WEBGIORNALE  17-20  Giugno  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Sir: “Il primo Mondiale africano è un grande evento, è una storia importante”  1

2.       Mondiali ci calcio. Gli Azzurri visti dalla Germania  1

3.       20 giugno, Giornata mondiale Onu del rifugiato. Presto documento del Vaticano sui migranti forzati 1

4.       Secondo l'Unhcr sono oltre 43 milioni i rifugiati nel mondo  1

5.       Fao: un miliardo di persone ha fame  2

6.       Elio Di Rupo prossimo premier del Belgio? Gli auguri dell’on. Garavini 2

7.       Il cervello degli adolescenti (2). Forse anche Cartesio a 15 anni disse: “Rischio, dunque sono”  3

8.       Sì della Commissione Esteri al provvedimento che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie  3

9.       Acli Germania: più formazione e più “componente attiva della societá tedesca”  4

10.   Al Consolato di Hannover  mostra fotografica sull’emigrazione degli anni 1950-1960  4

11.   Saarland: in una ricerca i motivi delle difficoltà in matematica degli alunni italiani 4

12.   L’Italia in Franconia, un paese in via di sviluppo? No al consolato onorario  4

13.   Iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 5

14.   La Festa della Repubblica ad Hannover, un’occasione per consolidare l’amicizia italo-tedesca  6

15.   A Monaco di Baviera una serata per avvicinare il pubblico tedesco a Totò  7

16.   Toni rescinde il contratto col Bayern  7

17.   Ho 19 anni e cerco lavoro in Germania, da metà di luglio fino ad inizio settembre  7

18.   L’accordo d’integrazione è per gli stranieri che entrano per la prima volta in Italia  8

19.   Caso Giacchetta. Il Ministero: nessuna responsabilità amministrativa del patronato  8

20.   A Roma un incontro sulla realtà migratoria del Molise di ieri e di oggi 8

21.   Su "Youdem.tv" rassegna stampa dei giornali italiani editi all'estero  9

22.   Interrogazione al ministro degli Esteri sul funzionamento del sistema informatico SIFC presso i consolati 9

23.   Trento, consigliere leghista sceglie allenatore marocchino per la sua squadra  10

24.   UE. A ottobre la tassa su banche e finanza  10

25.   Il conflitto etnico. In Kirghizistan, morti a centinaia e decine di migliaia sono in fuga  10

26.   Belgio, elettori spaccati. Il Regno rischia la scomparsa  11

27.   Ricattare Berlino per salvare l'Europa  11

28.   Marea nera, la guerra di Obama nel Golfo: «Adesso energie pulite»  12

29.   UE. Gaza: i ministri degli Esteri chiedono la fine del blocco  12

30.   Una manovra che punisce i virtuosi 12

31.   Le Regioni: manovra irricevibile. Formigoni: è anticostituzionale, va cambiata  13

32.   La sorpresa dell'alleanza tra governatori 13

33.   G8 e appalti. «Patto politico per i lavori in Abruzzo. Una riunione con Letta e Verdini»  14

34.   L'Italia dei favori 14

35.   Il vero obiettivo è il controllo dei pm   15

36.   Province, Narducci (Pd): "Apparati costosi e improduttivi, da abolire"  15

37.   Trasparenza e stipendi. Il gioco dell’odio sulle vite degli altri 16

38.   Costituzione usata come scusa  17

39.   Pomigliano d'Arco, accordo separato Fiat spacca il sindacato La Fiom non firma  17

40.   Il coraggio di aprire una nuova stagione  17

41.   Giovani calciatori africani: l’Europa, un sogno pericoloso  18

42.   Intercettazioni, Osce: «L'Italia ritiri il ddl o lo modifichi, la stampa sia libera»  19

43.   Ballottaggi in Sardegna, il centrosinistra vince a Cagliari, Nuoro e nell'Ogliastra  19

44.   M. Fedi (Pd): Rafforzare la presenza culturale e linguistica italiana nel mondo anche a livello universitario  20

45.   “L’Aquila nel mondo”. Presentato il terzo libro di Goffredo Palmerini 20

46.   Ricardo Merlo (MAIE) interroga i ministri Frattini e Bondi. Proteggere il patrimonio culturale italiano all'estero  21

47.   Unhcr. Rifugiati, in Italia meno di altri paesi Ue. Dimezzato il numero delle richieste di asilo  21

48.   Alberto Sera (UIM): “Il Molise laboratorio di migrazione”  21

 

 

1.       Berlusconi-Konzern Mediaset. Europas harte Hand  21

2.       Ein Stern für Werktreue und Engagement an drei Italiener in Rüsselsheim   22

3.       Als Italiener in Franken- vertreten wie in einem Entwicklungsland! 22

4.       UN-Bericht. 43 Millionen sind auf der Flucht 22

5.       Woher statistische Daten kommen: Bericht des Europäischen Forums für Migrationsstudien  23

6.       Anpassung an EU-Asylsystem. Deutschland als Bremser 23

7.       Asylverfahren. Ausgefragt und abgeschoben  24

8.       Abschiebung von Flüchtlingen. Bloß nicht nach Griechenland  24

9.       Flüchtlingspolitik neu aufstellen  25

10.   Kommentar- Neue Heimat für Flüchtlinge  25

11.   EU-Außenminister fordern Aufhebung der Gaza-Blockade. "Nicht hinnehmbar und politisch kontraproduktiv"  25

12.   „Europäische Wirtschaftsregierung“? Ein Schein von Einigkeit 26

13.   Schuldenkrise in Europa. Spanische Demontage  26

14.   Krise in Kirgisien. Das russische Dilemma  27

15.   Analyse. Umdenken nach dem Golf-GAU  27

16.   Belgien sucht Regierung  28

17.   Nahost-Konflikt UN-Gesandter: Israels Politik ist gescheitert 28

18.   Wahltrend. Regierung stürzt ab  28

19.   Deutsche geben FDP Hauptschuld am Koalitionszank  29

20.   Schwarz-gelber Dauerstreit. Deutsche wünschen sich Neuwahlen  29

21.   Abschied. Großer Zapfenstreich für Horst Köhler 30

22.   FDP: Partnerkrise Eine Partei am Abgrund  30

23.   Reformdebatte. Guttenbergs Bundeswehr 31

24.   Zoff in der Union. Wehrpflicht ade  31

25.   Mittelschicht in Gefahr. Sparpaket verschärft Ungleichheit 32

26.   DIW-Studie über Arm-Reich-Kluft. Reiche immer reicher, Arme ärmer 32

27.   Strafvollzug bei Müttern. Mit Mama im Gefängnis  33

28.   "Schule ohne Rassismus" wird 15. Courage im Alltag  33

29.   Kolat: "Rassistische Äußerungen unhaltbar". Deutsch-Türken fordern Entlassung Sarrazins  34

30.   Girokonten. Von wegen kostenlos  34

31.   Frankfurt, die Katakombe. Viva Italia - Eine italienische Nacht! 34

32.   Köln. Konzert mit dem Ensemble Epoca Barocca  35

33.   Berlin. Migrantenliteratur aus Deutschland und Québec  35

34.   Job in Deutschland gesucht: von 15ten Juli bis Anfang September 35

35.   München. Ausstellung „Totò - der italienische Prinz des Lachens“  36

 

 

 

Sir: “Il primo Mondiale africano è un grande evento, è una storia importante”

 

I Mondiali di calcio, come ogni altro grande evento sportivo di livello mondiale, sono, si sa, un momento del sistema della comunicazione e del consumo globalizzato, che può restare fine a se stesso, magari semplicemente generando profitti. Ma non è solo questo. Anche quando la cappa del business sembra non aprire spiragli, quando gli eventi sportivi sembrano delle recite a soggetto su un copione già scritto, rimane, zampilla, nello sport, una dimensione propria, nativa, irriducibile alle logiche economiche. Il fatto propriamente tecnico-sportivo finisce, comunque, per affermare le proprie ragioni. Ma non solo. Il calcio, come ogni grande sport, non è solo praticato, ma anche visto, vissuto: dunque richiama un pubblico, afferma un tessuto d’identità collettive. Ecco perché, sotto tutti questi profili, il primo Mondiale africano è un grande evento, è una storia importante, così come lo sarà la prima Olimpiade sudamericana, in Brasile, tra sei anni. L’Africa è, dalla sua “scoperta”, il terminale degli imperi e degli imperialismi: non è un caso che da non pochi anni sia ormai oggetto di una attenta e pianificata penetrazione geopolitica e di iniziative economiche da parte della Cina. Questa realtà di terminale di imperialismi assume la forma delle continue guerre combattute, spesso per procura di interessi esterni. Anche qualora non si arrivi alla logica brutale e mai risolutiva della guerra, dai tempi dell’indipendenza continuano a caratterizzare la storia e l’assetto politico del continente regimi corrotti, capaci di trascinare nella povertà molte, prospere regioni, con risultati talora anche peggiori delle guerre guerreggiate. Tutto questo è vero, ma è altrettanto vero che non si tratta di una situazione irreversibile. Non è un caso che, proprio il giorno dell’apertura dei Mondiali di calcio, a Roma prendeva corpo, per iniziativa della Comunità di Sant’Egidio, l’accordo per la pacifica transizione in Guinea. Si può fare molto, se si testimonia una logica diversa, capace di parlare non agli interessi a corto respiro di piccole cricche, ma al bene comune. Ecco perché anche il Mondiale, se lo si capisce e lo si vive nella sua realtà, pur contraddittoria, può molto aiutare. Può confermare delle prospettive di auto-sviluppo o, comunque, un partenariato per lo sviluppo veramente di livello planetario. Ancora non si può dire se le squadre africane supereranno la barriera degli ottavi di finale: non mancano, comunque, segnali positivi. Su un registro che sa utilizzare positivamente le leggi del sistema del consumo e della comunicazione globalizzata, i Mondiali sudafricani segnano un passaggio fondamentale. Ma non bisogna farsi illusioni su presunti automatismi. Senza una cornice adeguata potrebbe ancora una volta rivelarsi un’occasione mancata. sir

 

 

 

Mondiali ci calcio. Gli Azzurri visti dalla Germania

 

Il debutto degli Azzurri contro il Paraguay non è risultato esaltante. A parte il risultato di parità di 1-1, la compagine di Lippi non ha espresso bel gioco. L’opinione calcistica tedesca è molto critica. Di contenuta euforia ma speranzosa è il giudizio dei tifosi italiani in Germania.

A differenza della stampa italiana che parla di grinta, rimonta, caparbietà e determinazione, quella tedesca accentua l’insicurezza, la panchina debole e catenacciara. L’Italia ha manifestato problemi nella manovra offensiva e a centrocampo manca un fantasista alla Totti, Del Piero o Cassano. Pirlo purtroppo è ancora in fase di recupero ma non sarà sufficiente a ridare corpo alla manovra offensiva azzurra.

Gli uomini di Lippi sono ben lontani dalla forma che ci si attende.

La difesa del titolo pare essere un’impresa ardua se non addirittura impossibile.

A confermare l’impossibilità dell’impresa è la scarsa incisività dell’attacco nel primo tempo che non ha mai impensierito l’estremo difensore paraguaiano Justo Villar.

Solo con l’innesto di Mauro Camoranesi al posto del 24enne Claudio Marchisio si è visto un miglioramento della manovra azzurra. Tuttavia la rete del pareggio di Daniele De Rossi al 63’ scaturita da un’azione di calcio d’angolo è ritenuta un regalo della casualità.

L’altro aspetto che viene evidenziato è l’età di molti giocatori. Fabio Cannavaro si appresta a festeggiare il 37esimo compleanno, Gianluca Zambrotta e Mauro Camoranesi 33 e Gianluca Buffon 32 anni. Dopo il debutto contro il Paraguay vi sono ora Nuova Zelanda e Slovacchia, anch’esse con un solo punto all’attivo avendo pareggiato con l’analogo risultato di 1-1.

Diverso è lo stato d’animo della tifoseria italiana in Germania. Pur non disconoscendo le difficoltà manifestate nel primo tempo, gli italiani in Germania hanno applaudito la rimonta degli Azzurri e sottolineano anche le difficoltà espresse nella prima gara da Francia, Argentina, Inghilterra, Portogallo, Messico ed anche dallo stesso Brasile contro la Corea del Nord, nonostante la vittoria di 2-1.

Altri particolari sono nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6521942/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/462xon/index.html

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

20 giugno, Giornata mondiale Onu del rifugiato. Presto documento del Vaticano sui migranti forzati

 

Roma - “Ci rattrista la notizia che in Libia siano stati chiusi i battenti dell’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Questo rende più grave la questione dei respingimenti nel Mediterraneo e più difficile l’applicazione del principio del non-refoulement”, ossia il respingimento di migranti costretti a fuggire dai propri Paesi perché in pericolo di vita o perseguitati. Lo ha detto lunedì al SIR mons. Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, intervenuto poi nel pomeriggio, insieme al presidente del Censis Giuseppe De Rita, al Colloquio sulle migrazioni promosso dal Centro Astalli, il Servizio dei gesuiti per i rifugiati in Italia. Mons. Marchetto annuncia, inoltre, l’uscita entro il 2010 di un documento vaticano di orientamenti pastorali sulla questione dei rifugiati e dei migranti forzati.

L’incontro, con interventi a braccio, si è svolto nella chiesa di S.Andrea al Quirinale ed è stato organizzato in vista della Giornata mondiale del rifugiato che le Nazioni Unite celebrano il 20 giugno. Anche se la Chiesa cattolica celebra ogni anno la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato la seconda domenica dopo l’Epifania (giunta alla 97ma edizione) “ci uniamo ben volentieri alla celebrazione annuale delle Nazioni Unite”, precisa il vescovo.

 

Il tema scelto quest’anno dall’Onu “Home, un luogo sicuro per ricominciare” è “molto significativo – puntualizza mons. Marchetto - perché mette in evidenza i due poli della legislazione umanitaria a proposito dei rifugiati e migranti forzati: sono persone costrette ad abbandonare le proprie case a causa di guerre e persecuzioni e hanno quindi diritto a trovare una sicurezza, una casa, lontano dal luogo di origine”. Il segretario del Pontificio Consiglio cita il documento vaticano del 1992 “Rifugiati, una sfida alla solidarietà”, e parla di un nuovo documento di Orientamenti pastorali - “dovrebbe già essere pronto” - con aggiornamenti sulla questione dei rifugiati e migranti forzati. “Speriamo uscirà entro l’anno”, auspica, “anche perché ci stiamo lavorando da otto anni”. Punto di riferimento sarà l’Istruzione “Erga Migranti Caritas Christi”.

A proposito dei respingimenti nel Mediterraneo e della chiusura dell’ufficio Unhcr in Libia mons. Marchetto mette in evidenza il caso recente “di un barcone con a bordo un bimbo di pochi mesi, che dopo un palleggiamento di interventi tra Malta e Italia è stato costretto a raggiungere le coste libiche”. “Ora è importante che si possa riaprire questo canale che esisteva anche in Libia – afferma -, come è stato auspicato dal ministro Frattini. Io personalmente mi associo”. A sostegno di questa posizione il vescovo ricorda che in Africa vige la Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità africana (Oua) del 10 settembre 1979, che regola aspetti specifici del problema dei rifugiati in Africa, in aggiunta ad elementi della Convenzione del 1951 relativi al protocollo del 1967, che “dilata beneficamente la definizione di rifugiato”. De.it.press

 

 

 

 

 Secondo l'Unhcr sono oltre 43 milioni i rifugiati nel mondo

 

Aumenta e si porta sul livello più alto dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso il numero dei rifugiati nel mondo. Sono infatti 43,3 milioni le persone

costrette alla fuga da guerre e persecuzioni, secondo il Global Trend 2009,

il rapporto annuale dell'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati

(Unhcr), diffuso ieri a Ginevra. Così come è al livello più basso

dell'ultimo ventennio il numero di rifugiati rientrati spontaneamente nelle

loro case, appena 251.000 l'anno scorso, contro una media annuale,

nell'ultimo decennio, di circa un milione di rimpatriati.

L'Unhcr lancia poi un allarme per i bambini afghani (il 45 per cento del

totale dei minori in fuga arriva dal Paese asiatico) che l'anno scorso sono

stati quasi seimila contro i 3.380 dell'anno precedente. "Non ci sono

segnali che facciano presagire una soluzione per i principali conflitti in

corso, come quelli in Afghanistan, Somalia e nella Repubblica Democratica

del Congo", ha spiegato l'alto commissario, Antonio Guterres, sottolineando

che "il 2009 non è stato un anno positivo per i rimpatri volontari ed è

stato il peggiore negli ultimi venti anni".

Per quanto riguarda il reinsediamento - il meccanismo attraverso il quale i

rifugiati in un Paese di asilo, tendenzialmente un Paese in via di sviluppo,

vengono trasferiti in un altro Stato, generalmente un Paese industrializzato

 - nel 2009 l'Unhcr lo ha proposto per 128.000 persone, il numero più alto

negli ultimi 16 anni. Alla fine del 2009, 112.400 persone sono state

accettate per il reinsediamento in 19 Paesi, fra i quali gli Stati Uniti

(79.900), il Canada (12.500), l'Australia (11.100), la Germania (2.100), la

Svezia (1.900) e la Norvegia (1.400). I principali gruppi di reinsediati

sono stati i rifugiati del Myanmar (24.800), dell'Iraq (23.000), del Bhutan

(17.500), della Somalia (5.500), dell'Eritrea (2.500) e della Repubblica

Democratica del Congo (2.500). Nell'ultimo decennio almeno 1.3 milioni di

rifugiati hanno ottenuto la cittadinanza del Paese ospitante, più della metà

negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda, infine, gli apolidi, il rapporto ne stima, a fine 2009,

6,6 milioni, ma si tratta di una valutazione certamente per difetto e ci

sono numeri non ufficiali che parlano di 12 milioni.

L'emergenza più recente in materia di rifugiati è quella che si sta

affrontando in queste ore al confine tra Kyrgyzstan e Uzbekistan. L'Unhcr ha

confermato ieri che in Uzbekistan si sono riversate decine di migliaia di

kyrgyzi e ha annunciato che sta inviando aiuti e una squadra d'emergenza.

Una nota dell'Unhcr ha comunicato che l'organizzazione sta preparando un

ponte aereo dal proprio deposito a Dubai per rispondere ai bisogni immediati

di circa 75.000 persone.

Secondo il Governo uzbeko, sono oltre centomila i rifugiati giunti nel Paese

da venerdì scorso. "Siamo riconoscenti alle autorità uzbeke di accogliere e

ricevere le persone in fuga dalle violenze in Kyrgyzstan", ha dichiarato

l'alto commissario, Antonio Guterres. Anche il Comitato internazionale della

Croce rossa è mobilitato e ha lanciato un appello per una raccolta di fondi

per almeno dieci milioni di franchi svizzeri (circa 7 milioni di euro) per

assistere circa centomila persone nel prossimo mese. L'Oss. Romano, 16

 

 

 

Fao: un miliardo di persone ha fame

 

Il pianeta produce cibo per nutrire tutti i popoli ma la crisi aumenta il numero di persone sottonutrite

 

ROMA - I prezzi globali degli alimentari si sono attenuati rispetto ai picchi toccati due anni fa, ma Fao e Ocse lanciano l’allerta: torneranno a salire nei prossimi 10 anni, mentre la produzione dovrà impegnarsi a tenere il passo. «Sebbene il pianeta produca cibo a sufficienza per nutrire la popolazione mondiale, i recenti picchi dei prezzi e la crisi economica hanno portato ad un aumento della fame e dell'insicurezza alimentare», recita il rapporto annuale congiunto pubblicato oggi dalla Fao, l’ente responsabile di agricoltura e alimentazione delle Nazioni Unite, assieme all’Organizzaizone per la cooperazione e lo sviluppo economico. «Si stima che oggi quasi un miliardo di persone siano sottonutrite».

 

Secondo la Fao i prezzi dei prodotti agricoli di base sono calati «ma è improbabile che ritornino ai livelli medi dell’ultimo decennio». Anzi, secondo lo studio grano e cereali rincareranno in media del 15-40 per cento nei prossimi dieci anni in termini reali, ossia rimuovendo il generale aumento dell’inflazione, gli oli vegetali del 40 per cento, e i prodotti caseari del 16-45 per cento. Meno accentuati gli aumenti che si profilano sui prezzi del bestiame, frenati dagli incrementi di produttività, nonostante la domanda mondiale di carne stia crescendo più velocemente di altre derrate, in conseguenza dell’aumento di ricchezza di settori di popolazione nelle economie emergenti, che sta cambiando le abitudini alimentari.

