WEBGIORNALE  18-20  Gennaio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Catastrofe Haiti. Nelle braccia dell'Occidente  1

2.       Catastrofe non solo naturale  1

3.       Quando "una sola voce"? L'Unione europea per la pace e lo sviluppo nel mondo  2

4.       Progetti per l’integrazione degli immigrati finanziati dall’UE. Domande entro il 3 marzo  3

5.       Ignoranti, distratti, impreparati, bufera sui commissari Ue  3

6.       Primo marzo 2010. Un giorno senza stranieri. «L'Italia capirà che siamo determinanti»  3

7.       La lezione degli incresciosi fatti di Rosarno  3

8.       Napolitano su immigrati e caso Rosarno. "Tutelarne i diritti, ripristinare la legalità "  4

9.       SWR. Immigrazione in Italia. Italia razzista?  4

10.   Il progetto “Va bene?! La Germania in italiano. Italien auf Deutsch”  5

11.   Direttiva EU sulla scuola. Giudice di Augsburg elegia il Comites di Francoforte. Il Governo tace  5

12.   Alla sinagoga di Berlino il 24 gennaio concerto di Moni Ovadia  5

13.   Monaco di Baviera. Online “rinascita flash 1/2010”  5

14.   Italia Paese partner alla Fiera Internazionale di Hannover (19-23 Aprile) 6

15.   Francoforte. Il progetto „Una casa per L'Aquila“. Appello dei promotori per completare l’impresa  6

16.   Avviata a Monaco di Baviera la “7a Rassegna Cinematografica del Mediterraneo”  6

17.   La lettera. Aachen. “L'Italia è un Paese che attrae sempre meno. Me soprattutto”  6

18.   Dalle vicende di Rosarno alle mobilitazioni dei consolati nella newsletter settimanale dell’On. Garavini 7

19.   Il volto dell'altro. La Chiesa e gli immigrati: "no" alla violenza, "sì" all'accoglienza nella legalità  7

20.   L’ordine del giorno approvato dalla Commissione dei Lucani all’estero  8

21.   UE. Concorso per il 20° della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. “Disegnami un diritto”  8

22.   Indagine tra gli imprenditori italiani all’estero  8

23.   Haiti. "Perché ci lasciate soli?" Aiuti nel caos, esplode la violenza  9

24.   La cattiva coscienza degli Usa  10

25.   Tasse e spesa pubblica. L’uscita dalla crisi e il peso del debito  10

26.   Le banche e la crisi. Chi non paga per gli errori 11

27.   Il commento. La società civile e la casta dei politici 11

28.   Procure deserte, i magistrati «Pronti a iniziative estreme»  12

29.   Regionali, il Pd candida Boccia alle primarie. D'Alema striglia Vendola: "Ha complicato tutto"  12

30.   Garofani rossi e "berluscones". L'eredità di Craxi divide i nostalgici 13

31.   Eterni adolescenti 14

32.   Ecco quanto ci è costato il flop del vaccino  14

33.   Il governo tedesco agli utenti: «Non usate Explorer»  14

34.   Il 4 febbraio la presentazione dell’Osservatorio Romano sulle Migrazioni 15

35.   Maroni: "Protezione internazionale per gli immigrati feriti a Rosarno"  15

36.   Pubblicazioni. La vera storia dell’emigrante Alfonso Dell’Orto  15

37.   Il 3 febbraio a Roma la Giornata nazionale Erasmus Mundus II 15

38.   Interventi. Cittadini puniti con nuova tassa su cellulari, PC, chiavette USB  16

39.   Poesia, parole e musica - in italiano o dialetto piemontese - per il concorso “Voci per la poesia 2010”  16

 

 

1.       Erdbeben-Katastrophe. Hilfe für Haiti: Wenn alles fehlt 16

2.       Hilfe für Haiti. Amerika übernimmt die Führungsrolle  17

3.       Europa. Mehr Macht für Grundrechte  18

4.       Anhörung von EU-Kommissar Oettinger. Respekt vor der nationalen Kompetenz  18

5.       Brüsseler Institutionen. „Die EU schadet der Europa-Idee“  18

6.       Robert Zollitsch: Afghanistan braucht Frieden  20

7.       Afghanistaneinsatz. Merkel will Bündnis mit SPD  21

8.       Kommentar zum Bartsch-Rückzug. Gnadenlos rausgemobbt 21

9.       Die Linke und der Fall Bartsch. Selbstdemontage mit Ansage  22

10.   „Die Linke“ in der Führungskrise. Wer wird der Nächste sein?  22

11.   CDU-Klausur. Inhaltsarm schlägt katholisch  23

12.   CDU-Vorstand stützt Merkel. Alle Mann und ihr Kommando  23

13.   Kommentar zur CDU. Es fehlt nicht an Konservativen, sondern an Mut 24

14.   Eingewandert und erfolgreich. Sarrazin diskutiert mit Elitezirkel der Migranten  24

15.   Das war kein Unfall". SPD bangt um Status als Volkspartei 25

16.   Fraktionsklausur. Grüner wird´s nicht 25

17.   Kultusministerkonferenz. Gerechte Hauptschule  26

18.   Terrorismus. Deutsche Islamisten stützen al-Qaida im Jemen  26

19.   Sozialhistoriker Promberger. "Armut ist sehr heterogen"  26

20.   Armani-Model. Cristiano Ronaldo ist der neue David Beckham   27

21.   Fellinis Analytiker. Der Weg zu den Traumwelten  27

22.   Liebe Freunde des Italienischen Kulturinstituts  28

 

 

 

 

Catastrofe Haiti. Nelle braccia dell'Occidente

 

La speranza di molti haitiani sopravvissuti al terremoto è probabilmente quella di assoggettarsi a un protettorato internazionale - di LUCIO CARACCIOLO

 

"Questa tragedia è una cosa buona per noi, perché ci fa pubblicità". La frase sfuggita a George Samuel Antoine, console di Haiti a San Paolo del Brasile, davanti alle telecamere dell'emittente Sbt, a prima vista appare un distillato di puro cinismo. Ma rivela probabilmente la speranza di molti haitiani sopravvissuti al terremoto: assoggettarsi a un protettorato internazionale. Nel senso pieno del termine. Meglio un governo di stranieri che l'anarchia e le vessazioni dei banditi. Se poi questi stranieri sono americani, capofila di una cordata con Brasile, Francia e Canada, investiti delle responsabilità primarie in quanto potenze più influenti sull'isola, tanto meglio.

 

Le assicurazioni della Casa Bianca di non voler governare Haiti, obbligate dal bon ton diplomatico, passano in second'ordine di fronte all'immediato, robusto e assai esibito impegno americano nel dopo-terremoto. Per il primo paese indipendente dell'America Latina (1804), nel quale Simon Bolivar trovò rifugio e assistenza, sperare nella colonizzazione nordamericana è un bel paradosso. E forse si rivelerà una chimera, quando fra non molto i riflettori dei media saranno spenti. Ma nell'ora più triste e insieme più globale di quella terra miserrima, come negare ai sopravvissuti il sogno di un futuro diverso? Di diventare un altro Puerto Rico?

 

La catastrofe che il 12 gennaio si è abbattuta su Port-au-Prince e su milioni di haitiani ha scatenato una nobile competizione fra nazioni, organizzazioni internazionali e associazioni private a chi soccorre prima e meglio i superstiti. La solidarietà di cui siamo testimoni esprime quel senso di appartenenza al genere umano - al di là di razza, credo, storie e frontiere - che solo le grandi emergenze sanno suscitare. Nelle scelte dei maggiori leader mondiali e regionali si possono però intravedere anche le strategie geopolitiche che segnano questa competizione non solo umanitaria.

 

A cominciare da Obama: "Questo è un momento che richiede la leadership dell'America". La mobilitazione militare e civile, l'impegno personale del presidente, la formidabile eco mediatica rivelano che lo spirito missionario degli americani, pur in tempi di crisi, resta vivo. Su questo slancio, Obama si propone di raggiungere tre obiettivi.

 

Primo e principale: non ripetere l'errore di Bush, che di fronte allo tsunami asiatico del 2004 e soprattutto al disastro provocato l'anno dopo dall'uragano Katrina, si mostrò torpido e distratto. Confermando l'immagine di una superpotenza egoista e declinante. E destando il sospetto che asiatici e neri americani - le vittime "invisibili" dello tsunami e di Katrina - non fossero per Bush meritevoli di attenzione. Da quella pessima performance del suo predecessore, più ancora che dal disastro iracheno, Obama trasse la convinzione di poter competere per la Casa Bianca. Oggi che la sua stella non brilla come i suoi sostenitori speravano un anno fa, il presidente non poteva farsi cogliere impreparato da una simile emergenza.

 

Secondo: dare profilo specifico alla sua visione - finora piuttosto retorica - degli Stati Uniti come potenza capace di esprimere la propria egemonia non attraverso l'esibizione o peggio l'impiego della forza, ma raccogliendo intorno a sé ampie coalizioni internazionali. E assumendosi la responsabilità di guidarle. Sotto questo profilo, Haiti è il caso perfetto: un'impresa umanitaria dall'eco planetaria, circoscritta nel "cortile di casa" americano, lo spazio caraibico. Dove non esistono potenze in grado di competere con il colosso a stelle e strisce. La Cina è lontana. Degli europei conta solo la Francia, sollecitata in questo caso dal richiamo storico e culturale della francofona Haiti. Riferimento che spiega anche l'interesse canadese, o meglio del Québec, che per rafforzare la sua impronta francofona ha importato una vasta colonia haitiana. Parigi e Ottawa peraltro si muovono di concerto con Washington.

 

Terzo: impedire che forze nemiche o inaffidabili prendano piede a Haiti. Un classico Stato fallito, di fatto non governato da nessuno. Haiti non è la Somalia, certo. Ma i recenti corteggiamenti venezuelani al presidente Préval, sostanziati da forniture energetiche e progetti infrastrutturali, miravano a calamitare Haiti nell'Alba, l'asse antiamericano guidato da Caracas e L'Avana. L'intervento di Obama, che intende porre gli haitiani sotto la provvisoria (?) tutela statunitense, serve anche a stroncare tali velleità. Intanto, Cuba ha aperto il suo spazio aereo ai voli di soccorso americani. Mentre la base di Guantanamo - più nota come prigione per terroristi che Obama prometteva di chiudere e non ha chiuso - funge da hub logistico per le operazioni Usa nell'isola terremotata, da cui la separa solo uno stretto di un centinaio di chilometri, il Windward Passage.

 

Il principale partner degli Stati Uniti in questa operazione è il Brasile. Insieme ai primi soccorsi, Lula ha inviato sul posto il ministro della Difesa Nelson Jobim. A Haiti sono schierati 1.266 soldati brasiliani impegnati nella missione Onu di stabilizzazione (Minustah), a guida verde-oro. L'impegno che si protrae da sei anni, con scarso successo, non è unicamente volto a riportare l'ordine a Haiti. Vuole anche illustrare le ambizioni brasiliane di potenza non solo sudamericana ma tendenzialmente panamericana. Dunque proiettata anche verso i Caraibi e l'America centrale. In un rapporto di cooperazione/competizione con gli Stati Uniti, da cui pretende un trattamento paritario. Brasilia peraltro resta refrattaria alle gesticolazioni neobolivariste di Chavez e alla sinistra radicale di Ortega (Nicaragua), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador).

 

Quando l'emergenza haitiana sarà trascorsa, speriamo con duraturo sollievo per quella popolazione, potremo procedere a una doppia verifica geopolitica. Per l'America, vedremo se avrà dimostrato con successo che non intende tollerare Stati falliti nell'"estero vicino". Destinati forse un giorno a fungere da trampolini di lancio di potenze ostili od organizzazioni terroristiche. Quanto al Brasile, stabiliremo se la sua proiezione di potenza oltre la frontiera sudamericana può sostanziarsi in una sfera d'influenza privilegiata, magari in coabitazione con gli Stati Uniti. Così ponendo fine all'assoluta, bisecolare egemonia a stelle e strisce sull'emisfero occidentale. LR 16

 

 

 

 

Catastrofe non solo naturale

 

Le immagini di Haiti devastata non dicono per intero il disastro, come quasi sempre accade nelle grandi calamità naturali. Dicono il punto terminale di una storia lunga, accorciandola e sforbiciandola d’imperio.

 

Ritraggono la tragedia ignorando le tragedie già avvenute: tremando, la terra le inuma ancor più profondamente. Raffigurano in modi sconnessi lo sguardo di un bambino salvato, struggente di bellezza, e il fulgore  tremendo  dei machete impugnati da superstiti a caccia di cibi, acqua, medicine. Orrore, bellezza, empatia, discordia: sono frammenti caotici di un tutto inafferrabile. Sono istantanee, e ogni istantanea è la punta di iceberg che restano inesplorati. Vediamo solo questa punta, commossi da eventi estremi. Facendo uno sforzo sentiamo l’odore di morte, descritto dai reporter. La base dell’iceberg, quel che viene prima del sisma, s’inabissa sotto le macerie con i morti. È il terribile destino di parole come umanità, soccorsi umanitari, guerre umanitarie: parole cui si ricorre in simili emergenze e che cancellano la storia, eclissano le responsabilità dei grandi e dei piccoli, dei singoli e delle autorità pubbliche. Parole che narrano una catastrofe solo naturale, non anche umana e politica. Per questo è così prezioso il giornalismo scritto. La televisione mostra solo un pezzetto di realtà, più o meno bene (i telegiornali italiani meno bene della Bbc).

 

Twitter cattura l’urlo di Munch. Solo lo scritto ha la respirazione lenta della storia. Solo lui può dire quel che era prima del punto terminale, e come possa succedere che l’acme sia questo e non un altro, se possibile meno esiziale.

 

Le fotografie delle catastrofi sono sempre in qualche modo taroccate. Ci viene «rifilata» una realtà, contorta magari inconsciamente. Privilegiando un riquadro e trascurandone altri falsifichiamo l’immagine, come ben spiegato in un blog attento alle manipolazioni visive (G.O.D., Ghostwritersondemand): ci lamentiamo dei trucchi, «ma siamo noi i grandi rifilatori». Noi che aggiustiamo le foto dei cataclismi, i reportage, trasformando individui e popoli in nuda umanità indistinta alle prese con la natura e sconnessa dalla pòlis. Foto e telecamere mostrano la mano che soccorre, non quella che ha distrutto e aumentato la vulnerabilità d’un Paese. Denunciano la natura matrigna della natura, non della politica; l’eclisse di Dio, non dell’uomo imputabile. Basta leggere su La Stampa i due articoli scritti da Lucia Annunziata, il 14 e 16 gennaio, per scoprire dietro l’Ultimo istante e l’Ultimo uomo una miserabile storia fabbricata dai politici.

 

Qualcosa in realtà l’intuiamo, osservando i filmati trasmessi dai Caraibi. Sembra di vedere il bastimento di schiavi neri in fuga dall’Africa, che dopo essersi ammutinati sequestrano  nel racconto di Melville  il comandante Benito Cereno e si autogovernano con crudeli leggi del taglione: la nave si chiama San Dominick, ai nostri tempi Haiti. E proprio a Haiti Melville pensava: il primo luogo dove gli schiavi neri si liberarono negli Anni 90 del Settecento, inneggiando sotto la guida del leggendario Toussaint L’Ouverture alla rivoluzione francese. Pensava alla grandezza delle rivoluzioni e alle rovine che provocano quando perpetuano il tumulto e non si danno leggi stabili. Haiti somiglia a quella nave, divenuta isola.

 

Anche a Port-au-Prince, come nel naviglio San Dominick, regna l’anomia che secerne despoti. Chi guarda il dramma nei Caraibi non vede autorità locali, che tengano ordine. Non vede poliziotti né ministri haitiani, ma solo potentati e organizzazioni esterni. L’assenza di immagini parla più di quelle esibite, anche qui.

 

La storia occultata sotto la punta dell’iceberg eccola: è un inarrestabile sanguinario regolamento di conti fra cleptocrazie e fra mafie che oggi usano l’isola per i traffici di droga. È fatta di un’emancipazione gloriosamente iniziata e mai finita, perché sempre ha preferito le dittature generate dall’anarchia rivoluzionaria alle istituzioni che durano. I geologi dicono che identici terremoti, in Paesi ben amministrati, non seminano morte sì vasta. Lo sostiene la sismologa Kate Hutton: vent’anni fa, un terremoto di eguale forza colpì il Sud di San Francisco. Fece 63 morti, non 100-200.000 come a Haiti.

 

La mano dello Stato non si vede a Port-au-Prince perché non c’era neanche prima, se mai c’è stata. È il motivo per cui sono nate baraccopoli così cadenti e indifese a Port-au-Prince, scrive la scrittrice Amy Wilentz: se i morti son tanti è perché l’agricoltura, degradata, ha spinto migliaia di contadini a inurbarsi negli slum di quella che veniva chiamata Perla delle Antille. I terremotati abruzzesi lo sanno, pur non avendo subito un sisma analogo. Se le case non fossero state costruite con la sabbia, se lo Stato avesse contrastato le speculazioni mafiose, il sisma sarebbe stato diverso: cataclismi dello stesso tipo in Giappone non fanno morti.

 

Anche dietro la mano internazionale che corre in aiuto, anche dietro quella di Obama, c’è una lunga storia di peccati di omissione e di inani interventismi. Scrive il quotidiano Independent che occorre una «politica globale delle catastrofi». Ma anche questi appelli sono foto che ci rifiliamo a vicenda. Il disfarsi di Haiti rivela ed esige di più: rivela che aiuti umanitari e allo sviluppo vanno ripensati, perché fallimentari, e organizzati prima dei cataclismi. Fallimentari furono in primis gli interventi stabilizzatori americani, specialmente di Clinton. Washington tutto ha fatto, impossessandosi nella sostanza dell’isola, tranne rafforzare il suo Stato, le sue infrastrutture: ha installato dittatori, poi li ha cacciati, poi re-insediati (è il caso del sacerdote-presidente Aristide, negli Anni 90) senza mai scommettere sulle capacità locali di rendere l’isola meno vulnerabile ai ricorrenti sismi e uragani (con case meno cadenti, quartieri meno malavitosi, politiche del territorio più affidabili). Da un secolo, Washington «manda alternativamente nell’isola marines e spedizioni di aiuti umanitari - senza mai salvarla. (....) Haiti è un neo purulento sul volto di due delle più luminose pagine di storia del nostro mondo: la rivoluzione francese e quella americana» (Lucia Annunziata, La Stampa 14-1-10).

 

Lo strazio umanitario ha questo di peculiare: cancella ogni errore, di governi locali o di potenze esterne o di mafie. Mette in scena un male interamente naturale, che fa tabula rasa della storia. Non a caso lo chiamano Apocalisse: parola da evitare, perché nell’Apocalisse non c’è più modo di correggersi. O gli danno il nome di male assoluto, estirpandolo dalla catena storica delle causalità e fantasticando globali empatie umane che oltrepassano la politica. Il racconto di Kleist sul terremoto del Cile racconta il naufragare di leggi e responsabilità. Quando l’uomo è solo di fronte alla natura non resta che il fato, e «tremendo appare l’Essere che regna sopra le nubi»: «Pareva che tutti gli animi fossero riconciliati, dopo che v’era rintronato il colpo spaventoso. Nella memoria non sapevano risalire più in là di esso».

 

Impietoso, Kleist racconta come la memoria si vendichi, nel mondo non immaginario ma reale. Basta un attimo e la riconciliazione si spezza, proprio come a Haiti: nel mondo reale ci sono i tumulti, i machete, le guerre per il cibo, l’assenza di polizia locale e di Stato.

 

L’umanitario fa parte della modernità rivoluzionaria come la fotografia e la Tv. Il suo sguardo si fissa sull’ultimo attimo: «Nella memoria non risale più in là». Urge invece risalire, far politica ricordando: anche su scala mondiale. Dice Kafka che bisogna «inoltrarsi nel buio con la scrittura, come se il buio fosse un tunnel». L’immagine fotografica livella ogni cosa, del tutto ignara che ogni buio è un tunnel, anche quando a prima vista pare piatto.  BARBARA SPINELLI  LS 17

 

 

 

 

Quando "una sola voce"? L'Unione europea per la pace e lo sviluppo nel mondo

 

È una vecchia storia. L'Unione Europea si rinnova, cambia facce ed abiti, regole e obiettivi, politiche e strutture. In tutti i settori ed in ogni direzione. Ora precorrendo i tempi, ora con ritardi più o meno voluti ed a volte rischiosi per la sua stessa ragione d'essere. E forse è normale che sia così, nel bene e nel male sempre di "politica" si tratta. Persiste tuttavia un'eccezione all'evolversi comunitario, talmente evidente e preoccupante da non poter passare inosservata: l'incapacità cronica di Bruxelles di esprimersi con una sola voce sui temi relativi alla pace ed allo sviluppo mondiale. È un "vulnus" che va ricercato più a monte, dal momento che tale poliglossia trae inevitabilmente origine dall'incapacità di mettersi d'accordo. E probabilmente altresì da una scelta ponderata da parte dei Governi dei Ventisette, quantomeno della loro maggior parte, che vede prevalere ancor'oggi gli interessi economici (ma non solo) dei singoli Stati rispetto al pensare ed agire europeo, a discapito soprattutto degli interessi di coloro i quali (milioni, se non ormai miliardi di persone) della latitanza di pace e sviluppo sono quotidiane vittime.

Il recente passato è prodigo di esempi. L'ex-Jugoslavia, la guerra del Golfo, il genocidio in Rwanda. In comune solo indecisionismo, mai una posizione. Il presente non è, purtroppo, da meno: l'Afghanistan, Al-Qaeda, la labile difesa dei diritti umani. Per non parlare della questione palestinese, ormai da mezzo secolo banco di una prova puntualmente fallita in materia di risoluzione dei conflitti, e della lotta alla povertà in ogni angolo del pianeta. "One man one vote", si diceva agli albori della democrazia occidentale; "one Government one voice", verrebbe da dire. E domani? E dopodomani? È un chiaroscuro di posizioni, in bilico tra parole indiscutibilmente sempre più decise e fatti altrettanto indiscutibilmente ancor troppo leggeri. Con la bomba ad orologeria che si chiama Iran, con il sottosviluppo che non diviene sviluppo, con la demografia che scoppia, con l'immigrazione incontrollata, con la fame e la miseria che invece di diminuire aumentano, con i diritti umani che sono calpestati molto più di quanto si possa immaginare. Con il mondo che - per attraversare il guado - ha bisogno proprio dell'Europa unificata che stenta ad unirsi.

Nonostante tutto, la speranza di porre fine alla Babele europea sulla scena internazionale è viva più che mai. Ed è tanto concreta quanto la consapevolezza dell'UE della necessità di cambiare rotta. Anche se, da un lato, le diplomazie degli Stati membri "uti singuli" sono ben organizzate, consolidate, a volte addirittura "schierate" (nelle relazioni, nel tipo di sostegno sia governativo sia umanitario, nelle priorità geopolitiche), dall'altro la svolta impressa dal Trattato di Lisbona è di quelle che lasciano il segno. Un Presidente, un "Ministro degli Esteri", un corpo diplomatico. Per quanto sostanzialmente ancora collegiali e con l'orecchio sempre ben teso ad ascoltare messaggi e mandati che provengono dalle Capitali, le nuove Istituzioni dell'Unione sono ormai vincolate al perseguimento della posizione comune, al compromesso al rialzo e non più al ribasso, all'interesse globale e non di bandiera. Una tale ottica ha bisogno del sostegno di politiche inclusive, condivise, volte a migliorare e non a peggiorare la condizione del pianeta.

L'Europa fallirà - e con lei probabilmente le speranze di chi soffre - se non sarà in grado di abbandonare il desueto abito del "divide et impera" a favore della strategia opposta: unire e cooperare. Il primo passo in questa direzione forse consiste proprio nell'adottare (come sperimentato con successo in ambito commerciale) una sola voce per la pace, la libertà, lo sviluppo sostenibile e la tutela della dignità umana. Siamo fiduciosi. ELENI INIOTAKI, GRECIA, SIR EU

 

 

 

 

Progetti per l’integrazione degli immigrati finanziati dall’UE. Domande entro il 3 marzo

 

Roma - Sul sito della Commissione europea, DG Giustizia, Libertà e Sicurezza, sono stati pubblicati lo scorso 22 dicembre i bandi per la presentazione di proposte progettuali relative alle Azioni comunitarie del Fondo europeo per l’integrazione (Fei). Ne dà notizia il Ministero dell’Interno precisando che gli stanziamenti previsti ammontano complessivamente a 4.500.000 euro e che il finanziamento comunitario per ogni progetto è compreso tra 200.000 e 750.000 euro.

Per la presentazione delle domande, raccomanda il Viminale, è opportuno registrarsi attraverso il sistema elettronico "Priamos"; le proposte progettuali devono essere presentate online entro le ore 14.00 del 3 marzo prossimo.

Le azioni comunitarie del Fondo Europeo per l’Integrazione sono rivolte ai cittadini di Paesi terzi, di recente ingresso e regolarmente soggiornanti all’interno degli Stati membri. Perseguono obiettivi di portata transnazionale e promuovono interventi pianificati e realizzati da attori di più Stati membri (amministrazioni pubbliche, enti locali, associazioni, enti privati, istituti di ricerca, ecc.). Devono essere realizzate, infatti, da partner di almeno 5 differenti Stati membri.

Tre le priorità delle Azioni comunitarie: raccogliere i contributi della società e dei migranti e sviluppare una piena comprensione dei processi di integrazione; promuovere misure di integrazione mirate ai giovani e alle questioni di genere; e, infine, promuovere il ruolo delle organizzazioni della società civile e delle autorità locali nel delineare le strategie di integrazione. (aise)

 

 

 

 

Ignoranti, distratti, impreparati, bufera sui commissari Ue

 

Gaffe della bulgara Jeleva: "La Georgia? In Medio Oriente". E lo slovacco Sefcovic

è accusato di aver pronunciato frasi discriminatorie nei confronti dei Rom

La Ashton ammette di non aver pensato a un seggio europeo al Consiglio di

sicurezza dell'Onu - dal nostro inviato ANDREA BONANNI

 

BRUXELLES - La reputazione, già non molto brillante, della Commissione europea guidata da Josè Manuel Barroso rischia di uscire definitivamente compromessa dalle audizioni dei commissari designati di fronte al Parlamento europeo. Finora gli eurodeputati hanno già espresso forti riserve sulla candidata bulgara. Hanno riconvocato l'olandese per una nuova audizione giudicando insoddisfacente la sua prima prestazione. Si sono riservati il giudizio sul finlandese e sul lituano. E hanno preannunciato battaglia contro il candidato della Slovacchia. E questo mentre le audizioni sono in corso e un buon numero di commissari designati (tra cui Antonio Tajani) devono ancora sfilare davanti al Parlamento.

 

La modesta performance dei commissari designati si è aperta con Catherine Ashton, laburista inglese e Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue. Il futuro ministro degli esteri europeo ha eluso praticamente tutte le domande più scomode. Rispondendo all'italiano Mario Mauro (PPE), che le chiedeva quale fosse la miglior soluzione per avere un seggio europeo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Ashton ha candidamente dichiarato che "il problema non le era neppure passato per la testa". La britannica ha ottenuto comunque il via libera dai deputati.

 

Meno bene è andata invece a Rumiana Jeleva (PPE) attuale ministro degli esteri bulgaro, designata come commissaria agli aiuti umanitari. Non solo la Jeleva ha fatto una figura penosa di fronte alle domande dei deputati arrivando a indicare la Georgia tra i Paesi del Medio Oriente da lei visitati, ma non è neppure riuscita a dissipare i dubbi sulla correttezza della sua "dichiarazione di interessi" in cui avrebbe omesso di segnalare la propria partecipazione in una società finanziaria bulgara. I socialisti ne chiedono a gran voce le dimissioni.

