WEBGIORNALE  21-24  Gennaio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       La Rosarno che è in noi. La vittoria del razzismo ordinario e la rabbia di sentirci chiamare “razzisti”  1

2.       La fine degli immigrati. Morire nel deserto  1

3.       Respingimenti. Italia né condannata né assolta. Cir: “occasione mancata” per la Corte di Strasburgo  2

4.       Cassazione, no alle espulsioni  degli immigrati irregolari con figli minori 2

5.       Tre capitali della cultura per l'UE nel 2010: Essen, Pécs e Istanbul. Nuovo concorso UE  2

6.       La ricerca e i giovani. Fermiamo la perdita di capitale umano  3

7.       Francoforte. Il “Corriere d’Italia” chiede le dimissioni del sottosegretario Mantica  3

8.       MediaClub Germania: bilancio 2009 e novità nell’informazione italiana sui media tedeschi nel 2010  4

9.       Chiusura del Consolato di Amburgo: interrogazione degli on.li Narducci (PD) e Di Biagio (PDL) 4

10.   Consolato di Amburgo. La risposta del Governo: insoddisfacente. 4

11.   Francoforte. Riprendono gli “Incontri Italiani” del Circolo PD. I temi odierni 5

12.   A Berlino oggi tavola rotonda su Bilingualität als Zukunftschance - zur Entwicklung der Europaschulen  5

13.   Colonia. "Vivere insieme", concorso fotografico del Caritasverband  5

14.   “L’italia a Francoforte” in festa venerdì 22 gennaio  5

15.   L’assessore all’Agricoltura della Provincia di Bolzano Hans Berger alla "Grüne Woche" di Berlino  6

16.   Collettiva di artisti italiani alla Infantellina Contemporary di Berlino (30.1.-26.2.) 6

17.   Monaco di Baviera. L'Istituto Italiano di Cultura nella “Giornata della Memoria”  6

18.   Anna Finocchiaro (Pd) incontra gli italiani in Svizzera e Germania (Wolfsburg) 6

19.   Nomi e attività delle famiglie mafiose in Germania nel libro „Mafia export“  7

20.   Esce a Berlino a fine gennaio “Fra Amici a tavola”, magazine per gli amanti della cucina italiana  7

21.   Dortmund. Online il primo calendario interculturale del Comites  7

22.   A Stoccarda la mecca delle vacanze. In corso la CMT. Cala l’interesse per l’Italia  7

23.   Monaco, pc positivo al controllo antibomba. Il proprietario, fermato al controllo, è fuggito  8

24.   Interventi. No all’immunità parlamentare, la Chiaromonte non sta dalla parte dei cittadini 8

25.   Interventi. Roma ci cerca solo quando vuole i nostri voti?  8

26.   Le prossime Continentali del Cgie. Parteciperà anche il Comitato del Senato per le Questioni all’Estero  9

27.   Il Ministero dell’Interno risponde ad una interrogazione sul riacquisto della cittadinanza italiana  9

28.   Con il 5° la rivista italo-francese "Focus In" festeggia il primo anno di attivitá indipendente  9

29.   Save the Children chiede lo stop dei rinvii verso la Libia  10

30.   Bambini stranieri nelle scuole: la direttiva del ministro Gelmini 10

31.   Haiti. Gli aiuti e la sovranità  10

32.   La tragedia di Haiti. Il paese rinascerà migliore  11

33.   Le importanti svolte di Obama e la sfida del consenso interno  11

34.   Il repubblicano Brown vince il seggio di Kennedy e sfida la riforma della Sanità  12

35.   Ue, allarme disoccupazione giovanile  12

36.   Il paese più popoloso dell'Africa minato dai conflitti etnici e interreligiosi 13

37.   Disoccupati e scoraggiati. Dove e perchè morde la crisi del lavoro  13

38.   Gli USA visti dall’Italia. Rivogliamo  i nostri soldi e ce li riprenderemo  13

39.   I Consigli Regionali svuotati. Presidenzialismo all’italiana  14

40.   Approvato il processo-breve. Condonati 500 milioni di euro  14

41.   L’analisi. Il sospetto  15

42.   Berlusconi e Pier  finiranno col dirsi addio  15

43.   Sicilia. Il Governo Lombardo ter. Leggi ed investimenti UE in direzione dello sviluppo  16

44.   Ricerca, italiani al top in Europa, ma quei fondi finanziano la fuga  16

45.   I fatti di Rosarno e il festival dell'ipocrisia  17

46.   Editoria. Germania, paid content online deludente il primo bilancio  17

47.   Diritti degli immigrati, il Nordest dice sì a voto e casa popolare  17

48.   La fuga dei cervelli caratterizza anche il Veneto  18

49.   La forza  e il valore dell’associazionismo d’emigrazione  18

50.   I corsi di lingua e cultura italiana all’estero come opportunità socio-educativa  18

51.   Sul decreto-legge che proroga lo scudo fiscale anche norme per lavoratori frontalieri e IIC  19

52.   Calcio. Molinaro, dalla Juve allo Stoccarda  19

53.   Al via le candidature per il Premio “Italian women in the World – Il globo tricolore nel mondo”  19

 

 

1.       Migration und Medien  20

2.       Staatsministerin Maria Böhmer: "Die Hauptschule darf nicht die Schule der Migranten sein"  20

3.       Premio Mercurio D'Oro 2010 an das Goethe-Institut Mailand  21

4.       Nach dem Erdbeben in Haiti. Versklavt vom eigenen Elend  21

5.       Erdbeben-Katastrophe. USA - Haiti: Freundliche Übernahme  21

6.       Betroffene in den Mittelpunkt stellen. Die zweite Phase der Hilfe  23

7.       EU. Kommentar. Parlament mit Profil 23

8.       Wechsel vom Transport- zum Industriekommissar. Tajani: Grünes Wachstum für EU-Industrie  23

9.       EU-Kommission. Schelewa zieht zurück  24

10.   US-Senat. Obama verliert strategische Mehrheit. Das Schicksal der Gesundheitsreform   24

11.   Ein Jahr Obama. Mehr Lincoln, weniger Churchill 25

12.   Haiti und die USA. Angst vor dem großen Helfer 26

13.   Steinmeier nennt Abzugsdatum. Raus aus Afghanistan bis 2015  26

14.   Haushaltsentwurf. Ohne Konzept 26

15.   Haushaltsdebatte. Merkel verlangt "neues Denken"  27

16.   Erster Auftritt von Lafontaine. Zurück in die Zukunft?  27

17.   Schreiber schildert Schmiergeldzahlungen an CSU  27

18.   Sprengstoffalarm am Flughafen München. Terminal gesperrt 28

19.   Soziale Mindestsicherung. Jeder elfte Deutsche braucht Geld vom Staat 28

20.   Eine Gegenpolemik. Maulkorb für Islamkritiker 28

21.   Immer öfter zum Arzt. Die Praxisgebühr versagt 29

22.   Hartz-IV. Keine Zustimmung für Arbeitspflicht 29

23.   Geld gegen Links. Köhler erweitert Extremismus-Programme  29

24.   Nazi-Prozess in Rostock. "Schlampige Ermittlungen"  30

25.   Europäisches Urteil zum Arbeitsrecht. Mehr Rechte für Jüngere  30

26.   Urteil im umstrittenen Fall "Kücükdeveci". EuGH: Deutschland muss Kündigungsfristen ändern  30

27.   Historiker über Vertriebenen-Streit. "Da kann ich als Pole nicht helfen"  31

28.   Wettbewerb „Die gelbe Hand 2009/2010"  32

29.   Islamfeindliche Initiative wird in Berlin aktiv  32

30.   Mailänder Modewoche. In Knobelbechern dem Bewährten entgegen  32

31.   München. Lesung mit Dorothea Heiser »Mein Schatten in Dachau im IIC  33

32.   Köln. Vortrag von Michele Cometa in italienischer Sprache  33

 

 

 

 

La Rosarno che è in noi. La vittoria del razzismo ordinario e la rabbia di sentirci chiamare “razzisti”

 

All’inizio del nuovo anno, quando l‘eco degli auguri dispensati ipocritamente a piene mani non si era ancora spento, a Rosarno, una piccola cittadina di 15 mila abitanti in provincia di Reggio Calabria, dopo due giorni di violenti scontri tra lavoratori immigrati e abitanti del luogo, più di mille immigrati sono stati costretti a fuggire o ad accettare una “salutare” deportazione nei Centri di identificazione ed espulsione di altre regioni vicine.

La scintilla che ha scatenato la “caccia all’uomo” è stata la cosiddetta (almeno secondo quei benpensanti che si indignano al primo sentore della parola razzismo) “ragazzata” di alcuni giovani italiani che, nella notte del 7 gennaio 2010, da un’automobile hanno sparato con un fucile ad aria compressa contro due immigrati di colore. Si tratta di scintilla perché in un clima - quello di Rosarno non è diverso da quello di una qualsiasi altra città italiana - di crescente intolleranza e xenofobia la violenza a sfondo razziale si infiamma rapidamente e si propaga senza argini.

Ed è quello che è successo a Rosarno. Ma Rosarno non è diversa da Castel Volturno, il centro del casertano che, il 19 settembre 2008, ha vissuto una simile giornata di guerriglia urbana con la rivolta di centinaia di immigrati in seguito alla strage di sei nordafricani trucidati in un negozio-sartoria di vestiti etnici da un gruppo di giovani aspiranti camorristi locali.

Anche a Rosarno, dopo la “ragazzata” subita, centinaia d’immigrati hanno protestato violentemente contro il trattamento discriminatorio da loro sopportato al lavoro e le miserabili condizioni di vita nelle quali sono costretti a sopravvivere, dando fuoco alle automobili e picchiando quanti si trovavano sulla loro strada. La reazione violenta dei rosarnesi, non immuni dalle pressioni della 'ndrangheta, è stata immediata: due immigrati sono stati colpiti con spranghe, cinque investiti con le auto e due feriti con fucili a pallini. Al termine degli scontri, 53 persone (21 migranti, 14 rosarnesi e 18 agenti di polizia) finiscono in ospedale.

L’ordine, solo quello “esteriore” però, viene ristabilito dalla polizia con l’espulsione di un migliaio di immigrati di colore, così come esplicitamente richiesto dalla popolazione locale, e con la demolizione dei tuguri occupati, da anni, dagli immigrati.

E’ probabile, però che le cause di fondo dei fatti di Rosarno, che si trovano - da un lato - nello sfruttamento degli immigrati impiegati nell’agricoltura e - dall’altro - nell’assenza di misure capaci di contrastare la crescente xenofobia italiana, non troveranno risposte adeguate. E’, infatti, fuorviante e menzognero affermare che il degrado di Rosarno è dovuto all'eccessiva tolleranza verso i clandestini. Considerato che l’80 per cento degli immigrati deportati da Rosarno erano regolari, non possiamo dimenticare che siamo stati noi a chiamare gli africani per raccogliere arance, pomodori od olive, consapevoli che nessun altro lo avrebbe fatto a 25 euro (di cui 5 euro trattenuti da caporali mafiosi e autisti di camionette) per un giorno di 18 ore di lavoro; e che se siamo stati tolleranti non lo siamo stati verso i clandestini ma verso le condizioni disumane e degradanti nelle quali abbiamo lasciato vivere gli immigrati, regolari o clandestini che fossero.

Per quanto riguarda, infine, l’ordine “interiore”, la capacità cioè di contrastare la tentazione xenofoba e razzista che trova nell’eliminazione, anche fisica, dell’altro il cardine di una realistica (non buonista) convivenza, è probabile che i fatti di Castel Volturno prima e di Rosarno dopo non abbiano insegnato proprio niente e che, malgrado l’indignazione e la rabbia che ci pervade quando il Guardian di Londra o l’Osservatore romano scrivono che l'Italia è un paese unito dal razzismo e dalla persecuzione degli immigrati oppure quando l’italiano Balotelli afferma che fanno schifo quei “burloni” che lo insultano a causa del colore della sua pelle, abbiamo ormai assorbito e interiorizzato una pseudo-cultura che, pur di non apparire “buonista”, respinge in mare richiedenti asilo, donne incinte e bambini, paga Gheddafi perché faccia sparire gli immigrati nei deserti africani, istituisce le ronde per “combattere” gli immigrati (che nell’imperante ideologia leghista sono tutti clandestini), alimenta la guerra tra poveri sfruttando ogni occasione ed ogni ambito (dal lavoro all’abitazione, dall’assistenza sanitaria alla scuola) per contrapporre gli immigrati (considerati “privilegiati”) agli italiani (ritenuti “sfruttati”), criminalizza tutti gli immigrati introducendo il reato “d’irregolarità”, discrimina i figli d’immigrati, nati o arrivati in tenera età nel nostro paese, non riconoscendoli veri italiani come i coetanei più fortunati solo perché nelle loro vene scorre il sangue italiano.

E non è razzismo questo che, in virtù di una presunta differenza tra sangue italiano e straniero, crea di fatto una discriminazione tra bambini, alcuni dei quali appartenenti ad una razza (sangue) “superiore” ed altri ad una razza “inferiore”?

I fatti emblematici di Rosarno confermano che siamo diventati, forse senza accorgercene e volerlo, una generazione di “ordinari razzisti” che si nutrono di odio, che sono incapaci di pietà (per paura di essere accusati di buonismo) verso i drammi quotidiani, che non vogliono vedere la ricchezza dell’incontro tra diversi, ma solo disagio, paura e minaccia. E’ necessario continuare a lavorare, soprattutto in campo educativo, perché i nostri figli siano diversi, perché le future generazioni siano capaci di rispondere alla paura con la fiducia e che la dignità di ogni essere umano, regolare o clandestino, possa essere tutelata in ogni momento e in ogni luogo.

“Sia consentito agli immigrati di essere in regola”: è quanto si augura il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ieri 17 gennaio 2010, in occasione della Giornata mondiale delle migrazioni ha riconosciuto ed apprezzato l’azione della Chiesa cattolica in favore dei migranti, specialmente dei minori, rifugiati e non accompagnati, che sono i più esposti alla precarietà e allo sfruttamento, ma che sono invece la vera speranza per il futuro.

Lorenzo Prencipe, presidente del Centro Studi Emigrazione (Cser Roma)

 

 

 

 

La fine degli immigrati. Morire nel deserto

 

Un filmato documenta la tragica fine degli immigrati espulsi dalla Libia. Così come prevede l'accordo siglato tra Berlusconi e Gheddafi - di Fabrizio Gatti

 

Le mani nere sollevate ad afferrare l'aria. Pochi passi oltre, il vento sulla camicia anima la smorfia dell'ultimo respiro di una donna. E subito accanto, il corpo di un ragazzo ancora chino nella preghiera da cui non si è mai rialzato. Muoiono così gli immigrati. Così finiscono gli uomini e le donne che non sbarcano più a Lampedusa. Bloccati in Libia dall'accordo Roma-Tripoli e riconsegnati al deserto. Abbandonati sulla sabbia appena oltre il confine. A volte sono obbligati a proseguire a piedi: fino al fortino militare di Madama, piccolo avamposto dell'esercito del Niger, 80 chilometri più a Sud. Altre volte si perdono. Cadono a faccia in giù sfiniti, affamati, assetati senza che nessuno trovi più i loro cadaveri. Un filmato però rivela una di queste stragi. Un breve video che 'L'espresso' è riuscito a fare uscire dalla Libia e poi dal Niger. Un'operazione di rimpatrio andata male. Undici morti. Sette uomini e quattro donne, da quanto è possibile vedere nelle immagini.

 

Il video è stato girato con un telefonino da una persona in viaggio dalla Libia al Niger lungo la rotta che da Al Gatrun, ultima oasi libica, porta a Madama e a Dao Timmi, avamposti militari della Repubblica nigerina. È la rotta degli schiavi. La stessa percorsa dal 2003 da decine di migliaia di emigranti africani. Uomini e donne in cerca di lavoro in Libia, per poi pagarsi il viaggio in barca fino a Lampedusa. Secondo la data di creazione del file, il video è stato girato il 16 marzo 2009 alle 12.31. L'ora centrale della giornata è confermata dall'assenza di ombre nelle immagini. L'uomo che filma è accompagnato da una pattuglia militare. Per una breve sequenza, si vede un fuoristrada pick-up con una mitragliatrice. Le 11 persone morte di sete sarebbero arrivate fino a quel punto a piedi. Si sono raccolte vicino a una collina di rocce e sabbia. Forse speravano di avvistare da quell'altura un convoglio di passaggio e chiedere aiuto. Addosso o accanto ai cadaveri, scarpe e pantaloni di marche che si comprano in Libia. Intorno non ci sono altri fuoristrada o camion. Non ci sono strade né piste battute. È una regione del Sahara in cui ci si orienta solo con il sole e le stelle.

 

In quei giorni migliaia di emigranti dell'Africa subsahariana salgono in Libia da Agadez, l'ultima città del Niger, ancora isolata dal mondo per la guerra civile tra l'esercito e una fazione di tuareg. Dalla fine del 2008 si contano almeno 10 mila emigranti in partenza ogni mese, dopo una lunga interruzione del traffico di clandestini. I passatori del Sahara riaprono gli affari sfruttando la ribellione tuareg, sostenuta dalla Francia per ottenere lo sfruttamento del secondo giacimento al mondo di uranio, a Imouraren, vicino ad Agadez. Il 2 marzo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è invece in Libia per siglare l'ennesimo accordo con il colonnello Muhammar Gheddafi. È la visita in cui Berlusconi porge le scuse per l'occupazione coloniale. Quella in cui i governi di Roma e Tripoli mettono le basi per la collaborazione nei pattugliamenti sottocosta, contro le partenze per Lampedusa. Nel 2008 il regime di Gheddafi aveva lasciato salpare verso l'Italia più di 30 mila immigrati, un record che ha richiamato in Libia migliaia di persone fino a quel momento bloccate ad Agadez.

 

Nell'incontro Berlusconi e Gheddafi non parlano solo di immigrazione. Discutono di affari personali, dei 5 miliardi di dollari in vent'anni a carico dell'Eni per il risarcimento dei danni di guerra, di contratti per il petrolio e il gas. Tripoli offre subito un segnale di buona volontà e rispedisce verso il Niger centinaia di migranti rinchiusi nel campo di detenzione della base militare di Al Gatrun. Forse i cadaveri filmati con il telefonino sono la tragica conclusione di una di quelle operazioni. Al Gatrun e Agadez sono separate da 1.490 chilometri di deserto. Dieci giorni di viaggio e in mezzo una sola oasi, Dirkou. Fino a quando non si entra ad Agadez non si può dire di essere sopravvissuti al Sahara. Ma la polizia e l'esercito libici di Al Gatrun non si sono mai preoccupati della sorte degli stranieri una volta lasciati al di là del confine con il Niger. Gli immigrati espulsi vengono scaricati dai camion militari e costretti a proseguire a piedi. Oppure sono affidati ai trafficanti che spesso li abbandonano molto prima di arrivare a destinazione. Dalla linea di frontiera tratteggiata sulla carta geografica, la prima postazione militare del Niger è solo Madama, a 80 chilometri di colline e avvallamenti senza pozzi. Non c'è altro. Ottanta chilometri in cui, persa la rotta e abbandonato il bidone d'acqua per camminare leggeri, si è destinati a morire. Già nel 2005 'L'espresso' aveva scoperto che le operazioni di rimpatrio verso il Niger, dopo il primo accordo tra Berlusconi e Gheddafi, avevano provocato 106 morti in quattro mesi. Ed erano soltanto le cifre ufficiali. Come i 50 schiacciati da un camion sovraccarico che si è rovesciato. Oppure il ragazzo del Ghana mai identificato, sbranato da un branco di cani selvatici durante una sosta a Madama. E le tre ragazze nigeriane morte di sete o le15 raccolte in fin di vita con quattro uomini da un convoglio umanitario francese, dopo essere state abbandonate. Tutti condannati a morte da chi aveva organizzato il loro rimpatrio.

 

La notizia del filmato arriva a 'L'espresso' nella primavera 2009 durante la preparazione del documentario 'Sulla via di Agadez'. L'uomo con il telefonino però non è più nella città di fango rosso: "È tornato in Libia", sostiene una fonte: "Lo stesso giorno del filmato, a molti chilometri da quei cadaveri, hanno soccorso due ragazzi ancora vivi. I due hanno detto che erano stati costretti dai militari a partire da Al Gatrun. Arrivati nella zona del confine hanno dovuto proseguire a piedi". Nel Sahara i passaparola richiedono molto tempo. Ma di solito vanno a destinazione. Il 16 luglio il dvd con il filmato viene recapitato in redazione. Mancano altre conferme. Bisogna aspettare che l'uomo con il telefonino torni ad Agadez e passano cinque mesi. È il 9 gennaio di quest'anno quando finalmente arrivano le risposte. Nel frattempo il video finisce anche in altre mani. Il 13 dicembre qualcuno lo carica su YouTube dagli Stati Uniti. Dice di averlo ricevuto da Augustine, ospite di un campo di rifugiati a Malta. Augustine però non conosce la storia delle espulsioni a piedi.

 

Palazzo Chigi sa ufficialmente dal 3 marzo 2004 che gli immigrati bloccati in Libia subiscono maltrattamenti. È la data stampata su un rapporto riservato della presidenza del Consiglio che 'L'espresso' ha potuto leggere. La relazione viene consegnata allo staff di Berlusconi, dopo la visita nel Sahara della delegazione della Protezione civile che deve progettare la costruzione dei centri di detenzione libici: "Si ritiene di dover scegliere, per motivi di opportunità e per una fluidità delle operazioni, la via che impegna il governo italiano in misura ridotta", dice il rapporto: "Tale soluzione ci farebbe calare meno nella configurazione dei centri, in considerazione anche del trattamento che riservano i libici ai cittadini extracomunitari trattenuti nei loro centri, di cui si allega documentazione fotografica". Il governo invece si cala, eccome. Fino a chiedere a Gheddafi di proteggere i nostri confini meridionali. Costi quel che costi. Incuranti che in Italia esiste ancora l'articolo 40 del codice penale. Dice così: "Non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo".

