WEBGIORNALE  25-26  Gennaio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       UE. Le audizioni dei Commissari. La costruzione di un'Europa politica e democratica  1

2.       Germania, Lafontaine lascia la politica. L'indomabile fermato da una malattia  1

3.       La memoria inutile  1

4.       Il Papa: "Soluzioni giuste e pacifiche dei problemi dell'immigrazione"  2

5.       Ministero degli Esteri. Aumenta l’indennità di sede mentre si chiudono Consolati 3

6.       Incontro Mae-Mibac per la promozione del patrimonio culturale italiano all’estero. Le priorità 2010  3

7.       Micheloni (Pd): "Grande successo per Anna Finocchiaro in Svizzera e Germania"  3

8.       Riforma Comites e Cgie. Il dibattito alla Commissioni Esteri del Senato  4

9.       Amburgo. Il comitato “Salviamo il Consolato” è ottimista. Delegazione tedesca a Roma  5

10.   Una guida "pizzo-free" di Palermo per i turisti tedeschi 5

11.   Coppa del Mondo della Gelateria 2010: per la prima volta partecipa anche una squadra tedesca  5

12.   Francoforte. E ora Brillante (Lista EL) chiede l’assessore italiano al Comune  6

13.   Monaco di Baviera. La Giornata della Memoria all’Istituto Italiano di Cultura  6

14.   Amburgo. Moni Ovadia legge Primo Levi e Imre Kertész all’Università  6

15.   Italiano di Licata ucciso a Colonia e abbandonato in un sacco dell’immondizia  6

16.   “Per un futuro sostenibile”: chiuso a Bari il Meeting Mondiale dei giovani 7

17.   Interventi. Un commento a recenti dichiarazioni di Luca Cordero di Montezemolo  7

18.   Il 27 gennaio al Quirinale la cerimonia di premiazione del concorso "I giovani ricordano la Shoah"  7

19.   Cina/Usa. Manovratori di opinioni 8

20.   IL MONDO VINCA LE PAURE CON LA POLITICA  8

21.   UE. Commissione e Presidenza spagnola inaugurano l'Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione (2010) 9

22.   Haiti, sfida per Obama  9

23.   «SI VIENE QUI, SI DÀ UN PO’ DA MANGIARE, BERE E IL PROBLEMA PER LORO È RISOLTO,»  10

24.   Non basta l’euro. L’équipe di medici che serve all’Europa  10

25.   Il candidato italiano  10

26.   La guida della Bce. La partita che l’Italia deve giocare fino in fondo  11

27.   I contrasti paralizzano il sistema  11

28.   L’ex Presidente della Sicilia Cuffaro condannato a 7 anni in appello  12

29.   Il commento. La pretesa immunitaria  12

30.   La sfida della politica  13

31.   Processo-breve per lui, 500 mln per loro. L'Anm: «È una resa alla criminalità»  13

32.   NORME APPROVATE E POI NON ATTUATE  14

33.   Lo spettacolo mal riuscito della politica  14

34.   Anna Finocchiaro: «L'interesse privato è la loro priorità»  15

35.   Di riforme si parla sempre ma non si fanno  15

36.   Il Pd, un partito senza fissa dimora  16

37.   Il futuro del Paese. La sfida della scuola e la questione nazionale  17

38.   "Ponte, la Corte dei conti ha smascherato il grande bluff"  17

39.   Andria, è qui la nuova Rosarno  18

40.   La Catena di san Libero. Non consideriamolo normale  18

41.   Il Coordinamento Comites della Svizzera sul futuro della rete consolare  19

42.   Gli italiani all'estero e le elezioni regionali 19

43.   Stefano Verrecchia nuovo Segretario Esecutivo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero  19

44.   On. Garavini: “Irrealistiche le scadenze del programma ‘Rita Levi Montalcini’ per giovani ricercatori”  20

45.   L’Istituto Santi chiede di entrare nella Cne  20

46.   Siamo all’inizio del nuovo anno: cosa si possono aspettare i Veneti nel mondo?  20

47.   L’associazione culturale “Sicilia Mondo” organizza l’“XI Premio Letterario Giovanile Sicilia Mondo”  20

48.   Uscito il nuovo Foglio di notizie della Clape-Friûl 21

 

 

1.       Erdbeben. L’Aquila bleibt eine Geisterstadt 21

2.       Berliner Unternehmen unterzeichnen die "Charta der Vielfalt"  21

3.       Frankfurt. „Stadtverordneter Luigi Brillante, Europa Liste“  22

4.       EU-Parlament stärkt Bürgerrechte  22

5.       Nikiforos Diamandouros. Brüssels Bürgerversteher 22

6.       Nach dem Erdbeben. Haiti und das süße Gift der Hilfe. Zwei Arten der Hilfe  23

7.       Mit Sozialhilfe ist Afghanistan nicht zu gewinnen  24

8.       Angriff auf die Banken. Obamas Kehrtwende  24

9.       Radikalreform für US-Banken. Endlich tut Obama das Richtige  25

10.   Kapitales Wagnis  25

11.   Einsatz in Afghanistan. Streit in Berlin über den Abzugtermin  26

12.   Französisch-Deutsche Beziehungen. Freund hört mit 26

13.   Lafontaine verlässt die Berliner Bühne. Gysi: Lafontaine ist nicht ersetzbar 27

14.   Nach Abgang Lafontaines. SPD-Linke sieht große Chancen für Rot-Rot 27

15.   Zehn Jahre Attac in Deutschland. Gemeinsam gegen das Monster 28

16.   Ossis gegen Wessis. Die Angst der Linken vor der Linken  28

17.   Hartz IV: Eine Million Bescheide falsch. Armes, böses Erwachen. Zahlreiche Widersprüche erwartet 29

18.   Analyse. Das Kreuz mit den Konservativen  30

19.   Deutschlands Einwohnerzahl schrumpft, die Familienpolitik ist gescheitert – was tun?  30

20.   Kindergeld. Viele müssen Geld zurückzahlen  31

21.   Stellenabbau. Opel: Aus für Antwerpen – Bochum bleibt 31

22.   Die Opelaner wissen, dass Überkapazitäten abgebaut werden müssen. Opels härtestes Jahr 31

23.   Konflikt. Deutsche Richter geben EuGH Kontra  32

24.   Religionsfreiheit für Muslime. Minarette als Raketen. Die radikale Religionskritik des Islam   32

25.   Ist Google schuld? Die Macht der Maschinen über unsere Zukunft 33

26.   Zweitgrößte rechtsextreme Partei. DVU vor dem Aus  33

27.   Köln. Terra felix - La Campania a Colonia  34

 

 

 

 

UE. Le audizioni dei Commissari. La costruzione di un'Europa politica e democratica

 

Milano - Negli ultimi giorni i Commissari designati del nuovo esecutivo Barroso hanno passato le audizioni davanti alle Commissioni Parlamentari competenti sulle materie che saranno di loro responsabilità. E' stato un esercizio vero, dove i membri del Parlamento non hanno fatto sconti, sondando con domande politiche, ma anche tecniche, le capacità e le conoscenze dei singoli Commissari designati. In sostanza, mettendo alla prova la loro adeguatezza ad assumere i rispettivi incarichi di nuovi "ministri" europei.

  Le audizioni sono un momento affascinate, essenziale nella dialettica tra le diverse istituzioni europee. E, sicuramente, è uno dei passaggi più significativi del rapporto di costruzione della "fiducia" tra Parlamento ed esecutivo UE. Questo rapporto si realizza prima con un voto al presidente (preceduto da un suo discorso in cui indica il programma politico che intende promuovere); e poi, dopo le audizioni, con un voto finale con cui il Parlamento vota sull'intero nuovo collegio. Su questo voto si fonda la vera legittimazione politica alla nuova Commissione che, da quel momento, entra ufficialmente in carica.

  L'esperienza di Buttiglione cinque anni fa e quella della Commissaria Bulgara designata Rumina Jeleva, Ministro degli esteri del suo paese, entrambi costretti a rinunciare all'incarico e sostituiti a seguito di audizioni controverse, è la prova che questo passaggio è lungi dall'essere una passeggiata. E, al di là di possibili ingiustizie o ripicche e, piccoli o grandi giochi di potere tra le forze parlamentari europee, è giusto che sia così. Le forche caudine dei Commissari designati sono il necessario prezzo da pagare per una vera e credibile legittimazione politica dell'intero collegio.

  Chi conosce queste procedure e il funzionamento delle istituzioni europee non si sognerebbe mai, difatti, di dare del burocrate al Presidente della Commissione europea o a un membro del suo collegio. In analogia ai sistemi parlamentari moderni, con l'audizione e il successivo voto al collegio, si realizza un rapporto fiduciario tutto politico tra il Parlamento e l'esecutivo UE. Prova del carattere politico di questo rapporto sono anche le altre prerogative di controllo del Parlamento attraverso strumenti parlamentari tipici, quali interrogazioni scritte e orali, e il possibile ricorso a una mozione di sfiducia sul collegio.

  E' bene che i cittadini europei siano consapevoli di questo importante momento di collaudo democratico della seconda maggiore democrazia al mondo dopo quella indiana. E non la diano troppo per scontata, considerata la difficoltà e le resistenze che un forte ruolo del Parlamento europeo e il suo crescente legame politico con la Commissione ancora incontra in molti Stati membri. Ed è bene, anche, che i parlamentari siano pienamente consapevoli che con le audizioni il Parlamento si gioca buona parte della sua credibilità come istituzione. Utilizzare al meglio questo fondamentale momento di trasparenza e democrazia significa interpretare al meglio quel ruolo di rappresentanza e servizio delle istanze e degli interessi dei cittadini europei a cui questa istituzione è chiamata a rispondere.

Carlo Corazza, “Le 12 Stelle”

 

 

 

 

Germania, Lafontaine lascia la politica. L'indomabile fermato da una malattia

 

Si dimette dal partito e dal Bundestag, esattamente come fece nel 1999. Allora era al governo con il suo amico-nemico Gerhard Schroeder, a cui voltò le spalle adducendo l’impossibilità di un lavoro di squadra. Ora è all’opposizione e la sua uscita di scena è legata a ben altri problemi. Oskar Lafontaine, il leone della Saar, spina nel fianco della Spd, si ritira dalla vita politica nazionale, rinunciando alla carica di presidente della Linke -il partito da lui fondato nel 2007- e rimettendo il mandato di deputato al Bundestag. A fermare l’indomabile Oskar e spingerlo verso questa decisione «unicamente motivi di salute», come ha spiegato lui stesso in una conferenza stampa affollatissima ieri a Berlino.

 

Che lui fosse malato di cancro alla prostata era noto da tempo. A dicembre era stato sottoposto ad un intervento chirurgico. «Il cancro è stato un segnale di avvertimento e la seconda crisi esistenziale della vita», ha detto visibilmente commosso alla conferenza. Il riferimento è all’attentato subito nel 1990, quando un folle gli aveva inferto con un coltello una gravissima ferita al collo. «Sono un uomo politico - ha commentato - e questa non è stata una decisione facile».

 

Prevedibile dunque, per un uomo con la sua tempra, che il suo «abbandono» non poteva essere totale. L’ex nipotino di Willy Brandt, l’ex presidente della Spd, l’ex Superministro dell’Economia, l’uomo dai ritorni trionfali, non poteva gettare interamente la spugna. Tant’è che ha confermato di voler mantenere la carica di presidente della Linke fino al congresso del partito, previsto nel mese di maggio a Rostock, sottolineando di volersi tuttavia impegnare personalmente nella campagna elettorale per le elezioni regionali del 9 maggio nel Nordreno-Westfalia.

 

Nel Land che una volta era la cassaforte elettorale del partito socialdemocratico, governato negli ultimi cinque anni da una coalizione tra Cdu e liberali della Fdp, la Linke punta ad entrare nel parlamento di Duesseldorf, forte dei sondaggi che al momento le attribuiscono il 6%. Se l'obiettivo verrà raggiunto, il partito di Lafontaine sarà presente in 7 parlamenti regionali all'ovest, oltre ai cinque dell'est ed a quello della città-Stato di Berlino, dove governa insieme alla Spd del borgomastro Klaus Wowereit.

 

Il «vecchio leone» ha anche confermato di voler conservare la carica di presidente del gruppo parlamentare della Linke nel parlamento della Saar, il land di cui è stato governatore per 13 anni, dal 1985 al 1998, l'anno in cui con una campagna elettorale travolgente consentì a Schroeder di arrivare alla Cancelleria, mettendo fine ad un’era di governo durata 16 anni di Helmut Kohl.

Con l'abbandono di Lafontaine, che aveva assunto la presidenza del partito nel 2007, dopo la fusione tra la Pds tedesco-orientale e la Wasg, l'associazione dei sindacalisti usciti dal partito socialdemocratico, nella Linke si apre adesso la corsa alla successione, anche perchè il copresidente del partito Lothar Bisky ha annunciato di non volersi ricandidare.  La settimana scorsa il Segretario generale del Partito, Dietmar Bartsch, ha annunciato le sue dimissioni dopo essere stato accusato di slealtà dallo stesso Lafontaine. Nè Gysi, nè Lafontaine hanno voluto fare i nomi dei possibili successori, ma il presidente uscente ha commentato che il recente annuncio di Bartsch non ha affatto influenzato la sua decisione.

 

Anche se rimarrà lontano da Berlino, Lafontaine continuerà in ogni caso ad esercitare una forte influenza sulla politica tedesca, come ha confermato la deputata della Linke al Bundestag, Gesine Loetsch. «Tutti quelli che sperano in un suo ritiro dalla politica si sbagliano di grosso», ha spiegato la parlamentare. Cinzia Zambrano L’U 23

 

 

 

 

La memoria inutile

 

La memoria, che in Italia non è mai diventata musica di fondo della politica come nelle nazioni che con tenacia hanno lavorato sul proprio passato (parliamo in modo speciale della Germania, ma l’esame di coscienza fu approfondito anche in Sud Africa, unendo la sete di verità al bisogno di riconciliazione), è raramente trattata, dalla nostra classe dirigente, come qualcosa che aiuta a capire perché un male è nato, perché si perpetua mutando le forme, perché i rimedi non l’hanno curato ma anzi aggravato. La memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica. Ancillare, perché asservita a questa o quella forza politica oltre che a effimere contingenze.

Emiplegica, perché chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato che gli permettono di evitare, e tradire, l’esame di coscienza.

 

Come nel malato emiplegico, una parte della memoria storica resta immersa in un sonno scuro che consente ai ricordi di restare selettivi e che impedisce il giudizio storico. Verso la storia, parecchi politici e giornalisti hanno uno strano atteggiamento: da una parte ammettono che non possono scriverla loro, essendo troppo coinvolti nel presente. Dall’altra pretendono di dirla in prima persona, fingendo olimpiche distanze che non possiedono. Il direttore del Tg1, nel celebrare i dieci anni della morte di Craxi, accampa precisamente tale pretesa: «È arrivato il momento  dice  di guardare alle vicende di Craxi con gli occhi della storia».

 

Il ricordo degli anni di Bettino Craxi non è l’unico esempio di memoria tradita. Anche il terrorismo italiano è ricordato con metodi poco corretti, anche la storia del fascismo o di Salò. A partire dal momento in cui la memoria è maneggiata alla stregua di domestica, quel che finisce col prevalere è una visione dei mali italiani radicalmente distorta. Il male che la coscienza impone di esaminare non fu un male in sé: in fondo, lo divenne perché vinto dalla Storia. In molti casi fu perfino nobile, non meno del suo avversario. Il conflitto non è fra ragione e torto, fra giustizia e crimine, ma fra chi ha vinto e chi ha perso. In Italia si è ragionato così su Salò, e anche sul terrorismo. Prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, Toni Negri sostenne che il terrorismo era «superato perché vinto», e per questo non era più «di attualità». La lotta armata di per sé non era condannabile.

 

Lo stesso accade per la memoria di Craxi. La sua battaglia politica è considerata grande e bella, se non fosse per Mani Pulite che gli strappò la vittoria e macchiò questa compatta bellezza. Ovvio, in queste condizioni, che le colpe siano tutte esterne al soggetto («L’inferno, sono gli altri», dice Sartre) come spesso succede nella memoria dei vinti che non guardano dentro di sé, perché inebriati dall’esperienza della vittima. La memoria selettiva e ancillare ci restituisce in tal modo un Craxi grande statista, soprattutto un modernizzatore, il cui nobile progetto fallì a causa, essenzialmente, dei magistrati. Per riscoprirlo è raccomandato non solo di separare la politica dai fatti di corruzione, ma di estromettere i fatti di corruzione lasciando che resti, del leader, solo la luce. Le inchieste giudiziarie cadono nelle ombre del corpo politico emiplegico. Nietzsche parlava di memoria antiquaria, che ammobilia «con pietà o furia collezionista» un nido familiare chiuso, impenetrabile dall’esterno, conservatore del passato.

 

Altra cosa la memoria critica, che guarisce trasformandoci: memoria faticosa, perché gli uomini tendono a «darsi un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui si deriva».

 

Senza dubbio il leader socialista fu un politico con encomiabili progetti iniziali: unificare le sinistre, rafforzando la componente socialista dell’unione e banalizzando, alla maniera di Mitterrand, l’ingresso dei comunisti nel governo; liberare sinistre e sindacati da formule errate come la scala mobile; legare il Psi al dissenso nei paesi comunisti. La sua opera di modernizzatore fu, secondo molti, la sua più grande virtù. Modernizzazione che tuttavia riuscì solo in parte. Che fu a un certo punto abbandonata, autonomamente. Che si spezzò non solo perché fortemente avversata dai comunisti ma perché Craxi smise di volerla, prepararla, attuarla.

 

L’azione di Craxi fu in realtà un singolarissimo impasto di intuizioni giuste e coraggiose, di spregio profondo della politica, di intreccio tra politica e mondo degli affari, di uso spregiudicato di mezzi finanziari illeciti. La corruzione non fu un dettaglio inessenziale di tale azione ma un suo torbido elemento costitutivo. Era moderno il politico che si crea spazi di potere con l’aiuto di potentati economici, e in cuor suo ritiene inefficace la via virtuosa. Il motto degli esordi craxiani fu: primum vivere, prima di tutto urge vivere e sopravvivere. In un’intervista a Eugenio Scalfari, il 3-5-90 su Repubblica, Craxi non nasconde la crisi abissale della democrazia e dei partiti: la società italiana si era irrobustita per conto proprio, dice, mentre il ceto politico era restato una chiusa corporazione, incapace di rinnovarsi. E a Scalfari che gli chiede perché, Craxi replica: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi».

 

In fondo non sono diversi i due discorsi tenuti alla Camera durante Mani Pulite, il 3 luglio ’92 e il 9 aprile ’93. Due discorsi che descrivono la corruzione di un intero sistema politico. Questo dice la chiamata di correo del ’92: «Tutti sanno che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(...) Non credo che ci sia nessuno in quest’aula (...) che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Nessuno si alzò, e l’atto mancato resta la vergogna dei politici e di una classe dirigente. Una vergogna che in assenza di memoria critica s’è estesa. A Scalfari, Craxi aveva detto: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi». Oggi, gli interessi particolari sono diventati ideali e il loro conflitto con la politica una cosa normale per tanti.

 

La modernizzazione di Craxi fallì dunque molto prima di Mani Pulite, a causa del malaffare in cui i partiti, compreso il suo, nuotavano. Fallì perché il Pci si oppose per anni all’alternanza, preferendo compromessi con la Dc che preservavano lo status quo. Fallì per l’immobilità in cui Craxi stesso sprofondò: il primum vivere divenne brama del vivere per vivere, di arraffare frammenti del presente e del potere, di non progettare più nulla.

 

Il socialismo italiano naufragò per colpa dei socialisti, non dei magistrati: e naufragò perché più di altri aveva suscitato sì vaste attese.

 

Perfino alcuni successi del capo socialista andrebbero narrati in maniera meno edulcorata, censurata. Sigonella non fu un atto di autonomia verso l’America, ma la misera messa in libertà d’un gruppo terrorista (i palestinesi di Abu Abbas) che aveva ucciso proditoriamente, sull’Achille Lauro, un anziano americano in sedia a rotelle, Leon Klinghoffer, solo perché ebreo. Anche in economia Craxi non fu modernizzatore. Lo spiega bene Salvatore Bragantini, sul Corriere del 14 gennaio: sotto la guida sua e dei successori «il nostro debito pubblico è volato dal 60% al 120% del Pil; (...). Nell’escalation del debito ebbe il suo bel peso l’aumento dei costi delle opere pubbliche dovuto alle tangenti, scoperte grazie a Mani Pulite».

 

Oggi, censurare tanta parte del passato è utile soprattutto a Berlusconi e alla sua offensiva contro la giustizia. Se il duello è tra vincitori e vinti, e non tra buongoverno e governo corruttibile, si tratta di contrattaccare e vincere finalmente la guerra. Oggi ci si difenderà dai processi, ma restando al potere anziché fuggendo come latitanti. Stefania Craxi lo ha detto chiaramente, il 3 gennaio alla televisione: «La storia di Craxi si ripete con Berlusconi. Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi, oggi, credono». A questo serve la politica della memoria in Italia: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l’esame di coscienza che da essa ci libererebbe. BARBARA SPINELLI LS 24

 

 

 

 

Il Papa: "Soluzioni giuste e pacifiche dei problemi dell'immigrazione"

 

Al termine dell'Angelus Benedetto XVI torna sul tema salutando i partecipanti a una veglia per l'accoglienza

 

CITTA' DEL VATICANO - Benedetto XVI è tornato sul tema dell'immigrazione, per auspicare ancora una volta "soluzioni giuste e pacifiche dei problemi" che il fenomeno pone alle società moderne. "Rivolgo uno speciale saluto alle famiglie del Movimento dell'Amore familiare e a quanti questa notte hanno vegliato nella chiesa di san Gregorio VII pregando per soluzioni giuste e pacifiche ai problemi dell'immigrazione", ha detto il Papa al termine dell'Angelus, unendosi spiritualmente a un movimento di cattolici italiani che hanno dedicato, la scorsa notte, una veglia di preghiera all'accoglienza degli stranieri in Italia.

 

Durante l'Angelus, Benedetto XVI ha ricordato "la figura di san Francesco di Sales, la cui memoria liturgica ricorre oggi" e che nel sedicesimo secolo "si dedicò con grande frutto alla predicazione e alla formazione spirituale dei fedeli, insegnando che la chiamata alla santità è per tutti e che ciascuno, ha il suo posto nella Chiesa". "San Francesco di Sales - ha aggiunto - è patrono dei giornalisti e della stampa cattolica: alla sua spirituale assistenza affido il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che ieri è stato presentato in Vaticano", intitolato "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della parole". Un testo che esprime grande fiducia nelle opportunità offerte da Internet all'evangelizzazione.

 

Del ruolo dei mezzi di informazione ha parlato anche il cardinale Angelo Bagnasco nell'omelia pronunciata durante la messa al Teatro delle Vittorie di Roma davanti ai vertici e al personale della Rai. Il compito dei media non è quello di "distruggere" ma di "edificare", "cercando con responsabilità di scegliere e di coniugare, tra ciò che è notiziabile, quanto è più necessario, più utile, e più buono", ha affermato il presidente dei vescovi italiani  insistendo sul concetto di "responsabilità doverosa da parte del mondo mediale" e richiamando le parole di Benedetto XVI, secondo il quale "ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene rappresentato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, in qualche maniera intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono".

 

Ma, ha proseguito Bagnasco, "è ancora il Papa che apre alla speranza e ricorda che i media possono incupire, ma possono anche illuminare; possono indurire, ma anche sciogliere; possono distruggere - e ne abbiamo frequenti esempi - ma possono anche edificare. E quanto! Sia questa la meta e l'orgoglio di tutti e di ciascuno". "Cari amici, lasciate che vi dica con affetto e stima: nella vostra attività, segnata da ritmi serrati e convulsi, lasciatevi guidare sempre e comunque dal desiderio di voler servire le persone e la società. Il Signore vi darà la sua luce e il suo aiuto", ha concluso il  rivolgendosi ai dirigenti della Rai, tra i quali il presidente Paolo Garimberti e il direttore generale Mauro Masi, e ai tanti volti noti del mondo delle spettacolo e dell'informazione presenti. LR 24

 

 

 

 

Ministero degli Esteri. Aumenta l’indennità di sede mentre si chiudono Consolati

 

Per l’indennità di sede aumento delle risorse del capitolo 1503 del Mae. E Marco Fedi e Gino Bucchino (Pd) si rivolgono a Frattini. Fedi: Aumenta l’indennità di sede mentre si chiudono Consolati

 

Roma. I deputati Pd della Circoscrizione Estero Marco Fedi e Gino Bucchino chiedono conto, in una interrogazione presentata al ministro Franco Frattini, di un aumento di 856.287 euro delle risorse del capitolo 1503 della tabella 6 dello stato di previsione del ministero degli Affari Esteri, dotazione prevista per le indennità di sede.

