WEBGIORNALE 27-28 Gennaio 2010
Giornata della memoria. Shoah, le istituzioni in prima linea. Napolitano:
non si deve dimenticare
MILANO - Preghiere
in sinagoga, mostre storiche e spettacoli teatrali, convegni e concerti si
svolgeranno in tutta Italia, domani, in occasione della decima edizione del
Giorno della memoria, che, per commemorare la fine della Shoah, ricorda il 27
gennaio del 1945, quando, sessantacinque anni fa, venivano aperti i cancelli di
Auschwitz. Le istituzioni saranno protagoniste nella giornata. Il momento più
solenne si svolgerà al Quirinale quando, alla presenza del capo dello Stato
Giorgio Napolitano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni
Letta consegnerà le medaglie d’onore ai cittadini italiani deportati e
internati nei lager nazisti. Molti Stati hanno istituito un Giorno della
memoria e, in Europa, altri paesi hanno scelto la stessa data del 27 gennaio.
A dieci anni dal
varo della legge che ha istituito l’evento è stato creato un comitato
coordinatore che ha avuto incarico di organizzare stabilmente le celebrazioni.
«Da allora - spiega il leader degli ebrei italiani, Renzo Gattegna - l'ebraismo
italiano si è a più riprese interrogato sul modo di proporre una riflessione
che non fosse svuotata dei suoi significati più profondi, riducendosi a
semplice celebrazione. Al di là delle giuste, necessarie parole su Shoah e
Memoria, crediamo infatti che occorra cercare di perpetuare il senso vero di
questo giorno».
«Non dimenticare
la shoah, e quindi operare tutto il possibile perchè ciò possa avvenire, è «un
alto valore civile». Così Giorgio Napolitano ha salutato la posa della prima
pietra di un memoriale della Shoah a Milano. Il Presidente in un messaggio, non
ha voluto far mancare la sua approvazione ribadendo la necessità di «non
dimenticare ciò che è stato in una fosca stagione della nostra storia». Il capo
dello Stato, assente per motivi istituzionali, ha ricordato la propria visita
al Binario 21 della stazione Centrale del capoluogo lombardo ed espresso
apprezzamento «per aver portato a compimento il non facile percorso necessario
per dare inizio ad un’opera che ritengo altamente significativa quale lugoo di
testimonianza di un evento tragico che dovrà sempre rimanere quale monito nella
memoria delle generazioni future».
«Tenere viva la
memoria di quel terribile crimine che fu la Shoah è importante per costruire un
mondo migliore, un mondo che respinga per sempre la discriminazione, le torture
e ogni forma di schiavitù. Un mondo in cui, fin da piccoli, bambine e bambini
imparino a vedere in ogni persona innanzitutto l’essere umano, portatore di una
dignità innata e titolare dei diritti universali». Lo sottolinea Christine
Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, in occasione
del 65° anniversario dell’apertura dei cancelli del campo di sterminio di
Auschwitz, il 27 gennaio 1945, riconosciuto come Giorno della Memoria. «Un
mondo -continua- in cui sempre più persone abbiano la lucidità di riconoscere e
il coraggio di contrastare, fin dai primi sintomi, le violazioni dei diritti e
la negazione dell’umanità altrui. Proprio il ricordo della Shoah e la volontà
di impedire per sempre il ripetersi di simili tragedie, sono stati il motivo
per cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò, nel 1948, la
Dichiarazione universale dei diritti umani. Difendere i diritti umani vuol dire
aiutare a costruire un mondo in cui il ripetersi della Shoah non sia possibile,
mai piu». LS 26
Giorno della memoria. “Commemorare la Shoah è importante per fermare la
crescente xenofobia”
L’on. Garavini
allo spettacolo di Moni Ovadia presso la nuova sinagoga di Berlino. Narducci
(Unaie): Il Giorno della Memoria sia monito contro i proliferare di ogni
totalitarismo e sopraffazione.
“Ricordare la
Shoah, conservando viva la memoria del periodo più buio della storia, oggi è
più importante che mai. In tempi come questi che vedono l’espandersi, nella
nostra società, di un clima intollerante e ostile al ‘diverso’, è fondamentale
riflettere su ciò che l’umanità ha disumanamente prodotto, in modo che non
accada mai più”. Lo ha detto la deputata democratica Laura Garavini che, in
sostegno al Giorno della Memoria, ha assistito allo spettacolo “Kavanàh -
Storie e canzoni della spiritualità ebraica” di Moni Ovadia presso la nuova
sinagoga di Berlino. L’artista italiano – cantante, attore, compositore e
autore – è noto per i suoi eventi relativi a diritti umani e pace.
La parlamentare
eletta nella circoscrizione estero ha espresso il suo grande apprezzamento per
l’impegno di Ovadia a favore di rom, nomadi ed extracomunitari. “Sono loro gli
ebrei di oggi”, ha sostenuto l’autore. “In una società dove i razzismi e le xenofobie
sono sempre in agguato”, ha aggiunto la Garavini, “il senso vero del Giorno
della Memoria deve essere quello di opporre un deciso No alla
violenza”.de.it.press
“Il 27 gennaio di
ogni anno celebriamo, dal 2000, il Giorno della Memoria per ricordare
l’abbattimento dei cancelli del campo di sterminio nazista di Auschwitz,
avvenuto il 27 gennaio 1945. E’ una data simbolica che, ricordando il giorno
della fine delle atrocità compiute dal regime di Adolf Hitler ad Auschwitz,
serve da monito per le generazioni future affinché siano vigili per non far
proliferare i germi di ogni totalitarismo e sopraffazione” lo dichiara il
vicepresidente della Commissione Affari esteri della Camera e Presidente Unaie
(Unione nazionale associazioni di immigrazione ed emigrazione), on. Franco
Narducci in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria.
“Commemorare oggi
la Shoah - ha sottolineato Franco Narducci - significa non solo rendere onore
alle persone sterminate nei lager, circa 6 milioni di ebrei europei, ma anche
contestualizzare le responsabilità di ciascuno nella convinzione che la storia
si costruisce con i gesti di ogni essere umano”.
“Oggi - ha
affermato Narducci - siamo chiamati a discernere ciò che è secondo la dignità
della persona da ciò che nel tempo porta alla sopraffazione dell’uomo stesso,
siamo chiamati a leggere i segni che si manifestano nel tempo e che si erano
manifestati anche prima di Auschwitz ma senza essere considerati con il giusto
livello di allarme per quello che sarebbe successo in seguito. Dobbiamo avere
la capacità di individuare quei segnali di razzismo che si insinuano nella
società della globalizzazione e dell’immigrazione, dove si ipotizzano
discriminazioni per gli immigrati o restrizioni lesive della dignità”.
“Questa storia
della persecuzione degli ebrei, così recente ma al contempo lontana per le
giovani generazioni, non deve essere dimenticata - ha concluso l’on. Narducci
- e dobbiamo trarre insegnamento per imparare a riconoscere, nella
società di oggi, i segnali di sofferenza del genere umano, sintomo di
sopraffazione ad ogni livello. Se la democrazia si costruisce con la
partecipazione e la libertà, compreso il libero accesso ad internet, dobbiamo
dire che ancora oggi queste cose le vediamo negate in diverse parti del mondo
ed abbiamo il dovere morale di lavorare affinché mai più si ripetano genocidi e
soprusi come quelli a cui abbiamo assistito con l’affermazione dell’ideologia
nazista in Europa”. De.it.press
Italia, centro di gravità permanente. Perchè resto
Rimanere in Italia
o tentare la strada estera?
In questi giorni,
di questi tempi, è un argomento sempre d'attualità e sentito, soprattutto fra i
giovani.
Non è che tutti i
giovani siano patriottici, anzi. Non avendo neanche una vita vissuta in un determinato
posto a lungo non sentono magari particolare attaccamento alla terra, al limite
quando cadono con il motorino a causa delle buche.
Non sentono magari
neanche un interesse “viscerale” verso il loro paese, qualcosa che bruci;
giusto forse quando vengono percossi nel paese del “partito dell'amore”.
Per non parlare
delle diversità. Ci sono e ci saranno sempre e non saremo certamente l'unico
paese ad affrontare questo tema, anzi.
Nella mia patria,
che ha dato i natali a grandissimi uomini politici, santi, poeti, navigatori
però se non si torna a casa con almeno qualche cicatrice e il morale a terra
persino i familiari stentano a credere che il proprio figlio abbia intrapreso
una strada “diversa” dalla loro, o da quello che almeno loro reputano “normale”.
“Opportunità di
lavoro” è una frase sempre ottimale da utilizzare soprattutto in birreria,
magari incastonandola fra : << Certo che si stava meglio quando si stava
peggio >> e << Vai giù di bastoni che ci metto la briscola
>>.
Opportunità,
esatto: in quanto non viene neanche considerato il fatto che forse, sarebbe più
una necessità.
Noi italiani siamo
veramente ovunque; quando si vuole provare a sciorinare con eleganza il nostro
inglese maccheronico per esempio con frasi del tipo : << Escùs mi...Iù
Arr biùtifùl >> veniamo subito gelati : << Sei italiano vero?
Anch'io! >>.
Insomma,
“imponiamo” la nostra presenza al mondo e poi ci lamentiamo quando, in un paese
costeggiato per quasi tutta la sua estensione dal mare, troviamo qualche
disperato che chieda aiuto ; magari rimandandolo a morire indietro.
La situazione
internazionale non dico che sia migliore, ma forse in alcuni paesi, nonostante
le difficoltà, credo si abbia una qualità, una concezione della vita e
dell'essere “Paese” sicuramente più alta e meno basata sulla legge del più
furbo come da noi.
Si parla di “fuga
dei cervelli” dall'Italia: sicuramente un cervello che sia un cervello – e non
importa se funzionante – intuisce che bisogna nutrire le membra almeno due
volte al giorno e cerca una soluzione.
La “meritocrazia”
è morta e sepolta, si sa. Per non parlare della “coscienza di massa”, di cui
ormai si recitano le esequie un giorno si e l'altro pure.
Cosa ci spinge
allora a restare? Per quanto mi riguarda è la speranza, che si sa, è ultima a
morire; anche se ormai in fin di vita al reparto rianimazione.
Credo che
nonostante il terremoto “spirituale” ci stia coinvolgendo tutti, possiamo
rialzarci e far vedere al mondo che anche se avremmo bisogno di essere aiutati
noi “a casa nostra”, possiamo provvedere a noi stessi e a chi ci chiede così
fortemente aiuto.
Tenendoci il
cervello e usandolo.
Re Daniele,
de.it.press
Fedi (PD): “Sulla rete consolare attendiamo il confronto parlamentare con
il Governo”
ROMA - “Credo sia
giusto ricordare che il Governo si è impegnato a riferire al Parlamento il
nuovo piano di riorganizzazione della rete consolare nel mondo” – rileva Marco
Fedi (Pd) che ha presentato sul tema un’interrogazione a risposta scritta al
ministro degli Affari Esteri. - In questi mesi abbiamo espresso nettamente la
nostra opposizione alla proposta iniziale di riorganizzazione della rete
consolare. Abbiamo ascoltato comunità, Comites, Cgie. Abbiamo preso visione del
progetto di informatizzazione e delle prospettive di maggiore efficienza.
Abbiamo acquisito gli elementi utili a far progredire l’esame di una proposta
di ammodernamento della rete diplomatico-consolare nel mondo”
“Non vorremmo - prosegue il deputato eletto
della ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide - che nonostante gli
atti di indirizzo e controllo approvati in entrambi i rami del Parlamento il
processo di riorganizzazione andasse avanti, sulla spinta dell’amministrazione
degli Esteri, senza fare chiarezza sulle sue linee guida. Siamo preoccupati, in
sostanza, che si faccia procedere una riorganizzazione senza un piano,
sottraendo le decisioni al confronto parlamentare chiesto da noi con forza”
Fedi ricorda poi che “per queste ragioni il
confronto parlamentare è urgente”.
Nell’interrogazione si chiede se si intenda
mantenere operative le sedi consolari di Adelaide e Brisbane assicurando la
pubblicità delle stesse alla scadenza del mandato di sede degli attuali
Consoli. Analoga domanda riguarda molte altre sedi consolari nel mondo. (Inform)
Energia, svolta della Germania il governo decide di tornare al nucleare
L'accordo della
Merkel con i produttori di energia cambia la politica tedesca decisa
dall'esecutivo Rossoverde di Schroeder - dal nostro corrispondente ANDREA
TARQUINI
BERLINO -
Sottovoce, step by step, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza
europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente
a decidere l'addio all'uso civile dell'energia atomica, ci ripensa. Dopo
negoziati con i produttori di energia, il governo Merkel ha deciso
- scrive oggi l'autorevole quotidiano conservatore Die Welt, molto vicino
all'esecutivo - che per il momento tutti i 17 reattori nucleari
resteranno in esercizio. Addio dunque all'addio al nucleare, che era stato
deciso dal governo 'rossoverde (socialdemocrazia ed ecologisti) al potere tra
il 1998 e il 2005 con il cancelliere Gerhard Schroeder e il suo vice Joschka
Fischer. Le decisioni finali, Berlino le prenderà in autunno. Presentando un
paper strategico sulle scelte di fondo della politica energetica del paese. Ma
comunque il documento, sempre in base al resoconto di Die Welt, porrà
condizioni per un sostanziale prolungamento del ciclo produttivo dei reattori
in servizio. Intanto due grossi reattori che avrebbero dovuto essere spenti ad
aprile e a maggio resteranno accesi, e il segnale è chiarissimo,
inequivocabile.
E' una sconfitta
decisiva per gli avversari dell'uso civile dell'energia nucleare, e una
vittoria sia per i grossi produttori di energia in Germania (Eon, Rwe,
Vattenfall, EnBW) sia per i colossi industriali, Siemens prima fra tutti, che
nella produzione, fornitura ed esportazione di centrali nucleari della nuova
generazione hanno un punto di forza della loro strategia di global player. Il governo
federale non si è messo comunque sulla strada del nucleare senza riserve scelta
ad esempio da Regno Unito, Francia, Russia, Cina, India o Brasile, che
programmano la costruzione di decine di nuovi reattori. Per l'esecutivo di
Berlino l'energia nucleare resta una 'soluzione-ponte'. Ma il ponte si allunga
nel tempo a venire, in sostanza: è necessario molto più tempo di uso dei 17
reattori in esercizio, finché le energie rinnovabili ed ecologiche non saranno
in grado di fornire significativamente più del 20 per cento del fabbisogno
energetico nazionale. "In Germania", scrive il commento di Die Welt,
"abbiamo posto limiti massimi d'uso di un reattore nucleare a 35 anni,
negli Usa e in Svezia li usano per 60 anni".
Attualmente, i 17
reattori ancora in servizio producono circa un terzo del fabbisogno energetico
della prima potenza economica europea. Una percentuale non trascurabile, anche
se ben lontana dall'80 per cento della Francia. Per varare la soluzione
provvisoria, il primo passo dell'addio all'addio al nucleare, il governo ha
escogitato uno stratagemma. Nella legge sull'addio al nucleare del governo
rossoverde infatti erano previste non solo date per la chiusura scaglionata
degli impianti (l'ultimo, Neckarwestersheim 2, dovrebbe essere spento nel 2022)
bensì anche quantità 'residuè di produzione di energia, distribuite tra i vari
reattori a seconda della loro data prevista di spegnimento. La quantità di
produzione di energia restante, assegnata a suo tempo alla centrale di Stade
già spenta, sarà distribuita come quantità di produzione supplementare
assegnata ai due reattori ancora accesi di Biblis A e Neckarwestersheim 1. I
quali avrebbero dovuto chiudere rispettivamente in aprile e maggio di
quest'anno. Adesso hanno molti più mesi di vita, col compito di produzione
supplementare. Una soluzione provvisoria, ma il segnale politico è chiaro,
sullo sfondo mondiale di una riabilitazione e riscoperta del nucleare. LR 25
Stoccarda. Fumata nera al Comites, ancora senza presidente
Stoccarda. Il
Comites di Stoccarda è ancora senza presidente. Dopo le dimissioni di Ileana
Silva Werner per forti divergenze all’interno della maggioranza che la
sosteneva, il Comitato si è riunito domenica 24 gennaio per trovare una
soluzione alla paralisi.
I tentativi di far
convergere i voti sull’attuale Vice-presidente Salvatore Virga sono falliti.
Due membri, operatrici di Patronato-ACLI, hanno ribadito la necessità del
commissariamento del Comitato. La loro richiesta non è stata però condivisa
dalla maggioranza dei 15 presenti.
Tuttavia all’atto
della votazione, 6 consiglieri di liste diverse hanno abbandonato l’assemblea.
E’ venuto a mancare così il numero legale e i lavori dovranno essere aggiornati
ad altra data.
Con questo atto si
ritorna ai problemi di giugno del 2004. Anche allora il braccio di ferro fra
centro-destra e centro-sinistra continuò per alcune settimane. Poi si trovò
l’accordo di far convergere i voti su Pasquale Vittorio, dell’Italia dei
Valori, sfiduciato successivamente nell’ottobre 2008.
Chissà se alle
logiche di schieramento prevarranno le questioni della collettività in nome
della quale si dice di agire?
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Rapporti italo-tedeschi. Il progetto del Goethe-Institut di Roma. Appuntamento
al 28 gennaio
Roma - "Va
bene?!" è il titolo del progetto promosso dal Goethe-Institut e realizzato
in collaborazione con la Bundeszentrale für politische Bildung, gli Istituti
Italiani di Cultura in Germania, l’Institut für Auslandsbeziehungen (Istituto
per le relazioni con l’estero) e tanti altri partner. L’iniziativa, rivolta
soprattutto ai giornalisti, agli opinionisti e ai vignettisti satirici dei due
Paesi, è patrocinata dalle due Ambasciate, italiana e tedesca, e verrà
presentata alla stampa il 28 gennaio, alle 11.30, nella sede del Goethe
Institut di Roma.
"Come è vista
l’Italia in Germania? E cosa pensano gli Italiani dei Tedeschi? Sui giornali di
entrambi i Paesi pregiudizi e stereotipi hanno preso il posto della curiosità
reciproca, della voglia di scoprirsi. Eppure c’è un’Italia che i tedeschi
adorerebbero e c’è una Germania che gli Italiani vorrebbero visitare. Basta
raccontarle": partendo da questa riflessione il progetto si svilupperà in
due anni di iniziative: scambi di redazioni, reportage incrociati, un concorso
per giovani giornalisti, nel 2010 concentrate in Italia, nel 2011 in Germania,
che culmineranno in due grandi conferenze, a Roma e a Berlino, con discussione
dei risultati del progetto e con mostre, dibattiti, workshop.
Alla conferenza di
presentazione parteciperanno l’ambasciatore della Repubblica Federale di
Germania in Italia, Michael Steiner, la direttrice del Goethe-Institut Italien,
Susanne Höhn, il corrispondente in Italia della Süddeutsche Zeitung, Andrea
Bachstein, Cinzia Bibolotti del Premio Satira Politica di Forte dei Marmi, il
conduttore della trasmissione Rai Caterpillar in onda su Radio2, Massimo Cirri,
e le direttrici dei diversi Goethe-Institut in Italia.
Nell’occasione
verrà anche presentato il nuovo portale interattivo che permetterà di seguire
tutte le iniziative con news, forum e gallery degli articoli e delle vignette
prodotte. (aise)
Nordreno Vestfalia. Domenica 7 febbraio al voto per l'Integrationsrat oltre
un milione di stranieri
Domenica 7
febbraio in oltre 100 comuni del Nordreno Vestfalia più di un milione di
cittadini di origine straniera è chiamato a rinnovare il consiglio per
l'Integrazione. Nelle liste tra i candidati anche qualche nome italiano. Come
si vota e cos'è l'Integrationsrat?
Colonia, Dortmund,
Duisburg, ma anche Hagen e Solingen, in 101 comuni del Nordreno Vestfalia si
rinnova l'Integrationsrat. 1169 i mandati da assegnare.
Il consiglio per
l'Integrazione è l'organo che si pone come anello di unione tra le comunità
straniere e l'amministrazione comunale della città. Ha una durata di cinque
anni, e il compito di raccogliere bisogni e problemi tra gli stranieri, trovare
delle adeguate soluzioni e proporle alla giunta del comune di riferimento.
Scuola, lavoro, sanità e persino lo sport, in ogni ambito della vita sociale,
l'Integrationsrat può fornire la propria consulenza. Tra le maggiori critiche
rivolte c'è proprio quella di essere solo un organo consultivo, che non gode di
potere decisionale.
Secondo Rosella
Benati, presidente del Comites di Colonia, nonostante ciò l'Integrationsrat
mantiene la sua utilità nell'essere un ulteriore strumento che si occupa delle
problematiche degli stranieri. Nelle lunghissime liste dei candidati, distinte
per orientamento politico, molti nomi turchi e greci e qualche italiano. Tra
loro: Angelo Gianluca Truisi (Cdu), Barbara Brunelli (Grünen), Antonio Morreale
(Cdu) e Sabina Cornali (Fdp).
Per ulteriori
informazioni ascolta il servizio audio di Cristina Giordano, in onda su Radio
Colonia nella trasmissione del 25 gennaio: http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100125_integrationsrat_serv.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100125_integrationsrat_serv.mp3, e l'intervista a
Rosella Benati
Un assessore italiano al comune di Francoforte?
Richiesta avanzata
da Luigi Brillante, consigliere eletto per Europa Liste, in vista delle
prossime elezioni amministrative del 2011
Francoforte –
Chiede un assessore italiano al comune di Francoforte Luigi Brillante,
consigliere eletto in loco per Europa Liste, annunciando, nella consueta
Newsletter informativa, la prossima riunione per discutere sulla politica
comunale, in programma il 3 febbraio alle ore 18 presso la FAG (Bethmannstr.
3).
La richiesta
dell’assessorato – anche senza portafoglio – viene considerata importante
perché, come membro della giunta comunale, il rappresentate italiano potrebbe
“esporre direttamente la nostra opinione” al massimo livello di governo
cittadino. “Oltre al diritto di voto, la sua presenza sarebbe inoltre importane
per la possibilità di ricevere informazioni direttamente alla fonte e
intervenire – aggiunge Brillante.
“Noi italiani
siamo parte integrante della città di Francoforte – rileva il consigliere di
Europa Liste. – Dal 1997 possiamo eleggere i nostri rappresentanti al comune e
abbiamo i numeri per eleggere anche un nostro assessore. Se riusciamo ad avere
una rappresentanza politica a Francoforte potremo migliorare di molto la nostra
situazione in tutti i campi della vita sociale in loco”.
Nella newsletter
viene infine riportato l’ultimo discorso di Brillante al consiglio comunale
della città nel mese di novembre, relativo alla problematica degli impiegati comunali
di origine straniera, sottorappresentati – evidenzia l’intervento - presso gli
uffici pubblici a Francoforte. (Inform)
Gennaio di cultura italiana nel Baden-Württemberg
Stoccarda - Il
2010 nel land del Baden-Württemberg è iniziato con una serie di iniziative
culturali promosse dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda. Già il 2
gennaio, nell’ambito del Festival pianistico internazionale di Heidelberg, si
sono esibiti Alessandra Taglieri e Roberto Genitoni con il loro repertorio a
quattro mani che spazia da Mozart ai grandi compositori del Novecento. Poi, il
15 gennaio, il critico musicale Gianguido Mussomeli ha tenuto nei locali
dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda un’istruttiva conferenza su “Il
melodramma italiano”. Sempre presso
l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda è iniziata venerdì 22 gennaio la
rassegna dedicata ai film di Sergio Rubini che si concluderà il prossimo 12
febbraio. Il grande attore e regista pugliese è certamente tra le figure
principali del recente cinema italiano e il pubblico di Stoccarda avrà
l’occasione in queste settimane di vedere alcune delle sue produzioni più
recenti, come “L’anima gemella” (2002), “L’amore ritorna” (2004) e “Colpo
d’occhio” (2008). Grande rilievo sui mezzi di informazione locali ha avuto
infine l’inaugurazione della mostra di arte contemporanea “Italia: la follia
alla deriva” organizzata presso la Galleria Angelo Falzone di Mannheim. La
mostra è dedicata alle opere più recenti dei cinque artisti Corrado Bonomi,
Gianni Cella (Plumcake), Francesco Garbelli, Antonella Mazzoni e Stefania Ricci
raggruppati fin dal 1995 nel movimento del “Concettualismo ironico italiano”.
M.G. de.it.press
Il Comites di Wolfsburg in lutto per la scomparsa del consigliere Carlo
Viro
Wolfsburg - Paolo
Brullo, Presidente del ComItEs di Wolfsburg, informa del grave lutto che ha
colpito il ComItEs con la scomparsa del Consigliere Carlo Viro, membro
dell’Esecutivo e Presidente della Commissione Giovani.
Carlo Viro era
originario di Catania, dal oltre 10 anni membro del ComItEs, metalmeccanico
presso la Volkswagen di Wolfsburg. Da sempre sindacalista IGM, Responsabile
della Rappresentanza Stranieri e Membro del Direttivo del Corpo Fiduciari IGM
presso la Volkswagen(VKL).
