WEBGIORNALE 11-12 Gennaio 2010
Il 2010 Anno Europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale
La Commissione
europea ha designato il 2010 quale Anno europeo della lotta alla povertà e
all'esclusione sociale al fine di riaffermare e rafforzare l'iniziale impegno
politico dell'UE formulato all'avvio della strategia di Lisbona a
"imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà".
L'Unione europea e i suoi Stati membri sono vigorosamente impegnati ad
affrontare le piaghe della povertà e dell'esclusione sociale.
La crisi economica
e finanziaria internazionale del 2008 può avere conseguenze di lungo periodo
per la crescita e l'occupazione nell'UE e saranno le persone più vulnerabili
nelle nostre società a risentirne probabilmente di più. L'Anno europeo della
lotta alla povertà dovrebbe quindi avere un impatto cruciale in materia di
sensibilizzazione sull'esclusione sociale e di promozione dell'inclusione
attiva poiché nessun paese può sottrarsi alle conseguenze di questa crisi
mondiale.
Obiettivi e
principi guida
Riconoscimento di
diritti — riconoscere il diritto fondamentale delle persone in condizioni di
povertà e di esclusione sociale di vivere dignitosamente e di far parte a pieno
titolo della società. L'Anno europeo sensibilizzerà maggiormente il pubblico
alla situazione delle persone in condizione di povertà, prestando particolare
attenzione alle categorie o alle persone in situazioni vulnerabili e
contribuirà ad agevolare il loro efficace accesso ai diritti sociali, economici
e culturali, a risorse sufficienti e a servizi di qualità. L'Anno europeo
contribuirà anche a combattere gli stereotipi e la stigmatizzazione;
Responsabilità
condivisa e partecipazione — aumentare la partecipazione pubblica alle
politiche e alle azioni di inclusione sociale, sottolineando la responsabilità
collettiva e individuale nella lotta alla povertà e all'esclusione sociale e
l'importanza di promuovere e sostenere le attività di volontariato. L'Anno
europeo promuoverà la partecipazione dei soggetti pubblici e privati, tra
l'altro mediante partenariati dinamici. Esso favorirà la sensibilizzazione e
l'impegno, creando possibilità di partecipazione per tutti i cittadini, in
particolare per coloro che hanno un'esperienza diretta o indiretta della
povertà;
Coesione —
promuovere una società più coesa, sensibilizzando i cittadini sui vantaggi
offerti a tutti da una società senza povertà, che consente l'equità
distributiva e nella quale nessuno è emarginato. L'Anno europeo promuoverà una
società che sostiene e sviluppa la qualità della vita, ivi compresa la qualità
delle competenze e dell'occupazione, il benessere sociale, ivi compreso il
benessere dei bambini e la parità di opportunità per tutti. Tale società
garantirà inoltre lo sviluppo sostenibile e la solidarietà intergenerazionale e
intragenerazionale nonché la coerenza politica dell'azione intrapresa
dall'Unione europea su scala mondiale;
Impegno e azioni
concrete — riaffermare il fermo impegno politico dell'Unione europea e degli
Stati membri ad attivarsi con determinazione per eliminare la povertà e
l'esclusione sociale e promuovere tale impegno con azioni a tutti i livelli del
potere. Sulla scorta dei risultati e del potenziale dell'OMC per la protezione
sociale e l'inclusione sociale, l'Anno europeo rafforzerà l'impegno politico,
richiamando l'attenzione politica e mobilitando tutte le parti interessate, a
favore della prevenzione della povertà e dell'esclusione sociale e della lotta
alle medesime e imprimerà un nuovo slancio all'azione dell'Unione europea e
degli Stati membri in questo campo.
Ambiti strategici
prioritari
Tenendo conto
della natura multidimensionale della povertà e dell'esclusione sociale e
nell'ottica di integrare la prevenzione e la lotta alla povertà e
all'esclusione in altre politiche, le attività dell'Anno europeo dovrebbero
produrre un valore aggiunto manifesto e completare in modo efficace l'OMC per
la protezione sociale e l'inclusione sociale. Tali attività dovrebbero quindi
concentrarsi su un numero limitato di aspetti prioritari.
Conformemente
all'analisi effettuata e alle priorità individuate nella relazione congiunta
sulla protezione sociale e sull'inclusione sociale, l'Anno europeo dovrebbe
riguardare i temi seguenti:
* promozione di
strategie multidimensionali integrate intese a prevenire e ridurre la povertà,
in particolare la grave povertà, e di approcci da integrare in tutte le pertinenti
politiche;
* lotta contro la
povertà infantile compresa la trasmissione intergenerazionale della povertà
nonché la povertà all'interno della famiglia, prestando un'attenzione
particolare alle famiglie numerose, alle famiglie monoparentali e alle famiglie
che si prendono cura di una persona a carico, nonché la povertà vissuta dai
bambini negli istituti;
* promozione di
mercati del lavoro inclusivi, affrontando il problema della povertà lavorativa
e la necessità di rendere il lavoro redditizio. I.M., De.it.press
UE. Il 2010 dei 27. Agenda fitta di impegni per gli Stati membri dell'Ue
È costellato di
novità il 2010 dell'Unione europea. Alla consueta attività politica e
istituzionale si aggiungono infatti col nuovo anno strumenti, impegni,
opportunità e sfide verso cui i 27 Stati membri dovranno muoversi insieme.
Applicare il nuovo
Trattato. L'elenco delle "news" comunitarie è lungo e, nel tentativo
di elencarne almeno alcune, è doveroso tornare ancora una volta al Trattato di
Lisbona, il quadro di riforme entrato in vigore il 1° dicembre che richiede ora
di essere applicato nell'esperienza di integrazione europea. Le norme prevedono
vari "cambi di marcia", rimescolamenti di competenze, figure create
ex novo; chiama in causa i cittadini (ad esempio con il diritto di petizione) e
i parlamenti nazionali (che dovranno dare il via libera alle leggi Ue oppure
sollevare le loro obiezioni sulle direttive che non dovessero rispettare il principio
di sussidiarietà); assegna maggiori poteri all'Euroassemblea, che assume
pienamente il ruolo di colegislatore assieme al Consiglio. Ma la prima è forse
più ardua sperimentazione riguarda la coabitazione che, proprio grazie al
Trattato, si viene a creare tra la presidenza "stabile" dell'Ue
(affidata al belga Herman Van Rompuy), l'Alto rappresentante per la politica
estera (la britannica Catherine Ashton), che sarà anche vice presidente della
Commissione, e la presidenza di turno (Spagna), che guiderà i Consigli dei
ministri "tematici" (dell'agricoltura, dell'industria, della ricerca,
dell'istruzione…).
Barroso succede a
Barroso. Il 2010 porterà poi con sé la nuova Commissione, guidata ancora dal
portoghese José Manuel Barroso, ma ampiamente riveduta nella sua composizione.
I commissari designati dagli Stati membri dovranno affrontare nei prossimi
giorni le audizioni fissate presso le competenti commissioni
dell'Europarlamento e poi sottoporsi al voto della plenaria il 26 gennaio. Il
collegio dovrebbe assumere piene funzioni da febbraio. Non si può però dare
nulla per scontato: alcuni personaggi inviati a Bruxelles dalle capitali
nazionali non hanno un curriculum particolarmente ricco rispetto ai settori cui
sono stati indicati e non tutti sono stati in passato sinceri sostenitori
dell'Unione. Ancora per quanto riguarda la Commissione, appena ricevuto il
benestare dai deputati e l'ultimo via libera dal Consiglio dei capi di Stato e
di governo, essa avrà dinanzi questioni urgenti: l'attuazione del bilancio
comunitario, approvato in via definitiva il mese scorso, e una serie di
provvedimenti messi in stand by proprio per il sopraggiungere del Trattato di
Lisbona e la fine del mandato dell'Esecutivo precedente.
Copenaghen,
Stoccolma, Lisbona… L'Ue deve poi riprendere i fili di alcuni discorsi
interrotti con la fine del 2009: il mezzo fallimento della Conferenza di
Copenaghen e dunque le prospettive future della lotta internazionale al
cambiamento climatico; l'applicazione delle regole interne per il controllo
finanziario e la "strategia di uscita" dall'emergenza-crisi, tenuto
conto che la recessione ha imposto duri sacrifici al mercato del lavoro (la
disoccupazione è in aumento) e pesanti "rossi" di bilancio in quasi
tutti i Paesi Ue. Da applicare ci saranno poi il "Programma di
Stoccolma" che agisce nel campo della sicurezza, cittadinanza, libertà e
migrazione e la revisione della Strategia di Lisbona (economia competitiva
fondata sulla conoscenza), per la quale è fissato un summit straordinario per
l'11 febbraio.
I risultati dei
mesi scorsi. Quasi in tono rassicurante, viste le complicazioni che si
schiudono per il futuro prossimo, la Commissione ha pubblicato il consueto
opuscolo con i risultati raggiunti dall'Ue nell'ultimo anno. Non a caso il
titolo della pubblicazione (scaricabile in tutte le lingue ufficiali
all'indirizzo http://ec.europa.eu/snapshot) è "L'Europa e voi: una
panoramica dei successi dell'Unione europea". Vi si legge che l'Ue ha
operato negli scorsi dodici mesi anzitutto per "aprire la strada alla
ripresa economica". "L'Unione e i suoi stati membri hanno mobilitato
grandi risorse per far ripartire l'economia e per proteggere i cittadini".
Con il "piano europeo di ripresa economica, circa il 5,5 % del Pil verrà
immesso nell'economia dalle riserve nazionali ed europee. L'attenzione è posta
sul lavoro, sulle infrastrutture e sull'efficienza energetica". È stato
mobilitato il Fondo di adeguamento alla globalizzazione per far fronte alle
situazioni occupazionali precarie, i "tassi d'interesse sono scesi a
livelli record" e la Commissione "ha proposto riforme radicali ai
mercati finanziari". L'elenco dei "successi" segnala fra l'altro
la "lotta alla fame nei Paesi più poveri del mondo", gli interventi
per la ricerca sulle malattie che inducono la demenza come l'Alzheimer, una
"telefonia mobile meno cara", acquisti online "senza
problemi", risposte più coordinate nel campo della protezione civile. Sir
eu
Cosa ha fatto la Ue per i cittadini nel 2009? Lo spiega l’Annuario
multimediale
Bruxelles - La
Commissione europea ha pubblicato l’edizione 2009 dell’annuario multimediale in
cui vengono illustrati alcuni dei risultati più importanti realizzati dall’UE
nell’ultimo anno. L’annuario presenta una serie di storie di successo che
mostrano come l’azione dell’UE abbia prodotto risultati concreti per i
cittadini nei settori più disparati, dalla ricerca medica per curare la
demenza fino ai provvedimenti adottati per attenuare gli effetti della crisi
economica.
L’annuario di quest’anno si concentra su
dieci temi: Preparare il terreno per la ripresa economica: l’UE e i suoi Stati
membri hanno mobilitato enormi risorse per rimettere in piedi l’economia e
proteggere i cittadini; Rimanere in contatto spendendo meno: gli europei
possono comunicare per mezzo dei cellulari in modo più facile e meno costoso,
grazie agli sforzi fatti dall’UE per ridurre i prezzi nel settore della
telefonia mobile; Unire le risorse per lottare contro la demenza: l’“iniziativa
dell’UE in materia di medicinali innovativi”, con un bilancio di 2 miliardi di
euro, promuove la collaborazione tra l’industria e il mondo accademico per
garantire che la ricerca scientifica porti in tempi rapidi alla produzione di
nuove medicine; Far fronte al cambiamento climatico: grazie all’azione dell’UE
è stato possibile evitare l’emissione di 32 milioni di tonnellate di CO2;
Lottare contro la fame nei Paesi più poveri: come dimostra chiaramente il
funzionamento dello “strumento alimentare” di 1 miliardo di euro che l’Unione
europea ha creato nel dicembre 2008, l’UE sta lottando contro la povertà e la
fame in tutto il mondo; Proteggere l’ambiente: per mantenere l’ambiente quanto
più pulito possibile, l’UE ha adottato nuove regole per ridurre gli inquinanti
nocivi derivanti dal petrolio e dai pesticidi; Proteggere gli animali: l’UE ha
vietato la commercializzazione dei prodotti derivati dalla foca e ha proposto
un nuovo piano d’azione per tutelare gli squali; Ricostruire in caso di
catastrofe: i Paesi membri dell’UE si sono aiutati l’un l’altro inviando tempestivamente
aiuti nelle aree colpite da calamità naturali, come è avvenuto nel caso del
terremoto che ha colpito l’Abruzzo; Garantire ai clienti delle banche un buon
rapporto costi/benefici: l’UE ha creato il mercato unico a beneficio dei
cittadini e delle imprese; attualmente l’Unione sta vigilando affinché le
banche offrano ai loro clienti un trattamento equo; Tutelare i diritti di chi
acquista on line: l’UE ha adottato misure contro alcuni siti web che non
riconoscevano ai consumatori i diritti previsti dalla normativa UE. http://ec.europa.eu/snapshot
UE. Al via la Presidenza spagnola: prima volta con il Trattato di Lisbona
Bruxelles - È
Madrid a rappresentare l'Europa per i prossimi sei mesi: il Trattato di Lisbona
lascia in piedi la presidenza semestrale del consiglio dell'Ue esercitata a
turno da uno dei 27 paesi europei. Ma cosa cambierà per il Governo Zapatero
rispetto a prima? La più grande novità è che il suo Paese non sarà più alla
testa dei Summit europei né dei Consigli dei Ministri degli Esteri. Per il
resto quasi tutto resta come prima. Compresi i rapporti con il Parlamento.
Presidenza: che
cos'è e cosa fa. Fino all'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, uno dei 27
Paesi dell'UE deteneva a turno la presidenza del Consiglio dei Ministri europei
e del Consiglio europeo (Capi di Stato e Primi Ministri) per sei mesi. A
partire dal primo gennaio 2010, sono ufficialmente entrate in funzione le nuove
figure chiave dell'Ue: il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy,
e l'Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Catherine
Ashton. Questa novità implica che la presidenza di turno, che è rimasta vigente
nel Trattato di Lisbona, presiederà tutte le altre riunioni del Consiglio: gli
incontri fra Ministri - tranne quelli degli Esteri, gestiti dalla Asthon-, i
gruppi di lavoro, e i COREPER, ovvero le regolari riunioni degli ambasciatori
europei. Tre presidenze consecutive formano un trio, che deve coordinare le
proprie azioni e le priorità: il primo trio è composto da Spagna, Belgio e
Ungheria, i prossimi detentori della presidenza di turno.
Le priorità di
Madrid. È la presidenza che coordina i lavori degli altri Governi e Ministeri a
livello europeo, e stabilisce le priorità per il semestre. Per la Spagna, i
temi chiave saranno: la strategia 2020 per il rilancio economico e la
sostenibilità; la supervisione dei mercati finanziari; il piano d'azione per
l'energia; la messa in atto di alcune disposizioni del Trattato di Lisbona,
come il diritto d'iniziativa dei cittadini; l'immigrazione nel quadro del
Programma di Stoccolma; la lotta alla violenza contro le donne e altre misure
sociali; e la messa in atto del Servizio d'Azione esterna dell'Ue.
I rapporti con il
Parlamento europeo. Per il Parlamento la presidenza di turno è un interlocutore
chiave, perché rappresenta gli eletti e i Governi Ue. Il compito principale del
Parlamento è quello di co-legiferare insieme al Consiglio, ma anche di
monitorare il suo operato e verificare che la presidenza di turno operi in modo
trasparente ed efficiente.
Parlamento e
Consiglio co-legislatori. È la presidenza di turno che incontra gli attori
chiave del Parlamento per negoziare con loro a nome degli altri Governi . La
presidenza e il relatore del Parlamento si incontrano e stabiliscono
informalmente i possibili accordi e compromessi sulla legislazione in esame,
prima di proporlo alle rispettive "aule" (i colleghi parlamentari nel
caso del relatore, gli altri 26 ministri per la presidenza). Questo accade sia
durante la prima lettura, per chiudere un testo in tempi brevi, sia nella
seconda, quando ci sono argomenti spinosi che dividono i due "rami"
legislativi, e anche in vista di una procedura di conciliazione, che deve
assolutamente chiudersi con un accordo in terza lettura. Al di là delle
riunioni informali, la presidenza spesso cerca il contatto con i relatori e i
responsabili di un certo dossier o di una certa aerea. Anche le commissioni
parlamentari organizzano riunioni, a Bruxelles e Strasburgo, con il Ministro
responsabile della politica di competenza della commissione stessa. La
presidenza, infine, invita i presidenti delle commissioni parlamentari o i
singoli membri a partecipare a riunioni o incontri del Consiglio, a Bruxelles o
nel proprio Paese. "La chiave del successo è una comunicazione costante
fra i due legislatori", raccontava il relatore del complesso progetto di
legge sulla certificazione e registrazione delle sostanze chimiche (REACH)
Guido Sacconi (ex-PSE), che aveva dovuto incontrare a suo tempo ben 6 diverse
presidenze.
I poteri di
controllo del Parlamento. Il Parlamento e il Consiglio intrattengono anche
relazioni al più alto livello istituzionale. In occasione di tutti i vertici di
Capi di Stato e di Governo (i Consigli europei) il presidente del Parlamento
apre i lavori esprimendo la posizione dell'assemblea sui temi in agenda. Il
prossimo, il primo sotto la guida di Van Rompuy, si terrà l'11 febbraio. Dopo
il Consiglio, Van Rompuy dovrà riportare i risultati del vertice all'Aula
parlamentare, probabilmente il 24-25 febbraio. Dal canto suo, la presidenza di
turno, all'inizio del suo mandato, presenta le priorità del proprio semestre in
occasione della plenaria del Parlamento, come succederà il 19 gennaio, quando
José Luis Rodríguez Zapatero interverrà a Strasburgo. Parallelamente, il
premier spagnolo farà un bilancio del periodo di presidenza al termine dei sei
mesi. In tutte le sessioni plenarie del Parlamento, inoltre, il Consiglio è
rappresentato dalla presidenza di turno, generalmente dai rispettivi ministri a
seconda delle tematiche in discussione, per rispondere alle domande degli
eurodeputati e esporre il proprio parere sui vari temi all'orine del giorno
della seduta. Allo stesso modo il presidente del Parlamento europeo e i leader
dei gruppi politici sono sempre invitati a partecipare alle riunioni con la
Presidenza dell'UE prima dell'inizio del mandato semestrale. Per la Spagna,
quest'incontro ha già avuto luogo il 3 dicembre scorso a Madrid. (aise)
Migrazioni. Tre grandi attese. Migrantes: pensieri per il 2010
Una riflessione
del direttore della Fondazione Cei Migrantes, mons. Giancarlo Perego,
all'inizio del nuovo anno.
L'anno 2010 che
inizia porta con sé molte attese del mondo dei migranti. Tre in particolare
sembrano chiedere un'urgente risposta culturale, sociale e politica.
Una prima attesa è
di una lettura vera del mondo migratorio. Questa attesa chiede il superamento
del pregiudizio che connette strettamente immigrazione e criminalità,
alimentato dalla stampa (il 76% degli articoli), dall'opinione pubblica in
Italia (60%) e in Europa (70%).
Una seconda attesa
riguarda la riforma della legge della cittadinanza, con una particolare
attenzione ai minori immigrati in Italia. L'auspicio è che si arrivi, come in
diversi Paesi del mondo, a una doppia cittadinanza e alla possibilità che i
bambini che nascono sul territorio italiano da subito possano essere cittadini
italiani, diversamente da oltre 500.000 bambini che negli anni scorsi sono nati
in Italia.
Una terza attesa
riguarda il ritorno a una cultura sociale che guarda non solo alla casa, ma
anche alla strada, non creando forme di esclusione sociale e di abbandono, ma
di educazione, di protezione sociale, di accompagnamento sociale. In strada
chiedono protezione molti immigrati senza dimora, le donne prostituite, i
minori non accompagnati, i nomadi: il 2010 segni un fermo alle violenze
moltiplicate nel 2009 e un ritorno di interesse sociale alla strada da parte
delle istituzioni.
Un'altra attesa
riguarda il mondo dei rifugiati. Se il 2009 è stato all'insegna del
respingimento, senza alcun frutto se non sofferenza, morte e abbandono, il 2010
segni un ritorno alla protezione sociale, all'accoglienza umanitaria, al
riconoscimento del diritto d'asilo di tante persone - uomini, donne e bambini
-, dentro un nuovo quadro europeo di tutela dei diritti e della dignità di ogni
persona umana aperto dall'entrata in vigore nel 2010 del Trattato di Lisbona.
A queste attese
specifiche del mondo dell'immigrazione, si unisce l'augurio per tutto il mondo
della mobilità: ai nostri emigranti all'estero, soprattutto ai numerosi giovani
costretti a lasciare il nostro Paese alla ricerca di un lavoro; a chi è in mare
da mesi, lontano dalla famiglia, a chi gestisce gli spettacoli viaggianti, alle
famiglie di rom e sinti in cerca di una nuova "piazza". Per tutti il
2010 porti pace, giustizia e tutela.
GIANCARLO PEREGO,
sir
Rosarno, demoliti gli accampamenti. Il Papa: «Rispettare gli immigrati»
Ruspe in azione
nelle ex fabbriche e nei casolari dove vivevano gli immigrati. In 1.128 hanno
lasciato la zona
ROSARNO - Gli
immigrati vanno rispettati in quanto esseri umani e la violenza non è mai una
soluzione. Il Papa ha dedicato l'omelia dell'Angelus anche alla
"guerra" di Rosarno. Con un duro monito: «L'immigrato è un essere
umano, differente per cultura e tradizione ma comunque da rispettare e la
violenza non deve essere mai per nessuno il modo per risolvere le difficoltà».
Benedetto XVI ha dunque ricordato che gli extracomunitari hanno gli stessi
diritti delle altre persone e che la diversità religiosa non può mai
giustificare la violenza. Il riferimento è anche alla strage di cristiani copti
in Egitto di pochi giorni fa. «Occorre che le istituzioni - ha concluso - non
vengano meno alle proprie responsabilità».
