WEBGIORNALE 1-2 Maggio
2010
Si dimette il presidente federale tedesco Köhler
Horst Koehler
lascia il suo incarico ad una anno dalla rielezione. A suo avviso è stata male
interpretata una sua frase sulla partecipazione tedesca a guerre per motivi
commerciali. Per la Merkel si apre un grave problema politico - dal
corrispondente Andrea Tarquini
BERLINO
- Clamoroso colpo di scena a Berlino: il capo dello Stato, Horst Koehler,
si è dimesso "con effetto immediato" dal suo incarico. Si apre così
un grave problema politico di verifica indiretta della maggioranza per la
cancelliera Angela Merkel. In carica dal 2004 e rieletto l'anno scorso, Horst
Koehler - economista di fama, senza partito ma da sempre vicino alla Cdu, il
partito della capo dell'esecutivo - ha motivato la sua decisione dicendo che si
è "mancato di rispetto" al suo ruolo. Durante la sua recente visita
ai soldati tedeschi in Afghanistan, aveva reso dichiarazioni che parte dei
media e del mondo politico avevano interpretato, secondo lui a torto, come la
giustificazione di una partecipazione tedesca a guerre mosse per motivi
economici e commerciali.
Le dichiarazioni
avevano scatenato una tempesta a Berlino. "Visto il modo in cui la nostra
economia è orientata alle esportazioni e la nostra dipendenza dal commercio
internazionale", egli aveva detto, "dobbiamo anche sapere che in casi
estremi anche l'impiego della forza militare è necessario per difendere i
nostri interessi". Aveva parlato dell'interesse tedesco alla "libertà
delle vie di comunicazioni del commercio internazionale", nel senso
dell'esigenza di "impedire instabilità regionali che si ripercuotono
indirettamente anche sulla nostra economia, sui nostri posti di lavoro, sul
nostro benessere".
Non a caso è la
prima volta dalla fondazione della Repubblica federale che un presidente si è
dimesso con effetto immediato. La polemica sulle sue dichiarazioni era subito
esplosa violenta. I media più autorevoli, come la Sueddeutsche Zeitung, hanno
definito Horst Koehler come un politico che metteva in riga con dichiarazioni
bellicose. E l'accusa più pesante, dai media e dalle opposizioni, è stata
quella di giustificare con quelle parole un uso della forza militare per
difendere gli interessi economici. Ciò che il Grundgesetz, la Costituzione
pacifista tedesca, vieta nel modo più assoluto. Le forze armate hanno il solo
compito costituzionale della difesa nazionale e delle operazioni di pace con
gli alleati, come appunto in Afghanistan.
Si apre a questo
punto una difficile fase politica per Angela Merkel, come se non bastasse il
complesso negoziato per la manovra di risanamento dei conti pubblici. Il capo
dello Stato in Germania ha un ruolo rappresentativo, ed è eletto dall'assemlea
dei Grandi elettori, cioè i legislatori più rappresentanti dei sedici
Stati-regione. Dopo la disfatta di poche settimane fa nel Nordreno-Westfalia,
lo Stato più popoloso, il centrodestra della cancelliera non ha più la certezza
assoluta della maggioranza per imporre il suo candidato a prossimo
presidente. LR 31
Cgie e Intercomites Europa. La questione italiana all’estero non è una
realtà “residuale”
La Commissione
Europa/Nordafrica del Cgie e l’Intercomites Europa, riuniti in assemblea
pubblica sabato 29 maggio a Francoforte, al termine die lavori hanno emesseo il
seguente comunicato
Francoforte - La
Commissione continentale del CGIE Europa e Africa del Nord e le rappresentanze
dei Comites e delle Associazioni venute dalla Germania, dal Belgio, dalla
Svizzera, dalla Francia dal Lussemburgo, dall’Olanda, dal Regno unito, dai
Paesi Scandinavi, dalla Grecia e dall’Algeria riunitasi in assemblea pubblica a
Francoforte il 29 maggio 2010 fanno proprio
quanto contenuto nell’appello dell’assemblea generale del CGIE.
Lo straordinario
incontro ha permesso di rafforzare il legame delle varie rappresentanze di
tutta l’Europa e Africa del nord. È stato convenuto che la questione italiana
all’estero non può essere più considerata una questione residuale e di
retroguardia, al contrario le comunità oggi rappresentano, sul piano economico
e culturale, una realtà importante tanto per i Paesi in cui vivono quanto per
l’Italia.
Lo smantellamento
delle politiche e degli interventi verso le questioni essenziali quali ad
esempio la lingua e la cultura italiana, l’informazione, l’assistenza agli
anziani, i servizi consolari e l’attenzione alle giovani generazioni, unitamente
alla negazione dei diritti quale la sospensione e il rinvio del rinnovo degli
organismi di rappresentanza (Comites e Cgie) mettono la comunità italiana
residente all’estero in una situazione di emergenza.
Non considera
giustificato il rinvio delle elezioni dei Comites con l’alibi della riforma
degli organismi di rappresentanza. L’Assemblea non considera questa riforma la
priorità delle priorità, anzi ritiene valida e pertinente la legge attuale, al
contrario è prioritario un rafforzamento delle competenze dei due organismi.
L’Assemblea dà mandato ai Comites ed al Cgie di riaprire il dialogo ed il
confronto con il Parlamento ed il
Governo. Per questa prospettiva si devono manifestare le condizioni affinché questo
dialogo e confronto siano veri e le ragioni degli uni e degli altri vengano
tenute nella giusta considerazione. Questo impegno deve determinare le
condizioni per la rapida approvazione della legge in modo tale da consentire di
rinnovare gli organismi di rappresentanza entro giugno 2011.
L’Assemblea ha elaborato un programma di
lavoro che i Comites ed il Cgie congiuntamente dovranno consegnare alla rappresentanza parlamentare
del collegio estero. I punti principali scaturiti dall’assemblea riguardano la
lingua e la cultura italiana, i servizi della rete consolare e soprattutto
l’attenzione alle giovani generazioni. Nessuno può permettersi di sottovalutare
il contributo economico e culturale che le comunità italiane nel mondo danno
ancora oggi allo sviluppo dell’Italia.
A tal riguardo
l’Assemblea rivendica la preparazione per dicembre 2011 della seconda
Conferenza mondiale dei giovani, che darà continuità ai risultati della
conferenza precedente, mettendo al centro la valorizzazione delle conoscenze dei
giovani cresciuti in emigrazione e di
quelli che ancora oggi lasciano
l’Italia, le cosiddette nuove mobilità.
L’Assemblea
ribadisce che la rappresentanza degli italiani nel mondo è unica ed è composta
da quattro anelli: associazionismo, Comites, Cgie e rappresentanza
parlamentare.
A loro si chiede
di lavorare in maniera unitaria.
I parlamentari, in
modo particolare, devono trovare i metodi più idonei, attraverso il confronto
ed il consenso affinché punti individuati possano essere affrontati immediatamente
in modo da riportare l’attenzione del Paese, sul sistema Italia per ottenere da
subito i risultati che le Comunità italiane attendono da tempo.
Commissione Europa Cgie, Intercomites Europa
(de.it.press)
L’Europa italiana sfila a Francoforte contro il governo. Appoggio ai media
all’estero
Una grande
manifestazione che il Cgie, i Comites di tutta Europa e l’Intercomites Germania
hanno organizzato sabato 29 maggio
A Francoforte si
sono radunati, approfittando della riunione della Commissione continentale
Europa e Africa del Nord del Cgie, circa 500 persone provenienti da tutta la
Germania e da tutta l’Europa. Organizzatore è stato l’Intercomites Germania,
nella persona del suo coordinatore, Stefano Lobello. Sono intervenuti diversi
parlamentari eletti in Europa nella Circoscrizione estero (Laura Garavini,
Franco Narducci, Claudio Micheloni per il Pd; Fantetti per il Pdl).
Il motivo che ha
fatto radunare tante persone nella città assiana sono i recenti provvedimenti
del governo che rimandano ad una data indeterminata entro il 2012 le elezioni
dei nuovi organismi di rappresentanza. Questo dopo i noti provvedimenti sul
tema “Ici”, sul tema “scuola e cultura”, sul tema “stampa” che puniscono le
comunità all’estero.
Motore di tutto il
movimento è il segretario generale del Cgie, Elio Carozza, che ha saputo
unificare maggioranza e opposizione del Cgie stesso in una azione comune contro
la politica della Maggioranza al Parlamento.
Carozza presiedeva
la Commissione continentale insieme al responsabile di area, Lorenzo Losi. Dopo
la manifestazione entro le mura dell’hotel Holiday Inn, il corteo si è spostato
dinnanzi al Consolato generale per una manifestazione di Piazza, riportata tra
l’atro anche dall’agenzia di stampa Dpa, grazie all’azione di pubbliche
relazioni messa in opera dalla presidente del Comites di Colonia, Rosella
Benati.
Nella mattinata di
domenica 30 è stato tra l’altro approvato all’unanimità un ordine del giorno in
favore della stampa italiana all’estero, ripreso dal testo inviato dall’associazione
dei giornalisti italiani in Germania, MediaClub. CdI
Per ulteriori
informazioni si può ascoltare il servizio audio di Giuseppe Guglielmi
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100531_cgie_guglielmi.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100531_cgie_guglielmi.mp3 trasmesso da
Radio Colonia lunedì 31 maggio (ndr)
Francoforte. L’on. Laura Garavini: “Basta colpire gli italiani all’estero”
Francoforte -
“Straordinaria la partecipazione della comunità italiana in Europa alla
manifestazione di protesta del CGIE per fare sentire in modo massiccio
l’indignazione degli italiani all’estero davanti all’ennesimo duro colpo della
maggioranza: la conferma delle preannunciate chiusure dei consolati e il rinvio
delle elezioni per Comites e Cgie.” Questo il giudizio di Laura Garavini, scesa
al fianco dei circa 600 connazionali giunti da tutta Europa per protestare
contro la politica della maggioranza nei confronti degli italiani all’estero.
“È importante che
a sfilare oggi ci siano anche tanti giovani, quei ragazzi bilingue che per
primi conoscono il valore dei finanziamenti volti ad organizzare corsi di
lingua e cultura o finalizzati a promuovere l’integrazione degli italiani nei
rispettivi Paesi di residenza. Da parte mia e di tutto il Pd - ha proseguito la
Garavini - pieno sostegno al Cgie, che con la forza di questa imponente
manifestazione chiede al Governo tre richieste prioritarie per gli italiani
residenti all’estero.”
“Non è una
protesta contro, ma è una protesta per”, ha sostenuto il Segretario generale
del Cgie, Elio Carozza che ha proseguito dicendo “Il Cgie chiede al Governo risposte
concrete su almeno tre questioni: lingua e cultura italiana, servizi della rete
consolare e politiche specifiche per i giovani italiani residenti all’estero.
Non è possibile - ha concluso Carozza - che sugli italiani nel mondo continuino
ad abbattersi solo tagli e penalizzazioni.”
“Se il tricolore
va in giro per l’Europa” ha denunciato un manifestante proveniente da Lörrach,
“siamo noi italiani all’estero che lo portiamo in giro. Il nostro Governo
dovrebbe essere orgoglioso di noi italiani nel mondo.”
Alla
manifestazione hanno preso parte, oltre ai componenti del Cgie, anche i
presidenti Comites di tutta Europa e di variegate realtà associazionistiche e
sindacali. Hanno partecipato anche rappresentanti dei diversi circoli del Pd in
Europa. Dalla Germania si sono mobilitate tra gli altri delegazioni dei circoli
di Amburgo, Aschaffenburg, Berlino, Hannover, Lörrach, Mannheim, Metzingen,
Saarbrücken, Stoccarda, Villingen e Wolfsburg. (de.it.press)
Molte le adesioni e le partecipazioni alla manifestazione di protesta a
Francoforte
Molte le adesioni
alla manifestazione di Francoforte. Ne ricordiamo solo alcune,
partendo dal breve
messaggio del presidente del MediaClub-Germania Renzo Brizzi: “Esprimo al Cgie
e al Comitato dei presidenti dei Comites – scrive - tutta la solidarietà del
MediaClub Germania con l'augurio di una riuscita manifestazione, alla quale con
la presenza di molti soci, giornalisti e reporter, la nostra associazione
partecipa attivamente. Il MediaClub Germania ha lanciato da giorni un appello a
tutti i cittadini italiani residenti in Germania in difesa della libertà di
stampa in Italia e contro le misure restrittive che colpiscono le comunità
italiane all'estero e contro le quali è diretta anche la vostra iniziativa.
Sarei molto lieto se questo appello che, una volta ottenuto il maggior numero
di firme possibili, verrà consegnato alle autorità italiane e ai colleghi della
FNSI in segno di solidarietà, fosse diffuso il più possibile tra gli italiani”.
Le associazioni
aderenti a Filef, Istituto F.Santi e alle altre organizzazioni regionali della
rete FIEI così spiegano la piena adesione e partecipazione alla manifestazione.
“Le politiche di
questo governo verso gli italiani all'estero (come anche verso gli immigrati in
Italia) hanno raggiunto livelli indegni per un paese che dispone di otto
milioni di "cittadini globali" (4 milioni di italiani nel mondo e 4
milioni di immigrati), pari al 12% della popolazione, il cui apporto in termini
economici, sociali, culturali e relazionali è enorme – scrive il segretario
Fiei Rodolfo Ricci -.
Invece di
valorizzare questa presenza che consente tuttora di ottenere grandi vantaggi in
termini di bilancia dei pagamenti, di contributo all'export, di surplus nel
bilancio dell'INPS, di diffusione della cultura italiana nel mondo, di
relazioni con numerosi paesi, questo governo fa di tutto per tagliare legami e
rapporti con le comunità italiane all'estero, e contemporaneamente riduce i
diritti di cittadinanza dei lavoratori immigrati
Due categorie di
cittadini penalizzate da una miopia incredibile che fotografa il livello di
provinciale grettezza, di totale mancanza di lungimiranza in cui è caduta
l'Italia all'inizio del 21simo secolo.
Le misure
restrittive e i tagli operati sul versante delle politiche per gli italiani
all'estero non hanno alcuna relazione con la crisi economica in atto, tanto è
vero che sono state messe in opera non appena si è insediato il terzo governo
Berlusconi, ben prima dell'inizio della crisi.
Non hanno neanche
una validità sul piano del risparmio di risorse, tanto erano irrisorie già
precedentemente ai tagli gli investimenti verso gli italiani nel mondo.
Si tratta invece
di un utilizzo scandaloso di queste poche risorse, per evitare tagli alla
struttura del MAE a cui il Ministro Tremonti aveva chiamato i diversi
ministeri. Con la stessa logica, infatti, erano state drasticamente tagliate le
risorse destinate alla cooperazione internazionale.
Una logica che
viene oggi riproposta con il varo della manovra di "correzione", i
cui contenuti possono ben definirsi di classe. Lotta di classe del mercato e
dei sui rappresentanti politici contro i lavoratori e i poveri e contro
categorie di cittadini ritenute secondarie, marginali e non influenti. Tra
questi gli italiani all'estero, lontani e insignificanti.
La mobilitazione
di Francoforte deve costituire l'inizio di una campagna di comunicazione per
far conoscere a tutti i connazionali all'estero la vera natura di questo
governo e della logica che segue. Deve anche servire – conclude Ricci - a contrastare
l'approccio dilatorio che tende a spostare l'attenzione su inutili quanto
peggiorative riforme di CGIE e Comites utili soltanto a prendere tempo e a
evitare il confronto sulle questioni reali”.
Anche il Movimento
per la Sinistra italiana in Svizzera ha partecipato a alla manifestazione.
Oltre ai tagli, il Movimento ha stigmatizzato la decisione del rinvio delle
elezioni di Comites e Cgie al 2012, motivato dalla necessità di procedere
preventivamente ad una riforma delle norme istitutive dei due organi
rappresentativi degli italiani all’estero.
“Con lo stesso
pretesto i Comites avevano già subìto una proroga dal 2009 al 2010. Questo
ennesimo rinvio rischia di dare a questi organismi il colpo di grazia, -
aggiunge la nota in proposito del movimento - minandone alla radice
funzionalità e credibilità democratica. Il voto alla scadenza ordinaria, oltre
a rispettare le regole della democrazia, avrebbe costituito, in primo luogo per
i Comites, un’importante occasione di rinnovamento e avrebbe dato maggiore
impulso all’iter di riforma legislativa, che pure resta un passaggio importante
ai fini di una complessiva ridefinizione della rappresentanza degli italiani
all’estero”.
Il Movimento
lamenta l’atteggiamento del governo nei confronti della rappresentanza degli
italiani all’estero, i provvedimenti relativi alla rete consolare, “la drastica
riduzione delle risorse alla lingua e alla cultura italiana, che determina la
progressiva privatizzazione del servizio scolastico, i cui costi vengono
caricati sempre più massicciamente sulle famiglie degli alunni. Da tempo
sosteniamo che le politiche per gli italiani all’estero debbano essere
ricalibrate sulla base di una lettura aggiornata delle nostre comunità, dei
loro bisogni e soprattutto delle enormi potenzialità che derivano dalla
presenza capillare del patrimonio di lingua e cultura da esse veicolato in
tutto il mondo. Non è però tollerabile – conclude la nota - che l’esigenza di
rinnovamento diventi il pretesto per smantellare il complesso dei servizi
costruiti da e per gli italiani nel mondo”.
L’Unione Italiani
nel Mondo (Uim) ha aderito e sfilato anche con tante bandiere. “Siamo convinti
– spiega - che il periodo che stiamo vivendo sia, come dice il ministro
Tremonti, ‘Un tornante della storia’. Il pericolo dei tornanti è che però se
non si prendono bene si rischia di cadere nel burrone. Non vorremmo che la
politica del Governo porti fuori dalla storia gli italiani residenti
all’estero. Le decisioni di questi ultimi due anni sono tutte in questa
direzione.
Deputato e
fondatore del Maie, Ricardo Merlo ha inviato un messaggio di adesione "Il
Maie – vi si legge – intende protestare contro una politica miope e vessatoria
di questo Governo. Da quando si è insediato, il Governo Berlusconi ha
completamente dimenticato una parte del popolo italiano, quella di noi
residenti all’estero, anzi, di più, se ne è ricordato solo quando si è trattato
di operare dei tagli netti ai già miseri fondi a noi destinati... Il Maie
ritiene la chiusura dei consolati, i tagli alle risorse destinate alla
promozione e diffusione della lingua e della cultura, e dell’assistenza
sanitaria e sociale, parte di un piano più vasto del Governo rivolto ad
allontanare, mortificare e demotivare la nostra collettività residente
all’estero. Un piano che prevede forse anche un ridimensionamento dei nostri
diritti civili, del diritto di voto con, ad esempio, l’eliminazione
dell’elezione diretta dei nostri rappresentanti, un baluardo della vera
democrazia, presente ancora solo nella circoscrizione estero, cosa di cui si
parla in alcune proposte di legge presentate in Parlamento”. De.it.press
La guerra dei passaporti nell'Ue
Crisi fra Budapest
e la Slovacchia per la cittadinanza offerta alla minoranza ungherese
Drammatica
escalation della tensione tra Slovacchia e Ungheria. Un confronto ogni giorno
più duro tra i due paesi pesa sull'Unione europea e sulla Nato, di cui entrambe
le giovani democrazie fanno parte, ed evoca i sinistri ricordi degli odii
etnici tra Stati nazionali o multinazionali europei dei due secoli passati.
Ieri il Parlamento
di Budapest, con 344 voti contro 3 - un'unanimità da emergenza nazionale o che
ricorda sistemi politici particolari - ha approvato l'annunciata legge che
permette la concessione unilaterale della cittadinanza ungherese ai circa 3,5
milioni di persone di lingua, cultura o discendenza magiara viventi oltre
confine. Immediata, e durissima, la reazione della Slovacchia, dove è di
origine ungherese il 10 per cento della popolazione: un decreto legge
governativo, approvato dai legislatori in seduta straordinaria, ha stabilito
che chi chiederà la cittadinanza magiara perderà quella slovacca. Perderà anche
il posto di lavoro, se impiegato nella funzione pubblica, o ogni mandato
politico, dal Parlamento ai Comuni.
Forse mai prima
d'ora, con l'eccezione della crisi che portò alla fine violenta della
Jugoslavia, una crisi di tale gravità, e motivata da serie divergenze su nazionalità
e cittadinanza, ha opposto dopo il 1989 della fine del comunismo due paesi
dell'Europa centrale e centro-orientale. «Questa è una minaccia alla nostra
sicurezza nazionale», ha detto il premier socialdemocratico slovacco, Robert
Fico. Aggiungendo che se un deputato chiederà la cittadinanza ungherese, oltre
alla cittadinanza slovacca perderà anche il mandato. Chiunque scelga l'Ungheria
dovrà dichiararlo, pena una multa di oltre 3000 euro.
Reazione pesante,
insomma, a pochi giorni dalle elezioni politiche del 12 giugno. Peggio ancora,
notano osservatori occidentali, la dura reazione slovacca alla legge ungherese,
oltre ad esasperare le tensioni bilaterali, sul piano interno potrebbe finire
per rafforzare il Partito nazionale slovacco (Sns), la forza tradizional-nazionalista
di Jan Slota.
La crisi
slovacco-ungherese si è acutizzata negli ultimi anni. Il nuovo partito di
maggioranza relativa a Budapest, la Fidesz (centrodestra con forti toni di
orgoglio nazionale) del futuro premier Viktor Orban, aveva promesso di varare
in corsa la legge sulla doppia cittadinanza. La definisce conforme con la
Convenzione sulle nazionalità del Consiglio d'Europa. Esponenti della
maggioranza ungherese l'hanno spesso posta in relazione con la determinazione a
«eliminare la vergogna del Trattato del Trianon», quello con cui alla fine
della prima guerra mondiale l'Ungheria perse ampia parte del suo territorio. E
simili dichiarazioni agitano lo spettro di pericolosi sogni di revisione delle
frontiere postbelliche europee.
