WEBGIORNALE 14-16 Giugno
2010
Intervista del Ministro Frattini alla "Frankfurter Allgemeine
Zeitung"
In occasione della
sua recente visita a Berlino, il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha
rilasciato un’intervista a Klaus Dieter Frankenberger e Andreas Ross pubblicata
il 10 giugno sulla "Frankfurter Allgemeine Zeitung". Frattini parla
della crisi finanziaria e dell’euro, del ruolo dell’Europa e dei rapporti tra
Italia e Germania
D. Signor
Ministro, Lei giunge qui a Berlino in un momento poco ameno.
R. Sì, ha ragione.
È in gioco la credibilità dell’Unione Europea e siamo chiamati a domandarci se
l’Unione sia in grado di far fronte alla crisi globale dell’economia e delle
finanze.
D. Il Governo
Federale intende risparmiare, dichiarando che abbiamo condotto una vita finora
al di sopra delle nostre possibilità.
R. Questo è vero,
per tutti gli stati occidentali. Gli Italiani e i Tedeschi però hanno sempre
fatto attenzione a risparmiare denaro e vivere in modo modesto. I debiti dei
privati in Italia e in Germania sono molto più bassi che nel Regno Unito, negli
USA o in Spagna. Dipende dalla nostra cultura. È così che mi è stato insegnato
già in famiglia. Gli Inglesi poi hanno anche un deficit di bilancio che è quasi
il doppio del nostro, cioè tra il 10 e l’11 percento del PIL.
D. Il debito
statale italiano ammonta a circa il 120 percento del PIL. L’Italia non avrebbe
dovuto iniziare molto prima a ridimensionare in maniera energica i propri
debiti?
R. Il nostro
elevato indebitamento è l’eredità degli scorsi 25-30 anni. Avremmo dovuto
intervenire duramente molto prima, questo sì, ma non tre giorni o tre anni fa,
bensì 15 anni fa. Adesso ci tocca modificare il metodo in cui calcoliamo il
debito. Non si deve limitare lo sguardo all’indebitamento delle finanze
pubbliche. Al contrario, siamo obbligati a calcolare l’indebitamento interno
lordo, analogamente a quanto fa l’OECD, sotto forma di combinazione tra
l’indebitamento pubblico e privato. Ne emerge che sono la Germania e l’Italia
ad occupare i vertici nella classifica nell’Unione. Se ci si limita ai debiti
statali, allora l’Italia vanta brutti risultati. Ma non dimentichiamo che una
delle cause scatenanti della crisi è stata lo scoppiare della bolla
dell’indebitamento privato e non l’esplosione dell’indebitamento statale.
D. Queste cifre
sono risapute. Nonostante ciò, perché anche l’Italia viene messa sotto
pressione dai mercati?
R. Ci sono
talmente tanti speculatori a livello internazionale. Dopo la dura legge
finanziaria approvata dal nostro Esecutivo la scorsa settimana però, le
speculazioni a scapito dell’Italia cesseranno. La decisione dell’Unione di
istituire un fondo anticrisi, unita a singoli provvedimenti nazionali, è un
chiaro messaggio a tutti gli speculatori. Grazie a questa risolutezza politica
vi saranno meno tentativi di speculazione. .
D. Ma è veramente
così risoluto il Presidente del Consiglio Berlusconi? Ha preso le distanze dal
pacchetto di risparmio del suo Governo.
R. Berlusconi ha
dovuto contemperare i diversi orientamenti in sede di governo. Alcuni volevano
che ci si concentrasse unicamente sui tagli alle spese, altri sugli stimoli
alla crescita. Il che non vuol dire che non sarebbe possibile giungere ad un
ulteriore miglioramento del compromesso per mezzo di un dibattito più equo e
trasparente in Parlamento. Stiamo già approntando nuove proposte. Sinora,
infatti, è stato proposto di abolire le province più piccole. Io sarei ancora
più coraggioso e direi: sciogliamo nei prossimi due anni tutte quelle province
che superano i propri limiti di bilancio.
D. Buon
divertimento. Incontrerà di certo grandi resistenze.
R. Si, ma
l’opinione pubblica capisce meglio questo, rispetto agli appelli a fare dei
sacrifici collettivi. A parte ciò, possiamo favorire la crescita se eliminiamo
della burocrazia. Dovremmo inserire un articolo nella finanziaria in cui si
dice che è consentito tutto ciò che non è oggetto di espresso divieto. In tal
modo sarebbe più semplice creare una ditta, senza dover stare tanto ad
aspettare le autorizzazioni.
D. Qual è in
realtà il problema chiave dell’economia italiana?
R. In primo luogo
c’è troppa burocrazia. Troppe norme amministrative, troppo poca trasparenza.
Ciononostante, l’Italia ha sei milioni di piccole e medie imprese. È grazie a
queste che la nostra economia è cresciuta nel primo trimestre dello 0,5
percento. Il che non è molto, ma sempre di più che in Germania, Francia e Regno
Unito. Quanto sarebbe elevata la crescita se non ci fosse la burocrazia! Il
secondo problema è l’evasione fiscale. Il 19-22 percento del nostro prodotto
interno lordo viene realizzato in nero.
D. Se l’evasione
fiscale fa parte della cultura italiana, sarà difficile che cambi qualcosa.
R. Sì, ed è per
questo che dobbiamo creare incentivi mediante riduzioni fiscali e contrastare
l’evasione fiscale, per esempio mediante controlli – ovviamente, senza
trasformare l’Italia in uno stato di polizia. Se lasciamo il tutto nelle mani
del contribuente, la tradizione dell’evasione fiscale si affermerà.
D. In sé sono
fatti ormai ben risaputi. C’era bisogno della crisi dell’euro perché il Suo
Governo si mettesse ad intervenire?
R. La crisi è il
fattore aggiuntivo di cui avevamo bisogno. Attraverso un’amnistia abbiamo già
dimostrato che è possibile rimpatriare il denaro finito nei paradisi fiscali
internazionali. In tal modo sono tornati altri 80-90 miliardi di euro in Italia
provenienti da Svizzera, Liechtenstein, Lussemburgo o le Bahamas.
D. È preoccupato
per la svalutazione dell’euro e le eventuali conseguenze politiche?
R. L’euro continua
a restare in ogni caso una delle migliori, se non addirittura la più grande
conquista dell’UE. Personalmente non riesco ad immaginarmi affatto un ritorno
alle monete nazionali anche se eravamo tanto affezionati allora alla nostra
lira. Quello che mi preoccupa è il crollo dell’importanza politica dell’euro,
il quale implica una diminuzione dell’importanza dell’Europa sulla scena
internazionale. Come già detto, è in gioco la nostra credibilità. Esattamente
come noi Europei siamo chiamati a trovare un accordo in materia di sanzioni
all’Iran o una posizione nel conflitto medio-orientale, è necessario pure che
difendiamo insieme la nostra moneta.
D. Il Cancelliere
Federale Merkel ha affermato che se fallisce l’euro, fallisce l’Unione Europea.
Concorda con questa ipotesi di tracollo?
R. Sì, si è
trattato di un’importante drammatizzazione che aiuta a far capire all’opinione
pubblica che sono le circostanze ad imporci di agire più concordi e risoluti
che mai.
D. La Signora
Cancelliera viene accusata però anche di aver ritardato importanti decisioni.
Sarebbe stato possibile impedire un’estensione della crisi greca nella crisi
dell’euro?
R. Quando ci siamo
resi conto della reale dimensione della crisi, era già troppo tardi. Gli
speculatori internazionali seguono una strategia, una visone. Avevano già
calcolato tutte le conseguenze dei loro attacchi alla Grecia: l’impatto sul
Portogallo così come la ritrosia e mancanza di disponibilità di alcuni Stati
membri a reagire velocemente. Gli speculatori sono come i giocatori di scacchi
che in una volta sola calcolano già in anticipo diverse mosse.
D. E politici e
funzionari pubblici non sono bravi giocatori di scacchi?
R. Dobbiamo
migliorare. Questa è la nostra sfida. Tuttavia abbiamo agito velocemente
mettendo a disposizione grandi somme di denaro per rendere più difficile la
cosa per gli speculatori. Questa è stata la prima crisi di questo tipo
dall'introduzione dell'Euro. Perciò addolcirei la dura critica che ritiene la
reazione europea troppo timida.
D. In Germania
molti erano irritati a causa della situazione in Grecia, a causa degli altri
partner dell'Ue e del Governo federale. Lei comprende la psicologia tedesca?
R. Per le strade
italiane c'è la stessa sensazione. Al nordest, dove si trova la mia
circoscrizione elettorale, la gente lavora molto duramente e non capisce perché
deve pagare per Atene. Ecco la mia risposta: perché la crisi della Grecia
colpirà voi e le vostre piccole aziende prima di quanto si creda. Certamente
capisco la gente. Tuttavia i politici hanno la responsabilità di assumere la
guida anche se – come il Cancelliere – perdono le elezioni per questo motivo.
In caso di necessità bisogna rassegnarsi a perdere una volta le elezioni, ma
non si deve abbandonare l'idea di un'Europa più forte.
D. Attualmente la
Germania si sta mostrando sufficientemente forte nel guidare l'Europa?
R. Di fronte al
clima in Germania direi: sì, la Germania guida con mano forte. Desidero
ripetere: il Cancelliere consapevolmente ha corso il rischio di perdere
elezioni molto importanti.
D. La Signora
Merkel aveva anche proposto nuove regole, fino ad una possibile esclusione di
un paese dall'Eurogruppo. Lei apprezza la guida del Cancelliere anche sotto
questo aspetto?
R. Questa però è
una provocazione politica. Il trattato non prevede una esclusione
dall'Eurogruppo. Tuttavia chi vuole appartenere a questo club, deve anche
rispettarne le regole. Dobbiamo imporre meglio queste regole. Non intendo dire
però che bisogna andare fino all'esclusione transitoria o definitiva
dall'Eurogruppo.
D. Si potrebbe o
dovrebbe sottrarre provvisoriamente il diritto di voto a paesi membri?
R. Anche questo
non è previsto dal trattato. Per riformarlo avremmo bisogno dell'unanimità che,
però, non ci sarà.
D. Dopo
l'irritazione nel contesto del Trattato di Lisbona il timore di una revisione
del trattato è enorme.
R. Per dire la
verità, per un lungo periodo non voglio assolutamente più discutere di una
riforma delle istituzioni.
D. Per quanto
riguarda la crisi attuale della politica estera: dopo l'attacco contro la
flottiglia della solidarietà da parte di Israele, Parigi e Londra hanno
proposto che le forze dell'Ue potrebbero controllare la costa davanti a Gaza.
Una buona idea?
R. Di questo
argomento i Ministri europei degli esteri parleranno lunedì a Lussemburgo. In
linea di principio non sono contrario ad un impegno europeo. Ma non dobbiamo
dimenticare che Israele è uno Stato democratico e sovrano. Non possiamo
controllare il territorio e le acque israeliane all'insaputa di Israele.
Tuttavia è molto difficile immaginare che Hamas si metta d'accordo con Israele.
D. Israele aveva
il diritto di impedire alle navi di raggiungere la costa della striscia di
Gaza?
R. Questo non lo
so. Ma dal punto di vista israeliano il fatto è controproducente. Le immagini
della popolazione nella striscia di Gaza che soffre per il blocco danneggiano
Israele. E dico questo nella veste di Ministro degli esteri dell'Italia, che
forse è il più stretto amico di Israele in Europa.
D. L'Italia, al
contempo, vuole essere un amico stretto della Turchia. Che ne pensa delle dure
accuse avanzate dal Premier Erdogan nei confronti di Israele e
dell'atteggiamento di blocco adottato dalla Turchia nella lotta per le sanzioni
all'Iran?
R. Dovremmo
riflettere quanto prima su quali sono gli errori che l'Europa ha commesso nei
confronti della Turchia. L'Italia, probabilmente, è il fautore più deciso di
un'adesione turca all'Unione Europea. Credo che noi europei abbiamo commesso
l'errore di spingere i turchi verso est invece di attirarli verso di noi. Se
diamo l'impressione ai turchi che non li vogliamo avere come membri della
famiglia europea, si guarderanno intorno in vista di altre prospettive – quella
di una potenza regionale - verso l'Iran, verso il Caucaso, la Siria e così via.
Non è nell'interesse dell'Europa. Lunedì prossimo, il collega Westerwelle ed io
chiederemo a Lussemburgo di parlare su come procedere ora con la Turchia. Tra
alcune settimane terminerà un'altra Presidenza comunitaria senza avere aperto
neanche un capitolo delle trattative di adesione. Non siamo riusciti a parlare
nemmeno di una cosa talmente innocua come la sicurezza alimentare a causa del
blocco da parte di uno Stato membro. E tutti noi dobbiamo subirne le
conseguenze.
D. La intendiamo
bene: È per il riserbo dell'Europa che la Turchia è diventata più nazionalista,
che è più aperta agli islamisti, che segue una politica anti-israeliana e si
avvicina all'Iran?
R. Si. È pur vero
che vi sono anche dinamiche politiche interne. Ma se l'Europa avesse tentato
più attivamente di avvicinare la Turchia a sé, avremmo contribuito ad impedire
tutto questo.
D. È ancora
possibile per l'Europa e l'Oriente accattivarsi le simpatie della Turchia di
Erdogan?
R. Abbiamo ancora
un po' di tempo. Ma dobbiamo dare più costanza al processo di adesione.
D. Erdogan ed il
suo partito Akp, però, continuano ad aspirare ad entrare con la massima urgenza
nell'UE?
R. Sì. Infatti
abbiamo anche invitato l'Akp a partecipare all'incontro del Partito Popolare
Europeo in qualità di osservatore. Sembra paradossale che un partito musulmano
come l'Akp venga invitato da parte del Ppe, ma non lo è.
D. Lei è già stato
Ministro degli Esteri dal 2002 al 2004 e lo è di nuovo dal 2008. Che cosa è
cambiato?
R. Primo,
l'entusiasmo per l'Europa era molto più forte prima dell'allargamento
dell'Unione verso est. Tutti volevano più integrazione. Ora prevalgono malumore
e dubbi sull'allargamento. La gente chiede: perché devo pagare per questo o
quell'altro nuovo Stato? Secondo, ora l'Europa ha l'opportunità di svolgere un
ruolo chiave in Africa, nel Mediterraneo o nel Medio Oriente dato che il
Presidente americano Obama sta seguendo un approccio multilaterale. Anche il Presidente
Bush è stato un amico dell'Italia e dell'Europa, ma voleva l'allineamento.
Obama ci lancia l'appello a condividere le responsabilità.
D. Gli europei
sono più pessimisti ma hanno più possibilità?
R. Esattamente. È
questo il paradosso".
(l’intervista in
tedesco nella sezione accanto, ndr)
Bruxelles. L'Unione europea celebra i 25 anni dell'Area Schengen
Bruxelles -
Venticinque anni fa, cinque paesi dell'Unione europea - Belgio, Francia,
Germania, Lussemburgo e Olanda – iniziarono il processo di approfondimento
dell'integrazione europea attraverso l'eliminazione dei controlli alle
frontiere con l'Accordo di Schengen. A seguito della successiva espansione
dell'Area Schengen, oggi oltre 400 milioni di cittadini europei possono
viaggiare senza passaporto. Lo ricorda Cecilia Malmström, commissario europeo
agli Affari Interni
“Schengen – sottolinea Malmström - è
diventato uno dei più potenti simboli della capacità dell'Unione europea di
migliorare la vita dei suoi cittadini. Facilitando i viaggi, il turismo e il
commercio, ha migliorato l'integrazione e rimosso gli ostacoli alla pace e alla
libertà in Europa. Schengen ha anche cambiato molte delle nostre vite”.
Malmström avverte che “questa libertà
di viaggiare deve tuttavia essere affiancata da maggiori responsabilità. Gli
ultimi 25 anni hanno visto la fine della Guerra Fredda e l'inizio di una nuova
fase di apertura e globalizzazione. Ciò ha dato molte nuove opportunità ad un
considerevole numero di persone, ma ci ha anche esposto a nuove minacce – dal
crimine organizzato al terrorismo internazionale”. L'Unione europea, pertanto,
“necessita di una effettiva cooperazione tra le autorità preposte al rispetto
della legge al fine di combattere efficacemente i crimini”. E “l'Agenda
di Stoccolma indica le azioni prioritarie nel settore di mia responsabilità che
perseguono l'obiettivo complessivo di garantire la sicurezza dei nostri
cittadini nel pieno rispetto dei loro diritti e delle loro libertà
fondamentali”.
“Negli ultimi dieci anni – prosegue la
commissaria Ue - l'area Shengen è rapidamente cresciuta dal punto di vista
geografico fino a comprendere oggi 25 paesi e questa crescita è stata
accompagnata da un approfondimento della cooperazione e della
solidarietà. L'agenzia Frontex dell'Unione europea assiste gli Stati membri
nella gestione appropriata delle frontiere comuni Schengen e la Commissione
europea ha proposto di potenziare le sue capacità. Anche il Codice Comune per i
Visti ha trovato piena applicazione. Ogni membro dell'area Schengen si assume
la responsabilità di controllare le frontiere esterne per conto degli altri
paesi Schengen e rilascia visti Schengen uniformi, coopera efficientemente con
le autorità di polizia di ogni altro membro dell'area al fine di preservare un
alto livello di sicurezza al di là del comune confine esterno”.
“I fondatori di Schengen ci hanno insegnato a
guardare lontano e a mirare alto. Celebriamo dunque i successi raggiunti, dai
quali dobbiamo partire per migliorare ulteriormente la libertà e la
sicurezza dei cittadini europei negli anni che verranno” conclude Cecilia
Malmström. (Inform)
Cervello in crescita: azione, si parte!
E’ sempre un
rischio ridurre il comportamento umano alla biologia del cervello, ed io ebbi
occasione di scriverlo anni fa anche su questo stesso giornale. Ma alcune delle
ultime scoperte delle neuroscienze devo dire sono davvero stimolanti… Per
esempio, la notizia che è proprio l’accresciuta capacità (in senso fisico) del
cervello dei ragazzini a permettere loro di cominciare a cogliere e condividere
con noi grandi il significato di battute allusive e di doppi sensi.
Io lo ho notato
per un caso davvero fortuito che mi sarebbe francamente sfuggito se queste
rivelazioni scientifiche non me lo avessero fatto riconoscere come straordinariamente
significativo: alla TV avevano riproposto un dialogo tra due comici dato solo
qualche settimana prima ed ascoltato da mio figlio distrattamente; ebbene,
riascoltandole dopo poco più di un solo mesetto, le stesse battute hanno
scatenato in lui una risata improvvisamente divertita: le stava “capendo”… Ma
allora, prima “non le aveva capite”?…Come mai?
Intanto, notando
altri atteggiamenti che devo dire in queste ultime settimane si stanno
accavallando, ero stata in libreria - ricordiamoci infatti che il concetto di
“formazione continua” ovvero “non si finisce mai di imparare”, deve essere
messo in pratica con serio impegno da noi stessi, e non solo consigliato agli
altri – e, chiedendo consigli e promettendo riscontri alle gentili commesse che
ora leggono me, ho acquistato in due riprese una busta di volumi
interessantissimi ed aggiornati sull’adolescenza scegliendo studi recenti di
nomi accademici su tematiche anche particolari quali l’amore, l’amicizia, le
regole, gli scontri, il nichilismo giovanile eccetera, tutti ricchi di
informazioni e spunti per riflessioni illuminanti. Il mio consiglio generale è
certamente di leggere, leggere e leggere, organizzando nelle scuole workshops e
tavole rotonde per lo scambio di opinioni e semmai anche di testi, tra
insegnanti e famiglie, o solo tra insegnanti e solo tra famiglie, perché la
scuola diventi un luogo di incontro in cui i nostri figli imparino a crescere e
noi tutti si impari a vedere che stanno e come stanno crescendo. Il verbo
“vedere” è importante; da settembre, dunque, organizzerò i primi tentativi per
promuovere quest’idea cominciando dalle zone in cui abito e da una dirigente
scolastica pedagogicamente sensibile.
Non desidero
riportare qui l’elenco dei titoli delle mie scelte: le idee circolano
soprattutto nei libri, da scegliere a seconda delle problematiche sulle quali
ognuno sente di aver bisogno di maggiori informazioni contemporaneamente e/o
prima di rivolgersi eventualmente a personale educativo specializzato per un
consiglio più personale ed attento, e proprio in modo da non farsi cogliere
completamente disinformato e neppure tanto segretamente intimorito. Vorrei
riuscire a condensare il mio messaggio in due frasi: la “non conoscenza” rende
grandi coloro che forse in realtà non lo sono: il libro, infatti,
nell’antichità nacque con la città greca e la sua (relativa) democrazia. Fate
voi.
Tra quei volumi,
però, ne ho trovato uno davvero fondamentale, che vorrei al contrario indicare:
è un testo che parla della crescita del cervello adolescente, che consiglio a
tutti di leggere, sebbene alcuni capitoli tradiscano il contesto di
appartenenza dell’autrice (una giornalista scientifica americana, madre, si
dichiara, di due adolescenti) diverso ancora per certi versi dal nostro: di
Barbara Strauch, “Capire un adolescente”, Oscar Mondadori.
Ecco, quel testo
mi ha fatto un vero regalo: ho capito che il mio stupore non aveva intercettato
qualcosa di insignificante e che, anzi, ero stata fortunatissima a passare
vicino alla TV in quel preciso istante per riconoscere contemporaneamente il
numero televisivo e la novità della reazione di mio figlio. Pare infatti che
proprio ad una certa età, quella fatidica della preadolescenza (intorno gli 11
anni: ma cerchiamo, noi genitori, di guardare ai numeri, che servono da
utilissimo criterio di orientamento agli scienziati, con un’intelligente
flessibilità, cercando piuttosto di osservare di più, noi che abbiamo il
privilegio della quotidianità, il ritmo di crescita individuale dei nostri
figli), i ragazzini sviluppino moltissime aree del cervello, il quale aumenta
visibilmente il suo volume complessivo, volume che in seguito invece ritornerà
alle dimensioni lievemente inferiori proprie del cervello adulto. Tra queste
aree, l’area dei lobi prefrontali (quella considerata fatidica per alcuni
problemi di comportamento e di attenzione, in aumento nelle nostre scuole, di
cui mi occuperò prossimamente, segnalando però già da ora un sito
www.giulemanidaibambini.org a chiunque
abbia l’urgenza di qualche informazione più dettagliata, dall’Italia e
dall’estero), importantissima per la maturazione della personalità adulta: da
anni si sa ormai che è qui che risiede la nostra capacità biologica di autocontrollo,
valutazione, calcolo delle conseguenze, progettazione del futuro eccetera - per
dirla in breve, la nostra “umanità” - avendo noi umani, con la posizione
eretta, portato il cervello ad estendersi in questa zona del cranio,
differenziandoci così dai primati e dai primi ominidi.
Il bambino però,
attenzione attenzione, non nasce con un cervello già “pronto”: lo forma (a
livello proprio strutturale e materiale) anzi crescendo, proprio come,
crescendo, dà forma e tono al suo corpo, che si sviluppa sì partendo da un dato
programma, che però può essere corretto, danneggiato, interrotto a seconda di
ciò che succede nel corso del tempo… Insomma, “corpo”, “mente” ed “anima” umani
appartengono al flusso che scorre e che chiamiamo “vita”; e la “mente” si fonda
e si appoggia su una possibilità biologica “di essere”, ossia sul cervello, che
cresce con il nostro pensiero, come possibilità dello stesso, ma anche come
disponibilità aperta all’interferenza del ed all’interazione con l’ambiente
circostante (intendendo per “ambiente” ciò con cui noi stabiliamo contatti più
significativi, ciò “in cui viviamo con la nostra capacità di concentrazione
vitale”: l’ambiente di Leopardi erano i libri della sua biblioteca, per
intenderci, non certo i suoi vicini di casa seduti per le stradine di Recanati
a prendere il fresco e chiacchierare di cose per lui insignificanti la sera).
Pensando, quindi,
noi stimoliamo e diamo forma a quella base biologica: così fanno a maggior
ragione i bambini e, con un’esplosione di energia anche mentale, i
preadolescenti e gli adolescenti.
Oltre ai lobi frontali
ed al resto, nella prima fase, cresce anche l’area del cervelletto, imputata,
secondo gli scienziati nominati dalla Strauch, non solo di alcuni nostri
comportamenti “fisici” legati al movimento ed all’equilibrio, ma anche di
alcuni comportamenti “psichici”, come, per esempio, la comprensione delle
battute di spirito e dei “segnali sociali”, ovvero anche dello stato d’animo, o
umore, altrui. Tant’è per oggi: questa è l’informazione che mi ha permesso di
capire, dietro alla risata di mio figlio, la presenza di un qualcosa di
“nuovo”. Ma c’è dell’altro.
Quella del
cervelletto è l’area che tarda di più a stabilizzarsi sui valori normali di un
cervello adulto: pare lo faccia verso i 25 anni, destinando i giovani a
confondere o mal interpretare o non saper interpretare messaggi per esempio
emotivi, mettendosi talvolta nei guai, anche per questo. Contemporaneamente,
essi provano l’istintivo e fondamentale bisogno di conoscere gli altri e se
stessi stimolando le varie reazioni e
“sperimentando” diverse situazioni, anche quelle che hanno il fascino ambiguo
del rischio che da adulti poi noi tutti preferiamo evitare. I capitoli della
Strauch sulla loro naturale attrazione per le situazioni rischiose ed il legame
di questo bisogno (poi per molti adulti non più comprensibile, perché
ovviamente non legato alla razionalità ancora non formata dei ragazzi) con
alcune aree cerebrali (lobi frontali, cervelletto, amigdala: non spaventatevi
dei nomi, il testo è scorrevolissimo ed adatto ad una lettura piacevole) e con
alcune sostanze chimiche (ormoni, neurotrasmettitori…) sono molto interessanti
per noi genitori, un po’ in ansia per questa inevitabile, ma pur sempre
fondamentale tendenza dei giovani a scoprire se stessi anche attraverso
situazioni nuove, ambivalenti e dense di “rischi” di vario genere e grado
(anche prendere per la prima volta l’iniziativa con un rappresentante
dell’altro sesso è vissuto dal giovane come rischio, di fronte al quale c’è
anche chi rimane impietrito per tutta la vita) per mettersi alla prova e capire
i propri limiti, le proprie potenzialità, le proprie possibilità di essere
efficaci e di “creare” nel senso del sentirsi “autore” della propria biografia
personale. E noi, da genitori nonché adulti responsabili, dobbiamo pensare a
come gestire e proteggere questa energia senza soffocarla, pena la mancata
formazione di una personalità a sua volta davvero adulta e responsabile, cioè
anche soddisfatta di sé e delle proprie scelte di vita, e gratificata da un
autentico ed equilibrato sentimento interiore di autostima e di empatia. Nel
prossimo articolo continuerò questo scottante argomento dell’attrazione (che
oggi dicono essere fondata sulla biologia del cervello degli adolescenti e sul
loro bisogno di diventare grandi!) per le situazioni rischiose.
