WEBGIORNALE 8-9 Febbraio 2010
Adesso serve una Ue a due velocità
Basta con l’Europa
delle quote latte, dei cavilli, delle burocrazie, che va avanti con una
costituzione che non c’è e con un governo che non c’è; che ha saputo fare una
moneta ma non sa fare una politica economica; che pone ai propri vertici
burocrati anziché politici di primo piano.
Un’Europa che
sembra spesso mettere ipocritamente alla pari colossi come Francia e Germania
con Paesi come l’Estonia, i cui abitanti starebbero tutti in un quartiere di
Parigi. Se lo scossone assestato dalle difficoltà greche, spagnole e portoghesi
alle Borse europee determinerà una svolta che ci allontana dalla falsa
normalità di questi anni sarà almeno servito a qualcosa.
Ben pochi
avrebbero pensato, anche solo un mese fa, che il Vecchio Continente si sarebbe
gradatamente spostato verso l’occhio del ciclone economico-finanziario che ci
assilla da quasi tre anni e che l’euro si sarebbe rivelato debole e il dollaro
incredibilmente forte. Gli europei, che sono certamente vecchi e che troppo
spesso per questo si ritengono saggi, guardavano alla crisi americana dall’alto
in basso; oggi si trovano platealmente snobbati dal giovane presidente degli
Stati Uniti che, sull’onda del rialzo del dollaro, annulla il normale vertice
con l’Unione Europea perché con l’Europa non c’è proprio nulla da discutere,
perché l’Europa è un interlocutore fantasma. Ci si aspettava che dovesse
arrivare l’«ora della verità» per il dollaro e per gli Stati Uniti, e invece è
arrivata l’ora della verità per la giovane moneta europea, fino a pochissimi
giorni fa sicura della sua forza e ora minata dalla crepa spagnola e dalla
crepa irlandese.
La crisi delle
finanze pubbliche spagnole ha infatti posto in luce una serie di gravi
debolezze strutturali della costruzione economica europea. Non esiste alcuna
previsione per la possibile uscita - o espulsione - di un Paese dall’area
dell’euro; parallelamente non è ben chiaro se, e a quale titolo, altri Paesi o
la stessa Banca Centrale possano dare un aiuto finanziario sostanzioso a un
Paese in difficoltà. L’Eurostat, cui compete il controllo e l’armonizzazione
delle statistiche e dei conti pubblici europei, aveva già denunciato i trucchi
contabili di Atene nel 2004, ma non se ne fece nulla. Molte azioni comuni
europee aggiungono complicazioni burocratiche, più che portare a vantaggi per
produttori e consumatori. Per queste debolezze strutturali, prima ancora che
per la forza della speculazione, l’euro si è indebolito in maniera consistente
nelle ultime settimane, dando maggior forza alle paure di nuove correnti
inflazionistiche che, potrebbero derivare dall’aumento dei prezzi delle materie
prime, espressi in dollari oggi più cari.
In queste
condizioni, qualche forma di «Europa a due velocità» sembra inevitabile. Il
vertice franco-tedesco svoltosi due giorni fa a Parigi, che sembrava un
incontro quasi di routine, potrebbe essere l’inizio di una rifondazione europea
secondo questa linea: non soltanto i due Paesi rappresentano assieme un po’
meno di un terzo della popolazione dell’Unione e un po’ più di un terzo della
sua produzione, ma l’Europa, nata dalla paura di una ripresa del loro conflitto
storico, potrà essere rilanciata soltanto da una ripresa della loro stretta
collaborazione, che data da oltre mezzo secolo e attorno alla quale l’Unione
Europea è stata costruita pezzo dopo pezzo.
E’ necessario che
qualcuno mostri la strada di una vera armonizzazione delle politiche
economiche, di un coordinamento delle politiche industriali, anche se non tutti
gli altri Paesi potranno o vorranno seguire subito. Un’«Europa a due velocità»
potrebbe diventare inevitabile almeno in economia, ed è sembrato di cogliere
qualche segnale in tal senso dal vertice parigino. E il «commissariamento»
della Grecia deciso a Bruxelles potrebbe essere il primo passo di una nuova
politica economica più costrittiva nei confronti dei governi nazionali che non
seguano le regole concordate.
E l’Italia? Se si
sommano popolazione e prodotto lordo italiano a quelli franco-tedeschi si
ottiene all’incirca la metà del totale europeo. In questo senso l’Italia
potrebbe dare un appoggio importante, limitato però dal peso gravoso del suo
debito, a una rifondazione della politica economica europea. Va dato atto ai
ministri dell’economia che si sono succeduti nell’ultimo decennio di aver
complessivamente gestito in maniera soddisfacente un debito che poteva
destabilizzare l’economia e di aver resistito a forti pressioni bipartisan per
ogni genere di aumenti di spesa che l’Italia non si poteva permettere.
Un’Italia che ha
tratto grande beneficio in questi anni tempestosi dall’«ombrello» dell’euro non
può che collaborare a turare i buchi che si sono improvvisamente aperti in
quest’ombrello, anche perché deve essere conscia della possibilità di divenire
essa stessa bersaglio di attacchi speculativi. Se la prima, traballante linea
greco-spagnola dovesse scricchiolare ancora, occorrerebbe vigilare strettamente
perché il debito pubblico italiano mantenga la sua attuale reputazione; e senza
una buona reputazione, il rifinanziamento del debito in scadenza diventerebbe
molto più costoso. Per questo, i dati sorprendentemente buoni dei conti
pubblici di gennaio sono una manna piovuta dal cielo. Né gli europei né gli
italiani possono però vivere di sola manna: invece di schiacciarci sul giorno
per giorno, dobbiamo ricominciare con ragionamenti e politiche di lungo
periodo. Le sole che possano permetterci di cercare di progettare il nostro
futuro anziché subirlo. MARIO DEAGLIO LS 6
La Grecia, l’asilo politico e l’Europa
L’ultima edizione
– la venticinquesima (29-31.01.2010) - del convegno sul diritto degli
stranieri, organizzato annualmente dall’Accademia della Diocesi di
Rottenburg-Stuttgart, ha raccolto circa trecento avvocati, giudici, assistenti
sociali, politici, dottorandi, agenti di polizia.... intorno al tema: “Europa (ir)raggiungibile”.
Gli approfondimenti hanno riguardato tra l’altro il tema dell’integrazione,
l’europeizzazione del diritto degli stranieri, i permessi di soggiorno per
motivi di lavoro, le politiche e la legislazione europea sull’asilo, le
migrazioni irregolari, il sistema europeo di protezione dei confini esterni, i
ricongiungimenti famigliari. Gli apporti di Jutta Lauth Bacas - germanista ed
etnologa – e di Karl Kopp – referente europeo di Pro Asyl – hanno concluso il
convegno offrendo interessanti impulsi. Jutta Bacas, già autrice di uno studio
realizzato con migranti greche nel 1995 a Zurigo, è stata impegnata in vari
progetti di ricerca sulle migrazioni e lavora attualmente sull’isola di Lesbo.
Al convegno ha presentato la problematica del Mediterraneo, cioè dei flussi
misti di migranti irregolari e richiedenti asilo che sbarcano nei paesi
dell’Europa meridionale, dal punto di vista greco. La Grecia, terra di
emigrazione verso gli Stati Uniti (all’inizio del secolo scorso e non solo),
l’Australia e il Canada (dopo il 1945), la Germania e altri paesi europei
(negli anni ’60), registra solo dalla metà degli anni ’70 - grazie al processo
di democratizzazione e all’avvio di una nuova fase di sviluppo economico - una
diminuzione delle partenze e i primi arrivi di lavoratori stranieri dal Marocco
e dall’Etiopia. A partire dalla fine degli anni ‘80 risultano incrementi più
sensibili dell’immigrazione, però nella percezione della popolazione locale la
Grecia è rimasta, fino a non molto tempo fa, un paese di emigrazione. Dando uno
sguardo alle statistiche degli ultimi cinque anni si deve constatare un aumento
assai rilevante dell’immigrazione irregolare: nel 2003 si parla di 51.031
persone, nel 2006 di 95.239, nel 2008 di 146.337 arrivi non autorizzati. Questi
numeri comprendono naturalmente anche afgani, somali, ecc. aventi diritto alla
protezione internazionale. Anche le richieste d’asilo sono progressivamente
aumentate: dalle 8.178 dell’anno 2003 alle 19.884 dell’anno 2008. Numeri
rilevanti se si pensa che la Grecia ha una popolazione di soli 11,2 milioni di
abitanti, mentre l’Italia, che ha una popolazione di 60 milioni di abitanti
(oltre 5 volte più numerosa di quella greca), ha registrato nel 2008 31.200
richieste d’asilo, vale a dire neppure il doppio di quelle greche. Le gravi
insufficienze del sistema greco per l’accoglienza dei rifugiati sono state
denunciate dalle più diverse organizzazioni nazionali e internazionali fino a
condurre diversi stati europei a scegliere – in deroga all’accordo di Dublino –
di non rimandare più indietro i richiedenti asilo per i quali sarebbe
responsabile la Grecia. Nel frattempo, dopo il cambio al governo dell’ottobre
2009, Spyros Vougias rappresentante del competente ministero, ha disposto –
dopo una visita sul posto - la chiusura del campo di detenzione di Pagani
sull’isola di Lesbo, dove vivevano centinaia di persone in condizioni disumane
(senza acqua corrente, con una toilette per cento persone, una sola ora d’aria
al giorno per i minorenni, molti uomini costretti a dormire per terra..) e la
costituzione di un gruppo di lavoro per la preparazione di una riforma
complessiva del sistema d’asilo. Nonostante gli incoraggianti segnali lanciati
dal nuovo governo non sembra probabile che un paese altamente indebitato come
la Grecia possa far fronte - da solo - all’accoglienza delle persone bisognose
di protezione internazionale, che continuano a riversarsi sulle sue coste in
fuga da altre situazioni drammatiche. L’appello è contemporaneamente per una
politica europea che tenga conto di questa emergenza e per una politica
nazionale che renda possibile una regolarizzazione di molti migranti, a volte
finiti nell’irregolarità dopo la risposta negativa alla loro richiesta d’asilo,
ma già integrati nella società greca. Michael Lindenbauer dell’UNHCR (Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha espresso una valutazione
complessivamente positiva riguardo la
proposta di riforma della normativa europea in materia d’asilo avanzata dalla
Commissione Europea. Karl Kopp ha dato poi voce ad una istanza di
redistribuzione tra i paesi europei dei richiedenti asilo attualmente in attesa
in Grecia. Tra loro vi sono anche migliaia di “minorenni non accompagnati” che
non trovano attualmente adeguata protezione. Il richiamo alla solidarietà fra
gli stati europei non è un puro invito alla generosità, ma anche una questione
di giustizia: i diritti dell’uomo sui quali si regge la convivenza in Europa,
non sono infatti solo diritti degli europei – come ricordava efficacemente
Monika Lüke, di Amnesty International - bensì diritti di ogni uomo.
Felicina
Proserpio/CSERPE Basilea (de.it.press)
In Italia il permesso di soggiorno ora diventa “a punti”
Quota 30 in 3 anni
o espulsione. Servirà conoscere l’italiano
ROMA - Via libera
al permesso di soggiorno a punti. Si dovrà raggiungere quota 30 per mantenerlo,
con un sistema di crediti e debiti. La conoscenza della lingua e della
Costituzione, ad esempio, daranno punti, mentre la commissione di reati li
toglierà. La novità - hanno annunciato i ministri dell’Interno e del Welfare,
Roberto Maroni e Maurizio Sacconi che hanno raggiunto un’intesa sul regolamento
- sarà contenuta in un decreto che presto andrà in Consiglio di ministri.
Critico il Pd, secondo cui la misura farà aumentare gli irregolari.
Il provvedimento
disciplina l’accordo di integrazione che lo straniero dovrà obbligatoriamente
stipulare al momento della domanda di rilascio del permesso di soggiorno. Con
l’accordo l’immigrato si impegna a conseguire durante il periodo di validità
del permesso stesso (due anni) una serie di obiettivi: dalla conoscenza della
lingua a quella della Costituzione, dall’iscrizione al Servizio sanitario
nazionale al regolare contratto abitativo. Tutte “prove” che daranno un certo numero
di crediti la perdita dei quali comporta la revoca del titolo di soggiorno, con
conseguente espulsione amministrativa dello straniero. La soglia da raggiungere
alla fine dei due anni è 30. Se l’immigrato ha un punteggio inferiore, ha un
altro anno di tempo per arrivare alla quota richiesto; dopo - se sarà ancora
sotto i 30 - scatterà l’espulsione.
«È la legge sulla
sicurezza - ha ricordato Maroni - che parla di specifici obiettivi da
raggiungere nel giro di due anni con una valutazione da parte degli Sportelli
unici per l’immigrazione. Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso
il permesso di soggiorno, altrimenti ci sarà l’espulsione». È un sistema, ha
aggiunto il ministro, «per garantire l’integrazione: io ti suggerisco le cose
da fare per integrarti nella comunità. Se le fai ti do il permesso di
soggiorno, se non le fai significa che non vuoi integrarti. Lo applicheremo
solo ai nuovi permessi di soggiorno». Per gli eventuali corsi di lingua e
altro, ha assicurato Maroni, «non chiederemo soldi agli immigrati, faremo tutto
noi, anche per garantire standard uniformi in tutte le province ed avere tutto
sotto controllo». L’accordo tra i due ministeri, ha concluso, «sarà tra breve
trasformato in un decreto».
Per Livia Turco,
responsabile Immigrazione del Pd, «il permesso di soggiorno a punti
rappresenterà le forche caudine che ostacoleranno l’integrazione e favoriranno
l’irregolarità. In un Paese come l’Italia, dove per ottenere il rinnovo del
permesso di soggiorno occorre aspettare più di un anno e dove i corsi di lingua
e cultura sono gestiti dal volontariato e dalla Chiesa, non è possibile
aspettarsi altro». L’Italia, purtroppo, ha aggiunto, «non è il Canada: se
Maroni e Sacconi vogliono imitare il Canada o gli altri Paesi che hanno
adottato questo tipo di sistema allora risolvano prima questi problemi e
garantiscano tempi certi per i rinnovi dei permessi e corsi di lingua e cultura
forniti dalla scuola pubblica». Gianclaudio Bressa (Pd) ha parlato di
«scandalosa lotteria sociale i cui giudici imbrogliano in partenza». Im 5
Stranieri, permesso di soggiorno a punti. Avranno la carta solo se si
integrano
Maroni: dovranno
dimostrare buona volontà, conoscenza della lingua e della Costituzione - Non
potranno commettere reati e dovranno rispettare l'obbligo di istruire i
figli - di ALBERTO CUSTODERO
ROMA - Due anni di
tempo per imparare la lingua italiana, conoscere la Costituzione e le regole
civili del nostro Paese, far studiare i figli, mettersi in regola col fisco. Se
l'immigrato che chiede il permesso di soggiorno conquisterà questi obiettivi in
24 mesi quantificati in un punteggio di 30 punti, otterrà la "carta".
Se non ci riuscirà (i punteggi scendono in caso di violazione del codice
penale), avrà ancora un anno di tempo alla conclusione del quale scatterà, in
caso di non raggiungimento del voto finale, l'espulsione. È, questo, il nuovo
"accordo di integrazione" fra Stato e immigrati annunciato ieri dai
ministri dell'Interno, Roberto Maroni, e da quello del Welfare, Maurizio Sacconi.
Questo permesso di
soggiorno a punti (sarà introdotto a breve per il rilascio dei nuovi documenti
con un decreto), non piace, però, all'opposizione. "Il permesso di
soggiorno a punti sarà una forca caudina che ostacolerà l'integrazione e
favorirà l'irregolarità", afferma Livia Turco, responsabile Immigrazione
del Pd. "L'Italia - ha aggiunto - non è il Canada, nel nostro Paese per
ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno occorre aspettare più di un anno,
i corsi di lingua e cultura sono gestiti dal volontariato e dalla Chiesa, non è
possibile aspettarsi altro".
Al di là delle
perplessità dell'opposizione, la "carta" di soggiorno, dopo i
disordini di Rosarno fra popolazione locale e lavoratori stranieri, è la
risposta del governo all'emergenza immigrazione. "Nell'accordo - spiega
Maroni - sono definiti specifici obiettivi da raggiungersi nel periodo di
validità del permesso (entro due anni prorogabili di uno), e una successiva
valutazione da parte dello Sportello Unico sul raggiungimento di questi
obiettivi: se saranno raggiunti, ci sarà il rinnovo del permesso di soggiorno.
In caso contrario, scatterà l'espulsione".
È il ministro
Sacconi poi a chiarire che chi chiederà il "permesso a punti" sarà
"responsabilizzato con diritti e doveri". Fra i doveri, la conoscenza
della lingua italiana, l'iscrizione al servizio sanitario, la frequentazione
della scuola dell'obbligo per i minori, la trasparenza nei contratti abitativi.
Fra i diritti, gli eventuali corsi di lingua e altro, hanno assicurato i due
ministri, "non saranno a carico degli immigrati, ma farà tutto lo Stato,
anche per garantire standard uniformi in tutte le province ed avere tutto sotto
controllo".
Alle critiche del
Pd ("Essere straniero in Italia - accusa il capogruppo alla Camera, Gian
Claudio Bressa - vuol dire essere soggetto a una scandalosa lotteria sociale i
cui giudici imbrogliano in partenza. Siamo il Paese più xenofobo d'Europa. Bel
risultato, complimenti a Maroni e a Sacconi"), è ancora il titolare del
Viminale a replicare. "Questo sistema che stiamo mettendo a punto -
sottolinea - garantirà l'integrazione: io suggerisco allo straniero le cose da
fare per integrarsi nella comunità. Se le farà, gli darò il permesso di
soggiorno, se non le farà, significa che non vuole integrarsi".
Sempre in tema di
immigrazione, il Consiglio dei ministri ha "bocciato" ieri -
ricorrendo alla Corte costituzionale - la legge della Regione Puglia che
prevede una serie di interventi agli immigrati presenti a qualunque titolo sul
territorio regionale. In questo modo, eccepisce il Governo, la Regione
comprende anche gli immigrati privi di regolare permesso di soggiorno. LR 5
Ma gli italiani vogliono la sanità pubblica anche per i clandestini
Rapporto Censis.
Immigrati irregolari al centro di Corso Brunelleschi a Torino
Otto su dieci
favorevoli all'estensione dei servizi: "E' un diritto inviolabile". E
qualcuno teme il rischio epidemie
TORINO - Per l’80%
degli italiani anche gli immigrati irregolari hanno diritto alla sanità
pubblica. È quanto emerge da un’indagine realizzata dal Censis. Più di 8
italiani su 10 ritengono dunque che anche gli immigrati clandestini o
irregolari devono avere accesso ai servizi sanitari pubblici.
A volere la sanità
pubblica anche per i clandestini è l’86,1% dei residenti al Sud, il 78,7% al
Centro, il 78,4% al Nord-Est e il 75,7% al Nord-Ovest. Dello stesso parere
oltre l’85% degli italiani laureati, l’83,1% dei 30-44enni e più dell’85% dei
residenti nelle città con 30 mila-100 mila abitanti. È alta la quota dei favorevoli
anche tra gli italiani più cagionevoli di salute e quindi più bisognosi di
cure: l’83,9% di chi dichiara di avere una salute pessima auspica un’offerta
sanitaria pubblica estesa anche a clandestini e irregolari.
Perchè garantire
la sanità anche agli immigrati irregolari? Il 65,2% degli intervistati ritiene
che la tutela della salute sia un diritto inviolabile, quindi curare tutti è un
atto di solidarietà irrinunciabile. Una scelta valoriale, dunque, che prevale
in modo trasversale nel territorio nazionale e nel corpo sociale. È l’opinione
soprattutto dei residenti nelle regioni del Mezzogiorno (quasi il 74%) e dei
laureati (quasi l’80%). Risalendo la penisola diminuisce la quota di
intervistati che parlano della salute come diritto irrinunciabile per tutti,
mentre aumentano quelli convinti che occorre assicurare la sanità anche ai
clandestini e agli irregolari perchè altrimenti ci sarebbe il serio rischio di
epidemie incontrollate. La pensa così poco più del 12% dei residenti al Sud, il
15,4% al Nord-Ovest, il 15,8% al Nord-Est e oltre il 19% al Centro.
Questa opinione è
diffusa anche tra chi dichiara di avere una salute pessima (e utilizza di più
le strutture sanitarie) e tra chi possiede un basso titolo di studio. Al
contrario, meno del 20% degli italiani è contrario a garantire l’accesso al
Servizio sanitario nazionale a clandestini e irregolari. Si tratta di poco più
del 24% dei residenti al Nord-Ovest, del 24,8% delle persone con basso titolo
di studio, di oltre il 24% di chi vive nelle grandi città, con più di 250 mila
abitanti. Solo per il 13% degli intervistati, clandestini e irregolari non
hanno diritto alla sanità perchè non pagano le tasse; per poco più del 5%
perchè fanno aumentare i costi della sanità. La popolazione immigrata è mediamente
più giovane e in salute di quella italiana. Per il momento gli stranieri
utilizzano meno le strutture sanitarie (si stima in circa il 65% la quota degli
stranieri presenti sul territorio italiano iscritti al Servizio sanitario
nazionale), che per loro significano soprattutto Pronto soccorso (il 5,7% vi si
è recato negli ultimi tre mesi rispetto al 3,3% degli italiani) e ricoveri
d’urgenza, piuttosto che prevenzione e visite specialistiche. Per il futuro,
una maggiore integrazione degli immigrati comporterà anche livelli più alti di
tutela della loro salute, in linea con gli standard degli italiani: occorre
preparare quindi, afferma il Censis, il Servizio sanitario nazionale in termini
di risorse e di competenze. LS 5
ICI e italiani residenti all’estero: attenzione alle sanzioni
Sulla vicenda
dell'esenzione dal pagamento dell'ICI relativamente agli italiani residenti
all'estero, molto è stato detto e scritto. Per quanto concerne il pagamento
dell'ICI per il 2009 occorre fare delle precisazioni in grado di fornire
risposte ai tanti concittadini emigrati che non hanno ancora versato l'imposta.
Premesso che in
base alla normativa vigente, nonché dei chiarimenti forniti dal Ministero
dell'Economia e delle Finanze, gli italiani residenti all'estero e proprietari
di abitazione in Italia sono tenuti a pagare l'ICI.
La normativa in
questione risulta poco chiara, se non in palese contraddizione, poiché se da un
lato è riconosciuta l'applicazione della sola detrazione di base (per altro già
in vigore dal 1993), riconoscendo con ciò l'abitazione quale alloggio
principale ad uso proprio, dall'altro si nega tale riconoscimento ai fini
dell'esenzione come sancito dalla legge che ha abolito l'ICI sull'abitazione
principale. Si scontano evidentemente gli errori commessi da questo Governo che
ha negato pervicacemente il diritto dei cittadini italiani residenti all'estero
ad essere trattati al pari degli italiani che risiedono in patria.
A complicare
questo quadro già di per sé fumoso, vi è stata l'emanazione da parte di molti
Comuni di delibere che in base ai propri regolamenti hanno applicato l'istituto
“dell'assimilazione ad abitazione principale” delle unità immobiliari possedute
dagli italiani residenti all'estero, i quali non hanno pertanto versato l'ICI
dovuta. Tali delibere sono state emanate in particolare nella prima fase, vale
a dire subito dopo l'entrata in vigore del decreto e della successiva legge di
conversione dell'abolizione dell'ICI sulla prima casa.
Ma il Dipartimento
delle Finanze ha emanato il 4 marzo 2009 una risoluzione (n. 1) con cui ha
fornito ulteriori indicazioni inerenti le delibere ed i regolamenti adottati
dai comuni, che di fatto esclude dall'esenzione dell'ICI le abitazione degli
italiani residenti all'estero, prevedendo inoltre da parte del Ministero delle
Finanze l'impugnazione degli atti comunali e il conseguente recupero del
credito da parte dei comuni nei confronti di quanti non avevano versato il
tributo per l'anno 2008.
Resta ora da
vedere quale sarà il comportamento dei Comuni, ma una cosa è certa occorre
mettere ordine in un quadro normativo che non mette il contribuente nella
condizione di poter avere una chiara visione degli obblighi fiscali da
ottemperare.
Tutti gli italiani
all'estero proprietari di un'unità immobiliare in Italia il cui comune di
riferimento non aveva deliberato l'assimilazione erano tenuti al pagamento
dell'ICI entro il 16 dicembre 2009 onde evitare di essere sanzionati. Se
non si è provveduto entro tale data vi è la possibilità di
"ravvedersi", entro 30 giorni, pagando una sanzione del 2,5%
dell'imposta dovuta, oltre al 3% annuo di interessi in proporzione al ritardo
di pagamento. Se invece il versamento ICI viene effettuato entro un anno dalla
scadenza prevista, la sanzione, alla quale si devono aggiungere gli interessi
legali maturati, arriva al 3%. De.it.press
I neonazisti tedeschi potranno distribuire cd di propaganda fuori dalle
scuole
Berlino - Il
partito neonazista tedesco (Npd) è stato autorizzato dall'ufficio per i giovani
a distribuire gratuitamente davanti alle scuole un cd di sua produzione. Lo
scrive oggi il quotidiano Suddeutsche Zeitung. Il cd contiene interviste a
membri del Npd e di cantanti simpatizzanti intervallate da 12 brani di gruppi
dai nomi evocativi come Divion Germania o Noie Werte (nuovi valori).