Bratislava non ci
sta. Denuncia il carattere unilaterale e non negoziato, come si fa di solito in
ambito europeo su tali temi, della scelta magiara. E dopo la dura reazione
preannuncia ricorsi alle organizzazioni internazionali. Il rischio è che la Ue,
già alle prese con l'emergenza del debito pubblico e la crisi dell'Euro, debba
schierarsi e magari dividersi su una grave tensione in più. I più pessimisti
ieri sera nelle due capitali parlavano persino del pericolo che gli slovacchi
d'origine ungherese che chiederanno la cittadinanza magiara e perderanno quella
slovacca finiscano per sentirsi ghettizzati, discriminati e respinti come
accade nell'allora Jugoslavia all'etnia maggioritaria nel Kosovo. LR, Andrea
Tarquini 27
Rinviato il vertice di giugno. La lenta agonia dell’Unione per il
Mediterraneo
La conferenza al
vertice dell’Unione per il Mediterraneo (Upm), che doveva tenersi il 7 giugno,
è stata rinviata a novembre: il quadro arabo-palestinese non consente infatti
di svolgere un incontro collaborativo nell’ambito euro-mediterraneo fra arabi e
israeliani. La Lega araba ha dato via libera ai negoziati indiretti fra
israeliani e palestinesi sotto l’egida degli Usa ma, in attesa di vederne gli
esiti, i suoi membri non hanno voluto direttamente incontrare né il primo
ministro israeliano Netanyahu, né tanto meno il ministro degli esteri
Lieberman, come sarebbe accaduto se si fosse svolto il vertice di Barcellona
del 7 giugno.
Mancanza di
egemonia
Con questi
sviluppi, l’Upm – il secondo tentativo europeo di organizzare un quadro
condiviso di “governance” mediterranea dopo il Partenariato euro-mediterraneo
(Pem) – è praticamente fallito. Il Pem ha agonizzato per otto anni dopo il
fallimento dei negoziati del 1996-2000 volti a stabilire i principi alla base
della cooperazione politica euro-mediterranea. L’Upm ha impiegato molto meno
per arrivare allo stesso risultato. Per la verità non ha mai neanche cominciato
a funzionare, essendo stata bloccata dagli arabi nel dicembre del 2008 a causa
dell’intervento israeliano a Gaza, appena un mese dopo la conferenza di
Marsiglia che aveva posto le premesse per il suo lancio.
Dunque, la
rivoluzione promossa dalla Francia mettendo l’Upm al posto del Pem non è
riuscita: si è rivelata un’illusione l’idea che con il passaggio da un processo
che si svolgeva sotto la tutela dell’Ue a uno intergovernativo, a cui i partner
meridionali, partecipano con una responsabilità diretta, le cose potessero
risultare più semplici. I partner del Sud sono anzi oggi più lontani che nel
1995, quando il Pem prese avvio.
Il ripetuto
fallimento della politica dell’Ue verso il Mediterraneo è un fatto grave, che
merita una riflessione di fondo piuttosto che degli aggiustamenti nelle
politiche esistenti. Il primo fattore del fallimento è che, per riuscire, il
progetto euro-mediterraneo richiede che l’Ue eserciti un’egemonia effettiva.
Per farlo, dovrebbe essere un attore più forte, con una politica estera
coerente e la volontà di impiegare le sue risorse per realizzarla. Gli
obiettivi che l’Ue si propone di raggiungere nel suo vicinato e, più in
generale, nelle relazioni internazionali sono sacrosanti, ma la speranza di
riuscirci solo con mezzi normativi è vana. Ciò non vuol dire che l’Ue deve
usare la forza, ma che deve essere forte e ispirare fiducia, credibilità e
rispetto. Gli sforzi in corso per l’attuazione del Trattato di Lisbona e la
realizzazione di un servizio diplomatico europeo capace di coordinare i vari
strumenti disponibili in funzione di un’efficace politica estera, sono solo una
precondizione: tutto dipende dalla volontà di esprimere una politica estera e
perseguirla coerentemente.
Nodo mediorientale
Gli altri motivi
del fallimento altro non sono che aspetti della debolezza della politica estera
comune. In primo luogo, è necessario che l’Ue e gli europei respingano con più
vigore la politica sciovinista ed espansionista che sempre più si è affermata
in Israele: l’Ue dà grande importanza alla sicurezza di Israele anche in
conseguenza di ciò che avvenne durante la seconda guerra mondiale. Ma
altrettanto sicuramente la Ue è avversa al nazionalismo espansionista ed
aggressivo di cui l’attuale governo israeliano è espressione. Questo aspetto
non riguarda solo la politica mediterranea dell’Ue, ma, di nuovo, l’impostazione
generale della sua politica estera.
Per contrastare lo
sciovinismo israeliano, l’Ue non deve sanzionare Israele nel quadro dei
rapporti bilaterali ed euro-mediterranei, come molti sostengono. Deve invece
contribuire a portare la questione nell’ambito della comunità internazionale e
dell’Onu e fare in modo che in quella sede venga esercitata la pressione
necessaria su Israele. Quest’ultimo teme infatti la delegittimazione
internazionale e l’isolamento sopra ogni altra cosa, anche perché fu la comunità
internazionale a legittimarne la nascita nel 1947. È questa la leva da usare
per contrastare lo sciovinismo israeliano e convincere il suo governo a
negoziare in vista di una ragionevole soluzione. Che deve essere ragionevole,
naturalmente, sia da parte israeliana che da parte araba.
Per un’efficace
politica mediterranea dell’Ue serve un’Europa forte, ma anche giusta. Solo così
l’Ue può avere la speranza di esercitare la benevola egemonia che è necessaria
per dare alla regione l’assetto normativo e cooperativo che sta nei suoi
progetti (che oggi, senza forza né giustizia sono solo velleità).
Visione strategica
Un terzo motivo di
fallimento e difficoltà è lo stesso formato mediterraneo o euro-mediterraneo.
Mentre la rete di relazioni bilaterali della Politica europea di vicinato (Pev)
ha senso come politica di vicinato, una politica estera solo mediterranea è
strategicamente e geopoliticamente priva di senso. Ciò è vero proprio a
cominciare dal conflitto arabo-israeliano e israelo-palestinese. L’Ue è un
attore internazionale troppo grande per credere che le politiche del cortile di
casa possano sostituire una politica estera che deve necessariamente avere un
respiro sovra-regionale e globale.
La politica del
Mediterraneo è largamente inscindibile, specialmente ai livelli più alti, dal
Medio Oriente. Si possono avere politiche di vicinato e sub-regionali (il
Maghreb, il Golfo, il Vicino Orinete), ma nel quadro di una politica
complessiva che riguardi l’intera regione, il Medio Oriente e anche il Grande Medio
Oriente. La politica europea, perciò, per avere senso e successo, deve
diventare forte, giusta, ma anche di più larghe vedute e più strategicamente
sensata.
Che cosa accadrà a
novembre? Se gli Usa dovessero nel frattempo riuscire a ripristinare un processo
politico israelo-palestinese, è possibile che gli arabi consentano a riprendere
il discorso euro-mediterraneo. Ma questo processo poggerebbe sulla forza degli
Usa e non su quella dell’Ue e rimarrebbe quindi strutturalmente fragile. Se gli
Usa falliranno, è difficile che il processo riprenda, anche solo a livello di
cooperazione economica.
In questa
prospettiva, gli europei dovrebbero: (1) trovare il modo di mettere in
sicurezza almeno il processo di cooperazione economica; (2) sforzarsi di
esprimere, a un livello più generale di quello euro-mediterraneo, una politica
estera forte, giusta e strategicamente sensata. Se gli europei rispetteranno
queste due priorità, è possibile che possano riavviare un discorso nel
Mediterraneo anche a prescindere dalla capacità degli americani di ripristinare
un negoziato israelo-palestinese.
Roberto Aliboni,
vicepresidente dello IAI. AffariInternazionali
Indagine. Tre italiani su quattro restano delusi dai piatti
"italiani" serviti all’estero
ROMA - Tre italiani su quattro restano delusi dai
piatti "italiani" serviti all’estero dove vengono portate in tavola
le più bizzarre versioni delle ricette tradizionali, come l’abitudine belga di
"violentare" la carbonara con la panna senza il pecorino, quella
tedesca di impiegare l’olio di semi nella cotoletta alla milanese, quella
olandese di non usare il mascarpone nel tiramisù, fino agli inglesi che hanno
votato come piatto preferito gli spaghetti alla bolognese che sono del tutto
sconosciuti nella città emiliana. È quanto emerge da una analisi della
Coldiretti in occasione del Forum Internazionale a Bruxelles dove sono stati
presentati gli errori più comuni che vengono commessi all’estero nella
preparazione dei piatti della tradizione culinaria Made in Italy.
Tra le specialità
più "tradite" ci sono - continua la Coldiretti – anche la tipica
caprese servita con formaggio industriale al posto della mozzarella di bufala o
del fiordilatte, mentre in quelle liguri non mancano i casi di pasta al pesto
proposta con mandorle, noci o pistacchi al posto dei pinoli e con il formaggio
comune che sostituisce l’immancabile parmigiano reggiano e il pecorino romano.
Per non parlare poi della pizza che viene offerta nelle versioni più
inimmaginabili, da quella hawaiana con l’ananas a quella di pollo. Le sorprese
aumentano - continua la Coldiretti - se ci si rivolge alle numerose catene di
fast food, che si ispirano al Made in Italy, che si stanno moltiplicando in
numerosi Paesi, a partire dagli Stati Uniti dove si contano ben 22 grandi
catene che ispirandosi al Made in Italy realizzano nel loro insieme un giro di
affari di 5,3 miliardi di euro, con oltre 2.500 punti vendita (da Olive garden
a Famous Famiglia, dalla Buca di Beppo a Bravo!, da The Old spaghetti Factory a
Il Fornaio).
Aumenta anche
l’offerta di piatti italiani pronto uso sugli scaffali dei supermercati
all’estero, dove è possibile acquistare dal sugo liofilizzato per spaghetti
alla bolognese ai torti alle lasagne in lattina fino ad un fantomatico piatto
all’italiana in barattolo fatto di polpette di carne e pastina da minestra, che
farebbero inorridire qualsiasi consumatore del Belpaese.
La mancanza di
chiarezza sulle ricette Made in Italy offre terreno fertile alla proliferazione
di prodotti alimentari taroccati all’estero dove - precisa la Coldiretti - le
esportazioni di prodotti agroalimentari tricolori potrebbero quadruplicare se
venisse uno stop alla contraffazione alimentare internazionale che è causa di
danni economici, ma anche di immagine.
All'estero - stima
la Coldiretti - sono falsi tre prodotti alimentari di tipo italiano su quattro,
con il mercato mondiale delle imitazioni di cibo Made in Italy che vale oltre
50 miliardi di euro. Il rischio reale è che si radichi nelle tavole
internazionali un falso Made in Italy che toglie spazio di mercato a quello
autentico e banalizza le specialità nostrane frutto di tecniche, tradizioni e
territori unici e inimitabili. È il caso dei formaggi tipici dove, dopo il
Parmesan, è stato scoperto in Romania il Parmezan, ma anche la Fontina svedese,
il Parmi olandese, la polenta che diventa "palenta" in Montenegro, il
barbera bianco venduto un supermercato rumeno, il Cambozola in Germania o la
pasta Milaneza venduta in Portogallo.
Per garantire
l’arrivo anche sui mercati esteri di prodotti alimentari genuinamente Made in
Italy la Coldiretti sta promuovendo un progetto per una filiera agricola tutta
italiana con l'obiettivo di tagliare le intermediazioni e arrivare ad offrire
in Italia e all’estero prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati
dagli agricoltori attraverso la rete delle cooperative e dei Consorzi Agrari.
(aise)
Migliorerà l’accesso all’estero ai programmi RAI. Ma i mondiali...li
dovremo vedere in tedesco
“Finalmente
diventa più facile per gli italiani nel mondo mantenere un contatto con la
cultura della madrepatria e informarsi sui fatti di attualità italiana”. Lo
dice la deputata democratica Laura Garavini la quale spiega come il nuovo
contratto di servizio Rai e Ministero dello sviluppo economico 2010-2012
“prevede un impegno da parte della televisione pubblica a mantenere vivo il
legame dei cittadini italiani residenti all’estero, offrendo un’adeguata
programmazione che consenta di portare la cultura italiana, anche di carattere
regionale, a un più vasto pubblico oltreconfine”.
Infatti, tale
contratto, attualmente allo studio della Commissione Parlamentare di Vigilanza,
chiede alla Rai di “adottare le più opportune politiche di criptaggio al fine
di garantire in forma gratuita l’accesso all’intera programmazione diffusa
dalle reti generaliste e trasmessa in simulcast via satellite”. È quanto si
evince dalla risposta del sottosegretario Stefano Saglia all’interrogazione
dell’on. Mattesini (PD), sostenuta anche da Laura Garavini. “Un risultato
importante”, commenta la parlamentare eletta in Europa, “per i tanti
connazionali che vivono all’estero e
attualmente non riescono a vedere i canali Rai in streaming”.
“Peccato”,
aggiunge la parlamentare eletta all’estero, “che i grandi eventi come i
mondiali di calcio continueranno, per ora, a non essere visibili oltreconfine a
causa del disinteresse della Rai che, non avendo acquisito i diritti per la
trasmissione fuori dell’Italia, oscurerà anche questa volta gli schermi dei
nostri cittadini all’estero. È deplorevole”, così la Garavini, “come anche in
questo caso saranno ancora una volta gli interessi delle nostre comunità nel
mondo ad essere subordinati a pure questioni di bilancio”.
In conclusione,
come tanti avvenimenti sportivi del passato, per esempio la recente finale di
Madrid tra Inter a Bayern, noi qui in Germania dovremo vedere i mondiali in
tedesco. E siccome la lingua, dopo tanti anni di permanenza, non ci è più così
ostica, non avremo nessun problema. Anche perchè, quello che conta, è vedere il
gioco, le squadre in azione, più che ascoltare i commenti del cronista. Però il
poter vivere i mondiali in italiano, sarebbe evidentemente tutta un’altra
emozione, un’altra soddisfazione. (de.it.press)
Rete consolare. Lettera aperta di Montanari all’Ambasciatore d’Italia a
Berlino
Spiegare
all’autorità tedesca la questione della delega delle firme presso le Agenzie
consolari
Eccellenza,
diventano sempre più insistenti le richieste di informazioni sul futuro dei
Consolati d’Italia in Germania che mi giungono sia nella veste di direttore del
periodico “Corriere d’Italia”, sia in quella di membro del Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero.
In particolare, i
connazionali di Amburgo, Mannheim, Norimberga e Saarbrücken esternano una
dolorosa sensazione di disagio dopo le dichiarazioni del Sottosegretario Scotti
del 13 maggio di quest’anno.
Il Sottosegretario
ha infatti annunciato in Parlamento che le autorità tedesche non accettano sul
loro territorio strutture consolari inferiori ai Viceconsolati.
Ancora più
stupefacente è stata la notizia diramata dai funzionari del Mae nell’incontro
con le organizzazioni sindacali del 17 maggio scorso.
In quell’occasione
si rendeva noto, nello specifico, che le autorità tedesche rifiutano l’apertura
di Sportelli consolari in cui opera solo personale a contratto.
A questo punto lo
stupore è diventato sgomento.
Mi pare infatti
evidente che da parte italiana non è stata tenuta in considerazione, né è stata
spiegata ai partner tedeschi, la possibilità di dotare il personale a contratto
di deleghe consolari come previsto dagli articoli 4 e 71 del DPR
200/1967.
In diversi
Consolati, impiegati a contratto svolgono da anni regolari funzioni con delega
per la firma di atti e documenti di varia natura, come ad esempio passaporti e
carte d’identità. Non è possibile che questa quotidiana realtà in Germania
passi inosservata proprio nel momento in cui si tratta di difendere la
possibilità di strutture alternative ai Consolati.
L’apertura di
un’Agenzia o di uno Sportello consolare potrebbe, infatti, costituire quel
ragionevole compromesso tra le esigenze della collettività ed i piani di
ristrutturazione del Ministero Affari Esteri.
Eccellenza, gli
italiani in Germania confidano anche nella Sua abilità diplomatica affinché i
partner tedeschi comprendano l’importanza di strutture alternative ai Consolati
per la fruizione dei servizi in seno alle nostre singole collettività.
Ogni sua azione in tal senso riscuoterà la nostra riconoscenza.
Con i saluti più
cordiali
Mauro Montanari,
CdI
Colonia. La "Deutsche vita" tra mito e realtà. Corcagnani lascia
la Germania
Pizza, pasta e
mandolino o comunità invisibile? Cliché positivi e negativi creano l'immagine
degli italiani in Germania. E c'è chi, dopo una lunga vita in terra tedesca,
decide di tornare in Italia.
La "Dolce
vita" e la mafia, il "Made in Italy" e i
"Gastarbeiter". L'immagine degli italiani in Germania è spesso
viziata da pregiudizi sia negativi che positivi. Un convegno interdisciplinare
di studiosi italiani e tedeschi alla Freie Universität di Berlino ha affrontato
il tema nei suoi molteplici aspetti. Per abbattere gli stereotipi, anche quelli
migliori, che impediscono l'integrazione degli italiani in Germania.
E restando a parlare
della comunità italiana: la storia di chi ha deciso di tornare in Italia. Dopo
38 anni in terra tedesca, Giovanni Corcagnani, insegnante, preside, e
instancabile promotore di iniziative per l'educazione e istruzione degli
italiani di Colonia e dintorni, ha deciso di fare le valigie.
Per maggiori
informazioni sul convegno ascolta il servizio di Filippo Proietti http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_il_tema/2010/100528_deutschevita_proietti.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_il_tema/2010/100528_deutschevita_proietti.mp3.
Perché lascia la
Germania? Ascolta l'intervista a Giovanni Corcagnani
Dall’Assia in viaggio premio a Parma i vincitori del concorso “Tra il
Savena e il Rhein”
Il teatro Verdi di
Busseto, il teatro Farnese e la pinacoteca di Parma, ma anche la produzione del
Parmigiano Reggiano. Sono queste le eccellenze del nostro territorio che hanno
più colpito Angelique, Virginia e Giovanni, i tre ragazzi di Francoforte giunti
a Parma come premio per aver vinto il concorso “Tra il Savena e il Rhein”,
promosso dall’associazione degli emiliano-romagnoli in Assia e Palatinato. Il
concorso ha coinvolto migliaia di studenti italiani e tedeschi delle scuole
dell´obbligo impegnati nella conoscenza e nello studio della lingua italiana:
in questa seconda edizione, i partecipanti, guidati dai loro insegnanti, hanno
dovuto presentare relazioni, ricerche o disegni sulla provincia di Parma e, in
particolare, sulla figura di Giuseppe Verdi. Premio per i vincitori è stato
appunto un viaggio a Parma e nel Parmense: un fine settimana in cui i giovani
ospiti hanno visto, ad esempio, i luoghi che hanno dato i natali a Giuseppe
Verdi e potuto scoprire, in un caseificio della zona, come viene prodotto il
famoso “Parmesan Käse”, il nostro Parmigiano-Reggiano. I ragazzi sono stati
ricevuti in Provincia dall’assessore provinciale alle Politiche scolastiche
Giuseppe Romanini: “Questi concorsi, come gli scambi che avvengono nelle scuole
superiori o all’università, sono importanti occasioni per mettere in relazione
i ragazzi di diversi Paesi: scambi proficui dal punto di vista culturale ma che
possono aprire le porte anche per nuove relazioni economiche. Forse così in
futuro tutti si potranno sentire davvero cittadini europei”. Angelique,
Virginia e Giovanni, rispettivamente di 17, 11 e 12 anni, sono giunti a Parma
accompagnati da alcuni familiari, da Silvia Daffadà, borgotarese che vive e
lavora da alcuni anni a Francoforte e che fa parte dell´Associazione
emiliano-romagnoli in Assia e Palatinato e da Romeo Broglia, membro della
Consulta degli Emiliano Romagnoli nel mondo. “Questi tre ragazzi hanno tutti
origini italiane. È quindi importante che possano conoscere meglio il Paese da
cui discendono – ha detto Silvia Daffadà –. Io sono all’estero da dieci anni ma
sono ancora molto legata alle mie origini e sono orgogliosa di poter far
conoscere a questi ragazzi i miei territori”. I ragazzi sono stati premiati nei
giorni scorsi a Francoforte, alla presenza del Console generale Bernardo
Carloni, della direttrice dell´Istituto italiano di Cultura Paola Cioni, della
presidente della Consulta degli emiliano-romagnoli Silvia Bartolini, del
segretario generale della Federazione della Stampa Italiana Franco Siddi, della
presidente della giuria Marina Demaria, e di varie autorità tedesche locali,
tra le quali la rappresentante del sindaco, Elisabeth Heindl. NoveColonne
Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni
- fino a sabato 30
maggio, c/o Pinakothek der Moderne(Barerstr. 40, München))
"Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"
Informazioni
presso: www.die-neue-sammlung.de
Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)
Organizza:
Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich
in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura
- fino a domenica
6 giugno, 10:00-22:00, c/o Aspekte Galerie im Gasteig,
2.
OG (Rosenheimerstr. 5, München)
"Letizia Battaglia -
Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"
Ingresso libero
Organizza: Aspekte Galerie
der Münchner Volkshochschule, Münchner
Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto Italiano
di Cultura,
Circolo
Cento Fiori
- fino a venerdì
25 giugno, lun.-gio. 10:00-13:00 e 15:00-17:00,
mer.
10:00-13:00 e 15:00-19:00, ven. 10:00-13:30, c/o Istituto
Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München)
Mostre:
Rita Siracusa "Skulptur" e Silvia Beltrami "Collage"
Due
giovani protagoniste dei nuovi sviluppi artistici in Italia
espongono le proprie opere. Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura e Maurer Zilioli Contemporary
Arts
- Brescia, in collaborazione con Air Dolomiti ed ENIT München
- fino a martedì
31 agosto, luned&igrav;-giovedì 10:00-16:00, c/o
Geschäftsstelle
der SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag
(Maximilianeum, München)
Mostra fotografica:
"55 Jahre 'Deutsche Vita' - Arbeitsmigration nach
Deutschland"
La
raccolta di fotografie di Antonino Tortorici racconta frammenti di
esistenze degli emigranti dal momento del loro arrivo arrivo negli
anni
'50, illustrandone le condizioni di vita sul lavoro e nel
quotidiano.
