WEBGIORNALE  1-2  Maggio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Si dimette il presidente federale tedesco Köhler 1

2.       Cgie e Intercomites Europa. La questione italiana all’estero non è una realtà “residuale”  1

3.       L’Europa italiana sfila a Francoforte contro il governo. Appoggio ai media all’estero  1

4.       Francoforte. L’on. Laura Garavini: “Basta colpire gli italiani all’estero”  2

5.       Molte le adesioni e le partecipazioni alla manifestazione di protesta a Francoforte  2

6.       La guerra dei passaporti nell'Ue  3

7.       Rinviato il vertice di giugno. La lenta agonia dell’Unione per il Mediterraneo  3

8.       Indagine. Tre italiani su quattro restano delusi dai piatti "italiani" serviti all’estero  4

9.       Migliorerà l’accesso all’estero ai programmi RAI. Ma i mondiali...li dovremo vedere in tedesco  4

10.   Rete consolare. Lettera aperta di Montanari all’Ambasciatore d’Italia a Berlino  5

11.   Colonia. La "Deutsche vita" tra mito e realtà. Corcagnani lascia la Germania  5

12.   Dall’Assia in viaggio premio a Parma i vincitori del concorso “Tra il Savena e il Rhein”  5

13.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 5

14.   Dalla Germania alla scoperta della storia e della cultura del Trentino. In arrivo una guida della Dumont 7

15.   Baviera. In una mostra la storica unione tra Italia e Baviera. L'esposizione aperta fino a Ottobre  7

16.   SWR. Eleonora d’Arborea, simbolo sardo nel mondo  7

17.   Migranti. Gesuiti contro detenzioni indiscriminate  8

18.   Israele e Mantica. Il sottosegretario agli esteri non può più rappresentare l'Italia  8

19.   Gaffe sulla missione in Afghanistan, il presidente tedesco si dimette  8

20.   Israele, assalto alla nave dei pacifisti. Morti 19 attivisti 9

21.   Le reazioni. "E' una menzogna che ci fossero armi a bordo". La risposta delle Ong all'assalto israeliano  9

22.   Narducci (PD): Ferma condanna dell’attacco israeliano al convoglio Freedom Flotilla  10

23.   Guerre dimenticate e l’ingordigia dei ricchi 10

24.   La dignità dell’Africa, i doveri del mondo  10

25.   La Katrina di Obama  11

26.   Gli USA visti dall’Italia. Il cambiamento in cammino  11

27.   Il commento. Legge bavaglio, la posta in gioco  12

28.   La mossa preventiva  12

29.   Finanziaria colabrodo, senza equità né crescita  13

30.   Unità d’Italia e università. Il messaggio del Quirinale, due segnali per il futuro  14

31.   Manovra: Napolitano firma. Stralciata la lista dei tagli agli enti culturali 14

32.   Manovra economica. Narducci (Pd): “Il governo lascia da sole le famiglie dei lavoratori e dei pensionati”  14

33.   Meno stato più società  15

34.   L'eterna attesa della Lega  15

35.   Farnesina. Giampiero Massolo: Diplomazia al servizio dell’innovazione  16

36.   Con voto unanime la CNE conferma le linee di politica associativa portate avanti in questi anni. 16

37.   Sì, i malati si curano con la speranza  16

38.   Sei romeno? La Rc auto costa di più. Assicurazione col "rischio etnico"  17

39.   La CNE si vuole estendere nelle Regioni e all’estero  17

40.   L’on. Fedi incontra la Federazione Unitaria Stampa Italiana all'Estero  17

41.   Il rinvio delle elezioni Comites e Cgie. L’arroganza e la provocazione del governo  18

42.   Uscito il primo numero di “PD/Cittadini del mondo”. Uno strumento per tutti: l’editoriale di Eugenio Marino  18

43.   Gli Italiani nel mondo per il Premio Laurentum per la poesia  18

44.   Colori migranti, culture di ieri e di oggi 19

45.   La riunione del Consiglio direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo  19

46.   Bundespräsident Horst Köhler tritt zurück  19

47.   Protest gegen Berlusconi. Italiener demonstrieren in Frankfurt 20

 

 

1.       Italiener in Deutschland. Italienklischees. Damals faul, jetzt dolce vita  20

2.       Deutschland verweigert Genehmigung für italienische Konsularagentur in Nürnberg  21

3.       Verbaler Ausrutscher. Berlusconi zitiert Mussolini 21

4.       Integration. Migranten vertrauen den Schulen in Deutschland  21

5.       Philipp Missfelder: "Ohne Deutschkenntnisse keine Einschulung"  22

6.       Rechtsruck in Osteuropa. Neuvermessung im Osten  23

7.       Kolumne. Der Revanchismus ist nicht tot 23

8.       Finanzkrise. Euroland spart – und zittert 24

9.       Atomwaffensperrvertrag Zwischen Skepsis und Erfolgsbeschwörung  24

10.   Mehr als zehn Tote vor Gaza. Israelische Streitkräfte entern „Solidaritätsflotte“  25

11.   Ölpest im Golf von Mexiko. Obamas Ohnmacht 25

12.   Öl könnte noch bis August in Golf von Mexiko laufen  25

13.   Konferenz der Innenminister. Knallhart gegen Gewalt 26

14.   CDU. Im Polit-Dschungel 26

15.   Union einig mit FDP Koalition streicht Subventionen  27

16.   Doch eine Ampel in NRW? Die FDP - aufgeschäumt 27

17.   Im Gespräch: Annette Schavan. „Geld macht nicht klüger“  28

18.   Ärzte-Streik in Hessen. Kritik am Arzt als Wanderarbeiter 29

19.   Phänomen Lena. Wichtiger als jeder Präsident 29

20.   Leitartikel. Generation Copy  30

21.   Berlin. Zahl der antisemitischen Vorfälle ist 2009 gestiegen  30

22.   Berlin. Infantellina Contemporary. Die Ausstellung "Diptychon"  31

23.   Köln. Werke von Silvano Spessot 31

24.   Giro d’Italia. Rosa Trikot für den Feldherren  31

 

 

 

 

Si dimette il presidente federale tedesco Köhler

 

Horst Koehler lascia il suo incarico ad una anno dalla rielezione. A suo avviso è stata male interpretata una sua frase sulla partecipazione tedesca a guerre per motivi commerciali. Per la Merkel si apre un grave problema politico - dal corrispondente Andrea Tarquini 

 

BERLINO  -  Clamoroso colpo di scena a Berlino: il capo dello Stato, Horst Koehler, si è dimesso "con effetto immediato" dal suo incarico. Si apre così un grave problema politico di verifica indiretta della maggioranza per la cancelliera Angela Merkel. In carica dal 2004 e rieletto l'anno scorso, Horst Koehler - economista di fama, senza partito ma da sempre vicino alla Cdu, il partito della capo dell'esecutivo - ha motivato la sua decisione dicendo che si è "mancato di rispetto" al suo ruolo. Durante la sua recente visita ai soldati tedeschi in Afghanistan, aveva reso dichiarazioni che parte dei media e del mondo politico avevano interpretato, secondo lui a torto, come la giustificazione di una partecipazione tedesca a guerre mosse per motivi economici e commerciali.

 

Le dichiarazioni avevano scatenato una tempesta a Berlino. "Visto il modo in cui la nostra economia è orientata alle esportazioni e la nostra dipendenza dal commercio internazionale", egli aveva detto, "dobbiamo anche sapere che in casi estremi anche l'impiego della forza militare è necessario per difendere i nostri interessi". Aveva parlato dell'interesse tedesco alla "libertà delle vie di comunicazioni del commercio internazionale", nel senso dell'esigenza di "impedire instabilità regionali che si ripercuotono indirettamente anche sulla nostra economia, sui nostri posti di lavoro, sul nostro benessere".

 

Non a caso è la prima volta dalla fondazione della Repubblica federale che un presidente si è dimesso con effetto immediato. La polemica sulle sue dichiarazioni era subito esplosa violenta. I media più autorevoli, come la Sueddeutsche Zeitung, hanno definito Horst Koehler come un politico che metteva in riga con dichiarazioni bellicose. E l'accusa più pesante, dai media e dalle opposizioni, è stata quella di giustificare con quelle parole un uso della forza militare per difendere gli interessi economici. Ciò che il Grundgesetz, la Costituzione pacifista tedesca, vieta nel modo più assoluto. Le forze armate hanno il solo compito costituzionale della difesa nazionale e delle operazioni di pace con gli alleati, come appunto in Afghanistan.

 

Si apre a questo punto una difficile fase politica per Angela Merkel, come se non bastasse il complesso negoziato per la manovra di risanamento dei conti pubblici. Il capo dello Stato in Germania ha un ruolo rappresentativo, ed è eletto dall'assemlea dei Grandi elettori, cioè i legislatori più rappresentanti dei sedici Stati-regione. Dopo la disfatta di poche settimane fa nel Nordreno-Westfalia, lo Stato più popoloso, il centrodestra della cancelliera non ha più la certezza assoluta della maggioranza per imporre il suo candidato a prossimo presidente.  LR 31

 

 

 

 

Cgie e Intercomites Europa. La questione italiana all’estero non è una realtà “residuale”

 

La Commissione Europa/Nordafrica del Cgie e l’Intercomites Europa, riuniti in assemblea pubblica sabato 29 maggio a Francoforte, al termine die lavori hanno emesseo il seguente comunicato

 

Francoforte - La Commissione continentale del CGIE Europa e Africa del Nord e le rappresentanze dei Comites e delle Associazioni venute dalla Germania, dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Francia dal Lussemburgo, dall’Olanda, dal Regno unito, dai Paesi Scandinavi, dalla Grecia e dall’Algeria riunitasi in assemblea pubblica a Francoforte il 29 maggio 2010 fanno proprio  quanto contenuto nell’appello dell’assemblea generale del CGIE.

 

Lo straordinario incontro ha permesso di rafforzare il legame delle varie rappresentanze di tutta l’Europa e Africa del nord. È stato convenuto che la questione italiana all’estero non può essere più considerata una questione residuale e di retroguardia, al contrario le comunità oggi rappresentano, sul piano economico e culturale, una realtà importante tanto per i Paesi in cui vivono quanto per l’Italia.

Lo smantellamento delle politiche e degli interventi verso le questioni essenziali quali ad esempio la lingua e la cultura italiana, l’informazione, l’assistenza agli anziani, i servizi consolari e l’attenzione alle giovani generazioni, unitamente alla negazione dei diritti quale la sospensione e il rinvio del rinnovo degli organismi di rappresentanza (Comites e Cgie) mettono la comunità italiana residente all’estero in una situazione di emergenza. 

 

Non considera giustificato il rinvio delle elezioni dei Comites con l’alibi della riforma degli organismi di rappresentanza. L’Assemblea non considera questa riforma la priorità delle priorità, anzi ritiene valida e pertinente la legge attuale, al contrario è prioritario un rafforzamento delle competenze dei due organismi. L’Assemblea dà mandato ai Comites ed al Cgie di riaprire il dialogo ed il confronto  con il Parlamento ed il Governo. Per questa prospettiva si devono manifestare le condizioni affinché questo dialogo e confronto siano veri e le ragioni degli uni e degli altri vengano tenute nella giusta considerazione. Questo impegno deve determinare le condizioni per la rapida approvazione della legge in modo tale da consentire di rinnovare gli organismi di rappresentanza entro giugno 2011.

 

 L’Assemblea ha elaborato un programma di lavoro che i Comites ed il Cgie congiuntamente dovranno  consegnare alla rappresentanza parlamentare del collegio estero. I punti principali scaturiti dall’assemblea riguardano la lingua e la cultura italiana, i servizi della rete consolare e soprattutto l’attenzione alle giovani generazioni. Nessuno può permettersi di sottovalutare il contributo economico e culturale che le comunità italiane nel mondo danno ancora oggi allo sviluppo dell’Italia.

A tal riguardo l’Assemblea rivendica la preparazione per dicembre 2011 della seconda Conferenza mondiale dei giovani, che darà continuità ai risultati della conferenza precedente, mettendo al centro la valorizzazione delle conoscenze dei giovani cresciuti  in emigrazione e di quelli che ancora oggi  lasciano l’Italia, le cosiddette nuove mobilità.

L’Assemblea ribadisce che la rappresentanza degli italiani nel mondo è unica ed è composta da quattro anelli: associazionismo, Comites, Cgie e rappresentanza parlamentare.

A loro si chiede di lavorare in maniera unitaria.

I parlamentari, in modo particolare, devono trovare i metodi più idonei, attraverso il confronto ed il consenso affinché punti individuati possano essere affrontati immediatamente in modo da riportare l’attenzione del Paese, sul sistema Italia per ottenere da subito i risultati che le Comunità italiane attendono da tempo.

 Commissione Europa Cgie, Intercomites Europa (de.it.press)

 

 

 

 

L’Europa italiana sfila a Francoforte contro il governo. Appoggio ai media all’estero

 

Una grande manifestazione che il Cgie, i Comites di tutta Europa e l’Intercomites Germania hanno organizzato sabato 29 maggio

 

A Francoforte si sono radunati, approfittando della riunione della Commissione continentale Europa e Africa del Nord del Cgie, circa 500 persone provenienti da tutta la Germania e da tutta l’Europa. Organizzatore è stato l’Intercomites Germania, nella persona del suo coordinatore, Stefano Lobello. Sono intervenuti diversi parlamentari eletti in Europa nella Circoscrizione estero (Laura Garavini, Franco Narducci, Claudio Micheloni per il Pd; Fantetti per il Pdl).

Il motivo che ha fatto radunare tante persone nella città assiana sono i recenti provvedimenti del governo che rimandano ad una data indeterminata entro il 2012 le elezioni dei nuovi organismi di rappresentanza. Questo dopo i noti provvedimenti sul tema “Ici”, sul tema “scuola e cultura”, sul tema “stampa” che puniscono le comunità all’estero.

Motore di tutto il movimento è il segretario generale del Cgie, Elio Carozza, che ha saputo unificare maggioranza e opposizione del Cgie stesso in una azione comune contro la politica della Maggioranza al Parlamento.

Carozza presiedeva la Commissione continentale insieme al responsabile di area, Lorenzo Losi. Dopo la manifestazione entro le mura dell’hotel Holiday Inn, il corteo si è spostato dinnanzi al Consolato generale per una manifestazione di Piazza, riportata tra l’atro anche dall’agenzia di stampa Dpa, grazie all’azione di pubbliche relazioni messa in opera dalla presidente del Comites di Colonia, Rosella Benati.

Nella mattinata di domenica 30 è stato tra l’altro approvato all’unanimità un ordine del giorno in favore della stampa italiana all’estero, ripreso dal testo inviato dall’associazione dei giornalisti italiani in Germania, MediaClub. CdI

 

Per ulteriori informazioni si può ascoltare il servizio audio di Giuseppe Guglielmi

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100531_cgie_guglielmi.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100531_cgie_guglielmi.mp3  trasmesso da Radio Colonia lunedì 31 maggio (ndr)

 

 

 

Francoforte. L’on. Laura Garavini: “Basta colpire gli italiani all’estero”

 

Francoforte - “Straordinaria la partecipazione della comunità italiana in Europa alla manifestazione di protesta del CGIE per fare sentire in modo massiccio l’indignazione degli italiani all’estero davanti all’ennesimo duro colpo della maggioranza: la conferma delle preannunciate chiusure dei consolati e il rinvio delle elezioni per Comites e Cgie.” Questo il giudizio di Laura Garavini, scesa al fianco dei circa 600 connazionali giunti da tutta Europa per protestare contro la politica della maggioranza nei confronti degli italiani all’estero.

 

“È importante che a sfilare oggi ci siano anche tanti giovani, quei ragazzi bilingue che per primi conoscono il valore dei finanziamenti volti ad organizzare corsi di lingua e cultura o finalizzati a promuovere l’integrazione degli italiani nei rispettivi Paesi di residenza. Da parte mia e di tutto il Pd - ha proseguito la Garavini - pieno sostegno al Cgie, che con la forza di questa imponente manifestazione chiede al Governo tre richieste prioritarie per gli italiani residenti all’estero.”

 

“Non è una protesta contro, ma è una protesta per”, ha sostenuto il Segretario generale del Cgie, Elio Carozza che ha proseguito dicendo “Il Cgie chiede al Governo risposte concrete su almeno tre questioni: lingua e cultura italiana, servizi della rete consolare e politiche specifiche per i giovani italiani residenti all’estero. Non è possibile - ha concluso Carozza - che sugli italiani nel mondo continuino ad abbattersi solo tagli e penalizzazioni.”

 

“Se il tricolore va in giro per l’Europa” ha denunciato un manifestante proveniente da Lörrach, “siamo noi italiani all’estero che lo portiamo in giro. Il nostro Governo dovrebbe essere orgoglioso di noi italiani nel mondo.”

 

Alla manifestazione hanno preso parte, oltre ai componenti del Cgie, anche i presidenti Comites di tutta Europa e di variegate realtà associazionistiche e sindacali. Hanno partecipato anche rappresentanti dei diversi circoli del Pd in Europa. Dalla Germania si sono mobilitate tra gli altri delegazioni dei circoli di Amburgo, Aschaffenburg, Berlino, Hannover, Lörrach, Mannheim, Metzingen, Saarbrücken, Stoccarda, Villingen e Wolfsburg. (de.it.press)

 

 

 

 

Molte le adesioni e le partecipazioni alla manifestazione di protesta a Francoforte

 

Molte le adesioni alla manifestazione di Francoforte. Ne ricordiamo solo alcune,

partendo dal breve messaggio del presidente del MediaClub-Germania Renzo Brizzi: “Esprimo al Cgie e al Comitato dei presidenti dei Comites – scrive - tutta la solidarietà del MediaClub Germania con l'augurio di una riuscita manifestazione, alla quale con la presenza di molti  soci, giornalisti e reporter, la nostra associazione partecipa attivamente. Il MediaClub Germania ha lanciato da giorni un appello a tutti i cittadini italiani residenti in Germania in difesa della libertà di stampa in Italia e contro le misure restrittive che colpiscono le comunità italiane all'estero e contro le quali è diretta anche la vostra iniziativa. Sarei molto lieto se questo appello che, una volta ottenuto il maggior numero di firme possibili, verrà consegnato alle autorità italiane e ai colleghi della FNSI in segno di solidarietà, fosse diffuso il più possibile tra gli italiani”.

 

Le associazioni aderenti a Filef, Istituto F.Santi e alle altre organizzazioni regionali della rete FIEI così spiegano la piena adesione e partecipazione alla manifestazione.

“Le politiche di questo governo verso gli italiani all'estero (come anche verso gli immigrati in Italia) hanno raggiunto livelli indegni per un paese che dispone di otto milioni di "cittadini globali" (4 milioni di italiani nel mondo e 4 milioni di immigrati), pari al 12% della popolazione, il cui apporto in termini economici, sociali, culturali e relazionali è enorme – scrive il segretario Fiei Rodolfo Ricci -.

Invece di valorizzare questa presenza che consente tuttora di ottenere grandi vantaggi in termini di bilancia dei pagamenti, di contributo all'export, di surplus nel bilancio dell'INPS, di diffusione della cultura italiana nel mondo, di relazioni con numerosi paesi, questo governo fa di tutto per tagliare legami e rapporti con le comunità italiane all'estero, e contemporaneamente riduce i diritti di cittadinanza dei lavoratori immigrati

Due categorie di cittadini penalizzate da una miopia incredibile che fotografa il livello di provinciale grettezza, di totale mancanza di lungimiranza in cui è caduta l'Italia all'inizio del 21simo secolo.

Le misure restrittive e i tagli operati sul versante delle politiche per gli italiani all'estero non hanno alcuna relazione con la crisi economica in atto, tanto è vero che sono state messe in opera non appena si è insediato il terzo governo Berlusconi, ben prima dell'inizio della crisi.

Non hanno neanche una validità sul piano del risparmio di risorse, tanto erano irrisorie già precedentemente ai tagli gli investimenti verso gli italiani nel mondo.

Si tratta invece di un utilizzo scandaloso di queste poche risorse, per evitare tagli alla struttura del MAE a cui il Ministro Tremonti aveva chiamato i diversi ministeri. Con la stessa logica, infatti, erano state drasticamente tagliate le risorse destinate alla cooperazione internazionale.

Una logica che viene oggi riproposta con il varo della manovra di "correzione", i cui contenuti possono ben definirsi di classe. Lotta di classe del mercato e dei sui rappresentanti politici contro i lavoratori e i poveri e contro categorie di cittadini ritenute secondarie, marginali e non influenti. Tra questi gli italiani all'estero, lontani e insignificanti.

La mobilitazione di Francoforte deve costituire l'inizio di una campagna di comunicazione per far conoscere a tutti i connazionali all'estero la vera natura di questo governo e della logica che segue. Deve anche servire – conclude Ricci - a contrastare l'approccio dilatorio che tende a spostare l'attenzione su inutili quanto peggiorative riforme di CGIE e Comites utili soltanto a prendere tempo e a evitare il confronto sulle questioni reali”.

 

Anche il Movimento per la Sinistra italiana in Svizzera ha partecipato a alla manifestazione. Oltre ai tagli, il Movimento ha stigmatizzato la decisione del rinvio delle elezioni di Comites e Cgie al 2012, motivato dalla necessità di procedere preventivamente ad una riforma delle norme istitutive dei due organi rappresentativi degli italiani all’estero.

“Con lo stesso pretesto i Comites avevano già subìto una proroga dal 2009 al 2010. Questo ennesimo rinvio rischia di dare a questi organismi il colpo di grazia, - aggiunge la nota in proposito del movimento - minandone alla radice funzionalità e credibilità democratica. Il voto alla scadenza ordinaria, oltre a rispettare le regole della democrazia, avrebbe costituito, in primo luogo per i Comites, un’importante occasione di rinnovamento e avrebbe dato maggiore impulso all’iter di riforma legislativa, che pure resta un passaggio importante ai fini di una complessiva ridefinizione della rappresentanza degli italiani all’estero”.

