WEBGIORNALE 11-13 Giugno
2010
Ambasciatore Menzione: “Il Sudafrica, i Mondiali di calcio e la strada
verso lo sviluppo”
In occasione dei
Campionati del mondo di calcio, l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica
Internazionale) ha pubblicato il dossier “Sudafrica 2010: la grande occasione?”
(http://ispinews.ispionline.it/), con commenti, interviste e scenari sul paese
che ospita l’evento, la sua politica interna e internazionale. “Le aspettative
create dal primo grande evento globale organizzato in Africa rappresentano –
sottolinea l’Ispi - una possibilità di rilancio del Sudafrica e del
continente”. Nel dossier anche un intervento dell’ambasciatore italiano Elio
Menzione, dal titolo “Il Sudafrica, i Mondiali di calcio e la strada verso lo
sviluppo”, che qui riprendiamo
Il 2010 è per il
Sud Africa un anno speciale. E non soltanto per la ragione più evidente: la
circo-stanza che il paese ospiti quest’anno i campionati mondiali di calcio,
evento che comporta per esso un’esposizione mediatica senza precedenti. Il 2010
segna anche il centenario dell’unificazione politica dello spazio sudafricano:
una ricorrenza da pochi ricordata e da nessuno festeggiata, dato che l’Unione
Sudafricana – nata dalla confluenza di due colonie britanniche, Provincia del
Capo e Natal, e di due ex-Repubbliche boere, Transvaal e Stato Libero
dell’Oranje – nacque all’insegna della riconciliazione tra le due componenti
bianche della popolazione, otto anni dopo il termine della guerra anglo-boera;
ma anche della segregazione a danno della maggioranza nera. Una se-gregazione
che 38 anni dopo sarebbe stata codificata ed esasperata nell’inumano sistema
dell’apartheid.
Ma soprattutto è nel 2010 che cade il ventesimo
anniversario del famoso discorso pronunciato dal presidente de Klerk il 2
febbraio 1990, la successiva liberazione di Nelson Mandela e l’avvio di
negoziati che avrebbero condotto alla nascita di un nuovo Sud Africa
democratico, che riconosce pari dignità a tutte le sue componenti etniche e
culturali. Da allora, e principalmente dal 1994 – anno delle prime elezioni
democratiche della storia del paese, che portarono Mandela alla presi-denza –
il Sud Africa ha percorso molto strada. Si è affermato, anzitutto, come un
modello di stabi-lità politica e istituzionale per il continente africano,
caratterizzato da una democrazia multipartitica, una chiara distinzione tra i
poteri, una stampa libera e spregiudicata, una società civile articolata e
vibrante. Dopo alcuni anni di andamento alterno l’economia ha conosciuto, a
partire dal 2004, una crescita continua e sostenuta (con tassi di incremento
del Pil intorno al 5%), interrotta soltanto nel 2009 da una lieve recessione
indotta dalla crisi internazionale, alla quale il paese ha peraltro sapu-to
reagire con una prontezza superiore a quella di molti stati occidentali.
Eppure, questa crescita non è stata pari a
quella dei principali paesi emergenti (Cina, India, diversi stati del Sud-Est
asiatico, Brasile), né all’altezza di un potenziale di sviluppo che ha pochi
confronti in Africa, grazie alla ricchezza mineraria del paese e alla sua
robusta struttura industriale e finan-ziaria. Le ragioni sono da cercare in una
serie di debolezze strutturali: un alto tasso di disoccupa-zione (del 25%
circa, che si avvicina addirittura alla soglia del 40% se si tiene conto dei
potenziali lavoratori “scoraggiati” dalla ricerca di un impiego); insufficienza
del risparmio, degli investimenti interni e di quelli esteri; profonde differenze
economiche e sociali nella popolazione; rigidità del mercato del lavoro, e
misure – sia pure comprensibili – di “affirmative action” a favore della
mag-gioranza svantaggiata della popolazione, che non incoraggiano l’afflusso di
capitali dall’estero; eccessiva dipendenza dalle esportazioni di materie prime,
anche se negli ultimi anni il settore ma-nifatturiero ha conosciuto un vigoroso
sviluppo; diffusione della piaga dell’Aids, con ripercussioni inevitabili
sull’economia; una criminalità che ha raggiunto livelli allarmanti. In
particolare, l’eco-nomia sudafricana rimane a tutt’oggi un sistema bipolare,
dualistico, caratterizzato dalla conviven-za tra un settore finanziario e
produttivo moderno (e in certi casi di avanguardia) e vaste sacche di povertà
tipicamente africane.
Il superamento di questo dualismo strutturale
non sarà semplice, né rapido. Ma non mancano le ragioni per essere ottimisti:
oltre alla già citata stabilità politica e istituzionale, ricordo la rapidità
con cui il governo ha saputo affrontare la crisi del 2009, con una manovra
anticiclica di ragguardevoli dimensioni (investimenti nelle infrastrutture,
appoggio alle piccole e medie imprese e allo sviluppo rurale, aumenti delle
spese per istruzione, salute e assistenza sociale). Una politica fiscale
espansiva facilitata dalla gestione virtuosa dell’economia negli anni
precedenti, in cui il debito pubblico era stato ridotto dal 48 al 23%.
Per imboccare con decisione la strada di uno
sviluppo sostenuto e sostenibile, superiore a quello degli anni passati e
capace di assorbire gradualmente la disoccupazione oggi esistente, il Sud
Africa ha bisogno di un salto di qualità. A tale fine, i campionati mondiali di
cal-cio di quest’anno potranno dare un contributo importante: se avranno – come
tutti auspichiamo – pieno successo, essi accrediteranno agli occhi del mondo
l’immagine di un paese affidabile, dotato di capacità organizzative superiori
alle aspettative, e meritevole pertanto di attira-re un maggiore volume di
investimenti esteri. Inoltre, essi rappresenteranno per il paese una forte
scossa psicologica, atta ad accrescere la fiducia nei suoi mezzi e nelle sue
capacità.
Per il nuovo Sud Africa, che a 20 anni sta
entrando nell’età adulta, si tratta insomma di un importante esame di maturità,
di una sfida gi-gantesca affrontata con orgoglio e determinazione, i cui esiti
saranno importanti non soltanto per il paese ma per l’intero continente
africa-no. Non va dimenticato che il Sud Africa ha oggi un Pil pari ai tre
quarti di quello dell’Africa australe e a un terzo circa di quello dell’intera
Africa subsahariana.
In questa sfida il Sud Africa potrà contare
sull’appoggio dell’Unione Europea, cui è legato da un rapporto di partenariato
strategico e che rappresenta per esso il primo partner commerciale e la
principale fonte di investimenti e di aiuti allo sviluppo. E tra i paesi
europei anche l’Italia è pronta a fare la sua parte. I nostri scambi con il Sud
Africa si aggira-no da tempo sui 4 miliardi di euro l’anno, ma esistono margini
notevoli per una crescita negli anni futuri, in settori tradizionali
(meccanico-elettronico, agro-industriale, chimico-farmaceutico, turistico) ma
anche in settori innovativi, quali le tecnologie avanzate e le energie
alternative. Il nostro paese è oggi impegnato in misura notevole nella lotta
contro il flagello dell’Aids, con un ambizioso progetto di cooperazione allo
sviluppo. La domanda di cultura e di lingua italiana in Sud Africa è in
crescita continua, e tale da meritare investimenti lungimiranti. Ma è soprattutto
il tessuto connettivo della nostra economia, il settore delle piccole e medie
imprese, che potrebbe imprimere un salto qualitativo ai rapporti economici
bilaterali.
A tal fine, la Coppa del Mondo di calcio –
che porterà il Sud Africa nelle case di milioni di italiani – rappresenterà
un’occasione preziosa e forse irripetibile, aiutando a vincere ritrosie e
diffidenze e stimolando l’attenzione dei nostri piccoli e medi imprenditori per
un mercato in rapida espansione e per un paese meritevole di attirare i loro
investimenti. In questo, essi potranno contare sul sostegno attivo delle
strutture italiane operanti in questo paese, dall’Ambasciata ai Consolati e
all’Ufficio Ice di Johannesburg. Ambasciatore Elio Menzione
Tratta degli esseri umani, ratificata la Convenzione di Varsavia
Tolleranza zero,
con il raddoppio delle pene, per le organizzazioni che, allo scopo di
'importare' esseri umani, falsificano i documenti. Tre, i reati interessati
dall'aggravante: riduzione e mantenimento in schiavitù, tratta di persone,
acquisto e alienazione di schiavi. Tutti e tre sono stati inseriti tra le
disposizioni che consentono l'utilizzazione degli strumenti di indagine
utilizzati per il contrasto della criminalità organizzata.
Con l'approvazione
del parlamento è stata ratificata ed è diventata esecutiva nel nostro Paese la
Convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la tratta di esseri
umani, siglata a Varsavia il 16 maggio 2005 e recepita lo scorso 5 febbraio dal
Consiglio dei Ministri.
La tratta di
persone è una inaccettabile violazione dei diritti umani le cui vittime sono
individui, donne, bambini, ridotti in condizione di schiavitù, segregati e
privati della loro libertà individuale. Nel mondo le vittime della tratta sono
stimate in 2,7 milioni, di cui l’80 per cento costituito da donne e bambini. In
Europa sono circa 500.000 e in Italia più di 30.000.
La Convenzione di
Varsavia si pone come obiettivo prioritario quello di proteggere i diritti
umani delle vittime di tratta e di elaborare un quadro completo di assistenza.
La Convenzione,
firmata dai Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri durante il vertice di
Varsavia del 16 e del 17 maggio 2005, si ispira alla Convenzione per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nonché alla
Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata
transnazionale ed al relativo Protocollo aggiuntivo contro la tratta delle
persone, volto a prevenire, reprimere e punire la tratta delle persone, in
particolare, delle donne e dei bambini, approvati a New York il 15 novembre
2000.
Tra la principali
proposte italiane, accettate e inserite nel testo della Convenzione, la
creazione di osservatori per monitorare il fenomeno e la raccolta di dati
relativi alle varie forme di abuso e sfruttamento, per avere un quadro chiaro
delle sue dimensioni.
De.it.press
Tempo di tagli. Vecchia Europa in disarmo
Le misure
d'emergenza varate per ridurre spesa pubblica e deficit stanno abbattendosi
anche sui bilanci della Difesa. Negli Stati Uniti la spesa militare è
considerata un volano per il rilancio dell'economia e il Congresso ha approvato
per il 2011 un bilancio 726 miliardi di dollari che, anche togliendo i 159 miliardi
che finanzieranno i conflitti in Iraq e Afghanistan, lascia al Pentagono 23
miliardi in più rispetto a quest'anno. Anche Cina e India continuano a
registrare incrementi di spesa.
Pechino ha
innalzato quest'anno “solo” del 7,5% un budget che ufficialmente ammonta a 78
miliardi di dollari (ma Washington stima sia almeno il doppio) mentre il budget
di Nuova Delhi ha raggiunto i 36 miliardi. In Russia, dopo le riduzioni del 15%
del 2009, quest'anno non sono per ora stati annunciati tagli al bilancio di 36
miliardi di dollari, cifra che include anche 10 miliardi per rinnovare armi e
mezzi per il 90% obsoleti.
Difficoltà gravi
emergono invece in Europa, dove il crack greco ha portato i governi a manovre
che, nel campo della Difesa, attuano tagli drastici ma non sempre ponderati.
Per risparmiare, Atene ha ridotto del 25% le spese correnti e ritirerà il
contingente dal Kosovo, il Portogallo attuerà manovre simili, in Romania l'80%
del bilancio (1,8 miliardi di dollari) se ne va in stipendi e in Austria riduzioni
di oltre il 10% del bilancio (2 miliardi di dollari) impediscono manutenzioni e
addestramento. Berlino ha varato un piano da 4,3 miliardi di euro in tre anni
su un bilancio di 31 con la chiusura di basi, la riduzione di almeno 40mila
effettivi, la messa a terra di alcuni caccia Typhoon e bombardieri Tornado e la
radiazione anzitempo di motovedette e sottomarini. Tagli sono previsti anche al
sistema di difesa antimissile Meads, agli elicotteri Nh 90 e agli aerei cargo
A-400M.
Scelte simili sono
in atto in Spagna, dove a un taglio del 6,4% già attuato su un bilancio di
circa 8 miliardi di euro potrebbero aggiungersi nuove decurtazioni,
compromettendo l'acquisizione di aerei e blindati. La Francia, con un bilancio
di 32 miliardi, ha attuato nel 2008 un ampio piano di ristrutturazione della
Difesa, ma sta mettendo a punto nuovi tagli stimati tra i 2 e i 5 miliardi di
euro da spalmare sui prossimi tre anni. In Gran Bretagna l'austerity firmata
Cameron-Clegg porterà a dismettere i mezzi più vecchi (cingolati, artiglierie,
elicotteri e velivoli) riducendo o dilazionando le nuove acquisizioni per
risparmiare almeno 7 miliardi di sterline in cinque anni su un bilancio
quest'anno di 36,8 miliardi. A quanto sembra verranno salvaguardati i programmi
già contrattualizzati (come quello per le due nuove portaerei), l'abbandono dei
quali comporterebbe sanzioni da versare all'industria che vanificherebbero i
risparmi ottenuti.
Un aspetto
quest'ultimo comune a tutti i paesi europei nei quali infatti i tagli
colpiranno soprattutto il trattamento economico del personale e l'esercizio,
cioè l'addestramento dei reparti, la manutenzione e gestione di mezzi e
infrastrutture.
Il rischio è
quindi di disporre di armi nuove e sofisticate, ma di non avere le risorse per
gestirle come sta già accadendo in Italia, dove mancano i fondi per riparare i
mezzi danneggiati in Afghanistan e il carburante per i jet e le navi, inclusa
la nuova portaerei Cavour. Roma non ha ancora indicato dove i nuovi tagli
stimati tra 1 e 1,5 miliardi di euro andranno a incidere, ma le decurtazioni
già approvate dalle precedenti Finanziarie hanno reso quasi impossibile
addestrare i reparti.
Se in Europa la
crisi ingigantisce gli effetti della mancata integrazione militare, in Italia
pesa l'assenza di una ridefinizione del Modello di difesa, ancora
anacronisticamente legato a un organico di 190mila militari. Qualche migliaio
in più dei britannici, che però spendono oltre il triplo dei 14 miliardi del
budget italiano di quest'anno per la Difesa. In assenza di una pianificazione
concreta che stabilisca obiettivi e risorse, le forze armate italiane rischiano
la paralisi e sopravvivono solo grazie ai fondi extra-bilancio per le missioni
oltremare.
In tutta Europa si
punta a garantire quanto oggi necessario alle truppe schierate in Afghanistan
privilegiando i mezzi per la contro-insurrezione. Una scelta giustificata, ma
che rischia di sacrificare la pianificazione indispensabile per disporre di
forze in grado di far fronte a ogni tipo di minaccia futura, anche convenzionale.
Anche per questo il segretario generale della Nato, Anders Foigh Rasmussen, ha
messo in guardia gli alleati da un disarmo che «potrebbe minacciare la
stabilità internazionale e quindi limitare le prospettive di crescita». Gianandrea
Gaiani, Il Sole 24 Ore, 8
Frattini: Diplomatici-manager per promuovere il marchio “Italia” nel mondo
ROMA - Tra tante
riforme annunciate, una arriva in porto. E’ quella del ministero degli Esteri e
porta la firma di Franco Frattini La Farnesina cambia pelle, e il risvolto
tecnico-amministrativo - con la creazione di Direzioni generali divise non più
per aree continentali ma per orizzonti “tematici” trasversali: sicurezza,
promozione dell’Italia nel mondo Ue - è solo uno degli aspetti, significativo
certo, ma non esaustivo. A che serve, dunque questa riforma? «Semplice: direi a
consacrare l'idea politica di una diplomazia al servizio del sistema Paese.
Idea che nacque già nel 2002 quando Silvio Berlusconi mi affidò questo incarico
e mi disse: non voglio vedere più i diplomatici con il tight che fanno pranzi e
cene, voglio vedere manager che promuovono il marchio Italia nel mondo». Una
spinta ad integrare la missione tradizionale della diplomazia con il mondo che
cambia. Dopo otto anni, con questa riforma, consolido dei risultati. Dice
niente il fatto che mentre tutti parla- nodi tagli di rigore, l'Italia fa un
più 17 di export nei primi tre mesi del 2010, più della Germania, più della
Francia? L'aumento del Pil in buona parte si deve alla promozione
dell'internazionalizzazione».
Qual è l'analisi
del contesto internazionale dalla quale è partito per impostare la riforma?
«La nozione di
politica estera è profondamente mutata nel corso dell'ultimo decennio. Sul
piano della governance globale si è assistito ad un rapido allargamento del
numero degli stakeholders, con l'ascesa di Paesi non tradizionalmente inseriti
nel novero dei decisori mondiali. Ciò provoca un processo che scardina per
l'Italia così come per gli altri Paesi europei, ogni rendita di posizione.
Insomma la complessità del mondo contemporaneo fa emergere nuove
interconnessioni tra questioni che in precedenza si pensava di poter trattare
separatamente: tematiche per così dire orizzontali. Per questo la Farnesina
deve adeguare le proprie strutture alle nuove sfide».
A suo tempo
l'opposizione ironizzò sulle parole di Berlusconi: parlò di
ambasciatori-piazzisti. Ora come replica?
«Rispondo oggi
come allora: se si fa la festa del 2 giugno e nei giardini dell'ambasciata ci
si mette l'ultimo modello della Ferrari o della Maserati, facciamo fare una
bella figura al Paese. Prima non si faceva, adesso si fa».
Questo per
l'immagine: ma la sostanza? Che ministero degli Esteri sarà con la riforma?
«Un ministero che
segue i settori strategici secondo un approccio tematico e non più
privilegiando l'area geografica. Perché oggi la sicurezza è globale, la difesa
dell'ambiente è globale, la povertà è globale. Non sono più temi sui quali ci
si può accostare con una visione meramente territoriale. Per capirci: sicurezza
significa dossier nucleare; nuova Nato; missioni internazionali di pace; il
terrorismo nel Corno d'Africa; il traffico della droga... Tutti questi temi
contengono il concetto strategico di sicurezza globale. Nella riforma ritrovo
una mia forte volontà politica».
Al dunque una
mission tutta puntata sull'economia. Ma in questo momento di crisi...
«Non è così. Punto
saliente della riforma è la promozione della cultura italiana nel mondo. Sia
come partecipazione del nostro Paese ad alcune grandi opere: pensi alle
missioni archeologiche, al restauro di patrimoni fantastici come quello della
Città Proibita di Pechino o del museo mesopotamico di Baghdad. O la
ricostruzione della cittadella di Bam nel deserto iraniano. Senza dimenticare
la promozione della nostra lingua e gli istituti culturali sparsi nel mondo.
C'è insomma un valore aggiunto della cultura italiana che ci è stato
riconosciuto in ambito internazionale: non è un caso se il nuovo vicedirettore
generale dell'Unesco per la cultura è un italiano. Ci sentiamo una superpotenza
culturale nel mondo e davvero forse lo siamo».
Alle strette,
ministro: che idea di Italia si punta a trasmettere?
«Quello italiano è
un modello che sa coniugare la capacità di tessere relazioni positive per
cercare soluzioni anche nei teatri più difficili. L'Italia è considerata un
interlocutore da tutti: siamo il migliore amico di Israele in Europa ma siamo
anche il primo partner della Turchia. Siamo particolarmente vicini
all'Afghanistan ma non tralasciamo di dire che anche il Pakistan va sostenuto a
livello europeo. Siamo un Paese che supporta il concetto di accordo e soluzione
positiva come suo obiettivo. E poi sappiamo inserire anche nei teatri di crisi
quell'aspetto tipico del nostro Dna che l'attenzione ai più deboli, alle
categorie più vulnerabili. I nostri soldati di pace portano scuole, ospedali,
progetti agricoli e al tempo stesso combattono i terroristi. Questo è lo stile
italiano e si tratta di un profilo che ci viene ormai internazionalmente
riconosciuto». Carlo Fusi IM 10
Immigrazione, aggravante di clandestinità bocciata dalla Consulta, ma resta
il reato
ROMA - La Corte
costituzionale avrebbe deciso l'illegittimità dell'aggravante di clandestinità
(pene aumentate di un terzo se a compiere un reato è un immigrato presente
illegalmente in Italia) prevista dal primo "pacchetto sicurezza" del
governo, diventato legge nel luglio 2008. Dalla stessa Corte, tuttavia, sarebbe
venuto un sostanziale via libera alla legittimità del reato di clandestinità
(punito con l'ammenda da 5mila a 10mila euro) introdotto dal secondo
"pacchetto sicurezza", nel luglio 2009. La decisione sarebbe stata
adottata a maggioranza nella camera di consiglio della Corte tra ieri e
stamane.
Le motivazioni
delle due decisioni si conosceranno quando i giudici relatori, Gaetano
Silvestri e Giuseppe Frigo, le avranno messe nero su bianco. Al momento,
tuttavia, si sa che l'aggravante di clandestinità (art. 61, numero 11 bis, del
codice penale introdotto dalla legge 125 del 24 luglio 2008) sarebbe stata
bocciata per violazione degli articoli 3 e 25 della Costituzione. In primo
luogo, dunque, per irragionevolezza perché - sarebbe stato questo il
ragionamento dei giudici della Consulta - in base al principio del "ne bis
in idem" l'aggravamento della pena andrebbe a collidere con il reato di
clandestinità introdotto nel 2009 dal "pacchetto sicurezza". Inoltre,
l'aumento di pena violerebbe il principio costituzionale del «fatto materiale»
quale presupposto della responsabilità penale, nel senso che l'aumento di pena
sarebbe collegato esclusivamente allo "status" del reo (il trovarsi
irregolarmente in Italia) e non alla maggiore gravità del reato, né alla
maggiore pericolosità dell'autore (è il caso dei recidivi o dei latitanti).
