WEBGIORNALE 29-31 Gennaio 2010
Il ministro degli Esteri Frattini all’Assemblea di Strasburgo su
immigrazione e diritti umani
Strasburgo - Le
problematiche migratorie, le radici cristiane dell’Europa, i diritti umani, gli
aiuti internazionali ad Haiti, e la riforma del Consiglio, sono stati i temi al
centro dell’intervento del ministro Franco Frattini all’Assemblea parlamentare
del Consiglio d’Europa a Strasburgo.
“Le e problematiche migratorie vanno
affrontate - ha detto il ministro - miscelando fermezza e spirito di
accoglienza, nel pieno rispetto della legalità e dei diritti umani. La gestione
di questo fenomeno così complesso non può comunque ricadere solamente sugli
Stati più direttamente esposti per motivi geografici”. Per questo - ha
proseguito - “insistiamo per un maggiore impegno europeo sull'immigrazione nel
Mediterraneo. L’Unione europea deve fare ancora di più, affrontando questa
sfida in uno spirito di autentica solidarietà tra i suoi Stati membri”, ha
aggiunto Frattini secondo il quale “dobbiamo dotarci di politiche più
articolate. E questo per l'Italia significa adottare un duplice approccio: da
un lato contrastare con determinazione l'immigrazione clandestina e gestire in
modo oculato i flussi migratori; dall'altro definire una strategia lungimirante
capace di preparare i percorsi di integrazione dei migranti regolari”.
In quest’ultimo ambito il diritto alla cittadinanza
dovrà essere “una conquista, dopo un percorso complesso, piuttosto che un dono
a chi non la sente o non è pronto ad accettarla”. Per quanto riguarda la
necessità di efficaci politiche di integrazione “dobbiamo innanzitutto indicare
con molta chiarezza quale debba essere il punto di partenza: e cioè
impossibilità di prescindere dalla nostra storia e dalla nostra identità
culturale, anche nazionale”. Per alcuni, “per coloro che saranno pronti” - ha
sottolineato il ministro - si dovrà pensare alla cittadinanza. Ma in mezzo “ci
dovrà essere un percorso di dialogo, di formazione scolastica e civica, di
apprendimento della lingua” e soprattutto “il rispetto dei diritti fondamentali
della persona”".
Per Haiti è prioritario l’intervento a favore
dei bambini. La loro situazione “è drammatica”, quindi “devono essere la
priorità del nostro intervento nel paese”. Frattini ha spiegato che “dobbiamo
creare un coordinamento internazionale ed ancor prima europeo, per vigilare su
quei bimbi e garantire loro un futuro. Anzitutto ad Haiti”. Parlando della
situazione nell'isola colpita dal terremoto, il ministro ha detto che “é
necessario sentirsi tutti coinvolti e responsabili nel destino dei bambini
haitiani, sentendo tutto il dovere di lanciare iniziative concrete per
aiutarli”. Ha ricordato così l'importanza della solidarietà invitando ad
“incoraggiare le adozioni a distanza. Ma non solo. Non basta”.
Riguardo alle radici cristiane dell’Europa
Frattini ha detto che un’Europa senza alcun riferimento alle sue radici nel
Trattato fondamentale che regola il funzionamento dell'Unione europea rischia
di lasciare spazio ad un “razzismo alla rovescia”: è un mondo che - spiega il
ministro - riconosce agli altri, come i musulmani, il tratto religioso delle
identità che compongono larga parte del fenomeno migratorio, ma lo allontana da
sé in nome di una coscienza che noi, per noi stessi, vorremmo invece muta di
fronte alla religiosità: “è lo spettacolo involontario di un razzismo
rovesciato
Pieno sostegno infine alla riforma del
Consiglio d’Europa, Secondo Frattini con la sua riforma il Consiglio d'Europa
deve assumere un ruolo politico più incisivo anche in relazione all'azione
svolta per la difesa dei diritti umani. L’Italia è molto interessata al futuro
del Consiglio d'Europa ed “auspica che possa operare con sempre maggiore
efficienza” soprattutto “assicurando la massima coerenza di giudizio” fra i
suoi organi e una costruttiva sintonia con le attività dell'Unione europea e
dell'Osce.La riforma dell'organizzazione di Strasburgo, ha sottolineato
Frattini - è un passaggio molto importante. Così come rilevante, ha aggiunto,
sarà la Conferenza di Interlaken sul futuro della Corte europea per i diritti
umani. Interlaken, secondo il ministro, deve essere l'occasione per definire importanti
modifiche al funzionamento della Corte, senza escludere un ripensamento della
sua stessa struttura affinché torni a svolgere efficacemente il ruolo
assegnatole. (Inform)
Shoah, Peres parla al Bundestag. ''Regime di Teheran pericolo per il mondo''
Al Bundestag parla
il presidente israeliano in occasione del Giorno della Memoria:
Davanti ai
deputati tedeschi il premio Nobel per la Pace ha anche ricordato il nonno
bruciato vivo dai nazisti. ''Portare davanti alla giustizia i responsabili del
genocidio ancora in libertà”
Berlino - Storico
discorso del presidente israeliano Shimon Peres al Bundestag di Berlino in
occasione del Giorno della Memoria. Durante il suo intervento il presidente
israeliano, 86 anni, premio Nobel per la Pace, ha avvertito del "pericolo
per tutto il mondo" rappresentato dal regime iraniano di Mahmoud
Ahmadinejad.
La lezione che
dobbiamo imparare dall'Olocausto, ha affermato Peres, è che non dobbiamo mai
più permettere l'emergere di dottrine razziste: "Mai più. Mai più dottrine
razziste, mai più sentimenti di superiorità, mai più cosiddette autorità divine
per incitare, uccidere, violare la legge, negare Dio e la Shoah".
"Non possiamo
più ignorare dittatori assetati di sangue che si nascondono dietro le maschere
della demagogia e lanciano slogan assassini. Sono una minaccia per tutto il
mondo'' ha detto Peres. Ed ha aggiunto: ''Ci identifichiamo con i milioni di
iraniani che si rivoltano contro la dittatura e la violenza. Come loro
respingiamo un regime fanatico che contraddice la Carta dell'Onu, un regime che
minaccia la distruzione, con impianti nucleari e missili, che attiva il terrore
nel suo e in altri Paesi. Questo regime è un pericolo per tutto il mondo".
Al Bundestag il
presidente Peres ha inoltre lanciato un appello a portare davanti alla
giustizia i responsabili dell'Olocausto ancora in libertà. "Gli uomini e
le donne che hanno partecipato alla più odiosa attività sulla Terra, il
genocidio, vivono ancora sul suolo tedesco ed europeo e in altri luoghi del mondo''
ha ricordato Peres. ''La mia richiesta è questa: per favore fate di tutto per
portarli davanti alla giustizia. Ai nostri occhi - ha sottolineato - non è
vendetta, ma una lezione educativa".
Davanti ai
deputati tedeschi Peres ha poi ricordato la morte del nonno, sua "guida e
mentore", che fu bruciato vivo dai nazisti nella sinagoga di Vishneva, in
Bielorussia. Assieme a lui è intervenuto anche Feliks Tych, sopravvissuto
polacco all'Olocausto, i cui genitori e fratelli furono uccisi nel lager di Treblinka.
Prima di loro
aveva parlato il presidente del Bundestag, Norbert Lammert, che ha espresso la
sua gratitudine per il nuovo fiorire della comunità ebraica in Germania.
"Siamo grati - ha affermato - per ogni crescita della vita e la cultura
ebraica". Fra gli invitati allo storico discorso di Peres, vi era anche la
presidente delle comunità ebraiche tedesche Charlotte Knobloch. (Adnkronos 27)
Burqa sì, burqa no. Se lo Stato laico invade le identità
C’è una domanda
che sale subito alle labbra, ora che la Francia s’avvia a vietare il burqa nei
principali luoghi pubblici: sarebbe giusto importare ai nostri lidi il medesimo
divieto? Sarebbe in sé desiderabile? E c'è un principio costituzionale sul
quale possa fondarsi quel divieto? Quest’ultimo profilo chiama in causa la
laicità delle nostre istituzioni, che a propria volta la Consulta (nel 1989) ha
eretto a principio supremo dell’ordinamento giuridico italiano.
E tuttavia, per
una volta almeno, meglio non affidarsi troppo alle parole, sia pure quelle
scolpite sulle tavole di bronzo della legge. Nel panorama contemporaneo
s'incontrano Costituzioni che si proclamano espressamente laiche (in Francia,
in Russia, in Turchia), altre che viceversa s'aprono con l’invocatio dei (in
Irlanda, in Grecia, in Svizzera, in Germania), pur essendo - talvolta - più
laiche e liberali delle prime. D'altronde nel Regno Unito l’esistenza di una
chiesa di Stato non offusca la laicità di quell’ordinamento, mentre la
superlaica Francia spende palate di quattrini per finanziare il clero. Il fatto
è che la laicità, come la democrazia, si lascia declinare in mille guise. Per
misurarla bisogna valutarne le concrete applicazioni, più che le dichiarazioni
di principio. Il modello francese è tra i più intransigenti nel vietare i
simboli d'appartenenza religiosa, e infatti dal 2004 oltralpe c’è una legge che
impedisce d'indossare a scuola non solo il velo islamico, ma pure la kippah o
una croce un po’ troppo vistosa. Proviamo allora a soppesare gli argomenti a
favore o contro tale soluzione. E proviamo a farlo - giustappunto - laicamente,
senza preconcetti ideologici né tanto meno religiosi.
Primo: la
sicurezza. Se ti copri fino ai piedi con un vestito afghano, come potrò esser
certo che non nascondi sotto il burqa qualche chilo di tritolo? E come farò a
identificarti, se del tuo volto posso vedere solo gli occhi? Preoccupazione
legittima, ma allora per simmetria dovremmo proibire anche il passamontagna, il
casco dei motociclisti, la maschera di Paperino a Carnevale. Dovremmo impedire
la circolazione ai signori troppo intabarrati, con questo freddo poi, come si
fa. No, non è la sicurezza l’alibi di ferro per importare quel divieto, lo
prova il fatto che esso non s’estende ad altri tipi di mascheramento. E del
resto consentire il burqa non significa consentire d'incollarlo al corpo con il
mastice, se un poliziotto ti chiede di sollevarlo per guardarti dritto in
faccia, tu comunque hai l'obbligo di farlo.
Secondo: la tutela
delle islamiche rispetto alla prepotenza del gruppo cui appartengono. Difatti
il burqa evoca un atto di sottomissione, la condizione della donna come figlia
di un dio minore. Vero, due volte vero; ma siamo certi che sia giusto proibirlo
anche quando chi l’indossa abbia deciso spontaneamente di vestirsene? Non c’è
forse l'ombra di un imperialismo culturale in tale atteggiamento? Non puzza un
po’ di Stato etico, non è paternalistica l'idea che i pubblici poteri debbano
liberare gli individui dai condizionamenti sociali o familiari? E perché allora
non vietare pure il battesimo ai minori, la circoncisione dei bambini ebrei, la
prima comunione? No, l'identità - di singolo e di gruppo - è sempre il frutto
di una scelta, mai di un’imposizione; è questione culturale, che va aggredita quindi
con strumenti culturali, non attraverso il bastone della legge. Sempre ammesso
che sia desiderabile forgiare una società omogenea come un plotone militare. Ci
aveva provato Mao Tse-tung, ordinando ai cinesi d’indossare tutti la medesima
divisa. La nostra idea di laicità è l’opposto, muove dal diritto di vestirci un
po’ come ci pare. Un Carnevale che dura tutto l'anno. MICHELE AINIS LS 27
Immigrati, l’opposizione contro il premier: "Parole che incitano al
razzismo"
Si accende la
polemica dopo le frase del premier: "Meno stranieri, meno
criminalità"
Migrantes:
"Lavorare per regolare da subito la situazione di tanti immigrati presenti
nel nostro territorio"
ROMA -
"Berlusconi incita al razzismo e alimenta un clima di intolleranza le cui
conseguenze non possono essere prevedibili". Livia Turco, capogruppo Pd in
commissione affari sociali della Camera, non va per il sottile e stronca le
parole del premier che, da Reggio Calabria, conia il parallelo tra immigrati e
criminalità. Un'equazione che non piace neanche a don Giancarlo Perego,
direttore della Fondazione Migrantes promossa dalla Cei: "Occorre lavorare
per regolare da subito la situazione di tanti immigrati presenti nel nostro
territorio. Purtroppo gli immigrati che arrivano per trovare lavoro e condizioni
di vita dignitose, trovano crescenti difficoltà e burocratizzazione in merito
al loro percorso di regolarizzazione".
"Un governo
non può accendere i fuochi, ma deve guidare il Paese a una maturazione
civile", rilancia il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. "Una
frase così - aggiunge Bersani - ci metter fuori da qualsiasi contesto moderno.
Non esiste che si affronti una tema come l'immigrazione in questo modo. Servono
umanità e razionalità. Continuando a spargere irrazionalità ci mettiamo nei guai".
"Berlusconi
mente due volte sull'immigrazione. Non è vero che gli immigrati sono diminuiti
e non è vero che sono diminuiti i clandestini. Il governo non fornisce cifre
attendibili e dimentica di dire che ha fatto ampio ricorso alle
sanatorie", incalza il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi.
"Meno immigrati meno crimini? Siamo indignati per queste dichiarazioni
tribali e offensive, che, queste sì, rappresentano un vero e proprio crimine.
Invitiamo l'Ue a vigilare: il linguaggio del premier alimenta odio,
intolleranza e razzismo" attacca Michelangelo Tripodi, responsabile
Mezzogiorno del Pdci.
Durissimo Luigi De
Magistris, europarlamentare dell'Idv: "Il governo utilizza le mafie e
l'immigrazione per spot a buon mercato". Fulminante, infine, la battuta
del presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro: "Meno premier, meno
crimini?". LR 28
Avviato il progetto “Va bene?! La Germania in Italiano - Italien auf
Deutsch”
Progetto del
Goethe-Institut Italien patrocinato dalle Ambasciate dei due Paesi
Due anni di
iniziative che coinvolgeranno giornalisti, opinionisti e vignettisti satirici
Roma – Al via “Va
bene?! La Germania in Italiano-Italien auf Deutsch”, progetto rivolto a
giornalisti, opinionisti e vignettisti satirici dei due Paesi promosso dal
Goethe-Institut Italien con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Germania
e dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia
(http://www.goethe.de/ins/it/lp/prj/vab/itindex.htm -
Obiettivo è “bandire i luoghi comuni e
riaccendere la curiosità reciproca” come si legge nel sito del Goethe-Institut
Italien alla pagina dedicata al progetto. “Italia-Germania: storia di un amore
insidiato dai pregiudizi. Sui giornali dei due paesi – rileva il
Goethe-Institut Italien - abbondano rimproveri reciproci e stereotipi. Ma c’è
un’Italia che i tedeschi adorano e una Germania che gli italiani vogliono
scoprire. Basta raccontarle”.
Il progetto prevede due anni di iniziative
per rilanciare il dialogo tra Italia e Germania.
“Due anni per riaccendere la fiamma di un
amore saldo ma un po’ arrugginito”, ha spiegato la direttrice del Goethe
Institut Susanne Hohn. “Va bene?” vuol dire due anni di iniziative in Italia e
in Germania, scambi di redazioni, reportage incrociati, un concorso per giovani
giornalisti, le grandi firme del giornalismo e importanti scrittori che
scrivono sugli stereotipi del proprio paese, mentre i più mordenti vignettisti
ironizzano sul rapporto italo-tedesco. Le attività culmineranno in due grandi
conferenze, nel 2010 a Roma e nel 2011 a Berlino, con discussione dei risultati
del progetto e con mostre, dibattiti e workshop.
“I rapporti istituzionali sono ottimi ma il
livello dei mass media è quello di 40 anni fa”, ha detto Gianfranco Giorgolo,
della Direzione Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale del
Ministero degli Esteri, auspicando che il progetto “Va bene?!” aiuti a superare
i pregiudizi e a “favorire un cambio di percezione nelle nostre relazioni
bilaterali”.
L’ambasciatore tedesco in Italia Michael
Steiner ha spiegato che tra i due Paesi c’è una “connessione senza pari sul
piano economico, culturale e umano” e una “piena convergenza sulle questioni
politiche”. Tuttavia, nell’ambito dei mass media, “si è sviluppata una cura
eccessiva per i cliché e gli stereotipi che prendono il posto del vero
confronto con l’altro”. L’informazione e la pubblicità sommergono le rispettive
opinioni pubbliche con i soliti stereotipi come “pizza, spazzatura e mafia”,
passando per “nazismo, Stasi e panzer”, ha aggiunto Steiner, avvertendo che
“gli stereotipi sono prodotti della pigrizia” e vanno combattuti “riscoprendo
la curiosità reciproca”, magari partendo dalla scuola e dall’incontro con i
giovani. (Inform)
Francoforte. Questo
venerdì all’arena stadio di Francoforte, nell’Eintracht Frankfurt Museum (sotto
la tribuna centrale, al pian terreno), si apre la collettiva di artisti il cui
tema è il calcio. Antonio Balbi vi partecipa con tre sue opere. I cui colori
rappresentano i colori della squadra di Francoforte.
Balbi viene da un
piccolo paese del Cilento, Roccagloriosa, e del suo paese si porta dietro come
un viatico i colori della sua terra. E a Francoforte, metropoli moderna e
pulsante di vita, tra grattacieli e
cieli grigi, ritorna al suo primo amore: la pittura, che è un amore nato sin da
quando era bambino e si è nutrito dell’esperienza lavorativa di sua madre. Lei
è stata il suo primo mentore. Lei era sarta e aveva un laboratorio di taglio e
cucito in cui Antonio cresce tra aghi, forbici, cartamodelli, e tessuti. E
impara. Impara, come del resto i suoi fratelli, quasi come se fosse un gioco,
lì, nel laboratorio a infilare fili colorati nell’ago e imbastire tessuti,
conoscere le stoffe: lino, cotone, seta.
No, non era un
gioco. Un vero aiuto, e grande, per sua madre –dice- Non ha avuto trenini,
biciclette, o il motorino. Ma “figurini”.
Poteva diventare
un altro Versace. Infatti, anche Versace, era figlio di quel Sud mediterraneo e
creativo, di una sarta. Già dalle elementari Antonio è bravo in disegno, ma i
suoi disegni sono diversi da quelli degli altri bambini. Lui disegna abiti da
sposa e ci mette dentro tutta la sua fantasia. I colori della natura le sue
suggestioni, le scopre lavorando in campagna.
La natura,
penetrata con occhi di bambino, diventerà geografia pittorica di luoghi.
Ancora – ricorda
Antonio – l’irrompere dell’arte nella sua vita. Fu, in uno dei frequenti viaggi
a Napoli, accompagnando suo padre, commerciante,in un grosso emporio di piazza
Mercato s’innamora di una scatola di colori. Avevano una loro particolare
bellezza che percepivo” e li chiede in regalo. Non era un capriccio di
adolescente ma un “sogno” mescolare i colori: il giallo al rosso o al verde o
al blu: la poligamia cromatica rifletteva le sue emozioni.
E inizia a
dipingere, prima da autodidatta poi, dal Maestro: Rosalbo Bortone, professore e
pittore da Camerata che gli insegna la tecnica dei macchiaioli, degli
impressionisti, del realismo. E lo segue nel suo iter artistico.
Il suo primo vero
quadro è Vaso con fiori ( 1974), olio su tela, ed è un dono per sua madre. E
rimane nella casa paterna con legittimo orgoglio. Gli altri, quadri vanno al
parentado e agli amici sparsi nel mondo. Altri sue opere sono in alcuni spazi
espositive.
Negli anni
novanta, dopo vari viaggi, si trasferisce a Francoforte sul Meno e il nuovo
lavoro gli impedisce, per alcuni anni, l’attività pittorica. Che verrà ripresa
con una passione più grande e continua appena può permettersi un “suo spazio”.
E riversa il suo mondo, le tensioni, emozioni che diventano cromatiche. Dice
“sono esploso come un vulcano in ebollizione…il rapporto con i colori sono
ricchezza di vita”.
Balbi infatti usa
il colore come forza espressiva e lo privilegia in quasi in tutte le sue opere.
Il suo colorismo nasce dalla sua “mediterraneità” dove il colore è luce, e non
solo, ma caldo di terra e di anima. Forse, per questo i suoi quadri si trovano
negli studi di medici perché, come scriveva Goethe e altri, la cromoterapia ha
un ruolo importante: cura la serenità. Marcella Continanza, de.it.press
Campagna del comune di Stoccarda per la cittadinanza tedesca
Il Comune di
Stoccarda ha lanciato una campagna per l’acquisto della cittadinanza tedesca. I
potenziali interessati sono oltre 100.000. La popolazione è ormai sempre più
multietnica e multiculturale. Il passaporto tedesco, senza perdere quello di
origine, deve essere inteso quale segno tangibile di integrazione nella società
di accoglienza
Stoccarda è la
città tedesca più pluripremiata per la sua politica d’integrazione degli
immigrati. Questa sua predilezione affonda le sue radici nei lontani Anni ’50 e
’60. Fu l’allora borgomastro Arnulf Klett a preoccuparsi di dare agli italiani,
che arrivavano giornalmente con treni straordinari un luogo dignitoso
d’incontro nella Böheimstrasse 8 ove oggi sorge un albergo.
Don Battista
Mutti, primo missionario italiano in terra sveva, ne sa qualcosa. Lì fu
operante per oltre 30 anni il Centro Italiano. Là trovarono aiuto e sostegno
migliaia di connazionali e soprattutto mamme in attesa di una sistemazione in
alloggi di fortuna.
Al defunto Klett
subentrò Manfred Rommel, figlio del generale Erwin soprannominato “la volpe del
deserto”. L’era Rommel è stata quella del dialogo interetnico e della presa di
coscienza delle questioni degli immigrati attraverso l’istituzione di una
consulta comunale, in prima battuta nominata e successivamente eletta a
suffragio universale e diretto dai gruppi etnici più rappresentativi.
