WEBGIORNALE 21-23 Giugno
2010
Razzismo in Europa. Lotta sempre aperta
Francia, Georgia,
Polonia ed ex Repubblica jugoslava di Macedonia hanno compiuto "sforzi
significativi nella lotta contro la discriminazione razziale, la xenofobia e
l'antisemitismo". Permangono tuttavia diverse questioni che costituiscono "fonte
di preoccupazione". Nils Muiznieks, presidente dell'Ecri (Commissione
contro il razzismo e l'intolleranza del Consiglio d'Europa) commenta così i
quattro nuovi rapporti nazionali che, pubblicati il 15 giugno, fanno il punto
sugli sviluppi intervenuti in ambiti quali la legislazione, la discriminazione
nell'istruzione e nell'occupazione, lo sfruttamento del razzismo per fini
politici e la situazione dei gruppi vulnerabili.
Francia. Sono il
tono generale del dibattito sull'immigrazione, i pregiudizi nei confronti dei
musulmani e le denunce di molti immigrati di atti di razzismo da parte delle
forze di polizia a "destare inquietudine", afferma Muiznieks
presentando il rapporto sulla Francia, il quarto elaborato negli anni dalla
Commissione. Nel Paese sono ancora insufficienti le aree di sosta per i rom,
"alcuni dei quali vivono in condizioni inaccettabili" e subiscono
"un clima d'opinione ostile". Mentre parte della popolazione esprime
dubbi sulla reale volontà dei musulmani di "rispettare i valori
francesi", il dibattito sul divieto del niqab, osserva il rapporto,
"ha fatto crescere" tra questi ultimi "sentimenti di
discriminazione". In positivo il rapporto sottolinea il rafforzamento del
"quadro giuridico per la lotta contro le discriminazioni" e il
miglioramento qualitativo della formazione di funzionari di polizia,
procuratori e giudici. Tre le raccomandazioni formulate dall'Ecri:
"sostenere e consultare con regolarità l'Alta autorità per la lotta contro
le discriminazioni e a favore dell'uguaglianza (Halde)", contrastare le
forme di razzismo diffuse via Internet, e "assicurare, di concerto con la
comunità rom, la scolarizzazione permanente dei bambini appartenenti a gruppi
itineranti".
Georgia. Nel suo
terzo rapporto sul Paese caucasico, l'Ecri evidenzia i progressi nella lotta
contro la "discriminazione per motivi razziali, linguistici o
religiosi", ma rileva "la vulnerabilità e l'emarginazione" delle
minoranze rom e informa che "i gruppi provenienti dall'Armenia e
dall'Azerbaijan subiscono forme di isolamento e penalizzazione" anche per
motivi linguistici. Nell'esprimere apprezzamento per "il ruolo
fondamentale" dell'Ombudsman georgiano, il rapporto richiama l'adozione,
nel 2009, di una "Strategia nazionale per la tolleranza e l'integrazione
civile". Tra le raccomandazioni, riformare l'insegnamento della lingua
georgiana per gli alunni delle minoranze etniche e, una volta diplomati,
assisterli nella ricerca di impiego; ed elaborare "una strategia per
l'integrazione dei turchi meskiti che spieghi le ragioni storiche del loro
ritorno" in Georgia.
Polonia.
Preoccupanti, secondo l'Ecri la "parziale tolleranza" del mondo
politico e dei media polacchi per l'antisemitismo, il razzismo tra i tifosi di
calcio e i gravi insulti ai giocatori di colore, e la mancanza di una legislazione
antidiscriminazione. Grazie all'impegno dell'Alto commissario per l'uguaglianza
di trattamento, sottolinea il quarto rapporto sul Paese, i giudici e i
funzionari di polizia ricevono "adeguata formazione", e sono state
assunte "importanti misure per contrastare le discriminazioni in ambito
scolastico". La Commissione CdE raccomanda al Parlamento nazionale di
presentare e approvare in tempi brevi una "legislazione completa contro la
discriminazione". Alla Federazione polacca di football l'incoraggiamento
ad elaborare un codice di comportamento per i tifosi.
Ex Repubblica
jugoslava di Macedonia. Positive, afferma Muiznieks, le modifiche al Codice
penale che "hanno consolidato il quadro giuridico per il contrasto
alle discriminazioni e al
razzismo", così come l'elaborazione di un progetto di legge in materia.
Nel Paese balcanico permangono tuttavia divisioni etniche, e "le
dichiarazioni di politici e opinion leader non favoriscono la
riconciliazione". Diffusa la "segregazione nel sistema
scolastico" all'interno del quale "l'insegnamento in lingue diverse
dal macedone è insufficiente e di scarsa qualità". Nonostante l'esistenza
di una specifica "strategia nazionale", spesso i rom non hanno
accesso a scuola, impiego e assistenza medica. L'Ecri esorta le autorità
macedoni ad "adottare una legislazione completa contro le
discriminazioni", ad impedire che, come talvolta accade, "i bambini
rom vengano inseriti senza motivo in classi differenziate", e ad elaborare
e attuare, "in stretta collaborazione con la società civile", una
"strategia nazionale a lungo termine per combattere ogni forma di
intolleranza". Raccomandazioni che la Commissione CdE si riserva di
"riesaminare" entro due anni. Sir eu
Italia, altra delusione mondiale: 1-1. Promossi se battiamo la Slovacchia
Con la Nuova
Zelanda, squadra molto modesta, passo indietro rispetto alla gara col Paraguay
e soliti difetti
ROMA - L'Italia
non riesce a vincere. Secondo pareggio per 1-1, stavolta contro la Nuova
Zelanda e azzurri deludenti. Passata in svantaggio, la squadra di Lippi ha
rimontato con un gol di Iaquinta su rigore, poi ha dominato, ma ha confermato
tutti i suoi limiti in attacco. Le possibilità di passare il turno per l'Italia
sono legate alla prossima partita: c'è la certezza solo battendo la Slovacchia.
In caso di pareggio, tutto dipenderà dal risultato di Nuova Zelanda-Paraguay.
L'attuale classifica del gruppo F è questa: Paraguay 4, Italia e Nuova Zelanda
2, Slovacchia 1.
La squadra di
Lippi delude in avanti e subisce ancora una rete da calcio piazzato. Il passo
indietro rispetto all'esordio contro il Paraguay è stato evidente, perchè
stavolta l'avversario era di una povertà tecnica quasi mai vista a questi
livelli. La gara con la Nuova Zelanda non ha detto niente che non si sapesse:
l'Italia fa circolazione di palla e gioco, grazie a due centrali di centrocampo
(più Montolivo che De Rossi). Dispone anche di buon dinamismo sulle fasce
laterali, garantito da Zambrotta e Criscito. Ma davanti fatica enormemente a
fare gol e dietro la
fesseria su calcio
piazzato dell'avversario (e quindi con i centrali schierati) è sempre dietro
l'angolo.
L'Italia con il
lutto al braccio per ricordare Roberto Rosato, mitico stopper della generazione
dei messicani scomparso a 66 anni, scende in campo con la stessa formazione che
ha giocato con il Paraguay ma con un modulo differente, un 4-4-2. La Nuova
Zelanda di Herbert replica con un 3-4-3 molto difensivo, con gli esterni pronti
a trasformare la difesa a 5. Primo tempo difficile per l'Italia con gli All
Whites che partono meglio e mettono pressione agli azzurri con i palloni alti.
Al 7' i neozelandesi passano in vantaggio. Punizione di Bertos verso l'area,
tocca Reid di testa, devia anche Cannavaro e la palla giunge a Smeltz che da
pochi metri tocca e anticipa Marchetti. La posizione di Smeltz era comunque di
fuorigioco sul tocco di Reid, ma la terza guatemalteca non lo rileva. La
squadra di Lippi accusa il colpo e ci mette alcuni minuti per riprendere il
filo del gioco. Al 27' Italia vicina al pareggio: clamoroso palo colpito da
Montolivo. Il centrocampista azzurro calcia benissimo dal limite ma il pallone
si infrange sul palo interno. Un minuto dopo cross da sinistra di Chiellini, Smith
trattiene De Rossi per la maglia e l'arbitro assegna il tiro dal dischetto.
Iaquinta al 29' non sbaglia, spiazza il portiere e fa 1-1. La squadra di
Herbert arretra ulteriormente il baricentro del gioco e al 45' gli azzurri
vanno vicini al vantaggio: conclusione potente di De Rossi con Paston che
respinge e un difensore che manda in angolo.
All'intervallo il
ct cambia e passa al tridente inserendo Camoranesi per Pepe e Di Natale per
Gilardino. Il fraseggio dell'Italia è lungo e costante ma non porta a
conclusioni pericolose. Lippi inserisce ancora una punta, Pazzini al posto di
Marchisio. Ora ci sono tre punte vere in campo. Al 18' su rimessa laterale
respinge di testa Cannavaro e Vicelich di destro spedisce la palla fuori di
poco alla destra di Marchetti. Al 25' si rivede Montolivo: giocata in verticale
di Camoranesi e conclusione angolata a potente del numero 22 azzurro respinta a
mano aperta dal portiere neozelandese. Poco dopo contropiede azzurro con
Montolivo a destra che cerca Pazzini, tocca Nelsen e arriva Di Natale il cui
cross teso viene ancora spazzato da Nelsen. La pressione dell'Italia è costante
ma i neozelandesi riescono a difendersi e al 38' sfiorano il colpaccio. Wood
salta Cannavaro e fa partire un velenoso diagonale che sfiora il palo alla
sinistra di Marchetti. Camoranesi e Zambrotta ci provano nel finale ma il
risultato non cambia. IM 20
Roma - Sempre più
simili agli italiani. Vivono nel nostro Paese da 7 anni, hanno titoli di studio
e una retribuzione di 800 euro al mese. Questo il ritratto degli immigrati che
lavorano in Italia, emerso dall'indagine svolta su un campione di circa 16 mila
stranieri da Ismu, Censis e Iprs per il ministero del Lavoro e delle Politiche
Sociali. I dati sono stati resi noti oggi a Roma durante il convegno di
presentazione del rapporto.
Secondo lo studio,
la società italiana è sempre più multietnica. Gli immigrati, infatti, sono poco
meno di 5 milioni e negli ultimi 4 anni sono aumentati di quasi 1,6 milioni: un
incremento che fa segnare un +47,2%. Questo implica una crescita dei residenti
pari al +56,5% . Gli irregolari sono invece 560 mila: l'11,3% degli stranieri
presenti sul nostro territorio.
A livello di studi
e professionale italiani e stranieri non sono poi così distanti: il 40,6% degli
immigrati, ad esempio, è diplomato o laureato, rispetto al 44,9% degli
italiani. A livello lavorativo un terzo degli immigrati, il 32%, ha lavorato in
nero; mentre oggi vive la fabbrica. Altri, il 21%, si sono trasformati in colf
o badanti e il 16% presta servizio in alberghi o ristoranti. Il 77% dei
maggiorenni svolge un'attività lavorativa regolare. Più di due terzi sono
impiegati nel settore terziario; mentre nei servizi e nel commercio sono
rispettivamente il 40,7% e il 22,5%.
Tra le figure meno
diffuse quelle più qualificate: le professioni intellettuali sono solo il 2,4%,
gli operai specializzati che superano di poco il tetto dei due punti
percentuali, i medici e paramedici l'1,7%. Quasi assenti i titolari di impresa
sono quasi e i tecnici specializzati, con lo 0,5% e lo 0,2%.
Tra i lavoratori
sono in maggioranza gli occupati a tempo indeterminato (il 49,2% del totale),
il 24,8% ha un impiego a tempo determinato, il 9,7% svolge un lavoro autonomo o
ha un'attività imprenditoriale. La metà degli immigrati che lavorano in Italia
dichiara di percepire una retribuzione netta mensile compresa tra 800 e 1.200
euro; il 28% ha un salario inferiore, compreso tra 500 e 800 euro; il 3%
guadagna meno di 500 euro. Solo il 13,3% ha una retribuzione netta mensile che
va da 1.200 a 1.500 euro, e appena l'1,2% guadagna più di 2.000 euro.
I risultati
dell'indagine sfatano il mito secondo il quale gli immigrati sono coinvolti in
forti processi di mobilità sociale: l'Italia non è l'America per loro.
Prevalgono infatti i percorsi di mobilità orizzontale: il 66,6% dei cambiamenti
di lavoro non determina una modifica sostanziale della loro posizione sociale.
Solo nel 21,5% dei casi si verificano percorsi di mobilità ascendente che
permettono la scalata sociale; nell'11,9% il cambiamento porta addirittura a un
peggioramento della propria condizione lavorativa.
I fenomeni di
dequalificazione professionale e mobilità discendente risaltano ancora di più
se si considera che il 59,8% degli stranieri che lavorano in Italia aveva già
una occupazione nel Paese di origine. Le carriere lavorative degli immigrati
sono composte da una sola esperienza di lavoro (nel 33% dei casi) o al massimo
due (40,4%), il 19,2% dichiara di aver cambiato tre impieghi e soltanto il 7,4%
quattro o più occupazioni.
Generalmente le
loro esperienze di lavoro si concludono a seguito del presentarsi di un'offerta
più vantaggiosa (39,9%), per il mancato rinnovo di un contratto a tempo
determinato (17%), a causa di un licenziamento (16%) o a seguito della chiusura
dell'azienda presso la quale sono impiegati (4,6%). (Adnkronos)
Il Piano del Governo per l'integrazione visto dal direttore della Migrantes
ROMA – La
settimana scorsa il Consiglio dei Ministri ha approvato il Piano per
l'integrazione nella sicurezza “Identità e incontro”, che insieme all'Accordo
di integrazione tra lo straniero e lo Stato, a cui si accompagna, individua le
principali linee di azione e gli strumenti da adottare al fine di promuovere
“un efficace percorso di integrazione delle persone immigrate, in grado di
coniugare accoglienza e sicurezza”.
Cinque gli assi
portanti: educazione, lavoro, alloggio, accesso ai servizi essenziali, minori e
seconde generazioni. Accordo e Piano sono frutto del lavoro dei ministeri del
Lavoro, dell’Interno e dell’Istruzione e contiene le misure per l’integrazione.
I cittadini stranieri saranno chiamati a sottoscrivere al loro arrivo in Italia
(il Piano) ed il cui regolamento attuativo, seppur approvato in via preliminare
dal Consiglio dei ministri nelle scorse settimane, aspetta la ratifica che
potrà avvenire soltanto dopo il parere del Consiglio di Stato e della
Conferenza Stato-Regioni-Enti locali.
L’Accordo di
integrazione prevede il mancato riconoscimento del permesso agli stranieri che
non conoscono l’italiano, la cultura civica e che non mandano i figli a scuola.
L’accordo dura due anni ed è per gli stranieri tra i 16 e i 25 anni che entrano
per la prima volta in Italia. Si stipula alla presentazione della domanda di
permesso di soggiorno. Esentate le vittime di tratta e violenze, chi ha
patologie tali da limitare l’apprendimento.
“Da due anni, dopo
due decreti sicurezza nel 2008 e 2009, attendevamo un ‘pacchetto o piano
integrazione’, come strumento importante per leggere e costruire una ‘città
aperta’, capace di accompagnare il fenomeno di un incontro nuovo negli ultimi
decenni che è avvenuto attorno al fenomeno complesso dell’immigrazione”
commenta mons. Giancarlo Perego,
Direttore generale della Fondazione Migrantes, parlando del Piano.
Nel piano “ci sono
parole e impegni importanti” - aggiunge il Direttore della Migrantes - come
“l’attenzione all’incontro, all’amicizia e alla fratellanza, il valore di operatori
ed educatori, la costruzione di cinque assi portanti dell’integrazione (lingua
e valori; lavoro, alloggio, accesso ai servizi, attenzione ai minori e alle
seconde generazioni), la sottolineatura dell’importanza della cooperazione, il
recupero di esperienze positive” che possono “costituire un credito nel
percorso d’integrazione”.
“Purtroppo, ancora
una volta non si è voluto abbandonare la parola sicurezza nel leggere
l’immigrazione e questo è un primo limite del piano”.
Un secondo limite
è che la sua articolazione su tre coordinate - identità, incontro, educazione -
“non lascia intendere un modello italiano nuovo rispetto ai modelli di
assimilazione e multiculturale, ma un rinnovato modello di assimilazione. Non
si parla del valore delle differenze e delle minoranze; nessuna parola - spiega
mons. Perego - sull’educazione intercultuale dice la forte centratura
sull’identità da salvaguardare nell’incontro (‘identità aperta’)”.
Un terzo limite
riguarda la “non considerazione della famiglia, dei ricongiungimenti familiari
come asse portante per l’integrazione. Si preferisce pensare l’immigrato
single, il lavoratore. Si tratta di un limite molto grave, che si aggiunge e
aggrava il fatto che l’Italia non abbia ancora ratificato dopo vent’anni ‘la Convenzione
internazionale dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie’,
ignorando ancora una volta come la famiglia sia un elemento strutturale al
fenomeno delle migrazioni”. (Migranti-press)
“Alla ricerca delle radici: emigrazione, discendenza, cittadinanza”
Rappresentanti di
istituzioni, politici e studiosi si confrontano sulle dinamiche migratorie e
gli aspetti giuridici della cittadinanza. Fra gli interventi quelli di Franco
Narducci e Franco Danieli
ROMA – Si è tenuto
mercoledì 16 giugno a Roma, alla facoltà di lettere e filosofia dell’Università
La Sapienza, il convegno “Alla ricerca delle radici: emigrazione, discendenza,
cittadinanza”, un confronto tra studiosi, politici e rappresentanti delle
istituzioni sul tema dell’emigrazione e della normativa in materia di
cittadinanza italiana.
A determinare l’iniziativa, come ha segnalato
avviando i lavori Ester Capuzzo, storica dell’ateneo – curatrice del convegno
insieme alla geografa Flavia Cristaldi – il decennale della legge n. 379 che
consente il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già
residenti nei territori appartenenti all’Impero austro-ungarico, annessi al
Regno d’Italia alla fine della Prima guerra mondiale, ed ai loro discendenti.
“Una norma che offre spunti di riflessione interessanti in merito al fenomeno
migratorio e consente di collegare immediatamente, per uno studio adeguato del
tema, discipline differenti come storia e geografia – ha rilevato la Capuzzo,
che fa parte della Commissione interministeriale incaricata del vaglio delle
richieste pervenute.
“Si tratta di un’emigrazione a lungo
considerata marginale – aggiunge la Capuzzo, - che si è per lo più diretta
verso i territori della Bosnia Erzegovina e dell’America latina, ma la cui
recente acquisizione nell’ambito della storiografia nazionale è significativa
specie per il forte legame identitario che contraddistingue le collettività
trentine sparse in giro per il mondo e che possono beneficiare degli effetti
della legge” ( i territori in questione riguardano infatti le province di
Trento, Bolzano, Trieste, Gorizia, in parte Udine e Belluno insieme all’Istria,
Fiume e alcune isole della Dalmazia).
A completare i saluti di rito, l’intervento
del rettore della Sapienza Luigi Frati, del pro-rettore Antonello Biagini, che
si è soffermato sul ruolo del Risorgimento nel percorso di costituzione
dell’identità nazionale italiana, il preside della Facoltà di Lettere e
filosofia, Franco Piperno, che ha segnalato l’attualità degli argomenti
trattati, il direttore del Dipartimento di Scienze dei segni, degli spazi e
della cultura, Paolo Di Giovane e il vice presidente del Comitato di Storia del
Risorgimento di Roma, Vincenzo Pacifici.
Nella sessione dedicata ad “Emigrazione e
istituzioni” è intervenuto il vice presidente della Commissione Affari Esteri
della Camera Franco Narducci (vedi Inform n°116,
http://www.mclink.it/com/inform/art/10n11604.htm) il quale, a proposito della
legge 379, ha auspicato “si possa arrivare a garantire una proroga dei termini
di presentazione della domanda, attualmente stabilito entro il 20 dicembre
2010, iniziativa di cui mi ero fatto portavoce, - ha ricordato - insieme ad
altri colleghi, con un apposito provvedimento in Parlamento”. Un provvedimento
che potrebbe essere “condiviso da tutte la forze politiche di buona volontà”
per evitare una “disparità subita dai trentini, giuliani e dalmati residenti
all’estero”.
Per Narducci, è indispensabile riprende in
Parlamento il dibattito sulla normativa in materia di cittadinanza, affinché
essa possa essere rivista e riformata ad ampio raggio, non solo per quanto
concerne i nostri residenti all’estero. “Credo che il nostro Paese debba
prendere in considerazione la necessità di adeguarsi ai cambiamenti imposti
dalla globalizzazione – ha aggiunto il parlamentare - contemplando nel proprio
ordinamento sia lo ius sanguinis che lo ius soli, riconoscendo dignità di
cittadini agli italiani che per vari motivi hanno perso la cittadinanza e
accogliendo le persone straniere che si sentono italiani perché hanno scelto il
nostro Paese quale luogo di vita, vi hanno intessuto relazioni lavorative ed
affettive e ne condividono i principi costituzionali”.
Per il Mae il consigliere politico del
Sottosegretario Scotti, Raffaele Celentano, ha riassunto brevemente le
caratteristiche della diaspora italiana all’estero e illustrato le funzioni
degli organismi di rappresentanza espressi da questi connazionali, Comites e
Cgie. “I riconoscimenti di cittadinanza italiana connessi alla norma 379
sono stati ad oggi 20.000 – ha aggiunto, - e altrettante sono le pratiche
ancora in trattazione”. Celentano ha infine auspicato che la memoria
dell’emigrazione italiana possa giovare in misura più incisiva all’approccio
legislativo con cui si fa fronte oggi all’immigrazione in Italia.
