WEBGIORNALE 17-20 Giugno
2010
Sir: “Il primo Mondiale africano è un grande evento, è una storia
importante”
I Mondiali di
calcio, come ogni altro grande evento sportivo di livello mondiale, sono, si
sa, un momento del sistema della comunicazione e del consumo globalizzato, che
può restare fine a se stesso, magari semplicemente generando profitti. Ma non è
solo questo. Anche quando la cappa del business sembra non aprire spiragli,
quando gli eventi sportivi sembrano delle recite a soggetto su un copione già
scritto, rimane, zampilla, nello sport, una dimensione propria, nativa,
irriducibile alle logiche economiche. Il fatto propriamente tecnico-sportivo
finisce, comunque, per affermare le proprie ragioni. Ma non solo. Il calcio,
come ogni grande sport, non è solo praticato, ma anche visto, vissuto: dunque
richiama un pubblico, afferma un tessuto d’identità collettive. Ecco perché,
sotto tutti questi profili, il primo Mondiale africano è un grande evento, è
una storia importante, così come lo sarà la prima Olimpiade sudamericana, in
Brasile, tra sei anni. L’Africa è, dalla sua “scoperta”, il terminale degli
imperi e degli imperialismi: non è un caso che da non pochi anni sia ormai
oggetto di una attenta e pianificata penetrazione geopolitica e di iniziative
economiche da parte della Cina. Questa realtà di terminale di imperialismi
assume la forma delle continue guerre combattute, spesso per procura di
interessi esterni. Anche qualora non si arrivi alla logica brutale e mai
risolutiva della guerra, dai tempi dell’indipendenza continuano a
caratterizzare la storia e l’assetto politico del continente regimi corrotti,
capaci di trascinare nella povertà molte, prospere regioni, con risultati
talora anche peggiori delle guerre guerreggiate. Tutto questo è vero, ma è
altrettanto vero che non si tratta di una situazione irreversibile. Non è un
caso che, proprio il giorno dell’apertura dei Mondiali di calcio, a Roma
prendeva corpo, per iniziativa della Comunità di Sant’Egidio, l’accordo per la
pacifica transizione in Guinea. Si può fare molto, se si testimonia una logica
diversa, capace di parlare non agli interessi a corto respiro di piccole
cricche, ma al bene comune. Ecco perché anche il Mondiale, se lo si capisce e
lo si vive nella sua realtà, pur contraddittoria, può molto aiutare. Può
confermare delle prospettive di auto-sviluppo o, comunque, un partenariato per
lo sviluppo veramente di livello planetario. Ancora non si può dire se le
squadre africane supereranno la barriera degli ottavi di finale: non mancano,
comunque, segnali positivi. Su un registro che sa utilizzare positivamente le
leggi del sistema del consumo e della comunicazione globalizzata, i Mondiali
sudafricani segnano un passaggio fondamentale. Ma non bisogna farsi illusioni
su presunti automatismi. Senza una cornice adeguata potrebbe ancora una volta
rivelarsi un’occasione mancata. sir
Mondiali ci calcio. Gli Azzurri visti dalla Germania
Il debutto degli
Azzurri contro il Paraguay non è risultato esaltante. A parte il risultato di
parità di 1-1, la compagine di Lippi non ha espresso bel gioco. L’opinione
calcistica tedesca è molto critica. Di contenuta euforia ma speranzosa è il
giudizio dei tifosi italiani in Germania.
A differenza della
stampa italiana che parla di grinta, rimonta, caparbietà e determinazione,
quella tedesca accentua l’insicurezza, la panchina debole e catenacciara.
L’Italia ha manifestato problemi nella manovra offensiva e a centrocampo manca
un fantasista alla Totti, Del Piero o Cassano. Pirlo purtroppo è ancora in fase
di recupero ma non sarà sufficiente a ridare corpo alla manovra offensiva
azzurra.
Gli uomini di
Lippi sono ben lontani dalla forma che ci si attende.
La difesa del
titolo pare essere un’impresa ardua se non addirittura impossibile.
A confermare
l’impossibilità dell’impresa è la scarsa incisività dell’attacco nel primo
tempo che non ha mai impensierito l’estremo difensore paraguaiano Justo Villar.
Solo con l’innesto
di Mauro Camoranesi al posto del 24enne Claudio Marchisio si è visto un
miglioramento della manovra azzurra. Tuttavia la rete del pareggio di Daniele
De Rossi al 63’ scaturita da un’azione di calcio d’angolo è ritenuta un regalo
della casualità.
L’altro aspetto
che viene evidenziato è l’età di molti giocatori. Fabio Cannavaro si appresta a
festeggiare il 37esimo compleanno, Gianluca Zambrotta e Mauro Camoranesi 33 e
Gianluca Buffon 32 anni. Dopo il debutto contro il Paraguay vi sono ora Nuova
Zelanda e Slovacchia, anch’esse con un solo punto all’attivo avendo pareggiato
con l’analogo risultato di 1-1.
Diverso è lo stato
d’animo della tifoseria italiana in Germania. Pur non disconoscendo le
difficoltà manifestate nel primo tempo, gli italiani in Germania hanno
applaudito la rimonta degli Azzurri e sottolineano anche le difficoltà espresse
nella prima gara da Francia, Argentina, Inghilterra, Portogallo, Messico ed
anche dallo stesso Brasile contro la Corea del Nord, nonostante la vittoria di
2-1.
Altri particolari
sono nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6521942/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/462xon/index.html
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
20 giugno, Giornata mondiale Onu del rifugiato. Presto documento del
Vaticano sui migranti forzati
Roma - “Ci
rattrista la notizia che in Libia siano stati chiusi i battenti dell’ufficio
dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Questo rende più
grave la questione dei respingimenti nel Mediterraneo e più difficile
l’applicazione del principio del non-refoulement”, ossia il respingimento di
migranti costretti a fuggire dai propri Paesi perché in pericolo di vita o
perseguitati. Lo ha detto lunedì al SIR mons. Agostino Marchetto, segretario
del Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti,
intervenuto poi nel pomeriggio, insieme al presidente del Censis Giuseppe De
Rita, al Colloquio sulle migrazioni promosso dal Centro Astalli, il Servizio
dei gesuiti per i rifugiati in Italia. Mons. Marchetto annuncia, inoltre, l’uscita
entro il 2010 di un documento vaticano di orientamenti pastorali sulla
questione dei rifugiati e dei migranti forzati.
L’incontro, con
interventi a braccio, si è svolto nella chiesa di S.Andrea al Quirinale ed è
stato organizzato in vista della Giornata mondiale del rifugiato che le Nazioni
Unite celebrano il 20 giugno. Anche se la Chiesa cattolica celebra ogni anno la
Giornata mondiale del migrante e del rifugiato la seconda domenica dopo
l’Epifania (giunta alla 97ma edizione) “ci uniamo ben volentieri alla
celebrazione annuale delle Nazioni Unite”, precisa il vescovo.
Il tema scelto
quest’anno dall’Onu “Home, un luogo sicuro per ricominciare” è “molto
significativo – puntualizza mons. Marchetto - perché mette in evidenza i due
poli della legislazione umanitaria a proposito dei rifugiati e migranti
forzati: sono persone costrette ad abbandonare le proprie case a causa di
guerre e persecuzioni e hanno quindi diritto a trovare una sicurezza, una casa,
lontano dal luogo di origine”. Il segretario del Pontificio Consiglio cita il
documento vaticano del 1992 “Rifugiati, una sfida alla solidarietà”, e parla di
un nuovo documento di Orientamenti pastorali - “dovrebbe già essere pronto” -
con aggiornamenti sulla questione dei rifugiati e migranti forzati. “Speriamo
uscirà entro l’anno”, auspica, “anche perché ci stiamo lavorando da otto anni”.
Punto di riferimento sarà l’Istruzione “Erga Migranti Caritas Christi”.
A proposito dei
respingimenti nel Mediterraneo e della chiusura dell’ufficio Unhcr in Libia
mons. Marchetto mette in evidenza il caso recente “di un barcone con a bordo un
bimbo di pochi mesi, che dopo un palleggiamento di interventi tra Malta e
Italia è stato costretto a raggiungere le coste libiche”. “Ora è importante che
si possa riaprire questo canale che esisteva anche in Libia – afferma -, come è
stato auspicato dal ministro Frattini. Io personalmente mi associo”. A sostegno
di questa posizione il vescovo ricorda che in Africa vige la Convenzione dell’Organizzazione
dell’Unità africana (Oua) del 10 settembre 1979, che regola aspetti specifici
del problema dei rifugiati in Africa, in aggiunta ad elementi della Convenzione
del 1951 relativi al protocollo del 1967, che “dilata beneficamente la definizione
di rifugiato”. De.it.press
Secondo l'Unhcr sono oltre 43 milioni i rifugiati nel
mondo
Aumenta e si porta
sul livello più alto dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso il numero
dei rifugiati nel mondo. Sono infatti 43,3 milioni le persone
costrette alla
fuga da guerre e persecuzioni, secondo il Global Trend 2009,
il rapporto
annuale dell'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati
(Unhcr), diffuso
ieri a Ginevra. Così come è al livello più basso
dell'ultimo
ventennio il numero di rifugiati rientrati spontaneamente nelle
loro case, appena
251.000 l'anno scorso, contro una media annuale,
nell'ultimo
decennio, di circa un milione di rimpatriati.
L'Unhcr lancia poi
un allarme per i bambini afghani (il 45 per cento del
totale dei minori
in fuga arriva dal Paese asiatico) che l'anno scorso sono
stati quasi
seimila contro i 3.380 dell'anno precedente. "Non ci sono
segnali che
facciano presagire una soluzione per i principali conflitti in
corso, come quelli
in Afghanistan, Somalia e nella Repubblica Democratica
del Congo",
ha spiegato l'alto commissario, Antonio Guterres, sottolineando
che "il 2009
non è stato un anno positivo per i rimpatri volontari ed è
stato il peggiore
negli ultimi venti anni".
Per quanto
riguarda il reinsediamento - il meccanismo attraverso il quale i
rifugiati in un
Paese di asilo, tendenzialmente un Paese in via di sviluppo,
vengono trasferiti
in un altro Stato, generalmente un Paese industrializzato
- nel 2009
l'Unhcr lo ha proposto per 128.000 persone, il numero più alto
negli ultimi 16
anni. Alla fine del 2009, 112.400 persone sono state
accettate per il
reinsediamento in 19 Paesi, fra i quali gli Stati Uniti
(79.900), il
Canada (12.500), l'Australia (11.100), la Germania (2.100), la
Svezia (1.900) e
la Norvegia (1.400). I principali gruppi di reinsediati
sono stati i
rifugiati del Myanmar (24.800), dell'Iraq (23.000), del Bhutan
(17.500), della
Somalia (5.500), dell'Eritrea (2.500) e della Repubblica
Democratica del
Congo (2.500). Nell'ultimo decennio almeno 1.3 milioni di
rifugiati hanno
ottenuto la cittadinanza del Paese ospitante, più della metà
negli Stati Uniti.
Per quanto
riguarda, infine, gli apolidi, il rapporto ne stima, a fine 2009,
6,6 milioni, ma si
tratta di una valutazione certamente per difetto e ci
sono numeri non
ufficiali che parlano di 12 milioni.
L'emergenza più
recente in materia di rifugiati è quella che si sta
affrontando in
queste ore al confine tra Kyrgyzstan e Uzbekistan. L'Unhcr ha
confermato ieri
che in Uzbekistan si sono riversate decine di migliaia di
kyrgyzi e ha
annunciato che sta inviando aiuti e una squadra d'emergenza.
Una nota
dell'Unhcr ha comunicato che l'organizzazione sta preparando un
ponte aereo dal
proprio deposito a Dubai per rispondere ai bisogni immediati
di circa 75.000
persone.
Secondo il Governo
uzbeko, sono oltre centomila i rifugiati giunti nel Paese
da venerdì scorso.
"Siamo riconoscenti alle autorità uzbeke di accogliere e
ricevere le
persone in fuga dalle violenze in Kyrgyzstan", ha dichiarato
l'alto
commissario, Antonio Guterres. Anche il Comitato internazionale della
Croce rossa è
mobilitato e ha lanciato un appello per una raccolta di fondi
per almeno dieci
milioni di franchi svizzeri (circa 7 milioni di euro) per
assistere circa
centomila persone nel prossimo mese. L'Oss. Romano, 16
Fao: un miliardo di persone ha fame
Il pianeta produce
cibo per nutrire tutti i popoli ma la crisi aumenta il numero di persone
sottonutrite
ROMA - I prezzi
globali degli alimentari si sono attenuati rispetto ai picchi toccati due anni
fa, ma Fao e Ocse lanciano l’allerta: torneranno a salire nei prossimi 10 anni,
mentre la produzione dovrà impegnarsi a tenere il passo. «Sebbene il pianeta produca
cibo a sufficienza per nutrire la popolazione mondiale, i recenti picchi dei
prezzi e la crisi economica hanno portato ad un aumento della fame e
dell'insicurezza alimentare», recita il rapporto annuale congiunto pubblicato
oggi dalla Fao, l’ente responsabile di agricoltura e alimentazione delle
Nazioni Unite, assieme all’Organizzaizone per la cooperazione e lo sviluppo
economico. «Si stima che oggi quasi un miliardo di persone siano sottonutrite».
Secondo la Fao i
prezzi dei prodotti agricoli di base sono calati «ma è improbabile che
ritornino ai livelli medi dell’ultimo decennio». Anzi, secondo lo studio grano
e cereali rincareranno in media del 15-40 per cento nei prossimi dieci anni in
termini reali, ossia rimuovendo il generale aumento dell’inflazione, gli oli
vegetali del 40 per cento, e i prodotti caseari del 16-45 per cento. Meno
accentuati gli aumenti che si profilano sui prezzi del bestiame, frenati dagli
incrementi di produttività, nonostante la domanda mondiale di carne stia
crescendo più velocemente di altre derrate, in conseguenza dell’aumento di
ricchezza di settori di popolazione nelle economie emergenti, che sta cambiando
le abitudini alimentari.
Secondo lo studio
un fattore importante dell’incremento generale dei prezzi alimentari è infatti
la crescita economica sostenuta e di più lungo termine dei mercati emergenti.
«Anche la costante espansione della produzione bioenergetica, spesso per
soddisfare obiettivi governativi, contribuirà ad incrementare la domanda di
grano, cereali secondari, oli vegetali e zucchero».
La produzione
agricola globale crescerà più lentamente nei prossimi 10 anni rispetto al
decennio scorso, ma rimarrà tuttavia in linea con le stime precedenti di
aumentare del 70 per cento necessario per soddisfare la domanda
dell’accresciuta popolazione. Ma dovranno aumentare sia la produzione che la
produttività, e allo stesso tempo servirà un sistema commerciale ben
funzionante, per assicurare che il cibo possa trasferirsi dalle zone con
produzione in eccedenza a quelle con produzione deficitaria. LS 15
Elio Di Rupo prossimo premier del Belgio? Gli auguri dell’on. Garavini
La sua famiglia
proviene da San Valentino in Abruzzo Citeriore. Il sindaco D’Ottavio: “Siamo
orgogliosi e facciamo il tifo per lui”
Bruxelles -
Il socialista vallone Elio Di Rupo potrebbe essere il prossimo primo ministro
del Belgio. Il leader del partito separatista N-Va, Bart De Wever, grande
vincitore delle elezioni, si è detto favorevole all'ipotesi di Di Rupo premier.
Elio Di Rupo,
classe 1951 è di origini italiane. La sua famiglia proviene da San Valentino in
Abruzzo Citeriore, provincia di Pescara. “Siamo orgogliosi e facciamo il tifo
per lui” ha detto ad agenzie di stampa il sindaco della cittadina abruzzese
Angelo D'Ottavio. Di Rupo è cittadino onorario di San Valentino in Abruzzo
Citeriore, dove torna a volte d'estate. “Figlio di immigrati italiani è un uomo
discreto, di cultura. Ci riempie di orgoglio come italiani e come abruzzesi”
sottolinea il sindaco D’Ottavio.
“Vorrei inviarti
le mie più sincere congratulazioni”, scrive l’on. Laura Garavini, deputata PD
eletta nella circoscrizione Europa in un messaggio al capo dei socialisti
belgi, Elio Di Rupo, “per l’ottimo risultato elettorale del Partito socialista.
È un successo che riempie di orgoglio e soddisfazione la comunità italiana in
Belgio e che dà uno straordinario segnale a tutti i partiti di sinistra in
Europa. A te, Elio – conclude - i miei migliori auguri per l’importante e
complesso compito che ti appresti ad assolvere”. De.it.press
Il cervello degli adolescenti (2). Forse anche Cartesio a 15 anni disse:
“Rischio, dunque sono”
Nell’articolo
precedente (Cervello in crescita: azione, si parte! Vedi Webgiornale 14-16
giugno, art. Nr. 3, ndr) ho parlato delle nuove scoperte sulla crescita del
cervello adolescente riferendomi soprattutto agli stimoli dati dalla lettura di
un testo che ho consigliato vivamente di leggere (Barbara Strauch, “Capire un
adolescente”, Oscar Mondadori, citato la volta scorsa), promettendo di parlare
più dettagliatamente delle situazioni di rischio che esercitano tanta
attrazione sugli adolescenti.
Intanto, però,
vorrei illustrare meglio il senso di queste stimolanti ricerche scientifiche.
In sintesi, cosa
ci racconta la Strauch? Che, intendendo per adolescenza un’età che passa
attraverso varie fasi e che finisce attorno ai 25 anni, essa si
caratterizzerebbe come un arco di tempo fondamentale e fondante per la nostra
personalità successiva e gradualmente più “stabilizzata” nel senso che
definiamo della “identità individuale”. Durante quest’arco di tempo noi di
fatto viviamo una sorta di “seconda chance” che serve per riorganizzare gli
stimoli delle esperienze infantili, anche di quelle negative, privative o
discutibili, riorientandoli in termini di “elaborazione personale del loro
significato”: un processo che, avvenendo, dà letteralmente una base biologica
alla nostra coscienza di noi stessi, degli altri e del mondo perché dà sostanza
e forma al nostro cervello, selezionando connessioni neurali “significative”,
attivate dall’attività e dai modi del nostro pensiero, ed eliminando quelle non
significative (ossia non valide, ovviamente, relativamente a noi ed alla nostra
esperienza). Verso i 16 anni, dopo la fase di crescita volumetrica, il cervello
subirebbe invece un drastico “cambiamento di rotta” causato dalla graduale ma
notevole perdita del tessuto cerebrale “in eccesso” - non utilizzato ed
“inutile” a seconda della personalità che abbiamo sviluppato in interazione con
le esperienze che abbiamo fatto e con l’intensità con la quale le abbiamo
vissute - assumendo gradualmente le dimensioni di un cervello adulto normale,
che è appunto un po’ più piccolo del cervello di un adolescente, ma più
funzionale, specializzato, “connesso” e protetto grazie ad una sostanza, la
mielina, che lo avvolge gradualmente durante il medesimo corso del tempo,
favorendo la rapidità delle connessioni significative e la non dispersione di
energia elettrica - questo contemporaneo processo “avvolgente” e “protettivo”
della sostanza cerebrale è detto quindi di “mielinizzazione”.
