneficiano del diritto di voto
nel Paese di origine possono esercitarlo presso le sedi consolari e le
ambasciate. In Italia, invece, il voto degli italiani all'estero si esercita
per corrispondenza, esponendo il sistema di selezione dei nostri rappresentanti
nei due rami del Parlamento alle infiltrazioni malavitose anche drammatiche che
il "caso Di Girolamo" sta mettendo in piena evidenza.
E' noto che il
voto presso le sedi consolari implicherebbe una serie di complicazioni tecniche
e logistiche, soprattutto nelle aree vaste (America Latina in testa), di non
facile soluzione. Rimane però il fatto che le ombre che avvolgono una procedura
elettorale così poco trasparente rischiano di impattare anche sui tantissimi
connazionali - la stragrande maggioranza - che vivono la competizione
elettorale nei termini della legalità e del rispetto degli istituti
democratici.
Le battaglie in
difesa delle sedi consolari e per il ripristino delle politiche settoriali sono
sacrosante, ma attenzione a non perdere di vista altri diritti acquisiti -
quali il diritto di voto per gli italiani all'estero - che rischiano di
diventare il bambino assieme a cui si getta l'acqua sporca del "caso Di
Girolamo".
Davide Pernice (Segretario
del Pd di Bruxelles, già Candidato alla Camera dei Deputati nelle elezioni del
2008, Ripartizione "Europa") de.it.press
Il primo marzo sciopero in Italia degli immigrati: appello alla Cgil
Uno sciopero il
primo marzo per sostenere la lotta contro il razzismo, per promuovere il
protagonismo dei lavoratori immigrati, perché la lotta dei lavoratori italiani
e dei lavoratori immigrati è la stessa lotta contro lo sfruttamento.
Siamo uomini e
donne, lavoratori, operai, precari, studenti, pensionati, casalinghe,
disoccupati; siamo italiani o immigrati dall'Africa, dall'Asia, dall'Europa
dell'Est e dalle Americhe; siamo sui tetti delle aziende, picchettiamo i
cancelli, presidiamo le fabbriche, animiamo i circoli sul territorio, le
associazioni politiche e culturali, i centri di aggregazione; siamo cristiani,
cattolici, musulmani, buddisti, atei, agnostici, ma non facciamo della
religione un fattore discriminatorio.
Abbiamo ancora
negli occhi le immagini della baraccopoli di Rosarno, le immagini della rivolta
disperata e coraggiosa di centinaia di stranieri che non hanno sopportato di
continuare ad essere carne da macello e le immagini della deportazione che ne è
seguita.
Crediamo che le
politiche razziste del governo Berlusconi, il pacchetto sicurezza di Maroni, le
deportazioni nei Cie, i ”respingimenti” nel Mediterraneo sono strumenti per
mettere lavoratori contro altri lavoratori, famiglie contro altre famiglie,
sono strumenti per fomentare la guerra fra poveri e creare un clima in cui i
lavoratori italiani si sentano in concorrenza con quelli stranieri, un clima in
cui sono “normali” la caccia all'immigrato, lo sfruttamento, il lavoro nero, le
baraccopoli, i ricatti, l'isolamento.
Tollerare che una
parte importante e crescente di compagni di lavoro o di scuola o di caseggiato
sia discriminata per il colore della pelle, per la religione, per la cultura
(come anche per l'orientamento sessuale), tollerare che sia esente dalle
garanzie e dai diritti sanciti dalla Costituzione, che sia oggetto di campagne
persecutorie, tutto ciò significa permettere che i diritti sanciti dalla Costituzione
vengano man mano eliminati, per tutti. Significa, di fatto, lasciare mano
libera a chi li sta eliminando.
Crediamo, per
questi motivi, che lo sciopero degli stranieri del primo marzo sia
un'importante momento di lotta, un segnale forte e chiaro che contrasta la
propaganda, la cultura e le leggi razziste e di guerra promosse dalla destra
reazionaria.
Crediamo che il
primo marzo, se sciopero deve essere, come è giusto che sia, i lavoratori
immigrati debbano poter esercitare pienamente questo diritto, conquistato con
le gloriose lotte di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici
italiani, quando “gli stranieri erano loro” (qualcuno ricorda come erano
“accolti” gli emigranti dal sud Italia nelle città industriali del nord? O in
Svizzera, Germania, USA...).
Crediamo sia
dovere del più grande sindacato di questo paese, la CGIL, permettere che la
giornata di lotta del primo marzo sia partecipata dal più alto numero di
lavoratori, immigrati e italiani. Si tratta anche, e non è secondario, di
consentire che migliaia di lavoratori immigrati trovino il sostegno e la
protezione necessari per valorizzare il coraggio di scioperare anche contro i
ricatti, le minacce e le ritorsioni.
Per questi motivi
chiediamo
1. che la CGIL
indica uno sciopero il primo marzo che consenta ai lavoratori di partecipare
alla mobilitazione e valorizzi l'iniziativa di alcuni sindacati di base che
hanno già indetto uno sciopero generale;
2. che i candidati
nelle liste e nei partiti e di sinistra, comunisti, democratici, popolari,
antirazzisti e antifascisti usino gli strumenti che hanno a disposizione per la
campagna elettorale per le regionali per sostenere la mobilitazione del primo
marzo e l'appello alla CGIL.
Per adesioni:
appelloallacgil.primomarzo@gmail.com (de.it.press)
Svizzera. Il PD di Zurigo sui referendum svizzeri del 7 marzo
Uno dei temi
referendari a cui è chiamato a rispondere il popolo svizzero il 7 marzo
prossimo è l’abbassamento del tasso di conversione per l’assicurazione di
previdenza professionale (LPP) approvato dal parlamento nazionale e contro il
quale si stanno battendo le organizzazioni sindacali, le forze ed i movimenti
progressisti ed anche il Partito democratico in Svizzera. Il tasso di
conversione della capitalizzazione dei risparmi accumulati dalle lavoratrici e
dai lavoratori durante la carriera lavorativa influisce pesantemente sulla
rendita pensionistica e sulla vita delle famiglie non più attive nel mercato
del lavoro, e in particolare in questo difficile periodo di asettica
congiuntura economica mette in grave difficoltà il futuro delle giovani
generazioni. Il partito democratico svizzero di Zurigo ha discusso in una
pubblica assemblea, tenutasi nel Punto d’incontro, tradizionale ambiente della sinistra
zurighese, sulla portata di questo provvedimento legislativo e sui suoi effetti
materiali e politici. Lo stesso relatore, il sindacalista Salvatore Loiarro
dell’INCA-CGIL, impegnato da sempre in campo sociale e previdenziale, ha
richiamato i principi fondativi e l’essenza del sistema mutualistico che
continua ad essere una colonna portante dello stato sociale dei paesi
occidentali, venuto meno il quale le nostre società rischiano di ritornare al
medioevo dei diritti.
E’ risaputo che la
politica dei piccoli passi che portano allo smantellamento dello stato sociale
svizzero è l’obiettivo a cui mirano le forze borghesi svizzere, e che se il 7
marzo è messo in discussione il tasso di conversione, in futuro sarà
probabilmente la volta dell’età pensionistica o dell’assicurazione contro gli
infortuni, che è già in discussione nelle commissioni parlamentari.
La campagna di
sensibilizzazione del Partito democratico in Svizzera è in pieno corso e le
assemblee che si stanno svolgendo sul territorio trovano sempre maggiori
consensi tra i doppi cittadini di origine italiana. A Zurigo, del resto, assieme al Presidente
Emilia Marghelisch e al segretario del circolo Antonia Pichi, impegnate a dare
vigore e forza al Pd locale, erano presenti anche alcune figure storiche
dell’emigrazione italiana, tra loro il sindacalista Dario Mordasini, che ha
lanciato l’appello ad un impegno straordinario per bloccare la nuova ondata di
“galoppante revisionismo dei diritti sociali” che sta scuotendo l’Europa ed
anche la Svizzera. Perciò, nelle poche settimane che ci separano dalle
votazioni è necessario dare forza all’informazione e a far conoscere le ragioni
che dividono i fautori ed i contrari a questo referendum, la cui portata avrà
effetti sostanziali sull’arricchimento delle assicurazioni o sull’impoverimento
dei lavoratori.