 

Le sorprese però non sono finite. Neelie Kroes, olandese, liberale, designata come responsabile delle Telecomunicazioni, ha talmente deluso gli eurodeputati della Commissione industria che questi l'hanno rinviata ad una nuova audizione la settimana prossima a Strasburgo. I suoi difensori hanno cercato di scusarla dicendo che "aveva dimenticato una parte degli appunti" preparati per l'incontro. Ma la giustificazione ha solo peggiorato la sensazione di generale inadeguatezza.

 

Anche il finlandese Olli Rehn, designato per sostituire Almunia agli affari economici, ha deluso il Parlamento al punto che gli eurodeputati si sono riservati di formulare il giudizio sulla sua audizione. Stessa sorte è toccata al lituano Algirdas Semeta, designato alla fiscalità e alla lotta antifrode. E già i parlamentari affilano i coltelli per la imminente audizione dello slovacco Maros Sefcovic, socialista, accusato di aver fatto dichiarazioni discriminatorie nei confronti dei Rom. Se dovesse cadere la Jeleva, Sefcovic sarà messo alle corde dai popolari per ritorsione. Ma intanto è la Commissione nel suo complesso che dimostra un livello di volta in volta sempre più scadente. LR 16

 

 

 

Primo marzo 2010. Un giorno senza stranieri. «L'Italia capirà che siamo determinanti»

 

Un centinaio di persone ha partecipato stamani allo Spazio Tadini di via Jommelli alla presentazione del "Primo Marzo 2010 - Sciopero degli stranieri". La manifestazione, ispirata e gemellata con la francese "Journée sans immigrés: 24h sans nou", si propone di far capire cosa succederebbe se «i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno».

 

L'obiettivo dei promotori è quello di organizzare «una grande manifestazione non violenta per far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante l'apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Questo movimento nasce meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani, stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli». Alla presentazione hanno partecipato rappresentanti di associazioni e sindacati come Cigl, Arci, Legambiente, Emergency, Terre di mezzo.

 

Gli organizzatori hanno adottato il giallo come colore di riferimento di Primo marzo 2010 è il giallo. «Su Facebook il gruppo ha raccolto in un mese 40mila adesioni, e in diverse città di tutta Italia si stanno moltiplicando comitati locali, per ora siamo a quota 17» spiega la presidente del comitato organizzatore Stefania Ragusa. «Il nostro obiettivo - continua la Ragusa - è far vedere che non ci sono noi e loro, che le nostre vite sono già mescolate». Sciopero bianco, astensione dai consumi, adesione simbolica indossando il fiocco giallo, scelto come colore dell'iniziativa: sono alcune delle forme di protesta prese in considerazione, nella consapevolezza della difficoltà di proclamare un vero e proprio sciopero, come era nei propositi iniziali del movimento.

 

«Noi riteniamo che oggi in Italia si debba sostenere questa giornata di sensibilizzazione ma non proclameremo lo sciopero» ha affermato Giovanni Minali, membro della segreteria della Cgil Lombardia, che insieme alla Cisl darà il sostegno alle iniziative che il movimento metterà in atto sul territorio. «A Milano ad esempio l'intenzione è far vedere dove e come lavorano gli immigrati, spesso senza alcuna tutela, dall'ortomercato ai cantieri dell'hinterland» anticipa Minali. Ma il fermento nelle comunità straniere è notevole: «Per quanto mi riguarda quel giorno abbasserò la saracinesca del mio negozio e non manderò i miei figli a scuola, e inviterò amici e parenti a fare altrettanto» assicura Najat Tantaoui, 30enne nordafricana, titolare di un internet point a Cinsello Balsamo, che dice convinta che «per mettere fine alle discriminazioni, gli immigrati devono impegnarsi in prima prima persona». L’U 17

 

 

 

 

La lezione degli incresciosi fatti di Rosarno

 

Determinati non da razzismo, ma dal caporalato del Sud, dalla criminalità

mafiosa e dal lassismo delle Istituzioni, sindacati compresi   

 

Tremendo quello che è successo a Rosarno e nella piana di Gioia Tauro. Un susseguirsi di azioni violente e di scontri con gli immigrati, tutti di colore, addetti alla raccolta delle arance. Non si sa chi ha incominciato e cosa ha portato a scatenare la guerra tra alcuni cittadini esasperati e gli Africani, molti dei quali clandestini; chi ha organizzato la rivolta e perché. Compete agli inquirenti dare una risposta e condannare i colpevoli, valutando i fatti con distacco e senza pregiudizi. Suscita orrore appurare che gli extracomunitari abitavano in tuguri sporchi e senza servizi igienici. Sconcerta sapere che, pur lavorando 10 ore al giorno, sabato e domenica compresi, ricevevano quotidianamente 25 euro, 5 dei quali andavano, d’obbligo, al “caporale” che li aveva assunti. Per dirla con Giusti, quella “povera gente lontana dai suoi / in un Paese, qui, che le vuol male”, schiavizzata, si adattava a lavorare al freddo e a dormire nel fango, per racimolare quattro soldi per sopravvivere, loro ed i familiari rimasti in Africa.

   Come sempre, sull’episodio, si è scatenata la bagarre di polemiche e critiche: uno scaricabarile vergognoso quasi come i fatti rosarnesi. Il leader Udc, Casini afferma che “in Calabria lo Stato non c' è”; il ministro dell'Interno, Maroni, ribatte che sono situazioni “ereditate, frutto di tolleranza sbagliata”; Rosa Calipari, vicepresidente dei deputati Pd, sostiene che “il dramma di Rosarno è la conseguenza della mancanza di reali politiche d’integrazione”, nonché del mancato riconoscimento “dei diritti e doveri dei lavoratori stranieri”. Scontati i riferimenti alla Bossi-Fini, le accuse alla politica dei respingimenti e al reato di clandestinità suggerito da “xenofobia”. 

   Se gli addebiti sono esatti, è giusta l’accusa rivolta agli Italiani dall'Osservatore Romano, giornale del Vaticano diretto da Gian Maria Vian, sul quale, a firma di Giulia Galeotti, si legge, tra l’altro: “Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all’odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato”. In effetti, a prima vista, sembra non trattarsi di sfruttamento di manodopera messo in atto da imprenditori senza scrupoli, ma di una prepotenza dettata da sentimenti razzisti. Confermati da Ahmed, laureato in ingegneria, da oltre 3 anni in Italia da clandestino, che spesso si è sentito chiamare “marocchino monnezza”, senza motivo. E testimoniati, su il Messaggero, da un farmacista del posto: “La situazione degli extracomunitari era insostenibile. Vivevano in condizioni disumane, in spazi e situazioni igieniche neanche da terzo mondo. Fra loro c’è gente laureata…parla un ottimo inglese, aspetta educatamente il suo turno... A loro l’Italia ha proposto un baratto perverso: chiudiamo gli occhi sulla vostra condizione illegale, ma dovete accontentarvi di abitare come i porci”. Alias, come schiavi.

   Ma siamo davvero di fronte ad un fenomeno di razzismo dei Rosarnesi e di chi contrasta la clandestinità e non crede che i Musulmani possano veramente accettare la cultura dell’Occidente? Dello sfruttamento degli extracomunitari, e non solo in Calabria, si era già a conoscenza: il giornalista Daniele Gatti su l'Espresso aveva descritto le agghiaccianti condizioni di vita dei raccoglitori di pomodori nel Foggiano; perfino la Bbc e la Tv giapponese, avevano denunciato il fatto, sdegnandosene: se quello scempio era noto, perché oggi le diverse Istituzioni si accusano a vicenda? Perché nessuno è intervenuto prima, neppure la Magistratura, a dispetto della obbligatorietà dell’azione penale? Come mai i sindacati, sempre inflessibili nel difendere, a parole, i lavoratori, non hanno mosso un dito di fronte al bieco sistema del caporalato? Dove erano le Forze dell’Ordine? Per quale ragione gli esponenti nazionali e locali dell’opposizione hanno taciuto?

   Certo, ci sono poteri criminali, nelle Regioni del Sud; vero, in Calabria la ’ndrangheta si è sostituita allo Stato che ha lasciato fare, limitandosi a donare miliardi, a fondo perduto, ad una popolazione abituata, così, ad aspettare la manna del cielo. Dice niente il fatto che i giovani del posto si rifiutino di lavorare nei campi? Che a Rosarno, a detta del Sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, almeno 400 cittadini sono mafiosi? Domande che restano tuttora senza risposte e che fanno pensare, più che ad un segnale di razzismo, a manifestazioni palesi di calcolo politico che ha permesso d’ignorare per anni la presenza di migliaia di clandestini e non denunciarne la schiavitù; di un “buonismo” che non ha nulla a che vedere con il rispetto del “diverso”. Bastava fare più controlli e punire chi assumeva in nero quei poveri cristi. Non si sarebbe arrivati agli scontri che hanno fatto registrare 66 feriti (30 extracomunitari, 17 cittadini e 19 appartenenti alle forze di polizia); e che hanno comportato il trasferimento di 1.200 clandestini nei Centri di permanenza temporanea di Crotone, Bari o della Sicilia. 

   In merito, il Papa ha affermato che “l'immigrato è un essere umano, differente per cultura e tradizione ma comunque da rispettare”; e che “la violenza non deve essere mai per nessuno il modo per risolvere le difficoltà”. Giusto. Ma è puro esercizio di retorica discutere su chi ha ragione, se i Rosarnesi, stufi dei fastidi provocati dagli immigrati, o i braccianti neri che hanno infine reagito alle tante angherie. Convivere tra dissimili è sempre difficile: dovremmo ricordarcelo noi Italiani, umiliati, anche in Svizzera, all’epoca della nostra emigrazione. “Chi ha sbagliato, ora paghi», reclamava il Giornale di qualche giorno fa. C’è da sperarlo. Ma c’è soprattutto da augurarsi un sentito e generale “mea culpa”. E che, imparata la lezione, tutti si diano da fare per ristabilire ordine e legalità. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

Napolitano su immigrati e caso Rosarno. "Tutelarne i diritti, ripristinare la legalità "

 

Il presidente della Repubblica scrive in occasione della Giornata mondiale delle migrazioni - "Quando un territorio è sottratto alla legge succedono le tragedie che abbiamo visto"

 

ROMA - "Sia consentito agli immigrati di essere in regola", in un equilibrio tra garantire loro i diritti e ripristinare la legalità: così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione della Giornata mondiale delle migrazioni, promossa dalla fondazione Migrantes.

 

"Vorrei tornare a esprimere - scrive il capo dello Stato - tutto il mio apprezzamento per quanto la Chiesa cattolica fa in favore dei migranti". Apprezzamenti che comprendono anche il mondo del volontariato. Poi l'appello a tutelare i bambini: "Il problema su cui si vuole opportunamente richiamare l'attenzione per il 2010 è quello dei minori, in particolare di coloro che sono rifugiati o non accompagnati. Questi ultimi sono esposti in condizioni di estrema fragilità ai rischi più gravi".

 

Ma c'è anche l'allarme criminalità: "Un rischio che non riguarda solo i minori - sottolinea Napolitano - abbiamo assistito purtroppo alle tragedie che travolgono migranti e cittadini quando un territorio è sottratto alla legge. Mi auguro anche che allo straniero non sia solo giustamente imposto, ma sia anche reso possibile l'essere e il mantenersi in regola con le leggi italiane".

 

Un messaggio, quello del Quirinale, che piace molto al segretario del Pd, Pierluigi Bersani: "Ancora una volta - commenta - dal presidente arrivano parole chiare e precise. Noi dobbiamo migliorare le nostre regole e avere una politica per l'integrazione". Ma non basta: "Dobbiamo avere - prosegue Bersani - meno lavoro nero e regole più flessibili che aiutino a ridurre la clandestinità e una politica dell'integrazione che sia all'altezza di un paese civile". LR 17

 

 

 

 

SWR. Immigrazione in Italia. Italia razzista?

 

Gli sconvolgenti fatti di Rosarno, in Calabria, hanno fatto il giro del mondo. Soprattutto qui in Germania, ove risiede una collettività italiana fra le più numerose in Europa, l´immagine dell´Italia è piuttosto scalfita. Emerge l´impreparazione di uno Stato a far fronte al fenomeno della clandestinità e di definire una politica d´integrazione culturale e sociale degli immigranti regolari

 

Il noto scrittore svizzero Max Frisch spiegando perché troppi suoi connazionali fossero molto ostili agli immigranti italiani ebbe a dire: “ Ci aspettavamo braccia-lavoro e sono arrivati uomini.” Questa frase pronunciata 30 anni fa può essere attribuita oggi all´Italia. La rivolta di Rosarno è la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Con gli “sgomberi assistiti” dei clandestini dalle zone ad alta densità criminale di Castel Volturno (Napoli) con 5000 stranieri, San Nicola Varco (vicino ad Eboli / Salerno) con 800 africani e l´area di Siracusa con 600 immigrati si vuole prevenire lo scoppio di un inferno. In queste aree gli immigrati vengono impiegati per la raccolta di agrumi e ortaggi. Il rischio è che questi trasferimenti possano assumere il sapore di una sorta di deportazione in massa, compresi coloro che hanno regolare permesso di soggiorno e hanno lavoro, vivendo sia pure alla giornata. Il fenomeno della stagionalità in agricoltura è macroscopico ed è sotto gli occhi di tutti da anni. Ma né il governo di Roma, né le regioni, né i comuni l´hanno mai voluto affrontare seriamente.

Devono proprio succedere rivolte e spedizioni punitive per sollecitare le istituzioni ad intervenire per garantire ordine, rispetto e dignità anche agli immigrati regolari e debellare la clandestinità? Veramente nessun esponente politico conosceva le condizioni di vita dei 1100 immigrati di Rosarno costretti a vivere in una vecchia cartiera dismessa e in tuguri? Non ha forse ragione l´ex-sostituto procuratore di Palmi, Alberto Cisterna, che Rosarno e la Piana di Gioia Tanzo sono la Corleone di Calabria? Certo è che a dominare il fenomeno “immigrazione“ è lo sfruttamento.

Gli emigrati italiani a Stoccarda sono preoccupati per come l´Italia stia affrontando il problema.

I particolari sono contenuti nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5842140/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1w2xo73/index.html.

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

Il progetto “Va bene?! La Germania in italiano. Italien auf Deutsch”

 

Il 28 gennaio si terrà alle 11.30, nella sede del Goethe Institut di Roma  la  presentazione del progetto “Va bene?! La Germania in italiano. Italien auf Deutsch”.

 

Come è vista l’Italia in Germania? E cosa pensano gli Italiani dei Tedeschi? Sui giornali di entrambi i paesi pregiudizi e stereotipi hanno preso il posto della curiosità reciproca, della voglia di scoprirsi. Eppure c’è un’Italia che i tedeschi adorerebbero e c’è una Germania che gli Italiani vorrebbero visitare. Basta raccontarle.

 

Per questo il Goethe-Institut ha varato il progetto “Va bene?!”, in collaborazione con la Bundeszentrale für politische Bildung (Centrale Federale per la formazione politica), gli Istituti Italiani di Cultura in Germania, l’Institut für Auslandsbeziehungen (Istituto per le relazioni con l’estero) e tanti altri Partner. L’iniziativa, rivolta soprattutto ai giornalisti, agli opinionisti e ai vignettisti satirici dei due Paesi, è patrocinata dalle due Ambasciate italiana e tedesca. 

 

Due anni di iniziative, scambi di redazioni, reportage incrociati, un concorso per giovani giornalisti, nel 2010 concentrate in Italia, nel 2011 in Germania, culmineranno in due grandi conferenze, a Roma e a Berlino, con discussione dei risultati del progetto e con mostre, dibattiti, workshop.

 

Alla conferenza stampa parteciperanno: Michael Steiner, ambasciatore della Repubblica Federale di Germania in Italia; Susanne Höhn, direttrice del Goethe-Institut Italien; Andrea Bachstein, corrispondente in Italia della Süddeutsche Zeitung; Cinzia Bibolotti del Premio Satira Politica di Forte dei Marmi; Massimo Cirri, conduttore della trasmissione Rai Caterpillar in onda su Radio Due; e le direttrici dei diversi Goethe-Institut in Italia.

Nell’occasione verrà anche presentato il nuovo portale interattivo che permetterà di seguire tutte le iniziative, con news, forum e gallery degli articoli e delle vignette prodotte. (ITL/ITNET)

 

 

 

 

Direttiva EU sulla scuola. Giudice di Augsburg elegia il Comites di Francoforte. Il Governo tace

 

Il Dr. Richard Wiedemann, giudice del Tribunale Amministrativo di Augusta (Augsburg), scrive al Comites di Francoforte: “È passato più di un anno dal convegno di Francoforte sul futuro dell’insegnamento della lingua madre all'estero e più in particolare sulla direttiva 77/486/CE.

All'epoca ho incoraggiato il Comites a far sentire la propria voce nell’ambito della consultazione sul libro ‘migrazione e mobilità’.

Recentemente ho scoperto che i risultati della consultazione adesso sono disponibili su internet (almeno in inglese):

 http://ec.europa.eu/education/news/doc/sec1115_en.pdf

 http://ec.europa.eu/education/focus/focus842_en.htm

 http://ec.europa.eu/education/migration/results_en.html

Là si trovano sia una sintesi di tutte le istanze espresse, sia le singole istanze dei partecipanti. Dall’elenco dei partecipanti si può desumere che l'unico organismo (para-)statale italiano che ha espresso un'opinione è stato il Comites di Francoforte, il che - a mio avviso - conferisce particolare dignità agli sforzi intrapresi dal Comites di Francoforte. L'unico altro protagonista italiano che ha alzato la voce è stata la Caritas italiana.

All’on. Narducci interesserà magari più in particolare che il governo italiano non ha ritenuto necessario di esprimersi - contrariamente a molti altri governi dell'Unione”.

(de.it.press)

 

 

 

 

Alla sinagoga di Berlino il 24 gennaio concerto di Moni Ovadia

 

Berlino – La nuove sinagoga di Berlino ospita il 24 gennaio un concerto di Moni Ovadia e l’Arkè String Quartet intitolato “Kavanàh - Storie e canzoni della spiritualità ebraica”. L’evento nel centro giudaico berlinese (Oranienburger St. 28)  – a partire dalle ore 19.30 – è segnalato dall’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Ovadia è una delle più importanti personalità della cultura italiana. E’ cantante, attore, compositore e autore, particolarmente coinvolto negli eventi che riguardano i diritti umani e la pace. L’Arkè String Quartet, fondato nel 1996, si esibisce con Moni Ovadia dal 2006. E’formato da Carlo Cantini (volino), Valentino Corvino (violino), Sandro di Paolo (viola) und Stefano Dall’ora (contrabbasso). (Inform)

 

 

 

Monaco di Baviera. Online “rinascita flash 1/2010”

 

Monaco. Rinascita flash 1/2010 è on line. Il bimestrale di rinascita e.V., a colori, può essere letto e/o stampato cliccando su: http://www.rinascita.de/rinascitaFlash.html.

Gli articoli di questo numero: 2010: l’onda tecnologica di Sandra Cartacci; 20 anni di riunificazione: tanta retorica, pochi contenuti di Norma Mattarei; L’onda viola di Rita Vincenzi; Processo breve di Lucio Rossi; Immunità e impunità di Massimo Dolce; La sassata di Lucio Rossi; Il vertice di Copenhagen di Franco Casadidio;

Solo camminando con la natura si possono fare valide scelte sociali di Enrico Turrini; La ministra scotta di Corrado Conforti; Nessuno ci può riparare! a cura della Redazione Pegaso; Vielen herzlichen Dank, Herr Zaunegger! Potestà Genitoriale di Pasquale Episcopo; Il Paese atipico di Lorenzo Pellegrini; Riconquistare il territorio di Marinella Vicinanza; La Banca della Memoria di Cristiano Tassinari; “Dio Oggi” di Marinella Vicinanza; Cantare, vissuto di felicità di Rossella Sorce; Antibiotici: non abusiamone! di Sandra Galli; Sapori di casa nostra di Marta Veltri

Buona lettura! info@rinascita.de (de.it.press)

 

 

 

 

Italia Paese partner alla Fiera Internazionale di Hannover (19-23 Aprile)

 

Inaugurazione il 18 aprile con Angela Merkel e Silvio Berlusconi. Vertice italo-tedesco il 18 e il 19 aprile 

 

Berlino - L’Italia sarà Paese partner alla Fiera Internazionale di Hannover 2010 (che si terrà dal 19 al 23 aprile), e sarà inaugurata il 18 aprile dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dal cancelliere tedesco Angela Merkel.  Lo ha annunciato a Berlino l'ambasciatore d’Italia Michele Valensise nel corso della presentazione della Fiera tenuta in Ambasciata. L'apertura della Fiera coinciderà con il tradizionale vertice italo-tedesco previsto ad Hannover. Il summit, come hanno annunciato lo scorso 21 dicembre a Roma il ministro degli Esteri Franco Frattini e il suo omologo tedesco Guido Westerwelle si terrà infatti nei giorni 18 e 19 aprile.

“La scelta dell'Italia quale Paese-partner rispecchia l'importanza delle nostre tecnologie industriali e rappresenta un'ottima occasione per rafforzare le relazioni economiche con la Germania - ha commentato l’ambasciatore Valensise -. L'importanza del ruolo dell'Italia quale ‘partnerland’ risalta ancora di più in quanto l'inaugurazione della Fiera avrà luogo nello stesso giorno del summit italo-tedesco tra il primo ministro Silvio Berlusconi e la cancelliera Angela Merkel”.

Tema portante della Fiera di Hannover quest’anno sara’ la “Mobilità sostenibile” e le tecnologie innovative per uno sviluppo industriale sostenibile, efficace e rispettoso dell’ambiente.

Il “Padiglione Italia” sarà allestito e curato dall’Istituto per il Commercio Estero.

L’Ice, ha spiegato il presidente Umberto Vattani in conferenza stampa, “sta selezionando le aziende di punta nell’innovazione tecnologica. Così come si impegna per assicurare il successo del Sistema Fieristico italiano, l’Ice accompagna le imprese nelle grandi manifestazioni internazionali. La Fiera di Hannover è una finestra sul futuro: attraverso la ricerca e la creatività delle nostre aziende, i visitatori del ‘Padiglione Italia’ potranno sognare ad occhi aperti”.

L’edizione 2009 ha registrato la presenza di 6.500 espositori (50% internazionali), 240.000 mq di superficie espositiva, 250.000 visitatori (95% specializzati) e oltre 1.000 forum collaterali.

L'Italia, con 527 aziende espositrici (2009), sia in forma autonoma, sia in collettive organizzate da associazioni e altri soggetti (consorzi, ecc.), è da sempre il primo paese espositore dopo la Germania. (Inform)

 

 

 

 

Francoforte. Il progetto „Una casa per L'Aquila“. Appello dei promotori per completare l’impresa

 

Gentili signore, egregi signori e carissima Comunità italiana, in questo momento vediamo quotidianamente le immagini del gravissimo terremoto di Haiti. Ci ricorda il terremoto di 9 mesi fa che ha colpito L'Aquila. Subito dopo abbiamo iniziato una raccolta di fondi per la costruzione di un edificio al lavoro con bambini e giovani di diverse parrocchie de L’Aquila. 

 

Noi siamo un gruppo di italiani e tedeschi di Francoforte e dintorni, sosteniamo in collaborazione con la Missione Cattolica Italiana di Francoforte Centro la costruzione di tale edificio. I nostri interlocutori a L’Aquila sono la parrocchia giovanile ed il conservatorio di musica. Durante i primi mesi abbiamo potuto raccogliere 27.000 Euro. Con il passare del tempo e con tutte le nuove notizie su catastrofi naturali è difficile trovare ancora interesse per la situazione finora problematica de L’Aquila. Mancano ancora 8.000 Euro per iniziare i lavori e i ragazzi aquilani aspettano in maniera ansiosa la casa promessa.

 

Proprio adesso l’edificio diventa importante! Molte famiglie e studenti sono tornati nella città, abitano in appartamenti provvisori, vedono quotidianamente una città distrutta la cui  ricostruzione durerà anni, hanno subito la perdita di parenti ed amici – e con questo trauma devono superare le loro giornate a scuola ed all’università. Per tale motivo è importante avere un luogo sicuro in cui potere stare in contatto, dove possono essere seguiti dei corsi di musica e di teatro come supporto per elaborare l’accaduto e dove prepararsi per la Prima Comunione e la Cresima. Inoltre il segnale di partecipazione da parte di persone che vivono in un altro paese, in un tempo in cui la loro catastrofe viene dimenticata a causa di nuovi eventi è di grande importanza per questi bambini e giovani. Durante le ultime settimane e persino la notte di Natale si sono manifestate nuove notevoli scosse dopo settimane di tranquillità. Ciò ha contribuito ad aumentare ancora tutte le paure.

 

Per tale motivo in questo momento proviamo a raccogliere la somma che manca entro il 6 aprile, la ricorrenza del terremoto. Trovate ulteriori informazioni sul nostro progetto sulla homepage www.aquilahilfe.de e nell´opuscolo allegato.   

 

Desideriamo chiedere se volete sostenere il nostro progetto con un evento, una raccolta di denaro oppure con altre azioni. Questo sarebbe un grande aiuto. Tramite la nostra Diocesi di  Limburg esiste la possibilità di ottenere una “Spendenquittung” (ricevuta per le offerte di denaro).

Iris Wolter, Donatella Parente, Team del progetto „Una casa per L'Aquila“

donatella.parente@comunita-italiana-ffm.de  (de.it.press)

 

 

 

 

 

Avviata a Monaco di Baviera la “7a Rassegna Cinematografica del Mediterraneo”

 

Monaco di Baviera - Nell’ambito della "7. Rassegna Cinematografica del Mediterraneo", l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha presentato gli appuntamenti della seconda metà di gennaio. Tutti i film verranno proiettati in lingua originale con sottotitoli, in tedesco o in inglese, nella sala conferenze della Biblioteca Civica.

Si è iniziato il 15 gennaio, con "L’Orchestra di Piazza Vittorio", il film-diario della genesi della ormai famosa Orchestra di Piazza Vittorio, band nata da un'iniziativa di Mario Tronco, il tastierista degli Avion Travel, e Agostino Ferrente che, nel quartiere di Roma dove gli italiani sono "minoranza etnica", hanno riunito un gruppo di musicisti di strada (e non) che vengono da tutte le parti il mondo. Il film verrà replicato martedì 19, alle ore 20.30.

Il 21 e il 27 gennaio, rispettivamente alle 20.30 e alle 18.30, toccherà a "L’ultimo Pulcinella" di Maurizio Scaparro: una storia ambientata fra la Napoli d'oggi e la Parigi delle banlieues, che parla del rapporto, pieno di conflitti, tra un ragazzo napoletano che cerca nuovi stimoli creativi lontano dalla sua città, e di un padre, artista di strada, che guadagna con fatica la vita cantando e recitando nelle piazze di Napoli "le storie di Pulcinella".

Il 24 e il 30 gennaio, rispettivamente alle 20.30 e alle 18.30, verrà proiettato "Mare nero" (Black Sea) di Federico Bondi. La storia racconta di due donne che vivono insieme: Gemma, un'anziana da poco rimasta vedova, e Angela, la badante, una giovane rumena da poco tempo in Italia. Entrambe sole, giorno dopo giorno, si schiudono l'una all'altra; Gemma rivede nella vicenda di Angela la sua gioventù nell’Italia del dopoguerra e rivive la sua vita fatta di sacrifici. Finché non irrompe, violento, un tragico imprevisto. Accade così l'imprevedibile. In un’avventura "on the road" fuori tempo massimo, le due donne si ritrovano in Romania, alla foce del Danubio, ognuna alla ricerca della propria verità.

