WEBGIORNALE  11-12  Gennaio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il 2010 Anno Europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale  1

2.       UE. Il 2010 dei 27. Agenda fitta di impegni per gli Stati membri dell'Ue  1

3.       Cosa ha fatto la Ue per i cittadini nel 2009? Lo spiega l’Annuario multimediale  2

4.       UE. Al via la Presidenza spagnola: prima volta con il Trattato di Lisbona  2

5.       Migrazioni. Tre grandi attese. Migrantes: pensieri per il 2010  2

6.       Rosarno, demoliti gli accampamenti. Il Papa: «Rispettare gli immigrati»  3

7.       Il futuro oltre Rosarno. Il ghetto che l’Italia non si può permettere  3

8.       Rosarno, caccia all'immigrato. Aggrediti e assediati nei casolari 4

9.       Quante sono le Rosarno d'Italia?  5

10.   Il bilancio dell’on. Garavini (PD-Berlino) su questa prima parte di legislatura  5

11.   La FDP apre la stagione politica in Germania  6

12.   Il treno austro-tedesco che sfida il monopolio Trenitalia  6

13.   Saarland. Il Presidente del Comites e la Confsal Unsa incontrano il Governatore del Land Peter Müller 7

14.   Colonia. La presidente del Comites Rosella enati fa il bilancio di un anno. Insieme per la Comunità  7

15.   Baden-Württemberg. Natale anche per i carcerati. Circa ottocento gli italiani reclusi in Germania  7

16.   Francoforte. Ai visitattori della mostra su Botticellli l’Enit regala un soggiorno a Firenze  8

17.   In Germania 38 posti di assistente di lingua italiana per l’anno scolastico 2010/2011  8

18.   Nuova crisi al Comites di Stoccarda. Anche Ileana Werner ha gettato la spugna  8

19.   Comites Stoccarda. La gestione Werner vista da Rocco Di Filippo  9

20.   Tenuta la Prima Conferenza dei giovani italiani della Bassa Sassonia  9

21.   I pavimentisti altoatesini vincono il campionato europeo di Hannover 10

22.   Il 15-16 gennaio il capogruppo Pd al Senato A. Finocchiaro incontra le comunità italiane di Svizzera e Germania  10

23.   In Baviera l’esibizione in dialetto di tre protagonisti della scena teatrale palermitana  10

24.   A Wallenhorst (Bassa Sassonia) manifestazione interscolastica del Comites di Hannover 11

25.   Narducci (Unaie):  a Rosarno bisogna andare alla radice del problema  11

26.   Rosarno, ancora spari e aggressioni. Bertone: migranti sfruttati, basta violenze  11

27.   Il diritto di essere una minoranza  12

28.   Immigrati. 'Ndrangheta’ non spiega tutto. Non si vuol vedere  13

29.   L'inferno di Rosarno e i suoi responsabili 13

30.   Se questi sono uomini 14

31.   Dal prossimo anno tetto del 30% agli alunni stranieri. Gelmini: ''La scuola mantenga le tradizioni'' 15

32.   Stranieri nelle classi, dal tetto del 30% sono esclusi i bambini nati in Italia  15

33.   Clandestino punito perchè ravveduto  16

34.   1° marzo, lo sciopero degli immigrati 16

35.   Maroni: cori razzisti nello stadio? Interrompere subito la partita  16

36.   Regionali. Il candidato forestiero  17

37.   Dove lo Stato non c'è  17

38.   Noi e l’Islam. Il pluralismo valorizza la diversità. No al multiculturalismo ideologico  17

39.   Epifani: «A Rosarno non deve morire il sogno di un'Italia giusta»  18

40.   La fermezza e l'ipocrisia  19

41.   Germania contro Google: "Monopolista come Microsoft". Attacco dalle pagine del settimanale Der Spiegel 19

42.   PD-Svizzera. Agevolare il voto regionale per i residenti all’estero  20

43.   Il messaggio di buone feste del sottosegretario Mantica  20

44.   L’on. Garavini in aula sulla cittadinanza. “Negare la cittadinanza significa fare prevalere la paura”  20

45.   Frattini e Westerwelle rilanciano l’intesa tra i due Paesi. Vertice italo-tedesco il 18 e 19 aprile ad Hannover 21

46.   Sardegna. Insediata a Cagliari la Consulta Regionale dell’Emigrazione  21

47.   A Tremaglia la Medaglia d'Oro del Comune di Bergamo  21

48.   Carlo Erio in Francia e Antonio Zulian in Svizzera commissari PdL per preparare i Congressi 21

 

 

1.       Schweiz. Nach dem Minarettverbot sind die Deutschen dran  22

2.       Berlin. Wanderungsbilanz. Migration: Es gehen mehr, als kommen  22

3.       Studie. Die meisten Zuwanderer sehen Deutschland auf gutem Weg  23

4.       Staatsbürgerschaft. Völkerrechtler: Immer mehr Doppelpässe  23

5.       Krawalle in Kalabrien. Einwanderer werfen Italienern Rassismus vor 23

6.       Rassismus in Italien. Die Gewalt eskaliert 23

7.       Italien. Aufstand der Verzweifelten  24

8.       Vatikan: Verständnis für Migrantenrevolte in Süditalien  24

9.       Integrationspolitik. Italien will "Ghetto-Klassen" verhindern  25

10.   Fußball und Rassismus. Balotelli, das Feindbild Nummer eins  25

11.   Platz 1 der politischen Agenda. Die Bekämpfung der Mafia  25

12.   Alitalia: neue Verbindung zwischen Berlin und Turin  26

13.   Italien. Fußball-Kommentar. Ewig gestriger Calcio  26

14.   USA. Was läuft falsch bei den Geheimdiensten?  27

15.   Neue Initiative auf EU-Ebene. Spanien will Anti-Terror-Komitee  27

16.   EU-Beitritt der Türkei. Deine Meinung, meine Meinung - Basta! 28

17.   Kommentar. Auf dem Rücken der Türkei 28

18.   Gerichtssprache. Justitia international 29

19.   Außenminister besucht die Türkei. Respekt und Reform   29

20.   Unterwegs in Afrika. Niebels neue Tour 29

21.   CSU und FDP. Neurotisches Verhältnis  30

22.   CDU-Politiker greifen Merkel an. „Die Union hatte schlichtweg Glück“  30

23.   Kurswechsel. SPD-Spitze für Korrekturen an Agenda 2010 und Rente  30

24.   Besserverdienende gegen Steuersenkungen. Schlauer als die FDP  30

25.   30 Jahre Grüne. „Wir sind keine Randständigen mehr“  31

26.   Gutachten für SPD. Sarrazin und der Rassismus  31

27.   Fall des Asylbewerbers Oury Jalloh. Alles auf Anfang  32

28.   Wolf von Lojewski. "Steinbach ist ein Störfaktor"  32

29.   Dresden droht Invasion von Extremisten  33

30.   Eröffnung der Kulturhauptstadt Europas und des Ruhrmuseums: Herausragendes Signal für die Kultur 33

31.   Fünf Jahre Hartz IV. Der Geburtstagswettlauf 34

32.   Spielen gegen Kämpfen. Milan gegen Juve ist eine Frage des Stils  34

 

 

 

 

Il 2010 Anno Europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale

 

La Commissione europea ha designato il 2010 quale Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale al fine di riaffermare e rafforzare l'iniziale impegno politico dell'UE formulato all'avvio della strategia di Lisbona a "imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà". L'Unione europea e i suoi Stati membri sono vigorosamente impegnati ad affrontare le piaghe della povertà e dell'esclusione sociale.

La crisi economica e finanziaria internazionale del 2008 può avere conseguenze di lungo periodo per la crescita e l'occupazione nell'UE e saranno le persone più vulnerabili nelle nostre società a risentirne probabilmente di più. L'Anno europeo della lotta alla povertà dovrebbe quindi avere un impatto cruciale in materia di sensibilizzazione sull'esclusione sociale e di promozione dell'inclusione attiva poiché nessun paese può sottrarsi alle conseguenze di questa crisi mondiale.

Obiettivi e principi guida

Riconoscimento di diritti — riconoscere il diritto fondamentale delle persone in condizioni di povertà e di esclusione sociale di vivere dignitosamente e di far parte a pieno titolo della società. L'Anno europeo sensibilizzerà maggiormente il pubblico alla situazione delle persone in condizione di povertà, prestando particolare attenzione alle categorie o alle persone in situazioni vulnerabili e contribuirà ad agevolare il loro efficace accesso ai diritti sociali, economici e culturali, a risorse sufficienti e a servizi di qualità. L'Anno europeo contribuirà anche a combattere gli stereotipi e la stigmatizzazione;

Responsabilità condivisa e partecipazione — aumentare la partecipazione pubblica alle politiche e alle azioni di inclusione sociale, sottolineando la responsabilità collettiva e individuale nella lotta alla povertà e all'esclusione sociale e l'importanza di promuovere e sostenere le attività di volontariato. L'Anno europeo promuoverà la partecipazione dei soggetti pubblici e privati, tra l'altro mediante partenariati dinamici. Esso favorirà la sensibilizzazione e l'impegno, creando possibilità di partecipazione per tutti i cittadini, in particolare per coloro che hanno un'esperienza diretta o indiretta della povertà;

Coesione — promuovere una società più coesa, sensibilizzando i cittadini sui vantaggi offerti a tutti da una società senza povertà, che consente l'equità distributiva e nella quale nessuno è emarginato. L'Anno europeo promuoverà una società che sostiene e sviluppa la qualità della vita, ivi compresa la qualità delle competenze e dell'occupazione, il benessere sociale, ivi compreso il benessere dei bambini e la parità di opportunità per tutti. Tale società garantirà inoltre lo sviluppo sostenibile e la solidarietà intergenerazionale e intragenerazionale nonché la coerenza politica dell'azione intrapresa dall'Unione europea su scala mondiale;

Impegno e azioni concrete — riaffermare il fermo impegno politico dell'Unione europea e degli Stati membri ad attivarsi con determinazione per eliminare la povertà e l'esclusione sociale e promuovere tale impegno con azioni a tutti i livelli del potere. Sulla scorta dei risultati e del potenziale dell'OMC per la protezione sociale e l'inclusione sociale, l'Anno europeo rafforzerà l'impegno politico, richiamando l'attenzione politica e mobilitando tutte le parti interessate, a favore della prevenzione della povertà e dell'esclusione sociale e della lotta alle medesime e imprimerà un nuovo slancio all'azione dell'Unione europea e degli Stati membri in questo campo.

Ambiti strategici prioritari

Tenendo conto della natura multidimensionale della povertà e dell'esclusione sociale e nell'ottica di integrare la prevenzione e la lotta alla povertà e all'esclusione in altre politiche, le attività dell'Anno europeo dovrebbero produrre un valore aggiunto manifesto e completare in modo efficace l'OMC per la protezione sociale e l'inclusione sociale. Tali attività dovrebbero quindi concentrarsi su un numero limitato di aspetti prioritari.

Conformemente all'analisi effettuata e alle priorità individuate nella relazione congiunta sulla protezione sociale e sull'inclusione sociale, l'Anno europeo dovrebbe riguardare i temi seguenti:

* promozione di strategie multidimensionali integrate intese a prevenire e ridurre la povertà, in particolare la grave povertà, e di approcci da integrare in tutte le pertinenti politiche;

* lotta contro la povertà infantile compresa la trasmissione intergenerazionale della povertà nonché la povertà all'interno della famiglia, prestando un'attenzione particolare alle famiglie numerose, alle famiglie monoparentali e alle famiglie che si prendono cura di una persona a carico, nonché la povertà vissuta dai bambini negli istituti;

* promozione di mercati del lavoro inclusivi, affrontando il problema della povertà lavorativa e la necessità di rendere il lavoro redditizio. I.M., De.it.press

 

 

 

 

 

UE. Il 2010 dei 27. Agenda fitta di impegni per gli Stati membri dell'Ue

 

È costellato di novità il 2010 dell'Unione europea. Alla consueta attività politica e istituzionale si aggiungono infatti col nuovo anno strumenti, impegni, opportunità e sfide verso cui i 27 Stati membri dovranno muoversi insieme.

 

Applicare il nuovo Trattato. L'elenco delle "news" comunitarie è lungo e, nel tentativo di elencarne almeno alcune, è doveroso tornare ancora una volta al Trattato di Lisbona, il quadro di riforme entrato in vigore il 1° dicembre che richiede ora di essere applicato nell'esperienza di integrazione europea. Le norme prevedono vari "cambi di marcia", rimescolamenti di competenze, figure create ex novo; chiama in causa i cittadini (ad esempio con il diritto di petizione) e i parlamenti nazionali (che dovranno dare il via libera alle leggi Ue oppure sollevare le loro obiezioni sulle direttive che non dovessero rispettare il principio di sussidiarietà); assegna maggiori poteri all'Euroassemblea, che assume pienamente il ruolo di colegislatore assieme al Consiglio. Ma la prima è forse più ardua sperimentazione riguarda la coabitazione che, proprio grazie al Trattato, si viene a creare tra la presidenza "stabile" dell'Ue (affidata al belga Herman Van Rompuy), l'Alto rappresentante per la politica estera (la britannica Catherine Ashton), che sarà anche vice presidente della Commissione, e la presidenza di turno (Spagna), che guiderà i Consigli dei ministri "tematici" (dell'agricoltura, dell'industria, della ricerca, dell'istruzione…).

 

Barroso succede a Barroso. Il 2010 porterà poi con sé la nuova Commissione, guidata ancora dal portoghese José Manuel Barroso, ma ampiamente riveduta nella sua composizione. I commissari designati dagli Stati membri dovranno affrontare nei prossimi giorni le audizioni fissate presso le competenti commissioni dell'Europarlamento e poi sottoporsi al voto della plenaria il 26 gennaio. Il collegio dovrebbe assumere piene funzioni da febbraio. Non si può però dare nulla per scontato: alcuni personaggi inviati a Bruxelles dalle capitali nazionali non hanno un curriculum particolarmente ricco rispetto ai settori cui sono stati indicati e non tutti sono stati in passato sinceri sostenitori dell'Unione. Ancora per quanto riguarda la Commissione, appena ricevuto il benestare dai deputati e l'ultimo via libera dal Consiglio dei capi di Stato e di governo, essa avrà dinanzi questioni urgenti: l'attuazione del bilancio comunitario, approvato in via definitiva il mese scorso, e una serie di provvedimenti messi in stand by proprio per il sopraggiungere del Trattato di Lisbona e la fine del mandato dell'Esecutivo precedente.

 

Copenaghen, Stoccolma, Lisbona… L'Ue deve poi riprendere i fili di alcuni discorsi interrotti con la fine del 2009: il mezzo fallimento della Conferenza di Copenaghen e dunque le prospettive future della lotta internazionale al cambiamento climatico; l'applicazione delle regole interne per il controllo finanziario e la "strategia di uscita" dall'emergenza-crisi, tenuto conto che la recessione ha imposto duri sacrifici al mercato del lavoro (la disoccupazione è in aumento) e pesanti "rossi" di bilancio in quasi tutti i Paesi Ue. Da applicare ci saranno poi il "Programma di Stoccolma" che agisce nel campo della sicurezza, cittadinanza, libertà e migrazione e la revisione della Strategia di Lisbona (economia competitiva fondata sulla conoscenza), per la quale è fissato un summit straordinario per l'11 febbraio.

 

I risultati dei mesi scorsi. Quasi in tono rassicurante, viste le complicazioni che si schiudono per il futuro prossimo, la Commissione ha pubblicato il consueto opuscolo con i risultati raggiunti dall'Ue nell'ultimo anno. Non a caso il titolo della pubblicazione (scaricabile in tutte le lingue ufficiali all'indirizzo http://ec.europa.eu/snapshot) è "L'Europa e voi: una panoramica dei successi dell'Unione europea". Vi si legge che l'Ue ha operato negli scorsi dodici mesi anzitutto per "aprire la strada alla ripresa economica". "L'Unione e i suoi stati membri hanno mobilitato grandi risorse per far ripartire l'economia e per proteggere i cittadini". Con il "piano europeo di ripresa economica, circa il 5,5 % del Pil verrà immesso nell'economia dalle riserve nazionali ed europee. L'attenzione è posta sul lavoro, sulle infrastrutture e sull'efficienza energetica". È stato mobilitato il Fondo di adeguamento alla globalizzazione per far fronte alle situazioni occupazionali precarie, i "tassi d'interesse sono scesi a livelli record" e la Commissione "ha proposto riforme radicali ai mercati finanziari". L'elenco dei "successi" segnala fra l'altro la "lotta alla fame nei Paesi più poveri del mondo", gli interventi per la ricerca sulle malattie che inducono la demenza come l'Alzheimer, una "telefonia mobile meno cara", acquisti online "senza problemi", risposte più coordinate nel campo della protezione civile. Sir eu

 

 

 

Cosa ha fatto la Ue per i cittadini nel 2009? Lo spiega l’Annuario multimediale

 

Bruxelles - La Commissione europea ha pubblicato l’edizione 2009 dell’annuario multimediale in cui vengono illustrati alcuni dei risultati più importanti realizzati dall’UE nell’ultimo anno. L’annuario presenta una serie di storie di successo che mostrano come l’azione dell’UE abbia prodotto risultati concreti per i cittadini nei settori più disparati, dalla ricerca medica  per curare la demenza fino ai provvedimenti adottati per attenuare gli effetti della crisi economica.

  L’annuario di quest’anno si concentra su dieci temi: Preparare il terreno per la ripresa economica: l’UE e i suoi Stati membri hanno mobilitato enormi risorse per rimettere in piedi l’economia e proteggere i cittadini; Rimanere in contatto spendendo meno: gli europei possono comunicare per mezzo dei cellulari in modo più facile e meno costoso, grazie agli sforzi fatti dall’UE per ridurre i prezzi nel settore della telefonia mobile; Unire le risorse per lottare contro la demenza: l’“iniziativa dell’UE in materia di medicinali innovativi”, con un bilancio di 2 miliardi di euro, promuove la collaborazione tra l’industria e il mondo accademico per garantire che la ricerca scientifica porti in tempi rapidi alla produzione di nuove medicine; Far fronte al cambiamento climatico: grazie all’azione dell’UE è stato possibile evitare l’emissione di 32 milioni di tonnellate di CO2; Lottare contro la fame nei Paesi più poveri: come dimostra chiaramente il funzionamento dello “strumento alimentare” di 1 miliardo di euro che l’Unione europea ha creato nel dicembre 2008, l’UE sta lottando contro la povertà e la fame in tutto il mondo; Proteggere l’ambiente: per mantenere l’ambiente quanto più pulito possibile, l’UE ha adottato nuove regole per ridurre gli inquinanti nocivi derivanti dal petrolio e dai pesticidi; Proteggere gli animali: l’UE ha vietato la commercializzazione dei prodotti derivati dalla foca e ha proposto un nuovo piano d’azione per tutelare gli squali; Ricostruire in caso di catastrofe: i Paesi membri dell’UE si sono aiutati l’un l’altro inviando tempestivamente aiuti nelle aree colpite da calamità naturali, come è avvenuto nel caso del terremoto che ha colpito l’Abruzzo; Garantire ai clienti delle banche un buon rapporto costi/benefici: l’UE ha creato il mercato unico a beneficio dei cittadini e delle imprese; attualmente l’Unione sta vigilando affinché le banche offrano ai loro clienti un trattamento equo; Tutelare i diritti di chi acquista on line: l’UE ha adottato misure contro alcuni siti web che non riconoscevano ai consumatori i diritti previsti dalla normativa UE. http://ec.europa.eu/snapshot

 

 

 

 

 

UE. Al via la Presidenza spagnola: prima volta con il Trattato di Lisbona

 

Bruxelles - È Madrid a rappresentare l'Europa per i prossimi sei mesi: il Trattato di Lisbona lascia in piedi la presidenza semestrale del consiglio dell'Ue esercitata a turno da uno dei 27 paesi europei. Ma cosa cambierà per il Governo Zapatero rispetto a prima? La più grande novità è che il suo Paese non sarà più alla testa dei Summit europei né dei Consigli dei Ministri degli Esteri. Per il resto quasi tutto resta come prima. Compresi i rapporti con il Parlamento.

Presidenza: che cos'è e cosa fa. Fino all'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, uno dei 27 Paesi dell'UE deteneva a turno la presidenza del Consiglio dei Ministri europei e del Consiglio europeo (Capi di Stato e Primi Ministri) per sei mesi. A partire dal primo gennaio 2010, sono ufficialmente entrate in funzione le nuove figure chiave dell'Ue: il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e l'Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton. Questa novità implica che la presidenza di turno, che è rimasta vigente nel Trattato di Lisbona, presiederà tutte le altre riunioni del Consiglio: gli incontri fra Ministri - tranne quelli degli Esteri, gestiti dalla Asthon-, i gruppi di lavoro, e i COREPER, ovvero le regolari riunioni degli ambasciatori europei. Tre presidenze consecutive formano un trio, che deve coordinare le proprie azioni e le priorità: il primo trio è composto da Spagna, Belgio e Ungheria, i prossimi detentori della presidenza di turno.

Le priorità di Madrid. È la presidenza che coordina i lavori degli altri Governi e Ministeri a livello europeo, e stabilisce le priorità per il semestre. Per la Spagna, i temi chiave saranno: la strategia 2020 per il rilancio economico e la sostenibilità; la supervisione dei mercati finanziari; il piano d'azione per l'energia; la messa in atto di alcune disposizioni del Trattato di Lisbona, come il diritto d'iniziativa dei cittadini; l'immigrazione nel quadro del Programma di Stoccolma; la lotta alla violenza contro le donne e altre misure sociali; e la messa in atto del Servizio d'Azione esterna dell'Ue.

I rapporti con il Parlamento europeo. Per il Parlamento la presidenza di turno è un interlocutore chiave, perché rappresenta gli eletti e i Governi Ue. Il compito principale del Parlamento è quello di co-legiferare insieme al Consiglio, ma anche di monitorare il suo operato e verificare che la presidenza di turno operi in modo trasparente ed efficiente.

Parlamento e Consiglio co-legislatori. È la presidenza di turno che incontra gli attori chiave del Parlamento per negoziare con loro a nome degli altri Governi . La presidenza e il relatore del Parlamento si incontrano e stabiliscono informalmente i possibili accordi e compromessi sulla legislazione in esame, prima di proporlo alle rispettive "aule" (i colleghi parlamentari nel caso del relatore, gli altri 26 ministri per la presidenza). Questo accade sia durante la prima lettura, per chiudere un testo in tempi brevi, sia nella seconda, quando ci sono argomenti spinosi che dividono i due "rami" legislativi, e anche in vista di una procedura di conciliazione, che deve assolutamente chiudersi con un accordo in terza lettura. Al di là delle riunioni informali, la presidenza spesso cerca il contatto con i relatori e i responsabili di un certo dossier o di una certa aerea. Anche le commissioni parlamentari organizzano riunioni, a Bruxelles e Strasburgo, con il Ministro responsabile della politica di competenza della commissione stessa. La presidenza, infine, invita i presidenti delle commissioni parlamentari o i singoli membri a partecipare a riunioni o incontri del Consiglio, a Bruxelles o nel proprio Paese. "La chiave del successo è una comunicazione costante fra i due legislatori", raccontava il relatore del complesso progetto di legge sulla certificazione e registrazione delle sostanze chimiche (REACH) Guido Sacconi (ex-PSE), che aveva dovuto incontrare a suo tempo ben 6 diverse presidenze.

