WEBGIORNALE  27-28  Gennaio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Giornata della memoria. Shoah, le istituzioni in prima linea. Napolitano: non si deve dimenticare  1

2.       Giorno della memoria. “Commemorare la Shoah è importante per fermare la crescente xenofobia”  1

3.       Italia, centro di gravità permanente. Perchè resto  1

4.       Fedi (PD): “Sulla rete consolare attendiamo il confronto parlamentare con il Governo”  2

5.       Energia, svolta della Germania il governo decide di tornare al nucleare  2

6.       Stoccarda. Fumata nera al Comites, ancora senza presidente  2

7.       Rapporti italo-tedeschi. Il progetto del Goethe-Institut di Roma. Appuntamento al 28 gennaio  3

8.       Nordreno Vestfalia. Domenica 7 febbraio al voto per l'Integrationsrat oltre un milione di stranieri 3

9.       Un assessore italiano al comune di Francoforte?  3

10.   Gennaio di cultura italiana nel Baden-Württemberg  3

11.   Il Comites di Wolfsburg in lutto per la scomparsa del consigliere Carlo Viro  3

12.   Giornata della memoria a Francoforte con il prof. De Michelis e concerto del Trio d’archi Opus X  4

13.   Monaco di Baviera. Il giorno della memoria all’Istituto Italiano di Cultura  4

14.   Alla Hannover Messe 2010, l’Italia protagonista  4

15.   "Capitali italiane nel mondo". In mostra a Torino la storia dell’architettura italiana nel mondo  5

16.   L’on.Franco Narducci: necessaria pianificazione pluriennale per la scuola italiana all’estero. 5

17.   Dal ClubMediaItalie riuniti a Bruxelles rappresentanti del giornalismo europeo  5

18.   Il 4 e 5 febbraio la IV edizione di “Destinazione Mondo”  6

19.   Giorno della memoria. L’on. Lucio Toth: “solidarietà alle comunità ebraiche italiane”  6

20.   In Medio Oriente il tempo di agire è adesso  6

21.   Save the Children alla Ue: bloccare adozioni internazionali di minori, possono non essere orfani 7

22.   Immigrazione. La spocchia di Sarkò e le debolezze italiane  7

23.   Aiuti ad Haiti. Frattini: “Il nostro governo non critica gli sforzi altrui”  7

24.   I due volti dell'Europa slava  8

25.   Il programma nazionale della ricerca, cosa manca al piano di rilancio  8

26.   Eurispes, cresce fiducia in Napolitano. In calo il governo, sale la magistratura  9

27.   Il trionfo di Vendola in Puglia, Pd sconfitto  10

28.   Primarie-boomerang, la democrazia diretta non “obbedisce” più  10

29.   Primarie in Puglia. L'analisi. L’esplosione del laboratorio  10

30.   È l’alleanza con l’Udc il cuore dello scontro che divide i democratici 11

31.   Il sindaco di Bologna Delbono: "Mi dimetto". Prodi: "Gesto di grande sensibilità"  11

32.   Chi predica bene e razzola male  11

33.   Ridurre le pensioni per dare ai giovani? Un'idea sbagliata di Welfare  12

34.   Oligarchi di periferia  12

35.   Le difficoltà del Pd. La doppia identità che va superata  13

36.   Siglato l'asse Bersani-Di Pietro. "Insieme per costruire l'alternativa"  13

37.   Duello rosa nel Lazio. Gli italiani preferiscono (di poco) la Polverini 13

38.   La ricerca al Sud si “impantana”, cervelli in fuga verso il Centro-Nord  14

39.   Sciopero generale sulle tasse. La Cgil: "In piazza il 12 marzo"  14

40.   Cinema italiano, all’estero senza “rete”. Nessun film italiano alla Berlinale?  14

41.   La Francia verso lo stop al velo integrale  15

42.   In un libro i racconti di troppi “Cervelli in fuga”  15

43.   Il consigliere veneto Meggiolaro (Ln): Riportare i “cervelli” a casa  16

44.   Tornano i tirocini alla Farnesina: domande entro l’8 febbraio  16

45.   E’ uscito “Bellunesi nel mondo” di gennaio  16

 

 

1.       Italien. Ciao, Bambini 16

2.       Anteil der Einwohner mit Migrationshintergrund nimmt zu  17

3.       Böhmer zu dem Mikrozensus: "Nötig ist eine nationale Kraftanstrengung für eine bessere Bildung der Migranten"  17

4.       Studie. Heimatgefühl von Muslimen: Fremd im eigenen Land  17

5.       Integration. Muslime fühlen sich als Berliner 18

6.       Integration in Frankfurt. Gegen die unsichtbare Hand  18

7.       Islam-Debatte. Anti-Dilettanti! 19

8.       Etappensieg für Flüchtlinge  19

9.       Migranten. Wulff fordert mehr Zuwanderer in deutschen Firmen  19

10.   Nach Erdbeben in Haiti. Geberländer sagen langfristige Hilfen zu  20

11.   Haiti nach dem Beben. Militär und Hilfe  20

12.   Kritik von Menschenrechtlern. Frankreich missachtet Flüchtlingsrechte  21

13.   Mehr Polizeiausbilder für Afghanistan. Deutschland rüstet auf 21

14.   Vor der Afghanistan-Konferenz Sinn des Kriegs ist der Frieden  22

15.   Gastbeitrag. Mit Krieg ist kein Staat zu machen. 23

16.   Ernst und Lötzsch. Die neue linke Doppelspitze  23

17.   Nach Lafontaine-Rücktritt. Der Kern der Linken  24

18.   Leitartikel. Lafontaines Schatten  24

19.   Parteispenden. Geld regiert den Wahlkampf 25

20.   Kommentar zu Kassenbeiträgen. Unsoziale Gleichheit 26

21.   Wandel im Schulsystem. Lernort, nicht Sortieranlage  26

22.   Diskriminierung. Arbeiterkind muss draußen bleiben  27

23.   Importierte Türkischstunde  27

24.   Nazis in Dortmund. Tief im Westen  28

25.   Protest in Göttingen. Brandanschlag auf Ausländerbehörde  29

26.   Frankreich. Mit Burka zum Markt – aber nicht zur Post?  29

27.   Köln. Theaterstück "Io, Clitemnestra. Il verdetto" am 27. Januar 30

 

 

 

 

Giornata della memoria. Shoah, le istituzioni in prima linea. Napolitano: non si deve dimenticare

 

MILANO - Preghiere in sinagoga, mostre storiche e spettacoli teatrali, convegni e concerti si svolgeranno in tutta Italia, domani, in occasione della decima edizione del Giorno della memoria, che, per commemorare la fine della Shoah, ricorda il 27 gennaio del 1945, quando, sessantacinque anni fa, venivano aperti i cancelli di Auschwitz. Le istituzioni saranno protagoniste nella giornata. Il momento più solenne si svolgerà al Quirinale quando, alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta consegnerà le medaglie d’onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti. Molti Stati hanno istituito un Giorno della memoria e, in Europa, altri paesi hanno scelto la stessa data del 27 gennaio.

 

A dieci anni dal varo della legge che ha istituito l’evento è stato creato un comitato coordinatore che ha avuto incarico di organizzare stabilmente le celebrazioni. «Da allora - spiega il leader degli ebrei italiani, Renzo Gattegna - l'ebraismo italiano si è a più riprese interrogato sul modo di proporre una riflessione che non fosse svuotata dei suoi significati più profondi, riducendosi a semplice celebrazione. Al di là delle giuste, necessarie parole su Shoah e Memoria, crediamo infatti che occorra cercare di perpetuare il senso vero di questo giorno».

 

«Non dimenticare la shoah, e quindi operare tutto il possibile perchè ciò possa avvenire, è «un alto valore civile». Così Giorgio Napolitano ha salutato la posa della prima pietra di un memoriale della Shoah a Milano. Il Presidente in un messaggio, non ha voluto far mancare la sua approvazione ribadendo la necessità di «non dimenticare ciò che è stato in una fosca stagione della nostra storia». Il capo dello Stato, assente per motivi istituzionali, ha ricordato la propria visita al Binario 21 della stazione Centrale del capoluogo lombardo ed espresso apprezzamento «per aver portato a compimento il non facile percorso necessario per dare inizio ad un’opera che ritengo altamente significativa quale lugoo di testimonianza di un evento tragico che dovrà sempre rimanere quale monito nella memoria delle generazioni future».

 

«Tenere viva la memoria di quel terribile crimine che fu la Shoah è importante per costruire un mondo migliore, un mondo che respinga per sempre la discriminazione, le torture e ogni forma di schiavitù. Un mondo in cui, fin da piccoli, bambine e bambini imparino a vedere in ogni persona innanzitutto l’essere umano, portatore di una dignità innata e titolare dei diritti universali». Lo sottolinea Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, in occasione del 65° anniversario dell’apertura dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, il 27 gennaio 1945, riconosciuto come Giorno della Memoria. «Un mondo -continua- in cui sempre più persone abbiano la lucidità di riconoscere e il coraggio di contrastare, fin dai primi sintomi, le violazioni dei diritti e la negazione dell’umanità altrui. Proprio il ricordo della Shoah e la volontà di impedire per sempre il ripetersi di simili tragedie, sono stati il motivo per cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò, nel 1948, la Dichiarazione universale dei diritti umani. Difendere i diritti umani vuol dire aiutare a costruire un mondo in cui il ripetersi della Shoah non sia possibile, mai piu». LS 26

 

 

 

 

Giorno della memoria. “Commemorare la Shoah è importante per fermare la crescente xenofobia”

 

L’on. Garavini allo spettacolo di Moni Ovadia presso la nuova sinagoga di Berlino. Narducci (Unaie): Il Giorno della Memoria sia monito contro i proliferare di ogni totalitarismo e sopraffazione.

 

“Ricordare la Shoah, conservando viva la memoria del periodo più buio della storia, oggi è più importante che mai. In tempi come questi che vedono l’espandersi, nella nostra società, di un clima intollerante e ostile al ‘diverso’, è fondamentale riflettere su ciò che l’umanità ha disumanamente prodotto, in modo che non accada mai più”. Lo ha detto la deputata democratica Laura Garavini che, in sostegno al Giorno della Memoria, ha assistito allo spettacolo “Kavanàh - Storie e canzoni della spiritualità ebraica” di Moni Ovadia presso la nuova sinagoga di Berlino. L’artista italiano – cantante, attore, compositore e autore – è noto per i suoi eventi relativi a diritti umani e pace.

 

La parlamentare eletta nella circoscrizione estero ha espresso il suo grande apprezzamento per l’impegno di Ovadia a favore di rom, nomadi ed extracomunitari. “Sono loro gli ebrei di oggi”, ha sostenuto l’autore. “In una società dove i razzismi e le xenofobie sono sempre in agguato”, ha aggiunto la Garavini, “il senso vero del Giorno della Memoria deve essere quello di opporre un deciso No alla violenza”.de.it.press

 

“Il 27 gennaio di ogni anno celebriamo, dal 2000, il Giorno della Memoria per ricordare l’abbattimento dei cancelli del campo di sterminio nazista di Auschwitz, avvenuto il 27 gennaio 1945. E’ una data simbolica che, ricordando il giorno della fine delle atrocità compiute dal regime di Adolf Hitler ad Auschwitz, serve da monito per le generazioni future affinché siano vigili per non far proliferare i germi di ogni totalitarismo e sopraffazione” lo dichiara il vicepresidente della Commissione Affari esteri della Camera e Presidente Unaie (Unione nazionale associazioni di immigrazione ed emigrazione), on. Franco Narducci in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria.

“Commemorare oggi la Shoah - ha sottolineato Franco Narducci - significa non solo rendere onore alle persone sterminate nei lager, circa 6 milioni di ebrei europei, ma anche contestualizzare le responsabilità di ciascuno nella convinzione che la storia si costruisce con i gesti di ogni essere umano”.

“Oggi - ha affermato Narducci - siamo chiamati a discernere ciò che è secondo la dignità della persona da ciò che nel tempo porta alla sopraffazione dell’uomo stesso, siamo chiamati a leggere i segni che si manifestano nel tempo e che si erano manifestati anche prima di Auschwitz ma senza essere considerati con il giusto livello di allarme per quello che sarebbe successo in seguito. Dobbiamo avere la capacità di individuare quei segnali di razzismo che si insinuano nella società della globalizzazione e dell’immigrazione, dove si ipotizzano discriminazioni per gli immigrati o restrizioni lesive della dignità”.

“Questa storia della persecuzione degli ebrei, così recente ma al contempo lontana per le giovani generazioni, non deve essere dimenticata - ha concluso l’on. Narducci -  e dobbiamo trarre insegnamento per imparare a riconoscere, nella società di oggi, i segnali di sofferenza del genere umano, sintomo di sopraffazione ad ogni livello. Se la democrazia si costruisce con la partecipazione e la libertà, compreso il libero accesso ad internet, dobbiamo dire che ancora oggi queste cose le vediamo negate in diverse parti del mondo ed abbiamo il dovere morale di lavorare affinché mai più si ripetano genocidi e soprusi come quelli a cui abbiamo assistito con l’affermazione dell’ideologia nazista in Europa”. De.it.press

 

 

 

 

Italia, centro di gravità permanente. Perchè resto

 

Rimanere in Italia o tentare la strada estera?

In questi giorni, di questi tempi, è un argomento sempre d'attualità e sentito, soprattutto fra i giovani.

Non è che tutti i giovani siano patriottici, anzi. Non avendo neanche una vita vissuta in un determinato posto a lungo non sentono magari particolare attaccamento alla terra, al limite quando cadono con il motorino a causa delle buche.

Non sentono magari neanche un interesse “viscerale” verso il loro paese, qualcosa che bruci; giusto forse quando vengono percossi nel paese del “partito dell'amore”.

Per non parlare delle diversità. Ci sono e ci saranno sempre e non saremo certamente l'unico paese ad affrontare questo tema, anzi.

Nella mia patria, che ha dato i natali a grandissimi uomini politici, santi, poeti, navigatori però se non si torna a casa con almeno qualche cicatrice e il morale a terra persino i familiari stentano a credere che il proprio figlio abbia intrapreso una strada “diversa” dalla loro, o da quello che almeno loro reputano “normale”.

“Opportunità di lavoro” è una frase sempre ottimale da utilizzare soprattutto in birreria, magari incastonandola fra : << Certo che si stava meglio quando si stava peggio >> e << Vai giù di bastoni che ci metto la briscola >>.

Opportunità, esatto: in quanto non viene neanche considerato il fatto che forse, sarebbe più una necessità.

Noi italiani siamo veramente ovunque; quando si vuole provare a sciorinare con eleganza il nostro inglese maccheronico per esempio con frasi del tipo : << Escùs mi...Iù Arr biùtifùl >> veniamo subito gelati : << Sei italiano vero? Anch'io! >>.

Insomma, “imponiamo” la nostra presenza al mondo e poi ci lamentiamo quando, in un paese costeggiato per quasi tutta la sua estensione dal mare, troviamo qualche disperato che chieda aiuto ; magari rimandandolo a morire indietro.

La situazione internazionale non dico che sia migliore, ma forse in alcuni paesi, nonostante le difficoltà, credo si abbia una qualità, una concezione della vita e dell'essere “Paese” sicuramente più alta e meno basata sulla legge del più furbo come da noi.

Si parla di “fuga dei cervelli” dall'Italia: sicuramente un cervello che sia un cervello – e non importa se funzionante – intuisce che bisogna nutrire le membra almeno due volte al giorno e cerca una soluzione.

La “meritocrazia” è morta e sepolta, si sa. Per non parlare della “coscienza di massa”, di cui ormai si recitano le esequie un giorno si e l'altro pure.

Cosa ci spinge allora a restare? Per quanto mi riguarda è la speranza, che si sa, è ultima a morire; anche se ormai in fin di vita al reparto rianimazione.

Credo che nonostante il terremoto “spirituale” ci stia coinvolgendo tutti, possiamo rialzarci e far vedere al mondo che anche se avremmo bisogno di essere aiutati noi “a casa nostra”, possiamo provvedere a noi stessi e a chi ci chiede così fortemente aiuto.

Tenendoci il cervello e usandolo.

Re Daniele, de.it.press

 

 

 

 

Fedi (PD): “Sulla rete consolare attendiamo il confronto parlamentare con il Governo”

 

ROMA - “Credo sia giusto ricordare che il Governo si è impegnato a riferire al Parlamento il nuovo piano di riorganizzazione della rete consolare nel mondo” – rileva Marco Fedi (Pd) che ha presentato sul tema un’interrogazione a risposta scritta al ministro degli Affari Esteri. - In questi mesi abbiamo espresso nettamente la nostra opposizione alla proposta iniziale di riorganizzazione della rete consolare. Abbiamo ascoltato comunità, Comites, Cgie. Abbiamo preso visione del progetto di informatizzazione e delle prospettive di maggiore efficienza. Abbiamo acquisito gli elementi utili a far progredire l’esame di una proposta di ammodernamento della rete diplomatico-consolare nel mondo”

  “Non vorremmo - prosegue il deputato eletto della ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide - che  nonostante gli atti di indirizzo e controllo approvati in entrambi i rami del Parlamento il processo di riorganizzazione andasse avanti, sulla spinta dell’amministrazione degli Esteri, senza fare chiarezza sulle sue linee guida. Siamo preoccupati, in sostanza, che si faccia procedere una riorganizzazione senza un piano, sottraendo le decisioni al confronto parlamentare chiesto da noi con forza”

  Fedi ricorda poi che “per queste ragioni il confronto parlamentare è urgente”.

  Nell’interrogazione si chiede se si intenda mantenere operative le sedi consolari di Adelaide e Brisbane assicurando la pubblicità delle stesse alla scadenza del mandato di sede degli attuali Consoli. Analoga domanda riguarda molte altre sedi consolari nel mondo. (Inform)

 

 

 

 

Energia, svolta della Germania il governo decide di tornare al nucleare

 

L'accordo della Merkel con i produttori di energia cambia la politica tedesca decisa dall'esecutivo Rossoverde di Schroeder - dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO - Sottovoce, step by step, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l'addio all'uso civile dell'energia atomica, ci ripensa. Dopo negoziati con i produttori di energia, il governo Merkel ha deciso  -  scrive oggi l'autorevole quotidiano conservatore Die Welt, molto vicino all'esecutivo  -  che per il momento tutti i 17 reattori nucleari resteranno in esercizio. Addio dunque all'addio al nucleare, che era stato deciso dal governo 'rossoverde (socialdemocrazia ed ecologisti) al potere tra il 1998 e il 2005 con il cancelliere Gerhard Schroeder e il suo vice Joschka Fischer. Le decisioni finali, Berlino le prenderà in autunno. Presentando un paper strategico sulle scelte di fondo della politica energetica del paese. Ma comunque il documento, sempre in base al resoconto di Die Welt, porrà condizioni per un sostanziale prolungamento del ciclo produttivo dei reattori in servizio. Intanto due grossi reattori che avrebbero dovuto essere spenti ad aprile e a maggio resteranno accesi, e il segnale è chiarissimo, inequivocabile.

 

E' una sconfitta decisiva per gli avversari dell'uso civile dell'energia nucleare, e una vittoria sia per i grossi produttori di energia in Germania (Eon, Rwe, Vattenfall, EnBW) sia per i colossi industriali, Siemens prima fra tutti, che nella produzione, fornitura ed esportazione di centrali nucleari della nuova generazione hanno un punto di forza della loro strategia di global player. Il governo federale non si è messo comunque sulla strada del nucleare senza riserve scelta ad esempio da Regno Unito, Francia, Russia, Cina, India o Brasile, che programmano la costruzione di decine di nuovi reattori. Per l'esecutivo di Berlino l'energia nucleare resta una 'soluzione-ponte'. Ma il ponte si allunga nel tempo a venire, in sostanza: è necessario molto più tempo di uso dei 17 reattori in esercizio, finché le energie rinnovabili ed ecologiche non saranno in grado di fornire significativamente più del 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale. "In Germania", scrive il commento di Die Welt, "abbiamo posto limiti massimi d'uso di un reattore nucleare a 35 anni, negli Usa e in Svezia li usano per 60 anni".

 

Attualmente, i 17 reattori ancora in servizio producono circa un terzo del fabbisogno energetico della prima potenza economica europea. Una percentuale non trascurabile, anche se ben lontana dall'80 per cento della Francia. Per varare la soluzione provvisoria, il primo passo dell'addio all'addio al nucleare, il governo ha escogitato uno stratagemma. Nella legge sull'addio al nucleare del governo rossoverde infatti erano previste non solo date per la chiusura scaglionata degli impianti (l'ultimo, Neckarwestersheim 2, dovrebbe essere spento nel 2022) bensì anche quantità 'residuè di produzione di energia, distribuite tra i vari reattori a seconda della loro data prevista di spegnimento. La quantità di produzione di energia restante, assegnata a suo tempo alla centrale di Stade già spenta, sarà distribuita come quantità di produzione supplementare assegnata ai due reattori ancora accesi di Biblis A e Neckarwestersheim 1. I quali avrebbero dovuto chiudere rispettivamente in aprile e maggio di quest'anno. Adesso hanno molti più mesi di vita, col compito di produzione supplementare. Una soluzione provvisoria, ma il segnale politico è chiaro, sullo sfondo mondiale di una riabilitazione e riscoperta del nucleare. LR 25

 

 

 

Stoccarda. Fumata nera al Comites, ancora senza presidente

 

Stoccarda. Il Comites di Stoccarda è ancora senza presidente. Dopo le dimissioni di Ileana Silva Werner per forti divergenze all’interno della maggioranza che la sosteneva, il Comitato si è riunito domenica 24 gennaio per trovare una soluzione alla paralisi.

I tentativi di far convergere i voti sull’attuale Vice-presidente Salvatore Virga sono falliti. Due membri, operatrici di Patronato-ACLI, hanno ribadito la necessità del commissariamento del Comitato. La loro richiesta non è stata però condivisa dalla maggioranza dei 15 presenti.

Tuttavia all’atto della votazione, 6 consiglieri di liste diverse hanno abbandonato l’assemblea. E’ venuto a mancare così il numero legale e i lavori dovranno essere aggiornati ad altra data.

Con questo atto si ritorna ai problemi di giugno del 2004. Anche allora il braccio di ferro fra centro-destra e centro-sinistra continuò per alcune settimane. Poi si trovò l’accordo di far convergere i voti su Pasquale Vittorio, dell’Italia dei Valori, sfiduciato successivamente nell’ottobre 2008.

Chissà se alle logiche di schieramento prevarranno le questioni della collettività in nome della quale si dice di agire?

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Rapporti italo-tedeschi. Il progetto del Goethe-Institut di Roma. Appuntamento al 28 gennaio

 

Roma - "Va bene?!" è il titolo del progetto promosso dal Goethe-Institut e realizzato in collaborazione con la Bundeszentrale für politische Bildung, gli Istituti Italiani di Cultura in Germania, l’Institut für Auslandsbeziehungen (Istituto per le relazioni con l’estero) e tanti altri partner. L’iniziativa, rivolta soprattutto ai giornalisti, agli opinionisti e ai vignettisti satirici dei due Paesi, è patrocinata dalle due Ambasciate, italiana e tedesca, e verrà presentata alla stampa il 28 gennaio, alle 11.30, nella sede del Goethe Institut di Roma.

"Come è vista l’Italia in Germania? E cosa pensano gli Italiani dei Tedeschi? Sui giornali di entrambi i Paesi pregiudizi e stereotipi hanno preso il posto della curiosità reciproca, della voglia di scoprirsi. Eppure c’è un’Italia che i tedeschi adorerebbero e c’è una Germania che gli Italiani vorrebbero visitare. Basta raccontarle": partendo da questa riflessione il progetto si svilupperà in due anni di iniziative: scambi di redazioni, reportage incrociati, un concorso per giovani giornalisti, nel 2010 concentrate in Italia, nel 2011 in Germania, che culmineranno in due grandi conferenze, a Roma e a Berlino, con discussione dei risultati del progetto e con mostre, dibattiti, workshop.

Alla conferenza di presentazione parteciperanno l’ambasciatore della Repubblica Federale di Germania in Italia, Michael Steiner, la direttrice del Goethe-Institut Italien, Susanne Höhn, il corrispondente in Italia della Süddeutsche Zeitung, Andrea Bachstein, Cinzia Bibolotti del Premio Satira Politica di Forte dei Marmi, il conduttore della trasmissione Rai Caterpillar in onda su Radio2, Massimo Cirri, e le direttrici dei diversi Goethe-Institut in Italia.

Nell’occasione verrà anche presentato il nuovo portale interattivo che permetterà di seguire tutte le iniziative con news, forum e gallery degli articoli e delle vignette prodotte. (aise) 

 

 

 

Nordreno Vestfalia. Domenica 7 febbraio al voto per l'Integrationsrat oltre un milione di stranieri

 

Domenica 7 febbraio in oltre 100 comuni del Nordreno Vestfalia più di un milione di cittadini di origine straniera è chiamato a rinnovare il consiglio per l'Integrazione. Nelle liste tra i candidati anche qualche nome italiano. Come si vota e cos'è l'Integrationsrat?

Colonia, Dortmund, Duisburg, ma anche Hagen e Solingen, in 101 comuni del Nordreno Vestfalia si rinnova l'Integrationsrat. 1169 i mandati da assegnare.