Fabrizio Gatti, L’Espresso (per vedere anche il video, cliccare su:

 http://espresso.repubblica.it/dettaglio/morire-nel-deserto/2119367&ref=hpsp)

 

 

 

 

 

 

Respingimenti. Italia né condannata né assolta. Cir: “occasione mancata” per la Corte di Strasburgo

 

ROMA - “L’Italia non è stata condannata ma neanche assolta per la politica dei respingimenti di massa verso la Libia del 2005 - dichiara Christopher Hein direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati.-  La Corte di Strasburgo non si pronuncia sulla legalità e legittimità di tali respingimenti, ma boccia la denuncia per questioni formali. Non rappresenta quindi un precedente rispetto alle ultime denunce presentate alla Corte europea sui recenti respingimenti verso la Libia. E’ comunque un’occasione mancata per riaffermare in modo forte e chiaro che nessuno può essere respinto verso un luogo in cui rischia di essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani o degradanti, come stabilisce l’art. 3 della Convenzione europea per i Diritti dell’Uomo - CEDU”.

  Il Cir ricorda che nell’estate del 2005 tra il 13 marzo e il 5 aprile furono respinti centinaia di stranieri sbarcati a Lampedusa a bordo di voli della compagnia Blu Panorama e Air Adriatic verso la Libia. Preoccupa invece uno dei punti portati all’attenzione dalla Corte, ovvero che la causa non sembrerebbe più di interesse per i migranti che hanno presentato denuncia in quanto questi non hanno più mantenuto i contatti con i loro avvocati.

  “Se una persona sparisce, se un governo la rimpatria forzatamente, se non si riescono ad avere più contatti con lei, questa persona perde il diritto di chiedere giustizia?” - si domanda Christopher Hein - “Non è proprio in questi casi che la giustizia dovrebbe intervenire con strumenti di tutela più forti?”. (Inform)

 

 

 

 

Cassazione, no alle espulsioni  degli immigrati irregolari con figli minori

 

I supremi giudici: «L'allontanamento metterebbe in serio pericolo lo sviluppo del minore»

 

ROMA  - No dalla Cassazione ai giudici che negano agli immigrati irregolari presenti in Italia, e genitori di figli minori, l'autorizzazione a prolungare la loro permanenza nel nostro paese per stare a fianco ai bambini.

 

Nello specifico la Suprema Corte ha accolto il ricorso di un immigrato irregolare africano, padre di due bambini, al quale la Procura del tribunale per i minorenni di Milano aveva revocato l'autorizzazione temporanea a prolungare di due anni la sua permanenza in Italia per restare stare accanto ai figli.

Con la sentenza 823 della prima sezione civile, la Cassazione mette in evidenza che l'articolo 31 del testo unico sull'immigrazione «riconosce allo straniero adulto la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno, necessariamente temporaneo o non convertibile in permesso per motivi di lavoro». Così i supremi giudici hanno accolto il ricorso di Chaouch N. autorizzandolo «a permanere in Italia per due anni per assistere i figli minori» come aveva già stabilito in primo grado il Tribunale dei minorenni di Milano.

 

A supporto della sua decisione la Cassazione ricorda che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, approvata a Nizza nel 2000, tutela, tra l'altro, la vita familiare e in particolare il rapporto genitori-figli. Inoltre i permessi di permanenza temporanea hanno l'obiettivo di assicurare «una incisiva protezione del diritto del minore alla famiglia e a mantenere rapporti continuativi con entrambi i genitori». Nella sentenza non è specificato se il genitore in questione fosse presente irregolarmente in Italia fin dal momento del suo ingresso nel nostro paese o se avesse un permesso di soggiorno scaduto.

 

Per la Cassazione resta indubbio che «per un minore, specie se in tenerissima età, subire l'allontanamento di un genitore, con conseguente impossibilità di avere rapporti con lui e di poterlo anche soltanto vedere, costituisca un sicuro danno che può porre in serio pericolo uno sviluppo psicofisico armonico e compiuto. Concedendo Una simile autorizzazione, non si corre il rischio che l'interesse del minore, alla crescita armonica, venga strumentalizzato al solo fine di legittimare la presenza di soggetti privi dei requisiti dovuti per la permanenza in Italia». IM 20

 

 

 

 

Tre capitali della cultura per l'UE nel 2010: Essen, Pécs e Istanbul. Nuovo concorso UE

 

Essen, Pécs e Istanbul hanno celebrato nei giorni scorsi il proprio debutto come capitali europee della cultura. Nell'anno che segna il 25° anniversario del programma dell'UE dedicato alle capitali della cultura, le tre città designate hanno preparato un programma ricco di eventi che dovrebbero attrarre decine di migliaia di visitatori.

Essen (Germania) punta al rilancio dell'area fortemente urbanizzata della Ruhr che un secolo fa era la principale regione industriale d'Europa, con una forte concentrazione di miniere di carbone e stabilimenti siderurgici. Oggi le fabbriche, le fornaci e i canali industriali ormai in disuso vengono trasformati in musei e attrazioni turistiche.

Istanbul (Turchia) vuol mettere in evidenza la sua storia di crocevia di civiltà e ponte tra Europa e Asia. La Turchia, paese candidato all'adesione, non è il primo paese extra-UE a detenere il titolo di capitale europea della cultura: nel 2008 era toccato alla Norvegia con la città di Stavanger.

Pécs (Ungheria) intende valorizzare il suo ricco patrimonio multiculturale. Storicamente base per commercianti ed eserciti che attraversavano l'Europa, la cittadina vuole allacciare nuovi legami con i paesi vicini, specie dei Balcani, per diventare un punto di riferimento culturale della regione.

 

Il Servizio Audiovisivi della Commissione europea possiede un’ampia raccolta di materiale audiovisivo che testimonia il processo di costruzione dell’Unione Europea sin dal 1945.

Per valorizzare questo patrimonio, la Commissione lancia un concorso per la produzione di un breve audiovisivo, della durata massima di tre minuti, che sia prodotto almeno al 50 per cento con materiale di archivio e che sia particolarmente adatto ad un pubblico giovane.

I partecipanti al concorso devono trasmettere una visione positiva dell'Europa da un punto di vista artistico, documentario, umoristico o fittizio, illustrando situazioni personali o pubbliche, attuali o storiche, della vita europea nel loro ambiente circostante: famiglia, impresa, comunità, associazione, città, villaggio.

I filmati devono avere un formato adatto ad essere inseriti in una pagina web e saranno esaminati da una apposita commissione che, anche tenendo conto dei giudizi degli utenti della rete, sceglierà i tre finalisti che saranno invitati a partecipare al MIPTV 2010 (12-16 aprile 2010) per presentare i loro filmati durante una sessione organizzata dalla Commissione europea. Al vincitore un premio di 10mila euro mentre la scadenza del concorso è fissata al 15 marzo 2010.

Sintesi del regolamento su: http://ec.europa.eu/avservices/content360/IT.pdf

(de.it.press)

 

 

 

La ricerca e i giovani. Fermiamo la perdita di capitale umano

 

Una parte non indifferente dei laureati in materie scientifiche trova lavoro nelle università, negli enti di ricerca o nelle industrie: il problema è che l’inserimento dei giovani ricercatori non avviene in Italia ma all’estero. Se si guarda a questo fenomeno in termini di bicchiere mezzo pieno ci si può consolare: i ragazzi che formiamo sono evidentemente capaci e in grado di inserirsi nel mondo della ricerca, nel regno Unito, in Francia, negli Usa e anche in altri Paesi europei. D’altronde, in media, il livello delle pubblicazioni scientifiche delle nuove generazioni di ricercatori italiani è decisamente elevato, competitivo in alcune aree come la biologia o la fisica. Se invece guardiamo al bicchiere mezzo vuoto ci rendiamo conto che il sistema universitario spende risorse ma non ha un valido ritorno: investe per inviare all’estero le persone che ha formato. Il bilancio è inoltre asimmetrico: il numero di giovani che viene a lavorare nei laboratori scientifici italiani è minimo: non esiste la possibilità di pagarli, non esistono laboratori in grado di fornire quelle “facilities” che li rendano attraenti. Il paradosso sta tutto qui: malgrado l’esistenza di laboratori in un grave stato di sofferenza vengono formati dei bravi ricercatori che poi ci perdiamo per strada.

Anche altri Paesi europei, come l’Italia, hanno accusato il colpo della crisi economica e ridotto gli investimenti per la ricerca: ma partivano già da un livello più alto e, soprattutto, hanno continuato a pianificare una politica di sviluppo. Mentre all’estero esistono delle linee programmatiche che indicano quale sarà il futuro della ricerca, da noi c’è uno stato di incertezza che è quanto di peggio in termini di sviluppo. Sarebbe invece opportuno conoscere quanto le università e gli enti di ricerca investiranno in un prossimo futuro e quale sarà il ricambio generazionale.

Le colpe, sia ben chiaro, non sono soltanto quelle di una classe politica che per decenni ha finto di essere interessata alla ricerca scientifica ma non l’ha supportata: anche il mondo accademico, col proliferare di insegnamenti e facoltà ha le sue colpe, soprattutto l’avere indotto una proliferazione di strutture che è difficile mantenere in vita. Il problema è come uscire da una situazione incancrenita, prossima al coma irreversibile: proprio ieri a Roma, parlando al Festival della Scienza, Nicholas Negroponte indicava come lo “scremare” alcuni budget governativi (non relativi alla ricerca) di una percentuale inferiore al punto percentuale potrebbe consentire un forte rilancio dello sviluppo scientifico e tecnologico con importanti ricadute sullo sviluppo di un paese. I soli investimenti rivolti all’epidemia influenzale che non c’è stata e che si è rivelata meno dissestante della comune influenza avrebbero potuto costituire un valido investimento per la scienza: purtroppo la ricerca interessa poco la politica in quanto le sue ricadute non sono immediate e sono meno appariscenti di un’opera pubblica da inaugurare. Ma non bisogna trascurare anche un aspetto più generale ma non meno importante: la formazione scientifica non riguarda solo la ricerca ma si ripercuote sulla cultura generale potenziandone gli aspetti logici e razionali. ALBERTO OLIVERIO IM 19

 

 

 

Francoforte. Il “Corriere d’Italia” chiede le dimissioni del sottosegretario Mantica

 

“Caro Mantica, perché non te ne vai?” Con questo provocatorio titolo, che è  una pressante anche se retorica richiesta, il mensile di Francoforte della Delegazione degli Italiani in Germania apre il primo numero del nuovo anno. Ecco l’articolo, scritto sotto forma di lettera, con il Lei e l’aggettivo Suo/a sempre in maiuscolo, come si conviene tra gentiluomini. Solo i saluti finali sono rimasti nella penna dell’autore

 

Caro senatore, chi scrive non è abituato a chiedere le dimissioni di nessuno. Lo considero uno sport nazionale per nullafacenti.

In Italia tutti chiedono le dimissioni di tutti, ma nessuno si dimette mai. Tuttavia vorrei fare una eccezione, ben sapendo che Lei non mi ascolterà, e perché dovrebbe? Vorrei chiederLe di andarsene, senatore. Veda, mai, dico mai, a memoria d’elefante, mai s’era visto un disprezzo tale nei confronti degli italiani all’estero da parte della politica italiana. Mai s’era vista una tale sufficienza, una tale arroganza, una tale mancanza di interesse per i problemi della gente. Mai s’era vista tanta baldanza nel prendere per i fondelli il bisognoso, il genitore, l’imprenditore, il fruitore di servizi, il ristoratore e il suo cliente.

Veda, caro senatore, non è questione di partito, anzi, sono convinto che più i partiti italiani -tutti-terranno le mani lontane dall’emigrazione, meglio sarà per l’emigrazione. Non è questione di partito, dicevo, ma, senatore, chi si riconosce nel Centrodestra ha ancora in mente Tremaglia, che ha con Lei la stessa relazione che ha il gigante con la formica. E chi si riconosce nel Centrosinistra ricorda Danieli, Fassino. Altri giganti, sui quali si può dire tutto, ma non che abbiano disprezzato come fa Lei l’emigrazione.

Non si sono fatti mai portaacqua della diplomazia a scapito della gente comune, come fa Lei. Lei è riuscito, come nessuno, a compattare il Cgie. Destra e Sinistra, tutti insieme. Contro di Lei. Amici e nemici, tutti insieme. Contro di Lei e la Sua politica. E non c’è da meravigliarsene. Chi ha sentito la relazione del governo, all’ultima assemblea del Cgie; una relazione letta non da Lei, bensì da un funzionario; una relazione che sembrava un tema di terza media, e neanche dei migliori; chi l’ha sentita, quella relazione, dicevo, non può meravigliarsene.

Le relazioni di Danieli, noi le pubblicavamo integralmente, senatore, così come pubblicavamo quelle di Tremaglia. Ma la Sua? Via, facciamoci una risata! Ma non voglio stendere graduatorie, né voglio ricordare i temi noti, come l’Ici, come i tagli alla lingua, all’assistenza, come le chiusure dei consolati, come il mancato riconoscimento della qualità della ristorazione come il disprezzo per la piccola imprenditoria. Ci sono riforme da fare che non costerebbero nulla al contribuente e porterebbero tanti vantaggi al Paese.

Non voglio ripetermi. Ne parliamo sempre e i nostri lettori sanno di cosa si tratta. Né voglio ritornare sulla difesa ad oltranza delle indennità dei diplomatici. In questo Lei prenderà una medaglia. Mentre sugli italiani nel mondo si tagliava come folli, i diplomatici sono riusciti, nelle loro indennità, a recuperare gli svantaggi dovuti alla svalutazione del dollaro. Una cosa, questa, che in un Paese civile, come sono perlopiù quelli nei quali noi italiani in Europa viviamo, avrebbe creato un terremoto.

Invece Lei è sempre lì, seduto imperterrito sulla Sua poltrona. È incredibile! 

Mauro Montanari CdI

 

 

 

MediaClub Germania: bilancio 2009 e novità nell’informazione italiana sui media tedeschi nel 2010

 

L’anno che ci siamo lasciati dietro non è stato un anno felice per la stampa e per l’informazione in genere.

In Italia i colleghi e amici della FNSI ( Federazione Nazionale della Stampa Italiana) hanno fatto ricorso ad una grande manifestazione nello scorso ottobre in difesa della libertà d’informazione. 

Il MediaClub Germania, affiliato sin dalla sua nascita  alla grande organizzazione  sindacale dei giornalisti italiani, ha ritenuto giusto e opportuno associarsi , con un comunicato, alla protesta  della FNSI manifestando la propria solidarietà.

In Italia, inoltre,  basta visitare il sito della FNSI per rendersi conto delle massicce  minacce che gravano  anche a livello occupazionale sul giornalismo italiano.

Pur a livelli non paragonabili alla situazione dell’informazione italiana,  in Germania  il caso Roland Koch-Nikolaus Brender è risuonato come allarmante segnale di una crescente e sfacciata influenza del potere politico sull’informazione anche in questo paese.

Il 2009 è stato deludente anche per tutti quelli che come noi sperano e si impegnano affinchè i media in Germania rispecchino in modo più adeguato la realtà multiculturale raggiunta dalla societá tedesca.

Esso si era aperto con la fine di Radiomultikulti di Berlino e si è chiuso con l’eliminazione delle trasmissioni in lingua straniera, tra cui anche quelle in italiano, da parte dell’Hessischer Rundfunk. 

Le numerose proteste e persino interventi a livello politico e diplomatico per le comunità particolarmente colpite come quella greca e spagnola, non hanno fatto recedere dalla sua decisione l’ente radiotelevisivo dell’Assia. Il MediaClub Germania, oltre ad essersi associato alla protesta, ha inviato all’ Intendant  Helmuth  Reitze e al direttore dei programmi radiofonici Heinz Sommer un’ulteriore lettera in cui si proponeva un’audizione pubblica con i rappresentanti  di istituzioni e associazioni  politiche, sindacali e religiose delle comunità straniere per un confronto sull’utilità e attualità delle trasmissioni  in lingua.

La risposta del Dr. Sommer è stata disarmante. La proposta è stata rifiutata, viene negata nella lettera qualsiasi utilità di queste trasmissioni e persino la necessità di una maggiore presenza di cittadini di origine straniera nei media tedeschi.

Dopo questo tentativo il MediaClub ha proposto l’idea di un’ audizione pubblica all’AMKA (Amt für multikulturelle Angelegenheiten) di Francoforte.

Mentre eravamo in trattativa siamo venuti a conoscenza di un convegno su temi analoghi organizzato per 22 e 23 gennaio a Arnoldshain, vicino Francoforte, dall’Evangelische Akademie. Con l’Amka abbiamo deciso di attendere per primo risultati e risonanza di questo convegno per muoverci eventualmente su altre basi. La richiesta del MediaClub presso gli organizzatori del convegno di essere inseriti nel programma per un intervento non è stata accolta ufficialmente in quanto saremmo gli unici a rappresentare un gruppo nazionale. Essendo  il convegno costituito da varie tavole rotonde e dibattiti sarà però possible presentarci e intervenire. Una copia del manifestino del convegno la trovate allegata a questa email.

 

Altra informazione: cambiamenti anche presso il WDR Funkhaus Europa, in parte come conseguenza della soppressione delle trasmissioni greca  e spagnola da parte dell’HR che venivano ritrasmesse anche dal WDR. La trasmissione domenicale di due ore Al Dente verrà soppressa insieme ad altre trasmissioni in lingua turca e altre nel quadro di una riforma generale dei programmi.

 

La perdita di Al dente verrà compensata con l’ampliamento della serale Radio Colonia che passerá da 30 minuti ad un’ora di trasmissione dal lunedi al venerdì. Queste sono le informazioni confermate dalla risposta della direzione radiofonica del WDR inviata a tutti coloro che avevano inoltrato lettere di protesta

 

Oltre a lavorare per organizzare nell’anno che si è aperto iniziative di sensibilizzazione sulle problematiche dell’informazione per le comunità di stranieri in Germania il MediaClub presenterà in alcune  città entro la prima metà del 2010 il suo quaderno dal titolo: “Media e società in Italia e Germania”, stampa, radiotelevisione e nuovi media in un confronto fra due paesi europei.

Lo scopo sará quello di trovare i mezzi  per la sua stampa e presentare il lavoro anche a varie istanze. Ricordiamo infatti che  il layout di  “Media e Società” è già pronto sia in italiano che in  tedesco ma che non è stato possible l’anno scorso reperire circa 5000/6000 € per la sua stampa dopo che il Consolato di Colonia aveva negato il finanziamento già previsto per la sua pubblicazione  non ritenendola di natura informativa ma “saggistica”. Facciamo  anche presente che  l’opera era stata concepita a scopo informativo e didattico per essere distribuita gratuitamente  nelle scuole, universitá, media e associazioni italiane.

Renzo Brizzi, presidente del MediaClubGermania (de.it.press)

 

 

 

 

Chiusura del Consolato di Amburgo: interrogazione degli on.li Narducci (PD) e Di Biagio (PDL)

 

Gli on.liNarducci e Di Biagio hanno presentato una interrogazione al Ministro degli Affari Esteri nella quale chiedono se, nell’ambito del previsto piano di razionalizzazione della rete consolare, “si intende analizzare la particolare questione del Consolato Generale di Amburgo” e  quindi contestualmente “quali iniziative si intende predisporre al fine di evitare la chiusura della struttura consolare e garantire il mantenimento dei servizi di supporto e di coordinamento amministrativo, istituzionale ed economico che il Consolato svolge”.

 

La richiesta di approfondimento del “caso Amburgo” avanzata da Di Biagio e Narducci è fortemente motivata da ragioni oggettive e strategiche tanto che, come scrivono i parlamentari, “la paventata chiusura del Consolato generale di Amburgo in Germania rappresenterebbe un pesante limite alla tenuta e alla implementazione delle relazioni e dei progetti economici italiani in una città dall’elevato valore strategico nel comparto navale e sul versante della ricerca e dell’industria”.

Inoltre il valore di una presenza consolare italiana è stata sottolineato recentemente, oltre che dai connazionali riuniti nel  “Comitato salviamo Amburgo”, anche da una delegazione, composta da parlamentari del Land di Amburgo e presieduta dal Presidente Berndt Roeder, che, il 13 e 14 gennaio 2010, “ha inteso incontrare i referenti istituzionali italiani della Camera, del Senato e del Ministero degli Affari Esteri al fine di evidenziare le criticità che un eventuale ritiro istituzionale del nostro Paese dalla città di Amburgo potrebbe condizionare”.

“Il coinvolgimento e il sentito interessamento della 4° carica istituzionale tedesca, supportata da una nutrita delegazione di parlamentari tedeschi bipartisan - fanno notare i due parlamentari italiani - lascia emergere il carattere critico e soprattutto poco coerente e condiviso che una scelta organizzativa  - come quella progettata dal MAE - potrebbe lasciar emergere soprattutto nei rapporti tra Berlino e Roma”. De.it.press

 

 

 

 

Consolato di Amburgo. La risposta del Governo: insoddisfacente.

 

Narducci apprezza gli sforzi del governo ma non li ritiene soddisfacenti per le esigenze della comunità italiana residente nella città anseatica.

 

La Commissione affari esteri ha affrontato ieri mercoledì 20 gennaio la spinosa questione inerente la chiusura  del Consolato generale di Amburgo, discutendo  l’interrogazione bipartisan presentata dagli on.li Narducci e Di Biagio che, preoccupati della paventata chiusura del Consolato della città anseatica, avevano sollecitato il governo a dare una delucidazione in merito.

