WEBGIORNALE  14-16  Giugno  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Intervista del Ministro Frattini alla "Frankfurter Allgemeine Zeitung"  1

2.       Bruxelles. L'Unione europea celebra i 25 anni dell'Area Schengen  2

3.       Cervello in crescita: azione, si parte! 2

4.       Germania e Usa complicano la vita a Europa e Italia  3

5.       Approvato dal Consiglio dei ministri il piano per l’integrazione nella sicurezza  4

6.       I pensionati italiani nel mondo i primi ad essere colpiti dalla manovra  4

7.       Mondiali di calcio. Interrogazione Pd: la Rai trasmetta anche agli italiani all’estero  5

8.       Bando per la selezione del nuovo Segretario Generale del centro italo-tedesco di Villa Vigoni 5

9.       Newsletter di Radio Colonia a chi ne fa richiesta  6

10.   Nasce oggi in Ambasciata l’ "Associazione per la tutela effettiva da discriminazione in Europa"  6

11.   Il 18 giugno a Colonia convegno sull condizione sociale degli italiani in Germania e nel Nordreno-Vestfalia  6

12.   L’Associazione "Un'altra Italia" di Monaco di Baviera  6

13.   Clima: a Bonn una bozza di accordo e tante critiche  7

14.   Un progetto sperimentale di informazione di ritorno  7

15.   I 18 eletti oltre confine tra impotenza ed incapacità! 7

16.   Il ritorno di Gran Sportello Italia su Rai Internazionale. Francesca Alderisi, paladina degli italiani nel mondo  8

17.   Ultimatum Usa alla Bp: 48 ore per arginare la marea nera  9

18.   Agli Usa serve un patto sul lavoro  9

19.   Lo spettro del bavaglio e della deflazione  10

20.   Privilegi, favori, corruzione. L’opacità del potere  11

21.   Privacy, trasparenza e diritto di sapere  11

22.   Prodi: «Lasciate in pace la Costituzione, per liberalizzare sfidate le corporazioni»  12

23.   Il lavoro da salvare  13

24.   Va' Pensiero al posto dell’inno di Mameli, è bufera su Zaia  13

25.   Tremonti: «Labirinto di leggi fa paura». Epifani: «Rischio è manovra bis»  13

26.   L’intervista. "Norme per scoraggiare gli ascolti, ora il Paese la pagherà in sicurezza"  14

27.   Laura Garavini lista a lutto il proprio sito internet, per protesta contro la legge bavaglio  14

28.   Il ddl sulle intercettazioni. Scelte preoccupanti 15

29.   Bersani: “Gli italiani nel mondo hanno ragioni da vendere. Il Pd è con loro”  15

30.   I dati di Istat e Inps. In Italia è povero un pensionato su due  15

31.   Camera. Riforma della legge sulla cittadinanza: audizione in Commissione Affari costituzionali 15

32.   Manovra finanziaria. La scure dell’esattore sugli indebiti: l’Inps chiarisca sugli italiani all’estero  16

33.   Redditi nell’Unione e doppie imposizioni. Consultazione pubblica della Commissione europea  16

34.   Alla ricerca delle radici: convegno e mostra all’Università di Roma “La Sapienza”  17

35.   A Roma il 3-6 luglio l’XI Meeting dei Segretari Generali delle CCIE  17

 

 

1.       Im Gespräch: Franco Frattini. „Die Spekulanten waren die besseren Schachspieler“  17

2.       Neues Abhörgesetz in Italien. Berlusconis Schutzschirm   19

3.       Italien. Großrazzia gegen Mafia  19

4.       Debatte im Europäischen Parlament. EU-Bürgerinitiative zur Stärkung des Medienpluralismus?  19

5.       Nürnberg. Ardizzone (Comites) schreibt an die Mitglieder des Europaparlaments  20

6.       Umweltpolitik. UN-Klimakonferenz in Bonn endet ohne Ergebnis  20

7.       "Horizonte - Das Lehramtsstipendium für Migranten": Die Ausschreibung in Berlin läuft! 21

8.       Unbegleitete minderjährige Asylbewerber: Europäische Agentur für Grundrechte legt Untersuchung vor 21

9.       Rechtsruck in Niederlanden. Die sogenannte Toleranz  21

10.   Das deutsche WM-Team. Unsere Internationalmannschaft 22

11.   Der Terror hat einen Namen - Ahmadinedschad  22

12.   Nato. Afghanistan-Abzug trotz Gefechten  23

13.   Entwicklungshilfe. Dirk Niebel ist Jahrtausendziel egal 23

14.   Koalition in der Krise. Der schwarz-gelbe Trauerzug  24

15.   Nordrhein-Westfalen. SPD will keine große Koalition mit der CDU  24

16.   Leitartikel zu NRW. Amokfahrt in der Politik  25

17.   Befristete Arbeitsverträge. Eine Generation auf Abruf 25

18.   Vorsitz der Hessen-CDU. Entspannter Abgang  26

19.   Bundeswehr Wehrpflicht vor dem Aus  27

20.   Interview zum Sparpaket. "Frau Merkel muss aufpassen"  27

21.   Haushaltsabgabe. Die neue Gebühr 28

22.   Bildungsgipfel. Neuauflage eines Desasters  29

23.   Berlin holt 50 iranische Flüchtlinge. Solidarität auf Sparflamme  29

24.   Rassistischer Ausfall Sarrazins. "Durchschnittlich dümmer"  29

25.   Fußball-WM Neue Liebe Afrika  30

26.   Leitartikel. Bafana, Bafana  30

27.   Ein italienischer Sommertraum   31

 

 

 

Intervista del Ministro Frattini alla "Frankfurter Allgemeine Zeitung"

 

In occasione della sua recente visita a Berlino, il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha rilasciato un’intervista a Klaus Dieter Frankenberger e Andreas Ross pubblicata il 10 giugno sulla "Frankfurter Allgemeine Zeitung". Frattini parla della crisi finanziaria e dell’euro, del ruolo dell’Europa e dei rapporti tra Italia e Germania

 

D. Signor Ministro, Lei giunge qui a Berlino in un momento poco ameno.

R. Sì, ha ragione. È in gioco la credibilità dell’Unione Europea e siamo chiamati a domandarci se l’Unione sia in grado di far fronte alla crisi globale dell’economia e delle finanze.

D. Il Governo Federale intende risparmiare, dichiarando che abbiamo condotto una vita finora al di sopra delle nostre possibilità.

R. Questo è vero, per tutti gli stati occidentali. Gli Italiani e i Tedeschi però hanno sempre fatto attenzione a risparmiare denaro e vivere in modo modesto. I debiti dei privati in Italia e in Germania sono molto più bassi che nel Regno Unito, negli USA o in Spagna. Dipende dalla nostra cultura. È così che mi è stato insegnato già in famiglia. Gli Inglesi poi hanno anche un deficit di bilancio che è quasi il doppio del nostro, cioè tra il 10 e l’11 percento del PIL.

D. Il debito statale italiano ammonta a circa il 120 percento del PIL. L’Italia non avrebbe dovuto iniziare molto prima a ridimensionare in maniera energica i propri debiti?

R. Il nostro elevato indebitamento è l’eredità degli scorsi 25-30 anni. Avremmo dovuto intervenire duramente molto prima, questo sì, ma non tre giorni o tre anni fa, bensì 15 anni fa. Adesso ci tocca modificare il metodo in cui calcoliamo il debito. Non si deve limitare lo sguardo all’indebitamento delle finanze pubbliche. Al contrario, siamo obbligati a calcolare l’indebitamento interno lordo, analogamente a quanto fa l’OECD, sotto forma di combinazione tra l’indebitamento pubblico e privato. Ne emerge che sono la Germania e l’Italia ad occupare i vertici nella classifica nell’Unione. Se ci si limita ai debiti statali, allora l’Italia vanta brutti risultati. Ma non dimentichiamo che una delle cause scatenanti della crisi è stata lo scoppiare della bolla dell’indebitamento privato e non l’esplosione dell’indebitamento statale.

D. Queste cifre sono risapute. Nonostante ciò, perché anche l’Italia viene messa sotto pressione dai mercati?

R. Ci sono talmente tanti speculatori a livello internazionale. Dopo la dura legge finanziaria approvata dal nostro Esecutivo la scorsa settimana però, le speculazioni a scapito dell’Italia cesseranno. La decisione dell’Unione di istituire un fondo anticrisi, unita a singoli provvedimenti nazionali, è un chiaro messaggio a tutti gli speculatori. Grazie a questa risolutezza politica vi saranno meno tentativi di speculazione. .

D. Ma è veramente così risoluto il Presidente del Consiglio Berlusconi? Ha preso le distanze dal pacchetto di risparmio del suo Governo.

R. Berlusconi ha dovuto contemperare i diversi orientamenti in sede di governo. Alcuni volevano che ci si concentrasse unicamente sui tagli alle spese, altri sugli stimoli alla crescita. Il che non vuol dire che non sarebbe possibile giungere ad un ulteriore miglioramento del compromesso per mezzo di un dibattito più equo e trasparente in Parlamento. Stiamo già approntando nuove proposte. Sinora, infatti, è stato proposto di abolire le province più piccole. Io sarei ancora più coraggioso e direi: sciogliamo nei prossimi due anni tutte quelle province che superano i propri limiti di bilancio.

D. Buon divertimento. Incontrerà di certo grandi resistenze.

R. Si, ma l’opinione pubblica capisce meglio questo, rispetto agli appelli a fare dei sacrifici collettivi. A parte ciò, possiamo favorire la crescita se eliminiamo della burocrazia. Dovremmo inserire un articolo nella finanziaria in cui si dice che è consentito tutto ciò che non è oggetto di espresso divieto. In tal modo sarebbe più semplice creare una ditta, senza dover stare tanto ad aspettare le autorizzazioni.

D. Qual è in realtà il problema chiave dell’economia italiana?

R. In primo luogo c’è troppa burocrazia. Troppe norme amministrative, troppo poca trasparenza. Ciononostante, l’Italia ha sei milioni di piccole e medie imprese. È grazie a queste che la nostra economia è cresciuta nel primo trimestre dello 0,5 percento. Il che non è molto, ma sempre di più che in Germania, Francia e Regno Unito. Quanto sarebbe elevata la crescita se non ci fosse la burocrazia! Il secondo problema è l’evasione fiscale. Il 19-22 percento del nostro prodotto interno lordo viene realizzato in nero.

D. Se l’evasione fiscale fa parte della cultura italiana, sarà difficile che cambi qualcosa.

R. Sì, ed è per questo che dobbiamo creare incentivi mediante riduzioni fiscali e contrastare l’evasione fiscale, per esempio mediante controlli – ovviamente, senza trasformare l’Italia in uno stato di polizia. Se lasciamo il tutto nelle mani del contribuente, la tradizione dell’evasione fiscale si affermerà.

D. In sé sono fatti ormai ben risaputi. C’era bisogno della crisi dell’euro perché il Suo Governo si mettesse ad intervenire?

R. La crisi è il fattore aggiuntivo di cui avevamo bisogno. Attraverso un’amnistia abbiamo già dimostrato che è possibile rimpatriare il denaro finito nei paradisi fiscali internazionali. In tal modo sono tornati altri 80-90 miliardi di euro in Italia provenienti da Svizzera, Liechtenstein, Lussemburgo o le Bahamas.

D. È preoccupato per la svalutazione dell’euro e le eventuali conseguenze politiche?

R. L’euro continua a restare in ogni caso una delle migliori, se non addirittura la più grande conquista dell’UE. Personalmente non riesco ad immaginarmi affatto un ritorno alle monete nazionali anche se eravamo tanto affezionati allora alla nostra lira. Quello che mi preoccupa è il crollo dell’importanza politica dell’euro, il quale implica una diminuzione dell’importanza dell’Europa sulla scena internazionale. Come già detto, è in gioco la nostra credibilità. Esattamente come noi Europei siamo chiamati a trovare un accordo in materia di sanzioni all’Iran o una posizione nel conflitto medio-orientale, è necessario pure che difendiamo insieme la nostra moneta.

D. Il Cancelliere Federale Merkel ha affermato che se fallisce l’euro, fallisce l’Unione Europea. Concorda con questa ipotesi di tracollo?

R. Sì, si è trattato di un’importante drammatizzazione che aiuta a far capire all’opinione pubblica che sono le circostanze ad imporci di agire più concordi e risoluti che mai.

D. La Signora Cancelliera viene accusata però anche di aver ritardato importanti decisioni. Sarebbe stato possibile impedire un’estensione della crisi greca nella crisi dell’euro?

R. Quando ci siamo resi conto della reale dimensione della crisi, era già troppo tardi. Gli speculatori internazionali seguono una strategia, una visone. Avevano già calcolato tutte le conseguenze dei loro attacchi alla Grecia: l’impatto sul Portogallo così come la ritrosia e mancanza di disponibilità di alcuni Stati membri a reagire velocemente. Gli speculatori sono come i giocatori di scacchi che in una volta sola calcolano già in anticipo diverse mosse.

D. E politici e funzionari pubblici non sono bravi giocatori di scacchi?

R. Dobbiamo migliorare. Questa è la nostra sfida. Tuttavia abbiamo agito velocemente mettendo a disposizione grandi somme di denaro per rendere più difficile la cosa per gli speculatori. Questa è stata la prima crisi di questo tipo dall'introduzione dell'Euro. Perciò addolcirei la dura critica che ritiene la reazione europea troppo timida.

D. In Germania molti erano irritati a causa della situazione in Grecia, a causa degli altri partner dell'Ue e del Governo federale. Lei comprende la psicologia tedesca?

R. Per le strade italiane c'è la stessa sensazione. Al nordest, dove si trova la mia circoscrizione elettorale, la gente lavora molto duramente e non capisce perché deve pagare per Atene. Ecco la mia risposta: perché la crisi della Grecia colpirà voi e le vostre piccole aziende prima di quanto si creda. Certamente capisco la gente. Tuttavia i politici hanno la responsabilità di assumere la guida anche se – come il Cancelliere – perdono le elezioni per questo motivo. In caso di necessità bisogna rassegnarsi a perdere una volta le elezioni, ma non si deve abbandonare l'idea di un'Europa più forte.

D. Attualmente la Germania si sta mostrando sufficientemente forte nel guidare l'Europa?

R. Di fronte al clima in Germania direi: sì, la Germania guida con mano forte. Desidero ripetere: il Cancelliere consapevolmente ha corso il rischio di perdere elezioni molto importanti.

D. La Signora Merkel aveva anche proposto nuove regole, fino ad una possibile esclusione di un paese dall'Eurogruppo. Lei apprezza la guida del Cancelliere anche sotto questo aspetto?

R. Questa però è una provocazione politica. Il trattato non prevede una esclusione dall'Eurogruppo. Tuttavia chi vuole appartenere a questo club, deve anche rispettarne le regole. Dobbiamo imporre meglio queste regole. Non intendo dire però che bisogna andare fino all'esclusione transitoria o definitiva dall'Eurogruppo.

D. Si potrebbe o dovrebbe sottrarre provvisoriamente il diritto di voto a paesi membri?

R. Anche questo non è previsto dal trattato. Per riformarlo avremmo bisogno dell'unanimità che, però, non ci sarà.

D. Dopo l'irritazione nel contesto del Trattato di Lisbona il timore di una revisione del trattato è enorme.

R. Per dire la verità, per un lungo periodo non voglio assolutamente più discutere di una riforma delle istituzioni.

D. Per quanto riguarda la crisi attuale della politica estera: dopo l'attacco contro la flottiglia della solidarietà da parte di Israele, Parigi e Londra hanno proposto che le forze dell'Ue potrebbero controllare la costa davanti a Gaza. Una buona idea?

R. Di questo argomento i Ministri europei degli esteri parleranno lunedì a Lussemburgo. In linea di principio non sono contrario ad un impegno europeo. Ma non dobbiamo dimenticare che Israele è uno Stato democratico e sovrano. Non possiamo controllare il territorio e le acque israeliane all'insaputa di Israele. Tuttavia è molto difficile immaginare che Hamas si metta d'accordo con Israele.

D. Israele aveva il diritto di impedire alle navi di raggiungere la costa della striscia di Gaza?

R. Questo non lo so. Ma dal punto di vista israeliano il fatto è controproducente. Le immagini della popolazione nella striscia di Gaza che soffre per il blocco danneggiano Israele. E dico questo nella veste di Ministro degli esteri dell'Italia, che forse è il più stretto amico di Israele in Europa.

D. L'Italia, al contempo, vuole essere un amico stretto della Turchia. Che ne pensa delle dure accuse avanzate dal Premier Erdogan nei confronti di Israele e dell'atteggiamento di blocco adottato dalla Turchia nella lotta per le sanzioni all'Iran?

R. Dovremmo riflettere quanto prima su quali sono gli errori che l'Europa ha commesso nei confronti della Turchia. L'Italia, probabilmente, è il fautore più deciso di un'adesione turca all'Unione Europea. Credo che noi europei abbiamo commesso l'errore di spingere i turchi verso est invece di attirarli verso di noi. Se diamo l'impressione ai turchi che non li vogliamo avere come membri della famiglia europea, si guarderanno intorno in vista di altre prospettive – quella di una potenza regionale - verso l'Iran, verso il Caucaso, la Siria e così via. Non è nell'interesse dell'Europa. Lunedì prossimo, il collega Westerwelle ed io chiederemo a Lussemburgo di parlare su come procedere ora con la Turchia. Tra alcune settimane terminerà un'altra Presidenza comunitaria senza avere aperto neanche un capitolo delle trattative di adesione. Non siamo riusciti a parlare nemmeno di una cosa talmente innocua come la sicurezza alimentare a causa del blocco da parte di uno Stato membro. E tutti noi dobbiamo subirne le conseguenze.

D. La intendiamo bene: È per il riserbo dell'Europa che la Turchia è diventata più nazionalista, che è più aperta agli islamisti, che segue una politica anti-israeliana e si avvicina all'Iran?

R. Si. È pur vero che vi sono anche dinamiche politiche interne. Ma se l'Europa avesse tentato più attivamente di avvicinare la Turchia a sé, avremmo contribuito ad impedire tutto questo.

D. È ancora possibile per l'Europa e l'Oriente accattivarsi le simpatie della Turchia di Erdogan?

R. Abbiamo ancora un po' di tempo. Ma dobbiamo dare più costanza al processo di adesione.

D. Erdogan ed il suo partito Akp, però, continuano ad aspirare ad entrare con la massima urgenza nell'UE?

R. Sì. Infatti abbiamo anche invitato l'Akp a partecipare all'incontro del Partito Popolare Europeo in qualità di osservatore. Sembra paradossale che un partito musulmano come l'Akp venga invitato da parte del Ppe, ma non lo è.

D. Lei è già stato Ministro degli Esteri dal 2002 al 2004 e lo è di nuovo dal 2008. Che cosa è cambiato?

R. Primo, l'entusiasmo per l'Europa era molto più forte prima dell'allargamento dell'Unione verso est. Tutti volevano più integrazione. Ora prevalgono malumore e dubbi sull'allargamento. La gente chiede: perché devo pagare per questo o quell'altro nuovo Stato? Secondo, ora l'Europa ha l'opportunità di svolgere un ruolo chiave in Africa, nel Mediterraneo o nel Medio Oriente dato che il Presidente americano Obama sta seguendo un approccio multilaterale. Anche il Presidente Bush è stato un amico dell'Italia e dell'Europa, ma voleva l'allineamento. Obama ci lancia l'appello a condividere le responsabilità.

D. Gli europei sono più pessimisti ma hanno più possibilità?

R. Esattamente. È questo il paradosso".

(l’intervista in tedesco nella sezione accanto, ndr)

 

 

 

 

Bruxelles. L'Unione europea celebra i 25 anni dell'Area Schengen

 

Bruxelles - Venticinque anni fa, cinque paesi dell'Unione europea  - Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Olanda – iniziarono il processo di approfondimento dell'integrazione europea attraverso l'eliminazione dei controlli alle frontiere con l'Accordo di Schengen. A seguito della successiva espansione dell'Area Schengen, oggi oltre 400 milioni di cittadini europei possono viaggiare senza passaporto. Lo ricorda Cecilia Malmström, commissario europeo agli Affari Interni

  “Schengen – sottolinea Malmström - è diventato uno dei più potenti simboli della capacità dell'Unione europea di migliorare la vita dei suoi cittadini. Facilitando i viaggi, il turismo e il commercio, ha migliorato l'integrazione e rimosso gli ostacoli alla pace e alla libertà in Europa. Schengen ha anche cambiato molte delle nostre vite”.

  Malmström  avverte che “questa libertà di viaggiare deve tuttavia essere affiancata da maggiori responsabilità. Gli ultimi 25 anni hanno visto la fine della Guerra Fredda e l'inizio di una nuova fase di apertura e globalizzazione. Ciò ha dato molte nuove opportunità ad un considerevole numero di persone, ma ci ha anche esposto a nuove minacce – dal crimine organizzato al terrorismo internazionale”. L'Unione europea, pertanto, “necessita di una effettiva cooperazione tra le autorità preposte al rispetto della legge al fine di combattere efficacemente i crimini”. E  “l'Agenda di Stoccolma indica le azioni prioritarie nel settore di mia responsabilità che perseguono l'obiettivo complessivo di garantire la sicurezza dei nostri cittadini nel pieno rispetto dei loro diritti e delle loro libertà fondamentali”.

  “Negli ultimi dieci anni – prosegue la commissaria Ue - l'area Shengen è rapidamente cresciuta dal punto di vista geografico fino a comprendere oggi 25 paesi e questa crescita è stata accompagnata  da un  approfondimento della cooperazione e della solidarietà. L'agenzia Frontex dell'Unione europea assiste gli Stati membri nella gestione appropriata delle frontiere comuni Schengen e la Commissione europea ha proposto di potenziare le sue capacità. Anche il Codice Comune per i Visti ha trovato piena applicazione. Ogni membro dell'area Schengen si assume la responsabilità di controllare le frontiere esterne per conto degli altri paesi Schengen e rilascia visti Schengen uniformi, coopera efficientemente con le autorità di polizia di ogni altro membro dell'area al fine di preservare un alto livello di sicurezza al di là del comune confine esterno”.

  “I fondatori di Schengen ci hanno insegnato a guardare lontano e a mirare alto. Celebriamo dunque i successi raggiunti, dai quali dobbiamo partire per  migliorare ulteriormente la libertà e la sicurezza dei cittadini europei negli anni che verranno” conclude Cecilia Malmström. (Inform)

 

 

 

 

Cervello in crescita: azione, si parte!

 

E’ sempre un rischio ridurre il comportamento umano alla biologia del cervello, ed io ebbi occasione di scriverlo anni fa anche su questo stesso giornale. Ma alcune delle ultime scoperte delle neuroscienze devo dire sono davvero stimolanti… Per esempio, la notizia che è proprio l’accresciuta capacità (in senso fisico) del cervello dei ragazzini a permettere loro di cominciare a cogliere e condividere con noi grandi il significato di battute allusive e di doppi sensi.

Io lo ho notato per un caso davvero fortuito che mi sarebbe francamente sfuggito se queste rivelazioni scientifiche non me lo avessero fatto riconoscere come straordinariamente significativo: alla TV avevano riproposto un dialogo tra due comici dato solo qualche settimana prima ed ascoltato da mio figlio distrattamente; ebbene, riascoltandole dopo poco più di un solo mesetto, le stesse battute hanno scatenato in lui una risata improvvisamente divertita: le stava “capendo”… Ma allora, prima “non le aveva capite”?…Come mai? 

Intanto, notando altri atteggiamenti che devo dire in queste ultime settimane si stanno accavallando, ero stata in libreria - ricordiamoci infatti che il concetto di “formazione continua” ovvero “non si finisce mai di imparare”, deve essere messo in pratica con serio impegno da noi stessi, e non solo consigliato agli altri – e, chiedendo consigli e promettendo riscontri alle gentili commesse che ora leggono me, ho acquistato in due riprese una busta di volumi interessantissimi ed aggiornati sull’adolescenza scegliendo studi recenti di nomi accademici su tematiche anche particolari quali l’amore, l’amicizia, le regole, gli scontri, il nichilismo giovanile eccetera, tutti ricchi di informazioni e spunti per riflessioni illuminanti. Il mio consiglio generale è certamente di leggere, leggere e leggere, organizzando nelle scuole workshops e tavole rotonde per lo scambio di opinioni e semmai anche di testi, tra insegnanti e famiglie, o solo tra insegnanti e solo tra famiglie, perché la scuola diventi un luogo di incontro in cui i nostri figli imparino a crescere e noi tutti si impari a vedere che stanno e come stanno crescendo. Il verbo “vedere” è importante; da settembre, dunque, organizzerò i primi tentativi per promuovere quest’idea cominciando dalle zone in cui abito e da una dirigente scolastica pedagogicamente sensibile.

Non desidero riportare qui l’elenco dei titoli delle mie scelte: le idee circolano soprattutto nei libri, da scegliere a seconda delle problematiche sulle quali ognuno sente di aver bisogno di maggiori informazioni contemporaneamente e/o prima di rivolgersi eventualmente a personale educativo specializzato per un consiglio più personale ed attento, e proprio in modo da non farsi cogliere completamente disinformato e neppure tanto segretamente intimorito. Vorrei riuscire a condensare il mio messaggio in due frasi: la “non conoscenza” rende grandi coloro che forse in realtà non lo sono: il libro, infatti, nell’antichità nacque con la città greca e la sua (relativa) democrazia. Fate voi.

Tra quei volumi, però, ne ho trovato uno davvero fondamentale, che vorrei al contrario indicare: è un testo che parla della crescita del cervello adolescente, che consiglio a tutti di leggere, sebbene alcuni capitoli tradiscano il contesto di appartenenza dell’autrice (una giornalista scientifica americana, madre, si dichiara, di due adolescenti) diverso ancora per certi versi dal nostro: di Barbara Strauch, “Capire un adolescente”, Oscar Mondadori.

