WEBGIORNALE  29-31  Gennaio 2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il ministro degli Esteri Frattini all’Assemblea di Strasburgo su immigrazione e diritti umani 1

2.       Shoah, Peres parla al Bundestag. ''Regime di Teheran pericolo per il mondo'' 1

3.       Burqa sì, burqa no. Se lo Stato laico invade le identità  1

4.       Immigrati, l’opposizione contro il premier: "Parole che incitano al razzismo"  2

5.       Avviato il progetto “Va bene?! La Germania in Italiano - Italien auf Deutsch”  2

6.       Storie d’italiani in Germania. Antonio Balbi, il pittore di Francoforte, alla collettiva dello stadio  2

7.       Campagna del comune di Stoccarda per la cittadinanza tedesca  3

8.       La Campania a Colonia per promuore l’internazionalizzazione delle sue eccellenze regionali 3

9.       Radio Colonia. Una giornata per ricordare  3

10.   L’Enit a Monaco di Baviera per la fiera del tempo libero (f.re.e., 18-22 febbraio) 4

11.   Afghanistan La Germania aumenta militari e fondi per la ricostruzione  4

12.   Lafontaine apre al «nemico» Schroeder: mi chiami e facciamo pace  4

13.   Il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, ieri a Stoccarda ed oggi a Monaco  4

14.   Milleproroghe al Senato. Parere favorevole alla proroga degli incarichi di Direttore di IIC in scadenza  5

15.   Senato. Riunito il Comitato per le questioni degli Italiani all’Estero  5

16.   All’estero partecipano in 12 mila alle primarie del PD. Bersani: “Cercherò di non  deluderli”  6

17.   Auschwitz, preghiere e ricordi per celebrare il giorno della Memoria  6

18.   Camera. Nel Giorno della Memoria avviata indagine conoscitiva sull'antisemitismo  7

19.   La Conferenza internazionale di Londra. Afghanistan, via alla riconciliazione  7

20.   Ma la vera sfida di Barack è l'occupazione  7

21.   Peres: «L’Iran, regime di fanatici è la nuova minaccia per il mondo»  8

22.   Disastro diplomatico  8

23.   Haiti/Bertolaso/Usa. Il commento. La vanità e le colpe  9

24.   Campagna per la cancellazione del debito. Haiti basta debito, adesso! 9

25.   Alfio Piva , discendente mantovano candidato alla Vice Presidenza della Repubblica in Costa Rica  10

26.   Il bipolarismo senza equilibrio  10

27.   Esami di coscienza. Il dovere umano e civile di ricordare  11

28.   Anno giudiziario, protesta delle toghe. Sedie vuote davanti al ministro  11

29.   Il futuro di una generazione. Salviamo i giovani per salvare il Paese  12

30.   Bersani: «Non mollo, è questa la strada per costruire l'alternativa»  12

31.   Anche Confindustria contro il pizzo. Marcegaglia: «Chi non denuncia è fuori»  13

32.   L’opa di Bossi e la sfida Udc  13

33.   Puglia, salta il tentativo di accordo Udc-Pdl. Berlusconi: "Vinceremo con Palese"  13

34.   Regionali/Puglia. Un eccesso di sicurezza  14

35.   Bologna, Delbono si è dimesso. Verso il voto a marzo  14

36.   Seduta del Consiglio della Liguria con l’ambasciatore tedesco Steiner e Luzzatto  14

37.   Povertà, Bill Gates contro Berlusconi: «L'Italia è sulla lista nera della vergogna»  15

38.   Ancora uno stupro a Padova. Riflessioni su un grave problema non razziale  15

39.   Grillo-show, standing ovation a Londra  16

40.   Italia dei Valori Olanda aderisce allo sciopero generale indetto dalla CGIL per il 12 marzo  16

41.   I giovani del PD Svizzera. Si tenga la paghetta Ministro Brunetta  16

42.   Il ministro Ronchi: «Coniugare il rigore con l’integrazione»  16

43.   Berlusconi: «Meno immigrati, meno crimini». PD: “Istiga al razzismo”  17

44.   Tra immigrati e italiani stesso tasso di criminalità  17

45.   Sicilia Mondo. I fatti di Rosarno. Quale lezione dalla vicenda calabrese?  17

46.   Un sito per le rimesse degli immigrati 18

47.   In Svizzera gli italiani cedono il primato degli «attivi» ai tedeschi 18

48.   Le false ragioni anti burqa  19

49.   Immigrati, il 60% dei giovani contrario alla loro presenza in Italia  19

50.   Brescia, 500 euro e viaggio di ritorno dal Comune agli immigrati che ripartono  19

51.   A Verona un convegno sull’emigrazione veneta alle prese con i cambiamenti istituzionali (29-31 gennaio) 20

52.   Proposta di legge "bipartisan" sulla sanatoria degli indebiti a favore dei pensionati residenti all’estero  20

 

 

1.       Projektstart: "Va bene?! Italien auf Deutsch. La Germania in italiano"  20

2.       Holocaust-Gedenken. Peres spricht im Bundestag  22

3.       IG BCE. Die Internationalen Wochen gegen Rassismus (15. – 28. März) 22

4.       Flüchtlinge an Europas Küsten Gerettet, aber eingesperrt 22

5.       Die Region Kampanien stellt sich bis 31. Januar im Italienischen Kulturinstitut Köln vor 23

6.       Microsoft-Gründer Gates, Berlusconi und die ''Liste der Schande'' 23

7.       Minarettverbot in der Schweiz. Nicht die Feministinnen waren schuld  24

8.       Muslime in Deutschland. Akgün fordert Burka-Verbot 24

9.       Deutsche Debatte. Burka ächten, aber nicht verbieten  25

10.   EU-Kommission ortet leichten Optimismus und große Sorgen. Deutsche Ängste im Eurobarometer 25

11.   Gemeinschaft bietet Taliban-Mitläufern Versöhnung an  25

12.   Afghanistan: Alte Ideen, neue Hoffnung Wie ködert man Taliban?  26

13.   Einsatz in Afghanistan. Der deutsche Weg  26

14.   Bundeswehr. Mehr Soldaten rein – aber ab 2011 wieder raus  27

15.   Holocaust-Überlebende Traurige Bilanz am Gedenktag  27

16.   „Holocaust ist ein ewiges Warnzeichen“  28

17.   Burka-Verbot. Signal für Frankreichs Muslime  28

18.   USA. Obama will mit Joboffensive Wähler zurückerobern  28

19.   Obamas Rede zur Lage der Nation. "Ich gebe nicht auf!"  29

20.   Sri Lanka. Ein Regime zementiert seine Macht 29

21.   Das Minarettverbot in der Schweiz hat zusätzlich Tabus gebrochen. Islamophobie statt Ökonomie  30

22.   Linke: Neues Führungsduo Kampf gegen das Scheitern  30

23.   Umfrage. FDP bekommt die Quittung für die Spende  30

24.   Linkspartei. Rote Linien  31

25.   Analyse. Missglückte Jobcenter-Reform   31

26.   Deutscher Arbeitsmarkt. 342.000 mehr Menschen ohne Arbeit 32

27.   Nachhilfe in Deutschland Schlechte Note, gutes Geschäft 32

28.   Langen. Kein Minarett in Sicht 32

29.   Deutsche Familie erhält Asyl in den USA  33

30.   Schweizer Partei hetzt gegen deutsche Professoren  33

31.   Nuccio Bertone. Die heiße Sehnsucht des jungen Couturiers  34

 

 

 

 

Il ministro degli Esteri Frattini all’Assemblea di Strasburgo su immigrazione e diritti umani

 

Strasburgo - Le problematiche migratorie, le radici cristiane dell’Europa, i diritti umani, gli aiuti internazionali ad Haiti, e la riforma del Consiglio, sono stati i temi al centro dell’intervento del ministro Franco Frattini all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo.

  “Le e problematiche migratorie vanno affrontate - ha detto il ministro - miscelando fermezza e spirito di accoglienza, nel pieno rispetto della legalità e dei diritti umani. La gestione di questo fenomeno così complesso non può comunque ricadere solamente sugli Stati più direttamente esposti per motivi geografici”. Per questo - ha proseguito - “insistiamo per un maggiore impegno europeo sull'immigrazione nel Mediterraneo. L’Unione europea deve fare ancora di più, affrontando questa sfida in uno spirito di autentica solidarietà tra i suoi Stati membri”, ha aggiunto Frattini secondo il quale “dobbiamo dotarci di politiche più articolate. E questo per l'Italia significa adottare un duplice approccio: da un lato contrastare con determinazione l'immigrazione clandestina e gestire in modo oculato i flussi migratori; dall'altro definire una strategia lungimirante capace di preparare i percorsi di integrazione dei migranti regolari”.

  In quest’ultimo ambito il diritto alla cittadinanza dovrà essere “una conquista, dopo un percorso complesso, piuttosto che un dono a chi non la sente o non è pronto ad accettarla”. Per quanto riguarda la necessità di efficaci politiche di integrazione “dobbiamo innanzitutto indicare con molta chiarezza quale debba essere il punto di partenza: e cioè impossibilità di prescindere dalla nostra storia e dalla nostra identità culturale, anche nazionale”. Per alcuni, “per coloro che saranno pronti” - ha sottolineato il ministro - si dovrà pensare alla cittadinanza. Ma in mezzo “ci dovrà essere un percorso di dialogo, di formazione scolastica e civica, di apprendimento della lingua” e soprattutto “il rispetto dei diritti fondamentali della persona”".

  Per Haiti è prioritario l’intervento a favore dei bambini. La loro situazione “è drammatica”, quindi “devono essere la priorità del nostro intervento nel paese”. Frattini ha spiegato che “dobbiamo creare un coordinamento internazionale ed ancor prima europeo, per vigilare su quei bimbi e garantire loro un futuro. Anzitutto ad Haiti”. Parlando della situazione nell'isola colpita dal terremoto, il ministro ha detto che “é necessario sentirsi tutti coinvolti e responsabili nel destino dei bambini haitiani, sentendo tutto il dovere di lanciare iniziative concrete per aiutarli”. Ha ricordato così l'importanza della solidarietà invitando ad “incoraggiare le adozioni a distanza. Ma non solo. Non basta”.

  Riguardo alle radici cristiane dell’Europa Frattini ha detto che un’Europa senza alcun riferimento alle sue radici nel Trattato fondamentale che regola il funzionamento dell'Unione europea rischia di lasciare spazio ad un “razzismo alla rovescia”: è un mondo che - spiega il ministro - riconosce agli altri, come i musulmani, il tratto religioso delle identità che compongono larga parte del fenomeno migratorio, ma lo allontana da sé in nome di una coscienza che noi, per noi stessi, vorremmo invece muta di fronte alla religiosità: “è lo spettacolo involontario di un razzismo rovesciato

  Pieno sostegno infine alla riforma del Consiglio d’Europa, Secondo Frattini con la sua riforma il Consiglio d'Europa deve assumere un ruolo politico più incisivo anche in relazione all'azione svolta per la difesa dei diritti umani. L’Italia è molto interessata al futuro del Consiglio d'Europa ed “auspica che possa operare con sempre maggiore efficienza” soprattutto “assicurando la massima coerenza di giudizio” fra i suoi organi e una costruttiva sintonia con le attività dell'Unione europea e dell'Osce.La riforma dell'organizzazione di Strasburgo, ha sottolineato Frattini - è un passaggio molto importante. Così come rilevante, ha aggiunto, sarà la Conferenza di Interlaken sul futuro della Corte europea per i diritti umani. Interlaken, secondo il ministro, deve essere l'occasione per definire importanti modifiche al funzionamento della Corte, senza escludere un ripensamento della sua stessa struttura affinché torni a svolgere efficacemente il ruolo assegnatole. (Inform)

 

 

 

 

Shoah, Peres parla al Bundestag. ''Regime di Teheran pericolo per il mondo''

 

Al Bundestag parla il presidente israeliano in occasione del Giorno della Memoria:

Davanti ai deputati tedeschi il premio Nobel per la Pace ha anche ricordato il nonno bruciato vivo dai nazisti. ''Portare davanti alla giustizia i responsabili del genocidio ancora in libertà”

 

Berlino - Storico discorso del presidente israeliano Shimon Peres al Bundestag di Berlino in occasione del Giorno della Memoria. Durante il suo intervento il presidente israeliano, 86 anni, premio Nobel per la Pace, ha avvertito del "pericolo per tutto il mondo" rappresentato dal regime iraniano di Mahmoud Ahmadinejad.

 

La lezione che dobbiamo imparare dall'Olocausto, ha affermato Peres, è che non dobbiamo mai più permettere l'emergere di dottrine razziste: "Mai più. Mai più dottrine razziste, mai più sentimenti di superiorità, mai più cosiddette autorità divine per incitare, uccidere, violare la legge, negare Dio e la Shoah".

"Non possiamo più ignorare dittatori assetati di sangue che si nascondono dietro le maschere della demagogia e lanciano slogan assassini. Sono una minaccia per tutto il mondo'' ha detto Peres. Ed ha aggiunto: ''Ci identifichiamo con i milioni di iraniani che si rivoltano contro la dittatura e la violenza. Come loro respingiamo un regime fanatico che contraddice la Carta dell'Onu, un regime che minaccia la distruzione, con impianti nucleari e missili, che attiva il terrore nel suo e in altri Paesi. Questo regime è un pericolo per tutto il mondo".

Al Bundestag il presidente Peres ha inoltre lanciato un appello a portare davanti alla giustizia i responsabili dell'Olocausto ancora in libertà. "Gli uomini e le donne che hanno partecipato alla più odiosa attività sulla Terra, il genocidio, vivono ancora sul suolo tedesco ed europeo e in altri luoghi del mondo'' ha ricordato Peres. ''La mia richiesta è questa: per favore fate di tutto per portarli davanti alla giustizia. Ai nostri occhi - ha sottolineato - non è vendetta, ma una lezione educativa".

Davanti ai deputati tedeschi Peres ha poi ricordato la morte del nonno, sua "guida e mentore", che fu bruciato vivo dai nazisti nella sinagoga di Vishneva, in Bielorussia. Assieme a lui è intervenuto anche Feliks Tych, sopravvissuto polacco all'Olocausto, i cui genitori e fratelli furono uccisi nel lager di Treblinka.

Prima di loro aveva parlato il presidente del Bundestag, Norbert Lammert, che ha espresso la sua gratitudine per il nuovo fiorire della comunità ebraica in Germania. "Siamo grati - ha affermato - per ogni crescita della vita e la cultura ebraica". Fra gli invitati allo storico discorso di Peres, vi era anche la presidente delle comunità ebraiche tedesche Charlotte Knobloch. (Adnkronos 27)

 

 

 

 

Burqa sì, burqa no. Se lo Stato laico invade le identità

 

C’è una domanda che sale subito alle labbra, ora che la Francia s’avvia a vietare il burqa nei principali luoghi pubblici: sarebbe giusto importare ai nostri lidi il medesimo divieto? Sarebbe in sé desiderabile? E c'è un principio costituzionale sul quale possa fondarsi quel divieto? Quest’ultimo profilo chiama in causa la laicità delle nostre istituzioni, che a propria volta la Consulta (nel 1989) ha eretto a principio supremo dell’ordinamento giuridico italiano.

 

E tuttavia, per una volta almeno, meglio non affidarsi troppo alle parole, sia pure quelle scolpite sulle tavole di bronzo della legge. Nel panorama contemporaneo s'incontrano Costituzioni che si proclamano espressamente laiche (in Francia, in Russia, in Turchia), altre che viceversa s'aprono con l’invocatio dei (in Irlanda, in Grecia, in Svizzera, in Germania), pur essendo - talvolta - più laiche e liberali delle prime. D'altronde nel Regno Unito l’esistenza di una chiesa di Stato non offusca la laicità di quell’ordinamento, mentre la superlaica Francia spende palate di quattrini per finanziare il clero. Il fatto è che la laicità, come la democrazia, si lascia declinare in mille guise. Per misurarla bisogna valutarne le concrete applicazioni, più che le dichiarazioni di principio. Il modello francese è tra i più intransigenti nel vietare i simboli d'appartenenza religiosa, e infatti dal 2004 oltralpe c’è una legge che impedisce d'indossare a scuola non solo il velo islamico, ma pure la kippah o una croce un po’ troppo vistosa. Proviamo allora a soppesare gli argomenti a favore o contro tale soluzione. E proviamo a farlo - giustappunto - laicamente, senza preconcetti ideologici né tanto meno religiosi.

 

Primo: la sicurezza. Se ti copri fino ai piedi con un vestito afghano, come potrò esser certo che non nascondi sotto il burqa qualche chilo di tritolo? E come farò a identificarti, se del tuo volto posso vedere solo gli occhi? Preoccupazione legittima, ma allora per simmetria dovremmo proibire anche il passamontagna, il casco dei motociclisti, la maschera di Paperino a Carnevale. Dovremmo impedire la circolazione ai signori troppo intabarrati, con questo freddo poi, come si fa. No, non è la sicurezza l’alibi di ferro per importare quel divieto, lo prova il fatto che esso non s’estende ad altri tipi di mascheramento. E del resto consentire il burqa non significa consentire d'incollarlo al corpo con il mastice, se un poliziotto ti chiede di sollevarlo per guardarti dritto in faccia, tu comunque hai l'obbligo di farlo.

 

Secondo: la tutela delle islamiche rispetto alla prepotenza del gruppo cui appartengono. Difatti il burqa evoca un atto di sottomissione, la condizione della donna come figlia di un dio minore. Vero, due volte vero; ma siamo certi che sia giusto proibirlo anche quando chi l’indossa abbia deciso spontaneamente di vestirsene? Non c’è forse l'ombra di un imperialismo culturale in tale atteggiamento? Non puzza un po’ di Stato etico, non è paternalistica l'idea che i pubblici poteri debbano liberare gli individui dai condizionamenti sociali o familiari? E perché allora non vietare pure il battesimo ai minori, la circoncisione dei bambini ebrei, la prima comunione? No, l'identità - di singolo e di gruppo - è sempre il frutto di una scelta, mai di un’imposizione; è questione culturale, che va aggredita quindi con strumenti culturali, non attraverso il bastone della legge. Sempre ammesso che sia desiderabile forgiare una società omogenea come un plotone militare. Ci aveva provato Mao Tse-tung, ordinando ai cinesi d’indossare tutti la medesima divisa. La nostra idea di laicità è l’opposto, muove dal diritto di vestirci un po’ come ci pare. Un Carnevale che dura tutto l'anno. MICHELE AINIS LS 27

 

 

 

 

Immigrati, l’opposizione contro il premier: "Parole che incitano al razzismo"

 

Si accende la polemica dopo le frase del premier: "Meno stranieri, meno criminalità"

Migrantes: "Lavorare per regolare da subito la situazione di tanti immigrati presenti nel nostro territorio"

 

ROMA - "Berlusconi incita al razzismo e alimenta un clima di intolleranza le cui conseguenze non possono essere prevedibili". Livia Turco, capogruppo Pd in commissione affari sociali della Camera, non va per il sottile e stronca le parole del premier che, da Reggio Calabria, conia il parallelo tra immigrati e criminalità. Un'equazione che non piace neanche a don Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes promossa dalla Cei: "Occorre lavorare per regolare da subito la situazione di tanti immigrati presenti nel nostro territorio. Purtroppo gli immigrati che arrivano per trovare lavoro e condizioni di vita dignitose, trovano crescenti difficoltà e burocratizzazione in merito al loro percorso di regolarizzazione".

 

"Un governo non può accendere i fuochi, ma deve guidare il Paese a una maturazione civile", rilancia il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. "Una frase così - aggiunge Bersani - ci metter fuori da qualsiasi contesto moderno. Non esiste che si affronti una tema come l'immigrazione in questo modo. Servono umanità e razionalità. Continuando a spargere irrazionalità ci mettiamo nei guai".

 

"Berlusconi mente due volte sull'immigrazione. Non è vero che gli immigrati sono diminuiti e non è vero che sono diminuiti i clandestini. Il governo non fornisce cifre attendibili e dimentica di dire che ha fatto ampio ricorso alle sanatorie", incalza il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi. "Meno immigrati meno crimini? Siamo indignati per queste dichiarazioni tribali e offensive, che, queste sì, rappresentano un vero e proprio crimine. Invitiamo l'Ue a vigilare: il linguaggio del premier alimenta odio, intolleranza e razzismo" attacca Michelangelo Tripodi, responsabile Mezzogiorno del Pdci.  

 

Durissimo Luigi De Magistris, europarlamentare dell'Idv: "Il governo utilizza le mafie e l'immigrazione per spot a buon mercato". Fulminante, infine, la battuta del presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro: "Meno premier, meno crimini?".  LR 28

 

 

 

 

 

Avviato il progetto “Va bene?! La Germania in Italiano - Italien auf Deutsch”

 

Progetto del Goethe-Institut Italien patrocinato dalle Ambasciate dei due Paesi

Due anni di iniziative che coinvolgeranno giornalisti, opinionisti e vignettisti satirici

 

Roma – Al via “Va bene?! La Germania in Italiano-Italien auf Deutsch”, progetto rivolto a giornalisti, opinionisti e vignettisti satirici dei due Paesi promosso dal Goethe-Institut Italien con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Germania e dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia (http://www.goethe.de/ins/it/lp/prj/vab/itindex.htm -

  Obiettivo è “bandire i luoghi comuni e riaccendere la curiosità reciproca” come si legge nel sito del Goethe-Institut Italien alla pagina dedicata al progetto. “Italia-Germania: storia di un amore insidiato dai pregiudizi. Sui giornali dei due paesi – rileva il Goethe-Institut Italien - abbondano rimproveri reciproci e stereotipi. Ma c’è un’Italia che i tedeschi adorano e una Germania che gli italiani vogliono scoprire. Basta raccontarle”.

  Il progetto prevede due anni di iniziative per rilanciare il dialogo tra Italia e Germania.

  “Due anni per riaccendere la fiamma di un amore saldo ma un po’ arrugginito”, ha spiegato la direttrice del Goethe Institut Susanne Hohn. “Va bene?” vuol dire due anni di iniziative in Italia e in Germania, scambi di redazioni, reportage incrociati, un concorso per giovani giornalisti, le grandi firme del giornalismo e importanti scrittori che scrivono sugli stereotipi del proprio paese, mentre i più mordenti vignettisti ironizzano sul rapporto italo-tedesco. Le attività culmineranno in due grandi conferenze, nel 2010 a Roma e nel 2011 a Berlino, con discussione dei risultati del progetto e con mostre, dibattiti e workshop.