Il consiglio per l'Integrazione è l'organo che si pone come anello di unione tra le comunità straniere e l'amministrazione comunale della città. Ha una durata di cinque anni, e il compito di raccogliere bisogni e problemi tra gli stranieri, trovare delle adeguate soluzioni e proporle alla giunta del comune di riferimento. Scuola, lavoro, sanità e persino lo sport, in ogni ambito della vita sociale, l'Integrationsrat può fornire la propria consulenza. Tra le maggiori critiche rivolte c'è proprio quella di essere solo un organo consultivo, che non gode di potere decisionale.

Secondo Rosella Benati, presidente del Comites di Colonia, nonostante ciò l'Integrationsrat mantiene la sua utilità nell'essere un ulteriore strumento che si occupa delle problematiche degli stranieri. Nelle lunghissime liste dei candidati, distinte per orientamento politico, molti nomi turchi e greci e qualche italiano. Tra loro: Angelo Gianluca Truisi (Cdu), Barbara Brunelli (Grünen), Antonio Morreale (Cdu) e Sabina Cornali (Fdp).

Per ulteriori informazioni ascolta il servizio audio di Cristina Giordano, in onda su Radio Colonia nella trasmissione del 25 gennaio: http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100125_integrationsrat_serv.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100125_integrationsrat_serv.mp3,  e l'intervista a Rosella Benati

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100125_integrationsrat_int.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2010/100125_integrationsrat_int.mp3.  RC, de.it.press

 

 

 

 

Un assessore italiano al comune di Francoforte?

 

Richiesta avanzata da Luigi Brillante, consigliere eletto per Europa Liste, in vista delle prossime elezioni amministrative del 2011

 

Francoforte – Chiede un assessore italiano al comune di Francoforte Luigi Brillante, consigliere eletto in loco per Europa Liste, annunciando, nella consueta Newsletter informativa, la prossima riunione per discutere sulla politica comunale, in programma il 3 febbraio alle ore 18 presso la FAG (Bethmannstr. 3).

La richiesta dell’assessorato – anche senza portafoglio – viene considerata importante perché, come membro della giunta comunale, il rappresentate italiano potrebbe “esporre direttamente la nostra opinione” al massimo livello di governo cittadino. “Oltre al diritto di voto, la sua presenza sarebbe inoltre importane per la possibilità di ricevere informazioni direttamente alla fonte e intervenire – aggiunge Brillante.

“Noi italiani siamo parte integrante della città di Francoforte – rileva il consigliere di Europa Liste. – Dal 1997 possiamo eleggere i nostri rappresentanti al comune e abbiamo i numeri per eleggere anche un nostro assessore. Se riusciamo ad avere una rappresentanza politica a Francoforte potremo migliorare di molto la nostra situazione in tutti i campi della vita sociale in loco”.

Nella newsletter viene infine riportato l’ultimo discorso di Brillante al consiglio comunale della città nel mese di novembre, relativo alla problematica degli impiegati comunali di origine straniera, sottorappresentati – evidenzia l’intervento - presso gli uffici pubblici a Francoforte. (Inform)

 

 

 

 

Gennaio di cultura italiana nel Baden-Württemberg

        

Stoccarda - Il 2010 nel land del Baden-Württemberg è iniziato con una serie di iniziative culturali promosse dall’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda. Già il 2 gennaio, nell’ambito del Festival pianistico internazionale di Heidelberg, si sono esibiti Alessandra Taglieri e Roberto Genitoni con il loro repertorio a quattro mani che spazia da Mozart ai grandi compositori del Novecento. Poi, il 15 gennaio, il critico musicale Gianguido Mussomeli ha tenuto nei locali dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda un’istruttiva conferenza su “Il melodramma italiano”.  Sempre presso l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda è iniziata venerdì 22 gennaio la rassegna dedicata ai film di Sergio Rubini che si concluderà il prossimo 12 febbraio. Il grande attore e regista pugliese è certamente tra le figure principali del recente cinema italiano e il pubblico di Stoccarda avrà l’occasione in queste settimane di vedere alcune delle sue produzioni più recenti, come “L’anima gemella” (2002), “L’amore ritorna” (2004) e “Colpo d’occhio” (2008). Grande rilievo sui mezzi di informazione locali ha avuto infine l’inaugurazione della mostra di arte contemporanea “Italia: la follia alla deriva” organizzata presso la Galleria Angelo Falzone di Mannheim. La mostra è dedicata alle opere più recenti dei cinque artisti Corrado Bonomi, Gianni Cella (Plumcake), Francesco Garbelli, Antonella Mazzoni e Stefania Ricci raggruppati fin dal 1995 nel movimento del “Concettualismo ironico italiano”. M.G. de.it.press

 

 

 

 

Il Comites di Wolfsburg in lutto per la scomparsa del consigliere Carlo Viro

 

Wolfsburg - Paolo Brullo, Presidente del ComItEs di Wolfsburg, informa del grave lutto che ha colpito il ComItEs con la scomparsa del Consigliere Carlo Viro, membro dell’Esecutivo e Presidente della Commissione Giovani.

Carlo Viro era originario di Catania, dal oltre 10 anni membro del ComItEs, metalmeccanico presso la Volkswagen di Wolfsburg. Da sempre sindacalista IGM, Responsabile della Rappresentanza Stranieri e Membro del Direttivo del Corpo Fiduciari IGM presso la Volkswagen(VKL).

"Nel tempo libero impegnato in diversi organismi sindacali e associativi, per i più deboli, per l’integrazione dei lavoratori stranieri a tutti i livelli, sia nelle fabbriche che nella società civile", si legge in una nota del Presidente del ComItEs di Wolfsburg.

"Antifascista viscerale, fermo difensore della democrazia. Con lui perdiamo un collega instancabile, un trascinatore d’ideali radicati nella coscienza di un uomo libero. La sua persona e il suo operato rimarranno patrimonio di questo ComItEs e della Storia degli Italiani a Wolfsburg", scrive il Comitato di Wolfsburg. (dip)

 

 

 

 

Giornata della memoria a Francoforte con il prof. De Michelis e concerto del Trio d’archi Opus X

 

Conferenza del Prof. Cesare De Michelis su “Il manoscritto inesistente. I Protocolli dei Savi di Sion” e Concerto del trio d’archi OPUS X Musica da Terezin giovedì 28 gennaio presso il Museum Judengasse. Organizza l’Istituto Italiano di Cultura -

 

Francoforte - In occasione della Giornata della memoria l’Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con lo Jüdisches Museum, organizza un incontro con il professor Cesare De Michelis, autore de “Il manoscritto inesistente: I protocolli dei Savi di Sion” e il concerto “Musiche dal campo di Theresienstadt” del trio d’archi Opus. L’incontro avrá luogo il 28 gennaio alle ore 19.00 presso il Museum Judengasse (Kurt- Schumacher Strasse 10) e verrà moderato dalla dottoressa Paola

 Barbon.

Il professor Cesare De Michelis dimostrerá attraverso un'indagine filologica compiuta sulle diverse redazioni dei “Protocolli dei Savi di Sion”, apparse in Russia a partire dal 1902 quando un giornalista ne diede notizia, come questo testo, contenente un preteso piano di conquista del mondo da parte degli ebrei che scatenò all'inizio del secolo in tutt'Europa una violenta reazione antisemita, sia in realtà un apocrifo . Il volume intende dimostrare come è stato costruito il testo, da chi, in quale contesto, quali sono state le diverse versioni circolate nel mondo e, alla luce di

questa nuova prospettiva, rilegge la vicenda di quella che è stata definita la "Bibbia

dell'antisemitismo". Il concerto, eseguito dal Trio d’archi Opus X (Guntrun Hausmann, Violino; Yumiko Noda, Viola; Johannes Oesterlee, Violoncello) avrà il seguente programma: Danza per trio d’archi di Hans Krasa e due assoli per violoncello di Paul Ben-Haim; Duetto per violino e violoncello di Erwin Schulhoff ; Trio di archi di Gideon Klein Theresienstadt (oggi: Terezin, Repubblica Ceca) era in origine un complesso militare fortificato distante 60 km da Praga abbandonato dalla guarnigione militare austriaca dopo la prima Guerra Mondiale e in seguito urbanizzata da popolazione civile. Durante la seconda Guerra Mondiale

Theresienstadt fu scelta quale campo di transito per la deportazione di Ebrei cecoslovacchi, tedeschi, olandesi, ungheresi e giunse ad ospitare sino 60.000 civili deportati; essa rappresenta per il Terzo Reich un campo di transito e propaganda, presentata al congresso internazionale come “campo-modello” nel quale gli Ebrei non venissero considerati prigionieri bensì ospiti di una città autogestita da un “consiglio degli Ebrei” (Judenrat) nella quale si potesse vivere in condizioni dignitose. A Theresienstadt si svolsero numerose attività musicali: concerti di musica

sinfonica e da camera, opere teatrali, ma anche sessioni di jazz e l’immancabile Cabaret. A Theresienstadt ci fu un’autentica esplosione di creatività musicale capace di toccare vertici artistici irraggiungibili; essa può a ragione essere considerata, nel contesto dei tragici eventi della 2° Guerra Mondiale, l’ultimo baluardo della cultura mitteleuropea. La maggior parte dei musicisti di Theresienstadt fu trasferita ad Auschwitz il 16.10.1944.

Evento patrocinato dall’Assessorato alla cultura del Comune di Francoforte

IIC, de.it.press

 

 

 

Monaco di Baviera. Il giorno della memoria all’Istituto Italiano di Cultura

 

Monaco di Baviera - L'Istituto Italiano di Cultura informa che, nell'ambito della »Giornata della Memoria«, ha luogo un incontro con l'autrice Dorothea Heiser »La mia ombra a Dachau - Poesie dei deportati raccolte e commentate da Dorothea Heiser«. L'evento ha luogo oggi mercoledì, 27 gennaio 2010, alle ore 18, presso la sede dell’IIC, nella Hermann-Schmid-Straße 8, a Monaco di Baviera.

Farà seguito la proiezione del film "Memoria", regia di Ruggero Gabbai, Italia 1997, 91. min., VO con sottotitoli in inglese  - alla presenza del regista.

Tra il 1943 e il 1945 furono deportati 8500 ebrei italiani: circa 800 sono sopravvissuti. Cinquant'anni dopo, novanta di loro erano ancora in grado di raccontare i loro ricordi; non con odio, ma con lucidità e tanta commozione per i loro cari che nei campi di concentramento trovarono la morte. Un film-documentario che lascia la parola alle vittime con estrema sensibilità, rispettando il loro dolore.

 

Ingresso libero con prenotazione via internet www.iicmonaco.esteri.it, nella rubrica “Calendario”, oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la Gesellschaft zur Förderung jüdischer Kultur und Tradition e.V. di Monaco di Baviera e la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. De.it.press

 

 

 

 

Alla Hannover Messe 2010, l’Italia protagonista

 

L’Ambasciatore Valensise: "La scelta dell'Italia quale Paese-partner rispecchia l'importanza delle nostre tecnologie industriali”

 

Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, inaugureranno - il 18 aprile prossimo - l'edizione 2010 della Fiera Internazionale di Hannover. Lo ha annunciato a Berlino l'Ambasciatore italiano Michele Valensise nel corso della presentazione della Fiera tenuta in ambasciata.

 

L'apertura della Fiera, che quest'anno vede l'Italia in qualità di Paese-partner, coinciderà con il tradizionale vertice italo-tedesco previsto ad Hannover. Il summit, come hanno annunciato lo scorso 21 dicembre a Roma il Ministro degli Esteri, Franco Frattini e il suo omologo tedesco, Guido Westerwelle, si terrà infatti i prossimi 18 e 19 aprile.

 

"La scelta dell'Italia quale Paese-partner rispecchia l'importanza delle nostre tecnologie industriali e rappresenta un'ottima occasione per rafforzare le relazioni economiche con la Germania”, ha commentato l’Ambasciatore Valensise. “L'importanza del ruolo dell'Italia quale 'partnerland' risalta ancora di più in quanto l'inaugurazione della Fiera avrà luogo nello stesso giorno del summit italo-tedesco tra il primo ministro Silvio Berlusconi e la cancelliera Angela Merkel".

 

“Con l’Italia abbiamo potuto assicurarci per la Hannover Messe la presenza come Paese Partner di una nazione forte”, aveva dichiarato lo scorso 16 novembre a Roma Wolfgang Pech, Senior Vice President della Deutsche Messe e Direttore del Progetto Hannover Messe, in occasione della firma del contratto previsto per il Paese Partner. “Siamo certi che l’eccellenza dell’industria italiana si tradurrà in una presentazione di grande impatto nel quartiere fieristico di Hannover”.

L’Hannover Messe sarà aperta al pubblico dal 19 al 23 aprile. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

"Capitali italiane nel mondo". In mostra a Torino la storia dell’architettura italiana nel mondo

 

Torino - Descrivere l’apporto italiano nel mondo raccontando non solo le storie d’architettura, ma anche i modelli di comportamento, le abitudini di vita e le relazioni sociale che i nostri connazionali emigrati hanno impresso nelle città che li hanno accolti all’estero. Questo l’obiettivo di "Capitali italiane nel mondo", progetto promosso e realizzato da Regione Piemonte e Ordine degli Architetti torinese in collaborazione con il Centro Altreitalie, che, inserito nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità di Italia in programma l’anno prossimo, è stato presentato questa mattina a Roma dall’assessore regionale alle politiche territoriali Sergio Conti, dal presidente dell’Ordine Riccardo Bedrone, e dal direttore di Centroitalie Maddalena Tirabassi. Progetto che si concretizzerà in una giornata di studio, il 28 gennaio a Torino, ma soprattutto in una mostra che sarà allestita dal 17 marzo al 20 novembre 2011 nelle ex Officine Grandi Riparazioni a Torino.

Festeggiare l’Unità d’Italia, ha spiegato l’assessore Conti, significa "non limitare lo sguardo a ciò che è successo dentro i nostri confini, ma estenderlo alle vicende, alle storie, alle esperienze che i nostri connazionali hanno affrontato all’estero perché l’emigrazione non è affatto vicenda secondaria dell’addivenire della società italiana, nel bene e nel male".

Obiettivo del progetto, ha quindi spiegato Conti, quello di "raccontare la storia con il linguaggio dell’architettura e delle scienze del territorio", attraverso cui comprendere "non solo come sono state costruite le città, ma anche le diverse socialità create nei paesi dove gli italiani sono andati a vivere". Paesi che i diversi flussi migratori succedutisi nei decenni hanno trasformato anche all’esterno, cioè nella loro fisionomia urbana. "Anche la scenografia aiuta a capire la storia", ha osservato l’assessore, precisando che la mostra proporrà un focus su città e infrastrutture ideate e create da italiani.

"Si dice che uno dei nostri tratti distintivi sia la creatività che, però, è anche specchio del luogo in cui si vive. Beh, gli italiani l’hanno esportata e così – ha concluso - hanno creato quelle che noi, oggi, chiamiamo "capitali italiane nel mondo"".

L’idea della mostra, ha spiegato il presidente dell’Ordine degli Architetti Bedrone, è nata a margine del Congresso mondiale degli architetti tenuto a Torino nel 2008. Con la mostra, ha aggiunto, "vogliamo guardare a due aspetti: il primo riguarda i progettisti, cioè gli architetti, così da raccontare le loro esperienze all’estero dal 1861 in poi; il secondo riguarda ciò che hanno creato nei diversi periodi storici e in base alle diverse esperienze migratorie".

Nella mostra, infatti, si evidenzia il lavoro degli emigrati come singoli, che siano stati professionisti o maestranze, ma anche quello di chi fu chiamato all’estero al seguito dell’avventura colonialista italiana.

"L’architettura italiana all’estero – ha spiegato ancora Bedrone – è stata suddivisa in quattro macroaree, ciascuna delle quali caratterizzata da una "città leader": l’Oriente con Istanbul, Bangkok e Tiajin; le Americhe con New York, Buenos Aires e L’Avana; le colonie d’oltremare con Tripoli, Asmara, Tunisi, Tirana, Rodi ed Addis Abeba; l’Europa post bellica di Berlino e Barcellona. A queste si aggiunge una sezione dedicata al periodo preunitario con focus su Vienna, Mosca, San Pietroburgo, Parigi e Washington".

Non tutte le città, ha chiarito Bedrone, sono capitali amministrative dei rispettivi stati, ma lo sono in un centro senso per l’importanza che hanno nei loro Paesi dal punto di vista aggregativo o culturale. Lo sono per l’Italia perché testimonianza del genio e dell’arte italica.

L’allestimento della mostra, presentato con un trailer dimostrativo, sarà "innovativo" e d’effetto anche grazie "all’utilizzo di materiali usati nell’industria aerospaziale, in cui oggi l’Italia eccelle, per raccontare il nostro Paese nel mondo fuori dagli stereotipi dell’abbandono della patria e della tristezza, ma attraverso le storie di una presenza duratura, radicata e ancora presente all’estero grazie alle nuove generazioni".

La mostra, ha infine preannunciato Bedroni, farà probabilmente tappa a Buenos Aires, in versione "ridotta" alla fine del 2010.

Direttore del Centro Altreitalie, Maddalena Tirabassi ha voluto sottolineare la valenza di una iniziativa che "per la prima volta associa l’emigrazione alla storia dell’architettura", alla costruzione di città e infrastrutture che all’estero impegnavano architetti ma anche maestranze italiane, ponendo l’accento "sul ruolo degli italiani all’estero come esportatori di arte e stili", che hanno portato il barocco a San Pietroburgo, o affrescato il Campidoglio a Washington.

La mostra, poi, "propone una riflessione sui segni meno visibili dovuti ai tratti culturali degli emigrati", per esempio sul fatto che "chi non andava in fabbrica, prediligendo i lavori all’aperto finiva nei cantieri. Per questo c’erano italiani tra quanti costruivano ponti o metropolitane, tunnel e ferrovie e grattacieli, ma anche mosaici e stucchi sulle facciate dei palazzi o intagliatori per gli infissi interni. Insomma, l’emigrazione "ha esportato professionalità".

Ci sono poi, ha proseguito Tirabassi, "segni ancora più sottili legati al fatto che i muratori costruivano da sé le loro case, così ad esempio, nella campagna brasiliana ci sono case in stile veneto. E poi le chiese, i teatri, i negozi".

Infine, i "segni delle abitudini culturali: gli italiani hanno sempre dato priorità all’acquisto della casa. Lo facevano anche all’estero e quella rimaneva "la" casa della famiglia. Erano più stanziali, insomma, di altri gruppi etnici. Nascevano le Little Italies, ma anche semplicemente caratterizzavano i loro quartieri, facendo di ogni incrocio una piazza. Questa "appropriazione dello spazio pubblico" – ha rilevato Tirabassi – trasformava i quartieri e dava loro un’atmosfera particolare, quella dell’italian way of life che la gente ad un certo punto ha cominciato ad apprezzare".

"Ora la grande emigrazione è finita – ha detto, concludendo, Tirabassi – ma le nuove mobilità, i giovani che ancora partono, si portano ancora dietro il loro diverso tipo di aggregazione".

La mostra, come detto, sarà uno dei grandi eventi promossi per il 150° dell’Unità d’Italia messi in cantiere da Regione Piemonte che, come dichiarato dalla presidente Mercedes Bresso, "punterà forte sul coinvolgimento del Ministero degli Esteri" per stabilire "le modalità con le quali coinvolgere le ambasciate e gli istituti italiani di cultura". (m.cipollone\aise)

 

 

 

 

L’on.Franco Narducci: necessaria pianificazione pluriennale per la scuola italiana all’estero.

 

L’on. Franco Narducci è intervenuto al XII Congresso nazionale della Uil scuola dal titolo: “La sfida della modernità - valorizzare il lavoro” in corso a Lecce, dal 25 al 27 gennaio, presso il Teatro “Politeama Greco”.

Intervenendo al Congresso, al quale ha partecipato anche la Presidente della Commissione cultura della Camera dei Deputati, Valentina Aprea, l’on. Franco Narducci ha sottolineato che i tagli operati dal governoitaliano nel settore della pubblica istruzione sono insostenibili, precisando  che “per il comparto scolastico estero, la cui gestione attualmente è affidata al Ministero degli Affari Esteri, il taglio complessivo è di circa 12 milioni di euro”.

E poi riferendosi alla necessità di aggiornare la presenza italiana all’estero per quanto concerne gli ambiti educativi ha dichiarato che “e’ necessario tener presente che, qualsiasi sia l’assetto organizzativo su cui si vuole sviluppare l’intervento scolastico e formativo dello Stato all’estero, la prima emergenza su cui intervenire, il primo problema da risolvere, è quello della precarietà di funzionamento connessa alla costante incertezza delle risorse finanziarie, ed umane”.

“E’ necessario - ha puntualizzato l’on. Narducci -  superare il sistema della decretazione annuale delle risorse destinate alle attività scolastiche e formative all’estero, sostituendolo con la pianificazione pluriennale”.

“Per uscire dall’emergenza - ha detto il deputato -  è inoltre necessario superare “l’appiattimento o la riduzione” dell’intervento formativo ai corsi di Lingua e Cultura, ad alcune misure di assistenza scolastica o alle scuole italiane all’estero, così come si è venuta consolidando negli anni novanta a causa della mancanza di risorse, per recuperare l’impianto originale della Legge 153/71, aggiornamento ai mutati bisogni delle nostre collettività”.

“E’ quindi necessario prevedere e destinare risorse per iniziative ed interventi volti a favorire l’inserimento della lingua e cultura nei sistemi scolastici locali, sia aprendo i corsi, ad esempio, anche ad alunni di nazionalità non italiana, finalizzate al recupero della scolarità di base e al sostegno dei processi di integrazione nelle realtà sociali e nei sistemi formativi locali dei vari paesi di residenza” ha concluso Narducci. De.it.press

 

 

 

 

Dal ClubMediaItalie riuniti a Bruxelles rappresentanti del giornalismo europeo

 

Bruxelles - Lo scorso 13 gennaio, ClubMediaItalie ha riunito a Bruxelles, presso il Parlamento Europeo, alcuni rappresentanti del giornalismo europeo che alla presenza del vicepresidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella, del presidente della Fnsi e consigliere Cgie Franco Siddi hanno discusso sul futuro del giornalismo e lanciato un grido d’allarme sulla formazione dei giovani e sulla "affidabilità" delle notizie online.

Nel suo intervento, Gianni Pittella ha posto l’accento sulla necessità di mantenere fermi i capisaldi della stampa, quali la libertà d’espressione e l’autonomia e per questo ha invocato nuove riforme. Lorenzo Consoli, presidente de l’Association de la Presse Internationale e corrispondente di Apcom a Bruxelles, ha dato una sferzata all’assemblea con una denuncia chiara dei soprusi e ha sottolineato la preoccupazione generalizzata di tutta stampa internazionale a Bruxelles e delle agenzie in particolare. Consoli ha anche sollevato il problema della qualità del lavoro ripreso dalla collega dell’Ansa, Maria Laura Franciosi, che ha auspicato la nascita di un Master di giornalismo europeo per dare maggiore professionalità ai giornalisti accreditati presso le istituzioni.

Franco Siddi ha quindi ricordato che è l’informazione il primo parametro a misurare la capacità della democrazia ad affrontare il potere. "Attualmente", ha affermato, "le misure di "sicurezza" imposte a volte dai governi mettono in discussione la libertà d’espressione. Il sindacato opera in ambito internazionale per la ricerca di un nuovo modello editoriale e l’apertura in Europa può essere la giusta risposta ad una crisi dell’editoria globale".

Franco Po, referente per i giornalisti italiani all’estero e rappresentante il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Lorenzo Del Boca, ha messo in evidenza l’incompatibilità fra il giornalismo di qualità e le retribuzioni irrisorie dei pezzi. Inoltre ha voluto più volte sottolineare la sua preoccupazione rispetto agli 800 giovani che si presentano al concorso per giornalisti chiedendosi cosa si può offrir loro in tale contesto.

Il direttore generale della FNSI, Giancarlo Tartaglia, ha poi evidenziato, grazie ad una prestigiosa memoria storica, analogie e confronti con la crisi degli anni ’70 che, in maniera costruttiva, portarono alla legge 416. Solo che allora", ha evidenziato Tartaglia, "la tecnologia ha salvato l’editoria mentre oggi essa costituisce una minaccia".

In conclusione Paolo Albero Valenti, presidente di ClubMediaItalie, ha dato ulteriore risonanza allo scenario preoccupante dell’informazione in Europa senza però versare nel fatalismo, ricordando che il giornalismo italiano è un settore d’eccellenza che va sostenuto e difeso.

Inoltre il presidente ha denunciato come sia "stupefacente vedere che il giornalismo, nonostante la sua rivoluzione permanente in termini di strumenti e di formati, non riesca a sfondare su una ribalta compiutamente internazionale e con media anch’essi compiutamente internazionali come fanno da sempre la musica, la letteratura e la cinematografia". (aise) 

 

 

 

 

Il 4 e 5 febbraio la IV edizione di “Destinazione Mondo”

 

Giornate di orientamento e informazione per i giovani sulle opportunità di lavoro, tirocinio e formazione nel mondo delle relazioni internazionali

 

  ROMA - I giovani interessati al mondo delle relazioni internazionali non possono mancare all’appuntamento con l’edizione 2010 di “Destinazione Mondo”, la “due giorni” di orientamento alle carriere internazionali che si svolgerà il 4- 5 febbraio presso la sede della SIOI, Società italiana per l'organizzazione internazionale, nella sala delle conferenze di Palazzetto Venezia, piazza San Marco, 51 - Roma.