I giudici
costituzionali avrebbero invece dato il via libera al reato di clandestinità
(art. 10 bis del testo unico dell'immigrazione del 1998 introdotto dalla legge
94 del 15 luglio 2009), dichiarando infondate diverse questioni di legittimità
sollevate dal Tribunale di Pesaro e da numerosi giudici di pace (Orvieto,
Lecco, Torino, Cuneo, Vigevano e Gubbio). In ambienti della Consulta viene
fatto notare che sarà in ogni caso necessario attendere le motivazioni della
decisione, che in questo caso sarà scritta dal giudice Frigo. Dalla Corte,
infatti, potrebbe venire l'indicazione che spetta al giudice di pace valutare,
caso per caso, la grave entità del fatto, così da escludere eventuali giustificati
motivi per cui l'immigrato si sia trattenuto illegalmente in Italia.
“Non avevo dubbi
su questa decisione, non poteva che andare così. Quella norma era palesemente
incostituzionale“. Così Sonia Alfano (IdV), membro della Commissione LIBE al
Parlamento europeo, sulla decisione della Corte Costituzionale di bocciare
l’aggravante di clandestinità inserita dal governo nel ‘pacchetto sicurezza’
varato nell’estate del 2008 e che prevedeva l’aumento di un terzo della pena
per i reati commessi da clandestini. “Era una norma dettata dall’odio
ideologico che il centro-destra prova per gli immigrati -sottolinea- del tutto
priva di senso logico e giuridico. La pena si commina in base al reato commesso
-dice Sonia Alfano- cosa c’entra lo status di clandestino con l’aver commesso
una rapina o uno scippo? L’aumento di pena deve sempre riguardare il reato
specifico, mi sembra ovvio. Per fortuna, malgrado l’operato di un governo
xenofobo -conclude- la nostra Costituzione è ancora in vigore e conta
qualcosa“. IM/de.it.press 10
Riunito il
Comitato permanente sugli Italiani all’estero. Si è parlato della riforma
dell’esercizio di voto dei connazionali nel mondo. Gli interventi del
presidente del Comitato Zacchera e dei deputati Razzi (Idv), Fedi (Pd), Porta
(Pd), Picchi (Pdl), Berardi (Pdl) e Garavini (Pd)
ROMA – La seduta di mercoledì del Comitato
permanente sugli Italiani all’estero della Camera dei Deputati si aperta con
l’auspicio del presidente del Comitato Marco Zacchera (Pdl) di “spunti e
valutazioni proficue sulle questioni affrontate nelle proposte di legge finora
presentate in Parlamento su materie di interesse per le comunità degli italiani
all’estero, a partire dalla riforma delle procedure elettorali per la
circoscrizione estero…
L’obiettivo del lavoro ora impostato – ha
aggiunto Zacchera - è quello di individuare al riguardo proposte ed indirizzi
condivisi dai gruppi presenti nel Comitato”.
Ha poi preso la parola il deputato
dell’Italia dei Valori Antonio Razzi che ha illustrato i vantaggi connessi
all’introduzione del voto elettronico, in relazione al quale egli stesso ha
presentato nei mesi scorsi una proposta di legge, e segnalato la necessità di
procedere alla abolizione delle preferenze nell’espressione del voto per
corrispondenza. Marco Fedi (Pd) ha rilevato la necessità, al fine di evitare
brogli elettorali, di un’equiparazione della disciplina che regola il voto
all’estero a quella attualmente vigente in Italia, fatto salvo il voto per
corrispondenza. Egli non si oppone alla possibilità del voto elettronico, pur
precisando che al momento l’ipotesi appare prematura e che “il voto all’estero
non deve essere il luogo per sperimentare eventuali innovazioni rispetto al
voto nazionale”. Fedi conclude annunciando la presentazione da parte del suo
gruppo di una proposta di legge sulla questione del voto degli italiani
all’estero, apprezzando l’indicazione di metodo evidenziata da Zacchera e
finalizzata alla verifica di un consenso bipartisan sulle principali tematiche
riguardanti le materie di interesse del Comitato.
Alle considerazioni di Fedi si è associato
anche il vice presidente del Comitato Fabio Porta (Pd), che ha sottolineato la
necessità di introdurre un sistema di registrazione degli aventi diritto per
quanto riguarda il voto per corrispondenza, nell’ambito di una riflessione che
tenga conto delle specificità, anche geografiche, dei singoli Paesi di emigrazione.
Guglielmo Picchi (Pdl) ha rilevato la
possibilità di un miglioramento delle procedure elettorali e ha concordato
sulla necessità di inserire in esse correttivi, quali la preventiva
registrazione al voto per corrispondenza. Pur guardando alla possibilità del
voto elettronico, “con particolare interesse”, anche Picchi, alla stregua di
Fedi, ha segnalato però la necessità di evitare “fughe in avanti rispetto alle
procedure nazionali”.
A favore del voto per corrispondenza anche
Amato Berdardi (Pdl), che ha richiamato in proposito l’esperienza statunitense,
in cui viene richiesta la registrazione degli aventi diritto garantendo
“procedure corrette e riduzione dei costi”, e Laura Garavini (Pd), che ha
inoltre manifestato apprezzamento per il metodo di lavoro seguito dal Comitato
e per la presenza alla seduta dei parlamentari della maggioranza.
Razzi (Idv), nell’approvare il richiamo
all’omogeneità delle procedure di voto nazionali e per la circoscrizione
Estero, con l’unica particolarità del voto per corrispondenza, ha precisato
come quest’ultimo debba essere “rigorosamente disciplinato per scongiurare
eventuali indebite interferenze”. Dal canto suo Fedi ha invece rilevato
l’opportunità di approfondire “in sede informale e tecnica” i temi sin qui sollevati.
Zacchera, concludendo la seduta, ha
annunciato la prossima presentazione di una sua proposta di legge sul voto
all’estero ed ha ricordato che tale materia rientra nelle competenze della
Commissione Affari Costituzionali della Camera. “In occasione dell’esame di
provvedimenti in merito, - ha precisato Zacchera - la Commissione Affari
Esteri sarebbe investita delle diverse questioni in sede consultiva”. (Inform)
Italia-Germania. Frattini a Berlino incontra il collega Westerwelle
Berlino - Linea
comune tra Italia e Germania nei confronti della posizione iraniana sul
nucleare, ma anche intesa sugli ultimi sviluppi mediorientali e sulle
prospettive di ricostruzione e riconciliazione in Afghanistan, oggetto di una
dichiarazione comune: e’ quanto scaturito dal colloquio che martedì il Ministro
Franco Frattini ha avuto a Berlino con il suo collega Guido Westerwelle.
‘’Sarebbe
opportuno – ha detto Frattini - che appena adottata la risoluzione, la comunità
internazionale lanciasse un appello formale all'Iran per tornare al tavolo dei
negoziati. Questo toglierebbe a Teheran ogni alibi". Sulla stessa linea di
Frattini il Ministro Westerwelle, secondo il quale "Teheran deve essere
trasparente, deve fare chiarezza. Abbiamo teso la mano ma non e’¨stata accolta.
Siamo pronti ai negoziati ma non possiamo accettare la destabilizzazione della
sicurezza perchél'arma atomica e’ contro il diritto internazionale. L'Iran può
usare l'energia atomica per usi civili e noi lo appoggiamo in questo ma non può
avere l'arma nucleare: e’ nell'interesse delmondo", ha concluso
Westerwelle. Quanto alla situazione in Medio Oriente Frattini ha detto che dopo
il blitz israeliano contro la flottiglia diretta a Gaza "abbiamo temuto
per una possibile sospensione dei negoziati di pace" in Medio Oriente. Ma
"la Lega araba ha mantenuto i suoi equilibri, evitando segnali negativi ed
il processo di pace va avanti. Chiudere i confini significa dare ad Hamas una
bandiera contro la pace", ha proseguito il capo della diplomazia italiana’’,
per questo dobbiamo "aiutare Israele a trovare una soluzione affinché,
seppur con i necessari controlli, le merci possano entrare a Gaza".
A proposito del
blitz Frattini ha ribadito l'esigenza di una inchiesta "trasparente e
completa" garantita dalla presenza internazionale che, ha spiegato,
potrebbe essere assicurata dal Quartetto per "garantire a tutto il
mondo" quanto accaduto. Anche su questo condivisione da parte del Capo
della diplomazia tedesca, che ha ribadito l'esigenza di "un'indagine imparziale"
con la presenza del Quartetto sottolineando che il blocco degli aiuti verso
Gaza "non e’ ‘’accettabile". Un'inchiesta non e’ "solo
nell'interesse della comunità internazionale ma anche nell'interesse di
Israele", ha aggiunto Westerwelle.
Una dichiarazione
congiunta sull’Afghanistan ha rafforzato la linea di comune intesa emersa nei
colloqui di Berlino tra Italia e Germania. Roma e Berlino – si afferma,
infatti, nella dichiarazione comune - "appoggiano il processo lanciato dal
Presidente Karzai" che punta ad aprire a tutti coloro che "tagliano i
ponti con i gruppi terroristici, rinunciano alla violenza e accettano la
costituzione afghana". Italia e Germania - si sottolinea -
condividonoinoltre la prospettiva di un "progressivo passaggio delle
responsabilità alle autorità afghane" e la necessità di considerare la
popolazione come "il centro di ogni strategia di sviluppo".
Roma e Berlino
salutano poi con favore i progressi verso un ruolo più efficace dell'Unione
Europea in Afghanistan, specialmente attraverso l'adozione del Piano d'Azione
Europeo e sono d'accordo nel ritenere che la missione di polizia europea possa
giocare un "ruolo cruciale" per rafforzare il settore afghano della
sicurezza contribuendo a creare una forza civile di polizia sotto il controllo
delle autorità afghane e in linea con gli standard internazionali. De.it.press
Interrogazione di Laura Garavini sulle relazioni diplomatiche con la
Germania
“Sui consolati il
Governo italiano apra una seria trattativa con le autorità tedesche”
“È preoccupante
osservare come il Governo Berlusconi – oltre a declassare a cittadini di serie
B migliaia di italiani nel mondo – stia inasprendo i rapporti con le autorità
tedesche, attribuendo loro presunte responsabilità per le chiusure di sedi
consolari in Germania”. Lo dice l’on. Laura Garavini (PD) che giovedì ha
presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro degli affari esteri “per
avere chiarimenti sullo stato delle relazioni diplomatiche tra le due nazioni”.
La deputata eletta
nella circoscrizione Europa ritiene “scandaloso l’atteggiamento del Governo che
non solo resta sordo alle unanimi proteste degli italiani all’estero rispetto
alle preannunciate chiusure di numerosi consolati, ma rischia su questa
questione di incrinare i buoni rapporti diplomatici tra Italia e Germania. Il
Governo infatti”, aggiunge la Garavini, “imputa a presunte riserve della
Germania la definitiva chiusura delle sedi di Amburgo, Mannheim, Norimberga e
Saarbrücken, mentre invece anche dopo le ultime dichiarazioni da parte italiana
diversi interlocutori tedeschi, ad esempio il Governatore della Regione
Saarland, Peter Müller, il deputato federale Michael Frieser e il Borgomastro
della città di Norimberga, Ulrich Maly, hanno ribadito la necessità di
mantenere sul territorio tedesco almeno uno sportello consolare”.
“Bisogna rivedere
il piano di ristrutturazione della rete consolare in Germania”, conclude la
Garavini, “riaprendo una seria trattativa con le autorità tedesche, volta a
individuare soluzioni alternative che non mettano a repentaglio i buoni
rapporti diplomatici con la Germania”. De.it.press
Tribunale di Lipsia: conoscere il tedesco è un prerequisito per i
ricongiungimenti familiari
Lipsia - Il
Tribunale amministrativo federale di Lipsia ha stabilito che per ottenere il
ricongiungimento familiare occorre possedere “adeguati strumenti linguistici”.
La sentenza è giunta a fronte della richiesta di visto presentata da una
cittadina turca che voleva raggiungere suo marito in Germania, la cui istanza
però è stata respinta poiché il
tribunale non ha ritenuto la coniuge in possesso di strumenti linguistici
adeguati all’inserimento nel Paese ospite.
Secondo i giudici,
infatti, disporre di una conoscenza base della lingua tedesca è prerequisito
ragionevole che favorisce l’integrazione, serve ad “evitare matrimoni forzati”
e non viola né le norme della Carta fondamentale federale né quelle del diritto
europeo.
“Le nozioni di
tedesco sono il presupposto per una partecipazione attiva e completa alla vita
sociale” ha commentato l’incaricata del governo per l’integrazione Maria
Böhmer. Centro Studi Palermo,
de.it.press
PD-Francoforte. Pacchetto anticrisi in Germania, una manovra socialmente
squilibrata.
Francoforte - Una
manovra economica da 80 miliardi di Euro in cinque anni è un intervento di
riduzione del debito federale imponente e drastica e non sempre di facile
composizione. Una manovra che però colpisce duramente le fasce sociali più
deboli, e non coinvolge per nulla i redditi alti e i consistenti patrimoni, è
semplicemente una manovra socialmente squilibrata. Questo non lo dicono solo le
opposizioni e i sindacati il giorno dopo l’annuncio del piano di risparmio
presentato dalla cancelliera Merkel, ma anche esponenti importanti della CDU,
come il Governatore della Regione Saar Peter Müller o il Ministro per le
questioni sociali del land Nord Reno Westfalia, Karl-Josef Laumann, ed altri
parlamentari della CDU e della cugina bavarese CSU.
Una
coalizione, quella conservatrice, nata 7 mesi orsono con il grande annuncio e
proposito di tagliare la tasse ai redditi medio-bassi e di operare una riforma
strutturale delle sovvenzioni inutili in alcuni settori dell’economia
che, con tali interventi di bilancio, non mantiene le promesse, anzi con questa
manovra le contraddice apertamente.
Tagli netti di
alcune prestazioni ai percettori delle indennità di disoccupazione di
lungo periodo- la così denominata Hartz IV - esclusi inoltre
da ora dall’assegno integrativo di famiglia, previsto dal 2007 per i genitori
che scelgono di rimanere a casa a crescere ed educare i figli nei primi 14 mesi
di vita del bambino. Tagliati i versamenti per la pensione a carico dello
stato per questa tipologia di disoccupati. Riduzione entro il 2014 di 15.000
posti nel settore pubblico, eliminazione dell’aumento già previsto della 13
mensilità, solo per citare alcuni riduzioni forti di spesa nel settore sociale
e del pubblico impiego.
Per non
parlare poi dei tagli parziali ad alcuni settori sovvenzionati dell’economia,
anche questi però senza un piano strutturale, ma a detta di molti solo lì dove
vi sarà meno capacità di opporsi alle riduzioni di spesa.
Non è del tutto
corretto poi quello che il governo afferma sulla partecipazione anche di
alcuni settori economici al risanamento del bilancio federale. La tassa
per la produzione di energia atomica, che i grandi gestori dovrebbero versare
allo stato nei prossimi anni, circa 2 miliardi di euro, non è altro che
una mossa del governo per prolungare il tempo di attività delle
centrali nucleari che dovrebbero chiudere nei prossimi cinque anni. Costi che
comunque saranno fatti ricadere sui consumatori con l’ aumento della bolletta
elettrica, mentre il governo non parla degli alti costi di bonifica dei siti di
stoccaggio del materiale nucleare, siti a rischio di inquinamento
ambientale.
Altro esempio è la
tassa sui voli aerei in partenza dagli scali tedeschi, balzello da applicare
urgentemente , ma che alla fine ricadrà sui consumatori, con l’aumento del
costo dei biglietti aerei.
Certo il capo del
governo Angela Merkel ha confermato che nei settori scuola e ricerca non ci
saranno tagli, anzi un investimento pari a 12 miliardi in quattro anni e la
necessità di una profonda riforma dell’esercito e delle spese militari.
Nel complesso
tuttavia bisogna dire che la manovra si delinea socialmente sbilanciata, i
redditi e i patrimoni alti e consistenti non vengono minimamente toccati. Il
rischio di una frenata interna dei consumi dei redditi medi e medio bassi non è
da escludere. Questo fa dire a molti analisti e commentatori politici che
la cancelliera rischia molto con questa manovra.
Si annunciano mesi
difficili per il governo e le opposizioni non saranno certo tenere con la
coalizione giallo-nera. Si prevede in Germania un' estate calda, anche
sul fronte politico e sociale.
Michele
Santoriello (Circolo PD Francoforte sul Meno), de.it.press
Norimberga. Le richieste di Comites e Associazioni alle autorità italiane
ed a quelle tedesche
Norimberga - Il
Comites di Norimberga, le associazioni italiane presenti nelle tre Franconie ed
il Gruppo di coordinamento per la salvezza del Consolato d’Italia, riunitisi il
6 giugno nella sede del Comites, hanno diramato una nota in cui si ricorda
l’intenzione da parte italiana di trasformare il Consolato d’Italia in
Norimberga in un’Agenzia consolare, che però non sarebbe accettata dalle
autorità tedesche, “con il rischio di pregiudicare un compromesso che gli
italiani qui residenti avevano ritenuto accettabile”. E questo perché “la comunità
italiana della Franconia aveva già dall’inizio compreso che – in una fase
difficile dal punto di vista economico e di tagli del bilancio statale – gli
italiani all’estero non possono accampare privilegi e chiedere trattamenti
speciali, ma hanno comunque un sacrosanto diritto a servizi consolari
accessibili”.
Quelle che seguono - così precisate nel
documento che porta la firma di Giovanni Ardizzone presidente del Comites di
Norimberga - le richieste del Comites di Norimberga, delle associazioni italiane
presenti nelle tre Franconie e del Gruppo di coordinamento per la salvezza del
Consolato d’Italia in Norimberga.
Alla parte italiana: la sospensione immediata
della delibera del Consiglio di Amministrazione del MAE del 14 maggio 2010
sulla chiusura definitiva del Consolato in data 14 maggio 2010, nonché la
celere ripresa di contatti con le autorità tedesche.
Alla parte tedesca: un’applicazione
flessibile, vicina ai cittadini e conforme al livello di integrazione
dell’Unione Europea, della Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni
diplomatiche e la presa di coscienza che i cittadini italiani in Franconia non
possono essere discriminati negando loro il diritto ai servizi consolari.
Il Comites di Norimberga, le associazioni
italiane presenti nelle tre Franconie ed il Gruppo di coordinamento per la
salvezza del Consolato d’Italia in Norimberga - così termina la nota - “non si
arrendono e continueranno la loro lotta per garantire agli italiani in
Franconia i loro sacrosanti diritti”. (Inform) 8
A Mainz il 19-20 giugno meeting delle Mci per i giovani
Mainz - Il 19 e il
20 giugno prossimo si terrà a Mainz nei locali del Willigis-Gymnasium un
meeting per giovani oltre i 16 anni dal tema: “Maestro buono cosa devo fare?”.
L’incontro è
promosso dalla Delegazione delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e
Scandinavia ed ha lo scopo di far incontrare insieme ragazzi e ragazze
impegnati anche dal punto di vista religioso nella nostra Comunità di altra
madrelingua.
Nel depliant di
iscrizione si esprime chiaramente a chi è rivolto il nostro invito. Sono
benvenuti tutti i giovani, italiani, tedeschi o di altra nazionalità, che
vogliono dialogare con il Signore, che non hanno paura di guardare nel loro
cuore, che sanno festeggiare con gli altri e che cercano di vedere la loro
posizione nella comunità cristiana in cui vivono.
Il programma
prevede l’accoglienza e la presentazione di vari gruppi, uno spettacolo
musicale su S. Francesco dal titolo “I Fioretti” promosso da un gruppo tedesco
e italiano di Ludwigshafen-Oggersheim, le fontane di luce e adorazione durante
la notte. Al mattino della domenica ci saranno testimonianze di giovani che
hanno fatto una particolare esperienza di fede e aiuto agli altri in Europa e
in Sud America. Il meeting si concluderà con la preparazione e la celebrazione
della S. Messa insieme ai giovani. L. Donatelli, Migranti-press
La Festa della Repubblica a Monaco di Baviera
Il 2 giugno scorso
si è celebrato il 64. Anniversario della Fondazione della
Repubblica
Italiana nei giardini della Sede del Consolato Generale d'Italia di Monaco di
Baviera. I numerosi ospiti, quest'anno hanno dovuto prendere posto sotto alcuni
padiglioni a causa di un'insistente pioggia che, peraltro, non ha arrecato
gravi disagi agli intervenuti, a parte qualche lieve danno alle
eleganti calzature di alcune gentili signore.
Alle 19.00 circa,
subito dopo una breve introduzione da parte del Console Dr. Cavagnoli, che ha
presentato la serata, ha preso la parola il Console Generale e Ministro
Plenipotenziario Dr. A. Chiodi Cianfarani, che ha iniziato il suo discorso
salutando in tedesco le autorità e gli ospiti presenti, a cominciare dal
Rappresentante del Governo Bavarese, Segretario di Stato per la Cultura
ed Istruzione Pubblica, Dr. M. Huber e i Parlamentari presenti.
Il Console
Generale ha indirizzato pure un saluto di benvenuto ai Sindaci di alcune città
e così pure alle autorità statali e comunali presenti, tra cui il Presidente
del Tribunale Amministrativo Bavarese, e alcuni Capi di Polizia statali e
comunali. Altri saluti sono stati inoltre indirizzati dal Ministro ai
rappresentanti delle Chiese: Ortodossa, Evangelica e Cattolica e al Direttore
della Fondazione dei Luoghi della Memoria Bavaresi. Il Ministro ha dato il benvenuto
anche a tutti i Colleghi del Corpo Consolare e agli altri Corpi Consolari
presenti.
