WEBGIORNALE 18-20 Gennaio 2010
Catastrofe Haiti. Nelle braccia dell'Occidente
La speranza di
molti haitiani sopravvissuti al terremoto è probabilmente quella di
assoggettarsi a un protettorato internazionale - di LUCIO CARACCIOLO
"Questa
tragedia è una cosa buona per noi, perché ci fa pubblicità". La frase
sfuggita a George Samuel Antoine, console di Haiti a San Paolo del Brasile,
davanti alle telecamere dell'emittente Sbt, a prima vista appare un distillato
di puro cinismo. Ma rivela probabilmente la speranza di molti haitiani
sopravvissuti al terremoto: assoggettarsi a un protettorato internazionale. Nel
senso pieno del termine. Meglio un governo di stranieri che l'anarchia e le
vessazioni dei banditi. Se poi questi stranieri sono americani, capofila di una
cordata con Brasile, Francia e Canada, investiti delle responsabilità primarie
in quanto potenze più influenti sull'isola, tanto meglio.
Le assicurazioni
della Casa Bianca di non voler governare Haiti, obbligate dal bon ton
diplomatico, passano in second'ordine di fronte all'immediato, robusto e assai
esibito impegno americano nel dopo-terremoto. Per il primo paese indipendente
dell'America Latina (1804), nel quale Simon Bolivar trovò rifugio e assistenza,
sperare nella colonizzazione nordamericana è un bel paradosso. E forse si
rivelerà una chimera, quando fra non molto i riflettori dei media saranno
spenti. Ma nell'ora più triste e insieme più globale di quella terra miserrima,
come negare ai sopravvissuti il sogno di un futuro diverso? Di diventare un
altro Puerto Rico?
La catastrofe che
il 12 gennaio si è abbattuta su Port-au-Prince e su milioni di haitiani ha
scatenato una nobile competizione fra nazioni, organizzazioni internazionali e
associazioni private a chi soccorre prima e meglio i superstiti. La solidarietà
di cui siamo testimoni esprime quel senso di appartenenza al genere umano - al
di là di razza, credo, storie e frontiere - che solo le grandi emergenze sanno
suscitare. Nelle scelte dei maggiori leader mondiali e regionali si possono
però intravedere anche le strategie geopolitiche che segnano questa
competizione non solo umanitaria.
A cominciare da
Obama: "Questo è un momento che richiede la leadership dell'America".
La mobilitazione militare e civile, l'impegno personale del presidente, la
formidabile eco mediatica rivelano che lo spirito missionario degli americani,
pur in tempi di crisi, resta vivo. Su questo slancio, Obama si propone di
raggiungere tre obiettivi.
Primo e
principale: non ripetere l'errore di Bush, che di fronte allo tsunami asiatico
del 2004 e soprattutto al disastro provocato l'anno dopo dall'uragano Katrina,
si mostrò torpido e distratto. Confermando l'immagine di una superpotenza
egoista e declinante. E destando il sospetto che asiatici e neri americani - le
vittime "invisibili" dello tsunami e di Katrina - non fossero per
Bush meritevoli di attenzione. Da quella pessima performance del suo predecessore,
più ancora che dal disastro iracheno, Obama trasse la convinzione di poter
competere per la Casa Bianca. Oggi che la sua stella non brilla come i suoi
sostenitori speravano un anno fa, il presidente non poteva farsi cogliere
impreparato da una simile emergenza.
Secondo: dare
profilo specifico alla sua visione - finora piuttosto retorica - degli Stati
Uniti come potenza capace di esprimere la propria egemonia non attraverso
l'esibizione o peggio l'impiego della forza, ma raccogliendo intorno a sé ampie
coalizioni internazionali. E assumendosi la responsabilità di guidarle. Sotto
questo profilo, Haiti è il caso perfetto: un'impresa umanitaria dall'eco
planetaria, circoscritta nel "cortile di casa" americano, lo spazio
caraibico. Dove non esistono potenze in grado di competere con il colosso a
stelle e strisce. La Cina è lontana. Degli europei conta solo la Francia,
sollecitata in questo caso dal richiamo storico e culturale della francofona
Haiti. Riferimento che spiega anche l'interesse canadese, o meglio del Québec,
che per rafforzare la sua impronta francofona ha importato una vasta colonia
haitiana. Parigi e Ottawa peraltro si muovono di concerto con Washington.
Terzo: impedire
che forze nemiche o inaffidabili prendano piede a Haiti. Un classico Stato
fallito, di fatto non governato da nessuno. Haiti non è la Somalia, certo. Ma i
recenti corteggiamenti venezuelani al presidente Préval, sostanziati da
forniture energetiche e progetti infrastrutturali, miravano a calamitare Haiti
nell'Alba, l'asse antiamericano guidato da Caracas e L'Avana. L'intervento di
Obama, che intende porre gli haitiani sotto la provvisoria (?) tutela
statunitense, serve anche a stroncare tali velleità. Intanto, Cuba ha aperto il
suo spazio aereo ai voli di soccorso americani. Mentre la base di Guantanamo -
più nota come prigione per terroristi che Obama prometteva di chiudere e non ha
chiuso - funge da hub logistico per le operazioni Usa nell'isola terremotata,
da cui la separa solo uno stretto di un centinaio di chilometri, il Windward
Passage.
Il principale
partner degli Stati Uniti in questa operazione è il Brasile. Insieme ai primi
soccorsi, Lula ha inviato sul posto il ministro della Difesa Nelson Jobim. A
Haiti sono schierati 1.266 soldati brasiliani impegnati nella missione Onu di
stabilizzazione (Minustah), a guida verde-oro. L'impegno che si protrae da sei
anni, con scarso successo, non è unicamente volto a riportare l'ordine a Haiti.
Vuole anche illustrare le ambizioni brasiliane di potenza non solo sudamericana
ma tendenzialmente panamericana. Dunque proiettata anche verso i Caraibi e
l'America centrale. In un rapporto di cooperazione/competizione con gli Stati
Uniti, da cui pretende un trattamento paritario. Brasilia peraltro resta
refrattaria alle gesticolazioni neobolivariste di Chavez e alla sinistra
radicale di Ortega (Nicaragua), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador).
Quando l'emergenza
haitiana sarà trascorsa, speriamo con duraturo sollievo per quella popolazione,
potremo procedere a una doppia verifica geopolitica. Per l'America, vedremo se
avrà dimostrato con successo che non intende tollerare Stati falliti
nell'"estero vicino". Destinati forse un giorno a fungere da
trampolini di lancio di potenze ostili od organizzazioni terroristiche. Quanto
al Brasile, stabiliremo se la sua proiezione di potenza oltre la frontiera
sudamericana può sostanziarsi in una sfera d'influenza privilegiata, magari in
coabitazione con gli Stati Uniti. Così ponendo fine all'assoluta, bisecolare
egemonia a stelle e strisce sull'emisfero occidentale. LR 16
Le immagini di
Haiti devastata non dicono per intero il disastro, come quasi sempre accade
nelle grandi calamità naturali. Dicono il punto terminale di una storia lunga,
accorciandola e sforbiciandola d’imperio.
Ritraggono la
tragedia ignorando le tragedie già avvenute: tremando, la terra le inuma ancor
più profondamente. Raffigurano in modi sconnessi lo sguardo di un bambino
salvato, struggente di bellezza, e il fulgore
tremendo dei machete impugnati da
superstiti a caccia di cibi, acqua, medicine. Orrore, bellezza, empatia,
discordia: sono frammenti caotici di un tutto inafferrabile. Sono istantanee, e
ogni istantanea è la punta di iceberg che restano inesplorati. Vediamo solo
questa punta, commossi da eventi estremi. Facendo uno sforzo sentiamo l’odore
di morte, descritto dai reporter. La base dell’iceberg, quel che viene prima
del sisma, s’inabissa sotto le macerie con i morti. È il terribile destino di
parole come umanità, soccorsi umanitari, guerre umanitarie: parole cui si
ricorre in simili emergenze e che cancellano la storia, eclissano le
responsabilità dei grandi e dei piccoli, dei singoli e delle autorità
pubbliche. Parole che narrano una catastrofe solo naturale, non anche umana e
politica. Per questo è così prezioso il giornalismo scritto. La televisione
mostra solo un pezzetto di realtà, più o meno bene (i telegiornali italiani
meno bene della Bbc).
Twitter cattura
l’urlo di Munch. Solo lo scritto ha la respirazione lenta della storia. Solo
lui può dire quel che era prima del punto terminale, e come possa succedere che
l’acme sia questo e non un altro, se possibile meno esiziale.
Le fotografie
delle catastrofi sono sempre in qualche modo taroccate. Ci viene «rifilata» una
realtà, contorta magari inconsciamente. Privilegiando un riquadro e
trascurandone altri falsifichiamo l’immagine, come ben spiegato in un blog
attento alle manipolazioni visive (G.O.D., Ghostwritersondemand): ci lamentiamo
dei trucchi, «ma siamo noi i grandi rifilatori». Noi che aggiustiamo le foto
dei cataclismi, i reportage, trasformando individui e popoli in nuda umanità
indistinta alle prese con la natura e sconnessa dalla pòlis. Foto e telecamere
mostrano la mano che soccorre, non quella che ha distrutto e aumentato la
vulnerabilità d’un Paese. Denunciano la natura matrigna della natura, non della
politica; l’eclisse di Dio, non dell’uomo imputabile. Basta leggere su La
Stampa i due articoli scritti da Lucia Annunziata, il 14 e 16 gennaio, per
scoprire dietro l’Ultimo istante e l’Ultimo uomo una miserabile storia
fabbricata dai politici.
Qualcosa in realtà
l’intuiamo, osservando i filmati trasmessi dai Caraibi. Sembra di vedere il
bastimento di schiavi neri in fuga dall’Africa, che dopo essersi ammutinati
sequestrano nel racconto di
Melville il comandante Benito Cereno e
si autogovernano con crudeli leggi del taglione: la nave si chiama San
Dominick, ai nostri tempi Haiti. E proprio a Haiti Melville pensava: il primo
luogo dove gli schiavi neri si liberarono negli Anni 90 del Settecento,
inneggiando sotto la guida del leggendario Toussaint L’Ouverture alla
rivoluzione francese. Pensava alla grandezza delle rivoluzioni e alle rovine
che provocano quando perpetuano il tumulto e non si danno leggi stabili. Haiti
somiglia a quella nave, divenuta isola.
Anche a
Port-au-Prince, come nel naviglio San Dominick, regna l’anomia che secerne
despoti. Chi guarda il dramma nei Caraibi non vede autorità locali, che tengano
ordine. Non vede poliziotti né ministri haitiani, ma solo potentati e
organizzazioni esterni. L’assenza di immagini parla più di quelle esibite,
anche qui.
La storia
occultata sotto la punta dell’iceberg eccola: è un inarrestabile sanguinario
regolamento di conti fra cleptocrazie e fra mafie che oggi usano l’isola per i
traffici di droga. È fatta di un’emancipazione gloriosamente iniziata e mai
finita, perché sempre ha preferito le dittature generate dall’anarchia
rivoluzionaria alle istituzioni che durano. I geologi dicono che identici
terremoti, in Paesi ben amministrati, non seminano morte sì vasta. Lo sostiene
la sismologa Kate Hutton: vent’anni fa, un terremoto di eguale forza colpì il
Sud di San Francisco. Fece 63 morti, non 100-200.000 come a Haiti.
La mano dello
Stato non si vede a Port-au-Prince perché non c’era neanche prima, se mai c’è
stata. È il motivo per cui sono nate baraccopoli così cadenti e indifese a
Port-au-Prince, scrive la scrittrice Amy Wilentz: se i morti son tanti è perché
l’agricoltura, degradata, ha spinto migliaia di contadini a inurbarsi negli
slum di quella che veniva chiamata Perla delle Antille. I terremotati abruzzesi
lo sanno, pur non avendo subito un sisma analogo. Se le case non fossero state
costruite con la sabbia, se lo Stato avesse contrastato le speculazioni
mafiose, il sisma sarebbe stato diverso: cataclismi dello stesso tipo in
Giappone non fanno morti.
Anche dietro la
mano internazionale che corre in aiuto, anche dietro quella di Obama, c’è una
lunga storia di peccati di omissione e di inani interventismi. Scrive il quotidiano
Independent che occorre una «politica globale delle catastrofi». Ma anche
questi appelli sono foto che ci rifiliamo a vicenda. Il disfarsi di Haiti
rivela ed esige di più: rivela che aiuti umanitari e allo sviluppo vanno
ripensati, perché fallimentari, e organizzati prima dei cataclismi.
Fallimentari furono in primis gli interventi stabilizzatori americani,
specialmente di Clinton. Washington tutto ha fatto, impossessandosi nella
sostanza dell’isola, tranne rafforzare il suo Stato, le sue infrastrutture: ha
installato dittatori, poi li ha cacciati, poi re-insediati (è il caso del
sacerdote-presidente Aristide, negli Anni 90) senza mai scommettere sulle
capacità locali di rendere l’isola meno vulnerabile ai ricorrenti sismi e
uragani (con case meno cadenti, quartieri meno malavitosi, politiche del
territorio più affidabili). Da un secolo, Washington «manda alternativamente
nell’isola marines e spedizioni di aiuti umanitari - senza mai salvarla. (....)
Haiti è un neo purulento sul volto di due delle più luminose pagine di storia
del nostro mondo: la rivoluzione francese e quella americana» (Lucia
Annunziata, La Stampa 14-1-10).
Lo strazio
umanitario ha questo di peculiare: cancella ogni errore, di governi locali o di
potenze esterne o di mafie. Mette in scena un male interamente naturale, che fa
tabula rasa della storia. Non a caso lo chiamano Apocalisse: parola da evitare,
perché nell’Apocalisse non c’è più modo di correggersi. O gli danno il nome di
male assoluto, estirpandolo dalla catena storica delle causalità e
fantasticando globali empatie umane che oltrepassano la politica. Il racconto
di Kleist sul terremoto del Cile racconta il naufragare di leggi e
responsabilità. Quando l’uomo è solo di fronte alla natura non resta che il
fato, e «tremendo appare l’Essere che regna sopra le nubi»: «Pareva che tutti
gli animi fossero riconciliati, dopo che v’era rintronato il colpo spaventoso.
Nella memoria non sapevano risalire più in là di esso».
Impietoso, Kleist
racconta come la memoria si vendichi, nel mondo non immaginario ma reale. Basta
un attimo e la riconciliazione si spezza, proprio come a Haiti: nel mondo reale
ci sono i tumulti, i machete, le guerre per il cibo, l’assenza di polizia
locale e di Stato.
L’umanitario fa
parte della modernità rivoluzionaria come la fotografia e la Tv. Il suo sguardo
si fissa sull’ultimo attimo: «Nella memoria non risale più in là». Urge invece
risalire, far politica ricordando: anche su scala mondiale. Dice Kafka che
bisogna «inoltrarsi nel buio con la scrittura, come se il buio fosse un
tunnel». L’immagine fotografica livella ogni cosa, del tutto ignara che ogni
buio è un tunnel, anche quando a prima vista pare piatto. BARBARA SPINELLI LS 17
Quando "una sola voce"? L'Unione europea per la pace e lo
sviluppo nel mondo
È una vecchia
storia. L'Unione Europea si rinnova, cambia facce ed abiti, regole e obiettivi,
politiche e strutture. In tutti i settori ed in ogni direzione. Ora precorrendo
i tempi, ora con ritardi più o meno voluti ed a volte rischiosi per la sua
stessa ragione d'essere. E forse è normale che sia così, nel bene e nel male
sempre di "politica" si tratta. Persiste tuttavia un'eccezione
all'evolversi comunitario, talmente evidente e preoccupante da non poter
passare inosservata: l'incapacità cronica di Bruxelles di esprimersi con una
sola voce sui temi relativi alla pace ed allo sviluppo mondiale. È un
"vulnus" che va ricercato più a monte, dal momento che tale poliglossia
trae inevitabilmente origine dall'incapacità di mettersi d'accordo. E
probabilmente altresì da una scelta ponderata da parte dei Governi dei
Ventisette, quantomeno della loro maggior parte, che vede prevalere ancor'oggi
gli interessi economici (ma non solo) dei singoli Stati rispetto al pensare ed
agire europeo, a discapito soprattutto degli interessi di coloro i quali
(milioni, se non ormai miliardi di persone) della latitanza di pace e sviluppo
sono quotidiane vittime.
Il recente passato
è prodigo di esempi. L'ex-Jugoslavia, la guerra del Golfo, il genocidio in
Rwanda. In comune solo indecisionismo, mai una posizione. Il presente non è,
purtroppo, da meno: l'Afghanistan, Al-Qaeda, la labile difesa dei diritti
umani. Per non parlare della questione palestinese, ormai da mezzo secolo banco
di una prova puntualmente fallita in materia di risoluzione dei conflitti, e
della lotta alla povertà in ogni angolo del pianeta. "One man one
vote", si diceva agli albori della democrazia occidentale; "one
Government one voice", verrebbe da dire. E domani? E dopodomani? È un
chiaroscuro di posizioni, in bilico tra parole indiscutibilmente sempre più
decise e fatti altrettanto indiscutibilmente ancor troppo leggeri. Con la bomba
ad orologeria che si chiama Iran, con il sottosviluppo che non diviene
sviluppo, con la demografia che scoppia, con l'immigrazione incontrollata, con
la fame e la miseria che invece di diminuire aumentano, con i diritti umani che
sono calpestati molto più di quanto si possa immaginare. Con il mondo che - per
attraversare il guado - ha bisogno proprio dell'Europa unificata che stenta ad
unirsi.
Nonostante tutto,
la speranza di porre fine alla Babele europea sulla scena internazionale è viva
più che mai. Ed è tanto concreta quanto la consapevolezza dell'UE della necessità
di cambiare rotta. Anche se, da un lato, le diplomazie degli Stati membri
"uti singuli" sono ben organizzate, consolidate, a volte addirittura
"schierate" (nelle relazioni, nel tipo di sostegno sia governativo
sia umanitario, nelle priorità geopolitiche), dall'altro la svolta impressa dal
Trattato di Lisbona è di quelle che lasciano il segno. Un Presidente, un
"Ministro degli Esteri", un corpo diplomatico. Per quanto
sostanzialmente ancora collegiali e con l'orecchio sempre ben teso ad ascoltare
messaggi e mandati che provengono dalle Capitali, le nuove Istituzioni
dell'Unione sono ormai vincolate al perseguimento della posizione comune, al
compromesso al rialzo e non più al ribasso, all'interesse globale e non di
bandiera. Una tale ottica ha bisogno del sostegno di politiche inclusive,
condivise, volte a migliorare e non a peggiorare la condizione del pianeta.
L'Europa fallirà -
e con lei probabilmente le speranze di chi soffre - se non sarà in grado di
abbandonare il desueto abito del "divide et impera" a favore della
strategia opposta: unire e cooperare. Il primo passo in questa direzione forse
consiste proprio nell'adottare (come sperimentato con successo in ambito
commerciale) una sola voce per la pace, la libertà, lo sviluppo sostenibile e
la tutela della dignità umana. Siamo fiduciosi. ELENI INIOTAKI, GRECIA, SIR EU
Progetti per l’integrazione degli immigrati finanziati dall’UE. Domande
entro il 3 marzo
Roma - Sul sito
della Commissione europea, DG Giustizia, Libertà e Sicurezza, sono stati
pubblicati lo scorso 22 dicembre i bandi per la presentazione di proposte
progettuali relative alle Azioni comunitarie del Fondo europeo per
l’integrazione (Fei). Ne dà notizia il Ministero dell’Interno precisando che
gli stanziamenti previsti ammontano complessivamente a 4.500.000 euro e che il
finanziamento comunitario per ogni progetto è compreso tra 200.000 e 750.000
euro.
Per la
presentazione delle domande, raccomanda il Viminale, è opportuno registrarsi
attraverso il sistema elettronico "Priamos"; le proposte progettuali
devono essere presentate online entro le ore 14.00 del 3 marzo prossimo.
Le azioni
comunitarie del Fondo Europeo per l’Integrazione sono rivolte ai cittadini di
Paesi terzi, di recente ingresso e regolarmente soggiornanti all’interno degli
Stati membri. Perseguono obiettivi di portata transnazionale e promuovono
interventi pianificati e realizzati da attori di più Stati membri
(amministrazioni pubbliche, enti locali, associazioni, enti privati, istituti
di ricerca, ecc.). Devono essere realizzate, infatti, da partner di almeno 5
differenti Stati membri.
Tre le priorità
delle Azioni comunitarie: raccogliere i contributi della società e dei migranti
e sviluppare una piena comprensione dei processi di integrazione; promuovere
misure di integrazione mirate ai giovani e alle questioni di genere; e, infine,
promuovere il ruolo delle organizzazioni della società civile e delle autorità
locali nel delineare le strategie di integrazione. (aise)
Ignoranti, distratti, impreparati, bufera sui commissari Ue
Gaffe della
bulgara Jeleva: "La Georgia? In Medio Oriente". E lo slovacco
Sefcovic
è accusato di aver
pronunciato frasi discriminatorie nei confronti dei Rom
La Ashton ammette
di non aver pensato a un seggio europeo al Consiglio di
sicurezza dell'Onu
- dal nostro inviato ANDREA BONANNI
BRUXELLES - La
reputazione, già non molto brillante, della Commissione europea guidata da Josè
Manuel Barroso rischia di uscire definitivamente compromessa dalle audizioni
dei commissari designati di fronte al Parlamento europeo. Finora gli
eurodeputati hanno già espresso forti riserve sulla candidata bulgara. Hanno
riconvocato l'olandese per una nuova audizione giudicando insoddisfacente la
sua prima prestazione. Si sono riservati il giudizio sul finlandese e sul
lituano. E hanno preannunciato battaglia contro il candidato della Slovacchia.
E questo mentre le audizioni sono in corso e un buon numero di commissari
designati (tra cui Antonio Tajani) devono ancora sfilare davanti al Parlamento.
La modesta
performance dei commissari designati si è aperta con Catherine Ashton,
laburista inglese e Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza
della Ue. Il futuro ministro degli esteri europeo ha eluso praticamente tutte
le domande più scomode. Rispondendo all'italiano Mario Mauro (PPE), che le
chiedeva quale fosse la miglior soluzione per avere un seggio europeo al
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Ashton ha candidamente
dichiarato che "il problema non le era neppure passato per la testa".
La britannica ha ottenuto comunque il via libera dai deputati.
Meno bene è andata
invece a Rumiana Jeleva (PPE) attuale ministro degli esteri bulgaro, designata
come commissaria agli aiuti umanitari. Non solo la Jeleva ha fatto una figura
penosa di fronte alle domande dei deputati arrivando a indicare la Georgia tra
i Paesi del Medio Oriente da lei visitati, ma non è neppure riuscita a
dissipare i dubbi sulla correttezza della sua "dichiarazione di
interessi" in cui avrebbe omesso di segnalare la propria partecipazione in
una società finanziaria bulgara. I socialisti ne chiedono a gran voce le
dimissioni.
Le sorprese però
non sono finite. Neelie Kroes, olandese, liberale, designata come responsabile
delle Telecomunicazioni, ha talmente deluso gli eurodeputati della Commissione
industria che questi l'hanno rinviata ad una nuova audizione la settimana
prossima a Strasburgo. I suoi difensori hanno cercato di scusarla dicendo che
"aveva dimenticato una parte degli appunti" preparati per l'incontro.
Ma la giustificazione ha solo peggiorato la sensazione di generale
inadeguatezza.
Anche il
finlandese Olli Rehn, designato per sostituire Almunia agli affari economici,
ha deluso il Parlamento al punto che gli eurodeputati si sono riservati di
formulare il giudizio sulla sua audizione. Stessa sorte è toccata al lituano
Algirdas Semeta, designato alla fiscalità e alla lotta antifrode. E già i
parlamentari affilano i coltelli per la imminente audizione dello slovacco
Maros Sefcovic, socialista, accusato di aver fatto dichiarazioni
discriminatorie nei confronti dei Rom. Se dovesse cadere la Jeleva, Sefcovic
sarà messo alle corde dai popolari per ritorsione. Ma intanto è la Commissione
nel suo complesso che dimostra un livello di volta in volta sempre più scadente.
LR 16
Primo marzo 2010. Un giorno senza stranieri. «L'Italia capirà che siamo
determinanti»
Un centinaio di
persone ha partecipato stamani allo Spazio Tadini di via Jommelli alla
presentazione del "Primo Marzo 2010 - Sciopero degli stranieri". La
manifestazione, ispirata e gemellata con la francese "Journée sans
immigrés: 24h sans nou", si propone di far capire cosa succederebbe se «i
quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare
le braccia per un giorno».
L'obiettivo dei
promotori è quello di organizzare «una grande manifestazione non violenta per
far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei
migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Questo movimento
nasce meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani,
stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e
delle discriminazioni verso i più deboli». Alla presentazione hanno partecipato
rappresentanti di associazioni e sindacati come Cigl, Arci, Legambiente,
Emergency, Terre di mezzo.
Gli organizzatori
hanno adottato il giallo come colore di riferimento di Primo marzo 2010 è il
giallo. «Su Facebook il gruppo ha raccolto in un mese 40mila adesioni, e in
diverse città di tutta Italia si stanno moltiplicando comitati locali, per ora
siamo a quota 17» spiega la presidente del comitato organizzatore Stefania
Ragusa. «Il nostro obiettivo - continua la Ragusa - è far vedere che non ci
sono noi e loro, che le nostre vite sono già mescolate». Sciopero bianco,
astensione dai consumi, adesione simbolica indossando il fiocco giallo, scelto
come colore dell'iniziativa: sono alcune delle forme di protesta prese in
considerazione, nella consapevolezza della difficoltà di proclamare un vero e
proprio sciopero, come era nei propositi iniziali del movimento.
«Noi riteniamo che
oggi in Italia si debba sostenere questa giornata di sensibilizzazione ma non
proclameremo lo sciopero» ha affermato Giovanni Minali, membro della segreteria
della Cgil Lombardia, che insieme alla Cisl darà il sostegno alle iniziative
che il movimento metterà in atto sul territorio. «A Milano ad esempio
l'intenzione è far vedere dove e come lavorano gli immigrati, spesso senza
alcuna tutela, dall'ortomercato ai cantieri dell'hinterland» anticipa Minali.
Ma il fermento nelle comunità straniere è notevole: «Per quanto mi riguarda
quel giorno abbasserò la saracinesca del mio negozio e non manderò i miei figli
a scuola, e inviterò amici e parenti a fare altrettanto» assicura Najat
Tantaoui, 30enne nordafricana, titolare di un internet point a Cinsello
Balsamo, che dice convinta che «per mettere fine alle discriminazioni, gli
immigrati devono impegnarsi in prima prima persona». L’U 17
La lezione degli incresciosi fatti di Rosarno
Determinati non da
razzismo, ma dal caporalato del Sud, dalla criminalità
mafiosa e dal
lassismo delle Istituzioni, sindacati compresi
Tremendo quello
che è successo a Rosarno e nella piana di Gioia Tauro. Un susseguirsi di azioni
violente e di scontri con gli immigrati, tutti di colore, addetti alla raccolta
delle arance. Non si sa chi ha incominciato e cosa ha portato a scatenare la
guerra tra alcuni cittadini esasperati e gli Africani, molti dei quali
clandestini; chi ha organizzato la rivolta e perché. Compete agli inquirenti
dare una risposta e condannare i colpevoli, valutando i fatti con distacco e
senza pregiudizi. Suscita orrore appurare che gli extracomunitari abitavano in
tuguri sporchi e senza servizi igienici. Sconcerta sapere che, pur lavorando 10
ore al giorno, sabato e domenica compresi, ricevevano quotidianamente 25 euro,
5 dei quali andavano, d’obbligo, al “caporale” che li aveva assunti. Per dirla
con Giusti, quella “povera gente lontana dai suoi / in un Paese, qui, che le
vuol male”, schiavizzata, si adattava a lavorare al freddo e a dormire nel
fango, per racimolare quattro soldi per sopravvivere, loro ed i familiari
rimasti in Africa.
