WEBGIORNALE 21-24 Gennaio 2010
All’inizio del
nuovo anno, quando l‘eco degli auguri dispensati ipocritamente a piene mani non
si era ancora spento, a Rosarno, una piccola cittadina di 15 mila abitanti in
provincia di Reggio Calabria, dopo due giorni di violenti scontri tra
lavoratori immigrati e abitanti del luogo, più di mille immigrati sono stati
costretti a fuggire o ad accettare una “salutare” deportazione nei Centri di
identificazione ed espulsione di altre regioni vicine.
La scintilla che
ha scatenato la “caccia all’uomo” è stata la cosiddetta (almeno secondo quei
benpensanti che si indignano al primo sentore della parola razzismo)
“ragazzata” di alcuni giovani italiani che, nella notte del 7 gennaio 2010, da
un’automobile hanno sparato con un fucile ad aria compressa contro due
immigrati di colore. Si tratta di scintilla perché in un clima - quello di
Rosarno non è diverso da quello di una qualsiasi altra città italiana - di
crescente intolleranza e xenofobia la violenza a sfondo razziale si infiamma
rapidamente e si propaga senza argini.
Ed è quello che è
successo a Rosarno. Ma Rosarno non è diversa da Castel Volturno, il centro del
casertano che, il 19 settembre 2008, ha vissuto una simile giornata di
guerriglia urbana con la rivolta di centinaia di immigrati in seguito alla
strage di sei nordafricani trucidati in un negozio-sartoria di vestiti etnici
da un gruppo di giovani aspiranti camorristi locali.
Anche a Rosarno,
dopo la “ragazzata” subita, centinaia d’immigrati hanno protestato
violentemente contro il trattamento discriminatorio da loro sopportato al
lavoro e le miserabili condizioni di vita nelle quali sono costretti a
sopravvivere, dando fuoco alle automobili e picchiando quanti si trovavano
sulla loro strada. La reazione violenta dei rosarnesi, non immuni dalle
pressioni della 'ndrangheta, è stata immediata: due immigrati sono stati
colpiti con spranghe, cinque investiti con le auto e due feriti con fucili a
pallini. Al termine degli scontri, 53 persone (21 migranti, 14 rosarnesi e 18
agenti di polizia) finiscono in ospedale.
L’ordine, solo
quello “esteriore” però, viene ristabilito dalla polizia con l’espulsione di un
migliaio di immigrati di colore, così come esplicitamente richiesto dalla
popolazione locale, e con la demolizione dei tuguri occupati, da anni, dagli
immigrati.
E’ probabile, però
che le cause di fondo dei fatti di Rosarno, che si trovano - da un lato - nello
sfruttamento degli immigrati impiegati nell’agricoltura e - dall’altro -
nell’assenza di misure capaci di contrastare la crescente xenofobia italiana,
non troveranno risposte adeguate. E’, infatti, fuorviante e menzognero
affermare che il degrado di Rosarno è dovuto all'eccessiva tolleranza verso i
clandestini. Considerato che l’80 per cento degli immigrati deportati da
Rosarno erano regolari, non possiamo dimenticare che siamo stati noi a chiamare
gli africani per raccogliere arance, pomodori od olive, consapevoli che nessun
altro lo avrebbe fatto a 25 euro (di cui 5 euro trattenuti da caporali mafiosi
e autisti di camionette) per un giorno di 18 ore di lavoro; e che se siamo
stati tolleranti non lo siamo stati verso i clandestini ma verso le condizioni
disumane e degradanti nelle quali abbiamo lasciato vivere gli immigrati,
regolari o clandestini che fossero.
Per quanto
riguarda, infine, l’ordine “interiore”, la capacità cioè di contrastare la
tentazione xenofoba e razzista che trova nell’eliminazione, anche fisica,
dell’altro il cardine di una realistica (non buonista) convivenza, è probabile
che i fatti di Castel Volturno prima e di Rosarno dopo non abbiano insegnato
proprio niente e che, malgrado l’indignazione e la rabbia che ci pervade quando
il Guardian di Londra o l’Osservatore romano scrivono che l'Italia è un paese
unito dal razzismo e dalla persecuzione degli immigrati oppure quando
l’italiano Balotelli afferma che fanno schifo quei “burloni” che lo insultano a
causa del colore della sua pelle, abbiamo ormai assorbito e interiorizzato una
pseudo-cultura che, pur di non apparire “buonista”, respinge in mare
richiedenti asilo, donne incinte e bambini, paga Gheddafi perché faccia sparire
gli immigrati nei deserti africani, istituisce le ronde per “combattere” gli
immigrati (che nell’imperante ideologia leghista sono tutti clandestini),
alimenta la guerra tra poveri sfruttando ogni occasione ed ogni ambito (dal
lavoro all’abitazione, dall’assistenza sanitaria alla scuola) per contrapporre
gli immigrati (considerati “privilegiati”) agli italiani (ritenuti
“sfruttati”), criminalizza tutti gli immigrati introducendo il reato
“d’irregolarità”, discrimina i figli d’immigrati, nati o arrivati in tenera età
nel nostro paese, non riconoscendoli veri italiani come i coetanei più
fortunati solo perché nelle loro vene scorre il sangue italiano.
E non è razzismo
questo che, in virtù di una presunta differenza tra sangue italiano e
straniero, crea di fatto una discriminazione tra bambini, alcuni dei quali
appartenenti ad una razza (sangue) “superiore” ed altri ad una razza
“inferiore”?
I fatti
emblematici di Rosarno confermano che siamo diventati, forse senza accorgercene
e volerlo, una generazione di “ordinari razzisti” che si nutrono di odio, che
sono incapaci di pietà (per paura di essere accusati di buonismo) verso i
drammi quotidiani, che non vogliono vedere la ricchezza dell’incontro tra
diversi, ma solo disagio, paura e minaccia. E’ necessario continuare a
lavorare, soprattutto in campo educativo, perché i nostri figli siano diversi,
perché le future generazioni siano capaci di rispondere alla paura con la
fiducia e che la dignità di ogni essere umano, regolare o clandestino, possa
essere tutelata in ogni momento e in ogni luogo.
“Sia consentito
agli immigrati di essere in regola”: è quanto si augura il presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano che ieri 17 gennaio 2010, in occasione della
Giornata mondiale delle migrazioni ha riconosciuto ed apprezzato l’azione della
Chiesa cattolica in favore dei migranti, specialmente dei minori, rifugiati e
non accompagnati, che sono i più esposti alla precarietà e allo sfruttamento,
ma che sono invece la vera speranza per il futuro.
Lorenzo Prencipe,
presidente del Centro Studi Emigrazione (Cser Roma)
La fine degli immigrati. Morire nel deserto
Un filmato
documenta la tragica fine degli immigrati espulsi dalla Libia. Così come
prevede l'accordo siglato tra Berlusconi e Gheddafi - di Fabrizio Gatti
Le mani nere
sollevate ad afferrare l'aria. Pochi passi oltre, il vento sulla camicia anima
la smorfia dell'ultimo respiro di una donna. E subito accanto, il corpo di un
ragazzo ancora chino nella preghiera da cui non si è mai rialzato. Muoiono così
gli immigrati. Così finiscono gli uomini e le donne che non sbarcano più a
Lampedusa. Bloccati in Libia dall'accordo Roma-Tripoli e riconsegnati al
deserto. Abbandonati sulla sabbia appena oltre il confine. A volte sono
obbligati a proseguire a piedi: fino al fortino militare di Madama, piccolo
avamposto dell'esercito del Niger, 80 chilometri più a Sud. Altre volte si
perdono. Cadono a faccia in giù sfiniti, affamati, assetati senza che nessuno
trovi più i loro cadaveri. Un filmato però rivela una di queste stragi. Un
breve video che 'L'espresso' è riuscito a fare uscire dalla Libia e poi dal
Niger. Un'operazione di rimpatrio andata male. Undici morti. Sette uomini e
quattro donne, da quanto è possibile vedere nelle immagini.
Il video è stato
girato con un telefonino da una persona in viaggio dalla Libia al Niger lungo
la rotta che da Al Gatrun, ultima oasi libica, porta a Madama e a Dao Timmi,
avamposti militari della Repubblica nigerina. È la rotta degli schiavi. La
stessa percorsa dal 2003 da decine di migliaia di emigranti africani. Uomini e
donne in cerca di lavoro in Libia, per poi pagarsi il viaggio in barca fino a
Lampedusa. Secondo la data di creazione del file, il video è stato girato il 16
marzo 2009 alle 12.31. L'ora centrale della giornata è confermata dall'assenza
di ombre nelle immagini. L'uomo che filma è accompagnato da una pattuglia
militare. Per una breve sequenza, si vede un fuoristrada pick-up con una
mitragliatrice. Le 11 persone morte di sete sarebbero arrivate fino a quel
punto a piedi. Si sono raccolte vicino a una collina di rocce e sabbia. Forse
speravano di avvistare da quell'altura un convoglio di passaggio e chiedere
aiuto. Addosso o accanto ai cadaveri, scarpe e pantaloni di marche che si
comprano in Libia. Intorno non ci sono altri fuoristrada o camion. Non ci sono
strade né piste battute. È una regione del Sahara in cui ci si orienta solo con
il sole e le stelle.
In quei giorni
migliaia di emigranti dell'Africa subsahariana salgono in Libia da Agadez,
l'ultima città del Niger, ancora isolata dal mondo per la guerra civile tra
l'esercito e una fazione di tuareg. Dalla fine del 2008 si contano almeno 10
mila emigranti in partenza ogni mese, dopo una lunga interruzione del traffico
di clandestini. I passatori del Sahara riaprono gli affari sfruttando la
ribellione tuareg, sostenuta dalla Francia per ottenere lo sfruttamento del
secondo giacimento al mondo di uranio, a Imouraren, vicino ad Agadez. Il 2
marzo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è invece in Libia per
siglare l'ennesimo accordo con il colonnello Muhammar Gheddafi. È la visita in
cui Berlusconi porge le scuse per l'occupazione coloniale. Quella in cui i
governi di Roma e Tripoli mettono le basi per la collaborazione nei
pattugliamenti sottocosta, contro le partenze per Lampedusa. Nel 2008 il regime
di Gheddafi aveva lasciato salpare verso l'Italia più di 30 mila immigrati, un
record che ha richiamato in Libia migliaia di persone fino a quel momento
bloccate ad Agadez.
Nell'incontro
Berlusconi e Gheddafi non parlano solo di immigrazione. Discutono di affari
personali, dei 5 miliardi di dollari in vent'anni a carico dell'Eni per il
risarcimento dei danni di guerra, di contratti per il petrolio e il gas.
Tripoli offre subito un segnale di buona volontà e rispedisce verso il Niger
centinaia di migranti rinchiusi nel campo di detenzione della base militare di
Al Gatrun. Forse i cadaveri filmati con il telefonino sono la tragica
conclusione di una di quelle operazioni. Al Gatrun e Agadez sono separate da
1.490 chilometri di deserto. Dieci giorni di viaggio e in mezzo una sola oasi,
Dirkou. Fino a quando non si entra ad Agadez non si può dire di essere
sopravvissuti al Sahara. Ma la polizia e l'esercito libici di Al Gatrun non si
sono mai preoccupati della sorte degli stranieri una volta lasciati al di là
del confine con il Niger. Gli immigrati espulsi vengono scaricati dai camion
militari e costretti a proseguire a piedi. Oppure sono affidati ai trafficanti
che spesso li abbandonano molto prima di arrivare a destinazione. Dalla linea
di frontiera tratteggiata sulla carta geografica, la prima postazione militare
del Niger è solo Madama, a 80 chilometri di colline e avvallamenti senza pozzi.
Non c'è altro. Ottanta chilometri in cui, persa la rotta e abbandonato il
bidone d'acqua per camminare leggeri, si è destinati a morire. Già nel 2005
'L'espresso' aveva scoperto che le operazioni di rimpatrio verso il Niger, dopo
il primo accordo tra Berlusconi e Gheddafi, avevano provocato 106 morti in
quattro mesi. Ed erano soltanto le cifre ufficiali. Come i 50 schiacciati da un
camion sovraccarico che si è rovesciato. Oppure il ragazzo del Ghana mai
identificato, sbranato da un branco di cani selvatici durante una sosta a
Madama. E le tre ragazze nigeriane morte di sete o le15 raccolte in fin di vita
con quattro uomini da un convoglio umanitario francese, dopo essere state
abbandonate. Tutti condannati a morte da chi aveva organizzato il loro
rimpatrio.
La notizia del
filmato arriva a 'L'espresso' nella primavera 2009 durante la preparazione del
documentario 'Sulla via di Agadez'. L'uomo con il telefonino però non è più
nella città di fango rosso: "È tornato in Libia", sostiene una fonte:
"Lo stesso giorno del filmato, a molti chilometri da quei cadaveri, hanno
soccorso due ragazzi ancora vivi. I due hanno detto che erano stati costretti
dai militari a partire da Al Gatrun. Arrivati nella zona del confine hanno
dovuto proseguire a piedi". Nel Sahara i passaparola richiedono molto
tempo. Ma di solito vanno a destinazione. Il 16 luglio il dvd con il filmato
viene recapitato in redazione. Mancano altre conferme. Bisogna aspettare che
l'uomo con il telefonino torni ad Agadez e passano cinque mesi. È il 9 gennaio
di quest'anno quando finalmente arrivano le risposte. Nel frattempo il video
finisce anche in altre mani. Il 13 dicembre qualcuno lo carica su YouTube dagli
Stati Uniti. Dice di averlo ricevuto da Augustine, ospite di un campo di
rifugiati a Malta. Augustine però non conosce la storia delle espulsioni a
piedi.
Palazzo Chigi sa
ufficialmente dal 3 marzo 2004 che gli immigrati bloccati in Libia subiscono
maltrattamenti. È la data stampata su un rapporto riservato della presidenza
del Consiglio che 'L'espresso' ha potuto leggere. La relazione viene consegnata
allo staff di Berlusconi, dopo la visita nel Sahara della delegazione della
Protezione civile che deve progettare la costruzione dei centri di detenzione
libici: "Si ritiene di dover scegliere, per motivi di opportunità e per
una fluidità delle operazioni, la via che impegna il governo italiano in misura
ridotta", dice il rapporto: "Tale soluzione ci farebbe calare meno
nella configurazione dei centri, in considerazione anche del trattamento che
riservano i libici ai cittadini extracomunitari trattenuti nei loro centri, di
cui si allega documentazione fotografica". Il governo invece si cala,
eccome. Fino a chiedere a Gheddafi di proteggere i nostri confini meridionali.
Costi quel che costi. Incuranti che in Italia esiste ancora l'articolo 40 del
codice penale. Dice così: "Non impedire un evento, che si ha l'obbligo
giuridico di impedire, equivale a cagionarlo".
Fabrizio Gatti,
L’Espresso (per vedere anche il video, cliccare su:
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/morire-nel-deserto/2119367&ref=hpsp)
Respingimenti. Italia né condannata né assolta. Cir: “occasione mancata”
per la Corte di Strasburgo
ROMA - “L’Italia
non è stata condannata ma neanche assolta per la politica dei respingimenti di
massa verso la Libia del 2005 - dichiara Christopher Hein direttore del
Consiglio Italiano per i Rifugiati.- La Corte di Strasburgo non si
pronuncia sulla legalità e legittimità di tali respingimenti, ma boccia la
denuncia per questioni formali. Non rappresenta quindi un precedente rispetto
alle ultime denunce presentate alla Corte europea sui recenti respingimenti
verso la Libia. E’ comunque un’occasione mancata per riaffermare in modo forte
e chiaro che nessuno può essere respinto verso un luogo in cui rischia di
essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani o degradanti, come
stabilisce l’art. 3 della Convenzione europea per i Diritti dell’Uomo - CEDU”.
Il Cir ricorda che nell’estate del 2005 tra
il 13 marzo e il 5 aprile furono respinti centinaia di stranieri sbarcati a
Lampedusa a bordo di voli della compagnia Blu Panorama e Air Adriatic verso la
Libia. Preoccupa invece uno dei punti portati all’attenzione dalla Corte,
ovvero che la causa non sembrerebbe più di interesse per i migranti che hanno
presentato denuncia in quanto questi non hanno più mantenuto i contatti con i
loro avvocati.
“Se una persona sparisce, se un governo la
rimpatria forzatamente, se non si riescono ad avere più contatti con lei,
questa persona perde il diritto di chiedere giustizia?” - si domanda
Christopher Hein - “Non è proprio in questi casi che la giustizia dovrebbe
intervenire con strumenti di tutela più forti?”. (Inform)
Cassazione, no alle espulsioni degli
immigrati irregolari con figli minori
I supremi giudici:
«L'allontanamento metterebbe in serio pericolo lo sviluppo del minore»
ROMA - No dalla Cassazione ai giudici che negano
agli immigrati irregolari presenti in Italia, e genitori di figli minori,
l'autorizzazione a prolungare la loro permanenza nel nostro paese per stare a
fianco ai bambini.
Nello specifico la
Suprema Corte ha accolto il ricorso di un immigrato irregolare africano, padre
di due bambini, al quale la Procura del tribunale per i minorenni di Milano
aveva revocato l'autorizzazione temporanea a prolungare di due anni la sua
permanenza in Italia per restare stare accanto ai figli.
Con la sentenza
823 della prima sezione civile, la Cassazione mette in evidenza che l'articolo
31 del testo unico sull'immigrazione «riconosce allo straniero adulto la
possibilità di ottenere un permesso di soggiorno, necessariamente temporaneo o
non convertibile in permesso per motivi di lavoro». Così i supremi giudici
hanno accolto il ricorso di Chaouch N. autorizzandolo «a permanere in Italia
per due anni per assistere i figli minori» come aveva già stabilito in primo grado
il Tribunale dei minorenni di Milano.
A supporto della
sua decisione la Cassazione ricorda che la Carta dei diritti fondamentali
dell'Unione Europea, approvata a Nizza nel 2000, tutela, tra l'altro, la vita
familiare e in particolare il rapporto genitori-figli. Inoltre i permessi di
permanenza temporanea hanno l'obiettivo di assicurare «una incisiva protezione
del diritto del minore alla famiglia e a mantenere rapporti continuativi con
entrambi i genitori». Nella sentenza non è specificato se il genitore in
questione fosse presente irregolarmente in Italia fin dal momento del suo
ingresso nel nostro paese o se avesse un permesso di soggiorno scaduto.
Per la Cassazione
resta indubbio che «per un minore, specie se in tenerissima età, subire
l'allontanamento di un genitore, con conseguente impossibilità di avere
rapporti con lui e di poterlo anche soltanto vedere, costituisca un sicuro
danno che può porre in serio pericolo uno sviluppo psicofisico armonico e
compiuto. Concedendo Una simile autorizzazione, non si corre il rischio che
l'interesse del minore, alla crescita armonica, venga strumentalizzato al solo
fine di legittimare la presenza di soggetti privi dei requisiti dovuti per la
permanenza in Italia». IM 20
Tre capitali della cultura per l'UE nel 2010: Essen, Pécs e Istanbul.
Nuovo concorso UE
Essen, Pécs e
Istanbul hanno celebrato nei giorni scorsi il proprio debutto come capitali
europee della cultura. Nell'anno che segna il 25° anniversario del programma
dell'UE dedicato alle capitali della cultura, le tre città designate hanno
preparato un programma ricco di eventi che dovrebbero attrarre decine di
migliaia di visitatori.
Essen (Germania)
punta al rilancio dell'area fortemente urbanizzata della Ruhr che un secolo fa
era la principale regione industriale d'Europa, con una forte concentrazione di
miniere di carbone e stabilimenti siderurgici. Oggi le fabbriche, le fornaci e
i canali industriali ormai in disuso vengono trasformati in musei e attrazioni
turistiche.
Istanbul (Turchia)
vuol mettere in evidenza la sua storia di crocevia di civiltà e ponte tra
Europa e Asia. La Turchia, paese candidato all'adesione, non è il primo paese
extra-UE a detenere il titolo di capitale europea della cultura: nel 2008 era
toccato alla Norvegia con la città di Stavanger.
Pécs (Ungheria)
intende valorizzare il suo ricco patrimonio multiculturale. Storicamente base
per commercianti ed eserciti che attraversavano l'Europa, la cittadina vuole
allacciare nuovi legami con i paesi vicini, specie dei Balcani, per diventare
un punto di riferimento culturale della regione.
Il Servizio
Audiovisivi della Commissione europea possiede un’ampia raccolta di materiale
audiovisivo che testimonia il processo di costruzione dell’Unione Europea sin
dal 1945.
Per valorizzare
questo patrimonio, la Commissione lancia un concorso per la produzione di un
breve audiovisivo, della durata massima di tre minuti, che sia prodotto almeno
al 50 per cento con materiale di archivio e che sia particolarmente adatto ad
un pubblico giovane.
I partecipanti al
concorso devono trasmettere una visione positiva dell'Europa da un punto di
vista artistico, documentario, umoristico o fittizio, illustrando situazioni
personali o pubbliche, attuali o storiche, della vita europea nel loro ambiente
circostante: famiglia, impresa, comunità, associazione, città, villaggio.
I filmati devono
avere un formato adatto ad essere inseriti in una pagina web e saranno
esaminati da una apposita commissione che, anche tenendo conto dei giudizi
degli utenti della rete, sceglierà i tre finalisti che saranno invitati a
partecipare al MIPTV 2010 (12-16 aprile 2010) per presentare i loro filmati
durante una sessione organizzata dalla Commissione europea. Al vincitore un
premio di 10mila euro mentre la scadenza del concorso è fissata al 15 marzo
2010.