La Rassegna Cinematografica del Mediterraneo è stata organizzata da Filmstadt München e.V. (Circolo Cento Fiori, Griechisches Filmforum, Sinema Türk Filmzentrum), l’Istituto Francese di Monaco, l’Istituto Italiano di Cultura e Münchner Stadtbibliothek, in collaborazione con Filmitalia Spa, Catalan Films, Culturesfrance, Evangelisches Migrationszentrum / Griechisches Haus Westend, Panikos Chrysanthou e con il sostegno dell'Assessorato alla Cultura della Città di Monaco di Baviera. (aise) 

 

 

 

La lettera. Aachen. “L'Italia è un Paese che attrae sempre meno. Me soprattutto”

 

Cari amici, non ci conosciamo: mi chiavo Giovanni e sono anche membro del PD, purtroppo abito ad Aachen e non posso venire a Francoforte per motivi di lavoro. Ma seguo comunque a distanza i vostri dibattiti.

 

Volevo farvi partecipe di una riflessione: dopo 12 mesi son tornato a Milano per le vacanze di Natale, ed era un anno che non mettevo piede in Italia. Dunque sono andato via dall'Italia 4 anni fa ca. e ho visto un Paese al collasso. Distrutto. TV di bassa qualità, lavoro e situazione sociale pessima, università sempre peggio (io lavoro al politecnico di Aachen), informazione scarsissima e di parte. Mi dite voi come si possa portare l'Italia sulla retta via se prima non si cambia la mentalità di fondo degli italiani? Berlusconi e quei quattro disgraziati sono stati votati democraticamente 3 volte! Come si può combattere contro una mentalità di destra razzista e ultra bigotta? Come si può vivere in un Paese dove ci sono ancora delle caste (ordini professionali) che impediscono la libera concorrenza!

Sono molto demotivato e certo l'Italia è un Paese che attrae sempre meno. Me soprattutto. Saluti e buone feste! Giovanni (de.it.press)

 

 

 

 

 

Dalle vicende di Rosarno alle mobilitazioni dei consolati nella newsletter settimanale dell’On. Garavini

 

Le vicende di Rosarno, l’integrazione degli italiani all’estero, la mobilitazione dei Consolati di Amburgo e Losanna e l’articolo pubblicato da "The Observer" sulle mafie a Londra: su queste tematiche si sofferma l’on. Laura Garavini, deputata del Pd di Berlino eletta in Europa, che affida come di consueto le sue riflessioni nella newsletter settimanale riportata di seguito in versione integrale.

 

"Care democratiche e cari democratici in Europa, la Calabria è nel mirino e la ‘ndrangheta sta tirando i fili, a Reggio come a Rosarno. Dopo l’attentato davanti al Tribunale di Reggio Calabria, insieme a Pierluigi Bersani ed al Responsabile giustizia del Pd, Andrea Orlando, sono andata giù ad incontrare i magistrati che erano il bersaglio dell’attacco dei ‘ndranghetisti. Per esprimere a loro la nostra solidarietà e per parlare di lotta alle mafie. Adesso abbiamo presentato a Roma, in una conferenza stampa, il nostro piano urgente, in sette punti, per contrastare la ‘ndrangheta. Chiediamo, fra l’altro, che la ‘ndrangheta venga finalmente inserita nel codice penale come organizzazione mafiosa per la quale è previsto il carcere duro, che venga approvata rapidamente la norma contro l’autoriciclaggio per rendere perseguibile l’investimento dei capitali ricavati da attività criminali e che venga finalmente istituita l’Agenzia nazionale per i beni confiscati. Altri chiacchierano, noi facciamo delle proposte concrete.

La ‘ndrangheta dietro la caccia agli immigrati. Le vicende di Rosarno sono una storia triste e un brutto esempio del potere e della prepotenza della ‘ndrangheta sul territorio. Secondo gli investigatori la caccia ai neri è stata manovrata in gran parte dai boss locali, che trattano gli immigrati come un "usa e getta" umano. Li sfruttano, lasciandoli vivere in condizioni disumane, finché ne hanno bisogno per farli lavorare in nero e non si fanno scrupoli a sparargli addosso e a cacciarli via quando non gli servono più. Non esitano a punirli quando non vogliono pagare il "pizzo" e sono pronti a riprenderli come bestie quando ne hanno di nuovo bisogno. La ‘ndrangheta, insieme alle altre mafie, è fra coloro che approfittano maggiormente della debolezza e della marginalizzazione degli immigrati lasciati nell’illegalità. A Rosarno i boss hanno cavalcato la protesta per dimostrare che sono loro ad avere il dominio sul territorio: sulle barricate c´erano molti personaggi legati alla ‘ndrangheta. Fra gli arrestati c’è anche un figlio di un pericoloso boss locale. L’unico leader di partito che si è recato a Rosarno per informarsi di persona sulle vicende è stato ieri Bersani. Così come è stato l’unico ad andare a Reggio dopo l’attentato.

Integrazione, noi sappiamo come è importante. Noi italiani all’estero siamo migranti anche noi. Quando i primi siciliani, calabresi e campani negli anni 50 sono andati nei vari Paesi europei anche alcuni di loro sono stati vittime di razzismo. Per questo l’argomento del razzismo che sotto questo Governo purtroppo sta dilagando in Italia ci tocca particolarmente. D’altro lato tanti di noi hanno vissuto belle esperienze di integrazione nei nostri paesi di residenza. Per questo in Parlamento, nel Comitato permanente degli italiani all’estero, ho proposto di promuovere un convegno che presenti una serie di best practice, vale a dire gli esempi migliori di iniziative a favore dell’integrazione nei nostri rispettivi Paesi – per dimostrare in Italia che è possibile mettere in atto politiche diverse nei confronti degli stranieri; che non alimentino la caccia al nero, ma che invece promuovano un’integrazione vera.

Consolati, Amburgo e Losanna si mobilitano. Gli italiani nel mondo stanno continuando a battersi contro il piano di smantellamento della rete consolare proposto dal Governo. La delegazione più folta arrivata a Roma è stata quella degli italiani di Amburgo. Beatrice Virendi e Massimo Finizio dell’iniziativa "Salviamo il Consolato Generale" sono arrivati a Montecitorio con il Presidente e con i rappresentanti tedeschi di tutti i partiti dell’Assemblea regionale, con la portavoce della Camera di Commercio di Amburgo, con rappresentati del Consolato stesso e dell’Ambasciata tedesca. Beatrice, Massimo, complimenti per essere riusciti a sensibilizzare esponenti istituzionali tedeschi così autorevoli a battersi insieme a noi per la salvaguardia del Consolato Generale di Amburgo. Domani parteciperò ad una manifestazione a Losanna, anche lì contro il piano di smantellamento del Governo. Vista l’onda di proteste in tutta Europa la maggioranza non può continuare ad ignorare le richieste di rivedere il suo piano di chiusura. Il Governo deve capire che i risparmi prospettati sono del tutto sproporzionati rispetto al danno che si avrebbe con la razionalizzazione della rete consolare – ad Amburgo e Losanna, come a Basilea (già declassato), Coira, Genk, Liegi, Lilla, Mannheim, Mons, Mulhouse, Norimberga e Saarbrücken.

The Observer sulle mafie a Londra. Che le mafie si sentano a casa loro anche in altri Paesi in Europa lo rivela un articolo di The Observer di fine anno. Cosa nostra, la Camorra e la ‘ndrangheta stanno cercando di allungare i loro tentacoli a Londra”.

De.it.press

 

 

 

Il volto dell'altro. La Chiesa e gli immigrati: "no" alla violenza, "sì" all'accoglienza nella legalità

 

"Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell'ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell'ambito delle condizioni concrete di vita". Sono le parole di Benedetto XVI all'Angelus di domenica 10 gennaio, in riferimento a quanto stava avvenendo a Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, dove, la settimana scorsa, alcune centinaia di lavoratori extracomunitari, impegnati in agricoltura e accampati in condizioni inumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un'altra struttura abbandonata, hanno scatenato una guerriglia urbana, per protesta per il ferimento di due extracomunitari con un'arma ad aria compressa e pallini da caccia. La violenza, ha ammonito il Santo Padre all'Angelus, "non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano! Invito, a guardare il volto dell'altro e a scoprire che egli ha un'anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come ama me". Un invito raccolto da sempre dalla Chiesa calabra, nel suo impegno per gli ultimi.

 

Nostri fratelli. "Ritengo sia mio grato dovere, di vescovo, dire un grazie al Signore per il comportamento della Chiesa di Oppido-Palmi non solo in questi giorni, ma per tutti i lunghi anni in cui è nato e cresciuto il fenomeno degli immigrati in diocesi, specie a Rosarno… La misericordia di Dio praticata dal nostro clero e dai nostri laici mi è stata di grande conforto nelle recenti tristi giornate". E' quanto ha scritto mons. Luciano Bux, vescovo di Oppido-Palmi, in un messaggio da leggere nelle messe di domenica prossima e prefestive di sabato", dopo i fatti di Rosarno. "Abbiamo accolto gli immigrati - si legge nel messaggio - non solo come persone umane, ma come nostri fratelli, a cominciare dai fedeli di Rosarno guidati dai sacerdoti operanti nelle tre parrocchie insieme ai diaconi e alle suore, fino a comunità e gruppi operanti in tante altre località della diocesi". Il vescovo si è rivolto anche ai fedeli: "Ogni volta che vedete un essere umano che è nel bisogno, non state solo a guardare e a parlare, ma rimboccatevi le maniche e datevi da fare come potete per alleviare le loro sofferenze". Mons. Bux, il 13 gennaio, ha incontrato i cinque detenuti stranieri arrestati dopo gli episodi avvenuti nei giorni scorsi a Rosarno. Per loro i giuristi cattolici della diocesi hanno messo a disposizione cinque avvocati del Foro di Palmi che si sono dichiarati disponibili ad assisterli durante tutto il corso dell'iter giudiziario a titolo assolutamente gratuito.

 

Chiesa sensibile e presente. "L'aspetto politico sociale e morale" sulla vicenda di Rosarno "mi pare sia fondamentale per individuare le responsabilità di tutti su un fenomeno che da anni ha sempre evidenziato l'emergenza di un 'popolo' sfruttato in un contesto di illegalità ed in uno stato di degrado tangibile a chiunque". E' quanto ha affermato don Silvio Mesiti, cappellano del carcere di Palmi e assistente dell'Unione giuristi cattolici della diocesi di Oppido-Palmi, sottolineando che la Chiesa diocesana è stata "sempre sensibile e presente su queste problematiche non solo nella gestione dell'emergenza ma anche con interventi diretti di mons. Bux presso le autorità competenti, invitandole ad intervenire per eliminare quelle situazioni, ottenendo anche se parzialmente, alcuni rimedi e dando direttive a tutte le forze del volontariato del territorio". Il sacerdote ha sottolineato l'impegno a Rosarno di centinaia di volontari, guidati dai loro parroci don Giuseppe Varrà e don Carmelo Ascone, nelle due mense per questi immigrati.

 

La forza della denuncia. "Da anni la Chiesa di Oppido Mamertina-Palmi - ha affermato mons. Santo Marcianò, arcivescovo di Rossano-Cariati -, impegnata con coraggio nella testimonianza e nell'annuncio evangelico all'interno di un difficile contesto sociale, ha ripetutamente denunciato l'insostenibile condizione di tanti fratelli immigrati, sfruttati e mortificati nella loro dignità di persone umane". "Noi come Chiesa facciamo molto - prosegue mons. Mondello - ma non possiamo risolvere tutti i problemi di competenza delle altre istituzioni". Lo ha detto mons. Vittorio Mondello, presidente della Conferenza episcopale calabra. Quello che è avvenuto è stata, per Filippo Curatola, direttore de "L'Avvenire di Calabria" (diocesi di Reggio Calabria-Bova e Locri-Gerace), "una pagina fin troppo amara", benché ci siano stati nel tempo "l'impegno semplicemente straordinario con cui da più di vent'anni le Caritas parrocchiali di Rosarno aiutano gli immigrati", "la singolare vicenda di Norina Ventre, la cosiddetta Mamma Africa", "le piccole storie delle tante famiglie che quotidianamente cucinavano a casa propria per sé e per qualcuno degli immigrati" e "il gruppo di volontari che alle quattro del mattino si recava nelle baraccopoli per portare a quei fratelli immigrati un tè caldo e una colazione". Sir eu

 

 

 

 

L’ordine del giorno approvato dalla Commissione dei Lucani all’estero

 

Potenza - La Commissione dei Lucani all’Estero riunita a Potenza con la partecipazione della Regione e degli Enti Locali l’8 e 9 gennaio 2010 approva la relazione e le conclusioni del presidente, il piano annuale e triennale 2009/11 e apprezza l’iniziativa della regione Basilicata, degli Enti locali e delle forze sociali di approvare l’impegno presso le comunità lucane nel mondo con risorse, progetti e misure adeguati.

 

  Dal 1861 sono espatriati dalla Basilicata 735.000 persone e ne sono rientrate  oltre 250.000, mentre la comunità lucana nel mondo di prima, seconda,terza e quarta generazione conta oggi oltre 1.600.000 persone di essi oltre 300.000 giovani dai 18 ai 35 anni. Le associazioni sono 180  e 17 le Federazioni nazionali.

  La Commissione, in questo particolare momento di crisi economica internazionale e di profonda ristrutturazione dei sistemi produttivi e dei servizi a livello mondiale esprime la disponibilità della comunità lucana nel mondo a definire uno sforzo comune per sostenere investimenti esteri in Basilicata, interventi concreti per lo sviluppo dei flussi turistici in Basilicata, anche attraverso l’utilizzazione degli incentivi decisi dal consiglio Regionale, in attesa del Regolamento che dovrà predisporre il dipartimento Attività produttive, il primo sostegno alle attività degli sportelli Basilicata nel Mondo per incrementare l’export e l’import, le attività culturali e di scambi, nonché corsi di lingua italiana e di attività formative oltre al Museo Regionale dell’emigrazione.

  A tale proposito la Commissione chiede alla Regione Basilicata, all’Università di Basilicata, al sistema formativo regionale  e alle parti sociali, di definire con urgenza anche in rapporto alle approvazioni del PIGI, di un piano straordinario di alta formazione, che superi l’attuale mancanza di misure formative che nel 2010 e nel triennio dia risposte ai giovani lucani nel mondo.

  Il progetto dovrà permettere la fruizione dei corsi anche con il sistema di prenotazione on-line con le necessarie risorse finanziarie.

  La Commissione, tramite il Comitato Esecutivo, avanzerà per le prossime elezioni regionali e al nuovo governo regionale le proposte e gli interventi della Comunità Lucana nel mondo  per migliorare la normativa  che la riguarda a partire anche modificando la denominazione da Lucani all’Estero -nel Mondo- nonché le priorità  per lo sviluppo della regione e l’apporto dei lucani all’estero   e per la necessaria continuità nelle iniziative della Commissione .

  La Commissione organizzerà  nei prossimi mesi  un Forum Mondiale di esperti  di origini lucane per mettere a punto  idee forza e progetti  che contribuiscano al rilancio della programmazione per il lavoro e lo sviluppo.

  La Commissione chiede anche, per sostenere l’attuazione dei progetti, di rafforzare gli organici regionali e sub regionali, in attesa dell’espletamento dei concorsi di personale specializzato in traduzioni e interpretariato, che attraverso lo scorrimento di graduatorie concorsuali in vigore, concorrano alla riuscita dei programmi.

  La Commissione in relazione ai gravi fatti accaduti a Rosarno esprime solidarietà agli immigrati presenti in Italia e in Basilicata che devono che devono essere sostenuti con misure normative e finanziarie adeguate per il miglioramento delle condizioni di chi vive e lavora anche in Italia e Basilicata. Approvato all’unanimità dall’assemblea. (Inform)

 

 

 

UE. Concorso per il 20° della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. “Disegnami un diritto”

 

Bruxelles - Vent’anni fa, le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Ciò significa che, per la prima volta, gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno convenuto taluni diritti da rispettare integralmente in qualsiasi situazione, per qualsiasi minore di 18 anni. Ad oggi i Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione sono 195 in tutto il mondo.

Quest'anno, in occasione dell'importante ricorrenza, la Commissione Europea ha lanciato un concorso intitolato "20° anniversario della Convenzione sui diritti dell'infanzia delle Nazioni Unite", rivolto ai ragazzi di età compresa tra i 10 ed i 18 anni dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea.

Lo slogan del concorso è "Disegnami un diritto!": i partecipanti devono creare un poster che illustri uno dei diritti sanciti dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia. I poster dovranno essere inviati entro il 19 marzo 2010. I moduli per partecipare sono disponibili on line sul sito Internet www.europayouth.eu.

I candidati devono formare squadre di almeno quattro giovani e un adulto, che sarà responsabile della squadra per tutta la durata del progetto, inclusi viaggi e cerimonie di premiazione.

 

Non esiste limite massimo al numero di giovani per squadra; le squadre finaliste saranno invitate a Roma e, in caso di selezione, alle finali europee di Bruxelles per la cerimonia di premiazione finale.

Saranno coperte le spese di trasporto e alloggio per quattro giovani e un adulto accompagnatore per le squadre selezionate. I poster dei vincitori nazionali saranno presentati sul sito web della Commissione Europea nello Stato membro interessato e sul sito web della Direzione generale Giustizia, Libertà e Sicurezza e potranno essere usati per le future campagne europee sui diritti dell'infanzia. (aise) 

 

 

 

 

Indagine tra gli imprenditori italiani all’estero

 

Per il 54% degli intervistati da Assocamerestero è in ripresa l’attività sull’estero, e per circa i due terzi le protagoniste del rilancio sono le imprese di media dimensione.

 

  ROMA - Le piccole e medie imprese italiane tengono testa alla crisi e aprono la strada alla ripresa puntando sull’apertura all’estero come opportunità di crescita e innovazione.

  Un’indagine condotta da Assocamerestero con il contributo di 66 Camere di Commercio Italiane presenti in 46 Paesi presso i rappresentanti degli oltre 24 mila imprenditori collegati alle CCIE, evidenzia tre approcci strategici adottati dalle aziende italiane per far fronte all’attuale clima di incertezza dei mercati internazionali:

- market seeking, che prevede lo sviluppo della proiezione internazionale soprattutto attraverso la ricerca di nuove nicchie di mercato ancora poco esplorate, dove la qualità dei prodotti italiani risulta fortemente competitiva (50%).

La strategia di differenziazione interessa soprattutto Paesi come India e Brasile, verso cui a novembre le nostre esportazioni sono cresciute del 23% e del 6% su base annua, ma anche realtà come gli Stati Uniti, fortemente colpiti dalla crisi, in cui le imprese riconoscono la necessità di riorientare le loro modalità di presenza, consapevoli che la vendita di prodotti continua a risentire della flessione dei consumi (-24%);

- partnership increasing, in cui emerge la volontà di implementare accordi di collaborazione che permettano una più efficace strutturazione della domanda. Le imprese consolidano le posizioni già acquisite sui mercati esteri, puntando soprattutto sulla capacità di aprirsi a nuove relazioni e inserirsi, attraverso specifici accordi sviluppati in loco, in nuove reti logistiche e distributive (31%), o facendo ricorso a modalità di presenza più innovative, come investimenti in catene distributive e servizi post-vendita al cliente (30%).

Sono associati a tale gruppo paesi dell’Est asiatico, tra cui Cina e Hong Kong, determinanti per il futuro andamento del commercio internazionale italiano, verso cui, solo nell’ultimo mese, il nostro export è aumentato del 9%.

- market leaving, che si caratterizza per il ripiegamento sul mercato domestico da parte delle imprese italiane e la conseguente riduzione dell’attività sull’estero (per il 21% degli intervistati).

In questo gruppo sono compresi quei Paesi in cui le nostre imprese adottano una strategia difensiva, che garantisce una sostanziale tenuta delle vendite e, al tempo stesso, mantiene inalterati i livelli di impegno per ciò che riguarda le strategie di consolidamento e collaborazione. Appartengono a questa categoria importanti Paesi europei di destinazione delle nostre merci, quali Germania, Francia, Regno Unito e Spagna.

  Per l’80% degli intervistati, dunque, si stanno facendo strada sui mercati esteri due strategie delle imprese - market seeking e partnership increasing - che mettono al centro del loro sviluppo l’internazionalizzazione. Effetto anche del miglior clima di fiducia che, secondo gli ultimi dati Isae diffusi ieri, si colloca ai massimi da giugno 2008.

   “I risultati dell’indagine rivelano il volto di un’impresa italiana realmente “globale” - afferma Augusto Strianese, presidente di Assocamerestero – che per rimanere competitiva ha investito in nuove forme di alleanze e aggregazione con altre imprese. Perché l’internazionalizzazione rappresenti davvero uno strumento di crescita e rilancio, bisogna però assicurare alle piccole e medie imprese un supporto coeso e integrato, aiutandole a dotarsi di una buona strategia d’attacco, fatta di una profonda conoscenza dei mercati internazionali – aggiunge Strianese – proprio in questo le Camere italiane all’estero, possono dare un contributo strategico e qualificato, attraverso progetti che consentano economie di scala e mettano a frutto le specificità di ognuno, per favorire lo sviluppo del nostro sistema imprenditoriale sia nei Paesi extra-europei, che assorbono il 41% del nostro export, sia in ambito europeo e nel bacino del Mediterraneo, in cui l’incremento dei volumi di vendita deve sempre più unirsi a nuove e più strutturate modalità di presenza”.

  Tra i servizi ritenuti necessari dalle imprese in questa fase di crisi, oltre un terzo degli intervistati (36%) indica la ricerca di partner locali per joint venture o accordi di collaborazione, mentre il 20% individua le missioni commerciali come strumento fondamentale per esplorare le opportunità dei mercati internazionali.

  A seguire, troviamo la richiesta di analisi di mercato dettagliate e aggiornate (13%) per approfondire le caratteristiche dei Paesi esteri. Altro elemento indispensabile è una qualificata informazione su normative doganali, gare d’appalto, etc. (11%). Analoga percentuale ritiene la partecipazione a fiere un’occasione concreta per fare affari. 

Chiudono la classifica le informazioni circa l’affidabilità e la solvibilità delle controparti estere (9%). (Inform)

 

 

 

 

Haiti. "Perché ci lasciate soli?" Aiuti nel caos, esplode la violenza

 

Acqua e cibo non bastano, saccheggiati case e negozi  - In strada le bande armate impongono la legge del più forte - dal nostro inviato ALBERTO FLORES D'ARCAIS

 

PORT-AU-PRINCE - La terra trema ancora e l'inferno di Haiti non trova una via d'uscita. Il caos si aggiunge al caos, la rabbia rasenta la rivolta, la rassegnazione diventa paura.

Decine di migliaia di persone si aggirano tra quelle che erano le strade di Port-au-Prince alla ricerca di acqua, di cibo, di sopravvivenza, senza neanche il tempo di piangere i propri morti.

Il quarto giorno dopo la grande scossa che ha cancellato la pianta della capitale, le rovine diventano macerie. Questa volta è stata più lieve, 4,5 gradi della scala Richter, ma è bastata a far crollare edifici pericolanti, a paralizzare il traffico, a seminare il terrore negli occhi dei bambini. Sulla Dalmas, la grande via che era il cuore della città, le jeep dei soccorsi fanno fatica a superare i detriti, gruppi di volontari improvvisati cercano di mettere ordine, le poche ruspe disponibili finiscono di abbattere gli edifici in cemento armato.

 

È un'emergenza senza fine, con il governo che latita, gli aiuti che arrivano in modo caotico, dove i più forti prevalgono sui deboli e i più violenti sugli indifesi. Non c'è praticamente polizia nelle strade sterrate che si inerpicano sulle colline, le poche divise che si vedono non ispirano fiducia coi loro volti truci e un modo di fare che non aiuta. "Lì sotto da giorni ci sono i nostri figli", urla disperata Ventrice, donna e madre ancora bambina, maledicendo il governo, "les americains", gli aiuti che non arrivano mai. "È da quattro giorni che chiediamo soccorsi, li sentivamo gridare lì sotto, ma nessuno è arrivato, solo ieri sera è comparsa una jeep dell'Onu. Ma sono andati via perché non avevano gli strumenti adatti".

 

Dopo quattro giorni i soccorsi sono ancora a singhiozzo. L'aeroporto, in mano ai soldati americani, funziona adesso a pieno regime ma sono loro che decidono le priorità, e questo ha causato frizioni con brasiliani e francesi, dopo che a un cargo transalpino è stato negato il permesso di atterrare. Hanno la precedenza gli aerei "ufficiali", quelli degli Usa, delle Nazioni Unite e delle organizzazioni governative, coordinate da un governo locale che non sa cosa fare e aggiunge insipienza all'incompetenza. Gli aerei cargo arrivano al ritmo di novanta al giorno, ma i camion di aiuti partono per i palazzi ufficiali, la distribuzione di acqua, cibo e medicinali va a rilento, intere zone della capitale non sono ancora state raggiunte. Incompetenza che penalizza le Ong, i volontari che arrivano da ogni parte del mondo perfettamente equipaggiati e che vengono sottoposti a lunghissime attese, a inutili vessazioni, mentre tutto attorno decine di migliaia di persone implorano acqua e fasciature per anziani e bambini.

 

Ieri mattina è stata emblematica. Lungo la pista dell'aeroporto, con i marines schierati mitra in braccio, per ore sono arrivati solo cargo dell'Air Force. Aiuti? No, solo uomini dei servizi di sicurezza, poliziotti di Filadelfia con le uniformi blù, corpi speciali in mimetica. Tutto per attendere l'arrivo di Hillary Clinton, prima annunciato per mezzogiorno, poi posticipato per una imprevista sosta del Segretario di Stato a Portorico. Questioni di sicurezza necessarie ma che cozzano con quanto accade dall'altra parte della strada, dove una fila chilometrica attende il proprio turno per avere un po' di pane dalla "cucina viaggiante" fatta arrivare fin qui dal governo della vicina Repubblica Dominicana. A migliaia si buttano accapigliandosi per prendere il cibo che viene lanciato dagli elicotteri.

 

Cresce la rabbia che genera violenza. In diversi quartieri la gente esasperata ha dato l'assalto ai pochi negozi aperti, in un povero quartiere l'attacco di un migliaio di persone si è trasformato in una serie di violenze incontrollabili. Gli ospedali che funzionano si contano sulle dita, alle porte i militari in assetto di guerra cercano di frenare il disordine, ma i medici sono talvolta costretti a interrompere il proprio lavoro per gli assalti della gente esasperata. Attorno a una clinica si è sparato, la delinquenza si mischia tra la folla, imponendo la legge del più forte. L'acqua, il cibo e i medicinali valgono oro oggi ad Haiti, gli aiuti sono gratis ma chi se ne appropria non per bisogno improvvisa un mercato nero, spesso sotto gli occhi di una polizia compiacente quando non connivente.

 

La paura arriva con la notte, quando solo i fuochi illuminano le strade e a migliaia si aggirano per le strade, cercando un accampamento di fortuna lungo i marciapiedi, tra le rovine dei negozi e le case distrutte. Si aggregano in gruppi, ognuno con il suo leader, si difendono dagli assalti di gang in moto che scorrazzano per la città armate di machete, difendono le proprio figlie dai frequenti stupri. È di notte che l'inferno di Port-au-Prince diventa incontrollabile. Interi quartieri, i più poveri, quelli dove la violenza la fa da padrona da sempre, sono lasciati senza alcuna difesa. Di giorno non ricevono niente, di notte devono convivere con il terrore.