"Nel tempo
libero impegnato in diversi organismi sindacali e associativi, per i più
deboli, per l’integrazione dei lavoratori stranieri a tutti i livelli, sia
nelle fabbriche che nella società civile", si legge in una nota del
Presidente del ComItEs di Wolfsburg.
"Antifascista
viscerale, fermo difensore della democrazia. Con lui perdiamo un collega
instancabile, un trascinatore d’ideali radicati nella coscienza di un uomo
libero. La sua persona e il suo operato rimarranno patrimonio di questo ComItEs
e della Storia degli Italiani a Wolfsburg", scrive il Comitato di
Wolfsburg. (dip)
Giornata della memoria a Francoforte con il prof. De Michelis e concerto del
Trio d’archi Opus X
Conferenza del
Prof. Cesare De Michelis su “Il manoscritto inesistente. I Protocolli dei Savi
di Sion” e Concerto del trio d’archi OPUS X Musica da Terezin giovedì 28
gennaio presso il Museum Judengasse. Organizza l’Istituto Italiano di Cultura -
Francoforte - In
occasione della Giornata della memoria l’Istituto Italiano di Cultura, in
collaborazione con lo Jüdisches Museum, organizza un incontro con il professor
Cesare De Michelis, autore de “Il manoscritto inesistente: I protocolli dei
Savi di Sion” e il concerto “Musiche dal campo di Theresienstadt” del trio
d’archi Opus. L’incontro avrá luogo il 28 gennaio alle ore 19.00 presso il Museum
Judengasse (Kurt- Schumacher Strasse 10) e verrà moderato dalla dottoressa
Paola
Barbon.
Il professor
Cesare De Michelis dimostrerá attraverso un'indagine filologica compiuta sulle diverse
redazioni dei “Protocolli dei Savi di Sion”, apparse in Russia a partire dal
1902 quando un giornalista ne diede notizia, come questo testo, contenente un
preteso piano di conquista del mondo da parte degli ebrei che scatenò
all'inizio del secolo in tutt'Europa una violenta reazione antisemita, sia in
realtà un apocrifo . Il volume intende dimostrare come è stato costruito il
testo, da chi, in quale contesto, quali sono state le diverse versioni
circolate nel mondo e, alla luce di
questa nuova
prospettiva, rilegge la vicenda di quella che è stata definita la "Bibbia
dell'antisemitismo".
Il concerto, eseguito dal Trio d’archi Opus X (Guntrun Hausmann, Violino;
Yumiko Noda, Viola; Johannes Oesterlee, Violoncello) avrà il seguente
programma: Danza per trio d’archi di Hans Krasa e due assoli per violoncello di
Paul Ben-Haim; Duetto per violino e violoncello di Erwin Schulhoff ; Trio di
archi di Gideon Klein Theresienstadt (oggi: Terezin, Repubblica Ceca) era in
origine un complesso militare fortificato distante 60 km da Praga abbandonato
dalla guarnigione militare austriaca dopo la prima Guerra Mondiale e in seguito
urbanizzata da popolazione civile. Durante la seconda Guerra Mondiale
Theresienstadt fu
scelta quale campo di transito per la deportazione di Ebrei cecoslovacchi, tedeschi,
olandesi, ungheresi e giunse ad ospitare sino 60.000 civili deportati; essa
rappresenta per il Terzo Reich un campo di transito e propaganda, presentata al
congresso internazionale come “campo-modello” nel quale gli Ebrei non venissero
considerati prigionieri bensì ospiti di una città autogestita da un “consiglio
degli Ebrei” (Judenrat) nella quale si potesse vivere in condizioni dignitose.
A Theresienstadt si svolsero numerose attività musicali: concerti di musica
sinfonica e da
camera, opere teatrali, ma anche sessioni di jazz e l’immancabile Cabaret. A Theresienstadt
ci fu un’autentica esplosione di creatività musicale capace di toccare vertici artistici
irraggiungibili; essa può a ragione essere considerata, nel contesto dei
tragici eventi della 2° Guerra Mondiale, l’ultimo baluardo della cultura
mitteleuropea. La maggior parte dei musicisti di Theresienstadt fu trasferita
ad Auschwitz il 16.10.1944.
Evento patrocinato
dall’Assessorato alla cultura del Comune di Francoforte
IIC, de.it.press
Monaco di Baviera. Il giorno della memoria all’Istituto Italiano di Cultura
Monaco di Baviera
- L'Istituto Italiano di Cultura informa che, nell'ambito della »Giornata della
Memoria«, ha luogo un incontro con l'autrice Dorothea Heiser »La mia ombra
a Dachau - Poesie dei deportati raccolte e commentate da Dorothea Heiser«.
L'evento ha luogo oggi mercoledì, 27 gennaio 2010, alle ore 18, presso la
sede dell’IIC, nella Hermann-Schmid-Straße 8, a Monaco di Baviera.
Farà seguito la
proiezione del film "Memoria", regia di Ruggero Gabbai, Italia 1997,
91. min., VO con sottotitoli in inglese - alla presenza del
regista.
Tra il 1943 e il
1945 furono deportati 8500 ebrei italiani: circa 800 sono
sopravvissuti. Cinquant'anni dopo, novanta di loro erano ancora
in grado di raccontare i loro ricordi; non con odio, ma con lucidità
e tanta commozione per i loro cari che nei campi di
concentramento trovarono la morte. Un film-documentario che lascia la parola
alle vittime con estrema sensibilità, rispettando il loro dolore.
Ingresso libero
con prenotazione via internet www.iicmonaco.esteri.it, nella rubrica
“Calendario”, oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26
Organizzatori:
Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la
Gesellschaft zur Förderung jüdischer Kultur und Tradition e.V. di Monaco
di Baviera e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea
di Milano. De.it.press
Alla Hannover Messe 2010, l’Italia protagonista
L’Ambasciatore
Valensise: "La scelta dell'Italia quale Paese-partner rispecchia
l'importanza delle nostre tecnologie industriali”
Il Presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel,
inaugureranno - il 18 aprile prossimo - l'edizione 2010 della Fiera
Internazionale di Hannover. Lo ha annunciato a Berlino l'Ambasciatore italiano
Michele Valensise nel corso della presentazione della Fiera tenuta in
ambasciata.
L'apertura della
Fiera, che quest'anno vede l'Italia in qualità di Paese-partner, coinciderà con
il tradizionale vertice italo-tedesco previsto ad Hannover. Il summit, come
hanno annunciato lo scorso 21 dicembre a Roma il Ministro degli Esteri, Franco
Frattini e il suo omologo tedesco, Guido Westerwelle, si terrà infatti i
prossimi 18 e 19 aprile.
"La scelta
dell'Italia quale Paese-partner rispecchia l'importanza delle nostre tecnologie
industriali e rappresenta un'ottima occasione per rafforzare le relazioni
economiche con la Germania”, ha commentato l’Ambasciatore Valensise.
“L'importanza del ruolo dell'Italia quale 'partnerland' risalta ancora di più
in quanto l'inaugurazione della Fiera avrà luogo nello stesso giorno del summit
italo-tedesco tra il primo ministro Silvio Berlusconi e la cancelliera Angela
Merkel".
“Con l’Italia
abbiamo potuto assicurarci per la Hannover Messe la presenza come Paese Partner
di una nazione forte”, aveva dichiarato lo scorso 16 novembre a Roma Wolfgang
Pech, Senior Vice President della Deutsche Messe e Direttore del Progetto
Hannover Messe, in occasione della firma del contratto previsto per il Paese
Partner. “Siamo certi che l’eccellenza dell’industria italiana si tradurrà in
una presentazione di grande impatto nel quartiere fieristico di Hannover”.
L’Hannover Messe
sarà aperta al pubblico dal 19 al 23 aprile. (ItalPlanet News)
"Capitali italiane nel mondo". In mostra a Torino la storia
dell’architettura italiana nel mondo
Torino -
Descrivere l’apporto italiano nel mondo raccontando non solo le storie
d’architettura, ma anche i modelli di comportamento, le abitudini di vita e le
relazioni sociale che i nostri connazionali emigrati hanno impresso nelle città
che li hanno accolti all’estero. Questo l’obiettivo di "Capitali italiane
nel mondo", progetto promosso e realizzato da Regione Piemonte e Ordine
degli Architetti torinese in collaborazione con il Centro Altreitalie, che,
inserito nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità di Italia in
programma l’anno prossimo, è stato presentato questa mattina a Roma dall’assessore
regionale alle politiche territoriali Sergio Conti, dal presidente dell’Ordine
Riccardo Bedrone, e dal direttore di Centroitalie Maddalena Tirabassi. Progetto
che si concretizzerà in una giornata di studio, il 28 gennaio a Torino, ma
soprattutto in una mostra che sarà allestita dal 17 marzo al 20 novembre 2011
nelle ex Officine Grandi Riparazioni a Torino.
Festeggiare
l’Unità d’Italia, ha spiegato l’assessore Conti, significa "non limitare
lo sguardo a ciò che è successo dentro i nostri confini, ma estenderlo alle
vicende, alle storie, alle esperienze che i nostri connazionali hanno
affrontato all’estero perché l’emigrazione non è affatto vicenda secondaria
dell’addivenire della società italiana, nel bene e nel male".
Obiettivo del
progetto, ha quindi spiegato Conti, quello di "raccontare la storia con il
linguaggio dell’architettura e delle scienze del territorio", attraverso
cui comprendere "non solo come sono state costruite le città, ma anche le
diverse socialità create nei paesi dove gli italiani sono andati a
vivere". Paesi che i diversi flussi migratori succedutisi nei decenni
hanno trasformato anche all’esterno, cioè nella loro fisionomia urbana.
"Anche la scenografia aiuta a capire la storia", ha osservato
l’assessore, precisando che la mostra proporrà un focus su città e
infrastrutture ideate e create da italiani.
"Si dice che
uno dei nostri tratti distintivi sia la creatività che, però, è anche specchio
del luogo in cui si vive. Beh, gli italiani l’hanno esportata e così – ha
concluso - hanno creato quelle che noi, oggi, chiamiamo "capitali italiane
nel mondo"".
L’idea della
mostra, ha spiegato il presidente dell’Ordine degli Architetti Bedrone, è nata
a margine del Congresso mondiale degli architetti tenuto a Torino nel 2008. Con
la mostra, ha aggiunto, "vogliamo guardare a due aspetti: il primo
riguarda i progettisti, cioè gli architetti, così da raccontare le loro
esperienze all’estero dal 1861 in poi; il secondo riguarda ciò che hanno creato
nei diversi periodi storici e in base alle diverse esperienze migratorie".
Nella mostra,
infatti, si evidenzia il lavoro degli emigrati come singoli, che siano stati
professionisti o maestranze, ma anche quello di chi fu chiamato all’estero al
seguito dell’avventura colonialista italiana.
"L’architettura
italiana all’estero – ha spiegato ancora Bedrone – è stata suddivisa in quattro
macroaree, ciascuna delle quali caratterizzata da una "città leader":
l’Oriente con Istanbul, Bangkok e Tiajin; le Americhe con New York, Buenos
Aires e L’Avana; le colonie d’oltremare con Tripoli, Asmara, Tunisi, Tirana,
Rodi ed Addis Abeba; l’Europa post bellica di Berlino e Barcellona. A queste si
aggiunge una sezione dedicata al periodo preunitario con focus su Vienna,
Mosca, San Pietroburgo, Parigi e Washington".
Non tutte le
città, ha chiarito Bedrone, sono capitali amministrative dei rispettivi stati,
ma lo sono in un centro senso per l’importanza che hanno nei loro Paesi dal
punto di vista aggregativo o culturale. Lo sono per l’Italia perché
testimonianza del genio e dell’arte italica.
L’allestimento
della mostra, presentato con un trailer dimostrativo, sarà
"innovativo" e d’effetto anche grazie "all’utilizzo di materiali
usati nell’industria aerospaziale, in cui oggi l’Italia eccelle, per raccontare
il nostro Paese nel mondo fuori dagli stereotipi dell’abbandono della patria e
della tristezza, ma attraverso le storie di una presenza duratura, radicata e
ancora presente all’estero grazie alle nuove generazioni".
La mostra, ha
infine preannunciato Bedroni, farà probabilmente tappa a Buenos Aires, in
versione "ridotta" alla fine del 2010.
Direttore del
Centro Altreitalie, Maddalena Tirabassi ha voluto sottolineare la valenza di
una iniziativa che "per la prima volta associa l’emigrazione alla storia
dell’architettura", alla costruzione di città e infrastrutture che
all’estero impegnavano architetti ma anche maestranze italiane, ponendo
l’accento "sul ruolo degli italiani all’estero come esportatori di arte e
stili", che hanno portato il barocco a San Pietroburgo, o affrescato il
Campidoglio a Washington.
La mostra, poi,
"propone una riflessione sui segni meno visibili dovuti ai tratti
culturali degli emigrati", per esempio sul fatto che "chi non andava
in fabbrica, prediligendo i lavori all’aperto finiva nei cantieri. Per questo
c’erano italiani tra quanti costruivano ponti o metropolitane, tunnel e
ferrovie e grattacieli, ma anche mosaici e stucchi sulle facciate dei palazzi o
intagliatori per gli infissi interni. Insomma, l’emigrazione "ha esportato
professionalità".
Ci sono poi, ha
proseguito Tirabassi, "segni ancora più sottili legati al fatto che i
muratori costruivano da sé le loro case, così ad esempio, nella campagna
brasiliana ci sono case in stile veneto. E poi le chiese, i teatri, i
negozi".
Infine, i
"segni delle abitudini culturali: gli italiani hanno sempre dato priorità
all’acquisto della casa. Lo facevano anche all’estero e quella rimaneva
"la" casa della famiglia. Erano più stanziali, insomma, di altri
gruppi etnici. Nascevano le Little Italies, ma anche semplicemente
caratterizzavano i loro quartieri, facendo di ogni incrocio una piazza. Questa
"appropriazione dello spazio pubblico" – ha rilevato Tirabassi –
trasformava i quartieri e dava loro un’atmosfera particolare, quella
dell’italian way of life che la gente ad un certo punto ha cominciato ad
apprezzare".
"Ora la
grande emigrazione è finita – ha detto, concludendo, Tirabassi – ma le nuove
mobilità, i giovani che ancora partono, si portano ancora dietro il loro
diverso tipo di aggregazione".
La mostra, come
detto, sarà uno dei grandi eventi promossi per il 150° dell’Unità d’Italia
messi in cantiere da Regione Piemonte che, come dichiarato dalla presidente
Mercedes Bresso, "punterà forte sul coinvolgimento del Ministero degli
Esteri" per stabilire "le modalità con le quali coinvolgere le
ambasciate e gli istituti italiani di cultura". (m.cipollone\aise)
L’on.Franco Narducci: necessaria pianificazione pluriennale per la scuola
italiana all’estero.
L’on. Franco
Narducci è intervenuto al XII Congresso nazionale della Uil scuola dal titolo:
“La sfida della modernità - valorizzare il lavoro” in corso a Lecce, dal 25 al
27 gennaio, presso il Teatro “Politeama Greco”.
Intervenendo al
Congresso, al quale ha partecipato anche la Presidente della Commissione
cultura della Camera dei Deputati, Valentina Aprea, l’on. Franco Narducci ha
sottolineato che i tagli operati dal governoitaliano nel settore della pubblica
istruzione sono insostenibili, precisando che “per il comparto scolastico
estero, la cui gestione attualmente è affidata al Ministero degli Affari
Esteri, il taglio complessivo è di circa 12 milioni di euro”.
E poi riferendosi
alla necessità di aggiornare la presenza italiana all’estero per quanto
concerne gli ambiti educativi ha dichiarato che “e’ necessario tener presente
che, qualsiasi sia l’assetto organizzativo su cui si vuole sviluppare
l’intervento scolastico e formativo dello Stato all’estero, la prima emergenza
su cui intervenire, il primo problema da risolvere, è quello della precarietà
di funzionamento connessa alla costante incertezza delle risorse finanziarie,
ed umane”.
“E’ necessario -
ha puntualizzato l’on. Narducci - superare il sistema della decretazione
annuale delle risorse destinate alle attività scolastiche e formative all’estero,
sostituendolo con la pianificazione pluriennale”.
“Per uscire
dall’emergenza - ha detto il deputato - è inoltre necessario superare
“l’appiattimento o la riduzione” dell’intervento formativo ai corsi di Lingua e
Cultura, ad alcune misure di assistenza scolastica o alle scuole italiane
all’estero, così come si è venuta consolidando negli anni novanta a causa della
mancanza di risorse, per recuperare l’impianto originale della Legge 153/71,
aggiornamento ai mutati bisogni delle nostre collettività”.
“E’ quindi
necessario prevedere e destinare risorse per iniziative ed interventi volti a
favorire l’inserimento della lingua e cultura nei sistemi scolastici locali,
sia aprendo i corsi, ad esempio, anche ad alunni di nazionalità non italiana,
finalizzate al recupero della scolarità di base e al sostegno dei processi di
integrazione nelle realtà sociali e nei sistemi formativi locali dei vari paesi
di residenza” ha concluso Narducci. De.it.press
Dal ClubMediaItalie riuniti a Bruxelles rappresentanti del giornalismo
europeo
Bruxelles - Lo
scorso 13 gennaio, ClubMediaItalie ha riunito a Bruxelles, presso il Parlamento
Europeo, alcuni rappresentanti del giornalismo europeo che alla presenza del
vicepresidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella, del presidente della
Fnsi e consigliere Cgie Franco Siddi hanno discusso sul futuro del giornalismo
e lanciato un grido d’allarme sulla formazione dei giovani e sulla
"affidabilità" delle notizie online.
Nel suo
intervento, Gianni Pittella ha posto l’accento sulla necessità di mantenere
fermi i capisaldi della stampa, quali la libertà d’espressione e l’autonomia e
per questo ha invocato nuove riforme. Lorenzo Consoli, presidente de
l’Association de la Presse Internationale e corrispondente di Apcom a Bruxelles,
ha dato una sferzata all’assemblea con una denuncia chiara dei soprusi e ha
sottolineato la preoccupazione generalizzata di tutta stampa internazionale a
Bruxelles e delle agenzie in particolare. Consoli ha anche sollevato il
problema della qualità del lavoro ripreso dalla collega dell’Ansa, Maria Laura
Franciosi, che ha auspicato la nascita di un Master di giornalismo europeo per
dare maggiore professionalità ai giornalisti accreditati presso le istituzioni.
Franco Siddi ha
quindi ricordato che è l’informazione il primo parametro a misurare la capacità
della democrazia ad affrontare il potere. "Attualmente", ha
affermato, "le misure di "sicurezza" imposte a volte dai governi
mettono in discussione la libertà d’espressione. Il sindacato opera in ambito
internazionale per la ricerca di un nuovo modello editoriale e l’apertura in
Europa può essere la giusta risposta ad una crisi dell’editoria globale".
Franco Po,
referente per i giornalisti italiani all’estero e rappresentante il Presidente
dell’Ordine dei Giornalisti, Lorenzo Del Boca, ha messo in evidenza
l’incompatibilità fra il giornalismo di qualità e le retribuzioni irrisorie dei
pezzi. Inoltre ha voluto più volte sottolineare la sua preoccupazione rispetto
agli 800 giovani che si presentano al concorso per giornalisti chiedendosi cosa
si può offrir loro in tale contesto.
Il direttore
generale della FNSI, Giancarlo Tartaglia, ha poi evidenziato, grazie ad una
prestigiosa memoria storica, analogie e confronti con la crisi degli anni ’70
che, in maniera costruttiva, portarono alla legge 416. Solo che allora",
ha evidenziato Tartaglia, "la tecnologia ha salvato l’editoria mentre oggi
essa costituisce una minaccia".
In conclusione
Paolo Albero Valenti, presidente di ClubMediaItalie, ha dato ulteriore risonanza
allo scenario preoccupante dell’informazione in Europa senza però versare nel
fatalismo, ricordando che il giornalismo italiano è un settore d’eccellenza che
va sostenuto e difeso.
Inoltre il
presidente ha denunciato come sia "stupefacente vedere che il giornalismo,
nonostante la sua rivoluzione permanente in termini di strumenti e di formati,
non riesca a sfondare su una ribalta compiutamente internazionale e con media
anch’essi compiutamente internazionali come fanno da sempre la musica, la
letteratura e la cinematografia". (aise)
Il 4 e 5 febbraio la IV edizione di “Destinazione Mondo”
Giornate di
orientamento e informazione per i giovani sulle opportunità di lavoro,
tirocinio e formazione nel mondo delle relazioni internazionali
ROMA - I giovani interessati al mondo delle
relazioni internazionali non possono mancare all’appuntamento con l’edizione
2010 di “Destinazione Mondo”, la “due giorni” di orientamento alle carriere
internazionali che si svolgerà il 4- 5 febbraio presso la sede della SIOI,
Società italiana per l'organizzazione internazionale, nella sala delle
conferenze di Palazzetto Venezia, piazza San Marco, 51 - Roma.
L’iniziativa consiste in un incontro tra
giovani e rappresentanti delle organizzazioni internazionali, delle istituzioni
europee e della diplomazia italiana, per conoscere le opportunità di
formazione, di tirocinio e lavoro nel campo delle relazioni internazionali.
Apprendere cosa concretamente significa
intraprendere una carriera internazionale, che tipo di formazione e quali
capacità e doti personali bisogna possedere per costruire il proprio percorso,
direttamente dalla voce dei protagonisti, di coloro che appartengono a questo
complesso universo lavorativo, rappresenta di per sé un’opportunità da non perdere.
“Destinazione Mondo” si rivolge ai
giovani universitari, ai neo-laureati, ai giovani professionisti interessati ad
intraprendere un iter professionale a carattere internazionale.
A “Destinazione Mondo” si raccontano: ONU,
UNDESA, WFP, FAO, UNICRI, UNIDO, IAEA, OSCE, OPAC, CTBTO, Unione Europea,
Ministero degli Affari Esteri, Croce Rossa, Agenzia Spaziale Italiana.
L'appuntamento con "Destinazione
Mondo" - a Palazzetto di Venezia giovedì 4 (ore 9.30-17.30) e venerdì 5
febbraio (9.30-13.30) - si colloca nel ruolo istituzionale della SIOI, che ha
tra i suoi obiettivi prioritari la diffusione delle informazioni sull’attività
delle organizzazioni internazionale e la formazione dei giovani nel campo delle
relazioni internazionali. (Sul sito www.sioi.org sono disponibili il modulo di
adesione ed il programma delle giornate). (Inform)
Giorno della memoria. L’on. Lucio Toth: “solidarietà alle comunità ebraiche
italiane”
Roma - "Nella
ricorrenza della Giornata della Memoria, che rinnova il monito a conservare
alta la coscienza dell’orrore della Shoah, gli esuli italiani dell’Istria, di
Fiume e della Dalmazia, che hanno conosciuto anch’essi discriminazioni e
persecuzioni, vittime dello scontro fra le ideologie totalitarie del Novecento,
esprimono la loro solidarietà alle comunità ebraiche italiane". Lo ha
riferito il presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia,
l’on. Lucio Toth, in vista della Giornata della Memoria che si celebrerà il 27
gennaio.
"Fin
dall’Ottocento", spiega Toth, "gli israeliti delle città giuliane e
dalmate furono tra i sostenitori più attivi dell’italianità delle nostre terre,
in uno spirito di convivenza che faceva parte del loro stesso modo si essere.
Basti pensare ad Isaia Ascoli, che per primo propose il nome di Venezia Giulia
per il Litorale austriaco, a Umberto Saba, a Carolina Luzzatto, e a tanti altri
protagonisti della vita di Trieste, di Gorizia, di Fiume e di Zara. Lo stesso
movimento irredentista veniva considerato strumentalmente dalla reazione austro-slava
come un "complotto giudaico-massonico".
"Tanto più
duro e lacerante", spiega il presidente ANVDG, "fu per gli ebrei
giuliani e dalmati l’obbrobrio inaspettato delle leggi razziali, tanto più
devastanti le violenze e le persecuzioni che seguirono al crollo italiano
dell’8 settembre 1943 e all’occupazione nazista". Secondo Toth sono
"eventi che obbligano tutti gli italiani a un doveroso esame di coscienza
e di pentimento per quanto fatto o lasciato fare".
"Alla fine
della seconda guerra mondiale, nelle fila dei profughi giuliani e
dalmati", conclude il presidente Toth, "non sono mancati connazionali
di religione ebraica, due volte esuli, che hanno condiviso la durissima scelta
dell’esodo in condizioni di estremo pericolo per amore della libertà, dei
diritti inalienabili della persona e della suprema dignità umana".
(aise)
In Medio Oriente il tempo di agire è adesso
Sono settimane di
intensa attività della diplomazia americana in Medio Oriente. Prima Hillary
Clinton, poi Denis Ross e il generale Jones, in queste ore l’inviato speciale
Mitchell, si sono susseguiti nella regione nello sforzo di convincere
israeliani e palestinesi a riavviare i negoziati di pace.