MARONI: «BOMBA
INNESCATA» - E proprio sul fronte delle istituzioni ha parlato nuovamente il
ministro dell'Interno Maroni. «Purtroppo a Rosarno è avvenuto quello che
temevamo» ha detto in un'intervista a Maria Latella su Sky Tg24. Il titolare
del Viminale ha attaccato le «autorità locali e territoriali»: dopo dieci anni
senza far nulla, spiega, sono nate comunità di extracomunitari che erano delle
vere e proprie «bombe innescate». «Queste situazioni le abbiamo ereditate e
sono frutto di tolleranza sbagliata, ma ci sono responsabilità diffuse che non
intendiamo più tollerare. In Calabria lo Stato c'è: interverremo nel Sud per
supplire alle mancanze locali» promette. Sull'ipotesi di un ruolo della 'ndrangheta
nelle proteste di Rosarno, Marono non si sbilancia: «È una delle piste
possibili. Le indagini sono in corso, ma credo che quanto avvenuto abbia tanti
responsabili». Infine spiega che, come prevede la legge, gli immigrati
trasferiti nei centri di Crotone e Bari che risultino clandestini verranno
espulsi.
LOIERO: LUI HA
TOLLERATO - «Il primo ad avere tollerato la situazione di Rosarno è proprio il
ministro Maroni». L'attacco arriva dal presidente della Calabria Agazio Loiero,
che accusa il ministro di scaricare tutto sulla Regione, «quando sa bene che
non ha alcuna competenza. Maroni finge di scoprire oggi una realtà che gli era
invece ampiamente nota, che esiste da 16 anni e si è aggravata ultimamente per
gli effetti della legge sull'immigrazione. Un anno fa Maroni promise di aiutare
questi lavoratori indifesi e sfruttati, oggi li deporta e assicura di espellere
tutti gli irregolari. In questo modo si rimuove e non si risolve un problema
che da qui a poco potrebbe manifestarsi altrove. La risposta infatti deve
essere più articolata, garantire i lavoratori stagionali regolari e far
emergere quelli irregolari sottraendoli al più bieco sfruttamento».
VIA ALLE
DEMOLIZIONI - Intanto sono iniziate domenica all'alba, su disposizione della
prefettura di Reggio Calabria, le demolizioni degli accampamenti occupati fino
a due giorni fa dagli immigrati protagonisti della rivolta di giovedì sera. Le
ruspe dei vigili del fuoco sono in azione nella ex Rognetta, già deposito
alimentare alla periferia di Rosarno: vengono abbattute le strutture realizzate
dagli immigrati all'esterno della fabbrica e nelle prossime ore verrà demolito
anche il capannone principale dove gli stranieri hanno realizzato decine di
baracche con cartone, plastica e lamiera. Dentro la struttura gli immigrati,
partiti in tutta fretta, hanno lasciato tutto quel poco che avevano: biciclette
con cui raggiungevano i campi per raccogliere arance e mandarini, vestiti,
pentole e utensili da cucina, bombole del gas. Nelle baracche ci sono ancora
letti, coperte, resti di cibo, scarpe e in qualche caso anche valige che gli
immigrati non hanno fatto in tempo a prendere.
NOTTE TRANQUILLA -
Dopo tre giorni di tensioni e violenze, la notte è stata tranquilla. Intorno
all’una la polizia ha spostato 67 immigrati, che vivevano nella località Le
Colline nel territorio di Rizziconi. In tutto, dall’inizio delle operazioni di
sfollamento, sono 1.128 gli immigrati che hanno lasciato volontariamente o
accompagnati la zona (dato della questura di Reggio Calabria), per dirigersi
verso il nord Italia o in centri di accoglienza calabresi e pugliesi: 428 sono
stati portati nel centro di prima accoglienza di Crotone e 400 in quello di
Bari. Altri 300 hanno lasciato la Piana di Gioia Tauro autonomamente, in treno,
diretti a Milano, Napoli, Foggia, Palermo. Le due ex fabbriche utilizzate come
dormitori, Opera Sila e Rognetta, si sono praticamente svuotate. Nella zona di
Rizziconi ci sono ancora alcuni extracomunitari, che non hanno voluto lasciare
la zona perché impegnati nella raccolta di agrumi.
CONTROLLI AL CARA
DI BARI - Nel corso della notte 324 immigrati sono arrivati nel Cara (Centro
accoglienza richiedenti asilo) di Bari-Palese: 322 uomini e due donne, la
nazionalità prevalente è quella del Ghana. Il prefetto di Bari Carlo Schilardi
ha detto che alle 8 la metà di loro era stata identificata e che di questi
oltre 80 hanno il permesso di soggiorno per motivi di lavoro e hanno chiesto di
lasciare il Cara. Gli immigrati in regola sono già pronti all'ingresso del
centro con i loro bagagli. Il prefetto ha detto che saranno accompagnati alla
stazione. Quanti invece dovranno essere espulsi saranno trasferiti al Cie
(Centro di identificazione e espulsione): finora uno solo degli immigrati è
stato arrestato perché nei suoi confronti era stato emesso un mandato di
cattura. «Tutte le operazioni si svolgono in un clima sereno - ha detto il
prefetto -, l'ambiente è buono e forse nelle prossime 24 ore verranno
trasferite qui a Bari altre 100 persone». Il Cara di Bari ha una capienza di
944 posti, ma è predisposto per arrivare a 1.400. Attualmente vi sono ospitate
659 persone.
400 PARTITI DA
LAMEZIA - Altri 400 stranieri sono partiti nella notte dalla stazione di
Lamezia Terme. Negli occhi di tanti di loro delusione e tristezza. «La Calabria
non è tutta uguale - ha detto uno -. A Sibari, come in altre parti della
regione, è meglio che a Rosarno dove sin dall'inizio ci hanno trattato male».
«Si parla di Calabria terra di accoglienza - gli fa eco un altro - ma, mi
chiedo: dove sta l'accoglienza? State perdendo tutti i vostri valori». Hanno
preso treni diretti a Milano, Napoli, Foggia, Palermo. Otto gli extracomunitari
ancora ricoverati in ospedale dopo le aggressioni subite: nessuno è in pericolo
di vita. Il bilancio degli arrestati è di dieci persone, sette extracomunitari
(cinque convalidati dal gip) e tre rosarnesi. Uno di loro è figlio di un
esponente di spicco della cosca Bellocco e un altro ha precedenti per omicidio
colposo. Sulle loro posizioni si attendono per lunedì le disposizioni del gip.
MANCONI: ROSARNO
BIANCA - L'unica città al mondo completamente bianca. Così Luigi Manconi,
presidente dell'associazione A Buon Diritto, definisce Rosarno sottolineando
che nemmeno il Sudafrica dell'Apartheid aveva ottenuto un tale risultato. Ma
ora, si chiede, chi raccoglierà le arance? «Immaginiamo che, a farlo saranno i
ministri Calderoli e Maroni. Le responsabilità di quest'ultimo - attacca - sono
gravissime: le sue parole suonano indecenti. Le vittime, ovvero gli immigrati,
ridotti a schiavi, fatti bersaglio di aggressioni e fucilate, sono stati
presentati come i responsabili della situazione». CdS 10
Il futuro oltre Rosarno. Il ghetto che l’Italia non si può permettere
IN un Paese in cui
il tasso di natalità è tra i più bassi del mondo ed in cui nello spazio di una
generazione un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, il problema
dell’immigrazione si presenta come prioritario e dominante. Un crescente numero
di immigrati sarà infatti indispensabile per fare avanzare il sistema economico
e per garantire i servizi essenziali e le necessarie cure agli anziani e agli
ammalati. Già oggi senza il contributo degli oltre quattro milioni di immigrati
che risiedono in Italia, il nostro Paese non sarebbe più in grado di funzionare.
Sono infatti
sempre meno gli italiani disposti a lavorare nel turno di notte delle
fabbriche, a portare assistenza agli anziani o a servire nei i ristoranti o
negli alberghi. E ben pochi sono disposti a fare questi mestieri anche in
presenza dell’attuale difficile crisi occupazionale. Eppure di fronte a questa
riconosciuta realtà e di fronte all’altrettanto riconosciuta evidenza che il
problema sarà ancora più serio nel futuro, gli italiani reagiscono con
crescente diffidenza, attribuendo agli immigrati la responsabilità di ogni
disagio e insicurezza delle nostre città, anche se tutte le statistiche
disponibili dimostrano che i livelli di criminalità degli immigrati
regolarmente residenti nel nostro Paese non sono differenti da quelli dei
cittadini italiani.
Nessuno può
naturalmente nascondere o sottovalutare le difficoltà e i problemi
dell’integrazione, sia che si tratti di integrazione nel mondo del lavoro,
nella scuola o nel quartiere, soprattutto quando il problema coinvolge un
numero così grande di persone e origini ed etnie così diverse. Una difficoltà
enorme anche senza tener conto delle tragiche patologie della Calabria di ieri.
Eppure proprio questa grande varietà di origini ed etnie rende il processo di
integrazione relativamente meno difficile rispetto a paesi come la Germania o
la Francia dove la provenienza dominante degli immigrati da un solo paese (la
Turchia) o da una sola area (il Magreb) rende più probabile la formazione di
veri e propri ghetti che rendono più difficile il contatto coi cittadini del
paese e più complesso il processo di avvicinamento e di assimilazione dei
modelli e degli stili di vita dei cittadini.
Eppure, invece di
prepararsi concretamente al futuro di una inevitabile società multiculturale,
si descrivono gli immigranti come una realtà impossibile da integrare nelle
regole moderne della convivenza e della democrazia. Allo scopo di raggiungere
quest’obiettivo si compie una doppia forzatura, prima di tutto facendo credere
che la maggioranza dei nostri immigrati sia mussulmana e, in secondo luogo che,
in quanto tali, essi non siano assimilabili alla vita democratica. Vorrei che
si riflettesse sul fatto che oltre la metà di coloro che vengono a cercare
lavoro in Italia sono cristiani, meno di un terzo mussulmani e il resto di altre
religioni.
E vorrei anche
ricordare che le stesse presunte incompatibilità nei confronti della democrazia
sono state usate in Italia contro i cattolici nel 1882 per bloccare la proposta
l’introduzione del suffragio universale. E ancora negli anni trenta si
insisteva sull’incompatibilità fra cattolicesimo e democrazia, data la presenza
di dittature in paesi cattolici come la Spagna, il Portogallo e l’Italia.
Perseguendo obiettivi politici di corto periodo si alimenta la paura e, data la
riconosciuta impossibilità di fare senza immigrati, si tende a imporre un
modello di immigrato che sta qui pochi mesi o pochi anni e ritorna poi al
proprio Paese d’origine. E, per perseguire questo obiettivo, si pongono gli
ostacoli più elevati possibili all’ottenimento del diritto di voto e della
cittadinanza italiana. La cittadinanza è una cosa seria e bisogna davvero che
essa sia meritata da un periodo sufficientemente prolungato di obbedienza alle
nostre leggi e dalla dimostrazione di conoscere e rispettare le regole della
nostra convivenza civile. Tuttavia quando si scrive , come nel recente progetto
di legge approvato in Commissione Parlamentare nello scorso 18 dicembre, che è
condizione per l’acquisto della cittadinanza italiana da parte dello straniero
nato in Italia che “abbia frequentato con profitto scuole riconosciute dallo
stato italiano almeno sino all’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione”,
bisogna ricordare che oltre il 20% dei ragazzi italiani non raggiunge
quest’obiettivo. E quando si aggiunge che l’acquisizione della cittadinanza
italiana è subordinata ad un “effettivo” e non definito “grado di integrazione
sociale e al rispetto degli obblighi fiscali”, viene immediato pensare a quanti
nostri cittadini dovrebbe essere tolta la cittadinanza stessa. La decisione
definitiva sul tema della cittadinanza è stata prudentemente rinviata a dopo le
elezioni regionali.
Approfittiamo di
questo tempo per riflettere a fondo su come vogliamo sia l’Italia del futuro.
Se vogliamo cioè vivere in un paese in cui tutti debbano rispettare le stesse
regole e avere gli stessi diritti per se stessi e per i propri figli o se
invece preferiamo un Italia in cui gli stranieri rimangano tali, separati da
tutti, che vivano magari fuori dalle nostre regole ma che possano essere sempre
cacciati fuori dai nostri confini. Una scelta non solo impossibile e
insostenibile sul piano etico, ma disastrosa per la nostra economia che ha
bisogno di nuove braccia e di nuove menti che considerino il futuro del nostro
paese come il futuro proprio e delle proprie famiglie. ROMANO PRODI IM 9
Rosarno, caccia all'immigrato. Aggrediti e assediati nei casolari
Centinaia di
stranieri sono stati portati nei centri di accoglienza a Crotone e Siderno
Sale il bilancio
dei feriti. A Gioia Tauro agguato con un fucile caricato a pallini
La polizia è
intervenuta per recuperare gli extracomunitari rimasti isolati
Inquirenti
ipotizzano 'ndrangheta dietro le violenze: i tre calabresi arrestati sono noti
alle forze dell'ordine
ROSARNO - Avanza
l'ombra della 'ndrangheta sulle violenze scoppiate a Rosarno dove la tensione è
ancora alta dopo gli scontri fra polizia, extracomunitari e cittadini. In
mattinata, a Gioia Tauro, un immigrato è stato ferito, alle gambe e a un
braccio, da colpi di fucile caricato a pallini, mentre un altro è ricoverato in
ospedale in codice rosso (anche se non ci sono ancora particolari). Un altro
immigrato, invece, è stato colpito a sprangate a Rosarno: "Mi hanno
aggredito in otto e volevano ammazzarmi. Sono vivo per miracolo". Sono queste
le ultime due vittime di quella che è diventata una caccia all'immigrato:
centinaia di extracomunitari hanno lasciato Rosarno, quelli rimasti isolati nei
casolari di campagna si rivolgono alla polizia per chiedere di essere presi e
accompagnati nel centro dove vengono organizzati i trasferimenti. Intanto una
delle ipotesi sui cui stanno lavorando gli inquirenti è che la n'ndrangheta
abbia "cavalcato" la situazione: i tre rosarnesi arrestati sono
infatti personaggi noti alle forze dell'ordine, due hanno precedenti e uno è
figlio di un esponente di spicco della cosca Bellocco.
La guerriglia
urbana è esplosa giovedì dopo il ferimento di due immigrati a colpi di carabina
ad aria compressa. Da allora è stato un susseguirsi di violenze arginate a
fatica dalle forze dell'ordine. Una vicenda delicatissima seguita minuto per
minuto anche dal quotidiano di cronaca locale onlineStrill.it. Intanto è
cominciata la "fuga" degli immigrati africani, presenti in massa a
Rosarno fino a pochi giorni addietro per lavorare negli uliveti e negli
agrumeti della piana di Gioia Tauro. In centinaia hanno raccolto in fretta e
furia i loro bagagli, quasi sempre buste stracolme di stracci, per salire sui
pullman messi a disposizione dalle autorità per trasferirli nei centri di prima
accoglienza di Crotone, Bari o della Sicilia.
Il bilancio degli
scontri è pesante: secondo fonti investigative, sarebbero finora 66 (una
trentina di extracomunitari di cui uno aggredito stanotte, 17 abitanti del
posto e 19 appartenenti alle forze di polizia). Il clima, dunque, resta teso.
"La gente di Rosarno, che si fronteggia con gli immigrati, non è tutta
rappresentata nel cosiddetto comitato dei cittadini, c'è anche qualcos'altro,
qualcosa che sfugge al controllo" dice il prefetto di Reggio Calabria, Luigi
Varratta. Mentre il segretario di stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone,
fa appello alla cessazione della violenza e denuncia le "gravi condizioni
di lavoro" alle quali sono sottoposti gli immigrati.
Immigrati isolati
in casolari. Tra gli immigrati rimasti a Rosarno cresce la paura e in molti, in
queste ore, stanno chiamando le forze di polizia per essere presi nei casolari
di campagna dove sono isolati. L'ultima richiesta è arrivata da una quindicina di
extracomunitari che si trovava alla periferia di Rosarno che ha detto di
essersi rifugiata in un capannone dopo essere stata minacciata da una persona
armata. Le forze di polizia giunte sul posto non hanno però trovato nessuno
fuori del casolare, hanno fatto uscire gli extracomunitari e li hanno scortati
nell'ex Opera Sila da dove verranno trasferiti
Inquirenti: forse
cosche dietro la protesta. Le violenze scoppiate a Rosarno potrebbero essere
state "cavalcate" dalla 'ndrangheta per fini che sono ancora tutti da
chiarire. E' una delle ipotesi su cui stanno lavorando gli inquirenti anche se
il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, che coordina le indagini, si è
limitato a dire che "allo stato ogni ipotesi è plausibile". Di certo,
al momento, c'è che i tre rosarnesi arrestati per fatti di violenza nel corso
degli scontri con gli immigrati, sono personaggi noti agli investigatori. Uno è
Antonio Bellocco, 29 anni, figlio di un esponente di spicco della cosca
Bellocco, che insieme a quella dei Pesce estende il suo predominio su Rosarno.
Il giovane è accusato di resistenza a pubblico ufficiale. Ma anche gli altri
due hanno precedenti e uno è stato condannato per l'omicidio colposo della
fidanzata. Entrambi sono accusati di tentato omicidio. La Procura di Palmi ha
già chiesto al gip la convalida dell'arresto ed è in attesa della fissazione
dell'udienza, che potrebbe svolgersi lunedì.
Via ai
trasferimenti. E' stato effettuato nella notte il trasferimento di circa 250
immigrati dalla ex cartiera "La Rognetta" di Rosarno verso i centri
d'accoglienza di Siderno e Isola Capo Rizzuto (Crotone), e altri duecento sono
arrivati nel pomeriggio. Buona parte è già in possesso del permesso di
soggiorno, e un centinaio di extracomunitari ha lasciato il centro di Sant'Anna
per raggiungere a piedi la stazione di Crotone, che si trova a una ventina di
chilometri. Tranquilla la situazione nell'ex "Opera Sila", l'altra
struttura a metà strada tra Rosarno e Gioia Tauro, dove sono state ospitate tra
le 500 e le 600 persone, la metà delle quali è stata poi trasferita nel centro
d'accoglienza di Bari a bordo di autobus scortati dalle forze dell'ordine.
Per molti di loro
il timore è di essere rimpatriati. "Nessuno degli immigrati che sono stati
portati o stanno per essere trasferiti da Rosarno nel Cpa di Isola Capo Rizzuto
sarà espulso, neppure quelli irregolari" dice il referente di Libera della
Piana di Gioia Tauro, don Pino Demasi. E anche la Questura conferma: nel centro
di accoglienza ognuno è libero di andarsene, non saranno chiesti documenti.
"Restare è impossibile, ce ne andiamo e, almeno io, per non tornare mai
più" dice Peter, 30 anni, ghanese - La reazione da parte di qualcuno di
noi è stata sproporzionata, ma ci hanno sparato addosso e questo non è
tollerabile. Ci dispiace perchè qui c'è il lavoro e avanziamo ancora dei soldi,
ma la gente ci è troppo ostile e le violenze contro di noi sono state troppo
gravi". E continuano anche adesso. "Alcuni di noi sono stati
aggrediti vicino alla cartiera con bastoni e mazze" denuncia uno degli
immigrati. "Dovete rimanere uniti, salire sui pullman e andare via, la
situazione è insostenibile", invitano gli operatori della protezione
civile.
"Liberato"
il Comune. Nel frattempo è stata tolta l'occupazione che una decina di abitanti
di Rosarno stavano attuando nel comune per chiedere l'allontanamento degli
immigrati che vivono nel paese. Una decisione presa dopo l'inizio dei
trasferimenti che porteranno, entro 48 ore, all'allontanamento di tutti gli
immigrati da Rosarno. Stamattina sono state riaperte le attività commerciali e
le scuole. Ed è stato tolto anche il blocco che un gruppo di abitanti aveva
creato vicino il centro di ricovero.
Task force. A
Reggio Calabria, intanto, si è insediata la task force ministeriale incaricata
dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, di individuare le soluzioni
necessarie per superare le tensioni e arginare le violenze. LR 9
Quante sono le Rosarno d'Italia?
La rivolta di
Rosarno è scoppiata nelle stesse ore in cui il ministro dell’Interno, a
distanza di pochi chilometri, discuteva con i responsabili dell’ordine pubblico
in Calabria la risposta dello Stato alla bomba esplosa contro la procura. Una
coincidenza casuale ma davvero simbolica che nella saldatura tra l’emergenza
cronica chiamata mafia ('ndrangheta, camorra, ecc.) e la nuova emergenza che si
chiama immigrazione ci consegna all’inizio di questo 2010 un’agenda sociale
drammatica. Quello che sta accadendo a Rosarno in queste ore ci riguarda tutti:
il nostro quartiere, le nostre periferie, a Sud e a Nord, interroga la nostra
coscienza di cittadini, sfida l'intelligenza e mette alla prova quello che si
chiamava il sentimento democratico. Non è un problema solo italiano. Una
rivolta del tutto analoga a quella di Rosarno è scoppiata qualche mese fa a Calais,
nel Nord della Francia, da dove le bianche scogliere di Dover appaiono come un
miraggio alle migliaia di migranti (soprattutto afghani, pakistani, iracheni)
che premono per sbarcare in Gran Bretagna. Gli ammiratori acritici di quanto
avviene al di là delle frontiere vadano al cinema a vedere «Welcome» di
Philippe Lioret: avranno di che meditare su come la questione rappresenti un
rompicapo per ogni governo, compreso quello del muscolare Sarkozy che ha
trasformato in reati anche i piccoli gesti di solidarietà verso i clandestini
senza aver disinnescato le polveriere sociali disseminate nelle banlieues
francesi. È anche per questo che appare particolarmente irritante la litania
tutta italiana del rinfaccio di responsabilità tra destra e sinistra, governo e
non governo perché le responsabilità vanno equamente distribuite nel corso
degli anni. Altra cosa è il confronto su quanto sta accadendo a Rosarno:
accusare di clandestinità dei poveracci che accettano condizioni di vita
disumane per svolgere lavori che gli italiani non vogliono più fare non ci
sembra la strada migliore.