Il Movimento lamenta l’atteggiamento del governo nei confronti della rappresentanza degli italiani all’estero, i provvedimenti relativi alla rete consolare, “la drastica riduzione delle risorse alla lingua e alla cultura italiana, che determina la progressiva privatizzazione del servizio scolastico, i cui costi vengono caricati sempre più massicciamente sulle famiglie degli alunni. Da tempo sosteniamo che le politiche per gli italiani all’estero debbano essere ricalibrate sulla base di una lettura aggiornata delle nostre comunità, dei loro bisogni e soprattutto delle enormi potenzialità che derivano dalla presenza capillare del patrimonio di lingua e cultura da esse veicolato in tutto il mondo. Non è però tollerabile – conclude la nota - che l’esigenza di rinnovamento diventi il pretesto per smantellare il complesso dei servizi costruiti da e per gli italiani nel mondo”.

 

L’Unione Italiani nel Mondo (Uim) ha aderito e sfilato anche con tante bandiere. “Siamo convinti – spiega - che il periodo che stiamo vivendo sia, come dice il ministro Tremonti, ‘Un tornante della storia’. Il pericolo dei tornanti è che però se non si prendono bene si rischia di cadere nel burrone. Non vorremmo che la politica del Governo porti fuori dalla storia gli italiani residenti all’estero. Le decisioni di questi ultimi due anni sono tutte in questa direzione.

 

Deputato e fondatore del Maie, Ricardo Merlo ha inviato un messaggio di adesione "Il Maie – vi si legge – intende protestare contro una politica miope e vessatoria di questo Governo. Da quando si è insediato, il Governo Berlusconi ha completamente dimenticato una parte del popolo italiano, quella di noi residenti all’estero, anzi, di più, se ne è ricordato solo quando si è trattato di operare dei tagli netti ai già miseri fondi a noi destinati... Il Maie ritiene la chiusura dei consolati, i tagli alle risorse destinate alla promozione e diffusione della lingua e della cultura, e dell’assistenza sanitaria e sociale, parte di un piano più vasto del Governo rivolto ad allontanare, mortificare e demotivare la nostra collettività residente all’estero. Un piano che prevede forse anche un ridimensionamento dei nostri diritti civili, del diritto di voto con, ad esempio, l’eliminazione dell’elezione diretta dei nostri rappresentanti, un baluardo della vera democrazia, presente ancora solo nella circoscrizione estero, cosa di cui si parla in alcune proposte di legge presentate in Parlamento”.  De.it.press

 

 

 

 

 

La guerra dei passaporti nell'Ue

 

Crisi fra Budapest e la Slovacchia per la cittadinanza offerta alla minoranza ungherese

 

Drammatica escalation della tensione tra Slovacchia e Ungheria. Un confronto ogni giorno più duro tra i due paesi pesa sull'Unione europea e sulla Nato, di cui entrambe le giovani democrazie fanno parte, ed evoca i sinistri ricordi degli odii etnici tra Stati nazionali o multinazionali europei dei due secoli passati.

Ieri il Parlamento di Budapest, con 344 voti contro 3 - un'unanimità da emergenza nazionale o che ricorda sistemi politici particolari - ha approvato l'annunciata legge che permette la concessione unilaterale della cittadinanza ungherese ai circa 3,5 milioni di persone di lingua, cultura o discendenza magiara viventi oltre confine. Immediata, e durissima, la reazione della Slovacchia, dove è di origine ungherese il 10 per cento della popolazione: un decreto legge governativo, approvato dai legislatori in seduta straordinaria, ha stabilito che chi chiederà la cittadinanza magiara perderà quella slovacca. Perderà anche il posto di lavoro, se impiegato nella funzione pubblica, o ogni mandato politico, dal Parlamento ai Comuni.

Forse mai prima d'ora, con l'eccezione della crisi che portò alla fine violenta della Jugoslavia, una crisi di tale gravità, e motivata da serie divergenze su nazionalità e cittadinanza, ha opposto dopo il 1989 della fine del comunismo due paesi dell'Europa centrale e centro-orientale. «Questa è una minaccia alla nostra sicurezza nazionale», ha detto il premier socialdemocratico slovacco, Robert Fico. Aggiungendo che se un deputato chiederà la cittadinanza ungherese, oltre alla cittadinanza slovacca perderà anche il mandato. Chiunque scelga l'Ungheria dovrà dichiararlo, pena una multa di oltre 3000 euro.

Reazione pesante, insomma, a pochi giorni dalle elezioni politiche del 12 giugno. Peggio ancora, notano osservatori occidentali, la dura reazione slovacca alla legge ungherese, oltre ad esasperare le tensioni bilaterali, sul piano interno potrebbe finire per rafforzare il Partito nazionale slovacco (Sns), la forza tradizional-nazionalista di Jan Slota.

La crisi slovacco-ungherese si è acutizzata negli ultimi anni. Il nuovo partito di maggioranza relativa a Budapest, la Fidesz (centrodestra con forti toni di orgoglio nazionale) del futuro premier Viktor Orban, aveva promesso di varare in corsa la legge sulla doppia cittadinanza. La definisce conforme con la Convenzione sulle nazionalità del Consiglio d'Europa. Esponenti della maggioranza ungherese l'hanno spesso posta in relazione con la determinazione a «eliminare la vergogna del Trattato del Trianon», quello con cui alla fine della prima guerra mondiale l'Ungheria perse ampia parte del suo territorio. E simili dichiarazioni agitano lo spettro di pericolosi sogni di revisione delle frontiere postbelliche europee.

Bratislava non ci sta. Denuncia il carattere unilaterale e non negoziato, come si fa di solito in ambito europeo su tali temi, della scelta magiara. E dopo la dura reazione preannuncia ricorsi alle organizzazioni internazionali. Il rischio è che la Ue, già alle prese con l'emergenza del debito pubblico e la crisi dell'Euro, debba schierarsi e magari dividersi su una grave tensione in più. I più pessimisti ieri sera nelle due capitali parlavano persino del pericolo che gli slovacchi d'origine ungherese che chiederanno la cittadinanza magiara e perderanno quella slovacca finiscano per sentirsi ghettizzati, discriminati e respinti come accade nell'allora Jugoslavia all'etnia maggioritaria nel Kosovo. LR, Andrea Tarquini 27

 

 

 

 

Rinviato il vertice di giugno. La lenta agonia dell’Unione per il Mediterraneo

 

La conferenza al vertice dell’Unione per il Mediterraneo (Upm), che doveva tenersi il 7 giugno, è stata rinviata a novembre: il quadro arabo-palestinese non consente infatti di svolgere un incontro collaborativo nell’ambito euro-mediterraneo fra arabi e israeliani. La Lega araba ha dato via libera ai negoziati indiretti fra israeliani e palestinesi sotto l’egida degli Usa ma, in attesa di vederne gli esiti, i suoi membri non hanno voluto direttamente incontrare né il primo ministro israeliano Netanyahu, né tanto meno il ministro degli esteri Lieberman, come sarebbe accaduto se si fosse svolto il vertice di Barcellona del 7 giugno.

 

Mancanza di egemonia

Con questi sviluppi, l’Upm – il secondo tentativo europeo di organizzare un quadro condiviso di “governance” mediterranea dopo il Partenariato euro-mediterraneo (Pem) – è praticamente fallito. Il Pem ha agonizzato per otto anni dopo il fallimento dei negoziati del 1996-2000 volti a stabilire i principi alla base della cooperazione politica euro-mediterranea. L’Upm ha impiegato molto meno per arrivare allo stesso risultato. Per la verità non ha mai neanche cominciato a funzionare, essendo stata bloccata dagli arabi nel dicembre del 2008 a causa dell’intervento israeliano a Gaza, appena un mese dopo la conferenza di Marsiglia che aveva posto le premesse per il suo lancio.

 

Dunque, la rivoluzione promossa dalla Francia mettendo l’Upm al posto del Pem non è riuscita: si è rivelata un’illusione l’idea che con il passaggio da un processo che si svolgeva sotto la tutela dell’Ue a uno intergovernativo, a cui i partner meridionali, partecipano con una responsabilità diretta, le cose potessero risultare più semplici. I partner del Sud sono anzi oggi più lontani che nel 1995, quando il Pem prese avvio.

 

Il ripetuto fallimento della politica dell’Ue verso il Mediterraneo è un fatto grave, che merita una riflessione di fondo piuttosto che degli aggiustamenti nelle politiche esistenti. Il primo fattore del fallimento è che, per riuscire, il progetto euro-mediterraneo richiede che l’Ue eserciti un’egemonia effettiva. Per farlo, dovrebbe essere un attore più forte, con una politica estera coerente e la volontà di impiegare le sue risorse per realizzarla. Gli obiettivi che l’Ue si propone di raggiungere nel suo vicinato e, più in generale, nelle relazioni internazionali sono sacrosanti, ma la speranza di riuscirci solo con mezzi normativi è vana. Ciò non vuol dire che l’Ue deve usare la forza, ma che deve essere forte e ispirare fiducia, credibilità e rispetto. Gli sforzi in corso per l’attuazione del Trattato di Lisbona e la realizzazione di un servizio diplomatico europeo capace di coordinare i vari strumenti disponibili in funzione di un’efficace politica estera, sono solo una precondizione: tutto dipende dalla volontà di esprimere una politica estera e perseguirla coerentemente.

 

Nodo mediorientale

Gli altri motivi del fallimento altro non sono che aspetti della debolezza della politica estera comune. In primo luogo, è necessario che l’Ue e gli europei respingano con più vigore la politica sciovinista ed espansionista che sempre più si è affermata in Israele: l’Ue dà grande importanza alla sicurezza di Israele anche in conseguenza di ciò che avvenne durante la seconda guerra mondiale. Ma altrettanto sicuramente la Ue è avversa al nazionalismo espansionista ed aggressivo di cui l’attuale governo israeliano è espressione. Questo aspetto non riguarda solo la politica mediterranea dell’Ue, ma, di nuovo, l’impostazione generale della sua politica estera.

 

Per contrastare lo sciovinismo israeliano, l’Ue non deve sanzionare Israele nel quadro dei rapporti bilaterali ed euro-mediterranei, come molti sostengono. Deve invece contribuire a portare la questione nell’ambito della comunità internazionale e dell’Onu e fare in modo che in quella sede venga esercitata la pressione necessaria su Israele. Quest’ultimo teme infatti la delegittimazione internazionale e l’isolamento sopra ogni altra cosa, anche perché fu la comunità internazionale a legittimarne la nascita nel 1947. È questa la leva da usare per contrastare lo sciovinismo israeliano e convincere il suo governo a negoziare in vista di una ragionevole soluzione. Che deve essere ragionevole, naturalmente, sia da parte israeliana che da parte araba.

 

Per un’efficace politica mediterranea dell’Ue serve un’Europa forte, ma anche giusta. Solo così l’Ue può avere la speranza di esercitare la benevola egemonia che è necessaria per dare alla regione l’assetto normativo e cooperativo che sta nei suoi progetti (che oggi, senza forza né giustizia sono solo velleità).

 

Visione strategica

Un terzo motivo di fallimento e difficoltà è lo stesso formato mediterraneo o euro-mediterraneo. Mentre la rete di relazioni bilaterali della Politica europea di vicinato (Pev) ha senso come politica di vicinato, una politica estera solo mediterranea è strategicamente e geopoliticamente priva di senso. Ciò è vero proprio a cominciare dal conflitto arabo-israeliano e israelo-palestinese. L’Ue è un attore internazionale troppo grande per credere che le politiche del cortile di casa possano sostituire una politica estera che deve necessariamente avere un respiro sovra-regionale e globale.

 

La politica del Mediterraneo è largamente inscindibile, specialmente ai livelli più alti, dal Medio Oriente. Si possono avere politiche di vicinato e sub-regionali (il Maghreb, il Golfo, il Vicino Orinete), ma nel quadro di una politica complessiva che riguardi l’intera regione, il Medio Oriente e anche il Grande Medio Oriente. La politica europea, perciò, per avere senso e successo, deve diventare forte, giusta, ma anche di più larghe vedute e più strategicamente sensata.

 

Che cosa accadrà a novembre? Se gli Usa dovessero nel frattempo riuscire a ripristinare un processo politico israelo-palestinese, è possibile che gli arabi consentano a riprendere il discorso euro-mediterraneo. Ma questo processo poggerebbe sulla forza degli Usa e non su quella dell’Ue e rimarrebbe quindi strutturalmente fragile. Se gli Usa falliranno, è difficile che il processo riprenda, anche solo a livello di cooperazione economica.

 

In questa prospettiva, gli europei dovrebbero: (1) trovare il modo di mettere in sicurezza almeno il processo di cooperazione economica; (2) sforzarsi di esprimere, a un livello più generale di quello euro-mediterraneo, una politica estera forte, giusta e strategicamente sensata. Se gli europei rispetteranno queste due priorità, è possibile che possano riavviare un discorso nel Mediterraneo anche a prescindere dalla capacità degli americani di ripristinare un negoziato israelo-palestinese.

Roberto Aliboni, vicepresidente dello IAI. AffariInternazionali

 

 

 

 

Indagine. Tre italiani su quattro restano delusi dai piatti "italiani" serviti all’estero

 

ROMA  - Tre italiani su quattro restano delusi dai piatti "italiani" serviti all’estero dove vengono portate in tavola le più bizzarre versioni delle ricette tradizionali, come l’abitudine belga di "violentare" la carbonara con la panna senza il pecorino, quella tedesca di impiegare l’olio di semi nella cotoletta alla milanese, quella olandese di non usare il mascarpone nel tiramisù, fino agli inglesi che hanno votato come piatto preferito gli spaghetti alla bolognese che sono del tutto sconosciuti nella città emiliana. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione del Forum Internazionale a Bruxelles dove sono stati presentati gli errori più comuni che vengono commessi all’estero nella preparazione dei piatti della tradizione culinaria Made in Italy.

Tra le specialità più "tradite" ci sono - continua la Coldiretti – anche la tipica caprese servita con formaggio industriale al posto della mozzarella di bufala o del fiordilatte, mentre in quelle liguri non mancano i casi di pasta al pesto proposta con mandorle, noci o pistacchi al posto dei pinoli e con il formaggio comune che sostituisce l’immancabile parmigiano reggiano e il pecorino romano. Per non parlare poi della pizza che viene offerta nelle versioni più inimmaginabili, da quella hawaiana con l’ananas a quella di pollo. Le sorprese aumentano - continua la Coldiretti - se ci si rivolge alle numerose catene di fast food, che si ispirano al Made in Italy, che si stanno moltiplicando in numerosi Paesi, a partire dagli Stati Uniti dove si contano ben 22 grandi catene che ispirandosi al Made in Italy realizzano nel loro insieme un giro di affari di 5,3 miliardi di euro, con oltre 2.500 punti vendita (da Olive garden a Famous Famiglia, dalla Buca di Beppo a Bravo!, da The Old spaghetti Factory a Il Fornaio).

Aumenta anche l’offerta di piatti italiani pronto uso sugli scaffali dei supermercati all’estero, dove è possibile acquistare dal sugo liofilizzato per spaghetti alla bolognese ai torti alle lasagne in lattina fino ad un fantomatico piatto all’italiana in barattolo fatto di polpette di carne e pastina da minestra, che farebbero inorridire qualsiasi consumatore del Belpaese.

La mancanza di chiarezza sulle ricette Made in Italy offre terreno fertile alla proliferazione di prodotti alimentari taroccati all’estero dove - precisa la Coldiretti - le esportazioni di prodotti agroalimentari tricolori potrebbero quadruplicare se venisse uno stop alla contraffazione alimentare internazionale che è causa di danni economici, ma anche di immagine.

All'estero - stima la Coldiretti - sono falsi tre prodotti alimentari di tipo italiano su quattro, con il mercato mondiale delle imitazioni di cibo Made in Italy che vale oltre 50 miliardi di euro. Il rischio reale è che si radichi nelle tavole internazionali un falso Made in Italy che toglie spazio di mercato a quello autentico e banalizza le specialità nostrane frutto di tecniche, tradizioni e territori unici e inimitabili. È il caso dei formaggi tipici dove, dopo il Parmesan, è stato scoperto in Romania il Parmezan, ma anche la Fontina svedese, il Parmi olandese, la polenta che diventa "palenta" in Montenegro, il barbera bianco venduto un supermercato rumeno, il Cambozola in Germania o la pasta Milaneza venduta in Portogallo.

Per garantire l’arrivo anche sui mercati esteri di prodotti alimentari genuinamente Made in Italy la Coldiretti sta promuovendo un progetto per una filiera agricola tutta italiana con l'obiettivo di tagliare le intermediazioni e arrivare ad offrire in Italia e all’estero prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori attraverso la rete delle cooperative e dei Consorzi Agrari. (aise)

 

 

 

 

Migliorerà l’accesso all’estero ai programmi RAI. Ma i mondiali...li dovremo vedere in tedesco

 

“Finalmente diventa più facile per gli italiani nel mondo mantenere un contatto con la cultura della madrepatria e informarsi sui fatti di attualità italiana”. Lo dice la deputata democratica Laura Garavini la quale spiega come il nuovo contratto di servizio Rai e Ministero dello sviluppo economico 2010-2012 “prevede un impegno da parte della televisione pubblica a mantenere vivo il legame dei cittadini italiani residenti all’estero, offrendo un’adeguata programmazione che consenta di portare la cultura italiana, anche di carattere regionale, a un più vasto pubblico oltreconfine”.

 

Infatti, tale contratto, attualmente allo studio della Commissione Parlamentare di Vigilanza, chiede alla Rai di “adottare le più opportune politiche di criptaggio al fine di garantire in forma gratuita l’accesso all’intera programmazione diffusa dalle reti generaliste e trasmessa in simulcast via satellite”. È quanto si evince dalla risposta del sottosegretario Stefano Saglia all’interrogazione dell’on. Mattesini (PD), sostenuta anche da Laura Garavini. “Un risultato importante”, commenta la parlamentare eletta in Europa, “per i tanti connazionali  che vivono all’estero e attualmente non riescono a vedere i canali Rai in streaming”.

 

“Peccato”, aggiunge la parlamentare eletta all’estero, “che i grandi eventi come i mondiali di calcio continueranno, per ora, a non essere visibili oltreconfine a causa del disinteresse della Rai che, non avendo acquisito i diritti per la trasmissione fuori dell’Italia, oscurerà anche questa volta gli schermi dei nostri cittadini all’estero. È deplorevole”, così la Garavini, “come anche in questo caso saranno ancora una volta gli interessi delle nostre comunità nel mondo ad essere subordinati a pure questioni di bilancio”.

 

In conclusione, come tanti avvenimenti sportivi del passato, per esempio la recente finale di Madrid tra Inter a Bayern, noi qui in Germania dovremo vedere i mondiali in tedesco. E siccome la lingua, dopo tanti anni di permanenza, non ci è più così ostica, non avremo nessun problema. Anche perchè, quello che conta, è vedere il gioco, le squadre in azione, più che ascoltare i commenti del cronista. Però il poter vivere i mondiali in italiano, sarebbe evidentemente tutta un’altra emozione, un’altra soddisfazione. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Rete consolare. Lettera aperta di Montanari all’Ambasciatore d’Italia a Berlino

 

Spiegare all’autorità tedesca la questione della delega delle firme presso le Agenzie consolari

 

Eccellenza, diventano sempre più insistenti le richieste di informazioni sul futuro dei Consolati d’Italia in Germania che mi giungono sia nella veste di direttore del periodico “Corriere d’Italia”, sia in quella di membro del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.

In particolare, i connazionali di Amburgo, Mannheim, Norimberga e Saarbrücken esternano una dolorosa sensazione di disagio dopo le dichiarazioni del Sottosegretario Scotti del 13 maggio di quest’anno.

Il Sottosegretario ha infatti annunciato in Parlamento che le autorità tedesche non accettano sul loro territorio strutture consolari inferiori ai Viceconsolati.

Ancora più stupefacente è stata la notizia diramata dai funzionari del Mae nell’incontro con le organizzazioni sindacali del 17 maggio scorso.

In quell’occasione si rendeva noto, nello specifico, che le autorità tedesche rifiutano l’apertura di Sportelli consolari in cui opera solo personale a contratto.

A questo punto lo stupore è diventato sgomento.

Mi pare infatti evidente che da parte italiana non è stata tenuta in considerazione, né è stata spiegata ai partner tedeschi, la possibilità di dotare il personale a contratto di deleghe consolari come previsto  dagli articoli 4 e 71 del DPR 200/1967.

In diversi Consolati, impiegati a contratto svolgono da anni regolari funzioni con delega per la firma di atti e documenti di varia natura, come ad esempio passaporti e carte d’identità. Non è possibile che questa quotidiana realtà in Germania passi inosservata proprio nel momento in cui si tratta di difendere la possibilità di strutture alternative ai Consolati.

L’apertura di un’Agenzia o di uno Sportello consolare potrebbe, infatti, costituire quel ragionevole compromesso tra le esigenze della collettività ed i piani di ristrutturazione del Ministero Affari Esteri.

Eccellenza, gli italiani in Germania confidano anche nella Sua abilità diplomatica affinché i partner tedeschi comprendano l’importanza di strutture alternative ai Consolati per la fruizione dei servizi in seno alle nostre  singole collettività. Ogni sua azione in tal senso riscuoterà la nostra riconoscenza.

Con i saluti più cordiali    

Mauro Montanari, CdI

 

 

 

 

Colonia. La "Deutsche vita" tra mito e realtà. Corcagnani lascia la Germania

 

Pizza, pasta e mandolino o comunità invisibile? Cliché positivi e negativi creano l'immagine degli italiani in Germania. E c'è chi, dopo una lunga vita in terra tedesca, decide di tornare in Italia.

La "Dolce vita" e la mafia, il "Made in Italy" e i "Gastarbeiter". L'immagine degli italiani in Germania è spesso viziata da pregiudizi sia negativi che positivi. Un convegno interdisciplinare di studiosi italiani e tedeschi alla Freie Universität di Berlino ha affrontato il tema nei suoi molteplici aspetti. Per abbattere gli stereotipi, anche quelli migliori, che impediscono l'integrazione degli italiani in Germania.

 

E restando a parlare della comunità italiana: la storia di chi ha deciso di tornare in Italia. Dopo 38 anni in terra tedesca, Giovanni Corcagnani, insegnante, preside, e instancabile promotore di iniziative per l'educazione e istruzione degli italiani di Colonia e dintorni, ha deciso di fare le valigie.

 

Per maggiori informazioni sul convegno ascolta il servizio di Filippo Proietti http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_il_tema/2010/100528_deutschevita_proietti.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_il_tema/2010/100528_deutschevita_proietti.mp3.

