WEBGIORNALE  8-9  Febbraio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Adesso serve una Ue a due velocità  1

2.       La Grecia, l’asilo politico e l’Europa  1

3.       In Italia il permesso di soggiorno ora diventa “a punti”  2

4.       Stranieri, permesso di soggiorno a punti. Avranno la carta solo se si integrano  2

5.       Ma gli italiani vogliono la sanità pubblica anche per i clandestini 2

6.       ICI e italiani residenti all’estero: attenzione alle sanzioni 3

7.       I neonazisti tedeschi potranno distribuire cd di propaganda fuori dalle scuole  3

8.       Italiani all'estero e minori contesi. L’ufficio competente? Il IV della Dgie, alla Farnesina  3

9.       Mae e Jugendamt tedesco. Finalmente arriva la "cooperazione giudiziaria internazionale"  4

10.   Il 15-28 marzo le settimane contro il razzismo. Le iniziative del Consiglio interculturale tedesco  5

11.   L’Enit a Monaco di Baviera per la fiera del tempo libero (f.re.e., 18-22 febbraio) 5

12.   Nel pollaio del Comites di Stoccarda. Spanò (da Wolfsburg) ci mette il naso, ma la Pantano Gasser…   5

13.   Michela Murgia a Monaco di Baviera. Il suo romanzo "Accabadora" esce ora in tedesco  6

14.   Berlino. Protocollo d’intesa con la distribuzione tedesca per i prodotti agroalimentari pugliesi 6

15.   Presentato a Palazzo Chigi il progetto “Il teatro italiano nel mondo”  6

16.   Newsletter dell’on. Laura Garavini su alcuni temi d’attualità  7

17.   La crisi dei debiti pubblici. L’Europa dia subito un segnale forte  7

18.   Lo spazio mediterraneo della mobilità. Frattini alla Conferenza Internazionale di Trieste  8

19.   Nuova Ue, fronte comune contro terrorismo e calamità naturali 8

20.   Europa, castello di bugie  8

21.   I silenzi del presidente Usa. Le leadership affidabile che l’Europa chiede ad Obama  9

22.   Obama e l’Europa mai così distanti. Il divorzio atlantico  9

23.   Vecchi e nuovi “PIGS”. La guerra dei debiti divide l’Occidente  10

24.   Gates: "Risposta iraniana molto deludente. Le sanzioni funzionano se siamo uniti"  11

25.   Le dichiarazioni di Berlusconi in Israele. Liquidazione totale  11

26.   Alternative Information Center, notizie per creare ponti 11

27.   Governo e Santa Sede alle grandi manovre. Berlusconi offre un patto di non belligeranza  12

28.   Alfano: Berlusconi vorrebbe andare ai processi ma è impegnato a governare  12

29.   I leader parlano solo per il consenso  13

30.   Berlusconi-Pd, scontro sulle tasse  13

31.   Grasso: "Subito un decreto o usciranno centinaia di boss"  14

32.   Lotta alla mafia: è un’azione corale, una associazione non basta  14

33.   Idv, Di Pietro confermato presidente. "Basta protesta sterile, pronti a governare"  14

34.   L'Italia dei finti assunti e del lavoro nero  15

35.   Superiori, si cambia: più lingue, meno indirizzi 15

36.   La scuola in saldo e la riforma che non c'è  16

37.   L’italiano da “bell’idioma” a lingua ignorata  16

38.   La riforma Gelmini ancora da rifare  17

39.   Il Risorgimento sotto processo. L'unità d'Italia e i suoi nemici 17

40.   Immigrati, il permesso sarà a punti 18

41.   Permessi di soggiorno, si perderanno punti anche in caso di multa  18

42.   "Sì alle cure per gli immigrati irregolari". Censis, favorevoli otto italiani su dieci 18

43.   Al via la seconda edizione del concorso internazionale "Giornalisti del Mediterraneo"  19

 

 

1.       Klimawandel zwingt Menschen zur Flucht: Bedarf für neue Rechtsinstrumente in der Flüchtlingspolitik  19

2.       Auswanderung. Der dumme Rest bleibt. In Deutschland mehr Abwanderung als Zuzug  19

3.       Integrationsbeauftragte Böhmer. "Kein Muslim verteidigt hier die Burka"  20

4.       In Hartz-Regionen: Studie zur Auswirkung des SGB II auf Menschen mit Migrationshintergrund  21

5.       Intergration in Deutschland. Vergesst die Burka! 21

6.       Integration. Migranten fordern mehr Einsatz von Angela Merkel 22

7.       Ausschreibung. Heimspiel in zwei Welten  22

8.       Obama und Europa. Schleichende Entfremdung  22

9.       Finanzministertreffen in Iqaluit. G 7 sorgen sich wegen bedrängter Euro-Länder 23

10.   Euro-Länder versuchen G7-Partner zu beruhigen  23

11.   Analyse zu Nordirland. Der renovierte Frieden  24

12.   Münchner Sicherheitskonferenz Berlin wertet Mottaki-Offerte als Finte  24

13.   FDP stürzt in Umfrage ab. Hundert Tage Einsamkeit 25

14.   FDP im Sinkflug. Liberale Krisensignale  25

15.   Steuerhinterziehung. Die Bank - Täter hinter dem Täter?  25

16.   Bankdaten. Schäuble ruft Schweiz zur Kooperation auf 26

17.   Hartz-IV-Debatte. Pokern um Arbeitslose  26

18.   Leitartikel. Streik ohne Fantasie  27

19.   Jobcenter-Reform Das kleinere Übel 27

20.   Münchner Sicherheitskonferenz. "Welt ohne Atomwaffen"  27

21.   Charlotte Knobloch vor Ablösung. Brutal und stillos demontiert 28

22.   Zentralrat der Juden vor Generationswechsel 28

23.   Zentralrat der Juden Jetzt redet Knobloch: ''Wofür ich stehe'' 29

24.   Fall Sürücü. Ein Anschlag mit langfristigen Folgen  29

25.   Fünf Jahre danach. Die verlorene Ehre der Familie Sürücü  30

26.   Die Frage der digitalen Generation. Was lassen wir in unsere Köpfe?  30

27.   Film. Der Schwimmer 31

28.   In den Kulissen von Don Camillo und Peppone  32

 

 

 

 

Adesso serve una Ue a due velocità

 

Basta con l’Europa delle quote latte, dei cavilli, delle burocrazie, che va avanti con una costituzione che non c’è e con un governo che non c’è; che ha saputo fare una moneta ma non sa fare una politica economica; che pone ai propri vertici burocrati anziché politici di primo piano.

 

Un’Europa che sembra spesso mettere ipocritamente alla pari colossi come Francia e Germania con Paesi come l’Estonia, i cui abitanti starebbero tutti in un quartiere di Parigi. Se lo scossone assestato dalle difficoltà greche, spagnole e portoghesi alle Borse europee determinerà una svolta che ci allontana dalla falsa normalità di questi anni sarà almeno servito a qualcosa.

 

Ben pochi avrebbero pensato, anche solo un mese fa, che il Vecchio Continente si sarebbe gradatamente spostato verso l’occhio del ciclone economico-finanziario che ci assilla da quasi tre anni e che l’euro si sarebbe rivelato debole e il dollaro incredibilmente forte. Gli europei, che sono certamente vecchi e che troppo spesso per questo si ritengono saggi, guardavano alla crisi americana dall’alto in basso; oggi si trovano platealmente snobbati dal giovane presidente degli Stati Uniti che, sull’onda del rialzo del dollaro, annulla il normale vertice con l’Unione Europea perché con l’Europa non c’è proprio nulla da discutere, perché l’Europa è un interlocutore fantasma. Ci si aspettava che dovesse arrivare l’«ora della verità» per il dollaro e per gli Stati Uniti, e invece è arrivata l’ora della verità per la giovane moneta europea, fino a pochissimi giorni fa sicura della sua forza e ora minata dalla crepa spagnola e dalla crepa irlandese.

 

La crisi delle finanze pubbliche spagnole ha infatti posto in luce una serie di gravi debolezze strutturali della costruzione economica europea. Non esiste alcuna previsione per la possibile uscita - o espulsione - di un Paese dall’area dell’euro; parallelamente non è ben chiaro se, e a quale titolo, altri Paesi o la stessa Banca Centrale possano dare un aiuto finanziario sostanzioso a un Paese in difficoltà. L’Eurostat, cui compete il controllo e l’armonizzazione delle statistiche e dei conti pubblici europei, aveva già denunciato i trucchi contabili di Atene nel 2004, ma non se ne fece nulla. Molte azioni comuni europee aggiungono complicazioni burocratiche, più che portare a vantaggi per produttori e consumatori. Per queste debolezze strutturali, prima ancora che per la forza della speculazione, l’euro si è indebolito in maniera consistente nelle ultime settimane, dando maggior forza alle paure di nuove correnti inflazionistiche che, potrebbero derivare dall’aumento dei prezzi delle materie prime, espressi in dollari oggi più cari.

 

In queste condizioni, qualche forma di «Europa a due velocità» sembra inevitabile. Il vertice franco-tedesco svoltosi due giorni fa a Parigi, che sembrava un incontro quasi di routine, potrebbe essere l’inizio di una rifondazione europea secondo questa linea: non soltanto i due Paesi rappresentano assieme un po’ meno di un terzo della popolazione dell’Unione e un po’ più di un terzo della sua produzione, ma l’Europa, nata dalla paura di una ripresa del loro conflitto storico, potrà essere rilanciata soltanto da una ripresa della loro stretta collaborazione, che data da oltre mezzo secolo e attorno alla quale l’Unione Europea è stata costruita pezzo dopo pezzo.

 

E’ necessario che qualcuno mostri la strada di una vera armonizzazione delle politiche economiche, di un coordinamento delle politiche industriali, anche se non tutti gli altri Paesi potranno o vorranno seguire subito. Un’«Europa a due velocità» potrebbe diventare inevitabile almeno in economia, ed è sembrato di cogliere qualche segnale in tal senso dal vertice parigino. E il «commissariamento» della Grecia deciso a Bruxelles potrebbe essere il primo passo di una nuova politica economica più costrittiva nei confronti dei governi nazionali che non seguano le regole concordate.

 

E l’Italia? Se si sommano popolazione e prodotto lordo italiano a quelli franco-tedeschi si ottiene all’incirca la metà del totale europeo. In questo senso l’Italia potrebbe dare un appoggio importante, limitato però dal peso gravoso del suo debito, a una rifondazione della politica economica europea. Va dato atto ai ministri dell’economia che si sono succeduti nell’ultimo decennio di aver complessivamente gestito in maniera soddisfacente un debito che poteva destabilizzare l’economia e di aver resistito a forti pressioni bipartisan per ogni genere di aumenti di spesa che l’Italia non si poteva permettere.

 

Un’Italia che ha tratto grande beneficio in questi anni tempestosi dall’«ombrello» dell’euro non può che collaborare a turare i buchi che si sono improvvisamente aperti in quest’ombrello, anche perché deve essere conscia della possibilità di divenire essa stessa bersaglio di attacchi speculativi. Se la prima, traballante linea greco-spagnola dovesse scricchiolare ancora, occorrerebbe vigilare strettamente perché il debito pubblico italiano mantenga la sua attuale reputazione; e senza una buona reputazione, il rifinanziamento del debito in scadenza diventerebbe molto più costoso. Per questo, i dati sorprendentemente buoni dei conti pubblici di gennaio sono una manna piovuta dal cielo. Né gli europei né gli italiani possono però vivere di sola manna: invece di schiacciarci sul giorno per giorno, dobbiamo ricominciare con ragionamenti e politiche di lungo periodo. Le sole che possano permetterci di cercare di progettare il nostro futuro anziché subirlo. MARIO DEAGLIO LS 6

 

 

 

La Grecia, l’asilo politico e l’Europa

 

L’ultima edizione – la venticinquesima (29-31.01.2010) - del convegno sul diritto degli stranieri, organizzato annualmente dall’Accademia della Diocesi di Rottenburg-Stuttgart, ha raccolto circa trecento avvocati, giudici, assistenti sociali, politici, dottorandi, agenti di polizia....  intorno al tema: “Europa (ir)raggiungibile”. Gli approfondimenti hanno riguardato tra l’altro il tema dell’integrazione, l’europeizzazione del diritto degli stranieri, i permessi di soggiorno per motivi di lavoro, le politiche e la legislazione europea sull’asilo, le migrazioni irregolari, il sistema europeo di protezione dei confini esterni, i ricongiungimenti famigliari. Gli apporti di Jutta Lauth Bacas - germanista ed etnologa – e di Karl Kopp – referente europeo di Pro Asyl – hanno concluso il convegno offrendo interessanti impulsi. Jutta Bacas, già autrice di uno studio realizzato con migranti greche nel 1995 a Zurigo, è stata impegnata in vari progetti di ricerca sulle migrazioni e lavora attualmente sull’isola di Lesbo. Al convegno ha presentato la problematica del Mediterraneo, cioè dei flussi misti di migranti irregolari e richiedenti asilo che sbarcano nei paesi dell’Europa meridionale, dal punto di vista greco. La Grecia, terra di emigrazione verso gli Stati Uniti (all’inizio del secolo scorso e non solo), l’Australia e il Canada (dopo il 1945), la Germania e altri paesi europei (negli anni ’60), registra solo dalla metà degli anni ’70 - grazie al processo di democratizzazione e all’avvio di una nuova fase di sviluppo economico - una diminuzione delle partenze e i primi arrivi di lavoratori stranieri dal Marocco e dall’Etiopia. A partire dalla fine degli anni ‘80 risultano incrementi più sensibili dell’immigrazione, però nella percezione della popolazione locale la Grecia è rimasta, fino a non molto tempo fa, un paese di emigrazione. Dando uno sguardo alle statistiche degli ultimi cinque anni si deve constatare un aumento assai rilevante dell’immigrazione irregolare: nel 2003 si parla di 51.031 persone, nel 2006 di 95.239, nel 2008 di 146.337 arrivi non autorizzati. Questi numeri comprendono naturalmente anche afgani, somali, ecc. aventi diritto alla protezione internazionale. Anche le richieste d’asilo sono progressivamente aumentate: dalle 8.178 dell’anno 2003 alle 19.884 dell’anno 2008. Numeri rilevanti se si pensa che la Grecia ha una popolazione di soli 11,2 milioni di abitanti, mentre l’Italia, che ha una popolazione di 60 milioni di abitanti (oltre 5 volte più numerosa di quella greca), ha registrato nel 2008 31.200 richieste d’asilo, vale a dire neppure il doppio di quelle greche. Le gravi insufficienze del sistema greco per l’accoglienza dei rifugiati sono state denunciate dalle più diverse organizzazioni nazionali e internazionali fino a condurre diversi stati europei a scegliere – in deroga all’accordo di Dublino – di non rimandare più indietro i richiedenti asilo per i quali sarebbe responsabile la Grecia. Nel frattempo, dopo il cambio al governo dell’ottobre 2009, Spyros Vougias rappresentante del competente ministero, ha disposto – dopo una visita sul posto - la chiusura del campo di detenzione di Pagani sull’isola di Lesbo, dove vivevano centinaia di persone in condizioni disumane (senza acqua corrente, con una toilette per cento persone, una sola ora d’aria al giorno per i minorenni, molti uomini costretti a dormire per terra..) e la costituzione di un gruppo di lavoro per la preparazione di una riforma complessiva del sistema d’asilo. Nonostante gli incoraggianti segnali lanciati dal nuovo governo non sembra probabile che un paese altamente indebitato come la Grecia possa far fronte - da solo - all’accoglienza delle persone bisognose di protezione internazionale, che continuano a riversarsi sulle sue coste in fuga da altre situazioni drammatiche. L’appello è contemporaneamente per una politica europea che tenga conto di questa emergenza e per una politica nazionale che renda possibile una regolarizzazione di molti migranti, a volte finiti nell’irregolarità dopo la risposta negativa alla loro richiesta d’asilo, ma già integrati nella società greca. Michael Lindenbauer dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha espresso una valutazione complessivamente positiva  riguardo la proposta di riforma della normativa europea in materia d’asilo avanzata dalla Commissione Europea. Karl Kopp ha dato poi voce ad una istanza di redistribuzione tra i paesi europei dei richiedenti asilo attualmente in attesa in Grecia. Tra loro vi sono anche migliaia di “minorenni non accompagnati” che non trovano attualmente adeguata protezione. Il richiamo alla solidarietà fra gli stati europei non è un puro invito alla generosità, ma anche una questione di giustizia: i diritti dell’uomo sui quali si regge la convivenza in Europa, non sono infatti solo diritti degli europei – come ricordava efficacemente Monika Lüke, di Amnesty International - bensì diritti di ogni uomo. 

Felicina Proserpio/CSERPE Basilea (de.it.press)

 

 

 

In Italia il permesso di soggiorno ora diventa “a punti”

 

Quota 30 in 3 anni o espulsione. Servirà conoscere l’italiano

 

ROMA - Via libera al permesso di soggiorno a punti. Si dovrà raggiungere quota 30 per mantenerlo, con un sistema di crediti e debiti. La conoscenza della lingua e della Costituzione, ad esempio, daranno punti, mentre la commissione di reati li toglierà. La novità - hanno annunciato i ministri dell’Interno e del Welfare, Roberto Maroni e Maurizio Sacconi che hanno raggiunto un’intesa sul regolamento - sarà contenuta in un decreto che presto andrà in Consiglio di ministri. Critico il Pd, secondo cui la misura farà aumentare gli irregolari.

Il provvedimento disciplina l’accordo di integrazione che lo straniero dovrà obbligatoriamente stipulare al momento della domanda di rilascio del permesso di soggiorno. Con l’accordo l’immigrato si impegna a conseguire durante il periodo di validità del permesso stesso (due anni) una serie di obiettivi: dalla conoscenza della lingua a quella della Costituzione, dall’iscrizione al Servizio sanitario nazionale al regolare contratto abitativo. Tutte “prove” che daranno un certo numero di crediti la perdita dei quali comporta la revoca del titolo di soggiorno, con conseguente espulsione amministrativa dello straniero. La soglia da raggiungere alla fine dei due anni è 30. Se l’immigrato ha un punteggio inferiore, ha un altro anno di tempo per arrivare alla quota richiesto; dopo - se sarà ancora sotto i 30 - scatterà l’espulsione.

«È la legge sulla sicurezza - ha ricordato Maroni - che parla di specifici obiettivi da raggiungere nel giro di due anni con una valutazione da parte degli Sportelli unici per l’immigrazione. Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso il permesso di soggiorno, altrimenti ci sarà l’espulsione». È un sistema, ha aggiunto il ministro, «per garantire l’integrazione: io ti suggerisco le cose da fare per integrarti nella comunità. Se le fai ti do il permesso di soggiorno, se non le fai significa che non vuoi integrarti. Lo applicheremo solo ai nuovi permessi di soggiorno». Per gli eventuali corsi di lingua e altro, ha assicurato Maroni, «non chiederemo soldi agli immigrati, faremo tutto noi, anche per garantire standard uniformi in tutte le province ed avere tutto sotto controllo». L’accordo tra i due ministeri, ha concluso, «sarà tra breve trasformato in un decreto».

Per Livia Turco, responsabile Immigrazione del Pd, «il permesso di soggiorno a punti rappresenterà le forche caudine che ostacoleranno l’integrazione e favoriranno l’irregolarità. In un Paese come l’Italia, dove per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno occorre aspettare più di un anno e dove i corsi di lingua e cultura sono gestiti dal volontariato e dalla Chiesa, non è possibile aspettarsi altro». L’Italia, purtroppo, ha aggiunto, «non è il Canada: se Maroni e Sacconi vogliono imitare il Canada o gli altri Paesi che hanno adottato questo tipo di sistema allora risolvano prima questi problemi e garantiscano tempi certi per i rinnovi dei permessi e corsi di lingua e cultura forniti dalla scuola pubblica». Gianclaudio Bressa (Pd) ha parlato di «scandalosa lotteria sociale i cui giudici imbrogliano in partenza». Im 5

 

 

 

 

Stranieri, permesso di soggiorno a punti. Avranno la carta solo se si integrano

 

Maroni: dovranno dimostrare buona volontà, conoscenza della lingua e della Costituzione - Non potranno commettere reati e dovranno rispettare l'obbligo di istruire i figli  - di ALBERTO CUSTODERO

 

ROMA - Due anni di tempo per imparare la lingua italiana, conoscere la Costituzione e le regole civili del nostro Paese, far studiare i figli, mettersi in regola col fisco. Se l'immigrato che chiede il permesso di soggiorno conquisterà questi obiettivi in 24 mesi quantificati in un punteggio di 30 punti, otterrà la "carta". Se non ci riuscirà (i punteggi scendono in caso di violazione del codice penale), avrà ancora un anno di tempo alla conclusione del quale scatterà, in caso di non raggiungimento del voto finale, l'espulsione. È, questo, il nuovo "accordo di integrazione" fra Stato e immigrati annunciato ieri dai ministri dell'Interno, Roberto Maroni, e da quello del Welfare, Maurizio Sacconi.

 

Questo permesso di soggiorno a punti (sarà introdotto a breve per il rilascio dei nuovi documenti con un decreto), non piace, però, all'opposizione. "Il permesso di soggiorno a punti sarà una forca caudina che ostacolerà l'integrazione e favorirà l'irregolarità", afferma Livia Turco, responsabile Immigrazione del Pd. "L'Italia - ha aggiunto - non è il Canada, nel nostro Paese per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno occorre aspettare più di un anno, i corsi di lingua e cultura sono gestiti dal volontariato e dalla Chiesa, non è possibile aspettarsi altro".

 

Al di là delle perplessità dell'opposizione, la "carta" di soggiorno, dopo i disordini di Rosarno fra popolazione locale e lavoratori stranieri, è la risposta del governo all'emergenza immigrazione. "Nell'accordo - spiega Maroni - sono definiti specifici obiettivi da raggiungersi nel periodo di validità del permesso (entro due anni prorogabili di uno), e una successiva valutazione da parte dello Sportello Unico sul raggiungimento di questi obiettivi: se saranno raggiunti, ci sarà il rinnovo del permesso di soggiorno. In caso contrario, scatterà l'espulsione".

 

È il ministro Sacconi poi a chiarire che chi chiederà il "permesso a punti" sarà "responsabilizzato con diritti e doveri". Fra i doveri, la conoscenza della lingua italiana, l'iscrizione al servizio sanitario, la frequentazione della scuola dell'obbligo per i minori, la trasparenza nei contratti abitativi. Fra i diritti, gli eventuali corsi di lingua e altro, hanno assicurato i due ministri, "non saranno a carico degli immigrati, ma farà tutto lo Stato, anche per garantire standard uniformi in tutte le province ed avere tutto sotto controllo".

 

Alle critiche del Pd ("Essere straniero in Italia - accusa il capogruppo alla Camera, Gian Claudio Bressa - vuol dire essere soggetto a una scandalosa lotteria sociale i cui giudici imbrogliano in partenza. Siamo il Paese più xenofobo d'Europa. Bel risultato, complimenti a Maroni e a Sacconi"), è ancora il titolare del Viminale a replicare. "Questo sistema che stiamo mettendo a punto - sottolinea - garantirà l'integrazione: io suggerisco allo straniero le cose da fare per integrarsi nella comunità. Se le farà, gli darò il permesso di soggiorno, se non le farà, significa che non vuole integrarsi".

 

Sempre in tema di immigrazione, il Consiglio dei ministri ha "bocciato" ieri - ricorrendo alla Corte costituzionale - la legge della Regione Puglia che prevede una serie di interventi agli immigrati presenti a qualunque titolo sul territorio regionale. In questo modo, eccepisce il Governo, la Regione comprende anche gli immigrati privi di regolare permesso di soggiorno. LR 5

 

 

 

 

Ma gli italiani vogliono la sanità pubblica anche per i clandestini

 

Rapporto Censis. Immigrati irregolari al centro di Corso Brunelleschi a Torino

Otto su dieci favorevoli all'estensione dei servizi: "E' un diritto inviolabile". E qualcuno teme il rischio epidemie

 

TORINO - Per l’80% degli italiani anche gli immigrati irregolari hanno diritto alla sanità pubblica. È quanto emerge da un’indagine realizzata dal Censis. Più di 8 italiani su 10 ritengono dunque che anche gli immigrati clandestini o irregolari devono avere accesso ai servizi sanitari pubblici.

 

A volere la sanità pubblica anche per i clandestini è l’86,1% dei residenti al Sud, il 78,7% al Centro, il 78,4% al Nord-Est e il 75,7% al Nord-Ovest. Dello stesso parere oltre l’85% degli italiani laureati, l’83,1% dei 30-44enni e più dell’85% dei residenti nelle città con 30 mila-100 mila abitanti. È alta la quota dei favorevoli anche tra gli italiani più cagionevoli di salute e quindi più bisognosi di cure: l’83,9% di chi dichiara di avere una salute pessima auspica un’offerta sanitaria pubblica estesa anche a clandestini e irregolari.