 

"Fuori, fuori tutti", urlano gli uomini del team spagnolo dai caschi rossi e gialli davanti a quel che resta del Colegio e delle sue classi per bambini, adolescenti e universitari che a decine sono rimasti sepolti lì sotto. È il momento della scossa di ieri mattina, e i volontari che arrivano da Valencia si fanno responsabili di tutta l'area. "Ci hanno mandato in questa scuola solo stamattina", racconta Josè Castillo, "anche se ad Haiti ci siamo da mercoledì. Il primo giorno ci hanno tenuto in un commissariato di polizia, sostenendo che dovevano avere ordini precisi su di noi, il secondo giorno ci hanno mandato in un quartiere di ville. Era morto, sepolto sotto le macerie, un amico del presidente di Haiti e dell'ambasciatore svedese: abbiamo fatto un lavoro inutile per ore, mentre a pochi chilometri di distanza potevamo ancora salvare molte vite. Siamo qui dall'alba ma adesso possiamo trovare solo cadaveri".

 

Lungo le strade che le macchine percorrono a passo d'uomo ci sono decine e decine di feriti. Una ragazza con le gambe fratturate viene consolata da una vecchia che le accarezza dolcemente la testa, il padre, lì vicino, maledice tutti. "Non c'è un'ambulanza, non ci sono garze, mia figlia è ferma qui dal giorno del terremoto, un amico è riuscito a parlare con un medico, ci ha dato qualche indicazione su come sistemarla. Ma possibile che non venga nessuno? Per favore chiamate i soccorsi, aiutateci".

 

Sembrano rassegnati, le vittime come i soccorritori, eppure ancora venerdì cinquanta persone sono state estratte vive dalle macerie, l'ennesimo miracolo che si ripete ogni terremoto, in ogni parte del mondo. "Dobbiamo continuare a cercare, anche se dopo 72 ore è veramente difficile trovare dei sopravvissuti", dice un medico francese che vive nella vicina Santo Domingo e che martedì notte non ci ha pensato due volte prima di prendere l'auto e dirigersi verso la frontiera.

Sembra impossibile, eppure la vita va avanti. Alle pompe di benzina le file sono lunghe, ma con molta pazienza i fortunati che hanno ancora un'auto riescono a riempire i serbatoi. Come in tutte le tragedie ci sono episodi che strappano il cuore, gente che non ha niente che dà qualcosa a chi ha ancora meno, una solidarietà che permette di sopravvivere nell'attesa che qualcosa cambi veramente. Giriamo per la città senza poter fare nulla di concreto per loro, eppure ci chiamano, ci chiedono il nome, ci sorridono, ci danno la mano, ci raccontano quella notte da incubo che nessuno dimenticherà mai. LR 17

 

 

 

 

La cattiva coscienza degli Usa

 

Un sogno luminoso sembra sorgere dalle macerie di Haiti, il sisma è una drammatica forma di eterogenesi dei fini. Per dimensioni, per miseria, per contrasto, l’orrore in cui sono morti gli ultimi della terra, sembra far scorgere di nuovo all’Occidente un segno morale nelle sue azioni. Guardare nell’abisso e chiedersi se non sia possibile reinventare la storia. Guardare al biforcarsi della strada tra quello che gli uomini possono fare o vogliono fare, tra decisione e passività, tra immaginazione e realtà. In fondo ai due sentieri c’è non solo il futuro di milioni di persone, ma il rispetto per sé stesse delle nostre buone democrazie occidentali.

 

Di questo parla l’incredibile sforzo umanitario messo in atto dalle nostre nazioni. Stati Uniti innanzitutto - che in queste ore sembrano aver guardato negli occhi il loro ruolo di padri-vessatori-padroni dei Caraibi, assumendosene le responsabilità. Il soccorso ad Haiti di Washington ha assunto dimensioni materiali e intellettuali che non si ricordano a memoria recente. Un ingente stanziamento di soldi e di uomini, benedetto da una promessa che ricalca le parole che Obama di solito riserva al suo Paese: «Voglio parlare direttamente alla gente di Haiti. Non sarete abbandonati, non sarete dimenticati. Nell’ora del vostro più intenso bisogno, l’America è con voi». Un intento firmato da una straordinaria unità politica della leadership americana: accanto a Obama, Hillary Clinton, Biden, ma anche Clinton e Bush.

 

Impossibile non leggere in questa coreografia, intensità di sforzi e unità di intenti, il disegno che gli Stati Uniti evocano: riprendere in mano la storia - quella fra Haiti e gli Usa - e riscriverla, per il bene di milioni di persone, ma, in definitiva, soprattutto per il bene e l’onore della stessa America.

 

I torti che Washington ha da farsi perdonare non sono infatti solo quelli delle origini: che la rivoluzione americana sia stata schiavista è ormai un fatto passato. Più dolenti sono invece le colpe maturate dalle amministrazioni Usa negli ultimi venti anni - democratici e repubblicani, Clinton e Bush, uguali. Non a caso i due ex Presidenti sono stati chiamati ad aiutare e non a caso entrambi si sono immediatamente - e umilmente - resi disponibili.

 

Ci sono ragioni specifiche per cui Haiti non è governabile da due decenni, cioè dalla fine dei 30 anni di dittatura dei Duvalier. Stato senza Stato, frontiere attraversabili con poche centinaia di dollari di corruzione, mano d’opera disperata, hanno fatto di questa isola il maggiore aeroporto illegale per lo smercio del traffico di droga dall’America Latina verso Usa e Europa. Secondo le stime ufficiali del governo americano, il 20 per cento di tutta la droga che arriva in Usa viene spedita attraverso Haiti. È ormai l’unica industria del Paese, dopo la fine del turismo a causa della criminalità. Nel 2003 Haiti è stata poi messa sotto osservazione americana per un secondo tipo di traffico non meno pericoloso: secondo Washington l’isola è la base per entrate clandestine in Usa di potenziali terroristi o immigrati da Paesi a rischio, come Pakistan e Palestina.

 

Dei due ex Presidenti, forse Bush è quello che porta sulle spalle la responsabilità minore - se minore è il peccato dell’oblio. Che Bush abbia scelto infatti di non focalizzare la sua attenzione politica su questo disastro, mentre gli Usa erano impegnati in Iraq e Medioriente, è stato quasi naturale. Ma è grazie a questa disattenzione che il ciclone del 1998 fu quasi ignorato in America. L’ultima volta che si è sentito parlare di Haiti, nell’epoca di George Bush è stato attraverso un appello dell’Onu nell’aprile del 2003, in cui si chiedeva alla comunità internazionale una donazione di 84 milioni di dollari per combattere la crisi umanitaria del Paese.

 

E’ Bill Clinton, che invece tentò una politica vera, ad avere la responsabilità del maggiore fallimento. Due giorni fa, nelle prime ore del disastro, è stato proprio un suo collaboratore, David Rothkopf che guidava l’agenzia clintoniana per la ripresa economica di Haiti, a fare pubblicamente autocritica. Nel 1991 venne eletto nelle prime elezioni democratiche del Paese il sacerdote Jean-Bernard Aristide, considerato dai democratici americani come un Mandela dei Caraibi. Ma Aristide provocò il definitivo collasso politico del nuovo Stato. Venne quasi immediatamente deposto, riportato al potere nel 1994 con l’appoggio militare e politico di Clinton; venne di nuovo deposto e di nuovo nel 2001 rimesso in sella. Questo indiscusso appoggio, dice ora David Rothkopf, fu il vero errore: «Alla fine venne fuori che Aristide non era il santo che le commosse star di Hollywood e i giornalisti americani liberal sostenevano». Eppure, continua, «sapevamo, ce lo aveva detto l’intelligence, chi era Aristide, ma abbiamo guardato dall’altra parte». Non fu un errore dovuto a malafede, ma, al contrario, a un’illusione: «Vedemmo Aristide come la possibile affermazione di una politica fondata sulla speranza». Ma il risultato è lo stesso. Per questo Clinton è rimasto impegnato con Haiti. Per questo oggi viene richiamato ad avere un ruolo.

 

Il fardello di decenni è ora tutto raccolto da Barack Obama, nero lui stesso - e il colore della pelle non è un dettaglio. Se Obama ridesse speranza ad Haiti, salverebbe gli errori del passato, e bilancerebbe forse nel suo cuore, e in quello di molti dei suoi votanti, le decisioni di guerra fatte dagli Usa, e oggi da lui stesso, su altri fronti.

 

Da Haiti insomma qualcosa può ripartire. La storia forse si può riscrivere. Di questo parlano queste ore. E se Cuba, l’Arcinemica, ha deciso di acconsentire ad aprire agli Yankee i suoi spazi aerei, per facilitare le operazioni di soccorso, forse a questo nuovo inizio gli Usa non sono i soli a pensare. LUCIA ANNUNZIATA

 LS 16

 

 

 

 

Tasse e spesa pubblica. L’uscita dalla crisi e il peso del debito

 

Ci sono ancora diverse anomalie nei mercati finanziari che ci allertano su quanto sia ancora complicata la risoluzione della crisi finanziaria e di quella reale, e sul loro possibile decorso. Una in particolare è molto di attualità: il “rischio Paese”, cioè il premio per il rischio nei rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine a fronte di una possibile insolvenza. Questa anomalia ci impedisce di escludere del tutto un eventuale evolversi della crisi in una terza fase: da crisi finanziaria, a crisi reale, a crisi del debito governativo.

Le ingenti risorse impegnate per sostenere il sistema bancario e l’economia, specialmente negli Stati Uniti e in Inghilterra, gravano sui bilanci pubblici e mettono ora in pericolo la solvibilità dei governi stessi. Dopo che i governi hanno salvato le banche e le case automobilistiche, chi li salverà? Anche per i Paesi che sono stati più virtuosi e rigorosi, come l’Italia, la crisi dell’economia reale si fa sentire per le minori entrate e la maggiore spesa sia per i sussidi di disoccupazione che per gli incentivi fiscali. Tassi di disoccupazione a due cifre sono per i bilanci dei governi come i titoli tossici per le banche.

Ci eravamo convinti che un’unica valuta avrebbe portato un unico tasso d’interesse e, invece, i differenziali nei tassi in Europa si sono aperti proprio a catturare questo “rischio Paese”. Rispetto alla Germania, stanno peggio la Grecia e l’Irlanda con differenziali pari al 2,5% e 1,5% a significare rischi di insolvenza del 4% e del 2,5%, rispettivamente, su base annua. Rischi non certo trascurabili. In posizione intermedia, il Portogallo, la Spagna e l’Italia con probabilità di insolvenza pari a circa l’1%. Sta meglio la Francia.

La crisi ci insegna che può accadere anche l’impensabile, così come il fallimento di Lehman Brothers e il congelamento dei mercati monetari più sofisticati. Non sorprenderebbe scoprire, anche a breve, che crisi di fiducia possano colpire il debito di alcuni Paesi, anche quelli industrializzati, costringendoli a ristutturazioni o al default, soprattutto se la ripresa tarda a venire. La strada che si impone a tutti è quella dell’austerità.

In questo clima, la posizione del Governo italiano è condivisibile. Non è questo il momento giusto per ridurre le tasse. Tuttavia è auspicabile che questa situazione di crisi apra un nuovo confronto.

È auspicabile che questa situazione di crisi, proprio perché blocca ogni possibilità di azione e di sostegno all’economia, apra il confronto sul tema dell’equità e della giustizia sia delle tasse, così come ha detto Tremonti, ma anche della spesa pubblica e del debito pubblico.

Sulle tasse, banalizzando, l’Agenzia delle Entrate ci ha mostrato un’Italia “povera”, in cui pochi contribuenti dichiarano un reddito superiore ai centomila euro e che certo non rispecchia quello che è sotto gli occhi di tutti, di un’Italia comunque che in gran parte ostenta i proprio consumi e in cui le famiglie detengono una considerevole ricchezza finanziaria. Non è indice di equità scoprire che i lavoratori dipendenti sono quelli che pagano di più le tasse rispetto agli altri. Ben venga che ad una semplificazione del sistema impositivo si accompagni una maggiore e ben indirizzata azione di riequilibrio dei pesi fiscali che ci permetta di recuperare aree di sommerso e un domani di ridurre l’imposizione fiscale.

Sulla spesa pubblica, tasse alte sarebbero anche giuste e giustificate se la spesa pubblica fosse all’altezza. Ma anche qui non è quello che i nostri occhi vedono. Gli sprechi della pubblica amministrazione, a partire da quelli della politica. Le inefficienze e le lacune del sistema sanitario, di quello scolastico e universitario. La decadenza degli edifici pubblici, delle nostre scuole, degli ospedali. Le infrastrutture da Terzo Mondo del Sud Italia. Bisogna fare ancora molto prima che chi paga le tasse le percepisca come giuste, e chi non le paga le voglia pagare.

Infine, anche il debito pubblico merita una valutazione alla luce del valore dell’equità intergenerazionale. Sarebbe equo che al terzo debito pubblico del mondo corrispondessero dei servizi e delle infrastrutture da primo mondo di cui le nuove generazioni possano beneficiare, ma così non è. Questo debito è figlio in gran parte degli sprechi della politica degli anni Ottanta e dei mille clientelismi italiani. Il debito pubblico è una eredità di quegli anni e già ce li ricorda a sufficienza. In questa crisi così complicata, proprio per quel debito, fa riflettere che non ci siano risorse per aiutare le famiglie che stentano a finire il mese e chi è in difficoltà perché perde il posto di lavoro. PIERPAOLO BENIGNO Im 17

 

 

 

 

Le banche e la crisi. Chi non paga per gli errori

 

Mentre le fabbriche chiudono e i lavoratori perdono il posto, le banche, vere responsabili della crisi, fanno profitti; li fanno dopo essere state salvate dai contribuenti e li devolvono in gran parte a se stesse sotto forma di lauti guadagni per dirigenti e amministratori; nello stesso tempo rifiutano il credito alle imprese e, obbligandole a chiudere e a licenziare, affossano l'economia. Sono accuse note; le ripete anche il presidente Obama.

Come non farsi travolgere da simili accuse indirizzate a unmestiere già impopolare prima della crisi? Invece bisogna ragionare e non farsi travolgere. E se il ragionare comincia col distinguere, occorre esaminare le accuse una per una.

Oggi guardiamo ai salvataggi bancari, questione bruciante perché il denaro usato era del contribuente. Si noti che i salvataggi — cerniera tra il prima e il dopo crisi— sono avvenuti soprattutto in Paesi orgogliosamente predicanti le virtù magiche della proprietà privata e del mercato libero: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Olanda; non in Italia, dove le banche si sono rafforzate con capitali privati. Si noti anche che il tema va tenuto distinto da altre questioni riguardanti il modo in cui le banche si conducono oggi coi loro debitori, nel mercato finanziario, nel compensare dirigenti e amministratori: questioni su cui occorrerà tornare e che riguardano tutte le banche, non soltanto quelle in cui lo Stato ha immesso capitale.

È, era, giusto salvare le banche? In condizioni normali la risposta è no. Se è cronicamente incapace di fare utili, qualunque impresa, anche se banca, deve uscire dal mercato perché, invece di creare, distrugge ricchezza. Il fallimento è un modo di uscire, non l'unico né sempre il migliore; altri sono il passaggio di proprietà o la rilevazione da parte di un concorrente.

Le condizioni del 2008, però, non erano normali; stava crollando non una banca, ma la funzione bancaria stessa; e le perdite erano spesso un fatto momentaneo dovuto a cattiva gestione o a panico, non un indebolimento irrimediabile. Se la moneta cessa di circolare e nessuno fa più credito ad alcuno, ogni economia basata sullo scambio (dunque, nel mondo di oggi, tutte le economie) crolla e ricostruirla è arduo. Il perdurare del panico avrebbe moltiplicato a dismisura le vittime innocenti: risparmi e posti di lavoro perduti.

In quelle circostanze l'interesse a salvare le banche era generale, prima che dei banchieri.

Non solo: per il contribuente che lo paga, il salvataggio è per lo più un buon affare, non una perdita. Ciò che egli compera vale assai più del bassissimo prezzo pagato ed è destinato a rivalutarsi. I giganteschi utili che la banca centrale americana ha appena annunciato ne sono la riprova: e le banche centrali devono sapere (ma qualche volta lo dimenticano!) che i loro utili sono destinati non a se stesse ma alle casse dello Stato.

Salvare sì, dunque; ma chi? Chi tra azionisti, amministratori, dirigenti, impiegati, depositanti, debitori? Mentre in un fallimento puro la risposta sarebbe «nessuno», in un salvataggio non può essere «tutti». Almeno i primi tre dei sei soggetti elencati dovrebbero perdere soldi e funzioni.

È da deplorare che ciò non sempre sia avvenuto. Ma nei casi in cui non è avvenuto, la critica va rivolta al salvante più che al salvato. Spettava al potere pubblico distinguere tra continuità della banca e discontinuità della sua proprietà e del comando.  Tommaso Padoa-Schioppa CdS 17

 

 

 

 

Il commento. La società civile e la casta dei politici

 

DA qualche tempo la cosiddetta società civile si sta prendendo alcune rivincite. Era stata assai bistrattata dalla "casta", sia di destra che di sinistra. I partiti, anzi la partitocrazia, avevano invaso tutto l'invasibile. Non c'era candidatura elettiva, non c'era ente pubblico o parapubblico che non fossero caduti nelle mani della "casta" e il berlusconismo non faceva eccezione, anzi, nonostante il piglio anti-partito del suo leader.

 

Chi accedeva al governo o al sottogoverno doveva innalzare i vessilli e indossare i colori d'uno dei componenti della casta, gravitare nella sua orbita, sollecitarne i favori e pagarli al prezzo convenuto. Non soltanto e non tanto in termini di danaro, ma in termini di sudditanza politica. O corporea. Ma sì, anche corporea, Tarantini insegna. Questo ritorno in forza dei politici era stato accolto con favore anche da molti intellettuali all'insegna della supremazia della politica. Alla società civile erano state addebitate molte turpitudini, comunque un cattivo odore di corruttela che inquinava anche la politica e i suoi "operatori". Per di più si addebitava alla società civile anche la responsabilità di fornire alla malavita organizzata quell'ampia massa di persone definite come "zona grigia", intercapedine collusa con le organizzazioni criminali e tramite indispensabile tra la mafia e il potere. Purtroppo tutto vero; ma non è questo che si deve intendere per società civile, così come non si deve identificare la politica con la "casta".

 

Perciò è necessario un chiarimento lessicale prima di procedere nel ragionamento che oggi vogliamo sviluppare.

 

Il termine "società civile" fu inventato, niente meno, da Marx e forse, prima ancora, da Rosseau, per designare  l'insieme dei ceti che compongono una comunità con una propria identità, propri valori, propria cultura, propri interessi. Una società civile forte esprime anche proprie istituzioni e lo Stato che ne è il coronamento.

 

Questo è lo schema di Marx, che ne parla diffusamente soprattutto in due delle sue migliori opere: "L'ideologia tedesca" e "Il 18 brumaio". La società civile che egli ha in mente è quella borghese; il suo obiettivo è di riuscire a sostituirla con una società civile egemonizzata dal proletariato.

La "casta" di cui oggi si parla rappresenta una deformazione cancerosa della politica e le "zone grigie" rappresentano altrettante deformazioni cancerose della società civile. Ristabiliti così i significati corretti delle parole, diventa chiaro che cosa intendiamo quando percepiamo segnali di rivincita della società civile. Dopo una fase troppo a lungo dominata da caste di potere e decomposizioni sociali, avvertiamo oggi un risveglio (ancora modesto e agli inizi) della società civile e qualche segnale di sfaldamento delle deformazioni che hanno sfigurato il suo volto, la sua identità e la sua coscienza morale.

 

Poiché siamo ora entrati in clima di campagna elettorale, è proprio in questo avvio che i segnali dei quali s'è detto si rivelano più percepibili, mentre altri più indiretti ma altrettanto significativi cominciano ad emergere nel campo della letteratura e del cinema; insomma nei territori della cultura.

Prendete il caso di Emma Bonino. È un caso sintomatico. Il Partito democratico l'ha indicata quasi all'unanimità, dopo molto tergiversare, come candidata del Partito e della coalizione di centrosinistra alla carica di presidente della Regione Lazio. Si dice: è una candidatura imposta dalle circostanze, non una libera scelta ma una necessità. Lo credo anch'io,  ma questo rafforza la tesi: la società civile, nella sua parte schierata al centrosinistra, ha reso necessaria la candidatura Bonino.

 

Volete una controprova? La società civile nella sua parte schierata al centrodestra ha reso necessaria la candidatura della Polverini. Non faccio un raffronto tra due personalità diversissime tra loro, ma sul fatto che quelle candidature non emanano dai partiti ma dalla società civile. Personalmente lo ritengo un segnale molto positivo e il fatto che si tratti di due donne che certo non fanno parte della categoria delle "veline" accresce il significato di quel segnale.

 

Ma ce ne sono altri di analoga importanza. Per esempio la candidatura della Bresso in Piemonte, il fatto che l'Udc abbia deciso di appoggiarla e che il sindaco di  Torino, Sergio Chiamparino, sia probabilmente il capolista del Pd in questo confronto elettorale. Non era affatto scontato che la Bresso fosse proposta dal Pd per un secondo mandato; ancora meno sicuro era che l'Udc si dichiarasse in suo favore e che un sindaco molto autonomo rispetto ai vincoli di partito prendesse in considerazione una sua decisione che non gli reca alcun vantaggio personale. Si tratta anche in questo caso di una donna in corsa per una carica di notevole importanza.

 

Un terzo segnale: la Poli Bortone possibile candidato del centrodestra in Puglia. Forse non sarà questa la scelta definitiva poiché non piace al ministro Fitto, un uomo della "casta" da tutti i punti di vista. Ma anche questo è un segnale: una parte notevole della società pugliese orientata a destra non vorrebbe persone della "casta" e si fa sentire.

Così si fa sentire in Campania, in favore del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. E in Veneto, dove contro la Lega e il Pdl, indissolubili anche se discordi, tira aria d'una vasta alleanza del centro e della sinistra che ha il carattere d'una lista civica più che un'alleanza di partiti.

Tutti i partiti esistenti, nessuno escluso, hanno un disperato bisogno di rinnovarsi. Le elezioni regionali di marzo offrono quest'occasione; quelli che sapranno coglierla avranno fatto un passo avanti importante verso l'obiettivo che da tempo hanno smarrito: raccogliere il consenso popolare sulla base di trasparenza e credibilità programmatica; fare da punto di raccordo tra il popolo e le istituzioni; tutelare la Costituzione e lo Stato di diritto. Questo dovrebbe essere il compito dei partiti, non quello di occupare le istituzioni e costituirsi come pura casta di potere.

 

Un'altra questione strettamente connessa a quella del risveglio della società civile (o coscienza civile che dir si voglia) riguarda i diritti e i doveri. Anche le discussioni in corso su questo tema sono confuse e meritano d'esser chiarite.

Io ricordo la grande stagione dei diritti e dei referendum che dettero loro sbocco politico. Fu a metà degli anni Settanta ed è doveroso ricordare il nome di Marco Pannella che ne fu il più fervido sostenitore.

Ricordo bene quegli anni, le battaglie per il divorzio e la legalizzazione dell'aborto, le diffidenze a sinistra e l'opposizione durissima della destra clericale. Questo giornale non esisteva ancora, ma L'espresso era in campo da quasi vent'anni e quei diritti di libertà li reclamava da sempre, sicché fu soprattutto quel settimanale, nell'imbarazzata indifferenza di gran parte della stampa italiana a riecheggiarne e amplificarne la voce. Ricordo il numero de L'espresso  -  allora diretto da Livio Zanetti  -  che uscì con in copertina una donna incinta inchiodata ad una croce. Ricordo tanti giovani lettori che si erano offerti come volontari per raccogliere le firme per i referendum. Ricordo i cortei con decine di migliaia di persone a Roma, a Milano, a Palermo, a Napoli, e i voti di vittoria raccolti. Fu decisivo il peso che vi ebbero le donne, quelle del Mezzogiorno in particolare, che furono l'elemento decisivo di quelle consultazioni.

 

Molti diritti sono ancora privi di tutela. Penso, tra i tanti, a quelli dei lavoratori precari e a quelli degli immigrati, che vanno di pari passo con i doveri verso la comunità di accoglienza alla condizione che l'accoglienza sia tale e non elemosina o semplice buon cuore individuale.

I diritti sono uno degli aspetti essenziali d'una società civile che, senza di essi, dovrebbe esser definita incivile. Ma anche i doveri lo sono e sono duplici. C'è il dovere dell'individuo il quale ha il diritto di tutelare i propri interessi e la propria felicità, ma ha il dovere di inquadrarli in una visione del bene comune. Oggi non avviene così. La preoccupazione dominante non risiede in questo scambio ma nel puro e semplice egoismo.

 

Ci sono al tempo stesso i doveri della società verso gli individui e anche questo è uno degli aspetti essenziali d'una società civile .

Il dovere principale è quello di soddisfare al meglio i diritti individuali assicurando il massimo possibile di eguaglianza e di pari opportunità nel soddisfacimento di quei diritti.

Individui liberi, individui eguali nella competizione e nell'accesso al mercato, individui solidali tra loro nella contribuzione al bene comune. Ancora una volta il trittico di libertà, eguaglianza (soprattutto di fronte alla legge ma non soltanto), fraternità. Affinché la società sia civile, lo Stato e le istituzioni siano civili, le persone siano civili.

Quando leggo nei sondaggi d'opinione che la maggioranza degli italiani è fiera della nostra Costituzione e una maggioranza ancora più forte ripone la sua fiducia nel Presidente della Repubblica, mi sento confortato e non dispero dell'avvenire.

EUGENIO SCALFARI LR 17

 

 

 

 

Procure deserte, i magistrati «Pronti a iniziative estreme»

 

L'Associazione nazionale magistrati (Anm) è pronta anche a proclamare uno sciopero per dare un forte segnale di allarme sulla grave situazione di scoperture di organico nelle procure. Aprendo i lavori dell'assemblea organizzata dall'Anm oggi in Cassazione, davanti a procuratori provenienti da tutta Italia, il presidente del sindacato delle toghe Luca Palamara non ha parlato esplicitamente di sciopero ma ha avvertito che i magistrati sono pronti a iniziative «estreme».

 

«L'Anm non potrà assistere inerme allo svuotamento degli uffici di procura ma vuole una riforma della giustizia che assicuri un processo giusto in tempi ragionevoli e vuole uffici organizzati e funzionanti», ha spiegato Palamara. «Ecco perché l'Anm è fermamente intenzionata ad adottare ogni efficace e anche estrema iniziativa di mobilitazione della magistratura associata e di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sulla gravità della situazione attuale».

 

Secondo il sindacato delle toghe la «desertificazione» delle procure è «drammatica»: in due soli anni le scoperture di organico si sono quadruplicate passando da 68 a 249. L'Anm si è detta contraria al decreto legge varato dal governo che per risolvere i vuoti pensa a trasferimenti d'ufficio negli uffici di procura, soprattutto nelle cosiddette sedi disagiate e punta piuttosto - oltre alla soluzione temporanea di revocare il divieto di mandare nelle procure i magistrati di prima nomina - sulla revisione delle circoscrizioni giudiziarie, definita da Palamara «l'unica soluzione stabile ed efficace».