  L’iniziativa consiste in un incontro tra giovani e rappresentanti delle organizzazioni internazionali, delle istituzioni europee e della diplomazia italiana, per conoscere le opportunità di formazione, di tirocinio e lavoro nel campo delle relazioni internazionali.

  Apprendere cosa concretamente significa intraprendere una carriera internazionale, che tipo di formazione e quali capacità e doti personali bisogna possedere per costruire il proprio percorso, direttamente dalla voce dei protagonisti, di coloro che appartengono a questo complesso universo lavorativo, rappresenta di per sé un’opportunità da non perdere.

   “Destinazione Mondo” si rivolge ai giovani universitari, ai neo-laureati, ai giovani professionisti interessati ad intraprendere un iter professionale a carattere internazionale.  

  A “Destinazione Mondo” si raccontano: ONU, UNDESA, WFP, FAO, UNICRI, UNIDO, IAEA, OSCE, OPAC, CTBTO, Unione Europea, Ministero degli Affari Esteri, Croce Rossa, Agenzia Spaziale Italiana.

  L'appuntamento con "Destinazione Mondo" - a Palazzetto di Venezia giovedì 4 (ore 9.30-17.30) e venerdì 5 febbraio (9.30-13.30) - si colloca nel ruolo istituzionale della SIOI, che ha tra i suoi obiettivi prioritari la diffusione delle informazioni sull’attività delle organizzazioni internazionale e la formazione dei giovani nel campo delle relazioni internazionali. (Sul sito www.sioi.org sono disponibili il modulo di adesione ed il programma delle giornate). (Inform)

 

 

 

 

Giorno della memoria. L’on. Lucio Toth: “solidarietà alle comunità ebraiche italiane”

 

Roma - "Nella ricorrenza della Giornata della Memoria, che rinnova il monito a conservare alta la coscienza dell’orrore della Shoah, gli esuli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che hanno conosciuto anch’essi discriminazioni e persecuzioni, vittime dello scontro fra le ideologie totalitarie del Novecento, esprimono la loro solidarietà alle comunità ebraiche italiane". Lo ha riferito il presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, l’on. Lucio Toth, in vista della Giornata della Memoria che si celebrerà il 27 gennaio.

"Fin dall’Ottocento", spiega Toth, "gli israeliti delle città giuliane e dalmate furono tra i sostenitori più attivi dell’italianità delle nostre terre, in uno spirito di convivenza che faceva parte del loro stesso modo si essere. Basti pensare ad Isaia Ascoli, che per primo propose il nome di Venezia Giulia per il Litorale austriaco, a Umberto Saba, a Carolina Luzzatto, e a tanti altri protagonisti della vita di Trieste, di Gorizia, di Fiume e di Zara. Lo stesso movimento irredentista veniva considerato strumentalmente dalla reazione austro-slava come un "complotto giudaico-massonico".

"Tanto più duro e lacerante", spiega il presidente ANVDG, "fu per gli ebrei giuliani e dalmati l’obbrobrio inaspettato delle leggi razziali, tanto più devastanti le violenze e le persecuzioni che seguirono al crollo italiano dell’8 settembre 1943 e all’occupazione nazista". Secondo Toth sono "eventi che obbligano tutti gli italiani a un doveroso esame di coscienza e di pentimento per quanto fatto o lasciato fare".

 

"Alla fine della seconda guerra mondiale, nelle fila dei profughi giuliani e dalmati", conclude il presidente Toth, "non sono mancati connazionali di religione ebraica, due volte esuli, che hanno condiviso la durissima scelta dell’esodo in condizioni di estremo pericolo per amore della libertà, dei diritti inalienabili della persona e della suprema dignità umana". (aise) 

 

 

 

 

In Medio Oriente il tempo di agire è adesso

 

Sono settimane di intensa attività della diplomazia americana in Medio Oriente. Prima Hillary Clinton, poi Denis Ross e il generale Jones, in queste ore l’inviato speciale Mitchell, si sono susseguiti nella regione nello sforzo di convincere israeliani e palestinesi a riavviare i negoziati di pace.

 

Nessuno ignora le difficoltà e le differenze di vedute che tuttora sussistono tra le parti. Gli israeliani dichiarano Gerusalemme unica e indivisibile capitale dello Stato di Israele e i palestinesi, invece, chiedono che sia capitale di due Stati. I palestinesi chiedono il blocco totale degli insediamenti di nuove colonie, mentre il governo di Israele ne ha disposto un congelamento parziale, che non include gli insediamenti già autorizzati, né il territorio di Gerusalemme. Alla richiesta dei palestinesi di riconoscere ai rifugiati il diritto al ritorno, Israele oppone di non poter accettare soluzioni che mettano in discussione l’equilibrio demografico e la ragione stessa dell’esistenza di Israele, nato per dare una patria al popolo ebraico. Israele chiede, per la sua sicurezza, di esercitare il controllo di confini e spazio aereo del futuro Stato palestinese, mentre Abu Mazen è disposto ad accettare che tale garanzia sia affidata ad una forza multinazionale di pace. E, infine, nessuno può ignorare la frattura che contrappone Hamas e Abu Mazen e la criticità della situazione di Gaza, dove le condizioni di vita sono sempre più drammatiche e si pone urgente la necessità di riaprire i valichi di accesso e consentire l’inoltro degli aiuti umanitari.

 

E tuttavia, l’unico modo per dirimere anche le questioni più delicate è dialogare, discutere e negoziare. L’esperienza di questi decenni ci dice che il tempo non lavora per la pace. Al contrario, nel tempo sono cresciute la frustrazione e la sfiducia e oggi è responsabilità di tutti riavviare i negoziati per giungere finalmente ad una pace stabile e sicura per entrambi i popoli.

 

Nonostante le tante difficoltà ci sono, infatti, anche segnali che consentono di tornare a credere nella pace. L’accettazione del Primo ministro Netanyahu della soluzione «Due Stati per due popoli» rimuove ogni ostacolo di principio alla nascita, accanto allo Stato di Israele, di uno Stato palestinese indipendente sulla base dei confini del ‘67, modificati con eventuali scambi concordati di territori che tengano conto dei cambiamenti di questi 40 anni. E la decisione del governo israeliano di sospendere nuovi insediamenti in Cisgiordania, anche se parziale e se non include Gerusalemme Est, costituisce un primo passo, a cui potrebbero seguirne altri.

 

Peraltro anche dalla Cisgiordania vengono segnali positivi, come la riduzione dei checkpoint e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, la crescita economica, la presa di controllo del territorio da parte della polizia palestinese. Fatti che dimostrano la capacità del presidente Abu Mazen, del Primo Ministro Fayyad e dell’Anp di esercitare con efficacia e credibilità l’autorità di governo.

 

C’è poi la ripresa di un impegno forte della comunità internazionale. Non solo la determinazione di Obama - che dal discorso de Il Cairo in poi ha fatto della questione israelo-palestinese una priorità della sua agenda - ma anche la dichiarazione dell’8 dicembre dei ministri degli Esteri dell’Ue; il Piano arabo di pace e il ruolo attivo che stanno giocando Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Turchia; il ritorno sulla scena della Russia con la proposta di una nuova Conferenza internazionale a Mosca: sono altrettanti segnali della consapevolezza che il tempo di agire è adesso. Tanto più di fronte alla ripresa di iniziativa di Al Qaeda, che dimostra quanto le organizzazioni terroristiche siano determinate a far saltare la strategia di apertura di Obama al mondo islamico. Così come rimettere in moto il processo di pace è essenziale per contenere e contrastare le posizioni islamiche radicali che, guidate dall’Iran, fanno dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese una bandiera per la loro azione destabilizzante.

 

Dunque decisivo è tornare a negoziare e al più presto. Certo, nulla è scontato e facile in Medio Oriente. Soprattutto dopo i troppi fallimenti di questi anni. E però - come mi ha detto un interlocutore nella visita che ho compiuto in questi giorni in Israele e a Ramallah incontrando i tanti protagonisti di quel conflitto - «il ponte è traballante, ma non ce n’è un altro per attraversare il fiume». PIERO FASSINO, Rapporteur sul Medio Oriente per il Consiglio d’Europa LS 25

 

 

 

Save the Children alla Ue: bloccare adozioni internazionali di minori, possono non essere orfani

 

ROMA – Save the Children chiede - in occasione della riunione dei ministri degli Esteri della Ue -   “il blocco delle adozioni internazionali di minori coinvolti nel terremoto, essendo alta, allo stato attuale, la possibilità che un bambino possa essere erroneamente ritenuto orfano”. Per quanto riguarda invece le adozioni internazionali dei bambini haitiani i cui documenti legali ad esse finalizzati fossero stati completati prima del terremoto, “possono senz’altro andare avanti, così come possono essere inseriti in nuove famiglie i bambini che sono già stati dichiarati adottabili”.

  Appena rientrato da Haiti Filippo Ungaro, responsabile comunicazione dell’organizzazione in Italia, riferisce che “attualmente 50 operatori sociali appositamente formati stanno perlustrando l’area interessata dal sisma per identificare i luoghi dove si sono rifugiati bambini soli, senza genitori e abbiamo preso contatto con i leader delle comunità e il governo di Haiti per mettere in piedi un ampio ed efficace sistema di identificazione dei bambini soli e di ricongiungimento ai propri familiari”. “Ci sono – aggiunge Ungaro - alte probabilità di ricongiungere molti bambini nei prossimi giorni. Teniamo presente infatti che molti minori non erano in famiglia al momento del terremoto ma a scuola o impegnati in qualche lavoro. Altri si sono ritrovati soli nel momento in cui sono stati presi in cura da strutture mediche in altre zone della città. Altri ancora sono rimasti momentaneamente soli perché i genitori sono andati in cerca di acqua e cibo”.

  Save the Children chiede  il blocco delle adozioni in attesa che “tutti questi bambini siano identificati e ne sia accertato lo status”, e che “sia ripristinato il sistema che, prima del terremoto, era responsabile della verifica dell’adottabilità dei minori haitiani”.

  Da giorni Save the Children è impegnata “per assicurare protezione a quanti più bambini possibile”: al momento sono già operative sei aree “a misura” di bambino in altrettanti campi spontanei a Port-au.Prince e a Jacmel - per un totale di 3.500 minori seguiti - e ne saranno avviate delle altre nei prossimi giorni, in contemporanea con l’avvio delle attività di identificazione e rintraccio dei minori non accompagnati.

  L’organizzazione denuncia poi che “dieci giorni dopo il disastroso terremoto che ha colpito Haiti, all'interno dei campi improvvisati le condizioni igieniche e di salute degli sfollati, in particolare dei bambini, richiedono immediata risposta perché il rischio è l'esplosione di epidemie”

  In presenza di “un gran numero di feriti che ancora non hanno ricevuto cure presso gli ospedali dell’isola”, l’organizzazione ha allestito due cliniche mobili a Leogane, una delle città più colpite, con il 90% degli edifici danneggiati”. Le cliniche, spiega Save the Chidren, stanno assistendo ognuna fino a 200 tra adulti e bambini ogni giorno: “i problemi più frequenti sono fratture, tagli e lacerazioni”. Inoltre, il team di operatori per la salute e di dottori di Save the Children sta distribuendo “aiuti medici nei campi di Port-au-Prince, Jacmel e Petit Guave, per un totale di 85.000 persone raggiunte”.

  “Siamo preoccupati dal rischio crescente, dovuto anche al clima caldo, di diffusione di infezioni, soprattutto di diarrea fra i bambini”, commenta Filippo Ungaro. “Gli operatori di Save the Children sono costretti a curare le persone che non possono accedere agli ospedali, in prossimità delle strutture ospedaliere. Dobbiamo fare questo urgentemente per prevenire ulteriori sofferenze e malattie”.

  L’organizzazione sta quindi allestendo altre quattro cliniche mobili a Jacmel, per la cura dei bambini malnutriti attraverso la mobilitazione di un team di esperti in nutrizione e in vaccinazioni in grado di raggiungere le comunità più colpite, monitorare le donne incinte e le neo-mamme, incoraggiare l’allattamento al seno e prestare assistenza ai parti. (Inform)

 

 

 

 

Immigrazione. La spocchia di Sarkò e le debolezze italiane

 

Nicolas Sarkozy compie un’altra delle «ruptures» al consolidato galateo diplomatico dei suoi predecessori secondo cui il presidente della République non dava giudizi sulle politiche interne degli altri governi, specie se amici. E invece, ieri sera in tv, Sarkò, forse con il pensiero ancora rivolto ai fatti di Rosarno, che molto hanno impressionato i media francesi, ha detto che la Francia non si troverà «disarmata di fronte a un fenomeno di sbarchi di migranti come ne ha conosciuti l’Italia». Se la Francia non sarà «disarmata» significa che l’Italia lo era. Ecco, la puntura avvelenata che ci arriva dal paese delle cinquanta banlieue considerati territori «perduti» alla legalità repubblicana e dove in ogni weekend si incendiano, per gioco e per rabbia, centinaia di automobili.

 

Ma l’uscita di Sarkozy va contestualizzata alla circostanza cui i francesi si sono trovati di fronte e alla quale non sono abituati. Su una spiaggia nel sud della Corsica, vicino a Bonifacio, sono sbarcati clandestinamente centoventitré curdi, 81 adulti, gli altri bambini e ragazzini, tra le donne alcune incinte. Tradotti in centri di «ritenzione» i profughi si sono visti subito recapitare un foglio di riaccompagnamento alla frontiera firmato dai prefetti. I giudici della libertà, però (non è solo in Italia che i poteri dello Stato si contraddicono) li hanno rimessi in libertà. Ora - ha garantito ieri sera Sarkozy - saranno curati e assistiti. Coloro che avranno diritto all’asilo, lo avranno; gli altri rispediti a casa.

 

Il «fenomeno» che tanto ha colpito i francesi potrebbe essere frutto dei respingimenti in mare effettuati da qualche mese dalle autorità italiane e quindi una prova della loro efficacia. L’annuncio di Sarkozy potrebbe anche non avere nulla di polemico ed essere soltanto rivolto a rassicurare i francesi che ancora hanno negli occhi le sconvolgenti immagini di Rosarno. Probabilmente non ci sarà nessuna crisi diplomatica tra i due Paesi. Però sono battute che lasciano l’amaro in bocca agli italiani. Per dover subire quella spocchia parigina di dar sempre lezioni agli altri dimenticando i propri abissi nelle politiche di integrazione. Perché quando si parla di Italia è quasi sempre in chiave caricaturale, buffonesca, drammatica. CESARE MARTINETTI LS 26

 

 

 

Aiuti ad Haiti. Frattini: “Il nostro governo non critica gli sforzi altrui”

 

ROMA - «Che manchi un livello adeguato di coordinamento è una cosa che abbiamo rimarcato sin dai primi giorni. Ma questo non significa che l'Italia abbia alcuna intenzione di criticare gli sforzi degli Stati Uniti, che la Farnesina ha già definito imponenti, figuriamoci. Né si può francamente pensare che il pur bravissimo Bertolaso sia andato ad Haiti con il ruolo di coordinatore del mondo. Sarebbe fare un torto a lui stesso innanzitutto...».

Franco Frattini è in partenza per Washington. Sui principali dossier internazionali, dall'Iran all'Afghanistan, avrà oggi colloqui con il segretario di Stato Hillary Clinton e il consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale James Jones. Prima di rientrare in Europa terrà una lecture alla Johns Hopkins University sul ruolo dell'Italia di fronte alla sfide della sicurezza.

Ad ascoltare la lettura che in Italia si dà delle parole di Bertolaso la reazione del ministro degli Esteri è di sorpresa. Gli Stati Uniti «non hanno un partner migliore» del nostro Paese, ha detto pochi giorni fa l'ambasciatore americano a Roma, David Thorne.

Eppure Bertolaso ha definito la situazione «patetica» e criticato apertamente gli americani...

«Abbiamo deciso di inviare nell'isola una persona di eccezionale professionalità, in grado di coordinare non solo gli aiuti italiani ma anche di mettere a disposizione del governo locale, di quello che ne resta, e soprattutto delle Nazioni Unite, una straordinaria expertise, che può essere massimizzata proprio nel momento in cui si manifestano i problemi che il sottosegretario evidenzia».

E dunque?

«E dunque quelle fatte da Bertolaso sono valutazioni logiche e tecniche, non politiche, che non hanno altro intento se non quello di cercare di suggerire soluzioni per migliorare la situazione sul campo. Sono fondate sulla situazione empirica, è sbagliato leggerle contro qualcuno, tanto meno contro gli americani, che in queste ore stanno svolgendo un lavoro importantissimo».

Resta il quadro fatto da Bertolaso, in cui l'indice è puntato anche contro aiuti solo «mediatici»...

«Ma non è una lezione fatta agli altri, di certo criticare gli sforzi altrui non è assolutamente la posizione del nostro governo. Tutti stanno facendo del loro meglio, è evidente che di fronte a una catastrofe di queste dimensioni, che definire apocalittica non è esagerato, ogni sforzo può essere insufficiente».

Ieri per distribuire aiuti alimentari i caschi blu hanno dovuto sparare in aria, il capo della nostra Protezione civile rimarca anche quello che vedono tutti, molto vicino al caos.

«Ma non sono certo gli Stati Uniti i responsabili di una mancanza di coordinamento, il che non significa che l'enorme sforzo che insieme a tante altre Nazioni stanno dispiegando sia in grado di fronteggiare tutte le emergenze. C'è ancora gente che viene estratta viva dalle macerie, già solo questo descrive una situazione in bilico, in cui stenta a chiudersi la fase delle ricerche. La dimensione della tragedia amplifica problemi di un coordinamento comunque enormi». Marco Galluzzo CdS 25

 

 

 

 

I due volti dell'Europa slava

 

Due Paesi chiave dell’Europa slava, Ucraina e Croazia, hanno cambiato volto attraverso un mutamento elettorale e politico svoltosi secondo incontestabili regole democratiche. Gli ucraini hanno di fatto destituito col voto il presidente Viktor Jushchenko, leader della deludente «rivoluzione arancione» del 2004, bocciato al primo turno con un magro 5,5 percento, lasciando in lizza per il ballottaggio del 7 febbraio due candidati assai noti: l’energica ex pasionaria dalla treccia bionda, Julia Timoshenko, attuale primo ministro, la quale rincorre con un sostanzioso 25 percento il capo dell’opposizione, Viktor Janukovic, appoggiato a suo tempo dal Cremlino, che ha raccolto un altissimo 35 percento nelle regioni dell’Est russe o russificate nella lingua, nella cultura e nella mentalità.

 

Il voto croato si è invece già concluso definitivamente il 10 gennaio, in un quadro di rinnovamento più lineare e meno drammatico di quello ucraino ancora in piena combustione. La terza presidenza della Croazia, dopo il nazionalista Franjo Tudjman e il moderato Stipe Mesic, è stata conquistata non a caso da un personaggio poco noto, del tutto sconosciuto all’estero, il giurista e compositore Ivo Josipovic che non aveva mai occupato una carica istituzionale di rilievo.

 

A Zagabria, al contrario che a Kiev, la grande novità non s’è palesata nello spessore carismatico dei contendenti, bensì nel significato squisitamente politico della contesa e del suo esito: è la socialdemocrazia, la sinistra europeista, rappresentata da un candidato laterale come Josipovic, quella che esce vincente dalla gara contro la storica e onnipervasiva Unione democratica croata (Hdz) fondata dal presidente soldato Tudjman e incarnata nella candidatura perdente del sindaco zagabrese Milan Bandic. Si spera che un simile cambio della guardia, anche emblematico, ai vertici dello Stato, potenzialmente il più ricco dei Balcani occidentali, ma ridotto in precarie condizioni da clan disonesti spesso collegati alle tresche della dominante Hdz, possa favorire e dare finalmente avvìo alle riforme di cui l’economia inceppata e la società frustrata della Croazia hanno urgente bisogno. Il traguardo europeo, dal quale tanti croati si sentono ingiustamente esclusi, dopo l’ingresso nell’Ue di Bucarest e di Sofia, si farà indubbiamente più vicino a Zagabria. Non solo. Ma più vicino, per la cosiddetta «legge del traino», anche a Belgrado, che cerca di uscire dall’isolamento dopo le guerre interjugoslave innescate dalla megalomania aggressiva di Milosevic.

 

È invece più problematico dire che cosa, in attesa del secondo turno, l’Ucraina possa sperare di ottenere dall’Europa e l’Europa dall’Ucraina. Qui, tutte le carte del gioco appaiono ribaltate, o addirittura sconvolte, rispetto a quelle esibite cinque anni fa dai vincitori «arancione» oggi duramente sconfitti come Yushenko o sorprendentemente modificati come la Timoshenko. Non solo la lotta condotta a colpi spietati, subito dopo la conquista del potere, dall’uno contro l’altra, cioé dal capo dello Stato contro il capo del governo, ha finito per dissolvere la coesione e distruggere la credibilità del gruppo dirigente antirusso, occidentalista e patriottico, emerso dalla rivoluzione morbida di Kiev. Non solo la corruzione è dilagata, non solo gli oligarchi del petrolio e dell’acciaio hanno alzato la voce e le pretese, non solo le casse dello Stato sono andate in malora svuotate da una spesa pubblica mirata ad alimentare nepotismi e favoritismi, non solo buona parte dei seggi parlamentari è stata svenduta al miglior offerente, non solo il Fondo monetario internazionale ha di colpo interrotto l’anno scorso i cospicui sussidi concessi a Kiev, in definitiva non solo la duplice nazione ucraina nel suo complesso, occidentalista o slavofila che fosse, si è trova sull’orlo della bancarotta all’inizio della campagna per la nomina del nuovo presidente.

 

Come se tutto ciò non bastasse, i due candidati rimasti sul campo, la Timoshenko ultranazionalista d’una volta e il Janukovich filorusso d’un tempo, hanno dato agli elettori confusi l’impressione di aver invertito le parti e scambiato le loro alleanze: lei non più avversaria ma interlocutrice di Putin, lui non più zimbello nelle mani di Putin ma interlocutore di influenti ambienti politici ed economici occidentali. Non si dimentichi la strategica posizione energetica dell’Ucraina tra Est e Ovest, l’enorme potenziale di mediazione petrolifera concentrato nelle pipelines che l’attraversano, e si capirà meglio perché la Russia putiniana cerchi oggi di favorire colei che, già chiamata «principessa del gas», molti sondaggi danno per vincente al prossimo ballottaggio. Si capirà altrettanto bene perché Janukovich, snobbato e quasi abbandonato dall’amico Putin, che nel 2004 gli stringeva la mano a Kiev, cerchi oggi di ricostituirsi agli occhi dell’Occidente una sorta di verginità neutrale e negoziabile. Ne vedremo di belle quando sapremo chi fra i due, ormai più concorrenti in affari che nemici in politica, sarà eletto presidente il 7 febbraio.

 

Scartata comunque non solo dai politici, ma dalla maggioranza degli ucraini, l’ipotesi di un ingresso nella Nato, resterà aperta la più commerciabile e più commestibile opzione europea. Dal suo canto Bruxelles non potrà ignorare che i futuri orientamenti dell’Ucraina, incapsulata con 46 milioni di abitanti fra l’Unione Europea e la Russia, eserciteranno una profonda influenza sul grande e irrequieto spazio postsovietico. L’associazione all’Europa della piccola Croazia di 6 milioni di abitanti, abituata da sempre agli usi e costumi europei, non oppressa né ricattata dalla Russia, sarà certamente più facile e scorrevole. Il nuovo uomo di Zagabria si sa come e dove guarderà. Non si sa invece chi sarà e dove guarderà il nuovo presidente di Kiev.