Anche con
l’avvento di Wolfgang Schuster, sindaco sostenuto dallo stesso Rommel che si è
ritirato dalla scena politica per motivi di salute, la politica comunale
d’integrazione ha fatto passi da gigante.
A lui va ascritto
il merito di aver evitato la creazione di ghetti e la diffusione di società
parallele, di aver potenziato l’apprendimento linguistico negli asili e nei
quartieri, di aver allargato le maglie dell’assunzione di stranieri in diversi
settori dell’amministrazione e di aver sostenuto una miriade di associazioni
straniere e tedesche pronte ad interagire e a promuovere iniziative
multiculturali comuni.
Ora Schuster ha
lanciato una campagna di sensibilizzazione per l’acquisto della cittadinanza
tedesca senza dover rinunciare a quella di origine.
Per sensibilizzare
i gruppi etnici piú numerosi sono stati coinvolti dei testimonial.
Per gli italiani si
è prestato Salvatore Voi, siciliano ed operatore sociale della Caritas
diocesana di Rottenburg/Stoccarda da oltre trent’anni.
Anche lui, come
tanti connazionali, ha esitato ad acquistare la cittadinanza tedesca; poi ha
deciso di fare il passo. Oggi Salvatore Voi è doppio cittadino.
I particolari sono
contenuti nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5906174/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1ul1ep6/index.html.
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
La Campania a Colonia per promuore l’internazionalizzazione delle sue
eccellenze regionali
Colonia - La
Campania ha un ruolo di leader nella produzione e commercializzazione delle
eccellenze agroalimentari. Lo ha rilevato l'assessore regionale
all'Agricoltura, Gianfranco Nappi, commentando i dati di settore di
Federalimentare sull'export di settore nel 2009, presentati martedì a Roma.
"Nel
difficile momento di crisi economica congiunturale", secondo Nappi,
"i nostri prodotti sono riusciti a trovare nuovo spazio sui mercati
esteri, aumentando le esportazioni campane nell’ultimo anno dell’8,6%. Questo
grazie anche all’impegno congiunto di Istituzioni e aziende per
l'internazionalizzazione del comparto, e alla crescita di produzioni di
indiscutibile qualità come quella olivicola".
Nell’ambito della
promozione all’estero, mercoledì e giovedì si è svolta a Colonia la prima tappa
di un nuovo "Road Show Estero" delle eccellenze campane, organizzato
dall'assessorato regionale all'Agricoltura e da Assocamere Estero attraverso
Intertrade, l'azienda speciale della Camera di Commercio di Salerno. Due giorni
di convegni, dibattiti e incontri commerciali dedicati alla qualità e alla
cultura campana, in collaborazione con il Consolato italiano a Colonia, la
Camera di Commercio italiana per la Germania e l'Istituto Italiano di Cultura a
Colonia, dove, fino a domenica 31, sono in corso altre manifestazioni della
Regione.
Nel programma del
road: la conferenza "Contro i fantasmi religiosi. Giordano Bruno e la sua
filosofia della tolleranza", a cura del prof. Nuccio Ordine; il dibattito
sulla "Promozione della cultura e qualità campana a Colonia", con
interventi del Console d’Italia a Colonia, Eugenio Sgrò, della direttrice
dell'Istituto Italiano di Cultura, Stefania Falone, e dello chef Gennarino
Esposito, che ha tenuto una lectio sulla gastronomia campana.
"Come Regione
intendiamo da subito andare avanti con il sostegno ai produttori sui mercati
internazionali", ha annunciato Nappi. "Da qui la kermesse tedesca,
alla quale hanno partecipato quattordici aziende agroalimentari campane, che
attraverso appositi incontri con buyer locali potranno rafforzare ulteriormente
i rapporti commerciali con la Germania". (aise, de.it.press)
Radio Colonia. Una giornata per ricordare
A 65 anni dalla
liberazione del campo di stermino di Auschwitz, simbolo dell'Olocausto, in
tutto il mondo si commemorano le vittime della barbarie nazista. Ma come fare
perché il ricordo non si trasformi in un semplice rito?
Lavoro fino allo
stremo, terrore, genocidio e olocausto. In tutto il mondo Auschwitz è sinonimo
di tutto ciò. La nostra lingua non ha termini in grado di descrivere le
atrocità che uomini, donne e bambini hanno patito qui, come pure negli altri
campi di concentramento nazisti. Il campo di Auschwitz fu costruito subito dopo
l'invasione tedesca della Polonia. Inizialmente doveva servire come campo di
concentramento e di smistamento dei prigionieri polacchi; in seguito, dopo la
conferenza di Wannsee del gennaio 1942, in cui si decise la sorte del popolo
ebraico e di altre minoranze, divenne il più atroce campo di morte del regime
di Hitler. Nelle sue camere a gas mascherate da docce furono uccise oltre un
milione e centomila persone, dopo aver patito atroci sofferenze fisiche e
psicologiche. Il campo di sterminio di Auschwitz venne liberato dall'Armata
Rossa il 27 gennaio 1945. Con l'attore teatrale e compositore Moni Ovadia, da
anni impegnato su questo terreno, abbiamo cercato di capire quanto sia
importante il ricordo dello sterminio e quali siano oggi i rischi che corre una
società che non conosce il proprio passato.
Per ulteriori
approfondimenti ascolta il servizio audio di Mimmo Sambuco al link
ed anche
l'intervista a Moni Ovadia, trasmessa da Radio Colonia mercoledì
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2010/100127_int_ovadia.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2010/100127_int_ovadia.mp3. (RC,
de.it.press)
L’Enit a Monaco di Baviera per la fiera del tempo libero (f.re.e., 18-22
febbraio)
Un’occasione
importante per presentare al mercato tedesco un ricco spaccato dell'offerta
turistica italiana
Monaco di Baviera
- L'Enit offrirà una vetrina dell'Italia turistica alla fiera del tempo libero
e viaggi (f.re.e) di Monacodi Baviera,
in programma dal 18 al 22 febbraio prossimi. In uno stand di 503 metri quadri,
nel quale saranno ospitate 12 Regioni (Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia
Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle
d'Aosta, Basilicata), oltre a 10 spazi personalizzati dedicati a privati
appartenenti al Club Italia, l'Italia ritorna come una delle mete turistiche
preferite dai tedeschi.
Nell'ambito della
manifestazione sono previste diverse attività promozionali collaterali, come le
conferenze stampa dell'Atl Lazio e della Regione Campania /Apt Salerno.
La f.re.e. con
oltre 100.000 visitatori, un'area dedicata di 79.000 metri quadri e oltre 1.600
operatori è la fiera più importante del settore nella Germania bavarese,
specializzata nella presentazione di pacchetti per la vacanza attiva e outdoor.
L'Enit presenterà il Padiglione Italia nella sezione dell'esposizione riservata
al leisure.
Il turista tedesco
è costantemente alla ricerca di una vacanza su misura, all'interno di strutture
ricettive di qualità medio alta in grado di offrire servizi diversificati, di
un territorio che metta a disposizione mare, montagna, sport, cultura. Un
territorio dal clima mite, spesso da visitare in bassa stagione, alla ricerca
di golosità enogastronomiche, enoteche e cantine aperte tutto l'anno. La
combinazione di questi elementi, accostati in una unica destinazione, trasforma
il nostro Paese nella meta vincente tra le preferenze dell'esigente e attento
pubblico teutonico. (ItalPlanet News)
Afghanistan La Germania aumenta militari e fondi per la ricostruzione
La cancelliera ha
annunciato l’invio di 500 soldati, portando così il contingente a cinquemila
unità
Rinforzo del
contingente, maggiore impegno nell’addestramento delle forze di sicurezza
locali, aumento dei fondi per la ricostruzione e anche per il reinserimento
sociale dei talebani: è la strategia tedesca per l’Afghanistan, annunciata
dalla cancelliera tedesca Angela Merkel alla vigilia della Conferenza di Londra
del prossimo 28 gennaio. Il piano è stato messo a punto nel corso di un vertice
convocato ieri sera dalla cancelliera, a cui hanno partecipato i ministri degli
Esteri, Guido Westerwelle, della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg,
dell'Interno, Thomas de Maizière e dello Sviluppo, Dirk Niebel. “Questa - ha
detto Merkel in conferenza stampa - è una nuova tappa che dà inizio al
passaggio della responsabilità al governo afgano” per quanto riguarda la sicurezza
del Paese.
Nel corso della
conferenza stampa a Berlino, la cancelliera ha annunciato l’invio di 500
soldati, portando così il contingente a cinquemila unità. Ulteriori 350
militari saranno a disposizione come “riserva flessibile”, pronti a partire per
Kabul in caso di necessità. Tale decisione risponde a quell’aumento di truppe
alleate auspicato dalla Nato, contestualmente all’annuncio del presidente Usa
Barack Obama di un invio di 30 mila soldati. Per aumentare il limite massimo
delle forze militari da impiegare in Afghanistan, il governo dovrà comunque
chiedere il via libera del Bundestag, il parlamento tedesco. Per quanto
riguarda l’addestramento delle forze di sicurezza afghane, la Germania porterà
a 200 il numero di poliziotti. A Berlino è assegnato il compito di preparare
altre 15mila reclute entro la fine del 2012.
Più fondi
saranno destinati inoltre dalla Germania per la ricostruzione e per il
reinserimento sociale dei talebani. Sul primo fronte, gli investimenti
passeranno da 220 a 430 milioni di euro nel giro di qualche anno ha annunciato
la Merkel. Ulteriori 50 milioni di euro saranno stanziati dal governo tedesco
nell’arco di cinque anni per il recupero e il reinserimento sociale dei
talebani moderati. Questi stanziamenti faranno parte di un più ampio fondo
internazionale di 500 milioni di dollari. La posizione della Germania sarà
sostenuta alla Conferenza di Londra dal vice cancelliere e ministro degli
Esteri, Guido Westerwelle. Italia chiama Italia
Lafontaine apre al «nemico» Schroeder: mi chiami e facciamo pace
Adesso che si è
ritirato dalla politica nazionale, conservando solo l'incarico di deputato
regionale della Saar, Oskar Lafontaine è pronto a riappacificarsi con il suo ex
grande rivale Gerhard Schroeder. È lo stesso presidente uscente della Linke a
spiegarlo in un'intervista al settimanale Stern, in cui spiega che ormai «il
tempo delle ferite appartiene ad un passato lontano». «Ma nella vita ci sono
regole», ha aggiunto, «è il più giovane a salutare il più anziano».
I rapporti
personali tra i due esponenti politici si erano interrotti l'11 marzo 1999,
quando «Oskar il Rosso» sbattè la porta per protesta contro la politica di
riforma dello stato sociale decisa dall'allora cancelliere socialdemocratico,
dimettendosi da ministro delle Finanze e da presidente del partito. Dovrebbe
quindi essere Schroeder, di un anno più giovane di Lafontaine, a compiere il
primo passo per arrivare a una riappacificazione.
Nell'apprendere
dell'operazione per un cancro alla prostata a cui si è sottoposto nel novembre
scorso, la moglie di Schroeder, Doris, aveva inviato un affettuoso messaggio di
guarigione al «caro Oskar», il quale ha rivelato a Stern di aver «risposto,
ringraziando». Nell'intervista Lafontaine si mostra scettico riguardo ad una futura
fusione tra la Spd e la Linke, spiegando di essere «sempre più convinto della
necessità di un partito a sinistra di quello socialdemocratico». Sul piano
personale, Lafontaine rivela che le sue condizioni di salute non sono ancora
buone, poichè oltre all'asportazione della prostata ha sofferto all'inizio
dello scorso anno di problemi di cuore, mentre attualmente è alle prese con
un'infezione alle vie respiratorie di cui i
medici non
riescono ancora a venire a capo. L’U 27
Il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, ieri a Stoccarda
ed oggi a Monaco
Stoccarda/Monaco -
Trasferta in Germania ieri 28 gennaio e oggi venerdì 29 per il presidente della
Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, per due importanti appuntamenti: ieri a
Stoccarda è stato presentato il ritiro premondiale in Alto Adige della
nazionale tedesca di calcio ed oggi viene assegnato in Baviera il Premio
internazionale tutela del bosco.
È stata dunque
Stoccarda la prima tappa della "due giorni" del presidente Durnwalder
in Germania: nel modernissimo "Mercedes-Welt" è stato infatti
presentato dalla Federazione calcistica tedesca, nell'ambito di un grande
workshop riservato ai giornalisti dei vari mass media, il ritiro premondiale
della Germania nell'Oltradige. Il presidente Durnwalder ha illustrato le
caratteristiche dell'Alto Adige dal punto di vista ambientale, turistico e
logistico.
Oggi 29 il
presidente si trasferirà a Bad Tölz in Baviera, per l'assegnazione dell'annuale
Premio per la tutela del bosco. Con questo riconoscimento internazionalem la
comunità di lavoro che raggruppa le associazioni forestali alpine intende dare
il giusto riconoscimento a progetti considerati esemplari per il futuro
sviluppo e la salvaguardia del bosco. E anche l'Alto Adige figura in prima
linea: sono molti i progetti di Comuni e associaizoni altoatesine che
concorrono al Premio con quelli di Tirolo, Vorarlberg, Cantone dei Grigioni e
Baviera. (aise, de.it.press)
Roma - Nella
seduta del 26 gennaio, la Commissione Affari Esteri del Senato ha votato parere
favorevole al decreto Milleproroghe per le parti di sua competenza. Il decreto,
infatti, ha un contenuto ampio ed eterogeneo e, come obiettivo, quello di
prorogare i termini previsti dalle più diverse disposizioni legislative. Tra le
quattro di interesse della Commissione così come spiegato dal relatore del
provvedimento, senatore Bettamio (Pdl), alla presenza del sottosegretario
Craxi: in materia di istituti di cultura all’estero, senza oneri aggiuntivi per
l’erario, il decreto dispone la proroga degli incarichi di Direttore di IIC,
già rinnovati per il secondo e ultimo biennio, in scadenza nei primi sei mesi
del 2010.
Quest’ultima
proroga, ha spiegato Bettamio, "si rende necessaria per assicurare la
continuità della gestione di sedi particolarmente importanti nell’ambito dei
rapporti culturali internazionali, superando l’attuale limite legislativo, che
non consentirebbe un terzo incarico consecutivo".
"Per rendere
effettiva la proroga il decreto stabilisce anche che, limitatamente agli
incarichi prorogati, si deroghi al limite di età previsto dalla legislazione
vigente".
Sugli IIC, il
sottosegretario Craxi ha ribadito la "opportunità" della proroga
degli incarichi "soprattutto in relazione a quelle realtà territoriali,
come ad esempio Tokyo, in cui sono già avviati eventi di grande rilievo",
così da potersi "avvalere delle competenze ed esperienze già maturate".
Molto critici i
senatori del Pd, Marinaro e Micheloni. La senatrice, infatti, ha definito il
decreto come misura "sintomatica della difficoltà del Governo a far fronte
nei tempi stabiliti alle attività da svolgere". Quanto ai direttori degli
IIC, per la Marinaro, senza voler mettere in dubbio la loro competenza,
"inserire una specifica disposizione nell'ambito di una legge di proroga
omnibus, è improprio, visto che sono operazioni di ordinario avvicendamento di
ruoli". Come Partito Democratico, ha ricordato, "da tempo
sollecitiamo uno strumento legislativo di riassetto complessivo del sistema di
rappresentanza culturale dell'Italia all'estero, a tutela dell'immagine
nazionale nel mondo ma anche in un ottica di valorizzazione del Parlamento".
Il sottosegretario
Craxi ha quindi confermato l’esame, in corso alla Farnesina, di "ipotesi
di riforma del sistema degli istituti di cultura italiani all'estero",
mentre Bettamio ha ribadito "l'esigenza di assicurare una continuità di
gestione degli IIC rispetto ad importanti iniziative già in corso di
svolgimento in vari contesti territoriali".
Ad annunciare
l’astensione del Pd è stato Claudio Micheloni che ha espresso il suo
"fermo dissenso" alla disposizione sugli istituti di cultura in
quanto "ancora una volta si è in presenza di un intervento settoriale e
privo di ampio respiro sulla materia. Il riferimento svolto dal sottosegretario
Craxi alla realtà giapponese non giustifica una proroga che si ripercuote anche
su numerosi altri istituti. Vorrei ricordare come l'avvicendamento dei vertici
degli Istituti produca effetti migliori rispetto ad incarichi prolungati. In
ogni caso – ha aggiunto – ritengo la misura criticabile in una congiuntura,
quale quella attuale, che vede in discussione un articolato piano di riassetto
della rete degli uffici all'estero del Mae". Prima di confermare il voto
di astensione del Pd, Micheloni ha incidentalmente chiesto alla Craxi
chiarimenti sulla "ventilata ipotesi di adozione di un provvedimento di
incremento degli indennizzi spettanti al personale diplomatico impegnato
all'estero". Ipotesi denunciata anche dall’onorevole Fedi (Pd) in una
recente interrogazione.
Al senatore Pedica
(Idv) che ha fortemente criticato l’intero decreto e annunciato il voto
contrario del partito è seguita la votazione con cui la Commissione ha
approvato la proposta di parere favorevole del senatore Bettamio. (aise)
Senato. Riunito il Comitato per le questioni degli Italiani all’Estero
L’audizione di
Rhi-Sausi e Baraldi del Centro Studi di Politica Internazionale. Gli interventi
del presidente Firrarello, dei vice presidenti Micheloni e Giordano e dei
senatori Randazzo e Giai
ROMA - Con
l’audizione del direttore del Centro Studi di Politica Internazionale
(Cespi), Josè Luis Rhi-Sausi e del direttore dell’Osservatorio
Interregionale Cooperazione allo Sviluppo (Oics) del medesimo istituto Gildo
Baraldi, è ripresa, presso il Comitato del Senato per le Questioni degli
Italiani all’Estero, l’indagine conoscitiva sulle politiche per i connazionali
nel mondo.
La seduta è stata introdotta dal presidente
del Comitato Giuseppe Firrarello che ha precisato come l’audizione dei
rappresentanti del Cespi rappresenti una preziosa occasione per avere il punto
di vista di un osservatorio privilegiato sulla politica estera italiana nei
confronti delle nostre collettività nel mondo.
Il direttore del Cespi Rhi-Sausi ha aperto la
sua relazione sottolineando come a tutt’oggi nei paesi di residenza dei
nostri connazionali all’estero esista una “business community” di grande
importanza e spessore. Una comunità d’affari che, soprattutto in America
latina, appare idonea a fungere da referente per il processo di
internazionalizzazione delle imprese italiane. Rhi-Sausi ha poi
evidenziato come, a fronte della mancanza in questo ambito di un approccio
sistematico e di un preciso indirizzo politico, questo procedimento di
espansione economica si basi al momento soprattutto su processi spontanei e
sull’apporto di enti ed organismi quali l’Istituto per il Commercio Estero (ICE)
e le Camere di commercio, strutture che da tempo vengono indicate come
possibile base di creazione di una rete di supporto per lo sviluppo di
relazioni economiche internazionali più intense. In questo quadro di
riferimento, secondo il direttore del Cespi, sarebbero auspicabili politiche di
supporto all’internazionalizzazione delle imprese italiane, da svilupparsi
attraverso il canale privilegiato delle relazioni con la comunità economica
all’estero di origine italiana.
Rhi-Sausi ha inoltre segnalato la presenza
nel mondo di una nutrita comunità di giovani di origine italiana che
manifesta un sentito interesse dal punto di vista economico, culturale e
linguistico per le relazioni con la madrepatria. Una rete quella dei giovani,
molto radicata anche nelle strutture pubbliche all’estero, che una volta
attivata potrebbe avere positive ricadute anche per l’Italia. Rhi-Sausi ha
infine auspicato un intervento più ampio e stabile per quanto concerne i
contatti avviati a livello di cooperazione decentrata. Sinergie fra
realtà locali che hanno già dato buoni riscontri.
Il direttore dell’Oics Gildo Baraldi ha
ricordato come al momento tutte le regioni italiane intrattengano, con diverse
modalità ed intensità, rapporti economici e culturali con le comunità di
corregionali all’estero attraverso il canale privilegiato costituito dal mondo
associativo. Interventi regionali che si concentrano prevalentemente
sull’assistenza agli indigenti, sull’assistenza amministrativa e pensionistica,
sul collegamento linguistico e culturale e sul rapporto con le nuove
generazioni, oramai integrate nel tessuto sociale del paese di destinazione. In
questo contesto Baraldi segnala anche l’avvio di iniziative imprenditoriali
guidate da giovani italiani all’estero, che vengono sviluppate con il supporto
delle regioni italiane. Realtà che assumono peculiari connotazioni nei
continenti in cui il fenomeno migratorio è più consistente, come ad esempio
l’America Latina, ma anche l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti. Dal
direttore dell’Osservatorio è stato anche rilevato come a tutt’oggi i vari
interventi delle regioni in favore delle nostre comunità nel mondo, non siano
unitari, manchino di un reale coordinamento e quindi di linee strategiche
comuni. Una sinergia al momento assente che invece potrebbe portare grandi
vantaggi dal punto di vista dei costi e dell’efficacia delle politiche verso le
collettività all’estero. A tal proposito Baraldi ha ricordato come per
l’assistenza dei nostri connazionali in Argentina, mediante assicurazioni
sanitarie, il primo intervento messo in piedi dalle regioni sia stato
sicuramente meno costoso e più efficace, nelle modalità d’intervento, rispetto
a quello attuale promosso dallo Stato.
Terminata la prima parte dell’audizione il
senatore del Pd Nino Randazzo ha rilevato l’assenza nelle relazioni dei
rappresentati del Cespi di riferimenti all’importante realtà dei
Comites, del Cgie e degli eletti della circoscrizione Estero. Istituti che,
secondo Randazzo, costituiscono un punto di partenza imprescindibile
nell’analisi dei rapporti tra Italia e comunità di migranti. Il senatore del Pd
ha altresì fatto notare come dal punto di vista dei canali dell’emigrazione
italiana assumano particolare rilievo, insieme all’America Latina, anche, e
soprattutto, gli Stati Uniti, l’Europa, l’Australia e il Sud Africa, paesi in
cui la presenza di comunità italiane è molto significativa.