 

Secondo lo studio un fattore importante dell’incremento generale dei prezzi alimentari è infatti la crescita economica sostenuta e di più lungo termine dei mercati emergenti. «Anche la costante espansione della produzione bioenergetica, spesso per soddisfare obiettivi governativi, contribuirà ad incrementare la domanda di grano, cereali secondari, oli vegetali e zucchero».

 

La produzione agricola globale crescerà più lentamente nei prossimi 10 anni rispetto al decennio scorso, ma rimarrà tuttavia in linea con le stime precedenti di aumentare del 70 per cento necessario per soddisfare la domanda dell’accresciuta popolazione. Ma dovranno aumentare sia la produzione che la produttività, e allo stesso tempo servirà un sistema commerciale ben funzionante, per assicurare che il cibo possa trasferirsi dalle zone con produzione in eccedenza a quelle con produzione deficitaria. LS 15

 

 

 

 

Elio Di Rupo prossimo premier del Belgio? Gli auguri dell’on. Garavini

 

La sua famiglia proviene da San Valentino in Abruzzo Citeriore. Il sindaco D’Ottavio: “Siamo orgogliosi e facciamo il tifo per lui”

 

Bruxelles -  Il socialista vallone Elio Di Rupo potrebbe essere il prossimo primo ministro del Belgio. Il leader del partito separatista N-Va, Bart De Wever, grande vincitore delle elezioni, si è detto favorevole all'ipotesi di Di Rupo premier.

Elio Di Rupo, classe 1951 è di origini italiane. La sua famiglia proviene da San Valentino in Abruzzo Citeriore, provincia di Pescara. “Siamo orgogliosi e facciamo il tifo per lui” ha detto ad agenzie di stampa il sindaco della cittadina abruzzese Angelo D'Ottavio. Di Rupo è cittadino onorario di San Valentino in Abruzzo Citeriore, dove torna a volte d'estate. “Figlio di immigrati italiani è un uomo discreto, di cultura. Ci riempie di orgoglio come italiani e come abruzzesi” sottolinea il sindaco D’Ottavio.

 

“Vorrei inviarti le mie più sincere congratulazioni”, scrive l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Europa in un messaggio al capo dei socialisti belgi, Elio Di Rupo, “per l’ottimo risultato elettorale del Partito socialista. È un successo che riempie di orgoglio e soddisfazione la comunità italiana in Belgio e che dà uno straordinario segnale a tutti i partiti di sinistra in Europa. A te, Elio – conclude - i miei migliori auguri per l’importante e complesso compito che ti appresti ad assolvere”. De.it.press

 

 

 

 

 

Il cervello degli adolescenti (2). Forse anche Cartesio a 15 anni disse: “Rischio, dunque sono”

 

Nell’articolo precedente (Cervello in crescita: azione, si parte! Vedi Webgiornale 14-16 giugno, art. Nr. 3, ndr) ho parlato delle nuove scoperte sulla crescita del cervello adolescente riferendomi soprattutto agli stimoli dati dalla lettura di un testo che ho consigliato vivamente di leggere (Barbara Strauch, “Capire un adolescente”, Oscar Mondadori, citato la volta scorsa), promettendo di parlare più dettagliatamente delle situazioni di rischio che esercitano tanta attrazione sugli adolescenti.

Intanto, però, vorrei illustrare meglio il senso di queste stimolanti ricerche scientifiche.

In sintesi, cosa ci racconta la Strauch? Che, intendendo per adolescenza un’età che passa attraverso varie fasi e che finisce attorno ai 25 anni, essa si caratterizzerebbe come un arco di tempo fondamentale e fondante per la nostra personalità successiva e gradualmente più “stabilizzata” nel senso che definiamo della “identità individuale”. Durante quest’arco di tempo noi di fatto viviamo una sorta di “seconda chance” che serve per riorganizzare gli stimoli delle esperienze infantili, anche di quelle negative, privative o discutibili, riorientandoli in termini di “elaborazione personale del loro significato”: un processo che, avvenendo, dà letteralmente una base biologica alla nostra coscienza di noi stessi, degli altri e del mondo perché dà sostanza e forma al nostro cervello, selezionando connessioni neurali “significative”, attivate dall’attività e dai modi del nostro pensiero, ed eliminando quelle non significative (ossia non valide, ovviamente, relativamente a noi ed alla nostra esperienza). Verso i 16 anni, dopo la fase di crescita volumetrica, il cervello subirebbe invece un drastico “cambiamento di rotta” causato dalla graduale ma notevole perdita del tessuto cerebrale “in eccesso” - non utilizzato ed “inutile” a seconda della personalità che abbiamo sviluppato in interazione con le esperienze che abbiamo fatto e con l’intensità con la quale le abbiamo vissute - assumendo gradualmente le dimensioni di un cervello adulto normale, che è appunto un po’ più piccolo del cervello di un adolescente, ma più funzionale, specializzato, “connesso” e protetto grazie ad una sostanza, la mielina, che lo avvolge gradualmente durante il medesimo corso del tempo, favorendo la rapidità delle connessioni significative e la non dispersione di energia elettrica - questo contemporaneo processo “avvolgente” e “protettivo” della sostanza cerebrale è detto quindi di “mielinizzazione”.

Da tutto ciò, gli scienziati incontrati dalla Strauch dunque concludono che il comportamento inspiegabilmente poco calcolato ed instabile dell’età che segna il nostro progressivo distacco dalla fase infantile alla volta della fase del pensiero adulto e che abbraccia un lungo arco di tempo, visto che non si cresce per “illuminazione improvvisa”, anzi, l’incapacità effettiva di calcolare le conseguenze del proprio comportamento, sarebbe un dato di fatto attribuibile ad un cervello ancora in via di formazione (cioè all’eccessivo numero di neuroni prima, a connessioni neurali fragili e precarie anche dopo), ad una non ancora ben regolata quantità di produzione e recezione di neurotrasmettitori (la serotonina, con effetto calmante; o la dopamina, il suo contrario, per esempio, fondamentale per gli stati di eccitazione davanti a situazioni da “brivido” e “fremito”, alle sfide che richiedono decisioni rapide, perciò alla decisione di “prestare attenzione”, “riconoscere importanza, salienza” e quindi concentrarsi sulle cose che interessano in maniera sentita genuinamente vitale e che possono non essere, soprattutto in certe età ed in certe aule, le materie scolastiche di fronte alle quali nel cervello non scatta il meccanismo di rilascio della sostanza, con impatti visibili sul sistema di motivazione e gratificazione); e ad un’esplosione di produzione ormonale. In particolare, gli ormoni, sia quelli sessuali (tra cui l’estrogeno ed il testosterone) e molti altri, guidano tutta questa crescita cerebrale, influendo anch’essi in maniera considerevole sull’umore (spesso scorbutico) e sull’atteggiamento (imprevedibile).

Diventa pertanto più che mai discutibile che certi atteggiamenti siano corretti soltanto attraverso l’uso sconsiderato di psicofarmaci senza interesse e senza informazione su studi e ricerche, mi sembra di capire, molto recenti, creando serie interferenze sulla struttura di un cervello in piena formazione e di cui già in USA parlavano qualche anno fa nelle polemiche sul come affrontare i problemi di ADHD in aumento (nel 2006 anche io scrissi per il Webgiornale articoli sul medesimo tema, di notevole e triste interesse). Di una tale implicazione della sua stessa ricerca, però, l’autrice, che è statunitense, fa solo un paio di timidi accenni mostrando nel suo testo una sostanziale indifferenza al problema che per chi è invece più sensibile al tema si svela come di fatto incongruente.

Non riferendomi neppure io a situazioni patologiche – e sulla linea di demarcazione tra “patologia” e “normalità” c’è davvero tanto da informarsi - se a scuola gli insegnanti non stimolano la produzione di dopamina non sapendo “agganciare” i loro modi di trasmettere cultura ai bisogni di crescita, di risposte e di “prestare attenzione” di ragazzi in pieno sviluppo anche cerebrale, se fanno annoiare i ragazzi che proprio allora sono portati a subire il richiamo di stimoli forti o di bisogni di risposte più urgenti, diremo che sono i ragazzi a dover andare da chi cambia letteralmente loro il cervello, oppure il Ministero cercherà di porre la sua cortese attenzione su questo problema riflettendo sulla possibilità di aggiornare un sistema scolastico in senso effettivamente più stimolante e rispondente ai bisogni reali della sua utenza?

Al di là di questo pesante interrogativo, materia di impegno umano, sociale e civile di tanti cittadini (nuovamente, segnalo il sito www.giulemanidaibambini.org e consiglio a tutti di leggere le storie raccontante e subite da tante famiglie nel loro incontro/scontro soprattutto con la scuola), per noi genitori c’è intanto una constatazione: il fatto che i genitori si scontrino con i propri figli durante questa età (per dimenticanze, rischi apparentemente gratuiti, conclusioni di ragionamenti ancora poco approfonditi o profondamente egocentrici, rifiuto della scuola eccetera eccetera…. eccetera) è perciò una questione ANCHE di cervello che cresce… ed è del tutto naturale ed addirittura di salutare, perché crescere vuol dire “tastare” i limiti per scoprire le proprie potenzialità effettive. In effetti, spesso ci si scontra soprattutto lì dove c’è scambio di opinioni….

 

Lasciando perdere i quadretti che parlano di famiglie da annuncio pubblicitario, dunque, rimane però il fatto che c’è da informarsi per prevenire e contenere un’energia che, espandendosi improvvisamente, non sa dove andare a parare, non ha esperienza del mondo che pur vuole e deve esplorare e scoprire anche attraverso la ricerca delle reazioni (“vediamo che effetto fa…”; “sono capace di ottenere effetti = esisto = chi sono…?” ), e non sa calcolare le conseguenze del proprio agire perché il farlo è qualcosa che impariamo a comprendere perfettamente molto più tardi e solo se facciamo esperienze - anche di dialogo - autenticamente formative.

Continuerò la prossima volta sperando di aver sollevato interesse e forse qualche conversazione.

Cristina Rocchetto (consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press

 

 

 

 

Sì della Commissione Esteri al provvedimento che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie

 

Approvato un Ordine del giorno che impegna il Governo a indire le consultazioni immediatamente dopo la definitiva approvazione della riforma degli organi di rappresentanza attualmente all’esame del Senato

 

  ROMA – La Commissione Affari Esteri del Senato ha conferito mandato al relatore Oreste Tofani a riferire favorevolmente in Assemblea sul  disegno di legge di conversione del decreto, già approvato dalla Camera dei Deputati, che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie alla data ultima del 31 dicembre 2012 e reca disposizioni ungenti in tema di immunità di Stati Esteri dalla giurisdizione italiana. La Commissione, che ha anche chiesto l’autorizzazione per il relatore a svolgere in Aula la relazione oralmente, ha inoltre detto sì, con voto unanime, ad un Ordine del giorno, proposto dallo stesso relatore, in cui si impegna il Governo a indire le elezioni per il rinnovo dei Comites e del Cgie immediatamente dopo la definitiva approvazione della riforma degli organi di rappresentanza attualmente all’esame del Senato e del relativo regolamento attuativo. Nell’Ordine del giorno viene inoltre specificato che la data del 31 dicembre 2012 deve essere intesa come termine massimo per lo svolgimento delle elezioni. 

  Durante il dibattito il contenuto dell’Odg ha ricevuto valutazioni positive dal sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti, dalla senatrice del Maie Mirella Giai e dal senatore della Lega Nord Padania Alberto Filippi  che si è detto d’accordo con la parte dell’Ordine del Giorno, relativa all’articolo 1 del provvedimento, che impegna il governo a trovare soluzioni volte a garantire un adeguato riconoscimento dei diritti dei cittadini italiani, militari e civili, deportati in Germania nel secondo conflitto mondiale per essere utilizzati quale mano d’opera non volontaria al servizio di imprese tedesche. Un contenzioso che è caratterizzato da richieste di risarcimento da parte dei nostri connazionali internati.

  Pur valutando positivamente l’Ordine del giorno Stefano Pedica (Idv) e Claudio Micheloni (Pd) hanno auspicato la scelta di una data meno lontana per l’indizione delle elezioni dei Comites e del Cgie. A tale proposito i due senatori hanno presentato due emendamenti, respinti dalla Commissione, in cui si chiedeva di indicare il 30 giugno 2011 come termine ultimo per l’elezione degli organi di rappresentanza. La Commissione ha detto no anche all’emendamento della Giai finalizzato alla soppressione dell’intero articolo due del provvedimento in esame. (Inform)

 

 

 

 

Acli Germania: più formazione e più “componente attiva della societá tedesca”

 

A Francoforte ha avuto luogo un incontro tra il responsabile mondiale delle Acli, Michele Consiglio, la responsabile nazionale per la formazione, Paola Vacchina, il presidente federale delle Acli Germania, il neoeletto Carmine Macaluso e il vicepresidente federale, Salvatore Faraci. Tema: un progetto di formazione per i quadri aclisti. Ne parliamo con Michele Consiglio.

Consiglio, Cominciamo a parlare del progetto...

Si tratta di un programma di formazione per la nuova classe dirigente uscita dal congresso aclista; un programma per rilanciare la presenza e l’esperienza aclista in Germania. Due gli obiettivi strategici. Anzitutto le Acli devono operare come soggetto nazionale, e devono pensarsi sempre più come una componente attiva della società civile tedesca, pur con profondi sentimenti identitari e con un profondo radicamento nella storia migratoria. Le Acli devono essere in questo senso un soggetto che coivolge e tutela tutti i soggetti deboli della vita sociale. Il nostro contributo deve essere quindi complessivamente dato allo sviluppo della società tedesca.

Questo cosa significa nella pratica?

Ciò presuppone che le Acli in Germania debbano particolarmente rapportarsi in senso formale e informale con la società tedesca, oltre che con le istituzioni italiane e con gli enti tradizionali dell’emigrazione. E devono rapportarsi con le realtà associative della società di accoglienza.

Questo vuol dire l’abbandono di una strategia difensiva delle migrazioni? Che ne è di coloro che invece cercano di difendere lo status?

Non credo che ci saranno forti resistenze a questa prospettiva. Chi ritiene che bisogna limitarsi ad una strategia conservatrice non ha visione del futuro e non è incisivo nelle politiche di integrazione, che sono poi quelle che contano nel futuro delle nostre comunità.

Torniamo però un attimo sul versante italiano. Siamo di fronte in questi giorni ad una sorta di punizione nei confronti degli italiani nel mondo. Perché?

Il punto è che l’Italia non ha una politica di valorizzazione della presenza italiana nel mondo. Questo lo si può rilevare dalle chiusure dei consolati, dai tagli alla cultura, alla lingua, all’informazione, fino al nuovo rinvio delle votazioni per gli organi di rappresentanza. I quali rischiano fortemente un logoramento che li condurrebbe alla fine. Un rinvio incomprensibile, anche se inserito in un quadro generale di rinnovo costituzionale degli organi dello Stato. Mauro Montanari, cdi

 

 

 

 

Al Consolato di Hannover  mostra fotografica sull’emigrazione degli anni 1950-1960

 

Hannover  - Venerdì 4 giugno al Consolato di Hannover è stata inaugurata la mostra fotografica organizzata dal comites e curata direttamente dal Presidente G. Scigliano.

Grande presenza di pubblico tra cui  Esponenti di spicco del Partito dei verdi della Bassa Sassonia, del Coascit, della società italo tedesca, del Club anni 50/ 60, della società sportiva figli d’Italia,  dell’Amministrazione comunale, dello stesso Museo Storico, dove con molta probabilità la mostra sarà presentata dopo la tappa di Amburgo.

 

Gli scatti in bianco e nero mettono in risalto momenti di vita (frammenti di esperienze) di giovani italiani appena giunti ad Hannover in Germania. I testi che accompagnano la mostra, a cura di Giuseppe Scigliano, mettono in evidenza la società di quel tempo ed  in particolar modo il Sud Italia da cui provengono la maggior parte dei soggetti della mostra.

 

Dopo il saluto della Reggente del Consolato Generale ha preso la parola  il presidente del Comites e curatore della mostra Cav. dott. Giuseppe Scigliano, il quale ha messo in evidenza i motivi che lo hanno indotto a realizzare tale evento sottolineando altresì alcuni particolari di quell’epoca. Ha ringraziato i presenti ed in particolar modo i giovani d’allora (oggi ormai anziani) che da un lato hanno contribuito con la loro laboriosità alla crescita della città di Hannover e dall’altro hanno arricchito con le loro rimesse i loro paesi d’origine.

La mostra ha riscontrato elogi e suscitato grande interesse. Rimarrà aperta al pubblico fino alla fine di agosto durante l’orario di apertura del consolato. De.it.press

 

 

 

 

Saarland: in una ricerca i motivi delle difficoltà in matematica degli alunni italiani

 

In un incontro svoltosi presso il Kultusministerium del Saarland alla presenza del segretario di Stato sarrese Körner sono stati presentati il 21 maggio scorso i risultati di una ricerca che mette in discussione un’opinione molto diffusa tra i docenti tedeschi, e cioè che le difficoltà in matematica degli alunni italiani non c’entrano con la lingua. Al contrario, la componente linguistica e culturale è molto importante e sarebbe necessario che la scuola si attrezzasse per affrontare questa problematica.

L’attenzione su questo problema è venuta da una pubblicazione di Antonella D’Alonzo („Lernschwierigkeiten in Mathematik bei Kindern italienischer Herkunft: Lösungsansätze - Fallbeispiel - Diagnostisches Vorgehen und Förderung im bilingualen Mathematikunterricht“, Vdm Verlag Dr. Müller) effettuata nell’ambito del progetto „Arcobaleno“, il progetto bilingue del Coasscit/Saar cofinanziato dal Kultusminsterium del Saarland. Oltre ad una ricostruzione storica del percorso che in Germania a partire dagli anni ’60 ha fatto la ricerca e la didattica in questo ambito, la D’Alonzo, che è stata fra le iniziatrici nel 1998 del progetto Arcobaleno, ha riportato i risultati di una propria indagine da cui risulta che per i docenti tedeschi l’apprendimento della matematica dipende quasi essenzialmente dall’intelligenza (90%) e che fra gli alunni stranieri quelli italiani sono fra i più esposti a questo tipo di difficoltà (50% contro il 42% dei turchi).

Le conclusioni a cui giunge lo studio contraddice l’opinione corrente fra gli insegnanti ed elenca alcune delle difficoltà specifiche in matematica più diffuse tra i bambini stranieri. Fra queste quella di comprendere i simboli matematici, anche se sono uguali a livello internazionale, o il crescente livello di astrazione che provoca nei giovani stranieri ulteriori difficoltà di apprendimento. Le difficoltà specifiche riguardano poi l’acquisizione del concetto stesso di numero (Zahlbegriff), il calcolo (Rechnen), le quantità (Größenbegriffe), i problemi (Textaufgaben), la geometria e le forme descrittive della moderna matematica (Darstellungsformen).

Per gli alunni italiani che crescono in ambiente bilingue ci sono poi elementi specifici che vanno considerati. La dott.ssa D’Alonzo indica a titolo di esempio il ruolo maggiore che in Germania ha il cosiddetto Kopfrechnen (calcolo mentale) già dalla prima classe, ovvero i Platzhalteraufgaben scarsamente usati in Italia, dove il risultato viene trascritto dopo i Gleichheitszeichen. Altre differenze riguardano l’uso in Germania dell’Ergänzungsverfahren nella sottrazione, mentre in Italia si usa l’Abziehverfahren con la cosiddetta Borgetechnik, ed infine la Normverfahren nella moltiplicazione: in Italia i due fattori si trovano uno sopra l’altro e si inizia la moltiplicazione dalle decine (Einern). Tutto ciò richiama la necessità di prestare attenzione agli aspetti interculturali anche in matematica.