Franco Danieli, già vice ministro degli
Affari Esteri nel governo Prodi, ha rimarcato la mancanza da parte delle
istituzioni e della politica “di una prospettiva strategica con cui guardare
agli italiani nel mondo”, un “elemento fortemente critico” a cui si associa “il
drammatico ritardo con cui si predispongono azioni rivolte a questi ultimi”.
Una caratteristica ben esemplificata dall’approvazione della modifica
costituzionale relativa al voto all’estero, - ha segnalato Danieli - proposta
già nell’immediato dopoguerra e attuata solo nel 2001. Un provvedimento il cui
regolamento attuativo Danieli definisce “pessimo”, rilevando come gli ultimi
episodi di cronaca rischino di condurre ad una sua totale messa in discussione.
Richiama episodi dell’emigrazione italiana
via nave il contrammiraglio delle Capitanerie di Porto Cristiano Aliperta,
mentre il deputato Sandro Schmidt, proponente la legge 379, invia un messaggio
ai presenti nel quale ribadisce le finalità della stessa. Schmidt riferisce
però di diverse difficoltà riscontrate prima per l’emanazione del regolamento
attuativo della legge e, in seguito, per “cavilli e passaggi burocratici”
accusati di rendere farraginoso il riconoscimento della cittadinanza agli
aventi diritto. Il deputato suggerisce infine il suo sostegno laddove si
vogliano intraprendere “cause pilota” utili ad ottenere il riconoscimento nei
casi più complessi e di difficile soluzione.
Per il ministero dell’Interno, il prefetto
Angelo Di Caprio giustifica tuttavia il procedimento di verifica, in quanto
“dovuto accertamento dei requisiti di legge e non requisitoria”. Anch’egli
auspica una revisione della normativa in materia di cittadinanza, tenendo conto
dei mutamenti avvenuti dal 1992 ad oggi. “Il criterio della discendenza
italiana, utile ad un riconoscimento dovuto ai residenti all’estero e sancito
dalla legge del 1992, non deve andare a scapito della naturalizzazione di
quegli immigrati che hanno scelto l’Italia come Paese d’adozione,
condividendone valori, diritti e doveri - afferma Di Caprio. “Una riforma
organica della materia è tanto più indispensabile – conclude - quanto anche in
sede di Unione Europea si chiede la progressiva armonizzazione dei codici
giuridici degli Stati membri sul tema”.
Per la Commissione interministeriale sulla
legge 379 interviene anche Giuseppe Ascrizzi, del ministero dell’Interno, che
evidenzia le difficoltà per i connazionali interessati alla norma di risalire a
storie individuali e familiari così datate nel tempo. “La Commissione è però
ben consapevole che dietro ad ogni istanza presentata vi è una persona –
afferma Ascrizzi – e conta di velocizzare, con l’adozione della posta
elettronica certificata, il vaglio delle richieste”. La PEC potrebbe infatti
rendere più veloce la forma di comunicazione oggi esistente con le strutture
consolari.
Invia una messaggio ai partecipanti al
convegno anche Laura Garavini, deputata eletta nella ripartizione Europa, che,
auspicando un’ampia riforma in materia di cittadinanza, segnala come il testo di
legge attualmente fermo in Commissione Affari Costituzionali della Camera non
includa però questioni e aspetti legati alle problematiche di riacquisto e
riconoscimento più sentite dai cittadini residenti all’estero.
Per l’Ambasciata del Brasile in Italia,
infine, Maria Caterina Pincherle ricorda come il Paese sud americano sia stato
una delle mete principali dell’emigrazione italiana e come la nostra
collettività si sia ben integrata in un contesto sociale che a sua volta
promuove, anche a livello internazionale, i valori dell’inclusione e della
tolleranza.
Al termine della mattinata è stata inaugurata
una mostra sul tema allestita in collaborazione con l’associazione Trentini nel
mondo presso la Biblioteca di geografia della Facoltà, al I piano. L’esposizione
rimarrà aperta sino al 18 giugno. Viviana Pansa, Inform 16
“La cittadinanza tra immigrazione ed emigrazione”. L’intervento dell’on.
Narducci
“Alla ricerca
delle radici: emigrazione, discendenza, cittadinanza”: è questo il titolo del
convegno organizzato mercoledì all’Università “La Sapienza” di Roma, dalle
professoresse Flavia Cristaldi ed Ester Capuzzo. Riprendiamo l’intervento
dell’on. Franco Narducci
Vorrei, in prima
istanza, sforzarmi di delineare con sufficiente precisione il contesto, il
quadro generale di riferimento entro il quale si situa in questi ultimi anni il
dibattito sulla cittadinanza relativo all’immigrazione e alla diaspora italiana
nel mondo.
Il nostro Paese è
di fronte a tante sfide nuove, tra le quali quella dell'integrazione degli
immigrati, a partire dai giovani e giovanissimi, è certamente tra le più
complesse poiché in Italia l’immigrazione è argomento caldo, anzi caldissimo,
che inevitabilmente porta all'esasperazione degli interessi di parte. Al
riguardo vorrei ricordare, con le parole del Presidente della Camera Gianfranco
Fini, che la nazione non coincide con la lingua, la storia, il territorio o la
popolazione, ma è piuttosto l'insieme di tutti questi fattori attraverso la
''volontà politica'' di essere nazione.
Il successo del
processo d’integrazione - lo hanno sperimentato milioni d’italiani in ogni
parte del mondo - dipende molto dalla legislazione in materia di cittadinanza,
destinata ovviamente a quegli immigrati che si sentono realmente coinvolti
nella vita del Paese d’accoglienza; penso per esempio a quei bambini che già
studiano nelle nostre scuole. I minori stranieri sono 868 mila. Di questi, ben
520 mila sono nati in Italia. Occorre già da oggi preparare il loro futuro di
nuovi italiani. Anche il voto alle elezioni amministrative potrebbe promuovere
l'integrazione, ma solo nella prospettiva della nuova cittadinanza e se è
chiaro il principio che ai diritti corrispondono i doveri.
Nello scorso mese
di dicembre nell’Aula di Montecitorio approdò il Testo di legge sulla
cittadinanza agli immigrati portando con se le spaccature e l'alto livello di
litigiosità del mondo politico su questo tema così importante. Nonostante la
limitatezza del testo normativo all’esame dell’Aula parlamentare, che non
contemplava in alcun modo le problematiche afferenti al riconoscimento e
riacquisto della cittadinanza sollevate dagli italiani all’estero, il fatto che
vi sia stata una battuta d’arresto nel percorso per affrontare le tematiche
della cittadinanza costituisce un segnale estremamente preoccupante, infatti
non se ne parla quasi più, il che ha contribuito ad aumentare il clima di
delusione e frustrazione che avvolge tanti stranieri che hanno creduto e
credono nel nostro Paese. Sono convinto che sarà molto difficile promuovere
adeguate politiche su questi temi, come hanno fatto altre nazioni investendo
tra l’altro consistenti risorse finanziarie, se non si cambia registro
culturale, se non si passa attraverso la cultura dell’accoglienza e del rispetto
dell’altro, assegnando anche il giusto ruolo alla memoria e ad un linguaggio
che non deve essere offensivo come troppe volte sta accadendo in Italia anche
grazie agli stimoli e all’esempio di alcune parti politiche che sostengono il
Governo.
Occasioni come
queste, dove è possibile confrontarsi in maniera pacata ed anche con l’ausilio
di eminenti studiosi, possono costituire momento per una riflessione più
approfondita sulle ragioni di tanti italiani all’estero che si sono visti
esclusi dalla proposta di legge sulla cittadinanza. Infatti, perché non
consentire il riacquisto della cittadinanza ai figli di cittadina italiana nati
prima del 1° gennaio 1948, o alla donna che, pur essendo stata cittadina
italiana secondo lo ius sanguinis, ha perso tale status in seguito a matrimonio
con cittadino straniero prima del 1° gennaio 1948, o ancora ai figli di almeno
uno dei due genitori italiani, anche se nati prima del 1° gennaio 1948?
Nel nostro Paese
spesso tali temi sono posti, a mio vedere, in modo fuorviante riducendo il
problema del riconoscimento della cittadinanza ai discendenti o il riacquisto
da parte delle summenzionate persone ad una questione elettoralistica o
socio-assistenziale. E pensare che la diaspora italiana nel mondo è stata
un’incredibile fonte di ricchezza per la madrepatria: nel 2000, in occasione
della Prima Conferenza degli italiani nel mondo, si calcolo che l’indotto
prodotto dalle comunità italiane emigrate verso l’Italia era pari a 120mila
miliardi di vecchie lire! E tale flusso non ha perso di consistenza è stato
soltanto convertito in euro. Vorrei ricordare anche che vi sono leggi non
applicate su tale materia, come la legge n. 555 del 13 giugno 1912 concernente
il riconoscimento della cittadinanza per discendenza, boicottata dalle rappresentanze
consolari, mentre sul piano parlamentare non si procede, come si dovrebbe, alle
necessarie riforme introducendo per esempio alcune modifiche tese a limitare il
potenziale degli aventi diritto, così come ha fatto la Spagna.
Io credo che tanti
discendenti italiani che guardano al nostro Paese con grande interesse
rappresentino una ricchezza al di là del problema demografico italiano. Giova
anche ricordare che in occasione dell’entrata in vigore della legge sulla
cittadinanza n. 91 del 1992 furono espressi timori di valanghe di domande,
timori smentiti poi dai fatti.
E perché
escludere, in un provvedimento di riforma generale della cittadinanza, le
persone nate nei territori che sono appartenuti all'Impero austro-ungarico
prima del 16 luglio 1920 ed emigrate all'estero prima del 16 luglio 1920?
Come si può vedere
il dibattito è aperto su più fronti ma nella sostanza credo che il nostro Paese
debba prendere in considerazione la necessità di adeguarsi ai cambiamenti
imposti dalla globalizzazione contemplando nel proprio ordinamento sia lo ius
sanguinis che lo ius soli, riconoscendo dignità di cittadini agli italiani che
per vari motivi hanno perso la cittadinanza e accogliendo le persone straniere
che si sentono italiani perché hanno scelto il nostro Paese quale luogo di
vita, vi hanno intessuto relazioni lavorative ed affettive e ne condividono i
principi costituzionali.
Ma torno alla
ragione della mia presenza qui, che pur essendo rivolta al complesso tema della
cittadinanza, vuole orientare l’attenzione al problema profondamente umano
degli eredi degli italiani residenti nei territori italiani ex austroungarici
annessi nel 1919.
Infatti migliaia
di trentini emigrarono nei due periodi compresi tra la fine dell’ottocento e il
1914 e tra l’armistizio del novembre 1918 e l’annessione all’Italia con il
Trattato di Saint Germain (10 settembre 1919). Molti di loro erano boscaioli e
si recarono nelle zone boscose del Brasile ed in altre zone dell’allora Impero
Austroungarico come l’attuale Croazia.
Ora non dobbiamo
permettere che la mancata applicazione della legge n. 379/2000, in materia di
acquisto della cittadinanza italiana per i discendenti di emigrati dal Trentino
e dagli altri territori uniti al Regno d'Italia nel 1919, possa arrecare danno
a questi soggetti poiché attualmente le domande possono essere presentate
fino al 20.12.2010 e si possa arrivare a garantire l’auspicata proroga di cui
mi ero fatto portavoce, insieme ad altri colleghi, con un apposito
provvedimento in Parlamento.
E’ necessario porre
fine ad una discriminazione e lo chiediamo anche da questa sede, se c’è la
volontà basta trovare in modo più appropriato per apportare insieme,
maggioranza ed opposizione, le modifiche necessarie: vi è una Proposta di legge
in materia siamo aperti a condividerla con tutte le forze politiche di buona
volontà che hanno a cuore i diritti di cittadinanza rimediando alla disparità
subita dai trentini, giuliani e dalmati residenti all’estero come già si era
tentato di fare con la legge 379 del 2000.
Franco Narducci, de.it.press
Il Senato approva il rinvio alla data ultima del 31 dicembre 2012 delle
elezioni di Comites e Cgie
ROMA – Il Senato
ha approvato, nella seduta pomeridiana di mercoledì 16 giugno, il provvedimento
che rinvia alla data ultima del 31 dicembre 2012 le elezioni degli organi di
rappresentanza degli italiani all’estero. La seduta è stata aperta dal relatore
Oreste Tofani che ha ricordato come, dopo l’approvazione della proroga, gli
attuali componenti dei Comites e del Cgie rimarranno in carica fino
all’insediamento dei nuovi organi. Il relatore ha anche precisato che tale
rinvio è propedeutico al completamento dell’iter della riforma degli organi di
rappresentanza dei nostri connazionali nel mondo, attualmente in discussione
alla Commissione Esteri del Senato.
Contro il rinvio delle consultazioni previsto
dal provvedimento si è schierato il senatore dell’Italia dei Valori Stefano
Pedica che ha annunciato la presentazione di un emendamento volto ad avvicinare
nel tempo il termine ultimo della proroga. Favorevole invece al rinvio Alberto
Filippi (LNP) che ha spiegato come sarebbe privo di senso il rinnovo dei
Comites e del Cgie prima della riforma complessiva della materia.
Differente la posizione del senatore del Pd
Nino Randazzo, eletto nella ripartizione Asia - Africa-Oceania - Antartide che
ha definito il decreto legge “ disomogeneo e carente dei requisiti
costituzionali di necessità e urgenza”. Il senatore ha anche ricordato la
contrarietà degli attuali esponenti dei Comites e del Cgie a questa ulteriore
proroga del mandato degli organi di rappresentanza. Randazzo ha infine invitato
gli eletti all’estero della maggioranza ad adoperarsi per il decadimento del
decreto.
Domenico Benedetti Valentini (Pdl) ha invece
sottolineato come le polemiche relative alla proroga degli organismi di
rappresentanza degli italiani all’estero appaiono pretestuose, alla luce delle
importanti proposte di riforma in materia già all’esame del Senato. Valentini
ha anche preannunciato il voto favorevole del suo gruppo al provvedimento in
esame.
Conclusa la discussione generale il relatore
Tofani ha ricordato l’approvazione, da parte della Commissione Esteri del
Senato, dell’ordine del giorno G101 che impegna il Governo ad indire le
elezioni per il rinnovo dei Comites e del Cgie immediatamente dopo la
definitiva approvazione della riforma all’esame del Senato e del relativo
regolamento attuativo, nel termine massimo del 31 dicembre 2012. Tofani ha
inoltre auspicato che tale rinnovo possa avvenire entro il giugno del 2011.
Dopo l’intervento del sottosegretario agli
Esteri Enzo Scotti che ha accolto, a nome del Governo l’ordine del giorno
illustrato dal relatore, il senatore del Pd Claudio Micheloni, eletto nella
ripartizione Europa, ha illustrato un emendamento, presentato insieme ai
colleghi Randazzo, Pegorer e Bertuzzi, volto a fissare al 30 giugno 2011 la
data ultima per l’elezione degli organi di rappresentanza degli italiani
all’estero. Micheloni ha anche precisato come tale richiesta sia in accordo con
le istanza pervenute dagli stessi Comites e Cgie. “In un contesto di riduzione
delle risorse destinate agli italiani all’estero, - ha precisato Micheloni -
non è possibile chiedere ad organismi composti da persone che non gravano in
alcun modo sulle casse dello Stato di rimanere in carica per otto, anziché per
cinque anni. Il Governo, però, - ha aggiunto il senatore - sembra insensibile
alle proposte, spesso di assoluto buon senso, che vengono dalle rappresentanze
delle comunità italiane all’estero e di cui l’opposizione si è fatta portavoce
in Parlamento”. Micheloni ha infine chiesto di allegare ai resoconti della
seduta il documento finale della riunione continentale del Cgie svoltasi a
Francoforte il 29 maggio scorso.
Il Senato, dopo il parere contrario espresso
sulle proposte di modifica dal relatore Tofani e dal sottosegretario Scotti, ha
respinto sia gli emendamenti presentati da Pedica e Micheloni, sia quello,
volto alla soppressione dell’intero articolo due del provvedimento,
sottoscritto da Mirella Giai. La senatrice del Maie che, durante le
dichiarazioni di voto finali ha annunciato la contrarietà del suo gruppo al
provvedimento, ha anche precisato come lo spostamento delle elezioni dei
Comites e del Cgie al 31 dicembre 2012 non appaia comprensibile da una parte
per la già avvenuta messa a Bilancio dello stanziamento per le elezioni, e
dall’altra per il reale rischio che le consultazioni debbano essere
ulteriormente rimandate al 2013. La Giai ha inoltre auspicato un rapido
completamento dell’iter parlamentare della riforma dei Comites e del Cgie.
Contro il provvedimento hanno votato anche i gruppi del Partito democratico e
dell’Italia dei Valori, mentre Pdl e Lega Nord Padania si sono espressi a
favore. (Inform 17)
Iniziata la discussione sulla nuova legge sulla cittadinanza
ROMA - Venerdì 11
giugno, sono iniziate, davanti alla Commissione Affari Costituzionali della
Camera, le audizioni di rappresentanti di organizzazioni che operano nel
settore dell’immigrazione sulle proposte di legge di modifica della
cittadinanza.
Tra queste la
Fondazione Migrantes, rappresentata del Direttore generale mons. Giancarlo
Perego che, nel corso dell’audizione ha sottolineato che l’accesso alla
cittadinanza di chi nasce in Italia, come anche la riduzione dei tempi per il
riconoscimento della cittadinanza italiana, “portano con sé una immediata o più
veloce accessibilità alla partecipazione al voto, allo svolgimento del servizio
civile da parte dei giovani tra i 18 e i 28 anni, che sono due strumenti
importanti per la crescita della responsabilità e per una completa inclusione
nella vita italiana, favorendo la crescita della democrazia e della coesione
sociale”.
Mons. Perego si è
detto a favore al ritorno a cinque anni di residenza per ottenere la
cittadinanza che - ha spiegato - alla luce anche delle misure del piano
integrazione in discussione, significa adeguarsi agli standard internazionali e
favorire partecipazione e inclusione sociale”.
“Alla luce anche
dei ricongiungimenti familiari e delle nascite sempre crescenti di minori figli
di genitori immigrati in Italia si osserva che la preminenza del principio ius
sanguinis e la considerazione di eccezionalità del legame rappresentato dal
fatto di essere nati nel nostro territorio, comporta di fatto l’esclusione e la
differenziazione sociale di quasi mezzo milione di minori nati in Italia da
genitori immigrati”.
“Sembra, pertanto
tempo, come del resto hanno scelto di fare la maggior parte degli Stati
europei, di introdurre anche l’elemento dello jius soli, cioè l’acquisto della
cittadinanza italiana per nascita sul territorio”. Tale diritto - ha spiegato
mons Perego - “spetta anche ai bambini nati sul territorio italiano da genitori
immigrati irregolarmente presenti in linea con l’art. 7 della Convenzione sui
diritti del fanciullo, approvata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata
dall’Italia con legge 176/1991. Naturalmente questo passaggio giuridico
comporta anche una serie di tutele successive da introdurre nel nostro ordinamento
sia in riferimento ai genitori che ai membri della famiglia”. Mons. Perego ha
sottolineato l’importanza della conoscenza “essenziale” della lingua italiana e
la sottoscrizione della carta costituzionale da parte di coloro che chiedono la
cittadinanza italiana sottolineando anche la necessità di promuovere “percorsi
di alfabetizzazione connessi e riconosciuti contemporaneamente al lavoro e allo
studio, come anche percorsi di advocacy che rendano consapevoli i soggetti
della parità di diritti e doveri”.
Per i minori nati
in Italia da genitori stranieri le Acli, durante le audizioni, hanno proposto
l’attribuzione della cittadinanza italiana “al momento della nascita”.
I minori stranieri
nel nostro Paese sono circa 900.000. 520.000 quelli nati in Italia, il 7%
dell'’intera popolazione scolastica.
“Questi ragazzi -
si legge nella memoria presentata alla Commissione dal responsabile dell'area
immigrazione della presidenza delle Acli, Antonio Russo - rappresentano una
grande possibilità di sviluppo per il nostro Paese che invecchia più degli
altri Paesi europei. Rispetto alla speranza di futuro che questi ragazzi
costituiscono per le nostre comunità e al desiderio di appartenenza che
dichiarano, l'auspicio è che la politica sappia favorire un nuovo e migliore approdo
legislativo e sostenere il passaggio ad una cittadinanza formale e piena”.
La memoria scritta
presentata dalle Acli fa esplicito riferimento ad un quadro di sintesi
condiviso anche da altre organizzazioni di area cattolica (Caritas, Comunità di
Sant'Egidio, Fondazione Migrantes, Centro Astalli, Associazione Papa Giovanni
XXIII). Nel merito, si propone il passaggio dal principio dello jus sanguinis
allo jus soli, o meglio “jus domicilii”. In pratica, si chiede che sia
attribuita la cittadinanza, “al momento della nascita, al bambino nato in
Italia da genitori stranieri già regolarmente soggiornanti, i quali mostrino in
concreto di volersi inserire nella società italiana”; per il minore straniero
non nato in Italia, ma positivamente inserito nel nostro Paese, le Acli
chiedono modalità “adeguate” di attribuzione della cittadinanza “già prima del
compimento della maggiore età”, insieme a “procedure opportunamente agevolate
di naturalizzazione nei primi anni dell'età adulta per coloro che siano
comunque giunti durante la minore età in Italia”.