In sede di replica Rhi –Sausi ha
puntualizzato come l’omessa menzione nel suo intervento della rappresentanza
politica delle collettività italiane all’estero sia derivata dall’esigenza di
analizzare compiutamente differenti profili di maggiore attinenza rispetto
all’attività del Cespi.
Claudio Micheloni, vice presidente del
Comitato per le Questioni degli Italiani all’Estero, ha precisato come, alla
luce delle nuove e diverse caratteristiche del fenomeno migratorio, sia
necessario un riassetto delle politiche italiane di collegamento e supporto che
tenga nel dovuto conto il legame con la comunità degli affari e con le realtà
locali, in una prospettiva di reciproco interesse che prevale attualmente su
quella di un recupero delle origini. Alla luce di ciò, secondo Micheloni, i
canali tradizionali, quali ad esempio la formazione professionale, andrebbero
pertanto rivisti e anche gli interventi regionali dovrebbero essere orientati
in tale ottica. Per quanto concerne invece la riforma normativa dei sistemi di
rappresentanza delle comunità italiane all’estero, attualmente in
discussione al Senato, Micheloni ha sottolineato l’esigenza di un
rinnovamento delle istituzioni, che segni il passaggio dal mondo associativo
tradizionale ad organismi che favoriscano un coordinamento tra interventi
statali centrali e decentrati regionali e valorizzino il ruolo delle nuove
generazioni.
Anche la senatrice del Maie Mirella Giai si è
detta d’accordo con l’esigenza di valorizzare pienamente il ruolo delle fasce
giovanili della popolazione di origine italiana all’estero. Un prezioso
contributo, quello delle nuove generazioni, che si evidenzia non solo nella
realtà dell’America Latina e che deve essere incentivato. A tal proposito
la Giai ha auspicato il mantenimento delle ipotesi di riforma normativa che
prevedono una rappresentanza giovanile nei Comites. Per quanto concerne, poi,
l’internazionalizzazione delle imprese italiane nel mondo, la senatrice si è
associata all’esigenza, rilevata nel corso dell’audizione, di un supporto
articolato, e ha sottolineato il rilevante ruolo svolto in questo contesto
dalle Camere di commercio estere.
Dall’altro vice presidente del Comitato per
le Questioni degli Italiani all’Estero Basilio Giordano (Pdl) sono stati invece
chiesti chiarimenti circa l’esempio portato da Baraldi circa le modalità
di prestazione di assistenza sanitaria ai cittadini italiani in Argentina,
mediante il canale regionale rispetto a quello promosso dallo Stato.
Su questo punto Baraldi ha precisato come il
miglior livello di soddisfazione registrato tra gli assistiti in Argentina per
l’assicurazione sanitaria stipulata con il sostegno delle regioni italiane
rispetto alla successiva assicurazione garantita dallo Stato, ferma restando in
entrambi i casi la correttezza dei costi e dei servizi erogati, sia derivato da
un differente assetto del sistema di assistenza: nel primo caso, infatti, esso è
risultato maggiormente conforme ai bisogni di una popolazione anziana,
assicurando anche un meccanismo di assistenza sociale.
Rispetto al ruolo svolto dai Comites e dal
Cgie Baraldi ha sottolineato come tali istituzioni costituiscano un
interlocutore primario per le regioni che si relazionano con le proprie
collettività all’estero. Il direttore dell’Osservatorio ha infine rilevato sia
il rischio di uno scollamento tra la rappresentanza del mondo associativo
tradizionale e fasce giovani della popolazione, sia la necessità, per quanto
concerne l’erogazione di finanziamenti regionali mirati all’attuazione di
iniziative specifiche, di individuare nuovi canali come ad esempio il training
on the job in riferimento alla formazione professionale. (G.M.-Inform)
All’estero partecipano in 12 mila alle primarie del PD. Bersani: “Cercherò
di non deluderli”
Roma - “Gli
italiani all’estero hanno guardato con passione e impegno a quello che stavamo
facendo, come sempre, quando si parla di Italia: che si tratti del proprio
partito, della propria regione o del proprio Paese”. Lo ha dichiarato il
segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani in un’intervista al
mensile edito in Brasile “Comunità italiana”. La partecipazione alle primarie,
ma anche le questioni riguardanti la rete consolare all’estero e la
rappresentanza. Sono questi i temi di cui ha discusso Bersani insieme al
deputato eletto nella ripartizione America meridionale Fabio Porta, che ha
realizzato l’intervista. “I loro 12mila voti alle primarie – ha continuato il
leader del Pd - sono il segno della voglia di esserci, di partecipare, di far
sentire la propria voce”. “Cercherò di non deluderli – ha aggiunto -
cominciando da subito con il rafforzare i luoghi di partecipazione democratica
nel partito all’estero e con il raccogliere e portare avanti alcune esigenze
principali per l’intera comunità italiana nel mondo, oggi falcidiata dai tagli
di questo Governo e dallo smantellamento della rete consolare”. Secondo
Bersani, “la strada giusta è quella di riuscire a creare una rete all’interno
della quale le varie istituzioni di rappresentanza degli italiani all’estero,
insieme a quelle diplomatico-consolari, all’Ice, alle camere di commercio, ai
patronati, riescano a parlarsi, scambiandosi informazioni e servizi in modo da
tenere unito tutto il tessuto comunitario, fatto di cittadini e imprese, e di
realizzare un raccordo tra Paese (Stato e Regioni), comunità, imprese e paesi
stranieri”. Riguardo all’America Latina e in particolare al Brasile, che il
segretario del Pd ha avuto modo di conoscere a fondo come presidente della
Regione Emilia-Romagna sia come ministro, Bersani non mancherà di metterli “nei
miei programmi”. “Durante il governo Prodi – afferma -, si era cominciato a
lavorare bene in questa direzione: basti pensare alle Conferenze nazionali
Italia-America Latina e Caraibi volute dall’allora sottosegretario Donato Di
Santo”. Per Bersani è necessario “continuare sulla strada aperta a suo tempo
dal Governo Prodi e dal ministro D’Alema, cercando di intensificare sia i
rapporti politici che quelli economici” con il Brasile, uno dei più grandi
Paesi emergenti e con la più grande comunità di italo-discendenti al mondo. “In
questo senso – aggiunge il leader del Pd - la presenza di una grande e
organizzata comunità italiana non può che essere uno strumento di raccordo e
dialogo in più che nessun Paese possiede”. (9colonne)
Auschwitz, preghiere e ricordi per celebrare il giorno della Memoria
Sopravvissuti
all'Olocausto, reduci russi, politici, studenti insieme nel campo divenuto
museo, a 65 anni dalla liberazione. In Italia manifestazioni e convegni, il
premio Nobel per la pace Wiesel parla alla Camera
VARSAVIA - Ci sono
gli ex internati del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, i reduci
dell'Armata rossa che 65 anni fa liberarono il campo, studenti da tutta Europa,
e molte personalità politiche, tra cui il premier israeliano Benjamin
Netanyahu. Insieme nel luogo che è divenuto il simbolo del ricordo dell'1,1
milione di vittime dell'Olocausto, nel giorno della Memoria che coincide con
l'anniversario della liberazione del campo.
Le sirene di
Auschwitz risuoneranno di nuovo alle 14,30 per marcare l'inizio delle cerimonie
in quello che fu il più grande campo di sterminio installato dai nazisti nella
Polonia occupata.
I partecipanti
alle commemorazioni si raccoglieranno davanti al memoriale di Birkenau per
recitare il kaddish (la preghiera ebrea dei morti) e preghiere ecumeniche e per
ascoltare i discorsi ufficiali. Tra il 1940 e il 1945, circa 1,1 milioni di
uomini, donne e bambini, di cui un milione di ebrei provenienti da tutta
Europa, sono morti in questo luogo.
In mattinata, il
Congresso ebraico europeo terrà una conferenza a Cracovia, nel sud della
Polonia a circa cinquanta chilometri dal campo, a cui il presidente americano
Barack Obama inverà un messaggio video. In contemporanea, i ministri europei
dell'istruzione rifletteranno sui metodi di insegnamento ai giovani delle
lezioni di Auschwitz.
In questa che
l'Onu ha dichiarato universalmente Giornata della memoria, verrà anche
inaugurata una mostra in Russia sulla liberazione del campo, che è l'unico tra
i campi di sterminio nazisti ad essere stato preservato così come fu
abbandonato dai nazisti in fuga di fronte all'avanzata dell'Armata rossa. Oggi
è divenuto un museo, tornato di recente nelle cronache per il trafugamento
dell'insegna di ferro posta all'ingresso ("Il lavoro rende liberi"),
poi ritrovata. Altri campi installati in Polonia, come Sobibor, Treblinka o
Belzec, vennero completamenti distrutti dai nazisti. Il museo di Auschwitz, che
comprende le circa 300 baracche in cui vivevano reclusi gli internati e le
camere a gas in cui vennero sterminati, è stato visitato da 1,3 milioni di persone
nel 2009.
In Italia.
Numerose le iniziative, oltre ai treni organizzati da sindacati e scuole alla
volta di Auschwitz. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
presiederà alle celebrazioni ufficiali a Roma, il cui momento culminante sarà
il discorso alla Camera del premio Nobel per la pace Elie Wiesel alla presenza
del capo dello Stato e del presidente della Camera Gianfranco Fini.
Preghiere in
sinagoga, mostre storiche e spettacoli teatrali, convegni e concerti in tutta
Italia. Il momento più solenne si svolgerà al Quirinale quando, alla presenza
del capo dello Stato Napolitano, il sottosegretario alla presidenza del
consiglio Gianni Letta consegnerà le medaglie d'onore ai cittadini italiani
deportati e internati nei lager nazisti. Cerimonie e celebrazioni si
svolgeranno in tutte le città d'Italia, a partire da Milano, Torino, Bologna,
Genova, Firenze, Bari e Cosenza. Sempre al Quirinale, si tiene poi la
premiazione delle classi vincitrici del concorso "I giovani ricordano la
Shoah". Ancora a Roma, il comitato "Memoria, dialogo, pace"
organizza un dies memoriae a cui parteciperanno mons. Rino Fisichella, il
rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, l'ambasciatore d'Israele Ghideon Meir e
il ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Il presidente del Senato celebrerà
l'evento alle risiere di San Sabba. In serata, alle 20.30 alla sinagoga di
Roma, i sopravvissuti ebrei ai lager incontrano insieme la comunità ebraica di
Roma con il loro presidente Riccardo Pacifici e il rabbino Di Segni. LR 27
Camera. Nel Giorno della Memoria avviata indagine conoscitiva
sull'antisemitismo
Il ministro
Frattini: “Assuefazione civile, il nuovo antisemitismo sul quale vigilare”
ROMA –
“L’assuefazione civile, fatta di battute e accondiscendenza” in Italia rappresenta
“il nuovo antisemitismo sul quale riflettere e vigilare”. Lo ha detto il
ministro degli Esteri Franco Frattini parlando davanti alle Commissioni riunite
Esteri e Affari costituzionali della Camera, che, nel Giorno della Memoria,
hanno dato il via ad un'indagine conoscitiva sull'antisemitismo.
“Ci sono manifestazioni gravi di relativismo
e negazionismo che ci preoccupano - ha detto il ministro - così come le azioni
dirette di chi porta, soprattutto nel nord Europa, in piazza manifestazioni
antisemite che sono pericolose soprattutto per la loro attrattiva”.
Frattini ha invitato a fare particolare
attenzione “ai simboli” chiedendo un'azione più forte e determinata dell'Unione
Europea contro di essi il che, ha sottolineato, “non significa censurare perché
non si tratta di manifestazione del libero pensiero: chi esibisce simboli e
uniformi naziste costituisce una minaccia diretta per la nostra società”
Per combattere l'antisemitismo, secondo il
titolare della Farnesina, è importante l'informazione, la conoscenza, ma
servono anche “azioni simboliche” da parte dei governi. E Frattini ha ricordato
alcune iniziative in questo senso del Governo Berlusconi, che “ha dato forte
sostegno alla politica europea di rafforzamento del rapporto tra Israele e
l'Europa, nonostante la reticenza di alcuni paesi europei”. Il ministro degli
Esteri ha aggiunto che il Governo ha inoltre voluto mostrare, con azioni
simboliche, come l'Italia possa dare un “segno di conoscenza e condanna”. E un
esempio per tutti è stata la visita, assieme al ministro tedesco Frank-Walter
Steinmeier alla risiera di San Saba, durante il vertice Italia-Germania.
Frattini ha ricordato anche che proprio lunedì prossimo il presidente
Berlusconi, insieme a sette ministri, sarà in Israele per il primo vertice
intergovernativo. Berlusconi, ha detto Frattini avrà il “piacere e l'onore di
parlare davanti alla Knesset. Sarà un momento per testimoniare l'amicizia
profonda tra il Governo Italiano e Israele”. (Inform)
La Conferenza internazionale di Londra. Afghanistan, via alla
riconciliazione
I talebani: «È
soltanto propaganda» - Karzai tende la mano ai «fratelli disillusi
che rinunceranno
alla violenza e ad Al Qaeda»
LONDRA - La
Conferenza internazionale di Londra lancia la transizione in Afghanistan. I rappresentanti
di 70 Paesi hanno benedetto il processo di riconciliazione nazionale che
dovrebbe recuperare i talebani moderati e creare i presupposti per il ritiro
completo delle truppe straniere entro 5 anni. Il presidente Hamid Karzai ha
ribadito la volontà di «tendere la mano a tutti» gli afghani, «soprattutto ai
fratelli disillusi» che si sono schierato con gli studenti coranici. Per il
loro reintegro nella società si attingerà a un fondo fiduciario che potrebbe
arrivare a un miliardo di euro, ha spiegato il ministro degli Esteri, Franco
Frattini. Nel documento finale della Conferenza alla Lancaster House si
promette «un posto dignitoso nella società a coloro che rinunceranno alla
violenza, parteciperanno alla società civile e rispetteranno i principi della
costituzione afghana, taglieranno i propri legami con al Qaeda e altri gruppi
terroristici e perseguiranno i propri obiettivi politici in maniera pacifica».
PROCESSO DI PACE -
Karzai ha annunciato «la creazione di un consiglio nazionale per la pace e la
riconciliazione cui farà seguito la convocazione di una Loya jirga, l'assemblea
degli anziani» del Paese. Poi ha chiesto al re saudita Abdullah di svolgere «un
ruolo di primo piano per guidare e assistere il processo di pace». Per il
presidente l'Afghanistan avrà ancora bisogno del sostegno dell'Occidente per i
prossimi 15 anni. Il premier britannico, Gordon Brown, ha affermato che la
Conferenza segna l'inizio della transizione afghana e che la metà del 2011 è la
scadenza entro cui si dovrà «invertire la tendenza» nella lotta alla
guerriglia. Il titolare di Downing Street ha annunciato che il passaggio delle
responsabilità della sicurezza dalle truppe straniere a quelle afghane
distretto per distretto «comincerà nel corso di quest'anno». Una transizione
che però non significa «exit strategy», come ha puntualizzato Hillary Clinton.
«Noi sosteniamo il piano di transizione della Nato», ha sottolineato il
segretario di Stato Usa, «ma voglio dirlo con chiarezza agli afghani, ai nostri
alleati, ai nostri cittadini e agli estremisti che sperano in un nostro
fallimento: questa non è una exit strategy». La prossima conferenza si terrà
entro l'anno a Kabul. Frattini, ha chiesto che l'apertura ai talebani non abbia
conseguenze negative sulla vita delle donne afghane e sui diritti civili. Per
il titolare della Farnesina da Londra è partito «un segnale forte di coesione
della comunità internazionale e di sostegno alla nuova linea di Karzai».
LA REPLICA - Ma
sono gli stessi talebani a gelare le speranze di una possibile riconciliazione:
la conferenza di Londra - hanno dichiarato - è solo una pura manovra di
propaganda che non produrrà alcun risultato. Lo rivela il sito Usa Site
specializzato nel monitoraggio delle pagine web utilizzate dagli integralisti
islamici. «I dominatori fautori della guerra sotto la guida del (presidente Usa
Barack) Obama e del (primo ministro) britannico (Gordon) Brown vogliono
ingannare il mondo con questa conferenza di Londra per dimostrare che la gente
li sostiene ancora», riporta Site. Se decideranno ancora «una volta - si legge
nel testo pubblicato su Internet - di cercare di prolungare l'occupazione
militare, economica, culturale e politica (dell'Afghanistan) questa conferenza
sarà solo una semplice dichiarazione d'intenti come le altre conferenze». Agi 28
Ma la vera sfida di Barack è l'occupazione
Dopo il voto per
il Senato in Massachusetts, l’amministrazione Obama deve concentrarsi con
decisione sull’economia nazionale. Ma nel 2010 Afghanistan, Iran, Russia, Iraq
e terrorismo globale potrebbero scatenare una crisi in politica estera tale da
influenzare in modo profondo il mandato presidenziale. La politica estera dei
presidenti americani è spesso forgiata da qualche evento epocale. Nel caso di
George Bush sono stati gli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York e
Washington. Dopo nemmeno otto mesi di presidenza si trovò per ben due mandati a
gestire la guerra al terrorismo e a scongiurare l’eventualità di un secondo
attacco mentre era in carica. Bill Clinton si trovò alle prese con l’eccidio di
massa dei musulmani bosniaci a Srebrenica.
Fino a quel
momento, benché divampasse la guerra il presidente Clinton aveva evitato di
invischiare gli Usa in Bosnia, per non farsi distrarre dall’agenda economica
nazionale. (Ricordate? «E’ l’economia, sciocco» era stato lo slogan della sua
campagna). Ma quando gli osservatori europei stettero a guardare impotenti
mentre i serbi di Bosnia uccidevano sistematicamente 7000 uomini e ragazzi nel
giro di 5 giorni, fu impossibile continuare a tenersi in disparte. Porre fine
alla pulizia etnica nei Balcani divenne l’obiettivo di spicco
dell’amministrazione Clinton e spianò la via all’allargamento dell’Unione
europea e della Nato. Per George H. W. Bush si trattò della caduta del Muro di
Berlino. Inaspettatamente Bush si dovette concentrare sulla metà d’Europa che
era appena stata liberata, guidando la pacifica riunione della Germania e
sovrintendendo a una fine incruenta della Guerra fredda mentre l’Unione Sovietica
collassava e perdeva il suo impero.
Per Jimmy Carter
l’evento cruciale accadde nell’ultimo periodo della sua presidenza e fu la
vicenda dei diplomatici iraniani presi in ostaggio dagli integralisti iraniani,
un evento che mostrò la debolezza americana e fece da preludio, appena sette
settimane dopo, all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Il punto in comune
tra questi fatti è di non essere stati pianificati. Si trattò di eventi esterni
a cui gli Usa dovettero reagire. E il modo in cui il Presidente affrontò la
crisi divenne il suo ritratto storico. Le amministrazioni lavorano sodo per
sviluppare strategie a lungo termine. Ma spesso gli eventi più significativi
sono quelli che sfuggono al loro controllo. E’ troppo presto per dire cosa
resterà nella memoria come caratterizzante la presidenza Obama. Mancano tre
anni alla scadenza del primo mandato, un’era nel secolo della globalizzazione e
di Internet, e poi molto probabilmente potrebbe essere rieletto. Può accadere
di tutto. Ma nell’occasione del discorso sullo stato dell’Unione del 27
gennaio, dopo un anno di presidenza, si possono già vedere i semi delle
tematiche che faranno del 2010 un anno decisivo.
Il 2009 è stato un
anno di aspettative irrealistiche, seguite dall’inevitabile delusione. E’ stato
l’anno della più grave crisi economica mai vista dall’embargo petrolifero del
1970 e dalla Depressione del 1930. E in politica estera è stato un anno in cui
si è addensata la tempesta, in Afghanistan, in Iran, Russia o Nord Corea.
Finora però nulla che possa far presagire quale sarà l’evento che
contraddistinguerà la politica estera della presidenza Obama. Tuttavia tre
eventi dell’ultimo mese - due terremoti e un mancato attentato terroristico -
ci avvertono che il 2010 potrebbe rivelarsi cruciale. Il 25 dicembre un
terrorista nigeriano mandato da Al Qaeda fallì nel tentativo di far esplodere
un aeroplano sopra l’aeroporto di Detroit. Per un’amministrazione che ha
cercato in ogni modo di allontanarsi da quelli che erano visti come gli eccessi
dell’era Bush è stata una fortuna che l’attentato non sia riuscito. Ma è
servito a ricordare all’opinione pubblica americana che il terrorismo non è
finito e al Presidente che, proprio come il suo predecessore, non può
permettersi un secondo attacco. Il 12 gennaio un terremoto di magnitudo 7 ha
colpito Haiti, uccidendo forse 200 mila persone e lasciando un milione e mezzo
di senzatetto. Un evento imprevisto a cui tuttavia solo gli Usa potevano
rispondere velocemente e in modo tale da salvare il maggior numero possibile di
vite umane. E la gravità della devastazione significa che Haiti resterà una
priorità per gli Stati Uniti negli anni a venire. Poi, il 19 gennaio, un
terremoto politico: l’elezione di un repubblicano al seggio senatoriale del
Massachusetts che fu del democratico Ted Kennedy. In pratica la fine della
supremazia democratica al Senato, durata appena otto mesi e che garantiva la
maggioranza. Il Senato ora torna alla normalità e alle alleanze transpartitiche
necessarie a far passare le leggi. Ma da un punto di vista politico il voto in
Massachusetts è ancora più significativo. Mostra come gli elettori, anche in
uno degli Stati maggiormente consacrati al partito democratico di tutto il
Paese, restino straordinariamente scontenti. L’anno scorso questo malcontento
era tutto rivolto a Bush. Ora, dopo un anno, si riversa su chi è al governo.