Continuando il suo
intervento in italiano il Console Generale ha salutato poi gli ospiti italiani,
cominciando con il Presidente del Comites di Monaco di Baviera, Dr. C. Cumani e
il l'intero Comitato e continuando con la Presidente della Camera di Commercio
Italiana di Monaco, il Direttore dell'ENIT di Monaco, i Corrispondenti
Consolari, i Presidenti delle Associazioni degli Italiani e i loro membri.
Altri saluti sono stati rivolti pure ai rappresentanti degli Enti Gestori e dei
Patronati, e così pure ai cittadini italiani dell'Ufficio Europeo dei Brevetti,
dell’European Southern Observatory, della NETMA, della NATO School di
Oberammergau ed ai ricercatori italiani in servizio presso gli istituti
di ricerca tedeschi presenti a Monaco. E a tutti i concittadini che vivono ed
operano in Baviera.
Il Ministro ha
continuato poi il suo intervento, rinnovando il suo augurio a tutti i cittadini
italiani per la festa del 2 giugno e citando Il Presidente
Napolitano: "Una giornata particolare, occasione per affermare in
modo sempre più maturo la nostra identità nazionale, unitamente all’orgoglio
per il nostro Paese. È solo rafforzando la comune identità e
l’effettiva coesione del Paese, che l’Italia può mettere a frutto le sue
potenzialità e far valere – nel nuovo contesto globale – il suo contributo di
nazione indipendente e pienamente partecipe del concerto delle nazioni
europee".
Il Dr. Cianfarani
ha parlato poi delle prossime celebrazioni del 150. anniversario della
fondazione dello Stato Unitario e dei forti legami che legano la Baviera
all'Italia da sempre, in particolare della Mostra "Bayern Italien
2010" e dello sforzo intellettuale e finanziario sostenuto dal Governo
Bavarese. Ha ricordato pure i centomila italiani che vivono in Baviera,
"una comunità ben integrata sul piano sociale e professionale e come tale
percepita dai tedeschi". Una comunità di italiani che si distinguono in
molti importanti settori: dall'economia alla medicina, dalla ricerca alla
cultura; ma che assiste con apprensione agli insuccessi scolastici di molti
alunni italiani. Problemi che stanno a cuore, sia alle autorità bavaresi, sia
agli organismi consolari e che vengono e verranno puntualmente studiati e
appianati da commissioni paritetiche appositamente costituite.
Prima di
concludere il discorso il Ministro ha annunciato inoltre il significato che
assumerà la prossima visita del Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano; una visita che suggellerà "al massimo livello istituzionale il
legame fra la Baviera e l'Italia" e che onorerà i cittadini italiani che
vivono in Baviera e la sua persona in qualità di Rappresentante dello Stato in
questo Land.
Infine, dopo aver
ringraziato in tedesco i numerosi ospiti presenti "trotz des
Wetters", per l'attenzione dimostrata, dopo aver ricordato ancora una
volta l'amicizia tra i due Paesi e aver augurato un buon proseguimento della
serata, ha passato la parola al Segretario di Stato Dr. M. Huber, che, puntualmente,
ha confermato i temi trattati dal Ministro.
Nel corso
della serata tutti i convenuti hanno avuto modo di fare la
conoscenza di altri ospiti presenti o di incontrarsi con amici, colleghi
e conoscenti. E la festa, allietata da uno squisito e variegato buffet, si è
protratta ancora per alcune ore a dispetto dell'insistente pioggia.
Per il servizio
foto: http://www.grasso.altervista.org/2.giugno.2010/Festa.2.htm.
Fernando Grasso,
de.it.press
Concerto di beneficenza del coro Farnesiano di Piacenza a Stoccarda e
Reutlingen
Stoccarda - Con
l’esecuzione di brani di Monteverdi, Palestrina, Scarlatti, Cimarosa, ma anche
di Brahms e Johann Sebastian Bach, il noto coro polifonico Farnesiano di Piacenza
ha risposto all’invito della giovanissima associazione degli emiliano-romagnoli
di Stoccarda di non dimenticare la tragedia che ha devastato Haiti. Il nobile
gesto non ha scosso sufficientemente le coscienze della nostra collettivitá
residente nel capoluogo svevo. Piú forte la partecipazione a Reutlingen.
La concattedrale
Sankt Eberhard, situata nella centralissima Königstrasse, avrebbe potuto
contenere senza dubbio un numero decisamente maggiore di quel centinaio di
persone intervenute. Tuttavia i presenti hanno potuto godersi 90 minuti di
polifonia di altissimo spessore vocale. Il programma, costituito da canti di
celeberrimi compositori italiani e tedeschi, ha abbracciato un arco di tempo di
4 secoli di polifonia: dal 1515 al 1976.
La grazia vocale
delle diverse esecuzioni di mottetti di musica sacra è penetrata nella pelle ed
é riuscita a stimolare la partecipazione dell’attento ascoltatore alle emozioni
e alla passione interpretativa dei 25 cantori, magistralmente diretti dal
Maestro Mario Pigazzini.
Lo studioso del
“cantar leggendo” dirige il Farnesiano dal 1981. Pigazzini, che si è diplomato
al conservatorio di Piacenza in Musica corale e direzione di coro, da anni è
impegnato in corsi di aggiornamento e convegni per insegnanti e maestri di
coro. Questa passione di ricerca didattica e di insegnamento gli è stata
trasmessa dal fondatore del Farnesiano, Roberto Goitre, deceduto
improvvisamente nel 1980. Una delle chiavi del successo del coro é proprio
l’avvio al canto attraverso corsi di propedeutica musicale per bambini di 5
anni e di alfabetizzazione per voci bianche e per adulti.
Il percorso
didattico si rende indispensabile per acquisire la consapevolezza di una buona
tecnica di utilizzo della voce.
Il coro ha 34 anni
di vita e sembra godere di buona salute. Nonostante la frenesia della vita
odierna, l’attività canora non conosce la recessione. I concerti, in Italia
come all’estero (Ungheria, Germania, Francia e Svizzera) sono uno stimolo al
confronto e allo scambio.
Ed è quanto
avviene da diversi anni con la città di Reutlingen. “La bellezza di questa
realtà amatoriale – sostiene Pigazzini – si svela nella passione e nello
stupore che illuminano un percorso che può permettersi di bastarsi a sè stesso
senza la necessità di approvazioni esterne”.
Altri particolari
e brani nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6484186/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/v2wsu1/index.html
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana, de.it.press
Delegazione Mcl a Francoforte, Limburgo, Colonia
Costalli,
Inchingoli e Sciacqua in Germania, “per un’Europa che avvicini i popoli”
La delegazione ha
affrontato i temi dell’integrazione europea, della crisi economica, le
difficoltà dei lavoratori italiani in Germania
ROMA - Tre giorni in Germania (Francoforte,
Limburgo, Colonia) per il presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo
Costalli, accompagnato dal segretario generale Tonino Inchingoli e da
Piergiorgio Sciacqua, presidente del Consiglio nazionale MCL. Nei vari incontri
- ecclesiali, sociali, politici – la delegazione Mcl ha affrontato i temi
dell’integrazione europea, della crisi economica, le difficoltà dei nostri
lavoratori in Germania.
Al centro dell’incontro con il direttivo Mcl
Germania i rapporti con KAB e CDA, la crescita dei servizi, in primis del
Patronato SIAS, l’espansione del Movimento con l’apertura della nuova sede a
Colonia.
“L’Europa che vogliamo costruire - ha
affermato Costalli a conclusione della visita - è un’Europa che avvicini i
popoli e le Nazioni, che tenda a unificarli mantenendo la ricchezza delle loro
tradizioni religiose e culturali e diventando così centro di irradiazione di
valori universali, a cominciare dai diritti umani. Parlare delle tradizioni
religiose e culturali non vuol dire rivolgersi al passato, ma cogliere il nesso
tra religione e democrazia. Il valore delle tradizioni europee non va ricercato
con la nostalgia in una storia che si è già compiuta: è vivo e attuale nella
fede e nei costumi dei popoli d’Europa. In Germania protestantesimo e
cattolicesimo costituiscono le due anime spirituali e culturali del Paese, che
è stato diviso per oltre quarant’anni e ha ritrovato l’unità anche grazie
all’impegno degli uomini migliori delle sue tradizioni religiose”, ha concluso
Costalli. (Inform 7)
In corso a Monaco di Baviera la terza edizione del "Forum
Italo-Tedesco Energia Solare"
Monaco di Baviera
– In occasione della fiera Intersolar di Monaco di Baviera (9-11 giugno 2010),
maggiore salone europeo di fotovoltaico, energia solare termica e architettura
solare, si tiene la terza edizione del "Forum Italo-Tedesco Energia Solare"
organizzata dalla Camera di Commercio Italiana Monaco di Baviera e da
DEinternational Italia Srl. Il forum si propone di fornire una panoramica sulle
novità e potenzialità del mercato italiano, approfondendo tematiche quali
incentivi pubblici, strumenti finanziamenti, procedure autorizzative e
allacciamento alla rete ed offrendo così un’importante piattaforma di contatti
tra operatori del settore di entrambe i Paesi. L’evento si inquadra, inoltre,
all’interno del progetto di rete sostenibilità ambientale al quale partecipano
18 Camere di Commercio Italiane all’estero.
Attualmente
l’Italia si classifica tra i mercati più importanti ed attrattivi in Europa nel
settore dell’energia solare. Grazie al sistema d’incentivazione pubblica e dati
i costi energetici tra i più alti in Europa la domanda italiana di tecnologie
per l`utilizzo di risorse alternative è aumentata costantemente negli ultimi
anni. A livello internazionale la Germania si colloca al primo posto per la
quantità di potenza fotovoltaica installata: solo nel 2009 sono stati
installati nuovi impianti per una potenza di ca. 3,8 GW raggiungendo una
capacità complessiva di ben 9,8 GW.
Con un fatturato
complessivo di oltre 10 miliardi di Euro, l’intera industria solare tedesca
conta ad oggi oltre 15mila imprese tra produttori, subfornitori, distributori e
installatori, che offrono complessivamente circa 80.000 posti di lavoro. Alla
grande crescita degli ultimi anni che ha portato la Germania ai vertici
internazionali in questo settore ha contribuito soprattutto il sistema di
incentivi del governo tedesco tra cui si annoverano la “Legge sulle energie
rinnovabili” (EEG), presa poi a modello da molti Paesi europei come l’Italia,
nonché i diversi programmi di finanziamento a lungo termine a tasso agevolato e
i numerosi programmi di ricerca e sviluppo. Gli operatori tedeschi, leader
nelle tecnologie solari, stanno mostrando sempre maggiore interesse allo
sviluppo di nuove sinergie e partnership con le imprese italiane del settore.
(aise, de.it.press)
Berlino. La Puglia all’Ila-Berlin Air Show (8-13 giugno)
Berlino - Il
sistema aerospaziale pugliese continua a volare nel mercato internazionale.
Dopo il recente scalo a Montréal, in occasione della business convention
Aeromart, la Regione Puglia, Assessorato allo sviluppo economico e innovazione
tecnologica, con il supporto operativo dello Sprint Puglia, accompagna una
delegazione di piccole e medie imprese aderenti al Dap, Distretto Aerospaziale
Pugliese, allo “Schönefeld Airport” di Berlino per partecipare, all’Ila
(Internationale-Luftfahrt-Asstellung) – Berlin Air Show, in corso fino al 13
giugno
Nell’anno del suo
centenario, l’Ila - Berlin Air Show, il principale evento europeo, a cadenza
biennale, dedicato al settore aerospaziale, si propone come un rilevante punto
d’incontro tra domanda e offerta nei settori: aviazione commerciale;
aerospazio, difesa e sicurezza; componentistica, motori e materiali. Durante la
più recente edizione, quella del 2008. ha fatto registrare la partecipazione di
oltre 1.100 imprese e la presenza di oltre 240 mila visitatori provenienti da
37 Paesi.
Quest’anno, per la prima volta, la Puglia è
presente all’evento tedesco con un proprio spazio espositivo nell’area dedicata
all’ISC (International Suppliers Center), salone dedicato alla subfornitura
aerospaziale ideato per favorire le occasioni d’incontro tra fornitori
appartenenti a piccole e medie aziende e grandi committenti non solo europei.
“Questo evento – ha detto la vice presidente
della Regione e assessore allo sviluppo economico Loredana Capone – rappresenta
un’importante vetrina per gli operatori pugliesi dell’aerospazio, che grazie
alla partecipazione diretta alla borsa degli affari prevista durante la manifestazione,
avranno la possibilità di far conoscere ad un ampio pubblico le proprie
potenzialità di sviluppo, rafforzando ulteriormente la posizione internazionale
della Puglia in questo settore. La Germania – ha spiegato Capone - è per la
Puglia un partner commerciale di lunga e consolidata tradizione. In particolare
nel settore dell’aerospazio la Puglia nel 2009 ha visto aumentare le proprie
esportazioni verso la Germania del 41,2% rispetto al 2008. Questa performance
potrebbe essere ulteriormente migliorata proprio grazie alla partecipazione
della Puglia al Berlin Air Show”.
Lo “Spazio Puglia” si sviluppa su una
superficie di circa 120 mq ed è allestito in modo da ospitare un’area
istituzionale destinata alla promozione del “Sistema Puglia” e alla diffusione
di notizie riguardanti l’esperienza maturata dalla Regione nella gestione di
politiche e misure tese a incrementare la competitività del settore e un’area
dedicata alla partecipazione imprenditoriale, caratterizzata dalla presenza di
box personalizzati, dove i rappresentanti del distretto e i singoli
imprenditori pugliesi potranno incontrare, grazie all’attività di ricerca e
selezione a cura della Camera di Commercio Italiana in Germania in
collaborazione con lo Sprint Puglia, i loro partner. Ricchissimo il programma
ufficiale dei seminari di aggiornamento e dei workshop dedicati agli operatori
commerciali e ai rappresentanti delle delegazioni istituzionali accreditatisi
all’evento. (Inform)
Ila-Berlin Air Show. Il Distretto aerospaziale lombardo si presenta alla
comunità internazionale
Berlino. - Il
vicepresidente della Regione Lombardia, Andrea Gibelli, e l'assessore alle
Infrastrutture e Mobilità, Raffaele Cattaneo, sono intervenuti mercoledì alla
presentazione del Distretto aerospaziale lombardo alla comunità internazionale.
La prima uscita
pubblica oltre i confini è avvenuta all'ILA Berlin AirShow, una delle più
importanti rassegne fieristiche mondiali del settore in corso nella capitale
tedesca. Nell'occasione l'assessore Cattaneo ha anche annunciato l'obiettivo di
inaugurare entro un anno il primo collegamento con elicotteri di una nuova rete
di trasporto regionale.
"Due anni
fa", ha affermato il vicepresidente Gibelli, "si parlava di finanza,
ora si è tornati a parlare di industria e, in questo caso, della Lombardia come
del secondo produttore europeo di questo settore. Un ritorno ad argomenti
concreti che non posso che giudicare positivo. La realizzazione del Distretto
aerospaziale lombardo è la dimostrazione concreta che le grandi e le piccole
aziende possono costruire grandi progetti per vincere le sfide che si
presentano sul piano internazionale. Occorre del resto superare l'idea
dell'economia di scala come un limite alla proposta industriale
internazionale".
"La nostra
presenza qui", ha sottolineato l'assessore Cattaneo, "è un segno di
apprezzamento e vicinanza della Regione Lombardia alle aziende del settore per
quanto fatto per l'avvio del Distretto nel corso dell'ultimo anno. Quasi un
anno fa eravamo infatti al 48° Salone aerospaziale di Le Bourget e in quella
sede abbiamo presentato insieme l'idea del Distretto aerospaziale
lombardo".
Il riconoscimento
ufficiale del Distretto aerospaziale, ottenuto dalla Regione Lombardia nel 2009
(22 dicembre) è giunto attraverso il Bando Driade, che ha premiato il Network
dell'industria aerospaziale lombarda, individuato come una realtà economica in
grado di creare valore e occupazione per l'intero territorio.
Il Distretto
aerospaziale lombardo è composto da 185 imprese che contano 14.500 addetti con
un fatturato annuo di 3,8 miliardi (dati 2009) e rappresenta il 38% dell'export
dell'intero settore nazionale con un trend di crescita tra 2008 e 2009 che ha
toccato il 6,9%, mentre a livello nazionale nello stesso periodo è stato
toccato il -3,5%.
"Le aziende
di questo settore", ha continuato l'assessore Cattaneo, "possono dare
un notevole contributo alla mobilità sul nostro territorio. Penso in
particolare al progetto Vertipass per lo sviluppo del trasporto
elicotteristico". Dati dello studio Ambrosetti confermano che si tratta di
un mezzo di trasporto tutt'altro che d'élite: è stato stimato infatti che per
l'area Nord est d'Italia la possibile domanda di utilizzo (su tratte da 150-200
chilometri) è di circa 335mila persone. Una rete di eliporti potrebbe quindi
contribuire a connettere, appunto, "in rete" quelle parti del
territorio lombardo più periferiche, marginali o di difficile raggiungibilità,
potenziare le connessioni intermodali di ambiti particolarmente congestionati
(con priorità alla prossimità di autostrade o stazioni ferroviarie o ad
integrazione delle attività degli aeroporti esistenti), assicurare un
collegamento con punti strategici/sensibili sul territorio e/o con
caratteristiche di sovraffollamento in alcuni momenti/periodi dell'anno, come i
quartieri fieristici o gli stadi". "Per questo in qualità di
assessore alle Infrastrutture", ha continuato Catteneo, "ho promosso
un Tavolo di lavoro regionale sul trasporto elicotteristico al quale hanno
preso parte Infrastrutture Lombarde, Enac, Enav, Unioncamere, le società di
gestione degli aeroporti (Sea e Sacbo), Rete Ferroviaria Italiana, Ferrovie
Nord Milano, Fiera Milano e alcune società che si occupano di trasporto
elicotteristico, con l'obiettivo di approfondire le possibili tipologie di localizzazioni
opportune. L'obiettivo che ci poniamo", ha annunciato, "è di attivare
un primo collegamento entro un anno, individuando naturalmente i punti in cui
ciò è possibile, ad esempio partendo da quelle elisuperfici già esistenti
(eliporti o aeroporti minori), e redigere un Piano degli eliporti, mantenendo
naturalmente il confronto e l'ascolto dei principali interlocutori
coinvolti".
"Tale
attività di concertazione e collaborazione", ha concluso Cattaneo, "è
indispensabile per la realizzazione di una rete di trasporto elicotteristico
davvero efficiente che sia realizzata con la massima attenzione alla
sostenibilità ambientale e alla sicurezza di passeggeri, operatori e utenti in
genere e che possa anche concretizzarsi con alcuni collegamenti funzionali
all'Esposizione Internazionale del 2015". (aise)
Francoforte. Il Coordinamento donne all‘Avv. Rodolfo Dolce: a che punto
siamo con la sede?
Egregio Avv.
Dolce, Le saremmo grate se Lei potesse fornirci alcune informazioni . Si tratta
del mandato, che l’assemblea del Com.It.Es Le ha conferito, secondo quanto
scritto nel verbale della seduta del 5. dicembre scorso, a proposito di una
sede per le associazioni a Francoforte. Dato che Lei si era offerto di prendere
informazioni sulle possibilità ed i costi di questa eventuale trattativa,
considerando la preesistente offerta della Casa di Cultura nella
Adalbertstr.36A, ci rivolgiamo a Lei per saperne di più.
La questione è
importante non solo per il Coordinamento Donne, che, avendo considerevolmente
ampliato le sue attività, avrebbe bisogno di un luogo per le consultazioni che
offre alla comunità, ma anche per le altre associazioni, della cui richiesta ci
siamo già fatte promotrici nella lettera al Com.It.Es. del 18.06.2009. In una
riunione recentemente svoltasi è stata ribadita la stessa esigenza.
Certe del Suo
interessamento Le inviamo cordiali saluti,
Liana Novelli e
Antonella Rossi (Coordinamento Donne)
Berlino. I prodotti agroalimentari calabresi alla Festa della Repubblica in
Ambasciata
Berlino - Grande
successo per i prodotti agroalimentari calabresi, di scena a Belino, in
occasione della Festa della Repubblica celebrata nella sede tedesca
dell’Ambasciata Italiana di Germania.
L’Ambasciatore
Michele Valensise ha espresso parole di apprezzamento per l’attività condotta
dalla sua "Regione d’origine" e si è detto "orgoglioso di poter
offrire ai propri ospiti i prodotti agroalimentari di eccellenza della
Calabria".
Alla
manifestazione hanno partecipato circa mille invitati, esponenti di rilievo
della comunità calabrese, ed importanti ospiti della politica e dell’economia
del Paese ospitante, che hanno assaggiato la millenaria cultura enogastronomica
calabrese.
L’Assessore
all’Agricoltua Michele Trematerra, dal canto suo, ha sottolineato che "la
presenza della Calabria all’importante vetrina, si inserisce in un progetto più
ampio che il Dipartimento ha avviato in Germania, presso le prestigiose sedi
Gourmet delle Galerie Kaufhof, blasonata catena di GDO tedesca".
Nel contempo, la
missione commerciale ha riguardato incontri con il capo buyer della catena
Kaufhof nella sede di Berlino per definire i dettagli della promozione
commerciale, inerente attività di conoscenza dei prodotti da svolgersi in
Calabria nel corso del 2010.