Cristina Rocchetto
(consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press
Germania e Usa complicano la vita a Europa e Italia
Il Re è nudo. Ma,
soprattutto, l’Europa è finita. Non esiste più, forse non è mai esistita se non
nella pletora burocratica delle sue istituzioni, ma da ieri abbiamo la certezza
che la Germania sta lavorando per una nuova Ue a propria immagine e
somiglianza, un blocco monetario forte insieme ai paesi nord-continentali e
arrivederci ai cugini dei Piigs o Club Med che dir si voglia.
A confermarlo ci
ha pensato Hugo Banziger, chief risk officer di Deutsche Bank nel corso di una
conferenza organizzata a Madrid da Goldman Sachs: l’istituto bancario tedesco,
infatti, detiene 2 miliardi di posizione short contro il debito sovrano di
Portogallo e Spagna, questo proprio mentre il governo tedesco sta spingendo per
giungere a un divieto generalizzato nell’Ue dello short sul debito sovrano. Complimenti
alla coerenza di Angela Merkel e dei suoi sodali!
In sterline, visto
che la notizia è rimbalzata immediatamente nelle sale trading della City
facendo andare su tutte le furie la comunità finanziaria londinese, Deutsche
Bank detiene 900 milioni di pound di posizione short contro il debito
governativo spagnolo e 660 milioni contro quello di Lisbona: peccato che
Deutsche Bank, lo stesso soggetto che sta scommettendo sul default di due paesi
membri dell’Ue comportandosi come un hedge fund, goda del bando sulle vendite
allo scoperto posto in essere dal governo tedesco per i dieci titoli sensibili
quotati al Dax di Francoforte.
Insomma, verrebbe
da citare il buon Ricucci e il suo motto, ma evitiamo di scadere in volgarità.
Sempre alla faccia della coerenza, a Madrid il buon Banziger ha descritto
l’esposizione del suo istituto verso l’Europa del Sud come «relativamente
piccola, con l’eccezione dell’Italia»: l’esposizone sovrana netta dell’istituto
verso Roma è di 2,6 miliardi di sterline, poco meno di 3 miliardi di euro,
sulla base di una posizione netta di circa 23 miliardi di sterline.
Il bello è che
tutto questo accadeva mentre Angela Merkel e Nicolas Sarkozy si ergevano a
paladini dell’Europa scrivendo una lettera urgente alla Commissione europea al
fine di ottenere una regolamentazione più stringente sulla speculazione
finanziaria, incluso il bando generale sul naked short. Le rivelazioni fatte da
Deutsche Bank, di fatto, mostrano come istituzioni di questo genere siano
perfettamente in grado di bypassare bandi e divieti utilizzando sofisticati
strumenti finanziari e sussidiarie estere per operare su fronti delicati come
quelli dello short sul debito sovrano: eppure, la strana coppia renana continua
a blaterare al riguardo e chiedere bandi populistici e dal sapore sovietico.
Ipocriti, a dire poco.
In un blog molto
frequentato dai trader della City, ieri si leggeva questo commento postato
pochi minuti dopo le rivelazioni giunte da Madrid: «Quindi, signora Merkel, la
sua banca principale è in posizione di naked short su due membri dell’Ue come
Spagna e Portogallo, ma noi non possiamo operare in naked short sul titolo di
Deutsche Bank. Come spiega tutto questo alle locuste degli hedge fund
anglosassoni...???».
Volete dargli
torto, antimercatisti che non siete altro? D’altronde, essere contro il libero
mercato, la finanza, il capitalismo (che brutta parola!) è una moda molto
diffusa. Anche, purtroppo, in quella che ne era la patria, ovvero gli Stati
Uniti. C’è infatti voluto il lavoro di una commissione del Congresso, che ieri
ha reso noto le conclusioni cui è giunto, per scoprire che «il salvataggio pubblico
di Aig ha avvelenato il sistema finanziario americano, poichè ha reso noto e
chiaro alle grandi firms di Wall Street che il governo avrebbe garantito e
coperto i loro azzardi e rischi».
Quel salvataggio,
costato lo ricordiamo 182,3 miliardi di dollari, «ha infatti trasformato le
scommesse finanziarie della banca in obbligazioni ultra-garantite». Lo scorso
gennaio, il segretario al Tesoro, Tim Geithner, ribadì che il salvataggio aveva
evitato «un collasso totale del sistema» e, forse, non aveva torto se si valuta
l’entità di contratti di cui Aig era controparte nel mondo, Usa ed Europa
soprattutto ma questa tutela da “nanny state” del moral hazard di istituti
finanziari che operano sul libero mercato - e quindi devono condividerne i
rischi, oltre che i profitti - non ha fatto altro che far ripartire le
scommesse sul leverage: tanto, se andrà male un’altra volta, lo Stato ci
salverà. Ma per quanto i governi e le istituzioni monetarie ed economiche
mondiali potranno mettere mano al portafogli o stampare moneta dal nulla per
salvare questi capitalisti di Stato?
Siamo, davvero,
all’antitesi del liberismo: la Germania vieta lo short su Deutsche Bank e
chiede il bando totale su quello del debito sovrano e contemporaneamente lo
stesso istituto, banca flagship del paese, shorta il debito sovrano di Spagna e
Portogallo. In America, invece, serve una Commissione del Congresso - dal
roboante nome di Congressional Oversight Panel - per capire che se si offre a
soggetti ad alto rischio una polizza vita gratuita, questi si sentono
legittimati a rischiare il più possibile nella logica di privatizzazione
dell’utile e colletivizzazione delle perdite.
Non c’è che dire,
questa crisi ci ha regalato veramente un mondo, finanziariamente ed
economicamente parlando, più responsabile. Non è un caso che, alla fine, i
grandi investitori continuino a stare short sull’azionario e long sulle
commodities, sperando che il continuo utilizzo di denaro a pioggia da parte dei
governi per stimolare la ripresa garantisca una fiammata dell’inflazione.
Qualcuno, poi,
soprattutto a New York, comincia a posizionarsi lungo sull’euro, sicuro che i
troppi “orsi” presenti contro la moneta unica, alla fine, garantiscano un
rally. Gordon Gekko, in “Wall Street”, diceva che lui non tirava freccette su
un bersaglio ma scommetteva solo sul sicuro: oggi come oggi, invece, il tiro al
bersaglio è moda consolidata e diffusissima. Ennesimo fattore di rischio e
volatilità, quindi.
Restiamo con poche
convinzioni, una delle quali - almeno per me - incrollabile: la Germania, come
avevo già detto, andrebbe denunciata in sede europea e agli enti di vigilanza
per turbativa dei mercati, insider trading e agiotaggio. Magari qualcuno, dopo
le rivelazioni di Deutsche Bank, comincerà a pensarlo anche a livello politico:
sarebbe ora. Anche se sarebbe comunque tardi.
Mauro Bottarelli,
ilsussidiario.net, 11
Approvato dal Consiglio dei ministri il piano per l’integrazione nella
sicurezza
Roma - Il
Consiglio dei ministri ha approvato giovedì 10 giugno il Piano per
l'integrazione nella sicurezza, denominato ‘identità e incontro’, proposto dai
ministri dell’Interno Roberto Maroni e del Lavoro
Maurizio Sacconi.
Si tratta di un
sistema di regole che, come ha spiegato il ministro Maroni nel corso della
conferenza stampa di presentazione a Palazzo Chigi, consente a chi vuole venire
in Italia rispettando le leggi «un percorso di integrazione eccellente». Il
piano prevede strumenti d'integrazione per gli stranieri e la frequenza a corsi
d'italiano e di educazione civica.
L’iter del
provvedimento dovrebbe concludersi entro l’anno ed essere in vigore dal primo
gennaio del 2011, ha annunciato Maroni.
Questo il testo
dell'accordo di integrazione
* Destinatari: gli
stranieri che entrano per la prima volta nel territorio italiano.
* Stipulazione:
presso lo sportello unico o la questura contestualmente alla presentazione
della domanda di permesso di soggiorno.
* Durata accordo:
due anni.
* Fascia di età:
dai 16 ai 65 anni.
* Minori: tra i 16
e i 18 anni l’accordo è sottoscritto anche dai genitori o dai soggetti
esercenti la potestà genitoriale. Per i minori non accompagnati affidati o
sottoposti a tutela l’accordo è sostituito dal completamento del progetto di
integrazione sociale e civile.
* Esclusioni:
istanza di permesso di soggiorno inferiore ad un anno; patologie o handicap
tali da limitare gravemente l’autosufficienza o da determinare gravi difficoltà
di apprendimento linguistico e culturale. Per le vittime di tratta, di violenza
o grave sfruttamento, l’accordo è sostituito dal completamento del percorso di
protezione sociale.
* Impegni dello
straniero: acquisire la conoscenza di base della lingua italiana (liv. A2) e
una sufficiente conoscenza della cultura civica e della vita civile in Italia,
con particolare riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei servizi
sociali, del lavoro e degli obblighi fiscali, assolvere il dovere di istruzione
dei figli minori; conoscere l’organizzazione delle istituzioni pubbliche.
* Lo straniero si
impegna a rispettare i principi della Carta dei valori della cittadinanza e
dell’integrazione di cui al Decreto del Ministro dell’Interno 23.4.07
dichiarando di aderirvi.
* Lo Stato
sostiene il processo di integrazione dello straniero attraverso l’assunzione di
ogni idonea iniziativa e comunque, entro un mese dalla stipula dell’accordo,
assicura allo straniero la partecipazione gratuita ad una sessione di
formazione civica e di informazione sulla vita civile in Italia, a cura dello
sportello unico, di durata tra le 5 e le 10 ore.
* Monte crediti
iniziale pari a 16 crediti, di cui 15 possono essere sottratti in caso di
mancata frequenza alla sessione di formazione civica.
* Incremento dei
crediti (all. “B”):
* acquisizione di
determinate conoscenze (es: la conoscenza della lingua
italiana, della
cultura civica e della vita civile in Italia);
* svolgimento di
determinate attività (es.: percorsi di istruzione e formazione professionale,
conseguimento di titoli di studio, iscrizione al servizio sanitario nazionale,
stipula di un contratto di locazione o acquisto di un’abitazione, svolgimento
di attività di volontariato).
* Decurtazione dei
crediti (all. “C”):
a) condanna penale
anche non definitiva;
b) sottoposizione
a misure di sicurezza personali anche in via non definitiva;
c) commissione di
gravi illeciti amministrativi o tributari.
* Soglia di
adempimento: conseguimento di 30 crediti.
* Verifica da
parte dello sportello unico per l’immigrazione sulla base della documentazione
prodotta dallo straniero il quale, in caso di assenza di idonea documentazione,
può svolgere un apposito test, a cura dello sportello unico, inerente la
conoscenza della lingua e della cultura civica.
* Esiti della
verifica:
a) estinzione
dell’accordo per adempimento = 30 crediti, livello A2 lingua e sufficiente
conoscenza cultura civica;
b) possibilità di
fruizione di attività culturali e formative premiali a carico del Ministero del
Lavoro = 40 o più crediti;
c) proroga annuale
dell’accordo = crediti inferiori a 30;
d) risoluzione
dell’accordo ed espulsione dello straniero, fatta eccezione per le ipotesi in
cui l’espulsione non sia possibile a norma di legge = crediti pari o inferiori
a zero;
e) diniego di
rinnovo o revoca del permesso di soggiorno = inadempimento dell’obbligo
scolastico da parte dei figli minori, salvo la prova di essersi adoperato per
garantirne l’adempimento.
* Istituzione di
un’anagrafe nazionale degli intestatari degli accordi di integrazione presso il
Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione. (de.it.press)
I pensionati italiani nel mondo i primi ad essere colpiti dalla manovra
Roma - Sono i
giovani i più colpiti dalla crisi? Macché. I primi a pagare saranno i
pensionati. O, almeno, è questa la valutazione del deputato Pd Marco Fedi. A
colloquio con ItaliachiamaItalia, proprio durante le votazioni alla Camera per
la manovra aggiuntiva targata Tremonti, Fedi analizza le ripercussioni pratiche
sulle comunità italiane all’estero. E, a proposito di praticità, spiega gli
inconvenienti burocratici ai quali, da qualche tempo, vanno incontro le coppie
di residenti all’estero che intendono sposarsi in Italia.
Onorevole Fedi,
Lei è in aula per votare la manovra finanziaria. Qual è la situazione
attualmente? E qual è il suo giudizio?
"Si procede
con le votazioni. Alla manovra attribuisco sostanzialmente un giudizio
negativo, non sono convinto che non è giusto mettere le mani nelle tasche degli
italiani. Bisogna metterle, ma nelle tasche di quelli con i soldi, di quelli
che in questo momento di crisi fanno profitti. Il governo deve tassare i
redditi più alti, i tagli alle spese politiche sono positivi ma non sono
sufficienti".
Quali saranno le
ripercussioni più immediate sulla comunità di connazionali residenti
all’estero?
"Evidentemente
le misure sulle pensioni sono particolarmente negative - dichiara Fedi a
Italiachiamaitalia.com -, perché gli italiani che vivono all’estero e sono
sottoposti anche ai regimi previdenziali dell’altro paese si troveranno ora ad
andare in pensione con una finestra più lunga, si ritroveranno così in attesa
per un reddito derivante da una pensione che tarderà ad arrivare. Lo sosteniamo
da tempo: gli italiani nel mondo pagano il prezzo della crisi due volte, perché
la pagano in due paesi".
A pagare saranno
solo i pensionati?
"Sicuramente
i pensionati e i dipendenti d’impresa. Poi c'è da capire quanto gli
effetti delle riduzioni dei trasferimenti ai ministeri graveranno su quello
degli Esteri e, quindi, sul funzionamento della rete consolare, sia in
relazione ai servizi che ai progetti e ai programmi. Dobbiamo seguire la
discussione parlamentare e le posizioni del governo".
Attualmente esiste
un canale comunicativo, di collaborazione, tra maggioranza e opposizione?
Possiamo dire ai nostri lettori che in Parlamento vi state dando da fare per
difendere i diritti degli italiani nel mondo?
"Stiamo
seguendo la materia. Noi del Pd vorremmo che il governo mantenesse almeno
l’impegno preso sull’estensione delle detrazioni fiscali con carichi di
famiglia, che sono state introdotte dal governo Prodi e, successivamente,
estese di un anno da Berlusconi. Ora dovremmo passare alla definitiva entrata
nel regime fiscale".
Ed è realistico
pensare che il governo manterrà questo impegno?
"Il governo
si era impegnato a farlo e Di Biagio ha collaborato con noi. Speriamo che su
questo tema si proceda".
A due anni dalle
elezioni, non esiste un’iniziativa o un fronte comune degli eletti all’estero,
a prescindere dal colore politico?
"Io auspico
un incontro collegiale con gli altri eletti all’estero per valutare l’impatto
della manovra, anche in previsione del fatto che, dopo la manovra, ci sarà la
legge di bilancio".
Fino ad oggi non
vi siete mai visti insieme?
"Fino ad oggi
non c’è stato alcun incontro, sarebbe auspicabile farlo. Abbiamo dialogato a
distanza ma non c’è mai stato un incontro collegiale".
Lei ha presentato
un’interrogazione parlamentare sulle modifiche inerenti il matrimonio in Italia
tra cittadini italiani e stranieri, affermando che sono sorti delle
incomprensioni con i Comuni e la rete consolare. Di che cosa si tratta?
"È molto
semplice. Ci sono nuove modifiche sul regime dei matrimoni civili in Italia.
Non sempre, però, le nuove norme vengono comprese dai Comuni perché, da come
sono scritte, non è chiaro se un cittadino italiano residente all’estero può
sposarsi in Italia con rito civile. Le nuove norme prevedono che si può sposare
solo chi è in possesso del regolare permesso di soggiorno. Ma allora può
sposarsi uno non residente in Italia e, quindi, senza permesso di soggiorno? Le
coppie che si trovano in questa situazione stanno ricevendo risposte confuse o
errate sia dalla rete consolare che dai Comuni".
Un’empasse
burocratica o un disegno politico?
"Il governo
ha approvato queste norme sulla scia della propaganda contro l’immigrazione,
senza riflettere con la dovuta serenità sugli effetti non considerati. Al di là
della mia opinione politica, vorrei che il governo risponda all’interrogazione
e poi valuteremo se veramente c’è dietro un disegno politico".
Sono passati pochi
giorni dalla festa della Repubblica. Come è stata festeggiata a Sydney? Il 2
giugno è ancora una ricorrenza sentita?
"La comunità
italiana sente profondamente l’anniversario della Repubblica, c’è stata una
grande partecipazione alla manifestazione sia da parte delle istituzioni che da
parte del popolo, c’è un forte senso della vicinanza all’Italia e abbiamo
riscontrato anche una forte disponibilità dalle comunità locali a un dialogo
con noi. Quale occasione migliore dei 150 anni dell’Unità d’Italia per
riallacciare i rapporti tra italiani in patria e all’estero?".
I media
australiani hanno diffuso la notizia dell’assenza del ministro degli Interni
Maroni ai festeggiamenti per il 2 giugno? Come hanno commentato la vicenda i
nostri connazionali?
"Con
preoccupazione, perché temono che vengano messi in discussione principi come
l’unità dello Stato. Atti simbolici come questo sono preoccupanti. Anche i
mezzi di comunicazione di lingua inglese hanno seguito la vicenda con
curiosità, come a dire: ancora si discute di queste cose? È legittimo parlare
di federalismo e accelerarne l’attuazione, ma deve essere solidale e basata
sull’unità del Paese. Sembra invece che in ambienti governativi si torni a
parlare in termini secessionisti".
Intervenendo dalle
colonne del nostro giornale, Fabio Ghia ha ripreso un suo intervento a Sydney,
nel quale lei invitava ad una riflessione sull’argomento intercettazioni,
dicendo che “sarebbe stato più apprezzabile un suo contributo su come
l’argomento è trattato in Australia, dove l’approccio della Common Law tutela
prima di ogni altra cosa la privacy degli individui”. Come risponde?
"Stiamo
parlando di paesi profondamente diversi. In Australia uno dei ministri federali
si è dimesso per uno scandalo legato a presunte molestie sessuali ed altri
annunci di inchieste hanno portato a dimissioni di altri ministri. È un paese
con una cultura politica evidentemente molto diversa dalla nostra e poi il
fatto che in Australia le intercettazioni non escano sul giornale non significa
che non vengano fatte. Tutti gli schieramenti politici sono d’accordo sul
regolare la pubblicazione, il problema però è che questo ddl rischia di fare
sconti ai reati di mafia e penalizzare il mondo dell’informazione. Bisogna
trovare il giusto equilibrio per garantire l’informazione. Ogni raffronto con
l’Australia è puramente inopportuno ed è per questo motivo che io non l’ho
fatto". Barbara Laurenzi - Italia chiama Italia 10
Mondiali di calcio. Interrogazione Pd: la Rai trasmetta anche agli italiani
all’estero
ROMA - La Rai deve
trasmettere i Mondiali di calcio anche agli italiani all’estero. E’ quanto
sollecita un’interrogazione del Partito democratico al presidente dell’azienda,
Paolo Garimberti, depositata in commissione Vigilanza da Vinicio Peluffo e
Fabrizio Morri.
“Il nuovo contratto di servizio tra Rai e
ministero dello Sviluppo economico per il triennio 2010-2012 approvato ieri –
afferma Peluffo, della commissione Vigilanza – prevede l’impegno da parte della
televisione pubblica a mantenere vivo il legame dei cittadini italiani
residenti all’estero attraverso un’adeguata programmazione. Nonostante questo
la Rai non ha provveduto ad acquistare i diritti televisivi per trasmettere i
Mondiali di calcio fuori Italia. Domani c’è il fischio d’inizio e i nostri
connazionali, che secondo l’ultimo censimento sono oltre 3 milioni e 850mila,
si vedranno schermato l’ennesimo grande evento. Chiediamo alla Rai – conclude
Peluffo - se e in quali forme intenda porre rimedio”. (Inform)
Bando per la selezione del nuovo Segretario Generale del centro
italo-tedesco di Villa Vigoni
L'Associazione
"Villa Vigoni", istituita a seguito di un accordo tra i Governi
italiano e tedesco del 1986, e' incaricata della promozione, in uno spirito
europeo, delle relazioni italo-tedesche nei campi della scienza, della
formazione e della cultura, incluse le loro connessioni con l'economia, la
societa' e la politica, attraverso soggiorni di studio, colloqui, tavole
rotonde, seminari estivi e manifestazioni artistiche organizzati
prevalentemente nella Villa Vigoni di Loveno di Menaggio (Como), proprieta'
della Repubblica Federale di Germania.
L'Associazione
svolge il suo compito nella consapevolezza dello sviluppo comune della Germania
e dell'Italia nella storia passata e contemporanea e degli stretti legami,
politici ed economici, culturali ed artistici, tra i due Paesi. Particolare
attenzione viene rivolta all'incontro tra Autorita' ed esperti dei due Paesi
nei vari settori, nonche' tra nuove leve del mondo della scienza, dell'arte e
del lavoro, su temi e sfide di comune interesse. Le attivita' dell'Associazione
Villa Vigoni sono finanziate con contributi dei Governi Italiano e Tedesco,
nonche' con donazioni e contributi di terzi (per maggiori informazioni si
rinvia al sito internet http://www.villavigoni.it ). L'Associazione Villa
Vigoni rende noto che il 1 febbraio 2012 si rendera' vacante la posizione di
"Segretario/a Generale".
Il/La Segretario/a Generale e' responsabile
della realizzazione concettuale degli scopi dell'Associazione e della gestione
degli affari di ordinaria amministrazione. Il/La Segretario/a Generale
rappresenta l'Associazione ai sensi dell'art.26 del codice civile tedesco ed e'
amministratore unico ai sensi del diritto italiano delle associazioni, e riceve
una remunerazione commisurata alla responsabilita' dell'incarico. Secondo il
criterio di alternanza stabilito dallo Statuto dell'Associazione, e' previsto che
il/la prossimo/a Segretario/a Generale sia di cittadinanza italiana.
Il/La candidato/a
ideale sara' in possesso dei seguenti requisiti:
ottima conoscenza,
parlata e scritta, delle lingue italiana e tedesca;
profonda
conoscenza ed esperienza delle relazioni italo-tedesche, con particolare
riferimento ai campi della scienza, della formazione e della cultura;
consolidata
familiarita' con le due culture anche sotto il profilo lavorativo;
collaudata
esperienza dirigenziale nel settore della scienza e della cultura, segnatamente
in contesti quali Universita', Istituti di ricerca, Pubblica Amministrazione; capacita'
di programmazione e di realizzazione, nonche' ottima conoscenza delle questioni
di attuale rilevanza per i due Paesi nei settori di interesse di Villa Vigoni; collaudata
attitudine all'organizzazione di eventi ed alla raccolta di
fondi/sponsorizzazioni da soggetti esterni. Il/La Segretario Generale e'
eletto/a dall'Assemblea Generale dell'Associazione Villa Vigoni, sulla base di
una proposta del Consiglio Direttivo. La durata del mandato e' di quattro anni,
con la possibilita' di un rinnovo per un periodo di tre anni. Gli interessati
sono invitati ad inviare la loro candidatura (curriculum vitae ed eventuale
documentazione essenziale di supporto), in lingua italiana e tedesca, al
seguente indirizzo di posta elettronica entro il 2 luglio 2010. Indirizzo: presidenza@ice.it (de.it.press)
Newsletter di Radio Colonia a chi ne fa richiesta
Radio Colonia ti
offre un nuovo servizio: una newsletter con i principali temi trasmessi dalla
nostra testata. Iscriviti e sarai informato settimanalmente sui temi politici e
sociali dall’Italia e dalla Germania, sulle novità culturali, sulle questioni
di integrazione e su tutto ciò che riguarda gli italiani in Germania. Riceverai
inoltre
puntualmente
informazioni sui nostri programmi e sugli eventi organizzati dalla nostra
redazione.
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Radio Colonia è il
programma in lingua italiana della radio pubblica tedesca, WDR.
Dal lunedì al
venerdì dalle 19 alle 20 sulle frequenze di Funkhaus Europa:
Nordreno Vestfalia
FM 103,3 MHz
Brema FM 96,7 MHz
Bremerhaven FM
92,1 MHz
Berlino e
Brandeburgo FM 96,3 MHz
Francoforte sull’Oder
FM 99,3 MHz
Cottbus FM 91,6
MHz.
E in live stream
sul nostro sito: http://www.funkhaus-europa.de/italiano
Come contattarci -
Hai domande sul nostro programma, hai un suggerimento o una critica? Chiamaci
al numero 0221-56789 777 oppure scrivici a radiocolonia@wdr.de
o utilizza il
formulario che trovi qui:
http://www.funkhaus-europa.de/kontakt/formular/index.phtml?id=13
Radio Colonia,
de.it.press
Nasce oggi in Ambasciata l’ "Associazione per la tutela effettiva da
discriminazione in Europa"
Berlino - Nove
associazioni antidiscriminazione di Italia, Malta, Gran Bretagna e in Germania,
i cui membri sono in stretti rapporti coi rispettivi sindacati nazionali,
daranno vita oggi lunedì 14 giugno, nella sede dell’Ambasciata d’Italia a
Berlino alla "Associazione per la tutela effettiva da discriminazione in
Europa". L’Associazione intende agire a livello transnazionale per la
tutela effettiva da discriminazione, permettendo di operare in maniera
coordinata al di fuori dei confini dei singoli paesi. L’Associazione ha
intenzione di ampliarsi rapidamente, accogliendo ulteriori associazioni europee
antidiscriminazione. L’idea che ha condotto alla costituzione dell’Unione è
nata dalla stretta collaborazione di sindacalisti italiani e tedeschi
nell’ambito dell’attività del Patronato INCA-CGIL.