Mancano 9 mesi al voto di mid-term del Congresso che deciderà tutti i seggi
della Camera dei deputati e un terzo di quelli del Senato. Molti sono saldi. Ma
ce ne sono parecchi in bilico che potrebbero portare i democratici a perdere il
controllo della Camera e a ulteriori danni in Senato. Dal Massachusetts il
partito democratico deve imparare una lezione: c’è una sola cosa su cui
concentrarsi ed è l’occupazione. E tuttavia nel 2010 la politica richiederà
ancora più attenzione. La risposta alla rivolta in Afghanistan sarà un test. Il
soccorso americano ad Haiti verrà giudicato. L’Iran farà ulteriori
significativi progressi verso l’arma nucleare mentre i giovani oppositori
sfidano il regime. Il voto in Iraq seguito dal ritiro Usa misurerà l’effettiva
fine della violenza fra sciiti e sunniti.
La Russia
continuerà a consolidare la sua «sfera d’influenza» assicurandosi territori
cuscinetto come il Sud Ossezia, l’Abkhazia e laTransnistria e manipolerà la
politica degli Stati confinanti usando l’energia, i trattati e l’opposizione
allo scudo difensivo. Al Qaeda tenterà un altro attacco. E ognuno di questi
temi - e probabilmente anche molti altri - potrebbe esplodere e causare una
crisi dichiarata. E il modo in cui Obama risponderà a questa sfida, molto più
di tutto ciò che è stato pianificato e previsto, sarà alla fine ciò che
definirà l’immagine futura della sua presidenza. KURT VOLKER
Kurt Volker è
stato ambasciatore Usa alla Nato e ha ricoperto incarichi al Dipartimento di
Stato. Attualmente è direttore esecutivo del centro di relazioni
transatlantiche alla Johns Hopkins University’s School of Advanced
International Studies e consigliere emerito presso il Consiglio Atlantico degli
Stati Uniti LS 28
Peres: «L’Iran, regime di fanatici è la nuova minaccia per il mondo»
La risposta a
Khamenei che aveva detto: Israele deve essere distrutta - di WALTER RAUHE
BERLINO - «L’Iran
rappresenta una minaccia per il mondo intero». Dal palco del parlamento
tedesco, dove ieri in occasione della Giornata della Memoria ha tenuto un
toccante e storico discorso, il presidente israeliano Shimon Peres ha invitato
la comunità internazionale a non ripetere gli errori commessi in passato
sottovalutando le minacce provenienti da un regime dittatoriale. «La lezione
che dobbiamo imparare dall’Olocausto - ha affermato il premio Nobel per la Pace
- è che non dobbiamo mai più permettere l’emergere di dottrine razziste. Mai più
dottrine razziste, mai più sentimenti di superiorità, mai più cosiddette
autorità divine per incitare, uccidere, violare la legge, negare Dio e la
Shoah». Peres ha invocato la comunità internazionale a «non ignorare più
dittatori assetati di sangue che si nascondono dietro le maschere della
demagogia e lanciano slogan assassini. Sono una minaccia per tutto il mondo».
«Ci identifichiamo invece con i milioni di iraniani che si rivoltano contro la
dittatura e la violenza. Come loro respingiamo un regime fanatico che
contraddice la Carta dell’Onu, un regime che minaccia la distruzione, con
impianti nucleari e missili, che attiva il terrore nel suo e in altri Paesi».
Proprio ieri la
Guida Suprema della Repubblica Islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, aveva auspicato
la scomparsa dello Stato d’Israele. «Sicuramente, verrà il giorno in cui i
Paesi della regione saranno testimoni della distruzione del regime sionista»,
ha tuonato Khamenei nel corso di un incontro con il presidente mauritano,
Mohammed Ould Abdel Aziz.
Per il ministro
degli Esteri israeliano, Avigdor Liebermann, l’Iran di oggi può essere
paragonato alla Germania nazista del 1938. Citato dal Jerusalem Post,
Liebermann ha aggiunto di non invidiare la comunità ebraica in Iran denunciando
i continui arresti e processi ai danni dei membri della comunità. «È la prima
volta che il leader di uno stato membro delle Nazioni Unite afferma che
l’Olocausto non è mai esistito».
In un discorso
pronunciato presso l’ex campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau il
premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invece affermato che «dobbiamo
avvertire il mondo sui pericoli che incombono e allo stesso tempo essere pronti
a difenderci», riferendosi esplicitamente all’Iran e al suo programma nucleare.
Per il premier, l’unico modo per evitare un secondo Olocausto sarebbe quello di
«uno Stato di Israele forte, con un esercito forte». «Come primo ministro, dico
che non lasceremo mai che la mano del demonio colpisca la nostra gente e il
nostro Stato, mai più».
Di fronte al
Bundestag di Berlino il presidente israeliano Peres ha ricordato anche il
triste destino del nonno, il rabbino Zvi Melzer, bruciato vivo dai nazisti
nella città allora polacca e oggi bielorussa di Vishniev. «Mi ricordo ancora di
lui alla stazione ferroviaria dalla quale, quando ero un bambino di 11 anni,
iniziò il mio viaggio verso Israele. Ricordo il suo forte abbraccio, ricordo le
ultime parole e le esortazioni che udii dalla sua bocca: ragazzo mio, rimani sempre
ebreo». IM 28
Più che una gaffe,
è stato proprio un piccolo disastro. Cosa abbia indotto un uomo lucido ed
esperto come Bertolaso, che ha delle situazioni di emergenza e dei modi di
affrontarle una esperienza impareggiabile e che conosce anche bene il mondo
della politica e le sue esigenze.
Cosa lo abbia
spinto a rilasciare quelle dichiarazioni critiche sul modo in cui viene
condotta l'assistenza a Haiti e a riferirsi in particolare in modo leggermente
beffardo a un eccesso di graduati americani, non credo che lo capiremo mai. A
caldo, il Segretario di Stato americano Clinton aveva reagito con un po' di
ironia qualificandole con una espressione tipicamente americana come
«chiacchiere da dopo partita». Sperava probabilmente che la cosa sarebbe finita
lì. Ma così naturalmente non è stato e il battibecco ha fatto presto il giro
del mondo.
La Clinton ha
detto successivamente di essere stata profondamente ferita da queste critiche,
un'espressione davvero inconsueta nel linguaggio diplomatico. E' dovuto dunque
intervenire con fermezza prima il nostro ministro degli Esteri, poi, con ancora
maggior autorevolezza, il presidente Berlusconi, per smentire le affermazioni
del Sottosegretario Bertolaso e affermare senza mezzi termini che la risposta
internazionale al tragico sisma di Haiti è stata rapida e l'intervento
americano particolarmente generoso e significativo.
Che la cosa abbia
molto irritato gli americani, non sorprende. Nessuno ama essere criticato in
pubblico, soprattutto quando le critiche si riferiscono al modo in cui si cerca
di fare un'opera umanitaria in condizioni obiettivamente difficili e ancor più
se chi critica ha fatto, per parte sua, ben poco. In questa operazione, poi,
gli americani si erano veramente impegnati a fondo e continueranno ad esserlo
in futuro. Il presidente Obama ne aveva fatto subito, molto esplicitamente, un
impegno suo personale e di tutto il Paese: lo richiedeva infatti l'opinione
pubblica, lo richiedevano evidenti ragioni di prossimità geografica e il ruolo
generale che gli Stati Uniti hanno in quella regione. Forse Obama si è anche
ricordato delle critiche piovute a suo tempo sul capo del suo predecessore
George Bush per l'insufficienza e i ritardi degli aiuti alle popolazioni
colpite dal tifone Katrina e gli strascichi polemici che a lungo sono seguiti.
Fatto è che stavolta l'intervento americano è stato davvero pronto e massiccio,
anche, ma non solo, al fine di mantenere una parvenza di ordine pubblico in un
Paese privo di qualsiasi struttura funzionante, un problema questo che era
stato avvertito subito come altrettanto impellente quanto quello di prestare
soccorso a chi era restato sotto le macerie. A dire il vero, l'entità della
presenza americana aveva fatto alzare un poco le sopracciglia anche a qualche
commentatore d'oltralpe: ma i francesi, si sa, sono fatti così e si era
trattato solo di riferimenti indiretti e non certo di fonte ufficiale.
Le dichiarazioni
di Bertolaso, tra l'altro, hanno suscitato la reazione non solo degli americani
ma anche dell'Onu, che si è sentita tirata in causa come diretto responsabile
del coordinamento degli aiuti internazionali. In un incontro tenuto ieri a
Montreal tra i maggiori donatori per preparare una prossima conferenza per gli
aiuti a Haiti, il portavoce delle Nazioni Unite ha detto infatti ai giornalisti
che, dopo le dichiarazioni del presidente del Consiglio Italiano, non c'era più
ragione di commentare le critiche fatte da Bertolaso.
Si è trattato
dunque di una tempesta in un bicchier d'acqua? Non è stata una tempesta, forse,
ma un po' d'acqua fuori dal bicchiere ne è caduta. Degli apprezzamenti critici
rilasciati da un membro di governo straniero, che oltretutto ha una competenza
specifica nella materia di cui parla e che quindi suonano verosimili, qualche
segno lo lasciano. In questo caso si trattava di un tema particolarmente
delicato e in un momento sensibile per l'amministrazione Obama. Il caso ha
voluto poi che quelle dichiarazioni siano venute a coincidere con una visita
del ministro Frattini a Hillary Clinton con un'agenda densa di temi
significativi e importanti per entrambi i Paesi, come la preparazione della
prossima conferenza di Londra sull'Afghanistan, gli sviluppi della situazione
in Iran e le possibili sanzioni, le conseguenze sul piano energetico e via
dicendo. Non hanno turbato né turberanno i nostri rapporti con gli Stati Uniti,
e l'incontro, a quanto si sa, non ne ha risentito, ma si è creato un circo
mediatico che tutti avrebbero preferito evitare.
Se Bertolaso si
fosse imbarcato sulla nostra portaerei Cavour con le duecento tonnellate di
aiuti italiani, sarebbe arrivato a Haiti tra 10 giorni e forse, a freddo, ai
suoi commenti nessuno avrebbe fatto attenzione. BORIS BIANCHERI LS 27
Haiti/Bertolaso/Usa. Il commento. La vanità e le colpe
"Chiarito
tutto", come si affrettano a dire i diplomatici addetti ai rammendi dopo
la gaffe di Bertolaso, la collera della Clinton e la sconfessione pubblica
inflitta da Berlusconi al suo pupillo, rimane la sensazione che questo
incidente scoppiato sulle rovine di Haiti sia stato soprattutto una tragica
occasione perduta.
Perduta non dai
protagonisti del battibecco transatlantico per stare zitti e lavorare in
silenzio, essendo questa una zuffa verbale fra Roma e Washington che non
raggiunge certamente la gravità politica del caso Sigonella o la brutalità
arrogante della tragedia del Cermis. Perduta dai disgraziati e incolpevoli
haitiani che devono assistere alle liti degli chef e dei cuochi in cucina
attorno alle pentole mentre fuori si muore di fame.
È evidente che
Guido Bertolaso, il deificato responsabile della Protezione Civile italiana,
non si sia reso conto che, impartendo lezioni da generale a quattro stelle in
visita al fronte e bocciando come "patetici" i soccorsi americani,
abbia dimostrato di non aver capito il salto gigantesco politico, di qualità e
di responsabilità, che esiste fra una catastrofe pur tremenda, ma interna a una
nazione, come l'Aquila e un evento che ha travolto un popolo e ha toccato il
mondo. E che lasciato quasi dieci milioni di persone nelle condizioni degli
abitanti di Berlino, di Dresda, di Tokyo o di Hiroshima alla fine della Seconda
Guerra Mondiale.
Nella "lectio
magistralis" alla disorganizzazione americana, che pure esiste e che i
testimoni sul posto confermano magari dimenticando che non esiste alcuna
struttura civile o miltare alla quale appoggiarsi e tutto va creato da
sottozero, "Super Guido" ha trascurato che proprio gli americani sono
coloro che si sono mossi per primi e che stanno facendo di più, per gli
haitiani. Se Haiti avesse dovuto aspettare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza
dell'Onu, o una incisiva operazione dell'eterno cavaliere inesistente,
dell'Unione Europea, starebbe ancora aspettando anche quel poco che la 82esima
divisione aereotrasportata americana, gli elicotteri della portaerei nucleare
Vinson, e la nave ospedale Comfort, hanno portato, essendo le piu vicine.
Appellarsi
all'Onu, che è sempre il santo dei disperati e che tutti sanno bene essere un
sacco vuoto riempito soltanto, se ne hanno voglia, dagli Stati membri, è un
vecchio espediente, una foglia di fico appiccicata a posteriori, come lo sono
state le risoluzioni per l'invasione dell'Afghanistan, e, a piatti ormai rotti,
per l'Iraq, dove furono coperture ad azioni volute e organizzate da Washington.
L'Europa, non come nazioni singole alcune della quali, Italia inclusa, si sono
dimostrate generose e sensibili, ma come entità collettiva, ha brillato ancora
una volta per la propria inesistenza. I leader politici e d'opinione,
soprattutto i francesi e purtroppo anche Bertolaso senza rendersi conto che
egli rappresentava in quel momento il governo italiano, si sono affidati al
collaudato scaricabarile sui prepotenti "yankee" e all'immancabile
accusa implicita di neocolonialismo pasticcione. Un riflesso scontato da parte
dei governi nazionalisti e costituzionalmente anti Usa, come Castro, Chavez o
il boliviano Morales ai quali, con squisita malizia femminile Hillary Clinton
ha accostato anche l'Italia di Berlusconi, ma che Washington non poteva
accettare da un governo che anela alle pacche sulle spalle del "grande
alleato" e si spertica in elogi e professioni di fede verso la Casa
Bianca, chiunque, repubblicano e democratico, pallido o abbronzato, la occupi.
Il rischio, mentre
Silvio deve chiedere scusa a Hillary per quel suo "inopportuno"
rappresentante con il tono dello scolaro bacchettato dalla signora maestra ed
evitare che il battibecco diventi una bocciatura che Berlusconi non può
permettersi, è naturalmente che passi sullo sfondo della patetica -
questa sì - gag, il fatto che la macchina dei soccorsi non
funziona, Haiti è passata dalla fase del soccorso d'urgenza a quella, ancora
più improba anche se meno televisamente efficace, della ricostruzione, mentre
nessuno, in questo Bertolaso ha ragione, comanda e controlla l'armata dei
soccorritori né amministra le centinaia di milioni che sono affluiti e
affluiranno nelle casse di tanti rispettabili diversi, dalla Croce Rossa
all'Unicef, da Medici Senza Frontiere a Save The Children. Senza mai
dimenticare che, disgraziatamente, gli avvoltoi umani volteggiano. Attorno alle
rovine di New Orleans, lo Fbi e il Fisco americano, scoprirono 5 mila false
organizzazioni di soccorso create soltanto per sifonare le elemosine dei
generosi.
La
militarizzazione e il governatorato di Haiti, alla maniera dei MacArthur in
Giappone, dei Montgomery in Germania o dell'Amg, il Governo Militare Alleato
dell'Italia liberata, è praticamente e politicamente impossibile, anche se gli
Haitiani sarebbero in larga parte ben felici di diventare il 51esimo stato
unito. La rivolta dell'America Centrale e Latina, oltre che degli Europei,
sarebbe immediata e furibonda. L'unica soluzione, se l'Onu si scuotesse dal
proprio benevole torpore e se l'Europa, oggi sotto presidenza spagnola,
scoprisse di esistere, sarebbe di stare zitti, organizzare senza grancassa
un'amministrazione controllata di fatto, prendendo tutti i Bertolaso, i
generali, i volenterosi del mondo, raccogliendoli sotto una tenda per fissare
catena di comando, responsabilità di ordine pubblico, leggi d'emergenza,
assegnazione di fondi, censimenti e catasti di quanto rimane, sotto la
protezione militare americana, l'unica in grado di farlo, ma senza le apparenze
indigeribili dell'occupazione. Per questo, la foglia di fico Onu sarebbe
indispensabile. O si dimenticano le ideologie, le vanità e le permalosità o,
come è sempre accaduto, ben presto si dimenticherà Haiti. VITTORIO
ZUCCONI LR 27
Campagna per la cancellazione del debito. Haiti basta debito, adesso!
Roma - Con l’invio
di una lettera indirizzata al Ministro Giulio Tremonti - Ministero delle
Finanze e al Ministro Franco Frattini - Ministero degli Affari Esteri, e in
concomitanza con la Conferenza Internazionale dei Paesi Donatori che si sta
svolgendo in queste ore a Montreal, in Canada,
è stata lanciata
la Campagna nazionale “Haiti basta debito, adesso!” che sostiene la
“Cancellazione immediata e incondizionata del debito bilaterale e multilaterale
di Haiti”.
La Campagna
nazionale che ha tra i suoi promotori, Mani Tese, Campagna Riforma Banca
Mondiale, Osservatorio Selvas.org, Coordinamento Italia Nicaragua e SdL
Intercategoriale, chiama a raccolta tutte le Associazioni, ONG e Istituzioni
che operano nel mondo della Cooperazione Internazionale, chiedendo al Governo
italiano, già impegnato nell’opera degli aiuti internazionali in soccorso delle
vittime del terremoto del 12 gennaio ad Haiti, di sostenere una posizione di
rilievo internazionale nell’estinzione incondizionato del debito della nazione
caraibica.
“Il governo e'
pronto a cancellare i 40 milioni di euro di debito estero di Haiti verso
l'Italia”: lo ha annunciato il ministro degli Esteri Franco Frattini, il 17
gennaio 2010, quando ancora le prime pagine dei quotidiani mondiali aprivano
con le prime drammatiche immagini e notizie dalla nazione caraibica. Nel giugno
del 2009, Haiti aveva ottenuto la cancellazione di 1,2 miliardi di dollari di
debito dai suoi principali creditori nell'ambito dell'iniziativa HIPC (Heavily
Indebted Poor Countries) rivolta a quelle nazioni, che come Haiti hanno un
tasso di povertà estremo. Nonostante questo passo in avanti molto importante,
il debito estero di Haiti ammonta ancora a più di 800 milioni di dollari.
Il terremoto della
settimana scorsa e i tre uragani devastanti che hanno colpito l'isola nel corso
del 2008 hanno distrutto l'economia del Paese, incapace, adesso più che mai, di
generare le entrate necessarie a servire il debito estero sia oggi che nel
prossimo futuro. Risorse che a parere della Campagna, qualora e non appena
l'economia del Paese riprendesse a funzionare, dovrebbero essere investite in
via prioritaria nella ricostruzione interna, delle infrastrutture di base e
nella fornitura dei servizi di base per i milioni di senzatetto prima che al
servizio del debito.
La storia recente
di Haiti ha dimostrato che sono grandi le responsabilità del mondo, verso la
condizione attuale di Haiti: trent’anni di dittatura di Duvalier padre
(François Duvalier) e poi il figlio (Jean-Claude Duvalier), e i successivi
colpi di mano militare diretti dall’estero, trasformarono quest’angolo dell’isola
Hispaniola in un inferno di violenza e terrore, con decine di migliaia di morti
e desaparecidos, nell’ambito dello schieramento sostenuto dapprima dalla Guerra
Fredda e successivamente dall’applicazione selvaggia delle regole della
competizione economica. Solo ad esempio trent’anni fa Haiti coltivava tutto il
riso di cui aveva bisogno, ora il Dipartimento dell'agricoltura Statunitense
indica Haiti come tra i primi importatori del riso prodotto negli U.S.A..
Alla luce del
grave disastro umanitario, aggravato dal terremoto del 12 gennaio 2010, la
Campagna “Haiti basta debito, adesso!” Chiede al Governo italiano
· di contribuire
alla ricostruzione di Haiti attraverso la concessione di aiuti a perdere
(Grants) e non attraverso la concessione di crediti di aiuto che il governo di
Haiti dovrebbe poi restituire;
· Usare la propria
rappresentanza e il proprio voto nel Board dei Direttori Esecutivi del Fondo
Monetario e della Banca Interamericana di Sviluppo per assicurare la
cancellazione immediata e incondizionata del debito rimanente di Haiti verso
queste istituzioni e contemporaneamente di spendersi per ottenere una moratoria
immediata sul servizio dei pagamenti del debito da parte di Haiti verso le
stesse istituzioni, congelando anche il maturare degli interessi;
· Chiedere al FMI
di mobilitare risorse interne per pagare il servizio del debito di Haiti con
risorse proprie nel momento in cui le rate dei pagamenti verrebbero a scadenza.
La Campagna “Haiti
basta debito, adesso!” ha deciso di mantenere attivo un Osservatorio di
controllo della società civile affinché dopo gli annunci da parte del nostro
Governo si concretizzino azioni decisive e immediate.
Si attendono nelle
prossime ore numerose adesioni di associazioni e anche di singole persone
attraverso il Blog internet: http://haitiadesso.ning.com
e la campagna in
Face Book: http://www.facebook.com/#/pages/HAITI-BASTA-DEBITO-ADESSO/269574699762?ref=nf.
Le Associazioni
Promotrici (de.it.press)
Alfio Piva , discendente mantovano candidato alla Vice Presidenza della Repubblica
in Costa Rica
Nel prossimo mese
di febbraio in Costa Rica si svolgeranno le elezioni
nazionali per la
nomina del prossimo Presidente della Repubblica. La
candidata Laura
Chinchilla, con le maggiori possibilità di essere eletta, ha
scelto come suo
vice presidente al dottor Alfio Piva Mesen, di origine
mantovana,
direttore generale dell'Istituto Nazionale di Biologia
(Inbioparque),
professore universitario, già rettore dell'Università
Nazionale di Costa
Rica (UNA). Suo padre, Alfio Piva Cugola, nato a
Ostiglia, era
emigrato in Costa Rica nel 1914 vivendo a San Josè dove, il 9
gennaio 1949
nasceva Alfio Piva Mesen. Oggi sposato con tre figli, il dottor
Alfio Piva, è
riconosciuto a livello nazionale per la sua attività e per i
successi ottenutti
dall'inizio della sua carriera ad oggi. Dottore in
medicina
veterinaria, con laurea ottenuta presso l'Università di Parma nel
1963, specialista
in fisiologia animale presso l'Università di Milano (1970)
ed in
inseminazione artificiale presso l'Istituto Lazzaro Spallanzani di
Milano (1970).
