WEBGIORNALE 25-26 Gennaio 2010
UE. Le audizioni dei Commissari. La costruzione di un'Europa politica e
democratica
Milano - Negli
ultimi giorni i Commissari designati del nuovo esecutivo Barroso hanno passato
le audizioni davanti alle Commissioni Parlamentari competenti sulle materie che
saranno di loro responsabilità. E' stato un esercizio vero, dove i membri del
Parlamento non hanno fatto sconti, sondando con domande politiche, ma anche
tecniche, le capacità e le conoscenze dei singoli Commissari designati. In
sostanza, mettendo alla prova la loro adeguatezza ad assumere i rispettivi
incarichi di nuovi "ministri" europei.
Le audizioni sono un momento affascinate,
essenziale nella dialettica tra le diverse istituzioni europee. E, sicuramente,
è uno dei passaggi più significativi del rapporto di costruzione della
"fiducia" tra Parlamento ed esecutivo UE. Questo rapporto si realizza
prima con un voto al presidente (preceduto da un suo discorso in cui indica il
programma politico che intende promuovere); e poi, dopo le audizioni, con un
voto finale con cui il Parlamento vota sull'intero nuovo collegio. Su questo
voto si fonda la vera legittimazione politica alla nuova Commissione che, da
quel momento, entra ufficialmente in carica.
L'esperienza di Buttiglione cinque anni fa e
quella della Commissaria Bulgara designata Rumina Jeleva, Ministro degli esteri
del suo paese, entrambi costretti a rinunciare all'incarico e sostituiti a
seguito di audizioni controverse, è la prova che questo passaggio è lungi
dall'essere una passeggiata. E, al di là di possibili ingiustizie o ripicche e,
piccoli o grandi giochi di potere tra le forze parlamentari europee, è giusto
che sia così. Le forche caudine dei Commissari designati sono il necessario
prezzo da pagare per una vera e credibile legittimazione politica dell'intero
collegio.
Chi conosce queste procedure e il
funzionamento delle istituzioni europee non si sognerebbe mai, difatti, di dare
del burocrate al Presidente della Commissione europea o a un membro del suo
collegio. In analogia ai sistemi parlamentari moderni, con l'audizione e il
successivo voto al collegio, si realizza un rapporto fiduciario tutto politico
tra il Parlamento e l'esecutivo UE. Prova del carattere politico di questo
rapporto sono anche le altre prerogative di controllo del Parlamento attraverso
strumenti parlamentari tipici, quali interrogazioni scritte e orali, e il
possibile ricorso a una mozione di sfiducia sul collegio.
E' bene che i cittadini europei siano
consapevoli di questo importante momento di collaudo democratico della seconda
maggiore democrazia al mondo dopo quella indiana. E non la diano troppo per
scontata, considerata la difficoltà e le resistenze che un forte ruolo del
Parlamento europeo e il suo crescente legame politico con la Commissione ancora
incontra in molti Stati membri. Ed è bene, anche, che i parlamentari siano
pienamente consapevoli che con le audizioni il Parlamento si gioca buona parte
della sua credibilità come istituzione. Utilizzare al meglio questo
fondamentale momento di trasparenza e democrazia significa interpretare al
meglio quel ruolo di rappresentanza e servizio delle istanze e degli interessi
dei cittadini europei a cui questa istituzione è chiamata a rispondere.
Carlo Corazza, “Le
12 Stelle”
Germania, Lafontaine lascia la politica. L'indomabile fermato da una
malattia
Si dimette dal
partito e dal Bundestag, esattamente come fece nel 1999. Allora era al governo
con il suo amico-nemico Gerhard Schroeder, a cui voltò le spalle adducendo
l’impossibilità di un lavoro di squadra. Ora è all’opposizione e la sua uscita
di scena è legata a ben altri problemi. Oskar Lafontaine, il leone della Saar,
spina nel fianco della Spd, si ritira dalla vita politica nazionale,
rinunciando alla carica di presidente della Linke -il partito da lui fondato
nel 2007- e rimettendo il mandato di deputato al Bundestag. A fermare
l’indomabile Oskar e spingerlo verso questa decisione «unicamente motivi di
salute», come ha spiegato lui stesso in una conferenza stampa affollatissima
ieri a Berlino.
Che lui fosse
malato di cancro alla prostata era noto da tempo. A dicembre era stato
sottoposto ad un intervento chirurgico. «Il cancro è stato un segnale di
avvertimento e la seconda crisi esistenziale della vita», ha detto visibilmente
commosso alla conferenza. Il riferimento è all’attentato subito nel 1990,
quando un folle gli aveva inferto con un coltello una gravissima ferita al
collo. «Sono un uomo politico - ha commentato - e questa non è stata una
decisione facile».
Prevedibile
dunque, per un uomo con la sua tempra, che il suo «abbandono» non poteva essere
totale. L’ex nipotino di Willy Brandt, l’ex presidente della Spd, l’ex
Superministro dell’Economia, l’uomo dai ritorni trionfali, non poteva gettare
interamente la spugna. Tant’è che ha confermato di voler mantenere la carica di
presidente della Linke fino al congresso del partito, previsto nel mese di
maggio a Rostock, sottolineando di volersi tuttavia impegnare personalmente
nella campagna elettorale per le elezioni regionali del 9 maggio nel
Nordreno-Westfalia.
Nel Land che una
volta era la cassaforte elettorale del partito socialdemocratico, governato
negli ultimi cinque anni da una coalizione tra Cdu e liberali della Fdp, la
Linke punta ad entrare nel parlamento di Duesseldorf, forte dei sondaggi che al
momento le attribuiscono il 6%. Se l'obiettivo verrà raggiunto, il partito di
Lafontaine sarà presente in 7 parlamenti regionali all'ovest, oltre ai cinque
dell'est ed a quello della città-Stato di Berlino, dove governa insieme alla
Spd del borgomastro Klaus Wowereit.
Il «vecchio leone»
ha anche confermato di voler conservare la carica di presidente del gruppo
parlamentare della Linke nel parlamento della Saar, il land di cui è stato
governatore per 13 anni, dal 1985 al 1998, l'anno in cui con una campagna
elettorale travolgente consentì a Schroeder di arrivare alla Cancelleria,
mettendo fine ad un’era di governo durata 16 anni di Helmut Kohl.
Con l'abbandono di
Lafontaine, che aveva assunto la presidenza del partito nel 2007, dopo la
fusione tra la Pds tedesco-orientale e la Wasg, l'associazione dei sindacalisti
usciti dal partito socialdemocratico, nella Linke si apre adesso la corsa alla
successione, anche perchè il copresidente del partito Lothar Bisky ha
annunciato di non volersi ricandidare. La settimana scorsa il
Segretario generale del Partito, Dietmar Bartsch, ha annunciato le sue dimissioni
dopo essere stato accusato di slealtà dallo stesso Lafontaine. Nè Gysi, nè
Lafontaine hanno voluto fare i nomi dei possibili successori, ma il presidente
uscente ha commentato che il recente annuncio di Bartsch non ha affatto
influenzato la sua decisione.
Anche se rimarrà
lontano da Berlino, Lafontaine continuerà in ogni caso ad esercitare una forte
influenza sulla politica tedesca, come ha confermato la deputata della Linke al
Bundestag, Gesine Loetsch. «Tutti quelli che sperano in un suo ritiro dalla
politica si sbagliano di grosso», ha spiegato la parlamentare. Cinzia Zambrano
L’U 23
La memoria, che in
Italia non è mai diventata musica di fondo della politica come nelle nazioni che
con tenacia hanno lavorato sul proprio passato (parliamo in modo speciale della
Germania, ma l’esame di coscienza fu approfondito anche in Sud Africa, unendo
la sete di verità al bisogno di riconciliazione), è raramente trattata, dalla
nostra classe dirigente, come qualcosa che aiuta a capire perché un male è
nato, perché si perpetua mutando le forme, perché i rimedi non l’hanno curato
ma anzi aggravato. La memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla
il presente: è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica. Ancillare,
perché asservita a questa o quella forza politica oltre che a effimere
contingenze.
Emiplegica, perché
chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato che
gli permettono di evitare, e tradire, l’esame di coscienza.
Come nel malato
emiplegico, una parte della memoria storica resta immersa in un sonno scuro che
consente ai ricordi di restare selettivi e che impedisce il giudizio storico.
Verso la storia, parecchi politici e giornalisti hanno uno strano
atteggiamento: da una parte ammettono che non possono scriverla loro, essendo
troppo coinvolti nel presente. Dall’altra pretendono di dirla in prima persona,
fingendo olimpiche distanze che non possiedono. Il direttore del Tg1, nel
celebrare i dieci anni della morte di Craxi, accampa precisamente tale pretesa:
«È arrivato il momento dice di guardare alle vicende di Craxi con gli
occhi della storia».
Il ricordo degli
anni di Bettino Craxi non è l’unico esempio di memoria tradita. Anche il
terrorismo italiano è ricordato con metodi poco corretti, anche la storia del
fascismo o di Salò. A partire dal momento in cui la memoria è maneggiata alla
stregua di domestica, quel che finisce col prevalere è una visione dei mali
italiani radicalmente distorta. Il male che la coscienza impone di esaminare
non fu un male in sé: in fondo, lo divenne perché vinto dalla Storia. In molti
casi fu perfino nobile, non meno del suo avversario. Il conflitto non è fra
ragione e torto, fra giustizia e crimine, ma fra chi ha vinto e chi ha perso.
In Italia si è ragionato così su Salò, e anche sul terrorismo. Prima di
rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, Toni Negri sostenne
che il terrorismo era «superato perché vinto», e per questo non era più «di
attualità». La lotta armata di per sé non era condannabile.
Lo stesso accade
per la memoria di Craxi. La sua battaglia politica è considerata grande e
bella, se non fosse per Mani Pulite che gli strappò la vittoria e macchiò
questa compatta bellezza. Ovvio, in queste condizioni, che le colpe siano tutte
esterne al soggetto («L’inferno, sono gli altri», dice Sartre) come spesso
succede nella memoria dei vinti che non guardano dentro di sé, perché inebriati
dall’esperienza della vittima. La memoria selettiva e ancillare ci restituisce
in tal modo un Craxi grande statista, soprattutto un modernizzatore, il cui
nobile progetto fallì a causa, essenzialmente, dei magistrati. Per riscoprirlo
è raccomandato non solo di separare la politica dai fatti di corruzione, ma di estromettere
i fatti di corruzione lasciando che resti, del leader, solo la luce. Le
inchieste giudiziarie cadono nelle ombre del corpo politico emiplegico.
Nietzsche parlava di memoria antiquaria, che ammobilia «con pietà o furia
collezionista» un nido familiare chiuso, impenetrabile dall’esterno,
conservatore del passato.
Altra cosa la
memoria critica, che guarisce trasformandoci: memoria faticosa, perché gli
uomini tendono a «darsi un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto
con quello da cui si deriva».
Senza dubbio il
leader socialista fu un politico con encomiabili progetti iniziali: unificare
le sinistre, rafforzando la componente socialista dell’unione e banalizzando,
alla maniera di Mitterrand, l’ingresso dei comunisti nel governo; liberare
sinistre e sindacati da formule errate come la scala mobile; legare il Psi al
dissenso nei paesi comunisti. La sua opera di modernizzatore fu, secondo molti,
la sua più grande virtù. Modernizzazione che tuttavia riuscì solo in parte. Che
fu a un certo punto abbandonata, autonomamente. Che si spezzò non solo perché
fortemente avversata dai comunisti ma perché Craxi smise di volerla,
prepararla, attuarla.
L’azione di Craxi
fu in realtà un singolarissimo impasto di intuizioni giuste e coraggiose, di
spregio profondo della politica, di intreccio tra politica e mondo degli
affari, di uso spregiudicato di mezzi finanziari illeciti. La corruzione non fu
un dettaglio inessenziale di tale azione ma un suo torbido elemento
costitutivo. Era moderno il politico che si crea spazi di potere con l’aiuto di
potentati economici, e in cuor suo ritiene inefficace la via virtuosa. Il motto
degli esordi craxiani fu: primum vivere, prima di tutto urge vivere e
sopravvivere. In un’intervista a Eugenio Scalfari, il 3-5-90 su Repubblica,
Craxi non nasconde la crisi abissale della democrazia e dei partiti: la società
italiana si era irrobustita per conto proprio, dice, mentre il ceto politico
era restato una chiusa corporazione, incapace di rinnovarsi. E a Scalfari che
gli chiede perché, Craxi replica: «Non ci sono più ideali, si gestiscono
interessi».
In fondo non sono
diversi i due discorsi tenuti alla Camera durante Mani Pulite, il 3 luglio ’92
e il 9 aprile ’93. Due discorsi che descrivono la corruzione di un intero
sistema politico. Questo dice la chiamata di correo del ’92: «Tutti sanno che
buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(...) Non credo
che ci sia nessuno in quest’aula (...) che possa alzarsi e pronunciare un
giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si
incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Nessuno si alzò, e l’atto mancato
resta la vergogna dei politici e di una classe dirigente. Una vergogna che in
assenza di memoria critica s’è estesa. A Scalfari, Craxi aveva detto: «Non ci
sono più ideali, si gestiscono interessi». Oggi, gli interessi particolari sono
diventati ideali e il loro conflitto con la politica una cosa normale per
tanti.
La modernizzazione
di Craxi fallì dunque molto prima di Mani Pulite, a causa del malaffare in cui
i partiti, compreso il suo, nuotavano. Fallì perché il Pci si oppose per anni
all’alternanza, preferendo compromessi con la Dc che preservavano lo status
quo. Fallì per l’immobilità in cui Craxi stesso sprofondò: il primum vivere divenne
brama del vivere per vivere, di arraffare frammenti del presente e del potere,
di non progettare più nulla.
Il socialismo
italiano naufragò per colpa dei socialisti, non dei magistrati: e naufragò
perché più di altri aveva suscitato sì vaste attese.
Perfino alcuni
successi del capo socialista andrebbero narrati in maniera meno edulcorata,
censurata. Sigonella non fu un atto di autonomia verso l’America, ma la misera
messa in libertà d’un gruppo terrorista (i palestinesi di Abu Abbas) che aveva
ucciso proditoriamente, sull’Achille Lauro, un anziano americano in sedia a
rotelle, Leon Klinghoffer, solo perché ebreo. Anche in economia Craxi non fu
modernizzatore. Lo spiega bene Salvatore Bragantini, sul Corriere del 14
gennaio: sotto la guida sua e dei successori «il nostro debito pubblico è
volato dal 60% al 120% del Pil; (...). Nell’escalation del debito ebbe il suo
bel peso l’aumento dei costi delle opere pubbliche dovuto alle tangenti,
scoperte grazie a Mani Pulite».
Oggi, censurare
tanta parte del passato è utile soprattutto a Berlusconi e alla sua offensiva
contro la giustizia. Se il duello è tra vincitori e vinti, e non tra
buongoverno e governo corruttibile, si tratta di contrattaccare e vincere
finalmente la guerra. Oggi ci si difenderà dai processi, ma restando al potere
anziché fuggendo come latitanti. Stefania Craxi lo ha detto chiaramente, il 3
gennaio alla televisione: «La storia di Craxi si ripete con Berlusconi. Gli
italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi, oggi, credono». A
questo serve la politica della memoria in Italia: a perpetuare la melma in cui
ci troviamo, senza mai cominciare l’esame di coscienza che da essa ci
libererebbe. BARBARA SPINELLI LS 24
Il Papa: "Soluzioni giuste e pacifiche dei problemi
dell'immigrazione"
Al termine
dell'Angelus Benedetto XVI torna sul tema salutando i partecipanti a una veglia
per l'accoglienza
CITTA' DEL
VATICANO - Benedetto XVI è tornato sul tema dell'immigrazione, per auspicare
ancora una volta "soluzioni giuste e pacifiche dei problemi" che il
fenomeno pone alle società moderne. "Rivolgo uno speciale saluto alle
famiglie del Movimento dell'Amore familiare e a quanti questa notte hanno
vegliato nella chiesa di san Gregorio VII pregando per soluzioni giuste e
pacifiche ai problemi dell'immigrazione", ha detto il Papa al termine
dell'Angelus, unendosi spiritualmente a un movimento di cattolici italiani che
hanno dedicato, la scorsa notte, una veglia di preghiera all'accoglienza degli
stranieri in Italia.
Durante l'Angelus,
Benedetto XVI ha ricordato "la figura di san Francesco di Sales, la cui
memoria liturgica ricorre oggi" e che nel sedicesimo secolo "si
dedicò con grande frutto alla predicazione e alla formazione spirituale dei
fedeli, insegnando che la chiamata alla santità è per tutti e che ciascuno, ha
il suo posto nella Chiesa". "San Francesco di Sales - ha aggiunto - è
patrono dei giornalisti e della stampa cattolica: alla sua spirituale
assistenza affido il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni
Sociali, che ieri è stato presentato in Vaticano", intitolato "Il
sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della
parole". Un testo che esprime grande fiducia nelle opportunità offerte da
Internet all'evangelizzazione.
Del ruolo dei
mezzi di informazione ha parlato anche il cardinale Angelo Bagnasco nell'omelia
pronunciata durante la messa al Teatro delle Vittorie di Roma davanti ai
vertici e al personale della Rai. Il compito dei media non è quello di
"distruggere" ma di "edificare", "cercando con
responsabilità di scegliere e di coniugare, tra ciò che è notiziabile, quanto è
più necessario, più utile, e più buono", ha affermato il presidente dei
vescovi italiani insistendo sul concetto
di "responsabilità doverosa da parte del mondo mediale" e richiamando
le parole di Benedetto XVI, secondo il quale "ogni giorno, attraverso i
giornali, la televisione, la radio, il male viene rappresentato, ripetuto, amplificato,
abituandoci alle cose più orribili, in qualche maniera intossicandoci, perché
il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il
cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono".
Ma, ha proseguito
Bagnasco, "è ancora il Papa che apre alla speranza e ricorda che i media
possono incupire, ma possono anche illuminare; possono indurire, ma anche
sciogliere; possono distruggere - e ne abbiamo frequenti esempi - ma possono
anche edificare. E quanto! Sia questa la meta e l'orgoglio di tutti e di
ciascuno". "Cari amici, lasciate che vi dica con affetto e stima:
nella vostra attività, segnata da ritmi serrati e convulsi, lasciatevi guidare
sempre e comunque dal desiderio di voler servire le persone e la società. Il
Signore vi darà la sua luce e il suo aiuto", ha concluso il
rivolgendosi ai dirigenti della Rai, tra i quali il presidente Paolo Garimberti
e il direttore generale Mauro Masi, e ai tanti volti noti del mondo delle
spettacolo e dell'informazione presenti. LR 24
Ministero degli Esteri. Aumenta l’indennità di sede mentre si chiudono
Consolati
Per l’indennità di
sede aumento delle risorse del capitolo 1503 del Mae. E Marco Fedi e Gino
Bucchino (Pd) si rivolgono a Frattini. Fedi: Aumenta l’indennità di sede mentre
si chiudono Consolati
Roma. I deputati
Pd della Circoscrizione Estero Marco Fedi e Gino Bucchino chiedono conto, in
una interrogazione presentata al ministro Franco Frattini, di un aumento di
856.287 euro delle risorse del capitolo 1503 della tabella 6 dello stato di
previsione del ministero degli Affari Esteri, dotazione prevista per le
indennità di sede.
“Credo sia doveroso chiedere ragione
dell’aumento” rimarca Fedi nel ricordare “uno dei pochi visibili aumenti di
bilancio rispetto alle previsioni assestate per l’anno finanziario 2009”.
Nell’interrogazione, spiega Fedi, “si chiede
quali siano i motivi di un aumento a valere sul capitolo 1503 considerato che,
in conseguenza della limitatezza delle risorse, si sta procedendo a drastici
tagli nella gestione della rete consolare e si sta contemporaneamente
ipotizzando una altrettanto drastica riduzione della estensione della nostra
rete diplomatico-consolare nel mondo”.
“Un aumento nella disponibilità per le
indennità di sede, che potrebbe essere congruo alle esigenze della nostra rete,
dovrebbe affiancarsi però – avverte il deputato - a un impegno per il
mantenimento di una rete diplomatico-consolare efficiente e capace di
rispondere alle esigenze delle comunità italiane nel mondo”. Non solo.
“Dovremmo anche affrontare altri nodi che riguardano gli aumenti dei
trattamenti economici del personale non di ruolo che svolge compiti importanti
a sostegno della rete diplomatico-consolare nel mondo”. Di seguito, il testo
dell’interrogazione a risposta scritta presentata da Fedi e Bucchino il 19
gennaio.
“Al Ministro degli
Affari esteri
Per sapere –
premesso che il capitolo 1503 (competenze accessorie al personale al netto
dell’imposta regionale sulle attività produttive e degli oneri sociali a carico
dell’amministrazione, meglio nota come indennità di sede) della tabella 6,
riguardante le previsioni per l’anno finanziario 2010 per il Ministero degli
Affari Esteri, è stato aumentato, rispetto alle previsioni assestate per l’anno
finanziario 2009, di € 856.287,00;
l’Amministrazione del Ministero degli Affari
Esteri intende razionalizzare drasticamente la presenza delle nostre
Rappresentanze diplomatiche e Consolari nel mondo, alla quale dovrebbe
relativamente conseguire una minor presenza di personale di ruolo nelle sedi a
rischio chiusura;
si chiede di sapere quali sono i motivi di
questo aumento di risorse sul capitolo 1503; se quest’aumento è riconducibile
ad un aumento della presenza di personale in missione all’estero ed in caso di
risposta affermativa se non fosse possibile ovviare a questo aumento di
costi con una maggiore presenza di personale locale che garantisca in ugual
modo la funzionalità delle sedi estere; quali sono i motivi che portano
l’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri a ridurre da un lato il
numero di Rappresentanze Diplomatiche e Consolari all’estero per produrre
risparmi e dall’altro a finanziare, annullando gli effetti benefici della
suddetta rimodulazione, aumenti dell’Indennità di Sede per il personale
di ruolo in servizio all’estero”. (Inform)
Incontro Mae-Mibac per la promozione del patrimonio culturale italiano
all’estero. Le priorità 2010
Roma - Si sono
svolti mercoledì 20 gennaio alla Farnesina i lavori del quinto incontro del
tavolo congiunto Ministero degli Esteri-Ministero per i Beni e le Attività
Culturali, quale seguito operativo del Memorandum d'Intesa per la promozione
all'estero della cultura e della lingua italiana, firmato dai Ministri Franco
Frattini e Sandro Bondi il 31 luglio del 2008.
Nel corso
dell'incontro sono stati individuati i progetti che avranno carattere
prioritario nel 2010. Tra queste le iniziative legate alle celebrazioni dei 150
anni dell'Unità d'Italia; la presentazione della Collezione Farnesina Design a
Vancouver, in occasione dei Giochi Olimpici Invernali 2010; la partecipazione
italiana all'Expo di Shanghai; Italia in Albania 2010; Italia in Russia 2011;
le iniziative italiane nell'ambito di Istanbul, capitale europea della Cultura
2010, e quelle previste nel campo dell'arte contemporanea e della
comunicazione.
Nell’incontro è
stata ribadita l’importanza della "rafforzata collaborazione" tra i
due Ministeri che ha come obiettivo quello di "realizzare iniziative
comuni volte a valorizzare efficacemente il patrimonio e le altre ricchezze
culturali dell'Italia, attraverso un programma operativo che spazi dagli
appuntamenti espositivi alla musica, dallo spettacolo al cinema, dalla
promozione del libro al restauro dei beni culturali, anche in un'ottica di
sviluppo delle capacità nazionali dei Paesi beneficiari e di coinvolgimento di
interlocutori esterni, pubblici e privati".
L'incontro ha
dunque confermato la validità delle iniziative già avviate dai due Ministeri e
del lavoro svolto finora, nonché l'importanza della valorizzazione congiunta
dei grandi eventi espositivi dell'arte italiana in Italia e all'estero anche
attraverso una rafforzata strategia di comunicazione. È stata inoltre ribadita
l'importanza di uno stretto coordinamento che consenta di ottimizzare e
utilizzare efficacemente la rete estera italiana quale strumento di
"diplomazia culturale", componente a pieno titolo della politica
estera italiana. (aise)
Micheloni (Pd): "Grande successo per Anna Finocchiaro in Svizzera e
Germania"
Roma – Sono piene
di parole come “successo” e “qualità” le dichiarazioni del senatore
Pd Claudio Micheloni, eletto in Europa, all’indomani della visita della
senatrice Anna Finocchiaro a Zurigo. Parole che si estendono anche alla tappa
in Germania. E parole che, invece, non vengono pronunciate quando si accenna al
deputato Idv Antonio Razzi, indaffarato negli stessi giorni con la visita di
‘Tonino’ Di Pietro in terra svizzera.