Nessuno ignora le
difficoltà e le differenze di vedute che tuttora sussistono tra le parti. Gli
israeliani dichiarano Gerusalemme unica e indivisibile capitale dello Stato di
Israele e i palestinesi, invece, chiedono che sia capitale di due Stati. I
palestinesi chiedono il blocco totale degli insediamenti di nuove colonie,
mentre il governo di Israele ne ha disposto un congelamento parziale, che non
include gli insediamenti già autorizzati, né il territorio di Gerusalemme. Alla
richiesta dei palestinesi di riconoscere ai rifugiati il diritto al ritorno,
Israele oppone di non poter accettare soluzioni che mettano in discussione
l’equilibrio demografico e la ragione stessa dell’esistenza di Israele, nato
per dare una patria al popolo ebraico. Israele chiede, per la sua sicurezza, di
esercitare il controllo di confini e spazio aereo del futuro Stato palestinese,
mentre Abu Mazen è disposto ad accettare che tale garanzia sia affidata ad una
forza multinazionale di pace. E, infine, nessuno può ignorare la frattura che
contrappone Hamas e Abu Mazen e la criticità della situazione di Gaza, dove le
condizioni di vita sono sempre più drammatiche e si pone urgente la necessità
di riaprire i valichi di accesso e consentire l’inoltro degli aiuti umanitari.
E tuttavia,
l’unico modo per dirimere anche le questioni più delicate è dialogare,
discutere e negoziare. L’esperienza di questi decenni ci dice che il tempo non
lavora per la pace. Al contrario, nel tempo sono cresciute la frustrazione e la
sfiducia e oggi è responsabilità di tutti riavviare i negoziati per giungere
finalmente ad una pace stabile e sicura per entrambi i popoli.
Nonostante le
tante difficoltà ci sono, infatti, anche segnali che consentono di tornare a
credere nella pace. L’accettazione del Primo ministro Netanyahu della soluzione
«Due Stati per due popoli» rimuove ogni ostacolo di principio alla nascita,
accanto allo Stato di Israele, di uno Stato palestinese indipendente sulla base
dei confini del ‘67, modificati con eventuali scambi concordati di territori
che tengano conto dei cambiamenti di questi 40 anni. E la decisione del governo
israeliano di sospendere nuovi insediamenti in Cisgiordania, anche se parziale
e se non include Gerusalemme Est, costituisce un primo passo, a cui potrebbero seguirne
altri.
Peraltro anche
dalla Cisgiordania vengono segnali positivi, come la riduzione dei checkpoint e
il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, la crescita
economica, la presa di controllo del territorio da parte della polizia palestinese.
Fatti che dimostrano la capacità del presidente Abu Mazen, del Primo Ministro
Fayyad e dell’Anp di esercitare con efficacia e credibilità l’autorità di
governo.
C’è poi la ripresa
di un impegno forte della comunità internazionale. Non solo la determinazione
di Obama - che dal discorso de Il Cairo in poi ha fatto della questione
israelo-palestinese una priorità della sua agenda - ma anche la dichiarazione
dell’8 dicembre dei ministri degli Esteri dell’Ue; il Piano arabo di pace e il
ruolo attivo che stanno giocando Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Turchia;
il ritorno sulla scena della Russia con la proposta di una nuova Conferenza
internazionale a Mosca: sono altrettanti segnali della consapevolezza che il
tempo di agire è adesso. Tanto più di fronte alla ripresa di iniziativa di Al
Qaeda, che dimostra quanto le organizzazioni terroristiche siano determinate a
far saltare la strategia di apertura di Obama al mondo islamico. Così come
rimettere in moto il processo di pace è essenziale per contenere e contrastare
le posizioni islamiche radicali che, guidate dall’Iran, fanno dell’irrisolto
conflitto israelo-palestinese una bandiera per la loro azione destabilizzante.
Dunque decisivo è
tornare a negoziare e al più presto. Certo, nulla è scontato e facile in Medio
Oriente. Soprattutto dopo i troppi fallimenti di questi anni. E però - come mi
ha detto un interlocutore nella visita che ho compiuto in questi giorni in
Israele e a Ramallah incontrando i tanti protagonisti di quel conflitto - «il
ponte è traballante, ma non ce n’è un altro per attraversare il fiume». PIERO
FASSINO, Rapporteur sul Medio Oriente per il Consiglio d’Europa LS 25
Save the Children alla Ue: bloccare adozioni internazionali di minori,
possono non essere orfani
ROMA – Save the
Children chiede - in occasione della riunione dei ministri degli Esteri della
Ue - “il blocco delle adozioni internazionali di minori coinvolti
nel terremoto, essendo alta, allo stato attuale, la possibilità che un bambino
possa essere erroneamente ritenuto orfano”. Per quanto riguarda invece le
adozioni internazionali dei bambini haitiani i cui documenti legali ad esse
finalizzati fossero stati completati prima del terremoto, “possono senz’altro
andare avanti, così come possono essere inseriti in nuove famiglie i bambini
che sono già stati dichiarati adottabili”.
Appena rientrato da Haiti Filippo Ungaro,
responsabile comunicazione dell’organizzazione in Italia, riferisce che
“attualmente 50 operatori sociali appositamente formati stanno perlustrando
l’area interessata dal sisma per identificare i luoghi dove si sono rifugiati
bambini soli, senza genitori e abbiamo preso contatto con i leader delle
comunità e il governo di Haiti per mettere in piedi un ampio ed efficace
sistema di identificazione dei bambini soli e di ricongiungimento ai propri
familiari”. “Ci sono – aggiunge Ungaro - alte probabilità di ricongiungere
molti bambini nei prossimi giorni. Teniamo presente infatti che molti minori
non erano in famiglia al momento del terremoto ma a scuola o impegnati in
qualche lavoro. Altri si sono ritrovati soli nel momento in cui sono stati
presi in cura da strutture mediche in altre zone della città. Altri ancora sono
rimasti momentaneamente soli perché i genitori sono andati in cerca di acqua e
cibo”.
Save the Children chiede il blocco
delle adozioni in attesa che “tutti questi bambini siano identificati e ne sia
accertato lo status”, e che “sia ripristinato il sistema che, prima del
terremoto, era responsabile della verifica dell’adottabilità dei minori
haitiani”.
Da giorni Save the Children è impegnata “per
assicurare protezione a quanti più bambini possibile”: al momento sono già
operative sei aree “a misura” di bambino in altrettanti campi spontanei a
Port-au.Prince e a Jacmel - per un totale di 3.500 minori seguiti - e ne
saranno avviate delle altre nei prossimi giorni, in contemporanea con l’avvio
delle attività di identificazione e rintraccio dei minori non accompagnati.
L’organizzazione denuncia poi che “dieci
giorni dopo il disastroso terremoto che ha colpito Haiti, all'interno dei campi
improvvisati le condizioni igieniche e di salute degli sfollati, in particolare
dei bambini, richiedono immediata risposta perché il rischio è l'esplosione di
epidemie”
In presenza di “un gran numero di feriti che
ancora non hanno ricevuto cure presso gli ospedali dell’isola”,
l’organizzazione ha allestito due cliniche mobili a Leogane, una delle città
più colpite, con il 90% degli edifici danneggiati”. Le cliniche, spiega Save
the Chidren, stanno assistendo ognuna fino a 200 tra adulti e bambini ogni
giorno: “i problemi più frequenti sono fratture, tagli e lacerazioni”. Inoltre,
il team di operatori per la salute e di dottori di Save the Children sta
distribuendo “aiuti medici nei campi di Port-au-Prince, Jacmel e Petit Guave,
per un totale di 85.000 persone raggiunte”.
“Siamo preoccupati dal rischio crescente,
dovuto anche al clima caldo, di diffusione di infezioni, soprattutto di diarrea
fra i bambini”, commenta Filippo Ungaro. “Gli operatori di Save the Children
sono costretti a curare le persone che non possono accedere agli ospedali, in
prossimità delle strutture ospedaliere. Dobbiamo fare questo urgentemente per
prevenire ulteriori sofferenze e malattie”.
L’organizzazione sta quindi allestendo altre
quattro cliniche mobili a Jacmel, per la cura dei bambini malnutriti attraverso
la mobilitazione di un team di esperti in nutrizione e in vaccinazioni in grado
di raggiungere le comunità più colpite, monitorare le donne incinte e le
neo-mamme, incoraggiare l’allattamento al seno e prestare assistenza ai parti.
(Inform)
Immigrazione. La spocchia di Sarkò e le debolezze italiane
Nicolas Sarkozy
compie un’altra delle «ruptures» al consolidato galateo diplomatico dei suoi
predecessori secondo cui il presidente della République non dava giudizi sulle
politiche interne degli altri governi, specie se amici. E invece, ieri sera in
tv, Sarkò, forse con il pensiero ancora rivolto ai fatti di Rosarno, che molto
hanno impressionato i media francesi, ha detto che la Francia non si troverà
«disarmata di fronte a un fenomeno di sbarchi di migranti come ne ha conosciuti
l’Italia». Se la Francia non sarà «disarmata» significa che l’Italia lo era.
Ecco, la puntura avvelenata che ci arriva dal paese delle cinquanta banlieue
considerati territori «perduti» alla legalità repubblicana e dove in ogni
weekend si incendiano, per gioco e per rabbia, centinaia di automobili.
Ma l’uscita di
Sarkozy va contestualizzata alla circostanza cui i francesi si sono trovati di
fronte e alla quale non sono abituati. Su una spiaggia nel sud della Corsica,
vicino a Bonifacio, sono sbarcati clandestinamente centoventitré curdi, 81
adulti, gli altri bambini e ragazzini, tra le donne alcune incinte. Tradotti in
centri di «ritenzione» i profughi si sono visti subito recapitare un foglio di
riaccompagnamento alla frontiera firmato dai prefetti. I giudici della libertà,
però (non è solo in Italia che i poteri dello Stato si contraddicono) li hanno
rimessi in libertà. Ora - ha garantito ieri sera Sarkozy - saranno curati e
assistiti. Coloro che avranno diritto all’asilo, lo avranno; gli altri
rispediti a casa.
Il «fenomeno» che
tanto ha colpito i francesi potrebbe essere frutto dei respingimenti in mare
effettuati da qualche mese dalle autorità italiane e quindi una prova della
loro efficacia. L’annuncio di Sarkozy potrebbe anche non avere nulla di
polemico ed essere soltanto rivolto a rassicurare i francesi che ancora hanno
negli occhi le sconvolgenti immagini di Rosarno. Probabilmente non ci sarà
nessuna crisi diplomatica tra i due Paesi. Però sono battute che lasciano
l’amaro in bocca agli italiani. Per dover subire quella spocchia parigina di
dar sempre lezioni agli altri dimenticando i propri abissi nelle politiche di
integrazione. Perché quando si parla di Italia è quasi sempre in chiave
caricaturale, buffonesca, drammatica. CESARE MARTINETTI LS 26
Aiuti ad Haiti. Frattini: “Il nostro governo non critica gli sforzi altrui”
ROMA - «Che manchi
un livello adeguato di coordinamento è una cosa che abbiamo rimarcato sin dai
primi giorni. Ma questo non significa che l'Italia abbia alcuna intenzione di
criticare gli sforzi degli Stati Uniti, che la Farnesina ha già definito imponenti,
figuriamoci. Né si può francamente pensare che il pur bravissimo Bertolaso sia
andato ad Haiti con il ruolo di coordinatore del mondo. Sarebbe fare un torto a
lui stesso innanzitutto...».
Franco Frattini è
in partenza per Washington. Sui principali dossier internazionali, dall'Iran
all'Afghanistan, avrà oggi colloqui con il segretario di Stato Hillary Clinton
e il consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale James Jones. Prima di
rientrare in Europa terrà una lecture alla Johns Hopkins University sul ruolo
dell'Italia di fronte alla sfide della sicurezza.
Ad ascoltare la
lettura che in Italia si dà delle parole di Bertolaso la reazione del ministro
degli Esteri è di sorpresa. Gli Stati Uniti «non hanno un partner migliore» del
nostro Paese, ha detto pochi giorni fa l'ambasciatore americano a Roma, David
Thorne.
Eppure Bertolaso
ha definito la situazione «patetica» e criticato apertamente gli americani...
«Abbiamo deciso di
inviare nell'isola una persona di eccezionale professionalità, in grado di
coordinare non solo gli aiuti italiani ma anche di mettere a disposizione del
governo locale, di quello che ne resta, e soprattutto delle Nazioni Unite, una
straordinaria expertise, che può essere massimizzata proprio nel momento in cui
si manifestano i problemi che il sottosegretario evidenzia».
E dunque?
«E dunque quelle
fatte da Bertolaso sono valutazioni logiche e tecniche, non politiche, che non
hanno altro intento se non quello di cercare di suggerire soluzioni per
migliorare la situazione sul campo. Sono fondate sulla situazione empirica, è
sbagliato leggerle contro qualcuno, tanto meno contro gli americani, che in
queste ore stanno svolgendo un lavoro importantissimo».
Resta il quadro
fatto da Bertolaso, in cui l'indice è puntato anche contro aiuti solo
«mediatici»...
«Ma non è una
lezione fatta agli altri, di certo criticare gli sforzi altrui non è
assolutamente la posizione del nostro governo. Tutti stanno facendo del loro
meglio, è evidente che di fronte a una catastrofe di queste dimensioni, che
definire apocalittica non è esagerato, ogni sforzo può essere insufficiente».
Ieri per
distribuire aiuti alimentari i caschi blu hanno dovuto sparare in aria, il capo
della nostra Protezione civile rimarca anche quello che vedono tutti, molto
vicino al caos.
«Ma non sono certo
gli Stati Uniti i responsabili di una mancanza di coordinamento, il che non
significa che l'enorme sforzo che insieme a tante altre Nazioni stanno
dispiegando sia in grado di fronteggiare tutte le emergenze. C'è ancora gente
che viene estratta viva dalle macerie, già solo questo descrive una situazione
in bilico, in cui stenta a chiudersi la fase delle ricerche. La dimensione
della tragedia amplifica problemi di un coordinamento comunque enormi». Marco
Galluzzo CdS 25
Due Paesi chiave
dell’Europa slava, Ucraina e Croazia, hanno cambiato volto attraverso un
mutamento elettorale e politico svoltosi secondo incontestabili regole
democratiche. Gli ucraini hanno di fatto destituito col voto il presidente
Viktor Jushchenko, leader della deludente «rivoluzione arancione» del 2004,
bocciato al primo turno con un magro 5,5 percento, lasciando in lizza per il
ballottaggio del 7 febbraio due candidati assai noti: l’energica ex pasionaria
dalla treccia bionda, Julia Timoshenko, attuale primo ministro, la quale
rincorre con un sostanzioso 25 percento il capo dell’opposizione, Viktor
Janukovic, appoggiato a suo tempo dal Cremlino, che ha raccolto un altissimo 35
percento nelle regioni dell’Est russe o russificate nella lingua, nella cultura
e nella mentalità.
Il voto croato si
è invece già concluso definitivamente il 10 gennaio, in un quadro di
rinnovamento più lineare e meno drammatico di quello ucraino ancora in piena
combustione. La terza presidenza della Croazia, dopo il nazionalista Franjo
Tudjman e il moderato Stipe Mesic, è stata conquistata non a caso da un
personaggio poco noto, del tutto sconosciuto all’estero, il giurista e
compositore Ivo Josipovic che non aveva mai occupato una carica istituzionale
di rilievo.
A Zagabria, al
contrario che a Kiev, la grande novità non s’è palesata nello spessore
carismatico dei contendenti, bensì nel significato squisitamente politico della
contesa e del suo esito: è la socialdemocrazia, la sinistra europeista,
rappresentata da un candidato laterale come Josipovic, quella che esce vincente
dalla gara contro la storica e onnipervasiva Unione democratica croata (Hdz)
fondata dal presidente soldato Tudjman e incarnata nella candidatura perdente
del sindaco zagabrese Milan Bandic. Si spera che un simile cambio della guardia,
anche emblematico, ai vertici dello Stato, potenzialmente il più ricco dei
Balcani occidentali, ma ridotto in precarie condizioni da clan disonesti spesso
collegati alle tresche della dominante Hdz, possa favorire e dare finalmente
avvìo alle riforme di cui l’economia inceppata e la società frustrata della
Croazia hanno urgente bisogno. Il traguardo europeo, dal quale tanti croati si
sentono ingiustamente esclusi, dopo l’ingresso nell’Ue di Bucarest e di Sofia,
si farà indubbiamente più vicino a Zagabria. Non solo. Ma più vicino, per la
cosiddetta «legge del traino», anche a Belgrado, che cerca di uscire
dall’isolamento dopo le guerre interjugoslave innescate dalla megalomania
aggressiva di Milosevic.
È invece più
problematico dire che cosa, in attesa del secondo turno, l’Ucraina possa
sperare di ottenere dall’Europa e l’Europa dall’Ucraina. Qui, tutte le carte
del gioco appaiono ribaltate, o addirittura sconvolte, rispetto a quelle
esibite cinque anni fa dai vincitori «arancione» oggi duramente sconfitti come
Yushenko o sorprendentemente modificati come la Timoshenko. Non solo la lotta
condotta a colpi spietati, subito dopo la conquista del potere, dall’uno contro
l’altra, cioé dal capo dello Stato contro il capo del governo, ha finito per
dissolvere la coesione e distruggere la credibilità del gruppo dirigente
antirusso, occidentalista e patriottico, emerso dalla rivoluzione morbida di
Kiev. Non solo la corruzione è dilagata, non solo gli oligarchi del petrolio e
dell’acciaio hanno alzato la voce e le pretese, non solo le casse dello Stato
sono andate in malora svuotate da una spesa pubblica mirata ad alimentare
nepotismi e favoritismi, non solo buona parte dei seggi parlamentari è stata
svenduta al miglior offerente, non solo il Fondo monetario internazionale ha di
colpo interrotto l’anno scorso i cospicui sussidi concessi a Kiev, in
definitiva non solo la duplice nazione ucraina nel suo complesso,
occidentalista o slavofila che fosse, si è trova sull’orlo della bancarotta
all’inizio della campagna per la nomina del nuovo presidente.
Come se tutto ciò
non bastasse, i due candidati rimasti sul campo, la Timoshenko
ultranazionalista d’una volta e il Janukovich filorusso d’un tempo, hanno dato
agli elettori confusi l’impressione di aver invertito le parti e scambiato le
loro alleanze: lei non più avversaria ma interlocutrice di Putin, lui non più
zimbello nelle mani di Putin ma interlocutore di influenti ambienti politici ed
economici occidentali. Non si dimentichi la strategica posizione energetica dell’Ucraina
tra Est e Ovest, l’enorme potenziale di mediazione petrolifera concentrato
nelle pipelines che l’attraversano, e si capirà meglio perché la Russia
putiniana cerchi oggi di favorire colei che, già chiamata «principessa del
gas», molti sondaggi danno per vincente al prossimo ballottaggio. Si capirà
altrettanto bene perché Janukovich, snobbato e quasi abbandonato dall’amico
Putin, che nel 2004 gli stringeva la mano a Kiev, cerchi oggi di ricostituirsi
agli occhi dell’Occidente una sorta di verginità neutrale e negoziabile. Ne
vedremo di belle quando sapremo chi fra i due, ormai più concorrenti in affari
che nemici in politica, sarà eletto presidente il 7 febbraio.
Scartata comunque
non solo dai politici, ma dalla maggioranza degli ucraini, l’ipotesi di un
ingresso nella Nato, resterà aperta la più commerciabile e più commestibile
opzione europea. Dal suo canto Bruxelles non potrà ignorare che i futuri
orientamenti dell’Ucraina, incapsulata con 46 milioni di abitanti fra l’Unione
Europea e la Russia, eserciteranno una profonda influenza sul grande e
irrequieto spazio postsovietico. L’associazione all’Europa della piccola
Croazia di 6 milioni di abitanti, abituata da sempre agli usi e costumi
europei, non oppressa né ricattata dalla Russia, sarà certamente più facile e
scorrevole. Il nuovo uomo di Zagabria si sa come e dove guarderà. Non si sa
invece chi sarà e dove guarderà il nuovo presidente di Kiev.
ENZO BETTIZA LS 25
Il programma nazionale della ricerca, cosa manca al piano di rilancio
Dopo molti
proclami, riunioni, tavoli di lavoro, gruppi di studio e pubblicazioni
apocrife, finalmente è disponibile sul sito del Ministero che si occupa anche
di ricerca il Programma nazionale della Ricerca (PNR). Si tratta di un
documento corposo, ma leggibile in tempi ragionevoli. La prima sensazione è
quella di un piano che si occupa puntualmente dei vari aspetti della ricerca
scientifica, ma ignora completamente alcuni problemi fondamentali dalla cui
soluzione dipende il futuro della ricerca italiana assieme a quello dei Paesi
con cui siamo in competizione e al tempo stesso in collaborazione nell’ambito
dell’Unione Europea. Per venire al sodo, manca una discussione su chi governa
la ricerca scientifica in Italia. Non esiste una mappa di tutti gli enti
pubblici che finanziano la ricerca: sono molti, ma non identificati, a partire
dai vari Ministeri per arrivare alle Regioni e in qualche caso perfino alle
Provincie e ai Comuni. Come è possibile fare un PNR senza sapere quanto spende
ciascuna delle citate strutture e con quali finalità e con quali metodi? Qual’è
la sede in cui le varie esigenze settoriali di ricerca si integrano e vengono
coordinate? Il PNR dice solo timidamente che potrebbe essere il MIUR, ma sono
tutti d’accordo? Forse la sede più adatta potrebbe essere la Presidenza del
Consiglio che si serve del MIUR per gli aspetti amministrativi. Manca
completamente una netta separazione fra la politica della ricerca e
l’attuazione della ricerca. La prima dovrebbe indicare - e qualche tentativo
molto generico in questo senso è presente nel PNR - quali sono le priorità di
ricerca per il Paese, facendo delle scelte che sono di stretta natura politica
e allocando le necessarie risorse in modo dettagliato e cioè quanto è
disponibile per ogni priorità. Un lavoro non indifferente che richiede analisi
accurate di ciò che offre la ricerca italiana di quali siano le richieste delle
attività produttive, dall’agricoltura all’industria. La fase attuativa non può
essere affidata a strutture burocratiche; deve essere realizzata da tecnici
esperti. In altre parole come suggerito dal gruppo 2003
(www.lascienzainrete.it) è necessaria la realizzazione di una Agenzia Italiana
per la Ricerca Scientifica (AIRS) che non deve essere un altro carrozzone, ma
una struttura agile e poco costosa in cui vengano “comandati” ricercatori
pubblici che abbiano mostrato capacità scientifiche e manageriali. Spetta
all’AIRS recepire le priorità proposte dal Governo, traducendole in bandi di
concorso con tutto il corollario di accesso generalizzato, peer review,
monitoraggio e finanziamento realizzando quello che il PNR definisce come
ricerca di base, generata dai ricercatori, ricerca traslazionale o finalizzata
a ricerca industriale. Senza questa struttura è impossibile oggi mettere in
pratica tutti i vari livelli di governance elaborati dal PNR; come pure sembra
impossibile interagire a livello europeo. Le varie sfaccettature della ricerca
europea che includono non solo i bandi per i progetti di ricerca (FP7) ma anche
i programmi di collaborazione per le infrastrutture (ESFRI), i programmi comuni
(JCP) e quelli limitati a pochi Paesi (ERA-NET) per citare alcuni esempi, non
potranno vedere un’adeguata presenza della ricerca italiana senza la
realizzazione di strutture come l’AIRS. Basti ricordare che l’Italia paga il
13,5 percento dei programmi e recupera solo il 9 percento, secondo quanto
riporta lo stesso PNR.
L’Italia è in
grande difficoltà per quanto riguarda la ricerca e il PNR non risparmia
un’analisi critica, anche se l’utilizzo delle percentuali non permette di
capire la gravità della situazione che verrebbe resa più evidente riportando le
cifre assolute e normalizzandole per il PIL o per milioni di abitanti.
L’orgoglio spesso sottolineato ricordando che la spesa pubblica per la ricerca
in Italia è comparabile a quella degli altri Paesi Europei, essendo intorno
allo 0,55 percento del PIL (conto lo 0,65 della media dai Paesi Europei, ma
l’uno percento dei Paesi più “virtuosi”) non è sostenibile dei dati di fatto.
Anzitutto il PIL dei Paesi con il livello di popolazione analogo all’Italia è
ben superiore a quello italiano; in secondo luogo circa lo 0,10 percento del
PIL (la differenza con la media dei Paesi europei) non è una cifra
insignificante, superando largamente il miliardo di euro; e in terzo luogo non
è sostenibile che il 50 percento della spesa universitaria sia destinato alla
ricerca e quindi vada incluso nello 0,55 percento citato più sopra. Infatti la
stragrande maggioranza della spesa universitaria serve per pagare stipendi.
Inoltre bisogna distinguere tra allocazioni ed effettivi stanziamenti: basti
pensare che solo una parte degli scarsi finanziamenti del MIUR riguardanti il
2008 e il 2009 viene distribuita in questi giorni!
Il PNR permette di
registrare alla fine una sorpresa non certo piacevole. In tutto il testo si fa
appello a una mitica tabella n. 2 che dovrebbe darci un’idea di quali sono le
risorse effettive che il PNR attribuisce in frazioni percentuali alle singole
azioni a favore della ricerca. Il problema è che la tabella 2 non c’è ….. è
ancora da definire!