I poteri di controllo del Parlamento. Il Parlamento e il Consiglio intrattengono anche relazioni al più alto livello istituzionale. In occasione di tutti i vertici di Capi di Stato e di Governo (i Consigli europei) il presidente del Parlamento apre i lavori esprimendo la posizione dell'assemblea sui temi in agenda. Il prossimo, il primo sotto la guida di Van Rompuy, si terrà l'11 febbraio. Dopo il Consiglio, Van Rompuy dovrà riportare i risultati del vertice all'Aula parlamentare, probabilmente il 24-25 febbraio. Dal canto suo, la presidenza di turno, all'inizio del suo mandato, presenta le priorità del proprio semestre in occasione della plenaria del Parlamento, come succederà il 19 gennaio, quando José Luis Rodríguez Zapatero interverrà a Strasburgo. Parallelamente, il premier spagnolo farà un bilancio del periodo di presidenza al termine dei sei mesi. In tutte le sessioni plenarie del Parlamento, inoltre, il Consiglio è rappresentato dalla presidenza di turno, generalmente dai rispettivi ministri a seconda delle tematiche in discussione, per rispondere alle domande degli eurodeputati e esporre il proprio parere sui vari temi all'orine del giorno della seduta. Allo stesso modo il presidente del Parlamento europeo e i leader dei gruppi politici sono sempre invitati a partecipare alle riunioni con la Presidenza dell'UE prima dell'inizio del mandato semestrale. Per la Spagna, quest'incontro ha già avuto luogo il 3 dicembre scorso a Madrid. (aise) 

 

 

 

 

Migrazioni. Tre grandi attese. Migrantes: pensieri per il 2010

 

Una riflessione del direttore della Fondazione Cei Migrantes, mons. Giancarlo Perego, all'inizio del nuovo anno.

 

L'anno 2010 che inizia porta con sé molte attese del mondo dei migranti. Tre in particolare sembrano chiedere un'urgente risposta culturale, sociale e politica.

Una prima attesa è di una lettura vera del mondo migratorio. Questa attesa chiede il superamento del pregiudizio che connette strettamente immigrazione e criminalità, alimentato dalla stampa (il 76% degli articoli), dall'opinione pubblica in Italia (60%) e in Europa (70%).

Una seconda attesa riguarda la riforma della legge della cittadinanza, con una particolare attenzione ai minori immigrati in Italia. L'auspicio è che si arrivi, come in diversi Paesi del mondo, a una doppia cittadinanza e alla possibilità che i bambini che nascono sul territorio italiano da subito possano essere cittadini italiani, diversamente da oltre 500.000 bambini che negli anni scorsi sono nati in Italia.

Una terza attesa riguarda il ritorno a una cultura sociale che guarda non solo alla casa, ma anche alla strada, non creando forme di esclusione sociale e di abbandono, ma di educazione, di protezione sociale, di accompagnamento sociale. In strada chiedono protezione molti immigrati senza dimora, le donne prostituite, i minori non accompagnati, i nomadi: il 2010 segni un fermo alle violenze moltiplicate nel 2009 e un ritorno di interesse sociale alla strada da parte delle istituzioni.

Un'altra attesa riguarda il mondo dei rifugiati. Se il 2009 è stato all'insegna del respingimento, senza alcun frutto se non sofferenza, morte e abbandono, il 2010 segni un ritorno alla protezione sociale, all'accoglienza umanitaria, al riconoscimento del diritto d'asilo di tante persone - uomini, donne e bambini -, dentro un nuovo quadro europeo di tutela dei diritti e della dignità di ogni persona umana aperto dall'entrata in vigore nel 2010 del Trattato di Lisbona.

A queste attese specifiche del mondo dell'immigrazione, si unisce l'augurio per tutto il mondo della mobilità: ai nostri emigranti all'estero, soprattutto ai numerosi giovani costretti a lasciare il nostro Paese alla ricerca di un lavoro; a chi è in mare da mesi, lontano dalla famiglia, a chi gestisce gli spettacoli viaggianti, alle famiglie di rom e sinti in cerca di una nuova "piazza". Per tutti il 2010 porti pace, giustizia e tutela.

GIANCARLO PEREGO, sir

 

 

 

 

Rosarno, demoliti gli accampamenti. Il Papa: «Rispettare gli immigrati»

 

Ruspe in azione nelle ex fabbriche e nei casolari dove vivevano gli immigrati. In 1.128 hanno lasciato la zona

 

ROSARNO - Gli immigrati vanno rispettati in quanto esseri umani e la violenza non è mai una soluzione. Il Papa ha dedicato l'omelia dell'Angelus anche alla "guerra" di Rosarno. Con un duro monito: «L'immigrato è un essere umano, differente per cultura e tradizione ma comunque da rispettare e la violenza non deve essere mai per nessuno il modo per risolvere le difficoltà». Benedetto XVI ha dunque ricordato che gli extracomunitari hanno gli stessi diritti delle altre persone e che la diversità religiosa non può mai giustificare la violenza. Il riferimento è anche alla strage di cristiani copti in Egitto di pochi giorni fa. «Occorre che le istituzioni - ha concluso - non vengano meno alle proprie responsabilità».

MARONI: «BOMBA INNESCATA» - E proprio sul fronte delle istituzioni ha parlato nuovamente il ministro dell'Interno Maroni. «Purtroppo a Rosarno è avvenuto quello che temevamo» ha detto in un'intervista a Maria Latella su Sky Tg24. Il titolare del Viminale ha attaccato le «autorità locali e territoriali»: dopo dieci anni senza far nulla, spiega, sono nate comunità di extracomunitari che erano delle vere e proprie «bombe innescate». «Queste situazioni le abbiamo ereditate e sono frutto di tolleranza sbagliata, ma ci sono responsabilità diffuse che non intendiamo più tollerare. In Calabria lo Stato c'è: interverremo nel Sud per supplire alle mancanze locali» promette. Sull'ipotesi di un ruolo della 'ndrangheta nelle proteste di Rosarno, Marono non si sbilancia: «È una delle piste possibili. Le indagini sono in corso, ma credo che quanto avvenuto abbia tanti responsabili». Infine spiega che, come prevede la legge, gli immigrati trasferiti nei centri di Crotone e Bari che risultino clandestini verranno espulsi.

LOIERO: LUI HA TOLLERATO - «Il primo ad avere tollerato la situazione di Rosarno è proprio il ministro Maroni». L'attacco arriva dal presidente della Calabria Agazio Loiero, che accusa il ministro di scaricare tutto sulla Regione, «quando sa bene che non ha alcuna competenza. Maroni finge di scoprire oggi una realtà che gli era invece ampiamente nota, che esiste da 16 anni e si è aggravata ultimamente per gli effetti della legge sull'immigrazione. Un anno fa Maroni promise di aiutare questi lavoratori indifesi e sfruttati, oggi li deporta e assicura di espellere tutti gli irregolari. In questo modo si rimuove e non si risolve un problema che da qui a poco potrebbe manifestarsi altrove. La risposta infatti deve essere più articolata, garantire i lavoratori stagionali regolari e far emergere quelli irregolari sottraendoli al più bieco sfruttamento».

VIA ALLE DEMOLIZIONI - Intanto sono iniziate domenica all'alba, su disposizione della prefettura di Reggio Calabria, le demolizioni degli accampamenti occupati fino a due giorni fa dagli immigrati protagonisti della rivolta di giovedì sera. Le ruspe dei vigili del fuoco sono in azione nella ex Rognetta, già deposito alimentare alla periferia di Rosarno: vengono abbattute le strutture realizzate dagli immigrati all'esterno della fabbrica e nelle prossime ore verrà demolito anche il capannone principale dove gli stranieri hanno realizzato decine di baracche con cartone, plastica e lamiera. Dentro la struttura gli immigrati, partiti in tutta fretta, hanno lasciato tutto quel poco che avevano: biciclette con cui raggiungevano i campi per raccogliere arance e mandarini, vestiti, pentole e utensili da cucina, bombole del gas. Nelle baracche ci sono ancora letti, coperte, resti di cibo, scarpe e in qualche caso anche valige che gli immigrati non hanno fatto in tempo a prendere.

NOTTE TRANQUILLA - Dopo tre giorni di tensioni e violenze, la notte è stata tranquilla. Intorno all’una la polizia ha spostato 67 immigrati, che vivevano nella località Le Colline nel territorio di Rizziconi. In tutto, dall’inizio delle operazioni di sfollamento, sono 1.128 gli immigrati che hanno lasciato volontariamente o accompagnati la zona (dato della questura di Reggio Calabria), per dirigersi verso il nord Italia o in centri di accoglienza calabresi e pugliesi: 428 sono stati portati nel centro di prima accoglienza di Crotone e 400 in quello di Bari. Altri 300 hanno lasciato la Piana di Gioia Tauro autonomamente, in treno, diretti a Milano, Napoli, Foggia, Palermo. Le due ex fabbriche utilizzate come dormitori, Opera Sila e Rognetta, si sono praticamente svuotate. Nella zona di Rizziconi ci sono ancora alcuni extracomunitari, che non hanno voluto lasciare la zona perché impegnati nella raccolta di agrumi.

CONTROLLI AL CARA DI BARI - Nel corso della notte 324 immigrati sono arrivati nel Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Bari-Palese: 322 uomini e due donne, la nazionalità prevalente è quella del Ghana. Il prefetto di Bari Carlo Schilardi ha detto che alle 8 la metà di loro era stata identificata e che di questi oltre 80 hanno il permesso di soggiorno per motivi di lavoro e hanno chiesto di lasciare il Cara. Gli immigrati in regola sono già pronti all'ingresso del centro con i loro bagagli. Il prefetto ha detto che saranno accompagnati alla stazione. Quanti invece dovranno essere espulsi saranno trasferiti al Cie (Centro di identificazione e espulsione): finora uno solo degli immigrati è stato arrestato perché nei suoi confronti era stato emesso un mandato di cattura. «Tutte le operazioni si svolgono in un clima sereno - ha detto il prefetto -, l'ambiente è buono e forse nelle prossime 24 ore verranno trasferite qui a Bari altre 100 persone». Il Cara di Bari ha una capienza di 944 posti, ma è predisposto per arrivare a 1.400. Attualmente vi sono ospitate 659 persone.

400 PARTITI DA LAMEZIA - Altri 400 stranieri sono partiti nella notte dalla stazione di Lamezia Terme. Negli occhi di tanti di loro delusione e tristezza. «La Calabria non è tutta uguale - ha detto uno -. A Sibari, come in altre parti della regione, è meglio che a Rosarno dove sin dall'inizio ci hanno trattato male». «Si parla di Calabria terra di accoglienza - gli fa eco un altro - ma, mi chiedo: dove sta l'accoglienza? State perdendo tutti i vostri valori». Hanno preso treni diretti a Milano, Napoli, Foggia, Palermo. Otto gli extracomunitari ancora ricoverati in ospedale dopo le aggressioni subite: nessuno è in pericolo di vita. Il bilancio degli arrestati è di dieci persone, sette extracomunitari (cinque convalidati dal gip) e tre rosarnesi. Uno di loro è figlio di un esponente di spicco della cosca Bellocco e un altro ha precedenti per omicidio colposo. Sulle loro posizioni si attendono per lunedì le disposizioni del gip.

MANCONI: ROSARNO BIANCA - L'unica città al mondo completamente bianca. Così Luigi Manconi, presidente dell'associazione A Buon Diritto, definisce Rosarno sottolineando che nemmeno il Sudafrica dell'Apartheid aveva ottenuto un tale risultato. Ma ora, si chiede, chi raccoglierà le arance? «Immaginiamo che, a farlo saranno i ministri Calderoli e Maroni. Le responsabilità di quest'ultimo - attacca - sono gravissime: le sue parole suonano indecenti. Le vittime, ovvero gli immigrati, ridotti a schiavi, fatti bersaglio di aggressioni e fucilate, sono stati presentati come i responsabili della situazione». CdS 10

 

 

 

 

Il futuro oltre Rosarno. Il ghetto che l’Italia non si può permettere

 

IN un Paese in cui il tasso di natalità è tra i più bassi del mondo ed in cui nello spazio di una generazione un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, il problema dell’immigrazione si presenta come prioritario e dominante. Un crescente numero di immigrati sarà infatti indispensabile per fare avanzare il sistema economico e per garantire i servizi essenziali e le necessarie cure agli anziani e agli ammalati. Già oggi senza il contributo degli oltre quattro milioni di immigrati che risiedono in Italia, il nostro Paese non sarebbe più in grado di funzionare.

Sono infatti sempre meno gli italiani disposti a lavorare nel turno di notte delle fabbriche, a portare assistenza agli anziani o a servire nei i ristoranti o negli alberghi. E ben pochi sono disposti a fare questi mestieri anche in presenza dell’attuale difficile crisi occupazionale. Eppure di fronte a questa riconosciuta realtà e di fronte all’altrettanto riconosciuta evidenza che il problema sarà ancora più serio nel futuro, gli italiani reagiscono con crescente diffidenza, attribuendo agli immigrati la responsabilità di ogni disagio e insicurezza delle nostre città, anche se tutte le statistiche disponibili dimostrano che i livelli di criminalità degli immigrati regolarmente residenti nel nostro Paese non sono differenti da quelli dei cittadini italiani.

Nessuno può naturalmente nascondere o sottovalutare le difficoltà e i problemi dell’integrazione, sia che si tratti di integrazione nel mondo del lavoro, nella scuola o nel quartiere, soprattutto quando il problema coinvolge un numero così grande di persone e origini ed etnie così diverse. Una difficoltà enorme anche senza tener conto delle tragiche patologie della Calabria di ieri. Eppure proprio questa grande varietà di origini ed etnie rende il processo di integrazione relativamente meno difficile rispetto a paesi come la Germania o la Francia dove la provenienza dominante degli immigrati da un solo paese (la Turchia) o da una sola area (il Magreb) rende più probabile la formazione di veri e propri ghetti che rendono più difficile il contatto coi cittadini del paese e più complesso il processo di avvicinamento e di assimilazione dei modelli e degli stili di vita dei cittadini.

Eppure, invece di prepararsi concretamente al futuro di una inevitabile società multiculturale, si descrivono gli immigranti come una realtà impossibile da integrare nelle regole moderne della convivenza e della democrazia. Allo scopo di raggiungere quest’obiettivo si compie una doppia forzatura, prima di tutto facendo credere che la maggioranza dei nostri immigrati sia mussulmana e, in secondo luogo che, in quanto tali, essi non siano assimilabili alla vita democratica. Vorrei che si riflettesse sul fatto che oltre la metà di coloro che vengono a cercare lavoro in Italia sono cristiani, meno di un terzo mussulmani e il resto di altre religioni.

E vorrei anche ricordare che le stesse presunte incompatibilità nei confronti della democrazia sono state usate in Italia contro i cattolici nel 1882 per bloccare la proposta l’introduzione del suffragio universale. E ancora negli anni trenta si insisteva sull’incompatibilità fra cattolicesimo e democrazia, data la presenza di dittature in paesi cattolici come la Spagna, il Portogallo e l’Italia. Perseguendo obiettivi politici di corto periodo si alimenta la paura e, data la riconosciuta impossibilità di fare senza immigrati, si tende a imporre un modello di immigrato che sta qui pochi mesi o pochi anni e ritorna poi al proprio Paese d’origine. E, per perseguire questo obiettivo, si pongono gli ostacoli più elevati possibili all’ottenimento del diritto di voto e della cittadinanza italiana. La cittadinanza è una cosa seria e bisogna davvero che essa sia meritata da un periodo sufficientemente prolungato di obbedienza alle nostre leggi e dalla dimostrazione di conoscere e rispettare le regole della nostra convivenza civile. Tuttavia quando si scrive , come nel recente progetto di legge approvato in Commissione Parlamentare nello scorso 18 dicembre, che è condizione per l’acquisto della cittadinanza italiana da parte dello straniero nato in Italia che “abbia frequentato con profitto scuole riconosciute dallo stato italiano almeno sino all’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione”, bisogna ricordare che oltre il 20% dei ragazzi italiani non raggiunge quest’obiettivo. E quando si aggiunge che l’acquisizione della cittadinanza italiana è subordinata ad un “effettivo” e non definito “grado di integrazione sociale e al rispetto degli obblighi fiscali”, viene immediato pensare a quanti nostri cittadini dovrebbe essere tolta la cittadinanza stessa. La decisione definitiva sul tema della cittadinanza è stata prudentemente rinviata a dopo le elezioni regionali.

Approfittiamo di questo tempo per riflettere a fondo su come vogliamo sia l’Italia del futuro. Se vogliamo cioè vivere in un paese in cui tutti debbano rispettare le stesse regole e avere gli stessi diritti per se stessi e per i propri figli o se invece preferiamo un Italia in cui gli stranieri rimangano tali, separati da tutti, che vivano magari fuori dalle nostre regole ma che possano essere sempre cacciati fuori dai nostri confini. Una scelta non solo impossibile e insostenibile sul piano etico, ma disastrosa per la nostra economia che ha bisogno di nuove braccia e di nuove menti che considerino il futuro del nostro paese come il futuro proprio e delle proprie famiglie. ROMANO PRODI IM 9

 

 

 

 

Rosarno, caccia all'immigrato. Aggrediti e assediati nei casolari

 

Centinaia di stranieri sono stati portati nei centri di accoglienza a Crotone e Siderno

Sale il bilancio dei feriti. A Gioia Tauro agguato con un fucile caricato a pallini

La polizia è intervenuta per recuperare gli extracomunitari rimasti isolati

Inquirenti ipotizzano 'ndrangheta dietro le violenze: i tre calabresi arrestati sono noti alle forze dell'ordine

 

ROSARNO - Avanza l'ombra della 'ndrangheta sulle violenze scoppiate a Rosarno dove la tensione è ancora alta dopo gli scontri fra polizia, extracomunitari e cittadini. In mattinata, a Gioia Tauro, un immigrato è stato ferito, alle gambe e a un  braccio, da colpi di fucile caricato a pallini, mentre un altro è ricoverato in ospedale in codice rosso (anche se non ci sono ancora particolari). Un altro immigrato, invece, è stato colpito a sprangate a Rosarno: "Mi hanno aggredito in otto e volevano ammazzarmi. Sono vivo per miracolo". Sono queste le ultime due vittime di quella che è diventata una caccia all'immigrato: centinaia di extracomunitari hanno lasciato Rosarno, quelli rimasti isolati nei casolari di campagna si rivolgono alla polizia per chiedere di essere presi e accompagnati nel centro dove vengono organizzati i trasferimenti. Intanto una delle ipotesi sui cui stanno lavorando gli inquirenti è che la n'ndrangheta abbia "cavalcato" la situazione: i tre rosarnesi arrestati sono infatti personaggi noti alle forze dell'ordine, due hanno precedenti e uno è figlio di un esponente di spicco della cosca Bellocco.

 

La guerriglia urbana è esplosa giovedì dopo il ferimento di due immigrati a colpi di carabina ad aria compressa. Da allora è stato un susseguirsi di violenze arginate a fatica dalle forze dell'ordine. Una vicenda delicatissima seguita minuto per minuto anche dal quotidiano di cronaca locale onlineStrill.it. Intanto è cominciata la "fuga" degli immigrati africani, presenti in massa a Rosarno fino a pochi giorni addietro per lavorare negli uliveti e negli agrumeti della piana di Gioia Tauro. In centinaia hanno raccolto in fretta e furia i loro bagagli, quasi sempre buste stracolme di stracci, per salire sui pullman messi a disposizione dalle autorità per trasferirli nei centri di prima accoglienza di Crotone, Bari o della Sicilia.

 

Il bilancio degli scontri è pesante: secondo fonti investigative, sarebbero finora 66 (una trentina di extracomunitari di cui uno aggredito stanotte, 17 abitanti del posto e 19 appartenenti alle forze di polizia). Il clima, dunque, resta teso. "La gente di Rosarno, che si fronteggia con gli immigrati, non è tutta rappresentata nel cosiddetto comitato dei cittadini, c'è anche qualcos'altro, qualcosa che sfugge al controllo" dice il prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta. Mentre il segretario di stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, fa appello alla cessazione della violenza e denuncia le "gravi condizioni di lavoro" alle quali sono sottoposti gli immigrati.

 

Immigrati isolati in casolari. Tra gli immigrati rimasti a Rosarno cresce la paura e in molti, in queste ore, stanno chiamando le forze di polizia per essere presi nei casolari di campagna dove sono isolati. L'ultima richiesta è arrivata da una quindicina di extracomunitari che si trovava alla periferia di Rosarno che ha detto di essersi rifugiata in un capannone dopo essere stata minacciata da una persona armata. Le forze di polizia giunte sul posto non hanno però trovato nessuno fuori del casolare, hanno fatto uscire gli extracomunitari e li hanno scortati nell'ex Opera Sila da dove verranno trasferiti

 

Inquirenti: forse cosche dietro la protesta. Le violenze scoppiate a Rosarno potrebbero essere state "cavalcate" dalla 'ndrangheta per fini che sono ancora tutti da chiarire. E' una delle ipotesi su cui stanno lavorando gli inquirenti anche se il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, che coordina le indagini, si è limitato a dire che "allo stato ogni ipotesi è plausibile". Di certo, al momento, c'è che i tre rosarnesi arrestati per fatti di violenza nel corso degli scontri con gli immigrati, sono personaggi noti agli investigatori. Uno è Antonio Bellocco, 29 anni, figlio di un esponente di spicco della cosca Bellocco, che insieme a quella dei Pesce estende il suo predominio su Rosarno. Il giovane è accusato di resistenza a pubblico ufficiale. Ma anche gli altri due hanno precedenti e uno è stato condannato per l'omicidio colposo della fidanzata. Entrambi sono accusati di tentato omicidio. La Procura di Palmi ha già chiesto al gip la convalida dell'arresto ed è in attesa della fissazione dell'udienza, che potrebbe svolgersi lunedì.