  “Credo sia doveroso chiedere ragione dell’aumento” rimarca Fedi nel ricordare “uno dei pochi visibili aumenti di bilancio rispetto alle previsioni assestate per l’anno finanziario 2009”.

  Nell’interrogazione, spiega Fedi, “si chiede quali siano i motivi di un aumento a valere sul capitolo 1503 considerato che, in conseguenza della limitatezza delle risorse, si sta procedendo a drastici tagli nella gestione della rete consolare e si sta contemporaneamente ipotizzando una altrettanto drastica riduzione della estensione della nostra rete diplomatico-consolare nel mondo”.

  “Un aumento nella disponibilità per le indennità di sede, che potrebbe essere congruo alle esigenze della nostra rete, dovrebbe affiancarsi però – avverte il deputato - a un impegno per il mantenimento di una rete diplomatico-consolare efficiente e capace di rispondere alle esigenze delle comunità italiane nel mondo”. Non solo. “Dovremmo anche affrontare altri nodi che riguardano gli aumenti dei trattamenti economici del personale non di ruolo che svolge compiti importanti a sostegno della rete diplomatico-consolare nel mondo”. Di seguito, il testo dell’interrogazione a risposta scritta presentata da Fedi e Bucchino il 19 gennaio.

 

“Al Ministro degli Affari esteri

Per sapere – premesso che il capitolo 1503 (competenze accessorie al personale al netto dell’imposta regionale sulle attività produttive e degli oneri sociali a carico dell’amministrazione, meglio nota come indennità di sede) della tabella 6, riguardante le previsioni per l’anno finanziario 2010 per il Ministero degli Affari Esteri, è stato aumentato, rispetto alle previsioni assestate per l’anno finanziario 2009,  di € 856.287,00;

  l’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri intende razionalizzare drasticamente la presenza delle nostre Rappresentanze diplomatiche e Consolari nel mondo, alla quale dovrebbe relativamente conseguire una minor presenza di personale di ruolo nelle sedi a rischio chiusura;

  si chiede di sapere quali sono i motivi di questo aumento di risorse sul capitolo 1503; se quest’aumento è riconducibile ad un aumento della presenza di personale in missione all’estero ed in caso di risposta affermativa se non fosse possibile ovviare a questo aumento  di costi con una maggiore presenza di personale locale che garantisca in ugual modo  la funzionalità delle sedi estere; quali sono i motivi che portano l’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri a ridurre da un lato il numero di Rappresentanze Diplomatiche e Consolari all’estero per produrre risparmi e dall’altro a finanziare, annullando gli effetti benefici della suddetta rimodulazione,  aumenti dell’Indennità di Sede per il personale di ruolo in servizio all’estero”. (Inform)

 

 

 

Incontro Mae-Mibac per la promozione del patrimonio culturale italiano all’estero. Le priorità 2010

 

Roma - Si sono svolti mercoledì 20 gennaio alla Farnesina i lavori del quinto incontro del tavolo congiunto Ministero degli Esteri-Ministero per i Beni e le Attività Culturali, quale seguito operativo del Memorandum d'Intesa per la promozione all'estero della cultura e della lingua italiana, firmato dai Ministri Franco Frattini e Sandro Bondi il 31 luglio del 2008.

Nel corso dell'incontro sono stati individuati i progetti che avranno carattere prioritario nel 2010. Tra queste le iniziative legate alle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia; la presentazione della Collezione Farnesina Design a Vancouver, in occasione dei Giochi Olimpici Invernali 2010; la partecipazione italiana all'Expo di Shanghai; Italia in Albania 2010; Italia in Russia 2011; le iniziative italiane nell'ambito di Istanbul, capitale europea della Cultura 2010, e quelle previste nel campo dell'arte contemporanea e della comunicazione.

Nell’incontro è stata ribadita l’importanza della "rafforzata collaborazione" tra i due Ministeri che ha come obiettivo quello di "realizzare iniziative comuni volte a valorizzare efficacemente il patrimonio e le altre ricchezze culturali dell'Italia, attraverso un programma operativo che spazi dagli appuntamenti espositivi alla musica, dallo spettacolo al cinema, dalla promozione del libro al restauro dei beni culturali, anche in un'ottica di sviluppo delle capacità nazionali dei Paesi beneficiari e di coinvolgimento di interlocutori esterni, pubblici e privati".

L'incontro ha dunque confermato la validità delle iniziative già avviate dai due Ministeri e del lavoro svolto finora, nonché l'importanza della valorizzazione congiunta dei grandi eventi espositivi dell'arte italiana in Italia e all'estero anche attraverso una rafforzata strategia di comunicazione. È stata inoltre ribadita l'importanza di uno stretto coordinamento che consenta di ottimizzare e utilizzare efficacemente la rete estera italiana quale strumento di "diplomazia culturale", componente a pieno titolo della politica estera italiana. (aise)

 

 

 

Micheloni (Pd): "Grande successo per Anna Finocchiaro in Svizzera e Germania"

 

Roma – Sono piene di parole come “successo” e “qualità” le dichiarazioni del senatore Pd Claudio Micheloni, eletto in Europa, all’indomani della visita della senatrice Anna Finocchiaro a Zurigo. Parole che si estendono anche alla tappa in Germania. E parole che, invece, non vengono pronunciate quando si accenna al deputato Idv Antonio Razzi, indaffarato negli stessi giorni con la visita di ‘Tonino’ Di Pietro in terra svizzera.

La visita di Anna Finocchiaro a Zurigo nello stesso giorno e ad una sola ora di distanza dall’incontro con Di Pietro nella Casa d’Italia, aveva spinto Razzi a parlare di una manovra per oscurarlo ad opera dei colleghi eletti all’estero nel Pd. Ma, se si chiede al senatore Micheloni di dare la sua versione, si ottiene un secco e deciso “no comment”. Gli eletti oltre confine sembrano non andare d’accordo nemmeno sui tour dei loro dirigenti.

 

Senatore Micheloni, quali sono gli esiti dell’incontro tra Anna Finocchiaro e le comunità italiane residenti in Svizzera e Germania?

Possiamo parlare di un successo al di là di tutte le aspettative.

 Un successo legato al numero dei partecipanti o alla qualità degli incontri?

Un successo doppio, sia qualitativo che quantitativo. Oltre alla grande folla che si è radunata intorno alla senatrice, le sale erano piene sia a Zurigo che in Germania, bisogna registrare un’elevata qualità degli interventi e un’accoglienza particolarmente calorosa anche da parte delle autorità tedesche che, in questo modo, hanno dato un grande Qual è stato il commento della senatrice Finocchiaro? Che impressione ha ricevuto dall’incontro con la comunità italiana estera?

Lei ha espresso una grande soddisfazione. Il viaggio le è stato utile per toccare con mano la circoscrizione estera e l’attaccamento degli italiani al loro Paese.

E' stato il gesto più significativo?

In uno dei suoi interventi in Germania, la senatrice ha detto ai connazionali lì presenti: “Voi siete la parte del popolo italiano non corrotta”.

L’onorevole Razzi ha ipotizzato che organizzare l’incontro con la senatrice nello stesso giorno in cui Di Pietro era in visita a Zurigo sia stato un tentativo per sminuire la portata dell’incontro da lui organizzato…

Non commento.

Non commenta le dichiarazioni di questo tipo o quelle dell’onorevole Razzi?

Non commento mai le dichiarazioni di quel signore.

Barbara Laurenzi, Italia chiama Italia

 

 

 

 

Riforma Comites e Cgie. Il dibattito alla Commissioni Esteri del Senato

 

Roma - Nella seduta di mercoledì pomeriggio è proseguita in Senato la discussione sulla riforma di Comites e Cgie volta al riassetto del sistema di rappresentanza degli italiani all’estero. La Commissione Esteri, dunque, alla presenza del sottosegretario Alfredo Mantica, ha ripreso il dibattito sulla cosiddetta Bozza-Tofani, testo che, nel Comitato ristretto costituito per l’occasione, ha cercato di sintetizzare i diversi disegni di legge presentati in merito dai senatori Micheloni (Pd), Tofani e Bevilacqua (Pdl), Giai (Maie), Randazzo e Di Giova Paolo (Pd), Pedica (Idv). Testo che non soddisfa tutti, tanto che quasi tutti i senatori hanno annunciato la presentazione di emendamenti. Cosa che farà anche il Governo, così come confermato ieri da Mantica. Ma se per il sottosegretario la bozza Tofani è "in gran parte condivisibile", per Randazzo e Giai presenta diversi punti critici, mentre per Pedica è del tutto "insoddisfacente" visto che il suo ddl propone l’abolizione del Cgie, mentre il testo del Comitato ristretto lo modifica.

Nel suo intervento, Randazzo ha ricordato che "le direttrici fondamentali del testo sono state oggetto di un fermo dissenso da parte dei Comites e del Consiglio generale degli italiani all'estero e dei deputati eletti nella circoscrizione Estero appartenenti al Pd". In particolare, il senatore eletto in Australia, ha stigmatizzato il disposto dei commi 2 e 4 dell'articolo 1 (Comites) che, a suo dire, "individua soglie numeriche troppo elevate di dimensioni delle collettività di cittadini italiani necessarie per la costituzione dei Comitati", senza contare che l'articolo 2, comma 2, che disciplina i comitati non elettivi "non costituisce un idoneo correttivo, poiché affida la nomina esclusivamente all'attività consolare e prevede un numero di 6 membri" che per Randazzo è "troppo ridotto".

Quanti a compiti e funzioni del Comites, "la loro ridefinizione ex articolo 4 è poco incisiva e generica". Non si salva nemmeno l’Intercomites previsto dall’articolo 5 perché prevede che "il presidente di ciascun Intercomites sia membro di diritto del Cgie e questo crea un eccessivo cumulo di compiti in capo alla stessa persona". Il senatore del Pd non ha risparmiato critiche neanche all’articolo 7, in materia di composizione dei Comites, perché "il rapporto ivi individuato tra numero dei componenti e consistenza numerica della collettività dei residenti all'estero non è equilibrato".

"Perplesso" anche sulla riforma del Cgie, che diventerà Consiglio degli italiani all'estero (Cie), soprattutto per la riduzione del numero dei consiglieri e sulla loro articolazione: "non solo, i presidenti degli Intercomites divengono membri di diritto del Consiglio – ha rilevato Randazzo – ma viene anche modificato il sistema di individuazione della quota elettiva, eliminando dall'elettorato i rappresentanti delle associazioni. Inoltre, la rappresentanza delle regioni come prevista dal testo non risponde a criteri condivisi neppure, per quanto di propria mia conoscenza, dalle regioni stesse, che verrebbero private di prerogative di precipua spettanza". Citando i lavori della Conferenza permanente Stato-Regioni-Province autonome-Cgie svolta in dicembre, Randazzo ha ricordato che in quella sede è stata rilevata "la necessità di una sorta di sede di concertazione delle politiche migratorie regionali, senza giungere all'inclusione delle rappresentanze nel Consiglio stesso". L’ultima annotazione sulle soglie individuate per la costituzione dei Comites che "porterebbero a privare taluni importanti Paesi, soprattutto in Africa e in Asia, di una rappresentanza elettiva".

Critica anche Mirella Giai, eletta in Sud America, secondo cui il testo "non dispone un riassetto, ma un completo stravolgimento" della rappresentanza degli italiani all’estero. Cme Randazzo, anche la Giai ha inserito tra le cose da cambiare il numero di iscritti all’Aire necessari per la costituzione di un Comites. Quanto al Cgie, per la senatrice "le modifiche sono talmente incisive che potrebbero compromettere il ruolo storico svolto da tale istituzione, insieme con quello espletato dalla realtà delle associazioni, dei sindacati e dei patronati all'estero".

Nel suo intervento la senatrice Marinaro (Pd) fa definito "indispensabile" individuare la "direttrice fondamentale" nella proposta di riforma per "ridefinire i rapporti tra i meccanismi di rappresentanza delle collettività italiane all'estero e il ruolo che sono chiamate a svolgere nei confronti della struttura diplomatico-consolare". In questo senso, ha aggiunto, è pure "indispensabile un raccordo centralizzato che deve rivolgersi ad un unico interlocutore. Si tratta, cioè, di responsabilizzare le istituzioni rappresentative, incluse le regioni, nei confronti di un referente unitario. Quindi, dobbiamo chiarire se il contraltare delle rappresentanze degli italiani all'estero sia costituito dall'Esecutivo oppure dal Parlamento, così come è necessario precisare il ruolo che il Mae sarà chiamato a svolgere".

Per il senatore Livi Bacci occorrerebbe riflettere su forme per "garantire un coinvolgimento nelle istituzioni rappresentative degli italiani all'estero anche di esponenti delle comunità che più si sono integrate, che in prospettiva possono fornire un contributo rilevante allo sviluppo del Paese". Il senatore ha portato ad esempio il caso Usa dove "a fronte di un'imponente emigrazione italiana, il numero degli iscritti alle anagrafi consolari è minore rispetto a Paesi come alcuni dell'America latina dove i flussi migratori sono stati di minore dimensione", ma ci sono più iscritti.

Presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero, il senatore Firrarello (Pdl) (vedi Aise di oggi h.14.14) ha ricordato, in particolare, "l'importante operato di associazioni e patronati che hanno assistito sul posto le collettività dei migranti", l’importanza del "sostegno alla diffusione della lingua e della cultura italiana all'estero" e l’esigenza di "operare organico e coordinato degli interventi predisposti a livello statale e a livello decentrato dalle regioni, ma anche dagli enti locali". Anche se la bozza Tofani è "idonea e articolata base di partenza", Firrarello ha comunque annunciato emendamenti per "assicurare la presenza di un Comites anche nelle realtà territoriali di peculiare importanza in cui la collettività italiana è significativa ma inferiore a determinate soglie numeriche, come ad esempio Tunisi".

Quanto alla presenza dei presidenti Intercomites nel futuro Cie, il senatore del Pdl ha sottolineato "la veste rappresentativa che essi ricoprono rispetto alle realtà nazionali di riferimento". Nel nuovo Cgie, più che rappresentanti di ogni singola regione, "sarebbe preferibile la presenza di una rappresentanza della Conferenza delle regioni e delle province autonome"; necessario, per Firrarello, anche "assicurare la presenza della Federazione unitaria della stampa italiana all'estero (Fusie) e delle Camere di commercio italiane all'estero".

E se il presidente della Commissione Lamberto Dini ha richiamato i colleghi sull’obiettivo della riforma cioè "semplificare gli istituti di rappresentanza delle comunità italiane all'estero, tanto più necessaria alla luce dell'introduzione dei parlamentari eletti nella circoscrizione Estero", il senatore Pedica ha ribadito come il suo disegno di legge "non trovi riscontro nel testo unificato predisposto dal relatore, poiché esso prevede il vero e proprio superamento dell'attuale Consiglio generale degli italiani all'estero", cioè la sua abolizione.

È quindi toccato al sottosegretario Mantica spiegare ai senatori la posizione del Governo che, ha annunciato, presenterà emendamenti "di contenuto tale da non modificare incisivamente l'impostazione di fondo del testo unificato, che è in gran parte condivisibile".

Per Mantica il testo prevede "la tutela della rappresentanza territoriale delle comunità italiane" attraverso Comites e Intercomites. Quanto al ruolo svolto dal settore delle associazioni e dei patronati, ha aggiunto, "non condivido l'opinione del superamento di questo ruolo, poiché una adeguata rappresentanza potrà essere assicurata proprio all'interno dei Comites, in maniera ancor più efficace rispetto alla attuale previsione di membri di nomina governativa all'interno del Cgie". Per Mantica, poi, rappresenta una "importante innovazione" la norma che prevede "l'inclusione nelle liste elettorali delle componenti femminili e giovanili". D’accordo sulla presenza dei presidenti Intercomites nel Cie, sulla rappresentanza delle regioni Mantica ha sostenuto che "un raccordo delle politiche territoriali debba essere assicurato, in un'ottica di non discriminazione tra italiani residenti all'estero a seconda della provenienza geografica". In questo senso, "l’importante l’attività di sostegno e raccordo svolta dalle regioni è un patrimonio che non può essere disperso".

Sul ruolo del Mae, richiamato dalla senatrice Marinaro, anche per Mantica sarà importante "definirlo" posto che "il referente principale degli istituti di rappresentanza delle collettività italiane all'estero è il Parlamento". Il sottosegretario ha infine ricordato che "la scelta di togliere al ministro degli esteri la presidenza del Cgie è stata oggetto di dibattito in seno al Ministero", pur essendo "in ogni caso condivisibile".

È toccato al senatore Tofani replicare agli interventi dei colleghi. Come relatore del testo unificato ha riaffermato "la necessità" della riforma e fatto presente che "il ruolo dei Comites è ridefinito sia prevedendo uno stretto collegamento con il territorio di riferimento, sia attribuendo al Comitato una precisa rilevanza anche nei confronti della struttura diplomatico-consolare in loco". Quanto ai Comites non elettivi essi "assicurano adeguata presenza anche in quei contesti in cui non sono raggiunte le soglie numeriche necessarie per procedere all'istituzione dei comitati". Limiti che, ha ricordato, "si differenziano per continente".

Passando al Cgie, la previsione di inserire tra i consiglieri rappresentanti delle regioni "non ha come obiettivo quello di condizionare o limitare il Consiglio, ma di facilitare un migliore coordinamento ed un riequilibrio delle politiche locali".

Infine, il Mae: Tofani ha detto di condividere la norma che prevede l’elezione diretta del presidente da parte del Cie perché "assicura autonomia anche formale al Consiglio nel rapportarsi al Ministero e al Parlamento. Sono disponibile a valutare eventuali emendamenti che dovessero disciplinare i rapporti tra rappresentanti del Governo e Consiglio degli italiani all'estero", ha aggiunto ricordando, in conclusione, che "la possibilità per tutti i parlamentari italiani, e non solo quelli eletti all’estero, di partecipare alle riunioni degli Intercomites e del Consiglio degli italiani all'estero sarà garanzia di coinvolgimento di tutto il Parlamento". (aise)

 

 

 

 

Amburgo. Il comitato “Salviamo il Consolato” è ottimista. Delegazione tedesca a Roma

 

Amburgo - Il 13 e 14 gennaio scorsi una delegazione del parlamento di Amburgo guidata dal presidente Berndt Röder ha incontrato a Roma alcuni deputati della Commissione Affari esteri della Camera, con il Direttore generale per il Personale del Mae Giacomo Sanfelice di Monteforte e con il senatore Lamberto Dini Presidente della Commissione Esteri del Senato. Con tutti si è discusso anche del futuro del Consolato italiano, una delle sedi che, secondo il piano di riorganizzazione della Farnesina, dovrebbe chiudere nei prossimi mesi. Una due giorni che oggi viene ripercorsa da Beatrice Virendi del Comitato "Salviamo il Consolato Generale d'Italia" di Amburgo.

La delegazione tedesca, oltre al presidente Röder, comprendeva parlamentari delle diverse correnti politiche: Bernd Capeletti (Cristiano Democratico), Günter Franke (Socialdemocratico), Andreas Waldowski (Verdi) e Christiane Schneider (La Sinistra). Accompagnavano la delegazione la Direttrice dell'Ufficio Estero della Camera di Commercio, Corinna Nienstedt, una rappresentante e portavoce del Comitato "Salviamo il Consolato Generale" ed un sostenitore esterno delle iniziative a favore del mantenimento del Consolato.

Primo appuntamento, il 13 gennaio, è stato alla Camera: ad accogliere la delegazione gli eletti all’estero Di Biagio (Pdl), Garavini (Pd), Picchi (Pdl) e Razzi (Idv) insieme ai colleghi Pagano (Pdl) e Barbi (Pd). All’incontro, presieduto dal'Onorevole Narducci (Pd), che della Commissione Esteri è Vice Presidente, non hanno potuto partecipare né il sottosegretario Alfredo Mantica né l'Ambasciatore Giampiero Massolo, Direttore Generale del Mae.

"Dall'incontro tra le due delegazioni – riporta Virendi – è prontamente emersa unanime opinione circa l'importanza di non poter privare la Città di Amburgo della rappresentanza consolare".

Il giorno seguente, 14 gennaio, la delegazione ha prima incontrato il Ministro Sanfelice di Monteforte e poi il senatore Dini. In questa sede, prosegue Virendi, "il Presidente Röder ed i componenti della delegazione hanno sottolineato la funzione fondamentale del Consolato di Amburgo quale centro promotore di coesione sociale tra il tessuto economico della città ed i cittadini italiani. Il Presidente Röder e tutti i componenti della delegazione hanno dichiarato che l'eventualità chiusura della sede consolare si rifletterebbe senza dubbio negativamente sul settore commerciale e della navigazione e priverebbe inoltre l'amministrazione amburghese di un interlocutore istituzionale italiano".

Durante l’incontro, continua Virendi, "Röder e i componenti della delegazione hanno citato anche gli esempi di Svezia e Norvegia, che dopo avere chiuso in un primo momento le rispettive rappresentanze consolari ad Amburgo, sono tornate sui loro passi. Anche il governo degli Stati Uniti, dopo un'attenta ponderazione dei fatti, ha deciso di non ritirare la sua rappresentanza, e la Francia ha invece trasferito il Console Generale presso l'Istituto di Cultura Francese".

"Tra i politici italiani – riprende Virendi – sembra ci sia chi, contrariamente a quanto sostenuto con dati e argomenti concreti dal Presidente Röder e dai componenti della delegazione, proporrebbe soluzioni alternative come l’apertura di uno sportello consolare presso l’Istituto Italiano di Cultura, ovvero di un Consolato Onorario solo ai fini della navigazione, ed il potenziamento del Consolato Generale di Hannover e/o dei Consolati Onorari di Kiel e di Brema e dell´Ambasciata di Berlino per quanto concerne gli interessi economici. Alcune delle proposte avanzate – sottolinea la portavoce del Comitato – non sono regolate dalla legislazione italiana: ad esempio l´apertura di un Consolato Onorario laddove c'è uno sportello consolare; ed altre, invece, rendendo in concreto complicate le pratiche burocratiche, porrebbero in essere circostanze deterrenti circa l'espletamento dei rapporti economici e commerciali, diminuendo ad esempio l'importanza strategica del porto di Amburgo per le aziende italiane".

Dopo aver riconosciuto che il Senatore Dini "si è mostrato particolarmente sensibile alle ragioni espresse dalla delegazione ed ha assicurato il suo pieno appoggio in seno alle istituzioni competenti", Virendi conclude: "nonostante il cauto ottimismo espresso dalla delegazione al suo rientro in Germania, resta fermo l'impegno del Comitato "Salviamo il Consolato Generale" affinché la comunità italiana e tedesca,le aziende italiane e tedesche e la Città di Amburgo non vengano private del Consolato Generale". (aise)

 

 

 

 

Una guida "pizzo-free" di Palermo per i turisti tedeschi

 

Una piantina turistica di Palermo, ad uso dei turisti tedeschi, con la segnalazione di tutti gli esercizi commerciali della città, circa 400, che hanno aderito a 'AddioPizzo', e che quindi si sono impegnati a non essere taglieggiati dalla mafia: questa l'iniziativa presentata giovedì a Roma dall'ambasciatore tedesco Michael Steiner e da alcuni rappresentanti dell'Associazione antiracket 'AddioPizzo'. L'impegno della società civile "é centrale nella lotta alla mafia", ha spiegato l'ambasciatore tedesco e l'iniziativa, ha aggiunto, "assume per noi un rilievo particolare, visto che in Sicilia i tedeschi rappresentano il gruppo di turisti più numeroso". Il finanziamento della prima edizione della piantina da parte dell'ambasciata servirà quindi "ai palermitani che amano la propria città e ai turisti tedeschi - ha sottolineato Steiner - che amano Palermo e che non vogliono però sostenere il sistema del pizzo". L'iniziativa dell'ambasciata tedesca e di 'AddioPizzo' ha già evidenziato, è stato rilevato nel corso dell'incontro, forme di incoraggiamento da diversi tour operator tedeschi che, hanno assicurato, pubblicheranno e segnaleranno quanto più possibile l'iniziativa. Alla presentazione della cartina di 'AddioPizzo' ha partecipato tra gli altri anche Gabriele La Malfa Ribolla, cofondatore dell'Associazione: "Il nostro - ha spiegato - è un movimento aperto, dinamico, che agisce dal basso e si fa portavoce di una rivoluzione culturale contro la mafia. Tutto all'insegna del motto 'Un intero popolo che paga il pizzo e' un popolo senza dignità'". Presente anche Francesca Vannini-Parenti, responsabile di 'AddioPizzo Travel'. "Da questo momento - ha osservato - sarà più facile fare un viaggio 'Pizzofree' in Sicilia, e ciò potrà essere utile non soltanto per i turisti tedeschi ma, auspichiamo, anche per vacanzieri di altre nazionalità".