Silvio
Garattini IM 25
Eurispes, cresce fiducia in Napolitano. In calo il governo, sale la
magistratura
Sondaggio sulla
fiducia nelle istituzioni. Il capo dello Stato piace al 70% degli italiani - Diminuiscono
i consensi all'esecutivo. Pollice verso anche per scuola, sindacati e partiti
ROMA - Aumenta la
fiducia degli italiani nel presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:
crede in lui il 70% della popolazione. In leggero calo, invece, la fiducia
verso l'operato del governo, che cala dal 27,7% dello scorso anno al 26,7%.
Male anche per scuola, sindacati e partiti. Crescono invece i giudizi
favorevoli nei confronti della magistatura. Questi i dati più rilevanti del
sondaggio Eurispes sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni contenuto nel
rapporto Italia 2010 che verrà presentato venerdì prossimo. In termini
assoluti, il dato è positivo: la fiducia nelle istituzioni, infatti, è salita
in un anno di ben 28,5 punti percentuali, passando dal 10,5% del 2009 al 39%
del 2010. Di pari passo è diminuita del 10% la quota di italiani che esprimono
un calo della fiducia, che si attesta al 45,8%.
In vetta Giorgio
Napolitano. Il 70% degli italiani si fida di Napolitano, con un aumento di 6
punti percentuali rispetto all'anno scorso. Il capo dello Stato, dunque, è
sempre più un punto di riferimento per gli italiani. Questo vale soprattutto
per gli over 65, che gli accordano la fiducia nel 73,3% dei casi e tra coloro
che hanno tra 45 e 64 anni (73,7%). In ogni caso, il consenso tocca tutte le
fasce di età e non scende mai al di sotto del 60%.
Cala il governo.
In lieve calo, invece, la fiducia nel governo: i pareri positivi sono il 26,7%
contro il 27,7% dell'anno precedente. Il dato - precisa Eurispes - è comunque
costante negli ultimi anni, sia che si tratti di un governo di centrodestra che
di uno di centrosinistra. Mostrano maggiore fiducia i cittadini del Nord-est
(29,4%) e quelli di destra e centrodestra, mentre il livello più basso è nelle
isole (22,8%) e negli elettori di sinistra e centrosinistra.
Si attesta su
livelli simili la fiducia nel Parlamento: 26,9% contro il 26,2% del 2009.
Percentuali più alte si registrano tra gli elettori di destra, centrodestra e
centro, mentre i cali più vistosi si hanno a sinistra e nel centrosinistra.
Sale la
magistratura. Insieme al presidente della Repubblica, l'istituzione che
quest'anno acquista nuovo credito è la magistratura. Il consenso è in crescita
da 5 anni e oggi quasi un italiano su due dà fiducia ai magistrati. Se,
infatti, nel 2009 i fiduciosi erano il 44,4%, quest'anno c'è stato un balzo del
3,4% che porta la percentuale al 47,8%. Ad avere meno fiducia nella
magistratura sono gli italiani di destra (35,6%) e centrodestra (35,4%), molto
più fiduciosi quelli di centro (53%). A sinistra (58,1%) e al centrosinistra
(58,5%) l'apprezzamento è ancora più alto.
La scuola. Si
tratta di un'istituzione che continua a perdere fiducia, soprattutto tra le
fasce giovanili. Il 52,7% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha dichiarato di
avere poca fiducia e il 10,1% non ne ha per nulla. E, nonostante l'appartenenza
politica del ministro dell'istruzione, il poco credito risulta molto forte tra
le persone di destra (43,2%) e centrodestra (50,3%), anche se aumenta nella
sinistra (53,7%) e nel centrosinistra (50,4%).
I partiti. Il
45,5% degli intervistati non nutre alcuna fiducia nei partiti e il 42,4% ne ha
poca, a fronte di un 12,1% che si dichiara fiducioso. Una opinione quasi
uniforme in tutte le aree geografiche del Paese e che prescinde dall'area
politica di appartenenza. E tuttavia, rispetto all'anno precedente, questa
fiducia aumenta del 5%. Da sottolineare poi che l'85,3% condivide l'idea che i
partiti dovrebbero cercare di raggiungere il massimo di concordia possibile per
il bene del paese. Quanto alla legge elettorale, la stragrande maggioranza
(83,1%) è favorevole alla reintroduzione delle preferenze.
Sindacati.
Risutati negativi anche per i sindacati, che perdono consensi soprattutto a
sinistra (il 68,5% ha poca o nessuna fiducia) e nel centrosinistra (67,1%).
Altre istituzioni.
Sale invece la fiducia nei confronti delle associazioni di volontariato (82,1%)
e della Chiesa (47,3%), con un aumento dell'8,5% rispetto all'anno precedente.
Migliora il dato per la pubblica amministrazione (+3,7%), anche se il tasso di
sfudicia resta altissimo (+73,8%). Buoni risultati anche per le forze
dell'ordine, in costante aumento sia per carabinieri che per polizia e guardia
di finanza. LR 25
Il trionfo di Vendola in Puglia, Pd sconfitto
Il governatore ha
stravinto le primarie con oltre il 70% (VIDEO - FOTO). Feste di piazza e
vignette, i fan di Nichi si ritrovano in rete. Bersani: ''Determinatissimi a
sostenerlo''. D'Alema: ''Saremo leali come nel 2005''. Il leader Udc: "La
scelta della senatrice rende tutti contenti''. Emiliano: ''Dura lezione al
partito''. Bindi: "Il Pd avrebbe potuto sostenerlo da subito''.
Bari - ''Credo che abbiamo aiutato il
centrosinistra a ritrovare la strada del rapporto con le giovani generazioni,
abbiamo aiutato il centrosinistra a ritrovare il proprio popolo e le proprie
ragioni''. Lo dice il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, nella
videolettera registrata questa notte e diffusa sul suo sito e su You Tube dopo
la netta vittoria sullo sfidante Francesco Boccia nelle primarie del
centrosinistra, vittoria che ne ha sancito la ricandidatura alla carica di
governatore alle prossime regionali.
Vendola ha
stravinto con oltre il 70%: si sono recati al voto 192mila elettori, ben più
delle primarie del 2005 quando la partecipazione fu di quasi 80mila persone (in
quella occasione Vendola ottenne il 51% contro il 49% dello sfidante). Ora per
il governatore ''comincia la campagna elettorale vera'' ha annunciato,
invitando i suoi sostenitori ad applaudire lo sfidante Boccia.
Alla luce di
questa vittoria, per il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani,
allargare l'alleanza all'Udc in vista delle regionali è "un tema che
abbiamo ancora davanti, anche in Puglia, anche se le condizioni sono più
complicate" ha detto entrando alla direzione del partito. "Siamo
determinatissimi a sostenere Vendola", ha chiarito. "Le primarie le
abbiamo inventate noi, sappiamo bene come ci si comporta, si appoggia chi ha
vinto - ha detto Bersani - la popolarità di Vendola ha oscurato la proposta del
Pd che non era contro Vendola, lo comprendeva, ma si preoccupava di non stare
stretto nel nostro campo e di favorire la convergenza delle opposizioni e un
percorso alternativo alla destra".
Per il presidente
della Fondazione Italianieuropei Massimo D'Alema ''la larga vittoria di Vendola
conferma il legame del presidente della nostra Regione con tanta parte
dell'elettorato del centrosinistra, compresi gli elettori del Partito
democratico'' afferma in una nota. ''Prendo atto di questo risultato - prosegue
D'Alema - e della necessità, quindi, per il PD di sostenere lealmente Vendola
come gia' facemmo nelle elezioni regionali del 2005''.
Secondo il sindaco
di Bari e presidente del Pd della Puglia, Michele Emiliano, ''Nichi Vendola ha
meritatamente vinto, impartendo al nostro partito, e non a Francesco Boccia,
una dura lezione che non può più essere ignorata''. Inoltre, ''anche la più
razionale delle strategie politiche non può essere calata dall'alto e non può
essere attuata ignorando i sentimenti di rispetto e di affetto delle persone
nei confronti di quei pochi politici che nel bene e nel male sono sintonizzati
con il senso comune - ha aggiunto - questa è la lezione che tutto il Pd deve
apprendere''.
''Le sconfitte
peggiori sono le battaglie che non si combattono''. E' amaro il commento a
caldo di Boccia, deputato del Pd sconfitto. ''Ora ''i pugliesi si sono espressi
- ha aggiunto - e i numeri sono evidenti, non lasciano spazio ad
interpretazioni''. E ''resta l'unica speranza che abbiamo per sconfiggere il
centrodestra non solo in Puglia ma anche in Italia nei prossimi anni''.
Auguri arrivano da
parte di Antonio Di Pietro, per il quale " Nichi ha vinto le primarie
grazie alla sua caparbietà e, soprattutto, grazie alla società civile che,
attraverso premi Nobel, scienziati e artisti, attori, associazioni, movimenti e
migliaia di pugliesi, lo ha sostenuto perché crede in lui ed è convinta che Nichi
abbia a cuore la Puglia. La vittoria di Nichi Vendola è la vittoria dei
cittadini sugli schemi preconfezionati delle logiche di partito e della
partitocrazia" scrive sul suo blog il leader Idv.
Della stessa
opinione anche Margherita Boniver, deputato del Pdl e presidente del Comitato
Schengen, che in una nota scrive: ''Sono contenta che il pronostico della
vigilia abbia confermato in Puglia il candidato Vendola che evidentemente batte
le strategie degli apparati''. E conclude: ''Inventarsi le primarie è un
ridicolo scimmiottare strumenti democratici che appartengono ad altri
sistemi''.
(Adnkronos 25)
Primarie-boomerang, la democrazia diretta non “obbedisce” più
ROMA - Per ultimo,
proprio l’altro giorno, è stato Salvatore Vassallo l’inventore dello statuto
del Pd e guardia rossa delle primarie a lanciare l’ukase: «In Puglia non c’è
alcun vincolo di partito, per scegliere il candidato presidente la sovranità
appartiene agli elettori, non al partito». Ergo: tutti, anche gli iscritti al
Pd, sono liberi di votare per Vendola senza sentirsi in peccato mortale. Poche
parole puntute come lance e viene fuori il nucleo dello scontro che circonda le
primarie: togliere alla ”casta” partitica il potere di nomina e selezione per
affidarlo al ”popolo”, il partito si spoglia di uno degli ultimi attributi per
il quale esiste - la selezione di eletti e dirigenti - e naviga nel mare magnum
degli elettori. Anche a costo di andare incontro a primarie barzelletta o
comunque difficilmente gestibili: è il caso della Calabria, dove ambirebbero a
scendere in lizza ben quattro candidati aspiranti a governatore, l’uscente
Loiero più altri tre tutti di fede bersaniana, sarebbero primarie-faida ma si
sa, siamo in Calabria. A Venezia invece si farebbero primarie-scontate, nel senso
che per succedere a Cacciari sono in tre - Bettin, Fincato, Orsoni - ma solo
quest’ultimo ha chances, è già dato per sicuro vincente come anti-Brunetta
visto che gode dell’appoggio di quasi tutto il Pd e soprattutto del sindaco
uscente. Se poi si scende nel Lazio, ecco le primarie-fantasma nel senso che
non si è avuto neanche il tempo di parlarne, la Bonino ha bruciato tutti sul
tempo. In Umbria tutto l’opposto: il veltroniano Agostini ha bruciato tutti per
farle, le primarie, ma il partito è spaccato a metà, l’uscente Rita Lorenzetti,
dalemiana dalla culla, non vuole mollare per cui si profilano primarie-ordalia
tra dalemiani e veltroniani per interposti candidati.
Più si va avanti e
più si scopre che queste primarie rischiano di diventare un problema più che la
soluzione, un vero e proprio boomerang. Non a caso Pier Luigi Bersani agli
albori della sua candidatura a leader fece balenare l’idea di cambiarle, queste
primarie, salvo pentirsene subito visto che fu immediatamente accusato di
volerle archiviare. Il suo principale sponsor, D’Alema, alle primarie ha sempre
guardato con diffidenza, anche se in Puglia in verità si è mosso perché si
svolgessero, «posso capirle per la scelta dei candidati, ma per i dirigenti è
assurdo ricorrere alla conta, saremmo invasi dalla società civile», ebbe a dire
tempo fa e per poco non venne scomunicato per eresia ultrapartitica. In
principio furono primarie-ratifica, primarie-plebiscito per affermare con
clamore di popolo le leadership di Prodi prima e di Veltroni dopo; quindi
furono primarie vere tra Franceschini e Bersani. E adesso?
Già oggi in
direzione il ”partito delle primarie” uscirà allo scoperto e lancerà
l’offensiva: l’istituto non si tocca, è parte costitutiva del Pd, «chi pensa di
abolire le primarie per affidare la premiership a qualcun altro esterno al Pd
(leggi Udc) esca allo scoperto e vediamo, sarebbe assurdo», ha avvertito
proprio ieri Vassallo. Gli equilibri interni sono però incerti: per il partito
delle primarie tifano i veltroniani duri e puri in questo alleati con i
parisiani, i franceschiniani (ma non i popolari), Gentiloni e Realacci così
come i fassiniani, e per ultimo ma non meno importante la presidentessa Rosy
Bindi. NINO BERTOLONI MELI IM 25
Primarie in Puglia. L'analisi. L’esplosione del laboratorio
È la nemesi di chi
vede le primarie come la «vera» e unica fonte di legittimazione dei vertici del
Pd; e insieme l’esplosione del «laboratorio pugliese» messo su da Massimo
D’Alema e Pier Luigi Bersani per lanciare l’alleanza con l’Udc. In apparenza è
tutto facile, perché ci sono vincitori e vinti. Ma nell’analisi di quanto è
accaduto ieri, fattori locali e nazionali si mescolano. Così, si può affermare
che la vittoria netta del governatore uscente Nichi Vendola riapre i giochi
congressuali; e che hanno prevalso le nomenklature locali sui diktat nazionali
del segretario Bersani, affiancato e quasi sovrastato da D’Alema. Ma forse
l’aspetto più eclatante delle elezioni primarie è che si siano svolte, abbiano
mobilitato quasi 200 mila persone, e siano state vinte contro la volontà e le
indicazioni dei vertici del Pd. Significa che continuano ad esistere non uno,
ma due partiti.
Quello ufficiale
si è imposto nel congresso d’autunno. Ha una vocazione governativa e vede
nell’Udc l’interlocutore naturale della propria strategia alternativa a Silvio
Berlusconi: un progetto prima che di sfondamento al centro, di smantellamento
progressivo del bipolarismo in sintonia con Pier Ferdinando Casini. Anche per
questo maneggia con diffidenza lo strumento delle primarie: lo considera
congeniale ad un rafforzamento del bipolarismo, non al sistema che Bersani e
D’Alema pensano di fare emergere dalla trattativa fra gruppi dirigenti. Questo
Pd emerge dalla prova di ieri come il grande sconfitto. E non soltanto perché
Vendola vuol dire il naufragio del matrimonio di interesse con l’Udc. Il
problema è che la segreteria nazionale, e soprattutto D’Alema, avevano
innalzato la Puglia al rango di laboratorio delle strategie future. Doveva
diventare la vetrina di un centro-sinistra plasmato da Roma secondo i canoni di
una liquidazione progressiva dell’identità abbozzata negli ultimi due anni.
L’operazione subisce un altolà che ha del clamoroso.
Dopo avere
riproposto il bis del primo scontro nelle primarie, avvenuto nel gennaio del 2005
proprio fra Vendola e Francesco Boccia, con la vittoria anche allora di
Vendola, la Puglia riconsegna lo stesso risultato. Con un paradosso in più. Il
governatore ha issato la bandiera dell’identità storica del Pd, lasciata cadere
con miopia dai suoi custodi. Ed ha vinto a dispetto della guerra spietata che i
presunti maggiorenti gli hanno fatto; e nonostante gli scandali politici che
sporcano la Puglia. Ritenere però che questo segni la rivincita postuma
dell’Unione prodiana sarebbe fuorviante. Più che la nostalgia di un progetto
bocciato dagli elettori alle politiche del 2008, si assiste alla difficoltà di
riempire quel vuoto. Quanto è accaduto sembra rivelare un’incomprensione
radicata, di più, un rifiuto per operazioni a tavolino che l’elettorato non è
disposto ad avallare. E’ vero che rappresenta un concetto ambiguo e oggi
incontrollabile, nel limbo dopo il tramonto dei governi di Romano Prodi e della
segreteria di Walter Veltroni. Ma è altrettanto evidente che non esistono più
neppure quelle macchine oliate dell’ex Pci in grado di mobilitare e orientare i
consensi. L’illusione di sostituire il «partito liquido» con le solide radici
degli apparati locali è andata a sbattere contro una realtà più sfibrata e
insieme arrabbiata. La sinistra non ha identità di riserva. E le primarie
rimangono una fonte di legittimazione discutibile eppure condivisa: più forte
di qualunque scomunica più o meno larvata.
Massimo Franco CdS 25
È l’alleanza con l’Udc il cuore dello scontro che divide i democratici
ROMA - Il solo a
dirlo esplicitamente è stato Ignazio Marino: «È sbagliato inseguire l’Udc a
tutti i costi, anche perché sono molte le cose che ci dividono». Ma nel Pd le
resistenze all’alleanza con i centristi sono più ampie di quanto non emerga
nelle dichiarazioni e il successo di Nichi Vendola le ha riportate tutte alla
luce. Si può dire che la questione delle alleanze sia la vera linea di
contrasto nel Pd, dalla quale discendono le altre. Un contrasto che il
congresso, in tutta evidenza, non ha risolto. Giovanna Melandri ha detto nella
riunione di direzione che «non si può cercare un’alleanza a scapito
dell’identità del Pd come partito a vocazione maggioritaria»: ce l’aveva con la
strategia seguita in Puglia, ma anche con l’«adesione passiva» alla Bonino nel
Lazio. È la critica ricorrente dei veltroniani, per i quali l’idea del Pd è
radicata in uno schema tendenzialmente bipartitico. «Bersani - ha scritto Paolo
Gentiloni - rivendica in Puglia una rischiosa coerenza. Anche a Little Big Horn
ci fu rischiosa coerenza...»
A parole nessuno
dell’area Franceschini-Veltroni nega in astratto la possibilità di intese con
l’Udc. Ma anche al tempo del congresso l’obiettivo era condizionarle,
svalutarle, fissare paletti alti. In questi giorni Salvatore Vassallo, padre dello
statuto del Pd, insisteva sul carattere distintivo delle «primarie» per il Pd.
Un istituto «fondativo» al quale l’Udc sarebbe in sostanza obbligato ad
adeguarsi. Ieri Debora Serracchiani ne ha parlato addirittura come di un
«tratto d’identità». E Arturo Parisi ha ulteriormente rilanciato: «Il Pd è
diviso tra chi vuole restaurare la democrazia dei partiti e chi vuole mantenere
in vita una democrazia dei cittadini». Insomma, è contestata l’ipotesi stessa
di un patto tra forze autonome che non rientrano in un rigido schema bipolare.
Ma le resistenza
non finiscono qui. Marina Sereni ha detto in direzione che «più che allargare
al centro, il Pd sta perdendo pezzi al centro». Il tema stavolta è il presunto
spostamento a sinistra del baricentro del partito. Tema al quale sono molto
sensibili gli ex Popolari. Ieri Pierluigi Castagnetti ha portato il suo affondo
tanto sul caso Puglia («Se un gruppo dirigente viene sconfitto 70 a 30 vuol
dire che ha perso capacità di ascolto») quanto sul caso Lazio («Si sta sottovalutando
l’effetto della candidatura Bonino sul mondo cattolico»).
Fin qui le
minoranze. Ma anche Rosy Bindi, che pure è stata partner importante di Bersani,
non è una fan dell’intesa con l’Udc: «Qualcuno considerava il laboratorio
pugliese non un allargamento all’Udc, ma un restringimento Pd-Udc». Se la Bindi
ha dato sponda alle minoranza, in direzione però Franco Marini è intervenuto a
sostegno di Bersani. Innanzitutto ha detto che Emma Bonino è un’«ottima
candidata», la «migliore a disposizione dopo la rinuncia di Zingaretti», e che
i cattolici giudicano la politica con un metro «laico» non dissimile dagli
altri cittadini. Marini ha poi aggiunto che l’alleanza con l’Udc va cercata con
pragmatismo. A una condizione uguale e contraria rispetto a quella di Parisi:
«Che l’Udc resti, appunto, un soggetto autonomo. L’identità del Pd è già
definita dalle sue forze e dall’apporto essenziale dei cattolici democratici
che ne sono stati co-fondatori».
Dopo le regionali
non c’è dubbio che il tema tornerà. Bersani ha ribadito che per lui la
costruzione dell’«alternativa» passa da una convergenza delle opposizioni. E
Stefano Fassina ieri ne ha difeso le ragioni: «Non si tratta solo di comporre
un’alleanza numericamente vincente. L’intesa con l’Udc è strategica perché il
blocco sociale di Berlusconi si fonda sul corporativismo e il localismo
leghista del Nord e perché con l’Udc possiamo convergere su una riforma
equilibrata delle istituzioni che restituisca dignità al Parlamento». cla.sa.
IM 26
Il sindaco di Bologna Delbono: "Mi dimetto". Prodi: "Gesto
di grande sensibilità"
Il sindaco di
Bologna è indagato per peculato, abuso d'ufficio e truffa aggravata
C'è il nodo
bilancio. "Tempi e modi saranno stabiliti con responsabilità"
di MICOL LAVINIA
LUNDARI
BOLOGNA - Alla
fine si rimangia la parola e cede. Incontri in mattinata a Palazzo D'Accursio
poi l'annuncio ufficiale: Delbono si dimette. Il primo a dirlo è il capogruppo
del Pd in Consiglio comunale Sergio Lo Giudice (appena uscito dalla riunione),
poi è lo stesso primo cittadino a dare le proprie dimissioni di fronte ai
consiglieri comunali: "Mi dimetto, ma i tempi e i modi saranno stabiliti
con responsabilità".
Il sindaco di
Bologna fa dietrofront rispetto a quanto dichiarato solo due giorni fa,
all'uscita dalla Procura di piazza Trento e Trieste: "Non mi dimetterò -
disse allora dopo cinque ore a colloquio con i pm - nemmeno se sarò rinviato a
giudizio". Il fascicolo in questione è quello sul cosiddetto Cinzia-gate,
sul presunto utilizzo di denaro della Regione a uso privato: viaggi e spese con
l'allora compagna e segretaria Cinzia Cracchi. Le accuse formulate sono di
peculato, abuso d'ufficio e in seguito si è aggiunta anche la truffa aggravata.
Passano due giorni
da quel lungo interrogatorio e il sindaco Delbono annuncia di aver preso la
decisione di dimettersi "senza consultare Errani o Prodi". Il primo,
presidente della Regione Emilia-Romagna, lo giudica "un gesto di rispetto
verso la città". Per Romano Prodi, che di Delbono fu sponsor durante la
campagna elettorale, "il suo è un gesto di grande sensibilità nei
confronti di Bologna. Esse (le sue dimissioni, ndr) dimostrano un senso di
responsabilità verso la comunità che va al di là dei propri obblighi e delle
proprie convenienze. Delbono ha confermato, a differenza di altri, di saper
mettere al primo posto il bene comune e non le sue ragioni personali". Per
il presidente della Regione Vasco Errani è stato "un gesto di rispetto
verso la città"; il segretario del Pd Andrea De Maria commenta: "Un
atto di serietà e responsabilità".
"Per me
Bologna viene prima di tutto - ha spiegato Delbono in Consiglio comunale. E'
per questo che siccome i tempi e i modi richiesti per difendermi eventualmente
in sede giudiziaria rischiano di avere ripercussioni negative con la mia
attività di sindaco, ho già deciso in piena coscienza che rassegnerò le
dimissioni dalla mia carica". "Per senso di responsabilità - ha
aggiunto Delbono- seguirò modi e tempi che dovranno tenere presenti il bene
prioritario per la città, a partire dal fatto che nei prossimi giorni inizierà
in aula l'esame per l'approvazione del bilancio 2010 di cui rivendico la bontà,
così come sono orgoglioso delle cose fatte in questi mesi".
Molti esponenti
del centrodestra paventano il rischio di lunghi mesi di commissariamento
amministrativo per la città di Bologna. Durante l'incontro con la stampa, a
seguito del Consiglio comunale, Flavio Delbono ha risposto così: "Se il
Governo vuole si può andare a votare già in autunno". Per fare ciò è
necessario che l'Esecutivo firmi un decreto legge ad hoc.
Nel frattempo
Cinzia Cracchi, la donna al centro della bufera giudiziaria che coinvolge anche
il sindaco (la donna è indagata per peculato e abuso d'ufficio) parla in
esclusiva ai microfoni di Repubblica Tv: ""Penso che Delbono abbia
fatto il meglio per la città dimettendosi. Questo non era un mio obiettivo, la
mia intenzione era quella di riavere il mio lavoro. Delbono prova odio per me?
Io non lo odio".