Un ulteriore elemento scaturito dalla ricerca è che per avere successo l’aiuto in matematica deve essere preceduto da una fase diagnostica e va condotto da personale specializzato. La folta delegazione del Kultusministerium ha lodato gli sforzi di parte italiana in direzione del bilinguismo e assicurato il suo sostegno. All’incontro, per la parte italiana, oltre al Console, Susanna Schlein, ha partecipato il presidente del Coasscit/Saar, Tatiana Bisanti. di  Di. Pi., CdI

 

 

 

L’Italia in Franconia, un paese in via di sviluppo? No al consolato onorario

 

Norimberga - Il Com.It.Es.  di Norimberga, consapevole delle difficoltà di bilancio dello stato italiano e della crisi economica a livello europeo ed internazionale aveva accettato, seppur a malincuore, la proposta di trasformazione del Consolato di Norimberga in un’Agenzia Consolare.

 

In questo si era riusciti a trovare un consenso, sofferto, ma infine condiviso, con le associazioni italiane della Franconia, il Comitato di coordinamento per il mantenimento del Consolato d’Italia in Norimberga, le autorità tedesche ed i politici tedeschi locali.La brutta sorpresa di alcune settimane fa del rifiuto delle preclusioni delle autorità tedesche nei confronti di un’agenzia consolare e l’improvvisa, inattesa e nefasta, delibera del CdA del MAE del 14.05.2010 della chiusura completa del Consolato di Norimberga ci ha colto di sorpresa e profondamente amareggiato.

 

Il Com.It.Es. di Norimberga dice di no alle ipotesi di un Consolato onorario, troppo soggetto a fenomeni di clientelismo e manipolazioni negative, così come alle permanenze consolari, non atte ad offrire un adeguato servizio consolare. Queste ipotesi rischiano di trasformare la presenza e l’assistenza consolare in Franconia in un panorama da terzo mondo. Le sole ipotesi accettabili per gli italiani in Franconia sono quelle di un Vice Consolato o di un’Agenzia Consolare.

 

Il Com.It.Es. di Norimberga chiede al governo italiano la ripresa di trattative con le autorità tedesche al fine di ottenere – nonostante l’attuale diniego - l’assenso all’istituzione di un’Agenzia  Consolare. Essa appare a codesto Com.It.Es. l’unica forma organizzativa possibile, oltre naturalmente al Consolato o Vice Consolato,  per garantire un’efficacia assistenza alla comunità italiana della Franconia. 

Giovanni Ardizzone, Presidente Comites (de.it.press)

 

 

 

 

 

Iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

- fino a venerdì 25 giugno, lun.-gio. 10:00-13:00 e 15:00-17:00,

   mer. 10:00-13:00 e 15:00-19:00, ven. 10:00-13:30, c/o Istituto

   Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   Mostre: Rita Siracusa "Skulptur" e Silvia Beltrami "Collage"

   Due giovani protagoniste dei nuovi sviluppi artistici in Italia

   espongono le proprie opere. Ingresso libero

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura e Maurer Zilioli Contemporary

   Arts - Brescia, in collaborazione con Air Dolomiti ed ENIT München

 

- fino a mercoledì 18 agosto, c/o Bayerische Staatsbibliothek

   (Ludwigstr. 16, München), lunedì-venerdì ore 10:00-17:00, giovedì fino

   alle 20:00, sabato e domenica ore 13:00-17:00

   in occasione della Bayerische Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN"

   "Bella figura. Italienische Buchmalerei in der Bayerischen Staatsbibliothek"

   Organizza: Bayerische Staatsbibliothek, Istituto Italiano di Cultura

 

- fino a martedì 31 agosto, luned&igrav;-giovedì 10:00-16:00, c/o

   Geschäftsstelle der SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag

   (Maximilianeum, München)

   Mostra fotografica: "55 Jahre 'Deutsche Vita' - Arbeitsmigration nach

   Deutschland"

   La raccolta di fotografie di Antonino Tortorici racconta frammenti di

   esistenze degli emigranti dal momento del loro arrivo arrivo negli

   anni '50, illustrandone le condizioni di vita sul lavoro e nel quotidiano.

   Organizza: SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag

 

- fino a domenica 19 settembre, c/o "Die Neue Sammlung - The

   International Design Museum Munich" / Pinakothek der Moderne

   (Barerstr. 40, München), martedì-domenica ore 10:00-18:00, giovedì

   ore 10:00-20:00  "La fabbrica delle idee. Alessi: Storia e futuro"

   Ingresso: € 10,-/7,- (domenica: € 1,-)

   Organizza: Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich

   in cooperazione con Istituto Italiano di Cultura

 

- fino a domenica 10 ottobre, Füssen ed Augsburg

   Bayerische Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN" Mostre:

   * KAISER, KULT UND CASANOVA

     Füssen: Ehemaliges Kloster St. Mang, Lechhalde 3, ore 9:00-17:30

   * KÜNSTLICH AUF WELSCH UND DEUTSCH

     Augsburg: Maximilianmuseum, Philippine-Welser-Str. 24,

     ore 9:00-17:30

   * SEHNSUCHT, STRAND UND DOLCE VITA

     Augsburg: Bayerisches Textil- und Industriemuseum (tim),

     Provinostr. 46, ore 9:00-17:30

   Il programma è disponibile all'indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de

   Organizza: Haus der Bayerischen Geschichte, Stadt Augsburg,

   Stadt Füssen, Bayerisches Textil- und Industriemuseum

 

- giovedì 17 giugno, c/o Katholische Pfarrkirche (Rosenauerstr. 1,

   Grafenau), ore 19:30

   in occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau 2010:

   "Frauengestalten - Frauen gestalten"

   Concerto: "Französische Chansons und italienische Madrigale des 16.

   und 17. Jahrhunderts"

   con Arianna Savall, Petter Udland Johansen e l'Ensemble Il Desiderio

   Per maggiorni informazioni: www.ew-passau.de

   Organizza: Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con

   Istituto Italiano di Cultura

 

- venerdì 18 giugno, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, sala U20

   (Schwanthalerstr. 80 Rgb, München)

   "Letteratura spontanea a Rinascita"

   Incontro con il gruppo fondato da Giulio Bailetti.

   Se hai una poesia, un piccolo racconto o anche un pensiero, un sogno o

   un'idea che vuoi leggere o raccontare, vieni e sarai il/la

   benvenuto/a. Ingresso gratuito. Organizza: rinascita e.V.

 

- domenica 20 giugno, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim

   (Valpichlerstr. 36 - München), Deutsch-Italienische Spielgruppe

   Incontro per genitori e bambini (dai 0 ai 6 anni) di famiglie

   multinazionali, Partecipazione: 2 € per gruppo familiare.

   Per informazioni rivolgersi a Lucianna Filidoro

   (lucianna.filidoro@gmx.de) o Claudia Cella (cella10@web.de)

 

- domenica 20 giugno, c/o Stiftskirche Engelszell (Engelhartszell /

   Oberösterreich), ore 19:30

   in occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau 2010:

   "Frauengestalten - Frauen gestalten"

   Concerto: "Stabat Mater und Magnificat (von A. Vivaldi und J.S.Bach)"

   con Julie Comparini, Christine Brandauer, Veronica Kröner, Sabine Lier

   e Salzburger Hofmusik

   Per maggiorni informazioni: www.ew-passau.de

   Organizza: Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con

   Istituto Italiano di Cultura

 

- lunedì 21 giugno, ore 19:00, c/o Gasteig, Vortragssaal der Bibliothek

   (Rosenheimerstr. 5, München)

   per la rassegna "Europa und der Nationalsozialismus"

   "Die Resistenza ist tot, es lebe Onkel Mussolini! Beobachtungen zum

   Geschichtsrevisionismus im Italien Berlusconis"

   con Prof. Dr. Aram Mattioli, storico. Ingresso libero

   Organizza: Montagsforum im Gasteig

 

- lunedì 21 giugno, c/o Cineplex (Nibelungenstr. 5, Passau), ore 20:30

   in occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau 2010:

   "Frauengestalten - Frauen gestalten"

   Film: "Die Nacht" (M.Antonioni, Italia/Francia, 1960)

   Per maggiorni informazioni: www.ew-passau.de

   Organizza: Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con

   Istituto Italiano di Cultura

 

- mercoledì 23 giugno, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   Serata: "Totò - der italiensiche Prinz des Lachens - Ein multimediales

   Event". Moderatore: Massimo Fiorito

   Performance musicali, video, interviste con artisti. Ingresso libero

   Organizza: Massimo Fiorito in collaboarzione con la Città di Napoli,

   Valentin Karlstadt Musäum, Filmmuseum des Münchner Stadtmuseums

   Istituto Italiano di Cultura

 

- 24 giugno - 14 ottobre, c/o Valentin Karlstadt Musäum (Tal 50,

   München)

   Mostra: "Totò - der italiensiche Prinz des Lachens - Ein multimediales

   Event"

   Organizza: Massimo Fiorito, Città di Napoli, Valentin Karlstadt

   Musäum, Filmmuseum des Münchner Stadtmuseums Istituto It. di Cultura

 

- 25 giugno - 3 luglio, München "Filmfest München 2010"

  Per informazioni: www.filmfest-muenchen.de

   Organizza: Filmfest München, in collaborazione con Istituto Italiano

   di Cultura e Cinecittà Luce SpA Roma

 

- domenica 27 giugno, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni e

   mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a 10

   anni), c/o Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29, München - tram 27 e 12,

   bus 53 e 154)   "Il laboratorio dell'italiano"

   Lo scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,

   sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)

   italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo

   divertendoci.

   Per maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott (tel.

   089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de).  Organizza: Rinascita e.V.

 

- lunedì 28 giugno, c/o Scuola Europea di Monaco di Baviera, sala

   Erasmus (Elise Aulinger Str. 21, München), ore 19:00

   presentazione della

   mostra fotografica: "Oltre il muro / Über die Mauer hinweg"

   Immagini di vita e di storia prima e dopo la caduta del muro -

   Einblicke in das Leben und die Geschichte vor und nach der

   Wiedervereinigung

   * Ore 19.00, Saluto della Direttrice aggiunta del ciclo primario,

     Fausta Pressacco

   * Ore 19.05, "Europa vent'anni dopo la caduta del muro: l'attività

     della sezione italiana", Patrizia Mazzadi

   * Ore 19.10, Augusto Bordato, "Oltre il muro..."

   * Ore 20.15, Ringraziamento del Rappresentante della Sezione Italiana

     presso l'Associazione Genitori, Vito Spinelli. Ingresso libero

    Organizza: la Sezione Italiana e la Associazione dei Genitori della

   Scuola Europea di Monaco di Baviera

 

- lunedì 28 giugno, c/o Cineplex (Nibelungenstr. 5, Passau), ore 20:30

   in occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau 2010:

   "Frauengestalten - Frauen gestalten"

   Film: "Bellissima" (Luchino Visconti, Italia, 1951)

   Per maggiorni informazioni: www.ew-passau.de

   Organizza: Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con

   Istituto Italiano di Cultura de.it.press

 

 

 

 

 

La Festa della Repubblica ad Hannover, un’occasione per consolidare l’amicizia italo-tedesca

 

Hannover - Il 2 giugno scorso il Consolato Generale di Hannover ha celebrato con un grande numero di connazionali la festa della Repubblica presso il Congress Centrum di Hannover. Durante l’aperitivo, servito nel parco del Centro Congressi, gli invitati hanno potuto fare due chiacchiere, stringere nuove amicizie o consolidare quelle già esistenti.

Tra i presenti, diversi esponenti del mondo della politica, della cultura, della pubblica sicurezza, della scuola e delle associazioni: in primo luogo naturalmente l’ospite d’onore, il Ministro Presidente della Bassa Sassonia Christian Wulff, inoltre il Dr. Klaus Goehrmann, Vice Decano del Corpo Consolare, il Console Generale della Turchia Aydin Ilhan Durusoy, il Console Generale della Grecia Dimitrios A. Ioannou, la deputata del Parlamento regionale Filiz Polat, il Sindaco della città Ingrid Lange; il Dott. Giuseppe Scigliano, Presidente del Com.It.Es di Hannover, il Presidente del Comando di polizia della Bassa Sassonia, Uwe Binias, per citarne solo alcuni.

La Reggente del Consolato Generale di Hannover, la dott.ssa Maria Luisa Cuccaro, ha inaugurato ufficialmente la serata con un discorso d’apertura, con il quale ha voluto sottolineare l’importanza e il significato della giornata. “È un grande onore per me poter festeggiare con Voi qui ad Hannover questa Ricorrenza in cui l’unità e il sentimento di appartenenza assumono un valore ancora più profondo poiché tutti all’interno della  nostra società  hanno il compito di assumersi “in solidum”  responsabilità   e compiti.

Anche per noi italiani in Bassa Sassonia il sentimento di appartenenza ha un significato concreto. Da decenni ci impegniamo a sostenere la comunità italiana. Il nostro compito comune è l’integrazione, un’integrazione armoniosa che curi e conservi l’eredità culturale, la lingua, la propria storia e l’identità.”

Un particolare ringraziamento, in nome di tutta la comunità italiana, è andato inoltre proprio al Ministro Presidente per aver, con la sua sensibilità umana e politica, portato il problema dell’integrazione nell’attuale dibattito politico.

Wulff nel suo intervento ha lodato il successo commerciale dell’Italia, l’eccellenza del progresso tecnologico e i rapporti economici tra i due paesi. Ha proseguito, elogiando gli italiani, per la forza e la tenacia con le quali hanno saputo affrontare i problemi e le difficoltà causate dai noti eventi di forza maggiore verificatisi nell’aprile scorso durante la fiera di Hannover, la principale rassegna fieristica mondiale dell’industria e della tecnologia, dove l’Italia ha partecipato con grande successo, come Paese partner. 

Ha poi posto in evidenza l’importanza dell’educazione scolastica per le nuove generazioni, elogiando gli sforzi intrapresi dalle Autorità italiane, dall’Ambasciata d’Italia a Berlino, dal Consolato Generale in Hannover per  promuovere e sostenere i progetti bilingui presenti in Bassa Sassonia ed al tempo stesso ha sottolineato l’importanza culturale e commerciale della lingua italiana che tali numerosi progetti contribuiscono a far conoscere anche presso gli studenti tedeschi.

Ha posto quindi l’accento sulle relazioni culturali e commerciali tra l’Italia e la Bassa Sassonia, che in questo ultimo anno si sono particolarmente sviluppate.

Wulff ha infine anticipato una sua visita, nel prossimo autunno, alla città di Milano ed alle sue maggiori Autorità cittadine, proprio al fine di intensificare tale collaborazione nell’ambito del rafforzamento del processo di integrazione europeo.

dott.ssa Mariella Costa, comariella@hotmail.com de.it.press

 

 

 

 

A Monaco di Baviera una serata per avvicinare il pubblico tedesco a Totò

 

Monaco di baviera - Cari amici dell'Istituto Italiano di Cultura, abbiamo il piacere di  invitarVi  alla serata a tema in occasione della mostra »Totò - il principe della risata«, che avrà luogo mercoledì 23 giugno  2010, alle ore 19, nella sala conferenze dell'Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8 a Monaco di Baviera. Moderazione:  Massimo Fiorito

Ingresso libero con prenotazione attraverso la nostra pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26  

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura,  in collaborazione con il Valentin-Karlstadt-Musäum ed il Filmmuseum München 

Serata a tema in occasione della mostra »Totò - il principe della risata«

Obiettivo della serata è quello di avvicinare il pubblico tedesco ad un comico, poeta ed attore italiano molto amato, Antonio De Curtis in arte Totò. Totò è l’essenza di una lingua e di una comunicazione appassionata, unita ad una natura umana commovente. È, oggi come ieri, fonte di ispirazione per gli artisti e i creativi italiani.

Per illustrare la versatilità dell’artista verrano presentati il progetto ed il catalogo della mostra al Valentin-Karlstadt-Musäum (dal 24 giugno 2010 al 17 ottobre 2010), come pure i contributi video degli artisti.

La performance musicale Mamifacciailpiacere! di Sebi Tramontana darà il via alla serata. IIC-München, de.it.press

 

 

 

 

Toni rescinde il contratto col Bayern

 

ROMA  – Luca Toni non è più un giocatore del Bayern Monaco. L'attaccante italiano e il club tedesco hanno rescisso consensualmente il contratto che sarebbe scaduto il 30 giugno 2011. La notizia è stata data dal sito ufficiale della squadra. Il centravanti italiano, quindi, è libero di firmare per un'altra società. Il 33enne attaccante era approdato al Bayern nel 2007. A gennaio 2010 il giocatore era approdato in prestito alla Roma.

 

Il presidente Karl-Heinz Rummenigge ha salutato il giocatore, ricordando gli importanti risultati che Toni e il Bayern hanno ottenuto Insieme: «Ringrazio di cuore Luca Toni per le sue prestazioni e il suo contributo, soprattutto nella stagione 2007-2008 nella quale abbiamo realizzato il "double". Auguro a Luca Toni buona fortuna per il futuro con la sua nuova squadra». Nel 2007-2008 il centravanti ha realizzato 24 reti. Nella seconda si è fermato a quota 14.

 

Il 2009-2010 è stato avaro di soddisfazioni in maglia biancorossa. Ai problemi al tendine d'Achille si sono aggiunti i complicati rapporti con il tecnico olandese Louis van Gaal. Durante la pausa invernale del campionato tedesco, quindi, è avvenuta la separazione con il ritorno del giocatore in Italia, nella Roma, che però non lo ha riscattato. Oggi, infine, il divorzio definitivo. Il nome di Toni, nelle ultime settimane, è stato associato in particolare al Genoa. L'accordo con il club ligure sembra imminente.

 

Toni ha confermato la trattativa: «Mi manca ancora da definire qualche dettaglio con il Bayern Monaco e con il Genoa, ma sono molto vicino a trasferirmi al club ligure. Dal presidente all'allenatore mi hanno fatto capire quanto mi vogliono. Quella del Genoa è una piazza che mi affascina - ha continuato l'attaccante, ospite oggi alla rassegna Pitti Uomo a Firenze - Ripeto, stiamo definendo le ultime cose ma sono molto fiducioso». Sulla Roma ha aggiunto: «Non sono deluso di come mi hanno trattato, penso però di aver fatto bene. Ora hanno deciso di puntare su un altro centravanti, anche se per me Totti resta una prima punta». IM 16

 

 

 

 

Ho 19 anni e cerco lavoro in Germania, da metà di luglio fino ad inizio settembre

 

Il mio nome è Costanza Letti, ho 19 anni e vivo ad Ozzano dell'Emilia, in provincia di Bologna.

Ho iniziato a studiare tedesco durante l'ultimo anno scolastico delle scuole medie frequentando un corso di 5 mesi presso il Goethe Institut di Bologna, e dopo aver frequentato una vacanza studio di un mese a Monaco di Baviera, mi sono inscritta ad un liceo internazionale di tedesco (pertanto ho studiato in lingua non solo letteratura ma anche storia e geografia). Attualmente ho terminato il 4° anno di Liceo Linguistico.

Sono abituata fin da bambina a viaggiare in Germania: sono stata molto spesso a Monaco ma anche Würzburg, Köln, Bonn e Frankfurt.

Questa volta però mi piacerebbe poter trascorrere un periodo in Germania in un contesto lavorativo in modo da poter migliorare e approfondire il mio tedesco al fine di tentare di sostenere l'ultimo esame di tedesco(C1) il prossimo ottobre.

Ad oggi non ho avuto alcuna significativa esperienza lavorativa tranne qualche breve lavoro estivo come cameriera in un pub qui in Italia.

La tipologia di lavoro che sto cercando in questo momento è quello di cameriera in un bar/pub oppure quello di baby-sitter in quanto la mia priorità è quella di stare a contatto con più persone e parlare tedesco il più possibile per perfezionare le mie conoscenze linguistiche.

Non sono interessata tanto ad una retribuzione economica: tutto quello che domando è la possibilità di avere coperte e spese di vitto e di alloggio (una sistemazione alla pari sarebbe quanto speravo di ottenere).

Il periodo nel quale posso spostarmi è quello che va dalla seconda metà di luglio fino ad inizio settembre. costanza_letti@yahoo.it

 

 

 

 

 

L’accordo d’integrazione è per gli stranieri che entrano per la prima volta in Italia

 

Giungono continue richieste di informazioni relative alla mail del 10 giugno che il “Centro Studi” aveva inviato  sull’accordo di integrazione.