 

"Nella lotta alla mafia deve emergere un più forte impegno da parte dell'Unione Europea". Questo l'invito espresso oggi a Roma dall'ambasciatore tedesco Michael Steiner nel corso della presentazione di una mappa turistica in tedesco di Palermo realizzata dall'Associazione 'AddioPizzo'. Durante l'incontro Steiner ha lodato la cooperazione italo-tedesca nella battaglia contro la criminalità organizzata: "In questi anni - ha riferito - ho incontrato diversi pubblici ministeri e poliziotti italiani che mi hanno colpito, persone con grande impegno personale, professionalità e coraggio civile che sono stati in grado di mietere molti successi, in particolare in queste ultime settimane". Tuttavia, ha aggiunto, "nella lotta alla mafia sono sicuro che possano dare un contributo utile anche la società civile tedesca e italiana". SicInf 21

 

 

 

Coppa del Mondo della Gelateria 2010: per la prima volta partecipa anche una squadra tedesca

 

La Coppa del Mondo della Gelateria (http://www.coppamondogelateria.it/) è arrivata alla sua quarta edizione e si tiene quest’anno a Rimini, nell’ambito della fiera SIGEP, dal 23 al 26 gennaio. Vi partecipano 10 nazioni provenienti da quattro continenti, ma la vera novità è che su iniziativa dell’agenzia fare event & promotion questa volta ci sarà anche una squadra in rappresentanza dei colori della Germania. Si tratta di un team che sottolinea la cooperazione italo-tedesca e l’interculturalità del gelato – ecco i nomi: Nicola Losego (Maestro gelatiere – Dortmund), Gerhard Skrovanek (Scultore di ghiaccio e Maestro cioccolatiere – Monaco), Antonio Mezzarana (Maestro pasticciere - Bonn), Stefano Lucchini (capitano, Krefeld).

 

Il tema scelto dalla squadra è „Farfalle“, quindi tutte le creazioni artistiche dovranno riportare questo motivo. Il concorso è estremamente impegnativo e, visto il livello delle altre edizioni, ci si aspetta anche questa volta dei veri e propri capolavori.

 

La Coppa del Mondo della Gelateria vuol essere un simbolo dell’importanza del gelato artigianale sia come alimento che come espressione culturale. “Il gelato è un alimento di tradizione italiana, ma fa parte ormai di tutte le culture del mondo, dove è stato accolto con amore tra le specialità culinarie locali”, dice il Dr. Fausto Castellini dell’agenzia fare event & promotion, che sottolinea: “Non bisogna  dimenticare che se vogliamo rispettare questo magnifico prodotto, dobbiamo anche saperne curare la qualità e saperlo presentare come merita.”  In queste parole è racchiuso il motivo della partecipazione della squadra tedesca alla Coppa del mondo della Gelateria: in Germania bisogna far capire alle nuove generazioni che il mestiere del gelatiere è un’arte meravigliosa, che ripaga gli sforzi fatti per impararla. E non importa che passaporto si ha in tasca, quello che conta è la volontà e la creatività.

 

Il gelato artigianale era anche il tema della rassegna culturale „Eiskalt: Aber mit Leidenschaft / Freddo: ma con passione“ organizzata nel 2009 dall’agenzia fare event & promotion e che aveva visto la realizzazione di numerosi eventi nel Nordreno-Vestfalia. “Dato il grande consenso ottenuto”, assicura il Dr. Castellini, “la rassegna continuerà anche quest’anno e presto ne verrà presentato il programma.”

E chissà, nell’occasione forse potremo festeggiare anche una coppa riportata dalla squadra tedesca - ma anche senza, che importa: l’essenziale è partecipare!

Maurizio Libbi, de.it.press

 

 

 

 

Francoforte. E ora Brillante (Lista EL) chiede l’assessore italiano al Comune

 

Abbiamo un progetto a Francoforte, vogliamo un assessore (Stadtrat) italiano al Comune. Un assessore è membro della giunta Comunale. Ogni venerdì siede di fronte al Sindaco di Francoforte e può esporre direttamente la propria, la nostra opinione.

A capo del governo cittadino di Francoforte vi è il primo borgomastro, attualmente la signora Petra Roth. L'organo che dirige il governo cittadino è il "Magistrat". A capo della giunta comunale (Magistrat) vi è il primo sindaco "Oberbürgermeister/in".

Il "Magistrat" è composto da assessori, quelli con portafoglio, cioè che hanno una competenza effettiva -economia, sport, questioni sociali ecc- e quellli senza portafoglio, i cosiddetti "ehrenamtlich".

Anche gli assessori senza portafoglio partecipano alle riunioni del governo con diritto di voto, ma quello che è importante è che anche se stanno all'opposizione ricevono le informazioni alla fonte e possono intervenire.

Gli assessori vengono eletti dal Consiglio Comunale. Il Consiglio Comunale viene eletto da tutti i cittadini alle elezioni comunali.

Noi italiani siamo parte integrante della città di Francoforte. Noi abbiamo il diritto di voto comunale già dal 1997. Noi possiamo eleggere propri rappresentanti al Comune e quindi anche un assessore.

Noi abbiamo i numeri per eleggere un nostro Assessore.

Le prossime elezioni comunali si terranno nel marzo del 2011.

Se riusciamo ad avere una rappresentanza politica a Francoforte potremo migliorare di molto la nostra situazione su tutti i campi della vita sociale.

Chi non conosce i problemi che hanno i nostri figli a scuola, i giovani nel trovare un posto di lavoro e anche la situazione dei nostri anziani italiani, che hanno contribuito con il loro lavoro a costruire la Germania e Francoforte, non è sempre rosea.

Non sarebbe un motivo per essere orgogliosi se riuscissimo ad eleggere un Assessorre italiano?

Se riusciamo in questo progetto faremo parlare l’Italia di noi italiani a Francoforte. Avremo la televione italiana a Francoforte.

 

Vi rimetto per conoscenza l’ultimo discorso che ho tenuto al Consiglio Comunale di Francoforte nel mese di Novembre scorso e che riguarda la problematica degli impiegati comunali di origine straniera presso gli uffici pubblici a Francoforte.

(tra i servizi in tedesco, ndr)

 

Vi ricordiamo che la prossima riunione per discutere sulla politica Comuale si terrà il giorno 03 Febbraio, mercoledì alle ore 18,00 nei locali della Europa Liste, presso la FAG Bethmannstr. 3, Pianoterra sulla sinistra . Si prega di confermare la presenza telefonando a Raiola Nicola, 0172 – 1785780 oppure e-mai.: raiola@web.de

Nella prossima riunione daremo priorità agli argomenti che proporrete voi stessi. Dagli argomenti e le proposte che farete potranno scaturire istanze o domande al governo cittadino.  Luigi Brillante, EL (de.it.press)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. La Giornata della Memoria all’Istituto Italiano di Cultura

 

Monaco di Baviera - In occasione delle celebrazioni della "Giornata della Memoria", mercoledì 27 gennaio, a partire dalle ore 18, l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ospiterà un incontro con Dorothea Heiser, autrice dell'antologia "La mia ombra a Dachau. Poesie dei deportati raccolte e commentate da Dorothea Heiser". Seguirà la proiezione del film "Memoria" (1997) di Ruggero Gabbai, che sarà presente in sala, in versione originale con sottotitoli in inglese.

L'evento è organizzato dall'Istituto stesso, in collaborazione con la Gesellschaft zur Förderung jüdischer Kultur und Tradition e.V. di Monaco di Baviera e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano.

Alla ricerca dei sopravvissuti del campo di concentramento di Dachau, Dorothea Heiser ha stretto numerosi e intensi contatti e ha conosciuto la poesia degli ex-deportati. Quindi ha raccolto queste poesie e le ha pubblicate, unitamente alle biografie dei loro autori, nell'antologia "La mia ombra a Dachau - Poesie dei deportati raccolte e commentate da Dorothea Heiser" edita da Mursia (Milano, 1997).

Quanto alla pellicola "Memoria", tra il 1943 e il 1945 furono deportati 8500 ebrei italiani: circa 800 sono sopravvissuti. Cinquant'anni dopo, novanta di loro erano ancora in grado di raccontare i loro ricordi; non con odio, ma con lucidità e tanta commozione per i loro cari che nei campi di concentramento trovarono la morte. Un film-documentario che lascia la parola alle vittime con estrema sensibilità, rispettando il loro dolore. (aise) 

 

 

 

 

Amburgo. Moni Ovadia legge Primo Levi e Imre Kertész all’Università

 

Amburgo – Moni Ovadia all’Università di Amburgo legge Primo Levi e Imre Kertész. In occasione del Giorno della Memoria l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con l’Istituto di Romanistica dell’Università di Amburgo promuovono l’incontro con uno dei principali esponenti del teatro italiano.

  Il 25 gennaio alle 19.30 presso l’Università (Flügel Ost, Raum 221, Edmund-Siemers-Allee 1) appuntamento con “Le parole della nostra responsabilità”: Moni Ovadia leggerà passi de “I sommersi e i salvati”, ultimo saggio di Primo Levi, e de “Dossier K., autobiografia di Imre Kertész (moderazione di Stefanie Neu, in lingua italiana e tedesca). Levi e  Kertész, entrambi sopravvissuti del campo di concentramento di Auschwitz, partono dalla propria esperienza personale per rispondere a quesiti più ampi e complessi: Levi analizza il rapporto tra oppressori e oppressi, la "zona grigia" della collaborazione, la macchina dello sterminio; Kertész si interroga sui più grandi eventi della storia del Novecento e svolge un'analisi della propria vita e delle proprie scelte, mettendole in discussione

  Moni Ovadia - attore, drammaturgo, musicista, scrittore - è uno dei principali esponenti del teatro italiano, cantante e compositore. Di origine ebraica e radicato nella cultura yiddish, inizia

  la sua carriera artistica nel 1972, quando fonda il Gruppo folk internazionale; il successo arriva nel 1990 con lo spettacolo Oylem, Goylem, in cui fonde le proprie esperienze di attore e musicista: il "teatro musicale" diventa presto un segno distintivo dell'artista. Tra i lavori più conosciuti citiamo Dybbuk e Cabaret Yiddish . (Inform)

 

 

 

Italiano di Licata ucciso a Colonia e abbandonato in un sacco dell’immondizia

 

Colonia - Un italiano di 44 anni originario di Licata, in provincia di Agrigento, è stato ucciso per motivi ancora da chiarire a Colonia, città dove si era trasferito dallo scorso novembre. A darne notizia è Rosario Cambiano, connazionale residente da anni a Colonia, che ripercorre la vicenda seguita dai giornali tedeschi dallo scorso 15 gennaio, quando un cadavere venne trovato vicino all’autostrada nei pressi di Leverkusen dentro un grosso sacco dell’immondizia.

Il cadavere, scrive Cambiano, è stato identificato dalla squadra omicidi attraverso i tatuaggi sulle braccia, in parte scritti in italiano, e dall´analisi del DNA. La vittima, scrive infine Cambiano, era arrivata a Colonia nel novembre scorso molto probabilmente proveniente dal vicino Belgio ed era ricercata dalla polizia tedesca per il ferimento grave di un altro connazionale in Germania. (aise)

 

 

 

“Per un futuro sostenibile”: chiuso a Bari il Meeting Mondiale dei giovani

 

BARI - Il futuro non è finito se tutti i giovani del mondo assumeranno in prima persona 12 impegni prioritari per la vita del pianeta. Il Meeting mondiale dei giovani di Bari per un futuro sostenibile si è chiuso a Bari il 21 pomeriggio lanciando per il 12 agosto, Giornata mondiale della gioventù, una Giornata mondiale di azione del movimento dei cittadini globali-locali NMC.

  Ogni attivista di NMC (dall’esperanto Ni, mondlokaj civitanoj - Noi, cittadini globali-locali) il social network globale per giovani leaders (http://nimociv.org) che ha facilitato la costruzione dell’evento, in quella giornata si è impegnato a consegnare l’Accordo di Bari e la Vision del Meeting al proprio governo cittadino, locale e nazionale, fisicamente o con ogni mezzo di pressione online. Cinque delegati del Meeting di Bari, uno per ciascun macrotema discusso nella tre giorni – Cittadinanza, Economia e occupazione, Educazione, Ambiente, Sicurezza umana e promozione sociale - inoltre, parteciperanno alle celebrazioni dell’Apertura dell’Anno internazionale dei Giovani Onu e alle principali iniziative promosse dall’Onu per presentare la “Visione di Bari”, il documento di impegno per i prossimi due anni del movimento nel quale, nella cornice delle 12 priorità individuate insieme, ogni gruppo e singolo ha presentato i propri impegni concreti per il proprio territorio.

  Il Kick off committee, comitato promotore del Meeting di Bari e del network NMC nel quale sono rappresentati il Ministero della Gioventù italiano, la Regione Puglia, l’Agenzia nazionale per la Gioventù, l’Inter-American Development Bank (IDB), l’International Labour Organizations (ILO), UN-Habitat, Microsoft, Amartya, Arci, FLARE, FAIRTRADE Federation, Indaba-network, Making Cents International, Modavi, MTV, Vedogiovane, World Wildlife Fund (WWF), in collaborazione con Unesco, ha sottoscritto in chiusura dei lavori un proprio documento, l’Accordo di Bari, in sei punti, nel quale si impegnano a:

  - disseminare Il Piano d’azione risultante dai lavori delle tre giorni, all’interno delle proprie organizzazioni;

  - supportare il movimento NMC che si è costituito. Hanno concordato anche di continuare a impegnarsi per il futuro dei giovani, come partner chiave per un futuro sostenibile;

  - costruire partnership e sincronizzare in una governante coordinata iniziative concrete dei giovani, profondamente compatibili con quelle proposte nel Piano d’azione di NMC, a cominciare da quelle proposte da loro;

  - salutare favorevolmente la creazione di un Segretariato permanente per NMC, sostenuto dalle istituzioni italiane, che sosterrà il Kick off committee e i delegati a rimanere connessi, informati, impegnati.

  - incoraggiare la creazione di uno Steering commitee formale per NMC che includa i delegati nella propria struttura di Governance e processi decisionali

  - cercare nuovi membri, pensieri più innovativi e opportunità per una partecipazione significativa per consolidare NMC e aggiungere nuove prospettive per rafforzare l’iniziativa. (Inform)

 

 

 

 

Interventi. Un commento a recenti dichiarazioni di Luca Cordero di Montezemolo

 

Ho letto le dichiarazioni di Luca Cordero di Montezemolo e mi piacerebbe commentarle.

Ovviamente il rappresentante degli industriali è tenuto a difendere gli interessi degli industriali, che sono una piccola percentuale dei cittadini.

Noi cittadini  abbiamo da parte nostra l’obbligo di difendere la classe dei cittadini, ben più vasta numericamente di quella dei grandi industriali, anche se putroppo politicamente meno tutelata.

I cittadini non possono essere tranquilli perché ogni giorno il governo ne sforna una nuova che va a loro svantaggio.

Prendiamo il processo breve. Una legge che serve a Berlusconi per difendersi dai tre processi in corso contro di lui: Mills, Mediaset e Mediatrade. Una legge che allo stesso tempo sancisce di fatto l’amnistia di migliaia di processi per reati gravissimi e di forte allarme sociale.

Possiamo dormire tranquilli, caro signor Montezemolo? No, non possiamo dormire tranquilli sapendo che centinaia di criminali e di mafiosi la faranno franca solo perché bisogna salvare il premier.

Prendiamo il folle piano nucleare del governo. E’ormai evidente che le regioni non accettano un’imposizione dall’alto di centrali nucleari o megadepositi di scorie tossiche o radioattive. E la costituzione attuale (che non sono ancora riusciti a stravolgere) riconosce alle regioni la piena facoltà di dire l’ultima parola sulle decisioni che riguardano il proprio territorio. Che fa invece il governo?

Incalza con i propri progetti nucleari unilaterali decisi a tavolino con il gigante francese EDF e le imprese italiane non nucleari che beneficeranno delle commesse senza tenere in minimo conto l’opposizione e il rifiuto totale che viene dai diretti interessati e cioè i cittadini e gli enti locali.

Non solo, ma invece di consultare i cittadini in sede elettorale e spiegare onestamente che il PDL e i partiti di governo difenderanno a spada tratta l’opzione nucleare, hanno cancellato il tema dal dibattito elettorale, per paura di perdere consensi. Dobbiamo fidarci di questi politici con la doppia agenda? Poi dopo le elezioni di marzo si scoprirà che i nuovi eletti del PDL sono favorevoli alle megacentrali e ai megadepositi di scorie radioattive sul proprio territorio. E i cittadini non avranno più la possibilità di ribellarsi.

Dobbiamo dormire tranquilli, signor Montezemolo?

Dobbiamo raddoppiare le dosi di anestetico che la TV  già ci propone in dosi massicce 24 h su 24?

Un ultimo esempio. Berlusconi promette un abbassamento delle tasse e poi se lo rimangia qualche ora dopo. Le sembra corretto prendere in giro i cittadini in questo modo?

Non solo, ma le tasse indirette e le tasse locali continuano a ad aumentare paurosamente, a fronte di un servizio che non c’è. La bolletta della luce continua a essere salata anche perché ci fanno pagare 400 milioni per lo smantellamento del vecchio nucleare (immaginate quindi quanto dovremo pagare in futuro per lo smantellamento delle nuove 8 centrali). Le banche continuano a dare interessi risibili ai risparmiatori e quei pochi interessi vengono tassati al 27%!

Di questo non se ne parla mai. I grandi evasori all’estero e i grandi riciclatori di denaro usufruiscono di uno scudo fiscale e pagano il 5% di tassa, i poveracci pagano invece il 27% sui loro sudatissimi e onesti risparmi.

Le sembra giusto?

Dobbiamo dormire tranquili signor Montezemolo?

E che dire della nuova legge che regalerà 300 milioni di euro alla SIAE togliendoli a chi acquista cellulari, PC, pennette USB?

E che dire dei provvedimenti volti a limitare la libertà di espressione sul web?

Non è la politica a essere invasiva, ma lo strapotere delle lobby che governano l’Italia e pensano solo ai propri interessi che costringe i cittadini che vorrebbero starsene tranquilli, lavorare e occuparsi di cose belle, come la cultura e l’arte a esser continuamente sul chi va là e tenere d’occhio l’azione di politici e governanti.

Se Berlusconi fa soltanto le leggi per sé, abbiamo il diritto e il dovere di intervenire e chiedere il rispetto della Costituzione e dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

E’ nostro obbligo  esprimere ogni giorno un parere in difesa degli interessi dei cittadini, in ogni caso dei 60 milioni di cittadini italiani.

I cittadini hanno il diritto a essere pienamente informati di ciò che il governo decide per loro e se queste decisioni non vanno a loro vantaggio, hanno il pieno diritto di criticarle. Di una politica soporifera che tende a bagatellizzare i gravissimi problemi reali del paese non sappiamo che farcene.

Lei difende in primo luogo gli interessi dei grandi industriali, signor Montezemolo.

Noi difendiamo gli interessi e il diritto all’informazione della classe dei cittadini, 60 milioni di persone. Lasciateci fare il nostro lavoro.

Silvia Terribili (idv olanda), de.it.press

 

 

 

 

Il 27 gennaio al Quirinale la cerimonia di premiazione del concorso "I giovani ricordano la Shoah"

 

  ROMA - Sono state presentate a Palazzo Chigi, dai sottosegretari Letta e Bonaiuti, le iniziative patrocinate dal Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della shoah. Il 27 gennaio si celebra infatti per il decimo anno il Giorno della Memoria, istituito nel 2000 per commemorare, nella data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, la Shoah e tutti coloro che si opposero al genocidio a rischio della propria vita.

  In occasione del Giorno della Memoria sono organizzati incontri, cerimonie e momenti comuni di rievocazione e riflessione, in particolare nelle scuole, su quanto accadde allora agli ebrei e ai deportati politici e militari italiani nei campi di concentramento nazisti.

  Anche quest'anno il ministero della Pubblica Istruzione, in collaborazione con l'Unione delle Comunità ebraiche italiane, ha indetto il concorso nazionale "I giovani ricordano la Shoah" e il 27 gennaio si terrà, nella sala dei Corazzieri al Quirinale, alla presenza del capo dello Stato, la cerimonia di premiazione delle classi vincitrici del concorso.

  Sempre nella mattinata del 27 gennaio, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta consegnerà, per il secondo anno, le medaglie d'onore ai cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l'economia di guerra ovvero ai familiari dei deceduti. Saranno insigniti al Quirinale circa 80 ex deportati, mentre con cerimonie analoghe presso le prefetture saranno insigniti altri sopravvissuti ai campi di sterminio, o familiari di deceduti. (Inform)

 

 

 

 

Cina/Usa. Manovratori di opinioni

 

A prima vista non si direbbe che il governo della Repubblica Popolare Cinese e la Corte Suprema degli Stati Uniti abbiano molto in comune. Eppure nelle ultime quarantott’ore hanno adottato decisioni o preso posizioni sostanzialmente simili che potrebbero incidere molto fortemente sulla vita dei normali cittadini. Al di là delle apparenze, in entrambi i casi rischia di essere limitato il diritto di esprimere, diffondere o ricevere opinioni su Internet.

 

Il governo cinese sostiene che Internet è libera se rispetta la legge e che le società che operano nello spazio cibernetico diffondendo informazioni devono cooperare con le autorità per stabilire un «clima di armonia e stabilità sociale» e per «orientare correttamente l'opinione pubblica». La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso qualcosa di solo apparentemente opposto: non sarà applicabile la legge che limita le risorse finanziarie che le imprese e i sindacati possono dedicare a campagne d'opinione tese, in periodo elettorale, a influire sulle decisioni degli elettori.

 

A New York e Los Angeles non ci sarà più alcun freno alle somme per acquistare spazi televisivi, radiofonici e telematici, nonché sulla carta stampata, per far eleggere i politici vicini ai propri interessi in quanto si potrà spendere quanto si vuole e il controllo sui mezzi di informazione potrà così aumentare fortemente. Le imprese che maggiormente inquinano potranno finanziare martellanti campagne fiancheggiatrici dei candidati contrari alle norme antinquinamento; le imprese bancarie e finanziarie potranno spendere miliardi (magari a suo tempo sborsati dallo Stato per evitarne il fallimento) per sostenere i parlamentari contrari alla proposta del presidente Obama di introdurre un'imposta speciale sulle banche; le case farmaceutiche e le compagnie di assicurazione potranno raddoppiare i loro sforzi a favore di politiche che vogliono convincere gli americani che la riforma sanitaria proposta dal Presidente è un disastro. Questi comportamenti si estenderanno anche a livello locale e la democrazia di base degli Stati Uniti, dove anche il capo dei pompieri o il procuratore distrettuale vengono scelti con un'elezione popolare, potrebbe uscirne fortemente distorta. «Con un tratto di penna», ha commentato il presidente di un'associazione statunitense per le libertà politiche, «cinque giudici (sui nove che compongono la Corte) hanno cancellato un secolo di norme per limitare l'influenza delle imprese sulla politica».

 

New York e Los Angeles rischiano così di avvicinarsi alla realtà di Pechino e Shanghai in cui gli spazi dell'informazione e, più in generale, quelli telematici sono da sempre accuratamente controllati. In Cina - Paese che negli ultimi tempi ha mostrato qualche grado di flessibilità - il controllo è effettuato dal governo e dal partito comunista cinese, negli Stati Uniti potrà toccare di fatto alle lobbies, ossia alle unioni di imprese che perseguono gli interessi comuni dei loro associati, finora sottoposte oltre che alla trasparenza anche a limiti di spesa piuttosto severi. Non a caso, Google - la società di servizi informatici che più viene associata alla libertà di informazione per il suo eccellente motore di ricerca che consente di consultare infinite fonti in un batter d'occhio - è sotto attacco sia a Pechino, perché non vuole più rispettare la censura, sia in vari paesi occidentali, dove si vuol limitare la sua capacità di mettere gratuitamente importanti fonti informative a disposizione del pubblico di Internet.