Organizza: SPD-Fraktion im
Bayerischen Landtag
- fino a domenica
19 settembre, c/o "Die Neue Sammlung - The
International
Design Museum Munich" / Pinakothek der Moderne
(Barerstr. 40, München), martedì-domenica ore
10:00-18:00, giovedì
ore
10:00-20:00
"La fabbrica delle idee. Alessi: Storia e futuro"
Ingresso: € 10,-/7,- (domenica: € 1,-)
Organizza:
Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich
in cooperazione con Istituto Italiano di Cultura
- fino a domenica
10 ottobre, Füssen ed Augsburg
Bayerische
Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN"
Mostre:
* KAISER, KULT UND
CASANOVA
Füssen:
Ehemaliges Kloster St. Mang, Lechhalde 3, ore 9:00-17:30
* KÜNSTLICH AUF WELSCH UND
DEUTSCH
Augsburg:
Maximilianmuseum, Philippine-Welser-Str. 24,
ore 9:00-17:30
* SEHNSUCHT, STRAND UND
DOLCE VITA
Augsburg:
Bayerisches Textil- und Industriemuseum (tim),
Provinostr. 46, ore 9:00-17:30
Il
programma è disponibile all'indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de
Organizza:
Haus der Bayerischen Geschichte, Stadt Augsburg,
Stadt Füssen, Bayerisches
Textil- und Industriemuseum
- venerdì 28
maggio, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
Diavortrag:
"Innovationen überwinden die Alpen - die Anfänge der
Buchdruckerei in Italien
Relatore: Dr. Bettina
Wagner, Bayer. Staatsbibliothek
Organizza:
Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- sabato 6 giugno,
ore 11:00-20:00, davanti al Rathaus di Karlsfeld,
"Großes
griechisch-italienisches Straßenfest"
con
musiche e specialità greche ed italiane.
Organizzatori: ACLI Karlsfeld e Griechische Gemeinde Karlsfeld, col
sostegno del Bürgermeister Stefan Kolbe
- 10 giugno - 18
agosto, c/o Bayerische Staatsbibliothek (Ludwigstr. 16,
München), lunedì-venerdì ore 10:00-17:00, giovedì fino alle 20:00,
sabato e domenica ore 13:00-17:00
in
occasione della Bayerische Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN"
"Bella figura.
Italienische Buchmalerei in der Bayerischen
Staatsbibliothek"
Organizza: Bayerische Staatsbibliothek, Istituto Italiano di Cultura
- giovedì 10
giugno, c/o Residenzplatz (Passau), ore 19:30
in
occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau 2010:
"Frauengestalten -
Frauen gestalten"
Concerto: "Volkslieder aus Neapel"
con
la Nuova compagnia di Canto Popolare di Napoli
Per
maggiorni informazioni: www.ew-passau.de
Organizza:
Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con
Istituto Italiano di Cultura
- venerdì 11
giugno, ore 17:00, c/o Archäologisches Staatsministerium
(Lerchenfeldstr.
2, München)
Visita alla mostra
"karfunkelstein und Seide"
Guida: Dr. Andrea Lorentzen
Nella
serata, il museo sarà aperto solo per la Dante Alighieri
La
partecipazione è possibile solo previa registrazione (per posta,
fax
o email) presso: Heliane Schmidt, Hardenstr. 1 B, 80935 München,
Tel. o Fax: 089-3138187,
h.schmidt@dante-muenchen.de
Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- venerdì 11
giugno, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Incontri di letteratura spontanea"
Chiunque
può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o
anche
solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri.
Come
in ogni incontro alla migliore testimonianza orale o scritta sarà
assegnato il premio in onore della Signora Fiorani in Muhm.
Ingresso gratuito.
Per
informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491
Organizza: www.letteratura-spontanea.de
- sabato 12
giugno, ore 19:30, c/o Opernhaus (Richard-Wagner Platz,
Nürnberg)
Opera: "le Nozze di Figaro"
Commedia
musicale in quattro atti di Wolfgang Amadeus Mozart, in
lingua italiana con sovratitoli in tedesco.
- domenica 13
giugno, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni e
mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a 10
anni),
c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,
bus 53 e 154) "Il laboratorio
dell'italiano"
Lo
scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,
sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)
italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo
divertendoci.
Per
maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott (tel.
089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de). Organizza: Rinascita e.V.
TRENTO - La
storia, la cultura e le tradizioni del Trentino custodite dai castelli, dagli
antichi manieri disseminati sul territorio, sono state al centro della visita
del giornalista tedesco Jochen Müssig, redattore della editrice Dumont, che
pubblicherà a breve una guida intitolata “Dumont Bildatlas Gardasee-Trentino”.
Ospite della Trentino SpA nei giorni scorsi , il cronista è stato accompagnato
alla scoperta di diversi ambiti del territorio trentino, tutti legati dal filo
rosso dei castelli. Un viaggio non solo nel tempo ma anche attraverso i
cambiamenti che queste particolari ambientazioni hanno subito nei secoli, fino
a diventare ristoranti, locali tipici, luoghi per la valorizzazione dei
prodotti trentini oppure enti culturali.
Un percorso
cominciato da Rovereto e dalla Vallagarina. La prima tappa è stato il secolare
Castel Beseno. Seconda tappa la zona di Comano Terme, cominciando con la visita
a Castel Stenico. Il giornalista tedesco ha poi visitato la Val di Non, con
Castel Thun e ricchezze museali. Poi, visita a Maso San Bartolomeo, a Romeno,
ed al Castel Vasio di Fondo. Infine, la Valsugana, a cominciare dalle
Terme di Levico. Ultima tappa la Valle dei Mocheni. (Inform)
Baviera. In una mostra la storica unione tra Italia e Baviera.
L'esposizione aperta fino a Ottobre
L’Istituto
Italiano di Cultura di Monaco di Baviera organizza la mostra regionale “Bayern
– Italien”, che si svolge a Füssen presso l’ex Monastero benedettino di St.
Mang e ad Augusta presso il Maximilianmuseum ed il Bayerisches Textil- und
Industriemuseum. L’esposizione, visitabile fino al 10 ottobre 2010, è stata
realizzata insieme alla Haus der Bayerischen Geschichte, alla città di Augusta
e al Bayerisches Textil- und Industriemuseum di Augusta e con il patrocinio del
Governatore della Baviera Horst Seehofer.
Si tratta di un
percorso nella lunga storia che unisce la Baviera e l’Italia. Sotto il titolo Imperatori,
culto e Casanova sono esposte nell’ex Monastero di St. Mang a Füssen le
testimonianze dei contatti tra l’Italia e la Baviera dall’antichità fino ai
primordi del XIX secolo. La sezione del Maximilianmuseum, intitolata L’arte in
italiano e in tedesco, mette in luce gli influssi dell’arte italiana su quella
tedesca e viceversa attraverso opere di artisti come Tiziano, Dürer e Holbein
il Vecchio. Per finire, la storia della mostra continua sino ai giorni nostri
presso il Bayerisches Textil- und Industriemuseum: la sezione Nostalgia,
spiagge e Dolce vita mette in luce le relazioni tra Baviera e Italia a partire
dal XIX secolo. Si tratteranno anche le esperienze negative collegate ai due
conflitti mondiali, ma al centro della mostra ci saranno gli influssi italiani
in Baviera, che hanno influenzato la vita di tutti i giorni e le mentalità,
nella maggioranza dei casi assai positivamente. Grtv
SWR. Eleonora d’Arborea, simbolo sardo nel mondo
Eleonora
d’Arborea, grande protagonista della storia della Sardegna, è ritenuta simbolo
della sardità nel mondo.
A 600 anni dalla
sua morte, la Giudicessa (così viene ricordata), è ritenuta l’antesignana della
parità dei diritti uomo-donna e delle classi sociali. E’ a questi principi che
si richiamano oggi anche i 16 circoli sardi operanti in Germania.
Eleonora d’Arborea
è ricordata come la sovrana di uno dei quattro territori in cui era divisa la
Sardegna medievale. E’ una figura di spicco, vissuta ad Oristano fra il 1360 e
il 1400.
Questa donna dallo
spirito intraprendente, energica e particolarmente orientata verso la parità
dei sessi è passata alla storia sarda per la “carta de Logu” promulgata nel
1385 e rimasta in vigore fino al 1827. Si tratta di una delle più antiche
raccolte di leggi sociali, ma allo stesso tempo straordinariamente moderne.
Eleonora d’Arborea
è stata recentemente rievocata anche in Calabria, in Sicilia, Argentina,
Francia, Belgio, Australia ed ora per la prima volta anche in Germania.
Secondo gli
storici e i sociologi, questa grande e risoluta donna è stata una regina che ha
operato con equità per la sua gente, tanto che per 10 anni abolì i tributi
accollandosene l’onere dopo che suo fratello Ugone aveva caricato di tasse il
popolo.
Ciò che ancora
oggi la conferma grande protagonista è il suo spiccato senso per le pari
opportunità e dei diritti uomo-donna e per la giustizia.
Furono sue le
norme a punire lo stupro, a garantire diritti alla donna sposata, a tutelare
l’istituzione famiglia e ad abolire la servitù.
Molte di quelle
norme contenute nella “Carta de logu” fanno parte della vita dei nostri tempi e
rappresentano un simbolo di civiltà di cui tutti i sardi possono andare fieri.
Altri particolari
sono contenuti nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6442398/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/9b7etj/index.html.
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press
Migranti. Gesuiti contro detenzioni indiscriminate
Viene inflitta
spesso in maniera indiscriminata, lasciando poco spazio alla difesa dei diritti
individuali e a scelte personali, la detenzione di migranti irregolari o
richiedenti asilo nello spazio europeo; tale detenzione rende i migranti più
vulnerabili e ha conseguenze negative sul loro stato di salute fisica e
mentale. Sono queste a grandi linee le conclusioni di uno studio promosso dal
Servizio gesuita per i rifugiati (Jrs) nei 23 paesi dell’Unione Europea, dal
titolo ‘Diventare vulnerabili in detenzione’. “Tutti, dai minorenni agli
anziani, malati o in buona salute, possono essere sottoposti a una detenzione,
irrispettosa dei propri bisogni” scrive l’ufficio europeo del Jrs, che il
prossimo 8 Giugno, a Bruxelles, presenterà ufficialmente le conclusioni dello
studio condotto da organizzazioni non governative impegnate a fianco dei
migranti e profughi. La ricerca sostiene che sugli individui con bisogni
ufficialmente riconosciuti, come i minorenni, le giovani donne e gli ammalati,
la detenzione ha un impatto particolarmente negativo, anche sulla salute
mentale. Circa il 70% delle persone intervistate per la ricerca ha detto che la
detenzione ha peggiorato la percezione di se stesse. Nel 79% dei casi, i
migranti detenuti a causa di irregolarità di soggiorno non sanno quando saranno
liberati. Misna
Israele e Mantica. Il sottosegretario agli esteri non può più rappresentare
l'Italia
Israele, paese che
ha collezionato il maggior numero di condanne da parte del Consiglio di
Sicurezza dell’ONU, continua a ignorare ogni monito, ad agire indisturbato nei
territori occupati e questa volta, anche in acque internazionali.
Contro buona parte
dei suoi stessi cittadini, purtroppo minoritaria, Israele è diventato un paese
che fa della segregazione razziale dei palestinesi la sua ragion d’essere.
Oggi il senatore
Mantica ci spiega che l’assassinio di 19 attivisti sulle navi della Freedom
Flotilla in acque internazionali non è altro che la risposta ad una
provocazione dei pacifisti.
Una persona che
giustifica la strage dei pacifisti e non si degna neanche di esprimere una
parola di pietas per i morti e per le loro famiglie non è degno di
rappresentare istituzionalmente il nostro paese.
Una ragione in
più, e definitiva, per esigerne le immediate dimissioni.
L’azione della
marina israeliana e l’assassinio di 19 pacifisti colpevoli solo di portare
aiuti sanitari e alimentari alla popolazione di Gaza, è l’ennesima fotografia
di un paese, Israele, da tempo in mano a una cricca di pericolosi fanatici (non
diversi da altre leadership del mondo arabo e non) che si alternano al potere
perpetrando stragi e azioni al di fuori della legalità internazionale. Israele,
paese che ha collezionato il maggior numero di condanne da parte del Consiglio
di Sicurezza dell’ONU, continua a ignorare ogni monito, ad agire indisturbato
nei territori occupati e questa volta, in acque internazionali attacca un
manipolo di pacifiche navi che intendevano superare l’embargo unilaterale a
Gaza, distrutta poco più di un anno fa da un mese di bombardamenti dove erano
perite 1.400 persone, in gran parte bambini.
Solo per aver
dichiarato il Golfo della Sirte come mare interno, la Libia di Gheddafi,
qualche decennio fa si era meritata la punizione di americani e inglesi.
L’invasione del Kuweit da parte dell’Iraq aveva portato alla prima guerra del
Golfo e successivamente alla conclusiva guerra di conquista anglo-americana con
il supporto Nato e dell’”alleanza dei volenterosi”.
Nessuna reazione,
ovviamente, per le infinite operazioni coperte e scoperte, operate Israele e
dai sui servizi in medio oriente e in tante altre parti del mondo: Siria, Iraq,
recentemente Abu Dhabi, e ben prima, il supporto alla guerra di conquista
dell’Angola da parte del Sud-Africa dell’Apartheid, o il supporto, che
continua, alla guerra sporca in Colombia.
Per quanto tempo
ancora la comunità internazionale potrà sopportare questa situazione unica di
un paese ormai fuori dalla legalità e che si permette ogni azione convinto
della propria impunità ? E per quanto tempo, si potranno ancora sottovalutare
gli enormi rischi alla pace mondiale che le sue azioni comportano ?
Contro buona parte
dei suoi stessi cittadini, purtroppo minoritaria, Israele è diventato un paese
che fa della segregazione razziale dei palestinesi la sua ragion d’essere. Che
ha obbligato milioni di palestinesi a fuggire dalle proprie terre e a vivere da
oltre mezzo secolo nei campi profughi; un paese del tutto disinteressato ad una
pace stabile, piuttosto ad aumentare la sua potenza nella convinzione che la
sua sopravivenza si dia solo nel dominio e nel terrore dei palestinesi e dei
suoi vicini arabi.
In questo non è
purtroppo dissimile da altri esempi della storia del ‘900 che avevano fatto
della superiorità razziale e della loro potenza militare la loro ragion
d’essere.
E’ impressionante
notare la convergenza e la simpatia che esso ha acquisito in ambienti politici
nostrani che derivano da quella tradizione. Recentemente, il sottosegretario
agli Esteri, Sen. Mantica, ci aveva comunicato la sua incontenibile ammirazione
per le Panzer Divisionen tedesche della seconda guerra mondiale e che sarebbe
passato tranquillamente sul cadavere di CGIE e del suo Segretario Generale,
Elio Carozza. Precedentemente, all’atto del suo insediamento, ci aveva fatto
presente che l’Italia non sopporta “la monnezza e gli immigrati”. Qualcuno ha
sostenuto che un certo andare fuori delle righe faceva parte del suo carattere,
che la schiettezza del senatore era metaforica e, tutto sommato, se non da
ammirare, era almeno da tollerare.
Oggi, lo stesso
senatore, ci spiega che l’assassinio di 19 attivisti sulle navi della Freedom
Flotilla in acque internazionali non è altro che la risposta ad una
provocazione dei pacifisti. Più o meno (anzi molto peggio) di quando le stragi
nazifasciste sul territorio italiano e di altri paesi europei, venivano
giustificate con la presenza di partigiani –banditen- nelle zone aggredite (che
almeno erano armati).
Con queste
dichiarazioni, Mantica, che si trova ora in rotta di collisione con il suo
Ministro Frattini, ha confermato anche ai più bendisposti nei suoi confronti,
di che pasta culturale è fatto. Una persona che giustifica la strage dei
pacifisti e non si degna neanche di esprimere una parola di pietas per i morti
e per le loro famiglie non è degno di rappresentare istituzionalmente il nostro
paese.
Una ragione in
più, e definitiva, per esigerne le immediate dimissioni. Che tutti dovremmo
chiedere con forza.
Rodolfo Ricci
(Segr. Gen. FIEI – Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)
Gaffe sulla missione in Afghanistan, il presidente tedesco si dimette
Horst Köhler
lascia: era stato criticato dai partiti per aver detto che scelta era motivata
da ragioni economiche - anche il ministro della difesa aveva preso le distanze
da lui
MILANO - Il
presidente della repubblica tedesca, Horst Köhler, ha annunciato oggi le sue
dimissioni. L'annuncio di Köhler arriva a solo un anno dalla sua rielezione.
LA DICHIARAZIONE -
Nel dare lettura quasi con le lacrime agli occhi di una breve dichiarazione,
con al fianco la moglie Eva Luise, il capo dello Stato ha affermato con voce
rotta dall'emozione che la sua drammatica decisione è stata motivata dal fatto
che le critiche espresse nei suoi confronti hanno rappresentato una «mancanza
di rispetto per la funzione» da lui ricoperta.
I MOTIVI - Il
presidente tedesco ha motivato la scelta di lasciare l'incarico con le
polemiche legate alle sue recenti controverse dichiarazioni sull'impegno
militare della Germania in Afghanistan. Koehler, infatti, aveva giustificato la
missione con la necessità di proteggere gli interessi commerciali del Paese
all'estero. Negli ultimi giorni, la posizione del presidente era stata
duramente criticata sia dall'opposizione, sia da esponenti della coalizione
(Cdu-Csu, Fdp) guidata dalla cancelliera Angela Merkel. E venerdì scorso il
ministro della Difesa tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, aveva preso le
distanze dal presidente della Repubblica. «Un Paese delle nostre dimensioni,
concentrato sull'export e quindi sulla dipendenza dal commercio estero, deve
rendersi conto che gli sviluppi militari sono necessari in un'emergenza per
proteggere i nostri interessi - aveva detto Koehler a una radio tedesca durante
una visita in Afghanistan il 22 maggio scorso -, ad esempio per quanto riguarda
le rotte commerciali o per impedire instabilità regionali che potrebbero
influire negativamente sul nostro commercio, sull'occupazione e sui
redditi». CdS 31
Israele, assalto alla nave dei pacifisti. Morti 19 attivisti
L'assalto si è
trasformato in un bagno di sangue. La tv israeliana ha reso noto che il
bilancio dell'assalto israeliano alle navi cariche di aiuti umanitari destinati
a Gaza è di 19 morti e 26 feriti. L'esercito israeliano ha detto che i suoi
soldati, mentre prendevano il comando delle navi, sono stati attaccati da
uomini armati di pistole e coltelli. «Ci risulta che almeno 10 persone del
convoglio siano state uccise», ha detto un portavoce dell'esercito israeliano,
aggiungendo che almeno quattro soldati sono stati feriti. Il convoglio di aiuti
umanitari e di attivisti stranieri è partito ieri dalle acque internazionali a
largo di Cipro, sfidando il blocco israeliano di Gaza e gli avvertimenti
israeliani. Secondo il canale tv israeliano Channel 10, i morti sono però 19.
Il canale televisivo israeliano riferisce anche che la flotta di sei navi era
guidata da un'imbarcazione con bandiera battente turca con 600 persone a bordo.
La Turchia ha
«protestato duramente» contro l'esercito israeliano. «(L'intercettazione del
convoglio) è inaccettabile ... Israele dovrà subire le conseguenze del suo
comportamento», ha detto il ministero degli Esteri turco in una nota,
aggiungendo che Ankara ha chiesto all'ambasciatore israeliano di recarsi al
ministero. Secondo quanto ha annunciato dal dirigente di Hamas, Mahmoud
al-Zahhar, intervistato a Gaza dalla tv satellitare "al-Arabiya",
«c'è anche un deputato turco tra le persone morte nell'attacco». Secondo i
media arabi, la protezione civile di Ankara ha annunciato la presenza di 15
turchi tra le persone morte in seguito all'attacco israeliano, anche se la
notizia non è stata ancora confermata da altre fonti. Secondo il corrispondente
di al-Jazeera, invece, sarebbero nove i cittadini turchi rimasti vittime del
blitz della Marina di Tel Aviv.
Mark Regev,
portavoce del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che
Israele non voleva lo scontro. «Abbiamo offerto più volte di portare le navi
nel porto di Ashdod e abbiamo garantito che da lì il carico umanitario sarebbe
stato trasferito alla popolazione di Gaza», ha detto, mentre il ministro
dell'Industria e del Commercio Binyamin Ben-Eliezer ha espresso alla radio
dell'esercito il proprio rammarico per i morti.
L'Unione Europea
ha sollecitato l'apertura di un'inchiesta sull'incidente, chiedendo ad Israele
di aprire le porte agli aiuti umanitari. Secondo l'agenzia di stampa ufficiale
siriana, la Siria ha invece proposto una riunione di emergenza della Lega Araba
per discutere la questione: «Il rappresentante della Siria alla Lega Araba ha sottoposto
una nota formale alla Lega, chiedendo di riunirsi». Il Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite terrà oggi una riunione d'emergenza, per
discutere dell'assalto compiuto dall'esercito israeliano contro un convoglio
navale di attivisti filo-palestinesi che stava cercando di rompere il blocco
alla Striscia di Gaza per portare aiuti alla popolazione locale. La riunione al
Palazzo di Vetro, convocata su richiesta della Turchia (attuale membro non
permanente del Consiglio di Sicurezza) inizierà alle 13 (ora locale, le 19 in
Italia).