Sintesi del
regolamento su: http://ec.europa.eu/avservices/content360/IT.pdf
(de.it.press)
La ricerca e i giovani. Fermiamo la perdita di capitale umano
Una parte non
indifferente dei laureati in materie scientifiche trova lavoro nelle università,
negli enti di ricerca o nelle industrie: il problema è che l’inserimento dei
giovani ricercatori non avviene in Italia ma all’estero. Se si guarda a questo
fenomeno in termini di bicchiere mezzo pieno ci si può consolare: i ragazzi che
formiamo sono evidentemente capaci e in grado di inserirsi nel mondo della
ricerca, nel regno Unito, in Francia, negli Usa e anche in altri Paesi europei.
D’altronde, in media, il livello delle pubblicazioni scientifiche delle nuove
generazioni di ricercatori italiani è decisamente elevato, competitivo in
alcune aree come la biologia o la fisica. Se invece guardiamo al bicchiere
mezzo vuoto ci rendiamo conto che il sistema universitario spende risorse ma
non ha un valido ritorno: investe per inviare all’estero le persone che ha
formato. Il bilancio è inoltre asimmetrico: il numero di giovani che viene a
lavorare nei laboratori scientifici italiani è minimo: non esiste la
possibilità di pagarli, non esistono laboratori in grado di fornire quelle
“facilities” che li rendano attraenti. Il paradosso sta tutto qui: malgrado
l’esistenza di laboratori in un grave stato di sofferenza vengono formati dei
bravi ricercatori che poi ci perdiamo per strada.
Anche altri Paesi
europei, come l’Italia, hanno accusato il colpo della crisi economica e ridotto
gli investimenti per la ricerca: ma partivano già da un livello più alto e,
soprattutto, hanno continuato a pianificare una politica di sviluppo. Mentre
all’estero esistono delle linee programmatiche che indicano quale sarà il
futuro della ricerca, da noi c’è uno stato di incertezza che è quanto di peggio
in termini di sviluppo. Sarebbe invece opportuno conoscere quanto le università
e gli enti di ricerca investiranno in un prossimo futuro e quale sarà il
ricambio generazionale.
Le colpe, sia ben
chiaro, non sono soltanto quelle di una classe politica che per decenni ha
finto di essere interessata alla ricerca scientifica ma non l’ha supportata:
anche il mondo accademico, col proliferare di insegnamenti e facoltà ha le sue
colpe, soprattutto l’avere indotto una proliferazione di strutture che è
difficile mantenere in vita. Il problema è come uscire da una situazione
incancrenita, prossima al coma irreversibile: proprio ieri a Roma, parlando al
Festival della Scienza, Nicholas Negroponte indicava come lo “scremare” alcuni
budget governativi (non relativi alla ricerca) di una percentuale inferiore al
punto percentuale potrebbe consentire un forte rilancio dello sviluppo
scientifico e tecnologico con importanti ricadute sullo sviluppo di un paese. I
soli investimenti rivolti all’epidemia influenzale che non c’è stata e che si è
rivelata meno dissestante della comune influenza avrebbero potuto costituire un
valido investimento per la scienza: purtroppo la ricerca interessa poco la
politica in quanto le sue ricadute non sono immediate e sono meno appariscenti
di un’opera pubblica da inaugurare. Ma non bisogna trascurare anche un aspetto
più generale ma non meno importante: la formazione scientifica non riguarda
solo la ricerca ma si ripercuote sulla cultura generale potenziandone gli
aspetti logici e razionali. ALBERTO OLIVERIO IM 19
Francoforte. Il “Corriere d’Italia” chiede le dimissioni del
sottosegretario Mantica
“Caro Mantica,
perché non te ne vai?” Con questo provocatorio titolo, che è una pressante anche se retorica richiesta, il
mensile di Francoforte della Delegazione degli Italiani in Germania apre il
primo numero del nuovo anno. Ecco l’articolo, scritto sotto forma di lettera,
con il Lei e l’aggettivo Suo/a sempre in maiuscolo, come si conviene tra
gentiluomini. Solo i saluti finali sono rimasti nella penna dell’autore
Caro senatore, chi
scrive non è abituato a chiedere le dimissioni di nessuno. Lo considero uno
sport nazionale per nullafacenti.
In Italia tutti
chiedono le dimissioni di tutti, ma nessuno si dimette mai. Tuttavia vorrei
fare una eccezione, ben sapendo che Lei non mi ascolterà, e perché dovrebbe?
Vorrei chiederLe di andarsene, senatore. Veda, mai, dico mai, a memoria
d’elefante, mai s’era visto un disprezzo tale nei confronti degli italiani
all’estero da parte della politica italiana. Mai s’era vista una tale
sufficienza, una tale arroganza, una tale mancanza di interesse per i problemi
della gente. Mai s’era vista tanta baldanza nel prendere per i fondelli il
bisognoso, il genitore, l’imprenditore, il fruitore di servizi, il ristoratore
e il suo cliente.
Veda, caro
senatore, non è questione di partito, anzi, sono convinto che più i partiti
italiani -tutti-terranno le mani lontane dall’emigrazione, meglio sarà per
l’emigrazione. Non è questione di partito, dicevo, ma, senatore, chi si
riconosce nel Centrodestra ha ancora in mente Tremaglia, che ha con Lei la
stessa relazione che ha il gigante con la formica. E chi si riconosce nel
Centrosinistra ricorda Danieli, Fassino. Altri giganti, sui quali si può dire
tutto, ma non che abbiano disprezzato come fa Lei l’emigrazione.
Non si sono fatti
mai portaacqua della diplomazia a scapito della gente comune, come fa Lei. Lei
è riuscito, come nessuno, a compattare il Cgie. Destra e Sinistra, tutti
insieme. Contro di Lei. Amici e nemici, tutti insieme. Contro di Lei e la Sua
politica. E non c’è da meravigliarsene. Chi ha sentito la relazione del
governo, all’ultima assemblea del Cgie; una relazione letta non da Lei, bensì
da un funzionario; una relazione che sembrava un tema di terza media, e neanche
dei migliori; chi l’ha sentita, quella relazione, dicevo, non può
meravigliarsene.
Le relazioni di
Danieli, noi le pubblicavamo integralmente, senatore, così come pubblicavamo
quelle di Tremaglia. Ma la Sua? Via, facciamoci una risata! Ma non voglio
stendere graduatorie, né voglio ricordare i temi noti, come l’Ici, come i tagli
alla lingua, all’assistenza, come le chiusure dei consolati, come il mancato
riconoscimento della qualità della ristorazione come il disprezzo per la
piccola imprenditoria. Ci sono riforme da fare che non costerebbero nulla al
contribuente e porterebbero tanti vantaggi al Paese.
Non voglio
ripetermi. Ne parliamo sempre e i nostri lettori sanno di cosa si tratta. Né
voglio ritornare sulla difesa ad oltranza delle indennità dei diplomatici. In
questo Lei prenderà una medaglia. Mentre sugli italiani nel mondo si tagliava
come folli, i diplomatici sono riusciti, nelle loro indennità, a recuperare gli
svantaggi dovuti alla svalutazione del dollaro. Una cosa, questa, che in un
Paese civile, come sono perlopiù quelli nei quali noi italiani in Europa
viviamo, avrebbe creato un terremoto.
Invece Lei è
sempre lì, seduto imperterrito sulla Sua poltrona. È incredibile!
Mauro Montanari
CdI
MediaClub Germania: bilancio 2009 e novità nell’informazione italiana sui
media tedeschi nel 2010
L’anno che ci
siamo lasciati dietro non è stato un anno felice per la stampa e per
l’informazione in genere.
In Italia i
colleghi e amici della FNSI ( Federazione Nazionale della Stampa Italiana)
hanno fatto ricorso ad una grande manifestazione nello scorso ottobre in difesa
della libertà d’informazione.
Il MediaClub
Germania, affiliato sin dalla sua nascita
alla grande organizzazione
sindacale dei giornalisti italiani, ha ritenuto giusto e opportuno
associarsi , con un comunicato, alla protesta
della FNSI manifestando la propria solidarietà.
In Italia,
inoltre, basta visitare il sito della
FNSI per rendersi conto delle massicce
minacce che gravano anche a
livello occupazionale sul giornalismo italiano.
Pur a livelli non
paragonabili alla situazione dell’informazione italiana, in Germania
il caso Roland Koch-Nikolaus Brender è risuonato come allarmante segnale
di una crescente e sfacciata influenza del potere politico sull’informazione
anche in questo paese.
Il 2009 è stato
deludente anche per tutti quelli che come noi sperano e si impegnano affinchè i
media in Germania rispecchino in modo più adeguato la realtà multiculturale
raggiunta dalla societá tedesca.
Esso si era aperto
con la fine di Radiomultikulti di Berlino e si è chiuso con l’eliminazione
delle trasmissioni in lingua straniera, tra cui anche quelle in italiano, da
parte dell’Hessischer Rundfunk.
Le numerose
proteste e persino interventi a livello politico e diplomatico per le comunità
particolarmente colpite come quella greca e spagnola, non hanno fatto recedere
dalla sua decisione l’ente radiotelevisivo dell’Assia. Il MediaClub Germania,
oltre ad essersi associato alla protesta, ha inviato all’ Intendant Helmuth
Reitze e al direttore dei programmi radiofonici Heinz Sommer
un’ulteriore lettera in cui si proponeva un’audizione pubblica con i
rappresentanti di istituzioni e
associazioni politiche, sindacali e
religiose delle comunità straniere per un confronto sull’utilità e attualità
delle trasmissioni in lingua.
La risposta del
Dr. Sommer è stata disarmante. La proposta è stata rifiutata, viene negata
nella lettera qualsiasi utilità di queste trasmissioni e persino la necessità
di una maggiore presenza di cittadini di origine straniera nei media tedeschi.
Dopo questo
tentativo il MediaClub ha proposto l’idea di un’ audizione pubblica all’AMKA
(Amt für multikulturelle Angelegenheiten) di Francoforte.
Mentre eravamo in
trattativa siamo venuti a conoscenza di un convegno su temi analoghi
organizzato per 22 e 23 gennaio a Arnoldshain, vicino Francoforte,
dall’Evangelische Akademie. Con l’Amka abbiamo deciso di attendere per primo
risultati e risonanza di questo convegno per muoverci eventualmente su altre
basi. La richiesta del MediaClub presso gli organizzatori del convegno di
essere inseriti nel programma per un intervento non è stata accolta
ufficialmente in quanto saremmo gli unici a rappresentare un gruppo nazionale.
Essendo il convegno costituito da varie
tavole rotonde e dibattiti sarà però possible presentarci e intervenire. Una
copia del manifestino del convegno la trovate allegata a questa email.
Altra
informazione: cambiamenti anche presso il WDR Funkhaus Europa, in parte come
conseguenza della soppressione delle trasmissioni greca e spagnola da parte dell’HR che venivano
ritrasmesse anche dal WDR. La trasmissione domenicale di due ore Al Dente verrà
soppressa insieme ad altre trasmissioni in lingua turca e altre nel quadro di
una riforma generale dei programmi.
La perdita di Al
dente verrà compensata con l’ampliamento della serale Radio Colonia che passerá
da 30 minuti ad un’ora di trasmissione dal lunedi al venerdì. Queste sono le
informazioni confermate dalla risposta della direzione radiofonica del WDR
inviata a tutti coloro che avevano inoltrato lettere di protesta
Oltre a lavorare
per organizzare nell’anno che si è aperto iniziative di sensibilizzazione sulle
problematiche dell’informazione per le comunità di stranieri in Germania il
MediaClub presenterà in alcune città
entro la prima metà del 2010 il suo quaderno dal titolo: “Media e società in
Italia e Germania”, stampa, radiotelevisione e nuovi media in un confronto fra
due paesi europei.
Lo scopo sará
quello di trovare i mezzi per la sua
stampa e presentare il lavoro anche a varie istanze. Ricordiamo infatti
che il layout di “Media e Società” è già pronto sia in
italiano che in tedesco ma che non è
stato possible l’anno scorso reperire circa 5000/6000 € per la sua stampa dopo
che il Consolato di Colonia aveva negato il finanziamento già previsto per la
sua pubblicazione non ritenendola di
natura informativa ma “saggistica”. Facciamo
anche presente che l’opera era
stata concepita a scopo informativo e didattico per essere distribuita
gratuitamente nelle scuole, universitá,
media e associazioni italiane.
Renzo Brizzi,
presidente del MediaClubGermania (de.it.press)
Chiusura del Consolato di Amburgo: interrogazione degli on.li Narducci (PD)
e Di Biagio (PDL)
Gli on.liNarducci
e Di Biagio hanno presentato una interrogazione al Ministro degli Affari Esteri
nella quale chiedono se, nell’ambito del previsto piano di razionalizzazione
della rete consolare, “si intende analizzare la particolare questione del
Consolato Generale di Amburgo” e quindi contestualmente “quali iniziative
si intende predisporre al fine di evitare la chiusura della struttura consolare
e garantire il mantenimento dei servizi di supporto e di coordinamento
amministrativo, istituzionale ed economico che il Consolato svolge”.
La richiesta di
approfondimento del “caso Amburgo” avanzata da Di Biagio e Narducci è
fortemente motivata da ragioni oggettive e strategiche tanto che, come scrivono
i parlamentari, “la paventata chiusura del Consolato generale di Amburgo in
Germania rappresenterebbe un pesante limite alla tenuta e alla implementazione
delle relazioni e dei progetti economici italiani in una città dall’elevato
valore strategico nel comparto navale e sul versante della ricerca e
dell’industria”.
Inoltre il valore
di una presenza consolare italiana è stata sottolineato recentemente, oltre che
dai connazionali riuniti nel “Comitato salviamo Amburgo”, anche da una
delegazione, composta da parlamentari del Land di Amburgo e presieduta dal
Presidente Berndt Roeder, che, il 13 e 14 gennaio 2010, “ha inteso incontrare i
referenti istituzionali italiani della Camera, del Senato e del Ministero degli
Affari Esteri al fine di evidenziare le criticità che un eventuale ritiro
istituzionale del nostro Paese dalla città di Amburgo potrebbe condizionare”.
“Il coinvolgimento
e il sentito interessamento della 4° carica istituzionale tedesca, supportata
da una nutrita delegazione di parlamentari tedeschi bipartisan - fanno notare i
due parlamentari italiani - lascia emergere il carattere critico e soprattutto
poco coerente e condiviso che una scelta organizzativa - come quella
progettata dal MAE - potrebbe lasciar emergere soprattutto nei rapporti tra
Berlino e Roma”. De.it.press
Consolato di Amburgo. La risposta del Governo: insoddisfacente.
Narducci apprezza
gli sforzi del governo ma non li ritiene soddisfacenti per le esigenze della
comunità italiana residente nella città anseatica.
La Commissione affari
esteri ha affrontato ieri mercoledì 20 gennaio la spinosa questione inerente la
chiusura del Consolato generale di Amburgo, discutendo
l’interrogazione bipartisan presentata dagli on.li Narducci e Di Biagio
che, preoccupati della paventata chiusura del Consolato della città anseatica,
avevano sollecitato il governo a dare una delucidazione in merito.
A rispondere agli
interroganti è stato il Sottosegretario di Stato agli affari esteri, on.
Stefania Craxi, che ha fatto notare che, per quanto riguarda il processo di
razionalizzazione della rete consolare, il MAE ha ancora in corso
approfondimenti tesi ad individuare le modalità per assicurare,
prioritariamente, “attenzione alla cura dei servizi alle collettività italiane”
mantenendo un alto livello qualitativo come per altro evidenziato con la
Risoluzione Narducci approvata dalla Commissione esteri il 21 luglio del 2009.
Più nello
specifico, e cioè per quanto riguarda Amburgo, il rappresentante del governo ha
sottolineato che è esclusa la possibilità di mantenere attiva la Sede consolare
“nella sua attuale configurazione” e pertanto si stanno studiando “soluzioni
alternative ai fini della salvaguardia dei rapporti economico-commerciali fra
l’Italia ed il nord della Germania, nonché dei livelli di assistenza ai nostri
connazionali”.
Il Governo ha
confermato l’impegno al “rafforzamento delle sedi consolari che riceveranno le
competenze degli Uffici in chiusura” e a prendere in esame “l’istituzione in
loco di adeguate strutture sostitutive degli uffici in chiusura”. Nella
risposta, inoltre, il Governo ha precisato che la delegazione istituzionale
tedesca del Land di Amburgo, ospitata dalla Commissione affari esteri in
audizione informale la scorsa settimana, e successivamente presso il Ministero
degli esteri stesso, sono stati “rassicurati sulla volontà di mantenere
comunque una presenza istituzionale anche attraverso il ruolo, eventualmente
rafforzato, del locale Istituto di Cultura”, prospettando anche la possibilità
di soluzioni alternative come un “eventuale “Sportello consolare” oppure
l’istituzione in loco di un “Ufficio consolare onorario”.
Ipotesi ritenuto
non proprio soddisfazione dall’on. Narducci che nel suo intervento di replica,
pur registrando lo sforzo apprezzabile del Governo teso a garantire continuità
nei sevizi ai connazionali, ha evidenziato l’impraticabilità di caricare di
ulteriori compiti l’Istituto di Cultura locale che oltre a dover far fronte al
drastico taglio delle risorse economiche contemplato nella manovra economica
triennale, non ha certamente le competenze e il necessario know-how per farsi
carico di ulteriori mansioni e concretizzare gli obiettivi strategici che
l’Italia deve perseguire con forza per promuovere il proprio sistema economico
e industriale. Un obiettivo che costituisce uno degli elementi innovativi della
riforma del MAE che a breve sarà discussa dal Parlamento, ma che difficilmente
produrrà i risultati teorizzati se in pari tempo si smantellano le
rappresentanze dello Stato. Amburgo rappresenta un forte polo economico, grazie
al grande sforzo di riconversione prodotto nell’ultimo decennio, e le relazioni
con l’Italia sono ottime, come ha sottolineato la responsabile degli affari
internazionali della locale Camera di Commercio durante l’audizione in
Commissione affari esteri; cancellare la presenza del nostro Paese nella città
anseatica “sarebbe un vero e proprio autogol” ha concluso Narducci. De.it.press
Francoforte. Riprendono gli “Incontri Italiani” del Circolo PD. I temi
odierni
Dopo l’incontro
pubblico di sabato scorso presso il Circolo famiglie italiane di Gross
Gerau, al quale ha partecipato come relatore il coordinatore del Circolo
PD di Francoforte Michele Santoriello, riprendono le attività politiche e gli
incontri aperti a iscritti e simpatizzanti del Circolo Pd di Francoforte con la
riunione di giovedí 21 gennaio 2010, alle ore 18.30, presso il bistrò CASA VIP
(Oeder Weg 66).
I temi all’ordine
del giorno saranno: la Finanziaria 2010 e gli ulteriori tagli alle
risorse per i capitoli di spesa per gli italiani all'estero, la proposta
di legge sugli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero Comites e
CGIE , la partecipazione alla giornata sui diritti degli immigrati del 1°
marzo, le elezioni regionali in Italia nonchè il programma delle iniziative
febbraio-aprile 2010 del PD di Francoforte.
Il Circolo del PD
della città sul Meno organizza infatti, oltre alle riunioni strettamente
politiche, almeno due volte al mese, sempre il giovedì alle ore 18.30, un
momento di incontro-dibattito denominato “Incontri Italiani” con relazioni e
discussioni su temi economico-finanziari, legali, culturali e sociali. Il
calendario degli incontri è consultabile sul sito www.tavola-rotonda.de
La segreteria
(Circolo PD di Francoforte)
Berlino - Verba
Volant e.V. - Associazione per la promozione dell´educazione bilingue - e
ComItEs (Comitato degli italiani all'estero) di Berlino-Brandeburgo
invitano alla tavola rotonda sul tema:
Bilingualität als Zukunftschance - zur Entwicklung der Europaschulen in Berlin.
La manifestazione ha luogo oggi giovedì
21 gennaio, alle ore 19:00 presso il Konferenzraum della
Heinz-Schwarzkopf-Stiftung (Sophienstr. 28 - 29, 10178 Berlin).
Parteciperanno:
Özcan Mutlu, deputato portavoce per le politiche dell?istruzione, Bündnis 90 /
Die Grünen; Sascha Steuer, deputato portavoce per le politiche dell?istruzione,
CDU; Dott.sa Christa Preissing, coatruice del “Berliner Bildungsprogramm”, direttrice
dell?istituto ISTA (Institut für den Situationsansatz) alla Freie Universität
di Berlino; Dott.sa Edith Pichler, esperta di immigrazione
Moderatore: Axel
Jürs, giornalista.
Pur ricevendo poca
attenzione nella discussione sulla riforma scolastica, il modello berlinese
della “Europaschule” ottiene buoni risultati. Talmente buoni che molti
genitori, in un?Europa sempre più unita, prediligono questa tipologia di scuola
per i propri figli e vi intravedono una porta aperta verso il futuro.
Un impulso
concreto per una nuova “Europaschule” viene dall?associazione Verba Volant
e.V., che convoglia l?interesse dei genitori per l?apertura di una scuola
statale italo-tedesca nel centro di Berlino. Un?iniziativa che ha già fatto
scalpore alla “Festa d?Estate” con cui, pochi mesi fa, l?associazione si è
presentata.