A rispondere agli interroganti è stato il Sottosegretario di Stato agli affari esteri, on. Stefania Craxi, che ha fatto notare che, per quanto riguarda il processo di razionalizzazione della rete consolare, il MAE ha ancora in corso approfondimenti tesi ad individuare le modalità per assicurare, prioritariamente, “attenzione alla cura dei servizi alle collettività italiane” mantenendo un alto livello qualitativo come per altro evidenziato con la Risoluzione Narducci approvata dalla Commissione esteri il 21 luglio del 2009.

Più nello specifico, e cioè per quanto riguarda Amburgo, il rappresentante del governo ha sottolineato che è esclusa la possibilità di mantenere attiva la Sede consolare “nella sua attuale configurazione” e pertanto si stanno studiando “soluzioni alternative ai fini della salvaguardia dei rapporti economico-commerciali fra l’Italia ed il nord della Germania, nonché dei livelli di assistenza ai nostri connazionali”.

Il Governo ha confermato l’impegno al “rafforzamento delle sedi consolari che riceveranno le competenze degli Uffici in chiusura” e a prendere in esame “l’istituzione in loco di adeguate strutture sostitutive degli uffici in chiusura”. Nella risposta, inoltre, il Governo ha precisato che la delegazione istituzionale tedesca del Land di Amburgo, ospitata dalla Commissione affari esteri in audizione informale la scorsa settimana, e successivamente presso il Ministero degli esteri stesso, sono stati “rassicurati sulla volontà di mantenere comunque una presenza istituzionale anche attraverso il ruolo, eventualmente rafforzato, del locale Istituto di Cultura”, prospettando anche la possibilità di soluzioni alternative come un “eventuale “Sportello consolare” oppure l’istituzione in loco di un “Ufficio consolare onorario”.

Ipotesi ritenuto non proprio soddisfazione dall’on. Narducci che nel suo intervento di replica, pur registrando lo sforzo apprezzabile del Governo teso a garantire continuità nei sevizi ai connazionali, ha evidenziato l’impraticabilità di caricare di ulteriori compiti l’Istituto di Cultura locale che oltre a dover far fronte al drastico taglio delle risorse economiche contemplato nella manovra economica triennale, non ha certamente le competenze e il necessario know-how per farsi carico di ulteriori mansioni e concretizzare gli obiettivi strategici che l’Italia deve perseguire con forza per promuovere il proprio sistema economico e industriale. Un obiettivo che costituisce uno degli elementi innovativi della riforma del MAE che a breve sarà discussa dal Parlamento, ma che difficilmente produrrà i risultati teorizzati se in pari tempo si smantellano le rappresentanze dello Stato. Amburgo rappresenta un forte polo economico, grazie al grande sforzo di riconversione prodotto nell’ultimo decennio, e le relazioni con l’Italia sono ottime, come ha sottolineato la responsabile degli affari internazionali della locale Camera di Commercio durante l’audizione in Commissione affari esteri; cancellare la presenza del nostro Paese nella città anseatica “sarebbe un vero e proprio autogol” ha concluso Narducci. De.it.press

 

 

 

Francoforte. Riprendono gli “Incontri Italiani” del Circolo PD. I temi odierni

 

Dopo l’incontro pubblico di sabato scorso presso il Circolo famiglie italiane di  Gross Gerau, al quale ha partecipato come relatore il coordinatore del Circolo  PD di Francoforte Michele Santoriello, riprendono le attività politiche e gli incontri aperti a iscritti e simpatizzanti del Circolo Pd di Francoforte con la riunione di giovedí 21 gennaio 2010, alle ore 18.30, presso il bistrò CASA VIP (Oeder Weg 66).

I temi all’ordine del giorno saranno:  la Finanziaria 2010 e gli ulteriori tagli alle risorse per i capitoli di spesa per gli italiani all'estero,  la proposta di legge sugli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero Comites e CGIE , la  partecipazione alla giornata sui diritti degli immigrati del 1° marzo,  le elezioni regionali in Italia nonchè il programma delle iniziative febbraio-aprile 2010 del  PD di  Francoforte.

Il Circolo del PD della città sul Meno organizza infatti, oltre alle riunioni strettamente politiche, almeno due volte al mese, sempre il giovedì alle ore 18.30, un momento di incontro-dibattito denominato “Incontri Italiani” con relazioni e discussioni su temi economico-finanziari, legali, culturali e sociali. Il calendario degli incontri è consultabile sul sito www.tavola-rotonda.de

La segreteria (Circolo PD di Francoforte)

 

 

 

A Berlino oggi tavola rotonda su Bilingualität als Zukunftschance - zur Entwicklung der Europaschulen

 

Berlino - Verba Volant e.V. - Associazione per la promozione dell´educazione bilingue - e ComItEs (Comitato degli italiani all'estero) di Berlino-Brandeburgo

invitano alla tavola rotonda sul tema: Bilingualität als Zukunftschance - zur Entwicklung der Europaschulen in Berlin. La manifestazione ha luogo oggi giovedì 21 gennaio, alle ore 19:00 presso il Konferenzraum della Heinz-Schwarzkopf-Stiftung (Sophienstr. 28 - 29, 10178 Berlin).

Parteciperanno: Özcan Mutlu, deputato portavoce per le politiche dell?istruzione, Bündnis 90 / Die Grünen; Sascha Steuer, deputato portavoce per le politiche dell?istruzione, CDU; Dott.sa Christa Preissing, coatruice del “Berliner Bildungsprogramm”, direttrice dell?istituto ISTA (Institut für den Situationsansatz) alla Freie Universität di Berlino; Dott.sa Edith Pichler, esperta di immigrazione

Moderatore: Axel Jürs, giornalista.

Pur ricevendo poca attenzione nella discussione sulla riforma scolastica, il modello berlinese della “Europaschule” ottiene buoni risultati. Talmente buoni che molti genitori, in un?Europa sempre più unita, prediligono questa tipologia di scuola per i propri figli e vi intravedono una porta aperta verso il futuro.

Un impulso concreto per una nuova “Europaschule” viene dall?associazione Verba Volant e.V., che convoglia l?interesse dei genitori per l?apertura di una scuola statale italo-tedesca nel centro di Berlino. Un?iniziativa che ha già fatto scalpore alla “Festa d?Estate” con cui, pochi mesi fa, l?associazione si è presentata.

Come si evolverà l?“Europaschule”? Le sarà concesso di consolidare i successi ottenuti con l?istruzione bilingue a partire dai più piccoli? Su quale appoggio politico potrà contare? E qual è il ruolo delle Ambasciate? Quale futuro si auspicano gli esperti di formazione per questo modello scolastico, che in altri Länder al di fuori di Berlino riceve molto apprezzamento?

I partecipanti alla tavola rotonda cercheranno di dare una risposta a queste e alle Sue

domande, con la partecipazione del pubblico.

Info: info@verbavolant.de, www.verbavolant.de (de.it.press)

 

 

 

 

Colonia. "Vivere insieme", concorso fotografico del Caritasverband

 

Colonia - Il "Caritasverband" di Colonia ha indetto un concorso fotografico dal titolo "ZusammenLeben" cioè "Vivere insieme" che ha come obiettivo quello di "tematizzare e testimoniare, attraverso la fotografia, il volto reale dell’integrazione, ovvero il vissuto di persone con origini e culture diverse che ogni giorno si incontrano e interagiscono tra di loro".

A segnalarlo ai connazionali residenti sia Colonia che nella circoscrizione è il Comites presieduto da Rosella Benati, che nell’ultima edizione del suo bollettino spiega che le foto dovrebbero catturare proprio le differenze, ma anche i punti in comune, tra i circa 15 milioni di cittadini con origini migratorie che vivono in Germania e i tedeschi.

Il concorso è suddiviso in due sezioni: "giovani" e "adulti". In palio per gli "under 21" la partecipazione ad un Workshop di fotografia; per gli adulti, invece, un buono di 1000 euro per l’acquisto di apparecchiature fotografiche.

Il termine ultimo per l’invio delle foto è il 31 marzo prossimo. L’intero bando del concorso è online all’indirizzo www.dieGesellschafter.de. (aise)

 

 

 

 

“L’italia a Francoforte” in festa venerdì 22 gennaio

 

Francoforte - Venerdì 22 gennaio con inizio alle ore 17.30, nel foyer del Museo delle Arti Applicate - MAK- (Schaumaimkai 17, telefono: 069 21234037 ) avrà luogo una festa dedicata ai bambini che, insieme ai loro genitori, hanno preso parte al programma culturale “l’italia a francoforte” (edizione 2009), un viaggio attraverso i musei di Francoforte alla scoperta delle opere d’arte italiane che arricchiscono la città sul Meno.

Una manifestazione in collaborazione con la città di Francoforte, il Consolato Generale d’Italia,  l' Istituto Italiano di Cultura, il Comites di Francoforte e la Si-Fra.

Ulteriori informazion si possono avere presso la Rosa Maria Liguori Pace (curatrice del progetto), al tel. 069/75306 611. Luciana Mella, de.it.press

 

 

 

L’assessore all’Agricoltura della Provincia di Bolzano Hans Berger alla "Grüne Woche" di Berlino

 

Berlino - La difesa dello spazio rurale, la situazione nel settore lattiero-caseario e l’educazione alimentare sono stati i temi discussi dall’assessore all’Agricoltura della Provincia di Bolzano, Hans Berger, il 15 gennaio scorso con quattro ministri a Berlino all’apertura della "Grüne Woche", la più grande rassegna agricola mondiale.

Con il ministro all'agricoltura di Germania Ilse Aigner, Berger ha approfondito la questione di una sana educazione alimentare e le iniziative in atto. "In Alto Adige", ha detto, "l'attenzione alla qualità dei generi alimentari è sempre una priorità e nella scuola l'educazione ad una corretta nutrizione merita di essere ulteriormente potenziata".

L'assessore provinciale ha incontrato a Berlino anche il ministro norvegese Lars Peder Brekk e i rappresentanti del governo austriaco, il vicecancelliere Josef Pröll e il ministro all'agricoltura Nikolaus Berlakovich, con i quali ha affrontato il tema dello sviluppo del settore lattiero-caseario. "La situazione in Alto Adige", ha precisato, "è ancora rosea sul piano economico, considerato che in Germania vengono pagati 22 cent per litro conferito e in provincia di Bolzano circa il doppio".

Nei diversi colloqui è emerso l'elevato livello di collaborazione tra agricoltura e turismo esistente in Alto Adige, "una cooperazione che altre realtà europee ci invidiano", conferma Berger. "Nel futuro pacchetto UE per l'agricoltura", hanno infine convenuto assessore e ministri, "le prestazioni del settore per l'interesse pubblico dovranno trovare maggiore considerazione". (aise) 

 

 

 

 

Collettiva di artisti italiani alla Infantellina Contemporary di Berlino (30.1.-26.2.)

 

Dal 30 Gennaio 2010 al 26 Febbraio 2010, Infantellina Contemporary, la prima e unica galleria berlinese a presentare 100% arte italiana contemporanea, inaugura l'esposizione collettiva "On Sale", con : Elena Amodeo, Domino, Beatrice Feo, Gaetano Franzese, Leonardo Martellucci, Daniela Rosignoli, Marta Valls. Special Guest: Judith Sturm. Il vernissage inizia alle ore 18.

 

Da sempre l'arte è stata messa a disposizione per il piacere dello spettatore.

Artisti italiani come Leonardo da Vinci, Michelangelo, Caravaggio (potremmo continuare con un elenco senza fine) hanno creato opere sublimando immagini e concetti; gli scopi dell'esposizione sono stati, nel tempo, i più disparati tra cui i principali: esaltazione di personaggi e casate, propaganda politica/ideologica/religiosa nei tempi in cui i media non esistevano.

Nel nostro tempo gli artisti hanno finalmente ottenuto e raggiunto l'indipendenza e la libertà di proporre il proprio pensiero senza sotterfugi.

Le figure dei committenti del passato sono state, in parte, sostituite: gli artisti si propongono al pubblico in modo diretto o tramite le gallerie ed i curatori.

Oggi come ieri il piacere principale di ogni „creatore“ è essere consapevole che un collezionista, affascinato dall'opera, ha optato per la sua acquisizione: ogni opera rappresenta un pezzo di anima che l'artista ha traslato sulla, e con la, materia.

La prima domanda dell'artista notiziato di una nuova vendita è : chi?

La curiosità di sapere e conoscere la personalità di chi ti ha scelto sorpassa la gioia per il mero guadagno (pur non dimenticando l'importanza di questo aspetto che permette, spesso, il finanziamento delle nuove produzioni e l'esplosione di nuovi stimoli).

Questo è il motivo del titolo, volutamente ironico, che I-C ha scelto per la mostra che apre la stagione 2010.

Infantellina Contemporary, Taubenstraße 20 – 22 (am Gendarmenmarkt), 10117 Berlin, T: 0049(0)30-92210407, www.infantellina-contemporary.com (de.it.press)

 

 

 

 

 

Monaco di Baviera. L'Istituto Italiano di Cultura nella “Giornata della Memoria” 

 

Monaco di Baviera - Nell'ambito della »Giornata della Memoria« l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera invita  all'incontro con l'autrice Dorothea Heiser »La mia ombra a Dachau - Poesie dei deportati raccolte e commentate da Dorothea Heiser«. L'evento avrà luogo mercoledì, 27 gennaio 2010, alle ore 18, presso l’Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, a Monaco di Baviera.

Incontro con l'autrice Dorothea Heiser »La mia ombra a Dachau - Poesie dei deportati raccolte e commentate da Dorothea Heiser«

Alla ricerca dei sopravvissuti del campo di concentramento di Dachau, Dorothea Heiser stringe numerosi e intensi contatti e conosce la poesia degli ex-deportati. L'autrice ha raccolto le poesie e le ha pubblicate nel 1994 unitamente alle biografie dei loro autori nell'antologia La mia ombra a Dachau - Poesie dei deportati raccolte e commentate da Dorothea Heiser (Mursia Milano, 1997).

 

Farà seguito la proiezione del film "Memoria", regia di Ruggero Gabbai, Italia 1997, 91. min., VO con sottotitoli in inglese - alla presenza del regista. Ingresso libero con prenotazione attraverso la pagina internet www.iicmonaco.esteri.it, nella rubrica “Calendario”, oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la Gesellschaft zur Förderung jüdischer Kultur und Tradition e.V. di Monaco di Baviera e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano

Tra il 1943 e il 1945 furono deportati 8500 ebrei italiani: circa 800 sono sopravvissuti. Cinquant'anni dopo, novanta di loro erano ancora in grado di raccontare i loro ricordi; non con odio, ma con lucidità e tanta commozione per i loro cari che nei campi di concentramento trovarono la morte. Un film-documentario che lascia la parola alle vittime con estrema sensibilità, rispettando il loro dolore.

IIC-München, de.it.press

      

 

 

 

Anna Finocchiaro (Pd) incontra gli italiani in Svizzera e Germania (Wolfsburg)

 

La senatrice del Partito Democratico, Anna Finocchiaro, ha incontrato nei giorni scorsi la comunità italiana residente in Svizzera e in Germania. Con lei, il senatore del Pd eletto in Europa, Claudio Micheloni. Ecco la cronaca del tour

 

Dopo la tappa nel Canton Zurigo, si sono conclusi sabato sera nella città della Volkswagen gli incontri della Senatrice Anna Finocchiaro Presidente del Gruppo PD al Senato. Due giorni di intensi contatti con la collettività italiana residente in Svizzera e in Germania, con esponenti del Partito socialista svizzero e dell’SPD di Wolfsburg e della Bassa Sassonia.

Oltre 250 persone hanno accolto venerdì sera 15 gennaio Anna Finocchiaro nella Sala comunale di Uster. A far gli onori di casa il Sindaco di Uster, Martin Bornhauser, che nel suo intervento non si è limitato ad indirizzare alla Senatrice e ai partecipanti il saluto del consiglio comunale, ma ha sottolineato il valore della visita di Anna Finocchiaro, considerata segno tangibile di un’attitudine che oltrepassa le frontiere. Frontiere che secondo il sindaco sono quelle che distinguono tolleranza e intolleranza, spirito aperto e bieco campanilismo, riconoscimento dell’altro ed ottuso egoismo. “Valori che segnano una comunità e che non sono legati ad un passaporto”. Parole quelle del sindaco che la Senatrice, ha molto apprezzato suggerendo che d’ora in avanti: “nell’incontro con il prossimo non dovremmo porre la domanda standard: cosa fai (di professione), bensì chiedere chi sei?”

 

Presenti all’assemblea, moderata dal giornalista Giangi Cretti, il Sen. Claudio Micheloni, il presidente uscente della Colonia libera di Uster Valerio Modolo e la neo-eletta presidente Carmela Damante, il Presidente del Comites Paolo Da Costa e il Segretario del PD Svizzera Michele Schiavone.

Numerose sono state le sollecitazioni giunte dal pubblico: attento e al contempo affettuoso. Dal canto suo Anna Finocchiaro toccata da “un’accoglienza così calorosa e familiare”, evidenziando le criticità dell’attuale politica di governo, rilevando come le strutture della nostra politica siano arcaiche e ormai obsolete, ha invitato i convenuti a trasmettere alla politica italiana i valori moderni di tolleranza, indulgenza e la volontà di accogliere il diverso, il migrante.

 

Commentando l’incontro l’autorevole quotidiano svizzero, il Tages-Anzeiger, ha titolato: Un vulcano italiano nella sala comunale di Uster.

La tappa in terra elvetica di Anna Finocchiaro era iniziata nel pomeriggio con una serie di interviste e con una conferenza stampa, al termine della quale la Senatrice si è spostata a Dietikon, cittadina in periferia di Zurigo, dove ha partecipato ad un comizio elettorale, a sostegno di Angela Gullo, giovane di origine italiana, candidata alle locali elezioni amministrative. Nell’occasione ha dialogato con il Segretario del Partito socialista svizzero di Dietikon, Rolf Steiner, convenendo sulla necessità di partecipazione attiva alla vita politica del Paese d’accoglienza.

 

Il giorno successivo, sempre accompagnata dal Senatore Claudio Micheloni, Anna Finocchiaro si è recata a Wolfsburg in Germania, dove nel corso di un ricevimento nel Castello cittadino, ha incontrato il Sindaco Prof. Rolf Schnellecke. Presenti, tra gli altri, anche l’assessore alle politiche giovanili, Klaus Mohrs, i consiglieri comunali Rocco Artale e Antonio Zanfino, i Segretari del PD di Wolfsburg e di Hannover, Silvestro Gurrieri e Santo Vitellaro, la reggente del Consolato Generale di Hannover, la Dott.ssa Maria Luisa Cuccaro Fantini, il Dott. Stefano Jorio, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Wolfsburg, il Deputato SPD del Land Bassa Sassonia, Klaus Schneck e l’agente consolare Gesuino Atzori.

La Senatrice ha lodato l’impegno e il lavoro esemplare del sindaco Schnellecke e del Consiglio comunale in materia di politiche d’integrazione, reiterando l’invito, già avanzato dal Sen. Micheloni, ad un incontro a Roma con il Presidente della Commissione Affari esteri e emigrazione del Senato, Sen. Lamberto Dini, e con i componenti della stessa Commissione, nonché con i parlamentari impegnati in Italia nelle politiche d’immigrazione. Un incontro previsto per la prossima primavera. Anna Finocchiaro ha colto l’occasione per ringraziare il Sindaco per il cospicuo contributo offerto alla città di Popoli (PE) nella ricostruzione della scuola media, parzialmente distrutta dal sisma del 6 aprile 2009. Infine, ha promesso di adoperarsi per la risoluzione dei problemi della scuola italo-tedesca di Wolfsurg, sottolineando la portata storica e innovativa del progetto formativo avviato qualche decennio fa.

Nell’incontro, avvenuto a margine del ricevimento, con gli esponenti del Partito socialdemocratico tedesco di Wolfsburg, si sono trattati temi comuni all’SPD e al Partito democratico italiano, gettando le basi per una più intensa collaborazione tra SPD e PD nell’interesse della comunità tutta.

La giornata di sabato si è conclusa con un’assemblea pubblica nella sala della Biblioteca di Wolfsburg (nella Alvar Aalto Kulturhaus) gremita da un pubblico italiano caloroso e vivace. Anna Finocchiaro, toccata dalla solidarietà manifestata nei confronti degli immigrati di Rosarno, sia a Wolfsburg che a Uster, ha affermato: “voi siete l’anima vera, non corrotta, dell’Italia”. Parole accolte da un lungo applauso.

Un breve incontro con il gruppo donne del PD di Wolfsburg e uno spettacolo colorito offerto dal Gruppo folcloristico siciliano “Lu Carrettu” di Wolfsburg, hanno posto fine alla visita.  Italia chiama Italia

 

 

 

Nomi e attività delle famiglie mafiose in Germania nel libro „Mafia export“

 

Il gruppo parlamentare della SPD nel Nordreno-Vestfalia ha invitato il governo ad intervenire più decisamente per contrastare la diffusione di ogni mafia.

 

Colonia - Secondo i deputati della SPD il governo del Land non prende sufficientemente sul serio il problema delle mafie. Nonostante la strage di Duisburg, si continua a non considerare la presenza di organizzazioni criminali italiane nel Nordreno-Vestfalia un pericolo concreto. La penetrazione della mafia e soprattutto della 'ndrangheta in Germania e in altri paesi del mondo prosegue indisturbata, sostiene Franco Forgione. L'ex parlamentare di Rifondazione Comunista ed ex presidente della commissione parlamentare antimafia ha pubblicato di recente sul tema un libro dal titolo "Mafia Export". Con delle carte geocriminali, delle mappe della presenza mafiosa, l'autore ha documentato nomi e attività delle famiglie mafiose presenti in Germania. "Le mafie vanno cercate e contrastate non quando insanguinano le strade ma quando fanno vivere il mutismo delle armi", sostiene Forgione nell'intervista rilasciata ai microfoni di Radio Colonia nella trasmissione del 18 gennaio. Per ascoltare l'intervista a Francesco Forgione clicca su

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2010/100118_forgionemafiaexport.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2010/100118_forgionemafiaexport.m p3. RC, de.it.press

 

 

 

 

Esce a Berlino a fine gennaio “Fra Amici a tavola”, magazine per gli amanti della cucina italiana

 

Berlino – Uscirà alla fine di gennaio la nuova iniziativa editoriale di “Amici del Ciao Italia” di Berlino, associazione di imprenditori legati al mondo della gastronomia e della ristorazione italiana nel mondo. Il magazine si intitolerà “Fra Amici a tavola” ed è dedicato a tutti gli estimatori della cucina italiana presenti a Berlino e non solo.