In ogni caso, a
coloro che diventano cittadini italiani non va imposta “anacronisticamente” -
spiegano le Acli - la rinuncia alla cittadinanza di origine, “salva la
ricorrenza di imperiose, specifiche ed eccezionali esigenze di politica estera
e di interesse nazionale”. Per tutti gli altri cittadini stranieri che chiedono
di diventare italiani, infine, l'invito delle Acli è che “si agisca sui tempi
di acquisizione della cittadinanza, che restano tra i più lunghi in Europa”.
Tra le
associazioni ascoltate anche l’ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni
Italiani, secondo la quale l'integrazione e la coesione sociale, la
partecipazione, le seconde generazioni sono le questioni prioritarie da
prendere in considerazione quando si affronta il tema del diritto di
cittadinanza per gli stranieri. L'Associazione, rappresentata dal Presidente
della Commissione Welfare Giacomo Bazzoli, ha consegnato una memoria nella
quale si fa notare che “la dimensione locale è quella che rende concreti i
processi d'integrazione”, e che per questo motivo “la riforma dei percorsi di
accesso alla cittadinanza è di forte interesse per i Comuni italiani, che
manifestano nell'operato quotidiano il loro impegno in quest'ambito”.
Il documento si
concentra in modo particolare sul tema delle seconde generazioni, che
costituiscono “una ‘categoria sociale’ cruciale: si trovano infatti - fa notare
l'Anci - nella posizione di poter mediare tra culture diverse e realizzare quei
legami tra comunità di origine e popolazione autoctona che facilitano la
convivenza a vantaggio di tutti”.
Sta innanzitutto
nell'integrazione delle seconde generazioni, per l'Anci, “il passaggio chiave
che rappresenta la titolarità della cittadinanza ai fini del pieno inserimento
nella collettività”.
Secondo i dati del
Dossier Statistico Immigrazione nel 2008 sono state concesse circa 40mila nuove
cittadinanze in Italia, la maggioranza dei quali - circa 25.000 - per
matrimonio. (Migranti-press)
Il cervello degli adolescenti (3). Perché “identità” non diventi mancanza
della gioia di essere
Tra le tante cose
interessanti presenti nel testo della giornalista americana da me citata nelle
scorse uscite c’è un capitolo dedicato alla sperimentazione ed al graduale
sviluppo della consapevolezza, della valutazione dei rischi, della
responsabilità personale eccetera. In esso il discorso della tendenza (naturale
ed umana) al fascino verso il rischio, il nuovo o l’ambiguo ricorre spesso in
associazione alla presenza nel nostro cervello di una sostanza, la dopamina, i
cui valori possono essere alterati dall’assunzione di psicofarmaci, droghe,
alcool (che creano assuefazione e dipendenza), ma anche dalla ricerca (che crea
anch’essa una forma di dipendenza) di forti emozioni o situazioni capaci di trasformarsi
in qualche caso in un pericolo. Urge a noi genitori, agli insegnanti ed a tutti
coloro che vivono a contatto con cervelli in via di formazione e di
stabilizzazione un serio impegno d’informazione sia personale che professionale
e fornita dalle autorità competenti.
Questo perché non
basta chiudere gli occhi ed incrociare le dita: tutti noi siamo alle prese con
giovani che, bombardati da stimoli sin dalla più tenera età ed ormai sulla
soglia di una preadolescenza e di una adolescenza resa anticipata dalla più
curata alimentazione e dagli stessi stimoli multidimensionali - ma non
supportata da una analogamente anticipata maturazione della possibilità
cerebrale di assunzione di responsabilità e valutazione dei rischi – rischiano
di non accontentarsi delle tenere vibrazioni del cuore, delle prime amicizie,
delle prime uscite in gruppo eccetera ad un’età troppo precoce, proiettandosi
sconsideratamente verso un “sempre di più” a cui il nostro stesso mondo non sa
dare più limiti.
Ascoltando gli
stessi scienziati, scopriamo che l’attrazione verso i rischi non è un
comportamento patologico in sé: essa fa parte anzi del modo di sperimentare la
propria identità in formazione, che è un modo iscritto nella nostra biologia
per cercare, esplorare e mettere alla prova nuove vie e nuove soluzioni al
problema della sopravvivenza: un istinto atavico, che non può essere messo
semplicemente a zittire, ma che ha un senso nella memoria più fonda della
nostra specie. E non solo: esperimenti illuminanti sono stati fatti anche su
mammiferi adolescenti per comprendere bene lo stesso meccanismo dell’assunzione
del rischio, ricerca di novità, curiosità ed esplorazione di nuovi territori,
ricerca del partner fuori dal proprio gruppo genetico eccetera.
Ora, però, per
l’uomo - e per l’uomo moderno in particolare - il discorso sulla sopravvivenza
si intreccia in maniera sempre più complessa con il problema della formazione
dell’identità personale. E qui interverrebbero testi che ho letto in passato
(di sociologia, psicologia dell’educazione, dello sviluppo, pedagogia
eccetera): una trama multidisciplinare con la quale non vi tedierò. Sappiate
solo che il discorso è complicato e che appartiene da decenni ad altri campi e
prospettive di studio e riflessione sull’uomo.
L’identità umana,
infatti o almeno da un punto di vista dinamico, non si “ha” e non si “sceglie”:
si scopre pian piano, esercitando il cervello, sperimentando situazioni,
sensazioni, rapporti e scegliendo, allora sì, i modi che ci tornano di più, che
risultano funzionali ai nostri bisogni, che ci aiutano a sopravvivere nel
nostro ambiente ed in un rapporto di positivo intercambio con esso. O almeno,
questo dovrebbe essere il senso e l’obiettivo del nostro vivere e crescere, che
non si ferma con l’adolescenza…. Con la differenza che, se poi continuiamo a
farlo da soli, durante quell’età non si deve essere buttati o abbandonati lì
nell’arena, ma guidati con equilibrio, delicatezza, discrezione elegante.
Ecco, l’eleganza
morale o etica (che etimologicamente significa “dei costumi”, ossia “del
comportamento”) è quella dote che molti giovani del nostro mondo non hanno la
possibilità e la fortuna di riconoscere in chi vive loro attorno - e neppure
guardando, se lo guardano, il telegiornale. Ma questa è un’età in cui il
giovane è alla ricerca della “messa alla prova” anche dei concetti morali che
finora ha sentito; un’età in cui il suo cervello, se è sano, lo porta a farsi
domande, far paragoni, mettere insieme dati e scoprire incongruenze: quando non
esercita questa opportunità di esercizio mentale e morale insieme, questo
cervello non diventerà mai quello di un adulto moralmente maturo…. Il che
potrebbe spiegare moltissime cose del telegiornale…
Ora, poniamo il
caso di giovani disperatamente alla ricerca di appigli e di congruenze proprio
perché incapaci di riconoscerli nel mondo direttamente circostante e resi
particolarmente sensibili da alcuni fatti a questa ricerca: che trovano? che
vedono? che dicono?... che fanno?
Se il mondo che
circonda queste menti in sviluppo non sembra rispondere in modo plausibile alla
loro intelligenza potenzialmente sempre più acuta - perché colta ed attivata
dall’esuberanza di fare nuove e personali connessioni neurali; se, per non
farsi scoprire colpevole, quel mondo mortifica e condanna le intelligenze di
cui domani avrebbe potuto aver bisogno per rinnovarsi, ma che oggi gli fanno
paura, quel mondo rischia di spingerle a cercare un “altrove” in cui
esprimersi, tranquillizzarsi, eccitarsi o…. narcotizzarsi. La fuga di cervelli,
infatti, non prende solo l’aereo….
C’è chi ha il
coraggio, l’immaginazione e/o la forza di limitare la spinta, o la fuga
appunto: lì dove anche i libri possono essere un rifugio, un nascondiglio o una
droga; e, tanto per riprendere uno degli esempi più noti, nomino qui ancora il
caso del giovane Leopardi: che noi si leggano le sue poesie non sminuisce la
verità sulla sua mancanza di integrazione sociale; lui, è vero, di questa
mancanza fece la base dell’opportunità del suo diventare “poeta sublime”: un
dono, per noi, che però non venne dalla voglia di “regalare” di chi ebbe
abbondanza, ma di “comunicare” il grido di chi non ebbe; un dono che, se non
“vediamo”, ci rende stolti consumisti d’estetica e si vendica.
La ricerca di
risposte o di un rifugio può, dicevo, limitarsi al geografico, allo spirituale,
al mistico o all’intellettuale; e non è detto che anche lì dove va trovi pace,
equilibrio, pregnanza, “maturità”. Ma per tanti giovani schiacciati dall’incongruenza
nell’incongruenza, dall’inconsistenza nell’inconsistenza, dalla mancanza di
veri stimoli, di valori autentici ed autenticamente agiti con piena coerenza
morale schiacciati in una vita moralmente meccanica ed insignificante… Per
questi giovani dietro l’angolo può essere più facile trovare la droga, la
velocità di un’auto guidata all’impazzata senza capire il perché, la ricerca di
situazioni oltre i limiti di una noia da cui si scappa, o dell’altro: anche la
fiducia data al primo venuto, per esempio, ad un professore o ad un prete o ad
un vicino di casa pedofilo, che poi li tradisce… fatti che piegano l’anima per
la vergogna o per la paura, e che non si raccontano mai, neppure da grandi,
sapendo di lasciare carta bianca a nomi puliti dall’infamia che sanno
nascondere.
Ciò che resta è la
spinta potenzialmente rischiosa di trovare qualcosa di nuovo, “il proprio posto
nel mondo”, che c’è, che è addirittura biologica e che non è una colpa: il
desiderio di aprire la porta di casa ed uscire. Ma non si può semplicemente
credere che il ragazzo, non più bambino, si sia fatto già adulto per il fatto
di aver scoperto la porta. I giovani hanno dunque diritto ad essere ascoltati
ed osservati con molta attenzione: perché non li dobbiamo perdere e non possiamo
permettere che ce li facciano perdere altri.
Spesso, dunque,
dietro ad un atteggiamento improvvisamente incomprensibile e/o impulsivo, c’è
solo un cervello NATURALMENTE confuso non perché “deficiente”, ma perché pieno
di un sacco di elementi che a quell’età si moltiplicano per poter dopo trovare
il loro posto, le loro connessioni ed il loro equilibrio. Gli insegnanti
sbagliano a veder sempre e solo problemi freudiani da far risolvere ad altri,
mancando di sapere che c’è talvolta anche, o addirittura solo questo diritto di
potersi mettere alla prova che, se non concesso con equilibrata maturità,
coscienza delle differenze e responsabilità da noi adulti, può esplodere o
implodere gravemente. Se un giovane, infatti, non fa esperienza personale di
giustizia, se rimane solo davanti alla nostra incomprensibile inconsistenza o
inamovibile rigidità o indifferenza, può diventare un pericolo o mettersi in un
grave pericolo, fisico o morale che sia.
L’ignoranza dei
“grandi” non cancella però l’esistenza delle cose che sono loro a non saper
vedere, che non per questo cessano di esistere; eppure la loro cecità ha il
potere di rendere alcuni ragazzi degli adolescenti vuoti di gioia pulita. Ed è
anche di questa sensazione di gioia esplosiva, delle sue luci e del suo splendore
che parla quel piccolo libro di un’autrice americana, un libro fondato su
informazioni scientifiche… E chi lo avrebbe mai detto?... Della gioia di
scoprire la vita e di sentirsi vivi in mezzo alla vita - che non è per forza e
per tutti la pista di una discoteca, ma che viene prima di quella e che fa
parte della biologia di un cervello giovane al quale poi il nostro mondo spesso
solo le luci artificiali delle discoteche sa più facilmente offrire rubandogli
così, e senza dirglielo mai, la possibilità di fare altre e più significative
esperienze e scoperte…. E se oggi devo avere, da madre, “paura”, prima di tutto
voglio avere paura del ricordo della rabbia graffiante di chi non ha visto
riconosciute la sua voglia e la sua capacità di gioia sincera, di chi ha
scoperto che, per non riconoscerla, per ignoranza o viltà, esiste chi
addirittura prova a sporcarle fraintendendole, deridendole, degradandole,
umiliandole…. Anche questo mette un adolescente in pericolo e lo porta a
migrare senza orientamento, appoggio, comprensione e protezione dal mondo
dell’infanzia al mondo adulto dove ogni azione diventa di colpo una scelta
dotata di responsabilità personale, anzi, di colpa. Lì dove sono solo i grandi
che grandi non sanno essere a stabilire con parole svuotate di vita quale
interpretazione dare ad una talvolta davvero disperata “voglia di essere” che
loro non sanno capire perché un tempo non l’hanno capita in se stessi e non
sanno o non ricordano più da dove mai quel desiderio possa venire: lì nasce il
pericolo. Ed io oggi, parlando dell’attrazione per il rischio di cui parla così
bene la Strauch, voglio anche dire del pericolo e del fuoco di una rabbia
nascosta: la vita di molti minori di ieri e di oggi porterà spesso per sempre
il segno della mancanza indecente di vero equilibrio e di vera giustizia, che
non è il segno della loro vergogna, ma della miseria e delle bugie in cui sono
cresciuti. E se alcune parti di quel testo americano sul cervello degli
adolescenti mi hanno aiutata ad intercettare meglio il momento del cambiamento
di mio figlio, nei capitoli riguardanti l’attrazione verso il rischio e la
sfida apparentemente gratuita ed irrazionale io ho trovato un altro regalo, che
non riguarda il ragazzino che mi sta di fronte oggi, ma il coraggio di una
giovane ostinata creatura che nacque apparentemente dal nulla ed alla quale io
devo la vita. Lasciandola rimanere viva
con tutta la mia gratitudine, il mio rispetto e la mia ammirazione in fondo al
mio cuore e nel fondo di tutte le scelte che ancora faccio vivendo, comunicando,
scrivendo e lavorando, l’esperienza di quella ragazzina ancora oggi mi insegna
tante cose: anche ad essere mamma senza piegarmi sconfitta alla paura che
angoscia me come tutti i genitori innamorati dei loro figli, ma che
condannerebbe all’inesistenza (in tutti i sensi pericolosamente possibili) chi
più tardi è venuto da quel suo magnifico coraggio di crescere. C’è chi un tempo
scolpì sulla pietra: “Conosci te stesso”.
Cristina Rocchetto
(consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press
Bonn. In coma in una clinica tedesca non può rientrare per essere operato
in Italia
Bonn - Un giovane
italiano, ricoverato in coma da circa 4 mesi in una clinica di Bonn, in
Germania, non può tornare in Italia. Andrea Atzori, 32 anni, ha un tumore alla
testa e i medici tedeschi lo hanno giudicato inoperabile. L’uomo, originario di
Mestre (Venezia), lavora da otto anni in Germania come cameriere. La sua storia
è stata raccontata al quotidiano “La Nuova Venezia” dalla madre che ha lanciato
un appello alle diplomazie dei due Paesi perché il figlio, affetto da tumore
benigno all’ipofisi, possa rientrare in Italia.
Nel nostro Paese
infatti, i neurochirurghi dell’ospedale all’Angelo di Mestre e quelli
dell’ospedale di Udine si sono dichiarati pronti a ricevere Andrea per
approfondire la diagnosi e studiarne l’operabilità. Il problema maggiore è
rappresentato dal fatto che, in base alla legge tedesca, Atzori, non avendo
parenti in Germania, è stato affidato ad un tutore, nominato a febbraio dal
Tribunale, che ha finora impedito il trasferimento del paziente in Italia. Grtv
La situazione finanziaria europea in un incontro-dibattito a Gross Gerau
Gross Gerau -
Sostegno alla Grecia e ora alla Spagna, fondo di stabilizzazione, manovre
di bilancio restrittive e attacchi speculativi, pericoli per la zona
Euro, interventi della Banca centrale europea sul mercato finanziario. Queste
le parole e i concetti che entrano ripetutamente in questi ultimi due mesi
nella vita delle persone, creando molte volte incertezze e
preoccupazioni.
Dare delle
informazioni e delle risposte comprensibili ai cittadini, in queste non
facili questioni economico-finanziarie, è quindi doveroso, soprattutto
perché anche gli italiani all’estero saranno interessati direttamente dalle
politiche di sacrifici e tagli alle prestazioni e ai servizi
preannunciate sia in Italia che in Germania.
Quale ruolo ha
un’istituzione come la BCE, in questa delicata fase, banca centrale che ha
come scopo primario quello di tutelare la stabilità dei prezzi e il mercato
finanziario dell’area dell’Euro?
Per dare una prima
risposta a queste domande il Circolo PD di Francoforte e il Circolo
Famiglie Italiane di Grosse Gerau hanno organizzato sabato 19 giugno una serata
informativa nella sede del Centro famiglie Italiano di Groß-Gerau sul tema :
“La situazione finanziaria dei paesi a rischio in Europa
Grecia-Portogallo-Spagna-Italia e il ruolo della BCE “
Relatori della
serata sono stati Livio Stracca, funzionario della BCE e l’on. Franco
Narducci (PD ), vicepresidente della Commissione Esteri e
comunitari della Camera. Ha aperto i lavori con un saluto ai presenti il
presidente del Circolo famiglie italiane Giovanni Baranelli, mentre il dibattito
è stato moderato dal segretario del Circolo PD di Francoforte Michele
Santoriello. Il dibattito e gli interventi durante e al termine delle relazioni
hanno permesso di approfondire e di chiarire alcune questioni che stavano
particolarmente a cuore al pubblico presente. MS, de.it.press
Convegno a Colonia sulla condizione degli italiani in Germania. Si aggrava
il disagio sociale”
Colonia - “Oggi, a
più di cinquant’anni dall’arrivo dei primi ‘lavoratori-ospite’ in Germania,
gran parte dei nostri connazionali è ancora lungi dal potersi considerare
cittadini a pieno titolo, ben integrati nella società tedesca e al contempo
consapevoli della propria identità italiana”, L’on. Laura Garavini (Pd)
esordisce così il suo intervento al convegno organizzato dall’Unione italiani
in Germania per il sociale, dall’Ital-Uil e dalla Uil Pensionati a Colonia
venerdì 18 giugno. “Si sono addirittura aggravate, negli ultimi anni, quelle
forme di disagio sociale che impediscono tuttora agli italiani in Germania di
mettere a frutto le loro potenzialità e di integrarsi nella società tedesca in
posizioni che corrispondono alle loro reali capacità”. La situazione è
“particolarmente problematica” soprattutto per giovani e adulti in età
pre-pensionistica che, persa l’occupazione, non riescono più a entrare nel
mercato del lavoro.
“A peggiorare la
situazione”, ha rimarcato la deputata
eletta in Europa, “è proprio la politica attuata dall’attuale Governo italiano,
che continua a colpirci con tagli in tutti i settori, distruggendo
letteralmente gran parte delle strutture sociali e culturali, dei legami fra
l’Italia e la nostra comunità all’estero che si sono instaurati in decenni”. Ad
esempio, ha precisato, “le nuove norme previste dalla manovra del Governo per
le pensioni e il recupero degli indebiti Inps penalizza severamente ancora una
volta gli italiani nel mondo. Dopo i tagli del centrodestra alla scuola, ai
corsi di lingua e cultura, all’assistenza e alla rete consolare sono destinate
ad aggravarsi ulteriormente le difficoltà per le nostre comunità oltreconfine”.
“Ecco perché”, ha
detto la Garavini alla presenza di Romano Bellissima, segretario Generale Uil
Pensionati, Agostino Siciliano della segreteria nazionale Uilp e Alberto Sera,
presidente della Uim, “si rende necessario non solo valorizzare ancora di più
l’associazionismo ma anche e soprattutto rafforzare le reti di protezione
sociale in un’ottica più esplicitamente europea”. De.it.press
Alcune delle prossime iniziative a Monaco di Baviera e dintorni
Monaco di Baviera
- Proseguono fino a venerdì 25 giugno, presso l’Istituto Italiano di Cultura,
due mostre dedicate a giovani protagoniste di nuovi sviluppi artistici in
Italia: “Skulptur” di Rita Siracusa e “Collage” di Silvia Beltrami. L’orario di
apertura è dal lunedì al giovedì dalle ore 10 alle 13 e dalle 15 alle 17 (il
mercoledì sino alle 19) e venerdì dalle ore 10 alle 13.30. L’ingresso è libero.
L’allestimento dedicato all’arte italiana
dell’illustrazione di libri “Bayern –Italien. Bella figura” presso la
Bayerische Staatsbibliothek di Monaco (Ludwigstr. 16) sarà invece aperto sino
al 18 agosto – dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 17, giovedì sino
alle ore 20, sabato e domenica dalle ore 13 alle 17.
Fino alla fine del mese di agosto sarà
allestita in città anche la mostra fotografica “55 Jahre 'Deutsche Vita'”, sul
lavoro degli emigranti in Germania, con una serie di scatti di Antonino
Tortorici. La mostra è ospitata presso la Geschäftsstelle der SPD
(Maximilianeum). Dal lunedì al giovedì l’orario di apertura va dalle 10 alle
ore 16.