ENZO BETTIZA LS 25

 

 

 

Il programma nazionale della ricerca, cosa manca al piano di rilancio

 

Dopo molti proclami, riunioni, tavoli di lavoro, gruppi di studio e pubblicazioni apocrife, finalmente è disponibile sul sito del Ministero che si occupa anche di ricerca il Programma nazionale della Ricerca (PNR). Si tratta di un documento corposo, ma leggibile in tempi ragionevoli. La prima sensazione è quella di un piano che si occupa puntualmente dei vari aspetti della ricerca scientifica, ma ignora completamente alcuni problemi fondamentali dalla cui soluzione dipende il futuro della ricerca italiana assieme a quello dei Paesi con cui siamo in competizione e al tempo stesso in collaborazione nell’ambito dell’Unione Europea. Per venire al sodo, manca una discussione su chi governa la ricerca scientifica in Italia. Non esiste una mappa di tutti gli enti pubblici che finanziano la ricerca: sono molti, ma non identificati, a partire dai vari Ministeri per arrivare alle Regioni e in qualche caso perfino alle Provincie e ai Comuni. Come è possibile fare un PNR senza sapere quanto spende ciascuna delle citate strutture e con quali finalità e con quali metodi? Qual’è la sede in cui le varie esigenze settoriali di ricerca si integrano e vengono coordinate? Il PNR dice solo timidamente che potrebbe essere il MIUR, ma sono tutti d’accordo? Forse la sede più adatta potrebbe essere la Presidenza del Consiglio che si serve del MIUR per gli aspetti amministrativi. Manca completamente una netta separazione fra la politica della ricerca e l’attuazione della ricerca. La prima dovrebbe indicare - e qualche tentativo molto generico in questo senso è presente nel PNR - quali sono le priorità di ricerca per il Paese, facendo delle scelte che sono di stretta natura politica e allocando le necessarie risorse in modo dettagliato e cioè quanto è disponibile per ogni priorità. Un lavoro non indifferente che richiede analisi accurate di ciò che offre la ricerca italiana di quali siano le richieste delle attività produttive, dall’agricoltura all’industria. La fase attuativa non può essere affidata a strutture burocratiche; deve essere realizzata da tecnici esperti. In altre parole come suggerito dal gruppo 2003 (www.lascienzainrete.it) è necessaria la realizzazione di una Agenzia Italiana per la Ricerca Scientifica (AIRS) che non deve essere un altro carrozzone, ma una struttura agile e poco costosa in cui vengano “comandati” ricercatori pubblici che abbiano mostrato capacità scientifiche e manageriali. Spetta all’AIRS recepire le priorità proposte dal Governo, traducendole in bandi di concorso con tutto il corollario di accesso generalizzato, peer review, monitoraggio e finanziamento realizzando quello che il PNR definisce come ricerca di base, generata dai ricercatori, ricerca traslazionale o finalizzata a ricerca industriale. Senza questa struttura è impossibile oggi mettere in pratica tutti i vari livelli di governance elaborati dal PNR; come pure sembra impossibile interagire a livello europeo. Le varie sfaccettature della ricerca europea che includono non solo i bandi per i progetti di ricerca (FP7) ma anche i programmi di collaborazione per le infrastrutture (ESFRI), i programmi comuni (JCP) e quelli limitati a pochi Paesi (ERA-NET) per citare alcuni esempi, non potranno vedere un’adeguata presenza della ricerca italiana senza la realizzazione di strutture come l’AIRS. Basti ricordare che l’Italia paga il 13,5 percento dei programmi e recupera solo il 9 percento, secondo quanto riporta lo stesso PNR.

L’Italia è in grande difficoltà per quanto riguarda la ricerca e il PNR non risparmia un’analisi critica, anche se l’utilizzo delle percentuali non permette di capire la gravità della situazione che verrebbe resa più evidente riportando le cifre assolute e normalizzandole per il PIL o per milioni di abitanti. L’orgoglio spesso sottolineato ricordando che la spesa pubblica per la ricerca in Italia è comparabile a quella degli altri Paesi Europei, essendo intorno allo 0,55 percento del PIL (conto lo 0,65 della media dai Paesi Europei, ma l’uno percento dei Paesi più “virtuosi”) non è sostenibile dei dati di fatto. Anzitutto il PIL dei Paesi con il livello di popolazione analogo all’Italia è ben superiore a quello italiano; in secondo luogo circa lo 0,10 percento del PIL (la differenza con la media dei Paesi europei) non è una cifra insignificante, superando largamente il miliardo di euro; e in terzo luogo non è sostenibile che il 50 percento della spesa universitaria sia destinato alla ricerca e quindi vada incluso nello 0,55 percento citato più sopra. Infatti la stragrande maggioranza della spesa universitaria serve per pagare stipendi. Inoltre bisogna distinguere tra allocazioni ed effettivi stanziamenti: basti pensare che solo una parte degli scarsi finanziamenti del MIUR riguardanti il 2008 e il 2009 viene distribuita in questi giorni!

Il PNR permette di registrare alla fine una sorpresa non certo piacevole. In tutto il testo si fa appello a una mitica tabella n. 2 che dovrebbe darci un’idea di quali sono le risorse effettive che il PNR attribuisce in frazioni percentuali alle singole azioni a favore della ricerca. Il problema è che la tabella 2 non c’è ….. è ancora da definire!

Silvio Garattini  IM 25

 

 

 

 

Eurispes, cresce fiducia in Napolitano. In calo il governo, sale la magistratura

 

Sondaggio sulla fiducia nelle istituzioni. Il capo dello Stato piace al 70% degli italiani - Diminuiscono i consensi all'esecutivo. Pollice verso anche per scuola, sindacati e partiti

 

ROMA - Aumenta la fiducia degli italiani nel presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: crede in lui il 70% della popolazione. In leggero calo, invece, la fiducia verso l'operato del governo, che cala dal 27,7% dello scorso anno al 26,7%. Male anche per scuola, sindacati e partiti. Crescono invece i giudizi favorevoli nei confronti della magistatura. Questi i dati più rilevanti del sondaggio Eurispes sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni contenuto nel rapporto Italia 2010 che verrà presentato venerdì prossimo. In termini assoluti, il dato è positivo: la fiducia nelle istituzioni, infatti, è salita in un anno di ben 28,5 punti percentuali, passando dal 10,5% del 2009 al 39% del 2010. Di pari passo è diminuita del 10% la quota di italiani che esprimono un calo della fiducia, che si attesta al 45,8%.

 

In vetta Giorgio Napolitano. Il 70% degli italiani si fida di Napolitano, con un aumento di 6 punti percentuali rispetto all'anno scorso. Il capo dello Stato, dunque, è sempre più un punto di riferimento per gli italiani. Questo vale soprattutto per gli over 65, che gli accordano la fiducia nel 73,3% dei casi e tra coloro che hanno tra 45 e 64 anni (73,7%). In ogni caso, il consenso tocca tutte le fasce di età e non scende mai al di sotto del 60%.

 

Cala il governo. In lieve calo, invece, la fiducia nel governo: i pareri positivi sono il 26,7% contro il 27,7% dell'anno precedente. Il dato - precisa Eurispes - è comunque costante negli ultimi anni, sia che si tratti di un governo di centrodestra che di uno di centrosinistra. Mostrano maggiore fiducia i cittadini del Nord-est (29,4%) e quelli di destra e centrodestra, mentre il livello più basso è nelle isole (22,8%) e negli elettori di sinistra e centrosinistra.

 

Si attesta su livelli simili la fiducia nel Parlamento: 26,9% contro il 26,2% del 2009. Percentuali più alte si registrano tra gli elettori di destra, centrodestra e centro, mentre i cali più vistosi si hanno a sinistra e nel centrosinistra.

 

Sale la magistratura. Insieme al presidente della Repubblica, l'istituzione che quest'anno acquista nuovo credito è la magistratura. Il consenso è in crescita da 5 anni e oggi quasi un italiano su due dà fiducia ai magistrati. Se, infatti, nel 2009 i fiduciosi erano il 44,4%, quest'anno c'è stato un balzo del 3,4% che porta la percentuale al 47,8%. Ad avere meno fiducia nella magistratura sono gli italiani di destra (35,6%) e centrodestra (35,4%), molto più fiduciosi quelli di centro (53%). A sinistra (58,1%) e al centrosinistra (58,5%) l'apprezzamento è ancora più alto.

 

La scuola. Si tratta di un'istituzione che continua a perdere fiducia, soprattutto tra le fasce giovanili. Il 52,7% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha dichiarato di avere poca fiducia e il 10,1% non ne ha per nulla. E, nonostante l'appartenenza politica del ministro dell'istruzione, il poco credito risulta molto forte tra le persone di destra (43,2%) e centrodestra (50,3%), anche se aumenta nella sinistra (53,7%) e nel centrosinistra (50,4%).

 

I partiti. Il 45,5% degli intervistati non nutre alcuna fiducia nei partiti e il 42,4% ne ha poca, a fronte di un 12,1% che si dichiara fiducioso. Una opinione quasi uniforme in tutte le aree geografiche del Paese e che prescinde dall'area politica di appartenenza. E tuttavia, rispetto all'anno precedente, questa fiducia aumenta del 5%. Da sottolineare poi che l'85,3% condivide l'idea che i partiti dovrebbero cercare di raggiungere il massimo di concordia possibile per il bene del paese. Quanto alla legge elettorale, la stragrande maggioranza (83,1%) è favorevole alla reintroduzione delle preferenze.

 

Sindacati. Risutati negativi anche per i sindacati, che perdono consensi soprattutto a sinistra (il 68,5% ha poca o nessuna fiducia) e nel centrosinistra (67,1%).

 

Altre istituzioni. Sale invece la fiducia nei confronti delle associazioni di volontariato (82,1%) e della Chiesa (47,3%), con un aumento dell'8,5% rispetto all'anno precedente. Migliora il dato per la pubblica amministrazione (+3,7%), anche se il tasso di sfudicia resta altissimo (+73,8%). Buoni risultati anche per le forze dell'ordine, in costante aumento sia per carabinieri che per polizia e guardia di finanza. LR 25

 

 

 

 

Il trionfo di Vendola in Puglia, Pd sconfitto

 

Il governatore ha stravinto le primarie con oltre il 70% (VIDEO - FOTO). Feste di piazza e vignette, i fan di Nichi si ritrovano in rete. Bersani: ''Determinatissimi a sostenerlo''. D'Alema: ''Saremo leali come nel 2005''. Il leader Udc: "La scelta della senatrice rende tutti contenti''. Emiliano: ''Dura lezione al partito''. Bindi: "Il Pd avrebbe potuto sostenerlo da subito''.

 

Bari  - ''Credo che abbiamo aiutato il centrosinistra a ritrovare la strada del rapporto con le giovani generazioni, abbiamo aiutato il centrosinistra a ritrovare il proprio popolo e le proprie ragioni''. Lo dice il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, nella videolettera registrata questa notte e diffusa sul suo sito e su You Tube dopo la netta vittoria sullo sfidante Francesco Boccia nelle primarie del centrosinistra, vittoria che ne ha sancito la ricandidatura alla carica di governatore alle prossime regionali.

 

Vendola ha stravinto con oltre il 70%: si sono recati al voto 192mila elettori, ben più delle primarie del 2005 quando la partecipazione fu di quasi 80mila persone (in quella occasione Vendola ottenne il 51% contro il 49% dello sfidante). Ora per il governatore ''comincia la campagna elettorale vera'' ha annunciato, invitando i suoi sostenitori ad applaudire lo sfidante Boccia.

Alla luce di questa vittoria, per il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani, allargare l'alleanza all'Udc in vista delle regionali è "un tema che abbiamo ancora davanti, anche in Puglia, anche se le condizioni sono più complicate" ha detto entrando alla direzione del partito. "Siamo determinatissimi a sostenere Vendola", ha chiarito. "Le primarie le abbiamo inventate noi, sappiamo bene come ci si comporta, si appoggia chi ha vinto - ha detto Bersani - la popolarità di Vendola ha oscurato la proposta del Pd che non era contro Vendola, lo comprendeva, ma si preoccupava di non stare stretto nel nostro campo e di favorire la convergenza delle opposizioni e un percorso alternativo alla destra".

Per il presidente della Fondazione Italianieuropei Massimo D'Alema ''la larga vittoria di Vendola conferma il legame del presidente della nostra Regione con tanta parte dell'elettorato del centrosinistra, compresi gli elettori del Partito democratico'' afferma in una nota. ''Prendo atto di questo risultato - prosegue D'Alema - e della necessità, quindi, per il PD di sostenere lealmente Vendola come gia' facemmo nelle elezioni regionali del 2005''.

Secondo il sindaco di Bari e presidente del Pd della Puglia, Michele Emiliano, ''Nichi Vendola ha meritatamente vinto, impartendo al nostro partito, e non a Francesco Boccia, una dura lezione che non può più essere ignorata''. Inoltre, ''anche la più razionale delle strategie politiche non può essere calata dall'alto e non può essere attuata ignorando i sentimenti di rispetto e di affetto delle persone nei confronti di quei pochi politici che nel bene e nel male sono sintonizzati con il senso comune - ha aggiunto - questa è la lezione che tutto il Pd deve apprendere''.

''Le sconfitte peggiori sono le battaglie che non si combattono''. E' amaro il commento a caldo di Boccia, deputato del Pd sconfitto. ''Ora ''i pugliesi si sono espressi - ha aggiunto - e i numeri sono evidenti, non lasciano spazio ad interpretazioni''. E ''resta l'unica speranza che abbiamo per sconfiggere il centrodestra non solo in Puglia ma anche in Italia nei prossimi anni''.

Auguri arrivano da parte di Antonio Di Pietro, per il quale " Nichi ha vinto le primarie grazie alla sua caparbietà e, soprattutto, grazie alla società civile che, attraverso premi Nobel, scienziati e artisti, attori, associazioni, movimenti e migliaia di pugliesi, lo ha sostenuto perché crede in lui ed è convinta che Nichi abbia a cuore la Puglia. La vittoria di Nichi Vendola è la vittoria dei cittadini sugli schemi preconfezionati delle logiche di partito e della partitocrazia" scrive sul suo blog il leader Idv.

Della stessa opinione anche Margherita Boniver, deputato del Pdl e presidente del Comitato Schengen, che in una nota scrive: ''Sono contenta che il pronostico della vigilia abbia confermato in Puglia il candidato Vendola che evidentemente batte le strategie degli apparati''. E conclude: ''Inventarsi le primarie è un ridicolo scimmiottare strumenti democratici che appartengono ad altri sistemi''.

(Adnkronos 25)

 

 

 

Primarie-boomerang, la democrazia diretta non “obbedisce” più

 

ROMA - Per ultimo, proprio l’altro giorno, è stato Salvatore Vassallo l’inventore dello statuto del Pd e guardia rossa delle primarie a lanciare l’ukase: «In Puglia non c’è alcun vincolo di partito, per scegliere il candidato presidente la sovranità appartiene agli elettori, non al partito». Ergo: tutti, anche gli iscritti al Pd, sono liberi di votare per Vendola senza sentirsi in peccato mortale. Poche parole puntute come lance e viene fuori il nucleo dello scontro che circonda le primarie: togliere alla ”casta” partitica il potere di nomina e selezione per affidarlo al ”popolo”, il partito si spoglia di uno degli ultimi attributi per il quale esiste - la selezione di eletti e dirigenti - e naviga nel mare magnum degli elettori. Anche a costo di andare incontro a primarie barzelletta o comunque difficilmente gestibili: è il caso della Calabria, dove ambirebbero a scendere in lizza ben quattro candidati aspiranti a governatore, l’uscente Loiero più altri tre tutti di fede bersaniana, sarebbero primarie-faida ma si sa, siamo in Calabria. A Venezia invece si farebbero primarie-scontate, nel senso che per succedere a Cacciari sono in tre - Bettin, Fincato, Orsoni - ma solo quest’ultimo ha chances, è già dato per sicuro vincente come anti-Brunetta visto che gode dell’appoggio di quasi tutto il Pd e soprattutto del sindaco uscente. Se poi si scende nel Lazio, ecco le primarie-fantasma nel senso che non si è avuto neanche il tempo di parlarne, la Bonino ha bruciato tutti sul tempo. In Umbria tutto l’opposto: il veltroniano Agostini ha bruciato tutti per farle, le primarie, ma il partito è spaccato a metà, l’uscente Rita Lorenzetti, dalemiana dalla culla, non vuole mollare per cui si profilano primarie-ordalia tra dalemiani e veltroniani per interposti candidati.

 

Più si va avanti e più si scopre che queste primarie rischiano di diventare un problema più che la soluzione, un vero e proprio boomerang. Non a caso Pier Luigi Bersani agli albori della sua candidatura a leader fece balenare l’idea di cambiarle, queste primarie, salvo pentirsene subito visto che fu immediatamente accusato di volerle archiviare. Il suo principale sponsor, D’Alema, alle primarie ha sempre guardato con diffidenza, anche se in Puglia in verità si è mosso perché si svolgessero, «posso capirle per la scelta dei candidati, ma per i dirigenti è assurdo ricorrere alla conta, saremmo invasi dalla società civile», ebbe a dire tempo fa e per poco non venne scomunicato per eresia ultrapartitica. In principio furono primarie-ratifica, primarie-plebiscito per affermare con clamore di popolo le leadership di Prodi prima e di Veltroni dopo; quindi furono primarie vere tra Franceschini e Bersani. E adesso?

Già oggi in direzione il ”partito delle primarie” uscirà allo scoperto e lancerà l’offensiva: l’istituto non si tocca, è parte costitutiva del Pd, «chi pensa di abolire le primarie per affidare la premiership a qualcun altro esterno al Pd (leggi Udc) esca allo scoperto e vediamo, sarebbe assurdo», ha avvertito proprio ieri Vassallo. Gli equilibri interni sono però incerti: per il partito delle primarie tifano i veltroniani duri e puri in questo alleati con i parisiani, i franceschiniani (ma non i popolari), Gentiloni e Realacci così come i fassiniani, e per ultimo ma non meno importante la presidentessa Rosy Bindi. NINO BERTOLONI MELI IM 25

 

 

 

 

Primarie in Puglia. L'analisi. L’esplosione del laboratorio

 

È la nemesi di chi vede le primarie come la «vera» e unica fonte di legittimazione dei vertici del Pd; e insieme l’esplosione del «laboratorio pugliese» messo su da Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani per lanciare l’alleanza con l’Udc. In apparenza è tutto facile, perché ci sono vincitori e vinti. Ma nell’analisi di quanto è accaduto ieri, fattori locali e nazionali si mescolano. Così, si può affermare che la vittoria netta del governatore uscente Nichi Vendola riapre i giochi congressuali; e che hanno prevalso le nomenklature locali sui diktat nazionali del segretario Bersani, affiancato e quasi sovrastato da D’Alema. Ma forse l’aspetto più eclatante delle elezioni primarie è che si siano svolte, abbiano mobilitato quasi 200 mila persone, e siano state vinte contro la volontà e le indicazioni dei vertici del Pd. Significa che continuano ad esistere non uno, ma due partiti.

Quello ufficiale si è imposto nel congresso d’autunno. Ha una vocazione governativa e vede nell’Udc l’interlocutore naturale della propria strategia alternativa a Silvio Berlusconi: un progetto prima che di sfondamento al centro, di smantellamento progressivo del bipolarismo in sintonia con Pier Ferdinando Casini. Anche per questo maneggia con diffidenza lo strumento delle primarie: lo considera congeniale ad un rafforzamento del bipolarismo, non al sistema che Bersani e D’Alema pensano di fare emergere dalla trattativa fra gruppi dirigenti. Questo Pd emerge dalla prova di ieri come il grande sconfitto. E non soltanto perché Vendola vuol dire il naufragio del matrimonio di interesse con l’Udc. Il problema è che la segreteria nazionale, e soprattutto D’Alema, avevano innalzato la Puglia al rango di laboratorio delle strategie future. Doveva diventare la vetrina di un centro-sinistra plasmato da Roma secondo i canoni di una liquidazione progressiva dell’identità abbozzata negli ultimi due anni. L’operazione subisce un altolà che ha del clamoroso.

Dopo avere riproposto il bis del primo scontro nelle primarie, avvenuto nel gennaio del 2005 proprio fra Vendola e Francesco Boccia, con la vittoria anche allora di Vendola, la Puglia riconsegna lo stesso risultato. Con un paradosso in più. Il governatore ha issato la bandiera dell’identità storica del Pd, lasciata cadere con miopia dai suoi custodi. Ed ha vinto a dispetto della guerra spietata che i presunti maggiorenti gli hanno fatto; e nonostante gli scandali politici che sporcano la Puglia. Ritenere però che questo segni la rivincita postuma dell’Unione prodiana sarebbe fuorviante. Più che la nostalgia di un progetto bocciato dagli elettori alle politiche del 2008, si assiste alla difficoltà di riempire quel vuoto. Quanto è accaduto sembra rivelare un’incomprensione radicata, di più, un rifiuto per operazioni a tavolino che l’elettorato non è disposto ad avallare. E’ vero che rappresenta un concetto ambiguo e oggi incontrollabile, nel limbo dopo il tramonto dei governi di Romano Prodi e della segreteria di Walter Veltroni. Ma è altrettanto evidente che non esistono più neppure quelle macchine oliate dell’ex Pci in grado di mobilitare e orientare i consensi. L’illusione di sostituire il «partito liquido» con le solide radici degli apparati locali è andata a sbattere contro una realtà più sfibrata e insieme arrabbiata. La sinistra non ha identità di riserva. E le primarie rimangono una fonte di legittimazione discutibile eppure condivisa: più forte di qualunque scomunica più o meno larvata.  Massimo Franco CdS 25

 

 

 

È l’alleanza con l’Udc il cuore dello scontro che divide i democratici

 

ROMA - Il solo a dirlo esplicitamente è stato Ignazio Marino: «È sbagliato inseguire l’Udc a tutti i costi, anche perché sono molte le cose che ci dividono». Ma nel Pd le resistenze all’alleanza con i centristi sono più ampie di quanto non emerga nelle dichiarazioni e il successo di Nichi Vendola le ha riportate tutte alla luce. Si può dire che la questione delle alleanze sia la vera linea di contrasto nel Pd, dalla quale discendono le altre. Un contrasto che il congresso, in tutta evidenza, non ha risolto. Giovanna Melandri ha detto nella riunione di direzione che «non si può cercare un’alleanza a scapito dell’identità del Pd come partito a vocazione maggioritaria»: ce l’aveva con la strategia seguita in Puglia, ma anche con l’«adesione passiva» alla Bonino nel Lazio. È la critica ricorrente dei veltroniani, per i quali l’idea del Pd è radicata in uno schema tendenzialmente bipartitico. «Bersani - ha scritto Paolo Gentiloni - rivendica in Puglia una rischiosa coerenza. Anche a Little Big Horn ci fu rischiosa coerenza...»

A parole nessuno dell’area Franceschini-Veltroni nega in astratto la possibilità di intese con l’Udc. Ma anche al tempo del congresso l’obiettivo era condizionarle, svalutarle, fissare paletti alti. In questi giorni Salvatore Vassallo, padre dello statuto del Pd, insisteva sul carattere distintivo delle «primarie» per il Pd. Un istituto «fondativo» al quale l’Udc sarebbe in sostanza obbligato ad adeguarsi. Ieri Debora Serracchiani ne ha parlato addirittura come di un «tratto d’identità». E Arturo Parisi ha ulteriormente rilanciato: «Il Pd è diviso tra chi vuole restaurare la democrazia dei partiti e chi vuole mantenere in vita una democrazia dei cittadini». Insomma, è contestata l’ipotesi stessa di un patto tra forze autonome che non rientrano in un rigido schema bipolare.

Ma le resistenza non finiscono qui. Marina Sereni ha detto in direzione che «più che allargare al centro, il Pd sta perdendo pezzi al centro». Il tema stavolta è il presunto spostamento a sinistra del baricentro del partito. Tema al quale sono molto sensibili gli ex Popolari. Ieri Pierluigi Castagnetti ha portato il suo affondo tanto sul caso Puglia («Se un gruppo dirigente viene sconfitto 70 a 30 vuol dire che ha perso capacità di ascolto») quanto sul caso Lazio («Si sta sottovalutando l’effetto della candidatura Bonino sul mondo cattolico»).

Fin qui le minoranze. Ma anche Rosy Bindi, che pure è stata partner importante di Bersani, non è una fan dell’intesa con l’Udc: «Qualcuno considerava il laboratorio pugliese non un allargamento all’Udc, ma un restringimento Pd-Udc». Se la Bindi ha dato sponda alle minoranza, in direzione però Franco Marini è intervenuto a sostegno di Bersani. Innanzitutto ha detto che Emma Bonino è un’«ottima candidata», la «migliore a disposizione dopo la rinuncia di Zingaretti», e che i cattolici giudicano la politica con un metro «laico» non dissimile dagli altri cittadini. Marini ha poi aggiunto che l’alleanza con l’Udc va cercata con pragmatismo. A una condizione uguale e contraria rispetto a quella di Parisi: «Che l’Udc resti, appunto, un soggetto autonomo. L’identità del Pd è già definita dalle sue forze e dall’apporto essenziale dei cattolici democratici che ne sono stati co-fondatori».

Dopo le regionali non c’è dubbio che il tema tornerà. Bersani ha ribadito che per lui la costruzione dell’«alternativa» passa da una convergenza delle opposizioni. E Stefano Fassina ieri ne ha difeso le ragioni: «Non si tratta solo di comporre un’alleanza numericamente vincente. L’intesa con l’Udc è strategica perché il blocco sociale di Berlusconi si fonda sul corporativismo e il localismo leghista del Nord e perché con l’Udc possiamo convergere su una riforma equilibrata delle istituzioni che restituisca dignità al Parlamento». cla.sa. IM 26

 

 

 

 

Il sindaco di Bologna Delbono: "Mi dimetto". Prodi: "Gesto di grande sensibilità"

 

Il sindaco di Bologna è indagato per peculato, abuso d'ufficio e truffa aggravata

C'è il nodo bilancio. "Tempi e modi saranno stabiliti con responsabilità"

di MICOL LAVINIA LUNDARI

 

BOLOGNA - Alla fine si rimangia la parola e cede. Incontri in mattinata a Palazzo D'Accursio poi l'annuncio ufficiale: Delbono si dimette. Il primo a dirlo è il capogruppo del Pd in Consiglio comunale Sergio Lo Giudice (appena uscito dalla riunione), poi è lo stesso primo cittadino a dare le proprie dimissioni di fronte ai consiglieri comunali: "Mi dimetto, ma i tempi e i modi saranno stabiliti con responsabilità".

 

Il sindaco di Bologna fa dietrofront rispetto a quanto dichiarato solo due giorni fa, all'uscita dalla Procura di piazza Trento e Trieste: "Non mi dimetterò - disse allora dopo cinque ore a colloquio con i pm - nemmeno se sarò rinviato a giudizio". Il fascicolo in questione è quello sul cosiddetto Cinzia-gate, sul presunto utilizzo di denaro della Regione a uso privato: viaggi e spese con l'allora compagna e segretaria Cinzia Cracchi. Le accuse formulate sono di peculato, abuso d'ufficio e in seguito si è aggiunta anche la truffa aggravata.