Perché lascia la Germania? Ascolta l'intervista a Giovanni Corcagnani

 http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_il_tema/2010/100528_studiogast_corcagnani.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_il_tema/2010/100528_studiogast_corcagnani.mp3. RC, de.it.press

 

 

 

 

Dall’Assia in viaggio premio a Parma i vincitori del concorso “Tra il Savena e il Rhein”

 

Il teatro Verdi di Busseto, il teatro Farnese e la pinacoteca di Parma, ma anche la produzione del Parmigiano Reggiano. Sono queste le eccellenze del nostro territorio che hanno più colpito Angelique, Virginia e Giovanni, i tre ragazzi di Francoforte giunti a Parma come premio per aver vinto il concorso “Tra il Savena e il Rhein”, promosso dall’associazione degli emiliano-romagnoli in Assia e Palatinato. Il concorso ha coinvolto migliaia di studenti italiani e tedeschi delle scuole dell´obbligo impegnati nella conoscenza e nello studio della lingua italiana: in questa seconda edizione, i partecipanti, guidati dai loro insegnanti, hanno dovuto presentare relazioni, ricerche o disegni sulla provincia di Parma e, in particolare, sulla figura di Giuseppe Verdi. Premio per i vincitori è stato appunto un viaggio a Parma e nel Parmense: un fine settimana in cui i giovani ospiti hanno visto, ad esempio, i luoghi che hanno dato i natali a Giuseppe Verdi e potuto scoprire, in un caseificio della zona, come viene prodotto il famoso “Parmesan Käse”, il nostro Parmigiano-Reggiano. I ragazzi sono stati ricevuti in Provincia dall’assessore provinciale alle Politiche scolastiche Giuseppe Romanini: “Questi concorsi, come gli scambi che avvengono nelle scuole superiori o all’università, sono importanti occasioni per mettere in relazione i ragazzi di diversi Paesi: scambi proficui dal punto di vista culturale ma che possono aprire le porte anche per nuove relazioni economiche. Forse così in futuro tutti si potranno sentire davvero cittadini europei”. Angelique, Virginia e Giovanni, rispettivamente di 17, 11 e 12 anni, sono giunti a Parma accompagnati da alcuni familiari, da Silvia Daffadà, borgotarese che vive e lavora da alcuni anni a Francoforte e che fa parte dell´Associazione emiliano-romagnoli in Assia e Palatinato e da Romeo Broglia, membro della Consulta degli Emiliano Romagnoli nel mondo. “Questi tre ragazzi hanno tutti origini italiane. È quindi importante che possano conoscere meglio il Paese da cui discendono – ha detto Silvia Daffadà –. Io sono all’estero da dieci anni ma sono ancora molto legata alle mie origini e sono orgogliosa di poter far conoscere a questi ragazzi i miei territori”. I ragazzi sono stati premiati nei giorni scorsi a Francoforte, alla presenza del Console generale Bernardo Carloni, della direttrice dell´Istituto italiano di Cultura Paola Cioni, della presidente della Consulta degli emiliano-romagnoli Silvia Bartolini, del segretario generale della Federazione della Stampa Italiana Franco Siddi, della presidente della giuria Marina Demaria, e di varie autorità tedesche locali, tra le quali la rappresentante del sindaco, Elisabeth Heindl. NoveColonne

 

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

- fino a sabato 30 maggio, c/o Pinakothek der Moderne(Barerstr. 40, München))

   "Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"

   Informazioni presso: www.die-neue-sammlung.de

   Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)

   Organizza: Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich

   in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura

 

- fino a domenica 6 giugno, 10:00-22:00, c/o Aspekte Galerie im Gasteig,

   2. OG (Rosenheimerstr. 5, München)

   "Letizia Battaglia - Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"

   Ingresso libero

   Organizza: Aspekte Galerie der Münchner Volkshochschule, Münchner

   Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto Italiano di Cultura,

   Circolo Cento Fiori

 

- fino a venerdì 25 giugno, lun.-gio. 10:00-13:00 e 15:00-17:00,

   mer. 10:00-13:00 e 15:00-19:00, ven. 10:00-13:30, c/o Istituto

   Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   Mostre: Rita Siracusa "Skulptur" e Silvia Beltrami "Collage"

   Due giovani protagoniste dei nuovi sviluppi artistici in Italia

   espongono le proprie opere.    Ingresso libero

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura e Maurer Zilioli Contemporary

   Arts - Brescia, in collaborazione con Air Dolomiti ed ENIT München

 

- fino a martedì 31 agosto, luned&igrav;-giovedì 10:00-16:00, c/o

   Geschäftsstelle der SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag

   (Maximilianeum, München)

   Mostra fotografica: "55 Jahre 'Deutsche Vita' - Arbeitsmigration nach

   Deutschland"

   La raccolta di fotografie di Antonino Tortorici racconta frammenti di

   esistenze degli emigranti dal momento del loro arrivo arrivo negli

   anni '50, illustrandone le condizioni di vita sul lavoro e nel

   quotidiano.

   Organizza: SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag

 

- fino a domenica 19 settembre, c/o "Die Neue Sammlung - The

   International Design Museum Munich" / Pinakothek der Moderne

   (Barerstr. 40, München), martedì-domenica ore 10:00-18:00, giovedì

   ore 10:00-20:00

   "La fabbrica delle idee. Alessi: Storia e futuro"

   Ingresso: € 10,-/7,- (domenica: € 1,-)

   Organizza: Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich

   in cooperazione con Istituto Italiano di Cultura

 

- fino a domenica 10 ottobre, Füssen ed Augsburg

   Bayerische Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN"

   Mostre:

   * KAISER, KULT UND CASANOVA

     Füssen: Ehemaliges Kloster St. Mang, Lechhalde 3, ore 9:00-17:30

   * KÜNSTLICH AUF WELSCH UND DEUTSCH

     Augsburg: Maximilianmuseum, Philippine-Welser-Str. 24,

     ore 9:00-17:30

   * SEHNSUCHT, STRAND UND DOLCE VITA

     Augsburg: Bayerisches Textil- und Industriemuseum (tim),

     Provinostr. 46, ore 9:00-17:30

   Il programma è disponibile all'indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de

   Organizza: Haus der Bayerischen Geschichte, Stadt Augsburg,

   Stadt Füssen, Bayerisches Textil- und Industriemuseum

 

- venerdì 28 maggio, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   Diavortrag: "Innovationen überwinden die Alpen - die Anfänge der

   Buchdruckerei in Italien

   Relatore: Dr. Bettina Wagner, Bayer. Staatsbibliothek

   Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

- sabato 6 giugno, ore 11:00-20:00, davanti al Rathaus di Karlsfeld,

   "Großes griechisch-italienisches Straßenfest"

 

   con musiche e specialità greche ed italiane.

   Organizzatori: ACLI Karlsfeld e Griechische Gemeinde Karlsfeld, col

   sostegno del Bürgermeister Stefan Kolbe

 

- 10 giugno - 18 agosto, c/o Bayerische Staatsbibliothek (Ludwigstr. 16,

   München), lunedì-venerdì ore 10:00-17:00, giovedì fino alle 20:00,

   sabato e domenica ore 13:00-17:00

   in occasione della Bayerische Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN"

   "Bella figura. Italienische Buchmalerei in der Bayerischen

   Staatsbibliothek"

   Organizza: Bayerische Staatsbibliothek, Istituto Italiano di Cultura

 

- giovedì 10 giugno, c/o Residenzplatz (Passau), ore 19:30

   in occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau 2010:

   "Frauengestalten - Frauen gestalten"

   Concerto: "Volkslieder aus Neapel"

   con la Nuova compagnia di Canto Popolare di Napoli

   Per maggiorni informazioni: www.ew-passau.de

   Organizza: Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con

   Istituto Italiano di Cultura

 

- venerdì 11 giugno, ore 17:00, c/o Archäologisches Staatsministerium

   (Lerchenfeldstr. 2, München)

   Visita alla mostra "karfunkelstein und Seide"

   Guida: Dr. Andrea Lorentzen

   Nella serata, il museo sarà aperto solo per la Dante Alighieri

   La partecipazione è possibile solo previa registrazione (per posta,

   fax o email) presso: Heliane Schmidt, Hardenstr. 1 B, 80935 München,

   Tel. o Fax: 089-3138187, h.schmidt@dante-muenchen.de

   Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

- venerdì 11 giugno, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   "Incontri di letteratura spontanea"

   Chiunque può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o

   anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri.

   Come in ogni incontro alla migliore testimonianza orale o scritta sarà

   assegnato il premio in onore della Signora Fiorani in Muhm.

   Ingresso gratuito.

   Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

   Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

- sabato 12 giugno, ore 19:30, c/o Opernhaus (Richard-Wagner Platz,

   Nürnberg) Opera: "le Nozze di Figaro"

   Commedia musicale in quattro atti di Wolfgang Amadeus Mozart, in

   lingua italiana con sovratitoli in tedesco.

 

- domenica 13 giugno, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni e

   mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a 10

   anni), c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,

   bus 53 e 154)    "Il laboratorio dell'italiano"

   Lo scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,

   sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)

   italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo

   divertendoci.

   Per maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott (tel.

   089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de). Organizza: Rinascita e.V.

  

 

 

Dalla Germania alla scoperta della storia e della cultura del Trentino. In arrivo una guida della Dumont

 

TRENTO - La storia, la cultura e le tradizioni del Trentino custodite dai castelli, dagli antichi manieri disseminati sul territorio, sono state al centro della visita del giornalista tedesco Jochen Müssig, redattore della editrice Dumont, che pubblicherà a breve una guida intitolata “Dumont Bildatlas Gardasee-Trentino”. Ospite della Trentino SpA nei giorni scorsi , il cronista è stato accompagnato alla scoperta di diversi ambiti del territorio trentino, tutti legati dal filo rosso dei castelli. Un viaggio non solo nel tempo ma anche attraverso i cambiamenti che queste particolari ambientazioni hanno subito nei secoli, fino a diventare ristoranti, locali tipici, luoghi per la valorizzazione dei prodotti trentini oppure enti culturali.

Un percorso cominciato da Rovereto e dalla Vallagarina. La prima tappa è stato il secolare Castel Beseno. Seconda tappa la zona di Comano Terme, cominciando con la visita a Castel Stenico. Il giornalista tedesco ha poi visitato la Val di Non, con Castel Thun e ricchezze museali. Poi, visita a Maso San Bartolomeo, a Romeno, ed al Castel Vasio di Fondo.  Infine, la Valsugana, a cominciare dalle Terme di Levico. Ultima tappa la Valle dei Mocheni. (Inform)

 

 

 

 

Baviera. In una mostra la storica unione tra Italia e Baviera. L'esposizione aperta fino a Ottobre

 

L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera organizza la mostra regionale “Bayern – Italien”, che si svolge a Füssen presso l’ex Monastero benedettino di St. Mang e ad Augusta presso il Maximilianmuseum ed il Bayerisches Textil- und Industriemuseum. L’esposizione, visitabile fino al 10 ottobre 2010, è stata realizzata insieme alla Haus der Bayerischen Geschichte, alla città di Augusta e al Bayerisches Textil- und Industriemuseum di Augusta e con il patrocinio del Governatore della Baviera Horst Seehofer.

Si tratta di un percorso nella lunga storia che unisce la Baviera e l’Italia. Sotto il titolo Imperatori, culto e Casanova sono esposte nell’ex Monastero di St. Mang a Füssen le testimonianze dei contatti tra l’Italia e la Baviera dall’antichità fino ai primordi del XIX secolo. La sezione del Maximilianmuseum, intitolata L’arte in italiano e in tedesco, mette in luce gli influssi dell’arte italiana su quella tedesca e viceversa attraverso opere di artisti come Tiziano, Dürer e Holbein il Vecchio. Per finire, la storia della mostra continua sino ai giorni nostri presso il Bayerisches Textil- und Industriemuseum: la sezione Nostalgia, spiagge e Dolce vita mette in luce le relazioni tra Baviera e Italia a partire dal XIX secolo. Si tratteranno anche le esperienze negative collegate ai due conflitti mondiali, ma al centro della mostra ci saranno gli influssi italiani in Baviera, che hanno influenzato la vita di tutti i giorni e le mentalità, nella maggioranza dei casi assai positivamente. Grtv

 

 

 

 

SWR. Eleonora d’Arborea, simbolo sardo nel mondo

 

Eleonora d’Arborea, grande protagonista della storia della Sardegna, è ritenuta simbolo della sardità nel mondo.

 

A 600 anni dalla sua morte, la Giudicessa (così viene ricordata), è ritenuta l’antesignana della parità dei diritti uomo-donna e delle classi sociali. E’ a questi principi che si richiamano oggi anche i 16 circoli sardi operanti in Germania.

Eleonora d’Arborea è ricordata come la sovrana di uno dei quattro territori in cui era divisa la Sardegna medievale. E’ una figura di spicco, vissuta ad Oristano fra il 1360 e il 1400.

Questa donna dallo spirito intraprendente, energica e particolarmente orientata verso la parità dei sessi è passata alla storia sarda per la “carta de Logu” promulgata nel 1385 e rimasta in vigore fino al 1827. Si tratta di una delle più antiche raccolte di leggi sociali, ma allo stesso tempo straordinariamente moderne.

Eleonora d’Arborea è stata recentemente rievocata anche in Calabria, in Sicilia, Argentina, Francia, Belgio, Australia ed ora per la prima volta anche in Germania.

Secondo gli storici e i sociologi, questa grande e risoluta donna è stata una regina che ha operato con equità per la sua gente, tanto che per 10 anni abolì i tributi accollandosene l’onere dopo che suo fratello Ugone aveva caricato di tasse il popolo.

Ciò che ancora oggi la conferma grande protagonista è il suo spiccato senso per le pari opportunità e dei diritti uomo-donna e per la giustizia.

Furono sue le norme a punire lo stupro, a garantire diritti alla donna sposata, a tutelare l’istituzione famiglia e ad abolire la servitù.

Molte di quelle norme contenute nella “Carta de logu” fanno parte della vita dei nostri tempi e rappresentano un simbolo di civiltà di cui tutti i sardi possono andare fieri.

Altri particolari sono contenuti nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6442398/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/9b7etj/index.html.

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press

 

 

 

 

Migranti. Gesuiti contro detenzioni indiscriminate

 

Viene inflitta spesso in maniera indiscriminata, lasciando poco spazio alla difesa dei diritti individuali e a scelte personali, la detenzione di migranti irregolari o richiedenti asilo nello spazio europeo; tale detenzione rende i migranti più vulnerabili e ha conseguenze negative sul loro stato di salute fisica e mentale. Sono queste a grandi linee le conclusioni di uno studio promosso dal Servizio gesuita per i rifugiati (Jrs) nei 23 paesi dell’Unione Europea, dal titolo ‘Diventare vulnerabili in detenzione’. “Tutti, dai minorenni agli anziani, malati o in buona salute, possono essere sottoposti a una detenzione, irrispettosa dei propri bisogni” scrive l’ufficio europeo del Jrs, che il prossimo 8 Giugno, a Bruxelles, presenterà ufficialmente le conclusioni dello studio condotto da organizzazioni non governative impegnate a fianco dei migranti e profughi. La ricerca sostiene che sugli individui con bisogni ufficialmente riconosciuti, come i minorenni, le giovani donne e gli ammalati, la detenzione ha un impatto particolarmente negativo, anche sulla salute mentale. Circa il 70% delle persone intervistate per la ricerca ha detto che la detenzione ha peggiorato la percezione di se stesse. Nel 79% dei casi, i migranti detenuti a causa di irregolarità di soggiorno non sanno quando saranno liberati. Misna

 

 

 

 

Israele e Mantica. Il sottosegretario agli esteri non può più rappresentare l'Italia

 

Israele, paese che ha collezionato il maggior numero di condanne da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, continua a ignorare ogni monito, ad agire indisturbato nei territori occupati e questa volta, anche in acque internazionali.

Contro buona parte dei suoi stessi cittadini, purtroppo minoritaria, Israele è diventato un paese che fa della segregazione razziale dei palestinesi la sua ragion d’essere.

Oggi il senatore Mantica ci spiega che l’assassinio di 19 attivisti sulle navi della Freedom Flotilla in acque internazionali non è altro che la risposta ad una provocazione dei pacifisti.

Una persona che giustifica la strage dei pacifisti e non si degna neanche di esprimere una parola di pietas per i morti e per le loro famiglie non è degno di rappresentare istituzionalmente il nostro paese.

Una ragione in più, e definitiva, per esigerne le immediate dimissioni.

 

L’azione della marina israeliana e l’assassinio di 19 pacifisti colpevoli solo di portare aiuti sanitari e alimentari alla popolazione di Gaza, è l’ennesima fotografia di un paese, Israele, da tempo in mano a una cricca di pericolosi fanatici (non diversi da altre leadership del mondo arabo e non) che si alternano al potere perpetrando stragi e azioni al di fuori della legalità internazionale. Israele, paese che ha collezionato il maggior numero di condanne da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, continua a ignorare ogni monito, ad agire indisturbato nei territori occupati e questa volta, in acque internazionali attacca un manipolo di pacifiche navi che intendevano superare l’embargo unilaterale a Gaza, distrutta poco più di un anno fa da un mese di bombardamenti dove erano perite 1.400 persone, in gran parte bambini.

Solo per aver dichiarato il Golfo della Sirte come mare interno, la Libia di Gheddafi, qualche decennio fa si era meritata la punizione di americani e inglesi. L’invasione del Kuweit da parte dell’Iraq aveva portato alla prima guerra del Golfo e successivamente alla conclusiva guerra di conquista anglo-americana con il supporto Nato e dell’”alleanza dei volenterosi”.

 

Nessuna reazione, ovviamente, per le infinite operazioni coperte e scoperte, operate Israele e dai sui servizi in medio oriente e in tante altre parti del mondo: Siria, Iraq, recentemente Abu Dhabi, e ben prima, il supporto alla guerra di conquista dell’Angola da parte del Sud-Africa dell’Apartheid, o il supporto, che continua, alla guerra sporca in Colombia.

 

Per quanto tempo ancora la comunità internazionale potrà sopportare questa situazione unica di un paese ormai fuori dalla legalità e che si permette ogni azione convinto della propria impunità ? E per quanto tempo, si potranno ancora sottovalutare gli enormi rischi alla pace mondiale che le sue azioni comportano ?

 

Contro buona parte dei suoi stessi cittadini, purtroppo minoritaria, Israele è diventato un paese che fa della segregazione razziale dei palestinesi la sua ragion d’essere. Che ha obbligato milioni di palestinesi a fuggire dalle proprie terre e a vivere da oltre mezzo secolo nei campi profughi; un paese del tutto disinteressato ad una pace stabile, piuttosto ad aumentare la sua potenza nella convinzione che la sua sopravivenza si dia solo nel dominio e nel terrore dei palestinesi e dei suoi vicini arabi.

In questo non è purtroppo dissimile da altri esempi della storia del ‘900 che avevano fatto della superiorità razziale e della loro potenza militare la loro ragion d’essere.

E’ impressionante notare la convergenza e la simpatia che esso ha acquisito in ambienti politici nostrani che derivano da quella tradizione. Recentemente, il sottosegretario agli Esteri, Sen. Mantica, ci aveva comunicato la sua incontenibile ammirazione per le Panzer Divisionen tedesche della seconda guerra mondiale e che sarebbe passato tranquillamente sul cadavere di CGIE e del suo Segretario Generale, Elio Carozza. Precedentemente, all’atto del suo insediamento, ci aveva fatto presente che l’Italia non sopporta “la monnezza e gli immigrati”. Qualcuno ha sostenuto che un certo andare fuori delle righe faceva parte del suo carattere, che la schiettezza del senatore era metaforica e, tutto sommato, se non da ammirare, era almeno da tollerare.

Oggi, lo stesso senatore, ci spiega che l’assassinio di 19 attivisti sulle navi della Freedom Flotilla in acque internazionali non è altro che la risposta ad una provocazione dei pacifisti. Più o meno (anzi molto peggio) di quando le stragi nazifasciste sul territorio italiano e di altri paesi europei, venivano giustificate con la presenza di partigiani –banditen- nelle zone aggredite (che almeno erano armati).

Con queste dichiarazioni, Mantica, che si trova ora in rotta di collisione con il suo Ministro Frattini, ha confermato anche ai più bendisposti nei suoi confronti, di che pasta culturale è fatto. Una persona che giustifica la strage dei pacifisti e non si degna neanche di esprimere una parola di pietas per i morti e per le loro famiglie non è degno di rappresentare istituzionalmente il nostro paese.

Una ragione in più, e definitiva, per esigerne le immediate dimissioni. Che tutti dovremmo chiedere con forza.

Rodolfo Ricci (Segr. Gen. FIEI – Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)

 

 

 

 

Gaffe sulla missione in Afghanistan, il presidente tedesco si dimette

 

Horst Köhler lascia: era stato criticato dai partiti per aver detto che scelta era motivata da ragioni economiche - anche il ministro della difesa aveva preso le distanze da lui

 

MILANO - Il presidente della repubblica tedesca, Horst Köhler, ha annunciato oggi le sue dimissioni. L'annuncio di Köhler arriva a solo un anno dalla sua rielezione.

LA DICHIARAZIONE - Nel dare lettura quasi con le lacrime agli occhi di una breve dichiarazione, con al fianco la moglie Eva Luise, il capo dello Stato ha affermato con voce rotta dall'emozione che la sua drammatica decisione è stata motivata dal fatto che le critiche espresse nei suoi confronti hanno rappresentato una «mancanza di rispetto per la funzione» da lui ricoperta.