  “I rapporti istituzionali sono ottimi ma il livello dei mass media è quello di 40 anni fa”, ha detto Gianfranco Giorgolo, della Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale del Ministero degli Esteri, auspicando che il progetto “Va bene?!” aiuti a superare i pregiudizi e a “favorire un cambio di percezione nelle nostre relazioni bilaterali”.

  L’ambasciatore tedesco in Italia Michael Steiner ha spiegato che tra i due Paesi c’è una “connessione senza pari sul piano economico, culturale e umano” e una “piena convergenza sulle questioni politiche”. Tuttavia, nell’ambito dei mass media, “si è sviluppata una cura eccessiva per i cliché e gli stereotipi che prendono il posto del vero confronto con l’altro”. L’informazione e la pubblicità sommergono le rispettive opinioni pubbliche con i soliti stereotipi come “pizza, spazzatura e mafia”, passando per “nazismo, Stasi e panzer”, ha aggiunto Steiner, avvertendo che “gli stereotipi sono prodotti della pigrizia” e vanno combattuti “riscoprendo la curiosità reciproca”, magari partendo dalla scuola e dall’incontro con i giovani. (Inform)

 

 

 

 

Storie d’italiani in Germania. Antonio Balbi, il pittore di Francoforte, alla collettiva dello stadio

 

Francoforte. Questo venerdì all’arena stadio di Francoforte, nell’Eintracht Frankfurt Museum (sotto la tribuna centrale, al pian terreno), si apre la collettiva di artisti il cui tema è il calcio. Antonio Balbi vi partecipa con tre sue opere. I cui colori rappresentano i colori della squadra di Francoforte.

Balbi viene da un piccolo paese del Cilento, Roccagloriosa, e del suo paese si porta dietro come un viatico i colori della sua terra. E a Francoforte, metropoli moderna e pulsante di vita, tra grattacieli  e cieli grigi, ritorna al suo primo amore: la pittura, che è un amore nato sin da quando era bambino e si è nutrito dell’esperienza lavorativa di sua madre. Lei è stata il suo primo mentore. Lei era sarta e aveva un laboratorio di taglio e cucito in cui Antonio cresce tra aghi, forbici, cartamodelli, e tessuti. E impara. Impara, come del resto i suoi fratelli, quasi come se fosse un gioco, lì, nel laboratorio a infilare fili colorati nell’ago e imbastire tessuti, conoscere le stoffe: lino, cotone, seta.

No, non era un gioco. Un vero aiuto, e grande, per sua madre –dice- Non ha avuto trenini, biciclette, o il motorino. Ma “figurini”.

Poteva diventare un altro Versace. Infatti, anche Versace, era figlio di quel Sud mediterraneo e creativo, di una sarta. Già dalle elementari Antonio è bravo in disegno, ma i suoi disegni sono diversi da quelli degli altri bambini. Lui disegna abiti da sposa e ci mette dentro tutta la sua fantasia. I colori della natura le sue suggestioni, le scopre lavorando in campagna.

La natura, penetrata con occhi di bambino, diventerà geografia pittorica di luoghi.

Ancora – ricorda Antonio – l’irrompere dell’arte nella sua vita. Fu, in uno dei frequenti viaggi a Napoli, accompagnando suo padre, commerciante,in un grosso emporio di piazza Mercato s’innamora di una scatola di colori. Avevano una loro particolare bellezza che percepivo” e li chiede in regalo. Non era un capriccio di adolescente ma un “sogno” mescolare i colori: il giallo al rosso o al verde o al blu: la poligamia cromatica rifletteva le sue emozioni.

E inizia a dipingere, prima da autodidatta poi, dal Maestro: Rosalbo Bortone, professore e pittore da Camerata che gli insegna la tecnica dei macchiaioli, degli impressionisti, del realismo. E lo segue nel suo iter artistico.

Il suo primo vero quadro è Vaso con fiori ( 1974), olio su tela, ed è un dono per sua madre. E rimane nella casa paterna con legittimo orgoglio. Gli altri, quadri vanno al parentado e agli amici sparsi nel mondo. Altri sue opere sono in alcuni spazi espositive.

Negli anni novanta, dopo vari viaggi, si trasferisce a Francoforte sul Meno e il nuovo lavoro gli impedisce, per alcuni anni, l’attività pittorica. Che verrà ripresa con una passione più grande e continua appena può permettersi un “suo spazio”. E riversa il suo mondo, le tensioni, emozioni che diventano cromatiche. Dice “sono esploso come un vulcano in ebollizione…il rapporto con i colori sono ricchezza di vita”.

Balbi infatti usa il colore come forza espressiva e lo privilegia in quasi in tutte le sue opere. Il suo colorismo nasce dalla sua “mediterraneità” dove il colore è luce, e non solo, ma caldo di terra e di anima. Forse, per questo i suoi quadri si trovano negli studi di medici perché, come scriveva Goethe e altri, la cromoterapia ha un ruolo importante: cura la serenità. Marcella Continanza, de.it.press

 

 

 

Campagna del comune di Stoccarda per la cittadinanza tedesca

 

Il Comune di Stoccarda ha lanciato una campagna per l’acquisto della cittadinanza tedesca. I potenziali interessati sono oltre 100.000. La popolazione è ormai sempre più multietnica e multiculturale. Il passaporto tedesco, senza perdere quello di origine, deve essere inteso quale segno tangibile di integrazione nella società di accoglienza

Stoccarda è la città tedesca più pluripremiata per la sua politica d’integrazione degli immigrati. Questa sua predilezione affonda le sue radici nei lontani Anni ’50 e ’60. Fu l’allora borgomastro Arnulf Klett a preoccuparsi di dare agli italiani, che arrivavano giornalmente con treni straordinari un luogo dignitoso d’incontro nella Böheimstrasse 8 ove oggi sorge un albergo.

Don Battista Mutti, primo missionario italiano in terra sveva, ne sa qualcosa. Lì fu operante per oltre 30 anni il Centro Italiano. Là trovarono aiuto e sostegno migliaia di connazionali e soprattutto mamme in attesa di una sistemazione in alloggi di fortuna.

Al defunto Klett subentrò Manfred Rommel, figlio del generale Erwin soprannominato “la volpe del deserto”. L’era Rommel è stata quella del dialogo interetnico e della presa di coscienza delle questioni degli immigrati attraverso l’istituzione di una consulta comunale, in prima battuta nominata e successivamente eletta a suffragio universale e diretto dai gruppi etnici più rappresentativi.

Anche con l’avvento di Wolfgang Schuster, sindaco sostenuto dallo stesso Rommel che si è ritirato dalla scena politica per motivi di salute, la politica comunale d’integrazione ha fatto passi da gigante.

A lui va ascritto il merito di aver evitato la creazione di ghetti e la diffusione di società parallele, di aver potenziato l’apprendimento linguistico negli asili e nei quartieri, di aver allargato le maglie dell’assunzione di stranieri in diversi settori dell’amministrazione e di aver sostenuto una miriade di associazioni straniere e tedesche pronte ad interagire e a promuovere iniziative multiculturali comuni.

Ora Schuster ha lanciato una campagna di sensibilizzazione per l’acquisto della cittadinanza tedesca senza dover rinunciare a quella di origine.

Per sensibilizzare i gruppi etnici piú numerosi sono stati coinvolti dei testimonial.

Per gli italiani si è prestato Salvatore Voi, siciliano ed operatore sociale della Caritas diocesana di Rottenburg/Stoccarda da oltre trent’anni.

Anche lui, come tanti connazionali, ha esitato ad acquistare la cittadinanza tedesca; poi ha deciso di fare il passo. Oggi Salvatore Voi è doppio cittadino.

I particolari sono contenuti nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5906174/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1ul1ep6/index.html.

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

La Campania a Colonia per promuore l’internazionalizzazione delle sue eccellenze regionali

 

Colonia - La Campania ha un ruolo di leader nella produzione e commercializzazione delle eccellenze agroalimentari. Lo ha rilevato l'assessore regionale all'Agricoltura, Gianfranco Nappi, commentando i dati di settore di Federalimentare sull'export di settore nel 2009, presentati martedì a Roma.

"Nel difficile momento di crisi economica congiunturale", secondo Nappi, "i nostri prodotti sono riusciti a trovare nuovo spazio sui mercati esteri, aumentando le esportazioni campane nell’ultimo anno dell’8,6%. Questo grazie anche all’impegno congiunto di Istituzioni e aziende per l'internazionalizzazione del comparto, e alla crescita di produzioni di indiscutibile qualità come quella olivicola".

 

Nell’ambito della promozione all’estero, mercoledì e giovedì si è svolta a Colonia la prima tappa di un nuovo "Road Show Estero" delle eccellenze campane, organizzato dall'assessorato regionale all'Agricoltura e da Assocamere Estero attraverso Intertrade, l'azienda speciale della Camera di Commercio di Salerno. Due giorni di convegni, dibattiti e incontri commerciali dedicati alla qualità e alla cultura campana, in collaborazione con il Consolato italiano a Colonia, la Camera di Commercio italiana per la Germania e l'Istituto Italiano di Cultura a Colonia, dove, fino a domenica 31, sono in corso altre manifestazioni della Regione.

Nel programma del road: la conferenza "Contro i fantasmi religiosi. Giordano Bruno e la sua filosofia della tolleranza", a cura del prof. Nuccio Ordine; il dibattito sulla "Promozione della cultura e qualità campana a Colonia", con interventi del Console d’Italia a Colonia, Eugenio Sgrò, della direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura, Stefania Falone, e dello chef Gennarino Esposito, che ha tenuto una lectio sulla gastronomia campana.

"Come Regione intendiamo da subito andare avanti con il sostegno ai produttori sui mercati internazionali", ha annunciato Nappi. "Da qui la kermesse tedesca, alla quale hanno partecipato quattordici aziende agroalimentari campane, che attraverso appositi incontri con buyer locali potranno rafforzare ulteriormente i rapporti commerciali con la Germania". (aise, de.it.press) 

 

 

 

Radio Colonia. Una giornata per ricordare

 

A 65 anni dalla liberazione del campo di stermino di Auschwitz, simbolo dell'Olocausto, in tutto il mondo si commemorano le vittime della barbarie nazista. Ma come fare perché il ricordo non si trasformi in un semplice rito?

Lavoro fino allo stremo, terrore, genocidio e olocausto. In tutto il mondo Auschwitz è sinonimo di tutto ciò. La nostra lingua non ha termini in grado di descrivere le atrocità che uomini, donne e bambini hanno patito qui, come pure negli altri campi di concentramento nazisti. Il campo di Auschwitz fu costruito subito dopo l'invasione tedesca della Polonia. Inizialmente doveva servire come campo di concentramento e di smistamento dei prigionieri polacchi; in seguito, dopo la conferenza di Wannsee del gennaio 1942, in cui si decise la sorte del popolo ebraico e di altre minoranze, divenne il più atroce campo di morte del regime di Hitler. Nelle sue camere a gas mascherate da docce furono uccise oltre un milione e centomila persone, dopo aver patito atroci sofferenze fisiche e psicologiche. Il campo di sterminio di Auschwitz venne liberato dall'Armata Rossa il 27 gennaio 1945. Con l'attore teatrale e compositore Moni Ovadia, da anni impegnato su questo terreno, abbiamo cercato di capire quanto sia importante il ricordo dello sterminio e quali siano oggi i rischi che corre una società che non conosce il proprio passato.

Per ulteriori approfondimenti ascolta il servizio audio di Mimmo Sambuco al link

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2010/100127_olocausto_serv.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2010/100127_olocausto_serv.mp3

ed anche l'intervista a Moni Ovadia, trasmessa da Radio Colonia mercoledì

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2010/100127_int_ovadia.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2010/100127_int_ovadia.mp3.  (RC, de.it.press)

 

 

 

 

L’Enit a Monaco di Baviera per la fiera del tempo libero (f.re.e., 18-22 febbraio)

 

Un’occasione importante per presentare al mercato tedesco un ricco spaccato dell'offerta turistica italiana

 

Monaco di Baviera - L'Enit offrirà una vetrina dell'Italia turistica alla fiera del tempo libero e viaggi  (f.re.e) di Monacodi Baviera, in programma dal 18 al 22 febbraio prossimi. In uno stand di 503 metri quadri, nel quale saranno ospitate 12 Regioni (Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle d'Aosta, Basilicata), oltre a 10 spazi personalizzati dedicati a privati appartenenti al Club Italia, l'Italia ritorna come una delle mete turistiche preferite dai tedeschi.

 

Nell'ambito della manifestazione sono previste diverse attività promozionali collaterali, come le conferenze stampa dell'Atl Lazio e della Regione Campania /Apt Salerno.

 

La f.re.e. con oltre 100.000 visitatori, un'area dedicata di 79.000 metri quadri e oltre 1.600 operatori è la fiera più importante del settore nella Germania bavarese, specializzata nella presentazione di pacchetti per la vacanza attiva e outdoor. L'Enit presenterà il Padiglione Italia nella sezione dell'esposizione riservata al leisure.

 

Il turista tedesco è costantemente alla ricerca di una vacanza su misura, all'interno di strutture ricettive di qualità medio alta in grado di offrire servizi diversificati, di un territorio che metta a disposizione mare, montagna, sport, cultura. Un territorio dal clima mite, spesso da visitare in bassa stagione, alla ricerca di golosità enogastronomiche, enoteche e cantine aperte tutto l'anno. La combinazione di questi elementi, accostati in una unica destinazione, trasforma il nostro Paese nella meta vincente tra le preferenze dell'esigente e attento pubblico teutonico. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Afghanistan La Germania aumenta militari e fondi per la ricostruzione

 

La cancelliera ha annunciato l’invio di 500 soldati, portando così il contingente a cinquemila unità

 

Rinforzo del contingente, maggiore impegno nell’addestramento delle forze di sicurezza locali, aumento dei fondi per la ricostruzione e anche per il reinserimento sociale dei talebani: è la strategia tedesca per l’Afghanistan, annunciata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel alla vigilia della Conferenza di Londra del prossimo 28 gennaio. Il piano è stato messo a punto nel corso di un vertice convocato ieri sera dalla cancelliera, a cui hanno partecipato i ministri degli Esteri, Guido Westerwelle, della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, dell'Interno, Thomas de Maizière e dello Sviluppo, Dirk Niebel. “Questa - ha detto Merkel in conferenza stampa - è una nuova tappa che dà inizio al passaggio della responsabilità al governo afgano” per quanto riguarda la sicurezza del Paese.

Nel corso della conferenza stampa a Berlino, la cancelliera ha annunciato l’invio di 500 soldati, portando così il contingente a cinquemila unità. Ulteriori 350 militari saranno a disposizione come “riserva flessibile”, pronti a partire per Kabul in caso di necessità. Tale decisione risponde a quell’aumento di truppe alleate auspicato dalla Nato, contestualmente all’annuncio del presidente Usa Barack Obama di un invio di 30 mila soldati. Per aumentare il limite massimo delle forze militari da impiegare in Afghanistan, il governo dovrà comunque chiedere il via libera del Bundestag, il parlamento tedesco. Per quanto riguarda l’addestramento delle forze di sicurezza afghane, la Germania porterà a 200 il numero di poliziotti. A Berlino è assegnato il compito di preparare altre 15mila reclute entro la fine del 2012.

 Più fondi saranno destinati inoltre dalla Germania per la ricostruzione e per il reinserimento sociale dei talebani. Sul primo fronte, gli investimenti passeranno da 220 a 430 milioni di euro nel giro di qualche anno ha annunciato la Merkel. Ulteriori 50 milioni di euro saranno stanziati dal governo tedesco nell’arco di cinque anni per il recupero e il reinserimento sociale dei talebani moderati. Questi stanziamenti faranno parte di un più ampio fondo internazionale di 500 milioni di dollari. La posizione della Germania sarà sostenuta alla Conferenza di Londra dal vice cancelliere e ministro degli Esteri, Guido Westerwelle. Italia chiama Italia

 

 

 

Lafontaine apre al «nemico» Schroeder: mi chiami e facciamo pace

 

Adesso che si è ritirato dalla politica nazionale, conservando solo l'incarico di deputato regionale della Saar, Oskar Lafontaine è pronto a riappacificarsi con il suo ex grande rivale Gerhard Schroeder. È lo stesso presidente uscente della Linke a spiegarlo in un'intervista al settimanale Stern, in cui spiega che ormai «il tempo delle ferite appartiene ad un passato lontano». «Ma nella vita ci sono regole», ha aggiunto, «è il più giovane a salutare il più anziano».

 

I rapporti personali tra i due esponenti politici si erano interrotti l'11 marzo 1999, quando «Oskar il Rosso» sbattè la porta per protesta contro la politica di riforma dello stato sociale decisa dall'allora cancelliere socialdemocratico, dimettendosi da ministro delle Finanze e da presidente del partito. Dovrebbe quindi essere Schroeder, di un anno più giovane di Lafontaine, a compiere il primo passo per arrivare a una riappacificazione.

 

Nell'apprendere dell'operazione per un cancro alla prostata a cui si è sottoposto nel novembre scorso, la moglie di Schroeder, Doris, aveva inviato un affettuoso messaggio di guarigione al «caro Oskar», il quale ha rivelato a Stern di aver «risposto, ringraziando». Nell'intervista Lafontaine si mostra scettico riguardo ad una futura fusione tra la Spd e la Linke, spiegando di essere «sempre più convinto della necessità di un partito a sinistra di quello socialdemocratico». Sul piano personale, Lafontaine rivela che le sue condizioni di salute non sono ancora buone, poichè oltre all'asportazione della prostata ha sofferto all'inizio dello scorso anno di problemi di cuore, mentre attualmente è alle prese con un'infezione alle vie respiratorie di cui i

medici non riescono ancora a venire a capo. L’U 27

 

 

 

 

Il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, ieri a Stoccarda ed oggi a Monaco

 

Stoccarda/Monaco - Trasferta in Germania ieri 28 gennaio e oggi venerdì 29 per il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, per due importanti appuntamenti: ieri a Stoccarda è stato presentato il ritiro premondiale in Alto Adige della nazionale tedesca di calcio ed oggi viene assegnato in Baviera il Premio internazionale tutela del bosco.

È stata dunque Stoccarda la prima tappa della "due giorni" del presidente Durnwalder in Germania: nel modernissimo "Mercedes-Welt" è stato infatti presentato dalla Federazione calcistica tedesca, nell'ambito di un grande workshop riservato ai giornalisti dei vari mass media, il ritiro premondiale della Germania nell'Oltradige. Il presidente Durnwalder ha illustrato le caratteristiche dell'Alto Adige dal punto di vista ambientale, turistico e logistico.

Oggi 29 il presidente si trasferirà a Bad Tölz in Baviera, per l'assegnazione dell'annuale Premio per la tutela del bosco. Con questo riconoscimento internazionalem la comunità di lavoro che raggruppa le associazioni forestali alpine intende dare il giusto riconoscimento a progetti considerati esemplari per il futuro sviluppo e la salvaguardia del bosco. E anche l'Alto Adige figura in prima linea: sono molti i progetti di Comuni e associaizoni altoatesine che concorrono al Premio con quelli di Tirolo, Vorarlberg, Cantone dei Grigioni e Baviera. (aise, de.it.press) 

 

 

 

 

Milleproroghe al Senato. Parere favorevole alla proroga degli incarichi di Direttore di IIC in scadenza

 

Roma - Nella seduta del 26 gennaio, la Commissione Affari Esteri del Senato ha votato parere favorevole al decreto Milleproroghe per le parti di sua competenza. Il decreto, infatti, ha un contenuto ampio ed eterogeneo e, come obiettivo, quello di prorogare i termini previsti dalle più diverse disposizioni legislative. Tra le quattro di interesse della Commissione così come spiegato dal relatore del provvedimento, senatore Bettamio (Pdl), alla presenza del sottosegretario Craxi: in materia di istituti di cultura all’estero, senza oneri aggiuntivi per l’erario, il decreto dispone la proroga degli incarichi di Direttore di IIC, già rinnovati per il secondo e ultimo biennio, in scadenza nei primi sei mesi del 2010.

Quest’ultima proroga, ha spiegato Bettamio, "si rende necessaria per assicurare la continuità della gestione di sedi particolarmente importanti nell’ambito dei rapporti culturali internazionali, superando l’attuale limite legislativo, che non consentirebbe un terzo incarico consecutivo".

"Per rendere effettiva la proroga il decreto stabilisce anche che, limitatamente agli incarichi prorogati, si deroghi al limite di età previsto dalla legislazione vigente".

Sugli IIC, il sottosegretario Craxi ha ribadito la "opportunità" della proroga degli incarichi "soprattutto in relazione a quelle realtà territoriali, come ad esempio Tokyo, in cui sono già avviati eventi di grande rilievo", così da potersi "avvalere delle competenze ed esperienze già maturate".

Molto critici i senatori del Pd, Marinaro e Micheloni. La senatrice, infatti, ha definito il decreto come misura "sintomatica della difficoltà del Governo a far fronte nei tempi stabiliti alle attività da svolgere". Quanto ai direttori degli IIC, per la Marinaro, senza voler mettere in dubbio la loro competenza, "inserire una specifica disposizione nell'ambito di una legge di proroga omnibus, è improprio, visto che sono operazioni di ordinario avvicendamento di ruoli". Come Partito Democratico, ha ricordato, "da tempo sollecitiamo uno strumento legislativo di riassetto complessivo del sistema di rappresentanza culturale dell'Italia all'estero, a tutela dell'immagine nazionale nel mondo ma anche in un ottica di valorizzazione del Parlamento".

Il sottosegretario Craxi ha quindi confermato l’esame, in corso alla Farnesina, di "ipotesi di riforma del sistema degli istituti di cultura italiani all'estero", mentre Bettamio ha ribadito "l'esigenza di assicurare una continuità di gestione degli IIC rispetto ad importanti iniziative già in corso di svolgimento in vari contesti territoriali".