Come sempre, sull’episodio, si è scatenata la
bagarre di polemiche e critiche: uno scaricabarile vergognoso quasi come i
fatti rosarnesi. Il leader Udc, Casini afferma che “in Calabria lo Stato non c'
è”; il ministro dell'Interno, Maroni, ribatte che sono situazioni “ereditate,
frutto di tolleranza sbagliata”; Rosa Calipari, vicepresidente dei deputati Pd,
sostiene che “il dramma di Rosarno è la conseguenza della mancanza di reali
politiche d’integrazione”, nonché del mancato riconoscimento “dei diritti e
doveri dei lavoratori stranieri”. Scontati i riferimenti alla Bossi-Fini, le
accuse alla politica dei respingimenti e al reato di clandestinità suggerito da
“xenofobia”.
Se gli addebiti sono esatti, è giusta
l’accusa rivolta agli Italiani dall'Osservatore Romano, giornale del Vaticano
diretto da Gian Maria Vian, sul quale, a firma di Giulia Galeotti, si legge,
tra l’altro: “Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano
dalla cronaca ci riportano all’odio muto e selvaggio verso un altro colore di
pelle che credevamo di aver superato”. In effetti, a prima vista, sembra non
trattarsi di sfruttamento di manodopera messo in atto da imprenditori senza
scrupoli, ma di una prepotenza dettata da sentimenti razzisti. Confermati da
Ahmed, laureato in ingegneria, da oltre 3 anni in Italia da clandestino, che
spesso si è sentito chiamare “marocchino monnezza”, senza motivo. E
testimoniati, su il Messaggero, da un farmacista del posto: “La situazione
degli extracomunitari era insostenibile. Vivevano in condizioni disumane, in
spazi e situazioni igieniche neanche da terzo mondo. Fra loro c’è gente
laureata…parla un ottimo inglese, aspetta educatamente il suo turno... A loro
l’Italia ha proposto un baratto perverso: chiudiamo gli occhi sulla vostra
condizione illegale, ma dovete accontentarvi di abitare come i porci”. Alias,
come schiavi.
Ma siamo davvero di fronte ad un fenomeno di
razzismo dei Rosarnesi e di chi contrasta la clandestinità e non crede che i
Musulmani possano veramente accettare la cultura dell’Occidente? Dello
sfruttamento degli extracomunitari, e non solo in Calabria, si era già a
conoscenza: il giornalista Daniele Gatti su l'Espresso aveva descritto le
agghiaccianti condizioni di vita dei raccoglitori di pomodori nel Foggiano;
perfino la Bbc e la Tv giapponese, avevano denunciato il fatto, sdegnandosene:
se quello scempio era noto, perché oggi le diverse Istituzioni si accusano a
vicenda? Perché nessuno è intervenuto prima, neppure la Magistratura, a
dispetto della obbligatorietà dell’azione penale? Come mai i sindacati, sempre
inflessibili nel difendere, a parole, i lavoratori, non hanno mosso un dito di
fronte al bieco sistema del caporalato? Dove erano le Forze dell’Ordine? Per
quale ragione gli esponenti nazionali e locali dell’opposizione hanno taciuto?
Certo, ci sono poteri criminali, nelle
Regioni del Sud; vero, in Calabria la ’ndrangheta si è sostituita allo Stato
che ha lasciato fare, limitandosi a donare miliardi, a fondo perduto, ad una
popolazione abituata, così, ad aspettare la manna del cielo. Dice niente il fatto
che i giovani del posto si rifiutino di lavorare nei campi? Che a Rosarno, a
detta del Sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, almeno 400 cittadini
sono mafiosi? Domande che restano tuttora senza risposte e che fanno pensare,
più che ad un segnale di razzismo, a manifestazioni palesi di calcolo politico
che ha permesso d’ignorare per anni la presenza di migliaia di clandestini e
non denunciarne la schiavitù; di un “buonismo” che non ha nulla a che vedere
con il rispetto del “diverso”. Bastava fare più controlli e punire chi assumeva
in nero quei poveri cristi. Non si sarebbe arrivati agli scontri che hanno
fatto registrare 66 feriti (30 extracomunitari, 17 cittadini e 19 appartenenti
alle forze di polizia); e che hanno comportato il trasferimento di 1.200
clandestini nei Centri di permanenza temporanea di Crotone, Bari o della
Sicilia.
In merito, il Papa ha affermato che
“l'immigrato è un essere umano, differente per cultura e tradizione ma comunque
da rispettare”; e che “la violenza non deve essere mai per nessuno il modo per
risolvere le difficoltà”. Giusto. Ma è puro esercizio di retorica discutere su
chi ha ragione, se i Rosarnesi, stufi dei fastidi provocati dagli immigrati, o
i braccianti neri che hanno infine reagito alle tante angherie. Convivere tra
dissimili è sempre difficile: dovremmo ricordarcelo noi Italiani, umiliati,
anche in Svizzera, all’epoca della nostra emigrazione. “Chi ha sbagliato, ora
paghi», reclamava il Giornale di qualche giorno fa. C’è da sperarlo. Ma c’è
soprattutto da augurarsi un sentito e generale “mea culpa”. E che, imparata la
lezione, tutti si diano da fare per ristabilire ordine e legalità. Egidio
Todeschini, de.it.press
Napolitano su immigrati e caso Rosarno. "Tutelarne i diritti,
ripristinare la legalità "
Il presidente
della Repubblica scrive in occasione della Giornata mondiale delle migrazioni -
"Quando un territorio è sottratto alla legge succedono le tragedie che
abbiamo visto"
ROMA - "Sia
consentito agli immigrati di essere in regola", in un equilibrio tra
garantire loro i diritti e ripristinare la legalità: così il presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione della
Giornata mondiale delle migrazioni, promossa dalla fondazione Migrantes.
"Vorrei
tornare a esprimere - scrive il capo dello Stato - tutto il mio apprezzamento
per quanto la Chiesa cattolica fa in favore dei migranti". Apprezzamenti
che comprendono anche il mondo del volontariato. Poi l'appello a tutelare i
bambini: "Il problema su cui si vuole opportunamente richiamare
l'attenzione per il 2010 è quello dei minori, in particolare di coloro che sono
rifugiati o non accompagnati. Questi ultimi sono esposti in condizioni di
estrema fragilità ai rischi più gravi".
Ma c'è anche
l'allarme criminalità: "Un rischio che non riguarda solo i minori -
sottolinea Napolitano - abbiamo assistito purtroppo alle tragedie che
travolgono migranti e cittadini quando un territorio è sottratto alla legge. Mi
auguro anche che allo straniero non sia solo giustamente imposto, ma sia anche
reso possibile l'essere e il mantenersi in regola con le leggi italiane".
Un messaggio,
quello del Quirinale, che piace molto al segretario del Pd, Pierluigi Bersani:
"Ancora una volta - commenta - dal presidente arrivano parole chiare e precise.
Noi dobbiamo migliorare le nostre regole e avere una politica per
l'integrazione". Ma non basta: "Dobbiamo avere - prosegue Bersani -
meno lavoro nero e regole più flessibili che aiutino a ridurre la clandestinità
e una politica dell'integrazione che sia all'altezza di un paese civile".
LR 17
SWR. Immigrazione in Italia. Italia razzista?
Gli sconvolgenti
fatti di Rosarno, in Calabria, hanno fatto il giro del mondo. Soprattutto qui
in Germania, ove risiede una collettività italiana fra le più numerose in
Europa, l´immagine dell´Italia è piuttosto scalfita. Emerge l´impreparazione di
uno Stato a far fronte al fenomeno della clandestinità e di definire una
politica d´integrazione culturale e sociale degli immigranti regolari
Il noto scrittore
svizzero Max Frisch spiegando perché troppi suoi connazionali fossero molto
ostili agli immigranti italiani ebbe a dire: “ Ci aspettavamo braccia-lavoro e
sono arrivati uomini.” Questa frase pronunciata 30 anni fa può essere
attribuita oggi all´Italia. La rivolta di Rosarno è la classica goccia che ha
fatto traboccare il vaso. Con gli “sgomberi assistiti” dei clandestini dalle
zone ad alta densità criminale di Castel Volturno (Napoli) con 5000 stranieri,
San Nicola Varco (vicino ad Eboli / Salerno) con 800 africani e l´area di
Siracusa con 600 immigrati si vuole prevenire lo scoppio di un inferno. In
queste aree gli immigrati vengono impiegati per la raccolta di agrumi e
ortaggi. Il rischio è che questi trasferimenti possano assumere il sapore di
una sorta di deportazione in massa, compresi coloro che hanno regolare permesso
di soggiorno e hanno lavoro, vivendo sia pure alla giornata. Il fenomeno della
stagionalità in agricoltura è macroscopico ed è sotto gli occhi di tutti da
anni. Ma né il governo di Roma, né le regioni, né i comuni l´hanno mai voluto
affrontare seriamente.
Devono proprio
succedere rivolte e spedizioni punitive per sollecitare le istituzioni ad
intervenire per garantire ordine, rispetto e dignità anche agli immigrati regolari
e debellare la clandestinità? Veramente nessun esponente politico conosceva le
condizioni di vita dei 1100 immigrati di Rosarno costretti a vivere in una
vecchia cartiera dismessa e in tuguri? Non ha forse ragione l´ex-sostituto
procuratore di Palmi, Alberto Cisterna, che Rosarno e la Piana di Gioia Tanzo
sono la Corleone di Calabria? Certo è che a dominare il fenomeno “immigrazione“
è lo sfruttamento.
Gli emigrati
italiani a Stoccarda sono preoccupati per come l´Italia stia affrontando il
problema.
I particolari sono
contenuti nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5842140/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1w2xo73/index.html.
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Il progetto “Va bene?! La Germania in italiano. Italien auf Deutsch”
Il 28 gennaio si
terrà alle 11.30, nella sede del Goethe Institut di Roma la
presentazione del progetto “Va bene?! La Germania in italiano. Italien auf
Deutsch”.
Come è vista
l’Italia in Germania? E cosa pensano gli Italiani dei Tedeschi? Sui giornali di
entrambi i paesi pregiudizi e stereotipi hanno preso il posto della curiosità
reciproca, della voglia di scoprirsi. Eppure c’è un’Italia che i tedeschi
adorerebbero e c’è una Germania che gli Italiani vorrebbero visitare. Basta
raccontarle.
Per questo il
Goethe-Institut ha varato il progetto “Va bene?!”, in collaborazione con la
Bundeszentrale für politische Bildung (Centrale Federale per la formazione
politica), gli Istituti Italiani di Cultura in Germania, l’Institut für
Auslandsbeziehungen (Istituto per le relazioni con l’estero) e tanti altri
Partner. L’iniziativa, rivolta soprattutto ai giornalisti, agli opinionisti e
ai vignettisti satirici dei due Paesi, è patrocinata dalle due Ambasciate
italiana e tedesca.
Due anni di
iniziative, scambi di redazioni, reportage incrociati, un concorso per giovani
giornalisti, nel 2010 concentrate in Italia, nel 2011 in Germania, culmineranno
in due grandi conferenze, a Roma e a Berlino, con discussione dei risultati del
progetto e con mostre, dibattiti, workshop.
Alla conferenza stampa
parteciperanno: Michael Steiner, ambasciatore della Repubblica Federale di
Germania in Italia; Susanne Höhn, direttrice del Goethe-Institut Italien;
Andrea Bachstein, corrispondente in Italia della Süddeutsche Zeitung; Cinzia
Bibolotti del Premio Satira Politica di Forte dei Marmi; Massimo Cirri,
conduttore della trasmissione Rai Caterpillar in onda su Radio Due; e le
direttrici dei diversi Goethe-Institut in Italia.
Nell’occasione
verrà anche presentato il nuovo portale interattivo che permetterà di seguire
tutte le iniziative, con news, forum e gallery degli articoli e delle vignette
prodotte. (ITL/ITNET)
Direttiva EU sulla scuola. Giudice di Augsburg elegia il Comites di
Francoforte. Il Governo tace
Il Dr. Richard
Wiedemann, giudice del Tribunale Amministrativo di Augusta (Augsburg), scrive
al Comites di Francoforte: “È passato più di un anno dal convegno di
Francoforte sul futuro dell’insegnamento della lingua madre all'estero e più in
particolare sulla direttiva 77/486/CE.
All'epoca ho incoraggiato
il Comites a far sentire la propria voce nell’ambito della consultazione sul
libro ‘migrazione e mobilità’.
Recentemente ho
scoperto che i risultati della consultazione adesso sono disponibili su
internet (almeno in inglese):
http://ec.europa.eu/education/news/doc/sec1115_en.pdf
http://ec.europa.eu/education/focus/focus842_en.htm
http://ec.europa.eu/education/migration/results_en.html
Là si trovano sia
una sintesi di tutte le istanze espresse, sia le singole istanze dei
partecipanti. Dall’elenco dei partecipanti si può desumere che l'unico
organismo (para-)statale italiano che ha espresso un'opinione è stato il
Comites di Francoforte, il che - a mio avviso - conferisce particolare dignità
agli sforzi intrapresi dal Comites di Francoforte. L'unico altro protagonista
italiano che ha alzato la voce è stata la Caritas italiana.
All’on. Narducci
interesserà magari più in particolare che il governo italiano non ha ritenuto
necessario di esprimersi - contrariamente a molti altri governi dell'Unione”.
(de.it.press)
Alla sinagoga di Berlino il 24 gennaio concerto di Moni Ovadia
Berlino – La nuove
sinagoga di Berlino ospita il 24 gennaio un concerto di Moni Ovadia e l’Arkè
String Quartet intitolato “Kavanàh - Storie e canzoni della spiritualità
ebraica”. L’evento nel centro giudaico berlinese (Oranienburger St. 28) –
a partire dalle ore 19.30 – è segnalato dall’Istituto Italiano di Cultura di Berlino.
Ovadia è una delle più importanti personalità della cultura italiana. E’
cantante, attore, compositore e autore, particolarmente coinvolto negli eventi
che riguardano i diritti umani e la pace. L’Arkè String Quartet, fondato nel
1996, si esibisce con Moni Ovadia dal 2006. E’formato da Carlo Cantini
(volino), Valentino Corvino (violino), Sandro di Paolo (viola) und Stefano
Dall’ora (contrabbasso). (Inform)
Monaco di Baviera. Online “rinascita flash 1/2010”
Monaco. Rinascita
flash 1/2010 è on line. Il bimestrale di rinascita e.V., a colori, può
essere letto e/o stampato cliccando su:
http://www.rinascita.de/rinascitaFlash.html.
Gli articoli di
questo numero: 2010: l’onda tecnologica di Sandra Cartacci; 20 anni di
riunificazione: tanta retorica, pochi contenuti di Norma Mattarei; L’onda viola
di Rita Vincenzi; Processo breve di Lucio Rossi; Immunità e impunità di Massimo
Dolce; La sassata di Lucio Rossi; Il vertice di Copenhagen di Franco Casadidio;
Solo camminando
con la natura si possono fare valide scelte sociali di Enrico Turrini; La
ministra scotta di Corrado Conforti; Nessuno ci può riparare! a cura della
Redazione Pegaso; Vielen herzlichen Dank, Herr Zaunegger! Potestà Genitoriale
di Pasquale Episcopo; Il Paese atipico di Lorenzo Pellegrini; Riconquistare il
territorio di Marinella Vicinanza; La Banca della Memoria di Cristiano
Tassinari; “Dio Oggi” di Marinella Vicinanza; Cantare, vissuto di felicità di
Rossella Sorce; Antibiotici: non abusiamone! di Sandra Galli; Sapori di casa
nostra di Marta Veltri
Buona lettura!
info@rinascita.de (de.it.press)
Italia Paese partner alla Fiera Internazionale di Hannover (19-23 Aprile)
Inaugurazione il
18 aprile con Angela Merkel e Silvio Berlusconi. Vertice italo-tedesco il 18 e
il 19 aprile
Berlino - L’Italia
sarà Paese partner alla Fiera Internazionale di Hannover 2010 (che si terrà dal
19 al 23 aprile), e sarà inaugurata il 18 aprile dal presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi dal cancelliere tedesco Angela Merkel. Lo ha annunciato
a Berlino l'ambasciatore d’Italia Michele Valensise nel corso della
presentazione della Fiera tenuta in Ambasciata. L'apertura della Fiera
coinciderà con il tradizionale vertice italo-tedesco previsto ad Hannover. Il
summit, come hanno annunciato lo scorso 21 dicembre a Roma il ministro degli
Esteri Franco Frattini e il suo omologo tedesco Guido Westerwelle si terrà
infatti nei giorni 18 e 19 aprile.
“La scelta
dell'Italia quale Paese-partner rispecchia l'importanza delle nostre tecnologie
industriali e rappresenta un'ottima occasione per rafforzare le relazioni
economiche con la Germania - ha commentato l’ambasciatore Valensise -.
L'importanza del ruolo dell'Italia quale ‘partnerland’ risalta ancora di più in
quanto l'inaugurazione della Fiera avrà luogo nello stesso giorno del summit
italo-tedesco tra il primo ministro Silvio Berlusconi e la cancelliera Angela
Merkel”.
Tema portante
della Fiera di Hannover quest’anno sara’ la “Mobilità sostenibile” e le
tecnologie innovative per uno sviluppo industriale sostenibile, efficace e
rispettoso dell’ambiente.
Il “Padiglione
Italia” sarà allestito e curato dall’Istituto per il Commercio Estero.
L’Ice, ha spiegato
il presidente Umberto Vattani in conferenza stampa, “sta selezionando le
aziende di punta nell’innovazione tecnologica. Così come si impegna per
assicurare il successo del Sistema Fieristico italiano, l’Ice accompagna le
imprese nelle grandi manifestazioni internazionali. La Fiera di Hannover è una
finestra sul futuro: attraverso la ricerca e la creatività delle nostre
aziende, i visitatori del ‘Padiglione Italia’ potranno sognare ad occhi
aperti”.
L’edizione 2009 ha
registrato la presenza di 6.500 espositori (50% internazionali), 240.000 mq di
superficie espositiva, 250.000 visitatori (95% specializzati) e oltre 1.000
forum collaterali.
L'Italia, con 527
aziende espositrici (2009), sia in forma autonoma, sia in collettive
organizzate da associazioni e altri soggetti (consorzi, ecc.), è da sempre il
primo paese espositore dopo la Germania. (Inform)
Francoforte. Il progetto „Una casa per L'Aquila“. Appello dei promotori per
completare l’impresa
Gentili signore,
egregi signori e carissima Comunità italiana, in questo momento vediamo
quotidianamente le immagini del gravissimo terremoto di Haiti. Ci ricorda il terremoto
di 9 mesi fa che ha colpito L'Aquila. Subito dopo abbiamo iniziato una raccolta
di fondi per la costruzione di un edificio al lavoro con bambini e giovani di
diverse parrocchie de L’Aquila.
Noi siamo un
gruppo di italiani e tedeschi di Francoforte e dintorni, sosteniamo in
collaborazione con la Missione Cattolica Italiana di Francoforte Centro la
costruzione di tale edificio. I nostri interlocutori a L’Aquila sono la
parrocchia giovanile ed il conservatorio di musica. Durante i primi mesi abbiamo
potuto raccogliere 27.000 Euro. Con il passare del tempo e con tutte le nuove
notizie su catastrofi naturali è difficile trovare ancora interesse per la
situazione finora problematica de L’Aquila. Mancano ancora 8.000 Euro per
iniziare i lavori e i ragazzi aquilani aspettano in maniera ansiosa la casa
promessa.
Proprio adesso
l’edificio diventa importante! Molte famiglie e studenti sono tornati nella
città, abitano in appartamenti provvisori, vedono quotidianamente una città
distrutta la cui ricostruzione durerà anni, hanno subito la perdita di
parenti ed amici – e con questo trauma devono superare le loro giornate a
scuola ed all’università. Per tale motivo è importante avere un luogo sicuro in
cui potere stare in contatto, dove possono essere seguiti dei corsi di musica e
di teatro come supporto per elaborare l’accaduto e dove prepararsi per la Prima
Comunione e la Cresima. Inoltre il segnale di partecipazione da parte di
persone che vivono in un altro paese, in un tempo in cui la loro catastrofe viene
dimenticata a causa di nuovi eventi è di grande importanza per questi bambini e
giovani. Durante le ultime settimane e persino la notte di Natale si sono
manifestate nuove notevoli scosse dopo settimane di tranquillità. Ciò ha
contribuito ad aumentare ancora tutte le paure.
Per tale motivo in
questo momento proviamo a raccogliere la somma che manca entro il 6 aprile, la
ricorrenza del terremoto. Trovate ulteriori informazioni sul nostro progetto
sulla homepage www.aquilahilfe.de e nell´opuscolo allegato.
Desideriamo
chiedere se volete sostenere il nostro progetto con un evento, una raccolta di
denaro oppure con altre azioni. Questo sarebbe un grande aiuto. Tramite la
nostra Diocesi di Limburg esiste la possibilità di ottenere una
“Spendenquittung” (ricevuta per le offerte di denaro).
Iris Wolter,
Donatella Parente, Team del progetto „Una casa per L'Aquila“
donatella.parente@comunita-italiana-ffm.de (de.it.press)
Avviata a Monaco di Baviera la “7a Rassegna Cinematografica del
Mediterraneo”
Monaco di Baviera
- Nell’ambito della "7. Rassegna Cinematografica del Mediterraneo",
l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha presentato gli
appuntamenti della seconda metà di gennaio. Tutti i film verranno proiettati in
lingua originale con sottotitoli, in tedesco o in inglese, nella sala
conferenze della Biblioteca Civica.
Si è iniziato il
15 gennaio, con "L’Orchestra di Piazza Vittorio", il film-diario
della genesi della ormai famosa Orchestra di Piazza Vittorio, band nata da
un'iniziativa di Mario Tronco, il tastierista degli Avion Travel, e Agostino
Ferrente che, nel quartiere di Roma dove gli italiani sono "minoranza
etnica", hanno riunito un gruppo di musicisti di strada (e non) che
vengono da tutte le parti il mondo. Il film verrà replicato martedì 19, alle
ore 20.30.
Il 21 e il 27
gennaio, rispettivamente alle 20.30 e alle 18.30, toccherà a "L’ultimo
Pulcinella" di Maurizio Scaparro: una storia ambientata fra la Napoli
d'oggi e la Parigi delle banlieues, che parla del rapporto, pieno di conflitti,
tra un ragazzo napoletano che cerca nuovi stimoli creativi lontano dalla sua
città, e di un padre, artista di strada, che guadagna con fatica la vita
cantando e recitando nelle piazze di Napoli "le storie di
Pulcinella".
Il 24 e il 30
gennaio, rispettivamente alle 20.30 e alle 18.30, verrà proiettato "Mare
nero" (Black Sea) di Federico Bondi. La storia racconta di due donne che
vivono insieme: Gemma, un'anziana da poco rimasta vedova, e Angela, la badante,
una giovane rumena da poco tempo in Italia. Entrambe sole, giorno dopo giorno,
si schiudono l'una all'altra; Gemma rivede nella vicenda di Angela la sua
gioventù nell’Italia del dopoguerra e rivive la sua vita fatta di sacrifici.
Finché non irrompe, violento, un tragico imprevisto. Accade così
l'imprevedibile. In un’avventura "on the road" fuori tempo massimo,
le due donne si ritrovano in Romania, alla foce del Danubio, ognuna alla
ricerca della propria verità.
La Rassegna
Cinematografica del Mediterraneo è stata organizzata da Filmstadt München e.V.
(Circolo Cento Fiori, Griechisches Filmforum, Sinema Türk Filmzentrum),
l’Istituto Francese di Monaco, l’Istituto Italiano di Cultura e Münchner
Stadtbibliothek, in collaborazione con Filmitalia Spa, Catalan Films,
Culturesfrance, Evangelisches Migrationszentrum / Griechisches Haus Westend,
Panikos Chrysanthou e con il sostegno dell'Assessorato alla Cultura della Città
di Monaco di Baviera. (aise)
La lettera. Aachen. “L'Italia è un Paese che attrae sempre meno. Me
soprattutto”
Cari amici, non ci
conosciamo: mi chiavo Giovanni e sono anche membro del PD, purtroppo abito ad
Aachen e non posso venire a Francoforte per motivi di lavoro. Ma seguo comunque
a distanza i vostri dibattiti.
Volevo farvi
partecipe di una riflessione: dopo 12 mesi son tornato a Milano per le vacanze
di Natale, ed era un anno che non mettevo piede in Italia. Dunque sono andato
via dall'Italia 4 anni fa ca. e ho visto un Paese al collasso. Distrutto. TV di
bassa qualità, lavoro e situazione sociale pessima, università sempre peggio
(io lavoro al politecnico di Aachen), informazione scarsissima e di parte. Mi
dite voi come si possa portare l'Italia sulla retta via se prima non si cambia
la mentalità di fondo degli italiani? Berlusconi e quei quattro disgraziati
sono stati votati democraticamente 3 volte! Come si può combattere contro una
mentalità di destra razzista e ultra bigotta? Come si può vivere in un Paese
dove ci sono ancora delle caste (ordini professionali) che impediscono la
libera concorrenza!
Sono molto
demotivato e certo l'Italia è un Paese che attrae sempre meno. Me soprattutto.
Saluti e buone feste! Giovanni (de.it.press)
Le vicende di
Rosarno, l’integrazione degli italiani all’estero, la mobilitazione dei
Consolati di Amburgo e Losanna e l’articolo pubblicato da "The
Observer" sulle mafie a Londra: su queste tematiche si sofferma l’on.
Laura Garavini, deputata del Pd di Berlino eletta in Europa, che affida come di
consueto le sue riflessioni nella newsletter settimanale riportata di seguito
in versione integrale.
"Care
democratiche e cari democratici in Europa, la Calabria è nel mirino e la
‘ndrangheta sta tirando i fili, a Reggio come a Rosarno. Dopo l’attentato
davanti al Tribunale di Reggio Calabria, insieme a Pierluigi Bersani ed al
Responsabile giustizia del Pd, Andrea Orlando, sono andata giù ad incontrare i
magistrati che erano il bersaglio dell’attacco dei ‘ndranghetisti. Per
esprimere a loro la nostra solidarietà e per parlare di lotta alle mafie.
Adesso abbiamo presentato a Roma, in una conferenza stampa, il nostro piano
urgente, in sette punti, per contrastare la ‘ndrangheta. Chiediamo, fra
l’altro, che la ‘ndrangheta venga finalmente inserita nel codice penale come
organizzazione mafiosa per la quale è previsto il carcere duro, che venga
approvata rapidamente la norma contro l’autoriciclaggio per rendere
perseguibile l’investimento dei capitali ricavati da attività criminali e che
venga finalmente istituita l’Agenzia nazionale per i beni confiscati. Altri
chiacchierano, noi facciamo delle proposte concrete.