Inizia la sua attività come medico veterinario nella regione
del Guanacaste, al
nord della Costa Rica, e come professore di fisiologia
animale presso la
facoltà di agronomia dell'Università di Costa Rica (UCR).
Da allora sono
innumerevoli gli incarichi a livello nazionale che il dottor
Alfio Piva ha
ricoperto. Tra questi è importante ricordare la sua attività
come direttore
della scuola di zootecnia, decano della facoltà di scienza
della salute
(UNA), rettore dell'Università Nazionale (UNA), fondatore e
direttore della
scuola di medicina universitaria (UNA), direttore generale
aggiunto
dell'Istituto Nazionale di Biologia (Inbioparque).
Ha svolto attività
anche in altri paesi europei, tra cui in Francia, dove ha
ottenuto la
specializzazione in trapianti di embrioni, presso l'Ecole
Superieur de L.
Eagle e come professore invitato presso l'Università
Internazionale
dell'Andalusia, in Spagna. Tra i riconoscimenti ufficiali è
stato nominato
Gran Ufficiale della Repubblica Italiana, onorificenza che
gli fu consegnata
dal Presidente Sandro Pertini, il premio Principe
d'Asturia per la
scienza nel 1995 ed il premio "Riccio d'Oro", rilasciato
dalla provincia di
Modena nel 2002, per la sua alta responsabilità nel
rispetto
dell'ambiente naturale. Ha pubblicato più di trenta articoli per
riviste
scientifiche sia a livello nazionale che internazionale.
Figlio di
emigranti mantovani, grazie al suo sforzo personale, è riuscito a
superare barriere
difficili nella vita come quando, con grandi sacrifici
economici, è
ritornato in Italia per studiare e sviluppare la sua formazione
accademica ed
unama. Certamente un degno rappresentante della comunità
italiana e di
quella mantovana presente in Costa Rica, che nel 2004, ha
voluto premiarlo
con il Premio Italia, rilasciato dal Comitato degli
Italiani
all'Estero di Costa Rica. Ci auguriamo che anche questo traguardo
si aggiunga ai
successi ottenuti nella sua carriera e la sua elezione alla
vice presidenza
della Repubblica della Costa Rica, sia il giusto coronamento
all'attività
professionale e personale svolta in tutti questi anni.
Giovanni Girardi,
de.it.press
Il bipolarismo senza equilibrio
La nostra vita
pubblica, apparentemente immobile, sembra vivere in realtà di oscillazioni
radicali, sembra evolvere passando da uno squilibrio all’altro. Da noi, si
tratti di rapporti fra politica e giustizia, fra pubblico e privato, o fra
maggioranze e opposizioni entro il sistema dei partiti, non si trovano mai o
quasi mai «punti di equilibrio» soddisfacenti. Nei rapporti fra politica e
magistratura, ad esempio, siamo passati dal dominio della politica con debole o
nulla indipendenza dei magistrati (nei primi decenni della Prima Repubblica)
alla situazione opposta del predominio giudiziario sulla politica. Forse,
l’episodio emblematico che consacrò la svolta fu, nel 1993, il proclama
televisivo con cui l’allora pool di Mani Pulite affossò il decreto Conso sulla
questione della corruzione. Da uno squilibrio all’altro, insomma.
La stessa cosa
vale per i rapporti fra pubblico e privato. O è il pubblico (che poi significa
sempre politica, partiti) a dominare il privato oppure è il privato che si
appropria del pubblico. Anche qui, si danno, per lo più, oscillazioni da un
estremo all’altro.
Anche se guardiamo
ai rapporti fra i partiti, fra le maggioranze e le opposizioni, la situazione
non è diversa. In Italia sembra esserci spazio solo per le alleanze formali,
cementate dalla comune gestione del potere, e per le contrapposizioni totali
alimentate da linguaggi e toni da scontro di civiltà (ma anche accompagnate,
come è inevitabile perché il sistema non crolli, da frequenti accordi
sottobanco).
Guardiamo
all’oggi. Il bipolarismo richiederebbe una prevalenza della moderazione
sull’estremismo, una convergenza al centro. Non è necessario che ciò accada
continuamente (anche nei sistemi bipolari più stabili si danno inevitabilmente
momenti o episodi di lotta feroce) ma è necessario, perché il sistema duri, che
moderazione e convergenza al centro siano, almeno, le tendenze prevalenti. In
Italia non è così. La caratteristica italiana è che mentre i fautori della
moderazione sono per lo più contrari al sistema bipolare, i difensori del
bipolarismo sono contrari alla moderazione.
Lo si vede in ogni
zona del sistema partitico. Nel centrodestra le cose appaiono solo un po’ più
confuse e complesse a causa degli effetti dell’esercizio del potere, del ruolo
di Berlusconi, e della presenza della Lega (un partito di rappresentanza
territoriale che, in quanto tale, ha un rapporto solo strumentale con il
bipolarismo)
La tendenza— che
però, ripeto, riguarda l’intero sistema politico— è invece visibilissima nel
caso del maggior partito di opposizione, il Partito democratico. Qui, spingono
chiaramente per la moderazione coloro che vorrebbero far saltare il bipolarismo
mentre i difensori del bipolarismo cavalcano l’estremismo. Lo si è visto,
qualche mese fa, nella gara per la segreteria nazionale. Il segretario uscente,
Dario Franceschini, difendeva il bipolarismo usando però i toni e gli argomenti
dell’estremismo giustizialista. Lo sfidante Pier Luigi Bersani sceglieva invece
una linea assai più moderata (opposizione ferma sì ma senza massimalismi)
mentre i dalemiani che lo sostenevano non facevano mistero della loro crescente
insofferenza per l’alleanza con Di Pietro.
Questa
moderazione, però, non era funzionale all’idea di fare del Pd una componente
stabile del gioco bipolare. Ciò che si intravedeva era un diverso disegno. Il
progetto era quello di sacrificare il bipolarismo sull’altare di una alleanza
con i centristi di Casini (in attesa del botto finale: la disgregazione del
centrodestra dopo l’eventuale uscita di scena di Berlusconi).
Fra il bipolarismo
massimalista (Franceschini) e l’anti-bipolarismo moderato (Bersani) il «popolo
democratico» scelse allora il secondo.
Il progetto di
Bersani e D’Alema è ora stato sconfitto in Puglia. Se è vera l’ipotesi che da
noi si procede solo passando da uno squilibrio all’altro, nel caso del Pd il
pendolo dovrebbe ora di nuovo spostarsi verso l’irrigidimento massimalista. È
probabile che assisteremo a una progressiva chiusura anche di quei piccoli
spiragli di dialogo sulle riforme che si erano recentemente aperti. A maggior
ragione se, come è possibile, le elezioni regionali andranno male per il
Partito democratico. Ed è anche molto probabile che una nuova svolta
massimalista del Pd non dispiaccia a Berlusconi. Nel breve termine, essa
darebbe infatti ulteriori vantaggi al centrodestra.
A destra come a
sinistra sono deboli le forze disponibili a far funzionare il sistema bipolare
tramite moderazione e convergenze al centro. Le forze contrarie sono più
consistenti.
Ricorrere a
espressioni come « punto di equilibrio » , «equilibrio fra i poteri» (e ad
altre espressioni ancora in cui figuri la parola «equilibrio») significa
affidarsi a un linguaggio metaforico. Si vuole indicare, semplicemente, il
consolidamento di prassi, di comportamenti, che raccolgano l’approvazione, se
non di tutti, quanto meno dei più. Perché, si tratti di rapporti fra politica e
magistratura, fra pubblico e privato, o fra maggioranze e opposizioni, non si
riesce quasi mai a creare sufficiente consenso diffuso non sui contenuti (dove
il dissenso e il conflitto sono legittimi e necessari) ma sul modo in cui quei
rapporti dovrebbero correttamente svilupparsi? Perché queste oscillazioni fra
estremi opposti? Le ragioni sono complesse e ciascuno può scegliere le risposte
che preferisce. La più semplice è che, a tutte le latitudini, in alto e in
basso, fra le élite come fra i cittadini comuni, mentalità, cultura e
sensibilità liberali siano tuttora pressoché introvabili.
Angelo Panebianco
CdS 28
Esami di coscienza. Il dovere umano e civile di ricordare
La memoria della
Shoah si celebra ogni anno di più con la solennità e la consapevolezza dovute.
In Italia, la partecipazione del Premio Nobel per la pace, Elie Wiesel, che fu
internato a Auschwitz, all’incontro con il Presidente della Repubblica al
Quirinale, nel discorso con il Presidente Fini alla Camera, alla inaugurazione
della mostra al Vittoriano, può indicare la misura del nostro profondo
coinvolgimento in questo dovere umano e civile di ricordare. E tuttavia proprio
Wiesel ci richiama ad un esame di coscienza senza appello: ”Ma c’è sempre da
chiedersi che uso si fa della Memoria, quanto la si usa per capire”. La lista
dei libri sulla Shoah si accresce nelle librerie, insieme a mostre
documentarie, a giornate scolastiche, a spazi mediatici. Ma, oltre che
ripassare, o per i più scoprire per la prima volta, quel che è accaduto, che
cosa capiamo? Come è stato possibile che in Germania, una nazione tra li più
colte ed avanzate del mondo, nel pensiero filosofico e scientifico, nella
musica e nella letteratura, sia stato fatto proliferare un cancro morale, quale
l’antisemitismo, metastatizzando in esiti bestiali di sterminio di sei milioni
di esseri umani, donne uomini vecchi bambini, colpevoli soltanto di essere
ebrei? Ideologie razziste serpeggiavano già nella Germania guglielmina. Il
nazismo raccolse molti succhi malefici, che venivano dall’inconscio remoto e
non rimosso delle origini germaniche, restate antiromane e precristiane. Quando
oggi visualizziamo la carta geografica delle sette o otto aree dei potenziali
conflitti di civiltà, dimentichiamo che anche l’Europa è stata focolaio di
guerre di culture, di religioni, razziste e nazionaliste. A che cosa serve la
storia, se non a farci capire la vita? Perché è nella vita che possono
ripetersi errori gravidi disumane tragedie. Esplorare la storia europea per intendere
il cammino dell’uomo, dal particolarismo tribale, etnico, nazionale alla
universalità della intera famiglia umana, significa immunizzarci contro i
rischi di nuove infezioni antisemite, xenofobe, razziste. Nei tempi descritti
da Tacito, un re britanno poteva dire che i Romani facevano il deserto e lo
chiamavano pace. Ma appena qualche secolo più tardi, tutti coloro che vivevano
nell’immenso mondo dominato da Roma Divennero per legge cittadini romani.
Quella unità nel diritto era stata preparata da una cultura universale. Se la
storia serve per capire non solo il passato ma anche il nostro presente e le
sue incognite, dovremmo temere il riemergere di culture nazionaliste e
razziste, senza sottovalutarne le dimensioni, che possono essere di gruppi, di
movimenti, di comunità locali, oltre che di popoli e di Stati. Nel primo caso,
le cronache quotidiane ci informano di episodi di intolleranza contro
immigrati, specie se di altra razza e colore, e di spropositi di
discriminazione in epoche che reclamano politiche di integrazione. Nel secondo,
annunci ufficiali di capi di governo per l’eliminazione fisica dell’intero
popolo e Stato d’Israele ci lasciano indifferenti. Non è questa la prova della
terribile attualità del monito di Wiesel, se e quanto la memoria serve a
capire? E’ augurabile che il mondo degli uomini illuminati dalla storia a
capire traverso i loro liberi Stati rispondano che non sarà più possibile
replicare la Shoah, questa volta nell’annientamento militare di Israele. Un
tempo si lasciò nell’indifferenza o nel silenzio la follia di Hitler. Che non
accada una seconda volta con qualche imitatore. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA IM 28
Anno giudiziario, protesta delle toghe. Sedie vuote davanti al ministro
La decisione Anm:
i magistrati lasceranno l'aula durante gli interventi dei rappresentanti del
ministero
ROMA - Sedie vuote
davanti al ministro Alfano o ai suoi rappresentanti durante gli interventi
previsti all'apertura dell'anno giudiziario di sabato. Per mostrare visivamente
il «disagio per le iniziative legislative in corso». È questa la forma di
protesta decisa dalla giunta dell'Associazione nazionale magistrati.
COSTITUZIONE E
DOSSIER - In occasione delle cerimonie in tutti i distretti di Corte d'appello,
i magistrati avranno una copia della Costituzione in mano per «simboleggiare il
forte attaccamento alla funzione giudiziaria e alla Carta costituzionale». E
usciranno dall'aula al momento dell'intervento del ministro o del
rappresentante del Ministero per «testimoniare il proprio disagio per le
iniziative legislative in corso, che rischiano di distruggere la giustizia in
Italia, e per la mancanza degli interventi necessari ad assicurare l'efficienza
del sistema». Rientreranno al termine dell'intervento. Quindi i presidenti
delle sezioni locali della Anm leggeranno un documento predisposto dalla Giunta
esecutiva centrale («Basta con leggi prive di razionalità e di coerenza,
pensate esclusivamente con riferimento a singole vicende giudiziarie e che hanno
finito per mettere in ginocchio la giustizia penale in questo Paese, basta
insulti e aggressioni») e alla fine mostreranno una copia del dossier «Le
verità dell'Europa sui magistrati italiani» che poi sarà consegnato al
presidente della Corte d'Appello. Copia del dossier saranno distribuite a tutti
i presenti. Alla fine della cerimonia ogni giunta locale organizzerà una
conferenza stampa nella quale, oltre a illustrare il documento della giunta e
il dossier, parlerà delle particolari situazioni del distretto.
LE REAZIONI -
All'annuncio di questa decisione dei giudici, sono arrivate le reazioni dei
politici. Per Sandro Bondi, coordinatore nazionale Pdl, si tratta di «una
profonda e oltraggiosa lesione dell'ordine democratico e costituzionale. A
questo punto è improcrastinabile una posizione chiara di tutte le Istituzioni a
salvaguardia delle legittime prerogative democratiche». Di «una protesta giusta
contro leggi vergogna - ha invece parlato il capogruppo Idv alla Camera Massimo
Donadi - Alfano ha dimostrato in mille occasioni di non essere il ministro
della Giustizia, ma il commissario anti-magistratura di Berlusconi». Redazione
Ondine CdS 27
Il futuro di una generazione. Salviamo i giovani per salvare il Paese
La situazione è,
senza ombra di dubbio, pesante. Nel nostro Paese i giovani sono pochi, lavorano
in pochi, sono poco pagati. Fra i 27 Paesi della Unione Europea l’Italia, ad
eccezione della Germania, ha la più bassa proporzione di giovani dai 15 ai 35
anni frutto di una denatalità anticipata e prolungata. Ci troviamo quindi di
fronte alla ulteriore riduzione di una risorsa già scarsa che peraltro non
abbiamo saputo valorizzare, perché se è vero che il tasso di occupazione dei
giovani adulti è aumentato negli ultimi 15 anni, prima della grande crisi
economica e occupazionale, è anche vero che l’occupazione è stata soprattutto
atipica e precaria. In queste condizioni la permanenza in famiglia dei giovani
è diventata “patologica” per effetto di una lentissima transizione allo stato
adulto. La famiglia rappresenta l’unico vero e duraturo ammortizzatore sociale
per i giovani, dal momento che i vincoli costituiti da un lavoro precario e
poco pagato sono molto forti oggettivamente e anche soggettivamente. Un giovane
non se la sente di abbandonare la casa dei genitori che offre confort,
assistenza e riparo dalle varie intemperie della vita.
L’iniziativa dei
giovani va incoraggiata verso forme di lavoro per le quali vi è anche in
prospettiva occupazione, in primo luogo per quanto riguarda l’assistenza alla
persona, specie se anziana, alla famiglia e in generale nel settore dei
servizi, per i quali non sempre si è disponibili a lavorare individualmente. Si
può pensare però a forme cooperative che suddividendo il lavoro fra più persone
e su più turni possono renderlo più accettabile. Anche nel settore
dell’agricoltura, la forma cooperativa può essere un incentivo ad accettare un
lavoro in un settore che peraltro si gioverebbe in molti casi di proposte
innovative che dai giovani potrebbero venire più facilmente. Ma lavorare si può
anche nel settore dell’artigianato, certamente ricco di opportunità, che
nondimeno non mancano nemmeno nel settore industriale. Insomma prendere il
lavoro che c’è, magari rendendolo più accettabile proponendo nuove modalità
organizzative.
Particolarmente
complessa è infatti la condizione lavorativa dei giovani laureati rispetto ai
coetanei con un titolo di studio inferiore: tassi di occupazione più bassi;
tassi di disoccupazione più elevati; tassi di occupazione atipica e precaria
decisamente più elevati. Caso unico nei Paesi sviluppati e in Europa.
Principale spiegazione la carenza di domanda di lavoro qualificato: secondo la
Unione delle Camere di Commercio, nel 2009 solo il 10% delle imprese prevedeva
di assumere laureati, che rappresenterebbero il 12% delle nuove assunzioni. Al
contrario, sono rimasti elevati i livelli della domanda di lavoro poco
qualificato, largamente soddisfatta dagli intensi flussi di immigrazione
dall’estero negli ultimi anni.
Come mostrato da
varie indagini, tra i giovani il reddito netto dei lavoratori non stabili è
decisamente inferiore rispetto agli altri; da un lato quindi la tipologia
contrattuale prevalente spinge verso un salario “ridotto” e dall’altro la
flessibilità in Italia è spesso associata alla precarietà (discontinuità
dell’occupazione; retribuzioni insufficienti a coprire periodi di non lavoro;
non piena accessibilità a tutele sociali adeguate). Indagini hanno mostrato che
nel 2002 i salari d’ingresso dei giovani erano inferiori a quelli di dieci anni
prima e pari a quelli di venti anni prima; questa riduzione dei salari
d’ingresso non è stata nemmeno controbilanciata da una crescita delle
retribuzioni più rapida. E da allora la situazione è peggiorata.
Gli oggettivi
bassi salari dei giovani lavoratori vengono da essi stessi ritenuti inferiori
rispetto alla propria formazione e ancora più bassi rispetto alla necessità di
vivere autonomamente. La differenza media annuale dei redditi netti dei giovani
che vivono nella famiglia di origine e di quelli che sono usciti è di circa 4
mila euro. Da qui anche la necessità di disporre di alloggi a costo assai
contenuto che possano garantire la mobilità territoriale dei giovani, che
peraltro si dichiarano in larga misura disponibili ad accettare un lavoro,
ovunque si trovi.
Nei giorni scorsi
è arrivata la proposta del ministro Renato Brunetta, del Partito della libertà,
di dare 500 euro ai figli prendendo i soldi dalle pensioni di anzianità o dalle
pensioni di invalidità riducendone l’accesso e il godimento; già diversi anni
fa un professore di economia, attuale senatore del Partito democratico molto
attento alle questioni sociali, Nicola Rossi, aveva pubblicato un libro che
proponeva di dare meno ai padri e di più ai figli. Il problema quindi è sentito
tanto a destra quanto a sinistra, né potrebbe essere diversamente. Non si
possono buttare via intere generazioni di giovani. Non si possono perdere la
loro vivacità, la loro preparazione, il loro impegno, il loro stimolo
sull’economia e sull’intera società italiana. Salvando loro, com’è necessario,
salviamo il Paese. ANTONIO GOLINI IM 27
Bersani: «Non mollo, è questa la strada per costruire l'alternativa»
Quando la polvere
verrà giù, si capirà che alle regionali possiamo giocarcela. E che abbiamo
evitato il rischio mortale di trovarci a metà legislatura con un partito chiuso
in una riserva indiana». Le primarie pugliesi vinte da Nichi Vendola, le
dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono. E poi le accuse di
«politicismo» e insieme le difficoltà ad allargare i confini dell’alleanza, le
candidature ancora da scegliere e il ricorso alle primarie, i troppi
«personalismi» dentro al partito e un «senso di appartenenza» su cui bisogna
lavorare. Pier Luigi Bersani non sottovaluta la difficoltà della situazione, ma
a chi guarda al Pd vuole dare un messaggio rassicurante.
Reichlin
sull’Unità ha scritto che le centinaia di migliaia di persone che fanno la fila
per partecipare alle vicende del vostro partito danno “una forte spinta”. E
però la vicenda pugliese ha segnalato quantomeno un’incomprensione, non crede?
«L’incomprensione
riguarda il modo in cui noi possiamo interpretare la spinta per portare
l’alternativa. Si è creata una sorta di dissociazione fra le radici da cui
dobbiamo trarre energia e il grande orizzonte. Perché certamente questo
passaggio è stato letto, per difficoltà anche nostre, come politicismo».
Lei lo ha detto
più volte che la priorità sono le alleanze.
«E continuo a
dirlo, non mollo su questo. Ora dobbiamo riuscire a far capire che quando si
parla di alleanze lo si fa a partire dai sommovimenti profondi che ci sono
nella società. Quando parliamo di alleanze parliamo di noi, delle nostre idee,
dei nostri valori, parliamo di lavoro, uguaglianza, diritti, di una democrazia
che non può diventare un plebiscito. Berlusconi ha ancora consenso ma non offre
più un orizzonte. E noi non stiamo lavorando su un accrocchio politicista.
Stiamo cercando le vie politiche per unire tutte le forze che possono costruire
un’alternativa».
Per le regionali
non ci siete riusciti.
«Le regionali sono
una tappa. Dimostreremo che non siamo nella riserva indiana in cui il
centrodestra ha pensato che fossimo dopo le europee e anche che è possibile
portare l’avvicinamento delle forze di opposizione a una dimensione di governo
in molte regioni».
l Pd ha però anche
dimostrato difficoltà nella scelta delle candidature.