L’Assessore
Trematerra ha evidenziato la necessità di promuovere con maggiore incisività le
produzioni calabresi, esprimendo grande soddisfazione per il livello di qualità
dei prodotti. In particolare, l’Assessore ha voluto ringraziare le ditte che
hanno condiviso l’iniziativa. L’iniziativa commerciale continuerà con il
coinvolgimento di altre ditte selezionate con bando per arricchire il paniere
di prodotti calabresi in Germania. (aise)
A Francoforte presentati i vini romagnoli di qualità
Francoforte -
Giovedì 10 giugno, il giornalista ed esperto di vini italiani, Steffen Maus, ha
spiegato ad una pubblico selezionato di giornalisti ed operatori le
particolarità che contraddistinguono le molteplici varietà di Albana e
Sangiovese
L'Emilia Romagna
si estende da ovest ad est per 200 chilometri comprendendo paesaggi montuosi e,
collinari, pianure e coste marittime, i quali presentano un terreno ed
microclima specifico. A ragione della eterogeneità del territorio non sorprende
il fatto che questa regione produca una notevole varietà di produzioni
vinicole, tra cui primeggiano l’Albana e il Sangiovese.
Al fine di
presentare le caratteristiche di questi vini ed incrementare il loro grado di
notorietà a livello internazionale, la Camera di Commercio Italiana per la
Germania ha organizzato, in collaborazione con il Consorzio Vini di Romagna,
una degustazione concernente le diverse tipologie di Albana e Sangiovese.
Ieri dunque, presso
InCantina, il WineBar e Wineshop di Francoforte dedicato ai prodotti
emiliano-romagnoli, il giornalista ed esperto di vini italiani, Steffen Maus,
spiegato le caratteristiche di questi vini. Dopo la degustazione, i
partecipanti hanno presoo parte ad un pranzo a base di specialità tipicamente
romagnole, in grado di esaltare il sapore unico dei due vini della Romagna.
Per ulteriori
informazioni: Katjuša Peruzzi, tel. 069.97145261, kperuzzi@itkam.org. (IPN,dip)
Interventi. Non è peggiorata la cucina italiana in Germania
La lingua inglese
è la più usata ed è anche la più bistrattata, così come la cucina italiana. Gli
Inglesi ne sono ben fieri, non ci lamentiamo.
Non si può dire
che la cucina italiana in Germania sia peggiorata.
Gli spaghetti in
scatola in Germania ci sono sempre stati, ma anche quelli sono oggi migliori di
alcuni decenni fa.
Dovremmo invece
cercare di trarre profitto da questa grande ricchezza che abbiamo e
fortunatamente la maggior parte lo fa.
Per molti nostri
connazionali la cucina italiana ha portato lavoro e benessere e, anche se in
misura e in modo diverso, continua a dare posti di lavoro oggi più che mai
importanti.
Proprio come per
gli Inglesi la loro lingua bistrattata da tutti e soprattutto da noi Italiani.
Giuseppe Tizza, de.it.press
Mio figlio ha bussato alla porta dell’adolescenza!
Mio figlio ha
bussato alla porta dell’adolescenza! Un’esperienza entusiasmante, ricca di un
intricato groviglio di emozioni anche per me, che sono mamma, essere umano,
educatrice, ma che ho anche la fortuna di ricordare perfettamente il momento
incredibile che per me fu lasciare l’infanzia e svoltare l’angolo. No, non ho
cancellato quel lungo attimo dalla mia memoria, perché quell’attimo e la sua
intensa affermazione di vita, con tutta la turbolenza che porta con sé, hanno
segnato tutto il resto della mia vita. Io ho sempre ringraziato quella piccola
ragazzina in fondo sperduta in un mondo di cui non riconosceva consistenza di
scelte e valori per aver avuto il coraggio di accettare la sfida e viverla come
opportunità di ridefinizione della sua esistenza altrimenti votata alla mera
esecuzione di programmi scritti da altri; ed al suo struggente desiderio di
esistere a quei tempi ho dedicato i miei scritti, che allora uscivano
dall’anima sotto forma di poesie giovanili. Oggi leggo che le statistiche
parlano di un tragico aumento di casi di suicidi tra gli adolescenti;
depressione, alcool, droga, psicosi, violenza sono esperienze associabili a
giovani e fatti di cronaca…. Ma perché si parla di giovani solo quando le loro
scelte “in negativo” agganciano la nostra attenzione e ci fanno fermare a
discuterne? Non sarà proprio anche per questo che questi fatti terribili sono
in aumento? Sembra infatti che o i giovani si inquadrano ed accettano di
esprimersi secondo canali e criteri stabiliti per loro, oppure “deviano”: cosa
ci sta in mezzo fatto da loro ed a loro misura? La musica, i testi di qualche
canzone… ecco… Ma il mondo delle poesie silenziose che per qualche annetto
molti scrivono senza dirlo, le lettere, le riflessioni nascoste nei diari, i
disegni e chissà quant’altro… tutte quelle espressioni di sé che sfuggono sia
al mondo dei grandi che al mondo dei “pari”, chi le legge? Chi le guarda? Chi
ne sa qualcosa? ….
Io non voglio,
oggi, da mamma, avere solo paura delle cose che dice chi spesso non ha vissuto
gli aspetti creativi di quell’età, sottolineandone le valenze di rischio.
Certo, ci sono anche quelle: ma non ci sono “solo” quelle. Parliamone.
Intanto, parliamo
delle emozioni di un genitore: quelle emozioni che esistono dietro alla
contingenza dello scontro quasi quotidiano con figli in crescita nel pieno
della loro sentita urgenza di differenziarsi e distanziarsi da noi. E questo
per ricordare che esistono sfumature preziose che a volte passano inosservate
sotto la superficie battuta dai venti del quotidiano; sfumature che ti accorgi
di non avere colto quando ormai non ci sono più… un peccato… Vediamo se riesco
a fermare le mie: un giorno, forse, anche mio figlio leggerà queste righe e
capirà, dal punto di vista di una diversa maturità, quello che io, come madre,
ho provato.
Mischiato
all’entusiasmo di vedere un figlio crescere, io ho scoperto anche una sorta di
nostalgica tristezza… Succede anche a voi? In questi ultimi mesi, lo ammetto,
sorprendo i miei occhi indugiare sulle “vecchie” foto che hanno fortunatamente
“fermato” da qualche parte fuori dalla mia memoria il viso di un bambino
stupendo… stupendo per me, ovviamente, che gli sono madre… Non vorrei mai che
il tempo ci riportasse indietro, per carità: io ho vissuto ogni fase della sua
crescita tanto intensamente da non sentirmi in credito con il tempo che passa…
Questo non toglie che io sappia che, tra qualche anno, quel viso sarà
punteggiato dall’ombreggiatura della sua barba di adulto dietro alla quale
sfumerà il ricordo di quei lineamenti che sono stati i suoi per tanti anni…
Mai, prima d’ora ho sentito l’urgenza di guardarlo come si guarda un volto che
parte… Che fortuna, la fotografia, per noi genitori!!!... Che paura, pensare
che gli possa succedere qualcosa!!!...
Se dal groviglio
di queste emozioni metto in risalto la parte che guarda alle potenzialità del
futuro, ecco che l’entusiasmo fa capolino e mi spinge a cercare di indovinare
tra le cose che cambiano quelle che stanno definendosi per rimanere… Anche
questo gioco, che non gioca sul passato, ma sull’immaginosa previsione del
futuro, è pieno di sentimento: il sentimento di un genitore che si sente in qualche
modo a “metà strada” del suo grande impegno: questo figlio è cresciuto e ha già
percorso l’arco della sua infanzia, il primo ciclo è trascorso… un giorno
davvero si farà adulto…. E se prima questa realtà appariva solo teorica, ormai
diventa una sensazione che, sempre più concreta, si definisce davanti ai tuoi
occhi: ti ritrovi, infatti, con un essere umano che, se fino a ieri usciva
ancora cercando la tua mano in modo sempre più imbarazzato, incerto ed attento
a non farsi vedere dagli altri, oggi ti parla urlandoti dei “suoi amici”,
dicendoti “voi adulti, nati in un’età primitiva”… Certo, i ragazzi provocano e fanno talvolta
uscire dai gangheri…. Però, se proviamo a ricordarci di noi stessi, a
quell’età, o proviamo a comprare libri in libreria che testimoniano delle
esperienze di frasi, sguardi torvi, sfide apparentemente gratuite vissute da
tanti altri genitori come noi… ebbene, la cosa acquista un diverso spessore,
diventa “parte della vita”, “fase naturale”… e riesce a farsi, nell’attimo in
cui lo scontro si placa, anche un po’ buffa: davvero “il mio bambino” mi ha
dato della “primitiva”??? Ma non è ridicolo, assurdo, eppure… fantastico?
Chi ha paura di
scoprirsi “vecchio” se guardato con gli occhi di un giovane nel pieno della sua
esplosione di vita, ha vissuto in modo non soddisfacente il suo tempo: perché,
è vero, quando i figli crescono, indipendentemente dalle nostre apparenze, dal
punto di vista della loro straripante necessità di farsi spazio ed affermarsi
come i “nuovi giovani”, noi siamo i “vecchi”. E non si può aver rabbia con loro
per questo…. Il tempo passa per tutti, e passerà anche per loro.
Gli anni ’60, in
cui sono nata io, per lui sono dunque “età della pietra”: un’epoca “insulsa”, a
suo personale parere, dove non esistevano cellulari, videogames, facebook e
tutte quelle cose che io gli permetto a piccole dosi - “perché non hai l’età ed
un giorno, quando sarai padre anche tu, se lo sarai, la penserai esattamente
come la penso io!” gli dico seccata, alla fine, per troncare la polemica,
ovviamente utilizzando un linguaggio che so per lui ancora straniero….
Ora…non è che non
abbia sentito le sue affermazioni uscire dalla bocca dei ragazzini che
assistevo nelle scuole; non che non mi ricordi di averle dette o pensate pure
io… Ma solo ora che le sento da mio figlio, che ho visto neonato, e bimbetto, e
tenero delicato giocoso tesoro della mia vita, capisco pienamente quanto esse
davvero facciano parte di un copione che gran parte degli umani si trovano a
recitare senza sapere di non essere i soli…. Da quando questo copione esiste?
Esiste in tutte le
culture del mondo?
Ecco, essere
genitore è una grande fortuna, perché ti può coinvolgere (e sconvolgere) fino
al profondo, risvegliandoti sensazioni, ricordi, sentimenti che talvolta (dico
talvolta) i professionisti abituati a staccare l’esperienza personale
dall’attività lavorativa svolta secondo le direttive imparate sui testi di
studio lasciano riposare nell’oblio della propria anima; così, però, si rischia
di ergersi a “giudice” di chi, al cospetto del professionista, sa bene di
essere in una posizione di grande vulnerabilità. Certe professioni non
dovrebbero allora essere fatte con l’obiettivo di misurare l’umanità con il
metro dei libri o della propria “sapienza”, ma per verificare la funzionalità
di un’ipotesi di lavoro o di una tesi misurandola con la sua efficacia di
impatto e potenza di trasformazione sull’altro. E’ l’utenza, cioè, che misura
la nostra capacità professionale, mai il mero titolo…. In particolare, non c’è
nulla che possa agganciare un minore sfiduciato e sul “chi va là” sulla soglia
del mondo dei grandi più che la sensazione che chi gli/le sta di fronte gli/le
sta parlando in modo autenticamente sincero. E questa è un’età in cui un figlio
(o una figlia), di colpo, mentre gli/le racconti di un’esperienza, che so, di
solitudine vissuta a scuola ai tuoi tempi, ti dice: “Ti capisco”… e di colpo tu
vedi che lui, o lei, capisce davvero…. L’empatia non è un istinto che nasca con
il nostro corpo, dicono gli scienziati di oggi: cresce come capacità biologica
attivata e sviluppata dall’esperienza dell’incontro con gli altri.
A questo
proposito, vorrei sottolineare quanto alcuni nuovi indirizzi delle neuroscienze
abbiano da dirci per imparare a vivere questo periodo con i nostri figli in modo
un tantino più sereno, capendo quello che succede non solo nel loro corpo, ma
anche nel loro cervello, e proprio a livello di struttura di base in quanto a
capacità di pensiero più elaborato e di comportamento più conseguente. Rimando
il discorso al prossimo articolo.
Cristina Rocchetto
(consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it)
Sono evidenti e
palesamente ostili a qualsiasi rispetto delle elementari forme della democrazia
rappresentantiva i comportamenti assunti in questi giorni nelle aule
parlamentari dal governo e dai rappresentanti della maggioranza che lo
sostiente in materia di diritti all’informazione e quant’altro. I numeri
espressi dalla maggioranza, usati come una clava, concorrono a demolire la
struttura costituzionale sulla quale sono stati eretti gli assi portanti che
hanno saldato gli interessi dell’Italia e del suo popolo.
Questi
comportamenti sono gli aspetti piu deteriori di un determinismo che, da ormai
tanto tempo, anche per le politiche che riguardano gli italiani
all’estero, vengono fermamente messi in
discusssione dal Consiglio Generale degli Italiani all’estero, che nonostante
tutto sostiene la necessità di un ritorno al dialogo con chi ha la delega
governativa e le prerogative per attualizzare la presenza degli italiani
all’estero nel contesto nazionale.
Pur nelle
difficoltà in cui il CGIE è stato relegato dalla mancata riforma della legge
istitutiva, esso è riuscito ad aprire nuove prospettive di lavoro creandosi
nuove aspettative ed obiettivi per far avanzare i diritti delle comunità
italiane nel mondo. E lo ha fatto con i pochi mezzi e strumenti a sua disposizione.
Il nuovo
protagonismo delle giovani generazioni di italiani e di oriundi sparsi per il
mondo, la loro riscoperta di un sentimento comune e di vicinanza al nostro
paese alla vigilia del suo secolo e mezzo di esistenza; la conoscenza ed il
sapere di cui sono portatrici le nuove mobilità di professionisti ed
accademici, che si intrecciano con la solidarietà e con l’incessante
testimonianza dell’emigrazione tradizionale condotta con mano dalla proprie
associazioni, dai Comites e dal CGIE, sono già scesi in piazza a Francoforte e
lo faranno nelle prossime ore a Vancouver e tra alcuni giorni a Buenos Aires
per esigere il rispetto dei diritti della rappresentanza e della persona a cui
questo governo ha inesorabilmente pregiudicato il futuro.
Ai colleghi del
CGIE del Nord America ed ai presidenti dei Comites e delle associazioni
italiane che sono riuniti straordinariamente a Vancouver giungano,
intrepretanto il sentimento dei colleghi europei e dell’Africa del Nord, i più fervidi auguri di buon lavoro affinchè
le loro riflessioni e le loro proposte vadano ad arricchire, nel solco del
rinnovamento tracciato dal CGIE, l’iniziativa di cui tutti noi ci siamo fatti
promotori per aprire un nuovo percorso di promozione e di indirizzo alle
aspettarive dei tanti milioni di italiani che vivono il mondo.
Michele Schiavone,
segretario del PD-Svizzera, De.it.press
L’Italia oltre 60 milioni grazie all’immigrazione
ROMA - Sono
60.340.328 le persone residenti in Italia al 31 dicembre 2009, 295.260 in più
(+0,5%) rispetto alla fine del 2008, a causa delle migrazioni dall’estero che
s’indirizzano prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro. Sono i
dati che emergono dal Bilancio demografico 2009 pubblicato dall’Istat.
Rispetto al 2008
diminuiscono di poco le nascite, di parecchio le migrazioni dall’estero e i
trasferimenti di residenza interni. Le famiglie anagrafiche sono poco meno di
25 milioni mentre il numero medio di componenti per famiglia è pari a 2,4 e
stabile rispetto al 2008. In crescita la quota di stranieri, pari al 7% della
popolazione totale residente (6,5% nel 2008).
Secondo i dati
dell’Istituto di Statistica l’incidenza della popolazione straniera è molto più
elevata in tutto il Centro-Nord (9,8% e 9,3% nel Nord-est e nel Nord-ovest e
9,0% nel Centro), rispetto al Mezzogiorno, dove la quota di stranieri residenti
è solo del 2,7%. I bambini nati nel 2009 sono 568.857 bambini (7.802 in meno
rispetto all’anno precedente) mentre sono morte 591.663 persone (6.537 in più
rispetto all’anno precedente), quindi il saldo naturale è stato negativo con il
picco più alto degli ultimi 10 anni. Il saldo naturale è positivo nella
ripartizione Sud ma anche a Trento, Bolzano e in Veneto, Lombardia, Valle
d’Aosta.
Secondo l’Istat il
fenomeno dell’immigrazione straniera regolare ha favorito la crescita dei nati
stranieri, che risultano in forte incremento sul totale dei nati della
popolazione residente (dall’1,7% al 13,6%). In particolare, nelle regioni del
Centro-Nord si registrano valori percentuali di gran lunga superiori alla media
nazionale. Da diversi anni l’incremento demografico italiano deriva da un saldo
migratorio con l’estero positivo (6,0 per mille), mentre quello interno è pari
a 0,3 per mille. Secondo i dati a livello ripartizionale, la somma dei tassi
migratori interno ed estero indica il Centro come l’area più attrattiva (9,7
per mille); segue il Nord-est (8,8 per mille). Il Sud acquista popolazione a
causa delle migrazioni con l’estero, ma ne perde a causa delle migrazioni
interne, con il risultato di un tasso migratorio appena superiore all’1 per
mille.
Il “bilancio
demografico” nazionale presentato dall’Istat dimostra “ancora una volta come le
migrazioni dall’estero sono continuate anche nel 2009, portando altre 362.343
persone nel nostro Paese, contribuendo a un incremento di popolazione di
295.260”, ha commentato mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della
Fondazione Migrantes: il mondo dell’immigrazione è anche “un tassello
importante della crescita demografica del nostro Paese, raggiungendo il 20% del
totale delle nascite al Nord est e al Nord ovest. E’ importante - ha aggiunto -
non fingere di ignorare questi dati costruendo meccanismi di tutela sociale e
di cittadinanza che non lascino ai margini della città o ignorino il mondo
migrante”.
“Anche le città
più importanti - ha concluso il Direttore della Fondazione Migrantes - stanno
cambiando sulla base delle migrazioni. Tutti i grandi comuni del Nord e del
Centro vedono una crescita della popolazione, ad eccezione di Verona”.
(Migranti-press)
Olanda, vincono i liberali, la destra xenofoba terzo partito
I
liberal-conservatori di Mark Rutte, che si avvia a essere il primo premier
liberale dopo 100 anni, hanno vinto le legislative per un seggio. L'estrema
destra di Geert Wilders potrebbe restare fuori dal governo
L'AJA - Dopo un
testa a testa durato tutta la notte, i liberal-conservatori di Mark Rutte hanno
vinto le legislative in Olanda ma per un seggio soltanto, battendo i laburisti
dell'ex sindaco di Amsterdam Job Cohen.
L'estrema destra
xenofoba di Geert Wilders è il terzo partito, nonostante questo potrebbe
restare fuori dal governo. Con 24 seggi contro i 9 della scorsa legislatura
queste elezioni sono state un successo per il partito di Geert Wilders, che
vorrebbe la fine del flusso immigratorio dai Paesi musulmani e lo stop delle
costruzioni di nuove moschee. Con differenze così strette tra i partiti,
l'unica maggioranza solida si avrebbe con l'alleanza tra le due forze maggiori,
ovvero liberali e laburisti, assieme a democristiani e centristi, per quello
che già in passato è stato chiamato "governo di unità nazionale" o
"coalizione viola".
Per diverse ore
c'è stato un lungo testa a testa tra il Partito VVD, che ha puntato la sua
campagna elettorale sulla necessità di tagliare la spesa pubblica, e i Labour
(PvdA) di Job Cohen. A scrutinio praticamente finito - 411 seggi su 431 - i
liberali (Vvd) hanno conquistato 31 seggi sui 150 della Camera bassa, contro i
30 del partito laburista (Pvda). Spetterà dunque al loro leader Rutte prendere
l'iniziativa per formare la prossima coalizione di governo che lo vedrà
diventare il primo premier liberale dopo quasi 100 anni.
Alla luce dei
risultati le trattative non saranno semplici. I liberali di Rutte hanno un
programma incentrato su forti tagli alla spesa pubblica al fine di ridurre il
deficit pubblico, e prima del voto avevano assicurato che avrebbero formato il
governo entro il 1 luglio, senza "escludere alcun partito". Anche se
nessuno ne vuole parlare esplicitamente, insomma, la possibilità di un
coinvolgimento dell'estrema destra nel governo - al limite con un appoggio
esterno - resta una delle possibilità sul tavolo.
L'ipotesi di una
"grande coalizione", che metta insieme i liberali, i laburisti, gli
ecologisti (10 seggi) e i centristi di d66 (10), non viene ancora oggi scartata
del tutto, ma è altamente improbabile secondo Paul Scheffer, politologo
dell'università di Amsterdam: una coalizione simile significherebbe "un
governo di sinistra con con un primo ministro liberale, e con i liberali in
minoranza. Non penso che la faranno".
Le trattative
saranno "molto, molto difficili" ha detto a sua volta il politologo
Henk Van De Kok, dell'università di Twente. Il Pvv di Wilders "dovrà
essere preso in considerazione, e non potrà più essere ignorato", ha
detto. "Per formare la nuova coalizione ci vorrà più tempo di quanto Mark
Rutte pensi, prevedo che ci vorranno mesi. Non sarei sorpreso se avessimo un
nuovo governo per settembre o ottobre".
LR 10
Ma ancora una volta ha vinto Teheran
Alla fine il
Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei
confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la
prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile
efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno
appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione
della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più
fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza,
Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e
Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e
detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande
potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia
mondiale (come la Turchia).
Da un punto di
vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si
produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della
decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic.
Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e
India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio.
Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più
scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di
un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide
del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura»
l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft
power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a
Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.
Più in
particolare, desta scalpore la presa di posizione turca, perché costituisce
l’ennesimo strappo rispetto alla solidarietà atlantica e occidentale su un tema
quale la sicurezza collettiva degli Stati membri e i rischi a cui essa è
esposta dalla proliferazione nucleare e dalla perdita di prestigio degli Usa.
Ancorché la proliferazione non sia di stretta competenza della Nato, proprio il
documento elaborato il 17 maggio di quest’anno dal cosiddetto «Comitato dei
saggi» - costituito per ridefinire il nuovo «concetto strategico
dell’Alleanza», adeguandolo al mutamento dello scenario internazionale -
indicava nella proliferazione nucleare una minaccia maggiore, e nella capacità
della Nato di fornire risposte efficaci e condivise un test decisivo di
adeguatezza. A neppure una settimana dal pasticcio della «freedom flotilla», la
Turchia compie un altro passo che la colloca oggettivamente ai margini
dell’Alleanza e ne accredita la sempre più blanda appartenenza allo
«schieramento occidentale».
Tutto ciò accade a
meno di 24 ore dall’annuncio iraniano di voler impiegare proprie unità navali «civili»
in un nuovo pericolosissimo tentativo di forzare il blocco di Gaza:
un’operazione che salda, per mano iraniana, la vicenda di Gaza con quella del
programma nucleare di Teheran. Un incidente tra unità israeliane e iraniane al
largo di Gaza sarebbe di per sé già gravissimo, perché materializzerebbe lo
spettro israeliano di dover fronteggiare la possibile minaccia iraniana su due
fronti: in Libano attraverso Hezbollah, e a Gaza attraverso Hamas. In una
simile prospettiva la possibilità che Israele non decida un’azione contro
l’Iran prima che esso divenga una potenza nucleare dipende solo dall’efficacia
delle sanzioni approvate ieri. Ed ecco il secondo punto della nostra analisi.
Le nuove sanzioni non sono quelle che gli Stati Uniti auspicavano: erano il
massimo che si poteva ottenere, ma il massimo è probabilmente meno del minimo
necessario. Esse non colpiscono i veri interessi vitali dell’Iran
(idrocarburi), né impediscono all’Iran di aggirare i vincoli internazionali
vecchi e nuovi. Finora il governo iraniano ha dimostrato di essere disposto a
pagare (e far pagare al suo popolo) un prezzo economico alto in cambio di un
ricavo politico ritenuto maggiore. Se non si modifica tale trade-off (e non mi
pare che le nuove sanzioni lo facciano), Ahmadinejad non ha ragione di cambiare
politica.
È una lotta contro
il tempo, in cui le carte buone le ha l’Iran e il tempo gioca a suo favore. Tra
l’altro, sanzioni inefficaci non sono solo inutili, ma anche dannose, perché
fanno il gioco del regime, alimentando la mentalità da stato di assedio che lo
aiuta a radicalizzare il clima interno e massacrare le opposizioni (solo nella
giornata di ieri ci sono state 15 impiccagioni). Colpisce, infine, il fatto che
gli Usa sembra non riescano a capire se è possibile (e se conviene loro)
trasformare il proprio ruolo di protettori di un ordine mediorientale (sempre
più fragile) fondato sul predominio israeliano in quello di garante di un nuovo
ordine più equo e stabile, ma forse impossibile da raggiungere in queste
condizioni. VITTORIO EMANUELE PARSI
LS 10
Focus sui diritti umani in Iran un anno dopo le elezioni
Martedì nella Sala
del Mappamondo della Camera dei Deputati si è svolto un interessante seminario
dal titolo:”I diritti umani in Iran ad un anno dalle elezioni del giugno 2009”
Cosa è rimasto di
quelle grandi proteste, cosa è accaduto sul piano dei diritti umani e civili? A
queste domande vogliamo dare risposta avvalendoci soprattutto della presenza di
Amnesty International e di Iran Human Rights.
Sul piano politico
dobbiamo purtroppo constatare che le tensioni non sono diminuite, anzi
risultano accresciute; siamo oltretutto confrontati con le pretese di un regime
tanto oppressivo quanto spaventato sul suo futuro. Un Paese in bilico che
continua a predicare la rivoluzione affermatasi in teocrazia, e che vive
stretto nella morsa del regime di Ahmadinejad.
Cosa accadrà il 12
giugno, nel giorno dell’anniversario delle elezioni che avevano fatto
assaporare agli iraniani la gioia della libertà e di un inizio di rinascente processo
democratico? Probabilmente non avremo molte notizie: i siti internet e i blog
così attivi un anno fa sono stati neutralizzati e la stampa estera relegata ai
margini. Non sappiamo cosa conta ancora l’onda verde iraniana, ma sappiano che
una delle spinte propulsive della resistenza, quella delle donne di Teheran, ha
subito pesanti decapitazioni. Le donne che raccoglievano le firme per la parità
dei diritti sono in carcere, sono state processate, minacciate, licenziate e
sottoposte ad una sorveglianza oppressiva. La battaglia per la parità, iniziata
con tanto slancio quattro anni fa da donne di ogni ceto, religiose e laiche,
povere e ricche, si è arrestata.
La situazione
economica del Paese è sempre più difficile, con la disoccupazione in aumento
vertiginoso e la voglia di scappare all’estero di tantissimi giovani, a molti
dei quali è stata tolta la possibilità di proseguire gli studi nelle loro
università.
Una società
disorientata e in crisi morale come racconta il bel film “A proposito di Elly”
che l’anno scorso a Berlino ha vinto l’Orso d’Argento.
Nella
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 si afferma, all’art.
19, che “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di
espressione”. E all’art. 27 si afferma che “Ogni individuo ha diritto di
prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle
arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici”.
All’art. 19 del 16
dicembre1966, è stato ratificato dal Parlamento iraniano nel 1975 ed entrato in
vigore nel 1976.
Come si vede le
notizie che allarmanti che arrivano a ritmo crescente dall’Iran, lasciano
intuire una pesante discrepanza tra i patti firmati e i comportamenti posti in
essere di fronte a una moltitudine di gente, per lo più giovani, che hanno
manifestato per le strade della Repubblica islamica.
Qualcuno ha
scritto che l’adesione al Patto sui diritti civili e politici modifica in senso
nettamente positivo il comportamento dello Stato membro per quanto concerne la
tutela dei diritti in oggetto al Patto e lo dimostra il test fatto tra il 1976
ed il 1993 su 178 Paesi membri.
Pare che questa
tendenza non sia valida per alcuni Paesi come l’Iran che palesemente adottano
comportamenti in contrasto con gli obblighi volontariamente assunti sul piano
internazionale. Resta il fatto che purtroppo non esistono meccanismi
giurisdizionali volti a rendere effettivi questi obblighi assunti visto che
nell’ambito del Protocollo facoltativo al Patto sui diritti civili e politici
si prevedono solo comunicazioni da parte di singoli o altri Stati che segnalano
al Comitato per i diritti umani i casi di violazioni e la risposta si esaurisce
in “considerazioni”, da parte del Comitato stesso, rivolte allo Stato accusato.
Ma sicuramente ciò
assume un valore politico e può costituire premessa per la formazione di una
coscienza internazionale sui diritti umani. Un compito che è egregiamente
svolto dalle organizzazioni dei diritti umani anche mediante la redazione di
appositi Rapporti annuali. Essi possono costituire una base anche educativa al
valore dei diritti umani che sia realmente da stimolo per la costruzione di
relazioni internazionali amichevoli e proficue anche sul piano della politica
commerciale. Del resto è noto che da tempo l’Unione europea adotta una politica
della condizionalità nei rapporti commerciali consistente nel subordinare la
conclusione o la prosecuzione di accordi commerciali con i Paesi terzi al
rispetto dei diritti umani fondamentali, in piena sintonia con i contenuti del
trattato di Lisbona che dà rilievo al principio democratico dello Stato di
diritto ed al rispetto dei diritti umani fondamentali quali valori unificanti
degli Stati membri, tali da ispirare anche le relazioni internazionali ed in
esse quelle commerciali.
Sono convinto che
sia fondamentale favorire l’educazione ai diritti umani anche come prerequisito
per la pace, ponendo in particolare l’accento sulle pratiche di riconciliazione
in un’ottica di tolleranza e rispetto reciproco poiché ognuno è nel futuro
dell’altro.
Devo sottolineare
che nel corso degli anni il mondo ha imparato a riconoscere il significato
profondo dei diritti umani attraverso gli occhi di Amnesty International e
ritengo che dobbiamo essere tutti grati all’ottimo lavoro che questa
organizzazione ha svolto nel contribuire a ridurre alcune evidenti violazioni
perpetrate in varie parti del mondo, non da ultimo in Iran.
Penso, tuttavia,
che occorra ancora fare molto affinché si arrivi ad una inculturazione
dei diritti umani tale che essi possano costituire il quadro di riferimento nel
quale costruire lo sviluppo e la giustizia.
L’Organizzazione
Iran Human Rights, in quest’ottica, coinvolgendo gli iraniani sparsi nel mondo,
potrà svolgere un ruolo determinante per il bene del loro Paese.
Pertanto, credo
sia importante che la comunità internazionale manifesti solidarietà al popolo
iraniano, prevenendo il suo isolamento e favorendo il flusso di informazioni
chiedendo con forza alle autorità iraniane sia il rispetto della libertà di
aggregazione che di stampa nelle sue varie forme. Nella Commissione esteri
abbiamo molto a cuore la situazione dei Diritti umani in Iran come abbiamo
dimostrato sia attraverso l’attività istituzionale svolta, sia nell’impegno
politico di tutti i suoi membri.
Sono convinto che
è nostro dovere lavorare sul piano legislativo ma anche per l’affermazione di
una cultura dei diritti umani. Sul piano politico e diplomatico credo sia
fondamentale chiedere, assieme all’Unione europea, che l’Iran sia coerente
oltre che con i Trattati che ha firmato anche con la sua Carta costituzionale
dove all’art. 24 si garantisce la libertà di informazione e all’art. 26
si tutela la libertà di opinione politica nel quadro della repubblica islamica.
Credo che, in un
momento in cui è in gioco la trasformazione istituzionale dell’Iran da
Repubblica islamica a Stato islamico non democratico, come ha fatto notare
anche il noto filosofo islamista iraniano Soroush, sia importante valutare con
l’Unione europea l’opportunità dell’invio di osservatori internazionali con il
compito di riferire in sede ONU sull’accaduto.
In un quadro così
complesso dove la vita umana rischia di soccombere per la realizzazione di
disegni politici penso che le indicazioni che verranno da questo seminario
saranno utile strumento di lavoro assieme al rapporto che ci offrono Iran Human
Rights e Amnesty International”. De.it.press
Le nuove leadership una sfida per l'Europa
Pochi mesi fa
politici, economisti e mezzi di informazione hanno iniziato a discutere se fosse
finita o meno la crisi globale scoppiata nell’autunno 2008. I più pensavano che
il peggio fosse passato e che presto si sarebbe riavviata una crescita stabile.
Il nuovo giro di
turbolenze finanziarie ed economiche che ha colpito l’Europa ha colto di sorpresa
gli esperti, smentendo le previsioni frettolose di una fine della crisi. Ancora
una volta, i leader politici e gli esperti hanno dovuto rivedere le loro
ipotesi e i loro progetti.
In Europa questo
processo è particolarmente doloroso. Come il tracollo di una diga i problemi
che si sono accumulati per molti anni in un Paese, la Grecia, hanno causato una
frana che minaccia l’euro, il futuro dell’Unione europea e la ripresa economica
globale.
E’ un altro
richiamo alla interconnessione del mondo globalizzato. Per gli europei, questo
è un serio motivo in più per riflettere sulla natura e il ritmo di integrazione
del continente.
Non voglio unirmi
al coro del panico. Le voci sull’imminente scomparsa dell’euro gli sono
chiaramente esagerate. Ma è stato colpito duramente, e questo dimostra che la
moneta unica senza adeguati meccanismi di regolamentazione - politica ed
economica e fiscale - è estremamente rischiosa. Nell’euforia per l’allargamento
dell’Unione europea tali rischi erano stati sottovalutati. Ora, l’Ue si trova
ad affrontare il compito immediato di arginare la crisi e prevenirne la
diffusione ad altri Paesi.
La prossima sfida
è quella di sviluppare meccanismi per il controllo dei bilanci degli Stati
membri dell’Ue. Questo va al cuore del problema della sovranità. Non è affatto
certo che gli Stati si adatteranno a una tale violazione della loro «Sancta
santorum». E’ un problema politico importante, che porterà per certo a un
dibattito difficile e alla lacerante ricerca di un compromesso.
Vedo in questa
crisi il sintomo di una tendenza assai radicata e profonda che è pericolosa per
l’Europa e per il mondo. Il rischio è che l’Europa perda il suo ruolo di motore
economico, politico e culturale dello sviluppo globale - un ruolo che ha svolto
per almeno gli ultimi tre secoli.
Questi timori e
queste previsioni sul «declino dell’Europa» stanno diventando sempre più
diffusi, per diverse ragioni.
Molti Paesi del
Terzo Mondo, già assai indietro, stanno ora facendo enormi passi avanti nella
crescita economica. Con ogni probabilità ben presto rivendicheranno posizioni
chiave nell’economia mondiale, relegando sempre più l'Occidente a ruoli di
supporto.
Negli ultimi tre o
quattro decenni i prodotti occidentali hanno perso competitività nei confronti
delle merci prodotte in Oriente e in altre regioni in via di sviluppo. Non si
tratta solo più di tessile, abbigliamento e calzature; la concorrenza, con
successi via via maggiori ora avviene in campi come l’industria meccanica e
delle costruzioni navali, l’elettronica, la produzione di auto e di software -
settori in cui l’Occidente, una volta godeva di un virtuale monopolio.
Questo ha portato
alla fuga dei capitali e delle industrie dall’Occidente e a tassi di
disoccupazione persistentemente elevati in Europa - tassi aggravati ora dalla
crisi. Se continua così, l’Europa dovrà affrontare una crisi politica che
potrebbe compromettere la sua maggiore e storica conquista: la stabilità
democratica.
Aggiungete a
questo l’incalzante invecchiamento della popolazione europea. La percentuale di
cittadini in età lavorativa è in rapida diminuzione, presto potrebbero non
essere più in grado di sostenere la popolazione a riposo e, più in generale, lo
stile di vita a cui gli europei sono abituati.
Quindi, ci sono
tendenze che agiscono in profondità dietro le turbolenze economiche e fiscali
in Europa. Eppure i rimedi proposti fin qui riguardano per lo più la finanza
pubblica e una quantità di prescrizioni per «tagli dolorosi» di pensioni,
prestazioni sociali e altre spese di bilancio. E’ un percorso irto di pericoli.
Gli europei sono
scesi in piazza per protestare contro i forti tagli della spesa sociale. La
loro protesta è comprensibile. Sono convinti che la crisi non sia stata causata
dalle pensioni o dagli assegni sociali e danno la colpa al fallimento delle
politiche economiche e ai super-profitti e all’avidità di quelli che
percepiscono ancora enormi bonus e dividendi mentre la gente comune tira la
cinghia.
Né vi è una
soluzione rapida per i problemi demografici dell’Europa. L’afflusso continuo di
immigrati con mentalità, culture e religioni diverse coincide con l’aumento
della xenofobia ed è percepito come una minaccia all’identità nazionale.
L’Europa è messa
sotto pressione da tutti i tipi di problemi: quelli causati dal corso naturale
degli eventi e quelli che avrebbero potuto essere evitati. E le conseguenze,
politiche e non solo economiche, sono inevitabili. Una è la prospettiva che
altri centri di potere prenderanno la leadership nella comunità mondiale,
nazioni a cui molti europei guardano con rispetto ma anche con apprensione.
«Perdere l’Europa»
dovrebbe essere inconcepibile. Questo, temo, sarebbe una vera e propria - non
solo metaforica - fine della storia. Una storia a cui l’Europa, nonostante le
sue mancanze e tragedie, ha contribuito così tanto con i valori universali di
civiltà e cultura. Che tipo di Europa potrebbe riconquistare la leadership
mondiale? È tempo di pensare a costruire una grande comunità intercontinentale
da Vancouver a Vladivostok, con la piena partecipazione degli Stati Uniti e
Russia. Questa è l’unica possibilità per l’Europa di tornare a esercitare la
sua forza di stabilizzazione nel mondo.
Dopo la fine della
guerra fredda, gli europei ha fatto un errore enorme rifiutandosi di proseguire
sulla strada della piena integrazione con la Russia, che è e si considera parte
inalienabile di una Grande Europa.
Anche noi siamo in
parte da biasimare per aver «scollegato» la Russia e l’Europa. L’errore deve
essere corretto. Il processo di modernizzazione che sta iniziando in Russia
offre un’opportunità unica. La Russia sta avviando un vero e proprio cambio di
direzione. Sta abbandonando il modello economico basato sulla risorse,
riattrezzando le sue industrie e promuovendo i settori innovativi del business
che fanno leva sull’enorme potenziale intellettuale della nazione.
Come ho spesso
affermato, una modernizzazione tecnologica ed economica di successo richiede
una revisione delle strutture politiche e una accelerazione dei processi di
democrazia. Questo non indebolirà la Russia, come molti nel nostro Paese
temono. Aprirà nuove opportunità per progredire e per costruire una forte
comunità transnazionale che non cercherà il confronto con il resto del mondo.
Cercherà invece di consolidare il potenziale di Russia, Europa e Stati Uniti
per il bene di tutti.
Ora abbiamo
bisogno di un segnale chiaro da parte dei leader di Russia, Stati Uniti e
Unione europea che devono comprendere la necessità di un tale consolidamento.
Se lo fanno, dovrebbero iniziare a lavorare sulle specifiche di questo grande
progetto. MIKHAIL GORBACIOV LS 10
Chiuso l'ufficio dell'Unhcr in Libia. Il dramma dei rifugiati africani in
fuga
Decine di migliaia
di rifugiati non hanno più un punto di riferimento e si trovano nella
condizione di non poter proseguire il viaggio verso l'Europa, né di tornare a
casa loro. Laura Boldrini "S'è creato un vuoto" - di CARLO CIAVONI
ROMA - Gli effetti
della decisione delle autorità di Tripoli di chiudere l'ufficio dell'Unhcr in
Libia non potranno che essere drammatici per le migliaia di africani che ogni
giorno tentano di sfuggire dalla povertà, dalle guerre civili, dalla fame,
dall'assenza di diritti. La politica dei respingimenti del governo italiano, da
un lato, il fatto che la Libia consideri la presenza sul proprio territorio dei
rifugiati non altro che un reato di clandestinità, al quale comunque non
rispondere in nessun caso con l'asilo politico e, infine, la mancanza oggi
dell' unico punto di riferimento per migliaia di persone rappresentato,
appunto, dalla sede dell'Alto Commissariato dell'Onu, non fa che rendere
ancor più disumana la condizione dei rifugiati.
Una condizione
che, in fondo, accomuna le popolazioni africane della larga fascia
subsahariana, dove vivono circa 800 milioni di persone, il 13% della
popolazione mondiale, per la quale la scelta della fuga è l'unica possibilità
di sopravvivenza. Oltre tutto, nell'area orientale le crisi geopolitiche in
Etiopia e Somalia, non fanno che alimentare il flusso di profughi, così come
dall'altra parte, in Africa occidentale, dove il 40% della popolazione è stata
costretta nel corso del tempo ad abbandonare la sua terra d'origine. Fonti
dell'Onu ci dicono che sono 6 milioni e 350mila gli sfollati interni in Africa,
quasi la metà degli sfollati del mondo intero. L'Africa è il continente con il
maggior numero di persone che vive in condizioni di vita estreme, costrette a
trovare sistemazione, nell'80-90% dei casi, nelle baraccopoli. Una situazione,
dunque, destinata solo ad aumentare la pressione su tutti i paesi vicini.
L'Unione Europea
si è detta "preoccupata dall'impatto negativo" che potrà avere
questa decisione e mette in risalto come sia "molto importante che le
persone che hanno bisogno di protezione internazionale siano messe in
condizioni di riceverlo". Ad affermarlo è stato, a Bruxelles, la portavoce
dell'Alto rappresentante per la Politica estera dell'Unione, Catherine Ashton,
rispondendo ai cronisti durante il briefing quotidiano della Commissione
europea. "Preoccupazione" espressa anche da Cecilia Malmstroem,
commissario Ue agli Affari interni.
Tuttavia,
nonostante le preoccupazioni espresse, l'Unione Europea sembra lasciare aperto
il negoziato con la Libia per la firma di un Accordo di cooperazione. Sempre
ieri, infatti, si è concluso il settimo incontro dei tecnici dell'UE con i
colleghi libici che hanno portato alla firma di un "accordo preliminare"
in materia di sanità, cooperazione economica e politica, gestione dei flussi
migratori, educazione ed energia. Il documento- cioè il Programma Indicativo
Nazionale - quando verrà ratificato dai governi, diventerà operativo fino al
2013. L'ambasciatore Adrianus Koetsenrujter, che rappresenta l'UE in Libia
(anche se risiede a Tunisi) ha rivelato che "l'Unione Europea ha
stanziato 60 milioni di euro per questo accordo, che verserà alla Libia in
tranche di 20 milioni l'anno".