 

Perchè garantire la sanità anche agli immigrati irregolari? Il 65,2% degli intervistati ritiene che la tutela della salute sia un diritto inviolabile, quindi curare tutti è un atto di solidarietà irrinunciabile. Una scelta valoriale, dunque, che prevale in modo trasversale nel territorio nazionale e nel corpo sociale. È l’opinione soprattutto dei residenti nelle regioni del Mezzogiorno (quasi il 74%) e dei laureati (quasi l’80%). Risalendo la penisola diminuisce la quota di intervistati che parlano della salute come diritto irrinunciabile per tutti, mentre aumentano quelli convinti che occorre assicurare la sanità anche ai clandestini e agli irregolari perchè altrimenti ci sarebbe il serio rischio di epidemie incontrollate. La pensa così poco più del 12% dei residenti al Sud, il 15,4% al Nord-Ovest, il 15,8% al Nord-Est e oltre il 19% al Centro.

 

Questa opinione è diffusa anche tra chi dichiara di avere una salute pessima (e utilizza di più le strutture sanitarie) e tra chi possiede un basso titolo di studio. Al contrario, meno del 20% degli italiani è contrario a garantire l’accesso al Servizio sanitario nazionale a clandestini e irregolari. Si tratta di poco più del 24% dei residenti al Nord-Ovest, del 24,8% delle persone con basso titolo di studio, di oltre il 24% di chi vive nelle grandi città, con più di 250 mila abitanti. Solo per il 13% degli intervistati, clandestini e irregolari non hanno diritto alla sanità perchè non pagano le tasse; per poco più del 5% perchè fanno aumentare i costi della sanità. La popolazione immigrata è mediamente più giovane e in salute di quella italiana. Per il momento gli stranieri utilizzano meno le strutture sanitarie (si stima in circa il 65% la quota degli stranieri presenti sul territorio italiano iscritti al Servizio sanitario nazionale), che per loro significano soprattutto Pronto soccorso (il 5,7% vi si è recato negli ultimi tre mesi rispetto al 3,3% degli italiani) e ricoveri d’urgenza, piuttosto che prevenzione e visite specialistiche. Per il futuro, una maggiore integrazione degli immigrati comporterà anche livelli più alti di tutela della loro salute, in linea con gli standard degli italiani: occorre preparare quindi, afferma il Censis, il Servizio sanitario nazionale in termini di risorse e di competenze. LS 5

 

 

 

 

ICI e italiani residenti all’estero: attenzione alle sanzioni

 

Sulla vicenda dell'esenzione dal pagamento dell'ICI relativamente agli italiani residenti all'estero, molto è stato detto e scritto. Per quanto concerne il pagamento dell'ICI per il 2009 occorre fare delle precisazioni in grado di fornire risposte ai tanti concittadini emigrati che non hanno ancora versato l'imposta.

Premesso che in base alla normativa vigente, nonché dei chiarimenti forniti dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, gli italiani residenti all'estero e proprietari di abitazione in Italia sono tenuti a pagare l'ICI.

La normativa in questione risulta poco chiara, se non in palese contraddizione, poiché se da un lato è riconosciuta l'applicazione della sola detrazione di base (per altro già in vigore dal 1993), riconoscendo con ciò l'abitazione quale alloggio principale ad uso proprio, dall'altro si nega tale riconoscimento ai fini dell'esenzione come sancito dalla legge che ha abolito l'ICI sull'abitazione principale. Si scontano evidentemente gli errori commessi da questo Governo che ha negato pervicacemente il diritto dei cittadini italiani residenti all'estero ad essere trattati al pari degli italiani che risiedono in patria.

A complicare questo quadro già di per sé fumoso, vi è stata l'emanazione da parte di molti Comuni di delibere che in base ai propri regolamenti hanno applicato l'istituto “dell'assimilazione ad abitazione principale” delle unità immobiliari possedute dagli italiani residenti all'estero, i quali non hanno pertanto versato l'ICI dovuta. Tali delibere sono state emanate in particolare nella prima fase, vale a dire subito dopo l'entrata in vigore del decreto e della successiva legge di conversione dell'abolizione dell'ICI sulla prima casa.

Ma il Dipartimento delle Finanze ha emanato il 4 marzo 2009 una risoluzione (n. 1) con cui ha fornito ulteriori indicazioni inerenti le delibere ed i regolamenti adottati dai comuni, che di fatto esclude dall'esenzione dell'ICI le abitazione degli italiani residenti all'estero, prevedendo inoltre da parte del Ministero delle Finanze l'impugnazione degli atti comunali e il conseguente recupero del credito da parte dei comuni nei confronti di quanti non avevano versato il tributo per l'anno 2008.

Resta ora da vedere quale sarà il comportamento dei Comuni, ma una cosa è certa occorre mettere ordine in un quadro normativo che non mette il contribuente nella condizione di poter avere una chiara visione degli obblighi fiscali da ottemperare.

Tutti gli italiani all'estero proprietari di un'unità immobiliare in Italia il cui comune di riferimento non aveva deliberato l'assimilazione erano tenuti al pagamento dell'ICI entro il 16 dicembre 2009 onde evitare di essere sanzionati. Se non si è provveduto entro tale data vi è la possibilità di "ravvedersi", entro 30 giorni, pagando una sanzione del 2,5% dell'imposta dovuta, oltre al 3% annuo di interessi in proporzione al ritardo di pagamento. Se invece il versamento ICI viene effettuato entro un anno dalla scadenza prevista, la sanzione, alla quale si devono aggiungere  gli interessi legali maturati, arriva al 3%. De.it.press

 

 

 

I neonazisti tedeschi potranno distribuire cd di propaganda fuori dalle scuole

 

Berlino - Il partito neonazista tedesco (Npd) è stato autorizzato dall'ufficio per i giovani a distribuire gratuitamente davanti alle scuole un cd di sua produzione. Lo scrive oggi il quotidiano Suddeutsche Zeitung. Il cd contiene interviste a membri del Npd e di cantanti simpatizzanti intervallate da 12 brani di gruppi dai nomi evocativi come Divion Germania o Noie Werte (nuovi valori).

 

Secondo la direttrice dell'ufficio per i giovani, Elke Monsenengberding, i suoi collaboratori non hanno trovato nessun motivo valido per impedire la distribuzione del cd. Il contenuto, ha assicurato, è la semplice espressione di opinioni politiche.

 

Esponenti del Npd hanno espresso sul loro sito soddisfazione per questa decisione che permette al partito «di continuare a portare le sue idee presso le scuole, i giovani, i primi elettori».

 

Lo scorso novembre lo stesso ufficio per i giovani aveva vietato la vendita ai minori dell'ultimo album del gruppo metal tedesco Rammstein per via di una canzone apertamente sadomasochista. Im 6

 

 

 

 

 

Italiani all'estero e minori contesi. L’ufficio competente? Il IV della Dgie, alla Farnesina

 

Roma - A chi si può rivolgere un genitore italiano, se suo figlio rimane coinvolto in un caso di sottrazione internazionale di minore? ItaliachiamaItalia ha girato la domanda al ministero degli Affari esteri, per avere una risposta attendibile e ufficiale, al di fuori di qualsiasi colore politico.

Le uniche indicazioni che si ottengono dal Mae, però, sono di carattere generale. Ogni caso rappresenta una storia a parte e le spiegazioni fornite dal ministero vanno poi applicate ai casi specifici. In particolare, se si parla di Jugendamt. Questa struttura, infatti, fa parte dell’ordinamento giuridico tedesco ed è proprio la sua natura ad impedire un ipotetico intervento da parte delle autorità italiane.

 

È possibile, casi specifici a parte, che all’interno del ministero degli Affari esteri non esista un ufficio preposto a sostenere gli italiani che si trovano in questa situazione? La risposta alla prima domanda che, a vostro nome, abbiamo posto al Mae è più semplice del previsto. L’ufficio competente è l’Ufficio IV - Cooperazione giudiziaria internazionale, questioni legali, tutela e protezione dei cittadini italiani all’estero - della Direzione generale degli italiani all’estero.

 

L’ufficio svolge numerose seguenti attività di tutela e protezione dei cittadini italiani all’estero: ricerche di connazionali; prestiti con promessa di restituzione e rimpatri consolari, rimpatri sanitari, profughi italiani, traslazione salme, visite mediche fiscali, assistenza ai familiari di detenuti italiani all’estero, legalizzazioni, successioni, pensioni di guerra; sottrazione internazionale di minori; cooperazione giudiziaria internazionale civile e penale; estradizioni; trasferimento dei detenuti; rogatorie civili e penali; comunicazione di arresti; notifiche civili, penali ed amministrative; trasmissione di atti extragiudiziari.

E, in concreto, a chi può rivolgersi il genitore italiano di un minore illecitamente condotto all’estero dall’altro genitore? La spiegazione del Mae è precisa. Se lo Stato in cui il minore è stato condotto è parte della Convenzione dell’Aja del 1980 o destinatario del regolamento CE n. 2201/2003, l’autorità centrale designata per l’Italia è il dipartimento di Giustizia minorile presso il ministero di Giustizia. Negli altri casi il genitore deve rivolgersi direttamente al ministero degli Affari Esteri, se residente in Italia, e alle rappresentanze diplomatico-consolari competenti, se residente all’estero.

Se un genitore italiano, a cui è stato sottratto il figlio minore, decide di seguire le indicazioni del ministero, che tipo di assistenza può ricevere? Le rappresentanze diplomatico-consolari possono sensibilizzare autorità od organismi locali, seguire l’azione delle autorità di polizia per ricercare il minore sottratto, effettuare tentativi di conciliazione tra le parti, effettuare visite consolari al minore conteso, consigliare legali di fiducia e sostenere le loro azioni, esercitare i poteri di giudice tutelare nella persona del Console e, infine, presenziare alle udienze che riguardano gli interessi e i diritti del minore.

Come può il genitore italiano  prevenire la sottrazione del figlio minore? Secondo il ministero, nei casi di coppie miste, è opportuno informarsi sulle disposizioni in materia di affidamento e diritto di visita vigenti nello  stato di appartenenza (o di residenza) dell’altro genitore, provvedere al riconoscimento del provvedimento di affidamento del minore in proprio favore ottenuto in Italia (o nel Paese di residenza) nello stato di appartenenza dell’altro genitore, ovvero avviare direttamente in quello stato analoga procedura, chiedere al giudice tutelare di vietare l’espatrio del genitore straniero senza il consenso dell’altro, allorché si sia ottenuta la custodia legale del minore e verificare che il divieto risulti iscritto nelle liste di frontiera, verificare che il genitore non affidatario non abbia ottenuto l’iscrizione del figlio sul proprio passaporto senza consenso, allorché l’affidamento sia congiunto, o che non abbia ottenuto un passaporto di altra nazionalità per il minore.

Infine, il ministero precisa quali sono i casi in cui lo Stato italiano parla di sottrazione internazionale di minore: quando il minore è stato illecitamente condotto all’estero ad opera del genitore non esercente l’esclusiva potestà sottraendolo dal luogo di residenza abituale, quando il minore non viene ricondotto nel suo Paese di residenza abituale dal genitore non esercente l’esclusiva potestà in violazione del diritto di affidamento o del diritto di visita. Barbara Laurenzi, Italia chiama Italia 1

 

 

 

 

 

Mae e Jugendamt tedesco. Finalmente arriva la "cooperazione giudiziaria internazionale"

 

Ora le rappresentanze diplomatico-consolari presenzieranno alle udienze che riguardano gli interessi e i diritti del minore. Fino ad oggi i tribunali  prevedevano la presenza politica tedesca tramite lo Jugendamt, ma lasciavano fuori consoli e/o rappresentanti del Consolato italiano

 

Gentile Redazione, vi scrivo a nome mio e degli altri genitori aventi dei figli con un tedesco/a per ringraziarvi dello spazio dedicato a questo problema e delle domande poste al Ministero, con la speranza che vorrete continuare a seguirci. 

 

Purtroppo, come da voi stessi evidenziato (vedi articolo sopra, ndr), siamo ancora ben lontani dal ricevere risposte concrete e quindi anche lontani dalla risoluzione di un problema che potrà dirsi concluso, non quando i genitori si saranno rassegnati – inumano pretenderlo da un genitore -, ma quando i minori deportati saranno rientrati nella giurisdizione italiana.

Il Mae cita giustamente il Regolamento CE n. 2201/2003. Questo regolamento si basa sul riconoscimento delle sentenze straniere in Italia, basandosi sulla reciproca fiducia. Vanno fatte almeno quattro osservazioni:

 

1 – La fiducia non è reciproca in quanto la giurisdizione tedesca pretende il riconoscimento in Italia delle sue decisioni, ma non riconosce quelle italiane. In altre parole, i bambini italiani condotti illecitamente in Germania, restano legalmente in Germania. Quelli condotti legalmente in Italia diventano illegali.

 

2 – Detto regolamento prevede che un minore abbia due genitori. In Germania - e basta leggere attentamente i codici tedeschi - il minore ha tre genitori. Lo Jugendamt, terzo genitore e giudice politico, svolge inoltre una funzione di controllo statale sull’operato dei giudici tedeschi affinché nessun bambino lasci mai quella giurisdizione.

 

3 – Detto regolamento prevede tre tipi di diritti: potestà genitoriale, affido, visita. Le decisioni tedesche che giungono in Italia riportano invece un’infinità di altri diritti, peraltro non presenti neppure nei codici tedeschi, che vengono quindi tradotti, a seconda delle circostanze, in uno o nell’altro dei tre diritti del regolamento. Anche in questo caso, per assicurare che il minore resti o torni in Germania. A questo scopo ed in questo modo diventa inoltre più facile falsificare le traduzioni.

 

4 – L’applicazione delle decisioni tedesche è contraria all’ordine pubblico ed alla leggi della Repubblica Italiana. Mi limiterò a citare due motivi sempre ricorrenti:

 

a  – i bambini mandati in Germania crescono completamente privi del genitore non-tedesco (mamma o papà), non lo possono più vedere, non gli possono parlare liberamente, non possono avere più nessun contatto con la famiglia non-tedesca. Crescono monolingui, orfani di un genitore, pur vivente, e questo in perfetta legalità (tedesca). Il genitore straniero rappresenta un pericolo per la germanizzazione del minore che potrebbe, se mantenesse i contatti, decidere un giorno di lasciare la Germania. I minori che non si rassegnano vengono “calmati” con psicofarmaci, di preferenza inibitori della memoria.

 

b - i figli di genitori non sposati non hanno in Germania il diritto alla bigenitorialità, infatti i padri di questi bambini, pur avendoli riconosciuti, non hanno per la legge tedesca nessun diritto. La Corte Europea per i Diritti umani ha condannato la Germania per l’ennesima volta il 3 dicembre 2009 per questo motivo. La reazione tedesca ha confermato la volontà di non voler cambiare assolutamente nulla.

Questo regolamento prevede il riconoscimento e l’applicazione delle decisioni tedesche in Italia, ma obbliga allo stesso modo l’Italia e gli altri paesi europei a non riconoscere e non applicare le decisioni di un paese che non siano conformi al Diritto europeo. Le decisioni di giustizia familiare tedesca non lo sono. L’Italia è pertanto obbligata a non applicarle.

Nei casi degli Italiani in Germania e dei minori in casi di separazione, ma non solo (anche alle coppie unite di stranieri vengono sottratti i bambini senza altro motivo che il poter pensare di trasferirli all’estero), non si può assolutamente parlare di “sottrazione internazionale”. Si tratta di far fronte ad un sistema, quello tedesco, che lavora utilizzando ogni mezzo, incluso l’inganno e la falsificazione, per affidare i figli al genitore tedesco. Questo avviene sia se il genitore straniero resta in Germania, sia se il genitore non-tedesco si rende conto delle violazioni dei suoi diritti fondamentali, cerca di opporsi  e, constatando che in Germania semplicemente non ha diritti, cerca protezione nel suo paese, in questi nostri casi, l’Italia.

Conoscere il “modus operandi” che ci viene spiegato dal Ministero è molto importante nei casi di sottrazioni internazionali, ma non serve a nulla se si vogliono risolvere i problemi con la Germania, cioè tutelare effettivamente  i propri connazionali di fronte ad uno Stato che dissimula le sue sistematiche violazioni, dando loro parvenza di legalità.

Se lo “Jugendamt fa parte del sistema giuridico tedesco e per sua natura impedisce l’intervento da parte delle autorità italiane” è proprio da qui che bisognerà partire, perché siamo in Europa ed ogni Stato ha il dovere di tutelare i propri concittadini e di far rispettare, almeno dagli altri Stati europei, cioè dalla Germania, i diritti fondamentali e le Leggi dell’Unione Europea.

E’ invece con piacere che leggiamo che è prevista una “cooperazione giudiziaria internazionale”: fino ad ora è stato risposto a tutti gli italiani, me compresa, che competenti erano solo il tribunale, il giudice, lo Jugendamt  tedeschi. Siamo quindi impazienti  di sapere come si concretizza questa cooperazione giudiziaria internazionale, senz’altro di fondamentale importanza. Auspichiamo udienze nella quali siano presenti, non solo il giudice tedesco, ma anche uno italiano.

Allo stesso modo ci fa molto piacere sapere che da ora le “rappresentanze diplomatico-consolari presenzieranno alle udienze che riguardano gli interessi e i diritti del minore”. Fino ad oggi infatti i tribunali d’oltralpe prevedevano la presenza politica tedesca tramite lo Jugendamt, ma lasciavano fuori consoli e/o rappresentanti del Consolato italiano, proprio nelle udienze relative ai minori. Se il Console Generale avesse potuto presenziare all’udienza relativa ai miei figli - udienza durante la quale il giudice ha semplicemente deciso di non voler decidere -  senz’altro lo Jugendamt ed i suoi collaboratori non avrebbero osato dire che i miei figli avevano una visione eccessivamente positiva dell’Italia, o che, per via dell’accento, sarebbero stati discriminati nella scuola italiana, né mi avrebbero rimproverato di parlare in italiano con loro. Forse avrebbero anche nascosto che in Germania i miei bambini, perfettamente bilingui,  erano stati inseriti nelle classi per stranieri.

Le stesse strumentalizzazioni a senso unico, sempre e solo in favore dell’interesse tedesco, avvengono anche con i procedimenti penali che i tedeschi, abusando palesemente del trattato di Schengen, aprono contemporaneamente ad ogni procedimento civile, sulla base di semplici sospetti, criminalizzando il genitore straniero che potrebbe, un giorno, commettere un delitto. In altre parole si fa imprigionare preventivamente chi, la settimana prossima, potrebbe tentare di rubare una mela. D.ssa Marinella Colombo, Italiachiamaitalia

 

Ulteriori informazioni sull’argomento sul video di Famiglia Cristiana  al sito:

http://video.google.com/videoplay?docid=1334937612292010856&hl=it#  (ndr)

de.it.press

 

 

 

 

Il 15-28 marzo le settimane contro il razzismo. Le iniziative del Consiglio interculturale tedesco

 

Hannover – Giovanni Pollice, presidente del Consiglio interculturale tedesco e direttore del Dipartimento politiche migratorie presso la segreteria nazionale del sindacato IG BCE, annuncia i preparativi per le Settimane internazionali contro il razzismo, che si svolgeranno, in Germania e in Europa,  dal 15 al 28 marzo. L’iniziativa, che intende sensibilizzare i cittadini sul tema della discriminazione, si svolge nell’ambito della Giornata internazionale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali promossa dalle Nazioni Unite il 21 marzo, in cui si ricorda l’uccisione a Sharperville, nel 1960, di 69 manifestanti pacifici da parte della polizia sudafricana. Il materiale informativo legato agli appuntamenti sostenuti dal Consiglio interculturale tedesco è stato preparato quest’anno in più lingue. Per richiederlo o consultarlo è disponibile il sito: www.internationale-wochen-gegen-rassismus.de.

Giovanni Pollice auspica un largo coinvolgimento degli italiani all’evento annuale, visti anche i recenti fatti di cronaca legati al fenomeno migratorio avvenuti nel nostro Paese. (Inform)

 

 

 

 

 

L’Enit a Monaco di Baviera per la fiera del tempo libero (f.re.e., 18-22 febbraio)

 

Un’occasione importante per presentare al mercato tedesco un ricco spaccato dell'offerta turistica italiana

 

Monaco di Baviera - L'Enit offrirà una vetrina dell'Italia turistica al f.re.e., di Monaco di Baviera, in programma dal 18 al 22 febbraio. In uno stand di 503 metri quadri, nel quale saranno ospitate 12 Regioni (Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle d'Aosta, Basilicata), oltre a 10 spazi personalizzati dedicati a privati appartenenti al Club Italia, l'Italia ritorna come una delle mete turistiche preferite dai tedeschi.

 

Nell'ambito della manifestazione sono previste diverse attività promozionali collaterali, come le conferenze stampa dell' ATL Lazio e della Regione Campania /APT Salerno.

 

La f.re.e., con oltre 100.000 visitatori, un'area dedicata di 79.000 metri quadri e oltre 1.600 operatori è la fiera più importante del settore nella Germania bavarese, specializzata nella presentazione di pacchetti per la vacanza attiva e outdoor. L'ENIT presenterà il Padiglione Italia nella sezione dell'esposizione riservata al leisure.

 

Il turista tedesco è costantemente alla ricerca di una vacanza su misura, all'interno di strutture ricettive di qualità medio alta in grado di offrire servizi diversificati, di un territorio che metta a disposizione mare, montagna, sport, cultura. Un territorio dal clima mite, spesso da visitare in bassa stagione, alla ricerca di golosità enogastronomiche, enoteche e cantine aperte tutto l'anno. La combinazione di questi elementi, accostati in una unica destinazione, trasforma il nostro Paese nella meta vincente tra le preferenze dell'esigente e attento pubblico teutonico. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Nel pollaio del Comites di Stoccarda. Spanò (da Wolfsburg) ci mette il naso, ma la Pantano Gasser…

 

Stooccarda - Continua su ItaliachiamaItalia il dibattito sulle vicende del Comites di Stoccarda. Da Wolsfburg interviene Mario Spanò: secondo alcune dichiarazioni di Mario Caruso, consigliere del Com.it.es di Stoccarda (vedi webgiornale di ieri, 5-7 febbraio, ndr), “ci sarebbe da parte di alcuni membri – scrive - la volontá che il Com.it.es venga commissariato, per continuare ció che hanno fatto finora su enti scolastici e sui vari enti in tutta la circoscrizione. Caruso denuncia l`improvviso voltafaccia di alcuni consiglieri per impedire la rielezione del presidente. Purtroppo da quello che si sente a Stoccarda sembra che a fare il doppio gioco sia proprio il Sig.Caruso. La sua intenzione di appoggiare il Sig. Virga il quale insieme al Dott. Conte milita nella lista del Pd, pone a noi tutti molti interrogativi.

Se il Sig. Caruso fa parte del PdL (Alleanza Nazionale) dovrebbe avere interesse a far votare come Presidente del Com.it.es un membro del suo partito. E invece no. Qui si potrebbe pensare ad un voltafaccia causato da convenienze politiche. Ma quali? Consegnare il Com.it.es nelle mani di un ennesimo dirigente Pd, e nello tempo essere im prima persona candidato a Coordinatore del PDL in Germania.

Ed é qui che si capisce la presunzione di Caruso nel dire che “con il suo Patronato ENAS puó fare tanti tesserati da mettere tutti gli altri referenti del PDL K.O.”

Qui la democrazia va a farsi benedire, così come il comportamento dell`On. Di Biagio il quale dovrebbe adottare metodi piú democratici per eleggere nuovi Coordinatori e non soffermarsi su persone del suo partito (Alleanza Nazionale) senza guardare ai meriti e le attivitá degli altri.

E inutile dire che ci opponiamo alla eventuale nomina di Caruso a Coordinatore, anche perché Caruso sembra non avere le idee chiare su quale direzione politica prendere e lo dimostra il fatto che le riunioni del Com.it.es sono alquanto insoddisfacenti quando si tratta di prendere decisioni serie.

Ora che ci sarebbe la possibiltá di eleggere finalmente un Presidente/Commissario del  Com.it.es del Popolo della Libertá a Stoccarda  il Sig. Caruso – conclude Spanò - preferisce andare contro corrente”.

A lui risponde Angela Pantano Gasser, membro Comites di Stoccarda, che si chiede:

“quale sarebbe, secondo lui, ‘la parte sana dei membri Comites di Stoccarda?”. E ribalta le accuse: “visto che sono chiamata in causa, vorrei rispondere al signor Caruso, ricordandogli che se c'è una persona ‘effettivamente dipendente’, questa persona è proprio lui! Ed è pure voltabandiera: quante volte nel Comites di Stoccarda ha votato contro la nostra lista, alla quale lui dovrebbe appartenere e nella quale lui è stato eletto? Quante volte ha votato per questa maggioranza raffazzonata, dove gli interessi individuali e privati prevalgono sugli interessi della comunità?

La mia proposta di presentare come presidente Pasquale Vittorio era del tutto provocatoria ed in contrapposizione alla proposta di "Virga Presidente", sostenuta dallo stesso Caruso, in quanto da anni il Comites è bloccato proprio da quegli stessi elementi, che oggi, atteggiandosi a grandi strateghi politici, a parole ne reclamano la funzionalità.

Quindi, che Caruso non parli a vanvera! Qui cerca solo di salvare la sua pelle (politicamente parlando) – conclude la signora Pantano Gasse -  poiché tutti ormai sanno del suo comportamento a dir poco ‘sconcertante’, tanto per usare le sue parole”.