La ‘ndrangheta
dietro la caccia agli immigrati. Le vicende di Rosarno sono una storia triste e
un brutto esempio del potere e della prepotenza della ‘ndrangheta sul
territorio. Secondo gli investigatori la caccia ai neri è stata manovrata in
gran parte dai boss locali, che trattano gli immigrati come un "usa e
getta" umano. Li sfruttano, lasciandoli vivere in condizioni disumane,
finché ne hanno bisogno per farli lavorare in nero e non si fanno scrupoli a
sparargli addosso e a cacciarli via quando non gli servono più. Non esitano a
punirli quando non vogliono pagare il "pizzo" e sono pronti a
riprenderli come bestie quando ne hanno di nuovo bisogno. La ‘ndrangheta,
insieme alle altre mafie, è fra coloro che approfittano maggiormente della
debolezza e della marginalizzazione degli immigrati lasciati nell’illegalità. A
Rosarno i boss hanno cavalcato la protesta per dimostrare che sono loro ad
avere il dominio sul territorio: sulle barricate c´erano molti personaggi
legati alla ‘ndrangheta. Fra gli arrestati c’è anche un figlio di un pericoloso
boss locale. L’unico leader di partito che si è recato a Rosarno per informarsi
di persona sulle vicende è stato ieri Bersani. Così come è stato l’unico ad
andare a Reggio dopo l’attentato.
Integrazione, noi
sappiamo come è importante. Noi italiani all’estero siamo migranti anche noi.
Quando i primi siciliani, calabresi e campani negli anni 50 sono andati nei
vari Paesi europei anche alcuni di loro sono stati vittime di razzismo. Per
questo l’argomento del razzismo che sotto questo Governo purtroppo sta
dilagando in Italia ci tocca particolarmente. D’altro lato tanti di noi hanno
vissuto belle esperienze di integrazione nei nostri paesi di residenza. Per
questo in Parlamento, nel Comitato permanente degli italiani all’estero, ho
proposto di promuovere un convegno che presenti una serie di best practice,
vale a dire gli esempi migliori di iniziative a favore dell’integrazione nei
nostri rispettivi Paesi – per dimostrare in Italia che è possibile mettere in
atto politiche diverse nei confronti degli stranieri; che non alimentino la
caccia al nero, ma che invece promuovano un’integrazione vera.
Consolati, Amburgo
e Losanna si mobilitano. Gli italiani nel mondo stanno continuando a battersi
contro il piano di smantellamento della rete consolare proposto dal Governo. La
delegazione più folta arrivata a Roma è stata quella degli italiani di Amburgo.
Beatrice Virendi e Massimo Finizio dell’iniziativa "Salviamo il Consolato
Generale" sono arrivati a Montecitorio con il Presidente e con i rappresentanti
tedeschi di tutti i partiti dell’Assemblea regionale, con la portavoce della
Camera di Commercio di Amburgo, con rappresentati del Consolato stesso e
dell’Ambasciata tedesca. Beatrice, Massimo, complimenti per essere riusciti a
sensibilizzare esponenti istituzionali tedeschi così autorevoli a battersi
insieme a noi per la salvaguardia del Consolato Generale di Amburgo. Domani
parteciperò ad una manifestazione a Losanna, anche lì contro il piano di
smantellamento del Governo. Vista l’onda di proteste in tutta Europa la
maggioranza non può continuare ad ignorare le richieste di rivedere il suo
piano di chiusura. Il Governo deve capire che i risparmi prospettati sono del
tutto sproporzionati rispetto al danno che si avrebbe con la razionalizzazione
della rete consolare – ad Amburgo e Losanna, come a Basilea (già declassato),
Coira, Genk, Liegi, Lilla, Mannheim, Mons, Mulhouse, Norimberga e Saarbrücken.
The Observer sulle
mafie a Londra. Che le mafie si sentano a casa loro anche in altri Paesi in Europa
lo rivela un articolo di The Observer di fine anno. Cosa nostra, la Camorra e
la ‘ndrangheta stanno cercando di allungare i loro tentacoli a Londra”.
De.it.press
"Un immigrato
è un essere umano, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una
persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell'ambito del
lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche
nell'ambito delle condizioni concrete di vita". Sono le parole di
Benedetto XVI all'Angelus di domenica 10 gennaio, in riferimento a quanto stava
avvenendo a Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, dove, la
settimana scorsa, alcune centinaia di lavoratori extracomunitari, impegnati in
agricoltura e accampati in condizioni inumane in una vecchia fabbrica in disuso
e in un'altra struttura abbandonata, hanno scatenato una guerriglia urbana, per
protesta per il ferimento di due extracomunitari con un'arma ad aria compressa
e pallini da caccia. La violenza, ha ammonito il Santo Padre all'Angelus,
"non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà. Il
problema è anzitutto umano! Invito, a guardare il volto dell'altro e a scoprire
che egli ha un'anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come
ama me". Un invito raccolto da sempre dalla Chiesa calabra, nel suo
impegno per gli ultimi.
Nostri fratelli.
"Ritengo sia mio grato dovere, di vescovo, dire un grazie al Signore per
il comportamento della Chiesa di Oppido-Palmi non solo in questi giorni, ma per
tutti i lunghi anni in cui è nato e cresciuto il fenomeno degli immigrati in
diocesi, specie a Rosarno… La misericordia di Dio praticata dal nostro clero e
dai nostri laici mi è stata di grande conforto nelle recenti tristi
giornate". E' quanto ha scritto mons. Luciano Bux, vescovo di
Oppido-Palmi, in un messaggio da leggere nelle messe di domenica prossima e
prefestive di sabato", dopo i fatti di Rosarno. "Abbiamo accolto gli
immigrati - si legge nel messaggio - non solo come persone umane, ma come
nostri fratelli, a cominciare dai fedeli di Rosarno guidati dai sacerdoti
operanti nelle tre parrocchie insieme ai diaconi e alle suore, fino a comunità
e gruppi operanti in tante altre località della diocesi". Il vescovo si è
rivolto anche ai fedeli: "Ogni volta che vedete un essere umano che è nel
bisogno, non state solo a guardare e a parlare, ma rimboccatevi le maniche e
datevi da fare come potete per alleviare le loro sofferenze". Mons. Bux,
il 13 gennaio, ha incontrato i cinque detenuti stranieri arrestati dopo gli
episodi avvenuti nei giorni scorsi a Rosarno. Per loro i giuristi cattolici
della diocesi hanno messo a disposizione cinque avvocati del Foro di Palmi che
si sono dichiarati disponibili ad assisterli durante tutto il corso dell'iter
giudiziario a titolo assolutamente gratuito.
Chiesa sensibile e
presente. "L'aspetto politico sociale e morale" sulla vicenda di
Rosarno "mi pare sia fondamentale per individuare le responsabilità di
tutti su un fenomeno che da anni ha sempre evidenziato l'emergenza di un
'popolo' sfruttato in un contesto di illegalità ed in uno stato di degrado
tangibile a chiunque". E' quanto ha affermato don Silvio Mesiti,
cappellano del carcere di Palmi e assistente dell'Unione giuristi cattolici
della diocesi di Oppido-Palmi, sottolineando che la Chiesa diocesana è stata
"sempre sensibile e presente su queste problematiche non solo nella
gestione dell'emergenza ma anche con interventi diretti di mons. Bux presso le
autorità competenti, invitandole ad intervenire per eliminare quelle
situazioni, ottenendo anche se parzialmente, alcuni rimedi e dando direttive a
tutte le forze del volontariato del territorio". Il sacerdote ha
sottolineato l'impegno a Rosarno di centinaia di volontari, guidati dai loro
parroci don Giuseppe Varrà e don Carmelo Ascone, nelle due mense per questi
immigrati.
La forza della
denuncia. "Da anni la Chiesa di Oppido Mamertina-Palmi - ha affermato
mons. Santo Marcianò, arcivescovo di Rossano-Cariati -, impegnata con coraggio
nella testimonianza e nell'annuncio evangelico all'interno di un difficile
contesto sociale, ha ripetutamente denunciato l'insostenibile condizione di
tanti fratelli immigrati, sfruttati e mortificati nella loro dignità di persone
umane". "Noi come Chiesa facciamo molto - prosegue mons. Mondello -
ma non possiamo risolvere tutti i problemi di competenza delle altre
istituzioni". Lo ha detto mons. Vittorio Mondello, presidente della
Conferenza episcopale calabra. Quello che è avvenuto è stata, per Filippo
Curatola, direttore de "L'Avvenire di Calabria" (diocesi di Reggio
Calabria-Bova e Locri-Gerace), "una pagina fin troppo amara", benché
ci siano stati nel tempo "l'impegno semplicemente straordinario con cui da
più di vent'anni le Caritas parrocchiali di Rosarno aiutano gli
immigrati", "la singolare vicenda di Norina Ventre, la cosiddetta
Mamma Africa", "le piccole storie delle tante famiglie che
quotidianamente cucinavano a casa propria per sé e per qualcuno degli immigrati"
e "il gruppo di volontari che alle quattro del mattino si recava nelle
baraccopoli per portare a quei fratelli immigrati un tè caldo e una
colazione". Sir eu
L’ordine del giorno approvato dalla Commissione dei Lucani all’estero
Potenza - La
Commissione dei Lucani all’Estero riunita a Potenza con la partecipazione della
Regione e degli Enti Locali l’8 e 9 gennaio 2010 approva la relazione e le
conclusioni del presidente, il piano annuale e triennale 2009/11 e apprezza
l’iniziativa della regione Basilicata, degli Enti locali e delle forze sociali
di approvare l’impegno presso le comunità lucane nel mondo con risorse,
progetti e misure adeguati.
Dal 1861 sono espatriati dalla Basilicata
735.000 persone e ne sono rientrate oltre 250.000, mentre la comunità
lucana nel mondo di prima, seconda,terza e quarta generazione conta oggi oltre
1.600.000 persone di essi oltre 300.000 giovani dai 18 ai 35 anni. Le
associazioni sono 180 e 17 le Federazioni nazionali.
La Commissione, in questo particolare momento
di crisi economica internazionale e di profonda ristrutturazione dei sistemi
produttivi e dei servizi a livello mondiale esprime la disponibilità della
comunità lucana nel mondo a definire uno sforzo comune per sostenere
investimenti esteri in Basilicata, interventi concreti per lo sviluppo dei
flussi turistici in Basilicata, anche attraverso l’utilizzazione degli
incentivi decisi dal consiglio Regionale, in attesa del Regolamento che dovrà
predisporre il dipartimento Attività produttive, il primo sostegno alle
attività degli sportelli Basilicata nel Mondo per incrementare l’export e
l’import, le attività culturali e di scambi, nonché corsi di lingua italiana e
di attività formative oltre al Museo Regionale dell’emigrazione.
A tale proposito la Commissione chiede alla
Regione Basilicata, all’Università di Basilicata, al sistema formativo
regionale e alle parti sociali, di definire con urgenza anche in rapporto
alle approvazioni del PIGI, di un piano straordinario di alta formazione, che
superi l’attuale mancanza di misure formative che nel 2010 e nel triennio dia
risposte ai giovani lucani nel mondo.
Il progetto dovrà permettere la fruizione dei
corsi anche con il sistema di prenotazione on-line con le necessarie risorse
finanziarie.
La Commissione, tramite il Comitato
Esecutivo, avanzerà per le prossime elezioni regionali e al nuovo governo
regionale le proposte e gli interventi della Comunità Lucana nel mondo
per migliorare la normativa che la riguarda a partire anche modificando
la denominazione da Lucani all’Estero -nel Mondo- nonché le priorità per
lo sviluppo della regione e l’apporto dei lucani all’estero e per
la necessaria continuità nelle iniziative della Commissione .
La Commissione organizzerà nei prossimi
mesi un Forum Mondiale di esperti di origini lucane per mettere a
punto idee forza e progetti che contribuiscano al rilancio della
programmazione per il lavoro e lo sviluppo.
La Commissione chiede anche, per sostenere
l’attuazione dei progetti, di rafforzare gli organici regionali e sub
regionali, in attesa dell’espletamento dei concorsi di personale specializzato
in traduzioni e interpretariato, che attraverso lo scorrimento di graduatorie
concorsuali in vigore, concorrano alla riuscita dei programmi.
La Commissione in relazione ai gravi fatti
accaduti a Rosarno esprime solidarietà agli immigrati presenti in Italia e in
Basilicata che devono che devono essere sostenuti con misure normative e
finanziarie adeguate per il miglioramento delle condizioni di chi vive e lavora
anche in Italia e Basilicata. Approvato all’unanimità dall’assemblea. (Inform)
UE. Concorso per il 20° della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.
“Disegnami un diritto”
Bruxelles -
Vent’anni fa, le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione sui diritti
dell’infanzia. Ciò significa che, per la prima volta, gli Stati membri delle
Nazioni Unite hanno convenuto taluni diritti da rispettare integralmente in
qualsiasi situazione, per qualsiasi minore di 18 anni. Ad oggi i Paesi che hanno
sottoscritto la Convenzione sono 195 in tutto il mondo.
Quest'anno, in
occasione dell'importante ricorrenza, la Commissione Europea ha lanciato un
concorso intitolato "20° anniversario della Convenzione sui diritti
dell'infanzia delle Nazioni Unite", rivolto ai ragazzi di età compresa tra
i 10 ed i 18 anni dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea.
Lo slogan del
concorso è "Disegnami un diritto!": i partecipanti devono creare un
poster che illustri uno dei diritti sanciti dalla Convenzione sui diritti
dell'infanzia. I poster dovranno essere inviati entro il 19 marzo 2010. I
moduli per partecipare sono disponibili on line sul sito Internet
www.europayouth.eu.
I candidati devono
formare squadre di almeno quattro giovani e un adulto, che sarà responsabile
della squadra per tutta la durata del progetto, inclusi viaggi e cerimonie di
premiazione.
Non esiste limite
massimo al numero di giovani per squadra; le squadre finaliste saranno invitate
a Roma e, in caso di selezione, alle finali europee di Bruxelles per la cerimonia
di premiazione finale.
Saranno coperte le
spese di trasporto e alloggio per quattro giovani e un adulto accompagnatore
per le squadre selezionate. I poster dei vincitori nazionali saranno presentati
sul sito web della Commissione Europea nello Stato membro interessato e sul
sito web della Direzione generale Giustizia, Libertà e Sicurezza e potranno
essere usati per le future campagne europee sui diritti dell'infanzia.
(aise)
Indagine tra gli imprenditori italiani all’estero
Per il 54% degli
intervistati da Assocamerestero è in ripresa l’attività sull’estero, e per
circa i due terzi le protagoniste del rilancio sono le imprese di media
dimensione.
ROMA - Le piccole e medie imprese italiane
tengono testa alla crisi e aprono la strada alla ripresa puntando sull’apertura
all’estero come opportunità di crescita e innovazione.
Un’indagine condotta da Assocamerestero con
il contributo di 66 Camere di Commercio Italiane presenti in 46 Paesi presso i
rappresentanti degli oltre 24 mila imprenditori collegati alle CCIE, evidenzia
tre approcci strategici adottati dalle aziende italiane per far fronte
all’attuale clima di incertezza dei mercati internazionali:
- market seeking,
che prevede lo sviluppo della proiezione internazionale soprattutto attraverso
la ricerca di nuove nicchie di mercato ancora poco esplorate, dove la qualità
dei prodotti italiani risulta fortemente competitiva (50%).
La strategia di
differenziazione interessa soprattutto Paesi come India e Brasile, verso cui a
novembre le nostre esportazioni sono cresciute del 23% e del 6% su base annua,
ma anche realtà come gli Stati Uniti, fortemente colpiti dalla crisi, in cui le
imprese riconoscono la necessità di riorientare le loro modalità di presenza,
consapevoli che la vendita di prodotti continua a risentire della flessione dei
consumi (-24%);
- partnership
increasing, in cui emerge la volontà di implementare accordi di collaborazione
che permettano una più efficace strutturazione della domanda. Le imprese
consolidano le posizioni già acquisite sui mercati esteri, puntando soprattutto
sulla capacità di aprirsi a nuove relazioni e inserirsi, attraverso specifici
accordi sviluppati in loco, in nuove reti logistiche e distributive (31%), o
facendo ricorso a modalità di presenza più innovative, come investimenti in
catene distributive e servizi post-vendita al cliente (30%).
Sono associati a
tale gruppo paesi dell’Est asiatico, tra cui Cina e Hong Kong, determinanti per
il futuro andamento del commercio internazionale italiano, verso cui, solo
nell’ultimo mese, il nostro export è aumentato del 9%.
- market leaving,
che si caratterizza per il ripiegamento sul mercato domestico da parte delle
imprese italiane e la conseguente riduzione dell’attività sull’estero (per il
21% degli intervistati).
In questo gruppo
sono compresi quei Paesi in cui le nostre imprese adottano una strategia
difensiva, che garantisce una sostanziale tenuta delle vendite e, al tempo
stesso, mantiene inalterati i livelli di impegno per ciò che riguarda le
strategie di consolidamento e collaborazione. Appartengono a questa categoria
importanti Paesi europei di destinazione delle nostre merci, quali Germania,
Francia, Regno Unito e Spagna.
Per l’80% degli intervistati, dunque, si
stanno facendo strada sui mercati esteri due strategie delle imprese - market
seeking e partnership increasing - che mettono al centro del loro sviluppo
l’internazionalizzazione. Effetto anche del miglior clima di fiducia che,
secondo gli ultimi dati Isae diffusi ieri, si colloca ai massimi da giugno
2008.
“I risultati dell’indagine rivelano il
volto di un’impresa italiana realmente “globale” - afferma Augusto Strianese,
presidente di Assocamerestero – che per rimanere competitiva ha investito in
nuove forme di alleanze e aggregazione con altre imprese. Perché
l’internazionalizzazione rappresenti davvero uno strumento di crescita e
rilancio, bisogna però assicurare alle piccole e medie imprese un supporto
coeso e integrato, aiutandole a dotarsi di una buona strategia d’attacco, fatta
di una profonda conoscenza dei mercati internazionali – aggiunge Strianese –
proprio in questo le Camere italiane all’estero, possono dare un contributo
strategico e qualificato, attraverso progetti che consentano economie di scala
e mettano a frutto le specificità di ognuno, per favorire lo sviluppo del
nostro sistema imprenditoriale sia nei Paesi extra-europei, che assorbono il
41% del nostro export, sia in ambito europeo e nel bacino del Mediterraneo, in
cui l’incremento dei volumi di vendita deve sempre più unirsi a nuove e più
strutturate modalità di presenza”.
Tra i servizi ritenuti necessari dalle
imprese in questa fase di crisi, oltre un terzo degli intervistati (36%) indica
la ricerca di partner locali per joint venture o accordi di collaborazione,
mentre il 20% individua le missioni commerciali come strumento fondamentale per
esplorare le opportunità dei mercati internazionali.
A seguire, troviamo la richiesta di analisi
di mercato dettagliate e aggiornate (13%) per approfondire le caratteristiche
dei Paesi esteri. Altro elemento indispensabile è una qualificata informazione
su normative doganali, gare d’appalto, etc. (11%). Analoga percentuale ritiene
la partecipazione a fiere un’occasione concreta per fare affari.
Chiudono la
classifica le informazioni circa l’affidabilità e la solvibilità delle
controparti estere (9%). (Inform)
Haiti. "Perché ci lasciate soli?" Aiuti nel caos, esplode la
violenza
Acqua e cibo non
bastano, saccheggiati case e negozi - In
strada le bande armate impongono la legge del più forte - dal nostro inviato
ALBERTO FLORES D'ARCAIS
PORT-AU-PRINCE -
La terra trema ancora e l'inferno di Haiti non trova una via d'uscita. Il caos
si aggiunge al caos, la rabbia rasenta la rivolta, la rassegnazione diventa
paura.
Decine di migliaia
di persone si aggirano tra quelle che erano le strade di Port-au-Prince alla
ricerca di acqua, di cibo, di sopravvivenza, senza neanche il tempo di piangere
i propri morti.
Il quarto giorno dopo
la grande scossa che ha cancellato la pianta della capitale, le rovine
diventano macerie. Questa volta è stata più lieve, 4,5 gradi della scala
Richter, ma è bastata a far crollare edifici pericolanti, a paralizzare il
traffico, a seminare il terrore negli occhi dei bambini. Sulla Dalmas, la
grande via che era il cuore della città, le jeep dei soccorsi fanno fatica a
superare i detriti, gruppi di volontari improvvisati cercano di mettere ordine,
le poche ruspe disponibili finiscono di abbattere gli edifici in cemento
armato.
È un'emergenza
senza fine, con il governo che latita, gli aiuti che arrivano in modo caotico,
dove i più forti prevalgono sui deboli e i più violenti sugli indifesi. Non c'è
praticamente polizia nelle strade sterrate che si inerpicano sulle colline, le
poche divise che si vedono non ispirano fiducia coi loro volti truci e un modo
di fare che non aiuta. "Lì sotto da giorni ci sono i nostri figli",
urla disperata Ventrice, donna e madre ancora bambina, maledicendo il governo,
"les americains", gli aiuti che non arrivano mai. "È da quattro
giorni che chiediamo soccorsi, li sentivamo gridare lì sotto, ma nessuno è
arrivato, solo ieri sera è comparsa una jeep dell'Onu. Ma sono andati via
perché non avevano gli strumenti adatti".
Dopo quattro
giorni i soccorsi sono ancora a singhiozzo. L'aeroporto, in mano ai soldati
americani, funziona adesso a pieno regime ma sono loro che decidono le
priorità, e questo ha causato frizioni con brasiliani e francesi, dopo che a un
cargo transalpino è stato negato il permesso di atterrare. Hanno la precedenza
gli aerei "ufficiali", quelli degli Usa, delle Nazioni Unite e delle
organizzazioni governative, coordinate da un governo locale che non sa cosa
fare e aggiunge insipienza all'incompetenza. Gli aerei cargo arrivano al ritmo
di novanta al giorno, ma i camion di aiuti partono per i palazzi ufficiali, la
distribuzione di acqua, cibo e medicinali va a rilento, intere zone della
capitale non sono ancora state raggiunte. Incompetenza che penalizza le Ong, i volontari
che arrivano da ogni parte del mondo perfettamente equipaggiati e che vengono
sottoposti a lunghissime attese, a inutili vessazioni, mentre tutto attorno
decine di migliaia di persone implorano acqua e fasciature per anziani e
bambini.
Ieri mattina è
stata emblematica. Lungo la pista dell'aeroporto, con i marines schierati mitra
in braccio, per ore sono arrivati solo cargo dell'Air Force. Aiuti? No, solo
uomini dei servizi di sicurezza, poliziotti di Filadelfia con le uniformi blù,
corpi speciali in mimetica. Tutto per attendere l'arrivo di Hillary Clinton,
prima annunciato per mezzogiorno, poi posticipato per una imprevista sosta del
Segretario di Stato a Portorico. Questioni di sicurezza necessarie ma che
cozzano con quanto accade dall'altra parte della strada, dove una fila
chilometrica attende il proprio turno per avere un po' di pane dalla
"cucina viaggiante" fatta arrivare fin qui dal governo della vicina
Repubblica Dominicana. A migliaia si buttano accapigliandosi per prendere il
cibo che viene lanciato dagli elicotteri.
Cresce la rabbia
che genera violenza. In diversi quartieri la gente esasperata ha dato l'assalto
ai pochi negozi aperti, in un povero quartiere l'attacco di un migliaio di
persone si è trasformato in una serie di violenze incontrollabili. Gli ospedali
che funzionano si contano sulle dita, alle porte i militari in assetto di
guerra cercano di frenare il disordine, ma i medici sono talvolta costretti a
interrompere il proprio lavoro per gli assalti della gente esasperata. Attorno
a una clinica si è sparato, la delinquenza si mischia tra la folla, imponendo
la legge del più forte. L'acqua, il cibo e i medicinali valgono oro oggi ad
Haiti, gli aiuti sono gratis ma chi se ne appropria non per bisogno improvvisa
un mercato nero, spesso sotto gli occhi di una polizia compiacente quando non
connivente.
La paura arriva
con la notte, quando solo i fuochi illuminano le strade e a migliaia si
aggirano per le strade, cercando un accampamento di fortuna lungo i
marciapiedi, tra le rovine dei negozi e le case distrutte. Si aggregano in
gruppi, ognuno con il suo leader, si difendono dagli assalti di gang in moto
che scorrazzano per la città armate di machete, difendono le proprio figlie dai
frequenti stupri. È di notte che l'inferno di Port-au-Prince diventa
incontrollabile. Interi quartieri, i più poveri, quelli dove la violenza la fa
da padrona da sempre, sono lasciati senza alcuna difesa. Di giorno non ricevono
niente, di notte devono convivere con il terrore.
"Fuori, fuori
tutti", urlano gli uomini del team spagnolo dai caschi rossi e gialli
davanti a quel che resta del Colegio e delle sue classi per bambini,
adolescenti e universitari che a decine sono rimasti sepolti lì sotto. È il
momento della scossa di ieri mattina, e i volontari che arrivano da Valencia si
fanno responsabili di tutta l'area. "Ci hanno mandato in questa scuola
solo stamattina", racconta Josè Castillo, "anche se ad Haiti ci siamo
da mercoledì. Il primo giorno ci hanno tenuto in un commissariato di polizia,
sostenendo che dovevano avere ordini precisi su di noi, il secondo giorno ci
hanno mandato in un quartiere di ville. Era morto, sepolto sotto le macerie, un
amico del presidente di Haiti e dell'ambasciatore svedese: abbiamo fatto un
lavoro inutile per ore, mentre a pochi chilometri di distanza potevamo ancora
salvare molte vite. Siamo qui dall'alba ma adesso possiamo trovare solo
cadaveri".
Lungo le strade
che le macchine percorrono a passo d'uomo ci sono decine e decine di feriti.
Una ragazza con le gambe fratturate viene consolata da una vecchia che le
accarezza dolcemente la testa, il padre, lì vicino, maledice tutti. "Non
c'è un'ambulanza, non ci sono garze, mia figlia è ferma qui dal giorno del
terremoto, un amico è riuscito a parlare con un medico, ci ha dato qualche
indicazione su come sistemarla. Ma possibile che non venga nessuno? Per favore
chiamate i soccorsi, aiutateci".
Sembrano
rassegnati, le vittime come i soccorritori, eppure ancora venerdì cinquanta
persone sono state estratte vive dalle macerie, l'ennesimo miracolo che si
ripete ogni terremoto, in ogni parte del mondo. "Dobbiamo continuare a
cercare, anche se dopo 72 ore è veramente difficile trovare dei
sopravvissuti", dice un medico francese che vive nella vicina Santo Domingo
e che martedì notte non ci ha pensato due volte prima di prendere l'auto e
dirigersi verso la frontiera.
Sembra
impossibile, eppure la vita va avanti. Alle pompe di benzina le file sono
lunghe, ma con molta pazienza i fortunati che hanno ancora un'auto riescono a
riempire i serbatoi. Come in tutte le tragedie ci sono episodi che strappano il
cuore, gente che non ha niente che dà qualcosa a chi ha ancora meno, una
solidarietà che permette di sopravvivere nell'attesa che qualcosa cambi
veramente. Giriamo per la città senza poter fare nulla di concreto per loro,
eppure ci chiamano, ci chiedono il nome, ci sorridono, ci danno la mano, ci
raccontano quella notte da incubo che nessuno dimenticherà mai. LR 17
La cattiva coscienza degli Usa
Un sogno luminoso
sembra sorgere dalle macerie di Haiti, il sisma è una drammatica forma di
eterogenesi dei fini. Per dimensioni, per miseria, per contrasto, l’orrore in
cui sono morti gli ultimi della terra, sembra far scorgere di nuovo
all’Occidente un segno morale nelle sue azioni. Guardare nell’abisso e
chiedersi se non sia possibile reinventare la storia. Guardare al biforcarsi
della strada tra quello che gli uomini possono fare o vogliono fare, tra
decisione e passività, tra immaginazione e realtà. In fondo ai due sentieri c’è
non solo il futuro di milioni di persone, ma il rispetto per sé stesse delle
nostre buone democrazie occidentali.