Ecco, quel testo mi ha fatto un vero regalo: ho capito che il mio stupore non aveva intercettato qualcosa di insignificante e che, anzi, ero stata fortunatissima a passare vicino alla TV in quel preciso istante per riconoscere contemporaneamente il numero televisivo e la novità della reazione di mio figlio. Pare infatti che proprio ad una certa età, quella fatidica della preadolescenza (intorno gli 11 anni: ma cerchiamo, noi genitori, di guardare ai numeri, che servono da utilissimo criterio di orientamento agli scienziati, con un’intelligente flessibilità, cercando piuttosto di osservare di più, noi che abbiamo il privilegio della quotidianità, il ritmo di crescita individuale dei nostri figli), i ragazzini sviluppino moltissime aree del cervello, il quale aumenta visibilmente il suo volume complessivo, volume che in seguito invece ritornerà alle dimensioni lievemente inferiori proprie del cervello adulto. Tra queste aree, l’area dei lobi prefrontali (quella considerata fatidica per alcuni problemi di comportamento e di attenzione, in aumento nelle nostre scuole, di cui mi occuperò prossimamente, segnalando però già da ora un sito www.giulemanidaibambini.org  a chiunque abbia l’urgenza di qualche informazione più dettagliata, dall’Italia e dall’estero), importantissima per la maturazione della personalità adulta: da anni si sa ormai che è qui che risiede la nostra  capacità biologica di autocontrollo, valutazione, calcolo delle conseguenze, progettazione del futuro eccetera - per dirla in breve, la nostra “umanità” - avendo noi umani, con la posizione eretta, portato il cervello ad estendersi in questa zona del cranio, differenziandoci così dai primati e dai primi ominidi.

Il bambino però, attenzione attenzione, non nasce con un cervello già “pronto”: lo forma (a livello proprio strutturale e materiale) anzi crescendo, proprio come, crescendo, dà forma e tono al suo corpo, che si sviluppa sì partendo da un dato programma, che però può essere corretto, danneggiato, interrotto a seconda di ciò che succede nel corso del tempo… Insomma, “corpo”, “mente” ed “anima” umani appartengono al flusso che scorre e che chiamiamo “vita”; e la “mente” si fonda e si appoggia su una possibilità biologica “di essere”, ossia sul cervello, che cresce con il nostro pensiero, come possibilità dello stesso, ma anche come disponibilità aperta all’interferenza del ed all’interazione con l’ambiente circostante (intendendo per “ambiente” ciò con cui noi stabiliamo contatti più significativi, ciò “in cui viviamo con la nostra capacità di concentrazione vitale”: l’ambiente di Leopardi erano i libri della sua biblioteca, per intenderci, non certo i suoi vicini di casa seduti per le stradine di Recanati a prendere il fresco e chiacchierare di cose per lui insignificanti la sera).

Pensando, quindi, noi stimoliamo e diamo forma a quella base biologica: così fanno a maggior ragione i bambini e, con un’esplosione di energia anche mentale, i preadolescenti e gli adolescenti.

Oltre ai lobi frontali ed al resto, nella prima fase, cresce anche l’area del cervelletto, imputata, secondo gli scienziati nominati dalla Strauch, non solo di alcuni nostri comportamenti “fisici” legati al movimento ed all’equilibrio, ma anche di alcuni comportamenti “psichici”, come, per esempio, la comprensione delle battute di spirito e dei “segnali sociali”, ovvero anche dello stato d’animo, o umore, altrui. Tant’è per oggi: questa è l’informazione che mi ha permesso di capire, dietro alla risata di mio figlio, la presenza di un qualcosa di “nuovo”. Ma c’è dell’altro.

Quella del cervelletto è l’area che tarda di più a stabilizzarsi sui valori normali di un cervello adulto: pare lo faccia verso i 25 anni, destinando i giovani a confondere o mal interpretare o non saper interpretare messaggi per esempio emotivi, mettendosi talvolta nei guai, anche per questo. Contemporaneamente, essi provano l’istintivo e fondamentale bisogno di conoscere gli altri e se stessi stimolando le varie reazioni  e “sperimentando” diverse situazioni, anche quelle che hanno il fascino ambiguo del rischio che da adulti poi noi tutti preferiamo evitare. I capitoli della Strauch sulla loro naturale attrazione per le situazioni rischiose ed il legame di questo bisogno (poi per molti adulti non più comprensibile, perché ovviamente non legato alla razionalità ancora non formata dei ragazzi) con alcune aree cerebrali (lobi frontali, cervelletto, amigdala: non spaventatevi dei nomi, il testo è scorrevolissimo ed adatto ad una lettura piacevole) e con alcune sostanze chimiche (ormoni, neurotrasmettitori…) sono molto interessanti per noi genitori, un po’ in ansia per questa inevitabile, ma pur sempre fondamentale tendenza dei giovani a scoprire se stessi anche attraverso situazioni nuove, ambivalenti e dense di “rischi” di vario genere e grado (anche prendere per la prima volta l’iniziativa con un rappresentante dell’altro sesso è vissuto dal giovane come rischio, di fronte al quale c’è anche chi rimane impietrito per tutta la vita) per mettersi alla prova e capire i propri limiti, le proprie potenzialità, le proprie possibilità di essere efficaci e di “creare” nel senso del sentirsi “autore” della propria biografia personale. E noi, da genitori nonché adulti responsabili, dobbiamo pensare a come gestire e proteggere questa energia senza soffocarla, pena la mancata formazione di una personalità a sua volta davvero adulta e responsabile, cioè anche soddisfatta di sé e delle proprie scelte di vita, e gratificata da un autentico ed equilibrato sentimento interiore di autostima e di empatia. Nel prossimo articolo continuerò questo scottante argomento dell’attrazione (che oggi dicono essere fondata sulla biologia del cervello degli adolescenti e sul loro bisogno di diventare grandi!) per le situazioni rischiose.

Cristina Rocchetto (consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press

 

 

 

 

 

Germania e Usa complicano la vita a Europa e Italia

 

Il Re è nudo. Ma, soprattutto, l’Europa è finita. Non esiste più, forse non è mai esistita se non nella pletora burocratica delle sue istituzioni, ma da ieri abbiamo la certezza che la Germania sta lavorando per una nuova Ue a propria immagine e somiglianza, un blocco monetario forte insieme ai paesi nord-continentali e arrivederci ai cugini dei Piigs o Club Med che dir si voglia.

A confermarlo ci ha pensato Hugo Banziger, chief risk officer di Deutsche Bank nel corso di una conferenza organizzata a Madrid da Goldman Sachs: l’istituto bancario tedesco, infatti, detiene 2 miliardi di posizione short contro il debito sovrano di Portogallo e Spagna, questo proprio mentre il governo tedesco sta spingendo per giungere a un divieto generalizzato nell’Ue dello short sul debito sovrano. Complimenti alla coerenza di Angela Merkel e dei suoi sodali!

In sterline, visto che la notizia è rimbalzata immediatamente nelle sale trading della City facendo andare su tutte le furie la comunità finanziaria londinese, Deutsche Bank detiene 900 milioni di pound di posizione short contro il debito governativo spagnolo e 660 milioni contro quello di Lisbona: peccato che Deutsche Bank, lo stesso soggetto che sta scommettendo sul default di due paesi membri dell’Ue comportandosi come un hedge fund, goda del bando sulle vendite allo scoperto posto in essere dal governo tedesco per i dieci titoli sensibili quotati al Dax di Francoforte.

Insomma, verrebbe da citare il buon Ricucci e il suo motto, ma evitiamo di scadere in volgarità. Sempre alla faccia della coerenza, a Madrid il buon Banziger ha descritto l’esposizione del suo istituto verso l’Europa del Sud come «relativamente piccola, con l’eccezione dell’Italia»: l’esposizone sovrana netta dell’istituto verso Roma è di 2,6 miliardi di sterline, poco meno di 3 miliardi di euro, sulla base di una posizione netta di circa 23 miliardi di sterline.

Il bello è che tutto questo accadeva mentre Angela Merkel e Nicolas Sarkozy si ergevano a paladini dell’Europa scrivendo una lettera urgente alla Commissione europea al fine di ottenere una regolamentazione più stringente sulla speculazione finanziaria, incluso il bando generale sul naked short. Le rivelazioni fatte da Deutsche Bank, di fatto, mostrano come istituzioni di questo genere siano perfettamente in grado di bypassare bandi e divieti utilizzando sofisticati strumenti finanziari e sussidiarie estere per operare su fronti delicati come quelli dello short sul debito sovrano: eppure, la strana coppia renana continua a blaterare al riguardo e chiedere bandi populistici e dal sapore sovietico. Ipocriti, a dire poco.

In un blog molto frequentato dai trader della City, ieri si leggeva questo commento postato pochi minuti dopo le rivelazioni giunte da Madrid: «Quindi, signora Merkel, la sua banca principale è in posizione di naked short su due membri dell’Ue come Spagna e Portogallo, ma noi non possiamo operare in naked short sul titolo di Deutsche Bank. Come spiega tutto questo alle locuste degli hedge fund anglosassoni...???».

Volete dargli torto, antimercatisti che non siete altro? D’altronde, essere contro il libero mercato, la finanza, il capitalismo (che brutta parola!) è una moda molto diffusa. Anche, purtroppo, in quella che ne era la patria, ovvero gli Stati Uniti. C’è infatti voluto il lavoro di una commissione del Congresso, che ieri ha reso noto le conclusioni cui è giunto, per scoprire che «il salvataggio pubblico di Aig ha avvelenato il sistema finanziario americano, poichè ha reso noto e chiaro alle grandi firms di Wall Street che il governo avrebbe garantito e coperto i loro azzardi e rischi».

Quel salvataggio, costato lo ricordiamo 182,3 miliardi di dollari, «ha infatti trasformato le scommesse finanziarie della banca in obbligazioni ultra-garantite». Lo scorso gennaio, il segretario al Tesoro, Tim Geithner, ribadì che il salvataggio aveva evitato «un collasso totale del sistema» e, forse, non aveva torto se si valuta l’entità di contratti di cui Aig era controparte nel mondo, Usa ed Europa soprattutto ma questa tutela da “nanny state” del moral hazard di istituti finanziari che operano sul libero mercato - e quindi devono condividerne i rischi, oltre che i profitti - non ha fatto altro che far ripartire le scommesse sul leverage: tanto, se andrà male un’altra volta, lo Stato ci salverà. Ma per quanto i governi e le istituzioni monetarie ed economiche mondiali potranno mettere mano al portafogli o stampare moneta dal nulla per salvare questi capitalisti di Stato?

Siamo, davvero, all’antitesi del liberismo: la Germania vieta lo short su Deutsche Bank e chiede il bando totale su quello del debito sovrano e contemporaneamente lo stesso istituto, banca flagship del paese, shorta il debito sovrano di Spagna e Portogallo. In America, invece, serve una Commissione del Congresso - dal roboante nome di Congressional Oversight Panel - per capire che se si offre a soggetti ad alto rischio una polizza vita gratuita, questi si sentono legittimati a rischiare il più possibile nella logica di privatizzazione dell’utile e colletivizzazione delle perdite.

Non c’è che dire, questa crisi ci ha regalato veramente un mondo, finanziariamente ed economicamente parlando, più responsabile. Non è un caso che, alla fine, i grandi investitori continuino a stare short sull’azionario e long sulle commodities, sperando che il continuo utilizzo di denaro a pioggia da parte dei governi per stimolare la ripresa garantisca una fiammata dell’inflazione.

Qualcuno, poi, soprattutto a New York, comincia a posizionarsi lungo sull’euro, sicuro che i troppi “orsi” presenti contro la moneta unica, alla fine, garantiscano un rally. Gordon Gekko, in “Wall Street”, diceva che lui non tirava freccette su un bersaglio ma scommetteva solo sul sicuro: oggi come oggi, invece, il tiro al bersaglio è moda consolidata e diffusissima. Ennesimo fattore di rischio e volatilità, quindi.

Restiamo con poche convinzioni, una delle quali - almeno per me - incrollabile: la Germania, come avevo già detto, andrebbe denunciata in sede europea e agli enti di vigilanza per turbativa dei mercati, insider trading e agiotaggio. Magari qualcuno, dopo le rivelazioni di Deutsche Bank, comincerà a pensarlo anche a livello politico: sarebbe ora. Anche se sarebbe comunque tardi.

Mauro Bottarelli, ilsussidiario.net, 11

 

 

 

 

 

Approvato dal Consiglio dei ministri il piano per l’integrazione nella sicurezza

 

Roma - Il Consiglio dei ministri ha approvato giovedì 10 giugno il Piano per l'integrazione nella sicurezza, denominato ‘identità e incontro’, proposto dai ministri dell’Interno Roberto Maroni e del Lavoro Maurizio Sacconi.

Si tratta di un sistema di regole che, come ha spiegato il ministro Maroni nel corso della conferenza stampa di presentazione a Palazzo Chigi, consente a chi vuole venire in Italia rispettando le leggi «un percorso di integrazione eccellente». Il piano prevede strumenti d'integrazione per gli stranieri e la frequenza a corsi d'italiano e di educazione civica. 

L’iter del provvedimento dovrebbe concludersi entro l’anno ed essere in vigore dal primo gennaio del 2011, ha annunciato Maroni.

 

Questo il testo dell'accordo di integrazione

 

* Destinatari: gli stranieri che entrano per la prima volta nel territorio italiano.

* Stipulazione: presso lo sportello unico o la questura contestualmente alla presentazione della domanda di permesso di soggiorno.

 

* Durata accordo: due anni.

* Fascia di età: dai 16 ai 65 anni.

* Minori: tra i 16 e i 18 anni l’accordo è sottoscritto anche dai genitori o dai soggetti esercenti la potestà genitoriale. Per i minori non accompagnati affidati o sottoposti a tutela l’accordo è sostituito dal completamento del progetto di integrazione sociale e civile.

 

* Esclusioni: istanza di permesso di soggiorno inferiore ad un anno; patologie o handicap tali da limitare gravemente l’autosufficienza o da determinare gravi difficoltà di apprendimento linguistico e culturale. Per le vittime di tratta, di violenza o grave sfruttamento, l’accordo è sostituito dal completamento del percorso di protezione sociale.

 

* Impegni dello straniero: acquisire la conoscenza di base della lingua italiana (liv. A2) e una sufficiente conoscenza della cultura civica e della vita civile in Italia, con particolare riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei servizi sociali, del lavoro e degli obblighi fiscali, assolvere il dovere di istruzione dei figli minori; conoscere l’organizzazione delle istituzioni pubbliche.

* Lo straniero si impegna a rispettare i principi della Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione di cui al Decreto del Ministro dell’Interno 23.4.07 dichiarando di aderirvi.

* Lo Stato sostiene il processo di integrazione dello straniero attraverso l’assunzione di ogni idonea iniziativa e comunque, entro un mese dalla stipula dell’accordo, assicura allo straniero la partecipazione gratuita ad una sessione di formazione civica e di informazione sulla vita civile in Italia, a cura dello sportello unico, di durata tra le 5 e le 10 ore.

* Monte crediti iniziale pari a 16 crediti, di cui 15 possono essere sottratti in caso di mancata frequenza alla sessione di formazione civica.

* Incremento dei crediti (all. “B”):

* acquisizione di determinate conoscenze (es: la conoscenza della lingua

italiana, della cultura civica e della vita civile in Italia);

* svolgimento di determinate attività (es.: percorsi di istruzione e formazione professionale, conseguimento di titoli di studio, iscrizione al servizio sanitario nazionale, stipula di un contratto di locazione o acquisto di un’abitazione, svolgimento di attività di volontariato).

* Decurtazione dei crediti (all. “C”):

a) condanna penale anche non definitiva;

b) sottoposizione a misure di sicurezza personali anche in via non definitiva;

c) commissione di gravi illeciti amministrativi o tributari.

 

* Soglia di adempimento: conseguimento di 30 crediti.

* Verifica da parte dello sportello unico per l’immigrazione sulla base della documentazione prodotta dallo straniero il quale, in caso di assenza di idonea documentazione, può svolgere un apposito test, a cura dello sportello unico, inerente la conoscenza della lingua e della cultura civica.

* Esiti della verifica:

a) estinzione dell’accordo per adempimento = 30 crediti, livello A2 lingua e sufficiente conoscenza cultura civica;

b) possibilità di fruizione di attività culturali e formative premiali a carico del Ministero del Lavoro = 40 o più crediti;

c) proroga annuale dell’accordo = crediti inferiori a 30;

d) risoluzione dell’accordo ed espulsione dello straniero, fatta eccezione per le ipotesi in cui l’espulsione non sia possibile a norma di legge = crediti pari o inferiori a zero;

e) diniego di rinnovo o revoca del permesso di soggiorno = inadempimento dell’obbligo scolastico da parte dei figli minori, salvo la prova di essersi adoperato per garantirne l’adempimento.

* Istituzione di un’anagrafe nazionale degli intestatari degli accordi di integrazione presso il Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione. (de.it.press)

 

 

 

 

I pensionati italiani nel mondo i primi ad essere colpiti dalla manovra

 

Roma - Sono i giovani i più colpiti dalla crisi? Macché. I primi a pagare saranno i pensionati. O, almeno, è questa la valutazione del deputato Pd Marco Fedi. A colloquio con ItaliachiamaItalia, proprio durante le votazioni alla Camera per la manovra aggiuntiva targata Tremonti, Fedi analizza le ripercussioni pratiche sulle comunità italiane all’estero. E, a proposito di praticità, spiega gli inconvenienti burocratici ai quali, da qualche tempo, vanno incontro le coppie di residenti all’estero che intendono sposarsi in Italia.   

 

Onorevole Fedi, Lei è in aula per votare la manovra finanziaria. Qual è la situazione attualmente? E qual è il suo giudizio?

"Si procede con le votazioni. Alla manovra attribuisco sostanzialmente un giudizio negativo, non sono convinto che non è giusto mettere le mani nelle tasche degli italiani. Bisogna metterle, ma nelle tasche di quelli con i soldi, di quelli che in questo momento di crisi fanno profitti. Il governo deve tassare i redditi più alti, i tagli alle spese politiche sono positivi ma non sono sufficienti".

Quali saranno le ripercussioni più immediate sulla comunità di connazionali residenti all’estero?

"Evidentemente le misure sulle pensioni sono particolarmente negative - dichiara Fedi a Italiachiamaitalia.com -, perché gli italiani che vivono all’estero e sono sottoposti anche ai regimi previdenziali dell’altro paese si troveranno ora ad andare in pensione con una finestra più lunga, si ritroveranno così in attesa per un reddito derivante da una pensione che tarderà ad arrivare. Lo sosteniamo da tempo: gli italiani nel mondo pagano il prezzo della crisi due volte, perché la pagano in due paesi".

 

A pagare saranno solo i pensionati?

"Sicuramente i pensionati e i dipendenti d’impresa. Poi c'è da capire quanto gli effetti delle riduzioni dei trasferimenti ai ministeri graveranno su quello degli Esteri e, quindi, sul funzionamento della rete consolare, sia in relazione ai servizi che ai progetti e ai programmi. Dobbiamo seguire la discussione parlamentare e le posizioni del governo".

Attualmente esiste un canale comunicativo, di collaborazione, tra maggioranza e opposizione? Possiamo dire ai nostri lettori che in Parlamento vi state dando da fare per difendere i diritti degli italiani nel mondo?

"Stiamo seguendo la materia. Noi del Pd vorremmo che il governo mantenesse almeno l’impegno preso sull’estensione delle detrazioni fiscali con carichi di famiglia, che sono state introdotte dal governo Prodi e, successivamente, estese di un anno da Berlusconi. Ora dovremmo passare alla definitiva entrata nel regime fiscale".

Ed è realistico pensare che il governo manterrà questo impegno?

"Il governo si era impegnato a farlo e Di Biagio ha collaborato con noi. Speriamo che su questo tema si proceda".

A due anni dalle elezioni, non esiste un’iniziativa o un fronte comune degli eletti all’estero, a prescindere dal colore politico?

"Io auspico un incontro collegiale con gli altri eletti all’estero per valutare l’impatto della manovra, anche in previsione del fatto che, dopo la manovra, ci sarà la legge di bilancio".

Fino ad oggi non vi siete mai visti insieme?

"Fino ad oggi non c’è stato alcun incontro, sarebbe auspicabile farlo. Abbiamo dialogato a distanza ma non c’è mai stato un incontro collegiale".

Lei ha presentato un’interrogazione parlamentare sulle modifiche inerenti il matrimonio in Italia tra cittadini italiani e stranieri, affermando che sono sorti delle incomprensioni con i Comuni e la rete consolare. Di che cosa si tratta?

"È molto semplice. Ci sono nuove modifiche sul regime dei matrimoni civili in Italia. Non sempre, però, le nuove norme vengono comprese dai Comuni perché, da come sono scritte, non è chiaro se un cittadino italiano residente all’estero può sposarsi in Italia con rito civile. Le nuove norme prevedono che si può sposare solo chi è in possesso del regolare permesso di soggiorno. Ma allora può sposarsi uno non residente in Italia e, quindi, senza permesso di soggiorno? Le coppie che si trovano in questa situazione stanno ricevendo risposte confuse o errate sia dalla rete consolare che dai Comuni".

Un’empasse burocratica o un disegno politico?

"Il governo ha approvato queste norme sulla scia della propaganda contro l’immigrazione, senza riflettere con la dovuta serenità sugli effetti non considerati. Al di là della mia opinione politica, vorrei che il governo risponda all’interrogazione e poi valuteremo se veramente c’è dietro un disegno politico".

Sono passati pochi giorni dalla festa della Repubblica. Come è stata festeggiata a Sydney? Il 2 giugno è ancora una ricorrenza sentita?

"La comunità italiana sente profondamente l’anniversario della Repubblica, c’è stata una grande partecipazione alla manifestazione sia da parte delle istituzioni che da parte del popolo, c’è un forte senso della vicinanza all’Italia e abbiamo riscontrato anche una forte disponibilità dalle comunità locali a un dialogo con noi. Quale occasione migliore dei 150 anni dell’Unità d’Italia per riallacciare i rapporti tra italiani in patria e all’estero?".

I media australiani hanno diffuso la notizia dell’assenza del ministro degli Interni Maroni ai festeggiamenti per il 2 giugno? Come hanno commentato la vicenda i nostri connazionali? 

"Con preoccupazione, perché temono che vengano messi in discussione principi come l’unità dello Stato. Atti simbolici come questo sono preoccupanti. Anche i mezzi di comunicazione di lingua inglese hanno seguito la vicenda con curiosità, come a dire: ancora si discute di queste cose? È legittimo parlare di federalismo e accelerarne l’attuazione, ma deve essere solidale e basata sull’unità del Paese. Sembra invece che in ambienti governativi si torni a parlare in termini secessionisti".

Intervenendo dalle colonne del nostro giornale, Fabio Ghia ha ripreso un suo intervento a Sydney, nel quale lei invitava ad una riflessione sull’argomento intercettazioni, dicendo che “sarebbe stato più apprezzabile un suo contributo su come l’argomento è trattato in Australia, dove l’approccio della Common Law tutela prima di ogni altra cosa la privacy degli individui”. Come risponde?

"Stiamo parlando di paesi profondamente diversi. In Australia uno dei ministri federali si è dimesso per uno scandalo legato a presunte molestie sessuali ed altri annunci di inchieste hanno portato a dimissioni di altri ministri. È un paese con una cultura politica evidentemente molto diversa dalla nostra e poi il fatto che in Australia le intercettazioni non escano sul giornale non significa che non vengano fatte. Tutti gli schieramenti politici sono d’accordo sul regolare la pubblicazione, il problema però è che questo ddl rischia di fare sconti ai reati di mafia e penalizzare il mondo dell’informazione. Bisogna trovare il giusto equilibrio per garantire l’informazione. Ogni raffronto con l’Australia è puramente inopportuno ed è per questo motivo che io non l’ho fatto". Barbara Laurenzi - Italia chiama Italia 10

 

 

 

 

Mondiali di calcio. Interrogazione Pd: la Rai trasmetta anche agli italiani all’estero

 

ROMA - La Rai deve trasmettere i Mondiali di calcio anche agli italiani all’estero. E’ quanto sollecita un’interrogazione del Partito democratico al presidente dell’azienda, Paolo Garimberti, depositata in commissione Vigilanza da Vinicio Peluffo e Fabrizio Morri.

  “Il nuovo contratto di servizio tra Rai e ministero dello Sviluppo economico per il triennio 2010-2012 approvato ieri – afferma Peluffo, della commissione Vigilanza – prevede l’impegno da parte della televisione pubblica a mantenere vivo il legame dei cittadini italiani residenti all’estero attraverso un’adeguata programmazione. Nonostante questo la Rai non ha provveduto ad acquistare i diritti televisivi per trasmettere i Mondiali di calcio fuori Italia. Domani c’è il fischio d’inizio e i nostri connazionali, che secondo l’ultimo censimento sono oltre 3 milioni e 850mila, si vedranno schermato l’ennesimo grande evento. Chiediamo alla Rai – conclude Peluffo - se e in quali forme intenda porre rimedio”. (Inform)

 

 

 

 

Bando per la selezione del nuovo Segretario Generale del centro italo-tedesco di Villa Vigoni

 

L'Associazione "Villa Vigoni", istituita a seguito di un accordo tra i Governi italiano e tedesco del 1986, e' incaricata della promozione, in uno spirito europeo, delle relazioni italo-tedesche nei campi della scienza, della formazione e della cultura, incluse le loro connessioni con l'economia, la societa' e la politica, attraverso soggiorni di studio, colloqui, tavole rotonde, seminari estivi e manifestazioni artistiche organizzati prevalentemente nella Villa Vigoni di Loveno di Menaggio (Como), proprieta' della Repubblica Federale di Germania.

L'Associazione svolge il suo compito nella consapevolezza dello sviluppo comune della Germania e dell'Italia nella storia passata e contemporanea e degli stretti legami, politici ed economici, culturali ed artistici, tra i due Paesi. Particolare attenzione viene rivolta all'incontro tra Autorita' ed esperti dei due Paesi nei vari settori, nonche' tra nuove leve del mondo della scienza, dell'arte e del lavoro, su temi e sfide di comune interesse. Le attivita' dell'Associazione Villa Vigoni sono finanziate con contributi dei Governi Italiano e Tedesco, nonche' con donazioni e contributi di terzi (per maggiori informazioni si rinvia al sito internet http://www.villavigoni.it ). L'Associazione Villa Vigoni rende noto che il 1 febbraio 2012 si rendera' vacante la posizione di "Segretario/a Generale".