Non sarà sicuramente l’ultimo intervento. Il Comites di Stoccarda da l’impressione di un grande pollaio, dove tutti si sentono dei galli. Sarà anche così, ma è più utile accordarsi su uno, e lasciarlo lavorare. Se poi razzola alla meno peggio, é sempre meglio dell’attuale situazione di stallo, che va solo a gonfiare le file di quanti vogliono l’abolizione totale dei Comites. Appunto perché finiscono per essere – per fortuna sono pochi casi - dei semplici pollai! (de.it.press)

 

 

 

 

Michela Murgia a Monaco di Baviera. Il suo romanzo "Accabadora" esce ora in tedesco

 

Monaco di Baviera - La manifestazione con la scrittrice sarda Michela Murga avrà luogo giovedì 25 febbraio, alle ore 19,30, presso Lyrik-Kabinett, nella Amalienstr. 83A, a Monaco di Baviera. La lettura del suo ultimo romanzo "Accabadora" avverrà  nelle due lingue, cioè in italiano ed in tedesco. L’ingresso è a pagamento (9/7 €), ed i biblietti sono disponibili solo presso Itallibri, alla cassa, la sera della manifestazione (tel. 272 99 441)

 

Michela Murgia è nata a Cabras, Oristano, nel 1972. Nel 2006 ha pubblicato "Il mondo deve sapere", diario tragicomico di un mese di lavoro vendendo al telefono aspirapolveri a casalinghe per conto di una grande multinazionale americana, che ha ispirato il film di Paolo Virzì "Tutta la vita davanti" (Gasteig, 27.2., Vortragsaal der Bibliothek). Nel 2009 ha pubblicato il romanzo "Accabadora", Einaudi, che ora esce da Wagenbach in tedesco (trad. Julika Brandestini).

 

Tzia Bonaria Urrai ha preso con sé Maria, quarta figlia femmina di madre vedova, facendola crescere e chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Eppure in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi c'è un'aura misteriosa. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre. LL, LR/de.it.press

 

 

 

 

 

Berlino. Protocollo d’intesa con la distribuzione tedesca per i prodotti agroalimentari pugliesi

 

Berlino - Un protocollo d’intesa con la Grande Distribuzione Organizzata tedesca per la promozione dei prodotti agroalimentari pugliesi. Lo ha annunciato venerdì alla Fruit Logistica di Berlino, in una conferenza stampa organizzata con l’Istituto per il Commercio Estero, l’Assessore alle Risorse agroalimentari della Puglia, Dario Stefàno, che ha illustrato alla stampa italiana ed europea proprietà e cifre dei prodotti agroalimentari pugliesi, sulla cui qualità e tracciabilità l’Assessorato ha inteso imprimere un’azione più marcata.

Prodotti conosciuti ed apprezzati già dal mercato tedesco, tanto che La Puglia è la prima Regione del Mezzogiorno, la seconda in Italia dopo l’Emilia, ad esportare prodotti agroalimentari in Germania, primo Paese destinatario dell’export agricolo italiano e pugliese fra gli Stati dell’area euro. Il comparto pugliese, inoltre, rappresenta un quinto dell’ortofrutticoltura nazionale: il 70% dell’uva italiana proviene proprio dalla Puglia così come un terzo dei pomodori dei cavolfiori e dei carciofi. Una regione dinamica che ha saputo innovarsi, come testimoniano le 5700 imprese biologiche già operanti che fanno della Puglia la seconda regione italiana sul fronte bio.

I contatti già avviati con alcune grandi catene distributive tedesche del settore "Food", interessate ad assorbire ancora di più i prodotti regionali, non solo dell’ortofrutta, si concretizzeranno in un protocollo. È già stato fissato un incontro per fine mese a Bari tra l’Assessorato ed alcuni referenti della GDO tedesca, utile a definire le modalità operative di promozione dei prodotti dell’agroalimentare pugliese nei punti vendita tedeschi.

"Abbiamo voluto legare la presenza istituzionale della Regione Puglia nella più importante vetrina dell’ortofrutta mondiale ad un obiettivo strategico ben preciso", spiega l’assessore Stefàno, "quello di rafforzare ancora di più la presenza dei prodotti agroalimentari pugliesi nel nostro mercato di riferimento principale, quello appunto tedesco. L’idea", aggiunge Stefàno, "è quella di replicare su "scala europea", l’iniziativa di grande successo fatta ad ottobre con la GDO italiana per l’uva da tavola. Le innovazioni introdotte ed assai apprezzate dai produttori pugliesi e gli importanti risultati conseguiti con quell’accordo, hanno confermato, infatti, che si tratta di un modello che possiamo, anzi dobbiamo replicare per tutto il paniere dei prodotti pugliesi. Il protocollo consentirà di vendere nei punti vendita tedeschi i prodotti pugliesi, non solo ortofrutticoli. E ciò sarà un concreto supporto per i nostri produttori che potranno rafforzare le quote del proprio export".

"Il Made in Puglia sprigiona appeal, piace", conclude l’assessore, "ed il mercato dimostra di apprezzare la qualità dei nostri prodotti tipici. E proprio in questa direzione va tutta la nostra recente attività finalizzata a legare il Marchio Prodotti di Puglia alla certificazione della filiera e della tracciabilità, che dovranno essere rigorosamente pugliesi". (aise)  

 

 

 

 

Presentato a Palazzo Chigi il progetto “Il teatro italiano nel mondo”

 

Il sottosegretario Gianni Letta introduce l’evento ideato nell’ambito delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia

 

Roma – Presentata venerdì mattina, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, “Il teatro italiano nel mondo”, prima iniziativa ufficiale approvata dal Comitato di coordinamento per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia che prevede una serie di eventi culminanti in un Festival teatrale nella città di Firenze, previsto nel maggio 2011.

  “Si tratta di un appuntamento capace di coniugare la centralità di Firenze nella storia italiana con la lingua e il teatro, uno dei cardini della diffusione della nostra cultura all’estero -  ha detto, aprendo l’incontro con la stampa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Gianni Letta, ricordando inoltre l’intento che le celebrazioni si prefiggono di “far conoscere il processo unitario e il risultato dell’unità nazionale che oggi viviamo”. “Nei prossimi due anni l’auspicio è che il sentimento di appartenenza nazionale si rafforzi – aggiunge Letta - alla luce della conoscenza della nostra comune storia”.

  Ad illustrare le caratteristiche del progetto Maurizio Scaparro, regista e critico teatrale, ideatore e direttore dell’evento curato dall’Ente Teatrale Italiano nella città di Firenze – con il suo storico Teatro Della Pergola – e non solo. “Sin dai prossimi mesi, in preparazione del Festival vero e proprio, - ha spiegato Scaparro – l’obiettivo sarà quello di realizzare un censimento degli spettacoli di autori teatrali rappresentati nel mondo, nelle ultime tre stagioni”. Questa analisi costituirà un lavoro propedeutico alla scelta delle esibizioni del Festival sul Teatro italiano a Firenze – come già ricordato, previsto nel maggio 2011 – in cui spettacoli di autori italiani classici e contemporanei saranno messi in scena in prima assoluta da registi e attori provenienti da diversi Paesi, nelle rispettive lingue. Si costituirà in contemporanea un archivio audiovisivo della memoria del teatro italiano nel mondo dal Risorgimento ad oggi e un archivio multimediale degli attori italiani per un dizionario biografico progettato dall’Università di Firenze in collaborazione con il Miur.

  Sempre nel periodo del Festival, con l’obiettivo di coinvolgere quanto più possibile i giovani nel progetto artistico cittadino, è in programma anche un Campus internazionale universitario sul teatro italiano e sulle lingua italiane del teatro, mentre a fine 2010 un allestimento renderà omaggio ad una delle attrici di teatro italiane più note: Eleonora Duse.  Una serie di iniziative saranno dedicate al teatro d’infanzia con un progetto su Carlo Collodi a la sua creatura universalmente conosciuta, Pinocchio.

  Scaparro propone inoltre, nel 2011, in 20 città europee e del Mediterraneo, in primo luogo, che ospitano sedi degli Istituti Italiani di Cultura, l’affiancamento ai corsi di lingua italiana svolti di corsi di teatro italiano e laboratori di commedia dell’arte. “Con questo progetto Firenze diverrà un punto di incontro tra registi e attori di primo piano – aggiunge Scaparro – per rafforzare il trinomio cultura-lavoro-giovani che ancora non è stato segnalato sufficientemente e può invece generare importanti opportunità specie in un periodo di grave difficoltà economica”.

  Il sostegno del Ministero per i beni e le attività culturali al progetto è stato ribadito dal direttore generale dello Spettacolo del vivo, Salvatore Nastasi, mentre Giuseppe Ferrazza, presidente dell’ETI, ha rimarcato l’interessamento  nei confronti di un’iniziativa che sposa in pieno l’intento di promozione del teatro italiano nel mondo che l’ente stesso vuole assumere.

  Sostegno – non solo economico – è stato fornito dall’Ente Cassa di risparmio di Firenze, mentre il sindaco della città Matteo Renzi ha ribadito il patrocinio del comune ad un’iniziativa “che rappresenta una grande opportunità, non solo di visibilità e accoglienza, ma anche per poter finalmente immaginare di costruire un futuro all’altezza del nostro straordinario passato”.

  Gianni Letta ha infine ricordato l’apprezzamento all’iniziativa espresso dal Comitato di coordinamento per le celebrazioni, in sintonia con quello manifestato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. (Viviana Pansa-Inform)

 

 

 

 

Newsletter dell’on. Laura Garavini su alcuni temi d’attualità

 

Il legame Stato-mafia, i ricercatori italiani all’estero, lo "scetticismo" Veneti nel Mondo sulla riforma Comites/Cgie e il pericolo di impegnare ditte mafiose nella ricostruzione dell’Abruzzo dopo il terremoto

 

Berlino - Care democratiche e cari democratici in Europa, nella maggioranza c’è qualche anima indipendente? Qualcuno che non è servile agli ordini di Berlusconi? Qualcuno che ha il coraggio di opporsi insieme a noi dell’opposizione al tentativo di Berlusconi di distruggere lo stato di diritto per salvaguardare i suoi interessi? In Parlamento, questa settimana, non ho visto nessuno. Tutta la maggioranza, anche la Lega, ha detto sì alla vergognosa legge sul legittimo impedimento. Noi del Pd abbiamo dato battaglia per due giorni. Nel mio intervento in aula ho denunciato “una legge che serve solamente al Presidente del Consiglio per scappare un'altra volta dai suoi processi”. La legge sul legittimo impedimento non è nient’altro che un lodo Alfano mascherato. L’ultimo di noi a parlare è stato Bersani. Ha fatto un intervento straordinario. Applausi da brivido alla fine, tutta l’opposizione in piedi. Vale la pena rivederselo nella sezione video della Camera. I tg ne hanno fatto vedere 15 secondi appena.

Ciancimino e il legame Stato-mafia. Ho parlato dell’ultima legge vergogna di questo Governo anche in un dibattito televisivo su Rai 3/RaiNews 24. Abbiamo discusso del legame tra Stato e mafia alla luce delle dichiarazioni di Ciancimino jr. Le sue affermazioni (preoccupanti!) devono venire verificate dai magistrati. Ciò che è molto grave è che parti della maggioranza adesso vogliono introdurre una norma anti-pentiti. Significherebbe affossare la legge che ha reso possibile quasi tutti i grandi processi contro le mafie, dalla morte di Falcone e Borsellino in poi. Il pericolo mafia era anche al centro di una conferenza stampa della SPD a Düsseldorf a cui sono stata invitata a partecipare. Insieme ai colleghi della SPD abbiamo denunciato le attività internazionali delle mafie italiane. Negli ultimi anni sono stati catturati in Germania 12 ‘ndranghetisti del pericolosissimo clan di San Luca. Nella sola regione del Nord Reno-Westfalia sono stati confiscati 2,5 milioni di euro alle mafie italiane. La Spd ha lanciato l’appello al Governo tedesco affinché non sottovaluti questo pericolo.

 

Ricercatori italiani all’estero. Il Governo li vuole?. Questo Governo non ha nessunissimo interesse ad offrire una seria possibilità ai nostri ricercatori all’estero per partecipare all’importante programma "Montalcini". I tempi stretti per la presentazione delle domande sono stati fatti su misura per quelli che hanno la "fortuna" di poter contare su contatti personali o legami di parentela nel mondo accademico italiano. Viva il clientelismo, ancora una volta! In stretto contatto con i nostri bravissimi ricercatori Francesco Cerisoli, residente in Olanda, e Mauro Degli Esposti di Manchester ho presentato una interpellanza urgente sul Programma per Giovani Ricercatori. Il Governo, come sempre, si è chiuso a riccio e ha deciso: niente prolungamento dei tempi di presentazione – un prolungamento che avrebbe aiutato i nostri ricercatori all’estero a mettere le loro capacità a disposizione delle università e degli istituti di ricerca italiani. Ma il Governo non ne vuole sapere.

Riforma Comites e Cgie, le associazioni sono scettiche. L’associazionismo è vivo ed è una risorsa culturale importante per gli italiani nel mondo. Noi del Pd facciamo bene a dargli l’attenzione che gli spetta. Solo se siamo in grado di parlare a tutte le realtà degli italiani all’estero possiamo rimanere ciò che siamo da anni: la forza politica più grande fra i connazionali nel mondo. A Verona si sono incontrati i veneti nel mondo, anche per denunciare duramente il piano del Governo sulle chiusure di diversi Consolati in Europa e nel mondo. Hanno il pieno sostegno di noi deputati del Pd eletti all’estero. Così come ce l’hanno nella loro critica alla riforma di Comites e Cgie, attualmente in discussione in Senato con la benedizione del Governo.

Terremoto in Abruzzo. Grazie al Governo le mafie guadagnano. Tanti italiani, anche all’estero, hanno dato un loro contributo per la ricostruzione in Abruzzo dopo il terremoto. Adesso c’è il pericolo che in questa ricostruzione ci guadagnino tante ditte mafiose – a causa di una sanatoria del Governo che elimina retroattivamente il reato di subappalto non autorizzato. Ho denunciato questo scandalo in Parlamento. Nelle prime verifiche eseguite fra le ditte impegnate nella ricostruzione in Abruzzo sono state rilevate ben 132 posizioni non corrispondenti agli obblighi previsti dalle norme sugli appalti. A nome del gruppo del Pd ho presentato un’interpellanza su queste rivelazioni. Ma il Governo si nasconde, continua a raccontare la favola che in Abruzzo tutto fila liscio. On. Laura garavini, De.it.press

 

 

 

La crisi dei debiti pubblici. L’Europa dia subito un segnale forte

 

Superata la fase più pericolosa della crisi finanziaria mondiale del settore privato originata da una concezione monetaria lassista della politica americana, ha preso avvio la crisi della finanza pubblica che si è accollata parte del debito delle banche e delle grandi finanziarie multinazionali per impedire conseguenze più gravi sull’occupazione e sul benessere dei cittadini. Ma vi è di più. Alla base dell’iceberg vagante della finanza pubblica della Grecia non ci sono solo gli effetti della crisi globale, ma anche quelli legati alla rivelazione della reale consistenza del debito pubblico, che ha causato una crisi di credibilità su tutti i Paesi in analoghe condizioni.

Il problema di una dimensione eccessiva del debito pubblico è oggi comune a molti Paesi ed è stato avvertito da tempo dalle pubbliche autorità, le quali però, ancora una volta, si sono limitate a preannunciare una generica exit strategy, senza prepararsi ad affrontare casi come quello della Grecia. Le società di rating hanno inviato uno warning (avvertimento) perfino agli Stati Uniti, mettendoli in guardia sul fatto che, se non trovano una soluzione convincente per l’enorme crescita del loro indebitamento pubblico, saranno costrette a rivedere il triple A, ossia la valutazione massima assegnata da sempre ai loro titoli di Stato. Il mercato, inoltre, ha letto Grecia, ma ha pensato Portogallo, Spagna, Irlanda, pronta ad allargare la rosa dei sospettati. Le notizie che si sono susseguite dalla dichiarazione di insolvenza della finanziaria Dubai World hanno creato nuove tensioni sul mercato e, insieme ai contrasti per le nuove regole bancarie e finanziarie, hanno alimentato la speculazione al ribasso facendo arretrare per ammontari consistenti i valori di Borsa.

C’è da sperare che il vertice dei ministri finanziari di Iqualit in Canada non si limiti a scagliarsi contro la speculazione, minacciando ferro e fuoco e, tanto per cambiare, maggiori tasse. I più saggi hanno compreso che la speculazione è alimentata dai bassi tassi dell’interesse e, pertanto, se vogliono combatterla devono cambiare politica monetaria piuttosto che regole. La riduzione delle quantità di moneta si scontrerebbe però con la necessità di largheggiare nel credito per far riprendere gli investimenti, mentre l’innalzamento dei tassi dell’interesse ufficiali causerebbe una crisi ancora più grave nella finanza pubblica per le conseguenze sui deficit di bilancio derivanti dai maggiori oneri che graverebbero sull’indebitamento degli Stati.

Appare sempre più chiaro che non è possibile salvare capra e cavoli, come hanno tentato di fare. Come appare anche evidente che il problema più urgente non è quello dei nuovi regolamenti, pur sempre necessari, ma di lavorare sulle condizioni che creano gli iceberg vaganti come quello greco.

Non è ancora possibile tornare al privato, per la natura stessa dei problemi (troppa moneta che alimenta la speculazione e troppo debito pubblico che alimenta nuove crisi finanziarie) e, pertanto, occorre stringere le maglie della cooperazione internazionale; ad esempio - e sempre che sia possibile - rilanciando il ruolo politico del Fondo Monetario Internazionale, come proposto dal nostro ministro dell’Economia. La forma più efficace sarebbe la concessione di garanzie che fungano da scudi protettivi per l’attuazione di seri piani di rientro dagli squilibri dei bilanci pubblici, delle bilance dei pagamenti, dei rapporti di cambio e dei tassi dell’interesse. La reazione positiva del mercato al comunicato del G20 di Londra dello scorso anno, nel quale gli Stati dichiararono di voler procedere ad attuare politiche monetarie e fiscali “non convenzionali” per affrontare il diffondersi del contagio, è la più chiara testimonianza dell’apprezzamento che ricevono dagli operatori le iniziative coordinate, ancorché dosate dai singoli Paesi secondo necessità.

Sarebbe ingenuo sottovalutare il peso degli egoismi nazionali nell’ostacolare siffatti accordi; ma se l’Unione Europea e notamente l’euroarea, essendo la comunità di Stati più interessata a una convergenza politica trovasse il modo di attuare sistemi di garanzia per il debito pubblico dei Paesi-membri, di controllo del cambio estero dell’euro, di adattamento dei tassi dell’interesse alle condizioni esterne e di aggiustamento degli squilibri interni di bilancia commerciale, manderebbe un segnale forte all’analogo accordo che dovrebbe subentrare tra Cina e Stati Uniti sugli stessi temi. A quel punto una nuova Bretton Woods sarebbe possibile e, con essa, anche una nuova regolamentazione bancaria e finanziaria che non sommi problemi a problemi.

Questo è il quotidiano che, per l’autorevolezza dei suoi giornalisti e collaboratori, ha sempre condotto una campagna di sollecitazione dell’unione politica europea, non limitandosi ad avanzare auspici, ma indicando soluzioni concrete. Ci attendiamo che qualcuno raccolga i nostri inviti a prendere posizione in un’Europa che ha avuto, ma non ha ancora assimilato, le grandi lezioni dalla storia, che gli altri ignorano per i loro vani desideri di grandeur. PAOLO SAVONA IM 7

 

 

 

Lo spazio mediterraneo della mobilità. Frattini alla Conferenza Internazionale di Trieste

 

Trieste - Il rafforzamento del porto di Trieste si inserisce nel quadro di un potenziamento delle infrastrutture italiane, per collegare l’Europa con la sponda sud del Mediterraneo. “Un bell’esempio di sistema Italia, in cui pubblico e privato lavorano insieme”, ha sottolineato il Ministro Franco Frattini nel corso della Conferenza Internazionale sulla mobilità nel Mediterraneo, a Trieste (4-5 febbraio), a proposito del progetto dello sviluppo del porto giuliano presentato da Unicredit.

Per Frattini “è necessario attirare investimenti e occasioni per riempire di contenuti di questa importante piattaforma spiegando ai nostri interlocutori della riva sud del Mediterraneo che l'autostrada del mare che arriva a Trieste è assolutamente più conveniente e più veloce di quella che circumnaviga l'Europa e arriva fino a Rotterdam".

Alla base di queste valutazioni c’è la convinzione del Ministro che l'asse Adriatico-Baltico sia “l’asse emergente nei trasporti internazionali”. Su questo tema, infatti, il prossimo mese di maggio, ad Ancona, ci sarà un incontro con i Paesi dell'area baltica. “Per realizzare questo corridoio - ha spiegato Frattini - vanno eliminati tutti i colli di bottiglia e in primis quelli rappresentati dal Semering e Koralm in Austria". E il progetto per il porto di Trieste, ha spiegato, va proprio in questa direzione.

La piattaforma portuale e logistica mediterranea, ha ricordato Frattini, “tallona ormai quella atlantica”. Ha recuperato, dalla metà degli anni Novanta, circa dieci punti al Mare del Nord e, nello stesso periodo, ha aumentato il traffico container in media di oltre il 10% l'anno, rispetto ad una media mondiale ferma al 6%. Oggi, il solo Canale di Suez inietta da solo più traffico verso l'Europa che tutto l'Oceano Atlantico. A questi grandi cambiamenti “si aggiunge il crescente dinamismo economico e demografico della sponda sud del Mediterraneo, verso cui l'Italia ha consolidato la posizione di primo partner commerciale europeo e l'Ue ha confermato il ruolo di principale donatore”. E la Conferenza di Trieste si è proposta di “offrire una nuova progettualità italiana all'ambizioso processo dell'Unione per il Mediterraneo”.

De.it.press

 

 

 

Nuova Ue, fronte comune contro terrorismo e calamità naturali

 

Tra le tante novità del trattato di Lisbona ce n’è una che merita di essere sottolineata soprattutto perché corrisponde a quel tentativo di rafforzare l’immagine di un’Europa più vicina ai bisogni, ai problemi dei cittadini tanto necessaria per debellare il morbo dell’“euroscetticismo”.

Si tratta della decisione dei “Ventisette” di aumentare la capacità collettiva di risposta ai terremoti e alle altre calamità naturali che colpiscono i rispettivi Paesi. Finora gli interventi di soccorso erano affidati ad iniziative bilaterali, ma ora il quadro operativo è destinato a cambiare rapidamente.

I termini della cooperazione comunitaria e le sue prospettive sono fissati in due distinte clausole: la prima (titolo XXIII) sottolinea che «l’Unione incoraggia la cooperazione tra gli Stati membri al fine di rafforzare l’efficacia dei sistemi di prevenzione e di protezione dalle calamità naturali o provocate dall’uomo», sostiene e completa l’azione degli Stati membri a livello nazionale e promuove «una cooperazione operativa rapida ed efficace all’interno dell’Unione tra i servizi di protezione civile nazionali».

La seconda, definita “clausola di solidarietà”(titolo VII del trattato) ha un raggio d’azione più ampio e sottolinea che l’Unione e gli Stati membri agiscono congiuntamente in uno spirito solidale «qualora uno Stato membro sia oggetto di un attacco terroristico o sia vittima di una calamità naturale o provocata dall’uomo».

In questo caso l’Ue è chiamata a mobilitare tutti gli strumenti di cui dispone, inclusi i mezzi militari messi a disposizione dagli Stati membri, per prestare assistenza ad un partner sul proprio territorio. Un soccorso che si applica sia nel caso di attacco terroristico sia in quello di calamità naturali. Dunque: il combinato disposto tra le due nuove clausole che prescinde dagli aiuti umanitari regolati altrove consentirà l’avvio di un’immediata azione di soccorso in caso di necessità. Questo significa che nella sciagurata ipotesi ci dovessero essere altre emergenze come, ad esempio, quella dell’Aquila, dovrebbe scattare una risposta di aiuto collettiva da parte dell’Ue senza ritardi, sovrapposizioni o duplicazioni.

Naturalmente toccherà alla nuova Commissione, non appena si sarà insediata dopo il voto del Parlamento europeo, affrontare la questione sul piano legislativo e su quello operativo.

A Bruxelles, la portavoce del presidente, la danese Pia Ahrenkild-Hansen, ha confermato che il “dossier protezione civile” sarà una priorità del collegio presieduto da Barroso e che l’obiettivo è quello di mettere a punto un corpo europeo di reazione rapida in grado d’intervenire nei soccorsi in stretto coordinamento con i governi dei Paesi membri.Naturalmente, gli Stati nazionali non rinunciano ai controlli su qualunque tipo d’intervento che dovrà avere il loro placet preventivo; ma l’istituzione di una task force europea per le calamità naturali potrà rappresentare una svolta nell’organizzare tempestivamente i soccorsi e quindi per salvare vite umane. di PAOLO CACACE Im 5

 

 

 

 

Europa, castello di bugie

 

In un mondo che sta mutando in profondità e a ritmi rapidissimi, l’Europa ha una reputazione forse immeritata ma non lontana dalla realtà.

Appare come potenza addormentata, che non partecipa alla storia del presente, capace solo di adombrarsi quando è trascurata e non consultata. Non l’ha svegliata la fine della guerra fredda. Non sono bastate a destarla le vicissitudini di un dominio americano sul mondo che da unipolare che era dopo l’89, si è infranto prima in guerre fallimentari, poi nella crisi finanziaria del 2008.