 

Via ai trasferimenti. E' stato effettuato nella notte il trasferimento di circa 250 immigrati dalla ex cartiera "La Rognetta" di Rosarno verso i centri d'accoglienza di Siderno e Isola Capo Rizzuto (Crotone), e altri duecento sono arrivati nel pomeriggio. Buona parte è già in possesso del permesso di soggiorno, e un centinaio di extracomunitari ha lasciato il centro di Sant'Anna per raggiungere a piedi la stazione di Crotone, che si trova a una ventina di chilometri. Tranquilla la situazione nell'ex "Opera Sila", l'altra struttura a metà strada tra Rosarno e Gioia Tauro, dove sono state ospitate tra le 500 e le 600 persone, la metà delle quali è stata poi trasferita nel centro d'accoglienza di Bari a bordo di autobus scortati dalle forze dell'ordine.

 

Per molti di loro il timore è di essere rimpatriati. "Nessuno degli immigrati che sono stati portati o stanno per essere trasferiti da Rosarno nel Cpa di Isola Capo Rizzuto sarà espulso, neppure quelli irregolari" dice il referente di Libera della Piana di Gioia Tauro, don Pino Demasi. E anche la Questura conferma: nel centro di accoglienza ognuno è libero di andarsene, non saranno chiesti documenti. "Restare è impossibile, ce ne andiamo e, almeno io, per non tornare mai più" dice Peter, 30 anni, ghanese - La reazione da parte di qualcuno di noi è stata sproporzionata, ma ci hanno sparato addosso e questo non è tollerabile. Ci dispiace perchè qui c'è il lavoro e avanziamo ancora dei soldi, ma la gente ci è troppo ostile e le violenze contro di noi sono state troppo gravi".  E continuano anche adesso. "Alcuni di noi sono stati aggrediti vicino alla cartiera con bastoni e mazze" denuncia uno degli immigrati. "Dovete rimanere uniti, salire sui pullman e andare via, la situazione è insostenibile", invitano gli operatori della protezione civile.

 

"Liberato" il Comune. Nel frattempo è stata tolta l'occupazione che una decina di abitanti di Rosarno stavano attuando nel comune per chiedere l'allontanamento degli immigrati che vivono nel paese. Una decisione presa dopo l'inizio dei trasferimenti che porteranno, entro 48 ore, all'allontanamento di tutti gli immigrati da Rosarno. Stamattina sono state riaperte le attività commerciali e le scuole. Ed è stato tolto anche il blocco che un gruppo di abitanti aveva creato vicino il centro di ricovero.

 

Task force. A Reggio Calabria, intanto, si è insediata la task force ministeriale incaricata dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, di individuare le soluzioni necessarie per superare le tensioni e arginare le violenze. LR 9

 

 

 

 

 

Quante sono le Rosarno d'Italia?

 

La rivolta di Rosarno è scoppiata nelle stesse ore in cui il ministro dell’Interno, a distanza di pochi chilometri, discuteva con i responsabili dell’ordine pubblico in Calabria la risposta dello Stato alla bomba esplosa contro la procura. Una coincidenza casuale ma davvero simbolica che nella saldatura tra l’emergenza cronica chiamata mafia ('ndrangheta, camorra, ecc.) e la nuova emergenza che si chiama immigrazione ci consegna all’inizio di questo 2010 un’agenda sociale drammatica. Quello che sta accadendo a Rosarno in queste ore ci riguarda tutti: il nostro quartiere, le nostre periferie, a Sud e a Nord, interroga la nostra coscienza di cittadini, sfida l'intelligenza e mette alla prova quello che si chiamava il sentimento democratico. Non è un problema solo italiano. Una rivolta del tutto analoga a quella di Rosarno è scoppiata qualche mese fa a Calais, nel Nord della Francia, da dove le bianche scogliere di Dover appaiono come un miraggio alle migliaia di migranti (soprattutto afghani, pakistani, iracheni) che premono per sbarcare in Gran Bretagna. Gli ammiratori acritici di quanto avviene al di là delle frontiere vadano al cinema a vedere «Welcome» di Philippe Lioret: avranno di che meditare su come la questione rappresenti un rompicapo per ogni governo, compreso quello del muscolare Sarkozy che ha trasformato in reati anche i piccoli gesti di solidarietà verso i clandestini senza aver disinnescato le polveriere sociali disseminate nelle banlieues francesi. È anche per questo che appare particolarmente irritante la litania tutta italiana del rinfaccio di responsabilità tra destra e sinistra, governo e non governo perché le responsabilità vanno equamente distribuite nel corso degli anni. Altra cosa è il confronto su quanto sta accadendo a Rosarno: accusare di clandestinità dei poveracci che accettano condizioni di vita disumane per svolgere lavori che gli italiani non vogliono più fare non ci sembra la strada migliore.

 

A Rosarno (un comune da anni senza amministrazione sciolta per mafia) va in scena la duplice sconfitta della classe dirigente italiana: un Sud abbandonato alla propria incapacità di uscire dal medioevo della ’ndrangheta, l'afflusso incontrollato di masse migranti. Il paradosso, inaccettabile, è che tutto ciò è noto ma tollerato per il sistema, quel sistema che in Calabria (ma anche in Sicilia, Puglia, Campania e nei frutteti del Nord) si regge su una manodopera invisibile e clandestina. Bisogna compiere un viaggio tra paesaggi improbabili e allucinati che avrebbero fatto da sfondo ideale al film tratto da «La strada» di Cormac McCarthy (che pare non vedremo mai in Italia perché troppo desolato e deprimente) per scovare l’accampamento dei «ribelli» di Rosarno: un vecchio stabilimento industriale abbandonato, dove senza nessun servizio e in condizioni igieniche inimmaginabili vivono stagionalmente, da anni, centinaia di persone. Quante Rosarno ci sono in Italia? Quanti cittadini italiani, nella maggioranza deboli ed essi stessi «abbandonati», come quelli che in Calabria in queste ore si confrontano e si scontrano con i migranti in una disperata guerra tra poveri? Per il governo, a distanza di pochi giorni, si apre una seconda, urgente sfida calabrese: rendere dignitose le condizioni di vita di centinaia di lavoratori stranieri, permettere loro di lavorare nella legalità, perseguire le mafie grandi o piccole che li sfruttano, non consentire che in nessun’altra Rosarno sparsa in Italia si aggreghino masse di clandestini inevitabilmente destinate a urtarsi con le popolazioni locali. Misure urgenti e difficili a cui bisogna affiancare prima possibile la regolazione di un percorso italiano alla cittadinanza per gli immigrati. Giovanna Zincone il 2 gennaio scorso ha illustrato su la Stampa quanto sia problematica la composizione delle varie proposte nel dibattito che si sta facendo in Parlamento. È essenziale dare certezze di legge a una materia così incandescente. Ed è importante che non siano le emozioni e le facili demagogie del momento a prevalere sulla ragione o anche su un banale calcolo utilitaristico: degli immigrati il sistema italiano non può fare a meno. Dare sicurezze a loro significa dare sicurezze agli italiani ed evitare altre Rosarno.

CESARE MARTINETTI LS 9

 

 

 

 

Il bilancio dell’on. Garavini (PD-Berlino) su questa prima parte di legislatura

 

Laura Garavini (Pd) parla dell’Osservatorio sulle donne all’estero, della fuga di cervelli e della proposta di legge sulla rappresentanza degli italiani nel mondo

“La riforma di Comites e Cgie non è sicuramente la questione più urgente delle nostre comunità”

 

ROMA – Dopo la pausa per le festività di fine anno presto il mondo della politica tornerà ad affrontare le tematiche ancora aperte che riguardano direttamente gli italiani all’estero. A tutt’oggi rimangono infatti ancora sul tavolo questioni fondamentali come ad esempio la riforma di Comites e Cgie, che dovrebbe essere discussa a fine gennaio dal Senato, e la ristrutturazione della rete consolare. In questo momento di transizione fra il vecchio ed il nuovo anno abbiamo dunque chiesto, prima che le tante voci del dibattito politico tornino a parlare all’unisono, alla deputata del Pd Laura Garavini, eletta nella ripartizione Europa, un parere sia sulle iniziative da lei intraprese in questa prima parte della legislatura, sia su alcune questioni politiche che caratterizzeranno il dibattito del 2010.

  Il 2009 si è appena concluso e presto il Parlamento riprenderà a lavorare a pieno regime. Se la sente di fare il punto sulle iniziative da lei portate avanti in questo primo anno e mezzo di legislatura?

  Questo primo scorcio della legislatura è stato estremamente intenso. Per quanto mi riguarda ho ad esempio portato avanti una proposta di legge volta all’istituzione di un Osservatorio sulla situazione delle donne italiane all’estero. Una nuova struttura che ho cercato di rendere viva attraverso la creazione in Germania di un primo coordinamento donne. L’obbiettivo è comunque quello di arrivare all’istituzione di un coordinamento per le donne a livello europeo. Per quanto concerne la Germania abbiamo comunque già avuto due incontri molto positivi con le donne della nostra comunità che ci hanno permesso di conoscere tutta una serie di professionalità ed esperienze, di vissuti di successo, ma anche situazioni difficili, come ad esempio la mancata integrazione scolastica dei bambini italiani, uno dei problemi che continua ad affliggere le collettività italiane in Germania. A fine febbraio è previsto un nuovo incontro nel quale si riuniranno i coordinamenti donne che si sono istituiti ad Amburgo e Francoforte. Parteciperanno alla riunione anche donne, provenienti da tutta la Germania, e rappresentanze della Svizzera,  del Belgio e della Francia. L’incontro avrà fra i suoi obiettivi quello di mettere in rete le tante esperienze legate ai migliori esempi di accoglienza ed integrazione degli immigrati promosse dalle istituzioni locali. Buone prassi che mi auguro possano divenire anche dei punti di riferimento per le politiche d’integrazione promosse in Italia nei confronti degli stranieri.

  Nel marzo 2009 ho inoltre presentato un’altra proposta di legge che è nata dalla messa in rete dei cervelli italiani all’estero. Sto parlando del disegno di legge “PRIME” che si prefigge di incentivare l’assunzione di ricercatori operanti all’estero da parte delle università italiane e di istituire la Fondazione “Per una ricerca italiana del merito e dell’eccellenza”. Il testo  nasce dalla collaborazione fra i ricercatori italiani operanti in Francia, Inghilterra, Germania e Svizzera. Questi esperti hanno messo insieme, come in un  puzzle, le buone prassi dei rispettivi sistemi di ricerca con lo scopo d’individuare gli strumenti e le tecniche più idonee a rendere la ricerca italiana più internazionale e quindi più pronta a recepire le esperienze degli studiosi provenienti dall’estero. A tutt’oggi infatti uno degli handicap principali del nostro sistema di ricerca è proprio quello di non essere attraente nei confronti dei ‘cervelli’ che hanno portato avanti delle esperienze anche all’estero. Spero dunque che questa proposta di legge possa incardinare nel 2010 il suo percorso legislativo perché potrebbe rappresentare un tassello importante non solo per promuovere il rientro dei cervelli italiani dall’estero, ma anche appunto per dare una ventata di ossigeno al nostro sistema universitario.  

  Questo per quanto riguarda le iniziative in itinere, ma cosa ci può dire sugli impegni del prossimo anno. Lei sa che sin dai primi mesi del 2010  verrà discussa al Senato la riforma dei Comites e del Cgie. Qual è il suo giudizio in proposito?   

  Su questo punto sono estremamente critica. La maggioranza sta in pratica smantellando le buone politiche realizzate fino a poco tempo fa per gli italiani all’estero. Questo avviene, ad esempio, attraverso il taglio dei fondi per l’assistenza o la riduzione delle risorse per la promozione della nostra lingua e cultura nel mondo. Un taglio, quest’ultimo, che certamente non favorisce né la diffusione del made in Italy, né il turismo di ritorno che consente di trasmettere i valori dell’italianità ai figli dei nostri connazionali nel mondo. Alla luce di tutto ciò io credo che la riforma della rappresentanza degli italiani all’estero non sia sicuramente la questione più urgente, rispetto ad altri problemi che le nostre comunità stanno patendo maggiormente. Siamo completamente fuori bersaglio e credo che da parte della maggioranza si faccia un uso strumentale della riforma. Per quanto riguarda i contenuti non sono inoltre concorde con il disegno di legge recentemente presentato al Senato, perché penso che svilisca sia la rappresentanza del Cgie, che rischia di trasformarsi in una mera assemblea di presidenti di Comites,  sia il funzionamento degli stessi Comites che non sono più chiamati ad esprimere gli attuali pareri. Se la riforma venisse approvata nella odierna formulazione verrebbero eliminate dal Cgie anche le fondamentali rappresentanze delle associazioni, dei patronati e dei sindacati. Un altro punto che non mi trova concorde è l’innalzamento della soglia minima del numero dei connazionali residenti necessaria alla costituzione del Comites. Se questo nuovo criterio venisse applicato nemmeno la nostra comunità a Berlino potrebbe essere rappresentata da un suo Comitato. 

  Ha parlato dell’importanza della promozione della lingua e cultura italiana all’estero. Ma, al di là della questione risorse, come potrebbe essere salvaguardato questo importante canale divulgativo?  

  Per quanto concerne la lingua e la cultura voglio ricordare che il collega Franco Narducci è il primo firmatario di una proposta di legge, sottoscritta con entusiasmo anche da me, che va nella direziona giusta in quanto sottolinea la necessità di promuovere l’insegnamento dell’italiano direttamente presso le scuole locali all’estero. Un processo non da poco, l’inserimento della nostra lingua fra le materie di studio dei vari paesi di residenza, che comporta vari contatti e un serio lavoro con le istituzioni locali al fine di giungere ad accordi bilaterali. In pratica si pensa ad una riformulazione dell’insegnamento della lingua italiana che, senza dimenticare i figli dei nostri connazionali all’estero,  consenta l’apprendimento del nostro patrimonio espressivo, avendo come presupposto il valore della multiculturalità, anche ai giovani di altra nazionalità. Una sfida ed un’opportunità, a Madrid  la scuola italiana è frequentata dai giovani che vanno a formare i quadri dirigenti spagnoli, che potrà essere colta solo se si punterà all’innovazione del sistema e non sul suo smantellamento.    

  In questi ultimi mesi si è molto parlato anche del ruolo degli eletti all’estero. A suo giudizio, al di là della specifica attività parlamentare, in quale direzione dovrebbe svilupparsi l’azione dei parlamentari della circoscrizione Estero? 

  Il tentativo è anche quello di cercare di far in modo che la nostra italianità all’estero non venga vista soltanto come assistenzialismo, ma come grande opportunità capace di dare fattivi contributi  ad esempio nell’ambito delle tematiche dell’immigrazione o della tutela della legalità. Per affrontare la lotta alla criminalità organizzata a livello internazionale credo infatti che i buoni esempi della nostra legislazione, che dopo anni di duro praticantato è all’avanguardia in questo settore, possano essere utili ai sistemi legislativi degli altri paesi che sono impreparati perché incominciano solo oggi a fronteggiare il problema. Quindi attraverso un’azione di sensibilizzazione possiamo fare si che anche a livello europeo si adottino provvedimenti che possono dare un contributo straordinario alla lotta  contro le mafie Alla luce di ciò anche il nostro essere italiani eletti all’estero acquista una dimensione completamente diversa. Da un lato noi siamo un  veicolo che porta in Italia le esperienze espresse all’estero, ma al contempo possiamo essere anche uno strumento atto a favorire l’utilizzazione delle buone prassi italiane nel mondo. Anche questa è una nuova frontiera.

Goffredo Morgia, Inform

 

 

 

 

 

La FDP apre la stagione politica in Germania

 

Il 105° Congresso del Baden-Württemberg e il tradizionale Dreikönigstreffen, l’incontro dell’Epifania, hanno aperto in Germania la stagione politica 2010. Guido Westerwelle, segretario politico federale dei liberali tedeschi ha invocato una svolta di pensiero. Essa è contemplata da: più autonomia e libertà dell’individuo e di tutte le espressioni della società civile e da una presenza minore dello Stato. Sburocratizzazione, detassazione del lavoro e aiuti alle famiglie è invece il Credo recitato coralmente e ad alta voce a Stoccarda

I liberali tedeschi, forti della strabiliante vittoria elettorale conseguita nei laender, a livello nazionale sia per il Bundestag/il parlamento federale di Berlino che per il Parlamento europeo, hanno aperto la nuova stagione politica del 2010 con euforia e determinazione.

Essi governano in 8 laender e, per la prima volta dopo 11 anni di astinenza, anche a livello federale. E’ stato questo grande evento a spingere i Liberali del Baden-Württemberg a definire per la prima volta nella storia del partito un Grundsatzprogramm, una sorta di Carta programmatica che poggia su 7 pilastri.

Le tesi si ispirano alla libertà dell’individuo, al buon senso e alla coscienza di una società che decide per uno Stato e non viceversa. La povertà materiale è intesa come un problema della libertà e quindi come una sfida dell’intera società non per mantenere il povero, ma per aiutarlo a rialzarsi, a rimboccarsi le maniche e, con il proprio lavoro, a produrre benessere per sé stesso. Supporto, aiuto e sostegno devono essere garantiti invece ai meno abbienti, ai malati e ai diversamente abili.

Un pilastro principale della società è, e deve rimanere, la famiglia o l’unione che ogni individuo intende scegliere. Perciò anche le leggi devono tener conto delle trasformazioni sociali presenti e future.

La società civile va però sostenuta anche finanziariamente nel processo di sviluppo. Il riferimento è alle associazioni, cori, orchestre, gruppi o compagnie teatrali e a tutte le forme associative intese quale fonte culturale di estrema importanza per la società.

Perno su cui ruota la società civile è la partecipazione attiva e diretta dell’individuo alla vita sociale, politica e culturale dello Stato.

Lo Stato, attraverso l’istituto democratico del parlamento, ha il compito di creare un quadro legislativo volto a garantire ordine, sicurezza, sviluppo economico, scuola, formazione professionale e ricerca scientifica e tecnologica.

In questo contesto s’inserisce la cultura del lavoro, della tutela dell’ambiente della resistenza contro ogni tentativo di ideologizzazione che limiti la libertà individuale.

Ma il parlamento non può non tener conto delle richieste della società. Una maggioranza parlamentare non è legittimata a stravolgere l’assetto politico e sociale dello Stato, ma a modificarlo e aggiornarlo per il bene comune dell’intera popolazione. Un ruolo importante per la salvaguardia della democrazia e della libertà è la tutela dell’individuo il cui compito spetta alla magistratura la quale deve essere libera e indipendente dal potere politico. La pubblica amministrazione non può essere invece controllore di sé stessa. E’ per questo che la FDP rivendica con forza che a decidere debba essere la politica, mentre a servire lo Stato, e quindi il cittadino, spetti all’amministrazione.

Ma fatti salvi questi principi basilari, i liberali tedeschi si ritrovano ora come componenti di compagini governative in 8 laender e con la Merkel a determinare una svolta politica che miri al rilancio dell´economia e al contenimento del deficit pubblico.

Ciononostante, le promesse fatte all’elettorato di ridurre le tasse e di aumentare gli assegni familiari vanno mantenute, è stato ribadito qui a Stoccarda da Birgit Homburger, capogruppo della FDP al Bundestag e capo dei liberali del Baden-Württemberg.

Altri particolari nel seguente servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5824864/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/fh633v/index.html

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana  (de.it.press)

 

 

 

 

Il treno austro-tedesco che sfida il monopolio Trenitalia

 

L'Eurocity di Deutsche Bahn-Obb dal 13 dicembre sulla rete del centro-nord

Nel caos natalizio un solo convoglio cancellato. Ma nelle stazioni nessuna informazione - di PAOLO CASICCI

 

ROMA - Mentre i treni italiani arrancavano in tutto il Nord, in ritardo per il maltempo, e il numero uno delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti invitava i passeggeri a portarsi a bordo panini e coperte, un convoglio austriaco-tedesco nuovo di zecca, con personale italiano, viaggiava indisturbato tra Monaco di Baviera e Bologna, "bucando" il Brennero dieci volte al giorno. È l'Eurocity che la compagnia tedesca Deutsche Bahn e quella austriaca Obb hanno lanciato in partnership sulla rete italiana il 13 dicembre. E che scalfisce il monopolio di fatto delle Ferrovie nel mercato passeggeri, visto che i clienti possono acquistare i biglietti anche per tratte tutte interne ai confini italiani (Milano Garibaldi, ma anche Verona Porta Nuova, Trento e Bolzano tra le principali fermate).

 

Austriaci e tedeschi hanno preceduto di pochi mesi Arena Ways, una piccola compagnia torinese che entro l'anno viaggerà sulla Milano-Torino, mentre nel 2011 la Ntv di Luca di Montezemolo e Diego della Valle lancerà la sua sfida ad alta velocità a Trenitalia. Il punto è che ancora in pochi conoscono l'alternativa austro-tedesca, visto che né i cartelloni né le biglietterie automatiche delle stazioni segnalano l'Eurocity, con il personale di Trenitalia che anzi, come testimoniano sul web alcuni viaggiatori, rifiuta di dare informazioni a chi vorrebbe saperne di più, spiegando come Fs abbia diramato l'ordine di non parlare della concorrenza. "Trenitalia" rispondono dall'ufficio stampa di Ferrovie dello Stato "non è tenuta a dare informazioni sui servizi di altre aziende, ma non esiste alcun divieto di segnalarne l'esistenza ai clienti".

 

Gli Eurocity, inaugurati poche settimane fa, utilizzano locomotori austriaci e vagoni tedeschi e a bordo, al di qua del confine, è in servizio personale italiano delle Nord, le ferrovie lombarde che hanno aderito all'iniziativa. I biglietti sono mediamente più cari degli equivalenti italiani (il Monaco-Milano costa 83.90 euro in seconda classe e 135.80 euro in prima), ma si possono acquistare a bordo senza maggiorazioni, e prenotando su internet la tariffa è ridotta. La ristorazione è austriaca e, in prima classe, i giornali sono gratuiti.

 

Nei giorni del disastro provocato dalla neve, è stato cancellato un solo Eurocity, in partenza da Milano Garibaldi, "ma i 64 clienti che avevano acquistato il biglietto" spiega Kerstin Schönbohm, responsabile di Obb per l'Italia, "sono stati portati in pullman a Verona e lì imbarcati in carrozza per Monaco". Se l'Eurocity avrà successo, aggiunge Schönbohm, entro l'anno il treno potrebbe spingersi fino a Firenze. E, a quel punto, si immagina che i muri delle stazioni non potranno più ignorarlo. LR 28

 

 

 

 

Saarland. Il Presidente del Comites e la Confsal Unsa incontrano il Governatore del Land Peter Müller

 

Saarbrücken. Il Governatore del Saarland, Ministro Peter Müller, ha ricevuto il 6 gennaio presso la Cancelleria di Stato di Saarbrücken il Presidente del Comites per il Saarland, Cav. Giovanni Di Rosa ed il rappresentante locale della Confsal Unsa, Pasquale Marino.