A Rosarno (un
comune da anni senza amministrazione sciolta per mafia) va in scena la duplice
sconfitta della classe dirigente italiana: un Sud abbandonato alla propria
incapacità di uscire dal medioevo della ’ndrangheta, l'afflusso incontrollato
di masse migranti. Il paradosso, inaccettabile, è che tutto ciò è noto ma
tollerato per il sistema, quel sistema che in Calabria (ma anche in Sicilia,
Puglia, Campania e nei frutteti del Nord) si regge su una manodopera invisibile
e clandestina. Bisogna compiere un viaggio tra paesaggi improbabili e
allucinati che avrebbero fatto da sfondo ideale al film tratto da «La strada»
di Cormac McCarthy (che pare non vedremo mai in Italia perché troppo desolato e
deprimente) per scovare l’accampamento dei «ribelli» di Rosarno: un vecchio
stabilimento industriale abbandonato, dove senza nessun servizio e in
condizioni igieniche inimmaginabili vivono stagionalmente, da anni, centinaia
di persone. Quante Rosarno ci sono in Italia? Quanti cittadini italiani, nella
maggioranza deboli ed essi stessi «abbandonati», come quelli che in Calabria in
queste ore si confrontano e si scontrano con i migranti in una disperata guerra
tra poveri? Per il governo, a distanza di pochi giorni, si apre una seconda,
urgente sfida calabrese: rendere dignitose le condizioni di vita di centinaia
di lavoratori stranieri, permettere loro di lavorare nella legalità, perseguire
le mafie grandi o piccole che li sfruttano, non consentire che in nessun’altra
Rosarno sparsa in Italia si aggreghino masse di clandestini inevitabilmente
destinate a urtarsi con le popolazioni locali. Misure urgenti e difficili a cui
bisogna affiancare prima possibile la regolazione di un percorso italiano alla cittadinanza
per gli immigrati. Giovanna Zincone il 2 gennaio scorso ha illustrato su la
Stampa quanto sia problematica la composizione delle varie proposte nel
dibattito che si sta facendo in Parlamento. È essenziale dare certezze di legge
a una materia così incandescente. Ed è importante che non siano le emozioni e
le facili demagogie del momento a prevalere sulla ragione o anche su un banale
calcolo utilitaristico: degli immigrati il sistema italiano non può fare a
meno. Dare sicurezze a loro significa dare sicurezze agli italiani ed evitare
altre Rosarno.
CESARE MARTINETTI
LS 9
Il bilancio dell’on. Garavini (PD-Berlino) su questa prima parte di
legislatura
Laura Garavini
(Pd) parla dell’Osservatorio sulle donne all’estero, della fuga di cervelli e
della proposta di legge sulla rappresentanza degli italiani nel mondo
“La riforma di
Comites e Cgie non è sicuramente la questione più urgente delle nostre
comunità”
ROMA – Dopo la
pausa per le festività di fine anno presto il mondo della politica tornerà ad
affrontare le tematiche ancora aperte che riguardano direttamente gli italiani
all’estero. A tutt’oggi rimangono infatti ancora sul tavolo questioni
fondamentali come ad esempio la riforma di Comites e Cgie, che dovrebbe essere
discussa a fine gennaio dal Senato, e la ristrutturazione della rete consolare.
In questo momento di transizione fra il vecchio ed il nuovo anno abbiamo dunque
chiesto, prima che le tante voci del dibattito politico tornino a parlare
all’unisono, alla deputata del Pd Laura Garavini, eletta nella ripartizione
Europa, un parere sia sulle iniziative da lei intraprese in questa prima parte
della legislatura, sia su alcune questioni politiche che caratterizzeranno il
dibattito del 2010.
Il 2009 si è appena concluso e presto il
Parlamento riprenderà a lavorare a pieno regime. Se la sente di fare il punto
sulle iniziative da lei portate avanti in questo primo anno e mezzo di
legislatura?
Questo primo scorcio della legislatura è
stato estremamente intenso. Per quanto mi riguarda ho ad esempio portato avanti
una proposta di legge volta all’istituzione di un Osservatorio sulla situazione
delle donne italiane all’estero. Una nuova struttura che ho cercato di rendere
viva attraverso la creazione in Germania di un primo coordinamento donne.
L’obbiettivo è comunque quello di arrivare all’istituzione di un coordinamento
per le donne a livello europeo. Per quanto concerne la Germania abbiamo
comunque già avuto due incontri molto positivi con le donne della nostra
comunità che ci hanno permesso di conoscere tutta una serie di professionalità
ed esperienze, di vissuti di successo, ma anche situazioni difficili, come ad
esempio la mancata integrazione scolastica dei bambini italiani, uno dei
problemi che continua ad affliggere le collettività italiane in Germania. A
fine febbraio è previsto un nuovo incontro nel quale si riuniranno i
coordinamenti donne che si sono istituiti ad Amburgo e Francoforte. Parteciperanno
alla riunione anche donne, provenienti da tutta la Germania, e rappresentanze
della Svizzera, del Belgio e della Francia. L’incontro avrà fra i suoi
obiettivi quello di mettere in rete le tante esperienze legate ai migliori
esempi di accoglienza ed integrazione degli immigrati promosse dalle
istituzioni locali. Buone prassi che mi auguro possano divenire anche dei punti
di riferimento per le politiche d’integrazione promosse in Italia nei confronti
degli stranieri.
Nel marzo 2009 ho inoltre presentato un’altra
proposta di legge che è nata dalla messa in rete dei cervelli italiani all’estero.
Sto parlando del disegno di legge “PRIME” che si prefigge di incentivare
l’assunzione di ricercatori operanti all’estero da parte delle università
italiane e di istituire la Fondazione “Per una ricerca italiana del merito e
dell’eccellenza”. Il testo nasce dalla collaborazione fra i ricercatori
italiani operanti in Francia, Inghilterra, Germania e Svizzera. Questi esperti
hanno messo insieme, come in un puzzle, le buone prassi dei rispettivi
sistemi di ricerca con lo scopo d’individuare gli strumenti e le tecniche più
idonee a rendere la ricerca italiana più internazionale e quindi più pronta a
recepire le esperienze degli studiosi provenienti dall’estero. A tutt’oggi
infatti uno degli handicap principali del nostro sistema di ricerca è proprio
quello di non essere attraente nei confronti dei ‘cervelli’ che hanno portato
avanti delle esperienze anche all’estero. Spero dunque che questa proposta di
legge possa incardinare nel 2010 il suo percorso legislativo perché potrebbe
rappresentare un tassello importante non solo per promuovere il rientro dei
cervelli italiani dall’estero, ma anche appunto per dare una ventata di
ossigeno al nostro sistema universitario.
Questo per quanto riguarda le iniziative in
itinere, ma cosa ci può dire sugli impegni del prossimo anno. Lei sa che sin
dai primi mesi del 2010 verrà discussa al Senato la riforma dei Comites e
del Cgie. Qual è il suo giudizio in proposito?
Su questo punto sono estremamente critica. La
maggioranza sta in pratica smantellando le buone politiche realizzate fino a
poco tempo fa per gli italiani all’estero. Questo avviene, ad esempio,
attraverso il taglio dei fondi per l’assistenza o la riduzione delle risorse
per la promozione della nostra lingua e cultura nel mondo. Un taglio, quest’ultimo,
che certamente non favorisce né la diffusione del made in Italy, né il turismo
di ritorno che consente di trasmettere i valori dell’italianità ai figli dei
nostri connazionali nel mondo. Alla luce di tutto ciò io credo che la riforma
della rappresentanza degli italiani all’estero non sia sicuramente la questione
più urgente, rispetto ad altri problemi che le nostre comunità stanno patendo
maggiormente. Siamo completamente fuori bersaglio e credo che da parte della
maggioranza si faccia un uso strumentale della riforma. Per quanto riguarda i
contenuti non sono inoltre concorde con il disegno di legge recentemente
presentato al Senato, perché penso che svilisca sia la rappresentanza del Cgie,
che rischia di trasformarsi in una mera assemblea di presidenti di
Comites, sia il funzionamento degli stessi Comites che non sono più
chiamati ad esprimere gli attuali pareri. Se la riforma venisse approvata nella
odierna formulazione verrebbero eliminate dal Cgie anche le fondamentali
rappresentanze delle associazioni, dei patronati e dei sindacati. Un altro
punto che non mi trova concorde è l’innalzamento della soglia minima del numero
dei connazionali residenti necessaria alla costituzione del Comites. Se questo
nuovo criterio venisse applicato nemmeno la nostra comunità a Berlino potrebbe
essere rappresentata da un suo Comitato.
Ha parlato dell’importanza della promozione
della lingua e cultura italiana all’estero. Ma, al di là della questione
risorse, come potrebbe essere salvaguardato questo importante canale divulgativo?
Per quanto concerne la lingua e la cultura
voglio ricordare che il collega Franco Narducci è il primo firmatario di una
proposta di legge, sottoscritta con entusiasmo anche da me, che va nella
direziona giusta in quanto sottolinea la necessità di promuovere l’insegnamento
dell’italiano direttamente presso le scuole locali all’estero. Un processo non
da poco, l’inserimento della nostra lingua fra le materie di studio dei vari
paesi di residenza, che comporta vari contatti e un serio lavoro con le
istituzioni locali al fine di giungere ad accordi bilaterali. In pratica si
pensa ad una riformulazione dell’insegnamento della lingua italiana che, senza
dimenticare i figli dei nostri connazionali all’estero, consenta
l’apprendimento del nostro patrimonio espressivo, avendo come presupposto il
valore della multiculturalità, anche ai giovani di altra nazionalità. Una sfida
ed un’opportunità, a Madrid la scuola italiana è frequentata dai giovani
che vanno a formare i quadri dirigenti spagnoli, che potrà essere colta solo se
si punterà all’innovazione del sistema e non sul suo
smantellamento.
In questi ultimi mesi si è molto parlato
anche del ruolo degli eletti all’estero. A suo giudizio, al di là della
specifica attività parlamentare, in quale direzione dovrebbe svilupparsi
l’azione dei parlamentari della circoscrizione Estero?
Il tentativo è anche quello di cercare di far
in modo che la nostra italianità all’estero non venga vista soltanto come
assistenzialismo, ma come grande opportunità capace di dare fattivi contributi
ad esempio nell’ambito delle tematiche dell’immigrazione o della tutela
della legalità. Per affrontare la lotta alla criminalità organizzata a livello
internazionale credo infatti che i buoni esempi della nostra legislazione, che
dopo anni di duro praticantato è all’avanguardia in questo settore, possano
essere utili ai sistemi legislativi degli altri paesi che sono impreparati
perché incominciano solo oggi a fronteggiare il problema. Quindi attraverso
un’azione di sensibilizzazione possiamo fare si che anche a livello europeo si
adottino provvedimenti che possono dare un contributo straordinario alla lotta
contro le mafie Alla luce di ciò anche il nostro essere italiani eletti
all’estero acquista una dimensione completamente diversa. Da un lato noi siamo
un veicolo che porta in Italia le esperienze espresse all’estero, ma al
contempo possiamo essere anche uno strumento atto a favorire l’utilizzazione
delle buone prassi italiane nel mondo. Anche questa è una nuova frontiera.
Goffredo Morgia,
Inform
La FDP apre la stagione politica in Germania
Il 105° Congresso
del Baden-Württemberg e il tradizionale Dreikönigstreffen, l’incontro
dell’Epifania, hanno aperto in Germania la stagione politica 2010. Guido
Westerwelle, segretario politico federale dei liberali tedeschi ha invocato una
svolta di pensiero. Essa è contemplata da: più autonomia e libertà
dell’individuo e di tutte le espressioni della società civile e da una presenza
minore dello Stato. Sburocratizzazione, detassazione del lavoro e aiuti alle
famiglie è invece il Credo recitato coralmente e ad alta voce a Stoccarda
I liberali
tedeschi, forti della strabiliante vittoria elettorale conseguita nei laender,
a livello nazionale sia per il Bundestag/il parlamento federale di Berlino che
per il Parlamento europeo, hanno aperto la nuova stagione politica del 2010 con
euforia e determinazione.
Essi governano in
8 laender e, per la prima volta dopo 11 anni di astinenza, anche a livello
federale. E’ stato questo grande evento a spingere i Liberali del
Baden-Württemberg a definire per la prima volta nella storia del partito un
Grundsatzprogramm, una sorta di Carta programmatica che poggia su 7 pilastri.
Le tesi si
ispirano alla libertà dell’individuo, al buon senso e alla coscienza di una
società che decide per uno Stato e non viceversa. La povertà materiale è intesa
come un problema della libertà e quindi come una sfida dell’intera società non
per mantenere il povero, ma per aiutarlo a rialzarsi, a rimboccarsi le maniche
e, con il proprio lavoro, a produrre benessere per sé stesso. Supporto, aiuto e
sostegno devono essere garantiti invece ai meno abbienti, ai malati e ai
diversamente abili.
Un pilastro
principale della società è, e deve rimanere, la famiglia o l’unione che ogni
individuo intende scegliere. Perciò anche le leggi devono tener conto delle
trasformazioni sociali presenti e future.
La società civile
va però sostenuta anche finanziariamente nel processo di sviluppo. Il
riferimento è alle associazioni, cori, orchestre, gruppi o compagnie teatrali e
a tutte le forme associative intese quale fonte culturale di estrema importanza
per la società.
Perno su cui ruota
la società civile è la partecipazione attiva e diretta dell’individuo alla vita
sociale, politica e culturale dello Stato.
Lo Stato,
attraverso l’istituto democratico del parlamento, ha il compito di creare un
quadro legislativo volto a garantire ordine, sicurezza, sviluppo economico,
scuola, formazione professionale e ricerca scientifica e tecnologica.
In questo contesto
s’inserisce la cultura del lavoro, della tutela dell’ambiente della resistenza
contro ogni tentativo di ideologizzazione che limiti la libertà individuale.
Ma il parlamento
non può non tener conto delle richieste della società. Una maggioranza
parlamentare non è legittimata a stravolgere l’assetto politico e sociale dello
Stato, ma a modificarlo e aggiornarlo per il bene comune dell’intera
popolazione. Un ruolo importante per la salvaguardia della democrazia e della
libertà è la tutela dell’individuo il cui compito spetta alla magistratura la
quale deve essere libera e indipendente dal potere politico. La pubblica
amministrazione non può essere invece controllore di sé stessa. E’ per questo
che la FDP rivendica con forza che a decidere debba essere la politica, mentre
a servire lo Stato, e quindi il cittadino, spetti all’amministrazione.
Ma fatti salvi
questi principi basilari, i liberali tedeschi si ritrovano ora come componenti
di compagini governative in 8 laender e con la Merkel a determinare una svolta
politica che miri al rilancio dell´economia e al contenimento del deficit
pubblico.
Ciononostante, le
promesse fatte all’elettorato di ridurre le tasse e di aumentare gli assegni
familiari vanno mantenute, è stato ribadito qui a Stoccarda da Birgit
Homburger, capogruppo della FDP al Bundestag e capo dei liberali del
Baden-Württemberg.
Altri particolari
nel seguente servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5824864/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/fh633v/index.html
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana
(de.it.press)
Il treno austro-tedesco che sfida il monopolio Trenitalia
L'Eurocity di
Deutsche Bahn-Obb dal 13 dicembre sulla rete del centro-nord
Nel caos natalizio
un solo convoglio cancellato. Ma nelle stazioni nessuna informazione - di PAOLO
CASICCI
ROMA - Mentre i
treni italiani arrancavano in tutto il Nord, in ritardo per il maltempo, e il
numero uno delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti invitava i passeggeri a
portarsi a bordo panini e coperte, un convoglio austriaco-tedesco nuovo di
zecca, con personale italiano, viaggiava indisturbato tra Monaco di Baviera e
Bologna, "bucando" il Brennero dieci volte al giorno. È l'Eurocity
che la compagnia tedesca Deutsche Bahn e quella austriaca Obb hanno lanciato in
partnership sulla rete italiana il 13 dicembre. E che scalfisce il monopolio di
fatto delle Ferrovie nel mercato passeggeri, visto che i clienti possono
acquistare i biglietti anche per tratte tutte interne ai confini italiani
(Milano Garibaldi, ma anche Verona Porta Nuova, Trento e Bolzano tra le
principali fermate).
Austriaci e
tedeschi hanno preceduto di pochi mesi Arena Ways, una piccola compagnia
torinese che entro l'anno viaggerà sulla Milano-Torino, mentre nel 2011 la Ntv
di Luca di Montezemolo e Diego della Valle lancerà la sua sfida ad alta
velocità a Trenitalia. Il punto è che ancora in pochi conoscono l'alternativa
austro-tedesca, visto che né i cartelloni né le biglietterie automatiche delle
stazioni segnalano l'Eurocity, con il personale di Trenitalia che anzi, come
testimoniano sul web alcuni viaggiatori, rifiuta di dare informazioni a chi
vorrebbe saperne di più, spiegando come Fs abbia diramato l'ordine di non
parlare della concorrenza. "Trenitalia" rispondono dall'ufficio
stampa di Ferrovie dello Stato "non è tenuta a dare informazioni sui
servizi di altre aziende, ma non esiste alcun divieto di segnalarne l'esistenza
ai clienti".
Gli Eurocity,
inaugurati poche settimane fa, utilizzano locomotori austriaci e vagoni
tedeschi e a bordo, al di qua del confine, è in servizio personale italiano
delle Nord, le ferrovie lombarde che hanno aderito all'iniziativa. I biglietti
sono mediamente più cari degli equivalenti italiani (il Monaco-Milano costa
83.90 euro in seconda classe e 135.80 euro in prima), ma si possono acquistare
a bordo senza maggiorazioni, e prenotando su internet la tariffa è ridotta. La
ristorazione è austriaca e, in prima classe, i giornali sono gratuiti.
Nei giorni del
disastro provocato dalla neve, è stato cancellato un solo Eurocity, in partenza
da Milano Garibaldi, "ma i 64 clienti che avevano acquistato il
biglietto" spiega Kerstin Schönbohm, responsabile di Obb per l'Italia,
"sono stati portati in pullman a Verona e lì imbarcati in carrozza per
Monaco". Se l'Eurocity avrà successo, aggiunge Schönbohm, entro l'anno il
treno potrebbe spingersi fino a Firenze. E, a quel punto, si immagina che i
muri delle stazioni non potranno più ignorarlo. LR 28
Saarbrücken. Il
Governatore del Saarland, Ministro Peter Müller, ha ricevuto il 6 gennaio
presso la Cancelleria di Stato di Saarbrücken il Presidente del Comites per il
Saarland, Cav. Giovanni Di Rosa ed il rappresentante locale della Confsal Unsa,
Pasquale Marino.
L'incontro rientra
nella serie di azioni concordate nell'estate del 2009 tra il Coordinamento
Germania del Sindacato Confsal-Unsa ed i Comites delle circoscrizioni colpite
dai piani di chiusura dei Consolati.
Saarbrücken è
stata teatro di dimostrazioni contro la chiusura della sede consolare, che
hanno coinvolto centinaia di italiani e tedeschi.
Risale a poche
settimane fa l'occupazione del Consolato
e la raccolta di migliaia di firme sotto una petizione per il
mantenimento dell'Ufficio consolare.
Alla Sezione di
Saarbrücken del Sindacato Confsal Unsa sono giunte note di solidarietà da parte
di tutti i partiti tedeschi e dai sindacati confederati al DGB.
Durante l'incontro
del 6 gennaio Di Rosa ha voluto ringraziare il Governatore del Saarland per l'appoggio e la disponibilità dati a
favore del mantenimento del Consolato.
È nota a tutti
l'offerta di ospitare gratuitamente la
rappresentanza consolare nei locali della Cancelleria di Stato della stessa
città.
Il Capo del
Governo del Saarland ha rinnovato la sua offerta, ripetendo di agire
nell'interesse del suo land, “che abbisogna del Consolato, quale interlocutore
adatto per meglio curare da vicino i
folti contatti economici e culturali con l'Italia”.
Il volume d'affari dell'import- export
Italia-Saarland ammonta, infatti, a
circa due miliardi di Euro annui, e la forte
presenza della piccola e media impresa
italiana in questo Land influisce molto positivamente sul bilancio regionale.
Il Governatore del
Saaarland, il cav. Di Rosa e il
rappresentante della Confsal Unsa si sono congedati esprimendo l’auspicio che sulla chiusura del Consolato non sia
stata detta l'ultima parola. Confsal
Unsa Coordinamento Esteri, de.it.press
Colonia. La presidente del Comites Rosella enati fa il bilancio di un anno.
Insieme per la Comunità
Colonia - "A
molti capita di fare un bilancio di fine anno, ma soprattutto per chi si è
messo a disposizione della comunità italiana per sostenerla e per favorirne la
presenza e l’interazione in una regione come il Nordreno-Vestfalia, un bilancio
è d’obbligo". Inizia così l’articolo che Rosella Benati, presidente del
Comites di Colonia, ha scritto per aprire l’ultimo numero dell’anno di
"Comites per tutti noi", periodico di informazione del comitato che
presiede.
"Come
presidente del Comites – scrive Benati – in collaborazione con tutti gli altri
eletti nel consiglio, ho cercato anche quest’anno di impegnarmi sui temi che
più da vicino e più direttamente ci danno una mano a crescere come italiani in
Germania".
Per la
partecipazione politica e sociale della collettività, "in occasione degli
anniversari (2008-2009) della Costituzione Italiana e della Costituzione
tedesca abbiamo pubblicato un volume bilingue con entrambe le Costituzioni. In
occasione delle elezioni comunali nel Nordreno-Vestfalia abbiamo dato vita ad
una campagna di promozione del voto dei connazionali alle elezioni comunali.
Anche per le prossime elezioni dei Consigli degli Stranieri (Integrationsrat)
abbiamo appena completato dei volantini informativi per la partecipazione al
voto. Con il gruppo GioCo – Giovani Colonia – ricorda ancora Benati – abbiamo
portato in varie zone della circoscrizione l’informazione sulla doppia
cittadinanza. La campagna informativa è iniziata con una conferenza stampa a
Düsseldorf alla presenza dell’Integrationsbeauftragter del Land
Nordreno-Vestfalia Thomas Kufen".
Quanto ai giovani,
"per dare più spazio alle richieste e alle esigenze delle ragazze e dei
ragazzi della nostra circoscrizione abbiamo favorito la nascita e la crescita
dell’ Associazione GioCo – Giovani Colonia. Insieme a loro il Comites".
Sul fronte-scuola, "con la diffusione e la promozione DVD "Una lingua
in più. Crescere in Germania con l’italiano" abbiamo cercato di
raggiungere tutte le famiglie per aiutarle ad orientarsi nella crescita e lo
sviluppo linguistico dei loro figli. Attraverso convegni ed incontri con i
moltiplicatori parliamo delle insicurezze delle famiglie nella crescita
bilingue dei loro figli e del complicato e selettivo sistema scolastico".
Focus anche sulle
donne visto che "per valorizzare il grande lavoro e l’enorme contributo
che le donne italiane danno e hanno dato alla comunità italiana in emigrazione,
abbiamo realizzato un calendario per l’anno 2010 dedicato proprio a loro, con
le loro esemplari storie e il loro coraggio".