C'è anche una
giornalista di Torino su una nave del convoglio umanitario, diretto a Gaza,
assaltato questa notte dalla marina militare israeliana. Angela Lano, 47 anni,
era a bordo della «8000 - Freedom for prisoners. Freedom for Gaza» insieme ad
alcuni colleghi. «Di lei - dicono adesso alla Infopal, l'agenzia di stampa on
line di cui è direttore - non abbiamo notizie. L'ultima telefonata ci è giunta
alle 2 della notte scorsa: diceva 'gli israeliani ci stanno intercettando'.
Poi, il nulla». Infopal fornisce news, resoconti e reportage sulla situazione
in Palestina e, in particolare, sulla striscia di Gaza.
Da bordo della
«8000» - il nome si riferisce al numero dei palestinesi incarcerati nelle
prigione israeliane - Angela Lano aveva mandato, nei giorni scorsi, alcune
corrispondenze. «L'atmosfera è positiva - ha scritto il 27 maggio durante il
terzo giorno di navigazione - anche se da agenzie e siti stranieri apprendiamo
che lo stato sionista ha già trovato un nome per la sua operazione di pirateria
e attacco illegale contro la nostra flotta: skywind, vento dal cielo. Sarà
l'ennesima dimostrazione della barbarie e inciviltà che caratterizzano il
Paese, nato da azioni di terrorismo e di forza».
Il 28 maggio i
giornalisti presenti sulla «8000» (cechi, bulgari, greci e una troupe di
Al-Jazira) avevano diramato un comunicato: «Noi considereremo ogni aggressione
israeliana contro di noi una grave violazione della libertà di stampa, sancita
da numerose convenzioni internazionali. Ribadiamo che noi siamo qui per
svolgere il nostro dovere professionale al seguito della missione umanitaria
della Freedom Flotilla». Nei reportage, Lano spiegava che le navi cargo erano
cariche di carrozzelle a motore per gli invalidi («le tantissime vittime delle
bombe non convenzionali israeliane»), medicinali, cemento, mattoni, legno da
costruzione, generatori per corrente elettrica, desalinizzatori e
potabilizzatori, tendoni per sfollati, cento case prefabbricate, alimenti per
bambini, giocattoli, vestiario «per un totale di oltre 15 milioni di euro».
Israele ha
dichiarato di voler continuare a imporre il blocco sulla striscia di Gaza, un
territorio abitato da 1,5 milioni di persone controllato dai fondamentalisti
islamici di Hamas, contrari alle trattative tra Israele e palestinesi con la
mediazione degli Usa. La polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta
nelle zona del Wadi Ara (60 chilometri a nord di Tel Aviv), dopo che nella
città di Um el-Fahem si era sparsa la voce (non confermata) che nell'attacco
alla flotta di pacifisti fosse stato ferito dai militari lo sceicco Raed
Sallah, leader del Movimento islamico nel Nord di Israele, che vive a Um
el-Fahem. La radio militare ha aggiunto che i vertici della polizia israeliana
hanno condotto una seduta di emergenza e che continuano a seguire da vicino
l'evolversi della situazione nella popolazione araba.
Israele e Egitto
hanno intensificato il blocco su Gaza dopo la conquista del territorio nel 2007
da parte di Hamas. Israele ha lanciato nel dicembre 2008 una devastante
offensiva militare, con lo scopo di fermare i razzi che colpivano le sue città.
Israele nega che sia in atto una crisi umanitaria a Gaza, dicendo che il cibo,
le medicine e l'attrezzatura medica possono entrare liberamente. Secondo
Israele le restrizioni sono necessarie per evitare l'ingresso di armi e
materiali di cui Hamas si potrebbe poi impossessare.
Il presidente
palestinese, Abu Mazen -che ha definito «un massacro» l'assalto- ha decretato
tre giorni di lutto nei territori palestinesi. In un comunicato diffuso nella
città cisgiordana di Ramallah attraverso l'agenzia ufficiale Wafa, Abu Mazen
tuttavia non ha annunciato l'interruzione del dialogo indiretto di pace, in
corso con Israele. Il suo portavoce, Nabil Abu Radeina, ha definito l'azione
«un crimine contro l'umanità» perché «gli attivisti non erano armati e,
tentando di rompere il blocco su Gaza portando aiuti, sono stati accusati».
«L'aggressione israeliana avrà pericolose conseguenze nella regione e nel
mondo».
Il movimento
islamico palestinese di Hamas, che controlla la striscia di Gaza, sta
preparando una manifestazione di protesta. Secondo quanto annuncia il sito del
gruppo islamico, tutti i militanti del movimento stanno scendendo in strada,
dopo la preghiera, per dare vita ad una protesta popolare. Hamas esorta arabi e
musulmani di tutto il mondo a sollevarsi in un'intifada, dinanzi alle
ambasciate israeliane del globo. Il leader della Lega Araba, Amr Moussa, ha
definito l'attacco un «crimine contro una missione umanitaria»; il segretario
generale dell'organizzazione panaraba ha poi spiegato che domani si terrà, a Il
Cairo, una riunione straordinaria «per adottare una posizione araba
collettiva». L’U 31
ROMA - "E'
semplicemente ridicolo che si possano immaginare armi a bordo di quelle
navi", dice trattenendo una comprensibile emozione Maria Elena Delìa,
portavoce di Freegaza Movement, una delle organizzazioni-guida della spedizione
umanitaria finita in tragedia. "Per affermare una cosa del genere, come ha
fatto il governo israeliano, bisogna essere in malafede e far finta di non
conoscere a quali procedure rigorose si è sottoposti prima che un cargo o una
nave passeggeri possa mollare gli ormeggi. A Cipro, così come in tutti gli
altri porti dai quali sono salpate le nove navi, solo sei delle quali hanno
formato il convoglio - ha aggiunto Delìa - ci sono state ispezioni
rigorosissime, sia sulla merce che veniva trasportata che sulla lista dei
passeggeri, peraltro resa pubblica".
"Azione solo
pacifista". Maria Elena Delìa ha così proseguito: "Che comunque ci
possano essere state delle reazioni di fronte al vero e proprio agguato della
marina israeliana, ovviamente non posso escluderlo. Un agguato avvenuto,
peraltro, in acque internazionali, cioè a 75 miglia dalla costa, dunque
largamente al di là del limite fissato unilateralmente l'altra sera dal governo
d'Israele. Pur non escludendolo - ha aggiunto Delìa - la sproporzione delle
forze è stata così evidente, che non credo sia neanche il caso di parlarne. E
comunque, se reazione c'è stata non è stata con le armi. Tanto più che l'azione
che la flottiglia stava portando a termine aveva tutti i connotati di
un'iniziativa umanitaria pacifica, volta a portare solo aiuto alla popolazione
di Gaza, costretta dal blocco israeliano all'isolamento, oltre che con
l'obiettivo di attrarre l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale, su questa
crisi umanitaria".
Le
organizzazioni-guida. Ecco l'elenco delle organizzazioni che hanno curato la
realizzazione della flottiglia. L'associazione turca IHH (Insani Yardim Vakfi),
l'European Campaign to End the Siege on Gaza (ECESG), la Greek Ship to Gaza
Campaign, la Swedish Ship to Gaza Campaign e il Free Gaza Movement, con
l'appoggio di un coordinamento di ONG di 42 paesi, fra i quali Stati Uniti,
Turchia, Grecia, Malesia, Belgio, Svezia, Indonesia e Irlanda.
Le Ong
italiane. Dal mondo delle Ong italiane, arriva anche il commento e
l'analisi di Francesco Petrelli, presidente dell'organismo che di
Organizzazioni Non Governative a Associazioni ne rappresenta 250. "Si è
trattato di un atto gravissimo e irresponsabile - ha esordito Petrelli - che
rischia di far precipitare la situazione nel Mediterraneo. La scelta israeliana
di questa notte, oltre che mettere a rischio la sicurezza dello stesso stato
d'Israele, sta di fatto mettendo in gioco il rapporto con un paese della
Nato come la Turchia".
"Capisco - ha
aggiunto - che possa essere discutibile il modo di rappresentare una crisi
umanitaria, ma a Gaza di crisi umanitaria si tratta, non d'altro. Ritengo sia
urgente che la comunità internazionale assuma una posizione chiara e
inequivocabile nei confronti di questo problema, tenendo conto che ciò che è in
gioco è soprattutto la sopravvivenza di un milione e mezzo di persone che
vivono a Gaza".
CARLO CIAVONI LR 31
Narducci (PD): Ferma condanna dell’attacco israeliano al convoglio Freedom
Flotilla
“In una situazione
già preoccupante, la notizia di almeno 19 vittime, seguita all’assalto
israeliano alla piccola flotta umanitaria diretta a Gaza, non può che destare
sgomento e deplorazione”. Lo afferma l’on. Franco Narducci, vicepresidente
della Commissione esteri della Camera dei Deputati, a proposito dei gravissimi
fatti avvenuti in Medio oriente esprimendo piena solidarietà alle famiglie
delle vittime.
L’on. Narducci si
associa alla condanna espressa dall’on. Piero Fassino sottolineando che non è
più ora di indugiare e che “si avvviino presto i negoziati di pace in modo da
fare chiarezza sulle regole della convivenza ed evitando ogni rischio di
escalation”.
L’on. Narducci ha
espresso altresì preoccupazione per le condizioni degli italiani presenti su
una delle navi della flottiglia umanitaria, nave che è scampata all’assalto, e
ha ringraziato la Farnesina per la tempestività delle informazioni diramate
sulle condizioni dei nostri connazionali coinvolti. De.it.press
Guerre dimenticate e l’ingordigia dei ricchi
Il dramma del
Congo registra 5 milioni di morti e l’esodo di milioni di persone. Il
fallimento dell’Onu e gli interessi delle multinazionali
Tutti i giorni la cronaca si attarda su
episodi di violenza fisica e verbale. Avvilisce appurarli ma non ci sorprendono
più, un po’ perché, volenti o nolenti,
ci siamo abituati ai tanti misfatti ai quali la stampa dà ampio risalto,
trascurando di sottolineare le molteplici azioni caritatevoli di tante persone;
un po’ perché sappiamo che rientra nella natura dell’uomo, specie se convinto
di aver diritto a tutto ciò che gli piace o gli fa comodo, lo scivolare nel
peccato e nell’aggressività. A tali dolorose vicende si aggiungono i terremoti
o maremoti, i vari incidenti aerei o stradali, il terrorismo del Medio Oriente,
le catastrofi ecologiche come la fuoriuscita del petrolio nel Golfo del
Messico.
Invece quotidiani e telegiornali trascurano
la guerra che da quasi 15 anni affligge il Congo. O ne parlano sporadicamente,
tanto che si rischia di scordarne l’esistenza, di non conoscerne le tragedie,
di non sapere quanti siano finora i morti; quanti coloro che fuggono in cerca
di pane e salvezza; quanti i bambini obbligati a guerreggiare o le bambine
sottoposte a schiavitù e a violenze sessuali. Non siamo neppure al corrente di
che cosa abbia fatto l’UE per porre fine a tale martirio; o che la missione di
pace dell’ONU, benché fallimentare, sia costata più di 1 miliardo di dollari
l’anno!
E’ negligenza denunciata, sul Corriere della
Sera del 21 maggio, da Stefa-no Rodi nell’articolo “Crisi dimenticate, il
dramma senza fine del Congo”, ove l’articolista cita il “primato di morti:
cinque milioni di vittime, il 90% delle quali civili” (dati Unicef), dovuto al
“tutti contro tutti: esercito regolare, fronte democratico… del Ruanda,
ribelli…, truppe irregolari ugandesi, oltre alle milizie indigene”; afferma che
“migliaia di donne, bambini e talora uomini sono stati stuprati, e centinaia di
migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro case”; ricorda che l’Onu
“non è mai riuscita ad evitare i massacri ed ora sta pensando ad un ritiro graduale”;
rileva che là “tranne le armi, manca tutto: cibo, acqua, medicine, pietà”,
benché “con la guerra continuino a prosperare gli affari legati alle materie
prime, soprattutto diamanti ed oro”, essendo “il dramma dell’Est del Congo… il
risultato di una competizione feroce… per lo sfruttamento illegale delle
immense risorse di questa parte del Paese”, cui partecipano Stati Uniti,
Francia, Gran Bretagna e Belgio, in competizione con la Cina; sottolinea che,
nella primavera 2009, ci sono stati “oltre 250mila sfollati… in cerca di una
via di uscita”; e conclude notando che tali “vicende… nella tv italiana sono
state citate in totale sette volte in un anno intero”.
Non so se le Tv europee abbiano dato più
rilievo alla guerra civile scoppiata nel 1996 in quello Stato che ha vissuto
alterne vicende: da Regno indigeno diventa proprietà privata di Leopoldo II del
Belgio; poi, nel 1908, colonia belga (ove i locali erano esclusi
dall’istruzione!), alla quale, nel 1924, fu annesso il Ruanda-Burundi, che ne
divenne la settima provincia. Ricca di risorse boschive, giacimenti di
diamanti, avorio e altro, conquistò l’indipendenza nel 1960 grazie a Lumumba
che ne divenne primo ministro. Nel gennaio 1961 il colonnello Mobutu - che
raggiunse in breve il potere assoluto e portò il Congo alla rovina totale - lo
fece giustiziare; nel 1965 creò un partito unico, il Movimento Popolare della
Rivoluzione; avversò il Cristianesimo a vantaggio dell’animismo locale; si
bilanciò tra Usa e URSS, durante la guerra fredda. Nel 1990 accettò
l’istituzione di un Parlamento multipartitico, condividendo il potere con il
suo presidente; il che non evitò la guerra con le forze ribelli ruandesi ed
ugandesi, coalizzate sotto il comando di Kabila che ebbe il sopravvento e
diventò il nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo. Non fu ancora pace. Nel 1998 i Tutsi iniziarono la
lotta contro il “democratico” Kabila, spalleggiato dagli eserciti di Angola,
Namibia e Zimbabwe, per il controllo dei locali giacimenti di diamanti ed oro:
morirono almeno 350mila persone, oltre ai 2 milioni e mezzo deceduti per
carestia o malattie.
La Repubblica continua a vivere in un clima
instabile: se la zona occidentale del Paese, compresa la capitale Kinshasa, non
è più teatro di scontri e violenze, nelle province orientali bande armate,
milizie non governative, ex-militari e gruppi tribali, utilizzando anche
bambini di 4 anni, effettuano incursioni e razzie con notevoli massacri di
civili. Eppure solo nel 2008 l’UE ha pensato d’inviare una Forza per sostituire
(in parte) i 17 mila soldati della missione di pace dell’ONU, fallita, secondo
un’indagine della BBC, per gravissime irregolarità: rifornimento di armi ai
ribelli e traffico illegale di oro e avorio attraverso la frontiera con il
Ruanda. Improbabile che lo scenario possa cambiare fintanto che i minerali
africani continueranno ad essere ben pagati nel mercato internazionale, a
dispetto della “coscienza occidentale” colma di “umanismo” con la quale si
giustificano gli interventi: il Congo rappresenta una fonte di ricchezza che
attrae molti Paesi occidentali e la Cina.
Ne consegue che la popolazione continua a
subire minacce, saccheggi, percosse, uccisioni e stupri, ai quali si aggiunge,
nonostante l'assistenza di Medici senza Frontiere e della Caritas, la mancanza
di cibo, acqua potabile, fognature e igiene: non a caso la maggior parte delle
morti è addebitabile alla malnutrizione e al collasso delle strutture
sanitarie. Un dramma, quello di uno Stato tra i più ricchi dell’Africa,
imputabile alla feroce competizione internazionale per lo sfruttamento illegale
delle sue immense risorse minerali. Sul quale cade vergognosamente il silenzio
di giornali e televisione. Egidio
Todeschini, de.it.press
La dignità dell’Africa, i doveri del mondo
Nel 1960, ventitré
Paesi africani raggiunsero la propria indipendenza. A cinquant’anni di distanza
le celebrazioni di quegli avvenimenti costituiscono non solo un’occasione di
festa, ma anche un momento di riflessione sui risultati positivi e sulle
mancanze storiche di questo grande evento. Debbo tuttavia constatare che,
nonostante i forti legami e le tante espressioni retoriche, l’Italia è quasi
assente da questa riflessione collettiva, mentre assai forte è l’attenzione dei
governi e dei media degli altri Paesi europei. Eppure nessuno può esimersi dal
riflettere sulle ragioni del mancato sviluppo politico, economico ed umano
dell’Africa.
Queste
responsabilità sono da suddividere in modo equo tra le leadership locali e
quelle dei Paesi industrializzati, che troppo spesso hanno agito seguendo
interessi egoistici e di breve periodo. Anche se è giusto ricordare che,
nell’ultimo decennio, sono stati creati meccanismi di collaborazione fra
Nazioni Unite e Unione Africana che hanno portato a risultati di notevole
importanza, contribuendo alla diminuzione dei conflitti armati e perfino ad una
sostenuta crescita economica in alcune aree (anche se ancora molto poche) della
realtà africana, è tuttavia ormai chiaro che solo superando la presente
frammentazione politica ed economica, si potrà ottenere maggiore pace, sviluppo
e prosperità. La frammentazione del continente in oltre cinquanta Paesi non
permette infatti alcuna prospettiva di sviluppo economico e di solidità
politica. Da soli questi Paesi non hanno né la forza né le dimensioni per
modernizzare l’agricoltura, per fare crescere l’industria perché troppo piccoli
per costruire un mercato interno. Le loro debolezze e la loro frammentazione
rende inoltre impossibile una moderna organizzazione statuale e un’effettiva
democrazia. Il grande contributo che possiamo dare all’Africa è perciò quello
di aiutare la sua integrazione politica ed economica.
Questo significa
rovesciare la tradizione europea, che ha sempre preferito il rapporto diretto e
bilaterale con i singoli Paesi, con una specie di continuità con i vecchi
costumi di tipo coloniale. Un’operazione ancora più necessaria di fronte alla
politica cinese in Africa, l’unica politica che, sgombra di retaggi storici, si
realizza con una strategia a livello veramente continentale e con una
dimensione fino ad ora ignota. È infatti la prima volta nella storia
dell’umanità che un Paese esporta contemporaneamente capitali, uomini e
tecnologie.
Di fronte a questa
nuova realtà sarebbe disastroso continuare il vecchio gioco di dividere fra di
loro i Paesi africani e trasferire in essi i propri conflitti e le proprie aree
di influenza come avveniva tra Paesi europei al tempo del colonialismo e tra
Unione Sovietica e Stati Uniti al tempo della guerra fredda. L’Africa ha
bisogno della cooperazione di tutti e di unità al suo interno. Qualche
sostanzioso progresso è stato ottenuto con la già citata collaborazione fra
Unione Africana e Nazioni Unite che, pur tra mille limiti e difficoltà, ha
contribuito alla stabilizzazione di diverse regioni africane. Questo però non
basta. Che non basti emerge dall’analisi dei conflitti tuttora in corso ed è
emerso ancora più chiaramente ed in modo unanime nel recente convegno tenuto a
Bologna con il titolo “Africa: 53 Paesi, un Solo Continente.” In esso si è fatta
strada la proposta che l’Unione Africana, l’Unione Europea, insieme agli Stati
Uniti e alla Cina, si diano appuntamento per studiare le prospettive di un
autentico orientamento comune nei confronti dell’Africa, superando gli approcci
bilaterali che ne hanno così negativamente influenzato lo sviluppo. Questa è
una condizione necessaria ma non certo sufficiente perché l’Africa inizi il
proprio cammino verso la modernità. A tale azione si deve ovviamente affiancare
il rinnovamento interno dei governi e dei sistemi politici dei diversi Paesi
africani, troppe volte paralizzati da nepotismo, corruzione e abusi.
Questo è tuttavia
davvero un altro capitolo. Da parte nostra dobbiamo lavorare per costruire un
nuovo processo di cooperazione tra i grandi protagonisti dell’economia e della
politica mondiale nei confronti dell’Africa. Un lavoro difficile ma non
impossibile perché è nell’interesse di tutti. Romano Prodi IM 30
Gli americani
dicono che «i fatti sono testardi», e prima o poi tutti i politici sono
costretti a farci i conti. Lo sta scoprendo in queste ore drammatiche Barack
Obama, che sul disastro della marea nera si gioca la presidenza.
Sempre ammesso che
non sia già troppo tardi per rimediare a tutti i danni ambientali e politici
provocati dal fiume di petrolio nel Golfo del Messico.
La distratta
risposta all’uragano Katrina segnò l’inizio della fine per George Bush, perché,
mostrando l’inefficienza della sua amministrazione, spinse il Paese a rimettere
in dubbio tutte le scelte fatte fino a quel momento, a partire dalla guerra in
Iraq. La fallimentare risposta all’emergenza della marea nera rischia adesso di
rivelarsi ancora più letale per Obama, minando le stesse fondamenta della
visione che l’ha portato alla Casa Bianca.
I primi ad
attaccare, com’era ovvio, sono stati i repubblicani. Secondo il Wall Street
Journal Obama, reagendo con lentezza e cercando di scaricare tutte le colpe e
le soluzioni sulla Bp, ha dimostrato di essere «cronicamente distaccato» dalle
preoccupazioni dei suoi concittadini. Se Bush avesse commesso un errore del
genere, tutto sommato gli elettori non sarebbero rimasti sorpresi: da lui se lo
aspettavano. Ma da Obama no. La gente presumeva che Obama fosse competente. Era
stato eletto proprio per portare alla Casa Bianca una visione diversa da quella
dei repubblicani, una filosofia secondo cui il governo merita spazio perché
certe cose sa farle meglio dei privati. Il fallimento della marea nera, con
Obama impotente che si limita ad alzare la voce contro la Bp, dimostra l’esatto
contrario, annegando la visione che lo aveva fatto vincere nemmeno due anni fa.
Critiche simili
sono arrivate anche dalla sponda democratica. Il più feroce è stato James
Carville, che ha accusato Obama di non aver preso il controllo del disastro,
voltando le spalle come se fosse un problema solo della Bp. Per un Presidente
non esiste colpa più grave: non decidere, non prendere in pugno le crisi,
magari nella speranza che la propria faccia non venga associata al disastro.