Laura Boldrini,
portavoce dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha detto
che "eravamo lì da 19 anni e se l'ufficio dellUnhcr rimarrà chiuso si
creerà un vuoto, perché i rifugiati non potranno né proseguire il loro viaggio,
né tornare a casa loro. Noi, con tutti i nostri limiti, quanto meno,
garantiremmo la loro registrazione e lo svolgimento dei colloqui per concedere,
o no, la protezione a quelle persone". Poi ha aggiunto: "questa
potrebbe essere un'occasione per l'avvio di una più stretta collaborazione tra l'alto
commissariato e le autorità di Tripoli, visto che finora la nostra presenza in
Libia non era mai stata formalizzata. Siamo dunque fiduciosi che si possa
rilanciare un dialogo con le autorità libiche e che quindi si possa tornare a
fare il nostro lavoro". LR 10
Crisi e ricerca: Roma taglia. Berlino investe
Berlino. Posto di
fronte alla necessità di dare il buon esempio e contribuire a stabilizzare sia
la moneta sia la stessa economia dell’Unione europea riportando in ordine i
conti pubblici, il governo tedesco di centrodestra guidato da Angela Merkel ha
varato una dura manovra di bilancio. La più dura del dopoguerra: 80 miliardi di
euro di tagli da qui al 2014 che incideranno molto sul welfare della Germania.
Roma, giugno 2010.
Posto di fronte alla necessità di dare il buon esempio e contribuire a
stabilizzare moneta ed economia dell’Unione riportando in ordine i conti
pubblici (molto meno in ordine di quelli tedeschi), il governo italiano di
centrodestra (più di destra che di centro, per la verità) di Silvio Berlusconi
ha varato una manovra di bilancio di portata analoga: 24,9 miliardi di euro in
due anni che incideranno molto sul welfare dell’Italia.
Ma le analogie tra
le due manovre si fermano qui.
Mentre, infatti, a
Berlino la mano severa di Angela Merkel taglia 80 miliardi di welfare da qui al
2014, l’altra mano, saggia, investe 13 miliardi di euro da qui al 2013 in
formazione e ricerca scientifica.
A Roma invece,
mentre la mano severa di Silvio Berlusconi taglia 25 miliardi di euro in due anni,
l’altra mano, sciocca, scarnifica ciò che resta della spesa in scuola, ricerca
e cultura. Solo la “moral suasion” del Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano ha evitato che Enti pubblici di ricerca e istituzioni culturali di
assoluto valore internazionale venissero soppressi con un tratto di penna
perché giudicati “inutili” dal nostro ministro dell’Economia.
La differenza è,
dunque, fin troppo evidente. A Berlino Angela Merkel e i suoi ministri non solo
hanno capito che in un Paese lungimirante tutto si può tagliare, tranne che il
futuro. Ma hanno capito anche che, se un Paese lungimirante vuole uscire più
forte dalla crisi, deve stringere un bel po’ di più la cinghia oggi per
investire sul sapere che porterà frutto domani. E il domani della Germania,
dell’Europa e del mondo sono la conoscenza e il capitale umano: la formazione e
la ricerca scientifica. Pubbliche.
A Roma Silvio
Berlusconi e i suoi ministri non solo pensano di fare cassa oggi raschiando il
fondo del barile della scuola, dell’università, della ricerca e delle svariate
altre forme di cultura e rinunciando al futuro. A Roma pensano anche che la
produzione di conoscenza sia un escamotage inventato da qualche fannullone per
guadagnare molto e faticare poco a spese dello Stato. E la tagliano con furia
iconoclasta.
La differenza tra
Berlino e Roma è tutta qui. E non è davvero poco. L’U 10
La legge dell’oscuramento. Il Senato approva il bavaglio
L’esperienza
storica italiana ci dimostra che per realizzare un mutamento di regime non è
necessario il ricorso alle ami o un moto insurrezionale. Nel secolo scorso una
maggioranza politica, che non si sentiva vincolata al rispetto della
Costituzione dell’epoca (lo Statuto Albertino), attraverso alcuni provvedimenti
legislativi approvati fra la fine del 1925 ed il 1926, conferì maggiori poteri
al Presidente del Consiglio, trasformandolo in Primo ministro, normalizzò la
magistratura espellendo i magistrati che si battevano per l’indipendenza del
potere giudiziario, cancellò le autonomie politiche e sindacali, sciogliendo i
sindacati e mettendo fuori legge i partiti politici di opposizione, realizzando
così un nuovo regime politico.
In questo scorcio
di secolo, l’anomalia istituzionale è rappresentata da una maggioranza
politico-parlamentare che non riconosce nessuno dei beni pubblici repubblicani
che la Costituzione ha istituito come tessuto connettivo per il nostro vivere
civile, a partire dal principio supremo dell’eguaglianza, mentre il suo capo
politico non ha vergogna di dichiarare pubblicamente che l’architettura
repubblicana dei poteri per lui è un inferno.
Superata la fase
delle leggi ad personam, concepite per tutelare l’interesse all’impunità di uno
o pochi imputati eccellenti, adesso siamo entrati in una fase in cui si mettono
a punto, attraverso la legislazione ordinaria, dei meccanismi idonei a
modificare il volto dell’ordinamento ed, in tal modo, determinare un mutamento
di regime.
La legge sulle
intercettazioni, che in questa settimana, arrivata in dirittura finale al
Senato, è stata blindata con la fiducia, non è una delle tante riforme del
codice di procedura penale che si sono avvicendate negli ultimi tempi con un
ritmo forsennato. E’ una riforma di sistema che, attraverso la compressione
della giurisdizione, incide sulla qualità della democrazia, sfigurandola.
Anche se le
modifiche dell’ultima ora ne hanno limato alcune delle punte più paradossali,
non è cambiata la natura del provvedimento, che, agendo su più fronti (quello
dell’opinione pubblica, quello delle tecniche e delle procedure di indagine,
quello del condizionamento dei magistrati), mira ad un risultato coerente ed
unitario: l’oscuramento della verità.
La democrazia è un
organismo che gode di una salute fragile. E’ insidiata da molte patologie,
sempre in agguato. Gli anticorpi per contrastare le patologie che aggrediscono
la vita di una comunità organizzata in Stato si trovano all’interno dei
meccanismi di controllo, sia politici che istituzionali, che compongono la
trama dell’assetto democratico dell’ordinamento.
Il principale
meccanismo politico è rappresentato dal controllo dell’opinione pubblica. Il
principale meccanismo istituzionale è rappresentato dal controllo di legalità
esercitato dall’autorità giudiziaria.
Entrambi si
agevolano e si rafforzano a vicenda. L’attività giudiziaria, se non fosse
sottoposta alla conoscenza ed al controllo dell’opinione pubblica, potrebbe
degenerare, perdendo efficienza ed imparzialità. Ugualmente l’opinione
pubblica, se non venisse alimentata dalla conoscenza dei fatti che solo
l’autorità giudiziaria può fare emergere, non potrebbe svolgere nessuna
funzione di controllo.
L’esercizio della
giurisdizione penale ha la funzione di incidere, con il bisturi, sulle
patologie più gravi che affliggono la convivenza civile e che aggrediscono la
vita, la libertà ed i beni dei cittadini. Il contrasto alla criminalità, prima
ancora che attraverso l’irrogazione delle sanzioni, avviene attraverso il
disvelamento delle trame, facendo emergere alla luce del sole quei misfatti che
si sono sviluppati in modo occulto.
La conoscenza
delle patologie sociali è la medicina che ne consente la guarigione, attivando
i meccanismi di reazione. L’attività di indagine che compie la polizia, sotto
la direzione dell’autorità giudiziaria, mutatis mutandis, è simile alle
indagini diagnostiche che vengono fatte negli ospedali per conoscere lo stato
delle patologie che pregiudicano la salute del paziente.
E’ evidente che un
surplus di TAC o di risonanze magnetiche, oltre che gravare eccessivamente di
costi la sanità, può essere controproducente rispetto alle esigenze di cura.
Così è evidente che, nel campo giudiziario, i mezzi di indagine che incidono
sulla privacy, conformemente al dettato costituzionale, devono incontrare i
limiti fissati dalla legge e dall’intervento di un giudice imparziale.
Ma è possibile
concepire un intervento legislativo che invece di agevolare l’efficienza
dell’azione di contrasto alla criminalità, cioè la cura delle patologie
sociali, miri, al contrario, a smantellare la capacità investigativa degli
inquirenti, togliendo dalla cassetta degli attrezzi della polizia quegli
strumenti di indagine (non solo le intercettazioni) che la tecnologia ha messo
a disposizione della ricerca della verità?
Il contrasto alla
criminalità non è un bene disponibile da parte delle maggioranze parlamentari. Per
quanto l’esercizio della giurisdizione penale abbia un carattere odioso per la
sua natura coercitiva, essa è posta a presidio di beni pubblici: la vita, la
salute, la libertà, l’erario, che non possono essere dismessi. Non si può
lasciare impunito l’omicidio per non violare la privacy dell’assassino e del
suo entourage.
Lo stesso discorso
vale per la corruzione e lo sperpero dei fondi pubblici, il traffico di droga,
le rapine in banca, gli abusi sui minori e le altre gravi patologie che
affliggono la nostra vita quotidiana. La legge dovrebbe agevolare la ricerca
della verità. Invece la riforma delle intercettazioni, vietando o ostacolando
gravemente l’attività investigativa, persegue tenacemente lo scopo opposto:
l’oscuramento. Fino al punto da oscurare persino il giudice che procede.
Attraverso il
divieto, benché attenuato nell’ultima versione, di pubblicazione del nome e
dell’immagine del giudice, non si realizza soltanto la vendetta postuma contro
Falcone e Borsellino, si modifica la natura dell’attività di iuris-dicere,
applicando una maschera per rendere invisibile il volto del giudice, come
accadeva nei processi dell’inquisizione. In questo modo si intacca anche il
bene pubblico della trasparenza nell’esercizio delle funzioni pubbliche.
Per questo ci
troviamo, pertanto, di fronte ad una riforma di sistema che modifica
profondamente la natura dell’ordinamento, come avvenne con le leggi speciali
del 1925. Attraverso questa riforma, ridimensionando il controllo di legalità,
tutti i beni pubblici repubblicani vengono compressi, limitati, depotenziati,
se non addirittura apertamente rinnegati.
Se la democrazia
si nutre di verità e di trasparenza, qui si stanno gettando le basi per un
nuovo ordinamento che bandisce la verità e la trasparenza.
Se la verità rende
liberi, dove ci porta un sistema orientato all’oscuramento della verità?
Domenico Gallo MicroMega 10
Editoriale LR. Il popolo e la libertà
Soltanto un potere
impaurito poteva decidere di proteggere se stesso con una legge che ostacola la
libertà delle inchieste contro la criminalità, riduce la libertà di stampa e
limita soprattutto il diritto dei cittadini di essere informati. Tre principi dello
Stato moderno e democratico - il dovere di rendere giustizia cercando le prove
per perseguire il crimine, il dovere della trasparenza e della circolazione
delle informazioni nella sfera pubblica, il diritto di avere accesso alle
notizie per capire, controllare e giudicare - vengono messi in crisi, per il
timore che i faldoni dell'inchiesta sulla Protezione Civile aprano nuovi vuoti
nel governo, dopo le dimissioni del ministro Scajola.
È la vera legge
della casta che ci governa e ha paura, come ha rivelato ieri Berlusconi, di
"toghe e giornalisti". Per una volta, quello del Premier non è un
anatema, ma una confessione: legalità e informazione sono i due incubi della
destra berlusconiana, e nel paesaggio spettrale dei telegiornali di regime il
governo con questa legge s'incarica infatti di bloccarli entrambi. L'obiettivo
è che il Paese non sappia. E soprattutto, che non sapendo rimanga immerso nel
senso comune dominante, senza più il pericolo che dall'intreccio tra scandali,
inchieste e giornali nasca una pubblica opinione libera, autonoma e addirittura
critica.
Questa è la vera
posta in gioco: non la privacy, che può e deve essere tutelata se le parti
giudiziarie decidono quali intercettazioni distruggere e quali rendere
pubbliche, lasciando intatta la libertà d'indagine e quella d'informazione. Ma
proprio questi sono i veri bersagli da colpire. Lo rivela lo stesso Berlusconi
che ieri, in piena crisi d'incoscienza, si è astenuto sulla legge perché la
vorrebbe ancora più dura.
La legge, così
com'è, non piace a nessuno e fa male a tutti. Va fermata, nell'interesse del
sistema democratico, che deve garantire il controllo di legalità, e che deve
assicurare trasparenza d'informazione. Non c'è compromesso possibile su
questioni di principio, che riguardano i diritti dei cittadini, i doveri dello
Stato. La destra impari a fidarsi dei cittadini, a non temere la normale
esigenza di giustizia, il bisogno di conoscere e rendersi consapevoli. Oppure
smetta di chiamarsi popolo: e soprattutto, della libertà. EZIO MAURO LR 9
Editoriale CdS. Divieti irrazionali
Credibile che
arrivi l’Italia a impartire lezioni di privacy agli americani? Appena l’altro
giorno a Chicago è cominciato il processo al governatore dell’Illinois, Rod
Blagojevic, arrestato 18 mesi fa mentre cercava di vendere all’asta il seggio
senatoriale lasciato dal presidente Obama, eppure già all’indomani dell’arresto
il 9 dicembre 2008 i giornali pubblicavano le intercettazioni che lo
incriminavano: provenienti non da chissà quale suburra, ma da un documento
ufficiale della Procura al Tribunale Federale, accessibile ai giornalisti in
maniera trasparente, al pari dei successivi documenti prodotti dalla difesa.
Con la legge
«blindata» ieri dal vertice del Pdl, invece, in Italia un caso-Blagojevic non
si ripeterà perché mai le intercettazioni saranno pubblicabili (nemmeno per
riassunto) fino al processo, anche se ormai depositate e non più coperte da
segreto, anche se penalmente rilevanti e su fatti non privati ma di interesse
pubblico.
Il giornale che si
azzarderà a violare questo irrazionale divieto, ben diverso dal divieto invece
ragionevole di pubblicare telefonate private o irrilevanti di cui il giudice
abbia ordinato la distruzione, verrà seppellito da sanzioni pecuniarie fino a
309.000 euro a notizia, agganciate alla responsabilità amministrativa oggettiva
dell’editore: norma che costringerà l’editore ad adottare modelli organizzativi
e organi di vigilanza che impediscano ai giornalisti di commettere questo
reato, e esproprierà direttore e redazioni della scelta su notizie suscettibili
di determinare vita o morte economica di una testata.
Nel guazzabuglio
di emendamenti presentati-ritirati- modificati, non mutano poi assurdità
difficili da ritenere «un punto di equilibrio »: l’estensione, già giudicata
irragionevole dalla Corte Costituzionale, delle più rigide regole delle
intercettazioni anche ai meno invasivi tabulati; o il rischio di paralisi dei
piccoli tribunali di capoluogo, a causa della nuova competenza collegiale sulle
intercettazioni di un intero distretto (con il risultato che ci vorranno tre
giudici per decidere se acquisire un pezzo di carta indicativo di
chi-ha-telefonato-a-chi, mentre uno solo darà l’ergastolo in abbreviato).
Sfocia in presa in giro il recupero delle intercettazioni ambientali, da
autorizzare di 3 giorni in 3 giorni; diventa telenovela oraria la proroga di
quelle telefoniche dopo i 75 giorni; e cala la tagliola dell’inutilizzabilità
delle intercettazioni se a fine processo il fatto risulta diverso da quello per
cui erano iniziate.
Mettere a punto la
legge a casa propria, e poi annunciare che Senato e Camera dovranno votarla a
scatola chiusa—come ha fatto ieri il premier, tornato anche ad attaccare la
Consulta «dalla quale i pm vanno a farsi abrogare le leggi che non gli piacciono»
—, sembra frustrare ogni residua speranza di resipiscenza. Ma dove dispera la
logica, chissà faccia breccia almeno la paura del paradosso: ad esempio di
votare una legge che, sui tabulati, direbbe il contrario di un’altra legge
(l’articolo 132 del Codice della privacy) approvata nel 2003 dalla medesima
maggioranza.
Luigi
Ferrarella CdS 9
L'Italia dice no all'Onu. «Non introdurremo reato tortura»
Manca un testo
unico ma le sanzioni già sono «pesantemente previste» in varie norme. Così
l'Italia ha motivato il suo «no» all'introduzione di una definizione esplicita
del reato di tortura nel Codice Penale, suggerita dal Consiglio dell'Onu per i
diritti umani che lo scorso febbraio ha esaminato la situazione italiana
formulando 92 raccomandazioni. L'Italia ne ha accettate 80 e respinte 12, tra
cui anche quella di rivedere «il pacchetto sicurezza» sull'immigrazione.
L'ambasciatrice presso le organizzazioni internazionali a Ginevra Laura
Mirachian ha infatti risposto illustrando, punto per punto, la politica
italiana sui flussi migratori basata, innanzitutto, «sulla distinzione tra
regolari e clandestini».
La definizione
esplicita del reato di tortura è stata, quindi, respinta «perchè in vari
capitoli è già sanzionato dalla legge», ha precisato la diplomatica ricordando
che Roma «ha già sottoscritto e ratificherà» il protocollo aggiuntivo relativo
alla Convenzione contro la tortura. Inoltre, ha osservato poi la Farnesina,
«nessuno dei grandi Paesi europei ha introdotto il reato» nei propri codici. Ma
l'alt dell'Italia ha scatenato la dura reazione di Amnesty International che ha
definito «molto deludente» il rifiuto italiano. Mentre il presidente del
comitato per la prevenzione della tortura(Cpt) del Consiglio d'Europa Mauro
Palma ha bollato la decisione come «un messaggio grave e negativo». Decisione
che, tra l'altro, non ha convinto neppure l'Unione forense e l'opposizione.
«Viene il dubbio che le cattive frequentazioni del premier Berlusconi, da
Gheddafi a Putin, passando per Lukashenko, stiano facendo breccia
nell'approccio italiano al tema dei diritti umani», ha detto il senatore del Pd
Roberto Della Seta . L'approvazione da parte dell'organo ginevrino del
documento che chiude la prima Revisione periodica universale sulla situazione
dei diritti umani in Italia è stata anche «l'occasione per spiegare per la
prima volta che la nostra politica sull'immigrazione si basa sulla lotta
sistematica alla criminalità organizzata, su un dialogo serrato con i Paesi
d'origine e di transito, sullo 'scoraggiamentò dei flussi irregolari», ha
spiegato la Mirachian.
L'Italia, per
questo, ha detto no anche alla depenalizzazione dell'entrata e del soggiorno
irregolare di clandestini e ha respinto l'adesione alla Convenzione
internazionale sui migranti perchè «non distingue» regolari e clandestini. «La
nostra politica non è ancora perfetta ma migliora», ha evidenziato la
rappresentante italiana, ricordando come sia importante mettere in campo
«meccanismi di corresponsabilità 'boardsharing' tra i paesi dell'Ue». Tra le 80
raccomandazioni accettate, figurano anche quelle su una maggiore lotta alla
discriminazione e al razzismo, sulla promozione dei diritti di gay, lesbiche,
bisessuali e transessuali e sull'indipendenza e la pluralità dei mass media.
Anche se da alcune Ong, tra le quali Reporter senza frontiere, non sono mancate
diverse critiche sulla legge sulle intercettazioni, attualmente in discussione.
L’U 9
Lavoratrici statali, il Cdm ha deciso: dal 2012 in pensione a 65 anni
Accolta la
richiesta di Bruxelles, scatta lo scalone unico - Sacconi: riguarderà 25mila
donne. Risparmi destinati a servizi
ROMA - A partire dal 2012 le lavoratrici del
pubblico impiego dovranno aver compiuto 65 anni per accedere alla pensione di
vecchiaia: è questa la decisione presa dal governo per ottemperare alla
richiesta della Corte di giustizia europea che ha chiesto all'Italia
l'equiparazione dell'età pensionabile fra uomo e donna. La novità è contenuta
in un emendamento che ha ricevuto stamattina il via libera del Consiglio dei
ministri e che sarà inserito nel "decreto conti pubblici"
all'attenzione del Senato.
«L'impatto di
questa norma è molto modesto, si parla di una platea stimata in circa 25mila
donne nell'arco temporale da qui al 2012 - dice il ministro del Lavoro,
Maurizio Sacconi - La richiesta della Ue sull'equiparazione dell'età
pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego non riguarda in alcun modo
il settore privato, non ne è neanche la premessa».
Le risorse che
deriveranno dal risparmio dell'innalzamento pensionabile dell'età delle donne
andranno in un Fondo vincolato ad "azioni positive" per la famiglia e
le donne: lo ha deciso il Consiglio dei ministri accogliendo la richiesta in
tal senso venuta dal ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna.
«Il sacrificio
delle donne sarà compensato dai servizi per la conciliazione dei tempi di
lavoro e famiglia - ha detto il ministro Carfagna - Il piccolo sacrificio
imposto alle dipendenti del pubblico impiego sarà compensato. E' nata quindi
l'idea del fondo strategico a sostegno dell'economia reale destinato ad
interventi per politiche familiari e sociali, in particolare alla non
autosufficienza. Questi soldi all'inizio non costituiranno risorse ingenti, ma
in seguito serviranno a potenziare i servizi all'infanzia e alla non
autosufficienza. E' una misura che allevierà il carico familiare che oggi grava
quasi interamente alle donne.
L'intervento per
l'adeguamento dell'età delle donne del pubblico impiego «non servirà a fare
cassa». E i risparmi che arriveranno nel lungo periodo «vanno al fondo per gli
asili nido, la conciliazione e non auto sufficienza». Lo ha detto il ministro
per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta al termine del Cdm. «Non
servirà a fare cassa - ha detto - perchè per il 2010 il risparmio è zero, nel
2011 è zero, nel 2012 50 milioni e poi l'anno successivo di 150 milioni di
euro. È questo l'orizzonte temporale della manovra in cui è inserita. Non ha
effetto. E i risparmi andranno collocati nelle funzioni sociali. Nel medio lungo
periodo ulteriori risparmi andranno al fondo per asili nido, conciliazione e
non auto sufficienza». L'emendamento alla manovra per l'aumento dell'età
pensionabile delle donne del pubblico impiego non prevede una deroga per la
finestra mobile prevista dalla manovra, ha aggiunto Brunetta.