 Il/La Segretario/a Generale e' responsabile della realizzazione concettuale degli scopi dell'Associazione e della gestione degli affari di ordinaria amministrazione. Il/La Segretario/a Generale rappresenta l'Associazione ai sensi dell'art.26 del codice civile tedesco ed e' amministratore unico ai sensi del diritto italiano delle associazioni, e riceve una remunerazione commisurata alla responsabilita' dell'incarico. Secondo il criterio di alternanza stabilito dallo Statuto dell'Associazione, e' previsto che il/la prossimo/a Segretario/a Generale sia di cittadinanza italiana.

Il/La candidato/a ideale sara' in possesso dei seguenti requisiti:

ottima conoscenza, parlata e scritta, delle lingue italiana e tedesca;

profonda conoscenza ed esperienza delle relazioni italo-tedesche, con particolare riferimento ai campi della scienza, della formazione e della cultura;

consolidata familiarita' con le due culture anche sotto il profilo lavorativo;

collaudata esperienza dirigenziale nel settore della scienza e della cultura, segnatamente in contesti quali Universita', Istituti di ricerca, Pubblica Amministrazione; capacita' di programmazione e di realizzazione, nonche' ottima conoscenza delle questioni di attuale rilevanza per i due Paesi nei settori di interesse di Villa Vigoni; collaudata attitudine all'organizzazione di eventi ed alla raccolta di fondi/sponsorizzazioni da soggetti esterni. Il/La Segretario Generale e' eletto/a dall'Assemblea Generale dell'Associazione Villa Vigoni, sulla base di una proposta del Consiglio Direttivo. La durata del mandato e' di quattro anni, con la possibilita' di un rinnovo per un periodo di tre anni. Gli interessati sono invitati ad inviare la loro candidatura (curriculum vitae ed eventuale documentazione essenziale di supporto), in lingua italiana e tedesca, al seguente indirizzo di posta elettronica entro il 2 luglio 2010. Indirizzo: presidenza@ice.it (de.it.press)

 

 

 

 

Newsletter di Radio Colonia a chi ne fa richiesta

 

Radio Colonia ti offre un nuovo servizio: una newsletter con i principali temi trasmessi dalla nostra testata. Iscriviti e sarai informato settimanalmente sui temi politici e sociali dall’Italia e dalla Germania, sulle novità culturali, sulle questioni di integrazione e su tutto ciò che riguarda gli italiani in Germania. Riceverai inoltre

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Radio Colonia è il programma in lingua italiana della radio pubblica tedesca, WDR.

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Brema FM 96,7 MHz

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Berlino e Brandeburgo FM 96,3 MHz

Francoforte sull’Oder FM 99,3 MHz

Cottbus FM 91,6 MHz.

E in live stream sul nostro sito: http://www.funkhaus-europa.de/italiano

 

Come contattarci - Hai domande sul nostro programma, hai un suggerimento o una critica? Chiamaci al numero 0221-56789 777 oppure scrivici a radiocolonia@wdr.de

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Radio Colonia, de.it.press

 

 

 

 

Nasce oggi in Ambasciata l’ "Associazione per la tutela effettiva da discriminazione in Europa"

 

Berlino - Nove associazioni antidiscriminazione di Italia, Malta, Gran Bretagna e in Germania, i cui membri sono in stretti rapporti coi rispettivi sindacati nazionali, daranno vita oggi lunedì 14 giugno, nella sede dell’Ambasciata d’Italia a Berlino alla "Associazione per la tutela effettiva da discriminazione in Europa". L’Associazione intende agire a livello transnazionale per la tutela effettiva da discriminazione, permettendo di operare in maniera coordinata al di fuori dei confini dei singoli paesi. L’Associazione ha intenzione di ampliarsi rapidamente, accogliendo ulteriori associazioni europee antidiscriminazione. L’idea che ha condotto alla costituzione dell’Unione è nata dalla stretta collaborazione di sindacalisti italiani e tedeschi nell’ambito dell’attività del Patronato INCA-CGIL.

Alla cerimonia di costituzione parteciperanno alcune scienziate di chiara fama, che illustreranno diversi aspetti dei problemi collegati alla discriminazione. Tra queste Lena Inowlocki, dell’Università di scienze applicate di Francoforte sul Meno, che riferirà sulle polidiscriminazioni dalla prospettiva dei soggetti interessati; Silke R. Laskowski, dell’Università di Kassel, discuterà della "dimensione di diritto comunitario della cosiddetta sentenza sulla discriminazione implicata dal termine "Ossi", appellativo dato agli abitanti della Germania orientale"; Marlene Schmidt, dell’Università di Francoforte sul Meno, riferirà infine sul quesito di quali siano le sfide che la garanzia della piena libertà di circolazione per lavoratori e lavoratrici in Europa comporterà, a partire dal 01/05/2011, nei confronti della tutela da discriminazione.

Oltre a numerosi associati, hanno confermato la loro presenza alla manifestazione la professoressa Guarriello e il membro della segreteria generale del DGB, Dietmar Hexel. (aise)

 

 

 

Il 18 giugno a Colonia convegno sull condizione sociale degli italiani in Germania e nel Nordreno-Vestfalia

 

Colonia. Venerdì 18 giugno, a partire dalle ore 9.30, all'Istituto Italiano di Cultura di Colonia (Universitätsstr.81) è in programma il convegno „Condizione sociale degli italiani in Germania e nel Nordreno-Vestfalia. Analisi e prospettive“. Promossa dall' Unione italiani in Germania per il sociale (UIGM), dal Patronato Ital-Uil e dalla UIL -Pensionati, la giornata si svolge in una delle regioni più popolate della Germania, dove vivono circa duecentomila italiani. Tra i vari temi che verranno affrontati: il futuro delle pensioni in Italia e in Germania, le prospettive per i connazionali disoccupati, le offerte e la formazione professionale per i giovani, la riforma sanitaria in atto in Germania e le crescenti difficoltà ad accedere ai servizi erogati dal Consolato di Colonia. Dall' Italia saranno presenti Romano Bellissima, Segretario Generale UIL Pensionati, Agostino Siciliano segreteria nazionale UILP e Alberto Sera, Segretario Generale dell' Unione italiani nel Mondo (UIM). Nelle intenzioni dei promotori il convegno vuole essere una piattaforma per discutere l'evoluzione, le origini e le conseguenze economiche, culturali e sociali della presenza italiana in Germania. Luciana Mella, de.it.press

 

 

 

L’Associazione "Un'altra Italia" di Monaco di Baviera

 

Vorrei  richiamare la vs attenzione sul significato politico della ns non

ancora ufficiale Associazione "Un'altra Italia" di Monaco di Baviera.

 

Ci tengo a chiarire quest'aspetto per capire le motivazioni che mi portarono

e mi portano ancor oggi  ad appoggiare con entusiasmo quest'Associazione.

 

Non è certamente solo per l'aiuto di tipo umanitario sempre e comunque

lodevole che l'Associazione ha messo in campo,  quanto il significato

politico che quest'Associazione rappresenta per la ns  comunità di Monaco,

ma non solo (non sarei affatto dispiaciuto se volessimo rendere pubblico ai

partiti in Italia la ns esperienza).

 

Come voi  tutti sapete abbiamo in Italia un signore (sic?) che continua a

portare avanti il progetto di Rinascita democratica, il famigerato progetto

della ben nota P2 di Licio Gelli. Il suo/loro obiettivo è ridurre le libertà

e i diritti delle masse popolari.

 

Utilizzando i suoi media e da quando è tornato a governare anche i media

RAI, il ns continua a trasmettere notizie false sulla vera situazione del

Paese. Il Parlamento italiano è stato da tempo esautorato dalle sue

funzioni, l'opposizione parlamentare è troppo debole per creare problemi al

governo.

 

Tutto ciò ci deve far capire che se non vogliamo il ripetersi del 20ennio

fascista aggiornato ai tempi d'oggi, è necessario che tutte le forze

democratiche collaborino tra loro nella lotta contro la riduzione degli

spazi democratici che il governo di destra sta perseguendo.

 

Noi, come "Un'altra Italia" di Monaco di Baviera", potremmo essere d'esempio

di questa linea politica. Questo è il motivo per cui gradirei che la ns

Associazione continui  la sua attività.

 

Io penso di esserci per il ns appuntamento di Domenica 13 Giugno ore 18

presso la EWH.

 

http://www.centofiori.de/home.html (al suo interno si possono trovare

informazioni su "Un'altra Italia" di Monaco di Baviera.

Gianfranco Tannino, Monaco di Baviera (de.it.press)

 

 

 

 

 

Clima: a Bonn una bozza di accordo e tante critiche

 

Si sono conclusi venerdì a Bonn i lavori dei negoziatori di 185 paesi per la

stesura di un nuovo trattato sul clima, in vista di una conferenza

internazionale prevista a Cancun, in Messico, a Dicembre. Dopo due settimane

di trattative, nonostante le discussioni, non si è fatto alcun concreto

passo avanti: la presidenza ha approvato un testo finale di 22 pagine con

uno schema di massima che non considera però le opzioni più rigorose per

tagliare le emissioni di gas serra entro il 2050 in particolare nei paesi

industrializzati, come richiesto dalla comunità scientifica. La bozza, che

secondo numerose organizzazioni ambientaliste internazionali rappresenta un

passo indietro rispetto al testo precedente sottoscritto alla conferenza di

Copenhagen dello scorso Dicembre e già ritenuto insufficiente, esclude

inoltre anche qualsiasi riferimento a inondazioni e aumento dei livelli del

mare. "Senza un accordo entro la conferenza di fine anno - ha detto a

margine dei negoziati il delegato delle Isole Salomone, Collin Beck - non

potremo che guardare il mare salire e i nostri paesi morire'". Un accordo

conclusivo e vincolante su tutto il tema dei cambiamenti climatici "è

probabilmente fuori questione, credo, almeno finché io sono in vita" ha

detto con un'ironia che spiega lo stato dei negoziati Christiana Figueres,

la diplomatica del Costa Rica che dal 1° Luglio prenderà il posto di Yvo de

Boer come segretario generale della Convenzione quadro delle Nazioni Unite

sui cambiamenti climatici (Unfccc). Misna 11

 

 

 

Un progetto sperimentale di informazione di ritorno

 

Gentile Direttore,

il Partito Democratico, con gli strumenti che ha a sua disposizione e in assenza di un qualsiasi progetto delle televisioni nazionali e locali italiane, ha deciso di avviare un suo progetto sperimentale di informazione di ritorno.

Tale progetto consiste in una rassegna stampa settimanale dei giornali italiani editi all’estero che va in onda ogni venerdì, a partire dalla data odierna, sulla televisione YouDem TV.

 

L’obiettivo della rassegna è quello di consentire a tutti gli italiani all’estero che possono collegarsi al sito della tv o che possono vedere la tv tramite parabola, di avere a disposizione un’ampia panoramica delle principali notizie trattate dai giornali italiani stampati all’estero.

Inoltre, si pone l’obiettivo di far conoscere agli italiani in Italia (almeno quelli che seguono tramite internet o il satellite YouDem tv) chi sono, cosa fanno, come vivono, come si informano gli italiani residenti all’estero, oltre che evidenziare in Italia l’utilità, la competenza e il ruolo insostituibile tra le comunità, dei giornali italiani all’estero, così duramente colpiti dai tagli all’editoria.

 

Il nostro auspicio, dunque, è che, a partire da questo progetto, si possa stimolare una certa curiosità e attenzione anche al di fuori dal PD e in altri canali televisivi italiani, in modo da aumentare sempre più l’attenzione dei mezzi di comunicazione e degli italiani in Italia verso le nostre comunità all’estero e il loro sistema di informazione.

Sono certo che anche il tuo giornale darà il suo contributo di informazione e troverà, di volta in volta, spazio nella nostra rassegna e visibilità in Italia.

Per vedere la rassegna stampa, che va in onda in diretta ogni venerdì alle ore 13:00 e in replica il sabato alle ore 17,30 e 23,00 e la domenica alle ore 10,20, YouDem Tv trasmette sul canale 813 della piattaforma Sky e in streaming sul sito www.youdem.tv, sezione Live.

Per sintonizzare il decoder non-Sky utilizzare le seguenti impostazioni:

Hotbird 8 – 13° est, Transponder: 18. Frequenza: 11.541 MHz. FEC: 5/6

Polarizzazione: Verticale. Symbol rate: 22.000 MSPS. Nome canale: YOUDEM

La puntata settimanale sarà disponibile dal venerdì pomeriggio on-demand sul sito www.youdem.tv,  da cui sarà scaricabile in qualsiasi formato registrandosi al sito di YouDem.

Felice di ricevere ogni suo suggerimento, Le invio i più cordiali saluti.

Eugenio Marino, Responsabile nazionale PD italiani nel mondo (de.it.press)

 

 

 

I 18 eletti oltre confine tra impotenza ed incapacità!

 

Come ampiamente divulgato dalle agenzie di stampa italiane specializzate nelle problematiche degli italiani all’estero e, purtroppo, come al solito, ignorato dai media nazionali disinteressati al mondo dell’emigrazione italiana, lo scorso 30 aprile si è tenuto a Roma, nell’Aula del Senato a Palazzo Madama,  promosso dal Cgie, il secondo incontro delle Rappresentanze dei cittadini europei che vivono in uno Stato diverso da quello di origine. Il primo incontro avvenne nel settembre 2008 a Parigi, ospitato nella sede del Ministero degli Affari Esteri francese.

 

Un evento importante per l’emigrazione europea, quello di Parigi, promosso dall’Associazione dei Francesi all’Estero (AFE), e quindi rilanciato giustamente dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero con questo nuovo incontro al quale hanno partecipato, oltre al Cgie, i rappresentanti di 12 Paesi europei, nonché membri del governo e del parlamento italiani ed anche del parlamento europeo. Dal dibattito sono emerse le tante problematiche che questi cittadini migranti incontrano quotidianamente sia rispetto al Paese di residenza che a quello di origine. Da qui la necessità di avere un’unica voce che li rappresenti a livello europeo, ovvero un Consiglio Generale degli Europei residenti all’Estero o che lavorano all’estero. Richiesta esplicitata ufficialmente, insieme ad altre, nel documento finale approvato dall’assemblea al termine dei lavori per cui è auspicabile che essa trovi il dovuto consenso nel Parlamento Europeo affinché possa costituirsi quanto prima questo Consiglio Generale degli Europei all’Estero.

 

Ma dai lavori di questo incontro tenutosi a Palazzo Madama è emerso anche che organismi come il Cgie esistono pure in altri Paesi e che dove non vi sono si cerca di costituirli. Come pure è emerso che l’esempio più autorevole di rappresentanza viene dai cugini d’Oltralpe. Infatti i francesi all’estero sono rappresentati non solo dall’AFE, composta da ben 155 membri eletti in 52 distretti (un organismo analogo al Cgie che, peraltro, é composto di 94 membri), ma pure nel Parlamento nazionale con 12 senatori eletti all’estero e, in futuro, potranno eleggere anche 11 deputati. Tutto ciò senza che in Francia qualcuno abbia messo in discussione la funzione di rappresentanza dell’AFE.

 

Abolire il Cgie? - Al contrario, in Italia, abbiamo un Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri, con delega agli italiani nel mondo, che non manca mai di mettere in discussione l’attuale impianto di rappresentanza degli emigrati italiani, nonché alcuni parlamentari, tra cui incredibilmente pure degli eletti nella Circoscrizione Estero. Con uno di quest’ultimi che, bontà sua, non perde occasione per ricordare la sua proposta di legge per abolire il Cgie non essendo, a suo avviso, una necessità. Per questo deputato si potrebbero, così, risparmiare 3 milioni di euro (una vera e propria fandonia poiché il finanziamento del Cgie è ammontato a 1'798’631 euro nel 2009 e sarà di 1'534'886 euro nel corrente anno) che, a suo dire, potrebbero essere invece investiti nella promozione della lingua e cultura italiana nel mondo.

 

Abolire il voto all’estero? - Sarebbe facile rispondere a questo deputato, ed a quanti altri la pensano come lui, che gli italiani all’estero stavano certamente meglio quando erano rappresentati unicamente dai Comites e dal Cgie e che, pertanto, invece di abolire il Cgie sarebbe meglio, per gli emigrati, abolire la Circoscrizione Estero con i suoi 18 parlamentari.

 

Come pure sarebbe facile rispondere a questo deputato, ed a quanti altri la pensano come lui, che si potrebbe anche risparmiare di più con l’abolizione della Circoscrizione Estero (circa 21'000 euro mensili a parlamentare e quindi complessivamente oltre 4 milioni e mezzo di euro all’anno, tre volte tanto quello che si risparmierebbe abolendo il Cgie).

 

Salvaguardare la filiera della rappresentanza!  - Certo sarebbe facile facile rispondere così! come, d’altra parte, la pensano in molti emigrati, visto i quasi insignificanti risultati portati a casa fino ad ora dagli eletti all’estero.

 

Ma non la pensa così il sottoscritto che si è battuto per anni, anche come consigliere del Cgie, per conquistare il diritto del voto all’estero per corrispondenza e che resta convinto che con la Circoscrizione Estero gli italiani emigrati si sono dati una filiera di rappresentanza completa ed in grado di rappresentare al meglio gli interessi dei cittadini italiani della diaspora vecchia e nuova: dalle Consulte regionali ai Comites, dal Cgie alla Circoscrizione Estero.

 

I 18 tra impotenza ed incapacità! - Tuttavia il sistema di rappresentanza funziona ed è utile a rappresentare e difendere effettivamente gli interessi degli emigrati nella misura in cui chi ha un ruolo, a qualsiasi livello della filiera, ma più di tutti, ovviamente, i 18 parlamentari facendo parte del legislativo, si impegna seriamente a rappresentare degnamente e fattivamente chi ha riposto in lui la sua fiducia. Riuscendo, cioè, a dare soprattutto delle risposte positive perlomeno a qualcuno dei bisogni espressi dagli italiani all’estero e dalle loro rappresentanze (Comites e Cgie). Risposte positive che, fino ad oggi, sono purtroppo mancate da parte del governo e del parlamento italiani e difficilmente arriveranno se chi dovrebbe rappresentare gli emigrati in quel contesto, facendo anche lobby con i colleghi eletti in Italia, non ne ha le capacità o la voglia e quando, magari, chi di loro ne ha entrambe si trova all’opposizione e quindi in uno stato di impotenza. Senza dimenticare quegli eletti all’estero che sono in tutt’altre faccende affaccendati come, per esempio, nel dedicarsi agli affari propri, oppure al turismo parlamentare in giro per il mondo o che danno un segnale della loro esistenza nel sollecitare periodicamente l’abolizione del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Così che gli emigrati si sentono sempre più soli ed abbandonati! Dino Nardi, ItaliachiamaItalia

 

 

 

 

Il ritorno di Gran Sportello Italia su Rai Internazionale. Francesca Alderisi, paladina degli italiani nel mondo

 

Trenta minuti per raccontare le storie di chi è partito e di chi è ritornato. Per rivedere i luoghi d'origine. Ma anche per affrontare tante questioni della vita quotidiana - di Generoso D'Agnese

 

Roma - Dal 10 aprile molti italiani hanno preso penna e taccuino e hanno appuntato un giorno e un orario. È quello in cui mettono da parte gli impegni quotidiani per godersi, una volta alla settimana, per 30 minuti, la trasmissione di Francesca Alderisi: «Gran Sportello Italia». E gli italiani sparsi nel mondo hanno davvero risposto con entusiasmo e affetto al nuovo appello lanciato dalla conduttrice di quella che fu una trasmissione top del palinsesto della Rai: tornare a incontrarsi nello studio di «Sportello Italia».

Daniele Maria Renzoni, Francesco Pogliani, Gian Stefano Spoto, Stefano Cuneo, Fabio Di Nicola, Anna Nella, Laura Boido sono i nomi che fanno quadrato intorno a Francesca Alderisi, rimasta lontana dagli schermi per tre anni, e decisa a riannodare il legame con il suo pubblico che, in questo periodo di tempo, l’aveva sostenuta nella sua avventura sul sito web www.prontofrancesca.it.

«Ripartire con questa trasmissione mi ha messo le ali – ammette Francesca Alderisi –. Questa nuova avventura, che abbiamo voluto battezzare “Gran Sportello Italia”, è una vera scommessa da parte di Rai Internazionale perché ci vuole davvero coraggio a mettere in onda una nuova proposta televisiva in questo che viene considerato, dagli addetti ai lavori, il fine stagione. Abbiamo, però, voluto pensare anche ai telespettatori che vivono nell’emisfero australe, e per i quali questo è l’inizio dell’autunno, e quindi di una stagione più fredda e più propensa alle giornate da trascorrere in casa. Quella partita il 10 aprile, è un’avventura di 14 puntate, sempre con lo stesso obiettivo: essere utili agli italiani nel mondo».

Campana doc, pur essendo nata a Treviso, Francesca ha già conquistato il primo punto importante per la brillante squadra che ha portato in onda Gran Sportello Italia: contagiare con la sua simpatia la grande platea di pubblico che, settimanalmente, accende il televisore per sintonizzarsi sui canali che, nei vari angoli della terra, mandano in onda i programmi di Rai Internazionale.

 

«”Sportello Italia” mi aveva regalato grandissime soddisfazioni e, dopo tre anni, il direttore Daniele Maria Renzoni ha voluto scommettere nuovamente su questo prodotto, offrendo un vero e proprio posto in prima fila al pubblico e alle sue domande su temi istituzionali».

Appassionata di scrittura fin da piccola, Francesca ha debuttato in televisione nel 1989 con «Domenica In» per la regia di Gianni Boncompagni, dopo una lunga gavetta nelle televisioni regionali. Passata a «Sereno Variabile» e, dopo un’esperienza di tre anni a Teleregione con il programma quotidiano «Pandora», la conduttrice e autrice di format Tv, è stata insignita, nel 1992, del Premio Simpatia, consegnatele nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, a Roma.

«Nel mio percorso professionale ho avuto sempre la fortuna di vivere esperienze utili per costruirmi, passo dopo passo, una professionalità adatta al lavoro televisivo. Anche per questo motivo, l’ideazione delle puntate di “Gran Sportello Italia” assorbono tantissime delle mie energie. Mi piace discutere e approfondire tutte le sfaccettature del programma, e apportare quei miglioramenti che, strada facendo, possono avvicinare ancora di più il pubblico alla Rai».

Il ritorno trionfale di Francesca Alderisi è sicuramente merito della sua innata simpatia e della capacità di coinvolgere il pubblico nei temi concreti della vita italiana all’estero. Un contributo importante arriva anche dalla professionalità del regista, Francesco Pogliani, e dalla capacità di visione del vicedirettore dei programmi Tv, Gian Stefano Spoto. Due professionisti che hanno saputo confezionare, negli studi di Saxa Rubra, una base di lavoro sulla quale innestare i vari momenti della trasmissione.

«Il successo di questo programma nasce dall’approccio sincero che abbiamo con i nostri telespettatori. I 30 minuti di “Gran Sportello Italia” sono stati costruiti sull’identità del pubblico, e hanno i loro capisaldi nell’Angolo della posta e nelle tematiche istituzionali come cittadinanza, sanità, pensioni e titoli di studio. La discussione in studio con un ospite rappresentante del mondo istituzionale (Inps, Agenzia delle Entrate, Ministero dell’Interno, un notaio) fa da contraltare alle rubriche introdotte nella nuova veste editoriale. Usando quel telefono tricolore che è diventato il simbolo della trasmissione, chiamo ogni sabato un telespettatore per farmi raccontare la sua vita con l’aiuto delle fotografie o di un video amatoriale. Nella rubrica “A spasso con…” i telespettatori che vivono all’estero e vengono in Italia, possono passare da Roma per conoscermi, e io li porto a fare una passeggiata nella città eterna, realizzando un’intervista che viene poi trasmessa a “Gran Sportello Italia”. La rubrica “Com’era…com’è” mi vede invece impegnata nei paesi di provincia per ritrovare quei luoghi d’origine lasciati da quegli italiani che non sono più ritornati. Mostrare gli angoli di una piazza, i particolari di una strada o della casa che li aveva visti giovani, rappresenta, per molti spettatori, l’unica possibilità di riannodare il filo di una memoria che non si è mai potuta ricaricare con il ritorno in carne e ossa. E rappresenta anche il nostro modo di combattere quel sentimento di sottile malinconia che si riassume nella nostalgia, e che non smette mai di scavare nel cuore di chi abita lontano dal suo paese».

Francesca non ha mai spezzato il legame con il proprio pubblico, e negli anni lontano dalla Rai ha letteralmente divorato chilometri e chilometri, raggiungendo tante comunità italiane nel mondo, e accettando tanti inviti di connazionali che l’hanno eletta quale beniamina di un’italianità limpida e spontanea, senza troppi tecnicismi, e partigiana delle istanze del pubblico. Il tutto catalizzato attraverso lo strepitoso successo del suo blog su internet che le ha permesso di tenere costantemente aperto il canale con gli italiani residenti nei vari angoli del mondo.

«Mi sono avvicinata a questa nuova avventura come se fosse il mio primo giorno di scuola. Grazie alla sensibilità e alla professionalità dei dirigenti, e grazie all’esperienza diretta maturata in tutti i miei viaggi, ho capito che certi dubbi e certi problemi possono essere risolti con l’umiltà e la semplicità, creando quel ponte italiano che unisce le comunità all’estero alla loro terra d’origine».

 

Non è stato facile il ritorno in Rai per la conduttrice di «Gran Sportello Italia». Dopo le vicissitudini legate ai cambi dei vertici, Francesca aveva mantenuto fede alla sua passione per gli italiani nel mondo, inventandosi uno spazio web che negli anni ha prima raccolto i suoi spettatori più inclini alle nuove tecnologie, e poi tantissimi fan che si sono ritrovati nel suo spazio virtuale con il passaparola. La nomina a direttore di Daniele Maria Renzoni ha portato subito a un cambio del nome: Rai International è diventata infatti Rai Internazionale, a marcare un’attenzione alla lingua che, oggi più che mai, rappresenta la sfida del nostro mercato internazionale.