Qui giova ribadire che  destinatari dell’accordo d’integrazione sono gli stranieri che entrano per la prima volta in Italia. L’accordo d’integrazione deve essere sottoscritto presso lo Sportello unico per l’Immigrazione o presso la Prefettura. La durata dell’accordo è pari a due anni ed è riferito agli stranieri con una fascia di età compresa tra sedici e sessantacinque anni.

 

Per i minori, l’accordo d’integrazione è sottoscritto dai genitori o dai soggetti esercenti la potestà genitoriale. Per i minori non accompagnati, affidati o sottoposti a tutela, l’accordo viene sostituito dal progetto d’integrazione sociale e civile.

Non sono tenuti a sottoscrivere l’accordo d’integrazione gli stranieri con permesso di soggiorno inferiore ad un anno ( come quello per lavoro stagionale pari a nove mesi).

L’esclusione riguarda anche gli stranieri affetti da patologie o handicap tale da limitarne l’autosufficienza e l’apprendimento linguistico e culturale.

 

Per le vittime di tratta, di violenza o grave sfruttamento, l’accordo è sostituito dal completamento del percorso di protezione sociale.

 

Il permesso di soggiorno sarà revocato o non rinnovato, nell’ipotesi in cui lo straniero non abbia provveduto a far assolvere l’obbligo scolastico ai propri figli minori.

 

Con sentenza  n. 7380 del 26 marzo 2010 la Corte di cassazione ha stabilito  che, in tema di prestazione lavorativa resa dal lavoratore extracomunitario privo del permesso di soggiorno, l’applicazione delle relative sanzioni penali non esonera il datore di lavoro dall’obbligo di versare i contributi all’INPS in relazione alle retribuzione dovute. De.it.press

 

 

 

 

 

Caso Giacchetta. Il Ministero: nessuna responsabilità amministrativa del patronato

 

ROMA - Il Ministero del lavoro ha svolto ispezioni nella sede del patronato Inca di Zurigo nell’ottobre del 2008 senza rilevare alcuna irregolarità. Due mesi dopo, in dicembre, il Dicastero è venuto a conoscenza della truffa perpetrata da Antonio Giacchetta ai danni di molti pensionati italiani. È quanto sostiene il sottosegretario per il lavoro e le politiche sociali Pasquale Viespoli nel rispondere all’interrogazione presentata nel settembre dell’anno scorso da Antonio Razzi, deputato di Idv eletto in Europa, che chiedeva al Ministro Sacconi "se siano mai state effettuate ispezioni ed accertamenti nei confronti della sede estera di Zurigo del Patronato INCA" e "per quali ragioni non sia stata promossa responsabilità amministrativa, verso il Patronato INCA, come previsto e sancito dal decreto legislativo n. 231 dell'8 giugno 2001".

Due i punti segnalati da Razzi: controlli da un lato e responsabilità amministrativa del patronato dall’altro. Sul primo, Viespoli ha precisato che il Ministero del lavoro "esercita, ordinariamente, un controllo "a campione" sulle sedi estere degli istituti di patronato e di assistenza sociale" e che tale controllo consiste "in ispezioni compiute da personale dipendente con specifiche competenze in materia, aventi ad oggetto, unicamente, la verifica dell'organizzazione e dell'attività svolta, nel corso dell'anno di riferimento, dalla sede oggetto di accertamento" secondo quanto disposto dal decreto ministeriale n. 193/2008. Più precisamente, ha aggiunto il sottosegretario, "il controllo sulla "organizzazione" è volto ad accertare la conformità della sede ispezionata ai requisiti di cui alla vigente normativa in materia, avuto riguardo all'autonomia funzionale della stessa, al numero del personale impiegato e al rispetto dell'orario di lavoro; il controllo sulla "attività" è, invece, diretto alla verifica del volume di pratiche utili per la ripartizione del Fondo Patronati, preventivamente dichiarato all'Amministrazione dagli Istituti in questione".

La sede Inca di Zurigo "è stata sottoposta a verifica ispettiva il 15 ottobre del 2008, con riferimento all'organizzazione ed all'attività relative all'anno 2007" e nel corso di questo accertamento "si è provveduto a verificare la regolarità, sotto il profilo organizzativo, della sede di che trattasi, non rilevandosi, in quell'ambito, profili di illiceità riferibili all'operato dei preposti; sono stati, inoltre, annullati gli atti non "statisticabili" ovvero "erroneamente statisticati", ai fini dell'attribuzione del punteggio (e della conseguente ripartizione del Fondo)".

Il Ministero del Lavoro, ha proseguito Viespoli, ha saputo della vicenda-Giacchetta il 12 dicembre 2008: il sottosegretario ha quindi ricordato che "Giacchetta si è assunto tutte le responsabilità del caso e che nulla è emerso nei confronti di altri soggetti" che la presidenza dell’Inca lo ha licenziato il 19 gennaio 2009, che a Zurigo si è costituito un Comitato per la difesa delle famiglie vittime dei raggiri e che l’Inca Svizzera "ha comunicato di aver messo a disposizione delle vittime del raggiro un servizio gratuito di assistenza in ambito fiscale e nelle operazioni di denuncia alle competenti autorità". Dal canto suo, il Consolato a Zurigo "ha manifestato la sua disponibilità a concedere sussidi, secondo le disposizioni vigenti, su richiesta dei singoli interessati. A tale riguardo, il ministero degli affari esteri ha reso noto di aver già provveduto ad accordare un'integrazione sul relativo capitolo di bilancio del Consolato".

A fronte di questa situazione, ha ricordato il sottosegretario, "il ministero del lavoro ha provveduto ad effettuare, lo scorso mese di novembre, una verifica ispettiva straordinaria ai sensi dell'articolo 10, comma 2, del decreto ministeriale n. 193/2008. Nel corso degli accertamenti, che hanno riguardato l'anno 2008, non sono state rilevate irregolarità nell'organizzazione e nell'attività svolta dalla sede, secondo i criteri e gli ambiti di competenza sopra ricordati. Sono state comunque annullate talune pratiche ed è stata acquisita una relazione della coordinatrice INCA di Zurigo inerente i fatti relativi al signor Giacchetta".

Sul secondo punto, quello riguardante l’'eventuale responsabilità amministrativa del patronato evocata da Razzi, Viespoli ha spiegato che "il decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, nel disciplinare la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle assicurazioni, anche prive di personalità giuridica, esclude espressamente dal suo ambito applicativo lo Stato, gli Enti pubblici territoriali, gli Enti pubblici non economici nonché gli Enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale (articolo 1, comma 3). Al riguardo, questa amministrazione, recependo l'orientamento del Giudice delle leggi in materia, ha ritenuto, sulla base dell'articolo 1 della legge n. 152/2001 (che richiama gli articoli 2, 3, comma 2, 18, 31 comma 2, 32, 35 e 38 della Costituzione) che gli istituti di patronato, svolgendo funzioni di rilievo costituzionale, non possano essere destinatari delle richiamate disposizioni in materia di responsabilità amministrativa (nota circolare del Ministero del lavoro 8 aprile 2008, prot. 24/V/005743)". (aise)

 

 

 

 

 

A Roma un incontro sulla realtà migratoria del Molise di ieri e di oggi

 

Si è parlato del libro di Giuliana Bagnoli “Sto in Molise e sto tranquilla. Badanti in terra di emigranti”. La pubblicazione fa parte della collana, edita dalla Cosmo Iannone, “Quaderni sulle Migrazioni”

 

  ROMA – Si è svolto a Roma, presso la sala della Pace di Palazzo Valentini, un incontro sulla realtà migratoria molisana di ieri e di oggi. Il dibattito ha preso spunto dalla presentazione del libro di Giuliana Bagnoli “ Sto in Molise e sto tranquilla. Badanti in terra di emigranti”. L’inchiesta, edita dalla Cosmo Iannone nell’ambito della collana “Quaderni sulle Migrazioni”, offre uno spaccato sia della crescente presenza di operatrici straniere presso famiglie molisane bisognose di cure, sia dei tanti anziani che nella regione vivono in solitudine la loro vecchiaia a causa della permanenza all’estero o in lontane città italiane dei figli e di altri congiunti.

  “Ho portato avanti questa inchiesta – ha spiegato l’autrice del libro Giuliana Bagnoli nel corso dell’incontro promosso dall’associazione dell’emigrazione molisana “Forche Caudine” - per scoprire l’umanità diversa che è arrivata silenziosamente in tutte le zone del Molise. Anche nei paesi più piccoli non mancano infatti le badanti dell’Est europeo, e non solo, che assistono la popolazione over 65 che ormai rappresenta oltre un terzo dei residenti. Donne polacche, filippine, bulgare e ucraine che spesso vengono trattate dagli anziani come una persona di famiglia, con un senso di accoglienza non istituzionalizzato che parte dal basso”.

  L’autrice, dopo aver ricordato che questa diaspora al femminile ha avuto inizio a causa del grave indebitamento subito dalle famiglie dell’Est dopo la “selvaggia liberalizzazione” economica della regione, ha rilevato come questo fenomeno migratorio stia causando non pochi problema nelle terre d’origine, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei figli che rimangono privi della guida materna. La scrittrice ha poi evidenziato come il Molise rappresenti per queste donne straniere anche un’inconsapevole scuola di formazione. Durante la loro permanenza nella regione esse infatti imparano la lingua italiana e le modalità di gestione di una casa moderna. Esperienze che poi cercano di mettere a frutto nelle città del Nord Italia dove vengono offerti salari più alti. “Io credo – ha concluso la Bagnoli – che sia necessario dare visibilità istituzionale a questa formazione professionale, e chissà che alla luce di ciò anche le italiane non tornino ad occuparsi di assistenza domestica”.

  Il giornalista Giampiero Castellotti, presidente dal Circolo dell’emigrazione molisana “Forche Caudine”, ha evidenziato come il lavoro della Bagnoli rappresenti un’indagine unica nel suo genere e apra la strada a riflessioni più ampie, come ad esempio il confronto tra il contesto metropolitano dell’immigrazione e quello meno problematico di aree provinciali e rurali come il Molise dove c’è un ruolo sociale più avvertito. Castellotti ha anche sottolineato l’esigenza di approfondire i fenomeni migratori a tutto tondo, compresi quelli riguardanti la diaspora molisana nel mondo.

  Norberto Lombardi, direttore della collana “Quaderni sulle Migrazioni” e consigliere del Cgie, ha evidenziato come l’emigrazione dei molisani nel mondo abbia rappresentato per il Molise un fenomeno sociale profondo, duraturo e devastante.

  “Il libro della Bagnoli – ha aggiunto Lombardi – è interessante perché ci fa capire il fenomeno in sé. Mentre nelle grandi città l’immigrazione si è sviluppata in maniera veloce e anche con situazioni di conflittualità, il Molise, che finora è rimasto appartato, sta velocemente recuperando questi indici di presenze. Si parla di circa 8.000 stranieri che sono distribuiti per oltre due terzi in provincia di Campobasso e per un terzo in provincia d’Isernia. Non grandi numeri dunque, perlopiù aggiornati fino al 2008, che evidenziano però come la percentuale degli immigrati sia in pochi anni aumentata nella regione del 16 per cento, con un’incidenza attuale sulla popolazione locale intorno al 3 per cento. Una crescita di presenze che si pone in essere proprio quando ritornano nella regione preoccupanti situazioni di spopolamento. Fenomeni, questi ultimi, che si erano già evidenziati nel secondo dopoguerra quando la forte diaspora verso l’estero provocò una perdita secca ed irreversibile di popolazione”.  Uno spopolamento che oggi, secondo il consigliere del Cgie, continua, con la partenza dal Molise di tanti giovani dotati di valenze professionali, ponendo nella regione drammatiche questioni demografiche. Problemi a cui la presenza degli immigrati potrebbe sopperire, anche in considerazione del fatto che ormai in Molise alcuni lavori, come quello della raccolta stagionale e dell’allevamento di animali, non sono presi in considerazione dalla popolazione locale e vengono portati avanti da specifiche comunità immigrate.

  “Nella regione – ha affermato Lombardi - è in atto una transizione che ci permette di riunificare a livello culturale tutti i fenomeni che si sono verificati in Molise nel corso del tempo. Nelle scuole del Molise vi sono i figli degli stranieri che insieme ai loro genitori devono confrontarsi con i molisani; ma all’estero, anche a causa della globalizzazione, le seconde terze e quarte generazioni di connazionali che non sono nate in Italia, vogliono riscoprire la propria identità e conoscere il paese d’origine. Vi sono dunque le condizioni, in presenza di un lavoro serio da parte delle istituzioni e degli operatori culturali a diverso livello, per attivare un grande laboratorio a molte voci, con continui rimbalzi fra il Molise e l’estero, in modo da far capire che poi alla fine l’identità non è fissa o immutabile, ma rappresenta il senso della vita e delle relazioni sociali che ognuno assume sulla base della propria esperienza”.

  Dal canto suo Marcelo Carrara, presidente del Consiglio dei giovani molisani nel mondo, ha evidenziato l’importante ruolo svolto negli anni a Mar del Plata e nelle altre città argentine dall’associazionismo molisano in emigrazione che per decenni ha lavorato per mantenere saldi i contatti con la regione d’origine. Sforzi che hanno favorito l’insegnamento della lingua italiana, la realizzazione di gruppi di recitazioni in dialetto molisano e la creazione di uno specifico programma radiofonico dal titolo “Senti Molise”.

  Carrara ha poi precisato come dal Consiglio dei molisani nel mondo, riunitosi ad Isernia circa un mese fa, siano stati elaborati numerosi progetti con il mondo dell’associazionismo finalizzati, attraverso la collaborazione con le università e i centri culturali, al coinvolgimento delle nuove generazioni. Fra queste iniziative va segnalata la realizzazione del sito web www.consigliomolisaninelmondo.com che garantirà ai nostri giovani all’estero un punto d’incontro virtuale.

  “Noi giovani – ha concluso Carrara - ci consideriamo una risorsa per l’Italia e speriamo che il nostro paese d’origine pensi a noi come a una porta aperta su tutto il mondo, consentendoci al contempo di cominciare a lavorare in rete”. 

  Ricordiamo infine l’intervento di Alberto Sera presidente dell’Uim, Unione Italiani nel mondo. Si deve smettere  - ha affermato in sostanza - di considerare l’immigrazione, un fenomeno ormai radicato sul nostro territorio, come a una semplice emergenza. Sera ha poi invitato il governo ad investire sulla formazione linguistica degli immigrati, al fine di garantire loro adeguate opportunità di riqualificazioni professionale, e a gestire la presenza delle comunità straniere con la dovuta tranquillità. (Goffredo Morgia – Inform)

 

 

 

 

Su "Youdem.tv" rassegna stampa dei giornali italiani editi all'estero

 

Roma - Da venerdì scorso è iniziata su "Youdem.tv", canale del Partito Democratico in onda sul canale 813 di Sky o su internet (www.youdem.tv), la trasmissione "Mondo Italia", rassegna stampa dei giornali italiani editi all'estero preparata dalla rete in collaborazione con l'Ufficio italiani nel mondo del PD e l'agenzia 9 Colonne.

Ad annunciarlo è Eugenio Marino, responsabile per gli italiani nel mondo del partito, spiegando che l’obiettivo della trasmissione è quello di "consentire a tutti gli italiani all’estero che possono collegarsi al sito della tv o che possono vedere la tv tramite parabola di avere a disposizione un’ampia panoramica delle principali notizie trattate dai giornali italiani stampati all’estero". Inoltre, aggiunge, "si vuole far conoscere agli italiani in Italia (almeno quelli che seguono tramite internet o il satellite YouDem tv) chi sono, cosa fanno, come vivono, come si informano gli italiani residenti all’estero, oltre che evidenziare in Italia l’utilità, la competenza e il ruolo insostituibile tra le comunità, dei giornali italiani all’estero, così duramente colpiti dai tagli all’editoria. Il nostro auspicio, dunque, è che, a partire da questo progetto, si possa stimolare una certa curiosità e attenzione anche al di fuori dal PD e in altri canali televisivi italiani, in modo da aumentare sempre più l’attenzione dei mezzi di comunicazione e degli italiani in Italia verso le nostre comunità all’estero e il loro sistema di informazione".

La rassegna stampa, che va in onda in diretta ogni venerdì alle 13.00, in replica il sabato alle 17,30 e alle 23.00 e la domenica alle 10.20, oltre che su Sky e in streaming sul sito, può essere vista anche sintonizzando il decoder non-Sky su queste coordinate: Hotbird 8 – 13° est - Transponder: 18 - Frequenza: 11.541 MHz - FEC: 5/6; Polarizzazione: Verticale; Symbol rate: 22.000 MSPS - Nome canale: YOUDEM. La puntata settimanale sarà disponibile dal venerdì pomeriggio on-demand sul sito www.youdem.tv, da cui sarà scaricabile in qualsiasi formato registrandosi al sito. (aise)

 

 

 

 

Interrogazione al ministro degli Esteri sul funzionamento del sistema informatico SIFC presso i consolati

 

Chiesti chiarimenti sulla diffusione del sistema presso la rete all’etero e sulle iniziative da intraprendere per  affrontare eventuali disagi dei nostri connazionali in attesa del pieno funzionamento della piattaforma informatica

 

  ROMA - E’ stata presentata in queste ore un’interrogazione al ministro Frattini, a prima firma di Aldo Di Biagio, responsabile Italiani nel mondo del Pdl e sottoscritta dai deputati del Pdl eletti all’estero per sapere “quali iniziative il Mae intende intraprendere per monitorare la distribuzione del programma informatico SIFC, il c.d. consolato digitale, nei consolati, quali misure intende intraprendere al fine di tamponare la situazione di disagio al momento esistente presso alcuni uffici consolari, in attesa del pieno e corretto funzionamento della piattaforma informatica SIFC e quali iniziative si vuole portare avanti per garantire il funzionamento della parte online del programma che dovrà essere utilizzato a distanza dai connazionali, considerando che dalla presentazione avvenuta a  Bruxelles, il programma online attinente alle funzioni a distanza non è stato ancora definito”.

  “Dato che – si legge nella nota - nell’ottobre 2009 è stato presentato presso il Consolato di Bruxelles dal sottosegretario Alfredo Mantica, la piattaforma informatica SIFC (Sistema integrato delle funzioni consolari), messo a punto dal MAE per la gestione delle attività consolari e per lo svolgimento delle pratiche a distanza e stando all’illustrazione operata dall’Amministrazione, la piattaforma si sarebbe dovuta presentare come uno strumento in grado di consentire un aumento dell'efficienza, della qualità e della velocità dei servizi destinati ai nostri connazionali oltre confine”. “Stando alle linee guida del Mae, - continua l’interrogazione - il c.d. consolato digitale sarebbe stata una valida alternativa alla presenza fisica dell’utente presso la rappresentanza anche perché il singolo cittadino avrebbe dovuto accedere ai servizi consolari ma al momento sono molte le sedi in cui non è ancora arrivato il programma informatico, o presso le quali non esiste adeguato supporto tecnico in grado di far funzionare correttamente il sistema SIFC”.

  “Spesso – si spiega nel testo - il sistema di sicurezza del circuito di emissione dei passaporti elettronici presso il Ministero dell'Interno (SSCE) che dà il consenso ai consolati per il rilascio del passaporto al connazionale, non funziona correttamente ed ininterrottamente, perciò gli uffici consolari sprovvisti del programma SIFC e che devono quindi ancora provvedere alla doppia emissione attraverso il precedente programma passaporti, sono costretti ad interrompere il proprio lavoro”. “Tale pratica farraginosa comporterebbe un considerevole allungamento dei tempi di raccolta dati nonché di rilascio del passaporto, considerando che la normativa prevede il prelievo delle impronte digitale sia al momento della richiesta del passaporto che al momento in cui questo viene consegnato all’utente”

  “L’assenza di una capillare e strutturata presenza tecnica della piattaforma SIFC, - spiegano i deputati - le lacune tecniche e gestionali di questo programma, unite alle difficoltà nella gestione delle informazioni da parte del Ministero dell’Interno rischia di ledere il funzionamento di una delle procedure più importanti per i nostri connazionali oltre confine. Bisogna ricordare che al momento gli uffici anagrafe di molti consolati sono oberati di attività, con conseguenti difficoltà nella gestione delle pratiche. Sono frequenti le complicazione tecniche nella gestione delle pratiche più semplici sia in presenza di programma SIFC, spesso per mancata compatibilità con i sistemi operativi del datato parco macchine o per l’ assenza di conoscenze informatiche degli operatori, sia in assenza del medesimo programma proprio per far fronte alle dinamiche di rilascio di documenti previsti dalla nuova normativa”. (Inform 16)

 

 

 

Trento, consigliere leghista sceglie allenatore marocchino per la sua squadra

 

Trento. Il consigliere regionale Alessandro Savoi (nella foto), che è anche presidente della Lega Nord Trentino, ha scelto un nuovo allenatore marocchino per la squadra di cui è presidente (il Calcio Cembra 1982).