La visita di Anna
Finocchiaro a Zurigo nello stesso giorno e ad una sola ora di distanza
dall’incontro con Di Pietro nella Casa d’Italia, aveva spinto Razzi a parlare
di una manovra per oscurarlo ad opera dei colleghi eletti all’estero nel Pd.
Ma, se si chiede al senatore Micheloni di dare la sua versione, si ottiene un
secco e deciso “no comment”. Gli eletti oltre confine sembrano non andare
d’accordo nemmeno sui tour dei loro dirigenti.
Senatore
Micheloni, quali sono gli esiti dell’incontro tra Anna Finocchiaro e le
comunità italiane residenti in Svizzera e Germania?
Possiamo parlare
di un successo al di là di tutte le aspettative.
Un successo
legato al numero dei partecipanti o alla qualità degli incontri?
Un successo
doppio, sia qualitativo che quantitativo. Oltre alla grande folla che si è
radunata intorno alla senatrice, le sale erano piene sia a Zurigo che in
Germania, bisogna registrare un’elevata qualità degli interventi e
un’accoglienza particolarmente calorosa anche da parte delle autorità tedesche
che, in questo modo, hanno dato un grande Qual è stato il commento della
senatrice Finocchiaro? Che impressione ha ricevuto dall’incontro con la
comunità italiana estera?
Lei ha espresso
una grande soddisfazione. Il viaggio le è stato utile per toccare con mano la
circoscrizione estera e l’attaccamento degli italiani al loro Paese.
E' stato il
gesto più significativo?
In uno dei suoi
interventi in Germania, la senatrice ha detto ai connazionali lì presenti: “Voi
siete la parte del popolo italiano non corrotta”.
L’onorevole Razzi
ha ipotizzato che organizzare l’incontro con la senatrice nello stesso giorno
in cui Di Pietro era in visita a Zurigo sia stato un tentativo per sminuire la
portata dell’incontro da lui organizzato…
Non commento.
Non commenta le
dichiarazioni di questo tipo o quelle dell’onorevole Razzi?
Non commento mai
le dichiarazioni di quel signore.
Barbara Laurenzi,
Italia chiama Italia
Riforma Comites e Cgie. Il dibattito alla Commissioni Esteri del Senato
Roma - Nella
seduta di mercoledì pomeriggio è proseguita in Senato la discussione sulla
riforma di Comites e Cgie volta al riassetto del sistema di rappresentanza
degli italiani all’estero. La Commissione Esteri, dunque, alla presenza del
sottosegretario Alfredo Mantica, ha ripreso il dibattito sulla cosiddetta
Bozza-Tofani, testo che, nel Comitato ristretto costituito per l’occasione, ha
cercato di sintetizzare i diversi disegni di legge presentati in merito dai
senatori Micheloni (Pd), Tofani e Bevilacqua (Pdl), Giai (Maie), Randazzo e Di
Giova Paolo (Pd), Pedica (Idv). Testo che non soddisfa tutti, tanto che quasi
tutti i senatori hanno annunciato la presentazione di emendamenti. Cosa che
farà anche il Governo, così come confermato ieri da Mantica. Ma se per il
sottosegretario la bozza Tofani è "in gran parte condivisibile", per
Randazzo e Giai presenta diversi punti critici, mentre per Pedica è del tutto
"insoddisfacente" visto che il suo ddl propone l’abolizione del Cgie,
mentre il testo del Comitato ristretto lo modifica.
Nel suo
intervento, Randazzo ha ricordato che "le direttrici fondamentali del
testo sono state oggetto di un fermo dissenso da parte dei Comites e del
Consiglio generale degli italiani all'estero e dei deputati eletti nella
circoscrizione Estero appartenenti al Pd". In particolare, il senatore
eletto in Australia, ha stigmatizzato il disposto dei commi 2 e 4 dell'articolo
1 (Comites) che, a suo dire, "individua soglie numeriche troppo elevate di
dimensioni delle collettività di cittadini italiani necessarie per la
costituzione dei Comitati", senza contare che l'articolo 2, comma 2, che
disciplina i comitati non elettivi "non costituisce un idoneo correttivo,
poiché affida la nomina esclusivamente all'attività consolare e prevede un
numero di 6 membri" che per Randazzo è "troppo ridotto".
Quanti a compiti e
funzioni del Comites, "la loro ridefinizione ex articolo 4 è poco incisiva
e generica". Non si salva nemmeno l’Intercomites previsto dall’articolo 5
perché prevede che "il presidente di ciascun Intercomites sia membro di
diritto del Cgie e questo crea un eccessivo cumulo di compiti in capo alla
stessa persona". Il senatore del Pd non ha risparmiato critiche neanche
all’articolo 7, in materia di composizione dei Comites, perché "il
rapporto ivi individuato tra numero dei componenti e consistenza numerica della
collettività dei residenti all'estero non è equilibrato".
"Perplesso"
anche sulla riforma del Cgie, che diventerà Consiglio degli italiani all'estero
(Cie), soprattutto per la riduzione del numero dei consiglieri e sulla loro
articolazione: "non solo, i presidenti degli Intercomites divengono membri
di diritto del Consiglio – ha rilevato Randazzo – ma viene anche modificato il
sistema di individuazione della quota elettiva, eliminando dall'elettorato i
rappresentanti delle associazioni. Inoltre, la rappresentanza delle regioni
come prevista dal testo non risponde a criteri condivisi neppure, per quanto di
propria mia conoscenza, dalle regioni stesse, che verrebbero private di
prerogative di precipua spettanza". Citando i lavori della Conferenza
permanente Stato-Regioni-Province autonome-Cgie svolta in dicembre, Randazzo ha
ricordato che in quella sede è stata rilevata "la necessità di una sorta
di sede di concertazione delle politiche migratorie regionali, senza giungere
all'inclusione delle rappresentanze nel Consiglio stesso". L’ultima
annotazione sulle soglie individuate per la costituzione dei Comites che
"porterebbero a privare taluni importanti Paesi, soprattutto in Africa e
in Asia, di una rappresentanza elettiva".
Critica anche
Mirella Giai, eletta in Sud America, secondo cui il testo "non dispone un
riassetto, ma un completo stravolgimento" della rappresentanza degli
italiani all’estero. Cme Randazzo, anche la Giai ha inserito tra le cose da
cambiare il numero di iscritti all’Aire necessari per la costituzione di un
Comites. Quanto al Cgie, per la senatrice "le modifiche sono talmente
incisive che potrebbero compromettere il ruolo storico svolto da tale
istituzione, insieme con quello espletato dalla realtà delle associazioni, dei
sindacati e dei patronati all'estero".
Nel suo intervento
la senatrice Marinaro (Pd) fa definito "indispensabile" individuare
la "direttrice fondamentale" nella proposta di riforma per
"ridefinire i rapporti tra i meccanismi di rappresentanza delle
collettività italiane all'estero e il ruolo che sono chiamate a svolgere nei
confronti della struttura diplomatico-consolare". In questo senso, ha
aggiunto, è pure "indispensabile un raccordo centralizzato che deve
rivolgersi ad un unico interlocutore. Si tratta, cioè, di responsabilizzare le
istituzioni rappresentative, incluse le regioni, nei confronti di un referente
unitario. Quindi, dobbiamo chiarire se il contraltare delle rappresentanze
degli italiani all'estero sia costituito dall'Esecutivo oppure dal Parlamento,
così come è necessario precisare il ruolo che il Mae sarà chiamato a
svolgere".
Per il senatore
Livi Bacci occorrerebbe riflettere su forme per "garantire un
coinvolgimento nelle istituzioni rappresentative degli italiani all'estero
anche di esponenti delle comunità che più si sono integrate, che in prospettiva
possono fornire un contributo rilevante allo sviluppo del Paese". Il
senatore ha portato ad esempio il caso Usa dove "a fronte di un'imponente
emigrazione italiana, il numero degli iscritti alle anagrafi consolari è minore
rispetto a Paesi come alcuni dell'America latina dove i flussi migratori sono
stati di minore dimensione", ma ci sono più iscritti.
Presidente del
Comitato per le questioni degli italiani all’estero, il senatore Firrarello
(Pdl) (vedi Aise di oggi h.14.14) ha ricordato, in particolare,
"l'importante operato di associazioni e patronati che hanno assistito sul
posto le collettività dei migranti", l’importanza del "sostegno alla
diffusione della lingua e della cultura italiana all'estero" e l’esigenza
di "operare organico e coordinato degli interventi predisposti a livello
statale e a livello decentrato dalle regioni, ma anche dagli enti locali".
Anche se la bozza Tofani è "idonea e articolata base di partenza",
Firrarello ha comunque annunciato emendamenti per "assicurare la presenza
di un Comites anche nelle realtà territoriali di peculiare importanza in cui la
collettività italiana è significativa ma inferiore a determinate soglie
numeriche, come ad esempio Tunisi".
Quanto alla
presenza dei presidenti Intercomites nel futuro Cie, il senatore del Pdl ha
sottolineato "la veste rappresentativa che essi ricoprono rispetto alle
realtà nazionali di riferimento". Nel nuovo Cgie, più che rappresentanti
di ogni singola regione, "sarebbe preferibile la presenza di una rappresentanza
della Conferenza delle regioni e delle province autonome"; necessario, per
Firrarello, anche "assicurare la presenza della Federazione unitaria della
stampa italiana all'estero (Fusie) e delle Camere di commercio italiane
all'estero".
E se il presidente
della Commissione Lamberto Dini ha richiamato i colleghi sull’obiettivo della
riforma cioè "semplificare gli istituti di rappresentanza delle comunità
italiane all'estero, tanto più necessaria alla luce dell'introduzione dei
parlamentari eletti nella circoscrizione Estero", il senatore Pedica ha
ribadito come il suo disegno di legge "non trovi riscontro nel testo
unificato predisposto dal relatore, poiché esso prevede il vero e proprio
superamento dell'attuale Consiglio generale degli italiani all'estero",
cioè la sua abolizione.
È quindi toccato
al sottosegretario Mantica spiegare ai senatori la posizione del Governo che,
ha annunciato, presenterà emendamenti "di contenuto tale da non modificare
incisivamente l'impostazione di fondo del testo unificato, che è in gran parte
condivisibile".
Per Mantica il
testo prevede "la tutela della rappresentanza territoriale delle comunità
italiane" attraverso Comites e Intercomites. Quanto al ruolo svolto dal
settore delle associazioni e dei patronati, ha aggiunto, "non condivido
l'opinione del superamento di questo ruolo, poiché una adeguata rappresentanza
potrà essere assicurata proprio all'interno dei Comites, in maniera ancor più
efficace rispetto alla attuale previsione di membri di nomina governativa all'interno
del Cgie". Per Mantica, poi, rappresenta una "importante
innovazione" la norma che prevede "l'inclusione nelle liste
elettorali delle componenti femminili e giovanili". D’accordo sulla
presenza dei presidenti Intercomites nel Cie, sulla rappresentanza delle
regioni Mantica ha sostenuto che "un raccordo delle politiche territoriali
debba essere assicurato, in un'ottica di non discriminazione tra italiani
residenti all'estero a seconda della provenienza geografica". In questo
senso, "l’importante l’attività di sostegno e raccordo svolta dalle
regioni è un patrimonio che non può essere disperso".
Sul ruolo del Mae,
richiamato dalla senatrice Marinaro, anche per Mantica sarà importante
"definirlo" posto che "il referente principale degli istituti di
rappresentanza delle collettività italiane all'estero è il Parlamento". Il
sottosegretario ha infine ricordato che "la scelta di togliere al ministro
degli esteri la presidenza del Cgie è stata oggetto di dibattito in seno al
Ministero", pur essendo "in ogni caso condivisibile".
È toccato al
senatore Tofani replicare agli interventi dei colleghi. Come relatore del testo
unificato ha riaffermato "la necessità" della riforma e fatto
presente che "il ruolo dei Comites è ridefinito sia prevedendo uno stretto
collegamento con il territorio di riferimento, sia attribuendo al Comitato una
precisa rilevanza anche nei confronti della struttura diplomatico-consolare in
loco". Quanto ai Comites non elettivi essi "assicurano adeguata
presenza anche in quei contesti in cui non sono raggiunte le soglie numeriche
necessarie per procedere all'istituzione dei comitati". Limiti che, ha
ricordato, "si differenziano per continente".
Passando al Cgie,
la previsione di inserire tra i consiglieri rappresentanti delle regioni
"non ha come obiettivo quello di condizionare o limitare il Consiglio, ma
di facilitare un migliore coordinamento ed un riequilibrio delle politiche
locali".
Infine, il Mae:
Tofani ha detto di condividere la norma che prevede l’elezione diretta del
presidente da parte del Cie perché "assicura autonomia anche formale al
Consiglio nel rapportarsi al Ministero e al Parlamento. Sono disponibile a
valutare eventuali emendamenti che dovessero disciplinare i rapporti tra
rappresentanti del Governo e Consiglio degli italiani all'estero", ha
aggiunto ricordando, in conclusione, che "la possibilità per tutti i
parlamentari italiani, e non solo quelli eletti all’estero, di partecipare alle
riunioni degli Intercomites e del Consiglio degli italiani all'estero sarà garanzia
di coinvolgimento di tutto il Parlamento". (aise)
Amburgo. Il comitato “Salviamo il Consolato” è ottimista. Delegazione
tedesca a Roma
Amburgo - Il 13 e
14 gennaio scorsi una delegazione del parlamento di Amburgo guidata dal
presidente Berndt Röder ha incontrato a Roma alcuni deputati della Commissione
Affari esteri della Camera, con il Direttore generale per il Personale del Mae
Giacomo Sanfelice di Monteforte e con il senatore Lamberto Dini Presidente
della Commissione Esteri del Senato. Con tutti si è discusso anche del futuro
del Consolato italiano, una delle sedi che, secondo il piano di
riorganizzazione della Farnesina, dovrebbe chiudere nei prossimi mesi. Una due
giorni che oggi viene ripercorsa da Beatrice Virendi del Comitato "Salviamo
il Consolato Generale d'Italia" di Amburgo.
La delegazione
tedesca, oltre al presidente Röder, comprendeva parlamentari delle diverse
correnti politiche: Bernd Capeletti (Cristiano Democratico), Günter Franke
(Socialdemocratico), Andreas Waldowski (Verdi) e Christiane Schneider (La
Sinistra). Accompagnavano la delegazione la Direttrice dell'Ufficio Estero
della Camera di Commercio, Corinna Nienstedt, una rappresentante e portavoce
del Comitato "Salviamo il Consolato Generale" ed un sostenitore esterno
delle iniziative a favore del mantenimento del Consolato.
Primo
appuntamento, il 13 gennaio, è stato alla Camera: ad accogliere la delegazione
gli eletti all’estero Di Biagio (Pdl), Garavini (Pd), Picchi (Pdl) e Razzi
(Idv) insieme ai colleghi Pagano (Pdl) e Barbi (Pd). All’incontro, presieduto
dal'Onorevole Narducci (Pd), che della Commissione Esteri è Vice Presidente,
non hanno potuto partecipare né il sottosegretario Alfredo Mantica né
l'Ambasciatore Giampiero Massolo, Direttore Generale del Mae.
"Dall'incontro
tra le due delegazioni – riporta Virendi – è prontamente emersa unanime
opinione circa l'importanza di non poter privare la Città di Amburgo della
rappresentanza consolare".
Il giorno
seguente, 14 gennaio, la delegazione ha prima incontrato il Ministro Sanfelice
di Monteforte e poi il senatore Dini. In questa sede, prosegue Virendi,
"il Presidente Röder ed i componenti della delegazione hanno sottolineato
la funzione fondamentale del Consolato di Amburgo quale centro promotore di
coesione sociale tra il tessuto economico della città ed i cittadini italiani.
Il Presidente Röder e tutti i componenti della delegazione hanno dichiarato che
l'eventualità chiusura della sede consolare si rifletterebbe senza dubbio
negativamente sul settore commerciale e della navigazione e priverebbe inoltre
l'amministrazione amburghese di un interlocutore istituzionale italiano".
Durante
l’incontro, continua Virendi, "Röder e i componenti della delegazione
hanno citato anche gli esempi di Svezia e Norvegia, che dopo avere chiuso in un
primo momento le rispettive rappresentanze consolari ad Amburgo, sono tornate
sui loro passi. Anche il governo degli Stati Uniti, dopo un'attenta
ponderazione dei fatti, ha deciso di non ritirare la sua rappresentanza, e la
Francia ha invece trasferito il Console Generale presso l'Istituto di Cultura
Francese".
"Tra i
politici italiani – riprende Virendi – sembra ci sia chi, contrariamente a
quanto sostenuto con dati e argomenti concreti dal Presidente Röder e dai
componenti della delegazione, proporrebbe soluzioni alternative come l’apertura
di uno sportello consolare presso l’Istituto Italiano di Cultura, ovvero di un
Consolato Onorario solo ai fini della navigazione, ed il potenziamento del
Consolato Generale di Hannover e/o dei Consolati Onorari di Kiel e di Brema e
dell´Ambasciata di Berlino per quanto concerne gli interessi economici. Alcune
delle proposte avanzate – sottolinea la portavoce del Comitato – non sono
regolate dalla legislazione italiana: ad esempio l´apertura di un Consolato
Onorario laddove c'è uno sportello consolare; ed altre, invece, rendendo in
concreto complicate le pratiche burocratiche, porrebbero in essere circostanze
deterrenti circa l'espletamento dei rapporti economici e commerciali,
diminuendo ad esempio l'importanza strategica del porto di Amburgo per le
aziende italiane".
Dopo aver
riconosciuto che il Senatore Dini "si è mostrato particolarmente sensibile
alle ragioni espresse dalla delegazione ed ha assicurato il suo pieno appoggio
in seno alle istituzioni competenti", Virendi conclude: "nonostante
il cauto ottimismo espresso dalla delegazione al suo rientro in Germania, resta
fermo l'impegno del Comitato "Salviamo il Consolato Generale"
affinché la comunità italiana e tedesca,le aziende italiane e tedesche e la
Città di Amburgo non vengano private del Consolato Generale". (aise)
Una guida "pizzo-free" di Palermo per i turisti tedeschi
Una piantina
turistica di Palermo, ad uso dei turisti tedeschi, con la segnalazione di tutti
gli esercizi commerciali della città, circa 400, che hanno aderito a
'AddioPizzo', e che quindi si sono impegnati a non essere taglieggiati dalla
mafia: questa l'iniziativa presentata giovedì a Roma dall'ambasciatore tedesco
Michael Steiner e da alcuni rappresentanti dell'Associazione antiracket
'AddioPizzo'. L'impegno della società civile "é centrale nella lotta alla
mafia", ha spiegato l'ambasciatore tedesco e l'iniziativa, ha aggiunto,
"assume per noi un rilievo particolare, visto che in Sicilia i tedeschi
rappresentano il gruppo di turisti più numeroso". Il finanziamento della
prima edizione della piantina da parte dell'ambasciata servirà quindi "ai
palermitani che amano la propria città e ai turisti tedeschi - ha sottolineato
Steiner - che amano Palermo e che non vogliono però sostenere il sistema del
pizzo". L'iniziativa dell'ambasciata tedesca e di 'AddioPizzo' ha già
evidenziato, è stato rilevato nel corso dell'incontro, forme di incoraggiamento
da diversi tour operator tedeschi che, hanno assicurato, pubblicheranno e
segnaleranno quanto più possibile l'iniziativa. Alla presentazione della
cartina di 'AddioPizzo' ha partecipato tra gli altri anche Gabriele La Malfa
Ribolla, cofondatore dell'Associazione: "Il nostro - ha spiegato - è un
movimento aperto, dinamico, che agisce dal basso e si fa portavoce di una
rivoluzione culturale contro la mafia. Tutto all'insegna del motto 'Un intero
popolo che paga il pizzo e' un popolo senza dignità'". Presente anche
Francesca Vannini-Parenti, responsabile di 'AddioPizzo Travel'. "Da questo
momento - ha osservato - sarà più facile fare un viaggio 'Pizzofree' in
Sicilia, e ciò potrà essere utile non soltanto per i turisti tedeschi ma,
auspichiamo, anche per vacanzieri di altre nazionalità".
"Nella lotta
alla mafia deve emergere un più forte impegno da parte dell'Unione
Europea". Questo l'invito espresso oggi a Roma dall'ambasciatore tedesco
Michael Steiner nel corso della presentazione di una mappa turistica in tedesco
di Palermo realizzata dall'Associazione 'AddioPizzo'. Durante l'incontro
Steiner ha lodato la cooperazione italo-tedesca nella battaglia contro la
criminalità organizzata: "In questi anni - ha riferito - ho incontrato
diversi pubblici ministeri e poliziotti italiani che mi hanno colpito, persone
con grande impegno personale, professionalità e coraggio civile che sono stati
in grado di mietere molti successi, in particolare in queste ultime
settimane". Tuttavia, ha aggiunto, "nella lotta alla mafia sono
sicuro che possano dare un contributo utile anche la società civile tedesca e italiana".
SicInf 21
Coppa del Mondo della Gelateria 2010: per la prima volta partecipa anche
una squadra tedesca
La Coppa del Mondo
della Gelateria (http://www.coppamondogelateria.it/) è arrivata alla sua quarta
edizione e si tiene quest’anno a Rimini, nell’ambito della fiera SIGEP, dal 23
al 26 gennaio. Vi partecipano 10 nazioni provenienti da quattro continenti, ma
la vera novità è che su iniziativa dell’agenzia fare event & promotion
questa volta ci sarà anche una squadra in rappresentanza dei colori della Germania.
Si tratta di un team che sottolinea la cooperazione italo-tedesca e
l’interculturalità del gelato – ecco i nomi: Nicola Losego (Maestro gelatiere –
Dortmund), Gerhard Skrovanek (Scultore di ghiaccio e Maestro cioccolatiere –
Monaco), Antonio Mezzarana (Maestro pasticciere - Bonn), Stefano Lucchini
(capitano, Krefeld).
Il tema scelto
dalla squadra è „Farfalle“, quindi tutte le creazioni artistiche dovranno
riportare questo motivo. Il concorso è estremamente impegnativo e, visto il
livello delle altre edizioni, ci si aspetta anche questa volta dei veri e
propri capolavori.
La Coppa del Mondo
della Gelateria vuol essere un simbolo dell’importanza del gelato artigianale
sia come alimento che come espressione culturale. “Il gelato è un alimento di tradizione
italiana, ma fa parte ormai di tutte le culture del mondo, dove è stato accolto
con amore tra le specialità culinarie locali”, dice il Dr. Fausto Castellini
dell’agenzia fare event & promotion, che sottolinea: “Non bisogna dimenticare che se vogliamo rispettare questo
magnifico prodotto, dobbiamo anche saperne curare la qualità e saperlo
presentare come merita.” In queste
parole è racchiuso il motivo della partecipazione della squadra tedesca alla
Coppa del mondo della Gelateria: in Germania bisogna far capire alle nuove
generazioni che il mestiere del gelatiere è un’arte meravigliosa, che ripaga
gli sforzi fatti per impararla. E non importa che passaporto si ha in tasca,
quello che conta è la volontà e la creatività.
Il gelato
artigianale era anche il tema della rassegna culturale „Eiskalt: Aber mit
Leidenschaft / Freddo: ma con passione“ organizzata nel 2009 dall’agenzia fare
event & promotion e che aveva visto la realizzazione di numerosi eventi nel
Nordreno-Vestfalia. “Dato il grande consenso ottenuto”, assicura il Dr.
Castellini, “la rassegna continuerà anche quest’anno e presto ne verrà
presentato il programma.”
E chissà,
nell’occasione forse potremo festeggiare anche una coppa riportata dalla
squadra tedesca - ma anche senza, che importa: l’essenziale è partecipare!
Maurizio Libbi,
de.it.press
Francoforte. E ora Brillante (Lista EL) chiede l’assessore italiano al
Comune
Abbiamo un
progetto a Francoforte, vogliamo un assessore (Stadtrat) italiano al Comune. Un
assessore è membro della giunta Comunale. Ogni venerdì siede di fronte al
Sindaco di Francoforte e può esporre direttamente la propria, la nostra
opinione.