Il primo numero illustra scopi e finalità dell’associazione tedesca presieduta da Mario Ferrera, proponendo inoltre la presentazione di una città – si comincia con la capitale, Roma – e la descrizione di una nota ricetta ad essa legata: i Saltimbocca alla romana. Spazio anche ad uno dei piatti simbolo dell’Italia in tutto il mondo: la pizza.

La pubblicazione fornisce inoltre una vetrina dei locali italiani presenti a Berlino e una lista di appuntamenti in città legati alla gastronomia nazionale.

Il sito internet dell’associazione è: www.amicidelciaoitalia.de. (Inform)

 

 

 

 

 

Dortmund. Online il primo calendario interculturale del Comites

 

 

Dortmund - Presentato a fine dicembre, è ora disponibile online il primo calendario interculturale nato da un’iniziativa del Comites di Dortmund presieduto da Marilena Rossi e realizzato con gli elaborati di 300 studenti di origine italiana della Vestfalia coinvolti nel progetto in occasione della giornata internazionale della lingua madre.

"Sono due la lingua madre" il titolo dato al progetto portato avanti dal Comites con il supporto del locale ufficio scolastico del Consolato d’Italia. È stato chiesto ai giovani d’origine italiana della circoscrizione consolare, in occasione della Giornata internazionale della lingua madre, di mettere a fuoco l’importanza delle proprie radici, del parlare e comprendere più lingue in un’Europa dalle molte culture. Alla proposta hanno partecipato quasi 300 studenti d’origine italiana della Vestfalia inviando 165 elaborati: dagli accurati disegni ricchi di simbologie e riferimenti, alle filastrocche e ai giochi linguistici, da poesie e canzoni, fino ai componimenti e alla presentazione in power point dove sonoro, immagini e testo presentano stati d’animo e conquiste linguistiche e culturali non indifferenti.

Tutto il materiale è confluito nel calendario che è stato distribuito a tutti gli alunni dei corsi di lingua e cultura, a patronati, missioni ed associazioni italiane della Circoscrizione Consolare di Dortmund e che ora è disponibile online sul sito www.comites-dortmund.de. (aise)

 

 

 

 

A Stoccarda la mecca delle vacanze. In corso la CMT. Cala l’interesse per l’Italia

 

Stoccarda - E’ in corso a Stoccarda la Caravan Motor Touristik (CMT). La fiera, che si concluderà domenica 24 gennaio, offre un ampio ventaglio di offerta turistica. 1850 espositori di 95 paesi del mondo cercano di accaparrarsi una fetta del mercato tedesco.

Prevalgono le richieste per la Turchia, Spagna e Paesi scandinavi. Cala l’interesse per l’Italia. Reggono i campeggi e le regioni del nord Adriatico.

La CMT è la fiera turistica col più alto afflusso di visitatori in Europa. La media è di almeno 200.000 ad edizione.

Questa caratteristica spinge sempre più paesi con vocazione turistica a mettere in vetrina il meglio delle proprie bellezze naturali, patrimonio artistico e paesaggistico a prezzi accessibili.

Ormai molti operatori stranieri hanno capito che in Germania c’è aria di crisi economica e che il tedesco, pur non volendo rinunciare alla vacanza, gira e rigira più volte l’euro. Alla fine decide per le mete che offrono qualità a prezzi accettabili.

Questo atteggiamento ha fatto lievitare il flusso turistico tedesco verso la Spagna, la Turchia ed ex Jugoslavia, a scapito dell’Italia, della Francia e della Grecia che un tempo erano paesi di grande richiamo di tedeschi. I governi di questi paesi hanno purtroppo abbassato la guardia ed i turisti hanno cominciato a voltargli le spalle.

 

Per quanto riguarda l’Italia, tanto i governi di centro-sinistra che di centro-destra si sono impegnati più sulle beghe politiche interne che sulla politica di riqualificazione del territorio, dell’ammodernamento delle strutture ed infrastrutture, sull’efficienza degli enti locali e la cura del cliente che porta soldi e possibilità occupazionali non solo all’albergatore ma a tutta la vasta gamma dei servizi e dell’indotto.

Ma mentre i voli low cost dalla Germania crescono verso la Spagna e la Turchia, verso l’Italia invece calano o si cancellano addirittura.

E’ stato ridotto il numero di voli per Venezia, Rimini, Bari, Lamezia, Catania, Palermo, Napoli, Roma, Olbia e Cagliari.

Dal sud della Germania sono stati cancellati i vettori verso Verona, Bergamo, Bologna sono spariti i vettori Forlì, Ancona, Pescara e Pisa.

La TUI, che è il colosso tedesco dei movimenti turistici di massa, è entrata in gioco con forti capitali in compagnie di voli charter e in catene di grandi alberghi in Spagna e in Turchia. E’ ovvio, quindi, che la politica dei movimenti turistici sia indirizzata verso questi due paesi.

La grande fortuna dell’Italia restano i campeggi che negli ultimi anni hanno migliorato la qualità con forti investimenti, le città d’arte, i grandi laghi (Maggiore, Como e Garda) e le regioni dell’Adriatico settentrionale: Friuli Venezia Giulia, Veneto ed Emilia Romagna. Queste hanno avuto la capacità di mettere assieme albergatori e bagnini per confezionare un pacchetto del “tutto compreso”.

L’Emilia Romagna, oltre agli sconti per le famiglie con bambini piccoli, offre un contributo di 1.000 euro alle agenzie tedesche che inviano pullman con turisti che si fermano almeno tre giorni in una località emiliano - romagnola.

Altri particolari sono nel servizio audio:  http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5878050/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/3tm7gw/index.html

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Monaco, pc positivo al controllo antibomba. Il proprietario, fermato al controllo, è fuggito

 

Monaco di Baviera - La scoperta di un pc portatile risultato positivo al test esplosivo ha fatto scattare l'allarme all'aeroporto di Monaco di Baviera. L'area dello scalo è stata immediatamente sigillato. L'aeroporto è stato parzialmente evacuato.

 

L'allarme è scattato quando un uomo, intorno alle 15.30 di questo pomeriggio, ha effettuato il controllo per accedere all'area di imbarco dell'aeroporto 'Franz Josef Strauss'. Durante i controlli la polizia ha rilevato tracce di esplosivo all'interno del suo computer portatile: l'uomo si è dato immediatamente alla fuga e al momento risulta ancora in libertà. Il terminal 2 dello scalo è stato evacuato per facilitare le ricerche.

 

Un portavoce dell'aeroporto di Monaco, il secondo per importanza in Germania, ha detto che circa 12 voli interni e internazionali sono stati cancellati. Lr 20

 

 

 

 

Interventi. No all’immunità parlamentare, la Chiaromonte non sta dalla parte dei cittadini

 

Mi ha fatto molto piacere sentire Bersani e i vertici del PD dire chiaramente NO a processo breve, legittimo impedimento e nuovo Lodo Alfano.

E’stato un bel regalo di Natale che mi ha fatto ben sperare in una opposizione decisa contro le leggi ad personam che il governo sta cercando di far approvare una dopo l’altra.

Oggi però sono di nuovo preoccupata per una proposta di legge di reintrodurre l’immunità parlamentare, proposta bipartisan PD/PDL che proviene nientemeno da Franca Chiaromonte, figlia di uno storico dirigente del PC.

Doppia delusione, una donna che dovrebbe essere di sinistra e che ripropone una legge ingiusta che la società civile, i movimenti, il popolo viola e tutta l’opposizione civile compresa l’ampia base del PD (quella che ha partecipato con convinzione al NO B-day) non potrà mai approvare.

Mi chiedo perché nel PD ci siano delle forze che continuano a difendere gli interessi della casta disinteressandosi completamente  di lavoro, precariato, occupazione, riconversione industriale, ambiente, rifiuti, dissesto idrogeologico, razzismo, omofobia, xenofobia.

Non si rendono conto questi politici che stanno facendo l’esatto contrario di quello che la loro base vuole?

Mi piacerebbe che Bersani e i vertici del PD ribadissero chiaramente che i tre NO alle leggi ad personam restano dei NO e il PD intende dedicarsi esclusivamente agli interessi dei cittadini e non alle immunità per la casta.

Silvia Terribili, IdV Olanda, www.silviaterribili.org (de.it.press)

 

 

 

Interventi. Roma ci cerca solo quando vuole i nostri voti?

 

Wolsfsburg. In altri paesi europei,  i cittadini - anche quelli che vivono fuori della propria nazione - vengono trattati allo stesso modo per quanto riguarda il pagamento delle tasse. Perché quando si tratta di noi italiani residenti all'estero, non vale la stessa cosa?

L'articolo 3 della nostra Costituzione dice che i diritti sono uguali per tutti gli italiani: non si capisce perché c´é differenza tra gli italiani in Italia e quelli che vivono nel mondo. Se il Governo ha abolito l`ICI in Italia per la prima casa, a maggior ragione la si doveva eliminare per noi che - abitando fuori - veniamo solo per pochi mesi nella nostra prima casa in Italia.

Qualcuno dirá che é una abolizione facoltativa delle Regioni e Amministrazioni locali; beh, allora vuol dire che il Governo in questo modo si é lavato le mani come Pilato, lasciando gli italiani che vivono all'estero in balia di Comuni che si rifanno con le nostre tasse.

Un altro esempio sarebbe quello  delle differenze di pagamento delle quote fisse sui consumi di acqua canone spazzatura energia... In Germania le tasse sono uguali per tutti, che tu viva in Patria oppure fuori. Ed é qui che ci domandiamo quanto valiamo noi italiani residenti all'estero per il Governo Italiano, se non veniamo considerati come figli della stessa Patria.

Figli di quest'Italia che non ha  potuto dare lavoro e futuro a tanti di noi, e alla quale sentiamo comunque di appartenere piú che mai vivendo in terra straniera. Noi che diventiamo importanti quando i politici vogliono il voto, ma che veniamo dimenticati subito dopo. Noi che crediamo ancora negli ideali predicati dal Governo, che abbiamo ancora fiducia che possa cambiare qualcosa in senso positivo.

Siamo gente scomoda, ebbene sì, abbiamo problemi che vanno risolti non solo a chiacchiere; abbiamo la necessitá di sentirci accolti quando rientriamo in Italia, vogliamo sentirci non diversi quando gentilmente richiediamo i nostri diritti e invece veniamo benserviti con un “ritorna da dove sei venuto, se non sei contento", come é giá avvenuto a molti di noi.

Il 27 e 28 marzo siamo richiamti di nuovo alle urne per le votazioni Regionali e Amministrative. Strano che ora si ricordino di noi, solo perché  vogliono i nostri voti: e così per due giorni siamo tutti italiani.

Se il Governo Italiano e i Governi Regionali e i Sindaci non cambiano linea, alle prossime votazioni di marzo gli italiani residenti in Europa questa volta sapranno comportarsi, anzi sarebbe forse meglio non andare a votare per niente.

Pretendiamo troppo? Allora chiudiamo i battenti, facciamocene una ragione e continuiamo a vivere come sempre. Almeno noi nel mondo ci viviamo con o senza i Deputati e Senatori eletti all`estero. Ma che stiano alla larga da noi, anche quando vogliono il voto, perché l'italiano all`estero non é un fesso.

Mario Spanò, Italia chiama Italia

 

 

 

Le prossime Continentali del Cgie. Parteciperà anche il Comitato del Senato per le Questioni all’Estero

 

Roma - I senatori del Comitato per le Questioni all’Estero presieduto a Palazzo Madama da Giuseppe Firarello (Pdl) parteciperanno ai lavori delle Commissioni continentali del Cgie in programma dal prossimo mese di febbraio. Ciascuna delegazione sarà composta da due senatori.

La prima a riunirsi sarà la continentale per i Paesi Anglofoni coordinata da Silvana Mangione dal 12 al 14 febbraio a Johannesburg; alla tre giorni è prevista la partecipazione del senatore Nino Randazzo (Pd) eletto nella ripartizione Africa-Asia-Australia.

La continentale Europa ed Africa del Nord, il cui vice segretario è Lorenzo Losi, è stata convocata dal 18 al 20 marzo a Nizza; ai lavori dovrebbero partecipare i due eletti nella circoscrizione, Micheloni (Pd) e Di Girolamo (Pdl). Infine, dall’8 al 10 aprile si riunirà a Città del Messico la commissione Sud America coordinata da Francisco Nardelli. In questo caso dovrebbe partecipare il senatore Giordano (Pdl). (aise)

 

 

 

 

Il Ministero dell’Interno risponde ad una interrogazione sul riacquisto della cittadinanza italiana

 

  ROMA - “Dopo 18 mesi il ministero dell’Interno risponde a una interrogazione alla quale ci eravamo dati già una risposta”. “Anche per i richiedenti l’iscrizione anagrafica in Italia, ai fini del riconoscimento o del riacquisto della cittadinanza italiana jure sanguinis, si applicano le norme introdotte con la legge 28 maggio 2007, n. 68, cioè il rilascio di una semplice “dichiarazione di presenza” in luogo del permesso di soggiorno”, ha ricordato Marco Fedi. deputato del Pd eletto all’estero, commentando la risposta del Governo alla sua interrogazione.

  “Apprezziamo l’impegno a monitorare l’applicazione delle circolari 14/2008, 32/2007 e 52/2007, oltre alla possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per “attesa di cittadinanza”, ma riteniamo ancora insufficiente lo sforzo per fare in modo che vi sia un’informazione immediata, accurata e diffusa nel modo più ampio sul territorio: lo testimoniano le continue richieste di chiarimento ed intervento che riceviamo”.

  “La discussione svolta in Commissione Affari Costituzionali - ha poi osservato Fedi - ha evitato di toccare questi temi nonostante l’impegno a produrre un testo unificato di riforma della cittadinanza. Siamo lontani da un testo unificato che tenga conto della sentenza con la quale il 26 febbraio di quest'anno la Corte di cassazione ha riconosciuto alle donne italiane coniugate con cittadini stranieri prima dell'entrata in vigore della nostra Carta costituzionale il diritto di trasmettere la cittadinanza ai propri discendenti”.

  “Credo sia utile rilevare - ha concluso Fedi - come sia mancata, in questa delicata fase, l’azione del Governo tesa sia a predisporre una riforma organica della cittadinanza che tenga conto dei grandi temi vicini alle nostre comunità, dalla riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza italiana fino al superamento della discriminazione nei confronti delle donne, sia nel chiedere un eventuale stralcio di queste norme dal testo unificato per un esame distinto dagli altri temi di riforma”

  Qui di seguito la risposta del ministero dell’Interno

  “La soluzione alla problematica segnalata è da individuarsi nelle direttive che il Ministero dell'interno ha emanato già in occasione dell'entrata in vigore delle disposizioni introdotte con la legge 28 maggio 2007, n. 68 recante "Disciplina dei soggiorni di breve durata degli stranieri per visite, affari, turismo e studio".

  Tale normativa ha previsto, per i soggiorni inferiori a tre mesi, il rilascio di una "dichiarazione di presenza" in luogo del permesso di soggiorno e le istruzioni ministeriali hanno precisato che a tale dichiarazione possono fare ricorso anche i discendenti di cittadini italiani onde poter disporre di un titolo per l'iscrizione anagrafica finalizzata all'acquisto della cittadinanza iure sanguinis.

  Analoga opportunità, pertanto, deve ritenersi disponibile anche per lo straniero che si trasferisce in Italia per attivare la procedura del riacquisto della cittadinanza di cui all'art. 13 della legge 5 febbraio 1992, n.91: anche questi può e deve rendere la dichiarazione di presenza di cui alla predetta legge 28 maggio 2007, n. 68 ai fini dell'iscrizione anagrafica occorrente per il riacquisto.

  Ove la procedura si protragga per oltre tre mesi, superando cosi i tempi del permesso di soggiorno di breve durata, gli interessati possono chiedere al Questore del luogo di residenza il permesso di soggiorno "per attesa di cittadinanza".

  In presenza di particolari presupposti di necessità ed urgenza, peraltro opportunamente documentati dagli interessati, le Questure potranno procedere, in via eccezionale, al rilascio di un'autorizzazione al soggiorno sul modello cartaceo (con validità limitata a seconda delle esigenze prospettate) nelle more della produzione del titolo in formato elettronico da parte del competente Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

  Tali opportunità sono state oggetto di specifiche direttive già indirizzate alle Prefetture ed alle Questure. I competenti uffici del Ministero dell'interno, per il tramite delle Prefetture, continueranno ad effettuare periodici monitoraggi al fine di scongiurare difformi e pregiudizievoli applicazioni dei predetti indirizzi, anche da parte dei Comuni, sul territorio nazionale”. (Inform)

 

 

 

 

Con il 5° la rivista italo-francese "Focus In" festeggia il primo anno di attivitá indipendente

 

Parigi - È uscito il 5° numero di "Focus In", la rivista edita a Parigi sotto la direzione di Guy Estager. A capo della redazione Patrizia Molteni che illustra oggi i contenuti del nuovo numero, disponibile anche online all’indirizzo www.focus-in.info.

"Un numero storico", afferma Molteni, "che conclude il primo anno di attività indipendente della testata italo-francese. E lo fa, attraverso un dossier controverso su "Natura – Contronatura" e su un giornale stampato, già da due numeri, su carta riciclate e con tecniche eco-responsabili. Sotto il titolo "Contronatura" (e non "contro la natura") la rivista ha voluto aprire un dibattito su comportamenti o pratiche che vanno contro le leggi della natura. Espressioni quali "lasciar fare la natura" o "agire secondo natura" vogliono dire proprio questo: rispettare quel principio costitutivo di ogni essere vivente – umano, vegetale, animale – che stabilisce ordini e leggi senza che l’intervento dell’uomo imponga, quasi sempre per interesse, regole che di naturale hanno ben poco".

Nel Medioevo la speranza di vita era di 20/30 anni, all’inizio del ‘900 di 30-40, oggi di 65 anni e passa, osserva Luciano Trasatti, ricercatore al CNRS di Roma e istigatore, nel suo articolo "Sulla naturalità delle cose". Da scienziato, non è per principio contro gli OGM perché hanno portato per esempio a curare forme di glaucoma. Ma questo non è il punto, o per lo meno non è il punto che ha voluto sollevare la redazione nei diversi articoli.

Massimo Rizzo, ristoratore, lancia un Forum di discussione sugli OGM chiedendosi tra l’altro a che serve produrre piante sterili se non a vendere agli agricoltori semi che potrebbero produrre da soli. Al contrario di Trasatti, Zosimo si ribella all’uso del pianeta come cavia. Gastro-filosofico anche il contributo di Franco Lombardi ("Il ventre molle della paura"). Perché tutte le cose buone ci fanno male? Perché il nemico è il piacere, insinua Lombardi, mentre la paura di rovinarci la salute guida le nostre scelte enogastronomiche, se così si può ancora chiamarle. Ma anche l’uomo non ci scherza. Lo mostra il fotoreportage di Matteo Pellegrinuzzi, ("Tutta colpa dell’uomo") nel nord Italia dove alluvioni, secche e frane sono dovute a comportamenti umani. Completano il dossier i contributi della psicologa Cinzia Crosali ("Il linguaggio umano è contronatura"), il dibattito sull’identità nazionale basata sul possesso o meno di un documento, come spiega con brio Ruggero De Pas ("Il Devoto-Oli va in tilt") e quello sulla pretesa naturalità dell’istinto materno, che Tiziana Jacoponi illustra attraverso il romanzo "Quando è la notte" di Cristina Comencini.

Il 5° numero di Focus In si arricchisce anche la nuova rubrica associativa con oltre dieci pagine dedicate alle associazioni italiane in tutta la Francia.

"In questo numero", rende noto Molteni, "le nostre colonne ospitano anche un’associazione corsa, Euromediterrànea, che si batte per la creazione di un’Euroregione tra Corsica, Sardegna, Liguria e Toscana. Presenti in forza, quindi, le associazioni sarde e quelle del costa meridionale francese".

"L’attualità sociale e politica, così come le pagine culturali", prosegue Molteni, "seguono lo spirito del giornale: quello di riflettere alle similitudini e le differenze tra due Paesi vicini ma così lontani: ai suicidi sul lavoro in Francia, si contrappongono le morti bianche in Italia; il fiasco dei vaccini in entrambi i Paesi e nel mondo intero; i tanti italiani o francesi che fanno cultura e che alimentano, attraverso il loro operato, un’immagine creativa e vivace dell’Italia". (aise)

 

 

 

 

 

Save the Children chiede lo stop dei rinvii verso la Libia

 

Audizione della Ong presso il Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen - Nel 2009 “1.005 i migranti ricondotti in Libia. Un numero non quantificabile è costituito da bambini”

   

  ROMA - La protezione, l’accoglienza e lo sviluppo dei minori stranieri che giungono in Italia sono stati al centro dell’audizione della ong Save the Children presso il Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen

  L’organizzazione internazionale, chiamata a intervenire nell’ambito di un’indagine conoscitiva sulle nuove politiche in materia di immigrazione condotta dal Comitato, ha illustrato la propria posizione in merito ai rinvii in Libia di migranti rintracciati in acque internazionali e sul sistema dell’accoglienza dei minori stranieri in Italia.