Nell’ambito di
questa assemblea il partito democratico ha invitato i propri iscritti ed
elettori a fare campagna elettorale per il rinnovo dell’assemblea del Consiglio
comunale di Zurigo calendarizzata anche per il 7 marzo, dando indicazioni di
voto a sostegno dei candidati del partito socialista: Fiammetta Jahreiss (Quartiere 1 e 2),
Salvatore Di Concilio (Quartiere 3), Angelo Barrile (Quartiere 4 e 5), Lucia
Tozzi (Quartiere 11). PD-Zurigo, de.it.press
Riforma Comites-CGIE? No, grazie! Solo un restyling per il CGIE e
subito al voto
Affrontando il
tema della riforma dell’attuale normativa dei Comites e Cgie, che sembra essere
diventato il principale oggetto, se non l’unico, dell’attenzione del Comitato
per le questioni degli italiani all’estero del Senato, è opportuno ricordare
due cose. La prima, i Comites sono stati già riformati nel 2003 e quindi pochi
anni orsono e, comunque, successivamente all’entrata in vigore della legge sul
voto all’estero (L. 429/2001). La seconda cosa è che a seguito del voto
all’estero e della riforma della legge sui Comites (L.286/2003), lo stesso Cgie
iniziò immediatamente a discutere di una ormai indispensabile riforma anche
della normativa del Consiglio Generale (datata 1998). Una discussione che
coinvolse l’associazionismo italiano nel mondo ed i Comites e che portò il Cgie
ad approvare, quasi all’unanimità nel maggio 2007, un documento su come il Cgie
vedeva una sua autoriforma e che implicitamente era anche un sollecito per il
legislatore a mettervi le mani.
Ciò premesso
diventa quindi difficile comprendere la necessità di una nuova riforma dei
Comites limitandone, oltretutto, la loro istituzione in quelle Circoscrizioni
consolari in cui risiedono molte migliaia di italiani. Facendo così
scomparire molti degli attuali Comites quando, invece, in presenza di un
costante impoverimento del mondo associativo, ci sarebbe la necessità di un
loro incremento numerico. D’altra parte è ormai notorio che l’autorevolezza dei
Comites non dipende solo dalla normativa che li regola, né dal numero di
cittadini che rappresentano bensì dalla competenza ed autorevolezza dei suoi
membri (con in primis il presidente) ed anche dalla passione ed il tempo che
gli eletti mettono in questo loro impegno di volontariato.
E veniamo al Cgie. Ovviamente questo
organismo, con l’introduzione del voto all’estero per corrispondenza e
l’elezione di diciotto parlamentari, va sicuramente ritoccato ed il primo a
riconoscerlo, come ho già ricordato, è stato proprio lo stesso Consiglio
Generale attualmente in carica. Un restyling che: 1) ne riduca il numero
dei suoi membri rispalmandoli nei vari Paesi e continenti sulla base dei dati
aggiornati dell’AIRE e rivedendo la composizione, anche numerica, di quelli di
nomina governativa; 2) ne riveda la ripartizione geografica per renderla
conforme a quella della Circoscrizione Estero; 3) rafforzi il ruolo delle
Commissioni continentali riducendo ad una sola volta all’anno la convocazione
dell’assemblea plenaria; 4) introduca un limite di mandato per i suoi membri.
Tanto per citare alcuni esempi.
Pertanto, a mio modesto avviso, al momento,
non c’è alcun bisogno di modificare l’attuale normativa dei Comites mentre è
assolutamente necessario un restyling di quella del Cgie e non sicuramente uno
stravolgimento di entrambi le leggi. Dopo di che subito al voto ed entro
quest’anno senza ulteriori e incomprensibili rinvii che sarebbero
inaccettabili. Tutto questo in attesa di capire quale impianto istituzionale di
rappresentanza nei confronti dello Stato italiano vorranno poi avere (sempre
che lo vogliano davvero) le giovani generazioni di figli e nipoti di emigrati,
unitamente ai nuovi migranti italiani (semplici lavoratori, stagisti,
ricercatori e tecnici) che sempre più popolano il mondo.
Purtroppo di tutt’altro avviso è il Comitato
per le questioni degli italiani all’estero del Senato che, invece, si è
stranamente incaponito nel voler riformare in profondità con un colpo solo sia
i Comites che il Cgie infischiandosene del parere negativo di tanti Comites e
dello stesso Consiglio Generale.
Peccato! Perché certamente non mancherebbero,
a questo Comitato ed ai senatori che lo compongono, altri e più sentiti
problemi che hanno oggi gli italiani all’estero a cui dedicare altrettanta
attenzione e dedizione come, per esempio, il ripristino dell’esenzione dell’ICI
sulla loro abitazione in Italia, i tagli alle politiche scolastiche ed
all’assistenza agli indigenti, la funzionalità della rete consolare e la
chiusura di molti Uffici consolari in regioni ad alta presenza di emigrati.
Ma tant’è, con buona pace di tutti coloro che
vivono fuori dei confini nazionali! Dino Nardi, Coordinatore Uim Europa e
membro CGIE
UE. Le conclusioni del Consiglio Affari Esteri a Bruxelles
BRUXELLES - Il Consiglio europeo dei ministri
degli Esteri, presieduto dall’alto rappresentante per la politica estera Ue
Catherine Ashton, ha aperto i lavori svoltisi lunedì 22 febbraio a Bruxelles
con un sentimento di cordoglio e di sostegno al popolo e al governo del
Portogallo a seguito dell’inondazione e degli smottamenti che hanno colpito
Madera, con almeno 40 vittime .
La crisi dei visti con la Libia, gli aiuti ad
Haiti, lo stato dei rapporti con l’Iran per quanto concerne la questione del
nucleare, la condanna per l’assassinio in un albergo a Dubai, il 20 gennaio
scorso, di uno dei fondatori del braccio armato di Hamas, Mahamoud Al-Mabhouh,
da parte di un commando che ha usato passaporti e carte di credito di cittadini
europei, dopo averli rubati e clonati, la situazione in Ucraina dopo le recenti
elezioni, sono stati i temi al centro delle conclusioni dei ministri degli
Esteri.
Sui risultati, seppur non soddisfacenti,
raggiunti sul clima a Copenaghen - è detto in una nota della Farnesina - l’Ue
continua ad essere impegnata a proseguire i negoziati per raggiungere un
accordo giuridicamente vincolante per il periodo successivo al 2012: le altre
tappe sono la conferenza di Bonn dal 31 maggio all’11 giugno e quella a Cancun,
in Messico dal 29 novembre al 10 dicembre di quest’anno.
Il Consiglio ha quindi discusso della
situazione in Zimbabwe, Moldavia e Niger; riguardo al Niger, il Consiglio ha
auspicato che democrazia e ordine costituzionale vengano immediatamente
ripristinati dopo il colpo di stato del 19 febbraio scorso
Il Consiglio ha anche approvato il testo di
una lettera da inviare al governo degli Stati Uniti con cui si notifica il
termine di applicazione provvisoria di un accordo che prevede il trasferimento
di informazioni di carattere finanziario dall’Ue nell’ambito di un programma di
contrasto al finanziamento di attività terroristiche. Ciò a seguito del rifiuto
del Parlamento europeo di approvare l’accordo.
La crisi dei visti con la Libia - Il
Consiglio ha valutato gli sforzi diplomatici in corso per risolvere la
controversia sui visti tra la Libia e la Svizzera.
Haiti, la proposta di un ‘’piano Marshall’’ -
Un piano Marshall per ricostruire Haiti, da presentare alla conferenza di New
York dedicata agli aiuti per il Paese distrutto dal terremoto: è la proposta
dell’alto rappresentante per la politica estera Ue, Catherine Ashton, che la
prossima settimana sarà in visita ad Haiti. Ashton ha spiegato che l’emergenza
non è conclusa. Di qui la necessità di una risposta globale, come una sorta di
piano Marshall che duri nel tempo. Sinora l’aiuto europeo ad Haiti è stato pari
a 609 milioni di euro.
Iran: nucleare, attesa per le decisioni Onu –
I ministri degli esteri hanno avviato un confronto sugli ultimi sviluppi
relativi all’Iran e al suo nucleare. In linea con la dichiarazione del dicembre
scorso del Consiglio europeo, ed in mancanza di una risposta soddisfacente da
parte dell’Iran, i ministri hanno continuato la riflessione sulle misure che
potrebbero essere adottate. L’orientamento prevalente è di attendere, dunque,
le future mosse del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e di non procedere
unilateralmente a livello Ue con nuove sanzioni fino ad una nuova risoluzione
delle Nazioni Unite.