Di questo parla
l’incredibile sforzo umanitario messo in atto dalle nostre nazioni. Stati Uniti
innanzitutto - che in queste ore sembrano aver guardato negli occhi il loro
ruolo di padri-vessatori-padroni dei Caraibi, assumendosene le responsabilità.
Il soccorso ad Haiti di Washington ha assunto dimensioni materiali e
intellettuali che non si ricordano a memoria recente. Un ingente stanziamento
di soldi e di uomini, benedetto da una promessa che ricalca le parole che Obama
di solito riserva al suo Paese: «Voglio parlare direttamente alla gente di
Haiti. Non sarete abbandonati, non sarete dimenticati. Nell’ora del vostro più
intenso bisogno, l’America è con voi». Un intento firmato da una straordinaria
unità politica della leadership americana: accanto a Obama, Hillary Clinton,
Biden, ma anche Clinton e Bush.
Impossibile non
leggere in questa coreografia, intensità di sforzi e unità di intenti, il
disegno che gli Stati Uniti evocano: riprendere in mano la storia - quella fra
Haiti e gli Usa - e riscriverla, per il bene di milioni di persone, ma, in
definitiva, soprattutto per il bene e l’onore della stessa America.
I torti che Washington
ha da farsi perdonare non sono infatti solo quelli delle origini: che la
rivoluzione americana sia stata schiavista è ormai un fatto passato. Più
dolenti sono invece le colpe maturate dalle amministrazioni Usa negli ultimi
venti anni - democratici e repubblicani, Clinton e Bush, uguali. Non a caso i
due ex Presidenti sono stati chiamati ad aiutare e non a caso entrambi si sono
immediatamente - e umilmente - resi disponibili.
Ci sono ragioni
specifiche per cui Haiti non è governabile da due decenni, cioè dalla fine dei
30 anni di dittatura dei Duvalier. Stato senza Stato, frontiere attraversabili
con poche centinaia di dollari di corruzione, mano d’opera disperata, hanno
fatto di questa isola il maggiore aeroporto illegale per lo smercio del traffico
di droga dall’America Latina verso Usa e Europa. Secondo le stime ufficiali del
governo americano, il 20 per cento di tutta la droga che arriva in Usa viene
spedita attraverso Haiti. È ormai l’unica industria del Paese, dopo la fine del
turismo a causa della criminalità. Nel 2003 Haiti è stata poi messa sotto
osservazione americana per un secondo tipo di traffico non meno pericoloso:
secondo Washington l’isola è la base per entrate clandestine in Usa di
potenziali terroristi o immigrati da Paesi a rischio, come Pakistan e
Palestina.
Dei due ex
Presidenti, forse Bush è quello che porta sulle spalle la responsabilità minore
- se minore è il peccato dell’oblio. Che Bush abbia scelto infatti di non
focalizzare la sua attenzione politica su questo disastro, mentre gli Usa erano
impegnati in Iraq e Medioriente, è stato quasi naturale. Ma è grazie a questa
disattenzione che il ciclone del 1998 fu quasi ignorato in America. L’ultima
volta che si è sentito parlare di Haiti, nell’epoca di George Bush è stato
attraverso un appello dell’Onu nell’aprile del 2003, in cui si chiedeva alla
comunità internazionale una donazione di 84 milioni di dollari per combattere
la crisi umanitaria del Paese.
E’ Bill Clinton,
che invece tentò una politica vera, ad avere la responsabilità del maggiore
fallimento. Due giorni fa, nelle prime ore del disastro, è stato proprio un suo
collaboratore, David Rothkopf che guidava l’agenzia clintoniana per la ripresa
economica di Haiti, a fare pubblicamente autocritica. Nel 1991 venne eletto nelle
prime elezioni democratiche del Paese il sacerdote Jean-Bernard Aristide,
considerato dai democratici americani come un Mandela dei Caraibi. Ma Aristide
provocò il definitivo collasso politico del nuovo Stato. Venne quasi
immediatamente deposto, riportato al potere nel 1994 con l’appoggio militare e
politico di Clinton; venne di nuovo deposto e di nuovo nel 2001 rimesso in
sella. Questo indiscusso appoggio, dice ora David Rothkopf, fu il vero errore:
«Alla fine venne fuori che Aristide non era il santo che le commosse star di
Hollywood e i giornalisti americani liberal sostenevano». Eppure, continua,
«sapevamo, ce lo aveva detto l’intelligence, chi era Aristide, ma abbiamo
guardato dall’altra parte». Non fu un errore dovuto a malafede, ma, al
contrario, a un’illusione: «Vedemmo Aristide come la possibile affermazione di
una politica fondata sulla speranza». Ma il risultato è lo stesso. Per questo
Clinton è rimasto impegnato con Haiti. Per questo oggi viene richiamato ad
avere un ruolo.
Il fardello di
decenni è ora tutto raccolto da Barack Obama, nero lui stesso - e il colore
della pelle non è un dettaglio. Se Obama ridesse speranza ad Haiti, salverebbe
gli errori del passato, e bilancerebbe forse nel suo cuore, e in quello di
molti dei suoi votanti, le decisioni di guerra fatte dagli Usa, e oggi da lui
stesso, su altri fronti.
Da Haiti insomma
qualcosa può ripartire. La storia forse si può riscrivere. Di questo parlano
queste ore. E se Cuba, l’Arcinemica, ha deciso di acconsentire ad aprire agli
Yankee i suoi spazi aerei, per facilitare le operazioni di soccorso, forse a
questo nuovo inizio gli Usa non sono i soli a pensare. LUCIA ANNUNZIATA
LS 16
Tasse e spesa pubblica. L’uscita dalla crisi e il peso del debito
Ci sono ancora
diverse anomalie nei mercati finanziari che ci allertano su quanto sia ancora
complicata la risoluzione della crisi finanziaria e di quella reale, e sul loro
possibile decorso. Una in particolare è molto di attualità: il “rischio Paese”,
cioè il premio per il rischio nei rendimenti dei titoli di Stato a lungo
termine a fronte di una possibile insolvenza. Questa anomalia ci impedisce di
escludere del tutto un eventuale evolversi della crisi in una terza fase: da
crisi finanziaria, a crisi reale, a crisi del debito governativo.
Le ingenti risorse
impegnate per sostenere il sistema bancario e l’economia, specialmente negli
Stati Uniti e in Inghilterra, gravano sui bilanci pubblici e mettono ora in
pericolo la solvibilità dei governi stessi. Dopo che i governi hanno salvato le
banche e le case automobilistiche, chi li salverà? Anche per i Paesi che sono
stati più virtuosi e rigorosi, come l’Italia, la crisi dell’economia reale si
fa sentire per le minori entrate e la maggiore spesa sia per i sussidi di
disoccupazione che per gli incentivi fiscali. Tassi di disoccupazione a due
cifre sono per i bilanci dei governi come i titoli tossici per le banche.
Ci eravamo
convinti che un’unica valuta avrebbe portato un unico tasso d’interesse e,
invece, i differenziali nei tassi in Europa si sono aperti proprio a catturare
questo “rischio Paese”. Rispetto alla Germania, stanno peggio la Grecia e
l’Irlanda con differenziali pari al 2,5% e 1,5% a significare rischi di
insolvenza del 4% e del 2,5%, rispettivamente, su base annua. Rischi non certo
trascurabili. In posizione intermedia, il Portogallo, la Spagna e l’Italia con
probabilità di insolvenza pari a circa l’1%. Sta meglio la Francia.
La crisi ci
insegna che può accadere anche l’impensabile, così come il fallimento di Lehman
Brothers e il congelamento dei mercati monetari più sofisticati. Non
sorprenderebbe scoprire, anche a breve, che crisi di fiducia possano colpire il
debito di alcuni Paesi, anche quelli industrializzati, costringendoli a
ristutturazioni o al default, soprattutto se la ripresa tarda a venire. La
strada che si impone a tutti è quella dell’austerità.
In questo clima,
la posizione del Governo italiano è condivisibile. Non è questo il momento
giusto per ridurre le tasse. Tuttavia è auspicabile che questa situazione di
crisi apra un nuovo confronto.
È auspicabile che
questa situazione di crisi, proprio perché blocca ogni possibilità di azione e
di sostegno all’economia, apra il confronto sul tema dell’equità e della
giustizia sia delle tasse, così come ha detto Tremonti, ma anche della spesa
pubblica e del debito pubblico.
Sulle tasse,
banalizzando, l’Agenzia delle Entrate ci ha mostrato un’Italia “povera”, in cui
pochi contribuenti dichiarano un reddito superiore ai centomila euro e che
certo non rispecchia quello che è sotto gli occhi di tutti, di un’Italia
comunque che in gran parte ostenta i proprio consumi e in cui le famiglie
detengono una considerevole ricchezza finanziaria. Non è indice di equità
scoprire che i lavoratori dipendenti sono quelli che pagano di più le tasse
rispetto agli altri. Ben venga che ad una semplificazione del sistema
impositivo si accompagni una maggiore e ben indirizzata azione di riequilibrio
dei pesi fiscali che ci permetta di recuperare aree di sommerso e un domani di
ridurre l’imposizione fiscale.
Sulla spesa
pubblica, tasse alte sarebbero anche giuste e giustificate se la spesa pubblica
fosse all’altezza. Ma anche qui non è quello che i nostri occhi vedono. Gli
sprechi della pubblica amministrazione, a partire da quelli della politica. Le
inefficienze e le lacune del sistema sanitario, di quello scolastico e
universitario. La decadenza degli edifici pubblici, delle nostre scuole, degli
ospedali. Le infrastrutture da Terzo Mondo del Sud Italia. Bisogna fare ancora
molto prima che chi paga le tasse le percepisca come giuste, e chi non le paga
le voglia pagare.
Infine, anche il
debito pubblico merita una valutazione alla luce del valore dell’equità
intergenerazionale. Sarebbe equo che al terzo debito pubblico del mondo
corrispondessero dei servizi e delle infrastrutture da primo mondo di cui le
nuove generazioni possano beneficiare, ma così non è. Questo debito è figlio in
gran parte degli sprechi della politica degli anni Ottanta e dei mille clientelismi
italiani. Il debito pubblico è una eredità di quegli anni e già ce li ricorda a
sufficienza. In questa crisi così complicata, proprio per quel debito, fa
riflettere che non ci siano risorse per aiutare le famiglie che stentano a
finire il mese e chi è in difficoltà perché perde il posto di lavoro. PIERPAOLO
BENIGNO Im 17
Le banche e la crisi. Chi non paga per gli errori
Mentre le
fabbriche chiudono e i lavoratori perdono il posto, le banche, vere
responsabili della crisi, fanno profitti; li fanno dopo essere state salvate
dai contribuenti e li devolvono in gran parte a se stesse sotto forma di lauti
guadagni per dirigenti e amministratori; nello stesso tempo rifiutano il
credito alle imprese e, obbligandole a chiudere e a licenziare, affossano
l'economia. Sono accuse note; le ripete anche il presidente Obama.
Come non farsi
travolgere da simili accuse indirizzate a unmestiere già impopolare prima della
crisi? Invece bisogna ragionare e non farsi travolgere. E se il ragionare
comincia col distinguere, occorre esaminare le accuse una per una.
Oggi guardiamo ai
salvataggi bancari, questione bruciante perché il denaro usato era del
contribuente. Si noti che i salvataggi — cerniera tra il prima e il dopo crisi—
sono avvenuti soprattutto in Paesi orgogliosamente predicanti le virtù magiche
della proprietà privata e del mercato libero: Stati Uniti, Gran Bretagna,
Germania, Olanda; non in Italia, dove le banche si sono rafforzate con capitali
privati. Si noti anche che il tema va tenuto distinto da altre questioni
riguardanti il modo in cui le banche si conducono oggi coi loro debitori, nel
mercato finanziario, nel compensare dirigenti e amministratori: questioni su
cui occorrerà tornare e che riguardano tutte le banche, non soltanto quelle in
cui lo Stato ha immesso capitale.
È, era, giusto
salvare le banche? In condizioni normali la risposta è no. Se è cronicamente
incapace di fare utili, qualunque impresa, anche se banca, deve uscire dal
mercato perché, invece di creare, distrugge ricchezza. Il fallimento è un modo
di uscire, non l'unico né sempre il migliore; altri sono il passaggio di
proprietà o la rilevazione da parte di un concorrente.
Le condizioni del
2008, però, non erano normali; stava crollando non una banca, ma la funzione
bancaria stessa; e le perdite erano spesso un fatto momentaneo dovuto a cattiva
gestione o a panico, non un indebolimento irrimediabile. Se la moneta cessa di
circolare e nessuno fa più credito ad alcuno, ogni economia basata sullo
scambio (dunque, nel mondo di oggi, tutte le economie) crolla e ricostruirla è
arduo. Il perdurare del panico avrebbe moltiplicato a dismisura le vittime
innocenti: risparmi e posti di lavoro perduti.
In quelle
circostanze l'interesse a salvare le banche era generale, prima che dei
banchieri.
Non solo: per il
contribuente che lo paga, il salvataggio è per lo più un buon affare, non una
perdita. Ciò che egli compera vale assai più del bassissimo prezzo pagato ed è
destinato a rivalutarsi. I giganteschi utili che la banca centrale americana ha
appena annunciato ne sono la riprova: e le banche centrali devono sapere (ma
qualche volta lo dimenticano!) che i loro utili sono destinati non a se stesse
ma alle casse dello Stato.
Salvare sì,
dunque; ma chi? Chi tra azionisti, amministratori, dirigenti, impiegati,
depositanti, debitori? Mentre in un fallimento puro la risposta sarebbe
«nessuno», in un salvataggio non può essere «tutti». Almeno i primi tre dei sei
soggetti elencati dovrebbero perdere soldi e funzioni.
È da deplorare che
ciò non sempre sia avvenuto. Ma nei casi in cui non è avvenuto, la critica va
rivolta al salvante più che al salvato. Spettava al potere pubblico distinguere
tra continuità della banca e discontinuità della sua proprietà e del comando. Tommaso Padoa-Schioppa CdS 17
Il commento. La società civile e la casta dei politici
DA qualche tempo
la cosiddetta società civile si sta prendendo alcune rivincite. Era stata assai
bistrattata dalla "casta", sia di destra che di sinistra. I partiti,
anzi la partitocrazia, avevano invaso tutto l'invasibile. Non c'era candidatura
elettiva, non c'era ente pubblico o parapubblico che non fossero caduti nelle
mani della "casta" e il berlusconismo non faceva eccezione, anzi,
nonostante il piglio anti-partito del suo leader.
Chi accedeva al
governo o al sottogoverno doveva innalzare i vessilli e indossare i colori
d'uno dei componenti della casta, gravitare nella sua orbita, sollecitarne i
favori e pagarli al prezzo convenuto. Non soltanto e non tanto in termini di
danaro, ma in termini di sudditanza politica. O corporea. Ma sì, anche
corporea, Tarantini insegna. Questo ritorno in forza dei politici era stato
accolto con favore anche da molti intellettuali all'insegna della supremazia
della politica. Alla società civile erano state addebitate molte turpitudini,
comunque un cattivo odore di corruttela che inquinava anche la politica e i
suoi "operatori". Per di più si addebitava alla società civile anche
la responsabilità di fornire alla malavita organizzata quell'ampia massa di persone
definite come "zona grigia", intercapedine collusa con le
organizzazioni criminali e tramite indispensabile tra la mafia e il potere.
Purtroppo tutto vero; ma non è questo che si deve intendere per società civile,
così come non si deve identificare la politica con la "casta".
Perciò è
necessario un chiarimento lessicale prima di procedere nel ragionamento che
oggi vogliamo sviluppare.
Il termine
"società civile" fu inventato, niente meno, da Marx e forse, prima
ancora, da Rosseau, per designare l'insieme dei ceti che compongono una
comunità con una propria identità, propri valori, propria cultura, propri
interessi. Una società civile forte esprime anche proprie istituzioni e lo
Stato che ne è il coronamento.
Questo è lo schema
di Marx, che ne parla diffusamente soprattutto in due delle sue migliori opere:
"L'ideologia tedesca" e "Il 18 brumaio". La società civile
che egli ha in mente è quella borghese; il suo obiettivo è di riuscire a
sostituirla con una società civile egemonizzata dal proletariato.
La
"casta" di cui oggi si parla rappresenta una deformazione cancerosa
della politica e le "zone grigie" rappresentano altrettante
deformazioni cancerose della società civile. Ristabiliti così i significati
corretti delle parole, diventa chiaro che cosa intendiamo quando percepiamo
segnali di rivincita della società civile. Dopo una fase troppo a lungo
dominata da caste di potere e decomposizioni sociali, avvertiamo oggi un
risveglio (ancora modesto e agli inizi) della società civile e qualche segnale
di sfaldamento delle deformazioni che hanno sfigurato il suo volto, la sua
identità e la sua coscienza morale.
Poiché siamo ora
entrati in clima di campagna elettorale, è proprio in questo avvio che i
segnali dei quali s'è detto si rivelano più percepibili, mentre altri più
indiretti ma altrettanto significativi cominciano ad emergere nel campo della
letteratura e del cinema; insomma nei territori della cultura.
Prendete il caso
di Emma Bonino. È un caso sintomatico. Il Partito democratico l'ha indicata
quasi all'unanimità, dopo molto tergiversare, come candidata del Partito e
della coalizione di centrosinistra alla carica di presidente della Regione
Lazio. Si dice: è una candidatura imposta dalle circostanze, non una libera
scelta ma una necessità. Lo credo anch'io, ma questo rafforza la tesi: la
società civile, nella sua parte schierata al centrosinistra, ha reso necessaria
la candidatura Bonino.
Volete una
controprova? La società civile nella sua parte schierata al centrodestra ha
reso necessaria la candidatura della Polverini. Non faccio un raffronto tra due
personalità diversissime tra loro, ma sul fatto che quelle candidature non
emanano dai partiti ma dalla società civile. Personalmente lo ritengo un
segnale molto positivo e il fatto che si tratti di due donne che certo non
fanno parte della categoria delle "veline" accresce il significato di
quel segnale.
Ma ce ne sono
altri di analoga importanza. Per esempio la candidatura della Bresso in
Piemonte, il fatto che l'Udc abbia deciso di appoggiarla e che il sindaco di
Torino, Sergio Chiamparino, sia probabilmente il capolista del Pd in questo
confronto elettorale. Non era affatto scontato che la Bresso fosse proposta dal
Pd per un secondo mandato; ancora meno sicuro era che l'Udc si dichiarasse in
suo favore e che un sindaco molto autonomo rispetto ai vincoli di partito
prendesse in considerazione una sua decisione che non gli reca alcun vantaggio
personale. Si tratta anche in questo caso di una donna in corsa per una carica
di notevole importanza.
Un terzo segnale:
la Poli Bortone possibile candidato del centrodestra in Puglia. Forse non sarà
questa la scelta definitiva poiché non piace al ministro Fitto, un uomo della
"casta" da tutti i punti di vista. Ma anche questo è un segnale: una
parte notevole della società pugliese orientata a destra non vorrebbe persone
della "casta" e si fa sentire.
Così si fa sentire
in Campania, in favore del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. E in Veneto,
dove contro la Lega e il Pdl, indissolubili anche se discordi, tira aria d'una vasta
alleanza del centro e della sinistra che ha il carattere d'una lista civica più
che un'alleanza di partiti.
Tutti i partiti
esistenti, nessuno escluso, hanno un disperato bisogno di rinnovarsi. Le
elezioni regionali di marzo offrono quest'occasione; quelli che sapranno
coglierla avranno fatto un passo avanti importante verso l'obiettivo che da
tempo hanno smarrito: raccogliere il consenso popolare sulla base di
trasparenza e credibilità programmatica; fare da punto di raccordo tra il
popolo e le istituzioni; tutelare la Costituzione e lo Stato di diritto. Questo
dovrebbe essere il compito dei partiti, non quello di occupare le istituzioni e
costituirsi come pura casta di potere.
Un'altra questione
strettamente connessa a quella del risveglio della società civile (o coscienza
civile che dir si voglia) riguarda i diritti e i doveri. Anche le discussioni
in corso su questo tema sono confuse e meritano d'esser chiarite.
Io ricordo la
grande stagione dei diritti e dei referendum che dettero loro sbocco politico.
Fu a metà degli anni Settanta ed è doveroso ricordare il nome di Marco Pannella
che ne fu il più fervido sostenitore.
Ricordo bene
quegli anni, le battaglie per il divorzio e la legalizzazione dell'aborto, le
diffidenze a sinistra e l'opposizione durissima della destra clericale. Questo
giornale non esisteva ancora, ma L'espresso era in campo da quasi vent'anni e
quei diritti di libertà li reclamava da sempre, sicché fu soprattutto quel
settimanale, nell'imbarazzata indifferenza di gran parte della stampa italiana
a riecheggiarne e amplificarne la voce. Ricordo il numero de L'espresso
- allora diretto da Livio Zanetti - che uscì con in copertina
una donna incinta inchiodata ad una croce. Ricordo tanti giovani lettori che si
erano offerti come volontari per raccogliere le firme per i referendum. Ricordo
i cortei con decine di migliaia di persone a Roma, a Milano, a Palermo, a
Napoli, e i voti di vittoria raccolti. Fu decisivo il peso che vi ebbero le
donne, quelle del Mezzogiorno in particolare, che furono l'elemento decisivo di
quelle consultazioni.
Molti diritti sono
ancora privi di tutela. Penso, tra i tanti, a quelli dei lavoratori precari e a
quelli degli immigrati, che vanno di pari passo con i doveri verso la comunità
di accoglienza alla condizione che l'accoglienza sia tale e non elemosina o
semplice buon cuore individuale.
I diritti sono uno
degli aspetti essenziali d'una società civile che, senza di essi, dovrebbe
esser definita incivile. Ma anche i doveri lo sono e sono duplici. C'è il
dovere dell'individuo il quale ha il diritto di tutelare i propri interessi e
la propria felicità, ma ha il dovere di inquadrarli in una visione del bene
comune. Oggi non avviene così. La preoccupazione dominante non risiede in
questo scambio ma nel puro e semplice egoismo.
Ci sono al tempo
stesso i doveri della società verso gli individui e anche questo è uno degli
aspetti essenziali d'una società civile .
Il dovere
principale è quello di soddisfare al meglio i diritti individuali assicurando
il massimo possibile di eguaglianza e di pari opportunità nel soddisfacimento
di quei diritti.
Individui liberi,
individui eguali nella competizione e nell'accesso al mercato, individui
solidali tra loro nella contribuzione al bene comune. Ancora una volta il
trittico di libertà, eguaglianza (soprattutto di fronte alla legge ma non
soltanto), fraternità. Affinché la società sia civile, lo Stato e le
istituzioni siano civili, le persone siano civili.
Quando leggo nei
sondaggi d'opinione che la maggioranza degli italiani è fiera della nostra
Costituzione e una maggioranza ancora più forte ripone la sua fiducia nel
Presidente della Repubblica, mi sento confortato e non dispero dell'avvenire.
EUGENIO SCALFARI LR
17
Procure deserte, i magistrati «Pronti a iniziative estreme»
L'Associazione
nazionale magistrati (Anm) è pronta anche a proclamare uno sciopero per dare un
forte segnale di allarme sulla grave situazione di scoperture di organico nelle
procure. Aprendo i lavori dell'assemblea organizzata dall'Anm oggi in
Cassazione, davanti a procuratori provenienti da tutta Italia, il presidente
del sindacato delle toghe Luca Palamara non ha parlato esplicitamente di sciopero
ma ha avvertito che i magistrati sono pronti a iniziative «estreme».
«L'Anm non potrà
assistere inerme allo svuotamento degli uffici di procura ma vuole una riforma
della giustizia che assicuri un processo giusto in tempi ragionevoli e vuole
uffici organizzati e funzionanti», ha spiegato Palamara. «Ecco perché l'Anm è
fermamente intenzionata ad adottare ogni efficace e anche estrema iniziativa di
mobilitazione della magistratura associata e di sensibilizzazione dell'opinione
pubblica sulla gravità della situazione attuale».
Secondo il
sindacato delle toghe la «desertificazione» delle procure è «drammatica»: in
due soli anni le scoperture di organico si sono quadruplicate passando da 68 a
249. L'Anm si è detta contraria al decreto legge varato dal governo che per
risolvere i vuoti pensa a trasferimenti d'ufficio negli uffici di procura,
soprattutto nelle cosiddette sedi disagiate e punta piuttosto - oltre alla
soluzione temporanea di revocare il divieto di mandare nelle procure i
magistrati di prima nomina - sulla revisione delle circoscrizioni giudiziarie,
definita da Palamara «l'unica soluzione stabile ed efficace».
«Dall`Anm giunge
un allarme serio sulla funzionalità della giustizia nel nostro Paese. La
richiesta fatta da Palamara di intervenire per colmare le carenze di organico
corrisponde all`interesse dei cittadini, che si scontrano quotidianamente con
le disfunzioni e le lungaggini della macchina giudiziaria. Il governo dimostri
di avere davvero a cuore il tema dei tempi del processo intervenendo su
organici, informatizzazione degli uffici giudiziari, ridefinizione delle
circoscrizioni, organizzazione dei tribunali». Ha commentato in questo modo
Andrea Orlando, presidente Forum Giustizia del Partito democratico. «Solo così
si possono creare le condizioni per un serio confronto per affrontare questi
problemi. Partendo da queste questioni concrete, noi siamo disponibili a
condividere ulteriori interventi di più ampio respiro. I presupposti per una
discussione seria sono questi. Ma quella vera e propria amnistia mascherata in
approvazione al Senato che va sotto il nome di processo breve non li contempla.
Anche per questo ci opporremo ad essa in modo durissimo». L’U 16
Regionali, il Pd candida Boccia alle primarie. D'Alema striglia Vendola:
"Ha complicato tutto"
L'assemblea
regionale del partito approva all'unanimità scelta e data del 24 gennaio
contro il
presidente uscente della Puglia, che si ripresenta senza l'appoggio dei partiti
Gli sfidanti:
"Io e Nichi lavoriamo per lo stesso obiettivo". "Mi fa piacere
questo repentino cambio di umore" - A Roma teatro Eliseo stracolmo per
l'avvio della campagna elettorale della Bonino. In Campania il Pdl candida
Caldoro
BARI - "Da
fratello maggiore, rimprovero la logica di affrontare problemi politici
attraverso scorciatoie personalistiche. E' questo che ha complicato tutte le
cose". Massimo D'Alema, intervenendo all'assemblea regionale del Pd
pugliese a Bari per decidere sulla vicenda della candidatura per la presidenza
della Regione alle prossime elezioni di primavera, si rivolge così a Nichi
Vendola. L'ex premier parla delle ragioni per le quali si è giunti alla
decisione odierna (presa all'unanimità) di candidare Francesco Boccia alle
primarie del centrosinistra del 24 gennaio, contro Nichi Vendola, presidente
uscente della regione Puglia, che si è ripresentato senza l'appoggio dei
partiti.
Ripercorrendo i
vari passaggi politici degli ultimi mesi tra le forze politiche nella
coalizione del centrosinistra, anche in vista di una possibile alleanza con
l'Udc, D'Alema ha ricordato che, quando ci fu il rimpasto della giunta, Vendola
assunse "una iniziativa spregiudicata che, se l'avessimo fatta noi,
sarebbe stata definita un 'orrendo machiavellismo'. Invece l'ha fatta lui - ha
osservato l'ex premier - ed è 'politica'. Vendola pensò di stabilire un
rapporto diretto con l'Udc, promuovendo nella giunta regionale un consigliere
che era uscito dal Pd per entrare nell'Udc. Noi non abbiamo protestato, per
senso di responsabilità, pur di fronte ad una scelta che poteva apparire
abbastanza lesiva della dignità di un partito. Abbiamo fatto bene".