Come sempre, il
Comites ha puntato molto sull’informazione alla comunità: "attraverso
incontri informativi con gli italiani della Circoscrizione – scrive, in
proposito, la presidente del Comites – discutiamo sui temi più importanti per
gli italiani in questa circoscrizione, ascoltiamo e cerchiamo di risolvere le
problematiche che più toccano la comunità. Anche attraverso il nostro impegno
siamo, per esempio, su iniziativa dell’Associazione Economica Italo -Tedesca
Mercurio, riusciti a mantenere la possibilità alla Camera dell’Industria e del
Commercio di Düsseldorf di fare l’esame di traduttori per la lingua
italiana".
Infine, i rapporti
con il Land: "i costanti rapporti con il responsabile regionale per
l’integrazione, con i sindaci, con gli operatori sociali e con
l’amministrazione tedesca hanno contribuito e contribuiscono a far aprire gli
occhi sulle problematiche che toccano la nostra comunità e a spingere per
trovare soluzioni adeguate, oltre che a mettere in evidenza la potenzialità che
donne e uomini italiani con la nostra cultura e le nostre competenze possiamo
offrire a questo Paese. A conclusione di questo "elenco" per l’anno
2009 credo di poter dire che l’impegno personale come Presidente Comites e il
lavoro svolto da tutto il Comitato, che ringrazio per la collaborazione e il
sostegno, sia positivo. Per il 2010 – assicura – continueremo ad impegnarci per
la crescita della nostra comunità non dimenticando che verso la fine del
prossimo anno saremo chiamati a votare per il rinnovo del Comites. Auguro a
tutti un sereno Natale ed un felice anno nuovo". (aise)
Baden-Württemberg. Natale anche per i carcerati. Circa ottocento gli italiani
reclusi in Germania
Stoccarda - E’
ormai tradizione che in questi giorni si pensi anche ai colpiti dalla
malasorte. Lo fanno i nostri consolati nelle diverse circoscrizioni con l’aiuto
ed il sostegno di associazioni, comitati assistenziali ed enti italiani. E’ una
prova tangibile di solidarietà anche verso coloro che hanno sbagliato e stanno
espiando la loro pena.
Siccome i circa
ottocento italiani reclusi in Germania sono dislocati su tutto il territorio
federale, in molti casi ci si limita soltanto al dono del classico panettone.
In altri casi,
però, la visita è più articolata ed assume anche contorni di una vera festa
prenatalizia con la celebrazione della S. Messa, allietata da canti e nenie
natalizie cui segue poi la consumazione di un pranzo sociale, accuratamente
preparato da volontari della collettività.
È un occasione per
far trascorrere anche ai malcapitati alcune ore in un clima di festa, di
serenità e di dialogo. A queste
manifestazioni di calore umano vi partecipano consoli, missionari, insegnanti
impegnati in corsi per detenuti, famiglie e rappresentanti della collettività.
All’iniziativa
italiana, unica nelle carceri tedesche, vi prendono parte anche i direttori dei
penitenziari, responsabili dei servizi pedagogici e della sicurezza. In questo
modo si favoriscono anche rapporti di dialogo fra detenuti, istituzioni ed enti
italiani con i vertici dell’amministrazione penitenziaria. Nel corso della
giornata affrontano anche questioni individuali per le quali spesso gli
interessati devono attendere addirittura mesi per essere ricevuti a colloquio.
Di questa
situazione di privilegio italiano ne soffrono, però, i detenuti di altre
nazionalità, tedeschi compresi, di cui purtroppo nessuno si occupa, se non le
proprie famiglie. Almeno per una volta,
quindi, la collettività italiana primeggia per positività.
Tuttavia questa
espressione di solidarietà italiana potrebbe spronare anche altri gruppi etnici
a richiedere alle proprie rappresentanze consolari o istituzionali, siano esse
pubbliche o private, di poter seguire l’esempio italiano.
Anche per la
nostra emittente SWR International/Sezione italiana, le manifestazioni
natalizie realizzate a favore di connazionali reclusi consentono di poter
avvicinare i destinatari e di apprendere dalla loro voce: stati d’animo,
percorsi di recupero scolastico-formativi, linguistici, culturali e lavorativi,
nonché le loro speranze e desideri per un futuro più dignitoso. Quest’anno ci
siamo recati nel penitenziario giovanile di Adelsheim, nel Baden-Württemberg.
I particolari sono
contenuti nel servizio audio: http://www.swr.de/international/de/-/id=233334/did=5777432/pv=mplayer/vv=popup/nid=233334/1epb2xh/index.html
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Francoforte. Ai visitattori della mostra su Botticellli l’Enit regala un
soggiorno a Firenze
Fra tutti coloro
che visiteranno la mostra dedicata al Botticellli allestita a Francoforte e
parteciperanno al concorso indetto dall’Enit, verrà sorteggiato un soggiorno
nel capoluogo toscano
Francoforte - Una
prestigiosa esposizione monografica con ottanta dipinti, a circa cinquecento
anni dalla morte di Sandro Botticelli realizzata con eccezionali prestiti
provenienti dalle più famose collezioni museali internazionali (come il Louvre
di Parigi, il Metropolitan Museum di New York, la National Gallery of Art di
Washington, la Galleria degli Uffizi di Firenze, la National Gallery di Londra,
le pinacoteche di Berlino e Dresda oltre che da prestigiose collezioni private)
è allestita al Museo Stadel di Francoforte fino al 28 febbraio 2010.
L'ENIT ha colto
questa opportunità per indire un concorso con il quale metterà in palio un
soggiorno a Firenze estratto a sorte tra tutti i visitatori che avranno
risposto correttamente alle domande che verranno loro sottoposte attraverso un
questionario.
Firenze, che ha
dato i natali a Botticelli, era all'epoca il centro dell'arte in Europa e
attirava artisti ed intellettuali che potevano esprimersi più liberamente che
altrove sotto il governo umanistico dei Medici. Le loro opere fanno di Firenze
ancora oggi, una delle città d'arte più importanti del mondo, gioiello di
storia e cultura italiane. (ItalPlanet News)
In Germania 38 posti di assistente di lingua italiana per l’anno scolastico
2010/2011
Il termine per la
presentazione delle domande è il 12 gennaio 2010
ROMA - Come ogni
anno la Direzione per gli Affari Internazionali del Ministero dell’Istruzione,
Università e Ricerca, rende disponibili dei posti di assistente di lingua
italiana all’ estero per l’anno scolastico 2010/2011.
I posti saranno assegnati ai candidati –
giovani studenti universitari delle facoltà d Lettere e Lingue di madrelingua e
cittadinanza italiana - che invieranno la domanda di partecipazione attraverso
una selezione i cui dettagli sono contenuti nell’avviso 7088 del 4 dicembre
2009.
Nella nota si rende noto il numero
provvisorio dei posti di assistente di lingua italiana all'estero, presso
scuole di vario ordine e grado: 30 posti in Austria, 3 in Belgio (lingua
francese), 180 in Francia, 6 in Irlanda, 38 nella Repubblica Federale di Germania,
25 nel Regno Unito e 23 in Spagna.
Il termine di presentazione delle domande
scade il 12 gennaio 2010.
I posti indicati vengono offerti dai Paesi
della Comunità europea, a studenti universitari di cittadinanza italiana che
abbiano sostenuto almeno due esami relativi alla Lingua e/o Letteratura del
Paese per il quale presentano domanda e che siano iscritti o laureandi presso
un'Università italiana in uno dei seguenti Corsi di Laurea: Corso di Laurea
triennale (ex D.M. 509/99); Corso di Laurea quadriennale (ex D.M. 341/90);
Corso di Laurea specialistica (ex D.M. 509/99). Sono previsti specifici vincoli
per la tipologia di laurea e per le date di immatricolazione e di conseguimento
del titolo finale. Si può presentare domanda per uno solo dei paesi indicati.
La domanda va compilata on-line entro il 12
gennaio 2010 (modalità disponibile sul sito del Miur) e successivamente
regolarizzata, qualora si rientri nel novero degli aspiranti ammessi, con i
relativi allegati con l’invio postale della documentazione richiesta entro il
12 febbraio 2010. (http://www.pubblica.istruzione.it/dg_affari_internazionali/assistenti.shtml). Inform
Nuova crisi al Comites di Stoccarda. Anche Ileana Werner ha gettato la
spugna
Stoccarda -
Nell’assemblea del Comites di Stoccarda del 10 dicembre scorso la presidente
Ileana Werner ha rassegnato le proprie dimissioni. Come risulta dal verbale
dell'Assemblea, inoltrato dalla segreteria del Comites, la presidente non ha
taciuto la propria amarezza: "accettare la presidenza del Comites di
Stoccarda è stata una sfida con me stessa, volevo smuovere il Comites
dall'acqua stagnante in cui si trovava. Purtroppo ho perso questa sfida:
nessuno è perfetto. Ero arrivata alla fine dell'organizzazione del Convegno
sulle donne e stavamo già buttando le basi per il convegno sui giovani e gli
anziani. Ho dovuto disdire tutto".
"Voglio
comunque ringraziare tutti -ha aggiunto la Werner – soprattutto coloro che mi
hanno sostenuta. Ritengo però di dover fare un appunto alla signora Bonato, che
da più dì due anni non è mai presente alle riunioni e che dovrebbe trovare il
coraggio di dimettersi per rispetto del suo elettorato; ed alla signora
Pellegrino, perché non è giusto che sia stata presente solo durante la
presidenza del signor Vittorio e che non abbia mai presentato una
giustificazione scritta, come previsto dal regolamento. Ho cercato di seguire
con correttezza anche le spese. Non ho mai fatto fotocopie o telefonate che non
fossero strettamente necessarie e quelle private le ho pagate con soldi che
sono nel primo cassetto della cassettiera (15 euro circa)".
"Mi dimetterò
da presidente e da membro Comites – ha quindi annunciato – e ho già chiesto al
signor Emiliano Graziano, essendo il primo dei non eletti, ma ancora non so se
mi sostituirà. Sarebbe opportuno però che il Comites facesse un esame di
coscienza. Perché questo Comites non riesce a mettere insieme le forze e a far
sì che le intelligenze che ci sono possano tutte quante insieme contribuire al
benessere della nostra collettività?".
La Werner ha
quindi contestato le parole del consigliere Galluzzo e criticato Tommaso Conte:
"non ritengo accettabile – ha detto a proposito di quest’ultimo – che a
distanza di 5 anni da quello che è stato un suo gravissimo errore, ancora oggi
c'è qualcuno che glielo ricorda. Il dottor Conte ha commesso un errore
deontologico, ha pagato per questo errore, nessuno è perfetto. E soprattutto
ritengo assurdo che sia la sua famiglia a doverne subire, ingiustamente, le
conseguenze. Però devo informarvi che se mi dimetto è a causa del dottor Conte.
Ha usato nei miei riguardi un'espressione umiliante che io non gli consento.
Non ho più voglia di perdere tempo in questo Comites, ho cose più importanti da
fare, quali, tra l'altro, aiutare i bambini del terzo mondo".
Chiamato in causa,
Conte, che è segretario del Comites, ha stilato una nota aggiuntiva al verbale
per smentire la presidente che imputa a lui la causa delle sua dimissioni:
"sull'intervento del Presidente – scrive, infatti, Conte – mi sento di
affermare senza poter essere smentito, che quando la Presidente dichiara:
"però devo informarvi che se mi dimetto è a causa del dottor Conte",
non corrisponde al vero. Infatti, già ad ottobre, nella riunione straordinaria
della Commissione scuola tenutasi al Comites, la Presidente informò il collega
Camillo Auricchio che a metà gennaio si sarebbe dimessa perché doveva
prepararsi agli esami della specializzazione e non aveva il tempo sufficiente
che richiede la Presidenza del Comites di Stoccarda. Questa stessa notizia
delle sue prossime dimissioni, la Presidente l'ha comunicata il 6 novembre ai
Presidenti dei Comites riuniti a Berlino. Infine all'Assemblea del nostro
Comites del 17 novembre, il collega Vittorio, rivolto alla Presidente, disse
testualmente: "Tu poco fa mi hai detto che a gennaio ti dimetterai, poiché
come vedi non hai il numero legale, dimettiti subito". La verità quindi
delle dimissioni della dott.ssa Werner, non è stato l'uso da parte mia di una
colorita espressione nel contesto di una accesa discussione, bensì la mancanza
di tempo da parte della Presidente".
Alla nota al
verbale è seguita la replica della Werner: "non é necessario che il dottor
Conte tiri in causa tante persone quando la realtà dei fatti era ben chiara sin
dall'inizio ("excusatio non petita accusatio manifesta"?). Non é
infatti una novità che io, una volta fatto quello che mi proponevo di
realizzare per il Comites, mi sarei dimessa. Questo soprattutto per motivi di
studio, avendo nel 2010 l'esame di psicoterapia infantile. La data delle mie
dimissioni – precisa l’ormai ex presidente del Comites – non sarebbe stata per
metà gennaio, bensì per metà febbraio e cioè dopo la realizzazione dei due
convegni, alla fine della preparazione degli opuscoli per i genitori e sul
testamento biologico e soprattutto dopo la consegna del bilancio consuntivo
2009, questo per non lasciare al mio successore il bilancio delle spese da me fatte,
durante l'anno della mia presidenza".
Per la Werner,
poi, "tirare in ballo presidenti di altri Comites ai quali avevo confidato
il disagio in cui mi trovavo, disagio legato al dover scendere a compromessi e
a ricatti con me stessa pur di far funzionare il Comites di Stoccarda, mi
sembra ancora una volta un atto poco corretto. Ma se proprio si vogliono tirare
in ballo, allora facciamoli ballare del tutto, chiedendo loro la ragione esatta
o meglio a causa di chi mi sarei voluta dimettere prima ancora del febbraio
2010. Anche questi signori, così come tanti altri, sapevano delle mie
difficoltà con il dott. Conte che per me, e lo ripeto, é stata la causa delle
mie dimissioni premature. Più di una volta, tra l'altro, ero stata sul punto di
farlo non comprendendo né gli atteggiamenti né le ragioni di alcuni suoi
comportamenti e più di una volta sono tornata sulle mie decisioni per il bene
del Comites. In un colloquio telefonico con il dottor Conte – scrive ancora la
WErner – ho cercato di dirgli le mie difficoltà definendo "mobbing"
quello che io sentivo di subire. Si passava da momenti di tranquillità in cui
mi sentivo forte e capace di realizzare tutto, ad altri dove mi faceva fatica
finanche andare al Comites. La frase vergognosa e umiliante utilizzata dal dottor
Conte é stata quindi solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Riflettendo – conclude – mi dico che se fossi stata più attaccata "alla
poltrona" che non ai connazionali, a quest'ora sarei ancora lì".
(aise)
Comites Stoccarda. La gestione Werner vista da Rocco Di Filippo
Per aiutare a
capire le recenti vicende del Comites di Stoccarda, pubblichiamo questa vecchia
lettera (del marzo 2009) del membro del Comites Rocco Di Filippo alla
Presidente dott. Ileana Werner
Gentile
Presidente, alla luce dei recenti avvenimenti, sono dell´avviso che sia giunto
il momento di fermarci e fare una riflessione profonda.
La maggioranza del
nostro Comites quando decise di cambiare il presidente, per dare più
consistenza e peso alle attività, quasi inesistenti della precedente gestione,
aveva deposto in te molta fiducia confidando sulle tue capacità.
Purtroppo debbo
constatare che fino ad oggi, non si riesce a vedere un miglioramento rispetto
alle inefficienze passate, continua il disordine precedente né tantomeno vi
sono attività degne di rilievo.
La tua gestione
dopo quasi sei mesi non riesce a decollare, tantomeno ad applicare quei
principi di trasparenza democratica che tu sempre annunci.
Vengo al dunque,
all’incarico di Presidente non è collegato solo il dovere della rappresentanza,
ma anche di tutte quelle attività collaterali, che permettono all´Assemblea di
vivere e di realizzarsi.
Il tuo modo di
vedere, che un organismo politico non abbia al suo interno posizioni
differenti, ti spinge, per mostrare all´esterno un’armonia inesistente, ad
accentrare tutto nelle tue mani, ingessando di fatto tutte le attività
dell´Assemblea.
Le conseguenze
sono: che i verbali non riportano la discussione avvenuta in assemblea ( vedi
le varie note ); che si prendono posizioni molto superficiali, cercando così di
non cozzare la suscettibilità delle varie anime presenti nell´Assemblea né
tantomeno l´Amministrazione, con il risultato che queste posizioni, non dicono
niente (vedi la corrispondenza esistente in merito).
La lista potrebbe
essere molto più lunga, non mi dilungo perché non è questa la causa della
presente.
Io ritengo molto
importante e necessario disciplinare la partecipazione del Presidente alle
riunioni ed convegni a cui viene invitata in rappresentanza del Comites.
Questo, per
confermare ed attuare un principio democratico e per conferire alla
rappresentanza
stessa uno spessore e peso politico maggiore.
L´Assemblea deve
avere la possibilità di poter definire nel suo interno le posizioni che vanno
sostenute all´esterno, solo in questo modo la Presidente avrà un credito forte
in tutti i consessia cui parteciperà.
Cioè, quando la
Presidente potrà affermare: il Comites ha discusso ed ha deciso su tale
materia; altrimenti sarà e rimarrà solo il punto di vista della Presidente.
Per i motivi
sopracitati faccio queste proposte:
- Per tutti quegli
inviti che arrivano improvvisi, dopo la partecipazione, chi ha
partecipato in
rappresentanza del Comites, deve comunicare all´Assemblea, quanto
detto e la posizione
assunta in nome dell´Assemblea.
- Per tutti quegli
inviti, che sono programmati a lungo termine ( vedi p. es. Intercomites o
incontri in Ambasciata), prima della partecipazione si dovrebbe fare
un´Assemblea straordinaria, in modo che non c´è bisogno del numero legale, per
permettere così a chi è interessato di poter partecipare; sono convinto che
cosi dovrebbe articolarsi un´Assemblea democratica e attiva.
Nella certezza di
un tuo riscontro in merito, con la schiettezza di sempre ti saluto.
Rocco Di Filippo
(de.it.press)
Tenuta la Prima Conferenza dei giovani italiani della Bassa Sassonia
Il Comites di
Hannover chiude le proprie attivuità del 2009 con un Convegno Regionale dei
giovani italiani della Bassa Sassonia. In uscita il "Comites InForma N.12"
Hannover.
Nell’Hannover Congress Centrum ha avuto luogo il 19 dicembre 2009 la Prima
conferenza dei giovani italiani della Bassa Sassonia organizzata dal Presidente
del Comites Giuseppe Scigliano e dal Coordinatore Giovani Italiani di Germania
ed Austria Claudio Provenzano. Quest’ultimo si è rivolto per primo ai numerosi
giovani presenti lamentando tra l’altro la mancanza di facilitazioni come i
corsi di madrelingua per i ragazzi italiani ma invitandoli comunque a sfruttare
le occasioni che si presentano loro ed a prendere ad esempio i professionisti
italiani che nonostante simili difficoltà iniziali hanno trovato il loro posto
nella società ed hanno avuto successo.
La Dott.ssa M.
Luisa Cuccaro, Reggente del Consolato, ha ribadito l’importanza dell’impegno
delle famiglie nel mantenere sì i valori del paese di provenienza, ma nel dare
ai propri figli una formazione che corrisponda ai loro talenti ed aspirazioni e
che sia contemporaneamente legata alle strutture ed alla situazione del Paese
in cui vivono. La differenza, ha ricordato, va vista come una ricchezza, “un
altro tipo di sapienza che arricchisce la propria”. È fondamentale investire
nei giovani, “forze di pensiero e di lavoro” che possono fungere da
moltiplicatori ed esprimendo la propria profonda stima per chi già s’impegna in
questo senso ha consegnato una Medaglia della Camera dei Deputati a Claudio
Provenzano. Commosso Provenzano ha dedicato questo successo alla sua famiglia
ricordando che il suo lavoro non sarebbe possibile senza l’attiva partecipazione
dei giovani come p. es. la squadra “Figli d’Italia” allenata da Frattalone.
Il Dott. Aldo
Morrone ha salutato con orgoglio i presenti promettendo di raccontare in Italia
che cosa si faccia in Bassa Sassonia con e per i giovani, che ha esortato,
attraverso immagini veramente commoventi, a non scordarsi “nella ricchezza
delle loro possibilità di altri che purtroppo non le hanno”.
Entusiasmo per il
lavoro d’integrazione svolto è stato espresso anche dal Sindaco di Hannover
Ingrid Lange e dal Membro del Consiglio di presidenza del CGIE Dott. Tommaso
Conte, il quale – dopo alcuni dati sulla situazione degli studenti in Baviera e
Baden-Württemberg e sull’emigrazione – ha proposto di delegare ai comuni di
residenza il rilascio dei documenti per legare così l’identità italiana a
quella europea.
Soddisfatto di
quanto ha raggiunto finora con il Comites e la suddetta squadra di calcio, il
Dott. Giuseppe Scigliano ha spiegato il suo concetto di integrazione, cioè
“mantenere le proprie radici ma avere le stesse chance dei tedeschi di dare il
proprio contributo alla vita sociale e politica del Paese.
Francesco Parise
ha quindi moderato i vari interventi partendo dal Dr. Orkan Kösemen. L’esperto
della Bertelsmann-Stiftung ha presentato uno studio dell’Istituto demografico
di Allersbach dal quale risulta che sebbene 59% degli Italiani considerino un
vantaggio essere cittadino di due Paesi solo l’1% ha la doppia cittadinanza e
9% ha intenzione di richiederla. La maggioranza starebbe bene in Germania ma
considererebbe “patria” solo il Paese di provenienza e il suo entusiasmo per la
politica tedesca diminuirebbe col prolungarsi della permanenza in Germania.
Il referente
dell’IHK Hannover Torsten Temmeyer ha parlato del “Programma Mentori” che
attraverso il lavoro con studenti e genitori ed una piattaforma in internet che
offre posti per apprendistati e stage (www.ihk-mentoren.de) facilita ai giovani
il passaggio tra scuola e mondo del lavoro. Anche Temmeyer fa appello ai
genitori perché aiutino i figli ad orientarsi dicendo loro che anche l’
Hauptschule è una base dalla quale può iniziare tutto.
Dopo una breve
pausa si sono presentati membri dei vari partiti moderati da Nadine Conti che
ha rivolto loro una provocazione: In politica ci si occupa d’integrazione solo
se si hanno origini migratorie o se non c’è un’altra carica vacante.