Alla cerimonia di
costituzione parteciperanno alcune scienziate di chiara fama, che illustreranno
diversi aspetti dei problemi collegati alla discriminazione. Tra queste Lena
Inowlocki, dell’Università di scienze applicate di Francoforte sul Meno, che
riferirà sulle polidiscriminazioni dalla prospettiva dei soggetti interessati;
Silke R. Laskowski, dell’Università di Kassel, discuterà della "dimensione
di diritto comunitario della cosiddetta sentenza sulla discriminazione
implicata dal termine "Ossi", appellativo dato agli abitanti della
Germania orientale"; Marlene Schmidt, dell’Università di Francoforte sul
Meno, riferirà infine sul quesito di quali siano le sfide che la garanzia della
piena libertà di circolazione per lavoratori e lavoratrici in Europa
comporterà, a partire dal 01/05/2011, nei confronti della tutela da
discriminazione.
Oltre a numerosi
associati, hanno confermato la loro presenza alla manifestazione la
professoressa Guarriello e il membro della segreteria generale del DGB, Dietmar
Hexel. (aise)
Colonia. Venerdì
18 giugno, a partire dalle ore 9.30, all'Istituto Italiano di Cultura di
Colonia (Universitätsstr.81) è in programma il convegno „Condizione sociale
degli italiani in Germania e nel Nordreno-Vestfalia. Analisi e prospettive“.
Promossa dall' Unione italiani in Germania per il sociale (UIGM), dal Patronato
Ital-Uil e dalla UIL -Pensionati, la giornata si svolge in una delle regioni
più popolate della Germania, dove vivono circa duecentomila italiani. Tra i
vari temi che verranno affrontati: il futuro delle pensioni in Italia e in
Germania, le prospettive per i connazionali disoccupati, le offerte e la
formazione professionale per i giovani, la riforma sanitaria in atto in
Germania e le crescenti difficoltà ad accedere ai servizi erogati dal Consolato
di Colonia. Dall' Italia saranno presenti Romano Bellissima, Segretario
Generale UIL Pensionati, Agostino Siciliano segreteria nazionale UILP e Alberto
Sera, Segretario Generale dell' Unione italiani nel Mondo (UIM). Nelle
intenzioni dei promotori il convegno vuole essere una piattaforma per discutere
l'evoluzione, le origini e le conseguenze economiche, culturali e sociali della
presenza italiana in Germania. Luciana Mella, de.it.press
L’Associazione "Un'altra Italia" di Monaco di Baviera
Vorrei
richiamare la vs attenzione sul significato politico della ns non
ancora ufficiale
Associazione "Un'altra Italia" di Monaco di Baviera.
Ci tengo a
chiarire quest'aspetto per capire le motivazioni che mi portarono
e mi portano ancor
oggi ad appoggiare con entusiasmo quest'Associazione.
Non è certamente
solo per l'aiuto di tipo umanitario sempre e comunque
lodevole che
l'Associazione ha messo in campo, quanto il significato
politico che
quest'Associazione rappresenta per la ns comunità di Monaco,
ma non solo (non
sarei affatto dispiaciuto se volessimo rendere pubblico ai
partiti in Italia
la ns esperienza).
Come voi
tutti sapete abbiamo in Italia un signore (sic?) che continua a
portare avanti il
progetto di Rinascita democratica, il famigerato progetto
della ben nota P2
di Licio Gelli. Il suo/loro obiettivo è ridurre le libertà
e i diritti delle
masse popolari.
Utilizzando i suoi
media e da quando è tornato a governare anche i media
RAI, il ns
continua a trasmettere notizie false sulla vera situazione del
Paese. Il
Parlamento italiano è stato da tempo esautorato dalle sue
funzioni,
l'opposizione parlamentare è troppo debole per creare problemi al
governo.
Tutto ciò ci deve
far capire che se non vogliamo il ripetersi del 20ennio
fascista
aggiornato ai tempi d'oggi, è necessario che tutte le forze
democratiche
collaborino tra loro nella lotta contro la riduzione degli
spazi democratici
che il governo di destra sta perseguendo.
Noi, come
"Un'altra Italia" di Monaco di Baviera", potremmo essere
d'esempio
di questa linea
politica. Questo è il motivo per cui gradirei che la ns
Associazione
continui la sua attività.
Io penso di
esserci per il ns appuntamento di Domenica 13 Giugno ore 18
presso la EWH.
http://www.centofiori.de/home.html
(al suo interno si possono trovare
informazioni su
"Un'altra Italia" di Monaco di Baviera.
Gianfranco
Tannino, Monaco di Baviera (de.it.press)
Clima: a Bonn una bozza di accordo e tante critiche
Si sono conclusi
venerdì a Bonn i lavori dei negoziatori di 185 paesi per la
stesura di un
nuovo trattato sul clima, in vista di una conferenza
internazionale
prevista a Cancun, in Messico, a Dicembre. Dopo due settimane
di trattative,
nonostante le discussioni, non si è fatto alcun concreto
passo avanti: la
presidenza ha approvato un testo finale di 22 pagine con
uno schema di
massima che non considera però le opzioni più rigorose per
tagliare le
emissioni di gas serra entro il 2050 in particolare nei paesi
industrializzati,
come richiesto dalla comunità scientifica. La bozza, che
secondo numerose
organizzazioni ambientaliste internazionali rappresenta un
passo indietro
rispetto al testo precedente sottoscritto alla conferenza di
Copenhagen dello
scorso Dicembre e già ritenuto insufficiente, esclude
inoltre anche
qualsiasi riferimento a inondazioni e aumento dei livelli del
mare. "Senza
un accordo entro la conferenza di fine anno - ha detto a
margine dei
negoziati il delegato delle Isole Salomone, Collin Beck - non
potremo che
guardare il mare salire e i nostri paesi morire'". Un accordo
conclusivo e
vincolante su tutto il tema dei cambiamenti climatici "è
probabilmente
fuori questione, credo, almeno finché io sono in vita" ha
detto con
un'ironia che spiega lo stato dei negoziati Christiana Figueres,
la diplomatica del
Costa Rica che dal 1° Luglio prenderà il posto di Yvo de
Boer come
segretario generale della Convenzione quadro delle Nazioni Unite
sui cambiamenti
climatici (Unfccc). Misna 11
Un progetto sperimentale di informazione di ritorno
Gentile Direttore,
il Partito
Democratico, con gli strumenti che ha a sua disposizione e in assenza di un
qualsiasi progetto delle televisioni nazionali e locali italiane, ha deciso di
avviare un suo progetto sperimentale di informazione di ritorno.
Tale progetto
consiste in una rassegna stampa settimanale dei giornali italiani editi
all’estero che va in onda ogni venerdì, a partire dalla data odierna, sulla
televisione YouDem TV.
L’obiettivo della
rassegna è quello di consentire a tutti gli italiani all’estero che possono collegarsi
al sito della tv o che possono vedere la tv tramite parabola, di avere a
disposizione un’ampia panoramica delle principali notizie trattate dai giornali
italiani stampati all’estero.
Inoltre, si pone
l’obiettivo di far conoscere agli italiani in Italia (almeno quelli che seguono
tramite internet o il satellite YouDem tv) chi sono, cosa fanno, come vivono,
come si informano gli italiani residenti all’estero, oltre che evidenziare in
Italia l’utilità, la competenza e il ruolo insostituibile tra le comunità, dei
giornali italiani all’estero, così duramente colpiti dai tagli all’editoria.
Il nostro
auspicio, dunque, è che, a partire da questo progetto, si possa stimolare una
certa curiosità e attenzione anche al di fuori dal PD e in altri canali televisivi
italiani, in modo da aumentare sempre più l’attenzione dei mezzi di
comunicazione e degli italiani in Italia verso le nostre comunità all’estero e
il loro sistema di informazione.
Sono certo che
anche il tuo giornale darà il suo contributo di informazione e troverà, di
volta in volta, spazio nella nostra rassegna e visibilità in Italia.
Per vedere la
rassegna stampa, che va in onda in diretta ogni venerdì alle ore 13:00 e in
replica il sabato alle ore 17,30 e 23,00 e la domenica alle ore 10,20, YouDem
Tv trasmette sul canale 813 della piattaforma Sky e in streaming sul sito
www.youdem.tv, sezione Live.
Per sintonizzare
il decoder non-Sky utilizzare le seguenti impostazioni:
Hotbird 8 – 13° est, Transponder: 18.
Frequenza: 11.541 MHz. FEC: 5/6
Polarizzazione:
Verticale. Symbol rate: 22.000 MSPS. Nome canale: YOUDEM
La puntata
settimanale sarà disponibile dal venerdì pomeriggio on-demand sul sito www.youdem.tv, da cui sarà
scaricabile in qualsiasi formato registrandosi al sito di YouDem.
Felice di ricevere
ogni suo suggerimento, Le invio i più cordiali saluti.
Eugenio Marino,
Responsabile nazionale PD italiani nel mondo (de.it.press)
I 18 eletti oltre confine tra impotenza ed incapacità!
Come ampiamente
divulgato dalle agenzie di stampa italiane specializzate nelle problematiche
degli italiani all’estero e, purtroppo, come al solito, ignorato dai media nazionali
disinteressati al mondo dell’emigrazione italiana, lo scorso 30 aprile si è
tenuto a Roma, nell’Aula del Senato a Palazzo Madama, promosso dal Cgie,
il secondo incontro delle Rappresentanze dei cittadini europei che vivono in
uno Stato diverso da quello di origine. Il primo incontro avvenne nel settembre
2008 a Parigi, ospitato nella sede del Ministero degli Affari Esteri francese.
Un evento
importante per l’emigrazione europea, quello di Parigi, promosso
dall’Associazione dei Francesi all’Estero (AFE), e quindi rilanciato
giustamente dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero con questo nuovo
incontro al quale hanno partecipato, oltre al Cgie, i rappresentanti di 12
Paesi europei, nonché membri del governo e del parlamento italiani ed anche del
parlamento europeo. Dal dibattito sono emerse le tante problematiche che questi
cittadini migranti incontrano quotidianamente sia rispetto al Paese di
residenza che a quello di origine. Da qui la necessità di avere un’unica voce
che li rappresenti a livello europeo, ovvero un Consiglio Generale degli
Europei residenti all’Estero o che lavorano all’estero. Richiesta esplicitata
ufficialmente, insieme ad altre, nel documento finale approvato dall’assemblea
al termine dei lavori per cui è auspicabile che essa trovi il dovuto consenso
nel Parlamento Europeo affinché possa costituirsi quanto prima questo Consiglio
Generale degli Europei all’Estero.
Ma dai lavori di
questo incontro tenutosi a Palazzo Madama è emerso anche che organismi come il
Cgie esistono pure in altri Paesi e che dove non vi sono si cerca di
costituirli. Come pure è emerso che l’esempio più autorevole di rappresentanza
viene dai cugini d’Oltralpe. Infatti i francesi all’estero sono rappresentati
non solo dall’AFE, composta da ben 155 membri eletti in 52 distretti (un
organismo analogo al Cgie che, peraltro, é composto di 94 membri), ma pure nel
Parlamento nazionale con 12 senatori eletti all’estero e, in futuro, potranno
eleggere anche 11 deputati. Tutto ciò senza che in Francia qualcuno abbia messo
in discussione la funzione di rappresentanza dell’AFE.
Abolire il Cgie? -
Al contrario, in Italia, abbiamo un Sottosegretario al Ministero degli Affari
Esteri, con delega agli italiani nel mondo, che non manca mai di mettere in
discussione l’attuale impianto di rappresentanza degli emigrati italiani,
nonché alcuni parlamentari, tra cui incredibilmente pure degli eletti nella
Circoscrizione Estero. Con uno di quest’ultimi che, bontà sua, non perde
occasione per ricordare la sua proposta di legge per abolire il Cgie non
essendo, a suo avviso, una necessità. Per questo deputato si potrebbero, così,
risparmiare 3 milioni di euro (una vera e propria fandonia poiché il
finanziamento del Cgie è ammontato a 1'798’631 euro nel 2009 e sarà di
1'534'886 euro nel corrente anno) che, a suo dire, potrebbero essere invece
investiti nella promozione della lingua e cultura italiana nel mondo.
Abolire il voto
all’estero? - Sarebbe facile rispondere a questo deputato, ed a quanti altri la
pensano come lui, che gli italiani all’estero stavano certamente meglio quando
erano rappresentati unicamente dai Comites e dal Cgie e che, pertanto, invece
di abolire il Cgie sarebbe meglio, per gli emigrati, abolire la Circoscrizione
Estero con i suoi 18 parlamentari.
Come pure sarebbe
facile rispondere a questo deputato, ed a quanti altri la pensano come lui, che
si potrebbe anche risparmiare di più con l’abolizione della Circoscrizione
Estero (circa 21'000 euro mensili a parlamentare e quindi complessivamente
oltre 4 milioni e mezzo di euro all’anno, tre volte tanto quello che si
risparmierebbe abolendo il Cgie).
Salvaguardare la
filiera della rappresentanza! - Certo
sarebbe facile facile rispondere così! come, d’altra parte, la pensano in molti
emigrati, visto i quasi insignificanti risultati portati a casa fino ad ora
dagli eletti all’estero.
Ma non la pensa
così il sottoscritto che si è battuto per anni, anche come consigliere del
Cgie, per conquistare il diritto del voto all’estero per corrispondenza e che
resta convinto che con la Circoscrizione Estero gli italiani emigrati si sono
dati una filiera di rappresentanza completa ed in grado di rappresentare al
meglio gli interessi dei cittadini italiani della diaspora vecchia e nuova:
dalle Consulte regionali ai Comites, dal Cgie alla Circoscrizione Estero.
I 18 tra impotenza
ed incapacità! - Tuttavia il sistema di rappresentanza funziona ed è utile a
rappresentare e difendere effettivamente gli interessi degli emigrati nella
misura in cui chi ha un ruolo, a qualsiasi livello della filiera, ma più di
tutti, ovviamente, i 18 parlamentari facendo parte del legislativo, si impegna
seriamente a rappresentare degnamente e fattivamente chi ha riposto in lui la
sua fiducia. Riuscendo, cioè, a dare soprattutto delle risposte positive
perlomeno a qualcuno dei bisogni espressi dagli italiani all’estero e dalle
loro rappresentanze (Comites e Cgie). Risposte positive che, fino ad oggi, sono
purtroppo mancate da parte del governo e del parlamento italiani e
difficilmente arriveranno se chi dovrebbe rappresentare gli emigrati in quel
contesto, facendo anche lobby con i colleghi eletti in Italia, non ne ha le
capacità o la voglia e quando, magari, chi di loro ne ha entrambe si trova
all’opposizione e quindi in uno stato di impotenza. Senza dimenticare quegli
eletti all’estero che sono in tutt’altre faccende affaccendati come, per
esempio, nel dedicarsi agli affari propri, oppure al turismo parlamentare in
giro per il mondo o che danno un segnale della loro esistenza nel sollecitare
periodicamente l’abolizione del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.
Così che gli emigrati si sentono sempre più soli ed abbandonati! Dino Nardi,
ItaliachiamaItalia
Trenta minuti per
raccontare le storie di chi è partito e di chi è ritornato. Per rivedere i
luoghi d'origine. Ma anche per affrontare tante questioni della vita quotidiana
- di Generoso D'Agnese
Roma - Dal 10
aprile molti italiani hanno preso penna e taccuino e hanno appuntato un giorno
e un orario. È quello in cui mettono da parte gli impegni quotidiani per
godersi, una volta alla settimana, per 30 minuti, la trasmissione di Francesca
Alderisi: «Gran Sportello Italia». E gli italiani sparsi nel mondo hanno
davvero risposto con entusiasmo e affetto al nuovo appello lanciato dalla
conduttrice di quella che fu una trasmissione top del palinsesto della Rai:
tornare a incontrarsi nello studio di «Sportello Italia».
Daniele Maria
Renzoni, Francesco Pogliani, Gian Stefano Spoto, Stefano Cuneo, Fabio Di
Nicola, Anna Nella, Laura Boido sono i nomi che fanno quadrato intorno a
Francesca Alderisi, rimasta lontana dagli schermi per tre anni, e decisa a
riannodare il legame con il suo pubblico che, in questo periodo di tempo,
l’aveva sostenuta nella sua avventura sul sito web www.prontofrancesca.it.
«Ripartire con
questa trasmissione mi ha messo le ali – ammette Francesca Alderisi –. Questa
nuova avventura, che abbiamo voluto battezzare “Gran Sportello Italia”, è una
vera scommessa da parte di Rai Internazionale perché ci vuole davvero coraggio
a mettere in onda una nuova proposta televisiva in questo che viene
considerato, dagli addetti ai lavori, il fine stagione. Abbiamo, però, voluto
pensare anche ai telespettatori che vivono nell’emisfero australe, e per i
quali questo è l’inizio dell’autunno, e quindi di una stagione più fredda e più
propensa alle giornate da trascorrere in casa. Quella partita il 10 aprile, è
un’avventura di 14 puntate, sempre con lo stesso obiettivo: essere utili agli
italiani nel mondo».
Campana doc, pur
essendo nata a Treviso, Francesca ha già conquistato il primo punto importante
per la brillante squadra che ha portato in onda Gran Sportello Italia:
contagiare con la sua simpatia la grande platea di pubblico che,
settimanalmente, accende il televisore per sintonizzarsi sui canali che, nei
vari angoli della terra, mandano in onda i programmi di Rai Internazionale.
«”Sportello
Italia” mi aveva regalato grandissime soddisfazioni e, dopo tre anni, il
direttore Daniele Maria Renzoni ha voluto scommettere nuovamente su questo
prodotto, offrendo un vero e proprio posto in prima fila al pubblico e alle sue
domande su temi istituzionali».
Appassionata di
scrittura fin da piccola, Francesca ha debuttato in televisione nel 1989 con
«Domenica In» per la regia di Gianni Boncompagni, dopo una lunga gavetta nelle
televisioni regionali. Passata a «Sereno Variabile» e, dopo un’esperienza di
tre anni a Teleregione con il programma quotidiano «Pandora», la conduttrice e
autrice di format Tv, è stata insignita, nel 1992, del Premio Simpatia,
consegnatele nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, a Roma.
«Nel mio percorso
professionale ho avuto sempre la fortuna di vivere esperienze utili per
costruirmi, passo dopo passo, una professionalità adatta al lavoro televisivo.
Anche per questo motivo, l’ideazione delle puntate di “Gran Sportello Italia”
assorbono tantissime delle mie energie. Mi piace discutere e approfondire tutte
le sfaccettature del programma, e apportare quei miglioramenti che, strada
facendo, possono avvicinare ancora di più il pubblico alla Rai».
Il ritorno
trionfale di Francesca Alderisi è sicuramente merito della sua innata simpatia
e della capacità di coinvolgere il pubblico nei temi concreti della vita
italiana all’estero. Un contributo importante arriva anche dalla
professionalità del regista, Francesco Pogliani, e dalla capacità di visione
del vicedirettore dei programmi Tv, Gian Stefano Spoto. Due professionisti che
hanno saputo confezionare, negli studi di Saxa Rubra, una base di lavoro sulla
quale innestare i vari momenti della trasmissione.
«Il successo di
questo programma nasce dall’approccio sincero che abbiamo con i nostri
telespettatori. I 30 minuti di “Gran Sportello Italia” sono stati costruiti
sull’identità del pubblico, e hanno i loro capisaldi nell’Angolo della posta e
nelle tematiche istituzionali come cittadinanza, sanità, pensioni e titoli di
studio. La discussione in studio con un ospite rappresentante del mondo
istituzionale (Inps, Agenzia delle Entrate, Ministero dell’Interno, un notaio)
fa da contraltare alle rubriche introdotte nella nuova veste editoriale. Usando
quel telefono tricolore che è diventato il simbolo della trasmissione, chiamo ogni
sabato un telespettatore per farmi raccontare la sua vita con l’aiuto delle
fotografie o di un video amatoriale. Nella rubrica “A spasso con…” i
telespettatori che vivono all’estero e vengono in Italia, possono passare da
Roma per conoscermi, e io li porto a fare una passeggiata nella città eterna,
realizzando un’intervista che viene poi trasmessa a “Gran Sportello Italia”. La
rubrica “Com’era…com’è” mi vede invece impegnata nei paesi di provincia per
ritrovare quei luoghi d’origine lasciati da quegli italiani che non sono più
ritornati. Mostrare gli angoli di una piazza, i particolari di una strada o
della casa che li aveva visti giovani, rappresenta, per molti spettatori,
l’unica possibilità di riannodare il filo di una memoria che non si è mai potuta
ricaricare con il ritorno in carne e ossa. E rappresenta anche il nostro modo
di combattere quel sentimento di sottile malinconia che si riassume nella
nostalgia, e che non smette mai di scavare nel cuore di chi abita lontano dal
suo paese».
Francesca non ha
mai spezzato il legame con il proprio pubblico, e negli anni lontano dalla Rai
ha letteralmente divorato chilometri e chilometri, raggiungendo tante comunità
italiane nel mondo, e accettando tanti inviti di connazionali che l’hanno
eletta quale beniamina di un’italianità limpida e spontanea, senza troppi
tecnicismi, e partigiana delle istanze del pubblico. Il tutto catalizzato
attraverso lo strepitoso successo del suo blog su internet che le ha permesso
di tenere costantemente aperto il canale con gli italiani residenti nei vari
angoli del mondo.
«Mi sono
avvicinata a questa nuova avventura come se fosse il mio primo giorno di
scuola. Grazie alla sensibilità e alla professionalità dei dirigenti, e grazie
all’esperienza diretta maturata in tutti i miei viaggi, ho capito che certi
dubbi e certi problemi possono essere risolti con l’umiltà e la semplicità,
creando quel ponte italiano che unisce le comunità all’estero alla loro terra
d’origine».
Non è stato facile
il ritorno in Rai per la conduttrice di «Gran Sportello Italia». Dopo le
vicissitudini legate ai cambi dei vertici, Francesca aveva mantenuto fede alla
sua passione per gli italiani nel mondo, inventandosi uno spazio web che negli
anni ha prima raccolto i suoi spettatori più inclini alle nuove tecnologie, e
poi tantissimi fan che si sono ritrovati nel suo spazio virtuale con il
passaparola. La nomina a direttore di Daniele Maria Renzoni ha portato subito a
un cambio del nome: Rai International è diventata infatti Rai Internazionale, a
marcare un’attenzione alla lingua che, oggi più che mai, rappresenta la sfida
del nostro mercato internazionale.
«La lingua
italiana è il nostro patrimonio più importante – osserva Francesca –.
Rappresenta una vera miniera di cultura, e ci rende affascinanti agli occhi degli
altri. Noi dobbiamo difendere le nostre peculiarità. Gli italiani fanno rima
con buon gusto e fantasia, con storia e inventiva, e tutto questo inizia
proprio con la sonorità della nostra lingua, capace di costruire, ad esempio,
un capolavoro letterario insuperabile come la Divina Commedia».
L’annuncio del
nuovo programma è arrivato a sorpresa, durante una festa di gala organizzata
nel Queens dalla comunità italiana di New York. All’evento erano presenti il
nuovo direttore di Rai Internazionale e Massimo Magliaro, nuovo presidente di
Rai Corporation ma indimenticato direttore che aveva scommesso sulla simpatica
conduttrice campana.
«“Gran Sportello
Italia” è stato progettato per essere un programma nazional-popolare vestito di
stile, eleganza e garbo. Non c’è spazio per le risse verbali o per i toni sopra
le righe – conclude Francesca –. Piuttosto puntiamo proprio sul sentimento
opposto, ovvero su quel buonumore che ha sempre aiutato gli italiani a superare
i tanti ostacoli incontrati nei loro periodi di adattamento nei nuovi Paesi
d’accoglienza. Altrettanto importante è lo spazio riservato all’informazione di
ritorno, con un’attenzione sempre più marcata verso le comunità italiane
all’estero».
Messaggero
sant’Antonio per l’estero, giugno
Ultimatum Usa alla Bp: 48 ore per arginare la marea nera
Gli Stati Uniti
hanno dato alla Bp 48 ore di tempo per incrementare gli sforzi per fermare la
perdita di greggio nel Golfo del Messico mentre Barack Obama ha rassicurato
David Cameron che le proteste di Washington non hanno nulla a che vedere con
questioni di «identità nazionale». Gli americani, ha detto il presidente
statunitense in una attesa telefonata con il premier britannico, non hanno
alcun interesse nell'affondare il colosso petrolifero del Regno Unito. Ciò
nonostante la Guardia Costiera statunitense è convinta che i piani della Bp per
far fronte al disastro non siano sufficienti e ha dato un ultimatum alla
squadra di specialisti messa in campo perchè entro un paio di giorni si
inventino qualcosa di più efficace. Il contrammiraglio James Watson ha detto al
capo delle operazioni della BP, Doug Suttles, che la compagnia deve fare di più
perchè le stime del governo americano parlano di una perdita il doppio di
quella resa nota dai britannici.
La quantità di petrolio
finita in mare ogni giorno è, secondo le valutazioni della Guardia Costiera,
compresa tra i 25 e i 30mila barili e potrebbe arrivare a 40mila: il doppio di
quella stimata dalla Bp il cui sistema di 'catturà non riesce a recuperare più
di 20 mila barili. «Temo che i vostri piani attualmente in atto non
rappresentino la massima mobilitazione di risorse necessaria per far fronte
alla perdita» ha scritto il contrammiraglio alla Bp, «e che non abbiano tenuto
conto della possibilità di un'avaria o un altro imprevisto. Nelle prossime 48
ore la Bp deve individuare un altro modo per contenere la perdita e renderlo
operativo al più presto».