Ad annunciare l’astensione del Pd è stato Claudio Micheloni che ha espresso il suo "fermo dissenso" alla disposizione sugli istituti di cultura in quanto "ancora una volta si è in presenza di un intervento settoriale e privo di ampio respiro sulla materia. Il riferimento svolto dal sottosegretario Craxi alla realtà giapponese non giustifica una proroga che si ripercuote anche su numerosi altri istituti. Vorrei ricordare come l'avvicendamento dei vertici degli Istituti produca effetti migliori rispetto ad incarichi prolungati. In ogni caso – ha aggiunto – ritengo la misura criticabile in una congiuntura, quale quella attuale, che vede in discussione un articolato piano di riassetto della rete degli uffici all'estero del Mae". Prima di confermare il voto di astensione del Pd, Micheloni ha incidentalmente chiesto alla Craxi chiarimenti sulla "ventilata ipotesi di adozione di un provvedimento di incremento degli indennizzi spettanti al personale diplomatico impegnato all'estero". Ipotesi denunciata anche dall’onorevole Fedi (Pd) in una recente interrogazione.

Al senatore Pedica (Idv) che ha fortemente criticato l’intero decreto e annunciato il voto contrario del partito è seguita la votazione con cui la Commissione ha approvato la proposta di parere favorevole del senatore Bettamio. (aise)

 

 

 

 

Senato. Riunito il Comitato per le questioni degli Italiani all’Estero

 

L’audizione di Rhi-Sausi e Baraldi del Centro Studi di Politica Internazionale. Gli interventi del presidente Firrarello, dei vice presidenti Micheloni e Giordano e dei senatori Randazzo e Giai

 

ROMA - Con l’audizione del direttore del Centro Studi di Politica Internazionale (Cespi),  Josè Luis Rhi-Sausi e del direttore dell’Osservatorio Interregionale Cooperazione allo Sviluppo (Oics) del medesimo istituto Gildo Baraldi, è ripresa, presso il Comitato del Senato per le Questioni degli Italiani all’Estero, l’indagine conoscitiva sulle politiche per i connazionali nel mondo. 

  La seduta è stata introdotta dal presidente del Comitato Giuseppe Firrarello che ha precisato come l’audizione dei rappresentanti del Cespi rappresenti una preziosa occasione per avere il punto di vista di un osservatorio privilegiato sulla politica estera italiana nei confronti delle nostre collettività nel mondo.

  Il direttore del Cespi Rhi-Sausi ha aperto la sua relazione sottolineando come  a tutt’oggi nei paesi di residenza dei nostri connazionali all’estero esista una “business community” di grande importanza e spessore. Una  comunità d’affari che, soprattutto in America latina, appare idonea a fungere da referente per il processo di internazionalizzazione delle imprese italiane. Rhi-Sausi  ha poi evidenziato come, a fronte della mancanza in questo ambito di un approccio sistematico e di un preciso indirizzo politico, questo procedimento di espansione economica si basi al momento soprattutto su processi spontanei e sull’apporto di enti ed organismi quali l’Istituto per il Commercio Estero (ICE) e le Camere di commercio, strutture che da tempo vengono indicate come possibile base di creazione di una rete di supporto per lo sviluppo di relazioni economiche internazionali più intense. In questo quadro di riferimento, secondo il direttore del Cespi, sarebbero auspicabili politiche di supporto all’internazionalizzazione delle imprese italiane, da svilupparsi attraverso il canale privilegiato delle relazioni con la comunità economica all’estero di origine italiana.

  Rhi-Sausi ha inoltre segnalato la presenza nel mondo di una  nutrita comunità di giovani di origine italiana che manifesta un sentito interesse dal punto di vista economico, culturale e linguistico per le relazioni con la madrepatria. Una rete quella dei giovani, molto radicata anche nelle strutture pubbliche all’estero, che una volta attivata potrebbe avere positive ricadute anche per l’Italia. Rhi-Sausi ha infine auspicato un intervento più ampio e stabile per quanto concerne i contatti  avviati a livello di cooperazione decentrata. Sinergie fra realtà locali che hanno già dato buoni riscontri.

  Il direttore dell’Oics Gildo Baraldi ha ricordato come al momento tutte le regioni italiane intrattengano, con diverse modalità ed intensità, rapporti economici e culturali con le comunità di corregionali all’estero attraverso il canale privilegiato costituito dal mondo associativo. Interventi regionali che si concentrano prevalentemente sull’assistenza agli indigenti, sull’assistenza amministrativa e pensionistica, sul collegamento linguistico e culturale e sul rapporto con le nuove generazioni, oramai integrate nel tessuto sociale del paese di destinazione. In questo contesto Baraldi segnala anche l’avvio di iniziative imprenditoriali guidate da giovani italiani all’estero, che vengono sviluppate con il supporto delle regioni italiane. Realtà che assumono peculiari connotazioni nei continenti in cui il fenomeno migratorio è più consistente, come ad esempio l’America Latina, ma anche l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti. Dal direttore dell’Osservatorio è stato anche rilevato come a tutt’oggi i vari interventi delle regioni in favore delle nostre comunità nel mondo, non siano unitari,  manchino di un reale coordinamento e quindi di linee strategiche comuni. Una sinergia al momento assente che invece potrebbe portare grandi vantaggi dal punto di vista dei costi e dell’efficacia delle politiche verso le collettività all’estero. A tal proposito Baraldi ha ricordato come per  l’assistenza dei nostri connazionali in Argentina, mediante assicurazioni sanitarie, il primo intervento messo in piedi dalle regioni sia stato sicuramente meno costoso e più efficace, nelle modalità d’intervento, rispetto a quello attuale promosso dallo Stato.

  Terminata la prima parte dell’audizione il senatore del Pd Nino Randazzo ha rilevato l’assenza nelle relazioni dei rappresentati del Cespi di riferimenti  all’importante realtà  dei Comites, del Cgie e degli eletti della circoscrizione Estero. Istituti che, secondo Randazzo, costituiscono un punto di partenza imprescindibile nell’analisi dei rapporti tra Italia e comunità di migranti. Il senatore del Pd ha altresì fatto notare come dal punto di vista dei canali dell’emigrazione italiana assumano particolare rilievo, insieme all’America Latina, anche, e soprattutto, gli Stati Uniti, l’Europa, l’Australia e il Sud Africa, paesi in cui la presenza di comunità italiane è molto significativa.

  In sede di replica Rhi –Sausi ha puntualizzato come l’omessa menzione nel suo intervento della rappresentanza politica delle collettività italiane all’estero sia derivata dall’esigenza di analizzare compiutamente differenti profili di maggiore attinenza rispetto all’attività del Cespi.

  Claudio Micheloni, vice presidente del Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero, ha precisato come, alla luce delle nuove e diverse caratteristiche del fenomeno migratorio, sia necessario un riassetto delle politiche italiane di collegamento e supporto che tenga nel dovuto conto il legame con la comunità degli affari e con le realtà locali, in una prospettiva di reciproco interesse che prevale attualmente su quella di un recupero delle origini. Alla luce di ciò, secondo Micheloni, i canali tradizionali, quali ad esempio la formazione professionale, andrebbero pertanto rivisti e anche gli interventi regionali dovrebbero essere orientati in tale ottica. Per quanto concerne invece la riforma normativa dei sistemi di rappresentanza delle comunità italiane all’estero, attualmente in  discussione al Senato, Micheloni ha sottolineato l’esigenza di un rinnovamento delle istituzioni, che segni il passaggio dal mondo associativo tradizionale ad organismi che favoriscano un coordinamento tra interventi statali centrali e decentrati regionali e valorizzino il ruolo delle nuove generazioni.

  Anche la senatrice del Maie Mirella Giai si è detta d’accordo con l’esigenza di valorizzare pienamente il ruolo delle fasce giovanili della popolazione di origine italiana all’estero. Un prezioso contributo, quello delle nuove generazioni, che si evidenzia non solo nella  realtà dell’America Latina e che deve essere incentivato. A tal proposito la Giai ha auspicato il mantenimento delle ipotesi di riforma normativa che prevedono una rappresentanza giovanile nei Comites. Per quanto concerne, poi, l’internazionalizzazione delle imprese italiane nel mondo, la senatrice si è associata all’esigenza, rilevata nel corso dell’audizione, di un supporto articolato, e ha sottolineato il rilevante ruolo svolto in questo contesto dalle Camere di commercio estere.

  Dall’altro vice presidente del Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero Basilio Giordano (Pdl) sono stati invece chiesti chiarimenti circa l’esempio portato da Baraldi  circa le modalità di prestazione di assistenza sanitaria ai cittadini italiani in Argentina, mediante il canale regionale rispetto a quello promosso dallo Stato. 

  Su questo punto Baraldi ha precisato come il miglior livello di soddisfazione registrato tra gli assistiti in Argentina per l’assicurazione sanitaria stipulata con il sostegno delle regioni italiane rispetto alla successiva assicurazione garantita dallo Stato, ferma restando in entrambi i casi la correttezza dei costi e dei servizi erogati, sia derivato da un differente assetto del sistema di assistenza: nel primo caso, infatti, esso è risultato maggiormente conforme ai bisogni di una popolazione anziana, assicurando anche un meccanismo di assistenza sociale.

  Rispetto al ruolo svolto dai Comites e dal Cgie Baraldi ha sottolineato come tali istituzioni costituiscano un interlocutore primario per le regioni che si relazionano con le proprie collettività all’estero. Il direttore dell’Osservatorio ha infine rilevato sia il rischio di uno scollamento tra la rappresentanza del mondo associativo tradizionale e fasce giovani della popolazione, sia la necessità, per quanto concerne l’erogazione di finanziamenti regionali mirati all’attuazione di iniziative specifiche, di individuare nuovi canali come ad esempio il training on the job in riferimento alla formazione professionale. (G.M.-Inform)

 

 

 

All’estero partecipano in 12 mila alle primarie del PD. Bersani: “Cercherò di non  deluderli”

 

Roma - “Gli italiani all’estero hanno guardato con passione e impegno a quello che stavamo facendo, come sempre, quando si parla di Italia: che si tratti del proprio partito, della propria regione o del proprio Paese”. Lo ha dichiarato il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani in un’intervista al mensile edito in Brasile “Comunità italiana”. La partecipazione alle primarie, ma anche le questioni riguardanti la rete consolare all’estero e la rappresentanza. Sono questi i temi di cui ha discusso Bersani insieme al deputato eletto nella ripartizione America meridionale Fabio Porta, che ha realizzato l’intervista. “I loro 12mila voti alle primarie – ha continuato il leader del Pd - sono il segno della voglia di esserci, di partecipare, di far sentire la propria voce”. “Cercherò di non deluderli – ha aggiunto - cominciando da subito con il rafforzare i luoghi di partecipazione democratica nel partito all’estero e con il raccogliere e portare avanti alcune esigenze principali per l’intera comunità italiana nel mondo, oggi falcidiata dai tagli di questo Governo e dallo smantellamento della rete consolare”. Secondo Bersani, “la strada giusta è quella di riuscire a creare una rete all’interno della quale le varie istituzioni di rappresentanza degli italiani all’estero, insieme a quelle diplomatico-consolari, all’Ice, alle camere di commercio, ai patronati, riescano a parlarsi, scambiandosi informazioni e servizi in modo da tenere unito tutto il tessuto comunitario, fatto di cittadini e imprese, e di realizzare un raccordo tra Paese (Stato e Regioni), comunità, imprese e paesi stranieri”. Riguardo all’America Latina e in particolare al Brasile, che il segretario del Pd ha avuto modo di conoscere a fondo come presidente della Regione Emilia-Romagna sia come ministro, Bersani non mancherà di metterli “nei miei programmi”. “Durante il governo Prodi – afferma -, si era cominciato a lavorare bene in questa direzione: basti pensare alle Conferenze nazionali Italia-America Latina e Caraibi volute dall’allora sottosegretario Donato Di Santo”. Per Bersani è necessario “continuare sulla strada aperta a suo tempo dal Governo Prodi e dal ministro D’Alema, cercando di intensificare sia i rapporti politici che quelli economici” con il Brasile, uno dei più grandi Paesi emergenti e con la più grande comunità di italo-discendenti al mondo. “In questo senso – aggiunge il leader del Pd - la presenza di una grande e organizzata comunità italiana non può che essere uno strumento di raccordo e dialogo in più che nessun Paese possiede”. (9colonne)

 

 

 

 

Auschwitz, preghiere e ricordi per celebrare il giorno della Memoria

 

Sopravvissuti all'Olocausto, reduci russi, politici, studenti insieme nel campo divenuto museo, a 65 anni dalla liberazione. In Italia manifestazioni e convegni, il premio Nobel per la pace Wiesel parla alla Camera

 

VARSAVIA - Ci sono gli ex internati del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, i reduci dell'Armata rossa che 65 anni fa liberarono il campo, studenti da tutta Europa, e molte personalità politiche, tra cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Insieme nel luogo che è divenuto il simbolo del ricordo dell'1,1 milione di vittime dell'Olocausto, nel giorno della Memoria che coincide con l'anniversario della liberazione del campo.

 

Le sirene di Auschwitz risuoneranno di nuovo alle 14,30 per marcare l'inizio delle cerimonie in quello che fu il più grande campo di sterminio installato dai nazisti nella Polonia occupata.

I partecipanti alle commemorazioni si raccoglieranno davanti al memoriale di Birkenau per recitare il kaddish (la preghiera ebrea dei morti) e preghiere ecumeniche e per ascoltare i discorsi ufficiali. Tra il 1940 e il 1945, circa 1,1 milioni di uomini, donne e bambini, di cui un milione di ebrei provenienti da tutta Europa, sono morti in questo luogo.

 

In mattinata, il Congresso ebraico europeo terrà una conferenza a Cracovia, nel sud della Polonia a circa cinquanta chilometri dal campo, a cui il presidente americano Barack Obama inverà un messaggio video. In contemporanea, i ministri europei dell'istruzione rifletteranno sui metodi di insegnamento ai giovani delle lezioni di Auschwitz.

 

In questa che l'Onu ha dichiarato universalmente Giornata della memoria, verrà anche inaugurata una mostra in Russia sulla liberazione del campo, che è l'unico tra i campi di sterminio nazisti ad essere stato preservato così come fu abbandonato dai nazisti in fuga di fronte all'avanzata dell'Armata rossa. Oggi è divenuto un museo, tornato di recente nelle cronache per il trafugamento dell'insegna di ferro posta all'ingresso ("Il lavoro rende liberi"), poi ritrovata. Altri campi installati in Polonia, come Sobibor, Treblinka o Belzec, vennero completamenti distrutti dai nazisti. Il museo di Auschwitz, che comprende le circa 300 baracche in cui vivevano reclusi gli internati e le camere a gas in cui vennero sterminati, è stato visitato da 1,3 milioni di persone nel 2009.

 

In Italia. Numerose le iniziative, oltre ai treni organizzati da sindacati e scuole alla volta di Auschwitz. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano presiederà alle celebrazioni ufficiali a Roma, il cui momento culminante sarà il discorso alla Camera del premio Nobel per la pace Elie Wiesel alla presenza del capo dello Stato e del presidente della Camera Gianfranco Fini.

 

Preghiere in sinagoga, mostre storiche e spettacoli teatrali, convegni e concerti in tutta Italia. Il momento più solenne si svolgerà al Quirinale quando, alla presenza del capo dello Stato Napolitano, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta consegnerà le medaglie d'onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti. Cerimonie e celebrazioni si svolgeranno in tutte le città d'Italia, a partire da Milano, Torino, Bologna, Genova, Firenze, Bari e Cosenza. Sempre al Quirinale, si tiene poi la premiazione delle classi vincitrici del concorso "I giovani ricordano la Shoah". Ancora a Roma, il comitato "Memoria, dialogo, pace" organizza un dies memoriae a cui parteciperanno mons. Rino Fisichella, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, l'ambasciatore d'Israele Ghideon Meir e il ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Il presidente del Senato celebrerà l'evento alle risiere di San Sabba. In serata, alle 20.30 alla sinagoga di Roma, i sopravvissuti ebrei ai lager incontrano insieme la comunità ebraica di Roma con il loro presidente Riccardo Pacifici e il rabbino Di Segni.  LR 27

 

 

 

 

Camera. Nel Giorno della Memoria avviata indagine conoscitiva sull'antisemitismo

 

Il ministro Frattini: “Assuefazione civile, il nuovo antisemitismo sul quale vigilare”

 

ROMA – “L’assuefazione civile, fatta di battute e accondiscendenza” in Italia rappresenta “il nuovo antisemitismo sul quale riflettere e vigilare”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini parlando davanti alle Commissioni riunite Esteri e Affari costituzionali della Camera, che, nel Giorno della Memoria, hanno dato il via ad un'indagine conoscitiva sull'antisemitismo.

  “Ci sono manifestazioni gravi di relativismo e negazionismo che ci preoccupano - ha detto il ministro - così come le azioni dirette di chi porta, soprattutto nel nord Europa, in piazza manifestazioni antisemite che sono pericolose soprattutto per la loro attrattiva”.

  Frattini ha invitato a fare particolare attenzione “ai simboli” chiedendo un'azione più forte e determinata dell'Unione Europea contro di essi il che, ha sottolineato, “non significa censurare perché non si tratta di manifestazione del libero pensiero: chi esibisce simboli e uniformi naziste costituisce una minaccia diretta per la nostra società”

  Per combattere l'antisemitismo, secondo il titolare della Farnesina, è importante l'informazione, la conoscenza, ma servono anche “azioni simboliche” da parte dei governi. E Frattini ha ricordato alcune iniziative in questo senso del Governo Berlusconi, che “ha dato forte sostegno alla politica europea di rafforzamento del rapporto tra Israele e l'Europa, nonostante la reticenza di alcuni paesi europei”. Il ministro degli Esteri ha aggiunto che il Governo ha inoltre voluto mostrare, con azioni simboliche, come l'Italia possa dare un “segno di conoscenza e condanna”. E un esempio per tutti è stata la visita, assieme al ministro tedesco Frank-Walter Steinmeier alla risiera di San Saba, durante il vertice Italia-Germania. Frattini ha ricordato anche che proprio lunedì prossimo il presidente Berlusconi, insieme a sette ministri, sarà in Israele per il primo vertice intergovernativo. Berlusconi, ha detto Frattini avrà il “piacere e l'onore di parlare davanti alla Knesset. Sarà un momento per testimoniare l'amicizia profonda tra il Governo Italiano e Israele”. (Inform)

 

 

 

 

La Conferenza internazionale di Londra. Afghanistan, via alla riconciliazione

 

I talebani: «È soltanto propaganda» - Karzai tende la mano ai «fratelli disillusi

che rinunceranno alla violenza e ad Al Qaeda»

 

LONDRA - La Conferenza internazionale di Londra lancia la transizione in Afghanistan. I rappresentanti di 70 Paesi hanno benedetto il processo di riconciliazione nazionale che dovrebbe recuperare i talebani moderati e creare i presupposti per il ritiro completo delle truppe straniere entro 5 anni. Il presidente Hamid Karzai ha ribadito la volontà di «tendere la mano a tutti» gli afghani, «soprattutto ai fratelli disillusi» che si sono schierato con gli studenti coranici. Per il loro reintegro nella società si attingerà a un fondo fiduciario che potrebbe arrivare a un miliardo di euro, ha spiegato il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Nel documento finale della Conferenza alla Lancaster House si promette «un posto dignitoso nella società a coloro che rinunceranno alla violenza, parteciperanno alla società civile e rispetteranno i principi della costituzione afghana, taglieranno i propri legami con al Qaeda e altri gruppi terroristici e perseguiranno i propri obiettivi politici in maniera pacifica».

 

PROCESSO DI PACE - Karzai ha annunciato «la creazione di un consiglio nazionale per la pace e la riconciliazione cui farà seguito la convocazione di una Loya jirga, l'assemblea degli anziani» del Paese. Poi ha chiesto al re saudita Abdullah di svolgere «un ruolo di primo piano per guidare e assistere il processo di pace». Per il presidente l'Afghanistan avrà ancora bisogno del sostegno dell'Occidente per i prossimi 15 anni. Il premier britannico, Gordon Brown, ha affermato che la Conferenza segna l'inizio della transizione afghana e che la metà del 2011 è la scadenza entro cui si dovrà «invertire la tendenza» nella lotta alla guerriglia. Il titolare di Downing Street ha annunciato che il passaggio delle responsabilità della sicurezza dalle truppe straniere a quelle afghane distretto per distretto «comincerà nel corso di quest'anno». Una transizione che però non significa «exit strategy», come ha puntualizzato Hillary Clinton. «Noi sosteniamo il piano di transizione della Nato», ha sottolineato il segretario di Stato Usa, «ma voglio dirlo con chiarezza agli afghani, ai nostri alleati, ai nostri cittadini e agli estremisti che sperano in un nostro fallimento: questa non è una exit strategy». La prossima conferenza si terrà entro l'anno a Kabul. Frattini, ha chiesto che l'apertura ai talebani non abbia conseguenze negative sulla vita delle donne afghane e sui diritti civili. Per il titolare della Farnesina da Londra è partito «un segnale forte di coesione della comunità internazionale e di sostegno alla nuova linea di Karzai».

 

LA REPLICA - Ma sono gli stessi talebani a gelare le speranze di una possibile riconciliazione: la conferenza di Londra - hanno dichiarato - è solo una pura manovra di propaganda che non produrrà alcun risultato. Lo rivela il sito Usa Site specializzato nel monitoraggio delle pagine web utilizzate dagli integralisti islamici. «I dominatori fautori della guerra sotto la guida del (presidente Usa Barack) Obama e del (primo ministro) britannico (Gordon) Brown vogliono ingannare il mondo con questa conferenza di Londra per dimostrare che la gente li sostiene ancora», riporta Site. Se decideranno ancora «una volta - si legge nel testo pubblicato su Internet - di cercare di prolungare l'occupazione militare, economica, culturale e politica (dell'Afghanistan) questa conferenza sarà solo una semplice dichiarazione d'intenti come le altre conferenze».  Agi 28

 

 

 

 

Ma la vera sfida di Barack è l'occupazione

 

Dopo il voto per il Senato in Massachusetts, l’amministrazione Obama deve concentrarsi con decisione sull’economia nazionale. Ma nel 2010 Afghanistan, Iran, Russia, Iraq e terrorismo globale potrebbero scatenare una crisi in politica estera tale da influenzare in modo profondo il mandato presidenziale. La politica estera dei presidenti americani è spesso forgiata da qualche evento epocale. Nel caso di George Bush sono stati gli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York e Washington. Dopo nemmeno otto mesi di presidenza si trovò per ben due mandati a gestire la guerra al terrorismo e a scongiurare l’eventualità di un secondo attacco mentre era in carica. Bill Clinton si trovò alle prese con l’eccidio di massa dei musulmani bosniaci a Srebrenica.