Secondo D'Alema,
per il Partito Democratico l'Udc "non è mai stata una scelta alternativa
alla sinistra e il Pd per la sua posizione centrale può garantire una ampia
alleanza. Sappiamo bene - ha concluso - che sostituire a Vendola l'Udc è
politicamente perdente e lacerante per il nostro popolo, ma soprattutto non è
in grado di garantire la governabilità della Puglia". D'Alema comunque ha
ricordato in vari passaggi del suo intervento l'importanza di proseguire e
concludere il percorso politico che, in tutta Italia, porta il Pd ad allearsi
con l'Udc per allargare la coalizione di centrosinistra, un percorso già
riuscito con successo proprio in alcuni comuni pugliesi nelle scorse elezioni
amministrative.
"Noi
lavoriamo per l'unità - ha proseguito ancora D'Alema - facciamo le primarie per
poter recuperare Nichi Vendola, altrimenti non avremmo avuto il bisogno di
farle; vogliamo aprire una prospettiva per la Puglia, ci prendiamo una
responsabilità e anche un rischio". Secondo D'Alema, Vendola si è trovato
di fronte "un problema politico", un problema che sarebbe stato
affrontato in maniera sbagliata dal presidente uscente perché "Vendola ha
cercato di scaricare la croce nel nostro partito", ha detto D'Alema
spiegando che invece avrebbe dovuto fare "ciò che gli avevamo chiesto:
convocarci, chiamarci a condividere lealmente la difficoltà politica, noi che -
ha ricordato rivolgendosi a Vendola - abbiamo sostenuto lealmente".
L'errore del presidente della regione Puglia, e leader di Sinistra e libertà,
sarebbe stato perciò quello di "autocandidarsi per risolvere tutto
mettendo i partiti con le spalle al muro".
Ora, ha aggiunto
D'Alema, "abbiamo una settimana per parlare il linguaggio della verità:
noi non possiamo subire la menzogna che c'è stata buttata addosso". L'ex
premier ha poi invitato il partito a sostenere unitariamente la candidatura di
Boccia. "In un momento come questo, al di là delle diverse e legittime
opinioni - ha detto - c'è a mio giudizio un dovere di solidarietà politica e
umana nei confronti di un giovane uomo politico, con una forte cultura di
governo che assume anche un rischio personale accettando una sfida di questo tipo".
Gli sfidanti. Un
appello a Vendola, a lavorare insieme per la vittoria del centrosinistra,
qualunque sia l'esito delle primarie in Puglia, è stato rivolto durante
l'assemblea pugliese del Pd da Francesco Boccia. "Io e Nichi lavoriamo per
lo stesso obiettivo - ha detto Boccia - forse lo abbiamo fatto partendo da
angolature diverse e utilizzando accenti diversi".
"Mi fa
piacere questo repentino cambio di umore perché nei giorni scorsi lui si è
lasciato andare ad espressioni infondate, sopra le righe, non particolarmente
garbate e gentili", ha commentato il governatore della Puglia. "Sono
molto contento - ha aggiunto Vendola - quando le persone ritrovano l'eleganza
della competizione delle idee piuttosto che la violenza della contesa muscolare".
Per quanto riguarda le primarie, Vendola si è deto sereno: "Dalla mia
parte penso di avere la gente che trovo per strada e dappertutto, quella che mi
dice di non mollare. Penso di avere meno sigle ma molto più cuore del popolo
pugliese".
Emma Bonino inizia
la campagna elettorale. Intanto nel Lazio è partita la campagna elettorale per
la presidenza della regione Lazio di Emma Bonino, che ieri ha incassato l'ok
del Pd. La leader radicale è stata salutata da una standing ovation prolungata
e da un teatro Eliseo talmente pieno da dover dirottare tanti simpatizzanti sul
vicino teatro Piccolo Eliseo dove è stato allestito un maxi schermo.
Caldoro candidato
Pdl in Campania. Stefano Caldoro è il candidato alla presidenza della Regione
Campania che, ufficialmente, il Pdl regionale proporrà all'ufficio di
presidenza in programma per mercoledì 20 a Roma. Con due righe ufficiali,
diffuse dallo stesso coordinamento regionale, termina così la lunga
discussione, con mesi di polemiche interne, sul nome da indicare per la riconquista
della regione Campania. A prendere la decisione ufficiale è stato il
coordinamento regionale allargato ai rappresentanti dell'ufficio politico di
presidenza, ai parlamentari ed ai coordinatori delle cinque provincie campane.
In sostanza il
coordinatore regionale Cosentino dopo l'incontro con Berlusconi ha preferito
che l'intero organismo regionale prendesse ufficialmente una posizione sul nome
del candidato. L'ultimo dubbio sulla possibile alternativa rimasta, a
prescindere dallo stesso Cosentino indagato dalla procura di Napoli, è stato
sciolto nella tarda mattinata di oggi dal leader degli industriali napoletani
Gianni Lettieri che ha dichiarato di non essere più in corsa, 'benedicendo' con
un giudizio positivo il nome di Caldoro. LR 16
Garofani rossi e "berluscones". L'eredità di Craxi divide i
nostalgici
Bettino non
avrebbe mai voluto essere riabilitato dai suoi carnefici»: è palpabile la
rabbia che trasuda dai fedelissimi dell’ex leader socialista, venuti ancora una
volta ad Hammamet, quest’anno per la celebrazione dei dieci anni dalla morte.
Una pioggia triste e insolita bagna la terra tunisina, un grigio contrasto con
i sentimenti laceranti che ancora suscita la figura di Bettino Craxi.
Sull’altra sponda
del Mediterraneo vive l’altra faccia di “monsieur le president” amato dai
tunisini che ancora oggi mantengono il suo ritratto alle pareti nei caffè de La
Medina, o vestito da combattente tra le palme, nel ristorante Sidi Slim dove
veniva tre volte alla settimana e beveva il Muscat de Keliba. Qui lo
consideravano «a casa, non in esilio. Amava i bambini e ai piccoli venditori di
gelsomini dava sempre un po’ di soldi» raccontano. Bambini ventenni, adesso che
le polemiche non si sono fermate, anzi si sono riaccese in questo che Stefania chiama
«tsunami mediatico», anche positivo «per non chiudere il caso». Con la sua
Fondazione ha organizzato dei charter del pellegrinaggio. In volo Pietro
Coppola, anziano avvocato venuto con la moglie da Lecce, indossa come una
bandiera una sciarpa rossa. «Qui c’è molto inquinamento, troppi berluscones per
me, che mi considero un Turatiano». Tornano in molti, uniti da una comune
nostalgia per i tempi forse più che per l’uomo. C’è Umberto Cicconi, il
fotografo che ha creato l’icona Craxi, un’immagine coltivata tanto quella di
Berlusconi. C’è Onofrio Pirrotta, giornalista del Tg2 che lo seguiva ovunque e
che ancora scherza: «Passami l’olio... » come disse Craxi allo scalpitante
Giovanni Masotti che corse a prendere l’ampolla in un ristorante.
Ci sono i socialisti
cullati nel berlusconismo ma anche chi guarda con distacco al premier. E certo
nessuno, neppure i figli pur divisi, lo considerano l’erede. I “carnefici”,
raccontano l’avvocato Roberto Ruggiero e Marcello Sorrentino, sono i giudici
che ancora oggi «usano la giustizia come lotta politica». Per non parlare di
Antonio Di Pietro. «Andreotti s’è fatto processare perché aveva l’immunità a
vita» e rispetto a Berlusconi «Bettino non aveva la forza di contrastare la
giustizia ad personam con leggi ad personam». Il finanziamento illecito? «Era
un sistema», e pesa ancora il «silenzio assordante» dell’aula della Camera
quando «nessun democristiano parlò, dopo il discorso di Bettino». L’innovatore,
«quello che ha avviato la concertazione con la scala mobile e il Pci di
Berlinguer non accettò «per fare il c... a Craxi», così la vedono. Non sarebbe
tornato in Italia «perché l’avrebbero ucciso», dicono entrambi e si chiedono
«perché non si parla mai di chi lo aiutò a prendere quell’aereo?». Quello che
il 5 maggio 1994 portò Craxi e la moglie Anna a Tunisi per andare nella casa di
Hammamet, allora un’oasi scoperta nel ’66. «Non pensava che non sarebbe mai
tornato in Italia, o almeno a noi non lo disse», racconta Stefania.
Le separazioni si
stratificano: le diaspore socialiste, la frattura intima tra lei e Bobo,
fratello minore. Ora si trovano insieme nella casa sulla collina dove la
signora Anna mantiene la riservatezza di una vestale della memoria e la
normalità di una vita da tunisina. C’è chi dice che potrebbe venire a Roma
martedì forse per andare da Napolitano, ma i due figli assicurano che non si
muoverà da lì. E già da ieri sera nella casa madre sono ospiti il ministro
Brunetta e la “fidanzata”, Sacconi è in albergo ma si ritroveranno a cena lì.
Bobo affronta il caso in modo «laico», dice, Stefania «vorrebbe essere sotto un
divano» invece è sulla ribalta: «Per vent’anni ho cercato di dimostrare che non
ero la figlia di Craxi, ora passo la vita a dimostrare che lo sono». Ha
invitato Bersani, apprezza le aperture di Castagnetti; dal Pd si aspettano
tutti una lettura politica e non giudiziaria del caso Craxi.
Divise anche le
commemorazioni in due albergoni di Hammamet: via vai di centrodestra con
Stefania all’Hotel Mehari, il fronte di centrosinistra con Bobo e Riccardo
Nencini, che ne ha organizzata una per martedì a Marhaba Palace. La frattura si
ricomporrà nei luoghi sacri, una messa oggi alle sei nella chiesa cattolica di
Hammamet dove dieci anni fa fu celebrato il funerale, e domani mattina il
ricordo sulla tomba bianca al cimitero cristiano, dove il custode distribuisce
“santini” con il volto di Craxi in una litografia di Deanna Frazin. Il ministro
Frattini fa qui una tappa del tour africano, un incontro con il ministro degli
Esteri tunisino insieme a Stefania Craxi (sottosegretario) e poi tutti e due
negli studi di Nessma, la tv satellitare di Tarak Ben Hammar, la cui bella
giornalista corteggiata dall’irriducibile cavaliere è già al lavoro. Certo, per
dirla con Rino Formica, che verrà per la cerimonia, «qui i morti sono vivi e i
vivi sono morti». Ovvero «senza prospettiva politica» così la legge Bobo.
Natalia LombardoL’U 16
E allora? Che
problema c’è? Come dar torto al giudice che ha disposto il pagamento di
arretrati e interessi a beneficio della 32enne fuoricorso trentina che l’anno
prossimo, se Dio vuole, ne compirà 33 ma che a quanto pare l’Università non la
fa trotterellando?
Oltre ad applicare
leggi, codicilli e regolamenti, il giudice deve semplicemente aver deciso di
applicare il buonsenso. Poteva non tenere conto, in sede di giudizio, del fatto
che in Italia ormai da tempo l’adolescenza ha più che doppiato la boa dei 20
anni? Fino a un certo punto, la si è voluta prolungare fino ai 30. Poi, con un
filo di disinvoltura, si è arrivati ai 40, con i fatidici annunci tra cuori
solitari della serie «Ragazzo 40enne cerca ragazza».
Adesso anche
Linus, il dee jay e conduttore radiofonico, ci rassicura sul fatto che si è
giovani a 50 anni. E perché non a 60? Se ci pensate, il mondo ormai pullula di
giovani 70enni che si non si limitano alle partite a scopa dei loro nonni, ma
che muniti di colla per la protesi dentaria e pillole blu partono per weekend
di passione e vacanze esotiche ai quattro angoli del mondo. E gli 80enni che
praticano sport estremi, dal paracadutismo alla maratona? George Bush senior è
solo uno dei tanti. Già Marina Lante della Rovere, del resto, agli albori di
quest’epoca dell’eterna gioventù, proclamava sicura che la vita inizia a 40
anni. Dunque il padre della 32enne trentina e i padri in generale si
rassegnino: una figlia di soli 32 anni in realtà non sarebbe ancora buona
neppure per l’asilo, altro che laurea.
In base al
principio secondo cui tutti ormai siamo, giorno dopo giorno e anno dopo anno,
giovani, sempre più giovani, eternamente giovani, i padri, trentini o no, ma
auspicabilmente centenari, dovranno farsene una ragione e mantenere i figli dal
pannolino al pannolone. Educati da fior di sentenze, arriveranno infine a
confidarsi tra loro: «Che posso farci, il mio ragazzo ha 74 anni ed è
fuoricorso, però a Ingegneria, lo si può anche capire, no?», magari per
sentirsi rispondere: «Beato te, pensa che il mio ha 82, non ha ancora passato
le prove di ammissione a Medicina. Ma finché c’è salute, c’è speranza».
Cosa pur sempre
vera, specie in un paese dove non poche famiglie, complice la crisi e il
precariato, reggono ancora grazie alle pensioni dei nonni. Almeno di quelli che
non si sono ancora accorti di essere giovani e non le spendono in sport estremi
e quant’altro. GIUSEPPE CULICCHIA LS 17
Ecco quanto ci è costato il flop del vaccino
Virus A, 23
milioni di dosi inutilizzate e in scadenza. Ma il contratto con Novartis non
tutela lo Stato - di ELENA DUSI
La pandemia fugge.
I costi dei vaccini restano. Ventiquattro milioni di dosi acquistate
dall'Italia contro il virus H1N1 al prezzo di 184 milioni di euro, 10 milioni
di dosi ritirate dalle fabbriche e distribuite alle Asl, 865mila effettivamente
inoculate. La stragrande maggioranza delle confezioni resta stoccata nelle
farmacie delle Asl, nei centri vaccinali dei distretti o negli studi dei medici
di famiglia. Un viaggio tra le aziende sanitarie italiane parla di frigoriferi
pieni (i vaccini vanno conservati a 4 gradi pena la loro degradazione) e di
scetticismo fra i cittadini al centro della campagna di immunizzazione. Oltre
20milioni di persone rientrano tra la "popolazione eleggibile" da
vaccinare secondo il ministero, ma solo 827mila hanno porto il braccio alla
siringa, con una proporzione del 3,99%. E se l'Italia ha già deciso di donare
il 10% delle proprie dosi (2,4 milioni) all'Oms perché le distribuisca ai paesi
poveri, la gran parte delle boccette sembra avviata alla scadenza, prevista 12
mesi dopo la data di produzione e quindi a scaglioni tra settembre e dicembre
2010. A quel punto, non resterà altro da fare che buttarle.
Ma per la Novartis
che ha stipulato il contratto con il Ministero della Salute l'incasso sarà
pieno lo stesso. I 184 milioni pattuiti nel contratto del 21 agosto 2009
(quando la pandemia colpiva soprattutto le Americhe e non aveva ancora
raggiunto l'Italia) saranno versati in toto anche se i vaccini consegnati sono
meno della metà di quelli concordati. Nel contratto infatti non esiste una
clausola di riduzione a favore del ministero. E se ieri il Codacons ha
annunciato una class action a nome dei 60 milioni di utenti del sistema
sanitario italiano, anche la Corte dei Conti ha avviato una procedura di
controllo sul "decreto direttoriale del 27 agosto 2009 concernente
l'approvazione del contratto di fornitura di dosi di vaccini antinfluenzale
A(H1N1) stipulato tra il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche
sociali e la Novartis Vaccines and Diagnostics s. r. l.".
Il Codacons chiede
la risoluzione del contratto con l'industria farmaceutica ("Uno spreco
immane vista la scarsa adesione alla vaccinazione") e il rimborso ai
cittadini dei 184 milioni di euro spesi. In caso di vittoria, a ognuno dei 60
milioni di utenti del sistema sanitario andrebbero 3 euro. "Oltre -
prosegue il Codacons - a 50 euro di risarcimento simbolico per ogni
iscritto". La Corte dei Conti entra nel dettaglio delle clausole del
contratto con Novartis. E si chiede perché "l'articolo 3.1 (ribadito
dall'articolo 5.3) prevede la possibilità del mancato rispetto delle date di
consegna del Prodotto, senza l'applicazione di alcuna penalità". O perché
"l'articolo 9.3 prevede il pagamento alla Novartis di euro 24.080.000 (al
netto di Iva) ai fini della partecipazione ai costi in caso di non ottenimento
dell'autorizzazione all'immissione in commercio del Prodotto". Per fortuna
il vaccino ha superato i test dell'Emea, l'ente europeo incaricato dei
controlli di sicurezza. Ma se qualcosa fosse andato storto, il ministero
avrebbe comunque dovuto pagare 24 milioni per un farmaco inutilizzabile.
La contestazione
dei giudici di viale Mazzini riguarda poi la segretezza del contratto:
"L'articolo 10.2 considera Informazioni Riservate anche l'esistenza del
contratto e le disposizioni in esso contenute, clausola - in considerazione
dell'evidenza pubblica della procedura - impossibile da rispettare". E
infine, ipotesi che per fortuna non si è verificata ma che avrebbe potuto
comportare un salasso per lo Stato, il contratto prevede che gli eventuali
effetti collaterali del vaccino sui pazienti siano a carico del ministero e non
come di solito avviene dell'azienda farmaceutica. "L'articolo 4.5 -
contesta la Corte - prevede rimborsi al Ministero per danni causati a terzi, limitatamente
a causa di difetti di fabbricazione, mentre ai senso dell'articolo 4.6 il
Ministero dovrà risarcire Novartis per danni causati a terzi in tutti gli altri
casi".
Clausole così
squilibrate sono state dettate dalla fretta. Ma sul perché di una spesa tanto
elevata a fronte di una campagna di vaccinazione mai decollata, il ministero
interrogato ieri si trincerava ancora dietro al no comment. Dalle università
alcuni virologi provano a spiegarci cosa è successo, e il perché di tanta
sproporzione. "Ora sappiamo che H1N1 è un virus blando. Ma all'inizio
della pandemia avevamo ancora fresco il ricordo dell'aviaria, che ha una
mortalità intorno al 50%" spiega Giovanni Di Perri, direttore di malattie
infettive all'Amedeo Savoia di Torino. "L'influenza mette sempre in
difficoltà chi deve fare previsioni. I modelli possono saltare, i virus ci
sorprendono spesso" fa notare Pietro Crovari, professore emerito di igiene
e medicina preventiva all'università di Genova. E Guido Antonelli, virologo
della Sapienza a Roma, non esclude che l'anno prossimo il virus H1N1 venga
incluso nella normale vaccinazione stagionale: "All'inizio di ogni anno
l'Oms decide contro quali virus influenzali il vaccino stagionale debba essere
rivolto. Può darsi che il prossimo inverno ci ritroveremo H1N1 fra i tre ceppi
del normale vaccino stagionale".
Anche se la
campagna vaccinale di quest'inverno non è ancora finita e il ministero della
Salute mette in guardia contro una possibile seconda ondata pandemica, i dati
sulla copertura dei vaccini sono davvero bassi. Il personale sanitario cui era
stata consigliata l'immunizzazione comprende poco più di un milione di persone:
neanche 70mila si sono vaccinati (il 15,1%). Agenti di pubblica sicurezza e
operatori dei servizi essenziali non arrivano al 6% (6mila su 723mila). Tra i
donatori di sangue addirittura il dato si ferma allo 0,83%. Nelle ultime
settimane alcune Asl hanno esteso la campagna di vaccinazione anche agli over
65 con patologie croniche. Ma neanche loro sembrano troppo convinti, e la partecipazione
resta ferma all'1,5 per cento. Più che vaccinazioni, ormai, sembrano saldi di
fine stagione. LR 16
Il governo tedesco agli utenti: «Non usate Explorer»
L'allarme: «Mette
a rischio la sicurezza del pc». La Microsoft: la falla non riguarda gli utenti
in generale
MILANO - Usare
Internet Explorer metterebbe a rischio la sicurezza del pc. È l'allarme
lanciato dal governo tedesco che ha invitato gli utenti a utilizzare gli altri
browser, finché il problema non sarà risolto. Secondo la Bbc, la Microsoft ha
ammesso che è stata una falla nel suo browser il punto debole dei recenti
attacchi a Google perpetrati da hacker in Cina ai danni di alcuni attivisti per
i diritti umani, i cui account Google sono stati violati. Il gigante di Redmond
si è affrettato a chiarire che, per evitare buchi nella sicurezza del pc
durante la navigazione on-line, è sufficiente impostare le opzioni di
protezione del browser su «alto», nonostante le limitazioni nei siti
accessibili. Ma le autorità tedesche hanno avvertito che neppure questo
accorgimento renderebbe sicuro Explorer: certo, riduce i rischi, ma non mette
del tutto al sicuro. Graham Cluley, responsabile dell'azienda antivirus Sophos,
ha spiegato che le versioni più vulnerabili del browser Microsoft sono 6, 7 e
8. Dalla Microsoft, intanto, hanno fatto sapere che si sta lavorando a un
update che risolverà il problema.
LA DIFESA DI
MICROSOFT - «Il problema non riguarda gli utenti in generale», puntualizza
Thomas Baumgaertner, portavoce del gruppo in Germania, sottolineando che la
società non condivide le ragioni dell'allarme lanciato dall'Ufficio federale
per la sicurezza informatica di Berlino. «Gli attacchi a Google sono stati
messi a segno da persone molto motivate che hanno preso di mira alcune vittime
specifiche. Non sono stati attacchi agli utenti in generale. Non esiste una
minaccia diffusa all'utente comune, ed è per questo che non ci associamo
all'avvertimento».
Redazione ondine
CdS 17
Il 4 febbraio la presentazione dell’Osservatorio Romano sulle Migrazioni
Roma -
L’Osservatorio Romano sulle Migrazioni, giunto alla sesta edizione, verrà
presentato a Roma il 4 febbraio alle ore 16.30, presso l’Auditorium di Via
Rieti 13 (Piazza Fiume). Questo Rapporto annuale è promosso congiuntamente da
due strutture pubbliche, la Camera di Commercio e la Provincia di Roma, e da
una pastorale, la Caritas diocesana di Roma.
Strutturato come
di consueto in quattro sezioni (i capitoli introduttivi a carattere generale,
l’immigrazione in Provincia di Roma, l’immigrazione nel Comune di Roma e gli
aspetti economici e imprenditoriali), la pubblicazione cerca di accreditarsi
sempre più come un sussidio utile per leggere in profondità il fenomeno della
mobilità nell’area della sua più alta concentrazione, quella romana.
Il lettore può
spaziare a 360 gradi sui temi di più rilevante interesse: dall’inserimento ai
servizi di accoglienza, dall’apprendimento della lingua alla ricerca della
casa, dall’occupazione alle iniziative imprenditoriali, dalla frequenza
scolastica dei figli agli scambi culturali, dalla dimensione religiosa ai
risparmi e all’invio di rimesse nei paesi di origine. Non vengono trascurati
apporti innovativi su temi controversi come la criminalità.
Molto ricco è
anche il ventaglio delle collettività presentate nel Rapporto: i brasiliani, i
capoverdiani, i cinesi, gli indiani del Punjab, gli iracheni, i macedoni, i
malgasci, gli srilankesi. Si parla delle comunità rom e sinti e, dal punto di
vista religioso, di quelle sikh, ortodossi e cattoliche.
L’incontro del 4
febbraio consentirà ai partecipanti non solo di acquisire un nuovo volume così
ricco di argomenti, ma anche di approfondirne i contenuti con i rappresentanti
della Provincia, della Camera di Commercio e della Caritas diocesana di Roma.
(Inform)
Maroni: "Protezione internazionale per gli immigrati feriti a
Rosarno"
Da Fabio Fazio il
ministro dell'Interno annuncia la decisione del governo, che riguarda una decina di extracomunitari. E nega che dopo
gli scontri ci siano state "deportazioni" - E sui cori razzisti
invita la Figc a sospendere le partite
MILANO - Gli
immigrati vittime delle violenze a Rosarno avranno "lo status di
protezione internazionale". Lo ha annunciato il ministro dell'Interno
Roberto Maroni, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa. "Si tratta
di una decina di feriti - ha spiegato il responsabile del Viminale - a loro
concederemo questo status".
Maroni ha invece
respinto l'ipotesi che gli immigrati siano stati "deportati".
"Sono stati tutti portati volontariamente - ha spiegato - nei centri
d'asilo per rifugiati in Calabria e in Puglia per l'identificazione. Oltre metà
aveva il permesso di soggiorno e può circolare liberamente. Gli irregolari sono
trattenuti nei centri e si procederà all'espulsione. Una parte di questi però
ha chiesto asilo e la loro posizione è al vaglio. Ai feriti infine concederemo
protezione internazionale".
E l'annuncio del
ministro è giunto qualche ora dopo le parole pronunciate dal presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano: "Abbiamo assistito purtroppo alle tragedie
che travolgono migranti e cittadini quando un territorio è sottratto alla legge
- ha dichiarato il capo dello Stato - mi auguro che che allo straniero non sia
solo giustamente imposto, ma sia anche reso possibile l'essere e il mantenersi
in regola con le leggi italiane".
Ma Maroni, da
Fazio, ha affrontato anche un altro aspetto del razzismo: quello che riguarda i
cori negli stadi. Davanti a questi episodi, ha detto il ministro, "anche
la Figc deve assumersi l'onere e il diritto di sospendere le partite".
Anche se "l'azione fatta dalle squadre e dalle società contro la violenza
negli stadi, dall'omicidio Raciti in poi, ha contribuito molto a migliorare la
situazione". Per risolvere la questione, il responsabile del Viminale ha
annunciato che nei prossimi giorni incontrerà i responsabili del Lega Calcio e
della Figc, per concordare un'azione comune. LR 17
Pubblicazioni. La vera storia dell’emigrante Alfonso Dell’Orto
Egr. dr.
Bassanelli, segnaliamo l’uscita del nostro terzo libro, “Giorni di neve, giorni
di sole” che ha la prefazione del premio Nobel per la Pace 1980, Adolfo Perez
Esquivel.
Il romanzo
racconta la vera storia dell’ emigrante Alfonso Dell’Orto, che, dopo più di
settant’anni trascorsi in Argentina, vuole ritornare al suo paese natale per
ricordare la figlia Patricia, “desaparecida” a 21 anni con il marito Ambrosio
De Marco (23), genitori della piccola Mariana di soli 25 giorni, uscita
miracolosamente indenne dall’azione di sequestro dei militari.
Ci rivolgiamo a
lei perché vorremmo poter far conoscere al maggior numero possibile di persone
questa vicenda umana affinché certe situazioni non abbiamo più a ripetersi.
Ringraziandola sin
da ora per l’attenzione che vorrà riservare alla storia di un padre che ha
fatto del valore della famiglia e della ricerca della figlia, della verità,
della giustizia - in nome degli ideali di libertà ed equità sociale in cui
credevano Patricia e Ambrosio - il principio primo della sua esistenza,
porgiamo i più cordiali saluti in attesa di un suo riscontro.
Fabrizio e Nicola
Valsecchi, valsecchi@gruppointercom.net (de.it.press)
Il 3 febbraio a Roma la Giornata nazionale Erasmus Mundus II
Roma- Il 3
febbraio si svolgerà a Roma la Giornata nazionale Erasmus Mundus II.
La Giornata è
rivolta alle università, alle istituzioni dell’alta formazione artistica e
musicale (Afam), agli enti di ricerca e agli altri enti eleggibili nell’ambito
dell’invito a presentare proposte - Eacea/29/09 per l’attuazione di Erasmus
Mundus II.
Erasmus Mundus è un programma Ue di
cooperazione e di mobilità nel settore dell’insegnamento superiore volto a
migliorare la qualità dell’insegnamento superiore europeo e promuovere il
dialogo e la comprensione tra i popoli e le culture mediante una cooperazione
con paesi situati fuori dall’Unione europea.