L'incontro rientra nella serie di azioni concordate nell'estate del 2009 tra il Coordinamento Germania del Sindacato Confsal-Unsa ed i Comites delle circoscrizioni colpite dai piani di chiusura dei Consolati.

Saarbrücken è stata teatro di dimostrazioni contro la chiusura della sede consolare, che hanno coinvolto centinaia di italiani e tedeschi.

Risale a poche settimane fa l'occupazione del Consolato  e la raccolta di migliaia di firme sotto una petizione per il mantenimento dell'Ufficio consolare.

Alla Sezione di Saarbrücken del Sindacato Confsal Unsa sono giunte note di solidarietà da parte di tutti i partiti tedeschi e dai sindacati confederati al DGB.     

Durante l'incontro del 6 gennaio Di Rosa ha voluto ringraziare il Governatore del Saarland  per l'appoggio e la disponibilità dati a favore del mantenimento del Consolato.

È nota a tutti l'offerta  di ospitare gratuitamente la rappresentanza consolare nei locali della Cancelleria di Stato della stessa città.

Il Capo del Governo del Saarland ha rinnovato la sua offerta, ripetendo di agire nell'interesse del suo land, “che abbisogna del Consolato, quale interlocutore adatto per meglio curare da  vicino i folti contatti economici e culturali con l'Italia”.

 Il volume d'affari dell'import- export Italia-Saarland  ammonta, infatti, a circa due miliardi di Euro annui, e la forte  presenza della  piccola e media impresa italiana in questo Land influisce molto positivamente sul bilancio regionale.

Il Governatore del Saaarland,  il cav.  Di Rosa e il rappresentante della Confsal Unsa si sono congedati esprimendo l’auspicio  che sulla chiusura del Consolato non sia stata  detta l'ultima parola.  Confsal Unsa Coordinamento Esteri, de.it.press

 

 

 

 

Colonia. La presidente del Comites Rosella enati fa il bilancio di un anno. Insieme per la Comunità

 

Colonia - "A molti capita di fare un bilancio di fine anno, ma soprattutto per chi si è messo a disposizione della comunità italiana per sostenerla e per favorirne la presenza e l’interazione in una regione come il Nordreno-Vestfalia, un bilancio è d’obbligo". Inizia così l’articolo che Rosella Benati, presidente del Comites di Colonia, ha scritto per aprire l’ultimo numero dell’anno di "Comites per tutti noi", periodico di informazione del comitato che presiede.

"Come presidente del Comites – scrive Benati – in collaborazione con tutti gli altri eletti nel consiglio, ho cercato anche quest’anno di impegnarmi sui temi che più da vicino e più direttamente ci danno una mano a crescere come italiani in Germania".

Per la partecipazione politica e sociale della collettività, "in occasione degli anniversari (2008-2009) della Costituzione Italiana e della Costituzione tedesca abbiamo pubblicato un volume bilingue con entrambe le Costituzioni. In occasione delle elezioni comunali nel Nordreno-Vestfalia abbiamo dato vita ad una campagna di promozione del voto dei connazionali alle elezioni comunali. Anche per le prossime elezioni dei Consigli degli Stranieri (Integrationsrat) abbiamo appena completato dei volantini informativi per la partecipazione al voto. Con il gruppo GioCo – Giovani Colonia – ricorda ancora Benati – abbiamo portato in varie zone della circoscrizione l’informazione sulla doppia cittadinanza. La campagna informativa è iniziata con una conferenza stampa a Düsseldorf alla presenza dell’Integrationsbeauftragter del Land Nordreno-Vestfalia Thomas Kufen".

Quanto ai giovani, "per dare più spazio alle richieste e alle esigenze delle ragazze e dei ragazzi della nostra circoscrizione abbiamo favorito la nascita e la crescita dell’ Associazione GioCo – Giovani Colonia. Insieme a loro il Comites". Sul fronte-scuola, "con la diffusione e la promozione DVD "Una lingua in più. Crescere in Germania con l’italiano" abbiamo cercato di raggiungere tutte le famiglie per aiutarle ad orientarsi nella crescita e lo sviluppo linguistico dei loro figli. Attraverso convegni ed incontri con i moltiplicatori parliamo delle insicurezze delle famiglie nella crescita bilingue dei loro figli e del complicato e selettivo sistema scolastico".

Focus anche sulle donne visto che "per valorizzare il grande lavoro e l’enorme contributo che le donne italiane danno e hanno dato alla comunità italiana in emigrazione, abbiamo realizzato un calendario per l’anno 2010 dedicato proprio a loro, con le loro esemplari storie e il loro coraggio".

Come sempre, il Comites ha puntato molto sull’informazione alla comunità: "attraverso incontri informativi con gli italiani della Circoscrizione – scrive, in proposito, la presidente del Comites – discutiamo sui temi più importanti per gli italiani in questa circoscrizione, ascoltiamo e cerchiamo di risolvere le problematiche che più toccano la comunità. Anche attraverso il nostro impegno siamo, per esempio, su iniziativa dell’Associazione Economica Italo -Tedesca Mercurio, riusciti a mantenere la possibilità alla Camera dell’Industria e del Commercio di Düsseldorf di fare l’esame di traduttori per la lingua italiana".

Infine, i rapporti con il Land: "i costanti rapporti con il responsabile regionale per l’integrazione, con i sindaci, con gli operatori sociali e con l’amministrazione tedesca hanno contribuito e contribuiscono a far aprire gli occhi sulle problematiche che toccano la nostra comunità e a spingere per trovare soluzioni adeguate, oltre che a mettere in evidenza la potenzialità che donne e uomini italiani con la nostra cultura e le nostre competenze possiamo offrire a questo Paese. A conclusione di questo "elenco" per l’anno 2009 credo di poter dire che l’impegno personale come Presidente Comites e il lavoro svolto da tutto il Comitato, che ringrazio per la collaborazione e il sostegno, sia positivo. Per il 2010 – assicura – continueremo ad impegnarci per la crescita della nostra comunità non dimenticando che verso la fine del prossimo anno saremo chiamati a votare per il rinnovo del Comites. Auguro a tutti un sereno Natale ed un felice anno nuovo". (aise)

 

 

 

 

Baden-Württemberg. Natale anche per i carcerati. Circa ottocento gli italiani reclusi in Germania

 

Stoccarda - E’ ormai tradizione che in questi giorni si pensi anche ai colpiti dalla malasorte. Lo fanno i nostri consolati nelle diverse circoscrizioni con l’aiuto ed il sostegno di associazioni, comitati assistenziali ed enti italiani. E’ una prova tangibile di solidarietà anche verso coloro che hanno sbagliato e stanno espiando la loro pena.

Siccome i circa ottocento italiani reclusi in Germania sono dislocati su tutto il territorio federale, in molti casi ci si limita soltanto al dono del classico panettone.

In altri casi, però, la visita è più articolata ed assume anche contorni di una vera festa prenatalizia con la celebrazione della S. Messa, allietata da canti e nenie natalizie cui segue poi la consumazione di un pranzo sociale, accuratamente preparato da volontari della collettività.

È un occasione per far trascorrere anche ai malcapitati alcune ore in un clima di festa, di serenità e di dialogo.  A queste manifestazioni di calore umano vi partecipano consoli, missionari, insegnanti impegnati in corsi per detenuti, famiglie e rappresentanti della collettività.

All’iniziativa italiana, unica nelle carceri tedesche, vi prendono parte anche i direttori dei penitenziari, responsabili dei servizi pedagogici e della sicurezza. In questo modo si favoriscono anche rapporti di dialogo fra detenuti, istituzioni ed enti italiani con i vertici dell’amministrazione penitenziaria. Nel corso della giornata affrontano anche questioni individuali per le quali spesso gli interessati devono attendere addirittura mesi per essere ricevuti a colloquio.

Di questa situazione di privilegio italiano ne soffrono, però, i detenuti di altre nazionalità, tedeschi compresi, di cui purtroppo nessuno si occupa, se non le proprie famiglie.  Almeno per una volta, quindi, la collettività italiana primeggia per positività.

Tuttavia questa espressione di solidarietà italiana potrebbe spronare anche altri gruppi etnici a richiedere alle proprie rappresentanze consolari o istituzionali, siano esse pubbliche o private, di poter seguire l’esempio italiano.

Anche per la nostra emittente SWR International/Sezione italiana, le manifestazioni natalizie realizzate a favore di connazionali reclusi consentono di poter avvicinare i destinatari e di apprendere dalla loro voce: stati d’animo, percorsi di recupero scolastico-formativi, linguistici, culturali e lavorativi, nonché le loro speranze e desideri per un futuro più dignitoso. Quest’anno ci siamo recati nel penitenziario giovanile di Adelsheim, nel Baden-Württemberg.

I particolari sono contenuti nel servizio audio: http://www.swr.de/international/de/-/id=233334/did=5777432/pv=mplayer/vv=popup/nid=233334/1epb2xh/index.html

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

Francoforte. Ai visitattori della mostra su Botticellli l’Enit regala un soggiorno a Firenze

 

Fra tutti coloro che visiteranno la mostra dedicata al Botticellli allestita a Francoforte e parteciperanno al concorso indetto dall’Enit, verrà sorteggiato un soggiorno nel capoluogo toscano

 

Francoforte - Una prestigiosa esposizione monografica con ottanta dipinti, a circa cinquecento anni dalla morte di Sandro Botticelli realizzata con eccezionali prestiti provenienti dalle più famose collezioni museali internazionali (come il Louvre di Parigi, il Metropolitan Museum di New York, la National Gallery of Art di Washington, la Galleria degli Uffizi di Firenze, la National Gallery di Londra, le pinacoteche di Berlino e Dresda oltre che da prestigiose collezioni private) è allestita al Museo Stadel di Francoforte fino al 28 febbraio 2010.

 

L'ENIT ha colto questa opportunità per indire un concorso con il quale metterà in palio un soggiorno a Firenze estratto a sorte tra tutti i visitatori che avranno risposto correttamente alle domande che verranno loro sottoposte attraverso un questionario.

 

Firenze, che ha dato i natali a Botticelli, era all'epoca il centro dell'arte in Europa e attirava artisti ed intellettuali che potevano esprimersi più liberamente che altrove sotto il governo umanistico dei Medici. Le loro opere fanno di Firenze ancora oggi, una delle città d'arte più importanti del mondo, gioiello di storia e cultura italiane. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

 

In Germania 38 posti di assistente di lingua italiana per l’anno scolastico 2010/2011

 

Il termine per la presentazione delle domande è il 12 gennaio 2010

 

ROMA - Come ogni anno la Direzione per gli Affari Internazionali del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca,  rende disponibili dei posti di assistente di lingua italiana all’ estero per l’anno scolastico 2010/2011.

  I posti saranno assegnati ai candidati – giovani studenti universitari delle facoltà d Lettere e Lingue di madrelingua e cittadinanza italiana - che invieranno la domanda di partecipazione attraverso una selezione i cui dettagli sono contenuti nell’avviso 7088 del 4 dicembre 2009.

  Nella nota si rende noto il numero provvisorio dei posti di assistente di lingua italiana all'estero, presso scuole di vario ordine e grado: 30 posti in Austria, 3 in Belgio (lingua francese), 180 in Francia, 6 in Irlanda, 38 nella Repubblica Federale di Germania, 25 nel Regno Unito e 23 in Spagna.

  Il termine di presentazione delle domande scade il 12 gennaio 2010.

  I posti indicati vengono offerti dai Paesi della Comunità europea, a studenti universitari di cittadinanza italiana che abbiano sostenuto almeno due esami relativi alla Lingua e/o Letteratura del Paese per il quale presentano domanda e che siano iscritti o laureandi presso un'Università italiana in uno dei seguenti Corsi di Laurea: Corso di Laurea triennale (ex D.M. 509/99); Corso di Laurea quadriennale (ex D.M. 341/90); Corso di Laurea specialistica (ex D.M. 509/99). Sono previsti specifici vincoli per la tipologia di laurea e per le date di immatricolazione e di conseguimento del titolo finale. Si può presentare domanda per uno solo dei paesi indicati.

  La domanda va compilata on-line entro il 12 gennaio 2010 (modalità disponibile sul sito del Miur) e successivamente regolarizzata, qualora si rientri nel novero degli aspiranti ammessi, con i relativi allegati con l’invio postale della documentazione richiesta entro il 12 febbraio 2010.  (http://www.pubblica.istruzione.it/dg_affari_internazionali/assistenti.shtml). Inform

 

 

 

 

Nuova crisi al Comites di Stoccarda. Anche Ileana Werner ha gettato la spugna

 

Stoccarda - Nell’assemblea del Comites di Stoccarda del 10 dicembre scorso la presidente Ileana Werner ha rassegnato le proprie dimissioni. Come risulta dal verbale dell'Assemblea, inoltrato dalla segreteria del Comites, la presidente non ha taciuto la propria amarezza: "accettare la presidenza del Comites di Stoccarda è stata una sfida con me stessa, volevo smuovere il Comites dall'acqua stagnante in cui si trovava. Purtroppo ho perso questa sfida: nessuno è perfetto. Ero arrivata alla fine dell'organizzazione del Convegno sulle donne e stavamo già buttando le basi per il convegno sui giovani e gli anziani. Ho dovuto disdire tutto".

"Voglio comunque ringraziare tutti -ha aggiunto la Werner – soprattutto coloro che mi hanno sostenuta. Ritengo però di dover fare un appunto alla signora Bonato, che da più dì due anni non è mai presente alle riunioni e che dovrebbe trovare il coraggio di dimettersi per rispetto del suo elettorato; ed alla signora Pellegrino, perché non è giusto che sia stata presente solo durante la presidenza del signor Vittorio e che non abbia mai presentato una giustificazione scritta, come previsto dal regolamento. Ho cercato di seguire con correttezza anche le spese. Non ho mai fatto fotocopie o telefonate che non fossero strettamente necessarie e quelle private le ho pagate con soldi che sono nel primo cassetto della cassettiera (15 euro circa)".

"Mi dimetterò da presidente e da membro Comites – ha quindi annunciato – e ho già chiesto al signor Emiliano Graziano, essendo il primo dei non eletti, ma ancora non so se mi sostituirà. Sarebbe opportuno però che il Comites facesse un esame di coscienza. Perché questo Comites non riesce a mettere insieme le forze e a far sì che le intelligenze che ci sono possano tutte quante insieme contribuire al benessere della nostra collettività?".

La Werner ha quindi contestato le parole del consigliere Galluzzo e criticato Tommaso Conte: "non ritengo accettabile – ha detto a proposito di quest’ultimo – che a distanza di 5 anni da quello che è stato un suo gravissimo errore, ancora oggi c'è qualcuno che glielo ricorda. Il dottor Conte ha commesso un errore deontologico, ha pagato per questo errore, nessuno è perfetto. E soprattutto ritengo assurdo che sia la sua famiglia a doverne subire, ingiustamente, le conseguenze. Però devo informarvi che se mi dimetto è a causa del dottor Conte. Ha usato nei miei riguardi un'espressione umiliante che io non gli consento. Non ho più voglia di perdere tempo in questo Comites, ho cose più importanti da fare, quali, tra l'altro, aiutare i bambini del terzo mondo".

Chiamato in causa, Conte, che è segretario del Comites, ha stilato una nota aggiuntiva al verbale per smentire la presidente che imputa a lui la causa delle sua dimissioni: "sull'intervento del Presidente – scrive, infatti, Conte – mi sento di affermare senza poter essere smentito, che quando la Presidente dichiara: "però devo informarvi che se mi dimetto è a causa del dottor Conte", non corrisponde al vero. Infatti, già ad ottobre, nella riunione straordinaria della Commissione scuola tenutasi al Comites, la Presidente informò il collega Camillo Auricchio che a metà gennaio si sarebbe dimessa perché doveva prepararsi agli esami della specializzazione e non aveva il tempo sufficiente che richiede la Presidenza del Comites di Stoccarda. Questa stessa notizia delle sue prossime dimissioni, la Presidente l'ha comunicata il 6 novembre ai Presidenti dei Comites riuniti a Berlino. Infine all'Assemblea del nostro Comites del 17 novembre, il collega Vittorio, rivolto alla Presidente, disse testualmente: "Tu poco fa mi hai detto che a gennaio ti dimetterai, poiché come vedi non hai il numero legale, dimettiti subito". La verità quindi delle dimissioni della dott.ssa Werner, non è stato l'uso da parte mia di una colorita espressione nel contesto di una accesa discussione, bensì la mancanza di tempo da parte della Presidente".

Alla nota al verbale è seguita la replica della Werner: "non é necessario che il dottor Conte tiri in causa tante persone quando la realtà dei fatti era ben chiara sin dall'inizio ("excusatio non petita accusatio manifesta"?). Non é infatti una novità che io, una volta fatto quello che mi proponevo di realizzare per il Comites, mi sarei dimessa. Questo soprattutto per motivi di studio, avendo nel 2010 l'esame di psicoterapia infantile. La data delle mie dimissioni – precisa l’ormai ex presidente del Comites – non sarebbe stata per metà gennaio, bensì per metà febbraio e cioè dopo la realizzazione dei due convegni, alla fine della preparazione degli opuscoli per i genitori e sul testamento biologico e soprattutto dopo la consegna del bilancio consuntivo 2009, questo per non lasciare al mio successore il bilancio delle spese da me fatte, durante l'anno della mia presidenza".

Per la Werner, poi, "tirare in ballo presidenti di altri Comites ai quali avevo confidato il disagio in cui mi trovavo, disagio legato al dover scendere a compromessi e a ricatti con me stessa pur di far funzionare il Comites di Stoccarda, mi sembra ancora una volta un atto poco corretto. Ma se proprio si vogliono tirare in ballo, allora facciamoli ballare del tutto, chiedendo loro la ragione esatta o meglio a causa di chi mi sarei voluta dimettere prima ancora del febbraio 2010. Anche questi signori, così come tanti altri, sapevano delle mie difficoltà con il dott. Conte che per me, e lo ripeto, é stata la causa delle mie dimissioni premature. Più di una volta, tra l'altro, ero stata sul punto di farlo non comprendendo né gli atteggiamenti né le ragioni di alcuni suoi comportamenti e più di una volta sono tornata sulle mie decisioni per il bene del Comites. In un colloquio telefonico con il dottor Conte – scrive ancora la WErner – ho cercato di dirgli le mie difficoltà definendo "mobbing" quello che io sentivo di subire. Si passava da momenti di tranquillità in cui mi sentivo forte e capace di realizzare tutto, ad altri dove mi faceva fatica finanche andare al Comites. La frase vergognosa e umiliante utilizzata dal dottor Conte é stata quindi solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Riflettendo – conclude – mi dico che se fossi stata più attaccata "alla poltrona" che non ai connazionali, a quest'ora sarei ancora lì". (aise)

 

 

 

Comites Stoccarda. La gestione Werner vista da Rocco Di Filippo

 

Per aiutare a capire le recenti vicende del Comites di Stoccarda, pubblichiamo questa vecchia lettera (del marzo 2009) del membro del Comites Rocco Di Filippo alla Presidente dott. Ileana Werner

 

Gentile Presidente, alla luce dei recenti avvenimenti, sono dell´avviso che sia giunto il momento di fermarci e fare una riflessione profonda.

La maggioranza del nostro Comites quando decise di cambiare il presidente, per dare più consistenza e peso alle attività, quasi inesistenti della precedente gestione, aveva deposto in te molta fiducia confidando sulle tue capacità.

Purtroppo debbo constatare che fino ad oggi, non si riesce a vedere un miglioramento rispetto alle inefficienze passate, continua il disordine precedente né tantomeno vi sono attività degne di rilievo.

La tua gestione dopo quasi sei mesi non riesce a decollare, tantomeno ad applicare quei principi di trasparenza democratica che tu sempre annunci.

 

Vengo al dunque, all’incarico di Presidente non è collegato solo il dovere della rappresentanza, ma anche di tutte quelle attività collaterali, che permettono all´Assemblea di vivere e di realizzarsi.

Il tuo modo di vedere, che un organismo politico non abbia al suo interno posizioni differenti, ti spinge, per mostrare all´esterno un’armonia inesistente, ad accentrare tutto nelle tue mani, ingessando di fatto tutte le attività dell´Assemblea.

Le conseguenze sono: che i verbali non riportano la discussione avvenuta in assemblea ( vedi le varie note ); che si prendono posizioni molto superficiali, cercando così di non cozzare la suscettibilità delle varie anime presenti nell´Assemblea né tantomeno l´Amministrazione, con il risultato che queste posizioni, non dicono niente (vedi la corrispondenza esistente in merito).

La lista potrebbe essere molto più lunga, non mi dilungo perché non è questa la causa della presente.

Io ritengo molto importante e necessario disciplinare la partecipazione del Presidente alle riunioni ed convegni a cui viene invitata in rappresentanza del Comites.

Questo, per confermare ed attuare un principio democratico e per conferire alla

rappresentanza stessa uno spessore e peso politico maggiore.

L´Assemblea deve avere la possibilità di poter definire nel suo interno le posizioni che vanno sostenute all´esterno, solo in questo modo la Presidente avrà un credito forte in tutti i consessia cui parteciperà.

Cioè, quando la Presidente potrà affermare: il Comites ha discusso ed ha deciso su tale materia; altrimenti sarà e rimarrà solo il punto di vista della Presidente.

Per i motivi sopracitati faccio queste proposte:

- Per tutti quegli inviti che arrivano improvvisi, dopo la partecipazione, chi ha

partecipato in rappresentanza del Comites, deve comunicare all´Assemblea, quanto

detto e la posizione assunta in nome dell´Assemblea.

- Per tutti quegli inviti, che sono programmati a lungo termine ( vedi p. es. Intercomites o incontri in Ambasciata), prima della partecipazione si dovrebbe fare un´Assemblea straordinaria, in modo che non c´è bisogno del numero legale, per permettere così a chi è interessato di poter partecipare; sono convinto che cosi dovrebbe articolarsi un´Assemblea democratica e attiva.

Nella certezza di un tuo riscontro in merito, con la schiettezza di sempre ti saluto.

Rocco Di Filippo (de.it.press)

 

 

 

 

Tenuta la Prima Conferenza dei giovani italiani della Bassa Sassonia 

 

Il Comites di Hannover chiude le proprie attivuità del 2009 con un Convegno Regionale dei giovani italiani della Bassa Sassonia. In uscita il "Comites InForma N.12"

 

Hannover. Nell’Hannover Congress Centrum ha avuto luogo il 19 dicembre 2009 la Prima conferenza dei giovani italiani della Bassa Sassonia organizzata dal Presidente del Comites Giuseppe Scigliano e dal Coordinatore Giovani Italiani di Germania ed Austria Claudio Provenzano. Quest’ultimo si è rivolto per primo ai numerosi giovani presenti lamentando tra l’altro la mancanza di facilitazioni come i corsi di madrelingua per i ragazzi italiani ma invitandoli comunque a sfruttare le occasioni che si presentano loro ed a prendere ad esempio i professionisti italiani che nonostante simili difficoltà iniziali hanno trovato il loro posto nella società ed hanno avuto successo.