Secondo la
direttrice dell'ufficio per i giovani, Elke Monsenengberding, i suoi
collaboratori non hanno trovato nessun motivo valido per impedire la
distribuzione del cd. Il contenuto, ha assicurato, è la semplice espressione di
opinioni politiche.
Esponenti del Npd
hanno espresso sul loro sito soddisfazione per questa decisione che permette al
partito «di continuare a portare le sue idee presso le scuole, i giovani, i
primi elettori».
Lo scorso novembre
lo stesso ufficio per i giovani aveva vietato la vendita ai minori dell'ultimo
album del gruppo metal tedesco Rammstein per via di una canzone apertamente
sadomasochista. Im 6
Italiani all'estero e minori contesi. L’ufficio competente? Il IV della
Dgie, alla Farnesina
Roma - A chi si
può rivolgere un genitore italiano, se suo figlio rimane coinvolto in un caso
di sottrazione internazionale di minore? ItaliachiamaItalia ha girato la
domanda al ministero degli Affari esteri, per avere una risposta attendibile e
ufficiale, al di fuori di qualsiasi colore politico.
Le uniche
indicazioni che si ottengono dal Mae, però, sono di carattere generale. Ogni
caso rappresenta una storia a parte e le spiegazioni fornite dal ministero
vanno poi applicate ai casi specifici. In particolare, se si parla di
Jugendamt. Questa struttura, infatti, fa parte dell’ordinamento giuridico
tedesco ed è proprio la sua natura ad impedire un ipotetico intervento da parte
delle autorità italiane.
È possibile, casi
specifici a parte, che all’interno del ministero degli Affari esteri non esista
un ufficio preposto a sostenere gli italiani che si trovano in questa
situazione? La risposta alla prima domanda che, a vostro nome, abbiamo posto al
Mae è più semplice del previsto. L’ufficio competente è l’Ufficio IV -
Cooperazione giudiziaria internazionale, questioni legali, tutela e protezione
dei cittadini italiani all’estero - della Direzione generale degli italiani
all’estero.
L’ufficio svolge
numerose seguenti attività di tutela e protezione dei cittadini italiani
all’estero: ricerche di connazionali; prestiti con promessa di restituzione e
rimpatri consolari, rimpatri sanitari, profughi italiani, traslazione salme,
visite mediche fiscali, assistenza ai familiari di detenuti italiani
all’estero, legalizzazioni, successioni, pensioni di guerra; sottrazione
internazionale di minori; cooperazione giudiziaria internazionale civile e
penale; estradizioni; trasferimento dei detenuti; rogatorie civili e penali;
comunicazione di arresti; notifiche civili, penali ed amministrative;
trasmissione di atti extragiudiziari.
E, in concreto, a
chi può rivolgersi il genitore italiano di un minore illecitamente condotto
all’estero dall’altro genitore? La spiegazione del Mae è precisa. Se lo Stato
in cui il minore è stato condotto è parte della Convenzione dell’Aja del 1980 o
destinatario del regolamento CE n. 2201/2003, l’autorità centrale designata per
l’Italia è il dipartimento di Giustizia minorile presso il ministero di
Giustizia. Negli altri casi il genitore deve rivolgersi direttamente al
ministero degli Affari Esteri, se residente in Italia, e alle rappresentanze
diplomatico-consolari competenti, se residente all’estero.
Se un genitore
italiano, a cui è stato sottratto il figlio minore, decide di seguire le
indicazioni del ministero, che tipo di assistenza può ricevere? Le
rappresentanze diplomatico-consolari possono sensibilizzare autorità od
organismi locali, seguire l’azione delle autorità di polizia per ricercare il
minore sottratto, effettuare tentativi di conciliazione tra le parti,
effettuare visite consolari al minore conteso, consigliare legali di fiducia e
sostenere le loro azioni, esercitare i poteri di giudice tutelare nella persona
del Console e, infine, presenziare alle udienze che riguardano gli interessi e
i diritti del minore.
Come può il
genitore italiano prevenire la sottrazione del figlio minore? Secondo il
ministero, nei casi di coppie miste, è opportuno informarsi sulle disposizioni
in materia di affidamento e diritto di visita vigenti nello stato di
appartenenza (o di residenza) dell’altro genitore, provvedere al riconoscimento
del provvedimento di affidamento del minore in proprio favore ottenuto in
Italia (o nel Paese di residenza) nello stato di appartenenza dell’altro
genitore, ovvero avviare direttamente in quello stato analoga procedura,
chiedere al giudice tutelare di vietare l’espatrio del genitore straniero senza
il consenso dell’altro, allorché si sia ottenuta la custodia legale del minore
e verificare che il divieto risulti iscritto nelle liste di frontiera,
verificare che il genitore non affidatario non abbia ottenuto l’iscrizione del
figlio sul proprio passaporto senza consenso, allorché l’affidamento sia
congiunto, o che non abbia ottenuto un passaporto di altra nazionalità per il
minore.
Infine, il
ministero precisa quali sono i casi in cui lo Stato italiano parla di
sottrazione internazionale di minore: quando il minore è stato illecitamente
condotto all’estero ad opera del genitore non esercente l’esclusiva potestà
sottraendolo dal luogo di residenza abituale, quando il minore non viene
ricondotto nel suo Paese di residenza abituale dal genitore non esercente
l’esclusiva potestà in violazione del diritto di affidamento o del diritto di
visita. Barbara Laurenzi, Italia chiama Italia 1
Mae e Jugendamt tedesco. Finalmente arriva la "cooperazione
giudiziaria internazionale"
Ora le
rappresentanze diplomatico-consolari presenzieranno alle udienze che riguardano
gli interessi e i diritti del minore. Fino ad oggi i tribunali prevedevano la presenza politica tedesca
tramite lo Jugendamt, ma lasciavano fuori consoli e/o rappresentanti del
Consolato italiano
Gentile Redazione,
vi scrivo a nome mio e degli altri genitori aventi dei figli con un tedesco/a
per ringraziarvi dello spazio dedicato a questo problema e delle domande poste
al Ministero, con la speranza che vorrete continuare a seguirci.
Purtroppo, come da
voi stessi evidenziato (vedi articolo sopra, ndr), siamo ancora ben lontani dal
ricevere risposte concrete e quindi anche lontani dalla risoluzione di un
problema che potrà dirsi concluso, non quando i genitori si saranno rassegnati
– inumano pretenderlo da un genitore -, ma quando i minori deportati saranno
rientrati nella giurisdizione italiana.
Il Mae cita
giustamente il Regolamento CE n. 2201/2003. Questo regolamento si basa sul
riconoscimento delle sentenze straniere in Italia, basandosi sulla reciproca
fiducia. Vanno fatte almeno quattro osservazioni:
1 – La fiducia non
è reciproca in quanto la giurisdizione tedesca pretende il riconoscimento in
Italia delle sue decisioni, ma non riconosce quelle italiane. In altre parole,
i bambini italiani condotti illecitamente in Germania, restano legalmente in
Germania. Quelli condotti legalmente in Italia diventano illegali.
2 – Detto
regolamento prevede che un minore abbia due genitori. In Germania - e basta
leggere attentamente i codici tedeschi - il minore ha tre genitori. Lo
Jugendamt, terzo genitore e giudice politico, svolge inoltre una funzione di
controllo statale sull’operato dei giudici tedeschi affinché nessun bambino
lasci mai quella giurisdizione.
3 – Detto regolamento
prevede tre tipi di diritti: potestà genitoriale, affido, visita. Le decisioni
tedesche che giungono in Italia riportano invece un’infinità di altri diritti,
peraltro non presenti neppure nei codici tedeschi, che vengono quindi tradotti,
a seconda delle circostanze, in uno o nell’altro dei tre diritti del
regolamento. Anche in questo caso, per assicurare che il minore resti o torni
in Germania. A questo scopo ed in questo modo diventa inoltre più facile
falsificare le traduzioni.
4 – L’applicazione
delle decisioni tedesche è contraria all’ordine pubblico ed alla leggi della
Repubblica Italiana. Mi limiterò a citare due motivi sempre ricorrenti:
a – i
bambini mandati in Germania crescono completamente privi del genitore
non-tedesco (mamma o papà), non lo possono più vedere, non gli possono parlare
liberamente, non possono avere più nessun contatto con la famiglia non-tedesca.
Crescono monolingui, orfani di un genitore, pur vivente, e questo in perfetta
legalità (tedesca). Il genitore straniero rappresenta un pericolo per la
germanizzazione del minore che potrebbe, se mantenesse i contatti, decidere un
giorno di lasciare la Germania. I minori che non si rassegnano vengono
“calmati” con psicofarmaci, di preferenza inibitori della memoria.
b - i figli di
genitori non sposati non hanno in Germania il diritto alla bigenitorialità,
infatti i padri di questi bambini, pur avendoli riconosciuti, non hanno per la
legge tedesca nessun diritto. La Corte Europea per i Diritti umani ha
condannato la Germania per l’ennesima volta il 3 dicembre 2009 per questo
motivo. La reazione tedesca ha confermato la volontà di non voler cambiare
assolutamente nulla.
Questo regolamento
prevede il riconoscimento e l’applicazione delle decisioni tedesche in Italia,
ma obbliga allo stesso modo l’Italia e gli altri paesi europei a non
riconoscere e non applicare le decisioni di un paese che non siano conformi al
Diritto europeo. Le decisioni di giustizia familiare tedesca non lo sono.
L’Italia è pertanto obbligata a non applicarle.
Nei casi degli
Italiani in Germania e dei minori in casi di separazione, ma non solo (anche
alle coppie unite di stranieri vengono sottratti i bambini senza altro motivo
che il poter pensare di trasferirli all’estero), non si può assolutamente
parlare di “sottrazione internazionale”. Si tratta di far fronte ad un sistema,
quello tedesco, che lavora utilizzando ogni mezzo, incluso l’inganno e la
falsificazione, per affidare i figli al genitore tedesco. Questo avviene sia se
il genitore straniero resta in Germania, sia se il genitore non-tedesco si
rende conto delle violazioni dei suoi diritti fondamentali, cerca di
opporsi e, constatando che in Germania semplicemente non ha diritti,
cerca protezione nel suo paese, in questi nostri casi, l’Italia.
Conoscere il “modus
operandi” che ci viene spiegato dal Ministero è molto importante nei casi di
sottrazioni internazionali, ma non serve a nulla se si vogliono risolvere i
problemi con la Germania, cioè tutelare effettivamente i propri connazionali di fronte ad uno Stato
che dissimula le sue sistematiche violazioni, dando loro parvenza di legalità.
Se lo “Jugendamt
fa parte del sistema giuridico tedesco e per sua natura impedisce l’intervento
da parte delle autorità italiane” è proprio da qui che bisognerà partire, perché
siamo in Europa ed ogni Stato ha il dovere di tutelare i propri concittadini e
di far rispettare, almeno dagli altri Stati europei, cioè dalla Germania, i
diritti fondamentali e le Leggi dell’Unione Europea.
E’ invece con
piacere che leggiamo che è prevista una “cooperazione giudiziaria
internazionale”: fino ad ora è stato risposto a tutti gli italiani, me
compresa, che competenti erano solo il tribunale, il giudice, lo
Jugendamt tedeschi. Siamo quindi impazienti di sapere come si concretizza
questa cooperazione giudiziaria internazionale, senz’altro di fondamentale
importanza. Auspichiamo udienze nella quali siano presenti, non solo il giudice
tedesco, ma anche uno italiano.
Allo stesso modo
ci fa molto piacere sapere che da ora le “rappresentanze diplomatico-consolari
presenzieranno alle udienze che riguardano gli interessi e i diritti del
minore”. Fino ad oggi infatti i tribunali d’oltralpe prevedevano la presenza
politica tedesca tramite lo Jugendamt, ma lasciavano fuori consoli e/o
rappresentanti del Consolato italiano, proprio nelle udienze relative ai
minori. Se il Console Generale avesse potuto presenziare all’udienza relativa
ai miei figli - udienza durante la quale il giudice ha semplicemente deciso di
non voler decidere - senz’altro lo Jugendamt ed i suoi collaboratori non
avrebbero osato dire che i miei figli avevano una visione eccessivamente
positiva dell’Italia, o che, per via dell’accento, sarebbero stati discriminati
nella scuola italiana, né mi avrebbero rimproverato di parlare in italiano con
loro. Forse avrebbero anche nascosto che in Germania i miei bambini,
perfettamente bilingui, erano stati inseriti nelle classi per stranieri.
Le stesse
strumentalizzazioni a senso unico, sempre e solo in favore dell’interesse
tedesco, avvengono anche con i procedimenti penali che i tedeschi, abusando
palesemente del trattato di Schengen, aprono contemporaneamente ad ogni
procedimento civile, sulla base di semplici sospetti, criminalizzando il
genitore straniero che potrebbe, un giorno, commettere un delitto. In altre
parole si fa imprigionare preventivamente chi, la settimana prossima, potrebbe
tentare di rubare una mela. D.ssa Marinella Colombo, Italiachiamaitalia
Ulteriori informazioni
sull’argomento sul video di Famiglia Cristiana
al sito:
http://video.google.com/videoplay?docid=1334937612292010856&hl=it# (ndr)
de.it.press
Il 15-28 marzo le settimane contro il razzismo. Le iniziative del Consiglio
interculturale tedesco
Hannover –
Giovanni Pollice, presidente del Consiglio interculturale tedesco e direttore
del Dipartimento politiche migratorie presso la segreteria nazionale del
sindacato IG BCE, annuncia i preparativi per le Settimane internazionali contro
il razzismo, che si svolgeranno, in Germania e in Europa, dal 15 al 28
marzo. L’iniziativa, che intende sensibilizzare i cittadini sul tema della
discriminazione, si svolge nell’ambito della Giornata internazionale per
l’eliminazione delle discriminazioni razziali promossa dalle Nazioni Unite il
21 marzo, in cui si ricorda l’uccisione a Sharperville, nel 1960, di 69
manifestanti pacifici da parte della polizia sudafricana. Il materiale
informativo legato agli appuntamenti sostenuti dal Consiglio interculturale
tedesco è stato preparato quest’anno in più lingue. Per richiederlo o consultarlo
è disponibile il sito: www.internationale-wochen-gegen-rassismus.de.
Giovanni Pollice
auspica un largo coinvolgimento degli italiani all’evento annuale, visti anche
i recenti fatti di cronaca legati al fenomeno migratorio avvenuti nel nostro
Paese. (Inform)
L’Enit a Monaco di Baviera per la fiera del tempo libero (f.re.e., 18-22
febbraio)
Un’occasione
importante per presentare al mercato tedesco un ricco spaccato dell'offerta
turistica italiana
Monaco di Baviera
- L'Enit offrirà una vetrina dell'Italia turistica al f.re.e., di Monaco di
Baviera, in programma dal 18 al 22 febbraio. In uno stand di 503 metri quadri,
nel quale saranno ospitate 12 Regioni (Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia
Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle
d'Aosta, Basilicata), oltre a 10 spazi personalizzati dedicati a privati
appartenenti al Club Italia, l'Italia ritorna come una delle mete turistiche
preferite dai tedeschi.
Nell'ambito della
manifestazione sono previste diverse attività promozionali collaterali, come le
conferenze stampa dell' ATL Lazio e della Regione Campania /APT Salerno.
La f.re.e., con
oltre 100.000 visitatori, un'area dedicata di 79.000 metri quadri e oltre 1.600
operatori è la fiera più importante del settore nella Germania bavarese,
specializzata nella presentazione di pacchetti per la vacanza attiva e outdoor.
L'ENIT presenterà il Padiglione Italia nella sezione dell'esposizione riservata
al leisure.
Il turista tedesco
è costantemente alla ricerca di una vacanza su misura, all'interno di strutture
ricettive di qualità medio alta in grado di offrire servizi diversificati, di
un territorio che metta a disposizione mare, montagna, sport, cultura. Un
territorio dal clima mite, spesso da visitare in bassa stagione, alla ricerca
di golosità enogastronomiche, enoteche e cantine aperte tutto l'anno. La
combinazione di questi elementi, accostati in una unica destinazione, trasforma
il nostro Paese nella meta vincente tra le preferenze dell'esigente e attento
pubblico teutonico. (ItalPlanet News)
Nel pollaio del Comites di Stoccarda. Spanò (da Wolfsburg) ci mette il
naso, ma la Pantano Gasser…
Stooccarda - Continua
su ItaliachiamaItalia il dibattito sulle vicende del Comites di Stoccarda. Da
Wolsfburg interviene Mario Spanò: secondo alcune dichiarazioni di
Mario Caruso, consigliere del Com.it.es di Stoccarda (vedi webgiornale di ieri,
5-7 febbraio, ndr), “ci sarebbe da parte di alcuni membri – scrive - la
volontá che il Com.it.es venga commissariato, per continuare ció che hanno
fatto finora su enti scolastici e sui vari enti in tutta la circoscrizione.
Caruso denuncia l`improvviso voltafaccia di alcuni consiglieri per impedire la
rielezione del presidente. Purtroppo da quello che si sente a Stoccarda sembra
che a fare il doppio gioco sia proprio il Sig.Caruso. La sua intenzione di
appoggiare il Sig. Virga il quale insieme al Dott. Conte milita nella lista
del Pd, pone a noi tutti molti interrogativi.
Se il Sig. Caruso
fa parte del PdL (Alleanza Nazionale) dovrebbe avere interesse a far votare
come Presidente del Com.it.es un membro del suo partito. E invece no. Qui
si potrebbe pensare ad un voltafaccia causato da convenienze politiche. Ma
quali? Consegnare il Com.it.es nelle mani di un ennesimo dirigente Pd, e
nello tempo essere im prima persona candidato a Coordinatore del PDL in
Germania.
Ed é qui che si
capisce la presunzione di Caruso nel dire che “con il suo Patronato ENAS puó
fare tanti tesserati da mettere tutti gli altri referenti del PDL K.O.”
Qui la democrazia
va a farsi benedire, così come il comportamento dell`On. Di Biagio il quale
dovrebbe adottare metodi piú democratici per eleggere nuovi Coordinatori e non
soffermarsi su persone del suo partito (Alleanza Nazionale) senza guardare ai
meriti e le attivitá degli altri.
E inutile dire che
ci opponiamo alla eventuale nomina di Caruso a Coordinatore,
anche perché Caruso sembra non avere le idee chiare su quale direzione
politica prendere e lo dimostra il fatto che le riunioni del Com.it.es
sono alquanto insoddisfacenti quando si tratta di prendere decisioni serie.
Ora che ci sarebbe
la possibiltá di eleggere finalmente un Presidente/Commissario del
Com.it.es del Popolo della Libertá a Stoccarda il Sig. Caruso – conclude
Spanò - preferisce andare contro corrente”.
A lui risponde
Angela Pantano Gasser, membro Comites di Stoccarda, che si chiede:
“quale sarebbe,
secondo lui, ‘la parte sana dei membri Comites di Stoccarda?”. E ribalta le
accuse: “visto che sono chiamata in causa, vorrei rispondere al signor Caruso,
ricordandogli che se c'è una persona ‘effettivamente dipendente’, questa
persona è proprio lui! Ed è pure voltabandiera: quante volte nel Comites di
Stoccarda ha votato contro la nostra lista, alla quale lui dovrebbe appartenere
e nella quale lui è stato eletto? Quante volte ha votato per questa maggioranza
raffazzonata, dove gli interessi individuali e privati prevalgono sugli
interessi della comunità?
La mia proposta di
presentare come presidente Pasquale Vittorio era del tutto provocatoria ed in
contrapposizione alla proposta di "Virga Presidente", sostenuta dallo
stesso Caruso, in quanto da anni il Comites è bloccato proprio da quegli stessi
elementi, che oggi, atteggiandosi a grandi strateghi politici, a parole ne
reclamano la funzionalità.
Quindi, che Caruso
non parli a vanvera! Qui cerca solo di salvare la sua pelle (politicamente
parlando) – conclude la signora Pantano Gasse -
poiché tutti ormai sanno del suo comportamento a dir poco
‘sconcertante’, tanto per usare le sue parole”.
Non sarà
sicuramente l’ultimo intervento. Il Comites di Stoccarda da l’impressione di un
grande pollaio, dove tutti si sentono dei galli. Sarà anche così, ma è più
utile accordarsi su uno, e lasciarlo lavorare. Se poi razzola alla meno peggio,
é sempre meglio dell’attuale situazione di stallo, che va solo a gonfiare le
file di quanti vogliono l’abolizione totale dei Comites. Appunto perché
finiscono per essere – per fortuna sono pochi casi - dei semplici pollai!
(de.it.press)
Michela Murgia a Monaco di Baviera. Il suo romanzo "Accabadora"
esce ora in tedesco
Monaco di Baviera
- La manifestazione con la scrittrice sarda Michela Murga avrà luogo giovedì 25
febbraio, alle ore 19,30, presso Lyrik-Kabinett, nella Amalienstr. 83A, a
Monaco di Baviera. La lettura del suo ultimo romanzo "Accabadora"
avverrà nelle due lingue, cioè in
italiano ed in tedesco. L’ingresso è a pagamento (9/7 €), ed i biblietti sono disponibili
solo presso Itallibri, alla cassa, la sera della manifestazione (tel. 272 99
441)
Michela Murgia è
nata a Cabras, Oristano, nel 1972. Nel 2006 ha pubblicato "Il mondo deve
sapere", diario tragicomico di un mese di lavoro vendendo al telefono
aspirapolveri a casalinghe per conto di una grande multinazionale americana,
che ha ispirato il film di Paolo Virzì "Tutta la vita davanti"
(Gasteig, 27.2., Vortragsaal der Bibliothek). Nel 2009 ha pubblicato il romanzo
"Accabadora", Einaudi, che ora esce da Wagenbach in tedesco (trad.
Julika Brandestini).
Tzia Bonaria Urrai
ha preso con sé Maria, quarta figlia femmina di madre vedova, facendola
crescere e chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad
averne bisogno. Eppure in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi
lunghi c'è un'aura misteriosa. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina,
è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, ma quando è
necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo
è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre. LL,
LR/de.it.press
Berlino. Protocollo d’intesa con la distribuzione tedesca per i prodotti
agroalimentari pugliesi
Berlino - Un
protocollo d’intesa con la Grande Distribuzione Organizzata tedesca per la
promozione dei prodotti agroalimentari pugliesi. Lo ha annunciato venerdì alla
Fruit Logistica di Berlino, in una conferenza stampa organizzata con l’Istituto
per il Commercio Estero, l’Assessore alle Risorse agroalimentari della Puglia,
Dario Stefàno, che ha illustrato alla stampa italiana ed europea proprietà e
cifre dei prodotti agroalimentari pugliesi, sulla cui qualità e tracciabilità
l’Assessorato ha inteso imprimere un’azione più marcata.
Prodotti conosciuti
ed apprezzati già dal mercato tedesco, tanto che La Puglia è la prima Regione
del Mezzogiorno, la seconda in Italia dopo l’Emilia, ad esportare prodotti
agroalimentari in Germania, primo Paese destinatario dell’export agricolo
italiano e pugliese fra gli Stati dell’area euro. Il comparto pugliese,
inoltre, rappresenta un quinto dell’ortofrutticoltura nazionale: il 70%
dell’uva italiana proviene proprio dalla Puglia così come un terzo dei pomodori
dei cavolfiori e dei carciofi. Una regione dinamica che ha saputo innovarsi,
come testimoniano le 5700 imprese biologiche già operanti che fanno della
Puglia la seconda regione italiana sul fronte bio.
I contatti già
avviati con alcune grandi catene distributive tedesche del settore
"Food", interessate ad assorbire ancora di più i prodotti regionali,
non solo dell’ortofrutta, si concretizzeranno in un protocollo. È già stato
fissato un incontro per fine mese a Bari tra l’Assessorato ed alcuni referenti
della GDO tedesca, utile a definire le modalità operative di promozione dei
prodotti dell’agroalimentare pugliese nei punti vendita tedeschi.
"Abbiamo
voluto legare la presenza istituzionale della Regione Puglia nella più
importante vetrina dell’ortofrutta mondiale ad un obiettivo strategico ben
preciso", spiega l’assessore Stefàno, "quello di rafforzare ancora di
più la presenza dei prodotti agroalimentari pugliesi nel nostro mercato di
riferimento principale, quello appunto tedesco. L’idea", aggiunge Stefàno,
"è quella di replicare su "scala europea", l’iniziativa di
grande successo fatta ad ottobre con la GDO italiana per l’uva da tavola. Le
innovazioni introdotte ed assai apprezzate dai produttori pugliesi e gli
importanti risultati conseguiti con quell’accordo, hanno confermato, infatti,
che si tratta di un modello che possiamo, anzi dobbiamo replicare per tutto il
paniere dei prodotti pugliesi. Il protocollo consentirà di vendere nei punti
vendita tedeschi i prodotti pugliesi, non solo ortofrutticoli. E ciò sarà un
concreto supporto per i nostri produttori che potranno rafforzare le quote del
proprio export".