Nella telefonata
tra Obama e Cameron, andata avanti per circa mezz'ora, i due leader si sono
detti d'accordo sulla «necessità che la Bp continui - come richiesto - a
lavorare duro per garantire che siano adottate al più presto tutte le
iniziative ragionevoli per far fronte a questa catastrofe», ha detto una
portavoce di Downing Street. «Il presidente Obama ha detto al premier che la Bp
è una multinazionale e che la frustrazione per la perdita di greggio non ha
nulla a che vedere con l'identità nazionale». Da parte sua Cameron ha
«sottolineato l'importanza economica che la Bp ha per il Regno Unito, gli Usa e
altre nazioni». Entrambi «hanno riconfermato la loro fiducia nella peculiarità
del forte rapporto tra Usa e Gran Bretagna». L’U 12
Agli Usa serve un patto sul lavoro
A prima vista,
Jong Tae-Se, il centravanti della Corea del Nord, e Barack Obama non hanno
nulla in comune. Uno è la stella di una nazionale-cenerentola.
Che rappresenta
uno degli ultimi bastioni del comunismo e probabilmente uscirà al primo turno
dei mondiali sudafricani. L’altro è il primo presidente di colore dell’ultima
superpotenza del mondo e, a meno di errori clamorosi, è destinato a governare
gli Stati Uniti per i prossimi sette anni. Obama è già una figura storica, Jong
è a un passo dal dimenticatoio. Eppure, questi due uomini così diversi sono
accomunati dall’avere sogni improbabili che potrebbero far deragliare le loro
carriere e compromettere la loro credibilità. La chimera di Jong - che il
«Rooney dei poveri» ha raccontato a un giornale della nemica Corea del Sud - è
di segnare un gol a partita e portare la sua squadra nella seconda fase dei
mondiali. L’utopia di Obama è di far risorgere la più grande economia mondiale
pur lasciando milioni di americani senza lavoro.
Lascio ai cronisti
sportivi i giudizi sulle goleade promesse da Jong nel girone di ferro con
Brasile, Portogallo e Costa d’Avorio. Ma posso senz’altro dire che l’idea di
una «jobless recovery» (una ripresa senza la creazione di posti di lavoro) è
una fantasia degna di JRR Tolkien o James Cameron. I numeri non mentono (quasi)
mai e i numeri del mercato del lavoro statunitense fanno venire i brividi. Un
americano su sei è o disoccupato o sotto-occupato. La misura più «vera» del
tasso di disoccupazione, che include gente che ha cercato lavoro negli ultimi
dodici mesi, è al 17 per cento, un livello altissimo. La stima ufficiale è
sotto il dieci per cento, stando all’ultimo rilevamento di una settimana fa, ma
solo per il fatto che il governo ha impiegato centinaia di migliaia di persone
part-time per completare un censimento decennale della popolazione. Se si
escludono questi mercenari governativi, che verranno licenziati nei prossimi
mesi, le aziende americane hanno assunto solo 41.000 persone a maggio – un
risultato che un economista mio amico ha chiamato «putrido». I soliti ottimisti
dicono che è normale avere tassi elevati di disoccupazione dopo una recessione
come quella del 2007-2009.
Purtroppo, la
storia dimostra il contrario: in recessioni «normali», l’economia americana
perde due o tre milioni di posti di lavoro. In questo caso siamo già a quota 8
milioni e le perdite continuano ad aumentare. Per un presidente che ha
dichiarato più volte che combattere la disoccupazione è una «priorità assoluta»
- e per un partito democratico che ha bisogno di un’economia in buona salute
per vincere le elezioni parlamentari di novembre - queste cifre fanno paura.
Non è un caso che, con la disoccupazione così alta, gli economisti
pronostichino una crescita anemica per i prossimi cinque, sei anni, molto di
più di altri periodi post-recessione. Mort Zuckerman, il magnate del mercato
immobiliare americano, mi ha tolto le parole di bocca quando ha scritto, sul
Financial Times di lunedì: «Siamo in alto mare. Ci facciamo rassicurare da
pezzetti di notizie positive ma in realtà siamo in acque molto molto
pericolose». Con l’Europa in crisi ed un dollaro forte, l’economia americana
dovrà contare sulle proprie forze - la produzione interna e la spesa dei
consumatori - per recuperare il terreno perduto. L’errore più grave per Obama e
il ministro del Tesoro Timothy Geithner sarebbe considerare le condizioni
attuali come un fenomeno passeggero, una fase di un ciclo che si correggerà
automaticamente quando l’economia ricomincerà a tirare.
È vero che in una
situazione normale, un po’ di disoccupazione dopo una recessione è come una
cicatrice dopo un’operazione: un segno doloroso che il peggio è passato e che
permette alle aziende di attingere a un vasto serbatoio di lavoratori per
ricominciare a crescere. Ma in questo caso, la ferita non si è ancora
rimarginata. Come in Italia, in America la disoccupazione è un problema
strutturale che va risolto con misure drastiche ed a lungo raggio. Bisogna
partire dalla constatazione che certi posti di lavoro che sono stati persi
durante l’ultima crisi non ritorneranno mai più. Penso alle grandi fabbriche di
Detroit che un tempo producevano Corvette e Buick ed ora sono cattedrali nel
deserto dell’industria americana. Ma anche alle gru e alle impalcature che
erano parte integrante del profilo urbano di Las Vegas, Miami, Denver e tante
altre città durante il boom, dando lavoro a milioni di muratori, e che ora sono
scomparse. E persino ai tanti piccoli e medi funzionari delle banche di Wall
Street, giovani che avevano sognato una carriera nell’alta finanza e ora
lavorano nei McDonald’s.
La morte, lenta ma
inesorabile, di un’industria manifatturiera che è stata distrutta dallo
strapotere dei mercati emergenti e la mancanza di investimenti non aiuta di
certo. In passato, le vittime delle recessioni avevano almeno la speranza di
poter lavorare in un altro settore, magari spostandosi in un altro angolo di
questo Paese-continente che ha sempre facilitato la migrazione interna. Ma dopo
decenni in cui le politiche dei governi e delle società hanno creato
un’economia di servizi concentrata sulle due coste (la finanza all’Est e il cinema
e la televisione ad Ovest), il centro dell’America è rimasto pressoché vuoto,
un buco nero con poche industrie e ancor meno posti di lavoro.
Ed è per questo
che in America i senza-lavoro rimangono esclusi dalle attività economiche
sempre più a lungo. Un anno fa, c’erano 3,2 milioni di persone che non avevano
lavorato per 27 settimane (la definizione ufficiale di «disoccupati a lungo
termine»). Oggi ce ne sono 6,5 milioni. A mali estremi, estremi rimedi. Se la
disoccupazione in America è un problema cronico, le medicine devono essere
forti e frequenti ed essere somministrate sia dal governo che dal settore
privato. L’amministrazione dovrà sfidare l’opposizione di repubblicani che
disdegnano le spese statali e lanciare un nuovo programma di stimolo economico
appena possibile. Gli 800 miliardi di dollari spesi fino ad ora dal governo
Obama non sono bastati, in parte perché i consumatori si sono tenuti i soldi
invece di spenderli come in passato. Con un deficit già enorme non sarà facile
per gli uomini del Presidente giustificare un’altra dose di stimolo, ma
procrastinare la decisione non farebbe altro che esacerbare le difficoltà
economiche del Paese. Ma una questione annosa e radicata come la disoccupazione
non si può risolvere solamente con le teorie spendaccione di John Maynard
Keynes. La mano invisibile dei mercati dovrà fare la sua parte. Nonostante il
fatto che l’economia americana sia uscita dalla recessione molti mesi fa, le
aziende hanno fatto poco e nulla per contribuire alla crescita economica. Spaventati
dalla prospettiva di una ricaduta nel grigiore economico - e preoccupati dal
crollo dell’Europa, un mercato importantissimo per le esportazioni made in Usa
- i capitani di industria non hanno investito nel futuro, preferendo utilizzare
le scorte di merci e fondi che avevano accumulato durante la recessione.
Uno dei risultati
è che non hanno né assunto nuovi lavoratori né aumentato i salari dei vecchi
impiegati - in America, gli stipendi medi sono rimasti praticamente immutati
negli ultimi sei mesi. La passività dei signori del grande business è uno dei
motivi per cui l’economia americana non tira e la disoccupazione rimane a
livelli stratosferici. La Confindustria locale chiede tasse più basse e
incentivi governativi per le assunzioni ma la realtà è che con il deficit alle
stelle e un nuovo stimolo economico in cantiere, il governo non si può
permettere granché su quel fronte. Le grandi aziende devono capire che, in
questo frangente, è nel loro interesse scommettere sulla ripresa economica anche
senza gli assist dell’amministrazione. Una legge immutabile dell’economia dice
che gli investimenti delle aziende contribuiscono alla crescita del prodotto
interno lordo. Per l’industria americana, aiutare l’economia significa aiutare
se stessi.
Per sfuggire alla
Grande Depressione degli Anni 30, Franklin Delano Roosevelt inventò il «New
Deal», il patto tra il governo e i cittadini in cui l’amministrazione promesse
riforme e investimenti che trasformarono l’America in una potenza economica di
livello mondiale. Più di settanta anni dopo, gli Usa hanno bisogno di un nuovo
patto tra Stato, aziende e lavoratori per combattere la disoccupazione e
frenare il declino dell’impero americano. Francesco Guerrera, caporedattore
Finanza del Financial Times a New York LS 13
Lo spettro del bavaglio e della deflazione
L’editoriale di
EUGENIO SCALFARI
TIENE ancora banco
e lo terrà per un pezzo la legge bavaglio sulla libertà di stampa. Il Senato
l'ha approvata votandola sotto il ricatto della fiducia posta dal governo, ma
gli ostacoli sono ancora molti: l'esame della Camera e la tempistica che
quell'esame richiederà, la firma di promulgazione di Napolitano, l'esame della
Corte costituzionale, un possibile referendum abrogativo. Del resto i punti di
dubbia costituzionalità sono numerosi, a cominciare dal diritto di cronaca
smaccatamente violato, dalle gravi limitazioni agli strumenti di indagine dei
magistrati e - particolarmente pesanti - alle multe
stratosferiche nei confronti degli editori rei di consentire ai giornalisti
eventuali violazioni della legge in questione.
Quelle multe
spostano la responsabilità penale e civile dal direttore del giornale
all'editore.
L'attacco di
questa normativa alla libertà di stampa non potrebbe essere più evidente.Tutto
ciò configura quella legge come un classico tentativo liberticida, che va
quindi combattuto con tutti i mezzi legalmente disponibili. Ma voglio qui
segnalare anche l'inefficacia pratica di questa sciagurata normativa.
Viviamo in un
mondo ormai dominato dalla rete di comunicazioni "on line". Le
notizie la cui diffusione viene impedita alla carta stampata, appariranno
inevitabilmente sui siti "web". Che farà il governo? Oscurerà quei
siti, come avviene in Iran e in Cina?
E ancora: se un
giornale straniero verrà in possesso di quelle notizie (intercettazioni
comprese) e le pubblicherà, i giornali italiani avranno pieno diritto di
citarlo e riferirne il contenuto. Che farà il governo? Arresterà e multerà
giornalisti ed editori che riferiscono notizie pubblicate a Londra o a Parigi,
ad Amburgo o a Zurigo, a Madrid o ad Amsterdam o a New York?Questa legge è
dunque liberticida e al tempo stesso inutile perché non riuscirà ad
imbavagliare la libera stampa, ma semplicemente a configurare l'Italia come un
paese in mano ad una farsesca cricca ossessionata da tentazioni autoritarie e
sanfediste. Voltaire avrebbe ampia materia, se rinascesse, per esercitare la
sua aguzza ironia.
Della manovra
economica voluta da Giulio Tremonti ci siamo già occupati domenica scorsa
segnalandone alcuni aspetti di necessità e alcuni difetti.
Soprattutto
l'assenza totale di stimoli alla crescita, non potendo considerarsi tali le
preannunciate e vacue misure di liberismo che il ministro dell'Economia gabella
come risolutive spinte all'aumento del reddito mentre sono soltanto annunci
lanciati nel vuoto.
Ma fatti ben più
gravi sono accaduti nel frattempo in Europa. È accaduto soprattutto che la
Germania ha imboccato la pericolosissima strada di una vera e propria politica
di deflazione, preannunciando 80 miliardi di tagli alla spesa nei prossimi
quattro anni a cominciare da subito.
Al G20 svoltosi
nei giorni scorsi in Corea i membri europei hanno appoggiato questa politica,
con qualche riserva soltanto da parte francese. Le dichiarazioni in favore di
incentivi alla crescita, che sempre avevano accompagnato analoghe riunioni,
questa volta sono state omesse; il tema dominante è stato la riduzione e la stabilizzazione
del debito pubblico e il rientro del deficit nei parametri di Maastricht. La
Germania ha fatto da apripista e da capofila di questa politica.
Conseguenze? Un
rallentamento congiunturale, la caduta della domanda interna e degli
investimenti. La debolezza dell'euro ravviverà le esportazioni dirette verso
altre aree monetarie ma scoraggerà gli scambi all'interno dell'eurozona, con
grave pregiudizio proprio per la Germania le cui esportazioni all'interno
dell'eurozona rappresentano il 40 per cento del totale delle sue vendite
all'estero. Mario Draghi valuta a mezzo punto di Pil la caduta del reddito
italiano per effetto della manovra Tremonti. Figuriamoci a quanto aumenterà la
perdita di velocità nel totale dell'eurozona. In un articolo su 24 ore di ieri
Paul Krugman bolla con parole di fuoco questa dissennata svolta depressiva.
Personalmente
esprimo da mesi giudizi altrettanto negativi. Il fatto grave consiste nella
decisione della Germania di mettersi alla guida di questa politica. "I
falchi del disavanzo hanno preso il controllo del G20" scrive Krugman. E
aggiunge: "Operare drastici tagli alla spesa pubblica nel caso d'una grave
depressione è un metodo costoso e inefficace. Le misure di austerità sono
costose perché deprimono ulteriormente l'economia e sono inefficaci perché la
contrazione della spesa pubblica frena il gettito fiscale". Il fatto
inspiegabile è che tutta l'Europa si stia cacciando in questo vicolo senza
uscita.
In Italia ci sono
molte voci che reclamano un'azione espansiva di crescita accanto a quella
depressiva di tagli della spesa. In testa c'è Bersani e tutto il gruppo
dirigente del Pd, mobilitato altresì contro la legge bavaglio che censura la
libertà di stampa. Sulla stessa linea Epifani e la Cgil. La Marcegaglia
continua a reclamare sgravi fiscali robusti sul lavoro e sulle imprese, senza i
quali "l'economia italiana rischia di morire asfissiata dalla deflazione e
dalla disoccupazione".
L'ha ripetuto al
convegno di Santa Margherita dove non ha risparmiato di bacchettare la presidentessa
dei giovani, Federica Guidi, la quale invocava una modifica costituzionale che
consenta di sottoporre al referendum anche le leggi fiscali.
"Dissennatezza", così la Marcegaglia ha definito la proposta della
Guidi, che sarebbe difficile giudicare in altro modo.
Infine in favore
di interventi espansivi sono anche schierati Mario Draghi e Mario Monti, nonché
Romano Prodi e Carlo De Benedetti, Pier Ferdinando Casini e Montezemolo, le
Regioni e i Comuni.
Sembrano numerose
queste forze ma purtroppo, unite nella diagnosi, sono divise sulla terapia.
Possono ottenere qualche risultato sulla politica economica italiana, ma hanno
scarso peso sull'Europa e nessunissimo peso sulla Germania. Dovrebbero dunque
cercare qualche raccordo con la Francia, con la Spagna e con Obama, ma per
promuovere una sorta di "force de frappe" internazionale di questa
portata dovrebbero marciare uniti. È troppo sperarlo?
Qualche parola, in
conclusione, la dedicherò al Partito democratico. Nelle recenti settimane
sembra uscito dall'afasia in cui era caduto. Affermare che sia in buona salute
non corrisponde alla realtà, ma sostenere che abbia ormai cessato di esistere è
altrettanto azzardato, così come mi sembra azzardato aizzare i giovani contro
gli anziani, la periferia contro il centro.
I sondaggi più
recenti registrano le intenzioni di voto per il Pd attorno al 27 per cento
collocando il Pdl al 33. Il divario è cospicuo ma non stellare. Battaglie come
quelle contro la legge bavaglio e contro una manovra economica depressiva sembrano
riscuotere un consenso molto esteso e potrebbero modificare le intenzioni di
voto in misura sostanziale. Ma, lo ripeto, occorre che l'unità sulla diagnosi
si accompagni ad una compattezza delle terapie e alla ricerca di uno sbocco
politico comune.
Se ciascuno
continuerà a privilegiare la propria "ditta", le forze centrifughe
avranno la meglio e continueremo ad essere sgovernati dagli annunci cui non
seguono fatti, dalle cricche e dalle mafie. Capisco che l'attaccamento alle
proprie ricette sia animato da buone intenzioni, ma nelle condizioni attuali le
buone intenzioni lastricano percorsi pericolosi e talvolta nefasti, dai quali
sarebbe meglio tenersi lontani. LR 13
Privilegi, favori, corruzione. L’opacità del potere
Negli ultimi tempi
è intervenuto un cambiamento importante sia nelle «auto blu» cosiddette «di
servizio » — che poi peraltro sono quasi sempre nere — sia, più in generale,
nelle auto adoperate dagli italiani che contano (dalle maestose berline di
rappresentanza ai Suv c a f o n i s s i m i d a weekend): sempre più spesso
queste auto hanno i vetri dei finestrini oscurati. La metafora è inevitabile:
il potere nostrano ama l’opacità, accompagnata, anche in questo caso, dal
privilegio: poter vedere senza essere visti. Un piccolo e normale privilegio
stavolta, alla portata di tutti, ma che comunque allude alla dimensione
dell’opacità, consustanziale a quella del potere italiano: la sua mancanza di
pubblicità è, infatti, la garanzia maggiore del mantenimento del privilegio.
Non è il desiderio di arricchire, non è il basso desiderio di impadronirsi di
beni e ricchezze, l’anima vera della corruzione italiana, il suo principale
movente. Psicologicamente credo che sia qualcosa di diverso: è il privilegio,
l’ambizione innanzitutto di distinguersi, di appartenere al gruppo di coloro
per cui non valgono le regole che valgono per tutti. A cominciare da quella
regola suprema che è la legge.
Si ruba, si viola
il codice penale, convinti che tanto a noi non toccheranno le conseguenze che
invece toccherebbero a un comune mortale. Convinti che in un certo senso ciò
che si sta commettendo non è neppure più un reato dal momento che siamo noi a
commetterlo, e dal momento che noi facciamo parte di un gruppo a parte, il
gruppo dei privilegiati, appunto. Dietro l’ormai leggendaria impudenza dell’ex
ministro Scajola—leggendaria innanzitutto per la sua goffaggine («devo appurare
chi è stato a pagare per l’acquisto della mia casa»)—cosa c’è infatti se non
un’idea di privilegio talmente introiettata da essersi mutata in una
presunzione d’impunità, pronta a prendere addirittura la forma della
distrazione? Antica società di ceti, dominata da una forte rigidità gerarchica,
la società italiana si è abituata a considerare il privilegio l’unico contenuto
effettivo del rango. Essere qualcuno significa, in Italia, innanzitutto stare
al di sopra della massa. E nella Penisola tutti — giornalisti, tassisti,
parlamentari, membri di tutti gli ordini professionali, magistrati—tutti
vogliono essere al di sopra degli altri, titolari di qualche privilegio: essere
esentati da qualche obbligo; avere delle riduzioni; degli sconti o come minimo
dei biglietti omaggio; rientrare in un «numero chiuso»; fruire di un’ope legis;
godere di un trattamento speciale; magari di una cassa mutua riservata. Ma il
massimo del privilegio, la consacrazione del vero privilegiato, sta altrove.
Sta nella
possibilità di chiedere «favori», e naturalmente di ottenerli. Ed egualmente lì
sta la dimostrazione indiscutibile del rango. Infatti si possono chiedere
favori solo se si «conosce » (fornitori, nomi importanti, persone in posti
chiave), e naturalmente si «conosce» solo se a propria volta si è «conosciuti
», cioè se si è qualcuno. Non si capisce nulla delle ragioni e della profondità
inaudita del narcisismo dilagante in Italia, specie tra i giovani, non si
capisce la conseguente, universale, spasmodica voglia di apparizioni e di
carriere in tv, se non si tiene a mente il privilegio di «conoscenze»—e dunque
di favori, di accessi di ogni tipo—che da noi si attribuisce all’essere
«conosciuti». Se «si va» in televisione ci si fa «conoscere», e per chi è
«conosciuto» nulla è impossibile. Sulla scena italiana, intorno alla grande
arena del privilegio, opacità e riservatezza da un lato, e narcisismo ed
esibizionismo dall’altro, s’intrecciano contraddittoriamente: nel primo caso
per difenderla, nel secondo per entrarvi. Da tempo però la scena è furiosamente
animata da un altro protagonista: l’intercettazione telefonica. Questa, e la
sua divulgazione,(così come la divulgazione degli stipendi e delle case) sono
diventate la grande speranza, l’estrema risorsa della massa dei non
privilegiati. Lo sa bene chi ha il potere di usarne— magistratura e stampa—e
che proprio per questo ne fa l’uso così ampio che sappiamo.
Grazie
all’intercettazione telefonica si rompe finalmente l’opacità del grande
privilegio sociale, quello dei politici e dei ricchi innanzitutto, e l’aura di
riservatezza di cui esso si nutre. Finalmente i discorsi dei potenti sono
squadernati nella loro volgare quotidianità, nei loro desiderata, perlopiù
inconfessabili, nei loro intrighi, ed esposti una buona volta al giudizio dei
più. Nella sua versione italiana l’intercettazione telefonica diventa così la
vendetta della plebe sull’oligarchia, la rivalsa della demagogia sulla
democrazia. È lo sputtanamento, come è stato esattissimamente detto: lo
sputtanamento demagogico, appunto, opposto alla pubblicità democratica. Una
forma di giustizia violenta ed elementare, senza appello e senza garanzia
alcuna. Una specie di linciaggio incruento. Ciò che è terribile è che la
maggior parte di coloro che vivono in questo Paese pensi che sia questa, oggi,
la sola forma di giustizia possibile. Ed ancora più terribile è che,
probabilmente, hanno pure ragione. Ernesto
Galli Della Loggia CdS 12
Privacy, trasparenza e diritto di sapere
L’aanalisi di
STEFANO RODOTA'
Quale governo ha
drasticamente ridotto la privacy dei dipendenti pubblici, modificando
addirittura il primo articolo del Codice che regola questa materia?
Quale governo ha
messo nelle mani delle società di marketing la privacy telefonica delle
persone, capovolgendo le regole che proprio gli interessati avevano mostrato di
gradire? Quale governo ha incentivato il diffondersi della sorveglianza
capillare sulle persone? Quale governo ha abbandonato ogni iniziativa sulla
tutela della libertà su Internet, che aveva dato all'Italia un significativo
primato internazionale? Quale maggioranza ha sfornato e continua a sfornare
proposte di legge e emendamenti volti a limitare la privacy di chi naviga in
rete? Proprio governo e maggioranza che ora innalzano il vessillo della
privacy, invocano l'art. 15 della Costituzione e ricorrono al voto di fiducia.
Questi fatti,
incontestabili, non mettono soltanto in luce una contraddizione clamorosa.
Consentono di cogliere quale sia l'obiettivo vero dell'improvviso entusiasmo
per la riservatezza. Mentre viene sacrificata senza batter ciglio la privacy di
milioni di persone, si fanno le barricate proprio là dove la riflessione
culturale e l'evoluzione legislativa inducono a ritenere che, per alcune
categorie di persone e in situazioni particolari, le "aspettative di
privacy" debbano essere drasticamente ridotte. Si tratta delle
"figure pubbliche", delle persone indagate, delle attività economiche.
Questi non sono
argomenti inventati oggi per dare sostegno a chi polemizza contro "la
legge bavaglio". Quando, nel 2003, con una significativa convergenza tra
il Garante per la privacy e il Consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti,
si misero a punto le regole sul diritto d'informare, l'articolo 6 del Codice di
deontologia venne scritto così: "La sfera privata delle persone note o che
esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non
hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica". Parole
chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta "aspettativa
di privacy" per tutti quelli che hanno ruoli pubblici.
In democrazia non
bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici),
serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza.
Si era consapevoli
della necessità di non far divenire la privacy uno strumento che, invece di
tutelare le sacrosante ragioni dell'intimità, serva a coprire attività che devono
essere sempre sottoposte al giudizio di una opinione pubblica adeguatamente
informata. Si seguiva così il filone inaugurato nel 1964 da una celebre
sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso New York Times contro
Sullivan, quando si riconobbe il diritto della stampa di pubblicare addirittura
notizie false e diffamatorie riguardanti "figure pubbliche", salvo
nel caso in cui ciò fosse fatto con "actual malice".
Questa linea è
stata seguita in moltissimi paesi e, in un caso riguardante uno stretto
collaboratore del Presidente Mitterrand, la Corte europea dei diritti dell'uomo
è andata oltre, affermando che, in un sistema democratico, è legittima persino
la pubblicazione di notizie coperte dal segreto, per consentire il controllo su
come viene esercitato il potere. Diritto di sapere, esercizio del controllo
democratico e trasparenza sono strettamente intrecciati, e neppure il segreto e
l'eventuale falsità della notizia possono interrompere questo circuito
virtuoso, impedire la circolazione delle informazioni.
Una pur minima
cultura della privacy dovrebbe essere provvista di questo bagaglio, che ci
avrebbe risparmiato quell'impasto di ignoranza e malafede che ci affligge in
questi giorni. Ma la regressione culturale, con conseguente pessima politica,
ci avvolge da ogni parte, sì che ogni volta si è costretti a ricominciare
dall'abc. Ricordando, anzitutto, che è falso sostenere che la legge appena
approvata dal Senato abbia come obiettivo quello di frenare il gossip, di
impedire la pubblicità di informazioni irrilevanti o intime.