  “Tra il 5 maggio e il 7 settembre 2009 sono stati 1.005 i migranti ricondotti in Libia nell’ambito di 8 operazioni effettuate dall’Italia; in particolare, 883 persone attraverso l’attività congiunta libico-italiana e 172 prese e riportate in Libia dalle autorità libiche” ricorda l’organizzazione evidenziando che “un numero non quantificabile di migranti respinti è costituito da bambini, come attestato anche da fonti Onu , e sulla base del monitoraggio dei flussi migratori arrivati via mare attraverso la frontiera Sud nei mesi e anni scorsi, nell’ambito dei quali la presenza di minori è costante”.

  Save the Children ha rinnovato al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen la “richiesta che l’Italia non ripeta più azioni di rinvio verso la Libia dei migranti rintracciati in acque internazionali” e che “venga istituito – all’interno dell’accordo Italia-Libia – un sistema di monitoraggio indipendente sulla conformità delle condizioni e delle procedure di accoglienza dei migranti e in particolare dei minori”.

  Save the Children sottolinea come tali operazioni di rinvii si svolgano “come dichiarato dallo stesso Governo, senza procedere ad alcun tipo di valutazione sullo status delle persone che si trovano a bordo delle imbarcazioni, con la conseguente possibilità, confermata dai fatti, che vengano rinviati in Libia anche bambini e adolescenti”.

  Secondo l’organizzazione internazionale “i rinvii costituiscono una grave violazione dei diritti umani fondamentali dei migranti, e dei minori in particolare, e contravvengono quanto previsto dalla normativa nazionale, comunitaria ed internazionale in materia di contrasto all’immigrazione clandestina, divieto di refoulement, tutela delle categorie vulnerabili e obbligo di identificazione”.

  Inoltre, sottolinea Save the Children, “la Libia è un Paese che non garantisce in alcun modo la protezione dei migranti sul suo territorio, anche in considerazione del fatto che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra”.

  In particolare, a proposito delle condizioni in cui vengono trattati i minori migranti transitanti in Libia, Save the Children esprime “forte preoccupazione per le informazioni acquisite dagli operatori della ong in Sicilia durante colloqui informali di gruppo con i minori”. “Secondo tali informazioni – spiega la ong - è ancora molto alto il flusso di migranti che entrano in Libia, sperando poi di partire alla volta o dell’Italia o di altri paesi. La gran parte di queste persone giunge con trafficanti che le tengono ammassate in edifici dispersi per le campagne libiche, in attesa di organizzare un viaggio che si fa sempre meno sicuro e più difficile. La permanenza può durare mesi e mesi, in condizioni di sovraffollamento e alla mercé dei trafficanti dai quali si dipende in tutto. Talvolta – denuncia Save the Children - queste persone possono essere scoperte e arrestate dalla polizia libica e finire quindi o in prigione o espulse dal paese, rischiando di morire nella traversata del deserto”. (Inform)

 

 

 

 

 

Bambini stranieri nelle scuole: la direttiva del ministro Gelmini

 

Indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione di alunni con cittadinanza non Italiana

 

Il Ministro dell'Istruzione Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, ha emanato l'8 gennaio scorso una circolare contenente "Indicazioni e raccomandazioni per l'integrazione di alunni con cittadinanza non Italiana". La circolare mette in evidenza alcune criticità, quali: - l'incidenza di dispersioni, abbandoni e ritardi, che caratterizza l'itinerario scolastico degli alunni provenienti da un contesto migratorio; - la conoscenza della lingua italiana, talora assente o padroneggiata a livelli di competenza notevolmente differenti; - il possesso della "nuova" lingua più come spontaneo registro utile alla "comunicazione" quotidiana che non come strumento per lo studio; - la necessità di prevedere anche percorsi formativi differenziati, soprattutto nelle scuole secondarie di secondo grado; - la presenza di culture diverse all'interno delle comunità straniere e il loro impatto con la cultura italiana. A fronte di tali criticità, per dare risposte tempestive, la circolare, stabilisce che: il numero degli alunni con cittadinanza non italiana presenti in ciascuna classe non potrà superare di norma il 30% del totale degli iscritti; il limite del 30% entra in vigore dall'anno scolastico 2010-2011 in modo graduale: è introdotto a partire dal primo anno della scuola dell'infanzia e dalle classi prime sia della scuola primaria, sia della scuola secondaria di I e di II grado; il limite del 30% può essere innalzato, con determinazione del Direttore generale dell'Ufficio Scolastico Regionale, a fronte della presenza di alunni stranieri già in possesso delle adeguate competenze linguistiche; il limite del 30% può essere ridotto, sempre con determinazione del Direttore generale dell'Ufficio Scolastico Regionale, a fronte della presenza di alunni stranieri per i quali risulti una padronanza della lingua italiana non sufficiente ad una compiuta partecipazione all'attività didattica. De.it.press

 

 

 

 

Haiti. Gli aiuti e la sovranità

 

La tragedia di Haiti può diventare una buccia di banana per lo strapotere (benevolo e generoso, in questo caso) dell’America di Obama. Il presidente ha fatto quello che era inevitabile che facesse: per la mole degli aiuti stanziati, per il numero di soldati e di mezzi inviati, per l’immediatezza della mobilitazione nei confronti del cataclisma vicino, egli ha rivendicato agli Usa la leadership e il coordinamento di tutte le operazioni di soccorso.

Proprio questa assunzione di ruolo-guida (appena temperata dai riferimenti alla partecipazione del Canada e del Brasile, con l’Europa ignorata) ha prodotto le prime frustrazioni: Parigi e Pechino hanno fatto sapere che nel malridotto aeroporto di Port-au-Prince sarebbero stati graditi permessi di atterraggio anche per i loro aerei. Piccole gelosie, piccoli sospetti che Obama voglia rinverdire la sua immagine e meritare finalmente il Nobel avvolgendo le operazioni di soccorso in una grande bandiera a stelle e strisce. Ma se si trattasse soltanto di questo gli Usa avrebbero ragione.

Soltanto loro sono in grado di far funzionare subito l’aeroporto ben oltre la sua normale capacità, soltanto loro hanno i mezzi tecnici per far arrivare a destinazione gli aiuti (seppure in ritardo), soltanto loro possono riattivare le preziose installazioni portuali. L’insidia vera è altrove. Prendiamo l’invio di quasi 12.000 parà e marines nell’isola. Il segretario alla Difesa Gates dice che non avranno compiti di polizia, che questo è affare dell’Onu.

Ma benché l’Onu preveda l’invio di 3.500 uomini, che senso ha mandare un piccolo esercito in un luogo da sempre turbolento, dove la sicurezza è sempre stata un concetto astratto, se quei parà e quei marines non devono mantenere l’ordine e proteggere la distribuzione degli aiuti? Si vuole, evidentemente, ribattere all’accusa di «invasione » già lanciata da Castro e da Chávez. Ma il risultato è invece di confermare che la questione delle mansioni dei militari è soltanto la punta dell’iceberg.

L’Haiti del dopo-terremoto non ha più un governo, non ha una amministrazione statale, è totalmente priva di infrastrutture, non ha né scuole né ospedali, ma in cambio ospita agguerrite bande criminali. Per raddrizzare la barca serviranno efficienza e anche mano pesante. Il problema è allora questo: l’iniziativa militar-umanitaria americana, dopo la prima fase emergenziale, quale volto vorrà darsi? Quello di un mandato etico-imperiale? Quello di un intervento legittimato dall’Onu? La verità è che in ogni caso Obama resterà prigioniero della sua foga iniziale. Anche per evitare che uno Stato fallito così vicino possa diventare base per azioni terroristiche contro gli Usa.

Haiti si aggiunge dunque alla lista delle scelte difficili che attendono il presidente nel 2010. Obama dovrà tracciare una rotta di lungo corso e darle una credibile veste di legittimità internazionale. Dovrà prepararsi, malgrado il coinvolgimento di Bill Clinton e di George Bush, a essere accusato, secondo le circostanze, di tardo colonialismo o di impotenza. Per lui il terremoto di Haiti potrebbe essere soltanto cominciato.  Franco Venturini CdS 20

 

 

 

 

La tragedia di Haiti. Il paese rinascerà migliore

 

La tragedia di Haiti dimostra ancora una volta qualcosa che noi, come esseri umani, abbiamo sempre saputo: anche nella peggiore devastazione, c’è sempre speranza.

 

L’ho visto di persona domenica scorsa a Port-au-Prince. Le Nazioni Unite hanno subito la più grande perdita della loro storia. Il nostro quartier generale nella capitale haitiana era un ammasso di cemento e di lamiere informi. Come si poteva sopravvivere, mi sono chiesto. Eppure poco dopo essere a malincuore ripartito, le squadre di salvataggio hanno estratto un sopravvissuto - vivo, dopo cinque giorni, seppellito, senza cibo né acqua. Ho pensato che fosse un miracolo, un segno di speranza.

 

Disastri come questo a Haiti ci ricordano la fragilità della vita, ma confermano anche la nostra forza. Abbiamo visto immagini tremende in televisione: edifici distrutti, corpi nelle strade, persone in disperato bisogno di cibo, acqua e riparo. Ho visto tutto questo, e ancora di più, girando per la città disastrata. Ma ho visto anche qualcos’altro - una espressione di umanità non comune, persone che affrontano le vicissitudini più drammatiche dimostrando tuttavia una determinazione straordinaria.

 

Durante la mia breve visita ho incontrato molta gente. Un gruppo di ragazzi, vicino alle rovine del palazzo presidenziale, mi ha detto di voler aiutare a ricostruire Haiti. Al di là della contingenza attuale, sperano in un lavoro, un futuro dignitoso, un'attività. Per strada ho incontrato una giovane madre con il figlio: vivono in una tenda in un parco pubblico, con poco cibo. Ce ne erano migliaia come lei, con pazienza tengono duro, aiutandosi a vicenda. Come altri, era fiduciosa che gli aiuti sarebbero arrivati presto. «Sono venuto a portare la speranza», ho detto loro. «Non disperate». In risposta, anche lei ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per la ricostruzione di Haiti, per i suoi bambini, per le generazioni di domani.

 

Per chi ha perso tutto, gli aiuti non giungeranno mai abbastanza presto. Ma stanno arrivando, e in crescente quantità, nonostante ardue sfide logistiche in una capitale in cui tutti i servizi e le strutture sono stati distrutti. Lunedì mattina, più di 40 squadre di soccorso erano al lavoro, per un totale di più di 1700 uomini. La fornitura d'acqua sta aumentando, tende e ripari temporanei stanno arrivando in gran quantità. Gli ospedali pesantemente danneggiati stanno ricominciando a funzionare, col sostegno di squadre mediche internazionali. Nel frattempo, il Programma Alimentare Mondiale collabora con l'esercito statunitense per la distribuzione di pasti giornalieri a circa 200.000 persone. L'agenzia si aspetta di raggiungere il milione di persone nelle prossime settimane, avendo come obiettivo i due milioni.

 

Abbiamo assistito al proliferare di aiuti internazionali, proporzionati all'entità di questa tragedia. Ogni nazione, ogni organizzazione internazionale di assistenza nel mondo, si è mobilitata in soccorso di Haiti. Il nostro compito è di orientare al meglio questa assistenza. Dobbiamo assicurarci che il nostro aiuto vada alle persone che ne hanno bisogno, il più presto possibile. Non possiamo lasciare beni essenziali nei magazzini. Non c'è tempo da perdere, né soldi da sprecare. Ciò richiede un coordinamento forte ed efficace - che la comunità internazionale lavori insieme, unita, sotto la guida delle Nazioni Unite.

 

Questo lavoro cruciale è iniziato il primo giorno, per le Nazioni Unite, le agenzie di assistenza internazionali, gli attori chiave: l'Onu lavora a stretto contatto con Stati Uniti, Europa, America Latina e molti altri Paesi per individuare i bisogni umanitari più impellenti e inviare quanto occorre. Questi bisogni devono essere classificati secondo la loro natura, e ricondotti ciascuno a un'agenzia leader, così che le varie organizzazioni possano agire in modo complementare, piuttosto che rischiare inutili sovrapposizioni. L'Organizzazione Mondiale della Sanità, a capo del polo sanitario, ad esempio, prevede attività di assistenza medica ripartite tra 21 agenzie internazionali.

 

L'urgenza del momento condizionerà naturalmente la nostra pianificazione. Non è tuttavia troppo presto per pensare al domani, un punto che il presidente René Préval ha evidenziato in occasione del nostro incontro. Nonostante sia disperatamente povera, Haiti stava facendo progressi. Il Paese godeva di una nuova stabilità; gli imprenditori erano tornati. Non sarà quindi sufficiente ricostruire il Paese così com'era, né c'è posto per operazioni di facciata. Dobbiamo ricostruire una Haiti migliore, lavorando accanto al governo, in modo che il denaro e gli aiuti investiti oggi creino posti di lavoro liberando il Paese dalla dipendenza dalla generosità mondiale.

 

In questo senso, la condizione di Haiti ci rammenta le nostre responsabilità più ampie. Dieci anni fa, la comunità internazionale ha iniziato il nuovo secolo con un accordo per eliminare la povertà estrema entro il 2015. Grandi passi sono stati compiuti verso il conseguimento di alcuni di questi ambiziosi Obiettivi del Millennio, adottando un approccio articolato alle cause principali di povertà globale e ostacoli allo sviluppo, dalla salute materna all'educazione, alla gestione delle malattie infettive. Tuttavia, in altre aree critiche i progressi stentano ad arrivare. La conclusione è che siamo molto lontani dall'attuare le nostre promesse di un futuro migliore per i poveri nel mondo.

 

Nel momento in cui accorriamo in aiuto ad Haiti, ricordiamoci del quadro più ampio. Questo è il messaggio che ho ricevuto, forte e chiaro, da quelle persone nelle strade di Port-au-Prince. Hanno chiesto posti di lavoro, dignità e un futuro migliore. Questa è la speranza di tutti i poveri del mondo. Fare la cosa giusta per Haiti, nel momento del bisogno, sarà il nostro grande messaggio di speranza anche per loro.

BAN KI-MOON, Segretario Generale delle Nazioni Unite LS 20

 

 

 

 

 

Le importanti svolte di Obama e la sfida del consenso interno

 

IN MOLTE analisi di quest’anno di presidenza Obama prevalgono due tendenze. La prima è quella di enfatizzare, in tono critico o di apprezzamento, la presunta continuità tra le politiche di Obama e quelle di Bush. La seconda è la sottolineatura del forte calo di popolarità del Presidente, imputato alla necessità di fare i conti con una realtà assai più complessa di quanto Obama e i suoi non avessero immaginato, ovvero ai limiti politici di un presidente inesperto e in difficoltà.

Questa enfasi su continuità e impopolarità costituisce però un modo assai sterile e superficiale di analizzare l’operato dell’amministrazione Obama. I sondaggi sulla popolarità dei presidenti lasciano il tempo che trovano. Clinton, assai impopolare alla fine del suo primo anno da presidente, stravinse le elezioni del 1996 e chiuse il secondo mandato con tassi di popolarità elevatissimi. Popolarissimo alla fine del suo primo anno, George Bush precipitò nei sondaggi successivi e alla fine della sua presidenza aveva raggiunto picchi di sfiducia senza precedenti nella storia statunitense. Quanto alla questione della continuità/discontinuità, un presidente ha dei margini di manovra comunque circoscritti, a maggior ragione in questa congiuntura storica; e in fondo tra il 2005 e il 2008 George Bush aveva già moderato di molto il radicale unilateralismo dei suoi primi quattro anni di presidenza.

Vi sono quindi degli elementi di continuità tra Bush e Obama. E nessuno può negare il calo di popolarità del secondo. Eppure, durante il primo anno di Obama si è assistito a una svolta rilevante nel discorso e nei contenuti della politica statunitense. Obama ha ripristinato l’immagine internazionale degli Stati Uniti, pesantemente danneggiata dalle scelte e dalla retorica del suo predecessore. La disponibilità alla collaborazione multilaterale ha sortito dei risultati, forse inferiori alle speranze e alle attese (si pensi al vertice di Copenhagen), ma che sarebbero mancati in assenza di un chiaro impegno statunitense. Dai salvataggi del settore automobilistico e di quello bancario fino alla riforma sanitaria Obama ha inoltre dimostrato di sapere essere un Presidente incisivo, capace di dialogare con il Congresso, ma anche di non sottostare ai suoi veti esasperanti e di evitare con esso dannosi conflitti istituzionali.

Obama ha quindi fatto molto. I sondaggi ci dicono però che non ha fatto abbastanza per gestire le tante e diverse aspettative suscitate dalla sua elezione. Si sapeva che molte di queste aspettative non sarebbero state soddisfatte. Ma alcune delle difficoltà incontrate da Obama sono giunte davvero inattese. Tre sono, in sintesi, i fattori che spiegano queste difficoltà.

Innanzitutto, e a dispetto della netta maggioranza democratica al Congresso, il quadro politico si è rivelato assai poco favorevole alla presidenza. Un Partito repubblicano radicalizzato e spesso dogmatico non ha offerto alcuna sponda alla controparte. Per la sua stessa natura, il sistema americano può funzionare solo in presenza di una collaborazione bipartisan, indispensabile all’approvazione delle leggi e del tutto assente in questo ultimo anno. La rigidità repubblicana poteva essere compensata solo dalla capacità dei democratici di essere parimenti coesi e uniti. Questa coesione è però oggi del tutto assente: il Partito democratico è frammentato in mille fazioni e gruppi; la larga vittoria elettorale del 2008 ha finito per ridurre ancor più gli incentivi alla collaborazione tra le sue diverse anime.

In secondo luogo, il vento dell’anti-politica, così forte in questo momento di difficoltà per il Paese, si è rivolto inevitabilmente contro Obama stesso, che quel vento aveva saputo sfruttare nella sua inaspettata corsa alla presidenza, ma che da Presidente si è trasformato nel simbolo ultimo della politica e del’impopolarissimo governo federale. Ciò è avvenuto in un’America certo cambiata, ma meno di quanto molti non avessero predetto solo un anno fa. Un’America dove il verbo dell’anti-statalismo, e con esso la denuncia dell’intrusiva presenza federale, rimangono forti, anche perché possono essere declinati in un’efficace chiave populista che Obama e i liberal faticano molto a contrastare.

Infine, si è manifestata una volta ancora la difficoltà di conciliare consenso interno e consenso internazionale. La leadership globale statunitense impone modalità negoziate e collaborative di gestione dell’ordine internazionale, laddove la volatile opinione pubblica interna oscilla tra irrealistiche richieste di disimpegno e nostalgie malcelate per il muscolare nazionalismo unilateralista di Bush. Un recente sondaggio Gallup mostra come due americani su tre siano contrari alla chiusura di Guantanamo e al trasferimento di una parte dei suoi detenuti negli Usa. Il carcere sarà infine chiuso; checché ne pensano gli europei, la decisione non contribuirà però ad aumentare il consenso interno di Obama.

Era inevitabile che Obama scontasse delle difficoltà in questo suo primo anno e che la sua artificiosa popolarità calasse di conseguenza. Meno immaginabile era la rabbiosa reazione di una parte d’America alle politiche del Presidente, in particolare sui temi economici e sociali. Prevedibile e, in fondo, non nuova è infine la propensione dei democratici a una litigiosità elettoralmente suicida. L’alta retorica obamiana ha alimentato, e continua ad alimentare, sogni e speranze. Spesso appare però elitaria e controproducente. E un cambio di marcia, per Obama e i democratici, diventa assolutamente necessario per evitare una debacle alle elezioni di mid-term del prossimo novembre. MARIO DEL PERO IM 20

 

 

 

 

Il repubblicano Brown vince il seggio di Kennedy e sfida la riforma della Sanità

 

Esito a sorpresa del voto nella roccaforte democratica Massachusetts: centomila voti in più ai conservatori. I repubblicani salgono a 41 seggi al Senato e complicano i piani dell'amministrazione per il varo della nuova legge. Il vincitore alfiere del ceto medio flagellato dalla crisi: "Basta spendere dollari dei contribuenti per difendere i terroristi". Obama lo chiama: "Lavoriamo assieme"

 

Il repubblicano Scott Brown strappa ai democratici il seggio del Massachusetts che era di Ted Kennedy e complica di i piani di Barack Obama per una veloce approvazione della riforma della Sanità al Congresso di Washington.

 

Nello Stato-roccaforte dei liberal, dove nel novembre 2008 Obama aveva raccolto il 62 per cento dei voti, il cinquantenne veterano della Guardia Nazionale si è imposto con il 52 per cento delle preferenze staccando di oltre centomila voti la democratica Martha Coakley, procuratore generale del Massachusetts, fermatasi al 47 per cento. Quando in Italia erano da poco passate le 3.30 del mattino è stata proprio Coakley a parlare per prima, ammettendo la sconfitta: "Ho il cuore spezzato". Pochi minuti dopo Brown si è presentato di fronte ad una folla di fan, conservatori come anche democratici e indipendenti, spiegando così un risultato-shock che sorprende l'intera nazione: "La gente non vuole un piano sanitario da un trilione di dollari imposto con la forza sul popolo americano". E poi ha rilanciato l'opposizione alle "tasse volute dal governo" ed all'"uso dei dollari dei contribuenti per difendere i terroristi anziché fermarli" ovvero alla celebrazione di processi in Amerca per i leader di Al Qaeda, a cui saranno garantiti avvocati difensori remunerati dallo Stato.

 

Di fronte ad una folla in festa che ritmava le grida "Seat him now" (Insediatelo subito) e "41" (perchè sarà il 41° senatore repubblicano a Capitol Hill), Scott Brown ha ringraziato John McCain "per i consigli che mi ha dato" e puntato l'indice contro "chi a Washington governa facendo accordi alle spalle degli elettori" e lanciando un avvertimento a "chi pensava che questo seggio non appartenesse al popolo americano": "Quanto è avvenuto qui in Massachusetts può avvenire nel resto della nazione". Come dire, i repubblicani possono ambire a espugnare le roccaforti democratiche nelle elezioni per il rinnovo del Congresso che si terranno a novembre. "A perdere stanotte è stata la sinistra liberal che governa a Washington con uno stile neomonarchico - ha commentato l'ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney - e che non piace agli americani, repubblicani e democratici". Almeno il 22 per cento degli elettori di Brown appartengono infatti al partito di Barack Obama e il vincitore gli ha reso omaggio lodando l'"indipendenza di pensiero" di "tanti americani come Ted Kennedy". La vittoria di Brown è stata possibile grazie al massiccio impegno del movimento conservatore dei "Tea Parties" formatosi in febbraio in opposizione alle politiche economiche e fiscali dell'amministrazione democratica.