La Dott.ssa M. Luisa Cuccaro, Reggente del Consolato, ha ribadito l’importanza dell’impegno delle famiglie nel mantenere sì i valori del paese di provenienza, ma nel dare ai propri figli una formazione che corrisponda ai loro talenti ed aspirazioni e che sia contemporaneamente legata alle strutture ed alla situazione del Paese in cui vivono. La differenza, ha ricordato, va vista come una ricchezza, “un altro tipo di sapienza che arricchisce la propria”. È fondamentale investire nei giovani, “forze di pensiero e di lavoro” che possono fungere da moltiplicatori ed esprimendo la propria profonda stima per chi già s’impegna in questo senso ha consegnato una Medaglia della Camera dei Deputati a Claudio Provenzano. Commosso Provenzano ha dedicato questo successo alla sua famiglia ricordando che il suo lavoro non sarebbe possibile senza l’attiva partecipazione dei giovani come p. es. la squadra “Figli d’Italia” allenata da Frattalone.

Il Dott. Aldo Morrone ha salutato con orgoglio i presenti promettendo di raccontare in Italia che cosa si faccia in Bassa Sassonia con e per i giovani, che ha esortato, attraverso immagini veramente commoventi, a non scordarsi “nella ricchezza delle loro possibilità di altri che purtroppo non le hanno”.

Entusiasmo per il lavoro d’integrazione svolto è stato espresso anche dal Sindaco di Hannover Ingrid Lange e dal Membro del Consiglio di presidenza del CGIE Dott. Tommaso Conte, il quale – dopo alcuni dati sulla situazione degli studenti in Baviera e Baden-Württemberg e sull’emigrazione – ha proposto di delegare ai comuni di residenza il rilascio dei documenti per legare così l’identità italiana a quella europea.

Soddisfatto di quanto ha raggiunto finora con il Comites e la suddetta squadra di calcio, il Dott. Giuseppe Scigliano ha spiegato il suo concetto di integrazione, cioè “mantenere le proprie radici ma avere le stesse chance dei tedeschi di dare il proprio contributo alla vita sociale e politica del Paese.

Francesco Parise ha quindi moderato i vari interventi partendo dal Dr. Orkan Kösemen. L’esperto della Bertelsmann-Stiftung ha presentato uno studio dell’Istituto demografico di Allersbach dal quale risulta che sebbene 59% degli Italiani considerino un vantaggio essere cittadino di due Paesi solo l’1% ha la doppia cittadinanza e 9% ha intenzione di richiederla. La maggioranza starebbe bene in Germania ma considererebbe “patria” solo il Paese di provenienza e il suo entusiasmo per la politica tedesca diminuirebbe col prolungarsi della permanenza in Germania.

Il referente dell’IHK Hannover Torsten Temmeyer ha parlato del “Programma Mentori” che attraverso il lavoro con studenti e genitori ed una piattaforma in internet che offre posti per apprendistati e stage (www.ihk-mentoren.de) facilita ai giovani il passaggio tra scuola e mondo del lavoro. Anche Temmeyer fa appello ai genitori perché aiutino i figli ad orientarsi dicendo loro che anche l’ Hauptschule è una base dalla quale può iniziare tutto.

Dopo una breve pausa si sono presentati membri dei vari partiti moderati da Nadine Conti che ha rivolto loro una provocazione: In politica ci si occupa d’integrazione solo se si hanno origini migratorie o se non c’è un’altra carica vacante.

Nei loro interventi tutti i politici presenti hanno sostenuto che oggigiorno è impossibile fare politica senza occuparsi d’integrazione in quanto p. es. oltre 40% di nati ad Hannover hanno origini migratorie. Secondo Filiz Polat, membro della dieta regionale della Bassa Sassonia per Bündnis 90 – Die Grünen, è centrale il ruolo della scuola come luogo in cui l’integrazione ha successo o fallisce. Molto si è fatto negli ultimi anni, ma molto resta ancora da fare. Come Kerstin Tack, membro del Parlamento tedesco per la SPD, lamenta che già nella scuola materna ogni educatrice deve occuparsi di troppi bambini e nelle scuole primarie, spesso pure con classi sovraffollate, gli scolari vengono selezionati già durante la 4a classe. Entrambe vorrebbero che gli scolari avessero la possibilità di studiare insieme per almeno 8-9 anni per aver il tempo di sviluppare i loro talenti. Questo desiderio è condiviso anche da Gesine Meißner, dell’ FDP. La rappresentante della Bassa Sassonia nel Parlamento Europeo trova che siano necessarie più ore di lingua e di sostegno, – e in questo è concorde il membro della dieta regionale per la CDU Editha Lorberg - più assistenti sociali, consulenti ed insegnanti più preparati ad affrontare questa sfida. Victor Perl di Die Linke ha riferito che grazie all’esistenza delle IGS 10% dei bambini ai quali era stato consigliato di frequentare l’ HS è riuscito in seguito a superare addirittura l’esame di maturità!

Scigliano ha quindi chiesto ai vari rappresentanti se avessero intenzione di ripristinare i corsi di madrelingua a partire dalla 5a classe ottenendo una risposta affermativa.

Sollecitata dall’intervento di Assunta Verrone la Sig.ra Tack sottolineava l’immensa responsabilità non solo di insegnanti ed educatori, ma in prima linea dei genitori per dare ai bambini la base affettiva necessaria per imparare con successo. Infine Polat e Meißner ribadivano rispettivamente la necessità della doppia cittadinanza e della partecipazione attiva alla vita politica per sentirsi “arrivati” nel Paese d’elezione. Informazioni principali sulle formalità per ottenere la doppia cittadinanza sono state fornite ai presenti dall’avvocatessa Elena Sanfilippo e da Claudio Provenzano.

Nel pomeriggio il Dr. Fabrizio Sepe, direttore del Serengeti Park Hodenhagen, ha iniziato la serie delle biografie di successo di giovani italiani in Germania raccontando le peripezie della sua famiglia, le sue difficoltà ad integrarsi e di come ci sia infine riuscito facendo il primo passo verso i tedeschi, fondendo in sé i lati positivi delle mentalità italiana e tedesca ed uscendo da questa esperienza più forte.

Dopo di lui quattro persone conosciute ai presenti provenienti da varie città hanno sottolineato quanto siano importanti l’impegno e la partecipazione alla vita sociale dimostrando come ognuno di loro in base ai talenti individuali e sfruttando quanto possibile nell’ambiente in cui vive abbia realizzato le proprie idee, p. es. fondare una squadra di calcio come Rosario Frattalone e Carmelo Cava, per seguire i bambini mentre fanno i compiti e rappresentare i genitori presso il CoAsScIt come Rosa Latorre, per diffondere la lingua italiana promuovendo gli scambi tra gli studenti all’Università di Osnabrück come Francesco Parise.

La grande presenza di ragazzi alla conferenza ed i loro interventi lasciano sperare che questi abbiano colto l’essenza di questa giornata e cioè che per quanto misere siano le premesse (p. es. bassa conoscenza della lingua, solo o nemmeno l’ “Hauptschulabschluss”) guardandosi attorno in cerca di occasioni per sviluppare le proprie capacità, andando incontro all’altro nel rispetto della diversità e impegnandosi in quello che si sceglie di fare si può trovare il proprio posto nella società del Paese di adozione. Daniela Dandrea, De.it.press

 

 

 

 

I pavimentisti altoatesini vincono il campionato europeo di Hannover

 

Bolzano - "L’ottima formazione e la capacità di tradurre nel lavoro quanto appreso stanno alla base dei successi degli artigiani, veri ambasciatori dell’Alto Adige all’estero". Lo ha ribadito il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, ricevendo martedì 5 gennaio a Bolzano i pavimentisti altoatesini che hanno vinto anche l’ultimo campionato europeo ad Hannover.

Nel 2009, per la quarta volta consecutiva, la squadra degli artigiani dell'Alto Adige si è aggiudicata il Campionato europeo dei pavimentisti, manifestazione collocata all'interno della fiera internazionale specializzata Domotex di Hannover. I rappresentanti dell'Associazione provinciale artigianato APA sono stati giudicati i migliori da una giuria internazionale che ha seguito le varie prove di abilità, consistenti nel lavoro di pavimentazione di diversi materiali: linoleum, vinile, laminato, moquette e piastrellato.

I nuovi campioni europei sono stati accolti a Palazzo Widmann dal presidente Durnwalder, che si è congratulato con i partecipanti alla competizione Andreas Holzner, Patrick Simonazzi, Kurt Kofler, Florian Rottensteiner e Christian Raffl, "per aver fornito l'ennesima prova di grande preparazione e di capacità professionale".

Nell'incontro, presenti anche il presidente dell'APA Walter Pichler e il capomestiere Paul Fischnaller, Durnwalder ha ricordato che "i nostri artigiani sono veri ambasciatori dell'Alto Adige nel mondo: alla base dei loro successi vi sono una lunga tradizione, una formazione professionale all'avanguardia e la capacità di tradurre concretamente, sul piano del lavoro, il patrimonio di conoscenze acquisite". (aise) 

 

 

 

 

 

Il 15-16 gennaio il capogruppo Pd al Senato A. Finocchiaro incontra le comunità italiane di Svizzera e Germania

 

La senatrice Anna Finocchiaro il 15 e il 16 gennaio sarà in Svizzera e in Germania dove incontrerà le collettività italiane. Sarà una fine settimana denso di appuntamenti per la capogruppo del Partito Democratico al Senato, che sarà accompagnata dal sen. Claudio Micheloni.

Il primo appuntamento: venerdì 15 gennaio,  conferenza stampa convocata a Zurigo, alle 15.30, nella sede della Federazione della Colonie Libere Italiane in Svizzera.

Sempre il 15 gennaio, alle 18.15, a Dietikon Finocchiaro avrà un incontro presso il Circolo del Pd, al quale, oltre a Nicola Azzarito, segretario Pd Dietikon e al segretario del Partito Socialista Svizzero di Dietikon, parteciperà anche Angela Gullo, candidata del Partito Socialista alle elezioni amministrative del comune alla periferia di Zurigo, che conta una grossa percentuale di popolazione straniera ed in particolare italiana.

La giornata di venerdì si concluderà alle ore 20.00, quando la senatrice incontrerà la collettività italiana ad Uster nella Sala comunale (Bahnhofstrasse 17). Alla serata, moderata dal giornalista Giangi Cretti (anche consigliere CGIE in rappresentanza Fusie), interverranno Valerio Modolo e Carmela Damante (della Colonia Libera Italiana di Uster), Michele Schiavone (segretario Pd Svizzera e consigliere CGIE) e Paolo Da Costa (presidente del Comites di Zurigo).

Il giorno successivo, sabato 16 gennaio, la sen. Anna Finocchiaro si trasferirà a Wolfsburg, in Germania, dove alle ore 17.30, nella Alvar Aalto Kulturhaus, (Porschestrasse 51) parteciperà ad un incontro pubblico, moderato dal dr. Antonio Giuseppe Balistreri, al quale interverranno, tra gli altri, Silvestro Gurrieri, segretario del Pd di Wolfsburg, Rocco Artale e Antonio Zanfino, consiglieri comunali a Wolfsburg. (Inform)

 

 

 

 

In Baviera l’esibizione in dialetto di tre protagonisti della scena teatrale palermitana

 

Un progetto dedicato all’identità delle giovani generazioni, promosso da Regione e Acli di Sicilia e Germania

 

Monaco di Baviera – Tre protagonisti della scena teatrale palermitana hanno contribuito a far rivivere il dialetto siciliano tra i corregionali emigrati in Baviera, attraverso una serie di spettacoli realizzati tra Monaco, Kaufbeuren e Karlsfeld nei giorni immediatamente precedenti al Natale.

  Paride Benassai, Ernesto Maria Ponte e Sergio Vespertino sono stati i protagonisti nell’ambito del progetto intitolato “Il nuovo volto dei siciliani all'estero: l’identità isolana nelle nuove generazioni, tra tradizione, modernità e innovazione, cultura, arte, musica e teatro” promosso dall’assessorato al lavoro e all’emigrazione della Regione Sicilia e dell’associazione Acli regionale in collaborazione con il presidente siciliano della Acli tedesche, Carmine Macaluso, e con il coordinamento della cooperativa Agricantus.

  Sul palco Benassai, Ponte e Vespertino hanno proposto tic e manie siciliane in vernacolo, senza bisogno di didascalie o titoli di coda. Benassai, in particolare, attore non protagonista del film di Crialese “Nuovo Mondo”, ha raccontato al termine delle esibizioni il dietro le quinte della pellicola e le vicende della sua famiglia di emigranti, ricongiuntasi proprio nei giorni in cui il film veniva girato in Argentina. Gli attori hanno trovato in Baviera “una sacca di resistenza” del dialetto siciliano, “quasi un presidio laddove nemmeno lo si sarebbe sospettato”, ha scritto Salvatore Ferlita in un articolo pubblicato nella sezione palermitana di Repubblica, a proposito dell’iniziativa. (Inform)

 

 

 

 

A Wallenhorst (Bassa Sassonia) manifestazione interscolastica del Comites di Hannover

 

Wallenhorst - Tre scuole di tre città diverse Stawiguda (Polonia), Priverno (Italia) e Wallenhorst Germania si sono date recentemente appuntamento a Wallenhorst per approfondire le loro conoscenze e le loro rispettive culture in nome di un progetto Comenius che sta per nascere tra di loro. La manifestazione è stata organizzata dal Comites di Hannover in collaborazione con la Katharinaschule di Wallenhorst. Tra gli ospiti della serata: il Borgomastro della città Herr Ulrich Belde, la Reggente del Consolato Generale di Hannover Dott.ssa Maria Luisa Cuccaro, il Console polacco di Amburgo Andrzej Osiak, il Sig.Siegfried Borgmann (provveditorato agli studi di Osnabrück), il sig. Manfred Rockel (incaricato del provveditorato di Osnabrück  per i progetti europei LSchB), la Sig.ra Irmgard Vogelsang (società polacca – tedesca)  ed il Presidente del Comites di Hannover Dott. Giuseppe Scigliano.

 

Tantissimi discorsi da parte dei politici che hanno messo in evidenza la validità dei progetti europei arricchiti da un programma eccezionale preparato dagli insegnanti e dai bambini della scuola ospitante.

Interessante e vivo sembrava l’albero di natale decorato con i lavori delle tre scuole. Altro momento interessante della serata è stata la tavola rotonda a cui hanno partecipato i responsabili delle tre scuole, i quali hanno messo in evidenza le tradizioni di natale dei loro rispettivi paesi ed in particolar modo il periodo che lo precede.

Tutti i presenti sono rimasti soddisfatti da tale evento reso possibile attraverso l’intraprendenza dei direttori delle scuole ma anche attraverso l’iniziativa del Comites di Hannover della Reggente del Consolato. GS, de.it.press

 

 

 

 

 

Narducci (Unaie):  a Rosarno bisogna andare alla radice del problema

 

“Le agitazioni di Rosarno non accennano a placarsi e nonostante questo non si vuole ancora capire che il fenomeno migratorio lo si sta affrontando in modo sbagliato, ossia ghettizzando ed alimentando l'insofferenza dei cittadini e la paura verso il diverso. I presupposti della legge sulla sicurezza, varata dal governo, si sono dimostrati infondati.” Lo dichiara il Presidente dell’Unaie (Unione nazionale delle associazioni di immigrazione ed emigrazione) on. Franco Narducci.

 

“Ghettizzare - aggiunge Narducci - ha significato mettere sullo stesso piano l’onesto lavoratore migrante con chi delinque e questo ha creato nella mentalità delle persone un senso di repulsione generalizzato verso chi proviene da lontano contribuendo ad alimentare il clima di odio e divisione”.

“Invece - conclude Narducci - oggi abbiamo bisogno di calmare gli animi ed andare alla radice dei problemi a cominciare dall’eliminazione dello sfruttamento dell’immigrazione clandestina, valorizzando i lavoratori, che con la loro opera contribuiscono allo sviluppo del nostro Paese, come tanti italiani emigrati hanno contribuito a costruire il benessere di tanti Paesi nel mondo”. De.it.press

 

 

 

 

Rosarno, ancora spari e aggressioni. Bertone: migranti sfruttati, basta violenze

 

Extracomunitari trasferiti nella notte nel centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto. Salgono a 68 i feriti: 32 gli stranieri

 

CROTONE - Non si placa la violenza contro gli immigrati in Calabria. Un immigrato è rimasto ferito questa mattina con colpi di fucile caricato a pallini nelle campagne di Gioia Tauro, a pochi chilometri da Rosarno. Un' auto con tre immigrati a bordo è stata fermata da alcune persone, sembra armate di bastoni ed altri oggetti, lungo la strada provinciale 49, a Rosarno, in contrada Capoferro: due degli stranieri sono riusciti a fuggire mentre il terzo è stato colpito da una sassata in testa.

 

Erano stati proprio degli spari contro gli extracomunitari a scatenare la rivolta a Rosarno e Gioia Tauro. Sulle violenze degli ultimi giorni interviene il Vaticano che si dice preoccupato per lo sfruttamento dei migrati affermando che la violenza non è mai giusta.

 

Bertone: migranti sfruttati, ma violenza mai giusta. Gli scontri tra immigrati e popolazione locale avvenuti in questi giorni in provincia di Reggio Calabria «preoccupano» il Vaticano, soprattutto per «le gravi condizioni di lavoro cui sono sottoposti gli immigrati», ma «lo strumento della violenza è da bandire». Lo ha detto il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, a margine di una messa celebrata questa mattina nella cappella del governatorato della Città del Vaticano in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario.

 

Trasferimento degli stranieri nella notte. Circa 250 immigrati nella notte scorsa sono stati trasferiti nel centro di prima accoglienza di Isola Capo Rizzuto, alle porte di Crotone dall'ex fabbrica Rognetta di Rosarno. Gli immigrati, la maggior parte dei quali hanno chiesto loro stessi di essere portati via da Rosarno, hanno trascorso una notte tranquilla.

 

Cpa Crotone molti arrivano e altri vanno via. Complessivamente sono così quasi 450 le persone che da ieri sera sono state trasferite nel centro di prima accoglienza gestito dalle Misericordie a Crotone. Ma dal Cpa c'è anche chi va via. Si tratta di persone col permesso di soggiorno; non è possibile dare un numero certo di quanti siano perchè il centro essendo aperto e gli ospiti possono entrare ed uscire senza problemi, ma si parla di un centinaio di immigrati.

 

Sale il bilancio dei feriti: da fonti investigative, sarebbero finora 68 - tra immigrati, cittadini e forze di polizia - le persone medicate o ricoverate negli ospedali di Gioia Tauro e Polistena. Si tratta, in particolare, di 32 extracomunitari, 17 abitanti del posto e 19 appartenenti alle forze di polizia. Solo cinque immigrati risultano tuttora ricoverati in ospedali per lesioni più gravi. Per quanto riguarda i 30 immigrati, 23 hanno riportato solo lievi lesioni e contusioni e sono stati dimessi; altri quattro hanno ferite da colpi di arma da fuoco (si tratterebbe dei due della prima notte e dei due gambizzati ieri) ed altri tre (compresi i due sprangati) sono ricoverati con traumi più seri. Non preoccupano, poi, le condizioni dei 17 cittadini del posto e dei 19 agenti e carabinieri feriti tutti in modo lieve o contusi.

 

Immigrato ferito a Gioia Tauro. Un immigrato è stato ferito questa mattina con colpi di fucile caricato a pallini nelle campagne di Gioia Tauro, a pochi chilometri da Rosarno (Reggio Calabria). L'uomo era con due extracomunitari quando è statao colpito con fucile caricato a pallini da persone che erano a bordo di un'auto. L'uomo ha riportato lesioni alle gambe e ad un braccio. L'immigrato, del Burkina Faso, si chiama Dabrè Moussa, di 29 anni, ed ha il permesso di soggiorno. Secondo il referto stilato dai medici del pronto soccorso dell'ospedale di Gioia Tauro, dove è stato medicato, guarirà in quindici giorni.

 

Sassi e bastoni contro immigrati. Un' auto con tre immigrati a bordo è stata fermata da alcune persone, sembra armate di bastoni ed altri oggetti, lungo la strada provinciale 49, a Rosarno, in contrada Capoferro: due degli stranieri sono riusciti a fuggire mentre il terzo è stato colpito da una sassata in testa. Lo apprende l'Ansa da fonti investigative. Lo straniero è stato condotto in ospedale dove è attualmente trattenuto in osservazione. Le sue condizioni non sono gravi.

 

Immgrati nei casolari chiedono aiuto a polizia. Tra gli immigrati rimasti a Rosarno cresce la paura, dopo le aggressioni avvenute anche in mattinata: in molti hanno chiamato le forze di polizia per essere presi nei casolari di campagna dove sono isolati. L'ultima richiesta è arrivata da un gruppo di extracomunitari che si trovano alla periferia di Rosarno: i mezzi della Polizia sono partiti dalla ex Opera Sila per andare a prenderli e portarli nella ex fabbrica. Nessuno di loro, assicurano comunque le forze dell'ordine, avrebbe subito assedio da parte degli abitanti. «Gli immigrati ci stanno chiedendo di prenderli per portarli verso l'ex Opera Sila - spiega una fonte investigativa - perchè hanno paura. Non c'è stata alcuna ulteriore aggressione».

 

Tolta occupazione a Comune Rosarno. È stata tolta nella notte l'occupazione che una decina di abitanti di Rosarno stavano attuando nel comune per chiedere l'allontanamento degli immigrati. La decisione è stata presa dopo che nella notte è stato sgombrato il centro di Rognetta ed avviata così concretamente l'operazione che dovrà portare entro 48 ore all'allontanamento di tutti gli immigrati da Rosarno.

 

Ex Opera Sila. Sono un centinaio, secondo una stima fornita dalla polizia di Stato, gli immigrati che nel corso della notte e stamattina hanno lasciato spontaneamente il centro di ricovero allestito nella fabbrica dismessa dell'ex Opera Sila, in contrada Bosco di Rosarno.

 

Tolto blocco stradale. È stato tolto il blocco che un gruppo di abitanti di Rosarno aveva creato vicino il centro di ricovero per immigrati in contrada Bosco. Il blocco aveva lo scopo di impedire nuove incursioni degli immigrati in paese dopo quella di giovedì scorso che aveva provocato distruzioni e devastazioni. Gli abitanti hanno deciso di togliere il blocco dopo che sono state avviate le operazioni di sgombero del centro ricavato in una fabbrica dismessa dell'ex Opera Sila in cui sono ospitati gli immigrati.