Altre mostre proseguiranno sino ad oltre
l’estate: sino al 19 settembre è in programma presso la Pinakothek der Moderne
(Barerstr. 40) l’esposizione “La fabbrica delle idee. Alessi:storia e futuro”
(da martedì a domenica dalla ore 10 alle 18 e giovedì dalla 10 alle 20); sino
al 10 ottobre Füssen ed Augsburg ospitano allestimenti dedicati alla storia
italiana e bavarese, quali “Kaiser, Kult und Casanova” (visitabile a Füssen,
Ehemaliges Kloster St. Mang, dalle ore 9 alle 17.30), ad Augsburg presso il
Maximilianmuseum “Künstilch auf Welsch und Deutsch” (ore 9-17.30) e presso il
Bayerisches Textil- und Industriemuseum “Sehnsucht, Strand und Dolce Vita” (ore
9-17.30). Il programma di questi ultimi eventi è disponibile all’indirizzo:
www.bayern-italien.hdbg.de.
Lunedì 21 giugno
alle ore 20.30 presso il Cineplex di Passau (Nibelungenstr. 5) verrà presentato
il film di Michelangelo Antonioni “La notte”, del 1961, seguito, il 28 giugno,
da “Bellissima” di Luchino Visconti. Per informazioni: www.ew-passau.de.
Sempre lunedì 21
giugno presso la Biblioteca di Gasteig (Rosenheimerstr. 5), alle ore 19, è
previsto un incontro con lo storico Aram Mattioli, che analizzerà il
manifestarsi del revisionismo storico relativo alla Resistenza, nell’Italia
negli ultimi anni, per la rassegna “L’Europa e il Nazionasocialismo”
(l’ingresso è libero).
L’IIC di Monaco ospita mercoledì 23 giugno
alle ore 19 una serata dedicata a Totò, principe delle risate, moderata da
Massimo Fiorito, con performance musicali, video, interviste con artisti
(ingresso libero). La serata inaugura la mostra dedicata ad Antonio De Curtis
allestita presso il Valentin Karlstadt Musäum, sino al 14 ottobre.
Annunciato anche il Festival del cinema di
Monaco, in programma dal 25 giugno al 3 luglio, organizzato in collaborazione
con l’IIC e Cinecittà Luce. Per informazioni: www.filmfest-muenchen.de.
Domenica 27 giugno presso la Haus-Olymp
(Elisabeth-Kohn-Str. 29) l’appuntamento è con “il laboratorio dell’italiano”,
per migliorare le competenze dei bambini bilingui: dalle ore 10.30 alle 11.15
per i bambini sino al 5 anni e mezzo e dalle ore 11.15 per quelli sino ai 10
anni. Per informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott (maviott@arcor.de).
Infine, lunedì 28 giugno è in programma
presso la Scuola Europea di Monaco di Baviera (Elise Aulinger Str. 21) la
presentazione di una mostra fotografica dedicata alla caduta del Muro di
Berlino. Alle ore 19 è previsto il saluto della direttrice del ciclo primario
della Scuola Fausta Pressacco, seguita dagli interventi di Patrizia Mazzadi -
intitolato “Europa 20 anni dopo la caduta del Muro. L’attività della sezione
italiana”, - da quello di Augusto Bordato - “Oltre il Muro” - e di Vito
Spinelli, rappresentante della sezione italiana della Scuola presso
l’associazione genitori. (Inform)
Elezioni Comites e tagli. Alcuni Circoli del Pd-Germania: l’incoerenza di
Di Biagio
ROMA - "È
davvero curiosa la dichiarazione del responsabile per gli Italiani nel mondo
del PdL, Aldo Di Biagio, a proposito dell'appoggio del segretario del Partito
Democratico, Pier Lugi Bersan, alle manifestazioni degli italiani all'estero e
dell'adesione all'appello del Cgie. Di Biagio ha infatti definito quello di
Bersani, in un’intervista ad "Italia chiama Italia", un "attacco
ingiusto e strumentale"". Questo il giudizio che alcuni circoli del
Pd tedeschi (Aschaffenburg, Berlino, Esslingen, Lüdenscheid, Stuttgart 1,
Wolfsburg e del Circolo Pd Pier Paolo Pasolini di Mannheim) affidano ad una
nota in cui definiscono "curiosa" la dichiarazione del parlamentare
Pdl perché "Bersani ha fatto esattamente ciò che anche il responsabile per
gli italiani nel mondo del PdL aveva fatto qualche settimana fa, quando anche
lui aderì allo stesso appello del Cgie e dei Comites, cui ha plaudito il
Segretario del Pd".
"Di
Biagio", si legge nella nota, "lo ha fatto alla vigilia della
manifestazione del 29 maggio a Francoforte, firmando con il Responsabile degli
italiani nel mondo del Pd, Eugenio Marino, una nota in cui, oltre a condividere
quell’appello, si affermava fra alla vigilia di una manovra economica che non
si preannuncia generosa, rende impellente un intervento mirato e fattivo da
parte delle istituzioni, al fine di esorcizzare uno scollamento ancora più
marcato fra queste realtà e il Paese. Siamo pronti a scendere in piazza accanto
alle realtà rappresentative degli italiani nel mondo per far capire che ci
siamo e che vogliamo veicolare un messaggio di attenzione al Governo e
all’Amministrazione, un messaggio bipartisan privo di rivoli ideologici per
dare un segnale di presenza e contrastare la deriva di sfiducia che purtroppo
continua a condizionare l’emigrazione italiana oltre confine". E pochi
giorni prima, sempre Di Biagio, aveva duramente criticato le chiusure dei
consolati".
"Se erano
sinceri quei comunicati, quindi, sono ingiustificate e frutto di confusione
politica le critiche a Bersani", commentano aggiungendo: "se così non
è, invece, significa che strumentali sono i comunicati di Di Biagio che cerca
allo stesso tempo di stare con gli italiani che manifestano e con il Governo
che taglia con l'accetta".
"Sarebbe
bene, a questo punto", proseguono i Circoli del Pd, "che il
Responsabile per gli italiani nel mondo del PdL e i parlamentari del PdL eletti
all'estero facessero chiarezza: non si può aderire ad un appello e ad una
manifestazione e poi criticare chi sostiene lo stesso appello e le stesse
manifestazioni. Questo sì è davvero "strumentale"". (aise)
Ucciso un manager italo-tedesco nelle Filippine
ROMA – Ucciso
nelle Filippine l’italo-tedesco Sergio Mazza. Mazza, 38 anni, era manager
dell’hotel internazionale Makati Shangri-La di Manila. E’ stato ucciso
con un colpo d'arma da fuoco alla testa mentre camminava su un affollato
marciapiede a Makaty City, nell'area metropolitana di Manila. Stava andando al
lavoro. Gli inquirenti escludono la rapina: addosso alla vittima sono stati
trovati sia il portafogli sia il cellulare. La Farnesina ha confermato la
notizia precisando che Sergio Mazza era di padre italiano e madre tedesca e,
pertanto, titolare di doppio passaporto.(Inform 17)
Campagna congiunta di ENIT e Air Berlin per promuovere i flussi turistici
tedeschi verso l’Italia
L’ENIT-Agenzia e
il vettore aereo AirBerlin sono i protagonisti della Campagna radiofonica
Junitalien, lanciata sulla nota emittente radiofonica del Brandeburgo 104.6 RTL
- Berlins Hit- Radio, con spot promozionali sull’Italia e giochi a quiz e un
monte premi di 60 soggiorni, per 2 persone, in diverse località italiane.
L’iniziativa, in
onda per tutto il mese di giugno, intende promuovere in particolare le
destinazioni italiane servite dalla flotta AirBerlin: Bari, Catania, Milano,
Napoli, Rimini, Cagliari e Firenze. Alla promozione hanno partecipato numerose
strutture alberghiere delle città italiane interessate, che hanno messo a
disposizione i soggiorni gratuiti.
Si tratta di 592
spot promozionali che raggiungeranno un pubblico di circa 5 milioni di
ascoltatori di età compresa tra i 14 e i 49 anni, dalle 5 alle 10 del mattino,
dal lunedì al venerdì.
“Junitalien” è
contemporaneamente presente sul portale dell’emittente http://104.6rtl.com,
dove le destinazioni italiane vengono promosse attraverso una galleria di
immagini e di redazionali.
Nel mese di
luglio, ENIT ed AirBerlin proseguiranno nella loro azione sinergica finalizzata
alla promozione della versione tedesca di “Mine vaganti”, (titolo tedesco
“Männer al dente”) di Ferzan Özpetek, pellicola già presentata con successo
alla Berlinale 2010, in programma nei cinema tedeschi a partire da metà luglio.
Il Consorzio
Puglia Doc e AirBerlin hanno messo in palio due viaggi per due persone ad
Otranto e Fasano. La serata inaugurale, prevista per il 15 luglio a Monaco di Baviera
e alla quale probabilmente parteciperanno i protagonisti del film, offrirà
l’opportunità per presentare l’offerta turistica territoriale della Puglia.
“Il film più bello
- sottolinea il Presidente dell’ ENIT-Agenzia, Matteo Marzotto - è partire per
l’Italia, che quest’anno ritorna ad essere destinazione più vicina alla
Germania, anche grazie alle offerte promozionali delle compagnie aeree che
promuovono le destinazioni ‘a due ore di volo’”.
“La Campagna di
comunicazione ENIT in corso Germania - aggiunge il Direttore Generale, Paolo
Rubini - ha l’obiettivo di supportare gli operatori di viaggi nella
presentazione di pacchetti ancora più stimolanti grazie allo sforzo delle
Regioni e degli Enti Locali nell’organizzare itinerari e proposte di soggiorno
tradizionali insieme a tante mete inedite”. (ItalPlanet News)
Norimberga. L’on. Marina Schuster spiega il "no" tedesco
all’ipotesi di una agenzia consolare
Norimberga - Lo
scorso 15 giugno il Comites di Norimberga ha ricevuto una lettera dall’onorevole
tedesca Marina Schuster in cui si chiariscono le ragioni del "no"
della Germania all’ipotesi di istituire un’agenzia consolare al posto del
Consolato.
"L’Onorevole
Schuster, membro della Commissione Esteri del Bundestag – spiega il presidente
del Comites Giovanni Ardizzone - scrive, tra l’altro, che l’istituzione di
un’Agenzia Consolare non è attuabile in Germania ormai da anni e che la parte
italiana sarebbe da anni al corrente di questa posizione".
Ardizzone non
manca di rilevare il fatto che la spiegazione sia giunta da una deputata
tedesca e non da autorità italiane, come ci si aspetterebbe "date le
competenze riconosciute al Comites dalla sua legge istitutiva". Il fatto
che a spiegare tutto sia una deputata federale potrebbe significare "che i
politici tedeschi tengono in considerazione il Comites più di quelli italiani e
che gli italiani in Franconia godono il rispetto e l’attenzione delle
istituzioni locali".
Tornando
all’agenzia consolare, Ardizzone si chiede "come si possa essere creata
una discrepanza così notevole tra le posizioni italiane e quelle tedesche. Date
le straordinarie abilità e preparazione, riconosciute in tutto il mondo, della
diplomazia italiana, possiamo pensare solo ad un imprevedibile, paradossale e,
in quanto tale, rimediabile equivoco".
Il Comites di
Norimberga ribadisce il suo "no" al Consolato onorario ed alle
permanenze consolari e "chiede un Vice-Consolato al servizio della
comunità italiana della Franconia. Il Comites – conclude Ardizzone – chiede ad
alta voce, ancora una volta, una sollecita ripresa delle trattative con le
autorità federali tedesche e l’elaborazione di una soluzione equa e
soddisfacente per la collettività italiana della Franconia". (aise 17)
Dalla Puglia a Berlino, alla conquista dei mercati mondiali
Nell’ambito
dell’ILA-Berlin Air Show, gli imprenditori pugliesi hanno avuto incontri con
colossi mondiali dell’aerospazio
Berlino - Il
sistema aerospaziale pugliese, grazie al sostegno della Regione Puglia (Area
Politiche per lo Sviluppo Economico e SPRINT Puglia, per il supporto operativo)
e al Distretto Aerospaziale Pugliese (DAP), continua a viaggiare a tutta
velocità verso la crescita sui mercati esteri.
Così come
registrato meno di un mese fa, in occasione della partecipazione all’Aeromart
di Montreal, ognuna delle piccole e medie imprese pugliesi presenti
nell’aeroporto “Schönefeld” della capitale tedesca per partecipare all’edizione
del centenario dell’ILA (Internationale-Luftfahrt-Asstellung) Air Show, la più
importante borsa-affari europea dedicata all’aerospazio, ha avuto l’opportunità
di avviare e, in taluni casi, consolidare importanti rapporti commerciali
internazionali.
Tra gli incontri
organizzati in occasione del “buyers’ day” e quelli inseriti nell’agenda
definita, in base alle specifiche esigenze aziendali, dallo SPRINT Puglia in
collaborazione con il Desk Puglia presso la Camera di Commercio Italiana per la
Germania, le PMI regionali sono entrate in contatto, in media, con 15 aziende
ciascuna, tra le quali alcuni dei principali player a livello mondiale - Bell
Helicopter, Airbus, EADS defence security systems, Rolls Royce, AEG, Eurocopter
Deutschland, Sikorsky, Thales e Rockwell Collins.
Grande interesse
ha suscitato la presentazione ufficiale del sistema aerospaziale pugliese.
Curata dai funzionari dello Sprint Puglia e dal presidente del DAP, Giuseppe
Acierno, ha visto la partecipazione di 50 operatori non solo di nazionalità
tedesca.
La presentazione
del sistema aerospaziale così come gli incontri d’affari si sono svolti
all’interno dello “Spazio Puglia”, uno stand multifunzionale di oltre 120 metri
quadrati allestito dalla Regione Puglia con l’obiettivo di promuovere il
“sistema aerospaziale”, dando priorità alle notizie riguardanti l’esperienza
maturata dall’Ente nella gestione di politiche e misure tese a incrementare la
competitività del settore e l’evoluzione del Distretto aerospaziale pugliese e,
contestualmente, di mettere a disposizione della delegazione imprenditoriale
spazi personalizzati utili per incontrare i loro potenziali partner.
Sono state 9 le
PMI che hanno accolto l’invito della Regione Puglia a partecipare all’ISC
(International Suppliers Center), il salone specializzato nella subfornitura
aerospaziale ideato dagli organizzatori dell'ILA. Si tratta di: A.G.E., Comer
Calò, Demas, Gielle, Mel System, Oma di Arseni Davide, Processi Speciali, Rav,
Technologycom.
“Le nostre imprese
- ha commentato la Vice Presidente e Assessore allo Sviluppo Economico,
Loredana Capone - stanno mostrando di saper cogliere con grande partecipazione
le possibilità offerte loro dalla Regione attraverso gli eventi internazionali
inseriti nel programma del 2010. La propensione all’internazionalizzazione da
parte delle imprese spiana la strada alla crescita di partner commerciali e ad
un aumento dell’export. Non è un caso che i dati export del primo trimestre
2010 mostrino una notevole crescita proprio nei settori legati alla meccanica”.
"La
partecipazione a questo evento - ha affermato Antonio Ingrosso, Sales and
Business Development Manager di Processi Speciali - ha dato a noi imprenditori
l’opportunità di incontrare anche importanti buyer stranieri in rappresentanza
di grossi committenti dell’aerospazio quali Airbus ed EADS Defence and
Security, nonché l'americana Sikorsky e in molti casi di porre le basi per
opportunità di sviluppo nei prossimi anni". (ItalPlanet News)
Il senatore Randazzo Pd) sul rinvio del rinnovo di Comites e CGIE
“Si vogliono
delegittimarne gli istituti di rappresentanza elettiva degli italiani all’estero”
ROMA – Intervenendo a Palazzo Madama nel
dibattito sul rinvio del rinnovo di Comites e CGIE (approvato dalla maggioranza
nella seduta pomeridiana del 16 giugno), il senatore Nino Randazzo (Pd), eletto
nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide della circoscrizione Estero,
ha fra l’altro puntualizzato che “la conversione in legge del decreto-legge per
l’ulteriore rinvio delle elezioni dei Comitati degli Italiani all’Estero
(Comites) e del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), arrivato
in quest’aula dopo l’approvazione della Camera dei deputati, presenta alcuni di
quegli aspetti di forzatura, di insensibilità e di illogicità che hanno
caratterizzato da un paio d’anni a questa parte le politiche governative per
gli italiani all’estero”.
Ed ha proseguito: “Il rinvio del rinnovo dei
due organismi elettivi in questione ci viene presentato oggi in appena uno dei
due semplici articoli di un disegno di legge dove viene accorpato, nel testo
del decreto con discutibili logica e appropriatezza, alle disposizioni di
immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana. Due temi ben distinti,
lontanissimi per loro natura e portata l’uno dall’altro, la cui confusa e
precipitosa unificazione tradisce la ormai ben nota volontà di qualche insofferente
membro dell’esecutivo – o dell’esecutivo nella sua collegialità - di sminuire
l’incidenza della forte e attiva presenza degli italiani all’estero e
delegittimarne gli istituti di rappresentanza elettiva”.
“Per prima cosa – ha ancora detto il sen.
Randazzo - non esiste assolutamente quella “straordinaria necessità e urgenza”
che si attribuisce al provvedimento, dal momento che una riforma, per certi
aspetti sostanziale, dei Comites ebbe luogo nel non lontano 2003. In secondo
luogo si tratta di un secondo rinvio, portato fino al massimo di dicembre 2012,
che verrebbe ad allungare, stiracchiare di tre anni la durata di Comites e
CGIE, come per attendere la morte per inerzia dei due organismi, la cui
scadenza è stabilita su base quinquennale dalla legge istitutiva. Dovevano
essere rinnovati nel 2009, ne fu decretato il prolungamento al 2010, e magari
fino a quel punto la situazione poteva sembrare tollerabile, ma ora spingere
fino alla fine del 2012 è francamente una forzatura del tutto ingiustificabile
e inaccettabile. Mi domando i componenti di quale altro organismo istituzionale
tollererebbero prima la proroga di un anno e subito, a tamburo battente,
un’altra proroga di due anni, perché nel frattempo se ne contempla, magari, un
graduale smantellamento.
Secondo Randazzo la deliberazione del
Consiglio dei ministri, si appella ipocritamente alla necessità di “consentire
l’approvazione di un provvedimento di riforma degli organi di rappresentanza
dei cittadini italiani all’estero mentre il disegno di legge di riforma di
Comites e CGIE nella cosiddetta bozza Tofani “è fermo, parcheggiato, arenato in
Commissione Affari Esteri ed Emigrazione, e nessuno in possesso di un minimo di
buon senso può venirci a dire che ci vorranno altri due anni per licenziarlo in
Commissione e portarlo nell’aula del Senato per poi proseguire l’iter, che
potrà essere ancora più difficile e contrastato, nell’altra Camera. Tutti,
indistintamente, inequivocabilmente, all’unanimità, i componenti dei Comites e
del CGIE sparsi nel mondo, chiedono, a gran voce, direttamente e attraverso le
conferenze continentali, attraverso l’assemblea plenaria e attraverso il
comitato di presidenza del CGIE, che si vada subito, a legislazione vigente, al
rinnovo dei due organismi istituzionali”.
Concludendo, Randazzo ha fatto appello
“soprattutto ai senatori della maggioranza eletti all’estero, se ce ne sono in
aula, perché convincano quanti più possibile colleghi della loro parte a far
decadere questo illogico decreto, a respingere questa ulteriore offesa ai
nostri connazionali nel mondo”. (Inform) 17
Elezioni Comites e
CGIE: l’Assemblea approva il rinvio alla data ultima del 31 dicembre 2012.
Respinto emendamento per limitare la proroga al 30 giugno 2011
Claudio Micheloni
(Pd): “Manca dialogo costruttivo da parte del Governo”
Il senatore eletto
nella ripartizione Europa lascia agli atti il documento finale della riunione
continentale CGIE di Francoforte
ROMA - In occasione della discussione del
disegno di legge 2209 (Conversione in legge, con modificazioni, del
decreto-legge 28 aprile 2010, n. 63, recante disposizioni urgenti in tema di
immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana e di elezioni degli
organismi rappresentativi degli italiani all'estero) già approvato alla Camera
(v. Inform 117 A http://www.mclink.it/com/inform/art/10n11701.htm ), il sen.
Claudio Micheloni (Pd) intervenendo in merito agli emendamenti riferiti
all'art. 2, ha ricordato che già in sede di dibattito alla Camera, il Pd aveva
provveduto a presentare un emendamento teso a sopprimere tale articolo che
prevede un rinvio delle elezioni di Comites e CGIE al 31 dicembre 2012.
“Oggi - ha affermato Micheloni - presentiamo
un emendamento con cui chiediamo di fissare la data entro cui svolgere le
elezioni per il rinnovo dei Comites al 30 giugno 2011”.
Micheloni ha quindi portato nell'Aula del
Senato le richieste avanzate lo scorso 29 maggio a Francoforte durante la
continentale del CGIE. In quella occasione, anche i Comites e le Associazioni
in Europa avevano fortemente manifestato davanti alla sede del Consolato locale
il loro “no” ad un ulteriore rinvio del rinnovo di Comites e CGIE.
Il sen. Micheloni ha poi motivato le ragioni
di un “no” al rinvio che equivale ad un ultimo atto che vede i nostri
connazionali all'estero fortemente penalizzati dalla delicata situazione
economica che ha portato a drastici tagli in tutti i settori: “Stanno
scomparendo i corsi di lingua e cultura per i discendenti degli italiani
all'estero, assistiamo alla riduzione dell'assistenza ai pochi che in America
Latina si trovano in gravi difficoltà; si sta inoltre massacrando la rete e i
servizi consolari. Gli organismi di cui parliamo - ha voluto sottolineare
Micheloni - sono Comitati eletti a suffragio universale, formati da persone che
fanno volontariato puro e che non costano nulla allo Stato”.