 

Fino a quel momento, benché divampasse la guerra il presidente Clinton aveva evitato di invischiare gli Usa in Bosnia, per non farsi distrarre dall’agenda economica nazionale. (Ricordate? «E’ l’economia, sciocco» era stato lo slogan della sua campagna). Ma quando gli osservatori europei stettero a guardare impotenti mentre i serbi di Bosnia uccidevano sistematicamente 7000 uomini e ragazzi nel giro di 5 giorni, fu impossibile continuare a tenersi in disparte. Porre fine alla pulizia etnica nei Balcani divenne l’obiettivo di spicco dell’amministrazione Clinton e spianò la via all’allargamento dell’Unione europea e della Nato. Per George H. W. Bush si trattò della caduta del Muro di Berlino. Inaspettatamente Bush si dovette concentrare sulla metà d’Europa che era appena stata liberata, guidando la pacifica riunione della Germania e sovrintendendo a una fine incruenta della Guerra fredda mentre l’Unione Sovietica collassava e perdeva il suo impero.

 

Per Jimmy Carter l’evento cruciale accadde nell’ultimo periodo della sua presidenza e fu la vicenda dei diplomatici iraniani presi in ostaggio dagli integralisti iraniani, un evento che mostrò la debolezza americana e fece da preludio, appena sette settimane dopo, all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Il punto in comune tra questi fatti è di non essere stati pianificati. Si trattò di eventi esterni a cui gli Usa dovettero reagire. E il modo in cui il Presidente affrontò la crisi divenne il suo ritratto storico. Le amministrazioni lavorano sodo per sviluppare strategie a lungo termine. Ma spesso gli eventi più significativi sono quelli che sfuggono al loro controllo. E’ troppo presto per dire cosa resterà nella memoria come caratterizzante la presidenza Obama. Mancano tre anni alla scadenza del primo mandato, un’era nel secolo della globalizzazione e di Internet, e poi molto probabilmente potrebbe essere rieletto. Può accadere di tutto. Ma nell’occasione del discorso sullo stato dell’Unione del 27 gennaio, dopo un anno di presidenza, si possono già vedere i semi delle tematiche che faranno del 2010 un anno decisivo.

 

Il 2009 è stato un anno di aspettative irrealistiche, seguite dall’inevitabile delusione. E’ stato l’anno della più grave crisi economica mai vista dall’embargo petrolifero del 1970 e dalla Depressione del 1930. E in politica estera è stato un anno in cui si è addensata la tempesta, in Afghanistan, in Iran, Russia o Nord Corea. Finora però nulla che possa far presagire quale sarà l’evento che contraddistinguerà la politica estera della presidenza Obama. Tuttavia tre eventi dell’ultimo mese - due terremoti e un mancato attentato terroristico - ci avvertono che il 2010 potrebbe rivelarsi cruciale. Il 25 dicembre un terrorista nigeriano mandato da Al Qaeda fallì nel tentativo di far esplodere un aeroplano sopra l’aeroporto di Detroit. Per un’amministrazione che ha cercato in ogni modo di allontanarsi da quelli che erano visti come gli eccessi dell’era Bush è stata una fortuna che l’attentato non sia riuscito. Ma è servito a ricordare all’opinione pubblica americana che il terrorismo non è finito e al Presidente che, proprio come il suo predecessore, non può permettersi un secondo attacco. Il 12 gennaio un terremoto di magnitudo 7 ha colpito Haiti, uccidendo forse 200 mila persone e lasciando un milione e mezzo di senzatetto. Un evento imprevisto a cui tuttavia solo gli Usa potevano rispondere velocemente e in modo tale da salvare il maggior numero possibile di vite umane. E la gravità della devastazione significa che Haiti resterà una priorità per gli Stati Uniti negli anni a venire. Poi, il 19 gennaio, un terremoto politico: l’elezione di un repubblicano al seggio senatoriale del Massachusetts che fu del democratico Ted Kennedy. In pratica la fine della supremazia democratica al Senato, durata appena otto mesi e che garantiva la maggioranza. Il Senato ora torna alla normalità e alle alleanze transpartitiche necessarie a far passare le leggi. Ma da un punto di vista politico il voto in Massachusetts è ancora più significativo. Mostra come gli elettori, anche in uno degli Stati maggiormente consacrati al partito democratico di tutto il Paese, restino straordinariamente scontenti. L’anno scorso questo malcontento era tutto rivolto a Bush. Ora, dopo un anno, si riversa su chi è al governo. Mancano 9 mesi al voto di mid-term del Congresso che deciderà tutti i seggi della Camera dei deputati e un terzo di quelli del Senato. Molti sono saldi. Ma ce ne sono parecchi in bilico che potrebbero portare i democratici a perdere il controllo della Camera e a ulteriori danni in Senato. Dal Massachusetts il partito democratico deve imparare una lezione: c’è una sola cosa su cui concentrarsi ed è l’occupazione. E tuttavia nel 2010 la politica richiederà ancora più attenzione. La risposta alla rivolta in Afghanistan sarà un test. Il soccorso americano ad Haiti verrà giudicato. L’Iran farà ulteriori significativi progressi verso l’arma nucleare mentre i giovani oppositori sfidano il regime. Il voto in Iraq seguito dal ritiro Usa misurerà l’effettiva fine della violenza fra sciiti e sunniti.

 

La Russia continuerà a consolidare la sua «sfera d’influenza» assicurandosi territori cuscinetto come il Sud Ossezia, l’Abkhazia e laTransnistria e manipolerà la politica degli Stati confinanti usando l’energia, i trattati e l’opposizione allo scudo difensivo. Al Qaeda tenterà un altro attacco. E ognuno di questi temi - e probabilmente anche molti altri - potrebbe esplodere e causare una crisi dichiarata. E il modo in cui Obama risponderà a questa sfida, molto più di tutto ciò che è stato pianificato e previsto, sarà alla fine ciò che definirà l’immagine futura della sua presidenza.  KURT VOLKER

Kurt Volker è stato ambasciatore Usa alla Nato e ha ricoperto incarichi al Dipartimento di Stato. Attualmente è direttore esecutivo del centro di relazioni transatlantiche alla Johns Hopkins University’s School of Advanced International Studies e consigliere emerito presso il Consiglio Atlantico degli Stati Uniti  LS 28

 

 

 

Peres: «L’Iran, regime di fanatici è la nuova minaccia per il mondo»

 

La risposta a Khamenei che aveva detto: Israele deve essere distrutta - di WALTER RAUHE

 

BERLINO - «L’Iran rappresenta una minaccia per il mondo intero». Dal palco del parlamento tedesco, dove ieri in occasione della Giornata della Memoria ha tenuto un toccante e storico discorso, il presidente israeliano Shimon Peres ha invitato la comunità internazionale a non ripetere gli errori commessi in passato sottovalutando le minacce provenienti da un regime dittatoriale. «La lezione che dobbiamo imparare dall’Olocausto - ha affermato il premio Nobel per la Pace - è che non dobbiamo mai più permettere l’emergere di dottrine razziste. Mai più dottrine razziste, mai più sentimenti di superiorità, mai più cosiddette autorità divine per incitare, uccidere, violare la legge, negare Dio e la Shoah». Peres ha invocato la comunità internazionale a «non ignorare più dittatori assetati di sangue che si nascondono dietro le maschere della demagogia e lanciano slogan assassini. Sono una minaccia per tutto il mondo». «Ci identifichiamo invece con i milioni di iraniani che si rivoltano contro la dittatura e la violenza. Come loro respingiamo un regime fanatico che contraddice la Carta dell’Onu, un regime che minaccia la distruzione, con impianti nucleari e missili, che attiva il terrore nel suo e in altri Paesi».

Proprio ieri la Guida Suprema della Repubblica Islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, aveva auspicato la scomparsa dello Stato d’Israele. «Sicuramente, verrà il giorno in cui i Paesi della regione saranno testimoni della distruzione del regime sionista», ha tuonato Khamenei nel corso di un incontro con il presidente mauritano, Mohammed Ould Abdel Aziz.

Per il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Liebermann, l’Iran di oggi può essere paragonato alla Germania nazista del 1938. Citato dal Jerusalem Post, Liebermann ha aggiunto di non invidiare la comunità ebraica in Iran denunciando i continui arresti e processi ai danni dei membri della comunità. «È la prima volta che il leader di uno stato membro delle Nazioni Unite afferma che l’Olocausto non è mai esistito».

In un discorso pronunciato presso l’ex campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invece affermato che «dobbiamo avvertire il mondo sui pericoli che incombono e allo stesso tempo essere pronti a difenderci», riferendosi esplicitamente all’Iran e al suo programma nucleare. Per il premier, l’unico modo per evitare un secondo Olocausto sarebbe quello di «uno Stato di Israele forte, con un esercito forte». «Come primo ministro, dico che non lasceremo mai che la mano del demonio colpisca la nostra gente e il nostro Stato, mai più».

Di fronte al Bundestag di Berlino il presidente israeliano Peres ha ricordato anche il triste destino del nonno, il rabbino Zvi Melzer, bruciato vivo dai nazisti nella città allora polacca e oggi bielorussa di Vishniev. «Mi ricordo ancora di lui alla stazione ferroviaria dalla quale, quando ero un bambino di 11 anni, iniziò il mio viaggio verso Israele. Ricordo il suo forte abbraccio, ricordo le ultime parole e le esortazioni che udii dalla sua bocca: ragazzo mio, rimani sempre ebreo». IM 28

 

 

 

 

Disastro diplomatico

 

Più che una gaffe, è stato proprio un piccolo disastro. Cosa abbia indotto un uomo lucido ed esperto come Bertolaso, che ha delle situazioni di emergenza e dei modi di affrontarle una esperienza impareggiabile e che conosce anche bene il mondo della politica e le sue esigenze.

 

Cosa lo abbia spinto a rilasciare quelle dichiarazioni critiche sul modo in cui viene condotta l'assistenza a Haiti e a riferirsi in particolare in modo leggermente beffardo a un eccesso di graduati americani, non credo che lo capiremo mai. A caldo, il Segretario di Stato americano Clinton aveva reagito con un po' di ironia qualificandole con una espressione tipicamente americana come «chiacchiere da dopo partita». Sperava probabilmente che la cosa sarebbe finita lì. Ma così naturalmente non è stato e il battibecco ha fatto presto il giro del mondo.

 

La Clinton ha detto successivamente di essere stata profondamente ferita da queste critiche, un'espressione davvero inconsueta nel linguaggio diplomatico. E' dovuto dunque intervenire con fermezza prima il nostro ministro degli Esteri, poi, con ancora maggior autorevolezza, il presidente Berlusconi, per smentire le affermazioni del Sottosegretario Bertolaso e affermare senza mezzi termini che la risposta internazionale al tragico sisma di Haiti è stata rapida e l'intervento americano particolarmente generoso e significativo.

 

Che la cosa abbia molto irritato gli americani, non sorprende. Nessuno ama essere criticato in pubblico, soprattutto quando le critiche si riferiscono al modo in cui si cerca di fare un'opera umanitaria in condizioni obiettivamente difficili e ancor più se chi critica ha fatto, per parte sua, ben poco. In questa operazione, poi, gli americani si erano veramente impegnati a fondo e continueranno ad esserlo in futuro. Il presidente Obama ne aveva fatto subito, molto esplicitamente, un impegno suo personale e di tutto il Paese: lo richiedeva infatti l'opinione pubblica, lo richiedevano evidenti ragioni di prossimità geografica e il ruolo generale che gli Stati Uniti hanno in quella regione. Forse Obama si è anche ricordato delle critiche piovute a suo tempo sul capo del suo predecessore George Bush per l'insufficienza e i ritardi degli aiuti alle popolazioni colpite dal tifone Katrina e gli strascichi polemici che a lungo sono seguiti. Fatto è che stavolta l'intervento americano è stato davvero pronto e massiccio, anche, ma non solo, al fine di mantenere una parvenza di ordine pubblico in un Paese privo di qualsiasi struttura funzionante, un problema questo che era stato avvertito subito come altrettanto impellente quanto quello di prestare soccorso a chi era restato sotto le macerie. A dire il vero, l'entità della presenza americana aveva fatto alzare un poco le sopracciglia anche a qualche commentatore d'oltralpe: ma i francesi, si sa, sono fatti così e si era trattato solo di riferimenti indiretti e non certo di fonte ufficiale.

 

Le dichiarazioni di Bertolaso, tra l'altro, hanno suscitato la reazione non solo degli americani ma anche dell'Onu, che si è sentita tirata in causa come diretto responsabile del coordinamento degli aiuti internazionali. In un incontro tenuto ieri a Montreal tra i maggiori donatori per preparare una prossima conferenza per gli aiuti a Haiti, il portavoce delle Nazioni Unite ha detto infatti ai giornalisti che, dopo le dichiarazioni del presidente del Consiglio Italiano, non c'era più ragione di commentare le critiche fatte da Bertolaso.

 

Si è trattato dunque di una tempesta in un bicchier d'acqua? Non è stata una tempesta, forse, ma un po' d'acqua fuori dal bicchiere ne è caduta. Degli apprezzamenti critici rilasciati da un membro di governo straniero, che oltretutto ha una competenza specifica nella materia di cui parla e che quindi suonano verosimili, qualche segno lo lasciano. In questo caso si trattava di un tema particolarmente delicato e in un momento sensibile per l'amministrazione Obama. Il caso ha voluto poi che quelle dichiarazioni siano venute a coincidere con una visita del ministro Frattini a Hillary Clinton con un'agenda densa di temi significativi e importanti per entrambi i Paesi, come la preparazione della prossima conferenza di Londra sull'Afghanistan, gli sviluppi della situazione in Iran e le possibili sanzioni, le conseguenze sul piano energetico e via dicendo. Non hanno turbato né turberanno i nostri rapporti con gli Stati Uniti, e l'incontro, a quanto si sa, non ne ha risentito, ma si è creato un circo mediatico che tutti avrebbero preferito evitare.

 

Se Bertolaso si fosse imbarcato sulla nostra portaerei Cavour con le duecento tonnellate di aiuti italiani, sarebbe arrivato a Haiti tra 10 giorni e forse, a freddo, ai suoi commenti nessuno avrebbe fatto attenzione. BORIS BIANCHERI  LS 27

 

 

 

 

 

Haiti/Bertolaso/Usa. Il commento. La vanità e le colpe

 

"Chiarito tutto", come si affrettano a dire i diplomatici addetti ai rammendi dopo la gaffe di Bertolaso, la collera della Clinton e la sconfessione pubblica inflitta da Berlusconi al suo pupillo, rimane la sensazione che questo incidente scoppiato sulle rovine di Haiti sia stato soprattutto una tragica occasione perduta.

 

Perduta non dai protagonisti del battibecco transatlantico per stare zitti e lavorare in silenzio, essendo questa una zuffa verbale fra Roma e Washington che non raggiunge certamente la gravità politica del caso Sigonella o la brutalità arrogante della tragedia del Cermis. Perduta dai disgraziati e incolpevoli haitiani che devono assistere alle liti degli chef e dei cuochi in cucina attorno alle pentole mentre fuori si muore di fame.

 

È evidente che Guido Bertolaso, il deificato responsabile della Protezione Civile italiana, non si sia reso conto che, impartendo lezioni da generale a quattro stelle in visita al fronte e bocciando come "patetici" i soccorsi americani, abbia dimostrato di non aver capito il salto gigantesco politico, di qualità e di responsabilità, che esiste fra una catastrofe pur tremenda, ma interna a una nazione, come l'Aquila e un evento che ha travolto un popolo e ha toccato il mondo. E che lasciato quasi dieci milioni di persone nelle condizioni degli abitanti di Berlino, di Dresda, di Tokyo o di Hiroshima alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

 

Nella "lectio magistralis" alla disorganizzazione americana, che pure esiste e che i testimoni sul posto confermano magari dimenticando che non esiste alcuna struttura civile o miltare alla quale appoggiarsi e tutto va creato da sottozero, "Super Guido" ha trascurato che proprio gli americani sono coloro che si sono mossi per primi e che stanno facendo di più, per gli haitiani. Se Haiti avesse dovuto aspettare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, o una incisiva operazione dell'eterno cavaliere inesistente, dell'Unione Europea, starebbe ancora aspettando anche quel poco che la 82esima divisione aereotrasportata americana, gli elicotteri della portaerei nucleare Vinson, e la nave ospedale Comfort, hanno portato, essendo le piu vicine.

 

Appellarsi all'Onu, che è sempre il santo dei disperati e che tutti sanno bene essere un sacco vuoto riempito soltanto, se ne hanno voglia, dagli Stati membri, è un vecchio espediente, una foglia di fico appiccicata a posteriori, come lo sono state le risoluzioni per l'invasione dell'Afghanistan, e, a piatti ormai rotti, per l'Iraq, dove furono coperture ad azioni volute e organizzate da Washington. L'Europa, non come nazioni singole alcune della quali, Italia inclusa, si sono dimostrate generose e sensibili, ma come entità collettiva, ha brillato ancora una volta per la propria inesistenza. I leader politici e d'opinione, soprattutto i francesi e purtroppo anche Bertolaso senza rendersi conto che egli rappresentava in quel momento il governo italiano, si sono affidati al collaudato scaricabarile sui prepotenti "yankee" e all'immancabile accusa implicita di neocolonialismo pasticcione. Un riflesso scontato da parte dei governi nazionalisti e costituzionalmente anti Usa, come Castro, Chavez o il boliviano Morales ai quali, con squisita malizia femminile Hillary Clinton ha accostato anche l'Italia di Berlusconi, ma che Washington non poteva accettare da un governo che anela alle pacche sulle spalle del "grande alleato" e si spertica in elogi e professioni di fede verso la Casa Bianca, chiunque, repubblicano e democratico, pallido o abbronzato, la occupi.

 

Il rischio, mentre Silvio deve chiedere scusa a Hillary per quel suo "inopportuno" rappresentante con il tono dello scolaro bacchettato dalla signora maestra ed evitare che il battibecco diventi una bocciatura che Berlusconi non può permettersi, è naturalmente che passi sullo sfondo della patetica  -  questa sì  -  gag, il fatto che la macchina dei soccorsi non funziona, Haiti è passata dalla fase del soccorso d'urgenza a quella, ancora più improba anche se meno televisamente efficace, della ricostruzione, mentre nessuno, in questo Bertolaso ha ragione, comanda e controlla l'armata dei soccorritori né amministra le centinaia di milioni che sono affluiti e affluiranno nelle casse di tanti rispettabili diversi, dalla Croce Rossa all'Unicef, da Medici Senza Frontiere a Save The Children. Senza mai dimenticare che, disgraziatamente, gli avvoltoi umani volteggiano. Attorno alle rovine di New Orleans, lo Fbi e il Fisco americano, scoprirono 5 mila false organizzazioni di soccorso create soltanto per sifonare le elemosine dei generosi.

 La militarizzazione e il governatorato di Haiti, alla maniera dei MacArthur in Giappone, dei Montgomery in Germania o dell'Amg, il Governo Militare Alleato dell'Italia liberata, è praticamente e politicamente impossibile, anche se gli Haitiani sarebbero in larga parte ben felici di diventare il 51esimo stato unito. La rivolta dell'America Centrale e Latina, oltre che degli Europei, sarebbe immediata e furibonda. L'unica soluzione, se l'Onu si scuotesse dal proprio benevole torpore e se l'Europa, oggi sotto presidenza spagnola, scoprisse di esistere, sarebbe di stare zitti, organizzare senza grancassa un'amministrazione controllata di fatto, prendendo tutti i Bertolaso, i generali, i volenterosi del mondo, raccogliendoli sotto una tenda per fissare catena di comando, responsabilità di ordine pubblico, leggi d'emergenza, assegnazione di fondi, censimenti e catasti di quanto rimane, sotto la protezione militare americana, l'unica in grado di farlo, ma senza le apparenze indigeribili dell'occupazione. Per questo, la foglia di fico Onu sarebbe indispensabile. O si dimenticano le ideologie, le vanità e le permalosità o, come è sempre accaduto, ben presto si dimenticherà Haiti. VITTORIO ZUCCONI  LR 27

 

 

 

Campagna per la cancellazione del debito. Haiti basta debito, adesso!

 

Roma - Con l’invio di una lettera indirizzata al Ministro Giulio Tremonti - Ministero delle Finanze e al Ministro Franco Frattini - Ministero degli Affari Esteri, e in concomitanza con la Conferenza Internazionale dei Paesi Donatori che si sta svolgendo in queste ore a Montreal, in Canada,

 

è stata lanciata la Campagna nazionale “Haiti basta debito, adesso!” che sostiene la “Cancellazione immediata e incondizionata del debito bilaterale e multilaterale di Haiti”.

 

La Campagna nazionale che ha tra i suoi promotori, Mani Tese, Campagna Riforma Banca Mondiale, Osservatorio Selvas.org, Coordinamento Italia Nicaragua e SdL Intercategoriale, chiama a raccolta tutte le Associazioni, ONG e Istituzioni che operano nel mondo della Cooperazione Internazionale, chiedendo al Governo italiano, già impegnato nell’opera degli aiuti internazionali in soccorso delle vittime del terremoto del 12 gennaio ad Haiti, di sostenere una posizione di rilievo internazionale nell’estinzione incondizionato del debito della nazione caraibica.

 

“Il governo e' pronto a cancellare i 40 milioni di euro di debito estero di Haiti verso l'Italia”: lo ha annunciato il ministro degli Esteri Franco Frattini, il 17 gennaio 2010, quando ancora le prime pagine dei quotidiani mondiali aprivano con le prime drammatiche immagini e notizie dalla nazione caraibica. Nel giugno del 2009, Haiti aveva ottenuto la cancellazione di 1,2 miliardi di dollari di debito dai suoi principali creditori nell'ambito dell'iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries) rivolta a quelle nazioni, che come Haiti hanno un tasso di povertà estremo. Nonostante questo passo in avanti molto importante, il debito estero di Haiti ammonta ancora a più di 800 milioni di dollari.

 

Il terremoto della settimana scorsa e i tre uragani devastanti che hanno colpito l'isola nel corso del 2008 hanno distrutto l'economia del Paese, incapace, adesso più che mai, di generare le entrate necessarie a servire il debito estero sia oggi che nel prossimo futuro. Risorse che a parere della Campagna, qualora e non appena l'economia del Paese riprendesse a funzionare, dovrebbero essere investite in via prioritaria nella ricostruzione interna, delle infrastrutture di base e nella fornitura dei servizi di base per i milioni di senzatetto prima che al servizio del debito.