La defezione di
Carville, consigliere storico dei Clinton, può segnalare che l’ala democratica
sconfitta nelle primarie del 2008 sta sfruttando la marea nera per prendersi la
rivincita e cominciare ad incrinare dall’interno la leadership del capo della
Casa Bianca. Ancora più curioso, però, è il fatto che adesso il New York Times
sta attaccando Obama. Magari punta solo a scuoterlo, ma fa effetto.
Secondo il
giornale amico, «la marea nera potrebbe capovolgere la principale missione
della presidenza Obama». Intendiamoci, gli argomenti difensivi della Casa
Bianca sono tutti validi: il governo non possiede la tecnologia per fermare le
perdite nelle trivellazioni sottomarine, non può mandare i militari a tappare
il buco, e non si capisce cos’altro potrebbe fare ai fini pratici che non abbia
già fatto. Eppure, «che ci piaccia o no, un tubo che vomita veleno nell’oceano
è una crisi viscerale che impone azioni visibili e immediate». La credibilità
di Obama come campione di un governo riformato e competente «è ostaggio del
video del Golfo del Messico» che mostra il petrolio mentre esce dalla falla.
Thomas Friedman
prova a metterla in positivo, suggerendo al Presidente di sfruttare l’occasione
offerta dal disastro per forgiare la reazione popolare e rompere finalmente la
nostra dipendenza dal petrolio. Vero, questo è l’obiettivo di lungo termine
dell’amministrazione Obama: svoltare verso le fonti rinnovabili, per ragioni
ambientali, geopolitiche e di sicurezza. L’argomento, però, è delicatissimo, e
la catastrofe del Golfo ha complicato i piani del Presidente anche su questo
punto. Le menti più raffinate dell’amministrazione sanno che una vera
alternativa al petrolio ancora non esiste. In qualche laboratorio sconosciuto
la stanno inventando - si spera - ma nel frattempo bisogna andare avanti così.
Proprio nel Golfo del Messico ci sono le più vaste riserve americane ancora non
sfruttate, e Obama puntava su queste esplorazioni per tamponare le necessità
energetiche del Paese fino a quando non si troverà la vera alternativa. Ora
sarà difficile tenere aperte le piattaforme in funzione, figuriamoci
autorizzare nuove trivellazioni.
Quando venerdì il
Presidente è finalmente tornato nel Golfo, ha preso in prestito un antico detto
che stava scolpito sulla scrivania del suo predecessore Truman: «Mi assumo la
responsabilità di risolvere la crisi, the buck stops with me». Giusto. Se non
ce la farà, però, gli elettori presenteranno il conto, a partire dalle elezioni
di novembre. PAOLO MASTROLILLI LS 31
Gli USA visti dall’Italia. Il cambiamento in cammino
Siamo ad un anno e
mezzo dall’inizio della presidenza Obama, nata dalle rovine finanziarie della presidenza
G. W. Bush e da una forte voglia di cambiamento in milioni di persone che per
la prima volta nella storia della loro famiglia si sono recate alle urne.
Tuttavia gli umori degli elettori hanno
avuto manifestazioni diverse nelle competizioni elettorali successivamente
svoltesi a livello locale in molti stati, e stanno animando la preparazione
delle elezioni per il rinnovo del congresso e del senato di metà mandato, mid
term elections, che si terranno il prossimo novembre.
La presidenza
elenca la realizzazione di provvedimenti che hanno cambiato il paese, quelli di
cui si parlava durante la campagna elettorale: l. Riforma del sistema
sanitario, provvedimento orientato verso una più estesa giustizia sociale che
consente l’assistenza malattia a milioni di americani che non l’hanno mai avuta
ed impedisce che le assicurazioni
sospendano i pagamenti delle terapie in caso di malattie croniche o permanenti. 2. Riduzione degli armamenti
nucleari. 3. Riforma di Wall Street in difesa dei risparmiatori. 3. Abrogazione
della legge detta Don’t ask, don’t tell, che impediva ad omosessuali e lesbiche
di servire nell’esercito. Infine, ma non meno importante, l’addio alla dottrina
della guerra preventiva, sostituita dall’idea che la crescita dei livelli di
sicurezza negli USA si può ottenere
consolidando il sistema economico,
diffondendo l’istruzione universitaria, e con la cooperazione ed il
dialogo aperto a tutti. La guerra ultima risorsa dei rapporti fra stati.
Difficilissimo compito, quest’ultimo, essendo gli USA impegnati nella guerra in
Afghanistan, la più lunga, incerta, difficile della loro storia.
Tutti
provvedimenti annunciati con chiarezza durante la campagna elettorale. C’è
dunque da chiedersi quale sia l’origine precisa del mutamento di umore nell’elettorato,
aspettavano forse cambiamenti miracolosi, o, più realisticamente, temono un
aumento della pressione fiscale causato dalle spese per l’istruzione e la sanità? Oppure è
possibile che i milioni di persone che hanno votato per la prima volta, semplicemente
abbiano dimenticato di andare a votare nelle successive competizioni
elettorali? Insomma il cammino del
cambiamento è irto di difficoltà. Oggi la più seria di tutte è il peggior
disastro ambientale che abbiano mai avuto gli USA, in atto nel Golfo del
Messico a causa di guasti negli impianti petroliferi della British Petroleum,
tragedia di soluzione difficilissima o impossibile e di enorme portata per la
vita e l’economia di tanti stati.
Forte, invece, è
la voglia di recarsi alle urne fra gli
appartenenti al partito repubblicano per prendersi una solenne rivincita dopo
la netta sconfitta nelle passate elezioni presidenziali. Secondo John Mc Cain,
senatore dell’Arizona e candidato del partito repubblicano nelle recenti
elezioni presidenziali, l’amministrazione Obama ed i capi del partito
democratico al congresso hanno spinto il paese molto più a sinistra di quanto
si sarebbe potuto immaginare, scialacquano danaro pubblico come marinai
ubriachi in un’orgia di spesa di danaro pubblico senza precedenti nella storia
cui è necessario porre fine. Il suo obiettivo più immediato è scacciare dal
senato Nancy Pelosi, e riprenderne la guida.
Insieme alle
informazioni sulla vita politica, da ambedue i partiti pervengono sempre ai
cittadini americani richieste di finanziamento delle campagne elettorali dei
vari candidati. Insomma la democrazia ha
dei costi concreti anche a livello individuale. È dovere di tutti sostenerla
liberamente secondo i propri mezzi, è
una ricchezza che va difesa, a tutti i
costi. Emanuela Medoro, de.it.press
Il commento. Legge bavaglio, la posta in gioco
Sarebbe facile
cogliere ed eliminare il punto più debole del progetto di legge sulle
intercettazioni, in poco onorevole transito tra Senato e Camera. È nella
stramba idea di creare fra segreto istruttorio e pubblicità del processo una
terza via: il pubblico-non-pubblicabile. Una marmellata: in cui giudici,
imputati, parti civili, pubblici ministeri, cancellieri, poliziotti (insomma i
soggetti delle indagini e del processo penale) vengono mescolati con
giornalisti, direttori, editori (tutta gente che con il processo non ha nulla a
che fare: salvo il diritto-dovere di informare).
Insomma, nella
Costituzione e nel codice di procedura penale c'è una distinzione assai netta.
C'è il tempo della segretezza: che copre le indagini preliminari e lo stesso
avviso di garanzia. E c'è il tempo della trasparenza: esso arriva con la
"discovery", cioè quando gli atti dell'indagine e, in particolare il
testo delle intercettazioni, devono essere messi a disposizione dell'indagato
per l'esercizio del suo diritto di difesa. E' pensabile che in questi due
momenti, quando si devono mettere tutte le carte sul tavolo e tutte le parti
del processo ne vengono a conoscenza (e ne possono avere copia), solo i media
siano costretti ad un innaturale silenzio?
Certo c'è un
problema: le intercettazioni indirette, cioè quelle che riguardano persone e
fatti all'apparenza del tutto inutili ed estranei alle necessità dell'indagine,
ma pur contenute negli atti che il pubblico ministero ha comunque l'obbligo di
scoprire interamente per consentirne la valutazione da parte del giudice e,
soprattutto, della difesa. Come tutelare l'inviolabilità costituzionale del
segreto di queste comunicazioni casualmente intercettate?
Vi è una lacuna
nelle leggi attuali. Ed è a questo punto che si inserisce la ragionevole
proposta di una udienza, sempre in regime segreto, prima della pubblicazione
degli atti. In essa il giudice del processo, sentita l'accusa e la difesa,
dovrebbe ordinare lo "stralcio" e la distruzione di tutto quello che
non c'entra con i fatti per cui si procede (con ovvie sanzioni penali per
chiunque le divulghi). Un rimedio assai semplice e molto più sicuro della
incredibile zona grigia del pubblico-non-pubblicabile e dello stesso
improbabile obbligo-di-riassunto per i media.
Ma c'è una
sconsiderata resistenza ad accettare questo percorso di garanzia, che è quello
di rimettere alla responsabilità del giudice il rigido confine tra la fase del
silenzio e quella della pubblicità. E si vuole a viva forza coinvolgere la
responsabilità di giornalisti, direttori, editori, nella gelatina del
pubblico-non-pubblicabile: la responsabilità di farsi censori di se stessi,
amputandosi il diritto di cronaca giudiziaria.
Ma se così è, allora,
come nelle valigie dei malfattori, il progetto ha un doppio fondo. Quello
visibile è dato dalla privacy, dal diritto di non essere spiati, dal rispetto
della "vita degli altri". Tutti beni costituzionali che devono essere
tutelati (e, come si è visto, possono esserlo, procedendo nella logica del
"giusto processo"). Ma qui servono come coperchio a quello che c'è
nell'altro fondo. C'è una resa dei conti con i media: sconvolgendone le linee
interne di responsabilità e di garanzia; negandogli il diritto di mettere in
comunicazione quello che è pubblico nella sfera del processo con la sfera
pubblica della cittadinanza. E c'è alla fine di una storia che comprende tutti
gli altri buchi neri del progetto (e gli aggravamenti al Senato li hanno resi
ancora più visibili e civicamente scandalosi) anche il tentativo di
"devitalizzare" le intercettazioni come strumento di indagine
giudiziaria.
Il messaggio
complessivo che passa è che la lotta al crimine in Italia, terra di molte mafie
e di molte corruzioni, sarà indebolita. Perché non potrà contare sull'appoggio
di una opinione pubblica informata (e allarmata).
E questa è una
questione non negoziabile. I ribassi di pene per non-reati, cioè per la libertà
giornalistica di informare su atti non più segreti, non servono a cancellare il
non senso strutturale dell'intero progetto
L'ha capito
benissimo quel signor Lanny Breuer, capo degli affari penali del Dipartimento
americano della giustizia, venuto da noi a commemorare i giudici Falcone e
Borsellino. Ha fatto peccato (diplomatico) a pensar male della legge-bavaglio:
ma ci ha indovinato. Ha capito, cioè, che la questione non era di diritto
interno italiano, ma di diritto costituzionale internazionale. Quello che
ancora si basa sulle quattro libertà proclamate dal Presidente Roosevelt il 7
gennaio 1941, contro il "nuovo ordine della tirannia": libertà di
espressione, libertà di religione, libertà dal bisogno, libertà dalla paura. E
la Freedom of Speech, veniva prima delle altre. Perfino quando era stampata sul
retro delle AM-lire, l'Allied Military Currency, la moneta di guerra messa in
circolazione nei territori liberati. Quando il Duce era dall'altra parte. ANDREA MANZELLA LR 30
La tentazione di
parlare di scontro fra Quirinale e Palazzo Chigi è comprensibile. Il fatto che
Giorgio Napolitano abbia rinviato a oggi la firma sul decreto legge con la
manovra finanziaria è una notizia. Ma analizzando con attenzione il linguaggio
usato per consigliare alcune modifiche, si ricava un'impressione diversa, quasi
opposta. La nota diffusa ieri lascia capire che i rilievi del capo dello Stato
servono ad evitare contrasti col governo; e soprattutto a scongiurare che, per
colpa di «delimitati aspetti» di tipo giuridico e istituzionale, la legge possa
correre pericoli.
Il presidente
della Repubblica è attento a non dare adito a qualunque accusa di invasione di
campo. Per questo sottolinea di non volere entrare nel merito di scelte che
appartengono all'«esclusiva responsabilità» dell'Esecutivo. E la rapidità con
la quale Palazzo Chigi ha risposto fin da ieri sera conferma un'interpretazione
corretta dell'iniziativa. Il governo sceglie di esaminare separatamente le
misure che non rispondono ai criteri in assenza dei quali Napolitano avrebbe
difficoltà a firmare. In quel caso il rischio che decada la manovra da 24
miliardi di euro per ridurre la spesa pubblica in due anni diventerebbe
concreto. Sarebbe già un contraccolpo grave la certificazione di un conflitto
istituzionale al vertice dello Stato. Ma la conseguenza più inquietante che si
vuole evitare è di rimettere in forse un'operazione finanziaria difficile ed
inevitabilmente impopolare; e concordata dal ministro dell' Economia, Giulio
Tremonti, con gli altri governi europei: almeno negli obiettivi di fondo.
In più, il
contrasto si sarebbe sovrapposto alle considerazioni finali del Governatore
della Banca d'Italia, Mario Draghi, attese per oggi. Per questo il capo dello
Stato ha consigliato di prevenire qualunque sbavatura che potesse assumere un
rilievo costituzionale. Lo ha fatto sapendo che le sue «osservazioni », termine
volutamente discreto e neutro, non sono vincolanti. Il governo era libero di
accettarle o meno: sulla strategia «politica, finanziaria, sociale ed
economica», nell'elenco puntiglioso del Quirinale, il potere di decidere è
soltanto di Palazzo Chigi.
Inutile
nascondersi, però, che questi suggerimenti hanno assunto i contorni di un
monito. D'altronde, le frizioni in materia non sono nuove. Anche di recente
Napolitano ha espresso la sua contrarietà al modo in cui il governo ingrossa il
contenuto dei decreti senza andare per il sottile: metodo ritenuto discutibile
per ragioni costituzionali e politiche. Il tentativo è di evitare malintesi e
perdite di tempo; e di scoraggiare chi può cercare di usare le «osservazioni»
presidenziali sulla manovra finanziaria per accreditare un braccio di ferro fra
Palazzo Chigi e Quirinale: senza intendere che non è il momento delle prove di
forza, ma della ragionevolezza. Pericolo scampato, sembra di capire.
Massimo Franco CdS
31
Finanziaria colabrodo, senza equità né crescita
Domani la manovra
arriverà finalmente in Parlamento. Domani il governatore Mario Draghi leggerà
la sua relazione annuale alla Banca d'Italia. Domani, alla riapertura delle
Borse, si vedrà se i mercati si saranno stabilizzati o lanceranno nuovi
attacchi contro i fondi sovrani e contro l'euro.
Nel frattempo la
manovra ha perso per strada alcuni pezzi. La soppressione delle Province è
stata per ora abbandonata. I tagli e i congelamenti stipendiali di alcune
categorie, tra le quali i magistrati, sono stati attenuati.
L'opposizione
parlamentare, mai consultata durante l'iter del decreto, si è incattivita. La
Cgil, anch'essa platealmente ignorata, ha preannunciato lo sciopero generale
per il 25 giugno. Ma l'impianto e i saldi del decreto sono quelli approvati dal
Consiglio dei ministri: 24 miliardi nel biennio 2011-2012 per riportare il
deficit entro la soglia del 3 per cento fissata dalla Commissione europea e dal
Consiglio dei ministri dell'Unione.
Si può dunque dare
un giudizio sull'insieme di questi fatti, anche se non saranno pochi gli
emendamenti che il decreto subirà nel corso del dibattito parlamentare. Ma
affinché il giudizio sia adeguatamente documentato occorre articolarlo sui tre
obiettivi che la manovra si propone: risanamento del bilancio, equità,
crescita.
La Confindustria
questo giudizio l'ha già dato: positivo per quanto riguarda il risanamento del
bilancio, negativo per quanto riguarda la crescita. Analogo giudizio hanno dato
la Cisl e la Uil.
La Cgil è stata
negativa sia sulla crescita sia sull'equità. L'Europa ha plaudito
sull'abbattimento della spesa pubblica ma ha raccomandato di far di più per la
crescita; identica l'opinione del Fondo monetario e dell'Ocse. La Banca
centrale europea teme una crescita troppo lenta. Timori analoghi ha manifestato
Draghi parlando qualche giorno fa. Ascolteremo domani la sua relazione.
Intanto la
speculazione attende con le armi al piede, incoraggiata dagli articoli
dell'"Economist" e del "Financial Times". Vedremo domani se
sui mercati splenderà il sole o diluvierà.
I 24 miliardi di
aggiustamento erano e sono necessari. Semmai ci si può chiedere perché tanta
urgenza. Potevano esser tagliati alla fine di giugno o addirittura in settembre
e il governo avrebbe avuto più tempo per studiar meglio i provvedimenti e
consultare l'opposizione e tutte le parti sociali.
Se la fretta ha
avuto come motivazione la difesa dei titoli emessi dal Tesoro, a nostra
opinione quella motivazione è sbagliata: la manovra di riduzione della spesa
non incide sulle aste dei Bot e dei Btp, come non hanno inciso sull'andamento
dei titoli spagnoli gli aggiustamenti di spesa approvati dal governo di Madrid.
Comunque, forse
troppo in fretta, quell'aggiustamento Tremonti doveva farlo e l'ha fatto. Le
vere ragioni della fretta derivano probabilmente dalla contrapposizione
politica tra lui e Berlusconi che infatti - nonostante le smentite di rito - è
arrivata ormai al calor bianco e non fa presagire nulla di buono. Ma questo è
un altro discorso, che si sta svolgendo tutto in stretto gergo politichese e
perciò di ardua traduzione.
Metà della manovra
pesa sui dipendenti dello Stato, l'altra metà sulle Regioni e sui Comuni. Dal
punto di vista geografico il peso maggiore si scaricherà sul Mezzogiorno perché
la cosiddetta fiscalità di vantaggio in favore degli investimenti nel Sud è
aria fritta come è aria fritta l'intero capitolo dedicato all'aumento della
produttività: quando la domanda langue, l'investimento non è stimolato in
misura apprezzabile e l'edilizia privata e pubblica sono ferme, la produttività
resta un'aspirazione consegnata ad un improbabile e comunque lontano futuro.
Nel frattempo ci
sono 2 milioni di giovani tra i 20 e i 30 anni di età che sono scomparsi dalla
scena, hanno interrotto gli studi, non hanno alcuna formazione professionale,
non si sono neppure iscritti negli elenchi dei disoccupati. Due milioni di
fantasmi, in buona parte concentrati nel Sud e in Veneto, ai quali nessuno
pensa salvo i genitori che debbono mantenerli. Una situazione assurda e
inaudita, un bacino potenziale per le organizzazioni criminali come unica
contropartita all'inedia.
La logica dei
tagli e dei congelamenti previsti per i dipendenti pubblici è formalmente
corretta: hanno avuto negli anni scorsi incrementi retributivi decisamente
maggiori di quelli dei dipendenti privati e quindi possono "star fermi per
un giro" per riallinearsi con i loro colleghi del privato.
Questa
"fermata" si effettua tuttavia su livelli stipendiali molto bassi,
pari mediamente a 1.200-1.300 euro netti mensili. Il taglio complessivo supera
mediamente il 20 per cento se vi si comprendono liquidazioni e altri compensi;
cioè riduce la media in prossimità dei 1.000 euro. E' vero che di altrettanto
si riduce la spesa pubblica la quale, ricordiamolo, è cresciuta dal 2007 al
ritmo di 2 punti di Pil all'anno. Ma l'incremento stipendiale degli statali
rappresenta solo una parte dell'aumento di spesa e neppure la parte maggiore.
Forse si sarebbe dovuto operare con più incisività sul resto.
Infine un'altra
motivazione, in questo caso politica: gli "statali" votano in
maggioranza a sinistra. Il loro scontento non peserà se non marginalmente sul
consenso raccolto dal governo. "Abbasso gli statali" è uno slogan che
viaggia in tandem con quello di "Roma ladrona": piace alla Lega e
questa è una ragione in più per spiegare le scelte che il governo ha compiuto.
L'altra metà
dell'aggiustamento grava su Regioni (8 miliardi), Comuni (3 miliardi), Province
(0,6 miliardi). Lo Stato riduce per 11,6 miliardi i suoi trasferimenti. Gli
Enti locali vedano loro dove tagliare, grasso ce n'è. Oppure aumentino le
imposte di loro competenza. O infine taglino i servizi.
Credo che grasso
da tagliare effettivamente ci sia e sarà un bene se verrà eliminato. Non vorrei
che crescessero i debiti con le banche. Ma potranno anche affittare o vendere i
beni demaniali in corso di trasferimento. Nel complesso questa parte della
manovra non sembra pessima. Colpirà più i Comuni (che hanno però meno grasso)
che le Regioni.
La Lega, una volta
tanto, è divisa. Alcuni pensano che il centralismo di Tremonti faccia a pugni
col federalismo; altri vedono nella manovra un colpo di frusta che affretterà
il federalismo fiscale. La verità non sappiamo quale sia perché il federalismo
è tuttora un oggetto misterioso. Una cosa peraltro è evidente: il federalismo
avrà comunque un costo e un governo senza soldi non sarà in grado di
affrontarlo fino a quando il fabbisogno non si sarà stabilizzato e il deficit
non sarà rientrato nelle norme europee. Perciò se ne parlerà nel 2012 se tutto
va bene. Aggiungo un'osservazione a proposito di federalismo: il passaggio
all'autonomia fiscale e istituzionale, se sarà effettivo e non simulato, sarà
un fatto rivoluzionario e accentuerà la disparità tra Regioni efficienti e
Regioni - cicala, gran parte delle quali si trovano nel Sud.