Medio Oriente: capo Hamas ucciso, Ue condanna
e chiede indagini – I ministri degli Esteri hanno espresso inquietudine e
preoccupazione per l’assassinio a Dubai di uno dei fondatori del braccio armato
di Hamas, Mahmoud Al-Mablouh, da parte di un commando che ha usato passaporti e
carte di credito di cittadini europei, dopo averli rubati e clonati. In una
dichiarazione si afferma che l’Unione europea “accoglie con favore le indagini
delle autorità di Dubai e chiede a tutti i Paesi di cooperare con loro. La Ue
si preoccupa anche di rassicurare i cittadini europei ed il resto del mondo
affinché continuino ad avere fiducia nell’integrità del sistema di passaporti
degli Stati membri. I passaporti Ue – si afferma – sono tra i più sicuri al
mondo, rispettano tutti gli standard internazionali e possiedono dei sistemi di
sicurezza che ne impediscono la clonazione”. (Inform) 23
Pena di morte il mondo guarda a Obama
Sono 6149. I
giorni in cui Gregory Taylor è stato nel braccio della morte in North Carolina,
innocente. Sono finiti il 17 febbraio, quando, per la prima volta nella storia
americana, è stato liberato da un verdetto di una Commissione indipendente
nominata dallo Stato per i casi dubbi. 137 sono gli innocenti, molti dei quali
mai risarciti, che hanno speso anni in quei bracci della morte. Come Curtis Mc Carthy,
21 anni passati nel carcere-modello di Mc Alister in Oklahoma: costruito
sottoterra. Mai la luce del sole. Sepolti vivi. Vivi ma morti. Così ci si
abitua all’idea. A lui, sopravvissuto, chiedo: «Provi rabbia?». E Curtis
risponde, appena appena sorridendo: «No. Se avessi rabbia o odio, sarei ancora
prigioniero. Invece sono un uomo libero». In California c'è il più grande
braccio della morte del mondo, a San Quentin, 647 condannati. Aumentano di 30
all'anno. Pochissime le esecuzioni. Oltre alla bancarotta, all'intasamento
della Corte Suprema per i ricorsi, con danno per il resto del sistema
giudiziario, si apre lo scenario che essere condannati a morte senza certezza
di essere uccisi per venti, trent’anni, sia una forma di tortura cui nessuno
aveva mai pensato prima.
Sono 141 i Paesi
del mondo che non usano più la pena capitale. Ma è un trend recente. Per
millenni pensatori e Stati, da Aristotele a Kant, da Sant’Agostino a Hegel
hanno trovato la pena di morte normale. Anche se i primi cristiani erano visti
con sospetto nell’esercito romano perché non amavano uccidere. All'inizio degli
Anni Settanta erano solo 23 i Paesi che avevano abolito la pena estrema. Oggi
sono 103 in ogni circostanza, e altri 38 l'hanno abolita in tempo di pace o, di
fatto, non eseguono condanne da più di 10 anni.
Emerge dal primo
Rapporto sulla pena capitale del segretario dell'Onu Ban Ki-moon. Il rapporto
stesso segna una svolta epocale: è quella intervenuta con l’approvazione da
parte dell’Assemblea Generale dell'Onu della Risoluzione per una moratoria
universale della pena di morte il 18 dicembre 2007. La pena capitale non è più
solo una questione di giustizia interna agli Stati, ma è di interesse generale
perché tocca i diritti umani. È un documento non vincolante. Ma quanto sia
importante lo mostra il fatto che per quindici anni c'è stato un fuoco di
sbarramento per bloccarlo. Come quando nel 1998 l'Ue ha ritirato la Risoluzione
alla vigilia del voto perché era nato un fronte trasversale che la descriveva
come iniziativa «neocolonialista» di una superpotenza, l'Ue, che voleva imporre
la sua visione dei diritti umani. Ci sono voluti altri nove anni per risalire
la china. Intanto si era celebrato a Strasburgo il primo Congresso contro la
pena di morte, si era registrato un grande dinamismo francese e italiano
sull'argomento, era nata a Roma la Coalizione mondiale contro la pena di morte
(Wcadp), a Sant'Egidio, per iniziativa di Ecpm e un'altra dozzina di
organizzazioni internazionali, da Amnesty International, a Sant'Egidio, a Pri e
Fidh. E' nata, sempre per iniziativa di Sant'Egidio, con il sostegno della
Wcadp, la più grande mobilitazione interculturale sul tema, che ha visto oltre
cinque milioni di adesioni in più di 150 Paesi del mondo: è diventata l'Appello
con milioni di adesioni e le firme dei maggiori leader religiosi e laici del
mondo, consegnato all'Onu alla vigilia del voto, per vanificare l'argomento del
«neocolonialismo».
Si sono affermati
i due grandi appuntamenti mondiali - non rituali - anche nei Paesi mantenitori,
delle Giornate contro la pena di morte, il 10 ottobre, e delle Città per la
vita, il 30 novembre, mentre si sono rafforzate le coalizioni regionali e la
capacità di fare «rete»: oltre cento sono i movimenti abolizionisti e molte
delegazioni ufficiali di governi che parteciperanno al prossimo congresso
mondiale a Ginevra, dal 24 febbraio. È cresciuta la capacità di sinergia tra
movimenti della società civile e Stati. Il rifiuto della pena capitale è
diventato per l'Ue un elemento identitario. Mentre è stata capace di fare un
passo indietro e di collaborare alla nascita di un fronte «cross regional»,
tale da creare il più vasto movimento di Paesi co-sponsor all'Assemblea
Generale Onu. È una sfida che si ripeterà in autunno, quando la nuova
Risoluzione verrà presentata, per marcare una crescita di consenso.
Nonostante il
decennio della guerra in Iraq e del terrorismo, infatti, la pena di morte è
arretrata. Uzbekistan, Kazakhstan, Kirghizistan, ma anche Gabon, Togo, e altri
Paesi africani hanno fatto la differenza, sostenuti anche da Ong e Stati nella
svolta abolizionista. Alcune svolte sono maturate, come per la pace, anche a
Roma, a Sant'Egidio.
Negli Stati Uniti,
in due anni, New Jersey e New Mexico, East Coast e Far West, hanno rotto il
fronte e, dopo 30 anni, hanno abolito la pena capitale. La Corte Suprema Usa ha
dichiarato incostituzionale l'esecuzione di disabili mentali e minori. In Cina
la Corte Suprema ha invitato a ridurre solo ai «casi molto gravi» la condanna
capitale e ha tolto alle corti locali il potere di comminarla: si calcola una
riduzione del 30 per cento sul totale delle esecuzioni (che non si conosce in
maniera certa). L'Asia si muove: è nata l'Adpan, la coalizione regionale, le
Filippine hanno imboccato di nuovo la via abolizionista, il presidente della
Mongolia ha inaugurato quest'anno la via abolizionista. Taiwan ha fermato da
anni le esecuzioni quando appena 7 anni fa era il paese del mondo più attivo
sul fronte delle esecuzioni, in rapporto alla popolazione. Aperture ci sono in
Corea del Sud. Anche se in Iran le esecuzioni crescono e vengono esibite, in
Giappone è passato il primo anno senza esecuzioni capitali. In India c'è un
dibattito al livello della Corte Suprema, e altrettanto accade in Pakistan, con
7000 sentenze capitali fermate. Nei Caraibi cresce il dibattito anche tra i
governi, perché la pena di morte non serve contro la violenza diffusa, vera
malattia caraibica, con la povertà: l'Europa può fare molto per aiutare in
questa direzione. Algeria, Tunisia, Libano, Giordania possono accelerare il
cambiamento nell'area del Mediterraneo. Il Marocco ha fermato, in pratica, le
esecuzioni e cresce la richiesta di abolizione. Il mondo guarda all'America di
Obama, che crede nella necessità di essere più in sintonia con il resto del mondo.
C'è la possibilità, storica, che la prossima Risoluzione Onu in autunno veda le
astensioni di Stati Uniti, Giappone e India, con la crescita dei consensi nel
resto del mondo. È un obiettivo per cui vale la pena di lavorare.
MARIO MARAZZITI, portavoce
della Comunità di Sant’Egidio LS 24
"Opporsi alla Cina è inutile, è già pronta a guidare il mondo"
Intervista allo
studioso britannico Martin Jacques, autore di "When China rules the
world" - "Non sono attrezzati ad accettare la loro diversità. Ma
Pechino offre una vera egemonia fuori dall'Occidente" - dal nostro
corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK -
"When China rules the world", quando la Cina governerà il mondo. Un
titolo che è un pugno nello stomaco. O un incubo. Sarà per questo che il saggio
di Martin Jacques, uscito in Inghilterra e negli Stati Uniti, è stato tradotto
in Cina, Taiwan, Giappone, Indonesia, ma in nessun paese dell'Europa
continentale? E' troppo duro per noi confrontarci con le tesi di Jacques?
"L'Europa - sorride lo studioso britannico - ha
abbandonato lo sforzo di elaborare un'idea del futuro. Ai cinesi sa esprimere
solo una serie di lamentele che si possono riassumere in una sola: perché non
siete come noi?"
Ma in questo libro
lei non fa sconti neppure all'America. Nel sottotitolo evoca "la fine del
mondo occidentale e la nascita di un nuovo ordine globale". La classe
dirigente Usa può accettare questa prospettiva?
"Gli Stati
Uniti sono impreparati di fronte all'ascesa della Cina. Non l'hanno capita, ne
hanno sottovalutato la portata. Solo dall'ultima crisi finanziaria le élite
americane hanno cominciato ad avvertire il declino del loro paese. Non molto
tempo prima, si cullavano ancora in un'idea d'invincibilità. C'è stata da parte
delle élite americane una diabolica incomprensione della storia".
Che cosa fa velo,
per capire la Cina?