Nei loro
interventi tutti i politici presenti hanno sostenuto che oggigiorno è
impossibile fare politica senza occuparsi d’integrazione in quanto p. es. oltre
40% di nati ad Hannover hanno origini migratorie. Secondo Filiz Polat, membro
della dieta regionale della Bassa Sassonia per Bündnis 90 – Die Grünen, è
centrale il ruolo della scuola come luogo in cui l’integrazione ha successo o
fallisce. Molto si è fatto negli ultimi anni, ma molto resta ancora da fare.
Come Kerstin Tack, membro del Parlamento tedesco per la SPD, lamenta che già
nella scuola materna ogni educatrice deve occuparsi di troppi bambini e nelle
scuole primarie, spesso pure con classi sovraffollate, gli scolari vengono
selezionati già durante la 4a classe. Entrambe vorrebbero che gli scolari
avessero la possibilità di studiare insieme per almeno 8-9 anni per aver il
tempo di sviluppare i loro talenti. Questo desiderio è condiviso anche da
Gesine Meißner, dell’ FDP. La rappresentante della Bassa Sassonia nel
Parlamento Europeo trova che siano necessarie più ore di lingua e di sostegno,
– e in questo è concorde il membro della dieta regionale per la CDU Editha Lorberg
- più assistenti sociali, consulenti ed insegnanti più preparati ad affrontare
questa sfida. Victor Perl di Die Linke ha riferito che grazie all’esistenza
delle IGS 10% dei bambini ai quali era stato consigliato di frequentare l’ HS è
riuscito in seguito a superare addirittura l’esame di maturità!
Scigliano ha
quindi chiesto ai vari rappresentanti se avessero intenzione di ripristinare i
corsi di madrelingua a partire dalla 5a classe ottenendo una risposta
affermativa.
Sollecitata
dall’intervento di Assunta Verrone la Sig.ra Tack sottolineava l’immensa
responsabilità non solo di insegnanti ed educatori, ma in prima linea dei
genitori per dare ai bambini la base affettiva necessaria per imparare con
successo. Infine Polat e Meißner ribadivano rispettivamente la necessità della
doppia cittadinanza e della partecipazione attiva alla vita politica per
sentirsi “arrivati” nel Paese d’elezione. Informazioni principali sulle
formalità per ottenere la doppia cittadinanza sono state fornite ai presenti
dall’avvocatessa Elena Sanfilippo e da Claudio Provenzano.
Nel pomeriggio il
Dr. Fabrizio Sepe, direttore del Serengeti Park Hodenhagen, ha iniziato la
serie delle biografie di successo di giovani italiani in Germania raccontando
le peripezie della sua famiglia, le sue difficoltà ad integrarsi e di come ci
sia infine riuscito facendo il primo passo verso i tedeschi, fondendo in sé i
lati positivi delle mentalità italiana e tedesca ed uscendo da questa
esperienza più forte.
Dopo di lui
quattro persone conosciute ai presenti provenienti da varie città hanno
sottolineato quanto siano importanti l’impegno e la partecipazione alla vita
sociale dimostrando come ognuno di loro in base ai talenti individuali e
sfruttando quanto possibile nell’ambiente in cui vive abbia realizzato le
proprie idee, p. es. fondare una squadra di calcio come Rosario Frattalone e
Carmelo Cava, per seguire i bambini mentre fanno i compiti e rappresentare i
genitori presso il CoAsScIt come Rosa Latorre, per diffondere la lingua
italiana promuovendo gli scambi tra gli studenti all’Università di Osnabrück
come Francesco Parise.
La grande presenza
di ragazzi alla conferenza ed i loro interventi lasciano sperare che questi
abbiano colto l’essenza di questa giornata e cioè che per quanto misere siano
le premesse (p. es. bassa conoscenza della lingua, solo o nemmeno l’
“Hauptschulabschluss”) guardandosi attorno in cerca di occasioni per sviluppare
le proprie capacità, andando incontro all’altro nel rispetto della diversità e
impegnandosi in quello che si sceglie di fare si può trovare il proprio posto
nella società del Paese di adozione. Daniela Dandrea, De.it.press
I pavimentisti altoatesini vincono il campionato europeo di Hannover
Bolzano -
"L’ottima formazione e la capacità di tradurre nel lavoro quanto appreso
stanno alla base dei successi degli artigiani, veri ambasciatori dell’Alto
Adige all’estero". Lo ha ribadito il presidente della Provincia di
Bolzano, Luis Durnwalder, ricevendo martedì 5 gennaio a Bolzano i pavimentisti
altoatesini che hanno vinto anche l’ultimo campionato europeo ad Hannover.
Nel 2009, per la
quarta volta consecutiva, la squadra degli artigiani dell'Alto Adige si è
aggiudicata il Campionato europeo dei pavimentisti, manifestazione collocata
all'interno della fiera internazionale specializzata Domotex di Hannover. I
rappresentanti dell'Associazione provinciale artigianato APA sono stati
giudicati i migliori da una giuria internazionale che ha seguito le varie prove
di abilità, consistenti nel lavoro di pavimentazione di diversi materiali:
linoleum, vinile, laminato, moquette e piastrellato.
I nuovi campioni
europei sono stati accolti a Palazzo Widmann dal presidente Durnwalder, che si
è congratulato con i partecipanti alla competizione Andreas Holzner, Patrick
Simonazzi, Kurt Kofler, Florian Rottensteiner e Christian Raffl, "per aver
fornito l'ennesima prova di grande preparazione e di capacità
professionale".
Nell'incontro,
presenti anche il presidente dell'APA Walter Pichler e il capomestiere Paul
Fischnaller, Durnwalder ha ricordato che "i nostri artigiani sono veri
ambasciatori dell'Alto Adige nel mondo: alla base dei loro successi vi sono una
lunga tradizione, una formazione professionale all'avanguardia e la capacità di
tradurre concretamente, sul piano del lavoro, il patrimonio di conoscenze
acquisite". (aise)
La senatrice Anna
Finocchiaro il 15 e il 16 gennaio sarà in Svizzera e in Germania dove incontrerà
le collettività italiane. Sarà una fine settimana denso di appuntamenti per la
capogruppo del Partito Democratico al Senato, che sarà accompagnata dal sen.
Claudio Micheloni.
Il primo
appuntamento: venerdì 15 gennaio, conferenza stampa convocata a Zurigo,
alle 15.30, nella sede della Federazione della Colonie Libere Italiane in
Svizzera.
Sempre il 15
gennaio, alle 18.15, a Dietikon Finocchiaro avrà un incontro presso il Circolo
del Pd, al quale, oltre a Nicola Azzarito, segretario Pd Dietikon e al
segretario del Partito Socialista Svizzero di Dietikon, parteciperà anche
Angela Gullo, candidata del Partito Socialista alle elezioni amministrative del
comune alla periferia di Zurigo, che conta una grossa percentuale di popolazione
straniera ed in particolare italiana.
La giornata di
venerdì si concluderà alle ore 20.00, quando la senatrice incontrerà la
collettività italiana ad Uster nella Sala comunale (Bahnhofstrasse 17). Alla
serata, moderata dal giornalista Giangi Cretti (anche consigliere CGIE in
rappresentanza Fusie), interverranno Valerio Modolo e Carmela Damante (della
Colonia Libera Italiana di Uster), Michele Schiavone (segretario Pd Svizzera e
consigliere CGIE) e Paolo Da Costa (presidente del Comites di Zurigo).
Il giorno
successivo, sabato 16 gennaio, la sen. Anna Finocchiaro si trasferirà a
Wolfsburg, in Germania, dove alle ore 17.30, nella Alvar Aalto Kulturhaus,
(Porschestrasse 51) parteciperà ad un incontro pubblico, moderato dal dr.
Antonio Giuseppe Balistreri, al quale interverranno, tra gli altri, Silvestro
Gurrieri, segretario del Pd di Wolfsburg, Rocco Artale e Antonio Zanfino,
consiglieri comunali a Wolfsburg. (Inform)
In Baviera l’esibizione in dialetto di tre protagonisti della scena
teatrale palermitana
Un progetto
dedicato all’identità delle giovani generazioni, promosso da Regione e Acli di
Sicilia e Germania
Monaco di Baviera
– Tre protagonisti della scena teatrale palermitana hanno contribuito a far
rivivere il dialetto siciliano tra i corregionali emigrati in Baviera,
attraverso una serie di spettacoli realizzati tra Monaco, Kaufbeuren e
Karlsfeld nei giorni immediatamente precedenti al Natale.
Paride Benassai, Ernesto Maria Ponte e Sergio
Vespertino sono stati i protagonisti nell’ambito del progetto intitolato “Il
nuovo volto dei siciliani all'estero: l’identità isolana nelle nuove
generazioni, tra tradizione, modernità e innovazione, cultura, arte, musica e
teatro” promosso dall’assessorato al lavoro e all’emigrazione della Regione Sicilia
e dell’associazione Acli regionale in collaborazione con il presidente
siciliano della Acli tedesche, Carmine Macaluso, e con il coordinamento della
cooperativa Agricantus.
Sul palco Benassai, Ponte e Vespertino hanno
proposto tic e manie siciliane in vernacolo, senza bisogno di didascalie o
titoli di coda. Benassai, in particolare, attore non protagonista del film di
Crialese “Nuovo Mondo”, ha raccontato al termine delle esibizioni il dietro le
quinte della pellicola e le vicende della sua famiglia di emigranti,
ricongiuntasi proprio nei giorni in cui il film veniva girato in Argentina. Gli
attori hanno trovato in Baviera “una sacca di resistenza” del dialetto
siciliano, “quasi un presidio laddove nemmeno lo si sarebbe sospettato”, ha
scritto Salvatore Ferlita in un articolo pubblicato nella sezione palermitana
di Repubblica, a proposito dell’iniziativa. (Inform)
A Wallenhorst (Bassa Sassonia) manifestazione interscolastica del Comites
di Hannover
Wallenhorst - Tre
scuole di tre città diverse Stawiguda (Polonia), Priverno (Italia) e
Wallenhorst Germania si sono date recentemente appuntamento a Wallenhorst per
approfondire le loro conoscenze e le loro rispettive culture in nome di un
progetto Comenius che sta per nascere tra di loro. La manifestazione è stata
organizzata dal Comites di Hannover in collaborazione con la Katharinaschule di
Wallenhorst. Tra gli ospiti della serata: il Borgomastro della città Herr
Ulrich Belde, la Reggente del Consolato Generale di Hannover Dott.ssa Maria
Luisa Cuccaro, il Console polacco di Amburgo Andrzej Osiak, il Sig.Siegfried
Borgmann (provveditorato agli studi di Osnabrück), il sig. Manfred Rockel
(incaricato del provveditorato di Osnabrück
per i progetti europei LSchB), la Sig.ra Irmgard Vogelsang (società
polacca – tedesca) ed il Presidente del
Comites di Hannover Dott. Giuseppe Scigliano.
Tantissimi
discorsi da parte dei politici che hanno messo in evidenza la validità dei
progetti europei arricchiti da un programma eccezionale preparato dagli
insegnanti e dai bambini della scuola ospitante.
Interessante e
vivo sembrava l’albero di natale decorato con i lavori delle tre scuole. Altro
momento interessante della serata è stata la tavola rotonda a cui hanno
partecipato i responsabili delle tre scuole, i quali hanno messo in evidenza le
tradizioni di natale dei loro rispettivi paesi ed in particolar modo il periodo
che lo precede.
Tutti i presenti
sono rimasti soddisfatti da tale evento reso possibile attraverso
l’intraprendenza dei direttori delle scuole ma anche attraverso l’iniziativa
del Comites di Hannover della Reggente del Consolato. GS, de.it.press
Narducci (Unaie): a Rosarno bisogna andare alla radice del problema
“Le agitazioni di
Rosarno non accennano a placarsi e nonostante questo non si vuole ancora capire
che il fenomeno migratorio lo si sta affrontando in modo sbagliato, ossia
ghettizzando ed alimentando l'insofferenza dei cittadini e la paura verso il
diverso. I presupposti della legge sulla sicurezza, varata dal governo, si sono
dimostrati infondati.” Lo dichiara il Presidente dell’Unaie (Unione nazionale
delle associazioni di immigrazione ed emigrazione) on. Franco Narducci.
“Ghettizzare -
aggiunge Narducci - ha significato mettere sullo stesso piano l’onesto
lavoratore migrante con chi delinque e questo ha creato nella mentalità delle
persone un senso di repulsione generalizzato verso chi proviene da lontano
contribuendo ad alimentare il clima di odio e divisione”.
“Invece - conclude
Narducci - oggi abbiamo bisogno di calmare gli animi ed andare alla radice dei
problemi a cominciare dall’eliminazione dello sfruttamento dell’immigrazione
clandestina, valorizzando i lavoratori, che con la loro opera contribuiscono
allo sviluppo del nostro Paese, come tanti italiani emigrati hanno contribuito
a costruire il benessere di tanti Paesi nel mondo”. De.it.press
Rosarno, ancora spari e aggressioni. Bertone: migranti sfruttati, basta
violenze
Extracomunitari
trasferiti nella notte nel centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto. Salgono
a 68 i feriti: 32 gli stranieri
CROTONE - Non si
placa la violenza contro gli immigrati in Calabria. Un immigrato è rimasto
ferito questa mattina con colpi di fucile caricato a pallini nelle campagne di
Gioia Tauro, a pochi chilometri da Rosarno. Un' auto con tre immigrati a bordo
è stata fermata da alcune persone, sembra armate di bastoni ed altri oggetti,
lungo la strada provinciale 49, a Rosarno, in contrada Capoferro: due degli stranieri
sono riusciti a fuggire mentre il terzo è stato colpito da una sassata in
testa.
Erano stati
proprio degli spari contro gli extracomunitari a scatenare la rivolta a Rosarno
e Gioia Tauro. Sulle violenze degli ultimi giorni interviene il Vaticano che si
dice preoccupato per lo sfruttamento dei migrati affermando che la violenza non
è mai giusta.
Bertone: migranti
sfruttati, ma violenza mai giusta. Gli scontri tra immigrati e popolazione
locale avvenuti in questi giorni in provincia di Reggio Calabria «preoccupano»
il Vaticano, soprattutto per «le gravi condizioni di lavoro cui sono sottoposti
gli immigrati», ma «lo strumento della violenza è da bandire». Lo ha detto il
segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, a margine di una messa
celebrata questa mattina nella cappella del governatorato della Città del
Vaticano in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario.
Trasferimento
degli stranieri nella notte. Circa 250 immigrati nella notte scorsa sono stati
trasferiti nel centro di prima accoglienza di Isola Capo Rizzuto, alle porte di
Crotone dall'ex fabbrica Rognetta di Rosarno. Gli immigrati, la maggior parte
dei quali hanno chiesto loro stessi di essere portati via da Rosarno, hanno
trascorso una notte tranquilla.
Cpa Crotone molti
arrivano e altri vanno via. Complessivamente sono così quasi 450 le persone che
da ieri sera sono state trasferite nel centro di prima accoglienza gestito
dalle Misericordie a Crotone. Ma dal Cpa c'è anche chi va via. Si tratta di
persone col permesso di soggiorno; non è possibile dare un numero certo di
quanti siano perchè il centro essendo aperto e gli ospiti possono entrare ed
uscire senza problemi, ma si parla di un centinaio di immigrati.
Sale il bilancio
dei feriti: da fonti investigative, sarebbero finora 68 - tra immigrati,
cittadini e forze di polizia - le persone medicate o ricoverate negli ospedali
di Gioia Tauro e Polistena. Si tratta, in particolare, di 32 extracomunitari,
17 abitanti del posto e 19 appartenenti alle forze di polizia. Solo cinque
immigrati risultano tuttora ricoverati in ospedali per lesioni più gravi. Per
quanto riguarda i 30 immigrati, 23 hanno riportato solo lievi lesioni e
contusioni e sono stati dimessi; altri quattro hanno ferite da colpi di arma da
fuoco (si tratterebbe dei due della prima notte e dei due gambizzati ieri) ed
altri tre (compresi i due sprangati) sono ricoverati con traumi più seri. Non
preoccupano, poi, le condizioni dei 17 cittadini del posto e dei 19 agenti e
carabinieri feriti tutti in modo lieve o contusi.
Immigrato ferito a
Gioia Tauro. Un immigrato è stato ferito questa mattina con colpi di fucile
caricato a pallini nelle campagne di Gioia Tauro, a pochi chilometri da Rosarno
(Reggio Calabria). L'uomo era con due extracomunitari quando è statao colpito
con fucile caricato a pallini da persone che erano a bordo di un'auto. L'uomo
ha riportato lesioni alle gambe e ad un braccio. L'immigrato, del Burkina Faso,
si chiama Dabrè Moussa, di 29 anni, ed ha il permesso di soggiorno. Secondo il
referto stilato dai medici del pronto soccorso dell'ospedale di Gioia Tauro,
dove è stato medicato, guarirà in quindici giorni.
Sassi e bastoni
contro immigrati. Un' auto con tre immigrati a bordo è stata fermata da alcune
persone, sembra armate di bastoni ed altri oggetti, lungo la strada provinciale
49, a Rosarno, in contrada Capoferro: due degli stranieri sono riusciti a
fuggire mentre il terzo è stato colpito da una sassata in testa. Lo apprende l'Ansa
da fonti investigative. Lo straniero è stato condotto in ospedale dove è
attualmente trattenuto in osservazione. Le sue condizioni non sono gravi.
Immgrati nei
casolari chiedono aiuto a polizia. Tra gli immigrati rimasti a Rosarno cresce
la paura, dopo le aggressioni avvenute anche in mattinata: in molti hanno
chiamato le forze di polizia per essere presi nei casolari di campagna dove
sono isolati. L'ultima richiesta è arrivata da un gruppo di extracomunitari che
si trovano alla periferia di Rosarno: i mezzi della Polizia sono partiti dalla
ex Opera Sila per andare a prenderli e portarli nella ex fabbrica. Nessuno di
loro, assicurano comunque le forze dell'ordine, avrebbe subito assedio da parte
degli abitanti. «Gli immigrati ci stanno chiedendo di prenderli per portarli
verso l'ex Opera Sila - spiega una fonte investigativa - perchè hanno paura.
Non c'è stata alcuna ulteriore aggressione».
Tolta occupazione
a Comune Rosarno. È stata tolta nella notte l'occupazione che una decina di
abitanti di Rosarno stavano attuando nel comune per chiedere l'allontanamento
degli immigrati. La decisione è stata presa dopo che nella notte è stato
sgombrato il centro di Rognetta ed avviata così concretamente l'operazione che
dovrà portare entro 48 ore all'allontanamento di tutti gli immigrati da
Rosarno.
Ex Opera Sila.
Sono un centinaio, secondo una stima fornita dalla polizia di Stato, gli
immigrati che nel corso della notte e stamattina hanno lasciato spontaneamente
il centro di ricovero allestito nella fabbrica dismessa dell'ex Opera Sila, in
contrada Bosco di Rosarno.
Tolto blocco
stradale. È stato tolto il blocco che un gruppo di abitanti di Rosarno aveva
creato vicino il centro di ricovero per immigrati in contrada Bosco. Il blocco
aveva lo scopo di impedire nuove incursioni degli immigrati in paese dopo
quella di giovedì scorso che aveva provocato distruzioni e devastazioni. Gli
abitanti hanno deciso di togliere il blocco dopo che sono state avviate le
operazioni di sgombero del centro ricavato in una fabbrica dismessa dell'ex
Opera Sila in cui sono ospitati gli immigrati.
Stamani i negozi
hanno ricominciato ad aprire, dopo la serrata di ieri, e in paese si registra
una situazione di normalità. L'unica novità rispetto al sabato tradizionale di
Rosarno è la mancanza del mercato settimanale che non ha aperto per iniziativa
degli stessi commercianti nel timore di ulteriori incidenti.
Rotondi: governo
coniuga sicurezza e umanità. «Sull'immigrazione il governo coniuga sicurezza e
umanità: il tema delle povertà non si affronta allargando gli accessi, ma
recependo l'appello del Santo Padre contro fame e povertà nel mondo. La
drammatica vicenda di Rosarno ne è l'emblema ed è un peccato che si tenda a
strumentalizzarla». Lo afferma Gianfranco Rotondi, ministro per l'Attuazione
del Programma di Governo.
Di Pietro: la
rivolta degli schiavi. «È la rivolta dei neri, la rivolta degli schiavi, e
abbiamo paura che possa succedere anche altrove». Così il leader dell'Italia
dei Valori Antonio Di Pietro attribuisce la responsabilità degli scontri di
Rosarno alla «criminalità organizzata che sfrutta dei disperati e poi li prende
a schioppettate. Noi dell'Idv siamo contro ogni violenza ma soprattutto contro
quel caporalato che portano avanti i novelli negrieri della 'ndrangheta».
Epifani: tutelare
diritti immigrati. «La violenza deve essere respinta da qualunque parte arrivi
ma bisogna riconoscere ai migranti i loro diritti di lavoratori e di
cittadini». Lo afferma il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani che
esprime «grande preoccupazione» per i gravi episodi di violenza a Rosarno. «La
violenza va sempre respinta, ma il miglior modo per evitarla, prima di doverla
reprimere, è eliminare le cause che la producono e che non derivano dalla
clandestinità, come ha sostenuto il ministro degli Interni, ma dalla povertà
(sia degli immigrati che dei residenti), dal lavoro nero, dallo sfruttamento,
dalla criminalità organizzata che produce e alimenta tutte queste condizioni».
9 IM 9
Il diritto di essere una minoranza
Proprio quando i
cristiani celebrano la venuta nel mondo di Gesù, il farsi uomo di Dio, il suo
assumere una condizione di fragilità e debolezza estreme, l’Agenzia Fides
pubblica il rapporto sugli operatori pastorali uccisi in tutto il mondo nei 12
mesi precedenti. Ed è proprio all’uscita della liturgia eucaristica della notte
di Natale che la comunità cristiana copta di Nagaa Hamadi è stata attaccata a
colpi d’arma da fuoco e ha visto morire una decina di suoi fedeli. È
drammaticamente significativo che ci ritroviamo così a fare i conti con la
persecuzione dei cristiani proprio nei giorni in cui le Chiese d’Oriente e
d’Occidente fanno memoria dell’incarnazione, dell’inizio della vicenda umana di
colui che confessano come Signore che è nato come tutti i mortali, ha vissuto
testimoniando l’amore, è morto da giusto condannato ingiustamente ed è risorto
per annunciare efficacemente che la vita è più forte della morte.