"Il Made in
Puglia sprigiona appeal, piace", conclude l’assessore, "ed il mercato
dimostra di apprezzare la qualità dei nostri prodotti tipici. E proprio in
questa direzione va tutta la nostra recente attività finalizzata a legare il
Marchio Prodotti di Puglia alla certificazione della filiera e della
tracciabilità, che dovranno essere rigorosamente pugliesi". (aise)
Presentato a Palazzo Chigi il progetto “Il teatro italiano nel mondo”
Il sottosegretario
Gianni Letta introduce l’evento ideato nell’ambito delle celebrazioni dei 150
anni dell’Unità d’Italia
Roma – Presentata
venerdì mattina, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, “Il teatro italiano
nel mondo”, prima iniziativa ufficiale approvata dal Comitato di coordinamento
per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia che prevede una serie di
eventi culminanti in un Festival teatrale nella città di Firenze, previsto nel
maggio 2011.
“Si tratta di un appuntamento capace di
coniugare la centralità di Firenze nella storia italiana con la lingua e il
teatro, uno dei cardini della diffusione della nostra cultura all’estero -
ha detto, aprendo l’incontro con la stampa, il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio dei ministri, Gianni Letta, ricordando inoltre
l’intento che le celebrazioni si prefiggono di “far conoscere il processo
unitario e il risultato dell’unità nazionale che oggi viviamo”. “Nei prossimi
due anni l’auspicio è che il sentimento di appartenenza nazionale si rafforzi –
aggiunge Letta - alla luce della conoscenza della nostra comune storia”.
Ad illustrare le caratteristiche del progetto
Maurizio Scaparro, regista e critico teatrale, ideatore e direttore dell’evento
curato dall’Ente Teatrale Italiano nella città di Firenze – con il suo storico
Teatro Della Pergola – e non solo. “Sin dai prossimi mesi, in preparazione del
Festival vero e proprio, - ha spiegato Scaparro – l’obiettivo sarà quello di
realizzare un censimento degli spettacoli di autori teatrali rappresentati nel
mondo, nelle ultime tre stagioni”. Questa analisi costituirà un lavoro
propedeutico alla scelta delle esibizioni del Festival sul Teatro italiano a
Firenze – come già ricordato, previsto nel maggio 2011 – in cui spettacoli di
autori italiani classici e contemporanei saranno messi in scena in prima
assoluta da registi e attori provenienti da diversi Paesi, nelle rispettive
lingue. Si costituirà in contemporanea un archivio audiovisivo della memoria
del teatro italiano nel mondo dal Risorgimento ad oggi e un archivio
multimediale degli attori italiani per un dizionario biografico progettato
dall’Università di Firenze in collaborazione con il Miur.
Sempre nel periodo del Festival, con
l’obiettivo di coinvolgere quanto più possibile i giovani nel progetto
artistico cittadino, è in programma anche un Campus internazionale
universitario sul teatro italiano e sulle lingua italiane del teatro, mentre a
fine 2010 un allestimento renderà omaggio ad una delle attrici di teatro
italiane più note: Eleonora Duse. Una serie di iniziative saranno
dedicate al teatro d’infanzia con un progetto su Carlo Collodi a la sua
creatura universalmente conosciuta, Pinocchio.
Scaparro propone inoltre, nel 2011, in 20
città europee e del Mediterraneo, in primo luogo, che ospitano sedi degli
Istituti Italiani di Cultura, l’affiancamento ai corsi di lingua italiana
svolti di corsi di teatro italiano e laboratori di commedia dell’arte. “Con
questo progetto Firenze diverrà un punto di incontro tra registi e attori di
primo piano – aggiunge Scaparro – per rafforzare il trinomio
cultura-lavoro-giovani che ancora non è stato segnalato sufficientemente e può
invece generare importanti opportunità specie in un periodo di grave difficoltà
economica”.
Il sostegno del Ministero per i beni e le
attività culturali al progetto è stato ribadito dal direttore generale dello
Spettacolo del vivo, Salvatore Nastasi, mentre Giuseppe Ferrazza, presidente
dell’ETI, ha rimarcato l’interessamento nei confronti di un’iniziativa
che sposa in pieno l’intento di promozione del teatro italiano nel mondo che
l’ente stesso vuole assumere.
Sostegno – non solo economico – è stato
fornito dall’Ente Cassa di risparmio di Firenze, mentre il sindaco della città
Matteo Renzi ha ribadito il patrocinio del comune ad un’iniziativa “che
rappresenta una grande opportunità, non solo di visibilità e accoglienza, ma
anche per poter finalmente immaginare di costruire un futuro all’altezza del
nostro straordinario passato”.
Gianni Letta ha infine ricordato
l’apprezzamento all’iniziativa espresso dal Comitato di coordinamento per le
celebrazioni, in sintonia con quello manifestato dal presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano. (Viviana Pansa-Inform)
Newsletter dell’on. Laura Garavini su alcuni temi d’attualità
Il legame
Stato-mafia, i ricercatori italiani all’estero, lo "scetticismo"
Veneti nel Mondo sulla riforma Comites/Cgie e il pericolo di impegnare ditte
mafiose nella ricostruzione dell’Abruzzo dopo il terremoto
Berlino - Care
democratiche e cari democratici in Europa, nella maggioranza c’è qualche anima
indipendente? Qualcuno che non è servile agli ordini di Berlusconi? Qualcuno
che ha il coraggio di opporsi insieme a noi dell’opposizione al tentativo di
Berlusconi di distruggere lo stato di diritto per salvaguardare i suoi
interessi? In Parlamento, questa settimana, non ho visto nessuno. Tutta la
maggioranza, anche la Lega, ha detto sì alla vergognosa legge sul legittimo
impedimento. Noi del Pd abbiamo dato battaglia per due giorni. Nel mio
intervento in aula ho denunciato “una legge che serve solamente al Presidente
del Consiglio per scappare un'altra volta dai suoi processi”. La legge sul
legittimo impedimento non è nient’altro che un lodo Alfano mascherato. L’ultimo
di noi a parlare è stato Bersani. Ha fatto un intervento straordinario.
Applausi da brivido alla fine, tutta l’opposizione in piedi. Vale la pena
rivederselo nella sezione video della Camera. I tg ne hanno fatto vedere 15
secondi appena.
Ciancimino e il
legame Stato-mafia. Ho parlato dell’ultima legge vergogna di questo Governo
anche in un dibattito televisivo su Rai 3/RaiNews 24. Abbiamo discusso del
legame tra Stato e mafia alla luce delle dichiarazioni di Ciancimino jr. Le sue
affermazioni (preoccupanti!) devono venire verificate dai magistrati. Ciò che è
molto grave è che parti della maggioranza adesso vogliono introdurre una norma
anti-pentiti. Significherebbe affossare la legge che ha reso possibile quasi
tutti i grandi processi contro le mafie, dalla morte di Falcone e Borsellino in
poi. Il pericolo mafia era anche al centro di una conferenza stampa della SPD a
Düsseldorf a cui sono stata invitata a partecipare. Insieme ai colleghi della
SPD abbiamo denunciato le attività internazionali delle mafie italiane. Negli
ultimi anni sono stati catturati in Germania 12 ‘ndranghetisti del
pericolosissimo clan di San Luca. Nella sola regione del Nord Reno-Westfalia
sono stati confiscati 2,5 milioni di euro alle mafie italiane. La Spd ha
lanciato l’appello al Governo tedesco affinché non sottovaluti questo pericolo.
Ricercatori
italiani all’estero. Il Governo li vuole?. Questo Governo non ha nessunissimo
interesse ad offrire una seria possibilità ai nostri ricercatori all’estero per
partecipare all’importante programma "Montalcini". I tempi stretti per
la presentazione delle domande sono stati fatti su misura per quelli che hanno
la "fortuna" di poter contare su contatti personali o legami di
parentela nel mondo accademico italiano. Viva il clientelismo, ancora una
volta! In stretto contatto con i nostri bravissimi ricercatori Francesco
Cerisoli, residente in Olanda, e Mauro Degli Esposti di Manchester ho
presentato una interpellanza urgente sul Programma per Giovani Ricercatori. Il
Governo, come sempre, si è chiuso a riccio e ha deciso: niente prolungamento
dei tempi di presentazione – un prolungamento che avrebbe aiutato i nostri
ricercatori all’estero a mettere le loro capacità a disposizione delle
università e degli istituti di ricerca italiani. Ma il Governo non ne vuole
sapere.
Riforma Comites e
Cgie, le associazioni sono scettiche. L’associazionismo è vivo ed è una risorsa
culturale importante per gli italiani nel mondo. Noi del Pd facciamo bene a
dargli l’attenzione che gli spetta. Solo se siamo in grado di parlare a tutte
le realtà degli italiani all’estero possiamo rimanere ciò che siamo da anni: la
forza politica più grande fra i connazionali nel mondo. A Verona si sono
incontrati i veneti nel mondo, anche per denunciare duramente il piano del
Governo sulle chiusure di diversi Consolati in Europa e nel mondo. Hanno il
pieno sostegno di noi deputati del Pd eletti all’estero. Così come ce l’hanno
nella loro critica alla riforma di Comites e Cgie, attualmente in discussione
in Senato con la benedizione del Governo.
Terremoto in
Abruzzo. Grazie al Governo le mafie guadagnano. Tanti italiani, anche
all’estero, hanno dato un loro contributo per la ricostruzione in Abruzzo dopo
il terremoto. Adesso c’è il pericolo che in questa ricostruzione ci guadagnino
tante ditte mafiose – a causa di una sanatoria del Governo che elimina
retroattivamente il reato di subappalto non autorizzato. Ho denunciato questo
scandalo in Parlamento. Nelle prime verifiche eseguite fra le ditte impegnate
nella ricostruzione in Abruzzo sono state rilevate ben 132 posizioni non corrispondenti
agli obblighi previsti dalle norme sugli appalti. A nome del gruppo del Pd ho
presentato un’interpellanza su queste rivelazioni. Ma il Governo si nasconde,
continua a raccontare la favola che in Abruzzo tutto fila liscio. On. Laura
garavini, De.it.press
La crisi dei debiti pubblici. L’Europa dia subito un segnale forte
Superata la fase
più pericolosa della crisi finanziaria mondiale del settore privato originata
da una concezione monetaria lassista della politica americana, ha preso avvio
la crisi della finanza pubblica che si è accollata parte del debito delle
banche e delle grandi finanziarie multinazionali per impedire conseguenze più
gravi sull’occupazione e sul benessere dei cittadini. Ma vi è di più. Alla base
dell’iceberg vagante della finanza pubblica della Grecia non ci sono solo gli
effetti della crisi globale, ma anche quelli legati alla rivelazione della
reale consistenza del debito pubblico, che ha causato una crisi di credibilità
su tutti i Paesi in analoghe condizioni.
Il problema di una
dimensione eccessiva del debito pubblico è oggi comune a molti Paesi ed è stato
avvertito da tempo dalle pubbliche autorità, le quali però, ancora una volta,
si sono limitate a preannunciare una generica exit strategy, senza prepararsi
ad affrontare casi come quello della Grecia. Le società di rating hanno inviato
uno warning (avvertimento) perfino agli Stati Uniti, mettendoli in guardia sul
fatto che, se non trovano una soluzione convincente per l’enorme crescita del
loro indebitamento pubblico, saranno costrette a rivedere il triple A, ossia la
valutazione massima assegnata da sempre ai loro titoli di Stato. Il mercato,
inoltre, ha letto Grecia, ma ha pensato Portogallo, Spagna, Irlanda, pronta ad
allargare la rosa dei sospettati. Le notizie che si sono susseguite dalla
dichiarazione di insolvenza della finanziaria Dubai World hanno creato nuove
tensioni sul mercato e, insieme ai contrasti per le nuove regole bancarie e
finanziarie, hanno alimentato la speculazione al ribasso facendo arretrare per ammontari
consistenti i valori di Borsa.
C’è da sperare che
il vertice dei ministri finanziari di Iqualit in Canada non si limiti a
scagliarsi contro la speculazione, minacciando ferro e fuoco e, tanto per
cambiare, maggiori tasse. I più saggi hanno compreso che la speculazione è
alimentata dai bassi tassi dell’interesse e, pertanto, se vogliono combatterla
devono cambiare politica monetaria piuttosto che regole. La riduzione delle
quantità di moneta si scontrerebbe però con la necessità di largheggiare nel
credito per far riprendere gli investimenti, mentre l’innalzamento dei tassi
dell’interesse ufficiali causerebbe una crisi ancora più grave nella finanza
pubblica per le conseguenze sui deficit di bilancio derivanti dai maggiori
oneri che graverebbero sull’indebitamento degli Stati.
Appare sempre più
chiaro che non è possibile salvare capra e cavoli, come hanno tentato di fare.
Come appare anche evidente che il problema più urgente non è quello dei nuovi
regolamenti, pur sempre necessari, ma di lavorare sulle condizioni che creano
gli iceberg vaganti come quello greco.
Non è ancora
possibile tornare al privato, per la natura stessa dei problemi (troppa moneta
che alimenta la speculazione e troppo debito pubblico che alimenta nuove crisi
finanziarie) e, pertanto, occorre stringere le maglie della cooperazione
internazionale; ad esempio - e sempre che sia possibile - rilanciando il ruolo
politico del Fondo Monetario Internazionale, come proposto dal nostro ministro
dell’Economia. La forma più efficace sarebbe la concessione di garanzie che
fungano da scudi protettivi per l’attuazione di seri piani di rientro dagli
squilibri dei bilanci pubblici, delle bilance dei pagamenti, dei rapporti di
cambio e dei tassi dell’interesse. La reazione positiva del mercato al comunicato
del G20 di Londra dello scorso anno, nel quale gli Stati dichiararono di voler
procedere ad attuare politiche monetarie e fiscali “non convenzionali” per
affrontare il diffondersi del contagio, è la più chiara testimonianza
dell’apprezzamento che ricevono dagli operatori le iniziative coordinate,
ancorché dosate dai singoli Paesi secondo necessità.
Sarebbe ingenuo
sottovalutare il peso degli egoismi nazionali nell’ostacolare siffatti accordi;
ma se l’Unione Europea e notamente l’euroarea, essendo la comunità di Stati più
interessata a una convergenza politica trovasse il modo di attuare sistemi di
garanzia per il debito pubblico dei Paesi-membri, di controllo del cambio
estero dell’euro, di adattamento dei tassi dell’interesse alle condizioni esterne
e di aggiustamento degli squilibri interni di bilancia commerciale, manderebbe
un segnale forte all’analogo accordo che dovrebbe subentrare tra Cina e Stati
Uniti sugli stessi temi. A quel punto una nuova Bretton Woods sarebbe possibile
e, con essa, anche una nuova regolamentazione bancaria e finanziaria che non
sommi problemi a problemi.
Questo è il
quotidiano che, per l’autorevolezza dei suoi giornalisti e collaboratori, ha
sempre condotto una campagna di sollecitazione dell’unione politica europea, non
limitandosi ad avanzare auspici, ma indicando soluzioni concrete. Ci attendiamo
che qualcuno raccolga i nostri inviti a prendere posizione in un’Europa che ha
avuto, ma non ha ancora assimilato, le grandi lezioni dalla storia, che gli
altri ignorano per i loro vani desideri di grandeur. PAOLO SAVONA IM 7
Lo spazio mediterraneo della mobilità. Frattini alla Conferenza
Internazionale di Trieste
Trieste - Il
rafforzamento del porto di Trieste si inserisce nel quadro di un potenziamento
delle infrastrutture italiane, per collegare l’Europa con la sponda sud del
Mediterraneo. “Un bell’esempio di sistema Italia, in cui pubblico e privato
lavorano insieme”, ha sottolineato il Ministro Franco Frattini nel corso della
Conferenza Internazionale sulla mobilità nel Mediterraneo, a Trieste (4-5
febbraio), a proposito del progetto dello sviluppo del porto giuliano
presentato da Unicredit.
Per Frattini “è
necessario attirare investimenti e occasioni per riempire di contenuti di
questa importante piattaforma spiegando ai nostri interlocutori della riva sud
del Mediterraneo che l'autostrada del mare che arriva a Trieste è assolutamente
più conveniente e più veloce di quella che circumnaviga l'Europa e arriva fino
a Rotterdam".
Alla base di
queste valutazioni c’è la convinzione del Ministro che l'asse Adriatico-Baltico
sia “l’asse emergente nei trasporti internazionali”. Su questo tema, infatti,
il prossimo mese di maggio, ad Ancona, ci sarà un incontro con i Paesi
dell'area baltica. “Per realizzare questo corridoio - ha spiegato Frattini -
vanno eliminati tutti i colli di bottiglia e in primis quelli rappresentati dal
Semering e Koralm in Austria". E il progetto per il porto di Trieste, ha
spiegato, va proprio in questa direzione.
La piattaforma
portuale e logistica mediterranea, ha ricordato Frattini, “tallona ormai quella
atlantica”. Ha recuperato, dalla metà degli anni Novanta, circa dieci punti al
Mare del Nord e, nello stesso periodo, ha aumentato il traffico container in
media di oltre il 10% l'anno, rispetto ad una media mondiale ferma al 6%. Oggi,
il solo Canale di Suez inietta da solo più traffico verso l'Europa che tutto
l'Oceano Atlantico. A questi grandi cambiamenti “si aggiunge il crescente
dinamismo economico e demografico della sponda sud del Mediterraneo, verso cui
l'Italia ha consolidato la posizione di primo partner commerciale europeo e
l'Ue ha confermato il ruolo di principale donatore”. E la Conferenza di Trieste
si è proposta di “offrire una nuova progettualità italiana all'ambizioso
processo dell'Unione per il Mediterraneo”.
De.it.press
Nuova Ue, fronte comune contro terrorismo e calamità naturali
Tra le tante
novità del trattato di Lisbona ce n’è una che merita di essere sottolineata
soprattutto perché corrisponde a quel tentativo di rafforzare l’immagine di
un’Europa più vicina ai bisogni, ai problemi dei cittadini tanto necessaria per
debellare il morbo dell’“euroscetticismo”.
Si tratta della
decisione dei “Ventisette” di aumentare la capacità collettiva di risposta ai
terremoti e alle altre calamità naturali che colpiscono i rispettivi Paesi.
Finora gli interventi di soccorso erano affidati ad iniziative bilaterali, ma
ora il quadro operativo è destinato a cambiare rapidamente.
I termini della
cooperazione comunitaria e le sue prospettive sono fissati in due distinte
clausole: la prima (titolo XXIII) sottolinea che «l’Unione incoraggia la
cooperazione tra gli Stati membri al fine di rafforzare l’efficacia dei sistemi
di prevenzione e di protezione dalle calamità naturali o provocate dall’uomo»,
sostiene e completa l’azione degli Stati membri a livello nazionale e promuove
«una cooperazione operativa rapida ed efficace all’interno dell’Unione tra i
servizi di protezione civile nazionali».
La seconda,
definita “clausola di solidarietà”(titolo VII del trattato) ha un raggio
d’azione più ampio e sottolinea che l’Unione e gli Stati membri agiscono
congiuntamente in uno spirito solidale «qualora uno Stato membro sia oggetto di
un attacco terroristico o sia vittima di una calamità naturale o provocata
dall’uomo».
In questo caso
l’Ue è chiamata a mobilitare tutti gli strumenti di cui dispone, inclusi i
mezzi militari messi a disposizione dagli Stati membri, per prestare assistenza
ad un partner sul proprio territorio. Un soccorso che si applica sia nel caso
di attacco terroristico sia in quello di calamità naturali. Dunque: il
combinato disposto tra le due nuove clausole che prescinde dagli aiuti umanitari
regolati altrove consentirà l’avvio di un’immediata azione di soccorso in caso
di necessità. Questo significa che nella sciagurata ipotesi ci dovessero essere
altre emergenze come, ad esempio, quella dell’Aquila, dovrebbe scattare una
risposta di aiuto collettiva da parte dell’Ue senza ritardi, sovrapposizioni o
duplicazioni.
Naturalmente
toccherà alla nuova Commissione, non appena si sarà insediata dopo il voto del
Parlamento europeo, affrontare la questione sul piano legislativo e su quello
operativo.
A Bruxelles, la
portavoce del presidente, la danese Pia Ahrenkild-Hansen, ha confermato che il
“dossier protezione civile” sarà una priorità del collegio presieduto da
Barroso e che l’obiettivo è quello di mettere a punto un corpo europeo di reazione
rapida in grado d’intervenire nei soccorsi in stretto coordinamento con i
governi dei Paesi membri.Naturalmente, gli Stati nazionali non rinunciano ai
controlli su qualunque tipo d’intervento che dovrà avere il loro placet
preventivo; ma l’istituzione di una task force europea per le calamità naturali
potrà rappresentare una svolta nell’organizzare tempestivamente i soccorsi e
quindi per salvare vite umane. di PAOLO CACACE Im 5
In un mondo che
sta mutando in profondità e a ritmi rapidissimi, l’Europa ha una reputazione
forse immeritata ma non lontana dalla realtà.
Appare come
potenza addormentata, che non partecipa alla storia del presente, capace solo
di adombrarsi quando è trascurata e non consultata. Non l’ha svegliata la fine
della guerra fredda. Non sono bastate a destarla le vicissitudini di un dominio
americano sul mondo che da unipolare che era dopo l’89, si è infranto prima in
guerre fallimentari, poi nella crisi finanziaria del 2008.
Crisi che perdura,
che ha accelerato l’emergere di nuove potenze (Cina, India, Brasile), che ha
scalfito il primato non solo dell’America ma dell’Occidente.
Questi eventi
erano occasioni straordinarie di risveglio, che gli europei tuttavia hanno
sistematicamente mancato. La tendenza a ripetere lo stesso errore significa che
c’è del metodo, nella loro follia: più precisamente, c’è l’abitudine a vivere
in illusioni che son dure a morire e scambiate con la realtà. Non si spiega
altrimenti il malcontento imbronciato con cui i governi hanno reagito alla
sfida che lunedì è venuta da Washington: Obama non avrebbe intenzione, dopo
esperienze deludenti, di recarsi al vertice euro-americano di Madrid convocato
in aprile dalla presidenza spagnola dell’Unione. Come bambini schiaffeggiati,
gli europei fanno il muso: Obama si dicono tutti allibiti ci tratta
come se non esistessimo. Avevamo tanto sperato in lui ed ecco che si disinteressa
all’Europa: è segno che il suo mito è finito, fallito. «C’era una volta Obama»,
scrivono i commentatori ignorando, in unisono con i governi, la bolla di
menzogne in cui l’Europa vive.
Se non fossero
ignari è il contrario che scriverebbero: «C’era una volta l’Europa», prima che
il sonno la sommergesse. Dovrebbero ringraziare Obama, che denunciando la
malattia invita il continente a divenire la potenza che non vuol essere. Ma il
risveglio è difficile, in Paesi che di bugie lusinghiere si nutrono: sull’economia,
sull’America, su se stessi. Delle molte chimere che dominano in Europa a due
anni dalla crisi, quella che riguarda l’America non è l’unica ma è tra le più
nefaste.
La malattia
europea è oggi fatta di cecità. Cosa non capiamo, precisamente, della crisi?
Non ne capiamo la natura perché chiudiamo gli occhi alle mutazioni che essa
suscita, sia economiche sia politiche. Non vediamo il mondo post-americano,
post-atlantico, che sta emergendo: mondo di cui Obama è espressione. È questa
incomprensione che ci rende, agli occhi statunitensi, poco interessanti: noi
stessi siamo incapaci di curiosità, di un interessamento che vada oltre l’utile
immediato. Lo spiega con lucidità un opuscolo scritto nel novembre scorso da
Jeremy Shapiro e Nick Witney per il Council of Foreign Relations creato in
Europa dalla Fondazione Soros.
L’avvento di Obama
nasce dalla coscienza di questo mondo post-americano.
Nuove potenze
salgono grazie alla crisi, non più occidentali. Vecchie industrie faticano a
sopravvivere e innovare, in continenti ricchi destinati comunque a crescere di
meno.
La potenza
americana non dismette la propria forza, ma la sua leadership è deteriorata.
Chi denuncia il declino di Obama non vede che il declino oltrepassa la sua
persona ed è un fenomeno che proprio lui si trova a dover governare. Il suo
presunto disinteresse all’Europa nasce da qui: il Presidente constata che
questa consapevolezza non esiste in Europa. Che da noi regna una nostalgia
della perduta stabilità atlantica, della vecchia indiscussa egemonia Usa. I
vertici istituzionalizzati Europa-Usa sono manifestazioni, ai suoi occhi, di
quest’immobile rimpianto: sono luoghi dove non si discutono le cose essenziali,
per il semplice fatto che l’Europa come soggetto non vuole esistere. Luoghi
dove sulla sostanza prevale il processo, caro agli europei: i lunghi elenchi di
temi, il parlare che elude l’agire.
Deluso dal
precedente vertice di Praga, Obama teme che anche la riunione di Zapatero
finisca in un processo di Madrid.