 

La «chiusura» di Internet come strumento di informazione e di espressione di opinioni potrebbe così procedere in maniera rapidissima, tanto da mettere in dubbio la sua possibilità di continuare a essere, come negli ultimi dieci anni, una colonna della libertà. Anche il funzionamento efficiente delle Borse potrebbe essere compromesso se, tanto per fare un esempio, un'impresa in difficoltà potesse svolgere sulla rete, senza limiti di costo, una campagna aggressiva in proprio favore che raggiunge gratuitamente il risparmiatore mentre il risparmiatore stesso potrebbe essere costretto a pagare per conoscere le opinioni contrarie. Nel momento in cui stanno sorgendo nuove, grandi concentrazioni mondiali di imprese, spesso grazie alla «campagna acquisti» condotta in tutto il mondo dalle società semi-pubbliche cinesi, potrebbe venire a mancare la loro controparte dialettica. I più ricchi acquisterebbero così nuova forza, e i governi sarebbero ancora più fortemente condizionati di oggi dai loro «grandi elettori».

 

Tutto ciò induce a considerare il caso italiano, in cui l'influenza dei vertici politici sulle reti televisive può diventare soverchiante, come l'anticipazione di un problema mondiale: fino a che punto e con quali mezzi deve essere lecito «orientare» l’opinione pubblica, come dicono i cinesi e come faranno sempre di più i grandi interessi economici americani? Quanto spazio resterà per chi vorrà essere diversamente orientato o diversamente orientare i suoi concittadini? In un mondo in cui la non trasparenza delle operazioni finanziarie ha indubbiamente favorito la crisi economica, quali garanzie potranno davvero restare al cittadino e al cittadino-risparmiatore? MARIO DEAGLIO

 LS 23

 

 

 

 

Dopo il sorpasso della Cina sul Giappone

IL MONDO VINCA LE PAURE CON LA POLITICA

di ROMANO PRODI

I GIORNALI di tutto il mondo hanno riportato a caratteri cubitali la notizia che il Prodotto nazionale lordo cinese ha superato quello giapponese e si colloca al secondo posto della classifica mondiale, dietro solo agli Stati Uniti.

Intorno a questa notizia i commenti stanno correndo a fiumi ma, prima di aggiungere i miei agli altri, trovo utile far sapere ai lettori come il quotidiano ufficiale cinese (China Daily) ha presentato la notizia.

Dopo aver ricordato nel titolo che il dibattito sul “sorpasso” si sta infiammando, l’articolo esordisce dicendo che la Cina rimane un Paese in via di sviluppo con un grandissimo numero di poveri e con un reddito pro-capite ancora molto basso. Ed aggiunge che, stando ai dati forniti dalla Bank of America-Merrill Lynch, il sorpasso non è ancora avvenuto in termini di dollari perché, nonostante la crescita cinese del 10,7% nell’ultimo trimestre dello scorso anno, la moneta giapponese (cioè lo Yen) si è rivalutata del 10% nel corso del 2009, il che ha aumentato automaticamente il prodotto nazionale giapponese denominato in dollari.

A questo sfoggio di modestia segue poi la sottile e un po’ perfida osservazione che, se il sorpasso non è ancora avvenuto, è però solo questione di giorni, perché gli economisti della Reuter si attendono per quest’anno una crescita del 9,5%, più che sufficiente per relegare il Giappone largamente al terzo posto.

L’articolo termina tuttavia ricordando e sottolineando ancora una volta che, anche se ormai seconda economia mondiale, la Cina rimane un Paese in via di sviluppo perché si colloca solo al 106mo posto nella classifica mondiale del reddito pro-capite, con ben 150 milioni di persone con un reddito inferiore a un dollaro al giorno: una vera miseria.

In questo comunicato è contenuto tutto il disegno strategico della Cina di oggi: continuare il processo di crescita al ritmo più veloce possibile e diminuire le enormi differenze esistenti all’interno del Paese e soprattutto fra le diverse province. A cui si aggiunge l’obiettivo, a cui è stata dedicata una sostanziosa parte della manovra cinese messa in atto per combattere le conseguenze della crisi economica mondiale, di costruire progressivamente un sistema sanitario nazionale e di protezione delle classi più deboli di cui il Paese è tuttora largamente sprovvisto.

Ci troviamo perciò di fronte ad una sfida economica totalmente diversa da quella che era stata prima la sfida americana e poi quella giapponese. Il nuovo protagonista dell’economia mondiale è, nello stesso tempo, un Paese d’avanguardia fornito di tecnologie avanzatissime ed un Paese che si autodefinisce in via di sviluppo, con tutte le necessità, tutti i problemi e tutti i limiti dei Paesi in via di sviluppo.

Tutto questo si inserisce in una crisi economica mondiale dalla quale non si può uscire stabilmente se non con l’inclusione progressiva nell’economia mondiale di miliardi di nuovi consumatori.

La discussione sul “sorpasso” deve essere perciò l’occasione per moltiplicare gli sforzi di tutti i governi e tutte le autorità soprannazionali di prendere atto di questo comune interesse e di accelerare quella cooperazione a livello mondiale che nelle riunioni dei G20 dello scorso anno non è stata raggiunta per la mancanza della necessaria visione politica. Senza una Cina (e un’India e un Brasile) in forte e progressiva crescita e senza un accordo fra i Paesi ad alto livello di sviluppo e i nuovi protagonisti dell’economia mondiale saremo sempre destinati a cadere vittime delle nostre paure. Eppure quest’accordo è oggi possibile perché gli interessi di fondo sono tra di loro compatibili. È però evidente che un disegno di questa portata non può essere portato avanti senza una forte leadership politica da parte americana. Abbiamo perciò bisogno che il presidente Obama ponga fine alla fase di timida incertezza che ha caratterizzato il primo anno del suo mandato e che assuma l’iniziativa e si assuma il rischio di proporre un quadro di cooperazione in cui trovino posto, e siano tra loro collegati, la nostra ripresa e la necessità di sviluppo dei nuovi protagonisti dell’economia mondiale.

Non mi sembra davvero un obiettivo impossibile se mi accorgo che, dopo il mancato accordo di Copenaghen sull’inquinamento atmosferico, la Cina ha inserito nei propri programmi nazionali, traguardi più severi di quelli che ha rifiutato di accettare nel corso della conferenza sui cambiamenti climatici. Ed ancora più vicina mi sembra questa possibilità di cooperazione quando vedo che proprio fra Cina e Giappone, cioè fra i due grandi protagonisti del “sorpasso,” sono cominciati i sorrisi e le visite di cortesia dopo un infinito periodo di tragedie, tensioni e incomprensioni reciproche. Tutto si sta muovendo: abbiamo solo bisogno che si muova anche Obama, dato che sembra ancora in grado di farlo. IM 24

 

 

 

UE. Commissione e Presidenza spagnola inaugurano l'Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione (2010) 

 

Roma - La Commissione europea e la Presidenza spagnola dell'UE inaugurano l'Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale (2010). All'insegna dello slogan "Stop alla povertà", la campagna intende porre la lotta alla povertà – una piaga che interessa direttamente un cittadino europeo su sei – al centro dell'attenzione dell'UE nel corso del 2010. “La lotta alla povertà e all'esclusione sociale fa parte integrante della strategia per uscire dalla crisi. Troppo spesso sono le categorie sociali più vulnerabili quelle che finiscono per essere maggiormente colpite dagli effetti di una recessione. L'Anno europeo 2010 dovrebbe, in questo senso, fungere da catalizzatore, promuovendo una maggiore consapevolezza e un'accelerazione verso una società più inclusiva, che costituisce un aspetto integrante della strategia per il 2020, da me proposta per l'UE" ha affermato il presidente della Commissione José Manuel Durão Barroso. Vladimír Špidla, commissario responsabile per l'Occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, ha aggiunto: "In Europa un cittadino su sei è costretto a lottare quotidianamente per sbarcare il lunario, ma la povertà può interessare chiunque e le nostre società nel loro insieme. Anche se la maggior parte degli strumenti per affrontare la povertà si situa a livello nazionale, tre quarti dei cittadini europei si attendono anche un coinvolgimento dell'UE. L'Anno europeo pone questa problematica al primo posto dell'agenda e in questo modo l'Europa nel suo insieme può unire le forze nella lotta alla povertà e all'esclusione sociale." Secondo i dati diffusi dalla Commissione europea, quasi 80 milioni di cittadini europei – ovvero il 17% degli abitanti dell'UE – vivono oggi al di sotto della soglia di povertà. Questo dato allarmante ha trovato vasta eco nell'opinione pubblica, come risulta da una recente indagine Eurobarometro sugli atteggiamenti nei confronti della povertà. La grande maggioranza dei cittadini europei (73%) ritiene che la povertà sia un problema diffuso nel proprio paese e l'89% invoca un'azione urgente da parte del proprio governo per affrontare il problema. Sebbene la maggior parte dei cittadini ritenga che sia il proprio governo nazionale a dover intervenire per primo, il 74% si attende anche che l'UE svolga un ruolo importante. L'Anno europeo 2010 intende generare una maggiore consapevolezza delle cause e delle conseguenze della povertà in Europa sensibilizzando non solo attori chiave, quali i governi e le parti sociali, ma anche la popolazione in generale. L'obiettivo è anche mobilitare questi diversi partner nella lotta contro la povertà, promuovere l'integrazione e l'inclusione sociale e incoraggiare la formulazione di impegni chiari nelle politiche nazionali e dell'UE di lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Alle attività dell’Anno europeo contro la povertà, parteciperanno 29 paesi (I 27 Stati membri dell’Ue, più la Norvegia e l’Islanda). Ogni paese sarà chiamato ad elaborare programmi nazionali e campagne di sensibilizzazione, come pure centinaia di progetti nazionali collegati alle diverse priorità dei singoli paesi. Le iniziative saranno sostenute da una dotazione di bilancio di 17 milioni di euro. La campagna di comunicazione relativa all'Anno europeo comprenderà un concorso giornalistico, un’iniziativa di carattere artistico e due "settimane tematiche", a maggio e a ottobre, durante le quali si svolgerà una serie di manifestazioni nazionali in tutta l'UE. (NoveColonne ATG)

 

 

 

 

Haiti, sfida per Obama

 

Che cosa succederà «dopo», quando la fase acuta delle prime settimane di emergenza umanitaria sarà alle spalle, lasciando dietro di sé un Paese devastato economicamente, socialmente e politicamente? Haiti era notoriamente uno Stato fallito ben prima della catastrofe di nove giorni fa, benché convenisse a tutti far finta che il governo del presidente René Preval esercitasse un’effettiva autorità sull’isola. A mano a mano che la polvere si posa sulle rovine e sui morti, diventa però sempre più difficile che la finzione possa continuare e ancor meno probabile che la popolazione locale sia disposta a riconoscere una qualche legittimità alle istituzioni della Repubblica caraibica, schiantate dal terremoto insieme con le vite dei cittadini di Port-au-Prince e le loro povere cose.

 

Al di là delle forme che si riusciranno a individuare, Haiti necessita di una assunzione in carico da parte della comunità internazionale, per un tempo che sarà tutto fuorché breve. Ancorché tra le cause immediate del dissesto haitiano (e men che meno tra quelle del terremoto) non sia da annoverare una guerra civile, l’occupazione da parte di una potenza straniera, la pulizia etnica o il fanatismo religioso, quello che si prospetta per il Paese è un intervento dal respiro, dalla durata e dalla consistenza di quelli messi in atto in Bosnia, a Timor Est, in Kosovo e in Afghanistan. Sempre che non si voglia lasciar scivolare il popolo haitiano in un girone dantesco analogo a quello somalo. Si tratta di una sfida per tutta la comunità internazionale, che deve riuscire a dar prova di saper intervenire nel nome dell’interesse generale dell’umanità, accantonando inaccettabili rivalità nazionali. Ed è un banco di prova per chiunque ritenga che, mentre occorre continuare a fronteggiare le minacce alla sicurezza e all’ordine internazionale di tipo «classico», proprio cominciando dalla devastata Haiti sia possibile posare la prima pietra per edificare un mondo diverso e migliore. Al di là della ovvia e immediata drammaticità che caratterizza l’emergenza haitiana, essa interpella le capacità del mondo di andare oltre le chiacchiere e le buone intenzioni sul tema della global governance, tanto quanto lo fanno il riscaldamento globale, il depauperamento delle acque, o lo sterminio per fame.

 

Se questo è vero per tutti i membri della società internazionale, lo è un po’ di più per gli Stati Uniti e per il loro presidente, Barack Obama. Di tale società e del suo ordine, gli Usa sono da oltre 60 anni i maggiori azionisti e i principali garanti, e hanno visto crescere il loro ruolo con il tramonto del sistema bipolare. Nei confronti dell’emisfero occidentale, poi, è dai tempi della «Dottrina Monroe» (1823) che gli Stati Uniti hanno prima rivendicato e poi esercitato un’influenza a lungo esclusiva, e ancora oggi preponderante. Per quanto Haiti sia il tipo di vicino che gli americani preferirebbero non avere nel proprio «backyard», i ripetuti interventi militari nell’isola (1891, 1994, 2004-2005) e una quasi ventennale occupazione (1914-1934), rendono testimonianza di come essa abbia rappresentato e seguiti a rappresentare anche una questione di «interesse nazionale» per Washington: ieri per conservare i proventi delle sua piantagioni, oggi per evitare che flussi di esuli dalle dimensioni bibliche si abbattano sulla Florida. A un anno dal suo insediamento e a poche settimane dalla consegna di un premio Nobel per la pace che ha sollevato più di una polemica, il presidente Obama si trova a dover dimostrare che le speranze e le aspettative evocate dalla sua brillante retorica possono trovare concreta applicazione. E deve farlo in un momento in cui il suo astro appare appannato all’interno degli Stati Uniti, dopo lo «smacco» subito in Massachusetts e con un’America profonda preoccupata per una crisi e una disoccupazione che non mollano, dove tornano a cantare le sirene di un anacronistico neo-isolazionismo.

 

Se gli Usa non riusciranno a esercitare una leadership efficace in questa crisi, vincendo anche i sospetti e le critiche che già in questi giorni cominciano a serpeggiare, il prestigio del presidente e lo stesso «soft power» americano potrebbero infatti risultarne appannati. Qualche giorno fa, a Kabul, i talebani hanno ricordato a tutti che il vecchio mondo continua, richiamando con brutalità il presidente al suo ruolo di Commander in Chief e alla sua capacità di chiudere i conti con il passato. Nei prossimi mesi, a Port-au-Prince, Obama dovrà raccogliere concretamente una sfida cruciale per il futuro di tutti, a partire dagli «ultimi»: porre la leadership americana al servizio di un nuovo modello di governance davvero globale. 

VITTORIO EMANUELE PARSI LS 22

 

 

 

 

«SI VIENE QUI, SI DÀ UN PO’ DA MANGIARE, BERE E IL PROBLEMA PER LORO È RISOLTO,»

Bertolaso: «Ad Haiti gli Usa confondono l’intervento militare con l'emergenza»

Il capo della Protezione civile: «Situazione patetica, manca un coordinamento. Troppi show per la tv»

Bertolaso in visita all'ospedale Saint Damien Fondazione Rava a Port-au-Prince (Ansa)MILANO - «Ci sono enormi organizzazioni coinvolte e moltissimo da fare, ma la situazione è patetica, e tutto si sarebbe potuto gestire molto meglio». Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, critica duramente la gestione degli aiuti dopo il terremoto di Haiti. E, durante la trasmissione "In mezz'ora" su Raitre, spiega che «il mondo poteva dare prova di poter gestire al meglio una situazione come questa, ma finora non ha funzionato». Riguardo alla massiccia presenza di forze militari Usa, Bertolaso ha aggiunto: «Era inevitabile e indispensabile una forte presenza dell’esercito americano, anche se i 15mila uomini non sono utilizzati in modo migliore. Le navi ospedale, le portaerei, non hanno rapporti stretti con il territorio, con le organizzazioni umanitarie che sono presenti sul posto. Ognuno fa la sua parte, ma in modo svincolato».

 

TECNICA D'INTERVENTO - «Gli americani - ha aggiunto - tendono a confondere l’intervento militare con quello di emergenza. Manca una capacità di coordinamento, utile per non disperdere gli aiuti che sono stati inviati. È stato fatto uno sforzo impressionante, encomiabile, ma non c’è una leadership. Serve un uomo, serve un Obama che gestisca le emergenze». Ed anche «Clinton che scarica le cassette della frutta» non è servito. «Sarebbe stata la svolta se lui avesse gestito l’emergenza in prima persona, invece se n’è andato». La «tecnica d’intervento» ad Haiti applicata dagli Usa, secondo Bertolaso, è quella già usata in passato a Goma, Ruanda e Cambogia. «Si viene qui, si dà un po’ da mangiare, bere e il problema per loro è risolto, ma è una contraddizione se non si pongono le basi per la vita futura».

 

BELLA FIGURA - «Troppo spesso - rileva Bertolaso - una volta arrivati sul luogo di un disastro, si pensa subito a mettere un grande manifesto con lo stemma della propria organizzazione, a fare bella figura davanti alle telecamere, piuttosto che mettersi a lavorare per portare soccorso a chi ha bisogno».  CdS 24

 

 

 

Non basta l’euro. L’équipe di medici che serve all’Europa

 

Zoppía è questa la malattia più grave che l’Europa da troppo tempo tarda a curare. Non è possibile andare avanti con una gamba, quella dell’euro, che gode di piena salute, e un’altra, quella del coordinamento della politica economica e dello sviluppo, che resta malferma, incerta. L’Europa è legata al trattato di Maastricht e si è molto ironizzato, spesso fuori luogo, sui suoi parametri cosiddetti cogenti in materia di finanza pubblica: mi permetto di fare sommessamente presente che sarebbe opportuno interrogarsi su che cosa sarebbe stato dell’Italia, con il suo carico di debito pubblico, senza il paravento della moneta unica europea. Forse, però, ancora più colpevole è un’altra dimenticanza in cui troppi incorrono a cuor leggero: quanti si ricordano, ad esempio, che il trattato di Maastricht segna il perimetro di un patto di stabilità (rigore nei conti pubblici) e di sviluppo (investimenti, crescita) che avrebbero dovuto camminare di pari passo e tracciare la strada della nuova Europa?

La crisi globale finanziaria morde sull’economia reale e un Paese esportatore, qual è indubbiamente l’Italia, non potrà non risentire fortemente della inevitabile caduta della domanda interna delle grandi economie mondiali. Il conto, in termini di disuguaglianza sociale e nuove emergenze occupazionali, si preannuncia pesante in casa nostra e, in misura analoga se non superiore, anche negli altri Paesi guida del Vecchio Continente. Tocca i redditi delle famiglie, allunga i tempi di precarietà e disagio per fasce sempre più larghe del mondo giovanile. Mi ha fatto piacere sentire il premier spagnolo, José Luis Rodriguez Zapatero, invocare un’Europa che affianchi alla salda guida unitaria della politica monetaria una regìa altrettanto incisiva della politica economica.

Avendo avuto un qualche ruolo nella costruzione monetaria, economica e politica dell’Europa di Maastricht mi domando: è possibile che nemmeno una crisi globale finanziaria così pesante e dolorosa consenta di superare miopie e frazionismi fuori dal tempo e imponga una volta per tutte di evitare che alla unicità della guida monetaria si contrapponga una molteplicità delle sedi nazionali in cui vengano definite le politiche di bilancio, dei redditi, della concorrenza, degli investimenti e, in genere, dello sviluppo?

Nell’aprile del ’99 in un documento redatto come ministro del Tesoro e presentato ufficialmente al Consiglio Ecofin di Dresda è scritto testualmente «di fronte all’azione decisa della banca centrale potremmo continuare ad agire in modo unilaterale, mantenendo lo scambio di informazioni e di vedute a livello informale, come abbiamo fatto fino ad ora nell’Euro-11. Questo sarebbe tuttavia un segno di debolezza. Segnalerebbe al mercato e ai cittadini che la leadership europea per la conduzione della politica economica è nelle mani esclusive della banca centrale. Solo lei agisce in modo unitario e deciso per l’Europa nella sua interezza. L’alternativa è di trasformare lo scambio di vedute e di informazioni in una posizione comune, che dia chiara indicazione che i governi nazionali non sono latitanti ma partecipano attivamente al governo dell’economia europea. Siamo a favore di questa seconda via. I ministri finanziari dell’Euro-11 devono mostrare che stanno al posto di guida dell’economia europea, non sul sedile del passeggero».

Sono passati più di dieci anni, i governi dei singoli Paesi europei continuano a muoversi ognuno per conto proprio, l’Europa politica con la P maiuscola in grado di prendere in mano le redini dell’economia con la stessa forza dell’autorità monetaria ancora non prende corpo. L’Europa continua a soffrire di una zoppìa grave e preoccupante. Non servono più medici pur bravi che operano singolarmente, ma medici disponibili ad intervenire unitariamente. Il tempo è scaduto, abbiamo accumulato colpe gravi, ma nessuno dei nostri figli potrebbe perdonarci nuovi silenzi, divisioni e rinvii. L’Europa deve riuscire a curare la sua zoppìa. IM 21

 

 

Il candidato italiano

C'è una carica alla quale il Paese può legittimamente aspirare. È quella di presidente della Banca centrale europea. Il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, presidente del Financial stability board, è tra i candidati. Il mandato dell’attuale numero uno della Bce, il francese Trichet, scade l’anno prossimo. Ma i giochi si fanno ora. Molto dipenderà dalla scelta di chi dovrà prendere il posto del vice presidente, il greco Papademos, che si congeda a maggio. I candidati sono due: il lussemburghese Mersch e il portoghese Constancio. Se dovesse prevalere quest’ultimo, apparirebbe difficile portare alla presidenza nel 2011 un altro rappresentante latino. Chissà perché persiste questo pregiudizio, che non riguarda però i francesi. Il caso greco non aiuta.

Favorito è il governatore della Bundesbank, Axel Weber. La cancelliera Merkel lo appoggia, anche perché preoccupata dallo stato precario degli istituti di credito tedeschi. I nostri, al confronto, stanno decisamente meglio. Questa considerazione potrebbe incoraggiare la scelta di Draghi. La Germania nel ’97 si oppose, finché fu possibile, all’ingresso della lira nell’Unione monetaria, affermando che il neonato euro sarebbe stato sfiancato dall’alto indebitamento italiano. Il nostro debito rimane elevato, purtroppo vista anche la bassa crescita, ma quello tedesco non scherza e in valore assoluto lo ha quasi raggiunto. L’avessero saputo all’epoca i Kohl e i Waigel, sarebbero arrossiti dalla vergogna. Altri tempi. Dunque, il debito italiano non è più una buona scusa per dire di no a Draghi. Che non è nemmeno una colomba, come dicono i tedeschi per indebolirne la candidatura. Le votazioni a Francoforte sono segrete, ma i suoi colleghi governatori lo sanno. Certo, aver lavorato per la banca d’affari americana Goldman Sachs può apparire oggi discutibile.

Il sostegno a Draghi è l’occasione, specialmente dopo il fallimento delle candidature di Mauro al vertice del parlamento di Strasburgo e di D’Alema al «ministero degli Esteri» europeo, per dimostrare agli altri e a noi stessi che l’Italia, Paese fondatore dell’Unione, non è né distratto né assente. E soprattutto non esprime nei contatti internazionali una sconveniente doppiezza. I rappresentanti di altri Paesi, quando si tratta di promuovere per una carica internazionale persone che hanno il loro stesso passaporto, dimenticano rivalità e differenze. Noi no, noi spesso godiamo, a destra come a sinistra, della bocciatura europea del nostro acerrimo avversario.