 

Il presidente Obama si è affrettato a chiamare il vincitore assicurandogli la volontà di "lavorare assieme" ma l'impatto del voto a sorpresa - un mese fa Scott Brown era dietro di 10 punti nei sondaggi - rende più arduo il varo della riforma della Sanità perché priva i democratici al Senato del quorum di 60 seggi necessario per impedire l'ostruzionismo della minoranza. E fra i senatori democratici Jim Webb della Virginia si è affrettato a suggerire prudenza: "Niente nuovi voti in aula fino a quando Brown non sarà seduto al suo posto". Sulla carta la maggioranza ha una via d'uscita: seguire il percorso legislativo della "riconciliazione" dei testi di Camera e Senato che consente di approvare quello conclusivo a maggioranza semplice e c'è chi, come il senatore del Minnesota Al Franken, suggerisce di non esitare: "Approveremo comunque la riforma". Ma Brown avverte: "Vedremo presto se a Washington ascolteranno la voce del Massachusetts oppure continueranno a fare tutto da soli". Per Obama non tener conto del verdetto del "Bay State" potrebbe essere politicamente molto rischioso.

 

Nella lunghe notte di Boston - dove l'ultimo senatore repubblicano risaliva al 1972 - le luci sono state tutte e solo per il vincitore che ha concluso il discorso della platea dicendo "I'm Scott Brown and I drive a truck" ("Sono Scott Brown e guido un pick-up") incarnando il ruolo di rappresentante del ceto medio che lo ha fatto prevalere. E il pubblico gli ha risposto cantando un "Yes We Can" teso a far capire a Obama che non ha più l'esclusiva del cambiamento. LS 20

 

 

 

 

 

Ue, allarme disoccupazione giovanile

 

La Commissione: nell’Unione persi 4,6 milioni di posti di lavoro. Bini Smaghi: situazione che peserà sulla crescita. In Italia è arrivata al 26,5%, superiore del 5,1% alla media europea - di ROSSELLA LAMA

 

ROMA Ormai da un anno la crisi economica si sta portando dietro in tutt’Europa una forte riduzione dei posti di lavoro. L’Italia non fa eccezione e la disoccupazione che cresce ancora ha raggiunto a novembre il tasso dell’8,3%. E’ il livello più elevato degli ultimi cinque anni, anche se si mantiene ancora sotto la media dell’Unione europea per 1,7 punti percentuali. Quando parliamo di giovani però la distanza con il resto d’Europa aumenta, molto, e purtroppo nella direzione sbagliata. Il rapporto mensile dell’Osservatorio della Commissione Ue, che ha un focus particolare sul nostro paese, lo mette ben in evidenza. «La principale preoccupazione resta la disoccupazione giovanile, col 26,5% della popolazione sotto i 25 anni che nel novembre 2009 era senza lavoro: il 2,9% in più di un anno prima, e ben il 5,1% in più della media Ue».

Nel 2009 in Europa sono stati persi 4,6 milioni di posti di lavoro, il 2% rispetto al 2008, che fanno salire il numero complessivo dei disoccupati europei a 22,9 milioni. Questa situazione peserà sulla crescita, ha sostenuto Lorenzo Bini Smaghi, del comitato esecutivo della Bce. «I consumi privati rischiano di essere indeboliti dalle prospettive incerte dell’occupazione.

In Italia hanno perso il lavoro più di mezzo milione di persone (508 mila), tanto che ad ottobre il numero dei disoccupati ha raggiunto i 2 milioni «per la prima volta da marzo del 2004». «L’innalzamento piuttosto limitato del numero dei disoccupati in Italia in rapporto alla media Ue - si legge nel rapporto- è dovuto alle imprese che hanno fatto frequentemente ricorso ai contratti flessibili e all’occupazione parziale, e, in alcuni settori come quello automobilistico, ai massicci aiuti di Stato».

Negli ultimi due mesi, «nonostante siano migliorate le condizioni economiche, i mercati del lavoro continuano a indebolirsi, anche se ad un ritmo più moderato rispetto al periodo critico tra la fine 2008 e l’inizio 2009». E in Italia «il tasso di disoccupazione salirà ancora nel 2010, per poi stabilizzarsi nel 2011».

Eurostat, l’istituto di statiche europee, ha diffuso ieri i dati sulla povertà. Nel 2008 il 17% della popolazione dell’Unione aveva un reddito sotto la soglia della povertà. L’Italia stava peggio della media, con 19 persone povere ogni cento. Il triste primato spetta alla Lettonia (26% della popolazione), seguito da Romania (23%) e Bulgaria (21%). Spagna e Grecia sono al 20%, mentre la Germania è scesa al 15% e la Francia al 13%. IM 19

 

 

 

 

Il paese più popoloso dell'Africa minato dai conflitti etnici e interreligiosi

 

Indipendente dal 1960, conta 150 milione di abitanti. E' diviso in due: musulmani a nord e cristiani a sud

 

La Nigeria è il paese più popoloso dell’Africa con oltre 150 milioni di abitanti. Dopo aver vissuto una serie di colpi di stato dal 1999 ha un presidente eletto dal popolo. Ma i conflitti etnici e interreligiosi, che negli ultimi anni hanno provocato migliaia di morti, stanno minando la stabilità di questa repubblica federale, indipendente dal 1960.

LEGGE ISLAMICA A NORD - L’imposizione della legge islamica in alcuni Stati ha causato divisioni tra la popolazione e costretto migliaia di cristiani ad abbandonare le proprie case. Così il Paese si ritrova diviso, con il nord abitato dagli hausa-fulani in maggioranza di religione islamica, il sud-ovest popolato dagli yoruba e il sud est dagli igbo, entrambi di fede cristiana.

SCONTRI RECENTI - Ma in alcune città del Paese, come Jos, nella regione centrale dello stato del Plateau, le due comunità vivono a stretto contatto e ogni minima provocazione può far esplodere le violenze. Come tre giorni fa con gli scontri fra cristiani e musulmani, provocati dalla decisione di costruire una moschea nel quartiere a maggioranza cristiana di Nassarawa Gwom, che sono costati la vita a circa 300 persone.

GRUPPI ISPIRATI AD AL-QAEDA - Nel luglio 2009, l’assalto di militanti islamici di Boko Haram - che si richiamano ai talebani dell’Afghanistan - contro una stazione di polizia a Bauchi, nel nord della Nigeria, hanno dato il via ad un’ondata di violenze con oltre 700 morti. Nel dicembre scorso, nuovi scontri tra le forze di sicurezza nigeriane e membri della setta islamica di Kala-Kato, nello Stato di Bauchi hanno provocato 33 morti.

DELTA DEL NIGER - Discorso a parte per la regione del Delta del Niger, ricco di petrolio, dove opera il Mend, Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, con azioni di sabotaggio contro gli impianti delle compagnie petrolifere occidentali. Il Mend chiede che i profitti generati dall’oro nero estratto in Nigeria siano ridistribuiti tra la popolazione. Nel 2006 il Mend rivendicò il rapimento di tre tecnici italiani dell’Agip, successivamente liberati nel 2007.  Apcom 20

 

 

 

 

Disoccupati e scoraggiati. Dove e perchè morde la crisi del lavoro

 

La Banca d’Italia nel suo ultimo “Bollettino economico” ha presentato alcune stime sul lavoro disponibile inutilizzato in Italia che, oltre al conteggio dei disoccupati, includono anche i lavoratori temporaneamente in Cassa Integrazione Guadagni (CIG) e le persone “scoraggiate” (quelle, cioè, che non hanno cercato lavoro nelle ultime quattro settimane pur desiderandolo). In base a tali stime, rispetto ad un tasso di disoccupazione “ufficiale” italiano (calcolato secondo i criteri dell’International Labour Organization) pari al 7,4% nel secondo trimestre 2009, il tasso di disoccupazione comprensivo anche degli “scoraggiati” salirebbe al 9% e, tenuto conto anche dei lavoratori in CIG, si arriverebbe al 10,2%. Queste stime hanno spinto molti a ritenere che le statistiche “ufficiali” che da mesi posizionano nettamente meglio l’Italia rispetto agli Stati Uniti e ai maggiori Paesi dell’UE quanto a tenuta del mercato del lavoro non sarebbero veritiere. Anche se esse sono state ribadite ieri dal monitor mensile sull’occupazione della stessa Commissione Europea.

Il ministro del welfare Sacconi ha contestato fermamente l’approccio seguito dalla Banca d’Italia, sia per quanto riguarda l’inclusione nel tasso di disoccupazione dei lavoratori in CIG sia per avervi compreso anche le persone “scoraggiate”. Egli si è richiamato al rispetto dei criteri internazionali, pena l’anarchia nell’interpretazione dei dati e la diffusione di ingiustificati allarmismi. Chi ha ragione?

E’ chiaro che le stime fornite da via Nazionale riflettono una situazione generale di disagio nel mercato del lavoro che l’attuale crisi globale acuisce di giorno in giorno con la sua “coda lunga” che va a colpire più di tutti proprio l’occupazione. Ma è altrettanto vero che i dati del “Bollettino” di Bankitalia vanno analizzati con estrema cautela, attribuendo loro il corretto significato. Innanzitutto per disporre di un coerente confronto internazionale, che è imprescindibile per capire come siamo esattamente posizionati in Italia rispetto ad una crisi mondiale che tocca tutti ed ha dimensioni senza precedenti. Infatti, non solo l’Italia ma anche gli altri maggiori Paesi avanzati hanno tantissime persone “scoraggiate” che non cercano più lavoro, anche se vorrebbero averne uno. Negli Stati Uniti, ad esempio, secondo le “Misure alternative della sottoutilizzazione del lavoro”, il tasso di disoccupazione statunitense, che è pari al 10% nel dicembre 2009 secondo i criteri di calcolo ufficiali (cioè circa due punti in più che in Italia), salirebbe all’11,4% considerando tutte le categorie degli “scoraggiati” (e addirittura al 17,3% includendo coloro che sono costretti a lavorare part-time per ragioni economiche). Sicché a criteri sostanzialmente coerenti con quelli della Banca d’Italia, il divario tra Stati Uniti ed Italia resterebbe comunque ampio con una situazione dell’occupazione oggettivamente molto più grave in America che da noi.

Vi è poi da considerare che l’esistenza di un cospicuo numero di “scoraggiati” in Italia non è un portato dell’attuale crisi. Il fenomeno, infatti, è strutturalmente diffuso nel Mezzogiorno, dove peraltro assume contorni molto opachi per la presenza del lavoro sommerso e dell’illegalità in una misura che non ha eguali negli altri Paesi. Già prima di questa recessione l’inclusione del numero degli “scoraggiati” nel calcolo del tasso di disoccupazione italiano avrebbe aumentato quest’ultimo di circa un punto e mezzo.

Negli Stati Uniti, invece, la crisi ha avuto un peso notevole nell’incrementare il numero degli “scoraggiati”: infatti, il tasso di disoccupazione ufficiale americano destagionalizzato è aumentato di circa due punti tra dicembre 2008 e dicembre 2009 (passando dal 7,4% al 10%), mentre è cresciuto di quasi 3 punti conteggiando anche gli “scoraggiati” (dall’8,5% all’11,4%). Ed è certo che gli “scoraggiati” americani sono mediamente assai più rassegnati dei nostri. Infatti, la situazione dell’occupazione in America è tale che dal dicembre 2007 al dicembre 2009 sono andati persi 7 milioni e 200 mila posti di lavoro non agricoli. A novembre 2009 il tasso di disoccupazione in California, calcolato con i metodi ufficiali, era pari al 12,3%, mentre quello del Michigan era al 14,7%: si tratta, in due Stati nevralgici dell’Unione, di valori assai più alti anche di quello medio italiano calcolato da Bankitalia includendo sia gli “scoraggiati” sia i lavoratori in CIG.

Infine, è da sottolineare che il ministro Sacconi non ha tutti i torti nel contestare l’inclusione dei lavoratori in CIG nel calcolo del tasso di disoccupazione. La CIG, infatti, è proprio uno strumento finalizzato ad evitare, se possibile, i licenziamenti e bene ha fatto il Governo italiano a concentrarvi risorse finanziarie per rafforzare la consistenza degli ammortizzatori sociali. Sicuramente gli stessi ammortizzatori vanno ammodernati ed estesi alle categorie che attualmente non ne possono usufruire. E sicuramente i cassaintegrati non sono comunque da ritenere persone “tranquille”, sia perché percepiscono una retribuzione ridotta sia perché, come è ovvio, sono in ansia per il loro futuro.

Ma lo stesso “Bollettino” della Banca d’Italia riconosce che i lavoratori collocati in CIG sono “caratterizzati in parte da una maggiore probabilità di essere reintegrati nel processo produttivo”. I lavoratori in CIG più a rischio in Italia sono soprattutto quelli delle grandi imprese (molte delle quali straniere) che potrebbero approfittare della crisi per portare a termine pesanti ristrutturazioni (magari già necessarie ben prima dell’inizio della crisi stessa). Resistono di più invece le medie e medio-grandi imprese del “made in Italy”, molte delle quali, tra l’altro, sinora non hanno nemmeno fatto ricorso alla CIG. Rimangono loro la colonna portante della nostra economia, a cui sono affidate le sorti della ripresa. Marco Fortis IM 20

 

 

 

Gli USA visti dall’Italia. Rivogliamo  i nostri soldi e ce li riprenderemo

 

La lettera di Joe Biden, Vice Presidente degli USA, in cui si annuncia la campagna “ridateci i nostri soldi”, mi è sembrata il miracolo fatto da un santone laico, miracolo che mi ha meravigliata assai ed a cui ho risposto “Così sia pure in Italia”. Si tratta dell'introduzione di una tassa chiamata Financial Crisis Responsibility Fee, Tassa  per la responsabilità della crisi finanziaria. Traduco in italiano il passo del discorso con cui il presidente Barack Obama fa la sua proposta, parole semplici, fortemente comunicative che non hanno bisogno di alcun commento: “Il mio impegno è quello di recuperare ogni centesimo dovuto al contribuente americano. E la mia decisione  a raggiungere questo scopo accresce quando vedo profitti massicci e oscene gratifiche in quelle stesse compagnie che devono la loro sopravvivenza al popolo americano... rivogliamo i nostri soldi e ce li riprenderemo.” 

Appare chiaro che siamo di fronte ad una manifestazione nuova ed originale dell'elementare  principio di civile convivenza secondo cui chi sbaglia paga. Principio di non facile attuazione, per l'applicazione di esso sono necessarie delle precise fondamenta. Innanzi tutto una chiara cognizione dell'errore, sempre difficilissima in materia finanziaria, cognizione condivisa da una larga maggioranza, se non proprio dalla totalità, degli elettori. Poi il principio, anche questo condiviso da tutti, secondo cui tutti i cittadini che lavorano e producono qualche cosa, nessuno escluso, debbano pagare le tasse allo stato in proporzione al proprio reddito, dichiarato per intero. Infine, ultimo, ma non meno importante di tutti, una forte etica del vivere civile, manifestata come fiducia verso le istituzioni  pubbliche e la maggioranza chiamata dagli elettori a governarle. Insomma questa volta, attraverso la proposta del primo presidente nero degli USA, si esprime la cultura di un popolo,  quella bella, positiva, utile al progresso della democrazia.

Riusciamo ad  immaginare un presidente del consiglio italiano che facesse una proposta del genere? Ovvero che caricasse di una nuova tassa il mondo della  finanza, quello dei ricchi per cui esistono solo profitti e licenziamenti, e nient'altro? Qui non è mai chiara l'idea di errore, sfumata in diverse angolazioni e punti di vista, offuscata da idee facili che sfumano il principio della  responsabilità di fronte ai cittadini,  meno diffuso ancora il principio secondo cui si pagano le tasse secondo il reddito effettivo. È  diffusa l'idea che  è da  fessi pagare le tasse, l'evasione fiscale è ritenuta azione positiva da tanta gente, la fiducia nelle istituzioni è scambiata  con l'ammirazione fanatica o il disprezzo totale  per le persone che di volta in volta le governano, come accade per le opposte tifoserie delle partite di calcio, opportunamente manipolate ed orientate dai media.

Il GOP (Grand Old Party) il Partito Repubblicano ha usato tante vecchie argomentazioni contro la riforma del sistema sanitario di B. Obama,  lo spauracchio dell'aumento delle tasse e del debito pubblico, la paura di elementi di socialismo statalista sporchino la patria del capitalismo e del libero mercato. Spiccava, allora, tra le loro argomentazioni,  la citazione di Bernie Madoff, il finanziere che aveva inventato la più geniale e truffaldina forma di moltiplicazione ed accumulo di ricchezza finanziaria, che passerà  in galera il resto dei suoi giorni. Questo genio maligno della finanza fu tirato in ballo per spiegare al pubblico degli americani benpensanti il tipo di manovre finanziarie necessarie per sostenere il piano di riforma della salute presentato ed in via di approvazione dalla maggioranza democratica. Una argomentazione basterà anche in questo caso, non c'è nient'altro da aggiungere,  anche a costo di apparire fortemente di parte. Quando la parte è bella, come è bello essere di parte! Emanuela Medoro, de.it.press

 

 

 

 

I Consigli Regionali svuotati. Presidenzialismo all’italiana

 

Il 28 e 29 marzo gli italiani andranno a votare per eleggere, insieme ai «governatori» delle 15 regioni interessate, altrettante assemblee la cui utilità è da considerare in pratica eguale a zero: i consigli regionali. I quali, peraltro, come si sa, consistono di parecchie centinaia di persone, tutte lautamente (talvolta favolosamente) retribuite, tutte dotate dei benefici del caso (portaborse, studio, facilitazioni postali e telefoniche, ecc. ecc.), e tutte naturalmente ansiose di accaparrarsi incarichi e prebende, di accrescere la propria influenza politica in vista di futuri traguardi. Le eccezioni non mancano, certo, ma in generale il quadro è questo.

Perché i consigli regionali sono assolutamente inutili? Per la stessa ragione per cui sono inutili i consigli comunali e provinciali. Perché l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (governatore, sindaco o presidente che sia)— la quale, si noti, avviene in perfetta coincidenza cronologica con l’elezione del consiglio (regionale, comunale o provinciale che sia)—grazie al meccanismo del cosiddetto «listino » o altro analogo (per esempio un premio di maggioranza) di fatto produce la costante coincidenza di colore politico tra esecutivo stesso e maggioranza dell’assemblea. È come se negli Stati Uniti il presidente e il Congresso fossero eletti contemporaneamente e il presidente e la maggioranza del Congresso fossero sempre dello stesso orientamento politico.

La conseguenza è, naturalmente, che i Consigli, eletti per una parte significativa al traino del rispettivo esecutivo, non hanno alcuna autonomia rispetto ad esso, non contano nulla, approvano ad occhi chiusi qualunque deliberazione esso gli sottoponga, e quindi possono ambire a farne parte solo sfaccendati o personale politico di terz’ordine in attesa di migliore sistemazione.

Ma in questo modo, contribuendo a dare vita a un sistema del genere e riconoscendovisi, quel mondo politico italiano che pure in maggioranza si dice ostile al presidenzialismo perché afferma di temerne i possibili risvolti autoritari, e l’opinione pubblica che è d’accordo con lui sono riusciti nell’impresa di realizzare in quindici regioni d’Italia il presidenzialismo più autoritario che ci sia perché sottratto a qualsiasi controllo, a qualsiasi sistema di «freni e contrappesi ». Infatti, nel modello presidenzialistico che oggi caratterizza il governo di tutti nostri enti locali, la principale vittima è la divisione dei poteri: proprio quella divisione dei poteri che invece nel presidenzialismo vero (come quello americano, appunto) trova la sua più coerente applicazione.

Grazie invece alla sovrapposizione dei due momenti elettorali e al geniale espediente della «clausola di governabilità », che si esprime per l’appunto nel «listino » o nel premio di maggioranza, noi abbiamo inventato un vero e proprio presidenzialismo blindato. Nel quale è solo l’esecutivo che conta, è solo l’esecutivo che assomma in sé tutti i poteri, mentre il potere legislativo dei Consigli, virtualmente eletti come sue semplici appendici, resta un finto potere privo di qualunque efficacia. E infatti in quindici anni non si ricorda neppure un caso in cui un consiglio regionale, comunale o provinciale, abbia dato il minimo fastidio di qualunque tipo al suo presidente-padrone. Senza che la cosa, peraltro, abbia richiamato l’attenzione e la denuncia di nessuno dei tanti guardiani della «democrazia » e delle «regole» che sono in circolazione. Ernesto Galli Della Loggia CdS 19

 

 

 

Approvato il processo-breve. Condonati 500 milioni di euro

 

Il processo breve approvato oggi non cancellerà solo i dibattimenti ma anche «almeno 500 milioni di euro» che sindaci, parlamentari, ministri e sottosegretari hanno rubato allo Stato truffando e sprecando. Soldi che devono essere restituiti in base alle sentenze della Corte dei Conti. Ma che il ddl 1880 Gasparri-Quagliariello, più noto come «processo breve», nella sua versione corretta e allargata anche ai procedimenti contabili e societari cancella in un colpo solo. Quando ieri pomeriggio l’aula di palazzo Madama ha messo ai voti la norma transitoria che cancella i processi in corso, il senatore Casson (Pd) lo ha detto chiaro: «Siamo arrivati al vero motivo di questa legge, la norma che non serve solo per cancellare ui processi di Berlusconi ma serve anche anche ad un vostro sindaco, ad un vostro ministro e ad altri che non dovranno più risarcire lo Stato di circa 500 milioni di euro».