Il fastidio del
Presidente dice qualcosa di importante su di noi, più che su di lui. Dice la
nostra incapacità di proposte, e di difendere interessi e convinzioni con
un’unica voce governante, non con relazioni bilaterali privilegiate. Dice
l’immensa paura europea d’un conflitto con Washington: conflitto vissuto alla
stregua d’una colpa anche da finti riottosi come la Francia. Dice la stasi di
un continente che non sa entrare nell’era post-americana, né riconoscere come
l’Europa non sia più cruciale per la sicurezza Usa. Dipende dagli europei se
Obama ricorre a gesti indisponenti per dire, ai sordi volontari, verità
ineludibili: la guerra fredda è finita; alla vecchia alleanza atlantica tenete
più voi che noi.
La minaccia
americana di snobbare l’Europa potrebbe essere un’occasione preziosa, per
smettere le illusioni e costruirsi un destino. Se è vero che Obama è stanco
dell’Europa proteiforme che gli si accampa davanti con una sfilata di
rappresentanti in competizione fra loro, vuol dire che urge un’unità più
stretta, anche più antagonista. In una lettera a Van Rompuy, il Presidente che
guiderà il Consiglio europeo nei prossimi tre anni e che per giovedì ha
convocato un vertice d’urgenza, il liberale Guy Verhofstadt dice allarmato che
è l’ora di accelerare l’integrazione, e di guardare in faccia il mondo che
muta: un mondo in cui la forza appartiene alle Unioni vaste e non agli
inutilizzabili Stati-nazione.
Non vedere il
mondo post-americano va di pari passo con la cecità fronte a uno sconquasso che
non è solo economico ma politico. Non c’è praticamente governo europeo che dica
ai propri elettori il vero stato delle cose: che spieghi come la crisi sarà
lunga, come nulla sarà come prima perché proprio quel prima ha condotto al
disastro. Vediamo in questi giorni come il nascondimento della verità contamini
anche i discorsi sulla crisi dell’auto.
È così anche nei
rapporti con l’America. Shapiro e Witney sono espliciti: non è colpa degli
Stati Uniti ma degli europei, se la discussione s’insabbia. All’origine c’è
l’affastellarsi di quattro grandi illusioni.
L’illusione di
poter ricavare qualcosa da rapporti bilaterali o dalla Nato, piuttosto che
dalla nascita d’un rapporto Unione-Usa. L’illusione che l’Europa resti cruciale
per la sicurezza Usa. L’illusione che gli europei possano affermarsi considerando
l’armonia atlantica un fine in sé, un feticcio, quando proprio di dispute c’è
bisogno perché l’America ascolti.
L’illusione infine
che l’America veda nell’Europa un’intelligenza superiore, anche se inattiva. È
l’illusione scrivono gli autori
che ebbero i Greci nell’impero romano, fino a quando si accorsero che Cicerone
li chiamava, spregiativamente, graeculi.
Alla base di
queste chimere c’è quella riguardante lo Stato-nazione.
«Dopo l’attentato
alle Torri e la crisi del settembre 2008 scrive Verhofstadt è nato
un nuovo ordine mondiale, impietoso con le (ormai sorpassate) illusioni
nazionali di gran parte degli Stati europei». I fatti lo confermano: nelle
politiche già comunitarie (commercio, concorrenza, moneta) l’Europa è potente,
udibile, ascoltata. Non lo è affatto nei settori che gli Stati custodiscono con
sovranità che sono simulacri. Verhofstadt è convinto che, se l’Unione avesse
avuto un unico leader, al vertice di Copenhagen sul clima la catastrofe sarebbe
stata minore.
Il rapporto con l’America
è analizzato severamente da chi oggi chiede più Unione: l’Europa è accusata di
voler sempre compiacere e sempre ingraziarsi Washington, con relazioni
privilegiate da cui ci si aspettano ricompense che Blair lo sa non giungono mai. Difendere
i propri interessi col muso duro, agire indipendentemente in Medio Oriente,
meditare sulla guerra afghana senza farne un capitolo dei rapporti
euro-americani: questo è ricominciare la storia.
Il sonno è
confortevole, pensano gli europei. Meglio aspettare che la tempesta passi:
«Calati juncu ca passa la china», càlati giunco ché passa la piena, dice il
motto mafioso fatto proprio dai governi dell’Unione. Sarkozy ha ostentato
indifferenza, giovedì, dopo un incontro con Angela Merkel: «Dov’è il dramma se
Obama non viene?». Il guaio è che il dramma persiste, anche se il giunco si
piega. L’Europa rischia l’irrilevanza. Rischia di essere un continente messo
fuori gioco in irresistibile declino. È quello che accadrà, se non si sveglia
in tempo. BARBARA SPINELLI
LS 7
I silenzi del presidente Usa. Le leadership affidabile che l’Europa chiede
ad Obama
La notizia che
Obama avrebbe intenzione di snobbare il vertice fra Stati Uniti ed Unione
Europea fissato per il prossimo maggio ha sconvolto le cancellerie europee. Il
fatto merita di per sé attenzione perché, per tradizione, questi incontri hanno
visto la partecipazione dei presidenti americani anche nei momenti più
difficili delle relazioni transatlantiche, come ai tempi della guerra in Iraq.
La spiegazione più
accreditata di tale atteggiamento è che la diplomazia americana si trovi
disorientata di fronte alla nuova complicata struttura dei vertici dell’Unione
Europea in conseguenza dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona.
Quest’interpretazione
contiene certamente una parte di verità perché nessuno sa ancora con precisione
chi dovrebbe essere l’interlocutore diretto di Obama, se cioè il presidente di
turno dell’Unione Europea, cioè lo spagnolo José Luis Zapatero, oppure il
presidente permanente Herman Van Rompuy o, in caso di un braccio di ferro tra i
due, il presidente della Commissione José Manuel Barroso.
Anche se questa
situazione non aiuta, non ritengo che lo scarso entusiasmo di Obama verso il
continente che più lo ama sia un evento nuovo o inaspettato. Ben più rilevante
è stato il fatto che, mentre si celebrava l’avvenimento politico più importante
degli ultimi decenni, cioè la caduta del muro di Berlino, Obama non era a fare
festa in Germania insieme ai suoi più stretti e tradizionali amici, ma era in
viaggio in Cina. Un viaggio che aveva ancora più alimentato l’idea che ci si
muovesse rapidamente verso il G2, cioè verso un mondo controllato da
un’alleanza di ferro fra gli Stati Uniti e la Cina. Una tesi naturalmente
rafforzata dalla mutua dipendenza che si è venuta creando fra il debito
americano e la crescente quota di tale debito in mani cinesi. Invece è arrivato
lo scontro fra Cina e Stati Uniti nella grande conferenza sull’ambiente di
Copenhagen ed infine un confronto diretto in conseguenza della fornitura di
armi americane a Taiwan, riaccendendo improvvisamente un conflitto che si era
andato attenuando negli ultimi anni e che molti stavano pronosticando in via di
soluzione.
Non è facile
comprendere perché Obama abbia autorizzato questa massiccia vendita di armi
facendo infuriare il governo cinese proprio nel momento in cui ha più bisogno
di avere rapporti amichevoli per meglio superare la gravissima crisi
finanziaria in cui si trova. È vero che Obama si è tenuto una via d’uscita
negando a Taiwan la vendita di alcune armi particolarmente sofisticate, come i
così detti aerei invisibili, ma è davvero singolare notare come nel primo anno
di presidenza nessun grande problema di politica internazionale sia stato
risolto o affrontato in modo da alleggerire le terribili tensioni che aveva
ricevuto in eredità dalla precedente presidenza. Le tensioni in Medio Oriente,
Afghanistan, Iraq, i complicati rapporti con la Russia si aggiungono ora ad un
messaggio di indifferenza verso l’Europa e a un raffreddamento nei confronti
della Cina.
Presi ad uno ad
uno tutti questi comportamenti sono largamente comprensibili e ragionevoli ma,
considerati in un quadro d’insieme non possono che causare almeno un senso di
disorientamento.
Il presidente, che
era arrivato al potere con l’obiettivo di essere il grande aggregatore della
politica mondiale e che aveva dato forza a questo obiettivo con i meravigliosi
discorsi che gli hanno fatto attribuire il premio Nobel, appare ora come
disorientato e forse temporaneamente sopraffatto dai grandi problemi di
politica interna, che spaziano dalla riforma sanitaria alla difficile strategia
d’uscita dalla crisi economica.
I fili della
politica internazionale, invece di semplificarsi, si aggrovigliano di giorno in
giorno, erodendo quel patrimonio di fiducia che Obama si era meritatamente
conquistato.
Indubbiamente un
anno è un periodo di tempo troppo limitato per trasformare un fallito tentativo
di solitario controllo del mondo in una politica in cui gli Stati Uniti si
propongono come punto di equilibrio di una regia multipolare con una pluralità
di protagonisti, tra cui non possono mancare la Cina, l’India, la Russia e, con
tutti i suoi limiti, l’Unione Europea. Obama si è reso conto delle conseguenze
dell’eccessiva e intenibile estensione del potere americano nel mondo ma non ha
ancora deciso come porvi rimedio.
A distanza di un
anno, non riusciamo ancora a individuare quale siano le strategie e le priorità
di Obama per raggiungere gli obiettivi contenuti nei suoi discorsi. In ogni
caso non credo che possa permettersi di snobbare i vecchi e fedeli amici senza
preparare e costruire alternative credibili e, soprattutto, comprensibili.
Anche se il mondo
non può più essere monopolare abbiamo tuttavia bisogno che gli Stati Uniti
esercitino la loro importantissima leadership con chiarezza, con continuità e
anche, se possibile, con una certa prevedibilità. ROMANO PRODI IM 5
Obama e l’Europa mai così distanti. Il divorzio atlantico
La visita di
Silvio Berlusconi in Israele non è stata solo un successo personale del premier
italiano. Non ha soltanto ribadito agli israeliani (e ai loro nemici), ma anche
all’opinione pubblica italiana, che il deciso schieramento dell’Italia a fianco
del «più grande esempio di democrazia e libertà del Medio Oriente» rappresenta
— come ha osservato giustamente Peppino Caldarola sul Riformista — la più forte
discontinuità di politica estera fra i governi del centrodestra berlusconiano e
tutti i precedenti governi italiani.
Quella visita, che
dà ulteriore forza alla posizione energica assunta sulle questioni della difesa
di Israele e del nucleare iraniano dal cancelliere tedesco Angela Merkel, ha
anche varie implicazioni di politica internazionale. Soprattutto, contribuisce
a segnalare all’Amministrazione Obama che la distratta negligenza con cui il
presidente ha trattato gli storici alleati europei dell’America nel suo primo
anno di governo è stata forse uno dei suoi più gravi errori politici (da cui
non sembra abbia voglia di emendarsi, come dimostrerebbe, se venisse
confermato, anche il recente annullamento della sua visita in occasione del
prossimo vertice, fissato per maggio, fra Unione Europea e Stati Uniti).
Noi europei, per
lo più con ragione, siamo soliti lamentarci di noi stessi, della nostra
incapacità di darci quel tanto di coesione necessaria per parlare al mondo con
una sola voce (continua a mancare quel numero telefonico unico che Henry
Kissinger non trovava quando voleva comunicare con l’Europa). E sappiamo che
questo stato di cose durerà probabilmente ancora per generazioni, se mai
finirà. Inoltre, è più che lecito, e anche Obama ha ragione a farlo, rimproverare
gli europei per la loro mancanza di nerbo quando si tratta di concorrere con
l’America a fronteggiare le minacce. I tanti «no», soprattutto tedeschi e
francesi, alla disperata richiesta di Obama di un maggiore impegno in
Afghanistan, stanno lì a dimostrare di quanta poca determinazione alcuni dei
principali Paesi europei siano dotati quando ci sono in gioco questioni
cruciali per la sorte del mondo occidentale, come il contenimento
dell’islamismo radicale o la stessa sopravvivenza della Nato.
Detto tutto il
male che si può dire dell’Europa, resta però il fatto che Obama, fin dai primi
giorni del suo insediamento, ha probabilmente sbagliato i calcoli. Ha pensato
che fosse ormai tempo di ridimensionare il peso e il ruolo di quella speciale
«relazione transatlantica » fra Stati Uniti ed Europa, che è stata, per
cinquant’anni, uno dei pilastri della stessa potenza americana nel mondo. Non
si è reso conto che se andasse in pezzi la «comunità euro-atlantica», il
declino americano, comunque in atto (un declino che spaventa tanti e rallegra
tanti altri) potrebbe solo subire un’accelerazione. Nonostante i suoi continui
omaggi al multilateralismo, Obama è stato fin qui altrettanto «unilateralista »
del suo predecessore Bush. Ha pensato che i vecchi alleati democratici fossero
solo un ingombro, non un punto di forza, per le relazioni internazionali
dell’America.
Come ha osservato
Robert Kagan in un recente scritto molto critico sull'attuale Presidenza, la
svalutazione delle relazioni euro-atlantiche da parte di Obama discende, almeno
in parte, da una visione che, volendo liquidare l'eredità wilsoniana (la
tradizione di interventismo democratico che si fa risalire al presidente
Woodrow Wilson) in tutte le varianti, assume l'alleanza e il rapporto
privilegiato con le democrazie (europee, ma non solo) come non più vitale per
gli interessi dell'America. Per Obama, nel suo primo anno di Presidenza, era
invece vitale solo cercare intese realistiche con chiunque (persino all'Iran è
stata tesa la mano, ed è stata ritirata solo perché gli iraniani l'hanno morsa)
sulla base dell'irenico, e sbagliato, presupposto che sia sempre possibile
mettersi d'accordo, trovare comunque una convergenza su interessi comuni. Gli
esiti non sono stati fin qui brillanti.
Il rapporto
privilegiato che Obama pensava di stabilire con la Cina (il G2) non ha soltanto
spaventato altri Paesi asiatici (come l'India), è anche stato privo di buoni
frutti. I cinesi hanno detto «no» a tutte le richieste americane (il viaggio di
Obama a Pechino fu per molti versi umiliante). Adesso fa la voce grossa
(forniture d'armi a Taiwan, scontro su Internet, visita preannunciata del Dalai
Lama a Washington), ma sapendo bene di non poter rompere con il principale
creditore dell'America. L'indecisione strategica è evidente. Così come è
evidente nel caso dell'Iran. Si è passati da una fase in cui, alla ricerca di
chissà quali concessioni del regime iraniano, si scelse di non sostenere la
rivolta popolare, a una fase in cui si torna a un atteggiamento duro e deciso
(sperando che la Russia, ma soprattutto la Cina, non impediscano un'azione
concertata della comunità internazionale contro il nucleare iraniano).
La grande forza
dell'America, dopo la seconda guerra mondiale, è sempre consistita nel fatto
che, pur trattando e negoziando con le tirannie, essa non perdeva di vista
l'importanza del suo rapporto privilegiato con le altre democrazie, europee in
primo luogo. L'Amministrazione Obama sembra non averlo capito. Per giunta, e
nonostante le tante magagne dell'Europa, quale altro vero alleato l'America
potrebbe mai trovare per contrastare la minaccia del terrorismo islamico?
Tenuto conto che l'Europa, per geografia, risorse e storia, è, da un lato, la
più esposta al pericolo e, dall'altro, quella dotata della migliore expertise
per muoversi con una qualche efficacia nello scenario mediorientale. Forse il
declino della potenza americana è inarrestabile, come molti ritengono, a causa
del deterioramento della forza economica che la sosteneva e dell'emergere di
altre potenze. Forse, come pensano altri, non c'è nulla di già scritto, di
predeterminato, in queste faccende. E' però plausibile aspettarsi
un'accelerazione del declino se la dirigenza americana penserà di poter fare a
meno di quel rapporto con l'Europa che per tanto tempo ha contribuito ad
assicurare a noi la libertà e agli Stati Uniti il primato. Angelo Panebianco
CdS 5
Vecchi e nuovi “PIGS”. La guerra dei debiti divide l’Occidente
Già un anno fa
scrivevamo sul Messaggero che la concorrenza globale sui debiti si sarebbe
fatta sempre più dura e forse anche un po’ opaca. Purtroppo siamo stati
profetici. I riflettori in questi giorni si sono accesi sui rischi dei debiti
sovrani di alcuni Paesi dell’area dell’euro: dopo la Grecia è stata la volta di
Spagna e Portogallo. I mercati finanziari hanno reagito molto negativamente e
l’euro si è indebolito, ma sarebbe sbagliato pensare che il baricentro della
crisi globale si stia oggi posizionando stabilmente sull’Euroarea. Così come è
sbagliato pensare che le crepe più preoccupanti dell’economia del nostro
continente si stiano manifestando, come indicherebbe un abusato copione, nel
solito Sud dell’Europa.
Fa indubbiamente
comodo ai Paesi anglosassoni far credere che l’Uem sia allo sbando. Questo,
perlomeno, è ciò che ripete il tam tam dei potenti media economici e finanziari
di lingua inglese. Tuttavia, la realtà è assai diversa. In questo momento,
infatti, sono l’America e la Gran Bretagna per prime che hanno un bisogno
disperato di finanziare i propri crescenti deficit pubblici. Ma non si tratta
di un’impresa facile, perché nel mondo, dopo lo scoppio della crisi, c’è meno
risparmio in circolazione da investire e quello che è rimasto le famiglie ovunque
lo stanno principalmente utilizzando per ridurre i loro debiti. Inoltre, i
cinesi non sembrano più così ben disposti come in passato a collocare
automaticamente la maggior parte delle loro riserve valutarie in obbligazioni
di debito federale degli Stati Uniti. Sicché l’immagine di un’Euroarea che
appare quasi in procinto di sgretolarsi a noi pare, più che reale, soprattutto
strumentale a spingere gli investitori verso i sempre più bisognosi titoli di
stato americani e britannici.
La stessa
improvvisa virata di Obama contro la Cina, di cui ha trattato anche Romano
Prodi su queste colonne, può essere vista in questo contesto. Il Governo degli
Stati Uniti ha inaspettatamente aperto in pochi giorni ben 4 fronti di frizione
con Pechino (Google, armi a Taiwan, Dalai Lama e cambio della moneta cinese).
Ciò può contribuire a dare l’impressione di un’America che non è disposta a
cedere tanto facilmente la sua leadership mondiale, il che può aiutare a
rendere più interessanti sui mercati finanziari il dollaro e i buoni del Tesoro
statunitensi.
Nel frattempo gli
inglesi continuano a coniare sgradevoli acronimi. Prima c’erano i Paesi
“maiali”, i cosiddetti Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), considerati
tradizionalmente gli anelli deboli dell’Europa. Poi l’acronimo è stato ampliato
ed è diventato Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) con
l’aggiunta di Dublino. Negli ultimi giorni alcuni economisti hanno benevolmente
proposto di togliere dal gruppo l’Italia (che sta mostrando buone capacità di tenuta
durante la crisi) e di ripristinare la vecchia sigla Pigs (con l’Irlanda al
nostro posto). Ma noi temiamo che prima o poi le élite anglosassoni e i loro
organi di informazione possano tornare a mettere nel mirino anche l’Italia,
assecondando l’idea di un unico fronte di crisi dell’euro esteso in orizzontale
a tutto il meridione d’Europa, dal Portogallo sino alla Grecia.
In realtà, quello
della Grecia è il caso abbastanza peculiare di una piccola economia che da
tempo nascondeva le sue difficoltà e di cui Eurolandia deve farsi carico, come
ha scritto Alberto Quadrio Curzio sul Corriere della Sera, non solo e non tanto
per salvare la Grecia, se mai ce ne fosse bisogno, ma per dimostrare di
esistere anche e soprattutto nei momenti difficili. Quanto all’Italia, che è il
più importante Paese del Sud Europa, essa non è certamente a rischio, avendo un
deficit pubblico che nel 2010 sarà meno della metà di quello inglese e solo di
poco superiore a quello tedesco. Inoltre, l’Italia può vantare anche un
risparmio privato tra i più forti al mondo.
Il vero ventre
molle dell’Europa è invece altrove. Si trova, cambiando radicalmente la nostra
prospettiva geografica, sull’intero asse verticale dell’Europa “periferica”
occidentale: quella che negli anni recenti doveva essere per tutti il “modello”
da seguire, la quale però, come gli Usa, ha talmente abusato della “bolla”
finanziaria da restarne drammaticamente traumatizzata. Questa Europa in panne è
oggi rappresentata dalla penisola Iberica e dalle isole Britanniche, dove i
consumi delle famiglie sono crollati, la disoccupazione è ai massimi storici ed
i deficit di bilancio si sono impennati. Per cui sarebbe facile ironizzare
dicendo che il nuovo significato di Pigs adesso è: Portogallo, Irlanda, Gran
Bretagna, Spagna (con gli inglesi promossi titolari in prima squadra).
Ma restiamo ai
fatti: nel 2008, dietro al paravento di debiti pubblici ancora bassi, questi
“nuovi Pigs” presentavano i debiti delle famiglie e delle imprese in rapporto
al Pil più alti d’Europa (vedi tabella) e la Gran Bretagna, in particolare,
aveva un debito aggregato (famiglie+imprese+pubblica amministrazione) pari al
265% del proprio Pil, un valore più alto di quello della stessa Spagna.
Tutti guardiamo
con preoccupazione alle traversie di Madrid. Ma diversamente dalla sterlina,
che ha soltanto Londra che la tiene in piedi, l’euro fortunatamente non si
regge sui suoi Paesi “periferici”, bensì soprattutto su Francia, Italia e
Germania. Queste tre nazioni (così come l’Austria che con la Germania è profondamente
interconnessa), hanno economie “reali” forti e bassissimi debiti di famiglie e
imprese in percentuale del Pil. Soltanto l’Italia, tra esse, ha un debito
pubblico storicamente alto, ma, come già detto, presenta tuttavia un deficit
annuale tra i meno elevati assieme a quello tedesco.
Germania, Austria,
Francia ed Italia, nell’ordine, presentavano nel 2008 i debiti aggregati in
rapporto al Pil più bassi, largamente al di sotto non solo dei debiti aggregati
dei nuovi “Pigs” ma anche di quelli di Stati Uniti e Giappone. Nel 2010
l’Italia probabilmente avrà un debito aggregato persino più basso di quello
della stessa Francia e di oltre 50 punti percentuali di Pil inferiore a quello
britannico.
Infatti, le
proiezioni della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale per
il 2010 ci dicono che il debito pubblico italiano sarà, tra i grandi Paesi,
quello che in termini di punti di Pil aumenterà di meno unitamente a quello
della Germania, mentre i debiti pubblici che cresceranno di più saranno quelli
di Gran Bretagna, Stati Uniti e Spagna. Quest’ultima è l’unica grande nazione
dell’area della moneta unica che appare in serie difficoltà, mentre Stati Uniti
e Inghilterra non potranno nascondere a lungo ai mercati i propri problemi
irrisolti dietro il paravento di una presunta crisi dell’euro, che ha
fondamentali ben più solidi rispetto a dollaro e sterlina. Sempre che i giochi
sui mercati finanziari non si facciano ancora più duri dando agli eventi pieghe
imprevedibili. MARCO FORTIS Im 6
Gates: "Risposta iraniana molto deludente. Le sanzioni funzionano se
siamo uniti"
Il capo del
Pentagono incontra a Roma il ministro La Russa - "Le pressioni devono
essere sul governo, non sulla popolazione"
ROMA - "Se la
comunità internazionale resta unita, siamo ancora in tempo perché le pressioni
sull'Iran e le sanzioni abbiano l'effetto desiderato. Ma dobbiamo davvero
lavorare insieme". E' questo il monito lanciato dal segretario alla Difesa
Usa, Robert Gates, durante una conferenza stampa a Roma con il ministro della
Difesa, Ignazio La Russa. Il capo del Pentagono ha ribadito di considerare
"molto deludente" la risposta di Teheran alle aperture occidentali
per risolvere la crisi innescata dal suo programma nucleare. Parole pesanti,
pronunciate poche ore dopo l'ennesima sfida lanciata dal leader iraniano
Ahmadinejad con l'ordine di dare il via all'arricchimento dell'uranio al 20%.
"Tutti noi
possiamo fare di più" ha insistito Gates. Quindi, pur precisando di
"non voler entrare nei dettagli" di eventuali nuove sanzioni che
potrebbero essere proposte al Consiglio di sicurezza dell'Onu entro fine
febbraio, il ministro della Difesa americano ha avvertito che "le
pressioni devono essere sul governo e non sul popolo iraniano, già abbastanza
provato". "Tutti vediamo cosa succede nel Paese - ha aggiunto - La
comunità internazionale non vuole far soffrire ancora di più la popolazione
dell'Iran".
La politica dei
paesi del gruppo 5+1, ha sottolineato Gates, "è sempre stata quella del
doppio binario, ovvero la possibilità di un accordo diplomatico e il sostegno a
nuove pressioni".
Dal canto suo, La
Russa ha ribadito la posizione dell'Italia: "Non bisogna lasciare nulla di
intentato per convincere il governo iraniano a desistere dall'escalation che
sta mettendo in campo nei rapporti internazionali", ma al momento "è esclusa
l'opzione militare". "Non l'abbiamo minimamente presa in
considerazione - ha rimarcato il ministro della Difesa - Abbiamo preso in esame
la possibilità che questa escalation possa portare a un maggiore pericolo, non
certo per volontà nostra, per l'equilibrio internazionale".