«La lingua italiana è il nostro patrimonio più importante – osserva Francesca –. Rappresenta una vera miniera di cultura, e ci rende affascinanti agli occhi degli altri. Noi dobbiamo difendere le nostre peculiarità. Gli italiani fanno rima con buon gusto e fantasia, con storia e inventiva, e tutto questo inizia proprio con la sonorità della nostra lingua, capace di costruire, ad esempio, un capolavoro letterario insuperabile come la Divina Commedia».

L’annuncio del nuovo programma è arrivato a sorpresa, durante una festa di gala organizzata nel Queens dalla comunità italiana di New York. All’evento erano presenti il nuovo direttore di Rai Internazionale e Massimo Magliaro, nuovo presidente di Rai Corporation ma indimenticato direttore che aveva scommesso sulla simpatica conduttrice campana.

«“Gran Sportello Italia” è stato progettato per essere un programma nazional-popolare vestito di stile, eleganza e garbo. Non c’è spazio per le risse verbali o per i toni sopra le righe – conclude Francesca –. Piuttosto puntiamo proprio sul sentimento opposto, ovvero su quel buonumore che ha sempre aiutato gli italiani a superare i tanti ostacoli incontrati nei loro periodi di adattamento nei nuovi Paesi d’accoglienza. Altrettanto importante è lo spazio riservato all’informazione di ritorno, con un’attenzione sempre più marcata verso le comunità italiane all’estero».

Messaggero sant’Antonio per l’estero, giugno

 

 

 

 

Ultimatum Usa alla Bp: 48 ore per arginare la marea nera

 

Gli Stati Uniti hanno dato alla Bp 48 ore di tempo per incrementare gli sforzi per fermare la perdita di greggio nel Golfo del Messico mentre Barack Obama ha rassicurato David Cameron che le proteste di Washington non hanno nulla a che vedere con questioni di «identità nazionale». Gli americani, ha detto il presidente statunitense in una attesa telefonata con il premier britannico, non hanno alcun interesse nell'affondare il colosso petrolifero del Regno Unito. Ciò nonostante la Guardia Costiera statunitense è convinta che i piani della Bp per far fronte al disastro non siano sufficienti e ha dato un ultimatum alla squadra di specialisti messa in campo perchè entro un paio di giorni si inventino qualcosa di più efficace. Il contrammiraglio James Watson ha detto al capo delle operazioni della BP, Doug Suttles, che la compagnia deve fare di più perchè le stime del governo americano parlano di una perdita il doppio di quella resa nota dai britannici.

 

La quantità di petrolio finita in mare ogni giorno è, secondo le valutazioni della Guardia Costiera, compresa tra i 25 e i 30mila barili e potrebbe arrivare a 40mila: il doppio di quella stimata dalla Bp il cui sistema di 'catturà non riesce a recuperare più di 20 mila barili. «Temo che i vostri piani attualmente in atto non rappresentino la massima mobilitazione di risorse necessaria per far fronte alla perdita» ha scritto il contrammiraglio alla Bp, «e che non abbiano tenuto conto della possibilità di un'avaria o un altro imprevisto. Nelle prossime 48 ore la Bp deve individuare un altro modo per contenere la perdita e renderlo operativo al più presto».

 

Nella telefonata tra Obama e Cameron, andata avanti per circa mezz'ora, i due leader si sono detti d'accordo sulla «necessità che la Bp continui - come richiesto - a lavorare duro per garantire che siano adottate al più presto tutte le iniziative ragionevoli per far fronte a questa catastrofe», ha detto una portavoce di Downing Street. «Il presidente Obama ha detto al premier che la Bp è una multinazionale e che la frustrazione per la perdita di greggio non ha nulla a che vedere con l'identità nazionale». Da parte sua Cameron ha «sottolineato l'importanza economica che la Bp ha per il Regno Unito, gli Usa e altre nazioni». Entrambi «hanno riconfermato la loro fiducia nella peculiarità del forte rapporto tra Usa e Gran Bretagna». L’U 12

 

 

  

 

Agli Usa serve un patto sul lavoro

 

A prima vista, Jong Tae-Se, il centravanti della Corea del Nord, e Barack Obama non hanno nulla in comune. Uno è la stella di una nazionale-cenerentola.

 

Che rappresenta uno degli ultimi bastioni del comunismo e probabilmente uscirà al primo turno dei mondiali sudafricani. L’altro è il primo presidente di colore dell’ultima superpotenza del mondo e, a meno di errori clamorosi, è destinato a governare gli Stati Uniti per i prossimi sette anni. Obama è già una figura storica, Jong è a un passo dal dimenticatoio. Eppure, questi due uomini così diversi sono accomunati dall’avere sogni improbabili che potrebbero far deragliare le loro carriere e compromettere la loro credibilità. La chimera di Jong - che il «Rooney dei poveri» ha raccontato a un giornale della nemica Corea del Sud - è di segnare un gol a partita e portare la sua squadra nella seconda fase dei mondiali. L’utopia di Obama è di far risorgere la più grande economia mondiale pur lasciando milioni di americani senza lavoro.

 

Lascio ai cronisti sportivi i giudizi sulle goleade promesse da Jong nel girone di ferro con Brasile, Portogallo e Costa d’Avorio. Ma posso senz’altro dire che l’idea di una «jobless recovery» (una ripresa senza la creazione di posti di lavoro) è una fantasia degna di JRR Tolkien o James Cameron. I numeri non mentono (quasi) mai e i numeri del mercato del lavoro statunitense fanno venire i brividi. Un americano su sei è o disoccupato o sotto-occupato. La misura più «vera» del tasso di disoccupazione, che include gente che ha cercato lavoro negli ultimi dodici mesi, è al 17 per cento, un livello altissimo. La stima ufficiale è sotto il dieci per cento, stando all’ultimo rilevamento di una settimana fa, ma solo per il fatto che il governo ha impiegato centinaia di migliaia di persone part-time per completare un censimento decennale della popolazione. Se si escludono questi mercenari governativi, che verranno licenziati nei prossimi mesi, le aziende americane hanno assunto solo 41.000 persone a maggio – un risultato che un economista mio amico ha chiamato «putrido». I soliti ottimisti dicono che è normale avere tassi elevati di disoccupazione dopo una recessione come quella del 2007-2009.

 

Purtroppo, la storia dimostra il contrario: in recessioni «normali», l’economia americana perde due o tre milioni di posti di lavoro. In questo caso siamo già a quota 8 milioni e le perdite continuano ad aumentare. Per un presidente che ha dichiarato più volte che combattere la disoccupazione è una «priorità assoluta» - e per un partito democratico che ha bisogno di un’economia in buona salute per vincere le elezioni parlamentari di novembre - queste cifre fanno paura. Non è un caso che, con la disoccupazione così alta, gli economisti pronostichino una crescita anemica per i prossimi cinque, sei anni, molto di più di altri periodi post-recessione. Mort Zuckerman, il magnate del mercato immobiliare americano, mi ha tolto le parole di bocca quando ha scritto, sul Financial Times di lunedì: «Siamo in alto mare. Ci facciamo rassicurare da pezzetti di notizie positive ma in realtà siamo in acque molto molto pericolose». Con l’Europa in crisi ed un dollaro forte, l’economia americana dovrà contare sulle proprie forze - la produzione interna e la spesa dei consumatori - per recuperare il terreno perduto. L’errore più grave per Obama e il ministro del Tesoro Timothy Geithner sarebbe considerare le condizioni attuali come un fenomeno passeggero, una fase di un ciclo che si correggerà automaticamente quando l’economia ricomincerà a tirare.

 

È vero che in una situazione normale, un po’ di disoccupazione dopo una recessione è come una cicatrice dopo un’operazione: un segno doloroso che il peggio è passato e che permette alle aziende di attingere a un vasto serbatoio di lavoratori per ricominciare a crescere. Ma in questo caso, la ferita non si è ancora rimarginata. Come in Italia, in America la disoccupazione è un problema strutturale che va risolto con misure drastiche ed a lungo raggio. Bisogna partire dalla constatazione che certi posti di lavoro che sono stati persi durante l’ultima crisi non ritorneranno mai più. Penso alle grandi fabbriche di Detroit che un tempo producevano Corvette e Buick ed ora sono cattedrali nel deserto dell’industria americana. Ma anche alle gru e alle impalcature che erano parte integrante del profilo urbano di Las Vegas, Miami, Denver e tante altre città durante il boom, dando lavoro a milioni di muratori, e che ora sono scomparse. E persino ai tanti piccoli e medi funzionari delle banche di Wall Street, giovani che avevano sognato una carriera nell’alta finanza e ora lavorano nei McDonald’s.

 

La morte, lenta ma inesorabile, di un’industria manifatturiera che è stata distrutta dallo strapotere dei mercati emergenti e la mancanza di investimenti non aiuta di certo. In passato, le vittime delle recessioni avevano almeno la speranza di poter lavorare in un altro settore, magari spostandosi in un altro angolo di questo Paese-continente che ha sempre facilitato la migrazione interna. Ma dopo decenni in cui le politiche dei governi e delle società hanno creato un’economia di servizi concentrata sulle due coste (la finanza all’Est e il cinema e la televisione ad Ovest), il centro dell’America è rimasto pressoché vuoto, un buco nero con poche industrie e ancor meno posti di lavoro.

 

Ed è per questo che in America i senza-lavoro rimangono esclusi dalle attività economiche sempre più a lungo. Un anno fa, c’erano 3,2 milioni di persone che non avevano lavorato per 27 settimane (la definizione ufficiale di «disoccupati a lungo termine»). Oggi ce ne sono 6,5 milioni. A mali estremi, estremi rimedi. Se la disoccupazione in America è un problema cronico, le medicine devono essere forti e frequenti ed essere somministrate sia dal governo che dal settore privato. L’amministrazione dovrà sfidare l’opposizione di repubblicani che disdegnano le spese statali e lanciare un nuovo programma di stimolo economico appena possibile. Gli 800 miliardi di dollari spesi fino ad ora dal governo Obama non sono bastati, in parte perché i consumatori si sono tenuti i soldi invece di spenderli come in passato. Con un deficit già enorme non sarà facile per gli uomini del Presidente giustificare un’altra dose di stimolo, ma procrastinare la decisione non farebbe altro che esacerbare le difficoltà economiche del Paese. Ma una questione annosa e radicata come la disoccupazione non si può risolvere solamente con le teorie spendaccione di John Maynard Keynes. La mano invisibile dei mercati dovrà fare la sua parte. Nonostante il fatto che l’economia americana sia uscita dalla recessione molti mesi fa, le aziende hanno fatto poco e nulla per contribuire alla crescita economica. Spaventati dalla prospettiva di una ricaduta nel grigiore economico - e preoccupati dal crollo dell’Europa, un mercato importantissimo per le esportazioni made in Usa - i capitani di industria non hanno investito nel futuro, preferendo utilizzare le scorte di merci e fondi che avevano accumulato durante la recessione.

 

Uno dei risultati è che non hanno né assunto nuovi lavoratori né aumentato i salari dei vecchi impiegati - in America, gli stipendi medi sono rimasti praticamente immutati negli ultimi sei mesi. La passività dei signori del grande business è uno dei motivi per cui l’economia americana non tira e la disoccupazione rimane a livelli stratosferici. La Confindustria locale chiede tasse più basse e incentivi governativi per le assunzioni ma la realtà è che con il deficit alle stelle e un nuovo stimolo economico in cantiere, il governo non si può permettere granché su quel fronte. Le grandi aziende devono capire che, in questo frangente, è nel loro interesse scommettere sulla ripresa economica anche senza gli assist dell’amministrazione. Una legge immutabile dell’economia dice che gli investimenti delle aziende contribuiscono alla crescita del prodotto interno lordo. Per l’industria americana, aiutare l’economia significa aiutare se stessi.

 

Per sfuggire alla Grande Depressione degli Anni 30, Franklin Delano Roosevelt inventò il «New Deal», il patto tra il governo e i cittadini in cui l’amministrazione promesse riforme e investimenti che trasformarono l’America in una potenza economica di livello mondiale. Più di settanta anni dopo, gli Usa hanno bisogno di un nuovo patto tra Stato, aziende e lavoratori per combattere la disoccupazione e frenare il declino dell’impero americano. Francesco Guerrera, caporedattore Finanza del Financial Times a New York LS 13

 

 

 

 

Lo spettro del bavaglio e della deflazione

 

L’editoriale di EUGENIO SCALFARI

 

TIENE ancora banco e lo terrà per un pezzo la legge bavaglio sulla libertà di stampa. Il Senato l'ha approvata votandola sotto il ricatto della fiducia posta dal governo, ma gli ostacoli sono ancora molti: l'esame della Camera e la tempistica che quell'esame richiederà, la firma di promulgazione di Napolitano, l'esame della Corte costituzionale, un possibile referendum abrogativo. Del resto i punti di dubbia costituzionalità sono numerosi, a cominciare dal diritto di cronaca smaccatamente violato, dalle gravi limitazioni agli strumenti di indagine dei magistrati e  -  particolarmente pesanti  -  alle multe stratosferiche nei confronti degli editori rei di consentire ai giornalisti eventuali violazioni della legge in questione.

Quelle multe spostano la responsabilità penale e civile dal direttore del giornale all'editore.

 

L'attacco di questa normativa alla libertà di stampa non potrebbe essere più evidente.Tutto ciò configura quella legge come un classico tentativo liberticida, che va quindi combattuto con tutti i mezzi legalmente disponibili. Ma voglio qui segnalare anche l'inefficacia pratica di questa sciagurata normativa.

Viviamo in un mondo ormai dominato dalla rete di comunicazioni "on line". Le notizie la cui diffusione viene impedita alla carta stampata, appariranno inevitabilmente sui siti "web". Che farà il governo? Oscurerà quei siti, come avviene in Iran e in Cina?

 

E ancora: se un giornale straniero verrà in possesso di quelle notizie (intercettazioni comprese) e le pubblicherà, i giornali italiani avranno pieno diritto di citarlo e riferirne il contenuto. Che farà il governo? Arresterà e multerà giornalisti ed editori che riferiscono notizie pubblicate a Londra o a Parigi, ad Amburgo o a Zurigo, a Madrid o ad Amsterdam o a New York?Questa legge è dunque liberticida e al tempo stesso inutile perché non riuscirà ad imbavagliare la libera stampa, ma semplicemente a configurare l'Italia come un paese in mano ad una farsesca cricca ossessionata da tentazioni autoritarie e sanfediste. Voltaire avrebbe ampia materia, se rinascesse, per esercitare la sua aguzza ironia.

 

Della manovra economica voluta da Giulio Tremonti ci siamo già occupati domenica scorsa segnalandone alcuni aspetti di necessità e alcuni difetti.

Soprattutto l'assenza totale di stimoli alla crescita, non potendo considerarsi tali le preannunciate e vacue misure di liberismo che il ministro dell'Economia gabella come risolutive spinte all'aumento del reddito mentre sono soltanto annunci lanciati nel vuoto.

 

Ma fatti ben più gravi sono accaduti nel frattempo in Europa. È accaduto soprattutto che la Germania ha imboccato la pericolosissima strada di una vera e propria politica di deflazione, preannunciando 80 miliardi di tagli alla spesa nei prossimi quattro anni a cominciare da subito.

 

Al G20 svoltosi nei giorni scorsi in Corea i membri europei hanno appoggiato questa politica, con qualche riserva soltanto da parte francese. Le dichiarazioni in favore di incentivi alla crescita, che sempre avevano accompagnato analoghe riunioni, questa volta sono state omesse; il tema dominante è stato la riduzione e la stabilizzazione del debito pubblico e il rientro del deficit nei parametri di Maastricht. La Germania ha fatto da apripista e da capofila di questa politica.

 

Conseguenze? Un rallentamento congiunturale, la caduta della domanda interna e degli investimenti. La debolezza dell'euro ravviverà le esportazioni dirette verso altre aree monetarie ma scoraggerà gli scambi all'interno dell'eurozona, con grave pregiudizio proprio per la Germania le cui esportazioni all'interno dell'eurozona rappresentano il 40 per cento del totale delle sue vendite all'estero. Mario Draghi valuta a mezzo punto di Pil la caduta del reddito italiano per effetto della manovra Tremonti. Figuriamoci a quanto aumenterà la perdita di velocità nel totale dell'eurozona. In un articolo su 24 ore di ieri Paul Krugman bolla con parole di fuoco questa dissennata svolta depressiva.

 

Personalmente esprimo da mesi giudizi altrettanto negativi. Il fatto grave consiste nella decisione della Germania di mettersi alla guida di questa politica. "I falchi del disavanzo hanno preso il controllo del G20" scrive Krugman. E aggiunge: "Operare drastici tagli alla spesa pubblica nel caso d'una grave depressione è un metodo costoso e inefficace. Le misure di austerità sono costose perché deprimono ulteriormente l'economia e sono inefficaci perché la contrazione della spesa pubblica frena il gettito fiscale". Il fatto inspiegabile è che tutta l'Europa si stia cacciando in questo vicolo senza uscita.

 

In Italia ci sono molte voci che reclamano un'azione espansiva di crescita accanto a quella depressiva di tagli della spesa. In testa c'è Bersani e tutto il gruppo dirigente del Pd, mobilitato altresì contro la legge bavaglio che censura la libertà di stampa. Sulla stessa linea Epifani e la Cgil. La Marcegaglia continua a reclamare sgravi fiscali robusti sul lavoro e sulle imprese, senza i quali "l'economia italiana rischia di morire asfissiata dalla deflazione e dalla disoccupazione".

 

L'ha ripetuto al convegno di Santa Margherita dove non ha risparmiato di bacchettare la presidentessa dei giovani, Federica Guidi, la quale invocava una modifica costituzionale che consenta di sottoporre al referendum anche le leggi fiscali. "Dissennatezza", così la Marcegaglia ha definito la proposta della Guidi, che sarebbe difficile giudicare in altro modo.

Infine in favore di interventi espansivi sono anche schierati Mario Draghi e Mario Monti, nonché Romano Prodi e Carlo De Benedetti, Pier Ferdinando Casini e Montezemolo, le Regioni e i Comuni.

 

Sembrano numerose queste forze ma purtroppo, unite nella diagnosi, sono divise sulla terapia. Possono ottenere qualche risultato sulla politica economica italiana, ma hanno scarso peso sull'Europa e nessunissimo peso sulla Germania. Dovrebbero dunque cercare qualche raccordo con la Francia, con la Spagna e con Obama, ma per promuovere una sorta di "force de frappe" internazionale di questa portata dovrebbero marciare uniti. È troppo sperarlo?

 

Qualche parola, in conclusione, la dedicherò al Partito democratico. Nelle recenti settimane sembra uscito dall'afasia in cui era caduto. Affermare che sia in buona salute non corrisponde alla realtà, ma sostenere che abbia ormai cessato di esistere è altrettanto azzardato, così come mi sembra azzardato aizzare i giovani contro gli anziani, la periferia contro il centro.

 

I sondaggi più recenti registrano le intenzioni di voto per il Pd attorno al 27 per cento collocando il Pdl al 33. Il divario è cospicuo ma non stellare. Battaglie come quelle contro la legge bavaglio e contro una manovra economica depressiva sembrano riscuotere un consenso molto esteso e potrebbero modificare le intenzioni di voto in misura sostanziale. Ma, lo ripeto, occorre che l'unità sulla diagnosi si accompagni ad una compattezza delle terapie e alla ricerca di uno sbocco politico comune.

 

Se ciascuno continuerà a privilegiare la propria "ditta", le forze centrifughe avranno la meglio e continueremo ad essere sgovernati dagli annunci cui non seguono fatti, dalle cricche e dalle mafie. Capisco che l'attaccamento alle proprie ricette sia animato da buone intenzioni, ma nelle condizioni attuali le buone intenzioni lastricano percorsi pericolosi e talvolta nefasti, dai quali sarebbe meglio tenersi lontani. LR 13

 

 

 

 

Privilegi, favori, corruzione. L’opacità del potere

 

Negli ultimi tempi è intervenuto un cambiamento importante sia nelle «auto blu» cosiddette «di servizio » — che poi peraltro sono quasi sempre nere — sia, più in generale, nelle auto adoperate dagli italiani che contano (dalle maestose berline di rappresentanza ai Suv c a f o n i s s i m i d a weekend): sempre più spesso queste auto hanno i vetri dei finestrini oscurati. La metafora è inevitabile: il potere nostrano ama l’opacità, accompagnata, anche in questo caso, dal privilegio: poter vedere senza essere visti. Un piccolo e normale privilegio stavolta, alla portata di tutti, ma che comunque allude alla dimensione dell’opacità, consustanziale a quella del potere italiano: la sua mancanza di pubblicità è, infatti, la garanzia maggiore del mantenimento del privilegio. Non è il desiderio di arricchire, non è il basso desiderio di impadronirsi di beni e ricchezze, l’anima vera della corruzione italiana, il suo principale movente. Psicologicamente credo che sia qualcosa di diverso: è il privilegio, l’ambizione innanzitutto di distinguersi, di appartenere al gruppo di coloro per cui non valgono le regole che valgono per tutti. A cominciare da quella regola suprema che è la legge.

Si ruba, si viola il codice penale, convinti che tanto a noi non toccheranno le conseguenze che invece toccherebbero a un comune mortale. Convinti che in un certo senso ciò che si sta commettendo non è neppure più un reato dal momento che siamo noi a commetterlo, e dal momento che noi facciamo parte di un gruppo a parte, il gruppo dei privilegiati, appunto. Dietro l’ormai leggendaria impudenza dell’ex ministro Scajola—leggendaria innanzitutto per la sua goffaggine («devo appurare chi è stato a pagare per l’acquisto della mia casa»)—cosa c’è infatti se non un’idea di privilegio talmente introiettata da essersi mutata in una presunzione d’impunità, pronta a prendere addirittura la forma della distrazione? Antica società di ceti, dominata da una forte rigidità gerarchica, la società italiana si è abituata a considerare il privilegio l’unico contenuto effettivo del rango. Essere qualcuno significa, in Italia, innanzitutto stare al di sopra della massa. E nella Penisola tutti — giornalisti, tassisti, parlamentari, membri di tutti gli ordini professionali, magistrati—tutti vogliono essere al di sopra degli altri, titolari di qualche privilegio: essere esentati da qualche obbligo; avere delle riduzioni; degli sconti o come minimo dei biglietti omaggio; rientrare in un «numero chiuso»; fruire di un’ope legis; godere di un trattamento speciale; magari di una cassa mutua riservata. Ma il massimo del privilegio, la consacrazione del vero privilegiato, sta altrove.

Sta nella possibilità di chiedere «favori», e naturalmente di ottenerli. Ed egualmente lì sta la dimostrazione indiscutibile del rango. Infatti si possono chiedere favori solo se si «conosce » (fornitori, nomi importanti, persone in posti chiave), e naturalmente si «conosce» solo se a propria volta si è «conosciuti », cioè se si è qualcuno. Non si capisce nulla delle ragioni e della profondità inaudita del narcisismo dilagante in Italia, specie tra i giovani, non si capisce la conseguente, universale, spasmodica voglia di apparizioni e di carriere in tv, se non si tiene a mente il privilegio di «conoscenze»—e dunque di favori, di accessi di ogni tipo—che da noi si attribuisce all’essere «conosciuti». Se «si va» in televisione ci si fa «conoscere», e per chi è «conosciuto» nulla è impossibile. Sulla scena italiana, intorno alla grande arena del privilegio, opacità e riservatezza da un lato, e narcisismo ed esibizionismo dall’altro, s’intrecciano contraddittoriamente: nel primo caso per difenderla, nel secondo per entrarvi. Da tempo però la scena è furiosamente animata da un altro protagonista: l’intercettazione telefonica. Questa, e la sua divulgazione,(così come la divulgazione degli stipendi e delle case) sono diventate la grande speranza, l’estrema risorsa della massa dei non privilegiati. Lo sa bene chi ha il potere di usarne— magistratura e stampa—e che proprio per questo ne fa l’uso così ampio che sappiamo.

Grazie all’intercettazione telefonica si rompe finalmente l’opacità del grande privilegio sociale, quello dei politici e dei ricchi innanzitutto, e l’aura di riservatezza di cui esso si nutre. Finalmente i discorsi dei potenti sono squadernati nella loro volgare quotidianità, nei loro desiderata, perlopiù inconfessabili, nei loro intrighi, ed esposti una buona volta al giudizio dei più. Nella sua versione italiana l’intercettazione telefonica diventa così la vendetta della plebe sull’oligarchia, la rivalsa della demagogia sulla democrazia. È lo sputtanamento, come è stato esattissimamente detto: lo sputtanamento demagogico, appunto, opposto alla pubblicità democratica. Una forma di giustizia violenta ed elementare, senza appello e senza garanzia alcuna. Una specie di linciaggio incruento. Ciò che è terribile è che la maggior parte di coloro che vivono in questo Paese pensi che sia questa, oggi, la sola forma di giustizia possibile. Ed ancora più terribile è che, probabilmente, hanno pure ragione.   Ernesto Galli Della Loggia CdS 12

 

 

 

 

Privacy, trasparenza e diritto di sapere

 

L’aanalisi di STEFANO RODOTA'

 

Quale governo ha drasticamente ridotto la privacy dei dipendenti pubblici, modificando addirittura il primo articolo del Codice che regola questa materia?

Quale governo ha messo nelle mani delle società di marketing la privacy telefonica delle persone, capovolgendo le regole che proprio gli interessati avevano mostrato di gradire? Quale governo ha incentivato il diffondersi della sorveglianza capillare sulle persone? Quale governo ha abbandonato ogni iniziativa sulla tutela della libertà su Internet, che aveva dato all'Italia un significativo primato internazionale? Quale maggioranza ha sfornato e continua a sfornare proposte di legge e emendamenti volti a limitare la privacy di chi naviga in rete? Proprio governo e maggioranza che ora innalzano il vessillo della privacy, invocano l'art. 15 della Costituzione e ricorrono al voto di fiducia.