Ripeto quello che
è stato detto mille volte, scritto in disegni di legge: questo è un fine,
sacrosanto, che si può agevolmente raggiungere, con il consenso di tutti,
stabilendo la cancellazione di questi brani delle intercettazioni, irrilevanti
per le indagini. Poiché non ci si è fermati a questo punto, ma si è voluto imporre
il silenzio totale su notizie rivelatrici di malefatte politiche o
amministrative e persino su ammissioni di mafiosi, allora è evidente che
l'obiettivo è un altro, quello di mettere a punto una rete protettiva di un
ceto che del disprezzo delle regole ha fatto la propria regola. La sintonia tra
questo atteggiamento e l'assalto alla legalità costituzionale è del tutto
evidente.
E diventa
chiarissimo che cosa si avvia ad essere il sistema di tutela della privacy, in
un totale stravolgimento del rapporto tra pubblico e privato. Trasparenza
crescente per l'inerme persona "comune"; opacità crescente di un ceto
per il quale l'esercizio del potere non è più fonte di responsabilità, ma di
immunità. Si mette a disposizione di poteri politici, economici, tecnologici la
vita quotidiana d'ogni persona, scrutata in ogni momento,
"profilata", ridotta ad oggetto di cui si può impunemente disporre.
Si sottrae alla democrazia, come "governo in pubblico" una delle sue
ragion d'essere, allungando l'ombra dove la trasparenza dovrebbe essere
massima. È questa la logica che dev'essere capovolta, restituendo alla privacy
l'onore che le spetta come elemento essenziale della libertà dei
contemporanei. LR 13
Prodi: «Lasciate in pace la Costituzione, per liberalizzare sfidate le
corporazioni»
ROMA - Non posso
nascondere di essermi sorpreso quando qualche giorno fa ho letto che, per dare
un contributo alla liberalizzazione della nostra economia, bisognava
assolutamente modificare l’articolo 41 della nostra Costituzione. Anche se già
lo conoscevo, mi sono tuttavia preso cura di rileggere il suddetto articolo
che, come tutti gli articoli della prima parte della nostra Carta fondamentale,
brilla per semplicità e chiarezza.
Esso scrive che
“l’iniziativa privata è libera”. E aggiunge semplicemente che “non può
svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e in modo da recare danno alla
sicurezza, alla libertà (opportuna questa insistenza sulla libertà) e alla
dignità umana”. Come ovvio completamento, l’articolo aggiunge che “La legge
determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica
pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Terminata questa
lettura mi sono messo il cuore in pace, nella sicurezza che né la lettera né lo
spirito di quest’articolo mai avrebbero messo in rischio o semplicemente resa
più difficile la libertà di intrapresa in quanto in qualsiasi sistema, anche
nel più liberista, la legge ha il compito di dettare le norme di comportamento
perché l’esercizio dell’attività economica non rechi danno all’esercizio dei
diritti dei cittadini, sia che essi si organizzino in forma individuale che
associata.
Tutti noi abbiamo
infatti il diritto di essere tutelati dalla legge riguardo ai requisiti
igienici o sanitari di un prodotto o della pericolosità di un giocattolo, così
come in ogni parte del mondo i lavoratori e gli imprenditori trovano nella
legge (italiana o europea) i diritti e gli obblighi che derivano dall’esercizio
della propria attività. È peraltro evidente che, se esistono regolamentazioni
eccessive, queste possono e debbono essere eliminate dall’attività legislativa,
affidata all’iniziativa del Governo e del Parlamento.
Assolta la
Costituzione da qualsiasi colpa in materia, mi è sorto il sospetto che potesse
essere stata la Corte Costituzionale, attraverso le sue interpretazioni, ad
impedire una maggiore liberalizzazione della nostra economia. Ho letto tuttavia
a questo proposito un esauriente articolo dell’ex presidente della corte
Valerio Onida che dimostra che mai la corte in tutta la sua storia ha
dichiarato l’illegittimità di una legge liberalizzatrice e che, al contrario,
esistono numerose decisioni che hanno rimosso limiti ingiustificati alla
libertà di iniziativa contenuti nelle leggi nazionali o in quelle regionali.
Tranquillizzato su
tutti i fronti, ho quindi ritenuto la proposta come un semplice errore o come
un ormai rituale messaggio di avversione allo spirito (visto che non è
possibile farlo alla lettera) della nostra Costituzione.
L’ipotesi
dell’inconsapevole errore è stata poi esclusa dal fatto che il presidente del
Consiglio è ritornato ripetutamente sull’argomento ribadendo la necessità di
una riforma dello stesso articolo 41, alla quale proposta, per abbondanza, il
ministro dell’Economia, ha aggiungo ieri l’altrettanto inutile proposta di
abolire l’altrettanto innocuo articolo 118 della Costituzione.
Non riuscendo a
raggiungere altre spiegazioni razionali per simili comportamenti, sono ricorso
alla mia esperienza passata quando, insieme con l’allora ministro Bersani, ci
accingemmo a fare un programma sistematico e generalizzato di liberalizzazioni
e mi è facilmente saltato alla memoria il panorama di impressionanti proteste
che ci veniva dalla piazza. E ricordo benissimo che nessuno agitava il libretto
della Costituzione ma cartelli minacciosi nei confronti del Governo come
risposta corale e violenta alla presunta violazione delle prerogative, dei
diritti e dei privilegi delle categorie interessate.
Ed allora mi sorge
il sospetto che l’accusa rivolta alla Costituzione e l’inutile scelta di un
cammino tortuoso per procedere alla semplice riduzione di lacci e laccioli sia
il comprensibile desiderio di evitare le rumorose manifestazioni e le reazioni,
anche spesso incontrollate, delle infinite categorie e corporazioni che su
questi lacci prosperano non da decenni ma da secoli.
E vorrei anche
aggiungere che, sempre secondo la mia esperienza, lo scontento e le pressioni
non prendono solo la via dell’opposizione, ma anche le insidiose strade degli
alleati di governo. In poche parole, a fare sul serio queste riforme, si
perdono consensi e voti. Posso in coscienza dire che le abbiamo ugualmente
portate avanti, pur con la piena consapevolezza delle possibili conseguenze
negative, anche se non arrivo al punto di affermare che il mio Governo sia
caduto esclusivamente per questo motivo. Auguro quindi buon lavoro al ministro
Tremonti. Sulle conseguenze sul Governo veda lui. Romano Prodi IM 13
Appena si
prospetta un vero quesito il sistema italiano delle relazioni industriali
imperniato su contratti nazionali e Statuto dei lavoratori appare per quello
che è: irrimediabilmente datato. È fermo alla sua età dell’oro, costruito
attorno a un’idea novecentesca della competizione economica. Non capisce come
la globalizzazione abbia allargato il campo di gioco e spinga a delocalizzare.
Non sa che le divisioni tra lavoro dipendente e autonomo hanno molto meno senso
di prima. Impedisce alle piccole imprese di crescere per non incamerare nuovi
vincoli. Fa finta, infine, di non vedere che in Italia operano centinaia e
centinaia di lavoratori asiatici in condizioni di schiavitù.
Non bastassero
questi palesi segni di senescenza le relazioni industriali centralizzate
dimostrano di non essere attrezzate a far fronte alla nuova emergenza, la
disoccupazione. Nei prossimi mesi conosceremo un po’ di ripresa, ma non avremo
occupazione in più. Gli americani la chiamano jobless recovery, vuol dire che
crescita e occupazione non sono più sinonimi. Hanno divorziato. I posti di
lavoro persi non verranno recuperati e la ristrutturazione delle imprese, pur
virtuosa, taglierà gli addetti.
A tutt’oggi nel
dibattito politico-sindacale questa novità non è stata metabolizzata. Non vogliamo
convincerci che è finito il tempo delle vacche grasse e che siamo chiamati a
ridiscutere conquiste che davamo per acquisite sine die. Per evitare il
tracollo bisognerà sperimentare soluzioni innovative. Magari estranee alla
nostra tradizione, ma che intelligentemente «tradotte» possono salvaguardare la
coesione sociale.
È questo il
contesto nel quale va collocato il rebus di Pomigliano, la scelta che sta di
fronte al sindacato di consentire una deroga ai «sacri principi». Se
applicassimo il mero buon senso la questione sarebbe già risolta. Può
permettersi il nostro Sud, quello che teme di diventare una delle periferie
povere dell’Europa, di «rifiutare » un investimento di 700 milioni di euro e 5
mila posti di lavoro? Ovvio che no. Ma questa considerazione non è sufficiente
a convincere la Fiom votata a difendere il mito del conflitto più che la
massima occupazione. Però per questa via — e la preoccupazione attraversa la
stessa Cgil—si finisce per scambiare i mezzi per i fini e non si tiene conto che
impedire la delocalizzazione degli investimenti rafforzerebbe il sindacato agli
occhi dei lavoratori. Toglierebbe, infatti, alle aziende qualsiasi alibi per
comportamenti corsari e rimetterebbe al centro la qualità della manodopera e
del prodotto made in Italy.
Chi difende i
sacri confini della contrattazione nazionale come una trincea in cui combattere
o morire, dimentica poi (incredibilmente) che la negoziazione a livello
aziendale e settoriale non equivale alla morte del sindacato. Anzi. Se ne parla
troppo poco ma sono stati raggiunti a livello decentrato molti accordi
innovativi, numerose intese che guardano coraggiosamente al domani senza paura
di «sporcarsi le mani», come si dice in gergo. E proprio in virtù di queste
esperienze condivise il ministro Sacconi ha potuto annunciare a Santa
Margherita Ligure che il nuovo Statuto dei lavori prevederà esplicitamente la
possibilità di derogare alla legge 300 in presenza di un’intesa tra le parti. Una
novità non da poco. Dario Di Vico CdS 13
Va' Pensiero al posto dell’inno di Mameli, è bufera su Zaia
Il presidente
della Regione Veneto: non sono intervenuto sul programma, polemica inesistente
TREVISO - Malumore
tra i presenti all’ inaugurazione di una nuova scuola primaria di Fanzolo di
Vedelago (Treviso) per l’esecuzione del Va' Pensiero al posto dell’inno di
Mameli alla presenza del governatore Veneto, Luca Zaia. Un cambio di programma
che, riporta oggi La Tribuna, avrebbe fatto infuriare in particolar modo la
direttrice dell’ufficio scolastico regionale Carmela Palumbo che si sarebbe
riservata di denunciare l’accaduto all’assessore regionale Elena Donazzan.
Stando al programma l’inno di Mameli doveva essere cantato da un coro, ma una
ventina di minuti prima del taglio del nastro il portavoce del governatore
l’avrebbe fatto sostituire con il Và Pensiero.
«Non sono
intervenuto sul programma della manifestazione; l’Inno di Mameli è stato
regolarmente cantato dal coro al momento del taglio del nastro». Lo precisa in
una nota il presidente della Regione Veneto a proposito della notizia sul
cambio del programma all’inaugurazione di una nuova scuola primaria di Fanzolo.
«Credo - scrive Zaia - che queste precisazioni siano utili per chiudere
definitivamente una polemica che non aveva e non ha ragion d’essere».
«Non compete al
presidente della Regione di modificare disposizioni e norme contenute nel
nostro regolamento, nella tradizione storica del Paese, nelle disposizioni del
Presidente della Repubblica e della costituzione. Quindi Zaia si adegui e non
si arroghi diritti arbitrari che offendono i veneti italiani». Così il
capogruppo del Pd in regione Veneto, Laura Puppato, commenta la sostituzione
dell’inno di Mameli con il Và Pensiero per accontentare il Governatore Veneto
Luca Zaia nella cerimonia di inaugurazione di una scuola a Fanzolo di Vedelago
(Treviso) Puppato, che da quando è in Regione è una spina nel fianco al
Governatore -le polemiche tra i due sono frequenti e su tutti i fronti-
sottolinea che quanto accaduto «è una dei tanti continui vulnus che si arrecano
a questa povera democrazia sottoposta a tiri incrociati di ogni genere perdendo
di vista il mandato che i cittadini ci hanno dato che non è evidentemente
quello separatista, volto ad attuare una secessione silenziosa con una
occupazione sistematica dei fazzoletti verdi di ogni luogo decisorio e
purtroppo conseguentemente anche di ogni liturgia e istituzione». Laura Puppato
annuncia infine che farà come «Pd un’ interpellanza a risposta immediata perchè
quanto accaduto è una caduta di stile e un ulteriore elemento di negatività in
terra consiliare e interpalamentare». LS
13
Tremonti: «Labirinto di leggi fa paura». Epifani: «Rischio è manovra bis»
Il ministro: «Il
nostro Paese fa ogni anno 4 chilometri di
Gazzetta Ufficiale, economia bloccata» - «Impresa, sì modifiche articoli 41 e
118». Ricetta anti-crisi: «Giusta via è quella di pomigliano»
MILANO - In Italia
c'è una «quantità impressionante e crescente di regole» che bloccano
l'economia. Ospite della Festa nazionale della Cisl a Levico Terme, il ministro
dell'Economia Giulio Tremonti non usa mezzi termini. «Questo è un Paese che fa
quattro chilometri di Gazzetta Ufficiale l'anno, un chilometro quadrato di
regole all'anno» ha spiegato il titolare di Via XX Settembre. «Abbiamo una
quantità impressionante e crescente di regole, che hanno l'effetto di un blocco
oltre il bisogno, di una ragnatela, che fa anche paura», ha aggiunto,
sottolineando la presenza di un «labirinto di leggi», in Italia ma anche in
Europa.
IMPRESA- Quanto
alla libertà d'impresa e alla riforma allo studio dell'esecutivo, Tremonti ha
ribadito il suo sì alle modifiche degli articoli 41 e 118 della Costituzione e
le sue proposte di deregulation per facilitare la libertà d’impresa. L’Italia,
ha detto, «non può competere con sistemi troppo diversi dal nostro e per farlo
dobbiamo lasciare giù’ un po’ di zavorra». Per Tremonti «l’idea è semplice:
aggiungere nell’art.41 della Costituzione il principio del riconoscimento della
responsabilità alla persona. Poi la segnalazione di inizio attività
l’autocertificazione, l’idea dei controlli solo ex post e infine il
riconoscimento della buona fede. Questo deve essere fatto da subito per legge
ordinaria e questi cinque principi devono essere blindati con legge
costituzionale - continua - perché nel nostro sistema, che è bloccato, se non
cambi la Costituzione si blocca tutto».
EPIFANI, IL
RISCHIO È MANOVRA BIS - Dallo stesso palco, poco dopo, ha parlato anche
Guglielmo Epifani, segretario Cgil, reduce dalla manifestazione di sabato a
Roma con gli statali: «Il rischio che la manovra sia annacquata c'è, nel senso
ad esempio che i soldi che il governo prevede rientreranno dalla lotta
all'evasione fiscale sono tanti, 8 o 9 miliardi, e se non saranno così tanti,
ci sarà bisogno di un'altra manovra. Quindi è presumibile - ha continuato
Epifani - che il problema ci si riproporrà più avanti e per questo, alla fine,
è una manovra che non mette al riparo i nostri conti».
LA VIA DI
POMIGLIANO - Tornando a Tremonti, davanti al sindacato Cisl, il titolare di via
XX Settembre ha anche indicato la sua ricetta per uscire dalla crisi. La
strada, anzi la «via giusta», secondo il ministro, è quella dell'«economia
sociale di mercato». Con la globalizzazione, ha detto Tremonti, «è finito il
conflitto tra capitale e lavoro. Io, tra la dialettica continua di questo
conflitto e l'economia sociale di mercato, non ho dubbi: la via giusta è quella
dell'economia sociale di mercato, quella di Pomigliano» ha aggiunto il
ministro, applaudito dalla platea degli iscritti cislini, che hanno accolto il
ministro con frequenti battiti di mani. «Sono onorato di parlare davanti a una
platea di uomini liberi e forti - aveva esordito il ministro -. Purtroppo ci
sono casi di uomini che sono forti ma non sono liberi, non sono liberi da pregiudizi,
da ideologie, da limiti che credo debbano essere superati». Tra gli altri in
platea anche il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani.
MANOVRE UE -
Parlando alla platea Cisl, Tremonti ha ribadito la bontà della manovra
elaborata dal governo («mai un governo ha fatto un decreto come questo»), in
particolare nella parte che riguarda i trasferimenti dal ministero dell'Interno
ai Comuni («è una specie d'Illuminismo sui dati»). Il ministro, tuttavia, ha
aggiunto che «quest'anno è l'ultimo in cui si faranno Finanziarie nazionali. Le
politiche economiche si faranno nello stesso tempo dell'anno, nello stesso modo
tutti insieme. Non ci sarà più un Paese che fa le sue scelte diverse dagli
altri» ha aggiunto il ministro riferendosi all'Ue. CdS 13
L’intervista. "Norme per scoraggiare gli ascolti, ora il Paese la
pagherà in sicurezza"
Vincent
Cannistraro, ex agente della Cia e dirigente dell'Antiterrorismo Usa: nulla a
che fare con la privacy. L'Italia ha deciso di rendere le intercettazioni uno
strumento d'indagine e prevenzione residuale Questo è un problema. Se decido di
fare un'intercettazione ambientale è proprio per scoprire se un reato è in
corso - di CARLO BONINI
ROMA - Vincent
Cannistraro ha lavorato alla Cia per 27 anni. Medio Oriente, Africa, Europa,
Centro America. È stato direttore dei programmi di intelligence degli Stati
Uniti, al National Security Council, dal 1984 al 1987. Ha guidato il
direttorato delle operazioni e analisi di Langley fino al 1991. Da allora è
consulente privato per la sicurezza ed è regolarmente ascoltato come testimone
dalle commissioni di Congresso e Senato sui temi della sicurezza (fu tra i
protagonisti delle audizioni successiva all'11 settembre). Cannistraro conosce
bene l'Italia e Roma per averci lavorato. E al telefono da Washington, del
disegno di legge approvato venerdì al Senato, dice: "Sono sconcertato.
Premetto infatti che pur non conoscendo ogni singolo dettaglio della nuova
legge, credo però di averne compreso bene sia il senso sia i principi. E se
vogliamo parlare di senso e principi di questa legge, e in generale dello
strumento delle intercettazioni telefoniche, quello che vedo mi lascia
quantomeno incredulo".
Perché?
"Se capisco
bene l'Italia ha deciso di rendere le intercettazioni uno strumento di indagine
e di prevenzione farraginoso e residuale. E questo è un problema".
Cos'è che non
funziona nella nuova legge?
"Ci sono due
norme, di cui ho letto anche sulla stampa americana, che mi hanno
particolarmente colpito. La prima. Leggo che il compito di decidere se
autorizzare o meno le intercettazioni sarà affidato a un collegio di tre
giudici. Mi chiedo: che senso ha? Un giudice collegiale - e parlo per esempio
di quello che succede negli Stati Uniti - normalmente decide del merito di una
causa penale, dell'innocenza o della colpevolezza di un imputato, della
rilevanza o meno di una prova, non dell'opportunità di ricercare
tempestivamente la prova di un reato, o della necessità e urgenza di prevenire
un crimine. Lo posso dire in un altro modo. Che garanzia è perdere del tempo a
discutere se deve essere cercata una prova con lo strumento delle
intercettazioni, o deve essere impedita la consumazione di un reato? Un altro
esempio. Leggo che per disporre un'intercettazione ambientale o telefonica è
necessaria la prova che in un determinato luogo si stia consumando un reato o
che un determinato soggetto si sia già reso responsabile di un crimine. Chiedo
di nuovo: che senso ha? Me lo lasci dire da vecchio uomo di intelligence. Se
decido di fare un'intercettazione ambientale è proprio perché intendo scoprire
se un reato è in corso, non per avere la conferma che quel reato si è già
consumato"
Lei dice "Che
senso ha?". Lo chiedo io a lei. Che senso ha?
"L'unica
risposta che riesco a darmi è che la nuova legge vuole rendere - come dicevo
all'inizio - lo strumento delle intercettazioni del tutto residuale. Insomma,
intende scoraggiarlo. Ma se è così temo che i costi che il vostro Paese si
prepara va pagare in termini di sicurezza saranno molto alti"
Il governo
sostiene che sia necessario un bilanciamento tra il diritto alla privacy dei
cittadini e la loro sicurezza.
"Guardi, vivo
negli Usa e sono un cittadino americano, e le assicuro che una disciplina delle
intercettazioni come quella che state discutendo in Italia qui in America
sarebbe impensabile. E questo non credo proprio significhi che gli Stati Uniti
non rispettino la privacy dei loro cittadini. Anzi. Quello che voglio dire è
che l'equilibrio tra privacy e sicurezza si può certamente trovare e credo che
non sia neppure troppo complicato. È sufficiente che a valle delle
intercettazioni esista un filtro efficace e rigoroso che stabilisca cosa è
rilevante penalmente e cosa non lo è. È sufficiente, se qualcuno abusa dello
strumento delle intercettazioni, che quell'abuso venga punito. L'ultima cosa
che credo sia logica fare nel cercare questo equilibrio, è privarsi dello
strumento delle intercettazioni, o comunque renderlo così difficile da usare.
Insomma, se mentre ascolto al telefono due soggetti indagati per traffico di
stupefacenti, scopro che uno dei due sta preparando un attentato, cosa devo
fare? Far finta di non aver sentito? Decidere che quello che ho sentito non
potrà costituire una prova in un futuro processo? Non mi sembra che questo abbia
a che fare con la privacy". LR 13
Laura Garavini lista a lutto il proprio sito internet, per protesta contro
la legge bavaglio
La deputata
democratica Laura Garavini aderisce alla campagna di protesta contro la legge
bavaglio lanciata dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana e Articolo 21:
dopo il via libera del Senato al ddl sulle intercettazioni, infatti, la
capogruppo in Commissione Antimafia ha deciso di listare a lutto il proprio
sito internet, www.garavini.eu.
“Non possiamo
stare fermi a guardare mentre il centrodestra sta cancellando la libertà di
informazione e massacrando il principio di legalità e giustizia”, ha commentato
la Garavini. “Con l’approvazione con la fiducia su questo provvedimento”, così
la parlamentare, “il Governo cerca di far tacere chi potrebbe svelare verità
scomode e toglie agli italiani un diritto democratico fondamentale: il diritto
di informazione”.
“Nei confronti
della criminalità organizzata, invece”, critica la Garavini, “il Governo non
lesina favori”. Infatti, spiega, “saranno i criminali a trarre vantaggio da
questa legge, dal momento che molte inchieste per mafia e terrorismo sono
destinate a non tenersi”. La parlamentare di opposizione ha ribadito la
necessità di rivedere il testo che ora passa alla Camera per la terza lettura:
“Bisogna garantire ai magistrati il diritto-potere di indagare e alla stampa
quello di informare i cittadini”. De.it.press
Il ddl sulle intercettazioni. Scelte preoccupanti
Il voto di fiducia
con cui ieri al Senato è stato approvato il disegno di legge sulle
intercettazioni segna una pagina buia per la nostra politica legislativa in
materia di giustizia. Sia sul piano del metodo, sia specialmente sul piano del
merito. A parte il profilo del metodo, evidentemente collegato all’abuso dello
strumento della fiducia, ciò che maggiormente preoccupa sono i contenuti del
progetto. A cominciare dalle disposizioni relative alla libertà di
informazione. Ferma restando, infatti, la possibilità di pubblicare «per
riassunto» gli atti d’indagine, una volta caduto il segreto investigativo, è
stato invece ribadito un rigido divieto di pubblicazione, per l’intera fase
preliminare, dei risultati delle intercettazioni, anche se non più coperti da
segreto (e quindi anche se concernenti fatti o circostanze direttamente
rilevanti per le indagini).
Un divieto
eccessivo ed ingiustificato, come pure risultano eccessive ed ingiustificate le
sanzioni penali previste a carico dei giornalisti nel caso di violazione del
suddetto divieto, nonché quelle a carico degli editori per la conseguente
responsabilità amministrativa. Per contro, le medesime sanzioni potrebbero
ritenersi congrue e giustificate (anche alla luce di esigenze di tutela della
privacy), qualora venissero pubblicate intercettazioni tuttora coperte dal
segreto, o comunque esclusivamente concernenti fatti, circostanze o persone
estranei alle indagini. Ancora più preoccupanti, dal punto di vista del
pubblico interesse all’accertamento ed alla repressione dei reati (tante volte
sbandierato da questo governo), sono le modifiche che si vorrebbero introdurre
con riferimento ai presupposti delle intercettazioni ed alla relativa
procedura. Quanto ai presupposti di queste operazioni — irragionevolmente
estesi all’acquisizione dei tabulati telefonici, sebbene si tratti di cosa
assai diversa— essi sono stati circoscritti in modo tale, con riguardo ai
soggetti destinatari delle stesse, ed attraverso formule così rigide, da
indurre ad escludere che, di regola, si potrà procedervi nelle inchieste
«contro ignoti»: cioè nelle ipotesi in cui le intercettazioni sarebbero davvero
«indispensabili» per gli sviluppi delle inchieste.
Decisamente fuori
dalla realtà appare, inoltre, la disciplina dettata in materia di durata delle
intercettazioni, posto che il limite massimo fissato nell’esiguo termine di 75
giorni potrebbe essere eccezionalmente prorogato dal pubblico ministero
soltanto attraverso un complesso meccanismo di provvedimenti motivati in via
autonoma, reiterabili di 3 giorni in 3 giorni, da sottoporsi a convalida entro
altri 3 giorni da parte del tribunale distrettuale collegiale. Inutile dire
quanto sarebbe farraginosa e defatigante una simile procedura, la quale
potrebbe risultare spesso di fatto impraticabile (a parte le difficoltà
organizzative derivanti dalla competenza del suddetto tribunale distrettuale),
e, quindi, inidonea a soddisfare le esigenze investigative del caso concreto.