Con gli Stati
Uniti concordiamo "sulla necessità di usare ogni mezzo lecito per frenare
ogni escalation di aggressività di quella nazione - ha insistito La Russa
riferendosi - E dunque vogliamo mettere in campo tutti gli strumenti
perché non si arrivi mai". LR 7
Le dichiarazioni di Berlusconi in Israele. Liquidazione totale
Comunicato stampa
del coordinatore nazionale di Pax Christi a seguito delle dichiarazioni
rilasciate dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi nel corso della visita
ufficiale in Israele
Il Presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi ha attuato ieri una liquidazione totale delle
speranze di pace in Terra Santa. Una pesantissima banalizzazione del processo
di pace e un'irrisione delle Nazioni Unite che rischiano di trascinare l'Italia
fuori dal consesso dei Paesi e delle Istituzioni internazionali che tessono da
anni il faticoso cammino della pace.
Affermando che è
stato giusto il massacro su Gaza, ha liquidato il lavoro prezioso e oggettivo
svolto dalle Nazioni Unite nel monitorare un inaudito massacro di civili, la
distruzione di migliaia di case, scuole, ospedali attraverso l'uso di armi
illegali. Possiamo ancora ritenerci parte degli organismi internazionali, in
primis dell'Onu?
Asserendo di 'non
aver visto' il Muro dell'apartheid che circonda Betlemme, ha vergognosamente
liquidato il pronunciamento fatto nel 2004 dall'Assemblea Generale delle
Nazioni Unite che ne ha condannato la costruzione evidenziandone le terribili
conseguenze umanitarie. Può il Presidente del Consiglio arrivare a un livello
così insopportabile di irresponsabilità?
Definendo più
volte Israele come “Stato ebraico, libero e democratico”, ha liquidato quel
milione e duecentomila cittadini dello Stato d'Israele, che ebrei non sono, e
che vedono ogni giorno calpestati i loro diritti. Come proclamarsi
insistentemente “amici di Israele” quando non lo si esorta ad essere veramente
uno stato democratico?
Identificando come
antisemita chiunque si opponga alla politica di occupazione, di umiliazione e
di disprezzo di qualsiasi Risoluzione Onu da parte dello Stato d'Israele, ha
liquidato e denigrato le sofferenze patite da migliaia e migliaia di
palestinesi, in spregio a quanti, israeliani, palestinesi, uomini e donne di
ogni Paese, si battono insieme alla ricerca di una pace giusta, fondata sul
rispetto delle leggi internazionali.
Davvero non ci
possono essere i saldi della pace.
Non si può
raggiungere la meta della riconciliazione tra i popoli svendendo sul mercato
una “pace economica”, la “pace del benessere”.
Don Nandino
Capovilla, Coordinatore Nazionale di Pax Christi (de.it.press)
Alternative Information Center, notizie per creare ponti
Inizia la
collaborazione con l'Aic di Betlemme: ogni settimana voci, analisi e
approfondimenti da una delle aree chiave del mondo, Israele e Palestina.
"Nel rifiuto dell'ideologia"
BETLEMME - Prende
il via una nuova collaborazione di Redattore sociale con un altro laboratorio
d'informazione dal mondo. Si tratta dell'Alternative information center,
associazione che dal 1984 riunisce insieme israeliani e palestinesi, con
l'obiettivo di diffondere un'informazione basata su un'attenta descrizione
della realtà del conflitto e dell'occupazione. Scopo del lavoro dell'Aic è la
creazione di ponti tra le due società e il sostegno a movimenti e iniziative
d'incontro tra i due popoli, nella lucida consapevolezza del loro destino
comune e nel rifiuto dell'ideologia e della realizzazione di politiche di
separazione.
L'Alternative
information center (http://www.alternativenews.org/), fondato da Michel
Warschawski e Nassar Ibrahim, conta una decina di membri all'interno delle sue
redazioni ed è presente all'interno di Israele con un ufficio a Gerusalemme e
nei Territori palestinesi con la redazione di Beit Sahour, nei pressi di
Betlemme.
Oltre al servizio
d'informazione quotidiana, agli speciali multimediali e alle sezioni in lingua
inglese, ebraica, araba, spagnola e italiana, l'AIC cura pubblicazioni di
approfondimento (i fascicoli "The economy of the occupation") e un
rapporto bimestrale sulle violenze attuate dai coloni israeliani nei Territori
palestinesi. L'associazione propone inoltre uno spazio d'incontro bisettimanale,
l'AICafé, presso l'ufficio di Beit Sahour, in cui le tematiche legate al
conflitto sono affrontate attraverso l'ascolto di docenti dal mondo accademico,
membri di associazioni, artisti e rappresentanti delle differenti realtà della
società civile israeliana e palestinese.
L'AIC è sostenuto
nel mondo da numerose associazioni: in Italia il progetto Go'el della Comunità
Papa Giovanni XXIII (http://www.odcpace.org/) promuove e diffonde il lavoro
dell'Aic, inviando ogni anno alcuni caschi bianchi, volontari che svolgono un
anno di servizio civile presso gli uffici del Centro d'informazione
alternativa. In collaborazione con i caschi bianchi della Comunità papa
Giovanni XXIII, la redazione di Redattore sociale pubblicherà ogni settimana
articoli e approfondimenti curati dall'Alternative information center. Uno
strumento per ascoltare voci, analisi e approfondimenti da un'altra delle aree
chiave del mondo contemporaneo: il Medio Oriente. Aic, de.it.press
Governo e Santa Sede alle grandi manovre. Berlusconi offre un patto di non
belligeranza
Silenzio da parte
italiana sulle presunte trame in cambio di uno stop ai giudizi morali sul
presidente del Consiglio - di CLAUDIO TITO
ROMA - Un patto di
non belligeranza. Una pace lunga tutta la legislatura tra gerarchie della
Chiesa e Governo. Poggiata su un solo architrave: l'archiviazione definitiva e
"senza conseguenze" del caso Boffo. Senza far sprofondare nel
polverone mediatico i vertici della Segreteria di Stato. Nel giro di cinque
mesi gli interessi del Vaticano e di Silvio Berlusconi sembrano di nuovo
convergere. E si sono materializzati in una telefonata che all'inizio di questa
settimana ha messo in contatto il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, con
Palazzo Chigi. Un colloquio che ha avuto un unico argomento: la conclusione
"immediata e senza conseguenze" della querelle aperta a fine agosto
con l'editoriale di Vittorio Feltri sul Giornale.
Il filo che univa
il presidente del consiglio e i vertici d'Oltretevere cinque mesi fa si era
ingarbugliato. La vicenda dell'allora direttore di Avvenire era deflagrata in
un campo di sospetti. Tanti gli interessi che univano la Curia e la presidenza
del consiglio, pesanti invece i distinguo che separavano il Cavaliere da una
parte ancora influente dei vescovi italiani: quelli che facevano capo alla Cei,
al cardinal Ruini e a Angelo Bagnasco. Convinti, questi ultimi, che l'affondo
del quotidiano di casa Berlusconi fosse la risposta alle lettere critiche
pubblicate da Avvenire.
Ora, però -
racconta chi frequenta gli ovattati corridoi vaticani - nel contatto telefonico
con Bertone è stata concordata una nuova linea: ristabilire un
"corretto" rapporto nelle relazioni tra Chiesa italiana e governo,
saldando un'intesa che possa reggere agli urti della legislatura e arrivare agli
appuntamenti cruciali del 2013: ossia al prossimo voto politico e all'elezione
del nuovo presidente della Repubblica.
Proprio per
questo, negli ultimi quindici giorni, il premier ha messo in campo tutti suoi
ambasciatori per ottenere il massimo risultato dalla "archiviazione"
del "caso Boffo". "Io sono sempre stato dalla loro parte - ha
raccontato in settimana il capo del governo - e non c'è bisogno di conferme da
questo punto di vista. Però non voglio più che mi si accusi o mi si faccia la
morale". Il primo passaggio allora si è consumato nel colloquio riservato
(il 20 gennaio scorso) con Camillo Ruini, l'ex presidente della Cei e prelato
ancora potente nelle gerarchie ecclesiastiche. Il secondo con la telefonata che
ha messo in contatto la Segreteria di Stato e Palazzo Chigi. Due conversazioni
che si sono concentrate sulle polemiche scatenate dalla pubblicazione sul
"Giornale" del dossier Bobbo, rivelatosi poi falso; e sulle
rivelazioni circa il ruolo della Segretaria di Stato e del direttore dell'Osservatore
romano, Giovanni Maria Vian. Il pranzo "chiarificatore" tra Vittorio
Feltri e Boffo, infatti, ha messo in allarme gli ambienti più vicini al governo
della Santa Sede. Il rischio che il nome di Vian e, soprattutto, quello di
Bertone possa essere esplicitato in una sede pubblica - ad esempio in occasione
della convocazione a fine mese di Feltri davanti all'Ordine dei giornalisti -
ha provocato un vero sussulto nelle stanze di San Pietro. Un timore recapitato
ai vertici dell'esecutivo italiano.
Poche ore dopo,
negli uffici d'Oltretevere, è stata letta con un sospiro di sollievo la
precisazione di Feltri di mercoledì scorso: "Non conosco né Bertone, né
Vian". Una puntualizzazione, però, che ancora non lascia tranquilli. Anche
perché manca un ulteriore tassello per chiudere il "caso". La
"tregua" tra ruiniani e bertoniani, infatti, non riesce a prendere
forma. La richiesta avanzata dai primi - fa notare chi ha parlato con i due
"contendenti" - di "pareggiare" il conto con il
"siluramento" di Vian, al momento è stata respinta. Motivazione:
negli uffici della Segreteria di Stato, nessuno riesce a prevedere la reazione
del "licenziando". Il sospetto di una risposta scomposta con il
convolgimento esplicito dei piani alti del Vaticano fa ancora premio sulla volontà
di una "tregua". Tant'è che negli ultimi giorni è stata persino
valutata un'altra opzione: quella di aprire la trattativa per concedere il
"riscatto" a Boffo con un altissimo incarico nella galassia
editoriale della Cei. La paura di un coinvolgimento ufficiale della Segreteria
di Stato, insomma, mette il Cavaliere nell'insolita condizione di accedere al
confronto in una posizione di forza. Anzi, in questa fase si sente addirittura
al centro della "mediazione" in corso tra le "correnti"
cardinalizie.
Non a caso il
faccia a faccia di due settimane fa con Ruini - spiega chi frequenta il mondo
della Conferenza episcopale - si è concentrato su questi aspetti. Ricostruire
un dialogo anche con i vescovi italiani e massimizzare il profitto della
battaglia tra i due fronti della Chiesa. Anche perché, il presidente della Cei
Bagnasco - a differenza di Bertone il cui incarico alla segreteria di Stato non
ha scadenze - dovrà tra poco più di due anni chiedere a Benedetto XVI il
secondo mandato quinquennale. LR 6
Alfano: Berlusconi vorrebbe andare ai processi ma è impegnato a governare
«Siamo incamminati
verso il traguardo di una riforma» complessiva della giustizia. Lo afferma Angelino
Alfano durante l'intervista alla trasmissione di Lucia Annunziata, 'In
mezz'ora'. Il legittimo impedimento? «Non è ad personam». «Berlusconi non si è
posto a riparo dalla giustizia. Queste leggi non gli fanno abbandonare la
necessità di dimostrare la propria innocenza», dice il Guardasigilli.
«Contesto la tesi
- aggiunge Alfano - secondo cui Berlusconi sia a riparo dalla legge. La
questione non è se quella legge è a favore o no di Berlusconi. Il fatto è -
argomenta il responsabile della Giustizia - non è possibile che dal momento
della discesa in campo quest'uomo abbia patito centinaia di processi». Per
Alfano il Paese «si è trovato di fronte ad un bivio: tra il dovere di un
premier a governare e il diritto di un cittadino di difendersi dai processi».
«Berlusconi
vorrebbe andare in tribunale sempre - dice il Guardasigilli - ma il tribunale è
un luogo dove si studiano i processi e dove ci si difende dalle accuse
studiando le carte. Lui avrebbe studiato i faldoni e sottratto tempo al
governo». Ecco dunque il perchè di un provvedimento che interrompe i processi
del premier. «Ma Berlusconi - assicura Alfano - non si sottrarrà ai processi:
quando avrà finito di governare si farà processare dai tribunali italiani».
Il processo breve
non è su un binario morto. «Secondo me no», ha detto il ministro
rispondendo a Lucia Annunziata che gli chiedeva se condividesse la lettura
dell'iter del processo breve data dal presidente della Camera Gianfranco Fini.
«Il processo breve non ha nessuna urgenza di essere approvato», ha
sottolineato, «però abbiamo intenzione di mantenere saldo il principio che i
cittadini debbano sapere un momento in cui si è dichiarati innocenti o
colpevoli». Per Alfano, poi, «la dizione processo breve è ipocrita». Meglio
parlare di «periodo certo» per lo svolgimento dei processi.
Il ministero della
giustizia sta mettendo a punto un decreto che sarà approvato mercoledì mattina
dal consiglio dei ministri per mantenere ai tribunali la competenza per il
reato di associazione per delinquere di tipo mafioso, comunque aggravato. Lo ha
confermato il ministro della giustizia Angelino Alfano. Il Guardasigilli ha
detto che il decreto sarà approvato «mercoledì mattina, alle 8.30» in consiglio
dei ministri e risolverà il problema legato alla sentenza della Corte di
Cassazione, la quale ha riconosciuto la competenza della Corte d'assise per il
reato aggravato di associazione mafiosa, dal momento che con la legge ex
Cirielli, del 2005, la pena edittale massima è stata fissata in 24 anni di
reclusione. «Il governo interverrà per rimediare all'altrui errore» - ha
sottolineato Alfano, ricordando che i giudici, dopo il 2005 avrebbero dovuto
applicare la legge inviando i processi per associazione per delinquere
aggravata in Corte d'assise e non in tribunale. Nel decreto sarà sancita «la
competenza dei tribunali - ha confermato Alfano - in modo da evitare
scarcerazioni e stabilizzare il sistema». L’U 7
I leader parlano solo per il consenso
Il problema, con
la leadership carismatica, è che diventa come un blog su Internet: ha bisogno
di essere alimentata continuamente.
Il rapporto fra la
persona e il suo magico consenso deve essere tenuto in vita con gesti, fatti,
eventi, con un continuo climax in cui converge ogni momento la riaffermazione o
la caduta di una proposta politica.
Sarà per questo
che le relazioni internazionali, una volta reame di passi felpati e voci
sussurrate, sembrano aver preso la strada dello strappo, dell’annuncio, e del
grido. Con il risultato che raramente come in questi ultimi mesi viviamo come
in una caverna che risuona di voci discordanti. Una cacofonia che rende quasi
incomprensibili molti passaggi cui stiamo assistendo.
Ancora una volta
il fenomeno è trainato dagli Stati Uniti. Negli ultimi mesi il Presidente Obama
ha fatto una serie di scarti che hanno lasciato del tutto sorpresi -
soprattutto per la sequenza in cui sono stati intrapresi.
L’esempio migliore
è quello della Cina. Non avevamo fatto in tempo a sprecare parole sulla nascita
del G2, questa quasi inevitabile alleanza tra le maggiori potenze attuali, Cina
e Usa, che il G2 si è frantumato. Tutti i primi passi della nuova
amministrazione di Washington sono stati segnati dal riconoscimento di fatto di
questa inevitabilità: i primi passi del segretario di Stato Hillary Clinton sono
partiti non a caso dalla Cina, e non dall’Europa, come tradizione.
Quando lo stesso
presidente si è poi recato in Cina, pochi mesi fa, alla nascita del G2
Washington ha sacrificato le questioni del diritti umani, del Tibet, e della
libertà individuale nell’ex Paese di Mao. Alla Cina sembrava tenere così tanto,
Obama, che in dicembre ha inghiottito con grazia anche la mazzata sferrata da
Pechino sul summit ecologista di Copenhagen.
Pragmatismo,
realismo - Obama si è preso le sue brave lodi su queste decisioni; forse non
dagli appassionati delle varie cause, ma dall’establishment mondiale di sicuro.
Solo un mese dopo
l’amministrazione si è spostata sul versante esattamente opposto alla
conciliazione. Hillary Clinton ha preso posizione contro la censura a Google,
poi c’è stato l’annuncio della vendita delle armi a Taiwan e, ora, quello
dell’incontro fra il presidente Usa e il Dalai Lama. Praticamente tre dita
negli occhi della dirigenza cinese.
Ma ci sono altri
casi clamorosi: quello dell’Iran è certamente il più drammatico. Washington ha
tenuto una linea erratica: richiesta di sanzioni dure, richiami energici a
tutti i partner (e gli alleati italiani ne sanno qualcosa di questa bruschezza
di modi washingtoniani in merito all’Iran), alternata ad aperture a possibili
trattative; difesa dell’opposizione iraniana nelle strade, seguita dal silenzio
più totale mentre dall’Iran arrivano come uno stillicidio i numeri degli
oppositori arrestati, impiccati, fucilati.
Dall’altra parte,
va detto che l’oscillazione Usa ha attecchito in tutte le nazioni. Teheran
negli ultimi giorni ci ha fatto sapere alternativamente di essere disposta a
inviare l’uranio per l’arricchimento all’estero (posizione minima per una
trattativa), ma anche che ha sperimentato un nuovo missile, e che Israele sarà
cancellata dalla faccia della Terra. La Cina ha risposto al duro «nuovo Muro di
Berlino» di Hillary, prima con un diplomatico: «richieste irragionevoli»; ora
però è vicina all’aut aut sulla questione del Dalai Lama.
Di affermazioni
bombastiche non ne mancano dal Brasile e dal venezuelano Chávez; né va
dimenticato l’Osama bin Laden in versione (questo sì sorprendente) ambientalista.
Qualche contributo a questa atmosfera è venuto anche dall’Italia. Il nostro
premier è sembrato ondivago sulle critiche fatte dal Commissario Bertolaso agli
aiuti Usa per Haiti prima smentendolo e poi celebrandolo. A proposito di
Usa-Italia: qualcuno ha dimenticato il pesante intervento di Hillary sulla
giustizia italiana per difendere l’Amanda di Perugia, per poi fare un immediato
passo indietro? Durante la visita di Silvio Berlusconi in Israele abbiamo
infine sentito il nostro Premier scagliarsi contro Teheran (rompendo così il
ruolo di mediazione che in quel conflitto l’Italia intende da anni ritagliarsi)
e celebrare in Israele l’operazione «Piombo fuso» a Gaza, e subito dopo
dichiarare ai palestinesi «inaccettabili» gli insediamenti nei Territori.
La cacofonia è
questa, questo accavallarsi di voci in cui è difficile ritrovare un filo
conduttore.
«Mosse tattiche»,
«fragilità da coprire», si dice nel mondo diplomatico. Ma è egualmente
difficile ritrovare un senso a tutto questo. A meno che, come si diceva, non si
assuma il punto della leadership carismatica.
Le caratteristiche
della vittoria di Obama, quel mix di fascino, proposte, speranza, affabulazione
e esoterismo, sembra in realtà aver avuto una profonda influenza in tutto il
mondo. Il patto diretto, emozionale, che un presidente stabilisce con il suo
popolo è divenuto, quasi istintivamente, il segno che tutti i leader del mondo
(salvo i pochi che proprio non ci riescono, come Brown) hanno copiato. Ma, come
si diceva, la leadership carismatica è difficile da mantenere. Proprio perché
si fonda su un patto diretto con i cittadini, rischia di spezzarsi in ogni
momento, su ogni decisione «impopolare». Si è visto con Obama, quanto sensibile
sia il consenso: e non è dunque difficile immaginare che molte mosse con la
Cina (ad esempio) siano la risposta alle critiche che ha ricevuto
sull’economia, o la mancata difesa del clima, o dei diritti umani. Identici
meccanismi che si intravedono per Teheran, e tutti i leader fin qui citati.
Senza escludere - tanto per far capire quanto pervasivo è il fenomeno - la
stessa opposizione italiana.
La leadership
carismatica può trasformarsi dunque in una sorta di trappola, che va alimentata
in continuazione da misure «popolari», da gesti e annunci. A spese di quella
che - come ben si sa - è la capacità di scelta che contraddistingue la vera
leadership. Con il rischio di finir governati non dalle schede elettorali, ma
dai poll di gradimento. LUCIA ANNUNZIATA LS 5
Berlusconi-Pd, scontro sulle tasse
Il premier: «Le
abbiamo abbassate». La replica «Non è vero, ecco tutti gli aumenti decisi dal
governo» - Casini: «il premier ha una fantasia che stupisce». l'idv: «È come lo
sceriffo di nottingham»
ROMA - Sulle tasse
è scontro tra Silvio Berlusconi e il Pd. Intervenendo telefonicamente
all'inaugurazione dei lavori dell'autostrada pedemontana lombarda, il premier
ha affermato che «nonostante la crisi, l'Italia c'è e c'è un governo che ha
lavorato bene per gli italiani». «In Europa - ha detto il presidente del Consiglio
- ci sono Paesi in situazioni abbastanza preoccupanti» e aggiunge che «noi
invece ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri». Poi ha aggiunto:
«Abbiamo abbassato le tasse, togliendo l'Ici e togliendo due miliardi alle
imprese. Abbiamo superato con misure sagge e lungimiranti gli effetti peggiori
della crisi, abbiamo aiutato le famiglie a basso reddito, gli anziani e abbiamo
assicurato un sostegno a tutti coloro che hanno perso il lavoro e introdotto
nuove tutele a chi non aveva la cassa integrazione. Abbiamo fatto diverse cose
con i conti che ci sono. Tenendo conto del fatto che in Europa ci sono Paesi
come la Grecia, il Portogallo, ma anche la Spagna che sono in situazioni
abbastanza preoccupanti, noi ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri».
«Il governo da 20 mesi minimizza la situazione e questo ci ha provocato guai» è
stata la replica del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, convinto che sulle
tasse Berlusconi «prende in giro» gli italiani. Sa parte del premier anche un
commento in vista delle elezioni amministrative del 28-29 marzo. «I sondaggi
dicono che la nostra coalizione ha il doppio dei voti della sinistra» ha
assicurato Berlusconi.
IL PD - Ma è sulle
tasse che si è scatenata la polemica. Il primo a intervenire è stato Stefano
Fassina, responsabile per il Pd di Economia e lavoro: «Come al solito il
presidente Berlusconi prende in giro gli italiani», ha dichiarato in una nota.
«Innanzitutto, è stato il governo Prodi a eliminare l'Ici al 60% delle famiglie
- ha ricordato - in secondo luogo, il governo Berlusconi le tasse le ha
aumentate a lavoratori e imprese, dal momento che ha eliminato numerose
detrazioni fiscali, tra le quali: la detrazione del 55% per le ristrutturazioni
edilizie finalizzate al risparmio energetico; la detrazione del 19% per gli
acquisti di abbonamenti ai trasporti pubblici locali; la detrazione del 19% per
le spese di aggiornamento degli insegnanti. Sono stati svuotati, mediante il
click day, i crediti di imposta per ricerca e innovazione, e per gli
investimenti nel Mezzogiorno». Inoltre, ha aggiunto, «non è stato restituito il
fiscal drag degli ultimi due anni ed è stata introdotta una pesante tassa sulle
memorie virtuali dei dispositivi elettronici, quantificata, in media, in 100
euro l'anno a famiglia». «Infine, e soprattutto, il governo Berlusconi ha messo
le mani nelle tasche degli italiani attraverso l'aumento delle tariffe
dell'acqua e del gas, dei pedaggi autostradali, del costo dei biglietti dei
treni e degli aerei, dei premi delle assicurazioni», ha insistito. «Non a caso,
nonostante una recessione più pesante della media dell'area euro, abbiamo
un'inflazione più alta», ha spiegato, «così i lavoratori perdono potere
d'acquisto e le imprese competitività». Poi è sceso in campo il leader del Pd
in persona. «Non so in quale paese vive - ha detto Bersani -. Da quando il
governo ha detto che la crisi era passeggera e psicologica, abbiamo 700 mila
disoccupati in più, un milione di persone sotto ammortizzatori sociali e decine
di migliaia di piccole imprese saltate o a rischio di saltare». «Questi sono
problemi che - secondo il segretario del Pd - si devono affrontare con un
piglio più deciso e non raccontando fantasie». Riguardo le tasse, per Bersani
«sono cresciute e siamo arrivati al 23 giugno come giorno in cui finiamo di
lavorare per lo Stato. È un record».
UDC E IDV - Sulla
pressione fiscale e le dichiarazioni del premier è intervenuto anche l'Italia
dei Valori. «Berlusconi - ha detto il capogruppo alla Camera Massimo Donadi -
dice da quindici anni di abbassare le tasse. Nei fatti, invece, mette le mani
nelle tasche dei cittadini. Il prelievo fiscale non è mai stato così’ alto in
Italia e i dati lo dimostrano. Predica da liberale ma si comporta come lo
sceriffo di Nottingham». Ironico il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini:
«Berlusconi è un uomo straordinario, ha una fantasia che stupisce sempre. Oggi
ha detto che ha abbassato le tasse, quando aumenterà gli stipendi faremo 13». Redazione ondine CdS 7
Grasso: "Subito un decreto o usciranno centinaia di boss"
L'intervista. Dopo
l'allarme processi parla il procuratore. "Ma per cinque anni non ce ne
siamo accorti" - di ATTILIO BOLZONI
ROMA - Quanti
processi di mafia verranno annullati e quanti boss dovranno essere giudicati
un'altra volta? "Centinaia di mafiosi in Italia, se le cose resteranno
così bisognerà praticamente rinnovare tutta l'attività dibattimentale fino
adesso compiuta". E ci saranno mafiosi che usciranno dalle galere?