«Di problemi ne ho
parlato anche durante il congresso e non è che si risolvano in quattro
settimane. Riguardano il rapporto fra competizione e coesione. Ci sono elementi
di anarchismo e di personalismo che richiedono di mettere mano a un tema che
non si può rinviare, e cioè che noi giustamente ci siamo attrezzati su
meccanismi che codificano elementi competitivi, selettivi, di partecipazione,
ma non ci siamo occupati abbastanza di elementi coesivi, che non possono essere
lasciati solo ai comportamenti, ma che devono far parte di regole su cui
dobbiamo discutere. Ma detto questo, guardiamo ai fatti. In 10 delle 13 regioni
che votano abbiamo già scelto le candidature. In sette sono del Pd, gli altri
candidati sono personalità di primo piano come Vendola, Bonino e Bortolussi.
L’Udc, che cinque anni fa era ovunque col centrodestra, stavolta tranne Lazio,
e poi vedremo cosa succede in Campania e Calabria, o è con noi o va da solo».
Parlava della
partecipazione e degli elementi competitivi: dopo le primarie pugliesi lo
strumento è a rischio?
«Si tratta di un
tema che anche statutariamente dovremo chiarire meglio. Noi le abbiamo
inventate e non le molleremo mai. Tuttavia ci sono primarie e primarie. È il
collettivo degli organismi dirigenti che deve prendersi la responsabilità di
modelli partecipativi. Perché le primarie sono meccanismi che possono suscitare
la primavera oppure testimoniare che ci indeboliamo per le secondarie. E questo
in un partito deve essere valutato da collettivi, da organismi dirigenti,
altrimenti non c’è ragione che ci sia un partito. L’obiettivo è battere la
destra e portare avanti i nostri valori. Valori di uguaglianza, lavoro,
solidarietà. E quindi la politica deve avere la sua barra. Un partito non è un
notaio».
La vicenda
pugliese ha mostrato che le soluzioni degli organismi dirigenti e esiti delle
primarie non sempre coincidono, non crede?
«Non è un tema da
drammatizzare, ma dobbiamo riconoscere che le primarie sono uno strumento che
va affidato a degli organismi che a loro volta sono stati eletti con meccanismi
che quasi sempre prevedono le primarie. Ci sono casi in cui le primarie
suscitano la primavera, in cui consentono di sollecitare un’opinione. Ma ci
possono essere dei casi in cui le primarie vengono lette dai cittadini come un
problema interno, come incapacità di decidere. Facciamo attenzione, non
chiamiamo con lo stesso nome tutte le cose».
Ci sarà chi
commenterà negativamente anche questo, lo sa?
«Guardi, vedo
anche gente che si dice amica nostra, anche molti commentatori, che ci
sollecitano a lavorare in partecipazione, en plein air, e contemporaneamente
leggere questo in termini di caos e divisione. O l’una o l’altra cosa, perché
altrimenti c’è un elemento di slealtà verso il nostro progetto. Quando la
polvere sarà venuta giù, noi saremo una squadra. Anche se dubito che saranno in
molti alla fine a dirlo».
Prodi ha detto a
Repubblica di non sapere cosa rispondere quando la gente gli chiede: ma chi
comanda nel Pd?
«A Prodi voglio
bene, ho per lui affetto e rispetto inattaccabili, anche quando gli si
attribuiscono cose che non condivido. C’è un filo logico, che anche dentro un
partito che ha i problemi che ha noi dobbiamo tirare sia nei giorni brutti che
nei giorni belli. A me non sarebbe difficile rispondere al richiamo della
foresta, battere sull’identità, sul noi, sull’avanti così. Sono capace anch’io.
Ma se non abbiamo il coraggio di andare in luoghi anche complicati, Berlusconi
non lo mandiamo a casa».
Nessuna
autocritica anche sul caso Puglia?
«Su un punto, e
cioè se noi dovessimo giocarci o no questa rischiosa coerenza. Si può
concludere che abbiamo sbagliato a correre quel rischio. Ma l’idea di fondo non
si può abbandonare. Noi non siamo mai stati contro Vendola. Abbiamo registrato
che non eravamo in condizione di fare una coalizione vincente. E quindi abbiamo
cercato strade che non escludessero Vendola, ma che trovassero un diverso
assetto. La rischiosa scommessa è stata quella di proporre comunque un
progetto, sapendo naturalmente che andavamo incontro a una sfida difficile. Una
decisione che ha comunque condizionato scelte nell’altro campo, a cominciare da
quelle dell’Udc. Ora se vogliamo, e dobbiamo, lavorare per vincere in Puglia,
bisogna mettere da parte qualche argomento di troppo ascoltato, come la
descrizione del Pd come partito che lavora sul politicismo, la nomenclatura».
Sempre convinto
che si possa discutere con Berlusconi di riforme? Non tutti nel suo partito lo
sono.
«Guardi, il nostro
paradosso è che Berlusconi conosce noi meglio di quanto noi conosciamo noi
stessi. Sa benissimo che abbiamo dei paletti. Che se oltrepassati porterebbero
al referendum. Lo sa e non apre il tavolo. Ma noi che siamo un partito
riformista dobbiamo chiedere il rafforzamento del sistema parlamentare, perché
ogni giorno che passa loro avvelenano i pozzi del sistema. Questa cosa del
sospetto, che gira dalle nostre latitudini, ci fa male. Noi dobbiamo essere più
sicuri di noi. Io sono disposto ad andare a uno show down popolare su questo
tema. Mi spaventa molto meno che lasciar correre tutti i giorni una deriva, una
deformazione di questa nostra Costituzione. i continui dubbi ci indeboliscono.
Se continuiamo a pensare che qualcuno di noi vuole vendersi a Berlusconi non
andiamo da nessuna parte».
Galli Della Loggia
scrive sul Corriere, dopo il caso Delbono, che la sinistra non può più
pretendere di incarnare una superiorità morale nei confronti della destra. Cosa
risponde?
«Che ogni analisi
deve partire da una considerazione onesta che riassumerei così: paese che vai,
usanze che trovi. Da noi funziona che anche un amministratore che proclama a
voce dispiegata la sua innocenza dice prima di tutto la città. C’è un civismo e
un’opinione pubblica che non tollera ombre. Allo stesso modo si potrebbe dire
prima di tutto il paese, l’Italia. Un’analisi onesta non può non partire da
questa colossale differenza di comportamenti. Il resto lo vede la magistratura,
che dirà se i comportamenti sono stati leciti o illeciti. Aggiungo che mi
aspetto tutti gli attacchi strumentali della destra, ma anche che ci sarà una
netta smentita, perché certamente l’emozione è forte, certamente conoscendo
quei luoghi la sensibilità su questi fatti è acutissima, ma la cosa più
importante è cosa fai, come ti comporti, come reagisci, è come fai vedere che
noi non siamo loro. E fin qui ci siamo riusciti, a cominciare da Delbono».
Come pensa si
possa alimentare l’orgoglio di appartenenza al Pd, in un popolo anche frastornato
da tutte queste vicende?
«Dimostrando che
noi abbiamo un’altra agenda rispetto alla destra, che siamo il partito del
lavoro, dei redditi medio bassi, dell’ambiente, che interpreta meglio in chiave
popolare quello che la gente vive. E poi identificando il Pd come il soggetto
che, non da solo, può veramente e non a chiacchiere mandare a casa Berlusconi».
Simone Collini L’U 27
Anche Confindustria contro il pizzo. Marcegaglia: «Chi non denuncia è
fuori»
Sul tetto agli
stipendi dei manager: «Una fesseria totale da correggere immediatamente»
MILANO - Il
presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, apprezza la volontà del governo
di fare una «battaglia forte» contro la mafia, ma annuncia che oggi anche
Confindustria ha adottato una delibera che obbliga gli imprenditori vessati a
sporgere denuncia, pena la sospensione o espulsione dall'associazione. «Oggi
abbiamo fatto una delibera in cui tutte le associazioni territoriali del
Mezzogiorno hanno preso una decisione molto importante: l'obbligo di denuncia
degli imprenditori che vengono vessati dalla mafia e l'obbligo di sospensione o
espulsione, dalla Confindustria», di aziende che non denunciano. Si tratta, ha
aggiunto Marcegaglia, di «una decisione che rafforza il nostro impegno in prima
linea contro la criminalità». Anche sulle decisioni prese dal Consiglio dei
Ministri «non possiamo che apprezzare la volontà di fare una battaglia forte da
questo punto di vista».
LAVORO NERO -
Sulla battaglia al lavoro nero e alla illegalità è intervenuto, al termine
della giunta che si è riunita oggi in Confindustria, anche il direttore
generale dell'organizzazione, Giampaolo Galli: «Tutto ciò che va nella
direzione di contrastare il lavoro nero, il sommerso e l'evasione fiscale trova
in Confindustria un attore che condivide l'azione del governo». Anche Galli ha
sottolineato l'importanza di risolvere «un problema di convivenza civile perchè
le imprese in nero fanno concorrenza sleale a quelle in regola. Queste imprese
- ha aggiunto Galli - distorcono in maniera inaccettabile i meccanismi di
mercato».
TETTO STIPENDI -
Sull'emendamento della giunta votato al Senato che fissa un tetto agli stipendi
dei manager, la Marcegaglia commenta duramente: «Una fesseria totale che va
eliminata al più presto». «Non ha nessun senso, anche perché sono manager di
aziende private», ha detto il presidente di Confindustria, secondo la quale «la
trasparenza va bene, ma le aziende quotate hanno già quest'obbligo: quindi si
ridice una cosa che già esiste. È una fesseria - ha ripetuto -. Mi auguro che
sia stata una svista e l'importante è che venga immediatamente corretta».
SI' ALLA
PUBBLICAZIONE - Al contrario mercoledì il presidente di Confindustria aveva
commentato favorevolmente l'emendamento del governo al Ddl comunitario che
prevede l'obbligo di pubblicazione dei compensi erogati agli amministratori e
ai manager di Società quotate in Borsa: «Ben venga una maggiore trasparenza,
non fa che bene. In tante aziende giá c'è. Non si svela nessun segreto. Non
abbiamo nulla in contrario». CdS 28
Era inevitabile
che la bufera di polemiche che si è rovesciata sul Pd all’indomani delle
vicende pugliesi e delle dimissioni di sindaco di Bologna mettesse in secondo
piano alcuni temi della campagna elettorale che riguardano il centro-destra.
Tuttavia, poiché si tratta di questioni affatto di poco conto, è altrettanto
inevitabile che comincino a manifestarsi. La più importante di tutte concerne
la vera posta in gioco per Silvio Berlusconi: dimostrare cioè che il Pdl non è
una forza politica a trazione nordista ma un vero e proprio ”partito
nazionale”. Questo spiega perchè è così importante per il Pdl far cambiare
segno politico a Lazio, Campania, Calabria e Puglia. In effetti, a parte
quest’ultima, è vero che il centro-destra nelle altre regioni ha buone
possibilità di prevalere. Il punto è: cosa succederà dopo? Udc e Api di
Rutelli, in particolare, scommettono su una divaricazione insanabile: col
successo della Lega al Nord e il possibile sorpasso sul Pdl, la presa del
Carroccio sul centro-destra si accrescerebbe portando a lacerazioni profonde
dentro la maggioranza e col resto del Paese. E’ uno scenario non privo di un
nucleo di verità, visto che la competizione tra il partito di Bossi e il Pdl -
a cominciare dal Veneto con la ”rinuncia” a Galan - sta provocando contrasti
aspri. Per le stesse ragioni, c’è chi sostiene che il premier sotto sotto non
tifi per il successo del leghista Cota in Piemonte, proprio per non accrescere
a dismisura il peso politico di Bossi.
E’ così, è un
calcolo giusto? Dipende. La rivalità per la supremazia al Nord è vera, anche se
la gara era e resta incerta. Più complessa la questione centro-sud. Intanto
perchè a vincere sarebbero comunque governatori ”centristi” in grado di fare da
contrappeso all’eventuale Opa leghista sul governo, elemento di cui il
Cavaliere non potrebbe non temer conto. E soprattutto perchè se davvero il
volto dell’Italia ad urne chiuse fosse quello di un Paese anche a livello
amministrativo in mano o quasi al centro-destra, l’immagine vincente di
Berlusconi si staglierebbe su tutto. Sorta di golden share, il cospicuo bottino
elettorale consegnerebbe al premier ampi margini per mediare e depotenziare
eventuali tensioni. Piuttosto va considerato un altro elemento di criticità, e
cioè che ogni sistema democratico rischia l’impasse con uno schema in cui un
solo schieramento è per così dire ”abilitato” alla funzione di governo mentre
l’altro è inesorabilmente costretto nel recinto dell’opposizione. E’ uno schema
da Prima repubblica, privo della componente ideologica ma capace di produrre
gli stessi guasti. Carlo Fusi Im 27
Puglia, salta il tentativo di accordo Udc-Pdl. Berlusconi: "Vinceremo
con Palese"
La Poli Bortone
candidata da Casini dice no al premier che chiede un passo indietro
"Rispetto il
suo pensiero e lo stimo, ma sono al servizio dei pugliesi" - Il
premier: "Non mi faccio incantare da nessuno"
ROMA - Già finito
il tentativo di pacificazione fra Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini in
Puglia. Il tentativo di trovare "un terzo" nome da schierare contro
Vendola superando quindi quelli dei due candidati in pista (Adriana Poli
Bortone per l'Udc e Rocco Palese per il Pdl) è durato solo una notte. La Poli
Bortone di prima mattina annuncia che al passo indietro chiesto da Berlusconi
in Puglia non ci pensa nemmeno. "Rispetto il pensiero del premier - dice
la candidata Udc alla Regione - , ma sono al servizio dei pugliesi per
interpretare un bisogno di cambiamento ed una voglia inarrestabile di sviluppo,
che vede al centro i valori della socialità propri del Meridione, della
famiglia, dell'economia sociale di mercato per le piccole e medie
imprese, del moderatismo come metodo di lavoro".
Insomma, si va
avanti. "Sono a capo di un movimento Io Sud - spiega la senatrice - che
crede nei valori del Mezzogiorno. Immaginavo che anche il Pdl volesse fare un
accordo con l'Udc e con noi. E su Berlusconi aggiunge: "Ci sta mettendo
tutta la buona volontà. La formula del terzo nome, che non credo sia sua ma che
qualcuno gli ha suggerito come formula di mediazione, non credo sia quella
giusta". Poi conclude polemicamente: "Credo di essere un candidato
abbastanza forte per battere il governatore. Se ci sono altre ipotesi più forti
va benissimo. A meno che non sia il ministro Fitto che voglia
candidarsi...".
A fianco della sua
candidata si schiera subito Casini che dice: "La Poli Bortone è in campo e
noi con lei". "Noi vogliamo costruire una convergenza per
l'alternativa a Vendola - spiega il leader dell'Udc - la Poli Bortone non è il
candidato dell'Udc, nè del Pdl e credo che sul suo nome ci possa essere una
intesa ampia. Per questo, dico che auspichiamo una intesa ampia su di lei. La
Poli Bortone è la candidata più forte, è in campo, con la sua forza politica e
la sua autonomia per realizzare una convergenza tra noi a il Pdl".
Ma la prova di
forza non è piaciuta al Cavaliere che subodora una trappola e ribatte a brutto
muso. "Non mi faccio incantare da nessuno". Berlusconi quindi tira le
somme: "In Puglia abbiamo già un candidato, andiamo avanti e vinceremo con
Palese".
LR 28
Regionali/Puglia. Un eccesso di sicurezza
La Puglia, terra
di falliti laboratori di alleanze e di sorprese politiche che rilanciano un
inedito plebiscitarismo di sinistra, potrebbe rappresentare anche il boccone
più amaro per il Pdl. L'ennesima prova che chi in conclave entra papa può
uscirne cardinale. Che la troppa sicurezza e la sottovalutazione
dell'avversario possono dare alla testa e suggerire le mosse più sbagliate.
La spaccatura del
centrodestra in Puglia può diventare il regalo più grande per Nichi Vendola,
ancora inebriato dall'apoteosi delle primarie. Candidare un fedelissimo, Rocco
Palese, alla presidenza della Regione risulta come una smagliante
gratificazione per il maggiorente Raffaele Fitto che lo ha intronizzato con
atto d'imperio, ma chiude la porta a una fetta importante dell'area moderata
della Puglia. Fa prevalere una ferrea logica di partito su quella, più aperta,
di coalizione. Premia la carriera dei funzionari, a scapito della loro
rappresentatività. Cullandosi sulle disavventure degli avversari, compiacendosi
delle sue convulsioni e dello spirito caotico con cui il centrosinistra è
andato alla conta sconfessando il proprio gruppo dirigente, il centrodestra si
è rilassato, scartando candidati che si sottraessero a una logica di apparato,
mortificando Adriana Poli Bortone, lasciando a secco il magistrato Dambruoso,
alzando un ponte levatoio per umiliare l'Udc. Troppa sicumera. Troppa
disinvoltura.
Ma da qui al
giorno delle elezioni, tra due mesi, possono succedere tante cose: due mesi fa
Vendola, per dire, sembrava già aver imboccato precocemente il viale del
tramonto politico. Se la Puglia doveva essere uno dei simboli del trionfo
berlusconiano, con la scelta compiuta è meglio aspettare prima di esibire
anzitempo il vessillo della vittoria.
La vicenda
pugliese, del resto, riflette ed amplifica una sindrome della vittoria sicura
che ha sinora condizionato oltremodo la linea del centrodestra nazionale.
L'entità delle concessioni all'alleato leghista è tale da rischiare il
fallimento della riconquista in Piemonte, sacrificata sull’altare di un
candidato della Lega, Roberto Cota, persona moderata ma non tanto da impedire
il rigetto di un elettorato moderato piemontese refrattario al lessico del
Carroccio. In Campania il Pdl sente come un obiettivo già raggiunto lo
sfaldamento del potere del centrosinistra: una prospettiva plausibile, ma non
una certezza acquisita. Nel Lazio la figura di Emma Bonino può calamitare
consensi anche nel centrodestra, che pure con Renata Polverini ha trovato una
candidata di forte personalità.
Lo sbandamento del
Pd, la sua interminabile afasia, inducono il partito di Berlusconi a
considerare la partita già largamente vinta, come la scelta pugliese sta ad
indicare in modo inequivocabile. Ma è sbagliato, e fonte di sicure delusioni,
vivere questa stagione come un’ininterrotta sequenza di vittorie. I due mesi di
campagna elettorale non saranno inutili. E nel modo con cui la coalizione del
centrodestra saprà condurla si misurerà la maturità di un partito che tende ad
adagiarsi troppo spesso sulle macroscopiche debolezze dell'avversario.
L'andirivieni sulle proposte di riduzione fiscale, per esempio, potrebbe anche
stordire un elettorato che, dopo due anni di governo, pretende a ragione
risultati e prospettive certe. La scelta pugliese non sembra dettata da questa
consapevolezza e da questa urgenza.
Pierluigi Battista
CdS 27
Bologna, Delbono si è dimesso. Verso il voto a marzo
"Alla luce di
quanto previsto dall'articolo 53 del testo unico degli enti locali, rassegno le
mie dimissioni dalla carica di sindaco di bologna". Poche parole secche,
seguite da rapide strette di mani agli assessori, e dopo soli sette mesi Flavio
Delbono chiude ufficialmente la più breve 'legislatura' nella storia di
Bologna. Ieri pomeriggio, poco dopo le 16, e immediatamente dopo il via libera
del Consiglio comunale al bilancio 2010, il sindaco di Bologna ha compiuto
l'ultimo atto del suo mandato, certamente il più sofferto. Stamane il suo vice
Claudio Merighi aveva comunicato la tempistica al prefetto, anche per
sollecitare al governo un decreto ad hoc da parte del ministro Maroni per
tornare alle urne il 28 e 29 marzo, insieme alle regionali. Il decreto,
spiegano fonti del Viminale, dovrebbe arrivare nel prossimo Consiglio dei
ministri, entro i primi giorni di febbraio.
La situazione si è
sbloccata anche grazie all'intervento del leader Pd Bersani, che stamattina ha
dato il via libera al voto in marzo: "Ho sempre detto che sono per andare
al voto nel più breve tempo possibile, con la sola compatibilità
dell'approvazione del bilancio, necessario alla città, e nel rispetto delle
norme generali sulle autonomie locali. Se tutto questo è compatibile con il
voto il 28 di marzo, da parte del Pd non c'è nessun problema". Così anche
il segretario regionale Stefano Bonaccini : "Il Pd, come dichiarato nei
giorni scorsi, ha tutta l'intenzione di votare il prima possibile, anche il 28
marzo. Questo per non lasciare la città commissariata per troppo tempo".
"Ora però il governo si attivi per consentire di andare alle urne",
chiude Bonaccini.
L'accelerazione
verso le urne, spiegano fonti del Pd, non esclude le primarie per la scelta del
candidato. A conti fatti sarebbe possibile votare domenica 14 febbraio, in
tempo utile per la consegna delle liste e l'avvio della campagna elettorale. Lo
dice in modo esplicito il segretario del Pd di Bologna Andrea De Maria:
"Le primarie saranno il metodo da cui partirà il confronto con le altre
forze del centrosinistra per decidere insieme cosa fare". Anche in caso di
voto a marzo? "Penso ci sia il tempo", ha spiegato. Il 2
febbraio Bersani sarà a Bologna per partecipare alla direzione del partito:
"Lì - ha proseguito De Maria - decideremo come affrontare le prossime
scadenze, che venga Bersani è un segno di intelligenza". La scelta del
candidato e della coalizione avverranno "in strettissimo coordinamento con
il partito nazionale e regionale: del resto a Bologna si è sempre fatto
così". La priorità, ha comunque chiarito De Maria, "è portare a casa
intanto il voto a fine marzo". L’U 28
Seduta del Consiglio della Liguria con l’ambasciatore tedesco Steiner e
Luzzatto
GENOVA - Seduta
solenne del Consiglio regionale della Liguria in occasione della Giornata della
Memoria. Oratori ufficiali, il presidente del Consiglio regionale Giacomo
Ronzitti, l'ambasciatore di Germania Michael Steiner e il presidente emerito
delle Comunità ebraiche italiane Amos Luzzatto.