Tempo fa, Giulio Tremonti, che va giustamente fiero del relativo buono stato di salute delle banche italiane rispetto a quelle di altri Paesi, promosse, come presidente dell’Aspen Institute, una lunga riflessione sulla mancanza di spirito e di interesse nazionale. E fece bene. La storia è piena di stranieri chiamati in Italia per battere il vicino. E casi recenti, non più militari per fortuna, sono significativi. Si scelsero i francesi, per esempio, per dirimere le dispute in Mediobanca, o gli spagnoli per risolvere (?) l’infinita partita di Telecom. E s’invocò l’interesse nazionale per non dare l’Alitalia ad Air France (che l’avrà soltanto fra un po’). Riusciremo a ritrovare orgoglio e spirito nel sostenere la candidatura di Draghi? Si può anche perdere, anzi è probabile che ciò accada. Ma perdendo uniti si ha il rispetto degli altri e si accumulano crediti per il futuro; perdendo divisi si suscita solo compassione e si scivola nell’irrilevanza.  Ferruccio De Bortoli CdS 23

 

 

 

La guida della Bce. La partita che l’Italia deve giocare fino in fondo

 

Entro tre settimane, i Paesi dell’euro sono chiamati a una scelta importante. Per l’Europa, e per il peso dell’Italia in Europa. All’Ecofin di lunedì, i ministri delle Finanze dell’euroarea hanno concordato che l’indicazione del prossimo vicepresidente della Banca Centrale Europea avverrà il 15 febbraio. Com’è noto, il Trattato Europeo prevede che per la nomina del Comitato esecutivo della Bce formato dal presidente, un vicepresidente e altri 4 membri; che esercita la gestione corrente della banca e l’attuazione della politica monetaria, conformemente agli orientamenti del Consiglio dei governatori di tutte le banche del sistema la procedura di nomina prevede l’accordo dei governi degli Stati membri, con una decisione che verrà assunta al Consiglio Europeo di marzo, una volta che il nome indicato dall’Ecofin il 15 febbraio ottenga il parere favorevole del Parlamento Europeo e del Consiglio dei governatori.

Il vicepresidente in scadenza è il greco Lucas Papademos, che a fine maggio terminerà il mandato di 8 anni, e che subentrò al francese Christian Noyer. I membri del board hanno un mandato che scade in anni diversi, in modo da evitare un rinnovo complessivo che minerebbe la continuità della Bce e sottoporrebbe l’accordo politico a maggiori tensioni. Nel board esistono infatti pesi di rappresentanza espliciti, ed impliciti. Quelli espliciti sono rappresentati dalle rispettive quote detenute dalle diverse banche centrali nazionali nel capitale della Bce, a sua volta ripartito tra un 70% nelle mani dei membri dell’euroarea attuale, e un 30% riservato ai Paesi dell’Ue che non hanno adottato l’euro, che non partecipano agli utili o ai ripiani della Bce e non ne determinano la politica monetaria, ma partecipano al Sistema Europeo delle Banche Centrali che dà sostenibilità e stabilità alla politica comunitaria. Tra i Paesi dell’eruoarea, i tedeschi hanno il 19% del capitale Bce, i francesi il 14%, l’Italia il 12,5%, la Spagna l’8,5%, e poi via via a scendere, in proporzione alla popolazione.

 

Ma, naturalmente, contano molto i pesi che derivano dall’influenza economica e politica dei diversi Paesi. La Bce è nata per sviluppo diretto della Bundesbank tedesca, assumendone modello gestionale, finalità anti-inflazionistica, strumenti operativi.

Perciò il primo presidente della Bce era sì un olandese, Wim Diusenberg, ma di comprovata osservanza germanica, e “invigilato”, per così dire, nel board da Otmar Issing, un falco nemico dell’inflazione che con la delega alla ricerca economica era di fatto, a nome della Bundesbank, il vero banchiere centrale europeo. Nel secondo comitato esecutivo, che ora inizia a vedere in scadenza i suoi membri, il presidente è il francese Jean-Claude Trichet, ma di fatto egli ha deluso le aspettative di Parigi di tassi d’interesse più laschi negli anni pre-crisi, perché il membro tedesco del board Juergen Stark (scade nel 2014) e quello italiano, Lorenzo Bini Smaghi (scade nel 2013), appartengono a una solida tradizione di rigore monetario.

Per gli equilibri attuali e futuri della Bce, la scelta del vicepresidente oggi significa una precisa ipoteca sull’identità del presidente da scegliere l’anno prossimo, poiché il mandato di Trichet scade nell’ottobre 2011. Detto in chiaro: se al posto del greco Papademos viene indicato un altro banchiere centrale dell’Europa del Sud, inevitabilmente il successore di Trichet sarà espresso dall’Europa del Nord. Ed è per questo che francesi e tedeschi vogliono come vicepresidente il portoghese Victor Constancio. Sarebbe un via libera pressoché certo alla guida della Bce, l’anno prossimo, per l’attuale capo della Bundesbank, Axel Weber.

Ed è per questo che l’Italia ha pochi giorni per giocare le sue carte. Ci sono almeno tre buone ragioni, per promuovere un’alleanza con austriaci e olandesi, greci e spagnoli, slovacchi, sloveni e irlandesi, per un vicepresidente appartenente all’area “nordica” del BeNeLux. Come il belga Peter Praet, se al lussemburghese Yves Mensch dovesse ostare la nomina del premier e ministro delle Finanze del suo Paese, Jean-Claude Juncker, appena confermato alla guida dell’Eurogruppo.

La prima ragione è semplice: la persona. L’Italia ha in Mario Draghi un candidato tra i più autorevoli, per la presidenza della Bce. Come presidente del Financial Stability Board, è al suo coordinamento che è stata affidata la messa a punto delle misure di riforma e stabilità della finanza globale che verranno sottoposte al G20 che, dopo Pittsburgh, tornerà a riunirsi quest’anno a maggio e novembre. Tra i banchieri centrali europei gode di vasti consensi e stima, come Oltreoceano alla Fed e nella business community mondiale. L’Italia si è vista negare la presidenza del Parlamento europeo con l’onorevole Mauro, e la carica di mr Pesc con l’onorevole D’Alema. La guida della Bce è un’occasione ancor più impegnativa. Ma il candidato ha titoli di grande valore.

La seconda ragione riguarda la crisi. Che è stata originata dalle banche e dalla finanza ad alta leva. Se gli Stati Uniti hanno dovuto spendere 561 miliardi di euro per salvare e aiutare oltre 700 banche, e la Gran Bretagna 747 miliardi per 6 sole banche, non dimentichiamo che la Germania ha dovuto stanziare 262 miliardi del contribuente per 8 banche. Ai tedeschi non piace sentirselo dire, ma per via delle elezioni dello scorso novembre proprio la Germania è stato il Paese europeo che ha fatto meno chiarezza negli attivi patrimoniali del suo sistema bancario, come comprovato da molte Landesbanken pubbliche che hanno continuato a rivelare buchi pericolosi a ogni trimestrale. Proprio il governatore della Bundesbank, qualche mese fa, allineandosi alle pressioni del suo governo, ha tuonato da una pagina intera del Financial Times contro le richieste di chiarezza sul sistema bancario germanico che venivano dagli altri Paesi dell’Euroarea. Il problema è irrisolto. La prudenza sconsiglia di premiare chi l’ha tenuto aperto.

Il terzo motivo è conseguente. Il sistema bancario italiano, per la maggior prudenza dei banchieri privati e per i controlli della Banca d’Italia, è quello che si è trovato meno esposto al rischio di fallimenti e follie. A parole, ce lo hanno riconosciuto tutti. Esattamente come la prudenza di bilancio pubblico del governo e del ministro Tremonti hanno allontanato dall’Italia i sospetti di instabilità finanziaria.

Giochiamocela, allora. L’Italia, per una volta, ha tutte le carte in regola. Si tratta di dimostrarlo, con la giusta determinazione. Perchéè’ nei prossimi dieci giorni, che si decide. OSCAR GIANNINO IM 22

 

 

I contrasti paralizzano il sistema

 

Non sarà solo una coincidenza, non sarà neppure la bomba a orologeria temuta dal centrodestra, ma certo la conclusione dell’inchiesta che vedrà presto Berlusconi, suo figlio e l’intero vertice dell’azienda di famiglia nuovamente imputati, è caduta in un momento che peggiore non poteva essere: all’indomani della contrastata approvazione del «processo breve» in Senato e nel pieno dello scontro, che si prepara, sulla stessa materia alla Camera. Il premier e il figlio Pier Silvio dovranno rispondere di accuse che riguardano anche fatti recenti, dal 2003 in avanti fino al 2009, e di reati come la frode fiscale e l’appropriazione indebita per false fatturazioni e per aver gonfiato i costi di centinaia di film. La prima cosa che dovrebbe essere bandita, da qualsiasi parte provenga, è la tentazione di approfittarne, per riscaldare il clima politico già arroventato dall’incipiente campagna elettorale.

 

Questo davvero non servirebbe a nessuno, e men che mai allo stesso Berlusconi. La convinzione che dovrebbe farsi strada piuttosto è che il sistema rischia ormai di essere paralizzato dai contrasti: non siamo insomma alla vigilia di una nuova Tangentopoli, in grado di azzerare la Seconda Repubblica com’era accaduto con la Prima. Ma non siamo nemmeno alle viste di una soluzione che, una volta adottata, possa essere riconosciuta da tutti come un punto di equilibrio, e perciò stesso faccia cessare lo scontro. Dopo la prova di forza al Senato, adesso, la ricerca di una via d’uscita è in corso alla Camera. Non s’è neppure cominciato, per la verità, e non è detto che si possa arrivare rapidamente a un traguardo. Ma, proprio per questo, ieri Fini è intervenuto, se non proprio per fissare nuove regole del gioco, per proporre, almeno, di provare a tenere un atteggiamento diverso rispetto al problema. Il presidente della Camera veniva da un incontro avuto giovedì con Berlusconi, e per una volta sembrava non parlare in dissenso. La tesi di Fini è che il «giusto processo», dopo la rapida, frettolosa per certi versi, ma non inutile, approvazione in prima lettura, debba ora essere sottoposto a una drastica revisione da parte dei deputati. Una procedura che richiederà tempo, e finirà col fare escludere che la nuova legge possa arrivare in porto prima delle elezioni regionali. Ma che così darà la possibilità di rientrare in gioco a tutte le forze politiche che non intendano mantenere atteggiamenti pregiudiziali. Se Berlusconi rinuncia al diktat, e l’opposizione parallelamente abbandona l’idea di liberarsi per via giudiziaria del Cavaliere e del suo governo, ha lasciato intendere il Presidente della Camera, a Montecitorio potrebbe svolgersi un vero confronto parlamentare come non se ne vedono da tempo.

 

Quella di Fini è un’impostazione ragionevole, a cominciare dall’idea di prendere tempo per consentire a tutti di riflettere. Malgrado ciò - è inutile nasconderlo - sono molte le incognite che si preparano per contrastarla, e poche le possibilità che possa essere accolta. A un’apertura di Casini - che tuttavia resta contrario al «processo breve» ma sarebbe disposto ad appoggiare l’approvazione del «legittimo impedimento» (l’altro testo in discussione, che potrebbe consentire al premier di rinviare le sue pendenze penali) -, non ci sono stati riscontri da parte del centrosinistra. E tra Bersani e Di Pietro - sarà la rincorsa già partita per le regionali - ormai è difficile distinguere. Inoltre, sulla disponibilità del Cavaliere a sostenere l’appeasement proposto da Fini, qualche dubbio rimane: perché Berlusconi si tiene, si tiene, ma poi si fa scappare il piede dalla frizione.

 

La verità che giorno dopo giorno diventa sempre più evidente è questa: la soluzione al problema, aperto da quasi diciassette anni, del riequilibrio tra potere politico e potere giudiziario, è quella che era scritta nella Costituzione e fu cancellata sull’onda della cosiddetta «rivoluzione italiana», l’immunità parlamentare. A suo favore, non a caso, nei giorni scorsi si sono levate anche voci autorevoli come quella dell’ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro e di alcuni giudici di Magistratura democratica. E per il suo ritorno è giacente a Palazzo Madama una proposta di legge bipartisan firmata dai senatori Chiaromonte (Pd) e Compagna (Pdl). In un anno, lavorando seriamente, un’immunità opportunamente modificata potrebbe essere reintrodotta. Non così la legge-tampone, il salvacondotto che nel frattempo esige Berlusconi. E che potrà essere varata, se davvero lo sarà, solo a prezzo di nuove pesanti lacerazioni. MARCELLO SORGI

 LS 23

 

 

 

 

 

L’ex Presidente della Sicilia Cuffaro condannato a 7 anni in appello

 

Favoreggiamento aggravato per avere agevolato la mafia e rivelazione di segreto istruttorio

 

 

Palermo - Salvatore Cuffaro è stato condannato in appello a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato dall'avere agevolato la mafia e rivelazione di segreto istruttorio. L'accusa aveva chiesto una condanna a otto anni. Il 18 gennaio 2008 in primo grado l'ex presidente della Regione Sicilia, ora senatore dell'Udc, era stato condannato a cinque anni in quanto era stata esclusa l'aggravante mafiosa. Per quanto riguarda gli altri imputati, Giorgio Riolo è stato condannato a otto anni (riconosciuto il concorso esterno e non più il favoreggiamento aggravato) e Michele Aiello a 15 anni e sette mesi.

«RISPETTO LA SENTENZA» - «L'ho detto prima e lo ripeto anche adesso che avrei rispettato la sentenza con serenità e lo farò anche adesso». È stato il primo commento alla sentenza di Salvatore Cuffaro. «So di non essere mafioso e di non avere mai favorito la mafia. Da cittadino avverto la pesantezza di questa sentenza, che però non modifica il mio percorso politico», ha aggiunto il senatore Udc. «La corte ha rivalutato il materiale processuale con una meditazione ulteriore che è poi l'essenza del processo di secondo grado», ha commentato il procuratore generale Daniela Giglio, che ha sostenuto l'accusa al processo d'appello.

«LASCIO INCARICHI IN UDC» - Cuffaro ha poi fatto sapere di lasciare ogni incarico nel partito. «Prendo atto però della sentenza della Corte. In conseguenza di ciò lascio ogni incarico di partito. Mi dedicherò, con la serenità che la Madonna mi aiuterà ad avere, alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di giustizia».

INTERDIZIONE PERPETUA - In primo grado Cuffaro era stato anche condannato anche all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, interdizione che però sarebbe scattata solo in caso di conferma del giudizio anche in appello.

LA VICENDA - A Cuffaro la procura contesta il reato di violazione del segreto istruttorio accusandolo di aver fatto sapere al boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, attraverso un suo amico ed ex assessore comunale Udc alla sanità, Domenico Miceli (condannato a 8 anni), che nell'abitazione del boss erano state installate microspie e bruciando in questo modo l'inchiesta. Cuffaro avrebbe appreso dall'ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli, poi eletto deputato regionale, dell'esistenza di microspie sistemate dagli investigatori del Ros nell'abitazione di Guttadauro. La procura sostiene anche che Cuffaro si sarebbe incontrato nel retrobottega di un negozio di Bagheria con Michele Aiello, imputato nello stesso processo con l'accusa di associazione mafiosa e ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano. La versione di Cuffaro è che l'incontro con Aiello riguardava il tariffario regionale, in quanto Aiello all'epoca era proprietario di una clinica di Bagheria all'avanguardia per la cura dei tumori.

FAVA: «SI DIMETTA» - «Le sentenze si rispettano dimettendosi. Totò Cuffaro, diventato senatore della Repubblica per mettersi al sicuro dalla giustizia, è una vergogna per tutto il Paese». È quanto afferma Claudio Fava, coordinatore della segreteria nazionale di Sinistra Ecologia Libertà. Redazione online CdS 23

 

 

 

Il commento. La pretesa immunitaria

 

IL "processo breve" è la ventesima legge approvata nell'interesse di Silvio Berlusconi dai commessi nominati in Parlamento dalla Lega e dal Partito della libertà. È una legge che salva l'Egoarca (morirà il rognosissimo processo Mills, dove è accusato di corruzione). Qualche effetto immediato. La legge sfascia la già malmessa macchina giudiziaria. Non c'è, infatti, nessun contemporaneo provvedimento che asciughi le procedure, depenalizzi i reati, renda più efficiente l'organizzazione giudiziaria, qualifichi le risorse umane e incrementi gli strumenti materiali.

Il "processo breve" impoverisce le casse dello Stato perché si creano condizioni favorevoli alla "casta" (ministri, sindaci, amministratori pubblici) per non risarcire il danno di sperperi e distrazioni. Allontana dalla condanna le società che hanno la responsabilità amministrativa dei reati commessi dal management nell'interesse dell'azienda. Prepara soprattutto un processo ingiusto e diseguale. Lasciate immutati, oltre ogni ragionevolezza, i reati, le procedure e le garanzie processuali, il processo non potrà che avere tempi lunghi. Effetti a lungo termine. Un processo - da un lato, nato per essere dilatato nei tempi e, dall'altro, strozzato nella durata - è uno strumento destinato a diventare superfluo, inutilizzabile, inutile. Soprattutto è un arnese che non potrà essere mai "giusto", nonostante le filastrocche a uso televisivo delle ugole obbedienti. Perché danna i poveri cristi senza risorse e premia chi ha il denaro per pagarsi legulei competenti nell'esplorare i labirinti della procedura. In conclusione, il paese sarà più fragile, insicuro e criminofilo con giubilo dei delinquenti con e senza colletto bianco: c'è finalmente il modo legale per arraffare, arricchirsi, farsi prepotente senza danno, malvivere senza pagare dazio né allo Stato né agli innocenti diventate vittime.

 

Il "processo breve", frutto avvelenato di un'arrogante pretesa immunitaria, è soltanto l'intimidatoria ipoteca che, per ora, Berlusconi lascia sul tavolo. È già accaduto appena ieri, nel 2008. Con un emendamento al decreto sicurezza, il capo del governo si fa approvare la sospensione di un anno dei processi per fatti commessi prima del 1 luglio 2002, la cui pena non ecceda i dieci anni (è il suo caso). La norma manda all'aria centomila processi. Berlusconi l'agita per rendere accettabile come "danno minore" un provvedimento che lo rende immune fino a fine mandato (il "lodo Alfano" sarà approvato l'11 luglio 2008 e bocciato dalla Consulta, perché incostituzionale, il 7 ottobre 2009).

 

Il quadro tattico, in apparenza, non pare diverso in quest'anno di grazia 2010. Distruttivo dell'intero sistema giudiziario, il "processo breve" è il mostruoso sgorbio che dovrebbe convincerci ad accogliere, come riduttivo di un rovinoso danno, un altro provvedimento che, senza umiliare l'interesse collettivo, può ottenere lo stesso risultato: il congelamento dei processi del Cavaliere. E soltanto apparenza. In realtà, in quest'occasione la strategia che si intravede dietro mosse rituali guarda più lontano, è più pericolosa perché vuole essere definitiva.

 

Il "male minore" (per i cittadini, per lo Stato), che dovrebbe salvare l'Egoarca dalle sue rogne giudiziarie, è il disegno di legge sul "legittimo impedimento" (da lunedì alla Camera). È la riformulazione, ancora per via ordinaria e quindi incostituzionale, del "lodo Alfano". La definiscono "disposizione temporanea in materia di legittimo impedimento del presidente del consiglio a comparire nelle udienze penali". Prevede che "costituiscano motivo di rinvio delle udienze gli impegni istituzionali del capo del governo". La norma sarà valida, per "tutti i processi in corso in ogni fase, stato o grado", solo per 12 mesi in attesa di una riforma costituzionale che reintroduca l'immunità parlamentare (già pronta la proposta bi-partisan Chiaromonte-Compagna). Naturale che Berlusconi non si fidi dell'escamotage o della solidità di quel "ponte". Perché dovrebbe vedere garantita la sua salvezza in una legge (il "legittimo impedimento") che oltraggia la Costituzione in attesa che la Costituzione venga poi riscritta per cicatrizzare la ferita? Un pasticcio, come nemmeno un Ghedini potrebbe organizzare. È ovvio che il capo del governo vorrà raddoppiare la sua pressione sull'opposizione, sul capo dello Stato, sulla magistratura, sull'opinione pubblica con l'uno e l'altro dei provvedimenti ("processo breve" e "legittimo impedimento") per ottenere il consenso ad aprire subito (e al diavolo il governo e le difficoltà del Paese) una "stagione costituente" che assegni alle Camere il potere di "disporre, a garanzia della funzione parlamentare, la sospensione del procedimento per la durata del mandato" (così si legge nel disegno di legge Chiaromonte-Compagna).

 

Ora si ascoltano molti pareri favorevoli al ritorno irrobustito dell'immunità parlamentare. Poco male. Allarma che l'opposizione - e anche segmenti di una magistratura stressata e "stanca di guerra" - non si accorgano che la revisione dell'immunità (il Cavaliere deve farsela approvare anche dall'opposizione perché, impopolarissima, non supererebbe il referendum) è nelle manifeste intenzioni di Berlusconi la cruna attraverso cui infilare il cammello della "costituzionalizzazione" di se stesso, dell'anomalia dei suoi interessi confusi e sovrapposti, il congegno per potenziare un potere che immagina limitato da troppi contrappesi (parlamento, ordine giudiziario, capo dello Stato, Corte costituzionale). A Bonn è stato fin troppo chiaro, a questo proposito. È dunque la riforma della Costituzione l'ancoraggio finale di una strategia cominciata oggi con l'approvazione al Senato del "processo breve". L'agenda politica può essere favorevole per il progetto. Dopo le elezioni regionali (marzo), non si voterà per tre anni. Lontano dagli elettori, il sistema politico potrà ritornare sordo e autoreferenziale. Le carte sono già in tavola, se le si vuole vedere. L'Egoarca chiede che la Costituzione diventi strumento di chi governa, Instrument of Government, dispositivo per esercitare il potere. Ci si sarebbe aspettato che, nella sinistra nouveau style, qualche autorevole oracolo ricordasse che la Carta fondamentale della Repubblica è figlia di un costituzionalismo che non l'ha immaginata strumento di governo ma di garanzia contro gli abusi del potere. Al contrario, evocando la "bozza Violante" (fine del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei deputati, Senato federale), le menti soi-disant "realiste" dell'opposizione sembrano convolare verso la linea tracciata dall'Egoarca. Enfatizzano la modernità della "bozza", ne occultano in pubblico il più autentico obiettivo: il rafforzamento dei poteri del premier. Che, una volta immunizzato per sempre, è appunto l'obiettivo dell'Egoarca.

 

Bisogna prendere atto oggi che non si odono voci responsabili che denuncino quanto possa essere pericoloso imboccare questa strada. "Chi ci salverà da Berlusconi, "padre costituente"?", si chiedeva nel 2004 lo storico Sergio Luzzatto. La risposta provvisoria è oggi questa: a livello politico, nessuno sembra aver voglia di salvarci. Chi potrebbe farlo o tace o dissimula le sue intenzioni. Soffiano arie bicamerali e, dopo il voto regionale, infurieranno impetuose, aggressive e libere.

GIUSEPPE D'AVANZO LR 21

 

 

 

 

La sfida della politica

 

Il Senato ha approvato ieri il processo breve, l'ultima legge ad personam studiata per sottrarre Berlusconi ai suoi processi. Una vergogna che non merita neppure più discutere. Se il testo diventerà davvero legge, provocherà disastri nell'esercizio quotidiano della giustizia, e si potrà soltanto sperare che la Corte Costituzionale sia veloce nel rilevare la sua palese illegittimità.

 

In questo giorno poco fausto per le prospettive di giustizia, vale peraltro la pena di affrontare un tema, che, risolto malamente, rischierebbe di compromettere ancora di più il rispetto della legalità nel nostro Paese. È stato ancora una volta Berlusconi a porlo sul tappeto, quando all’attività giudiziaria svolta dai magistrati ha contrapposto, in termini di sfida, la forza che deriva ai politici dall’investitura ottenuta con il voto popolare.

 

Questo tema è stato affrontato qualche tempo fa da questo giornale in un bellissimo articolo di Barbara Spinelli. La conclusione dell'autrice è stata netta: anche l'eletto dal popolo è tenuto a rispettare la legge. Anzi, senza rispetto della legalità da parte di tutti, inclusi coloro che hanno ricevuto l'investitura a governare, non esiste democrazia. Con altre parole, si può affermare che il primato della politica sulla giurisdizione, in uno Stato di diritto, può essere accettato a condizione che non si traduca in un'ingiustificata impunità, dato che il voto dei cittadini non è un mandato in bianco all'esercizio del potere, ma impegna a governare nel rispetto delle regole.

 

In questa prospettiva, fra controllo di legalità e legittimazione popolare non dovrebbe esservi contrapposizione: chi è eletto governa, essendo stato legittimato dal popolo a farlo; se infrange la legge, deve essere tuttavia sanzionato come ogni altro cittadino. Eppure, rispetto a tale ragionevole soluzione c'è, oggi, chi si ribella: sostenendo che non è tollerabile che la magistratura, tramite le sue indagini e i suoi processi nei confronti dei politici, possa interferire senza limiti sulle gestioni pubbliche, rischiando d’inceppare l'attività di governo e di danneggiare, pertanto, gli interessi del Paese.