 

Crisi che perdura, che ha accelerato l’emergere di nuove potenze (Cina, India, Brasile), che ha scalfito il primato non solo dell’America ma dell’Occidente.

Questi eventi erano occasioni straordinarie di risveglio, che gli europei tuttavia hanno sistematicamente mancato. La tendenza a ripetere lo stesso errore significa che c’è del metodo, nella loro follia: più precisamente, c’è l’abitudine a vivere in illusioni che son dure a morire e scambiate con la realtà. Non si spiega altrimenti il malcontento imbronciato con cui i governi hanno reagito alla sfida che lunedì è venuta da Washington: Obama non avrebbe intenzione, dopo esperienze deludenti, di recarsi al vertice euro-americano di Madrid convocato in aprile dalla presidenza spagnola dell’Unione. Come bambini schiaffeggiati, gli europei fanno il muso: Obama  si dicono tutti allibiti  ci tratta come se non esistessimo. Avevamo tanto sperato in lui ed ecco che si disinteressa all’Europa: è segno che il suo mito è finito, fallito. «C’era una volta Obama», scrivono i commentatori ignorando, in unisono con i governi, la bolla di menzogne in cui l’Europa vive.

 

Se non fossero ignari è il contrario che scriverebbero: «C’era una volta l’Europa», prima che il sonno la sommergesse. Dovrebbero ringraziare Obama, che denunciando la malattia invita il continente a divenire la potenza che non vuol essere. Ma il risveglio è difficile, in Paesi che di bugie lusinghiere si nutrono: sull’economia, sull’America, su se stessi. Delle molte chimere che dominano in Europa a due anni dalla crisi, quella che riguarda l’America non è l’unica ma è tra le più nefaste.

 

La malattia europea è oggi fatta di cecità. Cosa non capiamo, precisamente, della crisi? Non ne capiamo la natura perché chiudiamo gli occhi alle mutazioni che essa suscita, sia economiche sia politiche. Non vediamo il mondo post-americano, post-atlantico, che sta emergendo: mondo di cui Obama è espressione. È questa incomprensione che ci rende, agli occhi statunitensi, poco interessanti: noi stessi siamo incapaci di curiosità, di un interessamento che vada oltre l’utile immediato. Lo spiega con lucidità un opuscolo scritto nel novembre scorso da Jeremy Shapiro e Nick Witney per il Council of Foreign Relations creato in Europa dalla Fondazione Soros.

 

L’avvento di Obama nasce dalla coscienza di questo mondo post-americano.

Nuove potenze salgono grazie alla crisi, non più occidentali. Vecchie industrie faticano a sopravvivere e innovare, in continenti ricchi destinati comunque a crescere di meno.

La potenza americana non dismette la propria forza, ma la sua leadership è deteriorata. Chi denuncia il declino di Obama non vede che il declino oltrepassa la sua persona ed è un fenomeno che proprio lui si trova a dover governare. Il suo presunto disinteresse all’Europa nasce da qui: il Presidente constata che questa consapevolezza non esiste in Europa. Che da noi regna una nostalgia della perduta stabilità atlantica, della vecchia indiscussa egemonia Usa. I vertici istituzionalizzati Europa-Usa sono manifestazioni, ai suoi occhi, di quest’immobile rimpianto: sono luoghi dove non si discutono le cose essenziali, per il semplice fatto che l’Europa come soggetto non vuole esistere. Luoghi dove sulla sostanza prevale il processo, caro agli europei: i lunghi elenchi di temi, il parlare che elude l’agire.

 

Deluso dal precedente vertice di Praga, Obama teme che anche la riunione di Zapatero finisca in un processo di Madrid.

Il fastidio del Presidente dice qualcosa di importante su di noi, più che su di lui. Dice la nostra incapacità di proposte, e di difendere interessi e convinzioni con un’unica voce governante, non con relazioni bilaterali privilegiate. Dice l’immensa paura europea d’un conflitto con Washington: conflitto vissuto alla stregua d’una colpa anche da finti riottosi come la Francia. Dice la stasi di un continente che non sa entrare nell’era post-americana, né riconoscere come l’Europa non sia più cruciale per la sicurezza Usa. Dipende dagli europei se Obama ricorre a gesti indisponenti per dire, ai sordi volontari, verità ineludibili: la guerra fredda è finita; alla vecchia alleanza atlantica tenete più voi che noi.

 

La minaccia americana di snobbare l’Europa potrebbe essere un’occasione preziosa, per smettere le illusioni e costruirsi un destino. Se è vero che Obama è stanco dell’Europa proteiforme che gli si accampa davanti con una sfilata di rappresentanti in competizione fra loro, vuol dire che urge un’unità più stretta, anche più antagonista. In una lettera a Van Rompuy, il Presidente che guiderà il Consiglio europeo nei prossimi tre anni e che per giovedì ha convocato un vertice d’urgenza, il liberale Guy Verhofstadt dice allarmato che è l’ora di accelerare l’integrazione, e di guardare in faccia il mondo che muta: un mondo in cui la forza appartiene alle Unioni vaste e non agli inutilizzabili Stati-nazione.

 

Non vedere il mondo post-americano va di pari passo con la cecità fronte a uno sconquasso che non è solo economico ma politico. Non c’è praticamente governo europeo che dica ai propri elettori il vero stato delle cose: che spieghi come la crisi sarà lunga, come nulla sarà come prima perché proprio quel prima ha condotto al disastro. Vediamo in questi giorni come il nascondimento della verità contamini anche i discorsi sulla crisi dell’auto.

È così anche nei rapporti con l’America. Shapiro e Witney sono espliciti: non è colpa degli Stati Uniti ma degli europei, se la discussione s’insabbia. All’origine c’è l’affastellarsi di quattro grandi illusioni.

 

L’illusione di poter ricavare qualcosa da rapporti bilaterali o dalla Nato, piuttosto che dalla nascita d’un rapporto Unione-Usa. L’illusione che l’Europa resti cruciale per la sicurezza Usa. L’illusione che gli europei possano affermarsi considerando l’armonia atlantica un fine in sé, un feticcio, quando proprio di dispute c’è bisogno perché l’America ascolti.

L’illusione infine che l’America veda nell’Europa un’intelligenza superiore, anche se inattiva. È l’illusione  scrivono gli autori  che ebbero i Greci nell’impero romano, fino a quando si accorsero che Cicerone li chiamava, spregiativamente, graeculi.

 

Alla base di queste chimere c’è quella riguardante lo Stato-nazione.

«Dopo l’attentato alle Torri e la crisi del settembre 2008  scrive Verhofstadt  è nato un nuovo ordine mondiale, impietoso con le (ormai sorpassate) illusioni nazionali di gran parte degli Stati europei». I fatti lo confermano: nelle politiche già comunitarie (commercio, concorrenza, moneta) l’Europa è potente, udibile, ascoltata. Non lo è affatto nei settori che gli Stati custodiscono con sovranità che sono simulacri. Verhofstadt è convinto che, se l’Unione avesse avuto un unico leader, al vertice di Copenhagen sul clima la catastrofe sarebbe stata minore.

 

Il rapporto con l’America è analizzato severamente da chi oggi chiede più Unione: l’Europa è accusata di voler sempre compiacere e sempre ingraziarsi Washington, con relazioni privilegiate da cui ci si aspettano ricompense che  Blair lo sa  non giungono mai. Difendere i propri interessi col muso duro, agire indipendentemente in Medio Oriente, meditare sulla guerra afghana senza farne un capitolo dei rapporti euro-americani: questo è ricominciare la storia.

 

Il sonno è confortevole, pensano gli europei. Meglio aspettare che la tempesta passi: «Calati juncu ca passa la china», càlati giunco ché passa la piena, dice il motto mafioso fatto proprio dai governi dell’Unione. Sarkozy ha ostentato indifferenza, giovedì, dopo un incontro con Angela Merkel: «Dov’è il dramma se Obama non viene?». Il guaio è che il dramma persiste, anche se il giunco si piega. L’Europa rischia l’irrilevanza. Rischia di essere un continente messo fuori gioco in irresistibile declino. È quello che accadrà, se non si sveglia in tempo. BARBARA SPINELLI

LS 7

 

 

 

 

I silenzi del presidente Usa. Le leadership affidabile che l’Europa chiede ad Obama

 

La notizia che Obama avrebbe intenzione di snobbare il vertice fra Stati Uniti ed Unione Europea fissato per il prossimo maggio ha sconvolto le cancellerie europee. Il fatto merita di per sé attenzione perché, per tradizione, questi incontri hanno visto la partecipazione dei presidenti americani anche nei momenti più difficili delle relazioni transatlantiche, come ai tempi della guerra in Iraq.

La spiegazione più accreditata di tale atteggiamento è che la diplomazia americana si trovi disorientata di fronte alla nuova complicata struttura dei vertici dell’Unione Europea in conseguenza dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona.

Quest’interpretazione contiene certamente una parte di verità perché nessuno sa ancora con precisione chi dovrebbe essere l’interlocutore diretto di Obama, se cioè il presidente di turno dell’Unione Europea, cioè lo spagnolo José Luis Zapatero, oppure il presidente permanente Herman Van Rompuy o, in caso di un braccio di ferro tra i due, il presidente della Commissione José Manuel Barroso.

Anche se questa situazione non aiuta, non ritengo che lo scarso entusiasmo di Obama verso il continente che più lo ama sia un evento nuovo o inaspettato. Ben più rilevante è stato il fatto che, mentre si celebrava l’avvenimento politico più importante degli ultimi decenni, cioè la caduta del muro di Berlino, Obama non era a fare festa in Germania insieme ai suoi più stretti e tradizionali amici, ma era in viaggio in Cina. Un viaggio che aveva ancora più alimentato l’idea che ci si muovesse rapidamente verso il G2, cioè verso un mondo controllato da un’alleanza di ferro fra gli Stati Uniti e la Cina. Una tesi naturalmente rafforzata dalla mutua dipendenza che si è venuta creando fra il debito americano e la crescente quota di tale debito in mani cinesi. Invece è arrivato lo scontro fra Cina e Stati Uniti nella grande conferenza sull’ambiente di Copenhagen ed infine un confronto diretto in conseguenza della fornitura di armi americane a Taiwan, riaccendendo improvvisamente un conflitto che si era andato attenuando negli ultimi anni e che molti stavano pronosticando in via di soluzione.

Non è facile comprendere perché Obama abbia autorizzato questa massiccia vendita di armi facendo infuriare il governo cinese proprio nel momento in cui ha più bisogno di avere rapporti amichevoli per meglio superare la gravissima crisi finanziaria in cui si trova. È vero che Obama si è tenuto una via d’uscita negando a Taiwan la vendita di alcune armi particolarmente sofisticate, come i così detti aerei invisibili, ma è davvero singolare notare come nel primo anno di presidenza nessun grande problema di politica internazionale sia stato risolto o affrontato in modo da alleggerire le terribili tensioni che aveva ricevuto in eredità dalla precedente presidenza. Le tensioni in Medio Oriente, Afghanistan, Iraq, i complicati rapporti con la Russia si aggiungono ora ad un messaggio di indifferenza verso l’Europa e a un raffreddamento nei confronti della Cina.

Presi ad uno ad uno tutti questi comportamenti sono largamente comprensibili e ragionevoli ma, considerati in un quadro d’insieme non possono che causare almeno un senso di disorientamento.

Il presidente, che era arrivato al potere con l’obiettivo di essere il grande aggregatore della politica mondiale e che aveva dato forza a questo obiettivo con i meravigliosi discorsi che gli hanno fatto attribuire il premio Nobel, appare ora come disorientato e forse temporaneamente sopraffatto dai grandi problemi di politica interna, che spaziano dalla riforma sanitaria alla difficile strategia d’uscita dalla crisi economica.

I fili della politica internazionale, invece di semplificarsi, si aggrovigliano di giorno in giorno, erodendo quel patrimonio di fiducia che Obama si era meritatamente conquistato.

Indubbiamente un anno è un periodo di tempo troppo limitato per trasformare un fallito tentativo di solitario controllo del mondo in una politica in cui gli Stati Uniti si propongono come punto di equilibrio di una regia multipolare con una pluralità di protagonisti, tra cui non possono mancare la Cina, l’India, la Russia e, con tutti i suoi limiti, l’Unione Europea. Obama si è reso conto delle conseguenze dell’eccessiva e intenibile estensione del potere americano nel mondo ma non ha ancora deciso come porvi rimedio.

A distanza di un anno, non riusciamo ancora a individuare quale siano le strategie e le priorità di Obama per raggiungere gli obiettivi contenuti nei suoi discorsi. In ogni caso non credo che possa permettersi di snobbare i vecchi e fedeli amici senza preparare e costruire alternative credibili e, soprattutto, comprensibili.

Anche se il mondo non può più essere monopolare abbiamo tuttavia bisogno che gli Stati Uniti esercitino la loro importantissima leadership con chiarezza, con continuità e anche, se possibile, con una certa prevedibilità. ROMANO PRODI IM 5

 

 

 

 

Obama e l’Europa mai così distanti. Il divorzio atlantico

 

La visita di Silvio Berlusconi in Israele non è stata solo un successo personale del premier italiano. Non ha soltanto ribadito agli israeliani (e ai loro nemici), ma anche all’opinione pubblica italiana, che il deciso schieramento dell’Italia a fianco del «più grande esempio di democrazia e libertà del Medio Oriente» rappresenta — come ha osservato giustamente Peppino Caldarola sul Riformista — la più forte discontinuità di politica estera fra i governi del centrodestra berlusconiano e tutti i precedenti governi italiani.

Quella visita, che dà ulteriore forza alla posizione energica assunta sulle questioni della difesa di Israele e del nucleare iraniano dal cancelliere tedesco Angela Merkel, ha anche varie implicazioni di politica internazionale. Soprattutto, contribuisce a segnalare all’Amministrazione Obama che la distratta negligenza con cui il presidente ha trattato gli storici alleati europei dell’America nel suo primo anno di governo è stata forse uno dei suoi più gravi errori politici (da cui non sembra abbia voglia di emendarsi, come dimostrerebbe, se venisse confermato, anche il recente annullamento della sua visita in occasione del prossimo vertice, fissato per maggio, fra Unione Europea e Stati Uniti).

Noi europei, per lo più con ragione, siamo soliti lamentarci di noi stessi, della nostra incapacità di darci quel tanto di coesione necessaria per parlare al mondo con una sola voce (continua a mancare quel numero telefonico unico che Henry Kissinger non trovava quando voleva comunicare con l’Europa). E sappiamo che questo stato di cose durerà probabilmente ancora per generazioni, se mai finirà. Inoltre, è più che lecito, e anche Obama ha ragione a farlo, rimproverare gli europei per la loro mancanza di nerbo quando si tratta di concorrere con l’America a fronteggiare le minacce. I tanti «no», soprattutto tedeschi e francesi, alla disperata richiesta di Obama di un maggiore impegno in Afghanistan, stanno lì a dimostrare di quanta poca determinazione alcuni dei principali Paesi europei siano dotati quando ci sono in gioco questioni cruciali per la sorte del mondo occidentale, come il contenimento dell’islamismo radicale o la stessa sopravvivenza della Nato.

Detto tutto il male che si può dire dell’Europa, resta però il fatto che Obama, fin dai primi giorni del suo insediamento, ha probabilmente sbagliato i calcoli. Ha pensato che fosse ormai tempo di ridimensionare il peso e il ruolo di quella speciale «relazione transatlantica » fra Stati Uniti ed Europa, che è stata, per cinquant’anni, uno dei pilastri della stessa potenza americana nel mondo. Non si è reso conto che se andasse in pezzi la «comunità euro-atlantica», il declino americano, comunque in atto (un declino che spaventa tanti e rallegra tanti altri) potrebbe solo subire un’accelerazione. Nonostante i suoi continui omaggi al multilateralismo, Obama è stato fin qui altrettanto «unilateralista » del suo predecessore Bush. Ha pensato che i vecchi alleati democratici fossero solo un ingombro, non un punto di forza, per le relazioni internazionali dell’America.

Come ha osservato Robert Kagan in un recente scritto molto critico sull'attuale Presidenza, la svalutazione delle relazioni euro-atlantiche da parte di Obama discende, almeno in parte, da una visione che, volendo liquidare l'eredità wilsoniana (la tradizione di interventismo democratico che si fa risalire al presidente Woodrow Wilson) in tutte le varianti, assume l'alleanza e il rapporto privilegiato con le democrazie (europee, ma non solo) come non più vitale per gli interessi dell'America. Per Obama, nel suo primo anno di Presidenza, era invece vitale solo cercare intese realistiche con chiunque (persino all'Iran è stata tesa la mano, ed è stata ritirata solo perché gli iraniani l'hanno morsa) sulla base dell'irenico, e sbagliato, presupposto che sia sempre possibile mettersi d'accordo, trovare comunque una convergenza su interessi comuni. Gli esiti non sono stati fin qui brillanti.

Il rapporto privilegiato che Obama pensava di stabilire con la Cina (il G2) non ha soltanto spaventato altri Paesi asiatici (come l'India), è anche stato privo di buoni frutti. I cinesi hanno detto «no» a tutte le richieste americane (il viaggio di Obama a Pechino fu per molti versi umiliante). Adesso fa la voce grossa (forniture d'armi a Taiwan, scontro su Internet, visita preannunciata del Dalai Lama a Washington), ma sapendo bene di non poter rompere con il principale creditore dell'America. L'indecisione strategica è evidente. Così come è evidente nel caso dell'Iran. Si è passati da una fase in cui, alla ricerca di chissà quali concessioni del regime iraniano, si scelse di non sostenere la rivolta popolare, a una fase in cui si torna a un atteggiamento duro e deciso (sperando che la Russia, ma soprattutto la Cina, non impediscano un'azione concertata della comunità internazionale contro il nucleare iraniano).

La grande forza dell'America, dopo la seconda guerra mondiale, è sempre consistita nel fatto che, pur trattando e negoziando con le tirannie, essa non perdeva di vista l'importanza del suo rapporto privilegiato con le altre democrazie, europee in primo luogo. L'Amministrazione Obama sembra non averlo capito. Per giunta, e nonostante le tante magagne dell'Europa, quale altro vero alleato l'America potrebbe mai trovare per contrastare la minaccia del terrorismo islamico? Tenuto conto che l'Europa, per geografia, risorse e storia, è, da un lato, la più esposta al pericolo e, dall'altro, quella dotata della migliore expertise per muoversi con una qualche efficacia nello scenario mediorientale. Forse il declino della potenza americana è inarrestabile, come molti ritengono, a causa del deterioramento della forza economica che la sosteneva e dell'emergere di altre potenze. Forse, come pensano altri, non c'è nulla di già scritto, di predeterminato, in queste faccende. E' però plausibile aspettarsi un'accelerazione del declino se la dirigenza americana penserà di poter fare a meno di quel rapporto con l'Europa che per tanto tempo ha contribuito ad assicurare a noi la libertà e agli Stati Uniti il primato. Angelo Panebianco CdS 5

 

 

 

Vecchi e nuovi “PIGS”. La guerra dei debiti divide l’Occidente

 

Già un anno fa scrivevamo sul Messaggero che la concorrenza globale sui debiti si sarebbe fatta sempre più dura e forse anche un po’ opaca. Purtroppo siamo stati profetici. I riflettori in questi giorni si sono accesi sui rischi dei debiti sovrani di alcuni Paesi dell’area dell’euro: dopo la Grecia è stata la volta di Spagna e Portogallo. I mercati finanziari hanno reagito molto negativamente e l’euro si è indebolito, ma sarebbe sbagliato pensare che il baricentro della crisi globale si stia oggi posizionando stabilmente sull’Euroarea. Così come è sbagliato pensare che le crepe più preoccupanti dell’economia del nostro continente si stiano manifestando, come indicherebbe un abusato copione, nel solito Sud dell’Europa.

Fa indubbiamente comodo ai Paesi anglosassoni far credere che l’Uem sia allo sbando. Questo, perlomeno, è ciò che ripete il tam tam dei potenti media economici e finanziari di lingua inglese. Tuttavia, la realtà è assai diversa. In questo momento, infatti, sono l’America e la Gran Bretagna per prime che hanno un bisogno disperato di finanziare i propri crescenti deficit pubblici. Ma non si tratta di un’impresa facile, perché nel mondo, dopo lo scoppio della crisi, c’è meno risparmio in circolazione da investire e quello che è rimasto le famiglie ovunque lo stanno principalmente utilizzando per ridurre i loro debiti. Inoltre, i cinesi non sembrano più così ben disposti come in passato a collocare automaticamente la maggior parte delle loro riserve valutarie in obbligazioni di debito federale degli Stati Uniti. Sicché l’immagine di un’Euroarea che appare quasi in procinto di sgretolarsi a noi pare, più che reale, soprattutto strumentale a spingere gli investitori verso i sempre più bisognosi titoli di stato americani e britannici.

La stessa improvvisa virata di Obama contro la Cina, di cui ha trattato anche Romano Prodi su queste colonne, può essere vista in questo contesto. Il Governo degli Stati Uniti ha inaspettatamente aperto in pochi giorni ben 4 fronti di frizione con Pechino (Google, armi a Taiwan, Dalai Lama e cambio della moneta cinese). Ciò può contribuire a dare l’impressione di un’America che non è disposta a cedere tanto facilmente la sua leadership mondiale, il che può aiutare a rendere più interessanti sui mercati finanziari il dollaro e i buoni del Tesoro statunitensi.

Nel frattempo gli inglesi continuano a coniare sgradevoli acronimi. Prima c’erano i Paesi “maiali”, i cosiddetti Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), considerati tradizionalmente gli anelli deboli dell’Europa. Poi l’acronimo è stato ampliato ed è diventato Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) con l’aggiunta di Dublino. Negli ultimi giorni alcuni economisti hanno benevolmente proposto di togliere dal gruppo l’Italia (che sta mostrando buone capacità di tenuta durante la crisi) e di ripristinare la vecchia sigla Pigs (con l’Irlanda al nostro posto). Ma noi temiamo che prima o poi le élite anglosassoni e i loro organi di informazione possano tornare a mettere nel mirino anche l’Italia, assecondando l’idea di un unico fronte di crisi dell’euro esteso in orizzontale a tutto il meridione d’Europa, dal Portogallo sino alla Grecia.

In realtà, quello della Grecia è il caso abbastanza peculiare di una piccola economia che da tempo nascondeva le sue difficoltà e di cui Eurolandia deve farsi carico, come ha scritto Alberto Quadrio Curzio sul Corriere della Sera, non solo e non tanto per salvare la Grecia, se mai ce ne fosse bisogno, ma per dimostrare di esistere anche e soprattutto nei momenti difficili. Quanto all’Italia, che è il più importante Paese del Sud Europa, essa non è certamente a rischio, avendo un deficit pubblico che nel 2010 sarà meno della metà di quello inglese e solo di poco superiore a quello tedesco. Inoltre, l’Italia può vantare anche un risparmio privato tra i più forti al mondo.

Il vero ventre molle dell’Europa è invece altrove. Si trova, cambiando radicalmente la nostra prospettiva geografica, sull’intero asse verticale dell’Europa “periferica” occidentale: quella che negli anni recenti doveva essere per tutti il “modello” da seguire, la quale però, come gli Usa, ha talmente abusato della “bolla” finanziaria da restarne drammaticamente traumatizzata. Questa Europa in panne è oggi rappresentata dalla penisola Iberica e dalle isole Britanniche, dove i consumi delle famiglie sono crollati, la disoccupazione è ai massimi storici ed i deficit di bilancio si sono impennati. Per cui sarebbe facile ironizzare dicendo che il nuovo significato di Pigs adesso è: Portogallo, Irlanda, Gran Bretagna, Spagna (con gli inglesi promossi titolari in prima squadra).

Ma restiamo ai fatti: nel 2008, dietro al paravento di debiti pubblici ancora bassi, questi “nuovi Pigs” presentavano i debiti delle famiglie e delle imprese in rapporto al Pil più alti d’Europa (vedi tabella) e la Gran Bretagna, in particolare, aveva un debito aggregato (famiglie+imprese+pubblica amministrazione) pari al 265% del proprio Pil, un valore più alto di quello della stessa Spagna.

Tutti guardiamo con preoccupazione alle traversie di Madrid. Ma diversamente dalla sterlina, che ha soltanto Londra che la tiene in piedi, l’euro fortunatamente non si regge sui suoi Paesi “periferici”, bensì soprattutto su Francia, Italia e Germania. Queste tre nazioni (così come l’Austria che con la Germania è profondamente interconnessa), hanno economie “reali” forti e bassissimi debiti di famiglie e imprese in percentuale del Pil. Soltanto l’Italia, tra esse, ha un debito pubblico storicamente alto, ma, come già detto, presenta tuttavia un deficit annuale tra i meno elevati assieme a quello tedesco.

Germania, Austria, Francia ed Italia, nell’ordine, presentavano nel 2008 i debiti aggregati in rapporto al Pil più bassi, largamente al di sotto non solo dei debiti aggregati dei nuovi “Pigs” ma anche di quelli di Stati Uniti e Giappone. Nel 2010 l’Italia probabilmente avrà un debito aggregato persino più basso di quello della stessa Francia e di oltre 50 punti percentuali di Pil inferiore a quello britannico.