 

Passano due giorni da quel lungo interrogatorio e il sindaco Delbono annuncia di aver preso la decisione di dimettersi "senza consultare Errani o Prodi". Il primo, presidente della Regione Emilia-Romagna, lo giudica "un gesto di rispetto verso la città". Per Romano Prodi, che di Delbono fu sponsor durante la campagna elettorale, "il suo è un gesto di grande sensibilità nei confronti di Bologna. Esse (le sue dimissioni, ndr) dimostrano un senso di responsabilità verso la comunità che va al di là dei propri obblighi e delle proprie convenienze. Delbono ha confermato, a differenza di altri, di saper mettere al primo posto il bene comune e non le sue ragioni personali". Per il presidente della Regione Vasco Errani è stato "un gesto di rispetto verso la città"; il segretario del Pd Andrea De Maria commenta: "Un atto di serietà e responsabilità".  

 

"Per me Bologna viene prima di tutto - ha spiegato Delbono in Consiglio comunale. E' per questo che siccome i tempi e i modi richiesti per difendermi eventualmente in sede giudiziaria rischiano di avere ripercussioni negative con la mia attività di sindaco, ho già deciso in piena coscienza che rassegnerò le dimissioni dalla mia carica". "Per senso di responsabilità - ha aggiunto Delbono- seguirò modi e tempi che dovranno tenere presenti il bene prioritario per la città, a partire dal fatto che nei prossimi giorni inizierà in aula l'esame per l'approvazione del bilancio 2010 di cui rivendico la bontà, così come sono orgoglioso delle cose fatte in questi mesi".

 

Molti esponenti del centrodestra paventano il rischio di lunghi mesi di commissariamento amministrativo per la città di Bologna. Durante l'incontro con la stampa, a seguito del Consiglio comunale, Flavio Delbono ha risposto così: "Se il Governo vuole si può andare a votare già in autunno". Per fare ciò è necessario che l'Esecutivo firmi un decreto legge ad hoc.

 

Nel frattempo Cinzia Cracchi, la donna al centro della bufera giudiziaria che coinvolge anche il sindaco (la donna è indagata per peculato e abuso d'ufficio) parla in esclusiva ai microfoni di Repubblica Tv: ""Penso che Delbono abbia fatto il meglio per la città dimettendosi. Questo non era un mio obiettivo, la mia intenzione era quella di riavere il mio lavoro. Delbono prova odio per me? Io non lo odio". 

LR 25

 

 

 

 

Chi predica bene e razzola male

 

Qualche tempo fa a una trasmissione televisiva un esponente del centrodestra sbatté in faccia a un collega-rivale del centrosinistra il caso Marrazzo dicendo più o meno così: «Avete montato una campagna di stampa per le escort di Berlusconi, ma anche voi avete i vostri bravi sex-gate». «Sì - fu la risposta - ma la differenza è che Marrazzo si è dimesso, Berlusconi no».

 

Ieri si è dimesso anche il sindaco di Bologna Flavio Delbono, pure lui di centrosinistra e pure lui travolto da una storia di alcova (è inutile che si dica che qua ci sono ipotesi di peculato eccetera: la vera storia che ha messo a soqquadro Bologna è innanzitutto una storia di amanti: prima del bancomat, anche qui, cherchez la femme). A sinistra potrebbero quindi aggiungere un tassello a sostegno della propria - se non superiorità morale - serietà.

 

Non è nostra intenzione stabilire se una simile rivendicazione sarebbe fondata oppure no. Non vogliamo neppure entrare nel merito se dimettersi - quando si apre uno scandalo o peggio ancora un’inchiesta giudiziaria - sia giusto oppure no. Generalizzare sarebbe troppo superficiale.

 

Quel che sorprende è piuttosto la scoperta di una nuova anomalia italiana. Cerchiamo di spiegarci. Da un po’ di tempo, insieme con il bipolarismo, abbiamo importato dagli Stati Uniti anche la consuetudine di mescolare il pubblico con il privato, la politica con quel che ciascuno fa a casa propria o in un motel. S’è detto e ridetto che è una svolta puritana in un Paese cattolico; il quale, da cattolico appunto, aveva sempre tenuto distinti i due piani: i vizi privati e le pubbliche virtù. Una sorta di «santa ipocrisia» aveva garantito una non belligeranza fra i politici: io non metto il naso fra le tue lenzuola, tu non lo metti fra le mie. E poi, mentre il puritanesimo protestante esige una continua lotta (quasi sovrumana) per non cadere in tentazione, il cattolicesimo è temperato dal sacramento della confessione. «Peccato di pantalone - dice Alberto Sordi in un film - pronta assoluzione».

 

Da quando anche la politica italiana ha cominciato a violare il sacro recinto della privacy, e a non perdonare più scappatelle di questo tipo, pare di assistere a uno strano fenomeno che prima abbiamo chiamato appunto «anomalia». I politici di centrodestra, che organizzano i Family Day e appoggiano la Chiesa in praticamente tutte le questioni che riguardano l’etica matrimoniale e sessuale, rivendicano il diritto al silenzio sulle proprie questioni private. Quelli di centrosinistra - che dopo essersi battuti per il divorzio e l’aborto si battono per i Pacs, i Dico, i diritti dei gay, la fecondazione assistita eccetera - sembrano invece inflessibili sui comportamenti privati dei loro rappresentanti. Marrazzo e Delbono, prima che da una campagna di stampa, sono stati «invitati» a lasciare dai loro stessi superiori di partito.

 

E ancora. Non fa effetto vedere che il comunista Bertinotti si sente in dovere di scrivere una lettera per assicurare che non ha mai tradito sua moglie? E vedere che mentre la quasi totalità dei leader del centrodestra è divorziata e risposata, la quasi totalità dei leader del centrosinistra vive matrimoni tradizionali? Forse non è un film del tutto nuovo. Già nel vecchio Pci la love story fra Togliatti e la Jotti venne pudicamente nascosta, e Pasolini fu espulso per omosessualità. Mentre Almirante conduceva, da divorziato, una battaglia contro il divorzio.

 

Per carità: dal punto di vista politico, niente di decisivo. Però che si tratti di una delle tante stranezze italiane, un po’ è vero. Chissà come questa stranezza la vivono gli elettori cattolici, che su questioni che il Papa ha definito «non negoziabili» si trovano costretti a scegliere tra chi predica bene e razzola male, e tra chi predica male e razzola, se non bene, un po’ meglio.  MICHELE BRAMBILLA LS 26

 

 

 

 

Ridurre le pensioni per dare ai giovani? Un'idea sbagliata di Welfare

 

Dopo la battuta sulla legge per buttare fuori casa i ragazzi dopo i diciotto anni, il ministro Brunetta ha proposto di prendere risorse dalle pensioni di anzianità per dare ai giovani «non 200, ma 500 euro al mese».

 

I contorni operativi della proposta sono molto fumosi (salario sociale? borse di studio o sgravi?). Ma, di fatto, la proposta che milioni di italiani hanno ascoltato davanti ai teleschermi è quella di dare 500 euro al mese ai giovani togliendoli ai pensionati. Una cifra alta, più del doppio rispetto al supporto all'affitto per i giovani di 200 euro già in vigore in Spagna e che inizia a circolare come ipotesi anche in Italia (non è un caso se Brunetta cita proprio 200 euro come elemento di confronto). Ma anche per questo la proposta lascia molto perplessi. Una cifra così alta richiede risorse enormi che, guardacaso, al momento non sono reperibili. Perché dunque non prendere in seria considerazione quello che è stato fatto altrove e che potrebbe essere fatto adesso? La proposta dei 200 euro ai giovani lavoratori avrebbe potuto essere fattibile sin dai primi giorni di insediamento del governo. Sarebbe costata all’incirca due miliardi e mezzo: più o meno la stessa cifra che è costato eliminare l'Ici per i ceti più abbienti.

 

Questo non significa che la riforma delle pensioni non sia necessaria, ma che la storia della coperta corta non deve diventare una scusa per rimandare cose importanti o, ancora peggio, per scatenare guerre tra classi deboli. Ma c’è un altro motivo di perplessità che riguarda la logica della misura stessa, almeno così come è stata lanciata in TV. Far passare, volutamente o no, il messaggio che togliendo le pensioni agli anziani si potrebbe dare una sorta di salario sociale ai giovani, non fa che perpetuare l’immagine di un welfare che «assiste» e protegge delle categorie ritenute più deboli di altre. Una cultura assistenzialista già dannosa tra i più anziani, figuriamoci se inizia a diffondersi tra i giovani. Per questo sono più utili misure magari più contenute ma che supportano il perseguimento di determinate opportunità. Il vero problema del welfare, oggi, non è tanto quello di includere o escludere certe categorie dall'assistenza, ma di un ripensamento di criteri di allocazione di risorse, in modo da bilanciare necessità e meriti, equità ed opportunità. È certamente una sfida difficile, ma non più rimandabile, su cui c’è bisogno di elaborare un piano serio, che venga poi illustrato al paese in modo chiaro, dettagliato, e non scaglionato a suon di annunci e rettifiche fatti alla radio o in Tv. IRENE TINAGLI LS 25

 

 

 

Oligarchi di periferia

 

Dopo Marrazzo, Delbono: nel giro di pochi mesi è il secondo importante amministratore locale eletto sotto le bandiere del Pd costretto a lasciare il proprio incarico per questioni in cui sesso e soldi si mischiano confusamente. E a questo punto è fin troppo ovvio osservare come per la sinistra diventi sempre più difficile sostenere la pretesa di incarnare una sorta di superiorità morale rispetto alla destra, un Paese diverso e migliore, l’«altra» Italia come si diceva qualche tempo fa. Piaccia o meno, infatti, d'Italia ce n'è una sola.

Ed è bene partire dall'assunto che in essa luci ed ombre sono più o meno equamente distribuite tra tutte le varie parti politiche, anche se ciò non c'impedisce di riconoscere che la sinistra, insistendo pure questa volta per le dimissioni immediate del suo esponente, ha mostrato una sensibilità istituzionale e un'attenzione al giudizio dell'opinione pubblica che la destra, invece, quasi mai mostra. Ma Delbono non viene solo dopo Marrazzo. Viene anche immediatamente dopo Vendola, e ci parla dunque pure di altre cose. Per esempio della forte disarticolazione che nella periferia sta colpendo la sinistra, la quale, nelle varie città e regioni della penisola, va progressivamente autonomizzandosi dal centro, in un insieme di processi che stanno conducendo virtualmente alla scomparsa di un vero organismo politico nazionale.

Diluita ogni possibile identità nel confluire di tre o quattro culture politiche diverse, il Partito democratico vede sempre di più il fiorire dappertutto di candidati «improvvisati», accettati obtorto collo, estranei alla sua linea e alla sua più antica storia, ovvero inamovibili per decisione propria, i quali ora diventano molto spesso, nelle periferie cittadine e regionali, i padroni di fatto del partito e del suo elettorato. Nichi Vendola rappresenta la versione pugliese, carismatica, di questo fenomeno. L'altra versione è quella oligarchica bolognese (a metà strada tra le due si collocano le esperienze di Bonino nel Lazio e Bassolino in Campania). Qui, a Bologna, il potere politico-culturale cittadino, fino al '94 articolato in un polo cattolico- liberale e in un altro comunista, in feconda dialettica tra loro, si è riunificato sotto l'insegna del «prodismo», dando luogo ad una vischiosa «palude» notabilare che tutto ingloba e domina, e che può permettersi di designare come sindaco uno scialbo professorino come Delbono.

La cui piccola corruzione, se esiste, è stata per l'appunto, come del resto quella di Marrazzo, la corruzione di un dipendente, beneficato politicamente, colpevole di non aver capito che tra i privilegi che l'oligarchia gli concedeva senza alcun suo merito non c'era quello di usare i soldi pubblici per portarsi la fidanzata in Messico. La fine della Democrazia cristiana e del Partito comunista, e con loro dei partiti politici che dal 1945 hanno tenuto insieme il Paese, sembra così ormai vicina al suo esito ultimo: alla disarticolazione del sistema politico nazionale in tanti sottosistemi periferici. Disarticolazione che colpisce molto di più la sinistra perché a destra, la leadership di Berlusconi, forte delle sue incomparabili risorse mediatiche e finanziarie, mostra una tenuta centripeta che almeno per ora regge.  Ernesto Galli Della Loggia CdS 26

 

 

 

 

Le difficoltà del Pd. La doppia identità che va superata

 

Le recenti vicissitudini del Partito democratico dovrebbero invitare alla riflessione sulla crisi della forma partito così come l’abbiamo conosciuta in Italia, piuttosto che risolvere tutto nel gossip sulle lotte intestine (che pure non mancano). Quello che è accaduto in Puglia e in misura diversa a Bologna mette a nudo non tanto l’esaurirsi delle modalità storiche di organizzazione di una forza politica (questo ormai era evidente da tempo) quanto l’incapacità dei nuovi soggetti di voltare veramente pagina.

La nostra storia inizia dal tema della cosiddetta “doppiezza” del vecchio Pci, che era partito, come si definiva, “di lotta e di governo”. Ciò era possibile perché grazie ad una particolare contingenza storica poteva tenere i piedi in due scarpe: dire alla sua gente che l’obiettivo era la “rivoluzione” da realizzarsi in un futuro nebuloso e lontano, per cui si faceva la cosiddetta lotta dura senza paura; consentire alla sua classe dirigente di avere un mandato in bianco per gestire, nei limiti della ragionevolezza, la concreta attività politica che, nell’interesse immediato della sua gente, bisognava pur fare nell’attesa che sorgesse il mitico sole dell’avvenire.

La prima crisi è arrivata quando ai tempi di Berlinguer è diventato chiaro che la rivoluzione non si sarebbe mai fatta. Allora si è scelto di sostituire quel mito con un altro, quello della “diversità” cioè di una moralità superiore che solo il Pci aveva il potere di introdurre in un Paese che giudicava moralmente debole, quando non corrotto. Il fatto è che la scelta per quel tipo di moralismo non sopportava più il dualismo fra le tattiche del tempo della transizione e l’obiettivo finale della palingenesi. Il popolo della sinistra adesso reclamava sul campo della “diversità” quel “tutto e subito” che gli era stato spiegato essere impossibile sul terreno della rivoluzione.

Il Pci avrebbe dunque dovuto, come disse nel 1995 con lucidità impressionante Ermanno Gorrieri, uno dei leader della sinistra Dc, “uscire dal comunismo”, ma tendeva a farlo infilandosi o nel tunnel del “radicalismo utopico” o in alternativa in quello del “radicalismo individualista”, mentre “stentava ad emergere un ancoraggio per la mediazione razionale”.

Ora il fatto è che il Pd si è trovato di fronte ad una situazione schizofrenica: si è allevato una base che è profondamente impregnata da quei due radicalismi (che oggi assumono le vesti del dipietrismo e dell’estrema sinistra), ha preteso, auspice Veltroni, di giocare al partito all’americana, cioè al “partito degli elettori” (di qui la mitizzazione delle primarie), ma ha conservato al tempo stesso le ritualità del vecchio partito apparato, coi suoi vertici “centralisti” e le sue decisioni prese nel chiuso di un circolo di eletti (anzi sta finendo per scivolare nella peggiore delle organizzazioni di partito, quella basata sulla federazione fra correnti).

In questa difficilissima situazione il Pd paga sempre di più pegno di fronte alle difficoltà di una condizione di opposizione che non sa più come gestire. Subisce così di essere al rimorchio nella individuazione di candidati-leader (come in Lazio o come in Puglia), oppure impone, come a Bologna, selezioni decise a tavolino dai gruppi dirigenti che non sono neppure più capaci di fare un serio esame alle persone che mettono in campo.

Il risultato non è brillante e nessuno che abbia la testa sulle spalle può compiacersene. La presenza di una seria alternativa di sinistra riformista e responsabile è stata una garanzia nella gestione dell’equilibrio dei poteri politici che reggono la nostra società. Quando questa alternativa è andata allo sbando non sono mai stati periodi felici.

Oggi il Pd si trova di fronte al più difficile dei già non facili guadi che ha dovuto attraversare dopo il crollo degli equilibri della prima Repubblica: deve seriamente mettersi a riflettere su come può organizzare un partito riformista di massa in grado di essere il catalizzatore di una possibile alternativa. L’illusione che si possa vincere con l’ammucchiata degli “anti” crediamo possa difficilmente trovare ancora credito. È comprensibile che la sua classe dirigente attuale sia spaventata dall’ipotesi di affrontare una “traversata nel deserto” per arrivare ad una meta in condizioni diverse e migliori: temiamo però davvero che non esista altra via.

Il dibattito che il Pd dovrebbe dunque aprire con coraggio riguarda proprio il suo modello organizzativo e la sua identità. Non può illudersi di tenere insieme ancora la visione togliattiana del partito di lotta e di governo, così come dovrebbe riflettere sul velleitarismo dell’utopia berlingueriana della “diversità”. Ovviamente una riflessione su questi temi sarebbe dolorosa per i militanti, una buona parte dei quali sono anziani e legati al clima in cui si sono formati. Ma quella svolta verso la politica della “mediazione razionale” a cui li aveva chiamati nel 1995 Gorrieri è ancora una opzione su cui ragionare a fondo e se ci sono leader veri è di questo che devono mostrarsi capaci.

Aggiungiamoci che il centrodestra avrebbe tutto l’interesse a favorire questo processo anziché pensare solo ad orizzonti ristretti e maramaldeggiare sulle presenti difficoltà del suo avversario. PAOLO POMBENI IM 26

 

 

 

 

Siglato l'asse Bersani-Di Pietro. "Insieme per costruire l'alternativa"

 

Accordo tra i due partiti in vista delle regionali di fine marzo - In Campania e Calabria si lavora per trovare l'intesa - L'ex pm: "Non saremo più oppositori isolati e rispetteremo le istituzioni di garanzia"

 

ROMA - Seduti l'uno accanto all'altro, Pierluigi Bersani e Antonio Di Pietro siglano un'allenza che, assicura Bersani, "andrà oltre le regionali". L'obiettivo è "costruire l'alternativa". Magari allargando i confini e creando uno schieramento in grado di battere il centrodestra. Un'intesa che arriva dopo mesi di frecciate e attacchi tra i due partiti. Che, oggi, invece, si stringono la mano.

 

Tra i due partiti è stata già raggiunta un' intesa in 11 delle 13 regioni in cui si voterà a marzo, mentre su Campania e Calabria si sta ancora lavorando per trovare un accordo. "Se la destra pensa che ci sediamo in tre regioni (quelle storicamente "rosse" ndr), si illude. Questo non esiste, e se ne accorgeranno" dice Bersani. Ma l'intesa con l'Idv non riguarda solo le regionali. "C'è la comune convinzione -  aggiunge il segretario del Pd - che occorre lavorare insieme per allestire una alleanza larga di progresso, competitiva con il centrodestra. La nostra idea di fondo è che le regionali debbano essere, sia sotto il profilo dei contenuti sia sotto il profilo della coalizione, una tappa per costruire una alternativa alle destre". Di Pietro rincara la dose: "Riteniamo necessario impostare un lavoro di programma, di coalizione, aperto a laici e cattolici che vogliono mettersi insieme su una base programmatica. Non possiamo lasciare il Paese ad un governo che illude i cittadini, che toglie agli onesti per dare ai disonesti. Sentiamo il dovere di passare all'alternativa, insieme a chi capisce che non possiamo tornare ad un regime piduista".

 

Allenza, ma non binomio esclusivo. Sia Bersani sia Di Pietro infatti, lasciano la porta aperta a tutti coloro che vogliono un'alternativa alla maggioranza e al governo di Berlusconi. Apertura che Bersani ha tenuto ad indirizzare all'Udc,con la quale il Pd vuole continuare a collaborare nonostante la vicenda pugliese. "Abbiamo il dovere di costruire una alternativa, assieme anche ad altri partiti, superando certe nostre diversità" e per questo, "l'Idv si assumerà una maggiore responsabilità di partecipante alla coalizione, non sarà più un isolato oppositore e rispetterà le istituzioni di garanzia" afferma Di Pietro.

 

Polemico il Pdl che vede Di Pietro come il fumo negli occhi. "Oggi è avvenuta una ulteriore metamorfosi della Sinistra con la piena assunzione da parte di Bersani delle tesi e dello stile di Di Pietro, in pochi mesi anche le flebili speranze suscitate da Bersani sono svanite" dice il ministro sandro Bondi. LR 26

 

 

 

 

Duello rosa nel Lazio. Gli italiani preferiscono (di poco) la Polverini

 

Le prossime elezioni regionali saranno particolarmente importanti nel determinare gli sviluppi dello scenario politico del Paese. Il loro esito servirà a ridelineare i livelli di consenso tra le varie formazioni politiche, con un conseguente rafforzamento o meno della coalizione di Governo. Sin qui, i sondaggi suggeriscono una conferma o una crescita del seguito per il centrodestra. Anche se, nelle recenti esperienze passate, le regionali hanno per lo più punito l'esecutivo in carica: il risultato ci dirà se questo trend sarà smentito. Trattandosi poi dell'ultima volta in cui siamo chiamati alle urne prima di un lungo periodo di tregua elettorale (e di auspicabile attenuazione, quindi, della continua campagna elettorale che caratterizza oggi il dibattito tra i partiti), i risultati delle amministrative saranno decisivi anche nella formazione delle priorità programmatiche e di riforma per l'azione di governo e dell'atteggiamento che verrà assunto dall'opposizione. Una delle regioni su cui si è più accentrato il dibattito in queste settimane è costituita dal Lazio.

Sia perché la vicenda Marrazzo ha colpito ed emozionato non poco, sia perché le due principali contendenti, Bonino e Polverini, sono figure di grande rilievo, che godono di ampio seguito, al di là dei confini della regione. Lo scontro che avverrà nel Lazio riveste di conseguenza, più di quanto accada per altri contesti, valenze e significati simbolici di carattere generale, tale da renderlo significativo e rilevante sul piano nazionale. Per questo, può rivestire un certo interesse stimare ciò che accadrebbe se, anziché il Lazio, il confronto tra Bonino e Polverini riguardasse tutto il Paese e, di conseguenza, tutti noi fossimo chiamati a scegliere tra le due candidate. Il risultato emerso da un sondaggio condotto al riguardo — che domandava appunto a tutti gli italiani la loro scelta tra le due leader— è quello di una sostanziale parità, con un lievissimo vantaggio per la Polverini. Entrambe le candidate appaiono largamente sostenute dagli elettori degli schieramenti politici di riferimento, con, però, alcune aree di dubbio, se non di dissenso. La Polverini verrebbe votata, a livello nazionale, dal 77% della base del Pdl, ma «solo» dal 67% di quella della Lega (ove quasi il 17% dichiara che si orienterebbe invece verso il sostegno alla Bonino).

La candidata radicale ottiene tra gli elettori del Pd il 72% dei voti, con una quota non piccola (quasi il 20%) che afferma invece che, pur non votando per la Polverini, si rifugerebbe nell'astensione o nel voto nullo. È anche significativo il fatto che gli elettori dell'Udc si dividano praticamente a metà, con un maggior sostegno, comunque, per la Polverini. Nell'insieme, questi risultati riproducono in buona misura lo scenario attuale dell'intero Paese. Fortemente connotato dal confronto tra i due grandi aggregati rappresentati dagli opposti orientamenti politici. Con la presenza, però, di ampie zone di incertezza (e dunque di possibile mobilità di voto) all'interno di ciascuno. Si tratta di segmenti di elettori meno convinti e, in certe situazioni, disponibili financo a prendere in considerazione il voto per il candidato dello schieramento avversario. Sono meno presenti quando è in campo Berlusconi (o qualche altro leader nazionale), ma subito emergenti se si tratta di altri candidati. In questo stesso quadro va spiegata l'esistenza, nei risultati di questo come di molti altri sondaggi, di un altissimo numero di rispondenti indecisi o astenuti potenziali: si tratta, in questo caso, di quasi un quarto degli intervistati. È un indice abbastanza efficace del generale livello di perplessità — se non di disorientamento— presente nel Paese, anche in vista della scelta da prendere in occasione di queste elezioni.