A capo del governo
cittadino di Francoforte vi è il primo borgomastro, attualmente la signora
Petra Roth. L'organo che dirige il governo cittadino è il
"Magistrat". A capo della giunta comunale (Magistrat) vi è il primo
sindaco "Oberbürgermeister/in".
Il
"Magistrat" è composto da assessori, quelli con portafoglio, cioè che
hanno una competenza effettiva -economia, sport, questioni sociali ecc- e
quellli senza portafoglio, i cosiddetti "ehrenamtlich".
Anche gli
assessori senza portafoglio partecipano alle riunioni del governo con diritto
di voto, ma quello che è importante è che anche se stanno all'opposizione
ricevono le informazioni alla fonte e possono intervenire.
Gli assessori
vengono eletti dal Consiglio Comunale. Il Consiglio Comunale viene eletto da
tutti i cittadini alle elezioni comunali.
Noi italiani siamo
parte integrante della città di Francoforte. Noi abbiamo il diritto di voto
comunale già dal 1997. Noi possiamo eleggere propri rappresentanti al Comune e
quindi anche un assessore.
Noi abbiamo i
numeri per eleggere un nostro Assessore.
Le prossime
elezioni comunali si terranno nel marzo del 2011.
Se riusciamo ad avere
una rappresentanza politica a Francoforte potremo migliorare di molto la nostra
situazione su tutti i campi della vita sociale.
Chi non conosce i
problemi che hanno i nostri figli a scuola, i giovani nel trovare un posto di
lavoro e anche la situazione dei nostri anziani italiani, che hanno contribuito
con il loro lavoro a costruire la Germania e Francoforte, non è sempre rosea.
Non sarebbe un
motivo per essere orgogliosi se riuscissimo ad eleggere un Assessorre italiano?
Se riusciamo in
questo progetto faremo parlare l’Italia di noi italiani a Francoforte. Avremo
la televione italiana a Francoforte.
Vi rimetto per
conoscenza l’ultimo discorso che ho tenuto al Consiglio Comunale di Francoforte
nel mese di Novembre scorso e che riguarda la problematica degli impiegati
comunali di origine straniera presso gli uffici pubblici a Francoforte.
(tra i servizi in
tedesco, ndr)
Vi ricordiamo che
la prossima riunione per discutere sulla politica Comuale si terrà il giorno 03
Febbraio, mercoledì alle ore 18,00 nei locali della Europa Liste, presso la FAG
Bethmannstr. 3, Pianoterra sulla sinistra . Si prega di confermare la presenza
telefonando a Raiola Nicola, 0172 – 1785780 oppure e-mai.: raiola@web.de
Nella prossima
riunione daremo priorità agli argomenti che proporrete voi stessi. Dagli
argomenti e le proposte che farete potranno scaturire istanze o domande al
governo cittadino. Luigi Brillante, EL
(de.it.press)
Monaco di Baviera. La Giornata della Memoria all’Istituto Italiano di Cultura
Monaco di Baviera
- In occasione delle celebrazioni della "Giornata della Memoria",
mercoledì 27 gennaio, a partire dalle ore 18, l'Istituto Italiano di Cultura di
Monaco di Baviera ospiterà un incontro con Dorothea Heiser, autrice
dell'antologia "La mia ombra a Dachau. Poesie dei deportati raccolte e
commentate da Dorothea Heiser". Seguirà la proiezione del film
"Memoria" (1997) di Ruggero Gabbai, che sarà presente in sala, in
versione originale con sottotitoli in inglese.
L'evento è
organizzato dall'Istituto stesso, in collaborazione con la Gesellschaft zur
Förderung jüdischer Kultur und Tradition e.V. di Monaco di Baviera e la
Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano.
Alla ricerca dei
sopravvissuti del campo di concentramento di Dachau, Dorothea Heiser ha stretto
numerosi e intensi contatti e ha conosciuto la poesia degli ex-deportati.
Quindi ha raccolto queste poesie e le ha pubblicate, unitamente alle biografie
dei loro autori, nell'antologia "La mia ombra a Dachau - Poesie dei
deportati raccolte e commentate da Dorothea Heiser" edita da Mursia
(Milano, 1997).
Quanto alla
pellicola "Memoria", tra il 1943 e il 1945 furono deportati 8500
ebrei italiani: circa 800 sono sopravvissuti. Cinquant'anni dopo, novanta di
loro erano ancora in grado di raccontare i loro ricordi; non con odio, ma con
lucidità e tanta commozione per i loro cari che nei campi di concentramento
trovarono la morte. Un film-documentario che lascia la parola alle vittime con
estrema sensibilità, rispettando il loro dolore. (aise)
Amburgo. Moni Ovadia legge Primo Levi e Imre Kertész all’Università
Amburgo – Moni
Ovadia all’Università di Amburgo legge Primo Levi e Imre Kertész. In occasione
del Giorno della Memoria l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in
collaborazione con l’Istituto di Romanistica dell’Università di Amburgo
promuovono l’incontro con uno dei principali esponenti del teatro italiano.
Il 25 gennaio alle 19.30 presso l’Università
(Flügel Ost, Raum 221, Edmund-Siemers-Allee 1) appuntamento con “Le parole
della nostra responsabilità”: Moni Ovadia leggerà passi de “I sommersi e i
salvati”, ultimo saggio di Primo Levi, e de “Dossier K., autobiografia di Imre
Kertész (moderazione di Stefanie Neu, in lingua italiana e tedesca). Levi e
Kertész, entrambi sopravvissuti del campo di concentramento di Auschwitz,
partono dalla propria esperienza personale per rispondere a quesiti più ampi e
complessi: Levi analizza il rapporto tra oppressori e oppressi, la "zona
grigia" della collaborazione, la macchina dello sterminio; Kertész si
interroga sui più grandi eventi della storia del Novecento e svolge un'analisi
della propria vita e delle proprie scelte, mettendole in discussione
Moni Ovadia - attore, drammaturgo, musicista,
scrittore - è uno dei principali esponenti del teatro italiano, cantante e
compositore. Di origine ebraica e radicato nella cultura yiddish, inizia
la sua carriera artistica nel 1972, quando
fonda il Gruppo folk internazionale; il successo arriva nel 1990 con lo
spettacolo Oylem, Goylem, in cui fonde le proprie esperienze di attore e
musicista: il "teatro musicale" diventa presto un segno distintivo
dell'artista. Tra i lavori più conosciuti citiamo Dybbuk e Cabaret Yiddish . (Inform)
Italiano di Licata ucciso a Colonia e abbandonato in un sacco
dell’immondizia
Colonia - Un
italiano di 44 anni originario di Licata, in provincia di Agrigento, è stato
ucciso per motivi ancora da chiarire a Colonia, città dove si era trasferito
dallo scorso novembre. A darne notizia è Rosario Cambiano, connazionale
residente da anni a Colonia, che ripercorre la vicenda seguita dai giornali
tedeschi dallo scorso 15 gennaio, quando un cadavere venne trovato vicino
all’autostrada nei pressi di Leverkusen dentro un grosso sacco dell’immondizia.
Il cadavere,
scrive Cambiano, è stato identificato dalla squadra omicidi attraverso i
tatuaggi sulle braccia, in parte scritti in italiano, e dall´analisi del DNA.
La vittima, scrive infine Cambiano, era arrivata a Colonia nel novembre scorso
molto probabilmente proveniente dal vicino Belgio ed era ricercata dalla
polizia tedesca per il ferimento grave di un altro connazionale in Germania.
(aise)
“Per un futuro sostenibile”: chiuso a Bari il Meeting Mondiale dei giovani
BARI - Il futuro
non è finito se tutti i giovani del mondo assumeranno in prima persona 12
impegni prioritari per la vita del pianeta. Il Meeting mondiale dei giovani di
Bari per un futuro sostenibile si è chiuso a Bari il 21 pomeriggio lanciando
per il 12 agosto, Giornata mondiale della gioventù, una Giornata mondiale di
azione del movimento dei cittadini globali-locali NMC.
Ogni attivista di NMC (dall’esperanto Ni,
mondlokaj civitanoj - Noi, cittadini globali-locali) il social network globale
per giovani leaders (http://nimociv.org) che ha facilitato la costruzione
dell’evento, in quella giornata si è impegnato a consegnare l’Accordo di Bari e
la Vision del Meeting al proprio governo cittadino, locale e nazionale,
fisicamente o con ogni mezzo di pressione online. Cinque delegati del Meeting
di Bari, uno per ciascun macrotema discusso nella tre giorni – Cittadinanza,
Economia e occupazione, Educazione, Ambiente, Sicurezza umana e promozione
sociale - inoltre, parteciperanno alle celebrazioni dell’Apertura dell’Anno
internazionale dei Giovani Onu e alle principali iniziative promosse dall’Onu
per presentare la “Visione di Bari”, il documento di impegno per i prossimi due
anni del movimento nel quale, nella cornice delle 12 priorità individuate
insieme, ogni gruppo e singolo ha presentato i propri impegni concreti per il
proprio territorio.
Il Kick off committee, comitato promotore del
Meeting di Bari e del network NMC nel quale sono rappresentati il Ministero
della Gioventù italiano, la Regione Puglia, l’Agenzia nazionale per la
Gioventù, l’Inter-American Development Bank (IDB), l’International Labour
Organizations (ILO), UN-Habitat, Microsoft, Amartya, Arci, FLARE, FAIRTRADE
Federation, Indaba-network, Making Cents International, Modavi, MTV,
Vedogiovane, World Wildlife Fund (WWF), in collaborazione con Unesco, ha
sottoscritto in chiusura dei lavori un proprio documento, l’Accordo di Bari, in
sei punti, nel quale si impegnano a:
- disseminare Il Piano d’azione risultante
dai lavori delle tre giorni, all’interno delle proprie organizzazioni;
- supportare il movimento NMC che si è
costituito. Hanno concordato anche di continuare a impegnarsi per il futuro dei
giovani, come partner chiave per un futuro sostenibile;
- costruire partnership e sincronizzare in
una governante coordinata iniziative concrete dei giovani, profondamente
compatibili con quelle proposte nel Piano d’azione di NMC, a cominciare da
quelle proposte da loro;
- salutare favorevolmente la creazione di un
Segretariato permanente per NMC, sostenuto dalle istituzioni italiane, che
sosterrà il Kick off committee e i delegati a rimanere connessi, informati,
impegnati.
- incoraggiare la creazione di uno Steering
commitee formale per NMC che includa i delegati nella propria struttura di
Governance e processi decisionali
- cercare nuovi membri, pensieri più
innovativi e opportunità per una partecipazione significativa per consolidare
NMC e aggiungere nuove prospettive per rafforzare l’iniziativa. (Inform)
Interventi. Un commento a recenti dichiarazioni di Luca Cordero di
Montezemolo
Ho letto le
dichiarazioni di Luca Cordero di Montezemolo e mi piacerebbe commentarle.
Ovviamente il
rappresentante degli industriali è tenuto a difendere gli interessi degli
industriali, che sono una piccola percentuale dei cittadini.
Noi cittadini abbiamo da parte nostra l’obbligo di
difendere la classe dei cittadini, ben più vasta numericamente di quella dei
grandi industriali, anche se putroppo politicamente meno tutelata.
I cittadini non
possono essere tranquilli perché ogni giorno il governo ne sforna una nuova che
va a loro svantaggio.
Prendiamo il
processo breve. Una legge che serve a Berlusconi per difendersi dai tre
processi in corso contro di lui: Mills, Mediaset e Mediatrade. Una legge che
allo stesso tempo sancisce di fatto l’amnistia di migliaia di processi per
reati gravissimi e di forte allarme sociale.
Possiamo dormire
tranquilli, caro signor Montezemolo? No, non possiamo dormire tranquilli
sapendo che centinaia di criminali e di mafiosi la faranno franca solo perché bisogna
salvare il premier.
Prendiamo il folle
piano nucleare del governo. E’ormai evidente che le regioni non accettano
un’imposizione dall’alto di centrali nucleari o megadepositi di scorie tossiche
o radioattive. E la costituzione attuale (che non sono ancora riusciti a
stravolgere) riconosce alle regioni la piena facoltà di dire l’ultima parola
sulle decisioni che riguardano il proprio territorio. Che fa invece il governo?
Incalza con i
propri progetti nucleari unilaterali decisi a tavolino con il gigante francese
EDF e le imprese italiane non nucleari che beneficeranno delle commesse senza
tenere in minimo conto l’opposizione e il rifiuto totale che viene dai diretti
interessati e cioè i cittadini e gli enti locali.
Non solo, ma
invece di consultare i cittadini in sede elettorale e spiegare onestamente che
il PDL e i partiti di governo difenderanno a spada tratta l’opzione nucleare,
hanno cancellato il tema dal dibattito elettorale, per paura di perdere
consensi. Dobbiamo fidarci di questi politici con la doppia agenda? Poi dopo le
elezioni di marzo si scoprirà che i nuovi eletti del PDL sono favorevoli
alle megacentrali e ai megadepositi di scorie radioattive sul proprio
territorio. E i cittadini non avranno più la possibilità di ribellarsi.
Dobbiamo dormire
tranquilli, signor Montezemolo?
Dobbiamo
raddoppiare le dosi di anestetico che la TV
già ci propone in dosi massicce 24 h su 24?
Un ultimo esempio.
Berlusconi promette un abbassamento delle tasse e poi se lo rimangia qualche
ora dopo. Le sembra corretto prendere in giro i cittadini in questo modo?
Non solo, ma le
tasse indirette e le tasse locali continuano a ad aumentare paurosamente, a
fronte di un servizio che non c’è. La bolletta della luce continua a essere
salata anche perché ci fanno pagare 400 milioni per lo smantellamento del
vecchio nucleare (immaginate quindi quanto dovremo pagare in futuro per lo
smantellamento delle nuove 8 centrali). Le banche continuano a dare interessi
risibili ai risparmiatori e quei pochi interessi vengono tassati al 27%!
Di questo non se
ne parla mai. I grandi evasori all’estero e i grandi riciclatori di denaro
usufruiscono di uno scudo fiscale e pagano il 5% di tassa, i poveracci pagano
invece il 27% sui loro sudatissimi e onesti risparmi.
Le sembra giusto?
Dobbiamo dormire
tranquili signor Montezemolo?
E che dire della
nuova legge che regalerà 300 milioni di euro alla SIAE togliendoli a chi
acquista cellulari, PC, pennette USB?
E che dire dei
provvedimenti volti a limitare la libertà di espressione sul web?
Non è la politica
a essere invasiva, ma lo strapotere delle lobby che governano l’Italia e
pensano solo ai propri interessi che costringe i cittadini che vorrebbero
starsene tranquilli, lavorare e occuparsi di cose belle, come la cultura e
l’arte a esser continuamente sul chi va là e tenere d’occhio l’azione di
politici e governanti.
Se Berlusconi fa
soltanto le leggi per sé, abbiamo il diritto e il dovere di intervenire e
chiedere il rispetto della Costituzione e dell’uguaglianza dei cittadini di
fronte alla legge.
E’ nostro
obbligo esprimere ogni giorno un parere
in difesa degli interessi dei cittadini, in ogni caso dei 60 milioni di
cittadini italiani.
I cittadini hanno
il diritto a essere pienamente informati di ciò che il governo decide per loro
e se queste decisioni non vanno a loro vantaggio, hanno il pieno diritto di
criticarle. Di una politica soporifera che tende a bagatellizzare i gravissimi
problemi reali del paese non sappiamo che farcene.
Lei difende in
primo luogo gli interessi dei grandi industriali, signor Montezemolo.
Noi difendiamo gli
interessi e il diritto all’informazione della classe dei cittadini, 60 milioni
di persone. Lasciateci fare il nostro lavoro.
Silvia Terribili
(idv olanda), de.it.press
Il 27 gennaio al Quirinale la cerimonia di premiazione del concorso "I
giovani ricordano la Shoah"
ROMA - Sono state presentate a Palazzo Chigi,
dai sottosegretari Letta e Bonaiuti, le iniziative patrocinate dal Comitato di
coordinamento per le celebrazioni in ricordo della shoah. Il 27 gennaio si
celebra infatti per il decimo anno il Giorno della Memoria, istituito nel 2000
per commemorare, nella data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, la
Shoah e tutti coloro che si opposero al genocidio a rischio della propria vita.
In occasione del Giorno della Memoria sono
organizzati incontri, cerimonie e momenti comuni di rievocazione e riflessione,
in particolare nelle scuole, su quanto accadde allora agli ebrei e ai deportati
politici e militari italiani nei campi di concentramento nazisti.
Anche quest'anno il ministero della Pubblica
Istruzione, in collaborazione con l'Unione delle Comunità ebraiche italiane, ha
indetto il concorso nazionale "I giovani ricordano la Shoah" e il 27
gennaio si terrà, nella sala dei Corazzieri al Quirinale, alla presenza del
capo dello Stato, la cerimonia di premiazione delle classi vincitrici del
concorso.
Sempre nella mattinata del 27 gennaio, il
sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta consegnerà, per il
secondo anno, le medaglie d'onore ai cittadini italiani, militari e civili,
deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per
l'economia di guerra ovvero ai familiari dei deceduti. Saranno insigniti al
Quirinale circa 80 ex deportati, mentre con cerimonie analoghe presso le
prefetture saranno insigniti altri sopravvissuti ai campi di sterminio, o
familiari di deceduti. (Inform)
Cina/Usa. Manovratori di opinioni
A prima vista non
si direbbe che il governo della Repubblica Popolare Cinese e la Corte Suprema
degli Stati Uniti abbiano molto in comune. Eppure nelle ultime quarantott’ore
hanno adottato decisioni o preso posizioni sostanzialmente simili che
potrebbero incidere molto fortemente sulla vita dei normali cittadini. Al di là
delle apparenze, in entrambi i casi rischia di essere limitato il diritto di
esprimere, diffondere o ricevere opinioni su Internet.
Il governo cinese
sostiene che Internet è libera se rispetta la legge e che le società che
operano nello spazio cibernetico diffondendo informazioni devono cooperare con
le autorità per stabilire un «clima di armonia e stabilità sociale» e per
«orientare correttamente l'opinione pubblica». La Corte Suprema degli Stati
Uniti ha deciso qualcosa di solo apparentemente opposto: non sarà applicabile
la legge che limita le risorse finanziarie che le imprese e i sindacati possono
dedicare a campagne d'opinione tese, in periodo elettorale, a influire sulle
decisioni degli elettori.
A New York e Los
Angeles non ci sarà più alcun freno alle somme per acquistare spazi televisivi,
radiofonici e telematici, nonché sulla carta stampata, per far eleggere i
politici vicini ai propri interessi in quanto si potrà spendere quanto si vuole
e il controllo sui mezzi di informazione potrà così aumentare fortemente. Le
imprese che maggiormente inquinano potranno finanziare martellanti campagne
fiancheggiatrici dei candidati contrari alle norme antinquinamento; le imprese
bancarie e finanziarie potranno spendere miliardi (magari a suo tempo sborsati
dallo Stato per evitarne il fallimento) per sostenere i parlamentari contrari
alla proposta del presidente Obama di introdurre un'imposta speciale sulle
banche; le case farmaceutiche e le compagnie di assicurazione potranno
raddoppiare i loro sforzi a favore di politiche che vogliono convincere gli
americani che la riforma sanitaria proposta dal Presidente è un disastro.
Questi comportamenti si estenderanno anche a livello locale e la democrazia di
base degli Stati Uniti, dove anche il capo dei pompieri o il procuratore
distrettuale vengono scelti con un'elezione popolare, potrebbe uscirne
fortemente distorta. «Con un tratto di penna», ha commentato il presidente di
un'associazione statunitense per le libertà politiche, «cinque giudici (sui
nove che compongono la Corte) hanno cancellato un secolo di norme per limitare
l'influenza delle imprese sulla politica».
New York e Los
Angeles rischiano così di avvicinarsi alla realtà di Pechino e Shanghai in cui
gli spazi dell'informazione e, più in generale, quelli telematici sono da
sempre accuratamente controllati. In Cina - Paese che negli ultimi tempi ha
mostrato qualche grado di flessibilità - il controllo è effettuato dal governo
e dal partito comunista cinese, negli Stati Uniti potrà toccare di fatto alle
lobbies, ossia alle unioni di imprese che perseguono gli interessi comuni dei
loro associati, finora sottoposte oltre che alla trasparenza anche a limiti di
spesa piuttosto severi. Non a caso, Google - la società di servizi informatici
che più viene associata alla libertà di informazione per il suo eccellente
motore di ricerca che consente di consultare infinite fonti in un batter
d'occhio - è sotto attacco sia a Pechino, perché non vuole più rispettare la
censura, sia in vari paesi occidentali, dove si vuol limitare la sua capacità
di mettere gratuitamente importanti fonti informative a disposizione del
pubblico di Internet.
La «chiusura» di
Internet come strumento di informazione e di espressione di opinioni potrebbe
così procedere in maniera rapidissima, tanto da mettere in dubbio la sua
possibilità di continuare a essere, come negli ultimi dieci anni, una colonna
della libertà. Anche il funzionamento efficiente delle Borse potrebbe essere
compromesso se, tanto per fare un esempio, un'impresa in difficoltà potesse
svolgere sulla rete, senza limiti di costo, una campagna aggressiva in proprio
favore che raggiunge gratuitamente il risparmiatore mentre il risparmiatore
stesso potrebbe essere costretto a pagare per conoscere le opinioni contrarie.
Nel momento in cui stanno sorgendo nuove, grandi concentrazioni mondiali di
imprese, spesso grazie alla «campagna acquisti» condotta in tutto il mondo
dalle società semi-pubbliche cinesi, potrebbe venire a mancare la loro
controparte dialettica. I più ricchi acquisterebbero così nuova forza, e i
governi sarebbero ancora più fortemente condizionati di oggi dai loro «grandi
elettori».
Tutto ciò induce a
considerare il caso italiano, in cui l'influenza dei vertici politici sulle
reti televisive può diventare soverchiante, come l'anticipazione di un problema
mondiale: fino a che punto e con quali mezzi deve essere lecito «orientare»
l’opinione pubblica, come dicono i cinesi e come faranno sempre di più i grandi
interessi economici americani? Quanto spazio resterà per chi vorrà essere
diversamente orientato o diversamente orientare i suoi concittadini? In un
mondo in cui la non trasparenza delle operazioni finanziarie ha indubbiamente
favorito la crisi economica, quali garanzie potranno davvero restare al
cittadino e al cittadino-risparmiatore? MARIO DEAGLIO
LS 23
Dopo il sorpasso
della Cina sul Giappone
IL MONDO VINCA LE PAURE CON LA POLITICA
di ROMANO PRODI
I GIORNALI di
tutto il mondo hanno riportato a caratteri cubitali la notizia che il Prodotto
nazionale lordo cinese ha superato quello giapponese e si colloca al secondo
posto della classifica mondiale, dietro solo agli Stati Uniti.
Intorno a questa
notizia i commenti stanno correndo a fiumi ma, prima di aggiungere i miei agli
altri, trovo utile far sapere ai lettori come il quotidiano ufficiale cinese
(China Daily) ha presentato la notizia.
Dopo aver
ricordato nel titolo che il dibattito sul “sorpasso” si sta infiammando,
l’articolo esordisce dicendo che la Cina rimane un Paese in via di sviluppo con
un grandissimo numero di poveri e con un reddito pro-capite ancora molto basso.
Ed aggiunge che, stando ai dati forniti dalla Bank of America-Merrill Lynch, il
sorpasso non è ancora avvenuto in termini di dollari perché, nonostante la
crescita cinese del 10,7% nell’ultimo trimestre dello scorso anno, la moneta
giapponese (cioè lo Yen) si è rivalutata del 10% nel corso del 2009, il che ha
aumentato automaticamente il prodotto nazionale giapponese denominato in dollari.
A questo sfoggio
di modestia segue poi la sottile e un po’ perfida osservazione che, se il
sorpasso non è ancora avvenuto, è però solo questione di giorni, perché gli
economisti della Reuter si attendono per quest’anno una crescita del 9,5%, più
che sufficiente per relegare il Giappone largamente al terzo posto.
L’articolo termina
tuttavia ricordando e sottolineando ancora una volta che, anche se ormai
seconda economia mondiale, la Cina rimane un Paese in via di sviluppo perché si
colloca solo al 106mo posto nella classifica mondiale del reddito pro-capite,
con ben 150 milioni di persone con un reddito inferiore a un dollaro al giorno:
una vera miseria.