«Una misura iniqua
che si fa scudo, ancora una volta, delle richieste dell'Europa che vengono
distorte e interpretate a piacimento dal governo». Lo ha detto Cesare Damiano,
capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera. «L'Ue - ha proseguito Damiano
- ci chiede di equiparare le condizioni salariali e normative di uomini e donne
nel lavoro e, mentre di questo non c'è ombra nell'azione concreta di governo,
la maggioranza procede sulla strada più facile: l'innalzamento dell'età per le
donne».
Il Pd ha avanzato
una soluzione alternativa: quella di recuperare l'uscita flessibile verso la
pensione prevista dalla legge Dini del '95, «fissando una età di base comune
per uomini e donne di 61 o 62 anni e oltre questa soglia la possibilità di una
scelta autonoma di lavoratrici e lavoratori fino al limite massimo dei 70
anni», ha spiegato l'ex ministro del lavoro del governo Prodi.
«Non c'è al mondo
manovra di innalzamento dell'età pensionabile che da un giorno all'altro aumenta
di cinque anni più uno, perchè c'è pure la finestra flessibile, l'età
pensionabile per centinaia di migliaia di lavoratrici». Sono le parole del
segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Per attuare la parificazione
di trattamento tra uomini e donne nel pubblico impiego, come chiede l'Europa,
sarebbe stato possibile per Epifani «utilizzare lo strumento della flessibilità
uguale per uomini e donne, per i lavoratori pubblici e privati, in uscita verso
la vecchiaia», cosa che però il governo «non ha voluto fare».
Per quanto
riguarda la manovra economica, Epifani ha poi detto che «limitare a 10 mila
persone la possibilità di andare in pensione senza l'innalzamento dell'età
pensionabile per chi è in mobilità è un disastro». Per il leader Cgil «abbiamo
molto più di 10 mila persone in mobilità e se non si risolve il problema questi
lavoratori resteranno senza mobilità e senza pensione».
In una nota del
dipartimento welfare, la Cgil ha descritto il provvedimento come
«particolarmente aberrante ed iniquo: la parità non inizia con la parificazione
dell'età pensionabile tra uomini e donne, la parità deve essere costruita in
tutti gli altri settori, a cominciare dall'accesso e dalla qualità del lavoro,
dalle pari retribuzioni, dal potenziamento dei servizi sociali, che con la
manovra del Governo saranno invece ulteriormente ridotti.
La Cisl: decisione
perentoria senza confronto con sindacato. La scelta di aumentare l'età di
pensionamento è una decisione assunta «in modo perentorio senza alcun confronto
con il sindacato» che sta creando «una situazione iniqua e pesante nei
confronti delle donne e del pubblico impiego». È il segretario confederale
della Cisl, Maurizio Petriccioli, che ha poi chiesto al governo di introdurre
nella manovra economica «misure che rimuovano gli ostacoli che attualmente si
frappongono all'accesso delle donne al mondo del lavoro nonchè verso il
potenziamento effettivo dei servizi alla famiglia».
La Uil: una
forzatura. «L'aumento dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego è
una forzatura che il Governo avrebbe potuto evitare confrontandosi con il
Sindacato e continuando a confrontarsi con la Commissione Europea». È il
segretario confederale della Uil, Domenico Proietti.
«Il governo
chiagne e fotte. Chiagne perchè pubblicamente si dice dispiaciuto perchè
l'Europa l'ha obbligato ad alzare l'età pensionabile delle donne, fotte,
invece, perchè nei palazzi si sfrega le mani. L'Europa, infatti, gli ha fatto
un favore: con i soldi risparmiati farà cassa per ripianare il debito pubblico.
Questo governo imbroglia le donne due volte». Lo ha affermato il capogruppo Idv
alla Camera Massimo Donadi. «Quei soldi, invece - continua Donadi -, devono
servire per il welfare delle donne, fatto di servizi essenziali quali asili
nido, tempo pieno e assistenza contrattuale nel periodo della maternità, ma
anche sgravi e facilitazioni sul lavoro».
«Un governo allo
sfascio continua a martorizzare l'Italia e, dietro il paravento dell'Europa,
dichiara guerra alle donne». È il commento di Gianni Pagliarini, responsabile
Lavoro del Pdci-Federazione della sinistra. «Quante altre volte, immigrazione
in primis, il governo ha fatto carta straccia dei richiami dell'Ue? Questa
decisione dimostra che siamo di fronte al governo più classista della storia repubblicana»,
ha concluso Pagliarini.
«L'innalzamento a
65 anni dell'età pensionabile delle donne è un arbitrio da parte di un governo
che sta dalla parte degli speculatori». È quanto ha dichiarato il segretario
nazionale del Prc-Se, Paolo Ferrero. «Con la scusa dell'Europa, che non impone
assolutamente l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne, ma al contrario
vieta le discriminazioni, il governo risparmia sulla pelle delle donne quello
che invece dovrebbe far pagare agli speculatori».
Non soltanto le
opposizioni protestano. Anche all'interno della maggioranza c'è qualcuno che
avanza dubbi sulla decisione del Cdm. «Continuo a ritenere iniqua e
penalizzante la decisione di equiparare l'età pensionabile fra i sessi nella
Pa, oltretutto con un timing così stringente», ha detto la responsabile pari
opportunità del Pdl Barbara Saltamartini, che ha preannunciato una riunione
delle donne del partito «per valutare insieme una nostra proposta emendativa
alla manovra». Per la Saltamartini «è indispensabile che le risorse derivanti
dal riallineamento vengano vincolate non ad un generico fondo ma all'attuazione
di precisi interventi per le donne, dall'incremento dell'offerta pubblica di
servizi, specialmente all'infanzia, al sostegno fiscale alle famiglie per incentivare
e tutelare la natalità». IM 10
La rinuncia allo strappo. Perché Fini non rompe con il Cavaliere
Lo « strappo » di
Gianfranco Fini dunque non è all’ordine del giorno. La sfida spettacolare
lanciata del presidente della Camera in diretta tv nell’aprile scorso non
sfocia in una separazione con il premier Berlusconi. L’iter della legge sulle
intercettazioni ha conosciuto distinzioni, limature, emendamenti, alterazioni
anche consistenti rispetto al progetto originario caldeggiato da Berlusconi, ma
al momento decisivo il Pdl, in tutte le sue componenti, si stringe
nell’accettazione del voto di fiducia. Soprattutto, Fini mette la pietra
tombale su ogni vagheggiamento di disegno neo-centrista che lo possa vedere
come co-protagonista. Il confine del centrodestra non verrà oltrepassato.
Questo non
significa che il dissenso di Fini sarà riassorbito con facilità. Ma che la
leadership di Berlusconi è una cornice che, al momento, non temerà di essere
messa in discussione, per lo meno dal lato dell’ex leader di An. Fini,
accortamente, lo aveva già detto: non siamo qui per scalzare la supremazia del
premier. Ma ogni suo gesto manifestava insofferenza, ogni sua dichiarazione
suonava come una contestazione permanente del modo berlusconiano di condurre il
partito, la coalizione e il governo. L’insofferenza resta, ma con il
ricompattamento sulle intercettazioni si trasmette al centrodestra, e
soprattutto a chi fuori del centrodestra immaginava nuovi scenari dettati
dall’affrancamento definitivo del numero due del Pdl, l’idea che la tensione
voglia essere incanalata in un alveo non autodistruttivo. Non in acque
tranquille, ma nemmeno tempestose fino alla tracimazione.
Un Berlusconi in
difficoltà è paradossalmente lo scudo migliore per proteggerlo dai malumori di
Fini. Una dolorosa manovra economica più subìta che promossa dal premier, per
di più destinata a mostrare il marchio impresso dal «rivale» Giulio Tremonti,
ha costituito per Fini, se non la ragione di una pace, almeno la condizione per
un armistizio. Fini non può permettersi la caduta di Berlusconi che
costituirebbe, nelle attuali condizioni, la caduta di tutto il centrodestra.
Non può contendere realisticamente la leadership in una battaglia che lo
vedrebbe sicuramente soccombente. Ha già ottenuto l’inosabile in un partito a
base carismatica come il Pdl: l’accettazione di uno spazio di dissenso
inconcepibile in una formazione a gestione così personalistica, per di più
uscita vincente in tutte le ultime tornate elettorali.
Ma Fini non può
pensare, e lo dimostra con il riallineamento degli ultimi giorni, che un
dissenso portato alle estreme conseguenze possa sfociare in una conta
drammatica da cui la coalizione ne uscirebbe semplicemente frantumata. Un’
autodissoluzione che il presidente della Camera, con truppe così esigue, non
riuscirebbe ad arginare proponendosi come sponda ai malumori che pure
serpeggiano nel Pdl. Perciò Fini cerca di ottenere il massimo (le modifiche
apportate alla legge) ma finisce per accettare la disciplina del partito. Non
sarà la fine di una tensione che avrà mille occasioni quotidiane per
manifestarsi. Ma sarà lo sbiadirsi di ogni scenario di rottura. Lo strappo,
almeno per ora, viene ricucito Pierluigi
Battista CdS 10
Le riforme vittime dei sondaggi
Il problema,
certamente, non è nuovo, anche se negli ultimi tempi sta assumendo dimensioni
mai viste. In tempi in cui, esaurito l'appuntamento elettorale più importante
della legislatura, la politica potrebbe cercare davvero di produrre risultati,
cresce invece il condizionamento dei sondaggi. In particolare, gioca sul
posizionamento dei partiti la rilevazione settimanale sul consenso ai leader,
che li porta continuamente ad aggiustare le proprie tattiche quando non a
smentirsi apertamente.
All'interno del
centrodestra, tanto per fare un esempio, è opinione diffusa che il via libera
al prosieguo dell'iter parlamentare delle intercettazioni, sia stato
determinato, più che dai contenuti dell'accordo e dalle modifiche al testo,
dalla possibilità, per Fini, di proclamarsi vincitore anche se la legge che
dovrebbe essere approvata non è poi cambiata di molto. Allo stesso modo
Berlusconi, prendendo subito dopo le distanze dal suo partito e dal compromesso
raggiunto, ritiene di esser rimasto in sintonia con la parte più radicale del
suo elettorato: quella, per intendersi, che vorrebbe dare una lezione
definitiva alla magistratura.
Una volta era
quasi solo un’idea fissa del Cavaliere. Gli altri, facevano (o dicevano di
fare) la politica con la «P» maiuscola, lui continuava come sempre nella vita a
guardarsi le tabelle delle rilevazioni ogni mattina, prima di inventarsi la sua
uscita del giorno. Ora invece è diventata una mania che coinvolge tutti, ma
proprio tutti, i principali attori dello spettacolo politico quotidiano,
maggioranza e opposizione, governo, istituzioni e parti sociali. La lite tra i
due Presidenti delle Camere della settimana scorsa, così come la manifestazione
annunciata da Bersani contro la manovra economica, le due uscite televisive
consecutive di Tremonti, seguite dall’annuncio, mai così franco, del premier al
suo partito («Sapete che io e Giulio sui alcune cose non andiamo d’accordo»),
il richiamo di Di Pietro al fascismo e alla Resistenza, hanno un'unica chiara
motivazione: la maledetta tabella, o la serie di tabelle, che dagli istituti
demoscopici ogni sette giorni arrivano sulle scrivanie dei membri di una classe
dirigente che ormai vivono come le star tv in quei cinque minuti, prima delle
dieci del mattino, che precedono l'arrivo dei dati Auditel e la classifica dei
programmi più o meno visti. Questo serve a spiegare anche perché sia diventato
impossibile che un'intesa, o una rottura, come ad esempio quella sulla
«blindatura» delle intercettazioni, durino più di un giorno o due. Ma è chiaro
che in un clima siffatto resta spazio solo per le emergenze, e non ha senso
aspettarsi seriamente uno straccio di riforma.
MARCELLO SORGI LS 10
L’istruzione e il Paese. La scuola si riforma con il merito e le risorse
Da quando ha
assunto, sono ormai due anni, il prestigioso e gravoso incarico di ministro
della Pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini si è ispirata, con apprezzabile
coerenza, a due criteri di fondo: introdurre, o reintrodurre, nella scuola e
nell’università, criteri di più rigorosa selezione, come auspicato da una larga
(anche se forse non maggioritaria) fascia di pubblica opinione; e realizzare
significativi risparmi nel suo settore di competenza, come richiesto dai suoi
referenti politici, tanto più in tempi di grave sofferenza dei conti pubblici.
Intenti entrambi lodevoli (il secondo non meno del primo), ma non sempre
conciliabili fra loro e spesso perseguiti con un certo affanno, che tradisce
l’improvvisazione e la mancanza di un disegno organico.
Esempio tipico di
questo modo di operare, il provvedimento, poi corretto per bocca dello stesso
ministro, che imponeva il raggiungimento da parte degli studenti della
sufficienza in tutte le materie come condizione indispensabile per l’ammissione
all’esame di maturità. Provvedimento discutibile nella tempistica (è arrivato infatti
alla fine di un anno scolastico) e sbagliato nella sostanza: perché anticipava,
caricandolo sulle spalle dei consigli di classe, il grosso del lavoro di
setaccio e rendeva così ancora più inutile la costosa macchina degli esami di
Stato. E soprattutto perché era al tempo stesso troppo drastico e troppo
facilmente eludibile: gli insegnanti, che già si mostravano largamente inclini
alla pratica dell’arrotondamento verso l’alto, o del “perdono” di singole
manchevolezze, avrebbero potuto continuare in tale pratica, anzi si sarebbero
sentiti autorizzati a intensificarla in risposta al secco automatismo del
dispositivo ministeriale (come in effetti è avvenuto nel caso di un liceo
milanese, dove tutti i cinque sono stati automaticamente trasformati in sei).
Il successivo
aggiustamento operato ieri dal ministro, che ha in pratica smentito se stessa,
invitando gli insegnanti a usare il buon senso, va dunque accolto come una
buona notizia. Ma certo non depone a favore dell’efficienza della burocrazia
ministeriale: le norme di buon senso mal si conciliano con gli ukase e con le
grida di manzoniana memoria. Anche a prescindere da quest’ultimo caso, un certo
sentore di improvvisazione si è potuto cogliere in altre misure.
Ad esempio
nell’ambito di misure in materia di tempo pieno, di cicli didattici e
ordinamenti scolastici, spesso animate da ottime intenzioni, ma varate, o
semplicemente annunciate, isolatamente e disordinatamente, con evidenti effetti
di confusione e di incertezza fra gli operatori della scuola. È appena il caso
di ricordare che la riforma Gentile del 1923 fu attuata in pochi mesi, con
pochi e ben mirati interventi legislativi; e che la sua preparazione coinvolse
i più autorevoli pedagogisti dell’epoca (da Giuseppe Lombardo Radice a Ernesto
Codignola), trovando appoggio trasversale in buona parte del mondo
intellettuale (da Croce a Salvemini, a Sturzo). È vero che quel risultato fu
facilitato dalle ampie deleghe concesse dal Parlamento al primo governo
Mussolini. Ed è anche vero che la legge fu successivamente stravolta in
parecchie sue parti, anche per l’opposizione del fascismo periferico
all’eccessiva severità dei criteri selettivi (tre quarti di bocciati alla
maturità nella prima applicazione). Ma i lineamenti fondamentali di quella
riforma, con i suoi innegabili pregi e i suoi molti difetti, resistettero a
lungo allo scorrere del tempo e al succedersi delle stagioni politiche.
C’è poi la
questione delle risorse, sempre più scarse. Come ho detto, lo sforzo per
ridurre le spese, o quanto meno per contenerne la dinamica, è in sé lodevole.
“Far cassa” non è una cattiva azione, come spesso si pensa: dipende dalla
natura delle spese tagliate e dall’impiego delle risorse risparmiate. Può
accadere però e gli esempi recenti anche in questo senso non mancano che, a
forza di tagli indiscriminati, la scuola si trovi nell’impossibilità di
assolvere ai suoi compiti primari (che costituiscono fra l’altro uno dei
corrispettivi più importanti fra quelli forniti dallo Stato a fronte del
pagamento delle tasse); e non possa nemmeno perseguire quegli obiettivi di
miglioramento qualitativo che pure sono negli obiettivi dichiarati del
ministro. Obiettivi che non saranno mai raggiunti senza risorse da destinare
all’edilizia scolastica, alla formazione degli insegnanti e anche agli
incentivi per i più meritevoli. Risparmiare è oggi un dovere di tutti, scuola
compresa. Farlo in modo intelligente, salvaguardando nella misura del possibile
gli investimenti strategici per il futuro del Paese, è compito specifico dei
ministri: soprattutto di quello della Pubblica istruzione. GIOVANNI SABBATUCCI
IM 10
Aggravante di clandestinità. La Consulta dice no
La Corte
Costituzionale avrebbe deciso l'illegittimità dell'aggravante di clandestinità
(pene aumentate di un terzo se a compiere un reato è un immigrato presente
illegalmente in Italia) prevista dal primo «Pacchetto sicurezza» del governo,
diventato legge nel luglio 2008. Dalla stessa Corte, tuttavia, sarebbe venuto
un sostanziale via libera alla legittimità del reato di clandestinità (punito
con l'ammenda da 5mila a 10mila euro) introdotto dal secondo 'pacchetto
sicurezza', nel luglio 2009.
La decisione - si
è appreso da fonti qualificate - sarebbe stata adottata a maggioranza nella
camera di consiglio della Corte tra ieri e stamane. Le motivazioni delle due
decisioni si conosceranno quando i giudici relatori, Gaetano Silvestri e
Giuseppe Frigo, le avranno messe nero su bianco. Al momento, tuttavia, si sa
che l'aggravante di clandestinità (art. 61, numero 11 bis, del codice penale introdotto
dalla legge 125 del 24 luglio 2008) sarebbe stata bocciata per violazione degli
articoli 3 e 25 della Costituzione.
In primo luogo,
dunque, per irragionevolezza perchè - sarebbe stato questo il ragionamento dei
giudici della Consulta - in base al principio del 'ne bis in idem'
l'aggravamento della pena andrebbe a collidere con il reato di clandestinità
introdotto nel 2009 dal 'pacchetto sicurezzà. Inoltre, l'aumento di pena
violerebbe il principio costituzionale del «fatto materiale» quale presupposto
della responsabilità penale, nel senso che l'aumento di pena sarebbe collegato
esclusivamente allo 'status' del reo (il trovarsi irregolarmente in Italia) e
non alla maggiore gravità del reato, nè alla maggiore pericolosità dell'autore
(è il caso dei recidivi o dei latitanti). I giudici costituzionali avrebbero
invece dato il via libera al reato di clandestinità (art.10 bis del testo unico
dell'immigrazione del 1998 introdotto dalla legge 94 del 15 luglio 2009),
dichiarando infondate diverse questioni di legittimità sollevate dal Tribunale
di Pesaro e da numerosi giudici di pace (Orvieto, Lecco, Torino, Cuneo,
Vigevano e Gubbio). In ambienti della Consulta viene fatto notare che sarà in
ogni caso necessario attendere le motivazioni della decisione, che in questo
caso sarà scritta dal giudice Frigo. Dalla Corte, infatti, potrebbe venire
l'indicazione che spetta al giudice di pace valutare, caso per caso, la grave
entità del fatto, così da escludere eventuali giustificati motivi per cui
l'immigrato si sia trattenuto illegalmente in Italia.
«La decisione
della Corte Costituzionale è una buona notizia», a afferma Livia Turco,
presidente del Forum Immigrazione del Pd. «È una sentenza scontata, che mette
un punto su una questione di grossolana incostituzionalità, di una norma
animata solo da furore ideologico che introduceva l'aggravante di
clandestinità». «Rimaniamo in attesa di leggere le motivazioni, certi che
dimostreranno che avevamo ragione, a dire che è una legge ideologica che fa
solo dei danni alle persone e che non governa in modo efficace l'immigrazione».
L’U 10
Codice fiscale per gli italiani all’estero. Accolto come raccomandazione
ordine del giorno di Fedi
ROMA - Accolto dal
governo come raccomandazione, l’ordine del giorno del deputato Marco Fedi,
sottoscritto anche dai deputati del Pd eletti all’estero Gino Bucchino e
Fabio Porta, che richiama il Governo alle dovute cautele con le procedure di
attribuzione automatica del codice fiscale. Il solo riferimento all’AIRE, non
prevedendo un incrocio con l’anagrafe consolare - ha dichiarato Fedi - produce
il rischio che nasca un vero e proprio “mercato nero” dei codici fiscali di
persone irreperibili o decedute.
L’ordine del giorno, presentato nell’ambito
della discussione sul disegno di legge 3209-bis-A/R relativo a “Disposizioni in
materia di semplificazione dei rapporti della Pubblica Amministrazione con
cittadini e imprese”, fa riferimento all’articolo 16 del provvedimento e in
particolare alle disposizioni dirette ad introdurre l’attribuzione del codice
fiscale ai cittadini italiani residenti all’estero che risultano iscritti
all’AIRE. L’ordine del giorno impegna il governo ad attribuire il codice
fiscale sulla base dell’incrocio dei dati AIRE con le anagrafi consolari e a
dotare, per questo fine, la rete diplomatico-consolare di adeguate risorse
umane e finanziarie.
L’ordine del giorno - ha continuato Marco
Fedi - chiede inoltre al Governo di stabilire un tavolo di concertazione tra
ministero degli Affari Esteri e i ministeri dell'Economia e delle finanze e
dell'Interno al fine di raccordare e armonizzare l'azione del Governo sulle
materie fiscali e nei rapporti con le pubbliche amministrazioni dello Stato italiano.