"Il fatto di
averla considerata una nazione destinata a un futuro come il nostro, cioè a
diventare una società simil-occidentale. E' stata dedicata scarsa attenzione
alla possibilità che la Cina, pur trasformandosi, rimanga profondamente diversa
da noi. L'America non è attrezzata ad accettare una diversità così
radicale".
Il viaggio di
Obama in Cina a novembre fu preceduto da enormi aspettative, si parlò della
nascita di un G2. Da quel momento in poi tutto è andato storto. Copenaghen,
Google, Taiwan, Tibet: la Cina è diventata "la potenza che dice no",
agli occhi dell'Occidente.
"Le reazioni
a quel viaggio sono emblematiche di quanto la classe dirigente e l'opinione
pubblica americana siano impreparate. Obama è stato accusato di essere troppo
cauto. Invece è stato realistico, ha tenuto conto dei nuovi equilibri di
potere. Le priorità dei dirigenti di Pechino sono chiare. Al primo posto c'è la
crescita economica indispensabile per sradicare la povertà ancora estesa in
ampie aree del paese. Al secondo posto, e di conseguenza, la Repubblica
Popolare deve garantirsi le relazioni internazionali più favorevoli per
perseguire il primo obiettivo. Inclusa una relazione positiva con gli Stati Uniti.
All'interno di questo rapporto, è vero che la Cina si è fatta più sicura di sé,
più determinata, più consapevole dei nuovi rapporti di forze. I cinesi sono
straordinariamente pazienti. Hanno un visione a lungo termine. Anzi:
lunghissimo".
Nel suo saggio lei
proietta un'ascesa della Cina ben oltre la sfera economica, politica, militare.
Ma perché la Cina possa davvero dominare il mondo, dovrà competere con
l'America anche sul terreno culturale. Può farlo?
"La Cina ha
una civiltà ben più ricca degli Stati Uniti. La sua tradizione di uno Stato
centrale ha duemila anni di storia. Altri aspetti della sua civiltà sono molto
più antichi. Ha una delle lingue più ricche e più antiche del mondo. Per
proiettarsi all'esterno con una capacità egemonica occorrono avere risorse
culturali e modernità. La cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino
nell'agosto 2008 fu un interessante esempio di come la Cina adesso possa
rielaborare la propria storia proponendola attraverso le tecniche di
comunicazione e di spettacolo più moderne".
Resta una
diversità irriducibile, che ci rende difficile accettare la prospettiva di
un'egemonia cinese: abbiamo valori incompatibili, la democrazia liberale e i
diritti umani.
"Per questa
ragione l'Occidente sarà il più refrattario alla penetrazione culturale cinese,
e cercherà di resistere. La Cina ha meno da offrirci. Ma ha già compiuto delle
avanzate notevoli in tutto il resto del mondo. Nei paesi emergenti la Cina
rappresenta una valida alternativa a quel modello che fu definito il "Washington
consensus". In particolare durante l'ultima crisi economica, Pechino ha
dato ulteriori prove di avere uno Stato molto efficiente, più efficiente dei
nostri. In futuro tutto il dibattito sul ruolo dello Stato dovrà tener conto
del modello cinese. L'egemonia è fatta anche di questo: istituzioni che danno
risultati".
Come dovrebbe
comportarsi l'Occidente?
"L'Occidente
vede se stesso come la più cosmopolita fra tutte le culture. E' un curioso
rovesciamento: in realtà siamo i più provinciali. Tutte le altre civiltà, dal
XVIII secolo in poi hanno dovuto confrontarsi con un avversario più forte. La
colonizzazione europea, poi l'americanizzazione, hanno sottoposto gli altri a
uno sconvolgimento. Sono stati costretti, anche con la forza, a "diventare
cosmopoliti". Noi non siamo passati attraverso questa esperienza. Di
conseguenza siamo i più ignoranti. L'ascesa della Cina sarà per noi un
apprendimento. Ci saranno aspetti che non amiamo affatto di quella civiltà,
altri che scopriremo interessanti. Lo spostamento del potere dagli Stati Uniti
verso la Cina è un processo secolare, inevitabile. Non dipende dalle singole
scelte, o dai singoli errori, che questa o quella Amministrazione americana può
fare. Sono in movimento forze più profonde, che vanno al di là dell'influenza
dei nostri leader". LR 22
Sanità, il compromesso di Obama: mutua per 31 milioni di americani
Il compromesso del
presidente americano Barack Obama per la riforma sanitaria prevede che possano
avere la mutua 31 milioni di americani attualmente non assicurati. Il piano -
spiega la Casa Bianca - rende la mutua più accessibile per molti altri americani.
Il piano Obama è
un compromesso tra i testi approvati dalla Camera e dal Senato alla fine
dell'anno scorso. ll piano costrerebbe 950 miliardi di dollari ma nelle
previsioni della Casa Bianca taglierebbe i costi abbastanza da essere non solo
autofinanziato, ma permetterebbe di ridurre il deficit federale di 100 miliardi
di dollari nei prossimi dieci anni e di mille miliardi nel decennio successivo.
«Il presidente vuole e crede che la gente meriti un voto 'si o no' sulla
riforma della sanità. Questo piano ha la flessibilità per raggiungere questo
obiettivo se i repubblicani decideranno di fare ostruzionismo», ha detto il
capo delle comunicazioni della Casa Bianca, Dan Pfeiffer.
L'opzione pubblica
non è sopravvissuta al compromesso del presidente americano Barack Obama sulla
riforma della sanità.
Il piano Obama è
un compromesso tra i testi di riforma approvati dalla Camera, che contemplava
il principio dell'opzione pubblica, e dal Senato, che lo aveva abbandonato.
La proposta del
presidente si allinea con la posizione meno restrittiva del testo del Senato in
fatto di aborto. La legge non include l'emendamento approvato alla Camera su
input dei democratici conservatori che proibisce alle mutue di offrire la
copertura dell'aborto a chi acquista una polizza con sussidi federali.
L'assenza dell'emendamento potrebbe causare problemi per Obama alla Camera.
La risposta dei
Repubblicani non si è fatta attendere. A loro non piace la proposta di
mediazione illustrata da Barack Obama, che taglia da 46 a 31 milioni il numero
di americani cui sarà garantita l'assistenza. «Questa non è una proposta seria
che possa rispondere alle preoccupazioni manifestate dal popolo americano sulla
proposta democratica e non include alcun importante modifica chiesta dai
repubblicani, come quella di porre fine alla mare di cause legali che fanno
decollare il costo del sistema sanitario», ha denunciato Dave Camp, il
capogruppo repubblicano della commissione Welfare della Camera. L’U 2
Crisi e debiti pubblici. Il dovere di guardare in faccia la realtà
QUESTO quotidiano
ha sempre esaminato le nostre vicende economiche, come quelle altrui, secondo
un’ottica che Robert Skidelsky, nella sua recente visita in Italia, ha
ricordato essere la grande conquista del dibattito seguito all’analisi di
Keynes: incorporare negli obiettivi degli Stati moderni la piena occupazione e
l’equa distribuzione del reddito. Dopo avere esaminato le proiezioni dei debiti
pubblici nelle principali aree del mondo e la possibilità che se nulla si
facesse di diverso dalla ortodossia del rientro con minori spese e maggiori
tasse e della minore offerta di moneta a tassi dell’interesse più elevati essi
potrebbero raggiungere in molti Paesi dimensioni da due a quattro volte il Pil,
ci siamo resi conto che non si potesse procedere con provvedimenti ordinari e
fosse necessario pensare a interventi straordinari. Meditando sulle scelte
effettuate in passato in occasioni di gravi crisi e valutando che dopo
l’ottobre 2008 furono presi provvedimenti straordinari fiscali e monetari per
evitare il peggio, concludemmo che l’accollo alla finanza pubblica di una quota
significativa dei debiti accesi dai privati non avesse risolto il problema
dell’eccesso di creazione di debito, ma solo continuato questa politica con
mezzi diversi. La crisi del debito pubblico della Grecia e i sospetti gravanti
su quelli del Portogallo, Spagna e Irlanda, facendo finta che non esista un
analogo grave problema per gli Stati Uniti e il Regno Unito e che l’Italia
possa restarne fuori, ci è sembrato una valutazione di troppo corta veduta e
che occorresse recuperare un’impostazione lungimirante che evitasse uno sbocco
deflazionistico, se si procedesse (come si intende procedere con la Grecia) con
politiche tradizionali deflazionistiche; oppure inflazionistiche, se nulla si
facesse, come nulla si va facendo, perché non sarà il solletico di un aumento
di 25 centesimi di punto a scoraggiare la speculazione. Né sarà un intervento a
favore della Grecia, che consideriamo peraltro indispensabile quanto meno per
l’Unione Europea, a dare una risposta al problema.