Sull'inefficienza
sudista sono state ormai scritte intere biblioteche e i numeri del resto stanno
a dimostrare che non si tratta di opinioni ma di fatti. Pochi ricordano
tuttavia che il livello di reddito disponibile per i meridionali è meno della
metà del reddito del Nord. Dunque: gestione amministrativa inefficiente,
livello delle risorse bassissimo.
Come sarà
finanziato nel Sud il passaggio dall'inefficienza all'efficienza? Ci sarà una
diminuzione di occupati, un taglio di consulenti, un taglio di pensioni di
invalidità, insomma una compressione del potere d'acquisto dei meridionali.
Questo è certo. E' anche inevitabile e necessario. Perfino utile. Ma quella è
gente che si è arrangiata per sopravvivere. Chi li deve aiutare per non crepare
di stenti? O debbono arruolarsi nella camorra e nella 'ndrangheta? Le donne
nella prostituzione e i maschi nella malavita?
Ci vorrà dunque un
trasferimento dal Nord al Sud in quella fase; sarà cospicuo e durerà per molti
anni. Impegnerà le finanze pubbliche che dovranno "metter le mani nelle
tasche". Di chi? Di quali contribuenti? Ci avete pensato?
Aggiungo un'altra
osservazione: il nostro Sud è qualcosa di simile alla Grecia rispetto
all'Europa. La speculazione lo sa. Perciò concentrerà il tiro sull'Italia in
corrispondenza all'attuazione del federalismo.
Finirà nel solo
modo possibile: un federalismo al Nord e un'accentuazione di centralismo
statale al Sud. Italia a due velocità. Sono prospettive raccapriccianti.
Tutto ciò detto,
credo che Tremonti abbia fatto quello doveva. Molti errori, molte lacune nel
risanamento del bilancio, ma l'aggiustamento ci sarà. Non al cento per cento ma
almeno al 51.
Questo risanamento
vuol dire che i conti non erano sani. Ci si poteva pensare prima. Molti
l'avevano previsto da un pezzo. Furono insultati e chiamati anti-italiani.
Tutto ciò è arcinoto e Tremonti e Berlusconi lo sanno benissimo: il fatto che
continuino a insultare la sinistra nel momento stesso in cui si dimostra che la
sinistra non faceva che certificare la realtà, è semplicemente vergognoso.
Ora però è il
momento di dare un giudizio sulla parte della manovra riguardante la crescita
economica. Ebbene non c'è assolutamente niente da dire in proposito per la
semplice ragione che provvedimenti per la crescita nel decreto non ci sono. Non
ce n'è neanche l'ombra. Lo stesso ministro dell'Economia, nella conferenza
stampa con cui ha presentato il decreto, ha detto che la ripresa sarà molto
lenta.
Bisognerebbe
stimolarla, ma ci vogliono soldi che non ci sono. Ne hanno dilapidati un bel
po' nei due anni di governo ma ora la cassa è vuota, l'avanzo netto delle spese
correnti è sotto zero, lo stock del debito è risalito al 117 del Pil.
Stimolare la
ripresa, incrementare l'aumento del Pil, si ottiene con uno sgravio fiscale sul
ceto medio, sul lavoro dipendente, sul cuneo fiscale. Per finanziarlo bisogna
colpire l'evasione e i patrimoni. Non con un prelievo "una tantum" ma
con un'imposta sulle cose per tassare di meno i redditi e accrescere così la
domanda.
Lotta all'evasione
e spostamento dell'onere tributario dalle persone alle cose per portare
l'incremento del Pil dall'1 per cento almeno al 2.
Questo
bisognerebbe fare. Tremonti non l'ha neppure pensato, perciò su questa
questione merita uno zero. E' sperabile che il Parlamento lo obblighi a
pensarci seguendo così le indicazioni dell'Ocse, del Fmi, della Commissione
europea, della Bce, della Confindustria, della Cgil, dell'opposizione
parlamentare. Del Capo dello Stato. E anche dell'odiato Mario Draghi. EUGENIO
SCALFARI LR 30
Unità d’Italia e università. Il messaggio del Quirinale, due segnali per il
futuro
Tutta la
delicatezza della manovra economica è messa in luce dall’inconsueto intervento
del presidente Napolitano che ha chiesto maggiori informazioni al governo su
alcuni punti rilevanti del decreto legge che la promuove. Che non si sia
trattato di un fatto di routine lo si desume chiaramente dalla cautela con cui
le parti hanno circondato la vicenda: il presidente della Repubblica ribadendo
che solo di richiesta di chiarimenti su punti delicati si trattava, poiché
entrare nel merito dei provvedimenti non è né suo potere né sua intenzione; il
governo affrettandosi a precisare, con la massima tranquillità, che si era
pronti a dare tutti i chiarimenti necessari, perché ci si sta muovendo
nell’ambito di un normale dialogo di collaborazione fra le istituzioni.
E’ chiaro che con
gli occhi dei mercati internazionali (e della speculazione) puntati addosso
tutti stanno attenti a calibrare i messaggi, che proprio per questo devono
essere chiari, anche a futura memoria.
L’intervento di
Napolitano punta ad attirare l’attenzione del governo sul delicato settore della
ricerca e della cultura, perché il Presidente sa benissimo sia che ad entrambi
è legato il nostro prestigio internazionale, sia che si tratta di settori dove
una depressione significa togliere spazio ai giovani e questo vuol dire
bloccare il nostro sviluppo (nonché perdere i nostri migliori talenti che
emigreranno).
L’università, per
cui si attende una legge di riforma che sembra ormai a portata di mano, ha
bisogno di sostegno se non vuol bloccare il reclutamento e l’inserimento dei
giovani. In più c’è il problema degli enti culturali, che sono veramente un
grande mare in cui c’è di tutto, ma proprio per questo contengono anche centri
di eccellenza che sarebbe un peccato deprimere e centri che svolgono delicati
compiti istituzionali che andrebbero semmai rafforzati.
Il governo fa
sapere di non essere sordo a questi rilievi, anche se non sarà semplice trovare
come accoglierli in tempi di crisi seria. Il problema è infatti come mettere
mano alla struttura della spesa pubblica che è quanto di meno elastico ci sia
in questo paese.
Se possiamo dirlo
apertamente, la classe politica (perché non è una questione che riguarda solo
il governo) si trova stretta fra due opposte tendenze: da un lato la gente non
vuole aumenti di tasse per tenere in piedi l’attuale livello di spesa pubblica;
dall’altro questa è formata in parte non piccola da un accumularsi di
“supplenze” dello stato, il cui venir meno provoca autentici vuoti che non si
sa come riempire.
La soluzione del
rebus è oggettivamente di quelle da far passare notti in bianco. Perché la
preoccupazione del governo è che se si cede su qualche aspetto si può aprire
una falla in cui si infilerà di tutto. Di qui, come è ormai consueto, la
ricerca di parametri generali che sembrano “oggettivi”, nella speranza che
colpendo tutti in maniera eguale nessuno possa lamentarsi per essere stato
discriminato. Però sul fronte opposto ci sono le ragioni degli equilibri
generali, che si salvaguardano invece scegliendo e calibrando dove intervenire,
perché ci sono cose a cui si può rinunciare senza troppi problemi, e cose che
invece vanno salvaguardate ad ogni costo. In fondo è questo il versante su cui
si è sentito in dovere di intervenire il presidente della repubblica.
Una soluzione di
buon senso non è affatto impossibile e la salvaguardia di interessi generali
nel campo della ricerca e della produzione culturale è senza dubbio necessaria.
Per evitare che però sia vanificata da una rincorsa gattopardesca a mantenere
tutto così com’è, inclusi sprechi e spese solo limitatamente produttive (che
non mancano affatto), bisogna che ci sia un serio appoggio dell’opinione
pubblica a quegli interessi generali che difende il presidente della repubblica
e un altrettanto serio sostegno all’azione di selezione e concentrazione degli
interventi su ciò che è veramente importante mantenere e promuovere, in modo da
evitare sprechi e sostegni ad obiettivi di scarso interesse e significato.
PAOLO POMBENI IM 31
Manovra: Napolitano firma. Stralciata la lista dei tagli agli enti
culturali
Riduzione delle
spese del ministero ma affidata a Bondi. Il presidente dell'Anm: «Magistrati
pronti allo sciopero»
ROMA - Il
presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato il decreto che
contiene la manovra economica e finanziaria 2011-2012. Lo si apprende in
ambienti del Qurinale. Il testo definitivo del decreto legge «è stato trasmesso
domenica sera dalla presidenza del Consiglio dei ministri», riferisce una nota
dell’ufficio stampa del Quirinale. Nel documento sarebbe stata stralciata la lista
dei tagli ai 232 enti, fondazioni e istituti culturali per i quali aveva
protestato il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi. Secondo fonti di
Palazzo Chigi nel testo finale del provvedimento ci sarebbe comunque una
riduzione delle spese per questo settore, affidata però alla valutazione del
ministro. I magistrati, dopo l'incontro con il sottosegretario alla Presidenza
del Consiglio Gianni Letta sugli aspetti della manovra che riguardano la
magistratura, si sono detti pronti a scioperare e «ad altre forme di lotta».
ANM: «PRONTI ALLO
SCIOPERO» - «Siamo pronti allo sciopero», ha dichiarato il presidente
dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), Luca Palamara, al termine
dell'incontro con Letta. «Abbiamo preso atto della conferma dei tagli che erano
stati annunciati», ha proseguito Palamara. «Fino a questo momento per senso di
responsabilità, avevamo congelato ogni iniziativa ma ora convocheremo il nuovo
consiglio direttivo e siamo pronti allo sciopero e anche ad altre forme di
protesta alternative (sciopero bianco, ndr). I magistrati vogliono fare la loro
parte in un momento così difficile per il Paese, ma è grave che si preveda che
chi guadagna di più paghi di meno. È inaccettabile essere considerati un costo
e non una risorsa». Secondo il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, «è
assurdo che un magistrato che guadagna 150 mila euro se ne veda decurtati 2
mila dalla manovra, mentre uno che ne guadagna 70 mila debba contribuire alla
soluzione della crisi economica con 20 mila in funzione del blocco dei primi
aumenti automatici di stipendio, che sono i più consistenti e avvengono nei
primi quindici anni di carriera», ha spiegato Cascini. «In questa manovra si
può leggere la volontà di punire la magistratura italiana». CdS 31
ROMA - “Una
manovra che si inquadra nella crisi dell’euro” dice Berlusconi illustrando la
pesante manovra economica che il Governo sta per sottoporre al voto del
Parlamento. “Meno male che fino a poco tempo fa Berlusconi diceva che la crisi
non esisteva, e sembra quasi che le difficoltà derivino tutte dallo stipendio
dei parlamentari, buttandola sul populismo, mentre non si tiene conto di tanti
fattori che hanno contribuito ad accumulare gli sprechi certamente non a
vantaggio dei più deboli. Berlusconi dice di non aver aumentato le tasse con la
manovra da 24 miliardi di euro ma costringe a metterle agli enti locali
tagliando loro i trasferimenti: forse pensa ad un federalismo senza i servizi!”
Lo dichiara Franco Narducci, eletto per il Pd nella ripartizione Europa,
commentando le affermazioni del presidente del Consiglio alla presentazione
della manovra economica.
“Sembra che ancora una volta, nel pieno della
crisi - afferma Narducci - il governo voglia lasciare da sole le famiglie dei
lavoratori e dei pensionati già abbastanza in difficoltà come si può evincere
dai dati del rapporto annuale Istat dal quale emerge preoccupante il fatto che
oltre il 15% delle famiglie italiane vive in condizioni di disagio economico.
Sicuramente se bisogna fare dei sacrifici occorre che li si faccia in maniera
proporzionale e senza lasciar trasparire che si può derogare alla legalità con
il condono per gli immobili fantasma; così si rischierebbe di fare un regalo
prezioso alla criminalità organizzata, soprattutto in Campania: sono convinto
che il Parlamento non potrà essere complice di un simile gesto!”
“Condivido quello
che dice il commissario europeo Rehn - conclude Narducci - quando afferma che
“la spesa per le infrastrutture chiave, educazione, ricerca e innovazione
sostengono la crescita, mentre le tasse sui redditi di impresa e sul lavoro la
danneggiano” forse dovrebbe accorgersene anche il governo che rischia di far
morire anche il motore della ricerca in Italia”. De.it.press
Necessaria,
tempestiva, utile. Si sprecano i giudizi positivi dell’Europa, del Fondo
monetario, della Confindustria — «i medici pietosi» — sulla manovra del
governo. Anche sufficiente? Sì, ad arrestare la febbre, che minacciava di
salire. No, a curare la malattia, che è cronica. Sì, a farci «passare la
nottata». No, a metterci al riparo da quelle che verranno.
La dilatazione
della sfera pubblica — che ormai assorbe il cinquanta per cento della ricchezza
prodotta — provoca due distorsioni. Prima: una spesa — cresciuta di 90 miliardi
negli ultimi cinque anni— nelle pieghe della quale si annidano sprechi,
distrazione di risorse a uso clientelare, corruzione, assistenzialismo,
distribuzione a geometria variabile della ricchezza agli interessi corporativi
più forti con pregiudizio del principio di equità. Il Paese si impoverisce
progressivamente. Seconda: una contrazione dei margini di autonomia della
Società civile e delle libertà individuali, che aumenta i costi delle
transazioni private, mortifica lo spirito imprenditoriale, penalizza
meritocrazia e ricerca. Il Paese ne è progressivamente sfiancato.
Il malato— lo
Stato sociale— è inguaribile perché il medico (la politica) non sa curare se
stesso. I governi — quale ne sia il colore, e che ne ricavano una «rendita
politica» — rimediano alla prima distorsione, con manovre congiunturali,
«tampone», ignorando sistematicamente la seconda. Le riforme cosiddette
strutturali, che darebbero alla sfera pubblica ciò che è della sfera pubblica,
riducendone le dimensioni, e alla Società civile ciò che è della Società
civile, riconoscendole maggiori spazi di autonomia, non si fanno perché non
convengono a nessuno. Non alla politica, non alla Pubblica amministrazione, che
sono per lo status quo, non alle corporazioni e agli interessi organizzati, non
all'area del parassitismo pubblico e a quella delle clientele private, che ci
guadagnano. La manovra è la radiografia dello stato dei rapporti fra politica e
Società civile; fra una politica— fondata sui sondaggi, e su una leadership a
forte carica populista, che promette le riforme e poi non le fa per
accontentare tutti— e una Società civile che, per la parte che conta, non le
vuole.
La solitudine del
ministro dell'Economia — assediato, in Consiglio dei ministri, dalle richieste
di spesa dei suoi stessi colleghi — è paradigmatica di una sovrastruttura (la
cultura) ideologica, anti-empirica e poco pragmatica, nonché
anti-individualistica e anti-meritocratica, e di una struttura (la società)
corporativa, chiusa, che, nei secoli, hanno prodotto, culturalmente, «il genio»
isolato e, politicamente, demagoghi e populisti di successo, mai una «scuola di
pensiero» organica, senza la quale il gattopardismo, il trasformismo, in
definiva, la Reazione al cambiamento, diventano prassi. Lo Stato non è lo
strumento a difesa dei diritti individuali del cittadino — come vuole il
costituzionalismo liberale— ma, degradato a puro statalismo, pretende siano i
cittadini a essere al suo servizio, secondo l'imperativo razionalista e
totalitario della «volontà generale» nella quale si fondono e si annullano le
autonomie e le singole libertà individuali.
Piero Ostellino CdS 30
Sono giorni
decisivi per il futuro della Lega. A nessun partito italiano, credo, è mai
successo di vedere la propria ragion d’essere messa così a rischio. Alla Lega,
invece, sta succedendo. Nei prossimi 12 mesi la Lega si gioca tutto. E la
manovra di questi giorni è la prima, vera, prova del fuoco.
La ragione è
semplice. Negli ultimi 10 anni la Lega è stata sempre al governo, eccetto la
breve parentesi dell’esecutivo Prodi, rimasto in sella per meno di due anni. La
Lega esiste per far passare il federalismo, ed ha già mancato l’obiettivo una
volta, nel 2005, quando provò ad imporlo a colpi di maggioranza, salvo dovervi
rinunciare appena un anno dopo, nel 2006, quando il referendum confermativo
cancellò quella riforma. In questa legislatura è già riuscita a far passare la
legge 42 del 2009, che contiene i principi generali del federalismo, ma è
dannatamente indietro su tutto il resto: decreti delegati (c’è solo quello sul
federalismo demaniale), riforma dei bilanci pubblici (mancano i decreti
delegati), basi di dati aggiornate (siamo fermi al 2008), piani dettagliati di
riduzione degli sprechi (manca quasi tutto).
Ora si mette di
mezzo anche la manovra di aggiustamento dei conti pubblici, che di federalista
sembra contenere ben poco.
Di qui l’imbarazzo
della Lega, che non può permettersi un secondo fallimento. Questo imbarazzo,
tuttavia, si manifesta in modi molto diversi ai vari livelli
dell’organizzazione. I politici che hanno maggiori responsabilità, in
particolare ministri e governatori neo-eletti, tentano di rassicurare gli
elettori ma sono a corto di argomenti. Quando Calderoli, anziché provare a
spiegare in che modo la manovra tutelerebbe le ragioni del Nord, si giustifica
dicendo che «la Lega non avrebbe mai potuto votare una manovra economica che
potesse in qualche modo mettere a rischio il federalismo», di fatto invoca una
delega in bianco, una sorta di fiducia ad occhi chiusi. Posso testimoniare,
perché proprio in questi giorni ho avuto occasione di incontrare molti politici
e amministratori locali del Nord, spesso appartenenti o vicini alla Lega, che
questa fiducia non c’è affatto, e c’è invece molta preoccupazione. Tutti
capiscono che i massimi dirigenti della Lega non possono dire in pubblico tutta
la verità, ma molti temono che, alla fine, il federalismo non si potrà fare o
non funzionerà. Non a caso, negli ultimi giorni, gli unici politici che hanno
denunciato in modo chiaro il rischio che il federalismo finisca in un vicolo
cieco sono stati i governatori della Lombardia (Formigoni) e dell’Emilia
Romagna (Errani), ossia due politici che guidano le regioni più vessate del
Paese (secondo le mie stime il loro credito verso le altre regioni è di 40
miliardi di euro l’anno), ma soprattutto due uomini che non si sentono tenuti a
«coprire» il governo centrale e la Lega (Formigoni è del Pdl, Errani è del Pd).
È paradossale, ma i difensori più risoluti del federalismo stanno diventando i
politici non leghisti del Nord, perché solo essi capiscono le buone ragioni
della Lega e nello stesso tempo non sentono l’obbligo di difenderne l’operato.
Ma al di là del
dramma che molti amministratori locali vivono, è la base leghista che in questo
momento vive un passaggio cruciale. Il militante della Lega, è stato osservato
da più parti, per diversi aspetti assomiglia al militante comunista dei tempi
di Berlinguer. È onesto, appassionato, sacrifica il suo tempo e le sue energie
alla causa in cui crede. E, come il militante del vecchio Pci, ha una stella
polare, che qui si chiama federalismo, mentre là si chiamava socialismo. C’è
una differenza fondamentale, tuttavia, su cui forse i dirigenti della Lega
farebbero bene a meditare. I partiti socialisti e comunisti hanno potuto tenere
i loro militanti incatenati ai loro sogni per più di un secolo perché, in
attesa del «sol dell’avvenire», si erano mostrati capaci di guadagnare ai ceti
subordinati una straordinaria sequenza di conquiste, sui diritti sindacali e
politici, sull’orario di lavoro, sui salari, sulla previdenza, sulla sanità,
sulla salute in fabbrica. Il militante comunista degli Anni 60 e 70 era spesso
un idealista, ma nello stesso tempo toccava con mano robusti assaggi di ciò cui
aspirava: una società più giusta, in cui il lavoro avesse piena dignità e
rispetto.
Il militante
leghista è meno fortunato. I suoi obiettivi ultimi non sono poi così diversi da
quelli del tipico militante Pci, solo che lui, anziché essere un operaio,
spesso è un artigiano, un lavoratore autonomo, una partita Iva, o semplicemente
un ex operaio che si è messo in proprio. Anche chi vota Lega sogna una società
più giusta, in cui il lavoro, la responsabilità e il sacrificio non siano
mortificati ogni giorno. E tuttavia il sogno del simpatizzante della Lega non è
né ultraterreno, né lontanissimo nel futuro, ma molto concreto, qualche volta
fin troppo. Gli hanno fatto credere che il federalismo (a differenza del
socialismo), si può ottenere in pochi anni, e che allora - quando il
federalismo sarà realtà - i produttori potranno ritornare in possesso di quello
cui hanno diritto, i frutti del loro lavoro saccheggiati dalle tasse e dagli sprechi.
Nel frattempo, però, non gli hanno fornito né gloriose conquiste, né robusti
premi di consolazione, ma solo una grande promessa, il federalismo come
realizzazione di un ideale di giustizia territoriale.
Per questo, ora
che il federalismo è in forse, anche il consenso alla Lega e al governo
vacilla, come rivelano gli ultimi sondaggi di Renato Mannheimer. Proprio perché
finora ha ottenuto ben poco, la pazienza dell’elettore della Lega non può
essere (quasi) infinita come lo era quella dei vecchi, eroici, militanti del
partito comunista. I leghisti sono persone concrete. Il dubbio è che i loro
dirigenti non siano, a loro volta, abbastanza concreti per accorgersene. LUCA
RICOLFI
LS 31
Farnesina. Giampiero Massolo: Diplomazia al servizio dell’innovazione
“L’innovazione
tecnologica e le realtà di eccellenza italiane”: conferenza organizzata
dall’Istituto Diplomatico - “Nostro ‘core business’ è fornire servizi ai
cittadini e alle imprese, e la nostra rete all’estero agli operatori economici”
ROMA - Per sopravvivere nella globalizzazione
e per rilanciarsi, l’Italia ha bisogno di puntare sulla sua risorsa più
importante, la creatività. E la diplomazia deve portare all’estero l’immagine
di un Paese che realizza progetti, idee innovative, non più soltanto prodotti.