Anche se noi
cristiani d’Occidente usiamo a volte a sproposito la terminologia della
persecuzione per parlare del confronto difficile e anche aspro che la fede
cristiana incontra nella società contemporanea, esistono luoghi e chiese in cui
«persecuzione» indica ancora ostilità violenta, prigione, torture, morte, e in
cui «martirio» vuol dire testimonianza fino al sangue alla fede che si
professa. Ce ne accorgiamo raramente, qui in Occidente: solo quando il numero
delle vittime scuote la stanca abitudine con cui seguiamo certi eventi. Il
rapporto dell’Agenzia Fides conta 37 operatori pastorali uccisi nel 2009, che
sono solo la punta di un iceberg. Si tratta, infatti, solo dei missionari e
solo di confessione cattolica. Le intere comunità cristiane osteggiate,
perseguitate, costrette ad abbandonare il loro paese sfuggono al nostro sguardo
e al nostro cuore: i cristiani dei villaggi e delle città dell’Iraq e
dell’Iran, del Pakistan, dell’Orissa in India, del Sudan e dell’Alto Egitto,
della Nigeria, dell’
Indonesia o della
Malesia, del Vietnam, della Cina o della Corea del Nord, della penisola arabica
o dell’Algeria fanno notizia solo quando sono vittime di violenze brutali.
La tragica
quotidianità di queste vicende dovrebbe interrogare anche il nostro vivere
giorno dopo giorno la presenza della fede religiosa nella società civile.
Dovremmo interrogarci sul reale rispetto dei diritti, anche religiosi, delle
minoranze: riconoscere, salvaguardare, promuovere la dignità di ogni persona e
la possibilità di vivere e testimoniare anche comunitariamente e nello spazio
pubblico la propria fede è compito non solo degli organismi internazionali,
degli Stati e delle loro legislazioni, ma anche di ogni cittadino che con il
suo comportamento può favorire oppure contrastare questa civile convivenza
quotidiana. Recentemente, i patriarchi cattolici del Medioriente hanno ribadito
che «cristiani e musulmani attingiamo a un’eredità unica di cultura e
civiltà... Noi vogliamo salvaguardarla, farla evolvere, riattivarla in modo che
sia fondamento della nostra convivialità e della nostra solidarietà fraterna. I
cristiani d’Oriente sono una parte inseparabile dell’identità culturale dei
musulmani e i musulmani sono una parte inseparabile dell’identità culturale dei
cristiani. Così siamo tutti responsabili gli uni degli altri e di fronte alla
storia». Parole sapienti e chiare che tuttavia non riescono a impedire che la
crescente pressione del fondamentalismo islamico induca i cristiani del
Medioriente alla fuga o li costringa a vivere in condizioni di ostilità,
diffidenza, ghettizzazione.
Dal canto nostro,
non dovremmo nemmeno dimenticare che la reciprocità che sovente si sente
invocare come pretesto per limitare alcuni diritti fondamentali non è e non può
essere l’altro nome della ritorsione e della vendetta: una società è civile non
quando concede alle sue minoranze solo quello che anche gli altri Stati
concedono a quelle presenti nel loro territorio, ma quando riconosce
fattivamente che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e
diritti» e che a ogni individuo spettano gli stessi diritti e le stesse
libertà, «senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso,
di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine
nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione».
Orrendi massacri
come quello della chiesa di Nagaa Hamadi ci interpellano anche sulla risposta
che possono suscitare in noi: non spetta a noi giudicare la capacità di
rinunciare alla vendetta da parte delle vittime, non possiamo pesare noi la
misura della loro sopportazione, non riusciamo a fare nostre le loro attese o
disillusioni circa il rispetto delle leggi e il ristabilimento della giustizia,
né ha senso indagare quasi morbosamente sulla pronta disponibilità al perdono:
nessuno, fino a quando non è provato in prima persona, può sapere e valutare
come reagirebbe se trovasse se stesso o i suoi cari in determinate situazioni.
Certo, abbiamo avuto anche in anni recenti luminosi esempi di cristiani capaci
di amare i loro nemici e di perdonare i persecutori. In ogni caso, possiamo e
dobbiamo invece chiederci quali principi animano la nostra convivenza
quotidiana, quale prezzo siamo disposti a pagare per testimoniare ciò in cui
crediamo, quali sacrifici accettiamo di compiere nella nostra vita perché
vengano salvaguardate la libertà e i diritti di tutti. Se i cristiani devono
essere consapevoli che il sangue versato dai loro fratelli ai quattro angoli
del mondo è seme fecondo di testimonianza, così come quello delle prime
generazioni di discepoli di Cristo, spetta a tutti noi come cittadini non
dimenticare che le condizioni di libertà e di democrazia di cui godiamo nei
nostri paesi sono il frutto di un lento e faticoso cammino. ENZO BIANCHI LS 10
Immigrati. 'Ndrangheta’ non spiega tutto. Non si vuol vedere
Roma - Rosarno,
Italia: cinquemila immigrati, in gran parte irregolari, pagati (quando va bene)
18-20 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro a raccogliere agrumi, ammucchiati
in ex fabbriche senza acqua e senza luce, sfruttati da imprenditori e mafiosi,
dimenticati da enti locali e istituzioni regionali e nazionali. Val di Non,
Italia: settemila immigrati, tutti regolari, pagati 6,90 euro all'ora per 8 ore
di lavoro a raccogliere mele, con vitto e alloggio assicurato dai datori di
lavoro, sotto il rigoroso controllo della provincia di Trento e dei Comuni
della zona.
Dietro alla
drammatica rivolta degli immigrati africani della Piana di Gioia Tauro, dietro
la reazione degli abitanti, sfociata ieri sera in due feroci gambizzazioni,
c'e' ancora una volta questa Italia spaccata in due, questo Paese che, come ha
denunciato piu' volte il capo dello Stato, viaggia a velocita' diversissime.
Due Italie, forse addirittura due pianeti diversi'.
Lo afferma il
quotidiano dei vescovi 'Avvenire' che con una severa lettura dei fatti drammatici
culminati con gli scontri di Rosarno invita nell'editoriale a 'smetterla di
'non vedere''.
'Lo diciamo chiaro
e forte, perche' nessuno puo' accusarci di trito e becero antimeridionalismo.
Avvenire, con la stessa identica passione della Chiesa italiana e dei suoi
vescovi -prosegue l'editoriale-, e' da sempre attento alla realta' del Sud: al
male che la affligge e al tanto bene che offre. Anche sul fronte immigrazione.
Perche' non e' impossibile gestire e accompagnare questo fenomeno epocale.
Proprio nella
tanto disastrata Calabria due paesi della zona jonica, Caulonia e Riace, sono
esempi di integrazione, apprezzati e studiati anche all'estero. Addrittura
ospitano, su richiesta degli organismi internazionali, i profughi dei campi
palestinesi. Dunque, si puo' agire nella legalita' e nella civilta'. E non solo
nell'efficiente Trentino'.
'Esperienze
felici, ma purtroppo solo isole. Il resto -sottolinea 'Avvenire'- e' un mare di
Rosarno, dove gli immigrati si spostano seguendo le stagioni. Nomadismo agricolo:
a settembre in Sicilia (olive), tra ottobre e marzo in Calabria (agrumi), poi
in Puglia e Campania (ortaggi).
Cosi' da almeno
venti anni. Sotto agli occhi di tutti.
All'aperto dei
campi, non al chiuso di qualche fabbrica.
Tutti vedono ma
girano la testa dall'altra parte. Le istituzioni per prime. Gli 800 immigrati
ammassati nell'impianto (mai entrato in funzione) dell'ex Opera Sila sono piu'
o meno gli stessi che vivevano, in condizioni analoghe, nell'ex cartiera di
Rosarno. Sbarrata quest'ultima dopo il ferimento a pistolettate, un anno fa, di
due immigrati e una prima rivolta, gli 800 hanno solo cambiato 'inferno'.
Intanto i due Comuni interessati, Rosarno e Gioia Tauro, sono stati (e non e'
certo una coincidenza...) sciolti per infiltrazione mafiosa. Ma neanche la
diretta gestione da parte delle prefetture attraverso i commissari straordinari
e' stata capace di dare una svolta'.
'Perche' -avverte
'Avvenire'- non e' solo una questione di ordine pubblico. Malgrado
pistolettate, rivolte e gambizzazioni. Se in migliaia ogni giorno si
'prostituiscono' agli incroci della Piana di Gioia Tauro, aspettando di essere
soppesati e assoldati dai 'caporali'; se dopo fredde e interminabili giornate a
raccogliere i dorati frutti degli agrumeti tornano a dormire tra mura
diroccate, sotto teli e cartoni e perfino nei silos metallici; se al loro
fianco hanno, come al solito, la sola preziosa e disinteressata presenza del
volontariato; se vengono sfruttati e sottopagati con la scusa che il mercato
degli agrumi non tira, davvero questa Italia non va. Non e' solo colpa della
'ndrangheta, che certo su di loro si arricchisce e magari li usa come facile
manovalanza criminale (Rosarno, ahime', e' un noto punto di transito della
droga, 'la farina' come la chiamano i corrieri di colore). E che forse ieri,
come suo stile, ha voluto 'fare giustizia' sparando ad altri due immigrati'.
(ASCA 9)
L'inferno di Rosarno e i suoi responsabili
A Rosarno ha
infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa e poi una caccia al
"negro" con ronde armate che sparano a pallettoni per ferire e
ammazzare. Nel terzo giorno, cioè ieri, gran parte degli immigrati è stata
portata via dalla polizia nei centri di concentramento chiamati centri di
accoglienza, sulla costa jonica della Calabria, ma la caccia al
"negro" continua contro i pochi dispersi che vagano ancora nella
piana di Gioia Tauro. Un incidente mortale potrebbe ancora accadere, visto lo
stato d´animo dei "cacciatori" che ricorda quello degli aderenti al
"Ku Klux Klan" nell´America degli anni Sessanta. Siamo arrivati a
questo? Perché ci siamo arrivati?
I calabresi hanno
difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le virtù più radicate
c´è quella dell´ospitalità, che ha un che di antico ed è tipica della civiltà
contadina. Ma anche l´ospitalità si è logorata col passare del tempo e il
mutare delle condizioni sociali. E con l´arrivo della mafia.
Fino ai Sessanta
non esisteva mafia in Calabria. Esisteva il brigantaggio nei boschi
dell´Aspromonte e delle Serre. Esisteva da secoli, ma non la mafia. Ora, da
quarant´anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle
organizzazioni criminali che operano nel Sud d´Italia e la gestione degli
immigrati è una delle sue attività, specie nella piana di Gioia Tauro, dove le
"´ndrine" possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il
caporalato è diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.
Attualmente sono
valutati a circa ventimila i braccianti destinati alla raccolta delle arance,
dei mandarini e dei bergamotti. Ma non è un fenomeno recente, dura da quindici
o vent´anni in qua. Riguarda solo i maschi, non ci sono femmine tra loro né
famiglie. Sono maschi singoli, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati,
senz´acqua, senza luce, senza cessi. E vagano per quelle terre in cerca di
lavoro giornaliero.
Vagano in
Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia. Secondo le stagioni raccolgono
agrumi, olive, uva, pomodori. Il lavoro è in mano ai caporali, quasi tutti
affiliati alle mafie locali. Dodici ore per venti o venticinque euro sui quali
i caporali trattengono un pizzo di cinque e i camionisti che li trasportano sui
campi un prezzo di due o tre euro.
«Cercavamo il
paradiso abbiamo trovato l´inferno» ha detto ieri uno di loro avvicinato da un
cronista. Eppure, se continuano a cercar lavoro in quell´inferno vuol dire che
sono fuggiti da inferni ancora peggiori. Sono gli ultimi della Terra. Quelli ai
quali Gesù di Nazareth nel discorso della Montagna promise che sarebbero stati
i primi nel regno dei cieli. Alla fine dei tempi. Dodici ore di lavoro a 15
euro di paga. I tremila di Rosarno e gli altri come loro non hanno tempo di
pregare, stramazzano in un sonno da cavalli o da maiali grufolosi. È questo
l´amore, è questa l´ospitalità?
I calabresi di
Rosarno non sono certo abitanti di un paradiso. Sono quindicimila di povera
gente e vivono in un paese sotto il tacco della mafia. Il Comune fu sciolto per
infiltrazioni (si fa per dire) mafiose ed è amministrato da un commissario
prefettizio. Ma quando si faranno nuove elezioni vinceranno ancora le
"´ndrine" perché in quella piana la mafia è un potere costituito, in
attesa che lo Stato lo sconfigga. Speriamo che avvenga presto, ma se mi
domandate quando sarò tentato di rispondervi: «alla fine dei tempi», quando
verrà il regno dei giusti e il giudizio universale. Prima ci sarà stata
l´Apocalisse. Che sembra già cominciata.
Qualche domanda
però è di rigore. La rivolgiamo al ministro dell´Interno, a quello del Lavoro,
a quello delle Attività produttive, a quello dell´Agricoltura, competenti e
quindi politicamente responsabili di quell´inferno. Ma le rivolgiamo anche al
Prefetto, al Questore, al Comandante dei carabinieri, al Governatore della
Regione. Non sapevate? Non sapevate che la raccolta dei frutti di quelle terre
è affidata a ventimila immigrati, in maggior parte clandestini, gestiti da
caporali e pagati in nero? Non sapevate come vivevano? Non vi rendevate conto
che si stava accumulando un materiale altamente infiammabile e che l´incendio
poteva divampare da un momento all´altro? Non avevate l´obbligo di intervenire?
Di attrezzare un´accoglienza decente? Di regolarizzare i clandestini e il loro
lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli visto che gli italiani quel tipo
di lavoro non sono disposti a farlo?
Maroni ha messo le
mani avanti ed ha dichiarato l´altro ieri che c´è stata troppa tolleranza:
bisognava cacciare i clandestini o processarli per il reato di clandestinità.
Ma se di tolleranza si tratta, a chi è rivolta l´accusa di Maroni se non a se
stesso? Non è lui che predica la sera e la mattina la tolleranza zero? Se ne
scorda per le terre a sud del Garigliano? Oppure si rende conto che,
clandestini o no, gli immigrati sono indispensabili all´economia italiana? E
che la tolleranza zero ci ridurrebbe alla miseria?
Al Nord è diverso:
la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno
degli immigrati e organizzano un´accoglienza decente, salvo poi dare i voti
alla Lega a tutela dell´"integrità urbana", della separazione o
dell´integrazione col contagocce. Si può capire: l´immigrazione in Italia è
arrivata tardi ma in dieci anni siamo passati da un milione a quattro milioni
di immigrati. Il tasso d´aumento è stato dunque molto alto ed ha determinato
inevitabili tensioni sociali. La classe politica avrebbe dovuto gestire questo
complesso processo; invece ha puntato le sue fortune sulla paura e ne ha
ricavato consenso.
Nel Sud non poteva
che andare peggio. Lì non c´è purgatorio ma inferno. Lì sono i volontari i soli
che tentano di sfamare gli "ultimi" e dar loro una parvenza di
riconoscimento. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono far finta che
non esistano. Aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa e poi la caccia
al negro. Ma non hanno altra ricetta che l´espulsione, anche se ieri Maroni ha
smentito che di questo si tratterà per i clandestini di Rosarno. Ma chi
raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l´accoglienza?
Il partito
dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre dove regna invece la
violenza mafiosa, i bulli di paese che si spassano giocando al tiro a segno con
i fucili ad aria compressa e sparando sul negro per vincere la noia.
Noi aspettiamo
risposte alle nostre domande, anche se sappiamo per esperienza che questo
potere non ha l´abitudine di rispondere.
Nel frattempo,
nelle alte sfere si consumano altri misfatti. Uno di essi è la decisione del
presidente del Consiglio di coprire con il segreto di Stato la posizione
processuale di Marco Mancini, già capo del controspionaggio alle dipendenze
dell´allora direttore del servizio di sicurezza, Nicolò Pollari.
Misfatto, cattivo
fatto: non trovo altra parola per definire un atto di estrema gravità. Ne ha
diffusamente scritto il collega D´Avanzo il 6 gennaio scorso. Se torno
sull´argomento è proprio partendo da una sua definizione alla quale non è stata
data alcuna risposta. D´Avanzo è un giornalista scrupoloso che fa domande più
che legittime doverose; il fatto che siano scomode per il potere accresce la
loro legittimità e dovrebbe obbligare i destinatari ad una plausibile
spiegazione.
La definizione di
D´Avanzo distingue tra i fini e i mezzi nell´attività dei servizi di sicurezza.
I fini sono prescritti dalla legge: la difesa dello Stato e delle istituzioni
in cui esso si articola; la lotta contro lo spionaggio straniero;
l´acquisizione all´interno e all´estero di notizie utili al perseguimento dei
fini suddetti.
I mezzi sono
invece scelti discrezionalmente dalla direzione del servizio e possono in certi
casi anche violare le leggi ma proprio in quei casi l´autorità politica deve
esserne informata sotto vincolo di segreto. Sappiamo tutti che il servizio di
sicurezza non ha natura angelica e addirittura può avere commercio anche col
diavolo, ma sempre per il raggiungimento di quei fini e non per altri.
Il segreto di
Stato può venire opposto al magistrato inquirente e a quello giudicante. Ma
esiste tuttavia un organo di natura parlamentare, il Copasir, che ha il potere
di accedere alla documentazione superando il segreto e questo sulla base del
principio democratico secondo il quale non deve esistere alcun organo dello
Stato che non abbia sopra di sé un altro organo cui rispondere.
Parlo di queste
cose perché mi trovo nella condizione di essere il primo, insieme al collega
Lino Jannuzzi che allora lavorava con me all´Espresso, ad aver vissuto in prima
persona l´apposizione del segreto di Stato in un processo che fu intentato
contro di noi a proposito del "Piano solo" organizzato dall´allora
comandante generale dei carabinieri, De Lorenzo.
Non entro nei
dettagli che sono fin troppo conosciuti, se non per ricordare che noi demmo la
prova testimoniale dell´esistenza di quel Piano, che aveva connotati eversivi,
al punto che il Pubblico ministero che guidava l´accusa contro di noi e che si
chiamava Vittorio Occorsio ? ucciso qualche anno dopo dal terrorismo fascista ?
chiese al tribunale l´archiviazione degli atti contro di noi ritenendo che
avevamo raggiunto la prova dei fatti.
Il tribunale
ritenne però che la prova testimoniale non bastasse e chiese l´esibizione del
documento redatto dal Comando dei carabinieri, agli atti del servizio di
sicurezza. L´allora presidente del Consiglio, Aldo Moro, pose il segreto di Stato
su quel documento e così fummo condannati.
Non esisteva a
quell´epoca un Copasir che potesse accedere alla documentazione; fu istituita
una Commissione parlamentare d´inchiesta dove però, per regolamento, la
maggioranza parlamentare era presente in numero soverchiante. La Commissione
lavorò per quasi un anno e si concluse con un compromesso. Poi la legge sul
segreto fu riformata e il Copasir ? la cui presidenza spetta all´opposizione ?
ne è stato uno dei positivi risultati.
Proprio per queste
ragioni è della massima importanza la scelta del presidente di quell´organismo,
che dev´essere indicato dai gruppi parlamentari del maggior partito
d´opposizione, cosa che avverrà nei prossimi giorni. L´esperienza ci insegna
che chi guida quel delicatissimo organo deve avere l´intelletto e i titoli per
venire nominato a quella carica e non dev´essere in nessun modo mescolato alla
lotta politica in corso. Dal momento in cui viene insediato acquista le
caratteristiche di un giudice di una magistratura che è la sola che possa
vigilare sulla congruità dei mezzi usati dai servizi di sicurezza per
realizzare i fini che la legge indica, vigilando anche che i mezzi non siano
così perversi da stravolgere i fini stessi.
Noi abbiamo la
sensazione che il segreto posto sulla posizione processuale di Marco Mancini
copra mezzi illeciti e non pertinenti ai fini di istituto, ma la nostra
sensazione non fa testo, può soltanto suscitare attenzione nell´opinione
pubblica. Spetta al Copasir accertare ed eventualmente rimuovere il segreto di
Stato su quella specifica situazione. E qui il peso della scelta, che sia
congrua ai compiti di quell´organismo.
Post scriptum.
Sembra ormai decisa la scelta del Partito democratico di far propria la
candidatura di Emma Bonino all´elezione del presidente della Regione Lazio. Mi
sono trovato talvolta in posizione critica nei confronti dei radicali, ma in
questo caso penso che quella della Bonino sia la candidatura migliore. Ha
qualità di amministratrice già ampiamente collaudate e integrità di carattere e
di comportamento a tutta prova. Penso anche che, se uscirà vittoriosa dal
confronto con la Polverini, non sarà certo lei ad assumere atteggiamenti
irriguardosi verso la Chiesa in una regione che ospita il Papa nella sua
capitale garantendogli piena indipendenza. Sarà tuttavia, Emma Bonino, un
presidio di laicità in un momento che di laicità ha gran bisogno, non certo
contro ma anzi a sostegno dello spazio pubblico riservato alla Chiesa e alla
sovranità dello Stato nei campi di sua esclusiva competenza.
Eugenio Scalfari
LR 10
Il futuro in cui
siamo già immersi comincia nella piana di Gioia Tauro: a Rosarno in provincia
di Reggio Calabria (un’autentica guerriglia urbana è ancora in corso), come a
Castel Volturno e a Reggio stessa, dove la ’ndrangheta ha voluto intimidire i
magistrati con un attentato alla procura generale. Il futuro comincia a Rosarno
perché i principali problemi della nostra civiltà si addensano qui: le fughe di
intere popolazioni dalla povertà e dalle guerre (guerre spesso scatenate dagli
occidentali, generatrici non di ordine ma di caos); le vaste paure che
s’insediano come nebbie, intossicando la vita degli immigrati e dei locali; le
cruente cacce al diverso; il dilagare di una mafia esperta in controllo
mondializzato.
A ciò si aggiunga
l’impossibilità di arrestare migrazioni divenute inarrestabili, perché da tempo
non si trovano italiani e cittadini di Paesi ricchi disposti a fare, allo
stesso salario, i lavori fatti da africani. Si aggiunga l’ipocrisia di chi
crede che la risposta consista in un’identità monoculturale da ritrovare.
E la menzogna di
chi non sopporta lo sguardo inquieto e assicura: abbiamo già praticamente vinto
le mafie, Gomorra appartiene al passato, è «un vecchio film in bianco e nero»,
come dice Maroni. Non per ultimo, si aggiunga lo Stato che perde il controllo
del territorio e il monopolio della violenza: i neri a Rosarno combattono
contro ronde private di locali, infiltrate da ’ndrangheta e armate di fucili.