Infatti, le proiezioni della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale per il 2010 ci dicono che il debito pubblico italiano sarà, tra i grandi Paesi, quello che in termini di punti di Pil aumenterà di meno unitamente a quello della Germania, mentre i debiti pubblici che cresceranno di più saranno quelli di Gran Bretagna, Stati Uniti e Spagna. Quest’ultima è l’unica grande nazione dell’area della moneta unica che appare in serie difficoltà, mentre Stati Uniti e Inghilterra non potranno nascondere a lungo ai mercati i propri problemi irrisolti dietro il paravento di una presunta crisi dell’euro, che ha fondamentali ben più solidi rispetto a dollaro e sterlina. Sempre che i giochi sui mercati finanziari non si facciano ancora più duri dando agli eventi pieghe imprevedibili. MARCO FORTIS Im 6

 

 

 

 

Gates: "Risposta iraniana molto deludente. Le sanzioni funzionano se siamo uniti"

 

Il capo del Pentagono incontra a Roma il ministro La Russa - "Le pressioni devono essere sul governo, non sulla popolazione"

 

ROMA - "Se la comunità internazionale resta unita, siamo ancora in tempo perché le pressioni sull'Iran e le sanzioni abbiano l'effetto desiderato. Ma dobbiamo davvero lavorare insieme". E' questo il monito lanciato dal segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, durante una conferenza stampa a Roma con il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Il capo del Pentagono ha ribadito di considerare "molto deludente" la risposta di Teheran alle aperture occidentali per risolvere la crisi innescata dal suo programma nucleare. Parole pesanti, pronunciate poche ore dopo l'ennesima sfida lanciata dal leader iraniano Ahmadinejad con l'ordine di dare il via all'arricchimento dell'uranio al 20%.

 

"Tutti noi possiamo fare di più" ha insistito Gates. Quindi, pur precisando di "non voler entrare nei dettagli" di eventuali nuove sanzioni che potrebbero essere proposte al Consiglio di sicurezza dell'Onu entro fine febbraio, il ministro della Difesa americano ha avvertito che "le pressioni devono essere sul governo e non sul popolo iraniano, già abbastanza provato". "Tutti vediamo cosa succede nel Paese - ha aggiunto - La comunità internazionale non vuole far soffrire ancora di più la popolazione dell'Iran".

 

La politica dei paesi del gruppo 5+1, ha sottolineato Gates, "è sempre stata quella del doppio binario, ovvero la possibilità di un accordo diplomatico e il sostegno a nuove pressioni".

 

Dal canto suo, La Russa ha ribadito la posizione dell'Italia: "Non bisogna lasciare nulla di intentato per convincere il governo iraniano a desistere dall'escalation che sta mettendo in campo nei rapporti internazionali", ma al momento "è esclusa l'opzione militare". "Non l'abbiamo minimamente presa in considerazione - ha rimarcato il ministro della Difesa - Abbiamo preso in esame la possibilità che questa escalation possa portare a un maggiore pericolo, non certo per volontà nostra, per l'equilibrio internazionale".

 

Con gli Stati Uniti concordiamo "sulla necessità di usare ogni mezzo lecito per frenare ogni escalation di aggressività di quella nazione - ha insistito La Russa riferendosi  - E dunque vogliamo mettere in campo tutti gli strumenti perché non si arrivi mai". LR 7

 

 

  

 

Le dichiarazioni di Berlusconi in Israele. Liquidazione totale

 

Comunicato stampa del coordinatore nazionale di Pax Christi a seguito delle dichiarazioni rilasciate dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi nel corso della visita ufficiale in Israele

 

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha attuato ieri una liquidazione totale delle speranze di pace in Terra Santa. Una pesantissima banalizzazione del processo di pace e un'irrisione delle Nazioni Unite che rischiano di trascinare l'Italia fuori dal consesso dei Paesi e delle Istituzioni internazionali che tessono da anni il faticoso cammino della pace.

 

Affermando che è stato giusto il massacro su Gaza, ha liquidato il lavoro prezioso e oggettivo svolto dalle Nazioni Unite nel monitorare un inaudito massacro di civili, la distruzione di migliaia di case, scuole, ospedali attraverso l'uso di armi illegali. Possiamo ancora ritenerci parte degli organismi internazionali, in primis dell'Onu?

 

Asserendo di 'non aver visto' il Muro dell'apartheid che circonda Betlemme, ha vergognosamente liquidato il pronunciamento fatto nel 2004 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ne ha condannato la costruzione evidenziandone le terribili conseguenze umanitarie. Può il Presidente del Consiglio arrivare a un livello così insopportabile di irresponsabilità?

 

Definendo più volte Israele come “Stato ebraico, libero e democratico”, ha liquidato quel milione e duecentomila cittadini dello Stato d'Israele, che ebrei non sono, e che vedono ogni giorno calpestati i loro diritti. Come proclamarsi insistentemente “amici di Israele” quando non lo si esorta ad essere veramente uno stato democratico?

 

Identificando come antisemita chiunque si opponga alla politica di occupazione, di umiliazione e di disprezzo di qualsiasi Risoluzione Onu da parte dello Stato d'Israele, ha liquidato e denigrato le sofferenze patite da migliaia e migliaia di palestinesi, in spregio a quanti, israeliani, palestinesi, uomini e donne di ogni Paese, si battono insieme alla ricerca di una pace giusta, fondata sul rispetto delle leggi internazionali.

 

Davvero non ci possono essere i saldi della pace.

 

Non si può raggiungere la meta della riconciliazione tra i popoli svendendo sul mercato una “pace economica”, la “pace del benessere”.

Don Nandino Capovilla, Coordinatore Nazionale di Pax Christi (de.it.press)

 

 

 

Alternative Information Center, notizie per creare ponti

 

Inizia la collaborazione con l'Aic di Betlemme: ogni settimana voci, analisi e approfondimenti da una delle aree chiave del mondo, Israele e Palestina. "Nel rifiuto dell'ideologia"

 

BETLEMME - Prende il via una nuova collaborazione di Redattore sociale con un altro laboratorio d'informazione dal mondo. Si tratta dell'Alternative information center, associazione che dal 1984 riunisce insieme israeliani e palestinesi, con l'obiettivo di diffondere un'informazione basata su un'attenta descrizione della realtà del conflitto e dell'occupazione. Scopo del lavoro dell'Aic è la creazione di ponti tra le due società e il sostegno a movimenti e iniziative d'incontro tra i due popoli, nella lucida consapevolezza del loro destino comune e nel rifiuto dell'ideologia e della realizzazione di politiche di separazione.

 

L'Alternative information center (http://www.alternativenews.org/), fondato da Michel Warschawski e Nassar Ibrahim, conta una decina di membri all'interno delle sue redazioni ed è presente all'interno di Israele con un ufficio a Gerusalemme e nei Territori palestinesi con la redazione di Beit Sahour, nei pressi di Betlemme.

Oltre al servizio d'informazione quotidiana, agli speciali multimediali e alle sezioni in lingua inglese, ebraica, araba, spagnola e italiana, l'AIC cura pubblicazioni di approfondimento (i fascicoli "The economy of the occupation") e un rapporto bimestrale sulle violenze attuate dai coloni israeliani nei Territori palestinesi. L'associazione propone inoltre uno spazio d'incontro bisettimanale, l'AICafé, presso l'ufficio di Beit Sahour, in cui le tematiche legate al conflitto sono affrontate attraverso l'ascolto di docenti dal mondo accademico, membri di associazioni, artisti e rappresentanti delle differenti realtà della società civile israeliana e palestinese.

 

L'AIC è sostenuto nel mondo da numerose associazioni: in Italia il progetto Go'el della Comunità Papa Giovanni XXIII (http://www.odcpace.org/) promuove e diffonde il lavoro dell'Aic, inviando ogni anno alcuni caschi bianchi, volontari che svolgono un anno di servizio civile presso gli uffici del Centro d'informazione alternativa. In collaborazione con i caschi bianchi della Comunità papa Giovanni XXIII, la redazione di Redattore sociale pubblicherà ogni settimana articoli e approfondimenti curati dall'Alternative information center. Uno strumento per ascoltare voci, analisi e approfondimenti da un'altra delle aree chiave del mondo contemporaneo: il Medio Oriente.  Aic, de.it.press

 

 

 

Governo e Santa Sede alle grandi manovre. Berlusconi offre un patto di non belligeranza

 

Silenzio da parte italiana sulle presunte trame in cambio di uno stop ai giudizi morali sul presidente del Consiglio - di CLAUDIO TITO

 

ROMA - Un patto di non belligeranza. Una pace lunga tutta la legislatura tra gerarchie della Chiesa e Governo. Poggiata su un solo architrave: l'archiviazione definitiva e "senza conseguenze" del caso Boffo. Senza far sprofondare nel polverone mediatico i vertici della Segreteria di Stato. Nel giro di cinque mesi gli interessi del Vaticano e di Silvio Berlusconi sembrano di nuovo convergere. E si sono materializzati in una telefonata che all'inizio di questa settimana ha messo in contatto il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, con Palazzo Chigi. Un colloquio che ha avuto un unico argomento: la conclusione "immediata e senza conseguenze" della querelle aperta a fine agosto con l'editoriale di Vittorio Feltri sul Giornale.

 

Il filo che univa il presidente del consiglio e i vertici d'Oltretevere cinque mesi fa si era ingarbugliato. La vicenda dell'allora direttore di Avvenire era deflagrata in un campo di sospetti. Tanti gli interessi che univano la Curia e la presidenza del consiglio, pesanti invece i distinguo che separavano il Cavaliere da una parte ancora influente dei vescovi italiani: quelli che facevano capo alla Cei, al cardinal Ruini e a Angelo Bagnasco. Convinti, questi ultimi, che l'affondo del quotidiano di casa Berlusconi fosse la risposta alle lettere critiche pubblicate da Avvenire.

Ora, però - racconta chi frequenta gli ovattati corridoi vaticani - nel contatto telefonico con Bertone è stata concordata una nuova linea: ristabilire un "corretto" rapporto nelle relazioni tra Chiesa italiana e governo, saldando un'intesa che possa reggere agli urti della legislatura e arrivare agli appuntamenti cruciali del 2013: ossia al prossimo voto politico e all'elezione del nuovo presidente della Repubblica.

 

Proprio per questo, negli ultimi quindici giorni, il premier ha messo in campo tutti suoi ambasciatori per ottenere il massimo risultato dalla "archiviazione" del "caso Boffo". "Io sono sempre stato dalla loro parte - ha raccontato in settimana il capo del governo - e non c'è bisogno di conferme da questo punto di vista. Però non voglio più che mi si accusi o mi si faccia la morale". Il primo passaggio allora si è consumato nel colloquio riservato (il 20 gennaio scorso) con Camillo Ruini, l'ex presidente della Cei e prelato ancora potente nelle gerarchie ecclesiastiche. Il secondo con la telefonata che ha messo in contatto la Segreteria di Stato e Palazzo Chigi. Due conversazioni che si sono concentrate sulle polemiche scatenate dalla pubblicazione sul "Giornale" del dossier Bobbo, rivelatosi poi falso; e sulle rivelazioni circa il ruolo della Segretaria di Stato e del direttore dell'Osservatore romano, Giovanni Maria Vian. Il pranzo "chiarificatore" tra Vittorio Feltri e Boffo, infatti, ha messo in allarme gli ambienti più vicini al governo della Santa Sede. Il rischio che il nome di Vian e, soprattutto, quello di Bertone possa essere esplicitato in una sede pubblica - ad esempio in occasione della convocazione a fine mese di Feltri davanti all'Ordine dei giornalisti - ha provocato un vero sussulto nelle stanze di San Pietro. Un timore recapitato ai vertici dell'esecutivo italiano.

 

Poche ore dopo, negli uffici d'Oltretevere, è stata letta con un sospiro di sollievo la precisazione di Feltri di mercoledì scorso: "Non conosco né Bertone, né Vian". Una puntualizzazione, però, che ancora non lascia tranquilli. Anche perché manca un ulteriore tassello per chiudere il "caso". La "tregua" tra ruiniani e bertoniani, infatti, non riesce a prendere forma. La richiesta avanzata dai primi - fa notare chi ha parlato con i due "contendenti" - di "pareggiare" il conto con il "siluramento" di Vian, al momento è stata respinta. Motivazione: negli uffici della Segreteria di Stato, nessuno riesce a prevedere la reazione del "licenziando". Il sospetto di una risposta scomposta con il convolgimento esplicito dei piani alti del Vaticano fa ancora premio sulla volontà di una "tregua". Tant'è che negli ultimi giorni è stata persino valutata un'altra opzione: quella di aprire la trattativa per concedere il "riscatto" a Boffo con un altissimo incarico nella galassia editoriale della Cei. La paura di un coinvolgimento ufficiale della Segreteria di Stato, insomma, mette il Cavaliere nell'insolita condizione di accedere al confronto in una posizione di forza. Anzi, in questa fase si sente addirittura al centro della "mediazione" in corso tra le "correnti" cardinalizie.

 

Non a caso il faccia a faccia di due settimane fa con Ruini - spiega chi frequenta il mondo della Conferenza episcopale - si è concentrato su questi aspetti. Ricostruire un dialogo anche con i vescovi italiani e massimizzare il profitto della battaglia tra i due fronti della Chiesa. Anche perché, il presidente della Cei Bagnasco - a differenza di Bertone il cui incarico alla segreteria di Stato non ha scadenze - dovrà tra poco più di due anni chiedere a Benedetto XVI il secondo mandato quinquennale. LR 6

 

 

 

 

Alfano: Berlusconi vorrebbe andare ai processi ma è impegnato a governare

 

«Siamo incamminati verso il traguardo di una riforma» complessiva della giustizia. Lo afferma Angelino Alfano durante l'intervista alla trasmissione di Lucia Annunziata, 'In mezz'ora'. Il legittimo impedimento? «Non è ad personam». «Berlusconi non si è posto a riparo dalla giustizia. Queste leggi non gli fanno abbandonare la necessità di dimostrare la propria innocenza», dice il Guardasigilli.

 

«Contesto la tesi - aggiunge Alfano - secondo cui Berlusconi sia a riparo dalla legge. La questione non è se quella legge è a favore o no di Berlusconi. Il fatto è - argomenta il responsabile della Giustizia - non è possibile che dal momento della discesa in campo quest'uomo abbia patito centinaia di processi». Per Alfano il Paese «si è trovato di fronte ad un bivio: tra il dovere di un premier a governare e il diritto di un cittadino di difendersi dai processi».

 

«Berlusconi vorrebbe andare in tribunale sempre - dice il Guardasigilli - ma il tribunale è un luogo dove si studiano i processi e dove ci si difende dalle accuse studiando le carte. Lui avrebbe studiato i faldoni e sottratto tempo al governo». Ecco dunque il perchè di un provvedimento che interrompe i processi del premier. «Ma Berlusconi - assicura Alfano - non si sottrarrà ai processi: quando avrà finito di governare si farà processare dai tribunali italiani».

 

Il processo breve non è su un binario morto.  «Secondo me no», ha detto il ministro rispondendo a Lucia Annunziata che gli chiedeva se condividesse la lettura dell'iter del processo breve data dal presidente della Camera Gianfranco Fini. «Il processo breve non ha nessuna urgenza di essere approvato», ha sottolineato, «però abbiamo intenzione di mantenere saldo il principio che i cittadini debbano sapere un momento in cui si è dichiarati innocenti o colpevoli». Per Alfano, poi, «la dizione processo breve è ipocrita». Meglio parlare di «periodo certo» per lo svolgimento dei processi.

 

Il ministero della giustizia sta mettendo a punto un decreto che sarà approvato mercoledì mattina dal consiglio dei ministri per mantenere ai tribunali la competenza per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso, comunque aggravato. Lo ha confermato il ministro della giustizia Angelino Alfano. Il Guardasigilli ha detto che il decreto sarà approvato «mercoledì mattina, alle 8.30» in consiglio dei ministri e risolverà il problema legato alla sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha riconosciuto la competenza della Corte d'assise per il reato aggravato di associazione mafiosa, dal momento che con la legge ex Cirielli, del 2005, la pena edittale massima è stata fissata in 24 anni di reclusione. «Il governo interverrà per rimediare all'altrui errore» - ha sottolineato Alfano, ricordando che i giudici, dopo il 2005 avrebbero dovuto applicare la legge inviando i processi per associazione per delinquere aggravata in Corte d'assise e non in tribunale. Nel decreto sarà sancita «la competenza dei tribunali - ha confermato Alfano - in modo da evitare scarcerazioni e stabilizzare il sistema». L’U 7

 

 

 

I leader parlano solo per il consenso

 

Il problema, con la leadership carismatica, è che diventa come un blog su Internet: ha bisogno di essere alimentata continuamente.

Il rapporto fra la persona e il suo magico consenso deve essere tenuto in vita con gesti, fatti, eventi, con un continuo climax in cui converge ogni momento la riaffermazione o la caduta di una proposta politica.

 

Sarà per questo che le relazioni internazionali, una volta reame di passi felpati e voci sussurrate, sembrano aver preso la strada dello strappo, dell’annuncio, e del grido. Con il risultato che raramente come in questi ultimi mesi viviamo come in una caverna che risuona di voci discordanti. Una cacofonia che rende quasi incomprensibili molti passaggi cui stiamo assistendo.

 

Ancora una volta il fenomeno è trainato dagli Stati Uniti. Negli ultimi mesi il Presidente Obama ha fatto una serie di scarti che hanno lasciato del tutto sorpresi - soprattutto per la sequenza in cui sono stati intrapresi.

 

L’esempio migliore è quello della Cina. Non avevamo fatto in tempo a sprecare parole sulla nascita del G2, questa quasi inevitabile alleanza tra le maggiori potenze attuali, Cina e Usa, che il G2 si è frantumato. Tutti i primi passi della nuova amministrazione di Washington sono stati segnati dal riconoscimento di fatto di questa inevitabilità: i primi passi del segretario di Stato Hillary Clinton sono partiti non a caso dalla Cina, e non dall’Europa, come tradizione.

 

Quando lo stesso presidente si è poi recato in Cina, pochi mesi fa, alla nascita del G2 Washington ha sacrificato le questioni del diritti umani, del Tibet, e della libertà individuale nell’ex Paese di Mao. Alla Cina sembrava tenere così tanto, Obama, che in dicembre ha inghiottito con grazia anche la mazzata sferrata da Pechino sul summit ecologista di Copenhagen.

 

Pragmatismo, realismo - Obama si è preso le sue brave lodi su queste decisioni; forse non dagli appassionati delle varie cause, ma dall’establishment mondiale di sicuro.

 

Solo un mese dopo l’amministrazione si è spostata sul versante esattamente opposto alla conciliazione. Hillary Clinton ha preso posizione contro la censura a Google, poi c’è stato l’annuncio della vendita delle armi a Taiwan e, ora, quello dell’incontro fra il presidente Usa e il Dalai Lama. Praticamente tre dita negli occhi della dirigenza cinese.

 

Ma ci sono altri casi clamorosi: quello dell’Iran è certamente il più drammatico. Washington ha tenuto una linea erratica: richiesta di sanzioni dure, richiami energici a tutti i partner (e gli alleati italiani ne sanno qualcosa di questa bruschezza di modi washingtoniani in merito all’Iran), alternata ad aperture a possibili trattative; difesa dell’opposizione iraniana nelle strade, seguita dal silenzio più totale mentre dall’Iran arrivano come uno stillicidio i numeri degli oppositori arrestati, impiccati, fucilati.

 

Dall’altra parte, va detto che l’oscillazione Usa ha attecchito in tutte le nazioni. Teheran negli ultimi giorni ci ha fatto sapere alternativamente di essere disposta a inviare l’uranio per l’arricchimento all’estero (posizione minima per una trattativa), ma anche che ha sperimentato un nuovo missile, e che Israele sarà cancellata dalla faccia della Terra. La Cina ha risposto al duro «nuovo Muro di Berlino» di Hillary, prima con un diplomatico: «richieste irragionevoli»; ora però è vicina all’aut aut sulla questione del Dalai Lama.

 

Di affermazioni bombastiche non ne mancano dal Brasile e dal venezuelano Chávez; né va dimenticato l’Osama bin Laden in versione (questo sì sorprendente) ambientalista. Qualche contributo a questa atmosfera è venuto anche dall’Italia. Il nostro premier è sembrato ondivago sulle critiche fatte dal Commissario Bertolaso agli aiuti Usa per Haiti prima smentendolo e poi celebrandolo. A proposito di Usa-Italia: qualcuno ha dimenticato il pesante intervento di Hillary sulla giustizia italiana per difendere l’Amanda di Perugia, per poi fare un immediato passo indietro? Durante la visita di Silvio Berlusconi in Israele abbiamo infine sentito il nostro Premier scagliarsi contro Teheran (rompendo così il ruolo di mediazione che in quel conflitto l’Italia intende da anni ritagliarsi) e celebrare in Israele l’operazione «Piombo fuso» a Gaza, e subito dopo dichiarare ai palestinesi «inaccettabili» gli insediamenti nei Territori.

 

La cacofonia è questa, questo accavallarsi di voci in cui è difficile ritrovare un filo conduttore.

 

«Mosse tattiche», «fragilità da coprire», si dice nel mondo diplomatico. Ma è egualmente difficile ritrovare un senso a tutto questo. A meno che, come si diceva, non si assuma il punto della leadership carismatica.

 

Le caratteristiche della vittoria di Obama, quel mix di fascino, proposte, speranza, affabulazione e esoterismo, sembra in realtà aver avuto una profonda influenza in tutto il mondo. Il patto diretto, emozionale, che un presidente stabilisce con il suo popolo è divenuto, quasi istintivamente, il segno che tutti i leader del mondo (salvo i pochi che proprio non ci riescono, come Brown) hanno copiato. Ma, come si diceva, la leadership carismatica è difficile da mantenere. Proprio perché si fonda su un patto diretto con i cittadini, rischia di spezzarsi in ogni momento, su ogni decisione «impopolare». Si è visto con Obama, quanto sensibile sia il consenso: e non è dunque difficile immaginare che molte mosse con la Cina (ad esempio) siano la risposta alle critiche che ha ricevuto sull’economia, o la mancata difesa del clima, o dei diritti umani. Identici meccanismi che si intravedono per Teheran, e tutti i leader fin qui citati. Senza escludere - tanto per far capire quanto pervasivo è il fenomeno - la stessa opposizione italiana.

 

La leadership carismatica può trasformarsi dunque in una sorta di trappola, che va alimentata in continuazione da misure «popolari», da gesti e annunci. A spese di quella che - come ben si sa - è la capacità di scelta che contraddistingue la vera leadership. Con il rischio di finir governati non dalle schede elettorali, ma dai poll di gradimento. LUCIA ANNUNZIATA LS 5

 

 

 

 

Berlusconi-Pd, scontro sulle tasse

 

Il premier: «Le abbiamo abbassate». La replica «Non è vero, ecco tutti gli aumenti decisi dal governo» - Casini: «il premier ha una fantasia che stupisce». l'idv: «È come lo sceriffo di nottingham»

 

ROMA - Sulle tasse è scontro tra Silvio Berlusconi e il Pd. Intervenendo telefonicamente all'inaugurazione dei lavori dell'autostrada pedemontana lombarda, il premier ha affermato che «nonostante la crisi, l'Italia c'è e c'è un governo che ha lavorato bene per gli italiani». «In Europa - ha detto il presidente del Consiglio - ci sono Paesi in situazioni abbastanza preoccupanti» e aggiunge che «noi invece ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri». Poi ha aggiunto: «Abbiamo abbassato le tasse, togliendo l'Ici e togliendo due miliardi alle imprese. Abbiamo superato con misure sagge e lungimiranti gli effetti peggiori della crisi, abbiamo aiutato le famiglie a basso reddito, gli anziani e abbiamo assicurato un sostegno a tutti coloro che hanno perso il lavoro e introdotto nuove tutele a chi non aveva la cassa integrazione. Abbiamo fatto diverse cose con i conti che ci sono. Tenendo conto del fatto che in Europa ci sono Paesi come la Grecia, il Portogallo, ma anche la Spagna che sono in situazioni abbastanza preoccupanti, noi ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri». «Il governo da 20 mesi minimizza la situazione e questo ci ha provocato guai» è stata la replica del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, convinto che sulle tasse Berlusconi «prende in giro» gli italiani. Sa parte del premier anche un commento in vista delle elezioni amministrative del 28-29 marzo. «I sondaggi dicono che la nostra coalizione ha il doppio dei voti della sinistra» ha assicurato Berlusconi.