Di questo si è discusso alla Farnesina nel corso di una conferenza organizzata
dall’Istituto Diplomatico dal titolo “L’innovazione tecnologica e le realtà di
eccellenza italiane”, alla presenza del segretario generale del Ministero degli
Affari Esteri Giampiero Massolo e del presidente del gruppo Geox Mario Moretti
Polegato.
Il Ministero degli Esteri, ha spiegato
Massolo, ha fatto “la sua piccola rivoluzione culturale, investendo sui
cervelli delle persone per uscire da una fase di accentuata autoreferenzialità.
Oggi il nostro ‘core business’ è quello di fornire servizi ai cittadini e alle
imprese, e quindi la nostra rete all’estero agli operatori economici per fare
un pezzo di strada insieme”.
Polegato, che in 14 anni è diventato il secondo
produttore al mondo di scarpe non sportive, grazie alla novità delle suole
traspiranti, ha individuato nell’innovazione la ricetta per rilanciare il
sistema Paese: “Dobbiamo imparare a gestire le nostre idee. Ad un’idea deve
seguire un brevetto, per evitare di essere copiati, e poi bisogna confrontarsi
con il mondo della ricerca per realizzare questa idea, che diventerà un
progetto”. Il futuro dell’Italia, secondo Polegato, è un “capitalismo culturale
che superi quello industriale”, che investa sui giovani, sulla ricerca, sui
progetti e la proprietà intellettuale, cioè sui cervelli che tutto il mondo ci
invidia. (Inform 26)
Con voto unanime la CNE conferma le linee di politica associativa portate
avanti in questi anni.
L'Assemblea
Generale della Consulta Nazionale dell'Emigrazione convocata il 18 maggio
scorso per il rinnovo degli organismi al termine di un
dibattito intenso e propositivo ha provveduto ad eleggere con voto unanime il
nuovo Ufficio di Presidenza.
Al termine della
riunione l'Assemblea ha anche votato un importante documento
finale che ha riscosso il voto unanime del'intera Assemblea
con una astensione.
Il documento, che
di seguito si riporta, da una valutazione positiva sul lavoro svolto
dall'Ufficio di Presidenza negli anni scorsi riconfermando anche
per il futuro l'autonoma linea di politica associativa
portata avanti ed impegna anche l'Ufficio di Presidenza eletto a
dare continuità ed impulso alla sua iniziativa:
* 1) per la
ricerca di una unitaria azione con le associazioni regionali e locali per
trovare forme di coordinamento più impegnative
* 2) per far
ripartire il tavolo congiunto con le regioni
* 3) per
richiedere con forza che il parlamento riconosca con legge il ruolo
di promozione sociale delle associazioni italiane all'estero.
Il documento
infine, recependo la richiesta avanzata nel dibattito in Assemblea, ha
dato all'Ufficio di Presidenza due importanti ed impegnativi mandati: il
primo, quello di promuovere la costituzione della CNE a livello regionale ed
all'estero, il secondo quello della promozione di iniziative che evidenzino nel
150° dell'Unità d'Italia l'impegno di ieri e di oggi degli italiani all'estero
nella valorizzazione dell'Italianità .
Si avvia così, da
un lato, una fase nuova dell'azione unitaria delle associazioni nazionali, un
rafforzamento del radicamento della CNE, spazi ed occasioni nuove
d'interlocuzione con le istituzioni, maggior slancio per l'avvio di un lavoro
comune di tutte le associazioni aderenti anche in un rapporto paritario e di
reciproco ascolto con tutte le altre associazioni, e ,dall'altro, si
mira a rendere il più largamente percepibile il grande protagonismo degli
italiani all'estero nella valorizzazione dell'importanza del
grande evento rappresentato dall'Unità d'Italia. De.it.press
Sì, i malati si curano con la speranza
Ha ragione
Ferdinando Camon («Bisogna dire la verità ai malati?» su La Stampa di ieri) e
hanno torto i primari: non è giusto mai che il medico dia un orizzonte
temporale - giorni, mesi, o anni che siano - alla vita del malato, e non è vero
che sia obbligato a farlo per legge.
Secondo le norme
di deontologia medica dire la verità è un dovere del medico e conoscerla è un diritto
del paziente. Ma va fatto un distinguo, perché la verità sulla malattia è
composta da due momenti: la diagnosi e la prognosi. La diagnosi va comunicata
sempre perché è una conoscenza verificabile, documentata e documentabile. È
dunque certa, con i limiti intrinseci di ogni certezza in medicina, che non è
una scienza esatta. Nell’informare della diagnosi il compito del medico è
dunque spiegare qualche cosa che è scritto nero su bianco e che, se venisse
taciuto, sarebbe comunque prima o poi scoperto attraverso altre vie: la
cartella clinica, l’amico male informato, l’infermiere o il vicino di letto in
ospedale.
Sapere la propria
diagnosi per errore è il modo peggiore, perché la persona si sente ingannata,
perde la fiducia nel medico e nella cura proposta, e precipita in un mare di
ipotesi fantasiose e spettri allarmanti.
Anche la prognosi
va comunicata dal medico e non da altri, ma il discorso è molto diverso perché
la prognosi è un’ipotesi basata sulla proiezione delle statistiche e i dati
riferiti alla malattia del paziente. Ma ogni paziente è diverso, ogni persona è
un unicum. Non esistono percentuali certe di remissione o di condanna perché
troppe sono le variabili in campo e per questo nessun medico potrà mai essere
sicuro di cosa succederà veramente a quel paziente. Più di una volta nella mia
professione mi è successo che casi considerati gravissimi hanno
inspiegabilmente avuto un’evoluzione positiva, e persone considerate spacciate
sono state recuperate alla vita per lunghi periodi. Del resto il codice
deontologico medico parla molto chiaro: «Le informazioni riguardanti prognosi
gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenze
particolari al paziente, devono essere fornite con circospezione, usando
terminologie non traumatizzanti, senza escludere mai elementi di speranza».
Dunque la legge ci dice che il medico quando fa una prognosi deve esplorare chi
gli sta di fronte, valutare quanto sia in grado di capire e quanto voglia
conoscere. Esiste anche, per il malato, il diritto di non sapere, perché non
tutti vogliono sapere tutto e anche questa volontà va rispettata. In ogni caso
va sempre lasciata una speranza, perché c’è sempre uno spiraglio da aprire,
qualcosa in più da fare. Quando il medico comunica la prognosi deve pensare che
non sta parlando di ciò che è, ma di ciò che potrebbe essere: del futuro e
delle aspettative della persona malata.
La prospettiva
cambia e il suo obiettivo deve essere di mantenere un benessere e una serenità
compatibile con la situazione clinica. Direi in sintesi che il medico ha il
dovere di mantenere un visione ragionevolmente ottimistica. Deprimere il
paziente e creargli angoscia con una visione buia non serve a nulla: non aiuta
il paziente, non aiuta il medico. Un malato angosciato è più difficile da
curare e invece la speranza e la fiducia che può infondere un medico si
trasforma in forza d’animo per il paziente e in voglia di combattere la
malattia ad ogni stadio. Come ho scritto per la nona Giornata del Sollievo, che
ho istituito come ministro della Sanità il giorno 30 maggio, tutti i medici
dovrebbero ricordare che anche quando non si può più guarire, il nostro dovere
più alto rimane quello di curare dando, appunto, il Sollievo, che non viene
solo da una terapia, ma anche da un gesto, una carezza, uno sguardo, che faccia
sentire fortemente al malato la dimensione umana che dovrebbe essere alla base
del rapporto medico-paziente, sempre, fino all’ultimo. UMBERTO VERONESI
LS 31
Sei romeno? La Rc auto costa di più. Assicurazione col "rischio etnico"
Gli immigrati
spesso pagano premi maggiorati. Anche di 250 euro. Il romeno paga di più.
"Grave discriminazione". Le associazioni degli stranieri:
"Daremo battaglia"
di VLADIMIRO
POLCHI
"INSOMMA,
facciamo più incidenti degli altri o siamo considerati un popolo di
truffatori?". Anna non se ne fa una ragione. Mentre prepara i caffè,
dietro il bancone del bar in cui lavora, dà sfogo alla sua indignazione.
Polizza maggiorata
per alcuni immigrati. È polemica. "Al momento del rinnovo della polizza
auto - spiega Anna - ho trovato un aumento di 250 euro. L'assicuratore mi ha
spiegato che per alcuni stranieri è prevista una sorta di "rischio
nazionalità" e che se fossi stata francese o tedesca non ci sarebbe stato
nessun aumento, ma essendo romena...". Anna vive e lavora in Puglia, la
sua agenzia è la Carige. Ma le "tariffe etniche" vengono applicate su
tutto il territorio nazionale.
Basta fare un
viaggio attraverso call center e siti internet delle diverse compagnie. La
Carige Assicurazioni, innanzitutto. L'agenzia di Anna non ha fatto altro che
applicare le tariffe interne. Una verifica? Chiediamo un preventivo on-line.
Maschio, residente a Roma, nato il 24 febbraio 1973, operaio, dipendente del
settore privato, auto immatricolata a febbraio del 2000, benzina, 73 kw. Premio
annuale (imposte comprese): 1.962,58 euro.
Questo in base al
preventivo numero 364857, nel quale ci siamo dichiarati di cittadinanza
italiana. Ma se lasciamo tutto invariato e cambiamo solo la cittadinanza del
contraente, le cose cambiano. Se siamo romeni, infatti, il premio sale a
2.257,50 euro (preventivo numero 364850). Un caso isolato? No. La Carige non è
infatti l'unica ad applicare un rischio legato alla nazionalità.
Basta fare
un'altra prova, a caso. Chiediamo un preventivo alla Zurich Connect. Contraente
maschio, single, residente a Roma, operaio, diplomato, nato il 24.02.1973. Auto
Fiat 500 C1.2 Lounge benzina, immatricolata a gennaio 2010, nuova, assicurata
per la prima volta. Valore dichiarato: 10.000 euro. Antifurto: assente. Il
preventivo (datato 30 maggio 2010) varia a seconda della nazionalità che
indichiamo: 1.040,76 euro se il contraente è italiano, 1.040,76 euro per uno
statunitense, 1.251,14 euro per un romeno, 1.251,14 euro se a sottoscrivere il
contratto è un marocchino. Insomma, se gli italiani pagano come gli
statunitensi, il premio sale di molto per chi proviene dai Paesi tipici dei
flussi migratori.
Non tutte le
assicurazioni, però, applicano tariffe differenziate. Anche in questo caso
basta chiedere dei preventivi, prima come italiani, poi come romeni. La
Genialloyd e la Milano Assicurazioni (gruppo Fondiaria Sai), per esempio, non
fanno distinzioni in base alla nazionalità.
Ma le
"tariffe etniche" sono legittime? L'Ania, Associazione nazionale tra
le assicurazioni, risponde semplicemente che "non ha né può avere i
criteri di personalizzazione tariffaria delle rc auto". L'Isvap, che ha il
compito istituzionale di vigilare sulle compagnie assicurative, sollecitata sul
problema, preferisce tacere. E le associazioni dei consumatori? "In base
alla liberalizzazione del '94 - sostiene Ivano Daelli di Altroconsumo - ogni
compagnia ha diritto di applicare proprie tariffe, depositandole all'Isvap. La
compagnia dunque può anche tariffare in modo diverso in base a una nazionalità,
considerandola a maggior rischio. Il cliente deve allora affidarsi alla libera
concorrenza".
Di "grave
diseguaglianza" parla invece l'avvocato Marco Paggi dell'Asgi
(Associazione di studi giuridici sull'immigrazione), perché "l'articolo 43
del Testo unico sull'immigrazione considera discriminatorio l'accesso
differenziato a un servizio, in base alla semplice nazionalità del
richiedente". Annuncia battaglia, infine, Eugen Terteleac, presidente
dell'Associazione romeni in Italia, contro quella che chiama "una palese
diseguaglianza". LR 31
La CNE si vuole estendere nelle Regioni e all’estero
Pubblichiamo il
documento conclusivo dell’assemblea della Consulta Nazionale dell’Emigrazione
(CNE)
L'Assemblea
Generale della CNE esprime la sua forte preoccupazione per i ritardi e le
disattenzioni che si manifestano nel rapporto fra istituzioni e mondo degli
italiani all'estero.
In particolare la
CNE registra con grande preoccupazione il venire avanti in Parlamento di
provvedimenti di modifica degli organismi di rappresentanza e di consulenza che
si collocano in modo molto distante dalle effettive esigenze e necessità
degli italiani nel mondo.
A fronte di un
quadro totalmente insoddisfacente anche dal punto di vista del contributo
finanziario dell'Italia per le esigenze dei cittadini e delle comunità
all'estero, l'Assemblea Generale esprime una valutazione positiva
dell'impegno di tutto l'associazionismo per contrastare il disinteresse e
talora l'opposizione che da diverse parti vengono portate avanti contro la
possibilità d'intervenire in termini di riforma anziché di stravolgimento e
azzeramento dell'esistente.
L'Assemblea
Generale, in particolare, esprime la propria valutazione positiva sul
lavoro svolto dall'Ufficio di Presidenza della CNE dall'ultima Assemblea ad
oggi.
In questi ultimi
anni, infatti, con il consenso di tutti, la CNE è stata in grado di porre al
centro della discussione di ogni ipotesi di riforma del mondo dell'emigrazione
proposte concrete e precise nelle quali è stata sempre presente la funzione
essenziale delle associazioni, realtà radicata nelle comunità a garanzia della
partecipazione democratica.
La CNE è stata in
grado, in specie, di proporre puntualmente un modello di Comites e di CGIE
rinnovati ma non depotenziati.
L'Assemblea da
mandato all'Ufficio di Presidenza di promuovere, d'intesa con le associazioni
aderenti, la costituzione della CNE nelle regioni ed all'estero.
L'Assemblea da
mandato all'Ufficio di presidenza di promuovere idonee iniziative atte ad
evidenziare l'impegno degli italiani all'estero nella valorizzazione
dell'importanza dell'unità d'Italia nella ricorrenza del 150°
anniversario della sua realizzazione.
L'Assemblea
impegna l'Ufficio di Presidenza a proseguire nella ricerca di una azione
unitaria con le altre associazioni regionali e locali per trovare forme di
coordinamento più impegnative.
L'Assemblea
impegna l'Ufficio di Presidenza a dare continuità al tavolo congiunto con
le Regioni ed a richiedere l'approvazione da parte del Parlamento del
riconoscimento della natura di promozione sociale alle associazioni degli
italiani all'estero.
L'Assemblea
fa infine appello a tutte le associazioni aderenti perché partecipino
attivamente alle prossime riunioni continentali promosse dal CGIE come prima
risposta all'immobilismo del presente. IS
L’on. Fedi incontra la Federazione Unitaria Stampa Italiana all'Estero
ROMA – “Credo
utile ricordare che dopo il taglio del 50% delle risorse per l’editoria
all’estero, previsto dal decreto mille proroghe, il Governo, in un ordine del
giorno approvato al Senato dopo la bocciatura di un emendamento alla Camera, si
era impegnato a ripristinare i fondi”. Così il deputato Pd Marco Fedi, eletto
nella circoscrizione Estero, durante l’incontro con i dirigenti della FUSIE che
si è tenuto mercoledì 26 maggio a Montecitorio.
“Un impegno
importante – ha proseguito Fedi - per ristabilire un principio di equità nei
confronti delle testate italiane edite nel mondo, per le quali, tra l’altro, il
taglio avrà effetti retroattivi.
In una recente risposta a una interrogazione
in Commissione, il Governo ha sostenuto l’esigenza di rinviare la decisione a
una riflessione da tenersi nell’ambito degli stati generali dell’editoria che
potrebbero tenersi in autunno. Si è passati da un impegno per recuperare fondi
a un impegno per una riflessione comune: mi pare poco! Le nostre
preoccupazioni, considerato anche il clima di tagli, aumentano. Ritengo urgente
una discussione sulle riforme in questo settore. Gli stati generali
dell’editoria – all’interno dei quali dobbiamo essere in grado di guadagnare
uno spazio importante per l’editoria italiana nel mondo – costituiranno una
buona occasione. Che andrebbe anticipata da un’iniziativa di riflessione
promossa dalla FUSIE – l’organo che rappresenta i mezzi d’informazione editi
all’estero. Ma la discussione sulle riforme dovrebbe partire da una base comune
di equità. E questa può essere raggiunta solo con il recupero delle risorse
decurtate.
Le riforme, in questo settore, dovrebbero
garantire l’accesso a forme di sostegno anche ai mezzi di comunicazione
elettronici. Sarebbe un errore, però – secondo Fedi - creare le condizioni per
percorsi divergenti da esigenze complessive che sono – oltre che relative alla
tipologia del mezzo – anche relative alla libertà d’informazione, al
pluralismo, alla qualità dell’informazione e alle condizioni in cui questa
opera all’estero, oltre alle normative di riferimento. Siamo pronti al
confronto – ha concluso Marco Fedi – ma sarebbe auspicabile svolgere un lavoro
bipartisan affiancando la FUSIE”. (Inform)
Il rinvio delle elezioni Comites e Cgie. L’arroganza e la provocazione del
governo
Come noto lo
scorso 23 aprile, alla vigilia della programmata assemblea plenaria del Cgie,
il governo approvò il decreto (63/2010) per l’ulteriore rinvio al 2012 delle
elezioni per il rinnovo dei Comites e del Cgie pur sapendo della contrarietà
del Consiglio Generale e che il tema sarebbe stato all’ordine del giorno dei
suoi lavori.
Nell’assemblea
plenaria, come prevedibile, il Cgie criticò aspramente il decreto e la
tempistica della sua approvazione avvenuta proprio a ridosso dei lavori del
Consiglio anche con una forma di protesta inusuale come quella di uscire dalla
sala nel momento della relazione del Sottosegretario Alfredo Mantica. Inoltre
l’assemblea decise poi, di far anticipare la convocazione delle tre assemblee
continentali (Europa-Africa del Nord a Francoforte; Paesi Anglofoni a
Vancouver; America Latina a Buenos Aires) affinché si potessero tenere prima
che il parlamento discutesse ed approvasse il decreto 63/2010.
Tre assemblee i
cui lavori, in questo caso, vista l’eccezionalità del momento, sarebbero stati
aperti ai Comites, all’associazionismo ed alla comunità italiana per
discutere pubblicamente sia dei tagli del governo italiano al
finanziamento delle politiche per gli italiani all’estero che della chiusura di
importanti Uffici consolari, soprattutto in Europa, e del nuovo ed
antidemocratico rinvio delle elezioni dei Comites e del Cgie.
Purtroppo il
governo, e la maggioranza che lo sostiene in parlamento, tanto per dimostrare
chi comanda, con la ormai nota arroganza e provocazione che lo distingue, ha
già fatto approvare dalla Camera dei Deputati, con il voto favorevole
anche dei suoi eletti all’estero, il decreto del rinvio delle elezioni dei
Comites e del Cgie nella seduta di lunedì 25 maggio. Ancora una volta,
alla vigilia di una riunione del Cgie. In questo caso della Commissione
Continentale Europa-Africa del Nord, a Francoforte in Germania proprio nei
giorni 28/29/30 maggio, e delle altre due che si terranno nelle settimane
successive.
Complimenti al
governo, alla maggioranza che lo sostiene e, soprattutto, ai deputati del
centrodestra eletti nella Circoscrizione Estero che, ancora una volta, hanno
dimostrato di saper predicare bene (con gli emigrati) ma di razzolare male (in
Parlamento)!
Dino Nardi,
coordinatore UIM per l’Europa e consigliere Cgie
Uscito il primo
numero di “PD/Cittadini del mondo”, notiziario a cura dell'ufficio Pd Italiani
nel mondo. Il numero si apre con l’editoriale di Eugenio Marino, responsabile
italiani all’estero del partito, dal titolo “Uno strumento per tutti”. Eccolo
PD/Cittadini del
mondo vuole essere uno strumento di lavoro per i militanti del Partito
Democratico all’estero e un veicolo di informazione circolare di notizie e
riflessioni sulle principali questioni che riguardano le nostre comunità, la
vita politica italiana e quella del PD in particolare.
Per questo
raccoglierà, divulgherà e farà conoscere il lavoro dei nostri parlamentari, le
iniziative del partito sul territorio, quelle del suo gruppo dirigente a
livello nazionale e darà spazio all’attività dei circoli nel mondo, in modo da
dare a tutti, responsabili, semplici iscritti e simpatizzanti, materiale con cui
confrontarsi e svolgere attività politica, informando i cittadini.
In questo primo
numero, ancora sperimentale, è stata prioritaria l’esigenza di partire, di
avviare unlavoro che dal prossimo numero sarà sviluppato meglio, non solo nei
contenuti, ma anche nella grafica.
Prioritaria,
inoltre, era l’esigenza di far sentire forte e subito alle nostre comunità che
manifestano il 29 maggio a Francoforte, la solidarietà, la vicinanza e la
partecipazione del Partito Democratico, dei suoi parlamentari e del gruppo
dirigente nazionale, tutto schierato in maniera compatta contro il rinvio delle
elezioni per il rinnovo dei Comites e i tagli indiscriminati a tutti i capitoli
di spesa che riguardano gli italiani all’estero, contro l’attacco che da tempo
si è concentrato nei confronti dell’intera rete italiana all’estero, strutture
consolari comprese.
In questo numero,
quindi – lo si vedrà con gli interventi in Aula pubblicati, gli articoli
raccolti, la presenza dei nostri parlamentari alle manifestazioni già svolte e da
svolgere – il PD si schiera a Francoforte al fianco delle comunità, con chi non
vuole che il Governo stacchi la spina agli italianiall’estero.
Oggi, infatti, si
è aperta una fase critica che rischia di minare definitivamente il legame di
fiducia tra l’Italia e i suoi milioni di cittadini e discendenti che vivono e
operano fuori dai suoi confini.