LR 25
Chi predica bene e razzola male
Qualche tempo fa a
una trasmissione televisiva un esponente del centrodestra sbatté in faccia a un
collega-rivale del centrosinistra il caso Marrazzo dicendo più o meno così:
«Avete montato una campagna di stampa per le escort di Berlusconi, ma anche voi
avete i vostri bravi sex-gate». «Sì - fu la risposta - ma la differenza è che
Marrazzo si è dimesso, Berlusconi no».
Ieri si è dimesso
anche il sindaco di Bologna Flavio Delbono, pure lui di centrosinistra e pure
lui travolto da una storia di alcova (è inutile che si dica che qua ci sono
ipotesi di peculato eccetera: la vera storia che ha messo a soqquadro Bologna è
innanzitutto una storia di amanti: prima del bancomat, anche qui, cherchez la
femme). A sinistra potrebbero quindi aggiungere un tassello a sostegno della
propria - se non superiorità morale - serietà.
Non è nostra
intenzione stabilire se una simile rivendicazione sarebbe fondata oppure no.
Non vogliamo neppure entrare nel merito se dimettersi - quando si apre uno
scandalo o peggio ancora un’inchiesta giudiziaria - sia giusto oppure no.
Generalizzare sarebbe troppo superficiale.
Quel che sorprende
è piuttosto la scoperta di una nuova anomalia italiana. Cerchiamo di spiegarci.
Da un po’ di tempo, insieme con il bipolarismo, abbiamo importato dagli Stati
Uniti anche la consuetudine di mescolare il pubblico con il privato, la
politica con quel che ciascuno fa a casa propria o in un motel. S’è detto e
ridetto che è una svolta puritana in un Paese cattolico; il quale, da cattolico
appunto, aveva sempre tenuto distinti i due piani: i vizi privati e le
pubbliche virtù. Una sorta di «santa ipocrisia» aveva garantito una non
belligeranza fra i politici: io non metto il naso fra le tue lenzuola, tu non
lo metti fra le mie. E poi, mentre il puritanesimo protestante esige una
continua lotta (quasi sovrumana) per non cadere in tentazione, il cattolicesimo
è temperato dal sacramento della confessione. «Peccato di pantalone - dice
Alberto Sordi in un film - pronta assoluzione».
Da quando anche la
politica italiana ha cominciato a violare il sacro recinto della privacy, e a
non perdonare più scappatelle di questo tipo, pare di assistere a uno strano
fenomeno che prima abbiamo chiamato appunto «anomalia». I politici di
centrodestra, che organizzano i Family Day e appoggiano la Chiesa in
praticamente tutte le questioni che riguardano l’etica matrimoniale e sessuale,
rivendicano il diritto al silenzio sulle proprie questioni private. Quelli di
centrosinistra - che dopo essersi battuti per il divorzio e l’aborto si battono
per i Pacs, i Dico, i diritti dei gay, la fecondazione assistita eccetera -
sembrano invece inflessibili sui comportamenti privati dei loro rappresentanti.
Marrazzo e Delbono, prima che da una campagna di stampa, sono stati «invitati»
a lasciare dai loro stessi superiori di partito.
E ancora. Non fa
effetto vedere che il comunista Bertinotti si sente in dovere di scrivere una
lettera per assicurare che non ha mai tradito sua moglie? E vedere che mentre
la quasi totalità dei leader del centrodestra è divorziata e risposata, la
quasi totalità dei leader del centrosinistra vive matrimoni tradizionali? Forse
non è un film del tutto nuovo. Già nel vecchio Pci la love story fra Togliatti
e la Jotti venne pudicamente nascosta, e Pasolini fu espulso per omosessualità.
Mentre Almirante conduceva, da divorziato, una battaglia contro il divorzio.
Per carità: dal
punto di vista politico, niente di decisivo. Però che si tratti di una delle
tante stranezze italiane, un po’ è vero. Chissà come questa stranezza la vivono
gli elettori cattolici, che su questioni che il Papa ha definito «non
negoziabili» si trovano costretti a scegliere tra chi predica bene e razzola
male, e tra chi predica male e razzola, se non bene, un po’ meglio. MICHELE BRAMBILLA LS 26
Ridurre le pensioni per dare ai giovani? Un'idea sbagliata di Welfare
Dopo la battuta
sulla legge per buttare fuori casa i ragazzi dopo i diciotto anni, il ministro
Brunetta ha proposto di prendere risorse dalle pensioni di anzianità per dare
ai giovani «non 200, ma 500 euro al mese».
I contorni
operativi della proposta sono molto fumosi (salario sociale? borse di studio o
sgravi?). Ma, di fatto, la proposta che milioni di italiani hanno ascoltato
davanti ai teleschermi è quella di dare 500 euro al mese ai giovani togliendoli
ai pensionati. Una cifra alta, più del doppio rispetto al supporto all'affitto
per i giovani di 200 euro già in vigore in Spagna e che inizia a circolare come
ipotesi anche in Italia (non è un caso se Brunetta cita proprio 200 euro come elemento
di confronto). Ma anche per questo la proposta lascia molto perplessi. Una
cifra così alta richiede risorse enormi che, guardacaso, al momento non sono
reperibili. Perché dunque non prendere in seria considerazione quello che è
stato fatto altrove e che potrebbe essere fatto adesso? La proposta dei 200
euro ai giovani lavoratori avrebbe potuto essere fattibile sin dai primi giorni
di insediamento del governo. Sarebbe costata all’incirca due miliardi e mezzo:
più o meno la stessa cifra che è costato eliminare l'Ici per i ceti più
abbienti.
Questo non
significa che la riforma delle pensioni non sia necessaria, ma che la storia
della coperta corta non deve diventare una scusa per rimandare cose importanti
o, ancora peggio, per scatenare guerre tra classi deboli. Ma c’è un altro
motivo di perplessità che riguarda la logica della misura stessa, almeno così
come è stata lanciata in TV. Far passare, volutamente o no, il messaggio che
togliendo le pensioni agli anziani si potrebbe dare una sorta di salario sociale
ai giovani, non fa che perpetuare l’immagine di un welfare che «assiste» e
protegge delle categorie ritenute più deboli di altre. Una cultura
assistenzialista già dannosa tra i più anziani, figuriamoci se inizia a
diffondersi tra i giovani. Per questo sono più utili misure magari più
contenute ma che supportano il perseguimento di determinate opportunità. Il
vero problema del welfare, oggi, non è tanto quello di includere o escludere
certe categorie dall'assistenza, ma di un ripensamento di criteri di
allocazione di risorse, in modo da bilanciare necessità e meriti, equità ed
opportunità. È certamente una sfida difficile, ma non più rimandabile, su cui
c’è bisogno di elaborare un piano serio, che venga poi illustrato al paese in
modo chiaro, dettagliato, e non scaglionato a suon di annunci e rettifiche
fatti alla radio o in Tv. IRENE TINAGLI LS 25
Dopo Marrazzo,
Delbono: nel giro di pochi mesi è il secondo importante amministratore locale
eletto sotto le bandiere del Pd costretto a lasciare il proprio incarico per
questioni in cui sesso e soldi si mischiano confusamente. E a questo punto è
fin troppo ovvio osservare come per la sinistra diventi sempre più difficile
sostenere la pretesa di incarnare una sorta di superiorità morale rispetto alla
destra, un Paese diverso e migliore, l’«altra» Italia come si diceva qualche
tempo fa. Piaccia o meno, infatti, d'Italia ce n'è una sola.
Ed è bene partire
dall'assunto che in essa luci ed ombre sono più o meno equamente distribuite
tra tutte le varie parti politiche, anche se ciò non c'impedisce di riconoscere
che la sinistra, insistendo pure questa volta per le dimissioni immediate del
suo esponente, ha mostrato una sensibilità istituzionale e un'attenzione al
giudizio dell'opinione pubblica che la destra, invece, quasi mai mostra. Ma
Delbono non viene solo dopo Marrazzo. Viene anche immediatamente dopo Vendola,
e ci parla dunque pure di altre cose. Per esempio della forte disarticolazione
che nella periferia sta colpendo la sinistra, la quale, nelle varie città e
regioni della penisola, va progressivamente autonomizzandosi dal centro, in un
insieme di processi che stanno conducendo virtualmente alla scomparsa di un
vero organismo politico nazionale.
Diluita ogni
possibile identità nel confluire di tre o quattro culture politiche diverse, il
Partito democratico vede sempre di più il fiorire dappertutto di candidati
«improvvisati», accettati obtorto collo, estranei alla sua linea e alla sua più
antica storia, ovvero inamovibili per decisione propria, i quali ora diventano
molto spesso, nelle periferie cittadine e regionali, i padroni di fatto del
partito e del suo elettorato. Nichi Vendola rappresenta la versione pugliese,
carismatica, di questo fenomeno. L'altra versione è quella oligarchica
bolognese (a metà strada tra le due si collocano le esperienze di Bonino nel
Lazio e Bassolino in Campania). Qui, a Bologna, il potere politico-culturale
cittadino, fino al '94 articolato in un polo cattolico- liberale e in un altro
comunista, in feconda dialettica tra loro, si è riunificato sotto l'insegna del
«prodismo», dando luogo ad una vischiosa «palude» notabilare che tutto ingloba
e domina, e che può permettersi di designare come sindaco uno scialbo
professorino come Delbono.
La cui piccola
corruzione, se esiste, è stata per l'appunto, come del resto quella di
Marrazzo, la corruzione di un dipendente, beneficato politicamente, colpevole
di non aver capito che tra i privilegi che l'oligarchia gli concedeva senza
alcun suo merito non c'era quello di usare i soldi pubblici per portarsi la
fidanzata in Messico. La fine della Democrazia cristiana e del Partito
comunista, e con loro dei partiti politici che dal 1945 hanno tenuto insieme il
Paese, sembra così ormai vicina al suo esito ultimo: alla disarticolazione del
sistema politico nazionale in tanti sottosistemi periferici. Disarticolazione
che colpisce molto di più la sinistra perché a destra, la leadership di
Berlusconi, forte delle sue incomparabili risorse mediatiche e finanziarie,
mostra una tenuta centripeta che almeno per ora regge. Ernesto Galli Della Loggia CdS 26
Le difficoltà del Pd. La doppia identità che va superata
Le recenti
vicissitudini del Partito democratico dovrebbero invitare alla riflessione
sulla crisi della forma partito così come l’abbiamo conosciuta in Italia,
piuttosto che risolvere tutto nel gossip sulle lotte intestine (che pure non
mancano). Quello che è accaduto in Puglia e in misura diversa a Bologna mette a
nudo non tanto l’esaurirsi delle modalità storiche di organizzazione di una
forza politica (questo ormai era evidente da tempo) quanto l’incapacità dei
nuovi soggetti di voltare veramente pagina.
La nostra storia
inizia dal tema della cosiddetta “doppiezza” del vecchio Pci, che era partito,
come si definiva, “di lotta e di governo”. Ciò era possibile perché grazie ad
una particolare contingenza storica poteva tenere i piedi in due scarpe: dire
alla sua gente che l’obiettivo era la “rivoluzione” da realizzarsi in un futuro
nebuloso e lontano, per cui si faceva la cosiddetta lotta dura senza paura;
consentire alla sua classe dirigente di avere un mandato in bianco per gestire,
nei limiti della ragionevolezza, la concreta attività politica che,
nell’interesse immediato della sua gente, bisognava pur fare nell’attesa che
sorgesse il mitico sole dell’avvenire.
La prima crisi è
arrivata quando ai tempi di Berlinguer è diventato chiaro che la rivoluzione
non si sarebbe mai fatta. Allora si è scelto di sostituire quel mito con un
altro, quello della “diversità” cioè di una moralità superiore che solo il Pci
aveva il potere di introdurre in un Paese che giudicava moralmente debole,
quando non corrotto. Il fatto è che la scelta per quel tipo di moralismo non
sopportava più il dualismo fra le tattiche del tempo della transizione e
l’obiettivo finale della palingenesi. Il popolo della sinistra adesso reclamava
sul campo della “diversità” quel “tutto e subito” che gli era stato spiegato
essere impossibile sul terreno della rivoluzione.
Il Pci avrebbe
dunque dovuto, come disse nel 1995 con lucidità impressionante Ermanno
Gorrieri, uno dei leader della sinistra Dc, “uscire dal comunismo”, ma tendeva
a farlo infilandosi o nel tunnel del “radicalismo utopico” o in alternativa in
quello del “radicalismo individualista”, mentre “stentava ad emergere un
ancoraggio per la mediazione razionale”.
Ora il fatto è che
il Pd si è trovato di fronte ad una situazione schizofrenica: si è allevato una
base che è profondamente impregnata da quei due radicalismi (che oggi assumono
le vesti del dipietrismo e dell’estrema sinistra), ha preteso, auspice
Veltroni, di giocare al partito all’americana, cioè al “partito degli elettori”
(di qui la mitizzazione delle primarie), ma ha conservato al tempo stesso le
ritualità del vecchio partito apparato, coi suoi vertici “centralisti” e le sue
decisioni prese nel chiuso di un circolo di eletti (anzi sta finendo per
scivolare nella peggiore delle organizzazioni di partito, quella basata sulla
federazione fra correnti).
In questa
difficilissima situazione il Pd paga sempre di più pegno di fronte alle
difficoltà di una condizione di opposizione che non sa più come gestire.
Subisce così di essere al rimorchio nella individuazione di candidati-leader
(come in Lazio o come in Puglia), oppure impone, come a Bologna, selezioni
decise a tavolino dai gruppi dirigenti che non sono neppure più capaci di fare
un serio esame alle persone che mettono in campo.
Il risultato non è
brillante e nessuno che abbia la testa sulle spalle può compiacersene. La
presenza di una seria alternativa di sinistra riformista e responsabile è stata
una garanzia nella gestione dell’equilibrio dei poteri politici che reggono la
nostra società. Quando questa alternativa è andata allo sbando non sono mai
stati periodi felici.
Oggi il Pd si
trova di fronte al più difficile dei già non facili guadi che ha dovuto
attraversare dopo il crollo degli equilibri della prima Repubblica: deve
seriamente mettersi a riflettere su come può organizzare un partito riformista
di massa in grado di essere il catalizzatore di una possibile alternativa.
L’illusione che si possa vincere con l’ammucchiata degli “anti” crediamo possa
difficilmente trovare ancora credito. È comprensibile che la sua classe dirigente
attuale sia spaventata dall’ipotesi di affrontare una “traversata nel deserto”
per arrivare ad una meta in condizioni diverse e migliori: temiamo però davvero
che non esista altra via.
Il dibattito che
il Pd dovrebbe dunque aprire con coraggio riguarda proprio il suo modello
organizzativo e la sua identità. Non può illudersi di tenere insieme ancora la
visione togliattiana del partito di lotta e di governo, così come dovrebbe
riflettere sul velleitarismo dell’utopia berlingueriana della “diversità”.
Ovviamente una riflessione su questi temi sarebbe dolorosa per i militanti, una
buona parte dei quali sono anziani e legati al clima in cui si sono formati. Ma
quella svolta verso la politica della “mediazione razionale” a cui li aveva
chiamati nel 1995 Gorrieri è ancora una opzione su cui ragionare a fondo e se
ci sono leader veri è di questo che devono mostrarsi capaci.
Aggiungiamoci che
il centrodestra avrebbe tutto l’interesse a favorire questo processo anziché
pensare solo ad orizzonti ristretti e maramaldeggiare sulle presenti difficoltà
del suo avversario. PAOLO POMBENI IM 26
Siglato l'asse Bersani-Di Pietro. "Insieme per costruire
l'alternativa"
Accordo tra i due
partiti in vista delle regionali di fine marzo - In Campania e Calabria si
lavora per trovare l'intesa - L'ex pm: "Non saremo più oppositori isolati
e rispetteremo le istituzioni di garanzia"
ROMA - Seduti
l'uno accanto all'altro, Pierluigi Bersani e Antonio Di Pietro siglano
un'allenza che, assicura Bersani, "andrà oltre le regionali".
L'obiettivo è "costruire l'alternativa". Magari allargando i confini
e creando uno schieramento in grado di battere il centrodestra. Un'intesa che
arriva dopo mesi di frecciate e attacchi tra i due partiti. Che, oggi, invece,
si stringono la mano.
Tra i due partiti
è stata già raggiunta un' intesa in 11 delle 13 regioni in cui si voterà a
marzo, mentre su Campania e Calabria si sta ancora lavorando per trovare un
accordo. "Se la destra pensa che ci sediamo in tre regioni (quelle
storicamente "rosse" ndr), si illude. Questo non esiste, e se ne
accorgeranno" dice Bersani. Ma l'intesa con l'Idv non riguarda solo le
regionali. "C'è la comune convinzione - aggiunge il segretario del
Pd - che occorre lavorare insieme per allestire una alleanza larga di
progresso, competitiva con il centrodestra. La nostra idea di fondo è che le
regionali debbano essere, sia sotto il profilo dei contenuti sia sotto il
profilo della coalizione, una tappa per costruire una alternativa alle destre".
Di Pietro rincara la dose: "Riteniamo necessario impostare un lavoro di
programma, di coalizione, aperto a laici e cattolici che vogliono mettersi
insieme su una base programmatica. Non possiamo lasciare il Paese ad un governo
che illude i cittadini, che toglie agli onesti per dare ai disonesti. Sentiamo
il dovere di passare all'alternativa, insieme a chi capisce che non possiamo
tornare ad un regime piduista".
Allenza, ma non
binomio esclusivo. Sia Bersani sia Di Pietro infatti, lasciano la porta aperta
a tutti coloro che vogliono un'alternativa alla maggioranza e al governo di
Berlusconi. Apertura che Bersani ha tenuto ad indirizzare all'Udc,con la quale
il Pd vuole continuare a collaborare nonostante la vicenda pugliese.
"Abbiamo il dovere di costruire una alternativa, assieme anche ad altri
partiti, superando certe nostre diversità" e per questo, "l'Idv si
assumerà una maggiore responsabilità di partecipante alla coalizione, non sarà
più un isolato oppositore e rispetterà le istituzioni di garanzia" afferma
Di Pietro.
Polemico il Pdl
che vede Di Pietro come il fumo negli occhi. "Oggi è avvenuta una
ulteriore metamorfosi della Sinistra con la piena assunzione da parte di
Bersani delle tesi e dello stile di Di Pietro, in pochi mesi anche le flebili
speranze suscitate da Bersani sono svanite" dice il ministro sandro Bondi.
LR 26
Duello rosa nel Lazio. Gli italiani preferiscono (di poco) la Polverini
Le prossime
elezioni regionali saranno particolarmente importanti nel determinare gli
sviluppi dello scenario politico del Paese. Il loro esito servirà a ridelineare
i livelli di consenso tra le varie formazioni politiche, con un conseguente
rafforzamento o meno della coalizione di Governo. Sin qui, i sondaggi
suggeriscono una conferma o una crescita del seguito per il centrodestra. Anche
se, nelle recenti esperienze passate, le regionali hanno per lo più punito
l'esecutivo in carica: il risultato ci dirà se questo trend sarà smentito.
Trattandosi poi dell'ultima volta in cui siamo chiamati alle urne prima di un
lungo periodo di tregua elettorale (e di auspicabile attenuazione, quindi,
della continua campagna elettorale che caratterizza oggi il dibattito tra i
partiti), i risultati delle amministrative saranno decisivi anche nella
formazione delle priorità programmatiche e di riforma per l'azione di governo e
dell'atteggiamento che verrà assunto dall'opposizione. Una delle regioni su cui
si è più accentrato il dibattito in queste settimane è costituita dal Lazio.
Sia perché la
vicenda Marrazzo ha colpito ed emozionato non poco, sia perché le due
principali contendenti, Bonino e Polverini, sono figure di grande rilievo, che
godono di ampio seguito, al di là dei confini della regione. Lo scontro che
avverrà nel Lazio riveste di conseguenza, più di quanto accada per altri
contesti, valenze e significati simbolici di carattere generale, tale da
renderlo significativo e rilevante sul piano nazionale. Per questo, può
rivestire un certo interesse stimare ciò che accadrebbe se, anziché il Lazio,
il confronto tra Bonino e Polverini riguardasse tutto il Paese e, di
conseguenza, tutti noi fossimo chiamati a scegliere tra le due candidate. Il
risultato emerso da un sondaggio condotto al riguardo — che domandava appunto a
tutti gli italiani la loro scelta tra le due leader— è quello di una
sostanziale parità, con un lievissimo vantaggio per la Polverini. Entrambe le
candidate appaiono largamente sostenute dagli elettori degli schieramenti
politici di riferimento, con, però, alcune aree di dubbio, se non di dissenso.
La Polverini verrebbe votata, a livello nazionale, dal 77% della base del Pdl,
ma «solo» dal 67% di quella della Lega (ove quasi il 17% dichiara che si
orienterebbe invece verso il sostegno alla Bonino).
La candidata
radicale ottiene tra gli elettori del Pd il 72% dei voti, con una quota non
piccola (quasi il 20%) che afferma invece che, pur non votando per la
Polverini, si rifugerebbe nell'astensione o nel voto nullo. È anche
significativo il fatto che gli elettori dell'Udc si dividano praticamente a
metà, con un maggior sostegno, comunque, per la Polverini. Nell'insieme, questi
risultati riproducono in buona misura lo scenario attuale dell'intero Paese.
Fortemente connotato dal confronto tra i due grandi aggregati rappresentati
dagli opposti orientamenti politici. Con la presenza, però, di ampie zone di
incertezza (e dunque di possibile mobilità di voto) all'interno di ciascuno. Si
tratta di segmenti di elettori meno convinti e, in certe situazioni,
disponibili financo a prendere in considerazione il voto per il candidato dello
schieramento avversario. Sono meno presenti quando è in campo Berlusconi (o
qualche altro leader nazionale), ma subito emergenti se si tratta di altri
candidati. In questo stesso quadro va spiegata l'esistenza, nei risultati di
questo come di molti altri sondaggi, di un altissimo numero di rispondenti
indecisi o astenuti potenziali: si tratta, in questo caso, di quasi un quarto
degli intervistati. È un indice abbastanza efficace del generale livello di
perplessità — se non di disorientamento— presente nel Paese, anche in vista
della scelta da prendere in occasione di queste elezioni.
Renato Mannheimer
CdS 25
La ricerca al Sud si “impantana”, cervelli in fuga verso il Centro-Nord
Prima partiva un
laureato su 4, ora il 38%. La Gelmini: devono tornare - di VALENTINA ARCOVIO
ROMA - Abbandonano
amici e famiglia per trovare fortuna lontani dalla propria terra. Non sono solo
scienziati in fuga all’estero, ma cervelli brillanti che lasciano il Sud Italia
per realizzare i loro progetti al Centro o al Nord. Un flusso migratorio che va
avanti ormai da decenni e che nessun piano speciale per il Sud è riuscito a
fermare. Sono tanti, forse troppi: tra il 1997 e il 2008 hanno lasciato il
meridione in 700 mila; ben 122 mila si sono trasferiti nel Centro-Nord contro
un flusso di rientro di sole 60 mila persone. Stando al rapporto
dell’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno (Svimez) a trasferirsi sarebbero
perlopiù laureati. Nel 2008 hanno abbandonato il Nord ben 173 mila giovani
qualificati, la metà dei quali ora ha un lavoro di alto livello. «Questo flusso
migratorio - spiega Luca Bianchi, vicepresidente di Svimez - riguarda
soprattutto laureati in materie scientifiche che non hanno possibilità di
lavoro nella loro terra». Ingegneri, biologi, medici, genetisti, tutti con
curricula diversi ma con un’unica possibilità di fare carriera: lasciare il
Sud. L’ 87% di questi “fuggiaschi” ha lasciato tre regioni: Campania, Puglia e
Sicilia.E la tendenza è in continua crescita. Se nel 2004 partiva il 25% dei
laureati meridionali con il massimo dei voti, tre anni dopo la quota è salita
al 38%. Il perché è presto detto. Basta guardare i dati dell’ultima rilevazione
Istat sugli investimenti in Ricerca & Sviluppo. Sui 18.231 milioni di euro
spesi dall’Italia, il Nord-Ovest è responsabile del 36,8%, seguito dal Centro
con il 23,5%, dal Nord-est con 22,1% e dal Mezzogiorno con solo il 17,6%. Le
Regioni più virtuose, che da sole danno conto del 49,2% della spesa nazionale
per R&S, sono Piemonte, Lombardia e Lazio. Merito, soprattutto, del
contributo delle imprese, assenti al Sud. «Nel Meridione la ricerca - spiega
Bianchi - è finanziata per circa l’80 per cento da fondi pubblici, europei e
nazionali. Solo un restante 20 per cento è finanziato da privati». Questo
significa che, in tempo di crisi e tagli, le risorse che il Sud investe nei
cervelli sono davvero scarse. Lo sa bene il ministro dell’Istruzione
Mariastella Gelmini: «Ci impegneremo per il Mezzogiorno - ha promesso -
affinchè i grandi cervelli del Sud possano dare un contributo alla loro terra
». Eppure, dopo anni di finanziamenti speciali, e ora un piano apposito per il
rilancio del Sud, la situazione non è cambiata. «Se non si inverte la tendenza
- conclude Bianchi - è possibile che il Sud in futuro non riesca a svilupparsi
per mancanza di personale qualificato». IM 25
Sciopero generale sulle tasse. La Cgil: "In piazza il 12 marzo"
Sacconi: governo
unito sui tagli. Il Pd: solo chiacchiere
Il sindacato
chiede anche l'aumento della indennità di cassa integrazione
ROMA - Lo sciopero
generale della Cgil si terrà il 12 marzo. Lo ha detto a Repubblica il
segretario generale della confederazione, Guglielmo Epifani. Sarà uno sciopero
di quattro ore con diverse manifestazioni in tutta Italia. La Cgil chiede di
ridurre il prelievo fiscale sui lavoratori e i pensionati, di aumentare il
periodo in cui si riceve l'indennità di disoccupazione e di far crescere
l'importo (attualmente 7-800 euro) della cassa integrazione. Un pacchetto di
richieste per affrontare la crisi che sul versante occupazionale si prospetta
ancora lunga, e al quale il sindacato di Corso d'Italia ha deciso di aggiungere
anche la proposta di una diversa politica per l'accoglienza dei lavoratori
immigrati dopo i fatti di Rosarno.