In questo
comunicato è contenuto tutto il disegno strategico della Cina di oggi:
continuare il processo di crescita al ritmo più veloce possibile e diminuire le
enormi differenze esistenti all’interno del Paese e soprattutto fra le diverse
province. A cui si aggiunge l’obiettivo, a cui è stata dedicata una sostanziosa
parte della manovra cinese messa in atto per combattere le conseguenze della
crisi economica mondiale, di costruire progressivamente un sistema sanitario
nazionale e di protezione delle classi più deboli di cui il Paese è tuttora
largamente sprovvisto.
Ci troviamo perciò
di fronte ad una sfida economica totalmente diversa da quella che era stata
prima la sfida americana e poi quella giapponese. Il nuovo protagonista
dell’economia mondiale è, nello stesso tempo, un Paese d’avanguardia fornito di
tecnologie avanzatissime ed un Paese che si autodefinisce in via di sviluppo,
con tutte le necessità, tutti i problemi e tutti i limiti dei Paesi in via di
sviluppo.
Tutto questo si
inserisce in una crisi economica mondiale dalla quale non si può uscire
stabilmente se non con l’inclusione progressiva nell’economia mondiale di
miliardi di nuovi consumatori.
La discussione sul
“sorpasso” deve essere perciò l’occasione per moltiplicare gli sforzi di tutti
i governi e tutte le autorità soprannazionali di prendere atto di questo comune
interesse e di accelerare quella cooperazione a livello mondiale che nelle
riunioni dei G20 dello scorso anno non è stata raggiunta per la mancanza della
necessaria visione politica. Senza una Cina (e un’India e un Brasile) in forte
e progressiva crescita e senza un accordo fra i Paesi ad alto livello di
sviluppo e i nuovi protagonisti dell’economia mondiale saremo sempre destinati
a cadere vittime delle nostre paure. Eppure quest’accordo è oggi possibile
perché gli interessi di fondo sono tra di loro compatibili. È però evidente che
un disegno di questa portata non può essere portato avanti senza una forte
leadership politica da parte americana. Abbiamo perciò bisogno che il
presidente Obama ponga fine alla fase di timida incertezza che ha
caratterizzato il primo anno del suo mandato e che assuma l’iniziativa e si
assuma il rischio di proporre un quadro di cooperazione in cui trovino posto, e
siano tra loro collegati, la nostra ripresa e la necessità di sviluppo dei
nuovi protagonisti dell’economia mondiale.
Non mi sembra
davvero un obiettivo impossibile se mi accorgo che, dopo il mancato accordo di
Copenaghen sull’inquinamento atmosferico, la Cina ha inserito nei propri
programmi nazionali, traguardi più severi di quelli che ha rifiutato di
accettare nel corso della conferenza sui cambiamenti climatici. Ed ancora più
vicina mi sembra questa possibilità di cooperazione quando vedo che proprio fra
Cina e Giappone, cioè fra i due grandi protagonisti del “sorpasso,” sono
cominciati i sorrisi e le visite di cortesia dopo un infinito periodo di
tragedie, tensioni e incomprensioni reciproche. Tutto si sta muovendo: abbiamo
solo bisogno che si muova anche Obama, dato che sembra ancora in grado di
farlo. IM 24
Roma - La
Commissione europea e la Presidenza spagnola dell'UE inaugurano l'Anno europeo
della lotta alla povertà e all'esclusione sociale (2010). All'insegna dello
slogan "Stop alla povertà", la campagna intende porre la lotta alla
povertà – una piaga che interessa direttamente un cittadino europeo su sei – al
centro dell'attenzione dell'UE nel corso del 2010. “La lotta alla povertà e
all'esclusione sociale fa parte integrante della strategia per uscire dalla
crisi. Troppo spesso sono le categorie sociali più vulnerabili quelle che
finiscono per essere maggiormente colpite dagli effetti di una recessione.
L'Anno europeo 2010 dovrebbe, in questo senso, fungere da catalizzatore,
promuovendo una maggiore consapevolezza e un'accelerazione verso una società
più inclusiva, che costituisce un aspetto integrante della strategia per il
2020, da me proposta per l'UE" ha affermato il presidente della
Commissione José Manuel Durão Barroso. Vladimír Špidla, commissario
responsabile per l'Occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, ha
aggiunto: "In Europa un cittadino su sei è costretto a lottare
quotidianamente per sbarcare il lunario, ma la povertà può interessare chiunque
e le nostre società nel loro insieme. Anche se la maggior parte degli strumenti
per affrontare la povertà si situa a livello nazionale, tre quarti dei
cittadini europei si attendono anche un coinvolgimento dell'UE. L'Anno europeo
pone questa problematica al primo posto dell'agenda e in questo modo l'Europa
nel suo insieme può unire le forze nella lotta alla povertà e all'esclusione
sociale." Secondo i dati diffusi dalla Commissione europea, quasi 80
milioni di cittadini europei – ovvero il 17% degli abitanti dell'UE – vivono
oggi al di sotto della soglia di povertà. Questo dato allarmante ha trovato
vasta eco nell'opinione pubblica, come risulta da una recente indagine
Eurobarometro sugli atteggiamenti nei confronti della povertà. La grande
maggioranza dei cittadini europei (73%) ritiene che la povertà sia un problema
diffuso nel proprio paese e l'89% invoca un'azione urgente da parte del proprio
governo per affrontare il problema. Sebbene la maggior parte dei cittadini
ritenga che sia il proprio governo nazionale a dover intervenire per primo, il
74% si attende anche che l'UE svolga un ruolo importante. L'Anno europeo 2010
intende generare una maggiore consapevolezza delle cause e delle conseguenze
della povertà in Europa sensibilizzando non solo attori chiave, quali i governi
e le parti sociali, ma anche la popolazione in generale. L'obiettivo è anche
mobilitare questi diversi partner nella lotta contro la povertà, promuovere
l'integrazione e l'inclusione sociale e incoraggiare la formulazione di impegni
chiari nelle politiche nazionali e dell'UE di lotta alla povertà e
all'esclusione sociale. Alle attività dell’Anno europeo contro la povertà,
parteciperanno 29 paesi (I 27 Stati membri dell’Ue, più la Norvegia e
l’Islanda). Ogni paese sarà chiamato ad elaborare programmi nazionali e campagne
di sensibilizzazione, come pure centinaia di progetti nazionali collegati alle
diverse priorità dei singoli paesi. Le iniziative saranno sostenute da una
dotazione di bilancio di 17 milioni di euro. La campagna di comunicazione
relativa all'Anno europeo comprenderà un concorso giornalistico, un’iniziativa
di carattere artistico e due "settimane tematiche", a maggio e a
ottobre, durante le quali si svolgerà una serie di manifestazioni nazionali in
tutta l'UE. (NoveColonne ATG)
Che cosa succederà
«dopo», quando la fase acuta delle prime settimane di emergenza umanitaria sarà
alle spalle, lasciando dietro di sé un Paese devastato economicamente,
socialmente e politicamente? Haiti era notoriamente uno Stato fallito ben prima
della catastrofe di nove giorni fa, benché convenisse a tutti far finta che il
governo del presidente René Preval esercitasse un’effettiva autorità
sull’isola. A mano a mano che la polvere si posa sulle rovine e sui morti,
diventa però sempre più difficile che la finzione possa continuare e ancor meno
probabile che la popolazione locale sia disposta a riconoscere una qualche
legittimità alle istituzioni della Repubblica caraibica, schiantate dal
terremoto insieme con le vite dei cittadini di Port-au-Prince e le loro povere
cose.
Al di là delle
forme che si riusciranno a individuare, Haiti necessita di una assunzione in
carico da parte della comunità internazionale, per un tempo che sarà tutto
fuorché breve. Ancorché tra le cause immediate del dissesto haitiano (e men che
meno tra quelle del terremoto) non sia da annoverare una guerra civile,
l’occupazione da parte di una potenza straniera, la pulizia etnica o il
fanatismo religioso, quello che si prospetta per il Paese è un intervento dal
respiro, dalla durata e dalla consistenza di quelli messi in atto in Bosnia, a
Timor Est, in Kosovo e in Afghanistan. Sempre che non si voglia lasciar
scivolare il popolo haitiano in un girone dantesco analogo a quello somalo. Si
tratta di una sfida per tutta la comunità internazionale, che deve riuscire a
dar prova di saper intervenire nel nome dell’interesse generale dell’umanità,
accantonando inaccettabili rivalità nazionali. Ed è un banco di prova per
chiunque ritenga che, mentre occorre continuare a fronteggiare le minacce alla
sicurezza e all’ordine internazionale di tipo «classico», proprio cominciando
dalla devastata Haiti sia possibile posare la prima pietra per edificare un
mondo diverso e migliore. Al di là della ovvia e immediata drammaticità che
caratterizza l’emergenza haitiana, essa interpella le capacità del mondo di
andare oltre le chiacchiere e le buone intenzioni sul tema della global
governance, tanto quanto lo fanno il riscaldamento globale, il depauperamento
delle acque, o lo sterminio per fame.
Se questo è vero
per tutti i membri della società internazionale, lo è un po’ di più per gli
Stati Uniti e per il loro presidente, Barack Obama. Di tale società e del suo
ordine, gli Usa sono da oltre 60 anni i maggiori azionisti e i principali
garanti, e hanno visto crescere il loro ruolo con il tramonto del sistema
bipolare. Nei confronti dell’emisfero occidentale, poi, è dai tempi della
«Dottrina Monroe» (1823) che gli Stati Uniti hanno prima rivendicato e poi
esercitato un’influenza a lungo esclusiva, e ancora oggi preponderante. Per
quanto Haiti sia il tipo di vicino che gli americani preferirebbero non avere
nel proprio «backyard», i ripetuti interventi militari nell’isola (1891, 1994,
2004-2005) e una quasi ventennale occupazione (1914-1934), rendono testimonianza
di come essa abbia rappresentato e seguiti a rappresentare anche una questione
di «interesse nazionale» per Washington: ieri per conservare i proventi delle
sua piantagioni, oggi per evitare che flussi di esuli dalle dimensioni bibliche
si abbattano sulla Florida. A un anno dal suo insediamento e a poche settimane
dalla consegna di un premio Nobel per la pace che ha sollevato più di una
polemica, il presidente Obama si trova a dover dimostrare che le speranze e le
aspettative evocate dalla sua brillante retorica possono trovare concreta
applicazione. E deve farlo in un momento in cui il suo astro appare appannato
all’interno degli Stati Uniti, dopo lo «smacco» subito in Massachusetts e con
un’America profonda preoccupata per una crisi e una disoccupazione che non
mollano, dove tornano a cantare le sirene di un anacronistico
neo-isolazionismo.
Se gli Usa non
riusciranno a esercitare una leadership efficace in questa crisi, vincendo
anche i sospetti e le critiche che già in questi giorni cominciano a serpeggiare,
il prestigio del presidente e lo stesso «soft power» americano potrebbero
infatti risultarne appannati. Qualche giorno fa, a Kabul, i talebani hanno
ricordato a tutti che il vecchio mondo continua, richiamando con brutalità il
presidente al suo ruolo di Commander in Chief e alla sua capacità di chiudere i
conti con il passato. Nei prossimi mesi, a Port-au-Prince, Obama dovrà
raccogliere concretamente una sfida cruciale per il futuro di tutti, a partire
dagli «ultimi»: porre la leadership americana al servizio di un nuovo modello
di governance davvero globale.
VITTORIO EMANUELE
PARSI LS 22
«SI VIENE QUI, SI DÀ UN PO’ DA MANGIARE, BERE E IL PROBLEMA PER LORO È
RISOLTO,»
Bertolaso: «Ad
Haiti gli Usa confondono l’intervento militare con l'emergenza»
Il capo della
Protezione civile: «Situazione patetica, manca un coordinamento. Troppi show
per la tv»
Bertolaso in
visita all'ospedale Saint Damien Fondazione Rava a Port-au-Prince (Ansa)MILANO
- «Ci sono enormi organizzazioni coinvolte e moltissimo da fare, ma la
situazione è patetica, e tutto si sarebbe potuto gestire molto meglio». Il capo
della Protezione civile, Guido Bertolaso, critica duramente la gestione degli
aiuti dopo il terremoto di Haiti. E, durante la trasmissione "In
mezz'ora" su Raitre, spiega che «il mondo poteva dare prova di poter
gestire al meglio una situazione come questa, ma finora non ha funzionato».
Riguardo alla massiccia presenza di forze militari Usa, Bertolaso ha aggiunto:
«Era inevitabile e indispensabile una forte presenza dell’esercito americano,
anche se i 15mila uomini non sono utilizzati in modo migliore. Le navi
ospedale, le portaerei, non hanno rapporti stretti con il territorio, con le
organizzazioni umanitarie che sono presenti sul posto. Ognuno fa la sua parte,
ma in modo svincolato».
TECNICA
D'INTERVENTO - «Gli americani - ha aggiunto - tendono a confondere l’intervento
militare con quello di emergenza. Manca una capacità di coordinamento, utile
per non disperdere gli aiuti che sono stati inviati. È stato fatto uno sforzo
impressionante, encomiabile, ma non c’è una leadership. Serve un uomo, serve un
Obama che gestisca le emergenze». Ed anche «Clinton che scarica le cassette
della frutta» non è servito. «Sarebbe stata la svolta se lui avesse gestito
l’emergenza in prima persona, invece se n’è andato». La «tecnica d’intervento»
ad Haiti applicata dagli Usa, secondo Bertolaso, è quella già usata in passato
a Goma, Ruanda e Cambogia. «Si viene qui, si dà un po’ da mangiare, bere e il
problema per loro è risolto, ma è una contraddizione se non si pongono le basi
per la vita futura».
BELLA FIGURA -
«Troppo spesso - rileva Bertolaso - una volta arrivati sul luogo di un
disastro, si pensa subito a mettere un grande manifesto con lo stemma della
propria organizzazione, a fare bella figura davanti alle telecamere, piuttosto
che mettersi a lavorare per portare soccorso a chi ha bisogno». CdS 24
Non basta l’euro. L’équipe di medici che serve all’Europa
Zoppía è questa la
malattia più grave che l’Europa da troppo tempo tarda a curare. Non è possibile
andare avanti con una gamba, quella dell’euro, che gode di piena salute, e
un’altra, quella del coordinamento della politica economica e dello sviluppo,
che resta malferma, incerta. L’Europa è legata al trattato di Maastricht e si è
molto ironizzato, spesso fuori luogo, sui suoi parametri cosiddetti cogenti in
materia di finanza pubblica: mi permetto di fare sommessamente presente che
sarebbe opportuno interrogarsi su che cosa sarebbe stato dell’Italia, con il
suo carico di debito pubblico, senza il paravento della moneta unica europea.
Forse, però, ancora più colpevole è un’altra dimenticanza in cui troppi
incorrono a cuor leggero: quanti si ricordano, ad esempio, che il trattato di
Maastricht segna il perimetro di un patto di stabilità (rigore nei conti
pubblici) e di sviluppo (investimenti, crescita) che avrebbero dovuto camminare
di pari passo e tracciare la strada della nuova Europa?
La crisi globale
finanziaria morde sull’economia reale e un Paese esportatore, qual è
indubbiamente l’Italia, non potrà non risentire fortemente della inevitabile
caduta della domanda interna delle grandi economie mondiali. Il conto, in
termini di disuguaglianza sociale e nuove emergenze occupazionali, si
preannuncia pesante in casa nostra e, in misura analoga se non superiore, anche
negli altri Paesi guida del Vecchio Continente. Tocca i redditi delle famiglie,
allunga i tempi di precarietà e disagio per fasce sempre più larghe del mondo
giovanile. Mi ha fatto piacere sentire il premier spagnolo, José Luis Rodriguez
Zapatero, invocare un’Europa che affianchi alla salda guida unitaria della
politica monetaria una regìa altrettanto incisiva della politica economica.
Avendo avuto un
qualche ruolo nella costruzione monetaria, economica e politica dell’Europa di
Maastricht mi domando: è possibile che nemmeno una crisi globale finanziaria
così pesante e dolorosa consenta di superare miopie e frazionismi fuori dal
tempo e imponga una volta per tutte di evitare che alla unicità della guida
monetaria si contrapponga una molteplicità delle sedi nazionali in cui vengano
definite le politiche di bilancio, dei redditi, della concorrenza, degli
investimenti e, in genere, dello sviluppo?
Nell’aprile del
’99 in un documento redatto come ministro del Tesoro e presentato ufficialmente
al Consiglio Ecofin di Dresda è scritto testualmente «di fronte all’azione
decisa della banca centrale potremmo continuare ad agire in modo unilaterale,
mantenendo lo scambio di informazioni e di vedute a livello informale, come
abbiamo fatto fino ad ora nell’Euro-11. Questo sarebbe tuttavia un segno di
debolezza. Segnalerebbe al mercato e ai cittadini che la leadership europea per
la conduzione della politica economica è nelle mani esclusive della banca
centrale. Solo lei agisce in modo unitario e deciso per l’Europa nella sua
interezza. L’alternativa è di trasformare lo scambio di vedute e di
informazioni in una posizione comune, che dia chiara indicazione che i governi
nazionali non sono latitanti ma partecipano attivamente al governo dell’economia
europea. Siamo a favore di questa seconda via. I ministri finanziari
dell’Euro-11 devono mostrare che stanno al posto di guida dell’economia
europea, non sul sedile del passeggero».
Sono passati più
di dieci anni, i governi dei singoli Paesi europei continuano a muoversi ognuno
per conto proprio, l’Europa politica con la P maiuscola in grado di prendere in
mano le redini dell’economia con la stessa forza dell’autorità monetaria ancora
non prende corpo. L’Europa continua a soffrire di una zoppìa grave e
preoccupante. Non servono più medici pur bravi che operano singolarmente, ma
medici disponibili ad intervenire unitariamente. Il tempo è scaduto, abbiamo
accumulato colpe gravi, ma nessuno dei nostri figli potrebbe perdonarci nuovi
silenzi, divisioni e rinvii. L’Europa deve riuscire a curare la sua zoppìa. IM
21
C'è una carica
alla quale il Paese può legittimamente aspirare. È quella di presidente della
Banca centrale europea. Il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, presidente
del Financial stability board, è tra i candidati. Il mandato dell’attuale
numero uno della Bce, il francese Trichet, scade l’anno prossimo. Ma i giochi
si fanno ora. Molto dipenderà dalla scelta di chi dovrà prendere il posto del
vice presidente, il greco Papademos, che si congeda a maggio. I candidati sono
due: il lussemburghese Mersch e il portoghese Constancio. Se dovesse prevalere
quest’ultimo, apparirebbe difficile portare alla presidenza nel 2011 un altro
rappresentante latino. Chissà perché persiste questo pregiudizio, che non
riguarda però i francesi. Il caso greco non aiuta.
Favorito è il
governatore della Bundesbank, Axel Weber. La cancelliera Merkel lo appoggia,
anche perché preoccupata dallo stato precario degli istituti di credito tedeschi.
I nostri, al confronto, stanno decisamente meglio. Questa considerazione
potrebbe incoraggiare la scelta di Draghi. La Germania nel ’97 si oppose,
finché fu possibile, all’ingresso della lira nell’Unione monetaria, affermando
che il neonato euro sarebbe stato sfiancato dall’alto indebitamento italiano.
Il nostro debito rimane elevato, purtroppo vista anche la bassa crescita, ma
quello tedesco non scherza e in valore assoluto lo ha quasi raggiunto.
L’avessero saputo all’epoca i Kohl e i Waigel, sarebbero arrossiti dalla
vergogna. Altri tempi. Dunque, il debito italiano non è più una buona scusa per
dire di no a Draghi. Che non è nemmeno una colomba, come dicono i tedeschi per
indebolirne la candidatura. Le votazioni a Francoforte sono segrete, ma i suoi
colleghi governatori lo sanno. Certo, aver lavorato per la banca d’affari
americana Goldman Sachs può apparire oggi discutibile.
Il sostegno a
Draghi è l’occasione, specialmente dopo il fallimento delle candidature di
Mauro al vertice del parlamento di Strasburgo e di D’Alema al «ministero degli
Esteri» europeo, per dimostrare agli altri e a noi stessi che l’Italia, Paese
fondatore dell’Unione, non è né distratto né assente. E soprattutto non esprime
nei contatti internazionali una sconveniente doppiezza. I rappresentanti di
altri Paesi, quando si tratta di promuovere per una carica internazionale
persone che hanno il loro stesso passaporto, dimenticano rivalità e differenze.
Noi no, noi spesso godiamo, a destra come a sinistra, della bocciatura europea
del nostro acerrimo avversario.
Tempo fa, Giulio
Tremonti, che va giustamente fiero del relativo buono stato di salute delle
banche italiane rispetto a quelle di altri Paesi, promosse, come presidente
dell’Aspen Institute, una lunga riflessione sulla mancanza di spirito e di
interesse nazionale. E fece bene. La storia è piena di stranieri chiamati in
Italia per battere il vicino. E casi recenti, non più militari per fortuna,
sono significativi. Si scelsero i francesi, per esempio, per dirimere le
dispute in Mediobanca, o gli spagnoli per risolvere (?) l’infinita partita di
Telecom. E s’invocò l’interesse nazionale per non dare l’Alitalia ad Air France
(che l’avrà soltanto fra un po’). Riusciremo a ritrovare orgoglio e spirito nel
sostenere la candidatura di Draghi? Si può anche perdere, anzi è probabile che
ciò accada. Ma perdendo uniti si ha il rispetto degli altri e si accumulano
crediti per il futuro; perdendo divisi si suscita solo compassione e si scivola
nell’irrilevanza. Ferruccio De Bortoli
CdS 23
La guida della Bce. La partita che l’Italia deve giocare fino in fondo
Entro tre
settimane, i Paesi dell’euro sono chiamati a una scelta importante. Per
l’Europa, e per il peso dell’Italia in Europa. All’Ecofin di lunedì, i ministri
delle Finanze dell’euroarea hanno concordato che l’indicazione del prossimo
vicepresidente della Banca Centrale Europea avverrà il 15 febbraio. Com’è noto,
il Trattato Europeo prevede che per la nomina del Comitato esecutivo della Bce
formato dal presidente, un vicepresidente e altri 4 membri; che esercita la
gestione corrente della banca e l’attuazione della politica monetaria,
conformemente agli orientamenti del Consiglio dei governatori di tutte le
banche del sistema la procedura di nomina prevede l’accordo dei governi degli
Stati membri, con una decisione che verrà assunta al Consiglio Europeo di
marzo, una volta che il nome indicato dall’Ecofin il 15 febbraio ottenga il
parere favorevole del Parlamento Europeo e del Consiglio dei governatori.
Il vicepresidente
in scadenza è il greco Lucas Papademos, che a fine maggio terminerà il mandato
di 8 anni, e che subentrò al francese Christian Noyer. I membri del board hanno
un mandato che scade in anni diversi, in modo da evitare un rinnovo complessivo
che minerebbe la continuità della Bce e sottoporrebbe l’accordo politico a
maggiori tensioni. Nel board esistono infatti pesi di rappresentanza espliciti,
ed impliciti. Quelli espliciti sono rappresentati dalle rispettive quote
detenute dalle diverse banche centrali nazionali nel capitale della Bce, a sua
volta ripartito tra un 70% nelle mani dei membri dell’euroarea attuale, e un
30% riservato ai Paesi dell’Ue che non hanno adottato l’euro, che non
partecipano agli utili o ai ripiani della Bce e non ne determinano la politica
monetaria, ma partecipano al Sistema Europeo delle Banche Centrali che dà
sostenibilità e stabilità alla politica comunitaria. Tra i Paesi dell’eruoarea,
i tedeschi hanno il 19% del capitale Bce, i francesi il 14%, l’Italia il 12,5%,
la Spagna l’8,5%, e poi via via a scendere, in proporzione alla popolazione.
Ma, naturalmente,
contano molto i pesi che derivano dall’influenza economica e politica dei
diversi Paesi. La Bce è nata per sviluppo diretto della Bundesbank tedesca,
assumendone modello gestionale, finalità anti-inflazionistica, strumenti
operativi.