 

Si tratta di una squadra che milita in prima categoria; il nuovo mister si chiama El Houssine Maani, nato a Casablanca quarant'anni fa ed arrivato in Trentino nel 1992, come racconta oggi un quotidiano.

 

Il leghista Savoi, lo stesso che aveva chiesto di licenziare dalla Provincia una ditta di pulizie che dava lavoro agli islamici ironizza spegando che spesso gli dicono: "Ma come, tifi per una squadra di stranieri -l'Inter-, tu che sei leghista, una squadra dove l'unico italiano è nero... Ma questo non c'entra, la politica è una cosa e il calcio un'altra".

 

Il nuovo allenatore Maani, portiere di notte in un albergo e allenatore di giorno, nell'intervista del quotidiano locale lancia una richiesta forte alla politica: "Noi siamo extracomunitari, ma siamo italiani. Le mie figlie sono nate qui e io mi sento trentino, ma non voglio perdere le mie radici e per questo dico gentilmente ai politici che a Trento manca una moschea: un posto dove i miei figli imparino l'arabo e la cultura araba".

 

''Che Dio ce la mandi buona - dice Savoi - noi siamo cattolici, lui sarà islamico ma questo non è un problema: l'importante è che salvi la squadra e così andremo a festeggiare tutti assieme. Mi hanno accusato di essere razzista e questa è la dimostrazione che non è vero''. LR 14

 

 

 

 

 UE. A ottobre la tassa su banche e finanza

 

Il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno annunciato a Berlino di voler chiedere al prossimo G20 una tassa sulle transazioni finanziarie e una

tassa sulle transazioni bancarie. " Scriveremo una lettera comune per indicare chiaramente le nostre aspettative ", ha dichiarato Merkel.

L'ideale, per i paesi Ue, è che la tassa sia istituita a livello internazionale. Tuttavia è già chiaro che un consenso a livello mondiale non esiste e causa dell'opposizione di nazioni come il Canada, il Brasile, l'India e l'Australia. Così l'Europa è pronta a muoversi per prima da sola.

La bozza del testo finale del vertice dei capi di stato e di governo dei Paesi Ue, previsto il 17 giugno a Bruxelles, sottolinea che " il Consiglio europeo è d'accordo perché sia introdotta una tassa sulle istituzioni finanziarie per garantire che contribuiscano a pagare il prezzo della crisi nell'ottobre 2010. LS 15

 

 

 

 

Il conflitto etnico. In Kirghizistan, morti a centinaia e decine di migliaia sono in fuga

 

La Croce Rossa afferma che però le vittime potrebbero essere molte di più. Oltre 200 mila uzbeki ammassati ai confini meridionali, inseguiti dai kirghisi. Secondo l'UNHCR i rifugiati sarebbero già oltre settantacinque mila 

 

GINEVRA - Una strage e poi il suo inevitabile, tragico strascico della fuga di massa, dei profughi che scappano dalle violenze, dalla fame, dalla  morte, dalle fosse comuni. Le vittime dei feroci contrasti etnici in Kirghizistan sono per ora contati a "centinaia". E' la stima della Croce Rossa Internazionale sugli scontro tra kirghizi e la comunità uzbeka nel sud del Paese. "I nostri uomini sul posto - scrive la CRI -  ci hanno comunicato che centinaia di persone sono morte negli scontri,  ma è ancora presto per dire quante siano le vittime  perchè molti corpi non sono stati ancora identificati ed altri decessi non sono ancora venuti alla luce". Intanto, sarebbero circa 300mila le persone in fuga che chiedono aiuto, dopo la decisione dell'Uzbekistan di chiudere le frontiere con il Paese confinante dal quale si riversava un flusso inarrestabile di persone che fuggono. Secondo l'UNHCR - l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati - le persone ammassate in Uzbekistan sono 75mila, ma è un numero in aumento e destinato a superare presto 100mila" .

 

I confini meridionali del Kirghizistan sono così invasi da centinaia di migliaia di persone, tutti uzbeki che cercano di sottrarsi agli spietati loro vicini kirghizi. Ed è salito, di ora in ora, il numero dei morti nei cinque giorni di violenze scoppiate la notte del 10 giugno a Osh, seconda città del paese. Le autorità temono che la situazione possa estendersi anche al nord e alla capitale Bishkek, mentre la comunità internazionale fa il conto della tragedia e ripete a tutti appelli alla calma.

 

Il governo, retto dalla premier ad interim Roza Otunbaieva, chiede intanto la consegna dell'ex presidente Kurbanbek Bakiev e del figlio Maksim, accusati di avere finanziato e fomentato la tragedia in atto nel paese: ma per il primo, la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko, che in aprile ha accolto il fuggitivo ex leader, non vuole nessuna estradizione. Il secondo è in stato di detenzione in Gran Bretagna, fermato dagli agenti su ordine dell'Interpol.

 

Il ministero della sanità kirghizo si è fermato oggi alla cifra di 178 morti per le insurrezioni scoppiate fra giovedì e venerdì scorsi. Ma la stessa Otunbaieva ammette che "il numero reale è assai maggiore". Fosse comuni sono state viste in molti quartieri di Osh e della vicina città di Jalalabad, e diversi abitanti parlano di almeno un migliaio di cadaveri. Restano anche, secondo il ministero kirghizo, 836 persone ricoverate in diversi ospedali, alcune in gravissime condizioni e molte senza le necessarie trasfusioni.

 

La zona di confine fra Kirghizistan e Uzbekistan è stata chiusa per ordine di Tashkent, perchè non ci sono più le condizioni per accogliere i rifugiati. Gli inviati dell'Onu hanno accertato che al momento almeno altre 200.000 persone - oltre ai 75 mila rifugiati - sono ammassati nella zona kirghiza. La comunità mondiale guarda con allarme a quello che sta succedendo in Kirghizistan, e che potrebbe allargarsi a tutta l'Asia centrale. Onu, Ue e Osce hanno invitato le autorità di Bishkek a tenere referendum ed elezioni come previsto, per calmare la tensione. Gli Usa e la Russia sono in contatto con il governo kirghizo, e hanno entrambi offerto aiuti umanitari.

 

Il Kirghizistan, per mezzo della Otunbaieva, ha affermato che il referendum costituzionale del 27 giugno si terrà, come si terranno le elezioni presidenziali dell'ottobre 2011. Una "tregua armata" stasera resiste, e una calma silenziosa ha preso il posto delle violenze di questi giorni. Ma gli uzbeki continuano ad accusare Bishkek delle tragedie subite, e il paese che nel 2005 era riuscito a rovesciare senza tumulti, con una "rivoluzione dei tulipani", la semi-dittatura ereditata dalla ex Urss, torna oggi alle armi come mezzo politico. LR 15

 

 

 

 

Belgio, elettori spaccati. Il Regno rischia la scomparsa

 

Il successo del partito indipendentista fiammingo Nieuw-Vlaamse Alliantie (N-Va) nel nord del Belgio potrebbe avere  conseguenze funeste per la nazione e creare problemi inediti in tutta Europa. E contiene indicazioni politiche sulle quali anche

in Italia sarebbe necessario riflettere molto seriamente. Il voto fiammingo, a fronte della vittoria dei socialisti in Vallonia, ha creato l’ennesima spaccatura in un Paese attraversato ormai da profondissime linee di frattura che fanno prevedere un rovinoso crollo

istituzionale. I dirigenti della N-Va, a cominciare dal suo leader BartDeWever, sostengono apertamente l’ipotesi di uno «scioglimento» del Belgio fondato sulle quattro entità create nel 1970,anno di una prima, improvvisata e contraddittoria riforma federale dello Stato: la Comunità fiamminga (6 milioni di abitanti neerlandofoni), laComunità vallona (4 milioni francofoni), la Comunità tedesca (solo 70 mila abitanti) e l’entità di Bruxelles (bilingue, ma con una larga maggioranza francofona). In pratica: la scomparsa del Royaume de Bélgique, esistente dal 1830 e primo Stato europeo con una Costituzione moderna.

 

In questa prospettiva, le Fiandre si autoriconoscerebbero come Stato autonomo, la Vallonia potrebbe essere assimilata dalla Francia, la regione tedescofona di Eupen dalla Germania, mentre del tutto oscuro sarebbe il destino della regione di Bruxelles, la quale, peraltro, è anche capitale dell’Unione europea. Sarebbe un mutamento storico della geografia continentale ben più  profondo di quelli avvenuti dall’89 in poi: la scissione della Cecoslovacchia, lo sganciamento dalla Russia delle Repubbliche baltiche, la nascita della Moldova, i sanguinosi riassetti etnici nella ex Jugoslavia.

 

Perché si è arrivati a questo punto? Fino alla Seconda guerra mondiale, i francofoni hanno esercitato una chiara egemonia  economica e culturale. Nel dopoguerra, l’economia vallone, fondata su produzioni che entravano in crisi come l’acciaio e il  carbone, ha perso sempre più colpi a fronte di uno sviluppo fiammingo che perdeva i suoi tratti rurali e diveniva assai più attento alle innovazioni e all’export. Sempre più gli abitanti del nord sentivano quelli del sud come unapalla al piede e sempremenone

tolleravano le residue pretese, come quella di mantenere il bilinguismo, per chi lo volesse, in nome di un elementare diritto civile. La tensione ha portato a una serie di arruffati aggiustamenti fino alla riforma del 1993, la quale in nome del federalismo ha creato un complicatissimo edificio istituzionale che nel giro di qualche anno avrebbe generato una quantità impressionante di

conflitti nei quali la destra fiamminga riversava tutto il risentimento accumulato contro i «parassiti» valloni. Si pensi che il motivo del fallimento del governo di Yves Leterne, che ha portato alle elezioni di ieri, è stata una ridicola questione riguardante l’appartenenza regionale di un comune della cintura brussellese.

 

Intanto crescevano nelle Fiandre movimenti che in modo sempre più esplicito mescolavano xenofobia, razzismo e difesa  dell’«identità» fiamminga, mentre in Vallonia restavano forti i socialisti e i cristiano- democratici. Sono evidenti le analogie con quanto sta accadendo in Italia. Il Nord che si sente «schiavo» delle arretratezze del Sud, una Lega che cavalca la stessa tigre demagogica dell’identità da affermare contro gli altri, siano stranieri, meridionali o comunque non della «nostra gente». Quello su cui sarebbe il caso di riflettere, invece, è come il federalismo, quando è abborracciato e spacciato per disegno politico coerente, possa essere pericoloso per la stessa sopravvivenza della nazione.

La demagogia dei De Wever rischia di spazzare via il «plat pays» cantato da Jacques Brel. Al nostro bel paese ci penserà Trota Bossi? Paolo Soldini L’U 14

 

 

 

 

Ricattare Berlino per salvare l'Europa

 

Nei think tank ci si chiede se la Germania persegua il rigore in tempi accellerati per

priorità del riequilibrio o anche per uscire dall'euro, buttando fuori tutti

gli altri. La rubrica, invece, ritiene che la Germania non voglia

destabilizzare l'Europa, ma dominarla mantenendo l'euro come strumento di

ricatto. In base a questa analisi suggerisce una strategia di

contro-ricatto. Per evitare che la Germania diventasse potenza singola dopo

la riunificazione, la Francia impose l'abbandono del marco. Berlino pretese

che l'euro fosse gestito come il marco e senza un governo economico che la

condizionasse. Così nacque una moneta insostenibile per economie diverse da

quella tedesca. Si sottovalutò il fatto che le nazioni più deboli, senza più

la flessibilità del cambio, avrebbero dovuto svalutare le tutele del

welfare, salari e prezzi. Per un po' questo europroblema è rimasto nascosto,

o perfino invertito, perché finanziato con debito. Ma ora che il debito non

può aumentare l'impatto deflazionistico dell'euro sarà pieno. L'idea

francese di europeizzare Berlino si è trasformata nella germanizzazione

dell'Europa. Le altre nazioni saranno costrette a diventare come la Germania

o a uscire dall'euro. Nel primo caso, appunto, dovranno importare deflazione

con il rischio di non poterla sostenere tecnicamente e politicamente e con

il paradosso di dover affamare i cittadini per poter restare vassalli della

Germania. Non funzionerà, l'euro salterà. Il pensiero strategico tedesco

conta sul fatto che per ogni singola nazione sarebbe più svantaggioso, per

caos finanziario conseguente, uscire dall'euro che sottomettersi. E per

esserne sicura preme anche per marginalizzare la nazione deviante entro la

Ue. Ma non valutato l'eventualità che tutte le nazioni rilevanti, in

sincrono, abbandonino l'euro. In tale scenario si troverebbe la sola con

moneta forte e quindi vulnerabile alla competitività dei sistemi industriali

francese e, in particolare, italiano. Il suo sistema verrebbe massacrato.

Pertanto anche la Germania corre un serio rischio. Ora non lo valuta perché

vede una Francia comunque convergente. Tuttavia, Parigi preferirà la guerra

alla Germania al rischio di rivolte interne se le vedrà prossime. Ma la

guerra danneggerebbe tutti. Quindi la minaccia va usata, ma per ottenere

dalla Germania - riluttante per timore inflazionistico e pressioni sia

americane sia cinesi - una svalutazione forte dell'euro che permetta a tutti

di bilanciare la deflazione con più crescita trainata dall'export. Così

compreremo tempo per trovare un euromodello che renda applicabile una moneta

unica che ora non lo è. Il Foglio 15

 

 

 

Marea nera, la guerra di Obama nel Golfo: «Adesso energie pulite»

 

BP pagherà i danni fino all'ultimo centesimo ma per evitare il ripetersi di una simile catastrofe occorre riformare il sistema dell'energia Usa. Così, nel suo primo discorso alla nazione dallo Studio ovale, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha difeso la risposta del governo alla crisi annunciando che il 90% della marea nera del Golfo del Messico sarà catturata entro qualche settimana. Obama ha aperto il suo intervento, durato 18 minuti, ricordando quanto è accaduto lo scorso 20 aprile, con l'esplosione della piattaforma di BP che ha causato «il peggior disastro ambientale» della storia americana. Obama ha dunque paragonato la marea nera ad una «epidemia» che «dovrà essere combattuta per mesi - ha detto - e perfino per anni». Obama incontrerà domani il presidente di BP, Carl-Henric Svanber, al quale imporra di «stanziare tutte le risorse necessarie per compensare i lavoratori e gli imprenditori massi in ginocchio dalla sconsideratezza della società». E il fondo «non sarà controllarto da BP - ha sottolineato il presidente degli Stati Uniti - ma sarà amministrato da una terza parte indipendente, per assicurare che tutti i legittimi reclami vengano rimborsati».

 

«La grande lezione della marea nera» è che le perforazioni petrolifere ormai comportano rischi enormi, quale che sia la regolamentazione. «Noi americani - ha ricordato il presidente - consumiamo il 20% del petrolio mondiale ma possediamo appena il 2% delle riserve mondiali». E questo spiega perche le compagnie petrolifere sono spinte a cercare il petrolio anche a 1500 metri di profondità sotto il mare. Obama ha poi paragonato la marea nera che insozza il Golfo del Messico a una «epidemia» che gli Stati Uniti saranno costretti a combattere per mesi e forse per anni.

 

Obama ha poi riconosciuto che la moratoria sulle trivellazioni offshore «crea delle difficoltà alle persone che lavorano sui pozzi» ma «per la loro sicurezza e per la sicurezza dell'intera regione - ha rimarcato - dobbiamo prima capire cosa sia effettivamente successo». Secondo l'inquilino della Casa Bianca, il disatro del Golfo è suonato come un «potente e doloroso campanello di allarme» sulla necessità di rendere gli Stati Uniti meno dipendenti dai carburanti fossili.

 

«Il futuro dell'energia pulita è adesso», ha affermato auspicando un appoggio bipartisan alla legge di riforma dell'energia. «Per decenni abbiamo saputo che i giorni del petrolio facile e a basso costo erano contati - ha insistito - e per decenni non siamo risciti ad intervenire con il senso di urgenza necessario: non possiamo consegnare ai nostri figli questo fardello». La nostra generazione, ha esortato, deve imbarcarsi «in una missione nazionale per spingere sull'innovazione americana e per controllare il nostro destino». Ognuno è chiamato a fare la sua parte e «l'approccio che mi rifiuto di accettare - ha concluso Obama - è quello dell'inerzia. Questa non è l'ultima crisi che dovremo affrontare e ciò che ci ha fatti sempre andare avanti è la nostra forza, la nostra resistenza e la nostra fede nel fatto che ci aspetta qualcosa di meglio se ci facciamo coraggio. Questa sera preghiamo per questo coraggio».

 

Il presidente americano ha assicurato che gli Usa «combatteranno l'inquinamento con tutti i mezzi possibili e fin quando sarà necessario» e ha detto che la sua amministrazione «farà pagare alla Bp tutti i danni che questa azienda ha provocato». Barack Obama incontrerà questo pomeriggio alla Casa Bianca il presidente Carl-Henric Svanberg.

Obama ha poi confermato che imporrà alla società petrolifera britannica di costituire un fondo di garanzia per i risarcimenti alle vittime della marea nera di 20 miliardi di dollari su un conto bloccato. Una richiesta alla quale i vertici Bp non hanno ancora dato l'ok. L’U 16

 

 

 

 

UE. Gaza: i ministri degli Esteri chiedono la fine del blocco

 

ROMA - La fine del blocco di Gaza, con una soluzione che tuttavia risponda alle legittime preoccupazioni di sicurezza di Israele, incluso uno stop completo a tutte le violenze e al traffico di armi dentro Gaza. La richiesta è arrivata dal Consiglio dei ministri degli Esteri UE riuniti a Lussemburgo. In particolare, il ministro Frattini ha sottolineato la necessità che la fine del blocco passi attraverso "una soluzione che sia per Israele e l'ANP politicamente sostenibile". "Una vittoria reclamata da Hamas - ha aggiunto - sarebbe pericolosa e consoliderebbe il suo ruolo dentro Gaza".

  Da Israele, ha spiegato il rappresentante del Quartetto (USA, UE, ONU, Russia) per il Medio Oriente, Tony Blair, sono giunte indicazioni positive, che fanno auspicare che "nei prossimi giorni otterremo l'impegno di principio di cui abbiamo bisogno e al tempo stesso che siano presi i primi passi". La soluzione suggerita dall'Europa è di avere una lista ristretta dei prodotti vietati. "La proposta è di invertire il principio, consentendo tutto ciò che non è espressamente vietato", ha spiegato Frattini. "Oggi la regola è il contrario: è tutto vietato, tranne casi limitati". Blair ha parlato di "armi fuori e beni necessari dentro".

  A Lussemburgo si è discusso anche della situazione dei conti pubblici dei Paesi UE, con l’Italia sotto i riflettori per l’elevato debito. A questo proposito Frattini ha ricordato l’Italia "è un paese di risparmiatori, che non ha avuto bisogno né di comprare né di salvare banche". Per questo motivo ha chiesto all’UE di tenere in considerazione nelle sue analisi sulla sostenibilità finanziaria anche la componente del debito privato. Altrimenti, “siamo pronti a porre il veto, a negare il nostro consenso se, giovedì al Vertice UE, non ci sarà un riferimento al debito aggregato", ha annunciato il Ministro.

  Dossier allargamento: Frattini ha chiesto ai colleghi - in accordo con Germania e Gran Bretagna - un dibattito politico sull'approccio europeo verso la Turchia. "Non è interesse della UE che la Turchia si senta abbandonata dall'Europa e trovi attenzioni in altri scacchieri", ha spiegato. Per quanto riguarda la Serbia, è stato sbloccato il processo di ratifica dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione (ASA), con l’Italia in prima fila, ma non è stata risolta la questione dell'iter di adesione all’UE.