Come si evolverà
l?“Europaschule”? Le sarà concesso di consolidare i successi ottenuti con
l?istruzione bilingue a partire dai più piccoli? Su quale appoggio politico
potrà contare? E qual è il ruolo delle Ambasciate? Quale futuro si auspicano
gli esperti di formazione per questo modello scolastico, che in altri Länder al
di fuori di Berlino riceve molto apprezzamento?
I partecipanti
alla tavola rotonda cercheranno di dare una risposta a queste e alle Sue
domande, con la
partecipazione del pubblico.
Info: info@verbavolant.de, www.verbavolant.de (de.it.press)
Colonia. "Vivere insieme", concorso fotografico del Caritasverband
Colonia - Il
"Caritasverband" di Colonia ha indetto un concorso fotografico dal
titolo "ZusammenLeben" cioè "Vivere insieme" che ha come
obiettivo quello di "tematizzare e testimoniare, attraverso la fotografia,
il volto reale dell’integrazione, ovvero il vissuto di persone con origini e
culture diverse che ogni giorno si incontrano e interagiscono tra di
loro".
A segnalarlo ai
connazionali residenti sia Colonia che nella circoscrizione è il Comites
presieduto da Rosella Benati, che nell’ultima edizione del suo bollettino
spiega che le foto dovrebbero catturare proprio le differenze, ma anche i punti
in comune, tra i circa 15 milioni di cittadini con origini migratorie che
vivono in Germania e i tedeschi.
Il concorso è
suddiviso in due sezioni: "giovani" e "adulti". In palio
per gli "under 21" la partecipazione ad un Workshop di fotografia;
per gli adulti, invece, un buono di 1000 euro per l’acquisto di apparecchiature
fotografiche.
Il termine ultimo
per l’invio delle foto è il 31 marzo prossimo. L’intero bando del concorso è
online all’indirizzo www.dieGesellschafter.de. (aise)
“L’italia a Francoforte” in festa venerdì 22 gennaio
Francoforte -
Venerdì 22 gennaio con inizio alle ore 17.30, nel foyer del Museo delle Arti
Applicate - MAK- (Schaumaimkai 17, telefono: 069 21234037 ) avrà luogo una
festa dedicata ai bambini che, insieme ai loro genitori, hanno preso parte al
programma culturale “l’italia a francoforte” (edizione 2009), un viaggio
attraverso i musei di Francoforte alla scoperta delle opere d’arte italiane che
arricchiscono la città sul Meno.
Una manifestazione
in collaborazione con la città di Francoforte, il Consolato Generale
d’Italia, l' Istituto Italiano di Cultura, il Comites di Francoforte e la
Si-Fra.
Ulteriori informazion
si possono avere presso la Rosa Maria Liguori Pace (curatrice del progetto), al
tel. 069/75306 611. Luciana Mella, de.it.press
L’assessore all’Agricoltura della Provincia di Bolzano Hans Berger alla
"Grüne Woche" di Berlino
Berlino - La
difesa dello spazio rurale, la situazione nel settore lattiero-caseario e
l’educazione alimentare sono stati i temi discussi dall’assessore
all’Agricoltura della Provincia di Bolzano, Hans Berger, il 15 gennaio scorso
con quattro ministri a Berlino all’apertura della "Grüne Woche", la
più grande rassegna agricola mondiale.
Con il ministro
all'agricoltura di Germania Ilse Aigner, Berger ha approfondito la questione di
una sana educazione alimentare e le iniziative in atto. "In Alto
Adige", ha detto, "l'attenzione alla qualità dei generi alimentari è
sempre una priorità e nella scuola l'educazione ad una corretta nutrizione
merita di essere ulteriormente potenziata".
L'assessore
provinciale ha incontrato a Berlino anche il ministro norvegese Lars Peder
Brekk e i rappresentanti del governo austriaco, il vicecancelliere Josef Pröll
e il ministro all'agricoltura Nikolaus Berlakovich, con i quali ha affrontato
il tema dello sviluppo del settore lattiero-caseario. "La situazione in
Alto Adige", ha precisato, "è ancora rosea sul piano economico,
considerato che in Germania vengono pagati 22 cent per litro conferito e in
provincia di Bolzano circa il doppio".
Nei diversi
colloqui è emerso l'elevato livello di collaborazione tra agricoltura e turismo
esistente in Alto Adige, "una cooperazione che altre realtà europee ci
invidiano", conferma Berger. "Nel futuro pacchetto UE per
l'agricoltura", hanno infine convenuto assessore e ministri, "le
prestazioni del settore per l'interesse pubblico dovranno trovare maggiore
considerazione". (aise)
Collettiva di artisti italiani alla Infantellina Contemporary di Berlino
(30.1.-26.2.)
Dal 30 Gennaio
2010 al 26 Febbraio 2010, Infantellina Contemporary, la prima e unica galleria
berlinese a presentare 100% arte italiana contemporanea, inaugura l'esposizione
collettiva "On Sale", con : Elena Amodeo, Domino, Beatrice Feo,
Gaetano Franzese, Leonardo Martellucci, Daniela Rosignoli, Marta Valls. Special
Guest: Judith Sturm. Il vernissage inizia alle ore 18.
Da sempre l'arte è
stata messa a disposizione per il piacere dello spettatore.
Artisti italiani
come Leonardo da Vinci, Michelangelo, Caravaggio (potremmo continuare con un
elenco senza fine) hanno creato opere sublimando immagini e concetti; gli scopi
dell'esposizione sono stati, nel tempo, i più disparati tra cui i principali:
esaltazione di personaggi e casate, propaganda politica/ideologica/religiosa
nei tempi in cui i media non esistevano.
Nel nostro tempo
gli artisti hanno finalmente ottenuto e raggiunto l'indipendenza e la libertà
di proporre il proprio pensiero senza sotterfugi.
Le figure dei
committenti del passato sono state, in parte, sostituite: gli artisti si
propongono al pubblico in modo diretto o tramite le gallerie ed i curatori.
Oggi come ieri il
piacere principale di ogni „creatore“ è essere consapevole che un
collezionista, affascinato dall'opera, ha optato per la sua acquisizione: ogni
opera rappresenta un pezzo di anima che l'artista ha traslato sulla, e con la,
materia.
La prima domanda
dell'artista notiziato di una nuova vendita è : chi?
La curiosità di
sapere e conoscere la personalità di chi ti ha scelto sorpassa la gioia per il
mero guadagno (pur non dimenticando l'importanza di questo aspetto che
permette, spesso, il finanziamento delle nuove produzioni e l'esplosione di
nuovi stimoli).
Questo è il motivo
del titolo, volutamente ironico, che I-C ha scelto per la mostra che apre la
stagione 2010.
Infantellina Contemporary, Taubenstraße
20 – 22 (am Gendarmenmarkt), 10117 Berlin, T: 0049(0)30-92210407,
www.infantellina-contemporary.com (de.it.press)
Monaco di Baviera. L'Istituto Italiano di Cultura nella “Giornata della Memoria”
Monaco di Baviera
- Nell'ambito della »Giornata della Memoria« l'Istituto Italiano di
Cultura di Monaco di Baviera invita all'incontro con l'autrice Dorothea
Heiser »La mia ombra a Dachau - Poesie dei deportati raccolte e commentate da
Dorothea Heiser«. L'evento avrà luogo mercoledì, 27 gennaio 2010, alle ore 18,
presso l’Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, a Monaco
di Baviera.
Incontro con
l'autrice Dorothea Heiser »La mia ombra a Dachau - Poesie dei deportati
raccolte e commentate da Dorothea Heiser«
Alla ricerca dei
sopravvissuti del campo di concentramento di Dachau, Dorothea Heiser stringe
numerosi e intensi contatti e conosce la poesia degli
ex-deportati. L'autrice ha raccolto le poesie e le ha pubblicate
nel 1994 unitamente alle biografie dei loro autori nell'antologia La mia ombra
a Dachau - Poesie dei deportati raccolte e commentate da Dorothea
Heiser (Mursia Milano, 1997).
Farà seguito la
proiezione del film "Memoria", regia di Ruggero Gabbai, Italia 1997,
91. min., VO con sottotitoli in inglese - alla presenza del
regista. Ingresso libero con prenotazione attraverso la pagina internet
www.iicmonaco.esteri.it, nella rubrica “Calendario”, oppure a
stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26
Organizzatori:
Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la
Gesellschaft zur Förderung jüdischer Kultur und Tradition e.V. di Monaco
di Baviera e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea
di Milano
Tra il 1943 e il
1945 furono deportati 8500 ebrei italiani: circa 800 sono
sopravvissuti. Cinquant'anni dopo, novanta di loro erano ancora
in grado di raccontare i loro ricordi; non con odio, ma con lucidità
e tanta commozione per i loro cari che nei campi di
concentramento trovarono la morte. Un film-documentario che lascia la parola
alle vittime con estrema sensibilità, rispettando il loro dolore.
IIC-München,
de.it.press
Anna Finocchiaro (Pd) incontra gli italiani in Svizzera e Germania
(Wolfsburg)
La senatrice del
Partito Democratico, Anna Finocchiaro, ha incontrato nei giorni scorsi la
comunità italiana residente in Svizzera e in Germania. Con lei, il senatore del
Pd eletto in Europa, Claudio Micheloni. Ecco la cronaca del tour
Dopo la tappa nel
Canton Zurigo, si sono conclusi sabato sera nella città della Volkswagen gli
incontri della Senatrice Anna Finocchiaro Presidente del Gruppo PD al Senato.
Due giorni di intensi contatti con la collettività italiana residente in
Svizzera e in Germania, con esponenti del Partito socialista svizzero e
dell’SPD di Wolfsburg e della Bassa Sassonia.
Oltre 250 persone
hanno accolto venerdì sera 15 gennaio Anna Finocchiaro nella Sala comunale di
Uster. A far gli onori di casa il Sindaco di Uster, Martin Bornhauser, che nel
suo intervento non si è limitato ad indirizzare alla Senatrice e ai
partecipanti il saluto del consiglio comunale, ma ha sottolineato il valore
della visita di Anna Finocchiaro, considerata segno tangibile di un’attitudine
che oltrepassa le frontiere. Frontiere che secondo il sindaco sono quelle che
distinguono tolleranza e intolleranza, spirito aperto e bieco campanilismo,
riconoscimento dell’altro ed ottuso egoismo. “Valori che segnano una comunità e
che non sono legati ad un passaporto”. Parole quelle del sindaco che la
Senatrice, ha molto apprezzato suggerendo che d’ora in avanti: “nell’incontro
con il prossimo non dovremmo porre la domanda standard: cosa fai (di
professione), bensì chiedere chi sei?”
Presenti
all’assemblea, moderata dal giornalista Giangi Cretti, il Sen. Claudio
Micheloni, il presidente uscente della Colonia libera di Uster Valerio Modolo e
la neo-eletta presidente Carmela Damante, il Presidente del Comites Paolo Da
Costa e il Segretario del PD Svizzera Michele Schiavone.
Numerose sono
state le sollecitazioni giunte dal pubblico: attento e al contempo affettuoso.
Dal canto suo Anna Finocchiaro toccata da “un’accoglienza così calorosa e
familiare”, evidenziando le criticità dell’attuale politica di governo,
rilevando come le strutture della nostra politica siano arcaiche e ormai
obsolete, ha invitato i convenuti a trasmettere alla politica italiana i valori
moderni di tolleranza, indulgenza e la volontà di accogliere il diverso, il
migrante.
Commentando
l’incontro l’autorevole quotidiano svizzero, il Tages-Anzeiger, ha titolato: Un
vulcano italiano nella sala comunale di Uster.
La tappa in terra
elvetica di Anna Finocchiaro era iniziata nel pomeriggio con una serie di
interviste e con una conferenza stampa, al termine della quale la Senatrice si
è spostata a Dietikon, cittadina in periferia di Zurigo, dove ha partecipato ad
un comizio elettorale, a sostegno di Angela Gullo, giovane di origine italiana,
candidata alle locali elezioni amministrative. Nell’occasione ha dialogato con
il Segretario del Partito socialista svizzero di Dietikon, Rolf Steiner,
convenendo sulla necessità di partecipazione attiva alla vita politica del
Paese d’accoglienza.
Il giorno
successivo, sempre accompagnata dal Senatore Claudio Micheloni, Anna
Finocchiaro si è recata a Wolfsburg in Germania, dove nel corso di un ricevimento
nel Castello cittadino, ha incontrato il Sindaco Prof. Rolf Schnellecke.
Presenti, tra gli altri, anche l’assessore alle politiche giovanili, Klaus
Mohrs, i consiglieri comunali Rocco Artale e Antonio Zanfino, i Segretari del
PD di Wolfsburg e di Hannover, Silvestro Gurrieri e Santo Vitellaro, la
reggente del Consolato Generale di Hannover, la Dott.ssa Maria Luisa Cuccaro
Fantini, il Dott. Stefano Jorio, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di
Wolfsburg, il Deputato SPD del Land Bassa Sassonia, Klaus Schneck e l’agente
consolare Gesuino Atzori.
La Senatrice ha
lodato l’impegno e il lavoro esemplare del sindaco Schnellecke e del Consiglio
comunale in materia di politiche d’integrazione, reiterando l’invito, già
avanzato dal Sen. Micheloni, ad un incontro a Roma con il Presidente della
Commissione Affari esteri e emigrazione del Senato, Sen. Lamberto Dini, e con i
componenti della stessa Commissione, nonché con i parlamentari impegnati in
Italia nelle politiche d’immigrazione. Un incontro previsto per la prossima
primavera. Anna Finocchiaro ha colto l’occasione per ringraziare il Sindaco per
il cospicuo contributo offerto alla città di Popoli (PE) nella ricostruzione
della scuola media, parzialmente distrutta dal sisma del 6 aprile 2009. Infine,
ha promesso di adoperarsi per la risoluzione dei problemi della scuola
italo-tedesca di Wolfsurg, sottolineando la portata storica e innovativa del
progetto formativo avviato qualche decennio fa.
Nell’incontro,
avvenuto a margine del ricevimento, con gli esponenti del Partito
socialdemocratico tedesco di Wolfsburg, si sono trattati temi comuni all’SPD e
al Partito democratico italiano, gettando le basi per una più intensa
collaborazione tra SPD e PD nell’interesse della comunità tutta.
La giornata di
sabato si è conclusa con un’assemblea pubblica nella sala della Biblioteca di
Wolfsburg (nella Alvar Aalto Kulturhaus) gremita da un pubblico italiano
caloroso e vivace. Anna Finocchiaro, toccata dalla solidarietà manifestata nei
confronti degli immigrati di Rosarno, sia a Wolfsburg che a Uster, ha
affermato: “voi siete l’anima vera, non corrotta, dell’Italia”. Parole accolte
da un lungo applauso.
Un breve incontro
con il gruppo donne del PD di Wolfsburg e uno spettacolo colorito offerto dal
Gruppo folcloristico siciliano “Lu Carrettu” di Wolfsburg, hanno posto fine
alla visita. Italia chiama Italia
Nomi e attività delle famiglie mafiose in Germania nel libro „Mafia export“
Il gruppo
parlamentare della SPD nel Nordreno-Vestfalia ha invitato il governo ad
intervenire più decisamente per contrastare la diffusione di ogni mafia.
Colonia - Secondo
i deputati della SPD il governo del Land non prende sufficientemente sul serio
il problema delle mafie. Nonostante la strage di Duisburg, si continua a non
considerare la presenza di organizzazioni criminali italiane nel
Nordreno-Vestfalia un pericolo concreto. La penetrazione della mafia e
soprattutto della 'ndrangheta in Germania e in altri paesi del mondo prosegue
indisturbata, sostiene Franco Forgione. L'ex parlamentare di Rifondazione
Comunista ed ex presidente della commissione parlamentare antimafia ha
pubblicato di recente sul tema un libro dal titolo "Mafia Export". Con
delle carte geocriminali, delle mappe della presenza mafiosa, l'autore ha
documentato nomi e attività delle famiglie mafiose presenti in Germania.
"Le mafie vanno cercate e contrastate non quando insanguinano le strade ma
quando fanno vivere il mutismo delle armi", sostiene Forgione
nell'intervista rilasciata ai microfoni di Radio Colonia nella trasmissione del
18 gennaio. Per ascoltare l'intervista a Francesco Forgione clicca su
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2010/100118_forgionemafiaexport.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2010/100118_forgionemafiaexport.m p3. RC, de.it.press
Esce a Berlino a fine gennaio “Fra Amici a tavola”, magazine per gli amanti
della cucina italiana
Berlino – Uscirà
alla fine di gennaio la nuova iniziativa editoriale di “Amici del Ciao Italia”
di Berlino, associazione di imprenditori legati al mondo della gastronomia e
della ristorazione italiana nel mondo. Il magazine si intitolerà “Fra Amici a
tavola” ed è dedicato a tutti gli estimatori della cucina italiana presenti a
Berlino e non solo.
Il primo numero
illustra scopi e finalità dell’associazione tedesca presieduta da Mario
Ferrera, proponendo inoltre la presentazione di una città – si comincia con la
capitale, Roma – e la descrizione di una nota ricetta ad essa legata: i
Saltimbocca alla romana. Spazio anche ad uno dei piatti simbolo dell’Italia in
tutto il mondo: la pizza.
La pubblicazione
fornisce inoltre una vetrina dei locali italiani presenti a Berlino e una lista
di appuntamenti in città legati alla gastronomia nazionale.
Il sito internet
dell’associazione è: www.amicidelciaoitalia.de. (Inform)
Dortmund. Online il primo calendario interculturale del Comites
Dortmund -
Presentato a fine dicembre, è ora disponibile online il primo calendario
interculturale nato da un’iniziativa del Comites di Dortmund presieduto da
Marilena Rossi e realizzato con gli elaborati di 300 studenti di origine
italiana della Vestfalia coinvolti nel progetto in occasione della giornata
internazionale della lingua madre.
"Sono due la
lingua madre" il titolo dato al progetto portato avanti dal Comites con il
supporto del locale ufficio scolastico del Consolato d’Italia. È stato chiesto
ai giovani d’origine italiana della circoscrizione consolare, in occasione
della Giornata internazionale della lingua madre, di mettere a fuoco
l’importanza delle proprie radici, del parlare e comprendere più lingue in
un’Europa dalle molte culture. Alla proposta hanno partecipato quasi 300
studenti d’origine italiana della Vestfalia inviando 165 elaborati: dagli
accurati disegni ricchi di simbologie e riferimenti, alle filastrocche e ai
giochi linguistici, da poesie e canzoni, fino ai componimenti e alla presentazione
in power point dove sonoro, immagini e testo presentano stati d’animo e
conquiste linguistiche e culturali non indifferenti.
Tutto il materiale
è confluito nel calendario che è stato distribuito a tutti gli alunni dei corsi
di lingua e cultura, a patronati, missioni ed associazioni italiane della
Circoscrizione Consolare di Dortmund e che ora è disponibile online sul sito
www.comites-dortmund.de. (aise)
A Stoccarda la mecca delle vacanze. In corso la CMT. Cala l’interesse per
l’Italia
Stoccarda - E’ in
corso a Stoccarda la Caravan Motor Touristik (CMT). La fiera, che si concluderà
domenica 24 gennaio, offre un ampio ventaglio di offerta turistica. 1850
espositori di 95 paesi del mondo cercano di accaparrarsi una fetta del mercato
tedesco.
Prevalgono le
richieste per la Turchia, Spagna e Paesi scandinavi. Cala l’interesse per
l’Italia. Reggono i campeggi e le regioni del nord Adriatico.
La CMT è la fiera
turistica col più alto afflusso di visitatori in Europa. La media è di almeno
200.000 ad edizione.
Questa
caratteristica spinge sempre più paesi con vocazione turistica a mettere in
vetrina il meglio delle proprie bellezze naturali, patrimonio artistico e
paesaggistico a prezzi accessibili.
Ormai molti
operatori stranieri hanno capito che in Germania c’è aria di crisi economica e
che il tedesco, pur non volendo rinunciare alla vacanza, gira e rigira più
volte l’euro. Alla fine decide per le mete che offrono qualità a prezzi accettabili.
Questo
atteggiamento ha fatto lievitare il flusso turistico tedesco verso la Spagna,
la Turchia ed ex Jugoslavia, a scapito dell’Italia, della Francia e della
Grecia che un tempo erano paesi di grande richiamo di tedeschi. I governi di
questi paesi hanno purtroppo abbassato la guardia ed i turisti hanno cominciato
a voltargli le spalle.
Per quanto
riguarda l’Italia, tanto i governi di centro-sinistra che di centro-destra si
sono impegnati più sulle beghe politiche interne che sulla politica di riqualificazione
del territorio, dell’ammodernamento delle strutture ed infrastrutture,
sull’efficienza degli enti locali e la cura del cliente che porta soldi e
possibilità occupazionali non solo all’albergatore ma a tutta la vasta gamma
dei servizi e dell’indotto.
Ma mentre i voli
low cost dalla Germania crescono verso la Spagna e la Turchia, verso l’Italia
invece calano o si cancellano addirittura.
E’ stato ridotto
il numero di voli per Venezia, Rimini, Bari, Lamezia, Catania, Palermo, Napoli,
Roma, Olbia e Cagliari.
Dal sud della
Germania sono stati cancellati i vettori verso Verona, Bergamo, Bologna sono
spariti i vettori Forlì, Ancona, Pescara e Pisa.