Pur apprezzando il lavoro del relatore nel
chiedere di arrivare alle elezioni subito dopo la conclusione dell'iter di
riforma, Micheloni ha chiesto “certezze” considerato che da qualche tempo si
registra una sorta di mancanza di dialogo costruttivo, di ascolto, da parte del
Governo e del Ministero degli Affari Esteri, “tutte le proposte portate in Aula
per conto dei Comites e del mondo dell'associazionismo italiano non hanno mai
trovato accoglienza e possibilità di dialogo”. Pur non sottovalutando i reali
problemi, il senatore Micheloni ha voluto rimarcare che non è necessario
affrontare la questione solo ricorrendo a drastici tagli considerato che si
possono ottenere importanti risultati anche con una forte azione tesa ad
ottimizzare i costi.
“"Abbiamo portato un solo esempio in
Commissione esteri: il Consolato generale di Zurigo da anni ha sede in un immobile
che costa al Ministero degli Affari Esteri più di 400.000 euro l'anno d'affitto
quando in quella stessa città sono possibili soluzioni diverse, a partire
dall'utilizzo di immobili del demanio italiano”.
A conclusione del suo intervento, il sen. Micheloni
ha chiesto di lasciare agli atti il documento finale della riunione
continentale del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero tenutasi a
Francoforte il 29 maggio 2010 “perché di quella assemblea, come di quella di
Vancouver per l'America del Nord o quella di Buenos Aires in corso in questi
giorni, sulla stampa, sui media italiani non c'è traccia. Probabilmente nessuno
in Senato è stato informato del fatto che le comunità italiane nel mondo si
sono mobilitate e organizzate con molto sacrificio, anche personale. Ringrazio
gli italiani che fanno volontariato in questi Comitati e che si sono riuniti
nei tre principali continenti per esprimere il loro disaccordo sulla politica
portata avanti nei confronti delle comunità all'estero, compresi questi rinvii
indiscriminati”.
L'emendamento non è stato approvato. (Inform
17)
"Eccellenze lombarde per l'Expo 2015"
"Eccellenze
lombarde per l'Expo 2015" è uno spazio all'interno del Portale
Lombardi nel Mondo
dedicato alle eccellenze lombarde nel mondo che guarda al
grande evento del
2015 come vetrina mondiale in cui far risaltare le
prerogative più
significative dei nostri modelli culturali e professionali.
Raccordandoci con
le finalità della recente ricerca che l'Associazione
Mantovani nel
Mondo ha condotto insieme all'IRER, verranno raccolte,
attraverso una
serie di interviste strutturate, indicazioni, trend,
orientamenti,
"storie di vita" riferite all'emigrazione funzionale e
specialistica.
Tale spazio consentirà di creare un ponte virtuale tra le
tante situazioni
di successo dei nostri corregionali all'estero (ricerca,
imprenditoria,
ecc.) e la Regione Lombardia, offrendo anche uno spazio di
visibilità e di
comunicazione. L'apertura di un'area appositamente dedicata
alle eccellenze
lombarde nel mondo sul Portale Lombardi nel Mondo è il
risultato di un
lavoro redazionale congiunto che riguarda l'intero pool di
collaboratori
della testata localizzati in varie parti del mondo.
Questa sezione è
online da giugno 2010 e comprende già più di cinquanta
profili di
lombardi all'estero. Le sezioni verranno aggiornate con nuovi
profili nel corso
del tempo in modo tale da avere una panoramica sempre più
ricca sui
protagonisti della nostra emigrazione.
L'area
"Eccellenze lombarde per l'Expo 2015" si divide, almeno in questa
prima fase
sperimentale, in cinque sezioni:
- Arte,
dedicata agli artisti lombardi o di origine lombarda che vivono
all'estero e che
si sono messi in evidenza per la qualità della loro
proposta artistica
- Impresa e
professioni, dedicata agli imprenditori e professionisti
lombardi o di
origine lombarda che vivono all'estero
-
Rappresentanza politica, dedicata ai nostri corregionali che si sono
candidati nelle
circoscrizioni estero alle elezioni politiche del 2006 e del
2008 o che
comunque svolgono funzioni di rappresentanza politica nei paesi
in cui vivono
- Ricerca,
dedicata ai ricercatori lombardi o di origine lombarda che vivono
all'estero e che
si sono messi in evidenza per la qualità della loro ricerca
- Giovani,
uno spazio dedicato ai giovani lombardi all'estero, per conoscere
il loro legame con
la Regione Lombardia e la volontà di sviluppare progetti
di vita e
professionali che permetta loro di valorizzare tale legame
Per accedere alla
sezione "Eccellenze lombarde per l'Expo 2015" clicca
http://portal.lombardinelmondo.org/lombardinelmondo/portal/EccelenzeLombarde
_section/view Amm, de.it.press
Un’iniziativa
volta alla creazione di una rete tra baresi emigrati, discendenti e territorio
di origine per potenziare la crescita della provincia pugliese in sinergia con
quella delle sue collettività all’estero
BARI – L’associazione “Baresi nel mondo”
lancia un nuovo progetto denominato “Nuove energie per il territorio barese”
(NExTB), finalizzato alla creazione di una rete capace di mettere in contatto
tra loro i discendenti degli emigrati della provincia di Bari e questi ultimi
con la terra di origine. Primo passo sarà la ricerca fra i discendenti di
baresi, di coloro che si sono affermati nei campi della cultura, della ricerca,
della magistratura, delle libere professioni, dell’imprenditoria, della
politica elettiva, dell’amministrazione pubblica e del volontariato, con
l’obiettivo – si legge in una nota diffusa in proposito dell’associazione
- “di individuare e valorizzare potenzialità utili per la crescita del
territorio della Provincia di Bari, in una dimensione internazionale e creare
fra le comunità baresi all’estero e la realtà barese locale una rete di
rapporti funzionali, soprattutto per il futuro delle giovani generazioni”.
Attorno a progetti comuni saranno riuniti esperti nei diversi settori,
così da poter stabilire nuovi contatti professionali e ampliare la rete di
relazioni internazionali tra persone che hanno in comune la terra di origine.
L’intento è elaborare strategie e piani di sviluppo sociale, economico e
culturale a beneficio delle rispettive comunità.
Il progetto sarà affidato ad esperti in
comunicazioni, informatica e lingue straniere, a cui sarà affidato il compito
di prendere i primi contatti con le persone interessate, di aggiornare la banca
dati in fase di costituzione ed il sito web dell’associazione.
Dopo la prima fase di acquisizione dei dati,
saranno organizzati incontri in Bari per promuovere e mettere a confronto le
competenze e le abilità di professionisti provenienti da tutto il mondo. Il
progetto “NExTB” è stato ideato dal presidente dell’associazione dei Baresi nel
Mondo, Antonio Peragine, ed è maturato grazie alla sua esperienza nel campo
dell’emigrazione. Tra gli obiettivi che il sodalizio si popone vi è anche
l’istituzione del “Premio ai Baresi che hanno onorato la Provincia in Italia e
nel Mondo”, da assegnare a coloro che con il lavoro, l’impegno
economico-imprenditoriale e professionale si sono distinti in Italia e
all’estero.
Il progetto “NExTB” sarà integrato inoltre
con un sito web in 4 lingue (italiano, inglese, spagnolo e francese) e la
creazione di una testata giornalistica “Baresi nel Mondo” con redazioni in
Italia e all’estero. Per contattare la responsabile del progetto, Annamaria
Peragine, scrivere a: info@baresinelmondo.it. (Inform)
Miss Italia nel Mondo. Finale a Jesolo il 30 giugno, trasmessa su Raiuno
alle ore 21.30
JESOLO - Massimo Giletti, con la
partecipazione di Cristina Chiabotto, condurrà la finale della ventesima
edizione di Miss Italia nel Mondo. Vincitrice del titolo Miss Italia nel 2004,
Cristina Chiabotto torna tra le miss accanto a Giletti, che ha già fatto questa
esperienza tre anni fa.
La serata finale sarà trasmessa su Raiuno,
alle 21,20, il 30 giugno da Jesolo (Venezia). Alla serata parteciperanno 50
ragazze di origini italiane provenienti da tutti i continenti.
Il giorno precedente andrà in onda, sempre su
Raiuno, un’anteprima sul soggiorno delle candidate in Veneto dal titolo “Buon
compleanno Miss Italia nel Mondo”: l’orario della messa in onda sarà deciso in
relazione alle partite dell’Italia ai Mondiali di calcio.
Il concorso guidato da Patrizia Mirigliani è
giunto alla ventesima edizione: le candidate al titolo sono state scelte, tra
6.200 iscritte, in 85 selezioni e 36 finali di Nazione che hanno visto la
partecipazione delle comunità italiane, ambasciate e nostro consolati. Tre miss
arrivano dal Sud Africa come omaggio ai mondiali di calcio.
La detentrice del titolo, che arriverà a
Jesolo la prossima settimana, è Diana Curmei, 20 anni, moldava.
Sono già tutte presenti a Jesolo le
concorrenti al titolo, meno una, Miss Italia Cile-Santiago Francesca Ferrari
Lasnibat, bisnonni di Sori, in Liguria, che arriverà domani sera, non in tempo
per i servizi fotografici in programma alle ore 18 nel Palazzo del Turismo.
Prevista, tra l’altro, la tradizionale foto di gruppo sulla scalinata,
arricchita proprio oggi da una maestosa scenografia con cartelloni
colorati e gigantografie dedicate alle miss. Al termine, il benvenuto alle miss
del sindaco Francesco Calzavara e della patron Patrizia Mirigliani.
Miss Italia Spagna Valentina Troni,
originaria del Lazio, ha voluto esserci, ma venerdì tornerà a Madrid per
discutere la tesi di laurea. Il giorno dopo sarà nuovamente a Jesolo. (Inform)
Frustrazione di un leader. Barack Obama e la crisi Bp difficile da
controllare
Un altro viaggio
nel Golfo per consolare pescatori, gestori di ristoranti e albergatori: il
quarto da quando, otto settimane fa, l'America e la Casa Bianca sono
sprofondate nell'incubo nero e appiccicoso dell'«oil spill». Poi il messaggio
solenne alla nazione dallo Studio Ovale e, ieri, le «sculacciate presidenziali
» in diretta tv ai capi della Bp, costretti ad accantonare in un fondo speciale
20 miliardi di dollari per indennizzare le vittime della «marea nera».
ESASPERATO - Tra
coloro che hanno accesso al team di Barack Obama, c'è chi descrive un
presidente esasperato e frustrato per l'accavallarsi di problemi enormi che non
ha gli strumenti per risolvere: dalla «coda lunga» della grande recessione che
si porta dietro una pesantissima disoccupazione destinata a protrasi per molti
anni a una catastrofe ambientale nata da un eccesso di fiducia nella tecnologia
e da problemi di ingegneria estranei alle competenze di Obama e ai quali il
presidente ha faticato per settimane ad appassionarsi. Per non parlare del
fronte esterno: la guerra in Afghanistan che ha preso una bruttissima piega, le
nuove difficoltà in Iraq, lo stallo con l'Iran, la situazione esplosiva in
Palestina. «Potesse mettere indietro le lancette dell'orologio, probabilmente
non si ricandiderebbe» dice qualcuno.
SORPASSO - Forse
sono solo spifferi, voci dissenzienti che ci sono sempre nelle corti dei
potenti, ma non c'è dubbio che Obama sia oggi un presidente e un uomo
esasperato: l'alone leggendario, l'entusiasmo della campagna elettorale si sono
dissolti da tempo. Il suo carisma era andato in pezzi già durante la battaglia
per la sanità. Dopo l'approvazione della riforma, il leader democratico aveva
cercato di ricostruirsi un'immagine di «presidente del fare », premendo sul
Congresso per un'altra riforma, quella del sistema finanziario. Il disastro
della Bp l'ha fatto sprofondare di nuovo in un incubo: un problema sul quale il
governo non ha controllo, gli avversari che lo accusano di colpe che non ha,
gli amici che lo invitano a non parlare della catastrofe col distacco di un
accademico, a mostrare più partecipazione umana al dramma delle vittime
dell'onda nera, più rabbia contro Bp. E i sondaggi che, inesorabili, misurano
il continuo calo della sua popolarità fino al punto di subire il «sorpasso» di
Hillary Clinton.
CORRENTE - A corto
di strumenti operativi, il presidente che prometteva cambiamenti epocali viene
trascinato da una corrente limacciosa: per adesso cerca solo di evitare di schiantarsi
contro gli scogli usando meglio le sue doti dialettiche e la forza simbolica
della Casa Bianca. Anche per questo ha scelto di parlare per la prima volta
dallo studio ovale, il luogo dal quale Bush si rivolse agli americani dopo
l'attacco alle Torri Gemelle e Reagan espresse il dolore di un'intera nazione
quando la navetta spaziale «Challenger» si trasformò in una palla di fuoco.
Riempiendo il suo discorso di termini militari: mobilitazione, piano di
battaglia, assedio, missione nazionale.
CAMBIARE - Ma,
alla fine, il cuore del suo messaggio è l'esortazione a cambiare rotta
sull'energia, smettendo di puntare sui combustibili fossili. Le norme che
dovrebbero incidere su questa realtà sono, però, bloccate al Senato dove i
democratici sono divisi e non hanno comunque più la maggioranza qualificata
necessaria per andare avanti. Una riforma che, prudentemente, Obama l'altra
sera non ha nemmeno citato. Massimo Gaggi CdS 17
Allo studio del Consiglio europeo una tassa sulle banche
ROMA - L’Unione europea ha affrontato con
risolutezza la crisi finanziaria mondiale, facendo tutto quello che era
necessario per salvaguardare la stabilità economia e monetaria. Allo stesso
modo, è necessario compiere il massimo sforzo possibile per fare tornare i conti
pubblici a livelli sostenibili e per far crescere l’occupazione. Lo sottolinea
il Consiglio europeo nel preambolo delle conclusioni del vertice dei capi di
Stato e di Governo che si è svolto a Bruxelles il 17 giugno.
Tra le misure più rilevanti per uscire dalla
crisi - spiega la Farinesina -, il Consiglio ha stabilito di introdurre
meccanismi di prelievi e tasse sugli istituti finanziari e di promuovere l’idea
di una tassa mondiale sulle transazioni finanziarie, durante il prossimo
vertice del G20 a Toronto, in Canada. Per questo, è spiegato, serviranno con
urgenza approfondimenti per valutare le caratteristiche del prelievo e le
questioni relative a condizioni di parità nella sua applicazione.
E per ridare credibilità al sistema, il
Consiglio ha concordato la pubblicazione dei risultati degli stress test che in
tutta Europa le autorità di vigilanza stanno compiendo sui 26 grandi gruppi
bancari per testarne la solidità e la resistenza agli shock finanziari.
L'impegno è di rendere noti tutti i dati al massimo nella seconda metà di
luglio. Il Consiglio ha poi chiesto alla Commissione a di accelerare sul fronte
della riforma del sistema finanziario.
E’ stata poi sottolineata la necessità di
proseguire negli sforzi per risanare le finanze pubbliche, senza però soffocare
la crescita. Il Consiglio ha salutato quindi con soddisfazione le manovre
taglia-deficit decise dai vari governi, sottolineando che tutti gli Stati
membri sono pronti, se necessario, a prendere misure aggiuntive per accelerare
il risanamento. La priorità - ha sottolineato il Consiglio - dovrebbe essere
data a strategie di risanamento dei conti pubblici favorevoli alla crescita e
imperniate soprattutto sul contenimento della spesa. Il miglioramento del
potenziale di crescita dovrebbe essere considerato fondamentale per agevolare
il risanamento dei conti pubblici nel lungo termine.
Per quanto riguarda la sorveglianza sul
bilancio, come chiesto dall’Italia un ruolo molto più importante sarà dato ai
livelli ed alle evoluzioni del debito e alla sostenibilità complessiva. Quindi
sarà contemplata anche la situazione del debito privato nel valutare lo stato
dei conti di un Paese. (Inform 18)
Ecatombe in Kirghizistan: 2mila morti
La premier:
«Bilancio ufficiale deve essere moltiplicato per dieci». Oms: coinvolto un
milione di persone - L'inviato Usa Robert Blake: «crisi umanitaria, avviare
inchiesta indipendente»
MILANO -
Ufficialmente i morti per gli scontri etnici cominciati il 10 giugno in
Kirghizistan sono 191. Ma il bilancio potrebbe essere dieci volte superiore e
arrivare a duemila vittime. Ne è convinta Roza Otunbaieva, premier ad interim
di etnia kirghiza che vuole recuperare il consenso e la fiducia della comunità
uzbeka.
SEPOLTURA - «Io
moltiplicherei di dieci volte i dati ufficiali - ha detto Otunbaieva in
un'intervista al quotidiano russo Kommersant -. Perché nelle zone di campagna
ci sono stati molti morti, ma in base alle nostre tradizioni noi li seppelliamo
subito, prima del tramonto». Un'opinione condivisa da diversi osservatori.
Tuttavia il bilancio ufficiale del ministero della Sanità è fermo a 191 morti e
2mila feriti.
PROFUGHI - Le
Nazioni Unite ritengono che i profughi siano 400mila: molti di loro sono privi
di acqua, cibo, riparo e di qualunque tipo di aiuto. Una cifra che secondo i
calcoli dell'Organizzazione mondiale della sanità potrebbe salire a un milione:
700mila persone sarebbero in fuga all'interno del Paese, altre 300mila
avrebbero già raggiunto le frontiere.
CRISI UMANITARIA -
L'inviato Usa Robert Blake, dall'Uzbekistan, ha descritto la situazione nel sud
del Paese come una «crisi umanitaria», sottolineando la forte preoccupazione di
Washington per la violenza interetnica che non accenna a finire. Blake,
vicesegretario di Stato Usa incaricato per l'Asia centrale e del sud, ha
chiesto che sia avviata un'inchiesta indipendente e ha fatto appello al governo
ad interim perché prenda «provvedimenti immediati per fermare la violenza».
«Tenuto conto del numero importante di rifugiati uzbeki, le cui testimonianze
vanno ascoltate, l'inchiesta da parte del Kirghizistan deve essere affiancata
da un'inchiesta condotta da un organismo indipendente» ha concluso. CdS 18
Crisi e leadership globale. Chi fissa un’agenda per lo sviluppo
Siamo alle soglie
della riunione annuale del G8 a presidenza canadese e i giornali parlano di
G20. Già questa doppia anima, una stretta e una larga, la dice lunga sulla
possibilità che il mondo trovi una strada comune per uscire dai suoi problemi
di sviluppo del reddito e dell’occupazione. Ciascuno insegue i suoi interessi
nazionali. Obama continua nella sua politica di elevati disavanzi pubblici e
Bernanke in quella di bassi tassi dell’interesse, continuando ad accrescere il
debito pubblico degli Stati Uniti e collocandolo in parte sul resto del mondo.
Il Presidente americano porta avanti la tesi che il problema non avrebbe
origine nella loro politica, ma in quella della Cina e della Germania: la prima
perché non affida al mercato la scelta del rapporto di cambio dello yuan e la
seconda perché, in presenza di un forte avanzo della sua bilancia con l’estero,
ha avviato una politica di restrizione fiscale, imponendola all’Unione Europea.
Obama ha espresso per lettera ai Grandi le sue preoccupazioni sui possibili effetti
deflazionistici derivanti da un anticipo del rigore di bilancio, che
aggraverebbero, ancorché risolvere, i problemi della finanza pubblica e dello
sviluppo.
Nella loro recente
riunione, i Capi di Stato europei hanno concordato che ai vertici in Canada
l’Unione chieda un urgente ritorno agli equilibri di bilancio e si proponga una
tassa sulle banche. Qualora tornassero in agenda i problemi ecologici,
riproporranno una tassa ad hoc. Il fascino delle virtù terapeutiche della tassa
è evidentemente nel Dna dell’Europa, con ciascun paese che si tiene però ben
stretto il suo piccolo-grande diritto di agire in materia. La tassa è
considerata il presupposto di ogni benessere, ma non si sa di chi. Nonostante i
consueti assalti alla diligenza tributaria, questa volta l’Italia si colloca in
posizione di apprezzabile diniego. Quando l’UE avanzerà, non si sa per bocca di
chi, le sue proposte, verranno guardati dagli Stati Uniti e, si ritiene, da
altri paesi, come marziani, gente di altri pianeti.
A distanza di tre
anni dallo scoppio della crisi manca ancora la definizione di nuove regole del
gioco finanziario, a partire dai mercati liberi dei derivati. Si è registrata
un’estesa concordanza sulla necessità di limitare i bonus dei banchieri, meno
sulle limitazioni o le tassazioni delle loro attività. Il G8 o G20 non è il
luogo deputato a queste scelte, ma solo a concordare indirizzi per le
legislazioni nazionali. E questi sono già stati indicati fin dal marzo 2008. Al
di fuori delle intenzioni americane di continuare a spendere in disavanzo,
almeno fino al 2013, vi è una confusione sui modi di affrontare congiuntamente
i problemi dello sviluppo globale. Manca un leader intellettuale indiscusso,
come fu Keynes nel 1944 (ma non bastò neanche lui di fronte a problematico White,
direttore del Tesoro americano), e un leader politico accettato, come fu
Roosevelt e, in parte Churchill. Ci sono molti leader in un campo o nell’altro
con queste ambizioni, in un mondo che però non vuole riconoscerli, anche perché
non sente, come dovrebbe, questa necessità. Ogni leader nazionale va per suo
conto, nonostante non ve ne sia uno che lo sia veramente a livello del suo
stesso paese.