Inform
Italianità nel mondo, scoviamo i giovani anche attraverso lo sport
ZURIGO - Anche
quest’anno, per la 24.ma volta, si è tenuta domenica scorsa a Berna, allo
stadio di atletica leggera, l’ormai tradizionale selezione elvetica per i Giochi
Sportivi Studenteschi organizzati dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano
(CONI). Una iniziativa, unica nel suo genere in Svizzera, in cui sono coinvolti
centinaia e centinaia di giovani italiani, maschi e femmine, grazie all’impegno
del Delegato nazionale CONI per la Confederazione, il cav. Adelmo Pizzoferrato,
e dei suoi collaboratori ed alla determinante collaborazione degli Uffici
Scuola dei Consolati italiani, del personale docente dei corsi di lingua e
cultura, nonché dell’associazionismo italiano e degli stessi Comites. Una
iniziativa unica poiché permette di coinvolgere tantissimi giovani di origine
italiana, tra cui molti doppi cittadini, provenienti da ogni angolo della
Confederazione (unitamente ad altre centinaia di persone, tra addetti ai lavori
e genitori) che, attraverso lo sport e la competizione hanno un motivo in più
per esprimere la loro italianità e conoscere l’associazionismo italiano, i
Comites, il Cgie, i parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero e le
autorità diplomatico-consolari italiane. Una prima occasione, per molti di
loro, per avere un primo contatto con il “mondo” dell’italianità in Svizzera e
delle istituzioni che lo rappresentano e in cui, un giorno, è auspicabile che
molti di loro entrino anche per svolgervi un ruolo attivo raccogliendo il
testimone dei loro genitori o nonni.
Tuttavia la sopravvivenza di queste
selezioni, che si tengono all’estero tra le comunità italiane (in Svizzera nel
nostro caso) per i Giochi Sportivi Studenteschi organizzati dal CONI, è condizionata
dalla (ovvia) partecipazione di giovani di origine italiana. La quale, a sua
volta, è condizionata fortemente non solo dall’impegno che vi mettono
l’associazionismo ed i Comites ma soprattutto dal sistema organizzativo dei
Corsi di lingua e cultura e, quindi, dall’impegno che vi mettono localmente
nell’organizzazione dei Giochi, da un lato, i dirigenti dei vari Uffici Scuola
dei Consolati e, dall’altro, gli stessi insegnanti dei corsi. Un impegno che,
purtroppo, negli Uffici Scuola e nel corpo insegnante, si mormora che spesso
non sia sempre sufficientemente profuso e, quindi, se ciò fosse vero, andrà in
qualche modo sollecitato e recuperato per il futuro.
Senza, poi, dimenticare che il tutto è infine
condizionato, ovviamente, dalla sopravvivenza stessa dei Corsi di lingua e
cultura che, coi tempi che corrono (tagli nel loro finanziamento da parte del
governo italiano), non è certamente scontata. Prova ne abbiamo avuta proprio
con il forte calo degli allievi che vi è stato, per esempio in Svizzera, nel
corrente anno scolastico rispetto a quello precedente dopo il taglio della
Legge Finanziaria 2009 al capitolo di spesa 3153 del MAE (2008: Mio.
27.184.918; 2009: Mio. 20.100.000; 2010: Mio. 16.500.000 previsti
in bilancio) che ha creato un forte clima di incertezza sia in coloro che
gestiscono i corsi di lingua e cultura che tra le stesse famiglie con bambini
in età scolastica. Un motivo in più, pertanto, affinché Associazionismo,
Comites, Cgie, parlamentari eletti all’estero, tutti insieme, si impegnino
ancor di più nei confronti del governo italiano per garantire il loro
finanziamento e quindi la tenuta dei corsi: è in gioco la difesa ed il futuro
dell’italianità all’estero se perdiamo una delle poche occasioni che abbiamo
(la lingua, la cultura, lo sport) per attirare i giovani di origine italiana al
“nostro mondo”! Dino Nardi, Coordinatore UIM Europa e consigliere CGIE
Da Zurigo un appello del Comitato Difesa Famiglie coinvolte nel caso
Giacchetta
L’ invito ai
connazionali a firmare una lettera per Berlusconi in cui si chiede il suo
interessamento per il reintegro del capitale della previdenza sociale mancante
ZURIGO – Marco Tommasini, del Comitato Difesa
delle Famiglie coinvolte nel caso Giacchetta, lancia da Zurigo un appello
ai connazionali italiani residenti all’estero affinché sostengano le
rivendicazioni di coloro che si sono visti privati da circa un anno delle loro
pensioni.
Per fare ciò, Tommasini invita a firmare la
lettera preparata dal Comitato e rivolta al presidente del Consiglio dei
Ministri, Silvio Berlusconi, in cui si chiede a quest’ultimo di “usare la
propria influenza” per assicurare che i connazionali danneggiati riabbiano il
capitale della previdenza sociale mancante. Il Comitato si aspetta dal governo
“un’azione concreta” per la soluzione del caso e il risarcimento dei
connazionali.
“Il governo non lasci cento famiglie italiane
– conclude la missiva – nella condizione di impossibilità a sopravvivere”. Il
Comitato insiste sulla necessità che venga fatta luce sull’intera vicenda,
assicurando giustizia e appoggio da parte delle istituzioni italiane alla
parte lesa. (Inform)
A Lione l’assemblea generale di ClubMediaItalie. Valenti confermato
presidente
Lione - Lo scorso
29 maggio si è svolta a Lione l’assemblea generale di ClubMediaItalie,
l’associazione a vocazione europea formata da giornalisti italiani e fondata
nel 2005 da Paolo Alberto Valenti. Dopo sei anni di esistenza, l’associazione
ha modificato il proprio statuto dandosi un orientamento ed un perimetro
d’azione più marcatamente europei. "Pertanto", spiegano
dall’associazione, "ClubMediaItalie rappresenta ormai tutti i giornalisti
europei che si riconoscono nei suoi valori e che sono attivi in Europa. Fermo
restando un interesse particolare per l’Italia come segno distintivo, ma non
selettivo". L’assemblea ha confermato i suoi vertici con Paolo Alberto
Valenti (Euronews) alla presidenza e Jean-François Le Mounier (Afp), alla
vicepresidenza. "Peraltro", informano dall’associazione, "è
stata avallata la nuova composizione del direttivo con Roberta Lombardo Hurstel
(Bacco & Tabacco), Maria Bologna (montecarloin.net e ventimiglia.biz)
Silvia Porzio Le Goff (Il Sole 24 Ore) e Gabriele Discepoli (Rai) come
consiglieri, PierFrancesca Graviani come segretaria ed Elia Cunzi (Réagir
Conseils) come tesoriere. Inoltre", aggiungono da ClubMediaItalie,
"sono stati ridefiniti i profili di socio ordinario e associato con
relativo allineamento delle quote eliminando così le differenze in vigore fino
ad oggi".
Durante
l’assemblea è stata eletta Silvia Porzio Le Goff come delegata
dell’associazione presso la nuova commissione per il lavoro autonomo che sarà
creata prossimamente in seno alla Fnsi. Gabriele Discepoli assume, invece, il
ruolo di contatto con l’Inpgi per le questioni pensionistiche e previdenziali.
"L’Assemblea
Generale", raccontano dall’associazione, "è stata l’occasione per
imprimere una nuova dinamica all’operato dell’associazione che vuole rinforzare
i suoi contatti con i soci e gli altri colleghi operanti in Europa, con
un’attenzione particolare alla situazione dei freelance". A questo scopo,
ClubMediaItalie si propone soprattutto di "conoscere meglio la situazione
dei giornalisti italiani - ma non solo - che lavorano per le testate italiane
all’estero. Va ricordato, in merito", precisano dall’associazione,
"un recente incontro organizzato a Parigi dal quale sono emerse
indicazioni importanti sulle condizioni di lavoro dei freelance italiani a
Parigi (vedi AISE dell'11 maggio h. 12.21). Ne è stato tratto spunto per una
lettera inviata all’Ordine dei giornalisti, alla Fnsi e all’Inpgi. Sono stati
inoltre avviati contatti importanti con organismi di riferimento della stampa
francese come l’Snj e Médiafor". Inoltre, prima della fine dell’anno,
ClubMediaItalie ha annunciato che riprenderà i contatti con il Quai d’Orsay e
il Press Club di Parigi.
Per dare maggiore
coerenza alla sua azione europea l’associazione si propone d’ora in poi
"di funzionare in rete senza obbligatoriamente spostarsi fisicamente a
Bruxelles, almeno in un primo tempo, definendo dei referenti per città e
regioni. In quest’ottica", spiegano da ClubMediaItalie, "si è deciso
di avallare il ruolo che alcuni membri del direttivo stanno già giocando a
Lione, Parigi, Monaco. È evidentemente importante avere altri referenti,
soprattutto a Bruxelles dove CMI ha già il sostegno dell’API, associazione dei
corrispondenti presso l’Unione Europea, e ha riscontrato l’interesse di alcuni
tra i più importanti giornalisti italiani in Europa in occasione della
conferenza che ha organizzato il 13 gennaio scorso presso il Parlamento
Europeo". (aise)
Sardi all’estero: su www.sardegnamigranti.it il Piano triennale
2010/2012 e il Programma 2010
CAGLIARI – Sul
sito sardegnamigranti.it della Regione Sardegna sono consultabili i documenti
riguardanti il Piano triennale 2010/2012 e il Programma annuale 2010 degli
interventi in favore dei sardi nel mondo
I documenti prevedono l’utilizzo delle
risorse disponibili nel bilancio regionale, pari a euro 4.500.000 per
l’organizzazione di progetti e iniziative finalizzati alla promozione della
Sardegna; altri in favore di giovani discendenti di sardi emigrati; delle
categorie più deboli; altri saranno finanziati tramite apposito bando riservato
a circoli e federazioni. Saranno potenziati i servizi di comunicazione tra il
mondo dell’emigrazione e la Sardegna con l’utilizzo delle nuove tecnologie.
E' garantito il sostegno ai Circoli, alle
Federazioni e alle Associazioni di tutela operanti in Sardegna, tramite i
contributi annuali per il funzionamento e lo svolgimento delle attività
statutarie.
Il Piano triennale 2010/2012 è stato varato
dalla Giunta regionale il 19 maggio scorso dopo l’acquisizione del parere della
II Commissione consiliare. Il Programma annuale 2010 è stato approvato il 27
aprile scorso. I documenti sono alla pagina
(http://www.sardegnamigranti.it/index.php?xsl=696&s=141894&v=2&c=5235&vd=1
). (Inform)
“Alla ricerca delle radici: emigrazione, discendenza, cittadinanza”
ROMA - "Alla
ricerca delle radici: emigrazione, discendenza, cittadinanza" è il titolo
del convegno in programma il 16 giugno prossimo nella facoltà Lettere e
Filosofia dell’Università "La Sapienza di Roma. Organizzato dalle docenti
Ester Capuzzo e Flavia Cristaldi, il convegno è patrocinato da Farnesina e
Viminale, dallo Società Geografica Italiana e dall’Associazione dei Geografi
Italiani oltre che dall’istituto per la storia del risorgimento italiano –
Comitato di Roma.
Ad aprire i lavori
i saluti delle autorità, a cominciare dal rettore Luigi Frati, dal prorettore
Biagini, dal preside della facoltà ospitante Piperno; seguiranno gli interventi
di saluto del direttore del dipartimento Scienze dei segni, degli spazi e delle
culture Di Giovine, del presidente dell’Agi Farinelli e del Comitato romano di
storia del risorgimento Pacifici. Quindi, il convegno entrerà nel vivo con la
prima sessione presieduta da Flavia Cristaldi su "L’emigrazione e le
istituzioni": vi parteciperanno il sottosegretario agli esteri Scotti,
l’onorevole Narducci (Pd), l’ex viceministro Danieli, il contrammiraglio
Aliperta, l’onorevole Schmid, il prefetto Di Caprio, Giuseppe Ascrizzi per il
Ministero dell’Interno e Maria Caterina Pincherle per l’Ambasciata del Brasile
in Italia. A fine mattinata verrà inaugurata la mostra che dà il titolo al
convegno: allestita presso la Biblioteca di Geografia della Facoltà rimarrà
aperta fino al 18 giugno.
Nel pomeriggio, i
lavori, ancora presieduti dalla Cristaldi, approfondiranno il tema
"L’emigrazione dai territori italiani dell’Impero asburgico: Trentino Alto
Adige e Friuli Venezia Giulia". Quando alla fine della prima guerra
mondiale i territori italiani dell’Impero Asbiurgico furono annessi al regno
d’Italia, gli abitanti dovettero scegliere tra la cittadinanza austriaca e
iyaliana. Molti degli emigrati all’estero, però, non essendone informati,
persero l’opportunità, acquisendo e trasmettendo nel tempo alla loro discendenza
una cittadinanza straniera.
La legge 14
dicembre 2000, numero 379 proposta dall’onorevole Schmid presente al convegno,
consente oggi ai discendenti degli avi italiani abitanti in quei territori e
poi emigrati di acquisire la cittadinanza italiana, permettendo di disegnare
nuove geografie dell’appartenenza. Di questo si parlerà nella seconda parte del
convegno cui parteciperanno diversi docenti de "La Sapienza" a
cominciare dalle due organizzatrici Cristaldi (geografa) e Capuzzo (storica),
insieme a loro i colleghi Cosimo Palagiano, Piero Bevilacqua e Tiziana Banini;
il direttore del mensile "Trentini nel mondo" Maurizio Tomasi e
l’avvocato Josè Eraldo Stenico, discendente di trentini emigrati in Brasile.
(aise)
Summer School per giovani sardi nel mondo. Domande di partecipazione entro
il 21 giugno
CAGLIARI –
L’Assessorato del lavoro- servizio emigrazione e immigrazione della Regione
Sardegna, in collaborazione con la Faes e la Filef Sardegna, organizza la prima
edizione della “Summer School per Giovani Sardi nel Mondo”, corso residenziale
destinato a giovani discendenti di sardi emigrati, con l'obiettivo di far
acquisire ai partecipanti delle competenze e degli strumenti utili nell'ambito
della progettazione di attività culturali per i propri Circoli.
Le attività previste saranno di tipo misto,
di cui una fase in aula di tipo corsuale/seminariale/informativo e una fase di
attività in esterna. Il corso si terrà a Cagliari dal 16 al 30 settembre 2010,
presso locali individuati dalla Regione Sardegna.
Il seminario è gratuito ed è rivolto a 15
partecipanti in possesso dei seguenti requisiti: età compresa tra i 18 e
26 anni; residenza all’estero; essere figli di emigrati di prima, seconda
e terza generazione; essere membri del Circolo sardo di riferimento;
conoscenza della lingua italiana (scritta e orale) di livello elementare o
intermedio.
(bando
http://www.sardegnamigranti.it/documenti/25_38_20100604161437.pdf ; domanda di
partecipazione http://www.sardegnamigranti.it/documenti/25_38_20100604162459.pdf
)
La domanda di partecipazione dovrà pervenire
entro il 21 giugno 2010 al seguente indirizzo: Assessorato del Lavoro via
XXVIII febbraio 1 09131 Cagliari fax +39 070 6065635
lav.emigr.coop@regione.sardegna.it
La domanda di partecipazione dovrà essere
accompagnata dal curriculum vitae europeo, da una lettera di motivazione e da
una di presentazione rilasciata dal presidente del circolo di appartenenza,
tutte redatte in lingua italiana. (Per ulteriori informazioni è possibile
rivolgersi all'Assessorato del Lavoro, tel. +39 070 6065515 e/o
all’Associazione Filef– 1 Via dei Colombi Cagliari tel.
0039.070.301381 fax 0039.070.302548 filef@filef.it (Inform)
La Festa della Repubblica 2-3 giugno Berna e Ginevra
Le festività del 2
Giugno sono sempre stimolo di orgoglio per le comunità italiane all’Estero.
Come ogni anno, le
Rappresentanze italiane all’estero festeggiano la nascita dell’Italia
repubblicana. S.E. l’Ambasciatore Giuseppe Deodato e l’Addetto Militare Col.
Luciano Repetto hanno ricevuto, nei giardini dell’Ambasciata d’Italia a Berna,
più di 800 ospiti quali rappresentanti diplomatici di tanti paesi amici, alcuni
parlamentari italiani eletti nella Circoscrizione estera, rappresentati
militari, rappresentanze della comunità italiana, dell’imprenditoria, ecc.
Un sontuoso
ricevimento ha visto festeggiare l’Italia deliziando il palato degli ospiti con
le prelibatezze culinarie della nostra terra.
A Ginevra, la
Festa della Repubblica si è svolta il 3 giugno nella Residenza dell’Ambasciatore
presso l’ONU e le Organizzazioni Internazionali, S.E. Laura Mirachian che,
insieme all’Ambasciatore Giovanni Manfredi, al Min. Pasquale D’Avino e al
Console Generale d’Italia Alberto Colella, hanno accolto le centinaia di
invitati, tra i cui colleghi di altri paesi e rappresentanti della collettività
italiana del Cantone.
Partecipare alla
Festa del 2 Giugno, specialmente all’estero, si rivela sempre un momento d’orgoglio
ed i nostri rappresentanti diplomatici e consolari, anche in questa occasione,
non sono venuti meno alla grande tradizione italiana della buona ospitalità,
conservando integra l’immagine culturale e gastronomica della nostra Italia
all’estero.
Il 2 Giugno viene
accompagnato dal discorso del nostro Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano. Vi proponiamo le frasi più toccante:
"Nel
celebrare il sessantaquattresimo anniversario della Repubblica Italiana - si
legge nel messaggio - raccolto dinanzi al mausoleo del Milite Ignoto, il mio
primo deferente pensiero va ai militari di ogni arma, grado e specialità che
hanno perso la vita nell'adempimento del dovere al servizio della Patria. Il 2
giugno del 1946 ha avuto inizio un periodo nuovo e straordinario nella storia
dello stato nazionale unitario. Abbiamo vissuto anni non sempre facili, anni di
duro lavoro resi però fecondi dalla forza propulsiva dei valori della nostra
Carta Costituzionale: democrazia, libertà, eguaglianza, giustizia.
Su quei valori
fondanti abbiamo costruito l'Italia di oggi, soggetto protagonista della
comunità internazionale e di un'Europa che è chiamata a rafforzare la sua
unità".
Perché si
festeggia la Festa della Repubblica ?
Il 2 e il 3 giugno
1946 si tenne il Referendum istituzionale, indetto a suffragio universale ed al
quale partecipavano per la prima volta le donne, con cui gli italiani venivano
chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o
repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta del fascismo. Dopo 85 anni di
regno, con 12.718.641 voti favorevoli, contro 10.718.502, l'Italia diventava
repubblica e i regnanti di casa Savoia venivano esiliati.
Da tutto il mondo
arrivano al Presidente della Repubblica italiana gli auguri degli altri capi di
Stato e speciali cerimonie ufficiali si tengono in Italia.
Nel 1977, a causa
della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica venne
spostata alla prima domenica di giugno. Solamente nel 2001, su impulso
dell'allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, con la Legge n.
336 del 20 novembre 2000, riportò le celebrazioni al 2 giugno che divenne
nuovamente giorno festivo.
Carmelo Vaccaro
per la Notizia di Ginevra e la pagina di Zurigo
Patronato Acli: visita del Vice Presidente in Francia
Dal 9 all’11
luglio il Vice Presidente delegato del Patronato Acli Fabrizio Benvignati è in
Francia per una visita nelle sedi del Patronato Acli
Roma – E’
cominciato ieri il viaggio del Vice Presidente Benvignati in Francia, con l’obiettivo
di approfondire e conoscere le sedi, le risorse umane impegnate e i principali
aspetti organizzativi del Patronato Acli doltr’alpe.
Le due sedi di
Parigi e la sede di Coordinamento sono i luoghi visitati dal Vice Presidente
Benvignati – accompagnato dal Responsabile del Servizio Estero, Francesco
Martinelli, e dal Responsabile del Servizio Legale Guido Faggiani - che ha
espresso soddisfazione per l’attività svolta e per le iniziative in grado di
garantire al Patronato Acli una posizione di assoluta rilevanza nel futuro.
Una soddisfazione,
quella espressa al Presidente del Patronato Acli Francia Raffaele Fiore e al
coordinatore nazionale Alberto Bechi, che nasce dagli ottimi risultati ottenuti
dal Patronato Acli Francia nell’anno appena trascorso.
Nelle sale di
attesa delle sedi, è stato facile notare la presenza di molti pensionati alle
prese con il modello reddituale inviato dall’inps nei giorni scorsi.
Il Presidente
Raffaele Fiore ha illustrato le iniziative che vedranno impegnato il Patronato
Acli nel 2010, soprattutto legate alla stabilizzazione della propria
organizzazione interna. Nei due anni appena trascorsi sono state aperte due
nuove sedi e, visto anche il dettato del nuovo decreto, si sta cercando di
capire se esistano le possibilità di aprire sedi zonali.
Da parte sua il
Coordinatore nazionale Alberto Bechi ha esposto al Vice presidente Benvignati,
con legittima soddisfazione, i risultati dell’attività 2009 che vedono il Patronato Acli assumere un
ruolo guida all’interno dei Patronati in Francia. De.it.press
WM 2010. Italien hofft auf ein Wunder
Fast 50 Jahre ist es her, dass ein
Weltmeister seinen Titel verteidigen konnte. Italien könnte dieses Kunststück
gelingen, schwer wird es aber schon - auch wenn die Vorrunde keine Hürde darstellen
sollte.
Italien: Angeschlagen, aber gefährlich - Selbst vier Jahre danach hat k