 

La storia recente di Haiti ha dimostrato che sono grandi le responsabilità del mondo, verso la condizione attuale di Haiti: trent’anni di dittatura di Duvalier padre (François Duvalier) e poi il figlio (Jean-Claude Duvalier), e i successivi colpi di mano militare diretti dall’estero, trasformarono quest’angolo dell’isola Hispaniola in un inferno di violenza e terrore, con decine di migliaia di morti e desaparecidos, nell’ambito dello schieramento sostenuto dapprima dalla Guerra Fredda e successivamente dall’applicazione selvaggia delle regole della competizione economica. Solo ad esempio trent’anni fa Haiti coltivava tutto il riso di cui aveva bisogno, ora il Dipartimento dell'agricoltura Statunitense indica Haiti come tra i primi importatori del riso prodotto negli U.S.A..

Alla luce del grave disastro umanitario, aggravato dal terremoto del 12 gennaio 2010, la Campagna “Haiti basta debito, adesso!” Chiede al Governo italiano

· di contribuire alla ricostruzione di Haiti attraverso la concessione di aiuti a perdere (Grants) e non attraverso la concessione di crediti di aiuto che il governo di Haiti dovrebbe poi restituire;

· Usare la propria rappresentanza e il proprio voto nel Board dei Direttori Esecutivi del Fondo Monetario e della Banca Interamericana di Sviluppo per assicurare la cancellazione immediata e incondizionata del debito rimanente di Haiti verso queste istituzioni e contemporaneamente di spendersi per ottenere una moratoria immediata sul servizio dei pagamenti del debito da parte di Haiti verso le stesse istituzioni, congelando anche il maturare degli interessi;

· Chiedere al FMI di mobilitare risorse interne per pagare il servizio del debito di Haiti con risorse proprie nel momento in cui le rate dei pagamenti verrebbero a scadenza.

La Campagna “Haiti basta debito, adesso!” ha deciso di mantenere attivo un Osservatorio di controllo della società civile affinché dopo gli annunci da parte del nostro Governo si concretizzino azioni decisive e immediate.

Si attendono nelle prossime ore numerose adesioni di associazioni e anche di singole persone attraverso il Blog internet: http://haitiadesso.ning.com

e la campagna in Face Book: http://www.facebook.com/#/pages/HAITI-BASTA-DEBITO-ADESSO/269574699762?ref=nf.

Le Associazioni Promotrici (de.it.press)

 

 

 

 

 

Alfio Piva , discendente mantovano candidato alla Vice Presidenza della Repubblica in Costa Rica

 

Nel prossimo mese di febbraio in Costa Rica si svolgeranno le elezioni

nazionali per la nomina del prossimo Presidente della Repubblica. La

candidata Laura Chinchilla, con le maggiori possibilità di essere eletta, ha

scelto come suo vice presidente al dottor Alfio Piva Mesen, di origine

mantovana, direttore generale dell'Istituto Nazionale di Biologia

(Inbioparque), professore universitario, già rettore dell'Università

Nazionale di Costa Rica (UNA). Suo padre, Alfio Piva Cugola, nato a

Ostiglia, era emigrato in Costa Rica nel 1914 vivendo a San Josè dove, il 9

gennaio 1949 nasceva Alfio Piva Mesen. Oggi sposato con tre figli, il dottor

Alfio Piva, è riconosciuto a livello nazionale per la sua attività e per i

successi ottenutti dall'inizio della sua carriera ad oggi. Dottore in

medicina veterinaria, con laurea ottenuta presso l'Università di Parma nel

1963, specialista in fisiologia animale presso l'Università di Milano (1970)

ed in inseminazione artificiale presso l'Istituto Lazzaro Spallanzani di

Milano (1970). Inizia la sua attività come medico veterinario nella regione

del Guanacaste, al nord della Costa Rica, e come professore di fisiologia

animale presso la facoltà di agronomia dell'Università di Costa Rica (UCR).

Da allora sono innumerevoli gli incarichi a livello nazionale che il dottor

Alfio Piva ha ricoperto.  Tra questi è importante ricordare la sua attività

come direttore della scuola di zootecnia, decano della facoltà di scienza

della salute (UNA), rettore dell'Università Nazionale (UNA), fondatore e

direttore della scuola di medicina universitaria (UNA), direttore generale

aggiunto dell'Istituto Nazionale di Biologia (Inbioparque).

 

Ha svolto attività anche in altri paesi europei, tra cui in Francia, dove ha

ottenuto la specializzazione in trapianti di embrioni, presso l'Ecole

Superieur de L. Eagle e come professore invitato presso l'Università

 

Internazionale dell'Andalusia, in Spagna.  Tra i riconoscimenti ufficiali è

stato nominato Gran Ufficiale della Repubblica Italiana, onorificenza che

gli fu consegnata dal Presidente Sandro Pertini, il premio Principe

d'Asturia per la scienza nel 1995 ed il premio "Riccio d'Oro", rilasciato

dalla provincia di Modena nel 2002, per la sua alta responsabilità nel

rispetto dell'ambiente naturale.  Ha pubblicato più di trenta articoli per

riviste scientifiche sia a livello nazionale che internazionale.

 

Figlio di emigranti mantovani, grazie al suo sforzo personale, è riuscito a

superare barriere difficili nella vita come quando, con grandi sacrifici

economici, è ritornato in Italia per studiare e sviluppare la sua formazione

accademica ed unama. Certamente un degno rappresentante della comunità

italiana e di quella mantovana presente in Costa Rica, che nel 2004, ha

voluto premiarlo con il Premio Italia, rilasciato dal Comitato degli

Italiani all'Estero di Costa Rica. Ci auguriamo che anche questo traguardo

si aggiunga ai successi ottenuti nella sua carriera e la sua elezione alla

vice presidenza della Repubblica della Costa Rica, sia il giusto coronamento

all'attività professionale e personale svolta in tutti questi anni.

Giovanni Girardi, de.it.press

 

 

 

Il bipolarismo senza equilibrio

 

La nostra vita pubblica, apparentemente immobile, sembra vivere in realtà di oscillazioni radicali, sembra evolvere passando da uno squilibrio all’altro. Da noi, si tratti di rapporti fra politica e giustizia, fra pubblico e privato, o fra maggioranze e opposizioni entro il sistema dei partiti, non si trovano mai o quasi mai «punti di equilibrio» soddisfacenti. Nei rapporti fra politica e magistratura, ad esempio, siamo passati dal dominio della politica con debole o nulla indipendenza dei magistrati (nei primi decenni della Prima Repubblica) alla situazione opposta del predominio giudiziario sulla politica. Forse, l’episodio emblematico che consacrò la svolta fu, nel 1993, il proclama televisivo con cui l’allora pool di Mani Pulite affossò il decreto Conso sulla questione della corruzione. Da uno squilibrio all’altro, insomma.

La stessa cosa vale per i rapporti fra pubblico e privato. O è il pubblico (che poi significa sempre politica, partiti) a dominare il privato oppure è il privato che si appropria del pubblico. Anche qui, si danno, per lo più, oscillazioni da un estremo all’altro.

Anche se guardiamo ai rapporti fra i partiti, fra le maggioranze e le opposizioni, la situazione non è diversa. In Italia sembra esserci spazio solo per le alleanze formali, cementate dalla comune gestione del potere, e per le contrapposizioni totali alimentate da linguaggi e toni da scontro di civiltà (ma anche accompagnate, come è inevitabile perché il sistema non crolli, da frequenti accordi sottobanco).

Guardiamo all’oggi. Il bipolarismo richiederebbe una prevalenza della moderazione sull’estremismo, una convergenza al centro. Non è necessario che ciò accada continuamente (anche nei sistemi bipolari più stabili si danno inevitabilmente momenti o episodi di lotta feroce) ma è necessario, perché il sistema duri, che moderazione e convergenza al centro siano, almeno, le tendenze prevalenti. In Italia non è così. La caratteristica italiana è che mentre i fautori della moderazione sono per lo più contrari al sistema bipolare, i difensori del bipolarismo sono contrari alla moderazione.

Lo si vede in ogni zona del sistema partitico. Nel centrodestra le cose appaiono solo un po’ più confuse e complesse a causa degli effetti dell’esercizio del potere, del ruolo di Berlusconi, e della presenza della Lega (un partito di rappresentanza territoriale che, in quanto tale, ha un rapporto solo strumentale con il bipolarismo)

La tendenza— che però, ripeto, riguarda l’intero sistema politico— è invece visibilissima nel caso del maggior partito di opposizione, il Partito democratico. Qui, spingono chiaramente per la moderazione coloro che vorrebbero far saltare il bipolarismo mentre i difensori del bipolarismo cavalcano l’estremismo. Lo si è visto, qualche mese fa, nella gara per la segreteria nazionale. Il segretario uscente, Dario Franceschini, difendeva il bipolarismo usando però i toni e gli argomenti dell’estremismo giustizialista. Lo sfidante Pier Luigi Bersani sceglieva invece una linea assai più moderata (opposizione ferma sì ma senza massimalismi) mentre i dalemiani che lo sostenevano non facevano mistero della loro crescente insofferenza per l’alleanza con Di Pietro.

Questa moderazione, però, non era funzionale all’idea di fare del Pd una componente stabile del gioco bipolare. Ciò che si intravedeva era un diverso disegno. Il progetto era quello di sacrificare il bipolarismo sull’altare di una alleanza con i centristi di Casini (in attesa del botto finale: la disgregazione del centrodestra dopo l’eventuale uscita di scena di Berlusconi).

Fra il bipolarismo massimalista (Franceschini) e l’anti-bipolarismo moderato (Bersani) il «popolo democratico» scelse allora il secondo.

Il progetto di Bersani e D’Alema è ora stato sconfitto in Puglia. Se è vera l’ipotesi che da noi si procede solo passando da uno squilibrio all’altro, nel caso del Pd il pendolo dovrebbe ora di nuovo spostarsi verso l’irrigidimento massimalista. È probabile che assisteremo a una progressiva chiusura anche di quei piccoli spiragli di dialogo sulle riforme che si erano recentemente aperti. A maggior ragione se, come è possibile, le elezioni regionali andranno male per il Partito democratico. Ed è anche molto probabile che una nuova svolta massimalista del Pd non dispiaccia a Berlusconi. Nel breve termine, essa darebbe infatti ulteriori vantaggi al centrodestra.

A destra come a sinistra sono deboli le forze disponibili a far funzionare il sistema bipolare tramite moderazione e convergenze al centro. Le forze contrarie sono più consistenti.

Ricorrere a espressioni come « punto di equilibrio » , «equilibrio fra i poteri» (e ad altre espressioni ancora in cui figuri la parola «equilibrio») significa affidarsi a un linguaggio metaforico. Si vuole indicare, semplicemente, il consolidamento di prassi, di comportamenti, che raccolgano l’approvazione, se non di tutti, quanto meno dei più. Perché, si tratti di rapporti fra politica e magistratura, fra pubblico e privato, o fra maggioranze e opposizioni, non si riesce quasi mai a creare sufficiente consenso diffuso non sui contenuti (dove il dissenso e il conflitto sono legittimi e necessari) ma sul modo in cui quei rapporti dovrebbero correttamente svilupparsi? Perché queste oscillazioni fra estremi opposti? Le ragioni sono complesse e ciascuno può scegliere le risposte che preferisce. La più semplice è che, a tutte le latitudini, in alto e in basso, fra le élite come fra i cittadini comuni, mentalità, cultura e sensibilità liberali siano tuttora pressoché introvabili.

Angelo Panebianco CdS 28

 

 

 

Esami di coscienza. Il dovere umano e civile di ricordare

 

La memoria della Shoah si celebra ogni anno di più con la solennità e la consapevolezza dovute. In Italia, la partecipazione del Premio Nobel per la pace, Elie Wiesel, che fu internato a Auschwitz, all’incontro con il Presidente della Repubblica al Quirinale, nel discorso con il Presidente Fini alla Camera, alla inaugurazione della mostra al Vittoriano, può indicare la misura del nostro profondo coinvolgimento in questo dovere umano e civile di ricordare. E tuttavia proprio Wiesel ci richiama ad un esame di coscienza senza appello: ”Ma c’è sempre da chiedersi che uso si fa della Memoria, quanto la si usa per capire”. La lista dei libri sulla Shoah si accresce nelle librerie, insieme a mostre documentarie, a giornate scolastiche, a spazi mediatici. Ma, oltre che ripassare, o per i più scoprire per la prima volta, quel che è accaduto, che cosa capiamo? Come è stato possibile che in Germania, una nazione tra li più colte ed avanzate del mondo, nel pensiero filosofico e scientifico, nella musica e nella letteratura, sia stato fatto proliferare un cancro morale, quale l’antisemitismo, metastatizzando in esiti bestiali di sterminio di sei milioni di esseri umani, donne uomini vecchi bambini, colpevoli soltanto di essere ebrei? Ideologie razziste serpeggiavano già nella Germania guglielmina. Il nazismo raccolse molti succhi malefici, che venivano dall’inconscio remoto e non rimosso delle origini germaniche, restate antiromane e precristiane. Quando oggi visualizziamo la carta geografica delle sette o otto aree dei potenziali conflitti di civiltà, dimentichiamo che anche l’Europa è stata focolaio di guerre di culture, di religioni, razziste e nazionaliste. A che cosa serve la storia, se non a farci capire la vita? Perché è nella vita che possono ripetersi errori gravidi disumane tragedie. Esplorare la storia europea per intendere il cammino dell’uomo, dal particolarismo tribale, etnico, nazionale alla universalità della intera famiglia umana, significa immunizzarci contro i rischi di nuove infezioni antisemite, xenofobe, razziste. Nei tempi descritti da Tacito, un re britanno poteva dire che i Romani facevano il deserto e lo chiamavano pace. Ma appena qualche secolo più tardi, tutti coloro che vivevano nell’immenso mondo dominato da Roma Divennero per legge cittadini romani. Quella unità nel diritto era stata preparata da una cultura universale. Se la storia serve per capire non solo il passato ma anche il nostro presente e le sue incognite, dovremmo temere il riemergere di culture nazionaliste e razziste, senza sottovalutarne le dimensioni, che possono essere di gruppi, di movimenti, di comunità locali, oltre che di popoli e di Stati. Nel primo caso, le cronache quotidiane ci informano di episodi di intolleranza contro immigrati, specie se di altra razza e colore, e di spropositi di discriminazione in epoche che reclamano politiche di integrazione. Nel secondo, annunci ufficiali di capi di governo per l’eliminazione fisica dell’intero popolo e Stato d’Israele ci lasciano indifferenti. Non è questa la prova della terribile attualità del monito di Wiesel, se e quanto la memoria serve a capire? E’ augurabile che il mondo degli uomini illuminati dalla storia a capire traverso i loro liberi Stati rispondano che non sarà più possibile replicare la Shoah, questa volta nell’annientamento militare di Israele. Un tempo si lasciò nell’indifferenza o nel silenzio la follia di Hitler. Che non accada una seconda volta con qualche imitatore. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA  IM 28

 

 

 

 

Anno giudiziario, protesta delle toghe. Sedie vuote davanti al ministro

 

La decisione Anm: i magistrati lasceranno l'aula durante gli interventi dei rappresentanti del ministero

 

ROMA - Sedie vuote davanti al ministro Alfano o ai suoi rappresentanti durante gli interventi previsti all'apertura dell'anno giudiziario di sabato. Per mostrare visivamente il «disagio per le iniziative legislative in corso». È questa la forma di protesta decisa dalla giunta dell'Associazione nazionale magistrati.

COSTITUZIONE E DOSSIER - In occasione delle cerimonie in tutti i distretti di Corte d'appello, i magistrati avranno una copia della Costituzione in mano per «simboleggiare il forte attaccamento alla funzione giudiziaria e alla Carta costituzionale». E usciranno dall'aula al momento dell'intervento del ministro o del rappresentante del Ministero per «testimoniare il proprio disagio per le iniziative legislative in corso, che rischiano di distruggere la giustizia in Italia, e per la mancanza degli interventi necessari ad assicurare l'efficienza del sistema». Rientreranno al termine dell'intervento. Quindi i presidenti delle sezioni locali della Anm leggeranno un documento predisposto dalla Giunta esecutiva centrale («Basta con leggi prive di razionalità e di coerenza, pensate esclusivamente con riferimento a singole vicende giudiziarie e che hanno finito per mettere in ginocchio la giustizia penale in questo Paese, basta insulti e aggressioni») e alla fine mostreranno una copia del dossier «Le verità dell'Europa sui magistrati italiani» che poi sarà consegnato al presidente della Corte d'Appello. Copia del dossier saranno distribuite a tutti i presenti. Alla fine della cerimonia ogni giunta locale organizzerà una conferenza stampa nella quale, oltre a illustrare il documento della giunta e il dossier, parlerà delle particolari situazioni del distretto.

LE REAZIONI - All'annuncio di questa decisione dei giudici, sono arrivate le reazioni dei politici. Per Sandro Bondi, coordinatore nazionale Pdl, si tratta di «una profonda e oltraggiosa lesione dell'ordine democratico e costituzionale. A questo punto è improcrastinabile una posizione chiara di tutte le Istituzioni a salvaguardia delle legittime prerogative democratiche». Di «una protesta giusta contro leggi vergogna - ha invece parlato il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi - Alfano ha dimostrato in mille occasioni di non essere il ministro della Giustizia, ma il commissario anti-magistratura di Berlusconi». Redazione Ondine CdS 27

 

 

 

Il futuro di una generazione. Salviamo i giovani per salvare il Paese

 

La situazione è, senza ombra di dubbio, pesante. Nel nostro Paese i giovani sono pochi, lavorano in pochi, sono poco pagati. Fra i 27 Paesi della Unione Europea l’Italia, ad eccezione della Germania, ha la più bassa proporzione di giovani dai 15 ai 35 anni frutto di una denatalità anticipata e prolungata. Ci troviamo quindi di fronte alla ulteriore riduzione di una risorsa già scarsa che peraltro non abbiamo saputo valorizzare, perché se è vero che il tasso di occupazione dei giovani adulti è aumentato negli ultimi 15 anni, prima della grande crisi economica e occupazionale, è anche vero che l’occupazione è stata soprattutto atipica e precaria. In queste condizioni la permanenza in famiglia dei giovani è diventata “patologica” per effetto di una lentissima transizione allo stato adulto. La famiglia rappresenta l’unico vero e duraturo ammortizzatore sociale per i giovani, dal momento che i vincoli costituiti da un lavoro precario e poco pagato sono molto forti oggettivamente e anche soggettivamente. Un giovane non se la sente di abbandonare la casa dei genitori che offre confort, assistenza e riparo dalle varie intemperie della vita.

L’iniziativa dei giovani va incoraggiata verso forme di lavoro per le quali vi è anche in prospettiva occupazione, in primo luogo per quanto riguarda l’assistenza alla persona, specie se anziana, alla famiglia e in generale nel settore dei servizi, per i quali non sempre si è disponibili a lavorare individualmente. Si può pensare però a forme cooperative che suddividendo il lavoro fra più persone e su più turni possono renderlo più accettabile. Anche nel settore dell’agricoltura, la forma cooperativa può essere un incentivo ad accettare un lavoro in un settore che peraltro si gioverebbe in molti casi di proposte innovative che dai giovani potrebbero venire più facilmente. Ma lavorare si può anche nel settore dell’artigianato, certamente ricco di opportunità, che nondimeno non mancano nemmeno nel settore industriale. Insomma prendere il lavoro che c’è, magari rendendolo più accettabile proponendo nuove modalità organizzative.

Particolarmente complessa è infatti la condizione lavorativa dei giovani laureati rispetto ai coetanei con un titolo di studio inferiore: tassi di occupazione più bassi; tassi di disoccupazione più elevati; tassi di occupazione atipica e precaria decisamente più elevati. Caso unico nei Paesi sviluppati e in Europa. Principale spiegazione la carenza di domanda di lavoro qualificato: secondo la Unione delle Camere di Commercio, nel 2009 solo il 10% delle imprese prevedeva di assumere laureati, che rappresenterebbero il 12% delle nuove assunzioni. Al contrario, sono rimasti elevati i livelli della domanda di lavoro poco qualificato, largamente soddisfatta dagli intensi flussi di immigrazione dall’estero negli ultimi anni.

Come mostrato da varie indagini, tra i giovani il reddito netto dei lavoratori non stabili è decisamente inferiore rispetto agli altri; da un lato quindi la tipologia contrattuale prevalente spinge verso un salario “ridotto” e dall’altro la flessibilità in Italia è spesso associata alla precarietà (discontinuità dell’occupazione; retribuzioni insufficienti a coprire periodi di non lavoro; non piena accessibilità a tutele sociali adeguate). Indagini hanno mostrato che nel 2002 i salari d’ingresso dei giovani erano inferiori a quelli di dieci anni prima e pari a quelli di venti anni prima; questa riduzione dei salari d’ingresso non è stata nemmeno controbilanciata da una crescita delle retribuzioni più rapida. E da allora la situazione è peggiorata.

Gli oggettivi bassi salari dei giovani lavoratori vengono da essi stessi ritenuti inferiori rispetto alla propria formazione e ancora più bassi rispetto alla necessità di vivere autonomamente. La differenza media annuale dei redditi netti dei giovani che vivono nella famiglia di origine e di quelli che sono usciti è di circa 4 mila euro. Da qui anche la necessità di disporre di alloggi a costo assai contenuto che possano garantire la mobilità territoriale dei giovani, che peraltro si dichiarano in larga misura disponibili ad accettare un lavoro, ovunque si trovi.