Non pretendiamo
d’essere tali, ma vi sono alcune regole elementari dell’economia che non
richiedono eccelse virtù intellettuali per essere individuate come guida alle
politiche. Quanto i debiti pubblici raggiungono i livelli che hanno raggiunto
da per tutto, con poche eccezioni, una deflazione indotta da manovre
restrittive si può tramutare in un peggioramento del rapporto debito
pubblico/Pil, ossia entrare in un circolo vizioso che porta inevitabilmente
all’insolvenza dello Stato. Da una situazione come questa si esce in vari modi,
preferibilmente prima che il problema scoppi: con l’inflazione, la cessione del
patrimonio dello Stato e il parcheggio del debito presso un’istituzione
internazionale. Sul primo modo questo giornale non si è mai soffermato, per
l’esistenza di un eccesso di offerta che preme verso il basso sui prezzi; ma
non si può escludere che prima o dopo avvenga. Sugli altri due, si è ripetuto
fino alla noia, ma invano. L’unico paese che può giocare con il fuoco del
default è gli Stati Uniti perché, se non riuscisse ad abbassare il rapporto del
loro debito sul Pil, può sempre far cadere il valore del dollaro, penalizzando
gli altri paesi. L’unico ostacolo su questa strada non è l’euroarea, per la sua
pervicace posizione di non intervento sul mercato valutario, ma la Cina,
l’unica in condizioni di assorbire gli eccessi di dollari, usandoli per finanziare
il fabbisogno americano; ma anche per acquistare attraverso il suo fondo
sovrano di ricchezza partecipazioni strategiche o per finanziare i Paesi poveri
o emergenti, accrescendo la sua influenza geopolitica nel mondo. Questo è il
motivo per cui gli Stati Uniti sono così aggressivi nel chiedere la
rivalutazione dello yuan. La Cina ha inizialmente diffidato i partecipanti di
sollevare questo problema nel corso delle riunioni in Canada, ma ieri ha fatto
sapere che aderisce alle richieste americane. In attesa di conoscere meglio la
portata di questa decisione e lo schema di geopolitica economica entro cui si
colloca, siamo certi che il G8-G20 sarà un bel test per stabilire dove andrà (o
non andrà) il mondo. PAOLO SAVONA IM 20
Con la crisi democrazie a rischio
In un incontro a
porte chiuse con i sindacati europei, l’11 giugno, il presidente della
Commissione Barroso avrebbe espresso grande inquietudine sul futuro democratico
di Paesi minacciati dalla bancarotta come Grecia, Spagna e Portogallo. Secondo
il Daily Mail, avrebbe parlato addirittura di possibili tumulti e colpi di
Stato. La Commissione europea ha smentito le parole attribuite al proprio
Presidente, ma l’allarme non è inverosimile e molti lo condividono.
Al momento, per
esempio, l’ansia è intensa in Grecia, dove il governo Papandreou sta attuando
un piano risanatore che comporterà vaste fatiche e rinunce. L’ho potuto
constatare di persona, parlando qualche settimana fa con il direttore del
quotidiano Kathimerini, Alexis Papahelas: «Le misure di austerità, inevitabili
e necessarie, sono irrealizzabili senza una democrazia funzionante e una classe
politica incorrotta. Ambedue le cose mancano in Grecia, a causa di una storia
postbellica caratterizzata da profonda sfiducia verso lo Stato e da una cultura
della legalità inesistente». Papahelas non parla di colpi di Stato -
l’esperienza, disastrosa, già è stata fatta a Atene fra il ’67 e il ’74 - ma di
movimenti populisti, nazionalisti, «anelanti a falsi Messia».
La tentazione che
potrebbe farsi strada è quella di considerare la democrazia come un lusso che
ci si può permettere in tempi di prosperità, e che bisogna sospendere nelle
epoche d’emergenza che sono le crisi. Apparentemente il regime democratico
resterebbe al suo posto: la sua natura liberatoria verrebbe anzi esaltata. Ma
resterebbe sotto forma impoverita, stravolta: il popolo governerebbe eleggendo
il governo, ma tra un voto e l'altro non avrebbe strumenti per vigilare sulle
libertà dei governanti. La democrazia verrebbe sconnessa dalla legalità, dai
controlli esercitati da istituzioni indipendenti, dalle Costituzioni: tutti
questi strumenti degraderebbero a ammennicoli dispensabili, e la libertà
sarebbe quella dei governanti.
Gli italiani sanno
che l’allergia alla legalità e ai controlli è un fenomeno diffuso anche da noi,
oltre che in Grecia. Sanno anche, se guardano in se stessi, che il bavaglio
protettore dell’illegalità è qualcosa che molti si mettono davanti alla bocca
con le proprie mani, prima che intervengano leggi apposite. In questi giorni si
discute delle intercettazioni: converrebbe non dimenticare che una legge assai
simile (la legge Mastella) fu approvata quasi all’unanimità dalla Camera,
nell’aprile 2007. Che un uomo di sinistra come D’Alema disse, a proposito di
giornali da multare: «Voi parlate di multe di 3 mila euro(...) Li dobbiamo
chiudere, quei giornali» (Repubblica, 29-07-06).
La crisi in cui
viviamo da tre anni mostra una realtà ben diversa. Se si fonda su una
educazione complessa alla legalità e non è plebiscitaria (cioè messianica), la
democrazia è parte della soluzione, non del problema. La bolla scoppiata nel
2007 era fatta di illusioni tossiche, di un’avidità sfrenata di ricchezza, e
anche della mancanza di controlli su illusioni e avidità. Uscirne comporta
sicuramente sacrifici ma è in primo luogo una disintossicazione, un ristabilire
freni e controlli. Tali rimedi sono possibili solo quando la democrazia
coincide con uno Stato di diritto solido, con istituzioni e leggi in cui il
cittadino creda. In Grecia, questi ingredienti democratici sono da ricostituire
in parallelo con il risanamento delle finanze pubbliche e i sacrifici, e forse
prima. Anche in America, non è con un laissez-faire accentuato che si
sormontano le difficoltà ma con più stretti controlli sui trasgressori.
È il motivo per
cui Grecia e Stati Uniti concentrano l’attenzione sui due elementi che
indeboliscono simultaneamente economia e democrazia: da una parte l’impunità di
chi interpreta il laissez-faire come licenza di arricchirsi senza regole,
dall’altra l’impotenza dello Stato di fronte alle forze del mercato. Abolire
l’impunità e restituire credibilità allo Stato sono giudicati componenti
essenziali sia della democrazia, sia della prosperità. Difficile ritrovare la
prosperità se intere regioni o intere attività economiche sono dominate da
forze che sprezzano la legalità, che si organizzano in mafie, o che immaginano
di annidarsi in chiuse identità micronazionaliste. La storia dell’Europa
dell’Est e della Russia confermano che senza libertà di parola e senza un
indiscusso imperio della legge viene meno il controllo, e che senza controllo
proliferano gli affaristi e i mafiosi.
In Grecia, la
lotta all’impunità è fattore indispensabile della ripresa, ci ha spiegato
Papahelas: «La cura vera consiste nell’approvazione, da parte di tutti i
politici, di un emendamento costituzionale che annulli l’immunità garantita a
ministri o parlamentari passati e presenti, e che porti davanti alle corti o in
prigione i truffatori e gli evasori fiscali.
Si tratta di
imbarcarsi in un nuovo capitolo della storia: economico, culturale e
antropologico». In America vediamo con i nostri occhi quanto sia importante il
controllo sulle condotte devianti di chi si sottrae alle regole: l’audizione al
Congresso dell’amministratore delegato di British Petroleum, Tony Hayward, è
severissima e trasmessa da tutte le tv. Dice ancora Papahelas: «Il vecchio
paradigma - quello di uno Stato senza leggi, in cui regnano ruberie e nepotismi
- sta precipitando».
Impunità e
allergia alla cultura del controllo (esercitato da istituzioni e da mezzi
d’informazione) sono radicate anche in Italia, e anche qui la democrazia è
vicina al precipizio. Le innumerevoli leggi varate a protezione di singole
persone o gruppi di persone, l’arroccamento identitario-etnico di regioni a
Nord e a Sud del Paese: questi i mali principali. La stessa proposta di
rivedere l’articolo 41 della Costituzione contiene i germi di un’illusione:
l’illusione che l’economia ripartirà, se solo si possono iniziare attività
senza controlli preventivi. L’illusione che l’eliminazione di tali controlli
sia un bene in sé, anche in Paesi privi di cultura della legalità.
La costruzione
dell’Europa non è estranea alla degradazione dello stato di diritto in numerosi
Paesi membri. Non tanto perché essa ha sottratto agli Stati considerevoli
sovranità (sono sovranità chimeriche, nella mondializzazione) ma perché ha
ritardato l’ora della verità: quella in cui occorre reagire alla crisi di
legittimità con una rifondazione del senso dello Stato, e non con una sua
dissoluzione. Se i politici fanno promesse elettorali non mantenibili, se si
conducono come dirigenti non imputabili, è inevitabile che i cittadini e i
mercati stessi traggano le loro conclusioni non credendo più in nulla: né
nell’Europa, né nei propri Stati, né nei piani di risanamento economico.
Non è un caso che
si moltiplichino in Europa le condanne della legge italiana sulle
intercettazioni (appello dei liberal-democratici del Parlamento europeo,
firmato da Guy Verhofstadt, appello dell’Osce e di Reporter senza frontiere).
Un’informazione e una giustizia imbavagliate o dissuase minano la democrazia.
Reagiscono alla crisi proteggendo il vecchio paradigma dell’avidità senza
briglie. Conservano uno status quo che ha già causato catastrofi nell’economia
e nelle finanze.
L’esplosione della
piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico è stata paragonata a una guerra.
Anche la crisi è una specie di guerra. Se ne può uscire alla maniera di Putin:
rafforzando quello che a Mosca viene chiamato il potere verticale, imbrigliando
giudici e giornalisti, consentendo a mafie e a segreti ricattatori di agire
nell’invisibilità, nell’impunità. Oppure se ne può uscire come l’Europa
democratica del dopoguerra: con istituzioni forti, con uno Stato sociale reinventato,
con la messa in comune delle vecchie sovranità, con un nuovo patto fra
cittadini e autorità pubblica. BARBARA SPINELLI LS 20
Milioni di bambini abusati e malmenati
Fa male appurare
la drammatica situazione dei tanti minori costretti a lavorare o arruolati come
soldati. Negli Stati poveri ma non solo
Giorni orsono ho letto sulla stampa la
seguente notizia: “Sono almeno 215 milioni i bambini sfruttati nel mondo e
costretti a lavorare. Di questi, almeno 115 milioni sono esposti a lavori rischiosi.
I dati sono dell’Organizzazione internazionale del Lavoro. Ieri in Italia
diverse associazioni hanno fatto il punto su un dramma che coinvolge
soprattutto i Paesi in via di sviluppo. Tra le forme peggiori di violenza, lo
sfruttamento sessuale ed i bambini soldato”. Per controllare la veridicità
della notizia, faccio una ricerca su Internet e lo stupore diventa orrore.
Certo, sono al corrente dei tanti drammi e dei soprusi dei quali soffrono i
minorenni; della fame e delle malattie che li uccidono; dell’uso infame che si
fa dei loro organi venduti al migliore offerente; degli abusi sessuali di cui
spesso soffrono, della violenza fisica che subiscono; dell’arruolamento come
soldati. Ho scritto più volte su questo argomento.
A farmi inorridire è l’entità del drammatico
fenomeno, tra l’altro in alcuni Stati in costante aumento: in Asia sono 113,6
milioni i bimbi strumentalizzati; 65 milioni nell’Africa Sub-Sahariana dove,
secondo il rapporto UNICEFF 2004, il 31% di questi ha meno di 14 anni, e il 9%
è impiegato in lavori pericolosi per più di 43 ore la settimana. Statistiche
scandalose, spesso trascurate e prevalenti nel mondo islamico e nelle arcaiche
tribù africane, che parlano di milioni di vittime del lavoro minorile; di 2
milioni, la maggior parte dei quali bambine, torturati nell’industria del sesso
o per il traffico clandestino dei trapianti; delle decine di migliaia di
minorenni intruppati in sètte sataniche che se ne servono per riti imperniati
sul sacrificio e su pratiche sessuali: solo negli Stati Uniti sembra che ogni
anno ne vengano uccisi 50.000.
Si sa anche di 250.000 arruolati come
soldati in 35 Paesi (tra gli altri, Afghanistan, Costa d’Avorio, Iraq,
Filippine, Congo, Somalia, Sri Lanka, Sudan ed Uganda) e costretti a commettere
atrocità: secondo il Rapporto Globale sui bambini soldato del 2008,
trattasi di ragazzini tra i 15 e i 17 anni, ma a volte anche di 10 anni, stante
la tendenza ad un abbassamento dell’età media, nonostante l´adozione pressoché
universale di programmi di “disarmo, smilitarizzazione e reintegrazione”. Che a
volte ottengono risultati positivi: nel 2005 in Costa d'Avorio sono stati
rilasciati 1.200 bambini-soldato; l’accordo concluso nel 2007 nella Repubblica
Centroafricana ne ha liberati circa 400; nel 2009, il Governo del Ciad ha
garantito di fare altrettanto. Casi sporadici ai quali si contrappone la
disumanità di chi, pur di guadagnare, godere o prevalere politicamente, non
rinuncia ad abusare dei più deboli, indifferente al loro pianto e alle
conseguenze fisiche e psicologiche che ne derivano.
Soprusi ai quali si aggiunge lo sfruttamento
dei bambini privati dell'istruzione, della salute e del gioco e costretti a
lavorare anche in attività pericolose: nell’Africa sub sahariana 200.000
rischiano la vita nelle miniere d’oro e di altri minerali; nel Kazakistan i
piccoli braccianti lavorano 12 ore tutti i giorni; nel Kenya, Brasile e
Pakistan rispettivamente 200.000, 550.000 e 264.000 sono picchiati, abusati
sessualmente e sfruttati come camerieri. Una tragedia immane che dilaga sempre
di più ed ovunque, su cui è praticamente impossibile avere dati certi; che
parla di minorenni, maschi e femmine, finiti nel circuito della pedofilia e
della pornografia in videocassette delle quali se ne vendono, in tutto il
mondo, 250 milioni di copie con un giro d’affari di 280 milioni di dollari; o
immolati a Satana, le cui sètte aumentano ovunque; oppure uccisi per prelevarne
gli organi; che coinvolge anche i 143 milioni che muoiono di fame nei Paesi in
via di sviluppo, nonostante le rimesse di denaro inviate dalle Istituzioni
internazionali per sostenerne i bilanci, anche perché, come afferma Stefano
Piziali, responsabile del Cesvi (Cooperazione e Sviluppo, fondato a Bergamo nel
1985) “i finanziamenti che arrivano non sempre sono usati per lo scopo per cui
sono stati erogati”.
Un orrore su scala planetaria che,
purtroppo, coinvolge anche i Paesi occidentali che si definiscono civili e nei
quali è arrivato il Vangelo di Cristo; Stati che invocano solidarietà ma
scivolano facilmente nella crudeltà verso i più deboli; che dedicano tecnica e
scienza all’uomo e al suo benessere, ma perseverano nella perfidia e nello
sfruttamento dei minori. Solo in Italia, secondo l’Istat, sono 500.000 i
bambini tra i 7 e i 14 anni che lavorano (spesso stranieri o in condizioni
svantaggiate), molti dei quali, specialmente se clandestini o figli di zingari,
costretti, con la forza e a volte con mutilazioni, a chiedere l'elemosina e a
consegnare i soldi ai loro familiari. Sono aumentati del 30%, rispetto agli
anni precedenti, pure i casi di abuso sessuale, da parte di parenti o amici di
famiglia, su bimbi di età inferiore ai 5 anni, la maggioranza dei quali di
nazionalità italiana. Senza contare gli aborti!
Alcuni psicologi sostengono che l’infanticidio
e l’abuso dei minori è sempre esistito. Sarà, ma affligge pensare che abbiamo
saputo, attraverso i secoli e almeno nel mondo occidentale, progredire nelle
scienze, nella tecnica e nelle conquiste sociali ma non abbiamo ancora imparato
a dare al fanciullo l’amore e la protezione che gli sono dovuti. Il che
convince a credere che la scristianizzazione ed il relativismo dei tempi
correnti abbia fatto perdere il senso della morale e del rispetto del prossimo,
specialmente del minorenne, “da amare come te stesso”, secondo l’insegnamento
di Gesù, tanto da continuare ad abusarne per ottenere un profitto, economico,
sessuale, militare, familiare, pseudoreligioso o di salute che sia. E far poi
calare la cappa del silenzio su tale dramma.
Egidio Todeschini, de.it.press
"Il miliardario vada a casa". E Bersani già vede le urne
Lo chiama «il
miliardario». Gli dice che è in caduta libera e che racconta balle. Ironizza
pesantemente su Tremonti e sulla Lega. Infine avvisa l’avversario: «Attenti,
siamo un partito di governo provvisoriamente all’opposizione». È la prima
notizia, allora (la seconda è senz’altro l’irrompere di queste maledette
vuvuzelas perfino nei raduni di partito).
La prima notizia -
dicevamo - è che Pier Luigi Bersani comincia forse a sentire un po’ di vento
nelle vele. Sarà magari più per demerito del «miliardario» che per merito suo,
ma fatto sta che quello che si è presentato al «popolo del Pd» radunato nel
Palasport di Roma, è stato un Bersani pimpante e ottimista come da tempo non si
sentiva.
Sarà pure vero,
naturalmente, che tempi e sceneggiatura della manifestazione anti-manovra hanno
risentito di evidenti influssi veltroniani (parla il professore, l’attore, c’è
il filmato, poi il sacerdote...); e mettiamoci pure che un Bersani così irresistibilmente
«antiberlusconiano» non lo immaginava più nessuno (lui che chiarì che «il più
antiberlusconiano non è chi grida, ma chi lo manda a casa»), ecco, mettiamoci
pure questo: la sostanza, però, non cambia. E la sostanza è che, dopo che
Enrico Letta ha evocato il Vietnam, ora è il segretario a metterla giù
veramente dura. E quasi presagisse lo scontro all’orizzonte, avverte che sta
arrivando il tempo di schierarsi. Chiama in causa imprenditori, commentatori,
la «classe dirigente» del Paese. E il monito è duro: «Di fronte a quel che sta
accadendo - fa sapere - berlusconismo e conformismo hanno uguali
responsabilità».
Dicono che Pier
Luigi Bersani si stia convincendo del fatto che le elezioni potrebbero non
essere poi così lontane; che quel «provvisoriamente all’opposizione», insomma,
sia sempre più provvisorio. Qualche giorno fa, l’ha perfino fatto intendere. Il
malessere sociale che cresce, man mano che la manovra diventa più chiara; le
inchieste giudiziarie sulla «cricca» che (dopo Scajola) potrebbero costare il
posto ad altri ministri o sottosegretari; e poi, naturalmente, la guerriglia
che si è scatenata nel partito di maggioranza. Troppe cose segnalano che la
situazione potrebbe finire fuori controllo. E precipitare.
Il fatto che i
toni di Bersani crescano, allora, si può forse spiegare così. Applaudito da una
platea da combattimento, preannuncia al partito una lunga campagna da condurre
fino all’autunno, e chiede ai democratici di tornare tra le gente. Ma
soprattutto mette nel mirino (a volte attaccandolo, altre blandendolo) il
partito che forse considera - allo stesso tempo - oggi l’«anello debole» del
patto di governo e domani - chissà - perfino un possibile, potenziale, alleato.
La Lega.
Raffiche di
critiche alternate ad ironie. Una sorta di filo conduttore (un tempo si sarebbe
detto una linea), perché anche Chiamparino ed Errani avevano puntato l’indice
contro la Lega. Criticando la manovra e i tagli di Tremonti («Nel ministero di
via XX Settembre c’è perfino un supermarket: bell’esempio di equità...»), il
presidente dell’Anci aveva accusato: «La prepotenza centralistica può anche
vincere: ma a perdere non saranno i sindaci, sarà il Paese». E il governatore
dell’Emilia Romagna aveva provocato: «Il grosso dei tagli lo fanno fare a noi: complimenti
signori della Lega, ecco il federalismo. Ma a parte un nuovo ministro, c’è
rimasto qualche federalista nel governo?».
Sventolii e
ovazioni dalla platea, per questo Pd tutto all’attacco. E il più duro è stato
proprio Pier Luigi Bersani. Che prima ha cominciando scherzando: «Con Va’,
pensiero e tifando Paraguay, non si mangia...»), poi ha messo il dito in
dolorose contraddizioni: «Questa Lega - ha accusato - è dura sugli inni e sul
calcio ma poi sulle leggi diventa mollacciona. Sulla legge speciale per la
Protezione civile, per esempio: che non è stata fatta da Roma ladrona ma da
quattro ladroni. E c’è una bella differenza...».