  Nucleare iraniano: accordo sulla necessità di imporre all'Iran sanzioni supplementari oltre a quelle già decise dal Consiglio di sicurezza dell'ONU. Le misure riguardano anche gli investimenti nel settore del petrolio e del gas e la capacità di raffinazione della Repubblica islamica. "Questo è un pacchetto di pressione per negoziare" con Teheran, ha sottolineato Frattini. (Inform) 15

 

 

 

 

Una manovra che punisce i virtuosi

 

Dopo che il governo centrale ha annunciato tagli alle Regioni per 10 miliardi di euro, molti presidenti di Regione hanno dichiarato che l’entità della manovra è insostenibile: costringerà ad aumentare le tasse e a ridurre quantità e qualità dei servizi pubblici. Fra i governatori, alcuni hanno criticato soprattutto le dimensioni della manovra, sostenendo che pesa troppo sulle Regioni, e troppo poco sullo Stato centrale. Altri, in particolare Formigoni, hanno anche sottolineato la sua iniquità, ossia il fatto che colpisce indiscriminatamente Regioni virtuose (specie le grandi Regioni del Centro-Nord) e Regioni viziose. Vista da questa angolatura, la manovra sarebbe la pietra tombale del federalismo, almeno finché per federalismo intendiamo un meccanismo capace di ridurre gli squilibri, punire lo sperpero del denaro pubblico, premiare i territori virtuosi.

 

Formigoni non ha ragione. Ha più che ragione. E vorrei provare a spiegare in dettaglio perché. Il motivo per cui il federalismo è una grande opportunità per l’Italia è, paradossalmente, proprio il fatto che nel nostro Paese esistono margini di parassitismo, di spreco e di evasione fiscale enormi.

 

La sola evasione fiscale si aggira intorno a 120 miliardi di euro, mentre gli sprechi nella Pubblica amministrazione superano gli 80. In tutto fa, come minimo, 200 miliardi. Recuperare anche solo un quarto di questa somma (50 miliardi), significherebbe mettere sul piatto risorse sufficienti ad abbattere le aliquote fiscali e irrobustire lo Stato sociale (che è ipertrofico nella spesa, ma largamente incompleto nei servizi erogati). Di qui deriverebbe una maggiore spinta alla crescita (oggi frenata da aliquote troppo alte) e un maggiore benessere per la popolazione, specie nel Mezzogiorno (la principale determinante della povertà sono i cattivi servizi pubblici).

 

C’è un problema, però. La manovra, per quel che se ne sa finora, chiede a tutti i territori un contributo analogo, mentre le riserve da cui attingere non sono distribuite uniformemente sul territorio nazionale. Ci sono Regioni che hanno enormi margini di recupero, proprio perché hanno livelli di parassitismo altissimi (Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Sardegna, Sicilia) o perché hanno tassi di evasione spettacolari (Calabria, Sicilia, Campania) o perché hanno tassi di spreco scandalosi (Sardegna, Calabria, Sicilia, Basilicata). Ci sono invece Regioni che, proprio perché sono state bene amministrate per decenni, hanno margini di recupero minimi, per non dire irrisori: sono limoni spremuti. I loro amministratori, equamente divisi fra destra e sinistra, hanno già fatto (quasi) tutto il possibile, hanno già tagliato, razionalizzato, potato, ristrutturato. E’ il paradosso di questa manovra: assorbire i tagli di Tremonti è più arduo per le Regioni formica che per le Regioni cicala. Non è tanto una questione di giustizia territoriale, quanto innanzitutto di fattibilità: i territori più spremuti non solo non meritano altri prelievi di risorse, ma - semplicemente - sono meno in grado di sostenerli.

 

Fra le Regioni che molto hanno già dato, le più virtuose sono la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna, seguite a una certa distanza da Piemonte, Toscana, Marche, Friuli-Venezia Giulia. Quello della Lombardia, però, è davvero un caso limite. In Lombardia sono ridotte all’osso, ossia minori che in qualsiasi altra Regione, l’intensità dell’evasione fiscale, le false pensioni di invalidità, la spesa pubblica discrezionale, gli sprechi nell’erogazione dei servizi. In concreto questo significa che non c’è più quasi niente da rosicchiare, a meno di voler azzoppare la locomotiva del Paese. E giusto per dare un ordine di grandezza degli squilibri: la Lombardia stacca già, ogni anno, un assegno di oltre 32 miliardi di euro a beneficio dei territori più deboli, contro un assegno di 10 miliardi del Veneto e uno di 8 miliardi dell’Emilia Romagna.

 

Personalmente, anziché stupirmi della protesta di Formigoni, trovo miracoloso che si limiti a chiedere un contenimento dei sacrifici chiesti ai cittadini lombardi, anziché pretendere che inizi la restituzione di almeno una parte delle risorse che ogni anno la Lombardia trasferisce ai territori meno produttivi. Quel che può stupire, semmai, è la prudenza dei governatori delle altre Regioni virtuose, apparentemente assai meno preoccupati dei sacrifici che saranno costretti a infliggere ai rispettivi cittadini. Ma a questi silenzi e a queste prudenze dovremo abituarci. Sono silenzi e prudenze politici. Due governatori sono della Lega, e non possono credere che sia la Lega stessa, dal centro, a sabotare il federalismo. Altri governatori sono del Partito democratico e, in nome di un (secondo me) malinteso principio di solidarietà verso i territori più deboli, tendono a procrastinare indefinitamente il giorno in cui le cicale dovranno rendere conto alle formiche.

 

Così nessuno sembra voler vedere ciò che Formigoni vede a occhio nudo: il federalismo sta evaporando prima ancora di nascere, e i cittadini della Lombardia rischiano, alla fine, di trovarsi a pagare il prezzo più alto. LUCA RICOLFI

 LS 15

 

 

 

Le Regioni: manovra irricevibile. Formigoni: è anticostituzionale, va cambiata

 

La manovra è "irricevibile" e deve "cambiare". Lo ribadiscono i governatori, in un documento votato "all'unanimità", dopo una  riunione straordinaria della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. "La finanziaria - denunciano le regioni - e' stata costruita "senza condivisione ne' nelle misure ne' sulle entita' del taglio: si ripropone cosi' una situazione di assenza di coinvolgimento diretto nella definizione della manovra pur dopo l'approvazione delle leggi di contabilita' e finanza pubblica e di attuazione dell'art. 119 della Costituzione che hanno provveduto a declinare in legge un percorso preciso di  condivisione con le autonomie territoriali delle manovre di finanza pubblica".

Nessuno, ha precisato il presidente Vasco Errani, ne mette in discussione la necessità, ma i "sacrifici" devono essere "proporzionalmente suddivisi" tra i singoli comparti della pubblica amministrazione. Mentre così com'è ora "per oltre il 50% si carica sulle Regioni e non è equa", ha affermato Errani.

 

Per le Regioni questa manovra mette a rischio i servizi alle imprese e ai cittadini oltre che minare il percorso del federalismo fiscale. "Le Regioni - si legge nel documento - comprendono la necessità di una manovra tempestiva rispetto alla situazione economica attuale per dare risposta concreta ai mercati e all'Unione Europea sulle misure adottate dall'Italia, ritengono d'altro canto che il taglio indiscriminato sulle spese regionali non sia congruo nell'equilibrio del concorso dei singoli livelli istituzionali alla manovra, per di più i tagli indiscriminati difficilmente sono applicabili e probabilmente non daranno i previsti frutti benefici al Paese e pertanto la ritengono irricevibile".

 

I governatori, i quali hanno ribadito di voler fare "fino in fondo la nostra parte", hanno fatto notare di essere ancora in attesa della convocazione da parte del governo del tavolo: "La nostra posizione - ha aggiunto Errani - è tesa ad aprire un confronto serrato con il governo. E' una posizione istituzionale non segnata da ragionamenti di schieramento politico e non stiamo tutelando in modo corporativo le regioni. Stiamo spiegando che i tagli avranno una ricaduta sul sistema territoriale, le famiglie e le imprese" ed "è importante che le Regioni abbiano trovato unità e condivisione".

 

A dare la stoccata più violenta contro la manovra dell'esecutivo, concepita dal suo stesso partito, è Roberto Formigoni: "Questa manovra va cambiata, è possibile ed è doveroso farlo". Per il governatore della Lombardia è necessario "mantenere fermi i capisaldi" della manovra ma occorre "distribuire il carico dei sacrifici in modo proporzionale, come nelle famiglie un buon padre distribuisce il carico dei sacrifici su tutti i figli. Qui invece si carica su un figlio tutto il carico e il padre fa spallucce. Anzi, di più, siamo di fronte ad un padre sciammannato che ha aumentato il debito pubblico". Mentre le Regioni sono "figli virtuosi. Così non è sostenibile né equa e va cambiata", ha aggiunto Formigoni. Per poi sottolineare: "Così com'è attualmente uccide il bambino nella culla".

Formigoni ha sottolineato come la manovra contenga "oltre al danno anche la beffa: ci tolgono le risorse per esercitare le funzioni, ma non ci tolgono l'obbligo di offrire i servizi, con un rischio di incostituzionalità: la Corte costituzionale ha detto che ci deve essere un collegamento diretto tra i servizi e i fondi" che vengono trasferiti.

 

Coda polemica poi con il governatore del Piemonte Cota. Il quale afferma: «E' assurdo dire che questa manovra mette a rischio il federalismo fiscale. La mia posizione è che bisogna trovare il modo di evitare di penalizzare le Regioni virtuose, bisogna insomma distinguere tra chi si comporta in modo virtuoso e chi no. Condivido l'impostazione della manovra».

 

«Abbiamo discusso riga per riga il documento. Sul federalismo si dice che, con la manovra, sono sostanzialmente ridotti i margini di applicazione del federalismo fiscale. ed è gravissimo», puntualizza Errani ai cronisti che gli chiedono un parere sulle dichiarazioni di Cota. L’U 15

 

 

 

 

La sorpresa dell'alleanza tra governatori

 

Il cammino del governo procede con un continuo stop and go. Nella stessa giornata, ieri, è arrivato il «no» dell'Osce alla legge sulle intercettazioni, il plauso dell'Unione europea alla manovra predisposta da Tremonti, seguito a stretto giro da un documento durissimo, e approvato all'unanimità da tutti i presidenti delle regioni.

 

Con un'inedita alleanza Errani-Formigoni, la Conferenza delle Regioni ha sposato la linea del governatore della Lombardia e ha chiesto al governo di riscrivere la manovra, redistribuendo in modo diverso i sacrifici tra centro e periferia. I 4,3 miliardi di tagli previsti per il 2011, secondo quanto ha spiegato il presidente della Conferenza Vasco Errani, sono tali da far saltare i bilanci di tutte le amministrazioni e non consentirebbero di applicare il federalismo, giacché le regioni, ha aggiunto Formigoni, si troverebbero ad avere sulla carta i poteri ceduti dallo Stato in nome del decentramento, ma non i fondi necessari per esercitarli. Di qui il rischio di un rinvio o di un blocco del federalismo e il conseguente aspetto di incostituzionalità della manovra.

 

Da sempre la medaglia dei tagli alla spesa ha un rovescio difficile da digerire per gli amministratori locali: se il governo taglia i fondi dei trasporti, tanto per fare un esempio, ai sindaci e ai presidenti delle province o delle regioni tocca aumentare le tariffe degli autobus. In altre parole, si tratta di introdurre nuove tasse, anche se indirette, proprio mentre il governo si fa bello dicendo che «non ha messo le mani in tasca agli italiani».

 

Oltre ad aver messo in luce questo aspetto, sul quale, da due anni, dopo il taglio dell'Ici del 2008, insistono senza risultati i sindaci, la levata di scudi dei governatori è interessante anche perché contiene la novità dell'asse tra il governatore azzurro della Lombardia Formigoni e quello rosso dell'Emilia Errani. Un'alleanza foriera non certo di buon vento per il governo, che ha colto di sorpresa Tremonti e Bossi. Forse è proprio per questo che Cota, su suggerimento del leader del Carroccio (il Senatur, finché non vedrà chiaro, appoggia il ministro dell'Economia), ha ritirato la sua firma dal documento della Conferenza. MARCELLO SORGI  LS 16

 

 

 

 

 

G8 e appalti. «Patto politico per i lavori in Abruzzo. Una riunione con Letta e Verdini»

 

ROMA — «Sapevamo che la Btp aveva appoggi politici e per questo abbiamo chiesto di lavorare con loro in vista dell’assegnazione dei lavori per la ricostruzione del dopo-terremoto. Ci siamo rivolti alla Carispaq, la Cassa di Risparmio dell’Aquila, ed effettivamente poi siamo stati ricevuti a Palazzo Chigi da Gianni Letta insieme all’onorevole Denis Verdini. Tre giorni dopo quella riunione è stato costituito il Consorzio Federico II». C’è un testimone prezioso che può dare una svolta all’indagine sugli appalti assegnati in Abruzzo. È Ettore Barattelli, presidente del sodalizio di imprese che poi riuscì ad aggiudicarsi l’appalto per la scuola Carducci e quello per i puntellamenti nel centro storico. Dunque, uno dei costruttori che partecipò personalmente alle trattative per la spartizione delle commesse. La scorsa settimana aveva manifestato la volontà di essere interrogato dai magistrati che indagano sulle procedure di assegnazione delle commesse. E cinque giorni fa, l’11 giugno, accompagnato dal suo legale, si è presentato davanti al procuratore Alfredo Rossini. «Le grosse entrature» Trova dunque conferma quanto era già emerso nelle conversazioni intercettate dai magistrati di Firenze che indagavano sui «Grandi Eventi». Si delinea l’accordo preso a livello politico per modulare i tempi e così scegliere le aziende da impiegare. Ed è proprio su questo che si concentrano adesso le verifiche dei pubblici ministeri.

Bisogna infatti stabilire la regolarità di quel patto che ha fornito il via libera alla costituzione del Consorzio mettendolo in una posizione privilegiata rispetto ad altre società che avrebbero potuto partecipare alle gare per l’assegnazione dei lavori. In primo piano rimane quella Btp di Riccardo Fusi finito sotto inchiesta in Toscana proprio perché sarebbe stato agevolato dal suo amico Verdini nella trattativa per la costruzione della Scuola dei marescialli. E che avrebbe sfruttato la stessa strada per lavorare a L’Aquila. Racconta Barattelli: «Noi imprenditori abruzzesi —parlo di me, ma anche della "Vittorini Emidio Costruzioni" e della "Marinelli ed Equizi" — ci siamo rivolti ai dirigenti della Carispaq perché volevamo lavorare con Btp. Sapevamo che aveva grosse entrature con il governo e dunque ci muovemmo. Ci fu un incontro presso la sede della banca alla quale partecipai io, il presidente della Btp Fusi e il procuratore della stessa azienda Liborio Fracassi. Trovammo un accordo e il 12 maggio fummo convocati a Palazzo Chigi». Quanto accaduto nelle settimane precedenti era stato ricostruito nelle informative dei carabinieri del Ros attraverso l’ascolto delle telefonate. Il 14 aprile 2009 Verdini avverte Fusi che una terza persona non specificata «mi voleva vedere per il consorzio per intervenire sul terremoto ». A questo punto l’imprenditore prende contatto con le banche per i finanziamenti. E un mese dopo, l’11 maggio, comunica a Fracassi che «ci sono concrete probabilità di successo». La sera gli invia anche un sms per confermargli un incontro per il giorno successivo: «Appuntamento a Palazzo Chigi alle ore 17.30». L’incontro da Letta Tre minuti dopo, nuovo sms per assicurare che «l’indomani all’incontro potrà partecipare il direttore della Cassa di Risparmio dell’Aquila (Rinaldo Tordera)».

Il giorno dopo, Fusi avvisa un’amica di essere «qui a Palazzo Chigi... Sono da Letta qui in sala d’attesa». È Barattelli a raccontare i dettagli. «Oltre a me e Fusi, c’erano il direttore della Carispaq Rinaldo Tordera e il vicedirettore Angelo Fracassi. Poi Letta e Verdini. Analizzammo tutti gli aspetti della vicenda e fu raggiunto l’accordo». Nelle stesse ore, come hanno accertato gli investigatori, l’amministratore della Btp Vincenzo Di Nardo incontra gli altri imprenditori e alla fine manda un sms a Fusi: «Finito ora riunione con abruzzesi e loro commercialista. Definiti e scritti tutti i testi x costituzione società che avverrà venerdì all’Aquila presso banca». Alle ore 19.19 di quello stesso giorno Fusi viene contattato dal suo collaboratore Bartolomei per sapere com’è andata la riunione e i carabinieri danno conto della telefonata: «Fusi lo informa dell’esito più che positivo degli incontri odierni, lasciando intendere che l’intervento dell’onorevole Verdini è stato determinante ». Adesso è Barattelli a confermare la procedura seguita: «Tre giorni dopo, presso la sede della Carispaq abbiamo costituito il Consorzio Federico II e poi abbiamo preso i lavori.

 

A noi è stata assegnata la ricostruzione della scuola Carducci e il puntellamento degli stabili pericolanti. In tutto 4milioni di euro». In realtà, secondo i calcoli fatti dai carabinieri, i lavori hanno portato nelle casse delle aziende 7 milione e 300.000 euro. Ed è soltanto l’inizio. Se si esclude l’appalto per la fornitura dei prefabbricati, altri lavori dovranno essere assegnati nelle prossime settimane e le aziende che fanno parte del Consorzio rimangono in prima fila nella spartizione. Per questo nei prossimi giorni potrebbero essere interrogati gli altri imprenditori che hanno partecipato al Filippo II, ma anche quelli che invece sono stati esclusi dalla spartizione degli appalti. Anche perché nelle carte trasmesse dai magistrati di Firenze ai colleghi dell’Aquila ci sono gli altri contatti che preludono alla ricerca di nuovi appoggi per ottenere i lavori. Come quell’sms che Fracassi invia a Fusi «la mattina del 6 giugno 2009 per informarlo che a breve saranno avviati i lavori per la ristrutturazione del Palazzo Brancomio a L’Aquila». Fiorenza Sarzanini CdS 16

 

 

 

 

L'Italia dei favori

 

NEI paesi del fu blocco sovietico la nomenklatura di partito godeva di privilegi castali: negozi riservati, case migliori, accesso facilitato a merci inaccessibili alla gente comune. Niente code, niente lunghe liste d'attesa grazie a una specie di salvacondotto perenne che permetteva ai capi di vivere in condizioni di extraterritorialità, come una specie di corpo diplomatico interno.

 

Noi siamo, almeno nominalmente, un Paese a economia di mercato. Ma leggendo l'intervista (ammirevole per la sincerità ai limiti del candore) che l'ex ministro Lunardi ha concesso a questo giornale, siamo costretti a mettere a fuoco una realtà molto poco sintonica con i principi che ispirano la libera competizione e le uguali condizioni di partenza tra i cittadini (principi proclamati a gran voce anche dal partito di Lunardi e di Scajola).

 

Si parla di ristrutturazioni offerte "a prezzo di costo" - cioè senza che l'impresa ne ricavi un solo euro - in cambio di un aiutino per acquistare terreni edificabili. Di funzionari pubblici che co-gestiscono, non si sa bene a che titolo, il sontuoso patrimonio immobiliare della Chiesa romana destinando gli alloggi agli amici e alle persone di riguardo. Di appartamenti concessi per oltre un anno in prova, senza pagare l'affitto (a meno che, citando l'ormai proverbiale battuta nonsense di Scajola, "qualcuno abbia pagato a mia insaputa"). Di pratiche edilizie risolte in Comune da "un amico". Di favori dati e resi, di pastoie burocratiche by-passate, di occasioni d'oro riservate, di passaparola d'alto bordo che spalancano le porte di una vita agevolata. Si parla, soprattutto, del potere come moneta: un posto di comando vale, in sé, ben più di uno stipendio d'oro, se consente di ingrassare ingranaggi altrimenti rugginosi, di favorire una cordata che saprà come ricambiare.