Non diversamente,
del resto, dall’analogo congegno di scansione temporale, di 3 giorni in 3
giorni, previsto per le intercettazioni ambientali (cioè tra soggetti presenti
in un determinato luogo), ove il pubblico ministero intendesse avvalersene, in
assenza di flagranza di reato, operando in luoghi diversi dal domicilio: come
sempre più spesso certe indagini esigono. Tutto ciò dimostra quanto siano forti
i limiti che la nuova legge vorrebbe imporre all’uso dello strumento delle
intercettazioni, al punto da determinare una situazione di complessiva
irragionevolezza nel sistema della nuova disciplina, a tutto scapito
dell’efficienza delle indagini. E questo è vero anche in rapporto ai
procedimenti per delitti di criminalità organizzata. È chiaro, infatti, che le
deroghe previste dalla futura legge, diversamente da oggi, per i soli delitti
di natura mafiosa e terroristica, non potranno assicurare (nemmeno) il
mantenimento degli attuali livelli di contrasto degli organi inquirenti contro
alcune tra le peggiori forme di delinquenza associativa. Vittorio Grevi CdS 11
Bersani: “Gli italiani nel mondo hanno ragioni da vendere. Il Pd è con
loro”
Roma – “Gli
italiani che hanno manifestato il 29 maggio a Francoforte e che manifesteranno
domani a Vancouver e il 19 a Buenos Aires hanno ragioni da vendere: il Partito
Democratico è con loro e aderisce all’appello lanciato dal CGIE e dai Comites”.
E' quanto afferma
in una nota il segretario nazionale del Partito Democratico, Pierluigi Bersani.
“Quel poco che l’Italia spende per gli italiani all'estero – continua Bersani –
se ben investito, porta credito politico al Paese e insieme vantaggi economici
largamente superiori agli investimenti. Tagliare indiscriminatamente e
pesantemente su lingua e cultura, assistenza e rete consolare è miope, porta
danni al Paese e, trattandosi di risorse minime, non aiuta nemmeno l’ipotetico
sforzo di risanamento a cui si appella il Governo. Risparmiare sulla
democrazia, poi, rinviando per la seconda volta e di tre anni le elezioni dei
Comites, è un abuso assolutamente ingiustificato. Farlo poi con un decreto,
inoltre, solleva – conclude Bersani - anche aspetti di incostituzionalità”.
De.it.press
I dati di Istat e Inps. In Italia è povero un pensionato su due
In otto milioni
ricevono un assegno di meno di 1000 euro al mese, ma il 21% del totale è anche
sotto i 500
ROMA - Sono oltre
8 milioni i pensionati che ricevono un assegno da poveri, che consente cioè una
spesa inferiore a 1.000 euro al mese. Vale a dire quasi la metà dei 16,8
milioni di pensionati totali che si contano in Italia. Secondo le statistiche
dell'Istat infatti, circa 3,6 milioni di lavoratori a riposo (pari al 21,4% del
totale) percepiscono una o più prestazioni pensionistiche per un importo
complessivo inferiore a 500 euro al mese ed altri 4,7 milioni (il 27,7% del
totale) ricevono assegni compresi tra i 500 e i 1.000 euro. Considerando che la
soglia di povertà relativa al di sotto della quale l'Istat considera
l'individuo povero è quella di una spesa procapite di 999,67 euro al mese (in
una famiglia di due componenti), si può dedurre che, se la pensione rappresenta
l'unica entrata, i pensionati poveri sono circa 8,3 milioni.
PENSIONATI GIOVANI
- Quanto all'età di coloro che sono fuori dal ciclo produttivo e ricevono un
assegno dallo stato, emerge che oltre il 30% (il 30,3%) ha meno di 64 anni.
L'Istat precisa inoltre che a fine 2008 il 69,9% dei beneficiari dei
trattamenti pensionistici risultava avere più di 64 anni, mentre il 26,6% aveva
un'età compresa tra i 40 e i 64 anni e il 3,7% ha meno di 40 anni.
«I PIU' POVERI
D'EUROPA» - «I dati diffusi oggi dall'Istat dimostrano chiaramente come i
pensionati italiani siano i più poveri d'Europa - ha sottolineato il presidente
del Codacons, Carlo Rienzi -. Non solo gli importi percepiti da quasi la metà
dei pensionati rappresentano una miseria, e non consentono una vita dignitosa,
ma addirittura sulle pensioni italiane grava una pressione fiscale ben più alta
rispetto a quella di altri paesi europei». Ma il Codacons ricorda che in
Italia, a parità di imponibile, l'importo di una pensione al netto delle tasse
«è inferiore del 15% rispetto a Francia, Spagna e Germania, paesi dove non
esiste tassazione sulle pensioni, mentre in Gran Bretagna la pressione fiscale
è minima e di circa l'1,6%». «Possiamo affermare senza dubbio che la metà dei
pensionati italiani vive in condizioni di povertà- prosegue Rienzi - un dato
che rappresenta una vergogna in un Paese civile come l'Italia». CdS 12
Camera. Riforma della legge sulla cittadinanza: audizione in Commissione
Affari costituzionali
Acli: Cittadinanza
ai minori nati in Italia da genitori stranieri
“Rappresentano una grande possibilità di sviluppo per il nostro Paese”
ROMA - Non conoscono altra lingua che
l'italiano. Condividono con i nostri figli gli impegni, i desideri, le
difficoltà e i sogni. Eppure “soffrono l'incomprensibile situazione di una
cittadinanza dimezzata”. Sono i minori nati in Italia da genitori stranieri. Le
Acli per loro hanno proposto l'attribuzione della cittadinanza italiana “al
momento della nascita”, in una audizione svoltasi oggi alla Commissione Affari
costituzionali della Camera nell'ambito della riforma della legge 91 del 1992.
Lo scorso gennaio l'Assemblea della Camera aveva rinviato alla Commissione il
testo unificato con le proposte di riforma ai fini di un ulteriore
approfondimento. La Commissione ha quindi deciso di ascoltare, tra gli altri, i
rappresentanti delle organizzazioni che operano nel settore dell'immigrazione.
I minori stranieri nel nostro Paese sono
circa 900mila. 520mila quelli nati in Italia, il 7% dell'intera popolazione
scolastica. “Questi ragazzi - si legge nella memoria presentata alla
Commissione dal responsabile dell'area immigrazione della presidenza delle
Acli, Antonio Russo - rappresentano una grande possibilità di sviluppo per il
nostro Paese che invecchia più degli altri Paesi europei. Rispetto alla
speranza di futuro che questi ragazzi costituiscono per le nostre comunità e al
desiderio di appartenenza che dichiarano, l'auspicio è che la politica sappia
favorire un nuovo e migliore approdo legislativo e sostenere il passaggio ad
una cittadinanza formale e piena”.
La memoria scritta presentata dalle Acli fa
esplicito riferimento ad un quadro di sintesi condiviso anche da altre
organizzazioni di area cattolica (Caritas, Comunità di Sant'Egidio, Fondazione
Migrantes, Centro Astalli, Associazione Papa Giovanni XXIII). Nel merito, si
propone il passaggio dal principio dello jus sanguinis allo jus soli, o meglio
“jus domicilii”. In pratica, si chiede che sia attribuita la cittadinanza, “al
momento della nascita, al bambino nato in Italia da genitori stranieri già
regolarmente soggiornanti, i quali mostrino in concreto di volersi inserire
nella società italiana”; per il minore straniero non nato in Italia, ma
positivamente inserito nel nostro Paese, le Acli chiedono modalità “adeguate”
di attribuzione della cittadinanza “già prima del compimento della maggiore
età”, insieme a “procedure opportunamente agevolate di naturalizzazione nei
primi anni dell'età adulta per coloro che siano comunque giunti durante la
minore età in Italia”. In ogni caso, a coloro che diventano cittadini italiani
non va imposta “anacronisticamente” la rinuncia alla cittadinanza di origine,
“salva la ricorrenza di imperiose, specifiche ed eccezionali esigenze di
politica estera e di interesse nazionale”. Per tutti gli altri cittadini stranieri
che chiedono di diventare italiani, infine, l'invito delle Acli è che “si
agisca sui tempi di acquisizione della cittadinanza, che restano tra i più
lunghi in Europa”. (Per il testo integrale della memoria scritta delle Acli
presentata oggi alla Camera v.
http://www.acli.it/uploaded/20100611372743001966.pdf ) (Inform)
ROMA - Per ora il
silenzio. L’articolo 30 della manovra finanziaria (Decreto n. 78 del 31 maggio
2010) non è ancora esploso. Forse non se ne è accorto nessuno. Ma la nuova
norma sul recupero degli indebiti dell’Inps è clamorosa. Espropriazione forzata
per chi non restituisce l’addebito. Lo spietato compito sarà affidato ad un
agente della riscossione che assolverà ai suoi compiti senza anteporre alcuna
considerazione caritatevole. Tardare la restituzione delle somme indebitamente
percepite comporterà l’emissione da parte dell’Inps di un “avviso di indebito”
a fronte del quale il “trasgressore” avrà fino a 90 giorni per pagare o fare
ricorso (in alcuni casi solo 30). Altrimenti scatterà l’esecuzione forzata da
parte degli agenti della riscossione sulle proprietà dei debitori. L’eccezionale
novità è rappresentata dall’avviso di addebito, dotato di valore di titolo
esecutivo: la legge è precisa al riguardo e recita al comma 1 dell’articolo 30
“A decorrere dal 1° gennaio 2011, l'attività di riscossione relativa al
recupero delle somme a qualunque titolo dovute all'Inps, anche a seguito di
accertamenti degli uffici, é effettuata mediante la notifica di un avviso di
addebito con valore di titolo esecutivo”.
Una vera e propria rivoluzione del metodo di
recupero degli indebiti che consentirà all’Inps, in mancanza di avvenuto
pagamento o in seguito a reiezione dell’eventuale ricorso, di attivare la
procedura esecutiva con eventuale espropriazione forzata, mediante consegna
dell’avviso di addebito all’agente della riscossione.
L'espropriazione forzata è lo strumento
mediante il quale viene soddisfatta una pretesa del creditore avente ad oggetto
una somma di danaro e può avere ad oggetto beni mobili, beni immobili o crediti
del debitore. Il primo atto dell'espropriazione forzata è il pignoramento,
ossia un atto mediante il quale il creditore, imprime un vincolo di
indisponibilità sui beni del debitore. Dopodiché si può procedere alla vendita
forzata o all'assegnazione dei beni pignorati ed, infine, alla distribuzione
della somma ricavata in favore del creditore procedente e dei creditori
intervenuti.
E gli indebiti degli italiani all’estero
potranno essere recuperati con il nuovo metodo?
Nell’articolo del Decreto su citato
“ovviamente” non vengono disciplinati gli italiani residenti all’estero (ci
mancherebbe che il legislatore si ricordasse dell’esistenza del mondo
dell’emigrazione)!
E’ la domanda che ho comunque posto ai
dirigenti dell’Inps i quali mi hanno risposto che stanno “studiando” la nuova
norma e verificando l’applicabilità all’estero. Per quanto mi riguarda riterrei
assolutamente sbagliato non distinguere tra gli evasori contributivi italiani
(o coloro i quali hanno percepito prestazioni indebite consapevolmente e senza
avvertire l’Inps) e i pensionati italiani all’estero i quali per
disinformazione o per i ritardi nelle rilevazioni reddituali e gli errori
dell’Inps hanno percepito somme indebite senza commettere dolo. Non sarebbe
accettabile quindi un accanimento arbitrario contro i “debitori” residenti
all’estero. Possiamo confidare in un chiarimento dell’Inps ragionevole e
lungimirante? L’esperienza passata e la pervicace reiterazione del diniego da
parte dell’Inps di rispettare un diritto di legge come quello dell’importo
aggiuntivo negato ingiustamente per quasi dieci anni agli italiani residenti
all’estero, mi fa pensare al peggio. Quindi teoricamente i nostri connazionali
debitori verso l’Inps e proprietari di un immobile in Italia rischiano
l’applicazione della nuova legge che ne prevede l’espropriazione. Ma la
sensibilità e la ponderatezza dei nuovi dirigenti dell’Inps ci fa sperare che
il dubbio sull’applicabilità della nuova legge all’estero sia risolto in
maniera positiva per le nostre comunità.
Gino Bucchino,
Deputato eletto per il Pd in Nord e Centro America
Redditi nell’Unione e doppie imposizioni. Consultazione pubblica della
Commissione europea
Bruxelles - L’armonizzazione fiscale è un obiettivo
ancora da raggiungere nell’Unione Europea. La materia delle imposte dirette
rientra dunque nella competenza dei singoli Stati, i quali devono però
esercitarla nel rispetto del diritto comunitario, astenendosi da qualsiasi
discriminazione basata sulla cittadinanza. Nel corso degli anni, gli Stati
membri dell’UE hanno concluso tra loro convenzioni bilaterali o multilaterali per
ripartirsi il potere impositivo sulle differenti categorie di reddito e
risolvere i casi di doppia imposizione. Tali accordi si basano generalmente sul
modello di convenzione fiscale sui redditi e sul patrimonio elaborato
dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).
Nonostante i
numerosi vantaggi introdotti dalle convenzioni sia per i contribuenti che per
le amministrazioni fiscali, si verificano tuttora casi di doppia imposizione
cui le convenzioni bilaterali non riescono a porre rimedio ovvero apportano
soluzioni insoddisfacenti.
È il caso per
esempio delle convenzioni che l’Italia ha concluso con la Francia e il
Lussemburgo, le quali, per quanto riguarda la tassazione delle pensioni, hanno
originato un contenzioso interpretativo sui termini "previdenza
sociale" e "sicurezza sociale". Le pensioni pagate ai sensi
della legislazione sulla previdenza sociale sarebbero quelle maturate a fronte
di versamenti di contributi obbligatori per legge in relazione ad un cessato
impiego, mentre le pensioni pagate nell’ambito di un sistema di sicurezza
sociale sarebbero le prestazioni garantite dallo Stato al fine di perseguire
obiettivi generali di solidarietà, a coloro che versano in una situazione
ritenuta dalla legge meritevole di tutela (spiegazione della Direzione centrale
dell’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 41/E del 21 luglio 2003).
Questa distinzione
tra "previdenza sociale" e "sicurezza sociale" ai fini
della fiscalità appare speciosa e non aderente alla realtà, se si considera che
negli atti comunitari è sempre stato usato sin dal 1959 il termine
"sicurezza sociale" in riferimento alla tutela dei diritti dei
lavoratori che si spostano all’interno della Comunità europea.
Il regolamento n.
3 del 25 settembre 1958 si intitolava infatti "regolamento per la
sicurezza sociale dei lavoratori migranti" e il regolamento n. 1408/71 del
14 giugno 1971 "regolamento relativo all’applicazione dei regimi di
sicurezza sociale ai lavoratori subordinati, ai lavoratori autonomi e ai loro
familiari che si spostano all’interno della Comunità". Il regolamento n.
883/2004 del 29 aprile 2004, in vigore dal 1° maggio scorso, si intitola
"regolamento relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza
sociale" e si applica a tutti i cittadini europei e non più solamente ai
lavoratori.
Ultimamente sono
giunti alla Commissione europea reclami di pensionati italiani residenti in
Lussemburgo, malcontenti di essere tassati per la loro pensione INPS sia in
Italia che in Lussemburgo. Della questione è stato investito anche il Mediatore
europeo.
Messa di fronte a
tale problematica da altri cittadini europei, la Commissione ha deciso di
avviare una consultazione pubblica a vasto raggio per conoscere casi concreti
di doppia imposizione. Per doppia imposizione si deve intendere l’applicazione,
in due o più Stati membri, di imposte analoghe allo stesso contribuente per lo
stesso reddito o bene. La consultazione riguarda le imposte versate
direttamente dai contribuenti alle amministrazioni fiscali, come l’imposta sul reddito
delle persone fisiche, l’imposta sulle società, le ritenute alla fonte e
l’imposta sulle successioni e le donazioni.
L’obiettivo della
Commissione è di farsi un’idea delle dimensioni reali del fenomeno e delle sue
conseguenze finanziarie.
La Commissione
invita a partecipare alla consultazione compilando l’apposito questionario
online
http://ec.europa.eu/taxation_customs/common/consultations/tax/index_fr.htm
oppure inviando una risposta per lettera, fax o posta elettronica, entro il 30
giugno 2010, all’indirizzo "COMMISSIONE EUROPEA - Direzione generale
Fiscalità e Unione doganale; Rue de Spa 3 – Ufficio 8/007 B – 1049
BRUXELLES" o per email TAXUD-E1-Consultation@ec.europa.eu.
La consultazione
si rivolge a tutti i contribuenti, siano essi persone fisiche o giuridiche, che
abbiano incontrato problemi di doppia imposizione in un contesto
transfrontaliero. Partecipando ad essa, è possibile anche avanzare suggerimenti
sul modo di evitare la doppia imposizione nell’UE.
La Commissione
analizzerà attentamente le informazioni fornite per capire i motivi dei casi
segnalati di doppia imposizione nell’UE e aprirà un dibattito su come risolvere
tali casi e stabilire se sia necessario intervenire a livello europeo.
Daniele Rossini,
Patronato ACLI Bruxelles (de.it.press)
Alla ricerca delle radici: convegno e mostra all’Università di Roma “La
Sapienza”
Interverranno il
sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti, l’ex vice ministro Franco Danieli,
il deputato Franco Narducci
ROMA – “Alla ricerca delle radici:
emigrazione, discendenza, cittadinanza”. E’ il titolo del convegno che si terrà
il 16 giugno, dalle ore 9.30 nell’Aula I della facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università di Roma “La Sapienza”. Rappresentanti delle istituzioni,
politici e ricercatori si confronteranno sul tema dell’emigrazione e della
cittadinanza alla luce della legge 379/2000.
Interverranno tra gli altri, il
sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti; Franco Narducci, deputato Pd
eletto nella ripartizione Europa e vice presidente della Commissione Esteri
della Camera; Franco Danieli, nel governo Prodi vice ministro agli Esteri con
delega agli italiani all’estero, Sandro Schmid, proponente della legge
379/2000, il prefetto Angelo Di Caprio, Maria Caterina Pincherle
dell’Ambasciata del Brasile, Settore Culturale, Maurizio Tomasi direttore del
mensile “Trentini nel mondo” (programma del convegno alla pagina
http://w3.uniroma1.it/agemus/index.php?option=com_content&view=article&id=469:convegno&catid=95:ultimi-eventi
)
Quando alla fine della Prima guerra mondiale
i territori italiani dell’Impero asburgico furono annessi al Regno d’Italia gli
abitanti dovettero scegliere tra la cittadinanza austriaca e italiana. Molti
degli emigrati all’estero, però, non essendone informati, persero
l’opportunità, acquisendo e trasmettendo nel tempo alla loro discendenza una
cittadinanza straniera.
La legge 14 dicembre 2000, n. 379, consente
oggi ai discendenti degli avi italiani abitanti in quei territori e poi
emigrati di acquisire la cittadinanza italiana, permettendo di disegnare nuove
geografie dell’appartenenza.
Il convegno ha il patrocinio di Ministero
degli Affari Esteri, Ministero dell’Interno, Società Geografica Italiana,
Associazione dei Geografi Italiani, Istituto per la Storia del Risorgimento
Italiano Comitato di Roma. In occasione del convegno, sarà allestita una mostra
sul tema dell’emigrazione di fine ‘800, valorizzando il materiale cartografico
e librario della Biblioteca della Sezione di Geografia dell’Università e del
materiale della vita comune prestato dai discendenti degli emigranti.La mostra
rimarrà aperta fino al 18 giugno.
“A seguito delle domande inoltrate al
Ministero dell’Interno da parte dei discendenti degli avi residenti nei
territori italiani dell’ex Impero asburgico, quando la Commissione per il
rilascio della cittadinanza avrà terminato i lavori, diverse migliaia di
cittadini ingrosseranno le statistiche italiane: alcuni di questi rimarranno a
vivere all’estero con il passaporto italiano in tasca, altri, invece, verranno
a calpestare la terra dei loro avi”, spiega la prof.ssa Flavia Cristaldi,
coordinatrice del corso di Laurea in Scienze Geografiche a La Sapienza
annunciando il convegno in materia.
“Quando alla fine della prima guerra mondiale
- sottolinea la prof.ssa Ester Capuzzo anche lei docente de La Sapienza e
membro della Commissione del Ministero dell’Interno - i territori italiani
dell’Impero austro-ungarico furono annessi al Regno d’Italia gli abitanti
dovettero scegliere tra la cittadinanza austriaca e italiana. Molti degli
emigrati all’estero, però, non essendone informati, persero l’opportunità,
acquisendo e trasmettendo nel tempo alla loro discendenza una cittadinanza
straniera.
“La legge italiana 14 dicembre 2000, n. 379 -
precisa Cristaldi - consente oggi ai discendenti degli avi italiani abitanti in
quei territori e poi emigrati di acquisire la cittadinanza italiana,
permettendo di disegnare nuove geografie dell’appartenenza”. (Inform 10)
A Roma il 3-6 luglio l’XI Meeting dei Segretari Generali delle CCIE
Dal 3 al 6 luglio,
si terrà a Roma l’XI edizione del Meeting dei Segretari Generali delle Camere
di Commercio Italiane all’Estero.
L’iniziativa,
organizzata da Assocamerestero e Unioncamere in collaborazione con Simest,
rappresenta un appuntamento tradizionale che vede riunita la dirigenza delle 75
Camere di Commercio Italiane all’Estero presenti in 49 Paesi del mondo.
I lavori si
apriranno al pubblico nella mattinata di lunedì 5 luglio con il Seminario
“Ve(n)dere oltre la crisi: nuove leve per la crescita del Made in Italy sui
mercati esteri”, che si terrà presso la sede di Unioncamere (piazza Sallustio,
21). L’incontro vuole rappresentare un momento di riflessione sui cambiamenti
nuovi modelli di consumo che la crisi ha fatto emergere e sulle opportunità che
questi cambiamenti possono aprire ai prodotti italiani. La crisi internazionale
ha fatto emergere nuovi modelli di consumo, caratterizzati da una maggiore
attenzione per le produzioni a basso impatto ambientale, per un consumo
responsabile, attento alla salute e ad un design human friendly. Come si
colloca il Made in Italy in questo mutato scenario? Quali sono le modalità di
promozione più appropriate per aiutare le imprese ad intercettare questa nuova
domanda? Quale ruolo possono giocare soggetti privati a vocazione istituzionale
quali le CCIE? Questi i principali punti di approfondimento e di dibattito che
si svilupperanno.
I lavori del 5
luglio proseguiranno, nel pomeriggio, presso l’Hotel NH Villa Carpegna con la
realizzazione di incontri one-to-one tra i delegati delle CCIE e i
rappresentanti delle istituzioni, del sistema camerale italiano, degli enti e
delle associazioni impegnati nelle attività di promozione del Made in Italy
all’estero. Scopo degli incontri è favorire lo sviluppo di future
collaborazioni e l’avvio di iniziative progettuali comuni attraverso la
condivisione di idee, esperienze e best practice.
Le restanti
giornate del Meeting saranno dedicate allo svolgimento di lavori interni rivolti
alla discussione dell’attività progettuale 2010 e alla attività formativa della
dirigenza delle CCIE.
Per ulteriori
informazioni: meetingccie@assocamerestero.it . (ItalPlanet
News)
Im Gespräch: Franco Frattini. „Die Spekulanten waren die besseren Schachspieler“
Der italienische Außenminister Franco
Frattini sorgt sich um den Verfall der politischen Bedeutung des Euro. Im
Interview mit der F.A.Z. spricht er über das Sparen, die Spekulanten und die
deutsche Führungsstärke. Und darüber, welche Schuld Europa an der Außenpolitik
der Türkei hat.
Herr Minister, Sie sind in
ungemütlichen Zeiten nach Berlin gekommen.
Ja, da haben Sie recht. Die
Glaubwürdigkeit der Europäischen Union steht auf dem Spiel, und wir müssen uns
fragen, ob die EU mit der globalen Wirtschafts- und Finanzkrise fertig werden
kann.
Die Bundesregierung will sparen. Sie
sagt, wir hätten über unsere Verhältnisse gelebt.
Das stimmt - für alle westlichen
Staaten. Italiener und Deutsche haben allerdings immer darauf geachtet, Geld zu
sparen und bescheiden zu leben. Die Privatschulden in Italien oder Deutschland
sind viel niedriger als in Großbritannien, den Vereinigten Staaten oder
Spanien. Das liegt an unserer Kultur. So habe ich es schon in meiner Familie
gelernt. Und die Briten haben auch noch ein etwa doppelt so hohes
Haushaltsdefizit wie Italien, nämlich zehn bis elf Prozent des
Bruttoinlandprodukts (BIP).
Aber Italiens Staatsschuld beträgt rund
120 Prozent des BIP. Hätte Italien seine Schulden nicht viel früher energisch
abbauen müssen?
Unsere hohe Verschuldung ist das Erbe
der vergangenen 25 bis 30 Jahre. Wir hätten viel früher hart dagegen vorgehen
müssen, ja, aber nicht vor drei Tagen oder drei Jahren, sondern vor 15 Jahren.
Jetzt müssen wir die Art und Weise ändern, wie wir die Schuld berechnen. Man
darf den Blick nicht auf die Verschuldung der öffentlichen Haushalte verengen.
Vielmehr müssen wir, wie es die OECD tut, die Bruttoinlandsverschuldung als
Kombination der öffentlichen und der privaten Verschuldung berechnen. Dann
kommt heraus, dass Deutschland und Italien die Nummer eins sind in der EU. Wenn
man sich auf die Staatsschulden beschränkt, steht Italien zwar schlecht da.
Aber zu den Ursachen der Krise gehörte das Platzen der privaten
Verschuldungsblasen, nicht die Explosion der Staatsschulden.
Diese Zahlen sind bekannt. Warum setzen
die Märkte trotzdem auch Italien unter Druck?
Es gibt so viele internationale
Spekulanten. Aber nachdem unser Kabinett in der vergangenen Woche ein sehr
hartes Haushaltsgesetz gebilligt hat, werden die Spekulationen gegen Italien
aufhören. Die Entscheidung der EU, einen Krisenfonds einzurichten, sendet
zusammen mit den nationalen Maßnahmen eine klare Botschaft an alle Spekulanten.
Dank dieser politischen Entschlossenheit wird es weniger Spekulationsversuche
geben.
Ist Ministerpräsident Berlusconi
wirklich entschlossen? Er hat sich vom Sparpaket seiner Regierung ja
distanziert.