 

«Dall`Anm giunge un allarme serio sulla funzionalità della giustizia nel nostro Paese. La richiesta fatta da Palamara di intervenire per colmare le carenze di organico corrisponde all`interesse dei cittadini, che si scontrano quotidianamente con le disfunzioni e le lungaggini della macchina giudiziaria. Il governo dimostri di avere davvero a cuore il tema dei tempi del processo intervenendo su organici, informatizzazione degli uffici giudiziari, ridefinizione delle circoscrizioni, organizzazione dei tribunali». Ha commentato in questo modo Andrea Orlando, presidente Forum Giustizia del Partito democratico. «Solo così si possono creare le condizioni per un serio confronto per affrontare questi problemi. Partendo da queste questioni concrete, noi siamo disponibili a condividere ulteriori interventi di più ampio respiro. I presupposti per una discussione seria sono questi. Ma quella vera e propria amnistia mascherata in approvazione al Senato che va sotto il nome di processo breve non li contempla. Anche per questo ci opporremo ad essa in modo durissimo». L’U 16

 

 

 

 

Regionali, il Pd candida Boccia alle primarie. D'Alema striglia Vendola: "Ha complicato tutto"

 

L'assemblea regionale del partito approva all'unanimità scelta e data del 24 gennaio

contro il presidente uscente della Puglia, che si ripresenta senza l'appoggio dei partiti

Gli sfidanti: "Io e Nichi lavoriamo per lo stesso obiettivo". "Mi fa piacere questo repentino cambio di umore" - A Roma teatro Eliseo stracolmo per l'avvio della campagna elettorale della Bonino. In Campania il Pdl candida Caldoro

 

BARI - "Da fratello maggiore, rimprovero la logica di affrontare problemi politici attraverso scorciatoie personalistiche. E' questo che ha complicato tutte le cose". Massimo D'Alema, intervenendo all'assemblea regionale del Pd pugliese a Bari per decidere sulla vicenda della candidatura per la presidenza della Regione alle prossime elezioni di primavera, si rivolge così a Nichi Vendola. L'ex premier parla delle ragioni per le quali si è giunti alla decisione odierna (presa all'unanimità) di candidare Francesco Boccia alle primarie del centrosinistra del 24 gennaio, contro Nichi Vendola, presidente uscente della regione Puglia, che si è ripresentato senza l'appoggio dei partiti.

 

Ripercorrendo i vari passaggi politici degli ultimi mesi tra le forze politiche nella coalizione del centrosinistra, anche in vista di una possibile alleanza con l'Udc, D'Alema ha ricordato che, quando ci fu il rimpasto della giunta, Vendola assunse "una iniziativa spregiudicata che, se l'avessimo fatta noi, sarebbe stata definita un 'orrendo machiavellismo'. Invece l'ha fatta lui - ha osservato l'ex premier - ed è 'politica'. Vendola pensò di stabilire un rapporto diretto con l'Udc, promuovendo nella giunta regionale un consigliere che era uscito dal Pd per entrare nell'Udc. Noi non abbiamo protestato, per senso di responsabilità, pur di fronte ad una scelta che poteva apparire abbastanza lesiva della dignità di un partito. Abbiamo fatto bene".

 

Secondo D'Alema, per il Partito Democratico l'Udc "non è mai stata una scelta alternativa alla sinistra e il Pd per la sua posizione centrale può garantire una ampia alleanza. Sappiamo bene - ha concluso - che sostituire a Vendola l'Udc è politicamente perdente e lacerante per il nostro popolo, ma soprattutto non è in grado di garantire la governabilità della Puglia". D'Alema comunque ha ricordato in vari passaggi del suo intervento l'importanza di proseguire e concludere il percorso politico che, in tutta Italia, porta il Pd ad allearsi con l'Udc per allargare la coalizione di centrosinistra, un percorso già riuscito con successo proprio in alcuni comuni pugliesi nelle scorse elezioni amministrative.

 

"Noi lavoriamo per l'unità - ha proseguito ancora D'Alema - facciamo le primarie per poter recuperare Nichi Vendola, altrimenti non avremmo avuto il bisogno di farle; vogliamo aprire una prospettiva per la Puglia, ci prendiamo una responsabilità e anche un rischio". Secondo D'Alema, Vendola si è trovato di fronte "un problema politico", un problema che sarebbe stato affrontato in maniera sbagliata dal presidente uscente perché "Vendola ha cercato di scaricare la croce nel nostro partito", ha detto D'Alema spiegando che invece avrebbe dovuto fare "ciò che gli avevamo chiesto: convocarci, chiamarci a condividere lealmente la difficoltà politica, noi che - ha ricordato rivolgendosi a Vendola - abbiamo sostenuto lealmente". L'errore del presidente della regione Puglia, e leader di Sinistra e libertà, sarebbe stato perciò quello di "autocandidarsi per risolvere tutto mettendo i partiti con le spalle al muro".

 

Ora, ha aggiunto D'Alema, "abbiamo una settimana per parlare il linguaggio della verità: noi non possiamo subire la menzogna che c'è stata buttata addosso". L'ex premier ha poi invitato il partito a sostenere unitariamente la candidatura di Boccia. "In un momento come questo, al di là delle diverse e legittime opinioni - ha detto - c'è a mio giudizio un dovere di solidarietà politica e umana nei confronti di un giovane uomo politico, con una forte cultura di governo che assume anche un rischio personale accettando una sfida di questo tipo".

 

Gli sfidanti. Un appello a Vendola, a lavorare insieme per la vittoria del centrosinistra, qualunque sia l'esito delle primarie in Puglia, è stato rivolto durante l'assemblea pugliese del Pd da Francesco Boccia. "Io e Nichi lavoriamo per lo stesso obiettivo - ha detto Boccia - forse lo abbiamo fatto partendo da angolature diverse e utilizzando accenti diversi".

 

"Mi fa piacere questo repentino cambio di umore perché nei giorni scorsi lui si è lasciato andare ad espressioni infondate, sopra le righe, non particolarmente garbate e gentili", ha commentato il governatore della Puglia. "Sono molto contento - ha aggiunto Vendola - quando le persone ritrovano l'eleganza della competizione delle idee piuttosto che la violenza della contesa muscolare". Per quanto riguarda le primarie, Vendola si è deto sereno: "Dalla mia parte penso di avere la gente che trovo per strada e dappertutto, quella che mi dice di non mollare. Penso di avere meno sigle ma molto più cuore del popolo pugliese".

 

Emma Bonino inizia la campagna elettorale. Intanto nel Lazio è partita la campagna elettorale per la presidenza della regione Lazio di Emma Bonino, che ieri ha incassato l'ok del Pd. La leader radicale è stata salutata da una standing ovation prolungata e da un teatro Eliseo talmente pieno da dover dirottare tanti simpatizzanti sul vicino teatro Piccolo Eliseo dove è stato allestito un maxi schermo.

 

Caldoro candidato Pdl in Campania. Stefano Caldoro è il candidato alla presidenza della Regione Campania che, ufficialmente, il Pdl regionale proporrà all'ufficio di presidenza in programma per mercoledì 20 a Roma. Con due righe ufficiali, diffuse dallo stesso coordinamento regionale, termina così la lunga discussione, con mesi di polemiche interne, sul nome da indicare per la riconquista della regione Campania. A prendere la decisione ufficiale è stato il coordinamento regionale allargato ai rappresentanti dell'ufficio politico di presidenza, ai parlamentari ed ai coordinatori delle cinque provincie campane.

 

In sostanza il coordinatore regionale Cosentino dopo l'incontro con Berlusconi ha preferito che l'intero organismo regionale prendesse ufficialmente una posizione sul nome del candidato. L'ultimo dubbio sulla possibile alternativa rimasta, a prescindere dallo stesso Cosentino indagato dalla procura di Napoli, è stato sciolto nella tarda mattinata di oggi dal leader degli industriali napoletani Gianni Lettieri che ha dichiarato di non essere più in corsa, 'benedicendo' con un giudizio positivo il nome di Caldoro. LR 16

 

 

 

 

Garofani rossi e "berluscones". L'eredità di Craxi divide i nostalgici

 

Bettino non avrebbe mai voluto essere riabilitato dai suoi carnefici»: è palpabile la rabbia che trasuda dai fedelissimi dell’ex leader socialista, venuti ancora una volta ad Hammamet, quest’anno per la celebrazione dei dieci anni dalla morte. Una pioggia triste e insolita bagna la terra tunisina, un grigio contrasto con i sentimenti laceranti che ancora suscita la figura di Bettino Craxi.

 

Sull’altra sponda del Mediterraneo vive l’altra faccia di “monsieur le president” amato dai tunisini che ancora oggi mantengono il suo ritratto alle pareti nei caffè de La Medina, o vestito da combattente tra le palme, nel ristorante Sidi Slim dove veniva tre volte alla settimana e beveva il Muscat de Keliba. Qui lo consideravano «a casa, non in esilio. Amava i bambini e ai piccoli venditori di gelsomini dava sempre un po’ di soldi» raccontano. Bambini ventenni, adesso che le polemiche non si sono fermate, anzi si sono riaccese in questo che Stefania chiama «tsunami mediatico», anche positivo «per non chiudere il caso». Con la sua Fondazione ha organizzato dei charter del pellegrinaggio. In volo Pietro Coppola, anziano avvocato venuto con la moglie da Lecce, indossa come una bandiera una sciarpa rossa. «Qui c’è molto inquinamento, troppi berluscones per me, che mi considero un Turatiano». Tornano in molti, uniti da una comune nostalgia per i tempi forse più che per l’uomo. C’è Umberto Cicconi, il fotografo che ha creato l’icona Craxi, un’immagine coltivata tanto quella di Berlusconi. C’è Onofrio Pirrotta, giornalista del Tg2 che lo seguiva ovunque e che ancora scherza: «Passami l’olio... » come disse Craxi allo scalpitante Giovanni Masotti che corse a prendere l’ampolla in un ristorante.

 

Ci sono i socialisti cullati nel berlusconismo ma anche chi guarda con distacco al premier. E certo nessuno, neppure i figli pur divisi, lo considerano l’erede. I “carnefici”, raccontano l’avvocato Roberto Ruggiero e Marcello Sorrentino, sono i giudici che ancora oggi «usano la giustizia come lotta politica». Per non parlare di Antonio Di Pietro. «Andreotti s’è fatto processare perché aveva l’immunità a vita» e rispetto a Berlusconi «Bettino non aveva la forza di contrastare la giustizia ad personam con leggi ad personam». Il finanziamento illecito? «Era un sistema», e pesa ancora il «silenzio assordante» dell’aula della Camera quando «nessun democristiano parlò, dopo il discorso di Bettino». L’innovatore, «quello che ha avviato la concertazione con la scala mobile e il Pci di Berlinguer non accettò «per fare il c... a Craxi», così la vedono. Non sarebbe tornato in Italia «perché l’avrebbero ucciso», dicono entrambi e si chiedono «perché non si parla mai di chi lo aiutò a prendere quell’aereo?». Quello che il 5 maggio 1994 portò Craxi e la moglie Anna a Tunisi per andare nella casa di Hammamet, allora un’oasi scoperta nel ’66. «Non pensava che non sarebbe mai tornato in Italia, o almeno a noi non lo disse», racconta Stefania.

 

Le separazioni si stratificano: le diaspore socialiste, la frattura intima tra lei e Bobo, fratello minore. Ora si trovano insieme nella casa sulla collina dove la signora Anna mantiene la riservatezza di una vestale della memoria e la normalità di una vita da tunisina. C’è chi dice che potrebbe venire a Roma martedì forse per andare da Napolitano, ma i due figli assicurano che non si muoverà da lì. E già da ieri sera nella casa madre sono ospiti il ministro Brunetta e la “fidanzata”, Sacconi è in albergo ma si ritroveranno a cena lì. Bobo affronta il caso in modo «laico», dice, Stefania «vorrebbe essere sotto un divano» invece è sulla ribalta: «Per vent’anni ho cercato di dimostrare che non ero la figlia di Craxi, ora passo la vita a dimostrare che lo sono». Ha invitato Bersani, apprezza le aperture di Castagnetti; dal Pd si aspettano tutti una lettura politica e non giudiziaria del caso Craxi.

 

Divise anche le commemorazioni in due albergoni di Hammamet: via vai di centrodestra con Stefania all’Hotel Mehari, il fronte di centrosinistra con Bobo e Riccardo Nencini, che ne ha organizzata una per martedì a Marhaba Palace. La frattura si ricomporrà nei luoghi sacri, una messa oggi alle sei nella chiesa cattolica di Hammamet dove dieci anni fa fu celebrato il funerale, e domani mattina il ricordo sulla tomba bianca al cimitero cristiano, dove il custode distribuisce “santini” con il volto di Craxi in una litografia di Deanna Frazin. Il ministro Frattini fa qui una tappa del tour africano, un incontro con il ministro degli Esteri tunisino insieme a Stefania Craxi (sottosegretario) e poi tutti e due negli studi di Nessma, la tv satellitare di Tarak Ben Hammar, la cui bella giornalista corteggiata dall’irriducibile cavaliere è già al lavoro. Certo, per dirla con Rino Formica, che verrà per la cerimonia, «qui i morti sono vivi e i vivi sono morti». Ovvero «senza prospettiva politica» così la legge Bobo. Natalia LombardoL’U 16

 

 

 

 

Eterni adolescenti

 

E allora? Che problema c’è? Come dar torto al giudice che ha disposto il pagamento di arretrati e interessi a beneficio della 32enne fuoricorso trentina che l’anno prossimo, se Dio vuole, ne compirà 33 ma che a quanto pare l’Università non la fa trotterellando?

 

Oltre ad applicare leggi, codicilli e regolamenti, il giudice deve semplicemente aver deciso di applicare il buonsenso. Poteva non tenere conto, in sede di giudizio, del fatto che in Italia ormai da tempo l’adolescenza ha più che doppiato la boa dei 20 anni? Fino a un certo punto, la si è voluta prolungare fino ai 30. Poi, con un filo di disinvoltura, si è arrivati ai 40, con i fatidici annunci tra cuori solitari della serie «Ragazzo 40enne cerca ragazza».

 

Adesso anche Linus, il dee jay e conduttore radiofonico, ci rassicura sul fatto che si è giovani a 50 anni. E perché non a 60? Se ci pensate, il mondo ormai pullula di giovani 70enni che si non si limitano alle partite a scopa dei loro nonni, ma che muniti di colla per la protesi dentaria e pillole blu partono per weekend di passione e vacanze esotiche ai quattro angoli del mondo. E gli 80enni che praticano sport estremi, dal paracadutismo alla maratona? George Bush senior è solo uno dei tanti. Già Marina Lante della Rovere, del resto, agli albori di quest’epoca dell’eterna gioventù, proclamava sicura che la vita inizia a 40 anni. Dunque il padre della 32enne trentina e i padri in generale si rassegnino: una figlia di soli 32 anni in realtà non sarebbe ancora buona neppure per l’asilo, altro che laurea.

 

In base al principio secondo cui tutti ormai siamo, giorno dopo giorno e anno dopo anno, giovani, sempre più giovani, eternamente giovani, i padri, trentini o no, ma auspicabilmente centenari, dovranno farsene una ragione e mantenere i figli dal pannolino al pannolone. Educati da fior di sentenze, arriveranno infine a confidarsi tra loro: «Che posso farci, il mio ragazzo ha 74 anni ed è fuoricorso, però a Ingegneria, lo si può anche capire, no?», magari per sentirsi rispondere: «Beato te, pensa che il mio ha 82, non ha ancora passato le prove di ammissione a Medicina. Ma finché c’è salute, c’è speranza».

 

Cosa pur sempre vera, specie in un paese dove non poche famiglie, complice la crisi e il precariato, reggono ancora grazie alle pensioni dei nonni. Almeno di quelli che non si sono ancora accorti di essere giovani e non le spendono in sport estremi e quant’altro. GIUSEPPE CULICCHIA LS 17

 

 

 

Ecco quanto ci è costato il flop del vaccino

 

Virus A, 23 milioni di dosi inutilizzate e in scadenza. Ma il contratto con Novartis non tutela lo Stato - di ELENA DUSI

 

La pandemia fugge. I costi dei vaccini restano. Ventiquattro milioni di dosi acquistate dall'Italia contro il virus H1N1 al prezzo di 184 milioni di euro, 10 milioni di dosi ritirate dalle fabbriche e distribuite alle Asl, 865mila effettivamente inoculate. La stragrande maggioranza delle confezioni resta stoccata nelle farmacie delle Asl, nei centri vaccinali dei distretti o negli studi dei medici di famiglia. Un viaggio tra le aziende sanitarie italiane parla di frigoriferi pieni (i vaccini vanno conservati a 4 gradi pena la loro degradazione) e di scetticismo fra i cittadini al centro della campagna di immunizzazione. Oltre 20milioni di persone rientrano tra la "popolazione eleggibile" da vaccinare secondo il ministero, ma solo 827mila hanno porto il braccio alla siringa, con una proporzione del 3,99%. E se l'Italia ha già deciso di donare il 10% delle proprie dosi (2,4 milioni) all'Oms perché le distribuisca ai paesi poveri, la gran parte delle boccette sembra avviata alla scadenza, prevista 12 mesi dopo la data di produzione e quindi a scaglioni tra settembre e dicembre 2010. A quel punto, non resterà altro da fare che buttarle.

 

Ma per la Novartis che ha stipulato il contratto con il Ministero della Salute l'incasso sarà pieno lo stesso. I 184 milioni pattuiti nel contratto del 21 agosto 2009 (quando la pandemia colpiva soprattutto le Americhe e non aveva ancora raggiunto l'Italia) saranno versati in toto anche se i vaccini consegnati sono meno della metà di quelli concordati. Nel contratto infatti non esiste una clausola di riduzione a favore del ministero. E se ieri il Codacons ha annunciato una class action a nome dei 60 milioni di utenti del sistema sanitario italiano, anche la Corte dei Conti ha avviato una procedura di controllo sul "decreto direttoriale del 27 agosto 2009 concernente l'approvazione del contratto di fornitura di dosi di vaccini antinfluenzale A(H1N1) stipulato tra il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali e la Novartis Vaccines and Diagnostics s. r. l.".

 

Il Codacons chiede la risoluzione del contratto con l'industria farmaceutica ("Uno spreco immane vista la scarsa adesione alla vaccinazione") e il rimborso ai cittadini dei 184 milioni di euro spesi. In caso di vittoria, a ognuno dei 60 milioni di utenti del sistema sanitario andrebbero 3 euro. "Oltre - prosegue il Codacons - a 50 euro di risarcimento simbolico per ogni iscritto". La Corte dei Conti entra nel dettaglio delle clausole del contratto con Novartis. E si chiede perché "l'articolo 3.1 (ribadito dall'articolo 5.3) prevede la possibilità del mancato rispetto delle date di consegna del Prodotto, senza l'applicazione di alcuna penalità". O perché "l'articolo 9.3 prevede il pagamento alla Novartis di euro 24.080.000 (al netto di Iva) ai fini della partecipazione ai costi in caso di non ottenimento dell'autorizzazione all'immissione in commercio del Prodotto". Per fortuna il vaccino ha superato i test dell'Emea, l'ente europeo incaricato dei controlli di sicurezza. Ma se qualcosa fosse andato storto, il ministero avrebbe comunque dovuto pagare 24 milioni per un farmaco inutilizzabile.

 

La contestazione dei giudici di viale Mazzini riguarda poi la segretezza del contratto: "L'articolo 10.2 considera Informazioni Riservate anche l'esistenza del contratto e le disposizioni in esso contenute, clausola - in considerazione dell'evidenza pubblica della procedura - impossibile da rispettare". E infine, ipotesi che per fortuna non si è verificata ma che avrebbe potuto comportare un salasso per lo Stato, il contratto prevede che gli eventuali effetti collaterali del vaccino sui pazienti siano a carico del ministero e non come di solito avviene dell'azienda farmaceutica. "L'articolo 4.5 - contesta la Corte - prevede rimborsi al Ministero per danni causati a terzi, limitatamente a causa di difetti di fabbricazione, mentre ai senso dell'articolo 4.6 il Ministero dovrà risarcire Novartis per danni causati a terzi in tutti gli altri casi".

 

Clausole così squilibrate sono state dettate dalla fretta. Ma sul perché di una spesa tanto elevata a fronte di una campagna di vaccinazione mai decollata, il ministero interrogato ieri si trincerava ancora dietro al no comment. Dalle università alcuni virologi provano a spiegarci cosa è successo, e il perché di tanta sproporzione. "Ora sappiamo che H1N1 è un virus blando. Ma all'inizio della pandemia avevamo ancora fresco il ricordo dell'aviaria, che ha una mortalità intorno al 50%" spiega Giovanni Di Perri, direttore di malattie infettive all'Amedeo Savoia di Torino. "L'influenza mette sempre in difficoltà chi deve fare previsioni. I modelli possono saltare, i virus ci sorprendono spesso" fa notare Pietro Crovari, professore emerito di igiene e medicina preventiva all'università di Genova. E Guido Antonelli, virologo della Sapienza a Roma, non esclude che l'anno prossimo il virus H1N1 venga incluso nella normale vaccinazione stagionale: "All'inizio di ogni anno l'Oms decide contro quali virus influenzali il vaccino stagionale debba essere rivolto. Può darsi che il prossimo inverno ci ritroveremo H1N1 fra i tre ceppi del normale vaccino stagionale".

 

Anche se la campagna vaccinale di quest'inverno non è ancora finita e il ministero della Salute mette in guardia contro una possibile seconda ondata pandemica, i dati sulla copertura dei vaccini sono davvero bassi. Il personale sanitario cui era stata consigliata l'immunizzazione comprende poco più di un milione di persone: neanche 70mila si sono vaccinati (il 15,1%). Agenti di pubblica sicurezza e operatori dei servizi essenziali non arrivano al 6% (6mila su 723mila). Tra i donatori di sangue addirittura il dato si ferma allo 0,83%. Nelle ultime settimane alcune Asl hanno esteso la campagna di vaccinazione anche agli over 65 con patologie croniche. Ma neanche loro sembrano troppo convinti, e la partecipazione resta ferma all'1,5 per cento. Più che vaccinazioni, ormai, sembrano saldi di fine stagione. LR 16

 

 

 

Il governo tedesco agli utenti: «Non usate Explorer»

 

L'allarme: «Mette a rischio la sicurezza del pc». La Microsoft: la falla non riguarda gli utenti in generale

 

MILANO - Usare Internet Explorer metterebbe a rischio la sicurezza del pc. È l'allarme lanciato dal governo tedesco che ha invitato gli utenti a utilizzare gli altri browser, finché il problema non sarà risolto. Secondo la Bbc, la Microsoft ha ammesso che è stata una falla nel suo browser il punto debole dei recenti attacchi a Google perpetrati da hacker in Cina ai danni di alcuni attivisti per i diritti umani, i cui account Google sono stati violati. Il gigante di Redmond si è affrettato a chiarire che, per evitare buchi nella sicurezza del pc durante la navigazione on-line, è sufficiente impostare le opzioni di protezione del browser su «alto», nonostante le limitazioni nei siti accessibili. Ma le autorità tedesche hanno avvertito che neppure questo accorgimento renderebbe sicuro Explorer: certo, riduce i rischi, ma non mette del tutto al sicuro. Graham Cluley, responsabile dell'azienda antivirus Sophos, ha spiegato che le versioni più vulnerabili del browser Microsoft sono 6, 7 e 8. Dalla Microsoft, intanto, hanno fatto sapere che si sta lavorando a un update che risolverà il problema.

LA DIFESA DI MICROSOFT - «Il problema non riguarda gli utenti in generale», puntualizza Thomas Baumgaertner, portavoce del gruppo in Germania, sottolineando che la società non condivide le ragioni dell'allarme lanciato dall'Ufficio federale per la sicurezza informatica di Berlino. «Gli attacchi a Google sono stati messi a segno da persone molto motivate che hanno preso di mira alcune vittime specifiche. Non sono stati attacchi agli utenti in generale. Non esiste una minaccia diffusa all'utente comune, ed è per questo che non ci associamo all'avvertimento».

Redazione ondine CdS 17

 

 

 

Il 4 febbraio la presentazione dell’Osservatorio Romano sulle Migrazioni

 

Roma - L’Osservatorio Romano sulle Migrazioni, giunto alla sesta edizione, verrà presentato a Roma il 4 febbraio alle ore 16.30, presso l’Auditorium di Via Rieti 13 (Piazza Fiume). Questo Rapporto annuale è promosso congiuntamente da due strutture pubbliche, la Camera di Commercio e la Provincia di Roma, e da una pastorale, la Caritas diocesana di Roma.

Strutturato come di consueto in quattro sezioni (i capitoli introduttivi a carattere generale, l’immigrazione in Provincia di Roma, l’immigrazione nel Comune di Roma e gli aspetti economici e imprenditoriali), la pubblicazione cerca di accreditarsi sempre più come un sussidio utile per leggere in profondità il fenomeno della mobilità nell’area della sua più alta concentrazione, quella romana.

Il lettore può spaziare a 360 gradi sui temi di più rilevante interesse: dall’inserimento ai servizi di accoglienza, dall’apprendimento della lingua alla ricerca della casa, dall’occupazione alle iniziative imprenditoriali, dalla frequenza scolastica dei figli agli scambi culturali, dalla dimensione religiosa ai risparmi e all’invio di rimesse nei paesi di origine. Non vengono trascurati apporti innovativi su temi controversi come la criminalità.

Molto ricco è anche il ventaglio delle collettività presentate nel Rapporto: i brasiliani, i capoverdiani, i cinesi, gli indiani del Punjab, gli iracheni, i macedoni, i malgasci, gli srilankesi. Si parla delle comunità rom e sinti e, dal punto di vista religioso, di quelle sikh, ortodossi e cattoliche.

L’incontro del 4 febbraio consentirà ai partecipanti non solo di acquisire un nuovo volume così ricco di argomenti, ma anche di approfondirne i contenuti con i rappresentanti della Provincia, della Camera di Commercio e della Caritas diocesana di Roma. (Inform)

 

 

 

 

 

Maroni: "Protezione internazionale per gli immigrati feriti a Rosarno"

 

Da Fabio Fazio il ministro dell'Interno annuncia la decisione del governo, che riguarda  una decina di extracomunitari. E nega che dopo gli scontri ci siano state "deportazioni" - E sui cori razzisti invita la Figc a sospendere le partite

 

MILANO - Gli immigrati vittime delle violenze a Rosarno avranno "lo status di protezione internazionale". Lo ha annunciato il ministro dell'Interno Roberto Maroni, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa. "Si tratta di una decina di feriti - ha spiegato il responsabile del Viminale - a loro concederemo questo status".

 

Maroni ha invece respinto l'ipotesi che gli immigrati siano stati "deportati". "Sono stati tutti portati volontariamente - ha spiegato - nei centri d'asilo per rifugiati in Calabria e in Puglia per l'identificazione. Oltre metà aveva il permesso di soggiorno e può circolare liberamente. Gli irregolari sono trattenuti nei centri e si procederà all'espulsione. Una parte di questi però ha chiesto asilo e la loro posizione è al vaglio. Ai feriti infine concederemo protezione internazionale".

 

E l'annuncio del ministro è giunto qualche ora dopo le parole pronunciate dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: "Abbiamo assistito purtroppo alle tragedie che travolgono migranti e cittadini quando un territorio è sottratto alla legge - ha dichiarato il capo dello Stato - mi auguro che che allo straniero non sia solo giustamente imposto, ma sia anche reso possibile l'essere e il mantenersi in regola con le leggi italiane".

 

Ma Maroni, da Fazio, ha affrontato anche un altro aspetto del razzismo: quello che riguarda i cori negli stadi. Davanti a questi episodi, ha detto il ministro, "anche la Figc deve assumersi l'onere e il diritto di sospendere le partite". Anche se "l'azione fatta dalle squadre e dalle società contro la violenza negli stadi, dall'omicidio Raciti in poi, ha contribuito molto a migliorare la situazione". Per risolvere la questione, il responsabile del Viminale ha annunciato che nei prossimi giorni incontrerà i responsabili del Lega Calcio e della Figc, per concordare un'azione comune. LR 17

 

 

 

Pubblicazioni. La vera storia dell’emigrante Alfonso Dell’Orto

 

Egr. dr. Bassanelli, segnaliamo l’uscita del nostro terzo libro, “Giorni di neve, giorni di sole” che ha la prefazione del premio Nobel per la Pace 1980, Adolfo Perez Esquivel.