"Il rischio di molte scarcerazioni sarà inevitabile". Il procuratore
nazionale Pietro Grasso legge le agenzie di stampa che arrivano nel suo ufficio
di via Giulia e rovista tra carte e codici. Scuote la testa, dice:
"Bisognerà intervenire subito, è un brutto pasticcio. Ma la vicenda è
estremamente complicata perché la colpa di tutto questo risale a cinque anni
fa. È una vicenda anche complicata, forse è meglio cominciare
dall'inizio".
Cominciamo
dall'inizio procuratore Grasso.
"Le recenti
modifiche del pacchetto sicurezza hanno aumentato per quanto riguarda il comma
incriminato - quello che fa scattare la competenza della corte di assise -
soltanto il minino da 10 a 12 anni, la pena più grave era già prevista nella
legge Cirielli del 2005. Quindi, già 5 anni fa, si sarebbe dovuto separare la
posizione dei vari boss e dai tribunali rinviarla a giudizio davanti alla corte
di assise. In sostanza: tutto quello che sta accadendo è la conseguenza della
Cirielli e non delle norme antimafia contenute nel pacchetto governativo".
Lei sta dicendo
che ci si è accorti solo oggi, dopo 5 anni, che i capi delle associazioni
mafiose avrebbero dovuto subire un processo non in un tribunale ma in una corte
di assise? È così?
"È così. Per
un'evidente disattenzione processuale, nel richiedere e ottenere il rinvio
presso i tribunali dei capi delle organizzazioni mafiose insieme ai singoli
associati. Non se n'accorto nessuno: né magistrati e né avvocati e nemmeno noi
della procura nazionale antimafia. Oggi, il 21 gennaio scorso, la Cassazione
investita da un conflitto di competenze sollevato dalla corte di assise di
Catania, ha deciso che i capi delle associazioni devono essere giudicati dalle
corte di assise e non dei tribunali".
Gli effetti
saranno disastrosi. Molti grandi capi di Cosa nostra già condannati in
tribunale dovranno ricomparire in corte di assise per affrontare un altro
giudizio?
"C'è gente
come Nino Rotolo, come i Madonia di Resuttana, i Lo Piccolo padre e figlio... e
tanti altri ancora. Non siamo in grado di monitorare al momento la situazione
e, comunque, la cosa più importante adesso è intervenire subito".
Cosa si può fare
per non cancellare decine e decine di processi?
"È necessario
e urgentissimo un intervento - anche con decreto legge - per evitare queste
conseguenze. Ci vuole una norma transitoria che blocchi la situazione, che si
applichi a bocce ferme, che valga per tutti i processi pendenti evitando che
gli effetti si perpetuino. Bisogna anche intervenire sul passato, sui processi
già fatti".
In un primo
momento era sembrato che tutto questo pasticcio avesse avuto origine dal
pacchetto antimafia governativo...
"Mi
meraviglia come certi miei colleghi affrontino con superficialità e
approssimazione certe valutazioni, senza neppure avere la diligenza di rilevare
da un qualsiasi codice di udienza che l'aumento di pena a 24 anni -
nell'ipotesi della duplice aggravante nei confronti dei capi e dei promotori di
un'associazione mafiosa, che abbia anche la disponibilità di armi ed esplosivi
- veniva da un aumento di pena che risale alla Cirielli del 2005".
Il governo non
l'avrebbe mai fatto, procuratore?
"Veramente
c'è un disegno di legge delega presentato dal ministro Alfano sulle modifiche
da apportare al codice di procedura penale - è il numero 1440 pendente al
Senato - che prevede che tutti i reati più gravi di competenza delle procure
antimafia - quindi anche il 416 bis, l'associazione di tipo mafioso - diventino
ai fini del giudizio di competenze delle corti di assise".
Procuratore,
rispetto alla Cirielli non cambia nulla: c'è chi spinge a far giudicare i
mafiosi in corte di assise.
"C'è una
volontà politica di far arrivare quei processi in quelle corti di assise dove
ci sono i giudici popolari. Non va bene: i processi di mafia non sono processi
"normali" ma processi ad alto tasso tecnico giuridico nella
valutazione della prova. E richiedono una grande competenza che, ovviamente,
può avere solo un giudice togato e non un giudice popolare". LR 6
Lotta alla mafia: è un’azione corale, una associazione non basta
Palermo - “Esprimo
la più viva solidarietà ai ragazzi di Addiopizzo – ha detto Roberto Mazzarella,
giornalista ed autore dell’apprezzato libro “L’uomo d’onore non paga il pizzo”
all’interno del quale vi è proprio una lunga intervista con il comitato
Addiopizzo – relativamente al loro grido
d’allarme sui negozianti che non denunziano più ”.
“Devo anche dire
però – continua Mazzarella – che questo stato di cose mi da ragione sul fatto
che, come la storia ha dimostrato, o la ribellione alla mafia diviene fatto
corale, di tutta intera una città, o il rischio di “specializzazioni” e quindi
di “deleghe” (tanto ci pensano i ragazzi di Addiopizzo!) divengono motivo di
rotture all’interno del fronte antimafia”.
“Nel libro che ho
scritto – conclude Mazzarella - pongo
proprio questo tema: bisogna far in modo che la ribellione al racket diventi
patrimonio di tutti, soprattutto dei consumatori. Palermo, la Sicilia non hanno bisogno di “vestali” o di
“liturgie” dell’antimafia quanto
piuttosto di testimoni credibili ( e ce ne sono e ce ne sono stati), e di una cultura eticamente superiore alla
mafia.” De.it.press
Idv, Di Pietro confermato presidente. "Basta protesta sterile, pronti
a governare"
La rielezione per
acclamazione dopo il ritiro di Barbato - L'ex pm ai delegati: "Avete
capito bene cosa state votando?"
ROMA - Antonio Di
Pietro è stata confermato alla presidenza dell'Italia dei Valori dall'assemblea
congressuale del suo partito. Lo sfidante Barbato si era ritirato, e l'ex pm è
stato eletto per acclamazione.
"Siamo pronti
a un altro governo per il Paese. Abbiamo fatto resistenza, resistenza,
resistenza, che ci voleva a un regime piduista ma ora siamo alla svolta. Siamo
pronti al governo", ha detto di Pietro prendendo la parola dopo la
conferma. Ribadenso così la svolta annunciata ieri, quando aveva affermato
"la piazza non basta". "Avete capito bene che costa state
approvando con la mozione del presidente? - ha chiesto l'ex pm ai delegati -.
E' finito il tempo della sterile protesta e comincia quello della grande
responsabilità di governo che vogliamo". Così, l'Italia dei Valori
"dovrà mettere in campo un'azione politica di contrasto e anche di stimolo
al governo".
Sulle alleanze il
presidente dell'Idv ha parlato della necessità di "non alzare steccati".
"Servono - ha detto - alleanze nel circuito del centrosinistra ma anche
nell'area laica, liberale, del non voto, di tutti coloro che vedono
riconosciuti nella Costituzione i loro diritti. Bisogna assumere la
responsabilità di non creare divisioni, altrimenti l'obiettivo del cambio di
governo diventa più difficile".
Casini
all'attacco. Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini non manca di
polemizzare. Anche col Pd. "Ognuno abbraccia chi ritiene più opportuno
abbracciare. Se Bersani abbraccia Di Pietro io preferisco abbracciare Enzo
Carra che il giustizialismo lo ha vissuto sulla propria pelle". La replica
di Donadi: "E' nervoso perché ha capito che gli si è chiuso un forno e gli
è rimasto un dito dentro...qui ieri e oggi c'è stata una svolta, il
centrosinistra vede un'alleanza rinsaldata tra Idv e Pd e ha capito che deve
scegliere". LR 7
L'Italia dei finti assunti e del lavoro nero
Dall’agricoltura
all’edilizia, l’Inps recupera un miliardo e mezzo di euro - «I furbetti del
poderino»: in Calabria le truffe sono 32 mila volte quelle della Lombardia
Dall’agricoltura
all’edilizia, l’Inps recupera un miliardo e mezzo di euro
Ricordate l'antico
adagio? La madre degli stolti è sempre incinta. Va rivisto: è sempre incinta
anche quella dei falsi braccianti agricoli. Anche perché, oltre al resto, frega
gli assegni di maternità. Con i 98.376 smascherati nel 2009, dice l’Inps, i
«furbetti del poderino» (finto) salgono negli ultimi 7 anni a 569.841. Pari
alla popolazione di Genova. Con differenze tra regione e regione abissali: un
imbroglione ogni 4.890.841 abitanti in Lombardia, uno ogni 151 in Calabria.
Trentaduemila volte di più.
Sia chiaro: gli
ispettori dell’Istituto nazionale di previdenza sociale presieduto da Antonio
Mastrapasqua non hanno dovuto occuparsi solo della truffa sui braccianti. Anzi,
su un miliardo e 253 milioni di euro accertati di contributi evasi, quelli che
riguardano l’agricoltura sono solo 295. E fanno impressione anche gli altri
numeri. Secondo i quali non solo il 79% delle aziende visitate avevano dei
dipendenti non in regola (con punte del 90% in Sardegna, dell’88% nelle Marche
e nel Molise ma anche dell’ 84% in Emilia-Romagna) ma le stesse regioni meno
disinvolte col sommerso fanno segnare cifre da capogiro.C'era un’impresa su sei
in nero tra quelle controllate in Piemonte, una su 9 in Lombardia e Veneto, una
su 6 in Emilia...
Per non dire dei
lavoratori in nero trovati in giro per le fabbriche, i laboratori e soprattutto
i cantieri edili: oltre 2 mila in Liguria, oltre 5 mila in Emilia e in
Lombardia, oltre 3 mila in Veneto, oltre 6 mila in Piemonte. E stiamo parlando
solo di quelli scoperti, probabilmente pochi rispetto al totale. Prova provata
di come abbia ragione il professor Marzio Barbagli, il massimo studioso della
criminalità in Italia, quando spiega che non sono i «vescovoni», i buonisti o
le anime belle della Caritas ad attirare gli immigrati in Italia. Sono anche,
se non soprattutto, tutti quelli italiani che offrono una quantità di lavoro
nero impensabile negli Stati più seri: «La nostra è un’economia che ha
caratteristiche strutturali che favoriscono l’immigrazione irregolare. Si basa
sul lavoro nero e non esistono controlli. Le norme ci sono, ma nessuno le fa
rispettare». Soluzione? «Moltiplicare per mille i controlli. Rendere più severe
le pene per gli imprenditori che sfruttano i lavoratori».
Ma chi dovrebbe
fare, questi controlli? Non c’è dipendente pubblico che frutti quanto gli
ispettori dell’Inps: fatti i conti, nel 2009 hanno recuperato tra evasioni accertate
e sanzioni alle casse statali (almeno sulla carta: si sa come poi vanno le
cose...) un miliardo e 502 milioni di euro. Vale a dire 1 milione e 88 mila
euro a testa. Al punto che lo Stato dovrebbe volerne sempre di più, di più, di
più. Invece, come denuncia Antonio Mastrapasqua, l’esodo verso la pensione e il
blocco delle assunzioni anche per i concorsi già fatti nel lontano 2006 fa sì
che gli ispettori sono scesi nel 2009 da 1.588 al 1.380. E quest’anno se ne
andranno almeno altri 200. Col risultato che dal 2011, a tentare di arginare il
«nero» di un Paese con oltre quattro milioni di imprese, un’economia sommersa
valutata tra il 17% ed il 25% del Pil e una gran massa di furbi, ci saranno
poco più di un migliaio di «Poirot » previdenziali. Auguri.
Auguri soprattutto
sul fronte dei falsi braccianti agricoli. Che sono concentrati per il 99,1 % in
5 regioni: Campania (35.556 furbetti scovati nel 2009), Puglia (25.896),
Sicilia (20.790), Calabria (13.262) e Basilicata (2004) per un totale di 97.508
imbroglioni su un totale nazionale di 98.376. Una sproporzione assurda. Basti
dire che è stato scovato un truffatore ogni 294 abitanti in Basilicata, uno
ogni 242 in Sicilia, uno ogni 163 in Campania, uno ogni 157 in Puglia, uno ogni
151 in Calabria.
Contro una media
nazionale di uno ogni 611 che in realtà, tolte quelle 5 regioni, precipita a un
falso bracciante agricolo ogni 49.133 abitanti. E parliamo del solo 2009: in
totale, come dicevamo, negli ultimi 7 anni i falsi assunti da false imprese che
coltivano false tenute risultanti su false carte catastali sono stati 569.841.
Un’illegalità di
massa inaccettabile. Tanto più che, come dimostrano le inchieste, in larga
parte dei casi non si tratta di un fenomeno di sopravvivenza dovuto a disperati
che non sanno come tirare avanti ma di un sistema gestito dalla criminalità. Un
sistema scientifico. Che muove una quantità enorme di soldi. Basti ricordare
che i soli accertamenti da 2003 a oggi (e chissà quante truffe sono sfuggite al
setaccio...) hanno consentito all’Inps risparmi per 1 miliardo e 331 milioni di
euro.
Si è visto di
tutto, in questi anni. Di tutto. Valga ad esempio una relazione interna
sull’area salernitana nella quale Ferdinando Rossi, un dirigente della polizia
poi promosso a Bologna, scrive di avere «scoperto la presenza a Battipaglia di
una sorta di ufficio di collocamento parallelo», in cui venivano gestite le
false assunzioni per una molteplicità di aziende, condotto senza alcuna
precauzione alla luce del sole e tra l’altro distante poche decine dimetri da
quello legale. Una sfida o forse piuttosto la sicurezza di impunità in un
settore, in cui le truffe all’Inps da tempo sembrano essere diventate la regola
Dalle indagini è
emerso che privati cittadini, ma anche rappresentanti di patronati e di sindacati
portavano quotidianamente in quell’ufficio di collocamento illegale la
documentazione necessaria per far figurare centinaia di soggetti assunti in una
delle tante aziende agricole esistenti solo sulla carta oppure presso realtà
produttive reali, che si prestavano a effettuare false assunzioni.
Un «imprenditore»
che risultava avere una grande azienda agricola e assumeva a tutto spiano si
rivelò essere un barbone «che dormiva nella stazione di Battipaglia e che,
avvicinato dagli organizzatori della truffa, si era prestato a dare il nome a
una azienda con circa 500 falsi assunti, in cambio di una vecchia auto dove
dormire»
C’è poco da
sorridere. Lo spiega un’altra relazione interna, firmata dalla Responsabile del
Centro per l’impiego di Battipaglia, Antonietta Barone. Dove si legge che «la
malavita, che gestisce il circuito illecito, ha imposto un vero e proprio
tariffario che i braccianti fittizi devono rispettare per risultare falsamente
assunti». Che sempre più spesso «gli extracomunitari irregolari siano stati
utilizzati in nero per coltivare i suoli sui quali risultava poi fittiziamente
assunta manodopera italiana».
Che «non sono
mancate neppure le aziende costituite ad hoc per assumere fittiziamente gli
stranieri, che in realtà sono risultate una sorta di scatole vuote, costituite
solo sulla carta per poter presentare le istanze per le assunzioni in occasione
degli ingressi annuali». Fino al capolavoro: molti neocomunitarie arrivate come
badanti, «fittiziamente assunte in agricoltura», diventano beneficiarie «delle
indebite prestazioni previdenziali di disoccupazione, maternità e malattia»
continuando «a lavorare in nero presso le famiglie come colf o badanti»... Una
truffa. Ma chi sono i veri truffatori: loro o i loro datori di lavoro italiani?
Gian Antonio Stella CdS 6
Superiori, si cambia: più lingue, meno indirizzi
Stretta sugli
orari. Gelmini: «Riforma epocale». L’opposizione: «Niente altro che tagli» - di
ANNA MARIA SERSALE
ROMA - Sei licei
al posto dei cinquecento indirizzi sperimentali che avevano gonfiato a
dismisura la scuola. Allo “spezzatino” dei percorsi ora si sostituiscono
indirizzi più netti, con finalità definite. In tutto sei licei e nei tecnici
due macro-aree, economica e tecnologica, con 11 indirizzi. L’altra novità
importante riguarda gli orari: gli studenti avranno complessivamente meno ore
di lezione. Più lingua straniera in tutti i percorsi, più matematica e
valorizzazione del latino, queste alcune delle novità. Inoltre, l’ultimo anno
delle superiori sarà possibile studiare una materia in lingua. Un passo verso
la modernità. «La riforma punta alla qualità, è cambiato l’approccio rispetto
alla vecchia scuola che veniva utilizzata come ammortizzatore sociale»,
sostiene Mariastella Gelmini, al termine del Consiglio dei ministri, che ieri
ha varato in via definitiva il riordino delle superiori. La riforma, che entra
in vigore da settembre, è stata presentata alla presenza di Berlusconi:
«Abbiamo rafforzato il sistema - ha detto il premier - introdotto due nuovi
licei, il musicale e quello delle scienze umane, ma soprattutto abbiamo
progettato una scuola che faciliti l’ingresso nel mondo del lavoro». «Siamo
stati accusati di volere la riforma per fare cassa, nulla di più falso - ha poi
sottolineato il ministro Gelmini - Era urgente intervenire per qualificare gli
studi e oggi, grazie al contributo di tutti, abbiamo raggiunto questo
obiettivo».
«Si tratta di una
riforma epocale - è la definizione del ministro Gelmini - che non ha alcuna
impronta ideologica. Per elaborarla abbiamo attinto alla riforma Moratti e, per
quanto riguarda l’istruzione tecnica e professionale, abbiamo tenuto conto di
quanto realizzato dal precedente governo, perciò trovo incomprensibile il
parere contrario dato dall’opposizione, che così rinnega il lavoro fatto». Ma
l’opposizione avverte: «La Gelmini stravolge il nostro disegno, il suo è un
salto all’indietro». Il primo attacco arriva dal segretario del Pd, Pier Luigi
Bersani: «Il riordino del governo non è una riforma, è un taglio epocale alla
scuola pubblica che ci allontana dall’Europa. La scelta compiuta a 13 anni
diventa nei fatti irreversibile per la grande differenza di programmi sin dal
primo biennio, favorendo la dispersione scolastica». E Anna Finocchiaro,
presidente del gruppo Pd in Senato: «Hanno vinto i diktat di Tremonti,
spacciare per riforma misure dettate da necessità di cassa ci sembra davvero
una enormità». «La sinistra è allergica ai cambiamenti - replica la Gelmini -.
Bersani non vuole modernizzare la scuola».
Critiche anche dal
leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini: «Il riordino è indispensabile, ma una
cosa deve essere chiara: non si possono fare le nozze con i fichi secchi. Una
riforma seria ha bisogno di risorse: il governo dimostri che sulla scuola ha
intenzione di investire e non solo di risparmiare». E monta la polemica sulla
geografia: «Ridotta a Cenerentola, nonostante le migliaia di firme raccolte»,
sostiene l’Associazione italiana degli insegnanti della materia.
Con intensità
diverse, bordate da tutti i sindacati, mentre i Cobas annunciano lo sciopero
per il 12 marzo. Bocciatura anche dagli studenti, che reclamano tutele per «il
diritto allo studio». Intanto il ministro difende il suo piano: «Per la prima
volta - afferma la Gelmini - l’istruzione tecnica non sarà di serie B. Il suo
rilancio è una delle risposte più efficaci alla crisi economica, insieme
all’attività di scuola-lavoro e ai più stretti contatti con il mondo delle
imprese. Nel nostro Paese la disoccupazione è inferiore alla media europea, ma
le difficoltà riguardano tanti giovani». Ma le novità sono tante. E per dare un
aiuto alle famiglie che entro il 26 marzo devono iscrivere i figli a scuola
arriva un aiuto da Facebook. A questo si aggiungono gli opuscoli che il
ministero invierà agli istituti. IM 5
La scuola in saldo e la riforma che non c'è
Meno ore in
classe? Un altro passo verso il baratro, dopotutto. Un’altra concessione alle
esigenze di alunni sempre meno interessati a conoscere e sempre più orientati a
incassare, a buon mercato, punteggi e titoli di studio. Da una decina d’anni la
scuola italiana si è progressivamente allineata alla logica aziendale dello
standard americano, adottando politiche da supermercato. Ha fatto di tutto per
trasformarsi in un grande magazzino di saperi minimi a basso prezzo, trattando
con i ragazzi e le loro famiglie esattamente come si fa con una clientela più o
meno affezionata.
La cosiddetta
Scuola dell’Autonomia ha cominciato a considerare gli studenti come una
preziosissima risorsa economica. Più studenti ci sono, più progetti possono
essere attivati; più progetti attivati, più finanziamenti dal Ministero. Più
soldi, più laboratori, strutture, ecc. Improvvisamente i Dirigenti Scolastici
(non chiamateli più Presidi, per carità. La loro missione è quella del Manager,
quella del professionista col cellulare appeso all’orecchio, che costantemente
s’ingegna a produrre utili per la sua Azienda), si sono accorti della necessità
di attirare il maggior numero di clienti-studenti (con corsi di judo e
snowboard, cineforum, viaggi d’istruzione sempre più turistici, sempre meno
didattici, ecc), in modo da formare il maggior numero possibile di classi e
assicurare, così, il lavoro ai propri insegnanti.
Abbiamo cominciato
a finire in presidenza noi docenti, invece che i nostri alunni. Abbiamo
iniziato ad essere redarguiti dal Manager per le troppe insufficienze. Abbiamo
appreso con una certa difficoltà che il Ministero aveva stabilito una soglia
minima di alunni per ogni classe. Se bocci troppo c’è il rischio che la
smembrino e tu perda il posto di lavoro. Tutto qui!
La qualità
dell’insegnamento? E cosa conta, ormai? La nuova scuola della riforma punta
alla quantità, prevede classi di trenta alunni quando è difficile far lezione a
venticinque. Non si occupa delle dimensioni e della fatiscenza delle aule. Un’idea
per il Ministro: perché non soppalcarle? Che affare raggiungere la soglia dei
quaranta studenti, disponendoli su due piani!
Abbiamo iniziato a
corteggiare i ragazzi, a promuoverli senza che lo meritassero, per poter
mantenere le nostre famiglie. Abbiamo subìto comportamenti sempre più
indisciplinati, rimanendo letteralmente disarmati. Molti di noi hanno chiesto
almeno la reintroduzione del vecchio voto di condotta, che poteva ancora far
«paura». L’unica, recente concessione è stata una valutazione disciplinare che
fa media con gli altri voti, che premia anche i più bulli. Sai che pacchia
beccarsi un sei o un sette, che non fa che incidere positivamente su una sfilza
di quattro e cinque in pagella! Niente meno che l’ennesima iniziativa
promozionale rivolta ai nostri clienti.
Ci sono difficoltà
di trasporti? Il vostro bimbo torna a casa troppo tardi ed è costretto a
saltare la merenda? La scuola provvede con le ore di cinquanta minuti! I
genitori vorrebbero tanto andare in montagna tutti i week end? La scuola
risponde con la settimana corta! I nostri clienti non hanno voglia di studiare?
La scuola si affretta a concedere qualsiasi forma di recupero possibile. Vuoi
mica bocciare qualcuno e rischiare di perdere la cattedra? Vuoi mica dare un
cinque e vederti arrivare a casa un ricorso?
I nuovi tagli alla
scuola rientrano in questa perfetta logica aziendale. La stessa logica che
insegna ai nostri giovani a farsi i conti in tasca e a non far niente per
niente. Quella stessa filosofia che ha introdotto nelle nostre aule il lessico
bancario dei crediti e dei debiti. Spendere meno per incassare di più. La nuova
riforma non riforma nulla, va esattamente nello stesso senso delle altre. La
quinta e la sesta ora di lezione sono pesanti? Meglio eliminarle, piuttosto che
insegnare ai nostri giovani a concentrarsi meglio e di più. Metti che poi,
magari, prendano il vizio e comincino a farlo spesso. Metti che imparino poi a
concentrarsi su una società che fa buchi da tutte le parti, su una politica che
è solo una vetrina per ottenere potere e ricchezza. Su una cultura che è
diventata il regno della banalità. Metti, addirittura, che imparino a pensare!
No, no. Meglio tagliare ore a scuola e mandarli a casa prima, a giocare sul
computer, a stamparsi davanti alla tv.
Meglio formare
generazioni di vitelloni superficiali e ignoranti. Facilmente comprabili,
perfettamente manipolabili. PIETRO RATTO
LS 5
L’italiano da “bell’idioma” a lingua ignorata
Sempre più
scorretto il nostro linguaggio. E sempre più frequente l’uso di anglicismi. Ben
venga quindi la riforma della scuola
Il giornalista
Giulio Benedetti esordisce, sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, con
una affermazione: “Alla fine del percorso scolastico, dopo 13 anni di lezioni
ed esercitazioni, la prova scritta d’italiano rappresenta un problema per la
metà degli studenti”. Che usano in maniera inappropriata i segni di
punteggiatura, non conoscono l’ortografia, formulano frasi senza senso,
violentano le regole della grammatica e della sintassi. L’articolista trae la
notizia da un controllo eseguito dall’Accademia della Crusca su 6.000 temi
dell’esame di maturità del 2007, il 58% dei quali era pieno di errori. Dati
confermati dallo studio della BocconiTrovato&Partners su 100 ragazzi delle
scuole superiori. Come dire che, al termine del ciclo d’istruzione, gli allievi
non hanno ancora una sufficiente padronanza della lingua, per cui meriterebbero
la bocciatura. Eppure, per “buonismo” sono quasi sempre promossi.