Nei giorni scorsi è arrivata la proposta del ministro Renato Brunetta, del Partito della libertà, di dare 500 euro ai figli prendendo i soldi dalle pensioni di anzianità o dalle pensioni di invalidità riducendone l’accesso e il godimento; già diversi anni fa un professore di economia, attuale senatore del Partito democratico molto attento alle questioni sociali, Nicola Rossi, aveva pubblicato un libro che proponeva di dare meno ai padri e di più ai figli. Il problema quindi è sentito tanto a destra quanto a sinistra, né potrebbe essere diversamente. Non si possono buttare via intere generazioni di giovani. Non si possono perdere la loro vivacità, la loro preparazione, il loro impegno, il loro stimolo sull’economia e sull’intera società italiana. Salvando loro, com’è necessario, salviamo il Paese. ANTONIO GOLINI IM 27

 

 

 

Bersani: «Non mollo, è questa la strada per costruire l'alternativa»

 

Quando la polvere verrà giù, si capirà che alle regionali possiamo giocarcela. E che abbiamo evitato il rischio mortale di trovarci a metà legislatura con un partito chiuso in una riserva indiana». Le primarie pugliesi vinte da Nichi Vendola, le dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono. E poi le accuse di «politicismo» e insieme le difficoltà ad allargare i confini dell’alleanza, le candidature ancora da scegliere e il ricorso alle primarie, i troppi «personalismi» dentro al partito e un «senso di appartenenza» su cui bisogna lavorare. Pier Luigi Bersani non sottovaluta la difficoltà della situazione, ma a chi guarda al Pd vuole dare un messaggio rassicurante.

Reichlin sull’Unità ha scritto che le centinaia di migliaia di persone che fanno la fila per partecipare alle vicende del vostro partito danno “una forte spinta”. E però la vicenda pugliese ha segnalato quantomeno un’incomprensione, non crede?

«L’incomprensione riguarda il modo in cui noi possiamo interpretare la spinta per portare l’alternativa. Si è creata una sorta di dissociazione fra le radici da cui dobbiamo trarre energia e il grande orizzonte. Perché certamente questo passaggio è stato letto, per difficoltà anche nostre, come politicismo».

Lei lo ha detto più volte che la priorità sono le alleanze.

«E continuo a dirlo, non mollo su questo. Ora dobbiamo riuscire a far capire che quando si parla di alleanze lo si fa a partire dai sommovimenti profondi che ci sono nella società. Quando parliamo di alleanze parliamo di noi, delle nostre idee, dei nostri valori, parliamo di lavoro, uguaglianza, diritti, di una democrazia che non può diventare un plebiscito. Berlusconi ha ancora consenso ma non offre più un orizzonte. E noi non stiamo lavorando su un accrocchio politicista. Stiamo cercando le vie politiche per unire tutte le forze che possono costruire un’alternativa».

Per le regionali non ci siete riusciti.

«Le regionali sono una tappa. Dimostreremo che non siamo nella riserva indiana in cui il centrodestra ha pensato che fossimo dopo le europee e anche che è possibile portare l’avvicinamento delle forze di opposizione a una dimensione di governo in molte regioni».

l Pd ha però anche dimostrato difficoltà nella scelta delle candidature.

«Di problemi ne ho parlato anche durante il congresso e non è che si risolvano in quattro settimane. Riguardano il rapporto fra competizione e coesione. Ci sono elementi di anarchismo e di personalismo che richiedono di mettere mano a un tema che non si può rinviare, e cioè che noi giustamente ci siamo attrezzati su meccanismi che codificano elementi competitivi, selettivi, di partecipazione, ma non ci siamo occupati abbastanza di elementi coesivi, che non possono essere lasciati solo ai comportamenti, ma che devono far parte di regole su cui dobbiamo discutere. Ma detto questo, guardiamo ai fatti. In 10 delle 13 regioni che votano abbiamo già scelto le candidature. In sette sono del Pd, gli altri candidati sono personalità di primo piano come Vendola, Bonino e Bortolussi. L’Udc, che cinque anni fa era ovunque col centrodestra, stavolta tranne Lazio, e poi vedremo cosa succede in Campania e Calabria, o è con noi o va da solo».

Parlava della partecipazione e degli elementi competitivi: dopo le primarie pugliesi lo strumento è a rischio?

«Si tratta di un tema che anche statutariamente dovremo chiarire meglio. Noi le abbiamo inventate e non le molleremo mai. Tuttavia ci sono primarie e primarie. È il collettivo degli organismi dirigenti che deve prendersi la responsabilità di modelli partecipativi. Perché le primarie sono meccanismi che possono suscitare la primavera oppure testimoniare che ci indeboliamo per le secondarie. E questo in un partito deve essere valutato da collettivi, da organismi dirigenti, altrimenti non c’è ragione che ci sia un partito. L’obiettivo è battere la destra e portare avanti i nostri valori. Valori di uguaglianza, lavoro, solidarietà. E quindi la politica deve avere la sua barra. Un partito non è un notaio».

La vicenda pugliese ha mostrato che le soluzioni degli organismi dirigenti e esiti delle primarie non sempre coincidono, non crede?

«Non è un tema da drammatizzare, ma dobbiamo riconoscere che le primarie sono uno strumento che va affidato a degli organismi che a loro volta sono stati eletti con meccanismi che quasi sempre prevedono le primarie. Ci sono casi in cui le primarie suscitano la primavera, in cui consentono di sollecitare un’opinione. Ma ci possono essere dei casi in cui le primarie vengono lette dai cittadini come un problema interno, come incapacità di decidere. Facciamo attenzione, non chiamiamo con lo stesso nome tutte le cose».

Ci sarà chi commenterà negativamente anche questo, lo sa?

«Guardi, vedo anche gente che si dice amica nostra, anche molti commentatori, che ci sollecitano a lavorare in partecipazione, en plein air, e contemporaneamente leggere questo in termini di caos e divisione. O l’una o l’altra cosa, perché altrimenti c’è un elemento di slealtà verso il nostro progetto. Quando la polvere sarà venuta giù, noi saremo una squadra. Anche se dubito che saranno in molti alla fine a dirlo».

Prodi ha detto a Repubblica di non sapere cosa rispondere quando la gente gli chiede: ma chi comanda nel Pd?

«A Prodi voglio bene, ho per lui affetto e rispetto inattaccabili, anche quando gli si attribuiscono cose che non condivido. C’è un filo logico, che anche dentro un partito che ha i problemi che ha noi dobbiamo tirare sia nei giorni brutti che nei giorni belli. A me non sarebbe difficile rispondere al richiamo della foresta, battere sull’identità, sul noi, sull’avanti così. Sono capace anch’io. Ma se non abbiamo il coraggio di andare in luoghi anche complicati, Berlusconi non lo mandiamo a casa».

Nessuna autocritica anche sul caso Puglia?

«Su un punto, e cioè se noi dovessimo giocarci o no questa rischiosa coerenza. Si può concludere che abbiamo sbagliato a correre quel rischio. Ma l’idea di fondo non si può abbandonare. Noi non siamo mai stati contro Vendola. Abbiamo registrato che non eravamo in condizione di fare una coalizione vincente. E quindi abbiamo cercato strade che non escludessero Vendola, ma che trovassero un diverso assetto. La rischiosa scommessa è stata quella di proporre comunque un progetto, sapendo naturalmente che andavamo incontro a una sfida difficile. Una decisione che ha comunque condizionato scelte nell’altro campo, a cominciare da quelle dell’Udc. Ora se vogliamo, e dobbiamo, lavorare per vincere in Puglia, bisogna mettere da parte qualche argomento di troppo ascoltato, come la descrizione del Pd come partito che lavora sul politicismo, la nomenclatura».

Sempre convinto che si possa discutere con Berlusconi di riforme? Non tutti nel suo partito lo sono.

«Guardi, il nostro paradosso è che Berlusconi conosce noi meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Sa benissimo che abbiamo dei paletti. Che se oltrepassati porterebbero al referendum. Lo sa e non apre il tavolo. Ma noi che siamo un partito riformista dobbiamo chiedere il rafforzamento del sistema parlamentare, perché ogni giorno che passa loro avvelenano i pozzi del sistema. Questa cosa del sospetto, che gira dalle nostre latitudini, ci fa male. Noi dobbiamo essere più sicuri di noi. Io sono disposto ad andare a uno show down popolare su questo tema. Mi spaventa molto meno che lasciar correre tutti i giorni una deriva, una deformazione di questa nostra Costituzione. i continui dubbi ci indeboliscono. Se continuiamo a pensare che qualcuno di noi vuole vendersi a Berlusconi non andiamo da nessuna parte».

Galli Della Loggia scrive sul Corriere, dopo il caso Delbono, che la sinistra non può più pretendere di incarnare una superiorità morale nei confronti della destra. Cosa risponde?

«Che ogni analisi deve partire da una considerazione onesta che riassumerei così: paese che vai, usanze che trovi. Da noi funziona che anche un amministratore che proclama a voce dispiegata la sua innocenza dice prima di tutto la città. C’è un civismo e un’opinione pubblica che non tollera ombre. Allo stesso modo si potrebbe dire prima di tutto il paese, l’Italia. Un’analisi onesta non può non partire da questa colossale differenza di comportamenti. Il resto lo vede la magistratura, che dirà se i comportamenti sono stati leciti o illeciti. Aggiungo che mi aspetto tutti gli attacchi strumentali della destra, ma anche che ci sarà una netta smentita, perché certamente l’emozione è forte, certamente conoscendo quei luoghi la sensibilità su questi fatti è acutissima, ma la cosa più importante è cosa fai, come ti comporti, come reagisci, è come fai vedere che noi non siamo loro. E fin qui ci siamo riusciti, a cominciare da Delbono».

Come pensa si possa alimentare l’orgoglio di appartenenza al Pd, in un popolo anche frastornato da tutte queste vicende?

«Dimostrando che noi abbiamo un’altra agenda rispetto alla destra, che siamo il partito del lavoro, dei redditi medio bassi, dell’ambiente, che interpreta meglio in chiave popolare quello che la gente vive. E poi identificando il Pd come il soggetto che, non da solo, può veramente e non a chiacchiere mandare a casa Berlusconi». Simone Collini L’U 27

 

 

 

 

Anche Confindustria contro il pizzo. Marcegaglia: «Chi non denuncia è fuori»

 

Sul tetto agli stipendi dei manager: «Una fesseria totale da correggere immediatamente»

 

MILANO - Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, apprezza la volontà del governo di fare una «battaglia forte» contro la mafia, ma annuncia che oggi anche Confindustria ha adottato una delibera che obbliga gli imprenditori vessati a sporgere denuncia, pena la sospensione o espulsione dall'associazione. «Oggi abbiamo fatto una delibera in cui tutte le associazioni territoriali del Mezzogiorno hanno preso una decisione molto importante: l'obbligo di denuncia degli imprenditori che vengono vessati dalla mafia e l'obbligo di sospensione o espulsione, dalla Confindustria», di aziende che non denunciano. Si tratta, ha aggiunto Marcegaglia, di «una decisione che rafforza il nostro impegno in prima linea contro la criminalità». Anche sulle decisioni prese dal Consiglio dei Ministri «non possiamo che apprezzare la volontà di fare una battaglia forte da questo punto di vista».

LAVORO NERO - Sulla battaglia al lavoro nero e alla illegalità è intervenuto, al termine della giunta che si è riunita oggi in Confindustria, anche il direttore generale dell'organizzazione, Giampaolo Galli: «Tutto ciò che va nella direzione di contrastare il lavoro nero, il sommerso e l'evasione fiscale trova in Confindustria un attore che condivide l'azione del governo». Anche Galli ha sottolineato l'importanza di risolvere «un problema di convivenza civile perchè le imprese in nero fanno concorrenza sleale a quelle in regola. Queste imprese - ha aggiunto Galli - distorcono in maniera inaccettabile i meccanismi di mercato».

TETTO STIPENDI - Sull'emendamento della giunta votato al Senato che fissa un tetto agli stipendi dei manager, la Marcegaglia commenta duramente: «Una fesseria totale che va eliminata al più presto». «Non ha nessun senso, anche perché sono manager di aziende private», ha detto il presidente di Confindustria, secondo la quale «la trasparenza va bene, ma le aziende quotate hanno già quest'obbligo: quindi si ridice una cosa che già esiste. È una fesseria - ha ripetuto -. Mi auguro che sia stata una svista e l'importante è che venga immediatamente corretta».

SI' ALLA PUBBLICAZIONE - Al contrario mercoledì il presidente di Confindustria aveva commentato favorevolmente l'emendamento del governo al Ddl comunitario che prevede l'obbligo di pubblicazione dei compensi erogati agli amministratori e ai manager di Società quotate in Borsa: «Ben venga una maggiore trasparenza, non fa che bene. In tante aziende giá c'è. Non si svela nessun segreto. Non abbiamo nulla in contrario». CdS 28

 

 

 

L’opa di Bossi e la sfida Udc

 

Era inevitabile che la bufera di polemiche che si è rovesciata sul Pd all’indomani delle vicende pugliesi e delle dimissioni di sindaco di Bologna mettesse in secondo piano alcuni temi della campagna elettorale che riguardano il centro-destra. Tuttavia, poiché si tratta di questioni affatto di poco conto, è altrettanto inevitabile che comincino a manifestarsi. La più importante di tutte concerne la vera posta in gioco per Silvio Berlusconi: dimostrare cioè che il Pdl non è una forza politica a trazione nordista ma un vero e proprio ”partito nazionale”. Questo spiega perchè è così importante per il Pdl far cambiare segno politico a Lazio, Campania, Calabria e Puglia. In effetti, a parte quest’ultima, è vero che il centro-destra nelle altre regioni ha buone possibilità di prevalere. Il punto è: cosa succederà dopo? Udc e Api di Rutelli, in particolare, scommettono su una divaricazione insanabile: col successo della Lega al Nord e il possibile sorpasso sul Pdl, la presa del Carroccio sul centro-destra si accrescerebbe portando a lacerazioni profonde dentro la maggioranza e col resto del Paese. E’ uno scenario non privo di un nucleo di verità, visto che la competizione tra il partito di Bossi e il Pdl - a cominciare dal Veneto con la ”rinuncia” a Galan - sta provocando contrasti aspri. Per le stesse ragioni, c’è chi sostiene che il premier sotto sotto non tifi per il successo del leghista Cota in Piemonte, proprio per non accrescere a dismisura il peso politico di Bossi.

E’ così, è un calcolo giusto? Dipende. La rivalità per la supremazia al Nord è vera, anche se la gara era e resta incerta. Più complessa la questione centro-sud. Intanto perchè a vincere sarebbero comunque governatori ”centristi” in grado di fare da contrappeso all’eventuale Opa leghista sul governo, elemento di cui il Cavaliere non potrebbe non temer conto. E soprattutto perchè se davvero il volto dell’Italia ad urne chiuse fosse quello di un Paese anche a livello amministrativo in mano o quasi al centro-destra, l’immagine vincente di Berlusconi si staglierebbe su tutto. Sorta di golden share, il cospicuo bottino elettorale consegnerebbe al premier ampi margini per mediare e depotenziare eventuali tensioni. Piuttosto va considerato un altro elemento di criticità, e cioè che ogni sistema democratico rischia l’impasse con uno schema in cui un solo schieramento è per così dire ”abilitato” alla funzione di governo mentre l’altro è inesorabilmente costretto nel recinto dell’opposizione. E’ uno schema da Prima repubblica, privo della componente ideologica ma capace di produrre gli stessi guasti. Carlo Fusi  Im 27

 

 

 

Puglia, salta il tentativo di accordo Udc-Pdl. Berlusconi: "Vinceremo con Palese"

 

La Poli Bortone candidata da Casini dice no al premier che chiede un passo indietro

"Rispetto il suo pensiero e lo stimo, ma sono al servizio dei pugliesi"  - Il premier: "Non mi faccio incantare da nessuno"

 

ROMA - Già finito il tentativo di pacificazione fra Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini in Puglia. Il tentativo di trovare "un terzo" nome da schierare contro Vendola superando quindi quelli dei due candidati in pista (Adriana Poli Bortone per l'Udc e Rocco Palese per il Pdl) è durato solo una notte. La Poli Bortone di prima mattina annuncia che al passo indietro chiesto da Berlusconi in Puglia non ci pensa nemmeno. "Rispetto il pensiero del premier - dice la candidata Udc alla Regione - , ma sono al servizio dei pugliesi per interpretare un bisogno di cambiamento ed una voglia inarrestabile di sviluppo, che vede al centro i valori della socialità propri del Meridione, della famiglia, dell'economia sociale di mercato per le piccole e  medie imprese, del moderatismo come metodo di lavoro".

 

Insomma, si va avanti. "Sono a capo di un movimento Io Sud - spiega la senatrice - che crede nei valori del Mezzogiorno. Immaginavo che anche il Pdl volesse fare un accordo con l'Udc e con noi. E su Berlusconi aggiunge: "Ci sta mettendo tutta la buona volontà. La formula del terzo nome, che non credo sia sua ma che qualcuno gli ha suggerito come formula di mediazione, non credo sia quella giusta". Poi conclude polemicamente: "Credo di essere un candidato abbastanza forte per battere il governatore. Se ci sono altre ipotesi più forti va benissimo. A meno che non sia il ministro Fitto che voglia candidarsi...".

 

A fianco della sua candidata si schiera subito Casini che dice: "La Poli Bortone è in campo e noi con lei". "Noi vogliamo costruire una convergenza per l'alternativa a Vendola - spiega il leader dell'Udc - la Poli Bortone non è il candidato dell'Udc, nè del Pdl e credo che sul suo nome ci possa essere una intesa ampia. Per questo, dico che auspichiamo una intesa ampia su di lei. La Poli Bortone è la candidata più forte, è in campo, con la sua forza politica e la sua autonomia per realizzare una convergenza tra noi a il Pdl".

 

Ma la prova di forza non è piaciuta al Cavaliere che subodora una trappola e ribatte a brutto muso. "Non mi faccio incantare da nessuno". Berlusconi quindi tira le somme: "In Puglia abbiamo già un candidato, andiamo avanti e vinceremo con Palese".

LR 28

 

 

 

Regionali/Puglia. Un eccesso di sicurezza

 

La Puglia, terra di falliti laboratori di alleanze e di sorprese politiche che rilanciano un inedito plebiscitarismo di sinistra, potrebbe rappresentare anche il boccone più amaro per il Pdl. L'ennesima prova che chi in conclave entra papa può uscirne cardinale. Che la troppa sicurezza e la sottovalutazione dell'avversario possono dare alla testa e suggerire le mosse più sbagliate.

La spaccatura del centrodestra in Puglia può diventare il regalo più grande per Nichi Vendola, ancora inebriato dall'apoteosi delle primarie. Candidare un fedelissimo, Rocco Palese, alla presidenza della Regione risulta come una smagliante gratificazione per il maggiorente Raffaele Fitto che lo ha intronizzato con atto d'imperio, ma chiude la porta a una fetta importante dell'area moderata della Puglia. Fa prevalere una ferrea logica di partito su quella, più aperta, di coalizione. Premia la carriera dei funzionari, a scapito della loro rappresentatività. Cullandosi sulle disavventure degli avversari, compiacendosi delle sue convulsioni e dello spirito caotico con cui il centrosinistra è andato alla conta sconfessando il proprio gruppo dirigente, il centrodestra si è rilassato, scartando candidati che si sottraessero a una logica di apparato, mortificando Adriana Poli Bortone, lasciando a secco il magistrato Dambruoso, alzando un ponte levatoio per umiliare l'Udc. Troppa sicumera. Troppa disinvoltura.

Ma da qui al giorno delle elezioni, tra due mesi, possono succedere tante cose: due mesi fa Vendola, per dire, sembrava già aver imboccato precocemente il viale del tramonto politico. Se la Puglia doveva essere uno dei simboli del trionfo berlusconiano, con la scelta compiuta è meglio aspettare prima di esibire anzitempo il vessillo della vittoria.

La vicenda pugliese, del resto, riflette ed amplifica una sindrome della vittoria sicura che ha sinora condizionato oltremodo la linea del centrodestra nazionale. L'entità delle concessioni all'alleato leghista è tale da rischiare il fallimento della riconquista in Piemonte, sacrificata sull’altare di un candidato della Lega, Roberto Cota, persona moderata ma non tanto da impedire il rigetto di un elettorato moderato piemontese refrattario al lessico del Carroccio. In Campania il Pdl sente come un obiettivo già raggiunto lo sfaldamento del potere del centrosinistra: una prospettiva plausibile, ma non una certezza acquisita. Nel Lazio la figura di Emma Bonino può calamitare consensi anche nel centrodestra, che pure con Renata Polverini ha trovato una candidata di forte personalità.

Lo sbandamento del Pd, la sua interminabile afasia, inducono il partito di Berlusconi a considerare la partita già largamente vinta, come la scelta pugliese sta ad indicare in modo inequivocabile. Ma è sbagliato, e fonte di sicure delusioni, vivere questa stagione come un’ininterrotta sequenza di vittorie. I due mesi di campagna elettorale non saranno inutili. E nel modo con cui la coalizione del centrodestra saprà condurla si misurerà la maturità di un partito che tende ad adagiarsi troppo spesso sulle macroscopiche debolezze dell'avversario. L'andirivieni sulle proposte di riduzione fiscale, per esempio, potrebbe anche stordire un elettorato che, dopo due anni di governo, pretende a ragione risultati e prospettive certe. La scelta pugliese non sembra dettata da questa consapevolezza e da questa urgenza.

Pierluigi Battista CdS 27

 

 

 

Bologna, Delbono si è dimesso. Verso il voto a marzo

 

"Alla luce di quanto previsto dall'articolo 53 del testo unico degli enti locali, rassegno le mie dimissioni dalla carica di sindaco di bologna". Poche parole secche, seguite da rapide strette di mani agli assessori, e dopo soli sette mesi Flavio Delbono chiude ufficialmente la più breve 'legislatura' nella storia di Bologna. Ieri pomeriggio, poco dopo le 16, e immediatamente dopo il via libera del Consiglio comunale al bilancio 2010, il sindaco di Bologna ha compiuto l'ultimo atto del suo mandato, certamente il più sofferto. Stamane il suo vice Claudio Merighi aveva comunicato la tempistica al prefetto, anche per sollecitare al governo un decreto ad hoc da parte del ministro Maroni per tornare alle urne il 28 e 29 marzo, insieme alle regionali. Il decreto, spiegano fonti del Viminale, dovrebbe arrivare nel prossimo Consiglio dei ministri, entro i primi giorni di febbraio.

 

La situazione si è sbloccata anche grazie all'intervento del leader Pd Bersani, che stamattina ha dato il via libera al voto in marzo: "Ho sempre detto che sono per andare al voto nel più breve tempo possibile, con la sola compatibilità dell'approvazione del bilancio, necessario alla città, e nel rispetto delle norme generali sulle autonomie locali. Se tutto questo è compatibile con il voto il 28 di marzo, da parte del Pd non c'è nessun problema". Così anche il segretario regionale Stefano Bonaccini : "Il Pd, come dichiarato nei giorni scorsi, ha tutta l'intenzione di votare il prima possibile, anche il 28 marzo. Questo per non lasciare la città commissariata per troppo tempo". "Ora però il governo si attivi per consentire di andare alle urne", chiude Bonaccini.