Renato Mannheimer CdS 25

 

 

 

 

La ricerca al Sud si “impantana”, cervelli in fuga verso il Centro-Nord

 

Prima partiva un laureato su 4, ora il 38%. La Gelmini: devono tornare - di VALENTINA ARCOVIO

 

ROMA - Abbandonano amici e famiglia per trovare fortuna lontani dalla propria terra. Non sono solo scienziati in fuga all’estero, ma cervelli brillanti che lasciano il Sud Italia per realizzare i loro progetti al Centro o al Nord. Un flusso migratorio che va avanti ormai da decenni e che nessun piano speciale per il Sud è riuscito a fermare. Sono tanti, forse troppi: tra il 1997 e il 2008 hanno lasciato il meridione in 700 mila; ben 122 mila si sono trasferiti nel Centro-Nord contro un flusso di rientro di sole 60 mila persone. Stando al rapporto dell’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno (Svimez) a trasferirsi sarebbero perlopiù laureati. Nel 2008 hanno abbandonato il Nord ben 173 mila giovani qualificati, la metà dei quali ora ha un lavoro di alto livello. «Questo flusso migratorio - spiega Luca Bianchi, vicepresidente di Svimez - riguarda soprattutto laureati in materie scientifiche che non hanno possibilità di lavoro nella loro terra». Ingegneri, biologi, medici, genetisti, tutti con curricula diversi ma con un’unica possibilità di fare carriera: lasciare il Sud. L’ 87% di questi “fuggiaschi” ha lasciato tre regioni: Campania, Puglia e Sicilia.E la tendenza è in continua crescita. Se nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti, tre anni dopo la quota è salita al 38%. Il perché è presto detto. Basta guardare i dati dell’ultima rilevazione Istat sugli investimenti in Ricerca & Sviluppo. Sui 18.231 milioni di euro spesi dall’Italia, il Nord-Ovest è responsabile del 36,8%, seguito dal Centro con il 23,5%, dal Nord-est con 22,1% e dal Mezzogiorno con solo il 17,6%. Le Regioni più virtuose, che da sole danno conto del 49,2% della spesa nazionale per R&S, sono Piemonte, Lombardia e Lazio. Merito, soprattutto, del contributo delle imprese, assenti al Sud. «Nel Meridione la ricerca - spiega Bianchi - è finanziata per circa l’80 per cento da fondi pubblici, europei e nazionali. Solo un restante 20 per cento è finanziato da privati». Questo significa che, in tempo di crisi e tagli, le risorse che il Sud investe nei cervelli sono davvero scarse. Lo sa bene il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: «Ci impegneremo per il Mezzogiorno - ha promesso - affinchè i grandi cervelli del Sud possano dare un contributo alla loro terra ». Eppure, dopo anni di finanziamenti speciali, e ora un piano apposito per il rilancio del Sud, la situazione non è cambiata. «Se non si inverte la tendenza - conclude Bianchi - è possibile che il Sud in futuro non riesca a svilupparsi per mancanza di personale qualificato». IM 25

 

 

 

 

Sciopero generale sulle tasse. La Cgil: "In piazza il 12 marzo"

 

Sacconi: governo unito sui tagli. Il Pd: solo chiacchiere

Il sindacato chiede anche l'aumento della indennità di cassa integrazione

 

ROMA - Lo sciopero generale della Cgil si terrà il 12 marzo. Lo ha detto a Repubblica il segretario generale della confederazione, Guglielmo Epifani. Sarà uno sciopero di quattro ore con diverse manifestazioni in tutta Italia. La Cgil chiede di ridurre il prelievo fiscale sui lavoratori e i pensionati, di aumentare il periodo in cui si riceve l'indennità di disoccupazione e di far crescere l'importo (attualmente 7-800 euro) della cassa integrazione. Un pacchetto di richieste per affrontare la crisi che sul versante occupazionale si prospetta ancora lunga, e al quale il sindacato di Corso d'Italia ha deciso di aggiungere anche la proposta di una diversa politica per l'accoglienza dei lavoratori immigrati dopo i fatti di Rosarno.

 

È questo l'ennesima divisione tra le tre confederazioni sindacali. Non a caso la Cisl e la Uil hanno criticato l'iniziativa della Cgil definendola "politica" e destinata a non portare a casa alcun risultato.

 

Certo il tema delle tasse, con la pressione fiscale ormai di nuovo al livello record del 43 per cento a causa del crollo del Pil (quasi sei punti), è destinato a tenere banco nei prossimi mesi. Nella maggioranza emergono le prime incrinature dopo lo stop imposto dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, alla tentazione del premier, Silvio Berlusconi, di rispolverare il vecchio progetto di un sistema a doppia aliquota: una del 23 per cento per i redditi fino a 100 mila euro, e l'altra al 33 per cento per tutti i redditi superiori. Alla Convention di Arezzo del Pdl è stato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, a sostenere - diversamente da Tremonti - che se la crescita economica dovesse rivelarsi più robusta delle previsioni, allora sarebbe possibile fin dal prossimo anno realizzare concretamente i primi tagli sui redditi più bassi. E ieri, intervistato da Sky, il titolare del Welfare, Maurizio Sacconi, ha gettato acqua sul fuoco: nessuna divisione nel governo, Tremonti e Scajola "dicono la stessa cosa", e tutti vogliamo ridurre la pressione fiscale.

 

Ma è sui tempi che ci sono le divisioni nel governo. Nel suo ragionamento Sacconi si è schierato con Tremonti: difficile fare previsioni finché non ci sarà la ripresa. "Certo - ha aggiunto il ministro - se i cittadini decidessero di attuare uno sciopero fiscale sarebbe devastante". Ipotesi che nessuno, però, ha mai sollevato.

La discussione interna alla maggioranza tra l'estrema cautela di Tremonti e la spinta del Pdl a osare di più, porta all'attacco il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani: "Tutte chiacchiere a vuoto mentre l'unica cosa certa è che le tasse crescono". Non prende sul serio le intenzioni del governo nemmeno il leader dell'Italia dei valori (Idv), Antonio Di Pietro: "Sono quindici anni che Berlusconi e i suoi amici ci riempiono di promesse: prima un milione di posti di lavoro, poi l'abbassamento delle tasse, poi una casa per tutti. Ma invece di meno tasse ci hanno dato lo scudo fiscale". LR 25

 

 

 

 

Cinema italiano, all’estero senza “rete”. Nessun film italiano alla Berlinale?

 

ROMA - Dopo la sberla dell’Oscar, lo schiaffo di Berlino. Se Baarìa è stato escluso dalla corsa alle nomination, pare proprio che nessun film italiano sarà in concorso alla 60ma edizione del Festival che si apre l’11 febbraio. Francesca Comencini fa parte della giuria e Michele Riondino è la shooting star, mentre una manciata di titoli tricolori (Mine vaganti di Ozpetek, Cosa voglio di più di Soldini, Io sono l’amore di Guadagnino...) appaiono disseminati in sezioni collaterali dai nomi stravaganti. Contentiamoci dunque di essere presenti in Culinary Cinema, Berlinale Special, Generation Kplus, Talent Campus mentre nessun film made in Italy, a meno di colpi di scena, è stato ritenuto degno di aspirare all’Orso d’oro.

E’ un annus horribilis? O dobbiamo parlare di sfortunate coincidenze? La doppia vittoria di Gomorra e Il Divo a Cannes, nel 2008, aveva fatto gridare al miracolo e ridato fiducia all’intero sistema. Ma poi l’Academy aveva bocciato il film di Garrone e adesso la delusione di Tornatore raffredda ulteriormente gli entusiasmi. Facile pensare che il nostro cinema non abbia più appeal internazionale (dal 1999 di La vita è bella non vinciamo l’Oscar, l’ultima nomination l’ha ottenuta nel 2006 La bestia nel cuore di Cristina Comencini). Anche se il ”Los Angeles Times” ha inserito La meglio gioventù di Giordana e Il Divo di Sorrentino tra i cinquanta film migliori del decennio e in Francia Vincere di Bellocchio è stato accolto benissimo.

Di chi è la colpa se gli italiani restano esclusi dal grande giro mondiale? Degli autori che non sanno più farsi capire o di un sistema di lobbying per niente compatto, male organizzato, poco sostenuto dalle istituzioni? Sono domande che si ripropongono ad ogni sconfitta mentre tutti guardano con invidia a Unifrance, la macchina da guerra che piazza i film francesi in tutto il mondo: quest’anno, malgrado la crisi, l’export transalpino ha raggiunto 66 milioni di spettatori stranieri registrando un autentico boom in Cina, il mercato del futuro (+418 per cento).

«Per imporsi fuori dai confini, bisogna innanzitutto fare dei buoni film. Ma è innegabile che da noi manchi una struttura organica e compatta capace di mandare avanti il cinema nel suo insieme», ragiona Gian Paolo Letta, vicepresidente e ad di Medusa. Nella campagna americana di Baarìa, la società ha profuso il massimo delle risorse e ora, con intelligenza ed eleganza, Letta evita di gridare al complotto. «Vai a capire i gusti delle giurie dell’Academy, in particolare dei 300 che hanno compilato la short list dei titoli stranieri escludendo il nostro», dice. «Sta di fatto che, negli ultimi anni, noi italiani abbiamo affidato al caso la promozione dei singoli film e ora scontiamo l’assenza di un ”sistema Italia” capace di sostenere adeguatamente i nuovi autori che pure piacciono agli americani. Dovremmo investire in questa direzione».

Roberto Cicutto, ex produttore e presidente di Cinecittà-Luce nel quale è confluita l’ex Filmitalia che portava il cinema all’estero, la vede diversamente. «La riuscita di un film nel mondo dipende dall’abilità della promozione? Non è affatto vero», dice. E annuncia l’intenzione di mettere in piedi iniziative «di coordinamento e sinergia» anche se, sottolinea, «il bilancio di Cinecittà è passato da 34 milioni di euro a 15, appena sufficienti per mantenere la struttura». Ma perché da noi non esiste l’equivalente di Unifrance? «Perché qui il cinema non è mai stato una priorità nazionale, non ha avuto il consenso del Paese e della politica alla quale semmai ha sempre chiesto soldi».

«Un’attività programmata di promozione e investimenti adeguati: è questo che chiediamo», afferma Stefano Rulli del movimento Centoautori. «Un organismo senza dispersioni finanziarie, ma dotato di una strategia efficace. Il successo di un nostro film all’estero misura non solo la qualità della produzione ma anche la capacità del Paese di imporre la propria immagine. La situazione invece ora è molto confusa». Osserva con disincanto il maestro Carlo Lizzani: «Oggi manca una struttura forte di promozione. Ma forse il nostro cinema, che pure sforna opere significative, non è più di moda all’estero». Sarà per questo che l’epico amarcord di Tornatore è stato bocciato? «Medusa ha condotto benissimo la campagna americana. Tant’è vero che Baarìa è arrivata in finale ai Golden Globe», sdrammatizza Riccardo Tozzi, il presidente dei produttori. «Forse l’Academy ha in mente un modello di cinema italiano al quale Gomorra e Baarìa, stilisticamente perfetti ma meno ”caldi” di Nuovo Cinema Pardiso, non corrispondono in pieno. Io ricorderei piuttosto che l’Italia ha totalizzato più nomination all’Oscar di tutti. Nè piangerei miseria, visto che il ministero stanzia 250mila euro per sostenere il candidato nazionale. Inotre è maturata una forte consapevolezza tra i produttori, che hanno smesso di farsi rappresentare da film ”alternativi”. Siamo sulla strada buona, i risultati verranno». E com’è riuscito, Tozzi, a portare alla ”notte delle stelle” La bestia nel cuore? «Ho fatto a tappeto tutti i festival californiani. E avevo un un film-outsider, che agli americani è piaciuto molto». GLORIA SATTA IM 25

 

 

 

La Francia verso lo stop al velo integrale

 

«Niqab e burqa offendono i valori nazionali della République» si legge nel documento finale

 

PARIGI - La Francia si prepara a una stretta sul velo integrale in pubblico: una commissione parlamentare si è pronunciata ufficialmente per l'interdizione da uffici e servizi pubblici dell'indumento islamico che occulta il volto della donna. Il burqa, è la conclusione del rapporto, offende i valori nazionali della Francia.

UN ITER LUNGO SEI MESI - Si tratta degli esiti finali di un iter durato 6 mesi i cui risultati erano molto attesi oltralpe. Molti intenso è stato il dibattito nell'opinione pubblica e nuove polemiche sono attese, nonostante le statistiche dicano che in tutta la Francia siano appena 2.000 le donne che indossano un niqab (velo che lascia spazio solo agli occhi) o un burqa (il viso è interamente coperto). Il rapporto di 200 pagine ha toni prudenti e la commissione, presieduta dal deputato comunista André Gerin, ha stabilito 18 raccomandazioni di vario ordine.

TRASPORTI PUBBLICI E SCUOLE - Sul piano strettamente normativo, la proposta faro consiste nell'adozione di una «disposizione che vieti di dissimulare il proprio viso nei servizi pubblici». Il rapporto raccomanda di «optare per uno strumento legislativo» che possa anche essere declinato «per via amministrativa». Questo dispositivo potrebbe in particolare essere applicato nei trasporti pubblici e nei dintorni delle scuole. «La conseguenza della violazione di questa regola non sarebbe di natura penale ma consisterebbe in un rifiuto di corrispondere il servizio richiesto».

«QUESTIONI GIURIDICHE COMPLESSE» - La commissione di studio non arriva a suggerire un «divieto generale e assoluto del velo integrale negli spazi pubblici» perché «non esiste al riguardo unanimità». Il rapporto sottolinea come una legge di questa fatta «sollevi comunque questioni giuridiche complesse», poiché comporta una «limitazione dell'esercizio di una libertà fondamentale, la liberta di opinione, nella totalità dello spazio pubblico». Di qui il rischio di una censura da parte del Consiglio costituzionale o di una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

TENSIONE A DRANCY - Il rapporto sul velo integrale è destinato a riaccendere polemiche in Francia. La tensione è alta e lo dimostrano i fatti di Drancy, dove Hassen Chalghoumi, l'imam della moschea che nei giorni scorsi si era schierato a favore di una legge che vieti l'uso del burqa, è stato colpito da dure minacce. Un commando di circa 80 persone ha fatto irruzione lunedì sera nella moschea guidata da Chalghoumi, pronunciando minacce contro l'imam, grande sostenitore del dialogo interreligioso (soprattutto tra ebrei e musulmani). Al momento del blitz, «nella moschea si trovavano circa 200 fedeli», ha detto all'Agenzia France Presse un consigliere della Conferenza degli imam, presieduta dallo stesso Chalghoumi, che ha richiesto l'anonimato. «Hanno forzato il passaggio e si sono impossessati dei microfoni dopo un tafferuglio. A quel punto hanno indirizzato minacce e anatemi contro l'Imam, trattandolo da miscredente e apostata e affermando: liquideremo il suo caso, a questo imam degli ebrei...». Redazione ondine CdS 26

 

 

 

 

In un libro i racconti di troppi “Cervelli in fuga”

 

Padova - "Partire è un po’ morire, recita un adagio. Eppure oggi, chi se ne va dall’Italia lo fa proprio per non morire dentro. I giovani italiani fuggono. Specie quelli in possesso di una laurea. Si gettano alla ricerca di quelle prospettive che il Paese non è più in grado di offrire loro. Storie di ricercatori, i cosiddetti "cervelli in fuga", di cui i mass media ci hanno abituato a sentir parlare. Ma non solo. Ne sa qualcosa Sergio Nava, trentaquattrenne giornalista di Radio 24, che alcune di queste vicende umane e professionali le ha raccontate in un libro, dal titolo "La fuga dei talenti, storie di professionisti che l’Italia si è lasciata scappare", uscito per i tipi della San Paolo Edizioni". Gilberto Mastromatteo lo ha incontrato e ne è nato un lungo articolo-intervista, che, pubblicato nel numero di gennaio del Messaggero di Sant'Antonio - edizione per l'estero, riportiamo di seguito in versione integrale.

"Si tratta di 27 testimonianze di ricercatori scientifici, ma anche di ingegneri, avvocati, attori, musicisti, persino giornalisti. Il presepio vivente dell’Italia che sarebbe potuta essere e che purtroppo non sarà. "Ogni giorno", spiega Nava, "emigrano ragazzi italiani che fanno ogni tipo di lavoro. Sono giovani tra i 30 e i 40 anni, che hanno deciso di andarsene all’estero per cercare di affermarsi in Paesi di maggiore meritocrazia rispetto al nostro. In particolare negli Stati Uniti, ma anche nel centro e nel nord Europa".

Un campione di quella diaspora di laureati italiani che procede al ritmo di circa 6mila all’anno. E che solo in parte viene bilanciato dal fenomeno opposto: quello dei dottori stranieri che decidono di venirsi a stabilirsi nel Belpaese. Nel 2005, stando ai dati dell’Ocse, il totale dei laureati italiani emigrati all’estero ammontava a 294.767 unità. Mentre quelli in ingresso erano 246.925, provenienti dall’Europa occidentale e dal Sud America, soprattutto. Per un disavanzo di poco inferiore alle 50mila unità. Ma che si fa più ampio, ogni anno che passa. I motivi? Precarietà, stipendi irrisori e, soprattutto, l’insofferenza verso il nepotismo, il clientelismo e la gerontocrazia di casa nostra. "Sembrano quasi i nomi di tre malattie", osserva Nava, "ma si tratta di tre "infezioni" che si sono impossessate del Paese. Un Paese che è storicamente provinciale e in cui si sedimentano gli interessi particolari e locali di tante corporazioni. In più, va detto, è nella nostra natura la preferenza verso l’aiutino e "la spintarella", rispetto all’affermazione basata sul merito. Il nostro è un sistema interamente fondato sullo scambio di potere, un sistema dal quale i giovani sono tagliati fuori se non hanno null’altro da offrire al di fuori del loro talento".

Emblematiche, in tal senso, sono le storie raccontate nel libro: "Io cito sempre quella di Oscar Bianchi", racconta Nava, "un compositore milanese di 34 anni, che oggi vive tra Stati Uniti, Francia e Germania. Oscar si diploma al Conservatorio di Milano, uno dei più quotati del nostro Paese. E lo fa in sette anni anziché in nove. Succede, però, che la commissione chiamata a esaminarlo lo ponga davanti a due alternative: o si accontenta di un voto basso, oppure si ripresenta dopo due anni. Il tutto per una sorta di vendetta trasversale nei confronti del suo maestro di riferimento, che aveva lasciato il Conservatorio poco tempo prima. Superato un breve periodo di depressione, Oscar ripartirà da un lavoro in Svizzera e da una borsa di studio in Francia per giungere fino alla Columbia University e da lì a lavorare per molti ensemble musicali".

Una generazione, quella dei nati dopo il 1970, che del resto si è abituata a vivere sotto ricatto, con contratti mal pagati, dove la flessibilità è spesso sinonimo di precarietà esistenziale. "Esiste già un conflitto intergenerazionale", ancora Nava: "al momento è sommerso, perché l’attuale generazione giovane è troppo impegnata a sopravvivere e non ha tempo di scendere in piazza per rivendicare il posto che le spetta in società. E chi lo occupa? Lo occupa principalmente la generazione del Sessantotto, quella che andò a prendersi il potere mediante un movimento molto forte e strutturato. Conquistate le poltrone che contano, però, quei giovani idealisti si sono comportati peggio dei loro padri. Vi si sono radicati e hanno cominciato a fondare un sistema clientelare, forse peggiore di quello precedente. Se appartieni al mio clan va bene, altrimenti sei tagliato fuori".

Al libro è collegato anche il blog fugadeitalenti.wordpress.com: un diario corale di chi se n’è andato, sul quale campeggia un vero e proprio "Manifesto dei giovani".

 

"È necessario attuare una rivoluzione culturale", conclude Nava, "una rivoluzione che sia basata effettivamente sulla meritocrazia e che deve partire da ciascuno di noi; se così vogliamo chiamarla perché, in realtà, si tratta semplicemente di ristabilire le cose per come devono veramente essere in un Paese compiutamente democratico, dove i giovani portano innovazione. Fossilizzare il potere nelle mani di una sola generazione, come avviene oggi in Italia, significa condannare la società al declino".

Il libro. I pezzi di futuro che il Belpaese sta perdendo.

"Nove sezioni per altrettante professioni. E 27 storie, ognuna con il suo epilogo forestiero. Questo, in sintesi, "La fuga dei talenti". Un libro-denuncia, ma anche molto di più. Una Spoon River della qualità professionale italiana. Ad aprire le danze, manco a dirlo, sono i ricercatori, con l’astrobiologa Giovanna Tinetti, finita a Londra, così come la genetista Paola Oliveri, mentre vive a Baltimora la biologa cellulare Simonetta Camandola e a Strasburgo la collega Rosa. Tutti negli Stati Uniti, invece, i docenti. Dai professori di Letteratura Teresa Fiore e Giuseppe Gazzola, a Dario Pompili e Stefano Della Vigna, l’uno docente di Ingegneristica, l’altro di Economia. Del compositore Oscar Bianchi si è detto. Non degli uomini d’impresa, come il neo statunitense Gianni Chirichella, Giuliano Gasparini e Michele Lanzinger, entrambi finiti a Madrid, Monica Mel in Austria, Francesco Dellisanti a Londra e Mattia Tomba addirittura in Qatar. L’architetto Patrizia Iacino oggi vive a New York, mentre l’ingegnere Leila Lorenzoni è finita a Pasadena e il collega Damiano Migliori a Parigi, così come il medico oncologo Diego Tosi. Si passa ai giornalisti: Paolo Bollani, che è divenuto editore a Bruxelles, Claudio Grillenzoni, freelance a Pechino, e Marta Vallier, che oggi intervista Dustin Hoffman e Robert De Niro a Los Angeles. Infine i tre funzionari europei Marco Fantini, Veronica Manfredi ed E.M., che operano a Bruxelles. Il libro si conclude con due storie contrapposte: quella di Vincenzo Melilli, per anni avvocato a New York, che ha deciso di rientrare a Milano. E quella del chirurgo specializzando Giuseppe. Anche lui, come molti, presto se ne andrà. Per ulteriori informazioni: www.edizionisanpaolo.it". (aise) 

 

 

 

Il consigliere veneto Meggiolaro (Ln): Riportare i “cervelli” a casa

 

  VENEZIA – Consiglio regionale del Veneto: Claudio Meggiolaro (Lega Nord) esprime - in una nota - soddisfazione per il parere favorevole espresso dalla commissione consiliare Attività produttive alla proposta di deliberazione amministrativa della Giunta regionale n. 172 del 9 dicembre 2009 “Nuove norme a favore dei veneti nel mondo e agevolazioni per il loro rientro”, relative al Piano triennale 2010-2012.

  “In una parte significativa del Piano triennale 2010-2012 relativo agli interventi regionali per i veneti nel mondo - afferma Meggiolaro - si sottolinea come oltre la metà dei quasi 4 milioni di cittadini italiani residenti all'estero sia costituita da giovani di età inferiore ai 35 anni. Tra questi, vi sono numerosi laureati che si sono trasferiti in cerca di migliori prospettive e che sono scarsamente propensi a rientrare in Italia. Per far fronte alla ‘fuga dei cervelli’ e alla dispersione di professionalità ad elevata scolarizzazione, il nostro compito è quello di investire su questi giovani con misure e interventi che possano riportare i talenti veneti nella nostra regione”.

  “La Lega Nord - si legge ancora nella nota - per prima intende incentivare e sostenere l'ingegno e la creatività del Veneto: nel nostro piano programmatico abbiamo previsto una sezione apposita dedicata proprio alle giovani generazioni, che potranno contribuire a rendere il Veneto una Regione leader nell'innovazione. Per raggiungere questo obiettivo è però necessario – avverte Meggiolaro - creare un ‘mercato’ dell'innovazione. Si tratta, cioè, di aumentare la produttività attraverso investimenti in prodotti e servizi ad alto valore aggiunto, tecnologico e non solo”. (bf/Inform)

 

 

 

 

Tornano i tirocini alla Farnesina: domande entro l’8 febbraio

 

Roma - Anche quest’anno il Ministero degli Esteri in collaborazione con la Fondazione Crui ripropone il "Programma di tirocini del Ministero degli Affari Esteri", iniziativa che ha come obiettivo quello di avvicinare il mondo accademico a quello del lavoro offrendo a laureandi e neo-laureati italiani la possibilità di effettuare un periodo di formazione-lavoro presso il Ministero, le sue rappresentanze diplomatiche, gli uffici consolari, le rappresentanze permanenti presso le organizzazioni internazionali e gli Istituti di Cultura.

I tirocinanti potranno quindi approfondire la loro personale formazione, e al tempo stesso sperimentare la realtà lavorativa, comprendendo logiche e sistemi di relazioni proprie del mondo produttivo.

Il Programma è riservato ai laureati di I livello e a laureandi e neolaureati di laurea specialistica, di laurea magistrale a ciclo unico e di vecchio ordinamento particolarmente meritevoli e potenzialmente interessati a conoscere direttamente e concretamente aspetti e attività svolte dalla Pubblica Amministrazione nel settore delle relazioni internazionali.

La domanda di partecipazione può essere presentata anche online collegandosi all’indirizzo www.crui.it/tirocini/tirociniwa entro e non oltre il prossimo 8 febbraio. La versione integrale del bando è all’indirizzo http://www.formazionepiu.it/files/file/Bando_MAE%2019_1_2010.pdf. (aise)

 

 

 

 

E’ uscito “Bellunesi nel mondo” di gennaio

 

Belluno - I mesi autunnali sono i più ricchi di incontri e di feste per le nostre “Famiglie”, in Italia e all’estero. Così il primo numero dell’anno 2010 di “Bellunesi nel Mondo” riserva buona parte del giornale a questi particolari avvenimenti, come quelli che hanno  vissuto la Famiglia Nord Reno Westfalia, l’ Argovia Soletta  e Locarno in Svizzera,  Parigi, Trento e  Padova, e, tra gli ex emigranti, la Famiglia Feltrina,  l’Agordina, l’Alpago, Alano di Piave, Lamon e Longaronese: tutti momenti di grande valore umano e associativo.  Un altro avvenimento cui il giornale dà ampio rilievo è la “Consulta dei Veneti nel Mondo” di Montevideo (tra l’altro, di Luciano Sacchet, presidente della Famiglia della capitale dell’Uruguay, e   responsabile  in loco dell’organizzazione della Consulta, c’è un intervista sulla sua adesione a bellunoradici.net), così come non viene dimenticata l’assemblea generale della Confederazione delle Associazioni Venete della Svizzera che ha eletto il suo nuovo consiglio direttivo.