 

Questi fatti, incontestabili, non mettono soltanto in luce una contraddizione clamorosa. Consentono di cogliere quale sia l'obiettivo vero dell'improvviso entusiasmo per la riservatezza. Mentre viene sacrificata senza batter ciglio la privacy di milioni di persone, si fanno le barricate proprio là dove la riflessione culturale e l'evoluzione legislativa inducono a ritenere che, per alcune categorie di persone e in situazioni particolari, le "aspettative di privacy" debbano essere drasticamente ridotte. Si tratta delle "figure pubbliche", delle persone indagate, delle attività economiche.

 

Questi non sono argomenti inventati oggi per dare sostegno a chi polemizza contro "la legge bavaglio". Quando, nel 2003, con una significativa convergenza tra il Garante per la privacy e il Consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti, si misero a punto le regole sul diritto d'informare, l'articolo 6 del Codice di deontologia venne scritto così: "La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica". Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta "aspettativa di privacy" per tutti quelli che hanno ruoli pubblici.

 

In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza.

Si era consapevoli della necessità di non far divenire la privacy uno strumento che, invece di tutelare le sacrosante ragioni dell'intimità, serva a coprire attività che devono essere sempre sottoposte al giudizio di una opinione pubblica adeguatamente informata. Si seguiva così il filone inaugurato nel 1964 da una celebre sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso New York Times contro Sullivan, quando si riconobbe il diritto della stampa di pubblicare addirittura notizie false e diffamatorie riguardanti "figure pubbliche", salvo nel caso in cui ciò fosse fatto con "actual malice".

 

Questa linea è stata seguita in moltissimi paesi e, in un caso riguardante uno stretto collaboratore del Presidente Mitterrand, la Corte europea dei diritti dell'uomo è andata oltre, affermando che, in un sistema democratico, è legittima persino la pubblicazione di notizie coperte dal segreto, per consentire il controllo su come viene esercitato il potere. Diritto di sapere, esercizio del controllo democratico e trasparenza sono strettamente intrecciati, e neppure il segreto e l'eventuale falsità della notizia possono interrompere questo circuito virtuoso, impedire la circolazione delle informazioni.

 

Una pur minima cultura della privacy dovrebbe essere provvista di questo bagaglio, che ci avrebbe risparmiato quell'impasto di ignoranza e malafede che ci affligge in questi giorni. Ma la regressione culturale, con conseguente pessima politica, ci avvolge da ogni parte, sì che ogni volta si è costretti a ricominciare dall'abc. Ricordando, anzitutto, che è falso sostenere che la legge appena approvata dal Senato abbia come obiettivo quello di frenare il gossip, di impedire la pubblicità di informazioni irrilevanti o intime.

 

Ripeto quello che è stato detto mille volte, scritto in disegni di legge: questo è un fine, sacrosanto, che si può agevolmente raggiungere, con il consenso di tutti, stabilendo la cancellazione di questi brani delle intercettazioni, irrilevanti per le indagini. Poiché non ci si è fermati a questo punto, ma si è voluto imporre il silenzio totale su notizie rivelatrici di malefatte politiche o amministrative e persino su ammissioni di mafiosi, allora è evidente che l'obiettivo è un altro, quello di mettere a punto una rete protettiva di un ceto che del disprezzo delle regole ha fatto la propria regola. La sintonia tra questo atteggiamento e l'assalto alla legalità costituzionale è del tutto evidente.

 

E diventa chiarissimo che cosa si avvia ad essere il sistema di tutela della privacy, in un totale stravolgimento del rapporto tra pubblico e privato. Trasparenza crescente per l'inerme persona "comune"; opacità crescente di un ceto per il quale l'esercizio del potere non è più fonte di responsabilità, ma di immunità. Si mette a disposizione di poteri politici, economici, tecnologici la vita quotidiana d'ogni persona, scrutata in ogni momento, "profilata", ridotta ad oggetto di cui si può impunemente disporre. Si sottrae alla democrazia, come "governo in pubblico" una delle sue ragion d'essere, allungando l'ombra dove la trasparenza dovrebbe essere massima. È questa la logica che dev'essere capovolta, restituendo alla privacy l'onore che le spetta come elemento essenziale della libertà dei contemporanei.  LR 13

 

 

 

Prodi: «Lasciate in pace la Costituzione, per liberalizzare sfidate le corporazioni»

                  

ROMA - Non posso nascondere di essermi sorpreso quando qualche giorno fa ho letto che, per dare un contributo alla liberalizzazione della nostra economia, bisognava assolutamente modificare l’articolo 41 della nostra Costituzione. Anche se già lo conoscevo, mi sono tuttavia preso cura di rileggere il suddetto articolo che, come tutti gli articoli della prima parte della nostra Carta fondamentale, brilla per semplicità e chiarezza.

 

Esso scrive che “l’iniziativa privata è libera”. E aggiunge semplicemente che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà (opportuna questa insistenza sulla libertà) e alla dignità umana”. Come ovvio completamento, l’articolo aggiunge che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

 

Terminata questa lettura mi sono messo il cuore in pace, nella sicurezza che né la lettera né lo spirito di quest’articolo mai avrebbero messo in rischio o semplicemente resa più difficile la libertà di intrapresa in quanto in qualsiasi sistema, anche nel più liberista, la legge ha il compito di dettare le norme di comportamento perché l’esercizio dell’attività economica non rechi danno all’esercizio dei diritti dei cittadini, sia che essi si organizzino in forma individuale che associata.

 

Tutti noi abbiamo infatti il diritto di essere tutelati dalla legge riguardo ai requisiti igienici o sanitari di un prodotto o della pericolosità di un giocattolo, così come in ogni parte del mondo i lavoratori e gli imprenditori trovano nella legge (italiana o europea) i diritti e gli obblighi che derivano dall’esercizio della propria attività. È peraltro evidente che, se esistono regolamentazioni eccessive, queste possono e debbono essere eliminate dall’attività legislativa, affidata all’iniziativa del Governo e del Parlamento.

 

Assolta la Costituzione da qualsiasi colpa in materia, mi è sorto il sospetto che potesse essere stata la Corte Costituzionale, attraverso le sue interpretazioni, ad impedire una maggiore liberalizzazione della nostra economia. Ho letto tuttavia a questo proposito un esauriente articolo dell’ex presidente della corte Valerio Onida che dimostra che mai la corte in tutta la sua storia ha dichiarato l’illegittimità di una legge liberalizzatrice e che, al contrario, esistono numerose decisioni che hanno rimosso limiti ingiustificati alla libertà di iniziativa contenuti nelle leggi nazionali o in quelle regionali.

 

Tranquillizzato su tutti i fronti, ho quindi ritenuto la proposta come un semplice errore o come un ormai rituale messaggio di avversione allo spirito (visto che non è possibile farlo alla lettera) della nostra Costituzione.

 

L’ipotesi dell’inconsapevole errore è stata poi esclusa dal fatto che il presidente del Consiglio è ritornato ripetutamente sull’argomento ribadendo la necessità di una riforma dello stesso articolo 41, alla quale proposta, per abbondanza, il ministro dell’Economia, ha aggiungo ieri l’altrettanto inutile proposta di abolire l’altrettanto innocuo articolo 118 della Costituzione.

 

Non riuscendo a raggiungere altre spiegazioni razionali per simili comportamenti, sono ricorso alla mia esperienza passata quando, insieme con l’allora ministro Bersani, ci accingemmo a fare un programma sistematico e generalizzato di liberalizzazioni e mi è facilmente saltato alla memoria il panorama di impressionanti proteste che ci veniva dalla piazza. E ricordo benissimo che nessuno agitava il libretto della Costituzione ma cartelli minacciosi nei confronti del Governo come risposta corale e violenta alla presunta violazione delle prerogative, dei diritti e dei privilegi delle categorie interessate.

 

Ed allora mi sorge il sospetto che l’accusa rivolta alla Costituzione e l’inutile scelta di un cammino tortuoso per procedere alla semplice riduzione di lacci e laccioli sia il comprensibile desiderio di evitare le rumorose manifestazioni e le reazioni, anche spesso incontrollate, delle infinite categorie e corporazioni che su questi lacci prosperano non da decenni ma da secoli.

 

E vorrei anche aggiungere che, sempre secondo la mia esperienza, lo scontento e le pressioni non prendono solo la via dell’opposizione, ma anche le insidiose strade degli alleati di governo. In poche parole, a fare sul serio queste riforme, si perdono consensi e voti. Posso in coscienza dire che le abbiamo ugualmente portate avanti, pur con la piena consapevolezza delle possibili conseguenze negative, anche se non arrivo al punto di affermare che il mio Governo sia caduto esclusivamente per questo motivo. Auguro quindi buon lavoro al ministro Tremonti. Sulle conseguenze sul Governo veda lui. Romano Prodi IM 13

 

 

 

Il lavoro da salvare

 

Appena si prospetta un vero quesito il sistema italiano delle relazioni industriali imperniato su contratti nazionali e Statuto dei lavoratori appare per quello che è: irrimediabilmente datato. È fermo alla sua età dell’oro, costruito attorno a un’idea novecentesca della competizione economica. Non capisce come la globalizzazione abbia allargato il campo di gioco e spinga a delocalizzare. Non sa che le divisioni tra lavoro dipendente e autonomo hanno molto meno senso di prima. Impedisce alle piccole imprese di crescere per non incamerare nuovi vincoli. Fa finta, infine, di non vedere che in Italia operano centinaia e centinaia di lavoratori asiatici in condizioni di schiavitù.

Non bastassero questi palesi segni di senescenza le relazioni industriali centralizzate dimostrano di non essere attrezzate a far fronte alla nuova emergenza, la disoccupazione. Nei prossimi mesi conosceremo un po’ di ripresa, ma non avremo occupazione in più. Gli americani la chiamano jobless recovery, vuol dire che crescita e occupazione non sono più sinonimi. Hanno divorziato. I posti di lavoro persi non verranno recuperati e la ristrutturazione delle imprese, pur virtuosa, taglierà gli addetti.

A tutt’oggi nel dibattito politico-sindacale questa novità non è stata metabolizzata. Non vogliamo convincerci che è finito il tempo delle vacche grasse e che siamo chiamati a ridiscutere conquiste che davamo per acquisite sine die. Per evitare il tracollo bisognerà sperimentare soluzioni innovative. Magari estranee alla nostra tradizione, ma che intelligentemente «tradotte» possono salvaguardare la coesione sociale.

È questo il contesto nel quale va collocato il rebus di Pomigliano, la scelta che sta di fronte al sindacato di consentire una deroga ai «sacri principi». Se applicassimo il mero buon senso la questione sarebbe già risolta. Può permettersi il nostro Sud, quello che teme di diventare una delle periferie povere dell’Europa, di «rifiutare » un investimento di 700 milioni di euro e 5 mila posti di lavoro? Ovvio che no. Ma questa considerazione non è sufficiente a convincere la Fiom votata a difendere il mito del conflitto più che la massima occupazione. Però per questa via — e la preoccupazione attraversa la stessa Cgil—si finisce per scambiare i mezzi per i fini e non si tiene conto che impedire la delocalizzazione degli investimenti rafforzerebbe il sindacato agli occhi dei lavoratori. Toglierebbe, infatti, alle aziende qualsiasi alibi per comportamenti corsari e rimetterebbe al centro la qualità della manodopera e del prodotto made in Italy.

Chi difende i sacri confini della contrattazione nazionale come una trincea in cui combattere o morire, dimentica poi (incredibilmente) che la negoziazione a livello aziendale e settoriale non equivale alla morte del sindacato. Anzi. Se ne parla troppo poco ma sono stati raggiunti a livello decentrato molti accordi innovativi, numerose intese che guardano coraggiosamente al domani senza paura di «sporcarsi le mani», come si dice in gergo. E proprio in virtù di queste esperienze condivise il ministro Sacconi ha potuto annunciare a Santa Margherita Ligure che il nuovo Statuto dei lavori prevederà esplicitamente la possibilità di derogare alla legge 300 in presenza di un’intesa tra le parti. Una novità non da poco.  Dario Di Vico  CdS 13

 

 

 

 

Va' Pensiero al posto dell’inno di Mameli, è bufera su Zaia

 

Il presidente della Regione Veneto: non sono intervenuto sul programma, polemica inesistente

 

TREVISO - Malumore tra i presenti all’ inaugurazione di una nuova scuola primaria di Fanzolo di Vedelago (Treviso) per l’esecuzione del Va' Pensiero al posto dell’inno di Mameli alla presenza del governatore Veneto, Luca Zaia. Un cambio di programma che, riporta oggi La Tribuna, avrebbe fatto infuriare in particolar modo la direttrice dell’ufficio scolastico regionale Carmela Palumbo che si sarebbe riservata di denunciare l’accaduto all’assessore regionale Elena Donazzan. Stando al programma l’inno di Mameli doveva essere cantato da un coro, ma una ventina di minuti prima del taglio del nastro il portavoce del governatore l’avrebbe fatto sostituire con il Và Pensiero.

 

«Non sono intervenuto sul programma della manifestazione; l’Inno di Mameli è stato regolarmente cantato dal coro al momento del taglio del nastro». Lo precisa in una nota il presidente della Regione Veneto a proposito della notizia sul cambio del programma all’inaugurazione di una nuova scuola primaria di Fanzolo. «Credo - scrive Zaia - che queste precisazioni siano utili per chiudere definitivamente una polemica che non aveva e non ha ragion d’essere».

 

«Non compete al presidente della Regione di modificare disposizioni e norme contenute nel nostro regolamento, nella tradizione storica del Paese, nelle disposizioni del Presidente della Repubblica e della costituzione. Quindi Zaia si adegui e non si arroghi diritti arbitrari che offendono i veneti italiani». Così il capogruppo del Pd in regione Veneto, Laura Puppato, commenta la sostituzione dell’inno di Mameli con il Và Pensiero per accontentare il Governatore Veneto Luca Zaia nella cerimonia di inaugurazione di una scuola a Fanzolo di Vedelago (Treviso) Puppato, che da quando è in Regione è una spina nel fianco al Governatore -le polemiche tra i due sono frequenti e su tutti i fronti- sottolinea che quanto accaduto «è una dei tanti continui vulnus che si arrecano a questa povera democrazia sottoposta a tiri incrociati di ogni genere perdendo di vista il mandato che i cittadini ci hanno dato che non è evidentemente quello separatista, volto ad attuare una secessione silenziosa con una occupazione sistematica dei fazzoletti verdi di ogni luogo decisorio e purtroppo conseguentemente anche di ogni liturgia e istituzione». Laura Puppato annuncia infine che farà come «Pd un’ interpellanza a risposta immediata perchè quanto accaduto è una caduta di stile e un ulteriore elemento di negatività in terra consiliare e interpalamentare».  LS 13

 

 

 

 

Tremonti: «Labirinto di leggi fa paura». Epifani: «Rischio è manovra bis»

 

Il ministro: «Il nostro Paese fa ogni anno 4 chilometri  di Gazzetta Ufficiale, economia bloccata» - «Impresa, sì modifiche articoli 41 e 118». Ricetta anti-crisi: «Giusta via è quella di pomigliano»

 

MILANO - In Italia c'è una «quantità impressionante e crescente di regole» che bloccano l'economia. Ospite della Festa nazionale della Cisl a Levico Terme, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti non usa mezzi termini. «Questo è un Paese che fa quattro chilometri di Gazzetta Ufficiale l'anno, un chilometro quadrato di regole all'anno» ha spiegato il titolare di Via XX Settembre. «Abbiamo una quantità impressionante e crescente di regole, che hanno l'effetto di un blocco oltre il bisogno, di una ragnatela, che fa anche paura», ha aggiunto, sottolineando la presenza di un «labirinto di leggi», in Italia ma anche in Europa.

IMPRESA- Quanto alla libertà d'impresa e alla riforma allo studio dell'esecutivo, Tremonti ha ribadito il suo sì alle modifiche degli articoli 41 e 118 della Costituzione e le sue proposte di deregulation per facilitare la libertà d’impresa. L’Italia, ha detto, «non può competere con sistemi troppo diversi dal nostro e per farlo dobbiamo lasciare giù’ un po’ di zavorra». Per Tremonti «l’idea è semplice: aggiungere nell’art.41 della Costituzione il principio del riconoscimento della responsabilità alla persona. Poi la segnalazione di inizio attività l’autocertificazione, l’idea dei controlli solo ex post e infine il riconoscimento della buona fede. Questo deve essere fatto da subito per legge ordinaria e questi cinque principi devono essere blindati con legge costituzionale - continua - perché nel nostro sistema, che è bloccato, se non cambi la Costituzione si blocca tutto».

EPIFANI, IL RISCHIO È MANOVRA BIS - Dallo stesso palco, poco dopo, ha parlato anche Guglielmo Epifani, segretario Cgil, reduce dalla manifestazione di sabato a Roma con gli statali: «Il rischio che la manovra sia annacquata c'è, nel senso ad esempio che i soldi che il governo prevede rientreranno dalla lotta all'evasione fiscale sono tanti, 8 o 9 miliardi, e se non saranno così tanti, ci sarà bisogno di un'altra manovra. Quindi è presumibile - ha continuato Epifani - che il problema ci si riproporrà più avanti e per questo, alla fine, è una manovra che non mette al riparo i nostri conti».

LA VIA DI POMIGLIANO - Tornando a Tremonti, davanti al sindacato Cisl, il titolare di via XX Settembre ha anche indicato la sua ricetta per uscire dalla crisi. La strada, anzi la «via giusta», secondo il ministro, è quella dell'«economia sociale di mercato». Con la globalizzazione, ha detto Tremonti, «è finito il conflitto tra capitale e lavoro. Io, tra la dialettica continua di questo conflitto e l'economia sociale di mercato, non ho dubbi: la via giusta è quella dell'economia sociale di mercato, quella di Pomigliano» ha aggiunto il ministro, applaudito dalla platea degli iscritti cislini, che hanno accolto il ministro con frequenti battiti di mani. «Sono onorato di parlare davanti a una platea di uomini liberi e forti - aveva esordito il ministro -. Purtroppo ci sono casi di uomini che sono forti ma non sono liberi, non sono liberi da pregiudizi, da ideologie, da limiti che credo debbano essere superati». Tra gli altri in platea anche il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani.

MANOVRE UE - Parlando alla platea Cisl, Tremonti ha ribadito la bontà della manovra elaborata dal governo («mai un governo ha fatto un decreto come questo»), in particolare nella parte che riguarda i trasferimenti dal ministero dell'Interno ai Comuni («è una specie d'Illuminismo sui dati»). Il ministro, tuttavia, ha aggiunto che «quest'anno è l'ultimo in cui si faranno Finanziarie nazionali. Le politiche economiche si faranno nello stesso tempo dell'anno, nello stesso modo tutti insieme. Non ci sarà più un Paese che fa le sue scelte diverse dagli altri» ha aggiunto il ministro riferendosi all'Ue.  CdS 13

 

 

 

 

L’intervista. "Norme per scoraggiare gli ascolti, ora il Paese la pagherà in sicurezza"

 

Vincent Cannistraro, ex agente della Cia e dirigente dell'Antiterrorismo Usa: nulla a che fare con la privacy. L'Italia ha deciso di rendere le intercettazioni uno strumento d'indagine e prevenzione residuale Questo è un problema. Se decido di fare un'intercettazione ambientale è proprio per scoprire se un reato è in corso - di CARLO BONINI

 

ROMA - Vincent Cannistraro ha lavorato alla Cia per 27 anni. Medio Oriente, Africa, Europa, Centro America. È stato direttore dei programmi di intelligence degli Stati Uniti, al National Security Council, dal 1984 al 1987. Ha guidato il direttorato delle operazioni e analisi di Langley fino al 1991. Da allora è consulente privato per la sicurezza ed è regolarmente ascoltato come testimone dalle commissioni di Congresso e Senato sui temi della sicurezza (fu tra i protagonisti delle audizioni successiva all'11 settembre). Cannistraro conosce bene l'Italia e Roma per averci lavorato. E al telefono da Washington, del disegno di legge approvato venerdì al Senato, dice: "Sono sconcertato. Premetto infatti che pur non conoscendo ogni singolo dettaglio della nuova legge, credo però di averne compreso bene sia il senso sia i principi. E se vogliamo parlare di senso e principi di questa legge, e in generale dello strumento delle intercettazioni telefoniche, quello che vedo mi lascia quantomeno incredulo".

 

Perché?

 

"Se capisco bene l'Italia ha deciso di rendere le intercettazioni uno strumento di indagine e di prevenzione farraginoso e residuale. E questo è un problema".

 

Cos'è che non funziona nella nuova legge?

 

"Ci sono due norme, di cui ho letto anche sulla stampa americana, che mi hanno particolarmente colpito. La prima. Leggo che il compito di decidere se autorizzare o meno le intercettazioni sarà affidato a un collegio di tre giudici. Mi chiedo: che senso ha? Un giudice collegiale - e parlo per esempio di quello che succede negli Stati Uniti - normalmente decide del merito di una causa penale, dell'innocenza o della colpevolezza di un imputato, della rilevanza o meno di una prova, non dell'opportunità di ricercare tempestivamente la prova di un reato, o della necessità e urgenza di prevenire un crimine. Lo posso dire in un altro modo. Che garanzia è perdere del tempo a discutere se deve essere cercata una prova con lo strumento delle intercettazioni, o deve essere impedita la consumazione di un reato? Un altro esempio. Leggo che per disporre un'intercettazione ambientale o telefonica è necessaria la prova che in un determinato luogo si stia consumando un reato o che un determinato soggetto si sia già reso responsabile di un crimine. Chiedo di nuovo: che senso ha? Me lo lasci dire da vecchio uomo di intelligence. Se decido di fare un'intercettazione ambientale è proprio perché intendo scoprire se un reato è in corso, non per avere la conferma che quel reato si è già consumato"

 

Lei dice "Che senso ha?". Lo chiedo io a lei. Che senso ha?

 

"L'unica risposta che riesco a darmi è che la nuova legge vuole rendere - come dicevo all'inizio - lo strumento delle intercettazioni del tutto residuale. Insomma, intende scoraggiarlo. Ma se è così temo che i costi che il vostro Paese si prepara va pagare in termini di sicurezza saranno molto alti"

 

Il governo sostiene che sia necessario un bilanciamento tra il diritto alla privacy dei cittadini e la loro sicurezza.

 

"Guardi, vivo negli Usa e sono un cittadino americano, e le assicuro che una disciplina delle intercettazioni come quella che state discutendo in Italia qui in America sarebbe impensabile. E questo non credo proprio significhi che gli Stati Uniti non rispettino la privacy dei loro cittadini. Anzi. Quello che voglio dire è che l'equilibrio tra privacy e sicurezza si può certamente trovare e credo che non sia neppure troppo complicato. È sufficiente che a valle delle intercettazioni esista un filtro efficace e rigoroso che stabilisca cosa è rilevante penalmente e cosa non lo è. È sufficiente, se qualcuno abusa dello strumento delle intercettazioni, che quell'abuso venga punito. L'ultima cosa che credo sia logica fare nel cercare questo equilibrio, è privarsi dello strumento delle intercettazioni, o comunque renderlo così difficile da usare. Insomma, se mentre ascolto al telefono due soggetti indagati per traffico di stupefacenti, scopro che uno dei due sta preparando un attentato, cosa devo fare? Far finta di non aver sentito? Decidere che quello che ho sentito non potrà costituire una prova in un futuro processo? Non mi sembra che questo abbia a che fare con la privacy".  LR 13

 

 

 

 

Laura Garavini lista a lutto il proprio sito internet, per protesta contro la legge bavaglio

 

La deputata democratica Laura Garavini aderisce alla campagna di protesta contro la legge bavaglio lanciata dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana e Articolo 21: dopo il via libera del Senato al ddl sulle intercettazioni, infatti, la capogruppo in Commissione Antimafia ha deciso di listare a lutto il proprio sito internet, www.garavini.eu.

 

“Non possiamo stare fermi a guardare mentre il centrodestra sta cancellando la libertà di informazione e massacrando il principio di legalità e giustizia”, ha commentato la Garavini. “Con l’approvazione con la fiducia su questo provvedimento”, così la parlamentare, “il Governo cerca di far tacere chi potrebbe svelare verità scomode e toglie agli italiani un diritto democratico fondamentale: il diritto di informazione”.

 

“Nei confronti della criminalità organizzata, invece”, critica la Garavini, “il Governo non lesina favori”. Infatti, spiega, “saranno i criminali a trarre vantaggio da questa legge, dal momento che molte inchieste per mafia e terrorismo sono destinate a non tenersi”. La parlamentare di opposizione ha ribadito la necessità di rivedere il testo che ora passa alla Camera per la terza lettura: “Bisogna garantire ai magistrati il diritto-potere di indagare e alla stampa quello di informare i cittadini”. De.it.press

 

 

 

 

Il ddl sulle intercettazioni. Scelte preoccupanti

 

Il voto di fiducia con cui ieri al Senato è stato approvato il disegno di legge sulle intercettazioni segna una pagina buia per la nostra politica legislativa in materia di giustizia. Sia sul piano del metodo, sia specialmente sul piano del merito. A parte il profilo del metodo, evidentemente collegato all’abuso dello strumento della fiducia, ciò che maggiormente preoccupa sono i contenuti del progetto. A cominciare dalle disposizioni relative alla libertà di informazione. Ferma restando, infatti, la possibilità di pubblicare «per riassunto» gli atti d’indagine, una volta caduto il segreto investigativo, è stato invece ribadito un rigido divieto di pubblicazione, per l’intera fase preliminare, dei risultati delle intercettazioni, anche se non più coperti da segreto (e quindi anche se concernenti fatti o circostanze direttamente rilevanti per le indagini).

Un divieto eccessivo ed ingiustificato, come pure risultano eccessive ed ingiustificate le sanzioni penali previste a carico dei giornalisti nel caso di violazione del suddetto divieto, nonché quelle a carico degli editori per la conseguente responsabilità amministrativa. Per contro, le medesime sanzioni potrebbero ritenersi congrue e giustificate (anche alla luce di esigenze di tutela della privacy), qualora venissero pubblicate intercettazioni tuttora coperte dal segreto, o comunque esclusivamente concernenti fatti, circostanze o persone estranei alle indagini. Ancora più preoccupanti, dal punto di vista del pubblico interesse all’accertamento ed alla repressione dei reati (tante volte sbandierato da questo governo), sono le modifiche che si vorrebbero introdurre con riferimento ai presupposti delle intercettazioni ed alla relativa procedura. Quanto ai presupposti di queste operazioni — irragionevolmente estesi all’acquisizione dei tabulati telefonici, sebbene si tratti di cosa assai diversa— essi sono stati circoscritti in modo tale, con riguardo ai soggetti destinatari delle stesse, ed attraverso formule così rigide, da indurre ad escludere che, di regola, si potrà procedervi nelle inchieste «contro ignoti»: cioè nelle ipotesi in cui le intercettazioni sarebbero davvero «indispensabili» per gli sviluppi delle inchieste.