Non sono stupito: ero al corrente dei due
concorsi (ad Orbetello e a Conegliano) ove nessun candidato è stato ammesso
agli orali a causa degli strafalcioni negli scritti. E già Mario Giordano, nel
libro “Cinque in condotta”, aveva sottolineata la scarsa preparazione degli studenti
ai quali si devono fregnacce del genere: l'ultimo libro della Bibbia è “la
pocalisse”; Tiepolo è “il fratello di Mammolo”; Vasco de Gama “circoncise
l'Africa”; l'Infinito di Leopardi è “leopardare”. Del resto, basta ascoltare la
Tv, navigare su Internet o leggere i quotidiani per registrare le tante,
attuali lacune linguistiche e culturali.
Gli stessi opinionisti (e perfino alcuni
docenti universitari che polemizzano sull’insufficienza della preparazione
scolastica) scrivono a volte in maniera scorretta: non è raro trovare un
“perchè” con accento grave; o “inquanto” e “daccordo”, attaccati; sttaccato,
invece, “a finché”; “è”, verbo, o il “sì” del consenso, senza accento,
viceversa messo sul “se” dell’ipotetica; o quel “c’avevo” che litiga con la fonetica.
Non parliamo poi dell’uso improprio di congiuntivi, condizionali e gerundi, per
cui qualcuno suggerisce, irrazionalmente, di abolirli, asserendo che “è inutile
tenere regole che nessuno è materialmente in grado di applicare”. E che dire
della punteggiatura, usata spesso alla carlona, tanto da rendere
incomprensibili le frasi; delle numerose ripetizioni, benché l’italiano sia
ricco di sinonimi; dei verbi coniugati in modo inesatto (su un giornale ho
trovato “correggietemi” o “continuamo”); dell’abuso di parole inglesi, magari
scritte scorrettamente (su il Corriere della Sera, jet leg = gamba dell'aereo,
invece di jet lag = malessere da aereo)?
Certo, a volte sono errori di battitura
sfuggiti ad una rilettura veloce; comunque non aiutano gli Italiani ad
impadronirsi della lingua che, con Dante, ha preceduto di secoli l’unità
politica. Possiamo anche convenire con chi giustifica l’uso di tanti anglicismi
- secondo De Mauro, oggi sono 5370, contro i 1417 di 10 anni fa - con la
necessità di esprimere concetti (di politica, economia, lavoro, informatica,
intrattenimento, moda, musica, sport) nati in prevalenza nel mondo anglosassone
e spesso intraducibili. Ma perché le Istituzioni, invece di limitarne l’abuso,
lo assecondano, creando il Ministero del welfare, parlando di authority e di
question time, istituendo il garante della privacy, o battezzando rai
international o educational i dipartimenti della Tv?
Un fenomeno non nuovo, l’uso di parole
derivanti da altre lingue, dovuto anche alle vicende storiche della Penisola:
perfino “mamma e papà” sono francesismi italianizzati. Invece continuiamo ad
importare inglesismi, anche quando non è necessario. Per vanità; per abitudine;
per conformismo. A dispetto del fatto che il nostro è uno degli idiomi più
armoniosi del mondo, nel quale grafia e pronuncia coincidono; e tra i più
richiesti dagli stranieri (5° nella classifica mondiale, secondo uno studio della
Fondazione Rosselli, realizzato per il Corriere della Sera). Non sarebbe più
saggio insegnarlo meglio e usarlo correttamente nei giornali e alla
televisione? Se ne avvantaggerebbe l’80% della popolazione nazionale che,
secondo il linguista Tullio de Mauro, “non possiede gli strumenti minimi
indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi nella
società contemporanea”.
Già nel 1818 Leopardi scriveva: “Vedo
corrotta la lingua, il che non è mai scompagnato dalla corruttela del gusto;
vedo languido e pressoché spento l’amore di questa Patria”. Oggi,
probabilmente, sarebbe ancora più severo e scandalizzato. Ben venga, dunque, la
riforma del Ministro Gelmini, forse migliorabile (insensato sarebbe ridurre le
ore di italiano ai licei) ma senz’altro necessaria. Perché, tra l’altro,
restituisce valore al voto di condotta, mettendo così un freno al bullismo;
reintegra gli esami di riparazione, per evitare i quali (forse) si studia di
più; ripropone, alle elementari, il maestro unico che facilita il rapporto
allievo/insegnante e comporta un notevole risparmio per lo Stato; stabilisce,
per facilitarne l’integrazione, un massimo del 30% di stranieri nelle classi;
riabilita i voti ed impone il grembiule, facendo capire ai ragazzi che si va a scuola
per imparare, non per sfoggiare abiti alla moda; consente di assolvere l’ultimo
anno di obbligo scolastico anche in percorsi di apprendistato, come già avviene
in Svizzera.
Innovazioni o reinserimenti che si
accompagnano a quelli previsti per le Università e che hanno, come sempre,
suscitato critiche e polemiche, soprattutto da chi, per decenni, si è servito
della scuola per propagandare il proprio credo politico. Ai quali il Capo dello
Stato, in occasione dell'inaugurazione del nuovo anno scolastico al Quirinale,
ora manda a dire: “Per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola
migliore; le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte
coraggiose di rinnovamento: non sono sostenibili posizioni di pura difesa
dell’esistente”. Vogliamo forse dargli torto? Egidio Todeschini, de.it.press
La riforma Gelmini ancora da rifare
Il governo ha
avviato la riforma dell’istruzione superiore, approvando i regolamenti e i
quadri orari di licei, istituti tecnici e professionali: sulla carta, si tratta
di uno dei cambiamenti più significativi della nostra scuola dall’introduzione
della media unica del 1962. Per formulare un giudizio completo, occorre però
attendere la definizione dei programmi di studio e dei dettagli delle singole
materie, che per il momento rimangono titoli generali; tuttavia, qualche
considerazione iniziale si può fare.
Il rinnovamento di
istituti tecnici e professionali ha incontrato un generale consenso: è il
frutto di una lunga riflessione improntata a uno spirito bipartisan, purtroppo
persosi all'ultimo passaggio. La riforma dei licei, invece, è di fatto nata
solo negli ultimi dodici mesi ed è quindi destinata a suscitare maggiori
controversie.
La grande novità
positiva è la creazione di un vero liceo scientifico - con l’opzione chiamata
«scienze applicate». Una grave lacuna dell’ordinamento italiano viene colmata,
razionalizzando la sperimentazione più interessante e diffusa degli ultimi
anni, il cosiddetto Piano nazionale informatica. Con la rinuncia a tre ore settimanali
di latino, si rafforzano gli insegnamenti di matematica, fisica e scienze
naturali. Includendo le ore informatica, gli studenti avranno 12 ore di
insegnamento scientifico nel primo biennio e 14 nel triennio successivo.
Finalmente, verrebbe da dire. Anche in un Paese storicamente poco orientato
alla cultura scientifica come il nostro, si creerà una leva di studenti con
competenze di matematica, fisica e scienze della vita analoghe a quelle dei
paesi avanzati, inclusi quelli asiatici, ma soprattutto abituati a ragionare
partendo dall’osservazione dei fenomeni naturali, interrogandosi senza
pregiudizi sulle loro leggi e imparando a concettualizzarle in modelli e teorie
complesse. E’ probabile - e per molti versi auspicabile - che le future élite del
Paese escano da questo filone del liceo scientifico, ben più che dal liceo
classico, così come avviene da tempo in Francia. Da questo punto di vista,
appare bizzarra l’inclusione dell’informatica come materia a sé: è difficile
pensare che i ragazzi di oggi abbiano bisogno di una specifica alfabetizzazione
sui computer, a meno che non li si voglia trasformare tutti in ingegneri
informatici. Così come, per guidare un’auto, non abbiamo bisogno di sapere come
è fatto lo spinterogeno, per studiare le scienze - o qualsiasi altro soggetto -
i ragazzi non devono sapere come sono fatti i computer: devono usarli,
sfruttandone in modo intelligente e critico le risorse cognitive.
Se, sul piano
degli studi scientifici, la riforma compie progressi, dubbi rimangono per le
scienze sociali, l’altra sfera dei saperi finora largamente ignorata dalla
nostra scuola. Con la riforma nasce, a fianco dell’attuale liceo
psico-pedagogico, ribattezzato delle scienze umane, un’opzione socio-economica.
L’idea è buona, ma l’indirizzo sembra mancare di una identità precisa. Accanto
a sole tre ore settimanali di diritto ed economia (perché metterle insieme in
un indirizzo così dedicato, poi?), ci sarà un eguale ammontare di un generico
insegnamento di scienze umane (antropologia, psicologia, sociologia,
statistica) e di una seconda lingua. Il rischio, evidente, è che il liceo
economico-sociale finisca con l’essere un refugium peccatorum di chi non ha un
chiaro orientamento umanistico o scientifico.
In generale, il
problema di quanto spazio dedicare a insegnamenti comuni a tutti gli indirizzi
e quanto a discipline specialistiche è cruciale, ma non ha mai soluzioni
facili. La soluzione preferibile, per permettere ai ragazzi - e non solo alle
loro famiglie - di scegliere consapevolmente la specializzazione più
congeniale, sarebbe, a mio avviso, un percorso sostanzialmente comune nel
biennio, con un orientamento per il triennio successivo anche più specialistico
che nell’attuale disegno. Uno sforzo in questa direzione è stato fatto,
mantenendo nel biennio iniziale di tutti gli indirizzi insegnamenti di
italiano, storia, matematica, scienze e lingua straniera. Perché non includere
anche diritto e economia? In fondo, i fondamenti giuridici ed economici della
nostra comunità civile dovrebbero far parte di quel patrimonio di conoscenze
«di cittadinanza» necessarie a qualsiasi giovane.
Infine, una
critica facilmente prevedibile all’impianto della riforma sarà di aver ridotto
le ore di insegnamento, con alcune materie - l’inglese su tutte - penalizzate
più di altre. Le ricerche sui migliori sistemi scolastici - ma anche il
semplice buon senso - ci dicono che per migliorare gli apprendimenti degli
studenti ciò che veramente conta è la qualità degli insegnamenti, ben più che
la loro quantità. Oggi la qualità degli insegnamenti in Italia si fonda sul
ripensamento dell’organizzazione delle carriere e della formazione dei docenti,
su cui reinvestire i risparmi di spesa che il governo ha imposto alla scuola. E,
naturalmente, su un sistema di valutazione nazionale ben funzionante. Se così
andranno le cose, allora questa riforma segnerà davvero un cambiamento per la
scuola italiana.
ANDREA GAVOSTO, Direttore
Fondazione Giovanni Agnelli LS 6
Il Risorgimento sotto processo. L'unità d'Italia e i suoi nemici
Proprio alla
vigilia del 150esimo anniversario dell'Unità, il Risorgimento è sotto processo.
Non è solo La Padania. Sono decine e decine di pubblicazioni, articoli, libri e
libercoli, che ormai da anni (ma con ritmo accelerato negli ultimi tempi)
stanno cambiando l'immagine di quel nodo di eventi. «Quella tangente di Mazzini
inaugura il malcostume di un'Italia disonesta », «Carlo Alberto sciupafemmine,
traditore e indeciso a tutto», «Perché la Liguria non appartiene all'Italia »,
«L'invenzione delle camicie rosse», «Da capitale estense a provincia sarda»,
«Complotto massonico- protestante contro la Chiesa», «I Savoia e il massacro
del Sud», «Un popolo alla deriva»: è solo un piccolo campionario di titoli (di
capitoli, di volumi, di articoli) che però serve a dare un'idea di che cosa
stiamo parlando.
Intendiamoci: la
critica al Risorgimento ha una lunga tradizione. Cominciò nel momento stesso in
cui fu proclamato il Regno d'Italia, nel 1861, per voce di coloro che si erano
battuti per un altro esito, diverso da quello rappresentato dalla monarchia
cavouriana. Da allora in poi quella critica ha occupato un posto centrale nel
discorso pubblico del Paese. Non a caso tutte le culture politiche dell'Italia
del Novecento, dal socialismo al nazionalfascismo, al cattolicesimo politico,
all'azionismo, al comunismo gramsciano, si sono fondate per l'appunto su una
visione a dir poco problematica del modo in cui era nata l'Italia. Basta
ricordare i nomi di alcuni loro fondatori: Oriani, Sturzo, Gobetti, Gramsci. Ma
attenzione: questa critica, sebbene spesso assai aspra, ha sempre osservato un
limite. E cioè si è sempre ben guardata dal divenire una critica all'unità in
quanto tale, non ha mai ceduto alla tentazione di mettere in dubbio il
carattere positivo dell'esistenza dello Stato nazionale.
E' su questo punto
che invece si sta consumando una rottura decisiva. Va costituendosi negli
ultimi anni, infatti, un vero e proprio fronte antirisorgimentale e insieme
antiunitario che nasce dalla saldatura di tre segmenti: un segmento
settentrionale d'ispirazione leghista, un secondo segmento, rappresentato da
nazionalisti meridionali innestati su un variegatissimo arco ideologico che va
dai tradizionalisti neoborbonici agli ultrà paleomarxisti, e infine un segmento
di cattolici che potremmo definire guelfo- temporalisti. Tutti si fanno forti
di una ricostruzione del passato che dire approssimativa è dire poco: di volta
in volta tagliata con la motosega o persa nei pettegolezzi minuti «dal buco
della serratura». Nella quale, comunque, dominano i modelli interpretativi
presi a prestito dall'Italia di oggi: quello del giustizialismo più grossolano
(«Chi c'ha guadagnato», «chi ha rubato », «chi ha pagato») e il complottismo
maniacale che vede massoni e «misteri » dappertutto.
L'Unità d'Italia
diviene così un racconto a metà tra Mani pulite, la P2, e la strage di Ustica
«come non ve l'hanno mai raccontata prima ». Ridicolo, ma per molti
convincente, dal momento che quel racconto riempie il vuoto che si è
determinato da decenni nel nostro discorso pubblico dopo che esso ha espulso da
sé, e ormai perfino dal circuito scolastico, ogni autentica e viva narrazione
del Risorgimento. A riprendere la quale non basterà certo il patetico
brancolare nel buio del governo attuale, che sembra considerare l'anniversario
dell'Unità più che altro come la classica tegola cadutagli sulla testa. Ernesto
Galli della Loggia CdS 7
Immigrati, il permesso sarà a punti
Via libera al
permesso di soggiorno a punti. Si dovrà raggiungere quota 30 per mantenerlo,
con un sistema di crediti e debiti. La conoscenza della lingua e della
Costituzione, ad esempio, daranno punti, mentre la commissione di reati li
toglierà. La novità - hanno annunciato i ministri dell'Interno e del Welfare,
Roberto Maroni e Maurizio Sacconi che ieri hanno raggiunto un'intesa sul
regolamento - sarà contenuta in un decreto che presto andrà in Consiglio di
ministri. Critico il Pd, secondo cui la misura farà aumentare gli irregolari.
Il provvedimento
disciplina l'accordo di integrazione che lo straniero dovrà obbligatoriamente
stipulare al momento della domanda di rilascio del permesso di soggiorno. Con
l'accordo l'immigrato si impegna a conseguire durante il periodo di validità
del permesso stesso (due anni) una serie di obiettivi: dalla conoscenza della
lingua a quella della Costituzione, dall'iscrizione al Servizio sanitario
nazionale al regolare contratto abitativo. Tutte «prove» che daranno un certo
numero di crediti la perdita dei quali comporta la revoca del titolo di
soggiorno, con conseguente espulsione amministrativa dello straniero. La soglia
da raggiungere alla fine dei due anni è 30. Se l'immigrato ha un punteggio
inferiore, ha un altro anno di tempo per arrivare alla quota richiesto; dopo - se
sarà ancora sotto i 30 - scatterà l'espulsione.
«È la legge sulla
sicurezza - ha ricordato Maroni a margine della presentazione della rivista del
ministero - che parla di specifici obiettivi da raggiungere nel giro di
due anni con una valutazione da parte degli Sportelli unici per l'immigrazione.
Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso il permesso di soggiorno,
altrimenti ci sarà l'espulsione». È un sistema, ha aggiunto il ministro, «per
garantire l'integrazione: io ti suggerisco le cose da fare per integrarti nella
comunità. Se le fai ti do il permesso di soggiorno, se non le fai significa che
non vuoi integrarti. Lo applicheremo solo ai nuovi permessi di soggiorno».
er gli eventuali
corsi di lingua e altro, ha assicurato Maroni, «non chiederemo soldi agli
immigrati, faremo tutto noi, anche per garantire standard uniformi in tutte le
province ed avere tutto sotto controllo». L'accordo tra i due ministeri, ha
concluso, «sarà tra breve trasformato in un decreto».
Per Livia Turco,
responsabile Immigrazione del Pd, «il permesso di soggiorno a punti
rappresenterà le forche caudine che ostacoleranno l'integrazione e favoriranno
l'irregolarità. In un Paese come l'Italia, dove per ottenere il rinnovo del
permesso di soggiorno occorre aspettare più di un anno e dove i corsi di lingua
e cultura sono gestiti dal volontariato e dalla Chiesa, non è possibile
aspettarsi altro».
L'Italia,
purtroppo, ha aggiunto, «non è il Canada: se Maroni e Sacconi vogliono imitare
il Canada o gli altri Paesi che hanno adottato questo tipo di sistema allora
risolvano prima questi problemi e garantiscano tempi certi per i rinnovi dei
permessi e corsi di lingua e cultura forniti dalla scuola pubblica».
Gianclaudio Bressa (Pd) ha parlato di «scandalosa lotteria sociale i cui
giudici imbrogliano in partenza». L’U 5
Permessi di soggiorno, si perderanno punti anche in caso di multa
Giovanardi: «Idea
discutibile». Il Partito democratico: «Si tratta di una squallida lotteria
sociale» - Chi parla l’italiano otterrà 22 crediti, tolti 5 per ogni anno di
scuola perso dei figli
ROMA — Acquista 22
punti chi supera il test di italiano, ne perde 20 chi subisce una condanna da
due a tre anni di reclusione. Sono 5 i punti che vengono scalati per ogni anno
scolastico perso dai figli, 20 quelli che si guadagnano se si dimostra di
conoscere la Costituzione. Ma la sottrazione è prevista anche per chi commette
«gravi illeciti amministrativi » puniti con una multa.
È questo il
sistema messo a punto dal governo per i permessi di soggiorno degli immigrati.
E mentre il Partito democratico parla di «squallida lotteria sociale,
dimostrazione delle follie legislative di questo esecutivo che stanno piegando
il nostro ordinamento su posizioni xenofobe», voci contrarie si levano anche
dall'interno dello stesso esecutivo con il sottosegretario alla Presidenza
Carlo Giovanardi che giudica «discutibile l'idea di mettere in moto un
meccanismo di valutazione, inevitabilmente discrezionale, che, da un lato,
impegnerebbe le strutture amministrative dello Stato, dall'altro,
costringerebbe milioni di lavoratori extracomunitari, comprese colf e badanti,
a un ulteriore, gravoso adempimento».
La scelta dei
titolari di Interno e Welfare, Roberto Maroni e Maurizio Sacconi, appare
comunque fatta e i tecnici sono al lavoro sugli ultimi dettagli del
regolamento. Si è deciso che l'accordo dovrà essere sottoscritto da chi entrerà
nel nostro Paese dopo l'entrata in vigore del decreto e dunque anche da una
quota di persone inserite nell'ormai famoso «click day», il sistema per
garantire l'ingresso dei lavoratori stranieri, poi trasformato in sanatoria per
colf e badanti
Il Viminale ha già
siglato l’intesa con quattro enti — Università Romatre, Università di Perugia,
Università di Siena e Dante Alighieri—per l’organizzazione degli esami di
lingua e il rilascio della certificazione riconosciuta a livello europeo. Ma
delegherà ai prefetti la possibilità di stipulare accordi con strutture sparse
sul territorio che possano pianificare i corsi di aggiornamento sulla
legislazione italiana e quelli che dovrà frequentare chi non è riuscito a
raggiungere il risultato richiesto, ma ha ottenuto la proroga di un anno. Si
tratta di un «percorso di istruzione per adulti o di integrazione linguistica e
sociale di durata pari ad almeno centoventi ore». La soglia minima per poter
rimanere nel nostro Paese è di 30 punti. I quattro requisiti che consentono di
accumularli sono «la conoscenza della lingua italiana parlata, secondo il
livello A2 di cui al quadro comune europeo di riferimento per le lingue emanato
dal Consiglio d'Europa; la conoscenza dei principi fondamentali della
Costituzione della Repubblica e dell’organizzazione e funzionamento delle
istituzioni pubbliche in Italia; acquisire una adeguata conoscenza della vita
civile in Italia, con riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei
servizi sociali, del lavoro e degli obblighi fiscali; assolvere l’obbligo di
istruzione dei figli minori».
Se il leghista
Federico Bricolo plaude perché «i primi ad avere vantaggi saranno proprio gli
extracomunitari che si vogliono integrare e penalizzati quelli che vengono nel
nostro Paese con l’intenzione di non rispettare le nostre leggi e le nostre
regole», Andrea Sarubbi, del Pd, giudica la proposta «un’ottima idea se
vivessimo su Marte e non in Italia perché nei fatti necessita di un impegno e
di investimento massiccio del governo che al momento è del tutto assente».
Ad agitare la
maggioranza è la presa di posizione di Giovanardi e la risposta arriva da
Sacconi, secondo il quale «solo un approccio ideologico può far pensare a un
percorso a ostacoli, mentre esso rappresenta quello lineare di chi si atteggia
responsabilmente nella comunità nella quale vive ». Fiorenza Sarzanini CdS 6
"Sì alle cure per gli immigrati irregolari". Censis, favorevoli
otto italiani su dieci
In particolare al
Sud gli intervistati parlano della salute come diritto inviolabile e un atto di
solidarietà irrinunciabile. Risalendo la penisola aumentano quelli convinti che
altrimenti ci sarebbe il serio rischio di epidemie incontrollate. Solo per il
13 per cento non hanno diritto all'assistenza perché non pagano le tasse mentre
il 5 per cento pensa che facciano aumentare in modo insopportabile i costi
ROMA - Otto
italiani su dieci si dicono favorevoli alla sanità pubblica per gli immigrati
irregolari. E' quanto emerge da un'indagine del Censis nella quale si rileva
che più dell'80 per cento degli italiani ritiene che anche gli immigrati
irregolari debbano avere accesso ai servizi sanitari pubblici. A volere la
sanità pubblica anche per gli irregolari è l'86,1 per cento dei residenti al
Sud, il 78,7 al Centro, il 78,4 al Nord-est e il 75,7 per cento al Nord-ovest.
Dello stesso parere oltre l'85 per cento dei laureati, l'83,1 dei 30-44enni e
più dell'85 per cento dei residenti nelle città con 30 mila-100mila abitanti.
E' alta la quota dei favorevoli anche tra i più cagionevoli di salute e quindi
più bisognosi di cure: l'83,9 per cento di chi dichiara di avere una salute
pessima auspica un'offerta sanitaria pubblica estesa anche a clandestini e
irregolari.
Secondo il 65,2
per cento degli intervistati dal Censis, la tutela della salute sia un diritto
inviolabile, quindi curare tutti è un atto di solidarietà irrinunciabile. Una
scelta che prevale in modo trasversale nel territorio nazionale e nel corpo
sociale. E' l'opinione soprattutto dei residenti nelle regioni del Mezzogiorno
(quasi il 74 per cento) e dei laureati (quasi l'80 per cento). Risalendo la
penisola diminuisce la quota di intervistati che parlano della salute come
diritto irrinunciabile per tutti, mentre aumentano quelli convinti che occorre
assicurare la sanità anche agli irregolari perché altrimenti ci sarebbe il
serio rischio di epidemie incontrollate. La pensa così poco più del 12 per
cento dei residenti al Sud, il 15,4 al Nord-ovest, il 15,8 al Nord-est e oltre
il 19 per cento al Centro. Questa opinione è diffusa anche tra chi dichiara di
avere una salute pessima (e presumibilmente utilizza di più le strutture
sanitarie) e tra chi possiede un basso titolo di studio.