 

L'accelerazione verso le urne, spiegano fonti del Pd, non esclude le primarie per la scelta del candidato. A conti fatti sarebbe possibile votare domenica 14 febbraio, in tempo utile per la consegna delle liste e l'avvio della campagna elettorale. Lo dice in modo esplicito il segretario del Pd di Bologna Andrea De Maria: "Le primarie saranno il metodo da cui partirà il confronto con le altre forze del centrosinistra per decidere insieme cosa fare". Anche in caso di voto a marzo? "Penso ci sia il tempo", ha spiegato.  Il 2 febbraio Bersani sarà a Bologna per partecipare alla direzione del partito: "Lì - ha proseguito De Maria - decideremo come affrontare le prossime scadenze, che venga Bersani è un segno di intelligenza". La scelta del candidato e della coalizione avverranno "in strettissimo coordinamento con il partito nazionale e regionale: del resto a Bologna si è sempre fatto così". La priorità, ha comunque chiarito De Maria, "è portare a casa intanto il voto a fine marzo". L’U 28

 

 

 

Seduta del Consiglio della Liguria con l’ambasciatore tedesco Steiner e Luzzatto

 

GENOVA - Seduta solenne del Consiglio regionale della Liguria in occasione della Giornata della Memoria. Oratori ufficiali, il presidente del Consiglio regionale Giacomo Ronzitti, l'ambasciatore di Germania Michael Steiner e il presidente emerito delle Comunità ebraiche italiane Amos Luzzatto.

  “Ogni celebrazione abbia senso se sollecita in noi riflessioni sul passato, ci interroga sul presente, ci pone domande sul futuro” ha ammonito, aprendo la seduta, Ronzitti. “Il ‘mito’ o la ‘bandiera’ evocano - ha detto - un potere mobilitante creativo o distruttivo enorme. Questa, assieme al potere coercitivo, credo sia stata una leva potente di tutti i regimi totalitari del novecento. Come può esserlo oggi per fomentare aggressivi integralismi, irrazionali fobie, criminalizzazione dei ‘diversi’, a volte in nome di una fede o di una ideologia, altre volte in nome del pur giusto principio di legalità e del legittimo diritto alla sicurezza” . Ronzitti ha quindi ricordato le vittime e i sopravvissuti delle deportazioni nei lager nazisti, “testimoni e eredi della Shoah, che deve essere per noi tutti ammonimento costante affinché mai più nessun essere umano abbia a patire le umiliazioni, le sofferenze e le crudeltà di cui essi custodiscono nell'animo, indelebile, il ricordo” . Ronzitti ha messo in guardia contro “il riemergere di vergognose tesi negazioniste o l'ambiguità di letture storiche in cui la ‘verità’ sbiadisce, rendendo così meno salda la responsabilità dell'oggi nell' affermare una intransigente e piena tutela dei diritti umani che hanno le loro radici in quella catastrofe” .

  “Attenzione alle semplificazioni. Alla semplificazione fin troppo scontata in questo Giorno della Memoria: che basta ricordare e già va tutto meglio” ha avvertito l'ambasciatore tedesco Steiner. “Il ricordo deve essere più profondo” ha detto Steiner spiegando che “la generazione dei tedeschi alla quale appartengo ha lottato tanto con se stessa per accettare la responsabilità storica e trasformarla in un mandato per un avvenire migliore, più pacifico e più umano”. “Nella lingua tedesca - ha proseguito l’ambasciatore - è nato il termine ‘Erinnerungskultur’, la cultura della memoria”. Si intende una “memoria collettiva che si posiziona moralmente, che riconosce le sofferenze delle vittime, che è di ammonimento per un futuro migliore e che trasforma così il sentimento di vergogna collettiva in un impulso positivo”. Più difficile ricordare per i sopravvissuti “una tragedia nella tragedia”. Steiner ha rimarcato: “Solo il ricordo comune può smentire versioni evidentemente false del ricordo. Questo vale in particolare per l'Olocausto. La sua negazione è un atto distruttivo, un atto di violenza psichica. E a ragione è considerato un reato dal Codice penale tedesco”. Steiner ha concluso: “Il ricordo non deve essere solo come mera contemplazione del passato. Bensì come premessa della capacità di costruire. Come mandato per il futuro. Questo mi sembra il vero senso del Giorno della Memoria”.

  “Quando tornammo a casa in una Europa distrutta - ha ricordato Amos Luzzatto presidente emerito delle comunità ebraiche - pensavamo che le cose non avrebbero potuto tornare più come prima.Ma commettevamo due errori. Il primo errore consisteva nella certezza consolatoria con la quale si affermava: ‘mai più!’ Si riteneva di aver toccato il fondo. E qui purtroppo sbagliavamo. Il secondo errore consisteva nell'analisi che riduceva tutti i motivi di persistente conflittualità a una contrapposizione ideologica: da un lato le democrazie liberali, dall'altro lato, caduti i regimi dittatoriali di Italia e Germania, i Paesi comunisti, un nemico da isolare prima e da battere poi” . Luzzatto ha ricordato il dramma degli ebrei superstiti e “quelli che dalla Liguria partivano, con navi di fortuna, per tentare di raggiungere la Palestina a volte venivano respinti verso campi che si trovavano a Cipro, ma anche rimandati nella stessa Germania dalla potenza egemone, che, in quella zona, era la Gran Bretagna” . Secondo Luzzatto in quegli anni sono state gettate le basi per il conflitto israelo-palestinese”. Luzzatto ha ricordato il ruolo della Liguria nel dopoguerra: “La porta di Sion com'era chiamata allora, perché di qui partiva, per crearsi lì un nuovo motivo per credere nella vita” e ha lanciato una proposta: “Riparta da Genova l'appello all'Europa di farsi sede e istituzione degli incontri costruttivi per il comune avvenire pacifico degli israeliani e palestinesi. L'Europa unita e democratica di oggi sia l'atteso catalizzatore, faccia di questo obiettivo uno dei cardini principali della propria iniziativa politica”. Luzzatto ha messo in guardia anche da “pregiudizi, difficoltà a sentire identico a noi lo straniero che parla e veste diversamente”. “La malintesa compattezza di gruppo che imporrebbe all'ospitato di spogliarsi immediatamente e completamente della propria identità sono quelli che hanno costituito il terreno per lo sviluppo di tanti fiori del male che hanno funestato il nostro passato”. E, per celebrare la Giornata della memoria un invito a trovare nuove idee, come “un ‘tema dell'anno’. Il primo potrebbe essere ‘Fuggire dalla paura’. Abbracciando così iraniani e africani, i perseguitati razziali e i violentati dai poteri politici”.

  La cerimonia si è conclusa con il conferimento del Sigillo d'argento all’ex senatore Raimondo Ricci, nato a Imperia nel 1921, arrestato nel 1943 dai militari dell'Upi per attività partigiana e deportato nei campi di Fossoli e Mauthausen. Ronzitti ha consegnato a Ricci la più alta onorificenza concessa dal Consiglio regionale con queste motivazioni: “Per la coerenza e coraggio nell'ora ardua delle scelte. La montagna imperiese prima, il carcere e la deportazione nel lager di Mauthausen poi, ne segnarono il cammino di uomo retto e libero. Protagonista della lotta di liberazione nazionale ha fatto della testimonianza il fulcro del proprio impegno civile, in difesa dei valori della Resistenza sanciti nella Costituzione della Repubblica”.

  “Sono profondamente commosso - ha detto Ricci - Non so se ho meritato questo riconoscimento, ma desidero dedicarlo alla memoria di tutti i compagni, di tutti i deportati nel campo di Mauthausen e negli altri campi di sterminio durante la seconda guerra mondiale, e anche a chi, prima, ha lasciato la vita in una stagione nuova dell'umanità quale è stato lo sterminio del popolo ebraico, degli oppositori e di intere popolazioni realizzato dai nazisti, con l'aiuto dei fascisti. Voglio dedicare questo riconoscimento anche a tutti i morti che ho avuto accanto durante il mio trasporto a Mauthausen ai primi di giugno del '44. Quelli che sono tornati erano l'8%, dopo Mauthausen e il destino ha voluto fossi tra i superstiti. Credo di aver testimoniato per tutta la vita quella terribile esperienza, il tentativo che fu fatto di distruggere la nostra essenza umana. Credo che il riconoscimento vada a chi la vita l'ha lasciata. Da parte mia testimoniare – ha concluso Ricci - è stato solo dovere”.

  Nel corso della seduta sono stati premiati gli studenti liguri che hanno vinto la terza edizione del concorso "27 gennaio: Giorno della Memoria", istituito dal Consiglio regionale. Il concorso è indetto annualmente ed è aperto agli studenti delle scuole superiori di tutta la Liguria, che possono scegliere il mezzo espressivo più vicino alla loro sensibilità. (Inform 27)

 

 

 

 

Povertà, Bill Gates contro Berlusconi: «L'Italia è sulla lista nera della vergogna»

 

Il padre della Microsoft accusa il premier di aver tagliato gli aiuti allo sviluppo: «Siete l'unico paese ad averlo fatto»

 

BERLINO - Bill Gates, punta il dito contro l'Italia per il suo scarso interesse verso i paesi poveri e accusa il presidente del consiglio Silvio Berlusconi perché trascura i paesi più bisognosi. Per questi motivi, l'Italia è l'unica nella lista della vergogna del padre di Microsoft. Gates, che aveva già lanciato le sue accuse nella lettera annuale della Bill and Melinda Gates foundation pubblicata lunedì scorso, oggi ha rincarato la dose in alcune interviste alla stampa tedesca: «Nella comunità internazionale c'è solo un paese che ha ridotto gli aiuti allo sviluppo e questo è l'Italia», ha detto al quotidiano Frankfurter Rundschau.

 

«Io la chiamo la mia lista della vergogna, ma sono felice che in questa lista fino ad ora c'è solo un Paese. Se ci fossero 10 paesi, sarebbe grave. Caro Silvio mi dispiace che ti devo rendere la vita così difficile, ma tu trascuri i poveri di questo mondo e non credo che gli elettori italiani siano d'accordo con i tuoi tagli». In un'intervista alla Sueddeutsche Zeitung, Gates ha inoltre osservato: «I ricchi spendono molto di più per i loro problemi personali, come la calvizie, che per la lotta contro la malaria». 

im 28

 

 

 

 

Ancora uno stupro a Padova. Riflessioni su un grave problema non razziale

 

I fatti risalgono al dicembre scorso, ma sono stati tenuti segreti per consentire alle indagini di fare il proprio corso. E nella notte di ieri, 25 gennaio, la conclusione (se così può dirsi), con l’arresto del trentatreenne rumeno Fanica Tandara, che appunto a dicembre avrebbe stuprato, in un casolare a pochi chilometri da Padova, una ragazzina di appena 13 anni. Tandara, che si trova nel carcere circondariale di Padova, a disposizione del pm Vartan Giacomelli, deve rispondere anche del reato di sequestro di persona. Ma non lasciamoci ingannare dalla nazionalità dello stupratore. I dati più recenti del Vicinale ci dicono, infatti, che in sei casi su dieci gli autori delle violenze sessuali sono italiani e, nel nostro Paese, si consuma una media (dal 2008) di 13 stupri al giorno. Ma la cosa ancor più allarmante è che, secondo recenti dati Istat, solo 4 donne su 100 denunciano la violenza subita che, nel 69% dei casi, è ad opera del partner o dell'ex. Quindi, lasciato da parte il "luogo comune" che sono "gli altri" a commettere tali orrori, occorre guardare in faccia la realtà: solo il 10% degli stupri è commesso da stranieri. E il fatto che la maggiore incidenza di violenza sessuale sulle donne sia opera di mariti, fidanzati o partner, non può non portare a galla una situazione culturale nella quale la donna, lungi dall'essere sempre rispettata, diventa troppo spesso “l'oggetto" sessuale per mariti e partner violenti, indipendentemente dalla razza o dal colore. Il problema, quindi, non è razziale, ma di natura culturale. Per risolverlo occorre creare attorno alla donna e fin dalla sua giovinezza,  una cultura del rispetto, che passa anche attraverso una gestione più responsabile del proprio corpo e di quello del partner; con una revisione di quello che ancora è chiamato “senso del pudore”; fino ad arrivare alla tutela dell'integrità del partner, che rimane sempre "altro" da noi: persona da custodire e non oggetto da usare a piacimento. In passato si  è parlato di una vera e propria  "cultura dello stupro" nella mentalita' occidentale,  perché si possono trovare diversi pensatori che hanno in qualche misura legittimato l'uso della forza nel corteggiamento. Fra i Latini Ovidio, nel suo trattato Ars amatoria, che ebbe enorme successo anche nei secoli successivi, afferma che la donna ama subire violenza: la frase "Grata est vis ista puellis" è all'origine dell'espressione latina Vis grata puellae, utilizzata ancora recentemente nella giurisprudenza sulla violenza sessuale. Nel Medioevo, il genere letterario della "pastorella", diffuso nella letteratura provenzale e in quella italiana del "dolce stil novo", ritrae una pastora avvicinata da un cavaliere che la corteggia. Nel componimento, la pastora puo' accettare o rifiutare le offerte amorose del cavaliere; quest'ultimo può aver ragione dell'ingenuità della ragazza con l'inganno, come una falsa proposta di matrimonio, o con l'aggressione sessuale. Tuttavia, atteggiamenti ambigui si registrano, e dal più remoto pasato, si registrano anche in culture orientali. La prima menzione scritta dello stupro è nel Codice di Hammurabi, (2285-2242 a.C.), che al rigo 129,  diceva che se la vittima dell'aggressione era una donna sposata, vittima e aggressore dovevano essere puniti allo stesso modo come adulteri, tramite annegamento e al rigo 130, sentenziava invece,  che se la vittima era una giovane non sposata, si prevedeva di giustiziare solo l'aggressore. Anche in India, Mallanaga Vatsyayana scrivendo il Kama Sutra, contempla fra le modalità di conquista di una donna (seppure fra le peggiori e relegate in fondo alla lista) quella di drogarla o rapirla e quindi violentarla. Secondo alcune femministe, quindi (mi riferisco in particolare a Patricia Donat e John D'Emilio e, soprattutto, a Susan Brownmiller e al suo libro del 1975 “Contro la nostra volontà; uomini, donne e stupro”), esiste nell’universo maschile, una cultura transrazziale “solidale con lo stupro”, contro cui, oggi, occorre elaborare strategie non volte a negarne la fondata consistenza transculturale, ma non isolandolo dai sostegni sociali e  da altre forme di violenza, il che rende meno efficaci gli sforzi per combatterlo. Alcuni scrittori come Jackson Katz e Don McPherson, hanno detto che tale orrenda cultura (o attitudine)  è intrinsecamente collegata al ruolo di genere che limita l'auto-espressione degli uomini e causa loro danni psicologici. La “cultura dello stupro” è stata collegata anche all'omofobia, con Andrea Dworkin,  che in un discorso del 1983 disse: “Se volete fare qualcosa contro l'omofobia, dovete fare qualcosa contro il fatto che gli uomini stuprano e che il sesso forzato non è incidentale alla sessualità maschile, ma è in pratica paradigmatico.” Carlo Di Stanislao, de.it.press

 

 

 

 

Grillo-show, standing ovation a Londra

 

LONDRA  - Folla di italiani per Beppe Grillo a Londra che mercoledì sera all'O2 Shepherds Bush Empire ha dato inizio al tour europeo del suo spettacolo "Incredible Italy".

 

Nello show il comico racconta agli stranieri, come ai connazionali che vivono all'estero, le anomalie "iperreali" dell'Italia. E poi lancia un avvertimento: se non fate attenzione, questo Paese che per ora vi sta dando qualche opportunità in più, potrebbe essere contagiato dai vizi nostrani. Il principe Carlo, per esempio, nonostante per tradizione la Corona non debba interferire negli affari pubblici, si è messo a scrivere al sindaco di Londra Boris Johnson dandogli consigli di vario genere. Per il comico genovese la ragione è semplice: troppi viaggi in Italia e ha preso esempio dal Pontefice.

 

La moglie del premier irlandese a 62 anni si è invece fatta un amante ragazzino, e non ha esitato a dargli anche dei soldi del marito, che così si è dovuto dimettere. Insomma, bisogna fare attenzione: all'estero non esistono "anticorpi" contro i vizi italiani e come è accaduto con il fascismo, con le banche ed il debito (inventati dagli italiani, ricorda) e l'internazionalizzazione della mafia, il pericolo che un giorno sia Gordon Brown ad andare a cena con un pluripregiudicato è reale.

 

Dopo gli avvertimenti (Achtung, England! urla il comico) lo spettacolo prosegue con un'esposizione impietosa dei personaggi e delle «mostruosità» che fanno dell'Italia un paese diverso. Grillo se la prende con le politiche di Tremonti ("Tremorti"), proietta il curriculum di Cesare Geronzi, di Colaninno, Ligresti e Mercegaglia, tutti indagati o condannati ma ancora alla guida di grandi aziende italiane.

 

Poi è la volta degli inceneritori, del Lodo Alfano, dello scudo fiscale: decisioni e «leggi promulgate da fuorilegge» che nonostante la proposta di legge scaturita dal V-Day ancora siedono in Parlamento. Il comico racconta quindi a lungo l'esperienza del suo blog, del movimento da esso scaturito, delle liste civiche e delle potenzialità infinite che internet offre alla democrazia diretta, al potere del cittadino.

 

Tra gli applausi del pubblico, Grillo è un fiume in piena che si ferma soltanto per le inflessibili leggi britanniche, che dettano tassativamente gli orari di chiusura degli spettacoli. Al termine standing ovation e messaggio finale del comico: «Forse questo Paese riusciremo pian piano a cambiarlo e a farvi venire la voglia di tornarci». IM 28

 

 

Italia dei Valori Olanda aderisce allo sciopero generale indetto dalla CGIL per il 12 marzo

 

Italia dei Valori Olanda aderisce con convinzione allo sciopero generale indetto dalla CGIL per il 12 marzo 2010 contro l’inadeguatezza della politica fiscale del governo.

Riteniamo fondamentale schierarci in ogni occasione dalla parte dei cittadini e dei lavoratori colpiti da una politica economica che toglie ai poveri per dare ai ricchi.

In particolare chiediamo di ridurre il prelievo fiscale sui lavoratori e i pensionati, di aumentare il periodo in cui si riceve l'indennità di disoccupazione, di far crescere l'importo (attualmente 7-800 euro) della cassa integrazione e una diversa politica per l'accoglienza dei lavoratori immigrati dopo i gravissimi incidenti di Rosarno.

Inoltre lamentiamo i fortissimi tagli nel settore della scuola, della sanità, della sicurezza, della tutela dei più deboli e dell’assenza di una qualsiasi politica volta a ridurre il fenomeno del precariato che colpisce le fasce più deboli ed esposte come le donne.

Lamentiamo l’assenza di una politica di riconversione dell’industria nei settori veramente importanti per la società, e soprattutto nel campo delle energie rinnovabili e dell’agricoltura biologica, che potrebbero dare lavoro a centinaia di migliaia di persone e allo stesso tempo contribuire al risparmio energetico e alla riduzione dei gas serra.

Lamentiamo la dissennata scelta per il nucleare a tutti i costi, azzerando il programma delle rinnovabili, imbarcandosi in spese dell’ordine di 4-5 miliardi a centrale, senza calcolare gli inimmaginabili costi di smatellamento e stoccaggio temporaneo dei rifiuti nucleari.

Lamentiamo l’attentato alla sicurezza dei cittadini che deriva dalle leggi ad personam, in particolare dalla legge sul processo breve che, per salvare il premier, cancellerà migliaia di processi negando giustizia alle migliaia di vittime di Eternit e alle vittime del disastro ferroviario di Viareggio e dei crolli di edifici pubblici in Abruzzo.

Per tutte queste motivazioni, ci schieriamo al fianco della CGIL e dei lavoratori in una protesta che ci auguriamo coinvolga tutta la società la civile italiana, che in un momento di grave crisi finanziaria, ritrovi l’unità e l’entusiasmo per battersi pacificamente per un’Italia più democratica, più civile, più onesta.

Silvia Terribili, IdV Olanda (de.it.press)

 

 

 

 

I giovani del PD Svizzera. Si tenga la paghetta Ministro Brunetta

 

In un’Italia ormai governata da populisti puri e da una classe politica a digiuno di analisi della realtà e propensa a boutade preelettorali, in un Paese in cui il mercato del lavoro, ormai controllato da poche famiglie, asfittico per via della crisi e imbalsamato dall’assenza di selezione basata sul merito, l’uscita del Ministro Brunetta sembra quasi normale: prendere 500 Euro dalle pensioni per trasferirli ai giovani perché si rendano autonomi.

Sorvoliamo sui commenti dei giornali svizzeri che parlano delle elargizioni dello Stato dei Mammoni e sulla debolezza delle obiezioni che sono state fatte alla boutade demagogica di Brunetta che si limitano a paventare un riacutizzarsi dei conflitti generazionali.

A noi “giovani” italiani andati all’estero dopo la laurea, senza necessariamente essere tutti dei cervelli ma persone desiderose di conquistare in fretta la propria autonomia, la proposta suona come una presa in giro.

Figlio di un sistema politico abituato alle clientele e a conquistare il consenso spostando risorse da una voce all’altra della spesa pubblica, non si avvede il Ministro Brunetta che non di una “paghetta di Stato” (peraltro inutile vista la cifra) hanno bisogno i giovani italiani, ne’ di messaggi diseducativi da parte di uno Stato assistenzialista che praticamente li pensionerebbe ancora prima che si inseriscano nel mondo del lavoro.

Liberalizzazione delle professioni, prestiti d’onore e incentivi alle imprese start-up, concorsi regolari per la pubblica amministrazione, non regolarizzazione di massa di precari non selezionati, investimenti pubblici nella ricerca, lotta senza quartiere all’illegalità e alla corruzione per l’attrazione di investimenti esteri, una grande battaglia culturale per il merito a partire dal Parlamento e dalle massime cariche pubbliche. Di questo abbiamo bisogno, non della Sua paghetta Ministro Brunetta.