Decisamente fuori dalla realtà appare, inoltre, la disciplina dettata in materia di durata delle intercettazioni, posto che il limite massimo fissato nell’esiguo termine di 75 giorni potrebbe essere eccezionalmente prorogato dal pubblico ministero soltanto attraverso un complesso meccanismo di provvedimenti motivati in via autonoma, reiterabili di 3 giorni in 3 giorni, da sottoporsi a convalida entro altri 3 giorni da parte del tribunale distrettuale collegiale. Inutile dire quanto sarebbe farraginosa e defatigante una simile procedura, la quale potrebbe risultare spesso di fatto impraticabile (a parte le difficoltà organizzative derivanti dalla competenza del suddetto tribunale distrettuale), e, quindi, inidonea a soddisfare le esigenze investigative del caso concreto.

Non diversamente, del resto, dall’analogo congegno di scansione temporale, di 3 giorni in 3 giorni, previsto per le intercettazioni ambientali (cioè tra soggetti presenti in un determinato luogo), ove il pubblico ministero intendesse avvalersene, in assenza di flagranza di reato, operando in luoghi diversi dal domicilio: come sempre più spesso certe indagini esigono. Tutto ciò dimostra quanto siano forti i limiti che la nuova legge vorrebbe imporre all’uso dello strumento delle intercettazioni, al punto da determinare una situazione di complessiva irragionevolezza nel sistema della nuova disciplina, a tutto scapito dell’efficienza delle indagini. E questo è vero anche in rapporto ai procedimenti per delitti di criminalità organizzata. È chiaro, infatti, che le deroghe previste dalla futura legge, diversamente da oggi, per i soli delitti di natura mafiosa e terroristica, non potranno assicurare (nemmeno) il mantenimento degli attuali livelli di contrasto degli organi inquirenti contro alcune tra le peggiori forme di delinquenza associativa.  Vittorio Grevi CdS 11

 

 

 

Bersani: “Gli italiani nel mondo hanno ragioni da vendere. Il Pd è con loro”

 

Roma – “Gli italiani che hanno manifestato il 29 maggio a Francoforte e che manifesteranno domani a Vancouver e il 19 a Buenos Aires hanno ragioni da vendere: il Partito Democratico è con loro e aderisce all’appello lanciato dal CGIE e dai Comites”.

E' quanto afferma in una nota il segretario nazionale del Partito Democratico, Pierluigi Bersani. “Quel poco che l’Italia spende per gli italiani all'estero – continua Bersani – se ben investito, porta credito politico al Paese e insieme vantaggi economici largamente superiori agli investimenti. Tagliare indiscriminatamente e pesantemente su lingua e cultura, assistenza e rete consolare è miope, porta danni al Paese e, trattandosi di risorse minime, non aiuta nemmeno l’ipotetico sforzo di risanamento a cui si appella il Governo. Risparmiare sulla democrazia, poi, rinviando per la seconda volta e di tre anni le elezioni dei Comites, è un abuso assolutamente ingiustificato. Farlo poi con un decreto, inoltre, solleva – conclude Bersani - anche aspetti di incostituzionalità”. De.it.press

 

 

 

 

I dati di Istat e Inps. In Italia è povero un pensionato su due

 

In otto milioni ricevono un assegno di meno di 1000 euro al mese, ma il 21% del totale è anche sotto i 500

 

ROMA - Sono oltre 8 milioni i pensionati che ricevono un assegno da poveri, che consente cioè una spesa inferiore a 1.000 euro al mese. Vale a dire quasi la metà dei 16,8 milioni di pensionati totali che si contano in Italia. Secondo le statistiche dell'Istat infatti, circa 3,6 milioni di lavoratori a riposo (pari al 21,4% del totale) percepiscono una o più prestazioni pensionistiche per un importo complessivo inferiore a 500 euro al mese ed altri 4,7 milioni (il 27,7% del totale) ricevono assegni compresi tra i 500 e i 1.000 euro. Considerando che la soglia di povertà relativa al di sotto della quale l'Istat considera l'individuo povero è quella di una spesa procapite di 999,67 euro al mese (in una famiglia di due componenti), si può dedurre che, se la pensione rappresenta l'unica entrata, i pensionati poveri sono circa 8,3 milioni.

PENSIONATI GIOVANI - Quanto all'età di coloro che sono fuori dal ciclo produttivo e ricevono un assegno dallo stato, emerge che oltre il 30% (il 30,3%) ha meno di 64 anni. L'Istat precisa inoltre che a fine 2008 il 69,9% dei beneficiari dei trattamenti pensionistici risultava avere più di 64 anni, mentre il 26,6% aveva un'età compresa tra i 40 e i 64 anni e il 3,7% ha meno di 40 anni.

«I PIU' POVERI D'EUROPA» - «I dati diffusi oggi dall'Istat dimostrano chiaramente come i pensionati italiani siano i più poveri d'Europa - ha sottolineato il presidente del Codacons, Carlo Rienzi -. Non solo gli importi percepiti da quasi la metà dei pensionati rappresentano una miseria, e non consentono una vita dignitosa, ma addirittura sulle pensioni italiane grava una pressione fiscale ben più alta rispetto a quella di altri paesi europei». Ma il Codacons ricorda che in Italia, a parità di imponibile, l'importo di una pensione al netto delle tasse «è inferiore del 15% rispetto a Francia, Spagna e Germania, paesi dove non esiste tassazione sulle pensioni, mentre in Gran Bretagna la pressione fiscale è minima e di circa l'1,6%». «Possiamo affermare senza dubbio che la metà dei pensionati italiani vive in condizioni di povertà- prosegue Rienzi - un dato che rappresenta una vergogna in un Paese civile come l'Italia».  CdS 12

 

 

 

 

Camera. Riforma della legge sulla cittadinanza: audizione in Commissione Affari costituzionali

 

Acli: Cittadinanza ai minori nati in Italia da genitori stranieri  “Rappresentano una grande possibilità di sviluppo per il nostro Paese”

 

  ROMA -  Non conoscono altra lingua che l'italiano. Condividono con i nostri figli gli impegni, i desideri, le difficoltà e i sogni. Eppure “soffrono l'incomprensibile situazione di una cittadinanza dimezzata”. Sono i minori nati in Italia da genitori stranieri. Le Acli per loro hanno proposto l'attribuzione della cittadinanza italiana “al momento della nascita”, in una audizione svoltasi oggi alla Commissione Affari costituzionali della Camera nell'ambito della riforma della legge 91 del 1992. Lo scorso gennaio l'Assemblea della Camera aveva rinviato alla Commissione il testo unificato con le proposte di riforma ai fini di un ulteriore approfondimento. La Commissione ha quindi deciso di ascoltare, tra gli altri, i rappresentanti delle organizzazioni che operano nel settore dell'immigrazione.

  I minori stranieri nel nostro Paese sono circa 900mila. 520mila quelli nati in Italia, il 7% dell'intera popolazione scolastica. “Questi ragazzi - si legge nella memoria presentata alla Commissione dal responsabile dell'area immigrazione della presidenza delle Acli, Antonio Russo - rappresentano una grande possibilità di sviluppo per il nostro Paese che invecchia più degli altri Paesi europei. Rispetto alla speranza di futuro che questi ragazzi costituiscono per le nostre comunità e al desiderio di appartenenza che dichiarano, l'auspicio è che la politica sappia favorire un nuovo e migliore approdo legislativo e sostenere il passaggio ad una cittadinanza formale e piena”.

  La memoria scritta presentata dalle Acli fa esplicito riferimento ad un quadro di sintesi condiviso anche da altre organizzazioni di area cattolica (Caritas, Comunità di Sant'Egidio, Fondazione Migrantes, Centro Astalli, Associazione Papa Giovanni XXIII). Nel merito, si propone il passaggio dal principio dello jus sanguinis allo jus soli, o meglio “jus domicilii”. In pratica, si chiede che sia attribuita la cittadinanza, “al momento della nascita, al bambino nato in Italia da genitori stranieri già regolarmente soggiornanti, i quali mostrino in concreto di volersi inserire nella società italiana”; per il minore straniero non nato in Italia, ma positivamente inserito nel nostro Paese, le Acli chiedono modalità “adeguate” di attribuzione della cittadinanza “già prima del compimento della maggiore età”, insieme a “procedure opportunamente agevolate di naturalizzazione nei primi anni dell'età adulta per coloro che siano comunque giunti durante la minore età in Italia”. In ogni caso, a coloro che diventano cittadini italiani non va imposta “anacronisticamente” la rinuncia alla cittadinanza di origine, “salva la ricorrenza di imperiose, specifiche ed eccezionali esigenze di politica estera e di interesse nazionale”. Per tutti gli altri cittadini stranieri che chiedono di diventare italiani, infine, l'invito delle Acli è che “si agisca sui tempi di acquisizione della cittadinanza, che restano tra i più lunghi in Europa”. (Per il testo integrale della memoria scritta delle Acli presentata oggi alla Camera v. http://www.acli.it/uploaded/20100611372743001966.pdf ) (Inform)

 

 

 

 

Manovra finanziaria. La scure dell’esattore sugli indebiti: l’Inps chiarisca sugli italiani all’estero

 

ROMA - Per ora il silenzio. L’articolo 30 della manovra finanziaria (Decreto n. 78 del 31 maggio 2010) non è ancora esploso. Forse non se ne è accorto nessuno. Ma la nuova norma sul recupero degli indebiti dell’Inps è clamorosa. Espropriazione forzata per chi non restituisce l’addebito. Lo spietato compito sarà affidato ad un agente della riscossione che assolverà ai suoi compiti senza anteporre alcuna considerazione caritatevole. Tardare la restituzione delle somme indebitamente percepite comporterà l’emissione da parte dell’Inps di un “avviso di indebito” a fronte del quale il “trasgressore” avrà fino a 90 giorni per pagare o fare ricorso (in alcuni casi solo 30). Altrimenti scatterà l’esecuzione forzata da parte degli agenti della riscossione sulle proprietà dei debitori. L’eccezionale  novità è rappresentata dall’avviso di addebito, dotato di valore di titolo esecutivo: la legge è precisa al riguardo e recita al comma 1 dell’articolo 30 “A decorrere dal 1° gennaio 2011, l'attività di riscossione relativa al recupero delle somme a qualunque titolo dovute all'Inps, anche a seguito di accertamenti degli uffici, é effettuata mediante la notifica di un avviso di addebito con valore di titolo esecutivo”.

  Una vera e propria rivoluzione del metodo di recupero degli indebiti che consentirà all’Inps, in mancanza di avvenuto pagamento o in seguito a reiezione dell’eventuale ricorso, di attivare la procedura esecutiva con eventuale espropriazione forzata, mediante consegna dell’avviso di addebito all’agente della riscossione.

  L'espropriazione forzata è lo strumento mediante il quale viene soddisfatta una pretesa del creditore avente ad oggetto una somma di danaro e può avere ad oggetto beni mobili, beni immobili o crediti del debitore. Il primo atto dell'espropriazione forzata è il pignoramento, ossia un atto mediante il quale il creditore, imprime un vincolo di indisponibilità sui beni del debitore. Dopodiché si può procedere alla vendita forzata o all'assegnazione dei beni pignorati ed, infine, alla distribuzione della somma ricavata in favore del creditore procedente e dei creditori intervenuti.

  E gli indebiti degli italiani all’estero potranno essere recuperati con il nuovo metodo?

  Nell’articolo del Decreto su citato “ovviamente” non vengono disciplinati gli italiani residenti all’estero (ci mancherebbe che il legislatore si ricordasse dell’esistenza del mondo dell’emigrazione)!

  E’ la domanda che ho comunque  posto ai dirigenti dell’Inps i quali mi hanno risposto che stanno “studiando” la nuova norma e verificando l’applicabilità all’estero. Per quanto mi riguarda riterrei assolutamente sbagliato non distinguere tra gli evasori contributivi italiani (o coloro i quali hanno percepito prestazioni indebite consapevolmente e senza avvertire l’Inps) e i pensionati italiani all’estero i quali per disinformazione o per i ritardi nelle rilevazioni reddituali e gli errori dell’Inps hanno percepito somme indebite senza commettere dolo. Non sarebbe accettabile quindi un accanimento arbitrario contro i “debitori” residenti all’estero.  Possiamo confidare in un chiarimento dell’Inps ragionevole e lungimirante? L’esperienza passata e la pervicace reiterazione del diniego da parte dell’Inps di rispettare un diritto di legge come quello dell’importo aggiuntivo negato ingiustamente per quasi dieci anni agli italiani residenti all’estero, mi fa pensare al peggio. Quindi teoricamente i nostri connazionali debitori verso l’Inps e proprietari di un immobile in Italia rischiano l’applicazione della nuova legge che ne prevede l’espropriazione. Ma la sensibilità e la ponderatezza dei nuovi dirigenti dell’Inps ci fa sperare che il dubbio sull’applicabilità della nuova legge all’estero sia risolto in maniera positiva per le nostre comunità.

Gino Bucchino, Deputato eletto per il Pd in Nord e Centro America

 

 

 

Redditi nell’Unione e doppie imposizioni. Consultazione pubblica della Commissione europea

 

Bruxelles  - L’armonizzazione fiscale è un obiettivo ancora da raggiungere nell’Unione Europea. La materia delle imposte dirette rientra dunque nella competenza dei singoli Stati, i quali devono però esercitarla nel rispetto del diritto comunitario, astenendosi da qualsiasi discriminazione basata sulla cittadinanza. Nel corso degli anni, gli Stati membri dell’UE hanno concluso tra loro convenzioni bilaterali o multilaterali per ripartirsi il potere impositivo sulle differenti categorie di reddito e risolvere i casi di doppia imposizione. Tali accordi si basano generalmente sul modello di convenzione fiscale sui redditi e sul patrimonio elaborato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).

Nonostante i numerosi vantaggi introdotti dalle convenzioni sia per i contribuenti che per le amministrazioni fiscali, si verificano tuttora casi di doppia imposizione cui le convenzioni bilaterali non riescono a porre rimedio ovvero apportano soluzioni insoddisfacenti.

È il caso per esempio delle convenzioni che l’Italia ha concluso con la Francia e il Lussemburgo, le quali, per quanto riguarda la tassazione delle pensioni, hanno originato un contenzioso interpretativo sui termini "previdenza sociale" e "sicurezza sociale". Le pensioni pagate ai sensi della legislazione sulla previdenza sociale sarebbero quelle maturate a fronte di versamenti di contributi obbligatori per legge in relazione ad un cessato impiego, mentre le pensioni pagate nell’ambito di un sistema di sicurezza sociale sarebbero le prestazioni garantite dallo Stato al fine di perseguire obiettivi generali di solidarietà, a coloro che versano in una situazione ritenuta dalla legge meritevole di tutela (spiegazione della Direzione centrale dell’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 41/E del 21 luglio 2003).

Questa distinzione tra "previdenza sociale" e "sicurezza sociale" ai fini della fiscalità appare speciosa e non aderente alla realtà, se si considera che negli atti comunitari è sempre stato usato sin dal 1959 il termine "sicurezza sociale" in riferimento alla tutela dei diritti dei lavoratori che si spostano all’interno della Comunità europea.

Il regolamento n. 3 del 25 settembre 1958 si intitolava infatti "regolamento per la sicurezza sociale dei lavoratori migranti" e il regolamento n. 1408/71 del 14 giugno 1971 "regolamento relativo all’applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati, ai lavoratori autonomi e ai loro familiari che si spostano all’interno della Comunità". Il regolamento n. 883/2004 del 29 aprile 2004, in vigore dal 1° maggio scorso, si intitola "regolamento relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale" e si applica a tutti i cittadini europei e non più solamente ai lavoratori.

Ultimamente sono giunti alla Commissione europea reclami di pensionati italiani residenti in Lussemburgo, malcontenti di essere tassati per la loro pensione INPS sia in Italia che in Lussemburgo. Della questione è stato investito anche il Mediatore europeo.

Messa di fronte a tale problematica da altri cittadini europei, la Commissione ha deciso di avviare una consultazione pubblica a vasto raggio per conoscere casi concreti di doppia imposizione. Per doppia imposizione si deve intendere l’applicazione, in due o più Stati membri, di imposte analoghe allo stesso contribuente per lo stesso reddito o bene. La consultazione riguarda le imposte versate direttamente dai contribuenti alle amministrazioni fiscali, come l’imposta sul reddito delle persone fisiche, l’imposta sulle società, le ritenute alla fonte e l’imposta sulle successioni e le donazioni.

L’obiettivo della Commissione è di farsi un’idea delle dimensioni reali del fenomeno e delle sue conseguenze finanziarie.

La Commissione invita a partecipare alla consultazione compilando l’apposito questionario online http://ec.europa.eu/taxation_customs/common/consultations/tax/index_fr.htm oppure inviando una risposta per lettera, fax o posta elettronica, entro il 30 giugno 2010, all’indirizzo "COMMISSIONE EUROPEA - Direzione generale Fiscalità e Unione doganale; Rue de Spa 3 – Ufficio 8/007 B – 1049 BRUXELLES" o per email TAXUD-E1-Consultation@ec.europa.eu.

La consultazione si rivolge a tutti i contribuenti, siano essi persone fisiche o giuridiche, che abbiano incontrato problemi di doppia imposizione in un contesto transfrontaliero. Partecipando ad essa, è possibile anche avanzare suggerimenti sul modo di evitare la doppia imposizione nell’UE.

La Commissione analizzerà attentamente le informazioni fornite per capire i motivi dei casi segnalati di doppia imposizione nell’UE e aprirà un dibattito su come risolvere tali casi e stabilire se sia necessario intervenire a livello europeo.

Daniele Rossini, Patronato ACLI Bruxelles (de.it.press)

 

 

 

Alla ricerca delle radici: convegno e mostra all’Università di Roma “La Sapienza”

 

Interverranno il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti, l’ex vice ministro Franco Danieli, il deputato Franco Narducci

 

  ROMA – “Alla ricerca delle radici: emigrazione, discendenza, cittadinanza”. E’ il titolo del convegno che si terrà il 16 giugno, dalle ore 9.30 nell’Aula I della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”. Rappresentanti delle istituzioni, politici e ricercatori si confronteranno sul tema dell’emigrazione e della cittadinanza alla luce della legge 379/2000.

  Interverranno tra gli altri, il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti; Franco Narducci, deputato Pd eletto nella ripartizione Europa e vice presidente della Commissione Esteri della Camera; Franco Danieli, nel governo Prodi vice ministro agli Esteri con delega agli italiani all’estero, Sandro Schmid, proponente della legge 379/2000, il prefetto Angelo Di Caprio, Maria Caterina Pincherle dell’Ambasciata del Brasile, Settore Culturale, Maurizio Tomasi direttore del mensile “Trentini nel mondo” (programma del convegno alla pagina  http://w3.uniroma1.it/agemus/index.php?option=com_content&view=article&id=469:convegno&catid=95:ultimi-eventi )

  Quando alla fine della Prima guerra mondiale i territori italiani dell’Impero asburgico furono annessi al Regno d’Italia gli abitanti dovettero scegliere tra la cittadinanza austriaca e italiana. Molti degli emigrati all’estero, però, non essendone informati, persero l’opportunità, acquisendo e trasmettendo nel tempo alla loro discendenza una cittadinanza straniera.

  La legge 14 dicembre 2000, n. 379, consente oggi ai discendenti degli avi italiani abitanti in quei territori e poi emigrati di acquisire la cittadinanza italiana, permettendo di disegnare nuove geografie dell’appartenenza.

  Il convegno ha il patrocinio di Ministero degli Affari Esteri, Ministero dell’Interno, Società Geografica Italiana, Associazione dei Geografi Italiani, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano Comitato di Roma. In occasione del convegno, sarà allestita una mostra sul tema dell’emigrazione di fine ‘800, valorizzando il materiale cartografico e librario della Biblioteca della Sezione di Geografia dell’Università e del materiale della vita comune prestato dai discendenti degli emigranti.La mostra rimarrà aperta fino al 18 giugno. 

  “A seguito delle domande inoltrate al Ministero dell’Interno da parte dei discendenti degli avi residenti nei territori italiani dell’ex Impero asburgico, quando la Commissione per il rilascio della cittadinanza avrà terminato i lavori, diverse migliaia di cittadini ingrosseranno le statistiche italiane: alcuni di questi rimarranno a vivere all’estero con il passaporto italiano in tasca, altri, invece, verranno a calpestare la terra dei loro avi”, spiega la prof.ssa Flavia Cristaldi, coordinatrice del corso di Laurea in Scienze Geografiche a La  Sapienza annunciando il convegno in materia.

  “Quando alla fine della prima guerra mondiale - sottolinea la prof.ssa Ester Capuzzo anche lei docente de La Sapienza e membro della Commissione del Ministero dell’Interno - i territori italiani dell’Impero austro-ungarico furono annessi al Regno d’Italia gli abitanti dovettero scegliere tra la cittadinanza austriaca e italiana. Molti degli emigrati all’estero, però, non essendone informati, persero l’opportunità, acquisendo e trasmettendo nel tempo alla loro discendenza una cittadinanza straniera.

  “La legge italiana 14 dicembre 2000, n. 379 - precisa Cristaldi - consente oggi ai discendenti degli avi italiani abitanti in quei territori e poi emigrati di acquisire la cittadinanza italiana, permettendo di disegnare nuove geografie dell’appartenenza”. (Inform 10)

 

 

 

 

A Roma il 3-6 luglio l’XI Meeting dei Segretari Generali delle CCIE

 

Dal 3 al 6 luglio, si terrà a Roma l’XI edizione del Meeting dei Segretari Generali delle Camere di Commercio Italiane all’Estero.

L’iniziativa, organizzata da Assocamerestero e Unioncamere in collaborazione con Simest, rappresenta un appuntamento tradizionale che vede riunita la dirigenza delle 75 Camere di Commercio Italiane all’Estero presenti in 49 Paesi del mondo.

 

I lavori si apriranno al pubblico nella mattinata di lunedì 5 luglio con il Seminario “Ve(n)dere oltre la crisi: nuove leve per la crescita del Made in Italy sui mercati esteri”, che si terrà presso la sede di Unioncamere (piazza Sallustio, 21). L’incontro vuole rappresentare un momento di riflessione sui cambiamenti nuovi modelli di consumo che la crisi ha fatto emergere e sulle opportunità che questi cambiamenti possono aprire ai prodotti italiani. La crisi internazionale ha fatto emergere nuovi modelli di consumo, caratterizzati da una maggiore attenzione per le produzioni a basso impatto ambientale, per un consumo responsabile, attento alla salute e ad un design human friendly. Come si colloca il Made in Italy in questo mutato scenario? Quali sono le modalità di promozione più appropriate per aiutare le imprese ad intercettare questa nuova domanda? Quale ruolo possono giocare soggetti privati a vocazione istituzionale quali le CCIE? Questi i principali punti di approfondimento e di dibattito che si svilupperanno.

 

I lavori del 5 luglio proseguiranno, nel pomeriggio, presso l’Hotel NH Villa Carpegna con la realizzazione di incontri one-to-one tra i delegati delle CCIE e i rappresentanti delle istituzioni, del sistema camerale italiano, degli enti e delle associazioni impegnati nelle attività di promozione del Made in Italy all’estero. Scopo degli incontri è favorire lo sviluppo di future collaborazioni e l’avvio di iniziative progettuali comuni attraverso la condivisione di idee, esperienze e best practice.

Le restanti giornate del Meeting saranno dedicate allo svolgimento di lavori interni rivolti alla discussione dell’attività progettuale 2010 e alla attività formativa della dirigenza delle CCIE.

Per ulteriori informazioni: meetingccie@assocamerestero.it . (ItalPlanet News)

 

 

 

 

 

Im Gespräch: Franco Frattini. „Die Spekulanten waren die besseren Schachspieler“

 

Der italienische Außenminister Franco Frattini sorgt sich um den Verfall der politischen Bedeutung des Euro. Im Interview mit der F.A.Z. spricht er über das Sparen, die Spekulanten und die deutsche Führungsstärke. Und darüber, welche Schuld Europa an der Außenpolitik der Türkei hat.

Herr Minister, Sie sind in ungemütlichen Zeiten nach Berlin gekommen.

Ja, da haben Sie recht. Die Glaubwürdigkeit der Europäischen Union steht auf dem Spiel, und wir müssen uns fragen, ob die EU mit der globalen Wirtschafts- und Finanzkrise fertig werden kann.

Die Bundesregierung will sparen. Sie sagt, wir hätten über unsere Verhältnisse gelebt.

Das stimmt - für alle westlichen Staaten. Italiener und Deutsche haben allerdings immer darauf geachtet, Geld zu sparen und bescheiden zu leben. Die Privatschulden in Italien oder Deutschland sind viel niedriger als in Großbritannien, den Vereinigten Staaten oder Spanien. Das liegt an unserer Kultur. So habe ich es schon in meiner Familie gelernt. Und die Briten haben auch noch ein etwa doppelt so hohes Haushaltsdefizit wie Italien, nämlich zehn bis elf Prozent des Bruttoinlandprodukts (BIP).

Aber Italiens Staatsschuld beträgt rund 120 Prozent des BIP. Hätte Italien seine Schulden nicht viel früher energisch abbauen müssen?

Unsere hohe Verschuldung ist das Erbe der vergangenen 25 bis 30 Jahre. Wir hätten viel früher hart dagegen vorgehen müssen, ja, aber nicht vor drei Tagen oder drei Jahren, sondern vor 15 Jahren. Jetzt müssen wir die Art und Weise ändern, wie wir die Schuld berechnen. Man darf den Blick nicht auf die Verschuldung der öffentlichen Haushalte verengen. Vielmehr müssen wir, wie es die OECD tut, die Bruttoinlandsverschuldung als Kombination der öffentlichen und der privaten Verschuldung berechnen. Dann kommt heraus, dass Deutschland und Italien die Nummer eins sind in der EU. Wenn man sich auf die Staatsschulden beschränkt, steht Italien zwar schlecht da. Aber zu den Ursachen der Krise gehörte das Platzen der privaten Verschuldungsblasen, nicht die Explosion der Staatsschulden.