IL PD - Ma è sulle tasse che si è scatenata la polemica. Il primo a intervenire è stato Stefano Fassina, responsabile per il Pd di Economia e lavoro: «Come al solito il presidente Berlusconi prende in giro gli italiani», ha dichiarato in una nota. «Innanzitutto, è stato il governo Prodi a eliminare l'Ici al 60% delle famiglie - ha ricordato - in secondo luogo, il governo Berlusconi le tasse le ha aumentate a lavoratori e imprese, dal momento che ha eliminato numerose detrazioni fiscali, tra le quali: la detrazione del 55% per le ristrutturazioni edilizie finalizzate al risparmio energetico; la detrazione del 19% per gli acquisti di abbonamenti ai trasporti pubblici locali; la detrazione del 19% per le spese di aggiornamento degli insegnanti. Sono stati svuotati, mediante il click day, i crediti di imposta per ricerca e innovazione, e per gli investimenti nel Mezzogiorno». Inoltre, ha aggiunto, «non è stato restituito il fiscal drag degli ultimi due anni ed è stata introdotta una pesante tassa sulle memorie virtuali dei dispositivi elettronici, quantificata, in media, in 100 euro l'anno a famiglia». «Infine, e soprattutto, il governo Berlusconi ha messo le mani nelle tasche degli italiani attraverso l'aumento delle tariffe dell'acqua e del gas, dei pedaggi autostradali, del costo dei biglietti dei treni e degli aerei, dei premi delle assicurazioni», ha insistito. «Non a caso, nonostante una recessione più pesante della media dell'area euro, abbiamo un'inflazione più alta», ha spiegato, «così i lavoratori perdono potere d'acquisto e le imprese competitività». Poi è sceso in campo il leader del Pd in persona. «Non so in quale paese vive - ha detto Bersani -. Da quando il governo ha detto che la crisi era passeggera e psicologica, abbiamo 700 mila disoccupati in più, un milione di persone sotto ammortizzatori sociali e decine di migliaia di piccole imprese saltate o a rischio di saltare». «Questi sono problemi che - secondo il segretario del Pd - si devono affrontare con un piglio più deciso e non raccontando fantasie». Riguardo le tasse, per Bersani «sono cresciute e siamo arrivati al 23 giugno come giorno in cui finiamo di lavorare per lo Stato. È un record».

UDC E IDV - Sulla pressione fiscale e le dichiarazioni del premier è intervenuto anche l'Italia dei Valori. «Berlusconi - ha detto il capogruppo alla Camera Massimo Donadi - dice da quindici anni di abbassare le tasse. Nei fatti, invece, mette le mani nelle tasche dei cittadini. Il prelievo fiscale non è mai stato così’ alto in Italia e i dati lo dimostrano. Predica da liberale ma si comporta come lo sceriffo di Nottingham». Ironico il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini: «Berlusconi è un uomo straordinario, ha una fantasia che stupisce sempre. Oggi ha detto che ha abbassato le tasse, quando aumenterà gli stipendi faremo 13».  Redazione ondine CdS 7

 

 

 

 

Grasso: "Subito un decreto o usciranno centinaia di boss"

 

L'intervista. Dopo l'allarme processi parla il procuratore. "Ma per cinque anni non ce ne siamo accorti" - di ATTILIO BOLZONI

 

ROMA - Quanti processi di mafia verranno annullati e quanti boss dovranno essere giudicati un'altra volta? "Centinaia di mafiosi in Italia, se le cose resteranno così bisognerà praticamente rinnovare tutta l'attività dibattimentale fino adesso compiuta". E ci saranno mafiosi che usciranno dalle galere? "Il rischio di molte scarcerazioni sarà inevitabile". Il procuratore nazionale Pietro Grasso legge le agenzie di stampa che arrivano nel suo ufficio di via Giulia e rovista tra carte e codici. Scuote la testa, dice: "Bisognerà intervenire subito, è un brutto pasticcio. Ma la vicenda è estremamente complicata perché la colpa di tutto questo risale a cinque anni fa. È una vicenda anche complicata, forse è meglio cominciare dall'inizio".

 

Cominciamo dall'inizio procuratore Grasso.

"Le recenti modifiche del pacchetto sicurezza hanno aumentato per quanto riguarda il comma incriminato - quello che fa scattare la competenza della corte di assise - soltanto il minino da 10 a 12 anni, la pena più grave era già prevista nella legge Cirielli del 2005. Quindi, già 5 anni fa, si sarebbe dovuto separare la posizione dei vari boss e dai tribunali rinviarla a giudizio davanti alla corte di assise. In sostanza: tutto quello che sta accadendo è la conseguenza della Cirielli e non delle norme antimafia contenute nel pacchetto governativo".

 

Lei sta dicendo che ci si è accorti solo oggi, dopo 5 anni, che i capi delle associazioni mafiose avrebbero dovuto subire un processo non in un tribunale ma in una corte di assise? È così?

"È così. Per un'evidente disattenzione processuale, nel richiedere e ottenere il rinvio presso i tribunali dei capi delle organizzazioni mafiose insieme ai singoli associati. Non se n'accorto nessuno: né magistrati e né avvocati e nemmeno noi della procura nazionale antimafia. Oggi, il 21 gennaio scorso, la Cassazione investita da un conflitto di competenze sollevato dalla corte di assise di Catania, ha deciso che i capi delle associazioni devono essere giudicati dalle corte di assise e non dei tribunali".

 

Gli effetti saranno disastrosi. Molti grandi capi di Cosa nostra già condannati in tribunale dovranno ricomparire in corte di assise per affrontare un altro giudizio?

"C'è gente come Nino Rotolo, come i Madonia di Resuttana, i Lo Piccolo padre e figlio... e tanti altri ancora. Non siamo in grado di monitorare al momento la situazione e, comunque, la cosa più importante adesso è intervenire subito".

 

Cosa si può fare per non cancellare decine e decine di processi?

"È necessario e urgentissimo un intervento - anche con decreto legge - per evitare queste conseguenze. Ci vuole una norma transitoria che blocchi la situazione, che si applichi a bocce ferme, che valga per tutti i processi pendenti evitando che gli effetti si perpetuino. Bisogna anche intervenire sul passato, sui processi già fatti".

 

In un primo momento era sembrato che tutto questo pasticcio avesse avuto origine dal pacchetto antimafia governativo...

"Mi meraviglia come certi miei colleghi affrontino con superficialità e approssimazione certe valutazioni, senza neppure avere la diligenza di rilevare da un qualsiasi codice di udienza che l'aumento di pena a 24 anni - nell'ipotesi della duplice aggravante nei confronti dei capi e dei promotori di un'associazione mafiosa, che abbia anche la disponibilità di armi ed esplosivi - veniva da un aumento di pena che risale alla Cirielli del 2005".

 

Il governo non l'avrebbe mai fatto, procuratore?

"Veramente c'è un disegno di legge delega presentato dal ministro Alfano sulle modifiche da apportare al codice di procedura penale - è il numero 1440 pendente al Senato - che prevede che tutti i reati più gravi di competenza delle procure antimafia - quindi anche il 416 bis, l'associazione di tipo mafioso - diventino ai fini del giudizio di competenze delle corti di assise".

 

Procuratore, rispetto alla Cirielli non cambia nulla: c'è chi spinge a far giudicare i mafiosi in corte di assise.

"C'è una volontà politica di far arrivare quei processi in quelle corti di assise dove ci sono i giudici popolari. Non va bene: i processi di mafia non sono processi "normali" ma processi ad alto tasso tecnico giuridico nella valutazione della prova. E richiedono una grande competenza che, ovviamente, può avere solo un giudice togato e non un giudice popolare". LR 6

 

 

 

 

Lotta alla mafia: è un’azione corale, una associazione non basta

 

Palermo - “Esprimo la più viva solidarietà ai ragazzi di Addiopizzo – ha detto Roberto Mazzarella, giornalista ed autore dell’apprezzato libro “L’uomo d’onore non paga il pizzo” all’interno del quale vi è proprio una lunga intervista con il comitato Addiopizzo – relativamente al loro  grido d’allarme sui negozianti che non denunziano più ”.

“Devo anche dire però – continua Mazzarella – che questo stato di cose mi da ragione sul fatto che, come la storia ha dimostrato, o la ribellione alla mafia diviene fatto corale, di tutta intera una città, o il rischio di “specializzazioni” e quindi di “deleghe” (tanto ci pensano i ragazzi di Addiopizzo!) divengono motivo di rotture all’interno del fronte antimafia”.

“Nel libro che ho scritto – conclude Mazzarella -  pongo proprio questo tema: bisogna far in modo che la ribellione al racket diventi patrimonio di tutti, soprattutto dei consumatori. Palermo, la Sicilia  non hanno bisogno di “vestali” o di “liturgie”  dell’antimafia quanto piuttosto di testimoni credibili ( e ce ne sono e ce ne sono stati),  e di una cultura eticamente superiore alla mafia.” De.it.press

 

 

 

 

Idv, Di Pietro confermato presidente. "Basta protesta sterile, pronti a governare"

 

La rielezione per acclamazione dopo il ritiro di Barbato - L'ex pm ai delegati: "Avete capito bene cosa state votando?"

 

ROMA - Antonio Di Pietro è stata confermato alla presidenza dell'Italia dei Valori dall'assemblea congressuale del suo partito. Lo sfidante Barbato si era ritirato, e l'ex pm è stato eletto per acclamazione.

 

"Siamo pronti a un altro governo per il Paese. Abbiamo fatto resistenza, resistenza, resistenza, che ci voleva a un regime piduista ma ora siamo alla svolta. Siamo pronti al governo", ha detto di Pietro prendendo la parola dopo la conferma. Ribadenso così la svolta annunciata ieri, quando aveva affermato "la piazza non basta".  "Avete capito bene che costa state approvando con la mozione del presidente? - ha chiesto l'ex pm ai delegati -. E' finito il tempo della sterile protesta e comincia quello della grande responsabilità di governo che vogliamo". Così, l'Italia dei Valori "dovrà mettere in campo un'azione politica di contrasto e anche di stimolo al governo".

 

Sulle alleanze il presidente dell'Idv ha parlato della necessità di "non alzare steccati". "Servono - ha detto - alleanze nel circuito del centrosinistra ma anche nell'area laica, liberale, del non voto, di tutti coloro che vedono riconosciuti nella Costituzione i loro diritti. Bisogna assumere la responsabilità di non creare divisioni, altrimenti l'obiettivo del cambio di governo diventa più difficile".

 

Casini all'attacco.  Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini non manca di polemizzare. Anche col Pd. "Ognuno abbraccia chi ritiene più opportuno abbracciare. Se Bersani abbraccia Di Pietro io preferisco abbracciare Enzo Carra che il giustizialismo lo ha vissuto sulla propria pelle". La replica di Donadi: "E' nervoso perché ha capito che gli si è chiuso un forno e gli è rimasto un dito dentro...qui ieri e oggi c'è stata una svolta, il centrosinistra vede un'alleanza rinsaldata tra Idv e Pd e ha capito che deve scegliere". LR 7

 

 

 

 

L'Italia dei finti assunti e del lavoro nero

 

Dall’agricoltura all’edilizia, l’Inps recupera un miliardo e mezzo di euro - «I furbetti del poderino»: in Calabria le truffe sono 32 mila volte quelle della Lombardia

Dall’agricoltura all’edilizia, l’Inps recupera un miliardo e mezzo di euro

 

Ricordate l'antico adagio? La madre degli stolti è sempre incinta. Va rivisto: è sempre incinta anche quella dei falsi braccianti agricoli. Anche perché, oltre al resto, frega gli assegni di maternità. Con i 98.376 smascherati nel 2009, dice l’Inps, i «furbetti del poderino» (finto) salgono negli ultimi 7 anni a 569.841. Pari alla popolazione di Genova. Con differenze tra regione e regione abissali: un imbroglione ogni 4.890.841 abitanti in Lombardia, uno ogni 151 in Calabria. Trentaduemila volte di più.

Sia chiaro: gli ispettori dell’Istituto nazionale di previdenza sociale presieduto da Antonio Mastrapasqua non hanno dovuto occuparsi solo della truffa sui braccianti. Anzi, su un miliardo e 253 milioni di euro accertati di contributi evasi, quelli che riguardano l’agricoltura sono solo 295. E fanno impressione anche gli altri numeri. Secondo i quali non solo il 79% delle aziende visitate avevano dei dipendenti non in regola (con punte del 90% in Sardegna, dell’88% nelle Marche e nel Molise ma anche dell’ 84% in Emilia-Romagna) ma le stesse regioni meno disinvolte col sommerso fanno segnare cifre da capogiro.C'era un’impresa su sei in nero tra quelle controllate in Piemonte, una su 9 in Lombardia e Veneto, una su 6 in Emilia...

Per non dire dei lavoratori in nero trovati in giro per le fabbriche, i laboratori e soprattutto i cantieri edili: oltre 2 mila in Liguria, oltre 5 mila in Emilia e in Lombardia, oltre 3 mila in Veneto, oltre 6 mila in Piemonte. E stiamo parlando solo di quelli scoperti, probabilmente pochi rispetto al totale. Prova provata di come abbia ragione il professor Marzio Barbagli, il massimo studioso della criminalità in Italia, quando spiega che non sono i «vescovoni», i buonisti o le anime belle della Caritas ad attirare gli immigrati in Italia. Sono anche, se non soprattutto, tutti quelli italiani che offrono una quantità di lavoro nero impensabile negli Stati più seri: «La nostra è un’economia che ha caratteristiche strutturali che favoriscono l’immigrazione irregolare. Si basa sul lavoro nero e non esistono controlli. Le norme ci sono, ma nessuno le fa rispettare». Soluzione? «Moltiplicare per mille i controlli. Rendere più severe le pene per gli imprenditori che sfruttano i lavoratori».

Ma chi dovrebbe fare, questi controlli? Non c’è dipendente pubblico che frutti quanto gli ispettori dell’Inps: fatti i conti, nel 2009 hanno recuperato tra evasioni accertate e sanzioni alle casse statali (almeno sulla carta: si sa come poi vanno le cose...) un miliardo e 502 milioni di euro. Vale a dire 1 milione e 88 mila euro a testa. Al punto che lo Stato dovrebbe volerne sempre di più, di più, di più. Invece, come denuncia Antonio Mastrapasqua, l’esodo verso la pensione e il blocco delle assunzioni anche per i concorsi già fatti nel lontano 2006 fa sì che gli ispettori sono scesi nel 2009 da 1.588 al 1.380. E quest’anno se ne andranno almeno altri 200. Col risultato che dal 2011, a tentare di arginare il «nero» di un Paese con oltre quattro milioni di imprese, un’economia sommersa valutata tra il 17% ed il 25% del Pil e una gran massa di furbi, ci saranno poco più di un migliaio di «Poirot » previdenziali. Auguri.

Auguri soprattutto sul fronte dei falsi braccianti agricoli. Che sono concentrati per il 99,1 % in 5 regioni: Campania (35.556 furbetti scovati nel 2009), Puglia (25.896), Sicilia (20.790), Calabria (13.262) e Basilicata (2004) per un totale di 97.508 imbroglioni su un totale nazionale di 98.376. Una sproporzione assurda. Basti dire che è stato scovato un truffatore ogni 294 abitanti in Basilicata, uno ogni 242 in Sicilia, uno ogni 163 in Campania, uno ogni 157 in Puglia, uno ogni 151 in Calabria.

Contro una media nazionale di uno ogni 611 che in realtà, tolte quelle 5 regioni, precipita a un falso bracciante agricolo ogni 49.133 abitanti. E parliamo del solo 2009: in totale, come dicevamo, negli ultimi 7 anni i falsi assunti da false imprese che coltivano false tenute risultanti su false carte catastali sono stati 569.841.

Un’illegalità di massa inaccettabile. Tanto più che, come dimostrano le inchieste, in larga parte dei casi non si tratta di un fenomeno di sopravvivenza dovuto a disperati che non sanno come tirare avanti ma di un sistema gestito dalla criminalità. Un sistema scientifico. Che muove una quantità enorme di soldi. Basti ricordare che i soli accertamenti da 2003 a oggi (e chissà quante truffe sono sfuggite al setaccio...) hanno consentito all’Inps risparmi per 1 miliardo e 331 milioni di euro.

Si è visto di tutto, in questi anni. Di tutto. Valga ad esempio una relazione interna sull’area salernitana nella quale Ferdinando Rossi, un dirigente della polizia poi promosso a Bologna, scrive di avere «scoperto la presenza a Battipaglia di una sorta di ufficio di collocamento parallelo», in cui venivano gestite le false assunzioni per una molteplicità di aziende, condotto senza alcuna precauzione alla luce del sole e tra l’altro distante poche decine dimetri da quello legale. Una sfida o forse piuttosto la sicurezza di impunità in un settore, in cui le truffe all’Inps da tempo sembrano essere diventate la regola

Dalle indagini è emerso che privati cittadini, ma anche rappresentanti di patronati e di sindacati portavano quotidianamente in quell’ufficio di collocamento illegale la documentazione necessaria per far figurare centinaia di soggetti assunti in una delle tante aziende agricole esistenti solo sulla carta oppure presso realtà produttive reali, che si prestavano a effettuare false assunzioni.

Un «imprenditore» che risultava avere una grande azienda agricola e assumeva a tutto spiano si rivelò essere un barbone «che dormiva nella stazione di Battipaglia e che, avvicinato dagli organizzatori della truffa, si era prestato a dare il nome a una azienda con circa 500 falsi assunti, in cambio di una vecchia auto dove dormire»

C’è poco da sorridere. Lo spiega un’altra relazione interna, firmata dalla Responsabile del Centro per l’impiego di Battipaglia, Antonietta Barone. Dove si legge che «la malavita, che gestisce il circuito illecito, ha imposto un vero e proprio tariffario che i braccianti fittizi devono rispettare per risultare falsamente assunti». Che sempre più spesso «gli extracomunitari irregolari siano stati utilizzati in nero per coltivare i suoli sui quali risultava poi fittiziamente assunta manodopera italiana».

 

Che «non sono mancate neppure le aziende costituite ad hoc per assumere fittiziamente gli stranieri, che in realtà sono risultate una sorta di scatole vuote, costituite solo sulla carta per poter presentare le istanze per le assunzioni in occasione degli ingressi annuali». Fino al capolavoro: molti neocomunitarie arrivate come badanti, «fittiziamente assunte in agricoltura», diventano beneficiarie «delle indebite prestazioni previdenziali di disoccupazione, maternità e malattia» continuando «a lavorare in nero presso le famiglie come colf o badanti»... Una truffa. Ma chi sono i veri truffatori: loro o i loro datori di lavoro italiani?

 Gian Antonio Stella CdS 6

 

 

 

Superiori, si cambia: più lingue, meno indirizzi

 

Stretta sugli orari. Gelmini: «Riforma epocale». L’opposizione: «Niente altro che tagli» - di ANNA MARIA SERSALE

 

ROMA - Sei licei al posto dei cinquecento indirizzi sperimentali che avevano gonfiato a dismisura la scuola. Allo “spezzatino” dei percorsi ora si sostituiscono indirizzi più netti, con finalità definite. In tutto sei licei e nei tecnici due macro-aree, economica e tecnologica, con 11 indirizzi. L’altra novità importante riguarda gli orari: gli studenti avranno complessivamente meno ore di lezione. Più lingua straniera in tutti i percorsi, più matematica e valorizzazione del latino, queste alcune delle novità. Inoltre, l’ultimo anno delle superiori sarà possibile studiare una materia in lingua. Un passo verso la modernità. «La riforma punta alla qualità, è cambiato l’approccio rispetto alla vecchia scuola che veniva utilizzata come ammortizzatore sociale», sostiene Mariastella Gelmini, al termine del Consiglio dei ministri, che ieri ha varato in via definitiva il riordino delle superiori. La riforma, che entra in vigore da settembre, è stata presentata alla presenza di Berlusconi: «Abbiamo rafforzato il sistema - ha detto il premier - introdotto due nuovi licei, il musicale e quello delle scienze umane, ma soprattutto abbiamo progettato una scuola che faciliti l’ingresso nel mondo del lavoro». «Siamo stati accusati di volere la riforma per fare cassa, nulla di più falso - ha poi sottolineato il ministro Gelmini - Era urgente intervenire per qualificare gli studi e oggi, grazie al contributo di tutti, abbiamo raggiunto questo obiettivo».

«Si tratta di una riforma epocale - è la definizione del ministro Gelmini - che non ha alcuna impronta ideologica. Per elaborarla abbiamo attinto alla riforma Moratti e, per quanto riguarda l’istruzione tecnica e professionale, abbiamo tenuto conto di quanto realizzato dal precedente governo, perciò trovo incomprensibile il parere contrario dato dall’opposizione, che così rinnega il lavoro fatto». Ma l’opposizione avverte: «La Gelmini stravolge il nostro disegno, il suo è un salto all’indietro». Il primo attacco arriva dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: «Il riordino del governo non è una riforma, è un taglio epocale alla scuola pubblica che ci allontana dall’Europa. La scelta compiuta a 13 anni diventa nei fatti irreversibile per la grande differenza di programmi sin dal primo biennio, favorendo la dispersione scolastica». E Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd in Senato: «Hanno vinto i diktat di Tremonti, spacciare per riforma misure dettate da necessità di cassa ci sembra davvero una enormità». «La sinistra è allergica ai cambiamenti - replica la Gelmini -. Bersani non vuole modernizzare la scuola».

Critiche anche dal leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini: «Il riordino è indispensabile, ma una cosa deve essere chiara: non si possono fare le nozze con i fichi secchi. Una riforma seria ha bisogno di risorse: il governo dimostri che sulla scuola ha intenzione di investire e non solo di risparmiare». E monta la polemica sulla geografia: «Ridotta a Cenerentola, nonostante le migliaia di firme raccolte», sostiene l’Associazione italiana degli insegnanti della materia.

Con intensità diverse, bordate da tutti i sindacati, mentre i Cobas annunciano lo sciopero per il 12 marzo. Bocciatura anche dagli studenti, che reclamano tutele per «il diritto allo studio». Intanto il ministro difende il suo piano: «Per la prima volta - afferma la Gelmini - l’istruzione tecnica non sarà di serie B. Il suo rilancio è una delle risposte più efficaci alla crisi economica, insieme all’attività di scuola-lavoro e ai più stretti contatti con il mondo delle imprese. Nel nostro Paese la disoccupazione è inferiore alla media europea, ma le difficoltà riguardano tanti giovani». Ma le novità sono tante. E per dare un aiuto alle famiglie che entro il 26 marzo devono iscrivere i figli a scuola arriva un aiuto da Facebook. A questo si aggiungono gli opuscoli che il ministero invierà agli istituti. IM 5

 

 

 

La scuola in saldo e la riforma che non c'è

 

Meno ore in classe? Un altro passo verso il baratro, dopotutto. Un’altra concessione alle esigenze di alunni sempre meno interessati a conoscere e sempre più orientati a incassare, a buon mercato, punteggi e titoli di studio. Da una decina d’anni la scuola italiana si è progressivamente allineata alla logica aziendale dello standard americano, adottando politiche da supermercato. Ha fatto di tutto per trasformarsi in un grande magazzino di saperi minimi a basso prezzo, trattando con i ragazzi e le loro famiglie esattamente come si fa con una clientela più o meno affezionata.

 

La cosiddetta Scuola dell’Autonomia ha cominciato a considerare gli studenti come una preziosissima risorsa economica. Più studenti ci sono, più progetti possono essere attivati; più progetti attivati, più finanziamenti dal Ministero. Più soldi, più laboratori, strutture, ecc. Improvvisamente i Dirigenti Scolastici (non chiamateli più Presidi, per carità. La loro missione è quella del Manager, quella del professionista col cellulare appeso all’orecchio, che costantemente s’ingegna a produrre utili per la sua Azienda), si sono accorti della necessità di attirare il maggior numero di clienti-studenti (con corsi di judo e snowboard, cineforum, viaggi d’istruzione sempre più turistici, sempre meno didattici, ecc), in modo da formare il maggior numero possibile di classi e assicurare, così, il lavoro ai propri insegnanti.

 

Abbiamo cominciato a finire in presidenza noi docenti, invece che i nostri alunni. Abbiamo iniziato ad essere redarguiti dal Manager per le troppe insufficienze. Abbiamo appreso con una certa difficoltà che il Ministero aveva stabilito una soglia minima di alunni per ogni classe. Se bocci troppo c’è il rischio che la smembrino e tu perda il posto di lavoro. Tutto qui!

 

La qualità dell’insegnamento? E cosa conta, ormai? La nuova scuola della riforma punta alla quantità, prevede classi di trenta alunni quando è difficile far lezione a venticinque. Non si occupa delle dimensioni e della fatiscenza delle aule. Un’idea per il Ministro: perché non soppalcarle? Che affare raggiungere la soglia dei quaranta studenti, disponendoli su due piani!

 

Abbiamo iniziato a corteggiare i ragazzi, a promuoverli senza che lo meritassero, per poter mantenere le nostre famiglie. Abbiamo subìto comportamenti sempre più indisciplinati, rimanendo letteralmente disarmati. Molti di noi hanno chiesto almeno la reintroduzione del vecchio voto di condotta, che poteva ancora far «paura». L’unica, recente concessione è stata una valutazione disciplinare che fa media con gli altri voti, che premia anche i più bulli. Sai che pacchia beccarsi un sei o un sette, che non fa che incidere positivamente su una sfilza di quattro e cinque in pagella! Niente meno che l’ennesima iniziativa promozionale rivolta ai nostri clienti.

 

Ci sono difficoltà di trasporti? Il vostro bimbo torna a casa troppo tardi ed è costretto a saltare la merenda? La scuola provvede con le ore di cinquanta minuti! I genitori vorrebbero tanto andare in montagna tutti i week end? La scuola risponde con la settimana corta! I nostri clienti non hanno voglia di studiare? La scuola si affretta a concedere qualsiasi forma di recupero possibile. Vuoi mica bocciare qualcuno e rischiare di perdere la cattedra? Vuoi mica dare un cinque e vederti arrivare a casa un ricorso?