 

Il dibattito è stato enfatizzato a causa della peculiare posizione del Presidente del Consiglio che, incalzato dalle indagini penali, sta cercando da tempo di assicurarsi spazi personali d'impunità. Ora, tuttavia, non pare sia più, soltanto, problema personale del capo del governo: una parte consistente della classe politica, di maggioranza e d'opposizione, sembra propensa a ripristinare addirittura l’immunità parlamentare, travolta dalle temperie giudiziarie di Mani pulite. Una condizione, si dice, per restituire alla politica la forza perduta e per recuperarne l'indispensabile capacità di decidere.

 

Storicamente, l’immunità parlamentare aveva una sua giustificazione: s'intendeva proteggere il rappresentante del popolo dalle potenziali, temute, «persecuzioni» degli altri poteri e salvaguardare così la sua libertà di agire e di votare. Per questa ragione, e forse anche perché si voleva proteggere il potere legislativo da una magistratura cui si stava concedendo forte autonomia, l’immunità è stata mantenuta nella Costituzione. Peraltro, le Giunte per le autorizzazioni a procedere raramente hanno applicato l'istituto con il dovuto rigore, preoccupandosi cioè di tutelare soltanto i parlamentari vittime di persecuzione giudiziaria; hanno, piuttosto, cercato di salvare chiunque, eletto in parlamento, avesse commesso reati, dando in questo modo corpo, nei fatti, ad una situazione intollerabile di privilegio non giustificato.

 

Ecco perché, oggi, reintrodurre l’immunità suona alle orecchie di molta gente come ripristino di un odioso privilegio. Né le forme nuove d'immunità con le quali una parte della classe politica cerca di ammorbidire l'impatto del ventilato ripristino (si pensi al recente disegno di legge Chiaromonte/Compagna) sembrano in grado di dissipare perplessità e resistenze. Si tratta, comunque, della previsione di «coperture» che intaccano il principio fondamentale secondo il quale tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, si tratti di gente comune ovvero di potenti.

 

Ha ragione, per altro verso, chi rileva che, negli anni, la politica ha perso, ad una ad una, le sue tutele tradizionali e si presenta, oggi, in larga misura priva di adeguate salvaguardie di fronte alle azioni giudiziarie sbagliate o prevaricanti; e soggiunge che, parallelamente, la corporazione dei magistrati ha assunto poteri strabordanti. Il che costituisce un pericolo per la credibilità di entrambi i versanti istituzionali. Si tratta, tuttavia, di stabilire se il riequilibrio debba essere necessariamente realizzato reintroducendo odiose protezioni della classe politica o possa essere conseguito con altri mezzi, e a tutela di tutti i cittadini. Ad esempio, con un criterio diverso di selezione del personale giudiziario, con più adeguati meccanismi di controllo, con maggiore rigore disciplinare nei confronti dei magistrati che sbagliano o prevaricano.

 

Mi ha colpito che nei giorni scorsi un autorevole magistrato, il Procuratore della Repubblica di Venezia Vittorio Borraccetti, abbia sostenuto che, «vista la situazione», la reintroduzione dell'immunità parlamentare potrebbe essere strumento confacente, per consentire che vengano abbandonati i progetti più devastanti che, per salvare a tutti i costi il premier, rischiano di neutralizzare la stessa funzione giudiziaria. Si tratta, evidentemente, della disperazione di chi, di fronte all'apparente ineluttabilità delle cose, cerca di salvare in qualche modo il salvabile. Confido ancora, nonostante tutto, che si riesca ad uscire altrimenti dal difficile groviglio di temi e problemi.  CARLO FEDERICO GROSSO LS 21

 

 

 

 

 

Processo-breve per lui, 500 mln per loro. L'Anm: «È una resa alla criminalità»

 

Pier Luigi Bersani è tornato a criticare il processo breve. «È un tema di discriminazione palese e questo può vederlo chiunque», ha detto il segretario del Pd a margine di un ricordo alla Camera di Paola Manzini. Bersani ha auspicato che nel passaggio del testo dal Senato a Montecitorio «possano risultare più chiari» gli effetti della norma e possa esservi «qualche elemento di valutazione e giudizio in più anche per la maggioranza che deve riflettere». In ogni caso, ha ribadito, «credo che alla Camera combatteremo con forza» contro la legge.

 

Niente mezze misure nemmeno per l'Associazione nazionale magistrati. Scempio penale. «Questa è la resa dello Stato di fronte alla criminalità. Noi abbiamo il dovere di denunciare la gravità delle conseguenze di questa legge». Così Giuseppe Cascini, segretario dell'Anm, commenta su Ecoradio il sì del Senato al processo breve. «Il presidente del Consiglio continua ad avere scarso senso delle istituzioni usando espressioni ingiuriose nei confronti dei magistrati - rileva Cascini - per reagire a questa pretesa persecuzione giudiziaria la maggioranza e il governo decidono di distruggere l'intera giustizia penale in Italia. Si stanno mettendo in discussione le fondamenta dello Stato democratico».

 

Il male principale, secondo il segretario del sindacato delle toghe, «è realmente il tema della durata dei processi. Abbiamo indicato una serie di interventi possibili anche senza investimenti per garantire una migliore funzionalità della macchina giudiziaria. In Italia, purtroppo, ogni volta che si parla di riforma della giustizia vengono fuori solo due temi: le vicende personali del presidente del Consiglio e come fare per dare maggiore potere alla politica per controllare i magistrati. La giustizia che riguarda tutti i cittadini - conclude Cascini - non interessa nessuno».

 

Leggendo con attenzione il decreto passato ieri al Senato, emerge poi un vero scempio contabile. Un mancato incasso per la casse dello Stato che si aggira su centinaia di milioni di euro. Non solo negata giustizia per i cittadini che vedranno dichiarati morti processi ancora non conclusi. Anche un danno erariale di cui, chissà quando, sarà possibile avere un conteggio preciso. Siccome il processo breve prima versione era ad alto rischio di incostituzionalità, proponenti e relatori si sono dati da fare per allargarne il più possibile i campi di applicazione oltre il penale, coinvolgendo anche i reati contabili e le persone giuridiche, la responsabilità amministrativa delle società, quelle di Berlusconi comprese.

 

La verità è che sarebbe più giusto definire il processo breve una norma non per una persona sola (Berlusconi) ma «per la casta» (il copyright è di Gianpaolo D’Alia, Udc), in difesa dei privilegi e degli abusi della casta. I reati contabili, ad esempio. Il Pd sta preparando un’interrogazione parlamentare per sapere nel dettaglio quanti sono i procedimenti davanti ai vari distretti della Corte dei Conti destinati a morire con il processo breve, a quanto ammonta il danno erariale e a quanto il mancato incasso per lo Stato, cioè il risarcimento a cui sono stati condannati i vari amministratori che hanno sprecato e frodato le casse pubbliche. Il senatore Casson ha un dato che parla di 500 milioni di euro di danno erariale (inferiore è la cifra del risarcimento). Angelo Buscema, presidente del sindacato delle toghe contabili, ha avviato un monitoraggio nei vari distretti per avere nel dettaglio i giudizi che da subito verrebbero spazzati via dal provvedimento (decadono i procedimenti se dalla citazione a giudizio sono trascorsi cinque anni senza che si sia arrivati a un giudizio di I grado).

 

Le regioni più interessate sono Lazio, dove pendono giudizi di responsabilità per le consulenze ministeriali e sul caso Rai-Meocci, Lombardia (inchieste su appalti, sanità e assunzioni facili da parte del sindaco Moratti) e Campania dove sono incardinate da più di cinque anni molti giudizi che riguardano i rifiuti. I magistrati contabili spiegano che il problema non è la lunghezza dei loro processi quando il fatto che spesso devono sospenderli in attesa del penale.

 

Tra i sicuri beneficiati dalla norma emerge, in pieno conflitto di interesse, il senatore Giuseppe Valentino, ex di An, che ha un giudizio pendente davanti alla Corte dei Conti del Lazio per una storia di sprechi e consulenze quando era sottosegretario alla Giustizia con il Guardasigilli Roberto Castelli. Bene: Valentino è anche l’autore delle norma, colui che materialmente l’ha scritta per salvare, quindi, se stesso. Altri beneficiati sono lo stesso Castelli (anche lui ha dato una mano a scrivere il testo), gli onorevole Iole Santelli e Alfonso Papa, tutti del Pdl, coinvolti in quella stagione di consulenze facili.

 

Un’altra faccenda che rischia di essere cancellata riguarda l’ex cda della Rai, a maggioranza di centrodestra, che nel 2005 nominò Alfredo Meocci direttore generale Rai pur essendo incompatibile. La Procura regionale della Corte dei Conti ha chiesto 50 milioni a 16 sedici persone tra cui l’ex direttore generale Flavio Cattaneo e l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco.

Tra i beneficiati risultano, al momento, anche il sindaco di Milano Letizia Moratti per un procedimento che ancora una volta riguarda assunzioni e consulenze al comune di Milano. E molti amministratori campani che in questi anni hanno sperperato decine di milioni di euro con il business dei rifiuti.

 

Il processo breve è un’amnistia generale. Non solo penale. Anche, soprattutto, contabile. Per non parlare dei benefici per le società tra cui Telecom (dossier Tavaroli), Impregilo (750 milioni di illecito profitto negli appalti dei rifiuti), la Green holding di Grossi e Italease imputata per omessa vigilanza sui presunti reati commessi da ex manager della banca. Più casta di così. L’U 20

 

 

NORME APPROVATE E POI NON ATTUATE

Fatta la legge non succede nulla

Nel Paese delle 100 mila leggi si fa fatica persino a contarle con esattezza. Nel ’93 la Commissione Cassese ipotizzò potessero essere addirittura 150 mila, il servizio studi della Camera ne individuò 34 mila. Tante, comunque, rispetto alle poche migliaia di Paesi come Francia e Germania. Soprattutto perché il problema non è nel numero delle norme ma nella loro applicazione, che si scontra spesso con la necessità, una volta approvate, di varare ulteriori regolamenti con tempi raramente veloci. Uno dei casi più celebri è quello della legge che avrebbe dovuto permettere la creazione di un’impresa in un giorno, adempiendo a tutti gli atti necessari nell’arco delle 24 ore. Se ne parla da dieci anni.

Nell’estate del 2008 è arrivato il decreto per la piena introduzione dello sportello unico. Lo scorso novembre il «regolamento attuativo» ha ricevuto un primo via libera. Ma il percorso non è finito: dovrà superare l’esame del Consiglio di Stato, e poi un passaggio, per quanto formale, al Consiglio dei ministri. Soltanto allora potrà arrivare in Gazzetta ufficiale. Se tutto procederà senza altre richieste di istruttorie, in primavera la legge inizierà a diventare operativa. La burocrazia è evidente come riduca in modo rilevante il peso del legislatore. Il Codice degli appalti nasce da una direttiva europea del 2004 recepita nel 2006 ma solo nel 2010 si dovrebbe arrivare al regolamento con nuove procedure di aggiudicazione per lavori, servizi e forniture.

Un susseguirsi di false partenze. Per quanto i propositi siano buoni, prevalgono le lungaggini. Certo anche per la natura stessa delle leggi. Le norme indicano gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il problema sta nella cassetta degli attrezzi necessaria per ottenerli. In quella legislazione, successiva al varo in Parlamento, che viene chiamata «servente». Vale a dire le regole pratiche che mettono in grado le strutture di applicare gli articolati. È accaduto di recente con il piano casa varato dal governo all’inizio del 2009 e che prevedeva entro luglio l’adeguarsi delle Regioni. Soltanto a fine anno si è arrivati al traguardo. E solo parziale: mancano Sicilia e Calabria.

Lo stesso governo, peraltro, aveva promesso un contestuale provvedimento per lo snellimento delle procedure edilizie del quale al momento non si ha traccia. Ciò è dovuto sicuramente al fatto che la politica è più concentrata sull’affermare, attraverso una legge, la sua progettualità e quindi la propria capacità di governo. Sopravvalutando così la forza di una norma a scapito di singole azioni di regolazione. Sulla Pubblica amministrazione si sarà alla seconda o terza legge di riforma. E sempre con gli stessi obiettivi di efficienza, produttività e via dicendo. Si sono appena liberalizzati i servizi pubblici locali, ma quando saranno varati i regolamenti attuativi? C’è anche un tema che riguarda la burocrazia e i burocrati.

L’incomprensione tutta italiana del ruolo che ogni singolo ha in macchine complesse come quelle dell’amministrazione pubblica è decisiva nel far arenare i processi. Non si capirebbe altrimenti perché, data una cornice di riferimento nazionale in tema di Sanità, si arrivi poi a produrre servizi più che efficienti in regioni come Lombardia e Toscana e forti disservizi in altre zone d’Italia. È nella tenaglia tra politica, burocrazia e mancato senso di responsabilità individuale che viene soffocata l’efficacia del legiferare.

Daniele Manca CdS 22

 

 

 

 

 

 

Lo spettacolo mal riuscito della politica

 

Sulla scena politica si profila uno scontro istituzionale e costituzionale di portata decisiva. Ma la società civile è assai meno coinvolta di quanto non appaia dall’enfasi, dal fragore, dalla cacofonia della stampa e del circuito mediatico che è tutt’uno con la politica. La società civile precipita lentamente nella depressione e nell’attendismo.

 

In quale grande nazione democratica il premier può permettersi di dire che la giustizia del Paese, che governa, è un plotone d’esecuzione puntato su di lui - senza che si verifichi un soprassalto di indignazione? Invece da noi si reagisce con sarcasmo, con un’alzata di spalle, con cinismo. E molti danno ragione al premier.

 

Vista dall’esterno, la vita politica italiana si muove in tre spazi che hanno un rapporto problematico tra di loro. Per usare la metafora dell’opera teatrale, c’è la scena su cui si rappresenta o si svolge la trama della politica in senso stretto - governo del premier, partiti politici, istituzioni di garanzia costituzionale (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale). Poi c’è la sala del pubblico che talvolta fischia, talvolta applaude identificandosi con gli attori in scena. Ma da qualche tempo ormai sta a guardare perplesso, diffidente, distratto.

 

Nell’opera musicale tra la scena e il pubblico c’è lo spazio intermedio dell’orchestra («la fossa dell’orchestra») che nel nostro caso è occupato dal sistema mediatico di stampa e televisione che accompagna e amplifica la voce dei protagonisti ma anche e soprattutto dà o dovrebbe dar voce al pubblico.

 

Naturalmente qui la metafora funziona poco, perché soltanto qualche audace opera d’avanguardia richiede un’attiva interazione tra scena e pubblico - che quasi sempre finisce in una bagarre. Ma la politica italiana oggi è proprio questo: uno straordinario spettacolo interattivo mal riuscito. Sulla scena c’è zuffa continua, nella fossa dell’orchestra trionfa la cacofonia, in sala crescono l’indifferenza e la depressione.

 

Ma lasciamo le metafore per concentrarci sulla scena politica. È evidente che il governo del premier - chiamiamolo con il suo nome - ha accantonato ogni ipotesi di intesa non solo con l’opposizione ma nei confronti delle istituzioni della Repubblica che non esita a definire pubblicamente ostili - prima fra tutte la magistratura. Questo dichiarato stato di guerra fredda è possibile per due ragioni. Da un lato, la stabilizzazione di un ceto politico devoto e dipendente da Berlusconi al di là di ogni aspettativa. Dall’altro, l’impotenza, anch’essa al di là di ogni aspettativa, dell’opposizione politica. Solo a partire da questi due dati di fatto si può capire l’attuale situazione.

 

Oggi Berlusconi è in grado di compattare attorno a sé, nella sua strategia di autodifesa personale e nei suoi progetti politici, un ceto politico (maggioritario in termini aritmetici) che identifica il proprio destino politico con quello del Cavaliere. È un fatto oggettivamente straordinario che non ha trovato ancora una spiegazione convincente. Questo ceto politico (che è un mix di vecchio e di nuovo) è convinto che la sua fortuna politica dipenda letteralmente e totalmente dalla sopravvivenza politica di Berlusconi. Sin tanto è convinto di questo, seguirà il Cavaliere nella sua guerra contro la magistratura e contro l’intera struttura istituzionale della Repubblica se e quando ostacola i suoi progetti.

 

Ma quello che appare un punto di forza della maggioranza deve diventare il punto di attacco dell’opposizione. Il fuoco del confronto, del dibattito, della dialettica politica va spostato dall’ossessiva concentrazione sulle parole, sulle mosse, sui tic del Cavaliere e va riorientato verso il gran numero dei politici che lo seguono. Sono loro che vanno cercati e sfidati nel confronto sui temi della giustizia e del presidenzialismo. Sanno articolare ragioni e argomenti o sono soltanto ripetitori del Cavaliere?

 

Al momento nessuno sa quale esito avrà lo scontro sulla giustizia che arriverà a toccare i due organi di garanzia per eccellenza del nostro sistema democratico: la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica. Il pessimismo sulla condizione spirituale della nazione (mi si perdoni questa espressione obsoleta nella nostra età volgare) non si spinge al punto da temere o ipotizzare qualcosa di irreparabile a questi livelli. Teniamo fermo l’ottimismo della volontà. Credo che la sfida più insidiosa si presenterà quando sul tavolo della politica compariranno i progetti sul rafforzamento delle competenze dell’esecutivo e le varie ipotesi di presidenzialismo. Occorre arrivare preparati, informati e competenti a quell’appuntamento. È bene che l’opposizione antiberlusconiana si prepari sin da ora. Sarebbe sbagliato e tragico coltivare un atteggiamento negativo e diffidente verso le riforme dell’esecutivo. Sarebbe intelligente giocare d’anticipo.  GIAN ENRICO RUSCONI  LS 22

 

 

 

Anna Finocchiaro: «L'interesse privato è la loro priorità»

 

Una maggioranza senza vergogna, è l’interesse privato del Capo del governo la vera priorità del centrodestra...»

 

Presidente Finocchiaro, con il processo breve siamo al diciannovesimo provvedimento ad personam in ordine di tempo....

«Una sequela ininterrotta che si è perpetuata da un governo Berlusconi all’altro per diverse legislature. Quella attuale è un’operazione a tenaglia: si parte con il processo breve, nel frattempo - alla Camera - si discute il legittimo impedimento, contemporaneamente hanno tentato un decreto legge per ottenere una norma da utilizzare subito nei processi di Milano e, dall’altra parte, si minaccia il Lodo Alfano costituzionalizzato. Tutto questo mentre il Paese attraversa una crisi difficilissima che investe le famiglie, in particolare quelle del Mezzogiorno».

 

Il Parlamento “occupato” dai problemi privati del premier, quindi. Come se ne esce?

«Il Parlamento usato. Con conseguente spreco di tempo e di risorse pubbliche. Il potere legislativo utilizzato per un unico ossessivo scopo: quello di salvare il premier dai processi che lo riguardano».

 

Per il senatore Gasparri il processo breve serve a dare giustizia al Paese...

«Questo provvedimento, in realtà, manderà al macero centinaia di migliaia di processi penali e contabili, con il risultato di danneggiare i conti dello Stato e introdurre principi di irresponsabilità per chi amministra risorse pubbliche. Si produrrà non l’abbreviazione dei tempi del processo, ma in una denegata giustizia. Di fronte a questa obiezione la maggioranza non è riuscita mai a dare risposta. L’unica verità che può affermare, infatti, è l’impellente necessità di salvare il premier. C’è da rilevare, tra l’altro, che con le nuove norme, l’unico interesse dell’imputato colpevole sarà quello di portare avanti il processo il più a lungo possibile. Non avrà alcun interesse, infatti, a chiedere un patteggiamento o un giudizio abbreviato»

 

Dopo il sì del Senato ci sarà, prevedibilmente, anche quello della Camera. Il Partito democratico si opporrà anche nel Paese, fuori dal Parlamento?

 

«Ogni volta che facciamo una battaglia efficace, come quella che abbiamo condotto in Senato, parliamo al Paese. Vorrei dare valore all’impegno parlamentare anche per evitare che venga vissuto, quasi, come un passaggio burocratico. Ci pensano già altri, il governo e la maggioranza, a mettere in mora il Parlamento costringendolo a timbrare decisioni prese dagli avvocati del Presidente del Consiglio, ad Arcore o a Palazzo Grazioli. Nel Parlamento e nel Paese il Pd deve svolgere il proprio ruolo con questa consapevolezza».

 

Individua nel processo breve profili di costituzionalità che possano influire sulle decisioni del Presidente della Repubblica?

«Abbiamo presentato in Senato le nostre pregiudiziali di costituzionalità. La maggioranza ha ripulito un po’ il testo, ma noi continuiamo a mantenere delle riserve. Dopodiché vedremo...».

 

L’ossessione di salvare il premier, come lei la definisce, non rende poco credibile il confronto sulle riforme?

«Le riforme dovrebbero essere varate per arginare una concezione in cui il potere non trova confini e per sbarrare il passo a una prassi costituzionale secondo la quale il Parlamento diventa il luogo della ratifica. Oggi si legifera per decreti legge modificati con i maxiemendamenti, si ricorre continuamente al voto di fiducia. Il Capo dello Stato ha denunciato più volte queste distorsioni. Abbiamo tutto l’interesse di rendere più forte la democrazia italiana con riforme che riescano a restituire forza alle istituzioni e a rendere più agevole il procedimento legislativo. Una grande forza riformista, come la nostra, non può arretrare di fronte all’esigenza di dare al Paese un assetto istituzionale equilibrato e moderno».

 

E c’è il clima giusto, oggi, per ottenere i risultati che lei auspica?

«È ovvio che la maggioranza si assume la responsabilità di un certo clima e su di lei certamente oggi grava un giudizio di inaffidabilità. La prima garanzia di ogni relazione positiva, anche di quella politica quindi, è il riconoscimento e il rispetto reciproco. E se andranno avanti con questo andazzo tutto potrebbe complicarsi, malgrado avverta come impellente la necessità delle riforme. Per fare riforme utili al Paese ci troveranno sempre pronti, non ci troveranno pronti per fare ciò che hanno fatto oggi (ieri, ndr.) al Senato»

 

La parola confronto evoca immediatamente il fantasma dell’inciucio, a maggior ragione in rapporto a una maggioranza “ossessionata” dai processi del premier...

«Sbaglia chi accusa d’inciucio coloro che vogliono le riforme. Non si capisce che, in questo momento, stare fermi significa consentire che si affermi una gestione del potere che punta a stravolgere la stessa regola costituzionale».

Ninni Andriolo L’U 21

 

 

 

 

Di riforme si parla sempre ma non si fanno

 

Continuano invece critiche e polemiche. Eppure sono necessarie per vincere la crisi e metterci alla pari degli altri Stati Europei

 

   “Le questioni che si profilano in ogni campo all'inizio del nuovo anno richiedono un impegno di più pacata e costruttiva riflessione, un maggior senso del limite e della responsabilità. E' così che potranno essere superate molte difficoltà”. Il 31 dicembre, il Capo dello Stato concluse con queste parole il suo discorso nel quale, con toni pacati, invitava la classe politica e giornalistica ad affrontare i problemi del momento, in particolare i temi delle riforme, in “un clima più sereno e costruttivo”, il solo che permette di realizzare veramente le innovazioni di cui il Paese ha bisogno. Già a novembre aveva messo il dito nella piaga, Napolitano, esortando ad una minore aggressività e rilevando l’eccesso di toni, spesso violenti, a mo’ di “guerra civile con l’arma del gratuito insulto” che non giova al Paese “che deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale”.  

   Che non sono pochi e che fanno sì che l’Italia risulti mal messa nei sondaggi mondiali: sull’esosità del fisco (circa il 45% contro una media europea del 39,8) e relativa alta evasione fiscale; sul totale del debito pubblico (1.752,2 miliardi di euro); sulla lunghezza, dovuta al bicameralismo perfetto, delle procedure parlamentari; sul numero eccessivo di deputati (630) e senatori (315); sui tanti privilegi di cui godono; sul ridotto potere del Capo di Governo; sulla scarsa istruzione scolastica ed universitaria; sulla proliferazione di Enti pubblici (20 Regioni, 110 Province, 8100 Comuni!) e connessi ingenti costi; sull’arretrato giudiziario (5.5 milioni di cause civili, 3.2 milioni delle penali) e la lentezza dei processi (in media, 10 anni!); sull’obbligatorietà dell’azione penale con conseguente discrezionalità dei Magistrati.