Da tutto ciò, gli
scienziati incontrati dalla Strauch dunque concludono che il comportamento
inspiegabilmente poco calcolato ed instabile dell’età che segna il nostro
progressivo distacco dalla fase infantile alla volta della fase del pensiero
adulto e che abbraccia un lungo arco di tempo, visto che non si cresce per
“illuminazione improvvisa”, anzi, l’incapacità effettiva di calcolare le
conseguenze del proprio comportamento, sarebbe un dato di fatto attribuibile ad
un cervello ancora in via di formazione (cioè all’eccessivo numero di neuroni
prima, a connessioni neurali fragili e precarie anche dopo), ad una non ancora
ben regolata quantità di produzione e recezione di neurotrasmettitori (la
serotonina, con effetto calmante; o la dopamina, il suo contrario, per esempio,
fondamentale per gli stati di eccitazione davanti a situazioni da “brivido” e
“fremito”, alle sfide che richiedono decisioni rapide, perciò alla decisione di
“prestare attenzione”, “riconoscere importanza, salienza” e quindi concentrarsi
sulle cose che interessano in maniera sentita genuinamente vitale e che possono
non essere, soprattutto in certe età ed in certe aule, le materie scolastiche
di fronte alle quali nel cervello non scatta il meccanismo di rilascio della
sostanza, con impatti visibili sul sistema di motivazione e gratificazione); e
ad un’esplosione di produzione ormonale. In particolare, gli ormoni, sia quelli
sessuali (tra cui l’estrogeno ed il testosterone) e molti altri, guidano tutta
questa crescita cerebrale, influendo anch’essi in maniera considerevole
sull’umore (spesso scorbutico) e sull’atteggiamento (imprevedibile).
Diventa pertanto
più che mai discutibile che certi atteggiamenti siano corretti soltanto
attraverso l’uso sconsiderato di psicofarmaci senza interesse e senza
informazione su studi e ricerche, mi sembra di capire, molto recenti, creando
serie interferenze sulla struttura di un cervello in piena formazione e di cui
già in USA parlavano qualche anno fa nelle polemiche sul come affrontare i
problemi di ADHD in aumento (nel 2006 anche io scrissi per il Webgiornale
articoli sul medesimo tema, di notevole e triste interesse). Di una tale
implicazione della sua stessa ricerca, però, l’autrice, che è statunitense, fa
solo un paio di timidi accenni mostrando nel suo testo una sostanziale
indifferenza al problema che per chi è invece più sensibile al tema si svela
come di fatto incongruente.
Non riferendomi
neppure io a situazioni patologiche – e sulla linea di demarcazione tra
“patologia” e “normalità” c’è davvero tanto da informarsi - se a scuola gli
insegnanti non stimolano la produzione di dopamina non sapendo “agganciare” i
loro modi di trasmettere cultura ai bisogni di crescita, di risposte e di
“prestare attenzione” di ragazzi in pieno sviluppo anche cerebrale, se fanno
annoiare i ragazzi che proprio allora sono portati a subire il richiamo di
stimoli forti o di bisogni di risposte più urgenti, diremo che sono i ragazzi a
dover andare da chi cambia letteralmente loro il cervello, oppure il Ministero
cercherà di porre la sua cortese attenzione su questo problema riflettendo
sulla possibilità di aggiornare un sistema scolastico in senso effettivamente
più stimolante e rispondente ai bisogni reali della sua utenza?
Al di là di questo
pesante interrogativo, materia di impegno umano, sociale e civile di tanti
cittadini (nuovamente, segnalo il sito www.giulemanidaibambini.org e consiglio
a tutti di leggere le storie raccontante e subite da tante famiglie nel loro
incontro/scontro soprattutto con la scuola), per noi genitori c’è intanto una
constatazione: il fatto che i genitori si scontrino con i propri figli durante
questa età (per dimenticanze, rischi apparentemente gratuiti, conclusioni di
ragionamenti ancora poco approfonditi o profondamente egocentrici, rifiuto
della scuola eccetera eccetera…. eccetera) è perciò una questione ANCHE di
cervello che cresce… ed è del tutto naturale ed addirittura di salutare, perché
crescere vuol dire “tastare” i limiti per scoprire le proprie potenzialità
effettive. In effetti, spesso ci si scontra soprattutto lì dove c’è scambio di
opinioni….
Lasciando perdere
i quadretti che parlano di famiglie da annuncio pubblicitario, dunque, rimane
però il fatto che c’è da informarsi per prevenire e contenere un’energia che,
espandendosi improvvisamente, non sa dove andare a parare, non ha esperienza
del mondo che pur vuole e deve esplorare e scoprire anche attraverso la ricerca
delle reazioni (“vediamo che effetto fa…”; “sono capace di ottenere effetti =
esisto = chi sono…?” ), e non sa calcolare le conseguenze del proprio agire
perché il farlo è qualcosa che impariamo a comprendere perfettamente molto più
tardi e solo se facciamo esperienze - anche di dialogo - autenticamente
formative.
Continuerò la
prossima volta sperando di aver sollevato interesse e forse qualche
conversazione.
Cristina Rocchetto
(consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press
Sì della Commissione Esteri al provvedimento che rinvia le elezioni dei
Comites e del Cgie
Approvato un
Ordine del giorno che impegna il Governo a indire le consultazioni
immediatamente dopo la definitiva approvazione della riforma degli organi di
rappresentanza attualmente all’esame del Senato
ROMA – La Commissione Affari Esteri del
Senato ha conferito mandato al relatore Oreste Tofani a riferire favorevolmente
in Assemblea sul disegno di legge di conversione del decreto, già
approvato dalla Camera dei Deputati, che rinvia le elezioni dei Comites e del
Cgie alla data ultima del 31 dicembre 2012 e reca disposizioni ungenti in tema
di immunità di Stati Esteri dalla giurisdizione italiana. La Commissione, che
ha anche chiesto l’autorizzazione per il relatore a svolgere in Aula la
relazione oralmente, ha inoltre detto sì, con voto unanime, ad un Ordine del
giorno, proposto dallo stesso relatore, in cui si impegna il Governo a indire
le elezioni per il rinnovo dei Comites e del Cgie immediatamente dopo la
definitiva approvazione della riforma degli organi di rappresentanza
attualmente all’esame del Senato e del relativo regolamento attuativo.
Nell’Ordine del giorno viene inoltre specificato che la data del 31 dicembre
2012 deve essere intesa come termine massimo per lo svolgimento delle
elezioni.
Durante il dibattito il contenuto dell’Odg ha
ricevuto valutazioni positive dal sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti,
dalla senatrice del Maie Mirella Giai e dal senatore della Lega Nord Padania
Alberto Filippi che si è detto d’accordo con la parte dell’Ordine del
Giorno, relativa all’articolo 1 del provvedimento, che impegna il governo a
trovare soluzioni volte a garantire un adeguato riconoscimento dei diritti dei
cittadini italiani, militari e civili, deportati in Germania nel secondo
conflitto mondiale per essere utilizzati quale mano d’opera non volontaria al
servizio di imprese tedesche. Un contenzioso che è caratterizzato da richieste
di risarcimento da parte dei nostri connazionali internati.
Pur valutando positivamente l’Ordine del
giorno Stefano Pedica (Idv) e Claudio Micheloni (Pd) hanno auspicato la scelta
di una data meno lontana per l’indizione delle elezioni dei Comites e del Cgie.
A tale proposito i due senatori hanno presentato due emendamenti, respinti
dalla Commissione, in cui si chiedeva di indicare il 30 giugno 2011 come
termine ultimo per l’elezione degli organi di rappresentanza. La Commissione ha
detto no anche all’emendamento della Giai finalizzato alla soppressione
dell’intero articolo due del provvedimento in esame. (Inform)
Acli Germania: più formazione e più “componente attiva della societá
tedesca”
A Francoforte ha
avuto luogo un incontro tra il responsabile mondiale delle Acli, Michele
Consiglio, la responsabile nazionale per la formazione, Paola Vacchina, il
presidente federale delle Acli Germania, il neoeletto Carmine Macaluso e il
vicepresidente federale, Salvatore Faraci. Tema: un progetto di formazione per
i quadri aclisti. Ne parliamo con Michele Consiglio.
Consiglio,
Cominciamo a parlare del progetto...
Si tratta di un
programma di formazione per la nuova classe dirigente uscita dal congresso
aclista; un programma per rilanciare la presenza e l’esperienza aclista in
Germania. Due gli obiettivi strategici. Anzitutto le Acli devono operare come
soggetto nazionale, e devono pensarsi sempre più come una componente attiva
della società civile tedesca, pur con profondi sentimenti identitari e con un
profondo radicamento nella storia migratoria. Le Acli devono essere in questo
senso un soggetto che coivolge e tutela tutti i soggetti deboli della vita
sociale. Il nostro contributo deve essere quindi complessivamente dato allo
sviluppo della società tedesca.
Questo cosa
significa nella pratica?
Ciò presuppone che
le Acli in Germania debbano particolarmente rapportarsi in senso formale e
informale con la società tedesca, oltre che con le istituzioni italiane e con
gli enti tradizionali dell’emigrazione. E devono rapportarsi con le realtà
associative della società di accoglienza.
Questo vuol dire
l’abbandono di una strategia difensiva delle migrazioni? Che ne è di coloro che
invece cercano di difendere lo status?
Non credo che ci
saranno forti resistenze a questa prospettiva. Chi ritiene che bisogna
limitarsi ad una strategia conservatrice non ha visione del futuro e non è
incisivo nelle politiche di integrazione, che sono poi quelle che contano nel
futuro delle nostre comunità.
Torniamo però un
attimo sul versante italiano. Siamo di fronte in questi giorni ad una sorta di
punizione nei confronti degli italiani nel mondo. Perché?
Il punto è che
l’Italia non ha una politica di valorizzazione della presenza italiana nel
mondo. Questo lo si può rilevare dalle chiusure dei consolati, dai tagli alla
cultura, alla lingua, all’informazione, fino al nuovo rinvio delle votazioni
per gli organi di rappresentanza. I quali rischiano fortemente un logoramento
che li condurrebbe alla fine. Un rinvio incomprensibile, anche se inserito in
un quadro generale di rinnovo costituzionale degli organi dello Stato. Mauro
Montanari, cdi
Al Consolato di Hannover mostra
fotografica sull’emigrazione degli anni 1950-1960
Hannover - Venerdì 4 giugno al Consolato di Hannover è
stata inaugurata la mostra fotografica organizzata dal comites e curata
direttamente dal Presidente G. Scigliano.
Grande presenza di
pubblico tra cui Esponenti di spicco del Partito dei verdi della Bassa
Sassonia, del Coascit, della società italo tedesca, del Club anni 50/ 60, della
società sportiva figli d’Italia, dell’Amministrazione
comunale, dello stesso Museo Storico, dove con molta probabilità la mostra sarà
presentata dopo la tappa di Amburgo.
Gli scatti in
bianco e nero mettono in risalto momenti di vita (frammenti di esperienze) di
giovani italiani appena giunti ad Hannover in Germania. I testi che accompagnano
la mostra, a cura di Giuseppe Scigliano, mettono in evidenza la società di quel
tempo ed in particolar modo il Sud
Italia da cui provengono la maggior parte dei soggetti della mostra.
Dopo il saluto
della Reggente del Consolato Generale ha preso la parola il presidente del Comites e curatore della
mostra Cav. dott. Giuseppe Scigliano, il quale ha messo in evidenza i
motivi che lo hanno indotto a realizzare tale evento sottolineando altresì
alcuni particolari di quell’epoca. Ha ringraziato i presenti ed in particolar
modo i giovani d’allora (oggi ormai anziani) che da un lato hanno contribuito
con la loro laboriosità alla crescita della città di Hannover e dall’altro
hanno arricchito con le loro rimesse i loro paesi d’origine.
La mostra ha
riscontrato elogi e suscitato grande interesse. Rimarrà aperta al pubblico fino
alla fine di agosto durante l’orario di apertura del consolato. De.it.press
Saarland: in una ricerca i motivi delle difficoltà in matematica degli
alunni italiani
In un incontro svoltosi
presso il Kultusministerium del Saarland alla presenza del segretario di Stato
sarrese Körner sono stati presentati il 21 maggio scorso i risultati di una
ricerca che mette in discussione un’opinione molto diffusa tra i docenti
tedeschi, e cioè che le difficoltà in matematica degli alunni italiani non
c’entrano con la lingua. Al contrario, la componente linguistica e culturale è
molto importante e sarebbe necessario che la scuola si attrezzasse per
affrontare questa problematica.
L’attenzione su
questo problema è venuta da una pubblicazione di Antonella D’Alonzo
(„Lernschwierigkeiten in Mathematik bei Kindern italienischer Herkunft:
Lösungsansätze - Fallbeispiel - Diagnostisches Vorgehen und Förderung im
bilingualen Mathematikunterricht“, Vdm Verlag Dr. Müller) effettuata
nell’ambito del progetto „Arcobaleno“, il progetto bilingue del Coasscit/Saar
cofinanziato dal Kultusminsterium del Saarland. Oltre ad una ricostruzione
storica del percorso che in Germania a partire dagli anni ’60 ha fatto la
ricerca e la didattica in questo ambito, la D’Alonzo, che è stata fra le
iniziatrici nel 1998 del progetto Arcobaleno, ha riportato i risultati di una
propria indagine da cui risulta che per i docenti tedeschi l’apprendimento
della matematica dipende quasi essenzialmente dall’intelligenza (90%) e che fra
gli alunni stranieri quelli italiani sono fra i più esposti a questo tipo di
difficoltà (50% contro il 42% dei turchi).
Le conclusioni a
cui giunge lo studio contraddice l’opinione corrente fra gli insegnanti ed
elenca alcune delle difficoltà specifiche in matematica più diffuse tra i
bambini stranieri. Fra queste quella di comprendere i simboli matematici, anche
se sono uguali a livello internazionale, o il crescente livello di astrazione
che provoca nei giovani stranieri ulteriori difficoltà di apprendimento. Le
difficoltà specifiche riguardano poi l’acquisizione del concetto stesso di
numero (Zahlbegriff), il calcolo (Rechnen), le quantità (Größenbegriffe), i
problemi (Textaufgaben), la geometria e le forme descrittive della moderna
matematica (Darstellungsformen).
Per gli alunni
italiani che crescono in ambiente bilingue ci sono poi elementi specifici che
vanno considerati. La dott.ssa D’Alonzo indica a titolo di esempio il ruolo
maggiore che in Germania ha il cosiddetto Kopfrechnen (calcolo mentale) già
dalla prima classe, ovvero i Platzhalteraufgaben scarsamente usati in Italia,
dove il risultato viene trascritto dopo i Gleichheitszeichen. Altre differenze
riguardano l’uso in Germania dell’Ergänzungsverfahren nella sottrazione, mentre
in Italia si usa l’Abziehverfahren con la cosiddetta Borgetechnik, ed infine la
Normverfahren nella moltiplicazione: in Italia i due fattori si trovano uno
sopra l’altro e si inizia la moltiplicazione dalle decine (Einern). Tutto ciò
richiama la necessità di prestare attenzione agli aspetti interculturali anche
in matematica.
Un ulteriore
elemento scaturito dalla ricerca è che per avere successo l’aiuto in matematica
deve essere preceduto da una fase diagnostica e va condotto da personale
specializzato. La folta delegazione del Kultusministerium ha lodato gli sforzi
di parte italiana in direzione del bilinguismo e assicurato il suo sostegno.
All’incontro, per la parte italiana, oltre al Console, Susanna Schlein, ha
partecipato il presidente del Coasscit/Saar, Tatiana Bisanti. di Di. Pi.,
CdI
L’Italia in Franconia, un paese in via di sviluppo? No al consolato
onorario
Norimberga - Il
Com.It.Es. di Norimberga, consapevole
delle difficoltà di bilancio dello stato italiano e della crisi economica a
livello europeo ed internazionale aveva accettato, seppur a malincuore, la
proposta di trasformazione del Consolato di Norimberga in un’Agenzia Consolare.
In questo si era
riusciti a trovare un consenso, sofferto, ma infine condiviso, con le
associazioni italiane della Franconia, il Comitato di coordinamento per il
mantenimento del Consolato d’Italia in Norimberga, le autorità tedesche ed i
politici tedeschi locali.La brutta sorpresa di alcune settimane fa del rifiuto
delle preclusioni delle autorità tedesche nei confronti di un’agenzia consolare
e l’improvvisa, inattesa e nefasta, delibera del CdA del MAE del 14.05.2010
della chiusura completa del Consolato di Norimberga ci ha colto di sorpresa e profondamente
amareggiato.
Il Com.It.Es. di
Norimberga dice di no alle ipotesi di un Consolato onorario, troppo soggetto a
fenomeni di clientelismo e manipolazioni negative, così come alle permanenze
consolari, non atte ad offrire un adeguato servizio consolare. Queste ipotesi
rischiano di trasformare la presenza e l’assistenza consolare in Franconia in
un panorama da terzo mondo. Le sole ipotesi accettabili per gli italiani in
Franconia sono quelle di un Vice Consolato o di un’Agenzia Consolare.
Il Com.It.Es. di
Norimberga chiede al governo italiano la ripresa di trattative con le autorità
tedesche al fine di ottenere – nonostante l’attuale diniego - l’assenso
all’istituzione di un’Agenzia Consolare.
Essa appare a codesto Com.It.Es. l’unica forma organizzativa possibile, oltre
naturalmente al Consolato o Vice Consolato,
per garantire un’efficacia assistenza alla comunità italiana della
Franconia.
Giovanni
Ardizzone, Presidente Comites (de.it.press)
Iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni
- fino a venerdì
25 giugno, lun.-gio. 10:00-13:00 e 15:00-17:00,
mer.
10:00-13:00 e 15:00-19:00, ven. 10:00-13:30, c/o Istituto
Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München)
Mostre:
Rita Siracusa "Skulptur" e Silvia Beltrami "Collage"
Due
giovani protagoniste dei nuovi sviluppi artistici in Italia
espongono le proprie opere. Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura e Maurer Zilioli Contemporary
Arts
- Brescia, in collaborazione con Air Dolomiti ed ENIT München
- fino a mercoledì
18 agosto, c/o Bayerische Staatsbibliothek
(Ludwigstr. 16, München), lunedì-venerdì ore 10:00-17:00, giovedì fino
alle
20:00, sabato e domenica ore 13:00-17:00
in
occasione della Bayerische Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN"
"Bella figura.
Italienische Buchmalerei in der Bayerischen Staatsbibliothek"
Organizza: Bayerische Staatsbibliothek, Istituto Italiano
di Cultura
- fino a martedì
31 agosto, luned&igrav;-giovedì 10:00-16:00, c/o
Geschäftsstelle
der SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag
(Maximilianeum, München)
Mostra fotografica:
"55 Jahre 'Deutsche Vita' - Arbeitsmigration nach
Deutschland"
La
raccolta di fotografie di Antonino Tortorici racconta frammenti di
esistenze degli emigranti dal momento del loro arrivo arrivo negli
anni
'50, illustrandone le condizioni di vita sul lavoro e nel quotidiano.
Organizza:
SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag
- fino a domenica
19 settembre, c/o "Die Neue Sammlung - The
International
Design Museum Munich" / Pinakothek der Moderne
(Barerstr. 40, München), martedì-domenica ore
10:00-18:00, giovedì
ore
10:00-20:00 "La fabbrica delle idee. Alessi: Storia e futuro"
Ingresso: € 10,-/7,- (domenica: € 1,-)
Organizza:
Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich
in cooperazione con Istituto Italiano di Cultura
- fino a domenica
10 ottobre, Füssen ed Augsburg
Bayerische
Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN" Mostre:
* KAISER, KULT UND
CASANOVA
Füssen:
Ehemaliges Kloster St. Mang, Lechhalde 3, ore 9:00-17:30
* KÜNSTLICH AUF WELSCH UND
DEUTSCH
Augsburg:
Maximilianmuseum, Philippine-Welser-Str. 24,
ore 9:00-17:30
* SEHNSUCHT, STRAND UND
DOLCE VITA
Augsburg:
Bayerisches Textil- und Industriemuseum (tim),
Provinostr. 46, ore 9:00-17:30
Il
programma è disponibile all'indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de
Organizza:
Haus der Bayerischen Geschichte, Stadt Augsburg,
Stadt Füssen, Bayerisches
Textil- und Industriemuseum
- giovedì 17
giugno, c/o Katholische Pfarrkirche (Rosenauerstr. 1,
Grafenau), ore 19:30
in
occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau
2010:
"Frauengestalten -
Frauen gestalten"
Concerto:
"Französische Chansons und italienische Madrigale des 16.
und 17. Jahrhunderts"
con
Arianna Savall, Petter Udland Johansen e l'Ensemble Il Desiderio
Per
maggiorni informazioni: www.ew-passau.de
Organizza:
Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con
Istituto
Italiano di Cultura
- venerdì 18
giugno, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, sala U20
(Schwanthalerstr.