Nella sostanza,
quel che l’adunata romana del Pd sembra aver mostrato, è prima di tutto una
sorta di cambio d’umore. Non è solo che i due attuali e principali terreni di
scontro (i tagli della manovra e i tagli alle intercettazioni) siano
considerati evidentemente favorevoli all’opposizione, è più in generale il
fatto che il Pd - o almeno Bersani - veda moltiplicarsi le difficoltà di
Berlusconi. «Erano tutte balle», dice Bersani annotando la ricomparsa della
«monnezza» a Napoli e descrivendo la parabola della «favola dell’Aquila»,
finita in un pozzo nero fatto di tangenti, cricche e massaggi... Del resto, a
dare ottimismo al Pd, non ci sono solo le difficoltà in cui è precipitata la
maggioranza, c’è la statistica: in epoca di Seconda Repubblica - dal 1994 in
poi - non è mai accaduto che il governo uscente venisse premiato dalle urne. Ed
è alle urne - sperando che non tradiscano la statistica - che Bersani comincia
a guardare. Per farla finita, magari, con quel «provvisoriamente»... FEDERICO
GEREMICCA LS 20
Bossi: "C'è un solo ministro, e sono io". Castelli: "Senza
federalismo ci sarà secessione"
Maltempo
all'happening del Carroccio. Accanto al palco, con la scritta "Fratelli su
libero suol" una statua di Alberto da Giussano. Il sottosegretario alle
Infrastrutture: "E' la Lega che tiene unito lo Stato"
PONTIDA - Quello
di Umberto Bossi era il discorso più atteso al raduno del Carroccio. "C'è
un solo ministro per il federalismo e sono io", ha detto il Senatur
aprendo il comizio a Pontida. Il riferimento è naturalmente alla nomina di Aldo
Brancher a ministro per l'attuazione del federalismo. "Per la riforma - ha
detto il capo leghista - la coppia è sempre quella, io e Calderoli. Con
Brancher non è cambiato nulla, si è passati dal federalismo al
decentramento".
Il tono è pacato,
tranne nei momenti in cui partono gli slogan. Bossi continua a ripetere:
libertà, libertà. Parla di Roma, del potere "accentrato",
dell'importanza della Lega. Dice di aver scelto "la strada pacifica e non
quella del fucile", pur consapevole che "molti di voi sono disposti a
battersi". Chiede che alcuni ministeri si spostino da Roma. Promette
infine che "finché la Padania non sarà libera la lotta non cesserà".
Sul palco, prima
di lui, davanti al pratone infangato dalla pioggia battente, era salito Roberto
Castelli. "Se non ci sarà il federalismo, ci potrà essere solo la
secessione, non perché lo chiederà la Lega, ma perché lo chiederà tutto il
nord", ha detto il sottosegretario alle Infrastrutture accogliendo i
militanti leghisti arrivati a Pontida sotto la pioggia (VIDEO 2). "Oggi -
ha detto Castelli - è la Lega che tiene unito lo Stato, altro che volerlo
disgregare".
L'ambiente,
nonostante il maltempo, è quello di 'sempre'. Bancarelle con gadget leghisti,
magliette con le scritte delle regioni, il profumo padano, gli indumenti intimi
con la scritta 'Padania Libera', i distintivi, i cd e i libri sulla storia
della Padania della Lega contro il Barbarossa o ovviamente di Umberto Bossi 3.
Il raduno di Pontida, arrivato all'edizione numero 26 in vent'anni, è iniziato
con l'esecuzione del 'Va, pensiero' sotto una pioggia battente e con una
temperatura al di sotto della media stagionale.
Forse per il
freddo, forse per la pioggia, ma sul 'sacro prato' - duecento metri per
quattrocento - non sono arrivate le decine di migliaia di persone che gli
organizzatori aspettavano. "Non sarà certo l'acqua a fermare i circa
duecento pullman" scriveva oggi il quotidiano di partito La Padania. Ma
secondo il dato diffuso dall'organizzazione di persone, oggi a Pontida, ne sono
arrivate 50 mila. I pullman e le macchine sono stati bloccati sulle strade dal
maltempo.
Accanto al palco,
con la scritta "Fratelli su libero suol" per la prima volta è stata
installata una statua alta 10 metri di Alberto da Giussano. Sul pratone sono
arrivati anche i trattori dei produttori di latte e se da sempre Umberto Bossi
domina sulle magliette in vendita al pratone di Pontida, da quest'anno anche il
figlio Renzo, che ormai si è guadagnato il soprannome il 'trota', può vantare
una sua t-shirt celebrativa. Una sua caricatura che lo raffigura come un buffo
pesciolino verde e riccioluto campeggia infatti su una maglietta bianca con la
scritta 'Il trota'. L'idea della t-shirt è venuta a quelli della Padania
calcio, di cui il giovane Bossi e team manager. Il ricavato delle vendite (una
maglietta costa 10 euro), spiegano alla bancarella, sarà devoluto in beneficenza
per il reparto di onco-ematologia pediatrica dell'ospedale di Brescia. LR 20
Una Pontida amara per Bossi: «Sono ministro federalismo»
Poteva essere la
Pontida più festosa di questi vent'anni, col Carroccio alla guida di Piemonte e
Veneto e capace di mietere sempre più consensi anche nelle regioni rosse (oltre
3mila i militanti in arrivo dall'Emilia Romagna). Poteva essere la Pontida più
trionfalista, quella di oggi sul pratone del bergamasco. Con Bossi sempre più
centrale in un governo malfermo, sempre più ago della bilancia anche in
partite, come quella sulle intercettazioni, che interessano poco o nulla il
popolo leghista. E invece così non è. E non solo per la pioggia che ha già
trasformato il pratone in un “pantano”, come ammettono sconsolati i primi
arrivati. O almeno, sarà una Pontida trionfalista solo a prima vista, nelle
consuete coreografie, nella statua di dieci metri dell'Alberto da Giussano che
campeggerà a destra del palco, nelle prevedibili ovazioni per Cota e Zaia, i
due trionfatori delle ultime regionali, nel tradizionale tripudio per il Capo
che, in vent'anni, da quella cravatta sgarrupata davanti a poche migliaia di
fans, ha fatto fare parecchia strada al suo movimento.
Ma il succo
politico di questo ventennale rischia di essere pericolosamente diverso dalla
facciata. Perché la manovra dell'amico Tremonti, con tutti quei tagli a Regioni
e Comuni, ha complicato e di molto il cammino del federalismo. Fino quasi a
sotterrarlo, come ha detto persino Formigoni. E allora a Bossi, nel suo
discorso tocca ancora una volta fare la voce grossa con gli alleati e con il
suo stesso governo («C'è un solo ministro per il federalismo e sono io»: lo ha
detto Umberto Bossi aprendo il comizio a Pontida, precisando che non è vero che
gli sono state tolte le deleghe con la nomina di Aldo Brancher a ministro per
l'attuazione del federalismo. «Per il federalismo - ha aggiunto - la coppia è
sempre quella, io e Calderoli. Con Aldo Brancher non è cambiato nulla, si è
passati dal federalismo al decentramento»). Per chiedere tempi certi per i
decreti attuativi del federalismo, quelli più succosi, che riguardano
l'autonomia fiscale di Regioni ed enti locali e i famosi costi standard, quelli
che dovrebbero abbattere gli sprechi. “Li faremo entro giugno”, ha assicurato
giorni fa Calderoli. Ora nel Carroccio già si parla di metà luglio, e intanto
venerdì il Consiglio dei ministri è stato costretto a varare uno dei decreti su
Roma Capitale, uno di quei capitoli della legge sul federalismo fiscale che la
Lega non riteneva certo una priorità. Anzi, un altro “dazio”, sussurrano i
leghisti, verso l'odiata Roma. E Marco Formentini, già sindaco di Milano e
celebrante commosso delle seconde nozze del Senatur, gira il coltello nella
piaga: “Il federalismo è ancora la bella copertina di un libro che forse non si
scriverà mai...”.
Oltre ai tempi
certi, Bossi chiede correzioni alla manovra, per salvare dal massacro dei tagli
Regioni e Comuni virtuosi. Una richiesta che, visti i conti pubblici, pare
destinata a restare solo un grido di dolore. Anche la nomina di Aldo Brancher a
ministro per il Federalismo, pur salutata dalla Padania, non è un gran
colpaccio. Primo perché si è preso proprio le deleghe di Bossi, secondo perché
si traduce in una poltrona in più, insomma uno spreco. Una Pontida di crisi,
dunque. Anche le intercettazioni, tema in cui negli ultimi giorni Bossi si è
infilato fino al collo, rischiano di complicare il clima. “Finiranno a settembre,
o forse in un vicolo cieco, quel ddl è inapplicabile”, spiega un giovane
dirigente. Bossi non vuole sentire parlare di voto anticipato fino alla
primavera 2011, quando anche l'ultimo decreto sul federalismo sarà approvato. E
per questo suggerisce prudenza al premier, fino a ipotizzare una lenta agonia
per il contestato ddl. Ma il Cavaliere non sembra rassegnarsi. E allora tra
conti in rosso e governo da tenere in piedi a tutti i costi almeno per un altro
anno, il sentiero per Bossi si fa stretto. Con un paradosso: ormai la Lega
conta troppo e questa forza la ingabbia, la obbliga a una prudenza che non le
appartiene. Come dimostra anche la decisione sulla partita: niente maxischermi
oggi a Pontida, per non dare adito a invettive contro gli azzurri. Libertà di
coscienza è la parola d'ordine. “La partita? Quale?”, scherza un dirigente
appena arrivato a Pontida. E un altro: “A me piace il bel calcio e quelli
giocano male”. Andrea Carugati L’U 20
A Pomigliano comincia l'epoca dopo Cristo
Tra le tante dichiarazioni
fatte da Marchionne in questi giorni ce n'è una che è d'una chiarezza
disarmante ed anche sconcertante: "Io vivo nell'epoca dopo Cristo; tutto
ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa".
Il dopo Cristo per
l'amministratore delegato della Fiat comincia evidentemente con la
globalizzazione della finanza, delle merci e del lavoro. È un'epoca che ha
accentuato e radicalizzato la legge dei vasi comunicanti.
Le grandezze
economiche, come ovviamente per i liquidi, tendono a raggiungere lo stesso
livello. Si livellano i rendimenti del capitale, i rapporti tra benessere e
povertà, la produttività del lavoro e, naturalmente i salari.
I salari dei Paesi
emergenti sono ancora molto bassi; dovranno gradualmente aumentare ma lo faranno
lentamente. I livelli dei salari nei paesi opulenti e di antica civiltà
industriale sono molto alti, ma tenderanno a diminuire e questo fenomeno
avverrà invece con notevole rapidità per consentire alle imprese manifatturiere
di vendere le loro merci sui mercati mondiali a prezzi competitivi.
In questo schema
già operante va collocata la vicenda di Pomigliano. Se la Fiat trasferisce la
produzione di uno dei suo modelli da una fabbrica dove i salari e le condizioni
del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica dove sono
invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le condizioni
tenderanno a livellarsi, oppure non si farà.
Questo
è il dopo Cristo
di Marchionne; non si tratta di ricatto ma di dati di fatto e con i dati di
fatto è inutile polemizzare. I sindacati che hanno firmato l'accordo proposto
dalla Fiat ritengono che si tratti d'un evento eccezionale e non più
ripetibile. La stessa posizione l'hanno fatta propria molte delle parti
interessate alla vicenda di Pomigliano, compresa una parte dell'opposizione
parlamentare: passi per Pomigliano purché non si ripeta.
Errore. La legge
dei vasi comunicanti ha carattere generale e quindi il livellamento salariale e
delle condizioni di lavoro si ripeterà. Molte imprese in difficoltà,
specialmente nel Nordest, nelle Marche, in Puglia e in tutto il Mezzogiorno,
metteranno i loro dipendenti di fronte allo stesso dilemma che riguarda per ora
i 5000 dipendenti Fiat di Pomigliano. Dichiareranno che in caso di risposta
negativa saranno costrette a de-localizzare la produzione in siti più
convenienti. Pomigliano cioè è l'apripista d'un movimento generale e non sarà
né la Fiom né Bonanni che potrà fermarlo.
Chi pensa di
fermare l'alta marea costruendo un muro che blocchi l'oceano non ha capito
niente di quanto sta avvenendo nel mondo. Nello stesso modo non ha capito
niente chi ritiene di bloccare la massa di migranti che abbandona i luoghi
della povertà e preme per fare ingresso nei luoghi dell'opulenza. Quel tipo di
muri può reggere qualche mese o qualche anno ma poi si sbriciolerà e il
livellamento procederà.
Allora non si può
far niente? Bisogna rassegnarsi al livellamento verso il basso del benessere
delle zone ricche del mondo?
Qualche cosa si
può e si deve fare. Ma occorre molta lucidità e molto coraggio. I Paesi
opulenti, al loro interno, non sono affatto livellati per quanto riguarda la
diffusione del benessere. Ci sono, nelle zone ricche del mondo, sacche di
povertà impressionanti e diseguaglianze mai verificatesi prima con questa
intensità. Voglio dire che la legge dei vasi comunicanti deve entrare in
funzione dovunque e spetta alla politica rimuovere gli impedimenti che la
bloccano. Perciò i sindacati e le forze di opposizione debbono spostare
l'obiettivo. Le categorie svantaggiate e costrette a rinunciare ad una parte
delle conquiste raggiunte nell'epoca "prima di Cristo" debbono
recuperarle su altri piani e in altre forme nell'epoca del "dopo
Cristo". Debbono cioè impostare un piano globale di redistribuzione del
reddito da chi più ha a chi meno ha.
Lo spostamento può
avvenire in vari modi, manovrando soprattutto il fisco (ma non soltanto);
sgravando il peso fiscale sui redditi di lavoro dipendente e sulle famiglie e
finanziando la redistribuzione con maggior carico tributario sulle rendite, sui
patrimoni e sui consumi opulenti.
Un piano di questo
genere non può essere considerato un progetto dettato dall'emergenza poiché non
di emergenza si tratta, bensì di un movimento, appunto, epocale. E per gestire
un progetto del genere è necessario ripristinare quel metodo della
concertazione tra le parti sociali e il governo che diede ottimi frutti tra il
1993 e il 2007, consentendo di abbattere l'inflazione, far scendere i
rendimenti dei titoli pubblici e il disavanzo delle partite correnti.
Ci vuole insomma
una politica a lungo raggio che rafforzi la coesione sociale, diminuisca le
diseguaglianze, renda sopportabile il livellamento delle condizioni di lavoro
compensando quei sacrifici con agevolazioni massicce anche in tema di servizi
pubblici efficienti e gratuiti, finanziati da chi possiede mezzi in abbondanza.
Questa è a nostro
avviso la linea da seguire, "buscando el levante por el ponente",
cioè mettendo a carico della società opulenta una parte dei sacrifici che la
guerra tra poveri scarica sui deboli di casa nostra.
C'è un filo
diretto che lega queste riflessioni suscitate da quanto sta accadendo a
Pomigliano con la politica deflazionistica imboccata dall'Eurozona sotto la
guida della Germania. Questa politica, sulla quale ci siamo intrattenuti varie
volte, arriverà domani all'esame del G8 e del G20 appositamente convocati. Il
presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha lanciato un messaggio ai capi di
Stato dell'Eurozona affinché affianchino alla manovra di stabilizzazione dei
rispettivi debiti una politica che sostenga i redditi e la crescita. Un secondo
l'ha lanciato alla Cina affinché proceda ad una rivalutazione della propria
moneta rispetto al dollaro per accrescere le importazioni e per tale via
sostenga la domanda globale.
La Cina ha già
risposto positivamente; l'Europa e la Germania finora sembrano voler persistere
nella politica di deflazione. Questa posizione è semplicemente insensata.
Dal canto suo il
segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, ha posto ieri ai paesi dell'Eurozona
le seguenti domande: "Il mondo intero è destinato a sprofondare a causa
dei problemi dell'Eurozona in una recessione che rischia di essere recidiva?
Può la ripresa dei mercati emergenti bilanciare i cali che si verificano
altrove? Stiamo finalmente emergendo come i sopravvissuti a un uragano, per
valutare l'entità del danno e i bisogni dei nostri vicini? Oppure ci troviamo
piuttosto nell'occhio del ciclone?" (La Stampa del 19 scorso).
Non si può esser
più chiari di così. E anche qui il tema si risolve attraverso un grande
programma di redistribuzione delle risorse tra paesi e tra classi all'interno
dei paesi. Non c'è altro mezzo per equilibrare libertà ed eguaglianza, la
necessaria crudeltà della libera concorrenza e la coesione sociale che si
proponga il bene comune.
Su questi
argomenti di capitale importanza il governo italiano tace, la sua afasia è
totale. Tiene invece banco la modifica costituzionale dell'articolo 41 della
nostra Costituzione.
Quell'articolo,
che fu voluto da Luigi Einaudi e da Taviani, proclama la piena libertà di
impresa purché non crei danni sociali. Questa dizione non piace a Berlusconi e
a Tremonti. Di qui la proposta di modificarla sostituendola con la libertà
totale, anche nel settore delle costruzioni e dell'urbanistica, in modo che si
aggiungerà scempio a scempio nel paese dell'abusivismo di massa.
Snellire le
procedure burocratiche è un obiettivo sacrosanto, più volte preannunciato e
finora mai attuato. Si può e si deve fare con provvedimenti di ordinaria
amministrazione. Mettere in Costituzione l'abolizione di ogni regola rinviando
i controlli ad una fase successiva è semplicemente una bestemmia costituzionale
che svela l'intento di stravolgere l'architettura democratica del patto sociale.
Eguale
chiacchiericcio del tutto inutile lo ritroviamo nella proposta italiana
all'Unione europea di valutare i debiti pubblici aggiungendo ad essi la
consistenza dei debiti privati. La Commissione di Bruxelles ha accolto la
proposta: non costa nulla e il nostro governo l'ha sbandierata come un grande
successo. Nessuno ha fatto osservare che il debito pubblico è la sola grandezza
che determina il fabbisogno, gli oneri da pagare e il disavanzo che ne risulta.
Siamo ancora tutti
nell'occhio del ciclone e il nostro governo inganna il tempo con annunci
inutili che servono soltanto a gettar fumo negli occhi degli sprovveduti.
EUGENIO SCALFARI LR
20
L’on. Garavini: “Diamo all’Italia una legge sulla cittadinanza moderna, al
passo coi tempi”
Roma - “È ormai
improrogabile un’ampia riforma delle norme di riacquisto e riconoscimento della
cittadinanza, tema assai sentito tra le nostre comunità all’estero”. Questa la
sintesi del messaggio inviato da Laura Garavini, parlamentare eletta nella
ripartizione Europa, ai partecipanti al convegno “Alla ricerca delle radici:
emigrazione, discendenza, cittadinanza”, che ha riunito studiosi, politici e
rappresentanti delle istituzioni in un dibattito sull’argomento
dell’emigrazione e della normativa in materia di cittadinanza italiana presso
l’Università della Sapienza di Roma.
La deputata
democratica ha giudicato come “insoddisfacente” il testo unificato in materia
di cittadinanza attualmente fermo in Commissione Affari costituzionali visto
che “ignora completamente i diritti dei molti cittadini residenti nel mondo che
chiedono la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza
italiana. Si tratta di residenti all’estero”, ha spiegato, “che nel corso degli
anni, per riuscire a trovare un lavoro nel Paese di residenza, hanno dovuto
rinunciare alla cittadinanza italiana, spesso con scelte molto dolorose, a
causa di norme locali che vietavano la doppia cittadinanza”.
Per la Garavini è
dunque “urgente affrontare questi temi con determinatezza, dando al nostro
Paese una legislazione sulla cittadinanza moderna, al passo coi tempi. Una
legislazione che coniughi jus sanguinis e jus soli, affermando i diritti di
quei bambini, figli di genitori stranieri, nati in Italia o arrivati in tenera
età nel nostro Paese che vivono, vanno a scuola, crescono con i nostri figli, e
le giuste rivendicazioni di quei cittadini che in passato si sono visti
costretti a rinunciare alla cittadinanza italiana nonostante i forti legami che
trattengono tuttora con la loro terra di origine, la sua cultura, la sua lingua
e le sue tradizioni”.
“Mi auguro”, ha
concluso la Garavini, “che riusciremo a migliorare questo testo con gli sforzi
congiunti di tutte le forze che credono in una visione della cittadinanza
basata sui principi della democrazia e della solidarietà: diamo finalmente al
nostro Paese una legge moderna, più giusta, più adatta alla realtà del terzo
millennio, più utile all’interesse dell’Italia”. De.it.press
Bene le nuove norme ma più controlli. Autocertificati (e responsabili)
Dio benedica
l’autocertificazione. In un Paese come il nostro dove il Censis è arrivato a
contare in un anno 233 scadenze fiscali e amministrative e la macchina
burocratica si è spinta a chiedere 71 adempimenti per l’apertura d’una
trattoria o 23 firme per piantare una bricola in Laguna, il grimaldello della
dichiarazione firmata che sostituisce un mucchio di carte può essere davvero
indispensabile. Ed è naturale che il governo, nel tentativo di dare ossigeno
all’economia, pensi di dare ancora più spazio a questo strumento per
incentivare la nascita di nuove imprese.
Sbaglierebbe
l’opposizione a mettersi di traverso, facendo della rigidità dei paletti
burocratici (che a volte non garantiscono affatto il rispetto delle regole ma
solo la sopraffazione ottusa dei timbri) un fortilizio da difendere come
l’ultima ridotta. E così, reso omaggio alla Costituzione, non ha forse senso
erigere barricate intorno alla sacralità intangibile di certi passaggi
dell’art. 41, letti a torto o a ragione solo per giustificare spesso lacci e
lacciuoli.