La TUI, che è il
colosso tedesco dei movimenti turistici di massa, è entrata in gioco con forti
capitali in compagnie di voli charter e in catene di grandi alberghi in Spagna
e in Turchia. E’ ovvio, quindi, che la politica dei movimenti turistici sia
indirizzata verso questi due paesi.
La grande fortuna
dell’Italia restano i campeggi che negli ultimi anni hanno migliorato la
qualità con forti investimenti, le città d’arte, i grandi laghi (Maggiore, Como
e Garda) e le regioni dell’Adriatico settentrionale: Friuli Venezia Giulia,
Veneto ed Emilia Romagna. Queste hanno avuto la capacità di mettere assieme albergatori
e bagnini per confezionare un pacchetto del “tutto compreso”.
L’Emilia Romagna,
oltre agli sconti per le famiglie con bambini piccoli, offre un contributo di
1.000 euro alle agenzie tedesche che inviano pullman con turisti che si fermano
almeno tre giorni in una località emiliano - romagnola.
Altri particolari
sono nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5878050/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/3tm7gw/index.html
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Monaco, pc positivo al controllo antibomba. Il proprietario, fermato al
controllo, è fuggito
Monaco di Baviera
- La scoperta di un pc portatile risultato positivo al test esplosivo ha fatto
scattare l'allarme all'aeroporto di Monaco di Baviera. L'area dello scalo è
stata immediatamente sigillato. L'aeroporto è stato parzialmente evacuato.
L'allarme è
scattato quando un uomo, intorno alle 15.30 di questo pomeriggio, ha effettuato
il controllo per accedere all'area di imbarco dell'aeroporto 'Franz Josef
Strauss'. Durante i controlli la polizia ha rilevato tracce di esplosivo
all'interno del suo computer portatile: l'uomo si è dato immediatamente alla
fuga e al momento risulta ancora in libertà. Il terminal 2 dello scalo è stato
evacuato per facilitare le ricerche.
Un portavoce
dell'aeroporto di Monaco, il secondo per importanza in Germania, ha detto che
circa 12 voli interni e internazionali sono stati cancellati. Lr 20
Interventi. No all’immunità parlamentare, la Chiaromonte non sta dalla
parte dei cittadini
Mi ha fatto molto
piacere sentire Bersani e i vertici del PD dire chiaramente NO a processo
breve, legittimo impedimento e nuovo Lodo Alfano.
E’stato un bel
regalo di Natale che mi ha fatto ben sperare in una opposizione decisa contro
le leggi ad personam che il governo sta cercando di far approvare una dopo
l’altra.
Oggi però sono di
nuovo preoccupata per una proposta di legge di reintrodurre l’immunità
parlamentare, proposta bipartisan PD/PDL che proviene nientemeno da Franca
Chiaromonte, figlia di uno storico dirigente del PC.
Doppia delusione,
una donna che dovrebbe essere di sinistra e che ripropone una legge ingiusta
che la società civile, i movimenti, il popolo viola e tutta l’opposizione
civile compresa l’ampia base del PD (quella che ha partecipato con convinzione
al NO B-day) non potrà mai approvare.
Mi chiedo perché
nel PD ci siano delle forze che continuano a difendere gli interessi della
casta disinteressandosi completamente di
lavoro, precariato, occupazione, riconversione industriale, ambiente, rifiuti,
dissesto idrogeologico, razzismo, omofobia, xenofobia.
Non si rendono
conto questi politici che stanno facendo l’esatto contrario di quello che la
loro base vuole?
Mi piacerebbe che
Bersani e i vertici del PD ribadissero chiaramente che i tre NO alle leggi ad
personam restano dei NO e il PD intende dedicarsi esclusivamente agli interessi
dei cittadini e non alle immunità per la casta.
Silvia Terribili,
IdV Olanda, www.silviaterribili.org (de.it.press)
Interventi. Roma ci cerca solo quando vuole i nostri voti?
Wolsfsburg. In
altri paesi europei, i cittadini - anche quelli che vivono fuori della
propria nazione - vengono trattati allo stesso modo per quanto riguarda il
pagamento delle tasse. Perché quando si tratta di noi italiani residenti
all'estero, non vale la stessa cosa?
L'articolo 3 della
nostra Costituzione dice che i diritti sono uguali per tutti gli italiani: non
si capisce perché c´é differenza tra gli italiani in Italia e quelli che vivono
nel mondo. Se il Governo ha abolito l`ICI in Italia per la prima casa, a
maggior ragione la si doveva eliminare per noi che - abitando fuori - veniamo
solo per pochi mesi nella nostra prima casa in Italia.
Qualcuno dirá che
é una abolizione facoltativa delle Regioni e Amministrazioni locali; beh,
allora vuol dire che il Governo in questo modo si é lavato le mani come Pilato,
lasciando gli italiani che vivono all'estero in balia di Comuni che si rifanno
con le nostre tasse.
Un altro esempio
sarebbe quello delle differenze di pagamento delle quote fisse sui
consumi di acqua canone spazzatura energia... In Germania le tasse sono uguali
per tutti, che tu viva in Patria oppure fuori. Ed é qui che ci domandiamo
quanto valiamo noi italiani residenti all'estero per il Governo Italiano, se
non veniamo considerati come figli della stessa Patria.
Figli di
quest'Italia che non ha potuto dare lavoro e futuro a tanti di noi, e
alla quale sentiamo comunque di appartenere piú che mai vivendo in terra
straniera. Noi che diventiamo importanti quando i politici vogliono il voto, ma
che veniamo dimenticati subito dopo. Noi che crediamo ancora negli ideali
predicati dal Governo, che abbiamo ancora fiducia che possa cambiare qualcosa
in senso positivo.
Siamo gente
scomoda, ebbene sì, abbiamo problemi che vanno risolti non solo a chiacchiere;
abbiamo la necessitá di sentirci accolti quando rientriamo in Italia, vogliamo
sentirci non diversi quando gentilmente richiediamo i nostri diritti e invece
veniamo benserviti con un “ritorna da dove sei venuto, se non sei
contento", come é giá avvenuto a molti di noi.
Il 27 e 28 marzo
siamo richiamti di nuovo alle urne per le votazioni Regionali e Amministrative.
Strano che ora si ricordino di noi, solo perché vogliono i nostri voti: e
così per due giorni siamo tutti italiani.
Se il Governo
Italiano e i Governi Regionali e i Sindaci non cambiano linea, alle prossime
votazioni di marzo gli italiani residenti in Europa questa volta sapranno
comportarsi, anzi sarebbe forse meglio non andare a votare per niente.
Pretendiamo
troppo? Allora chiudiamo i battenti, facciamocene una ragione e continuiamo a
vivere come sempre. Almeno noi nel mondo ci viviamo con o senza i Deputati e
Senatori eletti all`estero. Ma che stiano alla larga da noi, anche quando
vogliono il voto, perché l'italiano all`estero non é un fesso.
Mario Spanò,
Italia chiama Italia
Roma - I senatori
del Comitato per le Questioni all’Estero presieduto a Palazzo Madama da
Giuseppe Firarello (Pdl) parteciperanno ai lavori delle Commissioni
continentali del Cgie in programma dal prossimo mese di febbraio. Ciascuna
delegazione sarà composta da due senatori.
La prima a
riunirsi sarà la continentale per i Paesi Anglofoni coordinata da Silvana
Mangione dal 12 al 14 febbraio a Johannesburg; alla tre giorni è prevista la
partecipazione del senatore Nino Randazzo (Pd) eletto nella ripartizione
Africa-Asia-Australia.
La continentale
Europa ed Africa del Nord, il cui vice segretario è Lorenzo Losi, è stata
convocata dal 18 al 20 marzo a Nizza; ai lavori dovrebbero partecipare i due
eletti nella circoscrizione, Micheloni (Pd) e Di Girolamo (Pdl). Infine, dall’8
al 10 aprile si riunirà a Città del Messico la commissione Sud America
coordinata da Francisco Nardelli. In questo caso dovrebbe partecipare il
senatore Giordano (Pdl). (aise)
Il Ministero dell’Interno risponde ad una interrogazione sul riacquisto
della cittadinanza italiana
ROMA - “Dopo 18 mesi il ministero
dell’Interno risponde a una interrogazione alla quale ci eravamo dati già una
risposta”. “Anche per i richiedenti l’iscrizione anagrafica in Italia, ai fini
del riconoscimento o del riacquisto della cittadinanza italiana jure sanguinis,
si applicano le norme introdotte con la legge 28 maggio 2007, n. 68, cioè il
rilascio di una semplice “dichiarazione di presenza” in luogo del permesso di
soggiorno”, ha ricordato Marco Fedi. deputato del Pd eletto all’estero,
commentando la risposta del Governo alla sua interrogazione.
“Apprezziamo l’impegno a monitorare
l’applicazione delle circolari 14/2008, 32/2007 e 52/2007, oltre alla
possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per “attesa di cittadinanza”,
ma riteniamo ancora insufficiente lo sforzo per fare in modo che vi sia
un’informazione immediata, accurata e diffusa nel modo più ampio sul
territorio: lo testimoniano le continue richieste di chiarimento ed intervento
che riceviamo”.
“La discussione svolta in Commissione Affari
Costituzionali - ha poi osservato Fedi - ha evitato di toccare questi temi
nonostante l’impegno a produrre un testo unificato di riforma della
cittadinanza. Siamo lontani da un testo unificato che tenga conto della
sentenza con la quale il 26 febbraio di quest'anno la Corte di cassazione ha
riconosciuto alle donne italiane coniugate con cittadini stranieri prima
dell'entrata in vigore della nostra Carta costituzionale il diritto di
trasmettere la cittadinanza ai propri discendenti”.
“Credo sia utile rilevare - ha concluso Fedi
- come sia mancata, in questa delicata fase, l’azione del Governo tesa sia a
predisporre una riforma organica della cittadinanza che tenga conto dei grandi
temi vicini alle nostre comunità, dalla riapertura dei termini per il
riacquisto della cittadinanza italiana fino al superamento della
discriminazione nei confronti delle donne, sia nel chiedere un eventuale
stralcio di queste norme dal testo unificato per un esame distinto dagli altri
temi di riforma”
Qui di seguito la risposta del ministero
dell’Interno
“La soluzione alla problematica segnalata è
da individuarsi nelle direttive che il Ministero dell'interno ha emanato già in
occasione dell'entrata in vigore delle disposizioni introdotte con la legge 28
maggio 2007, n. 68 recante "Disciplina dei soggiorni di breve durata degli
stranieri per visite, affari, turismo e studio".
Tale normativa ha previsto, per i soggiorni
inferiori a tre mesi, il rilascio di una "dichiarazione di presenza"
in luogo del permesso di soggiorno e le istruzioni ministeriali hanno precisato
che a tale dichiarazione possono fare ricorso anche i discendenti di cittadini
italiani onde poter disporre di un titolo per l'iscrizione anagrafica
finalizzata all'acquisto della cittadinanza iure sanguinis.
Analoga opportunità, pertanto, deve ritenersi
disponibile anche per lo straniero che si trasferisce in Italia per attivare la
procedura del riacquisto della cittadinanza di cui all'art. 13 della legge 5
febbraio 1992, n.91: anche questi può e deve rendere la dichiarazione di
presenza di cui alla predetta legge 28 maggio 2007, n. 68 ai fini
dell'iscrizione anagrafica occorrente per il riacquisto.
Ove la procedura si protragga per oltre tre
mesi, superando cosi i tempi del permesso di soggiorno di breve durata, gli
interessati possono chiedere al Questore del luogo di residenza il permesso di
soggiorno "per attesa di cittadinanza".
In presenza di particolari presupposti di
necessità ed urgenza, peraltro opportunamente documentati dagli interessati, le
Questure potranno procedere, in via eccezionale, al rilascio di
un'autorizzazione al soggiorno sul modello cartaceo (con validità limitata a
seconda delle esigenze prospettate) nelle more della produzione del titolo in
formato elettronico da parte del competente Istituto Poligrafico e Zecca dello
Stato.
Tali opportunità sono state oggetto di
specifiche direttive già indirizzate alle Prefetture ed alle Questure. I
competenti uffici del Ministero dell'interno, per il tramite delle Prefetture,
continueranno ad effettuare periodici monitoraggi al fine di scongiurare difformi
e pregiudizievoli applicazioni dei predetti indirizzi, anche da parte dei
Comuni, sul territorio nazionale”. (Inform)
Con il 5° la rivista italo-francese "Focus In" festeggia il primo
anno di attivitá indipendente
Parigi - È uscito
il 5° numero di "Focus In", la rivista edita a Parigi sotto la
direzione di Guy Estager. A capo della redazione Patrizia Molteni che illustra
oggi i contenuti del nuovo numero, disponibile anche online all’indirizzo
www.focus-in.info.
"Un numero
storico", afferma Molteni, "che conclude il primo anno di attività
indipendente della testata italo-francese. E lo fa, attraverso un dossier
controverso su "Natura – Contronatura" e su un giornale stampato, già
da due numeri, su carta riciclate e con tecniche eco-responsabili. Sotto il
titolo "Contronatura" (e non "contro la natura") la rivista
ha voluto aprire un dibattito su comportamenti o pratiche che vanno contro le
leggi della natura. Espressioni quali "lasciar fare la natura" o
"agire secondo natura" vogliono dire proprio questo: rispettare quel
principio costitutivo di ogni essere vivente – umano, vegetale, animale – che
stabilisce ordini e leggi senza che l’intervento dell’uomo imponga, quasi
sempre per interesse, regole che di naturale hanno ben poco".
Nel Medioevo la
speranza di vita era di 20/30 anni, all’inizio del ‘900 di 30-40, oggi di 65
anni e passa, osserva Luciano Trasatti, ricercatore al CNRS di Roma e
istigatore, nel suo articolo "Sulla naturalità delle cose". Da
scienziato, non è per principio contro gli OGM perché hanno portato per esempio
a curare forme di glaucoma. Ma questo non è il punto, o per lo meno non è il
punto che ha voluto sollevare la redazione nei diversi articoli.
Massimo Rizzo,
ristoratore, lancia un Forum di discussione sugli OGM chiedendosi tra l’altro a
che serve produrre piante sterili se non a vendere agli agricoltori semi che
potrebbero produrre da soli. Al contrario di Trasatti, Zosimo si ribella
all’uso del pianeta come cavia. Gastro-filosofico anche il contributo di Franco
Lombardi ("Il ventre molle della paura"). Perché tutte le cose buone
ci fanno male? Perché il nemico è il piacere, insinua Lombardi, mentre la paura
di rovinarci la salute guida le nostre scelte enogastronomiche, se così si può
ancora chiamarle. Ma anche l’uomo non ci scherza. Lo mostra il fotoreportage di
Matteo Pellegrinuzzi, ("Tutta colpa dell’uomo") nel nord Italia dove
alluvioni, secche e frane sono dovute a comportamenti umani. Completano il
dossier i contributi della psicologa Cinzia Crosali ("Il linguaggio umano
è contronatura"), il dibattito sull’identità nazionale basata sul possesso
o meno di un documento, come spiega con brio Ruggero De Pas ("Il
Devoto-Oli va in tilt") e quello sulla pretesa naturalità dell’istinto
materno, che Tiziana Jacoponi illustra attraverso il romanzo "Quando è la
notte" di Cristina Comencini.
Il 5° numero di
Focus In si arricchisce anche la nuova rubrica associativa con oltre dieci
pagine dedicate alle associazioni italiane in tutta la Francia.
"In questo
numero", rende noto Molteni, "le nostre colonne ospitano anche
un’associazione corsa, Euromediterrànea, che si batte per la creazione di
un’Euroregione tra Corsica, Sardegna, Liguria e Toscana. Presenti in forza,
quindi, le associazioni sarde e quelle del costa meridionale francese".
"L’attualità
sociale e politica, così come le pagine culturali", prosegue Molteni,
"seguono lo spirito del giornale: quello di riflettere alle similitudini e
le differenze tra due Paesi vicini ma così lontani: ai suicidi sul lavoro in
Francia, si contrappongono le morti bianche in Italia; il fiasco dei vaccini in
entrambi i Paesi e nel mondo intero; i tanti italiani o francesi che fanno
cultura e che alimentano, attraverso il loro operato, un’immagine creativa e
vivace dell’Italia". (aise)
Save the Children chiede lo stop dei rinvii verso la Libia
Audizione della
Ong presso il Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo
di Schengen - Nel 2009 “1.005 i migranti ricondotti in Libia. Un numero non
quantificabile è costituito da bambini”
ROMA - La protezione, l’accoglienza e lo
sviluppo dei minori stranieri che giungono in Italia sono stati al centro
dell’audizione della ong Save the Children presso il Comitato parlamentare di
controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen
L’organizzazione internazionale, chiamata a
intervenire nell’ambito di un’indagine conoscitiva sulle nuove politiche in
materia di immigrazione condotta dal Comitato, ha illustrato la propria
posizione in merito ai rinvii in Libia di migranti rintracciati in acque
internazionali e sul sistema dell’accoglienza dei minori stranieri in Italia.
“Tra il 5 maggio e il 7 settembre 2009 sono
stati 1.005 i migranti ricondotti in Libia nell’ambito di 8 operazioni
effettuate dall’Italia; in particolare, 883 persone attraverso l’attività
congiunta libico-italiana e 172 prese e riportate in Libia dalle autorità
libiche” ricorda l’organizzazione evidenziando che “un numero non
quantificabile di migranti respinti è costituito da bambini, come attestato
anche da fonti Onu , e sulla base del monitoraggio dei flussi migratori
arrivati via mare attraverso la frontiera Sud nei mesi e anni scorsi,
nell’ambito dei quali la presenza di minori è costante”.
Save the Children ha rinnovato al Comitato
parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen la
“richiesta che l’Italia non ripeta più azioni di rinvio verso la Libia dei
migranti rintracciati in acque internazionali” e che “venga istituito –
all’interno dell’accordo Italia-Libia – un sistema di monitoraggio indipendente
sulla conformità delle condizioni e delle procedure di accoglienza dei migranti
e in particolare dei minori”.
Save the Children sottolinea come tali
operazioni di rinvii si svolgano “come dichiarato dallo stesso Governo, senza
procedere ad alcun tipo di valutazione sullo status delle persone che si
trovano a bordo delle imbarcazioni, con la conseguente possibilità, confermata
dai fatti, che vengano rinviati in Libia anche bambini e adolescenti”.
Secondo l’organizzazione internazionale “i
rinvii costituiscono una grave violazione dei diritti umani fondamentali dei
migranti, e dei minori in particolare, e contravvengono quanto previsto dalla
normativa nazionale, comunitaria ed internazionale in materia di contrasto
all’immigrazione clandestina, divieto di refoulement, tutela delle categorie
vulnerabili e obbligo di identificazione”.
Inoltre, sottolinea Save the Children, “la
Libia è un Paese che non garantisce in alcun modo la protezione dei migranti
sul suo territorio, anche in considerazione del fatto che non ha mai firmato la
Convenzione di Ginevra”.
In particolare, a proposito delle condizioni
in cui vengono trattati i minori migranti transitanti in Libia, Save the
Children esprime “forte preoccupazione per le informazioni acquisite dagli
operatori della ong in Sicilia durante colloqui informali di gruppo con i
minori”. “Secondo tali informazioni – spiega la ong - è ancora molto alto il
flusso di migranti che entrano in Libia, sperando poi di partire alla volta o
dell’Italia o di altri paesi. La gran parte di queste persone giunge con
trafficanti che le tengono ammassate in edifici dispersi per le campagne
libiche, in attesa di organizzare un viaggio che si fa sempre meno sicuro e più
difficile. La permanenza può durare mesi e mesi, in condizioni di
sovraffollamento e alla mercé dei trafficanti dai quali si dipende in tutto.
Talvolta – denuncia Save the Children - queste persone possono essere scoperte
e arrestate dalla polizia libica e finire quindi o in prigione o espulse dal
paese, rischiando di morire nella traversata del deserto”. (Inform)
Bambini stranieri nelle scuole: la direttiva del ministro Gelmini
Indicazioni e raccomandazioni
per l’integrazione di alunni con cittadinanza non Italiana
Il Ministro
dell'Istruzione Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, ha emanato l'8
gennaio scorso una circolare contenente "Indicazioni e raccomandazioni per
l'integrazione di alunni con cittadinanza non Italiana". La circolare
mette in evidenza alcune criticità, quali: - l'incidenza di dispersioni,
abbandoni e ritardi, che caratterizza l'itinerario scolastico degli alunni
provenienti da un contesto migratorio; - la conoscenza della lingua italiana,
talora assente o padroneggiata a livelli di competenza notevolmente differenti;
- il possesso della "nuova" lingua più come spontaneo registro utile
alla "comunicazione" quotidiana che non come strumento per lo studio;
- la necessità di prevedere anche percorsi formativi differenziati, soprattutto
nelle scuole secondarie di secondo grado; - la presenza di culture diverse
all'interno delle comunità straniere e il loro impatto con la cultura italiana.