Diese Zahlen sind bekannt. Warum setzen die Märkte trotzdem auch Italien unter Druck?

Es gibt so viele internationale Spekulanten. Aber nachdem unser Kabinett in der vergangenen Woche ein sehr hartes Haushaltsgesetz gebilligt hat, werden die Spekulationen gegen Italien aufhören. Die Entscheidung der EU, einen Krisenfonds einzurichten, sendet zusammen mit den nationalen Maßnahmen eine klare Botschaft an alle Spekulanten. Dank dieser politischen Entschlossenheit wird es weniger Spekulationsversuche geben.

Ist Ministerpräsident Berlusconi wirklich entschlossen? Er hat sich vom Sparpaket seiner Regierung ja distanziert.

Berlusconi musste die verschiedenen Strömungen im Kabinett zusammenführen. Die einen wollten sich ganz auf Einschnitte bei den Ausgaben konzentrieren, die anderen darauf, das Wachstum zu stimulieren. Das heißt aber nicht, dass der Kompromiss nicht noch in fairer, transparenter parlamentarischer Debatte verbessert werden könnte. Wir bereiten schon neue Vorschläge vor. So heißt es bisher, die kleinsten Provinzen sollten abgeschafft werden. Ich wäre gern mutiger: Wir sollten binnen zweier Jahre alle Provinzen auflösen, die ihre Haushaltsgrenzen überschreiten.

Viel Vergnügen. Damit werden Sie auf großen Widerstand stoßen.

Ja, aber die Öffentlichkeit versteht das besser als Appelle an allgemeine Opferbereitschaft. Überdies können wir das Wachstum fördern, indem wir Bürokratie abschaffen. Wir sollten in das Haushaltsgesetz einen Artikel einfügen, der besagt, dass alles erlaubt ist, was nicht ausdrücklich verboten ist. Dann könnte man einfacher eine Firma gründen, ohne lange auf Genehmigungen warten zu müssen.

Was ist eigentlich das Kernproblem der italienischen Wirtschaft?

Erstens gibt es zu viel Bürokratie. Zu viele Verwaltungsregeln, zu wenig Transparenz. Italien hat trotzdem sechs Millionen kleine und mittlere Unternehmen. Dank ihnen ist unsere Wirtschaft im ersten Quartal 2010 um 0,5 Prozent gewachsen. Das ist nicht viel, aber mehr als in Deutschland, Frankreich und Großbritannien. Wie groß wäre das Wachstum, wenn es die Bürokratie nicht gäbe! Das zweite Problem ist die Steuerflucht. Zwischen 19 und 22 Prozent unseres Bruttoinlandsprodukts werden auf dem Schwarzmarkt erwirtschaftet.

Wenn Steuerflucht zur italienischen Kultur gehört, wird es schwer sein, daran etwas zu ändern.

Ja. Deshalb müssen wir Anreize durch Steuersenkungen schaffen und Steuerflucht beispielsweise durch Kontrollen bekämpfen - ohne freilich Italien in einen Polizeistaat zu verwandeln. Wenn wir es in den Händen der Steuerpflichtigen lassen, wird sich die Tradition der Steuerflucht durchsetzen.

Das ist an sich keine neue Erkenntnis. Brauchte Ihre Regierung die Euro-Krise, um nun dagegen vorgehen zu können?

Sie ist das zusätzliche Element, das wir brauchten. Wir haben ja schon mit einer Amnestie gezeigt, dass es möglich ist, Geld aus den internationalen Steueroasen zurückzuholen. So kamen aus der Schweiz, Liechtenstein, Luxemburg, den Bahamas und so weiter 80 bis 90 Milliarden Euro zurück nach Italien.

Machen Sie sich Sorgen wegen der Abwertung des Euro und der möglichen politischen Folgen?

Der Euro ist doch immer noch eine der besten, wenn nicht die beste Errungenschaft der EU. Ich kann mir eine Rückkehr zu nationalen Währungen gar nicht vorstellen, auch wenn wir unsere Lira damals sehr mochten. Sorgen bereitet mir der Verfall der politischen Bedeutung des Euro. Damit geht ein Bedeutungsverlust Europas auf der internationalen Bühne einher. Wie gesagt, unsere Glaubwürdigkeit steht auf dem Spiel. Genauso wie wir Europäer uns auf Iran-Sanktionen oder eine Haltung im Nahost-Konflikt einigen müssen, ist es auch nötig, dass wir unsere Währung gemeinsam verteidigen.

Bundeskanzlerin Merkel hat gesagt, wenn der Euro scheitert, dann scheitert die EU. Stimmen Sie dieser Untergangshypothese zu?

Ja. Das war eine wichtige Dramatisierung. Sie hilft, der Öffentlichkeit bewusstzumachen, dass uns die Umstände dazu zwingen, einiger und entschlossener denn je aufzutreten.

Der Kanzlerin wird allerdings auch vorgeworfen, sie habe wichtige Beschlüsse verzögert. Hätte die Ausweitung der Griechenland-Krise zur Euro-Krise verhindert werden können?

Als wir die wahre Dimension der Krise begriffen, war es bereits zu spät. Die internationalen Spekulanten haben eine Strategie, eine Vision. Sie hatten alle Folgen ihrer Attacke auf Griechenland einkalkuliert: die Konsequenzen für Portugal ebenso wie die Zurückhaltung und den Unwillen einiger Mitgliedstaaten, schnell zu reagieren. Die Spekulanten sind wie Schachspieler, die mehrere Züge vorausplanen.

Und die Politiker und ihre Beamten sind keine guten Schachspieler?

Wir müssen besser werden. Das ist unsere Herausforderung. Aber wir haben durchaus schnell gehandelt, indem wir große Geldsummen bereitstellten, um den Spekulanten die Sache zu erschweren. Das war ja die erste solche Krise seit Einführung des Euro. Deshalb würde ich die harte Kritik, dass Europa zu schüchtern gewesen sei, abschwächen.

In Deutschland sind viele sehr verärgert gewesen über Griechenland, die anderen EU-Partner und die Bundesregierung. Verstehen Sie die deutsche Psyche?

Auf den Straßen Italiens gibt es dasselbe Gefühl. Im Nordosten, wo ich meinen Wahlkreis habe, arbeiten die Leute sehr hart, und sie verstehen nicht, warum sie für Athen zahlen sollen. Ich sage ihnen dann: weil die Griechenland-Krise euch und eure kleinen Unternehmen eher früher als später treffen wird. Natürlich verstehe ich die Leute. Die Politiker stehen aber in der Verantwortung, Führung zu übernehmen, auch wenn sie, wie die Bundeskanzlerin, deswegen Wahlen verlieren. Notfalls muss man eine Wahl verlieren, aber man darf sich nicht von der Idee eines stärkeren Europas verabschieden.

Geht von Deutschland derzeit genug Führungskraft in und für Europa aus?

Angesichts der Stimmung in Deutschland würde ich sagen: Ja, Deutschland führt stark. Noch einmal: Die Kanzlerin ist bewusst das Risiko eingegangen, eine sehr wichtige Wahl zu verlieren.

Frau Merkel hatte auch neue Regeln vorgeschlagen, bis hin zum möglichen Ausschluss eines Landes aus der Euro-Gruppe. Schätzen Sie die Führung der Kanzlerin auch in dieser Hinsicht?

Das ist doch eine politische Provokation. Der Vertrag lässt einen Ausschluss aus der Euro-Gruppe gar nicht zu. Wer dem Klub angehören will, muss sich aber an dessen Regeln halten. Diese Regeln müssen wir besser durchsetzen. Ich meine aber nicht, dass man bis zum vorübergehenden oder endgültigen Ausschluss aus der Euro-Gruppe gehen sollte.

Könnte man, sollte man Mitgliedstaaten vorübergehend ihr Stimmrecht entziehen?

Das steht auch nicht im Vertrag. Für eine Reform brauchten wir Einstimmigkeit, aber die wird es nicht geben.

Nach dem Ärger um den Lissabon-Vertrag ist die Scheu vor einer Vertragsrevision enorm.

Ehrlich gesagt, möchte ich für eine lange Zeit auf keinen Fall mehr über eine Reform der Institutionen diskutieren.

Zu einer aktuellen außenpolitischen Krise: Nach der Erstürmung der „Solidaritätsflotte“ durch Israel haben Paris und London vorgeschlagen, dass EU-Kräfte die Küste vor Gaza kontrollieren könnten. Eine gute Idee?

Darüber werden die europäischen Außenminister am Montag in Luxemburg sprechen. Ich habe nicht grundsätzlich etwas gegen ein europäisches Engagement. Aber wir dürfen nicht vergessen, dass Israel ein demokratischer, souveräner Staat ist. Wir können Israels Territorium und Gewässer nicht über seinen Kopf hinweg kontrollieren. Es fällt aber sehr schwer, sich vorzustellen, dass sich die Hamas mit Israel einig wird.

Hatte Israel das Recht, die Schiffe daran zu hindern, die Küste des Gazastreifens zu erreichen?

Das weiß ich nicht. Aber die Geschehnisse sind aus israelischer Sicht kontraproduktiv. Die Bilder von Menschen im Gazastreifen, die unter der Blockade leiden, schaden Israel. Und das sage ich als Außenminister Italiens, des vielleicht engsten Freundes Israels in Europa.

Zugleich will Italien ein enger Freund der Türkei sein. Was halten Sie von den harschen Anwürfen Ministerpräsident Erdogans gegen Israel und von der Blockadehaltung der Türken im Ringen um Iran-Sanktionen?

Wir sollten so schnell wie möglich darüber nachdenken, welche Fehler Europa gegenüber der Türkei gemacht hat. Italien ist wahrscheinlich der entschiedenste Verfechter eines türkischen EU-Beitritts. Ich glaube, wir Europäer haben den Fehler gemacht, die Türken nach Osten zu drängen, anstatt sie zu uns zu ziehen. Wenn wir den Türken den Eindruck vermitteln, dass wir sie nicht als Mitglied der europäischen Familie haben wollen, dann werden sie sich nach anderen Perspektiven umschauen - der einer regionalen Macht, mit Blick auf Iran, in den Kaukasus, nach Syrien und so weiter. Das ist nicht in Europas Interesse. Kollege Westerwelle und ich werden am Montag in Luxemburg darum bitten, dass wir darüber reden, was wir mit der Türkei jetzt machen. In ein paar Wochen endet eine weitere EU-Ratspräsidentschaft, ohne dass auch nur ein einziges Kapitel der Beitrittsverhandlungen eröffnet worden wäre. Noch nicht einmal über etwas so harmloses wie Nahrungsmittelsicherheit konnten wir reden, weil ein Mitgliedsland das blockiert. Die Konsequenzen müssen wir alle tragen.

Verstehen wir Sie richtig: Es liegt an der Zurückhaltung Europas, dass die Türkei nationalistischer geworden ist, Islamisten offener gegenübersteht, eine antiisraelische Politik betreibt und sich Iran annähert?

Ja. Es gibt zwar auch innenpolitische Dynamiken. Aber wenn Europa aktiver versucht hätte, die Türkei an Europa heranzuführen, hätten wir dazu beigetragen, das alles zu verhindern.

Kann Erdogans Türkei noch für Europa und den Westen gewonnen werden?

Wir haben noch etwas Zeit. Aber wir müssen den Beitrittsprozess verstetigen.

Streben Erdogan und seine Partei AKP überhaupt noch dringlichst in die EU?

Ja. Wir haben ja auch die AKP eingeladen, als Beobachter an den Treffen der Europäischen Volkspartei teilzunehmen. Es scheint paradox zu sein, dass eine muslimische Partei, die AKP, von der EVP eingeladen wird, aber das ist es nicht.

Sie waren von 2002 bis 2004 schon einmal Außenminister und sind es wieder seit 2008. Was hat sich verändert?

Erstens war die Begeisterung für Europa vor der Ost-Erweiterung der EU viel größer. Alle wollten mehr Integration. Jetzt überwiegen Unmut und Zweifel an der Erweiterung. Die Leute fragen: Warum soll ich für diesen oder jenen neuen Staat bezahlen? Zweitens hat Europa jetzt die Chance, eine Schlüsselrolle in Afrika, im Mittelmeerraum oder im Nahen Osten zu spielen, weil der amerikanische Präsident Obama einen multilateralen Ansatz verfolgt. Auch Präsident Bush war ein Freund Italiens und Europas, aber er verlangte Gefolgschaft. Obama appelliert an uns, Verantwortung zu teilen.

Die Europäer sind pessimistischer, haben aber mehr Möglichkeiten?

Genau. Das ist das Paradox.

Das Gespräch mit Außenminister Frattini führten Klaus-Dieter Frankenberger und Andreas Ross. Faz. 10

 

 

 

 

Neues Abhörgesetz in Italien. Berlusconis Schutzschirm

 

Um sich und seinesgleichen vor der Justiz zu schützen, verschärft Premier Silvio Berlusconi die Regeln, nach denen die Justiz abhören und die Presse veröffentlichen darf VON MICHAEL BRAUN

 

ROM - Mit einem Vertrauensvotum im Senat hat die Regierung Berlusconi am Donnerstag das Gesetz zu Abhörmaßnahmen der Justiz durchgepaukt. Das Gros der Oppositionssenatoren fehlte: Sie wollten nicht als Staffage bei der Verabschiedung eines Gesetzes mitwirken, das sie als Gefahr für Rechtsstaat und Pressefreiheit betrachten.

Wie immer, wenn Silvio Berlusconi sich mit der Justiz beschäftigt, geht es vor allem darum, den Staatsanwälten Fesseln anzulegen. Mehr noch: Diesmal soll auch der Presse ein Knebel verpasst werden. Zum einen werden Abhörmaßnahmen massiv erschwert. So dürfen Telefone nur noch für die Dauer von 75 Tagen angezapft werden. Hat der ermittelnde Staatsanwalt deutliche Hinweise, dass die Vorbereitung eines Verbrechens im Gang ist, kann er dann jeweils im Drei-Tages-Rhythmus Verlängerungen beantragen, und die müssen von einem Kollegium aus drei Richtern genehmigt werden - Italiens schon jetzt völlig überlastete Justiz wird dadurch mit weiterer Arbeit zugeschüttet.

Lauschangriffe in Wohnungen oder Autos sollen in Zukunft generell verboten sein - außer die Ermittler wissen bereits, dass am abgehörten Ort ein Verbrechen durchgeführt werden soll. Und wird zum Beispiel ein Abgeordneter von einem abgehörten Verdächtigen angerufen, muss das Parlament sofort informiert werden - die Abhöraktion würde so auch dem mutmaßlichen Kriminellen bekannt. Wenn ein Kleriker in der Leitung ist muss sofort der zuständige Bischof ins Bild gesetzt werden.

Auch der Presse geht es an den Kragen. Sie darf in Zukunft nicht mehr aus Ermittlungsakten zitieren; insbesondere wird die Veröffentlichung von Abhörprotokollen unter Strafe gestellt. Über Berlusconis Sexskandal im letzten Jahr hätte Italiens Öffentlichkeit so nichts erfahren; und der vor wenigen Wochen zurückgetretene Wirtschaftsminister Claudio Scajola wäre wohl auch noch im Amt. Taz 11

 

 

 

 

Italien. Großrazzia gegen Mafia

 

Rom. Großeinsatz gegen die Mafia von Sizilien bis in den italienischen Norden: In Palermo rückten etwa 200 Spezialagenten am frühen Donnerstag mit 19 Haftbefehlen an, um Mafiosi und auch Unternehmer festzunehmen, die mit dem organisierten Verbrechen zusammengearbeitet haben.

 

Es geht um Betrug bei der Vergabe privater und öffentlicher Bauaufträge, um Erpressung sowie um Geldwäsche über Scheinfirmen. Mafia-Güter im Wert von Hunderten von Millionen Euro wurden im Zuge der Ermittlungen beschlagnahmt, berichteten Behörden.

 

Zeitgleich gingen die Carabinieri in der Gegend von Neapel und Caserta gegen 27 Mitglieder eines Camorra-Clans der Casalesi vor. Die Vorwürfe ähneln denen bei der Razzia gegen die Cosa Nostra auf Sizilien: Schwere Erpressung im Mafia-Stil, Begünstigung und das Tragen von Kriegswaffen.

 

In Kalabrien und im nördlichen Piemont schließlich waren Mitglieder dreier Familien der 'Ndrangheta das Ziel der Spezialbeamten. Diese wollen damit auch einen dreifachen Mord im Mafia-Milieu von 1997 aufklären. Die Leichen wurden nie gefunden.

 

Bei ihrem Schlag gegen die kalabrische 'Ndrangheta stießen die Fahnder auch auf fünf eingerichtete Bunker, wie sie für flüchtige Mafiosi gebaut werden. Der größte davon entpuppte sich nach den Angaben als voll ausgestattete 100-Quadratmeter-Wohnung mit vier Zimmern unter einem Haus. Erreichbar war der geheime Unterschlupf durch eine Nische, in der normalerweise Wein gelagert wurde. Eines der Zimmer in dem Bunker diente auch dazu, Marihuana zu trocknen. (dpa 12)

 

 

 

 

Debatte im Europäischen Parlament. EU-Bürgerinitiative zur Stärkung des Medienpluralismus?

 

Mitglieder des Europäischen Parlaments versuchen, die Debatte um die Pressefreiheit in Italien wiederaufleben zu lassen. Um diese aus ihrer "linksliberalen Ecke" herauszuholen, will man den Fokus auf die EU-Ebene ausweiten. Hierzu wird man wohl auf das Mittel der europäischen Bürgerinitiative zurückgreifen müssen.

 

Der italienische Premierminister Silvio Berlusconi entging im letzten Oktober nur knapp einer offiziellen Verurteilung durch das EU-Parlament. Die Mitglieder des Parlaments wiesen eine Resolution ab, in welcher der Mangel an Pressefreiheit in Italien verurteilt wurde. Diese wurde von mitte-links eingebracht und in der Hauptsache als Angriff gegen Berlusconi und sein Medienimperium bewertet. Letztlich scheiterte die Resolution an nur drei fehlenden Stimmen.

 

Ebenfalls abgewiesen wurde ein Vorschlag der Kommission für eine neue Gesetzgebung, um den Medienpluralismus in Europa zu schützen. Der Kommissionsvorschlag scheiterte auch denkbar knapp mit 338 zu 335 Stimmen.

 

Europaparlamentarier versuchen nun das Thema wiederaufleben zu lassen. Sie erklärten jedoch, dass es kaum Anzeichen für einen Konsens im Parlament gibt. Daher könnte es sein, dass sie auf das Mittel der europäischen Bürgerinitiative zurückgreifen müssten, um Fortschritte zu erzielen.

Situation in Italien "besorgniserregend"

 

"Ich will ein europäisches Gesetz, um zu verhindern, dass ein Akteur alles hat", erklärte MdEP Judith Sargentini (Grüne/EFA) und fügte hinzu, dass sie keinen "persönlichen Feldzug gegen Italien" führe. "Die Meinungsfreiheit ist in Italien mit Wirtschaftsinteressen verwoben. Das ist besorgniserregend." Ein europäisches Gesetz könne Abhilfe schaffen, indem es sicherstellt, dass die Finanzierung von Medien sich nicht auf "einige wenige Hände" konzentriere.

 

Allerdings räumte sie ein, dass es schwierig sein werde, Fortschritte zu erzielen. "Die Debatten um Medienpluralismus sind im Parlament sehr aufgeheizt und alles wird von der italienischen Situation blockiert." Sie hoffe, dass eine Fokussierung der Debatte auf die EU als Ganzes statt nur auf Italien diese aus der "linksliberalen Ecke" herausmanövriere.

 

Schwierige Suche nach Verbündeten - Andere Stimmen warnen jedoch davor, dass das Einbringen einer europäischen Bürgerinitiative zum Medienpluralismus sehr schwierig werden würde. "Es handelt sich hierbei um einen Kampf, weil wir Gegner haben", erklärte Paolo Celot von der European Association for Viewer Interests (EAVI). "Wir müssen hart arbeiten, um Verbündete für eine Bürgerinitiative zu finden."

 

Celot warf die Frage auf, warum das Parlament bislang mit Bemühungen um Medienpluralismus erfolglos geblieben sei. "Wir müssen pragmatisch denken. Vielleicht gibt es innerhalb der Medienindustrie selbst Interessen, die gewahrt werden wollen."

 

MdEP Stanimier Ilchev (ALDE) erklärte indes, dass auch die politische Elite Bulgariens der Wirtschaftselite des Landes, der ein Großteil der Medien gehört, zu nahe steht. "Bulgarische Geschäftsmänner besitzen Banken sowie Fernsehsender, Radiosender und Zeitungen. Diese Banken bewahren gleichzeitig das Geld der Regierung."

 

Mediensektor vor historischer Krise - Eine Gruppe von Europaparlamentariern (MdEP) aus verschiedenen Fraktionen legte eine schriftliche Erklärung vor in der sie die EU-Mitgliedstaaten dazu auffordern, "unabhängigen Journalismus zu unterstützen, frei von jedweder politischer und kommerzieller Einmischung auf nationaler Ebene." Sollte die Erklärung im Europäischen Parlament von einer Mehrheit unterstützt werden, wird Parlamentspräsident Jerzy Buzek diese an die Kommission und die 27 nationalen Parlamente weiterleiten.

 

"Medienpluralismus als Grundvoraussetzung europäischer Demokratie wird nicht notwendigerweise durch Wettbewerb und technischen Fortschritt gewährleistet. Der Mediensektor steht vor einer historischen Krise", erklärten die MdEPs. Zu ihnen gehören die Franzosen Jean-Marie Cavada (EVP) und Patrick Le Hyaric (GUE/NGL), der deutsche Jorgo Chatzimarkakis (ALDE), Tanja Fajon (PASD) aus Slowenien und Ioan Enciu (PASD) aus Rumänien. Sie verlangen nach Maßnahmen der EU um das "Prinzip des Pluralismus und der Unabhängigkeit des Journalismus gemäß Artikel 11 der EU-Grundrechtecharta" zu gewährleisten.

Daniel Tost, EurActi 10

 

 

 

 

Nürnberg. Ardizzone (Comites) schreibt an die Mitglieder des Europaparlaments

 

Sehr geehrte Damen und Herren,

ich bin der Vorsitzende von Com.It.Es., der gewählten Vertretung der Italiener in Franken. In dieser Eigenschaft wende ich mich an Sie und bitte Sie, unser Ziel, für die 30.000 in Franken lebenden Italiener weiterhin eine konsularische Betreuung zu erhalten, zu unterstützen.

 

Die Republik Italien beabsichtigte im Zuge von Sparmaßnahmen die Umwandlung des in Nürnberg bestehenden Konsulates in eine konsularische Agentur. Die hierfür erforderliche Akkreditierung wird vom deutschen Auswärtigen Amt abgelehnt, mit der Folge, dass nun von italienischer Seite auf eine konsularische Vertretung in der Region völlig verzichtet werden soll.

 

Als EU-Bürger und hier lebende Bürger der Republik Italien bitte ich auch im Namen meiner betroffenen Landsleute um Ihre Unterstützung. Die uns von italienischer Seite bereits zugesagte konsularische Agentur hätte es ermöglicht, in der Region die wesentlichen konsularischen Dienstleistungen weiterhin anzubieten. Jetzt droht diese Lösung an der Ablehnung des deutschen Auswärtigen Amtes zu scheitern, mit der Folge, dass wir Italiener beispielsweise wegen der Neuausstellung eines Personalausweises nach München anreisen müssen.

 

Für uns als Betroffene wären dabei Sparzwänge als Ablehnungsgrund einsichtig und nachvollziehbar. (Auch wir Bürger müssen sparen.)

Überraschend ist jedoch für uns, dass die deutsche Politik die Akkreditierung für eine konsularische Agentur verweigert und sich hierzu auf eine übertrieben strenge Auslegung eines internationalen Vertrages (Übereinkommen von 1963 über die diplomatischen Beziehungen) beruft. Unsere Bedürfnisse und Rechte als in Deutschland lebende italienische Staatsbürger werden dabei völlig außer Acht gelassen.

 

Im Übrigen bezweifeln wir, dass das Wiener Übereinkommen aus dem Jahr 1963 den Europäischen Einigungsprozess der letzten Jahrzehnte hinreichend berücksichtigt. Jedenfalls ist es aus unserer Sicht nicht angemessen, dass aktuell im Jahre 2010 konsularische Vertretungen Italiens in Deutschland nicht mehr akkreditiert werden, nachdem dies in der Vergangenheit durchaus der Fall war. Darüber hinaus wurde die Einrichtung konsularischer Agenturen und von kleinerer konsularischer Verwaltungseinheiten in den letzten beiden Jahren in Frankreich und Großbritannien genehmigt. Die Verweigerung der Akkreditierung einer konsularischen Agentur stellt einen Bruch der bisherigen Übung dar und belegt damit eine eklatante Ungleichbehandlung innerhalb der EU-Bürger.

 

Ich möchte Sie alle deshalb um Ihre Unterstützung bitten. Als Mitglieder des Europäischen Parlaments sind Sie auch Vertreter unserer Interessen und damit Ansprechpartner für die Probleme und Nöte der italienischen Gemeinschaft in Franken.

 

Wir bedauern, dass unser Wunsch nach einer ortsnahen bürgerfreundlichen Verwaltungslösung offensichtlich auf massive Widerstände stößt. Das Wiener Übereinkommen regelt unserer Auffassung nach den diplomatischen/ konsularischen Umgang unter souveränen Staaten und ist deshalb nicht geeignet, innerhalb der EU die Verwaltungsinteressen von im Ausland lebenden Bürgern zu regeln. Als EU-Bürger wollen wir auch weiterhin, wie bereits langjährig praktiziert, unsere Verwaltungsangelegenheiten ortsnah erledigen können. Dabei ist für uns der völkerrechtliche Status der Verwaltungseinrichtung untergeordnet. (Aus unserer Sicht ein Erfolg der EU und des europäischen Einigungsprozesses.). Wir Italiener in Franken benötigen keine Diplomaten, sondern eine administrative Betreuung. 