Il pensiero della Lega è egemonico e le rivolte vengono associate, dal ministro
Maroni, non alle mafie ma all’immigrazione clandestina che si promette di
azzerare sanando ogni male. È inganno anche questo. Quando in Francia
s’infiammarono le banlieue, nel novembre 2005, Romano Prodi disse che il
fenomeno, mondiale, non avrebbe risparmiato l’Italia. Fu deriso e non creduto.
Non era menzogna
invece. È vero che l’Italia ha da anni una reputazione cupa, e impaura a tal
punto immigrati e fuggitivi da suscitare, nei loro animi, il senso di schifo di
cui parla Balotelli. Gran parte dell’Europa ha una cupa reputazione, ma questo
non scusa i nostri misfatti e silenzi: il silenzio del sindacato soprattutto,
abituato a proteggere pensionati e operai delle grandi industrie (ormai dei privilegiati)
e del tutto afasico sull’intreccio mafia, immigrati, sfruttamento. Il massimo
della spudoratezza è raggiunto quando i nostri ministri citano Zapatero o
Sarkozy, quasi che gli errori altrui nobilitassero i nostri. Quasi che non
esistesse, in Italia, quel sovrappiù che è il potere malavitoso. Le rivolte di
questi giorni discendono dal fallimento dello Stato e lo rivelano. È la
conclusione cui giunge il prezioso libro di Antonello Mangano, scritto sui
ventennali disastri di Rosarno e Castel Volturno. Il titolo è: Gli africani
salveranno Rosarno - E, probabilmente, anche l’Italia (Terrelibere.org 2009).
Le rivolte odierne
hanno infatti una storia alle spalle, occultata dai politici e da molti
giornali. Coloro che a Rosarno hanno reagito con ira distruttiva a un’ennesima
aggressione contro i lavoratori neri (due feriti a colpi di carabina, giovedì)
sono gli stessi che nel dicembre 2008 si ribellarono alla ’ndrangheta. Erano
stati feriti quattro immigrati, e gli africani fecero qualcosa che da anni gli
italiani non fanno più. Scesero in piazza, chiedendo più Stato, più giustizia,
più legalità. Contribuirono alle indagini dei magistrati con coraggio, rompendo
l’omertà e rischiando molto.
Denunciarono gli
aggressori a volto scoperto, pur non essendo protetti da permessi di soggiorno.
È vero dunque: gli africani salveranno Rosarno e forse l’Italia, come scrive
anche Roberto Saviano. Poco prima della rivolta a Rosarno si erano ribellati
gli africani a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, rispondendo a una
sparatoria di camorristi che aveva ammazzato sei immigrati.
Quel che è
accaduto dopo è una sciagura prevedibile, e per rendersene conto basta vedere
come vivono, gli africani dell’antimafia. Sono eloquenti più di altri i video
di Medici senza Frontiere, che parlano di crisi umanitaria nella piana di Gioia
Tauro. Il rapporto che Msf ha redatto nel 2008 ha un titolo ominoso: «Una
stagione all’inferno», come il poema di Rimbaud. Difficile descrivere
altrimenti gli africani che vivono in stabilimenti industriali abbandonati,
come la cartiera «La Rognetta» a Rosarno, o l’oleificio dismesso presso Gioia
Tauro. Dentro l’oblò del silos per l’olio: giacigli di stracci. Tutt’intorno,
fuochi e soprattutto rifiuti, montagne di rifiuti tra cui vagano, tristi ombre,
esseri umani che si costruiscono alloggi di cartone o tende senza sanitari.
Vedere simili paesaggi ricorda Gaza, gli slum pachistani: non è vita primitiva
ma l’osceno connubio tra architetture industriali moderne, indigenza estrema e
apartheid. Un africano dice sorridendo a Medici senza Frontiere: «Tra l’una e
le quattro di notte inutile provare a dormire. Troppo freddo».
Ci nutriamo
volontariamente di menzogne, come il protagonista nel poema di Rimbaud, quando
diciamo che quest’oscenità nasce dall’eccessiva tolleranza verso i clandestini.
Abbiamo chiamato noi gli africani a raccogliere aranci, consci che nessuno lo
farà a quel prezzo e per tante ore (25 euro per un giorno di 16-18 ore; 5 euro
vanno a caporali mafiosi e autisti di pullman). E la tolleranza denunciata da
Maroni non è verso i clandestini ma verso le condizioni in cui vivono
clandestini o regolari.
Dopo aver
tollerato tutto questo, e versato nella regione milioni di euro finiti in
tasche sbagliate, ogni stupore è fuori luogo. I tumulti odierni non
sorprendono: se questi africani non son uomini, come s’intuisce nei video,
impossibile che non sboccino, prima o poi, i Frutti dell’Ira di John Steinbeck.
Scritto nel ’39 durante la Grande depressione, il libro Furore poteva sperare,
almeno, nel New Deal di Roosevelt che noi non abbiamo.
Ne abbiamo
tuttavia bisogno, di un New Deal, che metta fine all’apartheid e non si limiti
a spostare immigrati come mandrie da un posto all’altro. Perfino i poliziotti,
spiega Antonello Mangano, dicono che la risposta non può essere solo punitiva,
che gli africani sono una comunità mite, che le migrazioni continueranno. Con
l’estendersi delle catastrofi climatiche saranno enormi, gli esodi. Non è vero
che la questione della cittadinanza viene per ultima. Le grandi crisi si
affrontano con grandi scommesse iniziali, fondatrici di nuove solidarietà. Non
è vero neppure che i liberal e la Chiesa sono retrogradi, come scrive Angelo Panebianco
sul Corriere. Pensare in grande l’integrazione è preparare oggi il futuro.
Dicono che
l’identità stiamo smarrendola, a forza di rinunciare alle nostre radici e di
convivere con diversi che ci condannano al meticciato.
Anche questa è
menzogna. In realtà siamo già cambiati: non perché incomba il meticciato
tuttavia, ma perché la nostra identità non è più quella curiosa, accogliente, porosa che fu nostra quando emigravamo in massa e
incontravamo violenza. È un ottimo viatico l’ultimo libro di Gian Antonio
Stella (Negri Froci Giudei - L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli 2009): si
scoprirà che la mutazione già è avvenuta, nel linguaggio della Lega e nella
disinvoltura con cui si accettano segregazioni che trasformano l’uomo in non
uomo.
L’identità che
abbiamo perduto, la recuperiamo solo se non tradiamo quella vera inventandone
una falsa. Solo se sblocchiamo le memorie e ricordiamo che le sommosse
antimafia dei neri prolungano le rivolte italiane condotte, sempre in Calabria,
da uomini come Peppe Valarioti e Giannino Losardo, i dirigenti comunisti uccisi
dalle ’ndrine nel 1980. Solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non
è l’identità italiana, ma l’identità umana. Le scuole non hanno bisogno delle
quote del ministro Gelmini (non più di tre alunni su dieci per classe in tutta
Italia, come se Gesù avesse imposto quote di accesso alla stalla di Betlemme:
non più di tre Magi). Hanno bisogno di insegnare il mondo che muta. Altrimenti
sì, è l’inferno di Rimbaud: «L’Inferno antico: quello di cui il Figlio
dell’Uomo aperse le porte».
BARBARA SPINELLI LS
10
Dal prossimo anno tetto del 30% agli alunni stranieri. Gelmini: ''La scuola
mantenga le tradizioni''
Il provvedimento è
contenuto nelle ''indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione degli alunni
con cittadinanza non italiana''. Il limite verrà introdotto in modo graduale a
partire dalle classi prime sia della scuola elementare, sia delle scuole medie
e superiori.
Roma - Dal
prossimo anno scolastico gli studenti stranieri non potranno superare il 30%
degli iscritti. E' quanto prevede una nota, inviata dal ministero
dell'Istruzione, Università e Ricerca a tutte le scuole. La nota contenete le
''indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione degli alunni con
cittadinanza non italiana'' prevede che ''il limite del 30% entrerà in vigore
dall'anno scolastico 2010-2011 in modo graduale: verra' infatti introdotto a
partire dalle classi prime sia della scuola primaria, sia della scuola
secondaria di I e II grado''.
Nelle ultime
settimane, spiega il ministero dell'Istruzione, annunciando il provvedimento,
si è discusso molto della presenza crescente di alunni stranieri nelle scuole e
classi italiane, una presenza che talvolta ha superato quella degli stessi
studenti italiani. Il provvedimento vuole quindi fornire indicazioni
sull'accoglienza e sull'assegnazione degli alunni stranieri alle classi.
''Spesso,
all'interno di questo dibattito - ha affermato il ministro dell'Istruzione
Mariastella Gelmini - ci si è voluti dividere agitando una ingiustificata
polemica di tipo ideologico. La scuola deve essere il luogo dell'integrazione.
I nostri istituti sono pronti ad accogliere tutte le culture e i bambini del
mondo. Alla stesso modo la scuola italiana deve mantenere con orgoglio le
proprie tradizioni storiche e insegnare la cultura del nostro Paese.
L'inserimento, ad esempio, dell'educazione alla cittadinanza va proprio in
questa direzione: insegnare il rispetto per le altre culture e affermare
contemporaneamente l'importanza delle regole civili, della storia, delle leggi
e della lingua italiana. Una indispensabile condizione questa per realizzare
una vera integrazione''.
''Stabilire un
tetto del 30% di alunni stranieri per classe - ha aggiunto - è un modo utile
per favorire l'integrazione, perché grazie a questo limite si evita la
formazione di 'classi ghetto' con soli alunni stranieri''.
Il Ministero
assegnerà apposite risorse finanziarie per gli interventi di sostegno alle
scuole per l'inserimento di bambini stranieri e ulteriori finanziamenti saranno
previsti per le scuole dei territori con alta presenza di cittadini stranieri.
Il provvedimento ribadisce, poi, che i minori stranieri sono soggetti
all'obbligo d'istruzione e che le modalità di iscrizione alle scuole italiane
seguano i modi e le condizioni previste per i minori italiani''.Per evitare
concentrazioni di iscrizioni di alunni stranieri, spiega il documento, si
dovranno realizzare accordi di rete tra le scuole e gli Enti locali. Gli Uffici
scolastici regionali, di intesa con gli Enti territoriali, comunque, potranno
autonomamente definire quanti bambini stranieri per classe si potranno
iscrivere alle scuole del proprio territorio.
Le iscrizioni di
minori non italiani non dovranno superare il 30% degli iscritti e in
particolare: il numero degli alunni stranieri presenti in ciascuna classe non
potrà superare di norma il 30% del totale degli iscritti, quale esito di una
equilibrata distribuzione degli alunni con cittadinanza non italiana tra
istituti dello stesso territorio. Il limite del 30% entrerà in vigore dall'anno
scolastico 2010-2011 in modo graduale: verrà infatti introdotto a partire dalle
classi prime sia della scuola primaria, sia della scuola secondaria di I e II
grado; il limite del 30% potrà essere innalzato, con determinazione del
Direttore generale dell'ufficio scolastico regionale, a fronte della presenza
di alunni stranieri (come puo' frequentemente accadere nel caso di quelli nati
in Italia) già in possesso delle adeguate competenze linguistiche.
(Adnkronos 8)
Stranieri nelle classi, dal tetto del 30% sono esclusi i bambini nati in
Italia
Rappresentano il
37% dei giovani immigrati. Per gli altri c'è il rischio di essere trasferiti in
altri istituti scolastici
MILANO - Dal tetto
del 30% fissato per classe per gli studenti stranieri saranno esclusi i nati in
Italia. Lo ha precisato il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ospite
del programma In mezz'ora su Raitre. Dunque una bella fetta di giovanissimi immigrati
saranno esclusi dal provvedimento: i nati in Italia sono infatti circa il 37%
del totale degli studenti stranieri.
TRASFERITI -
Situazione ben diversa per gli altri studenti stranieri: se risulteranno in
sovrannumero nelle classi potranno essere trasferiti da un plesso scolastico
all'altro. A questo scopo il ministero dell'Istruzione prevede di stipulare
convenzioni con gli enti locali che si occuperanno degli spostamenti logistici.
La Gelmini assicura che l'eventuale problematica interesserà un numero ridotto
di scuole, soprattutto nelle grandi città, e che gli spostamenti saranno brevi,
al massimo da quartiere a quartiere. Il tutto «senza pesare sulle famiglie».
Gelmini ha ribadito che il provvedimento è stato studiato da tecnici e
suggerito da insegnanti e che sarà favorita una «distribuzione equilibrata».
MARONI - Il tetto
del 30% piace anche al collega dell'Interno Maroni, che si dice «assolutamente
d'accordo» con l'iniziativa. «È una richiesta che aveva fatto la Lega - ha
spiegato -. È necessario distinguere tra le politiche di integrazione, che sono
giuste, necessarie e sacrosante e il fatto che può essere dannoso per tutti
mettere insieme bambini che parlano lingue diverse e che non hanno un
equilibrio comune nella composizione della classe».
ROSARNO - La
Gelmini ha poi parlato del caso Rosarno, accusando una parte della sinistra di
«buonismo» e di volere nel nostro Paese un numero di immigrati indefinito, non
rispettando le regole. Questo «eccesso di buonismo» - ha osservato - fa le sue
prime vittime proprio fra gli immigrati che diventano manodopera della
criminalità organizzata oltre che vivere in degradanti condizioni di vita. Una
importante responsabilità è da attribuire anche agli enti locali «che non
possono chiamarsi fuori», mentre è «ingeneroso e riduttivo» attribuire al
governo in carica quanto accaduto. Per la Gelmini la colpa è anche dei
magistrati: «Non basta che un governo faccia le leggi se una parte dei
magistrati non le applica e si occupa di più di Berlusconi». CdS 10
Clandestino punito perchè ravveduto
Ponti d’oro a
nemico che fugge (e all’ospite indesiderato che se ne va). Ma in Italia il
detto non vale, non ha funzionato per quanto riguarda il senegalese Khadim, che
aveva un contenzioso con la legge.
Quest’uomo ha
vissuto per otto anni da noi come clandestino. Si è arrabattato in mestieri
occasionali, non è mai riuscito a trovare un datore di lavoro che lo mettesse
in regola e gli consentisse di ottenere il permesso di soggiorno. Forse non ne
poteva più di una certa vitaccia e ha deciso di tornare dai suoi, a Dakar. A
proprie spese, e grazie a una colletta di amici. Non aveva commesso altri
reati, ma all’aeroporto di Fiumicino è stato fermato, perché inseguito da vari
decreti di espulsione. Troppo comodo andarsene a piacimento: invece che a Dakar
è finito nel carcere di Civitavecchia, in cui dovrà scontare una pena di sette
mesi. Senza capire il perché, e con il fermo proposito di lasciare, quando gli
sarà concesso, questo bizzarro paese, che rifiuta di concederti ciò che ti ha
per lungo tempo richiesto.
La storia è stata
segnalata da Angelo Marroni, che svolge la funzione di garante dei detenuti del
Lazio. E anche noi, come l’ingenuo Khadim, ne restiamo trasecolati. Sentiamo
umana comprensione per una condanna inutilmente afflittiva ma, anche facendo
mostra di utilitaristica ruvidezza, non riusciamo a spiegarci il senso del
provvedimento.
Lo Stato, anziché
premiare il «ravvedimento» del colpevole, finisce col punire anche se stesso,
facendosi carico delle spese di mantenimento e sorveglianza, delle incombenze
legali e del costo del biglietto aereo a pena conclusa. Con tutte le lagnanze
che sentiamo ogni giorno sulle carceri strapiene e sull’organico deficitario
degli agenti di custodia.
L’immigrazione è
un argomento scottante, che divide gli animi sulle istanze, parimenti legittime
e faticosamente componibili, dell’accoglienza e delle effettive possibilità di
lavoro, oltreché della sicurezza dei cittadini. C’è da credere che la storia di
Khadim, contrassegnata da storditezza burocratica, ossequio farisaico alla
lettera della legge, assenza di elementare buonsenso, rappresenti soltanto un
malaugurato incidente. Sanare questa situazione, aiuterebbe a non renderci
dubitosi sulla capacità dello Stato di affrontare con sensibile intelligenza
nodi così complicati.
LORENZO MONDO LS
10
1° marzo, lo sciopero degli immigrati
Tam tam in Rete,
su Facebook nato un gruppo con 11mila iscritti. Calderoli: escludo che a farlo
saranno i regolari
MILANO - Cosa
succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia
decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro
azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo? La domanda
nasce del movimento Primomarzo2010 e non è astratta: su internet c'è un gran
fermento per l'organizzazione di quello che viene chiamato lo sciopero degli
immigrati e che si terrà appunto il 1° marzo. Un'iniziativa di cui i fatti
tragici di Rosarno mostrano, casomai ce ne fosse bisogno, l'attualità.
IL MOVIMENTO -
Sarà, spiegano gli organizzatori, una manifestazione per far capire
all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei migranti
alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Il movimento - che
riunisce «italiani, stranieri, seconde generazioni e chiunque condivida il
rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli» - si ispira a
un omologo gruppo francese, La journée sans immigrés: 24h sans nous, che sta
organizzando un identico sciopero degli immigrati nella stessa data. Il colore
scelto è il giallo (già usato in altre manifestazioni contro il razzismo), con
l'invito a indossare braccialetti o nastri, la testimonial è Mafalda, nel logo
del movimento ci sono i volti di otto persone di colore. In diverse città -
Genova, Milano, Bologna, Roma, Napoli, Palermo e altre - sono nati dei comitati
organizzativi i cui riferimenti sono pubblicati sul blog. Anche il tam tam su
internet sta andando forte: su Facebook è nato a fine novembre il gruppo
"Primo marzo 2010 sciopero degli stranieri", che conta già più di
11mila iscritti.
CALDEROLI - Il
leghista Roberto Calderoli ha commentato così l'ipotesi dello sciopero:
«Escluderei che vogliano farlo i regolari. Se l'iniziativa partisse invece
dagli irregolari, si tratterebbe soltanto di espellerli». Gli ha replicato
Andrea Orlando del Pd: «Memore dei brillanti risultati ottenuti sfoggiando la
famosa maglietta anti-Islam, il ministro Calderoli continua a gettare benzina
sul fuoco commentando con poco equilibrio e responsabilità istituzionale
l'ipotesi di uno sciopero dei lavoratori extracomunitari. Proprio in un momento
così drammatico, nel quale il governo non trova ancora il modo per uscire
dall'emergenza di Rosarno, sarebbe saggia più cautela nei commenti di un
ministro». CdS 9
Maroni: cori razzisti nello stadio? Interrompere subito la partita
«Queste situazioni
le abbiamo ereditate e sono frutto di tolleranza sbagliata». Il ministro
dell'Interno, Roberto Maroni, intervenendo a L'intervista, su Sky Tg24, a
proposito dei fatti di Rosarno, insiste: «Purtroppo a Rosarno è avvenuto quello
che noi temevamo». Dopo dieci anni «senza fare nulla», ha aggiuto il titolare
del Viminale, «e parlo delle autorità locali e territoriali» sono nate comunità
di extracomunitari che erano «delle vere e proprie bombe innescate». Poi
ha aggiunto. «In Calabria lo Stato c'è, si è fatto sentire in modo pesante
contro la 'ndrangheta».
Maroni è
intervenuto anche sui cori razzisti contro il giocatore Balotelli: «E'
difficile distinguerli da uno sfottò contro un'altra squadra. Ma io credo che
non si debbano sottovalutare questi gesti. Al minimo dubbio l'arbitro sospenda
la partita e si prendano provvedimenti». E a proposito del tam tam in rete
sullo sciopero degli immigrati organizzato il primo marzo dice: «E' un giorno
come gli altri, la legge viene applicata anche il primo marzo». «La legge dice
che se c'è un clandestino, le forze dell'ordine lo identificano e prendono poi
i provvedimenti di espulsione -si limita a dire- E il primo marzo è un
giorno come gli altri». L’U 10
Regionali. Il candidato forestiero
Al di là di tutte
le ovvie differenze sta affiorando in questi giorni un’evidente analogia tra il
Partito democratico e il Popolo della libertà. Si tratta della scarsissima
sovranità che sia l’uno che l’altro riescono ad esercitare nei confronti delle
proprie componenti interne e dei rispettivi alleati (non importa se di lunga
data o potenziali), come per l’appunto dimostrano le candidature appena decise
o che proprio ora si vanno decidendo per le prossime elezioni regionali.
Cominciamo dal
Pdl. Come è noto, la sua roccaforte elettorale è l’Italia settentrionale.
Ebbene chi sono qui i suoi candidati? In Piemonte il leghista Cota; in Veneto
un altro leghista, Zaia; in Lombardia, infine, Roberto Formigoni,
apparentemente pdl ma nella sostanza emanazione diretta di Comunione e
Liberazione e da anni, per così dire, solo «in prestito» al Pdl. Discorso in
buona parte analogo vale per il Lazio dove la destra ha dovuto candidare Renata
Polverini, ottima persona che però più che un’iscritta del Pdl è, di fatto, una
seguace personale di Gianfranco Fini il quale, a propria volta, può essere
ormai considerato anche lui un alleato esterno di quel partito. In sostanza al
Pdl in quanto tale sembrano restate solo le candidature, oltre che dell’
«incerta» Liguria e delle «impossibili» regioni del Centro quelle, di certo non
tradizionalmente sue, del Mezzogiorno continentale.
Ancora peggio
sembra messo il Partito democratico. Se la farsa pugliese, infatti, ha mostrato
la paralisi di guida politica che lo caratterizza, la vicenda della candidatura
Bonino nel Lazio ha indicato qualcosa di ancora più grave. E cioè che proprio
in un’elezione cruciale il Pd rischia di essere costretto ad accettare come
candidato una persona, anch’essa degnissima per carità, ma che gli è stata
virtualmente imposta dall’esterno senza neppure uno straccio di accordo
preventivo.
Tutte queste
anomalie indicano almeno tre cose importanti:
1) Che oggi più
che mai i due partiti maggiori esercitano in realtà una ben scarsa egemonia sui
rispettivi poli; che la marcia dal bipolarismo al bipartitismo è interrotta da
tempo, e che, aggiungo, l’idea che si possano realizzare in queste condizioni
delle riforme costituzionali si rivela estremamente ottimistica.
2) Che tutto ciò
accade perché tanto a destra che a sinistra i rispettivi, chiamiamoli così,
condòmini di polo sono riusciti a costruirsi un’identità assai più forte dei
partiti maggiori, venendo a esercitare in tal modo una forte attrazione
sull’elettorato comune. Questo processo, che finora riguardava solo la
sinistra, comincia adesso a interessare anche la destra, dove la Lega sembra
progressivamente acquistare credibilità a scapito del Pdl.