A fronte di tali criticità, per dare risposte tempestive, la circolare,
stabilisce che: il numero degli alunni con cittadinanza non italiana presenti
in ciascuna classe non potrà superare di norma il 30% del totale degli
iscritti; il limite del 30% entra in vigore dall'anno scolastico 2010-2011 in
modo graduale: è introdotto a partire dal primo anno della scuola dell'infanzia
e dalle classi prime sia della scuola primaria, sia della scuola secondaria di
I e di II grado; il limite del 30% può essere innalzato, con determinazione del
Direttore generale dell'Ufficio Scolastico Regionale, a fronte della presenza
di alunni stranieri già in possesso delle adeguate competenze linguistiche; il
limite del 30% può essere ridotto, sempre con determinazione del Direttore
generale dell'Ufficio Scolastico Regionale, a fronte della presenza di alunni
stranieri per i quali risulti una padronanza della lingua italiana non
sufficiente ad una compiuta partecipazione all'attività didattica. De.it.press
Haiti. Gli aiuti e la sovranità
La tragedia di
Haiti può diventare una buccia di banana per lo strapotere (benevolo e
generoso, in questo caso) dell’America di Obama. Il presidente ha fatto quello
che era inevitabile che facesse: per la mole degli aiuti stanziati, per il
numero di soldati e di mezzi inviati, per l’immediatezza della mobilitazione
nei confronti del cataclisma vicino, egli ha rivendicato agli Usa la leadership
e il coordinamento di tutte le operazioni di soccorso.
Proprio questa
assunzione di ruolo-guida (appena temperata dai riferimenti alla partecipazione
del Canada e del Brasile, con l’Europa ignorata) ha prodotto le prime
frustrazioni: Parigi e Pechino hanno fatto sapere che nel malridotto aeroporto
di Port-au-Prince sarebbero stati graditi permessi di atterraggio anche per i
loro aerei. Piccole gelosie, piccoli sospetti che Obama voglia rinverdire la
sua immagine e meritare finalmente il Nobel avvolgendo le operazioni di
soccorso in una grande bandiera a stelle e strisce. Ma se si trattasse soltanto
di questo gli Usa avrebbero ragione.
Soltanto loro sono
in grado di far funzionare subito l’aeroporto ben oltre la sua normale
capacità, soltanto loro hanno i mezzi tecnici per far arrivare a destinazione
gli aiuti (seppure in ritardo), soltanto loro possono riattivare le preziose
installazioni portuali. L’insidia vera è altrove. Prendiamo l’invio di quasi
12.000 parà e marines nell’isola. Il segretario alla Difesa Gates dice che non
avranno compiti di polizia, che questo è affare dell’Onu.
Ma benché l’Onu
preveda l’invio di 3.500 uomini, che senso ha mandare un piccolo esercito in un
luogo da sempre turbolento, dove la sicurezza è sempre stata un concetto
astratto, se quei parà e quei marines non devono mantenere l’ordine e
proteggere la distribuzione degli aiuti? Si vuole, evidentemente, ribattere all’accusa
di «invasione » già lanciata da Castro e da Chávez. Ma il risultato è invece di
confermare che la questione delle mansioni dei militari è soltanto la punta
dell’iceberg.
L’Haiti del
dopo-terremoto non ha più un governo, non ha una amministrazione statale, è
totalmente priva di infrastrutture, non ha né scuole né ospedali, ma in cambio
ospita agguerrite bande criminali. Per raddrizzare la barca serviranno
efficienza e anche mano pesante. Il problema è allora questo: l’iniziativa
militar-umanitaria americana, dopo la prima fase emergenziale, quale volto
vorrà darsi? Quello di un mandato etico-imperiale? Quello di un intervento
legittimato dall’Onu? La verità è che in ogni caso Obama resterà prigioniero
della sua foga iniziale. Anche per evitare che uno Stato fallito così vicino
possa diventare base per azioni terroristiche contro gli Usa.
Haiti si aggiunge
dunque alla lista delle scelte difficili che attendono il presidente nel 2010.
Obama dovrà tracciare una rotta di lungo corso e darle una credibile veste di
legittimità internazionale. Dovrà prepararsi, malgrado il coinvolgimento di
Bill Clinton e di George Bush, a essere accusato, secondo le circostanze, di
tardo colonialismo o di impotenza. Per lui il terremoto di Haiti potrebbe
essere soltanto cominciato. Franco
Venturini CdS 20
La tragedia di Haiti. Il paese rinascerà migliore
La tragedia di
Haiti dimostra ancora una volta qualcosa che noi, come esseri umani, abbiamo
sempre saputo: anche nella peggiore devastazione, c’è sempre speranza.
L’ho visto di
persona domenica scorsa a Port-au-Prince. Le Nazioni Unite hanno subito la più
grande perdita della loro storia. Il nostro quartier generale nella capitale
haitiana era un ammasso di cemento e di lamiere informi. Come si poteva
sopravvivere, mi sono chiesto. Eppure poco dopo essere a malincuore ripartito,
le squadre di salvataggio hanno estratto un sopravvissuto - vivo, dopo cinque
giorni, seppellito, senza cibo né acqua. Ho pensato che fosse un miracolo, un
segno di speranza.
Disastri come questo
a Haiti ci ricordano la fragilità della vita, ma confermano anche la nostra
forza. Abbiamo visto immagini tremende in televisione: edifici distrutti, corpi
nelle strade, persone in disperato bisogno di cibo, acqua e riparo. Ho visto
tutto questo, e ancora di più, girando per la città disastrata. Ma ho visto
anche qualcos’altro - una espressione di umanità non comune, persone che
affrontano le vicissitudini più drammatiche dimostrando tuttavia una
determinazione straordinaria.
Durante la mia
breve visita ho incontrato molta gente. Un gruppo di ragazzi, vicino alle
rovine del palazzo presidenziale, mi ha detto di voler aiutare a ricostruire
Haiti. Al di là della contingenza attuale, sperano in un lavoro, un futuro
dignitoso, un'attività. Per strada ho incontrato una giovane madre con il
figlio: vivono in una tenda in un parco pubblico, con poco cibo. Ce ne erano
migliaia come lei, con pazienza tengono duro, aiutandosi a vicenda. Come altri,
era fiduciosa che gli aiuti sarebbero arrivati presto. «Sono venuto a portare
la speranza», ho detto loro. «Non disperate». In risposta, anche lei ha chiesto
aiuto alla comunità internazionale per la ricostruzione di Haiti, per i suoi
bambini, per le generazioni di domani.
Per chi ha perso
tutto, gli aiuti non giungeranno mai abbastanza presto. Ma stanno arrivando, e
in crescente quantità, nonostante ardue sfide logistiche in una capitale in cui
tutti i servizi e le strutture sono stati distrutti. Lunedì mattina, più di 40
squadre di soccorso erano al lavoro, per un totale di più di 1700 uomini. La
fornitura d'acqua sta aumentando, tende e ripari temporanei stanno arrivando in
gran quantità. Gli ospedali pesantemente danneggiati stanno ricominciando a
funzionare, col sostegno di squadre mediche internazionali. Nel frattempo, il
Programma Alimentare Mondiale collabora con l'esercito statunitense per la
distribuzione di pasti giornalieri a circa 200.000 persone. L'agenzia si
aspetta di raggiungere il milione di persone nelle prossime settimane, avendo
come obiettivo i due milioni.
Abbiamo assistito
al proliferare di aiuti internazionali, proporzionati all'entità di questa
tragedia. Ogni nazione, ogni organizzazione internazionale di assistenza nel
mondo, si è mobilitata in soccorso di Haiti. Il nostro compito è di orientare
al meglio questa assistenza. Dobbiamo assicurarci che il nostro aiuto vada alle
persone che ne hanno bisogno, il più presto possibile. Non possiamo lasciare
beni essenziali nei magazzini. Non c'è tempo da perdere, né soldi da sprecare.
Ciò richiede un coordinamento forte ed efficace - che la comunità
internazionale lavori insieme, unita, sotto la guida delle Nazioni Unite.
Questo lavoro
cruciale è iniziato il primo giorno, per le Nazioni Unite, le agenzie di
assistenza internazionali, gli attori chiave: l'Onu lavora a stretto contatto
con Stati Uniti, Europa, America Latina e molti altri Paesi per individuare i
bisogni umanitari più impellenti e inviare quanto occorre. Questi bisogni
devono essere classificati secondo la loro natura, e ricondotti ciascuno a
un'agenzia leader, così che le varie organizzazioni possano agire in modo
complementare, piuttosto che rischiare inutili sovrapposizioni.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità, a capo del polo sanitario, ad esempio,
prevede attività di assistenza medica ripartite tra 21 agenzie internazionali.
L'urgenza del
momento condizionerà naturalmente la nostra pianificazione. Non è tuttavia
troppo presto per pensare al domani, un punto che il presidente René Préval ha
evidenziato in occasione del nostro incontro. Nonostante sia disperatamente
povera, Haiti stava facendo progressi. Il Paese godeva di una nuova stabilità;
gli imprenditori erano tornati. Non sarà quindi sufficiente ricostruire il
Paese così com'era, né c'è posto per operazioni di facciata. Dobbiamo
ricostruire una Haiti migliore, lavorando accanto al governo, in modo che il
denaro e gli aiuti investiti oggi creino posti di lavoro liberando il Paese
dalla dipendenza dalla generosità mondiale.
In questo senso,
la condizione di Haiti ci rammenta le nostre responsabilità più ampie. Dieci
anni fa, la comunità internazionale ha iniziato il nuovo secolo con un accordo
per eliminare la povertà estrema entro il 2015. Grandi passi sono stati
compiuti verso il conseguimento di alcuni di questi ambiziosi Obiettivi del
Millennio, adottando un approccio articolato alle cause principali di povertà
globale e ostacoli allo sviluppo, dalla salute materna all'educazione, alla
gestione delle malattie infettive. Tuttavia, in altre aree critiche i progressi
stentano ad arrivare. La conclusione è che siamo molto lontani dall'attuare le
nostre promesse di un futuro migliore per i poveri nel mondo.
Nel momento in cui
accorriamo in aiuto ad Haiti, ricordiamoci del quadro più ampio. Questo è il
messaggio che ho ricevuto, forte e chiaro, da quelle persone nelle strade di
Port-au-Prince. Hanno chiesto posti di lavoro, dignità e un futuro migliore.
Questa è la speranza di tutti i poveri del mondo. Fare la cosa giusta per
Haiti, nel momento del bisogno, sarà il nostro grande messaggio di speranza
anche per loro.
BAN KI-MOON, Segretario
Generale delle Nazioni Unite LS 20
Le importanti svolte di Obama e la sfida del consenso interno
IN MOLTE analisi
di quest’anno di presidenza Obama prevalgono due tendenze. La prima è quella di
enfatizzare, in tono critico o di apprezzamento, la presunta continuità tra le
politiche di Obama e quelle di Bush. La seconda è la sottolineatura del forte
calo di popolarità del Presidente, imputato alla necessità di fare i conti con
una realtà assai più complessa di quanto Obama e i suoi non avessero
immaginato, ovvero ai limiti politici di un presidente inesperto e in
difficoltà.
Questa enfasi su
continuità e impopolarità costituisce però un modo assai sterile e superficiale
di analizzare l’operato dell’amministrazione Obama. I sondaggi sulla popolarità
dei presidenti lasciano il tempo che trovano. Clinton, assai impopolare alla
fine del suo primo anno da presidente, stravinse le elezioni del 1996 e chiuse
il secondo mandato con tassi di popolarità elevatissimi. Popolarissimo alla
fine del suo primo anno, George Bush precipitò nei sondaggi successivi e alla
fine della sua presidenza aveva raggiunto picchi di sfiducia senza precedenti
nella storia statunitense. Quanto alla questione della continuità/discontinuità,
un presidente ha dei margini di manovra comunque circoscritti, a maggior
ragione in questa congiuntura storica; e in fondo tra il 2005 e il 2008 George
Bush aveva già moderato di molto il radicale unilateralismo dei suoi primi
quattro anni di presidenza.
Vi sono quindi
degli elementi di continuità tra Bush e Obama. E nessuno può negare il calo di
popolarità del secondo. Eppure, durante il primo anno di Obama si è assistito a
una svolta rilevante nel discorso e nei contenuti della politica statunitense.
Obama ha ripristinato l’immagine internazionale degli Stati Uniti, pesantemente
danneggiata dalle scelte e dalla retorica del suo predecessore. La
disponibilità alla collaborazione multilaterale ha sortito dei risultati, forse
inferiori alle speranze e alle attese (si pensi al vertice di Copenhagen), ma
che sarebbero mancati in assenza di un chiaro impegno statunitense. Dai
salvataggi del settore automobilistico e di quello bancario fino alla riforma
sanitaria Obama ha inoltre dimostrato di sapere essere un Presidente incisivo,
capace di dialogare con il Congresso, ma anche di non sottostare ai suoi veti
esasperanti e di evitare con esso dannosi conflitti istituzionali.
Obama ha quindi
fatto molto. I sondaggi ci dicono però che non ha fatto abbastanza per gestire
le tante e diverse aspettative suscitate dalla sua elezione. Si sapeva che
molte di queste aspettative non sarebbero state soddisfatte. Ma alcune delle
difficoltà incontrate da Obama sono giunte davvero inattese. Tre sono, in sintesi,
i fattori che spiegano queste difficoltà.
Innanzitutto, e a
dispetto della netta maggioranza democratica al Congresso, il quadro politico
si è rivelato assai poco favorevole alla presidenza. Un Partito repubblicano
radicalizzato e spesso dogmatico non ha offerto alcuna sponda alla controparte.
Per la sua stessa natura, il sistema americano può funzionare solo in presenza
di una collaborazione bipartisan, indispensabile all’approvazione delle leggi e
del tutto assente in questo ultimo anno. La rigidità repubblicana poteva essere
compensata solo dalla capacità dei democratici di essere parimenti coesi e
uniti. Questa coesione è però oggi del tutto assente: il Partito democratico è
frammentato in mille fazioni e gruppi; la larga vittoria elettorale del 2008 ha
finito per ridurre ancor più gli incentivi alla collaborazione tra le sue
diverse anime.
In secondo luogo,
il vento dell’anti-politica, così forte in questo momento di difficoltà per il
Paese, si è rivolto inevitabilmente contro Obama stesso, che quel vento aveva
saputo sfruttare nella sua inaspettata corsa alla presidenza, ma che da
Presidente si è trasformato nel simbolo ultimo della politica e
del’impopolarissimo governo federale. Ciò è avvenuto in un’America certo
cambiata, ma meno di quanto molti non avessero predetto solo un anno fa.
Un’America dove il verbo dell’anti-statalismo, e con esso la denuncia
dell’intrusiva presenza federale, rimangono forti, anche perché possono essere
declinati in un’efficace chiave populista che Obama e i liberal faticano molto
a contrastare.
Infine, si è
manifestata una volta ancora la difficoltà di conciliare consenso interno e
consenso internazionale. La leadership globale statunitense impone modalità
negoziate e collaborative di gestione dell’ordine internazionale, laddove la
volatile opinione pubblica interna oscilla tra irrealistiche richieste di
disimpegno e nostalgie malcelate per il muscolare nazionalismo unilateralista
di Bush. Un recente sondaggio Gallup mostra come due americani su tre siano
contrari alla chiusura di Guantanamo e al trasferimento di una parte dei suoi
detenuti negli Usa. Il carcere sarà infine chiuso; checché ne pensano gli
europei, la decisione non contribuirà però ad aumentare il consenso interno di
Obama.
Era inevitabile
che Obama scontasse delle difficoltà in questo suo primo anno e che la sua
artificiosa popolarità calasse di conseguenza. Meno immaginabile era la
rabbiosa reazione di una parte d’America alle politiche del Presidente, in
particolare sui temi economici e sociali. Prevedibile e, in fondo, non nuova è
infine la propensione dei democratici a una litigiosità elettoralmente suicida.
L’alta retorica obamiana ha alimentato, e continua ad alimentare, sogni e
speranze. Spesso appare però elitaria e controproducente. E un cambio di marcia,
per Obama e i democratici, diventa assolutamente necessario per evitare una
debacle alle elezioni di mid-term del prossimo novembre. MARIO DEL PERO IM 20
Il repubblicano Brown vince il seggio di Kennedy e sfida la riforma della
Sanità
Esito a sorpresa
del voto nella roccaforte democratica Massachusetts: centomila voti in più ai
conservatori. I repubblicani salgono a 41 seggi al Senato e complicano i piani
dell'amministrazione per il varo della nuova legge. Il vincitore alfiere del
ceto medio flagellato dalla crisi: "Basta spendere dollari dei
contribuenti per difendere i terroristi". Obama lo chiama: "Lavoriamo
assieme"
Il repubblicano
Scott Brown strappa ai democratici il seggio del Massachusetts che era di Ted
Kennedy e complica di i piani di Barack Obama per una veloce approvazione della
riforma della Sanità al Congresso di Washington.
Nello
Stato-roccaforte dei liberal, dove nel novembre 2008 Obama aveva raccolto il 62
per cento dei voti, il cinquantenne veterano della Guardia Nazionale si è imposto
con il 52 per cento delle preferenze staccando di oltre centomila voti la
democratica Martha Coakley, procuratore generale del Massachusetts, fermatasi
al 47 per cento. Quando in Italia erano da poco passate le 3.30 del mattino è
stata proprio Coakley a parlare per prima, ammettendo la sconfitta: "Ho il
cuore spezzato". Pochi minuti dopo Brown si è presentato di fronte ad una
folla di fan, conservatori come anche democratici e indipendenti, spiegando
così un risultato-shock che sorprende l'intera nazione: "La gente non
vuole un piano sanitario da un trilione di dollari imposto con la forza sul
popolo americano". E poi ha rilanciato l'opposizione alle "tasse
volute dal governo" ed all'"uso dei dollari dei contribuenti per difendere
i terroristi anziché fermarli" ovvero alla celebrazione di processi in
Amerca per i leader di Al Qaeda, a cui saranno garantiti avvocati difensori
remunerati dallo Stato.
Di fronte ad una
folla in festa che ritmava le grida "Seat him now" (Insediatelo
subito) e "41" (perchè sarà il 41° senatore repubblicano a Capitol
Hill), Scott Brown ha ringraziato John McCain "per i consigli che mi ha
dato" e puntato l'indice contro "chi a Washington governa facendo
accordi alle spalle degli elettori" e lanciando un avvertimento a
"chi pensava che questo seggio non appartenesse al popolo americano":
"Quanto è avvenuto qui in Massachusetts può avvenire nel resto della
nazione". Come dire, i repubblicani possono ambire a espugnare le
roccaforti democratiche nelle elezioni per il rinnovo del Congresso che si
terranno a novembre. "A perdere stanotte è stata la sinistra liberal che
governa a Washington con uno stile neomonarchico - ha commentato l'ex
governatore del Massachusetts, Mitt Romney - e che non piace agli americani,
repubblicani e democratici". Almeno il 22 per cento degli elettori di
Brown appartengono infatti al partito di Barack Obama e il vincitore gli ha
reso omaggio lodando l'"indipendenza di pensiero" di "tanti
americani come Ted Kennedy". La vittoria di Brown è stata possibile grazie
al massiccio impegno del movimento conservatore dei "Tea Parties"
formatosi in febbraio in opposizione alle politiche economiche e fiscali
dell'amministrazione democratica.
Il presidente
Obama si è affrettato a chiamare il vincitore assicurandogli la volontà di
"lavorare assieme" ma l'impatto del voto a sorpresa - un mese fa
Scott Brown era dietro di 10 punti nei sondaggi - rende più arduo il varo della
riforma della Sanità perché priva i democratici al Senato del quorum di 60
seggi necessario per impedire l'ostruzionismo della minoranza. E fra i senatori
democratici Jim Webb della Virginia si è affrettato a suggerire prudenza:
"Niente nuovi voti in aula fino a quando Brown non sarà seduto al suo
posto". Sulla carta la maggioranza ha una via d'uscita: seguire il
percorso legislativo della "riconciliazione" dei testi di Camera e
Senato che consente di approvare quello conclusivo a maggioranza semplice e c'è
chi, come il senatore del Minnesota Al Franken, suggerisce di non esitare:
"Approveremo comunque la riforma". Ma Brown avverte: "Vedremo
presto se a Washington ascolteranno la voce del Massachusetts oppure
continueranno a fare tutto da soli". Per Obama non tener conto del
verdetto del "Bay State" potrebbe essere politicamente molto
rischioso.
Nella lunghe notte
di Boston - dove l'ultimo senatore repubblicano risaliva al 1972 - le luci sono
state tutte e solo per il vincitore che ha concluso il discorso della platea
dicendo "I'm Scott Brown and I drive a truck" ("Sono Scott Brown
e guido un pick-up") incarnando il ruolo di rappresentante del ceto medio
che lo ha fatto prevalere. E il pubblico gli ha risposto cantando un "Yes
We Can" teso a far capire a Obama che non ha più l'esclusiva del
cambiamento. LS 20
Ue, allarme disoccupazione giovanile
La Commissione:
nell’Unione persi 4,6 milioni di posti di lavoro. Bini Smaghi: situazione che
peserà sulla crescita. In Italia è arrivata al 26,5%, superiore del 5,1% alla
media europea - di ROSSELLA LAMA
ROMA Ormai da un
anno la crisi economica si sta portando dietro in tutt’Europa una forte
riduzione dei posti di lavoro. L’Italia non fa eccezione e la disoccupazione
che cresce ancora ha raggiunto a novembre il tasso dell’8,3%. E’ il livello più
elevato degli ultimi cinque anni, anche se si mantiene ancora sotto la media
dell’Unione europea per 1,7 punti percentuali. Quando parliamo di giovani però
la distanza con il resto d’Europa aumenta, molto, e purtroppo nella direzione
sbagliata. Il rapporto mensile dell’Osservatorio della Commissione Ue, che ha
un focus particolare sul nostro paese, lo mette ben in evidenza. «La principale
preoccupazione resta la disoccupazione giovanile, col 26,5% della popolazione
sotto i 25 anni che nel novembre 2009 era senza lavoro: il 2,9% in più di un
anno prima, e ben il 5,1% in più della media Ue».