Mit freundlichen Grüssen

Giovanni Ardizzone Vorsitzender (de.it.press)

 

 

 

 

Umweltpolitik. UN-Klimakonferenz in Bonn endet ohne Ergebnis

 

Die UN-Klimakonferenz in Bonn ist ohne einen gemeinsamen Beschluss zu Ende gegangen. Umweltorganisationen kritisieren fehlenden politischen Willen der Industriestaaten. Die Bonner Konferenz diente zur Vorbereitung des Klimagipfels in Cancún.

 

Bei der UN-Klimakonferenz in Bonn haben sich die Vertreter von 175 Staaten nicht auf ein gemeinsames Vorgehen für ein neues Weltklimaabkommen einigen können. Etwa 4500 Teilnehmer verhandelten fast zwei Wochen lang, ohne konkrete Vereinbarungen für den weiteren Weg zu treffen. Ein neuer Entwurf für die nächsten Verhandlungsrunden lag zum Abschluss der Konferenz zwar vor, wurde aber nicht beschlossen.

Umweltorganisationen kritisierten die Ergebnisse von Bonn als zu dürftig und als „schlechte Basis“ für die weitere Klimapolitik. In dem vorgelegtem Entwurfstext wird die Erfordernis von „tiefen Einschnitten“ beim globalen Ausstoß von klimaschädlichen Treibhausgasen betont. Noch in Klammern steht unter anderem das Langfristziel, die Erderwärmung auf 1,5 oder 2 Grad Celsius zu begrenzen. Zudem steht im Entwurf, dass der Höhepunkt des globalen und nationalen Treibhausgas-Ausstoßes bis 2020 erreicht werden soll. Die globalen Emissionen sollen dann bis 2050 um insgesamt mindestens 50 bis 85 Prozent gegenüber 1990 vermindert werden. Die Industrieländer allein sollen eine erhöhte Minderung von mindestens 80 bis 95 Prozent leisten.

Keine neuen Angebote der Industrieländer zur Minderung der Treibhausgase

Für die Minderung der Treibhausgase gab es allerdings in Bonn keine neuen Angebote oder Vorschläge von Seiten der Industrieländer. Ungelöst blieben auch die Vergabemechanismen und Kriterien der zugesagten Finanzhilfen reicher Staaten an ärmere Länder. Vertreter der Entwicklungsländer kritisierten, dass von den auf dem Kopenhagener Gipfel zugesagten 30 Milliarden Dollar (25 Milliarden Euro) an Schnellhilfe noch kein Geld geflossen sei.

Umweltorganisationen kritisierten den Entwurf als unzureichend. Die Bonner Konferenz habe nicht klären können, was in Cancún beschlossen werden solle, sagte der Klima-Koordinator von Greenpeace, Martin Kaiser. „Es ist auch nicht klar, wann ein ambitionierter und gerechter, globaler Klimavertrag unterzeichnet werden kann.“ Die Industriestaaten hätten sich erneut vor verbindlichen und ausreichenden Zusagen zur CO2-Minderung gedrückt, erklärte der Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland. „Die Industriestaaten spielen ein hochriskantes Spiel, wenn sie verbindliche Zusagen immer wieder verschieben“, sagte Klimaexpertin Antje von Broock. Die EU sollte vorangehen und ihre Minderungszusage bis 2020 von 20 auf 30 Prozent erhöhen.

Zur Vorbereitung des nächsten Weltklimagipfels Ende des Jahres im mexikanischen Cancún sollen noch zwei weitere UN-Konferenzen stattfinden: Anfang August wiederum in Bonn und im Oktober in Peking. Mit einem fertigen neuen Abkommen zum globalen Klimaschutz ist nach dem Fehlschlag von Kopenhagen allerdings auch in Cancún noch nicht zu rechnen. Auch eine Fortführung des Kyoto-Protokolls für die Zeit nach 2012 ist offen. Faz.net 12

 

 

 

 

"Horizonte - Das Lehramtsstipendium für Migranten": Die Ausschreibung in Berlin läuft!

 

Bewerbungsfrist für Abiturienten und Studierende: 31. Juli 2010 / Bewerbungsfrist für Referendare: 15. August 2010

 

Die Gemeinnützige Hertie-Stiftung vergibt in Berlin zum Wintersemester 2010/11 erneut Stipendien für zukünftige Lehrkräfte mit Migrationshintergrund. Mit ihrem Programm "Horizonte - Das Lehramtsstipendium für Migranten" möchte die Hertie-Stiftung gezielt begabte und engagierte junge Migranten für den Beruf im Klassenzimmer gewinnen und auf dem Weg dorthin stärken. Hintergrund sind die aktuellen Schüler- und Lehrerzahlen: Rund ein Drittel der Schüler in Deutschland hat einen Migrationshintergrund, Tendenz steigend. Gleichzeitig sind heute nur etwa ein bis zwei Prozent der Lehrkräfte ausländischer Herkunft. Noch bis zum 31. Juli können sich Abiturienten und Studierende aller Berliner Universitäten um die Aufnahme in das Programm bewerben, für Referendare ist am 15. August Bewerbungsschluss. Voraussetzung ist, dass die Bewerber noch mindestens zwei Jahre Ausbildungszeit vor sich haben und sie selbst oder ihre Eltern außerhalb Deutschlands geboren und zu einem späteren Zeitpunkt nach Deutschland eingewandert sind.

"Lehrer mit Migrationshintergrund sind an deutschen Schulen noch lange keine Normalität. Mit ,Horizonte' möchte die Hertie-Stiftung darauf hinwirken, dass mehr Migranten an der schulischen Bildung der nachfolgenden Generationen mitwirken", so Claudia Finke, Geschäftsführerin der Hertie-Stiftung. "Die jungen Lehrkräfte bringen Qualifikationenmit, die in einer modernen Einwanderungsgesellschaft in die Schule gehören. Das Stipendienprogramm will dazu beitragen, dass die Potenziale, die aus ihrem Lebenslauf herrühren, allen Schülerinnen und Schülern zu Gute kommen."

Die Hertie-Stiftung führt "Horizonte" in Berlin in Zusammenarbeit mit der Freien Universität Berlin und der Senatsverwaltung für Bildung, Wissenschaft und Forschung durch. Gleichzeitig wird "Horizonte" in Frankfurt, Hamburg und erstmals auch im Ruhrgebiet ausgeschrieben. Zurzeit nehmen insgesamt 40 Stipendiaten aus 21 Herkunftsländern an "Horizonte" teil. An allen vier Standorten sind zum Wintersemester 2010/11 je fünf weitere Stipendien ausgeschrieben."Horizonte" legt besonderen Wert auf die ideelle Förderung der Stipendiaten: In Seminaren und Akademien können sie ihre persönlichen, pädagogischen und psychologischen Kompetenzen individuell erweitern und frühzeitig Netzwerke für das spätere Berufsleben knüpfen. Ihnen soll ermöglicht werden, zwischen Wissenschaft und Schulpraxis inhaltliche Brücken zu schlagen. Bei einer Laufzeit von zwei Jahren umfasst die finanzielle Förderung für Studierende ein monatliches Studienstipendium von 650 Euro sowie Büchergeld. Für Referendare sieht es ein Bildungsstipendium von 1.000 Euro im Jahr vor. Ein Tutor betreut die Stipendiaten und koordiniert die Gruppenbildung vor Ort.

"Horizonte" richtet sich an Studienanfänger und Studierende des Lehramts sowie Referendare mit Migrationshintergrund. Das Stipendienprogramm ist offen für Bewerber aller Lehrämter, Fächer und Ausbildungsstufen, die noch mindestens zwei Jahre Ausbildungszeit vor sich haben. Die Bewerber sollten neben guten schulischen und akademischen Leistungen gesellschaftliches Engagement, Interesse an interkulturellen Fragestellungen, Kreativität und Teamfähigkeit mitbringen. Die Bewerbungsfrist läuft für Abiturienten und Studierende bis zum 31. Juli 2010, für Referendare bis zum 15. August.

 

Die Gemeinnützige Hertie-Stiftung mit Sitz in Frankfurt am Main baut auf dem Lebenswerk des 1972 verstorbenen Stifters Georg Karg, Inhaber der Hertie Waren- und Kaufhaus GmbH, auf. Mit ihrem Vermögen von rund 800 Mio. Euro gehört sie zu den größten privaten Stiftungen Deutschlands. Seit 1998 besteht keinerlei Unternehmensbindung mehr. Die Hertie-Stiftung versteht sich als Reformstiftung. Sie möchte mit modellhafter Arbeit in der vorschulischen und schulischen Erziehung, der akademischen Bildung und der Forschung neue, intelligente Lösungen aufspüren und zu deren praktischer Umsetzung beitragen.

Weitere Informationen im Internet: www.horizonte.ghst.de (de.it.press)

 

 

 

 

Unbegleitete minderjährige Asylbewerber: Europäische Agentur für Grundrechte legt Untersuchung vor

 

Formal fallen sie unter die Gruppe der Drittstaatsangehörigen, gleichwohl haben sie ein besonderes Schicksal.

Durch Kriegshandlungen in der Heimat entwurzelt, sexuell missbraucht oder in Kinderarbeit ausgebeutet hatten sie nur noch ein Ziel vor Augen: weg. Die einen sind alleine geflohen, andere wurden auf der Flucht von ihren Eltern getrennt. 15.000 von ihnen sind nach Aussagen des Hohen Kommissars der Vereinten Nationen für Flüchtlingsfragen (UNHCR) im Jahr 2009 in der EU, Norwegen und der Schweiz angelandet: unbegleitete minderjährige Asylbewerber. Die meisten von ihnen sind Jungen im Alter von 14 Jahren oder etwas darüber und kommen aus Afghanistan, Somalia, Angola, der Demokratischen Republik Kongo, Eritrea und Irak.

Die Europäische Agentur für Grundrechte (FRA) hat Ende April 2010 eine Studie veröffentlicht, die die Situation dieser minderjährigen Asylsuchenden in den Mitgliedstaaten der Europäischen Union beleuchtet. Grundlage dazu bilden Interviews mit 336 Kindern in eben jener Situation und 302 Erwachsenen, die mit ihrer Betreuung betraut sind in zwölf EU-Mitgliedstaaten.

Auch wenn die Erfahrungen, Sichtweisen und Meinungen der befragten Kinder die Ergebnisse einfärben, lässt sich ablesen, dass die allgemeine Situation, Unterbringung und Betreuung der Kinder in den einzelnen Mitgliedstaaten in vielerlei Hinsicht stark variiert.

Die Studie kommt zu dem Schluss, dass die Rechte der Kinder nicht immer ausreichend respektiert werden. Die Lebensbedingungen sind oftmals inadäquat, ihre Freiheit wird übermäßig beschnitten. Es fehlt oft an medizinischer Versorgung und der Zugang zu Bildung und Ausbildung ist unzureichend. Auch werden ihre religiösen Bedürfnisse nicht immer respektiert. Hinzu kommt, dass sie oftmals unzureichend über ihre Rechte aufgeklärt sind. Insgesamt ist ihr Leben häufig fremdbestimmt. Sie sind abhängig von Entscheidungen, für die die zuständigen Behörden häufig sehr lange Zeit in Anspruch nehmen. Daraus resultiert eine Unsicherheit bei den Kindern, die sich unzureichend beschützt und schlecht beraten fühlen.

Die Studie stellt außerdem heraus, dass zurzeit kein adäquates Sicherungssystem oder entsprechende gesetzliche Regelungen für minderjährige Asylsuchende oder Flüchtlinge in der EU existieren. Zwar verspricht das Stockholmer Programm an dieser Stelle Abhilfe zu schaffen, jedoch sind laut Studie schnelle und effektive außergesetzliche Maßnahmen zum Schutz alleinreisender, minderjähriger Flüchtlinge dringend nötig, bis das gesetzliche Auffangnetz geschaffen ist.

Betrachtet man die sich ausbreitenden Konflikte und die ökonomische Ungleichheit, wird die Zahl der fliehenden Kinder, die in Europa ein Zuhause suchen, eher noch steigen. Forum Migration Juni

 

 

 

 

Rechtsruck in Niederlanden. Die sogenannte Toleranz

 

Er hat sie düpiert, alle. Politiker, Wahlforscher und Journalisten waren bis zuletzt davon ausgegangen, dass zu viel gegen Geert Wilders und seine Freiheitspartei (PVV) sprach, um sie groß herauskommen zu lassen - vom vorgezogenen Wahltermin, der die Partei organisatorisch überfordere bis zu fehlender Kompetenz in der Wirtschafts- und Sozialpolitk. Es ist anders gekommen: Geert Wilders und seine PVV sind drittstärkste politische Kraft in den Niederlanden.

 

Unmittelbar vor der Wahl hatte mehr als die Hälfte der Wahlberechtigten noch keine Ahnung, wem sie ihre Stimme geben sollten. In kaum einem anderen Land Europas ist die Parteienloyalität so gering, nirgendwo in der EU sind weniger Menschen politisch organisiert. Wilders zog viele Unentschlossene auf seine Seite und gab ihnen das Gefühl, dass er, der erst kurz vor dem Wahltermin begonnen hatte, ökonomische Themen in seine Kampagnen-Rhetorik aufzunehmen, Antworten auf die drängenden wirtschaftspolitischen Fragen geben werde.

 

Dabei nutzte der telegene Wilders, ähnlich wie der vor acht Jahren ermordete Pim Fortuyn, geschickt das Fernsehen. Zugute kam dem PVV-Führer mit dem dichten blondierten Haarschopf als Markenzeichen, dass er nichts zeigt vom düsteren und dumpfen Gehabe der rechtsradikalen Führer anderer europäischer Staaten. Die gekonnte Mischung aus kalkulierter Provokation und sympathischem, fast staatsmännischem Auftreten des Politprofis sicherte ihm die Sympathie derjenigen, die endlich einen hatten, der mal sagt, was Sache ist, aber auch jener, die seine islamfeindliche Rhetorik zwar abschreckte, die aber unzufrieden genug mit den Verhältnissen waren, um ihm dennoch ihre Stimme zu geben.

 

Wilders stammt aus Venlo in Südlimburg, der Provinz, in der er die meisten Stimmen holte. In die niederländische Grenzstadt fuhren in den 60er Jahren die Jugendlichen aus dem deutschen Grenzgebiet, weil hier eine Luft der Freiheit und Liberalität wehte, die sie am Niederrhein noch nicht kannten. Die Jungen trugen die Haare länger, die Mädchen die Blusen offener als daheim, der Joint kreiste nicht nur im Verborgenen - und Eltern, Lehrer sowie Polizei schien das, erstaunlicherweise, nicht zu stören. In jenen Jahren entstand das Bild der liberalen, offenen und toleranten niederländischen Gesellschaft, in der die Soldaten lange Bärte trugen, Schwule Paraden veranstalteten und Marihuana rauchende Polizisten nicht weiter auffielen.

 

Lange wurde vor allem im Ausland übersehen, dass diese Liberalität nie dem Bild der gesamten niederländischen Gesellschaft entsprach. Viele hinter den Deichen sind tolerant, solange es sie - im übertragenen Sinne - nichts kostet und sie wegschauen können. Coffee-Shops, in denen weiche Drogen legal verkauft werden? Gerne, aber bitte dort, wo die Töchter nicht auf die Junkies treffen. Ausländer? Gerne, solange sie nicht auf dem Arbeitsmarkt zu Konkurrenten werden. Islam? Warum nicht, aber bitte keine Moschee vor der Haustür.

 

Andere Niederländer haben die Vorteile der Liberalisierung gerne genossen. Jetzt finden sie aber, dass die Toleranz zu weit gegangen ist. Sie verweisen auf den aus Marokko stammenden Bürgermeister von Rotterdam, Ahmed Aboutaleb, der strenger mit islamischen Einwanderern ist als die Politiker der traditionellen Parteien. Die scheuen sich, den mit der Immigration verbundenen Problemen ins Auge zu sehen.

 

Viele zwischen Den Helder und Middelburg, so scheint es, haben die Orientierung verloren. Etwa in Almere, östlich von Amsterdam. Hier wurde die Wilders-Partei mit ihren islam- und ausländerfeindlichen Sprüchen und ihrem Kampf für mehr öffentliche Sicherheit bei den Kommunalwahlen im März auf Anhieb stärkste Kraft. Dabei leben dort gar nicht besonders viele Ausländer. Und in punkto Sicherheit kann die Polizei überhaupt kein Problem erkennen.

 

Dennoch folgten die meisten Bürger in der Stadt Wilders. Auch wenn die Probleme nicht existierten, die er und seine Partei bekämpfen wollten: Sie hatten die Sorge, eines Tages könnten sie mit diesen Schwierigkeiten konfrontiert sein. Es ist die Verunsicherung der Bürger, ihre Angst, die arrivierten Politiker könnten sie nicht ernst nehmen, die sich Wilders zunutze machte. In Almere und anderswo.

WERNER BALSEN FR 12

 

 

 

Das deutsche WM-Team. Unsere Internationalmannschaft

 

Die deutsche Mannschaft, die am Sonntagabend erstmals spielen wird, ist das Ergebnis einer notwendigen Kulturrevolution - sportlich, politisch und gesellschaftlich. VON MARKUS VÖLKER

 

ERASMIA - Es war einmal eine deutsche Nationalmannschaft, in der spielten Männer wie Andreas Brehme, Klaus Augenthaler, Lothar Matthäus und Bodo Illgner. Man fürchtete sich in der Welt des Fußballs vor diesen Strategen aus Deutschland, denn es hieß, sie würden rennen bis zum Umfallen, grätschen, bis das Blut spritzt, und kämpfen ohne Pause. Man sprach von den deutschen Tugenden und davon, dass man erst dann sicher sein könne, eine deutsche Mannschaft besiegt zu haben, wenn diese im Mannschaftsbus sitze.

Die Furcht vor diesen humorlosen deutschen Männern war berechtigt, zumal sie im Jahr 1990 Weltmeister wurden. Sie waren geboren in Hamburg-Barnbek, Fürstenzell oder Erlangen und ihre Eltern kamen auch aus diesen Ecken. Von der Integration der Einwanderer und deren Nachkommen sprachen in der deutschen Gesellschaft nur wenige und im deutschen Spitzenfußball niemand.

 

Zwanzig Jahre später bietet die Nationalmannschaft ein komplett anderes Bild. Wenn die deutschen Mannschaften bis in die späten 90er Jahre, wie seinerzeit viele kritisierten, ein Ausdruck des Unwillens der deutschen Gesellschaft zur Integration der Einwanderer waren, so ist das Team von Bundestrainer Joachim Löw das Gegenteil: Aus den 23 Spielern seines WM-Kaders ließe sich eine ganze Elf aufstellen, die auf eine Familiengeschichte der Zuwanderung verweisen kann.

Sie haben alle einen deutschen Pass, aber ihre Eltern oder gar Großeltern stammen aus der Türkei, Ghana, Nigeria, Polen, Brasilien, Bosnien und Tunesien. Sie heißen Dennis Aogo, Mesut Özil, Sami Khedira, Jerome Boateng oder Marko Marin. Der Deutsche Fußball-Bund hat mit den Eltern dieser Spieler vor zwei Jahren einen Fernsehspot gedreht, der verdeutlichen sollte, dass sich auch im einst trägen und selbstgenügsamen Fußballverband einiges geändert hat, dass die Zeiten der Reformverweigerung endlich vorbei sind und solche Figuren wie der ehemalige Verbandschef Gerhard Mayer-Vorfelder längst vergessen:

Eine Frau mit Kopftuch erscheint in Begleitung ihres Mannes zum Grillfest, herzlich empfangen wird sie von einem Schwarzen. Auf dem Grill liegen Kevapcici. Man spricht Türkisch, Russisch, Serbokroatisch - und Deutsch. "Was haben all diese Menschen gemeinsam?", fragt eine Stimme aus dem Off: "Ihre Kinder spielen in der deutschen Fußballnationalmannschaft." Der Spot schließt mit dem Slogan: "DFB - mas integración". Der Fußballbund wirbt für sich als gesellschaftliche Kraft, die Gemeinschaft stiftet. Und ruft die Einwanderer, auch die mittlere und ältere Generation dazu auf, sich zu Deutschland zu bekennen. Denn auch das hat sich geändert: Diese Jungs dürfen nicht nur für Deutschland spielen. Sie wollen es auch.

So ist bereits von einer deutschen "Internationalmannschaft" die Rede. Per Mertesacker, der großgewachsene, blonde Innenverteidiger, spricht von einer "Internationalisierung der Nationalmannschaft", anderswo ist von der "Generation M" zu lesen, der Generation Multikulti. Man sucht nach Zuschreibungen, um den Wandel, der noch vor zehn, 15 Jahren undenkbar schien, zu fassen. Damals gurkten deutsche Auswahlmannschaften eher schlecht als recht herum, die Weltmeister von 1990 waren müde, Talente kamen nicht nach. Doch erst nach der Viertelfinalniederlage bei der Weltmeisterschaft 1998 gegen Kroatien und dem blamablen Ausscheiden in der Vorrunde der EM 2000 wurde im DFB ernsthaft über Veränderungen nachgedacht.

Vieles in der Nachwuchsförderung wurde professioneller: die Trainingszentren der Bundesligisten, die Coaches, die Eliteschulen des Fußballs, die Sichtung von jungen Dribbelkünstlern. Im Netz, das über die Fußballrepublik gespannt wurde, verfingen sie sich, die Kinder von Zuwanderern. Die Herkunft war egal, wichtig war einfach nur die Liebe zum Leder. Der deutsche Fußball sollte von allen gerettet werden, nicht mehr nur von den Nachkommen Brehmes und Augenthalers.

Der Trainer der Weltmeister von 1990, Franz Beckenbauer findet den Jugendstil, die neue Epoche im DFB, ganz gut. Doch er mäkelt auch herum an den internationalen Junggardisten. Dass Khedira und Co. die deutsche Nationalhymne nicht mitsingen, sei nicht so schön, "aber gut, das ist ihre Sache, ich habe so was zur Einstimmung aufs Spiel immer gebraucht".

Im DFB kümmerte sich Matthias Sammer um die Frischzellenkur. Und nach ein paar Jahren war es so weit: Der deutsche Nachwuchs konnte international wieder mithalten. Und nicht nur das: Er gewann sogar Titel. Die Mannschaften der unter 17-Jährigen wurde Europameister, die U19- und U21-Auswahl auch. Es waren Spieler wie Khedira und Özil, Marin und die Boatengs, die das möglich machten. Sie pfiffen auf das Erbe der Weltmeister von 1990, denn sie wollten nicht nur mit den sprichwörtlichen deutschen Tugenden zum Sieg kommen, sondern mit spielerischer Klasse, mit technischer Raffinesse. Leichtigkeit sollte über das Hölzerne obsiegen.

Diese Kulturrevolution haben sie bis hinein ins aktuelle Nationalteam getragen. "Wir haben jetzt Spieler, die nicht typisch deutsch sind", sagt Kapitän Philipp Lahm. "Wir wollen nicht verwalten, wir wollen nach vorne spielen, wir wollen die Gegner spielerisch in Verlegenheit bringen", sagt Löw vor dem ersten Spiel gegen Australien. Er hätte auch sagen können: Wir wollen nicht mehr deutsch spielen.

Taz 12

 

 

 

Der Terror hat einen Namen - Ahmadinedschad

 

Hunderte Regimekritiker sind zu drakonischen Strafen verurteilt worden, viele sitzen hinter Gittern und warten auf ihren Prozess. Gleichzeitig höhnt Präsident Mahmud Ahmadinedschad über die neue UN-Resolution.

Das iranische Volk scheint zum Schweigen gebracht. Wo ist meine Stimme, skandierten im vergangenen Sommer wochenlang die Menschen auf den Straßen der Islamischen Republik. Jetzt hat die grüne Opposition am Jahrestag der umstrittenen Präsidentenwahl alle Proteste abgesagt. Die Bürger bleiben stumm, die Hardliner um Revolutionsführer Ali Chamenei und Präsident Mahmud Ahmadinedschad fühlen sich nach monatelangem Ringen wieder fest im Sattel.

Hunderte Regimekritiker sind inzwischen zu drakonischen Strafen verurteilt worden, aberhunderte sitzen hinter Gittern und warten auf ihren Prozess. Kaum ein Iraner wagt es derzeit, mit Ausländern zu sprechen, zu telefonieren oder Mails an sie zu schreiben. Journalisten erhalten praktisch keine Visa mehr. Die Islamische Republik igelt sich ein. Ihr Regime widmet sich wieder einmal seiner geopolitischen Lieblingsrolle: allein gegen alle – Teherans heroischer Abwehrkampf gegen die globale Riege der finsteren Mächte, gerissenen Spione und omnipotenten Bösewichter.

So hat Ahmadinedschad für die vierte Runde internationaler Sanktionen nur Hohn und Spott übrig. Wertloses Papier nannte er die UN-Resolution 1929, bevor er sich aufmachte zu einem eintägigen Besuch der Expo in Schanghai. Doch selbst bei Irans wichtigstem Ölkunden China mochte kein Regierungsmitglied den eiligen Besucher zu einem offiziellen Gespräch empfangen. Mit Russland, bislang die zweite Schutzmacht Teherans bei der UN, hat es sich der großmäulige Präsident bereits in den letzten Wochen gründlich verdorben. Und selbst Peking gegenüber bekommen seine Reden jetzt den gleichen drohend-rüden Unterton, der zu seinem diplomatischen Markenzeichen gehört. Denn Ahmadinedschad sieht sich offenbar wieder obenauf und zudem von der Vorsehung Allahs getragen. Eine Kostprobe seines Realitätssinns gab er letzte Woche bei einer Staatsfeier vor dem Chomeini-Mausoleum, als er seine angebliche Wiederwahl „hundert Prozent demokratisch“ nannte und den Iran im gleichen Atemzug zum „Weltmeister der Demokratie“ erklärte.

Doch allem rhetorischen Gedröhne zum Trotz – die innenpolitische Krise im Iran ist genauso wenig beigelegt wie die Kri