I MOTIVI - Il presidente tedesco ha motivato la scelta di lasciare l'incarico con le polemiche legate alle sue recenti controverse dichiarazioni sull'impegno militare della Germania in Afghanistan. Koehler, infatti, aveva giustificato la missione con la necessità di proteggere gli interessi commerciali del Paese all'estero. Negli ultimi giorni, la posizione del presidente era stata duramente criticata sia dall'opposizione, sia da esponenti della coalizione (Cdu-Csu, Fdp) guidata dalla cancelliera Angela Merkel. E venerdì scorso il ministro della Difesa tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, aveva preso le distanze dal presidente della Repubblica. «Un Paese delle nostre dimensioni, concentrato sull'export e quindi sulla dipendenza dal commercio estero, deve rendersi conto che gli sviluppi militari sono necessari in un'emergenza per proteggere i nostri interessi - aveva detto Koehler a una radio tedesca durante una visita in Afghanistan il 22 maggio scorso -, ad esempio per quanto riguarda le rotte commerciali o per impedire instabilità regionali che potrebbero influire negativamente sul nostro commercio, sull'occupazione e sui redditi».  CdS 31

 

 

 

 

Israele, assalto alla nave dei pacifisti. Morti 19 attivisti

 

L'assalto si è trasformato in un bagno di sangue. La tv israeliana ha reso noto che il bilancio dell'assalto israeliano alle navi cariche di aiuti umanitari destinati a Gaza è di 19 morti e 26 feriti. L'esercito israeliano ha detto che i suoi soldati, mentre prendevano il comando delle navi, sono stati attaccati da uomini armati di pistole e coltelli. «Ci risulta che almeno 10 persone del convoglio siano state uccise», ha detto un portavoce dell'esercito israeliano, aggiungendo che almeno quattro soldati sono stati feriti. Il convoglio di aiuti umanitari e di attivisti stranieri è partito ieri dalle acque internazionali a largo di Cipro, sfidando il blocco israeliano di Gaza e gli avvertimenti israeliani. Secondo il canale tv israeliano Channel 10, i morti sono però 19. Il canale televisivo israeliano riferisce anche che la flotta di sei navi era guidata da un'imbarcazione con bandiera battente turca con 600 persone a bordo.

 

La Turchia ha «protestato duramente» contro l'esercito israeliano. «(L'intercettazione del convoglio) è inaccettabile ... Israele dovrà subire le conseguenze del suo comportamento», ha detto il ministero degli Esteri turco in una nota, aggiungendo che Ankara ha chiesto all'ambasciatore israeliano di recarsi al ministero. Secondo quanto ha annunciato dal dirigente di Hamas, Mahmoud al-Zahhar, intervistato a Gaza dalla tv satellitare "al-Arabiya", «c'è anche un deputato turco tra le persone morte nell'attacco». Secondo i media arabi, la protezione civile di Ankara ha annunciato la presenza di 15 turchi tra le persone morte in seguito all'attacco israeliano, anche se la notizia non è stata ancora confermata da altre fonti. Secondo il corrispondente di al-Jazeera, invece, sarebbero nove i cittadini turchi rimasti vittime del blitz della Marina di Tel Aviv.

 

Mark Regev, portavoce del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che Israele non voleva lo scontro. «Abbiamo offerto più volte di portare le navi nel porto di Ashdod e abbiamo garantito che da lì il carico umanitario sarebbe stato trasferito alla popolazione di Gaza», ha detto, mentre il ministro dell'Industria e del Commercio Binyamin Ben-Eliezer ha espresso alla radio dell'esercito il proprio rammarico per i morti.

 

L'Unione Europea ha sollecitato l'apertura di un'inchiesta sull'incidente, chiedendo ad Israele di aprire le porte agli aiuti umanitari. Secondo l'agenzia di stampa ufficiale siriana, la Siria ha invece proposto una riunione di emergenza della Lega Araba per discutere la questione: «Il rappresentante della Siria alla Lega Araba ha sottoposto una nota formale alla Lega, chiedendo di riunirsi».  Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite terrà oggi una riunione d'emergenza, per discutere dell'assalto compiuto dall'esercito israeliano contro un convoglio navale di attivisti filo-palestinesi che stava cercando di rompere il blocco alla Striscia di Gaza per portare aiuti alla popolazione locale. La riunione al Palazzo di Vetro, convocata su richiesta della Turchia (attuale membro non permanente del Consiglio di Sicurezza) inizierà alle 13 (ora locale, le 19 in Italia).

 

C'è anche una giornalista di Torino su una nave del convoglio umanitario, diretto a Gaza, assaltato questa notte dalla marina militare israeliana. Angela Lano, 47 anni, era a bordo della «8000 - Freedom for prisoners. Freedom for Gaza» insieme ad alcuni colleghi. «Di lei - dicono adesso alla Infopal, l'agenzia di stampa on line di cui è direttore - non abbiamo notizie. L'ultima telefonata ci è giunta alle 2 della notte scorsa: diceva 'gli israeliani ci stanno intercettando'. Poi, il nulla». Infopal fornisce news, resoconti e reportage sulla situazione in Palestina e, in particolare, sulla striscia di Gaza.

 

Da bordo della «8000» - il nome si riferisce al numero dei palestinesi incarcerati nelle prigione israeliane - Angela Lano aveva mandato, nei giorni scorsi, alcune corrispondenze. «L'atmosfera è positiva - ha scritto il 27 maggio durante il terzo giorno di navigazione - anche se da agenzie e siti stranieri apprendiamo che lo stato sionista ha già trovato un nome per la sua operazione di pirateria e attacco illegale contro la nostra flotta: skywind, vento dal cielo. Sarà l'ennesima dimostrazione della barbarie e inciviltà che caratterizzano il Paese, nato da azioni di terrorismo e di forza».

 

Il 28 maggio i giornalisti presenti sulla «8000» (cechi, bulgari, greci e una troupe di Al-Jazira) avevano diramato un comunicato: «Noi considereremo ogni aggressione israeliana contro di noi una grave violazione della libertà di stampa, sancita da numerose convenzioni internazionali. Ribadiamo che noi siamo qui per svolgere il nostro dovere professionale al seguito della missione umanitaria della Freedom Flotilla». Nei reportage, Lano spiegava che le navi cargo erano cariche di carrozzelle a motore per gli invalidi («le tantissime vittime delle bombe non convenzionali israeliane»), medicinali, cemento, mattoni, legno da costruzione, generatori per corrente elettrica, desalinizzatori e potabilizzatori, tendoni per sfollati, cento case prefabbricate, alimenti per bambini, giocattoli, vestiario «per un totale di oltre 15 milioni di euro».

 

Israele ha dichiarato di voler continuare a imporre il blocco sulla striscia di Gaza, un territorio abitato da 1,5 milioni di persone controllato dai fondamentalisti islamici di Hamas, contrari alle trattative tra Israele e palestinesi con la mediazione degli Usa. La polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta nelle zona del Wadi Ara (60 chilometri a nord di Tel Aviv), dopo che nella città di Um el-Fahem si era sparsa la voce (non confermata) che nell'attacco alla flotta di pacifisti fosse stato ferito dai militari lo sceicco Raed Sallah, leader del Movimento islamico nel Nord di Israele, che vive a Um el-Fahem. La radio militare ha aggiunto che i vertici della polizia israeliana hanno condotto una seduta di emergenza e che continuano a seguire da vicino l'evolversi della situazione nella popolazione araba.

 

Israele e Egitto hanno intensificato il blocco su Gaza dopo la conquista del territorio nel 2007 da parte di Hamas. Israele ha lanciato nel dicembre 2008 una devastante offensiva militare, con lo scopo di fermare i razzi che colpivano le sue città. Israele nega che sia in atto una crisi umanitaria a Gaza, dicendo che il cibo, le medicine e l'attrezzatura medica possono entrare liberamente. Secondo Israele le restrizioni sono necessarie per evitare l'ingresso di armi e materiali di cui Hamas si potrebbe poi impossessare.

 

Il presidente palestinese, Abu Mazen -che ha definito «un massacro» l'assalto- ha decretato tre giorni di lutto nei territori palestinesi. In un comunicato diffuso nella città cisgiordana di Ramallah attraverso l'agenzia ufficiale Wafa, Abu Mazen tuttavia non ha annunciato l'interruzione del dialogo indiretto di pace, in corso con Israele. Il suo portavoce, Nabil Abu Radeina, ha definito l'azione «un crimine contro l'umanità» perché «gli attivisti non erano armati e, tentando di rompere il blocco su Gaza portando aiuti, sono stati accusati». «L'aggressione israeliana avrà pericolose conseguenze nella regione e nel mondo».

 

Il movimento islamico palestinese di Hamas, che controlla la striscia di Gaza, sta preparando una manifestazione di protesta. Secondo quanto annuncia il sito del gruppo islamico, tutti i militanti del movimento stanno scendendo in strada, dopo la preghiera, per dare vita ad una protesta popolare. Hamas esorta arabi e musulmani di tutto il mondo a sollevarsi in un'intifada, dinanzi alle ambasciate israeliane del globo. Il leader della Lega Araba, Amr Moussa, ha definito l'attacco un «crimine contro una missione umanitaria»; il segretario generale dell'organizzazione panaraba ha poi spiegato che domani si terrà, a Il Cairo, una riunione straordinaria «per adottare una posizione araba collettiva». L’U 31

 

 

 

 

Le reazioni. "E' una menzogna che ci fossero armi a bordo". La risposta delle Ong all'assalto israeliano

 

ROMA - "E' semplicemente ridicolo che si possano immaginare armi a bordo di quelle navi", dice trattenendo una comprensibile emozione Maria Elena Delìa, portavoce di Freegaza Movement, una delle organizzazioni-guida della spedizione umanitaria finita in tragedia. "Per affermare una cosa del genere, come ha fatto il governo israeliano, bisogna essere in malafede e far finta di non conoscere a quali procedure rigorose si è sottoposti prima che un cargo o una nave passeggeri possa mollare gli ormeggi. A Cipro, così come in tutti gli altri porti dai quali sono salpate le nove navi, solo sei delle quali hanno formato il convoglio - ha aggiunto Delìa - ci sono state ispezioni rigorosissime, sia sulla merce che veniva trasportata che sulla lista dei passeggeri, peraltro resa pubblica".

 

"Azione solo pacifista". Maria Elena Delìa ha così proseguito: "Che comunque ci possano essere state delle reazioni di fronte al vero e proprio agguato della marina israeliana, ovviamente non posso escluderlo. Un agguato avvenuto, peraltro, in acque internazionali, cioè a 75 miglia dalla costa, dunque largamente al di là del limite fissato unilateralmente l'altra sera dal governo d'Israele. Pur non escludendolo - ha aggiunto Delìa - la sproporzione delle forze è stata così evidente, che non credo sia neanche il caso di parlarne. E comunque, se reazione c'è stata non è stata con le armi. Tanto più che l'azione che la flottiglia stava portando a termine aveva tutti i connotati di un'iniziativa umanitaria pacifica, volta a portare solo aiuto alla popolazione di Gaza, costretta dal blocco israeliano all'isolamento, oltre che con l'obiettivo di attrarre l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale, su questa crisi umanitaria".    

 

Le organizzazioni-guida. Ecco l'elenco delle organizzazioni che hanno curato la realizzazione della flottiglia. L'associazione turca IHH (Insani Yardim Vakfi), l'European Campaign to End the Siege on Gaza (ECESG), la Greek Ship to Gaza Campaign, la Swedish Ship to Gaza Campaign e il Free Gaza Movement, con l'appoggio di un coordinamento di ONG di 42 paesi, fra i quali Stati Uniti, Turchia, Grecia, Malesia, Belgio, Svezia, Indonesia e Irlanda.

 

Le Ong italiane.  Dal mondo delle Ong italiane, arriva anche il commento e l'analisi di Francesco Petrelli, presidente dell'organismo che di Organizzazioni Non Governative a Associazioni ne rappresenta 250. "Si è trattato di un atto gravissimo e irresponsabile - ha esordito Petrelli - che rischia di far precipitare la situazione nel Mediterraneo. La scelta israeliana di questa notte, oltre che mettere a rischio la sicurezza dello stesso stato d'Israele,  sta di fatto mettendo in gioco il rapporto con un paese della Nato come la Turchia".

 

"Capisco - ha aggiunto - che possa essere discutibile il modo di rappresentare una crisi umanitaria, ma a Gaza di crisi umanitaria si tratta, non d'altro. Ritengo sia urgente che la comunità internazionale assuma una posizione chiara e inequivocabile nei confronti di questo problema, tenendo conto che ciò che è in gioco è soprattutto la sopravvivenza di un milione e mezzo di persone che vivono a Gaza".

CARLO CIAVONI  LR 31

 

 

 

 

Narducci (PD): Ferma condanna dell’attacco israeliano al convoglio Freedom Flotilla

 

“In una situazione già preoccupante, la notizia di almeno 19 vittime, seguita all’assalto israeliano alla piccola flotta umanitaria diretta a Gaza, non può che destare sgomento e deplorazione”. Lo afferma l’on. Franco Narducci, vicepresidente della Commissione esteri della Camera dei Deputati, a proposito dei gravissimi fatti avvenuti in Medio oriente esprimendo piena solidarietà alle famiglie delle vittime.

L’on. Narducci si associa alla condanna espressa dall’on. Piero Fassino sottolineando che non è più ora di indugiare e che “si avvviino presto i negoziati di pace in modo da fare chiarezza sulle regole della convivenza ed evitando ogni rischio di escalation”.

L’on. Narducci ha espresso altresì preoccupazione per le condizioni degli italiani presenti su una delle navi della flottiglia umanitaria, nave che è scampata all’assalto, e ha ringraziato la Farnesina per la tempestività delle informazioni diramate sulle condizioni dei nostri connazionali coinvolti. De.it.press

 

 

 

Guerre dimenticate e l’ingordigia dei ricchi

 

Il dramma del Congo registra 5 milioni di morti e l’esodo di milioni di persone. Il fallimento dell’Onu e gli interessi delle multinazionali

  

   Tutti i giorni la cronaca si attarda su episodi di violenza fisica e verbale. Avvilisce appurarli ma non ci sorprendono più, un po’ perché, volenti o  nolenti, ci siamo abituati ai tanti misfatti ai quali la stampa dà ampio risalto, trascurando di sottolineare le molteplici azioni caritatevoli di tante persone; un po’ perché sappiamo che rientra nella natura dell’uomo, specie se convinto di aver diritto a tutto ciò che gli piace o gli fa comodo, lo scivolare nel peccato e nell’aggressività. A tali dolorose vicende si aggiungono i terremoti o maremoti, i vari incidenti aerei o stradali, il terrorismo del Medio Oriente, le catastrofi ecologiche come la fuoriuscita del petrolio nel Golfo del Messico.

   Invece quotidiani e telegiornali trascurano la guerra che da quasi 15 anni affligge il Congo. O ne parlano sporadicamente, tanto che si rischia di scordarne l’esistenza, di non conoscerne le tragedie, di non sapere quanti siano finora i morti; quanti coloro che fuggono in cerca di pane e salvezza; quanti i bambini obbligati a guerreggiare o le bambine sottoposte a schiavitù e a violenze sessuali. Non siamo neppure al corrente di che cosa abbia fatto l’UE per porre fine a tale martirio; o che la missione di pace dell’ONU, benché fallimentare, sia costata più di 1 miliardo di dollari l’anno!

   E’ negligenza denunciata, sul Corriere della Sera del 21 maggio, da Stefa-no Rodi nell’articolo “Crisi dimenticate, il dramma senza fine del Congo”, ove l’articolista cita il “primato di morti: cinque milioni di vittime, il 90% delle quali civili” (dati Unicef), dovuto al “tutti contro tutti: esercito regolare, fronte democratico… del Ruanda, ribelli…, truppe irregolari ugandesi, oltre alle milizie indigene”; afferma che “migliaia di donne, bambini e talora uomini sono stati stuprati, e centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro case”; ricorda che l’Onu “non è mai riuscita ad evitare i massacri ed ora sta pensando ad un ritiro graduale”; rileva che là “tranne le armi, manca tutto: cibo, acqua, medicine, pietà”, benché “con la guerra continuino a prosperare gli affari legati alle materie prime, soprattutto diamanti ed oro”, essendo “il dramma dell’Est del Congo… il risultato di una competizione feroce… per lo sfruttamento illegale delle immense risorse di questa parte del Paese”, cui partecipano Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Belgio, in competizione con la Cina; sottolinea che, nella primavera 2009, ci sono stati “oltre 250mila sfollati… in cerca di una via di uscita”; e conclude notando che tali “vicende… nella tv italiana sono state citate in totale sette volte in un anno intero”.

   Non so se le Tv europee abbiano dato più rilievo alla guerra civile scoppiata nel 1996 in quello Stato che ha vissuto alterne vicende: da Regno indigeno diventa proprietà privata di Leopoldo II del Belgio; poi, nel 1908, colonia belga (ove i locali erano esclusi dall’istruzione!), alla quale, nel 1924, fu annesso il Ruanda-Burundi, che ne divenne la settima provincia. Ricca di risorse boschive, giacimenti di diamanti, avorio e altro, conquistò l’indipendenza nel 1960 grazie a Lumumba che ne divenne primo ministro. Nel gennaio 1961 il colonnello Mobutu - che raggiunse in breve il potere assoluto e portò il Congo alla rovina totale - lo fece giustiziare; nel 1965 creò un partito unico, il Movimento Popolare della Rivoluzione; avversò il Cristianesimo a vantaggio dell’animismo locale; si bilanciò tra Usa e URSS, durante la guerra fredda. Nel 1990 accettò l’istituzione di un Parlamento multipartitico, condividendo il potere con il suo presidente; il che non evitò la guerra con le forze ribelli ruandesi ed ugandesi, coalizzate sotto il comando di Kabila che ebbe il sopravvento e diventò il nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo. Non fu  ancora pace. Nel 1998 i Tutsi iniziarono la lotta contro il “democratico” Kabila, spalleggiato dagli eserciti di Angola, Namibia e Zimbabwe, per il controllo dei locali giacimenti di diamanti ed oro: morirono almeno 350mila persone, oltre ai 2 milioni e mezzo deceduti per carestia o malattie.

   La Repubblica continua a vivere in un clima instabile: se la zona occidentale del Paese, compresa la capitale Kinshasa, non è più teatro di scontri e violenze, nelle province orientali bande armate, milizie non governative, ex-militari e gruppi tribali, utilizzando anche bambini di 4 anni, effettuano incursioni e razzie con notevoli massacri di civili. Eppure solo nel 2008 l’UE ha pensato d’inviare una Forza per sostituire (in parte) i 17 mila soldati della missione di pace dell’ONU, fallita, secondo un’indagine della BBC, per gravissime irregolarità: rifornimento di armi ai ribelli e traffico illegale di oro e avorio attraverso la frontiera con il Ruanda. Improbabile che lo scenario possa cambiare fintanto che i minerali africani continueranno ad essere ben pagati nel mercato internazionale, a dispetto della “coscienza occidentale” colma di “umanismo” con la quale si giustificano gli interventi: il Congo rappresenta una fonte di ricchezza che attrae molti Paesi occidentali e la Cina.

   Ne consegue che la popolazione continua a subire minacce, saccheggi, percosse, uccisioni e stupri, ai quali si aggiunge, nonostante l'assistenza di Medici senza Frontiere e della Caritas, la mancanza di cibo, acqua potabile, fognature e igiene: non a caso la maggior parte delle morti è addebitabile alla malnutrizione e al collasso delle strutture sanitarie. Un dramma, quello di uno Stato tra i più ricchi dell’Africa, imputabile alla feroce competizione internazionale per lo sfruttamento illegale delle sue immense risorse minerali. Sul quale cade vergognosamente il silenzio di giornali e televisione.  Egidio Todeschini, de.it.press

  

 

 

La dignità dell’Africa, i doveri del mondo

 

Nel 1960, ventitré Paesi africani raggiunsero la propria indipendenza. A cinquant’anni di distanza le celebrazioni di quegli avvenimenti costituiscono non solo un’occasione di festa, ma anche un momento di riflessione sui risultati positivi e sulle mancanze storiche di questo grande evento. Debbo tuttavia constatare che, nonostante i forti legami e le tante espressioni retoriche, l’Italia è quasi assente da questa riflessione collettiva, mentre assai forte è l’attenzione dei governi e dei media degli altri Paesi europei. Eppure nessuno può esimersi dal riflettere sulle ragioni del mancato sviluppo politico, economico ed umano dell’Africa.

Queste responsabilità sono da suddividere in modo equo tra le leadership locali e quelle dei Paesi industrializzati, che troppo spesso hanno agito seguendo interessi egoistici e di breve periodo. Anche se è giusto ricordare che, nell’ultimo decennio, sono stati creati meccanismi di collaborazione fra Nazioni Unite e Unione Africana che hanno portato a risultati di notevole importanza, contribuendo alla diminuzione dei conflitti armati e perfino ad una sostenuta crescita economica in alcune aree (anche se ancora molto poche) della realtà africana, è tuttavia ormai chiaro che solo superando la presente frammentazione politica ed economica, si potrà ottenere maggiore pace, sviluppo e prosperità. La frammentazione del continente in oltre cinquanta Paesi non permette infatti alcuna prospettiva di sviluppo economico e di solidità politica. Da soli questi Paesi non hanno né la forza né le dimensioni per modernizzare l’agricoltura, per fare crescere l’industria perché troppo piccoli per costruire un mercato interno. Le loro debolezze e la loro frammentazione rende inoltre impossibile una moderna organizzazione statuale e un’effettiva democrazia. Il grande contributo che possiamo dare all’Africa è perciò quello di aiutare la sua integrazione politica ed economica.

Questo significa rovesciare la tradizione europea, che ha sempre preferito il rapporto diretto e bilaterale con i singoli Paesi, con una specie di continuità con i vecchi costumi di tipo coloniale. Un’operazione ancora più necessaria di fronte alla politica cinese in Africa, l’unica politica che, sgombra di retaggi storici, si realizza con una strategia a livello veramente continentale e con una dimensione fino ad ora ignota. È infatti la prima volta nella storia dell’umanità che un Paese esporta contemporaneamente capitali, uomini e tecnologie.

Di fronte a questa nuova realtà sarebbe disastroso continuare il vecchio gioco di dividere fra di loro i Paesi africani e trasferire in essi i propri conflitti e le proprie aree di influenza come avveniva tra Paesi europei al tempo del colonialismo e tra Unione Sovietica e Stati Uniti al tempo della guerra fredda. L’Africa ha bisogno della cooperazione di tutti e di unità al suo interno. Qualche sostanzioso progresso è stato ottenuto con la già citata collaborazione fra Unione Africana e Nazioni Unite che, pur tra mille limiti e difficoltà, ha contribuito alla stabilizzazione di diverse regioni africane. Questo però non basta. Che non basti emerge dall’analisi dei conflitti tuttora in corso ed è emerso ancora più chiaramente ed in modo unanime nel recente convegno tenuto a Bologna con il titolo “Africa: 53 Paesi, un Solo Continente.” In esso si è fatta strada la proposta che l’Unione Africana, l’Unione Europea, insieme agli Stati Uniti e alla Cina, si diano appuntamento per studiare le prospettive di un autentico orientamento comune nei confronti dell’Africa, superando gli approcci bilaterali che ne hanno così negativamente influenzato lo sviluppo. Questa è una condizione necessaria ma non certo sufficiente perché l’Africa inizi il proprio cammino verso la modernità. A tale azione si deve ovviamente affiancare il rinnovamento interno dei governi e dei sistemi politici dei diversi Paesi africani, troppe volte paralizzati da nepotismo, corruzione e abusi.