  Il giornale si era aperto con una bella pagina del direttore Vincenzo Barcelloni su “Paure e speranze per l’anno nuovo”, con un forte appello alla solidarietà verso chi, anche da noi, è stato colpito dalla crisi che non ha certo risparmiato la nostra provincia. A conclusione (vedi foto) una pagina sulla simpatica e significativa iniziativa della Regione di  donare ad una comunità veneta del Messico un leone di San Marco in pietra, opera di due nostri scultori, Beppino Lorenzet e Luciano Minati. (Inform)

 

 

 

Italien. Ciao, Bambini

 

Eine Finanzspritze soll den Abschied erleichtern: Italiens Volljährige denken nicht an Auszug, sondern wohnen lieber weiter bei der Mama. Ein Minister will das ändern.

Warmes Essen, gebügelte Wäsche, günstige, weil nicht vorhandene, Miete: Italiens Volljährige wollen offenbar nicht auf eigenen Füßen stehen. "Hotel Mama" scheint bequemer zu sein als die Selbständigkeit. Italien hat in Europa eine der höchsten Raten an Kindern, die auch nach ihrem 18. Geburtstag zuhause wohnen bleiben. Der Stiefel ist quasi das Mutterland des "Hotel-Mama"-Betriebs.

 

Jetzt soll allerdings Schluss sein mit der preiswerten und bequemen Nesthockerei: Italiens Minister für öffentliche Verwaltung, Renato Brunetta, will Jugendlichen mit einer monatlichen Finanzspritze den Auszug aus dem elterlichen Heim schmackhaft machen.

Brunetta schlug in einer Sendung der Fernsehstation RAI vor, volljährigem Nachwuchs monatlich 500 Euro als Darlehen zu gewähren, damit sie ausziehen können.

Um das Programm für die umgangssprachlich "Big Babys“ genannten Jugendlichen zu finanzieren, schlug Brunetta vor, bei anderen Sozialleistungen zu sparen, etwa bei Renten und Zusatzleistungen für über 55-Jährige. "Wir sollten den Eltern weniger und stattdessen den Kindern mehr geben", sagte er im Fernsehen.

Viele Politikerkollegen scheint der Minister für seine Idee jedoch nicht gewinnen zu können: Die Regierung beeilte sich, zu erklären, dass es sich dabei nur um den Vorschlag eines Ministers handle, der nicht offiziell unterstützt werde.

(sueddeutsche.de/AFP 25)

 

 

 

 

Anteil der Einwohner mit Migrationshintergrund nimmt zu

 

In Deutschland ist der Anteil der Menschen mit ausländischen Wurzeln weiter gestiegen: 2008 waren es 15,6 Millionen der 82,1 Millionen Einwohner, so das Statistische Bundesamt. Die Mehrheit unter ihnen sind Deutsche.

 

WIESBADEN -  Der Anteil der Einwohner Deutschlands mit Migrationshintergrund nimmt zu: Im Jahr 2008 hatten 15,6 Millionen von insgesamt 82,1 Millionen Einwohnern ausländische Wurzeln, wie das Statistische Bundesamt am Dienstag in Wiesbaden mitteilte. Das waren 19 Prozent der Gesamtbevölkerung. Im Jahr 2005 lag dieser Anteil bei 18,3 Prozent, 2007 bei 18,7 Prozent.

 

Vom Jahr 2007 auf das Jahr 2008 hin nahm die Zahl der Einwohner mit Migrationshintergrund laut Statistik durch Zuzug und Geburten um 155.000 zu. Im selben Zeitraum ging die Zahl der Einwohner ohne einen solchen Hintergrund um 277.000 auf 66,6 Millionen zurück.

 

Von den 2008 gezählten Einwohnern mit Migrationshintergrund waren nach Angaben des Statistikamts etwa 7,3 Millionen Ausländer; das entsprach einem Anteil von 8,9 Prozent an der Gesamtbevölkerung. 8,3 Millionen waren Deutsche; das entsprach einem Anteil von 10,1 Prozent. Die Rangliste der Herkunftsländer führt die Türkei mit gut 2,9 Millionen Migranten an, gefolgt von den Nachfolgestaaten der ehemaligen Sowjetunion mit knapp 2,9 Millionen, Polen mit 1,4 Millionen und den Nachfolgestaaten des ehemaligen Jugoslawien mit insgesamt 1,3 Millionen. (dpa 26)

 

 

 

 

Böhmer zu dem Mikrozensus: "Nötig ist eine nationale Kraftanstrengung für eine bessere Bildung der Migranten"

 

"Die aktuellen Zahlen aus dem Mikrozensus belegen: Integration ist eine

Schicksalsfrage für unser Land. Denn während die Gesamtbevölkerung in Deutschland abnimmt, steigt die Zahl der Menschen aus Zuwandererfamilien. Zugleich ist die Gruppe der Migranten auch deutlich jünger als der Schnitt der deutschen Bevölkerung. Deutschland wird also vielfältiger.

 

Umso wichtiger ist eine engagierte und nachhaltige Integrationspolitik." Das

erklärte Staatsministerin Maria Böhmer zu heute vom Statistischen Bundesamt

vorgelegten Zahlen aus dem Mikrozensus. Danach hatten im Jahr 2008 insgesamt 15,6 Millionen der 82,1 Millionen Einwohner einen Migrationshintergrund. Das

entspricht einem Anteil von 19 Prozent. Im Vergleich zu 2007 ist die Zahl der

Migranten in Deutschland um 0,3 Prozent gestiegen.

 

"Unser Ziel ist die gleichberechtigte Teilhabe aller Menschen in unserem Land.

Voraussetzung dafür sind gute deutsche Sprachkenntnisse sowie eine qualifizierte

Bildung und Ausbildung. Doch gerade die Bildungssituation der Migranten ist nach

wie vor alarmierend", erklärte Böhmer. Laut Statistischem Bundesamt haben 14,2

Prozent der Migranten keinen Schulabschluss - im Vergleich zu 1,8 Prozent der

deutschen Bevölkerung. Ein ähnliches Bild ergibt sich bei der Berufsausbildung:

44,3 Prozent der Zuwanderer fehlt ein beruflicher Abschluss. Bei der Bevölkerung

ohne Migrationshintergrund sind es 19,9 Prozent. "Nötig ist eine nationale

Kraftanstrengung für eine bessere Bildung von Migranten", betonte die

Integrationsbeauftragte der Bundesregierung. "Hier sind vor allem die Länder

gefordert. Sie haben im Nationalen Integrationsplan zugesagt, die Leistungen der

ausländischen Schüler denen der deutschen bis 2012 anzugleichen sowie die Quote

der Schulabbrecher zu halbieren. Davon sind wir noch meilenweit entfernt, wie die

aktuellen Zahlen belegen. Deshalb appelliere ich an die Länder, Schulen mit einem

hohem Migrantenanteil konsequent stärker zu unterstützen. Die Jugendlichen aus

Zuwandererfamilien dürfen unter keinen Umständen die verlorene Generation sein",

so Böhmer. Pib, de.it.press

 

 

 

 

Studie. Heimatgefühl von Muslimen: Fremd im eigenen Land

 

Eine Studie vergleicht das Befinden von Muslimen in Europa. Das Ergebnis ist fatal für Deutschland - doch positiv für Berlin. Von Ferda Ataman

 

Terrorabwehr, Kampf der Kulturen, Gesinnungsfragen bei Einbürgerungstests - die Debatten über Muslime in Deutschland haben offenbar ihre Spuren hinterlassen. Erstmals wurde untersucht, wie sich Muslime in elf verschiedenen europäischen Städten fühlen und wo sie sich in der Gesellschaft einordnen. Deutschland kommt in der Studie in einem wesentlichen Punkt am schlechtesten weg: Nur rund ein Viertel der befragten Muslime in Berlin und Hamburg identifizieren sich mit Deutschland - im Gegensatz etwa zu London, wo sich 70 Prozent der Muslime als Briten verstehen, in Leicester sogar 82 Prozent.

 

Das Gefühl, ein Fremdkörper im eigenen Land zu sein, hängt offenbar damit zusammen, dass laut Studie nur elf Prozent der deutschen Muslime glauben, sie werden von Deutschen ebenfalls als solche betrachtet. Demnach fühlen sich Muslime in allen anderen Ländern stärker angenommen als in der Bundesrepublik.

 

Die Studie gehört zum Forschungsprogramm "At Home in Europe - Muslims in Europe" des Open Society Institut in England und wurde am Montag im Roten Rathaus vorgestellt. Dafür waren 2200 Muslime und Nicht-Muslime in Deutschland, Großbritannien, Schweden, Frankreich, Belgien, Dänemark und den Niederlanden interviewt worden. Die Berliner Forscher befragten in Kreuzberg 200 Menschen mit unterschiedlicher Herkunft und Lebenssituation und werteten die ausführlichen Antworten aus. Ihre Ergebnisse unterstreichen, was das kürzlich vom Senat verkündete Stadt-Monitoring bereits zeigt: Die Stimmung in Berlins Einwanderervierteln ist angespannt.

 

Zwar identifizieren sich 70 Prozent der hier lebenden Muslime mit ihrer Nachbarschaft und fühlen sich ihr "stark zugehörig", sagt die Ethnologin Nina Mühe von der Europa-Universität in Frankfurt (Oder), die den Berliner Teil der Umfrage erstellt hat. Doch jeder zweite Befragte gab an, wegen seiner Religion oder Herkunft diskriminiert worden zu sein. Die wenigsten fühlen sich als Muslime akzeptiert. Gleichzeitig gäbe es auch positive Tendenzen: Viele Muslime seien politisch und zivilgesellschaftlich engagiert, sagt Mühe, die Konvertitin ist und im Verein Inssan tätig war. Rund 80 Prozent der Wahlberechtigten beteiligen sich demnach an Wahlen.

 

"Die Studie ist zwar nicht flächendeckend und damit nicht repräsentativ", sagt der Berliner Ethnologe Werner Schiffauer, der an der Studie mitwirkte, "sie zeigt aber exemplarisch das Bild in verschiedenen europäischen Einwanderervierteln."

 

Die Untersuchung, die nach Zugang zu Arbeitsplätzen, Gesundheitsversorgung und Bildungsmöglichkeiten fragte, ist nicht die erste, die auf Diskriminierungserfahrungen hinweist. Zahlreiche Befragungen zur Identität von eingewanderten Muslimen kamen zu ähnlichen Ergebnissen.

 

Zuletzt veröffentlichte die in Wien ansässige Agentur der Europäischen Union für Grundrechte 2009 einen Bericht, wonach jeder dritte Muslim sich in der Europäischen Union ungerecht behandelt fühlt. Auch laut der Studie "Muslime in Deutschland", die das Bundesinnenministerium 2007 vorlegte, fühlt sich knapp die Hälfte der 1750 Befragten von der deutschen Bevölkerung abgelehnt.

 

Berlins Integrationsbeauftragter Günter Piening findet die neueste Studie zu muslimischen Befindlichkeiten "wirklich alarmierend". Die Untersuchung bringe einen "gefühlten Ausschluss" zum Ausdruck und zeige: "In allen anderen Ländern werden Einwanderer besser integriert als bei uns." Piening führt das zurück auf die Folgen einer viel zu spät begonnenen Einwanderungspolitik.

 

Einen wesentlichen Grund für den festgestellten Integrationsmangel sehen die Studienmacher im exklusiven, deutschen Staatsbürgerrecht. Zwar seien Muslime längst ein "selbstverständlicher Teil des Berliner Alltags", doch noch immer könne etwa die Hälfte keinen Einfluss auf die Politik nehmen oder ihre Stadtteile mitgestalten. Tsp 26

 

 

 

 

Integration. Muslime fühlen sich als Berliner

 

In der Stadt sind sie längst heimisch, im Land aber noch lange nicht - so das Ergebnis einer Befragung von Muslimen in Berlin VON ALKE WIERTH

 

Berliner Muslime fühlen sich mit der Stadt sehr verbunden. Mit Deutschland identifizieren sie sich dagegen erheblich weniger. Das ist das Ergebnis einer Studie über Muslime in Europa, deren Berliner Teil der Senatsintegrationsbeauftragte Günter Piening am Montag vorgestellt hat. Das Forschungsprojekt "Zuhause in Europa", koordiniert vom Londoner Open Society Institute, hat in elf europäischen Städten von Stockholm über London und Berlin bis Marseille die Identifikation muslimischer EinwohnerInnen mit der Mehrheitsgesellschaft untersucht. Dafür wurden insgesamt 2.200 Muslime und Nichtmuslime befragt und Gespräche mit VertreterInnen muslimischer Verbände sowie von Politik und Verwaltung geführt.

Erheblich größer als andernorts sei in Berlin die Diskrepanz zwischen der Identifikation der befragten Muslime mit der Stadt auf der einen und dem Staat auf der anderen Seite, so die Ethnologin Nina Mühe von der Viadrina-Universität Frankfurt/Oder. Sie hat für den Berliner Teil der Studie jeweils einhundert Muslime und Nichtmuslime interviewt sowie sechs Gruppengespräche und achtzehn ExpertInneninterview durchgeführt.

Während sich 80 Prozent - gegenüber 76 Prozent der Nichtmuslime - stark mit ihrem Wohngebiet und Berlin identifizieren, empfinden nur halb so viele die gleiche Verbundenheit gegenüber Deutschland. Sogar nur 25 Prozent der Befragten betrachten sich als Deutsche - obwohl jeder Zweite von ihnen deutscher Staatsbürger ist. Und nur 11 Prozent sind der Meinung, auch von anderen als Deutsche angesehen zu werden.

Da unterscheiden sich die Berliner Ergebnisse deutlich vom europäischen Mittelwert: 72 Prozent der europaweit befragten Muslime identifizieren sich mit ihrer Stadt. Und 61 Prozent auch mit dem Land, in dem sie leben - das sind 20 Prozent mehr als in Deutschland. Spitzenreiterin unter den Städten ist dabei London: Dort haben 72 Prozent der Muslime eine starke Verbundenheit zur Nation, 40 Prozent haben das Gefühl, auch von anderen Briten als Mitbürger betrachtet zu werden.

Die schlechten Berliner Ergebnisse, so Werner Schiffauer, Professor für Ethnologie an der Viadrina-Universität und wissenschaftlicher Berater der europäischen Studie, seien Ergebnis der unterschiedlichen Blickwinkel, mit denen Debatten über Integration auf nationaler und lokaler Ebene geführt würden: "Während der nationale Diskurs abstrakte Fragen wie Werte und Voraussetzungen von Zugehörigkeit in den Fokus stellt, geht es lokal um pragmatische Fragen von Partizipation und praktischem Zusammenleben", so Schiffauer: Der nationale Diskurs grenze aus, der lokale schließe ein.

Als positives Beispiel führten Schiffauer und Piening das Berliner Islamforum an: Hier setze sich Innensenator Ehrhardt Körting (SPD) selbst mit muslimischen Organisationen zusammen, obwohl diese teilweise vom Verfassungsschutz beobachtet würden. Auf nationaler Ebene, so Schiffauer, sei das "ein Ausschlusskriterium" für jeden Dialog. Selbst ein von Muslimen regelmäßig eingefordertes Bekenntnis zu bestimmten Werten ändere das meist nicht: Es werde ihnen schlicht nicht geglaubt, so Schiffauer.

Dass solches Vorgehen falsch sein könnte, legen Mühes Erhebungen nahe: Die befragten Muslime und Nichtmuslime sind sich auf der Ebene abstrakter Werte nämlich sehr nahe. So liegt die Übereinstimmung bei Prinzipien wie Toleranz oder Religionsfreiheit bei 75 Prozent. Trotzdem glaubt ein Großteil der Muslime nicht, dass ihre Nachbarn diese Werte teilen. Ihre Verbundenheit mit Berlin beeinträchtigt das offenbar nicht.

Wenn Deutschland also "europaweit Schlusslicht bei der nationalen Identifikation von Muslimen" sei, so Pienings Fazit, belege die Befragung, dass dies nicht mit Integrationsunwillen oder gar "Ablehnung der Verfassung" zu tun habe. Stattdessen seien es Ausgrenzung und "Mangel an Anerkennung", die den lokal gut integrierten Muslimen staatliche Identifikation erschwere. Sie fühlten sich "ins Abseits gedrängt", so der Integrationsbeauftragte. Mehr als 50 Prozent der in Berlin befragten Muslime hatten angegeben, persönliche Erfahrungen mit ethnischer oder religiöser Diskriminierung gemacht zu haben.

Ein ausführlicher Abschlussbericht der Studie soll im April veröffentlicht werden. Taz 26

 

 

 

 

Integration in Frankfurt. Gegen die unsichtbare Hand

 

Wenn ich auf Deutsch schreiben möchte, dann ist das so, als versuchte eine unsichtbare Hand, mich daran zu hindern." Bildhaft beschreibt Ayla Bonacker den Widerstand, gegen den sie ankämpft, wenn sie in der Sprache schreibt, die nicht ihre Muttersprache ist. Von der "unsichtbaren Hand" lässt sich die türkischstämmige Frankfurterin aber nicht mehr abhalten . Inzwischen verfasst sie sogar Gedichte auf Deutsch. Ohne "Geburtshilfe", so ist den Ausführungen der 64-Jährigen zu entnehmen, hätte das wohl nicht geklappt.

 

Geschichten auf Deutsch schreibt auch Venera Tirreno Schneider, die ebenfalls keine Muttersprachlerin ist. Sie stammt aus Italien und besucht wie Ayla Bonacker regelmäßig den Literaturclub der Frauen aus aller Welt. Die Gruppe setzt sich zusammen aus etwa 15 Frauen, die unter anderem aus Armenien, Kanada, Italien, Kroatien und der Türkei stammen, verschiedenen Berufen nachgehen und unterschiedlichen Alters sind. Mit dabei ist etwa die aus Kanada stammende 66-jährige Lori Tengler, die 40-jährige Tamara Labas-Primorac und die 1986 aus Armenien emigrierte Agapi Mkrtchian. Die Lust am literarischen Schreiben und der Ehrgeiz, sich auf Deutsch auszudrücken und das Können zu verfeinern, eint die Frauen.

 

Professionelle "Geburtshilfe" bekommt die Gruppe von Thomas Beckermann, pensionierter Lektor und ehemals Leiter des Frankfurter Literaturhauses. Er geht mit den Hobby-Literatinnen die Texte durch, erklärt, warum Redewendung beziehungsweise Formulierungen gelungen oder nicht verständlich sind.

 

Diskutiert wird reichlich und heftig bei den Treffen, die einmal im Monat, immer am zweiten Mittwoch, in den Räumen der Frauenbetriebe in Bockenheim stattfinden. Dreieinhalb Stunden pflücken Beckermann und die Teilnehmerinnen des Literaturclubs ganze Texte oder einzelne Sätze auseinander, widmen sich Fragen wie etwa der, was mit "Schweigezeichen" gemeint sein könnte. Eben dieses Wort taucht nämlich im Zusammenhang mit Noten in einem Text auf. Die Autorin, die das deutsche Pendant - nämlich Pausenzeichen - nicht kannte, hatte das Wort direkt aus ihrer Sprache übertragen.

 

Kritik verfeinert das Sprachgefühl - "Die Reaktionen auf Kritik sind unterschiedlich", sagt Agapi Mkrtchian. Die eine reagiere empfindlicher als die andere, doch alle seien sich im Klaren darüber, dass sie über die Kritik ihr Sprachgefühl verfeinern. Entmutigt fühlt sich keine der Frauen. Im Gegenteil. Die Diskussionen um Sprache und Inhalt bringe sie alle persönlich weiter, betonen sie.

 

In der Gruppe sind auch Muttersprachlerinnen wie Susanne Czuba-Konrad und Barbara Höhfeld , die die Diskussion um Redewendungen, Metaphern und Satzkonstruktionen als bereichernd für ihr eigenes Schreiben empfinden.

 

Das Interesse am Schreiben, an Sprache und Literatur bringt die einheimischen und emigrierten Frauen zusammen, sind die Treffen ein Beispiel von gelebter Integration in Frankfurt.

 

Die Anfänge des Literaturclubs gehen auf eine Schreibwerkstatt zurück, die die aus dem Iran stammende Autorin Shirin Kumm erstmals vor zwölf Jahren angeboten hat. Einige der Frauen sind von Anfang an dabei, andere sind im Laufe der Jahre dazugestoßen. Aus der lockeren Runde ist inzwischen ein eingetragener Verein geworden, der vom Frauenreferat und auch vom Amt für multikulturelle Angelegenheiten gefördert wird. Zwei Anthologien hat der Literaturclub bislang herausgegeben; eine dritte ist derzeit in Arbeit. Die Hobby-Literatinnen veranstalten zudem Lesungen und tragen ihre Texte auf Einladung auch bei Veranstaltungen vor. www.literaturclub-frauen.de   CANAN TOPÇU FR 26

 

 

 

Islam-Debatte. Anti-Dilettanti!

 

Caroline Fetscher über die deutsche Islam-Debatte.

 

Tür an Tür mit unserer Wohngemeinschaft im Hamburger Stadtteil St. Pauli wohnte Mitte der achtziger Jahre eine muntere Familie von „Gastarbeitern“. Mutter und Vater waren Cousin und Cousine, einander von Geburt an versprochen und nach knapp einer Handvoll Schuljahren als Teenager verheiratet worden. Ihre fünf hellwachen Sprösslinge rutschten, einer nach dem anderen, in die Sonderschulen der Hansestadt ab. Mit „Ausaufgamm“ konnten die Eltern wenig anfangen.

 

Nein, das ist keine antiislamische Einleitung. Rosaria und Luigi B. waren und sind katholische Sizilianer vom Land. Allerdings: Lange haben solche Biografien die Öffentlichkeit kaum berührt. Das ist heute endlich anders. Überall, wo Abertausende in Ballungsgebieten ähnliche Lebensläufe aufzubieten haben, setzen sich mittlerweile Schulleiter, Politiker und Publizisten mit oder ohne Migrationshintergrund für soziale, ökonomische Partizipation ein. Wunderbar – doch es passiert etwas Erstaunliches. Da die meisten der chancenarmen Migranten muslimischer Herkunft sind, geraten Reformer und Kritiker unter den Generalverdacht, „antiislamisch“ oder gar „kolonialfeministisch“ zu denken, wie eine Kommentatorin der „taz“ sich entrüstete.

 

Tatsächlich konfrontieren gerade couragierte Muslime wie Necla Kelek, Seyran Ates, Hamed Abdel-Samad, Ayaan Hirsi Ali oder Irshad Manji muslimische Communities mit Forderungen nach Säkularismus, Pluralismus und sexueller Emanzipation. Tatsächlich werden ihre Argumente auch von Gruppen aufgegriffen, die jeweils Teilaspekte des Diskurses für sich nutzbar machen, von Feministinnen wie Konservativen, die mitunter temporäre Allianzen oder Zweckbündnisse bilden. In den Feuilletons, die schubweise das Thema entdecken und wieder fallen lassen, gibt es dieser Tage großes Hauen und Stechen. Manche wittern in der partiellen Eintracht zwischen CDU und „Emma“ biopolitische, sogar faschistoide Tendenzen.

 

Krummer könnten Fronten kaum konstruiert werden. Sicher existiert seit der sehr realen Zerstörung durch die Anschläge des 11. September neben berechtigter Sorge und Aufmerksamkeit auch dumpfe Islamophobie, die alle Merkmale der Fremdenfeindlichkeit trägt. Ausgerechnet demokratisch denkende Muslime, die patriarchale Traditionen kritisieren, oder Lokalpolitiker, die für Integration streiten, in einen Wok mit Neonazis zu werfen, ist allerdings grotesk. Grotesk, weil die politischen Ziele der Gruppen einander ausschließen, weil die Parallelisierung die schwere Arbeit der Reformer desavouiert und weil das, wieder mal, genau die Generation gefährdeter Heranwachsender ignoriert, um deren Chancen es gehen muss. Für sie ist die Fähigkeit der Erwachsenen zu produktiver Kritik existenziell.

 

Wechseln wir die Perspektive, um klarer zu sehen: Über die Gewalt missbrauchender zölibatärer Kleriker und Nonnen werden, etwa in Irland und Amerika, seit Jahren kiloweise Akten publik, Skandalöses kommt heraus. Antikatholische Umtriebe? Unsinn. Nur das, nur kritische Aufklärung sorgt für den notwendigen Reformdruck von innen wie von außen.  Tsp 25

 

 

 

 

 

Etappensieg für Flüchtlinge

 

Gewonnen haben vorerst die Hilfsorganisationen -  KOMMENTAR VON RUDOLF BALMER

 

Es war das erste Mal, dass eine ganze Gruppe von "Boat people" auf Korsika strandete. Und geht es nach den lokalen Behörden und der Pariser Zentralregierung, dann darf so etwas nie wieder vorkommen. Keinesfalls soll Korsika wie die italienische Mittelmeerinsel Lampedusa zum Etappenziel für Flüchtlinge werden. Demonstrativ griffen die französischen Behörden hart durch.