Perciò il primo
presidente della Bce era sì un olandese, Wim Diusenberg, ma di comprovata
osservanza germanica, e “invigilato”, per così dire, nel board da Otmar Issing,
un falco nemico dell’inflazione che con la delega alla ricerca economica era di
fatto, a nome della Bundesbank, il vero banchiere centrale europeo. Nel secondo
comitato esecutivo, che ora inizia a vedere in scadenza i suoi membri, il
presidente è il francese Jean-Claude Trichet, ma di fatto egli ha deluso le
aspettative di Parigi di tassi d’interesse più laschi negli anni pre-crisi,
perché il membro tedesco del board Juergen Stark (scade nel 2014) e quello
italiano, Lorenzo Bini Smaghi (scade nel 2013), appartengono a una solida
tradizione di rigore monetario.
Per gli equilibri
attuali e futuri della Bce, la scelta del vicepresidente oggi significa una
precisa ipoteca sull’identità del presidente da scegliere l’anno prossimo,
poiché il mandato di Trichet scade nell’ottobre 2011. Detto in chiaro: se al
posto del greco Papademos viene indicato un altro banchiere centrale
dell’Europa del Sud, inevitabilmente il successore di Trichet sarà espresso
dall’Europa del Nord. Ed è per questo che francesi e tedeschi vogliono come
vicepresidente il portoghese Victor Constancio. Sarebbe un via libera pressoché
certo alla guida della Bce, l’anno prossimo, per l’attuale capo della
Bundesbank, Axel Weber.
Ed è per questo
che l’Italia ha pochi giorni per giocare le sue carte. Ci sono almeno tre buone
ragioni, per promuovere un’alleanza con austriaci e olandesi, greci e spagnoli,
slovacchi, sloveni e irlandesi, per un vicepresidente appartenente all’area
“nordica” del BeNeLux. Come il belga Peter Praet, se al lussemburghese Yves
Mensch dovesse ostare la nomina del premier e ministro delle Finanze del suo
Paese, Jean-Claude Juncker, appena confermato alla guida dell’Eurogruppo.
La prima ragione è
semplice: la persona. L’Italia ha in Mario Draghi un candidato tra i più
autorevoli, per la presidenza della Bce. Come presidente del Financial
Stability Board, è al suo coordinamento che è stata affidata la messa a punto
delle misure di riforma e stabilità della finanza globale che verranno
sottoposte al G20 che, dopo Pittsburgh, tornerà a riunirsi quest’anno a maggio
e novembre. Tra i banchieri centrali europei gode di vasti consensi e stima,
come Oltreoceano alla Fed e nella business community mondiale. L’Italia si è
vista negare la presidenza del Parlamento europeo con l’onorevole Mauro, e la
carica di mr Pesc con l’onorevole D’Alema. La guida della Bce è un’occasione
ancor più impegnativa. Ma il candidato ha titoli di grande valore.
La seconda ragione
riguarda la crisi. Che è stata originata dalle banche e dalla finanza ad alta
leva. Se gli Stati Uniti hanno dovuto spendere 561 miliardi di euro per salvare
e aiutare oltre 700 banche, e la Gran Bretagna 747 miliardi per 6 sole banche,
non dimentichiamo che la Germania ha dovuto stanziare 262 miliardi del
contribuente per 8 banche. Ai tedeschi non piace sentirselo dire, ma per via
delle elezioni dello scorso novembre proprio la Germania è stato il Paese
europeo che ha fatto meno chiarezza negli attivi patrimoniali del suo sistema
bancario, come comprovato da molte Landesbanken pubbliche che hanno continuato
a rivelare buchi pericolosi a ogni trimestrale. Proprio il governatore della
Bundesbank, qualche mese fa, allineandosi alle pressioni del suo governo, ha
tuonato da una pagina intera del Financial Times contro le richieste di
chiarezza sul sistema bancario germanico che venivano dagli altri Paesi
dell’Euroarea. Il problema è irrisolto. La prudenza sconsiglia di premiare chi
l’ha tenuto aperto.
Il terzo motivo è
conseguente. Il sistema bancario italiano, per la maggior prudenza dei
banchieri privati e per i controlli della Banca d’Italia, è quello che si è
trovato meno esposto al rischio di fallimenti e follie. A parole, ce lo hanno
riconosciuto tutti. Esattamente come la prudenza di bilancio pubblico del
governo e del ministro Tremonti hanno allontanato dall’Italia i sospetti di
instabilità finanziaria.
Giochiamocela,
allora. L’Italia, per una volta, ha tutte le carte in regola. Si tratta di
dimostrarlo, con la giusta determinazione. Perchéè’ nei prossimi dieci giorni,
che si decide. OSCAR GIANNINO IM 22
I contrasti paralizzano il sistema
Non sarà solo una
coincidenza, non sarà neppure la bomba a orologeria temuta dal centrodestra, ma
certo la conclusione dell’inchiesta che vedrà presto Berlusconi, suo figlio e
l’intero vertice dell’azienda di famiglia nuovamente imputati, è caduta in un
momento che peggiore non poteva essere: all’indomani della contrastata
approvazione del «processo breve» in Senato e nel pieno dello scontro, che si
prepara, sulla stessa materia alla Camera. Il premier e il figlio Pier Silvio
dovranno rispondere di accuse che riguardano anche fatti recenti, dal 2003 in
avanti fino al 2009, e di reati come la frode fiscale e l’appropriazione
indebita per false fatturazioni e per aver gonfiato i costi di centinaia di
film. La prima cosa che dovrebbe essere bandita, da qualsiasi parte provenga, è
la tentazione di approfittarne, per riscaldare il clima politico già
arroventato dall’incipiente campagna elettorale.
Questo davvero non
servirebbe a nessuno, e men che mai allo stesso Berlusconi. La convinzione che
dovrebbe farsi strada piuttosto è che il sistema rischia ormai di essere
paralizzato dai contrasti: non siamo insomma alla vigilia di una nuova
Tangentopoli, in grado di azzerare la Seconda Repubblica com’era accaduto con
la Prima. Ma non siamo nemmeno alle viste di una soluzione che, una volta
adottata, possa essere riconosciuta da tutti come un punto di equilibrio, e
perciò stesso faccia cessare lo scontro. Dopo la prova di forza al Senato,
adesso, la ricerca di una via d’uscita è in corso alla Camera. Non s’è neppure
cominciato, per la verità, e non è detto che si possa arrivare rapidamente a un
traguardo. Ma, proprio per questo, ieri Fini è intervenuto, se non proprio per
fissare nuove regole del gioco, per proporre, almeno, di provare a tenere un
atteggiamento diverso rispetto al problema. Il presidente della Camera veniva
da un incontro avuto giovedì con Berlusconi, e per una volta sembrava non
parlare in dissenso. La tesi di Fini è che il «giusto processo», dopo la
rapida, frettolosa per certi versi, ma non inutile, approvazione in prima
lettura, debba ora essere sottoposto a una drastica revisione da parte dei
deputati. Una procedura che richiederà tempo, e finirà col fare escludere che
la nuova legge possa arrivare in porto prima delle elezioni regionali. Ma che
così darà la possibilità di rientrare in gioco a tutte le forze politiche che
non intendano mantenere atteggiamenti pregiudiziali. Se Berlusconi rinuncia al
diktat, e l’opposizione parallelamente abbandona l’idea di liberarsi per via
giudiziaria del Cavaliere e del suo governo, ha lasciato intendere il
Presidente della Camera, a Montecitorio potrebbe svolgersi un vero confronto
parlamentare come non se ne vedono da tempo.
Quella di Fini è
un’impostazione ragionevole, a cominciare dall’idea di prendere tempo per
consentire a tutti di riflettere. Malgrado ciò - è inutile nasconderlo - sono
molte le incognite che si preparano per contrastarla, e poche le possibilità
che possa essere accolta. A un’apertura di Casini - che tuttavia resta
contrario al «processo breve» ma sarebbe disposto ad appoggiare l’approvazione
del «legittimo impedimento» (l’altro testo in discussione, che potrebbe
consentire al premier di rinviare le sue pendenze penali) -, non ci sono stati
riscontri da parte del centrosinistra. E tra Bersani e Di Pietro - sarà la
rincorsa già partita per le regionali - ormai è difficile distinguere. Inoltre,
sulla disponibilità del Cavaliere a sostenere l’appeasement proposto da Fini,
qualche dubbio rimane: perché Berlusconi si tiene, si tiene, ma poi si fa
scappare il piede dalla frizione.
La verità che
giorno dopo giorno diventa sempre più evidente è questa: la soluzione al
problema, aperto da quasi diciassette anni, del riequilibrio tra potere
politico e potere giudiziario, è quella che era scritta nella Costituzione e fu
cancellata sull’onda della cosiddetta «rivoluzione italiana», l’immunità
parlamentare. A suo favore, non a caso, nei giorni scorsi si sono levate anche
voci autorevoli come quella dell’ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro e di
alcuni giudici di Magistratura democratica. E per il suo ritorno è giacente a
Palazzo Madama una proposta di legge bipartisan firmata dai senatori
Chiaromonte (Pd) e Compagna (Pdl). In un anno, lavorando seriamente,
un’immunità opportunamente modificata potrebbe essere reintrodotta. Non così la
legge-tampone, il salvacondotto che nel frattempo esige Berlusconi. E che potrà
essere varata, se davvero lo sarà, solo a prezzo di nuove pesanti lacerazioni.
MARCELLO SORGI
LS 23
L’ex Presidente della Sicilia Cuffaro condannato a 7 anni in appello
Favoreggiamento
aggravato per avere agevolato la mafia e rivelazione di segreto istruttorio
Palermo -
Salvatore Cuffaro è stato condannato in appello a sette anni di reclusione per
favoreggiamento aggravato dall'avere agevolato la mafia e rivelazione di
segreto istruttorio. L'accusa aveva chiesto una condanna a otto anni. Il 18
gennaio 2008 in primo grado l'ex presidente della Regione Sicilia, ora senatore
dell'Udc, era stato condannato a cinque anni in quanto era stata esclusa
l'aggravante mafiosa. Per quanto riguarda gli altri imputati, Giorgio Riolo è
stato condannato a otto anni (riconosciuto il concorso esterno e non più il
favoreggiamento aggravato) e Michele Aiello a 15 anni e sette mesi.
«RISPETTO LA
SENTENZA» - «L'ho detto prima e lo ripeto anche adesso che avrei rispettato la
sentenza con serenità e lo farò anche adesso». È stato il primo commento alla
sentenza di Salvatore Cuffaro. «So di non essere mafioso e di non avere mai
favorito la mafia. Da cittadino avverto la pesantezza di questa sentenza, che
però non modifica il mio percorso politico», ha aggiunto il senatore Udc. «La
corte ha rivalutato il materiale processuale con una meditazione ulteriore che
è poi l'essenza del processo di secondo grado», ha commentato il procuratore
generale Daniela Giglio, che ha sostenuto l'accusa al processo d'appello.
«LASCIO INCARICHI
IN UDC» - Cuffaro ha poi fatto sapere di lasciare ogni incarico nel partito.
«Prendo atto però della sentenza della Corte. In conseguenza di ciò lascio ogni
incarico di partito. Mi dedicherò, con la serenità che la Madonna mi aiuterà ad
avere, alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di
giustizia».
INTERDIZIONE
PERPETUA - In primo grado Cuffaro era stato anche condannato anche
all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, interdizione che però sarebbe
scattata solo in caso di conferma del giudizio anche in appello.
LA VICENDA - A
Cuffaro la procura contesta il reato di violazione del segreto istruttorio
accusandolo di aver fatto sapere al boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro,
attraverso un suo amico ed ex assessore comunale Udc alla sanità, Domenico
Miceli (condannato a 8 anni), che nell'abitazione del boss erano state
installate microspie e bruciando in questo modo l'inchiesta. Cuffaro avrebbe
appreso dall'ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli, poi eletto
deputato regionale, dell'esistenza di microspie sistemate dagli investigatori
del Ros nell'abitazione di Guttadauro. La procura sostiene anche che Cuffaro si
sarebbe incontrato nel retrobottega di un negozio di Bagheria con Michele
Aiello, imputato nello stesso processo con l'accusa di associazione mafiosa e
ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano. La versione di Cuffaro è
che l'incontro con Aiello riguardava il tariffario regionale, in quanto Aiello
all'epoca era proprietario di una clinica di Bagheria all'avanguardia per la
cura dei tumori.
FAVA: «SI DIMETTA»
- «Le sentenze si rispettano dimettendosi. Totò Cuffaro, diventato senatore
della Repubblica per mettersi al sicuro dalla giustizia, è una vergogna per
tutto il Paese». È quanto afferma Claudio Fava, coordinatore della segreteria
nazionale di Sinistra Ecologia Libertà. Redazione online CdS 23
Il commento. La pretesa immunitaria
IL "processo
breve" è la ventesima legge approvata nell'interesse di Silvio Berlusconi
dai commessi nominati in Parlamento dalla Lega e dal Partito della libertà. È
una legge che salva l'Egoarca (morirà il rognosissimo processo Mills, dove è
accusato di corruzione). Qualche effetto immediato. La legge sfascia la già
malmessa macchina giudiziaria. Non c'è, infatti, nessun contemporaneo
provvedimento che asciughi le procedure, depenalizzi i reati, renda più
efficiente l'organizzazione giudiziaria, qualifichi le risorse umane e
incrementi gli strumenti materiali.
Il "processo
breve" impoverisce le casse dello Stato perché si creano condizioni
favorevoli alla "casta" (ministri, sindaci, amministratori pubblici)
per non risarcire il danno di sperperi e distrazioni. Allontana dalla condanna
le società che hanno la responsabilità amministrativa dei reati commessi dal
management nell'interesse dell'azienda. Prepara soprattutto un processo
ingiusto e diseguale. Lasciate immutati, oltre ogni ragionevolezza, i reati, le
procedure e le garanzie processuali, il processo non potrà che avere tempi
lunghi. Effetti a lungo termine. Un processo - da un lato, nato per essere
dilatato nei tempi e, dall'altro, strozzato nella durata - è uno strumento
destinato a diventare superfluo, inutilizzabile, inutile. Soprattutto è un
arnese che non potrà essere mai "giusto", nonostante le filastrocche
a uso televisivo delle ugole obbedienti. Perché danna i poveri cristi senza
risorse e premia chi ha il denaro per pagarsi legulei competenti nell'esplorare
i labirinti della procedura. In conclusione, il paese sarà più fragile,
insicuro e criminofilo con giubilo dei delinquenti con e senza colletto bianco:
c'è finalmente il modo legale per arraffare, arricchirsi, farsi prepotente
senza danno, malvivere senza pagare dazio né allo Stato né agli innocenti
diventate vittime.
Il "processo
breve", frutto avvelenato di un'arrogante pretesa immunitaria, è soltanto
l'intimidatoria ipoteca che, per ora, Berlusconi lascia sul tavolo. È già
accaduto appena ieri, nel 2008. Con un emendamento al decreto sicurezza, il
capo del governo si fa approvare la sospensione di un anno dei processi per
fatti commessi prima del 1 luglio 2002, la cui pena non ecceda i dieci anni (è
il suo caso). La norma manda all'aria centomila processi. Berlusconi l'agita
per rendere accettabile come "danno minore" un provvedimento che lo
rende immune fino a fine mandato (il "lodo Alfano" sarà approvato
l'11 luglio 2008 e bocciato dalla Consulta, perché incostituzionale, il 7
ottobre 2009).
Il quadro tattico,
in apparenza, non pare diverso in quest'anno di grazia 2010. Distruttivo
dell'intero sistema giudiziario, il "processo breve" è il mostruoso
sgorbio che dovrebbe convincerci ad accogliere, come riduttivo di un rovinoso
danno, un altro provvedimento che, senza umiliare l'interesse collettivo, può
ottenere lo stesso risultato: il congelamento dei processi del Cavaliere. E
soltanto apparenza. In realtà, in quest'occasione la strategia che si intravede
dietro mosse rituali guarda più lontano, è più pericolosa perché vuole essere
definitiva.
Il "male
minore" (per i cittadini, per lo Stato), che dovrebbe salvare l'Egoarca
dalle sue rogne giudiziarie, è il disegno di legge sul "legittimo
impedimento" (da lunedì alla Camera). È la riformulazione, ancora per via
ordinaria e quindi incostituzionale, del "lodo Alfano". La
definiscono "disposizione temporanea in materia di legittimo impedimento
del presidente del consiglio a comparire nelle udienze penali". Prevede
che "costituiscano motivo di rinvio delle udienze gli impegni
istituzionali del capo del governo". La norma sarà valida, per "tutti
i processi in corso in ogni fase, stato o grado", solo per 12 mesi in
attesa di una riforma costituzionale che reintroduca l'immunità parlamentare
(già pronta la proposta bi-partisan Chiaromonte-Compagna). Naturale che
Berlusconi non si fidi dell'escamotage o della solidità di quel
"ponte". Perché dovrebbe vedere garantita la sua salvezza in una
legge (il "legittimo impedimento") che oltraggia la Costituzione in
attesa che la Costituzione venga poi riscritta per cicatrizzare la ferita? Un
pasticcio, come nemmeno un Ghedini potrebbe organizzare. È ovvio che il capo
del governo vorrà raddoppiare la sua pressione sull'opposizione, sul capo dello
Stato, sulla magistratura, sull'opinione pubblica con l'uno e l'altro dei
provvedimenti ("processo breve" e "legittimo impedimento")
per ottenere il consenso ad aprire subito (e al diavolo il governo e le
difficoltà del Paese) una "stagione costituente" che assegni alle
Camere il potere di "disporre, a garanzia della funzione parlamentare, la
sospensione del procedimento per la durata del mandato" (così si legge nel
disegno di legge Chiaromonte-Compagna).
Ora si ascoltano
molti pareri favorevoli al ritorno irrobustito dell'immunità parlamentare. Poco
male. Allarma che l'opposizione - e anche segmenti di una magistratura
stressata e "stanca di guerra" - non si accorgano che la revisione
dell'immunità (il Cavaliere deve farsela approvare anche dall'opposizione
perché, impopolarissima, non supererebbe il referendum) è nelle manifeste
intenzioni di Berlusconi la cruna attraverso cui infilare il cammello della
"costituzionalizzazione" di se stesso, dell'anomalia dei suoi
interessi confusi e sovrapposti, il congegno per potenziare un potere che
immagina limitato da troppi contrappesi (parlamento, ordine giudiziario, capo
dello Stato, Corte costituzionale). A Bonn è stato fin troppo chiaro, a questo
proposito. È dunque la riforma della Costituzione l'ancoraggio finale di una
strategia cominciata oggi con l'approvazione al Senato del "processo
breve". L'agenda politica può essere favorevole per il progetto. Dopo le
elezioni regionali (marzo), non si voterà per tre anni. Lontano dagli elettori,
il sistema politico potrà ritornare sordo e autoreferenziale. Le carte sono già
in tavola, se le si vuole vedere. L'Egoarca chiede che la Costituzione diventi
strumento di chi governa, Instrument of Government, dispositivo per esercitare
il potere. Ci si sarebbe aspettato che, nella sinistra nouveau style, qualche
autorevole oracolo ricordasse che la Carta fondamentale della Repubblica è
figlia di un costituzionalismo che non l'ha immaginata strumento di governo ma
di garanzia contro gli abusi del potere. Al contrario, evocando la "bozza
Violante" (fine del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei
deputati, Senato federale), le menti soi-disant "realiste"
dell'opposizione sembrano convolare verso la linea tracciata dall'Egoarca.
Enfatizzano la modernità della "bozza", ne occultano in pubblico il
più autentico obiettivo: il rafforzamento dei poteri del premier. Che, una
volta immunizzato per sempre, è appunto l'obiettivo dell'Egoarca.
Bisogna prendere
atto oggi che non si odono voci responsabili che denuncino quanto possa essere
pericoloso imboccare questa strada. "Chi ci salverà da Berlusconi,
"padre costituente"?", si chiedeva nel 2004 lo storico Sergio
Luzzatto. La risposta provvisoria è oggi questa: a livello politico, nessuno
sembra aver voglia di salvarci. Chi potrebbe farlo o tace o dissimula le sue
intenzioni. Soffiano arie bicamerali e, dopo il voto regionale, infurieranno
impetuose, aggressive e libere.
GIUSEPPE D'AVANZO
LR 21
Il Senato ha
approvato ieri il processo breve, l'ultima legge ad personam studiata per
sottrarre Berlusconi ai suoi processi. Una vergogna che non merita neppure più
discutere. Se il testo diventerà davvero legge, provocherà disastri
nell'esercizio quotidiano della giustizia, e si potrà soltanto sperare che la
Corte Costituzionale sia veloce nel rilevare la sua palese illegittimità.
In questo giorno
poco fausto per le prospettive di giustizia, vale peraltro la pena di
affrontare un tema, che, risolto malamente, rischierebbe di compromettere
ancora di più il rispetto della legalità nel nostro Paese. È stato ancora una
volta Berlusconi a porlo sul tappeto, quando all’attività giudiziaria svolta
dai magistrati ha contrapposto, in termini di sfida, la forza che deriva ai
politici dall’investitura ottenuta con il voto popolare.
Questo tema è
stato affrontato qualche tempo fa da questo giornale in un bellissimo articolo
di Barbara Spinelli. La conclusione dell'autrice è stata netta: anche l'eletto
dal popolo è tenuto a rispettare la legge. Anzi, senza rispetto della legalità
da parte di tutti, inclusi coloro che hanno ricevuto l'investitura a governare,
non esiste democrazia. Con altre parole, si può affermare che il primato della
politica sulla giurisdizione, in uno Stato di diritto, può essere accettato a
condizione che non si traduca in un'ingiustificata impunità, dato che il voto
dei cittadini non è un mandato in bianco all'esercizio del potere, ma impegna a
governare nel rispetto delle regole.
In questa
prospettiva, fra controllo di legalità e legittimazione popolare non dovrebbe
esservi contrapposizione: chi è eletto governa, essendo stato legittimato dal
popolo a farlo; se infrange la legge, deve essere tuttavia sanzionato come ogni
altro cittadino. Eppure, rispetto a tale ragionevole soluzione c'è, oggi, chi
si ribella: sostenendo che non è tollerabile che la magistratura, tramite le
sue indagini e i suoi processi nei confronti dei politici, possa interferire
senza limiti sulle gestioni pubbliche, rischiando d’inceppare l'attività di
governo e di danneggiare, pertanto, gli interessi del Paese.
Il dibattito è
stato enfatizzato a causa della peculiare posizione del Presidente del
Consiglio che, incalzato dalle indagini penali, sta cercando da tempo di
assicurarsi spazi personali d'impunità. Ora, tuttavia, non pare sia più,
soltanto, problema personale del capo del governo: una parte consistente della
classe politica, di maggioranza e d'opposizione, sembra propensa a ripristinare
addirittura l’immunità parlamentare, travolta dalle temperie giudiziarie di
Mani pulite. Una condizione, si dice, per restituire alla politica la forza
perduta e per recuperarne l'indispensabile capacità di decidere.
Storicamente,
l’immunità parlamentare aveva una sua giustificazione: s'intendeva proteggere
il rappresentante del popolo dalle potenziali, temute, «persecuzioni» degli
altri poteri e salvaguardare così la sua libertà di agire e di votare. Per
questa ragione, e forse anche perché si voleva proteggere il potere legislativo
da una magistratura cui si stava concedendo forte autonomia, l’immunità è stata
mantenuta nella Costituzione. Peraltro, le Giunte per le autorizzazioni a
procedere raramente hanno applicato l'istituto con il dovuto rigore, preoccupandosi
cioè di tutelare soltanto i parlamentari vittime di persecuzione giudiziaria;
hanno, piuttosto, cercato di salvare chiunque, eletto in parlamento, avesse
commesso reati, dando in questo modo corpo, nei fatti, ad una situazione
intollerabile di privilegio non giustificato.
Ecco perché, oggi,
reintrodurre l’immunità suona alle orecchie di molta gente come ripristino di
un odioso privilegio. Né le forme nuove d'immunità con le quali una parte della
classe politica cerca di ammorbidire l'impatto del ventilato ripristino (si
pensi al recente disegno di legge Chiaromonte/Compagna) sembrano in grado di
dissipare perplessità e resistenze. Si tratta, comunque, della previsione di
«coperture» che intaccano il principio fondamentale secondo il quale tutti i cittadini
sono uguali di fronte alla legge, si tratti di gente comune ovvero di potenti.