80 Rgb, München)
"Letteratura spontanea a Rinascita"
Incontro
con il gruppo fondato da Giulio Bailetti.
Se
hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o
un'idea che vuoi leggere o raccontare, vieni e sarai il/la
benvenuto/a. Ingresso gratuito. Organizza: rinascita e.V.
- domenica 20
giugno, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim
(Valpichlerstr.
36 - München), Deutsch-Italienische Spielgruppe
Incontro
per genitori e bambini (dai 0 ai 6 anni) di famiglie
multinazionali,
Partecipazione: 2 € per gruppo familiare.
Per
informazioni rivolgersi a Lucianna Filidoro
(lucianna.filidoro@gmx.de) o Claudia Cella (cella10@web.de)
- domenica 20 giugno, c/o Stiftskirche
Engelszell (Engelhartszell /
Oberösterreich), ore 19:30
in occasione delle 58.
Festspiele Europäische Wochen Passau 2010:
"Frauengestalten -
Frauen gestalten"
Concerto: "Stabat
Mater und Magnificat (von A. Vivaldi und J.S.Bach)"
con Julie Comparini,
Christine Brandauer, Veronica Kröner, Sabine Lier
e Salzburger Hofmusik
Per
maggiorni informazioni: www.ew-passau.de
Organizza: Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con
Istituto Italiano di Cultura
- lunedì 21
giugno, ore 19:00, c/o Gasteig, Vortragssaal der Bibliothek
(Rosenheimerstr.
5, München)
per la rassegna
"Europa und der Nationalsozialismus"
"Die Resistenza ist
tot, es lebe Onkel Mussolini! Beobachtungen zum
Geschichtsrevisionismus im
Italien Berlusconis"
con Prof. Dr. Aram Mattioli, storico. Ingresso libero
Organizza: Montagsforum im Gasteig
- lunedì 21
giugno, c/o Cineplex (Nibelungenstr. 5, Passau), ore 20:30
in
occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau
2010:
"Frauengestalten -
Frauen gestalten"
Film: "Die Nacht" (M.Antonioni, Italia/Francia,
1960)
Per
maggiorni informazioni: www.ew-passau.de
Organizza:
Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con
Istituto
Italiano di Cultura
- mercoledì 23
giugno, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
Serata: "Totò - der
italiensiche Prinz des Lachens - Ein multimediales
Event". Moderatore: Massimo Fiorito
Performance musicali, video, interviste con artisti. Ingresso libero
Organizza: Massimo Fiorito in collaboarzione con la Città di Napoli,
Valentin
Karlstadt Musäum, Filmmuseum des Münchner Stadtmuseums
Istituto Italiano di Cultura
- 24 giugno - 14
ottobre, c/o Valentin Karlstadt Musäum (Tal 50,
München)
Mostra: "Totò - der
italiensiche Prinz des Lachens - Ein multimediales
Event"
Organizza: Massimo Fiorito, Città di Napoli, Valentin Karlstadt
Musäum,
Filmmuseum des Münchner Stadtmuseums Istituto It. di Cultura
- 25 giugno - 3
luglio, München "Filmfest München 2010"
Per
informazioni: www.filmfest-muenchen.de
Organizza: Filmfest München, in collaborazione con Istituto Italiano
di
Cultura e Cinecittà Luce SpA Roma
- domenica 27
giugno, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni e
mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a 10
anni),
c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,
bus 53 e 154) "Il laboratorio
dell'italiano"
Lo
scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,
sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)
italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo
divertendoci.
Per
maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott (tel.
089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de). Organizza: Rinascita e.V.
- lunedì 28
giugno, c/o Scuola Europea di Monaco di Baviera, sala
Erasmus
(Elise Aulinger Str. 21, München), ore 19:00
presentazione della
mostra fotografica: "Oltre il muro / Über die Mauer hinweg"
Immagini di vita e di storia prima e dopo la caduta del muro -
Einblicke
in das Leben und die Geschichte vor und nach der
Wiedervereinigung
* Ore
19.00, Saluto della Direttrice aggiunta del ciclo primario,
Fausta Pressacco
* Ore
19.05, "Europa vent'anni dopo la caduta del muro: l'attività
della sezione italiana", Patrizia Mazzadi
* Ore
19.10, Augusto Bordato, "Oltre il muro..."
* Ore
20.15, Ringraziamento del Rappresentante della Sezione Italiana
presso l'Associazione Genitori, Vito Spinelli. Ingresso libero
Organizza: la Sezione Italiana e la Associazione dei Genitori della
Scuola Europea di Monaco di Baviera
- lunedì 28
giugno, c/o Cineplex (Nibelungenstr. 5, Passau), ore 20:30
in
occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau
2010:
"Frauengestalten -
Frauen gestalten"
Film: "Bellissima" (Luchino Visconti, Italia,
1951)
Per
maggiorni informazioni: www.ew-passau.de
Organizza:
Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con
Istituto
Italiano di Cultura de.it.press
La Festa della Repubblica ad Hannover, un’occasione per consolidare
l’amicizia italo-tedesca
Hannover - Il 2
giugno scorso il Consolato Generale di Hannover ha celebrato con un grande
numero di connazionali la festa della Repubblica presso il Congress Centrum di
Hannover. Durante l’aperitivo, servito nel parco del Centro Congressi, gli
invitati hanno potuto fare due chiacchiere, stringere nuove amicizie o
consolidare quelle già esistenti.
Tra i presenti,
diversi esponenti del mondo della politica, della cultura, della pubblica
sicurezza, della scuola e delle associazioni: in primo luogo naturalmente
l’ospite d’onore, il Ministro Presidente della Bassa Sassonia Christian Wulff,
inoltre il Dr. Klaus Goehrmann, Vice Decano del Corpo Consolare, il Console
Generale della Turchia Aydin Ilhan Durusoy, il Console Generale della Grecia
Dimitrios A. Ioannou, la deputata del Parlamento regionale Filiz Polat, il
Sindaco della città Ingrid Lange; il Dott. Giuseppe Scigliano, Presidente del
Com.It.Es di Hannover, il Presidente del Comando di polizia della Bassa
Sassonia, Uwe Binias, per citarne solo alcuni.
La Reggente del
Consolato Generale di Hannover, la dott.ssa Maria Luisa Cuccaro, ha inaugurato
ufficialmente la serata con un discorso d’apertura, con il quale ha voluto
sottolineare l’importanza e il significato della giornata. “È un grande onore
per me poter festeggiare con Voi qui ad Hannover questa Ricorrenza in cui
l’unità e il sentimento di appartenenza assumono un valore ancora più profondo
poiché tutti all’interno della nostra
società hanno il compito di assumersi
“in solidum” responsabilità e compiti.
Anche per noi
italiani in Bassa Sassonia il sentimento di appartenenza ha un significato
concreto. Da decenni ci impegniamo a sostenere la comunità italiana. Il nostro
compito comune è l’integrazione, un’integrazione armoniosa che curi e conservi
l’eredità culturale, la lingua, la propria storia e l’identità.”
Un particolare
ringraziamento, in nome di tutta la comunità italiana, è andato inoltre proprio
al Ministro Presidente per aver, con la sua sensibilità umana e politica,
portato il problema dell’integrazione nell’attuale dibattito politico.
Wulff nel suo
intervento ha lodato il successo commerciale dell’Italia, l’eccellenza del
progresso tecnologico e i rapporti economici tra i due paesi. Ha proseguito,
elogiando gli italiani, per la forza e la tenacia con le quali hanno saputo
affrontare i problemi e le difficoltà causate dai noti eventi di forza maggiore
verificatisi nell’aprile scorso durante la fiera di Hannover, la principale
rassegna fieristica mondiale dell’industria e della tecnologia, dove l’Italia
ha partecipato con grande successo, come Paese partner.
Ha poi posto in
evidenza l’importanza dell’educazione scolastica per le nuove generazioni,
elogiando gli sforzi intrapresi dalle Autorità italiane, dall’Ambasciata
d’Italia a Berlino, dal Consolato Generale in Hannover per promuovere e sostenere i progetti bilingui
presenti in Bassa Sassonia ed al tempo stesso ha sottolineato l’importanza culturale
e commerciale della lingua italiana che tali numerosi progetti contribuiscono a
far conoscere anche presso gli studenti tedeschi.
Ha posto quindi
l’accento sulle relazioni culturali e commerciali tra l’Italia e la Bassa
Sassonia, che in questo ultimo anno si sono particolarmente sviluppate.
Wulff ha infine
anticipato una sua visita, nel prossimo autunno, alla città di Milano ed alle
sue maggiori Autorità cittadine, proprio al fine di intensificare tale
collaborazione nell’ambito del rafforzamento del processo di integrazione
europeo.
dott.ssa Mariella
Costa, comariella@hotmail.com de.it.press
A Monaco di Baviera una serata per avvicinare il pubblico tedesco a Totò
Monaco di baviera
- Cari amici dell'Istituto Italiano di Cultura, abbiamo il piacere
di invitarVi alla serata a tema in occasione della mostra
»Totò - il principe della risata«, che avrà luogo mercoledì 23
giugno 2010, alle ore 19, nella sala conferenze dell'Istituto
Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8 a Monaco di Baviera. Moderazione: Massimo
Fiorito
Ingresso libero
con prenotazione attraverso la nostra pagina internet
www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario” oppure a
stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26
Organizzatori:
Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con il
Valentin-Karlstadt-Musäum ed il Filmmuseum München
Serata a tema in
occasione della mostra »Totò - il principe della risata«
Obiettivo della
serata è quello di avvicinare il pubblico tedesco ad un comico, poeta ed
attore italiano molto amato, Antonio De Curtis in arte Totò.
Totò è l’essenza di una lingua e di una comunicazione appassionata, unita
ad una natura umana commovente. È, oggi come ieri, fonte di ispirazione per gli
artisti e i creativi italiani.
Per illustrare la
versatilità dell’artista verrano presentati il progetto ed il catalogo della
mostra al Valentin-Karlstadt-Musäum (dal 24 giugno 2010 al 17 ottobre 2010),
come pure i contributi video degli artisti.
La performance
musicale Mamifacciailpiacere! di Sebi Tramontana darà il via alla serata.
IIC-München, de.it.press
Toni rescinde il contratto col Bayern
ROMA – Luca Toni non è più un giocatore del Bayern
Monaco. L'attaccante italiano e il club tedesco hanno rescisso consensualmente
il contratto che sarebbe scaduto il 30 giugno 2011. La notizia è stata data dal
sito ufficiale della squadra. Il centravanti italiano, quindi, è libero di
firmare per un'altra società. Il 33enne attaccante era approdato al Bayern nel
2007. A gennaio 2010 il giocatore era approdato in prestito alla Roma.
Il presidente
Karl-Heinz Rummenigge ha salutato il giocatore, ricordando gli importanti
risultati che Toni e il Bayern hanno ottenuto Insieme: «Ringrazio di cuore Luca
Toni per le sue prestazioni e il suo contributo, soprattutto nella stagione 2007-2008
nella quale abbiamo realizzato il "double". Auguro a Luca Toni buona
fortuna per il futuro con la sua nuova squadra». Nel 2007-2008 il centravanti
ha realizzato 24 reti. Nella seconda si è fermato a quota 14.
Il 2009-2010 è
stato avaro di soddisfazioni in maglia biancorossa. Ai problemi al tendine
d'Achille si sono aggiunti i complicati rapporti con il tecnico olandese Louis
van Gaal. Durante la pausa invernale del campionato tedesco, quindi, è avvenuta
la separazione con il ritorno del giocatore in Italia, nella Roma, che però non
lo ha riscattato. Oggi, infine, il divorzio definitivo. Il nome di Toni, nelle
ultime settimane, è stato associato in particolare al Genoa. L'accordo con il
club ligure sembra imminente.
Toni ha confermato
la trattativa: «Mi manca ancora da definire qualche dettaglio con il Bayern
Monaco e con il Genoa, ma sono molto vicino a trasferirmi al club ligure. Dal
presidente all'allenatore mi hanno fatto capire quanto mi vogliono. Quella del
Genoa è una piazza che mi affascina - ha continuato l'attaccante, ospite oggi
alla rassegna Pitti Uomo a Firenze - Ripeto, stiamo definendo le ultime cose ma
sono molto fiducioso». Sulla Roma ha aggiunto: «Non sono deluso di come mi
hanno trattato, penso però di aver fatto bene. Ora hanno deciso di puntare su
un altro centravanti, anche se per me Totti resta una prima punta». IM 16
Ho 19 anni e cerco lavoro in Germania, da metà di luglio fino ad inizio
settembre
Il mio nome
è Costanza Letti, ho 19 anni e vivo ad Ozzano dell'Emilia, in provincia di
Bologna.
Ho iniziato a
studiare tedesco durante l'ultimo anno scolastico delle scuole medie
frequentando un corso di 5 mesi presso il Goethe Institut di
Bologna, e dopo aver frequentato una vacanza studio di un mese a Monaco di
Baviera, mi sono inscritta ad un liceo internazionale di tedesco (pertanto ho
studiato in lingua non solo letteratura ma anche storia e geografia).
Attualmente ho terminato il 4° anno di Liceo Linguistico.
Sono abituata fin
da bambina a viaggiare in Germania: sono stata molto spesso a Monaco ma anche
Würzburg, Köln, Bonn e Frankfurt.
Questa volta però
mi piacerebbe poter trascorrere un periodo in Germania in un contesto
lavorativo in modo da poter migliorare e approfondire il mio tedesco al
fine di tentare di sostenere l'ultimo esame di tedesco(C1) il
prossimo ottobre.
Ad oggi non ho
avuto alcuna significativa esperienza lavorativa tranne qualche breve lavoro
estivo come cameriera in un pub qui in Italia.
La tipologia di
lavoro che sto cercando in questo momento è quello di cameriera in un bar/pub
oppure quello di baby-sitter in quanto la mia priorità è quella di stare a
contatto con più persone e parlare tedesco il più possibile per
perfezionare le mie conoscenze linguistiche.
Non sono interessata
tanto ad una retribuzione economica: tutto quello che domando è la possibilità
di avere coperte e spese di vitto e di alloggio (una sistemazione alla pari
sarebbe quanto speravo di ottenere).
Il periodo nel
quale posso spostarmi è quello che va dalla seconda metà di luglio fino ad
inizio settembre. costanza_letti@yahoo.it
L’accordo d’integrazione è per gli stranieri che entrano per la prima volta
in Italia
Giungono continue
richieste di informazioni relative alla mail del 10 giugno che il “Centro
Studi” aveva inviato sull’accordo di
integrazione.
Qui giova ribadire
che destinatari dell’accordo
d’integrazione sono gli stranieri che entrano per la prima volta in Italia.
L’accordo d’integrazione deve essere sottoscritto presso lo Sportello unico per
l’Immigrazione o presso la Prefettura. La durata dell’accordo è pari a due anni
ed è riferito agli stranieri con una fascia di età compresa tra sedici e
sessantacinque anni.
Per i minori,
l’accordo d’integrazione è sottoscritto dai genitori o dai soggetti esercenti
la potestà genitoriale. Per i minori non accompagnati, affidati o sottoposti a
tutela, l’accordo viene sostituito dal progetto d’integrazione sociale e
civile.
Non sono tenuti a
sottoscrivere l’accordo d’integrazione gli stranieri con permesso di soggiorno
inferiore ad un anno ( come quello per lavoro stagionale pari a nove mesi).
L’esclusione
riguarda anche gli stranieri affetti da patologie o handicap tale da limitarne
l’autosufficienza e l’apprendimento linguistico e culturale.
Per le vittime di
tratta, di violenza o grave sfruttamento, l’accordo è sostituito dal
completamento del percorso di protezione sociale.
Il permesso di
soggiorno sarà revocato o non rinnovato, nell’ipotesi in cui lo straniero non
abbia provveduto a far assolvere l’obbligo scolastico ai propri figli minori.
Con sentenza n. 7380 del 26 marzo 2010 la Corte di
cassazione ha stabilito che, in tema di
prestazione lavorativa resa dal lavoratore extracomunitario privo del permesso
di soggiorno, l’applicazione delle relative sanzioni penali non esonera il
datore di lavoro dall’obbligo di versare i contributi all’INPS in relazione
alle retribuzione dovute. De.it.press
Caso Giacchetta. Il Ministero: nessuna responsabilità amministrativa del
patronato
ROMA - Il
Ministero del lavoro ha svolto ispezioni nella sede del patronato Inca di
Zurigo nell’ottobre del 2008 senza rilevare alcuna irregolarità. Due mesi dopo,
in dicembre, il Dicastero è venuto a conoscenza della truffa perpetrata da
Antonio Giacchetta ai danni di molti pensionati italiani. È quanto sostiene il
sottosegretario per il lavoro e le politiche sociali Pasquale Viespoli nel
rispondere all’interrogazione presentata nel settembre dell’anno scorso da
Antonio Razzi, deputato di Idv eletto in Europa, che chiedeva al Ministro
Sacconi "se siano mai state effettuate ispezioni ed accertamenti nei
confronti della sede estera di Zurigo del Patronato INCA" e "per
quali ragioni non sia stata promossa responsabilità amministrativa, verso il
Patronato INCA, come previsto e sancito dal decreto legislativo n. 231 dell'8
giugno 2001".
Due i punti
segnalati da Razzi: controlli da un lato e responsabilità amministrativa del
patronato dall’altro. Sul primo, Viespoli ha precisato che il Ministero del
lavoro "esercita, ordinariamente, un controllo "a campione"
sulle sedi estere degli istituti di patronato e di assistenza sociale" e
che tale controllo consiste "in ispezioni compiute da personale dipendente
con specifiche competenze in materia, aventi ad oggetto, unicamente, la
verifica dell'organizzazione e dell'attività svolta, nel corso dell'anno di
riferimento, dalla sede oggetto di accertamento" secondo quanto disposto
dal decreto ministeriale n. 193/2008. Più precisamente, ha aggiunto il
sottosegretario, "il controllo sulla "organizzazione" è volto ad
accertare la conformità della sede ispezionata ai requisiti di cui alla vigente
normativa in materia, avuto riguardo all'autonomia funzionale della stessa, al
numero del personale impiegato e al rispetto dell'orario di lavoro; il
controllo sulla "attività" è, invece, diretto alla verifica del
volume di pratiche utili per la ripartizione del Fondo Patronati,
preventivamente dichiarato all'Amministrazione dagli Istituti in
questione".
La sede Inca di
Zurigo "è stata sottoposta a verifica ispettiva il 15 ottobre del 2008,
con riferimento all'organizzazione ed all'attività relative all'anno 2007"
e nel corso di questo accertamento "si è provveduto a verificare la
regolarità, sotto il profilo organizzativo, della sede di che trattasi, non
rilevandosi, in quell'ambito, profili di illiceità riferibili all'operato dei
preposti; sono stati, inoltre, annullati gli atti non
"statisticabili" ovvero "erroneamente statisticati", ai
fini dell'attribuzione del punteggio (e della conseguente ripartizione del
Fondo)".