    Problemi che richiedono modifiche, istituzionali, economiche e sociali, dalle quali la Penisola ha solo da guadagnare. Se ne parla da decenni, senza risultati: a parole sembrano tutti più o meno d’accordo, ma o non si fanno o le si fa poi annullare da un referendum (riforma del Parlamento del novembre 2005). Ora Berlusconi promette: “Il 2010 sarà l'anno delle riforme. Partiremo con quella della giustizia, proseguiremo con la scuola e soprattutto con un programma di riforma fiscale per ridurre le tasse”. Ed avverte l’opposizione: “Spero che gli altri collaborino; altrimenti andremo avanti da soli”.

   Immediate le polemiche: Di Pietro ritiene che “in un Paese normale e in un momento di profonda crisi economica come quella che sta attraversando l'Italia, le priorità dovrebbero essere invertite”; ed afferma, con tono aggressivo: “che anche in questa Legislatura ci sono troppi parlamentari in conflitto d’interessi con la giustizia, direttamente o indirettamente. Affidare a questo Parlamento, così composto, le riforme in materia di giustizia sarebbe come affidare a Dracula la gestione del pronto soccorso”. Concorda Casini, leader dell'Udc, sia pure in termini più garbati: “C'e' una questione sociale che riguarda il lavoro e le famiglie che va affrontata, come il tema degli ammortizzatori sociali”, e richiede, per il rinnovo della Costituzione, “una sede legittimata dal Parlamento”. Il Pd promette una collaborazione fattiva sulle modifiche del Parlamento, compresa l'elezione diretta del Capo del Governo, ma a patto che “Berlusconi rinunci a presentare leggi ad personam” (Processo breve, approvato in Senato il 20 scorso; modifica delle norme istitutive del Consiglio Superiore della Magistratura; obbligo del giudice a riconoscere ai Ministri l’impossibilità a partecipare alle udienze). Perfino l’alleato Tremonti frena sulla riduzione del fisco che “non può prescindere da una serie di vincoli, a partire dal debito pubblico, e dalla necessità di combinarla con il federalismo fiscale”.

   Per inquinare vieppiù il clima, c’è anche chi prospetta di ripristinare l’immunità parlamentare; di modificare la legge elettorale (abolizione delle liste bloccate) e i referendum: alzando il numero delle firme (da 500.000 a 1 milione), chiedendo il giudizio di ammissibilità della Consulta prima della raccolta delle sottoscrizioni, abbassando o annullando il quorum dei votanti. Manca invece, nel programma riformistico ideato da maggioranza ed opposizione, un disegno di legge che riduca i privilegi delle diverse “caste” istituzionali, che, contrariamente ad altri settori, ci vede sempre in testa nelle classifiche europee. Non solo: è stato rinviato al 2011 il “Codice delle autonomie”, presentato dal Ministro Calderoli e già approvato dal Consiglio dei Ministri, che prevedeva la riduzione del 20% (50.000 in totale) dei consiglieri ed assessori provinciali e comunali, con un risparmio di 213 milioni di euro.

   Impossibile illustrare qui tutte le proposte di legge che, tra l’altro, spesso risultano incomprensibili per i non addetti ai lavori; gli interessati possono trovarne i testi su Internet. Legittimo condividere o meno le critiche, spesso dettate da antiberlusconismo ad oltranza, e le prese di posizione della maggioranza o dello stesso Berlusconi sottoposto, in 15 anni, ad oltre 100 processi. Ma che la Giustizia italiana sia politicizzata e lenta è indiscutibile: per fare solo due esempi, si veda il caso Craxi, su cui la Corte di Strasburgo sentenziò la violazione del “diritto ad un processo equo”; o quello di Calogero Mannino, l’ex ministro Dc accusato di mafiosità e assolto dopo 17 anni e 23 mesi di arresti! Favorirà il Capo del Governo, la legge sul processo breve, testé approvata in Senato, ma che sia necessaria lo dimostrano le circa 500 cause giudiziarie che vanno già quotidianamente in prescrizione. Difficile, in fase di crisi economica, abbassare le tasse, ma inaccettabile che gli Italiani ne paghino 1843! (vedi Libero del 18-19-20 gennaio 2010) Migliorabile forse la riforma scolastica della Germini, tuttavia più vergognoso appurare che laureati in legge non superino lo scritto di un concorso (recentemente a Viterbo) per i troppi errori di grammatica, sintassi ed ortografia. Stando così le cose, c’è solo da dire “Povera Italia”. Ed augurarsi che qualcosa, finalmente, cambi.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

MAPPE

Il Pd, un partito senza fissa dimora

di ILVO DIAMANTI

 

Il clima d'opinione è grigio. Economia e lavoro. Politica. Anche la fiducia nel premier e nel governo, passata la benefica onda emotiva prodotta dall'aggressione a Milano, un mese fa, si è ripiegata.

 

Senza, peraltro, che l'opposizione ne abbia tratto vantaggio. Il Partito Democratico, in particolare. Nelle stime elettorali naviga intorno al 30%. Un po' sotto, per la verità. È sceso, rispetto a qualche mese fa. L'elezione di Bersani l'aveva rafforzato. Ragionevole e competente, guardato con simpatia anche dagli elettori di centrodestra. Poi, la sospensione delle ostilità interne: non c'erano più abituati gli elettori del Pd. Così la nave del Pd aveva ripreso il suo viaggio.

 

Oggi, all'avvio della campagna che conduce alle elezioni regionali di fine marzo, sembra essersi incagliata di nuovo. Senza una rotta. Senza una bussola. Le stesse primarie per scegliere i candidati stanno frenando il Pd. Ciò è significativo, visto che le primarie sono, al tempo stesso, "mito e rito fondativo" (la formula è di Arturo Parisi) del Partito Unitario di Centrosinistra. L'Ulivo di Prodi, dapprima, e, quindi, il Partito Democratico di Veltroni. Diversi modelli di un comune progetto politico e istituzionale: maggioritario e bipolare. La risposta di centrosinistra al modello imposto da Berlusconi.

 

Oggi le primarie sembrano, invece, un'arena dove regolare i conflitti interni al partito e alla coalizione. Perlopiù, un ostacolo di fronte ai disegni del gruppo dirigente del partito. D'altronde, è difficile ricorrere alle primarie se si privilegia l'alleanza con l'Udc. Che ha fatto del proporzionale una ragione di vita. E che, comunque, non avrebbe una base elettorale adeguata a imporre i propri candidati in una consultazione popolare. Più in generale, è arduo cogliere una strategia coerente nelle scelte del Pd, in questa fase. Quasi dovunque il partito appare diviso. In contrasto al proprio interno e con i dirigenti centrali. Spesso incapace di decidere. Nel Lazio si è piegato - senza discussioni - all'autocandidatura della Bonino. Non proprio in accordo con l'intenzione di accostarsi alle componenti cattoliche moderate e all'Udc. In Puglia, invece, oggi le primarie celebrano lo scontro - più che il confronto - tra Vendola e Boccia (trainato da D'Alema). Divisi su molti temi. Non ultimo l'intesa con l'Udc. Anche a Venezia la scelta del candidato sindaco avviene in un clima acceso. Da vicende personali e dalla questione del rapporto con i moderati. Insomma, le primarie, invece di mobilitare e unificare gli elettori del Pd e del centrosinistra intorno alla ricerca di un candidato comune, si stanno trasformando in una resa dei conti.

 

 

Il Pd nazionale non sembra, peraltro, capace di regolare le scelte assunte in ambito regionale. Semmai, le complica ulteriormente. Somma le proprie divisioni a quelle locali. Rischia, così, di affermarsi un "modello balcanizzato", come l'ha definito Edmondo Berselli. Ciò avviene perché il Pd resta sospeso in una zona d'ombra. A metà fra la tentazione - implicita e inconfessa - di rifare il "partito di massa" fondato sulle appartenenze e sull'apparato. E l'imperativo - esplicito - di costruire il "partito dei cittadini", maggioritario e bipolare. Il percorso congressuale ha accentuato questa incertezza. Dapprima, la lunga sequenza dei congressi a livello territoriale ha mimato il "partito di iscritti". Le primarie, poi, hanno evocato il modello americano, che coinvolge elettori e simpatizzanti. Bersani è stato eletto da entrambi i modelli di partito. Avrebbe potuto, sfruttando la legittimazione conquistata, imprimere una svolta chiara al Pd. Indicare un progetto, definire un programma, con obiettivi chiari. Ai "suoi" elettori, anzitutto. Fin qui non l'ha fatto. Anche se continua a riscuotere ampia fiducia personale, mentre il Pd perde consensi. Una contraddizione significativa. Riflesso dell'incerta identità del Pd, ma anche di una leadership personale ancora incompiuta. Bersani, infatti, è simpatico a molti, non solo a sinistra, anche perché le sue parole non fanno male. Non segnano confini netti.

 

Non marcano appartenenze né differenze chiare. Nello stesso Pd, dove emergono posizioni diverse e talora contraddittorie, ad esempio: sui temi della giustizia e dell'immunità. E ciò lascia trapelare il dubbio che le decisioni importanti vengano prese altrove, da altri. I soliti noti. Magari è una scelta meditata. Ha deciso di non decidere, di lasciare in sospeso le scelte strategiche, in vista di tempi migliori. Per non tradurre le divisioni interne in fratture. Ma allora meglio dirlo apertamente, per non passare da debole. In-deciso.

 

Insomma, il Pd oggi è un partito in grado di aggregare il 30% dei voti. Ma non dà speranza. Gli riesce difficile allargare i propri consensi. (E perfino tenere quelli che ha). Da solo ma anche attraverso alleanze. Perché non dice chi è, cosa intende fare e insieme a chi. È un ibrido. Forse: un equivoco. Un partito di massa senza apparato, con una debole presenza nella società e un ceto politico resistente. Al centro e in periferia. Un partito americano provincialista. Senza territorio ma condizionato dalle oligarchie locali. Un partito americano all'italiana.

 

Parla un linguaggio difficile da capire. Anche perché non ha un vocabolario e neppure un sillabario. Non sa gridare uno slogan che risuoni forte nell'aria. Non ha una bandiera riconoscibile, dai sostenitori e dagli avversari. Le parole che usa hanno perso il significato di un tempo. Come il "riformismo". Oggi che le riforme le vogliono tutti. A partire dal premier e dal centrodestra, che pensano alla giustizia, al "legittimo impedimento" e al presidenzialismo. Il Pd: quali riforme vuole? E quali "non" vuole? Detti la sua agenda. Dica due o tre cose "memorabili". Che restino nella memoria.

 

Le primarie che si svolgono a partire da oggi e le elezioni di marzo, per il Pd, sono un'occasione importante. Importantissima. Da non perdere. Per non perdersi definitivamente. Ma chi lo guida deve tracciare un orizzonte. Che vada oltre i prossimi tre mesi. Per non rischiare che il Pd venga percepito come un partito provvisorio. Soprattutto dai suoi elettori. LR 24

 

 

 

 

 

Il futuro del Paese. La sfida della scuola e la questione nazionale

 

Su un importante campione dei temi di maturità del 2007, circa il 58% conteneva errori gravissimi di grammatica, sintassi, organizzazione logica e persino di ortografia, insomma da bocciatura senza appello; mentre soltanto il 20% dei temi era stato valutato insufficiente negli esami di stato. Non soltanto questo dato - che conferma quel che qualsiasi docente universitario constata misurandosi con gli studenti che la scuola gli consegna - non ha ricevuto l’attenzione che merita. Non soltanto i riformatori che hanno fabbricato la scuola che produce questi risultati continuano a far finta di nulla riproponendo imperterriti i loro modelli. Ma molti commenti attorno all’episodio di Noventa Padovana sono stati improntati a uno sprezzante fastidio: la cosa più importante sarebbe il recupero delle tradizioni locali, chi se ne importa dell’ossessione per la lingua italiana. C’è chi crede che si possa costruire un futuro basato sui dialetti e l’inglese; non capendo che, se è possibile che un futuro lontano riservi una realtà sociale e linguistica diversa, per ora, e per un bel pezzo, la forza culturale, scientifica e tecnologica di un paese poggia, e poggerà, sugli stati nazionali.

Ho fatto di recente un viaggio in Sud Africa e mi ha colpito il fatto che un paese uscito da pochi anni da drammi epocali, e che ne porta i segni tangibili, sia proiettato verso un futuro di costruzione unitaria che non si attarda alle recriminazioni, per quanto giustificate. “Proudly SouthAfrican”, orgogliosamente SudAfricano, si legge dappertutto. Invece da noi si sta preparando il ricordo dell’Unità d’Italia in un’orgia autodistruttiva di svalutazione di quel fatto storico e di recriminazioni virulente (dopo 150 anni!) per eventi incomparabili con l’orrore dell’apartheid (durato fino a pochi anni fa). È legittimo ripensare storicamente l’Unità d’Italia, ma la storia la fanno gli storici e non, a colpi d’accetta, sindaci che cancellano la dedica di piazze a Garibaldi, mentre resta l’intitolazione di vie e scuole a personaggi ben più discutibili come Palmiro Togliatti o Nicola Pende. Invece di far storia con le delibere e gli occhi volti al passato e con sterili recriminazioni, non sarebbe meglio occuparsi di costruire il futuro con spirito “proudly Italian”?

Se siamo qui a parlare del futuro del paese e a paventarne il declino è perché il punto a cui siamo giunti lo dobbiamo proprio al processo che è di moda denigrare. Mi limito a un breve accenno sul tema della scienza. L’Italia è stata il primo paese a creare un’accademia delle scienze (l’Accademia dei Lincei), che però ha dovuto subito chiudere i battenti proprio perché non sostenuta da uno stato nazionale, mentre le accademie scientifiche di punta si affermavano nelle grandi nazioni europee come la Francia e l’Inghilterra. A metà dell’Ottocento, l’Italia, malgrado i suoi Galilei e Volta, era un paese scientificamente marginale, senza accademie e università di rilievo, senza un sistema di istruzione moderno, con una cultura scientifica parcellizzata e irrilevante. Nel Settecento, neanche il Regno di Piemonte era riuscito a trattenere uno dei più suoi grandi matematici, Lagrange, trasferitosi a Parigi. Le cose cambiarono in pochi decenni, dopo l’Unità, per merito di un manipolo di scienziati che studiarono e importarono i grandi modelli europei, per merito di personalità come i matematici senatori Luigi Cremona - ministro dell’istruzione e fra i creatori delle scuole di ingegneria - e Vito Volterra, fondatore di tutte le principali istituzioni scientifico-tecnologiche del paese, a partire dal Consiglio delle Ricerche. A fine Ottocento, l’Italia era al terzo posto mondiale in matematica e si stava affermando nella fisica al punto che la fisica nucleare moderna, con Fermi e i suoi colleghi, sarebbe stata una creazione italiana e grandi risultati sarebbero stati ottenuti in biologia, come mostra il fatto che i grandi Nobel della biologia molecolare moderna sono in gran parte allievi della scuola di Giuseppe Levi. Questo è accaduto perché un governo nazionale ha sostenuto questa impresa e ha deciso di creare un sistema di istruzione moderno e unitario. Ed è accaduto perché l’Italia disponeva già di un patrimonio che poche altre regioni del mondo avevano: un lingua unitaria che permetteva la comunicazione al di là della frammentazione dei dialetti, ed una lingua sostenuta da una delle culture più importanti del mondo.

Ripeto: se noi oggi possiamo discutere di rischi di “declino” di un paese che ha una posizione mondiale di tutto rilievo, e di come porvi rimedio, è perché abbiamo raggiunto questa posizione grazie a quanto fatto durante il processo unitario. Ancor più rapidamente possiamo ritornare a una condizione di assoluta marginalità se ci accingiamo a distruggere quel che abbiamo costruito non comprendendone il valore e anzi svalutandolo irresponsabilmente. Nessuna persona seria può disprezzare le tradizioni locali e i dialetti, che debbono essere preservate e valorizzate come elemento importante delle nostre radici culturali. Ma l’idea di studiare la fisica in friulano o in inglese e la storia in siciliano o in inglese, marginalizzando la lingua che viene appresa in modo naturale in famiglia, tanto più dopo che decenni (anche di opera meritoria della televisione) l’hanno consolidata sempre di più come tessuto unitario del paese, è irresponsabile e autodistruttivo. Un paese di dialetti per la vita quotidiana e di inglese per le comunicazioni professionali non è soltanto un’idea velleitaria, perché le mutazioni linguistiche sono processi storici lenti che non si prestano facilmente ad essere forzati; ma prospetta un futuro di drammatico declino culturale e di subordinazione scientifico-tecnologica.

Perciò non si tratta di stracciarsi le vesti per la vicenda veneta, quando di preoccuparsi - e molto - per la scarsa attenzione al sondaggio dell’Invalsi e dell’Accademia della Crusca che, nel divario con gli esiti dei giudizi effettivi, mostra in quanto poco conto venga tenuto l’apprendimento della lingua. Come ha osservato la professoressa Elena Ugolini, commissaria dell’Invalsi, quei risultati non mettono in luce soltanto povertà di pensiero, ma assenza di strumenti basilari di logica e di espressione: “ragazzi così che futuro possono avere?”. Questa è l’emergenza cui la scuola deve far fronte e che deve essere percepita da tutti come una questione nazionale, assieme a quella dell’analfabetismo matematico. Sono emergenze cui non si fa fronte con escogitazioni di metodologia didattica o burocratico-aziendalistiche, come il programma Merito e Qualità per la matematica improvvidamente varato dal Ministero. Bensì comprendendo che è sui contenuti dell’insegnamento che si vince la scommessa. E questo, nel caso dell’italiano, significa ovviamente studiare la lingua ma anche abituare e appassionare gli alunni alla ricchezza e alla complessità dell’espressione linguistica acquisita attraverso la lettura dei testi letterari. Insomma, rammentando una buona volta che uno dei compiti principali della scuola è la trasmissione della cultura. IM 23

 

 

 

"Ponte, la Corte dei conti ha smascherato il grande bluff"

 

L'associazione che combatte la realizzazione dell'opera sullo Stretto rimarca "la stroncatura su tutti i fronti" dello scorso dicembre: "Dati economici incongruenti, devastante impatto ambientale. E nel frattempo capitano disastri come quello di Giampilieri"

 

REGGIO CALABRIA - "La Corte dei conti, lo scorso dicembre, ha confermato alcune delle tesi sostenute dal Movimento No Ponte in questi anni: l'incongruenza dei dati economici, una stima disinvolta dei traffici nello Stretto che dovrebbero giustificare l'operazione del project finance, l'azzardo ingegneristico che penserebbe a una campata unica di quasi il 40% più lunga della maggiore mai realizzata, il devastante impatto ambientale". E' quanto afferma la Rete No Ponte che per martedì prossimo 26 gennaio ha organizzato a Villa San Giovanni un incontro dell'associazione.

 

"Insomma, una stroncatura su tanti fronti - prosegue l'associazione - che meriterebbe una seria messa in discussione di tutta l'operazione ponte. La reazione dell'amministratore delegato della Stretto di Messina, Ciucci è stata quella di rassicurare sul prosieguo di questo grande bluff. Tutto questo avviene mentre le vere priorità del territorio, quelle manifestate in piazza il 19 dicembre a Villa San Giovanni, rimangono ancora disattese e inascoltate. Gli sfollati di Giampilieri continuano a scendere in piazza per protestare non avendo ancora ricevuto garanzie sulla messa in sicurezza del paese".

 

Secondo la Rete, "in un periodo di crisi e di risorse scarse, si dovrebbero scegliere le priorità. Perciò, esprimiamo la propria solidarietà al movimento No Tav. Ancora una volta dalla Valle di Susa ci arriva un messaggio forte e chiaro: soltanto attraverso la mobilitazione popolare si può impedire la svendita dei nostri territori, ci si può opporre a quel modello di sviluppo che ci vogliono imporre, fatto di grandi opere e devastazioni ambientali. In questi anni abbiamo visto come il ponte sullo Stretto, la Tav, il Mose, gli inceneritori, i rigassificatori e tutte le opere inutili che vogliono imporci, sono solo delle 'mucche da mungerè, buone a trasferire i soldi pubblici nelle tasche delle solite lobbies".

 

L'associazione ricorda Franco Nisticò, colto da malore e poi morto mentre parlava sul palco durante una manifestazione il 19 dicembre: "Prima di lasciarci in quel maledetto giorno, ha urlato: 'Solo la lotta porta risultati!'. Oggi i No Tav ne sono l'esempio. Questo Governo ha scelto di concentrare tutte le risorse a disposizione nel 2009 in 6/7 grandi opere. Niente di più facile, adesso, che riversino i soldi a disposizione nella ri-progettazione del ponte, magari dando in obolo qualche opera compensativa a Messina. Tanto per loro l'importante non è finire. Ma anche noi continueremo con il nostro impegno". Lasicilia 21

 

 

 

 

Andria, è qui la nuova Rosarno

 

Un immigrato raccoglie le olive. I disperati: centinaia di clandestini raccolgono olive per tre euro l'ora – di NICCOLO' ZANCAN inviato ad Andria (Bari)

 

Alle tre di sabato pomeriggio sono gli unici a lavorare. Li vedi passare su motorini fuori mercato e senza targa, ridipinti di verde come le campagne che attraversano. Zidane e Nadir viaggiano insieme. Guanti, berretti di lana, denti guasti, hanno già fatto molto. Ora si tratta di stare in bilico, accendere il motore, abbracciarsi e tenere i sacchi fra le gambe, fino al frantoio. Sei ore di raccolta, 100 chili da consegnare, diciotto euro di guadagno a testa. Dei lavoratori in nero, sfruttati e lasciati a dormire al gelo, ai margini delle nostre città, forse sono al gradino più basso.

 

In attesa della chiamata per i carciofi, raccolgono olive di seconda scelta. Olive di «cascola», cadute dagli alberi, destinate a marcire o a diventare olio chiaro (non extravergine). Ma questo, davvero, a Zidane e Nadir non può interessare. Sono lì che viaggiano in gara con altri fantasmi - in tutto 1.800 persone secondo la Caritas - spazzini delle campagne. Sono gli ultimi sacchi, questi. Le ultime file di motori scarburati lungo via Corato. Alle 5 di pomeriggio scompaiono. Si ritirano dentro baracche e case abbandonate - rifiuti, topi, falò - con gruppi di cani randagi intorno e un senso di irreparabile sconfitta: «Ho sbagliato tutto - dice Zidane - finché riuscivo a vendere cartoline davanti alla fontana di Trevi pensavo bene dell’Italia. Guadagnavo anche 30 euro al giorno. Adesso è uno schifo, sto male, non voglio più questa vita. Ma non posso tornare a Casablanca con meno soldi di quando sono partito».

 

Nulla di nuovo da segnalare, 436 chilometri a nordest di Rosarno. «La cosa che mi fa infuriare - dice don Geremia della casa d’accoglienza Santa Maria Goretti di Andria - è l’ipocrisia. Le voci scandalizzate che arrivano sempre dopo, quando è troppo tardi». In effetti, vista da qui, l’Italia non sembra un Paese che ami coltivare la memoria, nemmeno sul breve periodo. Basta pensare alla storia di Salah Bensada, 39 anni, marocchino, morto assiderato dopo una notte più dura delle altre, fra le baracche degli uliveti. Era dicembre 2007, quattro giorni a Natale. I volontari del centro di accoglienza lo avevano quasi salvato: «Gli abbiamo fatto un doccia calda - ricorda suor Susanna - Salah si lamentava, faceva spavento, non sentiva più le gambe». Il peggio però è venuto dopo. Quando è rimasto per undici ore nelle sala d’aspetto dell’ospedale di Andria, prima di essere visitato. Un fatto per cui, proprio in questi giorni, la procura di Trani sta decidendo se rinviare a giudizio tre medici.

 

«Ogni notte è così», dice don Geremia, 42 anni, faccia spigolosa da indio, telefonino che squilla in continuazione, un prete poco canonico. Spiega: «Abbiamo solo otto letti. Quindi decidiamo della vita e della morte». Gira su un’auto scassata con i suoi volontari, offre pasti caldi, ricovera i casi più gravi. Cerca, soprattutto, di evitare che la sofferenza divampi. «Quest’anno sono successi due fatti nuovi. Primo: sono arrivati molti immigrati dal Nord Italia, ancora con il permesso di soggiorno, ma licenziati per la crisi. Secondo: ai braccianti romeni, magrebini, centrafricani, iracheni e sudanesi, si stanno aggiungendo nuovi poveri italiani. Ed è proprio questo un punto di attrito delicatissimo, su cui dobbiamo vigilare tutti. Si rischia il macello».