 

I nuovi tagli alla scuola rientrano in questa perfetta logica aziendale. La stessa logica che insegna ai nostri giovani a farsi i conti in tasca e a non far niente per niente. Quella stessa filosofia che ha introdotto nelle nostre aule il lessico bancario dei crediti e dei debiti. Spendere meno per incassare di più. La nuova riforma non riforma nulla, va esattamente nello stesso senso delle altre. La quinta e la sesta ora di lezione sono pesanti? Meglio eliminarle, piuttosto che insegnare ai nostri giovani a concentrarsi meglio e di più. Metti che poi, magari, prendano il vizio e comincino a farlo spesso. Metti che imparino poi a concentrarsi su una società che fa buchi da tutte le parti, su una politica che è solo una vetrina per ottenere potere e ricchezza. Su una cultura che è diventata il regno della banalità. Metti, addirittura, che imparino a pensare! No, no. Meglio tagliare ore a scuola e mandarli a casa prima, a giocare sul computer, a stamparsi davanti alla tv.

Meglio formare generazioni di vitelloni superficiali e ignoranti. Facilmente comprabili, perfettamente manipolabili.  PIETRO RATTO LS 5

 

 

 

 

L’italiano da “bell’idioma” a lingua ignorata

 

Sempre più scorretto il nostro linguaggio. E sempre più frequente l’uso di anglicismi. Ben venga quindi la riforma della scuola

 

Il giornalista Giulio Benedetti esordisce, sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, con una affermazione: “Alla fine del percorso scolastico, dopo 13 anni di lezioni ed esercitazioni, la prova scritta d’italiano rappresenta un problema per la metà degli studenti”. Che usano in maniera inappropriata i segni di punteggiatura, non conoscono l’ortografia, formulano frasi senza senso, violentano le regole della grammatica e della sintassi. L’articolista trae la notizia da un controllo eseguito dall’Accademia della Crusca su 6.000 temi dell’esame di maturità del 2007, il 58% dei quali era pieno di errori. Dati confermati dallo studio della BocconiTrovato&Partners su 100 ragazzi delle scuole superiori. Come dire che, al termine del ciclo d’istruzione, gli allievi non hanno ancora una sufficiente padronanza della lingua, per cui meriterebbero la bocciatura. Eppure, per “buonismo” sono quasi sempre promossi.

   Non sono stupito: ero al corrente dei due concorsi (ad Orbetello e a Conegliano) ove nessun candidato è stato ammesso agli orali a causa degli strafalcioni negli scritti. E già Mario Giordano, nel libro “Cinque in condotta”, aveva sottolineata la scarsa preparazione degli studenti ai quali si devono fregnacce del genere: l'ultimo libro della Bibbia è “la pocalisse”; Tiepolo è “il fratello di Mammolo”; Vasco de Gama “circoncise l'Africa”; l'Infinito di Leopardi è “leopardare”. Del resto, basta ascoltare la Tv, navigare su Internet o leggere i quotidiani per registrare le tante, attuali lacune linguistiche e culturali.

    Gli stessi opinionisti (e perfino alcuni docenti universitari che polemizzano sull’insufficienza della preparazione scolastica) scrivono a volte in maniera scorretta: non è raro trovare un “perchè” con accento grave; o “inquanto” e “daccordo”, attaccati; sttaccato, invece, “a finché”; “è”, verbo, o il “sì” del consenso, senza accento, viceversa messo sul “se” dell’ipotetica; o quel “c’avevo” che litiga con la fonetica. Non parliamo poi dell’uso improprio di congiuntivi, condizionali e gerundi, per cui qualcuno suggerisce, irrazionalmente, di abolirli, asserendo che “è inutile tenere regole che nessuno è materialmente in grado di applicare”. E che dire della punteggiatura, usata spesso alla carlona, tanto da rendere incomprensibili le frasi; delle numerose ripetizioni, benché l’italiano sia ricco di sinonimi; dei verbi coniugati in modo inesatto (su un giornale ho trovato “correggietemi” o “continuamo”); dell’abuso di parole inglesi, magari scritte scorrettamente (su il Corriere della Sera, jet leg = gamba dell'aereo, invece di jet lag  = malessere da aereo)?

   Certo, a volte sono errori di battitura sfuggiti ad una rilettura veloce; comunque non aiutano gli Italiani ad impadronirsi della lingua che, con Dante, ha preceduto di secoli l’unità politica. Possiamo anche convenire con chi giustifica l’uso di tanti anglicismi - secondo De Mauro, oggi sono 5370, contro i 1417 di 10 anni fa - con la necessità di esprimere concetti (di politica, economia, lavoro, informatica, intrattenimento, moda, musica, sport) nati in prevalenza nel mondo anglosassone e spesso intraducibili. Ma perché le Istituzioni, invece di limitarne l’abuso, lo assecondano, creando il Ministero del welfare, parlando di authority e di question time, istituendo il garante della privacy, o battezzando rai international o educational i dipartimenti della Tv?

   Un fenomeno non nuovo, l’uso di parole derivanti da altre lingue, dovuto anche alle vicende storiche della Penisola: perfino “mamma e papà” sono francesismi italianizzati. Invece continuiamo ad importare inglesismi, anche quando non è necessario. Per vanità; per abitudine; per conformismo. A dispetto del fatto che il nostro è uno degli idiomi più armoniosi del mondo, nel quale grafia e pronuncia coincidono; e tra i più richiesti dagli stranieri (5° nella classifica mondiale, secondo uno studio della Fondazione Rosselli, realizzato per il Corriere della Sera). Non sarebbe più saggio insegnarlo meglio e usarlo correttamente nei giornali e alla televisione? Se ne avvantaggerebbe l’80% della popolazione nazionale che, secondo il linguista Tullio de Mauro, “non possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi nella società contemporanea”.

   Già nel 1818 Leopardi scriveva: “Vedo corrotta la lingua, il che non è mai scompagnato dalla corruttela del gusto; vedo languido e pressoché spento l’amore di questa Patria”. Oggi, probabilmente, sarebbe ancora più severo e scandalizzato. Ben venga, dunque, la riforma del Ministro Gelmini, forse migliorabile (insensato sarebbe ridurre le ore di italiano ai licei) ma senz’altro necessaria. Perché, tra l’altro, restituisce valore al voto di condotta, mettendo così un freno al bullismo; reintegra gli esami di riparazione, per evitare i quali (forse) si studia di più; ripropone, alle elementari, il maestro unico che facilita il rapporto allievo/insegnante e comporta un notevole risparmio per lo Stato; stabilisce, per facilitarne l’integrazione, un massimo del 30% di stranieri nelle classi; riabilita i voti ed impone il grembiule, facendo capire ai ragazzi che si va a scuola per imparare, non per sfoggiare abiti alla moda; consente di assolvere l’ultimo anno di obbligo scolastico anche in percorsi di apprendistato, come già avviene in Svizzera.

   Innovazioni o reinserimenti che si accompagnano a quelli previsti per le Università e che hanno, come sempre, suscitato critiche e polemiche, soprattutto da chi, per decenni, si è servito della scuola per propagandare il proprio credo politico. Ai quali il Capo dello Stato, in occasione dell'inaugurazione del nuovo anno scolastico al Quirinale, ora manda a dire: “Per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore; le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento: non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente”. Vogliamo forse dargli torto?  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

La riforma Gelmini ancora da rifare

 

Il governo ha avviato la riforma dell’istruzione superiore, approvando i regolamenti e i quadri orari di licei, istituti tecnici e professionali: sulla carta, si tratta di uno dei cambiamenti più significativi della nostra scuola dall’introduzione della media unica del 1962. Per formulare un giudizio completo, occorre però attendere la definizione dei programmi di studio e dei dettagli delle singole materie, che per il momento rimangono titoli generali; tuttavia, qualche considerazione iniziale si può fare.

 

Il rinnovamento di istituti tecnici e professionali ha incontrato un generale consenso: è il frutto di una lunga riflessione improntata a uno spirito bipartisan, purtroppo persosi all'ultimo passaggio. La riforma dei licei, invece, è di fatto nata solo negli ultimi dodici mesi ed è quindi destinata a suscitare maggiori controversie.

 

La grande novità positiva è la creazione di un vero liceo scientifico - con l’opzione chiamata «scienze applicate». Una grave lacuna dell’ordinamento italiano viene colmata, razionalizzando la sperimentazione più interessante e diffusa degli ultimi anni, il cosiddetto Piano nazionale informatica. Con la rinuncia a tre ore settimanali di latino, si rafforzano gli insegnamenti di matematica, fisica e scienze naturali. Includendo le ore informatica, gli studenti avranno 12 ore di insegnamento scientifico nel primo biennio e 14 nel triennio successivo. Finalmente, verrebbe da dire. Anche in un Paese storicamente poco orientato alla cultura scientifica come il nostro, si creerà una leva di studenti con competenze di matematica, fisica e scienze della vita analoghe a quelle dei paesi avanzati, inclusi quelli asiatici, ma soprattutto abituati a ragionare partendo dall’osservazione dei fenomeni naturali, interrogandosi senza pregiudizi sulle loro leggi e imparando a concettualizzarle in modelli e teorie complesse. E’ probabile - e per molti versi auspicabile - che le future élite del Paese escano da questo filone del liceo scientifico, ben più che dal liceo classico, così come avviene da tempo in Francia. Da questo punto di vista, appare bizzarra l’inclusione dell’informatica come materia a sé: è difficile pensare che i ragazzi di oggi abbiano bisogno di una specifica alfabetizzazione sui computer, a meno che non li si voglia trasformare tutti in ingegneri informatici. Così come, per guidare un’auto, non abbiamo bisogno di sapere come è fatto lo spinterogeno, per studiare le scienze - o qualsiasi altro soggetto - i ragazzi non devono sapere come sono fatti i computer: devono usarli, sfruttandone in modo intelligente e critico le risorse cognitive.

 

Se, sul piano degli studi scientifici, la riforma compie progressi, dubbi rimangono per le scienze sociali, l’altra sfera dei saperi finora largamente ignorata dalla nostra scuola. Con la riforma nasce, a fianco dell’attuale liceo psico-pedagogico, ribattezzato delle scienze umane, un’opzione socio-economica. L’idea è buona, ma l’indirizzo sembra mancare di una identità precisa. Accanto a sole tre ore settimanali di diritto ed economia (perché metterle insieme in un indirizzo così dedicato, poi?), ci sarà un eguale ammontare di un generico insegnamento di scienze umane (antropologia, psicologia, sociologia, statistica) e di una seconda lingua. Il rischio, evidente, è che il liceo economico-sociale finisca con l’essere un refugium peccatorum di chi non ha un chiaro orientamento umanistico o scientifico.

 

In generale, il problema di quanto spazio dedicare a insegnamenti comuni a tutti gli indirizzi e quanto a discipline specialistiche è cruciale, ma non ha mai soluzioni facili. La soluzione preferibile, per permettere ai ragazzi - e non solo alle loro famiglie - di scegliere consapevolmente la specializzazione più congeniale, sarebbe, a mio avviso, un percorso sostanzialmente comune nel biennio, con un orientamento per il triennio successivo anche più specialistico che nell’attuale disegno. Uno sforzo in questa direzione è stato fatto, mantenendo nel biennio iniziale di tutti gli indirizzi insegnamenti di italiano, storia, matematica, scienze e lingua straniera. Perché non includere anche diritto e economia? In fondo, i fondamenti giuridici ed economici della nostra comunità civile dovrebbero far parte di quel patrimonio di conoscenze «di cittadinanza» necessarie a qualsiasi giovane.

 

Infine, una critica facilmente prevedibile all’impianto della riforma sarà di aver ridotto le ore di insegnamento, con alcune materie - l’inglese su tutte - penalizzate più di altre. Le ricerche sui migliori sistemi scolastici - ma anche il semplice buon senso - ci dicono che per migliorare gli apprendimenti degli studenti ciò che veramente conta è la qualità degli insegnamenti, ben più che la loro quantità. Oggi la qualità degli insegnamenti in Italia si fonda sul ripensamento dell’organizzazione delle carriere e della formazione dei docenti, su cui reinvestire i risparmi di spesa che il governo ha imposto alla scuola. E, naturalmente, su un sistema di valutazione nazionale ben funzionante. Se così andranno le cose, allora questa riforma segnerà davvero un cambiamento per la scuola italiana. 

ANDREA GAVOSTO, Direttore Fondazione Giovanni Agnelli LS 6

 

 

 

 

Il Risorgimento sotto processo. L'unità d'Italia e i suoi nemici

 

Proprio alla vigilia del 150esimo anniversario dell'Unità, il Risorgimento è sotto processo. Non è solo La Padania. Sono decine e decine di pubblicazioni, articoli, libri e libercoli, che ormai da anni (ma con ritmo accelerato negli ultimi tempi) stanno cambiando l'immagine di quel nodo di eventi. «Quella tangente di Mazzini inaugura il malcostume di un'Italia disonesta », «Carlo Alberto sciupafemmine, traditore e indeciso a tutto», «Perché la Liguria non appartiene all'Italia », «L'invenzione delle camicie rosse», «Da capitale estense a provincia sarda», «Complotto massonico- protestante contro la Chiesa», «I Savoia e il massacro del Sud», «Un popolo alla deriva»: è solo un piccolo campionario di titoli (di capitoli, di volumi, di articoli) che però serve a dare un'idea di che cosa stiamo parlando.

Intendiamoci: la critica al Risorgimento ha una lunga tradizione. Cominciò nel momento stesso in cui fu proclamato il Regno d'Italia, nel 1861, per voce di coloro che si erano battuti per un altro esito, diverso da quello rappresentato dalla monarchia cavouriana. Da allora in poi quella critica ha occupato un posto centrale nel discorso pubblico del Paese. Non a caso tutte le culture politiche dell'Italia del Novecento, dal socialismo al nazionalfascismo, al cattolicesimo politico, all'azionismo, al comunismo gramsciano, si sono fondate per l'appunto su una visione a dir poco problematica del modo in cui era nata l'Italia. Basta ricordare i nomi di alcuni loro fondatori: Oriani, Sturzo, Gobetti, Gramsci. Ma attenzione: questa critica, sebbene spesso assai aspra, ha sempre osservato un limite. E cioè si è sempre ben guardata dal divenire una critica all'unità in quanto tale, non ha mai ceduto alla tentazione di mettere in dubbio il carattere positivo dell'esistenza dello Stato nazionale.

E' su questo punto che invece si sta consumando una rottura decisiva. Va costituendosi negli ultimi anni, infatti, un vero e proprio fronte antirisorgimentale e insieme antiunitario che nasce dalla saldatura di tre segmenti: un segmento settentrionale d'ispirazione leghista, un secondo segmento, rappresentato da nazionalisti meridionali innestati su un variegatissimo arco ideologico che va dai tradizionalisti neoborbonici agli ultrà paleomarxisti, e infine un segmento di cattolici che potremmo definire guelfo- temporalisti. Tutti si fanno forti di una ricostruzione del passato che dire approssimativa è dire poco: di volta in volta tagliata con la motosega o persa nei pettegolezzi minuti «dal buco della serratura». Nella quale, comunque, dominano i modelli interpretativi presi a prestito dall'Italia di oggi: quello del giustizialismo più grossolano («Chi c'ha guadagnato», «chi ha rubato », «chi ha pagato») e il complottismo maniacale che vede massoni e «misteri » dappertutto.

L'Unità d'Italia diviene così un racconto a metà tra Mani pulite, la P2, e la strage di Ustica «come non ve l'hanno mai raccontata prima ». Ridicolo, ma per molti convincente, dal momento che quel racconto riempie il vuoto che si è determinato da decenni nel nostro discorso pubblico dopo che esso ha espulso da sé, e ormai perfino dal circuito scolastico, ogni autentica e viva narrazione del Risorgimento. A riprendere la quale non basterà certo il patetico brancolare nel buio del governo attuale, che sembra considerare l'anniversario dell'Unità più che altro come la classica tegola cadutagli sulla testa. Ernesto Galli della Loggia CdS 7

 

 

 

 

Immigrati, il permesso sarà a punti

 

Via libera al permesso di soggiorno a punti. Si dovrà raggiungere quota 30 per mantenerlo, con un sistema di crediti e debiti. La conoscenza della lingua e della Costituzione, ad esempio, daranno punti, mentre la commissione di reati li toglierà. La novità - hanno annunciato i ministri dell'Interno e del Welfare, Roberto Maroni e Maurizio Sacconi che  ieri hanno raggiunto un'intesa sul regolamento - sarà contenuta in un decreto che presto andrà in Consiglio di ministri. Critico il Pd, secondo cui la misura farà aumentare gli irregolari.

 

Il provvedimento disciplina l'accordo di integrazione che lo straniero dovrà obbligatoriamente stipulare al momento della domanda di rilascio del permesso di soggiorno. Con l'accordo l'immigrato si impegna a conseguire durante il periodo di validità del permesso stesso (due anni) una serie di obiettivi: dalla conoscenza della lingua a quella della Costituzione, dall'iscrizione al Servizio sanitario nazionale al regolare contratto abitativo. Tutte «prove» che daranno un certo numero di crediti la perdita dei quali comporta la revoca del titolo di soggiorno, con conseguente espulsione amministrativa dello straniero. La soglia da raggiungere alla fine dei due anni è 30. Se l'immigrato ha un punteggio inferiore, ha un altro anno di tempo per arrivare alla quota richiesto; dopo - se sarà ancora sotto i 30 - scatterà l'espulsione.

 

«È la legge sulla sicurezza - ha ricordato Maroni a margine della presentazione della rivista del ministero  - che parla di specifici obiettivi da raggiungere nel giro di due anni con una valutazione da parte degli Sportelli unici per l'immigrazione. Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso il permesso di soggiorno, altrimenti ci sarà l'espulsione». È un sistema, ha aggiunto il ministro, «per garantire l'integrazione: io ti suggerisco le cose da fare per integrarti nella comunità. Se le fai ti do il permesso di soggiorno, se non le fai significa che non vuoi integrarti. Lo applicheremo solo ai nuovi permessi di soggiorno».

 

er gli eventuali corsi di lingua e altro, ha assicurato Maroni, «non chiederemo soldi agli immigrati, faremo tutto noi, anche per garantire standard uniformi in tutte le province ed avere tutto sotto controllo». L'accordo tra i due ministeri, ha concluso, «sarà tra breve trasformato in un decreto».

 

Per Livia Turco, responsabile Immigrazione del Pd, «il permesso di soggiorno a punti rappresenterà le forche caudine che ostacoleranno l'integrazione e favoriranno l'irregolarità. In un Paese come l'Italia, dove per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno occorre aspettare più di un anno e dove i corsi di lingua e cultura sono gestiti dal volontariato e dalla Chiesa, non è possibile aspettarsi altro».

 

L'Italia, purtroppo, ha aggiunto, «non è il Canada: se Maroni e Sacconi vogliono imitare il Canada o gli altri Paesi che hanno adottato questo tipo di sistema allora risolvano prima questi problemi e garantiscano tempi certi per i rinnovi dei permessi e corsi di lingua e cultura forniti dalla scuola pubblica». Gianclaudio Bressa (Pd) ha parlato di «scandalosa lotteria sociale i cui giudici imbrogliano in partenza». L’U 5

 

 

 

 

Permessi di soggiorno, si perderanno punti anche in caso di multa

 

Giovanardi: «Idea discutibile». Il Partito democratico: «Si tratta di una squallida lotteria sociale» - Chi parla l’italiano otterrà 22 crediti, tolti 5 per ogni anno di scuola perso dei figli

 

ROMA — Acquista 22 punti chi supera il test di italiano, ne perde 20 chi subisce una condanna da due a tre anni di reclusione. Sono 5 i punti che vengono scalati per ogni anno scolastico perso dai figli, 20 quelli che si guadagnano se si dimostra di conoscere la Costituzione. Ma la sottrazione è prevista anche per chi commette «gravi illeciti amministrativi » puniti con una multa.

È questo il sistema messo a punto dal governo per i permessi di soggiorno degli immigrati. E mentre il Partito democratico parla di «squallida lotteria sociale, dimostrazione delle follie legislative di questo esecutivo che stanno piegando il nostro ordinamento su posizioni xenofobe», voci contrarie si levano anche dall'interno dello stesso esecutivo con il sottosegretario alla Presidenza Carlo Giovanardi che giudica «discutibile l'idea di mettere in moto un meccanismo di valutazione, inevitabilmente discrezionale, che, da un lato, impegnerebbe le strutture amministrative dello Stato, dall'altro, costringerebbe milioni di lavoratori extracomunitari, comprese colf e badanti, a un ulteriore, gravoso adempimento».

La scelta dei titolari di Interno e Welfare, Roberto Maroni e Maurizio Sacconi, appare comunque fatta e i tecnici sono al lavoro sugli ultimi dettagli del regolamento. Si è deciso che l'accordo dovrà essere sottoscritto da chi entrerà nel nostro Paese dopo l'entrata in vigore del decreto e dunque anche da una quota di persone inserite nell'ormai famoso «click day», il sistema per garantire l'ingresso dei lavoratori stranieri, poi trasformato in sanatoria per colf e badanti

Il Viminale ha già siglato l’intesa con quattro enti — Università Romatre, Università di Perugia, Università di Siena e Dante Alighieri—per l’organizzazione degli esami di lingua e il rilascio della certificazione riconosciuta a livello europeo. Ma delegherà ai prefetti la possibilità di stipulare accordi con strutture sparse sul territorio che possano pianificare i corsi di aggiornamento sulla legislazione italiana e quelli che dovrà frequentare chi non è riuscito a raggiungere il risultato richiesto, ma ha ottenuto la proroga di un anno. Si tratta di un «percorso di istruzione per adulti o di integrazione linguistica e sociale di durata pari ad almeno centoventi ore». La soglia minima per poter rimanere nel nostro Paese è di 30 punti. I quattro requisiti che consentono di accumularli sono «la conoscenza della lingua italiana parlata, secondo il livello A2 di cui al quadro comune europeo di riferimento per le lingue emanato dal Consiglio d'Europa; la conoscenza dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica e dell’organizzazione e funzionamento delle istituzioni pubbliche in Italia; acquisire una adeguata conoscenza della vita civile in Italia, con riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei servizi sociali, del lavoro e degli obblighi fiscali; assolvere l’obbligo di istruzione dei figli minori».

Se il leghista Federico Bricolo plaude perché «i primi ad avere vantaggi saranno proprio gli extracomunitari che si vogliono integrare e penalizzati quelli che vengono nel nostro Paese con l’intenzione di non rispettare le nostre leggi e le nostre regole», Andrea Sarubbi, del Pd, giudica la proposta «un’ottima idea se vivessimo su Marte e non in Italia perché nei fatti necessita di un impegno e di investimento massiccio del governo che al momento è del tutto assente».

Ad agitare la maggioranza è la presa di posizione di Giovanardi e la risposta arriva da Sacconi, secondo il quale «solo un approccio ideologico può far pensare a un percorso a ostacoli, mentre esso rappresenta quello lineare di chi si atteggia responsabilmente nella comunità nella quale vive ».  Fiorenza Sarzanini CdS 6

 

 

 

 

"Sì alle cure per gli immigrati irregolari". Censis, favorevoli otto italiani su dieci

 

In particolare al Sud gli intervistati parlano della salute come diritto inviolabile e un atto di solidarietà irrinunciabile. Risalendo la penisola aumentano quelli convinti che altrimenti ci sarebbe il serio rischio di epidemie incontrollate. Solo per il 13 per cento non hanno diritto all'assistenza perché non pagano le tasse mentre il 5 per cento pensa che facciano aumentare in modo insopportabile i costi

 

ROMA - Otto italiani su dieci si dicono favorevoli alla sanità pubblica per gli immigrati irregolari. E' quanto emerge da un'indagine del Censis nella quale si rileva che più dell'80 per cento degli italiani ritiene che anche gli immigrati irregolari debbano avere accesso ai servizi sanitari pubblici. A volere la sanità pubblica anche per gli irregolari è l'86,1 per cento dei residenti al Sud, il 78,7 al Centro, il 78,4 al Nord-est e il 75,7 per cento al Nord-ovest. Dello stesso parere oltre l'85 per cento dei laureati, l'83,1 dei 30-44enni e più dell'85 per cento dei residenti nelle città con 30 mila-100mila abitanti. E' alta la quota dei favorevoli anche tra i più cagionevoli di salute e quindi più bisognosi di cure: l'83,9 per cento di chi dichiara di avere una salute pessima auspica un'offerta sanitaria pubblica estesa anche a clandestini e irregolari.

 

Secondo il 65,2 per cento degli intervistati dal Censis, la tutela della salute sia un diritto inviolabile, quindi curare tutti è un atto di solidarietà irrinunciabile. Una scelta che prevale in modo trasversale nel territorio nazionale e nel corpo sociale. E' l'opinione soprattutto dei residenti nelle regioni del Mezzogiorno (quasi il 74 per cento) e dei laureati (quasi l'80 per cento). Risalendo la penisola diminuisce la quota di intervistati che parlano della salute come diritto irrinunciabile per tutti, mentre aumentano quelli convinti che occorre assicurare la sanità anche agli irregolari perché altrimenti ci sarebbe il serio rischio di epidemie incontrollate. La pensa così poco più del 12 per cento dei residenti al Sud, il 15,4 al Nord-ovest, il 15,8 al Nord-est e oltre il 19 per cento al Centro. Questa opinione è diffusa anche tra chi dichiara di avere una salute pessima (e presumibilmente utilizza di più le strutture sanitarie) e tra chi possiede un basso titolo di studio.