 

Stamani i negozi hanno ricominciato ad aprire, dopo la serrata di ieri, e in paese si registra una situazione di normalità. L'unica novità rispetto al sabato tradizionale di Rosarno è la mancanza del mercato settimanale che non ha aperto per iniziativa degli stessi commercianti nel timore di ulteriori incidenti.

 

Rotondi: governo coniuga sicurezza e umanità. «Sull'immigrazione il governo coniuga sicurezza e umanità: il tema delle povertà non si affronta allargando gli accessi, ma recependo l'appello del Santo Padre contro fame e povertà nel mondo. La drammatica vicenda di Rosarno ne è l'emblema ed è un peccato che si tenda a strumentalizzarla». Lo afferma Gianfranco Rotondi, ministro per l'Attuazione del Programma di Governo.

 

Di Pietro: la rivolta degli schiavi. «È la rivolta dei neri, la rivolta degli schiavi, e abbiamo paura che possa succedere anche altrove». Così il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro attribuisce la responsabilità degli scontri di Rosarno alla «criminalità organizzata che sfrutta dei disperati e poi li prende a schioppettate. Noi dell'Idv siamo contro ogni violenza ma soprattutto contro quel caporalato che portano avanti i novelli negrieri della 'ndrangheta».

 

Epifani: tutelare diritti immigrati. «La violenza deve essere respinta da qualunque parte arrivi ma bisogna riconoscere ai migranti i loro diritti di lavoratori e di cittadini». Lo afferma il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani che esprime «grande preoccupazione» per i gravi episodi di violenza a Rosarno. «La violenza va sempre respinta, ma il miglior modo per evitarla, prima di doverla reprimere, è eliminare le cause che la producono e che non derivano dalla clandestinità, come ha sostenuto il ministro degli Interni, ma dalla povertà (sia degli immigrati che dei residenti), dal lavoro nero, dallo sfruttamento, dalla criminalità organizzata che produce e alimenta tutte queste condizioni». 9 IM 9

 

 

 

 

Il diritto di essere una minoranza

 

Proprio quando i cristiani celebrano la venuta nel mondo di Gesù, il farsi uomo di Dio, il suo assumere una condizione di fragilità e debolezza estreme, l’Agenzia Fides pubblica il rapporto sugli operatori pastorali uccisi in tutto il mondo nei 12 mesi precedenti. Ed è proprio all’uscita della liturgia eucaristica della notte di Natale che la comunità cristiana copta di Nagaa Hamadi è stata attaccata a colpi d’arma da fuoco e ha visto morire una decina di suoi fedeli. È drammaticamente significativo che ci ritroviamo così a fare i conti con la persecuzione dei cristiani proprio nei giorni in cui le Chiese d’Oriente e d’Occidente fanno memoria dell’incarnazione, dell’inizio della vicenda umana di colui che confessano come Signore che è nato come tutti i mortali, ha vissuto testimoniando l’amore, è morto da giusto condannato ingiustamente ed è risorto per annunciare efficacemente che la vita è più forte della morte.

 

Anche se noi cristiani d’Occidente usiamo a volte a sproposito la terminologia della persecuzione per parlare del confronto difficile e anche aspro che la fede cristiana incontra nella società contemporanea, esistono luoghi e chiese in cui «persecuzione» indica ancora ostilità violenta, prigione, torture, morte, e in cui «martirio» vuol dire testimonianza fino al sangue alla fede che si professa. Ce ne accorgiamo raramente, qui in Occidente: solo quando il numero delle vittime scuote la stanca abitudine con cui seguiamo certi eventi. Il rapporto dell’Agenzia Fides conta 37 operatori pastorali uccisi nel 2009, che sono solo la punta di un iceberg. Si tratta, infatti, solo dei missionari e solo di confessione cattolica. Le intere comunità cristiane osteggiate, perseguitate, costrette ad abbandonare il loro paese sfuggono al nostro sguardo e al nostro cuore: i cristiani dei villaggi e delle città dell’Iraq e dell’Iran, del Pakistan, dell’Orissa in India, del Sudan e dell’Alto Egitto, della Nigeria, dell’

 

Indonesia o della Malesia, del Vietnam, della Cina o della Corea del Nord, della penisola arabica o dell’Algeria fanno notizia solo quando sono vittime di violenze brutali.

 

La tragica quotidianità di queste vicende dovrebbe interrogare anche il nostro vivere giorno dopo giorno la presenza della fede religiosa nella società civile. Dovremmo interrogarci sul reale rispetto dei diritti, anche religiosi, delle minoranze: riconoscere, salvaguardare, promuovere la dignità di ogni persona e la possibilità di vivere e testimoniare anche comunitariamente e nello spazio pubblico la propria fede è compito non solo degli organismi internazionali, degli Stati e delle loro legislazioni, ma anche di ogni cittadino che con il suo comportamento può favorire oppure contrastare questa civile convivenza quotidiana. Recentemente, i patriarchi cattolici del Medioriente hanno ribadito che «cristiani e musulmani attingiamo a un’eredità unica di cultura e civiltà... Noi vogliamo salvaguardarla, farla evolvere, riattivarla in modo che sia fondamento della nostra convivialità e della nostra solidarietà fraterna. I cristiani d’Oriente sono una parte inseparabile dell’identità culturale dei musulmani e i musulmani sono una parte inseparabile dell’identità culturale dei cristiani. Così siamo tutti responsabili gli uni degli altri e di fronte alla storia». Parole sapienti e chiare che tuttavia non riescono a impedire che la crescente pressione del fondamentalismo islamico induca i cristiani del Medioriente alla fuga o li costringa a vivere in condizioni di ostilità, diffidenza, ghettizzazione.

 

Dal canto nostro, non dovremmo nemmeno dimenticare che la reciprocità che sovente si sente invocare come pretesto per limitare alcuni diritti fondamentali non è e non può essere l’altro nome della ritorsione e della vendetta: una società è civile non quando concede alle sue minoranze solo quello che anche gli altri Stati concedono a quelle presenti nel loro territorio, ma quando riconosce fattivamente che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» e che a ogni individuo spettano gli stessi diritti e le stesse libertà, «senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione».

 

Orrendi massacri come quello della chiesa di Nagaa Hamadi ci interpellano anche sulla risposta che possono suscitare in noi: non spetta a noi giudicare la capacità di rinunciare alla vendetta da parte delle vittime, non possiamo pesare noi la misura della loro sopportazione, non riusciamo a fare nostre le loro attese o disillusioni circa il rispetto delle leggi e il ristabilimento della giustizia, né ha senso indagare quasi morbosamente sulla pronta disponibilità al perdono: nessuno, fino a quando non è provato in prima persona, può sapere e valutare come reagirebbe se trovasse se stesso o i suoi cari in determinate situazioni. Certo, abbiamo avuto anche in anni recenti luminosi esempi di cristiani capaci di amare i loro nemici e di perdonare i persecutori. In ogni caso, possiamo e dobbiamo invece chiederci quali principi animano la nostra convivenza quotidiana, quale prezzo siamo disposti a pagare per testimoniare ciò in cui crediamo, quali sacrifici accettiamo di compiere nella nostra vita perché vengano salvaguardate la libertà e i diritti di tutti. Se i cristiani devono essere consapevoli che il sangue versato dai loro fratelli ai quattro angoli del mondo è seme fecondo di testimonianza, così come quello delle prime generazioni di discepoli di Cristo, spetta a tutti noi come cittadini non dimenticare che le condizioni di libertà e di democrazia di cui godiamo nei nostri paesi sono il frutto di un lento e faticoso cammino. ENZO BIANCHI LS 10

 

 

 

Immigrati. 'Ndrangheta’ non spiega tutto. Non si vuol vedere

 

Roma - Rosarno, Italia: cinquemila immigrati, in gran parte irregolari, pagati (quando va bene) 18-20 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro a raccogliere agrumi, ammucchiati in ex fabbriche senza acqua e senza luce, sfruttati da imprenditori e mafiosi, dimenticati da enti locali e istituzioni regionali e nazionali. Val di Non, Italia: settemila immigrati, tutti regolari, pagati 6,90 euro all'ora per 8 ore di lavoro a raccogliere mele, con vitto e alloggio assicurato dai datori di lavoro, sotto il rigoroso controllo della provincia di Trento e dei Comuni della zona.

Dietro alla drammatica rivolta degli immigrati africani della Piana di Gioia Tauro, dietro la reazione degli abitanti, sfociata ieri sera in due feroci gambizzazioni, c'e' ancora una volta questa Italia spaccata in due, questo Paese che, come ha denunciato piu' volte il capo dello Stato, viaggia a velocita' diversissime. Due Italie, forse addirittura due pianeti diversi'.

Lo afferma il quotidiano dei vescovi 'Avvenire' che con una severa lettura dei fatti drammatici culminati con gli scontri di Rosarno invita nell'editoriale a 'smetterla di 'non vedere''.

'Lo diciamo chiaro e forte, perche' nessuno puo' accusarci di trito e becero antimeridionalismo. Avvenire, con la stessa identica passione della Chiesa italiana e dei suoi vescovi -prosegue l'editoriale-, e' da sempre attento alla realta' del Sud: al male che la affligge e al tanto bene che offre. Anche sul fronte immigrazione. Perche' non e' impossibile gestire e accompagnare questo fenomeno epocale.

Proprio nella tanto disastrata Calabria due paesi della zona jonica, Caulonia e Riace, sono esempi di integrazione, apprezzati e studiati anche all'estero. Addrittura ospitano, su richiesta degli organismi internazionali, i profughi dei campi palestinesi. Dunque, si puo' agire nella legalita' e nella civilta'. E non solo nell'efficiente Trentino'.

'Esperienze felici, ma purtroppo solo isole. Il resto -sottolinea 'Avvenire'- e' un mare di Rosarno, dove gli immigrati si spostano seguendo le stagioni. Nomadismo agricolo: a settembre in Sicilia (olive), tra ottobre e marzo in Calabria (agrumi), poi in Puglia e Campania (ortaggi).

Cosi' da almeno venti anni. Sotto agli occhi di tutti.

All'aperto dei campi, non al chiuso di qualche fabbrica.

Tutti vedono ma girano la testa dall'altra parte. Le istituzioni per prime. Gli 800 immigrati ammassati nell'impianto (mai entrato in funzione) dell'ex Opera Sila sono piu' o meno gli stessi che vivevano, in condizioni analoghe, nell'ex cartiera di Rosarno. Sbarrata quest'ultima dopo il ferimento a pistolettate, un anno fa, di due immigrati e una prima rivolta, gli 800 hanno solo cambiato 'inferno'. Intanto i due Comuni interessati, Rosarno e Gioia Tauro, sono stati (e non e' certo una coincidenza...) sciolti per infiltrazione mafiosa. Ma neanche la diretta gestione da parte delle prefetture attraverso i commissari straordinari e' stata capace di dare una svolta'.

'Perche' -avverte 'Avvenire'- non e' solo una questione di ordine pubblico. Malgrado pistolettate, rivolte e gambizzazioni. Se in migliaia ogni giorno si 'prostituiscono' agli incroci della Piana di Gioia Tauro, aspettando di essere soppesati e assoldati dai 'caporali'; se dopo fredde e interminabili giornate a raccogliere i dorati frutti degli agrumeti tornano a dormire tra mura diroccate, sotto teli e cartoni e perfino nei silos metallici; se al loro fianco hanno, come al solito, la sola preziosa e disinteressata presenza del volontariato; se vengono sfruttati e sottopagati con la scusa che il mercato degli agrumi non tira, davvero questa Italia non va. Non e' solo colpa della 'ndrangheta, che certo su di loro si arricchisce e magari li usa come facile manovalanza criminale (Rosarno, ahime', e' un noto punto di transito della droga, 'la farina' come la chiamano i corrieri di colore). E che forse ieri, come suo stile, ha voluto 'fare giustizia' sparando ad altri due immigrati'. (ASCA 9)

 

 

 

 

L'inferno di Rosarno e i suoi responsabili 

 

A Rosarno ha infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa e poi una caccia al "negro" con ronde armate che sparano a pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno, cioè ieri, gran parte degli immigrati è stata portata via dalla polizia nei centri di concentramento chiamati centri di accoglienza, sulla costa jonica della Calabria, ma la caccia al "negro" continua contro i pochi dispersi che vagano ancora nella piana di Gioia Tauro. Un incidente mortale potrebbe ancora accadere, visto lo stato d´animo dei "cacciatori" che ricorda quello degli aderenti al "Ku Klux Klan" nell´America degli anni Sessanta. Siamo arrivati a questo? Perché ci siamo arrivati?

 

I calabresi hanno difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le virtù più radicate c´è quella dell´ospitalità, che ha un che di antico ed è tipica della civiltà contadina. Ma anche l´ospitalità si è logorata col passare del tempo e il mutare delle condizioni sociali. E con l´arrivo della mafia.

Fino ai Sessanta non esisteva mafia in Calabria. Esisteva il brigantaggio nei boschi dell´Aspromonte e delle Serre. Esisteva da secoli, ma non la mafia. Ora, da quarant´anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle organizzazioni criminali che operano nel Sud d´Italia e la gestione degli immigrati è una delle sue attività, specie nella piana di Gioia Tauro, dove le "´ndrine" possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il caporalato è diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.

 

Attualmente sono valutati a circa ventimila i braccianti destinati alla raccolta delle arance, dei mandarini e dei bergamotti. Ma non è un fenomeno recente, dura da quindici o vent´anni in qua. Riguarda solo i maschi, non ci sono femmine tra loro né famiglie. Sono maschi singoli, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati, senz´acqua, senza luce, senza cessi. E vagano per quelle terre in cerca di lavoro giornaliero.

 

Vagano in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia. Secondo le stagioni raccolgono agrumi, olive, uva, pomodori. Il lavoro è in mano ai caporali, quasi tutti affiliati alle mafie locali. Dodici ore per venti o venticinque euro sui quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i camionisti che li trasportano sui campi un prezzo di due o tre euro.

 

«Cercavamo il paradiso abbiamo trovato l´inferno» ha detto ieri uno di loro avvicinato da un cronista. Eppure, se continuano a cercar lavoro in quell´inferno vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori. Sono gli ultimi della Terra. Quelli ai quali Gesù di Nazareth nel discorso della Montagna promise che sarebbero stati i primi nel regno dei cieli. Alla fine dei tempi. Dodici ore di lavoro a 15 euro di paga. I tremila di Rosarno e gli altri come loro non hanno tempo di pregare, stramazzano in un sonno da cavalli o da maiali grufolosi. È questo l´amore, è questa l´ospitalità?

 

I calabresi di Rosarno non sono certo abitanti di un paradiso. Sono quindicimila di povera gente e vivono in un paese sotto il tacco della mafia. Il Comune fu sciolto per infiltrazioni (si fa per dire) mafiose ed è amministrato da un commissario prefettizio. Ma quando si faranno nuove elezioni vinceranno ancora le "´ndrine" perché in quella piana la mafia è un potere costituito, in attesa che lo Stato lo sconfigga. Speriamo che avvenga presto, ma se mi domandate quando sarò tentato di rispondervi: «alla fine dei tempi», quando verrà il regno dei giusti e il giudizio universale. Prima ci sarà stata l´Apocalisse. Che sembra già cominciata.

 

Qualche domanda però è di rigore. La rivolgiamo al ministro dell´Interno, a quello del Lavoro, a quello delle Attività produttive, a quello dell´Agricoltura, competenti e quindi politicamente responsabili di quell´inferno. Ma le rivolgiamo anche al Prefetto, al Questore, al Comandante dei carabinieri, al Governatore della Regione. Non sapevate? Non sapevate che la raccolta dei frutti di quelle terre è affidata a ventimila immigrati, in maggior parte clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate come vivevano? Non vi rendevate conto che si stava accumulando un materiale altamente infiammabile e che l´incendio poteva divampare da un momento all´altro? Non avevate l´obbligo di intervenire? Di attrezzare un´accoglienza decente? Di regolarizzare i clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli visto che gli italiani quel tipo di lavoro non sono disposti a farlo?

 

Maroni ha messo le mani avanti ed ha dichiarato l´altro ieri che c´è stata troppa tolleranza: bisognava cacciare i clandestini o processarli per il reato di clandestinità. Ma se di tolleranza si tratta, a chi è rivolta l´accusa di Maroni se non a se stesso? Non è lui che predica la sera e la mattina la tolleranza zero? Se ne scorda per le terre a sud del Garigliano? Oppure si rende conto che, clandestini o no, gli immigrati sono indispensabili all´economia italiana? E che la tolleranza zero ci ridurrebbe alla miseria?

 

Al Nord è diverso: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno degli immigrati e organizzano un´accoglienza decente, salvo poi dare i voti alla Lega a tutela dell´"integrità urbana", della separazione o dell´integrazione col contagocce. Si può capire: l´immigrazione in Italia è arrivata tardi ma in dieci anni siamo passati da un milione a quattro milioni di immigrati. Il tasso d´aumento è stato dunque molto alto ed ha determinato inevitabili tensioni sociali. La classe politica avrebbe dovuto gestire questo complesso processo; invece ha puntato le sue fortune sulla paura e ne ha ricavato consenso.

 

Nel Sud non poteva che andare peggio. Lì non c´è purgatorio ma inferno. Lì sono i volontari i soli che tentano di sfamare gli "ultimi" e dar loro una parvenza di riconoscimento. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono far finta che non esistano. Aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa e poi la caccia al negro. Ma non hanno altra ricetta che l´espulsione, anche se ieri Maroni ha smentito che di questo si tratterà per i clandestini di Rosarno. Ma chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l´accoglienza?

 

Il partito dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre dove regna invece la violenza mafiosa, i bulli di paese che si spassano giocando al tiro a segno con i fucili ad aria compressa e sparando sul negro per vincere la noia.

Noi aspettiamo risposte alle nostre domande, anche se sappiamo per esperienza che questo potere non ha l´abitudine di rispondere.

 

Nel frattempo, nelle alte sfere si consumano altri misfatti. Uno di essi è la decisione del presidente del Consiglio di coprire con il segreto di Stato la posizione processuale di Marco Mancini, già capo del controspionaggio alle dipendenze dell´allora direttore del servizio di sicurezza, Nicolò Pollari.

Misfatto, cattivo fatto: non trovo altra parola per definire un atto di estrema gravità. Ne ha diffusamente scritto il collega D´Avanzo il 6 gennaio scorso. Se torno sull´argomento è proprio partendo da una sua definizione alla quale non è stata data alcuna risposta. D´Avanzo è un giornalista scrupoloso che fa domande più che legittime doverose; il fatto che siano scomode per il potere accresce la loro legittimità e dovrebbe obbligare i destinatari ad una plausibile spiegazione.

 

La definizione di D´Avanzo distingue tra i fini e i mezzi nell´attività dei servizi di sicurezza. I fini sono prescritti dalla legge: la difesa dello Stato e delle istituzioni in cui esso si articola; la lotta contro lo spionaggio straniero; l´acquisizione all´interno e all´estero di notizie utili al perseguimento dei fini suddetti.

I mezzi sono invece scelti discrezionalmente dalla direzione del servizio e possono in certi casi anche violare le leggi ma proprio in quei casi l´autorità politica deve esserne informata sotto vincolo di segreto. Sappiamo tutti che il servizio di sicurezza non ha natura angelica e addirittura può avere commercio anche col diavolo, ma sempre per il raggiungimento di quei fini e non per altri.

 

Il segreto di Stato può venire opposto al magistrato inquirente e a quello giudicante. Ma esiste tuttavia un organo di natura parlamentare, il Copasir, che ha il potere di accedere alla documentazione superando il segreto e questo sulla base del principio democratico secondo il quale non deve esistere alcun organo dello Stato che non abbia sopra di sé un altro organo cui rispondere.

 

Parlo di queste cose perché mi trovo nella condizione di essere il primo, insieme al collega Lino Jannuzzi che allora lavorava con me all´Espresso, ad aver vissuto in prima persona l´apposizione del segreto di Stato in un processo che fu intentato contro di noi a proposito del "Piano solo" organizzato dall´allora comandante generale dei carabinieri, De Lorenzo.

 

Non entro nei dettagli che sono fin troppo conosciuti, se non per ricordare che noi demmo la prova testimoniale dell´esistenza di quel Piano, che aveva connotati eversivi, al punto che il Pubblico ministero che guidava l´accusa contro di noi e che si chiamava Vittorio Occorsio ? ucciso qualche anno dopo dal terrorismo fascista ? chiese al tribunale l´archiviazione degli atti contro di noi ritenendo che avevamo raggiunto la prova dei fatti.

 

Il tribunale ritenne però che la prova testimoniale non bastasse e chiese l´esibizione del documento redatto dal Comando dei carabinieri, agli atti del servizio di sicurezza. L´allora presidente del Consiglio, Aldo Moro, pose il segreto di Stato su quel documento e così fummo condannati.

 

Non esisteva a quell´epoca un Copasir che potesse accedere alla documentazione; fu istituita una Commissione parlamentare d´inchiesta dove però, per regolamento, la maggioranza parlamentare era presente in numero soverchiante. La Commissione lavorò per quasi un anno e si concluse con un compromesso. Poi la legge sul segreto fu riformata e il Copasir ? la cui presidenza spetta all´opposizione ? ne è stato uno dei positivi risultati.

 

Proprio per queste ragioni è della massima importanza la scelta del presidente di quell´organismo, che dev´essere indicato dai gruppi parlamentari del maggior partito d´opposizione, cosa che avverrà nei prossimi giorni. L´esperienza ci insegna che chi guida quel delicatissimo organo deve avere l´intelletto e i titoli per venire nominato a quella carica e non dev´essere in nessun modo mescolato alla lotta politica in corso. Dal momento in cui viene insediato acquista le caratteristiche di un giudice di una magistratura che è la sola che possa vigilare sulla congruità dei mezzi usati dai servizi di sicurezza per realizzare i fini che la legge indica, vigilando anche che i mezzi non siano così perversi da stravolgere i fini stessi.

 

Noi abbiamo la sensazione che il segreto posto sulla posizione processuale di Marco Mancini copra mezzi illeciti e non pertinenti ai fini di istituto, ma la nostra sensazione non fa testo, può soltanto suscitare attenzione nell´opinione pubblica. Spetta al Copasir accertare ed eventualmente rimuovere il segreto di Stato su quella specifica situazione. E qui il peso della scelta, che sia congrua ai compiti di quell´organismo.