Obiettivi della Giornata del 3 febbraio:
presentare il Programma Erasmus Mundus 2009 - 2013, adottato con la Decisione
del Parlamento europeo e del Consiglio n. 1298/2008/CE del 16 dicembre 2008 e
in attività dal 1° gennaio 2009, approfondendo la struttura di funzionamento
del Programma e lo stato della partecipazione italiana alle attività realizzate
nell’ambito delle varie azioni; illustrare il Bando Erasmus Mundus 2010 per
l’Azione I (EMMC, EMJD), per Azione 2 (Categoria 1, Categoria 2) e per l’Azione
3 http://eacea.ec.europa.eu/erasmus_mundus/funding/2010/call_eacea_29_09_en.php
approfondendo le possibilità di partecipazione offerte alle istituzioni
italiane d’istruzione superiore, agli enti di ricerca e agli altri soggetti
eleggibili nelle differenti azioni.
La Giornata si terrà nella sala conferenze
del Ministero Istruzione Università e Ricerca, in viale della Civiltà del
lavoro, 105. I lavori avranno inizio alle ore 9.30. L’iscrizione alla Giornata
nazionale è gratuita. Per contatti e iscrizioni info@erasmusmundus.it. Per il
testo del bando Erasmus Mundus II per il 2009, dei formulari per la redazione
delle candidature e gli altri documenti utili , www.erasmusmundus.it (Inform)
Interventi. Cittadini puniti con nuova tassa su cellulari, PC, chiavette USB
Sono sempre stata
molto critica nei confronti del berlusconismo e ritengo che Silvio Berlusconi
non avrebbe mai potuto candidarsi essendo il padrone di 3 TV nazionali per un
evidente e macroscopico conflitto di interessi.
Ritengo immorale
che oggi il premier si stia dando disperatamente da fare per salvarsi dai
processi Mills, Mediaset e Mediatrade invece di occuparsi del bene del paese e
dei suoi 60 milioni di cittadini.
Ritengo che sia
pura follia perseverare nel piano nucleare quando continuiamo a pagare 400
milioni di euro sulle bollette elettriche per smaltire le scorie del vecchio
nucleare.
Invece di
investire nella green economy come stanno facendo tutti i paesi avanzati,
creando in Italia un milione di posti di lavoro, il governo italiano continua
assurdamente a perseguire un antistorico piano atomico.
Tuttavia mi rendo
conto che queste considerazioni interessano poco l’elettore medio
berlusconiano, che è contento così, non
si preoccupa del conflitto di interesse, delle leggi ad personam, della follia
nucleare, e continua a votare Berlusconi
ed essere convinto che il premier stia lavorando per gli italiani.
Mi chiedo cosa
dirà oggi l’elettore medio berlusconiano quando scoprirà che è in arrivo una
tassa su cellulari, PC, chiavette USB, qualsiasi strumento ad alta tecnologia
dotato di memoria elettronica.
Un tassa che
preleverà qualcosa come 300 milioni di euro dalle tasche dei consumatori per
riversarli in quelli della SIAE.
Sbaglio o il
premier aveva promesso di abbassare le tasse?
Ora non solo non
le abbassa, ma introduce nuove tasse (chiamate “equo consumo” tanto per
aggiungere la beffa al danno) per punire
tutti i cittadini, visto che ormai un cellulare ce l’hanno tutti.
Sono curiosa di
sapere che cosa pensano di questa nuova
tassa gli elettori del PDL.
Silvia Terribili,
Idv Olanda, www.silviaterribili.org (de.it.press)
Il bando, curato
dal Liceo “G. Peano” di Tortona, è riservato ai residenti in Piemonte, ai
piemontesi e ai loro discendenti emigrati in Italia e all’estero
ALESSANDRIA – Il Laboratorio teatrale del
Liceo “G. Peano” di Tortona, in provincia di Alessandria, bandisce un concorso
di poesia e scrittura – anche musicale - riservato ai residenti in Piemonte, ai
piemontesi e ai loro discendenti emigrati in altre Regioni d’Italia o
all’estero.
Gli interessati al concorso “Voci per la
poesia 2010”, patrocinato dalla Regione Piemonte e dalla provincia di
Alessandria, – sono ammessi anche gli studenti delle Università di Pavia,
Milano e Genova – dovranno inviare i propri componimenti entro il 15 marzo 2010
al Liceo “Peano”.
Le sezioni in concorso sono: poesia in
italiano (a sua volta suddivisa per fasce d’età, dai 14 ai 19 anni e dai 20
anni in poi); poesia in dialetto (ai residenti all’estero è consentita la
presentazione di una poesia nella lingua del Paese in cui vivono accompagnata
dalla traduzione italiana); racconto breve o pagina di diario (sezione dai 14
ai 19 anni e sezione dai 20 anni in poi); voci per il canto (riservata agli iscritti
alla scuola secondaria di secondo grado e all’Università – fino a 25 anni
-residenti nella Regione Piemonte, o nelle province limitrofe a quella di
Alessandria, per testi in italiano, dialetto o lingua straniera); sezione
artistica (riservata agli iscritti alla scuola secondaria di secondo grado
della Regione Piemonte o nelle province limitrofe a quella di Alessandria).
Le opere selezionate verranno presentate e
premiate nel corso di una serata in programma il 12 giugno presso il Teatro
civico di Tortona. In questa occasione le giurie assegneranno un diploma ai
selezionati e una targa ai primi tre classificati delle sezioni poesia, prosa,
arte e canto. Le poesie saranno lette dagli studenti del Laboratorio teatrale
del Liceo “Paeno” di Tortona. Gli scritti selezionati saranno editi in un
volume che verrà distribuito al pubblico gratuitamente nel corso della
premiazione. Per la sezione musicale è possibile l’organizzazione di una serata
autonoma con esibizione e premiazione, mentre per quella artistica è previsto
l’allestimento di uno spazio espositivo.
Tra i Premi speciali della Regione Piemonte
si segnalano un riconoscimento all’emigrato/a dilettante la cui poesia (in
italiano, in lingua piemontese o in lingua straniera) abbia ottenuto il posto
migliore in graduatoria tra i concorrenti piemontesi residenti all’estero,
conferito dall’assessorato alla valorizzazione dell’identità regionale e un
premio al concorrente la cui poesia in dialetto piemontese risulti prima
classificata, conferito dall’assessorato regionale alla cultura. Il bando
completo è consultabile all’indirizzo: www.liceopeano.it. (Inform)
Erdbeben-Katastrophe. Hilfe für Haiti: Wenn alles fehlt
Das vom Erdbeben heimgesuchte Haiti
braucht Hilfe. Viele fragen sich dennoch, ob ihre Spenden die Notleidenden
erreichen werden. Die internationale Unterstützung ist alternativlos und kann
Haiti positiven Schub geben - einen Staat können nur die Menschen selbst dort
schaffen. Von Ingrid Müller
Hispaniola, Cité Soleil, Minustah – so
schön klingende Worte. Doch dahinter verbirgt sich die Katastrophe: das vom
Erdbeben heimgesuchte Haiti. Die Worte mit dem Anklang von Sehnsucht sind
besonders wichtig für den Inselstaat. Hispaniola nannte Kolumbus einst den
Flecken Erde, dessen Ostteil viele Pauschalurlauber kennen, die Dominikanische
Republik gilt als das Mallorca der Karibik. Cité Soleil, die Sonnenstadt, ist
der große Slum in Haitis Hauptstadt Port-au-Prince – dort im Armenhaus des Armenhauses
hat das Beben vermutlich die schlimmsten Folgen gehabt. Minustah, so heißt die
UN-Mission, einer der größten Blauhelmeinsätze. Ihn gibt es nur, weil das Land
längst nahe dem Zerfall war, nach despotischen Herrschern mit ebenfalls
klangvollen Namen wie Duvalier und Aristide. Für ihr Volk waren sie der
Schrecken. Auch die fremden UN-Soldaten waren nicht unbedingt beliebt, doch sie
sollten helfen. Selbst von ihnen sind jetzt viele tot oder verletzt. Haiti
fehlt es an allem.
Wenn selbst die Helfer Hilfe brauchen,
mag mancher fragen: Ist Hilfe überhaupt möglich? Gerät die Kriminalität völlig
außer Kontrolle? Fällt das fragile Land ganz auseinander? Andere werden
vielleicht die Vision haben, dass durch die ausländische Aufmerksamkeit und
Unterstützung – der Westen spricht gern von Nachhaltigkeit, bei dem, was er tut
– endlich wieder ein lebenswertes Land entsteht.
Hilfe ist möglich. Längst ist die
internationale Maschinerie angelaufen. Ohne sie geht es nicht, bei allen
Problemen, und die wird es wieder geben, von mangelnder Koordination über
Unprofessionalität bis zu Scharlatanerie. Aus manchen Problemen bei früheren
Einsätzen wie nach dem Genozid in Ruanda oder dem Tsunami haben die Großen
durchaus das eine oder andere gelernt. Viele stimmen sich besser ab, bereden,
wer Ärzte und Medikamente schickt, wer Zelte und Decken oder was immer sonst,
damit nicht manches doppelt, anderes gar nicht kommt. Reibungslose Absprachen
direkt nach einer Katastrophe allerdings sind deutschland- oder gar weltweit
eine Illusion. Nicht zuletzt wegen jeweils eigener Interessen, auch von
Ländern. Umso mehr lohnt es sich, genau hinzusehen.
Und: Hilfe, das sind nun einmal
Spenden; Spenden bedeuten letzten Endes das Überleben auch der jeweiligen
Organisation. Es gibt wieder viele Spendenaufrufe. Das ist legitim, die
Organisationen haben verschiedene Ansätze. Über das Spendensiegel kann jeder
eine Auswahl treffen, kann gucken, ob die Helfer bereits im Land waren und dort
Partner haben. Andernfalls haben sie es schwer, wirklich schnell und effektiv
zu helfen. Dann sitzt gerne mal ein Abgesandter mit zehntausenden Euro im
Flieger und versucht, sich vor Ort bei anderen anzuhängen – weil er doch
Spender zu Hause hat. Da stellt sich die Frage, ob das die richtige Strategie
ist. Privates Sammeln von Arzneien oder Kleidung mag zwar dem eigenen Gewissen
gut tun, ansonsten ist es Unsinn. Selbst in Haitis Nähe gibt es Hilfsgüter, die
schneller ans Ziel gelangen.
Über den Schock nach einer Katastrophe
und die Hilfe auch andere Konflikte zu lösen, das kann vorankommen, wie Banda
Aceh nach dem Tsunami zeigt. In Sri Lanka aber ist das Gegenteil der Fall.
Internationale Unterstützung kann einem Land positiven Schub geben, aber aus
ihm einen Staat machen, das können nur die Menschen dort selbst. Vielleicht
bringt auf Hispaniola das Hilfsangebot aus Santo Domingo etwas in Bewegung.
Direkte Einflussnahme gerät allzu leicht zur Farce – in Haiti steht auch dafür
der Name Aristide. Tsp 15
Hilfe für Haiti. Amerika übernimmt die Führungsrolle
Nach erheblichen Anfangsschwierigkeiten
beschleunigen die Vereinigten Staaten jetzt ihre Hilfe für die Erdbebenopfer in
Haiti. Die amerikanischen Streitkräfte übernahmen die Kontrolle über den
Flughafen von Port-au-Prince und koordinieren nun die Ankunft von Maschinen mit
Hilfsgütern.
Biss jetzt kommt unser Beistand noch
durch einen Gartenschlauch“, sagte ein Sprecher des Außenministeriums. „Aber
jetzt weiten wir das aus, da mit wir einen breiten Strom an Hilfe für Haiti
bekommen.“ Bis Montag sollen 9.000 bis 10.000 amerikanische Soldaten in Haiti
oder auf Schiffen vor der Küste im Einsatz sein, wie der Vorsitzende der
Vereinten Stabschefs, Admiral Mike Mullen, mitteilte. Bis Freitag waren
zunächst 4.200 Mann vor Ort, darunter die Besatzung des Flugzeugträgers „USS
Carl Vinson“. Eine Luftlandeeinheit begann mit der Verteilung von
Nahrungsmitteln, Wasser und Medikamenten.
50.000 Leichen geborgen, 1,5 Millionen
Menschen obdachlos
Haitis Präsident René Preval nahm die
Amtsgeschäfte in einem zum Regierungssitz umfunktionierten Polizeikommissariat
in der Nähe des Flughafens wieder auf. „Die haitianische Regierung hat ihre
Funktionsfähigkeit verloren, sie ist aber nicht zerbrochen“, sagte Preval zu
Journalisten. Der Präsidentenpalast und zahlreiche Regierungsgebäude wurden bei
dem Erdbeben zerstört.
Nach dem verheerenden Erdbeben in Haiti
sind nach offiziellen Schätzungen bisher bis zu 50.000 Leichen geborgen worden.
. Das Internationale Komitee vom Roten Kreuz schätzt, dass 45.000 bis 50.000
Menschen ums Leben gekommen sind. Insgesamt werden 140.000 bis 200.000 Tote
befürchtet, wie Regierungsmitglieder am Freitag in Port-au-Prince mitteilten.
„Niemals werden wir die genaue Ziffer wissen“, sagte Innenminister Paul Antoine
Bien-Aime.Nach Angaben von Gesundheitsminister Alex Larsen wurden zudem 250.000
Menschen verletzt. 1,5 Millionen seien obdachlos. Drei Viertel der Hauptstadt
müssten neu aufgebaut werden.
Clinton und Ban Ki-moon kündigen
Besuche an - Mit Obama und mit UN-Generalsekretär Ban Ki-moon habe er über die
Koordinierung der Hilfe gesprochen, sagte Preval am Freitag. Sie hätten
versichert, alles ihnen mögliche zu tun. „Es ist wie in einem Krieg“, die
Schäden könnten mit denen nach einem 15-tägigen Bombenangriff verglichen
werden. Schätzungen zufolge könnten bis zu 200.000 Menschen bei dem Beben am
Dienstag ums Leben gekommen sein.
Ein Großteil der Hauptstadt
Port-au-Prince wurde zerstört, darunter auch der Präsidentenpalast und die
Wohnung des 66 Jahre alten Staatschefs. „Ich habe kein Zuhause, ich habe kein
Telefon, das ist jetzt mein Palast“, sagte Preval ironisch und deutete auf eine
Polizeiwache, von der aus er jetzt versucht, sein Amt zu führen.
Die Vereinten Nationen riefen die
Staatengemeinschaft unterdessen dazu auf, insgesamt 562 Millionen Dollar in
einen Spendenfonds einzuzahlen, um Lebensmittel und andere dringend benötigte
Hilfsgüter für die nächsten sechs Monate bereitzustellen. Drei Millionen
Menschen seien dringend auf Nahrungsmittel, Wasser, Unterkunft und medizinische
Notversorgung angewiesen, sagte der UN-Koordinator für humanitäre Einsätze,
John Holmes. Aufgrund der Auswertung von Satellitenaufnahmen stellten die
Vereinten Nationen fest, dass mindestens 30 Prozent aller Gebäude in der
Hauptstadt Port-au-Prince beschädigt oder zerstört wurden. In einigen besonders
schwer betroffenen Vierteln sind es 50 Prozent und mehr.
Weiter Engpässe auf Flug- und Seehafen
- Bisher hat die internationale Gemeinschaft laut UN insgesamt 268,5 Millionen
Dollar für Haiti zugesagt. UN-Generalsekretär Ban Ki-moon will am Montag Haiti
besuchen. Die UN selbst verlor beim Erdbeben 37 Mitarbeiter. 330 weitere werden
vermisst, teilte ein UN-Sprecher mit.
In der Hauptstadt kommt es vereinzelt
zu Plünderungen von Hilfslagern und Supermärkten. Die Plünderer gehen dabei
teilweise bewaffnet vor, berichtete der örtliche Sender Radio Metropole in
Port-au-Prince. Junge Männer liefen mit Macheten durch die Straßen. Es kam zu
Kämpfen um Nahrungsmittel, die aus Trümmern von Gebäuden gezogen wurden. „Wenn
die Lage nicht bald kontrolliert wird, wird es zum Chaos kommen“, sagte der
Helfer Steve Matthews von der Organisation World Vision. Auf einem Friedhof vor
der Stadt luden Lastwagen Dutzende von Leichen in ein Massengrab. Im Süden der
Stadt verbrannten Arbeiter mehr als 2.000 Leichen auf einer Müllhalde.
6000 Häftlinge geflohen - Rund 6000
Häftlinge sind nach dem schweren Erdbeben in Haiti aus den Gefängnissen des
Landes geflohen. Die Gebäude seien durch das Beben beschädigt und anschließend
nicht mehr bewacht worden, verlautete am Samstag aus Regierungskreisen. Von den
Häftlingen hätten 4000 im Gefängnis der Hauptstadt Port-au-Prince eingesessen.
Ein Großteil von ihnen sei zu lebenslanger Haft verurteilt gewesen.
Journalisten der Nachrichtenagentur AFP konnten sich von den Schäden an dem
Gefängnis überzeugen. In dem Gebäude befand sich niemand mehr.
Die Unsicherheit in Haiti ist eine der
Hauptsorgen der internationalen Hilfsmannschaften sowie der Bewohner von
Port-au-Prince, die seit dem Beben am Dienstagabend zunehmend Opfer von
Diebstählen und Plünderungen werden.
Die Versorgung der Verletzten ist
weiter kritisch. Vor einem Zentrum der Organisation Ärzte ohne Grenzen starben
rund 100 Menschen, während sie auf medizinische Behandlung warteten, wie der
Leiter der Vertretung, Stefano Zannini, telefonisch mitteilte. Die häufigste
Verletzung seien offene Knochenbrüche. Mehr als 3.000 Verletzte wurden zur
Behandlung in die benachbarte Dominikanische Republik gebracht. Am Freitag
landete eine Boeing 777 mit 250 medizinischen Helfern aus Israel, die mit den
Arbeiten zur Errichtung eines Feldlazaretts begannen.
Der amerikanische Verteidigungsminister
Robert Gates warnte vor möglichen Gewaltausbrüchen auf Haiti, sollte die Hilfe
bei den Opfern nicht schnell ankommen. „Entscheidend ist es, Wasser und Essen
so schnell wie möglich in das Gebiet zu bringen, damit die Personen in ihrer
Verzweiflung nicht zur Gewalt greifen“, sagte Gates in Washington.
Kuba öffnet Luftraum für amerikanische
Hilfstransporte - Das UN-Welternährungsprogramm konnte am Freitag nach eigenen
Angaben nur 20 statt der vorgesehenen 86 Tonnen Lebensmittel in den
Karibikstaat liefern. Es werde nun versucht, die Güter auf dem Landweg von der
benachbarten Dominikanischen Republik ins Katastrophengebiet zu bringen.
Behindert wird die Versorgung nach wie
vor durch Engpässe auf dem Flughafen und im Seehafen von Port-au-Prince, die
beide beim Erdbeben beschädigt wurden. So mussten auch am Freitag die Landungen
auf dem vom amerikanischen Militär kontrollierten Flughafen für mehrere Stunden
ausgesetzt werden. Zudem verzögern beschädigte Straßen die Versorgung mit
Hilfsgütern.
Auch in Berlin startete am
Samstagmorgen ein Flugzeug mit Hilfsgütern für die Erdbebenopfer. Die Maschine
soll am Sonntagvormittag in der Krisenregion ankommen, sagte eine Sprecherin
des Deutschen Roten Kreuzes (DRK). Das Flugzeug bringt vor allem eine mobile
Mini-Klinik des DRK nach Haiti. Dafür wurden 200 Kisten mit Zelten, Betten,
Verbandsmaterial und Medikamenten vorbereitet und in die Frachtmaschine
geladen. Außerdem transportiert das Flugzeug drei Geländewagen mit
Allradantrieb sowie Helfer des DRK nach Haiti, darunter einen Arzt aus
Baden-Württemberg.
Mobile Klinik aus Berlin unterwegs in
Katastrophengebiet - Die mobile Gesundheitsstation soll in der Krisenregion die
medizinische Grundversorgung Tausender Menschen gewährleisten. Die Mini-Klinik
kann innerhalb eines Tages aufgebaut werden. In sieben großen Zelten können die
Helfer dann pro Tag bis zu 250 Patienten versorgen - Wunden behandeln,
operieren, impfen und Kinder zur Welt bringen. Die mobile Gesundheitsstation
wird auch nach dem Einsatz des DRK in der Region bleiben und für die
medizinische Versorgung zur Verfügung stehen. Nach DRK-Angaben hat der Einsatz
einen Geldwert von insgesamt 800.000 Euro.
Erleichtert wurden die Versorgungsflüge
hingegen durch die Entscheidung Kubas vom Freitag, seinen Luftraum für
amerikanische Hilfstransporte zu öffnen. Zudem traf am selben Tag der
amerikanische Flugzeugträger Carl Vinson vor Port-au-Prince ein, von dem aus
amerikanische Soldaten per Helikopter Hilfsgüter verteilten. epd/Reuters/ddp/dpa
16
Europa. Mehr Macht für Grundrechte
Der Menschenrechtsschutz in Europa
macht einen Schritt nach vorn: Nach langem Zögern trägt Russland die Reform des
Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte (EGMR) in Straßburg mit. Von Jost
Müller-Neuhof
Straßburg/Berlin - Am Freitag
ratifizierte die Staatsduma das 14. Zusatzprotokoll zur Europäischen
Menschenrechtskonvention (EMRK). Damit soll es dem überlasteten Gericht
einfacher gemacht werden, Klagen in Bagatellfällen abzuweisen. Vor allem aber
wird die Unabhängigkeit der 47 Richter aus den EMRK-Vertragsstaaten gestärkt.
Ihre Amtszeit wird von sechs auf neun Jahre verlängert, die bisher mögliche
Wiederwahl entfällt. Damit gibt es für die Betroffenen weniger Anreize, sich
gegenüber ihren Heimatländern bei Urteilen gefällig zu zeigen. Die
Dringlichkeit der Reform hatte auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) betont,
weil sie sonst die „Wertebasis“ in Europa gefährdet sah.
Russland hatte das Zusatzprotokoll –
als letztes Land – lange blockiert, weil es sich vom EGMR benachteiligt sieht;
es ist das am häufigsten verurteilte Land, was allerdings nicht nur an der
Menschenrechtslage, sondern auch an der Größe und der Bevölkerungszahl liegt.
Gleichwohl sind es heikle Verfahren für Moskau. Dem EGMR liegt etwa eine
Milliarden-Entschädigungsklage des früheren Erdölkonzerns Jukos vor, dessen
Anwälte dem Kreml vorhalten, das Unternehmen ruiniert zu haben. Die Kläger
sehen das Recht auf Eigentum verletzt und kritisieren willkürliche
Strafverfolgungen.
Auch die Bundesrepublik gerät, wenn
auch selten, mit dem Gerichtshof in Konflikt. So will sich die Regierung nicht
mit dem jüngst ergangenen Urteil zur Sicherungsverwahrung abfinden. Dutzende
gefährlicher Wiederholungstäter müssten demnach freigelassen werden, weil die
Sicherungsverwahrung in Deutschland gegen die EMRK-Standards zum Freiheitsentzug
versößt. Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hofft
nun, dass die Große Kammer des EGMR das Urteil revidiert. Der Ausgang ist
offen. Zugleich kündigte die Ministerin an, die Verwahrung „rechtsstaatlich
wasserdicht“ reformieren zu wollen. Die EGMR-Urteile würden dabei
berücksichtigt. Tsp 16
Anhörung von EU-Kommissar Oettinger. Respekt vor der nationalen Kompetenz
Bei seiner Anhörung im EU-Parlament
wird Günther Oettinger vor brisanten Fragen verschont. Bei seiner Bewerbung als
Energiekommissar will er Atomkraft als Brückentechnologie befürworten. VON
DANIELA WEINGÄRTNER
BRÜSSEL - Der Gastgeber begrüßt den
Kandidaten wie einen alten Freund. Herbert Reul ist seit dem Sommer
Vorsitzender des Industrieausschusses und teilt mit Günther Oettinger, der
Energiekommissar werden will, das Parteibuch und die industriefreundlichen
Überzeugungen. Drei Stunden lang führt er durch ein Frage-Antwort-Spiel, das
dem Kandidaten wilde Zickzacksprünge abverlangt.
Grüne und Sozialisten interessiert vor
allem die Frage, wie es Oettinger, der sich als baden-württembergischer
Ministerpräsident für die Verlängerung von AKW-Laufzeiten aussprach, im neuen
Amt mit dieser Energieform halten will. Seine Antwort darauf ist knapp und
simpel. "Als Baden-Württemberger trete ich dafür ein, dass die Laufzeiten
verlängert werden. In meiner neuen Funktion respektiere ich die nationale
Kompetenz."
Für ihn sei Atomkraft eine
Brückentechnologie. Mehr als 50 Prozent der Gewinne sollten abgeschöpft werden,
um erneuerbare Energieformen zu fördern. Er respektiere aber die Haltung
Frankreichs, das auf Nuklearenergie setze, oder Österreichs, das sie ablehne.
Sein Land liege geografisch genau dazwischen.
Als Energiekommissar steht für ihn die
Frage im Vordergrund, was auf Dauer mit dem Atommüll geschehen soll. "Die
Frage der Endlagerung nimmt man als Gegner oder als Befürworter der Kernkraft
ernst." Die europäischen Gesetze zum Sondermüll seien ein Beispiel, wie
man es nicht machen dürfe. Keinesfalls dürften niedrige Entsorgungskosten in
Drittländern dazu führen, dass man sich des Problems auf möglichst billige
Weise entledige.
Oettinger würde eine grenzübergreifende
Lösung bevorzugen. An der Grenze zwischen Baden-Württemberg und der Schweiz
haben Geologen in Benken nahe Schaffhausen eine mehr als hundert Meter dicke
Schicht Opalinuston gefunden, der als geeignet gilt, Atommüll unbegrenzt
aufnehmen zu können. Anwohnerproteste gibt es in der Schweiz kaum, und die
Baden-Württemberger sondieren, ob sie das Lager mitnutzen können. Ein ähnliches
Projekt hofft Oettinger auch innerhalb der EU anschieben zu können.
Dem grünen Energieexperten Claude
Turmes sind solche Gedankenspiele natürlich ein Dorn im Auge. Er will vom
Kandidaten wissen, ob der bereit sei, auch gegen den Widerstand der großen
Stromkonzerne den Zugang kleiner Anbieter zu den Energienetzen durchzusetzen.
"Es ist ein offenes Geheimnis, dass Sie eine enge Beziehung zu RWE-Chef
Jürgen Großmann und Eon-Chef Wulf Bernotat haben. Natürlich können Sie Skat
spielen mit wem Sie wollen, aber sind Sie unabhängig genug für den Job?"
Ein einziges Mal habe er mit Herrn
Großmann im selben Saal Skat gespielt, so die Antwort, allerdings nicht am
selben Tisch - bei einem Preisskat für gute Zwecke. "Vielleicht lädt mein
Nachfolger Sie einmal dazu ein, Herr Turmes. Wenn Sie ordentlich Geld
mitbringen und ordentlich Skat spielen, dürfen Sie bestimmt einmal
kommen." Damit hat Oettinger die Lacher auf seiner Seite. Am Ende bedankt
er sich für "eine Atmosphäre, die ich deutlich angenehmer empfunden habe,
als mir alle vorhergesagt haben". Wie er so entspannt in die Runde
lächelt, glaubt man es ihm sofort. Taz 15
Brüsseler Institutionen. „Die EU schadet der Europa-Idee“
Von Roman Herzog, Frits Boltkestein und
Lüder Gerken
In Kürze wird die neue Europäische
Kommission ihr Amt antreten und den soeben in Kraft getretenen Lissabon-Vertrag
mit Leben füllen. Dies sollte für die Mitgliedstaaten und damit auch für die
gesamte deutsche Politik Anlass und Grund sein, sich endlich in der
erforderlichen Tiefe und mit der gebotenen Ernsthaftigkeit der EU-Politik zu
widmen.