I giovani del PD Svizzera (de.it.press)

 

 

 

 

Il ministro Ronchi: «Coniugare il rigore con l’integrazione»

 

ROMA «Non occorrono leggi speciali per vietare il burqa, basta applicare le norme sull’ordine pubblico e la riconoscibilità delle persone che già esistono, che vanno fatte rispettare con il massimo scrupolo». Il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, tuttavia, spiega che il vero tema «è coniugare rigore e integrazione».

Basta vietare il burqa per garantire la sicurezza, ministro Ronchi?

«Non serve una proibizione per legge. Il problema è far rispettare le norme che già esistono e che riguardano l’identificazione. Sul burqa io la penso come gli intellettuali musulmani e i rappresentanti dell’Islam moderato, che sottolineano come il non sia un simbolo religioso, ma un segno identitario voluto dagli integralisti. Combatterlo vuol dire schierarsi dalla parte del rispetto dei diritti delle persone e, in particolare, delle donne».

Non sarebbe il caso che l’Europa assumesse una posizione comune?

«Ovviamente sì. Ma l’intervento dell’Europa è necessario soprattutto per governare il fenomeno immigrazione, che ricade tutto sulle spalle dei singoli Paesi, a partire dall’Italia che è stata lasciata sola alle prese con gli sbarchi».

Il presidente Sarkozy però ha anche detto che non permetterà che in Francia accada quello che è successo da noi riguardo a chi chiede il diritto d’asilo.

«Ma si riferiva alla politica demagogica dei precedenti governi. Noi abbiamo fatto molto per contrastare l’immigrazione clandestina. Per esempio, grazie all’accordo con la Libia, nel 2009 gli sbarchi da quel Paese sono calati del 74 per cento. E abbiamo la coscienza a posto anche sulla concessione del diritto di asilo. Abbiamo accettato il 50 per cento delle domande e stanziato 29 milioni e mezzo di euro per un anno, a fronte dei 21 milioni in 6 ani, previsti dalla Commissione europea».

E cosa dovrebbe fare l’Europa?

«Adottare una politica comune sull’immigrazione per tutto il Mediterraneo, perché la questione riguarda tutti gli Stati. Del resto, anche la socialista Spagna ha istituito la Bedecs, una brigata per l’espulsione dei criminali clandestini recidivi e in un anno sono state allontanate dal Paese 7591 irregolari».

Un esempio da seguire, secondo lei, ministro?

«Un’indicazione da tenere a mente. Da parte nostra, abbiamo chiesto l’istituzione dell’agenzia europea per il diritto di asilo, affinché valuti le posizioni di quanti sono costretti ad abbandonare i propri paesi, se rischiano la libertà e la vita, per motivi etnici, religiosi o politici, e decida la destinazione per i richiedenti, che deve essere vincolante». CLAUDIA TERRACINA IM 27

 

 

 

Berlusconi: «Meno immigrati, meno crimini». PD: “Istiga al razzismo”

 

Meno immigrati, meno crimini. L'equazione è opera del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha ricordato «gli accordi con la Libia», e ha sottolineato che «diminuzione degli extracomunitari significa anche meno forze che vanno a ingrossare le fila delle organizzazioni criminali».

 

L'Italia chiederà all'Unione europea di «farsi carico» dei costi sostenuti dalla Libia e dagli altri «Paesi rivieraschi» del nord Africa che si sono impegnati a svolgere un'azione di «vigilanza» per contrastare i flussi di immigrazione clandestina verso l'Europa. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa tenuta al termine del Consiglio dei ministri di Reggio Calabria. «Svolgerò un'azione molto forte verso l'Ue, che deve caricarsi il costo di questa vigilanza che la Libia e altri Paesi rivieraschi sopportano per fare questo lavoro di vigilanza».

 

Berlusconi sottolinea: «Si tratta di clandestini che vengono dal'interno dell'Africa e che attraversano il loro territorio per raggiungere l'Europa. Loro li fermano, rimpatriandoli. Questo ha un costo che non deve essere sopportato solo dai Paesi rivieraschi, ma da tutta l'Unione europea. Io mi occuperò di questo problema, mirando ad ottenere che l'Europa si carichi di questi costi».

 

Le reazioni - «Trovo volgare l'equazione fatta da Berlusconi su immigrati e criminalità. Trovo queste parole volgari e contraddette dai fatti» dice Livia Turco, senatrice e responsabile immigrazione del Pd. «Tutti i dati - continua Turco - dimostrano che senza immigrati si fermerebbero pezzi importanti della nostra economia, non si può parlare di immigrati solo in termini di criminalità. oltretutto il governo dovrebbe chiedersi come mai in questi dieci anni di applicazione della legge Bossi-Fini, i clandestini e soprattutto gli irregolari sono aumentati» conclude l'esponente Pd.

 

Risponde con sarcasmo, invece, la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro. «Altro che immigrati. Meno premier, meno crimini?».

 

«Berlusconi mente due volte sull'immigrazione. Non è vero che gli immigrati sono diminuiti e non è vero che sono diminuiti i clandestini. Il governo non fornisce cifre attendibili e dimentica di dire che ha fatto ampio ricorso alle sanatorie». Lo afferma il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi. «L'Italia - conclude il capogruppo Idv - ha bisogno di leggi severe ma giuste, non di inutili slogan razzisti che alimentano il clima di intolleranza. Non è con le passerelle ad uso delle telecamere che si danno risposte concrete ai cittadini».

 

«Legare l'aumento della criminalità a quello degli stranieri non comunitari nel nostro Paese è superficiale, pericoloso e oltretutto infondato. Che sia poi il Presidente del Consiglio a sostenerlo è di una gravità assoluta». È quanto dichiara in una nota Andrea Sarubbi (Pd), commentando le parole di Berlusconi a margine del Consiglio dei ministri odierno. L’U 28

 

 

 

 

Tra immigrati e italiani stesso tasso di criminalità

 

I dati ufficiali dimostrano che l'80% delle denunce a carico di stranieri riguarda irregolari; ma anche tra questi, in quattro casi su 5 il reato contestato è l'assenza del permesso di soggiorno

 

ROMA - Sono i numeri a dire che gli immigrati non delinquono più degli italiani. Secondo i dati dell'Istat, il tasso di criminalità degli immigrati regolari, in Italia, è "solo leggermente più alto" di quello degli italiani (tra l'1,23% e l'1,4%, contro lo 0,75%) ed è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni. Di fatto, i dati sono "equiparabili". E' vero invece la stragrande maggioranza dei reati commessi da stranieri in Italia è opera di immigrati irregolari.

 

Parlano ancora le cifre ufficiali, secondo le quali il 70-80% degli stranieri denunciati sono irregolari. Anche qui, però, i dati sono da leggere con attenzione perché, sul totale delle denunce, l'87% riguarda proprio la mera condizione di clandestinità: il reato commesso da 4 stranieri su 5 denunciati riguarda insomma l'essere stati sorpresi in Italia senza permesso di soggiorno e dunque la violazione delle leggi sull'immigrazione.

 

In generale, dicono le statistiche, non esiste un legame fra l'aumento degli immigrati regolari e l'aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, ad esempio, mentre gli stranieri sono aumentati di oltre il 100%, le denunce nei loro confronti sono cresciute del 45,9%.

 

Al di là delle polemiche politiche, sono comunque nettamente superiori gli aspetti positivi dell'immigrazione. In Italia gli immigrati regolari, secondo i più recenti rapporti di Caritas Migrantes e Ismu, sono oltre quattro milioni e mezzo, il 7,2% della popolazione, una percentuale che supera per la prima volta la media europea (6,2%). Dal 1998 al 2008, la crescita è stata del 246% e se il trend resterà invariato, come prevede l'Istat, nel 2050 gli italiani di origine straniera saranno oltre 12 milioni.

 

I lavoratori stranieri sono circa due milioni e producono il 10% del Pil nazionale. I vantaggi dello Stato sono visibili da altri numeri: gli immigrati versano ogni all'Inps sette miliardi di euro e pagano al Fisco una cifra che supera i 3,2 miliardi di euro. Inoltre, ogni cento neonati in Italia, ormai più del 12% ha un almeno un genitore straniero. LR 28

 

 

 

Sicilia Mondo. I fatti di Rosarno. Quale lezione dalla vicenda calabrese?

      

       A Rosarno è tornata la calma. I rosarnesi hanno sfilato in piazza per rigettare l’accusa di razzismo. Un ritorno alla normalità da tutti auspicato che ci consente  alcune riflessioni.

       Per capire che cosa è avvenuto, occorre riportare alla nostra memoria lo scenario di vita da inferno dantesco che ha fatto esplodere la guerriglia tra i lavoratori immigrati e la popolazione locale.

       Uno scenario brulicante di migliaia di persone che vivono ai margini della città, in un contesto al di sotto dei livelli della dignità umana, sia come alloggio, sia come condizioni igienico-sanitarie, con una retribuzione di assoluto sfruttamento, nelle mani di caporali mafiosi, agenti e subagenti del lavoro sommerso, con 25 euro per otto ore di lavoro meno 5 euro per il trasporto delle camionette. Come bestie. Senza protezione sindacale, legislativa e amministrativa. Sia locale che nazionale. Come schiavi. Senza diritti.

       Isolati dalla società rosarnese, impaurita dalla mancanza di relazioni e dalla criminalizzazione mediatica amplificata.

       Il tutto sotto gli occhi di tutti. Sindacati ed Istituzioni. Non una parola.

       A fare esplodere questo bubbone sociale, è bastata la bravata di due balordi che hanno sparato con un fucile ad aria compressa a due immigrati. Una scintilla che diventa esplosione senza margini.

       La reazione dei rosarnesi è stata immediata perché si sono sentiti minacciati a casa propria. E’ subentrata la paura alimentata dalla malavita locale, sempre pronta in occasioni del genere.

       L’intervento della polizia ha ristabilito l’ordine con la deportazione di un migliaio di immigrati nei centri di identificazione e di espulsione di altre Regioni. Molti sono fuggiti.

       Su questo scenario incivile ed esplosivo, è assolutamente fuorviante affermare che i fatti di Rosarno si possano attribuire alla eccessiva tolleranza. Un falso mediatico sulla verità.

       I fatti di Rosarno sono, piuttosto, una pagina nera che richiede approfondimento e richiamo alle responsabilità. Ne parlerà la storia. Ma i veri storici siamo noi che abbiamo assistito alla nefasta regressione culturale del nostro Paese, da sempre modello e testimone di una lunga tradizione di umanesimo e di secolare accoglienza, diventare Paese razzista e xenofobo sotto l’incalzante ed ossessiva adozione di provvedimenti incivili da parte di un Governo che ha perseverato sull’onda lunga di un successo elettorale imbastito sulla paura, sulla criminalità dell’immigrato e sulla insicurezza dei cittadini.

       Senza capire che la questione della mobilità umana è un fenomeno di dimensione internazionale che va inserito tra le priorità dei Governi, delle forze politiche, delle Associazioni, con la capacità di gestire integrazione e solidarietà come antidoto ad una società ingovernabile, piena di conflitti, sfruttamenti e violenze.

       Occorre convincersi che il mondo non è più quello di ieri, è cambiato e va guardato nel suo complesso e che non può essere più quello delle chiusure e degli egoismi.

       Altra cosa è la linea dura del Governo da tutti invocata e voluta contro ogni forma di criminalità e di violenza, da qualunque parte provenga. Così come è evidente che gli arrivi non possono non essere regolati e contingentati con la precedenza  al diritto internazionale di asilo.

       Questo lo hanno capito bene gli altri Paesi europei. In Germania la Merkel, già parecchi anni addietro, ha fatto della questione immigrazione la priorità del suo Governo scegliendo l’integrazione. Sullo stesso piano l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera, i Paesi Bassi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: pace sociale, risorsa aggiuntiva allo sviluppo, ricchezza multiculturale.

       Diversamente, nel nostro Paese, a guida leghista, è stata scelta la strada della intolleranza, della caccia all’immigrato, identificato con il malavitoso e della  persecuzione allo straniero. Non solo campagna mediatica ma provvedimenti legislativi.  Basta seguire che cosa è avvenuto in questi ultimi anni.

       La segnatura ai minori Rom, il rigetto in mare dei richiedenti di asilo, di donne incinte e di bambini, accordi con Gheddafi per fare sparire gli immigrati nel deserto africano, istituzione di ronde contro gli immigrati gestite da privati, l’introduzione del reato di immigrazione, la discriminazione dei figli di immigrati nati in Italia o arrivati in tenera età ai quali viene impedito di diventare italiani, diniego della cittadinanza a persone perfettamente integrate in Italia, anche da decenni. Con l’aggiunta di una politica di odio e di repulsione generazionale.

       Altro che eccessiva tolleranza. Ce ne è quanto basta e forse di più per una cultura razzista. Una deriva pericolosissima dai risvolti tristemente imprevedibili.

       Non c’è da meravigliarsi. Il razzismo è una malattia sociale che esplode nei momenti di caduta dei valori, di decadenza morale, di crisi della democrazia e di fragilità delle Istituzioni. E’ la storia che ce lo insegna. Ha trovato le condizioni favorevoli in un Paese incagliato dalla crisi economica, dal crescente livello di disoccupazione e dalla sempre più diffusa povertà di larghi strati della popolazione.

       Non per niente l’Unione Europea è ripetutamente intervenuta con giudizi pesanti sui provvedimenti del Governo italiano, senza dire della stampa internazionale che non ha esitato di dare all’Italia il marchio di Nazione razzista.

       Per fortuna, non in tutta l’Italia avvengono i fatti di Rosarno e di Volturno. Nella stessa Calabria non mancano esempi e modelli di integrazione. A Riesi, sulla costa ionica, a soli 50 km da Rosarno, dove il sindaco Massimo Lucano ha richiesto di potere ospitare un gruppo di immigrati in fuga avendo realizzato nel Comune un modello di integrazione dove gli stranieri hanno trovato lavoro insieme ai giovani del luogo nei settori dell’artigianato, dove è stata aperta una scuola per l’analfabetismo ed i locali per i bambini, realizzando una convivenza pacifica e produttiva per la cittadinanza. Ma di questi esempi non ne parla nessuno.

       In Sicilia dove, nonostante gli elevati indici di disoccupazione, migliaia di immigrati hanno trovato spazio in una convivenza aperta nei confronti dell’altro che arriva. Così come non mancano  Comuni siciliani con immigrati eletti nei  Consigli comunali, con voto consultivo. 

       In questo contesto di civiltà mediterranea e di millenaria accoglienza nei confronti dell’altro, Sicilia Mondo, sulle indicazioni del Convegno regionale “Conosciamoci” con le etnie non comunitarie, dell’aprile scorso, ha presentato alla Regione un progetto per la integrazione degli immigrati, già all’esame della Commissione all’Assessorato alla Famiglia.

       Come commentare allora i fatti di Rosarno?

       Sostituiti dalle immagini drammatiche di Haiti, i fatti di Rosarno diventano sempre più lontani e sempre più dimenticati dalla coscienza collettiva. Ma quale lezione ha lasciato questa vicenda calabrese?

       E’ la domanda che facciamo a noi stessi ed a chi ci legge.

       Cosa faranno ora o dovrebbero fare la società civile, i partiti politici, lo Stato per reprimere ogni forma di sfruttamento e rimettere tutto nella legalità? Come cambieranno le cose a Rosarno e in Italia?

       E’ un interrogativo che diventa preoccupazione amara per la constatazione della assoluta mancanza di contrasto culturale da parte della società civile italiana pur dotata di sensibilità sociale, di tradizioni e di etica cristiana sui temi del diritto alla vita ed alla dignità umana.

       Preoccupazione che si incupisce osservando l’indifferenza assordante della stragrande maggioranza di parlamentari bipartisan, di formazione cattolica, ridotti al ruolo di noleggiati dai capi politici sulle linee politiche e sui provvedimenti legislativi del Parlamento avendo perduto la dignità delle idee, dei comportamenti e delle scelte secondo coscienza. Hanno perduto credibilità. Non hanno niente da dire.

       Emblematica ed illuminante la parola di Papa Benedetto XVI: “Bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna ripartire dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell’ambito del lavoro dove è più facile la tentazione dello sfruttamento ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita. Occorre che le Istituzioni, sia politiche, sia religiose, non vengano meno – lo ribadisco – alle proprie responsabilità”. Sicilia Mondo, de.it.press

 

 

 

Un sito per le rimesse degli immigrati

 

ROMA - Le rimesse hanno assunto un ruolo sempre più importante per le economie di molti paesi, superando di gran lunga il volume dei flussi degli aiuti allo sviluppo e contribuendo alla crescita economica e al sostentamento di ampie fasce di popolazione.

Gli effetti complessivi di tali flussi sullo sviluppo e sulle economie dei diversi paesi non sono facilmente quantificabili, ma è indubbio che esse hanno un impatto positivo in termini di riduzione della povertà, di welfare e di capacità di attrarre investimenti da parte del paese ricevente, pur trattandosi di trasferimenti di risparmio privati. Per saperne di più sulle rimesse oggi è possibile consultare il sito www.mandaisoldiacasa.it - realizzato da alcune Ong e associazioni, con il sostegno del Ministero degli Esteri - grazie al quale gli immigrati potranno avere in modo gratuito informazioni su come inviare soldi nei Paesi d’origine alle migliori condizioni. In particolare, le informazioni riguardano i vari operatori, i costi e i tempi delle rimesse. (Migranti-press)

 

 

 

 

In Svizzera gli italiani cedono il primato degli «attivi» ai tedeschi

 

  BERNA - Gli italiani residenti in Svizzera continuano ad essere il gruppo nazionale straniero più numeroso, ma non il più «attivo». Tra la «popolazione attiva», ossia quella in età lavorativa (occupata e disoccupata), al primo posto sono balzati i tedeschi. Questo primato apparteneva loro per lunga tradizione, l’avevano ceduto agli italiani alla vigilia della seconda guerra mondiale, per riprenderselo lo scorso anno.

  A far diminuire la popolazione complessiva italiana contribuisce non solo il saldo migratorio costantemente negativo fin dagli inizi degli anni Settanta (anche se nel 2007 e 2008 è stato positivo, rispettivamente +2213 e +4493), ma anche l’alto numero dei naturalizzati svizzeri (9550 nel biennio 2007-2008), che nelle statistiche sono considerati unicamente come tali. Esattamente l’inverso avviene da alcuni decenni per la popolazione tedesca che cresce ogni anno grazie al saldo migratorio positivo (+30.495 nel 2007 e +34.153 nel 2008), all’incremento naturale (più nascite che decessi) e al modesto numero di naturalizzazioni (4383 nel biennio 2007-2008). Il risultato è stato dapprima il rapido avvicinamento degli «attivi» tedeschi a quelli italiani e poi, l’anno scorso, il loro superamento. E’ interessante notare che un percorso simile, ma a parti inverse, era stato registrato in Svizzera tra le due popolazioni esattamente un secolo fa.

  Tedeschi e italiani a confronto

  Confrontando la popolazione residente complessiva degli italiani (circa 295.000) e dei tedeschi (circa 260.000), salta facilmente agli occhi la differente piramide dell’età. Mentre quella italiana somiglia ormai a quella svizzera con una ripartizione omogenea tra le differenti classi d’età, quella tedesca è piuttosto tipica di una popolazione di migranti, con un ingrossamento nella fascia centrale dai 25 ai 54 anni e due restringimenti nella classe d’età da 0 a 14 anni e in quella in età della pensione (65 anni e più).

  Se invece della popolazione residente si considera la popolazione attiva le differenze che saltano agli occhi tra italiani (poco più di 164.000) e tedeschi (poco più numerosi degli italiani) sono, oltre alla struttura dell’età, il grado di formazione, il settore d’occupazione, la posizione professionale e il tasso di inoccupazione.

  I tedeschi che esercitano un’attività lucrativa in Svizzera hanno per il 62,0% una formazione di grado terziario (con titolo universitario o equivalente), mentre tra gli italiani questa percentuale scende al 19,3%. Per gli svizzeri essa si situa al 33,7%. Hanno invece un titolo di scuola media superiore o formazione professionale completa il 35,1% dei tedeschi, il 51,2% degli italiani e il 53,7% degli svizzeri. Sotto questo aspetto, gli italiani rassomigliano ancora una volta più agli svizzeri che ai tedeschi.

  Quanto al settore d’occupazione, tanto gli italiani quanto i tedeschi sono più attivi nel terziario che nel secondario, ma con una proporzione differente: per gli italiani è di poco più di due a uno, mentre per i tedeschi di poco più di tre a uno. Per gli svizzeri la proporzione è di quasi quattro a uno.

  E’ interessante osservare la posizione che occupano nella professione i tre gruppi di popolazione esaminata. In base alla rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera effettuata dall’Ufficio federale di statistica nel secondo trimestre del 2009, sono dipendenti senza alcuna funzione dirigente circa la metà dei lavoratori tedeschi e italiani e il 46,8% degli svizzeri. Le maggiori differenze si notano nelle posizioni di «indipendenti, familiari coadiuvanti» (svizzeri 17,1%, italiani 12,9%, tedeschi 9,6%), «dipendenti membri della direzione» (rispettivamente: 13,7%, 14,9%, 16,6%) e «dipendenti con funzione dirigente» (16,7%, 25,0% e 14,0%). In questo ambito spiccano soprattutto l’alta percentuale dei quadri tedeschi (25%), ma anche l’elevata percentuale degli italiani nella posizione di membri di direzione (16,6%).

  Sono invece nettamente sfavorevoli agli italiani i dati sull’inoccupazione: per loro il tasso era nel secondo trimestre dell’anno scorso del 4,6%, contro il 3,2% degli svizzeri e il 2,9% dei tedeschi.

  Come si vede le differenze sono molte. Se ne potrebbe aggiungere un’altra, ma non ha (ancora) un carattere statistico, ed è questa: mentre gli italiani sono ormai considerati generalmente come parte integrante della popolazione svizzera, i tedeschi sono visti maggiormente come immigrati, sia pure particolari, in forza della libera circolazione delle persone dell’Unione europea.

  Inoltre, il fatto che arrivino dalla Germania soprattutto persone molto qualificate, tra cui molti imprenditori, manager, professori universitari, medici, direttori di banche, ingegneri, ecc. non passa inosservato e provoca qua e là qualche preoccupazione. Ma non è più tempo di paure. La nozione di «inforestiermento» (Ueberfremdung) non è più attuale da diversi decenni, mentre prevale sempre più il desiderio e il bisogno d’integrazione, sempre più allargato a livello europeo. Giovanni Longu