 

Dei molto ricchi si dice che possono girare senza portafogli. Le recenti vicende dimostrano che non solo i ricchi, anche i potenti possono dimenticarlo a casa: i loro "pagherò" non sono monetizzabili, sono il pacchetto di attenzioni e di interessamenti che sapranno mettere sul piatto quando ci sarà l'occasione di farlo. E chi sia grato a chi non è dato sapere, perché la gratitudine, in quei paraggi e a quei livelli, è come l'uovo e la gallina.

L'ex ministro Lunardi (del quale, in uno dei disperati rigurgiti etici che ancora animano la politica, un paio di colleghi ieri chiedevano le dimissioni da parlamentare) si dice certo di poter spiegare tutto nei dettagli, carte alla mano, al magistrato di turno. Tiene a qualificarsi "persona corretta", a distinguere tra la sua vicenda e quella di chi ha commesso reati. Glielo auguriamo, né augurarglielo ci costa più di tanto: perché non è questo il punto. Il punto, per la pubblica opinione o per quanto ne rimane, non sono i reati: quella è la patologia del sistema, è il bisturi che arriva quando non esistono rimedi meno invasivi. Il punto è la fisiologia del sistema: quella certezza del privilegio, quel convincimento di impunità, di mani libere, di circuito chiuso, che la grandinata di Tangentopoli ha appena scalfito, quasi a dimostrare che nessuna società può illudersi di mondarsi, e tanto più riformarsi, per via giudiziaria: mentalità, costume, cultura, rapporti tra le classi, natura del patto sociale, da che mondo è mondo, cambiano radicalmente solo per via politica: le scorciatoie non sono date.

 

Alla luce degli ultimi atti e delle ultime parole spese attorno alla "cricca", si capisce soprattutto questo: ciò che per i cittadini normali è una tribolata corsa a ostacoli (i permessi, le code, la ricerca di una casa, e poi intronarsi di lavoro e di fatica per pagare ogni cosa, per saldare ogni debito, per dovere ma anche per dignità), per alcuni o parecchi degli uomini di governo e dei loro protetti è un tapis-roulant bene ammortizzato. Chi ci sale arriva prima e arriva meglio.

 

Il problema è capire quanto questa rete sia ramificata: e cioè fino a quali strati profondi della società arrivi. Il sospetto, increscioso ma ragionevole, è che grandi porzioni di società italiana siano già contaminati (ma anche: tradizionalmente contaminati) dalla cultura dei favori. Che scendendo giù giù dai palazzi romani fino agli studi da geometra di provincia, agli uffici pubblici meridionali, ai capannoni lombardi, siano milioni gli italiani che sperano di salire su quel carro o almeno di inseguirlo da presso. Che la politica come assemblaggio delle clientele, come selezione di protettori locali da spedire a Roma, sia una ingente, potente porzione della politica in toto. Un'intervista come quella di Lunardi non si concede, con così schietta eloquenza, se non si sa di vivere in un paese che ringhia al potere quando ne è escluso, ma lo asseconda con compiacimento quando può coglierne le occasioni e incassarne i dividendi.

 

Nessun potere è immacolato, e gli scandali politici sono, in democrazia, quasi una ricorrenza rituale. Ma la Roma piaciona e compiaciona che sortisce dagli ultimi refoli di Palazzo, quella dove una mano lava l'altra e qualche giudice sgobbone si propone il titanico compito di scovare i reati a tutto tondo dentro la matassa border-line dei favoritismi e degli omaggi al potere, è la capitale di una democrazia opaca, incerta di se stessa, molto facile a confondere i diritti con i favori. Dove il libero mercato è solo un simulacro ipocrita, tal quale il socialismo in Urss. Eventuali dimissioni di Lunardi cambierebbero appena di una sfumatura un quadro davvero fosco. MICHELE SERRA LR 15

 

 

 

 

Il vero obiettivo è il controllo dei pm

 

Ancor prima che la nuova disciplina delle intercettazioni abbia raggiunto l'esito auspicato da governo e maggioranza con la sua approvazione definitiva, il Guardasigilli Alfano ha lanciato una nuova minaccia. A settembre, ha dichiarato l'altro ieri, sarà presentato un progetto di riforma costituzionale della giustizia che coinvolgerà il suo assetto istituzionale: separazione delle carriere, doppio Csm, nuovo meccanismo disciplinare, nuova disciplina dell'ufficio del pubblico ministero.

 

Si tratta di idee che erano già ripetutamente circolate nei mesi scorsi, per cui non stupisce che siano state ancora una volta ribadite, anche se è la prima volta che il ministro s'impegna apertamente nell'indicare contenuti e tempi del progetto.

 

Il progetto, nel suo complesso, mi piace poco. Un profilo, comunque, mi preoccupa particolarmente. C'è il rischio che la riforma che si prospetta determini un indebolimento molto forte, e per questa ragione inaccettabile, dell'ordine giudiziario, incidendo, in particolare, sull'indipendenza degli uffici del pubblico ministero. Di questo profilo il Guardasigilli non ha parlato espressamente. Ne ha parlato tuttavia il giorno prima il presidente del Consiglio, evocando non a caso il sistema francese, che distingue il giudice dai pubblici ministeri e sottopone questi ultimi ad un rilevante condizionamento del ministero della Giustizia.

 

Per rendersi conto della consistenza del pericolo, è d'altronde sufficiente considerare taluni dei profili che caratterizzano la riforma che s'ipotizza. Si pensa, ad esempio, di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, creando due distinti Csm, quello dei giudici presieduto dal Presidente della Repubblica e quello dei pubblici ministeri presieduto dal procuratore generale della Cassazione; s'ipotizza d'incrementare la percentuale della componente non togata dei due Csm a scapito di quella togata, aumentando in questo modo il livello del potenziale condizionamento politico di tale istituzione; si prefigura di modificare i rapporti fra pubblici ministeri e polizia giudiziaria nella fase della conduzione iniziale delle indagini, sottraendo alle procure della Repubblica ogni potere d'iniziativa o pungolo. Che altro significa, tutto questo, se non, appunto, condizionare, ridurre, spezzettare, indebolire, soprattutto l'ufficio del pubblico ministero?

 

Emblematica mi sembra d'altronde, in particolare, l'idea di creare due Csm, uno soltanto dei quali ancora presieduto dal Presidente della Repubblica. Come è noto, la presidenza del Capo dello Stato è simbolo di autorevolezza e di caratura costituzionale dell'organo di autogoverno della magistratura. Mutare la presidenza, ed assegnarla ad una, sia pure elevata, autorità dell'ordine giudiziario, significherebbe degradare comunque il Consiglio. Da organo di rilevanza costituzionale esso sarebbe inevitabilmente trasformato in normale istituzione dello Stato, in quanto tale normalmente aggredibile. Si pensi, allora, a che cosa significhi, specificamente, stabilire che il Csm dei giudici mantiene intatta l'aureola di organo di rilevanza costituzionale, quello dei pubblici ministeri viene invece privato della medesima autorevolezza. Sarebbe la premessa perché i pubblici ministeri, trasformati in normale istituzione, siano «normalmente» assimilati a tutte le altre amministrazioni pubbliche: non siano più «potere dello Stato», ma si trasformino in ordinaria pubblica burocrazia, in questa prospettiva «ordinariamente» soggetti al controllo del ministero di riferimento.

 

Che cos'altro può significare, d'altronde, la circostanza che si prefiguri, fra l'altro, una nuova normativa costituzionale in forza della quale i giudici (non più tutti i magistrati) resteranno un «ordine autonomo ed indipendente da ogni potere», mentre i pubblici ministeri, semplicemente, «eserciteranno l'azione penale secondo le modalità stabilite dalla legge»? Se la legge, successivamente all'eventuale entrata in vigore del nuovo testo costituzionale, dovesse stabilire che l'esercizio dell'azione penale, quantomeno in certi casi, è subordinato all'assenso del ministro, nessuno, sul terreno della legalità formale, potrebbe più obbiettare alcunché. Per il momento ci troviamo, fortunatamente, ancora sul piano delle parole, degli intenti, delle ipotesi. Nessun progetto articolato è stato reso noto, nessun organo dello Stato ha, fino ad ora, approvato alcunché. Nei giorni scorsi abbiamo, tuttavia, assistito con sgomento a che cosa è accaduto in materia d'intercettazioni.

 

A bloccare un disegno di legge eversivo perché brutalizza nel contempo giustizia e informazione, e perché infrange due cardini del sistema costituzionale, non sono servite critiche, proteste, appelli e mobilitazioni. Governo e maggioranza hanno proseguito imperterriti per la loro strada. Ecco perché in materia di riforma costituzionale della giustizia, nonostante ci si trovi per ora soltanto di fronte alle parole di un ministro, il nuovo pericolo dev'essere comunque immediatamente avvertito e messo a fuoco, e la mobilitazione cominciare.

 

Non si vorrebbe infatti che, dopo un'eventuale definitiva approvazione, a luglio, della legge sulle intercettazioni, una nuova forzatura dello Stato di diritto voluta dalla maggioranza scardini definitivamente i capisaldi della divisione dei poteri e del sistema dei controlli. Magari, questa volta, con la complicità compiacente di qualche settore dell’opposizione.  CARLO FEDERICO GROSSO  LS 15

 

 

 

 

 

Province, Narducci (Pd): "Apparati costosi e improduttivi, da abolire"

 

Le province? 'Andrebbero eliminate per lasciare più risorse ai Comuni'. Dalla manovra alle promesse mancate del governo, fino al 2 giugno. I temi dell’attualità politica visti da Franco Narducci, deputato Pd eletto nella ripartizione estera Europa e residente in Svizzera - di Barbara Laurenzi

 

Roma - Ridurre gli sprechi e l’evasione. Sì, ma come? Lo abbiamo chiesto all’onorevole Pd Franco Narducci che ha spiegato a ItaliachiamaItalia.com i tre punti che avrebbero potuto rendere la manovra di Tremonti strutturale e non “improvvisata”.

Onorevole Narducci, l’opposizione continua a remare contro la manovra annunciata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Che cosa c’è che non vi convince?

"Prima di tutto è doverosa una premessa: il governo - dichiara Narducci a Italiachiamaitalia.com -  ha passato mesi a diffondere ottimismo a larghe mani, dicendo che l’Italia è diversa dagli altri paesi e che l’opposizione è negativa. Ora invece, nel giro di un mese, ci viene detto che lo stato dei conti è grave e che, dopo aver attaccato Visco che aveva parlato di una necessaria manovra aggiuntiva, non solo ne sta per essere approvata una, ma è anche più pesante di quella immaginata da Visco. Il governo sconfessa se stesso reintroducendo la tracciabilità bancaria criticata durante il governo Prodi".

Proprio quest’ultimo punto, però, è un primo passo verso la lotta all’evasione fiscale.

"Il governo parla di lotta all’evasione fiscale, ma questo non è un concetto raggiungibile attraverso il condono edilizio e gli scudi fiscali. Siamo attaccati a scudi e sanatorie su tasse non pagate, Tremonti avrà Per quale motivo si è deciso di bloccare gli stipendi dei dipendenti pubblici? Per un reale privilegio rispetto agli altri dipendenti?

"La manovra colpisce, come al solito, chi onestamente paga le tasse. I dipendenti pubblici sono gli unici che si possano colpire, altrimenti il governo dovrebbe aspettare i tempi lunghi della lotta all’evasione fiscale. In realtà questa maggioranza non vuole colpire chi non paga l’Iva, noi siamo il popolo delle partite Iva e abbiamo il primato dell’evasione anche in questo campo".

Che cosa andava fatto contro l’evasione, secondo lei?

"Nel primo quadrimestre del 2010 la massa di capitali che dovrebbero essere imposti a tassazione è salita a 372 miliardi di euro, se su questi si fossero pagate le tasse regolarmente lo Stato avrebbe avuto molti soldi in più. Il governo si è insediato nel 2008 e ha tolto tutti i provvedimenti di Prodi, hanno abolito l’Ici e consentito a chi ha case da 1 milione e mezzo di non pagare alcuna tassa su quel bene".

Dalla maggioranza vi viene risposto che, in questo particolare momento, bisognerebbe adottare un atteggiamento più collaborativo verso l’azione di governo.

"Noi capiamo che il momento è difficile - ammette il deputato del Pd eletto nella ripartizione estera Europa -  e che bisogna assolutamente impostare una manovra che vada a correggere i conti ma non in questo modo. Questa è una manovra improvvisata, che smentisce quello che ha detto il governo, fino ad oggi Berlusconi non ha fatto nulla per abbassare la pressione fiscale. Il governo ci dica che cosa ha fatto in questo senso, visto che con il patto di stabilità con gli enti locali la pressione fiscale è addirittura aumentata di due punti".

Che cosa avrebbe fatto il Pd al posto del governo?

"Un’azione realmente incisiva dovrebbe articolarsi in tre punti: riduzione degli sprechi, vera lotta all’evasione ed equa distribuzione della pressione fiscale. Questa manovra ha mantenuto gli sprechi, ad esempio i costi della Rai. Hanno fatto bene ad abolire gli enti ma non c’è stata una giusta selezione, inoltre, con questo governo, sono aumentate le consulenze esterne nonostante i dirigenti pubblici siano già strapagati".

In quanto a sprechi, partiti e politici sono i primi interpellati…

"Sì, bisognerebbe incidere su tutti i costi, a partire dalle auto blu per arrivare ai trombati che ad ogni elezione ottengono posti e posticini, una piaga che esiste solo da noi e che frutta fior di stipendi. In Italia si grida sempre alla vergogna ma poi nessuno fa nulla per cambiare. La lotta all’evasione fiscale, inoltre, si fa con strumenti seri e non facendo credere cose false come ha fatto Berlusconi chiamando Ballarò. Avrebbero dovuto impostare una riforma reale del fisco, puntando anche a una migliore redistribuzione della pressione fiscale. I meccanismi del nostro fisco sono fuori dalla logica normale e premiano chi evade".

Come è vista questa situazione dagli italiani all’estero, che guardano alle mosse di Tremonti paragonandole a quelle del paese in cui vivono?

"Negli altri paesi c’è stata una concertazione, non è stata una scelta unilaterale. I governi francese e svizzero, ad esempio, hanno sentito i pareri delle opposizioni e delle forze sociali. Qua da noi si è proseguito con un “prendere o lasciare”".

Secondo Tremonti questa manovra aggiuntiva deriva dal collasso della Grecia e non da un reale bisogno dell’Italia. Questa tesi la convince?

"In Europa si stanno facendo manovre ovunque, tutti devono rientrare dentro il 3 per cento del deficit sul Pil. Negli altri paesi, però, si sta seguendo una strategia, si fanno manovre che tendono a mettere in sicurezza i conti, ragionate e utili anche per il futuro. Come denunciava anche Stella sul Corriere, è mancato il coraggio di sciogliere la legge sul finanziamento ai partiti minori. Deve finire questo modo di considerare la finanza pubblica come se fosse un bancomat".

Al momento, è mancato anche il coraggio di sopprimere le province…

"Anche quella delle province era norma improvvisata. Che cosa significa, se uno ha 200 o 250mila residenti? Che cosa cambia una differenza così minima? O si ha il coraggio di dire che le province oggi non servono a nulla o è inutile qualsiasi cambiamento".

Le province non servono più a nulla?

"No, bisognerebbe eliminarle dando così più risorse ai Comuni che sono veramente vicini al territorio. Le province ormai sono solo livelli di potere politico che non servono al popolo, io sono per un vero federalismo del territorio. Non abbiamo più bisogno di apparati costosi e improduttivi, abbiamo bisogno di trasferire ai comuni le vere risorse".

Sul tema delle province, il governo ha fatto dietrofront a causa delle pressioni della Lega e, nel frattempo, aumenta la litigiosità all’interno del Pdl. Si unisce anche lei al coro che pronostica un imminente crollo del governo?

"Che il governo sia nelle mani della Lega è sotto gli occhi di tutti. Non credo, però, che il governo stia per crollare, anche se il grado di litigiosità interno aumenta. Sarebbe tragico per il destino dell’Italia se si dovessero imbastire nuove elezioni. Io mi auguro che ci sia una maggiore concertazione".

È peggio un paese in mano a Berlusconi o un paese in balia della Lega?

"Questa è una domanda a cui non rispondo, non parlo in questi termini di politica. La Lega lotta per il popolo ma con uno stile che non condivido".

Si riferisce alle assenze del 2 giugno?

"Io vivo in Svizzera, il più antico federalismo del mondo, ma non ho mai visto un primo agosto in cui non si canti l’inno nazionale. Tutti gli svizzeri festeggiano la giornata nazionale".  Italia chiama Italia

 

 

 

 

Trasparenza e stipendi. Il gioco dell’odio sulle vite degli altri

 

Un tempo, tanto tempo fa, i primi fogli patinati di gossip offrivano ai propri lettori assatanati di indiscrezioni pruriginose i “numeri segreti” dei divi e delle dive. Poche cifre in sequenza ed era possibile infilarsi nella cornetta del divo del cuore. E giù chiamate a tutte le ore, baci e grida amorose finché la Sip (allora si chiamava così) cambiò le cifre delle utenze molestate. Un gioco un po’ ingenuo e un po’ perfido, consistente nel vendere a tutti non ciò che era proibito o vietato ma semplicemente protetto dalla più semplice riservatezza.

Da allora, tra corsi e ricorsi, ne ha fatta di strada la voglia di sparare, nero su bianco, le “vite degli altri”, meglio se trattasi di telefonate intercettate, ma anche di cifre tradotte, sintetizzate di redditi, compensi, guadagni. A questo tiro a segno aperto per titillare gli istanti della curiosità più becera e populista partecipano nella parte delle vittime squadroni di manager di rango, grand commis, banchieri di successo, giù giù fino al giornalista che fa più notizia della notizia che dovrebbe amministrare, al conduttore televisivo appassionato tutore degli altri italiani oltre la soglia della povertà e tuttavia geloso custode del proprio contratto di conduzione. Il grande Enzo Biagi diceva: per i giornalisti la colleganza è odio vigilante. Dai suoi tempi non è cambiato nulla, solo che l’odio vigilante si è fatto gioco alla moda e moda d’estate. Facendosi coraggio l’un l’altro, e chi più ne ha più ne metta, fioriscono i giornali attirati dal pubblicare il “gioco dell’odio”.

Questo gioco, come s’è capito, consiste nella facile, malleabile, titillante scelta di dedicare ampio spazio, ben orchestrato da accattivanti grafiche, alle tabelle che incolonnano i compensi, (si presume tutti conosciuti e apprezzati dall’Agenzia per le entrate), delle persone fisiche all’uopo prescelte. Vi finiscono manager che realizzano fortissimi profitti per le aziende che dirigono e impiegati ministeriali o comunque pubblici con poche decine di migliaia di euro all’anno. I manager, appartenenti per lo più a società quotate in Borsa, colgono dell’operazione solo il lato puramente populista, essendo già tutto scritto nei bilanci, facilmente consultabili. Gli altri subiscono quel curaro (indolore, insapore, inodore, micidiale) che è l’invidia dentro la quale stanno tutti tranne la propria moglie, la mamma, la sorella e la figlia unica.

Intere carriere nelle quali il valore del merito tanto decantato andrebbe prudentemente valutato e messo nel conto si ritrovano spiattellate in quelle caselle. Una sottile, non impugnabile gogna mediatica che diventa affluente del grande fiume dello sconquasso nazionale, dove chiunque voglia essere qualcuno deve far voto di appartenenza e odiare tutti gli altri.

L’intento dichiarato dalle volonterose testate è quello di fare trasparenza tra caste, cricche, parrocchie, santuari e cosi via: fare della trasparenza il vero motore del Paese civile mentre è chiaro, e qui ci vuole, lo scopo trasparente è quello di aizzare, stimolare, muovere e promuovere quel che di più basso e melmoso produce una società complessa e cangiante, certamente appesantita da disuguaglianze da limare a fondo, e tuttavia non bisognosa di focolai di guerriglia psicologica. Insomma, capire e raccontare tutto della “cricca” è sacrosanto. Ma che c’entra la lista degli stipendi pagati dalle aziende e utilizzati anche dalla Agenzia delle Entrate?

Il piacere di alzare polvere appare talmente intenso e voluttuoso che s’è aperta una forsennata corsa a chi spara più numeri sugli stipendi più stipendi, emolumenti, guadagni nella quale, va ammesso, si distinguono, specularmente sugli opposti argini del gioco dell’odio e dell’invidia, testate normalmente impegnate a farsi la guerra diversificando le aree di attacco.