Il Ministero del
Lavoro, ha proseguito Viespoli, ha saputo della vicenda-Giacchetta il 12
dicembre 2008: il sottosegretario ha quindi ricordato che "Giacchetta si è
assunto tutte le responsabilità del caso e che nulla è emerso nei confronti di
altri soggetti" che la presidenza dell’Inca lo ha licenziato il 19 gennaio
2009, che a Zurigo si è costituito un Comitato per la difesa delle famiglie
vittime dei raggiri e che l’Inca Svizzera "ha comunicato di aver messo a disposizione
delle vittime del raggiro un servizio gratuito di assistenza in ambito fiscale
e nelle operazioni di denuncia alle competenti autorità". Dal canto suo,
il Consolato a Zurigo "ha manifestato la sua disponibilità a concedere
sussidi, secondo le disposizioni vigenti, su richiesta dei singoli interessati.
A tale riguardo, il ministero degli affari esteri ha reso noto di aver già
provveduto ad accordare un'integrazione sul relativo capitolo di bilancio del
Consolato".
A fronte di questa
situazione, ha ricordato il sottosegretario, "il ministero del lavoro ha
provveduto ad effettuare, lo scorso mese di novembre, una verifica ispettiva
straordinaria ai sensi dell'articolo 10, comma 2, del decreto ministeriale n.
193/2008. Nel corso degli accertamenti, che hanno riguardato l'anno 2008, non
sono state rilevate irregolarità nell'organizzazione e nell'attività svolta
dalla sede, secondo i criteri e gli ambiti di competenza sopra ricordati. Sono
state comunque annullate talune pratiche ed è stata acquisita una relazione della
coordinatrice INCA di Zurigo inerente i fatti relativi al signor
Giacchetta".
Sul secondo punto,
quello riguardante l’'eventuale responsabilità amministrativa del patronato
evocata da Razzi, Viespoli ha spiegato che "il decreto legislativo 8
giugno 2001, n. 231, nel disciplinare la responsabilità amministrativa delle
persone giuridiche, delle società e delle assicurazioni, anche prive di
personalità giuridica, esclude espressamente dal suo ambito applicativo lo
Stato, gli Enti pubblici territoriali, gli Enti pubblici non economici nonché
gli Enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale (articolo 1, comma 3).
Al riguardo, questa amministrazione, recependo l'orientamento del Giudice delle
leggi in materia, ha ritenuto, sulla base dell'articolo 1 della legge n.
152/2001 (che richiama gli articoli 2, 3, comma 2, 18, 31 comma 2, 32, 35 e 38
della Costituzione) che gli istituti di patronato, svolgendo funzioni di
rilievo costituzionale, non possano essere destinatari delle richiamate
disposizioni in materia di responsabilità amministrativa (nota circolare del
Ministero del lavoro 8 aprile 2008, prot. 24/V/005743)". (aise)
A Roma un incontro sulla realtà migratoria del Molise di ieri e di oggi
Si è parlato del
libro di Giuliana Bagnoli “Sto in Molise e sto tranquilla. Badanti in terra di
emigranti”. La pubblicazione fa parte della collana, edita dalla Cosmo Iannone,
“Quaderni sulle Migrazioni”
ROMA – Si è svolto a Roma, presso la sala
della Pace di Palazzo Valentini, un incontro sulla realtà migratoria molisana
di ieri e di oggi. Il dibattito ha preso spunto dalla presentazione del libro
di Giuliana Bagnoli “ Sto in Molise e sto tranquilla. Badanti in terra di
emigranti”. L’inchiesta, edita dalla Cosmo Iannone nell’ambito della collana
“Quaderni sulle Migrazioni”, offre uno spaccato sia della crescente presenza di
operatrici straniere presso famiglie molisane bisognose di cure, sia dei tanti
anziani che nella regione vivono in solitudine la loro vecchiaia a causa della
permanenza all’estero o in lontane città italiane dei figli e di altri
congiunti.
“Ho portato avanti questa inchiesta – ha
spiegato l’autrice del libro Giuliana Bagnoli nel corso dell’incontro promosso
dall’associazione dell’emigrazione molisana “Forche Caudine” - per scoprire l’umanità
diversa che è arrivata silenziosamente in tutte le zone del Molise. Anche nei
paesi più piccoli non mancano infatti le badanti dell’Est europeo, e non solo,
che assistono la popolazione over 65 che ormai rappresenta oltre un terzo dei
residenti. Donne polacche, filippine, bulgare e ucraine che spesso vengono
trattate dagli anziani come una persona di famiglia, con un senso di
accoglienza non istituzionalizzato che parte dal basso”.
L’autrice, dopo aver ricordato che questa
diaspora al femminile ha avuto inizio a causa del grave indebitamento subito
dalle famiglie dell’Est dopo la “selvaggia liberalizzazione” economica della
regione, ha rilevato come questo fenomeno migratorio stia causando non pochi
problema nelle terre d’origine, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei
figli che rimangono privi della guida materna. La scrittrice ha poi evidenziato
come il Molise rappresenti per queste donne straniere anche un’inconsapevole
scuola di formazione. Durante la loro permanenza nella regione esse infatti
imparano la lingua italiana e le modalità di gestione di una casa moderna.
Esperienze che poi cercano di mettere a frutto nelle città del Nord Italia dove
vengono offerti salari più alti. “Io credo – ha concluso la Bagnoli – che sia
necessario dare visibilità istituzionale a questa formazione professionale, e
chissà che alla luce di ciò anche le italiane non tornino ad occuparsi di
assistenza domestica”.
Il giornalista Giampiero Castellotti,
presidente dal Circolo dell’emigrazione molisana “Forche Caudine”, ha
evidenziato come il lavoro della Bagnoli rappresenti un’indagine unica nel suo
genere e apra la strada a riflessioni più ampie, come ad esempio il confronto
tra il contesto metropolitano dell’immigrazione e quello meno problematico di
aree provinciali e rurali come il Molise dove c’è un ruolo sociale più
avvertito. Castellotti ha anche sottolineato l’esigenza di approfondire i
fenomeni migratori a tutto tondo, compresi quelli riguardanti la diaspora
molisana nel mondo.
Norberto Lombardi, direttore della collana
“Quaderni sulle Migrazioni” e consigliere del Cgie, ha evidenziato come
l’emigrazione dei molisani nel mondo abbia rappresentato per il Molise un
fenomeno sociale profondo, duraturo e devastante.
“Il libro della Bagnoli – ha aggiunto
Lombardi – è interessante perché ci fa capire il fenomeno in sé. Mentre nelle
grandi città l’immigrazione si è sviluppata in maniera veloce e anche con
situazioni di conflittualità, il Molise, che finora è rimasto appartato, sta
velocemente recuperando questi indici di presenze. Si parla di circa 8.000
stranieri che sono distribuiti per oltre due terzi in provincia di Campobasso e
per un terzo in provincia d’Isernia. Non grandi numeri dunque, perlopiù
aggiornati fino al 2008, che evidenziano però come la percentuale degli
immigrati sia in pochi anni aumentata nella regione del 16 per cento, con
un’incidenza attuale sulla popolazione locale intorno al 3 per cento. Una
crescita di presenze che si pone in essere proprio quando ritornano nella
regione preoccupanti situazioni di spopolamento. Fenomeni, questi ultimi, che
si erano già evidenziati nel secondo dopoguerra quando la forte diaspora verso
l’estero provocò una perdita secca ed irreversibile di popolazione”. Uno
spopolamento che oggi, secondo il consigliere del Cgie, continua, con la
partenza dal Molise di tanti giovani dotati di valenze professionali, ponendo
nella regione drammatiche questioni demografiche. Problemi a cui la presenza
degli immigrati potrebbe sopperire, anche in considerazione del fatto che ormai
in Molise alcuni lavori, come quello della raccolta stagionale e
dell’allevamento di animali, non sono presi in considerazione dalla popolazione
locale e vengono portati avanti da specifiche comunità immigrate.
“Nella regione – ha affermato Lombardi - è in
atto una transizione che ci permette di riunificare a livello culturale tutti i
fenomeni che si sono verificati in Molise nel corso del tempo. Nelle scuole del
Molise vi sono i figli degli stranieri che insieme ai loro genitori devono confrontarsi
con i molisani; ma all’estero, anche a causa della globalizzazione, le seconde
terze e quarte generazioni di connazionali che non sono nate in Italia,
vogliono riscoprire la propria identità e conoscere il paese d’origine. Vi sono
dunque le condizioni, in presenza di un lavoro serio da parte delle istituzioni
e degli operatori culturali a diverso livello, per attivare un grande
laboratorio a molte voci, con continui rimbalzi fra il Molise e l’estero, in
modo da far capire che poi alla fine l’identità non è fissa o immutabile, ma
rappresenta il senso della vita e delle relazioni sociali che ognuno assume
sulla base della propria esperienza”.
Dal canto suo Marcelo Carrara, presidente del
Consiglio dei giovani molisani nel mondo, ha evidenziato l’importante ruolo
svolto negli anni a Mar del Plata e nelle altre città argentine
dall’associazionismo molisano in emigrazione che per decenni ha lavorato per
mantenere saldi i contatti con la regione d’origine. Sforzi che hanno favorito
l’insegnamento della lingua italiana, la realizzazione di gruppi di recitazioni
in dialetto molisano e la creazione di uno specifico programma radiofonico dal
titolo “Senti Molise”.
Carrara ha poi precisato come dal Consiglio
dei molisani nel mondo, riunitosi ad Isernia circa un mese fa, siano stati
elaborati numerosi progetti con il mondo dell’associazionismo finalizzati,
attraverso la collaborazione con le università e i centri culturali, al
coinvolgimento delle nuove generazioni. Fra queste iniziative va segnalata la
realizzazione del sito web www.consigliomolisaninelmondo.com che garantirà ai
nostri giovani all’estero un punto d’incontro virtuale.
“Noi giovani – ha concluso Carrara - ci
consideriamo una risorsa per l’Italia e speriamo che il nostro paese d’origine
pensi a noi come a una porta aperta su tutto il mondo, consentendoci al
contempo di cominciare a lavorare in rete”.
Ricordiamo infine l’intervento di Alberto
Sera presidente dell’Uim, Unione Italiani nel mondo. Si deve smettere -
ha affermato in sostanza - di considerare l’immigrazione, un fenomeno ormai
radicato sul nostro territorio, come a una semplice emergenza. Sera ha poi
invitato il governo ad investire sulla formazione linguistica degli immigrati,
al fine di garantire loro adeguate opportunità di riqualificazioni
professionale, e a gestire la presenza delle comunità straniere con la dovuta
tranquillità. (Goffredo Morgia – Inform)
Su "Youdem.tv" rassegna stampa dei giornali italiani editi
all'estero
Roma - Da venerdì
scorso è iniziata su "Youdem.tv", canale del Partito Democratico in
onda sul canale 813 di Sky o su internet (www.youdem.tv), la trasmissione
"Mondo Italia", rassegna stampa dei giornali italiani editi
all'estero preparata dalla rete in collaborazione con l'Ufficio italiani nel
mondo del PD e l'agenzia 9 Colonne.
Ad annunciarlo è
Eugenio Marino, responsabile per gli italiani nel mondo del partito, spiegando
che l’obiettivo della trasmissione è quello di "consentire a tutti gli
italiani all’estero che possono collegarsi al sito della tv o che possono
vedere la tv tramite parabola di avere a disposizione un’ampia panoramica delle
principali notizie trattate dai giornali italiani stampati all’estero".
Inoltre, aggiunge, "si vuole far conoscere agli italiani in Italia (almeno
quelli che seguono tramite internet o il satellite YouDem tv) chi sono, cosa
fanno, come vivono, come si informano gli italiani residenti all’estero, oltre
che evidenziare in Italia l’utilità, la competenza e il ruolo insostituibile
tra le comunità, dei giornali italiani all’estero, così duramente colpiti dai
tagli all’editoria. Il nostro auspicio, dunque, è che, a partire da questo
progetto, si possa stimolare una certa curiosità e attenzione anche al di fuori
dal PD e in altri canali televisivi italiani, in modo da aumentare sempre più
l’attenzione dei mezzi di comunicazione e degli italiani in Italia verso le
nostre comunità all’estero e il loro sistema di informazione".
La rassegna
stampa, che va in onda in diretta ogni venerdì alle 13.00, in replica il sabato
alle 17,30 e alle 23.00 e la domenica alle 10.20, oltre che su Sky e in
streaming sul sito, può essere vista anche sintonizzando il decoder non-Sky su
queste coordinate: Hotbird 8 – 13° est - Transponder: 18 - Frequenza: 11.541
MHz - FEC: 5/6; Polarizzazione: Verticale; Symbol rate: 22.000 MSPS - Nome
canale: YOUDEM. La puntata settimanale sarà disponibile dal venerdì pomeriggio
on-demand sul sito www.youdem.tv, da cui sarà scaricabile in qualsiasi formato
registrandosi al sito. (aise)
Chiesti
chiarimenti sulla diffusione del sistema presso la rete all’etero e sulle
iniziative da intraprendere per affrontare eventuali disagi dei nostri
connazionali in attesa del pieno funzionamento della piattaforma informatica
ROMA - E’ stata presentata in queste ore
un’interrogazione al ministro Frattini, a prima firma di Aldo Di Biagio,
responsabile Italiani nel mondo del Pdl e sottoscritta dai deputati del Pdl
eletti all’estero per sapere “quali iniziative il Mae intende intraprendere per
monitorare la distribuzione del programma informatico SIFC, il c.d. consolato
digitale, nei consolati, quali misure intende intraprendere al fine di tamponare
la situazione di disagio al momento esistente presso alcuni uffici consolari,
in attesa del pieno e corretto funzionamento della piattaforma informatica SIFC
e quali iniziative si vuole portare avanti per garantire il funzionamento della
parte online del programma che dovrà essere utilizzato a distanza dai
connazionali, considerando che dalla presentazione avvenuta a Bruxelles,
il programma online attinente alle funzioni a distanza non è stato ancora
definito”.
“Dato che – si legge nella nota - nell’ottobre
2009 è stato presentato presso il Consolato di Bruxelles dal sottosegretario
Alfredo Mantica, la piattaforma informatica SIFC (Sistema integrato delle
funzioni consolari), messo a punto dal MAE per la gestione delle attività
consolari e per lo svolgimento delle pratiche a distanza e stando
all’illustrazione operata dall’Amministrazione, la piattaforma si sarebbe
dovuta presentare come uno strumento in grado di consentire un aumento
dell'efficienza, della qualità e della velocità dei servizi destinati ai nostri
connazionali oltre confine”. “Stando alle linee guida del Mae, - continua
l’interrogazione - il c.d. consolato digitale sarebbe stata una valida
alternativa alla presenza fisica dell’utente presso la rappresentanza anche
perché il singolo cittadino avrebbe dovuto accedere ai servizi consolari ma al
momento sono molte le sedi in cui non è ancora arrivato il programma
informatico, o presso le quali non esiste adeguato supporto tecnico in grado di
far funzionare correttamente il sistema SIFC”.
“Spesso – si spiega nel testo - il sistema di
sicurezza del circuito di emissione dei passaporti elettronici presso il
Ministero dell'Interno (SSCE) che dà il consenso ai consolati per il rilascio
del passaporto al connazionale, non funziona correttamente ed ininterrottamente,
perciò gli uffici consolari sprovvisti del programma SIFC e che devono quindi
ancora provvedere alla doppia emissione attraverso il precedente programma
passaporti, sono costretti ad interrompere il proprio lavoro”. “Tale pratica
farraginosa comporterebbe un considerevole allungamento dei tempi di raccolta
dati nonché di rilascio del passaporto, considerando che la normativa prevede
il prelievo delle impronte digitale sia al momento della richiesta del
passaporto che al momento in cui questo viene consegnato all’utente”
“L’assenza di una capillare e strutturata
presenza tecnica della piattaforma SIFC, - spiegano i deputati - le lacune
tecniche e gestionali di questo programma, unite alle difficoltà nella gestione
delle informazioni da parte del Ministero dell’Interno rischia di ledere il
funzionamento di una delle procedure più importanti per i nostri connazionali
oltre confine. Bisogna ricordare che al momento gli uffici anagrafe di molti
consolati sono oberati di attività, con conseguenti difficoltà nella gestione
delle pratiche. Sono frequenti le complicazione tecniche nella gestione delle
pratiche più semplici sia in presenza di programma SIFC, spesso per mancata
compatibilità con i sistemi operativi del datato parco macchine o per l’ assenza
di conoscenze informatiche degli operatori, sia in assenza del medesimo
programma proprio per far fronte alle dinamiche di rilascio di documenti
previsti dalla nuova normativa”. (Inform 16)
Trento, consigliere leghista sceglie allenatore marocchino per la sua
squadra
Trento. Il
consigliere regionale Alessandro Savoi (nella foto), che è anche presidente
della Lega Nord Trentino, ha scelto un nuovo allenatore marocchino per la
squadra di cui è presidente (il Calcio Cembra 1982).
Si tratta di una squadra
che milita in prima categoria; il nuovo mister si chiama El Houssine Maani,
nato a Casablanca quarant'anni fa ed arrivato in Trentino nel 1992, come
racconta oggi un quotidiano.
Il leghista Savoi,
lo stesso che aveva chiesto di licenziare dalla Provincia una ditta di pulizie
che dava lavoro agli islamici ironizza spegando che spesso gli dicono: "Ma
come, tifi per una squadra di stranieri -l'Inter-, tu che sei leghista, una
squadra dove l'unico italiano è nero... Ma questo non c'entra, la politica è una
cosa e il calcio un'altra".
Il nuovo
allenatore Maani, portiere di notte in un albergo e allenatore di giorno,
nell'intervista del quotidiano locale lancia una richiesta forte alla politica:
"Noi siamo extracomunitari, ma siamo italiani. Le mie figlie sono nate qui
e io mi sento trentino, ma non voglio perdere le mie radici e per questo dico
gentilmente ai politici che a Trento manca una moschea: un posto dove i miei
figli imparino l'arabo e la cultura araba".
''Che Dio ce la
mandi buona - dice Savoi - noi siamo cattolici, lui sarà islamico ma questo non
è un problema: l'importante è che salvi la squadra e così andremo a festeggiare
tutti assieme. Mi hanno accusato di essere razzista e questa è la dimostrazione
che non è vero''. LR 14
UE. A ottobre la tassa su banche e finanza
Il cancelliere
tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno annunciato
a Berlino di voler chiedere al prossimo G20 una tassa sulle transazioni
finanziarie e una
tassa sulle
transazioni bancarie. " Scriveremo una lettera comune per indicare
chiaramente le nostre aspettative ", ha dichiarato Merkel.
L'ideale, per i
paesi Ue, è che la tassa sia istituita a livello internazionale. Tuttavia è già
chiaro che un consenso a livello mondiale non esiste e causa dell'opposizione
di nazioni come il Canada, il Brasile, l'India e l'Australia. Così l'Europa è
pronta a muoversi per prima da sola.
La bozza del testo
finale del vertice dei capi di stato e di governo dei Paesi Ue, previsto il 17
giugno a Bruxelles, sottolinea che " il Consiglio europeo è d'accordo
perché sia introdotta una tassa sulle istituzioni finanziarie per garantire che
contribuiscano a pagare il prezzo della crisi nell'ottobre 2010. LS 15
Il conflitto etnico. In Kirghizistan, morti a centinaia e decine di
migliaia sono in fuga
La Croce Rossa
afferma che però le vittime potrebbero essere molte di più. Oltre 200 mila
uzbeki ammassati ai confini meridionali, inseguiti dai kirghisi. Secondo
l'UNHCR i rifugiati sarebbero già oltre settantacinque mila
GINEVRA - Una
strage e poi il suo inevitabile, tragico strascico della fuga di massa, dei
profughi che scappano dalle violenze, dalla fame, dalla morte, dalle
fosse comuni. Le vittime dei feroci contrasti etnici in Kirghizistan sono per
ora contati a "centinaia". E' la stima della Croce Rossa
Internazionale sugli scontro tra kirghizi e la comunità uzbeka nel sud del
Paese. "I nostri uomini sul posto - scrive la CRI - ci hanno
comunicato che centinaia di persone sono morte negli scontri, ma è ancora
presto per dire quante siano le vittime perchè molti corpi non sono stati
ancora identificati ed altri decessi non sono ancora venuti alla luce".