Ringrazio gli
illustri colleghi che hanno voluto intervenire nel dibattito aperto da questo
quotidiano, ma chiedo loro d’essere più espliciti, non tanto sulla mia proposta
di parcheggiare parte dei debiti pubblici presso il Fondo monetario
internazionale, quanto sulla possibilità che si possa uscire dall’attuale crisi
con una exit strategy di tipo tradizionale (più tasse, meno spesa pubblica,
tassi dell’interesse più elevati e meno credito); o se occorre un provvedimento
più radicale sui debiti pubblici. Mi spiego meglio: ridurre la spesa pubblica,
ammesso che sia possibile, o aumentare le tasse, come andrà a finire, come pure
diminuire l’offerta di moneta e innalzarne il costo sono tutti provvedimenti
che avranno effetti deflazionistici e aumenteranno, attraverso una caduta delle
entrate fiscali e maggiori oneri finanziari sul debito, i deficit pubblici, la
disoccupazione e l’iniqua distribuzione del reddito. In breve si avrà il
definitivo fallimento della politica intesa in senso moderno.
Se si fosse
d’accordo sulla necessità di un intervento straordinario e sull’impossibilità
di procedere in modo tradizionale sarebbe possibile individuare una soluzione
che superi le obiezioni “tecniche” alle diversità dei punti di partenza nel
debito, come in altre variabili. È ovvio che chi ha un debito più elevato e
necessiterà di tempi più lunghi per assolvere ai suoi impegni avrà oneri
maggiori, ma non l’assillo di rientrare entro il 2012 o giù di lì con caduta
dell’occupazione e inevitabili disordini sociali. Le soluzioni tecniche
esistono per non premiare i viziosi e penalizzare i virtuosi. Ma occorre
soprattutto tenere presente che parcheggiare i debiti equivale a creare le
condizioni per un rientro nelle politiche monetarie e fiscali “convenzionali”,
che resta l’unico modo per far funzionare bene il mercato globale. Se le
politiche attuali restassero vincolate dai timori di creare deflazione o
ignorassero i rischi di inflazione potremmo trovarci tra breve in condizioni
peggiori di quelle che stiamo affrontando. PAOLO SAVONA IM 22
Riciclaggio, ascoltato Di Girolamo al Senato. Rischia l'arresto
Il senatore del
Pdl Nicola Di Girolamo è stato ascoltato oggi dalla Giunta per le
autorizzazioni a procedere del Senato in merito alla richiesta di arresto
avanzata nei suoi confronti dai pm romani titolari dell'inchiesta su
riciclaggio e frode fiscale per 2 miliardi di euro, che vede tra gli indagati
anche il fondatore di Fastweb Silvio Scaglia, per il quale c'è un ordine di
arresto, e l'attuale Ad Stefano Parisi. Al termine dell'incontro, che è durato
pochi minuti, il senatore del Pdl ha ribadito quanto aveva detto questa mattina
in una conferenza stampa. «Ho chiesto di avere contezza delle carte e i membri
della giunta si sono riservati di dare indicazioni in questo senso. A breve
sapremo sia io sia voi», ha detto ai cronisti all'uscita dall'incontro.
Più tardi è stato
il presidente della giunta, Marco Follini, a spiegare ai cronisti che
l'audizione del senatore si concluderà martedì prossimo e ci sarà poi «una
parola definitiva entro la prossima settimana. Poi toccherà all’aula del Senato
esprimersi». Sui contenuti Follini si è limitato a dire: «Non spetta a me
aggiungere parole, i fatti parlano chiaro». Di Girolamo ha ripetuto di ritenere
«incredibili» le accuse e, circa le polemiche interne sulla poca solidarietà
ricevuta dal suo partito, ha detto che si sente «sostenuto» dal Pdl e che ha
fiducia nella istituzioni.
Questa mattina,
nella conferenza stampa, aveva detto: «È molto pesante quello che è stato
scritto [...]. Tutto ciò che mi è contestato l'ho appreso dai giornali di
questa mattina non ho avuto modo di prendere visione degli atti e a fronte di
quello mi riservo di darvi le indicazioni del caso».
Il senatore risulta
indagato perché ritenuto colluso con un'organizzazione per costituire società
internazionali di comodo funzionali al riciclaggio di denaro - filone questo
nel quale sono indagate anche Fastweb e Telecom Italia Sparkle, controllata
interamente da Telecom Italia - ma anche per violazione della legge elettorale,
in quanto gli investigatori ipotizzano brogli a suo favore nel distretto di
Stoccarda, Germania, in occasione delle elezioni politiche del 2008. Per gli
investigatori, sponsor dell'elezione di Di Girolamo sarebbe stato
l'imprenditore Gennaro Mokbel, già segretario del movimento Alleanza
federalista nel Lazio e poi del Partito federalista.
Secondo il gip,
che ha firmato ordinanze di custodia cautelare per 56 indagati, incluso
Scaglia, le indagini hanno portato alla luce un'«organizzazione criminale» che
realizzava attività economiche fittizie per svariati miliardi di euro al fine
di ottenere crediti di imposta a vantaggio delle due società di tlc. Scaglia,
che in una nota ha affermato ieri la sua estraneità a qualunque reato
ipotizzato, ha ribadito al Corriere della Sera che lo ha raggiunto
telefonicamente in Sudamerica di aver chiesto agli avvocati di «concordare
immediatamente il modo più opportuno per essere interrogato dai magistrati».
L'operatore di tlc
svizzero Swisscom ha detto in una nota che era a conoscenza della contestazione
sul credito Iva della controllata Fastweb ai tempi dell'Opa nel 2007 e che il
prezzo d'offerta sulla società della banda larga italiana incorporava i rischi
legati alle accuse mosse al gruppo dalla procura di Roma. Su un totale di 2
miliardi di euro constestati ai diversi soggetti coinvolti nell'indagine,
«circa 40 milioni di euro» si riferiscono a Fastweb, ha spiegato Swisscom.
Dicendosi sorpresa
degli ultimi sviluppi della vicenda la società elvetica ha reso noto che aprirà
un'approfondita indagine interna e che intende offrire, insieme alla stessa
Fastweb, «piena cooperazione» alle autorità giudiziarie. Intanto il gip sarà
chiamato a decidere il 2 marzo sulla richiesta della procura di interdire
dall'esercizio delle loro attività Fastweb e Telecom Italia Sparkle, in base
alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle società per i
reati eventualmente commessi dai proprio funzionari. Sia Fastweb che Telecom
Italia, con due distinte note stampa, si sono dichiarate estranee alle
contestazioni e «parti lese» dei reati eventualmente commessi dagli indagati.
L’U 24
ROMA — «Se t'è
venuta la senatorite è un problema tuo Nico'... A me non me ne frega un c... di
quello di quello che dici tu... Puoi diventa' pure presidente della Repubblica,
per me sei sempre il portiere mio... Tu sei uno schiavo mio». È il 17 aprile
2008 quando i carabinieri del Ros intercettano questa telefonata fra Gennaro
Mokbel e il suo legale, Nicola Di Girolamo. Il primo, considerato il capo
dell'organizzazione finita ieri in carcere, imprenditore vicino all'estrema
destra (in passato avrebbe avuto contatti anche con Antonio D'Inzillo, accusato
di aver ucciso il boss della banda della Magliana Enrico De Pedis), è appena
riuscito a far eleggere Di Girolamo al Senato, nelle file del Pdl. Con l'aiuto
della cosca della 'ndrangheta guidata da Giuseppe Arena e dell'avvocato romano
Paolo Colosimo. L'ordinanza ricostruisce i rapporti tra Mokbel e Di Girolamo.
In un primo tempo l'imprenditore cerca una poltrona libera: emerge che si può
provare solo nella circoscrizione estera. Poi prende il via la campagna
elettorale: «Dobbiamo trovare un altro partito dove infilarti — spiega in un
incontro Mokbel al suo candidato —, perché ieri sera qui è venuto il senatore
De Gregorio, l'onorevole Bezzi, tutti quanti si sono messi a tarantellà però...
siccome De Gregorio è l'unico che c'ha l'accordo blindato con Berlusconi...
allora io adesso preferisco vedere se te trovo la strada sempre per Forza
Italia».