Sul fronte del no
si schiera meno del 20 per cento degli italiani: poco più del 24 per cento dei
residenti al Nord-ovest, del 24,8 per cento delle persone con basso titolo di
studio, di oltre il 24 per cento di chi vive nelle grandi città con più di
250mila abitanti. Solo per il 13 per cento degli intervistati, gli stranieri
irregolari non hanno diritto alla sanità perché non pagano le tasse; per poco
più del 5 per cento perché fanno aumentare in modo insopportabile i costi delle
cure. Riguardo all"identikit sanitario' della popolazione immigrata, che
mediamente è più giovane e in salute di quella italiana, per il momento gli
stranieri utilizzano meno le strutture sanitarie (si stima in circa il 65 per
cento la quota degli stranieri presenti sul territorio italiano iscritti al
Servizio sanitario nazionale) che per loro significano soprattutto Pronto
soccorso (il 5,7 per cento vi si è recato negli ultimi tre mesi rispetto al 3,3
degli italiani) e ricoveri d'urgenza, piuttosto che prevenzione e visite
specialistiche. Secondo il Censis, per il futuro, una maggiore integrazione
degli immigrati comporterà anche livelli più alti di tutela della loro salute,
in linea con gli standard degli italiani: occorre preparare quindi il Servizio
sanitario nazionale in termini di risorse e di competenze.
Anche per Sergio
Dompé, presidente Farmindustria, l'incremento dell'immigrazione insieme
all'invecchiamento della popolazione, pongono "una sfida per un Servizio
Sanitario già ai primi posti delle classifiche internazionali dell'Oms per
rapporto qualità/prezzo/accessibilità. Anche per questo - dice Dompè
-tagliare gli sprechi è fondamentale in tutta la spesa sanitaria, quindi non
solo nella farmaceutica, che rispetta il budget assegnato, mentre le altre voci
continuano a crescere molto più dell'inflazione. E' in definitiva prioritario
puntare su maggiori controlli e sull'appropriatezza della spesa per garantire
l'equilibrio e la sostenibilità del sistema, anche attraverso forme di
compartecipazione alla spesa da parte dei cittadini, fatte salve naturalmente
le fasce più deboli". LR 5
Al via la seconda edizione del concorso internazionale "Giornalisti
del Mediterraneo"
BARI - Al via la
2° edizione del Concorso Internazionale “Giornalisti del Mediterraneo” e Premio
“Caravella del Mediterraneo”. L’evento gode del patrocinio della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’Editoria e la Comunicazione, della
Presidenza del Parlamento Europeo, dell’Assemblea Parlamentare del
Mediterraneo, del Ministero delle Politiche Europee, dell'Assessorato al
Mediterraneo della Regione Puglia, del Segretariato Sociale Rai e di AnsaMed,
oltre al patrocinio delle Ambasciate di Spagna, Turchia, Polonia, Portogallo,
Ungheria, Cipro, Svezia e Slovacca, nonché, di Università italiane, Centri
Culturali e Istituzioni regionali, nazionali e internazionali.
Il concorso
si articolerà in quattro sezioni: Missioni di Pace dell'Italia all'Estero;
Solidarietà, Soccorso e Impegno Civile; Immigrazione, Integrazione,
Accoglienza; Giovani Talenti e Web. E' possibile scaricare il bando dal sito
www.terradelmediterraneo.it e chiedere informazioni chiamando il numero
346.82.62.198. I lavori devono prevenire entro e non oltre il 12 aprile 2010.
Nell’ambito della
manifestazione, riceveranno il Premio “Caravella del Mediterraneo” i
giornalisti Toni Capuozzo, inviato di guerra e vice direttore del TG5; Domenico
Nunnari, vice direttore del TGR; Antonio Fatiguso dell’Ansa di Tokyo; Gina Di
Meo, inviata di guerra freelance; Arcangelo Moro, fondatore e primo direttore
in Kosovo, durante la missione Joint Guardian, di Radio West la prima
emittente radiofonica nella storia delle Forze Armate Italiane. Il Premio
“Caravella del Mediterraneo” rappresenta l’incrocio dei mari e delle culture
del Mediterraneo, protagonista millenario di scambi commerciali, linguistici e
sociali tra Oriente ed Occidente. Tommaso Forte, info@terradelmediterraneo.it
(de.it.press)
Klimawandel zwingt Menschen zur Flucht: Bedarf für neue Rechtsinstrumente in der Flüchtlingspolitik
Im Rahmen des Weltklimagipfels im
Dezember 2009 in Kopenhagen warnte der Hohe Flüchtlingskommissar der Vereinten
Nationen (UNHCR), Antonio Guterres, dass der Klimawandel in naher Zukunft zum
Hauptfluchtgrund weltweit werden könnte.
Der Klimawandel werde – so Guterres –
die Länder des Südens härter treffen als die Staaten der nördlichen Hemisphäre,
diese müssten sich jedoch auf entsprechende Migrationsbewegungen vorbereiten
und zwar so zügig wie möglich. 2008 wurden bereits rund 36 Millionen Menschen
infolge von Naturkatastrophen vertrieben, mehr als 20 Millionen mussten
fliehen.
„Naturkatastrophen sind intensiver und
häufiger und der menschliche Einfluss hat immer verheerendere
Auswirkungen", sagte Guterres. Die Zunahme der Dürren stelle betroffene
Gemeinden auf eine harte Probe. Gleichzeitig drohen ansteigende Meeresspiegel
ganze Inseln zu überfluten. „Falls dies geschieht, werden nicht nur Staaten,
sondern auch Kulturen und Individuen ertrinken.“
Weiter warnt der Hochkommissar, dass die
Unterscheidung zwischen Migranten und Flüchtlingen, durch die Vielzahl an
Fluchtgründen und die bisherige Nicht-Berücksichtigung von Flucht aus
klimatischen Gründen, immer schwieriger wird und in Folge dessen
Rechtsunsicherheit entsteht, was Schutzlücken zur Folge habe. „Möglicherweise
gibt es Bedarf für neue Rechtsinstrumente und UNHCR sollte kurzfristige
Schutzstrategien entwerfen", so der Hochkommissar.Außerdem warnte Guterres
vor der Sprengwirkung des Klimawandels: „Der Klimawandel verstärkt den Wettstreit
um die Ressourcen – Wasser, Nahrungsmittel, Weideland – und daraus können sich
Konflikte entwickeln.“
Dabei wurden vier Regionen isoliert,
die die Hauptlast des Klimawandels tragen müssten. Die Antarktis, in der die
Permafrostböden auftauen und ganze Siedlungen vom Erdboden verschluckt werden,
die Sahelzone südlich der Sahara, in der die Dürre noch zunimmt, die
bevölkerungsreichen Flussdeltas Asiens, in der sich Überschwemmungen häufen
werden und die kleinen pazifischen Inseln, die einfach vom Meer verschluckt
werden. Nach Untersuchungen amerikanischer Universitäten wird der Klimawandel
bis 2030 das Bürgerkriegsrisiko in Afrika um mehr als 50 Prozent ansteigen
lassen. "Forum Migration Februar
2010"
Auswanderung. Der dumme Rest bleibt. In Deutschland mehr Abwanderung als Zuzug
Erstmals seit 25 Jahren gibt es in
Deutschland mehr Abwanderung als Zuzug – doch nicht nur das alarmiert. Von
Malte Lehming
Höchste Zeit für eine kleine
Erinnerung. Denn in zwei Monaten feiert er seinen 95. Geburtstag. In Berlin war
er zur Welt gekommen, hatte am Französischen Gymnasium sein Abitur abgelegt und
an der Berliner Universität Wirtschaftswissenschaften studiert. Im April 1933
floh er aus Deutschland, kämpfte in Spanien und Frankreich gegen die Nazis.
Nach dem Krieg ließ sich der gelehrte Grenzgänger in den USA nieder, die
akademische Laufbahn beendete Albert O. Hirschman in Princeton.
Sein wichtigstes Werk kam 1970 heraus
und heißt „Exit, Voice and Loyalty“ („Abwanderung und Widerspruch“). Darin
analysiert Hirschman, was in einem Unternehmen geschieht, dessen Qualität oder
Nutzen für die Mitarbeiter abnimmt. Die beiden Hauptreaktionsformen sind „exit“
– die Beziehung zum Betrieb wird abgebrochen – und „voice“ – durch Protest wird
eine Verbesserung angestrebt. Unmittelbar nach dem Fall der Mauer wurde dieses
Instrumentarium auch auf die Spätphase der DDR angewendet. Hirschman konnte
eindrucksvoll zeigen, wie sich „exit“ (Auswanderung) und „voice“
(Montagsdemonstrationen) in ihrer Wirkung wechselseitig verstärkten, bis das
System schließlich kollabierte.
Jeder Vergleich der späten DDR mit der
Bundesrepublik im Jahre 2010 verbietet sich. Dennoch sollten drei Befunde
alarmieren. Erstens: Das Geburtendefizit in Deutschland, also die Zahl der
neugeborenen Kinder minus die der Sterbefälle, ist auf dem höchsten Stand seit
1976, die Bevölkerungszahl wird trotz Krippenplatzausbau und Elterngeld stetig
kleiner.
Zweitens: Erstmals seit 25 Jahren gibt
es in Deutschland mehr Abwanderung als Zuzug. 175 000 Bundesbürger verließen
Deutschland im Jahr 2008, das ist der höchste Stand seit den frühen 50er
Jahren. Drittens: Seit den letzten Jahren in der Amtszeit von Helmut Kohl, etwa
gegen Mitte der neunziger Jahre, beschleicht den Normaldeutschen das Gefühl,
dass es egal ist, wer regiert. Ob Schwarz-Gelb, Rot-Grün, Schwarz-Rot oder
wieder Schwarz-Gelb: Mit Ausnahme der Agenda 2010 traut sich keine Regierung an
echte Reformen heran. Ob hohe Steuerlast, hohe Staatsverschuldung, hohe
Arbeitslosigkeit, niedrige Geburtenrate, steigende Sozialabgaben,
Bürokratisierung: In den vergangenen 15 Jahren haben sich die
gesellschaftspolitisch entscheidenden Daten im Land kaum verändert. Die
Beteiligung an Wahlen nimmt auch deswegen ab. Es schwindet die Hoffnung auf
Besserung.
Wenn der Faktor „voice“ gewissermaßen
ins Leere läuft, gewinnt der Faktor „exit“ an Bedeutung. Das Land schrumpft
sich langsam krank. Und nicht nur, dass es oft gut ausgebildete Fachkräfte
sind, die ihr Glück woanders versuchen, also junge Menschen mit Initiative,
Tatkraft und Wagemut, nein, auch jene vielen Milliarden Euro Steuereinnahmen,
die durch sie verloren gehen, müssen von den Daheimgebliebenen extra
aufgebracht werden. Sie sind der dumme Rest, der sich folglich ebenfalls
überlegt, sein Heil im Ausland zu suchen. Jeder Fortzug beschleunigt die
Fortzugsspirale.
Jenseits aller Hotelmehrwertsteuereien
und Kopfpauschaldebatten wird sich die Regierung von Angela Merkel daher einst
an einer einzigen einfachen Frage messen lassen müssen: Hat sie dafür gesorgt,
dass noch genügend Menschen in Deutschland leben, arbeiten und eine Familie
gründen wollen? Nur wenn ihr das gelingt, ist sie dem Mandat, regieren zu
dürfen, gerecht geworden. Alles andere ist alles andere. Tsp 5
Integrationsbeauftragte Böhmer. "Kein Muslim verteidigt hier die Burka"
"Wir sollten zurückhaltend sein,
eine Diskussion, die in Frankreich hohe Wellen schlägt, nach Deutschland zu
tragen", sagt die Integrationsbeauftragte Maria Böhmer im FR-Interview.
Schulen hätten andere Probleme.
Frau Böhmer, zurzeit hat jeder Fünfte
in Deutschland ausländische Wurzeln, unter Jugendlichen ist der Anteil noch
größer. Gleichzeitig fehlt Zuwandererkindern überdurchschnittlich oft der
Schulabschluss oder eine Berufsausbildung. Wie groß wird der Schaden sein, den
die Politik der letzten Jahrzehnte angerichtet hat, weil sie die Zuwanderer
vernachlässigt hat?
Die demographische Entwicklung ist für
uns ja nicht überraschend, und die Bundesregierung hat aufgrund dieser
Erkenntnisse ihre Integrationspolitik bereits deutlich verstärkt. Mit dem
ersten Nationalen Integrationsplan, den Integrationsgipfeln und der
Islamkonferenz haben wir die Integrationspolitik ganz neu ausgerichtet.
Integration steht oben auf der politischen Agenda.
Was muss konkret zuerst angegangen
werden?
Wir müssen den Erwerb der deutschen
Sprache so früh wie möglich fördern, Kindergärten dürfen nicht mehr nur ein Ort
der Betreuung und Erziehung sein, sondern vor allem ein früher Lernort. Das
wird in vielen Bundesländern bereits praktiziert. Das muss aber auch
schulbegleitend, bis hin zur Berufsqualifizierung gelten.
Das Schulsystem ist aber nicht auf die
Herausforderung eingestellt, so viele Schüler aus Migrantenfamilien gezielt zu
fördern.
Als ich neulich die 9. Klasse einer
Hauptschule in meinem Wahlkreis Ludwigshafen besuchte, sagte mir der Lehrer,
"Ich bin der einzige Deutsche in der Klasse". Auf solche
Entwicklungen müssen die Lehrkräfte in ihrer Aus- und Fortbildung besser
vorbereitet werden. Interkulturelle Kompetenz muss eine größere Rolle spielen.
Zugleich müssen Schulen mit hohem Migrantenanteil besser unterstützt werden.
Hier sind vor allem die Länder gefordert. Die Schulen brauchen mehr Zeit für
die Kinder, mehr Lehrer, mehr Schulsozialarbeiter, und deshalb auch mehr Geld.
Auch CDU-Fraktionschef Volker Kauder
fordert mehr Lehrer mit Migrationshintergrund. Brauchen wir doch eine
Migranten-Quote im öffentlichen Dienst?
Mein klares Ziel ist es, mehr Migranten
im öffentlichen Dienst zu haben, gerade unter Lehrkräften – als Vorbilder und
Brückenbauer. Aber leider wollen noch nicht genug junge Menschen aus
Zuwandererfamilien Lehrer werden. Eine Quote könnte man gar nicht erfüllen. Wir
müssen also dafür werben und klar machen, dass junge Migranten gute Chancen
haben, in den Beruf einzusteigen und voranzukommen. Wir tun das bereits
dadurch, dass der Bund sich verpflichtet hat, neben den Kriterien Eignung,
Leistung und Befähigung auch interkulturelle Kompetenz und Sprachkompetenz bei
Ausbildung und Beschäftigung von Zuwanderern besonders zu gewichten.
Kommen Kinder aus islamischen Familien
besonders schlecht an deutschen Schulen zurecht – etwa wegen patriarchalischer
Rollenmuster, wie Kauder behauptet?
Es stimmt zumindest, dass türkische
Jungen schlechter in der Schule abschneiden als die Mädchen. Das ist zunehmend
auch türkischen Vätern bewusst. Zugleich müssen wir immer wieder betonen:
Bildung hat einen hohen Stellenwert in unserem Land. Deshalb appelliere ich an
die Eltern, ihre Kinder, gleich ob Jungen oder Mädchen, mit ganzer Kraft zu
fördern. Um speziell die Jungen zu unterstützen, benötigen wir dringend mehr
männliche Pädagogen in den Schulen und Kindergärten.
Innenminister de Maizière sagt, die
Islamkonferenz werde sich künftig um "praktischere Fragen" kümmern.
Wird es dabei auch um solche Themen gehen?
Die Frage der Gleichberechtigung der
Frau hat auch bei den vergangenen Runden der Islamkonferenz eine große Rolle
gespielt. Ich halte es für die Integration insgesamt für zentral, dass wir
Frauen stärken, aber auch Männern klar machen, dass hier nicht nur das
Grundgesetz zur Gleichberechtigung verpflichtet. Es geht auch darum, diesen
Wert mit Leben zu füllen.
Die Ex-SPD-Abgeordnete Lale Akgün, der
integrationspolitische Sprecher der FDP, Serkan Tören, und die CSU-Arbeitnehmer
fordern ein Burka-Verbot, wie es Frankreich erwägt. Sollte sich die
Islamkonferenz auch dieser Frage annehmen?
Wir sollten wirklich zurückhaltend
sein, eine Diskussion, die in Frankreich hohe Wellen schlägt, nach Deutschland
zu tragen. Ich weiß nicht, wem auf der Straße schon einmal eine Burka begegnet
ist. Das mag in Frankreich anders sein, aber für Deutschland ist die Debatte
abwegig. Es gilt die klare Ansage, dass die Gleichberechtigung von Mann und
Frau hier unantastbar ist. Und kein Muslim verteidigt hierzulande die Burka.
Wie erklären Sie sich, dass Debatten
wie um das Burka-Verbot in Frankreich oder das Minarettverbot in der Schweiz
auch hier so aufgeregt geführt werden?
Ich glaube, dass noch immer ein Satz
gilt, den mir ein Pfarrer sagte, der im christlich-islamischen Dialog engagiert
ist: "Wir kennen einander viel zu wenig." Denn die Beziehung zum
Islam bewegt uns ja öffentlich erst seit kurzer Zeit. Man muss einander noch
besser kennen lernen, und dem dienen ja auch solche Diskussionen – selbst wenn
sie kontrovers sind. Die Erfahrungen im Streit um Moscheebauten in Köln und
Duisburg haben aber gezeigt: Man muss die Bürger und die Gläubigen auf allen
Seiten von Anfang an in solche Fragen einbinden. (Interview: Steven Geyer) FR 5
In Hartz-Regionen: Studie zur Auswirkung des SGB II auf Menschen mit Migrationshintergrund
Unter demTitel „Wirkung des SGB II auf
Personen mit Migrationshintergrund“ wurde im Oktober 2009 eine umfangreiche
Studie veröffentlicht, die vom Bundesministerium für Arbeit und Soziales (BMAS)
in Auftrag gegeben worden war.
Insgesamt analysiert die Untersuchung
die Auswirkungen des Sozialgesetzbuchs II und des Arbeitslosengelds II auf
Menschen mit Migrationshintergrund und untersucht, in wie weit sich die Lage
der Unterstützungsbedürftigen mit Migrationshintergrund von ALG-II-Beziehern
ohne Migrationshintergrund unterscheidet. An der Erstellung waren unter anderem
die Universitäten Duisburg und Magdeburg beteiligt, sowie das Zentrum für
Türkeistudien (ZfT) und das Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW).
Weiterhin ist untersucht worden, ob die
Stellen, die mit der Erbringung der Leistung des SGB II befasst sind, auf den
Umgang mit Migranten vorbereitet sind und welche Probleme für die Integration
in die Erwerbsarbeit speziell für diese Gruppe bestehen. Dabei steht die Frage
im Zentrum, ob erwerbslose Menschen mit Migrationshintergrund in gleicher Weise
und im gleichen Ausmaß gefördert werden und noch viel wichtiger, haben die
Förderungen dieselben Auswirkungen?
Die Studie identifiziert rund 28
Prozent der Erwerbslosen als Personen mit Migrationshintergrund, wobei es
zwischen Ost- und Westdeutschland erhebliche Unterschiede gibt. Im Osten
Deutschlands sind lediglich 12 bis 14 Prozent – je nach Erhebungszeitpunkt und
Datenquelle – betroffen, in Westdeutschland sind es 36 bis 39 Prozent. Die
Studie geht davon aus, dass die Zahl der erwerbslosen Hilfsbedürftigen mit
Migrationshintergrund in westdeutschen Großstädten die 50- Prozent-Marke zum
Teil deutlich übersteigt. Insgesamt sind Migranten doppelt so häufig von
Hilfsbedürftigkeit nach dem SGB II betroffen wie Inländer. Die am häufigsten
betroffenen Migrantengruppen nach Herkunft sind türkischer oder osteuropäischer
Herkunft.
Die betroffenen Migranten sprechen im
Haushalt und im Freundeskreis, nach eigener Aussage, seltener Deutsch, als die
Gesamtheit der Migranten, wobei dieser Unterschied bei Frauen deutlicher zu
Tage tritt als bei Männern. Doch sind diese selbst diagnostizierten
Sprachhemmnisse laut der Studie kaum relevant für die Aufnahme von
Erwerbsarbeit, lediglich bei der Gruppe der Zuwanderer aus den ehemaligen
südeuropäischen Anwerbeländern kann eine Erwerbsaktivierung im Zusammenhang mit
ihren Sprachkenntnissen ausgemacht werden.
Die Grundsicherungsstellen vermeiden
weitestgehend eine besondere Erfassung von Menschen mit Migrationshintergrund,
um Stigmatisierungsund Diskriminierungsvorwürfe zu umgehen. Die Stellen
verstehen sich nicht als Bestandteil der Integrationspolitik in Deutschland,
sondern vielmehr als reine arbeitsmarktpolitische Eingliederungsstellen, die
zufällig auf Migranten treffen. Forum Migration Februar
Intergration in Deutschland. Vergesst die Burka!
Selbstverständlich erschwert die Burka
die Sicht, selbstverständlich dient sie dazu, die Persönlichkeit der einzelnen
Frau verschwinden zu lassen, sichtbar soll nur bleiben, aber das wie eine
riesige Blinkanlage: eine Frau, eine Frau, eine Frau.
Als halbwegs vernünftiger Mensch - in
Europa, Asien, Afrika, Amerika und Australien - will man dergleichen nicht
sehen. Darum greifen die Verteidiger der Burka auf religiöse Argumente zurück.
Sie zu akzeptieren ist niemand gezwungen, es sei denn die eine oder andere
Frau, deren Mann, deren Familie, ihr die Burka aufzwingt.
Aber die Zeit der Kleiderordnungen
sollte vorbei sein. Der Staat soll uns nicht vorschreiben, was wir an- oder
ausziehen. Wenn mich der Anblick der Burka stört, muss ich - falls mir mal eine
über den Weg laufen sollte - einen Moment wegsehen. Nicht wegsehen sollte ich,
wenn ich Zeuge werde, wie die Frau gedemütigt oder misshandelt wird. Sei es von
ihrem Mann oder von Burkagegnern.
Selbstverständlich ist der Islam eine
Gewalt predigende Religion. Selbstverständlich hat er sich in kürzester Zeit
nicht friedlich auf dem Erdball verbreitet, sondern mit Feuer und Schwert.
Selbstverständlich beriefen und berufen sich Gewalttäter auf Mohammed und den
Koran. Selbstverständlich haben sie dafür gute Gründe und plausible
Textstellen.
Aber ebenso selbstverständlich gibt es
auch ganz andere Textstellen. Und ganz andere Muslime. Die bilden sogar die
überwältigende Mehrheit. Niemandes Verhalten lässt sich aus einem alten Buch
ableiten. Das eines türkischen Opelarbeiters in Bochum so wenig wie das seines
neben ihm stehenden deutschen Kollegen. Der Christengott hielt fast 2000 Jahre
lang - glaubt man seinen Gläubigen - nichts von Demokratie, Toleranz,
Gleichberechtigung und sozialer Gerechtigkeit. Als diese Begriffe aufkamen,
galten sie einem Großteil der protestantischen und katholischen
Kirchenvertreter für Teufelswerk.
Unsere westlichen Werte sind sehr
jungen Datums. Noch vor 65 Jahren zogen Deutsche durch Europa und ermordeten
nicht nur sechs Millionen Juden, sondern auch Belgier, Franzosen, Polen,
Griechen, Ungarn, Tschechen usw. usw. Und außerdem noch wohl über zwanzig
Millionen Russen. Die westlichen Werte, von denen wir so gerne sprechen, haben
wir nicht, es sei denn wir setzen uns für sie ein. Das tut, wer dafür sorgt,
dass misshandelten Frauen - christlichen, muslimischen, buddhistischen - Auswege
geschaffen werden. Das tut, wer mithilft, der Diskriminierung von Ausländern
ein Ende zu machen.
Dass wir die Burka zum Problem machen,
ist das Problem. Neun Prozent der bundesrepublikanischen Bevölkerung sind
Ausländer. Das sind so wenige, dass keine der im Bundestag vertretenen Parteien
einen Sinn darin sieht, sich zu ihrem Sprecher zu machen. Wie viele
Burka-Trägerinnen gibt es? Sie mögen mir oder Ihnen ein Ärgernis sein, ein
Problem sind sie nicht.
Das Problem sind nicht die Ausländer.
Das Problem sind wir. Wenn man schon pauschal redet, dann muss man sagen:
Integrationsunwillig sind wir. Nicht die Ausländer. Wir sind aufgewachsen in
einer Bundesrepublik, die so rein deutsch war wie noch nie irgendein
Deutschland in der deutschen Geschichte. Dafür hatten Hitler und seine
Helfershelfer, all die Täter und Zuschauer gesorgt. Dieses Erbe der Nazis
hielten wir für normal. Halten viele von uns noch immer für normal. Es war aber
nichts anderes als das Resultat einer gewalttätigen ethnischen Säuberung.
Spanien hat 9,9 Prozent Zugewanderte -
11 Prozent davon übrigens aus Rumänien -, Frankreich 9,6 und die Bundesrepublik
8,9. Deutschland ist wieder angekommen in der europäischen Normalität. Wenn uns
wirklich an Integration gelegen wäre, dann würden wir uns nicht über die paar
Hundert, paar Tausend - niemand weiß es - Burka-Trägerinnen aufregen oder uns
über angeblich fundamentale kulturelle, religiöse, mentale Unterschiede
auslassen, sondern wir würden dafür sorgen, dass z. B. das Ausländerwahlrecht
endlich eingeführt wird.
Wer hier lebt, sollte mitbestimmen können darüber, wie hie