La corsa, vedremo, sarà lunga.

Che tutto ciò serva a qualcosa di ragionevole è dubbio. Che sia capace di rimettere in discussione situazioni sperequate e oggettivamente scandalose è assai improbabile. Che la scelta degli obiettivi sia imparziale, terza, e non viceversa attenta a usare questo chiavistello con occhiuta oculatezza, è evidente a tutti.

Tutto ciò, se non si troverà la complessiva capacità di un uso più accorto e meno perfido delle liste sulle vite degli altri, non porterà bene a nessuno, innescherà filoni di rancori e di vendette fin sui pianerottoli dei più lontani condomini e noi resteremo un Paese dove le regole del rispetto sono considerate a malapena dei suggerimenti da ignorare.

Comunque sia, elenco per elenco, tabella per tabella, se proprio non possiamo farne a meno di stamparle cominciamo almeno a pubblicare l’elenco degli evasori totali, visto che le tasse le paghiamo anche per loro e sarebbe interessante sapere almeno come si chiamano. PAOLO GRALDI IM 14

 

 

 

 

Costituzione usata come scusa

 

Al di là dello scontro quasi ideologico che si solleva ogni volta che si tocca la Costituzione, ciò che colpisce del dibattito sull’articolo 41 è la tesi che questo articolo sia ciò che ha frenato e frena la competitività italiana e che, modificandolo, l’Italia possa tornare a competere sui mercati internazionali. Ma è davvero così? E’ vero che la competitività di un Paese dipende dalla sua Carta costituzionale? Questa è la domanda che dovremmo porci in questo momento. In questa prospettiva è interessante andare a guardare le classifiche internazionali sulla competitività e scoprire che i Paesi più competitivi del mondo hanno alle spalle Costituzioni, modelli di Stato e di governo completamente diversi l’uno dall’altro.

 

In vetta alle classifiche troviamo infatti Paesi di tradizioni liberali e liberiste, come gli Stati Uniti. Ma anche Paesi di tradizione social-democratica, come la Svezia e la Danimarca, così come troviamo democrazie parlamentari e presidenzialiste, Stati unitari e Stati federali, repubbliche e monarchie. Già da queste riflessioni sorge quindi più di un ragionevole dubbio. Il dubbio che forse la competitività dipenda da altri fattori. Ed infatti è così.

 

La competitività - che altro non è che la capacità di crescere nel lungo periodo - è legata ad altro. Si tratta chiaramente di una molteplicità di fattori, ma tre in particolare sono fondamentali: un sistema della ricerca e dell’istruzione moderno e competitivo, una pubblica amministrazione funzionale e trasparente, ed un sistema fiscale e redistributivo efficiente ed equo, che supporti il lavoro e gli investimenti. Investimenti non solo materiali ma anche e soprattutto immateriali, a partire proprio da quelli in ricerca, istruzione e formazione. E’ così che si crea un circolo virtuoso: una forza lavoro preparata e competitiva e un sistema di imprese che fa leva su tale capitale umano per generare innovazione e crescita.

 

Certamente mantenere questi investimenti e questo ciclo virtuoso in tempi di crisi non è facile, ma non impossibile. Basta guardare la Germania, che, pur dando alla luce una manovra finanziaria durissima con i tagli più pesanti dalla Seconda Guerra Mondiale, ha lasciato intatti tutti gli investimenti in istruzione e ricerca, dando mostra di una lungimiranza e di una prospettiva strategica invidiabili. L’Italia invece non solo ha tagliato pesantemente scuola, formazione, università e ricerca, ma non è stata nemmeno capace di portare fino in fondo alcune riforme avviate da questo stesso governo che avrebbero perlomeno dato un contributo a quei cambiamenti strutturali necessari per un eventuale reinvestimento futuro.

 

La riforma dell’Università è ancora ferma, rallentata non solo dai tanti emendamenti ma anche dall’evidente priorità data ad altri provvedimenti, dai vari Lodo Alfano fino all’ultimo provvedimento sulle intercettazioni, sui quali sono state spese molte più energie.

 

La riforma della pubblica amministrazione di Brunetta è stata in pratica mutilata dall’ultima manovra del governo che, per introdurre il blocco dei salari nel pubblico impiego, ha di fatto congelato (anche se non formalmente sospeso) tutta la parte della riforma che avrebbe introdotto un po’ di meritocrazia, valutazione e responsabilità nella pubblica amministrazione. Di riforma fiscale invece è stato quasi tabù parlare fino ad oggi. Adesso viene rispolverata, ma posta come subordinata alla più alta questione della «libertà di impresa» e alla modifica della Carta costituzionale. Creando un po’ di confusione sulle finalità di tale provvedimento, facendo quasi credere che questo articolo impedisca la creazione d’impresa. Non solo non è cosi, ma la creazione d’impresa, di per sé, non è un problema per il nostro Paese. In Italia si fa già abbastanza impresa, non a caso abbiamo una densità imprenditoriale tra le più alte d’Europa (circa 66 imprese ogni 1000 abitanti, contro 22 della Germania, 39 della Danimarca, e 40 della Francia).

 

Il problema delle imprese italiane è un altro: è la difficoltà di crescere avendo a che fare con una pubblica amministrazione lenta ed inefficiente, con una fiscalità complessa e penalizzante per chi davvero investe in innovazione e ricerca, e la difficoltà a trovare giovani (giovani veri, non quarantenni) preparati e ben formati sul mercato del lavoro. Questi sono i veri problemi delle imprese, e la modifica dell’articolo 41 non servirà a cambiare molto questo stato di cose. Anche la semplificazione della complessità normativa, la razionalizzazione di autorizzazioni e controlli può essere realizzata subito, senza modifiche costituzionali. D’altronde, è proprio questo governo che ha istituito il ministero per la Semplificazione normativa. Ed è proprio quel ministro, il senatore Calderoli, che pochi mesi fa si è fatto immortalare armato d’ascia e fiamma ossidrica mentre dava fuoco alle 375 mila tra leggi e regolamenti abrogati dal suo ministero. Viene naturale chiedersi come mai tra tutte quelle migliaia di leggi non ce ne fosse nemmeno una che sia servita a rendere più semplice la vita delle imprese e dei cittadini, tanto che oggi siamo ancora a parlare di normativa asfissiante.

 

Ecco, potremmo ripartire da lì, dal rilancio di una semplificazione normativa più mirata e selettiva, in modo da andare più incontro alle esigenze di aziende e cittadini. E da una riorganizzazione delle procedure e degli adempimenti burocratici per le imprese, per esempio realizzando in modo capillare su tutto il territorio gli sportelli unici per le attività produttive, istituiti per legge dodici anni fa ma nella realtà ancora largamente incompiuti, o, quando esistenti, raramente accompagnati dalle necessarie semplificazioni amministrative e dalla necessaria formazione del personale. Per realizzare tutto questo non è necessario creare una nuova Costituzione. Magari un nuovo ministro sì, potrebbe servire, visto che il ministro per le Attività produttive si è dimesso quasi due mesi fa e ancora non si è trovato un sostituto.

 

Insomma, se l’obiettivo è rilanciare la competitività del nostro Paese, investire tempo ed energie per modificare la Costituzione potrebbe non essere la strategia più efficace. Ci sono molte altre cose più incisive e fattibili subito che possono servire assai meglio a questo scopo. Se poi l'obiettivo è un altro, allora è un altro discorso.  IRENE TINAGLI LS 16

 

 

 

Pomigliano d'Arco, accordo separato Fiat spacca il sindacato La Fiom non firma

 

Confermata la spaccatura sindacale su Pomigliano. Il nuovo accordo sullo stabilimento campano della Fiat non è stato infatti siglato dalla Fiom che ha ribadito la sua contrarietà all'intesa, già siglata dalle altre organizzazioni lo scorso venerdì. Fim, Uilm, Fismic e Ugl hanno firmato il nuovo documento integrato, presentato dal Lingotto.

 

La Fiat ha sottoposto ai sindacati dei metalmeccanici un nuovo documento in cui viene aggiunto un 16/o punto relativo alla  istituzione di una commissione paritetica di raffreddamento sulle sanzioni, come era stato richiesto dalle organizzazioni che venerdi' scorso avevano gia' dato un primo ok.

 

I sindacati dei metalmeccanici firmatari dell'accordo sullo stabilimento Fiat di Pomigliano D'Arco hanno promosso un referendum tra i lavoratori che si terra' il prossimo martedi' 22 giugno.

 

''La Fismic ha firmato l'accordo perche' e' giusto farlo e non perche' qualcuno ci ha mai ricattato'': lo ha detto Luigi Mercogliano, della segreteria regionale della Fismic, commentando la sigla all'intesa con la Fiat per l'investimento di 700 milioni di euro che portera' la Panda nello stabilimento di Pomigliano d'Arco (Napoli). Mercogliano, inoltre, ha annunciato che martedi' 22 giugno, ''la parola passera' liberamente ai lavoratori dello stabilimento con un referendum indetto al Giambattista Vico''. ''La Fiat ha inserito nel documento la commissione di prevenzione - ha concluso Mercogliano - e l'accordo salva lo stabilimento e l'occupazione di oltre 5 mila addetti della fabbrica, piu' tutti i lavoratori dell'indotto''. L’U 15

 

 

 

 

Il coraggio di aprire una nuova stagione

 

Accordo separato. A Pomigliano è andata come era logico attendersi, ma non come era inevitabile che andasse. Perché dopo la coraggiosa sortita del segretario della Cgil Epifani, si poteva anche sperare - quantomeno in modo residuale - che la Fiom capisse non tanto che il suo no avrebbe danneggiato i lavoratori (e non solo quelli di Pomigliano, ma dell’intero gruppo Fiat in Italia), perché su questo francamente le speranze stavano a zero, e neppure che avrebbe rotto il fronte sindacale, anche perché è da tempo andato in frantumi e proprio per mano dell’ala più oltranzista della Cgil, ma che con il suo diniego avrebbe rotto la Cgil stessa, forse in modo irreversibile. Evidentemente i vertici della federazione metalmeccanici questo non lo hanno capito, oppure l’hanno inteso così bene da farne il vero motivo “politico” della loro testardaggine ideologica, forse coltivando l’idea che di fronte ad un redde rationem sarebbe l’ala “pura e dura” a vincere la partita interna alla Cgil. Ma la speranza di un resipiscenza del sindacato guidato da Maurizio Landini era poggiata anche su un altro presupposto, diciamo così “opposto”, e cioè l’idea, molta diffusa fino all’incontro decisivo di ieri, che in realtà la Fiat non volesse l’accordo e dunque lavorasse per far dire di no alla Fiom per poi dire di no lei ad un accordo separato. Perché, e questo è sicuramente vero, se si fosse firmata l’intesa Marchionne sarebbe poi stato costretto a rivoluzionare Pomigliano se davvero vuole passare da 36 mila a 270 mila auto prodotte, mentre lasciare la Panda in Polonia e trasferire le altre produzioni in Serbia, dove sicuramente i costi diretti e sociali sono molti più bassi - e lo rimangono anche dopo l’intesa, non fosse altro per le difficoltà di contesto che si patiscono in Campania - è cosa più facile e meno onerosa. Ora sappiamo che la Fiat questo calcolo non lo ha fatto - altrimenti non avrebbe accettato di firmare il protocollo senza l’adesione della Fiom - o che se anche lo avesse fatto ha dovuto accantonarlo. Ma la Fiom no, questo non poteva saperlo. Anzi, avrebbe dovuto essere la prima a porsi il problema, e a capire che dal suo punto di vista non avrebbe dovuto dare alcun alibi a Marchionne. Al tavolo avrebbe dovuto rimanerci incollato non fosse altro che per questo.

Tuttavia, le cose sono andate diversamente: la Fiom non ha firmato, la Fiat sì. E ora è sperabile che per Pomigliano e l’azienda tutta, così come per l’intero capitalismo italiano alle prese con il “mostro” della globalizzazione che da almeno tre lustri infligge al sistema-Italia una perdita di competitività crescente, sia finalmente venuto il momento di voltar pagina in modo irreversibile. Non tanto perché si è finalmente piegata la testa al sindacato - che, diciamoci la verità, nelle imprese private è da tempo che ha perduto, volente o nolente, il suo carattere di oppositore della flessibilità - o perché si recuperano margini significativi sul costo del lavoro, considerato che i differenziali con i paesi di nuova industrializzazione ancora per qualche anno rimarranno incolmabili, quanto perché si sono poste le basi per organizzare la produzione manifatturiera di grandi dimensioni in modo significativamente diverso rispetto a quello tradizionale cui noi italiani siamo rimasti abbarbicati con incredibile pervicacia. Il che non è solo una questione di flessibilità assoluta del lavoro - condizione necessaria ma non sufficiente - ma anche di innovazione di processo e di prodotto, tanto che la gran parte dei 700 milioni che Fiat intende investire a Pomigliano hanno un contenuto fortemente hi-tech.

Qualcuno ha voluto comparare l’intesa di ieri alla “marcia dei 40 mila” del 1980 a Torino, che produsse la “liberazione” di Mirafiori e degli altri stabilimenti occupati ma anche l’espulsione di quelle “tossine terroristiche” che negli anni Settanta furono generate nella zona grigia a cavallo tra sindacato e “comunismo combattente” proprio a cominciare dalla Fiat e che la “aristocrazia operaia” di allora, guidata da Luciamo Lama, s’incaricò di sconfiggere. Non so se il paragone storico regge, trent’anni dopo. Ma certo quella di Pomigliano può essere davvero la prima pietra per costruire un sistema di relazioni industriali al tempo della globalizzazione.

Così come da Pomigliano può partire una nuova stagione dell’industria italica. Perché firmando quell’accordo, Marchionne si è impegnato a fare del bacino di Mediterraneo il suo nuovo mercato di sbocco. E’ una visione giusta: partendo dall’Italia, che deve capire fino in fondo il vantaggio competitivo “naturale” che la sua posizione geografica le assegna, si possono conquistare i mercati di quella che Gianni De Michelis chiama la “quarta economia”, quella appunto del nord Africa, dell’Egeo e dei paesi arabi, a sua volta porta verso Cina e India. Non è un caso che la produzione che si farà nella “nuova Pomigliano” sia quella della Panda, cioè un auto adatta a quei nuovi consumatori. E il Mezzogiorno tutto può e deve essere protagonista di questo “riposizionamento” geo-strategico dell’economia italiana. Con buona pace della Fiom, che nel frattempo sarà stata sanzionata, con il referendum del 22 giugno, da quella stessa base che pretende di rappresentare. Enrico Cisnetto IM 16

 

 

 

Giovani calciatori africani: l’Europa, un sogno pericoloso

 

I club europei sono pieni di giocatori di origine africana. Chi più chi meno celebre, rappresentano dei modelli per tutti i giovani dei loro rispettivi paesi: sono in tanti a cercare di seguire le loro orme. Ma a quale prezzo?

 

Nel 2003, una squadra della prima divisione belga, il KSK Beveren, schierava dieci ivoriani su un totale di undici giocatori titolari. Una piccola rivoluzione per il comune delle Fiandre Orientali, dove il Vlaams Block, partito fiammingo di estrema destra, all’epoca otteneva il 25% dei voti. Tutto è iniziato nel 2001, quando Jean-Marc Guillou, fondatore di una scuola-calcio in Costa d’Avorio, divenne amministratore delegato della società, allora in perdita. Propose un apporto annuale di quattro giocatori provenienti dalla sua scuola, per rimettere in piedi la squadra.

La scuola di Jean-Marc Guillou (JMG académie) fa parte di questi nuovi centri di formazione aperti dagli europei sul continente africano. Scuole-calcio spuntano un po’ ovunque, ma le strutture ufficiali sono rare. Queste si preoccupano di formare i giovani calciatori locali senza interrompere il processo di scolarizzazione, indirizzando i giocatori più promettenti verso una carriera internazionale o nazionale, e garantendo ai meno dotati una reintegrazione.

Inseguendo gli idoli

In Senegal, circa un milione di giovani ha una licenza “calcistica”. In migliaia si accalcano per riuscire ad entrare in un centro riconosciuto, tutti guidati dai loro modelli, oggi grandi stelle del pallone. Samuel Eto’o, Salif e Seydou Keïta, Salomon Kalou, “Baky” Koné e Yaya Touré sono cresciuti tutti in Africa, e oggi conoscono una carriera di livello internazionale. Ancora oggi sono molti ad espatriare per tentare fortuna in Europa. Giovani prodigi del calcio sacrificano tutto per raggiungere l’eldorado europeo, le sue leggendarie società e gli stipendi da favola. Se in molti tentano l’avventura, non tutti intraprendono la strada giusta. Tra le scuole “bidone”, i falsi agenti e i trasferimenti dei minori, le truffe sono sempre dietro l’angolo.

 

Yannick Abéga aveva 13 anni quando ha lasciato la sua terra natale, il Camerun, per la Spagna. Una zia lontana lo ha messo in contatto con un agente spagnolo, Marc Salicrú Massegú. I genitori hanno firmato un contratto e pagato il biglietto aereo. Per ragioni amministrative, la “zietta” diventa tutrice del ragazzo. Con la testa piena di promesse, il ragazzo è euforico e sogna già il Real, la squadra madrilena che ha accolto qualche anno prima Samuel Eto’o. Una volta arrivato nel Vecchio Continente, viene sottoposto ad un provino dietro l’altro in giro per la Spagna, ma senza nessun risultato. Finisce in un centro di formazione a Maiorca, dove resterà due anni. Dopo i quali riprenderà a fare provini, ma senza successo. Senza più notizie del suo agente, senza squadra, né documenti, scappa in Francia. A Parigi viene accolto dall’associazione Foot Solidaire che lo aiuterà a risolvere la sua situazione di irregolare.

 

Dal sogno alla strada - Nonostante le regole ferree introdotte dalla Federazione Internazionale di calcio (FIFA) nell’ottobre 2009, le strutture ufficiose e gli pseudo agenti e reclutatori continuano ad operare nel continente africano. Eppure il regolamento della FIFA è chiaro: qualsiasi trasferimento internazionale di minore è proibito. La società formatrice deve dare la sua autorizzazione, la FIFA deve rilasciare un certificato e il giocatore deve essere tesserato dalla federazione. La procedura ideale sarebbe un contratto stipulato tra le società interessate, con un intermediario delegato dalla società ospitante.

Sfortunatamente le vittime di agenti senza scrupoli sono ancora numerose. Sei giovani maliane, di cui una vive ancora oggi in clandestinità, hanno subito direttamente gli effetti del business del calcio. Giocatrici di livello nazionale nel Mali, sognavano una carriera all’estero. Un giorno un “agente” le contatta. Dice di venire per conto del RC Saint- Étienne in Francia e di essere in cerca di giocatrici motivate per riuscire a potenziare la squadra francese. Le ragazze firmano il contratto senza porsi troppe domande e corrono all’ambasciata francese per ottenere il prezioso lasciapassare, che riescono ad ottenere immediatamente, a fronte di una procedura normale che prevede una trafila di giorni, se non mesi. Pagano il biglietto aereo di tasca loro e partono per la città verde. In Europa sono ospiti di una grande società di calcio nazionale, e stanno in un appartamento messo a disposizione dalla società stessa, la quale provvede anche a sborsare denaro. Ma nessun contratto e quindi nessuno stipendio e dei permessi di soggiorno che si succedono uno dietro l’altro, fino all’arrivo di Nicolas Sarkozy e al conseguente inasprimento delle regole che ne seguì. La prefettura non ha più intenzione di rilasciare loro il prezioso sesamo. Da quel momento, la società le caccia, togliendo loro anche l’appartamento. Le ragazze si ritrovano per strada.

 

Iniziative - Tuttavia la situazione non è ovunque così nera e le procedure ufficiali esistono ancora. L’associazione Diambars, fondata da ex-giocatori professionisti - Jimmy Adjovi Boco, Patrick Vieira et Bernard Lama- si è istallata in Senegal e da poco anche in Sudafrica. Il suo motto: “le foot passion, un moteur pour l’éducation”. Le strutture di Diambars affiancano alla formazione sportiva un’educazione scolastica così da poter garantire, in ogni caso, un futuro ai ragazzi. Alcuni giocatori hanno già firmato un contratto con delle società europee, in Norvegia o in Francia. Un esempio