Intanto, sarebbero circa 300mila le persone in fuga che chiedono aiuto, dopo la
decisione dell'Uzbekistan di chiudere le frontiere con il Paese confinante dal
quale si riversava un flusso inarrestabile di persone che fuggono. Secondo
l'UNHCR - l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati - le persone ammassate
in Uzbekistan sono 75mila, ma è un numero in aumento e destinato a superare
presto 100mila" .
I confini
meridionali del Kirghizistan sono così invasi da centinaia di migliaia di
persone, tutti uzbeki che cercano di sottrarsi agli spietati loro vicini
kirghizi. Ed è salito, di ora in ora, il numero dei morti nei cinque giorni di
violenze scoppiate la notte del 10 giugno a Osh, seconda città del paese. Le
autorità temono che la situazione possa estendersi anche al nord e alla
capitale Bishkek, mentre la comunità internazionale fa il conto della tragedia e
ripete a tutti appelli alla calma.
Il governo, retto
dalla premier ad interim Roza Otunbaieva, chiede intanto la consegna dell'ex
presidente Kurbanbek Bakiev e del figlio Maksim, accusati di avere finanziato e
fomentato la tragedia in atto nel paese: ma per il primo, la Bielorussia di
Aleksandr Lukashenko, che in aprile ha accolto il fuggitivo ex leader, non
vuole nessuna estradizione. Il secondo è in stato di detenzione in Gran
Bretagna, fermato dagli agenti su ordine dell'Interpol.
Il ministero della
sanità kirghizo si è fermato oggi alla cifra di 178 morti per le insurrezioni
scoppiate fra giovedì e venerdì scorsi. Ma la stessa Otunbaieva ammette che
"il numero reale è assai maggiore". Fosse comuni sono state viste in
molti quartieri di Osh e della vicina città di Jalalabad, e diversi abitanti
parlano di almeno un migliaio di cadaveri. Restano anche, secondo il ministero
kirghizo, 836 persone ricoverate in diversi ospedali, alcune in gravissime
condizioni e molte senza le necessarie trasfusioni.
La zona di confine
fra Kirghizistan e Uzbekistan è stata chiusa per ordine di Tashkent, perchè non
ci sono più le condizioni per accogliere i rifugiati. Gli inviati dell'Onu
hanno accertato che al momento almeno altre 200.000 persone - oltre ai 75 mila
rifugiati - sono ammassati nella zona kirghiza. La comunità mondiale guarda con
allarme a quello che sta succedendo in Kirghizistan, e che potrebbe allargarsi
a tutta l'Asia centrale. Onu, Ue e Osce hanno invitato le autorità di Bishkek a
tenere referendum ed elezioni come previsto, per calmare la tensione. Gli Usa e
la Russia sono in contatto con il governo kirghizo, e hanno entrambi offerto
aiuti umanitari.
Il Kirghizistan,
per mezzo della Otunbaieva, ha affermato che il referendum costituzionale del
27 giugno si terrà, come si terranno le elezioni presidenziali dell'ottobre
2011. Una "tregua armata" stasera resiste, e una calma silenziosa ha
preso il posto delle violenze di questi giorni. Ma gli uzbeki continuano ad
accusare Bishkek delle tragedie subite, e il paese che nel 2005 era riuscito a
rovesciare senza tumulti, con una "rivoluzione dei tulipani", la
semi-dittatura ereditata dalla ex Urss, torna oggi alle armi come mezzo
politico. LR 15
Belgio, elettori spaccati. Il Regno rischia la scomparsa
Il successo del
partito indipendentista fiammingo Nieuw-Vlaamse Alliantie (N-Va) nel nord del
Belgio potrebbe avere conseguenze funeste per la nazione e creare
problemi inediti in tutta Europa. E contiene indicazioni politiche sulle quali
anche
in Italia sarebbe
necessario riflettere molto seriamente. Il voto fiammingo, a fronte della
vittoria dei socialisti in Vallonia, ha creato l’ennesima spaccatura in un
Paese attraversato ormai da profondissime linee di frattura che fanno prevedere
un rovinoso crollo
istituzionale. I
dirigenti della N-Va, a cominciare dal suo leader BartDeWever, sostengono
apertamente l’ipotesi di uno «scioglimento» del Belgio fondato sulle quattro
entità create nel 1970,anno di una prima, improvvisata e contraddittoria riforma
federale dello Stato: la Comunità fiamminga (6 milioni di abitanti
neerlandofoni), laComunità vallona (4 milioni francofoni), la Comunità tedesca
(solo 70 mila abitanti) e l’entità di Bruxelles (bilingue, ma con una larga
maggioranza francofona). In pratica: la scomparsa del Royaume de Bélgique,
esistente dal 1830 e primo Stato europeo con una Costituzione moderna.
In questa
prospettiva, le Fiandre si autoriconoscerebbero come Stato autonomo, la
Vallonia potrebbe essere assimilata dalla Francia, la regione tedescofona di
Eupen dalla Germania, mentre del tutto oscuro sarebbe il destino della regione
di Bruxelles, la quale, peraltro, è anche capitale dell’Unione europea. Sarebbe
un mutamento storico della geografia continentale ben più profondo di
quelli avvenuti dall’89 in poi: la scissione della Cecoslovacchia, lo
sganciamento dalla Russia delle Repubbliche baltiche, la nascita della Moldova,
i sanguinosi riassetti etnici nella ex Jugoslavia.
Perché si è
arrivati a questo punto? Fino alla Seconda guerra mondiale, i francofoni hanno
esercitato una chiara egemonia economica e culturale. Nel dopoguerra,
l’economia vallone, fondata su produzioni che entravano in crisi come l’acciaio
e il carbone, ha perso sempre più colpi a fronte di uno sviluppo fiammingo
che perdeva i suoi tratti rurali e diveniva assai più attento alle innovazioni
e all’export. Sempre più gli abitanti del nord sentivano quelli del sud come
unapalla al piede e sempremenone
tolleravano le
residue pretese, come quella di mantenere il bilinguismo, per chi lo volesse,
in nome di un elementare diritto civile. La tensione ha portato a una serie di
arruffati aggiustamenti fino alla riforma del 1993, la quale in nome del
federalismo ha creato un complicatissimo edificio istituzionale che nel giro di
qualche anno avrebbe generato una quantità impressionante di
conflitti nei
quali la destra fiamminga riversava tutto il risentimento accumulato contro i
«parassiti» valloni. Si pensi che il motivo del fallimento del governo di Yves
Leterne, che ha portato alle elezioni di ieri, è stata una ridicola questione
riguardante l’appartenenza regionale di un comune della cintura brussellese.
Intanto crescevano
nelle Fiandre movimenti che in modo sempre più esplicito mescolavano xenofobia,
razzismo e difesa dell’«identità» fiamminga, mentre in Vallonia restavano
forti i socialisti e i cristiano- democratici. Sono evidenti le analogie con quanto
sta accadendo in Italia. Il Nord che si sente «schiavo» delle arretratezze del
Sud, una Lega che cavalca la stessa tigre demagogica dell’identità da affermare
contro gli altri, siano stranieri, meridionali o comunque non della «nostra
gente». Quello su cui sarebbe il caso di riflettere, invece, è come il
federalismo, quando è abborracciato e spacciato per disegno politico coerente,
possa essere pericoloso per la stessa sopravvivenza della nazione.
La demagogia dei
De Wever rischia di spazzare via il «plat pays» cantato da Jacques Brel. Al
nostro bel paese ci penserà Trota Bossi? Paolo Soldini L’U 14
Ricattare Berlino per salvare l'Europa
Nei think tank ci
si chiede se la Germania persegua il rigore in tempi accellerati per
priorità del
riequilibrio o anche per uscire dall'euro, buttando fuori tutti
gli altri. La
rubrica, invece, ritiene che la Germania non voglia
destabilizzare
l'Europa, ma dominarla mantenendo l'euro come strumento di
ricatto. In base a
questa analisi suggerisce una strategia di
contro-ricatto.
Per evitare che la Germania diventasse potenza singola dopo
la riunificazione,
la Francia impose l'abbandono del marco. Berlino pretese
che l'euro fosse
gestito come il marco e senza un governo economico che la
condizionasse.
Così nacque una moneta insostenibile per economie diverse da
quella tedesca. Si
sottovalutò il fatto che le nazioni più deboli, senza più
la flessibilità
del cambio, avrebbero dovuto svalutare le tutele del
welfare, salari e
prezzi. Per un po' questo europroblema è rimasto nascosto,
o perfino
invertito, perché finanziato con debito. Ma ora che il debito non
può aumentare
l'impatto deflazionistico dell'euro sarà pieno. L'idea
francese di
europeizzare Berlino si è trasformata nella germanizzazione
dell'Europa. Le
altre nazioni saranno costrette a diventare come la Germania
o a uscire
dall'euro. Nel primo caso, appunto, dovranno importare deflazione
con il rischio di
non poterla sostenere tecnicamente e politicamente e con
il paradosso di
dover affamare i cittadini per poter restare vassalli della
Germania. Non
funzionerà, l'euro salterà. Il pensiero strategico tedesco
conta sul fatto
che per ogni singola nazione sarebbe più svantaggioso, per
caos finanziario
conseguente, uscire dall'euro che sottomettersi. E per
esserne sicura
preme anche per marginalizzare la nazione deviante entro la
Ue. Ma non
valutato l'eventualità che tutte le nazioni rilevanti, in
sincrono,
abbandonino l'euro. In tale scenario si troverebbe la sola con
moneta forte e
quindi vulnerabile alla competitività dei sistemi industriali
francese e, in particolare,
italiano. Il suo sistema verrebbe massacrato.
Pertanto anche la
Germania corre un serio rischio. Ora non lo valuta perché
vede una Francia
comunque convergente. Tuttavia, Parigi preferirà la guerra
alla Germania al
rischio di rivolte interne se le vedrà prossime. Ma la
guerra
danneggerebbe tutti. Quindi la minaccia va usata, ma per ottenere
dalla Germania -
riluttante per timore inflazionistico e pressioni sia
americane sia
cinesi - una svalutazione forte dell'euro che permetta a tutti
di bilanciare la
deflazione con più crescita trainata dall'export. Così
compreremo tempo
per trovare un euromodello che renda applicabile una moneta
unica che ora non
lo è. Il Foglio 15
Marea nera, la guerra di Obama nel Golfo: «Adesso energie pulite»
BP pagherà i danni
fino all'ultimo centesimo ma per evitare il ripetersi di una simile catastrofe
occorre riformare il sistema dell'energia Usa. Così, nel suo primo discorso
alla nazione dallo Studio ovale, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama
ha difeso la risposta del governo alla crisi annunciando che il 90% della marea
nera del Golfo del Messico sarà catturata entro qualche settimana. Obama ha
aperto il suo intervento, durato 18 minuti, ricordando quanto è accaduto lo
scorso 20 aprile, con l'esplosione della piattaforma di BP che ha causato «il
peggior disastro ambientale» della storia americana. Obama ha dunque paragonato
la marea nera ad una «epidemia» che «dovrà essere combattuta per mesi - ha detto
- e perfino per anni». Obama incontrerà domani il presidente di BP, Carl-Henric
Svanber, al quale imporra di «stanziare tutte le risorse necessarie per
compensare i lavoratori e gli imprenditori massi in ginocchio dalla
sconsideratezza della società». E il fondo «non sarà controllarto da BP - ha
sottolineato il presidente degli Stati Uniti - ma sarà amministrato da una
terza parte indipendente, per assicurare che tutti i legittimi reclami vengano
rimborsati».
«La grande lezione
della marea nera» è che le perforazioni petrolifere ormai comportano rischi
enormi, quale che sia la regolamentazione. «Noi americani - ha ricordato il
presidente - consumiamo il 20% del petrolio mondiale ma possediamo appena il 2%
delle riserve mondiali». E questo spiega perche le compagnie petrolifere sono
spinte a cercare il petrolio anche a 1500 metri di profondità sotto il mare.
Obama ha poi paragonato la marea nera che insozza il Golfo del Messico a una
«epidemia» che gli Stati Uniti saranno costretti a combattere per mesi e forse
per anni.
Obama ha poi
riconosciuto che la moratoria sulle trivellazioni offshore «crea delle
difficoltà alle persone che lavorano sui pozzi» ma «per la loro sicurezza e per
la sicurezza dell'intera regione - ha rimarcato - dobbiamo prima capire cosa sia
effettivamente successo». Secondo l'inquilino della Casa Bianca, il disatro del
Golfo è suonato come un «potente e doloroso campanello di allarme» sulla
necessità di rendere gli Stati Uniti meno dipendenti dai carburanti fossili.
«Il futuro
dell'energia pulita è adesso», ha affermato auspicando un appoggio bipartisan
alla legge di riforma dell'energia. «Per decenni abbiamo saputo che i giorni
del petrolio facile e a basso costo erano contati - ha insistito - e per
decenni non siamo risciti ad intervenire con il senso di urgenza necessario:
non possiamo consegnare ai nostri figli questo fardello». La nostra
generazione, ha esortato, deve imbarcarsi «in una missione nazionale per
spingere sull'innovazione americana e per controllare il nostro destino». Ognuno
è chiamato a fare la sua parte e «l'approccio che mi rifiuto di accettare - ha
concluso Obama - è quello dell'inerzia. Questa non è l'ultima crisi che dovremo
affrontare e ciò che ci ha fatti sempre andare avanti è la nostra forza, la
nostra resistenza e la nostra fede nel fatto che ci aspetta qualcosa di meglio
se ci facciamo coraggio. Questa sera preghiamo per questo coraggio».
Il presidente
americano ha assicurato che gli Usa «combatteranno l'inquinamento con tutti i
mezzi possibili e fin quando sarà necessario» e ha detto che la sua
amministrazione «farà pagare alla Bp tutti i danni che questa azienda ha
provocato». Barack Obama incontrerà questo pomeriggio alla Casa Bianca il
presidente Carl-Henric Svanberg.
Obama ha poi
confermato che imporrà alla società petrolifera britannica di costituire un
fondo di garanzia per i risarcimenti alle vittime della marea nera di 20
miliardi di dollari su un conto bloccato. Una richiesta alla quale i vertici Bp
non hanno ancora dato l'ok. L’U 16
UE. Gaza: i ministri degli Esteri chiedono la fine del blocco
ROMA - La fine del
blocco di Gaza, con una soluzione che tuttavia risponda alle legittime
preoccupazioni di sicurezza di Israele, incluso uno stop completo a tutte le
violenze e al traffico di armi dentro Gaza. La richiesta è arrivata dal
Consiglio dei ministri degli Esteri UE riuniti a Lussemburgo. In particolare,
il ministro Frattini ha sottolineato la necessità che la fine del blocco passi
attraverso "una soluzione che sia per Israele e l'ANP politicamente
sostenibile". "Una vittoria reclamata da Hamas - ha aggiunto -
sarebbe pericolosa e consoliderebbe il suo ruolo dentro Gaza".
Da Israele, ha spiegato il rappresentante del
Quartetto (USA, UE, ONU, Russia) per il Medio Oriente, Tony Blair, sono giunte
indicazioni positive, che fanno auspicare che "nei prossimi giorni
otterremo l'impegno di principio di cui abbiamo bisogno e al tempo stesso che
siano presi i primi passi". La soluzione suggerita dall'Europa è di avere
una lista ristretta dei prodotti vietati. "La proposta è di invertire il
principio, consentendo tutto ciò che non è espressamente vietato", ha
spiegato Frattini. "Oggi la regola è il contrario: è tutto vietato, tranne
casi limitati". Blair ha parlato di "armi fuori e beni necessari
dentro".
A Lussemburgo si è discusso anche della
situazione dei conti pubblici dei Paesi UE, con l’Italia sotto i riflettori per
l’elevato debito. A questo proposito Frattini ha ricordato l’Italia "è un
paese di risparmiatori, che non ha avuto bisogno né di comprare né di salvare
banche". Per questo motivo ha chiesto all’UE di tenere in considerazione
nelle sue analisi sulla sostenibilità finanziaria anche la componente del
debito privato. Altrimenti, “siamo pronti a porre il veto, a negare il nostro
consenso se, giovedì al Vertice UE, non ci sarà un riferimento al debito
aggregato", ha annunciato il Ministro.
Dossier allargamento: Frattini ha chiesto ai
colleghi - in accordo con Germania e Gran Bretagna - un dibattito politico
sull'approccio europeo verso la Turchia. "Non è interesse della UE che la
Turchia si senta abbandonata dall'Europa e trovi attenzioni in altri
scacchieri", ha spiegato. Per quanto riguarda la Serbia, è stato sbloccato
il processo di ratifica dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione (ASA),
con l’Italia in prima fila, ma non è stata risolta la questione dell'iter di
adesione all’UE.
Nucleare iraniano: accordo sulla necessità di
imporre all'Iran sanzioni supplementari oltre a quelle già decise dal Consiglio
di sicurezza dell'ONU. Le misure riguardano anche gli investimenti nel settore
del petrolio e del gas e la capacità di raffinazione della Repubblica islamica.
"Questo è un pacchetto di pressione per negoziare" con Teheran, ha
sottolineato Frattini. (Inform) 15
Una manovra che punisce i virtuosi
Dopo che il
governo centrale ha annunciato tagli alle Regioni per 10 miliardi di euro,
molti presidenti di Regione hanno dichiarato che l’entità della manovra è
insostenibile: costringerà ad aumentare le tasse e a ridurre quantità e qualità
dei servizi pubblici. Fra i governatori, alcuni hanno criticato soprattutto le
dimensioni della manovra, sostenendo che pesa troppo sulle Regioni, e troppo
poco sullo Stato centrale. Altri, in particolare Formigoni, hanno anche
sottolineato la sua iniquità, ossia il fatto che colpisce indiscriminatamente
Regioni virtuose (specie le grandi Regioni del Centro-Nord) e Regioni viziose.
Vista da questa angolatura, la manovra sarebbe la pietra tombale del
federalismo, almeno finché per federalismo intendiamo un meccanismo capace di
ridurre gli squilibri, punire lo sperpero del denaro pubblico, premiare i
territori virtuosi.
Formigoni non ha
ragione. Ha più che ragione. E vorrei provare a spiegare in dettaglio perché. Il
motivo per cui il federalismo è una grande opportunità per l’Italia è,
paradossalmente, proprio il fatto che nel nostro Paese esistono margini di
parassitismo, di spreco e di evasione fiscale enormi.
La sola evasione
fiscale si aggira intorno a 120 miliardi di euro, mentre gli sprechi nella
Pubblica amministrazione superano gli 80. In tutto fa, come minimo, 200
miliardi. Recuperare anche solo un quarto di questa somma (50 miliardi),
significherebbe mettere sul piatto risorse sufficienti ad abbattere le aliquote
fiscali e irrobustire lo Stato sociale (che è ipertrofico nella spesa, ma
largamente incompleto nei servizi erogati). Di qui deriverebbe una maggiore
spinta alla crescita (oggi frenata da aliquote troppo alte) e un maggiore
benessere per la popolazione, specie nel Mezzogiorno (la principale
determinante della povertà sono i cattivi servizi pubblici).