Il 1° aprile, poi,
Mokbel spiega a Di Girolamo: «Adesso tu fai soltanto quelli tutti bianchi,
capito», riferendosi, probabilmente, alle schede su cui gli elettori,
soprattutto calabresi emigrati, dovranno scrivere il nome «giusto». «Non vi
sono dubbi — scrive il gip Aldo Morgigni — su chi organizza le operazioni
inerenti non soltanto la candidatura di Di Girolamo, ma anche su chi lo
dirigerà nella sua attività politica». E per il procuratore aggiunto Giancarlo
Capaldo il senatore «risulta organicamente inserito nell'associazione criminale
con incarico di "consulente legale e finanziario"». La sua collaborazione
al riciclaggio sarebbe stata ricompensata con quattro milioni di euro, mentre
«tutta la vicenda relativa all'elezione è frutto di attività criminosa». Dopo
l'approdo al Senato, l'imprenditore dà istruzioni a Di Girolamo: «Devi paga'
tutte le cambiali che so' state aperte e in più poi devi paga' lo scotto sulla
tua vita, perché tu una vita non ce l'avrai più. Poi dovrai fa' tutte le tue
segreterie, tutta la gente sul territorio, chi te segue le commissioni, li
portaborse, l'addetto stampa». Ma fin dai primi giorni i rapporti fra i due non
sono idilliaci: Mokbel ha difficoltà a far capire chi comanda. In un incontro
con un certo Franco Capaldo, racconta che ha dovuto rimproverare Di Girolamo:
«... poi da viale Parioli (il quartier general dell'imprenditore, ndr) si
decide co' chi devi sta' a pranzo, co' chi devi sta' a cena, chi devi
incontra'... Se lo capisci bene, sennò vattene pe' i c... tua, mettemo un
altro, non c'ho tempo da perde... Lui è legato a me a doppio filo, a cento
fili».
Al telefono,
Mokbel se la prende più volte con il senatore: «Oggi m'hai riempito proprio le
palle Nico'». E ancora: «Sei una delusione, Nico'». L'imprenditore rivendica di
aver speso denaro suo per ottenere l'elezione: «Calcola che il 70 per cento dei
soldi tirati fuori qua non li avete tirati fuori voi, li ho tirati fuori io».
Alle accuse che emergono dalle carte il senatore replica: «Stanno cercando di
mettermi sulla croce. È roba da fantascienza, mi sento paracadutato in un
territorio di guerra. Mi sento nel frullatore». Già un'altra richiesta di
arresto è stata respinta dal Senato, ma ora c'è di mezzo la 'ndrangheta.
«Durante la campagna elettorale — spiega Di Girolamo — sono stato in Calabria
una sola volta. Solo a Stoccarda ho preso gli stessi voti raccolti in altre
città europee. Quanto alla telefonia, è una realtà che ignoro: io, sì e no, so
accendere il cellulare». Lavinia Di
Gianvito CdS 24
La Repubblica a Berlusconi: “Ci basta la verità”
L'inchiesta sulla
Protezione Civile è l'irruzione della realtà - una gran brutta realtà -
nell'universo magico del berlusconismo che racconta a se stesso e al Paese,
dagli schermi asserviti della televisione unica, un'epopea populista di
successi ininterrotti, all'insegna del "fare". Oggi si scopre che
quel "fare" senza regole nasconde il malaffare. E il disvelamento è
immediato, con i cittadini dell'Aquila che entrano a forza nel centro storico
morto e sepolto, denunciando la mistificazione televisiva e costringendo il
sindaco ad ammettere che "la Protezione Civile ci ha salutati e se n'è
andata, e noi dopo dieci mesi siamo davanti a 4 milioni e mezzo di metri cubi
di macerie".
Si capisce
l'agitazione politica che domina il Presidente del Consiglio.
Prima ha insultato
i magistrati ("vergognatevi"), poi ha taciuto per una settimana
provando la carta propagandistica di una legge anticorruzione che è durata lo
spazio di fanfara di un telegiornale, perché nemmeno nelle favole le volpi
possono scrivere i regolamenti dei pollai. Infine ieri è tornato a parlare di
complotto "che annulla i risultati miracolosi", ha attaccato
l'opposizione e come sempre quando le difficoltà lo sovrastano ha denunciato
"il superpartito di Repubblica" come il vero artefice di questo
scandalo e di questa crisi.
Vorremmo
tranquillizzarlo: un giornale non è un partito. Ma vorremmo anche spiegargli
che in Occidente un giornale ha il dovere di illuminare la realtà,
raccontandola, e di rappresentare la pubblica opinione che vuole conoscere e
sapere, per giudicare. Noi continueremo a farlo. Berlusconi può aiutarci: dica
quel che sa sugli appalti, i favori e la corruzione gelatinosa della Protezione
Civile, sulla ragnatela che coinvolge Palazzo Chigi. Ancora una volta, la
strada è semplice: dica la verità ai cittadini. EZIO MAURO LR 22
Berlusconi: non è tangentopoli. Prodi: «Difende solo se stesso»
Liste Pdl senza
«personaggi compromessi in modo certo» promette Berlusconi, ma non chiarisce se
debbano essere i pm, i giudici di primo grado, quelli di Cassazione o, al
contrario, i Bondi, i Cicchitto, i La Russa, i Verdini, i Cosentino - o il
Cavaliere stesso -, a sciogliere gli elettori dall’assillo dell’incertezza.
Ossessionato dal pericolo che si radichi nell’opinione pubblica l’equazione tra
il Pdl di oggi e il Psi dei primi anni ‘90, anche ieri, collegandosi via
telefono con Riccione per il convegno di Formigoni, il premier è tornato a
garantire che non c’è «alle porte una nuova tangentopoli» e a derubricare come
«casi isolati» i fatti di corruzione che coinvolgono uomini del suo movimento.
Un altro tentativo, questo, per arginare i sondaggi sugli orientamenti di voto
degli italiani condizionati dalle ultime inchieste. Per allontanare da sé e dal
Pdl l’amaro calice di un insuccesso alle regionali, oltre a proporsi nelle
vesti del moralizzatore, Berlusconi cerca di far prevalere l’idea che qualche
«birbantello» è il prezzo da pagare ad un «governo del fare» al quale si
contrappone solo l’alternativa di un’opposizione incapace. La stessa del
«malgoverno» di Prodi grazie al quale fecero «il giro del mondo» le «immagini
devastanti» della spazzatura che infestava Napoli.
PRODI: Bertolaso
concordò con me
Chiamato in causa
dal Cavaliere, però, il Professore restituisce immediatamente le attenzioni.
«Di malgoverno gli italiani hanno conosciuto quello di Berlusconi - dichiara
Sandra Zampa, la sua portavoce - È lui il premier delle promesse disattese che
difende con le unghie e con i denti se stesso e le proprie aziende». Quanto
all'emergenza rifiuti a Napoli, poi, «è bene ricordare come lo stesso Bertolaso
abbia più volte dichiarato di aver seguito il piano già predisposto con il
presidente Prodi, risultato dunque molto efficace».
Attacco
berlusconiano all’opposizione «disperata» come arma di difesa, quindi. Nello
stesso giorno in cui, tra l’altro, nuove intercettazioni descrivono gli
incontri a Palazzo Chigi tra Balducci - arrestato qualche giorno dopo -
Bertolaso e un «altro» (Letta?, si chiede Repubblica) in concomitanza con le
richieste di misure cautelari avanzata dai pm fiorentini a fine gennaio. Poche
ore prima, tra l’altro, della promozione sul campo del capo della Protezione
civile a futuro «ministro» annunciata a l’Aquila da Berlusconi. Il premier,
ieri, è tornato a difendere Bertolaso.
I responsabili
dello «sfascio» dei rifiuti a Napoli - ha accusato - «sono gli stessi che oggi
pontificano e osano attaccare il governo e Bertolaso, al quale dovrebbero
elevare un monumento per ciò che è riuscito a fare con il nostro supporto».
Avviene il contrario, invece. Perché «puntualmente scattano indagini
giudiziarie per mettere in cattiva luce chi ha avuto il merito di mostrare al
mondo un'immagine positiva dell'Italia».
E il premier se la
prende con la «furia autodistruttrice» che «calpesta le persone, trasforma le
cose positive in negative», cerca di far passare «la storia nobile» della
gestione dell’emergenza in Abruzzo come «un'altra pagina di corruzione». Questa
volta il Cavaliere non prende di petto i magistrati, ma il Partito democratico.
Che, assicura, «è sempre più estremista e laicista» e va al traino dell’Idv
«eversivo» di Di Pietro e dei Radicali, ispirato com’è dal «superpartito di
Repubblica». Che delusione, poi, quel Veltroni e quel Bersani. «Speranze
tradite» sul cui partito - non a caso - piove il castigo dei cattolici che lo
abbandonano, da «Rutelli alla Binetti». E allo sconsolato Cavaliere non resta,
quindi, che gettare la spugna. Senza «un interlocutore con cui collaborare»,
infatti, il premier deve acconciarsi - suo malgrado - a «cambiare l'Italia» da
solo. Ninni Andriolo L’U 22
Capitali all’estero, regole e controlli. La malapianta del denaro
Politica, affari e
ambienti fangosi: vanno ripristinate linee di confine morali diventate ormai
impercettibili
Le accuse dovranno
naturalmente essere provate. Ma nella vicenda che ha portato i magistrati a
chiedere 56 arresti disorientano l’incredibile ramificazione degli attori e le
dimensioni del presunto riciclaggio, con ingranaggi ben innestati nella
criminalità organizzata e perfino nella politica. Una fotografia, va detto,
scattata qualche anno fa, quando le più recenti disposizioni contro il denaro
sporco non erano ancora state approvate. L’impressione è comunque quella di un
mondo nel quale i capitali mafiosi, come quelli dei trafficanti di droga o
d’armi, possono penetrare in ogni fessura, come l’acqua.