Ha ragione, per
altro verso, chi rileva che, negli anni, la politica ha perso, ad una ad una,
le sue tutele tradizionali e si presenta, oggi, in larga misura priva di adeguate
salvaguardie di fronte alle azioni giudiziarie sbagliate o prevaricanti; e
soggiunge che, parallelamente, la corporazione dei magistrati ha assunto poteri
strabordanti. Il che costituisce un pericolo per la credibilità di entrambi i
versanti istituzionali. Si tratta, tuttavia, di stabilire se il riequilibrio
debba essere necessariamente realizzato reintroducendo odiose protezioni della
classe politica o possa essere conseguito con altri mezzi, e a tutela di tutti
i cittadini. Ad esempio, con un criterio diverso di selezione del personale
giudiziario, con più adeguati meccanismi di controllo, con maggiore rigore
disciplinare nei confronti dei magistrati che sbagliano o prevaricano.
Mi ha colpito che
nei giorni scorsi un autorevole magistrato, il Procuratore della Repubblica di
Venezia Vittorio Borraccetti, abbia sostenuto che, «vista la situazione», la
reintroduzione dell'immunità parlamentare potrebbe essere strumento confacente,
per consentire che vengano abbandonati i progetti più devastanti che, per
salvare a tutti i costi il premier, rischiano di neutralizzare la stessa
funzione giudiziaria. Si tratta, evidentemente, della disperazione di chi, di
fronte all'apparente ineluttabilità delle cose, cerca di salvare in qualche
modo il salvabile. Confido ancora, nonostante tutto, che si riesca ad uscire
altrimenti dal difficile groviglio di temi e problemi. CARLO FEDERICO GROSSO LS 21
Processo-breve per lui, 500 mln per loro. L'Anm: «È una resa alla
criminalità»
Pier Luigi Bersani
è tornato a criticare il processo breve. «È un tema di discriminazione palese e
questo può vederlo chiunque», ha detto il segretario del Pd a margine di un
ricordo alla Camera di Paola Manzini. Bersani ha auspicato che nel passaggio
del testo dal Senato a Montecitorio «possano risultare più chiari» gli effetti
della norma e possa esservi «qualche elemento di valutazione e giudizio in più
anche per la maggioranza che deve riflettere». In ogni caso, ha ribadito,
«credo che alla Camera combatteremo con forza» contro la legge.
Niente mezze
misure nemmeno per l'Associazione nazionale magistrati. Scempio penale. «Questa
è la resa dello Stato di fronte alla criminalità. Noi abbiamo il dovere di
denunciare la gravità delle conseguenze di questa legge». Così Giuseppe
Cascini, segretario dell'Anm, commenta su Ecoradio il sì del Senato al processo
breve. «Il presidente del Consiglio continua ad avere scarso senso delle
istituzioni usando espressioni ingiuriose nei confronti dei magistrati - rileva
Cascini - per reagire a questa pretesa persecuzione giudiziaria la maggioranza
e il governo decidono di distruggere l'intera giustizia penale in Italia. Si
stanno mettendo in discussione le fondamenta dello Stato democratico».
Il male
principale, secondo il segretario del sindacato delle toghe, «è realmente il
tema della durata dei processi. Abbiamo indicato una serie di interventi
possibili anche senza investimenti per garantire una migliore funzionalità
della macchina giudiziaria. In Italia, purtroppo, ogni volta che si parla di
riforma della giustizia vengono fuori solo due temi: le vicende personali del
presidente del Consiglio e come fare per dare maggiore potere alla politica per
controllare i magistrati. La giustizia che riguarda tutti i cittadini -
conclude Cascini - non interessa nessuno».
Leggendo con
attenzione il decreto passato ieri al Senato, emerge poi un vero scempio
contabile. Un mancato incasso per la casse dello Stato che si aggira su
centinaia di milioni di euro. Non solo negata giustizia per i cittadini che
vedranno dichiarati morti processi ancora non conclusi. Anche un danno erariale
di cui, chissà quando, sarà possibile avere un conteggio preciso. Siccome il
processo breve prima versione era ad alto rischio di incostituzionalità,
proponenti e relatori si sono dati da fare per allargarne il più possibile i
campi di applicazione oltre il penale, coinvolgendo anche i reati contabili e
le persone giuridiche, la responsabilità amministrativa delle società, quelle
di Berlusconi comprese.
La verità è che
sarebbe più giusto definire il processo breve una norma non per una persona
sola (Berlusconi) ma «per la casta» (il copyright è di Gianpaolo D’Alia, Udc),
in difesa dei privilegi e degli abusi della casta. I reati contabili, ad
esempio. Il Pd sta preparando un’interrogazione parlamentare per sapere nel
dettaglio quanti sono i procedimenti davanti ai vari distretti della Corte dei
Conti destinati a morire con il processo breve, a quanto ammonta il danno
erariale e a quanto il mancato incasso per lo Stato, cioè il risarcimento a cui
sono stati condannati i vari amministratori che hanno sprecato e frodato le
casse pubbliche. Il senatore Casson ha un dato che parla di 500 milioni di euro
di danno erariale (inferiore è la cifra del risarcimento). Angelo Buscema, presidente
del sindacato delle toghe contabili, ha avviato un monitoraggio nei vari
distretti per avere nel dettaglio i giudizi che da subito verrebbero spazzati
via dal provvedimento (decadono i procedimenti se dalla citazione a giudizio
sono trascorsi cinque anni senza che si sia arrivati a un giudizio di I grado).
Le regioni più
interessate sono Lazio, dove pendono giudizi di responsabilità per le
consulenze ministeriali e sul caso Rai-Meocci, Lombardia (inchieste su appalti,
sanità e assunzioni facili da parte del sindaco Moratti) e Campania dove sono
incardinate da più di cinque anni molti giudizi che riguardano i rifiuti. I
magistrati contabili spiegano che il problema non è la lunghezza dei loro
processi quando il fatto che spesso devono sospenderli in attesa del penale.
Tra i sicuri
beneficiati dalla norma emerge, in pieno conflitto di interesse, il senatore
Giuseppe Valentino, ex di An, che ha un giudizio pendente davanti alla Corte
dei Conti del Lazio per una storia di sprechi e consulenze quando era
sottosegretario alla Giustizia con il Guardasigilli Roberto Castelli. Bene:
Valentino è anche l’autore delle norma, colui che materialmente l’ha scritta
per salvare, quindi, se stesso. Altri beneficiati sono lo stesso Castelli
(anche lui ha dato una mano a scrivere il testo), gli onorevole Iole Santelli e
Alfonso Papa, tutti del Pdl, coinvolti in quella stagione di consulenze facili.
Un’altra faccenda
che rischia di essere cancellata riguarda l’ex cda della Rai, a maggioranza di
centrodestra, che nel 2005 nominò Alfredo Meocci direttore generale Rai pur
essendo incompatibile. La Procura regionale della Corte dei Conti ha chiesto 50
milioni a 16 sedici persone tra cui l’ex direttore generale Flavio Cattaneo e
l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco.
Tra i beneficiati
risultano, al momento, anche il sindaco di Milano Letizia Moratti per un
procedimento che ancora una volta riguarda assunzioni e consulenze al comune di
Milano. E molti amministratori campani che in questi anni hanno sperperato
decine di milioni di euro con il business dei rifiuti.
Il processo breve
è un’amnistia generale. Non solo penale. Anche, soprattutto, contabile. Per non
parlare dei benefici per le società tra cui Telecom (dossier Tavaroli),
Impregilo (750 milioni di illecito profitto negli appalti dei rifiuti), la
Green holding di Grossi e Italease imputata per omessa vigilanza sui presunti
reati commessi da ex manager della banca. Più casta di così. L’U 20
NORME APPROVATE E POI NON ATTUATE
Fatta la legge non
succede nulla
Nel Paese delle
100 mila leggi si fa fatica persino a contarle con esattezza. Nel ’93 la
Commissione Cassese ipotizzò potessero essere addirittura 150 mila, il servizio
studi della Camera ne individuò 34 mila. Tante, comunque, rispetto alle poche
migliaia di Paesi come Francia e Germania. Soprattutto perché il problema non è
nel numero delle norme ma nella loro applicazione, che si scontra spesso con la
necessità, una volta approvate, di varare ulteriori regolamenti con tempi
raramente veloci. Uno dei casi più celebri è quello della legge che avrebbe
dovuto permettere la creazione di un’impresa in un giorno, adempiendo a tutti
gli atti necessari nell’arco delle 24 ore. Se ne parla da dieci anni.
Nell’estate del
2008 è arrivato il decreto per la piena introduzione dello sportello unico. Lo
scorso novembre il «regolamento attuativo» ha ricevuto un primo via libera. Ma
il percorso non è finito: dovrà superare l’esame del Consiglio di Stato, e poi
un passaggio, per quanto formale, al Consiglio dei ministri. Soltanto allora
potrà arrivare in Gazzetta ufficiale. Se tutto procederà senza altre richieste
di istruttorie, in primavera la legge inizierà a diventare operativa. La
burocrazia è evidente come riduca in modo rilevante il peso del legislatore. Il
Codice degli appalti nasce da una direttiva europea del 2004 recepita nel 2006
ma solo nel 2010 si dovrebbe arrivare al regolamento con nuove procedure di
aggiudicazione per lavori, servizi e forniture.
Un susseguirsi di
false partenze. Per quanto i propositi siano buoni, prevalgono le lungaggini.
Certo anche per la natura stessa delle leggi. Le norme indicano gli obiettivi
che si vogliono raggiungere. Il problema sta nella cassetta degli attrezzi
necessaria per ottenerli. In quella legislazione, successiva al varo in Parlamento,
che viene chiamata «servente». Vale a dire le regole pratiche che mettono in
grado le strutture di applicare gli articolati. È accaduto di recente con il
piano casa varato dal governo all’inizio del 2009 e che prevedeva entro luglio
l’adeguarsi delle Regioni. Soltanto a fine anno si è arrivati al traguardo. E
solo parziale: mancano Sicilia e Calabria.
Lo stesso governo,
peraltro, aveva promesso un contestuale provvedimento per lo snellimento delle
procedure edilizie del quale al momento non si ha traccia. Ciò è dovuto
sicuramente al fatto che la politica è più concentrata sull’affermare,
attraverso una legge, la sua progettualità e quindi la propria capacità di
governo. Sopravvalutando così la forza di una norma a scapito di singole azioni
di regolazione. Sulla Pubblica amministrazione si sarà alla seconda o terza
legge di riforma. E sempre con gli stessi obiettivi di efficienza, produttività
e via dicendo. Si sono appena liberalizzati i servizi pubblici locali, ma
quando saranno varati i regolamenti attuativi? C’è anche un tema che riguarda
la burocrazia e i burocrati.
L’incomprensione
tutta italiana del ruolo che ogni singolo ha in macchine complesse come quelle
dell’amministrazione pubblica è decisiva nel far arenare i processi. Non si
capirebbe altrimenti perché, data una cornice di riferimento nazionale in tema
di Sanità, si arrivi poi a produrre servizi più che efficienti in regioni come
Lombardia e Toscana e forti disservizi in altre zone d’Italia. È nella tenaglia
tra politica, burocrazia e mancato senso di responsabilità individuale che
viene soffocata l’efficacia del legiferare.
Daniele Manca CdS
22
Lo spettacolo mal riuscito della politica
Sulla scena
politica si profila uno scontro istituzionale e costituzionale di portata
decisiva. Ma la società civile è assai meno coinvolta di quanto non appaia
dall’enfasi, dal fragore, dalla cacofonia della stampa e del circuito mediatico
che è tutt’uno con la politica. La società civile precipita lentamente nella
depressione e nell’attendismo.
In quale grande
nazione democratica il premier può permettersi di dire che la giustizia del
Paese, che governa, è un plotone d’esecuzione puntato su di lui - senza che si
verifichi un soprassalto di indignazione? Invece da noi si reagisce con
sarcasmo, con un’alzata di spalle, con cinismo. E molti danno ragione al
premier.
Vista
dall’esterno, la vita politica italiana si muove in tre spazi che hanno un
rapporto problematico tra di loro. Per usare la metafora dell’opera teatrale,
c’è la scena su cui si rappresenta o si svolge la trama della politica in senso
stretto - governo del premier, partiti politici, istituzioni di garanzia
costituzionale (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale). Poi c’è la
sala del pubblico che talvolta fischia, talvolta applaude identificandosi con
gli attori in scena. Ma da qualche tempo ormai sta a guardare perplesso,
diffidente, distratto.
Nell’opera
musicale tra la scena e il pubblico c’è lo spazio intermedio dell’orchestra
(«la fossa dell’orchestra») che nel nostro caso è occupato dal sistema
mediatico di stampa e televisione che accompagna e amplifica la voce dei
protagonisti ma anche e soprattutto dà o dovrebbe dar voce al pubblico.
Naturalmente qui
la metafora funziona poco, perché soltanto qualche audace opera d’avanguardia
richiede un’attiva interazione tra scena e pubblico - che quasi sempre finisce
in una bagarre. Ma la politica italiana oggi è proprio questo: uno straordinario
spettacolo interattivo mal riuscito. Sulla scena c’è zuffa continua, nella
fossa dell’orchestra trionfa la cacofonia, in sala crescono l’indifferenza e la
depressione.
Ma lasciamo le
metafore per concentrarci sulla scena politica. È evidente che il governo del
premier - chiamiamolo con il suo nome - ha accantonato ogni ipotesi di intesa
non solo con l’opposizione ma nei confronti delle istituzioni della Repubblica
che non esita a definire pubblicamente ostili - prima fra tutte la magistratura.
Questo dichiarato stato di guerra fredda è possibile per due ragioni. Da un
lato, la stabilizzazione di un ceto politico devoto e dipendente da Berlusconi
al di là di ogni aspettativa. Dall’altro, l’impotenza, anch’essa al di là di
ogni aspettativa, dell’opposizione politica. Solo a partire da questi due dati
di fatto si può capire l’attuale situazione.
Oggi Berlusconi è
in grado di compattare attorno a sé, nella sua strategia di autodifesa
personale e nei suoi progetti politici, un ceto politico (maggioritario in
termini aritmetici) che identifica il proprio destino politico con quello del
Cavaliere. È un fatto oggettivamente straordinario che non ha trovato ancora
una spiegazione convincente. Questo ceto politico (che è un mix di vecchio e di
nuovo) è convinto che la sua fortuna politica dipenda letteralmente e
totalmente dalla sopravvivenza politica di Berlusconi. Sin tanto è convinto di
questo, seguirà il Cavaliere nella sua guerra contro la magistratura e contro
l’intera struttura istituzionale della Repubblica se e quando ostacola i suoi
progetti.
Ma quello che
appare un punto di forza della maggioranza deve diventare il punto di attacco
dell’opposizione. Il fuoco del confronto, del dibattito, della dialettica
politica va spostato dall’ossessiva concentrazione sulle parole, sulle mosse,
sui tic del Cavaliere e va riorientato verso il gran numero dei politici che lo
seguono. Sono loro che vanno cercati e sfidati nel confronto sui temi della
giustizia e del presidenzialismo. Sanno articolare ragioni e argomenti o sono
soltanto ripetitori del Cavaliere?
Al momento nessuno
sa quale esito avrà lo scontro sulla giustizia che arriverà a toccare i due
organi di garanzia per eccellenza del nostro sistema democratico: la Corte
Costituzionale e la Presidenza della Repubblica. Il pessimismo sulla condizione
spirituale della nazione (mi si perdoni questa espressione obsoleta nella
nostra età volgare) non si spinge al punto da temere o ipotizzare qualcosa di
irreparabile a questi livelli. Teniamo fermo l’ottimismo della volontà. Credo
che la sfida più insidiosa si presenterà quando sul tavolo della politica
compariranno i progetti sul rafforzamento delle competenze dell’esecutivo e le
varie ipotesi di presidenzialismo. Occorre arrivare preparati, informati e competenti
a quell’appuntamento. È bene che l’opposizione antiberlusconiana si prepari sin
da ora. Sarebbe sbagliato e tragico coltivare un atteggiamento negativo e
diffidente verso le riforme dell’esecutivo. Sarebbe intelligente giocare
d’anticipo. GIAN ENRICO RUSCONI LS 22
Anna Finocchiaro: «L'interesse privato è la loro priorità»
Una maggioranza
senza vergogna, è l’interesse privato del Capo del governo la vera priorità del
centrodestra...»
Presidente
Finocchiaro, con il processo breve siamo al diciannovesimo provvedimento ad
personam in ordine di tempo....
«Una sequela
ininterrotta che si è perpetuata da un governo Berlusconi all’altro per diverse
legislature. Quella attuale è un’operazione a tenaglia: si parte con il
processo breve, nel frattempo - alla Camera - si discute il legittimo
impedimento, contemporaneamente hanno tentato un decreto legge per ottenere una
norma da utilizzare subito nei processi di Milano e, dall’altra parte, si minaccia
il Lodo Alfano costituzionalizzato. Tutto questo mentre il Paese attraversa una
crisi difficilissima che investe le famiglie, in particolare quelle del
Mezzogiorno».
Il Parlamento
“occupato” dai problemi privati del premier, quindi. Come se ne esce?
«Il Parlamento
usato. Con conseguente spreco di tempo e di risorse pubbliche. Il potere
legislativo utilizzato per un unico ossessivo scopo: quello di salvare il
premier dai processi che lo riguardano».
Per il senatore
Gasparri il processo breve serve a dare giustizia al Paese...
«Questo
provvedimento, in realtà, manderà al macero centinaia di migliaia di processi
penali e contabili, con il risultato di danneggiare i conti dello Stato e
introdurre principi di irresponsabilità per chi amministra risorse pubbliche.
Si produrrà non l’abbreviazione dei tempi del processo, ma in una denegata
giustizia. Di fronte a questa obiezione la maggioranza non è riuscita mai a
dare risposta. L’unica verità che può affermare, infatti, è l’impellente
necessità di salvare il premier. C’è da rilevare, tra l’altro, che con le nuove
norme, l’unico interesse dell’imputato colpevole sarà quello di portare avanti
il processo il più a lungo possibile. Non avrà alcun interesse, infatti, a
chiedere un patteggiamento o un giudizio abbreviato»
Dopo il sì del
Senato ci sarà, prevedibilmente, anche quello della Camera. Il Partito
democratico si opporrà anche nel Paese, fuori dal Parlamento?
«Ogni volta che
facciamo una battaglia efficace, come quella che abbiamo condotto in Senato, parliamo
al Paese. Vorrei dare valore all’impegno parlamentare anche per evitare che
venga vissuto, quasi, come un passaggio burocratico. Ci pensano già altri, il
governo e la maggioranza, a mettere in mora il Parlamento costringendolo a
timbrare decisioni prese dagli avvocati del Presidente del Consiglio, ad Arcore
o a Palazzo Grazioli. Nel Parlamento e nel Paese il Pd deve svolgere il proprio
ruolo con questa consapevolezza».
Individua nel
processo breve profili di costituzionalità che possano influire sulle decisioni
del Presidente della Repubblica?
«Abbiamo
presentato in Senato le nostre pregiudiziali di costituzionalità. La
maggioranza ha ripulito un po’ il testo, ma noi continuiamo a mantenere delle
riserve. Dopodiché vedremo...».
L’ossessione di
salvare il premier, come lei la definisce, non rende poco credibile il
confronto sulle riforme?
«Le riforme
dovrebbero essere varate per arginare una concezione in cui il potere non trova
confini e per sbarrare il passo a una prassi costituzionale secondo la quale il
Parlamento diventa il luogo della ratifica. Oggi si legifera per decreti legge
modificati con i maxiemendamenti, si ricorre continuamente al voto di fiducia.
Il Capo dello Stato ha denunciato più volte queste distorsioni. Abbiamo tutto
l’interesse di rendere più forte la democrazia italiana con riforme che
riescano a restituire forza alle istituzioni e a rendere più agevole il
procedimento legislativo. Una grande forza riformista, come la nostra, non può
arretrare di fronte all’esigenza di dare al Paese un assetto istituzionale
equilibrato e moderno».
E c’è il clima
giusto, oggi, per ottenere i risultati che lei auspica?
«È ovvio che la
maggioranza si assume la responsabilità di un certo clima e su di lei
certamente oggi grava un giudizio di inaffidabilità. La prima garanzia di ogni
relazione positiva, anche di quella politica quindi, è il riconoscimento e il
rispetto reciproco. E se andranno avanti con questo andazzo tutto potrebbe
complicarsi, malgrado avverta come impellente la necessità delle riforme. Per
fare riforme utili al Paese ci troveranno sempre pronti, non ci troveranno
pronti per fare ciò che hanno fatto oggi (ieri, ndr.) al Senato»
La parola
confronto evoca immediatamente il fantasma dell’inciucio, a maggior ragione in
rapporto a una maggioranza “ossessionata” dai processi del premier...
«Sbaglia chi
accusa d’inciucio coloro che vogliono le riforme. Non si capisce che, in questo
momento, stare fermi significa consentire che si affermi una gestione del
potere che punta a stravolgere la stessa regola costituzionale».
Ninni Andriolo L’U
21
Di riforme si parla sempre ma non si fanno
Continuano invece
critiche e polemiche. Eppure sono necessarie per vincere la crisi e metterci
alla pari degli altri Stati Europei
“Le questioni che si profilano in ogni campo
all'inizio del nuovo anno richiedono un impegno di più pacata e costruttiva
riflessione, un maggior senso del limite e della responsabilità. E' così che
potranno essere superate molte difficoltà”. Il 31 dicembre, il Capo dello Stato
concluse con queste parole il suo discorso nel quale, con toni pacati, invitava
la classe politica e giornalistica ad affrontare i problemi del momento, in
particolare i temi delle riforme, in “un clima più sereno e costruttivo”, il solo
che permette di realizzare veramente le innovazioni di cui il Paese ha bisogno.
Già a novembre aveva messo il dito nella piaga, Napolitano, esortando ad una
minore aggressività e rilevando l’eccesso di toni, spesso violenti, a mo’ di
“guerra civile con l’arma del gratuito insulto” che non giova al Paese “che
deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale”.
Che non sono pochi e che fanno sì che
l’Italia risulti mal messa nei sondaggi mondiali: sull’esosità del fisco (circa
il 45% contro una media europea del 39,8) e relativa alta evasione fiscale; sul
totale del debito pubblico (1.752,2 miliardi di euro); sulla lunghezza, dovuta
al bicameralismo perfetto, delle procedure parlamentari; sul numero eccessivo
di deputati (630) e senatori (315); sui tanti privilegi di cui godono; sul
ridotto potere del Capo di Governo; sulla scarsa istruzione scolastica ed
universitaria; sulla proliferazione di Enti pubblici (20 Regioni, 110 Province,
8100 Comuni!) e connessi ingenti costi; sull’arretrato giudiziario (5.5 milioni
di cause civili, 3.2 milioni delle penali) e la lentezza dei processi (in
media, 10 anni!); sull’obbligatorietà dell’azione penale con conseguente
discrezionalità dei Magistrati.
Problemi che richiedono modifiche, istituzionali,
economiche e sociali, dalle quali la Penisola ha solo da guadagnare. Se ne
parla da decenni, senza risultati: a parole sembrano tutti più o meno
d’accordo, ma o non si fanno o le si fa poi annullare da un referendum (riforma
del Parlamento del novembre 2005). Ora Berlusconi promette: “Il 2010 sarà
l'anno delle riforme. Partiremo con quella della giustizia, proseguiremo con la
scuola e soprattutto con un programma di riforma fiscale per ridurre le tasse”.
Ed avverte l’opposizione: “Spero che gli altri collaborino; altrimenti andremo
avanti da soli”.
Immediate le polemiche: Di Pietro ritiene
che “in un Paese normale e in un momento di profonda crisi economica come
quella che sta attraversando l'Italia, le priorità dovrebbero essere
invertite”; ed afferma, con tono aggressivo: “che anche in questa Legislatura
ci sono troppi parlamentari in conflitto d’interessi con la giustizia,
direttamente o indirettamente. Affidare a questo Parlamento, così composto, le
riforme in materia di giustizia sarebbe come affidare a Dracula la gestione del
pronto soccorso”. Concorda Casini, leader dell'Udc, sia pure in termini più
garbati: “C'e' una questione sociale che riguarda il lavoro e le famiglie che
va affrontata, come il tema degli ammortizzatori sociali”, e richiede, per il
rinnovo della Costituzione, “una sede legittimata dal Parlamento”. Il Pd
promette una collaborazione fattiva sulle modifiche del Parlamento, compresa
l'elezione diretta del Capo del Governo, ma a patto che “Berlusconi rinunci a
presentare leggi ad personam” (Processo breve, approvato in Senato il 20
scorso; modifica delle norme istitutive del Consiglio Superiore della
Magistratura; obbligo del giudice a riconoscere ai Ministri l’impossibilità a
partecipare alle udienze). Perfino l’alleato Tremonti frena sulla riduzione del
fisco che “non può prescindere da una serie di vincoli, a partire dal debito
pubblico, e dalla necessità di combinarla con il federalismo fiscale”.