“Ogni celebrazione abbia senso se sollecita
in noi riflessioni sul passato, ci interroga sul presente, ci pone domande sul
futuro” ha ammonito, aprendo la seduta, Ronzitti. “Il ‘mito’ o la ‘bandiera’
evocano - ha detto - un potere mobilitante creativo o distruttivo enorme.
Questa, assieme al potere coercitivo, credo sia stata una leva potente di tutti
i regimi totalitari del novecento. Come può esserlo oggi per fomentare
aggressivi integralismi, irrazionali fobie, criminalizzazione dei ‘diversi’, a
volte in nome di una fede o di una ideologia, altre volte in nome del pur
giusto principio di legalità e del legittimo diritto alla sicurezza” . Ronzitti
ha quindi ricordato le vittime e i sopravvissuti delle deportazioni nei lager
nazisti, “testimoni e eredi della Shoah, che deve essere per noi tutti
ammonimento costante affinché mai più nessun essere umano abbia a patire le
umiliazioni, le sofferenze e le crudeltà di cui essi custodiscono nell'animo,
indelebile, il ricordo” . Ronzitti ha messo in guardia contro “il riemergere di
vergognose tesi negazioniste o l'ambiguità di letture storiche in cui la
‘verità’ sbiadisce, rendendo così meno salda la responsabilità dell'oggi nell'
affermare una intransigente e piena tutela dei diritti umani che hanno le loro
radici in quella catastrofe” .
“Attenzione alle semplificazioni. Alla
semplificazione fin troppo scontata in questo Giorno della Memoria: che basta
ricordare e già va tutto meglio” ha avvertito l'ambasciatore tedesco Steiner.
“Il ricordo deve essere più profondo” ha detto Steiner spiegando che “la
generazione dei tedeschi alla quale appartengo ha lottato tanto con se stessa
per accettare la responsabilità storica e trasformarla in un mandato per un
avvenire migliore, più pacifico e più umano”. “Nella lingua tedesca - ha
proseguito l’ambasciatore - è nato il termine ‘Erinnerungskultur’, la cultura
della memoria”. Si intende una “memoria collettiva che si posiziona moralmente,
che riconosce le sofferenze delle vittime, che è di ammonimento per un futuro
migliore e che trasforma così il sentimento di vergogna collettiva in un
impulso positivo”. Più difficile ricordare per i sopravvissuti “una tragedia
nella tragedia”. Steiner ha rimarcato: “Solo il ricordo comune può smentire
versioni evidentemente false del ricordo. Questo vale in particolare per
l'Olocausto. La sua negazione è un atto distruttivo, un atto di violenza
psichica. E a ragione è considerato un reato dal Codice penale tedesco”.
Steiner ha concluso: “Il ricordo non deve essere solo come mera contemplazione
del passato. Bensì come premessa della capacità di costruire. Come mandato per
il futuro. Questo mi sembra il vero senso del Giorno della Memoria”.
“Quando tornammo a casa in una Europa
distrutta - ha ricordato Amos Luzzatto presidente emerito delle comunità
ebraiche - pensavamo che le cose non avrebbero potuto tornare più come prima.Ma
commettevamo due errori. Il primo errore consisteva nella certezza consolatoria
con la quale si affermava: ‘mai più!’ Si riteneva di aver toccato il fondo. E
qui purtroppo sbagliavamo. Il secondo errore consisteva nell'analisi che
riduceva tutti i motivi di persistente conflittualità a una contrapposizione
ideologica: da un lato le democrazie liberali, dall'altro lato, caduti i regimi
dittatoriali di Italia e Germania, i Paesi comunisti, un nemico da isolare
prima e da battere poi” . Luzzatto ha ricordato il dramma degli ebrei
superstiti e “quelli che dalla Liguria partivano, con navi di fortuna, per
tentare di raggiungere la Palestina a volte venivano respinti verso campi che
si trovavano a Cipro, ma anche rimandati nella stessa Germania dalla potenza
egemone, che, in quella zona, era la Gran Bretagna” . Secondo Luzzatto in
quegli anni sono state gettate le basi per il conflitto israelo-palestinese”.
Luzzatto ha ricordato il ruolo della Liguria nel dopoguerra: “La porta di Sion
com'era chiamata allora, perché di qui partiva, per crearsi lì un nuovo motivo
per credere nella vita” e ha lanciato una proposta: “Riparta da Genova
l'appello all'Europa di farsi sede e istituzione degli incontri costruttivi per
il comune avvenire pacifico degli israeliani e palestinesi. L'Europa unita e
democratica di oggi sia l'atteso catalizzatore, faccia di questo obiettivo uno
dei cardini principali della propria iniziativa politica”. Luzzatto ha messo in
guardia anche da “pregiudizi, difficoltà a sentire identico a noi lo straniero
che parla e veste diversamente”. “La malintesa compattezza di gruppo che imporrebbe
all'ospitato di spogliarsi immediatamente e completamente della propria
identità sono quelli che hanno costituito il terreno per lo sviluppo di tanti
fiori del male che hanno funestato il nostro passato”. E, per celebrare la
Giornata della memoria un invito a trovare nuove idee, come “un ‘tema
dell'anno’. Il primo potrebbe essere ‘Fuggire dalla paura’. Abbracciando così
iraniani e africani, i perseguitati razziali e i violentati dai poteri
politici”.
La cerimonia si è conclusa con il conferimento
del Sigillo d'argento all’ex senatore Raimondo Ricci, nato a Imperia nel 1921,
arrestato nel 1943 dai militari dell'Upi per attività partigiana e deportato
nei campi di Fossoli e Mauthausen. Ronzitti ha consegnato a Ricci la più alta
onorificenza concessa dal Consiglio regionale con queste motivazioni: “Per la
coerenza e coraggio nell'ora ardua delle scelte. La montagna imperiese prima,
il carcere e la deportazione nel lager di Mauthausen poi, ne segnarono il
cammino di uomo retto e libero. Protagonista della lotta di liberazione
nazionale ha fatto della testimonianza il fulcro del proprio impegno civile, in
difesa dei valori della Resistenza sanciti nella Costituzione della
Repubblica”.
“Sono profondamente commosso - ha detto Ricci
- Non so se ho meritato questo riconoscimento, ma desidero dedicarlo alla
memoria di tutti i compagni, di tutti i deportati nel campo di Mauthausen e
negli altri campi di sterminio durante la seconda guerra mondiale, e anche a
chi, prima, ha lasciato la vita in una stagione nuova dell'umanità quale è
stato lo sterminio del popolo ebraico, degli oppositori e di intere popolazioni
realizzato dai nazisti, con l'aiuto dei fascisti. Voglio dedicare questo
riconoscimento anche a tutti i morti che ho avuto accanto durante il mio trasporto
a Mauthausen ai primi di giugno del '44. Quelli che sono tornati erano l'8%,
dopo Mauthausen e il destino ha voluto fossi tra i superstiti. Credo di aver
testimoniato per tutta la vita quella terribile esperienza, il tentativo che fu
fatto di distruggere la nostra essenza umana. Credo che il riconoscimento vada
a chi la vita l'ha lasciata. Da parte mia testimoniare – ha concluso Ricci - è
stato solo dovere”.
Nel corso della seduta sono stati premiati
gli studenti liguri che hanno vinto la terza edizione del concorso "27
gennaio: Giorno della Memoria", istituito dal Consiglio regionale. Il
concorso è indetto annualmente ed è aperto agli studenti delle scuole superiori
di tutta la Liguria, che possono scegliere il mezzo espressivo più vicino alla
loro sensibilità. (Inform 27)
Povertà, Bill Gates contro Berlusconi: «L'Italia è sulla lista nera della
vergogna»
Il padre della
Microsoft accusa il premier di aver tagliato gli aiuti allo sviluppo: «Siete
l'unico paese ad averlo fatto»
BERLINO - Bill
Gates, punta il dito contro l'Italia per il suo scarso interesse verso i paesi
poveri e accusa il presidente del consiglio Silvio Berlusconi perché trascura i
paesi più bisognosi. Per questi motivi, l'Italia è l'unica nella lista della
vergogna del padre di Microsoft. Gates, che aveva già lanciato le sue accuse
nella lettera annuale della Bill and Melinda Gates foundation pubblicata lunedì
scorso, oggi ha rincarato la dose in alcune interviste alla stampa tedesca:
«Nella comunità internazionale c'è solo un paese che ha ridotto gli aiuti allo
sviluppo e questo è l'Italia», ha detto al quotidiano Frankfurter Rundschau.
«Io la chiamo la
mia lista della vergogna, ma sono felice che in questa lista fino ad ora c'è
solo un Paese. Se ci fossero 10 paesi, sarebbe grave. Caro Silvio mi dispiace
che ti devo rendere la vita così difficile, ma tu trascuri i poveri di questo
mondo e non credo che gli elettori italiani siano d'accordo con i tuoi tagli».
In un'intervista alla Sueddeutsche Zeitung, Gates ha inoltre osservato: «I
ricchi spendono molto di più per i loro problemi personali, come la calvizie,
che per la lotta contro la malaria».
im 28
Ancora uno stupro a Padova. Riflessioni su un grave problema non razziale
I fatti risalgono
al dicembre scorso, ma sono stati tenuti segreti per consentire alle indagini
di fare il proprio corso. E nella notte di ieri, 25 gennaio, la conclusione (se
così può dirsi), con l’arresto del trentatreenne rumeno Fanica Tandara, che
appunto a dicembre avrebbe stuprato, in un casolare a pochi chilometri da
Padova, una ragazzina di appena 13 anni. Tandara, che si trova nel carcere
circondariale di Padova, a disposizione del pm Vartan Giacomelli, deve
rispondere anche del reato di sequestro di persona. Ma non lasciamoci ingannare
dalla nazionalità dello stupratore. I dati più recenti del Vicinale ci dicono,
infatti, che in sei casi su dieci gli autori delle violenze sessuali sono
italiani e, nel nostro Paese, si consuma una media (dal 2008) di 13 stupri al
giorno. Ma la cosa ancor più allarmante è che, secondo recenti dati Istat, solo
4 donne su 100 denunciano la violenza subita che, nel 69% dei casi, è ad opera
del partner o dell'ex. Quindi, lasciato da parte il "luogo comune"
che sono "gli altri" a commettere tali orrori, occorre guardare in
faccia la realtà: solo il 10% degli stupri è commesso da stranieri. E il fatto
che la maggiore incidenza di violenza sessuale sulle donne sia opera di mariti,
fidanzati o partner, non può non portare a galla una situazione culturale nella
quale la donna, lungi dall'essere sempre rispettata, diventa troppo spesso
“l'oggetto" sessuale per mariti e partner violenti, indipendentemente
dalla razza o dal colore. Il problema, quindi, non è razziale, ma di natura
culturale. Per risolverlo occorre creare attorno alla donna e fin dalla sua
giovinezza, una cultura del rispetto, che passa anche attraverso una
gestione più responsabile del proprio corpo e di quello del partner; con una
revisione di quello che ancora è chiamato “senso del pudore”; fino ad arrivare
alla tutela dell'integrità del partner, che rimane sempre "altro" da
noi: persona da custodire e non oggetto da usare a piacimento. In passato si
è parlato di una vera e propria "cultura dello stupro"
nella mentalita' occidentale, perché si possono trovare diversi pensatori
che hanno in qualche misura legittimato l'uso della forza nel corteggiamento.
Fra i Latini Ovidio, nel suo trattato Ars amatoria, che ebbe enorme successo
anche nei secoli successivi, afferma che la donna ama subire violenza: la frase
"Grata est vis ista puellis" è all'origine dell'espressione latina
Vis grata puellae, utilizzata ancora recentemente nella giurisprudenza sulla
violenza sessuale. Nel Medioevo, il genere letterario della
"pastorella", diffuso nella letteratura provenzale e in quella
italiana del "dolce stil novo", ritrae una pastora avvicinata da un
cavaliere che la corteggia. Nel componimento, la pastora puo' accettare o
rifiutare le offerte amorose del cavaliere; quest'ultimo può aver ragione
dell'ingenuità della ragazza con l'inganno, come una falsa proposta di
matrimonio, o con l'aggressione sessuale. Tuttavia, atteggiamenti ambigui si
registrano, e dal più remoto pasato, si registrano anche in culture orientali.
La prima menzione scritta dello stupro è nel Codice di Hammurabi, (2285-2242
a.C.), che al rigo 129, diceva che se la vittima dell'aggressione era una
donna sposata, vittima e aggressore dovevano essere puniti allo stesso modo
come adulteri, tramite annegamento e al rigo 130, sentenziava invece, che
se la vittima era una giovane non sposata, si prevedeva di giustiziare solo
l'aggressore. Anche in India, Mallanaga Vatsyayana scrivendo il Kama Sutra,
contempla fra le modalità di conquista di una donna (seppure fra le peggiori e
relegate in fondo alla lista) quella di drogarla o rapirla e quindi
violentarla. Secondo alcune femministe, quindi (mi riferisco in particolare a
Patricia Donat e John D'Emilio e, soprattutto, a Susan Brownmiller e al suo
libro del 1975 “Contro la nostra volontà; uomini, donne e stupro”), esiste
nell’universo maschile, una cultura transrazziale “solidale con lo stupro”,
contro cui, oggi, occorre elaborare strategie non volte a negarne la fondata
consistenza transculturale, ma non isolandolo dai sostegni sociali e da
altre forme di violenza, il che rende meno efficaci gli sforzi per combatterlo.
Alcuni scrittori come Jackson Katz e Don McPherson, hanno detto che tale
orrenda cultura (o attitudine) è intrinsecamente collegata al ruolo di
genere che limita l'auto-espressione degli uomini e causa loro danni
psicologici. La “cultura dello stupro” è stata collegata anche all'omofobia,
con Andrea Dworkin, che in un discorso del 1983 disse: “Se volete fare qualcosa
contro l'omofobia, dovete fare qualcosa contro il fatto che gli uomini stuprano
e che il sesso forzato non è incidentale alla sessualità maschile, ma è in
pratica paradigmatico.” Carlo Di Stanislao, de.it.press
Grillo-show, standing ovation a Londra
LONDRA - Folla di italiani per Beppe Grillo a Londra
che mercoledì sera all'O2 Shepherds Bush Empire ha dato inizio al tour europeo
del suo spettacolo "Incredible Italy".
Nello show il
comico racconta agli stranieri, come ai connazionali che vivono all'estero, le
anomalie "iperreali" dell'Italia. E poi lancia un avvertimento: se
non fate attenzione, questo Paese che per ora vi sta dando qualche opportunità
in più, potrebbe essere contagiato dai vizi nostrani. Il principe Carlo, per
esempio, nonostante per tradizione la Corona non debba interferire negli affari
pubblici, si è messo a scrivere al sindaco di Londra Boris Johnson dandogli
consigli di vario genere. Per il comico genovese la ragione è semplice: troppi
viaggi in Italia e ha preso esempio dal Pontefice.
La moglie del
premier irlandese a 62 anni si è invece fatta un amante ragazzino, e non ha
esitato a dargli anche dei soldi del marito, che così si è dovuto dimettere.
Insomma, bisogna fare attenzione: all'estero non esistono "anticorpi"
contro i vizi italiani e come è accaduto con il fascismo, con le banche ed il
debito (inventati dagli italiani, ricorda) e l'internazionalizzazione della mafia,
il pericolo che un giorno sia Gordon Brown ad andare a cena con un
pluripregiudicato è reale.
Dopo gli
avvertimenti (Achtung, England! urla il comico) lo spettacolo prosegue con
un'esposizione impietosa dei personaggi e delle «mostruosità» che fanno
dell'Italia un paese diverso. Grillo se la prende con le politiche di Tremonti
("Tremorti"), proietta il curriculum di Cesare Geronzi, di Colaninno,
Ligresti e Mercegaglia, tutti indagati o condannati ma ancora alla guida di
grandi aziende italiane.
Poi è la volta
degli inceneritori, del Lodo Alfano, dello scudo fiscale: decisioni e «leggi
promulgate da fuorilegge» che nonostante la proposta di legge scaturita dal
V-Day ancora siedono in Parlamento. Il comico racconta quindi a lungo
l'esperienza del suo blog, del movimento da esso scaturito, delle liste civiche
e delle potenzialità infinite che internet offre alla democrazia diretta, al
potere del cittadino.
Tra gli applausi
del pubblico, Grillo è un fiume in piena che si ferma soltanto per le
inflessibili leggi britanniche, che dettano tassativamente gli orari di
chiusura degli spettacoli. Al termine standing ovation e messaggio finale del
comico: «Forse questo Paese riusciremo pian piano a cambiarlo e a farvi venire
la voglia di tornarci». IM 28
Italia dei Valori Olanda aderisce allo sciopero generale indetto dalla CGIL
per il 12 marzo
Italia dei Valori
Olanda aderisce con convinzione allo sciopero generale indetto dalla CGIL per
il 12 marzo 2010 contro l’inadeguatezza della politica fiscale del governo.
Riteniamo
fondamentale schierarci in ogni occasione dalla parte dei cittadini e dei
lavoratori colpiti da una politica economica che toglie ai poveri per dare ai
ricchi.
In particolare
chiediamo di ridurre il prelievo fiscale sui lavoratori e i pensionati, di aumentare
il periodo in cui si riceve l'indennità di disoccupazione, di far crescere
l'importo (attualmente 7-800 euro) della cassa integrazione e una diversa
politica per l'accoglienza dei lavoratori immigrati dopo i gravissimi incidenti
di Rosarno.
Inoltre lamentiamo
i fortissimi tagli nel settore della scuola, della sanità, della sicurezza,
della tutela dei più deboli e dell’assenza di una qualsiasi politica volta a
ridurre il fenomeno del precariato che colpisce le fasce più deboli ed esposte
come le donne.
Lamentiamo
l’assenza di una politica di riconversione dell’industria nei settori veramente
importanti per la società, e soprattutto nel campo delle energie rinnovabili e
dell’agricoltura biologica, che potrebbero dare lavoro a centinaia di migliaia
di persone e allo stesso tempo contribuire al risparmio energetico e alla
riduzione dei gas serra.
Lamentiamo la
dissennata scelta per il nucleare a tutti i costi, azzerando il programma delle
rinnovabili, imbarcandosi in spese dell’ordine di 4-5 miliardi a centrale,
senza calcolare gli inimmaginabili costi di smatellamento e stoccaggio
temporaneo dei rifiuti nucleari.
Lamentiamo
l’attentato alla sicurezza dei cittadini che deriva dalle leggi ad personam, in
particolare dalla legge sul processo breve che, per salvare il premier,
cancellerà migliaia di processi negando giustizia alle migliaia di vittime di
Eternit e alle vittime del disastro ferroviario di Viareggio e dei crolli di
edifici pubblici in Abruzzo.
Per tutte queste
motivazioni, ci schieriamo al fianco della CGIL e dei lavoratori in una
protesta che ci auguriamo coinvolga tutta la società la civile italiana, che in
un momento di grave crisi finanziaria, ritrovi l’unità e l’entusiasmo per
battersi pacificamente per un’Italia più democratica, più civile, più onesta.
Silvia Terribili,
IdV Olanda (de.it.press)
I giovani del PD Svizzera. Si tenga la paghetta Ministro Brunetta
In un’Italia ormai
governata da populisti puri e da una classe politica a digiuno di analisi della
realtà e propensa a boutade preelettorali, in un Paese in cui il mercato del
lavoro, ormai controllato da poche famiglie, asfittico per via della crisi e
imbalsamato dall’assenza di selezione basata sul merito, l’uscita del Ministro
Brunetta sembra quasi normale: prendere 500 Euro dalle pensioni per trasferirli
ai giovani perché si rendano autonomi.
Sorvoliamo sui
commenti dei giornali svizzeri che parlano delle elargizioni dello Stato dei
Mammoni e sulla debolezza delle obiezioni che sono state fatte alla boutade
demagogica di Brunetta che si limitano a paventare un riacutizzarsi dei
conflitti generazionali.
A noi “giovani”
italiani andati all’estero dopo la laurea, senza necessariamente essere tutti
dei cervelli ma persone desiderose di conquistare in fretta la propria
autonomia, la proposta suona come una presa in giro.
Figlio di un
sistema politico abituato alle clientele e a conquistare il consenso spostando
risorse da una voce all’altra della spesa pubblica, non si avvede il Ministro
Brunetta che non di una “paghetta di Stato” (peraltro inutile vista la cifra)
hanno bisogno i giovani italiani, ne’ di messaggi diseducativi da parte di uno
Stato assistenzialista che praticamente li pensionerebbe ancora prima che si
inseriscano nel mondo del lavoro.
Liberalizzazione
delle professioni, prestiti d’onore e incentivi alle imprese start-up, concorsi
regolari per la pubblica amministrazione, non regolarizzazione di massa di
precari non selezionati, investimenti pubblici nella ricerca, lotta senza
quartiere all’illegalità e alla corruzione per l’attrazione di investimenti
esteri, una grande battaglia culturale per il merito a partire dal Parlamento e
dalle massime cariche pubbliche. Di questo abbiamo bisogno, non della Sua
paghetta Ministro Brunetta.
I giovani del PD
Svizzera (de.it.press)
Il ministro Ronchi: «Coniugare il rigore con l’integrazione»
ROMA «Non
occorrono leggi speciali per vietare il burqa, basta applicare le norme
sull’ordine pubblico e la riconoscibilità delle persone che già esistono, che
vanno fatte rispettare con il massimo scrupolo». Il ministro per le Politiche
europee, Andrea Ronchi, tuttavia, spiega che il vero tema «è coniugare rigore e
integrazione».
Basta vietare il
burqa per garantire la sicurezza, ministro Ronchi?
«Non serve una
proibizione per legge. Il problema è far rispettare le norme che già esistono e
che riguardano l’identificazione. Sul burqa io la penso come gli intellettuali
musulmani e i rappresentanti dell’Islam moderato, che sottolineano come il non
sia un simbolo religioso, ma un segno identitario voluto dagli integralisti.
Combatterlo vuol dire schierarsi dalla parte del rispetto dei diritti delle
persone e, in particolare, delle donne».
Non sarebbe il
caso che l’Europa assumesse una posizione comune?