 

Ancora più esplicito Gianpaolo D’Alia (Udc) che rivolto ai banchi della Lega avverte: «Una volta passata questa legge non potrete più fare gli sbruffoni in nome della certezza della pena e contro Roma ladrona perchè non approvate non solo un’amnistia ma anche un clamoroso condono contabile che salverà molti vostri amministratori». Mentre le opposizioni prendono la parola in aula, l’agenzia Ansa pubblica l’intervista al procuratore della Corte dei Conti del Lazio Pasquale Iannantuono che fa nomi e cognomi dei possibili beneficiari della norma: il viceministro Roberto Castelli e il sindaco di Milano Letizia Moratti ma anche lo stesso relatore del processo breve, il senatore Giuseppe Valentino, i deputati Iole Santelli e Alfonso Papa, tutti del pdl. E ancora, cinque membri del vecchio Cda Rai in quota centrodestra tra cui l’ex dg Flavio Cattaneo e l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco per la nomina di Meocci.

 

I gregari imitano il Capo. E se il Capo governa approvando leggi su misura, altrettanto fanno i gregari. Inutile stupirsi, quindi, se il relatore al Senato del processo breve Giuseppe Valentino introduce una norma per salvare se stesso dalla Corte dei Conti. E, se lo stesso fa il viceministro Castelli che, membro della Commissione Giustizia, ha aiutato Valentino a buttar giù il testo del maxiemendamento che oltre alla prescrizione penale ha introdotto anche quella contabile e per le società.

 

I benefici per la casta sono solo «l’ultimo scempio» - dice il Pd - in tema di giustizia di cui «questa maggioranza si dovrà assumere tutta la responsabilità politica e morale davanti al Paese». Il Pd ieri ha fatto l’unica cosa che ormai poteva fare: ripetere fino all’ossessione «lo scempio» e il «cinico progetto di disarticolazione della giustizia». Sotto la regia di Silvia Della Monica (capogruppo in Commissione Giustizia), di Giovanni Legnini e di una infaticabile Maria Incostante, i senatori hanno ricordato ad ogni dichiarazione di voto «lo scempio della giustizia» e «la rinuncia dello Stato a combattere la corruzione» accusando «una maggioranza ridotta a meri esecutrice di ordini».

 

Prima Carofiglio, poi Adamo, Maritati, Fassone, Franco... Al quarto intervento maggioranza e Lega hanno capito e hanno cominciato a fischiare, a lamentarsi. Il senatore Piero Longo, il vero king maker del processo breve, ha creduto a un certo punto di spezzare il gioco definito «elegante tantra che ha creato in aula un’atmosfera vagamente orientaleggiante». Voleva dire mantra, ma chissà. E comunque, per non essere da meno, il tutto-d’un-pezzo Longo ha intonato a sua volta il coretto: «Are krishna-krishna are». E via di questo passo. Anche il presidente Schifani ha provato ad interrompere la provocazione dei senatori del Pd, chiedendo interventi nel merito dopo che nelle ultime settimane ha fatto di tutto per non far discutere nel merito articoli ed emendamenti. Ha perso la pazienza anche uno come Luigi Zanda (Pd) che ha accusato Schifani «di aver avuto fin dall’inizio un atteggiamento negativo nei confronti delle opposizioni. Un modo di fare che non ci ha convinto affatto». La seduta finisce con l’Idv che occupa i banchi del governo. Un pessimo clima. E nessuno parla più di dialogo.

 

Poi arriva l'immancabile colpo finale. Le corti di tribunale in Italia sono come «plotoni di esecuzione», ha detto Berlusconi, precisando di non sapere se si presenterà in aula nelle udienze che lo vedono come imputato. «I miei avvocati insistono che se andassi in tribunale non mi troverei davanti a corti giudicanti ma a dei plotoni di esecuzione», ha detto Berlusconi al termine dell'incontro con Camillo Ruini, a cui ha partecipato anche il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta. «Non so se andrò, sto discutendo con gli avvocati», ha aggiunto il capo del governo.

L’U 20

 

 

 

L’analisi. Il sospetto

 

C'è una gran voglia di voltare pagina e guardare avanti. Quello che è stato un Paese riconosciuto e rispettato per la sua politica, la sua cultura, la civiltà dei rapporti sociali, è ormai identificato con l'impasse in cui è caduto a causa di un conflitto di principio al quale, finora, non si è trovata soluzione. Sono quasi vent'anni che il nodo si stringe, dalla fine della cosiddetta prima repubblica a questa situazione, che rischia d'essere la fine della seconda. La terza che si preannuncia ha tratti tutt'altro che rassicuranti.

Siamo probabilmente al punto di una sorta di redde rationem, il cui momento culminante si avvicina. Sarà subito dopo le prossime elezioni regionali. A meno che si trovi una soluzione condivisa, che si addivenga cioè a un compromesso. È possibile? E quale ne sarebbe il prezzo? Se consideriamo i termini del conflitto - la politica contro la legalità; un uomo politico legittimato dal voto contro i giudici legittimati dal diritto - l'impresa è ardua, quasi come la quadratura del cerchio. Per progressivi cedimenti che ora hanno fatto massa anche nell'opinione pubblica, dividendo gli elettori in opposti schieramenti, i due fattori su cui si basa lo stato di diritto democratico, il voto e la legge, sono venuti a collisione.

 

Questa è la rappresentazione oggettiva della situazione, che deliberatamente trascura le ragioni e i torti. Trascura cioè le reciproche e opposte accuse, che ciascuna parte ritiene fondate: che la magistratura sia mossa da accanimento preconcetto, da un lato; che l'uomo politico si sia fatto strada con mezzi d'ogni genere, inclusi quelli illeciti, dall'altro. Se si guarda la situazione con distacco, questo è ciò che appare come dato di fatto e le discussioni sui torti e le ragioni, come ormai l'esperienza dovrebbe avere insegnato, sono senza costrutto.

 

I negoziatori che sono all'opera si riconosceranno, forse, nelle indicazioni che precedono. Ma, probabilmente, non altrettanto nelle controindicazioni che seguono.

 

Per raggiungere un accordo, si è disposti a "diluire" il problema pressante in una riforma ad ampio raggio della Costituzione. Per ora, la disponibilità dell'opposizione al dialogo o, come si dice ora, al confronto, è tenuta nel vago (no a norme ad personam, ma sì a interventi "di sistema" per "riequilibrare" i rapporti tra politica e giustizia), è coperta dalla reticenza (partire da dove s'era arrivati nella passata legislatura, ma per arrivare dove?) o è nascosta col silenzio (la separazione tra potere politico, economico e mediatico, cioè il conflitto d'interessi, è o non è questione ancora da porsi?).

 

Vaghezza, reticenza e silenzio sono il peggior avvio d'un negoziato costituzionale onesto. La materia costituzionale ha questa proprietà: quando la si lascia tranquilla, alimenta fiducia; quando la si scuote, alimenta sospetti. Per questo, può diventare pericolosa se non la si maneggia con precauzione. Tocca convinzioni etiche e interessi materiali profondi. Non c'è bisogno di evocare gli antichi, che conoscevano il rischio di disfacimento, di discordia, di "stasi", insito già nella proposta di mutamento costituzionale. Per questo lo circondavano d'ogni precauzione. Chi si esponeva avventatamente correva il rischio della pena capitale. Per quale motivo? Prevenire il sospetto di secondi fini, di tradimento delle promesse, di combutta con l'avversario. Quando si tratta di "regole del gioco", tutti i giocatori hanno motivo di diffidare degli altri. La riforma è come un momento di sospensione e d'incertezza tra il vecchio, destinato a non valere più, e il nuovo che ancora non c'è e non si sa come sarà. In questo momento, speranze e timori si mescolano in modo tale che le speranze degli uni sono i timori degli altri. È perciò che non si gioca a carte scoperte. Ma sul sospetto, sentimento tra tutti il più corrosivo, non si costruisce nulla, anzi tutto si distrugge.

 

Il veleno del sospetto non circola solo tra le forze politiche, ma anche tra i cittadini e i partiti che li rappresentano. Nell'opposizione, che subisce l'iniziativa della maggioranza, si fronteggiano, per ora sordamente, due atteggiamenti dalle radici profonde. L'uno è considerato troppo "politico", cioè troppo incline all'accordo, purchessia; l'altro, troppo poco, cioè pregiudizialmente contrario. Sullo sfondo c'è l'idea, per gli uni, che in materia costituzionale l'imperativo è di evitare l'isolamento, compromettendosi anche, quando è necessario; per gli altri, l'imperativo è, al contrario, difendere principi irrinunciabili senza compromessi, disposti anche a stare per conto proprio. La divisione, a dimostrazione della sua profondità, è stata spiegata ricorrendo alla storia della sinistra: da un lato la duttilità togliattiana (che permise il compromesso tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana sui Patti Lateranensi), dall'altro l'intransigenza azionista (che condusse il Partito d'azione all'isolamento).

 

Tali paragoni, indipendentemente dalla temerarietà, sono significativi. Corrispondono a due paradigmi politici, rispettivamente, la convenienza e la coerenza: una riedizione del perenne contrasto tra l'etica delle conseguenze e l'etica delle convinzioni. L'uomo politico degno della sua professione - colui che rifugge tanto dall'opportunismo quanto dal fanatismo e cerca di conciliare responsabilmente realtà e idealità - conosce questo conflitto e sa che esistono i momenti delle decisioni difficili. Sono i momenti della grande politica.

 

Ma da noi ora non è così. Ciò che è nobile nei concetti, è spregevole nella realtà. La buona convenienza appare cattiva connivenza. Il sospetto è che, dietro un gioco delle parti, sia in atto la coscientemente perseguita assimilazione in un "giro" di potere unico e autoreferenziale, una sorta di nuovo blocco o "arco costituzionale", desiderando appartenere al quale si guarda ai propri elettori, che non ci stanno, come pericolo da neutralizzare e non come risorsa da mobilitare. Vaghezza, silenzi, e reticenze sono gl'ingredienti di questo rapporto sbagliato, basato sulla sfiducia reciproca. È banale dirlo, ma spesso le cose ovvie sono quelle che sfuggono agli strateghi delle battaglie perdute: in democrazia, occorrono i voti e la fiducia li fa crescere; la sfiducia, svanire.

 

Il sospetto si dissipa in un solo modo: con la chiarezza delle posizioni e la risolutezza nel difenderle. La chiarezza si fa distinguendo, secondo un ordine logico e pratico, le cose su cui l'accordo c'è, quelle su cui potrebbe esserci a determinate condizioni e quelle su cui non c'è e non ci potrà essere. La risolutezza si dimostra nella convinzione con cui si difendono le proprie ragioni. Manca l'una e l'altra. Manca soprattutto l'idea generale che darebbe un senso al confronto costituzionale che si preannuncia. Così si procede nell'ordine sparso delle idee, preludio di sfaldamento e sconfitta. Per esempio, sulla difesa del sistema parlamentare contro i propositi presidenzialisti, la posizione è ferma? Sulle istituzioni di garanzia, magistratura e Corte costituzionale, fino a dove ci si vuol spingere? Sul ripristino dell'immunità parlamentare c'è una posizione, o ci sono ammiccamenti?

 

Quest'ultimo è il caso che si può assumere come esemplare della confusione. Nella strategia della maggioranza, è il tassello di un disegno che richiede stabilità della coalizione e immunità di chi la tiene insieme, per procedere alla riscrittura della Costituzione su punti essenziali: l'elezione diretta del capo del governo, la riduzione del presidente della Repubblica a un ruolo di rappresentanza, la soggezione della giustizia alla politica, eccetera, eccetera. L'opposizione? Incertezze e contraddizioni che non possono che significare implicite aperture, come quando si dice che "il problema c'è", anche se non si dice come lo si risolve. Ci si accorge ora di quello che allora, nel 1993, fu un errore: invece del buon uso dell'immunità parlamentare, si preferì abolirla del tutto. Fu il cedimento d'una classe politica che non credeva più in se stessa. Ma il ripristino oggi suonerebbe non come la correzione dell'errore, ma come la presunzione d'una classe politica che non ama la legalità. Occorrerebbe spiegare le ragioni del rischio che si corre, nell'appoggiare questo ritorno; rischio doppio, perché una volta reintrodotta l'immunità con norma generale, la si dovrà poi concedere all'interessato, con provvedimento ad personam. Due forche caudine per l'opposizione. Ma allora, perché?

Perché, si dice, se non ci sono aperture, il confronto non inizia nemmeno e la maggioranza andrà avanti per conto proprio. Appunto: dove non c'è il consenso, avendo i voti, vada avanti e poi, senza l'apporto dell'opposizione, ci potrà essere il referendum, dove ognuno apertamente giocherà le sue carte. Ne riparleremo.  GUSTAVO ZAGREBELSKY LR 20

 

 

 

 

Berlusconi e Pier  finiranno col dirsi addio

 

Strana storia, questa di Berlusconi e Casini. Erano partiti per rimettersi insieme, finiranno col separarsi definitivamente, senza volerlo, anzi volendo il contrario. Forse già oggi l’ufficio politico del Pdl chiuderà il tentativo di riconciliazione dichiarandolo fallito, cercherà in qualche modo di salvare l’«eccezione» del Lazio, dove l’Udc ha fatto un accordo «personale» con la Polverini, ma finirà con l’accantonare l’ipotesi di un rientro dell’Udc in buona parte delle coalizioni di centrodestra che punteranno a riprendersi le Regioni il 28 marzo.

 

Eppure erano partiti così bene, Silvio e Pier. Prima una lunga e circospetta annusata, poi l’incontro di due mesi fa, senza promettersi, ma anche senza escludere niente. Per Casini l’obiettivo era di evitare l’uscita del suo partito dalle ricche amministrazioni di Lombardia e Veneto. Certo, la pretesa di allearsi in metà del Nord (Piemonte e Liguria) con il centrosinistra e nell’altra metà con il centrodestra poteva risultare eccessiva. Nell’Udc dicono che le alleanze con Bersani (e con la Bresso e Burlando) si sono chiuse quando già era chiaro che Bossi non avrebbe consentito a Berlusconi nessuna apertura. Ma qualche sospetto sui tempi, dall’altra parte, rimane.

 

Né è bastata a fugarlo la fretta con cui Pier ha chiuso l’accordo nel Lazio con la Polverini e vorrebbe fare altrettanto con Caldoro in Campania e con Scopelliti in Calabria. Nel primo e nel terzo di questi casi i candidati governatori provengono da An e in tutti e tre il centrodestra ha buone possibilità di vittoria anche senza l’Udc, mentre per Casini l’alleanza con il centrosinistra risulterebbe ostica, essendo l’elettorato di queste regioni più orientato verso il Popolo delle libertà. La Puglia è un caso a parte, in cui la confusione del Pd non consente di far previsioni: ma, anche lì, Casini ha dichiarato la sua piena disponibilità a Bersani ponendo - e ritirando subito dopo - la pregiudiziale anti-primarie. Alla fine di questo percorso, è chiaro che se domenica Vendola sarà il candidato del centrosinistra, all’Udc non resterà che candidarsi da sola.

 

Ma a questo punto, la pulce che da qualche giorno era stata messa in un orecchio a Berlusconi ronza sempre più forte: non sarà, si sta chiedendo il Cavaliere, che Casini voleva mettersi con il Pdl solo dove la vittoria del centrodestra era più probabile, o dove il candidato governatore faceva riferimento a Fini? E se alla fine, come ormai è quasi certo, in Piemonte, Liguria, Marche, Basilicata, Calabria e forse anche in Puglia, Casini risulterà alleato di Bersani, non sarà che sta facendo per davvero le prove generali per il Comitato nazionale di liberazione dal Cavaliere?

MARCELLO SORGI LS 20

 

 

 

Sicilia. Il Governo Lombardo ter. Leggi ed investimenti UE in direzione dello sviluppo

 

      Con la riapertura dell’Assemblea regionale del 13 gennaio corr.,  riparte il Governo regionale Lombardo ter, composto dall’Mpa, dal Pdl sicilianista di Micciché, con l’appoggio esterno del Pd.

      Un Governo fortemente motivato e deciso a proseguire in direzione delle riforme e dello sviluppo della Sicilia. Le comunità siciliane all’estero che seguono con sempre maggiore interesse gli accadimenti della Sicilia, guardano con simpatia e fiducia il Governo Lombardo ma chiedono più attenzione alle loro questioni, a cominciare dalla applicazione della L.R. 38/84 che prevede, tra l’altro, la riattivazione della “Consulta regionale della emigrazione e della immigrazione”, scandalosamente disattesa dagli ultimi Assessori. Con il passaggio del comparto emigrazione-immigrazione all’Assessorato della Famiglia, confidano nel ripristino alla legalità.

      Per una più completa informativa, peraltro  assai gradita dai corregionali sulla attività del Governo Lombardo, riportiamo le leggi più importanti approvate nel 2009 e quelle in cantiere a partire da quest’anno: Legge anti-racket varata alla unanimità che prevede aiuto agli imprenditori che denunziano gli estorsori; Legge sugli aiuti alle imprese con fondi europei; Legge sulla riforma sanitaria che ha portato la Sicilia tra le Regioni virtuose in Italia; Legge sulla riforma della pubblica amministrazione che ristruttura il sistema degli Assessorati e dei Dipartimenti, in funzione dal 1 gennaio 2010; Legge sul credito d’imposta che sblocca quasi 600 milioni di euro di investimenti alle piccole imprese, varata con il consenso di tutta l’Assemblea;

Legge sugli aiuti alle imprese, votata in meno di 18 ore, con la quale sono stati sbloccati i fondi POR 2007-2013. Ma, occorre ora, per il rilancio della economia siciliana, che all’impegno del Parlamento segua quello del Governo che deve emanare i bandi.

      I prossimi impegni riguardano la “questione Fiat” di Termini Imerese, la legge sulla urbanistica, la legge sul piano  casa da mettere in calendario, l’Ato rifiuti, la formazione professionale.

      Piena la soddisfazione del Presidente della Assemblea Cascio  per una gestione parlamentare nel segno del contenimento dei costi e della razionalizzazione della spesa  in un iter legislativo legato al senso di responsabilità dei Parlamentari ed alla attività delle Commissioni di merito che hanno portato in aula le proposte di legge pronte per l’approvazione. Il Presidente Cascio ha sottolineato, altresì, l’apertura dell’Assemblea ai giovani ed alla cultura della legalità oltre all’impegno sul tema del contrasto alla mafia.

      Intelligente iniziativa di Lombardo per bloccare i fondi Ue  - Il Presidente Lombardo, con una iniziativa del tutto innovativa e coraggiosa, la prima in Italia, è riuscito a bloccare 350 milioni di fondi europei del primo biennio del piano 2007-2013 che rischiavano di tornare a Bruxelles perché non utilizzati.

      La novità è stata la sottoscrizione di una intesa con la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) per la creazione di Jessica, un fondo di partecipazione (Holding Fund) dotato di un capitale di 148 milioni di euro, destinati a finanziare la riqualificazione urbana e l’efficienza energetica delle città.

      Contestualmente, è stato firmato un accordo con il Fondo Europeo per gli Investimenti del gruppo BEI per la creazione di un fondo Jeremie di 60 milioni di euro a sostegno delle piccole e medie imprese dell’Isola ed alla gestione di operazioni di micro-crediti.

      La Sicilia è la prima ad accedere a questi fondi Jessica, ha spiegato il Presidente Lombardo, evitando così il disimpegno da parte della Ue.  Credo che sia importante accompagnare con un finanziamento pubblico le iniziative che riguardano le città. Così come è importante coinvolgere le imprese perché la presenza degli imprenditori privati è garanzia che gli investimenti siano produttivi.

      La Sicilia è la prima Regione che ha firmato questo strumento destinato a sostenere allo sviluppo delle aree urbane. Sicilia Mondo, de.it.press

 

 

Ricerca, italiani al top in Europa, ma quei fondi finanziano la fuga

 

Vincono il concorso del Cer ventitrè nostri progetti innovativi - di EMANUELE PERUGINI

 

ROMA - Gli scienziati italiani arrivano tra i primi in Europa, ma usano i soldi vinti nei concorsi internazionali di ricerca per andarsene all’estero. Oramai è diventata una vera e propria tradizione, questa, per i ricercatori italiani, quasi obbligata pur di finanziare i propri progetti. Vincere i fondi europei e poi usarli per trasferirsi all’estero, insomma. E’ successo ancora una volta in occasione dei finanziamenti assegnati dal Consiglio Europeo delle Ricerche (Cer) che verranno usati dagli scienziati italiani per andare all’estero. Si tratta di finanziamenti rilevanti che possono arrivare fino ad un massimo di 3,5 milioni di euro per ciascun progetto di ricerca che vengono assegnati direttamente agli scienziati dell’Unione Europea, della Svizzera, della Norvegia, Turchia e di Israele. Si tratta di una specie di bando individuale che premia le ricerche più avanzate e innovative. La commissione che assegna le ricerche non guarda la bandiera di chi ha proposto le ricerche. Decide solo sulla base della validità della proposta. Quest’anno la torta da dividere era di 515 milioni di euro che sono stati distribuiti a 236 diversi progetti di ricerca

L’età media di questi leader della ricerca è di 53 anni. Circa il 15% sono donne, con un leggero incremento rispetto all’ultimo bando (12%). Il numero delle ricercatrici che hanno partecipato al presente bando corrispondeva al 14% dei candidati.

La ripartizione settoriale dei progetti di ricerca proposti è la seguente: Scienze Fisiche e Ingegneristiche, 44%; Scienze della vita, 38%; e Scienze sociali e umanistiche, 18%.

Tra questi i progetti che portano la firma di ricercatori italiani sono stati 23. Un gran bel risultato che porta il nostro paese al quarto posto in Europa dietro al regno Unito, alla Francia e alla Germania.