 

Razzismo, no. Non ancora, almeno. Silenzio, vite separate. Altri caporali, con altre regole: «Qui usa chiedere ai braccianti romeni di poter usufruire delle grazie delle loro mogli». Cioè, don Geremia? «Sesso per assicurarsi la chiamata sui campi». L’anno di lavoro ha poche pause: olive, olive di seconda scelta, carciofi, ciliege. Ad Andria arriveranno altri morti nell’indifferenza generale (c’è solo Telenorba a raccontare questo pezzo di Puglia). Magari un motorino in mezzo alla strada classificato come incidente, magari il tunisino Abderrahim che ha un tumore al cervello e il lato sinistro del corpo semiparalizzato. E intanto, in qualche modo, raccoglie. O magari Mansur, un esempio di quanto le parole possano essere vuote. Settant’anni, da 20 in Italia, dialetto andriese impeccabile, non è mai stato in carcere, non ha mai avuto il permesso di soggiorno e continua a lavorare qui. In nero.

 

«Sono dei poveri cristi», dice un grossista della zona di Quarto Di Palo. Che poi aggiunge: «Gli stranieri fanno tutto quello che gli italiani non si sognano più di fare». Racconta l’altro pezzo della storia: «Da anni la Toscana sta facendo miliardi con le nostre olive. Loro imbottigliano e basta. Ma dietro al business dell’olio, adesso ci sono nuovi sistemi. Stanno ammazzando il nostro prodotto. Pagano sempre meno. Così, a mia volta, devo pagare meno i raccoglitori. Ora il trucco è questo: fanno arrivare le olive dalla Tunisia, attraverso la Spagna e con un giro di carte, di false fatturazioni, le certificano come italiane». Il lavoro del tunisino Mansur deprezzato dalle olive della sua terra.

Il sindaco di Andria, Vincenzo Zaccaro, 42 anni, eletto con la Margherita, non ricorda i dati salienti del territorio, ma è fiero «della sinergia con la Disney». Ovvero? «Quantitativi importanti del nostro olio finiscono nei centri della loro catena». Le olive raccolte da Zidane nelle insalate di Eurodisney.  LS 24

 

 

 

La Catena di san Libero. Non consideriamolo normale

 

La pulizia etnica di Rosarno, cioè l'allontanamento forzato, con la minaccia delle armi e per opera della 'ndrangheta, di tutti gli individui di pelle scura da un dato territorio della Repubblica Italiana, è stata una notizia per due giorni. Al terzo giorno dei fatti di Rosarno si parlava:

    - al quinto posto, nella gerarchia degli argomenti, su www.repubblica.it;

    - al sesto posto sul www.corriere.it;

    - in modo analogo su tutti gli altri siti giornalistici "ufficiali".

    Una settimana dopo le prime fucilate e sprangate contro i neri, cioè, gli italiani erano già ridiventati "brava gente" e, la situazione era, come si dice, tornata "sotto controllo". A Rosarno c'è stata addirittura una manifestazione ufficiale, gestita dalla 'ndrangheta, per dire che i rosarnesi non sono razzisti. Uno striscione contro la mafia, portato dalle ragazze del liceo, è stato fatto chiudere dagli organizzatori.

    Nessuno degli organizzatori o partecipanti alla manifestazione eversiva, per quanto ci risulta, è stato arrestato. Né lo è stato alcuno degli organizzatori e esecutori del pogrom, che è stato una vera e propria ribellione, penalmente perseguibile, contro i poteri dello Stato. Nei primi anni Settanta, sempre in Calabria, la molle prima Repubblica mandò poliziotti e soldati a stroncare, volente o nolente, il "boia chi molla". Ma erano altri tempi e c'era ancora uno Stato.

    Tutto ciò è vergognosissimo per i funzionari di polizia, per gli ufficiali dei carabinieri e per tutti coloro che, avendo giurato fedeltà allo Stato, in effetti l'hanno tradito lasciando che il potere statale venisse violentemente usurpato, in quei giorni e in quei luoghi, dai boss mafiosi.

    A loro parziale discolpa sta il fatto che gli ordini erano quelli: il governo non era interessato a esercitare la sua potestà, delegandola di fatto - per clientelismo politico e solidarietà ideologica - ai mafiosi. Un piccolo otto settembre, con tutto il suo corredo di piccole vigliaccherie, di prepotenze senza sanzione, di "tutti a casa". Ma anche di isolati atti di coraggio: gli abitanti di Riace hanno invitato i perseguitati a rifugiarsi nel loro comune, salvando col loro gesto la malridotta dignità calabrese.

    Anche su Rosarno, come su tutto il resto, il popolo italiano ha iniziato il rassicurante dibattito di rimozione. Calabresi e siciliani hanno dimenticato gli orrori da loro portati in altri paesi (altro che qualche disordine dei neri di Rosarno): decine di migliaia di ragazzi assassinati in tutto il mondo dalla loro eroina; la mafia sanguinosamente introdotta in paesi, come l'Australia o il Canadà, che mai ne avevano sentito parlare; eppure né gli australiani né i canadesi - popoli civili - hanno cacciato siciliani e calabresi. Su questo dovremmo meditare profondamente, e provare anche vergogna.

    E' difficile in questo momento gravissimo proporsi altri obbiettivi che non siano il ripristino dei poteri legittimi su tutto il territorio della Repubblica e la liberazione dall'occupazione militare delle mafie: perché di questo si tratta e non di altra cosa.

    In essa, il governo è collaborazionista col nemico. E buona parte della classe politica, o per azione o per inazione, gli tiene mano.

    Non c'interessano le loro opinioni su ogni altra cosa, finché questa situazione dura. Siamo in un'emergenza non inferiore a quella del dopoguerra, paghiamo prezzi altissimi e più alti ancora ne pagheremo (basti pensare al ruolo dell'Italia nella comunità delle nazioni, a quell'essere ributtati nel ruolo dell'Italian Fascist ridicolo e feroce).

    Davvero quel che chiamate politica è politica? Che problemi concreti si stanno risolvendo, o perlomeno affrontando, uno solo? Ci sono altre forme di politica reale, qui e ora, che non siano in un modo o nell'altro riconducibili a una ribellione?

    C'è una guerra civile a bassa intensità, dei ricchi contro i poveri e dei poveri fra di loro. Assume nomi e colori differenti, fra nord e sud, fra "italiani" e "stranieri", ma è sempre sostanzialmente la stessa. Nasce dall'abbandono della politica (sostituita da simil-politiche fittizie e da "partiti" e "istituzioni" d'accatto) e finirà con il ritorno della politica, cioè di noi stessi.

    Accadono alcune cose politiche (lo sciopero del primo marzo è una, l'antimafia sociale è un'altra) e cresce l'intuizione fra i giovani che bisogna organizzarsi, fare qualcosa. Ma non abbastanza in fretta. Razzisti, leghisti, mafiosi, piduisti, ladroni d'ogni risma e vecchi puttanieri lavorano alacremente a divorare la Repubblica, a distruggerne l'anima, a renderci come loro. Non consideriamolo normale. Organizziamoci di conseguenza. AdL 21

 

 

 

 

 

Il Coordinamento Comites della Svizzera sul futuro della rete consolare

 

LOSANNA - Dopo la manifestazione davanti al Consolato Generale di Losanna (v. Inform n.13 del 20 gennaio, http://www.mclink.it/com/inform/art/10n01327.htm ), il coordinamento dei Comites della Svizzera, con i componenti del CGIE e i deputati Farina e Narducci, hanno tenuto un incontro per discutere sul futuro della rete consolare, partendo dalla situazione in loco, riallacciandosi all’occupazione dell’Agenzia Consolare di Coira, toccando il declassamento di Basilea, ricordando la trasformazione del Consolato di Berna in cancelleria e l’annessione dell’agenzia di Neuchâtel al Consolato Generale di Losanna.

  La mancanza di un piano coerente di ristrutturazione della rete diplomatica consolare italiana nel mondo - è detto in una nota trasmessa da Grazia Tredanari presidente del Comites Vaud-Friburgo - è evidente perché non porta soluzioni credibili e pratiche. Questo provvedimento governativo continua ad essere avversato per il metodo e nel merito della sua natura, tant’è che è stato oggetto di contestazioni sfociate in manifestazioni in altri Paesi toccati da tali disposizioni di chiusura, è stato dibattuto e rigettato nelle aule parlamentari italiane ed estere, ed è stato avversato con vibrata bocciatura dall’Assemblea plenaria del CGIE. Esso viene giustificato con presunti risparmi non quantificati, che certamente non tengono assolutamente conto né delle mutate situazioni geopolitiche che il nostro Paese dovrebbe affrontare con determinazione e con una adeguata dotazione finanziaria, né del primario obbligo dello Stato di elargire servizi alle nostre comunità all’estero.

  Tra le considerazioni emerse nell’assemblea dei Presidenti dei Comites svizzeri prevale l’indirizzo di tenere rappresentanze diffuse e di prossimità identificabili in persone fisiche e la necessità di garantire le forme di rappresentanza della Stato. La presenza delle strutture dello Stato italiano all’estero ancora oggi sono indispensabili per permettere al nostro Paese di continuare a svolgere un ruolo da protagonista nel rinnovato ordinamento geopolitico e contestualmente per stare vicino ai suoi  cittadini, considerando anche il fatto che l’utenza invecchia sempre più, e che nella specificità svizzera, la morfologia del territorio e la crisi socio-economica necessitano di una presenza articolata e sostenibile. Per queste ragioni il Coordinamento svizzero è contrario alla chiusura dell’agenzia consolare dei Grigioni che serve il cantone con la superficie più grande della Svizzera e che ha anche una conformazione molto montagnosa e quella del Consolato Generale di Losanna, poiché si chiederebbe ai 60'916 italiani dei cantoni VD-FR e a quelli del Vallese e Neuchâtel, altri 36.349 italiani, di spostarsi sino a Ginevra, i primi per qualunque pratica, i secondi solo per alcune. Non tenendo conto, peraltro che il Consolato della capitale ginevrina è troppo decentrato rispetto al territorio che dovrebbe servire e non è sufficientemente capiente per accogliere anche quello di Losanna.

  Il Coordinamento Comites chiede all’Amministrazione e al Governo di trovare una soluzione che tenga conto della realtà con obbiettività e lungimiranza, prevedendo dapprima dei criteri chiari e precisi che determino l’esistenza di Agenzie, Cancellerie, Consolati e Consolati Generali ed in seguito ragionando sulla mappatura e la rappresentatività.

  A monte di tutto ciò, vi dovrebbe essere il concreto snellimento, ammodernamento e semplificazione burocratica e dell’amministrazione in genere, facendo accordi lì dove è necessario e riflettendo sulla professionalità del personale e sui suoi costi, mirando all’informatizzazione e non nascondendosi dietro finte barriere di legiferazioni che possono sicuramente esser modificate.

  Il Coordinamento Comites Svizzero si impegna a coinvolgere i colleghi residenti nei Paesi limitrofi della Germania e della Francia per adottare una linea comune di proposte, d’intesa con il CGIE, e non esclude altre azioni volte al sostegno della politica per gli Italiani all’estero che subisce tagli ed ingiustizie sempre più frequentemente.

  Il Coordinamento - così termina la nota - chiederà ad esempio di porre per l’ennesima volta questo punto all’ordine del giorno nella prossima assemblea continentale del CGIE e certamente i parlamentari continueranno ad intervenire presso le istanze superiori affinché si ottenga un maggiore rispetto dei diritti di ogni cittadino italiano. (Inform)

 

 

 

 

Gli italiani all'estero e le elezioni regionali

 

Forse non tutti sanno o hanno chiaro in mente che gli italiani all'estero - e il loro sentire politico - possono essere importanti anche in occasione delle prossime elezioni regionali. Certo, gli italiani residenti oltre confine non votano in occasione delle Regionali come fanno per le elezioni politiche; tuttavia, il loro ruolo può essere comunque, se non determinante, certamente utile nell'ambito della campagna elettorale.

Secondo i dati della regione Lazio, per esempio, nel 2007 erano quasi 600mila i laziali residenti all'estero; la metà di questi, pensate, residente in America Latina. Fra Brasile e Argentina, si contano infatti 300mila laziali. Un vero e proprio bacino di voti in occasione delle politiche, una vera forza elettorale da saper utilizzare con intelligenza in occasione delle regionali.

Ma in che modo gli italiani all'estero potrebbero concorrere a far vincere l' una o l'altra forza politica, il candidato di una parte o quello dell'altra? In due modi, principalmente. O tornando a votare in Italia - e molti lo fanno, e approfittano del viaggio magari per visitare i propri parenti - o spingendo i propri cari, i propri amici, i propri corregionali residenti nello Stivale a votare per questo o quel partito.

 

Sbaglierebbe chi sottovalutasse il ruolo degli italiani nel mondo in queste elezioni: la sinistra lo ha già capito, a quanto pare. La visita in Svizzera di Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori, e quella della senatrice Anna Finocchiaro, Pd, in Svizzera e in Germania, parlano chiaro. Negli incontri con la collettività italiana, c'è stata anche tanta propaganda. Come potrebbe essere altrimenti: in politica nulla avviene per caso e ognuno porta l'acqua al suo mulino.

 

Ma anche i connazionali che vivono più lontano da Roma, non solo in Europa ma magari in Australia o nelle Americhe, possono partecipare attivamente a queste elezioni. Penso alla Calabria, per esempio: in Argentina i calabresi sono tantissimi. Cerchino di organizzarsi insieme, finalmente senza rivalità o mire personali, e si mettano a disposizione, a lavorare per fare in modo che in Calabria possa vincere la persona più liberale, più giovane, più dinamica e capace, per affrontare una presidenza regionale che ha tutto il sapore di una sfida all'insegna del cambiamento.

Se è vero che spesso l'Italia cerca gli italiani nel mondo quando si tratta di chiedere voti, è anche vero che gli italiani all'estero non possono esimersi dal partecipare a queste elezioni, se non direttamente, attraverso i propri contatti in Patria, attraverso le loro conoscenze delle nostre realtà territoriali, soprattutto delle più problematiche, in uno spirito di collaborazione produttiva e a sostegno della volontà innovatrice espressa tante volte da tanti cittadini onesti. E rimasta inascoltata, almeno fin qui.

Gente d'Italia/Italia chiama Italia 21

 

 

 

Stefano Verrecchia nuovo Segretario Esecutivo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

 

ROMA - Il Consigliere Stefano Verrecchia è il nuovo Segretario Esecutivo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.

Laureato in Economia e Dottore di ricerca in Diritto Internazionale, è entrato in carriera diplomatica nel 1996. Ha prestato servizio presso la Direzione Generale degli Affari Politici ed è stato Vice Capo Segreteria del Sottosegretario di Stato dal 1999 al 2001.

Dal 2001 al 2002 Funzionario di scambio (Austauschbeamter) presso il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Federale Tedesca (Auswaertiges Amt) e dal 2002 al 2004 è stato Capo Ufficio stampa presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino.

Dal 2004 al 2006 ha prestato servizio presso l’ufficio politico dell’Ambasciata d’Italia a Mosca e dal 2006 al 2008 ha ricoperto l’incarico di Console Generale a Mosca.

Rientrato al Ministero nel dicembre 2008, ha assunto l’incarico di Capo dell’Ufficio I della Direzione Generale Italiani all’Estero e Politiche Migratorie.  E’ Segretario Esecutivo del CGIE dal 15 gennaio di quest’anno. (Inform)

 

 

 

 

On. Garavini: “Irrealistiche le scadenze del programma ‘Rita Levi Montalcini’ per giovani ricercatori”

 

“Appena dieci giorni per presentare le domande complete di tutta la documentazione necessaria, piano di ricerca e lettere di presentazione di due esperti stranieri compresi: è questo il tempo che il Ministro Gelmini concede ai nostri giovani ricercatori oltreconfine che volessero rientrare in Italia con il programma ‘Rita Levi Montalcini’. È una presa in giro di chi, all’estero, si aspetta incentivi veri a rientrare nel mondo accademico italiano e una prova della poca serietà con la quale il MIUR affronta questa delicata questione”. L’on. Laura Garavini (PD) riassume così l’indignazione di molti ricercatori italiani alla pubblicazione della data di scadenza, prevista per il 29 gennaio 2010. “Chiediamo la proroga di questo termine per dare ai ricercatori il tempo di preparare la documentazione richiesta”, spiega la deputata eletta nella circoscrizione Europa che ha presentato un’interpellanza urgente al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

 

Il decreto ministeriale, datato 27 novembre 2009, e le relative linee guida, infatti, sono stati pubblicati sul sito web del Ministero solo il 19 gennaio 2010, riducendo di fatto a dieci giorni il tempo per presentare le domande che nel decreto è fissato in trenta giorni. “Per attendere questo termine, i potenziali interessati dovrebbero avere già tutta la documentazione pronta – curriculum vitae, elenco delle pubblicazioni, programma di ricerca – e il via libera dell’università italiana che li accoglierà. Se si vogliono veramente convincere i nostri cervelli ‘fuggiti’ a tornare a fare ricerca in Italia”, così la Garavini, “bisogna offrire incentivi veri, seri, mettendo i ricercatori nelle condizioni di poterne effettivamente usufruire”. De.it.press

 

 

 

 

L’Istituto Santi chiede di entrare nella Cne

 

Palermo- Il presidente dell’Istituto Italiano Fernando Santi, Luciano Luciani, ha inviato una lettera ai Presidenti delle Associazioni e ai componenti della Consulta Nazionale dell’Emigrazione per ribadire la richiesta di inserire l’IIFS tra i membri della Cne.

"Faccio seguito a diverse istanze presentate negli anni scorsi alla Consulta Nazionale dell’Emigrazione e più recentemente a quella del 05/06/2007, prot. n.281/2007 – scrive Luciani – con le quali l’Istituto scrivente ha chiesto di far parte della Consulta Nazionale dell’Emigrazione, accettando gli obblighi che gli derivano dall’appartenenza a tale organizzazione. Lunedì 11 giugno 2007 – ricorda il presidente dell’IIFS – in occasione di una iniziativa promossa a Bologna dalla Consulta Nazionale dell’Emigrazione, sollecitavo al Presidente Rino Giuliani l’esame di tale richiesta da parte della CNE. Il dr. Rino Giuliani chiedeva qualche mese di tempo per portare tale richiesta all’attenzione degli organi della CNE".

"Considerato che sono trascorsi oltre due anni e che l’Istituto Italiano Fernando Santi possiede i requisiti previsti dallo statuto della CNE, essendo iscritto sin dal 13/09/1999 all’Albo delle Associazioni Nazionali degli italiani all’estero tenuto dal Ministero degli Affari Esteri ed è in possesso degli altri requisiti previsti dallo statuto (organizzazione e presenza in Italia e all’estero), stante il drammatico momento che attraversa l’Associazionismo nazionale e regionale degli italiani all’estero, ritengo doveroso – sottolinea Luciani – con la presenza dell’Istituto Italiano Fernando Santi nella CNE, contribuire affinché i diretti referenti in Italia delle comunità italiane nel mondo siano significativamente presenti negli organi di rappresentanza istituzionale degli italiani all’estero: Consulte regionali, Comites e CGIE".

"Come si legge dal messaggio del Presidente, a pag. 2 nel numero 4/2009 del periodico di informazione dell’Istituto "Oltreoceano" – cita il presidente – da oltre 10 anni, l’Istituto Italiano Fernando Santi denuncia il pericolo della marginalizzazione dell'Associazionismo nazionale e regionale (vedasi dal sito www.iifs.it Oltreoceano luglio 2007 pag.10 e le iniziative e i documenti promossi recentemente a Cordoba ed a Tunisi, riportati nel numero 4/2009). L’anno 2010 – conclude – rappresenta una fase fondamentale e forse conclusiva per l’Associazionismo e l’Istituto non intende far mancare il proprio contributo". (aise)

 

 

 

Siamo all’inizio del nuovo anno: cosa si possono aspettare i Veneti nel mondo?

 

  VENEZIA - “Un saluto caloroso e un doveroso ringraziamento ai veneti sparsi nei cinque continenti, a quelli rimpatriati e a chi torna in Veneto ogni tanto per farci visita”. Così l’assessore regionale Oscar De Bona sulla rivista online della Regione Veneto dedicata ai “Veneti nel Mondo”, cogliendo l’occasione per tracciare un bilancio di attività del suo mandato giunto quasi a compimento.

  “Devo dire che grazie a loro - prosegue De Bona - ho trascorso, in un soffio, cinque anni meravigliosi, nel mio mandato da Assessore ai Flussi Migratori, durante i quali ho potuto conoscere a fondo le nostre comunità nel mondo.

  Sinceramente mi hanno profondamente toccato, riempito di passione, sentimento ed emozioni che solo chi è all’estero, con la Patria nel cuore, può trasmettere.

  Ho costruito assieme a loro, e in particolare ai comitati ed alle associazioni che nel veneto e nel mondo da anni sono impegnate a tenere vivi questi legami, centinaia di progetti nei settori più svariati, ma sempre con un unico obiettivo: la consapevolezza di avere l’onore e la responsabilità di guidare i Veneti nel Mondo nella loro “crescita”.

  Ho cercato che fosse una crescita a tutto tondo: culturale, emotiva, economica, sociale. Ho stimolato e realizzato molti gemellaggi e protocolli d’intesa, patti d’amicizia con altrettanti Comuni veneti e i loro “fratelli” nel mondo.

  Ho cercato di incoraggiare ed aiutare gli interscambi culturali e canori con i Cori, i gruppi teatrali, singoli artisti in molte discipline, l’arte, la scultura, la musica, l’architettura, la letteratura, la poesia e il folclore in generale.

  Devo ringraziare anche tutti i Comuni e le Province che hanno creduto nello spirito della fratellanza dei nostri parenti d’oltre oceano perché ora abbiamo degli amici e degli alleati in più. In poche parole la nostra Famiglia Veneta si è allargata e spero si allarghi sempre di più con la vicinanza e i rapporti continui tra i veneti e i veneti nel mondo. Per rispondere alla domanda cosa si possono aspettare i Veneti nel mondo, oggi, gennaio 2010, visto che ci sarà il rinnovo amministrativo in Regione, posso elencare i progetti che abbiamo approvato come Giunta Regionale, sperando di poter esservi ancora utili in futuro.

  Questi i principali appuntamenti. Nell’Area partecipazione e associazionismo, La Consulta dei veneti nel mondo sarà convocata a Rovigo nel prossimo autunno. In occasione della convocazione della Consulta saranno programmati corsi di formazione per i consultori, per i dirigenti delle Associazioni venete e dei Comitati e federazioni venete all’estero. Il meeting del coordinamento tra giovani veneti e giovani oriundi veneti residenti all’estero (età 18-39 anni) sarà organizzato all’inizio della prossima estate in una località all’estero. La festa dei veneti nel mondo sarà ospitata a Motta di Livenza (Treviso). Si continuerà con il sostegno all’associazionismo in veneto e all’estero. Ci saranno incontri con le comunità venete all’estero. Area Giovani Formazione, Soggiorni, Borse di studio, Progetto “Globalven”, Insegnamento della storia dell’emigrazione veneta nelle scuole. Area Anziani, Soggiorni in Veneto. Area Attività culturali in Italia e all’estero, Promozione culturale in Veneto, Sostegno ai Gemellaggi, acquisto materiale bibliografico e multimediale. Area informazione e ricerca Abbonamenti ai periodici”

  “Questi - conclude l’assessore De Bona -  sono solo alcuni dei settori e dei progetti che la Giunta Regionale ha approvato”. (Inform)

 

 

 

L’associazione culturale “Sicilia Mondo” organizza l’“XI Premio Letterario Giovanile Sicilia Mondo”

     

      “Quale il tuo contributo di proposta, di partecipazione e di cultura ad un Sicilia che è cambiata, che cerca legalità e che vuole essere in prima linea nella innovazione, nello sviluppo e nelle relazioni a livello internazionale?” è il tema dell’“XI Premio Letterario Giovanile Sicilia Mondo” per il 2010.

      REQUISITI - Il concorso è riservato ai giovani siciliani (tra i 18 ed i 35 anni)  residenti all’estero, in possesso della cittadinanza italiana.

      TESTI – Il testo deve essere in lingua italiana, della lunghezza minima di 2 cartelle a quella massima di 15, di 30 righe e per un massimo di 60 battute dattiloscritte.

      NUMERO COPIE - I concorrenti devono inviare due copie in busta chiusa, di cui una contenente nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo, numero di telefono, eventuale e-mail, la documentazione anagrafica che comprovi l’origine italiana ed una foto. Il concorso non prevede alcuna quota di partecipazione.

      SPEDIZIONE – Gli elaborati devono pervenire entro