Il romanzo racconta la vera storia dell’ emigrante Alfonso Dell’Orto, che, dopo più di settant’anni trascorsi in Argentina, vuole ritornare al suo paese natale per ricordare la figlia Patricia, “desaparecida” a 21 anni con il marito Ambrosio De Marco (23), genitori della piccola Mariana di soli 25 giorni, uscita miracolosamente indenne dall’azione di sequestro dei militari.

Ci rivolgiamo a lei perché vorremmo poter far conoscere al maggior numero possibile di persone questa vicenda umana affinché certe situazioni non abbiamo più a ripetersi.

Ringraziandola sin da ora per l’attenzione che vorrà riservare alla storia di un padre che ha fatto del valore della famiglia e della ricerca della figlia, della verità, della giustizia - in nome degli ideali di libertà ed equità sociale in cui credevano Patricia e Ambrosio - il principio primo della sua esistenza, porgiamo i più cordiali saluti in attesa di un suo riscontro.

Fabrizio e Nicola Valsecchi, valsecchi@gruppointercom.net (de.it.press)

 

 

 

 

Il 3 febbraio a Roma la Giornata nazionale Erasmus Mundus II

 

Roma-  Il 3 febbraio si svolgerà a Roma la Giornata nazionale Erasmus Mundus II.

La Giornata è rivolta alle università, alle istituzioni dell’alta formazione artistica e musicale (Afam), agli enti di ricerca e agli altri enti eleggibili nell’ambito dell’invito a presentare proposte - Eacea/29/09 per l’attuazione di Erasmus Mundus II.

  Erasmus Mundus è un programma Ue di cooperazione e di mobilità nel settore dell’insegnamento superiore volto a migliorare la qualità dell’insegnamento superiore europeo e promuovere il dialogo e la comprensione tra i popoli e le culture mediante una cooperazione con paesi situati fuori dall’Unione europea.

  Obiettivi della Giornata del 3 febbraio: presentare il Programma Erasmus Mundus 2009 - 2013, adottato con la Decisione del Parlamento europeo e del Consiglio n. 1298/2008/CE del 16 dicembre 2008 e in attività dal 1° gennaio 2009, approfondendo la struttura di funzionamento del Programma e lo stato della partecipazione italiana alle attività realizzate nell’ambito delle varie azioni; illustrare il Bando Erasmus Mundus 2010 per l’Azione I (EMMC, EMJD), per Azione 2 (Categoria 1, Categoria 2) e per l’Azione 3 http://eacea.ec.europa.eu/erasmus_mundus/funding/2010/call_eacea_29_09_en.php approfondendo le possibilità di partecipazione offerte alle istituzioni italiane d’istruzione superiore, agli enti di ricerca e agli altri soggetti eleggibili nelle differenti azioni.

  La Giornata si terrà nella sala conferenze del Ministero Istruzione Università e Ricerca, in viale della Civiltà del lavoro, 105. I lavori avranno inizio alle ore 9.30. L’iscrizione alla Giornata nazionale è gratuita. Per contatti e iscrizioni info@erasmusmundus.it. Per il testo del bando Erasmus Mundus II per il 2009, dei formulari per la redazione delle candidature e gli altri documenti utili , www.erasmusmundus.it (Inform)

 

 

 

Interventi. Cittadini puniti con nuova tassa su cellulari, PC, chiavette USB

 

Sono sempre stata molto critica nei confronti del berlusconismo e ritengo che Silvio Berlusconi non avrebbe mai potuto candidarsi essendo il padrone di 3 TV nazionali per un evidente e macroscopico conflitto di interessi.

Ritengo immorale che oggi il premier si stia dando disperatamente da fare per salvarsi dai processi Mills, Mediaset e Mediatrade invece di occuparsi del bene del paese e dei suoi 60 milioni di cittadini.

Ritengo che sia pura follia perseverare nel piano nucleare quando continuiamo a pagare 400 milioni di euro sulle bollette elettriche per smaltire le scorie del vecchio nucleare.

Invece di investire nella green economy come stanno facendo tutti i paesi avanzati, creando in Italia un milione di posti di lavoro, il governo italiano continua assurdamente a perseguire un antistorico piano atomico.

Tuttavia mi rendo conto che queste considerazioni interessano poco l’elettore medio berlusconiano, che è contento così,  non si preoccupa del conflitto di interesse, delle leggi ad personam, della follia nucleare,  e continua a votare Berlusconi ed essere convinto che il premier stia lavorando per gli italiani.

Mi chiedo cosa dirà oggi l’elettore medio berlusconiano quando scoprirà che è in arrivo una tassa su cellulari, PC, chiavette USB, qualsiasi strumento ad alta tecnologia dotato di memoria elettronica.

Un tassa che preleverà qualcosa come 300 milioni di euro dalle tasche dei consumatori per riversarli in quelli della SIAE.

Sbaglio o il premier aveva promesso di abbassare le tasse?

Ora non solo non le abbassa, ma introduce nuove tasse (chiamate “equo consumo” tanto per aggiungere la beffa al danno)  per punire tutti i cittadini, visto che ormai un cellulare ce l’hanno tutti.

Sono curiosa di sapere che cosa pensano di questa nuova  tassa gli elettori del PDL.

Silvia Terribili, Idv Olanda, www.silviaterribili.org  (de.it.press)

 

 

 

 

Poesia, parole e musica - in italiano o dialetto piemontese - per il concorso “Voci per la poesia 2010”

 

Il bando, curato dal Liceo “G. Peano” di Tortona, è riservato ai residenti in Piemonte, ai piemontesi e ai loro discendenti emigrati in Italia e all’estero

 

  ALESSANDRIA – Il Laboratorio teatrale del Liceo “G. Peano” di Tortona, in provincia di Alessandria, bandisce un concorso di poesia e scrittura – anche musicale - riservato ai residenti in Piemonte, ai piemontesi e ai loro discendenti emigrati in altre Regioni d’Italia o all’estero.

  Gli interessati al concorso “Voci per la poesia 2010”, patrocinato dalla Regione Piemonte e dalla provincia di Alessandria, – sono ammessi anche gli studenti delle Università di Pavia, Milano e Genova – dovranno inviare i propri componimenti entro il 15 marzo 2010 al Liceo “Peano”.

  Le sezioni in concorso sono: poesia in italiano (a sua volta suddivisa per fasce d’età, dai 14 ai 19 anni e dai 20 anni in poi); poesia in dialetto (ai residenti all’estero è consentita la presentazione di una poesia nella lingua del Paese in cui vivono accompagnata dalla traduzione italiana); racconto breve o pagina di diario (sezione dai 14 ai 19 anni e sezione dai 20 anni in poi); voci per il canto (riservata agli iscritti alla scuola secondaria di secondo grado e all’Università – fino a 25 anni -residenti nella Regione Piemonte, o nelle province limitrofe a quella di Alessandria, per testi in italiano, dialetto o lingua straniera); sezione artistica (riservata agli iscritti alla scuola secondaria di secondo grado della Regione Piemonte o nelle province limitrofe a quella di Alessandria).

  Le opere selezionate verranno presentate e premiate nel corso di una serata in programma il 12 giugno presso il Teatro civico di Tortona. In questa occasione le giurie assegneranno un diploma ai selezionati e una targa ai primi tre classificati delle sezioni poesia, prosa, arte e canto. Le poesie saranno lette dagli studenti del Laboratorio teatrale del Liceo “Paeno” di Tortona. Gli scritti selezionati saranno editi in un volume che verrà distribuito al pubblico gratuitamente nel corso della premiazione. Per la sezione musicale è possibile l’organizzazione di una serata autonoma con esibizione e premiazione, mentre per quella artistica è previsto l’allestimento di uno spazio espositivo.

  Tra i Premi speciali della Regione Piemonte si segnalano un riconoscimento all’emigrato/a dilettante la cui poesia (in italiano, in lingua piemontese o in lingua straniera) abbia ottenuto il posto migliore in graduatoria tra i concorrenti piemontesi residenti all’estero, conferito dall’assessorato alla valorizzazione dell’identità regionale e un premio al concorrente la cui poesia in dialetto piemontese risulti prima classificata, conferito dall’assessorato regionale alla cultura. Il bando completo è consultabile all’indirizzo: www.liceopeano.it. (Inform)

 

 

 

 

Erdbeben-Katastrophe. Hilfe für Haiti: Wenn alles fehlt

 

Das vom Erdbeben heimgesuchte Haiti braucht Hilfe. Viele fragen sich dennoch, ob ihre Spenden die Notleidenden erreichen werden. Die internationale Unterstützung ist alternativlos und kann Haiti positiven Schub geben - einen Staat können nur die Menschen selbst dort schaffen. Von Ingrid Müller

 

Hispaniola, Cité Soleil, Minustah – so schön klingende Worte. Doch dahinter verbirgt sich die Katastrophe: das vom Erdbeben heimgesuchte Haiti. Die Worte mit dem Anklang von Sehnsucht sind besonders wichtig für den Inselstaat. Hispaniola nannte Kolumbus einst den Flecken Erde, dessen Ostteil viele Pauschalurlauber kennen, die Dominikanische Republik gilt als das Mallorca der Karibik. Cité Soleil, die Sonnenstadt, ist der große Slum in Haitis Hauptstadt Port-au-Prince – dort im Armenhaus des Armenhauses hat das Beben vermutlich die schlimmsten Folgen gehabt. Minustah, so heißt die UN-Mission, einer der größten Blauhelmeinsätze. Ihn gibt es nur, weil das Land längst nahe dem Zerfall war, nach despotischen Herrschern mit ebenfalls klangvollen Namen wie Duvalier und Aristide. Für ihr Volk waren sie der Schrecken. Auch die fremden UN-Soldaten waren nicht unbedingt beliebt, doch sie sollten helfen. Selbst von ihnen sind jetzt viele tot oder verletzt. Haiti fehlt es an allem.

 

Wenn selbst die Helfer Hilfe brauchen, mag mancher fragen: Ist Hilfe überhaupt möglich? Gerät die Kriminalität völlig außer Kontrolle? Fällt das fragile Land ganz auseinander? Andere werden vielleicht die Vision haben, dass durch die ausländische Aufmerksamkeit und Unterstützung – der Westen spricht gern von Nachhaltigkeit, bei dem, was er tut – endlich wieder ein lebenswertes Land entsteht.

 

Hilfe ist möglich. Längst ist die internationale Maschinerie angelaufen. Ohne sie geht es nicht, bei allen Problemen, und die wird es wieder geben, von mangelnder Koordination über Unprofessionalität bis zu Scharlatanerie. Aus manchen Problemen bei früheren Einsätzen wie nach dem Genozid in Ruanda oder dem Tsunami haben die Großen durchaus das eine oder andere gelernt. Viele stimmen sich besser ab, bereden, wer Ärzte und Medikamente schickt, wer Zelte und Decken oder was immer sonst, damit nicht manches doppelt, anderes gar nicht kommt. Reibungslose Absprachen direkt nach einer Katastrophe allerdings sind deutschland- oder gar weltweit eine Illusion. Nicht zuletzt wegen jeweils eigener Interessen, auch von Ländern. Umso mehr lohnt es sich, genau hinzusehen.

 

Und: Hilfe, das sind nun einmal Spenden; Spenden bedeuten letzten Endes das Überleben auch der jeweiligen Organisation. Es gibt wieder viele Spendenaufrufe. Das ist legitim, die Organisationen haben verschiedene Ansätze. Über das Spendensiegel kann jeder eine Auswahl treffen, kann gucken, ob die Helfer bereits im Land waren und dort Partner haben. Andernfalls haben sie es schwer, wirklich schnell und effektiv zu helfen. Dann sitzt gerne mal ein Abgesandter mit zehntausenden Euro im Flieger und versucht, sich vor Ort bei anderen anzuhängen – weil er doch Spender zu Hause hat. Da stellt sich die Frage, ob das die richtige Strategie ist. Privates Sammeln von Arzneien oder Kleidung mag zwar dem eigenen Gewissen gut tun, ansonsten ist es Unsinn. Selbst in Haitis Nähe gibt es Hilfsgüter, die schneller ans Ziel gelangen.

 

Über den Schock nach einer Katastrophe und die Hilfe auch andere Konflikte zu lösen, das kann vorankommen, wie Banda Aceh nach dem Tsunami zeigt. In Sri Lanka aber ist das Gegenteil der Fall. Internationale Unterstützung kann einem Land positiven Schub geben, aber aus ihm einen Staat machen, das können nur die Menschen dort selbst. Vielleicht bringt auf Hispaniola das Hilfsangebot aus Santo Domingo etwas in Bewegung. Direkte Einflussnahme gerät allzu leicht zur Farce – in Haiti steht auch dafür der Name Aristide. Tsp 15

 

 

 

 

Hilfe für Haiti. Amerika übernimmt die Führungsrolle

 

Nach erheblichen Anfangsschwierigkeiten beschleunigen die Vereinigten Staaten jetzt ihre Hilfe für die Erdbebenopfer in Haiti. Die amerikanischen Streitkräfte übernahmen die Kontrolle über den Flughafen von Port-au-Prince und koordinieren nun die Ankunft von Maschinen mit Hilfsgütern.

Biss jetzt kommt unser Beistand noch durch einen Gartenschlauch“, sagte ein Sprecher des Außenministeriums. „Aber jetzt weiten wir das aus, da mit wir einen breiten Strom an Hilfe für Haiti bekommen.“ Bis Montag sollen 9.000 bis 10.000 amerikanische Soldaten in Haiti oder auf Schiffen vor der Küste im Einsatz sein, wie der Vorsitzende der Vereinten Stabschefs, Admiral Mike Mullen, mitteilte. Bis Freitag waren zunächst 4.200 Mann vor Ort, darunter die Besatzung des Flugzeugträgers „USS Carl Vinson“. Eine Luftlandeeinheit begann mit der Verteilung von Nahrungsmitteln, Wasser und Medikamenten.

50.000 Leichen geborgen, 1,5 Millionen Menschen obdachlos

Haitis Präsident René Preval nahm die Amtsgeschäfte in einem zum Regierungssitz umfunktionierten Polizeikommissariat in der Nähe des Flughafens wieder auf. „Die haitianische Regierung hat ihre Funktionsfähigkeit verloren, sie ist aber nicht zerbrochen“, sagte Preval zu Journalisten. Der Präsidentenpalast und zahlreiche Regierungsgebäude wurden bei dem Erdbeben zerstört.

Nach dem verheerenden Erdbeben in Haiti sind nach offiziellen Schätzungen bisher bis zu 50.000 Leichen geborgen worden. . Das Internationale Komitee vom Roten Kreuz schätzt, dass 45.000 bis 50.000 Menschen ums Leben gekommen sind. Insgesamt werden 140.000 bis 200.000 Tote befürchtet, wie Regierungsmitglieder am Freitag in Port-au-Prince mitteilten. „Niemals werden wir die genaue Ziffer wissen“, sagte Innenminister Paul Antoine Bien-Aime.Nach Angaben von Gesundheitsminister Alex Larsen wurden zudem 250.000 Menschen verletzt. 1,5 Millionen seien obdachlos. Drei Viertel der Hauptstadt müssten neu aufgebaut werden.

Clinton und Ban Ki-moon kündigen Besuche an - Mit Obama und mit UN-Generalsekretär Ban Ki-moon habe er über die Koordinierung der Hilfe gesprochen, sagte Preval am Freitag. Sie hätten versichert, alles ihnen mögliche zu tun. „Es ist wie in einem Krieg“, die Schäden könnten mit denen nach einem 15-tägigen Bombenangriff verglichen werden. Schätzungen zufolge könnten bis zu 200.000 Menschen bei dem Beben am Dienstag ums Leben gekommen sein.

Ein Großteil der Hauptstadt Port-au-Prince wurde zerstört, darunter auch der Präsidentenpalast und die Wohnung des 66 Jahre alten Staatschefs. „Ich habe kein Zuhause, ich habe kein Telefon, das ist jetzt mein Palast“, sagte Preval ironisch und deutete auf eine Polizeiwache, von der aus er jetzt versucht, sein Amt zu führen.

Die Vereinten Nationen riefen die Staatengemeinschaft unterdessen dazu auf, insgesamt 562 Millionen Dollar in einen Spendenfonds einzuzahlen, um Lebensmittel und andere dringend benötigte Hilfsgüter für die nächsten sechs Monate bereitzustellen. Drei Millionen Menschen seien dringend auf Nahrungsmittel, Wasser, Unterkunft und medizinische Notversorgung angewiesen, sagte der UN-Koordinator für humanitäre Einsätze, John Holmes. Aufgrund der Auswertung von Satellitenaufnahmen stellten die Vereinten Nationen fest, dass mindestens 30 Prozent aller Gebäude in der Hauptstadt Port-au-Prince beschädigt oder zerstört wurden. In einigen besonders schwer betroffenen Vierteln sind es 50 Prozent und mehr.

Weiter Engpässe auf Flug- und Seehafen - Bisher hat die internationale Gemeinschaft laut UN insgesamt 268,5 Millionen Dollar für Haiti zugesagt. UN-Generalsekretär Ban Ki-moon will am Montag Haiti besuchen. Die UN selbst verlor beim Erdbeben 37 Mitarbeiter. 330 weitere werden vermisst, teilte ein UN-Sprecher mit.

In der Hauptstadt kommt es vereinzelt zu Plünderungen von Hilfslagern und Supermärkten. Die Plünderer gehen dabei teilweise bewaffnet vor, berichtete der örtliche Sender Radio Metropole in Port-au-Prince. Junge Männer liefen mit Macheten durch die Straßen. Es kam zu Kämpfen um Nahrungsmittel, die aus Trümmern von Gebäuden gezogen wurden. „Wenn die Lage nicht bald kontrolliert wird, wird es zum Chaos kommen“, sagte der Helfer Steve Matthews von der Organisation World Vision. Auf einem Friedhof vor der Stadt luden Lastwagen Dutzende von Leichen in ein Massengrab. Im Süden der Stadt verbrannten Arbeiter mehr als 2.000 Leichen auf einer Müllhalde.

6000 Häftlinge geflohen - Rund 6000 Häftlinge sind nach dem schweren Erdbeben in Haiti aus den Gefängnissen des Landes geflohen. Die Gebäude seien durch das Beben beschädigt und anschließend nicht mehr bewacht worden, verlautete am Samstag aus Regierungskreisen. Von den Häftlingen hätten 4000 im Gefängnis der Hauptstadt Port-au-Prince eingesessen. Ein Großteil von ihnen sei zu lebenslanger Haft verurteilt gewesen. Journalisten der Nachrichtenagentur AFP konnten sich von den Schäden an dem Gefängnis überzeugen. In dem Gebäude befand sich niemand mehr.

Die Unsicherheit in Haiti ist eine der Hauptsorgen der internationalen Hilfsmannschaften sowie der Bewohner von Port-au-Prince, die seit dem Beben am Dienstagabend zunehmend Opfer von Diebstählen und Plünderungen werden.

Die Versorgung der Verletzten ist weiter kritisch. Vor einem Zentrum der Organisation Ärzte ohne Grenzen starben rund 100 Menschen, während sie auf medizinische Behandlung warteten, wie der Leiter der Vertretung, Stefano Zannini, telefonisch mitteilte. Die häufigste Verletzung seien offene Knochenbrüche. Mehr als 3.000 Verletzte wurden zur Behandlung in die benachbarte Dominikanische Republik gebracht. Am Freitag landete eine Boeing 777 mit 250 medizinischen Helfern aus Israel, die mit den Arbeiten zur Errichtung eines Feldlazaretts begannen.

Der amerikanische Verteidigungsminister Robert Gates warnte vor möglichen Gewaltausbrüchen auf Haiti, sollte die Hilfe bei den Opfern nicht schnell ankommen. „Entscheidend ist es, Wasser und Essen so schnell wie möglich in das Gebiet zu bringen, damit die Personen in ihrer Verzweiflung nicht zur Gewalt greifen“, sagte Gates in Washington.

Kuba öffnet Luftraum für amerikanische Hilfstransporte - Das UN-Welternährungsprogramm konnte am Freitag nach eigenen Angaben nur 20 statt der vorgesehenen 86 Tonnen Lebensmittel in den Karibikstaat liefern. Es werde nun versucht, die Güter auf dem Landweg von der benachbarten Dominikanischen Republik ins Katastrophengebiet zu bringen.

Behindert wird die Versorgung nach wie vor durch Engpässe auf dem Flughafen und im Seehafen von Port-au-Prince, die beide beim Erdbeben beschädigt wurden. So mussten auch am Freitag die Landungen auf dem vom amerikanischen Militär kontrollierten Flughafen für mehrere Stunden ausgesetzt werden. Zudem verzögern beschädigte Straßen die Versorgung mit Hilfsgütern.

Auch in Berlin startete am Samstagmorgen ein Flugzeug mit Hilfsgütern für die Erdbebenopfer. Die Maschine soll am Sonntagvormittag in der Krisenregion ankommen, sagte eine Sprecherin des Deutschen Roten Kreuzes (DRK). Das Flugzeug bringt vor allem eine mobile Mini-Klinik des DRK nach Haiti. Dafür wurden 200 Kisten mit Zelten, Betten, Verbandsmaterial und Medikamenten vorbereitet und in die Frachtmaschine geladen. Außerdem transportiert das Flugzeug drei Geländewagen mit Allradantrieb sowie Helfer des DRK nach Haiti, darunter einen Arzt aus Baden-Württemberg.

Mobile Klinik aus Berlin unterwegs in Katastrophengebiet - Die mobile Gesundheitsstation soll in der Krisenregion die medizinische Grundversorgung Tausender Menschen gewährleisten. Die Mini-Klinik kann innerhalb eines Tages aufgebaut werden. In sieben großen Zelten können die Helfer dann pro Tag bis zu 250 Patienten versorgen - Wunden behandeln, operieren, impfen und Kinder zur Welt bringen. Die mobile Gesundheitsstation wird auch nach dem Einsatz des DRK in der Region bleiben und für die medizinische Versorgung zur Verfügung stehen. Nach DRK-Angaben hat der Einsatz einen Geldwert von insgesamt 800.000 Euro.

Erleichtert wurden die Versorgungsflüge hingegen durch die Entscheidung Kubas vom Freitag, seinen Luftraum für amerikanische Hilfstransporte zu öffnen. Zudem traf am selben Tag der amerikanische Flugzeugträger Carl Vinson vor Port-au-Prince ein, von dem aus amerikanische Soldaten per Helikopter Hilfsgüter verteilten. epd/Reuters/ddp/dpa 16

 

 

 

 

Europa. Mehr Macht für Grundrechte

 

Der Menschenrechtsschutz in Europa macht einen Schritt nach vorn: Nach langem Zögern trägt Russland die Reform des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte (EGMR) in Straßburg mit. Von Jost Müller-Neuhof

 

Straßburg/Berlin - Am Freitag ratifizierte die Staatsduma das 14. Zusatzprotokoll zur Europäischen Menschenrechtskonvention (EMRK). Damit soll es dem überlasteten Gericht einfacher gemacht werden, Klagen in Bagatellfällen abzuweisen. Vor allem aber wird die Unabhängigkeit der 47 Richter aus den EMRK-Vertragsstaaten gestärkt. Ihre Amtszeit wird von sechs auf neun Jahre verlängert, die bisher mögliche Wiederwahl entfällt. Damit gibt es für die Betroffenen weniger Anreize, sich gegenüber ihren Heimatländern bei Urteilen gefällig zu zeigen. Die Dringlichkeit der Reform hatte auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) betont, weil sie sonst die „Wertebasis“ in Europa gefährdet sah.

 

Russland hatte das Zusatzprotokoll – als letztes Land – lange blockiert, weil es sich vom EGMR benachteiligt sieht; es ist das am häufigsten verurteilte Land, was allerdings nicht nur an der Menschenrechtslage, sondern auch an der Größe und der Bevölkerungszahl liegt. Gleichwohl sind es heikle Verfahren für Moskau. Dem EGMR liegt etwa eine Milliarden-Entschädigungsklage des früheren Erdölkonzerns Jukos vor, dessen Anwälte dem Kreml vorhalten, das Unternehmen ruiniert zu haben. Die Kläger sehen das Recht auf Eigentum verletzt und kritisieren willkürliche Strafverfolgungen.

 

Auch die Bundesrepublik gerät, wenn auch selten, mit dem Gerichtshof in Konflikt. So will sich die Regierung nicht mit dem jüngst ergangenen Urteil zur Sicherungsverwahrung abfinden. Dutzende gefährlicher Wiederholungstäter müssten demnach freigelassen werden, weil die Sicherungsverwahrung in Deutschland gegen die EMRK-Standards zum Freiheitsentzug versößt. Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hofft nun, dass die Große Kammer des EGMR das Urteil revidiert. Der Ausgang ist offen. Zugleich kündigte die Ministerin an, die Verwahrung „rechtsstaatlich wasserdicht“ reformieren zu wollen. Die EGMR-Urteile würden dabei berücksichtigt. Tsp 16

 

 

 

Anhörung von EU-Kommissar Oettinger. Respekt vor der nationalen Kompetenz

 

Bei seiner Anhörung im EU-Parlament wird Günther Oettinger vor brisanten Fragen verschont. Bei seiner Bewerbung als Energiekommissar will er Atomkraft als Brückentechnologie befürworten. VON DANIELA WEINGÄRTNER

 

BRÜSSEL - Der Gastgeber begrüßt den Kandidaten wie einen alten Freund. Herbert Reul ist seit dem Sommer Vorsitzender des Industrieausschusses und teilt mit Günther Oettinger, der Energiekommissar werden will, das Parteibuch und die industriefreundlichen Überzeugungen. Drei Stunden lang führt er durch ein Frage-Antwort-Spiel, das dem Kandidaten wilde Zickzacksprünge abverlangt.

Grüne und Sozialisten interessiert vor allem die Frage, wie es Oettinger, der sich als baden-württembergischer Ministerpräsident für die Verlängerung von AKW-Laufzeiten aussprach, im neuen Amt mit dieser Energieform halten will. Seine Antwort darauf ist knapp und simpel. "Als Baden-Württemberger trete ich dafür ein, dass die Laufzeiten verlängert werden. In meiner neuen Funktion respektiere ich die nationale Kompetenz."

Für ihn sei Atomkraft eine Brückentechnologie. Mehr als 50 Prozent der Gewinne sollten abgeschöpft werden, um erneuerbare Energieformen zu fördern. Er respektiere aber die Haltung Frankreichs, das auf Nuklearenergie setze, oder Österreichs, das sie ablehne. Sein Land liege geografisch genau dazwischen.

Als Energiekommissar steht für ihn die Frage im Vordergrund, was auf Dauer mit dem Atommüll geschehen soll. "Die Frage der Endlagerung nimmt man als Gegner oder als Befürworter der Kernkraft ernst." Die europäischen Gesetze zum Sondermüll seien ein Beispiel, wie man es nicht machen dürfe. Keinesfalls dürften niedrige Entsorgungskosten in Drittländern dazu führen, dass man sich des Problems auf möglichst billige Weise entledige.

Oettinger würde eine grenzübergreifende Lösung bevorzugen. An der Grenze zwischen Baden-Württemberg und der Schweiz haben Geologen in Benken nahe Schaffhausen eine mehr als hundert Meter dicke Schicht Opalinuston gefunden, der als geeignet gilt, Atommüll unbegrenzt aufnehmen zu können. Anwohnerproteste gibt es in der Schweiz kaum, und die Baden-Württemberger sondieren, ob sie das Lager mitnutzen können. Ein ähnliches Projekt hofft Oettinger auch innerhalb der EU anschieben zu können.

Dem grünen Energieexperten Claude Turmes sind solche Gedankenspiele natürlich ein Dorn im Auge. Er will vom Kandidaten wissen, ob der bereit sei, auch gegen den Widerstand der großen Stromkonzerne den Zugang kleiner Anbieter zu den Energienetzen durchzusetzen. "Es ist ein offenes Geheimnis, dass Sie eine enge Beziehung zu RWE-Chef Jürgen Großmann und Eon-Chef Wulf Bernotat haben. Natürlich können Sie Skat spielen mit wem Sie wollen, aber sind Sie unabhängig genug für den Job?"