È questo
l'ennesima divisione tra le tre confederazioni sindacali. Non a caso la Cisl e
la Uil hanno criticato l'iniziativa della Cgil definendola "politica"
e destinata a non portare a casa alcun risultato.
Certo il tema
delle tasse, con la pressione fiscale ormai di nuovo al livello record del 43
per cento a causa del crollo del Pil (quasi sei punti), è destinato a tenere
banco nei prossimi mesi. Nella maggioranza emergono le prime incrinature dopo
lo stop imposto dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, alla tentazione
del premier, Silvio Berlusconi, di rispolverare il vecchio progetto di un
sistema a doppia aliquota: una del 23 per cento per i redditi fino a 100 mila
euro, e l'altra al 33 per cento per tutti i redditi superiori. Alla Convention
di Arezzo del Pdl è stato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio
Scajola, a sostenere - diversamente da Tremonti - che se la crescita economica
dovesse rivelarsi più robusta delle previsioni, allora sarebbe possibile fin
dal prossimo anno realizzare concretamente i primi tagli sui redditi più bassi.
E ieri, intervistato da Sky, il titolare del Welfare, Maurizio Sacconi, ha
gettato acqua sul fuoco: nessuna divisione nel governo, Tremonti e Scajola
"dicono la stessa cosa", e tutti vogliamo ridurre la pressione
fiscale.
Ma è sui tempi che
ci sono le divisioni nel governo. Nel suo ragionamento Sacconi si è schierato
con Tremonti: difficile fare previsioni finché non ci sarà la ripresa.
"Certo - ha aggiunto il ministro - se i cittadini decidessero di attuare
uno sciopero fiscale sarebbe devastante". Ipotesi che nessuno, però, ha
mai sollevato.
La discussione
interna alla maggioranza tra l'estrema cautela di Tremonti e la spinta del Pdl
a osare di più, porta all'attacco il segretario del Partito democratico, Pier
Luigi Bersani: "Tutte chiacchiere a vuoto mentre l'unica cosa certa è che
le tasse crescono". Non prende sul serio le intenzioni del governo nemmeno
il leader dell'Italia dei valori (Idv), Antonio Di Pietro: "Sono quindici
anni che Berlusconi e i suoi amici ci riempiono di promesse: prima un milione
di posti di lavoro, poi l'abbassamento delle tasse, poi una casa per tutti. Ma
invece di meno tasse ci hanno dato lo scudo fiscale". LR 25
Cinema italiano, all’estero senza “rete”. Nessun film italiano alla
Berlinale?
ROMA - Dopo la
sberla dell’Oscar, lo schiaffo di Berlino. Se Baarìa è stato escluso dalla
corsa alle nomination, pare proprio che nessun film italiano sarà in concorso
alla 60ma edizione del Festival che si apre l’11 febbraio. Francesca Comencini
fa parte della giuria e Michele Riondino è la shooting star, mentre una
manciata di titoli tricolori (Mine vaganti di Ozpetek, Cosa voglio di più di
Soldini, Io sono l’amore di Guadagnino...) appaiono disseminati in sezioni
collaterali dai nomi stravaganti. Contentiamoci dunque di essere presenti in
Culinary Cinema, Berlinale Special, Generation Kplus, Talent Campus mentre
nessun film made in Italy, a meno di colpi di scena, è stato ritenuto degno di
aspirare all’Orso d’oro.
E’ un annus
horribilis? O dobbiamo parlare di sfortunate coincidenze? La doppia vittoria di
Gomorra e Il Divo a Cannes, nel 2008, aveva fatto gridare al miracolo e ridato
fiducia all’intero sistema. Ma poi l’Academy aveva bocciato il film di Garrone
e adesso la delusione di Tornatore raffredda ulteriormente gli entusiasmi.
Facile pensare che il nostro cinema non abbia più appeal internazionale (dal
1999 di La vita è bella non vinciamo l’Oscar, l’ultima nomination l’ha ottenuta
nel 2006 La bestia nel cuore di Cristina Comencini). Anche se il ”Los Angeles
Times” ha inserito La meglio gioventù di Giordana e Il Divo di Sorrentino tra i
cinquanta film migliori del decennio e in Francia Vincere di Bellocchio è stato
accolto benissimo.
Di chi è la colpa
se gli italiani restano esclusi dal grande giro mondiale? Degli autori che non
sanno più farsi capire o di un sistema di lobbying per niente compatto, male
organizzato, poco sostenuto dalle istituzioni? Sono domande che si ripropongono
ad ogni sconfitta mentre tutti guardano con invidia a Unifrance, la macchina da
guerra che piazza i film francesi in tutto il mondo: quest’anno, malgrado la
crisi, l’export transalpino ha raggiunto 66 milioni di spettatori stranieri
registrando un autentico boom in Cina, il mercato del futuro (+418 per cento).
«Per imporsi fuori
dai confini, bisogna innanzitutto fare dei buoni film. Ma è innegabile che da
noi manchi una struttura organica e compatta capace di mandare avanti il cinema
nel suo insieme», ragiona Gian Paolo Letta, vicepresidente e ad di Medusa.
Nella campagna americana di Baarìa, la società ha profuso il massimo delle
risorse e ora, con intelligenza ed eleganza, Letta evita di gridare al complotto.
«Vai a capire i gusti delle giurie dell’Academy, in particolare dei 300 che
hanno compilato la short list dei titoli stranieri escludendo il nostro», dice.
«Sta di fatto che, negli ultimi anni, noi italiani abbiamo affidato al caso la
promozione dei singoli film e ora scontiamo l’assenza di un ”sistema Italia”
capace di sostenere adeguatamente i nuovi autori che pure piacciono agli
americani. Dovremmo investire in questa direzione».
Roberto Cicutto,
ex produttore e presidente di Cinecittà-Luce nel quale è confluita l’ex
Filmitalia che portava il cinema all’estero, la vede diversamente. «La riuscita
di un film nel mondo dipende dall’abilità della promozione? Non è affatto
vero», dice. E annuncia l’intenzione di mettere in piedi iniziative «di
coordinamento e sinergia» anche se, sottolinea, «il bilancio di Cinecittà è
passato da 34 milioni di euro a 15, appena sufficienti per mantenere la
struttura». Ma perché da noi non esiste l’equivalente di Unifrance? «Perché qui
il cinema non è mai stato una priorità nazionale, non ha avuto il consenso del
Paese e della politica alla quale semmai ha sempre chiesto soldi».
«Un’attività
programmata di promozione e investimenti adeguati: è questo che chiediamo»,
afferma Stefano Rulli del movimento Centoautori. «Un organismo senza
dispersioni finanziarie, ma dotato di una strategia efficace. Il successo di un
nostro film all’estero misura non solo la qualità della produzione ma anche la
capacità del Paese di imporre la propria immagine. La situazione invece ora è molto
confusa». Osserva con disincanto il maestro Carlo Lizzani: «Oggi manca una
struttura forte di promozione. Ma forse il nostro cinema, che pure sforna opere
significative, non è più di moda all’estero». Sarà per questo che l’epico
amarcord di Tornatore è stato bocciato? «Medusa ha condotto benissimo la
campagna americana. Tant’è vero che Baarìa è arrivata in finale ai Golden
Globe», sdrammatizza Riccardo Tozzi, il presidente dei produttori. «Forse
l’Academy ha in mente un modello di cinema italiano al quale Gomorra e Baarìa,
stilisticamente perfetti ma meno ”caldi” di Nuovo Cinema Pardiso, non
corrispondono in pieno. Io ricorderei piuttosto che l’Italia ha totalizzato più
nomination all’Oscar di tutti. Nè piangerei miseria, visto che il ministero
stanzia 250mila euro per sostenere il candidato nazionale. Inotre è maturata
una forte consapevolezza tra i produttori, che hanno smesso di farsi
rappresentare da film ”alternativi”. Siamo sulla strada buona, i risultati
verranno». E com’è riuscito, Tozzi, a portare alla ”notte delle stelle” La
bestia nel cuore? «Ho fatto a tappeto tutti i festival californiani. E avevo un
un film-outsider, che agli americani è piaciuto molto». GLORIA SATTA IM 25
La Francia verso lo stop al velo integrale
«Niqab e burqa
offendono i valori nazionali della République» si legge nel documento finale
PARIGI - La
Francia si prepara a una stretta sul velo integrale in pubblico: una
commissione parlamentare si è pronunciata ufficialmente per l'interdizione da
uffici e servizi pubblici dell'indumento islamico che occulta il volto della
donna. Il burqa, è la conclusione del rapporto, offende i valori nazionali
della Francia.
UN ITER LUNGO SEI
MESI - Si tratta degli esiti finali di un iter durato 6 mesi i cui risultati
erano molto attesi oltralpe. Molti intenso è stato il dibattito nell'opinione
pubblica e nuove polemiche sono attese, nonostante le statistiche dicano che in
tutta la Francia siano appena 2.000 le donne che indossano un niqab (velo che
lascia spazio solo agli occhi) o un burqa (il viso è interamente coperto). Il
rapporto di 200 pagine ha toni prudenti e la commissione, presieduta dal
deputato comunista André Gerin, ha stabilito 18 raccomandazioni di vario
ordine.
TRASPORTI PUBBLICI
E SCUOLE - Sul piano strettamente normativo, la proposta faro consiste
nell'adozione di una «disposizione che vieti di dissimulare il proprio viso nei
servizi pubblici». Il rapporto raccomanda di «optare per uno strumento
legislativo» che possa anche essere declinato «per via amministrativa». Questo
dispositivo potrebbe in particolare essere applicato nei trasporti pubblici e
nei dintorni delle scuole. «La conseguenza della violazione di questa regola
non sarebbe di natura penale ma consisterebbe in un rifiuto di corrispondere il
servizio richiesto».
«QUESTIONI
GIURIDICHE COMPLESSE» - La commissione di studio non arriva a suggerire un
«divieto generale e assoluto del velo integrale negli spazi pubblici» perché
«non esiste al riguardo unanimità». Il rapporto sottolinea come una legge di
questa fatta «sollevi comunque questioni giuridiche complesse», poiché comporta
una «limitazione dell'esercizio di una libertà fondamentale, la liberta di
opinione, nella totalità dello spazio pubblico». Di qui il rischio di una
censura da parte del Consiglio costituzionale o di una condanna da parte della
Corte europea dei diritti dell’uomo.
TENSIONE A DRANCY
- Il rapporto sul velo integrale è destinato a riaccendere polemiche in
Francia. La tensione è alta e lo dimostrano i fatti di Drancy, dove Hassen
Chalghoumi, l'imam della moschea che nei giorni scorsi si era schierato a
favore di una legge che vieti l'uso del burqa, è stato colpito da dure minacce.
Un commando di circa 80 persone ha fatto irruzione lunedì sera nella moschea
guidata da Chalghoumi, pronunciando minacce contro l'imam, grande sostenitore
del dialogo interreligioso (soprattutto tra ebrei e musulmani). Al momento del
blitz, «nella moschea si trovavano circa 200 fedeli», ha detto all'Agenzia
France Presse un consigliere della Conferenza degli imam, presieduta dallo
stesso Chalghoumi, che ha richiesto l'anonimato. «Hanno forzato il passaggio e
si sono impossessati dei microfoni dopo un tafferuglio. A quel punto hanno
indirizzato minacce e anatemi contro l'Imam, trattandolo da miscredente e
apostata e affermando: liquideremo il suo caso, a questo imam degli ebrei...».
Redazione ondine CdS 26
In un libro i racconti di troppi “Cervelli in fuga”
Padova -
"Partire è un po’ morire, recita un adagio. Eppure oggi, chi se ne va
dall’Italia lo fa proprio per non morire dentro. I giovani italiani fuggono.
Specie quelli in possesso di una laurea. Si gettano alla ricerca di quelle
prospettive che il Paese non è più in grado di offrire loro. Storie di
ricercatori, i cosiddetti "cervelli in fuga", di cui i mass media ci
hanno abituato a sentir parlare. Ma non solo. Ne sa qualcosa Sergio Nava,
trentaquattrenne giornalista di Radio 24, che alcune di queste vicende umane e
professionali le ha raccontate in un libro, dal titolo "La fuga dei
talenti, storie di professionisti che l’Italia si è lasciata scappare",
uscito per i tipi della San Paolo Edizioni". Gilberto Mastromatteo lo ha
incontrato e ne è nato un lungo articolo-intervista, che, pubblicato nel numero
di gennaio del Messaggero di Sant'Antonio - edizione per l'estero, riportiamo
di seguito in versione integrale.
"Si tratta di
27 testimonianze di ricercatori scientifici, ma anche di ingegneri, avvocati,
attori, musicisti, persino giornalisti. Il presepio vivente dell’Italia che
sarebbe potuta essere e che purtroppo non sarà. "Ogni giorno", spiega
Nava, "emigrano ragazzi italiani che fanno ogni tipo di lavoro. Sono
giovani tra i 30 e i 40 anni, che hanno deciso di andarsene all’estero per
cercare di affermarsi in Paesi di maggiore meritocrazia rispetto al nostro. In
particolare negli Stati Uniti, ma anche nel centro e nel nord Europa".
Un campione di
quella diaspora di laureati italiani che procede al ritmo di circa 6mila
all’anno. E che solo in parte viene bilanciato dal fenomeno opposto: quello dei
dottori stranieri che decidono di venirsi a stabilirsi nel Belpaese. Nel 2005,
stando ai dati dell’Ocse, il totale dei laureati italiani emigrati all’estero
ammontava a 294.767 unità. Mentre quelli in ingresso erano 246.925, provenienti
dall’Europa occidentale e dal Sud America, soprattutto. Per un disavanzo di
poco inferiore alle 50mila unità. Ma che si fa più ampio, ogni anno che passa.
I motivi? Precarietà, stipendi irrisori e, soprattutto, l’insofferenza verso il
nepotismo, il clientelismo e la gerontocrazia di casa nostra. "Sembrano
quasi i nomi di tre malattie", osserva Nava, "ma si tratta di tre
"infezioni" che si sono impossessate del Paese. Un Paese che è
storicamente provinciale e in cui si sedimentano gli interessi particolari e
locali di tante corporazioni. In più, va detto, è nella nostra natura la
preferenza verso l’aiutino e "la spintarella", rispetto
all’affermazione basata sul merito. Il nostro è un sistema interamente fondato
sullo scambio di potere, un sistema dal quale i giovani sono tagliati fuori se
non hanno null’altro da offrire al di fuori del loro talento".
Emblematiche, in
tal senso, sono le storie raccontate nel libro: "Io cito sempre quella di
Oscar Bianchi", racconta Nava, "un compositore milanese di 34 anni,
che oggi vive tra Stati Uniti, Francia e Germania. Oscar si diploma al
Conservatorio di Milano, uno dei più quotati del nostro Paese. E lo fa in sette
anni anziché in nove. Succede, però, che la commissione chiamata a esaminarlo
lo ponga davanti a due alternative: o si accontenta di un voto basso, oppure si
ripresenta dopo due anni. Il tutto per una sorta di vendetta trasversale nei
confronti del suo maestro di riferimento, che aveva lasciato il Conservatorio
poco tempo prima. Superato un breve periodo di depressione, Oscar ripartirà da
un lavoro in Svizzera e da una borsa di studio in Francia per giungere fino
alla Columbia University e da lì a lavorare per molti ensemble musicali".
Una generazione,
quella dei nati dopo il 1970, che del resto si è abituata a vivere sotto
ricatto, con contratti mal pagati, dove la flessibilità è spesso sinonimo di
precarietà esistenziale. "Esiste già un conflitto
intergenerazionale", ancora Nava: "al momento è sommerso, perché
l’attuale generazione giovane è troppo impegnata a sopravvivere e non ha tempo
di scendere in piazza per rivendicare il posto che le spetta in società. E chi
lo occupa? Lo occupa principalmente la generazione del Sessantotto, quella che
andò a prendersi il potere mediante un movimento molto forte e strutturato.
Conquistate le poltrone che contano, però, quei giovani idealisti si sono
comportati peggio dei loro padri. Vi si sono radicati e hanno cominciato a
fondare un sistema clientelare, forse peggiore di quello precedente. Se
appartieni al mio clan va bene, altrimenti sei tagliato fuori".
Al libro è
collegato anche il blog fugadeitalenti.wordpress.com: un diario corale di chi
se n’è andato, sul quale campeggia un vero e proprio "Manifesto dei
giovani".
"È necessario
attuare una rivoluzione culturale", conclude Nava, "una rivoluzione
che sia basata effettivamente sulla meritocrazia e che deve partire da ciascuno
di noi; se così vogliamo chiamarla perché, in realtà, si tratta semplicemente
di ristabilire le cose per come devono veramente essere in un Paese
compiutamente democratico, dove i giovani portano innovazione. Fossilizzare il
potere nelle mani di una sola generazione, come avviene oggi in Italia,
significa condannare la società al declino".
Il libro. I pezzi
di futuro che il Belpaese sta perdendo.
"Nove sezioni
per altrettante professioni. E 27 storie, ognuna con il suo epilogo forestiero.
Questo, in sintesi, "La fuga dei talenti". Un libro-denuncia, ma
anche molto di più. Una Spoon River della qualità professionale italiana. Ad
aprire le danze, manco a dirlo, sono i ricercatori, con l’astrobiologa Giovanna
Tinetti, finita a Londra, così come la genetista Paola Oliveri, mentre vive a
Baltimora la biologa cellulare Simonetta Camandola e a Strasburgo la collega
Rosa. Tutti negli Stati Uniti, invece, i docenti. Dai professori di Letteratura
Teresa Fiore e Giuseppe Gazzola, a Dario Pompili e Stefano Della Vigna, l’uno
docente di Ingegneristica, l’altro di Economia. Del compositore Oscar Bianchi
si è detto. Non degli uomini d’impresa, come il neo statunitense Gianni
Chirichella, Giuliano Gasparini e Michele Lanzinger, entrambi finiti a Madrid,
Monica Mel in Austria, Francesco Dellisanti a Londra e Mattia Tomba addirittura
in Qatar. L’architetto Patrizia Iacino oggi vive a New York, mentre l’ingegnere
Leila Lorenzoni è finita a Pasadena e il collega Damiano Migliori a Parigi,
così come il medico oncologo Diego Tosi. Si passa ai giornalisti: Paolo
Bollani, che è divenuto editore a Bruxelles, Claudio Grillenzoni, freelance a
Pechino, e Marta Vallier, che oggi intervista Dustin Hoffman e Robert De Niro a
Los Angeles. Infine i tre funzionari europei Marco Fantini, Veronica Manfredi
ed E.M., che operano a Bruxelles. Il libro si conclude con due storie
contrapposte: quella di Vincenzo Melilli, per anni avvocato a New York, che ha
deciso di rientrare a Milano. E quella del chirurgo specializzando Giuseppe.
Anche lui, come molti, presto se ne andrà. Per ulteriori informazioni:
www.edizionisanpaolo.it". (aise)
Il consigliere veneto Meggiolaro (Ln): Riportare i “cervelli” a casa
VENEZIA – Consiglio regionale del Veneto:
Claudio Meggiolaro (Lega Nord) esprime - in una nota - soddisfazione per il
parere favorevole espresso dalla commissione consiliare Attività produttive
alla proposta di deliberazione amministrativa della Giunta regionale n. 172 del
9 dicembre 2009 “Nuove norme a favore dei veneti nel mondo e agevolazioni per
il loro rientro”, relative al Piano triennale 2010-2012.
“In una parte significativa del Piano
triennale 2010-2012 relativo agli interventi regionali per i veneti nel mondo -
afferma Meggiolaro - si sottolinea come oltre la metà dei quasi 4 milioni di
cittadini italiani residenti all'estero sia costituita da giovani di età
inferiore ai 35 anni. Tra questi, vi sono numerosi laureati che si sono
trasferiti in cerca di migliori prospettive e che sono scarsamente propensi a
rientrare in Italia. Per far fronte alla ‘fuga dei cervelli’ e alla dispersione
di professionalità ad elevata scolarizzazione, il nostro compito è quello di
investire su questi giovani con misure e interventi che possano riportare i
talenti veneti nella nostra regione”.
“La Lega Nord - si legge ancora nella nota -
per prima intende incentivare e sostenere l'ingegno e la creatività del Veneto:
nel nostro piano programmatico abbiamo previsto una sezione apposita dedicata
proprio alle giovani generazioni, che potranno contribuire a rendere il Veneto
una Regione leader nell'innovazione. Per raggiungere questo obiettivo è però
necessario – avverte Meggiolaro - creare un ‘mercato’ dell'innovazione. Si
tratta, cioè, di aumentare la produttività attraverso investimenti in prodotti
e servizi ad alto valore aggiunto, tecnologico e non solo”. (bf/Inform)
Tornano i tirocini alla Farnesina: domande entro l’8 febbraio
Roma - Anche
quest’anno il Ministero degli Esteri in collaborazione con la Fondazione Crui
ripropone il "Programma di tirocini del Ministero degli Affari
Esteri", iniziativa che ha come obiettivo quello di avvicinare il mondo
accademico a quello del lavoro offrendo a laureandi e neo-laureati italiani la
possibilità di effettuare un periodo di formazione-lavoro presso il Ministero,
le sue rappresentanze diplomatiche, gli uffici consolari, le rappresentanze
permanenti presso le organizzazioni internazionali e gli Istituti di Cultura.
I tirocinanti potranno
quindi approfondire la loro personale formazione, e al tempo stesso
sperimentare la realtà lavorativa, comprendendo logiche e sistemi di relazioni
proprie del mondo produttivo.
Il Programma è
riservato ai laureati di I livello e a laureandi e neolaureati di laurea
specialistica, di laurea magistrale a ciclo unico e di vecchio ordinamento
particolarmente meritevoli e potenzialmente interessati a conoscere
direttamente e concretamente aspetti e attività svolte dalla Pubblica
Amministrazione nel settore delle relazioni internazionali.
La domanda di
partecipazione può essere presentata anche online collegandosi all’indirizzo
www.crui.it/tirocini/tirociniwa entro e non oltre il prossimo 8 febbraio. La
versione integrale del bando è all’indirizzo http://www.formazionepiu.it/files/file/Bando_MAE%2019_1_2010.pdf.
(aise)
E’ uscito “Bellunesi nel mondo” di gennaio
Belluno - I mesi
autunnali sono i più ricchi di incontri e di feste per le nostre “Famiglie”, in
Italia e all’estero. Così il primo numero dell’anno 2010 di “Bellunesi nel
Mondo” riserva buona parte del giornale a questi particolari avvenimenti, come
quelli che hanno vissuto la Famiglia Nord Reno Westfalia, l’ Argovia
Soletta e Locarno in Svizzera, Parigi, Trento e Padova, e,
tra gli ex emigranti, la Famiglia Feltrina, l’Agordina, l’Alpago, Alano
di Piave, Lamon e Longaronese: tutti momenti di grande valore umano e
associativo. Un altro avvenimento cui il giornale dà ampio rilievo è la
“Consulta dei Veneti nel Mondo” di Montevideo (tra l’altro, di Luciano Sacchet,
presidente della Famiglia della capitale dell’Uruguay, e
responsabile in loco dell’organizzazione della Consulta, c’è un
intervista sulla sua adesione a bellunoradici.net), così come non viene
dimenticata l’assemblea generale della Confederazione delle Associazioni Venete
della Svizzera che ha eletto il suo nuovo consiglio direttivo.
Il giornale si era aperto con una bella
pagina del direttore Vincenzo Barcelloni su “Paure e speranze per l’anno
nuovo”, con un forte appello alla solidarietà verso chi, anche da noi, è stato
colpito dalla crisi che non ha certo risparmiato la nostra provincia. A
conclusione (vedi foto) una pagina sulla simpatica e significativa iniziativa
della Regione di donare ad una comunità veneta del Messico un leone di
San Marco in pietra, opera di due nostri scultori, Beppino Lorenzet e Luciano
Minati. (Inform)
Eine Finanzspritze soll den Abschied
erleichtern: Italiens Volljährige denken nicht an Auszug, sondern wohnen lieber
weiter bei der Mama. Ein Minister will das ändern.