 

Post scriptum. Sembra ormai decisa la scelta del Partito democratico di far propria la candidatura di Emma Bonino all´elezione del presidente della Regione Lazio. Mi sono trovato talvolta in posizione critica nei confronti dei radicali, ma in questo caso penso che quella della Bonino sia la candidatura migliore. Ha qualità di amministratrice già ampiamente collaudate e integrità di carattere e di comportamento a tutta prova. Penso anche che, se uscirà vittoriosa dal confronto con la Polverini, non sarà certo lei ad assumere atteggiamenti irriguardosi verso la Chiesa in una regione che ospita il Papa nella sua capitale garantendogli piena indipendenza. Sarà tuttavia, Emma Bonino, un presidio di laicità in un momento che di laicità ha gran bisogno, non certo contro ma anzi a sostegno dello spazio pubblico riservato alla Chiesa e alla sovranità dello Stato nei campi di sua esclusiva competenza.

Eugenio Scalfari LR 10

 

 

 

 

Se questi sono uomini

 

Il futuro in cui siamo già immersi comincia nella piana di Gioia Tauro: a Rosarno in provincia di Reggio Calabria (un’autentica guerriglia urbana è ancora in corso), come a Castel Volturno e a Reggio stessa, dove la ’ndrangheta ha voluto intimidire i magistrati con un attentato alla procura generale. Il futuro comincia a Rosarno perché i principali problemi della nostra civiltà si addensano qui: le fughe di intere popolazioni dalla povertà e dalle guerre (guerre spesso scatenate dagli occidentali, generatrici non di ordine ma di caos); le vaste paure che s’insediano come nebbie, intossicando la vita degli immigrati e dei locali; le cruente cacce al diverso; il dilagare di una mafia esperta in controllo mondializzato.

 

A ciò si aggiunga l’impossibilità di arrestare migrazioni divenute inarrestabili, perché da tempo non si trovano italiani e cittadini di Paesi ricchi disposti a fare, allo stesso salario, i lavori fatti da africani. Si aggiunga l’ipocrisia di chi crede che la risposta consista in un’identità monoculturale da ritrovare.

 

E la menzogna di chi non sopporta lo sguardo inquieto e assicura: abbiamo già praticamente vinto le mafie, Gomorra appartiene al passato, è «un vecchio film in bianco e nero», come dice Maroni. Non per ultimo, si aggiunga lo Stato che perde il controllo del territorio e il monopolio della violenza: i neri a Rosarno combattono contro ronde private di locali, infiltrate da ’ndrangheta e armate di fucili. Il pensiero della Lega è egemonico e le rivolte vengono associate, dal ministro Maroni, non alle mafie ma all’immigrazione clandestina che si promette di azzerare sanando ogni male. È inganno anche questo. Quando in Francia s’infiammarono le banlieue, nel novembre 2005, Romano Prodi disse che il fenomeno, mondiale, non avrebbe risparmiato l’Italia. Fu deriso e non creduto.

 

Non era menzogna invece. È vero che l’Italia ha da anni una reputazione cupa, e impaura a tal punto immigrati e fuggitivi da suscitare, nei loro animi, il senso di schifo di cui parla Balotelli. Gran parte dell’Europa ha una cupa reputazione, ma questo non scusa i nostri misfatti e silenzi: il silenzio del sindacato soprattutto, abituato a proteggere pensionati e operai delle grandi industrie (ormai dei privilegiati) e del tutto afasico sull’intreccio mafia, immigrati, sfruttamento. Il massimo della spudoratezza è raggiunto quando i nostri ministri citano Zapatero o Sarkozy, quasi che gli errori altrui nobilitassero i nostri. Quasi che non esistesse, in Italia, quel sovrappiù che è il potere malavitoso. Le rivolte di questi giorni discendono dal fallimento dello Stato e lo rivelano. È la conclusione cui giunge il prezioso libro di Antonello Mangano, scritto sui ventennali disastri di Rosarno e Castel Volturno. Il titolo è: Gli africani salveranno Rosarno - E, probabilmente, anche l’Italia (Terrelibere.org 2009).

 

Le rivolte odierne hanno infatti una storia alle spalle, occultata dai politici e da molti giornali. Coloro che a Rosarno hanno reagito con ira distruttiva a un’ennesima aggressione contro i lavoratori neri (due feriti a colpi di carabina, giovedì) sono gli stessi che nel dicembre 2008 si ribellarono alla ’ndrangheta. Erano stati feriti quattro immigrati, e gli africani fecero qualcosa che da anni gli italiani non fanno più. Scesero in piazza, chiedendo più Stato, più giustizia, più legalità. Contribuirono alle indagini dei magistrati con coraggio, rompendo l’omertà e rischiando molto.

 

Denunciarono gli aggressori a volto scoperto, pur non essendo protetti da permessi di soggiorno. È vero dunque: gli africani salveranno Rosarno e forse l’Italia, come scrive anche Roberto Saviano. Poco prima della rivolta a Rosarno si erano ribellati gli africani a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, rispondendo a una sparatoria di camorristi che aveva ammazzato sei immigrati.

 

Quel che è accaduto dopo è una sciagura prevedibile, e per rendersene conto basta vedere come vivono, gli africani dell’antimafia. Sono eloquenti più di altri i video di Medici senza Frontiere, che parlano di crisi umanitaria nella piana di Gioia Tauro. Il rapporto che Msf ha redatto nel 2008 ha un titolo ominoso: «Una stagione all’inferno», come il poema di Rimbaud. Difficile descrivere altrimenti gli africani che vivono in stabilimenti industriali abbandonati, come la cartiera «La Rognetta» a Rosarno, o l’oleificio dismesso presso Gioia Tauro. Dentro l’oblò del silos per l’olio: giacigli di stracci. Tutt’intorno, fuochi e soprattutto rifiuti, montagne di rifiuti tra cui vagano, tristi ombre, esseri umani che si costruiscono alloggi di cartone o tende senza sanitari. Vedere simili paesaggi ricorda Gaza, gli slum pachistani: non è vita primitiva ma l’osceno connubio tra architetture industriali moderne, indigenza estrema e apartheid. Un africano dice sorridendo a Medici senza Frontiere: «Tra l’una e le quattro di notte inutile provare a dormire. Troppo freddo».

 

Ci nutriamo volontariamente di menzogne, come il protagonista nel poema di Rimbaud, quando diciamo che quest’oscenità nasce dall’eccessiva tolleranza verso i clandestini. Abbiamo chiamato noi gli africani a raccogliere aranci, consci che nessuno lo farà a quel prezzo e per tante ore (25 euro per un giorno di 16-18 ore; 5 euro vanno a caporali mafiosi e autisti di pullman). E la tolleranza denunciata da Maroni non è verso i clandestini ma verso le condizioni in cui vivono clandestini o regolari.

 

Dopo aver tollerato tutto questo, e versato nella regione milioni di euro finiti in tasche sbagliate, ogni stupore è fuori luogo. I tumulti odierni non sorprendono: se questi africani non son uomini, come s’intuisce nei video, impossibile che non sboccino, prima o poi, i Frutti dell’Ira di John Steinbeck. Scritto nel ’39 durante la Grande depressione, il libro Furore poteva sperare, almeno, nel New Deal di Roosevelt che noi non abbiamo.

 

Ne abbiamo tuttavia bisogno, di un New Deal, che metta fine all’apartheid e non si limiti a spostare immigrati come mandrie da un posto all’altro. Perfino i poliziotti, spiega Antonello Mangano, dicono che la risposta non può essere solo punitiva, che gli africani sono una comunità mite, che le migrazioni continueranno. Con l’estendersi delle catastrofi climatiche saranno enormi, gli esodi. Non è vero che la questione della cittadinanza viene per ultima. Le grandi crisi si affrontano con grandi scommesse iniziali, fondatrici di nuove solidarietà. Non è vero neppure che i liberal e la Chiesa sono retrogradi, come scrive Angelo Panebianco sul Corriere. Pensare in grande l’integrazione è preparare oggi il futuro.

 

Dicono che l’identità stiamo smarrendola, a forza di rinunciare alle nostre radici e di convivere con diversi che ci condannano al meticciato.

 

Anche questa è menzogna. In realtà siamo già cambiati: non perché incomba il meticciato tuttavia, ma perché la nostra identità non è più quella  curiosa, accogliente, porosa  che fu nostra quando emigravamo in massa e incontravamo violenza. È un ottimo viatico l’ultimo libro di Gian Antonio Stella (Negri Froci Giudei - L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli 2009): si scoprirà che la mutazione già è avvenuta, nel linguaggio della Lega e nella disinvoltura con cui si accettano segregazioni che trasformano l’uomo in non uomo.

 

L’identità che abbiamo perduto, la recuperiamo solo se non tradiamo quella vera inventandone una falsa. Solo se sblocchiamo le memorie e ricordiamo che le sommosse antimafia dei neri prolungano le rivolte italiane condotte, sempre in Calabria, da uomini come Peppe Valarioti e Giannino Losardo, i dirigenti comunisti uccisi dalle ’ndrine nel 1980. Solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana. Le scuole non hanno bisogno delle quote del ministro Gelmini (non più di tre alunni su dieci per classe in tutta Italia, come se Gesù avesse imposto quote di accesso alla stalla di Betlemme: non più di tre Magi). Hanno bisogno di insegnare il mondo che muta. Altrimenti sì, è l’inferno di Rimbaud: «L’Inferno antico: quello di cui il Figlio dell’Uomo aperse le porte». 

BARBARA SPINELLI LS 10

 

 

 

 

Dal prossimo anno tetto del 30% agli alunni stranieri. Gelmini: ''La scuola mantenga le tradizioni''

 

Il provvedimento è contenuto nelle ''indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana''. Il limite verrà introdotto in modo graduale a partire dalle classi prime sia della scuola elementare, sia delle scuole medie e superiori.

 

Roma - Dal prossimo anno scolastico gli studenti stranieri non potranno superare il 30% degli iscritti. E' quanto prevede una nota, inviata dal ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca a tutte le scuole. La nota contenete le ''indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana'' prevede che ''il limite del 30% entrerà in vigore dall'anno scolastico 2010-2011 in modo graduale: verra' infatti introdotto a partire dalle classi prime sia della scuola primaria, sia della scuola secondaria di I e II grado''.

Nelle ultime settimane, spiega il ministero dell'Istruzione, annunciando il provvedimento, si è discusso molto della presenza crescente di alunni stranieri nelle scuole e classi italiane, una presenza che talvolta ha superato quella degli stessi studenti italiani. Il provvedimento vuole quindi fornire indicazioni sull'accoglienza e sull'assegnazione degli alunni stranieri alle classi.

''Spesso, all'interno di questo dibattito - ha affermato il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini - ci si è voluti dividere agitando una ingiustificata polemica di tipo ideologico. La scuola deve essere il luogo dell'integrazione. I nostri istituti sono pronti ad accogliere tutte le culture e i bambini del mondo. Alla stesso modo la scuola italiana deve mantenere con orgoglio le proprie tradizioni storiche e insegnare la cultura del nostro Paese. L'inserimento, ad esempio, dell'educazione alla cittadinanza va proprio in questa direzione: insegnare il rispetto per le altre culture e affermare contemporaneamente l'importanza delle regole civili, della storia, delle leggi e della lingua italiana. Una indispensabile condizione questa per realizzare una vera integrazione''.

''Stabilire un tetto del 30% di alunni stranieri per classe - ha aggiunto - è un modo utile per favorire l'integrazione, perché grazie a questo limite si evita la formazione di 'classi ghetto' con soli alunni stranieri''.

Il Ministero assegnerà apposite risorse finanziarie per gli interventi di sostegno alle scuole per l'inserimento di bambini stranieri e ulteriori finanziamenti saranno previsti per le scuole dei territori con alta presenza di cittadini stranieri. Il provvedimento ribadisce, poi, che i minori stranieri sono soggetti all'obbligo d'istruzione e che le modalità di iscrizione alle scuole italiane seguano i modi e le condizioni previste per i minori italiani''.Per evitare concentrazioni di iscrizioni di alunni stranieri, spiega il documento, si dovranno realizzare accordi di rete tra le scuole e gli Enti locali. Gli Uffici scolastici regionali, di intesa con gli Enti territoriali, comunque, potranno autonomamente definire quanti bambini stranieri per classe si potranno iscrivere alle scuole del proprio territorio.

Le iscrizioni di minori non italiani non dovranno superare il 30% degli iscritti e in particolare: il numero degli alunni stranieri presenti in ciascuna classe non potrà superare di norma il 30% del totale degli iscritti, quale esito di una equilibrata distribuzione degli alunni con cittadinanza non italiana tra istituti dello stesso territorio. Il limite del 30% entrerà in vigore dall'anno scolastico 2010-2011 in modo graduale: verrà infatti introdotto a partire dalle classi prime sia della scuola primaria, sia della scuola secondaria di I e II grado; il limite del 30% potrà essere innalzato, con determinazione del Direttore generale dell'ufficio scolastico regionale, a fronte della presenza di alunni stranieri (come puo' frequentemente accadere nel caso di quelli nati in Italia) già in possesso delle adeguate competenze linguistiche.

(Adnkronos 8)

 

 

 

Stranieri nelle classi, dal tetto del 30% sono esclusi i bambini nati in Italia

 

Rappresentano il 37% dei giovani immigrati. Per gli altri c'è il rischio di essere trasferiti in altri istituti scolastici

 

MILANO - Dal tetto del 30% fissato per classe per gli studenti stranieri saranno esclusi i nati in Italia. Lo ha precisato il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ospite del programma In mezz'ora su Raitre. Dunque una bella fetta di giovanissimi immigrati saranno esclusi dal provvedimento: i nati in Italia sono infatti circa il 37% del totale degli studenti stranieri.

TRASFERITI - Situazione ben diversa per gli altri studenti stranieri: se risulteranno in sovrannumero nelle classi potranno essere trasferiti da un plesso scolastico all'altro. A questo scopo il ministero dell'Istruzione prevede di stipulare convenzioni con gli enti locali che si occuperanno degli spostamenti logistici. La Gelmini assicura che l'eventuale problematica interesserà un numero ridotto di scuole, soprattutto nelle grandi città, e che gli spostamenti saranno brevi, al massimo da quartiere a quartiere. Il tutto «senza pesare sulle famiglie». Gelmini ha ribadito che il provvedimento è stato studiato da tecnici e suggerito da insegnanti e che sarà favorita una «distribuzione equilibrata».

MARONI - Il tetto del 30% piace anche al collega dell'Interno Maroni, che si dice «assolutamente d'accordo» con l'iniziativa. «È una richiesta che aveva fatto la Lega - ha spiegato -. È necessario distinguere tra le politiche di integrazione, che sono giuste, necessarie e sacrosante e il fatto che può essere dannoso per tutti mettere insieme bambini che parlano lingue diverse e che non hanno un equilibrio comune nella composizione della classe».

ROSARNO - La Gelmini ha poi parlato del caso Rosarno, accusando una parte della sinistra di «buonismo» e di volere nel nostro Paese un numero di immigrati indefinito, non rispettando le regole. Questo «eccesso di buonismo» - ha osservato - fa le sue prime vittime proprio fra gli immigrati che diventano manodopera della criminalità organizzata oltre che vivere in degradanti condizioni di vita. Una importante responsabilità è da attribuire anche agli enti locali «che non possono chiamarsi fuori», mentre è «ingeneroso e riduttivo» attribuire al governo in carica quanto accaduto. Per la Gelmini la colpa è anche dei magistrati: «Non basta che un governo faccia le leggi se una parte dei magistrati non le applica e si occupa di più di Berlusconi». CdS 10

 

 

 

Clandestino punito perchè ravveduto

 

Ponti d’oro a nemico che fugge (e all’ospite indesiderato che se ne va). Ma in Italia il detto non vale, non ha funzionato per quanto riguarda il senegalese Khadim, che aveva un contenzioso con la legge.

 

Quest’uomo ha vissuto per otto anni da noi come clandestino. Si è arrabattato in mestieri occasionali, non è mai riuscito a trovare un datore di lavoro che lo mettesse in regola e gli consentisse di ottenere il permesso di soggiorno. Forse non ne poteva più di una certa vitaccia e ha deciso di tornare dai suoi, a Dakar. A proprie spese, e grazie a una colletta di amici. Non aveva commesso altri reati, ma all’aeroporto di Fiumicino è stato fermato, perché inseguito da vari decreti di espulsione. Troppo comodo andarsene a piacimento: invece che a Dakar è finito nel carcere di Civitavecchia, in cui dovrà scontare una pena di sette mesi. Senza capire il perché, e con il fermo proposito di lasciare, quando gli sarà concesso, questo bizzarro paese, che rifiuta di concederti ciò che ti ha per lungo tempo richiesto.

 

La storia è stata segnalata da Angelo Marroni, che svolge la funzione di garante dei detenuti del Lazio. E anche noi, come l’ingenuo Khadim, ne restiamo trasecolati. Sentiamo umana comprensione per una condanna inutilmente afflittiva ma, anche facendo mostra di utilitaristica ruvidezza, non riusciamo a spiegarci il senso del provvedimento.

 

Lo Stato, anziché premiare il «ravvedimento» del colpevole, finisce col punire anche se stesso, facendosi carico delle spese di mantenimento e sorveglianza, delle incombenze legali e del costo del biglietto aereo a pena conclusa. Con tutte le lagnanze che sentiamo ogni giorno sulle carceri strapiene e sull’organico deficitario degli agenti di custodia.

 

L’immigrazione è un argomento scottante, che divide gli animi sulle istanze, parimenti legittime e faticosamente componibili, dell’accoglienza e delle effettive possibilità di lavoro, oltreché della sicurezza dei cittadini. C’è da credere che la storia di Khadim, contrassegnata da storditezza burocratica, ossequio farisaico alla lettera della legge, assenza di elementare buonsenso, rappresenti soltanto un malaugurato incidente. Sanare questa situazione, aiuterebbe a non renderci dubitosi sulla capacità dello Stato di affrontare con sensibile intelligenza nodi così complicati.

LORENZO MONDO LS 10

 

 

 

 

 

1° marzo, lo sciopero degli immigrati

 

Tam tam in Rete, su Facebook nato un gruppo con 11mila iscritti. Calderoli: escludo che a farlo saranno i regolari

 

MILANO - Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo? La domanda nasce del movimento Primomarzo2010 e non è astratta: su internet c'è un gran fermento per l'organizzazione di quello che viene chiamato lo sciopero degli immigrati e che si terrà appunto il 1° marzo. Un'iniziativa di cui i fatti tragici di Rosarno mostrano, casomai ce ne fosse bisogno, l'attualità.

IL MOVIMENTO - Sarà, spiegano gli organizzatori, una manifestazione per far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Il movimento - che riunisce «italiani, stranieri, seconde generazioni e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli» - si ispira a un omologo gruppo francese, La journée sans immigrés: 24h sans nous, che sta organizzando un identico sciopero degli immigrati nella stessa data. Il colore scelto è il giallo (già usato in altre manifestazioni contro il razzismo), con l'invito a indossare braccialetti o nastri, la testimonial è Mafalda, nel logo del movimento ci sono i volti di otto persone di colore. In diverse città - Genova, Milano, Bologna, Roma, Napoli, Palermo e altre - sono nati dei comitati organizzativi i cui riferimenti sono pubblicati sul blog. Anche il tam tam su internet sta andando forte: su Facebook è nato a fine novembre il gruppo "Primo marzo 2010 sciopero degli stranieri", che conta già più di 11mila iscritti.

CALDEROLI - Il leghista Roberto Calderoli ha commentato così l'ipotesi dello sciopero: «Escluderei che vogliano farlo i regolari. Se l'iniziativa partisse invece dagli irregolari, si tratterebbe soltanto di espellerli». Gli ha replicato Andrea Orlando del Pd: «Memore dei brillanti risultati ottenuti sfoggiando la famosa maglietta anti-Islam, il ministro Calderoli continua a gettare benzina sul fuoco commentando con poco equilibrio e responsabilità istituzionale l'ipotesi di uno sciopero dei lavoratori extracomunitari. Proprio in un momento così drammatico, nel quale il governo non trova ancora il modo per uscire dall'emergenza di Rosarno, sarebbe saggia più cautela nei commenti di un ministro». CdS 9

 

 

 

 

 

Maroni: cori razzisti nello stadio? Interrompere subito la partita

 

«Queste situazioni le abbiamo ereditate e sono frutto di tolleranza sbagliata». Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, intervenendo a L'intervista, su Sky Tg24, a proposito dei fatti di Rosarno, insiste: «Purtroppo a Rosarno è avvenuto quello che noi temevamo». Dopo dieci anni «senza fare nulla», ha aggiuto il titolare del Viminale, «e parlo delle autorità locali e territoriali» sono nate comunità di extracomunitari che erano «delle vere e proprie bombe innescate».  Poi ha aggiunto. «In Calabria lo Stato c'è, si è fatto sentire in modo pesante contro la 'ndrangheta».

 

Maroni è intervenuto anche sui cori razzisti contro il giocatore Balotelli: «E' difficile distinguerli da uno sfottò contro un'altra squadra. Ma io credo che non si debbano sottovalutare questi gesti. Al minimo dubbio l'arbitro sospenda la partita e si prendano provvedimenti». E a proposito del tam tam in rete sullo sciopero degli immigrati organizzato il primo marzo dice: «E' un giorno come gli altri, la legge viene applicata anche il primo marzo». «La legge dice che se c'è un clandestino, le forze dell'ordine lo identificano e prendono poi i provvedimenti di  espulsione -si limita a dire- E il primo marzo è un giorno come gli altri». L’U 10

 

 

 

 

Regionali. Il candidato forestiero

 

Al di là di tutte le ovvie differenze sta affiorando in questi giorni un’evidente analogia tra il Partito democratico e il Popolo della libertà. Si tratta della scarsissima sovranità che sia l’uno che l’altro riescono ad esercitare nei confronti delle proprie componenti interne e dei rispettivi alleati (non importa se di lunga data o potenziali), come per l’appunto dimostrano le candidature appena decise o che proprio ora si vanno decidendo per le prossime elezioni regionali.

Cominciamo dal Pdl. Come è noto, la sua roccaforte elettorale è l’Italia settentrionale. Ebbene chi sono qui i suoi candidati? In Piemonte il leghista Cota; in Veneto un altro leghista, Zaia; in Lombardia, infine, Roberto Formigoni, apparentemente pdl ma nella sostanza emanazione diretta di Comunione e Liberazione e da anni, per così dire, solo «in prestito» al Pdl. Discorso in buona parte analogo vale per il Lazio dove la destra ha dovuto candidare Renata Polverini, ottima persona che però più che un’iscritta del Pdl è, di fatto, una seguace personale di Gianfranco Fini il quale, a propria volta, può essere ormai considerato anche lui un alleato esterno di quel partito. In sostanza al Pdl in quanto tale sembrano restate solo le candidature, oltre che dell’ «incerta» Liguria e delle «impossibili» regioni del Centro quelle, di certo non tradizionalmente sue, del Mezzogiorno continentale.