Berlusconi musste die verschiedenen
Strömungen im Kabinett zusammenführen. Die einen wollten sich ganz auf Einschnitte
bei den Ausgaben konzentrieren, die anderen darauf, das Wachstum zu
stimulieren. Das heißt aber nicht, dass der Kompromiss nicht noch in fairer,
transparenter parlamentarischer Debatte verbessert werden könnte. Wir bereiten
schon neue Vorschläge vor. So heißt es bisher, die kleinsten Provinzen sollten
abgeschafft werden. Ich wäre gern mutiger: Wir sollten binnen zweier Jahre alle
Provinzen auflösen, die ihre Haushaltsgrenzen überschreiten.
Viel Vergnügen. Damit werden Sie auf
großen Widerstand stoßen.
Ja, aber die Öffentlichkeit versteht
das besser als Appelle an allgemeine Opferbereitschaft. Überdies können wir das
Wachstum fördern, indem wir Bürokratie abschaffen. Wir sollten in das
Haushaltsgesetz einen Artikel einfügen, der besagt, dass alles erlaubt ist, was
nicht ausdrücklich verboten ist. Dann könnte man einfacher eine Firma gründen,
ohne lange auf Genehmigungen warten zu müssen.
Was ist eigentlich das Kernproblem der
italienischen Wirtschaft?
Erstens gibt es zu viel Bürokratie. Zu
viele Verwaltungsregeln, zu wenig Transparenz. Italien hat trotzdem sechs
Millionen kleine und mittlere Unternehmen. Dank ihnen ist unsere Wirtschaft im
ersten Quartal 2010 um 0,5 Prozent gewachsen. Das ist nicht viel, aber mehr als
in Deutschland, Frankreich und Großbritannien. Wie groß wäre das Wachstum, wenn
es die Bürokratie nicht gäbe! Das zweite Problem ist die Steuerflucht. Zwischen
19 und 22 Prozent unseres Bruttoinlandsprodukts werden auf dem Schwarzmarkt
erwirtschaftet.
Wenn Steuerflucht zur italienischen Kultur
gehört, wird es schwer sein, daran etwas zu ändern.
Ja. Deshalb müssen wir Anreize durch
Steuersenkungen schaffen und Steuerflucht beispielsweise durch Kontrollen
bekämpfen - ohne freilich Italien in einen Polizeistaat zu verwandeln. Wenn wir
es in den Händen der Steuerpflichtigen lassen, wird sich die Tradition der
Steuerflucht durchsetzen.
Das ist an sich keine neue Erkenntnis.
Brauchte Ihre Regierung die Euro-Krise, um nun dagegen vorgehen zu können?
Sie ist das zusätzliche Element, das
wir brauchten. Wir haben ja schon mit einer Amnestie gezeigt, dass es möglich
ist, Geld aus den internationalen Steueroasen zurückzuholen. So kamen aus der
Schweiz, Liechtenstein, Luxemburg, den Bahamas und so weiter 80 bis 90
Milliarden Euro zurück nach Italien.
Machen Sie sich Sorgen wegen der
Abwertung des Euro und der möglichen politischen Folgen?
Der Euro ist doch immer noch eine der
besten, wenn nicht die beste Errungenschaft der EU. Ich kann mir eine Rückkehr
zu nationalen Währungen gar nicht vorstellen, auch wenn wir unsere Lira damals
sehr mochten. Sorgen bereitet mir der Verfall der politischen Bedeutung des
Euro. Damit geht ein Bedeutungsverlust Europas auf der internationalen Bühne
einher. Wie gesagt, unsere Glaubwürdigkeit steht auf dem Spiel. Genauso wie wir
Europäer uns auf Iran-Sanktionen oder eine Haltung im Nahost-Konflikt einigen
müssen, ist es auch nötig, dass wir unsere Währung gemeinsam verteidigen.
Bundeskanzlerin Merkel hat gesagt, wenn
der Euro scheitert, dann scheitert die EU. Stimmen Sie dieser Untergangshypothese
zu?
Ja. Das war eine wichtige
Dramatisierung. Sie hilft, der Öffentlichkeit bewusstzumachen, dass uns die
Umstände dazu zwingen, einiger und entschlossener denn je aufzutreten.
Der Kanzlerin wird allerdings auch
vorgeworfen, sie habe wichtige Beschlüsse verzögert. Hätte die Ausweitung der
Griechenland-Krise zur Euro-Krise verhindert werden können?
Als wir die wahre Dimension der Krise
begriffen, war es bereits zu spät. Die internationalen Spekulanten haben eine
Strategie, eine Vision. Sie hatten alle Folgen ihrer Attacke auf Griechenland
einkalkuliert: die Konsequenzen für Portugal ebenso wie die Zurückhaltung und
den Unwillen einiger Mitgliedstaaten, schnell zu reagieren. Die Spekulanten
sind wie Schachspieler, die mehrere Züge vorausplanen.
Und die Politiker und ihre Beamten sind
keine guten Schachspieler?
Wir müssen besser werden. Das ist
unsere Herausforderung. Aber wir haben durchaus schnell gehandelt, indem wir
große Geldsummen bereitstellten, um den Spekulanten die Sache zu erschweren.
Das war ja die erste solche Krise seit Einführung des Euro. Deshalb würde ich
die harte Kritik, dass Europa zu schüchtern gewesen sei, abschwächen.
In Deutschland sind viele sehr verärgert
gewesen über Griechenland, die anderen EU-Partner und die Bundesregierung.
Verstehen Sie die deutsche Psyche?
Auf den Straßen Italiens gibt es
dasselbe Gefühl. Im Nordosten, wo ich meinen Wahlkreis habe, arbeiten die Leute
sehr hart, und sie verstehen nicht, warum sie für Athen zahlen sollen. Ich sage
ihnen dann: weil die Griechenland-Krise euch und eure kleinen Unternehmen eher
früher als später treffen wird. Natürlich verstehe ich die Leute. Die Politiker
stehen aber in der Verantwortung, Führung zu übernehmen, auch wenn sie, wie die
Bundeskanzlerin, deswegen Wahlen verlieren. Notfalls muss man eine Wahl
verlieren, aber man darf sich nicht von der Idee eines stärkeren Europas
verabschieden.
Geht von Deutschland derzeit genug
Führungskraft in und für Europa aus?
Angesichts der Stimmung in Deutschland
würde ich sagen: Ja, Deutschland führt stark. Noch einmal: Die Kanzlerin ist
bewusst das Risiko eingegangen, eine sehr wichtige Wahl zu verlieren.
Frau Merkel hatte auch neue Regeln
vorgeschlagen, bis hin zum möglichen Ausschluss eines Landes aus der
Euro-Gruppe. Schätzen Sie die Führung der Kanzlerin auch in dieser Hinsicht?
Das ist doch eine politische
Provokation. Der Vertrag lässt einen Ausschluss aus der Euro-Gruppe gar nicht
zu. Wer dem Klub angehören will, muss sich aber an dessen Regeln halten. Diese
Regeln müssen wir besser durchsetzen. Ich meine aber nicht, dass man bis zum
vorübergehenden oder endgültigen Ausschluss aus der Euro-Gruppe gehen sollte.
Könnte man, sollte man Mitgliedstaaten
vorübergehend ihr Stimmrecht entziehen?
Das steht auch nicht im Vertrag. Für
eine Reform brauchten wir Einstimmigkeit, aber die wird es nicht geben.
Nach dem Ärger um den Lissabon-Vertrag
ist die Scheu vor einer Vertragsrevision enorm.
Ehrlich gesagt, möchte ich für eine
lange Zeit auf keinen Fall mehr über eine Reform der Institutionen diskutieren.
Zu einer aktuellen außenpolitischen
Krise: Nach der Erstürmung der „Solidaritätsflotte“ durch Israel haben Paris
und London vorgeschlagen, dass EU-Kräfte die Küste vor Gaza kontrollieren
könnten. Eine gute Idee?
Darüber werden die europäischen
Außenminister am Montag in Luxemburg sprechen. Ich habe nicht grundsätzlich
etwas gegen ein europäisches Engagement. Aber wir dürfen nicht vergessen, dass
Israel ein demokratischer, souveräner Staat ist. Wir können Israels Territorium
und Gewässer nicht über seinen Kopf hinweg kontrollieren. Es fällt aber sehr
schwer, sich vorzustellen, dass sich die Hamas mit Israel einig wird.
Hatte Israel das Recht, die Schiffe
daran zu hindern, die Küste des Gazastreifens zu erreichen?
Das weiß ich nicht. Aber die
Geschehnisse sind aus israelischer Sicht kontraproduktiv. Die Bilder von
Menschen im Gazastreifen, die unter der Blockade leiden, schaden Israel. Und
das sage ich als Außenminister Italiens, des vielleicht engsten Freundes
Israels in Europa.
Zugleich will Italien ein enger Freund
der Türkei sein. Was halten Sie von den harschen Anwürfen Ministerpräsident
Erdogans gegen Israel und von der Blockadehaltung der Türken im Ringen um
Iran-Sanktionen?
Wir sollten so schnell wie möglich
darüber nachdenken, welche Fehler Europa gegenüber der Türkei gemacht hat.
Italien ist wahrscheinlich der entschiedenste Verfechter eines türkischen
EU-Beitritts. Ich glaube, wir Europäer haben den Fehler gemacht, die Türken
nach Osten zu drängen, anstatt sie zu uns zu ziehen. Wenn wir den Türken den
Eindruck vermitteln, dass wir sie nicht als Mitglied der europäischen Familie
haben wollen, dann werden sie sich nach anderen Perspektiven umschauen - der
einer regionalen Macht, mit Blick auf Iran, in den Kaukasus, nach Syrien und so
weiter. Das ist nicht in Europas Interesse. Kollege Westerwelle und ich werden
am Montag in Luxemburg darum bitten, dass wir darüber reden, was wir mit der
Türkei jetzt machen. In ein paar Wochen endet eine weitere
EU-Ratspräsidentschaft, ohne dass auch nur ein einziges Kapitel der
Beitrittsverhandlungen eröffnet worden wäre. Noch nicht einmal über etwas so
harmloses wie Nahrungsmittelsicherheit konnten wir reden, weil ein
Mitgliedsland das blockiert. Die Konsequenzen müssen wir alle tragen.
Verstehen wir Sie richtig: Es liegt an
der Zurückhaltung Europas, dass die Türkei nationalistischer geworden ist,
Islamisten offener gegenübersteht, eine antiisraelische Politik betreibt und
sich Iran annähert?
Ja. Es gibt zwar auch innenpolitische
Dynamiken. Aber wenn Europa aktiver versucht hätte, die Türkei an Europa
heranzuführen, hätten wir dazu beigetragen, das alles zu verhindern.
Kann Erdogans Türkei noch für Europa
und den Westen gewonnen werden?
Wir haben noch etwas Zeit. Aber wir
müssen den Beitrittsprozess verstetigen.
Streben Erdogan und seine Partei AKP
überhaupt noch dringlichst in die EU?
Ja. Wir haben ja auch die AKP
eingeladen, als Beobachter an den Treffen der Europäischen Volkspartei teilzunehmen.
Es scheint paradox zu sein, dass eine muslimische Partei, die AKP, von der EVP
eingeladen wird, aber das ist es nicht.
Sie waren von 2002 bis 2004 schon
einmal Außenminister und sind es wieder seit 2008. Was hat sich verändert?
Erstens war die Begeisterung für Europa
vor der Ost-Erweiterung der EU viel größer. Alle wollten mehr Integration.
Jetzt überwiegen Unmut und Zweifel an der Erweiterung. Die Leute fragen: Warum
soll ich für diesen oder jenen neuen Staat bezahlen? Zweitens hat Europa jetzt
die Chance, eine Schlüsselrolle in Afrika, im Mittelmeerraum oder im Nahen
Osten zu spielen, weil der amerikanische Präsident Obama einen multilateralen
Ansatz verfolgt. Auch Präsident Bush war ein Freund Italiens und Europas, aber
er verlangte Gefolgschaft. Obama appelliert an uns, Verantwortung zu teilen.
Die Europäer sind pessimistischer,
haben aber mehr Möglichkeiten?
Genau. Das ist das Paradox.
Das Gespräch mit Außenminister Frattini
führten Klaus-Dieter Frankenberger und Andreas Ross. Faz. 10
Neues Abhörgesetz in Italien. Berlusconis Schutzschirm
Um sich und seinesgleichen vor der
Justiz zu schützen, verschärft Premier Silvio Berlusconi die Regeln, nach denen
die Justiz abhören und die Presse veröffentlichen darf VON MICHAEL BRAUN
ROM - Mit einem Vertrauensvotum im
Senat hat die Regierung Berlusconi am Donnerstag das Gesetz zu Abhörmaßnahmen
der Justiz durchgepaukt. Das Gros der Oppositionssenatoren fehlte: Sie wollten
nicht als Staffage bei der Verabschiedung eines Gesetzes mitwirken, das sie als
Gefahr für Rechtsstaat und Pressefreiheit betrachten.
Wie immer, wenn Silvio Berlusconi sich
mit der Justiz beschäftigt, geht es vor allem darum, den Staatsanwälten Fesseln
anzulegen. Mehr noch: Diesmal soll auch der Presse ein Knebel verpasst werden.
Zum einen werden Abhörmaßnahmen massiv erschwert. So dürfen Telefone nur noch
für die Dauer von 75 Tagen angezapft werden. Hat der ermittelnde Staatsanwalt
deutliche Hinweise, dass die Vorbereitung eines Verbrechens im Gang ist, kann
er dann jeweils im Drei-Tages-Rhythmus Verlängerungen beantragen, und die
müssen von einem Kollegium aus drei Richtern genehmigt werden - Italiens schon
jetzt völlig überlastete Justiz wird dadurch mit weiterer Arbeit zugeschüttet.
Lauschangriffe in Wohnungen oder Autos
sollen in Zukunft generell verboten sein - außer die Ermittler wissen bereits,
dass am abgehörten Ort ein Verbrechen durchgeführt werden soll. Und wird zum
Beispiel ein Abgeordneter von einem abgehörten Verdächtigen angerufen, muss das
Parlament sofort informiert werden - die Abhöraktion würde so auch dem
mutmaßlichen Kriminellen bekannt. Wenn ein Kleriker in der Leitung ist muss
sofort der zuständige Bischof ins Bild gesetzt werden.
Auch der Presse geht es an den Kragen.
Sie darf in Zukunft nicht mehr aus Ermittlungsakten zitieren; insbesondere wird
die Veröffentlichung von Abhörprotokollen unter Strafe gestellt. Über
Berlusconis Sexskandal im letzten Jahr hätte Italiens Öffentlichkeit so nichts
erfahren; und der vor wenigen Wochen zurückgetretene Wirtschaftsminister
Claudio Scajola wäre wohl auch noch im Amt. Taz 11
Italien. Großrazzia gegen Mafia
Rom. Großeinsatz gegen die Mafia von
Sizilien bis in den italienischen Norden: In Palermo rückten etwa 200
Spezialagenten am frühen Donnerstag mit 19 Haftbefehlen an, um Mafiosi und auch
Unternehmer festzunehmen, die mit dem organisierten Verbrechen
zusammengearbeitet haben.
Es geht um Betrug bei der Vergabe
privater und öffentlicher Bauaufträge, um Erpressung sowie um Geldwäsche über
Scheinfirmen. Mafia-Güter im Wert von Hunderten von Millionen Euro wurden im
Zuge der Ermittlungen beschlagnahmt, berichteten Behörden.
Zeitgleich gingen die Carabinieri in
der Gegend von Neapel und Caserta gegen 27 Mitglieder eines Camorra-Clans der
Casalesi vor. Die Vorwürfe ähneln denen bei der Razzia gegen die Cosa Nostra
auf Sizilien: Schwere Erpressung im Mafia-Stil, Begünstigung und das Tragen von
Kriegswaffen.
In Kalabrien und im nördlichen
Piemont schließlich waren Mitglieder dreier Familien der 'Ndrangheta das Ziel
der Spezialbeamten. Diese wollen damit auch einen dreifachen Mord im
Mafia-Milieu von 1997 aufklären. Die Leichen wurden nie gefunden.
Bei ihrem Schlag gegen die kalabrische
'Ndrangheta stießen die Fahnder auch auf fünf eingerichtete Bunker, wie sie für
flüchtige Mafiosi gebaut werden. Der größte davon entpuppte sich nach den
Angaben als voll ausgestattete 100-Quadratmeter-Wohnung mit vier Zimmern unter
einem Haus. Erreichbar war der geheime Unterschlupf durch eine Nische, in der
normalerweise Wein gelagert wurde. Eines der Zimmer in dem Bunker diente auch
dazu, Marihuana zu trocknen. (dpa 12)
Debatte im Europäischen Parlament. EU-Bürgerinitiative zur Stärkung des Medienpluralismus?
Mitglieder des Europäischen Parlaments
versuchen, die Debatte um die Pressefreiheit in Italien wiederaufleben zu
lassen. Um diese aus ihrer "linksliberalen Ecke" herauszuholen, will
man den Fokus auf die EU-Ebene ausweiten. Hierzu wird man wohl auf das Mittel
der europäischen Bürgerinitiative zurückgreifen müssen.
Der italienische Premierminister Silvio
Berlusconi entging im letzten Oktober nur knapp einer offiziellen Verurteilung
durch das EU-Parlament. Die Mitglieder des Parlaments wiesen eine Resolution
ab, in welcher der Mangel an Pressefreiheit in Italien verurteilt wurde. Diese
wurde von mitte-links eingebracht und in der Hauptsache als Angriff gegen
Berlusconi und sein Medienimperium bewertet. Letztlich scheiterte die
Resolution an nur drei fehlenden Stimmen.
Ebenfalls abgewiesen wurde ein
Vorschlag der Kommission für eine neue Gesetzgebung, um den Medienpluralismus
in Europa zu schützen. Der Kommissionsvorschlag scheiterte auch denkbar knapp
mit 338 zu 335 Stimmen.
Europaparlamentarier versuchen nun das
Thema wiederaufleben zu lassen. Sie erklärten jedoch, dass es kaum Anzeichen
für einen Konsens im Parlament gibt. Daher könnte es sein, dass sie auf das
Mittel der europäischen Bürgerinitiative zurückgreifen müssten, um Fortschritte
zu erzielen.
Situation in Italien
"besorgniserregend"
"Ich will ein europäisches Gesetz,
um zu verhindern, dass ein Akteur alles hat", erklärte MdEP Judith
Sargentini (Grüne/EFA) und fügte hinzu, dass sie keinen "persönlichen
Feldzug gegen Italien" führe. "Die Meinungsfreiheit ist in Italien
mit Wirtschaftsinteressen verwoben. Das ist besorgniserregend." Ein
europäisches Gesetz könne Abhilfe schaffen, indem es sicherstellt, dass die
Finanzierung von Medien sich nicht auf "einige wenige Hände"
konzentriere.
Allerdings räumte sie ein, dass es
schwierig sein werde, Fortschritte zu erzielen. "Die Debatten um
Medienpluralismus sind im Parlament sehr aufgeheizt und alles wird von der
italienischen Situation blockiert." Sie hoffe, dass eine Fokussierung der
Debatte auf die EU als Ganzes statt nur auf Italien diese aus der "linksliberalen
Ecke" herausmanövriere.
Schwierige Suche nach Verbündeten -
Andere Stimmen warnen jedoch davor, dass das Einbringen einer europäischen
Bürgerinitiative zum Medienpluralismus sehr schwierig werden würde. "Es
handelt sich hierbei um einen Kampf, weil wir Gegner haben", erklärte
Paolo Celot von der European Association for Viewer Interests (EAVI). "Wir
müssen hart arbeiten, um Verbündete für eine Bürgerinitiative zu finden."
Celot warf die Frage auf, warum das
Parlament bislang mit Bemühungen um Medienpluralismus erfolglos geblieben sei.
"Wir müssen pragmatisch denken. Vielleicht gibt es innerhalb der
Medienindustrie selbst Interessen, die gewahrt werden wollen."
MdEP Stanimier Ilchev (ALDE) erklärte
indes, dass auch die politische Elite Bulgariens der Wirtschaftselite des
Landes, der ein Großteil der Medien gehört, zu nahe steht. "Bulgarische
Geschäftsmänner besitzen Banken sowie Fernsehsender, Radiosender und Zeitungen.
Diese Banken bewahren gleichzeitig das Geld der Regierung."
Mediensektor vor historischer Krise -
Eine Gruppe von Europaparlamentariern (MdEP) aus verschiedenen Fraktionen legte
eine schriftliche Erklärung vor in der sie die EU-Mitgliedstaaten dazu
auffordern, "unabhängigen Journalismus zu unterstützen, frei von jedweder
politischer und kommerzieller Einmischung auf nationaler Ebene." Sollte
die Erklärung im Europäischen Parlament von einer Mehrheit unterstützt werden,
wird Parlamentspräsident Jerzy Buzek diese an die Kommission und die 27
nationalen Parlamente weiterleiten.
"Medienpluralismus als
Grundvoraussetzung europäischer Demokratie wird nicht notwendigerweise durch
Wettbewerb und technischen Fortschritt gewährleistet. Der Mediensektor steht
vor einer historischen Krise", erklärten die MdEPs. Zu ihnen gehören die
Franzosen Jean-Marie Cavada (EVP) und Patrick Le Hyaric (GUE/NGL), der deutsche
Jorgo Chatzimarkakis (ALDE), Tanja Fajon (PASD) aus Slowenien und Ioan Enciu
(PASD) aus Rumänien. Sie verlangen nach Maßnahmen der EU um das "Prinzip
des Pluralismus und der Unabhängigkeit des Journalismus gemäß Artikel 11 der
EU-Grundrechtecharta" zu gewährleisten.
Daniel Tost, EurActi 10
Nürnberg. Ardizzone (Comites) schreibt an die Mitglieder des Europaparlaments
Sehr geehrte Damen und Herren,
ich bin der Vorsitzende von Com.It.Es.,
der gewählten Vertretung der Italiener in Franken. In dieser Eigenschaft wende
ich mich an Sie und bitte Sie, unser Ziel, für die 30.000 in Franken lebenden
Italiener weiterhin eine konsularische Betreuung zu erhalten, zu unterstützen.
Die Republik Italien beabsichtigte im
Zuge von Sparmaßnahmen die Umwandlung des in Nürnberg bestehenden Konsulates in
eine konsularische Agentur. Die hierfür erforderliche Akkreditierung wird vom
deutschen Auswärtigen Amt abgelehnt, mit der Folge, dass nun von italienischer
Seite auf eine konsularische Vertretung in der Region völlig verzichtet werden
soll.
Als EU-Bürger und hier lebende Bürger
der Republik Italien bitte ich auch im Namen meiner betroffenen Landsleute um
Ihre Unterstützung. Die uns von italienischer Seite bereits zugesagte
konsularische Agentur hätte es ermöglicht, in der Region die wesentlichen
konsularischen Dienstleistungen weiterhin anzubieten. Jetzt droht diese Lösung
an der Ablehnung des deutschen Auswärtigen Amtes zu scheitern, mit der Folge,
dass wir Italiener beispielsweise wegen der Neuausstellung eines
Personalausweises nach München anreisen müssen.
Für uns als Betroffene wären dabei
Sparzwänge als Ablehnungsgrund einsichtig und nachvollziehbar. (Auch wir Bürger
müssen sparen.)
Überraschend ist jedoch für uns, dass
die deutsche Politik die Akkreditierung für eine konsularische Agentur
verweigert und sich hierzu auf eine übertrieben strenge Auslegung eines
internationalen Vertrages (Übereinkommen von 1963 über die diplomatischen
Beziehungen) beruft. Unsere Bedürfnisse und Rechte als in Deutschland lebende
italienische Staatsbürger werden dabei völlig außer Acht gelassen.
Im Übrigen bezweifeln wir, dass das
Wiener Übereinkommen aus dem Jahr 1963 den Europäischen Einigungsprozess der
letzten Jahrzehnte hinreichend berücksichtigt. Jedenfalls ist es aus unserer
Sicht nicht angemessen, dass aktuell im Jahre 2010 konsularische Vertretungen
Italiens in Deutschland nicht mehr akkreditiert werden, nachdem dies in der
Vergangenheit durchaus der Fall war. Darüber hinaus wurde die Einrichtung
konsularischer Agenturen und von kleinerer konsularischer Verwaltungseinheiten
in den letzten beiden Jahren in Frankreich und Großbritannien genehmigt. Die
Verweigerung der Akkreditierung einer konsularischen Agentur stellt einen Bruch
der bisherigen Übung dar und belegt damit eine eklatante Ungleichbehandlung
innerhalb der EU-Bürger.
Ich möchte Sie alle deshalb um Ihre
Unterstützung bitten. Als Mitglieder des Europäischen Parlaments sind Sie auch
Vertreter unserer Interessen und damit Ansprechpartner für die Probleme und
Nöte der italienischen Gemeinschaft in Franken.
Wir bedauern, dass unser Wunsch nach
einer ortsnahen bürgerfreundlichen Verwaltungslösung offensichtlich auf massive
Widerstände stößt. Das Wiener Übereinkommen regelt unserer Auffassung nach den
diplomatischen/ konsularischen Umgang unter souveränen Staaten und ist deshalb
nicht geeignet, innerhalb der EU die Verwaltungsinteressen von im Ausland
lebenden Bürgern zu regeln. Als EU-Bürger wollen wir auch weiterhin, wie
bereits langjährig praktiziert, unsere Verwaltungsangelegenheiten ortsnah
erledigen können. Dabei ist für uns der völkerrechtliche Status der
Verwaltungseinrichtung untergeordnet. (Aus unserer Sicht ein Erfolg der EU und
des europäischen Einigungsprozesses.). Wir Italiener in Franken benötigen keine
Diplomaten, sondern eine administrative Betreuung.
Mit freundlichen Grüssen
Giovanni Ardizzone Vorsitzender
(de.it.press)
Umweltpolitik. UN-Klimakonferenz in Bonn endet ohne Ergebnis
Die UN-Klimakonferenz in Bonn ist ohne
einen gemeinsamen Beschluss zu Ende gegangen. Umweltorganisationen kritisieren
fehlenden politischen Willen der Industriestaaten. Die Bonner Konferenz diente
zur Vorbereitung des Klimagipfels in Cancún.