C’è un problema,
però. La manovra, per quel che se ne sa finora, chiede a tutti i territori un
contributo analogo, mentre le riserve da cui attingere non sono distribuite
uniformemente sul territorio nazionale. Ci sono Regioni che hanno enormi
margini di recupero, proprio perché hanno livelli di parassitismo altissimi (Valle
d’Aosta, Trentino Alto Adige, Sardegna, Sicilia) o perché hanno tassi di
evasione spettacolari (Calabria, Sicilia, Campania) o perché hanno tassi di
spreco scandalosi (Sardegna, Calabria, Sicilia, Basilicata). Ci sono invece
Regioni che, proprio perché sono state bene amministrate per decenni, hanno
margini di recupero minimi, per non dire irrisori: sono limoni spremuti. I loro
amministratori, equamente divisi fra destra e sinistra, hanno già fatto (quasi)
tutto il possibile, hanno già tagliato, razionalizzato, potato, ristrutturato.
E’ il paradosso di questa manovra: assorbire i tagli di Tremonti è più arduo
per le Regioni formica che per le Regioni cicala. Non è tanto una questione di
giustizia territoriale, quanto innanzitutto di fattibilità: i territori più
spremuti non solo non meritano altri prelievi di risorse, ma - semplicemente -
sono meno in grado di sostenerli.
Fra le Regioni che
molto hanno già dato, le più virtuose sono la Lombardia, il Veneto e l’Emilia
Romagna, seguite a una certa distanza da Piemonte, Toscana, Marche,
Friuli-Venezia Giulia. Quello della Lombardia, però, è davvero un caso limite.
In Lombardia sono ridotte all’osso, ossia minori che in qualsiasi altra
Regione, l’intensità dell’evasione fiscale, le false pensioni di invalidità, la
spesa pubblica discrezionale, gli sprechi nell’erogazione dei servizi. In
concreto questo significa che non c’è più quasi niente da rosicchiare, a meno
di voler azzoppare la locomotiva del Paese. E giusto per dare un ordine di
grandezza degli squilibri: la Lombardia stacca già, ogni anno, un assegno di
oltre 32 miliardi di euro a beneficio dei territori più deboli, contro un
assegno di 10 miliardi del Veneto e uno di 8 miliardi dell’Emilia Romagna.
Personalmente,
anziché stupirmi della protesta di Formigoni, trovo miracoloso che si limiti a
chiedere un contenimento dei sacrifici chiesti ai cittadini lombardi, anziché
pretendere che inizi la restituzione di almeno una parte delle risorse che ogni
anno la Lombardia trasferisce ai territori meno produttivi. Quel che può
stupire, semmai, è la prudenza dei governatori delle altre Regioni virtuose,
apparentemente assai meno preoccupati dei sacrifici che saranno costretti a
infliggere ai rispettivi cittadini. Ma a questi silenzi e a queste prudenze
dovremo abituarci. Sono silenzi e prudenze politici. Due governatori sono della
Lega, e non possono credere che sia la Lega stessa, dal centro, a sabotare il
federalismo. Altri governatori sono del Partito democratico e, in nome di un
(secondo me) malinteso principio di solidarietà verso i territori più deboli,
tendono a procrastinare indefinitamente il giorno in cui le cicale dovranno
rendere conto alle formiche.
Così nessuno
sembra voler vedere ciò che Formigoni vede a occhio nudo: il federalismo sta
evaporando prima ancora di nascere, e i cittadini della Lombardia rischiano,
alla fine, di trovarsi a pagare il prezzo più alto. LUCA RICOLFI
LS 15
Le Regioni: manovra irricevibile. Formigoni: è anticostituzionale, va
cambiata
La manovra è
"irricevibile" e deve "cambiare". Lo ribadiscono i
governatori, in un documento votato "all'unanimità", dopo una
riunione straordinaria della Conferenza delle Regioni e delle Province
autonome. "La finanziaria - denunciano le regioni - e' stata costruita
"senza condivisione ne' nelle misure ne' sulle entita' del taglio: si
ripropone cosi' una situazione di assenza di coinvolgimento diretto nella
definizione della manovra pur dopo l'approvazione delle leggi di contabilita' e
finanza pubblica e di attuazione dell'art. 119 della Costituzione che hanno
provveduto a declinare in legge un percorso preciso di condivisione con
le autonomie territoriali delle manovre di finanza pubblica".
Nessuno, ha
precisato il presidente Vasco Errani, ne mette in discussione la necessità, ma
i "sacrifici" devono essere "proporzionalmente suddivisi"
tra i singoli comparti della pubblica amministrazione. Mentre così com'è ora
"per oltre il 50% si carica sulle Regioni e non è equa", ha affermato
Errani.
Per le Regioni
questa manovra mette a rischio i servizi alle imprese e ai cittadini oltre che
minare il percorso del federalismo fiscale. "Le Regioni - si legge nel
documento - comprendono la necessità di una manovra tempestiva rispetto alla
situazione economica attuale per dare risposta concreta ai mercati e all'Unione
Europea sulle misure adottate dall'Italia, ritengono d'altro canto che il
taglio indiscriminato sulle spese regionali non sia congruo nell'equilibrio del
concorso dei singoli livelli istituzionali alla manovra, per di più i tagli
indiscriminati difficilmente sono applicabili e probabilmente non daranno i
previsti frutti benefici al Paese e pertanto la ritengono irricevibile".
I governatori, i
quali hanno ribadito di voler fare "fino in fondo la nostra parte",
hanno fatto notare di essere ancora in attesa della convocazione da parte del
governo del tavolo: "La nostra posizione - ha aggiunto Errani - è tesa ad
aprire un confronto serrato con il governo. E' una posizione istituzionale non
segnata da ragionamenti di schieramento politico e non stiamo tutelando in modo
corporativo le regioni. Stiamo spiegando che i tagli avranno una ricaduta sul
sistema territoriale, le famiglie e le imprese" ed "è importante che
le Regioni abbiano trovato unità e condivisione".
A dare la stoccata
più violenta contro la manovra dell'esecutivo, concepita dal suo stesso
partito, è Roberto Formigoni: "Questa manovra va cambiata, è possibile ed
è doveroso farlo". Per il governatore della Lombardia è necessario
"mantenere fermi i capisaldi" della manovra ma occorre
"distribuire il carico dei sacrifici in modo proporzionale, come nelle
famiglie un buon padre distribuisce il carico dei sacrifici su tutti i figli.
Qui invece si carica su un figlio tutto il carico e il padre fa spallucce. Anzi,
di più, siamo di fronte ad un padre sciammannato che ha aumentato il debito
pubblico". Mentre le Regioni sono "figli virtuosi. Così non è
sostenibile né equa e va cambiata", ha aggiunto Formigoni. Per poi
sottolineare: "Così com'è attualmente uccide il bambino nella culla".
Formigoni ha
sottolineato come la manovra contenga "oltre al danno anche la beffa: ci
tolgono le risorse per esercitare le funzioni, ma non ci tolgono l'obbligo di
offrire i servizi, con un rischio di incostituzionalità: la Corte costituzionale
ha detto che ci deve essere un collegamento diretto tra i servizi e i
fondi" che vengono trasferiti.
Coda polemica poi
con il governatore del Piemonte Cota. Il quale afferma: «E' assurdo dire che
questa manovra mette a rischio il federalismo fiscale. La mia posizione è che
bisogna trovare il modo di evitare di penalizzare le Regioni virtuose, bisogna
insomma distinguere tra chi si comporta in modo virtuoso e chi no. Condivido
l'impostazione della manovra».
«Abbiamo discusso
riga per riga il documento. Sul federalismo si dice che, con la manovra, sono
sostanzialmente ridotti i margini di applicazione del federalismo fiscale. ed è
gravissimo», puntualizza Errani ai cronisti che gli chiedono un parere sulle
dichiarazioni di Cota. L’U 15
La sorpresa dell'alleanza tra governatori
Il cammino del
governo procede con un continuo stop and go. Nella stessa giornata, ieri, è
arrivato il «no» dell'Osce alla legge sulle intercettazioni, il plauso
dell'Unione europea alla manovra predisposta da Tremonti, seguito a stretto
giro da un documento durissimo, e approvato all'unanimità da tutti i presidenti
delle regioni.
Con un'inedita
alleanza Errani-Formigoni, la Conferenza delle Regioni ha sposato la linea del
governatore della Lombardia e ha chiesto al governo di riscrivere la manovra,
redistribuendo in modo diverso i sacrifici tra centro e periferia. I 4,3
miliardi di tagli previsti per il 2011, secondo quanto ha spiegato il
presidente della Conferenza Vasco Errani, sono tali da far saltare i bilanci di
tutte le amministrazioni e non consentirebbero di applicare il federalismo,
giacché le regioni, ha aggiunto Formigoni, si troverebbero ad avere sulla carta
i poteri ceduti dallo Stato in nome del decentramento, ma non i fondi necessari
per esercitarli. Di qui il rischio di un rinvio o di un blocco del federalismo
e il conseguente aspetto di incostituzionalità della manovra.
Da sempre la
medaglia dei tagli alla spesa ha un rovescio difficile da digerire per gli
amministratori locali: se il governo taglia i fondi dei trasporti, tanto per
fare un esempio, ai sindaci e ai presidenti delle province o delle regioni
tocca aumentare le tariffe degli autobus. In altre parole, si tratta di
introdurre nuove tasse, anche se indirette, proprio mentre il governo si fa
bello dicendo che «non ha messo le mani in tasca agli italiani».
Oltre ad aver
messo in luce questo aspetto, sul quale, da due anni, dopo il taglio dell'Ici
del 2008, insistono senza risultati i sindaci, la levata di scudi dei
governatori è interessante anche perché contiene la novità dell'asse tra il
governatore azzurro della Lombardia Formigoni e quello rosso dell'Emilia
Errani. Un'alleanza foriera non certo di buon vento per il governo, che ha
colto di sorpresa Tremonti e Bossi. Forse è proprio per questo che Cota, su
suggerimento del leader del Carroccio (il Senatur, finché non vedrà chiaro,
appoggia il ministro dell'Economia), ha ritirato la sua firma dal documento
della Conferenza. MARCELLO SORGI LS 16
G8 e appalti. «Patto politico per i lavori in Abruzzo. Una riunione con
Letta e Verdini»
ROMA — «Sapevamo
che la Btp aveva appoggi politici e per questo abbiamo chiesto di lavorare con
loro in vista dell’assegnazione dei lavori per la ricostruzione del
dopo-terremoto. Ci siamo rivolti alla Carispaq, la Cassa di Risparmio
dell’Aquila, ed effettivamente poi siamo stati ricevuti a Palazzo Chigi da
Gianni Letta insieme all’onorevole Denis Verdini. Tre giorni dopo quella
riunione è stato costituito il Consorzio Federico II». C’è un testimone
prezioso che può dare una svolta all’indagine sugli appalti assegnati in
Abruzzo. È Ettore Barattelli, presidente del sodalizio di imprese che poi
riuscì ad aggiudicarsi l’appalto per la scuola Carducci e quello per i
puntellamenti nel centro storico. Dunque, uno dei costruttori che partecipò
personalmente alle trattative per la spartizione delle commesse. La scorsa
settimana aveva manifestato la volontà di essere interrogato dai magistrati che
indagano sulle procedure di assegnazione delle commesse. E cinque giorni fa,
l’11 giugno, accompagnato dal suo legale, si è presentato davanti al
procuratore Alfredo Rossini. «Le grosse entrature» Trova dunque conferma quanto
era già emerso nelle conversazioni intercettate dai magistrati di Firenze che
indagavano sui «Grandi Eventi». Si delinea l’accordo preso a livello politico
per modulare i tempi e così scegliere le aziende da impiegare. Ed è proprio su
questo che si concentrano adesso le verifiche dei pubblici ministeri.
Bisogna infatti
stabilire la regolarità di quel patto che ha fornito il via libera alla
costituzione del Consorzio mettendolo in una posizione privilegiata rispetto ad
altre società che avrebbero potuto partecipare alle gare per l’assegnazione dei
lavori. In primo piano rimane quella Btp di Riccardo Fusi finito sotto
inchiesta in Toscana proprio perché sarebbe stato agevolato dal suo amico
Verdini nella trattativa per la costruzione della Scuola dei marescialli. E che
avrebbe sfruttato la stessa strada per lavorare a L’Aquila. Racconta
Barattelli: «Noi imprenditori abruzzesi —parlo di me, ma anche della
"Vittorini Emidio Costruzioni" e della "Marinelli ed
Equizi" — ci siamo rivolti ai dirigenti della Carispaq perché volevamo
lavorare con Btp. Sapevamo che aveva grosse entrature con il governo e dunque
ci muovemmo. Ci fu un incontro presso la sede della banca alla quale partecipai
io, il presidente della Btp Fusi e il procuratore della stessa azienda Liborio
Fracassi. Trovammo un accordo e il 12 maggio fummo convocati a Palazzo Chigi».
Quanto accaduto nelle settimane precedenti era stato ricostruito nelle
informative dei carabinieri del Ros attraverso l’ascolto delle telefonate. Il
14 aprile 2009 Verdini avverte Fusi che una terza persona non specificata «mi
voleva vedere per il consorzio per intervenire sul terremoto ». A questo punto
l’imprenditore prende contatto con le banche per i finanziamenti. E un mese
dopo, l’11 maggio, comunica a Fracassi che «ci sono concrete probabilità di
successo». La sera gli invia anche un sms per confermargli un incontro per il
giorno successivo: «Appuntamento a Palazzo Chigi alle ore 17.30». L’incontro da
Letta Tre minuti dopo, nuovo sms per assicurare che «l’indomani all’incontro
potrà partecipare il direttore della Cassa di Risparmio dell’Aquila (Rinaldo
Tordera)».
Il giorno dopo,
Fusi avvisa un’amica di essere «qui a Palazzo Chigi... Sono da Letta qui in
sala d’attesa». È Barattelli a raccontare i dettagli. «Oltre a me e Fusi,
c’erano il direttore della Carispaq Rinaldo Tordera e il vicedirettore Angelo
Fracassi. Poi Letta e Verdini. Analizzammo tutti gli aspetti della vicenda e fu
raggiunto l’accordo». Nelle stesse ore, come hanno accertato gli investigatori,
l’amministratore della Btp Vincenzo Di Nardo incontra gli altri imprenditori e
alla fine manda un sms a Fusi: «Finito ora riunione con abruzzesi e loro
commercialista. Definiti e scritti tutti i testi x costituzione società che
avverrà venerdì all’Aquila presso banca». Alle ore 19.19 di quello stesso
giorno Fusi viene contattato dal suo collaboratore Bartolomei per sapere com’è
andata la riunione e i carabinieri danno conto della telefonata: «Fusi lo
informa dell’esito più che positivo degli incontri odierni, lasciando intendere
che l’intervento dell’onorevole Verdini è stato determinante ». Adesso è
Barattelli a confermare la procedura seguita: «Tre giorni dopo, presso la sede
della Carispaq abbiamo costituito il Consorzio Federico II e poi abbiamo preso
i lavori.
A noi è stata
assegnata la ricostruzione della scuola Carducci e il puntellamento degli
stabili pericolanti. In tutto 4milioni di euro». In realtà, secondo i calcoli
fatti dai carabinieri, i lavori hanno portato nelle casse delle aziende 7
milione e 300.000 euro. Ed è soltanto l’inizio. Se si esclude l’appalto per la
fornitura dei prefabbricati, altri lavori dovranno essere assegnati nelle
prossime settimane e le aziende che fanno parte del Consorzio rimangono in
prima fila nella spartizione. Per questo nei prossimi giorni potrebbero essere
interrogati gli altri imprenditori che hanno partecipato al Filippo II, ma
anche quelli che invece sono stati esclusi dalla spartizione degli appalti.
Anche perché nelle carte trasmesse dai magistrati di Firenze ai colleghi
dell’Aquila ci sono gli altri contatti che preludono alla ricerca di nuovi appoggi
per ottenere i lavori. Come quell’sms che Fracassi invia a Fusi «la mattina del
6 giugno 2009 per informarlo che a breve saranno avviati i lavori per la
ristrutturazione del Palazzo Brancomio a L’Aquila». Fiorenza Sarzanini CdS 16
NEI paesi del fu
blocco sovietico la nomenklatura di partito godeva di privilegi castali: negozi
riservati, case migliori, accesso facilitato a merci inaccessibili alla gente
comune. Niente code, niente lunghe liste d'attesa grazie a una specie di salvacondotto
perenne che permetteva ai capi di vivere in condizioni di extraterritorialità,
come una specie di corpo diplomatico interno.
Noi siamo, almeno
nominalmente, un Paese a economia di mercato. Ma leggendo l'intervista
(ammirevole per la sincerità ai limiti del candore) che l'ex ministro Lunardi
ha concesso a questo giornale, siamo costretti a mettere a fuoco una realtà
molto poco sintonica con i principi che ispirano la libera competizione e le
uguali condizioni di partenza tra i cittadini (principi proclamati a gran voce
anche dal partito di Lunardi e di Scajola).
Si parla di
ristrutturazioni offerte "a prezzo di costo" - cioè senza che
l'impresa ne ricavi un solo euro - in cambio di un aiutino per acquistare
terreni edificabili. Di funzionari pubblici che co-gestiscono, non si sa bene a
che titolo, il sontuoso patrimonio immobiliare della Chiesa romana destinando
gli alloggi agli amici e alle persone di riguardo. Di appartamenti concessi per
oltre un anno in prova, senza pagare l'affitto (a meno che, citando l'ormai
proverbiale battuta nonsense di Scajola, "qualcuno abbia pagato a mia
insaputa"). Di pratiche edilizie risolte in Comune da "un
amico". Di favori dati e resi, di pastoie burocratiche by-passate, di
occasioni d'oro riservate, di passaparola d'alto bordo che spalancano le porte
di una vita agevolata. Si parla, soprattutto, del potere come moneta: un posto
di comando vale, in sé, ben più di uno stipendio d'oro, se consente di
ingrassare ingranaggi altrimenti rugginosi, di favorire una cordata che saprà
come ricambiare.
Dei molto ricchi
si dice che possono girare senza portafogli. Le recenti vicende dimostrano che
non solo i ricchi, anche i potenti possono dimenticarlo a casa: i loro
"pagherò" non sono monetizzabili, sono il pacchetto di attenzioni e
di interessamenti che sapranno mettere sul piatto quando ci sarà l'occasione di
farlo. E chi sia grato a chi non è dato sapere, perché la gratitudine, in quei
paraggi e a quei livelli, è come l'uovo e la gallina.
L'ex ministro
Lunardi (del quale, in uno dei disperati rigurgiti etici che ancora animano la
politica, un paio di colleghi ieri chiedevano le dimissioni da parlamentare) si
dice certo di poter spiegare tutto nei dettagli, carte alla mano, al magistrato
di turno. Tiene a qualificarsi "persona corretta", a distinguere tra
la sua vicenda e quella di chi ha commesso reati. Glielo auguriamo, né
augurarglielo ci costa più di tanto: perché non è questo il punto. Il punto,
per la pubblica opinione o per quanto ne rimane, non sono i reati: quella è la
patologia del sistema, è il bisturi che arriva quando non esistono rimedi meno
invasivi. Il punto è la fisiologia del sistema: quella certezza del privilegio,
quel convincimento di impunità, di mani libere, di circuito chiuso, che la
grandinata di Tangentopoli ha appena scalfito, quasi a dimostrare che nessuna
società può illudersi di mondarsi, e tanto più riformarsi, per via giudiziaria:
mentalità, costume, cultura, rapporti tra le classi, natura del patto sociale,
da che mondo è mondo, cambiano radicalmente solo per via politica: le
scorciatoie non sono date.
Alla luce degli
ultimi atti e delle ultime parole spese attorno alla "cricca", si
capisce soprattutto questo: ciò che per i cittadini normali è una tribolata
corsa a ostacoli (i permessi, le code, la ricerca di una casa, e poi intronarsi
di lavoro e di fatica per pagare ogni cosa, per saldare ogni debito, per dovere
ma anche per dignità), per alcuni o parecchi degli uomini di governo e dei loro
protetti è un tapis-roulant bene ammortizzato. Chi ci sale arriva prima e
arriva meglio.