Ancora peggio sembra messo il Partito democratico. Se la farsa pugliese, infatti, ha mostrato la paralisi di guida politica che lo caratterizza, la vicenda della candidatura Bonino nel Lazio ha indicato qualcosa di ancora più grave. E cioè che proprio in un’elezione cruciale il Pd rischia di essere costretto ad accettare come candidato una persona, anch’essa degnissima per carità, ma che gli è stata virtualmente imposta dall’esterno senza neppure uno straccio di accordo preventivo.

Tutte queste anomalie indicano almeno tre cose importanti:

1) Che oggi più che mai i due partiti maggiori esercitano in realtà una ben scarsa egemonia sui rispettivi poli; che la marcia dal bipolarismo al bipartitismo è interrotta da tempo, e che, aggiungo, l’idea che si possano realizzare in queste condizioni delle riforme costituzionali si rivela estremamente ottimistica.

2) Che tutto ciò accade perché tanto a destra che a sinistra i rispettivi, chiamiamoli così, condòmini di polo sono riusciti a costruirsi un’identità assai più forte dei partiti maggiori, venendo a esercitare in tal modo una forte attrazione sull’elettorato comune. Questo processo, che finora riguardava solo la sinistra, comincia adesso a interessare anche la destra, dove la Lega sembra progressivamente acquistare credibilità a scapito del Pdl.

3) Che infine, come causa ed effetto delle cose anzidette, sia Pdl che Pd continuano a soffrire di una forte mancanza di un proprio specifico personale politico. Vale a dire: in un caso, di un personale indipendente dall’esclusivo benvolere di Berlusconi, nell’altro di dirigenti slegati dalle provenienze correntizie attuali o pregresse. Con la conseguenza che, quando ci sono le elezioni, il personale politico del primo caso non ha in genere alle proprie spalle alcun combattivo seguito elettorale; quelli del secondo, invece, ce ne hanno sì uno combattivo, ma pure troppo e che somiglia più che altro ad una fazione schierata contro i propri compagni di partito.

Ernesto Galli della Loggia CdS 10

 

 

 

 

Dove lo Stato non c'è

 

Ha una spiegazione chiarissima - anche se ha provocato un duro scontro con l’opposizione, e aperto una serie di polemiche all’interno della maggioranza - la dichiarazione con cui il ministro dell’Interno Roberto Maroni, di fronte alla rivolta iniziata giovedì sera a Rosarno e proseguita ieri, ha preso posizione contro gli immigrati clandestini, e soltanto in seconda battuta contro la criminalità organizzata che amministra il mercato nero delle braccia. Come uomo del Nord avvezzo alle reazioni più esasperate dei cittadini contro gli aspetti degradati dell’immigrazione, Maroni ha colto subito che per la prima volta un atteggiamento simile si era diffuso anche al Sud. La novità della gente di Rosarno in piazza per chiedere l’immediato allontanamento dei clandestini in rivolta, la disperazione della ragazza aggredita da una folla impazzita, devono aver convinto il ministro che in questa guerra di poveri erano i calabresi, gli italiani, i primi a dover essere rassicurati. Di qui la presa di posizione attorno a cui, mentre la rivolta montava, s’è discusso per tutto il giorno. E di qui, in serata - davanti alla recrudescenza di episodi di violenza contro i clandestini e nel timore di uno scontro di tutti contro tutti - la decisione di inviare rinforzi di polizia. In realtà, lo sappiamo bene, quel che è accaduto a Rosarno è la logica conseguenza di una situazione trascurata, e la Calabria è di nuovo per il governo una delle emergenze più gravi. Una regione in cui le autorità locali hanno già confessato pubblicamente varie volte di aver perso il controllo del territorio. E ancora, in cui, nel giro degli ultimi giorni, la magistratura è diventata obiettivo di una serie di attentati (nell’ultimo, filmato da una telecamera, è addirittura una donna a guidare il commando). E dove inoltre il lavoro agricolo, una delle poche risorse esistenti, è regolato dalla legge del più forte, per consentire l’utilizzo di manodopera irregolare in forma di schiavitù. Se questa è ormai la Calabria, la responsabilità - tutta o in parte - non può però essere scaricata sui clandestini. Che i rivoltosi debbano essere messi in condizione di non offendere e al più presto espulsi dai confini nazionali, non ci piove. E altrettanto che debba essere assicurato ai cittadini di Rosarno il diritto di recuperare la loro tranquillità. Ma il campanello d’allarme della rivolta ha suonato anche per ricordare al governo che la Calabria non può diventare un pezzo d’Italia in cui lo Stato s’arrende. Di qui a martedì, quando si presenterà in Senato per discutere dell’accaduto, Maroni ha tempo di prendere alcune iniziative. E deve farlo proprio perché ha intuito che la stanchezza dei meridionali di Rosarno è ormai vicina a quella dei suoi concittadini del Nord.

 

Le prime cose indispensabili sono già state fatte ieri per fronteggiare l’emergenza. In secondo luogo sarebbe opportuno il superamento della polemica sulla cittadinanza breve agli immigrati, che ha ripreso a tormentare il centrodestra. Poiché non è questo il problema all’ordine del giorno, non è il caso di far confusione. Infine, su due punti, ci si aspetterebbe che il governo intervenisse con la stessa risolutezza con cui s’è mosso negli ultimi tempi nella lotta alla mafia. Il primo è un giro di vite necessario contro la ’ndrangheta e la criminalità organizzata calabrese, sotto qualsiasi forma si presenti. L’altro riguarda il vergognoso mercato delle braccia, su cui finora è calato un velo complice di distrazione. Per evitare, si dice - anche se non si capisce - di danneggiare l’economia sommersa del Sud. In tre giorni, è difficile che si possa avere qualche effetto concreto. Ma dopo anni di colpevole tolleranza, e in una situazione giunta al collasso, anche una seria intenzione sarebbe un passo avanti.

MARCELLO SORGI LS 9

 

 

 

 

Noi e l’Islam. Il pluralismo valorizza la diversità. No al multiculturalismo ideologico

 

A quanto pare il tema della cittadinanza agli islamici è sentito. Il Corriere ha selezionato ieri 11 lettere, ricavate da un totale di quasi 450 accolte su 23 pagine di Internet. Ne ignoro la distribuzione. Ma un mio amico ha calcolato che più della metà di queste lettere sono a mio favore, e che le altre sono per lo più divagazioni ondeggianti tra il sì e il no. Grazie a tutti, anche perché ho così modo di estendere il discorso (seppure complicandolo un po’).

Primo.

Non si deve confondere tra il multiculturalismo che esiste in alcuni Paesi, che c’è di fatto, e il multiculturalismo come ideologia, come predicazione di frammentazione e di separazione di etnie in ghetti culturali. Per esempio la Svizzera è oggi, di fatto, un Paese multiculturale che funziona bene come tale, anche se il lieto fine ha richiesto addirittura una guerra intestina. Invece Belgio e Canada sono oggi due Paesi bi-culturali in difficoltà, specie il primo. Anche la felix Austria fu, sotto gli Asburgo, un grande Stato multiculturale che però si è subitamente disintegrato alla fine della prima guerra mondiale. Comunque, i casi citati sono o sono stati multiculturali di fatto. Il multiculturalismo ideologico di moda è invece una predicazione che distrugge il pluralismo e che va perciò combattuta.

Secondo.

Contrariamente a quanto scritto da alcuni lettori, è il pluralismo che valorizza e pregia la diversità. Ma una diversità fondata su cross-cutting cleavages, su affiliazioni e appartenenze che si incrociano, che sono intersecanti, e non, come nel caso dell’ideologia multiculturale, da affiliazioni coincidenti che si cumulano e rinforzano l’una con l’altra. Pertanto è sbagliato, sbagliatissimo, raccontare che ormai viviamo tutti in società multiculturali, e che questo è inevitabilmente il nostro destino. Invece sinora viviamo quasi tutti, nell’Occidente, in società pluralistiche in grado di assorbire e di gestire al meglio l’eterogeneità culturale. Attenzione, allora, a non attribuire al multiculturalismo pregi che sono invece del pluralismo.

Terzo.

Un’altra confusione da evitare è tra conflitti religiosi e conflitti etnici. Questi ultimi sono purtroppo eterni e ricorrenti. Lo sono anche, tra l’altro, all’interno del mondo musulmano. Per esempio gli iraniani sono etnicamente persiani, non arabi; e la comune fede islamica non ha impedito, di recente, una sanguinosissima guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran degli ayatollah. Le religioni possono invece coesistere pacificamente ignorandosi l’una con l’altra. Si combattono quando sono «calde», invasive, fanatizzate; non altrimenti.

Quarto.

Qual è il vero Islam? Gli intellettuali musulmani accasati in Occidente si affannano quasi tutti a spiegare che non è quello propagandato dai fondamentalisti. Anche io ho letto, ovviamente, il Corano, che è simile all’Antico Testamento nel suggerire tutto e il suo contrario. Ma il fatto è che gli islamisti contrari al fondamentalismo hanno voce e peso soltanto con gli occidentali. Il diritto islamico viene stabilito, nei secoli, dai dottori della legge, gli ulama. Sono loro a stabilire quali sono, o non sono, gli sviluppi conformi alla dottrina coranica; e anche in Occidente il comportamento dei fedeli è dettato, ogni venerdì, nella moschea dal discorso del Khateb che accompagna la preghiera pubblica. La moschea, si ricordi, non è solo un luogo di culto, una chiesa nel nostro significato del termine, è anche la città-Stato dei credenti, la loro vera patria.

Quinto.

I rimedi. Tutti si chiedono quali siano, eppure sono ovvi. È stato il bombardamento del «politicamente corretto» che ce li ha fatti dimenticare o dichiarare superati. A suo tempo i tedeschi accolsero milioni di turchi come «lavoratori ospiti»; noi avevamo e abbiamo i permessi di soggiorno a lunga scadenza; gli Stati Uniti concedono agli stranieri la residenza permanente. Sono tutte formule che si possono, se e quando occorre, migliorare e «umanizzare». Ma sono certo preferibili alla creazione del cittadino «contro-cittadino» che, una volta conseguita la massa critica necessaria, crea e vota il suo partito islamico che rivendica diritti islamici se così istruito nelle moschee. Non dico che avverrà; ma se il fondamentalismo si consolida, potrebbe avvenire. È un rischio che sarebbe stupido correre. O almeno a me così sembra.

Giovanni Sartori CdS 7

 

 

 

Epifani: «A Rosarno non deve morire il sogno di un'Italia giusta»

 

A Rosarno gli italiani sparano contro i lavoratori stranieri. È una tragedia non solo per chi vive direttamente questi fatti, ma per il Paese: perdiamo la capacità di vivere insieme, di comprendere i problemi degli altri, di rispettare le diversità, i diritti, i nostri valori. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, commenta amaramente le notizie che arrivano dalla Calabria.

 

Si aspettava questa esplosione di violenza?

«Purtroppo è la conferma di una situazione molto grave che noi avevamo denunciato. Questo dramma è la somma di più elementi. Primo: un insostenibile assetto legislativo, la Bossi-Fini, in cui oggi è più facile restare clandestino che essere regolarizzati. Secondo: le condizioni di vita insostenibili in cui sono costretti i lavoratori migranti nelle campagne del Sud, questo è schiavismo. Terzo: il caso di Rosarno dimostra l’assenza di una volontà politica di risolvere i problemi,si lasciano scoppiare piuttosto che affrontarli quando sarebbe più facile».

 

Il ministro Maroni parla di eccessiva tolleranza verso i clandestini.

«È un’affermazione infelice e disumana. La sua analisi è sbagliata. A Rosarno è la criminalità che favorisce la clandestinità, non il contrario. Sono zone ad altissima densità mafiosa, dove il governo del mercato del lavoro è esercitato con metodi malavitosi. Non si può intervenire solo come si fa oggi spostando i lavoratori da un’altra parte senza distiguere tra chi è clandestino, chi ha il permesso di soggiorno e chi non ce l’ha perchè ha perso il lavoro».

 

Ma c’è un problema di ordine pubblico, di sicurezza dei cittadini.

«Non sono un buonista: la lotta alla criminalità e la sicurezza dei cittadini sono sacrosante. Ma spostare qualche centinaio di immigrati non risolve il problema, domani si ricomincia se non si cambia. Perchè chi prende 20 euro al giorno, 600 euro al mese quando va bene ed è costretto a vivere senza casa, in emergenza igienico-sanitaria, senza diritti, sentirà prima o poi la necessità di ribellarsi. Tali tensioni generano rivalse, ritorsioni tra la popolazione, spesso alimentate e governate da interessi malavitosi».

 

La rivolta di Rosarno è coincisa con le quote Gelmini del 30% degli studenti stranieri nelle classi. Una coincidenza curiosa, almeno.

«Non è casuale. È il segno del degrado della vita civile, del governo, della cultura. C’è un unico filo che lega il giudizio di Maroni sugli immigrati, le quote della Gelmini e le parole del leghista Cota. L’immigrazione e il lavoro devono essere affrontati in una dimensione morale, non ideologica. Gli immigrati sono sfruttati in condizioni disumane e quando non servono più si buttano via e si massacrano per strada, così non va».

 

Come se ne esce?

«Vedo solo una risposta: se ne esce con l’umanità e la razionalità, affrontando i problemi, garantendo un minimo di diritti a chi viene qui a lavorare e viene sfruttato ogni giorno. Vogliamo iniziare a risolvere questi drammi? Decidiamo che ai lavoratori dei campi sia garantito un minimo retributivo e contributivo, rendiamo trasparente il mercato del lavoro in agricoltura liberandolo dai caporali e dalla malavita».

 

Perchè questo governo non ascolta almeno la Chiesa?

«Il governo ha un atteggiamento schizofrenico: in alcuni campi, penso alle questioni bioetiche, segue la linea della Chiesa, mentre su altri problemi, come la difesa del lavoro e i diritti degli immigrati, fa l’opposto. La verità è che il governo rispeccia il deterioramento dei valori, favorisce una società che tende a richiudersi e a dividersi. In più è forte l’egemonia leghista che impone la chiusura di ogni spazio di tolleranza verso gli immigrati. Gli attacchi della Lega alla Chiesa, al cardinale Tettamanzi non sono casuali».

 

La sensazione, all’inizio del 2010, è che l’Italia viva un decadimento culturale, di valori, un clima in cui prevalgono l’individualismo e l’aspirazione all’arricchimento.

«Questa è la realtà. Ma dobbiamo reagire al decadimento, non dobbiamo rassegnarci. Viviamo i riflessi del declino del Paese e dei suoi gravi problemi economici e sociali, abbiamo perso il nostro ruolo in Europa e nel contesto internazionale. Nella società cresce l’egoismo, i più ricchi sono tutelati mentre c’è l’abbandono dei più poveri. Parole come solidarietà, diritti, uguaglianza sono vissute come una minaccia da alcuni. Lo avvertiamo anche nel sindacato: c’è il rischio di corporativismo tra chi ha il posto e chi lo perde, tra italiani e immigrati».

 

Quali rischi vede oggi?

«Mi rammarica e mi fa paura le perdita della memoria. In questi giorni è stato pubblicato un volume che ricorda l’eccidio di otto lavoratori italiani in Francia, nell’Ottocento, quando noi eravamo stranieri. Possibile che ci siamo dimenticati tutto: chi siamo, da dove veniamo, i sacrifici e le lotte dei nostri padri? Ci vorrebbe un soprassalto ideale, morale delle forze politiche, trovare un metodo unitario per guardare in faccia i problemi. Possibile che non si parli più di povertà? Non sono questioni solo del sindacato. L’Italia è davanti a prospettive molto dure: la crisi cambierà l’impresa manifatturiera, sconvolgerà il destino di molte comunità, scompariranno attività e lavori. Stiamo già vedendo la desertificazione industriale del Sud: il distretto del divano, Termini Imerese, Alcoa...».

 

L’agenda di Berlusconi prevede giustizia, fisco, riforme istituzionali.

«Berlusconi si occupa di molte cose, ma non delle questioni sociali prioritarie. E anche sul fisco vuole fare un po’ di propaganda, alzare il polverone in vista delle elezioni per garantire un certo blocco sociale. Se ne parla e non si fa nulla, se fosse ridotto il peso del fisco su salari e pensioni noi saremmo i primi a condividere. Invece lavoratori e pensionati sono quelli che pagano di più».

 

Come giudica l’opposizione?

«Il pd è ancora in fase di riorganizzazione, ha evidenti difficoltà. Non sono stati risolti i problemi gravi aperti con la caduta del governo Prodi. C’è una grande debolezza e una profonda divisione, prevale l’attenzione al particolare invece che al generale, continua la frantumazione in gruppi, con un gusto per la divisione sempre più forte. La vicenda delle candidature alle elezioni regionali è la spia di questo malessere»

 

Bersani?

«Bersani tiene bene il profilo del partito sulle questioni sociali e sulle riforme, ma ci sono troppi sospetti e divisioni anche tra chi gli è vicino. Ha detto parole giuste e coraggiose sull’immigrazione. La democrazia del Paese ha bisogno di un’opposizione forte, decisa, che faccia valere il suo punto di vista. La strada è lunga e difficile».

 

Nel Lazio si affrontano due donne, cosa ne pensa?

«Se saranno confermate le candidature della Bonino e della Polverini sarà una bella novità, un duello emblematico. Dico subito che ci sono cose che mi dividono da Emma Bonino, ma è una candidata straordinaria, che rappresenta la miglior tradizione del movimento radicale, dei diritti civili, con un forte radicamento in Europa. Potrebbe fare un bel lavoro sulla sanità, la trasparenza, la lotta alla corruzione, nelle politiche ambientali e dell’accoglienza.».

 

E la Polverini?

«Ha fatto cose importanti in un sindacato che era solo una costola della destra. È una persona capace. Potrei, se mi è consentito, suggerirle di stare attenta a una parte delle sue compagnie perchè c’è chi ha contribuito allo sfascio della sanità nel Lazio, e a qualche figura dell’ultradestra. Attorno alla Polverini vedo già molti pronti ad arraffare quote di potere».

 

Epifani, lei ha una formazione socialista. Cosa pensa delle polemiche attorno alla figura di Craxi?

«Pensavo che dopo dieci anni si potesse discutere serenamente anche su Craxi. Mi sbagliavo, è ancora troppo presto. Certo mi sorprende che in questo Paese nessuno muova un dito se Brunetta dichiara di voler abolire il primo articolo della Costituzione e invece si scateni un putiferio su un personaggio politico scomparso dieci anni fa».

 

Allora dica cosa pensa lei di Craxi.

«Craxi è stato un grande leader politico nella storia italiana del Novecento. Ma è stato tante cose: discepolo di Nenni, difensore dell’autonomia socialista, della socialdemocrazia quando erano in pochi a farlo, è stato l’uomo che ha rinsaldato la cultura socialista sul ceppo garibaldino-mazziniano. Ha sempre cercato di liberarsi dal dualismo tra dc e pci, usando tanti mezzi, anche illeciti e spregiudicati, porta pure lui la responsabilità di non aver agito per modificare quel sistema. Mi rimane il dubbio se si sia arricchito personalmente. Craxi è stato un protagonista delle occasioni mancate. Forse nel dialogo a sinistra, col pci, poteva fare di più, ma erano anni difficili, lo scontro era duro. Il mancato incontro tra quelle culture politiche, tuttavia, lo stiamo pagando ancora oggi». Rinaldo Gianola L’U 10

 

 

 

 

 

La fermezza e l'ipocrisia

 

Sappiamo da tempo che l'immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell'Europa. Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte europee. In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale e convergente un fenomeno col quale conviviamo ormai da anni. Ci sono almeno tre temi su cui non c'è consenso nazionale e, per conseguenza, mancano codici di comportamento e pratiche comuni fra gli operatori delle principali istituzioni. Non c'è consenso, prima di tutto, su che cosa si debba intendere per «integrazione» degli immigrati. A parole, tutti la auspicano ma che cosa sia resta un mistero. Ad esempio, si può ridurla alla questione dei tempi per la concessione della cittadinanza? O ciò non significa partire dalla coda anziché dalla testa?

Poiché nulla meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali. Ciò che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie (e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore. Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell'integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà. E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri.

C'è poi, in secondo luogo, la questione dell'immigrazione islamica. Tipicamente (le critiche di Tito Boeri - 23 dicembre - e di altri, alle tesi di Giovanni Sartori - 20 dicembre - sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l'esistenza del problema. Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani, non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l'esistenza facendo di tutta l'erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono anche, dall'altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più interessati ad occupare spazi territoriali per l'islam nella versione chiusa e oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione. E lascio qui deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti. Salvo osservare che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all'uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili.

Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio). Non c’è nemmeno consenso nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti. Da un lato, ci sono settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti gli immigrati. Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche ai fautori dell’accoglienza indiscriminata.

Non ci sono solo troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali risorse?). Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro. Un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no. Se risultasse che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la prerogativa del controllo territoriale. Né si può controbattere citando il trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare liberamente nei Paesi europei aderenti. Schengen, infatti, è frutto di un accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio della sovranità territoriale.

La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili.

Angelo Panebianco CdS 8

 

 

 

 

Germania contro Google: "Monopolista come Microsoft". Attacco dalle pagine del settimanale Der Spiegel

 

Il ministro della Giustizia tedesca, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ha duramente criticato il motore di ricerca americano Google, sostenendo che il gruppo di californiano di Mountain View punta di soppiatto alla creazione di «giganteschi monopoli, come la Microsoft».

 

Servizi come Google Earth e Google Street View vanno «assolutamente esaminati dal punto di vista legale», ha detto il ministro, riferendosi al servizio che offre la mappatura fotografica della Terra attraverso immagini satellitari, nonchè a quello che permette di navigare virtualmente in alcune città grazie a immagini fisse riprese autoveicoli muniti di telecamera.

 

«Mi disturba questa corsa in avanti, questa gigantomania, che traspare anche da Google Book», ha commentato la Leutheusser-Schnarrenberger riferendosi alla biblioteca digitale del colosso americano, che negli Usa è stata già oggetto di una class-action da 125 milioni di dollari promossa da editori e autori.

 

L’attacco, lanciato dalle pagine del settimanale Der Spiegel, segue di pochi giorni la proposta del governo francese di tassare gli introiti pubblicitari online dei colossi di internet come Google, Facebook e Microsoft (la cosiddetta ’tassa Google') per finanziare misure in favore di un’offerta legale di musica e film su Internet.

 

Secondo il ministro tedesca, Google deve essere più trasparente nelle proprie attività, anche nel trattamento dei dati. In caso contrario, il ministro non ha escluso il ricorso alla legge. Ls 9

 

 

 

 

 

PD-Svizzera. Agevolare il voto regionale per i residenti all’estero

 

Con una lettera inviata in giornata al segretario nazionale del Partito democratico, Pierluigi Bersani, ai capigruppo delle Assemblee parla