Warmes Essen, gebügelte Wäsche,
günstige, weil nicht vorhandene, Miete: Italiens Volljährige wollen offenbar
nicht auf eigenen Füßen stehen. "Hotel Mama" scheint bequemer zu sein
als die Selbständigkeit. Italien hat in Europa eine der höchsten Raten an
Kindern, die auch nach ihrem 18. Geburtstag zuhause wohnen bleiben. Der Stiefel
ist quasi das Mutterland des "Hotel-Mama"-Betriebs.
Jetzt soll allerdings Schluss sein mit
der preiswerten und bequemen Nesthockerei: Italiens Minister für öffentliche
Verwaltung, Renato Brunetta, will Jugendlichen mit einer monatlichen
Finanzspritze den Auszug aus dem elterlichen Heim schmackhaft machen.
Brunetta schlug in einer Sendung der
Fernsehstation RAI vor, volljährigem Nachwuchs monatlich 500 Euro als Darlehen
zu gewähren, damit sie ausziehen können.
Um das Programm für die
umgangssprachlich "Big Babys“ genannten Jugendlichen zu finanzieren,
schlug Brunetta vor, bei anderen Sozialleistungen zu sparen, etwa bei Renten
und Zusatzleistungen für über 55-Jährige. "Wir sollten den Eltern weniger
und stattdessen den Kindern mehr geben", sagte er im Fernsehen.
Viele Politikerkollegen scheint der
Minister für seine Idee jedoch nicht gewinnen zu können: Die Regierung beeilte
sich, zu erklären, dass es sich dabei nur um den Vorschlag eines Ministers
handle, der nicht offiziell unterstützt werde.
(sueddeutsche.de/AFP 25)
Anteil der Einwohner mit Migrationshintergrund nimmt zu
In Deutschland ist der Anteil der
Menschen mit ausländischen Wurzeln weiter gestiegen: 2008 waren es 15,6
Millionen der 82,1 Millionen Einwohner, so das Statistische Bundesamt. Die
Mehrheit unter ihnen sind Deutsche.
WIESBADEN - Der Anteil der
Einwohner Deutschlands mit Migrationshintergrund nimmt zu: Im Jahr 2008 hatten
15,6 Millionen von insgesamt 82,1 Millionen Einwohnern ausländische Wurzeln,
wie das Statistische Bundesamt am Dienstag in Wiesbaden mitteilte. Das waren 19
Prozent der Gesamtbevölkerung. Im Jahr 2005 lag dieser Anteil bei 18,3 Prozent,
2007 bei 18,7 Prozent.
Vom Jahr 2007 auf das Jahr 2008 hin
nahm die Zahl der Einwohner mit Migrationshintergrund laut Statistik durch
Zuzug und Geburten um 155.000 zu. Im selben Zeitraum ging die Zahl der
Einwohner ohne einen solchen Hintergrund um 277.000 auf 66,6 Millionen zurück.
Von den 2008 gezählten Einwohnern mit
Migrationshintergrund waren nach Angaben des Statistikamts etwa 7,3 Millionen
Ausländer; das entsprach einem Anteil von 8,9 Prozent an der Gesamtbevölkerung.
8,3 Millionen waren Deutsche; das entsprach einem Anteil von 10,1 Prozent. Die
Rangliste der Herkunftsländer führt die Türkei mit gut 2,9 Millionen Migranten
an, gefolgt von den Nachfolgestaaten der ehemaligen Sowjetunion mit knapp 2,9
Millionen, Polen mit 1,4 Millionen und den Nachfolgestaaten des ehemaligen
Jugoslawien mit insgesamt 1,3 Millionen. (dpa 26)
"Die aktuellen Zahlen aus dem
Mikrozensus belegen: Integration ist eine
Schicksalsfrage für unser Land. Denn
während die Gesamtbevölkerung in Deutschland abnimmt, steigt die Zahl der
Menschen aus Zuwandererfamilien. Zugleich ist die Gruppe der Migranten auch
deutlich jünger als der Schnitt der deutschen Bevölkerung. Deutschland wird
also vielfältiger.
Umso wichtiger ist eine engagierte und
nachhaltige Integrationspolitik." Das
erklärte Staatsministerin Maria Böhmer
zu heute vom Statistischen Bundesamt
vorgelegten Zahlen aus dem Mikrozensus.
Danach hatten im Jahr 2008 insgesamt 15,6 Millionen der 82,1 Millionen
Einwohner einen Migrationshintergrund. Das
entspricht einem Anteil von 19 Prozent.
Im Vergleich zu 2007 ist die Zahl der
Migranten in Deutschland um 0,3 Prozent
gestiegen.
"Unser Ziel ist die
gleichberechtigte Teilhabe aller Menschen in unserem Land.
Voraussetzung dafür sind gute deutsche
Sprachkenntnisse sowie eine qualifizierte
Bildung und Ausbildung. Doch gerade die
Bildungssituation der Migranten ist nach
wie vor alarmierend", erklärte
Böhmer. Laut Statistischem Bundesamt haben 14,2
Prozent der Migranten keinen
Schulabschluss - im Vergleich zu 1,8 Prozent der
deutschen Bevölkerung. Ein ähnliches
Bild ergibt sich bei der Berufsausbildung:
44,3 Prozent der Zuwanderer fehlt ein
beruflicher Abschluss. Bei der Bevölkerung
ohne Migrationshintergrund sind es 19,9
Prozent. "Nötig ist eine nationale
Kraftanstrengung für eine bessere
Bildung von Migranten", betonte die
Integrationsbeauftragte der
Bundesregierung. "Hier sind vor allem die Länder
gefordert. Sie haben im Nationalen
Integrationsplan zugesagt, die Leistungen der
ausländischen Schüler denen der
deutschen bis 2012 anzugleichen sowie die Quote
der Schulabbrecher zu halbieren. Davon
sind wir noch meilenweit entfernt, wie die
aktuellen Zahlen belegen. Deshalb
appelliere ich an die Länder, Schulen mit einem
hohem Migrantenanteil konsequent
stärker zu unterstützen. Die Jugendlichen aus
Zuwandererfamilien dürfen unter keinen
Umständen die verlorene Generation sein",
so Böhmer. Pib, de.it.press
Studie. Heimatgefühl von Muslimen: Fremd im eigenen Land
Eine Studie vergleicht das Befinden von
Muslimen in Europa. Das Ergebnis ist fatal für Deutschland - doch positiv für
Berlin. Von Ferda Ataman
Terrorabwehr, Kampf der Kulturen,
Gesinnungsfragen bei Einbürgerungstests - die Debatten über Muslime in
Deutschland haben offenbar ihre Spuren hinterlassen. Erstmals wurde untersucht,
wie sich Muslime in elf verschiedenen europäischen Städten fühlen und wo sie
sich in der Gesellschaft einordnen. Deutschland kommt in der Studie in einem
wesentlichen Punkt am schlechtesten weg: Nur rund ein Viertel der befragten
Muslime in Berlin und Hamburg identifizieren sich mit Deutschland - im
Gegensatz etwa zu London, wo sich 70 Prozent der Muslime als Briten verstehen,
in Leicester sogar 82 Prozent.
Das Gefühl, ein Fremdkörper im eigenen
Land zu sein, hängt offenbar damit zusammen, dass laut Studie nur elf Prozent
der deutschen Muslime glauben, sie werden von Deutschen ebenfalls als solche
betrachtet. Demnach fühlen sich Muslime in allen anderen Ländern stärker
angenommen als in der Bundesrepublik.
Die Studie gehört zum
Forschungsprogramm "At Home in Europe - Muslims in Europe" des Open
Society Institut in England und wurde am Montag im Roten Rathaus vorgestellt.
Dafür waren 2200 Muslime und Nicht-Muslime in Deutschland, Großbritannien,
Schweden, Frankreich, Belgien, Dänemark und den Niederlanden interviewt worden.
Die Berliner Forscher befragten in Kreuzberg 200 Menschen mit unterschiedlicher
Herkunft und Lebenssituation und werteten die ausführlichen Antworten aus. Ihre
Ergebnisse unterstreichen, was das kürzlich vom Senat verkündete
Stadt-Monitoring bereits zeigt: Die Stimmung in Berlins Einwanderervierteln ist
angespannt.
Zwar identifizieren sich 70 Prozent der
hier lebenden Muslime mit ihrer Nachbarschaft und fühlen sich ihr "stark
zugehörig", sagt die Ethnologin Nina Mühe von der Europa-Universität in
Frankfurt (Oder), die den Berliner Teil der Umfrage erstellt hat. Doch jeder
zweite Befragte gab an, wegen seiner Religion oder Herkunft diskriminiert
worden zu sein. Die wenigsten fühlen sich als Muslime akzeptiert. Gleichzeitig
gäbe es auch positive Tendenzen: Viele Muslime seien politisch und
zivilgesellschaftlich engagiert, sagt Mühe, die Konvertitin ist und im Verein
Inssan tätig war. Rund 80 Prozent der Wahlberechtigten beteiligen sich demnach
an Wahlen.
"Die Studie ist zwar nicht
flächendeckend und damit nicht repräsentativ", sagt der Berliner Ethnologe
Werner Schiffauer, der an der Studie mitwirkte, "sie zeigt aber
exemplarisch das Bild in verschiedenen europäischen Einwanderervierteln."
Die Untersuchung, die nach Zugang zu
Arbeitsplätzen, Gesundheitsversorgung und Bildungsmöglichkeiten fragte, ist
nicht die erste, die auf Diskriminierungserfahrungen hinweist. Zahlreiche
Befragungen zur Identität von eingewanderten Muslimen kamen zu ähnlichen
Ergebnissen.
Zuletzt veröffentlichte die in Wien
ansässige Agentur der Europäischen Union für Grundrechte 2009 einen Bericht,
wonach jeder dritte Muslim sich in der Europäischen Union ungerecht behandelt
fühlt. Auch laut der Studie "Muslime in Deutschland", die das
Bundesinnenministerium 2007 vorlegte, fühlt sich knapp die Hälfte der 1750
Befragten von der deutschen Bevölkerung abgelehnt.
Berlins Integrationsbeauftragter Günter
Piening findet die neueste Studie zu muslimischen Befindlichkeiten
"wirklich alarmierend". Die Untersuchung bringe einen "gefühlten
Ausschluss" zum Ausdruck und zeige: "In allen anderen Ländern werden
Einwanderer besser integriert als bei uns." Piening führt das zurück auf
die Folgen einer viel zu spät begonnenen Einwanderungspolitik.
Einen wesentlichen Grund für den
festgestellten Integrationsmangel sehen die Studienmacher im exklusiven, deutschen
Staatsbürgerrecht. Zwar seien Muslime längst ein "selbstverständlicher
Teil des Berliner Alltags", doch noch immer könne etwa die Hälfte keinen
Einfluss auf die Politik nehmen oder ihre Stadtteile mitgestalten. Tsp 26
Integration. Muslime fühlen sich als Berliner
In der Stadt sind sie längst heimisch,
im Land aber noch lange nicht - so das Ergebnis einer Befragung von Muslimen in
Berlin VON ALKE WIERTH
Berliner Muslime fühlen sich mit der
Stadt sehr verbunden. Mit Deutschland identifizieren sie sich dagegen erheblich
weniger. Das ist das Ergebnis einer Studie über Muslime in Europa, deren
Berliner Teil der Senatsintegrationsbeauftragte Günter Piening am Montag
vorgestellt hat. Das Forschungsprojekt "Zuhause in Europa",
koordiniert vom Londoner Open Society Institute, hat in elf europäischen
Städten von Stockholm über London und Berlin bis Marseille die Identifikation
muslimischer EinwohnerInnen mit der Mehrheitsgesellschaft untersucht. Dafür
wurden insgesamt 2.200 Muslime und Nichtmuslime befragt und Gespräche mit
VertreterInnen muslimischer Verbände sowie von Politik und Verwaltung geführt.
Erheblich größer als andernorts sei in
Berlin die Diskrepanz zwischen der Identifikation der befragten Muslime mit der
Stadt auf der einen und dem Staat auf der anderen Seite, so die Ethnologin Nina
Mühe von der Viadrina-Universität Frankfurt/Oder. Sie hat für den Berliner Teil
der Studie jeweils einhundert Muslime und Nichtmuslime interviewt sowie sechs
Gruppengespräche und achtzehn ExpertInneninterview durchgeführt.
Während sich 80 Prozent - gegenüber 76
Prozent der Nichtmuslime - stark mit ihrem Wohngebiet und Berlin
identifizieren, empfinden nur halb so viele die gleiche Verbundenheit gegenüber
Deutschland. Sogar nur 25 Prozent der Befragten betrachten sich als Deutsche -
obwohl jeder Zweite von ihnen deutscher Staatsbürger ist. Und nur 11 Prozent
sind der Meinung, auch von anderen als Deutsche angesehen zu werden.
Da unterscheiden sich die Berliner
Ergebnisse deutlich vom europäischen Mittelwert: 72 Prozent der europaweit
befragten Muslime identifizieren sich mit ihrer Stadt. Und 61 Prozent auch mit
dem Land, in dem sie leben - das sind 20 Prozent mehr als in Deutschland.
Spitzenreiterin unter den Städten ist dabei London: Dort haben 72 Prozent der
Muslime eine starke Verbundenheit zur Nation, 40 Prozent haben das Gefühl, auch
von anderen Briten als Mitbürger betrachtet zu werden.
Die schlechten Berliner Ergebnisse, so
Werner Schiffauer, Professor für Ethnologie an der Viadrina-Universität und
wissenschaftlicher Berater der europäischen Studie, seien Ergebnis der
unterschiedlichen Blickwinkel, mit denen Debatten über Integration auf
nationaler und lokaler Ebene geführt würden: "Während der nationale
Diskurs abstrakte Fragen wie Werte und Voraussetzungen von Zugehörigkeit in den
Fokus stellt, geht es lokal um pragmatische Fragen von Partizipation und
praktischem Zusammenleben", so Schiffauer: Der nationale Diskurs grenze
aus, der lokale schließe ein.
Als positives Beispiel führten
Schiffauer und Piening das Berliner Islamforum an: Hier setze sich Innensenator
Ehrhardt Körting (SPD) selbst mit muslimischen Organisationen zusammen, obwohl
diese teilweise vom Verfassungsschutz beobachtet würden. Auf nationaler Ebene,
so Schiffauer, sei das "ein Ausschlusskriterium" für jeden Dialog.
Selbst ein von Muslimen regelmäßig eingefordertes Bekenntnis zu bestimmten
Werten ändere das meist nicht: Es werde ihnen schlicht nicht geglaubt, so Schiffauer.
Dass solches Vorgehen falsch sein
könnte, legen Mühes Erhebungen nahe: Die befragten Muslime und Nichtmuslime
sind sich auf der Ebene abstrakter Werte nämlich sehr nahe. So liegt die
Übereinstimmung bei Prinzipien wie Toleranz oder Religionsfreiheit bei 75
Prozent. Trotzdem glaubt ein Großteil der Muslime nicht, dass ihre Nachbarn
diese Werte teilen. Ihre Verbundenheit mit Berlin beeinträchtigt das offenbar
nicht.
Wenn Deutschland also "europaweit
Schlusslicht bei der nationalen Identifikation von Muslimen" sei, so
Pienings Fazit, belege die Befragung, dass dies nicht mit Integrationsunwillen
oder gar "Ablehnung der Verfassung" zu tun habe. Stattdessen seien es
Ausgrenzung und "Mangel an Anerkennung", die den lokal gut integrierten
Muslimen staatliche Identifikation erschwere. Sie fühlten sich "ins
Abseits gedrängt", so der Integrationsbeauftragte. Mehr als 50 Prozent der
in Berlin befragten Muslime hatten angegeben, persönliche Erfahrungen mit
ethnischer oder religiöser Diskriminierung gemacht zu haben.
Ein ausführlicher Abschlussbericht der
Studie soll im April veröffentlicht werden. Taz 26
Integration in Frankfurt. Gegen die unsichtbare Hand
Wenn ich auf Deutsch schreiben möchte,
dann ist das so, als versuchte eine unsichtbare Hand, mich daran zu hindern."
Bildhaft beschreibt Ayla Bonacker den Widerstand, gegen den sie ankämpft, wenn
sie in der Sprache schreibt, die nicht ihre Muttersprache ist. Von der
"unsichtbaren Hand" lässt sich die türkischstämmige Frankfurterin
aber nicht mehr abhalten . Inzwischen verfasst sie sogar Gedichte auf Deutsch.
Ohne "Geburtshilfe", so ist den Ausführungen der 64-Jährigen zu
entnehmen, hätte das wohl nicht geklappt.
Geschichten auf Deutsch schreibt auch
Venera Tirreno Schneider, die ebenfalls keine Muttersprachlerin ist. Sie stammt
aus Italien und besucht wie Ayla Bonacker regelmäßig den Literaturclub der
Frauen aus aller Welt. Die Gruppe setzt sich zusammen aus etwa 15 Frauen, die
unter anderem aus Armenien, Kanada, Italien, Kroatien und der Türkei stammen,
verschiedenen Berufen nachgehen und unterschiedlichen Alters sind. Mit dabei
ist etwa die aus Kanada stammende 66-jährige Lori Tengler, die 40-jährige
Tamara Labas-Primorac und die 1986 aus Armenien emigrierte Agapi Mkrtchian. Die
Lust am literarischen Schreiben und der Ehrgeiz, sich auf Deutsch auszudrücken
und das Können zu verfeinern, eint die Frauen.
Professionelle "Geburtshilfe"
bekommt die Gruppe von Thomas Beckermann, pensionierter Lektor und ehemals
Leiter des Frankfurter Literaturhauses. Er geht mit den Hobby-Literatinnen die
Texte durch, erklärt, warum Redewendung beziehungsweise Formulierungen gelungen
oder nicht verständlich sind.
Diskutiert wird reichlich und heftig
bei den Treffen, die einmal im Monat, immer am zweiten Mittwoch, in den Räumen
der Frauenbetriebe in Bockenheim stattfinden. Dreieinhalb Stunden pflücken
Beckermann und die Teilnehmerinnen des Literaturclubs ganze Texte oder einzelne
Sätze auseinander, widmen sich Fragen wie etwa der, was mit
"Schweigezeichen" gemeint sein könnte. Eben dieses Wort taucht
nämlich im Zusammenhang mit Noten in einem Text auf. Die Autorin, die das
deutsche Pendant - nämlich Pausenzeichen - nicht kannte, hatte das Wort direkt
aus ihrer Sprache übertragen.
Kritik verfeinert das Sprachgefühl -
"Die Reaktionen auf Kritik sind unterschiedlich", sagt Agapi
Mkrtchian. Die eine reagiere empfindlicher als die andere, doch alle seien sich
im Klaren darüber, dass sie über die Kritik ihr Sprachgefühl verfeinern.
Entmutigt fühlt sich keine der Frauen. Im Gegenteil. Die Diskussionen um
Sprache und Inhalt bringe sie alle persönlich weiter, betonen sie.
In der Gruppe sind auch
Muttersprachlerinnen wie Susanne Czuba-Konrad und Barbara Höhfeld , die die
Diskussion um Redewendungen, Metaphern und Satzkonstruktionen als bereichernd für
ihr eigenes Schreiben empfinden.
Das Interesse am Schreiben, an Sprache
und Literatur bringt die einheimischen und emigrierten Frauen zusammen, sind
die Treffen ein Beispiel von gelebter Integration in Frankfurt.
Die Anfänge des Literaturclubs gehen
auf eine Schreibwerkstatt zurück, die die aus dem Iran stammende Autorin Shirin
Kumm erstmals vor zwölf Jahren angeboten hat. Einige der Frauen sind von Anfang
an dabei, andere sind im Laufe der Jahre dazugestoßen. Aus der lockeren Runde
ist inzwischen ein eingetragener Verein geworden, der vom Frauenreferat und
auch vom Amt für multikulturelle Angelegenheiten gefördert wird. Zwei
Anthologien hat der Literaturclub bislang herausgegeben; eine dritte ist
derzeit in Arbeit. Die Hobby-Literatinnen veranstalten zudem Lesungen und
tragen ihre Texte auf Einladung auch bei Veranstaltungen vor.
www.literaturclub-frauen.de CANAN TOPÇU
FR 26
Islam-Debatte. Anti-Dilettanti!
Caroline Fetscher über die deutsche
Islam-Debatte.
Tür an Tür mit unserer Wohngemeinschaft
im Hamburger Stadtteil St. Pauli wohnte Mitte der achtziger Jahre eine muntere
Familie von „Gastarbeitern“. Mutter und Vater waren Cousin und Cousine,
einander von Geburt an versprochen und nach knapp einer Handvoll Schuljahren
als Teenager verheiratet worden. Ihre fünf hellwachen Sprösslinge rutschten,
einer nach dem anderen, in die Sonderschulen der Hansestadt ab. Mit
„Ausaufgamm“ konnten die Eltern wenig anfangen.
Nein, das ist keine antiislamische
Einleitung. Rosaria und Luigi B. waren und sind katholische Sizilianer vom
Land. Allerdings: Lange haben solche Biografien die Öffentlichkeit kaum
berührt. Das ist heute endlich anders. Überall, wo Abertausende in
Ballungsgebieten ähnliche Lebensläufe aufzubieten haben, setzen sich
mittlerweile Schulleiter, Politiker und Publizisten mit oder ohne
Migrationshintergrund für soziale, ökonomische Partizipation ein. Wunderbar –
doch es passiert etwas Erstaunliches. Da die meisten der chancenarmen Migranten
muslimischer Herkunft sind, geraten Reformer und Kritiker unter den
Generalverdacht, „antiislamisch“ oder gar „kolonialfeministisch“ zu denken, wie
eine Kommentatorin der „taz“ sich entrüstete.
Tatsächlich konfrontieren gerade
couragierte Muslime wie Necla Kelek, Seyran Ates, Hamed Abdel-Samad, Ayaan
Hirsi Ali oder Irshad Manji muslimische Communities mit Forderungen nach
Säkularismus, Pluralismus und sexueller Emanzipation. Tatsächlich werden ihre
Argumente auch von Gruppen aufgegriffen, die jeweils Teilaspekte des Diskurses
für sich nutzbar machen, von Feministinnen wie Konservativen, die mitunter
temporäre Allianzen oder Zweckbündnisse bilden. In den Feuilletons, die
schubweise das Thema entdecken und wieder fallen lassen, gibt es dieser Tage
großes Hauen und Stechen. Manche wittern in der partiellen Eintracht zwischen
CDU und „Emma“ biopolitische, sogar faschistoide Tendenzen.
Krummer könnten Fronten kaum
konstruiert werden. Sicher existiert seit der sehr realen Zerstörung durch die
Anschläge des 11. September neben berechtigter Sorge und Aufmerksamkeit auch
dumpfe Islamophobie, die alle Merkmale der Fremdenfeindlichkeit trägt.
Ausgerechnet demokratisch denkende Muslime, die patriarchale Traditionen
kritisieren, oder Lokalpolitiker, die für Integration streiten, in einen Wok
mit Neonazis zu werfen, ist allerdings grotesk. Grotesk, weil die politischen
Ziele der Gruppen einander ausschließen, weil die Parallelisierung die schwere
Arbeit der Reformer desavouiert und weil das, wieder mal, genau die Generation
gefährdeter Heranwachsender ignoriert, um deren Chancen es gehen muss. Für sie
ist die Fähigkeit der Erwachsenen zu produktiver Kritik existenziell.
Wechseln wir die Perspektive, um klarer
zu sehen: Über die Gewalt missbrauchender zölibatärer Kleriker und Nonnen
werden, etwa in Irland und Amerika, seit Jahren kiloweise Akten publik,
Skandalöses kommt heraus. Antikatholische Umtriebe? Unsinn. Nur das, nur
kritische Aufklärung sorgt für den notwendigen Reformdruck von innen wie von
außen. Tsp 25
Gewonnen haben vorerst die
Hilfsorganisationen - KOMMENTAR VON
RUDOLF BALMER
Es war das erste Mal, dass eine ganze
Gruppe von "Boat people" auf Korsika strandete. Und geht es nach den
lokalen Behörden und der Pariser Zentralregierung, dann darf so etwas nie
wieder vorkommen. Keinesfalls soll Korsika wie die italienische Mittelmeerinsel
Lampedusa zum Etappenziel für Flüchtlinge werden. Demonstrativ griffen die
französischen Behörden hart durch.
Aus derselben Überlegung hatte auch
Frankreichs Immigrationsminister Eric Besson den "Dschungel" von
Calais mit dem Bulldozer von Flüchtlingen aus Afghanistan "reinigen"
und trotz der herrschenden Ungewissheit und trotz aller Proteste einige von
ihnen nach Kabul ausfliegen lassen. Erst im Nachhinein wurde sein Vorgehen vom
höchsten Verwaltungsgericht getadelt. Gelernt hat dieser zu Sarkozy
übergelaufene Exsozialist daraus nichts. Als an der korsischen Küste kurdische
Familien anlandeten, war sein alleiniges Ziel, erneut ein Exempel gegen die
illegale Immigration zu statuieren. Die unter Druck gesetzten Behörden
improvisierten und missachteten in ihrem überstürzten Vorgehen die
elementarsten Rechte der 124 Flüchtlinge.