Per inquinare vieppiù il clima, c’è anche
chi prospetta di ripristinare l’immunità parlamentare; di modificare la legge
elettorale (abolizione delle liste bloccate) e i referendum: alzando il numero
delle firme (da 500.000 a 1 milione), chiedendo il giudizio di ammissibilità
della Consulta prima della raccolta delle sottoscrizioni, abbassando o
annullando il quorum dei votanti. Manca invece, nel programma riformistico
ideato da maggioranza ed opposizione, un disegno di legge che riduca i
privilegi delle diverse “caste” istituzionali, che, contrariamente ad altri
settori, ci vede sempre in testa nelle classifiche europee. Non solo: è stato
rinviato al 2011 il “Codice delle autonomie”, presentato dal Ministro Calderoli
e già approvato dal Consiglio dei Ministri, che prevedeva la riduzione del 20%
(50.000 in totale) dei consiglieri ed assessori provinciali e comunali, con un
risparmio di 213 milioni di euro.
Impossibile illustrare qui tutte le proposte
di legge che, tra l’altro, spesso risultano incomprensibili per i non addetti
ai lavori; gli interessati possono trovarne i testi su Internet. Legittimo
condividere o meno le critiche, spesso dettate da antiberlusconismo ad
oltranza, e le prese di posizione della maggioranza o dello stesso Berlusconi
sottoposto, in 15 anni, ad oltre 100 processi. Ma che la Giustizia italiana sia
politicizzata e lenta è indiscutibile: per fare solo due esempi, si veda il
caso Craxi, su cui la Corte di Strasburgo sentenziò la violazione del “diritto
ad un processo equo”; o quello di Calogero Mannino, l’ex ministro Dc accusato
di mafiosità e assolto dopo 17 anni e 23 mesi di arresti! Favorirà il Capo del
Governo, la legge sul processo breve, testé approvata in Senato, ma che sia
necessaria lo dimostrano le circa 500 cause giudiziarie che vanno già
quotidianamente in prescrizione. Difficile, in fase di crisi economica,
abbassare le tasse, ma inaccettabile che gli Italiani ne paghino 1843! (vedi
Libero del 18-19-20 gennaio 2010) Migliorabile forse la riforma scolastica
della Germini, tuttavia più vergognoso appurare che laureati in legge non
superino lo scritto di un concorso (recentemente a Viterbo) per i troppi errori
di grammatica, sintassi ed ortografia. Stando così le cose, c’è solo da dire
“Povera Italia”. Ed augurarsi che qualcosa, finalmente, cambi.
Egidio Todeschini,
de.it.press
MAPPE
Il Pd, un partito senza fissa dimora
di ILVO DIAMANTI
Il clima
d'opinione è grigio. Economia e lavoro. Politica. Anche la fiducia nel premier
e nel governo, passata la benefica onda emotiva prodotta dall'aggressione a
Milano, un mese fa, si è ripiegata.
Senza, peraltro,
che l'opposizione ne abbia tratto vantaggio. Il Partito Democratico, in
particolare. Nelle stime elettorali naviga intorno al 30%. Un po' sotto, per la
verità. È sceso, rispetto a qualche mese fa. L'elezione di Bersani l'aveva
rafforzato. Ragionevole e competente, guardato con simpatia anche dagli
elettori di centrodestra. Poi, la sospensione delle ostilità interne: non
c'erano più abituati gli elettori del Pd. Così la nave del Pd aveva ripreso il
suo viaggio.
Oggi, all'avvio
della campagna che conduce alle elezioni regionali di fine marzo, sembra
essersi incagliata di nuovo. Senza una rotta. Senza una bussola. Le stesse
primarie per scegliere i candidati stanno frenando il Pd. Ciò è significativo,
visto che le primarie sono, al tempo stesso, "mito e rito fondativo"
(la formula è di Arturo Parisi) del Partito Unitario di Centrosinistra. L'Ulivo
di Prodi, dapprima, e, quindi, il Partito Democratico di Veltroni. Diversi
modelli di un comune progetto politico e istituzionale: maggioritario e bipolare.
La risposta di centrosinistra al modello imposto da Berlusconi.
Oggi le primarie
sembrano, invece, un'arena dove regolare i conflitti interni al partito e alla
coalizione. Perlopiù, un ostacolo di fronte ai disegni del gruppo dirigente del
partito. D'altronde, è difficile ricorrere alle primarie se si privilegia
l'alleanza con l'Udc. Che ha fatto del proporzionale una ragione di vita. E
che, comunque, non avrebbe una base elettorale adeguata a imporre i propri
candidati in una consultazione popolare. Più in generale, è arduo cogliere una
strategia coerente nelle scelte del Pd, in questa fase. Quasi dovunque il
partito appare diviso. In contrasto al proprio interno e con i dirigenti
centrali. Spesso incapace di decidere. Nel Lazio si è piegato - senza discussioni
- all'autocandidatura della Bonino. Non proprio in accordo con l'intenzione di
accostarsi alle componenti cattoliche moderate e all'Udc. In Puglia, invece,
oggi le primarie celebrano lo scontro - più che il confronto - tra Vendola e
Boccia (trainato da D'Alema). Divisi su molti temi. Non ultimo l'intesa con
l'Udc. Anche a Venezia la scelta del candidato sindaco avviene in un clima
acceso. Da vicende personali e dalla questione del rapporto con i moderati.
Insomma, le primarie, invece di mobilitare e unificare gli elettori del Pd e
del centrosinistra intorno alla ricerca di un candidato comune, si stanno
trasformando in una resa dei conti.
Il Pd nazionale
non sembra, peraltro, capace di regolare le scelte assunte in ambito regionale.
Semmai, le complica ulteriormente. Somma le proprie divisioni a quelle locali.
Rischia, così, di affermarsi un "modello balcanizzato", come l'ha definito
Edmondo Berselli. Ciò avviene perché il Pd resta sospeso in una zona d'ombra. A
metà fra la tentazione - implicita e inconfessa - di rifare il "partito di
massa" fondato sulle appartenenze e sull'apparato. E l'imperativo -
esplicito - di costruire il "partito dei cittadini", maggioritario e
bipolare. Il percorso congressuale ha accentuato questa incertezza. Dapprima,
la lunga sequenza dei congressi a livello territoriale ha mimato il
"partito di iscritti". Le primarie, poi, hanno evocato il modello
americano, che coinvolge elettori e simpatizzanti. Bersani è stato eletto da
entrambi i modelli di partito. Avrebbe potuto, sfruttando la legittimazione
conquistata, imprimere una svolta chiara al Pd. Indicare un progetto, definire
un programma, con obiettivi chiari. Ai "suoi" elettori, anzitutto.
Fin qui non l'ha fatto. Anche se continua a riscuotere ampia fiducia personale,
mentre il Pd perde consensi. Una contraddizione significativa. Riflesso
dell'incerta identità del Pd, ma anche di una leadership personale ancora incompiuta.
Bersani, infatti, è simpatico a molti, non solo a sinistra, anche perché le sue
parole non fanno male. Non segnano confini netti.
Non marcano
appartenenze né differenze chiare. Nello stesso Pd, dove emergono posizioni
diverse e talora contraddittorie, ad esempio: sui temi della giustizia e
dell'immunità. E ciò lascia trapelare il dubbio che le decisioni importanti
vengano prese altrove, da altri. I soliti noti. Magari è una scelta meditata.
Ha deciso di non decidere, di lasciare in sospeso le scelte strategiche, in
vista di tempi migliori. Per non tradurre le divisioni interne in fratture. Ma
allora meglio dirlo apertamente, per non passare da debole. In-deciso.
Insomma, il Pd
oggi è un partito in grado di aggregare il 30% dei voti. Ma non dà speranza. Gli
riesce difficile allargare i propri consensi. (E perfino tenere quelli che ha).
Da solo ma anche attraverso alleanze. Perché non dice chi è, cosa intende fare
e insieme a chi. È un ibrido. Forse: un equivoco. Un partito di massa senza
apparato, con una debole presenza nella società e un ceto politico resistente.
Al centro e in periferia. Un partito americano provincialista. Senza territorio
ma condizionato dalle oligarchie locali. Un partito americano
all'italiana.
Parla un
linguaggio difficile da capire. Anche perché non ha un vocabolario e neppure un
sillabario. Non sa gridare uno slogan che risuoni forte nell'aria. Non ha una
bandiera riconoscibile, dai sostenitori e dagli avversari. Le parole che usa
hanno perso il significato di un tempo. Come il "riformismo". Oggi
che le riforme le vogliono tutti. A partire dal premier e dal centrodestra, che
pensano alla giustizia, al "legittimo impedimento" e al
presidenzialismo. Il Pd: quali riforme vuole? E quali "non" vuole?
Detti la sua agenda. Dica due o tre cose "memorabili". Che restino
nella memoria.
Le primarie che si
svolgono a partire da oggi e le elezioni di marzo, per il Pd, sono un'occasione
importante. Importantissima. Da non perdere. Per non perdersi definitivamente.
Ma chi lo guida deve tracciare un orizzonte. Che vada oltre i prossimi tre
mesi. Per non rischiare che il Pd venga percepito come un partito provvisorio.
Soprattutto dai suoi elettori. LR 24
Il futuro del Paese. La sfida della scuola e la questione nazionale
Su un importante
campione dei temi di maturità del 2007, circa il 58% conteneva errori
gravissimi di grammatica, sintassi, organizzazione logica e persino di
ortografia, insomma da bocciatura senza appello; mentre soltanto il 20% dei
temi era stato valutato insufficiente negli esami di stato. Non soltanto questo
dato - che conferma quel che qualsiasi docente universitario constata
misurandosi con gli studenti che la scuola gli consegna - non ha ricevuto
l’attenzione che merita. Non soltanto i riformatori che hanno fabbricato la
scuola che produce questi risultati continuano a far finta di nulla
riproponendo imperterriti i loro modelli. Ma molti commenti attorno
all’episodio di Noventa Padovana sono stati improntati a uno sprezzante
fastidio: la cosa più importante sarebbe il recupero delle tradizioni locali,
chi se ne importa dell’ossessione per la lingua italiana. C’è chi crede che si
possa costruire un futuro basato sui dialetti e l’inglese; non capendo che, se
è possibile che un futuro lontano riservi una realtà sociale e linguistica
diversa, per ora, e per un bel pezzo, la forza culturale, scientifica e
tecnologica di un paese poggia, e poggerà, sugli stati nazionali.
Ho fatto di
recente un viaggio in Sud Africa e mi ha colpito il fatto che un paese uscito
da pochi anni da drammi epocali, e che ne porta i segni tangibili, sia
proiettato verso un futuro di costruzione unitaria che non si attarda alle
recriminazioni, per quanto giustificate. “Proudly SouthAfrican”,
orgogliosamente SudAfricano, si legge dappertutto. Invece da noi si sta
preparando il ricordo dell’Unità d’Italia in un’orgia autodistruttiva di
svalutazione di quel fatto storico e di recriminazioni virulente (dopo 150
anni!) per eventi incomparabili con l’orrore dell’apartheid (durato fino a
pochi anni fa). È legittimo ripensare storicamente l’Unità d’Italia, ma la
storia la fanno gli storici e non, a colpi d’accetta, sindaci che cancellano la
dedica di piazze a Garibaldi, mentre resta l’intitolazione di vie e scuole a
personaggi ben più discutibili come Palmiro Togliatti o Nicola Pende. Invece di
far storia con le delibere e gli occhi volti al passato e con sterili
recriminazioni, non sarebbe meglio occuparsi di costruire il futuro con spirito
“proudly Italian”?
Se siamo qui a
parlare del futuro del paese e a paventarne il declino è perché il punto a cui
siamo giunti lo dobbiamo proprio al processo che è di moda denigrare. Mi limito
a un breve accenno sul tema della scienza. L’Italia è stata il primo paese a
creare un’accademia delle scienze (l’Accademia dei Lincei), che però ha dovuto
subito chiudere i battenti proprio perché non sostenuta da uno stato nazionale,
mentre le accademie scientifiche di punta si affermavano nelle grandi nazioni
europee come la Francia e l’Inghilterra. A metà dell’Ottocento, l’Italia,
malgrado i suoi Galilei e Volta, era un paese scientificamente marginale, senza
accademie e università di rilievo, senza un sistema di istruzione moderno, con
una cultura scientifica parcellizzata e irrilevante. Nel Settecento, neanche il
Regno di Piemonte era riuscito a trattenere uno dei più suoi grandi matematici,
Lagrange, trasferitosi a Parigi. Le cose cambiarono in pochi decenni, dopo
l’Unità, per merito di un manipolo di scienziati che studiarono e importarono i
grandi modelli europei, per merito di personalità come i matematici senatori
Luigi Cremona - ministro dell’istruzione e fra i creatori delle scuole di
ingegneria - e Vito Volterra, fondatore di tutte le principali istituzioni
scientifico-tecnologiche del paese, a partire dal Consiglio delle Ricerche. A
fine Ottocento, l’Italia era al terzo posto mondiale in matematica e si stava
affermando nella fisica al punto che la fisica nucleare moderna, con Fermi e i
suoi colleghi, sarebbe stata una creazione italiana e grandi risultati
sarebbero stati ottenuti in biologia, come mostra il fatto che i grandi Nobel
della biologia molecolare moderna sono in gran parte allievi della scuola di
Giuseppe Levi. Questo è accaduto perché un governo nazionale ha sostenuto
questa impresa e ha deciso di creare un sistema di istruzione moderno e
unitario. Ed è accaduto perché l’Italia disponeva già di un patrimonio che
poche altre regioni del mondo avevano: un lingua unitaria che permetteva la
comunicazione al di là della frammentazione dei dialetti, ed una lingua sostenuta
da una delle culture più importanti del mondo.
Ripeto: se noi
oggi possiamo discutere di rischi di “declino” di un paese che ha una posizione
mondiale di tutto rilievo, e di come porvi rimedio, è perché abbiamo raggiunto
questa posizione grazie a quanto fatto durante il processo unitario. Ancor più
rapidamente possiamo ritornare a una condizione di assoluta marginalità se ci
accingiamo a distruggere quel che abbiamo costruito non comprendendone il
valore e anzi svalutandolo irresponsabilmente. Nessuna persona seria può
disprezzare le tradizioni locali e i dialetti, che debbono essere preservate e
valorizzate come elemento importante delle nostre radici culturali. Ma l’idea
di studiare la fisica in friulano o in inglese e la storia in siciliano o in inglese,
marginalizzando la lingua che viene appresa in modo naturale in famiglia, tanto
più dopo che decenni (anche di opera meritoria della televisione) l’hanno
consolidata sempre di più come tessuto unitario del paese, è irresponsabile e
autodistruttivo. Un paese di dialetti per la vita quotidiana e di inglese per
le comunicazioni professionali non è soltanto un’idea velleitaria, perché le
mutazioni linguistiche sono processi storici lenti che non si prestano
facilmente ad essere forzati; ma prospetta un futuro di drammatico declino
culturale e di subordinazione scientifico-tecnologica.
Perciò non si
tratta di stracciarsi le vesti per la vicenda veneta, quando di preoccuparsi -
e molto - per la scarsa attenzione al sondaggio dell’Invalsi e dell’Accademia della
Crusca che, nel divario con gli esiti dei giudizi effettivi, mostra in quanto
poco conto venga tenuto l’apprendimento della lingua. Come ha osservato la
professoressa Elena Ugolini, commissaria dell’Invalsi, quei risultati non
mettono in luce soltanto povertà di pensiero, ma assenza di strumenti basilari
di logica e di espressione: “ragazzi così che futuro possono avere?”. Questa è
l’emergenza cui la scuola deve far fronte e che deve essere percepita da tutti
come una questione nazionale, assieme a quella dell’analfabetismo matematico.
Sono emergenze cui non si fa fronte con escogitazioni di metodologia didattica
o burocratico-aziendalistiche, come il programma Merito e Qualità per la
matematica improvvidamente varato dal Ministero. Bensì comprendendo che è sui
contenuti dell’insegnamento che si vince la scommessa. E questo, nel caso
dell’italiano, significa ovviamente studiare la lingua ma anche abituare e
appassionare gli alunni alla ricchezza e alla complessità dell’espressione
linguistica acquisita attraverso la lettura dei testi letterari. Insomma,
rammentando una buona volta che uno dei compiti principali della scuola è la
trasmissione della cultura. IM 23
"Ponte, la Corte dei conti ha smascherato il grande bluff"
L'associazione che
combatte la realizzazione dell'opera sullo Stretto rimarca "la stroncatura
su tutti i fronti" dello scorso dicembre: "Dati economici
incongruenti, devastante impatto ambientale. E nel frattempo capitano disastri
come quello di Giampilieri"
REGGIO CALABRIA -
"La Corte dei conti, lo scorso dicembre, ha confermato alcune delle tesi
sostenute dal Movimento No Ponte in questi anni: l'incongruenza dei dati
economici, una stima disinvolta dei traffici nello Stretto che dovrebbero
giustificare l'operazione del project finance, l'azzardo ingegneristico che
penserebbe a una campata unica di quasi il 40% più lunga della maggiore mai
realizzata, il devastante impatto ambientale". E' quanto afferma la
Rete No Ponte che per martedì prossimo 26 gennaio ha organizzato a Villa San
Giovanni un incontro dell'associazione.
"Insomma, una
stroncatura su tanti fronti - prosegue l'associazione - che meriterebbe una
seria messa in discussione di tutta l'operazione ponte. La reazione
dell'amministratore delegato della Stretto di Messina, Ciucci è stata quella di
rassicurare sul prosieguo di questo grande bluff. Tutto questo avviene mentre
le vere priorità del territorio, quelle manifestate in piazza il 19 dicembre a
Villa San Giovanni, rimangono ancora disattese e inascoltate. Gli sfollati di
Giampilieri continuano a scendere in piazza per protestare non avendo ancora
ricevuto garanzie sulla messa in sicurezza del paese".
Secondo la Rete,
"in un periodo di crisi e di risorse scarse, si dovrebbero scegliere le
priorità. Perciò, esprimiamo la propria solidarietà al movimento No Tav. Ancora
una volta dalla Valle di Susa ci arriva un messaggio forte e chiaro: soltanto
attraverso la mobilitazione popolare si può impedire la svendita dei nostri
territori, ci si può opporre a quel modello di sviluppo che ci vogliono
imporre, fatto di grandi opere e devastazioni ambientali. In questi anni
abbiamo visto come il ponte sullo Stretto, la Tav, il Mose, gli inceneritori, i
rigassificatori e tutte le opere inutili che vogliono imporci, sono solo delle
'mucche da mungerè, buone a trasferire i soldi pubblici nelle tasche delle
solite lobbies".
L'associazione
ricorda Franco Nisticò, colto da malore e poi morto mentre parlava sul palco
durante una manifestazione il 19 dicembre: "Prima di lasciarci in quel
maledetto giorno, ha urlato: 'Solo la lotta porta risultati!'. Oggi i No Tav ne
sono l'esempio. Questo Governo ha scelto di concentrare tutte le risorse a
disposizione nel 2009 in 6/7 grandi opere. Niente di più facile, adesso, che
riversino i soldi a disposizione nella ri-progettazione del ponte, magari dando
in obolo qualche opera compensativa a Messina. Tanto per loro l'importante non
è finire. Ma anche noi continueremo con il nostro impegno". Lasicilia 21
Andria, è qui la nuova Rosarno
Un immigrato
raccoglie le olive. I disperati: centinaia di clandestini raccolgono olive per
tre euro l'ora – di NICCOLO' ZANCAN inviato ad Andria (Bari)
Alle tre di sabato
pomeriggio sono gli unici a lavorare. Li vedi passare su motorini fuori mercato
e senza targa, ridipinti di verde come le campagne che attraversano. Zidane e
Nadir viaggiano insieme. Guanti, berretti di lana, denti guasti, hanno già
fatto molto. Ora si tratta di stare in bilico, accendere il motore, abbracciarsi
e tenere i sacchi fra le gambe, fino al frantoio. Sei ore di raccolta, 100
chili da consegnare, diciotto euro di guadagno a testa. Dei lavoratori in nero,
sfruttati e lasciati a dormire al gelo, ai margini delle nostre città, forse
sono al gradino più basso.
In attesa della
chiamata per i carciofi, raccolgono olive di seconda scelta. Olive di
«cascola», cadute dagli alberi, destinate a marcire o a diventare olio chiaro
(non extravergine). Ma questo, davvero, a Zidane e Nadir non può interessare.
Sono lì che viaggiano in gara con altri fantasmi - in tutto 1.800 persone
secondo la Caritas - spazzini delle campagne. Sono gli ultimi sacchi, questi.
Le ultime file di motori scarburati lungo via Corato. Alle 5 di pomeriggio
scompaiono. Si ritirano dentro baracche e case abbandonate - rifiuti, topi,
falò - con gruppi di cani randagi intorno e un senso di irreparabile sconfitta:
«Ho sbagliato tutto - dice Zidane - finché riuscivo a vendere cartoline davanti
alla fontana di Trevi pensavo bene dell’Italia. Guadagnavo anche 30 euro al
giorno. Adesso è uno schifo, sto male, non voglio più questa vita. Ma non posso
tornare a Casablanca con meno soldi di quando sono partito».
Nulla di nuovo da
segnalare, 436 chilometri a nordest di Rosarno. «La cosa che mi fa infuriare -
dice don Geremia della casa d’accoglienza Santa Maria Goretti di Andria - è
l’ipocrisia. Le voci scandalizzate che arrivano sempre dopo, quando è troppo
tardi». In effetti, vista da qui, l’Italia non sembra un Paese che ami
coltivare la memoria, nemmeno sul breve periodo. Basta pensare alla storia di
Salah Bensada, 39 anni, marocchino, morto assiderato dopo una notte più dura
delle altre, fra le baracche degli uliveti. Era dicembre 2007, quattro giorni a
Natale. I volontari del centro di accoglienza lo avevano quasi salvato: «Gli
abbiamo fatto un doccia calda - ricorda suor Susanna - Salah si lamentava,
faceva spavento, non sentiva più le gambe». Il peggio però è venuto dopo.
Quando è rimasto per undici ore nelle sala d’aspetto dell’ospedale di Andria, prima
di essere visitato. Un fatto per cui, proprio in questi giorni, la procura di
Trani sta decidendo se rinviare a giudizio tre medici.
«Ogni notte è
così», dice don Geremia, 42 anni, faccia spigolosa da indio, telefonino che
squilla in continuazione, un prete poco canonico. Spiega: «Abbiamo solo otto
letti. Quindi decidiamo della vita e della morte». Gira su un’auto scassata con
i suoi volontari, offre pasti caldi, ricovera i casi più gravi. Cerca,
soprattutto, di evitare che la sofferenza divampi. «Quest’anno sono successi
due fatti nuovi. Primo: sono arrivati molti immigrati dal Nord Italia, ancora
con il permesso di soggiorno, ma licenziati per la crisi. Secondo: ai
braccianti romeni, magrebini, centrafricani, iracheni e sudanesi, si stanno
aggiungendo nuovi poveri italiani. Ed è proprio questo un punto di attrito
delicatissimo, su cui dobbiamo vigilare tutti. Si rischia il macello».
Razzismo, no. Non
ancora, almeno. Silenzio, vite separate. Altri caporali, con altre regole: «Qui
usa chiedere ai braccianti romeni di poter usufruire delle grazie delle loro
mogli». Cioè, don Geremia? «Sesso per assicurarsi la chiamata sui campi».
L’anno di lavoro ha poche pause: olive, olive di seconda scelta, carciofi,
ciliege. Ad Andria arriveranno altri morti nell’indifferenza generale (c’è solo
Telenorba a raccontare questo pezzo di Puglia). Magari un motorino in mezzo
alla strada classificato come incidente, magari il tunisino Abderrahim che ha
un tumore al cervello e il lato sinistro del corpo semiparalizzato. E intanto,
in qualche modo, raccoglie. O magari Mansur, un esempio di quanto le parole
possano essere vuote. Settant’anni, da 20 in Italia, dialetto andriese
impeccabile, non è mai stato in carcere, non ha mai avuto il permesso di
soggiorno e continua a lavorare qui. In nero.