Questo è tuttavia davvero un altro capitolo. Da parte nostra dobbiamo lavorare per costruire un nuovo processo di cooperazione tra i grandi protagonisti dell’economia e della politica mondiale nei confronti dell’Africa. Un lavoro difficile ma non impossibile perché è nell’interesse di tutti. Romano Prodi IM 30

 

 

 

 

La Katrina di Obama

 

Gli americani dicono che «i fatti sono testardi», e prima o poi tutti i politici sono costretti a farci i conti. Lo sta scoprendo in queste ore drammatiche Barack Obama, che sul disastro della marea nera si gioca la presidenza.

 

Sempre ammesso che non sia già troppo tardi per rimediare a tutti i danni ambientali e politici provocati dal fiume di petrolio nel Golfo del Messico.

 

La distratta risposta all’uragano Katrina segnò l’inizio della fine per George Bush, perché, mostrando l’inefficienza della sua amministrazione, spinse il Paese a rimettere in dubbio tutte le scelte fatte fino a quel momento, a partire dalla guerra in Iraq. La fallimentare risposta all’emergenza della marea nera rischia adesso di rivelarsi ancora più letale per Obama, minando le stesse fondamenta della visione che l’ha portato alla Casa Bianca.

 

I primi ad attaccare, com’era ovvio, sono stati i repubblicani. Secondo il Wall Street Journal Obama, reagendo con lentezza e cercando di scaricare tutte le colpe e le soluzioni sulla Bp, ha dimostrato di essere «cronicamente distaccato» dalle preoccupazioni dei suoi concittadini. Se Bush avesse commesso un errore del genere, tutto sommato gli elettori non sarebbero rimasti sorpresi: da lui se lo aspettavano. Ma da Obama no. La gente presumeva che Obama fosse competente. Era stato eletto proprio per portare alla Casa Bianca una visione diversa da quella dei repubblicani, una filosofia secondo cui il governo merita spazio perché certe cose sa farle meglio dei privati. Il fallimento della marea nera, con Obama impotente che si limita ad alzare la voce contro la Bp, dimostra l’esatto contrario, annegando la visione che lo aveva fatto vincere nemmeno due anni fa.

 

Critiche simili sono arrivate anche dalla sponda democratica. Il più feroce è stato James Carville, che ha accusato Obama di non aver preso il controllo del disastro, voltando le spalle come se fosse un problema solo della Bp. Per un Presidente non esiste colpa più grave: non decidere, non prendere in pugno le crisi, magari nella speranza che la propria faccia non venga associata al disastro.

 

La defezione di Carville, consigliere storico dei Clinton, può segnalare che l’ala democratica sconfitta nelle primarie del 2008 sta sfruttando la marea nera per prendersi la rivincita e cominciare ad incrinare dall’interno la leadership del capo della Casa Bianca. Ancora più curioso, però, è il fatto che adesso il New York Times sta attaccando Obama. Magari punta solo a scuoterlo, ma fa effetto.

 

Secondo il giornale amico, «la marea nera potrebbe capovolgere la principale missione della presidenza Obama». Intendiamoci, gli argomenti difensivi della Casa Bianca sono tutti validi: il governo non possiede la tecnologia per fermare le perdite nelle trivellazioni sottomarine, non può mandare i militari a tappare il buco, e non si capisce cos’altro potrebbe fare ai fini pratici che non abbia già fatto. Eppure, «che ci piaccia o no, un tubo che vomita veleno nell’oceano è una crisi viscerale che impone azioni visibili e immediate». La credibilità di Obama come campione di un governo riformato e competente «è ostaggio del video del Golfo del Messico» che mostra il petrolio mentre esce dalla falla.

 

Thomas Friedman prova a metterla in positivo, suggerendo al Presidente di sfruttare l’occasione offerta dal disastro per forgiare la reazione popolare e rompere finalmente la nostra dipendenza dal petrolio. Vero, questo è l’obiettivo di lungo termine dell’amministrazione Obama: svoltare verso le fonti rinnovabili, per ragioni ambientali, geopolitiche e di sicurezza. L’argomento, però, è delicatissimo, e la catastrofe del Golfo ha complicato i piani del Presidente anche su questo punto. Le menti più raffinate dell’amministrazione sanno che una vera alternativa al petrolio ancora non esiste. In qualche laboratorio sconosciuto la stanno inventando - si spera - ma nel frattempo bisogna andare avanti così. Proprio nel Golfo del Messico ci sono le più vaste riserve americane ancora non sfruttate, e Obama puntava su queste esplorazioni per tamponare le necessità energetiche del Paese fino a quando non si troverà la vera alternativa. Ora sarà difficile tenere aperte le piattaforme in funzione, figuriamoci autorizzare nuove trivellazioni.

 

Quando venerdì il Presidente è finalmente tornato nel Golfo, ha preso in prestito un antico detto che stava scolpito sulla scrivania del suo predecessore Truman: «Mi assumo la responsabilità di risolvere la crisi, the buck stops with me». Giusto. Se non ce la farà, però, gli elettori presenteranno il conto, a partire dalle elezioni di novembre. PAOLO MASTROLILLI LS 31

 

 

 

                                                                                                                              

Gli USA visti dall’Italia. Il cambiamento in cammino

 

Siamo ad un anno e mezzo dall’inizio della presidenza Obama, nata dalle rovine finanziarie della presidenza G. W. Bush e da una forte voglia di cambiamento in milioni di persone che per la prima volta nella storia della loro famiglia si sono recate alle urne. Tuttavia gli umori degli elettori  hanno avuto manifestazioni diverse nelle competizioni elettorali successivamente svoltesi a livello locale in molti stati, e stanno animando la preparazione delle elezioni per il rinnovo del congresso e del senato di metà mandato, mid term elections, che si terranno il prossimo novembre.

La presidenza elenca la realizzazione di provvedimenti che hanno cambiato il paese, quelli di cui si parlava durante la campagna elettorale: l. Riforma del sistema sanitario, provvedimento orientato verso una più estesa giustizia sociale che consente l’assistenza malattia a milioni di americani che non l’hanno mai avuta ed impedisce che le assicurazioni  sospendano i pagamenti delle terapie in caso di malattie  croniche o permanenti. 2. Riduzione degli armamenti nucleari. 3. Riforma di Wall Street in difesa dei risparmiatori. 3. Abrogazione della legge detta Don’t ask, don’t tell, che impediva ad omosessuali e lesbiche di servire nell’esercito. Infine, ma non meno importante, l’addio alla dottrina della guerra preventiva, sostituita dall’idea che la crescita dei livelli di sicurezza negli USA si può ottenere  consolidando il sistema economico,  diffondendo l’istruzione universitaria, e con la cooperazione ed il dialogo aperto a tutti. La guerra ultima risorsa dei rapporti fra stati. Difficilissimo compito, quest’ultimo, essendo gli USA impegnati nella guerra in Afghanistan, la più lunga, incerta, difficile della loro storia. 

Tutti provvedimenti annunciati con chiarezza durante la campagna elettorale. C’è dunque da chiedersi quale sia l’origine precisa del mutamento di umore nell’elettorato, aspettavano forse cambiamenti miracolosi, o, più realisticamente, temono un aumento della pressione fiscale causato dalle spese  per l’istruzione e la sanità? Oppure è possibile che i milioni di persone che hanno votato per la prima volta, semplicemente abbiano dimenticato di andare a votare nelle successive competizioni elettorali? Insomma  il cammino del cambiamento è irto di difficoltà. Oggi la più seria di tutte è il peggior disastro ambientale che abbiano mai avuto gli USA, in atto nel Golfo del Messico a causa di guasti negli impianti petroliferi della British Petroleum, tragedia di soluzione difficilissima o impossibile e di enorme portata per la vita e l’economia di tanti stati.

Forte, invece, è la voglia di recarsi alle urne  fra gli appartenenti al partito repubblicano per prendersi una solenne rivincita dopo la netta sconfitta nelle passate elezioni presidenziali. Secondo John Mc Cain, senatore dell’Arizona e candidato del partito repubblicano nelle recenti elezioni presidenziali, l’amministrazione Obama ed i capi del partito democratico al congresso hanno spinto il paese molto più a sinistra di quanto si sarebbe potuto immaginare, scialacquano danaro pubblico come marinai ubriachi in un’orgia di spesa di danaro pubblico senza precedenti nella storia cui è necessario porre fine. Il suo obiettivo più immediato è scacciare dal senato Nancy Pelosi, e riprenderne la guida. 

Insieme alle informazioni sulla vita politica, da ambedue i partiti pervengono sempre ai cittadini americani richieste di finanziamento delle campagne elettorali dei vari candidati. Insomma  la democrazia ha dei costi concreti anche a livello individuale. È dovere di tutti sostenerla liberamente  secondo i propri mezzi, è una ricchezza  che va difesa, a tutti i costi. Emanuela Medoro, de.it.press

 

 

 

 

Il commento. Legge bavaglio, la posta in gioco

 

Sarebbe facile cogliere ed eliminare il punto più debole del progetto di legge sulle intercettazioni, in poco onorevole transito tra Senato e Camera. È nella stramba idea di creare fra segreto istruttorio e pubblicità del processo una terza via: il pubblico-non-pubblicabile. Una marmellata: in cui giudici, imputati, parti civili, pubblici ministeri, cancellieri, poliziotti (insomma i soggetti delle indagini e del processo penale) vengono mescolati con giornalisti, direttori, editori (tutta gente che con il processo non ha nulla a che fare: salvo il diritto-dovere di informare).

 

Insomma, nella Costituzione e nel codice di procedura penale c'è una distinzione assai netta. C'è il tempo della segretezza: che copre le indagini preliminari e lo stesso avviso di garanzia. E c'è il tempo della trasparenza: esso arriva con la "discovery", cioè quando gli atti dell'indagine e, in particolare il testo delle intercettazioni, devono essere messi a disposizione dell'indagato per l'esercizio del suo diritto di difesa. E' pensabile che in questi due momenti, quando si devono mettere tutte le carte sul tavolo e tutte le parti del processo ne vengono a conoscenza (e ne possono avere copia), solo i media siano costretti ad un innaturale silenzio?

Certo c'è un problema: le intercettazioni indirette, cioè quelle che riguardano persone e fatti all'apparenza del tutto inutili ed estranei alle necessità dell'indagine, ma pur contenute negli atti che il pubblico ministero ha comunque l'obbligo di scoprire interamente per consentirne la valutazione da parte del giudice e, soprattutto, della difesa. Come tutelare l'inviolabilità costituzionale del segreto di queste comunicazioni casualmente intercettate?

 

Vi è una lacuna nelle leggi attuali. Ed è a questo punto che si inserisce la ragionevole proposta di una udienza, sempre in regime segreto, prima della pubblicazione degli atti. In essa il giudice del processo, sentita l'accusa e la difesa, dovrebbe ordinare lo "stralcio" e la distruzione di tutto quello che non c'entra con i fatti per cui si procede (con ovvie sanzioni penali per chiunque le divulghi). Un rimedio assai semplice e molto più sicuro della incredibile zona grigia del pubblico-non-pubblicabile e dello stesso improbabile obbligo-di-riassunto per i media.

 

Ma c'è una sconsiderata resistenza ad accettare questo percorso di garanzia, che è quello di rimettere alla responsabilità del giudice il rigido confine tra la fase del silenzio e quella della pubblicità. E si vuole a viva forza coinvolgere la responsabilità di giornalisti, direttori, editori, nella gelatina del pubblico-non-pubblicabile: la responsabilità di farsi censori di se stessi, amputandosi il diritto di cronaca giudiziaria.

Ma se così è, allora, come nelle valigie dei malfattori, il progetto ha un doppio fondo. Quello visibile è dato dalla privacy, dal diritto di non essere spiati, dal rispetto della "vita degli altri". Tutti beni costituzionali che devono essere tutelati (e, come si è visto, possono esserlo, procedendo nella logica del "giusto processo"). Ma qui servono come coperchio a quello che c'è nell'altro fondo. C'è una resa dei conti con i media: sconvolgendone le linee interne di responsabilità e di garanzia; negandogli il diritto di mettere in comunicazione quello che è pubblico nella sfera del processo con la sfera pubblica della cittadinanza. E c'è alla fine di una storia che comprende tutti gli altri buchi neri del progetto (e gli aggravamenti al Senato li hanno resi ancora più visibili e civicamente scandalosi) anche il tentativo di "devitalizzare" le intercettazioni come strumento di indagine giudiziaria.

 

Il messaggio complessivo che passa è che la lotta al crimine in Italia, terra di molte mafie e di molte corruzioni, sarà indebolita. Perché non potrà contare sull'appoggio di una opinione pubblica informata (e allarmata).

E questa è una questione non negoziabile. I ribassi di pene per non-reati, cioè per la libertà giornalistica di informare su atti non più segreti, non servono a cancellare il non senso strutturale dell'intero progetto

L'ha capito benissimo quel signor Lanny Breuer, capo degli affari penali del Dipartimento americano della giustizia, venuto da noi a commemorare i giudici Falcone e Borsellino. Ha fatto peccato (diplomatico) a pensar male della legge-bavaglio: ma ci ha indovinato. Ha capito, cioè, che la questione non era di diritto interno italiano, ma di diritto costituzionale internazionale. Quello che ancora si basa sulle quattro libertà proclamate dal Presidente Roosevelt il 7 gennaio 1941, contro il "nuovo ordine della tirannia": libertà di espressione, libertà di religione, libertà dal bisogno, libertà dalla paura. E la Freedom of Speech, veniva prima delle altre. Perfino quando era stampata sul retro delle AM-lire, l'Allied Military Currency, la moneta di guerra messa in circolazione nei territori liberati. Quando il Duce era dall'altra parte.  ANDREA MANZELLA  LR 30

 

 

 

 

La mossa preventiva

 

La tentazione di parlare di scontro fra Quirinale e Palazzo Chigi è comprensibile. Il fatto che Giorgio Napolitano abbia rinviato a oggi la firma sul decreto legge con la manovra finanziaria è una notizia. Ma analizzando con attenzione il linguaggio usato per consigliare alcune modifiche, si ricava un'impressione diversa, quasi opposta. La nota diffusa ieri lascia capire che i rilievi del capo dello Stato servono ad evitare contrasti col governo; e soprattutto a scongiurare che, per colpa di «delimitati aspetti» di tipo giuridico e istituzionale, la legge possa correre pericoli.

Il presidente della Repubblica è attento a non dare adito a qualunque accusa di invasione di campo. Per questo sottolinea di non volere entrare nel merito di scelte che appartengono all'«esclusiva responsabilità» dell'Esecutivo. E la rapidità con la quale Palazzo Chigi ha risposto fin da ieri sera conferma un'interpretazione corretta dell'iniziativa. Il governo sceglie di esaminare separatamente le misure che non rispondono ai criteri in assenza dei quali Napolitano avrebbe difficoltà a firmare. In quel caso il rischio che decada la manovra da 24 miliardi di euro per ridurre la spesa pubblica in due anni diventerebbe concreto. Sarebbe già un contraccolpo grave la certificazione di un conflitto istituzionale al vertice dello Stato. Ma la conseguenza più inquietante che si vuole evitare è di rimettere in forse un'operazione finanziaria difficile ed inevitabilmente impopolare; e concordata dal ministro dell' Economia, Giulio Tremonti, con gli altri governi europei: almeno negli obiettivi di fondo.

In più, il contrasto si sarebbe sovrapposto alle considerazioni finali del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, attese per oggi. Per questo il capo dello Stato ha consigliato di prevenire qualunque sbavatura che potesse assumere un rilievo costituzionale. Lo ha fatto sapendo che le sue «osservazioni », termine volutamente discreto e neutro, non sono vincolanti. Il governo era libero di accettarle o meno: sulla strategia «politica, finanziaria, sociale ed economica», nell'elenco puntiglioso del Quirinale, il potere di decidere è soltanto di Palazzo Chigi.

Inutile nascondersi, però, che questi suggerimenti hanno assunto i contorni di un monito. D'altronde, le frizioni in materia non sono nuove. Anche di recente Napolitano ha espresso la sua contrarietà al modo in cui il governo ingrossa il contenuto dei decreti senza andare per il sottile: metodo ritenuto discutibile per ragioni costituzionali e politiche. Il tentativo è di evitare malintesi e perdite di tempo; e di scoraggiare chi può cercare di usare le «osservazioni» presidenziali sulla manovra finanziaria per accreditare un braccio di ferro fra Palazzo Chigi e Quirinale: senza intendere che non è il momento delle prove di forza, ma della ragionevolezza. Pericolo scampato, sembra di capire.

Massimo Franco CdS 31

 

 

 

 

Finanziaria colabrodo, senza equità né crescita

 

Domani la manovra arriverà finalmente in Parlamento. Domani il governatore Mario Draghi leggerà la sua relazione annuale alla Banca d'Italia. Domani, alla riapertura delle Borse, si vedrà se i mercati si saranno stabilizzati o lanceranno nuovi attacchi contro i fondi sovrani e contro l'euro.

Nel frattempo la manovra ha perso per strada alcuni pezzi. La soppressione delle Province è stata per ora abbandonata. I tagli e i congelamenti stipendiali di alcune categorie, tra le quali i magistrati, sono stati attenuati.

L'opposizione parlamentare, mai consultata durante l'iter del decreto, si è incattivita. La Cgil, anch'essa platealmente ignorata, ha preannunciato lo sciopero generale per il 25 giugno. Ma l'impianto e i saldi del decreto sono quelli approvati dal Consiglio dei ministri: 24 miliardi nel biennio 2011-2012 per riportare il deficit entro la soglia del 3 per cento fissata dalla Commissione europea e dal Consiglio dei ministri dell'Unione.

Si può dunque dare un giudizio sull'insieme di questi fatti, anche se non saranno pochi gli emendamenti che il decreto subirà nel corso del dibattito parlamentare. Ma affinché il giudizio sia adeguatamente documentato occorre articolarlo sui tre obiettivi che la manovra si propone: risanamento del bilancio, equità, crescita.

La Confindustria questo giudizio l'ha già dato: positivo per quanto riguarda il risanamento del bilancio, negativo per quanto riguarda la crescita. Analogo giudizio hanno dato la Cisl e la Uil.

 

La Cgil è stata negativa sia sulla crescita sia sull'equità. L'Europa ha plaudito sull'abbattimento della spesa pubblica ma ha raccomandato di far di più per la crescita; identica l'opinione del Fondo monetario e dell'Ocse. La Banca centrale europea teme una crescita troppo lenta. Timori analoghi ha manifestato Draghi parlando qualche giorno fa. Ascolteremo domani la sua relazione.

 

Intanto la speculazione attende con le armi al piede, incoraggiata dagli articoli dell'"Economist" e del "Financial Times". Vedremo domani se sui mercati splenderà il sole o diluvierà.

 

I 24 miliardi di aggiustamento erano e sono necessari. Semmai ci si può chiedere perché tanta urgenza. Potevano esser tagliati alla fine di giugno o addirittura in settembre e il governo avrebbe avuto più tempo per studiar meglio i provvedimenti e consultare l'opposizione e tutte le parti sociali.

Se la fretta ha avuto come motivazione la difesa dei titoli emessi dal Tesoro, a nostra opinione quella motivazione è sbagliata: la manovra di riduzione della spesa non incide sulle aste dei Bot e dei Btp, come non hanno inciso sull'andamento dei titoli spagnoli gli aggiustamenti di spesa approvati dal governo di Madrid.

Comunque, forse troppo in fretta, quell'aggiustamento Tremonti doveva farlo e l'ha fatto. Le vere ragioni della fretta derivano probabilmente dalla contrapposizione politica tra lui e Berlusconi che infatti - nonostante le smentite di rito - è arrivata ormai al calor bianco e non fa presagire nulla di buono. Ma questo è un altro discorso, che si sta svolgendo tutto in stretto gergo politichese e perciò di ardua traduzione.

 

Metà della manovra pesa sui dipendenti dello Stato, l'altra metà sulle Regioni e sui Comuni. Dal punto di vista geografico il peso maggiore si scaricherà sul Mezzogiorno perché la cosiddetta fiscalità di vantaggio in favore degli investimenti nel Sud è aria fritta come è aria fritta l'intero capitolo dedicato all'aumento della produttività: quando la domanda langue, l'investimento non è stimolato in misura apprezzabile e l'edilizia privata e pubblica sono ferme, la produttività resta un'aspirazione consegnata ad un improbabile e comunque lontano futuro.

Nel frattempo ci sono 2 milioni di giovani tra i 20 e i 30 anni di età che sono scomparsi dalla scena, hanno interrotto gli studi, non hanno alcuna formazione professionale, non si sono neppure iscritti negli elenchi dei disoccupati. Due milioni di fantasmi, in buona parte concentrati nel Sud e in Veneto, ai quali nessuno pensa salvo i genitori che debbono mantenerli. Una situazione assurda e inaudita, un bacino potenziale per le organizzazioni criminali come unica contropartita all'inedia.

 

La logica dei tagli e dei congelamenti previsti per i dipendenti pubblici è formalmente corretta: hanno avuto negli anni scorsi incrementi retributivi decisamente maggiori di quelli dei dipendenti privati e quindi possono "star fermi per un giro" per riallinearsi con i loro colleghi del privato.

Questa "fermata" si effettua tuttavia su livelli stipendiali molto bassi, pari mediamente a 1.200-1.300 euro netti mensili. Il taglio complessivo supera mediamente il 20 per cento se vi si comprendono liquidazioni e altri compensi; cioè riduce la media in prossimità dei 1.000 euro. E' vero che di altrettanto si riduce la spesa pubblica la quale, ricordiamolo, è cresciuta dal 2007 al ritmo di 2 punti di Pil all'anno. Ma l'incremento stipendiale degli statali rappresenta solo una parte dell'aumento di spesa e neppure la parte maggiore. Forse si sarebbe dovuto operare con più incisività sul resto.