Für diese Menschenrechtsverletzung
kassiert Besson nun dankenswerterweise eine gehörige (politische) Ohrfeige. Ein
Exempel wurde tatsächlich statuiert, aber nicht im Sinne der repressiven
Politik der Regierung. Gewonnen haben vorerst die Hilfsorganisationen. Sie
haben den Beweis erbracht, dass die "Heimat der Menschenrechte" das
Asylrecht nicht als "vernachlässigbare Größe" behandeln darf, nur
weil die Staatsräson verlangt, die Mauern der Festung Europa gegen den so
beängstigenden Ansturm von Elenden und Verfolgten aus den Hinterhöfen der Welt
noch dicker und höher zu bauen. Taz 25
Migranten. Wulff fordert mehr Zuwanderer in deutschen Firmen
Niedersachsens Ministerpräsident
Christian Wulff hat sich dafür ausgesprochen, dass deutsche Firmen mehr
Zuwanderer einstellen sollen. "Es muss uns gelingen, auch ohne Quote den
Anteil von Migranten zu erhöhen", sagte der CDU-Politiker. Die Türkische
Gemeinde in Deutschland sieht dies anders.
Niedersachsens Ministerpräsident Christian
Wulff (CDU) kritisiert Vorurteile gegenüber Zuwanderern in deutschen
Unternehmen. „Ein großes Problem ist es im Moment, dass es zum Teil
Ressentiments in der Wirtschaft gibt“, sagte Wulff. Gleichzeitig sprach er sich
dafür aus, dass mehr Migranten eingestellt werden sollen. „Es muss uns
gelingen, auch ohne Quote den Anteil von Migranten im öffentlichen Dienst und
in Unternehmen zu erhöhen“, sagte Wulff.
Bei der Polizei und Lehrern gebe es
dagegen bereits gute Erfahrungen mit einer wachsenden Zahl von Migranten. Nicht
so in Unternehmen. Hier würden noch viele Vorurteile existieren. Zudem würde in
den Unternehmen nicht erkannt werden, welche Vorteile Beschäftigte mit
Migrationshintergrund durch ihre Mehrsprachigkeit mit sich bringen könnten,
sagte Wulff.
Tests würden zeigen, dass ein Bewerber,
„der Meyer, Müller, Schulz heißt“, schon allein wegen seines Namens eine höhere
Chance habe, zum Bewerbungsgespräch eingeladen zu werden als ein Bewerber mit
ausländischen Wurzeln. Auch wenn beide gleich qualifiziert sind.
Wulff reagierte damit auf den neuesten
Vorschlag von Maria Böhmer (CDU), der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung.
Diese hatte gefordert, dass mehr Einwanderer im öffentlichen Dienst eingestellt
werden sollen. Schließlich habe jeder Fünfte in Deutschland einen so genannten
Migrationshintergrund.
“Besonders dringend benötigen wir mehr
Lehrerinnen und Lehrer sowie Erzieherinnen mit Migrationshintergrund“, schrieb
Böhmer auf ihrer Internetseite. Eine Quote stehe allerdings „nicht zur
Diskussion.“
Die Türkische Gemeinde in Deutschland
dagegen sieht dies anders, ganz anders. „Falls sich nichts ändert, muss als
letzter Ausweg eine Quote her“, sagte Kenan Kolat, Bundesvorsitzender der
Türkischen Gemeinde in Deutschland WELT ONLINE. Laut Kolat spreche für eine
Quote, dass „in den Behörden so viele Menschen mit Migrationshintergrund
arbeiten sollten, wie ihr Anteil in der Bevölkerung ist".
Zwar sei es richtig, dass dieser
bundesweit bei zwanzig Prozent liegt. „Aber das bedeutet eben auch, dass er in
einigen Gebieten höher ist. Oder eben niedriger.“ Dass müsse im Einzelfall
berechnet werden. Anstatt nur zu fordern, könne Frau Böhmer ja mit „gutem
Beispiel vorangehen“. Und mehr als die durchschnittlichen 20 Prozent
einstellen. Schließlich leite sie eine Integrationsbehörde. Dpa 26
Nach Erdbeben in Haiti. Geberländer sagen langfristige Hilfen zu
Haiti hat die internationale
Gemeinschaft nach dem verheerenden Erdbeben vor zwei Wochen um langjährigen
Beistand gebeten. Das Land brauche mindestens fünf bis zehn Jahre lang Hilfe
beim Wiederaufbau, sagte Ministerpräsident Jean-Max Bellerive am Montag bei der
Geberkonferenz im kanadischen Montreal. Das Volk sei ausgeblutet, gemartert und
am Boden zerstört. „Die Menschen von Haiti brauchen mehr und mehr und mehr
Hilfe, um den Wiederaufbau zu schaffen.“ Inzwischen hat sich die offizielle
Zahl der Todesopfer des Erdbebens nach Angaben der Regierung in Port-au-Prince
auf 150.000 erhöht. Es wird aber befürchtet, dass die tatsächliche Zahl der
Toten um vieles höher liegt.
Bei dem Treffen sollten der akute
Bedarf im Katastrophengebiet geklärt und erste Weichen für den Wiederaufbau
gestellt werden. Unter anderem nahmen an der Konferenz die amerikanische
Außenministerin Hillary Clinton und ihr französischer Amtskollege Bernard
Kouchner teil, sowie Vertreter von weiteren zwölf Staaten und der Europäischen
Union.
Die Geber verpflichteten sich, Haiti
über die nächsten zehn Jahre zu unterstützen, konkrete finanzielle Zusagen
standen zunächst nicht auf der Tagesordnung. Auch Haiti selbst wies Forderungen
von Hilfsorganisationen beispielsweise nach einem Schuldenerlass vorerst
zurück. „Angesichts der tatsächlichen Not, die herrscht, ist unser
Schuldenproblem klein“, sagte Ministerpräsident Bellerive. „Was wir brauchen
sind langfristige Zusagen.“
„Größte Herausforderung“ des
Welternährungsprogramms seit 40 Jahren
Die „New York Times“ berichtete
unterdessen, die Regierung des bitterarmen Karibikstaates beziffere den Bedarf
an finanzieller Hilfe für die notleidende Bevölkerung und den Wiederaufbau auf
3 Milliarden Dollar (2,1 Milliarden Euro). Das Welternährungsprogramm (WFP) der
Vereinten Nationen warnte, die Überlebenden des Erdbebens müssten viel länger
versorgt werden als angenommen.
„Ursprünglich hatten wir mit zwei Millionen
Menschen gerechnet, die wir sechs Monate versorgen müssen“, sagte WFP-Chefin
Josette Sheeran in New York. „Jetzt gehen wir von mindestens zwölf Monaten
aus.“ Das Projekt Haiti sei eine der größten, wenn nicht die größte
Herausforderung, vor der das Ernährungsprogramm in 40 Jahren gestanden habe.
„Deshalb fordern wir alle Armeen dieser Welt auf, uns ihre irgendwie entbehrlichen
Fertigmahlzeiten zur Verfügung zu stellen“, sagte Sheeran.
Die Teilnehmerstaaten beschlossen eine
internationale Konferenz zur Finanzierung des Wiederaufbaus für März. Sie soll
am Hauptsitz der Vereinten Nationen in New York stattfinden. „Wir versuchen,
das in einer sinnvollen Reihenfolge zu tun“, sagte Clinton. „Gelegentlich gibt
es Geberkonferenzen, ohne dass man eine Idee davon hat, was man mit dem Geld
anfangen will.“
Unterdessen wurden Pläne der
haitianischen Regierung bekannt, das weitgehend zerstörte Zentrum von
Port-au-Prince für einige Zeit abzuriegeln. Während dieser Zeit sollten Ruinen
und Schutt beseitigt und neue Gebäude errichtet werden. „Wir müssen die
Menschen dazu bewegen, in ihre Heimatprovinzen zu gehen, indem wir dort die
Lebensbedingungen verbessern“, sagte Jean Baleme Mathurin, Wirtschaftsberater
von Bellerive. Nach seinen Worten haben bereits 400.000 der etwa 3 Millionen
Einwohner die Stadt verlassen.
EU schickt hunderte Gendarmeriekräfte
Haiti brauche einen klaren Fahrplan, um
den Wiederaufbau zu koordinieren, sagte Kanadas Außenminister Lawrence Cannon
nach Angaben des kanadischen Senders CBC. „Technologie wird ein entscheidendes
Element sein, um das Land wieder aus den Ruinen entstehen zu lassen“, sagte
Cannon. Gerade Windkraft könnte eine entscheidende Rolle spielen, weil sie das
Land unabhängig von fossilen Brennstoffen machen könne. „Haiti und die, die da
helfen wollen, sollten jede Chance nutzen, um das Land besser aufzubauen, als
es war.“ Zuvor hatte Kanada einen umfassenden Schuldenerlass für Haiti
angeregt.
Inzwischen sagte die EU zu, sich mit
einer mehrere hundert Mann starken Polizeimission an den Hilfsmaßnahmen in
Haiti zu beteiligen. Dabei handelt es sich um Gendarmeriekräfte, die wegen
ihres paramilitärischen Zuschnitts als besonders geeignet gelten, in einem
Erdbebengebiet zur Wahrung der Sicherheit beizutragen. Nur wenige EU-Staaten
verfügen über solche Einsatzkräfte, weshalb sich bisher vor allem Frankreich,
Italien, die Niederlande, Spanien und wohl auch Rumänien an der Mission
beteiligen wollen. Die Außenbeauftragte Ashton sagte, dass mindestens 300 Mann
entsandt werden. Deutschland, das keine Gendarmeriekräfte hat, wird sich nicht
beteiligen.
„Amerika verwechselt Hilfe und
Militäreinsatz“
Die EU hatte vergangene Woche bereits
beschlossen, 122 Millionen Euro an humanitärer Nothilfe und 100 Millionen Euro
für den Wiederaufbau Haitis zur Verfügung zu stellen. Weil die Vorbereitung für
einen normalen EU-Einsatz so lange dauert, dass die Kräfte bei ihrer Ankunft in
Haiti vielleicht nicht mehr gebraucht würden, soll der Einsatz im wesentlich
von den beteiligten Mitgliedstaaten getragen, aber von einer EU-Stelle in
Brüssel koordiniert werden. Der Übergangsleiter der UN-Mission in Haiti
(Minustah), Edmond Mulet, sagte unterdessen dem Sender CNN, er brauche zur
Verteilung der Hilfsgüter dringend mehr Personal und Soldaten, aber auch mehr
Fahrzeuge. Mulet lobte den Einsatz der amerikanischen Soldaten, der vom Chef
des italienischen Zivilschutzes, Guido Bertolaso, der sich derzeit in Haiti
aufhält, als wirkungslos kritisiert worden war.
Washington zeige zwar Stärke, aber es
fehle an Koordination, sagte Bertolaso am Montag im Fernsehen. Im Gespräch mit
einer italienischen Zeitung hatte er gesagt: „Die Amerikaner sind außergewöhnlich,
aber in einer chaotischen Situation neigen sie dazu, militärisches Eingreifen
mit humanitärer Hilfe zu verwechseln, die den Streitkräften nicht anvertraut
werden kann“. Außenminister Franco Frattini distanzierte sich von den
Äußerungen. Sie dürften nicht als politische Kritik an Washington
missverstanden werden. Bertolaso, der Ministerrang hat, erwarb sich bei den
Rettungsarbeiten nach dem Erdbeben in L'Aquila internationales Ansehen.
Text: FAZ.NET mit nbu.
Haiti nach dem Beben. Militär und Hilfe
Unbürokratische Hilfe ist nach
Naturkatastrophen immer willkommen. Wenn es aber das Pentagon ist, das ohne
viel Federlesens Einheit um Einheit ins Erdbebengebiet verlegt, wird manchen
mulmig zumute. Ohne die straffe amerikanische Führung wäre zwar noch mehr
Haiti-Hilfe schon im Luftraum über Port-au-Prince aufgehalten worden. Dennoch
würden in der Region viele gern mehr über Obamas Pläne erfahren: Wie lange
bleiben die Amerikaner?
Die Frage ist berechtigt. Nicht weil
die Maulhelden von Caracas und Managua recht hätten, welche den Vereinigten
Staaten eine gewohnheitsmäßige Lust an der Okkupation unterstellen. Sondern
weil es in Haiti „eine fortgesetzte Bereitschaft einflussreicher Kräfte im Land
gibt, öffentliche Spannungen anzuheizen, um ihre eigenen Interessen
voranzubringen“. Das hat der UN-Generalsekretär gesagt - vor dem Beben.
Politisches Vakuum - In dem politischen
Vakuum, das in den Ruinen des Regierungsviertels von Port-au-Prince fassbar
wird, werden sich bewaffnete Gruppen in Stellung bringen. Dem Sicherheitsrat
hatte Ban Ki-moon im Oktober berichtet, dass in Haiti „diejenigen, die
politische Ziele verfolgen, und jene, die den Stabilisierungsprozess zum Schutz
persönlicher Interessen untergraben“, Notlagen der Bevölkerung skrupellos ausnutzten.
Nun lockt sie die Aussicht auf beispiellose Geldströme. Die Größenordnung wird
schon an diesem Montag nach der Haiti-Konferenz in Montreal deutlich werden,
obwohl die Geberkonferenz auf März vertagt ist. Die Region bietet genug
Anschauungsmaterial, wie Hilfsgelder nach Naturkatastrophen unterschlagen
werden.
Seit dem Beben ist es in Port-au-Prince
nur zu einigen Übergriffen gekommen, die von Verzweiflung oder Verrohung
zeugten. Aber wer verhindert handfeste Kämpfe? Können das die Blauhelm-Soldaten
aus Nepal oder Sri Lanka, zumal die UN-Mission Minustah, weil selbst schwer
getroffen, führungslos ist? Auch die vom Sicherheitsrat bewilligten (aber noch
nicht aufgetriebenen) 3500 zusätzlichen Soldaten und Polizisten werden der
Minustah kaum den Respekt verschaffen, den die bald 20.000 amerikanischen
Soldaten den Haitianern einflößen. Immerhin will sich Brasilien stärker
engagieren; seine Soldaten sind im Kampf gegen Banden erprobt. Präsident Lula
hat in Haiti die Chance, seinen regionalen Führungsanspruch mit Taten zu
untermauern.
Auf wackligen Beinen - Washington hat zwar seinen Willen zur
Zusammenarbeit mit den UN bewiesen, indem es ihnen binnen einer Woche 70
Millionen Dollar für Nothilfe überwies. Auch am Flughafen von Port-au-Prince
arbeitet man mittlerweile Hand in Hand; Truppentransporter und Frachtflugzeuge
mit Hilfsgütern dürfen jetzt abwechselnd landen. Und Amerika hat der Minustah
inzwischen schriftlich versichert, das Mandat der UN-Truppe zu respektieren.
Aber die blauen Helme der Vereinten Nationen wird Oberbefehlshaber Obama seinen
Soldaten kaum aufsetzen. Hatte Außenministerin Clinton den Präsidenten Préval
also deshalb eine Art Blankovollmacht unterschreiben lassen, weil Amerika in
Eigenregie jene Stabilisierung Haitis vollenden wollte, die nach 17 Jahren
ununterbrochener UN-Präsenz auch ohne Erdbeben noch lange auf wackligen Beinen
gestanden hätte? Auch das passt nicht ins Bild. Schon jetzt ist wegen Haiti der
amerikanische Truppenaufwuchs in Afghanistan ins Stocken geraten. Neue Plätze
zum Üben von „nation building“ sucht Obama gewiss nicht.
Aber die Vereinten Nationen können eben
nur, was die Mitgliedstaaten ihnen zubilligen. Generalsekretär Ban befehligt
weder Luftlandeeinheiten noch Pioniere, die einen zerstörten Hafen reparieren
könnten. Amerikas Haiti-Einsatz war und ist deshalb geboten. Arbeiteten New
York und Washington öfter zusammen, gäbe es weniger Reibungsflächen.
Schwerfälligkeit und Zerfaserung -
Allerdings darf Nothilfe nicht unnötig militarisiert werden. Wasserflaschen zu
verteilen ist noch keine Kunst. Aber für den Wiederaufbau ist weniger die
kurzfristige Effizienz des Pentagons als der lange Atem der UN gefragt. Sie
achten beispielsweise darauf, dass die Einheimischen das große Aufräumen selbst
erledigen - gegen Geld. Das mag nicht der schnellste Weg sein, um den Schutt
wegzuräumen. Aber es hilft Familien, wieder auf die Füße zu kommen. Zudem
bleiben die UN unabhängig von Wahlzyklen, die in Staaten jene politische Hast
erzeugen können, die den Herausforderungen hohnspricht.
Allerdings leidet die multinationale
UN-Bürokratie unter Schwerfälligkeit und Zerfaserung. Die Koordination der
humanitären Hilfe ist zwar professioneller geworden. Doch sobald
Doppelstrukturen auf Dauer beseitigt, ausufernde Mandate zurechtgestutzt oder
Hierarchien gestärkt werden sollen, bekommen Mitgliedstaaten „Verlustangst“ und
blockieren Reformen. Freilich ist nicht alle Bürokratie schädlich. Manches geht
auf Maßgaben zurück, die Mangelwirtschaft verhindern und Nachhaltigkeit
garantieren sollen.
Haiti braucht jetzt zwei, die sich seit
langem misstrauisch beäugen. Es gilt, was Kofi Annan in einer seiner letzten
Reden als UN-Generalsekretär gesagt hat: „Die Erfahrung zeigt, dass das
UN-System schlecht läuft, wenn Amerika abseitssteht. Aber es kann sehr gut funktionieren,
wenn nur Amerika eine weitsichtige Führung hat.“ Andreas Ross Faz 25
Kritik von Menschenrechtlern. Frankreich missachtet Flüchtlingsrechte
Die französischen Behörden setzen 124
kurdische Flüchtlinge aus Syrien als illegale Immigranten in Abschiebehaft.
Wegen Formfehlern müssen sie wieder aus der Abschiebehaft entlassen werden. VON
RUDOLF BALMER
PARIS - Die 124 Menschen, die sich als
Kurden aus Syrien bezeichnen, aber keinerlei Papiere bei sich trugen, waren am
Freitagmorgen auf einem Strand bei Bonifacio im Süden Korsikas entdeckt worden.
Dort waren sie ihren eigenen Angaben zufolge ausgesetzt worden, ohne zu wissen,
dass sie sich in Frankreich befanden. Ihre beschwerliche Reise hatte vor fast
einem Monat in Lastwagen begonnen, sie kamen zunächst bis Tunesien, von wo sie
dann ein Schiff im Frachtraum nach Nordeuropa bringen sollte. Doch die noch
unbekannten Schlepper, denen sie 6.000 Dollar pro Erwachsenen und 3.000 pro
Kind bezahlt hatten, entledigten sich dann vor Korsika skrupellos nach
angeblich zweitägiger Fahrt durchs Mittelmeer ihrer Passagiere.
Für den Polizeipräfekten von Südkorsika
war die Sachlage klar: Diese 57 Männer, 29 Frauen (von denen fünf hochschwanger
sind) und 38 zum Teil noch sehr kleinen Kinder sind illegale Immigranten, die
gegen die Einreisebestimmungen verstoßen haben. Er ordnete darum ihre sofortige
Abschiebung über die Grenze oder Ausweisung an. Eine erste Nacht verbrachten
die Familien unter Bewachung in einer Turnhalle; am Tag danach wurden sie ohne
viel Federlesens in fünf verschiedene Abschiebehaftlager auf dem Festland
gebracht und dort samt ihren Kindern eingesperrt. Im Nachhinein rechtfertigte
der Präfekt diese Maßnahmen als "humanitäre Geste", da er auf der Insel
keine entsprechenden Unterbringungsmöglichkeiten für so viele Familien gehabt
habe. Die Migranten seien den Gendarmen ja ganz "freiwillig gefolgt".
Sehr bald aber protestierten die
französische Menschenrechtsliga und diverse Hilfsorganisationen gegen diese
Behandlung der Flüchtlinge und das überstürzt wirkende Vorgehen der Behörden.
Amnesty International verlangte die Freilassung dieser kurdischen "Boat
people" aus der Haft, da es nicht vorstellbar sei, dass die rechtliche
Situation der Familien von Fall zu Fall geprüft werde, wie dies
Immigrationsminister Eric Besson vor Kameras versichert hatte. Außergewöhnlich
war die Intervention des UNO-Hochkommissariats für Flüchtlinge, das die
Regierung mahnte: "Die französischen Behörden müssen gewährleisten, dass
alle Personen in den Genuss einer vollständigen und ausgewogenen Prüfung ihres
Gesuchs kommen und im Fall einer Ablehnung die Möglichkeit einer Berufung mit
aufschiebender Wirkung haben."
Mittlerweile musste die Regierung, die
mit ihrem Vorgehen ihre Entschlossenheit im Kampf gegen illegale Immigration
und kriminelle Schlepper beweisen wollte, weitgehend zurückrudern. Denn nicht
nur nach Ansicht der Menschenrechtsorganisationen, sondern auch gemäß Urteil
der Haftrichter von Nîmes, Marseille, Rennes, Lyon und Toulouse haben die
korsischen Behörden in ihrer Eile, die unerwünschten Flüchtlinge loszuwerden,
krasse Formfehler begangen und die Rechte der Betroffenen missachtet. Diese
konnten zunächst keinen Anwalt kontaktieren. Darum wurden inzwischen fast alle
124 auf freien Fuß gesetzt, damit sie ein ordentliches Asylgesuch einreichen
können, das den polizeilichen Ausweisungsbefehl dann außer Kraft setzt. Laut
der Hilfsorganisation Cimade haben die kurdischen Flüchtlinge gute Chancen auf
die Anerkennung als politische Flüchtlinge. Taz 26
Mehr Polizeiausbilder für Afghanistan. Deutschland rüstet auf
Berlin. Die Bundesregierung hat sich
kurz vor Beginn der internationalen Afghanistan-Konferenz in London auf
Grundzüge ihrer neuen "Strategie" geeinigt. Bundeskanzlerin Angela
Merkel (CDU), Außenminister Guido Westerwelle (FDP) und Verteidigungsminister
Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) verständigten sich am Montagabend bei einem
Treffen im Kanzleramt unter anderem darauf, das Bundeswehrkontingent erneut
aufzustocken.
Nach diesen Plänen sollen künftig 5000
deutsche Soldaten am Hindukusch eingesetzt werden. Die deutsche Truppe soll um
insgesamt 850 Soldaten aufgestockt werden, zusätzlich soll es eine
"flexible Reserve" von 350 Bundeswehrangehörigen geben, um die das
Kontingent in Spitzenzeiten kurzfristig erhöht werden darf. Derzeit liegt die
Obergrenze für das Bundeswehrkontingent bei 4500 Soldaten.
Merkel sprach von einem
"Gesamtpaket", das nicht nur mehr Militärpräsenz in Afghanistan
beinhalte, sondern auch intensivere Ausbildungsbemühungen von Polizei und
Streitkräften vor Ort und deutlich mehr Geld für den zivilen Wiederaufbau
umfasse. "Es bleibt dabei, dass der Einsatz gefährlich ist", sagte
Merkel in Berlin.
Verteidigungsminister zu Guttenberg
kündigte in einem FAZ-Interview an, dass die Bundeswehr auch ihr Einsatzkonzept
verändern müsse. Künftig soll die Ausbildung nicht nur in den gut geschützten
Feldlagern stattfinden, sondern "in der Fläche". Dies bedeute nicht
unbedingt mehr Risiko, sagte der CSU-Politiker.
Mit Geld kann man nicht alles kaufen
Mehr Bedeutung möchte die neue
Bundesregierung auch auf eine stärkere Ausbildung der Polizei vor Ort legen.
Innenminister Thomas de Maiziere kündigte am Dienstag im NDR an, bis Mitte des
Jahres sollten insgesamt 260 deutsche Polizisten afghanische Sicherheitskräfte
ausbilden. 200 von ihnen würden im Zuge eines bilateralen Projekts eingesetzt,
60 im Rahmen der Europäischen Polizeimission EUPOL, sagte er nach Mitteilung
des Senders.
Die Gewerkschaft der Polizei warnte
allerdings vor den Plänen, dafür die Zahl der Ausbilder von 120 auf 200 Beamten
zu erhöhen. Die Gewerkschaft fürchtet um die Sicherheit der Polizeiausbilder in
dem Krisengebiet.
Hohn löste der Vorschlag von
Außenminister Westerwelle in der SPD aus, ein Aussteigerprogramm für
Taliban-Kämpfer aufzulegen. "Der FDP-Vorsitzende glaubt wohl, mit Geld
alles kaufen zu können", sagte SPD-Parteichef Sigmar Gabriel am Nachmittag
in Berlin. Tatsächlich sei dies kein neuer Vorschlag, sondern seit längerem
gängige Praxis. Als Beispiel nannte er die Anhebung der Löhne von afghanischen
Polizisten, damit diese nach ihrer Ausbildung nicht in "besser dotierte
Anstellungen" bei regionalen Stammesführern oder den Taliban wechselten.
Mehr als drei Stunden diskutierte der SPD-Vorstand am Montag mit Altbundeskanzler Helmut Schmidt sein Positionspapier zu Afghanistan. Der 91-Jährige stellte sich in weiten Teilen hinter das Papier, das SPD-Fraktionschef Frank-Walter Steinmeier gemeinsam mit Gabriel formuliert hatte. K