«Sono dei poveri
cristi», dice un grossista della zona di Quarto Di Palo. Che poi aggiunge: «Gli
stranieri fanno tutto quello che gli italiani non si sognano più di fare».
Racconta l’altro pezzo della storia: «Da anni la Toscana sta facendo miliardi
con le nostre olive. Loro imbottigliano e basta. Ma dietro al business
dell’olio, adesso ci sono nuovi sistemi. Stanno ammazzando il nostro prodotto.
Pagano sempre meno. Così, a mia volta, devo pagare meno i raccoglitori. Ora il
trucco è questo: fanno arrivare le olive dalla Tunisia, attraverso la Spagna e
con un giro di carte, di false fatturazioni, le certificano come italiane». Il
lavoro del tunisino Mansur deprezzato dalle olive della sua terra.
Il sindaco di
Andria, Vincenzo Zaccaro, 42 anni, eletto con la Margherita, non ricorda i dati
salienti del territorio, ma è fiero «della sinergia con la Disney». Ovvero?
«Quantitativi importanti del nostro olio finiscono nei centri della loro
catena». Le olive raccolte da Zidane nelle insalate di Eurodisney. LS 24
La Catena di san Libero. Non consideriamolo normale
La pulizia etnica
di Rosarno, cioè l'allontanamento forzato, con la minaccia delle armi e per
opera della 'ndrangheta, di tutti gli individui di pelle scura da un dato
territorio della Repubblica Italiana, è stata una notizia per due giorni. Al
terzo giorno dei fatti di Rosarno si parlava:
- al quinto posto, nella gerarchia degli argomenti, su www.repubblica.it;
- al sesto posto sul www.corriere.it;
- in modo analogo su tutti gli altri siti giornalistici "ufficiali".
Una settimana dopo le prime fucilate e sprangate contro i neri, cioè, gli
italiani erano già ridiventati "brava gente" e, la situazione era,
come si dice, tornata "sotto controllo". A Rosarno c'è stata
addirittura una manifestazione ufficiale, gestita dalla 'ndrangheta, per dire
che i rosarnesi non sono razzisti. Uno striscione contro la mafia, portato
dalle ragazze del liceo, è stato fatto chiudere dagli organizzatori.
Nessuno degli organizzatori o partecipanti alla manifestazione eversiva, per
quanto ci risulta, è stato arrestato. Né lo è stato alcuno degli organizzatori
e esecutori del pogrom, che è stato una vera e propria ribellione, penalmente
perseguibile, contro i poteri dello Stato. Nei primi anni Settanta, sempre in
Calabria, la molle prima Repubblica mandò poliziotti e soldati a stroncare,
volente o nolente, il "boia chi molla". Ma erano altri tempi e c'era
ancora uno Stato.
Tutto ciò è vergognosissimo per i funzionari di polizia, per gli ufficiali dei
carabinieri e per tutti coloro che, avendo giurato fedeltà allo Stato, in
effetti l'hanno tradito lasciando che il potere statale venisse violentemente
usurpato, in quei giorni e in quei luoghi, dai boss mafiosi.
A loro parziale discolpa sta il fatto che gli ordini erano quelli: il governo
non era interessato a esercitare la sua potestà, delegandola di fatto - per
clientelismo politico e solidarietà ideologica - ai mafiosi. Un piccolo otto
settembre, con tutto il suo corredo di piccole vigliaccherie, di prepotenze
senza sanzione, di "tutti a casa". Ma anche di isolati atti di
coraggio: gli abitanti di Riace hanno invitato i perseguitati a rifugiarsi nel
loro comune, salvando col loro gesto la malridotta dignità calabrese.
Anche su Rosarno, come su tutto il resto, il popolo italiano ha iniziato il
rassicurante dibattito di rimozione. Calabresi e siciliani hanno dimenticato
gli orrori da loro portati in altri paesi (altro che qualche disordine dei neri
di Rosarno): decine di migliaia di ragazzi assassinati in tutto il mondo dalla
loro eroina; la mafia sanguinosamente introdotta in paesi, come l'Australia o
il Canadà, che mai ne avevano sentito parlare; eppure né gli australiani né i
canadesi - popoli civili - hanno cacciato siciliani e calabresi. Su questo
dovremmo meditare profondamente, e provare anche vergogna.
E' difficile in questo momento gravissimo proporsi altri obbiettivi che non
siano il ripristino dei poteri legittimi su tutto il territorio della
Repubblica e la liberazione dall'occupazione militare delle mafie: perché di
questo si tratta e non di altra cosa.
In essa, il governo è collaborazionista col nemico. E buona parte della classe
politica, o per azione o per inazione, gli tiene mano.
Non c'interessano le loro opinioni su ogni altra cosa, finché questa situazione
dura. Siamo in un'emergenza non inferiore a quella del dopoguerra, paghiamo
prezzi altissimi e più alti ancora ne pagheremo (basti pensare al ruolo
dell'Italia nella comunità delle nazioni, a quell'essere ributtati nel ruolo
dell'Italian Fascist ridicolo e feroce).
Davvero quel che chiamate politica è politica? Che problemi concreti si stanno
risolvendo, o perlomeno affrontando, uno solo? Ci sono altre forme di politica
reale, qui e ora, che non siano in un modo o nell'altro riconducibili a una
ribellione?
C'è una guerra civile a bassa intensità, dei ricchi contro i poveri e dei
poveri fra di loro. Assume nomi e colori differenti, fra nord e sud, fra
"italiani" e "stranieri", ma è sempre sostanzialmente la
stessa. Nasce dall'abbandono della politica (sostituita da simil-politiche
fittizie e da "partiti" e "istituzioni" d'accatto) e finirà
con il ritorno della politica, cioè di noi stessi.
Accadono alcune cose politiche (lo sciopero del primo marzo è una, l'antimafia
sociale è un'altra) e cresce l'intuizione fra i giovani che bisogna
organizzarsi, fare qualcosa. Ma non abbastanza in fretta. Razzisti, leghisti,
mafiosi, piduisti, ladroni d'ogni risma e vecchi puttanieri lavorano
alacremente a divorare la Repubblica, a distruggerne l'anima, a renderci come
loro. Non consideriamolo normale. Organizziamoci di conseguenza. AdL 21
Il Coordinamento Comites della Svizzera sul futuro della rete consolare
LOSANNA - Dopo la
manifestazione davanti al Consolato Generale di Losanna (v. Inform n.13 del 20
gennaio, http://www.mclink.it/com/inform/art/10n01327.htm ), il coordinamento
dei Comites della Svizzera, con i componenti del CGIE e i deputati Farina e
Narducci, hanno tenuto un incontro per discutere sul futuro della rete
consolare, partendo dalla situazione in loco, riallacciandosi all’occupazione
dell’Agenzia Consolare di Coira, toccando il declassamento di Basilea,
ricordando la trasformazione del Consolato di Berna in cancelleria e
l’annessione dell’agenzia di Neuchâtel al Consolato Generale di Losanna.
La mancanza di un piano coerente di
ristrutturazione della rete diplomatica consolare italiana nel mondo - è detto
in una nota trasmessa da Grazia Tredanari presidente del Comites Vaud-Friburgo
- è evidente perché non porta soluzioni credibili e pratiche. Questo
provvedimento governativo continua ad essere avversato per il metodo e nel
merito della sua natura, tant’è che è stato oggetto di contestazioni sfociate
in manifestazioni in altri Paesi toccati da tali disposizioni di chiusura, è
stato dibattuto e rigettato nelle aule parlamentari italiane ed estere, ed è
stato avversato con vibrata bocciatura dall’Assemblea plenaria del CGIE. Esso
viene giustificato con presunti risparmi non quantificati, che certamente non
tengono assolutamente conto né delle mutate situazioni geopolitiche che il
nostro Paese dovrebbe affrontare con determinazione e con una adeguata
dotazione finanziaria, né del primario obbligo dello Stato di elargire servizi
alle nostre comunità all’estero.
Tra le considerazioni emerse nell’assemblea
dei Presidenti dei Comites svizzeri prevale l’indirizzo di tenere
rappresentanze diffuse e di prossimità identificabili in persone fisiche e la
necessità di garantire le forme di rappresentanza della Stato. La presenza
delle strutture dello Stato italiano all’estero ancora oggi sono indispensabili
per permettere al nostro Paese di continuare a svolgere un ruolo da
protagonista nel rinnovato ordinamento geopolitico e contestualmente per stare
vicino ai suoi cittadini, considerando anche il fatto che l’utenza
invecchia sempre più, e che nella specificità svizzera, la morfologia del
territorio e la crisi socio-economica necessitano di una presenza articolata e
sostenibile. Per queste ragioni il Coordinamento svizzero è contrario alla
chiusura dell’agenzia consolare dei Grigioni che serve il cantone con la superficie
più grande della Svizzera e che ha anche una conformazione molto montagnosa e
quella del Consolato Generale di Losanna, poiché si chiederebbe ai 60'916
italiani dei cantoni VD-FR e a quelli del Vallese e Neuchâtel, altri 36.349
italiani, di spostarsi sino a Ginevra, i primi per qualunque pratica, i secondi
solo per alcune. Non tenendo conto, peraltro che il Consolato della capitale
ginevrina è troppo decentrato rispetto al territorio che dovrebbe servire e non
è sufficientemente capiente per accogliere anche quello di Losanna.
Il Coordinamento Comites chiede
all’Amministrazione e al Governo di trovare una soluzione che tenga conto della
realtà con obbiettività e lungimiranza, prevedendo dapprima dei criteri chiari
e precisi che determino l’esistenza di Agenzie, Cancellerie, Consolati e
Consolati Generali ed in seguito ragionando sulla mappatura e la
rappresentatività.
A monte di tutto ciò, vi dovrebbe essere il
concreto snellimento, ammodernamento e semplificazione burocratica e dell’amministrazione
in genere, facendo accordi lì dove è necessario e riflettendo sulla
professionalità del personale e sui suoi costi, mirando all’informatizzazione e
non nascondendosi dietro finte barriere di legiferazioni che possono
sicuramente esser modificate.
Il Coordinamento Comites Svizzero si impegna
a coinvolgere i colleghi residenti nei Paesi limitrofi della Germania e della
Francia per adottare una linea comune di proposte, d’intesa con il CGIE, e non
esclude altre azioni volte al sostegno della politica per gli Italiani
all’estero che subisce tagli ed ingiustizie sempre più frequentemente.
Il Coordinamento - così termina la nota -
chiederà ad esempio di porre per l’ennesima volta questo punto all’ordine del
giorno nella prossima assemblea continentale del CGIE e certamente i
parlamentari continueranno ad intervenire presso le istanze superiori affinché
si ottenga un maggiore rispetto dei diritti di ogni cittadino italiano.
(Inform)
Gli italiani all'estero e le elezioni regionali
Forse non tutti
sanno o hanno chiaro in mente che gli italiani all'estero - e il loro sentire
politico - possono essere importanti anche in occasione delle prossime elezioni
regionali. Certo, gli italiani residenti oltre confine non votano in occasione
delle Regionali come fanno per le elezioni politiche; tuttavia, il loro ruolo
può essere comunque, se non determinante, certamente utile nell'ambito della
campagna elettorale.
Secondo i dati
della regione Lazio, per esempio, nel 2007 erano quasi 600mila i laziali residenti
all'estero; la metà di questi, pensate, residente in America Latina. Fra
Brasile e Argentina, si contano infatti 300mila laziali. Un vero e proprio
bacino di voti in occasione delle politiche, una vera forza elettorale da saper
utilizzare con intelligenza in occasione delle regionali.
Ma in che modo gli
italiani all'estero potrebbero concorrere a far vincere l' una o l'altra forza
politica, il candidato di una parte o quello dell'altra? In due modi,
principalmente. O tornando a votare in Italia - e molti lo fanno, e
approfittano del viaggio magari per visitare i propri parenti - o spingendo i
propri cari, i propri amici, i propri corregionali residenti nello Stivale a
votare per questo o quel partito.
Sbaglierebbe chi
sottovalutasse il ruolo degli italiani nel mondo in queste elezioni: la
sinistra lo ha già capito, a quanto pare. La visita in Svizzera di Antonio Di
Pietro, leader dell'Italia dei Valori, e quella della senatrice Anna
Finocchiaro, Pd, in Svizzera e in Germania, parlano chiaro. Negli incontri con
la collettività italiana, c'è stata anche tanta propaganda. Come potrebbe
essere altrimenti: in politica nulla avviene per caso e ognuno porta l'acqua al
suo mulino.
Ma anche i
connazionali che vivono più lontano da Roma, non solo in Europa ma magari in
Australia o nelle Americhe, possono partecipare attivamente a queste elezioni.
Penso alla Calabria, per esempio: in Argentina i calabresi sono tantissimi.
Cerchino di organizzarsi insieme, finalmente senza rivalità o mire personali, e
si mettano a disposizione, a lavorare per fare in modo che in Calabria possa
vincere la persona più liberale, più giovane, più dinamica e capace, per
affrontare una presidenza regionale che ha tutto il sapore di una sfida
all'insegna del cambiamento.
Se è vero che spesso
l'Italia cerca gli italiani nel mondo quando si tratta di chiedere voti, è
anche vero che gli italiani all'estero non possono esimersi dal partecipare a
queste elezioni, se non direttamente, attraverso i propri contatti in Patria,
attraverso le loro conoscenze delle nostre realtà territoriali, soprattutto
delle più problematiche, in uno spirito di collaborazione produttiva e a
sostegno della volontà innovatrice espressa tante volte da tanti cittadini
onesti. E rimasta inascoltata, almeno fin qui.
Gente
d'Italia/Italia chiama Italia 21
Stefano Verrecchia nuovo Segretario Esecutivo del Consiglio Generale degli
Italiani all’Estero
ROMA - Il
Consigliere Stefano Verrecchia è il nuovo Segretario Esecutivo del Consiglio
Generale degli Italiani all’Estero.
Laureato in
Economia e Dottore di ricerca in Diritto Internazionale, è entrato in carriera
diplomatica nel 1996. Ha prestato servizio presso la Direzione Generale degli
Affari Politici ed è stato Vice Capo Segreteria del Sottosegretario di Stato
dal 1999 al 2001.
Dal 2001 al 2002
Funzionario di scambio (Austauschbeamter) presso il Ministero degli Affari
Esteri della Repubblica Federale Tedesca (Auswaertiges Amt) e dal 2002 al 2004
è stato Capo Ufficio stampa presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino.
Dal 2004 al 2006
ha prestato servizio presso l’ufficio politico dell’Ambasciata d’Italia a Mosca
e dal 2006 al 2008 ha ricoperto l’incarico di Console Generale a Mosca.
Rientrato al
Ministero nel dicembre 2008, ha assunto l’incarico di Capo dell’Ufficio I della
Direzione Generale Italiani all’Estero e Politiche Migratorie. E’ Segretario Esecutivo del CGIE dal 15
gennaio di quest’anno. (Inform)
“Appena dieci
giorni per presentare le domande complete di tutta la documentazione
necessaria, piano di ricerca e lettere di presentazione di due esperti
stranieri compresi: è questo il tempo che il Ministro Gelmini concede ai nostri
giovani ricercatori oltreconfine che volessero rientrare in Italia con il
programma ‘Rita Levi Montalcini’. È una presa in giro di chi, all’estero, si
aspetta incentivi veri a rientrare nel mondo accademico italiano e una prova
della poca serietà con la quale il MIUR affronta questa delicata questione”.
L’on. Laura Garavini (PD) riassume così l’indignazione di molti ricercatori
italiani alla pubblicazione della data di scadenza, prevista per il 29 gennaio
2010. “Chiediamo la proroga di questo termine per dare ai ricercatori il tempo
di preparare la documentazione richiesta”, spiega la deputata eletta nella
circoscrizione Europa che ha presentato un’interpellanza urgente al Ministero
dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Il decreto
ministeriale, datato 27 novembre 2009, e le relative linee guida, infatti, sono
stati pubblicati sul sito web del Ministero solo il 19 gennaio 2010, riducendo
di fatto a dieci giorni il tempo per presentare le domande che nel decreto è
fissato in trenta giorni. “Per attendere questo termine, i potenziali
interessati dovrebbero avere già tutta la documentazione pronta – curriculum
vitae, elenco delle pubblicazioni, programma di ricerca – e il via libera
dell’università italiana che li accoglierà. Se si vogliono veramente convincere
i nostri cervelli ‘fuggiti’ a tornare a fare ricerca in Italia”, così la
Garavini, “bisogna offrire incentivi veri, seri, mettendo i ricercatori nelle
condizioni di poterne effettivamente usufruire”. De.it.press
L’Istituto Santi chiede di entrare nella Cne
Palermo- Il
presidente dell’Istituto Italiano Fernando Santi, Luciano Luciani, ha inviato
una lettera ai Presidenti delle Associazioni e ai componenti della Consulta
Nazionale dell’Emigrazione per ribadire la richiesta di inserire l’IIFS tra i
membri della Cne.
"Faccio
seguito a diverse istanze presentate negli anni scorsi alla Consulta Nazionale
dell’Emigrazione e più recentemente a quella del 05/06/2007, prot. n.281/2007 –
scrive Luciani – con le quali l’Istituto scrivente ha chiesto di far parte
della Consulta Nazionale dell’Emigrazione, accettando gli obblighi che gli
derivano dall’appartenenza a tale organizzazione. Lunedì 11 giugno 2007 –
ricorda il presidente dell’IIFS – in occasione di una iniziativa promossa a
Bologna dalla Consulta Nazionale dell’Emigrazione, sollecitavo al Presidente
Rino Giuliani l’esame di tale richiesta da parte della CNE. Il dr. Rino
Giuliani chiedeva qualche mese di tempo per portare tale richiesta
all’attenzione degli organi della CNE".
"Considerato
che sono trascorsi oltre due anni e che l’Istituto Italiano Fernando Santi
possiede i requisiti previsti dallo statuto della CNE, essendo iscritto sin dal
13/09/1999 all’Albo delle Associazioni Nazionali degli italiani all’estero
tenuto dal Ministero degli Affari Esteri ed è in possesso degli altri requisiti
previsti dallo statuto (organizzazione e presenza in Italia e all’estero),
stante il drammatico momento che attraversa l’Associazionismo nazionale e
regionale degli italiani all’estero, ritengo doveroso – sottolinea Luciani – con
la presenza dell’Istituto Italiano Fernando Santi nella CNE, contribuire
affinché i diretti referenti in Italia delle comunità italiane nel mondo siano
significativamente presenti negli organi di rappresentanza istituzionale degli
italiani all’estero: Consulte regionali, Comites e CGIE".
"Come si
legge dal messaggio del Presidente, a pag. 2 nel numero 4/2009 del periodico di
informazione dell’Istituto "Oltreoceano" – cita il presidente – da
oltre 10 anni, l’Istituto Italiano Fernando Santi denuncia il pericolo della
marginalizzazione dell'Associazionismo nazionale e regionale (vedasi dal sito
www.iifs.it Oltreoceano luglio 2007 pag.10 e le iniziative e i documenti
promossi recentemente a Cordoba ed a Tunisi, riportati nel numero 4/2009).
L’anno 2010 – conclude – rappresenta una fase fondamentale e forse conclusiva
per l’Associazionismo e l’Istituto non intende far mancare il proprio
contributo". (aise)
Siamo all’inizio del nuovo anno: cosa si possono aspettare i Veneti nel
mondo?
VENEZIA - “Un saluto caloroso e un doveroso
ringraziamento ai veneti sparsi nei cinque continenti, a quelli rimpatriati e a
chi torna in Veneto ogni tanto per farci visita”. Così l’assessore regionale
Oscar De Bona sulla rivista online della Regione Veneto dedicata ai “Veneti nel
Mondo”, cogliendo l’occasione per tracciare un bilancio di attività del suo
mandato giunto quasi a compimento.
“Devo dire che grazie a loro - prosegue De
Bona - ho trascorso, in un soffio, cinque anni meravigliosi, nel mio mandato da
Assessore ai Flussi Migratori, durante i quali ho potuto conoscere a fondo le
nostre comunità nel mondo.
Sinceramente mi hanno profondamente toccato,
riempito di passione, sentimento ed emozioni che solo chi è all’estero, con la
Patria nel cuore, può trasmettere.
Ho costruito assieme a loro, e in particolare
ai comitati ed alle associazioni che nel veneto e nel mondo da anni sono
impegnate a tenere vivi questi legami, centinaia di progetti nei settori più
svariati, ma sempre con un unico obiettivo: la consapevolezza di avere l’onore
e la responsabilità di guidare i Veneti nel Mondo nella loro “crescita”.
Ho cercato che fosse una crescita a tutto
tondo: culturale, emotiva, economica, sociale. Ho stimolato e realizzato molti
gemellaggi e protocolli d’intesa, patti d’amicizia con altrettanti Comuni
veneti e i loro “fratelli” nel mondo.
Ho cercato di incoraggiare ed aiutare gli
interscambi culturali e canori con i Cori, i gruppi teatrali, singoli artisti
in molte discipline, l’arte, la scultura, la musica, l’architettura, la
letteratura, la poesia e il folclore in generale.
Devo ringraziare anche tutti i Comuni e le
Province che hanno creduto nello spirito della fratellanza dei nostri parenti
d’oltre oceano perché ora abbiamo degli amici e degli alleati in più. In poche
parole la nostra Famiglia Veneta si è allargata e spero si allarghi sempre di
più con la vicinanza e i rapporti continui tra i veneti e i veneti nel mondo.
Per rispondere alla domanda cosa si possono aspettare i Veneti nel mondo, oggi,
gennaio 2010, visto che ci sarà il rinnovo amministrativo in Regione, posso
elencare i progetti che abbiamo approvato come Giunta Regionale, sperando di
poter esservi ancora utili in futuro.
Questi i principali appuntamenti. Nell’Area
partecipazione e associazionismo, La Consulta dei veneti nel mondo sarà
convocata a Rovigo nel prossimo autunno. In occasione della convocazione della
Consulta saranno programmati corsi di formazione per i consultori, per i
dirigenti delle Associazioni venete e dei Comitati e federazioni venete
all’estero. Il meeting del coordinamento tra giovani veneti e giovani oriundi
veneti residenti all’estero (età 18-39 anni) sarà organizzato all’inizio della
prossima estate in una località all’estero. La festa dei veneti nel mondo sarà
ospitata a Motta di Livenza (Treviso). Si continuerà con il sostegno
all’associazionismo in veneto e all’estero. Ci saranno incontri con le comunità
venete all’estero. Area Giovani Formazione, Soggiorni, Borse di studio,
Progetto “Globalven”, Insegnamento della storia dell’emigrazione veneta nelle
scuole. Area Anziani, Soggiorni in Veneto. Area Attività culturali in Italia e
all’estero, Promozione culturale in Veneto, Sostegno ai Gemellaggi, acquisto
materiale bibliografico e multimediale. Area informazione e ricerca Abbonamenti
ai periodici”
“Questi - conclude l’assessore De Bona -
sono solo alcuni dei settori e dei progetti che la Giunta Regionale ha
approvato”. (Inform)
L’associazione culturale “Sicilia Mondo” organizza l’“XI Premio Letterario
Giovanile Sicilia Mondo”
“Quale il tuo contributo di proposta, di
partecipazione e di cultura ad un Sicilia che è cambiata, che cerca legalità e
che vuole essere in prima linea nella innovazione, nello sviluppo e nelle
relazioni a livello internazionale?” è il tema dell’“XI Premio Letterario
Giovanile Sicilia Mondo” per il 2010.
REQUISITI - Il concorso è riservato ai
giovani siciliani (tra i 18 ed i 35 anni)
residenti all’estero, in possesso della cittadinanza italiana.
TESTI – Il testo deve essere in lingua
italiana, della lunghezza minima di 2 cartelle a quella massima di 15, di 30
righe e per un massimo di 60 battute dattiloscritte.
NUMERO COPIE - I concorrenti devono
inviare due copie in busta chiusa, di cui una contenente nome, cognome, data e
luogo di nascita, indirizzo, numero di telefono, eventuale e-mail, la
documentazione anagrafica che comprovi l’origine italiana ed una foto. Il
concorso non prevede alcuna quota di partecipazione.
SPEDIZIONE – Gli elaborati devono pervenire entro