Il problema è
capire quanto questa rete sia ramificata: e cioè fino a quali strati profondi
della società arrivi. Il sospetto, increscioso ma ragionevole, è che grandi
porzioni di società italiana siano già contaminati (ma anche: tradizionalmente
contaminati) dalla cultura dei favori. Che scendendo giù giù dai palazzi romani
fino agli studi da geometra di provincia, agli uffici pubblici meridionali, ai
capannoni lombardi, siano milioni gli italiani che sperano di salire su quel
carro o almeno di inseguirlo da presso. Che la politica come assemblaggio delle
clientele, come selezione di protettori locali da spedire a Roma, sia una
ingente, potente porzione della politica in toto. Un'intervista come quella di
Lunardi non si concede, con così schietta eloquenza, se non si sa di vivere in
un paese che ringhia al potere quando ne è escluso, ma lo asseconda con
compiacimento quando può coglierne le occasioni e incassarne i dividendi.
Nessun potere è
immacolato, e gli scandali politici sono, in democrazia, quasi una ricorrenza
rituale. Ma la Roma piaciona e compiaciona che sortisce dagli ultimi refoli di
Palazzo, quella dove una mano lava l'altra e qualche giudice sgobbone si
propone il titanico compito di scovare i reati a tutto tondo dentro la matassa
border-line dei favoritismi e degli omaggi al potere, è la capitale di una
democrazia opaca, incerta di se stessa, molto facile a confondere i diritti con
i favori. Dove il libero mercato è solo un simulacro ipocrita, tal quale il socialismo
in Urss. Eventuali dimissioni di Lunardi cambierebbero appena di una sfumatura
un quadro davvero fosco. MICHELE SERRA LR 15
Il vero obiettivo è il controllo dei pm
Ancor prima che la
nuova disciplina delle intercettazioni abbia raggiunto l'esito auspicato da
governo e maggioranza con la sua approvazione definitiva, il Guardasigilli
Alfano ha lanciato una nuova minaccia. A settembre, ha dichiarato l'altro ieri,
sarà presentato un progetto di riforma costituzionale della giustizia che
coinvolgerà il suo assetto istituzionale: separazione delle carriere, doppio
Csm, nuovo meccanismo disciplinare, nuova disciplina dell'ufficio del pubblico
ministero.
Si tratta di idee
che erano già ripetutamente circolate nei mesi scorsi, per cui non stupisce che
siano state ancora una volta ribadite, anche se è la prima volta che il
ministro s'impegna apertamente nell'indicare contenuti e tempi del progetto.
Il progetto, nel
suo complesso, mi piace poco. Un profilo, comunque, mi preoccupa
particolarmente. C'è il rischio che la riforma che si prospetta determini un
indebolimento molto forte, e per questa ragione inaccettabile, dell'ordine
giudiziario, incidendo, in particolare, sull'indipendenza degli uffici del
pubblico ministero. Di questo profilo il Guardasigilli non ha parlato
espressamente. Ne ha parlato tuttavia il giorno prima il presidente del
Consiglio, evocando non a caso il sistema francese, che distingue il giudice
dai pubblici ministeri e sottopone questi ultimi ad un rilevante
condizionamento del ministero della Giustizia.
Per rendersi conto
della consistenza del pericolo, è d'altronde sufficiente considerare taluni dei
profili che caratterizzano la riforma che s'ipotizza. Si pensa, ad esempio, di
separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, creando due distinti Csm,
quello dei giudici presieduto dal Presidente della Repubblica e quello dei
pubblici ministeri presieduto dal procuratore generale della Cassazione; s'ipotizza
d'incrementare la percentuale della componente non togata dei due Csm a scapito
di quella togata, aumentando in questo modo il livello del potenziale
condizionamento politico di tale istituzione; si prefigura di modificare i
rapporti fra pubblici ministeri e polizia giudiziaria nella fase della
conduzione iniziale delle indagini, sottraendo alle procure della Repubblica
ogni potere d'iniziativa o pungolo. Che altro significa, tutto questo, se non,
appunto, condizionare, ridurre, spezzettare, indebolire, soprattutto l'ufficio
del pubblico ministero?
Emblematica mi
sembra d'altronde, in particolare, l'idea di creare due Csm, uno soltanto dei
quali ancora presieduto dal Presidente della Repubblica. Come è noto, la
presidenza del Capo dello Stato è simbolo di autorevolezza e di caratura
costituzionale dell'organo di autogoverno della magistratura. Mutare la
presidenza, ed assegnarla ad una, sia pure elevata, autorità dell'ordine
giudiziario, significherebbe degradare comunque il Consiglio. Da organo di rilevanza
costituzionale esso sarebbe inevitabilmente trasformato in normale istituzione
dello Stato, in quanto tale normalmente aggredibile. Si pensi, allora, a che
cosa significhi, specificamente, stabilire che il Csm dei giudici mantiene
intatta l'aureola di organo di rilevanza costituzionale, quello dei pubblici
ministeri viene invece privato della medesima autorevolezza. Sarebbe la
premessa perché i pubblici ministeri, trasformati in normale istituzione, siano
«normalmente» assimilati a tutte le altre amministrazioni pubbliche: non siano
più «potere dello Stato», ma si trasformino in ordinaria pubblica burocrazia,
in questa prospettiva «ordinariamente» soggetti al controllo del ministero di
riferimento.
Che cos'altro può
significare, d'altronde, la circostanza che si prefiguri, fra l'altro, una
nuova normativa costituzionale in forza della quale i giudici (non più tutti i
magistrati) resteranno un «ordine autonomo ed indipendente da ogni potere»,
mentre i pubblici ministeri, semplicemente, «eserciteranno l'azione penale
secondo le modalità stabilite dalla legge»? Se la legge, successivamente
all'eventuale entrata in vigore del nuovo testo costituzionale, dovesse
stabilire che l'esercizio dell'azione penale, quantomeno in certi casi, è
subordinato all'assenso del ministro, nessuno, sul terreno della legalità
formale, potrebbe più obbiettare alcunché. Per il momento ci troviamo,
fortunatamente, ancora sul piano delle parole, degli intenti, delle ipotesi.
Nessun progetto articolato è stato reso noto, nessun organo dello Stato ha,
fino ad ora, approvato alcunché. Nei giorni scorsi abbiamo, tuttavia, assistito
con sgomento a che cosa è accaduto in materia d'intercettazioni.
A bloccare un
disegno di legge eversivo perché brutalizza nel contempo giustizia e informazione,
e perché infrange due cardini del sistema costituzionale, non sono servite
critiche, proteste, appelli e mobilitazioni. Governo e maggioranza hanno
proseguito imperterriti per la loro strada. Ecco perché in materia di riforma
costituzionale della giustizia, nonostante ci si trovi per ora soltanto di
fronte alle parole di un ministro, il nuovo pericolo dev'essere comunque
immediatamente avvertito e messo a fuoco, e la mobilitazione cominciare.
Non si vorrebbe
infatti che, dopo un'eventuale definitiva approvazione, a luglio, della legge
sulle intercettazioni, una nuova forzatura dello Stato di diritto voluta dalla
maggioranza scardini definitivamente i capisaldi della divisione dei poteri e
del sistema dei controlli. Magari, questa volta, con la complicità compiacente
di qualche settore dell’opposizione.
CARLO FEDERICO GROSSO LS 15
Province, Narducci (Pd): "Apparati costosi e improduttivi, da
abolire"
Le province?
'Andrebbero eliminate per lasciare più risorse ai Comuni'. Dalla manovra alle
promesse mancate del governo, fino al 2 giugno. I temi dell’attualità politica
visti da Franco Narducci, deputato Pd eletto nella ripartizione estera Europa e
residente in Svizzera - di Barbara Laurenzi
Roma - Ridurre gli
sprechi e l’evasione. Sì, ma come? Lo abbiamo chiesto all’onorevole Pd Franco
Narducci che ha spiegato a ItaliachiamaItalia.com i tre punti che avrebbero
potuto rendere la manovra di Tremonti strutturale e non “improvvisata”.
Onorevole
Narducci, l’opposizione continua a remare contro la manovra annunciata dal
ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Che cosa c’è che non vi convince?
"Prima di
tutto è doverosa una premessa: il governo - dichiara Narducci a
Italiachiamaitalia.com - ha passato mesi a diffondere ottimismo a larghe
mani, dicendo che l’Italia è diversa dagli altri paesi e che l’opposizione è
negativa. Ora invece, nel giro di un mese, ci viene detto che lo stato dei
conti è grave e che, dopo aver attaccato Visco che aveva parlato di una
necessaria manovra aggiuntiva, non solo ne sta per essere approvata una, ma è
anche più pesante di quella immaginata da Visco. Il governo sconfessa se stesso
reintroducendo la tracciabilità bancaria criticata durante il governo
Prodi".
Proprio
quest’ultimo punto, però, è un primo passo verso la lotta all’evasione fiscale.
"Il governo
parla di lotta all’evasione fiscale, ma questo non è un concetto raggiungibile
attraverso il condono edilizio e gli scudi fiscali. Siamo attaccati a scudi e
sanatorie su tasse non pagate, Tremonti avrà Per quale motivo si è deciso di
bloccare gli stipendi dei dipendenti pubblici? Per un reale privilegio rispetto
agli altri dipendenti?
"La manovra
colpisce, come al solito, chi onestamente paga le tasse. I dipendenti pubblici
sono gli unici che si possano colpire, altrimenti il governo dovrebbe aspettare
i tempi lunghi della lotta all’evasione fiscale. In realtà questa maggioranza
non vuole colpire chi non paga l’Iva, noi siamo il popolo delle partite Iva e
abbiamo il primato dell’evasione anche in questo campo".
Che cosa andava
fatto contro l’evasione, secondo lei?
"Nel primo
quadrimestre del 2010 la massa di capitali che dovrebbero essere imposti a
tassazione è salita a 372 miliardi di euro, se su questi si fossero pagate le
tasse regolarmente lo Stato avrebbe avuto molti soldi in più. Il governo si è
insediato nel 2008 e ha tolto tutti i provvedimenti di Prodi, hanno abolito
l’Ici e consentito a chi ha case da 1 milione e mezzo di non pagare alcuna
tassa su quel bene".
Dalla maggioranza
vi viene risposto che, in questo particolare momento, bisognerebbe adottare un
atteggiamento più collaborativo verso l’azione di governo.
"Noi capiamo
che il momento è difficile - ammette il deputato del Pd eletto nella
ripartizione estera Europa - e che bisogna assolutamente impostare una
manovra che vada a correggere i conti ma non in questo modo. Questa è una
manovra improvvisata, che smentisce quello che ha detto il governo, fino ad
oggi Berlusconi non ha fatto nulla per abbassare la pressione fiscale. Il
governo ci dica che cosa ha fatto in questo senso, visto che con il patto di
stabilità con gli enti locali la pressione fiscale è addirittura aumentata di
due punti".
Che cosa avrebbe
fatto il Pd al posto del governo?
"Un’azione
realmente incisiva dovrebbe articolarsi in tre punti: riduzione degli sprechi,
vera lotta all’evasione ed equa distribuzione della pressione fiscale. Questa
manovra ha mantenuto gli sprechi, ad esempio i costi della Rai. Hanno fatto
bene ad abolire gli enti ma non c’è stata una giusta selezione, inoltre, con
questo governo, sono aumentate le consulenze esterne nonostante i dirigenti
pubblici siano già strapagati".
In quanto a
sprechi, partiti e politici sono i primi interpellati…
"Sì,
bisognerebbe incidere su tutti i costi, a partire dalle auto blu per arrivare
ai trombati che ad ogni elezione ottengono posti e posticini, una piaga che
esiste solo da noi e che frutta fior di stipendi. In Italia si grida sempre
alla vergogna ma poi nessuno fa nulla per cambiare. La lotta all’evasione
fiscale, inoltre, si fa con strumenti seri e non facendo credere cose false
come ha fatto Berlusconi chiamando Ballarò. Avrebbero dovuto impostare una
riforma reale del fisco, puntando anche a una migliore redistribuzione della
pressione fiscale. I meccanismi del nostro fisco sono fuori dalla logica
normale e premiano chi evade".
Come è vista
questa situazione dagli italiani all’estero, che guardano alle mosse di
Tremonti paragonandole a quelle del paese in cui vivono?
"Negli altri
paesi c’è stata una concertazione, non è stata una scelta unilaterale. I
governi francese e svizzero, ad esempio, hanno sentito i pareri delle
opposizioni e delle forze sociali. Qua da noi si è proseguito con un “prendere
o lasciare”".
Secondo Tremonti
questa manovra aggiuntiva deriva dal collasso della Grecia e non da un reale
bisogno dell’Italia. Questa tesi la convince?
"In Europa si
stanno facendo manovre ovunque, tutti devono rientrare dentro il 3 per cento
del deficit sul Pil. Negli altri paesi, però, si sta seguendo una strategia, si
fanno manovre che tendono a mettere in sicurezza i conti, ragionate e utili
anche per il futuro. Come denunciava anche Stella sul Corriere, è mancato il
coraggio di sciogliere la legge sul finanziamento ai partiti minori. Deve
finire questo modo di considerare la finanza pubblica come se fosse un
bancomat".
Al momento, è
mancato anche il coraggio di sopprimere le province…
"Anche quella
delle province era norma improvvisata. Che cosa significa, se uno ha 200 o
250mila residenti? Che cosa cambia una differenza così minima? O si ha il
coraggio di dire che le province oggi non servono a nulla o è inutile qualsiasi
cambiamento".
Le province non
servono più a nulla?
"No,
bisognerebbe eliminarle dando così più risorse ai Comuni che sono veramente
vicini al territorio. Le province ormai sono solo livelli di potere politico
che non servono al popolo, io sono per un vero federalismo del territorio. Non
abbiamo più bisogno di apparati costosi e improduttivi, abbiamo bisogno di
trasferire ai comuni le vere risorse".
Sul tema delle province,
il governo ha fatto dietrofront a causa delle pressioni della Lega e, nel
frattempo, aumenta la litigiosità all’interno del Pdl. Si unisce anche lei al
coro che pronostica un imminente crollo del governo?
"Che il
governo sia nelle mani della Lega è sotto gli occhi di tutti. Non credo, però,
che il governo stia per crollare, anche se il grado di litigiosità interno
aumenta. Sarebbe tragico per il destino dell’Italia se si dovessero imbastire
nuove elezioni. Io mi auguro che ci sia una maggiore concertazione".
È peggio un paese
in mano a Berlusconi o un paese in balia della Lega?
"Questa è una
domanda a cui non rispondo, non parlo in questi termini di politica. La Lega
lotta per il popolo ma con uno stile che non condivido".
Si riferisce alle
assenze del 2 giugno?
"Io vivo in
Svizzera, il più antico federalismo del mondo, ma non ho mai visto un primo
agosto in cui non si canti l’inno nazionale. Tutti gli svizzeri festeggiano la
giornata nazionale". Italia chiama
Italia
Trasparenza e stipendi. Il gioco dell’odio sulle vite degli altri
Un tempo, tanto
tempo fa, i primi fogli patinati di gossip offrivano ai propri lettori
assatanati di indiscrezioni pruriginose i “numeri segreti” dei divi e delle
dive. Poche cifre in sequenza ed era possibile infilarsi nella cornetta del
divo del cuore. E giù chiamate a tutte le ore, baci e grida amorose finché la
Sip (allora si chiamava così) cambiò le cifre delle utenze molestate. Un gioco
un po’ ingenuo e un po’ perfido, consistente nel vendere a tutti non ciò che
era proibito o vietato ma semplicemente protetto dalla più semplice
riservatezza.
Da allora, tra
corsi e ricorsi, ne ha fatta di strada la voglia di sparare, nero su bianco, le
“vite degli altri”, meglio se trattasi di telefonate intercettate, ma anche di
cifre tradotte, sintetizzate di redditi, compensi, guadagni. A questo tiro a
segno aperto per titillare gli istanti della curiosità più becera e populista
partecipano nella parte delle vittime squadroni di manager di rango, grand
commis, banchieri di successo, giù giù fino al giornalista che fa più notizia
della notizia che dovrebbe amministrare, al conduttore televisivo appassionato
tutore degli altri italiani oltre la soglia della povertà e tuttavia geloso
custode del proprio contratto di conduzione. Il grande Enzo Biagi diceva: per i
giornalisti la colleganza è odio vigilante. Dai suoi tempi non è cambiato
nulla, solo che l’odio vigilante si è fatto gioco alla moda e moda d’estate.
Facendosi coraggio l’un l’altro, e chi più ne ha più ne metta, fioriscono i
giornali attirati dal pubblicare il “gioco dell’odio”.
Questo gioco, come
s’è capito, consiste nella facile, malleabile, titillante scelta di dedicare
ampio spazio, ben orchestrato da accattivanti grafiche, alle tabelle che incolonnano
i compensi, (si presume tutti conosciuti e apprezzati dall’Agenzia per le
entrate), delle persone fisiche all’uopo prescelte. Vi finiscono manager che
realizzano fortissimi profitti per le aziende che dirigono e impiegati
ministeriali o comunque pubblici con poche decine di migliaia di euro all’anno.
I manager, appartenenti per lo più a società quotate in Borsa, colgono
dell’operazione solo il lato puramente populista, essendo già tutto scritto nei
bilanci, facilmente consultabili. Gli altri subiscono quel curaro (indolore,
insapore, inodore, micidiale) che è l’invidia dentro la quale stanno tutti
tranne la propria moglie, la mamma, la sorella e la figlia unica.
Intere carriere
nelle quali il valore del merito tanto decantato andrebbe prudentemente
valutato e messo nel conto si ritrovano spiattellate in quelle caselle. Una
sottile, non impugnabile gogna mediatica che diventa affluente del grande fiume
dello sconquasso nazionale, dove chiunque voglia essere qualcuno deve far voto
di appartenenza e odiare tutti gli altri.
L’intento
dichiarato dalle volonterose testate è quello di fare trasparenza tra caste,
cricche, parrocchie, santuari e cosi via: fare della trasparenza il vero motore
del Paese civile mentre è chiaro, e qui ci vuole, lo scopo trasparente è quello
di aizzare, stimolare, muovere e promuovere quel che di più basso e melmoso
produce una società complessa e cangiante, certamente appesantita da
disuguaglianze da limare a fondo, e tuttavia non bisognosa di focolai di
guerriglia psicologica. Insomma, capire e raccontare tutto della “cricca” è
sacrosanto. Ma che c’entra la lista degli stipendi pagati dalle aziende e
utilizzati anche dalla Agenzia delle Entrate?
Il piacere di
alzare polvere appare talmente intenso e voluttuoso che s’è aperta una forsennata
corsa a chi spara più numeri sugli stipendi più stipendi, emolumenti, guadagni
nella quale, va ammesso, si distinguono, specularmente sugli opposti argini del
gioco dell’odio e dell’invidia, testate normalmente impegnate a farsi la guerra
diversificando le aree di attacco.
La corsa, vedremo,
sarà lunga.
Che tutto ciò
serva a qualcosa di ragionevole è dubbio. Che sia capace di rimettere in
discussione situazioni sperequate e oggettivamente scandalose è assai
improbabile. Che la scelta degli obiettivi sia imparziale, terza, e non
viceversa attenta a usare questo chiavistello con occhiuta oculatezza, è
evidente a tutti.
Tutto ciò, se non
si troverà la complessiva capacità di un uso più accorto e meno perfido delle
liste sulle vite degli altri, non porterà bene a nessuno, innescherà filoni di
rancori e di vendette fin sui pianerottoli dei più lontani condomini e noi
resteremo un Paese dove le regole del rispetto sono considerate a malapena dei
suggerimenti da ignorare.