Bei der UN-Klimakonferenz in Bonn haben
sich die Vertreter von 175 Staaten nicht auf ein gemeinsames Vorgehen für ein
neues Weltklimaabkommen einigen können. Etwa 4500 Teilnehmer verhandelten fast
zwei Wochen lang, ohne konkrete Vereinbarungen für den weiteren Weg zu treffen.
Ein neuer Entwurf für die nächsten Verhandlungsrunden lag zum Abschluss der
Konferenz zwar vor, wurde aber nicht beschlossen.
Umweltorganisationen kritisierten die
Ergebnisse von Bonn als zu dürftig und als „schlechte Basis“ für die weitere
Klimapolitik. In dem vorgelegtem Entwurfstext wird die Erfordernis von „tiefen
Einschnitten“ beim globalen Ausstoß von klimaschädlichen Treibhausgasen betont.
Noch in Klammern steht unter anderem das Langfristziel, die Erderwärmung auf
1,5 oder 2 Grad Celsius zu begrenzen. Zudem steht im Entwurf, dass der
Höhepunkt des globalen und nationalen Treibhausgas-Ausstoßes bis 2020 erreicht
werden soll. Die globalen Emissionen sollen dann bis 2050 um insgesamt
mindestens 50 bis 85 Prozent gegenüber 1990 vermindert werden. Die
Industrieländer allein sollen eine erhöhte Minderung von mindestens 80 bis 95
Prozent leisten.
Keine neuen Angebote der
Industrieländer zur Minderung der Treibhausgase
Für die Minderung der Treibhausgase gab
es allerdings in Bonn keine neuen Angebote oder Vorschläge von Seiten der
Industrieländer. Ungelöst blieben auch die Vergabemechanismen und Kriterien der
zugesagten Finanzhilfen reicher Staaten an ärmere Länder. Vertreter der
Entwicklungsländer kritisierten, dass von den auf dem Kopenhagener Gipfel
zugesagten 30 Milliarden Dollar (25 Milliarden Euro) an Schnellhilfe noch kein
Geld geflossen sei.
Umweltorganisationen kritisierten den
Entwurf als unzureichend. Die Bonner Konferenz habe nicht klären können, was in
Cancún beschlossen werden solle, sagte der Klima-Koordinator von Greenpeace,
Martin Kaiser. „Es ist auch nicht klar, wann ein ambitionierter und gerechter,
globaler Klimavertrag unterzeichnet werden kann.“ Die Industriestaaten hätten
sich erneut vor verbindlichen und ausreichenden Zusagen zur CO2-Minderung
gedrückt, erklärte der Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland. „Die
Industriestaaten spielen ein hochriskantes Spiel, wenn sie verbindliche Zusagen
immer wieder verschieben“, sagte Klimaexpertin Antje von Broock. Die EU sollte
vorangehen und ihre Minderungszusage bis 2020 von 20 auf 30 Prozent erhöhen.
Zur Vorbereitung des nächsten
Weltklimagipfels Ende des Jahres im mexikanischen Cancún sollen noch zwei
weitere UN-Konferenzen stattfinden: Anfang August wiederum in Bonn und im
Oktober in Peking. Mit einem fertigen neuen Abkommen zum globalen Klimaschutz
ist nach dem Fehlschlag von Kopenhagen allerdings auch in Cancún noch nicht zu
rechnen. Auch eine Fortführung des Kyoto-Protokolls für die Zeit nach 2012 ist
offen. Faz.net 12
"Horizonte - Das Lehramtsstipendium für Migranten": Die Ausschreibung in Berlin läuft!
Bewerbungsfrist für Abiturienten und
Studierende: 31. Juli 2010 / Bewerbungsfrist für Referendare: 15. August 2010
Die Gemeinnützige Hertie-Stiftung vergibt
in Berlin zum Wintersemester 2010/11 erneut Stipendien für zukünftige
Lehrkräfte mit Migrationshintergrund. Mit ihrem Programm "Horizonte - Das
Lehramtsstipendium für Migranten" möchte die Hertie-Stiftung gezielt
begabte und engagierte junge Migranten für den Beruf im Klassenzimmer gewinnen
und auf dem Weg dorthin stärken. Hintergrund sind die aktuellen Schüler- und
Lehrerzahlen: Rund ein Drittel der Schüler in Deutschland hat einen
Migrationshintergrund, Tendenz steigend. Gleichzeitig sind heute nur etwa ein
bis zwei Prozent der Lehrkräfte ausländischer Herkunft. Noch bis zum 31. Juli
können sich Abiturienten und Studierende aller Berliner Universitäten um die
Aufnahme in das Programm bewerben, für Referendare ist am 15. August
Bewerbungsschluss. Voraussetzung ist, dass die Bewerber noch mindestens zwei
Jahre Ausbildungszeit vor sich haben und sie selbst oder ihre Eltern außerhalb
Deutschlands geboren und zu einem späteren Zeitpunkt nach Deutschland
eingewandert sind.
"Lehrer mit Migrationshintergrund
sind an deutschen Schulen noch lange keine Normalität. Mit ,Horizonte' möchte
die Hertie-Stiftung darauf hinwirken, dass mehr Migranten an der schulischen
Bildung der nachfolgenden Generationen mitwirken", so Claudia Finke,
Geschäftsführerin der Hertie-Stiftung. "Die jungen Lehrkräfte bringen
Qualifikationenmit, die in einer modernen Einwanderungsgesellschaft in die
Schule gehören. Das Stipendienprogramm will dazu beitragen, dass die
Potenziale, die aus ihrem Lebenslauf herrühren, allen Schülerinnen und Schülern
zu Gute kommen."
Die Hertie-Stiftung führt
"Horizonte" in Berlin in Zusammenarbeit mit der Freien Universität
Berlin und der Senatsverwaltung für Bildung, Wissenschaft und Forschung durch.
Gleichzeitig wird "Horizonte" in Frankfurt, Hamburg und erstmals auch
im Ruhrgebiet ausgeschrieben. Zurzeit nehmen insgesamt 40 Stipendiaten aus 21
Herkunftsländern an "Horizonte" teil. An allen vier Standorten sind
zum Wintersemester 2010/11 je fünf weitere Stipendien
ausgeschrieben."Horizonte" legt besonderen Wert auf die ideelle
Förderung der Stipendiaten: In Seminaren und Akademien können sie ihre
persönlichen, pädagogischen und psychologischen Kompetenzen individuell
erweitern und frühzeitig Netzwerke für das spätere Berufsleben knüpfen. Ihnen
soll ermöglicht werden, zwischen Wissenschaft und Schulpraxis inhaltliche
Brücken zu schlagen. Bei einer Laufzeit von zwei Jahren umfasst die finanzielle
Förderung für Studierende ein monatliches Studienstipendium von 650 Euro sowie
Büchergeld. Für Referendare sieht es ein Bildungsstipendium von 1.000 Euro im
Jahr vor. Ein Tutor betreut die Stipendiaten und koordiniert die Gruppenbildung
vor Ort.
"Horizonte" richtet sich an
Studienanfänger und Studierende des Lehramts sowie Referendare mit
Migrationshintergrund. Das Stipendienprogramm ist offen für Bewerber aller
Lehrämter, Fächer und Ausbildungsstufen, die noch mindestens zwei Jahre
Ausbildungszeit vor sich haben. Die Bewerber sollten neben guten schulischen
und akademischen Leistungen gesellschaftliches Engagement, Interesse an
interkulturellen Fragestellungen, Kreativität und Teamfähigkeit mitbringen. Die
Bewerbungsfrist läuft für Abiturienten und Studierende bis zum 31. Juli 2010,
für Referendare bis zum 15. August.
Die Gemeinnützige Hertie-Stiftung mit
Sitz in Frankfurt am Main baut auf dem Lebenswerk des 1972 verstorbenen
Stifters Georg Karg, Inhaber der Hertie Waren- und Kaufhaus GmbH, auf. Mit
ihrem Vermögen von rund 800 Mio. Euro gehört sie zu den größten privaten
Stiftungen Deutschlands. Seit 1998 besteht keinerlei Unternehmensbindung mehr.
Die Hertie-Stiftung versteht sich als Reformstiftung. Sie möchte mit
modellhafter Arbeit in der vorschulischen und schulischen Erziehung, der
akademischen Bildung und der Forschung neue, intelligente Lösungen aufspüren
und zu deren praktischer Umsetzung beitragen.
Weitere Informationen im Internet:
www.horizonte.ghst.de (de.it.press)
Unbegleitete minderjährige Asylbewerber: Europäische Agentur für Grundrechte legt Untersuchung vor
Formal fallen sie unter die Gruppe der
Drittstaatsangehörigen, gleichwohl haben sie ein besonderes Schicksal.
Durch Kriegshandlungen in der Heimat
entwurzelt, sexuell missbraucht oder in Kinderarbeit ausgebeutet hatten sie nur
noch ein Ziel vor Augen: weg. Die einen sind alleine geflohen, andere wurden
auf der Flucht von ihren Eltern getrennt. 15.000 von ihnen sind nach Aussagen
des Hohen Kommissars der Vereinten Nationen für Flüchtlingsfragen (UNHCR) im
Jahr 2009 in der EU, Norwegen und der Schweiz angelandet: unbegleitete
minderjährige Asylbewerber. Die meisten von ihnen sind Jungen im Alter von 14
Jahren oder etwas darüber und kommen aus Afghanistan, Somalia, Angola, der
Demokratischen Republik Kongo, Eritrea und Irak.
Die Europäische Agentur für Grundrechte
(FRA) hat Ende April 2010 eine Studie veröffentlicht, die die Situation dieser
minderjährigen Asylsuchenden in den Mitgliedstaaten der Europäischen Union
beleuchtet. Grundlage dazu bilden Interviews mit 336 Kindern in eben jener
Situation und 302 Erwachsenen, die mit ihrer Betreuung betraut sind in zwölf
EU-Mitgliedstaaten.
Auch wenn die Erfahrungen, Sichtweisen
und Meinungen der befragten Kinder die Ergebnisse einfärben, lässt sich
ablesen, dass die allgemeine Situation, Unterbringung und Betreuung der Kinder
in den einzelnen Mitgliedstaaten in vielerlei Hinsicht stark variiert.
Die Studie kommt zu dem Schluss, dass
die Rechte der Kinder nicht immer ausreichend respektiert werden. Die
Lebensbedingungen sind oftmals inadäquat, ihre Freiheit wird übermäßig
beschnitten. Es fehlt oft an medizinischer Versorgung und der Zugang zu Bildung
und Ausbildung ist unzureichend. Auch werden ihre religiösen Bedürfnisse nicht
immer respektiert. Hinzu kommt, dass sie oftmals unzureichend über ihre Rechte
aufgeklärt sind. Insgesamt ist ihr Leben häufig fremdbestimmt. Sie sind
abhängig von Entscheidungen, für die die zuständigen Behörden häufig sehr lange
Zeit in Anspruch nehmen. Daraus resultiert eine Unsicherheit bei den Kindern,
die sich unzureichend beschützt und schlecht beraten fühlen.
Die Studie stellt außerdem heraus, dass
zurzeit kein adäquates Sicherungssystem oder entsprechende gesetzliche
Regelungen für minderjährige Asylsuchende oder Flüchtlinge in der EU
existieren. Zwar verspricht das Stockholmer Programm an dieser Stelle Abhilfe
zu schaffen, jedoch sind laut Studie schnelle und effektive außergesetzliche
Maßnahmen zum Schutz alleinreisender, minderjähriger Flüchtlinge dringend nötig,
bis das gesetzliche Auffangnetz geschaffen ist.
Betrachtet man die sich ausbreitenden
Konflikte und die ökonomische Ungleichheit, wird die Zahl der fliehenden
Kinder, die in Europa ein Zuhause suchen, eher noch steigen. Forum Migration
Juni
Rechtsruck in Niederlanden. Die sogenannte Toleranz
Er hat sie düpiert, alle. Politiker,
Wahlforscher und Journalisten waren bis zuletzt davon ausgegangen, dass zu viel
gegen Geert Wilders und seine Freiheitspartei (PVV) sprach, um sie groß
herauskommen zu lassen - vom vorgezogenen Wahltermin, der die Partei
organisatorisch überfordere bis zu fehlender Kompetenz in der Wirtschafts- und
Sozialpolitk. Es ist anders gekommen: Geert Wilders und seine PVV sind
drittstärkste politische Kraft in den Niederlanden.
Unmittelbar vor der Wahl hatte mehr als
die Hälfte der Wahlberechtigten noch keine Ahnung, wem sie ihre Stimme geben
sollten. In kaum einem anderen Land Europas ist die Parteienloyalität so
gering, nirgendwo in der EU sind weniger Menschen politisch organisiert.
Wilders zog viele Unentschlossene auf seine Seite und gab ihnen das Gefühl,
dass er, der erst kurz vor dem Wahltermin begonnen hatte, ökonomische Themen in
seine Kampagnen-Rhetorik aufzunehmen, Antworten auf die drängenden
wirtschaftspolitischen Fragen geben werde.
Dabei nutzte der telegene Wilders,
ähnlich wie der vor acht Jahren ermordete Pim Fortuyn, geschickt das Fernsehen.
Zugute kam dem PVV-Führer mit dem dichten blondierten Haarschopf als
Markenzeichen, dass er nichts zeigt vom düsteren und dumpfen Gehabe der
rechtsradikalen Führer anderer europäischer Staaten. Die gekonnte Mischung aus
kalkulierter Provokation und sympathischem, fast staatsmännischem Auftreten des
Politprofis sicherte ihm die Sympathie derjenigen, die endlich einen hatten, der
mal sagt, was Sache ist, aber auch jener, die seine islamfeindliche Rhetorik
zwar abschreckte, die aber unzufrieden genug mit den Verhältnissen waren, um
ihm dennoch ihre Stimme zu geben.
Wilders stammt aus Venlo in Südlimburg,
der Provinz, in der er die meisten Stimmen holte. In die niederländische
Grenzstadt fuhren in den 60er Jahren die Jugendlichen aus dem deutschen
Grenzgebiet, weil hier eine Luft der Freiheit und Liberalität wehte, die sie am
Niederrhein noch nicht kannten. Die Jungen trugen die Haare länger, die Mädchen
die Blusen offener als daheim, der Joint kreiste nicht nur im Verborgenen - und
Eltern, Lehrer sowie Polizei schien das, erstaunlicherweise, nicht zu stören.
In jenen Jahren entstand das Bild der liberalen, offenen und toleranten niederländischen
Gesellschaft, in der die Soldaten lange Bärte trugen, Schwule Paraden
veranstalteten und Marihuana rauchende Polizisten nicht weiter auffielen.
Lange wurde vor allem im Ausland
übersehen, dass diese Liberalität nie dem Bild der gesamten niederländischen
Gesellschaft entsprach. Viele hinter den Deichen sind tolerant, solange es sie
- im übertragenen Sinne - nichts kostet und sie wegschauen können.
Coffee-Shops, in denen weiche Drogen legal verkauft werden? Gerne, aber bitte
dort, wo die Töchter nicht auf die Junkies treffen. Ausländer? Gerne, solange
sie nicht auf dem Arbeitsmarkt zu Konkurrenten werden. Islam? Warum nicht, aber
bitte keine Moschee vor der Haustür.
Andere Niederländer haben die Vorteile
der Liberalisierung gerne genossen. Jetzt finden sie aber, dass die Toleranz zu
weit gegangen ist. Sie verweisen auf den aus Marokko stammenden Bürgermeister
von Rotterdam, Ahmed Aboutaleb, der strenger mit islamischen Einwanderern ist
als die Politiker der traditionellen Parteien. Die scheuen sich, den mit der
Immigration verbundenen Problemen ins Auge zu sehen.
Viele zwischen Den Helder und
Middelburg, so scheint es, haben die Orientierung verloren. Etwa in Almere,
östlich von Amsterdam. Hier wurde die Wilders-Partei mit ihren islam- und
ausländerfeindlichen Sprüchen und ihrem Kampf für mehr öffentliche Sicherheit
bei den Kommunalwahlen im März auf Anhieb stärkste Kraft. Dabei leben dort gar
nicht besonders viele Ausländer. Und in punkto Sicherheit kann die Polizei
überhaupt kein Problem erkennen.
Dennoch folgten die meisten Bürger in
der Stadt Wilders. Auch wenn die Probleme nicht existierten, die er und seine
Partei bekämpfen wollten: Sie hatten die Sorge, eines Tages könnten sie mit
diesen Schwierigkeiten konfrontiert sein. Es ist die Verunsicherung der Bürger,
ihre Angst, die arrivierten Politiker könnten sie nicht ernst nehmen, die sich
Wilders zunutze machte. In Almere und anderswo.
WERNER BALSEN FR 12
Das deutsche WM-Team. Unsere Internationalmannschaft
Die deutsche Mannschaft, die am
Sonntagabend erstmals spielen wird, ist das Ergebnis einer notwendigen
Kulturrevolution - sportlich, politisch und gesellschaftlich. VON MARKUS VÖLKER
ERASMIA - Es war einmal eine deutsche
Nationalmannschaft, in der spielten Männer wie Andreas Brehme, Klaus
Augenthaler, Lothar Matthäus und Bodo Illgner. Man fürchtete sich in der Welt
des Fußballs vor diesen Strategen aus Deutschland, denn es hieß, sie würden
rennen bis zum Umfallen, grätschen, bis das Blut spritzt, und kämpfen ohne
Pause. Man sprach von den deutschen Tugenden und davon, dass man erst dann
sicher sein könne, eine deutsche Mannschaft besiegt zu haben, wenn diese im
Mannschaftsbus sitze.
Die Furcht vor diesen humorlosen
deutschen Männern war berechtigt, zumal sie im Jahr 1990 Weltmeister wurden.
Sie waren geboren in Hamburg-Barnbek, Fürstenzell oder Erlangen und ihre Eltern
kamen auch aus diesen Ecken. Von der Integration der Einwanderer und deren
Nachkommen sprachen in der deutschen Gesellschaft nur wenige und im deutschen
Spitzenfußball niemand.
Zwanzig Jahre später bietet die
Nationalmannschaft ein komplett anderes Bild. Wenn die deutschen Mannschaften
bis in die späten 90er Jahre, wie seinerzeit viele kritisierten, ein Ausdruck
des Unwillens der deutschen Gesellschaft zur Integration der Einwanderer waren,
so ist das Team von Bundestrainer Joachim Löw das Gegenteil: Aus den 23
Spielern seines WM-Kaders ließe sich eine ganze Elf aufstellen, die auf eine
Familiengeschichte der Zuwanderung verweisen kann.
Sie haben alle einen deutschen Pass,
aber ihre Eltern oder gar Großeltern stammen aus der Türkei, Ghana, Nigeria,
Polen, Brasilien, Bosnien und Tunesien. Sie heißen Dennis Aogo, Mesut Özil,
Sami Khedira, Jerome Boateng oder Marko Marin. Der Deutsche Fußball-Bund hat
mit den Eltern dieser Spieler vor zwei Jahren einen Fernsehspot gedreht, der
verdeutlichen sollte, dass sich auch im einst trägen und selbstgenügsamen
Fußballverband einiges geändert hat, dass die Zeiten der Reformverweigerung
endlich vorbei sind und solche Figuren wie der ehemalige Verbandschef Gerhard
Mayer-Vorfelder längst vergessen:
Eine Frau mit Kopftuch erscheint in
Begleitung ihres Mannes zum Grillfest, herzlich empfangen wird sie von einem
Schwarzen. Auf dem Grill liegen Kevapcici. Man spricht Türkisch, Russisch,
Serbokroatisch - und Deutsch. "Was haben all diese Menschen
gemeinsam?", fragt eine Stimme aus dem Off: "Ihre Kinder spielen in
der deutschen Fußballnationalmannschaft." Der Spot schließt mit dem
Slogan: "DFB - mas integración". Der Fußballbund wirbt für sich als
gesellschaftliche Kraft, die Gemeinschaft stiftet. Und ruft die Einwanderer,
auch die mittlere und ältere Generation dazu auf, sich zu Deutschland zu
bekennen. Denn auch das hat sich geändert: Diese Jungs dürfen nicht nur für
Deutschland spielen. Sie wollen es auch.
So ist bereits von einer deutschen
"Internationalmannschaft" die Rede. Per Mertesacker, der
großgewachsene, blonde Innenverteidiger, spricht von einer
"Internationalisierung der Nationalmannschaft", anderswo ist von der
"Generation M" zu lesen, der Generation Multikulti. Man sucht nach
Zuschreibungen, um den Wandel, der noch vor zehn, 15 Jahren undenkbar schien,
zu fassen. Damals gurkten deutsche Auswahlmannschaften eher schlecht als recht
herum, die Weltmeister von 1990 waren müde, Talente kamen nicht nach. Doch erst
nach der Viertelfinalniederlage bei der Weltmeisterschaft 1998 gegen Kroatien
und dem blamablen Ausscheiden in der Vorrunde der EM 2000 wurde im DFB
ernsthaft über Veränderungen nachgedacht.
Vieles in der Nachwuchsförderung wurde
professioneller: die Trainingszentren der Bundesligisten, die Coaches, die
Eliteschulen des Fußballs, die Sichtung von jungen Dribbelkünstlern. Im Netz,
das über die Fußballrepublik gespannt wurde, verfingen sie sich, die Kinder von
Zuwanderern. Die Herkunft war egal, wichtig war einfach nur die Liebe zum
Leder. Der deutsche Fußball sollte von allen gerettet werden, nicht mehr nur
von den Nachkommen Brehmes und Augenthalers.
Der Trainer der Weltmeister von 1990,
Franz Beckenbauer findet den Jugendstil, die neue Epoche im DFB, ganz gut. Doch
er mäkelt auch herum an den internationalen Junggardisten. Dass Khedira und Co.
die deutsche Nationalhymne nicht mitsingen, sei nicht so schön, "aber gut,
das ist ihre Sache, ich habe so was zur Einstimmung aufs Spiel immer
gebraucht".
Im DFB kümmerte sich Matthias Sammer um
die Frischzellenkur. Und nach ein paar Jahren war es so weit: Der deutsche
Nachwuchs konnte international wieder mithalten. Und nicht nur das: Er gewann
sogar Titel. Die Mannschaften der unter 17-Jährigen wurde Europameister, die
U19- und U21-Auswahl auch. Es waren Spieler wie Khedira und Özil, Marin und die
Boatengs, die das möglich machten. Sie pfiffen auf das Erbe der Weltmeister von
1990, denn sie wollten nicht nur mit den sprichwörtlichen deutschen Tugenden
zum Sieg kommen, sondern mit spielerischer Klasse, mit technischer Raffinesse.
Leichtigkeit sollte über das Hölzerne obsiegen.
Diese Kulturrevolution haben sie bis
hinein ins aktuelle Nationalteam getragen. "Wir haben jetzt Spieler, die
nicht typisch deutsch sind", sagt Kapitän Philipp Lahm. "Wir wollen
nicht verwalten, wir wollen nach vorne spielen, wir wollen die Gegner
spielerisch in Verlegenheit bringen", sagt Löw vor dem ersten Spiel gegen
Australien. Er hätte auch sagen können: Wir wollen nicht mehr deutsch spielen.
Taz 12
Der Terror hat einen Namen - Ahmadinedschad
Hunderte Regimekritiker sind zu
drakonischen Strafen verurteilt worden, viele sitzen hinter Gittern und warten
auf ihren Prozess. Gleichzeitig höhnt Präsident Mahmud Ahmadinedschad über die
neue UN-Resolution.
Das iranische Volk scheint zum
Schweigen gebracht. Wo ist meine Stimme, skandierten im vergangenen Sommer
wochenlang die Menschen auf den Straßen der Islamischen Republik. Jetzt hat die
grüne Opposition am Jahrestag der umstrittenen Präsidentenwahl alle Proteste
abgesagt. Die Bürger bleiben stumm, die Hardliner um Revolutionsführer Ali
Chamenei und Präsident Mahmud Ahmadinedschad fühlen sich nach monatelangem
Ringen wieder fest im Sattel.
Hunderte Regimekritiker sind inzwischen
zu drakonischen Strafen verurteilt worden, aberhunderte sitzen hinter Gittern
und warten auf ihren Prozess. Kaum ein Iraner wagt es derzeit, mit Ausländern
zu sprechen, zu telefonieren oder Mails an sie zu schreiben. Journalisten erhalten
praktisch keine Visa mehr. Die Islamische Republik igelt sich ein. Ihr Regime
widmet sich wieder einmal seiner geopolitischen Lieblingsrolle: allein gegen
alle – Teherans heroischer Abwehrkampf gegen die globale Riege der finsteren
Mächte, gerissenen Spione und omnipotenten Bösewichter.
So hat Ahmadinedschad für die vierte
Runde internationaler Sanktionen nur Hohn und Spott übrig. Wertloses Papier
nannte er die UN-Resolution 1929, bevor er sich aufmachte zu einem eintägigen
Besuch der Expo in Schanghai. Doch selbst bei Irans wichtigstem Ölkunden China
mochte kein Regierungsmitglied den eiligen Besucher zu einem offiziellen
Gespräch empfangen. Mit Russland, bislang die zweite Schutzmacht Teherans bei
der UN, hat es sich der großmäulige Präsident bereits in den letzten Wochen
gründlich verdorben. Und selbst Peking gegenüber bekommen seine Reden jetzt den
gleichen drohend-rüden Unterton, der zu seinem diplomatischen Markenzeichen
gehört. Denn Ahmadinedschad sieht sich offenbar wieder obenauf und zudem von der
Vorsehung Allahs getragen. Eine Kostprobe seines Realitätssinns gab er letzte
Woche bei einer Staatsfeier vor dem Chomeini-Mausoleum, als er seine angebliche
Wiederwahl „hundert Prozent demokratisch“ nannte und den Iran im gleichen
Atemzug zum „Weltmeister der Demokratie“ erklärte.
Doch allem rhetorischen Gedröhne zum Trotz – die innenpolitische Krise im Iran ist genauso wenig beigelegt wie die Kri