 

Infine un'altra motivazione, in questo caso politica: gli "statali" votano in maggioranza a sinistra. Il loro scontento non peserà se non marginalmente sul consenso raccolto dal governo. "Abbasso gli statali" è uno slogan che viaggia in tandem con quello di "Roma ladrona": piace alla Lega e questa è una ragione in più per spiegare le scelte che il governo ha compiuto.

 

L'altra metà dell'aggiustamento grava su Regioni (8 miliardi), Comuni (3 miliardi), Province (0,6 miliardi). Lo Stato riduce per 11,6 miliardi i suoi trasferimenti. Gli Enti locali vedano loro dove tagliare, grasso ce n'è. Oppure aumentino le imposte di loro competenza. O infine taglino i servizi.

Credo che grasso da tagliare effettivamente ci sia e sarà un bene se verrà eliminato. Non vorrei che crescessero i debiti con le banche. Ma potranno anche affittare o vendere i beni demaniali in corso di trasferimento. Nel complesso questa parte della manovra non sembra pessima. Colpirà più i Comuni (che hanno però meno grasso) che le Regioni.

 

La Lega, una volta tanto, è divisa. Alcuni pensano che il centralismo di Tremonti faccia a pugni col federalismo; altri vedono nella manovra un colpo di frusta che affretterà il federalismo fiscale. La verità non sappiamo quale sia perché il federalismo è tuttora un oggetto misterioso. Una cosa peraltro è evidente: il federalismo avrà comunque un costo e un governo senza soldi non sarà in grado di affrontarlo fino a quando il fabbisogno non si sarà stabilizzato e il deficit non sarà rientrato nelle norme europee. Perciò se ne parlerà nel 2012 se tutto va bene. Aggiungo un'osservazione a proposito di federalismo: il passaggio all'autonomia fiscale e istituzionale, se sarà effettivo e non simulato, sarà un fatto rivoluzionario e accentuerà la disparità tra Regioni efficienti e Regioni  -  cicala, gran parte delle quali si trovano nel Sud.

Sull'inefficienza sudista sono state ormai scritte intere biblioteche e i numeri del resto stanno a dimostrare che non si tratta di opinioni ma di fatti. Pochi ricordano tuttavia che il livello di reddito disponibile per i meridionali è meno della metà del reddito del Nord. Dunque: gestione amministrativa inefficiente, livello delle risorse bassissimo.

 

Come sarà finanziato nel Sud il passaggio dall'inefficienza all'efficienza? Ci sarà una diminuzione di occupati, un taglio di consulenti, un taglio di pensioni di invalidità, insomma una compressione del potere d'acquisto dei meridionali. Questo è certo. E' anche inevitabile e necessario. Perfino utile. Ma quella è gente che si è arrangiata per sopravvivere. Chi li deve aiutare per non crepare di stenti? O debbono arruolarsi nella camorra e nella 'ndrangheta? Le donne nella prostituzione e i maschi nella malavita?

Ci vorrà dunque un trasferimento dal Nord al Sud in quella fase; sarà cospicuo e durerà per molti anni. Impegnerà le finanze pubbliche che dovranno "metter le mani nelle tasche". Di chi? Di quali contribuenti? Ci avete pensato?

 

Aggiungo un'altra osservazione: il nostro Sud è qualcosa di simile alla Grecia rispetto all'Europa. La speculazione lo sa. Perciò concentrerà il tiro sull'Italia in corrispondenza all'attuazione del federalismo.

Finirà nel solo modo possibile: un federalismo al Nord e un'accentuazione di centralismo statale al Sud. Italia a due velocità. Sono prospettive raccapriccianti.

 

Tutto ciò detto, credo che Tremonti abbia fatto quello doveva. Molti errori, molte lacune nel risanamento del bilancio, ma l'aggiustamento ci sarà. Non al cento per cento ma almeno al 51.

Questo risanamento vuol dire che i conti non erano sani. Ci si poteva pensare prima. Molti l'avevano previsto da un pezzo. Furono insultati e chiamati anti-italiani. Tutto ciò è arcinoto e Tremonti e Berlusconi lo sanno benissimo: il fatto che continuino a insultare la sinistra nel momento stesso in cui si dimostra che la sinistra non faceva che certificare la realtà, è semplicemente vergognoso.

 

Ora però è il momento di dare un giudizio sulla parte della manovra riguardante la crescita economica. Ebbene non c'è assolutamente niente da dire in proposito per la semplice ragione che provvedimenti per la crescita nel decreto non ci sono. Non ce n'è neanche l'ombra. Lo stesso ministro dell'Economia, nella conferenza stampa con cui ha presentato il decreto, ha detto che la ripresa sarà molto lenta.

 

Bisognerebbe stimolarla, ma ci vogliono soldi che non ci sono. Ne hanno dilapidati un bel po' nei due anni di governo ma ora la cassa è vuota, l'avanzo netto delle spese correnti è sotto zero, lo stock del debito è risalito al 117 del Pil.

Stimolare la ripresa, incrementare l'aumento del Pil, si ottiene con uno sgravio fiscale sul ceto medio, sul lavoro dipendente, sul cuneo fiscale. Per finanziarlo bisogna colpire l'evasione e i patrimoni. Non con un prelievo "una tantum" ma con un'imposta sulle cose per tassare di meno i redditi e accrescere così la domanda.

Lotta all'evasione e spostamento dell'onere tributario dalle persone alle cose per portare l'incremento del Pil dall'1 per cento almeno al 2.

 

Questo bisognerebbe fare. Tremonti non l'ha neppure pensato, perciò su questa questione merita uno zero. E' sperabile che il Parlamento lo obblighi a pensarci seguendo così le indicazioni dell'Ocse, del Fmi, della Commissione europea, della Bce, della Confindustria, della Cgil, dell'opposizione parlamentare. Del Capo dello Stato. E anche dell'odiato Mario Draghi. EUGENIO SCALFARI  LR 30

 

 

 

 

Unità d’Italia e università. Il messaggio del Quirinale, due segnali per il futuro

 

Tutta la delicatezza della manovra economica è messa in luce dall’inconsueto intervento del presidente Napolitano che ha chiesto maggiori informazioni al governo su alcuni punti rilevanti del decreto legge che la promuove. Che non si sia trattato di un fatto di routine lo si desume chiaramente dalla cautela con cui le parti hanno circondato la vicenda: il presidente della Repubblica ribadendo che solo di richiesta di chiarimenti su punti delicati si trattava, poiché entrare nel merito dei provvedimenti non è né suo potere né sua intenzione; il governo affrettandosi a precisare, con la massima tranquillità, che si era pronti a dare tutti i chiarimenti necessari, perché ci si sta muovendo nell’ambito di un normale dialogo di collaborazione fra le istituzioni.

E’ chiaro che con gli occhi dei mercati internazionali (e della speculazione) puntati addosso tutti stanno attenti a calibrare i messaggi, che proprio per questo devono essere chiari, anche a futura memoria.

L’intervento di Napolitano punta ad attirare l’attenzione del governo sul delicato settore della ricerca e della cultura, perché il Presidente sa benissimo sia che ad entrambi è legato il nostro prestigio internazionale, sia che si tratta di settori dove una depressione significa togliere spazio ai giovani e questo vuol dire bloccare il nostro sviluppo (nonché perdere i nostri migliori talenti che emigreranno).

L’università, per cui si attende una legge di riforma che sembra ormai a portata di mano, ha bisogno di sostegno se non vuol bloccare il reclutamento e l’inserimento dei giovani. In più c’è il problema degli enti culturali, che sono veramente un grande mare in cui c’è di tutto, ma proprio per questo contengono anche centri di eccellenza che sarebbe un peccato deprimere e centri che svolgono delicati compiti istituzionali che andrebbero semmai rafforzati.

Il governo fa sapere di non essere sordo a questi rilievi, anche se non sarà semplice trovare come accoglierli in tempi di crisi seria. Il problema è infatti come mettere mano alla struttura della spesa pubblica che è quanto di meno elastico ci sia in questo paese.

Se possiamo dirlo apertamente, la classe politica (perché non è una questione che riguarda solo il governo) si trova stretta fra due opposte tendenze: da un lato la gente non vuole aumenti di tasse per tenere in piedi l’attuale livello di spesa pubblica; dall’altro questa è formata in parte non piccola da un accumularsi di “supplenze” dello stato, il cui venir meno provoca autentici vuoti che non si sa come riempire.

La soluzione del rebus è oggettivamente di quelle da far passare notti in bianco. Perché la preoccupazione del governo è che se si cede su qualche aspetto si può aprire una falla in cui si infilerà di tutto. Di qui, come è ormai consueto, la ricerca di parametri generali che sembrano “oggettivi”, nella speranza che colpendo tutti in maniera eguale nessuno possa lamentarsi per essere stato discriminato. Però sul fronte opposto ci sono le ragioni degli equilibri generali, che si salvaguardano invece scegliendo e calibrando dove intervenire, perché ci sono cose a cui si può rinunciare senza troppi problemi, e cose che invece vanno salvaguardate ad ogni costo. In fondo è questo il versante su cui si è sentito in dovere di intervenire il presidente della repubblica.

Una soluzione di buon senso non è affatto impossibile e la salvaguardia di interessi generali nel campo della ricerca e della produzione culturale è senza dubbio necessaria. Per evitare che però sia vanificata da una rincorsa gattopardesca a mantenere tutto così com’è, inclusi sprechi e spese solo limitatamente produttive (che non mancano affatto), bisogna che ci sia un serio appoggio dell’opinione pubblica a quegli interessi generali che difende il presidente della repubblica e un altrettanto serio sostegno all’azione di selezione e concentrazione degli interventi su ciò che è veramente importante mantenere e promuovere, in modo da evitare sprechi e sostegni ad obiettivi di scarso interesse e significato. PAOLO POMBENI IM 31             

 

 

 

Manovra: Napolitano firma. Stralciata la lista dei tagli agli enti culturali

 

Riduzione delle spese del ministero ma affidata a Bondi. Il presidente dell'Anm: «Magistrati pronti allo sciopero»

 

ROMA - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato il decreto che contiene la manovra economica e finanziaria 2011-2012. Lo si apprende in ambienti del Qurinale. Il testo definitivo del decreto legge «è stato trasmesso domenica sera dalla presidenza del Consiglio dei ministri», riferisce una nota dell’ufficio stampa del Quirinale. Nel documento sarebbe stata stralciata la lista dei tagli ai 232 enti, fondazioni e istituti culturali per i quali aveva protestato il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi. Secondo fonti di Palazzo Chigi nel testo finale del provvedimento ci sarebbe comunque una riduzione delle spese per questo settore, affidata però alla valutazione del ministro. I magistrati, dopo l'incontro con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta sugli aspetti della manovra che riguardano la magistratura, si sono detti pronti a scioperare e «ad altre forme di lotta».

ANM: «PRONTI ALLO SCIOPERO» - «Siamo pronti allo sciopero», ha dichiarato il presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), Luca Palamara, al termine dell'incontro con Letta. «Abbiamo preso atto della conferma dei tagli che erano stati annunciati», ha proseguito Palamara. «Fino a questo momento per senso di responsabilità, avevamo congelato ogni iniziativa ma ora convocheremo il nuovo consiglio direttivo e siamo pronti allo sciopero e anche ad altre forme di protesta alternative (sciopero bianco, ndr). I magistrati vogliono fare la loro parte in un momento così difficile per il Paese, ma è grave che si preveda che chi guadagna di più paghi di meno. È inaccettabile essere considerati un costo e non una risorsa». Secondo il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, «è assurdo che un magistrato che guadagna 150 mila euro se ne veda decurtati 2 mila dalla manovra, mentre uno che ne guadagna 70 mila debba contribuire alla soluzione della crisi economica con 20 mila in funzione del blocco dei primi aumenti automatici di stipendio, che sono i più consistenti e avvengono nei primi quindici anni di carriera», ha spiegato Cascini. «In questa manovra si può leggere la volontà di punire la magistratura italiana». CdS 31

 

 

 

 

Manovra economica. Narducci (Pd): “Il governo lascia da sole le famiglie dei lavoratori e dei pensionati”

 

ROMA - “Una manovra che si inquadra nella crisi dell’euro” dice Berlusconi illustrando la pesante manovra economica che il Governo sta per sottoporre al voto del Parlamento. “Meno male che fino a poco tempo fa Berlusconi diceva che la crisi non esisteva, e sembra quasi che le difficoltà derivino tutte dallo stipendio dei parlamentari, buttandola sul populismo, mentre non si tiene conto di tanti fattori che hanno contribuito ad accumulare gli sprechi certamente non a vantaggio dei più deboli. Berlusconi dice di non aver aumentato le tasse con la manovra da 24 miliardi di euro ma costringe a metterle agli enti locali tagliando loro i trasferimenti: forse pensa ad un federalismo senza i servizi!” Lo dichiara Franco Narducci, eletto per il Pd nella ripartizione Europa, commentando le affermazioni del presidente del Consiglio alla presentazione della manovra economica.

 

  “Sembra che ancora una volta, nel pieno della crisi - afferma Narducci - il governo voglia lasciare da sole le famiglie dei lavoratori e dei pensionati già abbastanza in difficoltà come si può evincere dai dati del rapporto annuale Istat dal quale emerge preoccupante il fatto che oltre il 15% delle famiglie italiane vive in condizioni di disagio economico. Sicuramente se bisogna fare dei sacrifici occorre che li si faccia in maniera proporzionale e senza lasciar trasparire che si può derogare alla legalità con il condono per gli immobili fantasma; così si rischierebbe di fare un regalo prezioso alla criminalità organizzata, soprattutto in Campania: sono convinto che il Parlamento non potrà essere complice di un simile gesto!”

“Condivido quello che dice il commissario europeo Rehn - conclude Narducci - quando afferma che “la spesa per le infrastrutture chiave, educazione, ricerca e innovazione sostengono la crescita, mentre le tasse sui redditi di impresa e sul lavoro la danneggiano” forse dovrebbe accorgersene anche il governo che rischia di far morire anche il motore della ricerca in Italia”. De.it.press

 

 

 

 

Meno stato più società

 

Necessaria, tempestiva, utile. Si sprecano i giudizi positivi dell’Europa, del Fondo monetario, della Confindustria — «i medici pietosi» — sulla manovra del governo. Anche sufficiente? Sì, ad arrestare la febbre, che minacciava di salire. No, a curare la malattia, che è cronica. Sì, a farci «passare la nottata». No, a metterci al riparo da quelle che verranno.

La dilatazione della sfera pubblica — che ormai assorbe il cinquanta per cento della ricchezza prodotta — provoca due distorsioni. Prima: una spesa — cresciuta di 90 miliardi negli ultimi cinque anni— nelle pieghe della quale si annidano sprechi, distrazione di risorse a uso clientelare, corruzione, assistenzialismo, distribuzione a geometria variabile della ricchezza agli interessi corporativi più forti con pregiudizio del principio di equità. Il Paese si impoverisce progressivamente. Seconda: una contrazione dei margini di autonomia della Società civile e delle libertà individuali, che aumenta i costi delle transazioni private, mortifica lo spirito imprenditoriale, penalizza meritocrazia e ricerca. Il Paese ne è progressivamente sfiancato.

Il malato— lo Stato sociale— è inguaribile perché il medico (la politica) non sa curare se stesso. I governi — quale ne sia il colore, e che ne ricavano una «rendita politica» — rimediano alla prima distorsione, con manovre congiunturali, «tampone», ignorando sistematicamente la seconda. Le riforme cosiddette strutturali, che darebbero alla sfera pubblica ciò che è della sfera pubblica, riducendone le dimensioni, e alla Società civile ciò che è della Società civile, riconoscendole maggiori spazi di autonomia, non si fanno perché non convengono a nessuno. Non alla politica, non alla Pubblica amministrazione, che sono per lo status quo, non alle corporazioni e agli interessi organizzati, non all'area del parassitismo pubblico e a quella delle clientele private, che ci guadagnano. La manovra è la radiografia dello stato dei rapporti fra politica e Società civile; fra una politica— fondata sui sondaggi, e su una leadership a forte carica populista, che promette le riforme e poi non le fa per accontentare tutti— e una Società civile che, per la parte che conta, non le vuole.

La solitudine del ministro dell'Economia — assediato, in Consiglio dei ministri, dalle richieste di spesa dei suoi stessi colleghi — è paradigmatica di una sovrastruttura (la cultura) ideologica, anti-empirica e poco pragmatica, nonché anti-individualistica e anti-meritocratica, e di una struttura (la società) corporativa, chiusa, che, nei secoli, hanno prodotto, culturalmente, «il genio» isolato e, politicamente, demagoghi e populisti di successo, mai una «scuola di pensiero» organica, senza la quale il gattopardismo, il trasformismo, in definiva, la Reazione al cambiamento, diventano prassi. Lo Stato non è lo strumento a difesa dei diritti individuali del cittadino — come vuole il costituzionalismo liberale— ma, degradato a puro statalismo, pretende siano i cittadini a essere al suo servizio, secondo l'imperativo razionalista e totalitario della «volontà generale» nella quale si fondono e si annullano le autonomie e le singole libertà individuali.  Piero Ostellino CdS 30

 

 

 

 

L'eterna attesa della Lega

 

Sono giorni decisivi per il futuro della Lega. A nessun partito italiano, credo, è mai successo di vedere la propria ragion d’essere messa così a rischio. Alla Lega, invece, sta succedendo. Nei prossimi 12 mesi la Lega si gioca tutto. E la manovra di questi giorni è la prima, vera, prova del fuoco.

 

La ragione è semplice. Negli ultimi 10 anni la Lega è stata sempre al governo, eccetto la breve parentesi dell’esecutivo Prodi, rimasto in sella per meno di due anni. La Lega esiste per far passare il federalismo, ed ha già mancato l’obiettivo una volta, nel 2005, quando provò ad imporlo a colpi di maggioranza, salvo dovervi rinunciare appena un anno dopo, nel 2006, quando il referendum confermativo cancellò quella riforma. In questa legislatura è già riuscita a far passare la legge 42 del 2009, che contiene i principi generali del federalismo, ma è dannatamente indietro su tutto il resto: decreti delegati (c’è solo quello sul federalismo demaniale), riforma dei bilanci pubblici (mancano i decreti delegati), basi di dati aggiornate (siamo fermi al 2008), piani dettagliati di riduzione degli sprechi (manca quasi tutto).

 

Ora si mette di mezzo anche la manovra di aggiustamento dei conti pubblici, che di federalista sembra contenere ben poco.

 

Di qui l’imbarazzo della Lega, che non può permettersi un secondo fallimento. Questo imbarazzo, tuttavia, si manifesta in modi molto diversi ai vari livelli dell’organizzazione. I politici che hanno maggiori responsabilità, in particolare ministri e governatori neo-eletti, tentano di rassicurare gli elettori ma sono a corto di argomenti. Quando Calderoli, anziché provare a spiegare in che modo la manovra tutelerebbe le ragioni del Nord, si giustifica dicendo che «la Lega non avrebbe mai potuto votare una manovra economica che potesse in qualche modo mettere a rischio il federalismo», di fatto invoca una delega in bianco, una sorta di fiducia ad occhi chiusi. Posso testimoniare, perché proprio in questi giorni ho avuto occasione di incontrare molti politici e amministratori locali del Nord, spesso appartenenti o vicini alla Lega, che questa fiducia non c’è affatto, e c’è invece molta preoccupazione. Tutti capiscono che i massimi dirigenti della Lega non possono dire in pubblico tutta la verità, ma molti temono che, alla fine, il federalismo non si potrà fare o non funzionerà. Non a caso, negli ultimi giorni, gli unici politici che hanno denunciato in modo chiaro il rischio che il federalismo finisca in un vicolo cieco sono stati i governatori della Lombardia (Formigoni) e dell’Emilia Romagna (Errani), ossia due politici che guidano le regioni più vessate del Paese (secondo le mie stime il loro credito verso le altre regioni è di 40 miliardi di euro l’anno), ma soprattutto due uomini che non si sentono tenuti a «coprire» il governo centrale e la Lega (Formigoni è del Pdl, Errani è del Pd). È paradossale, ma i difensori più risoluti del federalismo stanno diventando i politici non leghisti del Nord, perché solo essi capiscono le buone ragioni della Lega e nello stesso tempo non sentono l’obbligo di difenderne l’operato.

 

Ma al di là del dramma che molti amministratori locali vivono, è la base leghista che in questo momento vive un passaggio cruciale. Il militante della Lega, è stato osservato da più parti, per diversi aspetti assomiglia al militante comunista dei tempi di Berlinguer. È onesto, appassionato, sacrifica il suo tempo e le sue energie alla causa in cui crede. E, come il militante del vecchio Pci, ha una stella polare, che qui si chiama federalismo, mentre là si chiamava socialismo. C’è una differenza fondamentale, tuttavia, su cui forse i dirigenti della Lega farebbero bene a meditare. I partiti socialisti e comunisti hanno potuto tenere i loro militanti incatenati ai loro sogni per più di un secolo perché, in attesa del «sol dell’avvenire», si erano mostrati capaci di guadagnare ai ceti subordinati una straordinaria sequenza di conquiste, sui diritti sindacali e politici, sull’orario di lavoro, sui salari, sulla previdenza, sulla sanità, sulla salute in fabbrica. Il militante comunista degli Anni 60 e 70 era spesso un idealista, ma nello stesso tempo toccava con mano robusti assaggi di ciò cui aspirava: una società più giusta, in cui il lavoro avesse piena dignità e rispetto.

 

Il militante leghista è meno fortunato. I suoi obiettivi ultimi non sono poi così diversi da quelli del tipico militante Pci, solo che lui, anziché essere un operaio, spesso è un artigiano, un lavoratore autonomo, una partita Iva, o semplicemente un ex operaio che si è messo in proprio. Anche chi vota Lega sogna una società più giusta, in cui il lavoro, la responsabilità e il sacrificio non siano mortificati ogni giorno. E tuttavia il sogno del simpatizzante della Lega non è né ultraterreno, né lontanissimo nel futuro, ma molto concreto, qualche volta fin troppo. Gli hanno fatto credere che il federalismo (a differenza del socialismo), si può ottenere in pochi anni, e che allora - quando il federalismo sarà realtà - i produttori potranno ritornare in possesso di quello cui hanno diritto, i frutti del loro lavoro saccheggiati dalle tasse e dagli sprechi. Nel frattempo, però, non gli hanno fornito né gloriose conquiste, né robusti premi di consolazione, ma solo una grande promessa, il federalismo come realizzazione di un ideale di giustizia territoriale.