Denn es ist und bleibt ein Faktum: Mehr
als achtzig Prozent der in Deutschland geltenden Rechtsakte werden heute in
Brüssel beschlossen. Das hat jüngst erneut der Wissenschaftliche Dienst des
Bundestages belegt. Durch den Lissabon-Vertrag wird sich dieser Anteil sicher
nicht verringern.
Die Bilanz der EU-Politik der letzten
Jahre ist durchwachsen. Unbestreitbar hat die EU beachtliche Erfolge
vorzuweisen, etwa bei der Einführung des Euro und beim weiteren Ausbau des
Binnenmarktes. Andererseits konnte sie sich mehrfach dort, wo europäisches
Handeln geboten gewesen wäre, nicht gegen ausgeprägte mitgliedstaatliche
Egoismen durchsetzen, zum Beispiel bei der konsequenten Entwicklung einer
gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik, bei der Liberalisierung des
Bahnverkehrs, der Neuordnung des Pharmasektors, der Schaffung eines gemeinsamen
Marktes für Gesundheitsdienstleistungen und der Herstellung der Freizügigkeit
für Arbeitnehmer aus den neuen Mitgliedstaaten. Umgekehrt wurde sie in
Bereichen aktiv, in denen sie eigentlich nichts verloren hat, verstieß gegen
die europäische Kompetenzordnung oder ignorierte das Subsidiaritätsprinzip;
Beispiele sind die Schaffung eines Anspruchs auf Sozialleistungen für
selbständige Frauen, die Versuche, Betriebsrenten europäisch zu regulieren,
oder - schon grotesk - die Brüsseler Erwägungen zur EU-weiten Regulierung des
Personennahverkehrs und von Tempolimits in Städten.
Die EU steht daher vor der
grundsätzlichen Aufgabe, eine neue Balance zu finden. In etlichen Bereichen
muss sie stärker werden, sich gleichzeitig aber davor hüten, beliebige
politische Aufgaben an sich zu ziehen.
Mehr Regulierung als nötig
Unbestritten ist dies schwierig, allein
schon angesichts der Zahl von 27 Kommissaren, die jeweils ihre eigenen, oft
widerstreitenden politischen Interessen haben und Erfolge vorweisen wollen.
Außerdem wirken auf die Kommission - im „Spiel über Bande“ - unentwegt
mitgliedstaatliche Politiker und Verbände ein, die ihre jeweiligen
Sonderinteressen über die nationale Politik nicht durchsetzen können. Im
Gesetzgebungsverfahren sind außerdem Kompromisse zum einen zwischen Kommission,
Europäischem Parlament und Ministerrat, zum anderen zwischen den Mitgliedstaaten
an der Tagesordnung. In diesem Interessengestrüpp wird, nicht verwunderlich,
mehr Regulierung als nötig produziert, und das, was dabei herauskommt, ist oft
nicht nur aus ordnungspolitischer Sicht missglückt.
Die schwierigen Bedingungen, unter denen
die EU-Politik agiert, dürfen freilich nicht als Ausrede herhalten. Im
Gegenteil: Wer politische Führung beansprucht, muss sich solcher Anwüchse
erwehren können und einen klaren Kurs fahren.
Die größte Herausforderung ist die
Azeptanz bei Bürgern und Wirtschaft
Denn die EU steht vor großen
Herausforderungen. Dies gilt selbstverständlich für die gemeinsame europäische
Außen- und Sicherheitspolitik. Sie ist im Vergleich zum Integrationsstand in
der Wirtschaftspolitik noch völlig unterentwickelt.
Die größte Herausforderung für die EU
liegt allerdings woanders. Sie ist existentiell: Die EU muss die Akzeptanz, die
sie bei vielen Bürgern, aber auch in großen Teilen der Wirtschaft verloren hat,
wiedergewinnen. Ohne diese Akzeptanz droht die Zustimmung der Menschen auch zu
dem grundsätzlichen Ideal der europäischen Integration bleibenden Schaden zu
nehmen - mit unabsehbaren Konsequenzen für die EU, einschließlich der
Möglichkeit ihres Scheiterns insgesamt.
Der Akzeptanzverlust rührt vor allem
von einem fast schon allgegenwärtigen Eindruck: Brüssel erlässt über die Köpfe
der Menschen, über gewachsene Traditionen und Kulturen hinweg unentwegt
Vorschriften und reguliert Dinge, die - wenn überhaupt - mindestens ebenso gut
lokal oder regional geregelt werden können.
Genau um dieser Entwicklung
vorzubeugen, war das Subsidiaritätsprinzip in die Europäischen Verträge
aufgenommen worden. Es weist für alle Bereiche der konkurrierenden Gesetzgebung
(“geteilte Zuständigkeiten“) den Mitgliedstaaten einen Vorrang gegenüber der EU
zu: Die EU darf nur dann aktiv werden, wenn ein Problem sachgerecht nicht auf
nationaler, sondern nur auf europäischer Ebene gelöst werden kann. Wesentlicher
Anhaltspunkt dafür hatte nach der bisherigen Rechtslage die Frage zu sein, ob
es um ein grenzüberschreitendes Problem geht. Eigentlich sollte dies eine
Selbstverständlichkeit sein.
Parlament und Gerichtshof haben ein
Interesse an der Ausweitung der Kompetenzen
Um die Beachtung des so verstandenen
Subsidiaritätsprinzips steht es jedoch schlecht. Schon heute spielt es im
Bewusstsein der Brüsseler Politiker, Beamten und Verbandsvertreter kaum eine
Rolle. Wer es in Brüssel als tragende Säule einer nachhaltigen europäischen
Integration verteidigt, wird meist nur mitleidig belächelt. Diametral zur
ursprünglichen Intention versteht man in Brüssel unter Subsidiarität heute
meist: Wenn Brüssel Geld gibt, kann das fragliche Problem besser auf EU-Ebene
gelöst werden. Und nur allzu gern gibt Brüssel deshalb Geld. Vor diesem
Hintergrund ist es umso besorgniserregender, dass das Prüfkriterium, ob ein
grenzüberschreitendes Problem vorliegt, im Lissabon-Vertrag gestrichen wurde.
Was lässt sich tun? Auf den
Europäischen Gerichtshof wird man hier nicht setzen dürfen. Er hat ein
Eigeninteresse an einer stetigen Ausweitung der Kompetenzen der EU. Gleiches
gilt für das Europäische Parlament. Daher ist vor allem eine deutlich größere
Aufmerksamkeit der Mitgliedstaaten - in der Politik sowie in der Öffentlichkeit
und in den Medien - unverzichtbar. Aus den Mitgliedstaaten muss die klare
Botschaft kommen, dass nur Dinge mit substantiell grenzüberschreitender
Relevanz auf der EU-Ebene geregelt werden dürfen.
Die Regierungen müssen
Subsidiaritätswächter sein
Wächter der Subsidiarität müssen
erstens die mitgliedstaatlichen Parlamente sein, in Deutschland Bundestag und
Bundesrat - schon im Eigeninteresse, sich wichtige politische
Gestaltungsmöglichkeiten auf nationaler Ebene zu erhalten. Das wird allerdings
nicht einfach sein. Zwar sollen die nationalen Parlamente eine Verletzung des Subsidiaritätsprinzips
rügen dürfen. Völlig offen ist jedoch, wie dies geschehen soll angesichts
äußerst kurzer Einspruchsfristen und der notwendigen Abstimmung mit den
Parlamenten anderer Mitgliedstaaten. Es müssen daher in und zwischen den
Parlamenten hocheffiziente Strukturen geschaffen werden, die eine zügige
Abstimmung der Positionen ermöglichen.
Mindestens genauso wichtig ist die
inhaltliche Positionierung: Bundestag und Bundesrat müssen gemeinsam mit
anderen mitgliedstaatlichen Parlamenten so schnell wie möglich ein konkretes
Regulierungsvorhaben der EU zu einem Präzedenzfall machen, mit dem sie ihr
Rügerecht an dem Fehlen eines grenzüberschreitenden Problems festmachen. Nur so
lässt sich politisch ausgleichen, dass dieses Prüfkriterium nicht mehr ausdrücklicher
Bestandteil des geschriebenen EU-Rechts ist.
Subsidiaritätswächter müssen zweitens
die Regierungen der Mitgliedstaaten sein, in Deutschland die Bundesregierung.
Sie hat durch ressortübergreifende Wachsamkeit nicht zuletzt dafür Sorge zu
tragen, dass das vielgenutzte, aber hochgradig fragwürdige „Spiel über Bande“
eingedämmt wird. Mit ihm kann ein Fachministerium ein nationales
Regulierungsvorhaben, das im eigenen Land nicht durchsetzbar ist, in Brüssel
anstoßen und es dort unter Umgehung der nationalen Gesetzgebungsverfahren
verhandeln, um am Ende im jeweiligen Fachministerrat selbst darüber zu
entscheiden.
Außerdem muss die Bundesregierung
endlich eine Kultur des kategorischen Neins für die Verhandlungen und
Abstimmungen im Ministerrat entwickeln, wenn es um Vorhaben geht, die mit dem
Subsidiaritätsgedanken unvereinbar sind oder gar gegen die europäische
Kompetenzordnung verstoßen.
Öffentlichkeit und Medien müssen wachen
Hier läuft vieles falsch. Das jüngste
Beispiel ist eine EU-Richtlinie, die selbständigen (!) Frauen einen Anspruch
auf staatliche Sozialleistungen gewährt. In der entscheidenden
Ministerratssitzung insistierte die Bundesregierung nachdrücklich, dass die EU
gar nicht die erforderliche Gesetzgebungskompetenz besitze und dass dieses
Vorhaben einen rechtswidrigen Eingriff in die nationalen Sozialleistungssysteme
darstelle. In der anschließenden Abstimmung enthielt sie sich jedoch der
Stimme, um die Richtlinie dennoch nicht zu blockieren. Das geschah beileibe
nicht zum ersten Mal: In Brüssel heißt dieses Abstimmungsverhalten „German
vote“.
Ähnliches droht bei dem auf dem Tisch
liegenden Richtlinienentwurf zur massiven Ausdehnung der europäischen
Antidiskriminierungsgesetzgebung. Nach den Vorstellungen der Kommission,
maßgeblich unterstützt vom Europäischen Parlament, sollen nicht
behindertengerechte Geschäfte und Restaurants bedarfsunabhängig umgebaut werden
müssen und auch Mieter den behindertengerechten Umbau von Wohnungen verlangen
können. Die Bundesregierung hat im Ministerrat die Verletzung des
Subsidiaritätsprinzips geltend gemacht und sich klar gegen dieses Vorhaben
ausgesprochen. In der Tat liegt eine national nicht lösbare,
grenzüberschreitende Problemlage nicht vor; Gebäude können nun einmal nicht von
einem in den anderen Staat wandern. Die Bundesregierung könnte den Entwurf mit
einem Veto zu Fall bringen. Dazu wird es aber voraussichtlich nicht kommen.
Angesichts dieser Probleme in der
deutschen Legislative und Exekutive müssen drittens gerade auch die
Öffentlichkeit und die Medien den Politikern auf die Finger schauen. Die
Stärkung des Subsidiaritätsgrundsatzes ist von überragender Wichtigkeit. Sie
hat daher als unbedingte Maxime und Grundlage einer jeden Entscheidung in der
EU quer durch alle Politikbereiche zu gelten.
Im Lichte des Subsidiaritätsgrundsatzes
gehören, um drei wichtige Bereiche zu nennen, die Sozialpolitik, die
Antidiskriminierungspolitik (mit Ausnahme der Ungleichbehandlung wegen der
Staatsangehörigkeit und verwandter Merkmale) und die Bildungspolitik auf die
mitgliedstaatliche Ebene. Ihnen fehlt durchweg eine direkte
grenzüberschreitende Problemlage.
Eine herausragende Rolle für die
Stabilitätspolitik
Die Realität sieht freilich anders aus.
So gibt es - neben den bereits heute umfangreichen sozial- und
diskriminierungspolitischen Aktivitäten der EU - in Brüssel neuerdings
Bestrebungen, im Anschluss an die Hochschulpolitik (Bologna-Prozess) nun auch
Einfluss auf die allgemeine Schulpolitik zu gewinnen, wobei unverkennbar Sympathien
für die Gesamtschule gehegt werden. Deutschland wird ebenfalls aufpassen
müssen, wenn es sein duales Berufsausbildungssystem vor dem Zugriff einer
europäischen Standardisierung - auf im Zweifel niedrigerem Niveau - schützen
will.
Eine andere Situation liegt dagegen für
die Stabilitätspolitik der EU vor. Sie wird in den kommenden fünf Jahren eine
herausragende Rolle spielen müssen. Spätestens seit Einführung des Euro ist
eine Kontrolle der mitgliedstaatlichen Haushaltsdefizite durch die EU unabdingbar.
Denn in der Währungsunion bestehen Möglichkeiten und Anreize für den einzelnen
Mitgliedstaat, sich auf Kosten der anderen Staaten übermäßig zu verschulden,
weil die Europäische Zentralbank nur mit einer für alle Euro-Staaten
einheitlichen Geldpolitik gegensteuern kann.
Im Zuge der Finanz- und
Wirtschaftskrise haben sich die EU-Staaten in atemberaubendem Umfang
verschuldet. Die EU muss sie unnachgiebig auf einen Konsolidierungskurs
zurückzwingen. Die Kommission hat inzwischen gegen 20 Mitgliedstaaten Verfahren
wegen übermäßiger Defizite eingeleitet. Das lässt hoffen. Es wird sich aber
noch zeigen müssen, ob sie auch die politische Kraft besitzt, den Kurs
konsequent durchzuhalten.
Neben der Stabilitätspolitik wird die
Klimapolitik in den nächsten Jahren von wesentlicher Bedeutung sein. Auch hier
ist, weil Treibhausgase nicht an den Grenzen haltmachen, die EU gefordert.
Freilich ist von ihr nicht nur eine konsequente, sondern auch eine in sich
konsistente Politik zu verlangen.
Mit dem Glühlampenverbot wird kein
Gramm CO2 gespart
Die Grundsatzentscheidung für einen
EU-weiten Emissionsrechte-Handel (EU-ETS) ist zu begrüßen. Denn die
volkswirtschaftlich effizienteste Methode, Unternehmen wie Verbraucher zu
umweltverträglichem Verhalten zu bewegen, besteht darin, den
Kohlendioxidausstoß (CO2) zu deckeln und mit einem Preis zu belegen. Dadurch
wird er zunächst dort gedrosselt, wo die volkswirtschaftlichen Kosten am
niedrigsten sind. Konsequent umgesetzt, muss das EU-ETS aber für sämtliche
Emittenten von CO2 gelten, also auch für den Benzin-, Diesel- und
Heizölverbrauch. Das ist relativ unbürokratisch möglich. Man muss nur die
Erzeuger und Importeure dieser Energieträger verpflichten, Emissionsrechte zu
erwerben („Upstream-Emissionsrechtehandel“).
Gleichzeitig muss die Kommission für
die Abschaffung jener Vorschriften sorgen, die das Funktionieren des EU-ETS
behindern. Dazu gehören zum einen Gebote und Verbote, die es der
Volkswirtschaft unmöglich machen, das vorgegebene Klimaziel auf dem
kostengünstigsten Weg zu erreichen. Ein Beispiel hierfür ist das
Glühlampenverbot. Es dient vor allem dem Zweck, die wahren Kosten des
Klimaschutzes für den Bürger zu verschleiern. Mit diesem Verbot wird kein Gramm
CO2 eingespart. Denn die Emissionen bei der Stromerzeugung sind ohnehin
gedeckelt: Einsparungen bei der Beleuchtung führen zwar dazu, dass die
Stromerzeuger weniger CO2 emittieren. Die von ihnen dadurch nicht benötigten
Emissionsrechte werden aber von anderen Emittenten genutzt und führen zu
Mehremissionen in anderen Bereichen, so dass die zulässige Obergrenze an CO2 in
jedem Fall erreicht wird. Im Übrigen beschädigen gerade solche Regelungen wie
das Glühlampenverbot die Akzeptanz der EU-Politik bei den Menschen.
Zum anderen sollte die Kommission auf
die Beendigung der Subventionen für erneuerbare Energie dringen. Denn auch
diese erhöhen die volkswirtschaftlichen Kosten der Klimapolitik unnötig: Sie
schaffen Fehlanreize zur Errichtung von Stromerzeugungsanlagen, die ohne
Förderung nie gebaut würden. Die erneuerbare Energie gewinnt bereits dadurch an
Wettbewerbsfähigkeit, dass für sie keine oder nur wenige Emissionsrechte
erworben werden müssen.
Die Vollharmonisierung würde dem
Verbraucherschutz dienen
Freilich steht die Klimapolitik der EU
vor einem Dilemma. Die Pflicht, Emissionsrechte zu erwerben, führt gerade in
energieintensiven Branchen zu hohen Kostensteigerungen, die die
Wettbewerbsfähigkeit der europäischen Unternehmen erheblich beeinträchtigen.
Die Folge können Insolvenzen oder Standortverlagerungen ins Ausland sein. Es
hilft dem Klima jedoch nichts, wenn als Folge der EU-Klimapolitik die
Produktion in andere Teile der Welt abwandert und dann dort vermehrt CO2
emittiert wird. Zu Recht setzt sich die EU daher unmissverständlich für den
weltweiten Handel mit Emissionsrechten ein. Wenn dieser - was nach Kopenhagen
droht - nicht zustande kommt, wird man um einen gewissen finanziellen Ausgleich
der nicht vertretbaren Mehrkosten für die betroffenen Unternehmen in der EU
nicht herumkommen.
Auch im Verbraucherschutz ist die EU gefordert:
Derzeit gibt es 27 unterschiedliche Verbraucherrechtsordnungen. Das hemmt die
Bereitschaft der Unternehmen, Verbraucher in anderen Staaten zu beliefern, und
die Bereitschaft der Verbraucher, im Ausland zu kaufen, da sie meist nicht
wissen, welche Rechte sie jeweils haben. Eine Vollharmonisierung der
Verbraucherrechte hilft dem ab: Sie schafft einheitliche Bedingungen und damit
Rechtssicherheit. Mit einer Mindestharmonisierung dagegen, die nationale
Abweichungen nach oben zulässt, wird nicht viel gewonnen.
Freilich darf eine Vollharmonisierung
nicht zu überzogenem Verbraucherschutz führen. Durch ihn lässt sich die
Lastenverteilung nicht vom Verbraucher auf den Anbieter verlagern. Denn ein
hoher Verbraucherschutz führt zwangsläufig zu höheren Kosten und damit zu
höheren Verbraucherpreisen, so dass sich vor allem die ärmeren Teile der
Bevölkerung weniger Konsum leisten können. Dies gilt auch für
Verbraucher-Sammelklagen.
Zurück zum Konzept des „mündigen
Verbrauchers“
Anlass zur Sorge ist auch die in der
Kommission anzutreffende Auffassung, dass Verbraucher „desorientiert sind“, oft
nicht nach ihren „wahren“ Interessen handelten und ihnen daher - natürlich von
der EU - der Weg zu ihrem Glück gewiesen werden müsse. Dies läuft auf eine
Bevormundung durch Bürokraten hinaus. Die EU sollte zum Konzept des „mündigen
Verbrauchers“ zurückkehren: Ja zu neutralen Produktinformationen; Nein zu
wertenden Angaben, die zu einem bestimmten Verhalten verleiten sollen.
Einhalt geboten werden muss auch der
Neigung der Kommission, in die Preisbildungsprozesse des Marktes einzugreifen -
mit dem offen proklamierten Endziel einer politisch-behördlichen Kontrolle
letztlich sämtlicher Verbraucherpreise: Die Kommission erwartet neuerdings vom
Binnenmarkt „Ergebnisse, die in sozialer Hinsicht akzeptabel sind“, will dafür
auch „bisweilen eine geringere Wirtschaftlichkeit in Kauf nehmen“. Über
Umfragen und Verbraucherverbände will sie herausfinden, ob die Verbraucher
„zufrieden“ mit dem „Marktergebnis“ sind. Wenn nicht, will sie eingreifen. Vor
einer Fortsetzung dieser an Planwirtschaften erinnernden Politik ist dringend
zu warnen. Wer das Preissystem politisch instrumentalisiert, beschädigt seine
Fähigkeit, Knappheiten zu kommunizieren, und schadet damit allen, gerade auch
den Verbrauchern.
Die strikte Kontrolle staatlicher
Beihilfen ist wichtiger denn je
Nicht nur mit Blick auf die
Harmonisierung des Verbraucherschutzes bleibt die Vollendung des Binnenmarktes
in den nächsten fünf Jahren ein vordringliches Ziel. Wie die Finanz- und Wirtschaftskrise
gezeigt hat, neigen die Mitgliedstaaten nach wie vor zu protektionistischen
Maßnahmen, wenn das Schicksal nationaler Unternehmen auf dem Spiel steht. Damit
diese Neigung nicht den Binnenmarkt untergräbt, ist eine strikte Kontrolle
staatlicher Beihilfen durch die Kommission wichtiger denn je. Auch muss die EU
alles daransetzen, noch bestehende Schranken zu beseitigen. Mit dem
Lissabon-Vertrag erhält sie die Kompetenz zur Schaffung eines europäischen
Titels zum Schutz geistigen Eigentums. Diese Kompetenz sollte sie nutzen.
Die Mitgliedstaaten und damit auch die
Politiker in Deutschland sollten die Europäische Kommission, soweit diese der
beschriebenen Linie folgt, tatkräftig unterstützen. Ebenso sollten sie aber
auch sachwidriger Überregulierung und Verstößen gegen das Subsidiaritätsprinzip
entschieden - und öffentlichkeitswirksam - entgegentreten. Auch die deutsche
Politik wird, bei der nächsten Bundestagswahl, an ihren europapolitischen
Leistungen zu messen sein. Und die sollten nicht länger zu einem großen Teil
darin bestehen, in Deutschland nicht durchsetzbare Vorhaben über die
europäische Bande zu spielen und fragwürdige Regulierungsvorschläge aus Brüssel
nicht wahrzunehmen oder, noch schlimmer, trotz eigener Bedenken durchzuwinken.
Dies liegt nicht nur im Interesse
Deutschlands, sondern im Interesse der weiteren gedeihlichen Entwicklung der EU
insgesamt. Denn die europäische Integration ist nur zukunftsfähig, wenn die
Bürger mitgenommen werden. Davon sind wir derzeit weit entfernt, vielleicht weiter
denn je. Und wenn die Menschen der EU vollends die Gefolgschaft verweigern,
droht ein Scherbenhaufen historischen Ausmaßes.
Die Autoren - Roman Herzog,
Bundespräsident von 1994 bis 1999, kritisiert als Verfassungsrechtler den von
ihm beklagten Irrweg der EU-Zentralisierung. Geboren 1934 in Landshut, ist der
Verfassungsrechtler ganz das Gegenteil eines trockenen Juristen. Er mahnt mehr
Bürgernähe und tiefgreifende Reformen der Bürokratie an.
Frits Bolkestein hat als
EU-Binnenmarktkommissar in den Jahren 1999 bis 2004 den Brüsseler Apparat aus
nächster Nähe kennengelernt. Der 1933 in Amsterdam geborene frühere Manager und
Politiker der liberalen Partei VVD ist als konsequenter Verfechter
unverfälschten und offenen Wettbewerbs bekannt.
Lüder Gerken, Jahrgang 1958, war
Direktor des Walter-Eucken-Instituts in Freiburg. Seit 2006 leitet der
habilitierte Ökonom das ebendort ansässige Centrum für Europäische Politik
(CEP) unter dem Dach der überparteilichen Stiftung Ordnungspolitik. Faz 15
Robert Zollitsch: Afghanistan braucht Frieden
Seit einigen Monaten findet der
Afghanistan-Einsatz in der deutschen Öffentlichkeit neue Beachtung. Es ist zu
Bewusstsein gekommen, dass auch die Bundeswehr immer stärker an Kampfhandlungen
beteiligt ist. Das Thema Afghanistan ist nunmehr auch in Deutschland aus dem
Halbschatten heraus- und ins grelle Licht der öffentlichen Aufmerksamkeit
eingetreten.
Tatsächlich ist es höchste Zeit, dass
wir in unserem Land eine breite Debatte über die Perspektiven und Möglichkeiten
unserer Friedens- und Sicherheitspolitik führen. Wir haben uns allzu lange nur
mit Einzelfragen befasst. Einer grundlegenden Diskussion über Ziele und
strategische Perspektiven sind Gesellschaft und Politik ausgewichen.
Für die Kirche stellt sich jetzt die
Aufgabe, besonders die ethischen Gesichtspunkte zum Tragen zu bringen. Für die
katholische Kirche gilt dabei, dass sie das Konzept des "gerechten
Friedens" in den Mittelpunkt der Friedensethik stellt. Nicht die (immer
auch notwendige) Klärung der Legitimität von vielleicht noch hinnehmbarer
Anwendung militärischer Mittel ist deren Zentrum. Vielmehr versucht sie, jene
Handlungsweisen zu bestimmen, die eine Überwindung von Gewalt ermöglichen und
den Frieden unterstützen. In diesem Zusammenhang kann militärischem Handeln
unter gewissen Voraussetzungen eine Gewalt eindämmende und damit für eine
gewisse Zeit notwendige Rolle zufallen.
Eine gewaltkritische Ethik - Seit der
großen Friedensdebatte der 1980er Jahre hat die Kirche ihre gewaltkritische
Ethik fortentwickelt, in der die biblische Friedensvision und ihre Forderung
nach Gewaltüberwindung und Gewaltlosigkeit in einer realistischen Weise
politisch zur Geltung kommen. Die Titel der von der Deutschen Bischofskonferenz
veröffentlichten Dokumente sind programmatisch: "Gerechtigkeit schafft
Frieden (1983)" sowie "Gerechter Friede (2000)".
Was kann dies für Afghanistan bedeuten?
Der Blick zurück zeigt uns: 1997 hatten die Taliban das Islamische Emirat
Afghanistan ausgerufen und bis zu neunzig Prozent des Staatsgebietes unter ihre
Kontrolle gebracht. Dem setzten die USA nach den Terroranschlägen des 11.
September 2001 ein Ende, gestützt auf eine Resolution der Vereinten Nationen.
Deutschland trat von Anfang an für Schritte zur politischen Stabilisierung des
Landes ein.
Schritte zur Demokratie, die
Unterstützung zur Bildung einer legitimen und handlungsfähigen Regierung,
Sicherheit für die Bevölkerung: Das verlangt vielschichtige Hilfe, zu der
zivile Aufbauhelfer ebenso gehören wie finanzielle Zuwendungen und polizeiliche
und militärische Absicherung.
Deutschland hat in der Verantwortung
der Regierung von Bundeskanzler Schröder im Rahmen eines von den UN
legitimierten friedenserzwingenden Einsatzes Soldaten gestellt. Ihr Ziel ist
die Unterstützung von innerer Sicherheit, des Wiederaufbaus und der Herstellung
legitimer demokratischer Verhältnisse. Daneben werden in Afghanistan
islamistisch-terroristische Kräfte und Aufständische bekämpft. An diesem
Einsatz ist die Bundeswehr mit bis zu 100 Soldaten ihrer KSK-Spezialkräfte
beteiligt.