Nel 2009 in Europa
sono stati persi 4,6 milioni di posti di lavoro, il 2% rispetto al 2008, che
fanno salire il numero complessivo dei disoccupati europei a 22,9 milioni.
Questa situazione peserà sulla crescita, ha sostenuto Lorenzo Bini Smaghi, del
comitato esecutivo della Bce. «I consumi privati rischiano di essere indeboliti
dalle prospettive incerte dell’occupazione.
In Italia hanno
perso il lavoro più di mezzo milione di persone (508 mila), tanto che ad
ottobre il numero dei disoccupati ha raggiunto i 2 milioni «per la prima volta
da marzo del 2004». «L’innalzamento piuttosto limitato del numero dei
disoccupati in Italia in rapporto alla media Ue - si legge nel rapporto- è
dovuto alle imprese che hanno fatto frequentemente ricorso ai contratti
flessibili e all’occupazione parziale, e, in alcuni settori come quello
automobilistico, ai massicci aiuti di Stato».
Negli ultimi due
mesi, «nonostante siano migliorate le condizioni economiche, i mercati del
lavoro continuano a indebolirsi, anche se ad un ritmo più moderato rispetto al
periodo critico tra la fine 2008 e l’inizio 2009». E in Italia «il tasso di
disoccupazione salirà ancora nel 2010, per poi stabilizzarsi nel 2011».
Eurostat,
l’istituto di statiche europee, ha diffuso ieri i dati sulla povertà. Nel 2008
il 17% della popolazione dell’Unione aveva un reddito sotto la soglia della
povertà. L’Italia stava peggio della media, con 19 persone povere ogni cento.
Il triste primato spetta alla Lettonia (26% della popolazione), seguito da
Romania (23%) e Bulgaria (21%). Spagna e Grecia sono al 20%, mentre la Germania
è scesa al 15% e la Francia al 13%. IM 19
Il paese più popoloso dell'Africa minato dai conflitti etnici e
interreligiosi
Indipendente dal
1960, conta 150 milione di abitanti. E' diviso in due: musulmani a nord e
cristiani a sud
La Nigeria è il
paese più popoloso dell’Africa con oltre 150 milioni di abitanti. Dopo aver
vissuto una serie di colpi di stato dal 1999 ha un presidente eletto dal
popolo. Ma i conflitti etnici e interreligiosi, che negli ultimi anni hanno
provocato migliaia di morti, stanno minando la stabilità di questa repubblica
federale, indipendente dal 1960.
LEGGE ISLAMICA A
NORD - L’imposizione della legge islamica in alcuni Stati ha causato divisioni
tra la popolazione e costretto migliaia di cristiani ad abbandonare le proprie
case. Così il Paese si ritrova diviso, con il nord abitato dagli hausa-fulani
in maggioranza di religione islamica, il sud-ovest popolato dagli yoruba e il
sud est dagli igbo, entrambi di fede cristiana.
SCONTRI RECENTI -
Ma in alcune città del Paese, come Jos, nella regione centrale dello stato del
Plateau, le due comunità vivono a stretto contatto e ogni minima provocazione
può far esplodere le violenze. Come tre giorni fa con gli scontri fra cristiani
e musulmani, provocati dalla decisione di costruire una moschea nel quartiere a
maggioranza cristiana di Nassarawa Gwom, che sono costati la vita a circa 300
persone.
GRUPPI ISPIRATI AD
AL-QAEDA - Nel luglio 2009, l’assalto di militanti islamici di Boko Haram - che
si richiamano ai talebani dell’Afghanistan - contro una stazione di polizia a
Bauchi, nel nord della Nigeria, hanno dato il via ad un’ondata di violenze con
oltre 700 morti. Nel dicembre scorso, nuovi scontri tra le forze di sicurezza
nigeriane e membri della setta islamica di Kala-Kato, nello Stato di Bauchi
hanno provocato 33 morti.
DELTA DEL NIGER -
Discorso a parte per la regione del Delta del Niger, ricco di petrolio, dove
opera il Mend, Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, con azioni di
sabotaggio contro gli impianti delle compagnie petrolifere occidentali. Il Mend
chiede che i profitti generati dall’oro nero estratto in Nigeria siano
ridistribuiti tra la popolazione. Nel 2006 il Mend rivendicò il rapimento di
tre tecnici italiani dell’Agip, successivamente liberati nel 2007. Apcom 20
Disoccupati e scoraggiati. Dove e perchè morde la crisi del lavoro
La Banca d’Italia
nel suo ultimo “Bollettino economico” ha presentato alcune stime sul lavoro disponibile
inutilizzato in Italia che, oltre al conteggio dei disoccupati, includono anche
i lavoratori temporaneamente in Cassa Integrazione Guadagni (CIG) e le persone
“scoraggiate” (quelle, cioè, che non hanno cercato lavoro nelle ultime quattro
settimane pur desiderandolo). In base a tali stime, rispetto ad un tasso di
disoccupazione “ufficiale” italiano (calcolato secondo i criteri
dell’International Labour Organization) pari al 7,4% nel secondo trimestre
2009, il tasso di disoccupazione comprensivo anche degli “scoraggiati”
salirebbe al 9% e, tenuto conto anche dei lavoratori in CIG, si arriverebbe al
10,2%. Queste stime hanno spinto molti a ritenere che le statistiche
“ufficiali” che da mesi posizionano nettamente meglio l’Italia rispetto agli
Stati Uniti e ai maggiori Paesi dell’UE quanto a tenuta del mercato del lavoro
non sarebbero veritiere. Anche se esse sono state ribadite ieri dal monitor
mensile sull’occupazione della stessa Commissione Europea.
Il ministro del
welfare Sacconi ha contestato fermamente l’approccio seguito dalla Banca
d’Italia, sia per quanto riguarda l’inclusione nel tasso di disoccupazione dei
lavoratori in CIG sia per avervi compreso anche le persone “scoraggiate”. Egli
si è richiamato al rispetto dei criteri internazionali, pena l’anarchia
nell’interpretazione dei dati e la diffusione di ingiustificati allarmismi. Chi
ha ragione?
E’ chiaro che le
stime fornite da via Nazionale riflettono una situazione generale di disagio
nel mercato del lavoro che l’attuale crisi globale acuisce di giorno in giorno
con la sua “coda lunga” che va a colpire più di tutti proprio l’occupazione. Ma
è altrettanto vero che i dati del “Bollettino” di Bankitalia vanno analizzati
con estrema cautela, attribuendo loro il corretto significato. Innanzitutto per
disporre di un coerente confronto internazionale, che è imprescindibile per
capire come siamo esattamente posizionati in Italia rispetto ad una crisi
mondiale che tocca tutti ed ha dimensioni senza precedenti. Infatti, non solo
l’Italia ma anche gli altri maggiori Paesi avanzati hanno tantissime persone
“scoraggiate” che non cercano più lavoro, anche se vorrebbero averne uno. Negli
Stati Uniti, ad esempio, secondo le “Misure alternative della sottoutilizzazione
del lavoro”, il tasso di disoccupazione statunitense, che è pari al 10% nel
dicembre 2009 secondo i criteri di calcolo ufficiali (cioè circa due punti in
più che in Italia), salirebbe all’11,4% considerando tutte le categorie degli
“scoraggiati” (e addirittura al 17,3% includendo coloro che sono costretti a
lavorare part-time per ragioni economiche). Sicché a criteri sostanzialmente
coerenti con quelli della Banca d’Italia, il divario tra Stati Uniti ed Italia
resterebbe comunque ampio con una situazione dell’occupazione oggettivamente
molto più grave in America che da noi.
Vi è poi da
considerare che l’esistenza di un cospicuo numero di “scoraggiati” in Italia
non è un portato dell’attuale crisi. Il fenomeno, infatti, è strutturalmente
diffuso nel Mezzogiorno, dove peraltro assume contorni molto opachi per la
presenza del lavoro sommerso e dell’illegalità in una misura che non ha eguali
negli altri Paesi. Già prima di questa recessione l’inclusione del numero degli
“scoraggiati” nel calcolo del tasso di disoccupazione italiano avrebbe
aumentato quest’ultimo di circa un punto e mezzo.
Negli Stati Uniti,
invece, la crisi ha avuto un peso notevole nell’incrementare il numero degli
“scoraggiati”: infatti, il tasso di disoccupazione ufficiale americano destagionalizzato
è aumentato di circa due punti tra dicembre 2008 e dicembre 2009 (passando dal
7,4% al 10%), mentre è cresciuto di quasi 3 punti conteggiando anche gli
“scoraggiati” (dall’8,5% all’11,4%). Ed è certo che gli “scoraggiati” americani
sono mediamente assai più rassegnati dei nostri. Infatti, la situazione
dell’occupazione in America è tale che dal dicembre 2007 al dicembre 2009 sono
andati persi 7 milioni e 200 mila posti di lavoro non agricoli. A novembre 2009
il tasso di disoccupazione in California, calcolato con i metodi ufficiali, era
pari al 12,3%, mentre quello del Michigan era al 14,7%: si tratta, in due Stati
nevralgici dell’Unione, di valori assai più alti anche di quello medio italiano
calcolato da Bankitalia includendo sia gli “scoraggiati” sia i lavoratori in
CIG.
Infine, è da
sottolineare che il ministro Sacconi non ha tutti i torti nel contestare
l’inclusione dei lavoratori in CIG nel calcolo del tasso di disoccupazione. La
CIG, infatti, è proprio uno strumento finalizzato ad evitare, se possibile, i
licenziamenti e bene ha fatto il Governo italiano a concentrarvi risorse
finanziarie per rafforzare la consistenza degli ammortizzatori sociali.
Sicuramente gli stessi ammortizzatori vanno ammodernati ed estesi alle
categorie che attualmente non ne possono usufruire. E sicuramente i
cassaintegrati non sono comunque da ritenere persone “tranquille”, sia perché
percepiscono una retribuzione ridotta sia perché, come è ovvio, sono in ansia
per il loro futuro.
Ma lo stesso
“Bollettino” della Banca d’Italia riconosce che i lavoratori collocati in CIG
sono “caratterizzati in parte da una maggiore probabilità di essere reintegrati
nel processo produttivo”. I lavoratori in CIG più a rischio in Italia sono
soprattutto quelli delle grandi imprese (molte delle quali straniere) che
potrebbero approfittare della crisi per portare a termine pesanti
ristrutturazioni (magari già necessarie ben prima dell’inizio della crisi
stessa). Resistono di più invece le medie e medio-grandi imprese del “made in
Italy”, molte delle quali, tra l’altro, sinora non hanno nemmeno fatto ricorso
alla CIG. Rimangono loro la colonna portante della nostra economia, a cui sono
affidate le sorti della ripresa. Marco Fortis IM 20
Gli USA visti dall’Italia. Rivogliamo
i nostri soldi e ce li riprenderemo
La lettera di Joe
Biden, Vice Presidente degli USA, in cui si annuncia la campagna “ridateci i
nostri soldi”, mi è sembrata il miracolo fatto da un santone laico, miracolo
che mi ha meravigliata assai ed a cui ho risposto “Così sia pure in Italia”. Si
tratta dell'introduzione di una tassa chiamata Financial Crisis Responsibility
Fee, Tassa per la responsabilità della
crisi finanziaria. Traduco in italiano il passo del discorso con cui il presidente
Barack Obama fa la sua proposta, parole semplici, fortemente comunicative che
non hanno bisogno di alcun commento: “Il mio impegno è quello di recuperare
ogni centesimo dovuto al contribuente americano. E la mia decisione a raggiungere questo scopo accresce quando
vedo profitti massicci e oscene gratifiche in quelle stesse compagnie che
devono la loro sopravvivenza al popolo americano... rivogliamo i nostri soldi e
ce li riprenderemo.”
Appare chiaro che
siamo di fronte ad una manifestazione nuova ed originale dell'elementare principio di civile convivenza secondo cui
chi sbaglia paga. Principio di non facile attuazione, per l'applicazione di
esso sono necessarie delle precise fondamenta. Innanzi tutto una chiara
cognizione dell'errore, sempre difficilissima in materia finanziaria, cognizione
condivisa da una larga maggioranza, se non proprio dalla totalità, degli
elettori. Poi il principio, anche questo condiviso da tutti, secondo cui tutti
i cittadini che lavorano e producono qualche cosa, nessuno escluso, debbano
pagare le tasse allo stato in proporzione al proprio reddito, dichiarato per
intero. Infine, ultimo, ma non meno importante di tutti, una forte etica del
vivere civile, manifestata come fiducia verso le istituzioni pubbliche e la maggioranza chiamata dagli
elettori a governarle. Insomma questa volta, attraverso la proposta del primo
presidente nero degli USA, si esprime la cultura di un popolo, quella bella, positiva, utile al progresso
della democrazia.
Riusciamo ad immaginare un presidente del consiglio
italiano che facesse una proposta del genere? Ovvero che caricasse di una nuova
tassa il mondo della finanza, quello dei
ricchi per cui esistono solo profitti e licenziamenti, e nient'altro? Qui non è
mai chiara l'idea di errore, sfumata in diverse angolazioni e punti di vista,
offuscata da idee facili che sfumano il principio della responsabilità di fronte ai cittadini, meno diffuso ancora il principio secondo cui
si pagano le tasse secondo il reddito effettivo. È diffusa l'idea che è da
fessi pagare le tasse, l'evasione fiscale è ritenuta azione positiva da
tanta gente, la fiducia nelle istituzioni è scambiata con l'ammirazione fanatica o il disprezzo
totale per le persone che di volta in
volta le governano, come accade per le opposte tifoserie delle partite di calcio,
opportunamente manipolate ed orientate dai media.
Il GOP (Grand Old
Party) il Partito Repubblicano ha usato tante vecchie argomentazioni contro la
riforma del sistema sanitario di B. Obama,
lo spauracchio dell'aumento delle tasse e del debito pubblico, la paura
di elementi di socialismo statalista sporchino la patria del capitalismo e del
libero mercato. Spiccava, allora, tra le loro argomentazioni, la citazione di Bernie Madoff, il finanziere
che aveva inventato la più geniale e truffaldina forma di moltiplicazione ed
accumulo di ricchezza finanziaria, che passerà
in galera il resto dei suoi giorni. Questo genio maligno della finanza
fu tirato in ballo per spiegare al pubblico degli americani benpensanti il tipo
di manovre finanziarie necessarie per sostenere il piano di riforma della
salute presentato ed in via di approvazione dalla maggioranza democratica. Una
argomentazione basterà anche in questo caso, non c'è nient'altro da
aggiungere, anche a costo di apparire
fortemente di parte. Quando la parte è bella, come è bello essere di parte!
Emanuela Medoro, de.it.press
I Consigli Regionali svuotati. Presidenzialismo all’italiana
Il 28 e 29 marzo
gli italiani andranno a votare per eleggere, insieme ai «governatori» delle 15
regioni interessate, altrettante assemblee la cui utilità è da considerare in
pratica eguale a zero: i consigli regionali. I quali, peraltro, come si sa,
consistono di parecchie centinaia di persone, tutte lautamente (talvolta
favolosamente) retribuite, tutte dotate dei benefici del caso (portaborse,
studio, facilitazioni postali e telefoniche, ecc. ecc.), e tutte naturalmente
ansiose di accaparrarsi incarichi e prebende, di accrescere la propria
influenza politica in vista di futuri traguardi. Le eccezioni non mancano, certo,
ma in generale il quadro è questo.
Perché i consigli
regionali sono assolutamente inutili? Per la stessa ragione per cui sono
inutili i consigli comunali e provinciali. Perché l’elezione diretta del capo
dell’esecutivo (governatore, sindaco o presidente che sia)— la quale, si noti,
avviene in perfetta coincidenza cronologica con l’elezione del consiglio
(regionale, comunale o provinciale che sia)—grazie al meccanismo del cosiddetto
«listino » o altro analogo (per esempio un premio di maggioranza) di fatto produce
la costante coincidenza di colore politico tra esecutivo stesso e maggioranza
dell’assemblea. È come se negli Stati Uniti il presidente e il Congresso
fossero eletti contemporaneamente e il presidente e la maggioranza del
Congresso fossero sempre dello stesso orientamento politico.
La conseguenza è,
naturalmente, che i Consigli, eletti per una parte significativa al traino del
rispettivo esecutivo, non hanno alcuna autonomia rispetto ad esso, non contano
nulla, approvano ad occhi chiusi qualunque deliberazione esso gli sottoponga, e
quindi possono ambire a farne parte solo sfaccendati o personale politico di
terz’ordine in attesa di migliore sistemazione.
Ma in questo modo,
contribuendo a dare vita a un sistema del genere e riconoscendovisi, quel mondo
politico italiano che pure in maggioranza si dice ostile al presidenzialismo
perché afferma di temerne i possibili risvolti autoritari, e l’opinione
pubblica che è d’accordo con lui sono riusciti nell’impresa di realizzare in
quindici regioni d’Italia il presidenzialismo più autoritario che ci sia perché
sottratto a qualsiasi controllo, a qualsiasi sistema di «freni e contrappesi ».
Infatti, nel modello presidenzialistico che oggi caratterizza il governo di
tutti nostri enti locali, la principale vittima è la divisione dei poteri:
proprio quella divisione dei poteri che invece nel presidenzialismo vero (come
quello americano, appunto) trova la sua più coerente applicazione.
Grazie invece alla
sovrapposizione dei due momenti elettorali e al geniale espediente della
«clausola di governabilità », che si esprime per l’appunto nel «listino » o nel
premio di maggioranza, noi abbiamo inventato un vero e proprio presidenzialismo
blindato. Nel quale è solo l’esecutivo che conta, è solo l’esecutivo che
assomma in sé tutti i poteri, mentre il potere legislativo dei Consigli,
virtualmente eletti come sue semplici appendici, resta un finto potere privo di
qualunque efficacia. E infatti in quindici anni non si ricorda neppure un caso
in cui un consiglio regionale, comunale o provinciale, abbia dato il minimo
fastidio di qualunque tipo al suo presidente-padrone. Senza che la cosa,
peraltro, abbia richiamato l’attenzione e la denuncia di nessuno dei tanti
guardiani della «democrazia » e delle «regole» che sono in circolazione. Ernesto
Galli Della Loggia CdS 19
Approvato il processo-breve. Condonati 500 milioni di euro
Il processo breve
approvato oggi non cancellerà solo i dibattimenti ma anche «almeno 500 milioni
di euro» che sindaci, parlamentari, ministri e sottosegretari hanno rubato allo
Stato truffando e sprecando. Soldi che devono essere restituiti in base alle
sentenze della Corte dei Conti. Ma che il ddl 1880 Gasparri-Quagliariello, più
noto come «processo breve», nella sua versione corretta e allargata anche ai
procedimenti contabili e societari cancella in un colpo solo. Quando ieri
pomeriggio l’aula di palazzo Madama ha messo ai voti la norma transitoria che
cancella i processi in corso, il senatore Casson (Pd) lo ha detto chiaro:
«Siamo arrivati al vero motivo di questa legge, la norma che non serve solo per
cancellare ui processi di Berlusconi ma serve anche anche ad un vostro sindaco,
ad un vostro ministro e ad altri che non dovranno più risarcire lo Stato di circa
500 milioni di euro».
Ancora più
esplicito Gianpaolo D’Alia (Udc) che rivolto ai banchi della Lega avverte: «Una
volta passata questa legge non potrete più fare gli sbruffoni in nome della
certezza della pena e contro Roma ladrona perchè non approvate non solo
un’amnistia ma anche un clamoroso condono contabile che salverà molti vostri
amministratori». Mentre le opposizioni prendono la parola in aula, l’agenzia
Ansa pubblica l’intervista al procuratore della Corte dei Conti del Lazio
Pasquale Iannantuono che fa nomi e cognomi dei possibili beneficiari della
norma: il viceministro Roberto Castelli e il sindaco di Milano Letizia Moratti
ma anche lo stesso relatore del processo breve, il senatore Giuseppe Valentino,
i deputati Iole Santelli e Alfonso Papa, tutti del pdl. E ancora, cinque membri
del vecchio Cda Rai in quota centrodestra tra cui l’ex dg Flavio Cattaneo e
l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco per la nomina di Meocci.
I gregari imitano
il Capo. E se il Capo governa approvando leggi su misura, altrettanto fanno i
gregari. Inutile stupirsi, quindi, se il relatore al Senato del processo breve
Giuseppe Valentino introduce una norma per salvare se stesso dalla Corte dei
Conti. E, se lo stesso fa il viceministro Castelli che, membro della
Commissione Giustizia, ha aiutato Valentino a buttar giù il testo del
maxiemendamento che oltre alla prescrizione penale ha introdotto anche quella
contabile e per le società.