 

Per questo, ora che il federalismo è in forse, anche il consenso alla Lega e al governo vacilla, come rivelano gli ultimi sondaggi di Renato Mannheimer. Proprio perché finora ha ottenuto ben poco, la pazienza dell’elettore della Lega non può essere (quasi) infinita come lo era quella dei vecchi, eroici, militanti del partito comunista. I leghisti sono persone concrete. Il dubbio è che i loro dirigenti non siano, a loro volta, abbastanza concreti per accorgersene. LUCA RICOLFI

 LS 31

 

 

 

 

Farnesina. Giampiero Massolo: Diplomazia al servizio dell’innovazione

 

“L’innovazione tecnologica e le realtà di eccellenza italiane”: conferenza organizzata dall’Istituto Diplomatico - “Nostro ‘core business’ è fornire servizi ai cittadini e alle imprese, e la nostra rete all’estero agli operatori economici”

 

  ROMA - Per sopravvivere nella globalizzazione e per rilanciarsi, l’Italia ha bisogno di puntare sulla sua risorsa più importante, la creatività. E la diplomazia deve portare all’estero l’immagine di un Paese che realizza progetti, idee innovative, non più soltanto prodotti. Di questo si è discusso alla Farnesina nel corso di una conferenza organizzata dall’Istituto Diplomatico dal titolo “L’innovazione tecnologica e le realtà di eccellenza italiane”, alla presenza del segretario generale del Ministero degli Affari Esteri Giampiero Massolo e del presidente del gruppo Geox Mario Moretti Polegato.

  Il Ministero degli Esteri, ha spiegato Massolo, ha fatto “la sua piccola rivoluzione culturale, investendo sui cervelli delle persone per uscire da una fase di accentuata autoreferenzialità. Oggi il nostro ‘core business’ è quello di fornire servizi ai cittadini e alle imprese, e quindi la nostra rete all’estero agli operatori economici per fare un pezzo di strada insieme”.

  Polegato, che in 14 anni è diventato il secondo produttore al mondo di scarpe non sportive, grazie alla novità delle suole traspiranti, ha individuato nell’innovazione la ricetta per rilanciare il sistema Paese: “Dobbiamo imparare a gestire le nostre idee. Ad un’idea deve seguire un brevetto, per evitare di essere copiati, e poi bisogna confrontarsi con il mondo della ricerca per realizzare questa idea, che diventerà un progetto”. Il futuro dell’Italia, secondo Polegato, è un “capitalismo culturale che superi quello industriale”, che investa sui giovani, sulla ricerca, sui progetti e la proprietà intellettuale, cioè sui cervelli che tutto il mondo ci invidia. (Inform 26)

 

 

 

Con voto unanime la CNE conferma le linee di politica associativa portate avanti in questi anni.

 

L'Assemblea Generale della Consulta Nazionale dell'Emigrazione convocata  il 18 maggio scorso  per il  rinnovo degli organismi al termine  di un dibattito intenso e propositivo ha provveduto ad eleggere con voto unanime il nuovo Ufficio di Presidenza.

Al termine della riunione l'Assemblea ha anche  votato un  importante documento finale  che ha riscosso  il voto unanime del'intera Assemblea  con una astensione.

Il documento, che di seguito si riporta,  da una valutazione positiva sul lavoro svolto dall'Ufficio di Presidenza negli anni scorsi   riconfermando anche per il futuro  l'autonoma  linea  di politica associativa portata avanti  ed impegna anche  l'Ufficio di Presidenza eletto a dare continuità  ed impulso alla sua iniziativa:

* 1) per la ricerca di una unitaria azione con le associazioni regionali e locali  per trovare forme di coordinamento più impegnative

* 2) per far ripartire il tavolo congiunto con le regioni

* 3) per richiedere con forza che il parlamento riconosca con legge  il  ruolo di promozione sociale delle associazioni italiane all'estero.

Il documento infine, recependo la richiesta avanzata nel dibattito in Assemblea, ha dato  all'Ufficio di Presidenza due importanti ed impegnativi mandati: il primo, quello di promuovere la costituzione della CNE a livello regionale ed all'estero, il secondo quello della promozione di iniziative che evidenzino nel 150° dell'Unità d'Italia l'impegno di ieri e di oggi degli italiani all'estero nella valorizzazione dell'Italianità .

Si avvia così, da un lato, una fase nuova dell'azione unitaria delle associazioni nazionali, un rafforzamento del radicamento della CNE, spazi ed occasioni nuove d'interlocuzione con le istituzioni, maggior slancio per l'avvio di un lavoro comune di tutte le associazioni aderenti anche in un rapporto paritario e di reciproco ascolto con tutte le altre associazioni,  e ,dall'altro, si mira  a rendere il più largamente percepibile il grande protagonismo degli italiani all'estero  nella valorizzazione  dell'importanza  del grande evento rappresentato  dall'Unità d'Italia. De.it.press

 

 

 

 

Sì, i malati si curano con la speranza

 

Ha ragione Ferdinando Camon («Bisogna dire la verità ai malati?» su La Stampa di ieri) e hanno torto i primari: non è giusto mai che il medico dia un orizzonte temporale - giorni, mesi, o anni che siano - alla vita del malato, e non è vero che sia obbligato a farlo per legge.

 

Secondo le norme di deontologia medica dire la verità è un dovere del medico e conoscerla è un diritto del paziente. Ma va fatto un distinguo, perché la verità sulla malattia è composta da due momenti: la diagnosi e la prognosi. La diagnosi va comunicata sempre perché è una conoscenza verificabile, documentata e documentabile. È dunque certa, con i limiti intrinseci di ogni certezza in medicina, che non è una scienza esatta. Nell’informare della diagnosi il compito del medico è dunque spiegare qualche cosa che è scritto nero su bianco e che, se venisse taciuto, sarebbe comunque prima o poi scoperto attraverso altre vie: la cartella clinica, l’amico male informato, l’infermiere o il vicino di letto in ospedale.

 

Sapere la propria diagnosi per errore è il modo peggiore, perché la persona si sente ingannata, perde la fiducia nel medico e nella cura proposta, e precipita in un mare di ipotesi fantasiose e spettri allarmanti.

 

Anche la prognosi va comunicata dal medico e non da altri, ma il discorso è molto diverso perché la prognosi è un’ipotesi basata sulla proiezione delle statistiche e i dati riferiti alla malattia del paziente. Ma ogni paziente è diverso, ogni persona è un unicum. Non esistono percentuali certe di remissione o di condanna perché troppe sono le variabili in campo e per questo nessun medico potrà mai essere sicuro di cosa succederà veramente a quel paziente. Più di una volta nella mia professione mi è successo che casi considerati gravissimi hanno inspiegabilmente avuto un’evoluzione positiva, e persone considerate spacciate sono state recuperate alla vita per lunghi periodi. Del resto il codice deontologico medico parla molto chiaro: «Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenze particolari al paziente, devono essere fornite con circospezione, usando terminologie non traumatizzanti, senza escludere mai elementi di speranza». Dunque la legge ci dice che il medico quando fa una prognosi deve esplorare chi gli sta di fronte, valutare quanto sia in grado di capire e quanto voglia conoscere. Esiste anche, per il malato, il diritto di non sapere, perché non tutti vogliono sapere tutto e anche questa volontà va rispettata. In ogni caso va sempre lasciata una speranza, perché c’è sempre uno spiraglio da aprire, qualcosa in più da fare. Quando il medico comunica la prognosi deve pensare che non sta parlando di ciò che è, ma di ciò che potrebbe essere: del futuro e delle aspettative della persona malata.

 

La prospettiva cambia e il suo obiettivo deve essere di mantenere un benessere e una serenità compatibile con la situazione clinica. Direi in sintesi che il medico ha il dovere di mantenere un visione ragionevolmente ottimistica. Deprimere il paziente e creargli angoscia con una visione buia non serve a nulla: non aiuta il paziente, non aiuta il medico. Un malato angosciato è più difficile da curare e invece la speranza e la fiducia che può infondere un medico si trasforma in forza d’animo per il paziente e in voglia di combattere la malattia ad ogni stadio. Come ho scritto per la nona Giornata del Sollievo, che ho istituito come ministro della Sanità il giorno 30 maggio, tutti i medici dovrebbero ricordare che anche quando non si può più guarire, il nostro dovere più alto rimane quello di curare dando, appunto, il Sollievo, che non viene solo da una terapia, ma anche da un gesto, una carezza, uno sguardo, che faccia sentire fortemente al malato la dimensione umana che dovrebbe essere alla base del rapporto medico-paziente, sempre, fino all’ultimo. UMBERTO VERONESI

 LS 31

 

 

 

 

 

Sei romeno? La Rc auto costa di più. Assicurazione col "rischio etnico"

 

Gli immigrati spesso pagano premi maggiorati. Anche di 250 euro. Il romeno paga di più. "Grave discriminazione". Le associazioni degli stranieri: "Daremo battaglia"

di VLADIMIRO POLCHI

 

"INSOMMA, facciamo più incidenti degli altri o siamo considerati un popolo di truffatori?". Anna non se ne fa una ragione. Mentre prepara i caffè, dietro il bancone del bar in cui lavora, dà sfogo alla sua indignazione.

Polizza maggiorata per alcuni immigrati. È polemica. "Al momento del rinnovo della polizza auto - spiega Anna - ho trovato un aumento di 250 euro. L'assicuratore mi ha spiegato che per alcuni stranieri è prevista una sorta di "rischio nazionalità" e che se fossi stata francese o tedesca non ci sarebbe stato nessun aumento, ma essendo romena...". Anna vive e lavora in Puglia, la sua agenzia è la Carige. Ma le "tariffe etniche" vengono applicate su tutto il territorio nazionale.

 

Basta fare un viaggio attraverso call center e siti internet delle diverse compagnie. La Carige Assicurazioni, innanzitutto. L'agenzia di Anna non ha fatto altro che applicare le tariffe interne. Una verifica? Chiediamo un preventivo on-line. Maschio, residente a Roma, nato il 24 febbraio 1973, operaio, dipendente del settore privato, auto immatricolata a febbraio del 2000, benzina, 73 kw. Premio annuale (imposte comprese): 1.962,58 euro.

 

Questo in base al preventivo numero 364857, nel quale ci siamo dichiarati di cittadinanza italiana. Ma se lasciamo tutto invariato e cambiamo solo la cittadinanza del contraente, le cose cambiano. Se siamo romeni, infatti, il premio sale a 2.257,50 euro (preventivo numero 364850). Un caso isolato? No. La Carige non è infatti l'unica ad applicare un rischio legato alla nazionalità.

 

Basta fare un'altra prova, a caso. Chiediamo un preventivo alla Zurich Connect. Contraente maschio, single, residente a Roma, operaio, diplomato, nato il 24.02.1973. Auto Fiat 500 C1.2 Lounge benzina, immatricolata a gennaio 2010, nuova, assicurata per la prima volta. Valore dichiarato: 10.000 euro. Antifurto: assente. Il preventivo (datato 30 maggio 2010) varia a seconda della nazionalità che indichiamo: 1.040,76 euro se il contraente è italiano, 1.040,76 euro per uno statunitense, 1.251,14 euro per un romeno, 1.251,14 euro se a sottoscrivere il contratto è un marocchino. Insomma, se gli italiani pagano come gli statunitensi, il premio sale di molto per chi proviene dai Paesi tipici dei flussi migratori.

 

Non tutte le assicurazioni, però, applicano tariffe differenziate. Anche in questo caso basta chiedere dei preventivi, prima come italiani, poi come romeni. La Genialloyd e la Milano Assicurazioni (gruppo Fondiaria Sai), per esempio, non fanno distinzioni in base alla nazionalità.

 

Ma le "tariffe etniche" sono legittime? L'Ania, Associazione nazionale tra le assicurazioni, risponde semplicemente che "non ha né può avere i criteri di personalizzazione tariffaria delle rc auto". L'Isvap, che ha il compito istituzionale di vigilare sulle compagnie assicurative, sollecitata sul problema, preferisce tacere. E le associazioni dei consumatori? "In base alla liberalizzazione del '94 - sostiene Ivano Daelli di Altroconsumo - ogni compagnia ha diritto di applicare proprie tariffe, depositandole all'Isvap. La compagnia dunque può anche tariffare in modo diverso in base a una nazionalità, considerandola a maggior rischio. Il cliente deve allora affidarsi alla libera concorrenza".

 

Di "grave diseguaglianza" parla invece l'avvocato Marco Paggi dell'Asgi (Associazione di studi giuridici sull'immigrazione), perché "l'articolo 43 del Testo unico sull'immigrazione considera discriminatorio l'accesso differenziato a un servizio, in base alla semplice nazionalità del richiedente". Annuncia battaglia, infine, Eugen Terteleac, presidente dell'Associazione romeni in Italia, contro quella che chiama "una palese diseguaglianza". LR 31

 

 

 

 

 

La CNE si vuole estendere nelle Regioni e all’estero

 

Pubblichiamo il documento conclusivo dell’assemblea della Consulta Nazionale dell’Emigrazione (CNE)

 

L'Assemblea Generale della CNE esprime la sua forte preoccupazione per i ritardi  e le disattenzioni che si manifestano nel rapporto fra istituzioni e mondo degli italiani all'estero.

In particolare la CNE registra con grande preoccupazione il venire  avanti in Parlamento di provvedimenti di modifica degli organismi di rappresentanza e di consulenza che si collocano in modo  molto distante dalle effettive esigenze e necessità degli italiani nel mondo.

A fronte di un quadro  totalmente insoddisfacente anche dal punto di vista del contributo finanziario dell'Italia per le esigenze dei cittadini e delle comunità all'estero, l'Assemblea Generale esprime  una valutazione positiva  dell'impegno di tutto l'associazionismo per contrastare  il disinteresse e talora l'opposizione che da diverse parti vengono portate avanti contro la possibilità d'intervenire in termini di riforma anziché di stravolgimento e azzeramento dell'esistente.

L'Assemblea Generale, in particolare, esprime  la propria valutazione positiva sul lavoro svolto dall'Ufficio di Presidenza della CNE dall'ultima Assemblea ad oggi.

In questi ultimi anni, infatti, con il consenso di tutti, la CNE è stata in grado di porre al centro della discussione di ogni ipotesi di riforma del mondo dell'emigrazione proposte concrete e precise nelle quali è stata sempre presente la funzione essenziale delle associazioni, realtà radicata nelle comunità a garanzia della partecipazione democratica.

La CNE è stata in grado, in specie, di proporre puntualmente un modello di Comites e di CGIE rinnovati ma non depotenziati.

L'Assemblea da mandato all'Ufficio di Presidenza di promuovere, d'intesa con le associazioni aderenti, la costituzione della CNE nelle regioni ed all'estero.

L'Assemblea da mandato all'Ufficio di presidenza  di promuovere idonee iniziative atte ad evidenziare l'impegno degli italiani all'estero nella valorizzazione  dell'importanza dell'unità d'Italia nella ricorrenza del  150° anniversario della sua realizzazione.

L'Assemblea impegna  l'Ufficio di Presidenza a proseguire nella ricerca di una azione unitaria con le altre associazioni regionali e locali per trovare forme di coordinamento più impegnative.

L'Assemblea impegna l'Ufficio di Presidenza  a dare continuità al tavolo congiunto con le Regioni ed a richiedere  l'approvazione da parte del Parlamento del riconoscimento della natura di promozione sociale alle associazioni degli italiani all'estero.

L'Assemblea  fa infine appello a tutte le associazioni aderenti perché partecipino attivamente alle prossime riunioni continentali promosse dal CGIE come prima risposta all'immobilismo del presente. IS

 

 

 

 

L’on. Fedi incontra la Federazione Unitaria Stampa Italiana all'Estero

 

ROMA – “Credo utile ricordare che dopo il taglio del 50% delle risorse per l’editoria all’estero, previsto dal decreto mille proroghe, il Governo, in un ordine del giorno approvato al Senato dopo la bocciatura di un emendamento alla Camera, si era impegnato a ripristinare i fondi”. Così il deputato Pd Marco Fedi, eletto nella circoscrizione Estero, durante l’incontro con i dirigenti della FUSIE che si è tenuto mercoledì 26 maggio a Montecitorio.

“Un impegno importante – ha proseguito Fedi - per ristabilire un principio di equità nei confronti delle testate italiane edite nel mondo, per le quali, tra l’altro, il taglio avrà effetti retroattivi.

  In una recente risposta a una interrogazione in Commissione, il Governo ha sostenuto l’esigenza di rinviare la decisione a una riflessione da tenersi nell’ambito degli stati generali dell’editoria che potrebbero tenersi in autunno. Si è passati da un impegno per recuperare fondi a un impegno per una riflessione comune: mi pare poco! Le nostre preoccupazioni, considerato anche il clima di tagli, aumentano. Ritengo urgente una discussione sulle riforme in questo settore. Gli stati generali dell’editoria – all’interno dei quali dobbiamo essere in grado di guadagnare uno spazio importante per l’editoria italiana nel mondo – costituiranno una buona occasione. Che andrebbe anticipata da un’iniziativa di riflessione promossa dalla FUSIE – l’organo che rappresenta i mezzi d’informazione editi all’estero. Ma la discussione sulle riforme dovrebbe partire da una base comune di equità. E questa può essere raggiunta solo con il recupero delle risorse decurtate.

  Le riforme, in questo settore, dovrebbero garantire l’accesso a forme di sostegno anche ai mezzi di comunicazione elettronici. Sarebbe un errore, però – secondo Fedi - creare le condizioni per percorsi divergenti da esigenze complessive che sono – oltre che relative alla tipologia del mezzo – anche relative alla libertà d’informazione, al pluralismo, alla qualità dell’informazione e alle condizioni in cui questa opera all’estero, oltre alle normative di riferimento. Siamo pronti al confronto – ha concluso Marco Fedi – ma sarebbe auspicabile svolgere un lavoro bipartisan affiancando la FUSIE”. (Inform)

 

 

 

 

 

Il rinvio delle elezioni Comites e Cgie. L’arroganza e la provocazione del governo

 

Come noto lo scorso 23 aprile, alla vigilia della programmata assemblea plenaria del Cgie, il governo approvò il decreto (63/2010) per l’ulteriore rinvio al 2012 delle elezioni per il rinnovo dei Comites e del Cgie pur sapendo della contrarietà del Consiglio Generale e che il tema sarebbe stato all’ordine del giorno dei suoi lavori.

 

Nell’assemblea plenaria, come prevedibile, il Cgie criticò aspramente il decreto e la tempistica della sua approvazione avvenuta proprio a ridosso dei lavori del Consiglio anche con una forma di protesta inusuale come quella di uscire dalla sala nel momento della relazione del Sottosegretario Alfredo Mantica. Inoltre l’assemblea decise poi, di far anticipare la convocazione delle tre assemblee continentali (Europa-Africa del Nord a Francoforte; Paesi Anglofoni a Vancouver; America Latina a Buenos Aires) affinché si potessero tenere prima che il parlamento discutesse ed approvasse il decreto 63/2010.

Tre assemblee i cui lavori, in questo caso, vista l’eccezionalità del momento, sarebbero stati aperti ai Comites, all’associazionismo ed alla comunità italiana per discutere  pubblicamente sia dei tagli del governo italiano al finanziamento delle politiche per gli italiani all’estero che della chiusura di importanti Uffici consolari, soprattutto in Europa, e del nuovo ed antidemocratico rinvio delle elezioni dei Comites e del Cgie.

Purtroppo il governo, e la maggioranza che lo sostiene in parlamento, tanto per dimostrare chi comanda, con la ormai nota arroganza e provocazione che lo distingue, ha già  fatto approvare dalla Camera dei Deputati, con il voto favorevole anche dei suoi eletti all’estero, il decreto del rinvio delle elezioni dei Comites e del Cgie nella seduta di lunedì  25 maggio. Ancora una volta, alla vigilia di una riunione del Cgie. In questo caso della Commissione Continentale Europa-Africa del Nord, a Francoforte in Germania proprio nei giorni 28/29/30 maggio, e delle altre due che si terranno nelle settimane successive.

Complimenti al governo, alla maggioranza che lo sostiene e, soprattutto, ai deputati del centrodestra eletti nella Circoscrizione Estero che, ancora una volta, hanno dimostrato di saper predicare bene (con gli emigrati) ma di razzolare male (in Parlamento)!

Dino Nardi, coordinatore UIM per l’Europa e consigliere Cgie

 

 

 

 

Uscito il primo numero di “PD/Cittadini del mondo”. Uno strumento per tutti: l’editoriale di Eugenio Marino

 

Uscito il primo numero di “PD/Cittadini del mondo”, notiziario a cura dell'ufficio Pd Italiani nel mondo. Il numero si apre con l’editoriale di Eugenio Marino, responsabile italiani all’estero del partito, dal titolo “Uno strumento per tutti”. Eccolo

 

PD/Cittadini del mondo vuole essere uno strumento di lavoro per i militanti del Partito Democratico all’estero e un veicolo di informazione circolare di notizie e riflessioni sulle principali questioni che riguardano le nostre comunità, la vita politica italiana e quella del PD in particolare.

Per questo raccoglierà, divulgherà e farà conoscere il lavoro dei nostri parlamentari, le iniziative del partito sul territorio, quelle del suo gruppo dirigente a livello nazionale e darà spazio all’attività dei circoli nel mondo, in modo da dare a tutti, responsabili, semplici iscritti e simpatizzanti, materiale con cui confrontarsi e svolgere attività politica, informando i cittadini.

In questo primo numero, ancora sperimentale, è stata prioritaria l’esigenza di partire, di avviare unlavoro che dal prossimo numero sarà sviluppato meglio, non solo nei contenuti, ma anche nella grafica.

Prioritaria, inoltre, era l’esigenza di far sentire forte e subito alle nostre comunità che manifestano il 29 maggio a Francoforte, la solidarietà, la vicinanza e la partecipazione del Partito Democratico, dei suoi parlamentari e del gruppo dirigente nazionale, tutto schierato in maniera compatta contro il rinvio delle elezioni per il rinnovo dei Comites e i tagli indiscriminati a tutti i capitoli di spesa che riguardano gli italiani all’estero, contro l’attacco che da tempo si è concentrato nei confronti dell’intera rete italiana all’estero, strutture consolari comprese.