Heute müssen wir eine bittere Bilanz
ziehen: In weiten Teilen Afghanistans herrschen kriegsähnliche Zustände. Viele
Maßnahmen haben nicht zu den gewünschten Erfolgen geführt. Es sind manche
gravierende Fehler gemacht worden. Eine stabile Demokratie in Afghanistan liegt
in weiter Ferne. Islamistische Kräfte haben an Boden gewonnen, auch im
Nachbarland Pakistan. All dies zwingt zu einer neuen Bewertung der Situation
und zu neuen Entscheidungen. Der Afghanistan-Einsatz verlangt eine echte
Perspektive. So wie bisher kann er eigentlich nicht fortgesetzt werden. Dafür
haben die Bürger ein sensibles Gespür. Neue Entscheidungen sind auch aus dem
Blickwinkel einer christlichen Ethik unausweichlich, die auf einen gerechten
Frieden setzt.
Der Debatte in Deutschland hat lange
der Mut gefehlt, sich den entscheidenden Fragen zu stellen. Welche Maßnahmen
sind nötig, um die angestrebte Stabilisierung des Landes sowie den
verlässlichen Schutz der afghanischen Bevölkerung zu erreichen und zu gewährleisten?
Sind wir bereit, die damit verbundenen Lasten zu tragen? Was würde passieren,
wenn die Afghanistan-Schutztruppe (Isaf) jetzt abzöge? Wäre dies der Beginn
einer Rückkehr zu den Verhältnissen von 1997 und 2001?
Was würde dies für das nuklear bewaffnete
Nachbarland Pakistan, das von innerer Unruhe zutiefst erschüttert ist, und
damit für die internationale Sicherheit bedeuten? Kann die bisherige Politik
das Ziel erreichen, Terrorzellen zu vernichten und der Wiedererrichtung einer
staatlichen Basis für den internationalen islamistischen Terrorismus zu wehren?
Kann und soll es Aufgabe der internationalen Gemeinschaft sein, auch mit
militärischen Mitteln Demokratie und Menschenrechte in einem Land wie
Afghanistan zum Durchbruch zu verhelfen? Es gibt keine einfache Lösung
Diese Fragen müssen auf den Tisch der
öffentlichen Diskussion. Ich habe viel Verständnis für alle, die nach der
Zukunft eines Einsatzes fragen, der auf wenig Erfolge schauen kann. Eine
christliche Verantwortungsethik aber verlangt Sorgfalt bei der Diskussion und
der Meinungsbildung. Wenn wir Teil der Lösung werden wollen, dann müssen wir
auch verstehen lernen, inwieweit wir schon Teil des Problems geworden sind.
Es gibt keine einfache Lösung - Dabei
gilt es, der Versuchung der allzu einfachen Lösungsvorschläge zu widerstehen.
Nur so kann letztlich auch ein Konsens über die Konturen der Friedens- und
Sicherheitspolitik erreicht werden, der von weiten Teilen der deutschen
Öffentlichkeit mitgetragen und den gravierenden ethischen Fragen gerecht wird.
Die katholische Kirche bringt in diese
Diskussion eine ebenso realistische wie gewaltkritische Perspektive ein. Von
ihr her ist eine Politik der Eindämmung und fortschreitenden Überwindung der
Gewalt gefordert. Mittel- und langfristig dienen wir auf diese Weise am ehesten
dem afghanischen Volk und auch der Sicherheit der internationalen Gemeinschaft.
Robert Zollitsch. Vorsitzender der katholischen Deutschen Bischofskonferenz. FR
16
Afghanistaneinsatz. Merkel will Bündnis mit SPD
Kanzlerin Merkel und Oppositionsführer
Steinmeier streben einen Konsens für ein neues Afghanistan-Mandat an.
Parteiengezänk soll vermieden werden. Von S. Kornelius
Bundesregierung und SPD-Opposition
streben einen Konsens für ein neues Afghanistan-Mandat an. Dabei ist auch eine
Truppenerhöhung denkbar, aber nicht zwingend.
Bundeskanzlerin Angela Merkel und
SPD-Fraktionschef Frank-Walter Steinmeier haben nach übereinstimmenden
Informationen aus der Bundesregierung und der SPD zu Beginn dieser Woche
vereinbart, den Einsatz der Bundeswehr aus parteipolitischem Gezänk
herauszuhalten und ein für alle Seiten zustimmungsfähiges Mandat zu erarbeiten.
Die Bundesregierung hat zugesagt, eine
schlüssige und transparente Strategie vorzulegen, deren Grundzüge jetzt bereits
feststehen.
Weitgehend unbemerkt von der
Öffentlichkeit traf sich in den vergangenen Wochen zweimal der
Kabinettsausschuss zu Afghanistan bei der Bundeskanzlerin. Außerdem hinterlegte
Steinmeier seine Vorstellungen für ein zustimmungsfähiges Mandat.
Regierungserklärung am 27. Januar
Merkel signalisierte im Gegenzug, dass
sie die SPD bei der Neufassung eines Mandats unbedingt mit im Boot halten
wolle. Aus der Bundesregierung heißt es, dies sei oberste Priorität der
Kanzlerin. Es dürfe nicht so weit kommen, dass nur die Regierungsfraktionen die
Streitkräfte in einen Einsatz schickten.
Feststeht, dass die Bundeskanzlerin am
27. Januar eine Regierungserklärung zu Afghanistan abgeben wird. Am 26. Januar
kommt der afghanische Präsident Hamid Karsai nach Berlin und wird auch mit den
Fraktionsvorsitzenden und den Obleuten der Fachausschüsse im Bundestag
zusammentreffen.
Die SPD bemüht sich auf einer
Afghanistan-Klausur am 22. Januar um innerfraktionellen Konsens. Nach der
Afghanistan-Konferenz am 28. Januar in London will die Bundesregierung ein
neues Mandat vorlegen, das nach der ambitioniertesten Zeitplanung bereits bis
26. Februar im Parlament verabschiedet werden könnte.
Ruf nach transparenter Aufschlüsselung
Als besonders heikel gilt die Frage, ob
das neue Mandat eine Vergrößerung des deutschen Kontingents in Afghanistan
nötig macht. Sowohl Außenminister Guido Westerwelle (FDP) wie auch Steinmeier
dringen auf eine transparente Aufschlüsselung der Aufgaben der 4500 Soldaten.
Es gilt als zwingend, dass innerhalb des Kontingents Aufgaben umgeschichtet
werden. So könnte das Feldlager in Faisabad mit 500 Soldaten aufgelöst werden.
Diskutiert wird auch darüber, die
Tornado-Aufklärungsflugzeuge abzuziehen, die zurzeit mindestens 100 Soldaten
binden. Ziel ist es, mehr Soldaten für die Ausbildung afghanischer Truppen zur
Verfügung zu stellen. Die Ausbilder würden afghanischen Einheiten zugeordnet
und mit ihnen auch als Trainer in Einsätze geschickt werden.
Im Verteidigungsministerium gibt es
Berechnungen, wonach dafür bis zu 3000 zusätzliche Soldaten gebraucht würden.
In anderen Berechnungen ist von 900 die Rede. Ob diese Erhöhung politisch mit
der SPD durchsetzbar ist, ist ungewiss.
Steinmeier hat ein größeres Kontingent
nicht abgelehnt, aber zur Bedingung gemacht, dass der Einsatz nicht in andere
Landesteile ausgeweitet wird, dass es einen überprüfbaren Zeitplan für die
Übergabe der Verantwortung an afghanische Einheiten gibt und dass die
Ausbildungskapazitäten und die Hilfsgelder deutlich erhöht werden. Außenministerium
und Entwicklungshilfeministerium planen eine Verdoppelung der Etats für die
zivile Hilfe. SZ 16
Kommentar zum Bartsch-Rückzug. Gnadenlos rausgemobbt
Eines muss man der Linken lassen: Sie
ist eine durch und durch etablierte Partei - zumindest was die gelegentliche
Gnadenlosigkeit im Umgang miteinander angeht. Dietmar Bartsch wäre also
durchaus qualifiziert, Frank-Walter Steinmeiers Angebot anzunehmen und zur SPD
zu wechseln. Dort würde er auch ganz sicher und unumstritten zu den
Partei-Linken zählen.
Bartsch wird das nicht tun. Jedenfalls
nicht, solange der Machtkampf in seiner Partei nicht entschieden ist. Und das
ist er keineswegs, im Gegenteil. Der Bundesgeschäftsführer, zuletzt gemobbt
sogar von seinem alten Weggefährten Gregor Gysi, dürfte nicht das letzte Opfer
gewesen sein. Und andere werden nicht so weich fallen wie er, dem Gysi
postwendend einen Vize-Posten in der Fraktion anbot.
"Von geistiger Weite geprägt"
sein solle die innerparteiliche Programmdebatte, hat sich Spitzenstratege
Bartsch zum Abschied gewünscht. Und er weiß, wovon er redet - war er doch
jahrelang der umtriebige Verwalter im Hintergrund, wenn Gysi dem eigenen Laden
ein Mindestmaß von intellektueller Offenheit beizubiegen versuchte: Offenheit
zwischen Ost und West; Offenheit für die Überprüfung ideologischer
Glaubenssätze anhand neuer Entwicklungen der Gesellschaft; Offenheit im Umgang
- und womöglich Koalitionen! - mit Andersdenkenden.
Der Grund, aus dem Gysi nun
ausgerechnet diesen treuen Weggefährten fallen ließ, hat vor allem einen Namen:
Oskar Lafontaine. Der ist für Offenheit gegenüber Andersdenkenden nicht gerade
berühmt, und er wollte ganz offensichtlich nicht mehr mit Bartsch. Seine
Rückkehr - wenn die Gesundheit sie denn erlaubt - stand in Frage. Und Gysi wusste,
dass sein Traum vom langen Leben einer Partei links von der SPD sich vorerst
nicht erfüllen lässt ohne das westliche Zugpferd Lafontaine.
Kleines Problem: Mit Lafontaine
womöglich auch nicht. Der Saarländer ist ja nicht nur Zugpferd. Er ist auch vollkommen
ignorant gegenüber den Schritten zur "geistigen Weite", die Gysi und
Co. schon mit der PDS gegangen sind und die die Partei erst vom Nostalgieverein
zur ernstzunehmenden politischen Kraft gemacht haben. Sie - auch Bartsch -
hatten bis zur Vereinigung mit der WASG das Kunststück geschafft, realistisch
und regierungsfähig zu werden, ohne das Protest-Potenzial in der Wählerschaft
zu vernachlässigen. Protest-Polterer Lafontaine dagegen ist zwar mindestens
ebenso Machtmensch wie Gysi, im Ton allerdings gibt er sich gern so wütend,
dass er zwar ohnehin Gleichgesinnte begeistert, aber viele andere - selbst
potenzielle Freunde - verschreckt.
Mit welchem Programm und in welchem Ton
die Linkspartei versucht, zum Dauerbrenner zu werden, ist volllkommen unentschieden.
Sollte sich Gysi allerdings demnächst auch noch einen Bartsch-Nachfolger nach
Lafontaines Gusto aufzwingen lassen, dann hätten sie die "geistige
Weite" schon verloren, bevor die Programmdebatte richtig beginnt. Und dann
erst könnte sich die SPD Hoffnung machen, die in die Linkspartei geflüchteten
Sozialdemokraten zurückzugewinnen - und ein paar intelligente Linke wie Bartsch
dazu. Stephan Hebel FR 15
Die Linke und der Fall Bartsch. Selbstdemontage mit Ansage
Ein Kommentar von Thorsten Denkler
Der Abgang von Geschäftsführer Bartsch
zerstört die komplizierte Machtarithmetik in der Linken. Kann Lafontaine die
Partei aufrichten?
Es geht in der Linken seit einigen
Jahren nur noch um Prozente, zumindest in der Parteispitze. Der Erfolg hat
trunken gemacht. Und vor allem die Gier nach mehr geweckt. Alle Streitpunkte in
der Partei mussten da zurückstehen.
Die Probleme zwischen Ost und West,
zwischen Pragmatikern und Fundamentalisten, zwischen denen, die das Mögliche
möglich machen wollen und den Hunderprozentigen, die niemals einen Jota von
ihrer Position abweichen würden, nur um mitregieren zu können - alles vertagt
auf eine Zeit nach den Wahlsiegen. Notwendige Klärungen und Debatten wurden
ausgeklammert.
An der Spitze stritten
Realitätsverweigerer Oskar Lafontaine und Pragmatiker Dietmar Bartsch um den
richtigen Weg. Gewonnen hat jetzt erst mal Lafontaine. Bartsch wird nicht
wieder antreten als Bundesgeschäftsführer.
Sicher, Bartsch hat Fehler gemacht. Er
hat sich in einer unrühmlichen Geschichte vom Spiegel zitieren lassen. Er hat
das Machtvakuum in der Partei mit einem kranken und einem nach Brüssel
entschwobenen Parteivorsitzenden genutzt, um SPD-Chef Sigmar Gabriel zu
treffen. Er hat als Chef-Wahlkampforganisator den Genossen an Rhein und Ruhr öffentlich
bescheinigt, nicht regierungsfähig zu sein.
Sein Rückzug ist nach klassischen
Kriterien wohl notwendig. Doch die Linke tickt da in vielen Punkten anders. So
sehr seine Demission im Westen auf Genugtung stößt, so sehr wird sie im Osten
den Partei-Obersten übelgenommen. Nicht wenige vermuten, Oskar Lafontaine
steckt hinter der Aktion.
Das wird den Streit noch verschärfen.
Bartsch ist nicht das erste Opfer
dieser Entwicklung, nicht der erste Pragmatiker und Realist in der Linken, bei
dem eine Gelegenheit genutzt wird, ihn loszuwerden. André Brie etwa, einst
wichtigster Vordenker der damaligen PDS, ist 2009 nicht mal mehr für das
Europaparlament aufgestellt worden.
Sein Fehler: Er hat den in der Linken
umstrittenen und inzwischen in Kraft getretenen Lissabon-Vertrag nicht in
Bausch und Bogen abgelehnt. Nicht nur das: Die Partei hat keinen einzigen
Europapolitker aufgestellt, der Positives an dem Vertragswerk zu entdecken
vermochte.
Nicht erst seit den vergangenen
Chaostagen in der Linken beherrschen Misstrauen und Zwietracht die Partei. Was
derzeit passiert ist eine Selbstdemontage mit Ansage.
So geht es in einer Partei zu, die
Positionen allein deshalb vertritt, weil sie Wahlerfolge versprechen. Die
Rechnung ging ja auch auf. Aber eine Partei ist mehr als nur eine auf
Wahlerfolg getrimmte Zweckgemeinschaft.
Wenn Bartsch im Mai nicht mehr als
Bundesgeschäftsführer antritt, ist das also keine Lösung der innerparteilichen
Konflikte. Es ist nur ein weiterer Höhepunkt. Die Machtkämpfe werden
weitergehen. Das zeichnet sich jetzt schon ab: Die Position von Bartsch muss
neu besetzt werden. Und die Frage, ob sich Lafontaine mit seiner Forderung nach
einer Doppelsitze (Ostfrau an seiner Seite) durchsetzen kann, ist völlig offen.
Der Parteivorstand wird im Mai auf vielen Positionen neu besetzt werden.
Sollte Lafontaine so genesen, dass er
wieder auf den Sessel des Parteichefs zurückkehren kann, wird er zusätzlich -
ob der Saarländer will oder nicht - die ihm lästige Programmdebatte zu führen
haben. Eine Partei der Maximalpositionen ist vielleicht wahlkampffähig, aber
auf Dauer nicht politikfähig. Die Linke braucht eine programmatische Haltung,
die es ihr auf Dauer zumindest theoretisch ermöglicht, ihre Inhalte in
Regierungsverantwortung umzusetzen. Sonst verliert sie ihre Glaubwürdigkeit als
eigenständige Kraft.
Alle in der Linken wissen, dass es ohne
Lafontaine schwer wird, sich zu behaupten. Das wird sich vielleicht schon in
Nordrhein-Westfalen zeigen, wo Anfang Mai gewählt wird. Es könnte
gesundheitsbedingt ein Wahlkampf ohne Lafontaine als Zugpferd werden - mit
einem womöglich entsprechend schlechten Ergebnis.
Lafontaine muss die Partei deshalb auf
einen Weg bringen, auf dem sie auch ohne ihn erfolgreich sein kann.
»Wenn Bartsch im Mai nicht mehr als
Bundesgeschäftsführer antritt, ist das keine Lösung der innerparteilichen
Konflikte. Es ist nur ein weiterer Höhepunkt. «
All das verlangt eine sensibles
Händchen für die mit Bartschs Abgang instabil gewordene Machtarithmetik in der
Partei. Lafontaine, der bisher anderen die Parteiarbeit überließ, wird diesen
Prozess jetzt alleine managen müssen. Auf Bartsch wird er sich wohl kaum noch
stützen können. Fraktionschef Gregor Gysi wird ihm wohl helfend zu Seite
stehen.
Doch auch er hat nach seiner
öffentlichen Schelte für Bartsch ("illoyal") in den Ostverbänden
Sympathien eingebüßt. Da hilft auch nichts, dass er Bartsch eine Posten als
Fraktionsvize angeboten hat.
Die derzeitige Krise zeigt, dass die
Gräben in der Partei so tief sind, dass sie nicht über Nacht zugeschüttet
werden können. Nicht auszudenken aber wäre, was passiert, wenn Lafontaine nicht
zurückkommt, wenn seine Gesundheit eine Rückkehr an die Bundesspitze nicht
zulässt.
Die Zeit der immer neuen Wahlerfolge
könnte dann mit einem Schlag vorbei sein.
(sueddeutsche.de 16)
„Die Linke“ in der Führungskrise. Wer wird der Nächste sein?
Berlin - Die 70.000 Mitglieder der
Linkspartei hätten ein Recht darauf, rasch zu erfahren, ob ihre Partei nur
einen Geschäftsführer oder gar einen neuen Vorsitzenden benötige. Das sagte
Steffen Bockhahn, Parteivorsitzender in Mecklenburg-Vorpommern, am Freitag,
nachdem Dietmar Bartsch erklärt hatte, er werde beim Rostocker Parteitag im Mai
nicht um das Amt des Bundesgeschäftsführers kandidieren. Die Politikfähigkeit
der Linkspartei ist seiner Ansicht nach gefährdet. Er betonte, sein Schritt
beruhe keineswegs auf einer personellen Auseinandersetzung: „Es handelt sich
nicht um einen Konflikt zwischen Lafontaine und Bartsch, es handelt sich erst
recht nicht um einen Konflikt zwischen Ost und West. Es geht um die politische
und strategische Ausrichtung der Partei.“
Bockhahns Vorgänger als
Landesvorsitzender, Peter Ritter, schrieb in der Zeitung „Neues Deutschland“:
„Was am 11. Januar aber in Berlin passierte, war eine Demütigung ersten Grades.
Nach André Brie wird mit Dietmar Bartsch ein weiterer namhafter Politiker durch
Mitstreiter aus den eigenen Reihen demontiert. Die Gründe dafür bleiben
weitgehend unklar und das verdirbt das Klima in der Partei“, las man am Freitag
auf der Leserbriefseite. „Bleibt die Frage“, fügte Ritter hinzu: „Wer ist die
oder der Nächste?“
Gysi bietet Stellvertreterposten an
„Über mich wurden Lügen verbreitet,
gegen mich wurden inakzeptable Vorwürfe in zum Teil extrem kulturloser Weise erhoben.
Sogar von Illoyalität war die Rede“, schreibt Bartsch in seiner
Rückzugserklärung. Bis Mai wird er jedoch im Amt bleiben; den wichtigen
Landtagswahlkampf in Nordrhein-Westfalen wird er maßgeblich organisieren
müssen. Sein Rückzug steigert den Druck auf den krebskranken Oskar Lafontaine,
rasch zu erklären, ob er der Linkspartei, die erst durch sein Engagement aus
WASG und PDS eine gesamtdeutsche Partei machte, als Vorsitzender zur Verfügung
steht.
Gysi, der am Montag klarmachte, dass
nun er der diensthabende Parteivorsitzende ist, erklärte am Freitag seinen
„höchsten Respekt“ für Bartschs Schritt und versicherte, dieser „war, ist und
bleibt mein Freund“. Er bot Bartsch einen Posten als „mein Stellvertreter“ an -
im Fraktionsvorstand, wie ein Sprecher erläuterte. Der SPD-Fraktionsvorsitzende
Frank-Walter Steinmeier bot Bartsch und anderen „offene Türen“ bei der SPD an.
Für Bartschs Verbleib im Amt hatten
sich Sprecher ostdeutscher Landesverbände eingesetzt, aber auch der Berliner
Bundestagsabgeordnete Stefan Liebich für das „Forum demokratischer
Sozialisten“. Auch drei Abgeordnete aus Schleswig-Holstein, darunter der neue
Bundestagsabgeordnete Raju Sharma, unterstützten ihn ausdrücklich: Ohne ihn
wäre der Kieler Wahlerfolg nicht möglich gewesen. Die Anwürfe, Verdächtigungen
und Denunziationen gegen Bartsch stammen seiner Ansicht nach von „Leuten aus
der zweiten Reihe“, die Sorge hätten, was ohne Lafontaine aus ihnen werde. Mit
Bartschs öffentlicher Demontage habe Gysi einen Mangel an Urteilskraft gezeigt.
„Ergebenheitsadressen“ sind nicht
hilfreich
Die Kieler Initiative wurde von den
Landesvorsitzenden zurückgewiesen. Björn Radke sagte, es sei schon länger
sichtbar gewesen, „dass es ein bisschen wackelt in der Partei“.
„Ergebenheitsadressen“ an die eine oder andere Seite seien nicht hilfreich.
Über den vielen Wahlterminen sei die Programmarbeit „liegengeblieben“, und die
„Orientierungslosigkeit“ sei auf Lafontaine und Bartsch projiziert worden.
Radke hält es für denkbar, dass auch Lafontaine nicht mehr antritt. Daher müsse
begonnen werden, eine neue Parteispitze zusammenzustellen. Zur
Programmdiskussion sollten die Ländervertreter hergezogen werden.
Nun könne der 44 Köpfe zählende
Parteivorstand der Linkspartei seine Handlungsfähigkeit beweisen. In Schwerin will
die Linkspartei bald regieren - und nicht erleben, dass, wie in Brandenburg
geschehen, Lafontaine direkt mit dem SPD-Vorsitzenden telefoniert, wenn ihm der
Koalitionsvertrag missfällt. Ursprünglich sollten Lafontaine und Lothar Bisky
der Linkspartei im Februar einen Programmentwurf vorlegen. Ob aber Gysi auch
diesen Teil übernimmt, ist ungewiss. Wichtiger als einzelne Forderungen sei es,
so der Berliner Landesvorsitzende Klaus Lederer, dass die Programmdebatte nicht
als „Ausschließungsdiskurs“ geführt werde, bei dem scharf definiert werde, was
„links“ sei. Wenn Gysi als faktischer Vorsitzender Erfolg haben wolle, müsse er
die ostdeutschen Landesverbände ernstnehmen. Mechthild Küpper Faz 16
CDU-Klausur. Inhaltsarm schlägt katholisch
Die CDU schließt wieder Frieden mit der
Vorsitzenden Merkel – und behauptet jetzt, der Wahlkampf 2009 sei richtig
gewesen. Von Robert Birnbaum
Berlin - Sie sind ein bisschen nach
vorne gerückt, die konservativen Stammwähler der CDU. Am Freitag hat der
CDU-Vorstand eine zehnseitige „Berliner Erklärung“ verabschiedet, einstimmig
und ohne Enthaltung. Im Entwurf tauchte die Kernklientel etwas später auf, in
der Endfassung stehen sie jetzt auf Seite 3: „Viele, gerade unsere treuen und
langjährigen Wählerinnen und Wähler erwarten von uns, dass wir uns in der
Tagespolitik erkennbar von unseren Grundsätzen leiten lassen, ihre Zustimmung
nicht als selbstverständlich voraussetzen, sondern um diese Zustimmung werben.“
Besonders das Letztere ist in der CDU ein recht neuer Tonfall. Wie überhaupt
bei dieser Vorstandsklausur ein Ton herrscht, der die CDU-Oberen selbst ein
bisschen überrascht.
Selbst notorische Meckerer loben die
zweitägige Diskussion über Kurs und Richtung der Partei als ungewöhnlich
ernsthaft und ertragreich – selbst dann, wenn gerade keine Kamera auf sie
gerichtet ist. Das ist umso erstaunlicher, als ein Vorgang wie der Brandbrief
der vier Landespolitiker, die sich im Vorfeld über eine Vernachlässigung
konservativer Kernanliegen beschwert hatten, normalerweise zu störrischem
Schweigen der Attackierten und bissigen Randbemerkungen heimlicher
Sympathisanten führt. Doch selbst die Vorsitzende Angela Merkel nennt diesmal
„jeden Debattenbeitrag hochwillkommen“ und behauptet gar von sich:
„Wahrscheinlich bin ich überhaupt ziemlich konservativ.“
Derlei entspannter Umgang mit Kritik
erklärt sich zu einem gewissen Teil dadurch, dass sich mancher der Kritiker
selbst desavouiert hat. Dass der Vorsitzende der neu gegründeten Gruppe
„engagierter Katholiken“, Martin Lohmann, Merkel gewarnt hat, sie sei CDU- und
nicht „Staatsratsvorsitzende“, hat in der Vorstandsrunde für kopfschüttelnde
Solidarisierung mit der Chefin gesorgt. Zudem hat Merkel für ihren
grundsätzlichen Kurs der CDU als, wie sie selber sagt, „hereinholende
Volkspartei“ allseits Zuspruch bekommen. Von dem Wahlforscher Matthias Jung war
das zu erwarten. Jung hat Merkel und ihrem Team am Donnerstagabend bescheinigt,
dass ihr einschläfernd inhaltsarmer Wahlkampf richtig gewesen sei und dass
überdies das Lager der alten Stammklientel immer kleiner werde. Der Idealtypus
des „katholischen Kirchgängers“ mache noch zehn Prozent der CDU-Wähler aus;
sich an ihnen zu orientieren, würde nur bedeuten, mit ihnen zu schrumpfen.
Aber nicht nur der Mann von der
Forschungsgruppe Wahlen, praktisch alle Vorstandsmitglieder vom Parteivize bis
zum anerkannt Konservativen teilen die Sicht, dass die CDU sich um neue
Wählerschichten bemühen müsse. Volker Bouffier, Innenminister in Hessen,
schwärmt zwar einerseits von den alten Anhängern als den „Kronjuwelen der
Partei“ – fügt aber sofort an: „Nur mit Stammwählern bin ich nicht
mehrheitsfähig.“
Das Problem der Konservativen mit ihrer
eigenen Partei, sagt einer der CDU-Spitzenleute, sei ja ohnehin weniger eins
konkreter Politik als „eine Frage von Emotionen“. Ob Merkel das verstanden
habe? „Ich denke, ja“, sagt der Mann. Vom Generalkurs einer Öffnung der CDU in
Richtungen, die die Traditionalisten als neumodisch, also links einstufen, will
sich die Kanzlerin aber nicht abbringen lassen. „Ich muss mich doch mit
Veränderungen auseinandersetzen, ob es mir passt oder nicht!“, sagt Merkel. Und
am Ende müsse aus einer solchen Auseinandersetzung ein praktischer politischer
Beschluss werden.
Doch sie verspricht, künftig mit allen, die mit einer Minderheitsposition in der Partei unterlegen sind, im Gespräch zu bleiben. „Jeder, der ein Beschwernis hat, muss es in einer Volkspartei vorbringen können“, sagt Merkel. „Wir wollen uns an alle wenden in der Gesellschaft.“ Also eben auch die Konservativen. Dass sie die vernachlässige oder missachte, ist ein Eindruck, den Merkel auch in der Sitzung nicht aufkommen lassen wollte. Schließlich, erinnerte sie die Vorstandskollegen, sei sie es gewesen, die bei einem CDU- Parteitag das Betreuungsgeld für dah