C’è però un triste rovescio della medaglia, dietro queste cifre. Buona parte di questi finanziamenti saranno usati da ricercatori italiani per andare a lavorare all’estero. «Purtroppo – spiega Salvatore Settis, rettore della Scuola Normale Superiore di Pisa ed unico rappresentante italiano nel consiglio del Cer – questo fenomeno non è una novità. E’ già il quarto anno consecutivo, da quando è stato creato il Consiglio Europeo delle Ricerche che i fondi vengono usati dai ricercatori italiani per sviluppare le loro ricerche all’estero». Sono soprattutto i più giovani e i più accreditati a farlo. «Evidentemente – dice Settis - perché non hanno abbastanza fiducia nelle istituzioni del nostro paese o perché non trovano spazio a sufficienza. E’ un bel problema perché i finanziamenti erogati dal Cer sono molto consistenti, anche due milioni di euro a progetto, e quindi significa perdere una bella fetta di finanziamento per tutta la ricerca italiana». Alla fine il problema è sempre lo stesso, non si riesce a trovare spazio adeguato per fare il proprio lavoro. «Del resto – commenta con una certa amarezza Settis – il nostro è l’unico paese in Europa in cui i concorsi per i professori sono bloccati da quattro anni. Senza concorsi è difficile trovare nuovi posti da assegnare a giovani ricercatori». C’è anche un’altra questione che merita di essere approfondita secondo il rettore di una delle più prestigiose istituzioni di ricerca del nostro paese. Si tratta del rapporto tra enti di ricerca e territorio. «Se nel nostro paese si vuole cominciare davvero a creare un circuito virtuoso con la ricerca – spiega Settis - dobbiamo da un lato aumentare i finanziamenti, e dall’altro favorire un maggior dialogo tra enti di ricerca e istituzioni pubbliche e risorse sul territorio. Quest’anno, l’ente che si è aggiudicato la maggior parte dei finanziamenti è stato il Politecnico di Losanna, proprio grazie alla sua grande capacità di relazionarsi sia con lo stato federale che con il cantone di Losanna». IM 19

 

 

 

I fatti di Rosarno e il festival dell'ipocrisia

 

Nessuno può fingersi stupito davanti a quello che è successo. Le organizzazioni umanitarie e gli osservatori più attenti lo dicono da anni: decine, centinaia di migliaia di lavoratori migranti vivono, nel nostro Paese, in condizioni subumane (sottopagati, costretti a orari fuori da ogni norma, stipati in stabili fatiscenti, privi di diritti e di tutele). Ciò è garantito da una legge ingiusta e crudele che ha trasformato persino il soggiorno in contratto, attribuendo al datore di lavoro (ritornato padrone) il possesso della vita stessa del migrante, secondo schemi di stampo medioevale. E quando ciò non basta, ci sono i caporali e la criminalità organizzata. Tutto questo accade, da decenni, sotto gli occhi di tutti: governo, enti locali, forze politiche, polizia, magistratura, stampa. Inutile fingere di non saperlo. Su questo sfruttamento si regge la nostra economia e persino il nostro welfare domestico.

I fatti di Rosarno smascherano una volta di più il senso delle logiche proibizioniste, il cui scopo non è “governare” razionalmente le migrazioni ma, al contrario, creare irregolarità e, in questo modo, situazioni di privilegio ovvero, all’opposto, di sfruttamento. Questo è il senso della Bossi-Fini e del sistema normativo che su di essa si è incentrato: produrre illegalità e disuguaglianza. Inutile dire che questo assetto, gradualmente, si estende dai migranti a tutto il corpo sociale.

Funzionale a questa situazione è il diffondersi di un razzismo sempre più accentuato, che costituisce non un effetto collaterale e involontario delle politiche migratorie, bensì il suo cemento. Lo sfruttamento diventa “tollerabile” se costruito sulla diversità, sulla minorità dello sfruttato (non a caso chiamato “bongo, bongo” o con simili epiteti). Non è folklore da osteria, ma collante politico, a fronte del quale, come giuristi, dobbiamo ribadire che il razzismo non è una opinione, ma un reato; e ricordare il dolente ammonimento di Primo Levi in “Se questo è un uomo”, secondo cui «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il lager».

Non basta condannare i fatti di Rosarno. Anzi è una condanna ipocrita se ad essa non si accompagna una mobilitazione forte per una diversa politica della immigrazione: giusta, rigorosa, accogliente. Carlo Renoldi L’U 19

 

 

 

 

 

Editoria. Germania, paid content online deludente il primo bilancio

 

I siti di informazione che hanno introdotto i contenuti a pagamento hanno registrato un brusco calo dei contatti. Visto che la pubblicità non basta, sono allo studio soluzioni diverse. Tra le ipotesi ci sono la fornitura di notizie locali, specializzate o comunque miratedal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO  - Paid content, che delusione! Così almeno suona il bilancio dell'editoria in Germania, proprio mentre sta per aprirsi (comincia martedì a Francoforte) il secondo Medienkongress, il congresso nazionale tedesco degli operatori di media. In sintesi la situazione è questa: da un lato i media virtuali sottraggono pubblicità a quelli cartacei, ma d'altro canto la crisi delle entrate pubblicitarie (sullo sfondo della crisi economica e finanziaria internazionale) si è fatta sentire nel 2009, e si farà sentire ancor di più nel 2010, anche per i media digitali. Quindi il pay content in apparenza sarebbe una soluzione irrinunciabile, almeno per alcuni contenuti. Ma il pericolo dei paradossi della situazione non finisce qui: i primi dati disponibili indicano che la scelta dei pay content, se non è mirata e limitata a un certo tipo di offerta, e se non è resa particolarmente attraente puntando selettivamente a un certo tipo di contenuti e ad alcuni bisogni speciali dei lettori un calo delle visite sui media online.

 

La brutta esperienza l'ha fatta prima di tutte l'editoriale Axel Springer, il noto gruppo conservatore che controlla il quotidiano popolare Bild (il più diffuso d'Europa), il quotidiano conservatore di qualità Die Welt, e innumerevoli quotidiani locali e regionali. E detto per inciso: il gruppo Springer è un market leader nel settore dei media digitali. Il sito di Bild (anche ricercabile con i motori di ricerca come bild online) è stato in dicembre (sono gli ultimi dati disponibili) il più cliccato nel Paese, con 113,3 milioni di 'visite', sorpassando il grande concorrente, cioè

Spiegel online che ha registrato 112,4 milioni di visite.

 

Springer Verlag è tra le prime editoriali che si è decisa a congedarsi dall'offerta di notizie gratuita e indiscriminata. E a passare al paid content, sistematicamente, almeno per le notizie regionali e locali. Il sistema di pagamento è semplice: si paga attraverso Click&buy, un'azienda specializzata nei pagamenti online. Puoi delegarle la domiciliazione o prelievo automatico dal conto o bonificarle il pagamento del paid content stesso. Esempio: trenta giorni di pagamento per le notizie regionali e locali dello Hamburger Abendblatt costano 7,95 euro. Per l'edizione online della Berliner Morgenpost, il quotidiano locale di qualità berlinese del gruppo Springer, il prezzo è molto inferiore, appena 4,95 euro, e ciò non sorprende visto che il tenore di vita e il reddito medio a Berlino sono molto più bassi che non nella ricca Amburgo.

   

Il risultato comunque è scoraggiante: nello spazio di un mese, da quando solo con il paid content puoi avere dal sito di Hamburger Abendblatt le notizie locali (anche quelle importantissime sul maltempo), le visite sono diminuite del 13 per cento a 5,60 milioni. Ciò dopo che da ottobre a novembre, ultimi mesi di visita totalmente gratis, erano salite del 5 per cento. A titolo di paragone: il concorrente Hamburgher Morgenpost, che ha lasciato gratis le notizie locali, ha avuto in dicembre un calo, ma di appena l'1,6 per cento, e dovuto piuttosto agli impegni per le feste.

 

Ancora peggio è andata per Springer nella capitale federale Berlino: la Berliner Morgenpost ha perso il 21 per cento delle 'visite' sul suo sito da quando ha introdotto il paid content. Mentre il portale concorrente, Berlin online cui appartiene anche Berliner Zeitung, ha visto un calo limitato all'1,6 per cento.

 

"Non è una sorpresa che il paid content porti a un calo del 'traffico' per i media internettiani, ma d'altra parte la crisi della pubblicità continuerà nel 2010 per i media internettiani, quindi salvo poche eccezioni non sembra sarà possibile finanziare i media digitali solo con i ricavi pubblicitari", dice Hans-Joachim Furhmann del Bundesverband Deutscher Zeitungsverleger, l'Unione federale degli editori dei giornali tedeschi. Per risolvere il problema, secondo lui, è tempo di varare esperimenti audaci, idee nuove e originali. Come applicazioni (App) dei media internettiani dedicati alla squadra di calcio locale, oppure notizie locali accoppiate all'offerta di un servizio navigatore per raggiungere i parcheggi più vicini. La

Sueddeutsche Zeitung ad esempio ha appena varato un servizio iPhone-App in due versioni, una ridotta e gratis, l'altra più ricca per 1,59 euro al mese, pagabili sulla bolletta. Tornando al gruppo Springer, gli iPhone-Apps di Welt e Bild sono anche a pagamento. Secondo il numero uno dei vertici di Springer, Mathias Doepfner, l'offerta di news gratis sui media online è stata "un nonsense che non siamo stati abbastanza forti per fermare a tempo, un nonsense che purtroppo tutti gli editori del mondo hanno seguito".

   

E' una situazione difficile, insomma: continuare a fornire tutte le notizie gratis è impossibile, perché non ci si finanzia abbastanza solo con la pubblicità. D'altra parte l'introduzione del pay content fa calare la platea dei lettori. Le soluzioni allo studio sono appunto limitare il paid content alle notizie locali, regionali o specializzate, e lanciare servizi paid content sempre più mirati, nuovi e attraenti. Soluzioni a breve termine, in attesa di vedere come andrà per i media digitali e no nel 2010 dopo il terribile 2009. Intanto si tentano anche altri esperimenti, quasi di fusione tra media cartacei e media internettiani. Sempre Springer da gennaio offre in ogni giorno di Borse aperte (da lunedì a venerdì salvo festivi) dalle 16 un prodotto cartaceo con notizie in tempo reale, per chiunque si imbarchi in Germania su un volo Lufthansa. Oppure la Sueddeutsche Zeitung punta molto sui prodotti che offre sul suo online shop: libri cartacei, libri audio, cd di musica o collane di Dvd. Tutti tentativi, il bilancio delle prove di svolta si farà a fine anno. LR 18

 

 

 

 

 

Diritti degli immigrati, il Nordest dice sì a voto e casa popolare

 

ROMA - L’Osservatorio sul Nordest, curato da Demos per “Il Gazzettino”, si è interrogato su quanto la popolazione dell’area sia aperta rispetto alla concessione di diritti politici e sociali agli immigrati regolarmenti presenti sul territorio. La possibilità di accesso alle case popolari è riconosciuta da un’ampia maggioranza (77%), mentre il diritto di votare per le elezioni amministrative del Comune dove abitano si ferma al 67%. L’immigrazione è un fenomeno che ha avuto una crescita impetuosa in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige, passando da meno dell’1% di stranieri presenti nel 1991 a circa l’8% del 2007. In complesso, secondo l’ultimo dossier Caritas-Migrantes, le persone di origine straniera presenti nel Nordest nel 2008 sono 628.290 (circa il 9% della popolazione residente).

Date velocità e consistenza del fenomeno, l’integrazione appare una sfida difficile. D’altronde, nonostante quest’area venga presentata come ostile ai migranti, anche per proprie responsabilità, il rapporto Caritas-Cnel 2009 continua a porre le Regioni del Nordest ai primi posti nella capacità di integrazione. Gli stessi dati proposti dall’Osservatorio di Demos fanno emergere una certa distanza dagli stereotipi che definiscono i nordestini come una popolazione chiusa, se non intollerante: il diritto di voto alle elezioni amministrative, per gli immigrati regolari e che pagano le tasse, è considerato giusto dal 67% degli intervistati. Im 20

 

 

 

 

La fuga dei cervelli caratterizza anche il Veneto

 

 VENEZIA - “Investire sulle giovani generazioni, dentro e fuori dai confini regionali – ha detto l’assessore Oscar De Bona - sarà un obiettivo prioritario per le iniziative regionali”. L’intervento di De Bona fa seguito ai dati di uno studio dell’Ente Regione che mette in risalto che questi giovani - a differenza delle generazioni passate che hanno lasciato l’Italia - non sognano affatto di rientrare: a cinque anni dalla laurea, sono, infatti, 52 su 100 i laureati occupati all'estero, principalmente con titoli nel ramo scientifico e tecnologico, che considerano molto improbabile il loro ritorno. Le migliori offerte di lavoro hanno anche un riscontro economico. Questo capitale umano che ricerca all’estero migliori prospettive per il futuro, rappresenta uno spreco di talenti e di risorse investite nella formazione.

  Il fenomeno, meglio noto come "fuga dei cervelli", caratterizza anche il Veneto, con tendenza crescente a una sempre maggiore mobilità. Le scelte dei giovani veneti si orientano più diffusamente verso Regno Unito (19,2%),  Francia (12,6%), Spagna (11,4%) e gli Usa (9,8%). La quota di laureati che si trasferiscono all’estero rappresenta circa il 3% del totale. Dall'indagine viene evidenziato che i salari di coloro che lavorano all'estero sono più alti: un laureato che lavora in Italia dopo cinque anni che ha conseguito la laurea percepisce circa 1.350 euro, mentre all'estero supera i 2.100.

  L’ipotesi di rientrare quindi non è immediata. Dallo studio della Regione emerge che oltre il 69% dei veneti laureati che hanno trovato lavoro all'estero intende tornare nel paese d’origine (circa il 14% in più del dato medio nazionale), ma il rientro nel 67% dei casi non è previsto nei prossimi due anni. Il “quadro” tracciato è il seguente: oltre la metà (54%) dei cittadini italiani residenti all’estero è costituito da giovani al di sotto dei 35 anni. Il 60,6% degli “under 35” è concentrato in Europa e tra di loro sono numerosi i neolaureati che hanno lasciato l’Italia per cercare all’estero migliori opportunità. Veneti nel Mondo

 

 

 

 

La forza  e il valore dell’associazionismo d’emigrazione

 

TREVISO – “Agire insieme” e “prendere atto di una nuova politica esistenziale” del mondo dell’emigrazione italiana “non più quella dell’esodo di massa e delle emergenze sociali”: questo ha precisato nel suo intervento Riccardo Masini, direttore generale della “Trevisani nel Mondo” al convegno “Italiani nel mondo: associazionismo, organismi di rappresentanza e umanesimo latino”, promosso da Unaie, Fondazione Cassamarca e Umanesimo latino a Treviso in dicembre.

 

  Dopo aver ricordato la nascita delle associazioni di emigrazione, a seguito dell’esodo di massa che investì anche Triveneto a partire da metà ‘800, Masini ha rilevato che nella nuova Unaie “di impronta narducciana, l’Italia dell’associazionismo migratorio è ora capace di mettere assieme, nelle istanze comuni, una voce unica, qualificata e robusta, in grado di farsi sentire”.

 

  Tra i temi che nel mondo associazionistico si segnalano come “nodi ancora da sciogliere” Masini rileva “la questione del voto regionale. Se non si completa il discorso nazionale, oggi conseguito,  con quello regionale, rimaniamo monchi”. Il dirigete della Trevisani definisce poi “inqualificabile” il piano di ristrutturazione della rete consolare italiana all’estero “che equivale – rileva – alla decimazione di questi riferimenti importantissimi”. Prosegue segnalando “l’impellenza di definire l’esenzione Ici per la prima casa degli italiani all’estero, per ora affidata unicamente alle interpretazione e agli umori dei comuni”, e ripete, tra le domande sino ad oggi senza risposta avanzate dall’associazionismo: “quando la storia dell’emigrazione sarà inserita come materia di studio nelle nostre scuole?”

  Mentre ricorda l’importanza della matrice extra-partitica contenuta nella carta dei valori dell’associazionismo, Masini ribadisce la capacità di quest’ultimo di “scoprire la dimensione di una sussidiarietà fatta di disponibilità dell’uno per l’altro e che fa sentire ancora più il senso di essere grande famiglia. In grande e in piccolo: con l’essere paladini dei diritti civili e umani a tutti i livelli, - egli prosegue - con il valorizzare il coraggio nascosto e il sostenere chi di bisogno. Con attenzioni per i giovani  che hanno necessità di relazionare e di farsi sentire, ma considerando anche gli anziani, nerbo della nostra storia, che vanno rivalutati e inseriti nell’elenco dei benemeriti pionieri, aventi diritto a pieno titolo”.

  “Associazionismo vuol anche dire guardare dentro agli interstizi delle nostre coscienze – conclude Masini - per verificare  quanto e come siamo coerenti con i valori a cui si ispirano i nostri statuti associativi: di fondamentale matrice, umana e cristiana”.

  “Facciamo in modo che questo incontro non sia solo un bel ricordo da portarci a casa, - afferma Masini, riferendosi al convegno - ma che rappresenti anche un mattone per la causa comune. Perché, nel mondo, siamo tutti figli della stessa terra. E anche di un ieri che va ricordato, vissuto e raccontato per fare migliore l’oggi e percorribile il domani”. (Inform)

 

 

 

I corsi di lingua e cultura italiana all’estero come opportunità socio-educativa

 

  BASILEA - Nella società odierna e in quasi tutti i paesi europei predominano modelli culturali impregnati di un esasperato individualismo. L’uomo vive un presente carico di problematiche, non riuscendo a recuperare la memoria del passato che lo riguarda e ad elaborare una visione progettuale e prospettica, che possa ridare speranza al futuro.

  Questa condizione viene vissuta in maniera preponderante nel mondo giovanile, tanto che da più parti si parla di vera emergenza educativa. I giovani, bombardati dai flussi mediatici che impongono modelli comportamentali di tipo narcisistico ed edonistico, fanno fatica ad evadere da se stessi, e spesso non riescono a guardare all’altro, iniziando dall’altro più prossimo, quale può essere un familiare, un insegnante o un compagno di classe.

  Recuperare la memoria del passato, intraprendere un percorso verso il punto di origine di ogni persona, può rappresentare un atto necessario per ricercare e costruire un’identità, a partire dalla quale diventa più semplice trovare un orientamento di senso per la vita futura.

  Ma cosa ancora più importante è che dalla ricomposizione di una storia identitaria possono generarsi rapporti e relazioni autentiche tra gli individui di una società, premessa fondamentale per la condivisione di valori eterni come l’amore, l’amicizia e la solidarietà.

 

  Il senso dei corsi di lingua e cultura italiana, forse è proprio questo, ed è attraverso questi corsi che si cerca di promuovere la ricerca di una tradizione, che altrimenti sarebbe dimenticata per sempre.

  Il lavoro, nell’ultima settimana prima delle vacanze di Natale, ha visto protagonisti i ragazzi che si sono esibiti con canti, poesie, filastrocche e recite. Questa attività ha contribuito a costruire momenti particolarmente gioiosi e sereni, condivisi anche dai loro genitori e dalle insegnanti.

  Significativo è stato il momento della tombola, il quale ha riportato gli adulti indietro nel tempo, alla loro infanzia con racconti di quando tutti si riunivano nelle case di parenti o amici per fare questo gioco nel tempo di Natale. Ammirevole la partecipazione dei genitori a questi incontri di italianità, che comunque rappresentano momenti fortemente emotivi e aggregativi. In questi incontri persone che si sono perse di vista hanno la possibilità di ritrovarsi e socializzare attraverso il recupero di parte della propria storia personale.

  I corsi di lingua e cultura italiana, arricchiti da questa logica, non rappresentano un mero momento istruttivo, ma un’opportunità socio-educativa, che, speriamo, possa essere sempre a disposizione delle giovani generazioni.

Margherita D'Angelo (docente FOPRAS nei corsi LICIT di Kaiseraugst, Trimbach e Dulliken) e Cristina De Cicco (docente FOPRAS nei corsi LICIT di Reinach)

 

 

 

 

 

Sul decreto-legge che proroga lo scudo fiscale anche norme per lavoratori frontalieri e IIC

 

  ROMA - Tra le “mille proroghe” del decreto-legge n. 194 del 30 dicembre 2009, immediatamente entrato in vigore, oltre all’annunciata proroga dello scudo fiscale, anche norme che interessano i lavoratori frontalieri e gli Istituti italiani di cultura all’estero, in particolare i loro direttori.

  Nel decreto-legge composto di undici articoli, all’articolo 1, comma 1 e comma 2, la riapertura del termini per far rientrare in Italia beni e partecipazioni detenuti all’estero. La nuova “finestra” è aperta fino al 30 aprile 2010, anche se il costo della nuova emersione sarà maggiore rispetto a quello pagato da quanti hanno scelto di aderire entro il 15 dicembre 2009. Per rimpatri e regolarizzazioni effettuati dopo quella data e fino al 28 febbraio prossimo, l'imposta sostitutiva sale dal 5 al 6 per cento. Chi aspetterà ancora, dal 1° marzo al 30 aprile 2010 dovrà pagare il 7%. Poi non ci saranno altre proroghe - parola del ministro Tremonti - e la palla passerà alla Guardia di Finanza: “Il tempo dei paradisi fiscali è finito. E gli accertamenti continueranno, anzi saranno intensificati.

  Sempre all’articolo 1, comma 7. si dispone la proroga al 30 aprile 2010 del termine di 90 giorni per il “ravvedimento operoso” da parte dei lavoratori transfrontalieri (dipendenti e pensionati) che hanno omesso il modulo RW in dichiarazione dei redditi per il 2008: si potrà effettuare questa dichiarazione con sanzioni ridotte.

  Di Istituti italiani di cultura all’estero si parla all’a