Al punto che viene
da domandarsi se un Paese come l’Italia, dove le cosche arrivano a controllare
intere fette di territorio, e l’economia irregolare o illegale è un terzo del
reddito nazionale, faccia davvero tutto quello che dovrebbe fare. Il ministro
dell’Economia Giulio Tremonti ha dichiarato guerra ai paradisi fiscali
introducendo l’inversione dell’onere della prova: ora è chi esporta i capitali
a doverne dimostrare la provenienza lecita. Sacrosanto. Nelle intenzioni dichiarate
del governo anche lo scudo fiscale si inseriva in questa logica. Mario Draghi,
però, non aveva nascosto le sue preoccupazioni chiedendo al Tesoro di chiarire
gli obblighi antiriciclaggio imposti alle banche per il rientro dei capitali.
Chiarimento arrivato nei giorni scorsi, mentre il governatore definiva il
numero delle segnalazioni (50) arrivate finora dagli intermediari «esiguo». È
l’aggettivo giusto? Le operazioni di rimpatrio sarebbero state circa 100 mila,
mentre le segnalazioni antiriciclaggio arrivate nel 2008 alla Banca d’Italia
sono state 14.602: su oltre 100 milioni di operazioni bancarie.
Nelle regole c’è
sempre qualcosa da rivedere. Draghi chiede un testo unico e più sanzioni. L’ex
procuratore antimafia Pier Luigi Vigna auspica addirittura una legge che
conceda sconti ai pentiti. Ma che ne sarà delle 50 segnalazioni, e che ne è
stato delle altre 14 mila? Ci saranno indagini accurate e sanzioni esemplari?
Qualcuno pagherà, questa volta con il carcere vero? O finirà ogni cosa, come
spesso accade, a tarallucci e vino? Perché la domanda cruciale è la seguente:
vogliamo davvero vincere questa guerra? Se la risposta è sì, e non può che
essere quella, allora ci si deve rimboccare le maniche. È ora di dare segnali
chiari e decisi. Oltre a rendere più stringenti le regole, di sicuro bisogna
ottenere che in Europa tutti i Paesi si impegnino a tappare i buchi, anche i
più piccoli, che ancora esistono nell’Unione: dove i capitali possono andare
dappertutto, imitando l’acqua, mentre le banche di un Paese come l’Austria
pubblicizzano sui loro depliant la garanzia costituzionale del segreto
bancario. Non solo. È necessario anche intervenire senza pietà sui legami poco
chiari fra una certa politica, un certo mondo degli affari e gli ambienti
fangosi che li circondano. Vanno ripristinate linee di confine morali diventate
ormai impercettibili. Perché i fatti delle ultime settimane ci raccontano
un’Italia dove si sta tornando pericolosamente a respirare il clima degli anni
bui. Un’Italia nella quale, diciamo la verità, le persone perbene hanno sempre
più difficoltà a riconoscersi.
Sergio Rizzo CdS 24
Benvenuti nella
Repubblica dei corrotti: c’è posto per tutti e non c’è neanche bisogno di
mettersi ordinatamente in fila, tanto nessuno la rispetta. Ma come abbiamo
fatto a guadagnarci questo speciale passaporto? Perché siamo inquilini d’uno
Stato senza Stato, ha osservato ieri Luca di Montezemolo. E perché in questo
vuoto prosperano l’inefficienza pubblica e l’illegalità privata.
Ma prospera
inoltre un paradosso, giacché nel nostro caso il vuoto dipende in realtà dal
troppo pieno. Non è che ci abbia lasciato orfani lo Stato: semmai è cresciuto a
dismisura, è diventato un elefante impietrito dalla sua stessa mole. Non è che
in Italia manchino le leggi: ne abbiamo viceversa fin troppe sul groppone, col
risultato che s’elidono a vicenda, e in ultimo ciascuno fa come gli pare. Non è
che il Paese soffra l’assenza di un’energia riformatrice, come il corpo d’un
malato lasciato senza medicine: le medicine sono a loro volta troppe, troppi i
dottori che ce le somministrano, e ovviamente ogni dottore cambia la terapia
confezionata da chi lo aveva preceduto. Sicché alla fine della giostra il
paziente muore intossicato.
Valga per tutti il
caso dell’università. Noi professori siamo costretti ormai da anni a un
andirivieni normativo, dato che ogni governo si sente in obbligo di riformare
la legge di riforma, quella varata dal vecchio esecutivo. Le riforme, poi, non
sempre fanno tabula rasa del passato ordinamento; più spesso vi s’innestano,
crescono per superfetazione, e infatti in questo momento gli atenei italiani
offrono simultaneamente corsi di laurea diversi per durata, per numero d’esami,
per disciplina complessiva. Non sapendo come diavolo chiamarli, li distinguono
in relazione al vecchio, al nuovo e al «nuovissimo» ordinamento, con buona pace
dell’Accademia della Crusca. Nel frattempo l’università ha sperimentato più
divorzi di Liz Taylor: prima fusa con la scuola sotto un unico ministro, poi
retta da un dicastero autonomo, ora di nuovo coniugata. Ma a conti fatti
abbandonata al suo destino, perché nessuna riforma può generare frutti se non
le si lascia il tempo d’attecchire. Dal pieno nasce dunque il vuoto, ed è
esattamente in questo vuoto che hanno messo radici parentopoli, concorsopoli e
gli altri scandali dell’università. Per forza, con 111 leggi in materia
d’istruzione negli ultimi tre lustri, tutte elencate e consultabili nel sito
web di Montecitorio. Ecco, le leggi. Nonostante le buone intenzioni del
ministro Calderoli, ne abbiamo ancora 20 mila in circolo. Senza contare quelle
regionali (all’incirca 25 mila), né i regolamenti del governo (70 mila).
Significa che il
nostro diritto è un corpo opaco, inconoscibile per gli stessi addetti ai
lavori. Significa al contempo che i furbi trovano sempre una scialuppa
normativa che li conduce in salvo, mentre l’onesto annega. Ma questa ipertrofia
della legislazione nutre a sua volta il corpaccione dello Stato, e a sua volta
ne è nutrita. Anche qui basterà un esempio. Nell’officina del diritto ospitata
da Palazzo Chigi c’erano 345 dipendenti sotto il Duce; oggi sono quasi 5 mila.
E anche quando lo Stato si sottopone a una cura dimagrante, cedendo quote di potere,
finisce per moltiplicare gli apparati burocratici (è il caso delle Regioni),
oppure per moltiplicare i controllori, i quali giocoforza si pestano i piedi a
vicenda (è il caso delle authorities, che ormai sono una dozzina).
Insomma, la nostra
malattia morale s’accompagna a una bulimia di leggi, di istituzioni,
d’apparati. Sarà la fame atavica dei politici italiani, che non sanno
rinunciare a una provincia inutile o ai mille posti in Parlamento per non
sparecchiare la tavola imbandita. Sarà l’idea di passare in gloria con la
riforma del millennio. Però c’è almeno una virtù che a questo punto dovrebbero
esibire: la virtù dell’astinenza. MICHELE AINIS LS 24
Nello scandalo
della protezione civile è racchiusa la parabola del Pdl una felice e astuta
intuizione del capo che ne riflette tutti i limiti - di MASSIMO GIANNINI
NELLA massa
gelatinosa dello scandalo sulla Protezione civile è racchiusa la parabola di un
partito mai nato. Invischiato tra le logiche politiche di governo e le pratiche
affaristiche del sottogoverno, il Pdl si disvela per quello che era ed è
rimasto fin dal giorno della famosa "Rivoluzione del predellino": una
felice ed astuta intuizione del Capo, che ne riflette tutti i limiti culturali
e ne amplifica tutti i vizi individuali. L'ennesima proiezione avventuristica
del solito "partito personale", dalla quale non si è mai generato un
vero "personale di partito".
Questo dicono i
veleni spurgati dalla ferita aperta nel cuore del potere berlusconiano, che
macchiano per la prima volta la camicia bianca immacolata di Gianni Letta.
Questo dimostrano le vipere uscite improvvisamente dal nido scoperchiato dalle
inchieste delle procure, che si mordono tra loro contendendosi quello che
Giuliano Ferrara sul Foglio chiama "l'osso della successione". Questo
conferma l'ultimo scontro durissimo tra il premier e Fini, sulla lettura della
nuova Tangentopoli, sulla natura delle inchieste giudiziarie in corso, sulla
fattura delle cosiddette "liste pulite".