3) Che infine,
come causa ed effetto delle cose anzidette, sia Pdl che Pd continuano a
soffrire di una forte mancanza di un proprio specifico personale politico. Vale
a dire: in un caso, di un personale indipendente dall’esclusivo benvolere di
Berlusconi, nell’altro di dirigenti slegati dalle provenienze correntizie
attuali o pregresse. Con la conseguenza che, quando ci sono le elezioni, il
personale politico del primo caso non ha in genere alle proprie spalle alcun
combattivo seguito elettorale; quelli del secondo, invece, ce ne hanno sì uno
combattivo, ma pure troppo e che somiglia più che altro ad una fazione
schierata contro i propri compagni di partito.
Ernesto Galli
della Loggia CdS 10
Ha una spiegazione
chiarissima - anche se ha provocato un duro scontro con l’opposizione, e aperto
una serie di polemiche all’interno della maggioranza - la dichiarazione con cui
il ministro dell’Interno Roberto Maroni, di fronte alla rivolta iniziata
giovedì sera a Rosarno e proseguita ieri, ha preso posizione contro gli
immigrati clandestini, e soltanto in seconda battuta contro la criminalità
organizzata che amministra il mercato nero delle braccia. Come uomo del Nord
avvezzo alle reazioni più esasperate dei cittadini contro gli aspetti degradati
dell’immigrazione, Maroni ha colto subito che per la prima volta un
atteggiamento simile si era diffuso anche al Sud. La novità della gente di
Rosarno in piazza per chiedere l’immediato allontanamento dei clandestini in
rivolta, la disperazione della ragazza aggredita da una folla impazzita, devono
aver convinto il ministro che in questa guerra di poveri erano i calabresi, gli
italiani, i primi a dover essere rassicurati. Di qui la presa di posizione
attorno a cui, mentre la rivolta montava, s’è discusso per tutto il giorno. E
di qui, in serata - davanti alla recrudescenza di episodi di violenza contro i
clandestini e nel timore di uno scontro di tutti contro tutti - la decisione di
inviare rinforzi di polizia. In realtà, lo sappiamo bene, quel che è accaduto a
Rosarno è la logica conseguenza di una situazione trascurata, e la Calabria è
di nuovo per il governo una delle emergenze più gravi. Una regione in cui le
autorità locali hanno già confessato pubblicamente varie volte di aver perso il
controllo del territorio. E ancora, in cui, nel giro degli ultimi giorni, la
magistratura è diventata obiettivo di una serie di attentati (nell’ultimo,
filmato da una telecamera, è addirittura una donna a guidare il commando). E
dove inoltre il lavoro agricolo, una delle poche risorse esistenti, è regolato
dalla legge del più forte, per consentire l’utilizzo di manodopera irregolare
in forma di schiavitù. Se questa è ormai la Calabria, la responsabilità - tutta
o in parte - non può però essere scaricata sui clandestini. Che i rivoltosi
debbano essere messi in condizione di non offendere e al più presto espulsi dai
confini nazionali, non ci piove. E altrettanto che debba essere assicurato ai
cittadini di Rosarno il diritto di recuperare la loro tranquillità. Ma il
campanello d’allarme della rivolta ha suonato anche per ricordare al governo
che la Calabria non può diventare un pezzo d’Italia in cui lo Stato s’arrende.
Di qui a martedì, quando si presenterà in Senato per discutere dell’accaduto,
Maroni ha tempo di prendere alcune iniziative. E deve farlo proprio perché ha
intuito che la stanchezza dei meridionali di Rosarno è ormai vicina a quella
dei suoi concittadini del Nord.
Le prime cose
indispensabili sono già state fatte ieri per fronteggiare l’emergenza. In
secondo luogo sarebbe opportuno il superamento della polemica sulla
cittadinanza breve agli immigrati, che ha ripreso a tormentare il centrodestra.
Poiché non è questo il problema all’ordine del giorno, non è il caso di far
confusione. Infine, su due punti, ci si aspetterebbe che il governo
intervenisse con la stessa risolutezza con cui s’è mosso negli ultimi tempi
nella lotta alla mafia. Il primo è un giro di vite necessario contro la
’ndrangheta e la criminalità organizzata calabrese, sotto qualsiasi forma si
presenti. L’altro riguarda il vergognoso mercato delle braccia, su cui finora è
calato un velo complice di distrazione. Per evitare, si dice - anche se non si
capisce - di danneggiare l’economia sommersa del Sud. In tre giorni, è
difficile che si possa avere qualche effetto concreto. Ma dopo anni di
colpevole tolleranza, e in una situazione giunta al collasso, anche una seria
intenzione sarebbe un passo avanti.
MARCELLO SORGI LS
9
Noi e l’Islam. Il pluralismo valorizza la diversità. No al
multiculturalismo ideologico
A quanto pare il
tema della cittadinanza agli islamici è sentito. Il Corriere ha selezionato
ieri 11 lettere, ricavate da un totale di quasi 450 accolte su 23 pagine di
Internet. Ne ignoro la distribuzione. Ma un mio amico ha calcolato che più
della metà di queste lettere sono a mio favore, e che le altre sono per lo più
divagazioni ondeggianti tra il sì e il no. Grazie a tutti, anche perché ho così
modo di estendere il discorso (seppure complicandolo un po’).
Primo.
Non si deve
confondere tra il multiculturalismo che esiste in alcuni Paesi, che c’è di
fatto, e il multiculturalismo come ideologia, come predicazione di
frammentazione e di separazione di etnie in ghetti culturali. Per esempio la
Svizzera è oggi, di fatto, un Paese multiculturale che funziona bene come tale,
anche se il lieto fine ha richiesto addirittura una guerra intestina. Invece
Belgio e Canada sono oggi due Paesi bi-culturali in difficoltà, specie il
primo. Anche la felix Austria fu, sotto gli Asburgo, un grande Stato
multiculturale che però si è subitamente disintegrato alla fine della prima
guerra mondiale. Comunque, i casi citati sono o sono stati multiculturali di
fatto. Il multiculturalismo ideologico di moda è invece una predicazione che
distrugge il pluralismo e che va perciò combattuta.
Secondo.
Contrariamente a
quanto scritto da alcuni lettori, è il pluralismo che valorizza e pregia la
diversità. Ma una diversità fondata su cross-cutting cleavages, su affiliazioni
e appartenenze che si incrociano, che sono intersecanti, e non, come nel caso
dell’ideologia multiculturale, da affiliazioni coincidenti che si cumulano e
rinforzano l’una con l’altra. Pertanto è sbagliato, sbagliatissimo, raccontare
che ormai viviamo tutti in società multiculturali, e che questo è
inevitabilmente il nostro destino. Invece sinora viviamo quasi tutti,
nell’Occidente, in società pluralistiche in grado di assorbire e di gestire al
meglio l’eterogeneità culturale. Attenzione, allora, a non attribuire al
multiculturalismo pregi che sono invece del pluralismo.
Terzo.
Un’altra
confusione da evitare è tra conflitti religiosi e conflitti etnici. Questi
ultimi sono purtroppo eterni e ricorrenti. Lo sono anche, tra l’altro, all’interno
del mondo musulmano. Per esempio gli iraniani sono etnicamente persiani, non
arabi; e la comune fede islamica non ha impedito, di recente, una
sanguinosissima guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran degli ayatollah.
Le religioni possono invece coesistere pacificamente ignorandosi l’una con
l’altra. Si combattono quando sono «calde», invasive, fanatizzate; non
altrimenti.
Quarto.
Qual è il vero
Islam? Gli intellettuali musulmani accasati in Occidente si affannano quasi
tutti a spiegare che non è quello propagandato dai fondamentalisti. Anche io ho
letto, ovviamente, il Corano, che è simile all’Antico Testamento nel suggerire
tutto e il suo contrario. Ma il fatto è che gli islamisti contrari al
fondamentalismo hanno voce e peso soltanto con gli occidentali. Il diritto
islamico viene stabilito, nei secoli, dai dottori della legge, gli ulama. Sono
loro a stabilire quali sono, o non sono, gli sviluppi conformi alla dottrina
coranica; e anche in Occidente il comportamento dei fedeli è dettato, ogni venerdì,
nella moschea dal discorso del Khateb che accompagna la preghiera pubblica. La
moschea, si ricordi, non è solo un luogo di culto, una chiesa nel nostro
significato del termine, è anche la città-Stato dei credenti, la loro vera
patria.
Quinto.
I rimedi. Tutti si
chiedono quali siano, eppure sono ovvi. È stato il bombardamento del
«politicamente corretto» che ce li ha fatti dimenticare o dichiarare superati.
A suo tempo i tedeschi accolsero milioni di turchi come «lavoratori ospiti»;
noi avevamo e abbiamo i permessi di soggiorno a lunga scadenza; gli Stati Uniti
concedono agli stranieri la residenza permanente. Sono tutte formule che si
possono, se e quando occorre, migliorare e «umanizzare». Ma sono certo
preferibili alla creazione del cittadino «contro-cittadino» che, una volta
conseguita la massa critica necessaria, crea e vota il suo partito islamico che
rivendica diritti islamici se così istruito nelle moschee. Non dico che
avverrà; ma se il fondamentalismo si consolida, potrebbe avvenire. È un rischio
che sarebbe stupido correre. O almeno a me così sembra.
Giovanni Sartori
CdS 7
Epifani: «A Rosarno non deve morire il sogno di un'Italia giusta»
A Rosarno gli
italiani sparano contro i lavoratori stranieri. È una tragedia non solo per chi
vive direttamente questi fatti, ma per il Paese: perdiamo la capacità di vivere
insieme, di comprendere i problemi degli altri, di rispettare le diversità, i
diritti, i nostri valori. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, commenta
amaramente le notizie che arrivano dalla Calabria.
Si aspettava
questa esplosione di violenza?
«Purtroppo è la
conferma di una situazione molto grave che noi avevamo denunciato. Questo
dramma è la somma di più elementi. Primo: un insostenibile assetto legislativo,
la Bossi-Fini, in cui oggi è più facile restare clandestino che essere
regolarizzati. Secondo: le condizioni di vita insostenibili in cui sono
costretti i lavoratori migranti nelle campagne del Sud, questo è schiavismo.
Terzo: il caso di Rosarno dimostra l’assenza di una volontà politica di
risolvere i problemi,si lasciano scoppiare piuttosto che affrontarli quando
sarebbe più facile».
Il ministro Maroni
parla di eccessiva tolleranza verso i clandestini.
«È un’affermazione
infelice e disumana. La sua analisi è sbagliata. A Rosarno è la criminalità che
favorisce la clandestinità, non il contrario. Sono zone ad altissima densità
mafiosa, dove il governo del mercato del lavoro è esercitato con metodi
malavitosi. Non si può intervenire solo come si fa oggi spostando i lavoratori
da un’altra parte senza distiguere tra chi è clandestino, chi ha il permesso di
soggiorno e chi non ce l’ha perchè ha perso il lavoro».
Ma c’è un problema
di ordine pubblico, di sicurezza dei cittadini.
«Non sono un
buonista: la lotta alla criminalità e la sicurezza dei cittadini sono
sacrosante. Ma spostare qualche centinaio di immigrati non risolve il problema,
domani si ricomincia se non si cambia. Perchè chi prende 20 euro al giorno, 600
euro al mese quando va bene ed è costretto a vivere senza casa, in emergenza
igienico-sanitaria, senza diritti, sentirà prima o poi la necessità di
ribellarsi. Tali tensioni generano rivalse, ritorsioni tra la popolazione,
spesso alimentate e governate da interessi malavitosi».
La rivolta di
Rosarno è coincisa con le quote Gelmini del 30% degli studenti stranieri nelle
classi. Una coincidenza curiosa, almeno.
«Non è casuale. È
il segno del degrado della vita civile, del governo, della cultura. C’è un
unico filo che lega il giudizio di Maroni sugli immigrati, le quote della
Gelmini e le parole del leghista Cota. L’immigrazione e il lavoro devono essere
affrontati in una dimensione morale, non ideologica. Gli immigrati sono
sfruttati in condizioni disumane e quando non servono più si buttano via e si
massacrano per strada, così non va».
Come se ne esce?
«Vedo solo una
risposta: se ne esce con l’umanità e la razionalità, affrontando i problemi,
garantendo un minimo di diritti a chi viene qui a lavorare e viene sfruttato
ogni giorno. Vogliamo iniziare a risolvere questi drammi? Decidiamo che ai
lavoratori dei campi sia garantito un minimo retributivo e contributivo,
rendiamo trasparente il mercato del lavoro in agricoltura liberandolo dai
caporali e dalla malavita».
Perchè questo
governo non ascolta almeno la Chiesa?
«Il governo ha un
atteggiamento schizofrenico: in alcuni campi, penso alle questioni bioetiche,
segue la linea della Chiesa, mentre su altri problemi, come la difesa del
lavoro e i diritti degli immigrati, fa l’opposto. La verità è che il governo
rispeccia il deterioramento dei valori, favorisce una società che tende a
richiudersi e a dividersi. In più è forte l’egemonia leghista che impone la
chiusura di ogni spazio di tolleranza verso gli immigrati. Gli attacchi della
Lega alla Chiesa, al cardinale Tettamanzi non sono casuali».
La sensazione,
all’inizio del 2010, è che l’Italia viva un decadimento culturale, di valori,
un clima in cui prevalgono l’individualismo e l’aspirazione all’arricchimento.
«Questa è la
realtà. Ma dobbiamo reagire al decadimento, non dobbiamo rassegnarci. Viviamo i
riflessi del declino del Paese e dei suoi gravi problemi economici e sociali,
abbiamo perso il nostro ruolo in Europa e nel contesto internazionale. Nella
società cresce l’egoismo, i più ricchi sono tutelati mentre c’è l’abbandono dei
più poveri. Parole come solidarietà, diritti, uguaglianza sono vissute come una
minaccia da alcuni. Lo avvertiamo anche nel sindacato: c’è il rischio di
corporativismo tra chi ha il posto e chi lo perde, tra italiani e immigrati».
Quali rischi vede
oggi?
«Mi rammarica e mi
fa paura le perdita della memoria. In questi giorni è stato pubblicato un
volume che ricorda l’eccidio di otto lavoratori italiani in Francia,
nell’Ottocento, quando noi eravamo stranieri. Possibile che ci siamo
dimenticati tutto: chi siamo, da dove veniamo, i sacrifici e le lotte dei
nostri padri? Ci vorrebbe un soprassalto ideale, morale delle forze politiche,
trovare un metodo unitario per guardare in faccia i problemi. Possibile che non
si parli più di povertà? Non sono questioni solo del sindacato. L’Italia è
davanti a prospettive molto dure: la crisi cambierà l’impresa manifatturiera,
sconvolgerà il destino di molte comunità, scompariranno attività e lavori.
Stiamo già vedendo la desertificazione industriale del Sud: il distretto del
divano, Termini Imerese, Alcoa...».
L’agenda di
Berlusconi prevede giustizia, fisco, riforme istituzionali.
«Berlusconi si
occupa di molte cose, ma non delle questioni sociali prioritarie. E anche sul
fisco vuole fare un po’ di propaganda, alzare il polverone in vista delle
elezioni per garantire un certo blocco sociale. Se ne parla e non si fa nulla,
se fosse ridotto il peso del fisco su salari e pensioni noi saremmo i primi a
condividere. Invece lavoratori e pensionati sono quelli che pagano di più».
Come giudica
l’opposizione?
«Il pd è ancora in
fase di riorganizzazione, ha evidenti difficoltà. Non sono stati risolti i
problemi gravi aperti con la caduta del governo Prodi. C’è una grande debolezza
e una profonda divisione, prevale l’attenzione al particolare invece che al
generale, continua la frantumazione in gruppi, con un gusto per la divisione
sempre più forte. La vicenda delle candidature alle elezioni regionali è la
spia di questo malessere»
Bersani?
«Bersani tiene
bene il profilo del partito sulle questioni sociali e sulle riforme, ma ci sono
troppi sospetti e divisioni anche tra chi gli è vicino. Ha detto parole giuste
e coraggiose sull’immigrazione. La democrazia del Paese ha bisogno di
un’opposizione forte, decisa, che faccia valere il suo punto di vista. La
strada è lunga e difficile».
Nel Lazio si
affrontano due donne, cosa ne pensa?
«Se saranno
confermate le candidature della Bonino e della Polverini sarà una bella novità,
un duello emblematico. Dico subito che ci sono cose che mi dividono da Emma
Bonino, ma è una candidata straordinaria, che rappresenta la miglior tradizione
del movimento radicale, dei diritti civili, con un forte radicamento in Europa.
Potrebbe fare un bel lavoro sulla sanità, la trasparenza, la lotta alla corruzione,
nelle politiche ambientali e dell’accoglienza.».
E la Polverini?
«Ha fatto cose
importanti in un sindacato che era solo una costola della destra. È una persona
capace. Potrei, se mi è consentito, suggerirle di stare attenta a una parte
delle sue compagnie perchè c’è chi ha contribuito allo sfascio della sanità nel
Lazio, e a qualche figura dell’ultradestra. Attorno alla Polverini vedo già
molti pronti ad arraffare quote di potere».
Epifani, lei ha
una formazione socialista. Cosa pensa delle polemiche attorno alla figura di
Craxi?
«Pensavo che dopo
dieci anni si potesse discutere serenamente anche su Craxi. Mi sbagliavo, è
ancora troppo presto. Certo mi sorprende che in questo Paese nessuno muova un
dito se Brunetta dichiara di voler abolire il primo articolo della Costituzione
e invece si scateni un putiferio su un personaggio politico scomparso dieci
anni fa».
Allora dica cosa
pensa lei di Craxi.
«Craxi è stato un
grande leader politico nella storia italiana del Novecento. Ma è stato tante
cose: discepolo di Nenni, difensore dell’autonomia socialista, della
socialdemocrazia quando erano in pochi a farlo, è stato l’uomo che ha
rinsaldato la cultura socialista sul ceppo garibaldino-mazziniano. Ha sempre
cercato di liberarsi dal dualismo tra dc e pci, usando tanti mezzi, anche
illeciti e spregiudicati, porta pure lui la responsabilità di non aver agito
per modificare quel sistema. Mi rimane il dubbio se si sia arricchito
personalmente. Craxi è stato un protagonista delle occasioni mancate. Forse nel
dialogo a sinistra, col pci, poteva fare di più, ma erano anni difficili, lo
scontro era duro. Il mancato incontro tra quelle culture politiche, tuttavia,
lo stiamo pagando ancora oggi». Rinaldo Gianola L’U 10
Sappiamo da tempo
che l'immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell'Europa.
Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte
europee. In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale
e convergente un fenomeno col quale conviviamo ormai da anni. Ci sono almeno
tre temi su cui non c'è consenso nazionale e, per conseguenza, mancano codici
di comportamento e pratiche comuni fra gli operatori delle principali
istituzioni. Non c'è consenso, prima di tutto, su che cosa si debba intendere
per «integrazione» degli immigrati. A parole, tutti la auspicano ma che cosa
sia resta un mistero. Ad esempio, si può ridurla alla questione dei tempi per
la concessione della cittadinanza? O ciò non significa partire dalla coda
anziché dalla testa?
Poiché nulla
meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che
cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali. Ciò
che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie
(e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore.
Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di
abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati
non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo
un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri
occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre
tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica
dell'integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per
futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà. E lasciamo da parte ciò che
possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni,
nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri.
C'è poi, in
secondo luogo, la questione dell'immigrazione islamica. Tipicamente (le
critiche di Tito Boeri - 23 dicembre - e di altri, alle tesi di Giovanni
Sartori - 20 dicembre - sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo
esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e
cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l'esistenza del problema.
Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani,
non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani
integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi
alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l'esistenza facendo di tutta
l'erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono
anche, dall'altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più
interessati ad occupare spazi territoriali per l'islam nella versione chiusa e
oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione. E lascio qui
deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti. Salvo osservare
che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all'uso della
violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente,
attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da
irresponsabili.
Ultima, ma non per
importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé
anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità
organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio). Non c’è nemmeno consenso
nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti. Da un lato, ci sono
settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a
tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti
gli immigrati. Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche
ai fautori dell’accoglienza indiscriminata.
Non ci sono solo
troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere
mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali
risorse?). Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro. Un
certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità
è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si
pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati.
Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe
una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e
della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente
che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica
italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di
clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo
diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua
prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no. Se risultasse
che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di
clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione
repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la
prerogativa del controllo territoriale. Né si può controbattere citando il
trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare
liberamente nei Paesi europei aderenti. Schengen, infatti, è frutto di un
accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio
della sovranità territoriale.
La questione
dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne
accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva
benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni
successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto
assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di
intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati
democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede
di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del
debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di
tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili.
Angelo Panebianco
CdS 8
Il ministro della
Giustizia tedesca, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ha duramente criticato
il motore di ricerca americano Google, sostenendo che il gruppo di californiano
di Mountain View punta di soppiatto alla creazione di «giganteschi monopoli,
come la Microsoft».
Servizi come
Google Earth e Google Street View vanno «assolutamente esaminati dal punto di
vista legale», ha detto il ministro, riferendosi al servizio che offre la
mappatura fotografica della Terra attraverso immagini satellitari, nonchè a
quello che permette di navigare virtualmente in alcune città grazie a immagini
fisse riprese autoveicoli muniti di telecamera.
«Mi disturba
questa corsa in avanti, questa gigantomania, che traspare anche da Google
Book», ha commentato la Leutheusser-Schnarrenberger riferendosi alla biblioteca
digitale del colosso americano, che negli Usa è stata già oggetto di una
class-action da 125 milioni di dollari promossa da editori e autori.
L’attacco,
lanciato dalle pagine del settimanale Der Spiegel, segue di pochi giorni la
proposta del governo francese di tassare gli introiti pubblicitari online dei
colossi di internet come Google, Facebook e Microsoft (la cosiddetta ’tassa
Google') per finanziare misure in favore di un’offerta legale di musica e film
su Internet.
Secondo il
ministro tedesca, Google deve essere più trasparente nelle proprie attività,
anche nel trattamento dei dati. In caso contrario, il ministro non ha escluso
il ricorso alla legge. Ls 9
PD-Svizzera. Agevolare il voto regionale per i residenti all’estero
Con una lettera inviata in giornata al segretario nazionale del Partito democratico, Pierluigi Bersani, ai capigruppo delle Assemblee parlamenta