 

Sul fronte del no si schiera meno del 20 per cento degli italiani: poco più del 24 per cento dei residenti al Nord-ovest, del 24,8 per cento delle persone con basso titolo di studio, di oltre il 24 per cento di chi vive nelle grandi città con più di 250mila abitanti. Solo per il 13 per cento degli intervistati, gli stranieri irregolari non hanno diritto alla sanità perché non pagano le tasse; per poco più del 5 per cento perché fanno aumentare in modo insopportabile i costi delle cure. Riguardo all"identikit sanitario' della popolazione immigrata, che mediamente è più giovane e in salute di quella italiana, per il momento gli stranieri utilizzano meno le strutture sanitarie (si stima in circa il 65 per cento la quota degli stranieri presenti sul territorio italiano iscritti al Servizio sanitario nazionale) che per loro significano soprattutto Pronto soccorso (il 5,7 per cento vi si è recato negli ultimi tre mesi rispetto al 3,3 degli italiani) e ricoveri d'urgenza, piuttosto che prevenzione e visite specialistiche. Secondo il Censis, per il futuro, una maggiore integrazione degli immigrati comporterà anche livelli più alti di tutela della loro salute, in linea con gli standard degli italiani: occorre preparare quindi il Servizio sanitario nazionale in termini di risorse e di competenze.

 

Anche per Sergio Dompé, presidente Farmindustria, l'incremento dell'immigrazione insieme all'invecchiamento della popolazione, pongono "una sfida per un Servizio Sanitario già ai primi posti delle classifiche internazionali dell'Oms per rapporto qualità/prezzo/accessibilità. Anche per questo  - dice Dompè -tagliare gli sprechi è fondamentale in tutta la spesa sanitaria, quindi non solo nella farmaceutica, che rispetta il budget assegnato, mentre le altre voci continuano a crescere molto più dell'inflazione. E' in definitiva prioritario puntare su maggiori controlli e sull'appropriatezza della spesa per garantire l'equilibrio e la sostenibilità del sistema, anche attraverso forme di compartecipazione alla spesa da parte dei cittadini, fatte salve naturalmente le fasce più deboli". LR 5

 

 

 

 

Al via la seconda edizione del concorso internazionale "Giornalisti del Mediterraneo"

 

BARI - Al via la 2° edizione del Concorso Internazionale “Giornalisti del Mediterraneo” e Premio “Caravella del Mediterraneo”. L’evento gode del patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’Editoria e la Comunicazione, della Presidenza del Parlamento Europeo, dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo, del Ministero delle Politiche Europee, dell'Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, del Segretariato Sociale Rai e di AnsaMed, oltre al patrocinio delle Ambasciate di Spagna, Turchia, Polonia, Portogallo, Ungheria, Cipro, Svezia e Slovacca, nonché, di Università italiane, Centri Culturali e Istituzioni regionali, nazionali e internazionali.

 Il concorso si articolerà in quattro sezioni: Missioni di Pace dell'Italia all'Estero; Solidarietà, Soccorso e Impegno Civile; Immigrazione, Integrazione, Accoglienza; Giovani Talenti e Web. E' possibile scaricare il bando dal sito www.terradelmediterraneo.it e chiedere informazioni chiamando il numero 346.82.62.198. I lavori devono prevenire entro e non oltre il 12 aprile 2010.

Nell’ambito della manifestazione, riceveranno il Premio “Caravella del Mediterraneo” i giornalisti Toni Capuozzo, inviato di guerra e vice direttore del TG5; Domenico Nunnari, vice direttore del TGR; Antonio Fatiguso dell’Ansa di Tokyo; Gina Di Meo, inviata di guerra freelance; Arcangelo Moro, fondatore e primo direttore in Kosovo, durante la missione Joint Guardian, di Radio West  la prima emittente radiofonica nella storia delle Forze Armate Italiane. Il Premio “Caravella del Mediterraneo” rappresenta l’incrocio dei mari e delle culture del Mediterraneo, protagonista millenario di scambi commerciali, linguistici e sociali tra Oriente ed Occidente. Tommaso Forte, info@terradelmediterraneo.it (de.it.press)

 

 

 

 

 

 

Klimawandel zwingt Menschen zur Flucht: Bedarf für neue Rechtsinstrumente in der Flüchtlingspolitik

 

Im Rahmen des Weltklimagipfels im Dezember 2009 in Kopenhagen warnte der Hohe Flüchtlingskommissar der Vereinten Nationen (UNHCR), Antonio Guterres, dass der Klimawandel in naher Zukunft zum Hauptfluchtgrund weltweit werden könnte.

 

Der Klimawandel werde – so Guterres – die Länder des Südens härter treffen als die Staaten der nördlichen Hemisphäre, diese müssten sich jedoch auf entsprechende Migrationsbewegungen vorbereiten und zwar so zügig wie möglich. 2008 wurden bereits rund 36 Millionen Menschen infolge von Naturkatastrophen vertrieben, mehr als 20 Millionen mussten fliehen.

„Naturkatastrophen sind intensiver und häufiger und der menschliche Einfluss hat immer verheerendere Auswirkungen", sagte Guterres. Die Zunahme der Dürren stelle betroffene Gemeinden auf eine harte Probe. Gleichzeitig drohen ansteigende Meeresspiegel ganze Inseln zu überfluten. „Falls dies geschieht, werden nicht nur Staaten, sondern auch Kulturen und Individuen ertrinken.“

Weiter warnt der Hochkommissar, dass die Unterscheidung zwischen Migranten und Flüchtlingen, durch die Vielzahl an Fluchtgründen und die bisherige Nicht-Berücksichtigung von Flucht aus klimatischen Gründen, immer schwieriger wird und in Folge dessen Rechtsunsicherheit entsteht, was Schutzlücken zur Folge habe. „Möglicherweise gibt es Bedarf für neue Rechtsinstrumente und UNHCR sollte kurzfristige Schutzstrategien entwerfen", so der Hochkommissar.Außerdem warnte Guterres vor der Sprengwirkung des Klimawandels: „Der Klimawandel verstärkt den Wettstreit um die Ressourcen – Wasser, Nahrungsmittel, Weideland – und daraus können sich Konflikte entwickeln.“

Dabei wurden vier Regionen isoliert, die die Hauptlast des Klimawandels tragen müssten. Die Antarktis, in der die Permafrostböden auftauen und ganze Siedlungen vom Erdboden verschluckt werden, die Sahelzone südlich der Sahara, in der die Dürre noch zunimmt, die bevölkerungsreichen Flussdeltas Asiens, in der sich Überschwemmungen häufen werden und die kleinen pazifischen Inseln, die einfach vom Meer verschluckt werden. Nach Untersuchungen amerikanischer Universitäten wird der Klimawandel bis 2030 das Bürgerkriegsrisiko in Afrika um mehr als 50 Prozent ansteigen lassen.  "Forum Migration Februar 2010"

 

 

 

Auswanderung. Der dumme Rest bleibt. In Deutschland mehr Abwanderung als Zuzug

 

Erstmals seit 25 Jahren gibt es in Deutschland mehr Abwanderung als Zuzug – doch nicht nur das alarmiert. Von Malte Lehming

 

Höchste Zeit für eine kleine Erinnerung. Denn in zwei Monaten feiert er seinen 95. Geburtstag. In Berlin war er zur Welt gekommen, hatte am Französischen Gymnasium sein Abitur abgelegt und an der Berliner Universität Wirtschaftswissenschaften studiert. Im April 1933 floh er aus Deutschland, kämpfte in Spanien und Frankreich gegen die Nazis. Nach dem Krieg ließ sich der gelehrte Grenzgänger in den USA nieder, die akademische Laufbahn beendete Albert O. Hirschman in Princeton.

 

Sein wichtigstes Werk kam 1970 heraus und heißt „Exit, Voice and Loyalty“ („Abwanderung und Widerspruch“). Darin analysiert Hirschman, was in einem Unternehmen geschieht, dessen Qualität oder Nutzen für die Mitarbeiter abnimmt. Die beiden Hauptreaktionsformen sind „exit“ – die Beziehung zum Betrieb wird abgebrochen – und „voice“ – durch Protest wird eine Verbesserung angestrebt. Unmittelbar nach dem Fall der Mauer wurde dieses Instrumentarium auch auf die Spätphase der DDR angewendet. Hirschman konnte eindrucksvoll zeigen, wie sich „exit“ (Auswanderung) und „voice“ (Montagsdemonstrationen) in ihrer Wirkung wechselseitig verstärkten, bis das System schließlich kollabierte.

 

Jeder Vergleich der späten DDR mit der Bundesrepublik im Jahre 2010 verbietet sich. Dennoch sollten drei Befunde alarmieren. Erstens: Das Geburtendefizit in Deutschland, also die Zahl der neugeborenen Kinder minus die der Sterbefälle, ist auf dem höchsten Stand seit 1976, die Bevölkerungszahl wird trotz Krippenplatzausbau und Elterngeld stetig kleiner.

 

Zweitens: Erstmals seit 25 Jahren gibt es in Deutschland mehr Abwanderung als Zuzug. 175 000 Bundesbürger verließen Deutschland im Jahr 2008, das ist der höchste Stand seit den frühen 50er Jahren. Drittens: Seit den letzten Jahren in der Amtszeit von Helmut Kohl, etwa gegen Mitte der neunziger Jahre, beschleicht den Normaldeutschen das Gefühl, dass es egal ist, wer regiert. Ob Schwarz-Gelb, Rot-Grün, Schwarz-Rot oder wieder Schwarz-Gelb: Mit Ausnahme der Agenda 2010 traut sich keine Regierung an echte Reformen heran. Ob hohe Steuerlast, hohe Staatsverschuldung, hohe Arbeitslosigkeit, niedrige Geburtenrate, steigende Sozialabgaben, Bürokratisierung: In den vergangenen 15 Jahren haben sich die gesellschaftspolitisch entscheidenden Daten im Land kaum verändert. Die Beteiligung an Wahlen nimmt auch deswegen ab. Es schwindet die Hoffnung auf Besserung.

 

Wenn der Faktor „voice“ gewissermaßen ins Leere läuft, gewinnt der Faktor „exit“ an Bedeutung. Das Land schrumpft sich langsam krank. Und nicht nur, dass es oft gut ausgebildete Fachkräfte sind, die ihr Glück woanders versuchen, also junge Menschen mit Initiative, Tatkraft und Wagemut, nein, auch jene vielen Milliarden Euro Steuereinnahmen, die durch sie verloren gehen, müssen von den Daheimgebliebenen extra aufgebracht werden. Sie sind der dumme Rest, der sich folglich ebenfalls überlegt, sein Heil im Ausland zu suchen. Jeder Fortzug beschleunigt die Fortzugsspirale.

 

Jenseits aller Hotelmehrwertsteuereien und Kopfpauschaldebatten wird sich die Regierung von Angela Merkel daher einst an einer einzigen einfachen Frage messen lassen müssen: Hat sie dafür gesorgt, dass noch genügend Menschen in Deutschland leben, arbeiten und eine Familie gründen wollen? Nur wenn ihr das gelingt, ist sie dem Mandat, regieren zu dürfen, gerecht geworden. Alles andere ist alles andere.  Tsp 5

 

 

 

 

Integrationsbeauftragte Böhmer. "Kein Muslim verteidigt hier die Burka"

 

"Wir sollten zurückhaltend sein, eine Diskussion, die in Frankreich hohe Wellen schlägt, nach Deutschland zu tragen", sagt die Integrationsbeauftragte Maria Böhmer im FR-Interview. Schulen hätten andere Probleme.

 

Frau Böhmer, zurzeit hat jeder Fünfte in Deutschland ausländische Wurzeln, unter Jugendlichen ist der Anteil noch größer. Gleichzeitig fehlt Zuwandererkindern überdurchschnittlich oft der Schulabschluss oder eine Berufsausbildung. Wie groß wird der Schaden sein, den die Politik der letzten Jahrzehnte angerichtet hat, weil sie die Zuwanderer vernachlässigt hat?

 

Die demographische Entwicklung ist für uns ja nicht überraschend, und die Bundesregierung hat aufgrund dieser Erkenntnisse ihre Integrationspolitik bereits deutlich verstärkt. Mit dem ersten Nationalen Integrationsplan, den Integrationsgipfeln und der Islamkonferenz haben wir die Integrationspolitik ganz neu ausgerichtet. Integration steht oben auf der politischen Agenda.

 

Was muss konkret zuerst angegangen werden?

Wir müssen den Erwerb der deutschen Sprache so früh wie möglich fördern, Kindergärten dürfen nicht mehr nur ein Ort der Betreuung und Erziehung sein, sondern vor allem ein früher Lernort. Das wird in vielen Bundesländern bereits praktiziert. Das muss aber auch schulbegleitend, bis hin zur Berufsqualifizierung gelten.

 

Das Schulsystem ist aber nicht auf die Herausforderung eingestellt, so viele Schüler aus Migrantenfamilien gezielt zu fördern.

 

Als ich neulich die 9. Klasse einer Hauptschule in meinem Wahlkreis Ludwigshafen besuchte, sagte mir der Lehrer, "Ich bin der einzige Deutsche in der Klasse". Auf solche Entwicklungen müssen die Lehrkräfte in ihrer Aus- und Fortbildung besser vorbereitet werden. Interkulturelle Kompetenz muss eine größere Rolle spielen. Zugleich müssen Schulen mit hohem Migrantenanteil besser unterstützt werden. Hier sind vor allem die Länder gefordert. Die Schulen brauchen mehr Zeit für die Kinder, mehr Lehrer, mehr Schulsozialarbeiter, und deshalb auch mehr Geld.

 

Auch CDU-Fraktionschef Volker Kauder fordert mehr Lehrer mit Migrationshintergrund. Brauchen wir doch eine Migranten-Quote im öffentlichen Dienst?

 

Mein klares Ziel ist es, mehr Migranten im öffentlichen Dienst zu haben, gerade unter Lehrkräften – als Vorbilder und Brückenbauer. Aber leider wollen noch nicht genug junge Menschen aus Zuwandererfamilien Lehrer werden. Eine Quote könnte man gar nicht erfüllen. Wir müssen also dafür werben und klar machen, dass junge Migranten gute Chancen haben, in den Beruf einzusteigen und voranzukommen. Wir tun das bereits dadurch, dass der Bund sich verpflichtet hat, neben den Kriterien Eignung, Leistung und Befähigung auch interkulturelle Kompetenz und Sprachkompetenz bei Ausbildung und Beschäftigung von Zuwanderern besonders zu gewichten.

 

Kommen Kinder aus islamischen Familien besonders schlecht an deutschen Schulen zurecht – etwa wegen patriarchalischer Rollenmuster, wie Kauder behauptet?

 

Es stimmt zumindest, dass türkische Jungen schlechter in der Schule abschneiden als die Mädchen. Das ist zunehmend auch türkischen Vätern bewusst. Zugleich müssen wir immer wieder betonen: Bildung hat einen hohen Stellenwert in unserem Land. Deshalb appelliere ich an die Eltern, ihre Kinder, gleich ob Jungen oder Mädchen, mit ganzer Kraft zu fördern. Um speziell die Jungen zu unterstützen, benötigen wir dringend mehr männliche Pädagogen in den Schulen und Kindergärten.

 

Innenminister de Maizière sagt, die Islamkonferenz werde sich künftig um "praktischere Fragen" kümmern. Wird es dabei auch um solche Themen gehen?

 

Die Frage der Gleichberechtigung der Frau hat auch bei den vergangenen Runden der Islamkonferenz eine große Rolle gespielt. Ich halte es für die Integration insgesamt für zentral, dass wir Frauen stärken, aber auch Männern klar machen, dass hier nicht nur das Grundgesetz zur Gleichberechtigung verpflichtet. Es geht auch darum, diesen Wert mit Leben zu füllen.

 

Die Ex-SPD-Abgeordnete Lale Akgün, der integrationspolitische Sprecher der FDP, Serkan Tören, und die CSU-Arbeitnehmer fordern ein Burka-Verbot, wie es Frankreich erwägt. Sollte sich die Islamkonferenz auch dieser Frage annehmen?

 

Wir sollten wirklich zurückhaltend sein, eine Diskussion, die in Frankreich hohe Wellen schlägt, nach Deutschland zu tragen. Ich weiß nicht, wem auf der Straße schon einmal eine Burka begegnet ist. Das mag in Frankreich anders sein, aber für Deutschland ist die Debatte abwegig. Es gilt die klare Ansage, dass die Gleichberechtigung von Mann und Frau hier unantastbar ist. Und kein Muslim verteidigt hierzulande die Burka.

 

Wie erklären Sie sich, dass Debatten wie um das Burka-Verbot in Frankreich oder das Minarettverbot in der Schweiz auch hier so aufgeregt geführt werden?

 

Ich glaube, dass noch immer ein Satz gilt, den mir ein Pfarrer sagte, der im christlich-islamischen Dialog engagiert ist: "Wir kennen einander viel zu wenig." Denn die Beziehung zum Islam bewegt uns ja öffentlich erst seit kurzer Zeit. Man muss einander noch besser kennen lernen, und dem dienen ja auch solche Diskussionen – selbst wenn sie kontrovers sind. Die Erfahrungen im Streit um Moscheebauten in Köln und Duisburg haben aber gezeigt: Man muss die Bürger und die Gläubigen auf allen Seiten von Anfang an in solche Fragen einbinden.  (Interview: Steven Geyer) FR 5

 

 

 

 

In Hartz-Regionen: Studie zur Auswirkung des SGB II auf Menschen mit Migrationshintergrund

 

Unter demTitel „Wirkung des SGB II auf Personen mit Migrationshintergrund“ wurde im Oktober 2009 eine umfangreiche Studie veröffentlicht, die vom Bundesministerium für Arbeit und Soziales (BMAS) in Auftrag gegeben worden war.

 

Insgesamt analysiert die Untersuchung die Auswirkungen des Sozialgesetzbuchs II und des Arbeitslosengelds II auf Menschen mit Migrationshintergrund und untersucht, in wie weit sich die Lage der Unterstützungsbedürftigen mit Migrationshintergrund von ALG-II-Beziehern ohne Migrationshintergrund unterscheidet. An der Erstellung waren unter anderem die Universitäten Duisburg und Magdeburg beteiligt, sowie das Zentrum für Türkeistudien (ZfT) und das Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW).

Weiterhin ist untersucht worden, ob die Stellen, die mit der Erbringung der Leistung des SGB II befasst sind, auf den Umgang mit Migranten vorbereitet sind und welche Probleme für die Integration in die Erwerbsarbeit speziell für diese Gruppe bestehen. Dabei steht die Frage im Zentrum, ob erwerbslose Menschen mit Migrationshintergrund in gleicher Weise und im gleichen Ausmaß gefördert werden und noch viel wichtiger, haben die Förderungen dieselben Auswirkungen?

Die Studie identifiziert rund 28 Prozent der Erwerbslosen als Personen mit Migrationshintergrund, wobei es zwischen Ost- und Westdeutschland erhebliche Unterschiede gibt. Im Osten Deutschlands sind lediglich 12 bis 14 Prozent – je nach Erhebungszeitpunkt und Datenquelle – betroffen, in Westdeutschland sind es 36 bis 39 Prozent. Die Studie geht davon aus, dass die Zahl der erwerbslosen Hilfsbedürftigen mit Migrationshintergrund in westdeutschen Großstädten die 50- Prozent-Marke zum Teil deutlich übersteigt. Insgesamt sind Migranten doppelt so häufig von Hilfsbedürftigkeit nach dem SGB II betroffen wie Inländer. Die am häufigsten betroffenen Migrantengruppen nach Herkunft sind türkischer oder osteuropäischer Herkunft.

Die betroffenen Migranten sprechen im Haushalt und im Freundeskreis, nach eigener Aussage, seltener Deutsch, als die Gesamtheit der Migranten, wobei dieser Unterschied bei Frauen deutlicher zu Tage tritt als bei Männern. Doch sind diese selbst diagnostizierten Sprachhemmnisse laut der Studie kaum relevant für die Aufnahme von Erwerbsarbeit, lediglich bei der Gruppe der Zuwanderer aus den ehemaligen südeuropäischen Anwerbeländern kann eine Erwerbsaktivierung im Zusammenhang mit ihren Sprachkenntnissen ausgemacht werden.

Die Grundsicherungsstellen vermeiden weitestgehend eine besondere Erfassung von Menschen mit Migrationshintergrund, um Stigmatisierungsund Diskriminierungsvorwürfe zu umgehen. Die Stellen verstehen sich nicht als Bestandteil der Integrationspolitik in Deutschland, sondern vielmehr als reine arbeitsmarktpolitische Eingliederungsstellen, die zufällig auf Migranten treffen. Forum Migration Februar

 

 

 

 

 

Intergration in Deutschland. Vergesst die Burka!

 

Selbstverständlich erschwert die Burka die Sicht, selbstverständlich dient sie dazu, die Persönlichkeit der einzelnen Frau verschwinden zu lassen, sichtbar soll nur bleiben, aber das wie eine riesige Blinkanlage: eine Frau, eine Frau, eine Frau.

 

Als halbwegs vernünftiger Mensch - in Europa, Asien, Afrika, Amerika und Australien - will man dergleichen nicht sehen. Darum greifen die Verteidiger der Burka auf religiöse Argumente zurück. Sie zu akzeptieren ist niemand gezwungen, es sei denn die eine oder andere Frau, deren Mann, deren Familie, ihr die Burka aufzwingt.

 

Aber die Zeit der Kleiderordnungen sollte vorbei sein. Der Staat soll uns nicht vorschreiben, was wir an- oder ausziehen. Wenn mich der Anblick der Burka stört, muss ich - falls mir mal eine über den Weg laufen sollte - einen Moment wegsehen. Nicht wegsehen sollte ich, wenn ich Zeuge werde, wie die Frau gedemütigt oder misshandelt wird. Sei es von ihrem Mann oder von Burkagegnern.

 

Selbstverständlich ist der Islam eine Gewalt predigende Religion. Selbstverständlich hat er sich in kürzester Zeit nicht friedlich auf dem Erdball verbreitet, sondern mit Feuer und Schwert. Selbstverständlich beriefen und berufen sich Gewalttäter auf Mohammed und den Koran. Selbstverständlich haben sie dafür gute Gründe und plausible Textstellen.

 

Aber ebenso selbstverständlich gibt es auch ganz andere Textstellen. Und ganz andere Muslime. Die bilden sogar die überwältigende Mehrheit. Niemandes Verhalten lässt sich aus einem alten Buch ableiten. Das eines türkischen Opelarbeiters in Bochum so wenig wie das seines neben ihm stehenden deutschen Kollegen. Der Christengott hielt fast 2000 Jahre lang - glaubt man seinen Gläubigen - nichts von Demokratie, Toleranz, Gleichberechtigung und sozialer Gerechtigkeit. Als diese Begriffe aufkamen, galten sie einem Großteil der protestantischen und katholischen Kirchenvertreter für Teufelswerk.

 

Unsere westlichen Werte sind sehr jungen Datums. Noch vor 65 Jahren zogen Deutsche durch Europa und ermordeten nicht nur sechs Millionen Juden, sondern auch Belgier, Franzosen, Polen, Griechen, Ungarn, Tschechen usw. usw. Und außerdem noch wohl über zwanzig Millionen Russen. Die westlichen Werte, von denen wir so gerne sprechen, haben wir nicht, es sei denn wir setzen uns für sie ein. Das tut, wer dafür sorgt, dass misshandelten Frauen - christlichen, muslimischen, buddhistischen - Auswege geschaffen werden. Das tut, wer mithilft, der Diskriminierung von Ausländern ein Ende zu machen.

 

Dass wir die Burka zum Problem machen, ist das Problem. Neun Prozent der bundesrepublikanischen Bevölkerung sind Ausländer. Das sind so wenige, dass keine der im Bundestag vertretenen Parteien einen Sinn darin sieht, sich zu ihrem Sprecher zu machen. Wie viele Burka-Trägerinnen gibt es? Sie mögen mir oder Ihnen ein Ärgernis sein, ein Problem sind sie nicht.

 

Das Problem sind nicht die Ausländer. Das Problem sind wir. Wenn man schon pauschal redet, dann muss man sagen: Integrationsunwillig sind wir. Nicht die Ausländer. Wir sind aufgewachsen in einer Bundesrepublik, die so rein deutsch war wie noch nie irgendein Deutschland in der deutschen Geschichte. Dafür hatten Hitler und seine Helfershelfer, all die Täter und Zuschauer gesorgt. Dieses Erbe der Nazis hielten wir für normal. Halten viele von uns noch immer für normal. Es war aber nichts anderes als das Resultat einer gewalttätigen ethnischen Säuberung.

 

Spanien hat 9,9 Prozent Zugewanderte - 11 Prozent davon übrigens aus Rumänien -, Frankreich 9,6 und die Bundesrepublik 8,9. Deutschland ist wieder angekommen in der europäischen Normalität. Wenn uns wirklich an Integration gelegen wäre, dann würden wir uns nicht über die paar Hundert, paar Tausend - niemand weiß es - Burka-Trägerinnen aufregen oder uns über angeblich fundamentale kulturelle, religiöse, mentale Unterschiede auslassen, sondern wir würden dafür sorgen, dass z. B. das Ausländerwahlrecht endlich eingeführt wird.

 

Wer hier lebt, sollte mitbestimmen können darüber, wie hie