Due anni fa la
fusione "a caldo" tra Forza Italia e Alleanza Nazionale fu la cosa
giusta da fare. Ma il modo in cui è stata prima concepita e poi gestita
testimoniano il sostanziale fallimento al quale stiamo assistendo. In quel
pomeriggio freddo di Piazza San Babila, a Milano, Berlusconi si è
"annesso" un Fini alle corde, alla vigilia del voto del 13 aprile
2008. L'operazione è riuscita perfettamente dal punto di vista elettorale. Il
Partito del Popolo delle Libertà, blindato dal rituale patto di sangue con la
Lega di Bossi, ottenne allora un successo clamoroso, con una maggioranza
parlamentare senza precedenti nella storia repubblicana. Si disse allora,
giustamente, che il Cavaliere aveva compiuto il suo capolavoro. Dopo quasi
quindici anni vissuti pericolosamente, tra populismo mediatico e autoritarismo
politico, era finalmente riuscito a cementare un blocco sociale largamente
maggioritario nel Paese: una nuova destra. Non ancora risolta. Non del tutto
europea.
Ma il dado era
tratto, e il cantiere ormai aperto. L'originario "partito di
plastica" lasciava il campo a un "partito di ferro", articolato
negli organigrammi e radicato nei territori. L'anchorman di Arcore non aveva
più solo un suo pubblico, aveva finalmente un suo popolo. Su tutto questo, dopo
aver fatto Forza Italia, avrebbe dovuto fare i "suoi" italiani.
Moderati e conservatori, ma nel cambiamento. Su tutto questo, in altre parole,
avrebbe dovuto costruire un nuovo progetto politico, culturale, identitario.
Per poi farlo vivere attraverso l'azione di governo e la comunicazione dei
ministri, la formazione dei gruppi dirigenti e la selezione degli apparati
locali, l'integrazione tra i ceti sociali e l'interazione con le opinioni
pubbliche.
Tutto questo, da
quel lontano 18 novembre 2007, è clamorosamente mancato. Aveva ed ha ragione
Gianfranco Fini, che già allora e poi al congresso fondativo del Pdl avvertì:
non basta uscire dalla casa del padre per dire "abbiamo fatto un
partito". A quel partito occorreva ed occorre dare una struttura,
un'organizzazione e poi una missione. In una parola: a quel partito bisognava e
bisogna dare "un'anima". Se tutto questo manca, un partito muore.
Oppure, come nel caso del Popolo delle Libertà, nasce all'anagrafe, ma non alla
politica, e meno che mai alla società. O meglio: può anche nascere, può persino
sopravvivere, ma a tenerlo in vita non è un disegno unitario, non sono valori
comuni e ideali condivisi. È invece nella fase statica la pura giustapposizione
degli interessi, e nella fase dinamica la strenua difesa dei medesimi. Ma
niente più di questo.
Infatti, oggi, è
proprio questo nulla ad essere rivelato tangibilmente, nelle pieghe politiche
che hanno mandato in crisi, stavolta sì per via giudiziaria, il governissimo
Berlusconi-Bertolaso. E in questo nulla, che sembra preludere o sottintendere
quello che i giornali di famiglia chiamano un più o meno strutturale
"difetto di conduzione che risale al Principe", deflagrano le guerre
intestine, il fuoco amico, le veline al curaro "di chiara fabbricazione interna".
Esplodono i conflitti tra sub-potentati nazionali e cacicchi locali, tra
potenziali "delfini" e sedicenti "successori". Dalle
politiche fiscali alle candidature regionali, dalle nomine nell'establishment
alle Spa pubbliche: non c'è fronte aperto, dopo la pubblicazione dei materiali
d'indagine delle procure di Firenze o di Roma, sul quale non impazzi la lotta
fratricida.
È il tutti contro
tutti: Fini contro Berlusconi, Tremonti contro Letta, Ghedini contro Verdini,
Cicchitto contro Fitto, Cosentino contro Bocchino. E via a scendere, per li
rami di un'improbabile albero "dinastico". Qualcosa di più complesso
della semplice "degenerazione cortigiana". E di meno nobile
dell'antica dialettica interna ad un vero partito di massa come la Dc, dove i
leader si scannavano, ma alla fine trovavano una sintesi, più o meno
compromissoria, all'insegna di una constituency visibile, ancorché discutibile:
lo statalismo assistenziale, il solidarismo cattolico, l'economia sociale di
mercato all'italiana, il proporzionalismo clientelare.
Nel Pdl questi
ingredienti sono mancati e mancano in radice. C'è un'altra idea della destra,
laica e costituzionale, incarnata dal presidente della Camera. Ma le istanze
del "co-fondatore" non hanno diritto di cittadinanza, o sono palesemente
ininfluenti perché largamente minoritarie. Per il resto c'è l'anchilosi delle
politiche e la paralisi delle culture. Questo centrodestra non offre agli
italiani un'idea di Paese possibile. Dal Welfare alle tasse, dalla recessione
alle istituzioni, non è in grado di proporre riforme, e meno che mai di
attuarle. Tutto si gioca e si consuma nel perimetro asfittico, intermittente e
inconcludente del vitalismo leaderistico di Berlusconi, che ormai da tempo
regna ma non governa. Mentre, sotto di lui, la corte si dilania.
Da questo punto di
vista, lo scandalo della Protezione Civile apre uno squarcio ulteriore, e
ancora più inquietante, sul futuro che ci aspetta. Quello che ha innescato, in
termini politici, è un'illuminante epifania su ciò che potrebbe accadere (o
forse accadrà) nel dopo-Berlusconi. Una scissione atomica, dove le
"particelle", piccole o grandi che siano, rischieranno di disperdersi
nel caos entropico. Per cui - salvo soluzioni "imperiali" e di
matrice cesarista, assurde ma coerenti con la biografia dell'uomo, tipo la
figlia Marina - la vera domanda da farsi domani non è tanto "chi", ma
"che cosa" succederà a Berlusconi. Quanto all'oggi, non resta che
constatare l'insostenibile "acedia del potere berlusconiano" (ancora
Il Foglio). Il vero "amalgama mal riuscito" sembra il Pdl, persino
più che il Pd. LR 23
Crisi morale e valori. Il merito, chiave di svolta per il Paese
La profonda crisi
morale che attraversa l’Italia e che emerge e ci sommerge giorno dopo giorno
impone una forte riflessione. L’unica via di uscita è la riscoperta di un nuovo
umanesimo, così come ha detto Benedetto XVI, che metta al centro della società
l’uomo e i suoi valori, quelli buoni, che sono innegabile verità ma che
faticano ad uscire dalla sfera intima dell’individuo perché ormai
cannibalizzati da una società che ha perso ogni punto di riferimento e degenera
giorno dopo giorno.
Ci sono tanti
valori da rispolverare. Uno fra questi è il merito: la certezza di una giusta
ricompensa del proprio lavoro e delle proprie capacità. Giustizia relativa, che
non può prescindere da un confronto fra individui e da una sana competizione.
Il merito è la
chiave di svolta di questo Paese per vari motivi. Innanzi tutto, è più forte di
qualsiasi rivoluzione tecnologica. Anzi si potrebbe dire che è foriero di vere
e proprie rivoluzioni tecnologiche. Uno studio della LUISS condotto da Stefano
Manzocchi e Giovanna Vallanti ha quantificato i costi per l’Italia del non
merito tra il 3,0% e il 7,5% del Pil e, in termini di crescita, in mezzo punto
percentuale rispetto ad una società meritocratica. Una società capitalistica
basata sulla libertà di intraprendere e innovare non può che trovare stimolo
nel merito per sprigionare nuove capacità e esplorare nuovi territori.
Una società
meritocratica non è esente da vizi. Si tratta sempre dell’uomo, ma dell’altra
sua natura. Tuttavia una società fortemente meritocratica è meno sclerotica.
Così come c’è una giusta ricompensa del proprio lavoro, c’è anche una giusta
punizione per i propri fallimenti. Quando il merito è un valore condiviso, il
ricambio della classe dirigente e politica è un fenomeno naturale.
Gli Stati Uniti, i
principali responsabili di questa crisi finanziaria, potrebbero essere i primi
ad uscirne proprio perché sono pronti a rinnovarsi, a cambiare, a percorrere
nuove strade, proprio perché con il merito fanno diventare i sogni realtà. Per
l’Europa e l’Italia potrebbe esserci oltre il danno di avere importato la crisi
da fuori, la beffa di non potersi riprendere per l’immobilismo che caratterizza
le istituzioni. La crisi per diventare distruzione creatrice ha bisogno del
merito come scintilla.
Una parentesi, come esempio. Si è aperto un ampio dibattito mediatico sul nome del successore di Trichet a Presidente della Banca Centrale Europea. Nello stesso periodo, Obama è riuscito a far confermare Ben Bernanke come Governatore della Federal Reserve, indipendentemente dal suo colore politico. Semplicemente perché Bernanke ha salvato gli Stati Uniti dalla peggiore crisi finanziaria dei nostri tempi. Prima di lui, Bush lo aveva