In questo numero, quindi – lo si vedrà con gli interventi in Aula pubblicati, gli articoli raccolti, la presenza dei nostri parlamentari alle manifestazioni già svolte e da svolgere – il PD si schiera a Francoforte al fianco delle comunità, con chi non vuole che il Governo stacchi la spina agli italianiall’estero.

Oggi, infatti, si è aperta una fase critica che rischia di minare definitivamente il legame di fiducia tra l’Italia e i suoi milioni di cittadini e discendenti che vivono e operano fuori dai suoi confini.

Il voto per corrispondenza messo a rischio, la contestata riforma degli organismi di partecipazione democratica, l’indebolimento e il taglio delle misure sociali, culturali ed economiche che favoriscono l’identità e insieme l’integrazione, sono tutti terreni di prova senza appello e verso i quali questo Governo ha lanciato un attacco senza precedenti.

Un attacco, dunque, al di là delle apparenze, molto duro e che va in profondità. C’è, infatti, nella maggioranza, un modo di intendere la presenza italiana nel mondo diverso da quello che serve  all’Italia e che a Francoforte si esprimerà in maniera unitaria e compatta.

Ed è per questo, dunque, che ci sarà anche il PD, perché occorre riprendere l’iniziativa politica tra la gente. Perché la protesta è unitaria e perché l’appello alla mobilitazione è stato lanciato dagli organismi di rappresentanza delle comunità e dalle associazioni e non dai partiti o da una parte sola delle comunità.

Anche per tutto questo, quindi, serve e servirà uno strumento come PD/Cittadini del mondo: per raccogliere e far conoscere quello che il PD fa e su cui discute.

Naturalmente, in questo quadro, come già ribadito nella lettera ai segretari di circolo in cui si annunciava la nascita di questo strumento, ogni iscritto al PD potrà partecipare con propri interventi nei numeri che verranno.  Eugenio Marino

 

 

 

 

 

 

Gli Italiani nel mondo per il Premio Laurentum per la poesia

 

Al via la II edizione dedicata ai nostri connazionali residenti all’estero e agli oriundi. Termine per l’iscrizione: 31 luglio 2010

 

Il 31 luglio prossimo è il termine ultimo per partecipare alla seconda edizione del Premio Laurentum per la poesia dedicato agli Italiani nel mondo. L’iniziativa del Centro culturale Laurentum, promossa con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, si rivolge agli Italiani residenti all’estero e agli oriundi, che possono concorrere con poesie in lingua italiana e\o in vernacolo (con riferimento ai dialetti italiani), e si propone, in coerenza e sinergia con le linee guida strategiche della politica di programmazione culturale del MAE, di diffondere e promuovere, presso i nostri connazionali nel mondo, la lingua e la cultura italiane.

 

La partecipazione è gratuita ed è possibile iscriversi online, compilando un semplice form con i propri dati e allegando le proprie poesie (massimo tre opere per ogni autore). In alternativa gli autori possono inviare le proprie poesie tramite posta all’indirizzo: Centro Culturale Laurentum - Casella Postale n°189 - 00128 Roma Spinaceto, Italia.

 

La poesia vincitrice sarà selezionata da una prestigiosa giuria presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Il vincitore riceverà come premio un’opera d’arte, appositamente realizzata dall’artista Angelo Bucarelli, e sarà ospite del Centro Culturale Laurentum a Roma per la serata di premiazione, prevista per il 30 novembre 2010.

Per maggiori informazioni: www.premiolaurentum.eu . (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Colori migranti, culture di ieri e di oggi

 

Presentato al Castello Ursino di Catania il progetto che coinvolge 24 scuole. Obiettivo: partire dalla conoscenza del fenomeno dell’emigrazione, per comprendere i migranti di oggi che sbarcano lungo le nostre coste

 

Il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, ha voluto essere presente al taglio del nastro per inaugurare la mostra degli elaborati delle 24 scuole della provincia di Catania che hanno partecipato al progetto “Colori migranti”. Per un giorno il castello Ursino si è così trasformato in una sorta di luogo simbolo di colori e luci grazie alla presenza di decine di studenti che hanno seguito un percorso di confronto e scambio con culture diverse. Si è realizzato un vero e proprio dialogo interculturale fortemente voluto dal presidente dell’associazione “Terra Amica” Mario Raspagliesi, che ha realizzato un progetto che si pone l’obiettivo del confronto e dell’incontro fra culture, partendo dalla conoscenza del fenomeno dell’emigrazione, dalla storia dei nostri emigrati, per giungere ai migranti di oggi che sbarcano lungo le nostre coste.

 

Dopo il saluto iniziale del sindaco, dell’assessore alle politiche sociali, del dirigente dell’ufficio scolastico provinciale Raffaele Zanoli, hanno preso la parola l’assessore alla pubblica istruzione del comune di Acicatena, Giovanni Pulvirenti, che ospita l’evento dell’1 giugno dedicato alla sezione video e spot; il vice sindaco di Trecastagni Cirino Torrisi, organizzatore della manifestazione di danza e musica che si svolgerà il 4 giugno al teatro comunale, e il presidente del consiglio comunale di Tremestieri, Santi Rando, che sta organizzando la serata finale il 5 giugno all’anfiteatro. La chiusura dei saluti è stata affidata a Marco Guerrieri rappresentante del Centro di servizi per il volontariato etneo.

 

Dopo l’inaugurazione, la tavola rotonda moderata dal giornalista Ivan Scinardo, con l’organizzatore Mario Raspagliesi che ha parlato dei fenomeni migratori in una prospettiva di integrazione possibile. A seguire, l’intervento del rappresentante dell’ufficio scolastico provinciale Angela Rapicavoli e infine la prospettiva della ricerca, valutazione e osservazione curata dal direttore del Laposs, il laboratorio di politiche e servizi sociali dell’Università di Catania, Carlo Pennisi, nella doppia veste di accademico e di neo assessore comunale alle politiche sociali. “Per conoscere le altre culture - ha detto Pennisi - bisogna partire dallo studio della nostra. L’integrazione è una pratica che parte dall’autoriflessione e si regge solo con la tolleranza”.

Al termine delle relazioni ci sono state le testimonianze degli studenti Luis Alfredo Bonanno e Alberto Pirivitera, dell’istituto tecnico nautico di Catania; di Marina Torrisi dell’istituto Leonardo di Giarre e di Jessica Cunsolo e Noemi Veronica del liceo psico- pedagogico di Palagonia.

 

La mostra di tutti gli elaborati dei concorsi in oggettistica, fotografia, grafico-pittorica e letteraria, rimarrà aperta al pubblico, al castello Ursino, fino al 29 maggio prossimo. (ItalPlanet News)

 

 

 

La riunione del Consiglio direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo

 

BELLUNO - Buona parte del Consiglio direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, tenutosi lo scorso 27 maggio, è stato occupato dall’esame dei bilanci , in cui sono state chiaramente espresse e dibattute le difficoltà  alle quali  va incontro l’Associazione,  soprattutto  a seguito delle  riduzioni decise dal Governo del contributo per la stampa italiana rivolta all’estero e delle abolizioni delle agevolazioni tariffarie postali, provvedimenti che colpiranno pesantemente il mensile “Bellunesi nel Mondo”.  Purtroppo dovrà quindi essere proposto all’assemblea del prossimo mese di luglio l’aumento della quota associativa. 

  Il Consiglio è poi proseguito con l’approvazione del programma e delle relative risorse di “bellunoradici.net” per il 2010 (come più volte detto, è il progetto che sta coinvolgendo i giovani “talenti” bellunesi all’estero), con l’illustrazione delle attività della Sezione Giovani,  delle lezioni sull’emigrazione tenuti nelle scuole della Provincia per iniziativa della Commissione Scuola e delle iniziative della Commissione per la Promozione economica.

  E’ stato poi  illustrato  il programma della “Festa dei Popoli”  del 20 giugno prossimo. Nell’occasione al Consiglio è stato presentato il nuovo collaboratore dell’Associazione e  responsabile della Sezione Giovani, Marco Crepaz. (Inform)

 

 

 

Bundespräsident Horst Köhler tritt zurück

 

Sensation in Berlin: Bundespräsident Köhler gibt sein Amt auf. Er begründete den Schritt mit mangelndem Respekt vor dem höchsten Staatsamt.

 

Bundespräsident Horst Köhler hat seinen sofortigen Rücktritt erklärt. In einer kurzfristig einberufenen Pressekonferenz sagte das Staatsoberhaupt in Berlin, er ziehe damit die Konsequenz aus mangelndem Respekt seinem Amt gegenüber.

„Ich bedauere, dass meine Äußerung in einer für unsere Nation wichtigen und schwierigen Frage zu Missverständnissen führen konnte“, sagte Köhler.

Die Unterstellung, er habe einen grundgesetzwidrigen Einsatz der Bundeswehr zur Sicherung von Wirtschaftsinteressen befürwortet, entbehre jeder Rechtfertigung, sagte Köhler. Das lasse den notwendigen Respekt vor dem höchsten Staatsamt vermissen.

Die Kritik sei zum Teil so weit gegangen, ihm zu unterstellen, er befürworte Einsätze der Bundeswehr, die nicht vom Grundgesetz gedeckt wären. „Diese Kritik entbehrt jeder Rechtfertigung, sie lässt den notwendigen Respekt für mein Amt vermissen“, sagte der sichtlich bewegte Präsident.

„Ich erkläre hiermit meinen Rücktritt vom Amt des Bundespräsidenten mit sofortiger Wirkung.“ Er dankte allen, die ihn unterstützt und Vertrauen entgegengebracht hätten: „Ich bitte sie um Verständnis für diese Entscheidung.“

Köhler sprach seine kurze Rücktrittserklärung (Hier können Sie das Statement im Wortlaut nachlesen ) in seinem Amtssitz Schloss Bellevue. An seiner Seite stand Ehefrau Eva Luise. Beim Verlesen der kurzen Erklärung standen dem Staatsoberhaupt Tränen in den Augen. Streckenweise versagte ihm die Stimme.

Das Staatsoberhaupt teilte seinen Entschluss auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), dem Vizekanzler Guido Westerwelle (FDP) und dem Präsidenten des Bundesverfassungsgerichts, Andreas Voßkuhle, mit.

Köhler hatte am Pfingstwochenende nach einem Besuch bei den deutschen Soldaten in Afghanistan in einem Interview von Deutschlandradio Kultur einen Zusammenhang zwischen den Auslandseinsätzen und deutschen Wirtschaftsinteressen hergestellt.

Dafür war er parteiübergreifend heftig kritisiert worden.

Die Amtsgeschäfte Köhlers übernimmt jetzt der Bundesrats-Präsident, der Sozialdemokrat Jens Böhrnsen. Ein Sprecher Böhrnsens sagte, Köhler habe den amtierenden Bundesratspräsidenten am Mittag telefonisch von seiner Rücktrittsabsicht unterrichtet. Die Bundesversammlung muss nun binnen 30 Tagen zusammentreten, um ein neues Staatsoberhaupt zu bestimmen.

Wörtlich sagte der Bundespräsident laut Mitschrift des Senders:

„Meine Einschätzung ist aber, dass insgesamt wir auf dem Wege sind, doch auch in der Breite der Gesellschaft zu verstehen, dass ein Land unserer Größe mit dieser Außenhandelsorientierung und damit auch Außenhandelsabhängigkeit auch wissen muss, dass im Zweifel, im Notfall auch militärischer Einsatz notwendig ist, um unsere Interessen zu wahren, zum Beispiel freie Handelswege, zum Beispiel ganz regionale Instabilitäten zu verhindern, die mit Sicherheit dann auch auf unsere Chancen zurückschlagen negativ durch Handel, Arbeitsplätze und Einkommen."

Nach dem Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler (67) ist Bremens Bürgermeister Jens Böhrnsen (SPD) vorübergehend erster Mann im Staat

Als Bundesratspräsident übernimmt Bremens Bürgermeister Jens Böhrnsen stellvertretend für den Bundespräsidenten die Amtsgeschäfte.

Köhler habe ihn über seine Rücktrittsabsichten informiert, sagte Böhrnsen. Er habe diesen Schritt vor dem Hintergrund der öffentlichen Interpretation seiner Äußerungen zum Afghanistan-Einsatz in Afghanistan für unvermeidlich gehalten.

„Als Bürger und Bremer bin ich traurig über diesen Schritt“, sagte Böhrnsen. Köhlers Besuche seien immer von freundschaftlicher Zuneigung geprägt gewesen.

Im vergangenen Jahr war der Bundespräsident Gast beim Deutschen Evangelischen Kirchentag im kleinsten Bundesland.

Am 14. Juni wollte er eigentlich die mehrtägige nationale Sommerolympiade „Special Olympics“ für geistig behinderte Menschen eröffnen. Dazu werden etwa 4.500 Athleten in der Hansestadt erwartet.

 

Zu dem Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler erklärt der Generalsekretär der CDU Deutschlands, Hermann Gröhe: Die CDU Deutschlands nimmt die Entscheidung von Horst Köhler mit Respekt, aber großem Bedauern zur Kenntnis. Deutschland verliert mit dem heutigen Tage einen in der Bevölkerung äußerst beliebten und sehr geschätzten Bundespräsidenten.

Horst Köhlers Präsidentschaft war geprägt durch Bürgernähe, durch ein großes Verständnis für die Sorgen und Nöte der Menschen. Zuhören war im stets ebenso wichtig wie die deutliche Benennung gesellschaftlicher Missstände und Herausforderungen. Mit seiner Amtsausübung blieb er seinem Grundsatz treu, im Interesse des Landes notfalls unbequem zu sein. Dabei waren seine Mahnungen stets auch Ansporn für unsere Gesellschaft, Probleme beherzt anzugehen. Sein beeindruckendes Engagement für ein menschliches Miteinander und sein großes Herz für den afrikanischen Kontinent haben sein Wirken im Amt in besonderer Weise geprägt.

Horst Köhler hat sich mit seinem Wirken als Bundespräsident um unser Land verdient gemacht. Dafür ist ihm die CDU Deutschlands außerordentlich dankbar. Für seine weitere Zukunft wünschen wir ihm von Herzen alles Gute.

 

Zum Rücktritt des Bundespräsidenten Horst Köhler erklärt der SPD-Parteivorsitzende Sigmar Gabriel: „Ich bedaure den Schritt des Bundespräsidenten außerordentlich. Wie die übergroße Mehrheit der Deutschen habe ich die Amtsführung des Bundespräsidenten und Horst Köhler als Person immer sehr geschätzt. Daran ändern auch unterschiedliche Einschätzungen in einzelnen Fragen der Tagespolitik nichts.

 

Horst Köhler war kein bequemer Bundespräsident, und das wollte er erklärtermaßen auch nicht sein. Offensichtlich hat Horst Köhler in den letzten Wochen den Eindruck gewonnen, dass er in der CDU/CSU/FDP-Koalition zu wenig Rückhalt hatte. Das ist kein guter Tag für die politische Kultur in Deutschland.

Dieser Schritt ist nur erklärbar, wenn man sieht, wie stark ausgerechnet diejenigen, die Horst Köhler gewählt haben, ihm die Unterstützung entzogen haben. 

 

Zum Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler erklären Claudia Roth und

Cem Özdemir, Bundesvorsitzende von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN: „Wir sind überrascht und erstaunt über diesen Schritt von Bundespräsident Horst Köhler. Natürlich respektieren wir seine Entscheidung. Wir leben aber in einer lebendigen Demokratie und ein wesentliches Grundelement der Demokratie ist es, dass auch das

Staatsoberhaupt nicht sakrosankt gegenüber öffentlicher Kritik ist. Ein verantwortliches Staatsoberhaupt eines demokratischen Staatswesens zeichnet sich gerade dadurch aus, dass es solche Kritik aushält und damit umgehen kann. Gerade ein Bundespräsident ist in Deutschland gefordert, in die öffentliche Debatte einzugreifen und diese Debatte auch zu führen. Er kann nicht verlangen, dabei nur Subjekt aber nicht Objekt zu sein.

Dieser Schritt von Horst Köhler lässt sich eigentlich nur mit einer allgemeinen Amtsmüdigkeit erklären. Union und FDP hatten die Wahl von Horst Köhler zum Bundespräsidenten damals gezielt politisiert. Er sollte der Vorbote von Schwarz-Gelb im Bund sein. Mit seinem Rücktritt ist er damit nun auch Ausdruck des Niedergangs und Vorbote des Endes von Schwarz-Gelb. Sein Schweigen in den letzten Monaten spiegelte auch die Ratlosigkeit derer, die ihn ins Amt gebracht hatten. Unser Land braucht jetzt einen echten politischen Neuanfang.“

Dpa/reuters/de.it.press 31

 

 

 

Protest gegen Berlusconi. Italiener demonstrieren in Frankfurt

 

Frankfurt - Proteste gegen Italiens Ministerpräsident Silvio Berlusconi sind nichts Neues – ungewöhnlich ist aber, wenn sie in Frankfurt stattfinden: Am Samstag haben rund 600 Italiener gegen ihre Regierung demonstriert.

 

Die Menschen seien aus verschiedenen Teilen Europas angereist, hieß es vom Veranstalter Intercomites Germania, einer Interessensvertretung der im Ausland lebenden Italiener. Unter den rund 600 Teilnehmern hätten sich Italiener aus Frankreich, Großbritannien und den Niederlanden befunden.

 

Die laut Polizei friedliche Demonstration fand auch vor dem italienischen Generalkonsulat statt. Ein Protestgrund war die geplante Schließung von Konsulaten.

HO, de.it.press

 

 

 

 

Italiener in Deutschland. Italienklischees. Damals faul, jetzt dolce vita

 

Positive Vorurteile sind auch nicht besser als negative – und können immer wieder andere treffen. Hier das Beispiel Italien anhand einer Tagung in Berlin.

 

Ihr Ruf ist schlecht, aber man braucht sie: Hätten wir keine Vorurteile, die die Kompliziertheit der Realität reduzieren, würde die uns jeden Tag überfordern. Heikel wird’s, wo Stereotype keine Tür mehr zur Wirklichkeit sind, sondern den Blick auf sie verstellen. Wie das funktioniert, führte eine Tagung der Freien Universität und des Italienischen Kulturinstituts in Berlin am liebsten Ethnoklischee der Deutschen ad absurdum: am Bild Italiens und der Italiener.

Es ist noch nicht lange her, da hatten die Italiener im deutschen Vorurteilsvorrat den Platz der Türken: arm, kriminell, rückständig. In München, so die Berliner Historikerin Olga Sparschuh, die über die süditalienische Migration nach Norditalien und nach Deutschland forscht, beschwerten sich Bürger über die „Balkanisierung“ ihres Hauptbahnhofs, des bevorzugten Treffpunkts der Italiener, die ab 1955 als erste systematisch als Arbeitsmigranten angeworben wurden. Man forderte Kurse, die den Südländern schon vor der Auswanderung Frauen gegenüber Benimm beibringen und sie informieren sollten, dass ihr Ehrbegriff nicht nach Deutschland passe, und die „Süddeutsche Zeitung“ titelte „Mit dem Messer schnell bei der Hand“ – obwohl die Kriminalitätsrate der Italiener in Deutschland um knapp zwei Drittel unter der gleichaltriger deutscher Männer lag. Weiter nördlich, im protestantisch geprägten Deutschland, daran erinnerte der Erfurter Migrationshistoriker Roberto Sala, war es ihre Religion, die die italienischen Migranten dem Verdacht kultureller Unterlegenheit und Rückständigkeit aussetzte. Die Katholiken traf damals also das gleiche Urteil wie Muslime heute.

Das Bild wandelte sich in den 80er Jahren – was, wie Patrick Bernhard in seinem Abriss einer Konsumgeschichte der „dolce vita“ zeigte, wenig mit den real existierenden Italienern und Deutschen zu tun hatte, aber viel mit der Welt, in der sie lebten. Der italienischen Luxusgüter- und Lebensmittelindustrie war es inzwischen gelungen, mithilfe von US-Know-how aufzuholen und italienische Nudeln, Öl, aber auch Schuhe, Kleider und Möbel konkurrenzfähig zu produzieren und weltweit zu vermarkten. Veränderte Produktionsmethoden in Italien trafen im Ausland, nicht nur in Deutschland, Ende der 70er und Anfang der 80er Jahre auf Mediengesellschaften, in denen sich Images kreieren und durchsetzen ließen. Und auf gewandelte Werte: Was den Deutschen bis dato als typisch italienische Faulheit galt, hieß jetzt Lebensgenuss, „der Italiener“ mutierte zum Rollenmodell und parallel zum Mustermigranten.

Die Realität war und ist deutlich trister: Italiener gehören, nur knapp vor den Türken, auch 55 Jahre nach dem Anwerbevertrag noch zu den Drop-outs des selektierenden deutschen Bildungssystems – Berlin ausgenommen, wie die Soziologin Edith Pichler von der HU berichtete. Das „Dolce-vita-Klischee“ hat nicht nur für ihre türkischen Image-Erben negative Folgen, denen man sie gern als Vorbilder hinstellt. Das rosarote Bild der fröhlich integrierten Italiener verhindert auch, dass man ihre Probleme wahrnimmt. Peter Graf, emeritierter Professor für interkulturelle Pädagogik, forderte daher, mehrsprachige Bildung zum festen Teil des deutschen Schulsystems zu machen.

Dass das positive Italienklischee dabei immer noch funktioniert wie das negative des Türken – Soziales wird ethnisch missverstanden – analysierte die „Zeit“-Korrespondentin Birgit Schönau am Beispiel des Bestellers „Maria, ihm schmeckt’s nicht“. Rosa Borten und Muschelbecken im Badezimmer seiner italienischen Schwiegereltern beschreibe der Autor Jan Weiler amüsiert als typisch italienisch. Dabei sei das schlicht die Wohnungseinrichtung in Milieus, die „mit Minimalismus nicht so viel anfangen“ könnten. Weilers Plot „Deutscher Bürgersohn heiratet italienische Gastarbeitertochter“ hätte auch mit „Hamburger Zahnarzttochter trifft Pfaffenho