I benefici per la
casta sono solo «l’ultimo scempio» - dice il Pd - in tema di giustizia di cui
«questa maggioranza si dovrà assumere tutta la responsabilità politica e morale
davanti al Paese». Il Pd ieri ha fatto l’unica cosa che ormai poteva fare:
ripetere fino all’ossessione «lo scempio» e il «cinico progetto di
disarticolazione della giustizia». Sotto la regia di Silvia Della Monica
(capogruppo in Commissione Giustizia), di Giovanni Legnini e di una
infaticabile Maria Incostante, i senatori hanno ricordato ad ogni dichiarazione
di voto «lo scempio della giustizia» e «la rinuncia dello Stato a combattere la
corruzione» accusando «una maggioranza ridotta a meri esecutrice di ordini».
Prima Carofiglio,
poi Adamo, Maritati, Fassone, Franco... Al quarto intervento maggioranza e Lega
hanno capito e hanno cominciato a fischiare, a lamentarsi. Il senatore Piero
Longo, il vero king maker del processo breve, ha creduto a un certo punto di
spezzare il gioco definito «elegante tantra che ha creato in aula un’atmosfera
vagamente orientaleggiante». Voleva dire mantra, ma chissà. E comunque, per non
essere da meno, il tutto-d’un-pezzo Longo ha intonato a sua volta il coretto:
«Are krishna-krishna are». E via di questo passo. Anche il presidente Schifani
ha provato ad interrompere la provocazione dei senatori del Pd, chiedendo
interventi nel merito dopo che nelle ultime settimane ha fatto di tutto per non
far discutere nel merito articoli ed emendamenti. Ha perso la pazienza anche
uno come Luigi Zanda (Pd) che ha accusato Schifani «di aver avuto fin
dall’inizio un atteggiamento negativo nei confronti delle opposizioni. Un modo
di fare che non ci ha convinto affatto». La seduta finisce con l’Idv che occupa
i banchi del governo. Un pessimo clima. E nessuno parla più di dialogo.
Poi arriva
l'immancabile colpo finale. Le corti di tribunale in Italia sono come «plotoni
di esecuzione», ha detto Berlusconi, precisando di non sapere se si presenterà
in aula nelle udienze che lo vedono come imputato. «I miei avvocati insistono
che se andassi in tribunale non mi troverei davanti a corti giudicanti ma a dei
plotoni di esecuzione», ha detto Berlusconi al termine dell'incontro con
Camillo Ruini, a cui ha partecipato anche il sottosegretario alla presidenza
Gianni Letta. «Non so se andrò, sto discutendo con gli avvocati», ha aggiunto
il capo del governo.
L’U 20
C'è una gran
voglia di voltare pagina e guardare avanti. Quello che è stato un Paese
riconosciuto e rispettato per la sua politica, la sua cultura, la civiltà dei
rapporti sociali, è ormai identificato con l'impasse in cui è caduto a causa di
un conflitto di principio al quale, finora, non si è trovata soluzione. Sono
quasi vent'anni che il nodo si stringe, dalla fine della cosiddetta prima
repubblica a questa situazione, che rischia d'essere la fine della seconda. La
terza che si preannuncia ha tratti tutt'altro che rassicuranti.
Siamo
probabilmente al punto di una sorta di redde rationem, il cui momento
culminante si avvicina. Sarà subito dopo le prossime elezioni regionali. A meno
che si trovi una soluzione condivisa, che si addivenga cioè a un compromesso. È
possibile? E quale ne sarebbe il prezzo? Se consideriamo i termini del
conflitto - la politica contro la legalità; un uomo politico legittimato dal
voto contro i giudici legittimati dal diritto - l'impresa è ardua, quasi come
la quadratura del cerchio. Per progressivi cedimenti che ora hanno fatto massa
anche nell'opinione pubblica, dividendo gli elettori in opposti schieramenti, i
due fattori su cui si basa lo stato di diritto democratico, il voto e la legge,
sono venuti a collisione.
Questa è la
rappresentazione oggettiva della situazione, che deliberatamente trascura le
ragioni e i torti. Trascura cioè le reciproche e opposte accuse, che ciascuna
parte ritiene fondate: che la magistratura sia mossa da accanimento preconcetto,
da un lato; che l'uomo politico si sia fatto strada con mezzi d'ogni genere,
inclusi quelli illeciti, dall'altro. Se si guarda la situazione con distacco,
questo è ciò che appare come dato di fatto e le discussioni sui torti e le
ragioni, come ormai l'esperienza dovrebbe avere insegnato, sono senza
costrutto.
I negoziatori che
sono all'opera si riconosceranno, forse, nelle indicazioni che precedono. Ma,
probabilmente, non altrettanto nelle controindicazioni che seguono.
Per raggiungere un
accordo, si è disposti a "diluire" il problema pressante in una
riforma ad ampio raggio della Costituzione. Per ora, la disponibilità
dell'opposizione al dialogo o, come si dice ora, al confronto, è tenuta nel
vago (no a norme ad personam, ma sì a interventi "di sistema" per
"riequilibrare" i rapporti tra politica e giustizia), è coperta dalla
reticenza (partire da dove s'era arrivati nella passata legislatura, ma per
arrivare dove?) o è nascosta col silenzio (la separazione tra potere politico,
economico e mediatico, cioè il conflitto d'interessi, è o non è questione
ancora da porsi?).
Vaghezza,
reticenza e silenzio sono il peggior avvio d'un negoziato costituzionale
onesto. La materia costituzionale ha questa proprietà: quando la si lascia
tranquilla, alimenta fiducia; quando la si scuote, alimenta sospetti. Per
questo, può diventare pericolosa se non la si maneggia con precauzione. Tocca
convinzioni etiche e interessi materiali profondi. Non c'è bisogno di evocare
gli antichi, che conoscevano il rischio di disfacimento, di discordia, di
"stasi", insito già nella proposta di mutamento costituzionale. Per
questo lo circondavano d'ogni precauzione. Chi si esponeva avventatamente
correva il rischio della pena capitale. Per quale motivo? Prevenire il sospetto
di secondi fini, di tradimento delle promesse, di combutta con l'avversario.
Quando si tratta di "regole del gioco", tutti i giocatori hanno
motivo di diffidare degli altri. La riforma è come un momento di sospensione e
d'incertezza tra il vecchio, destinato a non valere più, e il nuovo che ancora
non c'è e non si sa come sarà. In questo momento, speranze e timori si
mescolano in modo tale che le speranze degli uni sono i timori degli altri. È
perciò che non si gioca a carte scoperte. Ma sul sospetto, sentimento tra tutti
il più corrosivo, non si costruisce nulla, anzi tutto si distrugge.
Il veleno del
sospetto non circola solo tra le forze politiche, ma anche tra i cittadini e i
partiti che li rappresentano. Nell'opposizione, che subisce l'iniziativa della
maggioranza, si fronteggiano, per ora sordamente, due atteggiamenti dalle
radici profonde. L'uno è considerato troppo "politico", cioè troppo
incline all'accordo, purchessia; l'altro, troppo poco, cioè pregiudizialmente
contrario. Sullo sfondo c'è l'idea, per gli uni, che in materia costituzionale
l'imperativo è di evitare l'isolamento, compromettendosi anche, quando è
necessario; per gli altri, l'imperativo è, al contrario, difendere principi irrinunciabili
senza compromessi, disposti anche a stare per conto proprio. La divisione, a
dimostrazione della sua profondità, è stata spiegata ricorrendo alla storia
della sinistra: da un lato la duttilità togliattiana (che permise il
compromesso tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana sui Patti
Lateranensi), dall'altro l'intransigenza azionista (che condusse il Partito
d'azione all'isolamento).
Tali paragoni,
indipendentemente dalla temerarietà, sono significativi. Corrispondono a due
paradigmi politici, rispettivamente, la convenienza e la coerenza: una
riedizione del perenne contrasto tra l'etica delle conseguenze e l'etica delle
convinzioni. L'uomo politico degno della sua professione - colui che rifugge
tanto dall'opportunismo quanto dal fanatismo e cerca di conciliare
responsabilmente realtà e idealità - conosce questo conflitto e sa che esistono
i momenti delle decisioni difficili. Sono i momenti della grande politica.
Ma da noi ora non
è così. Ciò che è nobile nei concetti, è spregevole nella realtà. La buona
convenienza appare cattiva connivenza. Il sospetto è che, dietro un gioco delle
parti, sia in atto la coscientemente perseguita assimilazione in un
"giro" di potere unico e autoreferenziale, una sorta di nuovo blocco
o "arco costituzionale", desiderando appartenere al quale si guarda
ai propri elettori, che non ci stanno, come pericolo da neutralizzare e non
come risorsa da mobilitare. Vaghezza, silenzi, e reticenze sono gl'ingredienti
di questo rapporto sbagliato, basato sulla sfiducia reciproca. È banale dirlo,
ma spesso le cose ovvie sono quelle che sfuggono agli strateghi delle battaglie
perdute: in democrazia, occorrono i voti e la fiducia li fa crescere; la
sfiducia, svanire.
Il sospetto si
dissipa in un solo modo: con la chiarezza delle posizioni e la risolutezza nel
difenderle. La chiarezza si fa distinguendo, secondo un ordine logico e
pratico, le cose su cui l'accordo c'è, quelle su cui potrebbe esserci a
determinate condizioni e quelle su cui non c'è e non ci potrà essere. La risolutezza
si dimostra nella convinzione con cui si difendono le proprie ragioni. Manca
l'una e l'altra. Manca soprattutto l'idea generale che darebbe un senso al
confronto costituzionale che si preannuncia. Così si procede nell'ordine sparso
delle idee, preludio di sfaldamento e sconfitta. Per esempio, sulla difesa del
sistema parlamentare contro i propositi presidenzialisti, la posizione è ferma?
Sulle istituzioni di garanzia, magistratura e Corte costituzionale, fino a dove
ci si vuol spingere? Sul ripristino dell'immunità parlamentare c'è una
posizione, o ci sono ammiccamenti?
Quest'ultimo è il
caso che si può assumere come esemplare della confusione. Nella strategia della
maggioranza, è il tassello di un disegno che richiede stabilità della
coalizione e immunità di chi la tiene insieme, per procedere alla riscrittura
della Costituzione su punti essenziali: l'elezione diretta del capo del
governo, la riduzione del presidente della Repubblica a un ruolo di
rappresentanza, la soggezione della giustizia alla politica, eccetera,
eccetera. L'opposizione? Incertezze e contraddizioni che non possono che
significare implicite aperture, come quando si dice che "il problema
c'è", anche se non si dice come lo si risolve. Ci si accorge ora di quello
che allora, nel 1993, fu un errore: invece del buon uso dell'immunità
parlamentare, si preferì abolirla del tutto. Fu il cedimento d'una classe
politica che non credeva più in se stessa. Ma il ripristino oggi suonerebbe non
come la correzione dell'errore, ma come la presunzione d'una classe politica
che non ama la legalità. Occorrerebbe spiegare le ragioni del rischio che si
corre, nell'appoggiare questo ritorno; rischio doppio, perché una volta
reintrodotta l'immunità con norma generale, la si dovrà poi concedere all'interessato,
con provvedimento ad personam. Due forche caudine per l'opposizione. Ma allora,
perché?
Perché, si dice,
se non ci sono aperture, il confronto non inizia nemmeno e la maggioranza andrà
avanti per conto proprio. Appunto: dove non c'è il consenso, avendo i voti,
vada avanti e poi, senza l'apporto dell'opposizione, ci potrà essere il
referendum, dove ognuno apertamente giocherà le sue carte. Ne riparleremo. GUSTAVO ZAGREBELSKY LR 20
Berlusconi e Pier finiranno col
dirsi addio
Strana storia,
questa di Berlusconi e Casini. Erano partiti per rimettersi insieme, finiranno
col separarsi definitivamente, senza volerlo, anzi volendo il contrario. Forse
già oggi l’ufficio politico del Pdl chiuderà il tentativo di riconciliazione
dichiarandolo fallito, cercherà in qualche modo di salvare l’«eccezione» del
Lazio, dove l’Udc ha fatto un accordo «personale» con la Polverini, ma finirà
con l’accantonare l’ipotesi di un rientro dell’Udc in buona parte delle
coalizioni di centrodestra che punteranno a riprendersi le Regioni il 28 marzo.
Eppure erano
partiti così bene, Silvio e Pier. Prima una lunga e circospetta annusata, poi
l’incontro di due mesi fa, senza promettersi, ma anche senza escludere niente.
Per Casini l’obiettivo era di evitare l’uscita del suo partito dalle ricche
amministrazioni di Lombardia e Veneto. Certo, la pretesa di allearsi in metà
del Nord (Piemonte e Liguria) con il centrosinistra e nell’altra metà con il
centrodestra poteva risultare eccessiva. Nell’Udc dicono che le alleanze con
Bersani (e con la Bresso e Burlando) si sono chiuse quando già era chiaro che
Bossi non avrebbe consentito a Berlusconi nessuna apertura. Ma qualche sospetto
sui tempi, dall’altra parte, rimane.
Né è bastata a
fugarlo la fretta con cui Pier ha chiuso l’accordo nel Lazio con la Polverini e
vorrebbe fare altrettanto con Caldoro in Campania e con Scopelliti in Calabria.
Nel primo e nel terzo di questi casi i candidati governatori provengono da An e
in tutti e tre il centrodestra ha buone possibilità di vittoria anche senza
l’Udc, mentre per Casini l’alleanza con il centrosinistra risulterebbe ostica,
essendo l’elettorato di queste regioni più orientato verso il Popolo delle
libertà. La Puglia è un caso a parte, in cui la confusione del Pd non consente
di far previsioni: ma, anche lì, Casini ha dichiarato la sua piena
disponibilità a Bersani ponendo - e ritirando subito dopo - la pregiudiziale
anti-primarie. Alla fine di questo percorso, è chiaro che se domenica Vendola
sarà il candidato del centrosinistra, all’Udc non resterà che candidarsi da
sola.
Ma a questo punto,
la pulce che da qualche giorno era stata messa in un orecchio a Berlusconi
ronza sempre più forte: non sarà, si sta chiedendo il Cavaliere, che Casini
voleva mettersi con il Pdl solo dove la vittoria del centrodestra era più
probabile, o dove il candidato governatore faceva riferimento a Fini? E se alla
fine, come ormai è quasi certo, in Piemonte, Liguria, Marche, Basilicata,
Calabria e forse anche in Puglia, Casini risulterà alleato di Bersani, non sarà
che sta facendo per davvero le prove generali per il Comitato nazionale di
liberazione dal Cavaliere?
MARCELLO SORGI LS
20
Sicilia. Il Governo Lombardo ter. Leggi ed investimenti UE in direzione
dello sviluppo
Con la riapertura dell’Assemblea
regionale del 13 gennaio corr., riparte
il Governo regionale Lombardo ter, composto dall’Mpa, dal Pdl sicilianista di
Micciché, con l’appoggio esterno del Pd.
Un Governo fortemente motivato e deciso a
proseguire in direzione delle riforme e dello sviluppo della Sicilia. Le
comunità siciliane all’estero che seguono con sempre maggiore interesse gli
accadimenti della Sicilia, guardano con simpatia e fiducia il Governo Lombardo
ma chiedono più attenzione alle loro questioni, a cominciare dalla applicazione
della L.R. 38/84 che prevede, tra l’altro, la riattivazione della “Consulta
regionale della emigrazione e della immigrazione”, scandalosamente disattesa
dagli ultimi Assessori. Con il passaggio del comparto emigrazione-immigrazione
all’Assessorato della Famiglia, confidano nel ripristino alla legalità.
Per una più completa informativa,
peraltro assai gradita dai corregionali
sulla attività del Governo Lombardo, riportiamo le leggi più importanti
approvate nel 2009 e quelle in cantiere a partire da quest’anno: Legge
anti-racket varata alla unanimità che prevede aiuto agli imprenditori che
denunziano gli estorsori; Legge sugli aiuti alle imprese con fondi europei;
Legge sulla riforma sanitaria che ha portato la Sicilia tra le Regioni virtuose
in Italia; Legge sulla riforma della pubblica amministrazione che ristruttura
il sistema degli Assessorati e dei Dipartimenti, in funzione dal 1 gennaio
2010; Legge sul credito d’imposta che sblocca quasi 600 milioni di euro di
investimenti alle piccole imprese, varata con il consenso di tutta l’Assemblea;
Legge sugli aiuti
alle imprese, votata in meno di 18 ore, con la quale sono stati sbloccati i
fondi POR 2007-2013. Ma, occorre ora, per il rilancio della economia siciliana,
che all’impegno del Parlamento segua quello del Governo che deve emanare i
bandi.
I prossimi impegni riguardano la
“questione Fiat” di Termini Imerese, la legge sulla urbanistica, la legge sul
piano casa da mettere in calendario,
l’Ato rifiuti, la formazione professionale.
Piena la soddisfazione del Presidente
della Assemblea Cascio per una gestione
parlamentare nel segno del contenimento dei costi e della razionalizzazione
della spesa in un iter legislativo
legato al senso di responsabilità dei Parlamentari ed alla attività delle
Commissioni di merito che hanno portato in aula le proposte di legge pronte per
l’approvazione. Il Presidente Cascio ha sottolineato, altresì, l’apertura
dell’Assemblea ai giovani ed alla cultura della legalità oltre all’impegno sul
tema del contrasto alla mafia.
Intelligente iniziativa di Lombardo per
bloccare i fondi Ue - Il Presidente
Lombardo, con una iniziativa del tutto innovativa e coraggiosa, la prima in
Italia, è riuscito a bloccare 350 milioni di fondi europei del primo biennio
del piano 2007-2013 che rischiavano di tornare a Bruxelles perché non
utilizzati.
La novità è stata la sottoscrizione di
una intesa con la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) per la creazione di
Jessica, un fondo di partecipazione (Holding Fund) dotato di un capitale di 148
milioni di euro, destinati a finanziare la riqualificazione urbana e
l’efficienza energetica delle città.
Contestualmente, è stato firmato un
accordo con il Fondo Europeo per gli Investimenti del gruppo BEI per la
creazione di un fondo Jeremie di 60 milioni di euro a sostegno delle piccole e
medie imprese dell’Isola ed alla gestione di operazioni di micro-crediti.
La Sicilia è la prima ad accedere a
questi fondi Jessica, ha spiegato il Presidente Lombardo, evitando così il
disimpegno da parte della Ue. Credo che
sia importante accompagnare con un finanziamento pubblico le iniziative che
riguardano le città. Così come è importante coinvolgere le imprese perché la
presenza degli imprenditori privati è garanzia che gli investimenti siano
produttivi.
La Sicilia è la prima Regione che ha
firmato questo strumento destinato a sostenere allo sviluppo delle aree urbane.
Sicilia Mondo, de.it.press
Ricerca, italiani al top in Europa, ma quei fondi finanziano la fuga
Vincono il
concorso del Cer ventitrè nostri progetti innovativi - di EMANUELE PERUGINI
ROMA - Gli
scienziati italiani arrivano tra i primi in Europa, ma usano i soldi vinti nei
concorsi internazionali di ricerca per andarsene all’estero. Oramai è diventata
una vera e propria tradizione, questa, per i ricercatori italiani, quasi
obbligata pur di finanziare i propri progetti. Vincere i fondi europei e poi
usarli per trasferirsi all’estero, insomma. E’ successo ancora una volta in
occasione dei finanziamenti assegnati dal Consiglio Europeo delle Ricerche
(Cer) che verranno usati dagli scienziati italiani per andare all’estero. Si
tratta di finanziamenti rilevanti che possono arrivare fino ad un massimo di
3,5 milioni di euro per ciascun progetto di ricerca che vengono assegnati
direttamente agli scienziati dell’Unione Europea, della Svizzera, della
Norvegia, Turchia e di Israele. Si tratta di una specie di bando individuale
che premia le ricerche più avanzate e innovative. La commissione che assegna le
ricerche non guarda la bandiera di chi ha proposto le ricerche. Decide solo
sulla base della validità della proposta. Quest’anno la torta da dividere era
di 515 milioni di euro che sono stati distribuiti a 236 diversi progetti di ricerca
L’età media di
questi leader della ricerca è di 53 anni. Circa il 15% sono donne, con un
leggero incremento rispetto all’ultimo bando (12%). Il numero delle
ricercatrici che hanno partecipato al presente bando corrispondeva al 14% dei
candidati.
La ripartizione
settoriale dei progetti di ricerca proposti è la seguente: Scienze Fisiche e
Ingegneristiche, 44%; Scienze della vita, 38%; e Scienze sociali e umanistiche,
18%.
Tra questi i
progetti che portano la firma di ricercatori italiani sono stati 23. Un gran
bel risultato che porta il nostro paese al quarto posto in Europa dietro al
regno Unito, alla Francia e alla Germania.