Il voto per
corrispondenza messo a rischio, la contestata riforma degli organismi di
partecipazione democratica, l’indebolimento e il taglio delle misure sociali,
culturali ed economiche che favoriscono l’identità e insieme l’integrazione,
sono tutti terreni di prova senza appello e verso i quali questo Governo ha
lanciato un attacco senza precedenti.
Un attacco,
dunque, al di là delle apparenze, molto duro e che va in profondità. C’è,
infatti, nella maggioranza, un modo di intendere la presenza italiana nel mondo
diverso da quello che serve all’Italia e che a Francoforte si esprimerà
in maniera unitaria e compatta.
Ed è per questo,
dunque, che ci sarà anche il PD, perché occorre riprendere l’iniziativa
politica tra la gente. Perché la protesta è unitaria e perché l’appello alla
mobilitazione è stato lanciato dagli organismi di rappresentanza delle comunità
e dalle associazioni e non dai partiti o da una parte sola delle comunità.
Anche per tutto
questo, quindi, serve e servirà uno strumento come PD/Cittadini del mondo: per
raccogliere e far conoscere quello che il PD fa e su cui discute.
Naturalmente, in
questo quadro, come già ribadito nella lettera ai segretari di circolo in cui
si annunciava la nascita di questo strumento, ogni iscritto al PD potrà
partecipare con propri interventi nei numeri che verranno. Eugenio Marino
Gli Italiani nel mondo per il Premio Laurentum per la poesia
Al via la II
edizione dedicata ai nostri connazionali residenti all’estero e agli oriundi.
Termine per l’iscrizione: 31 luglio 2010
Il 31 luglio
prossimo è il termine ultimo per partecipare alla seconda edizione del Premio
Laurentum per la poesia dedicato agli Italiani nel mondo. L’iniziativa del
Centro culturale Laurentum, promossa con il patrocinio del Ministero degli
Affari Esteri, si rivolge agli Italiani residenti all’estero e agli oriundi,
che possono concorrere con poesie in lingua italiana e\o in vernacolo (con
riferimento ai dialetti italiani), e si propone, in coerenza e sinergia con le
linee guida strategiche della politica di programmazione culturale del MAE, di
diffondere e promuovere, presso i nostri connazionali nel mondo, la lingua e la
cultura italiane.
La partecipazione
è gratuita ed è possibile iscriversi online, compilando un semplice form con i
propri dati e allegando le proprie poesie (massimo tre opere per ogni autore).
In alternativa gli autori possono inviare le proprie poesie tramite posta
all’indirizzo: Centro Culturale Laurentum - Casella Postale n°189 - 00128 Roma
Spinaceto, Italia.
La poesia
vincitrice sarà selezionata da una prestigiosa giuria presieduta dal
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Il vincitore
riceverà come premio un’opera d’arte, appositamente realizzata dall’artista
Angelo Bucarelli, e sarà ospite del Centro Culturale Laurentum a Roma per la
serata di premiazione, prevista per il 30 novembre 2010.
Per maggiori
informazioni: www.premiolaurentum.eu . (ItalPlanet News)
Colori migranti, culture di ieri e di oggi
Presentato al
Castello Ursino di Catania il progetto che coinvolge 24 scuole. Obiettivo:
partire dalla conoscenza del fenomeno dell’emigrazione, per comprendere i
migranti di oggi che sbarcano lungo le nostre coste
Il sindaco di
Catania, Raffaele Stancanelli, ha voluto essere presente al taglio del nastro
per inaugurare la mostra degli elaborati delle 24 scuole della provincia di
Catania che hanno partecipato al progetto “Colori migranti”. Per un giorno il
castello Ursino si è così trasformato in una sorta di luogo simbolo di colori e
luci grazie alla presenza di decine di studenti che hanno seguito un percorso
di confronto e scambio con culture diverse. Si è realizzato un vero e proprio
dialogo interculturale fortemente voluto dal presidente dell’associazione
“Terra Amica” Mario Raspagliesi, che ha realizzato un progetto che si pone
l’obiettivo del confronto e dell’incontro fra culture, partendo dalla
conoscenza del fenomeno dell’emigrazione, dalla storia dei nostri emigrati, per
giungere ai migranti di oggi che sbarcano lungo le nostre coste.
Dopo il saluto
iniziale del sindaco, dell’assessore alle politiche sociali, del dirigente
dell’ufficio scolastico provinciale Raffaele Zanoli, hanno preso la parola
l’assessore alla pubblica istruzione del comune di Acicatena, Giovanni
Pulvirenti, che ospita l’evento dell’1 giugno dedicato alla sezione video e
spot; il vice sindaco di Trecastagni Cirino Torrisi, organizzatore della
manifestazione di danza e musica che si svolgerà il 4 giugno al teatro
comunale, e il presidente del consiglio comunale di Tremestieri, Santi Rando,
che sta organizzando la serata finale il 5 giugno all’anfiteatro. La chiusura
dei saluti è stata affidata a Marco Guerrieri rappresentante del Centro di
servizi per il volontariato etneo.
Dopo
l’inaugurazione, la tavola rotonda moderata dal giornalista Ivan Scinardo, con
l’organizzatore Mario Raspagliesi che ha parlato dei fenomeni migratori in una
prospettiva di integrazione possibile. A seguire, l’intervento del
rappresentante dell’ufficio scolastico provinciale Angela Rapicavoli e infine
la prospettiva della ricerca, valutazione e osservazione curata dal direttore
del Laposs, il laboratorio di politiche e servizi sociali dell’Università di
Catania, Carlo Pennisi, nella doppia veste di accademico e di neo assessore
comunale alle politiche sociali. “Per conoscere le altre culture - ha detto
Pennisi - bisogna partire dallo studio della nostra. L’integrazione è una
pratica che parte dall’autoriflessione e si regge solo con la tolleranza”.
Al termine delle
relazioni ci sono state le testimonianze degli studenti Luis Alfredo Bonanno e
Alberto Pirivitera, dell’istituto tecnico nautico di Catania; di Marina Torrisi
dell’istituto Leonardo di Giarre e di Jessica Cunsolo e Noemi Veronica del
liceo psico- pedagogico di Palagonia.
La mostra di tutti
gli elaborati dei concorsi in oggettistica, fotografia, grafico-pittorica e
letteraria, rimarrà aperta al pubblico, al castello Ursino, fino al 29 maggio
prossimo. (ItalPlanet News)
La riunione del Consiglio direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo
BELLUNO - Buona
parte del Consiglio direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, tenutosi
lo scorso 27 maggio, è stato occupato dall’esame dei bilanci , in cui sono
state chiaramente espresse e dibattute le difficoltà alle quali va
incontro l’Associazione, soprattutto a seguito delle
riduzioni decise dal Governo del contributo per la stampa italiana rivolta all’estero
e delle abolizioni delle agevolazioni tariffarie postali, provvedimenti che
colpiranno pesantemente il mensile “Bellunesi nel Mondo”. Purtroppo dovrà
quindi essere proposto all’assemblea del prossimo mese di luglio l’aumento
della quota associativa.
Il Consiglio è poi proseguito con
l’approvazione del programma e delle relative risorse di “bellunoradici.net”
per il 2010 (come più volte detto, è il progetto che sta coinvolgendo i giovani
“talenti” bellunesi all’estero), con l’illustrazione delle attività della
Sezione Giovani, delle lezioni sull’emigrazione tenuti nelle scuole della
Provincia per iniziativa della Commissione Scuola e delle iniziative della
Commissione per la Promozione economica.
E’ stato poi illustrato il
programma della “Festa dei Popoli” del 20 giugno prossimo. Nell’occasione
al Consiglio è stato presentato il nuovo collaboratore dell’Associazione
e responsabile della Sezione Giovani, Marco Crepaz. (Inform)
Bundespräsident Horst Köhler tritt zurück
Sensation in Berlin: Bundespräsident Köhler
gibt sein Amt auf. Er begründete den Schritt mit mangelndem Respekt vor dem
höchsten Staatsamt.
Bundespräsident Horst Köhler hat seinen
sofortigen Rücktritt erklärt. In einer kurzfristig einberufenen Pressekonferenz
sagte das Staatsoberhaupt in Berlin, er ziehe damit die Konsequenz aus
mangelndem Respekt seinem Amt gegenüber.
„Ich bedauere, dass meine Äußerung in
einer für unsere Nation wichtigen und schwierigen Frage zu Missverständnissen
führen konnte“, sagte Köhler.
Die Unterstellung, er habe einen
grundgesetzwidrigen Einsatz der Bundeswehr zur Sicherung von
Wirtschaftsinteressen befürwortet, entbehre jeder Rechtfertigung, sagte Köhler.
Das lasse den notwendigen Respekt vor dem höchsten Staatsamt vermissen.
Die Kritik sei zum Teil so weit gegangen,
ihm zu unterstellen, er befürworte Einsätze der Bundeswehr, die nicht vom
Grundgesetz gedeckt wären. „Diese Kritik entbehrt jeder Rechtfertigung, sie
lässt den notwendigen Respekt für mein Amt vermissen“, sagte der sichtlich
bewegte Präsident.
„Ich erkläre hiermit meinen Rücktritt
vom Amt des Bundespräsidenten mit sofortiger Wirkung.“ Er dankte allen, die ihn
unterstützt und Vertrauen entgegengebracht hätten: „Ich bitte sie um
Verständnis für diese Entscheidung.“
Köhler sprach seine kurze Rücktrittserklärung
(Hier können Sie das Statement im Wortlaut nachlesen ) in seinem Amtssitz
Schloss Bellevue. An seiner Seite stand Ehefrau Eva Luise. Beim Verlesen der
kurzen Erklärung standen dem Staatsoberhaupt Tränen in den Augen. Streckenweise
versagte ihm die Stimme.
Das Staatsoberhaupt teilte seinen
Entschluss auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), dem Vizekanzler Guido
Westerwelle (FDP) und dem Präsidenten des Bundesverfassungsgerichts, Andreas
Voßkuhle, mit.
Köhler hatte am Pfingstwochenende nach
einem Besuch bei den deutschen Soldaten in Afghanistan in einem Interview von
Deutschlandradio Kultur einen Zusammenhang zwischen den Auslandseinsätzen und
deutschen Wirtschaftsinteressen hergestellt.
Dafür war er parteiübergreifend heftig
kritisiert worden.
Die Amtsgeschäfte Köhlers übernimmt
jetzt der Bundesrats-Präsident, der Sozialdemokrat Jens Böhrnsen. Ein Sprecher
Böhrnsens sagte, Köhler habe den amtierenden Bundesratspräsidenten am Mittag
telefonisch von seiner Rücktrittsabsicht unterrichtet. Die Bundesversammlung
muss nun binnen 30 Tagen zusammentreten, um ein neues Staatsoberhaupt zu
bestimmen.
Wörtlich sagte der Bundespräsident laut
Mitschrift des Senders:
„Meine Einschätzung ist aber, dass
insgesamt wir auf dem Wege sind, doch auch in der Breite der Gesellschaft zu
verstehen, dass ein Land unserer Größe mit dieser Außenhandelsorientierung und
damit auch Außenhandelsabhängigkeit auch wissen muss, dass im Zweifel, im
Notfall auch militärischer Einsatz notwendig ist, um unsere Interessen zu
wahren, zum Beispiel freie Handelswege, zum Beispiel ganz regionale
Instabilitäten zu verhindern, die mit Sicherheit dann auch auf unsere Chancen
zurückschlagen negativ durch Handel, Arbeitsplätze und Einkommen."
Nach dem Rücktritt von Bundespräsident
Horst Köhler (67) ist Bremens Bürgermeister Jens Böhrnsen (SPD) vorübergehend
erster Mann im Staat
Als Bundesratspräsident übernimmt
Bremens Bürgermeister Jens Böhrnsen stellvertretend für den Bundespräsidenten
die Amtsgeschäfte.
Köhler habe ihn über seine
Rücktrittsabsichten informiert, sagte Böhrnsen. Er habe diesen Schritt vor dem
Hintergrund der öffentlichen Interpretation seiner Äußerungen zum
Afghanistan-Einsatz in Afghanistan für unvermeidlich gehalten.
„Als Bürger und Bremer bin ich traurig
über diesen Schritt“, sagte Böhrnsen. Köhlers Besuche seien immer von
freundschaftlicher Zuneigung geprägt gewesen.
Im vergangenen Jahr war der
Bundespräsident Gast beim Deutschen Evangelischen Kirchentag im kleinsten
Bundesland.
Am 14. Juni wollte er eigentlich die
mehrtägige nationale Sommerolympiade „Special Olympics“ für geistig behinderte
Menschen eröffnen. Dazu werden etwa 4.500 Athleten in der Hansestadt erwartet.
Zu dem Rücktritt von Bundespräsident
Horst Köhler erklärt der Generalsekretär der CDU Deutschlands, Hermann Gröhe: Die
CDU Deutschlands nimmt die Entscheidung von Horst Köhler mit Respekt, aber
großem Bedauern zur Kenntnis. Deutschland verliert mit dem heutigen Tage einen
in der Bevölkerung äußerst beliebten und sehr geschätzten Bundespräsidenten.
Horst Köhlers Präsidentschaft war
geprägt durch Bürgernähe, durch ein großes Verständnis für die Sorgen und Nöte
der Menschen. Zuhören war im stets ebenso wichtig wie die deutliche Benennung
gesellschaftlicher Missstände und Herausforderungen. Mit seiner Amtsausübung
blieb er seinem Grundsatz treu, im Interesse des Landes notfalls unbequem zu
sein. Dabei waren seine Mahnungen stets auch Ansporn für unsere Gesellschaft,
Probleme beherzt anzugehen. Sein beeindruckendes Engagement für ein
menschliches Miteinander und sein großes Herz für den afrikanischen Kontinent
haben sein Wirken im Amt in besonderer Weise geprägt.
Horst Köhler hat sich mit seinem Wirken
als Bundespräsident um unser Land verdient gemacht. Dafür ist ihm die CDU
Deutschlands außerordentlich dankbar. Für seine weitere Zukunft wünschen wir
ihm von Herzen alles Gute.
Zum Rücktritt des Bundespräsidenten
Horst Köhler erklärt der SPD-Parteivorsitzende Sigmar Gabriel: „Ich bedaure den
Schritt des Bundespräsidenten außerordentlich. Wie die übergroße Mehrheit der
Deutschen habe ich die Amtsführung des Bundespräsidenten und Horst Köhler als
Person immer sehr geschätzt. Daran ändern auch unterschiedliche Einschätzungen
in einzelnen Fragen der Tagespolitik nichts.
Horst Köhler war kein bequemer
Bundespräsident, und das wollte er erklärtermaßen auch nicht sein.
Offensichtlich hat Horst Köhler in den letzten Wochen den Eindruck gewonnen,
dass er in der CDU/CSU/FDP-Koalition zu wenig Rückhalt hatte. Das ist kein
guter Tag für die politische Kultur in Deutschland.
Dieser Schritt ist nur erklärbar, wenn
man sieht, wie stark ausgerechnet diejenigen, die Horst Köhler gewählt haben,
ihm die Unterstützung entzogen haben.
Zum Rücktritt von Bundespräsident Horst
Köhler erklären Claudia Roth und
Cem Özdemir, Bundesvorsitzende von
BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN: „Wir sind überrascht und erstaunt über diesen Schritt
von Bundespräsident Horst Köhler. Natürlich respektieren wir seine
Entscheidung. Wir leben aber in einer lebendigen Demokratie und ein
wesentliches Grundelement der Demokratie ist es, dass auch das
Staatsoberhaupt nicht sakrosankt
gegenüber öffentlicher Kritik ist. Ein verantwortliches Staatsoberhaupt eines
demokratischen Staatswesens zeichnet sich gerade dadurch aus, dass es solche
Kritik aushält und damit umgehen kann. Gerade ein Bundespräsident ist in
Deutschland gefordert, in die öffentliche Debatte einzugreifen und diese
Debatte auch zu führen. Er kann nicht verlangen, dabei nur Subjekt aber nicht
Objekt zu sein.
Dieser Schritt von Horst Köhler lässt
sich eigentlich nur mit einer allgemeinen Amtsmüdigkeit erklären. Union und FDP
hatten die Wahl von Horst Köhler zum Bundespräsidenten damals gezielt
politisiert. Er sollte der Vorbote von Schwarz-Gelb im Bund sein. Mit seinem
Rücktritt ist er damit nun auch Ausdruck des Niedergangs und Vorbote des Endes
von Schwarz-Gelb. Sein Schweigen in den letzten Monaten spiegelte auch die
Ratlosigkeit derer, die ihn ins Amt gebracht hatten. Unser Land braucht jetzt
einen echten politischen Neuanfang.“
Dpa/reuters/de.it.press 31
Protest gegen Berlusconi. Italiener demonstrieren in Frankfurt
Frankfurt - Proteste gegen Italiens
Ministerpräsident Silvio Berlusconi sind nichts Neues – ungewöhnlich ist aber,
wenn sie in Frankfurt stattfinden: Am Samstag haben rund 600 Italiener gegen
ihre Regierung demonstriert.
Die Menschen seien aus verschiedenen
Teilen Europas angereist, hieß es vom Veranstalter Intercomites Germania, einer
Interessensvertretung der im Ausland lebenden Italiener. Unter den rund 600
Teilnehmern hätten sich Italiener aus Frankreich, Großbritannien und den
Niederlanden befunden.
Die laut Polizei friedliche
Demonstration fand auch vor dem italienischen Generalkonsulat statt. Ein
Protestgrund war die geplante Schließung von Konsulaten.
HO, de.it.press
Italiener in Deutschland. Italienklischees. Damals faul, jetzt dolce vita
Positive Vorurteile sind auch nicht
besser als negative – und können immer wieder andere treffen. Hier das Beispiel
Italien anhand einer Tagung in Berlin.
Ihr Ruf ist schlecht, aber man braucht
sie: Hätten wir keine Vorurteile, die die Kompliziertheit der Realität
reduzieren, würde die uns jeden Tag überfordern. Heikel wird’s, wo Stereotype
keine Tür mehr zur Wirklichkeit sind, sondern den Blick auf sie verstellen. Wie
das funktioniert, führte eine Tagung der Freien Universität und des
Italienischen Kulturinstituts in Berlin am liebsten Ethnoklischee der Deutschen
ad absurdum: am Bild Italiens und der Italiener.
Es ist noch nicht lange her, da hatten
die Italiener im deutschen Vorurteilsvorrat den Platz der Türken: arm,
kriminell, rückständig. In München, so die Berliner Historikerin Olga
Sparschuh, die über die süditalienische Migration nach Norditalien und nach
Deutschland forscht, beschwerten sich Bürger über die „Balkanisierung“ ihres
Hauptbahnhofs, des bevorzugten Treffpunkts der Italiener, die ab 1955 als erste
systematisch als Arbeitsmigranten angeworben wurden. Man forderte Kurse, die
den Südländern schon vor der Auswanderung Frauen gegenüber Benimm beibringen
und sie informieren sollten, dass ihr Ehrbegriff nicht nach Deutschland passe,
und die „Süddeutsche Zeitung“ titelte „Mit dem Messer schnell bei der Hand“ –
obwohl die Kriminalitätsrate der Italiener in Deutschland um knapp zwei Drittel
unter der gleichaltriger deutscher Männer lag. Weiter nördlich, im
protestantisch geprägten Deutschland, daran erinnerte der Erfurter
Migrationshistoriker Roberto Sala, war es ihre Religion, die die italienischen
Migranten dem Verdacht kultureller Unterlegenheit und Rückständigkeit aussetzte.
Die Katholiken traf damals also das gleiche Urteil wie Muslime heute.
Das Bild wandelte sich in den 80er
Jahren – was, wie Patrick Bernhard in seinem Abriss einer Konsumgeschichte der
„dolce vita“ zeigte, wenig mit den real existierenden Italienern und Deutschen
zu tun hatte, aber viel mit der Welt, in der sie lebten. Der italienischen
Luxusgüter- und Lebensmittelindustrie war es inzwischen gelungen, mithilfe von
US-Know-how aufzuholen und italienische Nudeln, Öl, aber auch Schuhe, Kleider
und Möbel konkurrenzfähig zu produzieren und weltweit zu vermarkten. Veränderte
Produktionsmethoden in Italien trafen im Ausland, nicht nur in Deutschland,
Ende der 70er und Anfang der 80er Jahre auf Mediengesellschaften, in denen sich
Images kreieren und durchsetzen ließen. Und auf gewandelte Werte: Was den
Deutschen bis dato als typisch italienische Faulheit galt, hieß jetzt
Lebensgenuss, „der Italiener“ mutierte zum Rollenmodell und parallel zum
Mustermigranten.
Die Realität war und ist deutlich
trister: Italiener gehören, nur knapp vor den Türken, auch 55 Jahre nach dem
Anwerbevertrag noch zu den Drop-outs des selektierenden deutschen
Bildungssystems – Berlin ausgenommen, wie die Soziologin Edith Pichler von der
HU berichtete. Das „Dolce-vita-Klischee“ hat nicht nur für ihre türkischen
Image-Erben negative Folgen, denen man sie gern als Vorbilder hinstellt. Das
rosarote Bild der fröhlich integrierten Italiener verhindert auch, dass man
ihre Probleme wahrnimmt. Peter Graf, emeritierter Professor für interkulturelle
Pädagogik, forderte daher, mehrsprachige Bildung zum festen Teil des deutschen
Schulsystems zu machen.
Dass das positive Italienklischee dabei immer noch funktioniert wie das negative des Türken – Soziales wird ethnisch missverstanden – analysierte die „Zeit“-Korrespondentin Birgit Schönau am Beispiel des Bestellers „Maria, ihm schmeckt’s nicht“. Rosa Borten und Muschelbecken im Badezimmer seiner italienischen Schwiegereltern beschreibe der Autor Jan Weiler amüsiert als typisch italienisch. Dabei sei das schlicht die Wohnungseinrichtung in Milieus, die „mit Minimalismus nicht so viel anfangen“ könnten. Weilers Plot „Deutscher Bürgersohn heiratet italienische Gastarbeitertochter“ hätte auch mit „Hamburger Zahnarzttochter trifft Pfaffenho