Comunque sia,
elenco per elenco, tabella per tabella, se proprio non possiamo farne a meno di
stamparle cominciamo almeno a pubblicare l’elenco degli evasori totali, visto
che le tasse le paghiamo anche per loro e sarebbe interessante sapere almeno
come si chiamano. PAOLO GRALDI IM 14
Al di là dello
scontro quasi ideologico che si solleva ogni volta che si tocca la
Costituzione, ciò che colpisce del dibattito sull’articolo 41 è la tesi che
questo articolo sia ciò che ha frenato e frena la competitività italiana e che,
modificandolo, l’Italia possa tornare a competere sui mercati internazionali.
Ma è davvero così? E’ vero che la competitività di un Paese dipende dalla sua
Carta costituzionale? Questa è la domanda che dovremmo porci in questo momento.
In questa prospettiva è interessante andare a guardare le classifiche
internazionali sulla competitività e scoprire che i Paesi più competitivi del
mondo hanno alle spalle Costituzioni, modelli di Stato e di governo
completamente diversi l’uno dall’altro.
In vetta alle
classifiche troviamo infatti Paesi di tradizioni liberali e liberiste, come gli
Stati Uniti. Ma anche Paesi di tradizione social-democratica, come la Svezia e
la Danimarca, così come troviamo democrazie parlamentari e presidenzialiste,
Stati unitari e Stati federali, repubbliche e monarchie. Già da queste
riflessioni sorge quindi più di un ragionevole dubbio. Il dubbio che forse la
competitività dipenda da altri fattori. Ed infatti è così.
La competitività -
che altro non è che la capacità di crescere nel lungo periodo - è legata ad
altro. Si tratta chiaramente di una molteplicità di fattori, ma tre in
particolare sono fondamentali: un sistema della ricerca e dell’istruzione
moderno e competitivo, una pubblica amministrazione funzionale e trasparente,
ed un sistema fiscale e redistributivo efficiente ed equo, che supporti il
lavoro e gli investimenti. Investimenti non solo materiali ma anche e
soprattutto immateriali, a partire proprio da quelli in ricerca, istruzione e
formazione. E’ così che si crea un circolo virtuoso: una forza lavoro preparata
e competitiva e un sistema di imprese che fa leva su tale capitale umano per
generare innovazione e crescita.
Certamente
mantenere questi investimenti e questo ciclo virtuoso in tempi di crisi non è
facile, ma non impossibile. Basta guardare la Germania, che, pur dando alla
luce una manovra finanziaria durissima con i tagli più pesanti dalla Seconda
Guerra Mondiale, ha lasciato intatti tutti gli investimenti in istruzione e
ricerca, dando mostra di una lungimiranza e di una prospettiva strategica
invidiabili. L’Italia invece non solo ha tagliato pesantemente scuola,
formazione, università e ricerca, ma non è stata nemmeno capace di portare fino
in fondo alcune riforme avviate da questo stesso governo che avrebbero
perlomeno dato un contributo a quei cambiamenti strutturali necessari per un
eventuale reinvestimento futuro.
La riforma
dell’Università è ancora ferma, rallentata non solo dai tanti emendamenti ma
anche dall’evidente priorità data ad altri provvedimenti, dai vari Lodo Alfano
fino all’ultimo provvedimento sulle intercettazioni, sui quali sono state spese
molte più energie.
La riforma della
pubblica amministrazione di Brunetta è stata in pratica mutilata dall’ultima
manovra del governo che, per introdurre il blocco dei salari nel pubblico
impiego, ha di fatto congelato (anche se non formalmente sospeso) tutta la
parte della riforma che avrebbe introdotto un po’ di meritocrazia, valutazione
e responsabilità nella pubblica amministrazione. Di riforma fiscale invece è
stato quasi tabù parlare fino ad oggi. Adesso viene rispolverata, ma posta come
subordinata alla più alta questione della «libertà di impresa» e alla modifica
della Carta costituzionale. Creando un po’ di confusione sulle finalità di tale
provvedimento, facendo quasi credere che questo articolo impedisca la creazione
d’impresa. Non solo non è cosi, ma la creazione d’impresa, di per sé, non è un
problema per il nostro Paese. In Italia si fa già abbastanza impresa, non a
caso abbiamo una densità imprenditoriale tra le più alte d’Europa (circa 66
imprese ogni 1000 abitanti, contro 22 della Germania, 39 della Danimarca, e 40
della Francia).
Il problema delle
imprese italiane è un altro: è la difficoltà di crescere avendo a che fare con
una pubblica amministrazione lenta ed inefficiente, con una fiscalità complessa
e penalizzante per chi davvero investe in innovazione e ricerca, e la
difficoltà a trovare giovani (giovani veri, non quarantenni) preparati e ben
formati sul mercato del lavoro. Questi sono i veri problemi delle imprese, e la
modifica dell’articolo 41 non servirà a cambiare molto questo stato di cose.
Anche la semplificazione della complessità normativa, la razionalizzazione di
autorizzazioni e controlli può essere realizzata subito, senza modifiche
costituzionali. D’altronde, è proprio questo governo che ha istituito il
ministero per la Semplificazione normativa. Ed è proprio quel ministro, il
senatore Calderoli, che pochi mesi fa si è fatto immortalare armato d’ascia e
fiamma ossidrica mentre dava fuoco alle 375 mila tra leggi e regolamenti
abrogati dal suo ministero. Viene naturale chiedersi come mai tra tutte quelle
migliaia di leggi non ce ne fosse nemmeno una che sia servita a rendere più
semplice la vita delle imprese e dei cittadini, tanto che oggi siamo ancora a
parlare di normativa asfissiante.
Ecco, potremmo
ripartire da lì, dal rilancio di una semplificazione normativa più mirata e
selettiva, in modo da andare più incontro alle esigenze di aziende e cittadini.
E da una riorganizzazione delle procedure e degli adempimenti burocratici per
le imprese, per esempio realizzando in modo capillare su tutto il territorio
gli sportelli unici per le attività produttive, istituiti per legge dodici anni
fa ma nella realtà ancora largamente incompiuti, o, quando esistenti, raramente
accompagnati dalle necessarie semplificazioni amministrative e dalla necessaria
formazione del personale. Per realizzare tutto questo non è necessario creare
una nuova Costituzione. Magari un nuovo ministro sì, potrebbe servire, visto
che il ministro per le Attività produttive si è dimesso quasi due mesi fa e
ancora non si è trovato un sostituto.
Insomma, se
l’obiettivo è rilanciare la competitività del nostro Paese, investire tempo ed
energie per modificare la Costituzione potrebbe non essere la strategia più
efficace. Ci sono molte altre cose più incisive e fattibili subito che possono
servire assai meglio a questo scopo. Se poi l'obiettivo è un altro, allora è un
altro discorso. IRENE TINAGLI LS 16
Pomigliano d'Arco, accordo separato Fiat spacca il sindacato La Fiom non
firma
Confermata la
spaccatura sindacale su Pomigliano. Il nuovo accordo sullo stabilimento campano
della Fiat non è stato infatti siglato dalla Fiom che ha ribadito la sua
contrarietà all'intesa, già siglata dalle altre organizzazioni lo scorso
venerdì. Fim, Uilm, Fismic e Ugl hanno firmato il nuovo documento integrato,
presentato dal Lingotto.
La Fiat ha
sottoposto ai sindacati dei metalmeccanici un nuovo documento in cui viene
aggiunto un 16/o punto relativo alla istituzione di una commissione
paritetica di raffreddamento sulle sanzioni, come era stato richiesto dalle
organizzazioni che venerdi' scorso avevano gia' dato un primo ok.
I sindacati dei
metalmeccanici firmatari dell'accordo sullo stabilimento Fiat di Pomigliano
D'Arco hanno promosso un referendum tra i lavoratori che si terra' il prossimo
martedi' 22 giugno.
''La Fismic ha
firmato l'accordo perche' e' giusto farlo e non perche' qualcuno ci ha mai ricattato'':
lo ha detto Luigi Mercogliano, della segreteria regionale della Fismic,
commentando la sigla all'intesa con la Fiat per l'investimento di 700 milioni
di euro che portera' la Panda nello stabilimento di Pomigliano d'Arco (Napoli).
Mercogliano, inoltre, ha annunciato che martedi' 22 giugno, ''la parola
passera' liberamente ai lavoratori dello stabilimento con un referendum indetto
al Giambattista Vico''. ''La Fiat ha inserito nel documento la commissione di
prevenzione - ha concluso Mercogliano - e l'accordo salva lo stabilimento e
l'occupazione di oltre 5 mila addetti della fabbrica, piu' tutti i lavoratori
dell'indotto''. L’U 15
Il coraggio di aprire una nuova stagione
Accordo separato.
A Pomigliano è andata come era logico attendersi, ma non come era inevitabile
che andasse. Perché dopo la coraggiosa sortita del segretario della Cgil
Epifani, si poteva anche sperare - quantomeno in modo residuale - che la Fiom
capisse non tanto che il suo no avrebbe danneggiato i lavoratori (e non solo
quelli di Pomigliano, ma dell’intero gruppo Fiat in Italia), perché su questo
francamente le speranze stavano a zero, e neppure che avrebbe rotto il fronte
sindacale, anche perché è da tempo andato in frantumi e proprio per mano
dell’ala più oltranzista della Cgil, ma che con il suo diniego avrebbe rotto la
Cgil stessa, forse in modo irreversibile. Evidentemente i vertici della
federazione metalmeccanici questo non lo hanno capito, oppure l’hanno inteso
così bene da farne il vero motivo “politico” della loro testardaggine
ideologica, forse coltivando l’idea che di fronte ad un redde rationem sarebbe
l’ala “pura e dura” a vincere la partita interna alla Cgil. Ma la speranza di
un resipiscenza del sindacato guidato da Maurizio Landini era poggiata anche su
un altro presupposto, diciamo così “opposto”, e cioè l’idea, molta diffusa fino
all’incontro decisivo di ieri, che in realtà la Fiat non volesse l’accordo e
dunque lavorasse per far dire di no alla Fiom per poi dire di no lei ad un
accordo separato. Perché, e questo è sicuramente vero, se si fosse firmata
l’intesa Marchionne sarebbe poi stato costretto a rivoluzionare Pomigliano se
davvero vuole passare da 36 mila a 270 mila auto prodotte, mentre lasciare la
Panda in Polonia e trasferire le altre produzioni in Serbia, dove sicuramente i
costi diretti e sociali sono molti più bassi - e lo rimangono anche dopo
l’intesa, non fosse altro per le difficoltà di contesto che si patiscono in
Campania - è cosa più facile e meno onerosa. Ora sappiamo che la Fiat questo
calcolo non lo ha fatto - altrimenti non avrebbe accettato di firmare il
protocollo senza l’adesione della Fiom - o che se anche lo avesse fatto ha
dovuto accantonarlo. Ma la Fiom no, questo non poteva saperlo. Anzi, avrebbe
dovuto essere la prima a porsi il problema, e a capire che dal suo punto di
vista non avrebbe dovuto dare alcun alibi a Marchionne. Al tavolo avrebbe
dovuto rimanerci incollato non fosse altro che per questo.
Tuttavia, le cose
sono andate diversamente: la Fiom non ha firmato, la Fiat sì. E ora è sperabile
che per Pomigliano e l’azienda tutta, così come per l’intero capitalismo
italiano alle prese con il “mostro” della globalizzazione che da almeno tre
lustri infligge al sistema-Italia una perdita di competitività crescente, sia
finalmente venuto il momento di voltar pagina in modo irreversibile. Non tanto
perché si è finalmente piegata la testa al sindacato - che, diciamoci la
verità, nelle imprese private è da tempo che ha perduto, volente o nolente, il
suo carattere di oppositore della flessibilità - o perché si recuperano margini
significativi sul costo del lavoro, considerato che i differenziali con i paesi
di nuova industrializzazione ancora per qualche anno rimarranno incolmabili,
quanto perché si sono poste le basi per organizzare la produzione
manifatturiera di grandi dimensioni in modo significativamente diverso rispetto
a quello tradizionale cui noi italiani siamo rimasti abbarbicati con
incredibile pervicacia. Il che non è solo una questione di flessibilità
assoluta del lavoro - condizione necessaria ma non sufficiente - ma anche di
innovazione di processo e di prodotto, tanto che la gran parte dei 700 milioni
che Fiat intende investire a Pomigliano hanno un contenuto fortemente hi-tech.
Qualcuno ha voluto
comparare l’intesa di ieri alla “marcia dei 40 mila” del 1980 a Torino, che
produsse la “liberazione” di Mirafiori e degli altri stabilimenti occupati ma
anche l’espulsione di quelle “tossine terroristiche” che negli anni Settanta
furono generate nella zona grigia a cavallo tra sindacato e “comunismo
combattente” proprio a cominciare dalla Fiat e che la “aristocrazia operaia” di
allora, guidata da Luciamo Lama, s’incaricò di sconfiggere. Non so se il
paragone storico regge, trent’anni dopo. Ma certo quella di Pomigliano può
essere davvero la prima pietra per costruire un sistema di relazioni
industriali al tempo della globalizzazione.
Così come da
Pomigliano può partire una nuova stagione dell’industria italica. Perché
firmando quell’accordo, Marchionne si è impegnato a fare del bacino di
Mediterraneo il suo nuovo mercato di sbocco. E’ una visione giusta: partendo
dall’Italia, che deve capire fino in fondo il vantaggio competitivo “naturale”
che la sua posizione geografica le assegna, si possono conquistare i mercati di
quella che Gianni De Michelis chiama la “quarta economia”, quella appunto del
nord Africa, dell’Egeo e dei paesi arabi, a sua volta porta verso Cina e India.
Non è un caso che la produzione che si farà nella “nuova Pomigliano” sia quella
della Panda, cioè un auto adatta a quei nuovi consumatori. E il Mezzogiorno
tutto può e deve essere protagonista di questo “riposizionamento”
geo-strategico dell’economia italiana. Con buona pace della Fiom, che nel
frattempo sarà stata sanzionata, con il referendum del 22 giugno, da quella stessa
base che pretende di rappresentare. Enrico Cisnetto IM 16
Giovani calciatori africani: l’Europa, un sogno pericoloso
I club europei
sono pieni di giocatori di origine africana. Chi più chi meno celebre,
rappresentano dei modelli per tutti i giovani dei loro rispettivi paesi: sono
in tanti a cercare di seguire le loro orme. Ma a quale prezzo?
Nel 2003, una
squadra della prima divisione belga, il KSK Beveren, schierava dieci ivoriani
su un totale di undici giocatori titolari. Una piccola rivoluzione per il
comune delle Fiandre Orientali, dove il Vlaams Block, partito fiammingo di
estrema destra, all’epoca otteneva il 25% dei voti. Tutto è iniziato nel 2001,
quando Jean-Marc Guillou, fondatore di una scuola-calcio in Costa d’Avorio,
divenne amministratore delegato della società, allora in perdita. Propose un
apporto annuale di quattro giocatori provenienti dalla sua scuola, per
rimettere in piedi la squadra.
La scuola di
Jean-Marc Guillou (JMG académie) fa parte di questi nuovi centri di formazione
aperti dagli europei sul continente africano. Scuole-calcio spuntano un po’
ovunque, ma le strutture ufficiali sono rare. Queste si preoccupano di formare
i giovani calciatori locali senza interrompere il processo di scolarizzazione,
indirizzando i giocatori più promettenti verso una carriera internazionale o
nazionale, e garantendo ai meno dotati una reintegrazione.
Inseguendo
gli idoli
In Senegal, circa
un milione di giovani ha una licenza “calcistica”. In migliaia si accalcano per
riuscire ad entrare in un centro riconosciuto, tutti guidati dai loro modelli,
oggi grandi stelle del pallone. Samuel Eto’o, Salif e Seydou Keïta, Salomon
Kalou, “Baky” Koné e Yaya Touré sono cresciuti tutti in Africa, e oggi
conoscono una carriera di livello internazionale. Ancora oggi sono molti ad
espatriare per tentare fortuna in Europa. Giovani prodigi del calcio
sacrificano tutto per raggiungere l’eldorado europeo, le sue leggendarie
società e gli stipendi da favola. Se in molti tentano l’avventura, non tutti
intraprendono la strada giusta. Tra le scuole “bidone”, i falsi agenti e i
trasferimenti dei minori, le truffe sono sempre dietro l’angolo.
Yannick Abéga
aveva 13 anni quando ha lasciato la sua terra natale, il Camerun, per la
Spagna. Una zia lontana lo ha messo in contatto con un agente spagnolo, Marc
Salicrú Massegú. I genitori hanno firmato un contratto e pagato il biglietto
aereo. Per ragioni amministrative, la “zietta” diventa tutrice del ragazzo. Con
la testa piena di promesse, il ragazzo è euforico e sogna già il Real, la
squadra madrilena che ha accolto qualche anno prima Samuel Eto’o. Una volta
arrivato nel Vecchio Continente, viene sottoposto ad un provino dietro l’altro
in giro per la Spagna, ma senza nessun risultato. Finisce in un centro di
formazione a Maiorca, dove resterà due anni. Dopo i quali riprenderà a fare
provini, ma senza successo. Senza più notizie del suo agente, senza squadra, né
documenti, scappa in Francia. A Parigi viene accolto dall’associazione Foot
Solidaire che lo aiuterà a risolvere la sua situazione di irregolare.
Dal sogno
alla strada - Nonostante le regole ferree introdotte dalla Federazione
Internazionale di calcio (FIFA) nell’ottobre 2009, le strutture ufficiose e gli
pseudo agenti e reclutatori continuano ad operare nel continente africano.
Eppure il regolamento della FIFA è chiaro: qualsiasi trasferimento
internazionale di minore è proibito. La società formatrice deve dare la sua
autorizzazione, la FIFA deve rilasciare un certificato e il giocatore deve
essere tesserato dalla federazione. La procedura ideale sarebbe un contratto
stipulato tra le società interessate, con un intermediario delegato dalla
società ospitante.
Sfortunatamente le
vittime di agenti senza scrupoli sono ancora numerose. Sei giovani maliane, di
cui una vive ancora oggi in clandestinità, hanno subito direttamente gli
effetti del business del calcio. Giocatrici di livello nazionale nel Mali,
sognavano una carriera all’estero. Un giorno un “agente” le contatta. Dice di
venire per conto del RC Saint- Étienne in Francia e di essere in cerca di
giocatrici motivate per riuscire a potenziare la squadra francese. Le ragazze
firmano il contratto senza porsi troppe domande e corrono all’ambasciata
francese per ottenere il prezioso lasciapassare, che riescono ad ottenere immediatamente,
a fronte di una procedura normale che prevede una trafila di giorni, se non
mesi. Pagano il biglietto aereo di tasca loro e partono per la città verde. In
Europa sono ospiti di una grande società di calcio nazionale, e stanno in un
appartamento messo a disposizione dalla società stessa, la quale provvede anche
a sborsare denaro. Ma nessun contratto e quindi nessuno stipendio e dei
permessi di soggiorno che si succedono uno dietro l’altro, fino all’arrivo di
Nicolas Sarkozy e al conseguente inasprimento delle regole che ne seguì. La
prefettura non ha più intenzione di rilasciare loro il prezioso sesamo. Da quel
momento, la società le caccia, togliendo loro anche l’appartamento. Le ragazze
si ritrovano per strada.
Iniziative - Tuttavia la situazione non è ovunque così nera e le procedure ufficiali esistono ancora. L’associazione Diambars, fondata da ex-giocatori professionisti - Jimmy Adjovi Boco, Patrick Vieira et Bernard Lama- si è istallata in Senegal e da poco anche in Sudafrica. Il suo motto: “le foot passion, un moteur pour l’éducation”. Le strutture di Diambars affiancano alla formazione sportiva un’educazione scolastica così da poter garantire, in ogni caso, un futuro ai ragazzi. Alcuni giocatori hanno già firmato un contratto con delle società europee, in Norvegia o in Francia. Un esempio