«Ovviamente sì. Ma
l’intervento dell’Europa è necessario soprattutto per governare il fenomeno
immigrazione, che ricade tutto sulle spalle dei singoli Paesi, a partire
dall’Italia che è stata lasciata sola alle prese con gli sbarchi».
Il presidente
Sarkozy però ha anche detto che non permetterà che in Francia accada quello che
è successo da noi riguardo a chi chiede il diritto d’asilo.
«Ma si riferiva
alla politica demagogica dei precedenti governi. Noi abbiamo fatto molto per
contrastare l’immigrazione clandestina. Per esempio, grazie all’accordo con la
Libia, nel 2009 gli sbarchi da quel Paese sono calati del 74 per cento. E
abbiamo la coscienza a posto anche sulla concessione del diritto di asilo.
Abbiamo accettato il 50 per cento delle domande e stanziato 29 milioni e mezzo
di euro per un anno, a fronte dei 21 milioni in 6 ani, previsti dalla
Commissione europea».
E cosa dovrebbe
fare l’Europa?
«Adottare una
politica comune sull’immigrazione per tutto il Mediterraneo, perché la
questione riguarda tutti gli Stati. Del resto, anche la socialista Spagna ha
istituito la Bedecs, una brigata per l’espulsione dei criminali clandestini
recidivi e in un anno sono state allontanate dal Paese 7591 irregolari».
Un esempio da
seguire, secondo lei, ministro?
«Un’indicazione da
tenere a mente. Da parte nostra, abbiamo chiesto l’istituzione dell’agenzia
europea per il diritto di asilo, affinché valuti le posizioni di quanti sono
costretti ad abbandonare i propri paesi, se rischiano la libertà e la vita, per
motivi etnici, religiosi o politici, e decida la destinazione per i
richiedenti, che deve essere vincolante». CLAUDIA TERRACINA IM 27
Berlusconi: «Meno immigrati, meno crimini». PD: “Istiga al razzismo”
Meno immigrati,
meno crimini. L'equazione è opera del presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, che ha ricordato «gli accordi con la Libia», e ha sottolineato che
«diminuzione degli extracomunitari significa anche meno forze che vanno a
ingrossare le fila delle organizzazioni criminali».
L'Italia chiederà
all'Unione europea di «farsi carico» dei costi sostenuti dalla Libia e dagli
altri «Paesi rivieraschi» del nord Africa che si sono impegnati a svolgere
un'azione di «vigilanza» per contrastare i flussi di immigrazione clandestina
verso l'Europa. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
durante la conferenza stampa tenuta al termine del Consiglio dei ministri di
Reggio Calabria. «Svolgerò un'azione molto forte verso l'Ue, che deve caricarsi
il costo di questa vigilanza che la Libia e altri Paesi rivieraschi sopportano
per fare questo lavoro di vigilanza».
Berlusconi
sottolinea: «Si tratta di clandestini che vengono dal'interno dell'Africa e che
attraversano il loro territorio per raggiungere l'Europa. Loro li fermano,
rimpatriandoli. Questo ha un costo che non deve essere sopportato solo dai
Paesi rivieraschi, ma da tutta l'Unione europea. Io mi occuperò di questo
problema, mirando ad ottenere che l'Europa si carichi di questi costi».
Le reazioni - «Trovo
volgare l'equazione fatta da Berlusconi su immigrati e criminalità. Trovo
queste parole volgari e contraddette dai fatti» dice Livia Turco, senatrice e
responsabile immigrazione del Pd. «Tutti i dati - continua Turco - dimostrano
che senza immigrati si fermerebbero pezzi importanti della nostra economia, non
si può parlare di immigrati solo in termini di criminalità. oltretutto il
governo dovrebbe chiedersi come mai in questi dieci anni di applicazione della
legge Bossi-Fini, i clandestini e soprattutto gli irregolari sono aumentati»
conclude l'esponente Pd.
Risponde con
sarcasmo, invece, la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro. «Altro che
immigrati. Meno premier, meno crimini?».
«Berlusconi mente
due volte sull'immigrazione. Non è vero che gli immigrati sono diminuiti e non
è vero che sono diminuiti i clandestini. Il governo non fornisce cifre
attendibili e dimentica di dire che ha fatto ampio ricorso alle sanatorie». Lo
afferma il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi. «L'Italia - conclude il
capogruppo Idv - ha bisogno di leggi severe ma giuste, non di inutili slogan
razzisti che alimentano il clima di intolleranza. Non è con le passerelle ad
uso delle telecamere che si danno risposte concrete ai cittadini».
«Legare l'aumento
della criminalità a quello degli stranieri non comunitari nel nostro Paese è
superficiale, pericoloso e oltretutto infondato. Che sia poi il Presidente del
Consiglio a sostenerlo è di una gravità assoluta». È quanto dichiara in una
nota Andrea Sarubbi (Pd), commentando le parole di Berlusconi a margine del
Consiglio dei ministri odierno. L’U 28
Tra immigrati e italiani stesso tasso di criminalità
I dati ufficiali
dimostrano che l'80% delle denunce a carico di stranieri riguarda irregolari; ma
anche tra questi, in quattro casi su 5 il reato contestato è l'assenza del
permesso di soggiorno
ROMA - Sono i
numeri a dire che gli immigrati non delinquono più degli italiani. Secondo i
dati dell'Istat, il tasso di criminalità degli immigrati regolari, in Italia, è
"solo leggermente più alto" di quello degli italiani (tra l'1,23% e
l'1,4%, contro lo 0,75%) ed è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40
anni. Di fatto, i dati sono "equiparabili". E' vero invece la
stragrande maggioranza dei reati commessi da stranieri in Italia è opera di
immigrati irregolari.
Parlano ancora le
cifre ufficiali, secondo le quali il 70-80% degli stranieri denunciati sono
irregolari. Anche qui, però, i dati sono da leggere con attenzione perché, sul
totale delle denunce, l'87% riguarda proprio la mera condizione di
clandestinità: il reato commesso da 4 stranieri su 5 denunciati riguarda
insomma l'essere stati sorpresi in Italia senza permesso di soggiorno e dunque
la violazione delle leggi sull'immigrazione.
In generale,
dicono le statistiche, non esiste un legame fra l'aumento degli immigrati
regolari e l'aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, ad esempio,
mentre gli stranieri sono aumentati di oltre il 100%, le denunce nei loro
confronti sono cresciute del 45,9%.
Al di là delle
polemiche politiche, sono comunque nettamente superiori gli aspetti positivi
dell'immigrazione. In Italia gli immigrati regolari, secondo i più recenti
rapporti di Caritas Migrantes e Ismu, sono oltre quattro milioni e mezzo, il
7,2% della popolazione, una percentuale che supera per la prima volta la media
europea (6,2%). Dal 1998 al 2008, la crescita è stata del 246% e se il trend
resterà invariato, come prevede l'Istat, nel 2050 gli italiani di origine
straniera saranno oltre 12 milioni.
I lavoratori
stranieri sono circa due milioni e producono il 10% del Pil nazionale. I
vantaggi dello Stato sono visibili da altri numeri: gli immigrati versano ogni
all'Inps sette miliardi di euro e pagano al Fisco una cifra che supera i 3,2
miliardi di euro. Inoltre, ogni cento neonati in Italia, ormai più del 12% ha
un almeno un genitore straniero. LR 28
Sicilia Mondo. I fatti di Rosarno. Quale lezione dalla vicenda calabrese?
A Rosarno è tornata la calma. I
rosarnesi hanno sfilato in piazza per rigettare l’accusa di razzismo. Un
ritorno alla normalità da tutti auspicato che ci consente alcune riflessioni.
Per capire che cosa è avvenuto, occorre
riportare alla nostra memoria lo scenario di vita da inferno dantesco che ha
fatto esplodere la guerriglia tra i lavoratori immigrati e la popolazione
locale.
Uno scenario brulicante di migliaia di
persone che vivono ai margini della città, in un contesto al di sotto dei
livelli della dignità umana, sia come alloggio, sia come condizioni
igienico-sanitarie, con una retribuzione di assoluto sfruttamento, nelle mani
di caporali mafiosi, agenti e subagenti del lavoro sommerso, con 25 euro per
otto ore di lavoro meno 5 euro per il trasporto delle camionette. Come bestie.
Senza protezione sindacale, legislativa e amministrativa. Sia locale che
nazionale. Come schiavi. Senza diritti.
Isolati dalla società rosarnese,
impaurita dalla mancanza di relazioni e dalla criminalizzazione mediatica
amplificata.
Il tutto sotto gli occhi di tutti. Sindacati
ed Istituzioni. Non una parola.
A fare esplodere questo bubbone sociale,
è bastata la bravata di due balordi che hanno sparato con un fucile ad aria
compressa a due immigrati. Una scintilla che diventa esplosione senza margini.
La reazione dei rosarnesi è stata
immediata perché si sono sentiti minacciati a casa propria. E’ subentrata la
paura alimentata dalla malavita locale, sempre pronta in occasioni del genere.
L’intervento della polizia ha
ristabilito l’ordine con la deportazione di un migliaio di immigrati nei centri
di identificazione e di espulsione di altre Regioni. Molti sono fuggiti.
Su questo scenario incivile ed
esplosivo, è assolutamente fuorviante affermare che i fatti di Rosarno si
possano attribuire alla eccessiva tolleranza. Un falso mediatico sulla verità.
I fatti di Rosarno sono, piuttosto, una
pagina nera che richiede approfondimento e richiamo alle responsabilità. Ne
parlerà la storia. Ma i veri storici siamo noi che abbiamo assistito alla
nefasta regressione culturale del nostro Paese, da sempre modello e testimone
di una lunga tradizione di umanesimo e di secolare accoglienza, diventare Paese
razzista e xenofobo sotto l’incalzante ed ossessiva adozione di provvedimenti
incivili da parte di un Governo che ha perseverato sull’onda lunga di un
successo elettorale imbastito sulla paura, sulla criminalità dell’immigrato e
sulla insicurezza dei cittadini.
Senza capire che la questione della
mobilità umana è un fenomeno di dimensione internazionale che va inserito tra
le priorità dei Governi, delle forze politiche, delle Associazioni, con la
capacità di gestire integrazione e solidarietà come antidoto ad una società
ingovernabile, piena di conflitti, sfruttamenti e violenze.
Occorre convincersi che il mondo non è
più quello di ieri, è cambiato e va guardato nel suo complesso e che non può
essere più quello delle chiusure e degli egoismi.
Altra cosa è la linea dura del Governo
da tutti invocata e voluta contro ogni forma di criminalità e di violenza, da
qualunque parte provenga. Così come è evidente che gli arrivi non possono non
essere regolati e contingentati con la precedenza al diritto internazionale di asilo.
Questo lo hanno capito bene gli altri
Paesi europei. In Germania la Merkel, già parecchi anni addietro, ha fatto
della questione immigrazione la priorità del suo Governo scegliendo
l’integrazione. Sullo stesso piano l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera, i
Paesi Bassi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: pace sociale, risorsa
aggiuntiva allo sviluppo, ricchezza multiculturale.
Diversamente, nel nostro Paese, a guida
leghista, è stata scelta la strada della intolleranza, della caccia
all’immigrato, identificato con il malavitoso e della persecuzione allo straniero. Non solo
campagna mediatica ma provvedimenti legislativi. Basta seguire che cosa è avvenuto in questi
ultimi anni.
La segnatura ai minori Rom, il rigetto
in mare dei richiedenti di asilo, di donne incinte e di bambini, accordi con
Gheddafi per fare sparire gli immigrati nel deserto africano, istituzione di
ronde contro gli immigrati gestite da privati, l’introduzione del reato di
immigrazione, la discriminazione dei figli di immigrati nati in Italia o
arrivati in tenera età ai quali viene impedito di diventare italiani, diniego
della cittadinanza a persone perfettamente integrate in Italia, anche da
decenni. Con l’aggiunta di una politica di odio e di repulsione generazionale.
Altro che eccessiva tolleranza. Ce ne è
quanto basta e forse di più per una cultura razzista. Una deriva
pericolosissima dai risvolti tristemente imprevedibili.
Non c’è da meravigliarsi. Il razzismo è
una malattia sociale che esplode nei momenti di caduta dei valori, di decadenza
morale, di crisi della democrazia e di fragilità delle Istituzioni. E’ la
storia che ce lo insegna. Ha trovato le condizioni favorevoli in un Paese
incagliato dalla crisi economica, dal crescente livello di disoccupazione e
dalla sempre più diffusa povertà di larghi strati della popolazione.
Non per niente l’Unione Europea è
ripetutamente intervenuta con giudizi pesanti sui provvedimenti del Governo
italiano, senza dire della stampa internazionale che non ha esitato di dare
all’Italia il marchio di Nazione razzista.
Per fortuna, non in tutta l’Italia
avvengono i fatti di Rosarno e di Volturno. Nella stessa Calabria non mancano
esempi e modelli di integrazione. A Riesi, sulla costa ionica, a soli 50 km da
Rosarno, dove il sindaco Massimo Lucano ha richiesto di potere ospitare un
gruppo di immigrati in fuga avendo realizzato nel Comune un modello di integrazione
dove gli stranieri hanno trovato lavoro insieme ai giovani del luogo nei
settori dell’artigianato, dove è stata aperta una scuola per l’analfabetismo ed
i locali per i bambini, realizzando una convivenza pacifica e produttiva per la
cittadinanza. Ma di questi esempi non ne parla nessuno.
In Sicilia dove, nonostante gli elevati
indici di disoccupazione, migliaia di immigrati hanno trovato spazio in una
convivenza aperta nei confronti dell’altro che arriva. Così come non mancano Comuni siciliani con immigrati eletti
nei Consigli comunali, con voto
consultivo.
In questo contesto di civiltà
mediterranea e di millenaria accoglienza nei confronti dell’altro, Sicilia
Mondo, sulle indicazioni del Convegno regionale “Conosciamoci” con le etnie non
comunitarie, dell’aprile scorso, ha presentato alla Regione un progetto per la
integrazione degli immigrati, già all’esame della Commissione all’Assessorato
alla Famiglia.
Come commentare allora i fatti di
Rosarno?
Sostituiti dalle immagini drammatiche di
Haiti, i fatti di Rosarno diventano sempre più lontani e sempre più dimenticati
dalla coscienza collettiva. Ma quale lezione ha lasciato questa vicenda
calabrese?
E’ la domanda che facciamo a noi stessi
ed a chi ci legge.
Cosa faranno ora o dovrebbero fare la
società civile, i partiti politici, lo Stato per reprimere ogni forma di
sfruttamento e rimettere tutto nella legalità? Come cambieranno le cose a
Rosarno e in Italia?
E’ un interrogativo che diventa
preoccupazione amara per la constatazione della assoluta mancanza di contrasto
culturale da parte della società civile italiana pur dotata di sensibilità
sociale, di tradizioni e di etica cristiana sui temi del diritto alla vita ed
alla dignità umana.
Preoccupazione che si incupisce
osservando l’indifferenza assordante della stragrande maggioranza di
parlamentari bipartisan, di formazione cattolica, ridotti al ruolo di
noleggiati dai capi politici sulle linee politiche e sui provvedimenti
legislativi del Parlamento avendo perduto la dignità delle idee, dei
comportamenti e delle scelte secondo coscienza. Hanno perduto credibilità. Non
hanno niente da dire.
Emblematica ed illuminante la parola di
Papa Benedetto XVI: “Bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna
ripartire dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano,
differente per provenienza, cultura e tradizioni ma è una persona da rispettare
e con diritti e doveri, in particolare, nell’ambito del lavoro dove è più
facile la tentazione dello sfruttamento ma anche nell’ambito delle condizioni
concrete di vita. Occorre che le Istituzioni, sia politiche, sia religiose, non
vengano meno – lo ribadisco – alle proprie responsabilità”. Sicilia Mondo, de.it.press
Un sito per le rimesse degli immigrati
ROMA - Le rimesse
hanno assunto un ruolo sempre più importante per le economie di molti paesi,
superando di gran lunga il volume dei flussi degli aiuti allo sviluppo e
contribuendo alla crescita economica e al sostentamento di ampie fasce di
popolazione.
Gli effetti
complessivi di tali flussi sullo sviluppo e sulle economie dei diversi paesi
non sono facilmente quantificabili, ma è indubbio che esse hanno un impatto
positivo in termini di riduzione della povertà, di welfare e di capacità di
attrarre investimenti da parte del paese ricevente, pur trattandosi di
trasferimenti di risparmio privati. Per saperne di più sulle rimesse oggi è
possibile consultare il sito www.mandaisoldiacasa.it - realizzato da alcune Ong
e associazioni, con il sostegno del Ministero degli Esteri - grazie al quale
gli immigrati potranno avere in modo gratuito informazioni su come inviare
soldi nei Paesi d’origine alle migliori condizioni. In particolare, le
informazioni riguardano i vari operatori, i costi e i tempi delle rimesse.
(Migranti-press)
In Svizzera gli italiani cedono il primato degli «attivi» ai tedeschi
BERNA - Gli italiani residenti in Svizzera
continuano ad essere il gruppo nazionale straniero più numeroso, ma non il più
«attivo». Tra la «popolazione attiva», ossia quella in età lavorativa (occupata
e disoccupata), al primo posto sono balzati i tedeschi. Questo primato
apparteneva loro per lunga tradizione, l’avevano ceduto agli italiani alla
vigilia della seconda guerra mondiale, per riprenderselo lo scorso anno.
A far diminuire la popolazione complessiva
italiana contribuisce non solo il saldo migratorio costantemente negativo fin
dagli inizi degli anni Settanta (anche se nel 2007 e 2008 è stato positivo, rispettivamente
+2213 e +4493), ma anche l’alto numero dei naturalizzati svizzeri (9550 nel
biennio 2007-2008), che nelle statistiche sono considerati unicamente come
tali. Esattamente l’inverso avviene da alcuni decenni per la popolazione
tedesca che cresce ogni anno grazie al saldo migratorio positivo (+30.495 nel
2007 e +34.153 nel 2008), all’incremento naturale (più nascite che decessi) e
al modesto numero di naturalizzazioni (4383 nel biennio 2007-2008). Il
risultato è stato dapprima il rapido avvicinamento degli «attivi» tedeschi a
quelli italiani e poi, l’anno scorso, il loro superamento. E’ interessante
notare che un percorso simile, ma a parti inverse, era stato registrato in
Svizzera tra le due popolazioni esattamente un secolo fa.
Tedeschi e italiani a confronto
Confrontando la popolazione residente
complessiva degli italiani (circa 295.000) e dei tedeschi (circa 260.000),
salta facilmente agli occhi la differente piramide dell’età. Mentre quella
italiana somiglia ormai a quella svizzera con una ripartizione omogenea tra le
differenti classi d’età, quella tedesca è piuttosto tipica di una popolazione
di migranti, con un ingrossamento nella fascia centrale dai 25 ai 54 anni e due
restringimenti nella classe d’età da 0 a 14 anni e in quella in età della
pensione (65 anni e più).
Se invece della popolazione residente si
considera la popolazione attiva le differenze che saltano agli occhi tra
italiani (poco più di 164.000) e tedeschi (poco più numerosi degli italiani)
sono, oltre alla struttura dell’età, il grado di formazione, il settore
d’occupazione, la posizione professionale e il tasso di inoccupazione.
I tedeschi che esercitano un’attività
lucrativa in Svizzera hanno per il 62,0% una formazione di grado terziario (con
titolo universitario o equivalente), mentre tra gli italiani questa percentuale
scende al 19,3%. Per gli svizzeri essa si situa al 33,7%. Hanno invece un
titolo di scuola media superiore o formazione professionale completa il 35,1%
dei tedeschi, il 51,2% degli italiani e il 53,7% degli svizzeri. Sotto questo
aspetto, gli italiani rassomigliano ancora una volta più agli svizzeri che ai
tedeschi.
Quanto al settore d’occupazione, tanto gli
italiani quanto i tedeschi sono più attivi nel terziario che nel secondario, ma
con una proporzione differente: per gli italiani è di poco più di due a uno,
mentre per i tedeschi di poco più di tre a uno. Per gli svizzeri la proporzione
è di quasi quattro a uno.
E’ interessante osservare la posizione che
occupano nella professione i tre gruppi di popolazione esaminata. In base alla
rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera effettuata dall’Ufficio federale
di statistica nel secondo trimestre del 2009, sono dipendenti senza alcuna
funzione dirigente circa la metà dei lavoratori tedeschi e italiani e il 46,8%
degli svizzeri. Le maggiori differenze si notano nelle posizioni di
«indipendenti, familiari coadiuvanti» (svizzeri 17,1%, italiani 12,9%, tedeschi
9,6%), «dipendenti membri della direzione» (rispettivamente: 13,7%, 14,9%,
16,6%) e «dipendenti con funzione dirigente» (16,7%, 25,0% e 14,0%). In questo
ambito spiccano soprattutto l’alta percentuale dei quadri tedeschi (25%), ma
anche l’elevata percentuale degli italiani nella posizione di membri di
direzione (16,6%).
Sono invece nettamente sfavorevoli agli
italiani i dati sull’inoccupazione: per loro il tasso era nel secondo trimestre
dell’anno scorso del 4,6%, contro il 3,2% degli svizzeri e il 2,9% dei
tedeschi.
Come si vede le differenze sono molte. Se ne
potrebbe aggiungere un’altra, ma non ha (ancora) un carattere statistico, ed è
questa: mentre gli italiani sono ormai considerati generalmente come parte
integrante della popolazione svizzera, i tedeschi sono visti maggiormente come
immigrati, sia pure particolari, in forza della libera circolazione delle
persone dell’Unione europea.
Inoltre, il fatto che arrivino dalla Germania
soprattutto persone molto qualificate, tra cui molti imprenditori, manager,
professori universitari, medici, direttori di banche, ingegneri, ecc. non passa
inosservato e provoca qua e là qualche preoccupazione. Ma non è più tempo di
paure. La nozione di «inforestiermento» (Ueberfremdung) non è più attuale da
diversi decenni, mentre prevale sempre più il desiderio e il bisogno
d’integrazione, sempre più allargato a livello europeo. Giovanni Longu