C’è però un triste
rovescio della medaglia, dietro queste cifre. Buona parte di questi
finanziamenti saranno usati da ricercatori italiani per andare a lavorare
all’estero. «Purtroppo – spiega Salvatore Settis, rettore della Scuola Normale
Superiore di Pisa ed unico rappresentante italiano nel consiglio del Cer –
questo fenomeno non è una novità. E’ già il quarto anno consecutivo, da quando
è stato creato il Consiglio Europeo delle Ricerche che i fondi vengono usati
dai ricercatori italiani per sviluppare le loro ricerche all’estero». Sono
soprattutto i più giovani e i più accreditati a farlo. «Evidentemente – dice
Settis - perché non hanno abbastanza fiducia nelle istituzioni del nostro paese
o perché non trovano spazio a sufficienza. E’ un bel problema perché i
finanziamenti erogati dal Cer sono molto consistenti, anche due milioni di euro
a progetto, e quindi significa perdere una bella fetta di finanziamento per
tutta la ricerca italiana». Alla fine il problema è sempre lo stesso, non si
riesce a trovare spazio adeguato per fare il proprio lavoro. «Del resto –
commenta con una certa amarezza Settis – il nostro è l’unico paese in Europa in
cui i concorsi per i professori sono bloccati da quattro anni. Senza concorsi è
difficile trovare nuovi posti da assegnare a giovani ricercatori». C’è anche
un’altra questione che merita di essere approfondita secondo il rettore di una
delle più prestigiose istituzioni di ricerca del nostro paese. Si tratta del
rapporto tra enti di ricerca e territorio. «Se nel nostro paese si vuole
cominciare davvero a creare un circuito virtuoso con la ricerca – spiega Settis
- dobbiamo da un lato aumentare i finanziamenti, e dall’altro favorire un
maggior dialogo tra enti di ricerca e istituzioni pubbliche e risorse sul
territorio. Quest’anno, l’ente che si è aggiudicato la maggior parte dei
finanziamenti è stato il Politecnico di Losanna, proprio grazie alla sua grande
capacità di relazionarsi sia con lo stato federale che con il cantone di
Losanna». IM 19
I fatti di Rosarno e il festival dell'ipocrisia
Nessuno può
fingersi stupito davanti a quello che è successo. Le organizzazioni umanitarie
e gli osservatori più attenti lo dicono da anni: decine, centinaia di migliaia
di lavoratori migranti vivono, nel nostro Paese, in condizioni subumane
(sottopagati, costretti a orari fuori da ogni norma, stipati in stabili
fatiscenti, privi di diritti e di tutele). Ciò è garantito da una legge
ingiusta e crudele che ha trasformato persino il soggiorno in contratto,
attribuendo al datore di lavoro (ritornato padrone) il possesso della vita
stessa del migrante, secondo schemi di stampo medioevale. E quando ciò non
basta, ci sono i caporali e la criminalità organizzata. Tutto questo accade, da
decenni, sotto gli occhi di tutti: governo, enti locali, forze politiche,
polizia, magistratura, stampa. Inutile fingere di non saperlo. Su questo
sfruttamento si regge la nostra economia e persino il nostro welfare domestico.
I fatti di Rosarno
smascherano una volta di più il senso delle logiche proibizioniste, il cui
scopo non è “governare” razionalmente le migrazioni ma, al contrario, creare
irregolarità e, in questo modo, situazioni di privilegio ovvero, all’opposto,
di sfruttamento. Questo è il senso della Bossi-Fini e del sistema normativo che
su di essa si è incentrato: produrre illegalità e disuguaglianza. Inutile dire
che questo assetto, gradualmente, si estende dai migranti a tutto il corpo
sociale.
Funzionale a
questa situazione è il diffondersi di un razzismo sempre più accentuato, che
costituisce non un effetto collaterale e involontario delle politiche
migratorie, bensì il suo cemento. Lo sfruttamento diventa “tollerabile” se
costruito sulla diversità, sulla minorità dello sfruttato (non a caso chiamato
“bongo, bongo” o con simili epiteti). Non è folklore da osteria, ma collante
politico, a fronte del quale, come giuristi, dobbiamo ribadire che il razzismo
non è una opinione, ma un reato; e ricordare il dolente ammonimento di Primo
Levi in “Se questo è un uomo”, secondo cui «A molti, individui o popoli, può
accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è
nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una
infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta
all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il
dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine
della catena, sta il lager».
Non basta
condannare i fatti di Rosarno. Anzi è una condanna ipocrita se ad essa non si
accompagna una mobilitazione forte per una diversa politica della immigrazione:
giusta, rigorosa, accogliente. Carlo Renoldi L’U 19
Editoria. Germania, paid content online deludente il primo bilancio
I siti di
informazione che hanno introdotto i contenuti a pagamento hanno registrato un
brusco calo dei contatti. Visto che la pubblicità non basta, sono allo studio
soluzioni diverse. Tra le ipotesi ci sono la fornitura di notizie locali,
specializzate o comunque miratedal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO -
Paid content, che delusione! Così almeno suona il bilancio dell'editoria in
Germania, proprio mentre sta per aprirsi (comincia martedì a Francoforte) il
secondo Medienkongress, il congresso nazionale tedesco degli operatori di
media. In sintesi la situazione è questa: da un lato i media virtuali
sottraggono pubblicità a quelli cartacei, ma d'altro canto la crisi delle
entrate pubblicitarie (sullo sfondo della crisi economica e finanziaria
internazionale) si è fatta sentire nel 2009, e si farà sentire ancor di più nel
2010, anche per i media digitali. Quindi il pay content in apparenza sarebbe
una soluzione irrinunciabile, almeno per alcuni contenuti. Ma il pericolo dei
paradossi della situazione non finisce qui: i primi dati disponibili indicano
che la scelta dei pay content, se non è mirata e limitata a un certo tipo di
offerta, e se non è resa particolarmente attraente puntando selettivamente a un
certo tipo di contenuti e ad alcuni bisogni speciali dei lettori un calo delle
visite sui media online.
La brutta
esperienza l'ha fatta prima di tutte l'editoriale Axel Springer, il noto gruppo
conservatore che controlla il quotidiano popolare Bild (il più diffuso
d'Europa), il quotidiano conservatore di qualità Die Welt, e innumerevoli
quotidiani locali e regionali. E detto per inciso: il gruppo Springer è un
market leader nel settore dei media digitali. Il sito di Bild (anche
ricercabile con i motori di ricerca come bild online) è stato in dicembre (sono
gli ultimi dati disponibili) il più cliccato nel Paese, con 113,3 milioni di
'visite', sorpassando il grande concorrente, cioè
Spiegel online che
ha registrato 112,4 milioni di visite.
Springer Verlag è
tra le prime editoriali che si è decisa a congedarsi dall'offerta di notizie
gratuita e indiscriminata. E a passare al paid content, sistematicamente,
almeno per le notizie regionali e locali. Il sistema di pagamento è semplice:
si paga attraverso Click&buy, un'azienda specializzata nei pagamenti
online. Puoi delegarle la domiciliazione o prelievo automatico dal conto o
bonificarle il pagamento del paid content stesso. Esempio: trenta giorni di pagamento
per le notizie regionali e locali dello Hamburger Abendblatt costano 7,95 euro.
Per l'edizione online della Berliner Morgenpost, il quotidiano locale di
qualità berlinese del gruppo Springer, il prezzo è molto inferiore, appena 4,95
euro, e ciò non sorprende visto che il tenore di vita e il reddito medio a
Berlino sono molto più bassi che non nella ricca Amburgo.
Il risultato
comunque è scoraggiante: nello spazio di un mese, da quando solo con il paid
content puoi avere dal sito di Hamburger Abendblatt le notizie locali (anche
quelle importantissime sul maltempo), le visite sono diminuite del 13 per cento
a 5,60 milioni. Ciò dopo che da ottobre a novembre, ultimi mesi di visita
totalmente gratis, erano salite del 5 per cento. A titolo di paragone: il
concorrente Hamburgher Morgenpost, che ha lasciato gratis le notizie locali, ha
avuto in dicembre un calo, ma di appena l'1,6 per cento, e dovuto piuttosto
agli impegni per le feste.
Ancora peggio è
andata per Springer nella capitale federale Berlino: la Berliner Morgenpost ha
perso il 21 per cento delle 'visite' sul suo sito da quando ha introdotto il
paid content. Mentre il portale concorrente, Berlin online cui appartiene anche
Berliner Zeitung, ha visto un calo limitato all'1,6 per cento.
"Non è una
sorpresa che il paid content porti a un calo del 'traffico' per i media
internettiani, ma d'altra parte la crisi della pubblicità continuerà nel 2010
per i media internettiani, quindi salvo poche eccezioni non sembra sarà
possibile finanziare i media digitali solo con i ricavi pubblicitari",
dice Hans-Joachim Furhmann del Bundesverband Deutscher Zeitungsverleger,
l'Unione federale degli editori dei giornali tedeschi. Per risolvere il
problema, secondo lui, è tempo di varare esperimenti audaci, idee nuove e
originali. Come applicazioni (App) dei media internettiani dedicati alla
squadra di calcio locale, oppure notizie locali accoppiate all'offerta di un
servizio navigatore per raggiungere i parcheggi più vicini. La
Sueddeutsche
Zeitung ad esempio ha appena varato un servizio iPhone-App in due versioni, una
ridotta e gratis, l'altra più ricca per 1,59 euro al mese, pagabili sulla
bolletta. Tornando al gruppo Springer, gli iPhone-Apps di Welt e Bild sono
anche a pagamento. Secondo il numero uno dei vertici di Springer, Mathias
Doepfner, l'offerta di news gratis sui media online è stata "un nonsense
che non siamo stati abbastanza forti per fermare a tempo, un nonsense che
purtroppo tutti gli editori del mondo hanno seguito".
E' una situazione
difficile, insomma: continuare a fornire tutte le notizie gratis è impossibile,
perché non ci si finanzia abbastanza solo con la pubblicità. D'altra parte
l'introduzione del pay content fa calare la platea dei lettori. Le soluzioni
allo studio sono appunto limitare il paid content alle notizie locali,
regionali o specializzate, e lanciare servizi paid content sempre più mirati,
nuovi e attraenti. Soluzioni a breve termine, in attesa di vedere come andrà
per i media digitali e no nel 2010 dopo il terribile 2009. Intanto si tentano
anche altri esperimenti, quasi di fusione tra media cartacei e media
internettiani. Sempre Springer da gennaio offre in ogni giorno di Borse aperte
(da lunedì a venerdì salvo festivi) dalle 16 un prodotto cartaceo con notizie
in tempo reale, per chiunque si imbarchi in Germania su un volo Lufthansa.
Oppure la Sueddeutsche Zeitung punta molto sui prodotti che offre sul suo
online shop: libri cartacei, libri audio, cd di musica o collane di Dvd. Tutti
tentativi, il bilancio delle prove di svolta si farà a fine anno. LR 18
Diritti degli immigrati, il Nordest dice sì a voto e casa popolare
ROMA -
L’Osservatorio sul Nordest, curato da Demos per “Il Gazzettino”, si è
interrogato su quanto la popolazione dell’area sia aperta rispetto alla
concessione di diritti politici e sociali agli immigrati regolarmenti presenti
sul territorio. La possibilità di accesso alle case popolari è riconosciuta da
un’ampia maggioranza (77%), mentre il diritto di votare per le elezioni
amministrative del Comune dove abitano si ferma al 67%. L’immigrazione è un
fenomeno che ha avuto una crescita impetuosa in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e
Trentino-Alto Adige, passando da meno dell’1% di stranieri presenti nel 1991 a
circa l’8% del 2007. In complesso, secondo l’ultimo dossier Caritas-Migrantes,
le persone di origine straniera presenti nel Nordest nel 2008 sono 628.290
(circa il 9% della popolazione residente).
Date velocità e
consistenza del fenomeno, l’integrazione appare una sfida difficile.
D’altronde, nonostante quest’area venga presentata come ostile ai migranti,
anche per proprie responsabilità, il rapporto Caritas-Cnel 2009 continua a
porre le Regioni del Nordest ai primi posti nella capacità di integrazione. Gli
stessi dati proposti dall’Osservatorio di Demos fanno emergere una certa
distanza dagli stereotipi che definiscono i nordestini come una popolazione
chiusa, se non intollerante: il diritto di voto alle elezioni amministrative,
per gli immigrati regolari e che pagano le tasse, è considerato giusto dal 67%
degli intervistati. Im 20
La fuga dei cervelli caratterizza anche il Veneto
VENEZIA - “Investire sulle giovani
generazioni, dentro e fuori dai confini regionali – ha detto l’assessore Oscar
De Bona - sarà un obiettivo prioritario per le iniziative regionali”.
L’intervento di De Bona fa seguito ai dati di uno studio dell’Ente Regione che
mette in risalto che questi giovani - a differenza delle generazioni passate
che hanno lasciato l’Italia - non sognano affatto di rientrare: a cinque anni
dalla laurea, sono, infatti, 52 su 100 i laureati occupati all'estero,
principalmente con titoli nel ramo scientifico e tecnologico, che considerano
molto improbabile il loro ritorno. Le migliori offerte di lavoro hanno anche un
riscontro economico. Questo capitale umano che ricerca all’estero migliori
prospettive per il futuro, rappresenta uno spreco di talenti e di risorse
investite nella formazione.
Il fenomeno, meglio noto come "fuga dei
cervelli", caratterizza anche il Veneto, con tendenza crescente a una
sempre maggiore mobilità. Le scelte dei giovani veneti si orientano più
diffusamente verso Regno Unito (19,2%), Francia (12,6%), Spagna (11,4%) e
gli Usa (9,8%). La quota di laureati che si trasferiscono all’estero
rappresenta circa il 3% del totale. Dall'indagine viene evidenziato che i
salari di coloro che lavorano all'estero sono più alti: un laureato che lavora
in Italia dopo cinque anni che ha conseguito la laurea percepisce circa 1.350
euro, mentre all'estero supera i 2.100.
L’ipotesi di rientrare quindi non è
immediata. Dallo studio della Regione emerge che oltre il 69% dei veneti
laureati che hanno trovato lavoro all'estero intende tornare nel paese
d’origine (circa il 14% in più del dato medio nazionale), ma il rientro nel 67%
dei casi non è previsto nei prossimi due anni. Il “quadro” tracciato è il
seguente: oltre la metà (54%) dei cittadini italiani residenti all’estero è
costituito da giovani al di sotto dei 35 anni. Il 60,6% degli “under 35” è
concentrato in Europa e tra di loro sono numerosi i neolaureati che hanno
lasciato l’Italia per cercare all’estero migliori opportunità. Veneti nel Mondo
La forza e il valore dell’associazionismo d’emigrazione
TREVISO – “Agire
insieme” e “prendere atto di una nuova politica esistenziale” del mondo
dell’emigrazione italiana “non più quella dell’esodo di massa e delle emergenze
sociali”: questo ha precisato nel suo intervento Riccardo Masini, direttore
generale della “Trevisani nel Mondo” al convegno “Italiani nel mondo: associazionismo,
organismi di rappresentanza e umanesimo latino”, promosso da Unaie, Fondazione
Cassamarca e Umanesimo latino a Treviso in dicembre.
Dopo aver ricordato la nascita delle
associazioni di emigrazione, a seguito dell’esodo di massa che investì anche
Triveneto a partire da metà ‘800, Masini ha rilevato che nella nuova Unaie “di
impronta narducciana, l’Italia dell’associazionismo migratorio è ora capace di
mettere assieme, nelle istanze comuni, una voce unica, qualificata e robusta,
in grado di farsi sentire”.
Tra i temi che nel mondo associazionistico si
segnalano come “nodi ancora da sciogliere” Masini rileva “la questione del voto
regionale. Se non si completa il discorso nazionale, oggi conseguito, con
quello regionale, rimaniamo monchi”. Il dirigete della Trevisani definisce poi
“inqualificabile” il piano di ristrutturazione della rete consolare italiana
all’estero “che equivale – rileva – alla decimazione di questi riferimenti
importantissimi”. Prosegue segnalando “l’impellenza di definire l’esenzione Ici
per la prima casa degli italiani all’estero, per ora affidata unicamente alle
interpretazione e agli umori dei comuni”, e ripete, tra le domande sino ad oggi
senza risposta avanzate dall’associazionismo: “quando la storia dell’emigrazione
sarà inserita come materia di studio nelle nostre scuole?”
Mentre ricorda l’importanza della matrice
extra-partitica contenuta nella carta dei valori dell’associazionismo, Masini
ribadisce la capacità di quest’ultimo di “scoprire la dimensione di una sussidiarietà
fatta di disponibilità dell’uno per l’altro e che fa sentire ancora più il
senso di essere grande famiglia. In grande e in piccolo: con l’essere paladini
dei diritti civili e umani a tutti i livelli, - egli prosegue - con il
valorizzare il coraggio nascosto e il sostenere chi di bisogno. Con attenzioni
per i giovani che hanno necessità di relazionare e di farsi sentire, ma
considerando anche gli anziani, nerbo della nostra storia, che vanno rivalutati
e inseriti nell’elenco dei benemeriti pionieri, aventi diritto a pieno titolo”.
“Associazionismo vuol anche dire guardare
dentro agli interstizi delle nostre coscienze – conclude Masini - per
verificare quanto e come siamo coerenti con i valori a cui si
ispirano i nostri statuti associativi: di fondamentale matrice, umana e
cristiana”.
“Facciamo in modo che questo incontro non sia
solo un bel ricordo da portarci a casa, - afferma Masini, riferendosi al
convegno - ma che rappresenti anche un mattone per la causa comune. Perché, nel
mondo, siamo tutti figli della stessa terra. E anche di un ieri che va
ricordato, vissuto e raccontato per fare migliore l’oggi e percorribile il
domani”. (Inform)
I corsi di lingua e cultura italiana all’estero come opportunità
socio-educativa
BASILEA
- Nella società odierna e in quasi tutti i paesi europei predominano modelli
culturali impregnati di un esasperato individualismo. L’uomo vive un presente
carico di problematiche, non riuscendo a recuperare la memoria del passato che
lo riguarda e ad elaborare una visione progettuale e prospettica, che possa
ridare speranza al futuro.
Questa condizione viene vissuta in maniera
preponderante nel mondo giovanile, tanto che da più parti si parla di vera
emergenza educativa. I giovani, bombardati dai flussi mediatici che impongono
modelli comportamentali di tipo narcisistico ed edonistico, fanno fatica ad
evadere da se stessi, e spesso non riescono a guardare all’altro, iniziando
dall’altro più prossimo, quale può essere un familiare, un insegnante o un
compagno di classe.
Recuperare la memoria del passato,
intraprendere un percorso verso il punto di origine di ogni persona, può
rappresentare un atto necessario per ricercare e costruire un’identità, a
partire dalla quale diventa più semplice trovare un orientamento di senso per
la vita futura.
Ma cosa ancora più importante è che dalla
ricomposizione di una storia identitaria possono generarsi rapporti e relazioni
autentiche tra gli individui di una società, premessa fondamentale per la
condivisione di valori eterni come l’amore, l’amicizia e la solidarietà.
Il senso dei corsi di lingua e cultura
italiana, forse è proprio questo, ed è attraverso questi corsi che si cerca di
promuovere la ricerca di una tradizione, che altrimenti sarebbe dimenticata per
sempre.
Il lavoro, nell’ultima settimana prima delle
vacanze di Natale, ha visto protagonisti i ragazzi che si sono esibiti con
canti, poesie, filastrocche e recite. Questa attività ha contribuito a
costruire momenti particolarmente gioiosi e sereni, condivisi anche dai loro
genitori e dalle insegnanti.
Significativo è stato il momento della
tombola, il quale ha riportato gli adulti indietro nel tempo, alla loro
infanzia con racconti di quando tutti si riunivano nelle case di parenti o
amici per fare questo gioco nel tempo di Natale. Ammirevole la partecipazione
dei genitori a questi incontri di italianità, che comunque rappresentano
momenti fortemente emotivi e aggregativi. In questi incontri persone che si
sono perse di vista hanno la possibilità di ritrovarsi e socializzare
attraverso il recupero di parte della propria storia personale.
I corsi di lingua e cultura italiana,
arricchiti da questa logica, non rappresentano un mero momento istruttivo, ma
un’opportunità socio-educativa, che, speriamo, possa essere sempre a
disposizione delle giovani generazioni.
Margherita
D'Angelo (docente FOPRAS nei corsi LICIT di Kaiseraugst, Trimbach e Dulliken) e
Cristina De Cicco (docente FOPRAS nei corsi LICIT di Reinach)
Sul decreto-legge che proroga lo scudo fiscale anche norme per lavoratori
frontalieri e IIC
ROMA - Tra le “mille proroghe” del
decreto-legge n. 194 del 30 dicembre 2009, immediatamente entrato in vigore,
oltre all’annunciata proroga dello scudo fiscale, anche norme che interessano i
lavoratori frontalieri e gli Istituti italiani di cultura all’estero, in
particolare i loro direttori.
Nel decreto-legge composto di undici
articoli, all’articolo 1, comma 1 e comma 2, la riapertura del termini per far
rientrare in Italia beni e partecipazioni detenuti all’estero. La nuova
“finestra” è aperta fino al 30 aprile 2010, anche se il costo della nuova
emersione sarà maggiore rispetto a quello pagato da quanti hanno scelto di
aderire entro il 15 dicembre 2009. Per rimpatri e regolarizzazioni effettuati
dopo quella data e fino al 28 febbraio prossimo, l'imposta sostitutiva sale dal
5 al 6 per cento. Chi aspetterà ancora, dal 1° marzo al 30 aprile 2010 dovrà
pagare il 7%. Poi non ci saranno altre proroghe - parola del ministro Tremonti
- e la palla passerà alla Guardia di Finanza: “Il tempo dei paradisi fiscali è
finito. E gli accertamenti continueranno, anzi saranno intensificati.
Sempre all’articolo 1, comma 7. si dispone la
proroga al 30 aprile 2010 del termine di 90 giorni per il “ravvedimento
operoso” da parte dei lavoratori transfrontalieri (dipendenti e pensionati) che
hanno omesso il modulo RW in dichiarazione dei redditi per il 2008: si potrà
effettuare questa dichiarazione con sanzioni ridotte.
Di Istituti italiani di cultura all’estero si parla all’a