Ein einziges Mal habe er mit Herrn Großmann im selben Saal Skat gespielt, so die Antwort, allerdings nicht am selben Tisch - bei einem Preisskat für gute Zwecke. "Vielleicht lädt mein Nachfolger Sie einmal dazu ein, Herr Turmes. Wenn Sie ordentlich Geld mitbringen und ordentlich Skat spielen, dürfen Sie bestimmt einmal kommen." Damit hat Oettinger die Lacher auf seiner Seite. Am Ende bedankt er sich für "eine Atmosphäre, die ich deutlich angenehmer empfunden habe, als mir alle vorhergesagt haben". Wie er so entspannt in die Runde lächelt, glaubt man es ihm sofort. Taz 15

 

 

 

 

Brüsseler Institutionen. „Die EU schadet der Europa-Idee“

 

Von Roman Herzog, Frits Boltkestein und Lüder Gerken

 

In Kürze wird die neue Europäische Kommission ihr Amt antreten und den soeben in Kraft getretenen Lissabon-Vertrag mit Leben füllen. Dies sollte für die Mitgliedstaaten und damit auch für die gesamte deutsche Politik Anlass und Grund sein, sich endlich in der erforderlichen Tiefe und mit der gebotenen Ernsthaftigkeit der EU-Politik zu widmen.

Denn es ist und bleibt ein Faktum: Mehr als achtzig Prozent der in Deutschland geltenden Rechtsakte werden heute in Brüssel beschlossen. Das hat jüngst erneut der Wissenschaftliche Dienst des Bundestages belegt. Durch den Lissabon-Vertrag wird sich dieser Anteil sicher nicht verringern.

Die Bilanz der EU-Politik der letzten Jahre ist durchwachsen. Unbestreitbar hat die EU beachtliche Erfolge vorzuweisen, etwa bei der Einführung des Euro und beim weiteren Ausbau des Binnenmarktes. Andererseits konnte sie sich mehrfach dort, wo europäisches Handeln geboten gewesen wäre, nicht gegen ausgeprägte mitgliedstaatliche Egoismen durchsetzen, zum Beispiel bei der konsequenten Entwicklung einer gemeinsamen Außen- und Sicherheitspolitik, bei der Liberalisierung des Bahnverkehrs, der Neuordnung des Pharmasektors, der Schaffung eines gemeinsamen Marktes für Gesundheitsdienstleistungen und der Herstellung der Freizügigkeit für Arbeitnehmer aus den neuen Mitgliedstaaten. Umgekehrt wurde sie in Bereichen aktiv, in denen sie eigentlich nichts verloren hat, verstieß gegen die europäische Kompetenzordnung oder ignorierte das Subsidiaritätsprinzip; Beispiele sind die Schaffung eines Anspruchs auf Sozialleistungen für selbständige Frauen, die Versuche, Betriebsrenten europäisch zu regulieren, oder - schon grotesk - die Brüsseler Erwägungen zur EU-weiten Regulierung des Personennahverkehrs und von Tempolimits in Städten.

 

Die EU steht daher vor der grundsätzlichen Aufgabe, eine neue Balance zu finden. In etlichen Bereichen muss sie stärker werden, sich gleichzeitig aber davor hüten, beliebige politische Aufgaben an sich zu ziehen.

Mehr Regulierung als nötig

Unbestritten ist dies schwierig, allein schon angesichts der Zahl von 27 Kommissaren, die jeweils ihre eigenen, oft widerstreitenden politischen Interessen haben und Erfolge vorweisen wollen. Außerdem wirken auf die Kommission - im „Spiel über Bande“ - unentwegt mitgliedstaatliche Politiker und Verbände ein, die ihre jeweiligen Sonderinteressen über die nationale Politik nicht durchsetzen können. Im Gesetzgebungsverfahren sind außerdem Kompromisse zum einen zwischen Kommission, Europäischem Parlament und Ministerrat, zum anderen zwischen den Mitgliedstaaten an der Tagesordnung. In diesem Interessengestrüpp wird, nicht verwunderlich, mehr Regulierung als nötig produziert, und das, was dabei herauskommt, ist oft nicht nur aus ordnungspolitischer Sicht missglückt.

Die schwierigen Bedingungen, unter denen die EU-Politik agiert, dürfen freilich nicht als Ausrede herhalten. Im Gegenteil: Wer politische Führung beansprucht, muss sich solcher Anwüchse erwehren können und einen klaren Kurs fahren.

Die größte Herausforderung ist die Azeptanz bei Bürgern und Wirtschaft

Denn die EU steht vor großen Herausforderungen. Dies gilt selbstverständlich für die gemeinsame europäische Außen- und Sicherheitspolitik. Sie ist im Vergleich zum Integrationsstand in der Wirtschaftspolitik noch völlig unterentwickelt.

Die größte Herausforderung für die EU liegt allerdings woanders. Sie ist existentiell: Die EU muss die Akzeptanz, die sie bei vielen Bürgern, aber auch in großen Teilen der Wirtschaft verloren hat, wiedergewinnen. Ohne diese Akzeptanz droht die Zustimmung der Menschen auch zu dem grundsätzlichen Ideal der europäischen Integration bleibenden Schaden zu nehmen - mit unabsehbaren Konsequenzen für die EU, einschließlich der Möglichkeit ihres Scheiterns insgesamt.

Der Akzeptanzverlust rührt vor allem von einem fast schon allgegenwärtigen Eindruck: Brüssel erlässt über die Köpfe der Menschen, über gewachsene Traditionen und Kulturen hinweg unentwegt Vorschriften und reguliert Dinge, die - wenn überhaupt - mindestens ebenso gut lokal oder regional geregelt werden können.

Genau um dieser Entwicklung vorzubeugen, war das Subsidiaritätsprinzip in die Europäischen Verträge aufgenommen worden. Es weist für alle Bereiche der konkurrierenden Gesetzgebung (“geteilte Zuständigkeiten“) den Mitgliedstaaten einen Vorrang gegenüber der EU zu: Die EU darf nur dann aktiv werden, wenn ein Problem sachgerecht nicht auf nationaler, sondern nur auf europäischer Ebene gelöst werden kann. Wesentlicher Anhaltspunkt dafür hatte nach der bisherigen Rechtslage die Frage zu sein, ob es um ein grenzüberschreitendes Problem geht. Eigentlich sollte dies eine Selbstverständlichkeit sein.

Parlament und Gerichtshof haben ein Interesse an der Ausweitung der Kompetenzen

Um die Beachtung des so verstandenen Subsidiaritätsprinzips steht es jedoch schlecht. Schon heute spielt es im Bewusstsein der Brüsseler Politiker, Beamten und Verbandsvertreter kaum eine Rolle. Wer es in Brüssel als tragende Säule einer nachhaltigen europäischen Integration verteidigt, wird meist nur mitleidig belächelt. Diametral zur ursprünglichen Intention versteht man in Brüssel unter Subsidiarität heute meist: Wenn Brüssel Geld gibt, kann das fragliche Problem besser auf EU-Ebene gelöst werden. Und nur allzu gern gibt Brüssel deshalb Geld. Vor diesem Hintergrund ist es umso besorgniserregender, dass das Prüfkriterium, ob ein grenzüberschreitendes Problem vorliegt, im Lissabon-Vertrag gestrichen wurde.

Was lässt sich tun? Auf den Europäischen Gerichtshof wird man hier nicht setzen dürfen. Er hat ein Eigeninteresse an einer stetigen Ausweitung der Kompetenzen der EU. Gleiches gilt für das Europäische Parlament. Daher ist vor allem eine deutlich größere Aufmerksamkeit der Mitgliedstaaten - in der Politik sowie in der Öffentlichkeit und in den Medien - unverzichtbar. Aus den Mitgliedstaaten muss die klare Botschaft kommen, dass nur Dinge mit substantiell grenzüberschreitender Relevanz auf der EU-Ebene geregelt werden dürfen.

Die Regierungen müssen Subsidiaritätswächter sein

Wächter der Subsidiarität müssen erstens die mitgliedstaatlichen Parlamente sein, in Deutschland Bundestag und Bundesrat - schon im Eigeninteresse, sich wichtige politische Gestaltungsmöglichkeiten auf nationaler Ebene zu erhalten. Das wird allerdings nicht einfach sein. Zwar sollen die nationalen Parlamente eine Verletzung des Subsidiaritätsprinzips rügen dürfen. Völlig offen ist jedoch, wie dies geschehen soll angesichts äußerst kurzer Einspruchsfristen und der notwendigen Abstimmung mit den Parlamenten anderer Mitgliedstaaten. Es müssen daher in und zwischen den Parlamenten hocheffiziente Strukturen geschaffen werden, die eine zügige Abstimmung der Positionen ermöglichen.

Mindestens genauso wichtig ist die inhaltliche Positionierung: Bundestag und Bundesrat müssen gemeinsam mit anderen mitgliedstaatlichen Parlamenten so schnell wie möglich ein konkretes Regulierungsvorhaben der EU zu einem Präzedenzfall machen, mit dem sie ihr Rügerecht an dem Fehlen eines grenzüberschreitenden Problems festmachen. Nur so lässt sich politisch ausgleichen, dass dieses Prüfkriterium nicht mehr ausdrücklicher Bestandteil des geschriebenen EU-Rechts ist.

Subsidiaritätswächter müssen zweitens die Regierungen der Mitgliedstaaten sein, in Deutschland die Bundesregierung. Sie hat durch ressortübergreifende Wachsamkeit nicht zuletzt dafür Sorge zu tragen, dass das vielgenutzte, aber hochgradig fragwürdige „Spiel über Bande“ eingedämmt wird. Mit ihm kann ein Fachministerium ein nationales Regulierungsvorhaben, das im eigenen Land nicht durchsetzbar ist, in Brüssel anstoßen und es dort unter Umgehung der nationalen Gesetzgebungsverfahren verhandeln, um am Ende im jeweiligen Fachministerrat selbst darüber zu entscheiden.

Außerdem muss die Bundesregierung endlich eine Kultur des kategorischen Neins für die Verhandlungen und Abstimmungen im Ministerrat entwickeln, wenn es um Vorhaben geht, die mit dem Subsidiaritätsgedanken unvereinbar sind oder gar gegen die europäische Kompetenzordnung verstoßen.

Öffentlichkeit und Medien müssen wachen

Hier läuft vieles falsch. Das jüngste Beispiel ist eine EU-Richtlinie, die selbständigen (!) Frauen einen Anspruch auf staatliche Sozialleistungen gewährt. In der entscheidenden Ministerratssitzung insistierte die Bundesregierung nachdrücklich, dass die EU gar nicht die erforderliche Gesetzgebungskompetenz besitze und dass dieses Vorhaben einen rechtswidrigen Eingriff in die nationalen Sozialleistungssysteme darstelle. In der anschließenden Abstimmung enthielt sie sich jedoch der Stimme, um die Richtlinie dennoch nicht zu blockieren. Das geschah beileibe nicht zum ersten Mal: In Brüssel heißt dieses Abstimmungsverhalten „German vote“.

Ähnliches droht bei dem auf dem Tisch liegenden Richtlinienentwurf zur massiven Ausdehnung der europäischen Antidiskriminierungsgesetzgebung. Nach den Vorstellungen der Kommission, maßgeblich unterstützt vom Europäischen Parlament, sollen nicht behindertengerechte Geschäfte und Restaurants bedarfsunabhängig umgebaut werden müssen und auch Mieter den behindertengerechten Umbau von Wohnungen verlangen können. Die Bundesregierung hat im Ministerrat die Verletzung des Subsidiaritätsprinzips geltend gemacht und sich klar gegen dieses Vorhaben ausgesprochen. In der Tat liegt eine national nicht lösbare, grenzüberschreitende Problemlage nicht vor; Gebäude können nun einmal nicht von einem in den anderen Staat wandern. Die Bundesregierung könnte den Entwurf mit einem Veto zu Fall bringen. Dazu wird es aber voraussichtlich nicht kommen.

Angesichts dieser Probleme in der deutschen Legislative und Exekutive müssen drittens gerade auch die Öffentlichkeit und die Medien den Politikern auf die Finger schauen. Die Stärkung des Subsidiaritätsgrundsatzes ist von überragender Wichtigkeit. Sie hat daher als unbedingte Maxime und Grundlage einer jeden Entscheidung in der EU quer durch alle Politikbereiche zu gelten.

Im Lichte des Subsidiaritätsgrundsatzes gehören, um drei wichtige Bereiche zu nennen, die Sozialpolitik, die Antidiskriminierungspolitik (mit Ausnahme der Ungleichbehandlung wegen der Staatsangehörigkeit und verwandter Merkmale) und die Bildungspolitik auf die mitgliedstaatliche Ebene. Ihnen fehlt durchweg eine direkte grenzüberschreitende Problemlage.

Eine herausragende Rolle für die Stabilitätspolitik

Die Realität sieht freilich anders aus. So gibt es - neben den bereits heute umfangreichen sozial- und diskriminierungspolitischen Aktivitäten der EU - in Brüssel neuerdings Bestrebungen, im Anschluss an die Hochschulpolitik (Bologna-Prozess) nun auch Einfluss auf die allgemeine Schulpolitik zu gewinnen, wobei unverkennbar Sympathien für die Gesamtschule gehegt werden. Deutschland wird ebenfalls aufpassen müssen, wenn es sein duales Berufsausbildungssystem vor dem Zugriff einer europäischen Standardisierung - auf im Zweifel niedrigerem Niveau - schützen will.

Eine andere Situation liegt dagegen für die Stabilitätspolitik der EU vor. Sie wird in den kommenden fünf Jahren eine herausragende Rolle spielen müssen. Spätestens seit Einführung des Euro ist eine Kontrolle der mitgliedstaatlichen Haushaltsdefizite durch die EU unabdingbar. Denn in der Währungsunion bestehen Möglichkeiten und Anreize für den einzelnen Mitgliedstaat, sich auf Kosten der anderen Staaten übermäßig zu verschulden, weil die Europäische Zentralbank nur mit einer für alle Euro-Staaten einheitlichen Geldpolitik gegensteuern kann.

Im Zuge der Finanz- und Wirtschaftskrise haben sich die EU-Staaten in atemberaubendem Umfang verschuldet. Die EU muss sie unnachgiebig auf einen Konsolidierungskurs zurückzwingen. Die Kommission hat inzwischen gegen 20 Mitgliedstaaten Verfahren wegen übermäßiger Defizite eingeleitet. Das lässt hoffen. Es wird sich aber noch zeigen müssen, ob sie auch die politische Kraft besitzt, den Kurs konsequent durchzuhalten.

Neben der Stabilitätspolitik wird die Klimapolitik in den nächsten Jahren von wesentlicher Bedeutung sein. Auch hier ist, weil Treibhausgase nicht an den Grenzen haltmachen, die EU gefordert. Freilich ist von ihr nicht nur eine konsequente, sondern auch eine in sich konsistente Politik zu verlangen.

Mit dem Glühlampenverbot wird kein Gramm CO2 gespart

Die Grundsatzentscheidung für einen EU-weiten Emissionsrechte-Handel (EU-ETS) ist zu begrüßen. Denn die volkswirtschaftlich effizienteste Methode, Unternehmen wie Verbraucher zu umweltverträglichem Verhalten zu bewegen, besteht darin, den Kohlendioxidausstoß (CO2) zu deckeln und mit einem Preis zu belegen. Dadurch wird er zunächst dort gedrosselt, wo die volkswirtschaftlichen Kosten am niedrigsten sind. Konsequent umgesetzt, muss das EU-ETS aber für sämtliche Emittenten von CO2 gelten, also auch für den Benzin-, Diesel- und Heizölverbrauch. Das ist relativ unbürokratisch möglich. Man muss nur die Erzeuger und Importeure dieser Energieträger verpflichten, Emissionsrechte zu erwerben („Upstream-Emissionsrechtehandel“).

Gleichzeitig muss die Kommission für die Abschaffung jener Vorschriften sorgen, die das Funktionieren des EU-ETS behindern. Dazu gehören zum einen Gebote und Verbote, die es der Volkswirtschaft unmöglich machen, das vorgegebene Klimaziel auf dem kostengünstigsten Weg zu erreichen. Ein Beispiel hierfür ist das Glühlampenverbot. Es dient vor allem dem Zweck, die wahren Kosten des Klimaschutzes für den Bürger zu verschleiern. Mit diesem Verbot wird kein Gramm CO2 eingespart. Denn die Emissionen bei der Stromerzeugung sind ohnehin gedeckelt: Einsparungen bei der Beleuchtung führen zwar dazu, dass die Stromerzeuger weniger CO2 emittieren. Die von ihnen dadurch nicht benötigten Emissionsrechte werden aber von anderen Emittenten genutzt und führen zu Mehremissionen in anderen Bereichen, so dass die zulässige Obergrenze an CO2 in jedem Fall erreicht wird. Im Übrigen beschädigen gerade solche Regelungen wie das Glühlampenverbot die Akzeptanz der EU-Politik bei den Menschen.

Zum anderen sollte die Kommission auf die Beendigung der Subventionen für erneuerbare Energie dringen. Denn auch diese erhöhen die volkswirtschaftlichen Kosten der Klimapolitik unnötig: Sie schaffen Fehlanreize zur Errichtung von Stromerzeugungsanlagen, die ohne Förderung nie gebaut würden. Die erneuerbare Energie gewinnt bereits dadurch an Wettbewerbsfähigkeit, dass für sie keine oder nur wenige Emissionsrechte erworben werden müssen.

Die Vollharmonisierung würde dem Verbraucherschutz dienen

Freilich steht die Klimapolitik der EU vor einem Dilemma. Die Pflicht, Emissionsrechte zu erwerben, führt gerade in energieintensiven Branchen zu hohen Kostensteigerungen, die die Wettbewerbsfähigkeit der europäischen Unternehmen erheblich beeinträchtigen. Die Folge können Insolvenzen oder Standortverlagerungen ins Ausland sein. Es hilft dem Klima jedoch nichts, wenn als Folge der EU-Klimapolitik die Produktion in andere Teile der Welt abwandert und dann dort vermehrt CO2 emittiert wird. Zu Recht setzt sich die EU daher unmissverständlich für den weltweiten Handel mit Emissionsrechten ein. Wenn dieser - was nach Kopenhagen droht - nicht zustande kommt, wird man um einen gewissen finanziellen Ausgleich der nicht vertretbaren Mehrkosten für die betroffenen Unternehmen in der EU nicht herumkommen.

Auch im Verbraucherschutz ist die EU gefordert: Derzeit gibt es 27 unterschiedliche Verbraucherrechtsordnungen. Das hemmt die Bereitschaft der Unternehmen, Verbraucher in anderen Staaten zu beliefern, und die Bereitschaft der Verbraucher, im Ausland zu kaufen, da sie meist nicht wissen, welche Rechte sie jeweils haben. Eine Vollharmonisierung der Verbraucherrechte hilft dem ab: Sie schafft einheitliche Bedingungen und damit Rechtssicherheit. Mit einer Mindestharmonisierung dagegen, die nationale Abweichungen nach oben zulässt, wird nicht viel gewonnen.

Freilich darf eine Vollharmonisierung nicht zu überzogenem Verbraucherschutz führen. Durch ihn lässt sich die Lastenverteilung nicht vom Verbraucher auf den Anbieter verlagern. Denn ein hoher Verbraucherschutz führt zwangsläufig zu höheren Kosten und damit zu höheren Verbraucherpreisen, so dass sich vor allem die ärmeren Teile der Bevölkerung weniger Konsum leisten können. Dies gilt auch für Verbraucher-Sammelklagen.

Zurück zum Konzept des „mündigen Verbrauchers“

Anlass zur Sorge ist auch die in der Kommission anzutreffende Auffassung, dass Verbraucher „desorientiert sind“, oft nicht nach ihren „wahren“ Interessen handelten und ihnen daher - natürlich von der EU - der Weg zu ihrem Glück gewiesen werden müsse. Dies läuft auf eine Bevormundung durch Bürokraten hinaus. Die EU sollte zum Konzept des „mündigen Verbrauchers“ zurückkehren: Ja zu neutralen Produktinformationen; Nein zu wertenden Angaben, die zu einem bestimmten Verhalten verleiten sollen.

Einhalt geboten werden muss auch der Neigung der Kommission, in die Preisbildungsprozesse des Marktes einzugreifen - mit dem offen proklamierten Endziel einer politisch-behördlichen Kontrolle letztlich sämtlicher Verbraucherpreise: Die Kommission erwartet neuerdings vom Binnenmarkt „Ergebnisse, die in sozialer Hinsicht akzeptabel sind“, will dafür auch „bisweilen eine geringere Wirtschaftlichkeit in Kauf nehmen“. Über Umfragen und Verbraucherverbände will sie herausfinden, ob die Verbraucher „zufrieden“ mit dem „Marktergebnis“ sind. Wenn nicht, will sie eingreifen. Vor einer Fortsetzung dieser an Planwirtschaften erinnernden Politik ist dringend zu warnen. Wer das Preissystem politisch instrumentalisiert, beschädigt seine Fähigkeit, Knappheiten zu kommunizieren, und schadet damit allen, gerade auch den Verbrauchern.

Die strikte Kontrolle staatlicher Beihilfen ist wichtiger denn je

Nicht nur mit Blick auf die Harmonisierung des Verbraucherschutzes bleibt die Vollendung des Binnenmarktes in den nächsten fünf Jahren ein vordringliches Ziel. Wie die Finanz- und Wirtschaftskrise gezeigt hat, neigen die Mitgliedstaaten nach wie vor zu protektionistischen Maßnahmen, wenn das Schicksal nationaler Unternehmen auf dem Spiel steht. Damit diese Neigung nicht den Binnenmarkt untergräbt, ist eine strikte Kontrolle staatlicher Beihilfen durch die Kommission wichtiger denn je. Auch muss die EU alles daransetzen, noch bestehende Schranken zu beseitigen. Mit dem Lissabon-Vertrag erhält sie die Kompetenz zur Schaffung eines europäischen Titels zum Schutz geistigen Eigentums. Diese Kompetenz sollte sie nutzen.

Die Mitgliedstaaten und damit auch die Politiker in Deutschland sollten die Europäische Kommission, soweit diese der beschriebenen Linie folgt, tatkräftig unterstützen. Ebenso sollten sie aber auch sachwidriger Überregulierung und Verstößen gegen das Subsidiaritätsprinzip entschieden - und öffentlichkeitswirksam - entgegentreten. Auch die deutsche Politik wird, bei der nächsten Bundestagswahl, an ihren europapolitischen Leistungen zu messen sein. Und die sollten nicht länger zu einem großen Teil darin bestehen, in Deutschland nicht durchsetzbare Vorhaben über die europäische Bande zu spielen und fragwürdige Regulierungsvorschläge aus Brüssel nicht wahrzunehmen oder, noch schlimmer, trotz eigener Bedenken durchzuwinken.

Dies liegt nicht nur im Interesse Deutschlands, sondern im Interesse der weiteren gedeihlichen Entwicklung der EU insgesamt. Denn die europäische Integration ist nur zukunftsfähig, wenn die Bürger mitgenommen werden. Davon sind wir derzeit weit entfernt, vielleicht weiter denn je. Und wenn die Menschen der EU vollends die Gefolgschaft verweigern, droht ein Scherbenhaufen historischen Ausmaßes.

 

Die Autoren - Roman Herzog, Bundespräsident von 1994 bis 1999, kritisiert als Verfassungsrechtler den von ihm beklagten Irrweg der EU-Zentralisierung. Geboren 1934 in Landshut, ist der Verfassungsrechtler ganz das Gegenteil eines trockenen Juristen. Er mahnt mehr Bürgernähe und tiefgreifende Reformen der Bürokratie an.

Frits Bolkestein hat als EU-Binnenmarktkommissar in den Jahren 1999 bis 2004 den Brüsseler Apparat aus nächster Nähe kennengelernt. Der 1933 in Amsterdam geborene frühere Manager und Politiker der liberalen Partei VVD ist als konsequenter Verfechter unverfälschten und offenen Wettbewerbs bekannt.

Lüder Gerken, Jahrgang 1958, war Direktor des Walter-Eucken-Instituts in Freiburg. Seit 2006 leitet der habilitierte Ökonom das ebendort ansässige Centrum für Europäische Politik (CEP) unter dem Dach der überparteilichen Stiftung Ordnungspolitik. Faz 15

 

 

 

Robert Zollitsch: Afghanistan braucht Frieden

 

Seit einigen Monaten findet der Afghanistan-Einsatz in der deutschen Öffentlichkeit neue Beachtung. Es ist zu Bewusstsein gekommen, dass auch die Bundeswehr immer stärker an Kampfhandlungen beteiligt ist. Das Thema Afghanistan ist nunmehr auch in Deutschland aus dem Halbschatten heraus- und ins grelle Licht der öffentlichen Aufmerksamkeit eingetreten.

 

Tatsächlich ist es höchste Zeit, dass wir in unserem Land eine breite Debatte über die Perspektiven und Möglichkeiten unserer Friedens- und Sicherheitspolitik führen. Wir haben uns allzu lange nur mit Einzelfragen befasst. Einer grundlegenden Diskussion über Ziele und strategische Perspektiven sind Gesellschaft und Politik ausgewichen.

 

Für die Kirche stellt sich jetzt die Aufgabe, besonders die ethischen Gesichtspunkte zum Tragen zu bringen. Für die katholische Kirche gilt dabei, dass sie das Konzept des "gerechten Friedens" in den Mittelpunkt der Friedensethik stellt. Nicht die (immer auch notwendige) Klärung der Legitimität von vielleicht noch hinnehmbarer Anwendung militärischer Mittel ist deren Zentrum. Vielmehr versucht sie, jene Handlungsweisen zu bestimmen, die eine Überwindung von Gewalt ermöglichen und den Frieden unterstützen. In diesem Zusammenhang kann militärischem Handeln unter gewissen Voraussetzungen eine Gewalt eindämmende und damit für eine gewisse Zeit notwendige Rolle zufallen.

 

Eine gewaltkritische Ethik - Seit der großen Friedensdebatte der 1980er Jahre hat die Kirche ihre gewaltkritische Ethik fortentwickelt, in der die biblische Friedensvision und ihre Forderung nach Gewaltüberwindung und Gewaltlosigkeit in einer realistischen Weise politisch zur Geltung kommen. Die Titel der von der Deutschen Bischofskonferenz veröffentlichten Dokumente sind programmatisch: "Gerechtigkeit schafft Frieden (1983)" sowie "Gerechter Friede (2000)".

 

Was kann dies für Afghanistan bedeuten? Der Blick zurück zeigt uns: 1997 hatten die Taliban das Islamische Emirat Afghanistan ausgerufen und bis zu neunzig Prozent des Staatsgebietes unter ihre Kontrolle gebracht. Dem setzten die USA nach den Terroranschlägen des 11. September 2001 ein Ende, gestützt auf eine Resolution der Vereinten Nationen. Deutschland trat von Anfang an für Schritte zur politischen Stabilisierung des Landes ein.

 

Schritte zur Demokratie, die Unterstützung zur Bildung einer legitimen und handlungsfähigen Regierung, Sicherheit für die Bevölkerung: Das verlangt vielschichtige Hilfe, zu der zivile Aufbauhelfer ebenso gehören wie finanzielle Zuwendungen und polizeiliche und militärische Absicherung.

 

Deutschland hat in der Verantwortung der Regierung von Bundeskanzler Schröder im Rahmen eines von den UN legitimierten friedenserzwingenden Einsatzes Soldaten gestellt. Ihr Ziel ist die Unterstützung von innerer Sicherheit, des Wiederaufbaus und der Herstellung legitimer demokratischer Verhältnisse. Daneben werden in Afghanistan islamistisch-terroristische Kräfte und Aufständische bekämpft. An diesem Einsatz ist die Bundeswehr mit bis zu 100 Soldaten ihrer KSK-Spezialkräfte beteiligt.