Aus derselben Überlegung hatte auch Frankreichs Immigrationsminister Eric Besson den "Dschungel" von Calais mit dem Bulldozer von Flüchtlingen aus Afghanistan "reinigen" und trotz der herrschenden Ungewissheit und trotz aller Proteste einige von ihnen nach Kabul ausfliegen lassen. Erst im Nachhinein wurde sein Vorgehen vom höchsten Verwaltungsgericht getadelt. Gelernt hat dieser zu Sarkozy übergelaufene Exsozialist daraus nichts. Als an der korsischen Küste kurdische Familien anlandeten, war sein alleiniges Ziel, erneut ein Exempel gegen die illegale Immigration zu statuieren. Die unter Druck gesetzten Behörden improvisierten und missachteten in ihrem überstürzten Vorgehen die elementarsten Rechte der 124 Flüchtlinge.

Für diese Menschenrechtsverletzung kassiert Besson nun dankenswerterweise eine gehörige (politische) Ohrfeige. Ein Exempel wurde tatsächlich statuiert, aber nicht im Sinne der repressiven Politik der Regierung. Gewonnen haben vorerst die Hilfsorganisationen. Sie haben den Beweis erbracht, dass die "Heimat der Menschenrechte" das Asylrecht nicht als "vernachlässigbare Größe" behandeln darf, nur weil die Staatsräson verlangt, die Mauern der Festung Europa gegen den so beängstigenden Ansturm von Elenden und Verfolgten aus den Hinterhöfen der Welt noch dicker und höher zu bauen. Taz 25

 

 

 

 

Migranten. Wulff fordert mehr Zuwanderer in deutschen Firmen

 

Niedersachsens Ministerpräsident Christian Wulff hat sich dafür ausgesprochen, dass deutsche Firmen mehr Zuwanderer einstellen sollen. "Es muss uns gelingen, auch ohne Quote den Anteil von Migranten zu erhöhen", sagte der CDU-Politiker. Die Türkische Gemeinde in Deutschland sieht dies anders.

 Niedersachsens Ministerpräsident Christian Wulff (CDU) kritisiert Vorurteile gegenüber Zuwanderern in deutschen Unternehmen. „Ein großes Problem ist es im Moment, dass es zum Teil Ressentiments in der Wirtschaft gibt“, sagte Wulff. Gleichzeitig sprach er sich dafür aus, dass mehr Migranten eingestellt werden sollen. „Es muss uns gelingen, auch ohne Quote den Anteil von Migranten im öffentlichen Dienst und in Unternehmen zu erhöhen“, sagte Wulff.

Bei der Polizei und Lehrern gebe es dagegen bereits gute Erfahrungen mit einer wachsenden Zahl von Migranten. Nicht so in Unternehmen. Hier würden noch viele Vorurteile existieren. Zudem würde in den Unternehmen nicht erkannt werden, welche Vorteile Beschäftigte mit Migrationshintergrund durch ihre Mehrsprachigkeit mit sich bringen könnten, sagte Wulff.

Tests würden zeigen, dass ein Bewerber, „der Meyer, Müller, Schulz heißt“, schon allein wegen seines Namens eine höhere Chance habe, zum Bewerbungsgespräch eingeladen zu werden als ein Bewerber mit ausländischen Wurzeln. Auch wenn beide gleich qualifiziert sind.

Wulff reagierte damit auf den neuesten Vorschlag von Maria Böhmer (CDU), der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung. Diese hatte gefordert, dass mehr Einwanderer im öffentlichen Dienst eingestellt werden sollen. Schließlich habe jeder Fünfte in Deutschland einen so genannten Migrationshintergrund.

“Besonders dringend benötigen wir mehr Lehrerinnen und Lehrer sowie Erzieherinnen mit Migrationshintergrund“, schrieb Böhmer auf ihrer Internetseite. Eine Quote stehe allerdings „nicht zur Diskussion.“

Die Türkische Gemeinde in Deutschland dagegen sieht dies anders, ganz anders. „Falls sich nichts ändert, muss als letzter Ausweg eine Quote her“, sagte Kenan Kolat, Bundesvorsitzender der Türkischen Gemeinde in Deutschland WELT ONLINE. Laut Kolat spreche für eine Quote, dass „in den Behörden so viele Menschen mit Migrationshintergrund arbeiten sollten, wie ihr Anteil in der Bevölkerung ist".

Zwar sei es richtig, dass dieser bundesweit bei zwanzig Prozent liegt. „Aber das bedeutet eben auch, dass er in einigen Gebieten höher ist. Oder eben niedriger.“ Dass müsse im Einzelfall berechnet werden. Anstatt nur zu fordern, könne Frau Böhmer ja mit „gutem Beispiel vorangehen“. Und mehr als die durchschnittlichen 20 Prozent einstellen. Schließlich leite sie eine Integrationsbehörde. Dpa 26

 

 

 

 

 

Nach Erdbeben in Haiti. Geberländer sagen langfristige Hilfen zu

 

Haiti hat die internationale Gemeinschaft nach dem verheerenden Erdbeben vor zwei Wochen um langjährigen Beistand gebeten. Das Land brauche mindestens fünf bis zehn Jahre lang Hilfe beim Wiederaufbau, sagte Ministerpräsident Jean-Max Bellerive am Montag bei der Geberkonferenz im kanadischen Montreal. Das Volk sei ausgeblutet, gemartert und am Boden zerstört. „Die Menschen von Haiti brauchen mehr und mehr und mehr Hilfe, um den Wiederaufbau zu schaffen.“ Inzwischen hat sich die offizielle Zahl der Todesopfer des Erdbebens nach Angaben der Regierung in Port-au-Prince auf 150.000 erhöht. Es wird aber befürchtet, dass die tatsächliche Zahl der Toten um vieles höher liegt.

Bei dem Treffen sollten der akute Bedarf im Katastrophengebiet geklärt und erste Weichen für den Wiederaufbau gestellt werden. Unter anderem nahmen an der Konferenz die amerikanische Außenministerin Hillary Clinton und ihr französischer Amtskollege Bernard Kouchner teil, sowie Vertreter von weiteren zwölf Staaten und der Europäischen Union.

Die Geber verpflichteten sich, Haiti über die nächsten zehn Jahre zu unterstützen, konkrete finanzielle Zusagen standen zunächst nicht auf der Tagesordnung. Auch Haiti selbst wies Forderungen von Hilfsorganisationen beispielsweise nach einem Schuldenerlass vorerst zurück. „Angesichts der tatsächlichen Not, die herrscht, ist unser Schuldenproblem klein“, sagte Ministerpräsident Bellerive. „Was wir brauchen sind langfristige Zusagen.“

„Größte Herausforderung“ des Welternährungsprogramms seit 40 Jahren

Die „New York Times“ berichtete unterdessen, die Regierung des bitterarmen Karibikstaates beziffere den Bedarf an finanzieller Hilfe für die notleidende Bevölkerung und den Wiederaufbau auf 3 Milliarden Dollar (2,1 Milliarden Euro). Das Welternährungsprogramm (WFP) der Vereinten Nationen warnte, die Überlebenden des Erdbebens müssten viel länger versorgt werden als angenommen.

 „Ursprünglich hatten wir mit zwei Millionen Menschen gerechnet, die wir sechs Monate versorgen müssen“, sagte WFP-Chefin Josette Sheeran in New York. „Jetzt gehen wir von mindestens zwölf Monaten aus.“ Das Projekt Haiti sei eine der größten, wenn nicht die größte Herausforderung, vor der das Ernährungsprogramm in 40 Jahren gestanden habe. „Deshalb fordern wir alle Armeen dieser Welt auf, uns ihre irgendwie entbehrlichen Fertigmahlzeiten zur Verfügung zu stellen“, sagte Sheeran.

Die Teilnehmerstaaten beschlossen eine internationale Konferenz zur Finanzierung des Wiederaufbaus für März. Sie soll am Hauptsitz der Vereinten Nationen in New York stattfinden. „Wir versuchen, das in einer sinnvollen Reihenfolge zu tun“, sagte Clinton. „Gelegentlich gibt es Geberkonferenzen, ohne dass man eine Idee davon hat, was man mit dem Geld anfangen will.“

Unterdessen wurden Pläne der haitianischen Regierung bekannt, das weitgehend zerstörte Zentrum von Port-au-Prince für einige Zeit abzuriegeln. Während dieser Zeit sollten Ruinen und Schutt beseitigt und neue Gebäude errichtet werden. „Wir müssen die Menschen dazu bewegen, in ihre Heimatprovinzen zu gehen, indem wir dort die Lebensbedingungen verbessern“, sagte Jean Baleme Mathurin, Wirtschaftsberater von Bellerive. Nach seinen Worten haben bereits 400.000 der etwa 3 Millionen Einwohner die Stadt verlassen.

EU schickt hunderte Gendarmeriekräfte

Haiti brauche einen klaren Fahrplan, um den Wiederaufbau zu koordinieren, sagte Kanadas Außenminister Lawrence Cannon nach Angaben des kanadischen Senders CBC. „Technologie wird ein entscheidendes Element sein, um das Land wieder aus den Ruinen entstehen zu lassen“, sagte Cannon. Gerade Windkraft könnte eine entscheidende Rolle spielen, weil sie das Land unabhängig von fossilen Brennstoffen machen könne. „Haiti und die, die da helfen wollen, sollten jede Chance nutzen, um das Land besser aufzubauen, als es war.“ Zuvor hatte Kanada einen umfassenden Schuldenerlass für Haiti angeregt.

Inzwischen sagte die EU zu, sich mit einer mehrere hundert Mann starken Polizeimission an den Hilfsmaßnahmen in Haiti zu beteiligen. Dabei handelt es sich um Gendarmeriekräfte, die wegen ihres paramilitärischen Zuschnitts als besonders geeignet gelten, in einem Erdbebengebiet zur Wahrung der Sicherheit beizutragen. Nur wenige EU-Staaten verfügen über solche Einsatzkräfte, weshalb sich bisher vor allem Frankreich, Italien, die Niederlande, Spanien und wohl auch Rumänien an der Mission beteiligen wollen. Die Außenbeauftragte Ashton sagte, dass mindestens 300 Mann entsandt werden. Deutschland, das keine Gendarmeriekräfte hat, wird sich nicht beteiligen.

„Amerika verwechselt Hilfe und Militäreinsatz“

Die EU hatte vergangene Woche bereits beschlossen, 122 Millionen Euro an humanitärer Nothilfe und 100 Millionen Euro für den Wiederaufbau Haitis zur Verfügung zu stellen. Weil die Vorbereitung für einen normalen EU-Einsatz so lange dauert, dass die Kräfte bei ihrer Ankunft in Haiti vielleicht nicht mehr gebraucht würden, soll der Einsatz im wesentlich von den beteiligten Mitgliedstaaten getragen, aber von einer EU-Stelle in Brüssel koordiniert werden. Der Übergangsleiter der UN-Mission in Haiti (Minustah), Edmond Mulet, sagte unterdessen dem Sender CNN, er brauche zur Verteilung der Hilfsgüter dringend mehr Personal und Soldaten, aber auch mehr Fahrzeuge. Mulet lobte den Einsatz der amerikanischen Soldaten, der vom Chef des italienischen Zivilschutzes, Guido Bertolaso, der sich derzeit in Haiti aufhält, als wirkungslos kritisiert worden war.

Washington zeige zwar Stärke, aber es fehle an Koordination, sagte Bertolaso am Montag im Fernsehen. Im Gespräch mit einer italienischen Zeitung hatte er gesagt: „Die Amerikaner sind außergewöhnlich, aber in einer chaotischen Situation neigen sie dazu, militärisches Eingreifen mit humanitärer Hilfe zu verwechseln, die den Streitkräften nicht anvertraut werden kann“. Außenminister Franco Frattini distanzierte sich von den Äußerungen. Sie dürften nicht als politische Kritik an Washington missverstanden werden. Bertolaso, der Ministerrang hat, erwarb sich bei den Rettungsarbeiten nach dem Erdbeben in L'Aquila internationales Ansehen.

Text: FAZ.NET mit nbu.

 

 

 

Haiti nach dem Beben. Militär und Hilfe

 

Unbürokratische Hilfe ist nach Naturkatastrophen immer willkommen. Wenn es aber das Pentagon ist, das ohne viel Federlesens Einheit um Einheit ins Erdbebengebiet verlegt, wird manchen mulmig zumute. Ohne die straffe amerikanische Führung wäre zwar noch mehr Haiti-Hilfe schon im Luftraum über Port-au-Prince aufgehalten worden. Dennoch würden in der Region viele gern mehr über Obamas Pläne erfahren: Wie lange bleiben die Amerikaner?

Die Frage ist berechtigt. Nicht weil die Maulhelden von Caracas und Managua recht hätten, welche den Vereinigten Staaten eine gewohnheitsmäßige Lust an der Okkupation unterstellen. Sondern weil es in Haiti „eine fortgesetzte Bereitschaft einflussreicher Kräfte im Land gibt, öffentliche Spannungen anzuheizen, um ihre eigenen Interessen voranzubringen“. Das hat der UN-Generalsekretär gesagt - vor dem Beben.

 

Politisches Vakuum - In dem politischen Vakuum, das in den Ruinen des Regierungsviertels von Port-au-Prince fassbar wird, werden sich bewaffnete Gruppen in Stellung bringen. Dem Sicherheitsrat hatte Ban Ki-moon im Oktober berichtet, dass in Haiti „diejenigen, die politische Ziele verfolgen, und jene, die den Stabilisierungsprozess zum Schutz persönlicher Interessen untergraben“, Notlagen der Bevölkerung skrupellos ausnutzten. Nun lockt sie die Aussicht auf beispiellose Geldströme. Die Größenordnung wird schon an diesem Montag nach der Haiti-Konferenz in Montreal deutlich werden, obwohl die Geberkonferenz auf März vertagt ist. Die Region bietet genug Anschauungsmaterial, wie Hilfsgelder nach Naturkatastrophen unterschlagen werden.

Seit dem Beben ist es in Port-au-Prince nur zu einigen Übergriffen gekommen, die von Verzweiflung oder Verrohung zeugten. Aber wer verhindert handfeste Kämpfe? Können das die Blauhelm-Soldaten aus Nepal oder Sri Lanka, zumal die UN-Mission Minustah, weil selbst schwer getroffen, führungslos ist? Auch die vom Sicherheitsrat bewilligten (aber noch nicht aufgetriebenen) 3500 zusätzlichen Soldaten und Polizisten werden der Minustah kaum den Respekt verschaffen, den die bald 20.000 amerikanischen Soldaten den Haitianern einflößen. Immerhin will sich Brasilien stärker engagieren; seine Soldaten sind im Kampf gegen Banden erprobt. Präsident Lula hat in Haiti die Chance, seinen regionalen Führungsanspruch mit Taten zu untermauern.

 

Auf wackligen Beinen  - Washington hat zwar seinen Willen zur Zusammenarbeit mit den UN bewiesen, indem es ihnen binnen einer Woche 70 Millionen Dollar für Nothilfe überwies. Auch am Flughafen von Port-au-Prince arbeitet man mittlerweile Hand in Hand; Truppentransporter und Frachtflugzeuge mit Hilfsgütern dürfen jetzt abwechselnd landen. Und Amerika hat der Minustah inzwischen schriftlich versichert, das Mandat der UN-Truppe zu respektieren. Aber die blauen Helme der Vereinten Nationen wird Oberbefehlshaber Obama seinen Soldaten kaum aufsetzen. Hatte Außenministerin Clinton den Präsidenten Préval also deshalb eine Art Blankovollmacht unterschreiben lassen, weil Amerika in Eigenregie jene Stabilisierung Haitis vollenden wollte, die nach 17 Jahren ununterbrochener UN-Präsenz auch ohne Erdbeben noch lange auf wackligen Beinen gestanden hätte? Auch das passt nicht ins Bild. Schon jetzt ist wegen Haiti der amerikanische Truppenaufwuchs in Afghanistan ins Stocken geraten. Neue Plätze zum Üben von „nation building“ sucht Obama gewiss nicht.

Aber die Vereinten Nationen können eben nur, was die Mitgliedstaaten ihnen zubilligen. Generalsekretär Ban befehligt weder Luftlandeeinheiten noch Pioniere, die einen zerstörten Hafen reparieren könnten. Amerikas Haiti-Einsatz war und ist deshalb geboten. Arbeiteten New York und Washington öfter zusammen, gäbe es weniger Reibungsflächen.

 

Schwerfälligkeit und Zerfaserung - Allerdings darf Nothilfe nicht unnötig militarisiert werden. Wasserflaschen zu verteilen ist noch keine Kunst. Aber für den Wiederaufbau ist weniger die kurzfristige Effizienz des Pentagons als der lange Atem der UN gefragt. Sie achten beispielsweise darauf, dass die Einheimischen das große Aufräumen selbst erledigen - gegen Geld. Das mag nicht der schnellste Weg sein, um den Schutt wegzuräumen. Aber es hilft Familien, wieder auf die Füße zu kommen. Zudem bleiben die UN unabhängig von Wahlzyklen, die in Staaten jene politische Hast erzeugen können, die den Herausforderungen hohnspricht.

Allerdings leidet die multinationale UN-Bürokratie unter Schwerfälligkeit und Zerfaserung. Die Koordination der humanitären Hilfe ist zwar professioneller geworden. Doch sobald Doppelstrukturen auf Dauer beseitigt, ausufernde Mandate zurechtgestutzt oder Hierarchien gestärkt werden sollen, bekommen Mitgliedstaaten „Verlustangst“ und blockieren Reformen. Freilich ist nicht alle Bürokratie schädlich. Manches geht auf Maßgaben zurück, die Mangelwirtschaft verhindern und Nachhaltigkeit garantieren sollen.

Haiti braucht jetzt zwei, die sich seit langem misstrauisch beäugen. Es gilt, was Kofi Annan in einer seiner letzten Reden als UN-Generalsekretär gesagt hat: „Die Erfahrung zeigt, dass das UN-System schlecht läuft, wenn Amerika abseitssteht. Aber es kann sehr gut funktionieren, wenn nur Amerika eine weitsichtige Führung hat.“ Andreas Ross Faz 25

 

 

 

 

Kritik von Menschenrechtlern. Frankreich missachtet Flüchtlingsrechte

 

Die französischen Behörden setzen 124 kurdische Flüchtlinge aus Syrien als illegale Immigranten in Abschiebehaft. Wegen Formfehlern müssen sie wieder aus der Abschiebehaft entlassen werden. VON RUDOLF BALMER

 

PARIS - Die 124 Menschen, die sich als Kurden aus Syrien bezeichnen, aber keinerlei Papiere bei sich trugen, waren am Freitagmorgen auf einem Strand bei Bonifacio im Süden Korsikas entdeckt worden. Dort waren sie ihren eigenen Angaben zufolge ausgesetzt worden, ohne zu wissen, dass sie sich in Frankreich befanden. Ihre beschwerliche Reise hatte vor fast einem Monat in Lastwagen begonnen, sie kamen zunächst bis Tunesien, von wo sie dann ein Schiff im Frachtraum nach Nordeuropa bringen sollte. Doch die noch unbekannten Schlepper, denen sie 6.000 Dollar pro Erwachsenen und 3.000 pro Kind bezahlt hatten, entledigten sich dann vor Korsika skrupellos nach angeblich zweitägiger Fahrt durchs Mittelmeer ihrer Passagiere.

Für den Polizeipräfekten von Südkorsika war die Sachlage klar: Diese 57 Männer, 29 Frauen (von denen fünf hochschwanger sind) und 38 zum Teil noch sehr kleinen Kinder sind illegale Immigranten, die gegen die Einreisebestimmungen verstoßen haben. Er ordnete darum ihre sofortige Abschiebung über die Grenze oder Ausweisung an. Eine erste Nacht verbrachten die Familien unter Bewachung in einer Turnhalle; am Tag danach wurden sie ohne viel Federlesens in fünf verschiedene Abschiebehaftlager auf dem Festland gebracht und dort samt ihren Kindern eingesperrt. Im Nachhinein rechtfertigte der Präfekt diese Maßnahmen als "humanitäre Geste", da er auf der Insel keine entsprechenden Unterbringungsmöglichkeiten für so viele Familien gehabt habe. Die Migranten seien den Gendarmen ja ganz "freiwillig gefolgt".

 

Sehr bald aber protestierten die französische Menschenrechtsliga und diverse Hilfsorganisationen gegen diese Behandlung der Flüchtlinge und das überstürzt wirkende Vorgehen der Behörden. Amnesty International verlangte die Freilassung dieser kurdischen "Boat people" aus der Haft, da es nicht vorstellbar sei, dass die rechtliche Situation der Familien von Fall zu Fall geprüft werde, wie dies Immigrationsminister Eric Besson vor Kameras versichert hatte. Außergewöhnlich war die Intervention des UNO-Hochkommissariats für Flüchtlinge, das die Regierung mahnte: "Die französischen Behörden müssen gewährleisten, dass alle Personen in den Genuss einer vollständigen und ausgewogenen Prüfung ihres Gesuchs kommen und im Fall einer Ablehnung die Möglichkeit einer Berufung mit aufschiebender Wirkung haben."

 

Mittlerweile musste die Regierung, die mit ihrem Vorgehen ihre Entschlossenheit im Kampf gegen illegale Immigration und kriminelle Schlepper beweisen wollte, weitgehend zurückrudern. Denn nicht nur nach Ansicht der Menschenrechtsorganisationen, sondern auch gemäß Urteil der Haftrichter von Nîmes, Marseille, Rennes, Lyon und Toulouse haben die korsischen Behörden in ihrer Eile, die unerwünschten Flüchtlinge loszuwerden, krasse Formfehler begangen und die Rechte der Betroffenen missachtet. Diese konnten zunächst keinen Anwalt kontaktieren. Darum wurden inzwischen fast alle 124 auf freien Fuß gesetzt, damit sie ein ordentliches Asylgesuch einreichen können, das den polizeilichen Ausweisungsbefehl dann außer Kraft setzt. Laut der Hilfsorganisation Cimade haben die kurdischen Flüchtlinge gute Chancen auf die Anerkennung als politische Flüchtlinge. Taz 26

 

 

 

Mehr Polizeiausbilder für Afghanistan. Deutschland rüstet auf

 

Berlin. Die Bundesregierung hat sich kurz vor Beginn der internationalen Afghanistan-Konferenz in London auf Grundzüge ihrer neuen "Strategie" geeinigt. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), Außenminister Guido Westerwelle (FDP) und Verteidigungsminister Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) verständigten sich am Montagabend bei einem Treffen im Kanzleramt unter anderem darauf, das Bundeswehrkontingent erneut aufzustocken.

 

Nach diesen Plänen sollen künftig 5000 deutsche Soldaten am Hindukusch eingesetzt werden. Die deutsche Truppe soll um insgesamt 850 Soldaten aufgestockt werden, zusätzlich soll es eine "flexible Reserve" von 350 Bundeswehrangehörigen geben, um die das Kontingent in Spitzenzeiten kurzfristig erhöht werden darf. Derzeit liegt die Obergrenze für das Bundeswehrkontingent bei 4500 Soldaten.

 

Merkel sprach von einem "Gesamtpaket", das nicht nur mehr Militärpräsenz in Afghanistan beinhalte, sondern auch intensivere Ausbildungsbemühungen von Polizei und Streitkräften vor Ort und deutlich mehr Geld für den zivilen Wiederaufbau umfasse. "Es bleibt dabei, dass der Einsatz gefährlich ist", sagte Merkel in Berlin.

 

Verteidigungsminister zu Guttenberg kündigte in einem FAZ-Interview an, dass die Bundeswehr auch ihr Einsatzkonzept verändern müsse. Künftig soll die Ausbildung nicht nur in den gut geschützten Feldlagern stattfinden, sondern "in der Fläche". Dies bedeute nicht unbedingt mehr Risiko, sagte der CSU-Politiker.

Mit Geld kann man nicht alles kaufen

 

Mehr Bedeutung möchte die neue Bundesregierung auch auf eine stärkere Ausbildung der Polizei vor Ort legen. Innenminister Thomas de Maiziere kündigte am Dienstag im NDR an, bis Mitte des Jahres sollten insgesamt 260 deutsche Polizisten afghanische Sicherheitskräfte ausbilden. 200 von ihnen würden im Zuge eines bilateralen Projekts eingesetzt, 60 im Rahmen der Europäischen Polizeimission EUPOL, sagte er nach Mitteilung des Senders.

 

Die Gewerkschaft der Polizei warnte allerdings vor den Plänen, dafür die Zahl der Ausbilder von 120 auf 200 Beamten zu erhöhen. Die Gewerkschaft fürchtet um die Sicherheit der Polizeiausbilder in dem Krisengebiet.

 

Hohn löste der Vorschlag von Außenminister Westerwelle in der SPD aus, ein Aussteigerprogramm für Taliban-Kämpfer aufzulegen. "Der FDP-Vorsitzende glaubt wohl, mit Geld alles kaufen zu können", sagte SPD-Parteichef Sigmar Gabriel am Nachmittag in Berlin. Tatsächlich sei dies kein neuer Vorschlag, sondern seit längerem gängige Praxis. Als Beispiel nannte er die Anhebung der Löhne von afghanischen Polizisten, damit diese nach ihrer Ausbildung nicht in "besser dotierte Anstellungen" bei regionalen Stammesführern oder den Taliban wechselten.

 

Mehr als drei Stunden diskutierte der SPD-Vorstand am Montag mit Altbundeskanzler Helmut Schmidt sein Positionspapier zu Afghanistan. Der 91-Jährige stellte sich in weiten Teilen hinter das Papier, das SPD-Fraktionschef Frank-Walter Steinmeier gemeinsam mit Gabriel formuliert hatte. Kritik