 

Heute müssen wir eine bittere Bilanz ziehen: In weiten Teilen Afghanistans herrschen kriegsähnliche Zustände. Viele Maßnahmen haben nicht zu den gewünschten Erfolgen geführt. Es sind manche gravierende Fehler gemacht worden. Eine stabile Demokratie in Afghanistan liegt in weiter Ferne. Islamistische Kräfte haben an Boden gewonnen, auch im Nachbarland Pakistan. All dies zwingt zu einer neuen Bewertung der Situation und zu neuen Entscheidungen. Der Afghanistan-Einsatz verlangt eine echte Perspektive. So wie bisher kann er eigentlich nicht fortgesetzt werden. Dafür haben die Bürger ein sensibles Gespür. Neue Entscheidungen sind auch aus dem Blickwinkel einer christlichen Ethik unausweichlich, die auf einen gerechten Frieden setzt.

 

Der Debatte in Deutschland hat lange der Mut gefehlt, sich den entscheidenden Fragen zu stellen. Welche Maßnahmen sind nötig, um die angestrebte Stabilisierung des Landes sowie den verlässlichen Schutz der afghanischen Bevölkerung zu erreichen und zu gewährleisten? Sind wir bereit, die damit verbundenen Lasten zu tragen? Was würde passieren, wenn die Afghanistan-Schutztruppe (Isaf) jetzt abzöge? Wäre dies der Beginn einer Rückkehr zu den Verhältnissen von 1997 und 2001?

 

Was würde dies für das nuklear bewaffnete Nachbarland Pakistan, das von innerer Unruhe zutiefst erschüttert ist, und damit für die internationale Sicherheit bedeuten? Kann die bisherige Politik das Ziel erreichen, Terrorzellen zu vernichten und der Wiedererrichtung einer staatlichen Basis für den internationalen islamistischen Terrorismus zu wehren? Kann und soll es Aufgabe der internationalen Gemeinschaft sein, auch mit militärischen Mitteln Demokratie und Menschenrechte in einem Land wie Afghanistan zum Durchbruch zu verhelfen? Es gibt keine einfache Lösung

 

Diese Fragen müssen auf den Tisch der öffentlichen Diskussion. Ich habe viel Verständnis für alle, die nach der Zukunft eines Einsatzes fragen, der auf wenig Erfolge schauen kann. Eine christliche Verantwortungsethik aber verlangt Sorgfalt bei der Diskussion und der Meinungsbildung. Wenn wir Teil der Lösung werden wollen, dann müssen wir auch verstehen lernen, inwieweit wir schon Teil des Problems geworden sind.

 

Es gibt keine einfache Lösung - Dabei gilt es, der Versuchung der allzu einfachen Lösungsvorschläge zu widerstehen. Nur so kann letztlich auch ein Konsens über die Konturen der Friedens- und Sicherheitspolitik erreicht werden, der von weiten Teilen der deutschen Öffentlichkeit mitgetragen und den gravierenden ethischen Fragen gerecht wird.

 

Die katholische Kirche bringt in diese Diskussion eine ebenso realistische wie gewaltkritische Perspektive ein. Von ihr her ist eine Politik der Eindämmung und fortschreitenden Überwindung der Gewalt gefordert. Mittel- und langfristig dienen wir auf diese Weise am ehesten dem afghanischen Volk und auch der Sicherheit der internationalen Gemeinschaft. Robert Zollitsch. Vorsitzender der katholischen Deutschen Bischofskonferenz. FR 16

 

 

 

 

Afghanistaneinsatz. Merkel will Bündnis mit SPD

 

Kanzlerin Merkel und Oppositionsführer Steinmeier streben einen Konsens für ein neues Afghanistan-Mandat an. Parteiengezänk soll vermieden werden. Von S. Kornelius

 

Bundesregierung und SPD-Opposition streben einen Konsens für ein neues Afghanistan-Mandat an. Dabei ist auch eine Truppenerhöhung denkbar, aber nicht zwingend.

Bundeskanzlerin Angela Merkel und SPD-Fraktionschef Frank-Walter Steinmeier haben nach übereinstimmenden Informationen aus der Bundesregierung und der SPD zu Beginn dieser Woche vereinbart, den Einsatz der Bundeswehr aus parteipolitischem Gezänk herauszuhalten und ein für alle Seiten zustimmungsfähiges Mandat zu erarbeiten.

Die Bundesregierung hat zugesagt, eine schlüssige und transparente Strategie vorzulegen, deren Grundzüge jetzt bereits feststehen.

Weitgehend unbemerkt von der Öffentlichkeit traf sich in den vergangenen Wochen zweimal der Kabinettsausschuss zu Afghanistan bei der Bundeskanzlerin. Außerdem hinterlegte Steinmeier seine Vorstellungen für ein zustimmungsfähiges Mandat.

Regierungserklärung am 27. Januar

Merkel signalisierte im Gegenzug, dass sie die SPD bei der Neufassung eines Mandats unbedingt mit im Boot halten wolle. Aus der Bundesregierung heißt es, dies sei oberste Priorität der Kanzlerin. Es dürfe nicht so weit kommen, dass nur die Regierungsfraktionen die Streitkräfte in einen Einsatz schickten.

Feststeht, dass die Bundeskanzlerin am 27. Januar eine Regierungserklärung zu Afghanistan abgeben wird. Am 26. Januar kommt der afghanische Präsident Hamid Karsai nach Berlin und wird auch mit den Fraktionsvorsitzenden und den Obleuten der Fachausschüsse im Bundestag zusammentreffen.

Die SPD bemüht sich auf einer Afghanistan-Klausur am 22. Januar um innerfraktionellen Konsens. Nach der Afghanistan-Konferenz am 28. Januar in London will die Bundesregierung ein neues Mandat vorlegen, das nach der ambitioniertesten Zeitplanung bereits bis 26. Februar im Parlament verabschiedet werden könnte.

Ruf nach transparenter Aufschlüsselung

Als besonders heikel gilt die Frage, ob das neue Mandat eine Vergrößerung des deutschen Kontingents in Afghanistan nötig macht. Sowohl Außenminister Guido Westerwelle (FDP) wie auch Steinmeier dringen auf eine transparente Aufschlüsselung der Aufgaben der 4500 Soldaten. Es gilt als zwingend, dass innerhalb des Kontingents Aufgaben umgeschichtet werden. So könnte das Feldlager in Faisabad mit 500 Soldaten aufgelöst werden.

 

Diskutiert wird auch darüber, die Tornado-Aufklärungsflugzeuge abzuziehen, die zurzeit mindestens 100 Soldaten binden. Ziel ist es, mehr Soldaten für die Ausbildung afghanischer Truppen zur Verfügung zu stellen. Die Ausbilder würden afghanischen Einheiten zugeordnet und mit ihnen auch als Trainer in Einsätze geschickt werden.

Im Verteidigungsministerium gibt es Berechnungen, wonach dafür bis zu 3000 zusätzliche Soldaten gebraucht würden. In anderen Berechnungen ist von 900 die Rede. Ob diese Erhöhung politisch mit der SPD durchsetzbar ist, ist ungewiss.

Steinmeier hat ein größeres Kontingent nicht abgelehnt, aber zur Bedingung gemacht, dass der Einsatz nicht in andere Landesteile ausgeweitet wird, dass es einen überprüfbaren Zeitplan für die Übergabe der Verantwortung an afghanische Einheiten gibt und dass die Ausbildungskapazitäten und die Hilfsgelder deutlich erhöht werden. Außenministerium und Entwicklungshilfeministerium planen eine Verdoppelung der Etats für die zivile Hilfe. SZ 16

 

 

 

Kommentar zum Bartsch-Rückzug. Gnadenlos rausgemobbt

 

Eines muss man der Linken lassen: Sie ist eine durch und durch etablierte Partei - zumindest was die gelegentliche Gnadenlosigkeit im Umgang miteinander angeht. Dietmar Bartsch wäre also durchaus qualifiziert, Frank-Walter Steinmeiers Angebot anzunehmen und zur SPD zu wechseln. Dort würde er auch ganz sicher und unumstritten zu den Partei-Linken zählen.

 

Bartsch wird das nicht tun. Jedenfalls nicht, solange der Machtkampf in seiner Partei nicht entschieden ist. Und das ist er keineswegs, im Gegenteil. Der Bundesgeschäftsführer, zuletzt gemobbt sogar von seinem alten Weggefährten Gregor Gysi, dürfte nicht das letzte Opfer gewesen sein. Und andere werden nicht so weich fallen wie er, dem Gysi postwendend einen Vize-Posten in der Fraktion anbot.

 

"Von geistiger Weite geprägt" sein solle die innerparteiliche Programmdebatte, hat sich Spitzenstratege Bartsch zum Abschied gewünscht. Und er weiß, wovon er redet - war er doch jahrelang der umtriebige Verwalter im Hintergrund, wenn Gysi dem eigenen Laden ein Mindestmaß von intellektueller Offenheit beizubiegen versuchte: Offenheit zwischen Ost und West; Offenheit für die Überprüfung ideologischer Glaubenssätze anhand neuer Entwicklungen der Gesellschaft; Offenheit im Umgang - und womöglich Koalitionen! - mit Andersdenkenden.

 

Der Grund, aus dem Gysi nun ausgerechnet diesen treuen Weggefährten fallen ließ, hat vor allem einen Namen: Oskar Lafontaine. Der ist für Offenheit gegenüber Andersdenkenden nicht gerade berühmt, und er wollte ganz offensichtlich nicht mehr mit Bartsch. Seine Rückkehr - wenn die Gesundheit sie denn erlaubt - stand in Frage. Und Gysi wusste, dass sein Traum vom langen Leben einer Partei links von der SPD sich vorerst nicht erfüllen lässt ohne das westliche Zugpferd Lafontaine.

 

Kleines Problem: Mit Lafontaine womöglich auch nicht. Der Saarländer ist ja nicht nur Zugpferd. Er ist auch vollkommen ignorant gegenüber den Schritten zur "geistigen Weite", die Gysi und Co. schon mit der PDS gegangen sind und die die Partei erst vom Nostalgieverein zur ernstzunehmenden politischen Kraft gemacht haben. Sie - auch Bartsch - hatten bis zur Vereinigung mit der WASG das Kunststück geschafft, realistisch und regierungsfähig zu werden, ohne das Protest-Potenzial in der Wählerschaft zu vernachlässigen. Protest-Polterer Lafontaine dagegen ist zwar mindestens ebenso Machtmensch wie Gysi, im Ton allerdings gibt er sich gern so wütend, dass er zwar ohnehin Gleichgesinnte begeistert, aber viele andere - selbst potenzielle Freunde - verschreckt.

 

Mit welchem Programm und in welchem Ton die Linkspartei versucht, zum Dauerbrenner zu werden, ist volllkommen unentschieden. Sollte sich Gysi allerdings demnächst auch noch einen Bartsch-Nachfolger nach Lafontaines Gusto aufzwingen lassen, dann hätten sie die "geistige Weite" schon verloren, bevor die Programmdebatte richtig beginnt. Und dann erst könnte sich die SPD Hoffnung machen, die in die Linkspartei geflüchteten Sozialdemokraten zurückzugewinnen - und ein paar intelligente Linke wie Bartsch dazu. Stephan Hebel FR 15

 

 

 

 

Die Linke und der Fall Bartsch. Selbstdemontage mit Ansage

 

Ein Kommentar von Thorsten Denkler

 

Der Abgang von Geschäftsführer Bartsch zerstört die komplizierte Machtarithmetik in der Linken. Kann Lafontaine die Partei aufrichten?

Es geht in der Linken seit einigen Jahren nur noch um Prozente, zumindest in der Parteispitze. Der Erfolg hat trunken gemacht. Und vor allem die Gier nach mehr geweckt. Alle Streitpunkte in der Partei mussten da zurückstehen.

Die Probleme zwischen Ost und West, zwischen Pragmatikern und Fundamentalisten, zwischen denen, die das Mögliche möglich machen wollen und den Hunderprozentigen, die niemals einen Jota von ihrer Position abweichen würden, nur um mitregieren zu können - alles vertagt auf eine Zeit nach den Wahlsiegen. Notwendige Klärungen und Debatten wurden ausgeklammert.

An der Spitze stritten Realitätsverweigerer Oskar Lafontaine und Pragmatiker Dietmar Bartsch um den richtigen Weg. Gewonnen hat jetzt erst mal Lafontaine. Bartsch wird nicht wieder antreten als Bundesgeschäftsführer.

Sicher, Bartsch hat Fehler gemacht. Er hat sich in einer unrühmlichen Geschichte vom Spiegel zitieren lassen. Er hat das Machtvakuum in der Partei mit einem kranken und einem nach Brüssel entschwobenen Parteivorsitzenden genutzt, um SPD-Chef Sigmar Gabriel zu treffen. Er hat als Chef-Wahlkampforganisator den Genossen an Rhein und Ruhr öffentlich bescheinigt, nicht regierungsfähig zu sein.

 

Sein Rückzug ist nach klassischen Kriterien wohl notwendig. Doch die Linke tickt da in vielen Punkten anders. So sehr seine Demission im Westen auf Genugtung stößt, so sehr wird sie im Osten den Partei-Obersten übelgenommen. Nicht wenige vermuten, Oskar Lafontaine steckt hinter der Aktion.

Das wird den Streit noch verschärfen.

Bartsch ist nicht das erste Opfer dieser Entwicklung, nicht der erste Pragmatiker und Realist in der Linken, bei dem eine Gelegenheit genutzt wird, ihn loszuwerden. André Brie etwa, einst wichtigster Vordenker der damaligen PDS, ist 2009 nicht mal mehr für das Europaparlament aufgestellt worden.

Sein Fehler: Er hat den in der Linken umstrittenen und inzwischen in Kraft getretenen Lissabon-Vertrag nicht in Bausch und Bogen abgelehnt. Nicht nur das: Die Partei hat keinen einzigen Europapolitker aufgestellt, der Positives an dem Vertragswerk zu entdecken vermochte.

Nicht erst seit den vergangenen Chaostagen in der Linken beherrschen Misstrauen und Zwietracht die Partei. Was derzeit passiert ist eine Selbstdemontage mit Ansage.

So geht es in einer Partei zu, die Positionen allein deshalb vertritt, weil sie Wahlerfolge versprechen. Die Rechnung ging ja auch auf. Aber eine Partei ist mehr als nur eine auf Wahlerfolg getrimmte Zweckgemeinschaft.

Wenn Bartsch im Mai nicht mehr als Bundesgeschäftsführer antritt, ist das also keine Lösung der innerparteilichen Konflikte. Es ist nur ein weiterer Höhepunkt. Die Machtkämpfe werden weitergehen. Das zeichnet sich jetzt schon ab: Die Position von Bartsch muss neu besetzt werden. Und die Frage, ob sich Lafontaine mit seiner Forderung nach einer Doppelsitze (Ostfrau an seiner Seite) durchsetzen kann, ist völlig offen. Der Parteivorstand wird im Mai auf vielen Positionen neu besetzt werden.

Sollte Lafontaine so genesen, dass er wieder auf den Sessel des Parteichefs zurückkehren kann, wird er zusätzlich - ob der Saarländer will oder nicht - die ihm lästige Programmdebatte zu führen haben. Eine Partei der Maximalpositionen ist vielleicht wahlkampffähig, aber auf Dauer nicht politikfähig. Die Linke braucht eine programmatische Haltung, die es ihr auf Dauer zumindest theoretisch ermöglicht, ihre Inhalte in Regierungsverantwortung umzusetzen. Sonst verliert sie ihre Glaubwürdigkeit als eigenständige Kraft.

Alle in der Linken wissen, dass es ohne Lafontaine schwer wird, sich zu behaupten. Das wird sich vielleicht schon in Nordrhein-Westfalen zeigen, wo Anfang Mai gewählt wird. Es könnte gesundheitsbedingt ein Wahlkampf ohne Lafontaine als Zugpferd werden - mit einem womöglich entsprechend schlechten Ergebnis.

Lafontaine muss die Partei deshalb auf einen Weg bringen, auf dem sie auch ohne ihn erfolgreich sein kann.

»Wenn Bartsch im Mai nicht mehr als Bundesgeschäftsführer antritt, ist das keine Lösung der innerparteilichen Konflikte. Es ist nur ein weiterer Höhepunkt. «

All das verlangt eine sensibles Händchen für die mit Bartschs Abgang instabil gewordene Machtarithmetik in der Partei. Lafontaine, der bisher anderen die Parteiarbeit überließ, wird diesen Prozess jetzt alleine managen müssen. Auf Bartsch wird er sich wohl kaum noch stützen können. Fraktionschef Gregor Gysi wird ihm wohl helfend zu Seite stehen.

Doch auch er hat nach seiner öffentlichen Schelte für Bartsch ("illoyal") in den Ostverbänden Sympathien eingebüßt. Da hilft auch nichts, dass er Bartsch eine Posten als Fraktionsvize angeboten hat.

Die derzeitige Krise zeigt, dass die Gräben in der Partei so tief sind, dass sie nicht über Nacht zugeschüttet werden können. Nicht auszudenken aber wäre, was passiert, wenn Lafontaine nicht zurückkommt, wenn seine Gesundheit eine Rückkehr an die Bundesspitze nicht zulässt.

Die Zeit der immer neuen Wahlerfolge könnte dann mit einem Schlag vorbei sein.

(sueddeutsche.de 16)

 

 

 

„Die Linke“ in der Führungskrise. Wer wird der Nächste sein?

 

Berlin - Die 70.000 Mitglieder der Linkspartei hätten ein Recht darauf, rasch zu erfahren, ob ihre Partei nur einen Geschäftsführer oder gar einen neuen Vorsitzenden benötige. Das sagte Steffen Bockhahn, Parteivorsitzender in Mecklenburg-Vorpommern, am Freitag, nachdem Dietmar Bartsch erklärt hatte, er werde beim Rostocker Parteitag im Mai nicht um das Amt des Bundesgeschäftsführers kandidieren. Die Politikfähigkeit der Linkspartei ist seiner Ansicht nach gefährdet. Er betonte, sein Schritt beruhe keineswegs auf einer personellen Auseinandersetzung: „Es handelt sich nicht um einen Konflikt zwischen Lafontaine und Bartsch, es handelt sich erst recht nicht um einen Konflikt zwischen Ost und West. Es geht um die politische und strategische Ausrichtung der Partei.“

Bockhahns Vorgänger als Landesvorsitzender, Peter Ritter, schrieb in der Zeitung „Neues Deutschland“: „Was am 11. Januar aber in Berlin passierte, war eine Demütigung ersten Grades. Nach André Brie wird mit Dietmar Bartsch ein weiterer namhafter Politiker durch Mitstreiter aus den eigenen Reihen demontiert. Die Gründe dafür bleiben weitgehend unklar und das verdirbt das Klima in der Partei“, las man am Freitag auf der Leserbriefseite. „Bleibt die Frage“, fügte Ritter hinzu: „Wer ist die oder der Nächste?“

Gysi bietet Stellvertreterposten an

„Über mich wurden Lügen verbreitet, gegen mich wurden inakzeptable Vorwürfe in zum Teil extrem kulturloser Weise erhoben. Sogar von Illoyalität war die Rede“, schreibt Bartsch in seiner Rückzugserklärung. Bis Mai wird er jedoch im Amt bleiben; den wichtigen Landtagswahlkampf in Nordrhein-Westfalen wird er maßgeblich organisieren müssen. Sein Rückzug steigert den Druck auf den krebskranken Oskar Lafontaine, rasch zu erklären, ob er der Linkspartei, die erst durch sein Engagement aus WASG und PDS eine gesamtdeutsche Partei machte, als Vorsitzender zur Verfügung steht.

Gysi, der am Montag klarmachte, dass nun er der diensthabende Parteivorsitzende ist, erklärte am Freitag seinen „höchsten Respekt“ für Bartschs Schritt und versicherte, dieser „war, ist und bleibt mein Freund“. Er bot Bartsch einen Posten als „mein Stellvertreter“ an - im Fraktionsvorstand, wie ein Sprecher erläuterte. Der SPD-Fraktionsvorsitzende Frank-Walter Steinmeier bot Bartsch und anderen „offene Türen“ bei der SPD an.

Für Bartschs Verbleib im Amt hatten sich Sprecher ostdeutscher Landesverbände eingesetzt, aber auch der Berliner Bundestagsabgeordnete Stefan Liebich für das „Forum demokratischer Sozialisten“. Auch drei Abgeordnete aus Schleswig-Holstein, darunter der neue Bundestagsabgeordnete Raju Sharma, unterstützten ihn ausdrücklich: Ohne ihn wäre der Kieler Wahlerfolg nicht möglich gewesen. Die Anwürfe, Verdächtigungen und Denunziationen gegen Bartsch stammen seiner Ansicht nach von „Leuten aus der zweiten Reihe“, die Sorge hätten, was ohne Lafontaine aus ihnen werde. Mit Bartschs öffentlicher Demontage habe Gysi einen Mangel an Urteilskraft gezeigt.

„Ergebenheitsadressen“ sind nicht hilfreich

Die Kieler Initiative wurde von den Landesvorsitzenden zurückgewiesen. Björn Radke sagte, es sei schon länger sichtbar gewesen, „dass es ein bisschen wackelt in der Partei“. „Ergebenheitsadressen“ an die eine oder andere Seite seien nicht hilfreich. Über den vielen Wahlterminen sei die Programmarbeit „liegengeblieben“, und die „Orientierungslosigkeit“ sei auf Lafontaine und Bartsch projiziert worden. Radke hält es für denkbar, dass auch Lafontaine nicht mehr antritt. Daher müsse begonnen werden, eine neue Parteispitze zusammenzustellen. Zur Programmdiskussion sollten die Ländervertreter hergezogen werden.

Nun könne der 44 Köpfe zählende Parteivorstand der Linkspartei seine Handlungsfähigkeit beweisen. In Schwerin will die Linkspartei bald regieren - und nicht erleben, dass, wie in Brandenburg geschehen, Lafontaine direkt mit dem SPD-Vorsitzenden telefoniert, wenn ihm der Koalitionsvertrag missfällt. Ursprünglich sollten Lafontaine und Lothar Bisky der Linkspartei im Februar einen Programmentwurf vorlegen. Ob aber Gysi auch diesen Teil übernimmt, ist ungewiss. Wichtiger als einzelne Forderungen sei es, so der Berliner Landesvorsitzende Klaus Lederer, dass die Programmdebatte nicht als „Ausschließungsdiskurs“ geführt werde, bei dem scharf definiert werde, was „links“ sei. Wenn Gysi als faktischer Vorsitzender Erfolg haben wolle, müsse er die ostdeutschen Landesverbände ernstnehmen. Mechthild Küpper Faz 16

 

 

 

 

CDU-Klausur. Inhaltsarm schlägt katholisch

 

Die CDU schließt wieder Frieden mit der Vorsitzenden Merkel – und behauptet jetzt, der Wahlkampf 2009 sei richtig gewesen. Von Robert Birnbaum

 

Berlin - Sie sind ein bisschen nach vorne gerückt, die konservativen Stammwähler der CDU. Am Freitag hat der CDU-Vorstand eine zehnseitige „Berliner Erklärung“ verabschiedet, einstimmig und ohne Enthaltung. Im Entwurf tauchte die Kernklientel etwas später auf, in der Endfassung stehen sie jetzt auf Seite 3: „Viele, gerade unsere treuen und langjährigen Wählerinnen und Wähler erwarten von uns, dass wir uns in der Tagespolitik erkennbar von unseren Grundsätzen leiten lassen, ihre Zustimmung nicht als selbstverständlich voraussetzen, sondern um diese Zustimmung werben.“ Besonders das Letztere ist in der CDU ein recht neuer Tonfall. Wie überhaupt bei dieser Vorstandsklausur ein Ton herrscht, der die CDU-Oberen selbst ein bisschen überrascht.

 

Selbst notorische Meckerer loben die zweitägige Diskussion über Kurs und Richtung der Partei als ungewöhnlich ernsthaft und ertragreich – selbst dann, wenn gerade keine Kamera auf sie gerichtet ist. Das ist umso erstaunlicher, als ein Vorgang wie der Brandbrief der vier Landespolitiker, die sich im Vorfeld über eine Vernachlässigung konservativer Kernanliegen beschwert hatten, normalerweise zu störrischem Schweigen der Attackierten und bissigen Randbemerkungen heimlicher Sympathisanten führt. Doch selbst die Vorsitzende Angela Merkel nennt diesmal „jeden Debattenbeitrag hochwillkommen“ und behauptet gar von sich: „Wahrscheinlich bin ich überhaupt ziemlich konservativ.“

 

Derlei entspannter Umgang mit Kritik erklärt sich zu einem gewissen Teil dadurch, dass sich mancher der Kritiker selbst desavouiert hat. Dass der Vorsitzende der neu gegründeten Gruppe „engagierter Katholiken“, Martin Lohmann, Merkel gewarnt hat, sie sei CDU- und nicht „Staatsratsvorsitzende“, hat in der Vorstandsrunde für kopfschüttelnde Solidarisierung mit der Chefin gesorgt. Zudem hat Merkel für ihren grundsätzlichen Kurs der CDU als, wie sie selber sagt, „hereinholende Volkspartei“ allseits Zuspruch bekommen. Von dem Wahlforscher Matthias Jung war das zu erwarten. Jung hat Merkel und ihrem Team am Donnerstagabend bescheinigt, dass ihr einschläfernd inhaltsarmer Wahlkampf richtig gewesen sei und dass überdies das Lager der alten Stammklientel immer kleiner werde. Der Idealtypus des „katholischen Kirchgängers“ mache noch zehn Prozent der CDU-Wähler aus; sich an ihnen zu orientieren, würde nur bedeuten, mit ihnen zu schrumpfen.

 

Aber nicht nur der Mann von der Forschungsgruppe Wahlen, praktisch alle Vorstandsmitglieder vom Parteivize bis zum anerkannt Konservativen teilen die Sicht, dass die CDU sich um neue Wählerschichten bemühen müsse. Volker Bouffier, Innenminister in Hessen, schwärmt zwar einerseits von den alten Anhängern als den „Kronjuwelen der Partei“ – fügt aber sofort an: „Nur mit Stammwählern bin ich nicht mehrheitsfähig.“

 

Das Problem der Konservativen mit ihrer eigenen Partei, sagt einer der CDU-Spitzenleute, sei ja ohnehin weniger eins konkreter Politik als „eine Frage von Emotionen“. Ob Merkel das verstanden habe? „Ich denke, ja“, sagt der Mann. Vom Generalkurs einer Öffnung der CDU in Richtungen, die die Traditionalisten als neumodisch, also links einstufen, will sich die Kanzlerin aber nicht abbringen lassen. „Ich muss mich doch mit Veränderungen auseinandersetzen, ob es mir passt oder nicht!“, sagt Merkel. Und am Ende müsse aus einer solchen Auseinandersetzung ein praktischer politischer Beschluss werden.

 

Doch sie verspricht, künftig mit allen, die mit einer Minderheitsposition in der Partei unterlegen sind, im Gespräch zu bleiben. „Jeder, der ein Beschwernis hat, muss es in einer Volkspartei vorbringen können“, sagt Merkel. „Wir wollen uns an alle wenden in der Gesellschaft.“ Also eben auch die Konservativen. Dass sie die vernachlässige oder missachte, ist ein Eindruck, den Merkel auch in der Sitzung nicht aufkommen lassen wollte. Schließlich, erinnerte sie die Vorstandskollegen, sei sie es gewesen, die bei einem CDU- Parteitag das Betreuungsgeld für dah