Detto questo, ogni
grimaldello può essere usato bene oppure male. Può salvare la vita a chi è
intrappolato o consentire al ladro di scardinare una saracinesca. E allargare
ulteriormente l’autocertificazione senza introdurre dei contrappesi potrebbe
essere, in un Paese come il nostro, devastante. Le cronache di questi anni
fanno rizzare i capelli. Seicentosei studenti della Sapienza smascherati (su un
campione di soli 4000) perché si dichiaravano poveri rubando le borse di studio
ai poveri veri. Settantatré palazzine abusive a Casalnuovo vendute dal notaio
in base a un’autocertificazione falsa secondo cui tutto era a posto per il
condono. Cento per cento dei posti in graduatoria nelle «materne»
dell’Agrigentino assegnati grazie alla legge 104 e ai documenti di maestre che
giuravano di assistere parenti invalidi.
E poi parlamentari
come il senatore Nicola Di Girolamo eletti grazie a una falsa dichiarazione di
residenza all’estero. E migliaia di «buoni-bebè» (solo a Voghera erano
truffaldine 354 pratiche su 430) distribuiti a immigrati «finti italiani » che
per legge, giusta o sbagliata che fosse, non ne avevano diritto. E decine di
migliaia di finti nullatenenti dalla Val d’Aosta alla Calabria esenti dal
ticket sanitario. E 321 «comunali » napoletani (seguiti da altre decine e
decine a Taranto) denunciati perché si erano aumentati lo stipendio
autocertificando di avere a carico zie, nonni, cugini e consuocere. E 96
tassisti romani con licenza nonostante la fedina non candida. Per non dire
dell’impennata (da 4 a 70 milioni di euro) dei soldi spesi per il gratuito
patrocinio a chi dichiara meno di 9.296 euro, compresi boss mafiosi e un
immobiliarista che ha avuto dallo Stato l’avvocato gratis 152 volte. O delle
centinaia di militari processati perché assunti (e c’è chi passò poi ai
carabinieri!) a dispetto dei precedenti penali. Condannati a pene lievi e quasi
sempre rimasti in servizio.
Ben vengano dunque
le nuove norme. Ma guai se non venissero abbinate a controlli più seri e a una
mano più ferma contro gli imbroglioni. Chi dichiara il falso, oggi, rischia
pochissimo: da 20 giorni a un massimo di due anni con la condizionale, ma male
che vada in cinque anni cade tutto in prescrizione. E i «furbetti del
certificativo », purtroppo, lo sanno. Gian Antonio Stella CdS 20
Mozzarelle blu dalla Germania, la Procura indaga. La rabbia dei
consumatori: "Pene più severe"
Il procuratore
della Repubblica, Raffaele Guariniello, ha aperto un'inchiesta sul maxi
sequestro di 70.000 mozzarelle che diventano blu all'apertura della confezione.
E chiede al ministero della Salute di stringere i tempi. Le associazioni:
"Regole, verifiche, controlli e sanzioni anche fino al carcere"
ROMA -Si stringono
i tempi sul caso della mozzarella blu 1. Il procuratore della Repubblica di
Torino, Raffaele Guariniello, che ieri ha aperto un'inchiesta sul maxi
sequestro di 70.000 confezioni del prodotto che cambia colore all'apertura
della confezione, ha già contattato il ministero della Salute chiedendo
collaborazione.
La richiesta di
Guariniello. Un fronte comune che dovrebbe affrettare i tempi, generalmente
molto lunghi, della richiesta di rogatoria internazionale. Guariniello ha
chiesto al ministero di intervenire sul suo omologo in Germania affinché chieda
all'autorità giudiziaria tedesca di concedere alla magistratura italiana di
fare un sopralluogo nell'azienda dove sono state prodotte le mozzarelle
contaminate, la ditta tedesca Milchwerk Jäger.
La rabbia dei
consumatori. Nel frattempo si muovono anche le associazioni dei consumatori.
Con l'Aduc che critica il sistema del controlli. "La scoperta delle
mozzarelle blu è stata fatta da una consumatrice e non dalle strutture
sanitarie e di controllo italiane o europee, il che lascia qualche dubbio sulla
capacità delle autorità pubbliche di prevenire fenomeni di adulterazione
alimentare. Insomma: che cosa mangiamo, ogni giorno, che non dovremmo?".
"Controlli
più severi, pene più dure". La Federconsumatori, invece, invoca
"norme, regole, verifiche, controlli e pene più stringenti" in questo
settore. "Quello che chiediamo - commenta il presidente Rosario Trefiletti
- è che ogni prodotto alimentare abbia in etichetta l'informazione d'origine
del prodotto fondamentale. Che vi sia una chiara e completa tracciabilità di
tutto l'iter di produzione, che vi siano verifiche e controlli adeguati. E'
fondamentale che chi produce e smercia prodotti adulterati o sofisticati non
riceva solo sanzioni amministrative ma, oltre al ritiro della licenza a
produrre e a commercializzare, conosca anche la galera".
I produttori:
"L'inganno del falso made in Italy". Dai consumatori ai produttori
italiani, che denunciano l'inganno del falso made in Italy. "Circa la metà
della spesa degli italiani è anonima con l'acquisto di prodotti per i quali non
è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza e quindi con la possibilità
concreta che vengano spacciati come 'italiani' dei prodotti importati a rischio
frodi", afferma la Coldiretti, che sottolinea come l'importazione di
mozzarella "blu" dalla Germania sia solo "la punta di un iceberg
di traffici alle frontiere, spesso fondati sulla mancanza di trasparenza, che
favoriscono anche le contraffazioni". LR 20
Immigrazione. La speranza condivisa. In uno spazio tra i Paesi del Sud
Mediterraneo
Uomini e donne in
fuga dall'Africa sub-sahariana che mostrano sui telefonini, a riprova delle
loro sofferenze, foto degli amici morti durante le traversate nel deserto,
costretti ad abbandonarli lì, senza sepoltura. Donne che raccontano storie di
abusi, di gravidanze difficili da accettare perché frutto di violenze da parte
delle forze dell'ordine o all'interno della propria comunità. Migranti
africani, iracheni o armeni, che trovano, anche nei Paesi della sponda sud del
Mediterraneo, scarsi o inesistenti diritti dovuti alla situazione di
irregolarità, e un diffuso inasprimento delle leggi nei loro confronti. È il
quadro che emerge ascoltando le testimonianze degli operatori delle Caritas
della sponda Sud del Mediterraneo (Turchia, Libia, Tunisia, Algeria, Malta,
Marocco, Libano), intervenuti al "Migramed Forum", in corso dal 16 al
18 giugno a Valderice (Trapani), per iniziativa di Caritas italiana e della
delegazione regionale delle Caritas della Sicilia. Insieme a Caritas
Internationalis e Caritas Europa hanno anche lanciato un appello perché
"lo spazio mediterraneo sia luogo d'incontro, per la promozione di
pratiche di dialogo e di scambio tra i popoli, strumento di arricchimento reciproco
sui versanti culturale e spirituale, oltre che economico e sociale" e
ribadito l'impegno a tutela dei cittadini migranti, richiedenti asilo,
rifugiati e vittime della tratta, anche in vista della Giornata mondiale del
rifugiato che si celebra il 20 giugno.
L'impegno delle
Caritas del Mediterraneo. Le Caritas, ispirate dall'enciclica Caritas in
veritate si sono impegnate, in particolare, a "monitorare l'andamento dei
flussi migratori nell'area del Mediterraneo relativamente a cittadini
immigrati, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tratta; scambiarsi
informazioni circa la loro situazione nei singoli Paesi; promuovere momenti di
confronto con le istituzioni locali, nazionali e internazionali per rafforzare,
nell'interesse di tutti, la collaborazione sul fronte della mobilità umana;
promuovere azioni congiunte per sensibilizzare la società civile sui temi delle
migrazioni e i fenomeni connessi; contribuire a promuovere una cultura del
rispetto e della tutela dei diritti umani, con particolare riferimento ai
migranti, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tratta".
In Libia. Padre
Alan Arcebeche, direttore di Caritas Libia, racconta di aver assistito 7.500
migranti in ambito sanitario, dando accoglienza e altre forme di aiuto nella
chiesa S.Francesco di Tripoli. Ottengono, inoltre, dalle autorità, permessi
speciali per organizzare preghiere cristiane in 8 carceri libiche, coinvolgendo
gruppi di circa 250 persone. Inoltre, prosegue, hanno potuto dare sepoltura
cristiana a 35 migranti, cosa non facile "perché a Tripoli non ci sono
cimiteri cristiani. Dobbiamo andare in un villaggio a 350 km: grazie alla
comunità italiana è di nuovo utilizzabile il cimitero". Padre Arcebeche
cita alcuni dati: "Più di 60 barconi, con una media di 25/30 persone che
pagano dai 600 ai 1.200 dollari a testa, sono partiti dal febbraio 2008 da
Zuwarah, Tripoli e Bengasi".
In Algeria e
Turchia. Situazione "molto rischiosa" anche in Algeria, dove è stata
approvata di recente "una legge che prevede l'arresto fino a 6 mesi per i
migranti senza documenti e per chi li aiuta ad entrare o uscire dal Paese,
algerini compresi", spiega padre Cesare Baldi, direttore di Caritas
Algeria. Si prefigura per gli operatori, "il rischio di un reato di
solidarietà", mentre "parecchie migliaia di migranti dal Mali e dal
Niger vengono intercettati e respinti". Anche in Turchia è quasi
impossibile avere il riconoscimento dello status di rifugiato ma vi sono più di
20.000 profughi irregolari, tra cui 10.000 iracheni e moltissimi armeni. "Non
hanno nessun aiuto, non possono frequentare la scuola, e devono pagare ogni 6
mesi una tassa di soggiorno di circa 300 euro - dice Rinaldo Marmara, di
Caritas Turchia -. Nei centri sono come in prigione, senza diritti".
Siccome la Chiesa in Turchia non può avere personalità giuridica, la Caritas
offre assistenza tra difficoltà. Perciò Marmara si dice favorevole ad una sorta
di "commissione che possa agire a livello europeo facendo pressione sui
singoli Stati".
In Marocco e
Tunisia. In Marocco, invece, diventato negli ultimi anni anche Paese di
immigrazione, "i migranti vengono tollerati", precisa Pieter Van
Aken, di Caritas Marocco, anche se il governo "non è in grado di dare lo
status di rifugiato. I migranti non hanno la carta di residenza, né l'accesso
ai servizi sociali e sanitari". In Tunisia, aggiunge Namil Baek, di
Caritas Tunisia, "le autorità sono molto più pazienti, anche se per gli
irregolari è difficile trovare lavoro o anche solo prendere la patente. Noi
assistiamo soprattutto gli ex studenti africani, che hanno finito i soldi delle
borse di studio e diventano irregolari, e le famiglie algerine povere. Li
aiutiamo a pagare l'affitto, le rette per la scuola o il latte per i bambini e
forniamo assistenza sanitaria". Tutti gli operatori sottolineano la
necessità di dare priorità all'assistenza alle donne, la maggior parte vittima
di abusi e violenze sessuali, e ai bambini. Patrizia Caiffa, Sir
Giovani italiani a Londra. In aumento gli arrivi
“Ma questa è
un’invasione!” mi fa un impiegato inglese solitamente così serio e rituale allo
sportello della vicina banca Barclays. Parla dell’arrembaggio dei nostri
giovani italiani a Londra da un certo tempo in qua...
Evidentemente,
nella città più popolosa e multiculturale d’Europa essi arrivano e scompaiono
facilmente, mentre il loro accento si polverizza tra le 300 lingue che qui si
parlano. Tuttavia il fenomeno si è ingrossato ultimamente e si rende visibile. È
un cattivo sintomo per il nostro Paese, commenta qualcuno. La nostra è
diventata per moltissimi giovani una terra senza speranza, senza prospettive e
dalle rare opportunità. Per il nostro popolo - da sempre ottimista e ambizioso
– è questo, in fondo, un vero handicap.
Sono giovani
laureati o diplomati, ragazze forse più dei ragazzi, ventenni e più...
Sbarcano, si propongono di rimanere qualche mese, qualche anno, senza precise
scadenze. L’attrazione prima è la
lingua, vero passaporto per il mondo. Poi, in realtà, si agita sempre quel
“sogno di Londra” così attraente anni fa come un’illusione collettiva per un
modus vivendi più funzionale, con meno burocrazia, il clima di una società
aperta e liberale, la complicità con tanti altri giovani.
E, infine -
aspetto nuovo in loro - la disponibilità ad ogni tipo di lavoro: la psicologa
si fa baby sitter, il laureato cameriere... e spesso seguono contemporaneamente
qualche corso all’università. Si parte dal basso. Quasi riscoprendo dei geni
ereditari della cultura italiana: una straordinaria capacità di adattamento, un
grande senso di universalità e apertura al mondo. Naturalmente, quando il
campanile paesano non prende il sopravvento! E così vanno all’estero - go
abroad – letteralmente, vanno al largo, come si esprime una lingua che sa di
mare come quella inglese.
È la stessa logica
che accompagnava qui i primi migranti italiani di fine ‘700, grandi
viaggiatori, artisti o commercianti: il senso del cosmopolitismo. Rispolverato
oggi, semmai, con il valore europeistico e quel curioso timbro di estraneità
che si respira appena si passa la Manica.
Le difficoltà,
tuttavia, non mancano. È la solitudine di una metropoli, la dispersione, i
ritmi a volte duri di lavoro, la difficoltà abitativa, la droga, la perdita di
punti di riferimenti... Ciononostante, il vivere in una società pragmatica e funzionale,
dove non c’è tabù comportamentale o vestimentario, dà la percezione di
crescere al senso del mondo. Attraverso la lingua, lo stile di vita, la vivace
dimensione multiculturale, insieme a stimoli culturali di ogni genere, nasce la
precisa sensazione di essere usciti dal nido.
Si vive, allora,
quel senso di provare e di provarsi. È il senso di una vita da combattere,
uscendo dal contesto abituale, dal clima affettivo ristretto e vissuto in
Italia. Si affronta il mondo. I modelli di vita ereditati di consumo e di riuscita
si confrontano con la ristrettezza di mezzi economici, con la scuola della
concretezza e del vivere in mezzo alla complessità. Come migliaia di migranti
italiani venuti nell’ultimo secolo i giovani imparano che l’emigrazione è una
lotta e una danza, qualcosa di duro e di bello insieme da vivere.
La fede si fa,
allora, ricerca di senso religioso più profondo, spesso avvertito più
fortemente che in Italia. Si impone come necessità di essere positivi,
nonostante le disillusioni e le tante sconfitte. La fede si fa impegno nel mettercela tutta di
fronte alle difficoltà e diventa spesso un motore. La vita, così, è challenge,
una sfida da giocare a fondo.
È una lezione vera
che stanno imparando. Educarsi alla mobilità, a uscire dai ghetti e dalle
sicurezze circoscritte, che non permettono di respirare l’interculturalità e la
diversità sociale di oggi. Evitare, allora, il rischio di diventare autoreferenziali, per aprirsi a
una società di tutte le razze e culture dove la diversità non fa più paura, ma
è contesto quotidiano.
Così, alla fine
della loro parabola all’estero, Sandro e Anna, due giovani architetti,
rientrano in Italia per sposarsi e restarvi. Sono passati quattro anni
intensamente vissuti a Londra, lavorando con un architetto coreano, uno
indiano, un inglese e un ultimo pakistano: un team internazionale investito in
grandi progetti in India. Esperienza formidabile, ti dicono entusiasti mentre
brilla loro lo sguardo, ma sarà presa in conto? Difficile immaginarsi il loro
futuro in Italia. Capisci, allora, che i giovani si attendono un’altra Italia:
aperta, dinamica, tollerante e partecipativa. Sarà quella di domani?
Renato Zilio, direttore
Voce degli Italiani (de.it.press)
Case dei migranti. Alla Commissione Finanze del Senato il disegno di legge
per l’esenzione dell’Ici
ROMA - È stato assegnato alla Commissione Finanze
del Senato il disegno di legge presentato dal senatore Gianpiero D’Alia
(Udc-Maie) "Modifiche all'articolo 1 del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93,
convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126, in materia
di esenzione del pagamento dell'ICI in favore delle unità immobiliari possedute
dai cittadini italiani iscritti all'anagrafe degli italiani residenti
all'estero". Il testo inizierà l’iter dalla sede referente per poi essere
sottoposto si pareri delle Commissioni Affari Costituzionali, Affari Esteri e
Bilancio.
Nella
presentazione del testo, il senatore ha ricordato che "sono numerosi gli
italiani che per scelta o, più spesso, per necessità vanno all’estero per
ragioni di lavoro. Lasciano la loro casa di proprietà in Italia e sovente sono
costretti a pagare l’affitto là ove risiedono. Tuttavia con grandi sacrifici
mantengono questo bene per utilizzarlo solo pochi giorni festivi l’anno, quando
è loro permesso ricongiungersi alla propria famiglia e alla propria comunità
d’origine. Alcuni di essi, lontani da anni, investono i risparmi proprio per
acquistare la tanto agognata casa in Italia nella speranza, un giorno, di farvi
ritorno. Per essi il mantenimento di questo legame con la terra d’origine sta
diventando sempre più pesante da sostenere in termini economici".
Obiettivo del ddl,
dunque, "venire incontro alle esigenze dei nostri concittadini emigrati
iscritti all’anagrafe italiani residenti all’estero, già così fortemente
provati dalla lontananza dai loro affetti e dalla loro terra, ai fini di
metterli nelle condizioni di mantenere il legame con le proprie origini
agevolandoli dal punto di vista economico ovvero esonerando anche loro, come
già previsto per i cittadini italiani residenti in Italia, dal pagamento
dell’imposta comunale sull’immobile di proprietà lasciato a propria
disposizione in Italia purché non locato. Infatti – ha rilevato D’Alia – la
fiscalità sull’abitazione nel nostro paese e gli oneri ad essa connessi, quali
la tariffa per la gestione dei rifiuti (TARI) e gli allacciamenti della
corrente elettrica, del gas e dell’acqua, stanno diventando sempre più
insostenibili per gli emigrati e gli italiani all’estero, tanto da portarli a
disfarsi delle loro proprietà in Italia. Quando questo avviene vi è
indubbiamente un depauperamento del territorio di origine ed un significativo
distacco dal nostro Paese per interi nuclei familiari nella misura in cui
questi si privano di un forte elemento di legame ad un territorio, ad una
comunità, come è quello rappresentato dalla casa". Richiamate le leggi che
hanno escluso gli italiani all’estero dall’esenzione, D’Alia ha osservato che
si è creata una "situazione che ha ingenerato indubbiamente confusione tra
i nostri emigrati e residenti all’estero, quindi ai fini di fare chiarezza in
merito alla normativa in esame e al fine di corrispondere a delle ragionevoli
esigenze dei nostri concittadini, il presente disegno di legge si propone di
estendere ai cittadini italiani iscritti all’anagrafe degli italiani residenti
all’estero l’esonero dal pagamento dell’imposta comunale di proprietà prevista
dall’articolo 1 del citato decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, in riferimento
all’unità immobiliare di proprietà, tenuta dagli stessi a propria disposizione
in Italia, purché non locata, affinché gli stessi siano messi nelle condizioni
di conservare un legame con la propria terra di origine e per non depauperare
ulteriormente il proprio territorio di provenienza". Uno solo l’articolo
che compone il testo.
"Art. 1. All’articolo
1, comma 1, del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, convertito, con
modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126, sono aggiunte, in fine, le
seguenti parole: "nonché l’unità immobiliare, non locata, posseduta in
Italia dai cittadini italiani iscritti all’anagrafe degli italiani residenti
all’estero (AIRE)". (aise)
Manifestazione di protesta del Cgie America Latina davanti al consolato di
Buenos Aires
Buenos Aires - Si
è svolta venerdì 18 giugno davanti al consolato di Buenos Aires una
manifestazione di protesta organizzata dal Cgie America Latina che ha coinvolto
un centinaio di connazionali residenti all’estero. Motivo della protesta i
tagli ai capitoli sugli italiani all’estero, l’inspiegabile rinvio delle
elezioni di Comites e Cgie e una politica del governo che non tiene in
considerazione i nostri connazionali.
I cittadini
italiani hanno esposto cartelli, striscioni e urlato slogan di protesta. Uniti
hanno cantato con la mano sul petto l’inno nazionale italiano, simbolo di una
protesta condivisa in tutti i continenti e da tutti i connazionali residenti
oltreconfine.
Alla
manifestazione di Buenos Aires erano presenti anche Fabio Porta, deputato del
Partito Democratico eletto all’estero nella ripartizione America Latina,
Eugenio Marino, responsabile Italiani nel mondo del Pd, e Luciano Neri, del
coordinamento Italiani nel mondo del Pd.
“Gli italiani nel mondo – ha spiegato l’on.
Porta – affermano un “basta” determinato nei confronti delle politiche di un
governo che sta massacrando i diritti dei nostri connazionali. Diciamo no al
golpe contro la democrazia rappresentato dal voto al Senato che qualche giorno
fa ha rinviato di ulteriori due anni il rinnovo di Comites e Cgie, fondamentali
organismi di rappresentanza degli italiani all’estero”.
Nei prossimi
giorni sono previste ulteriori manifestazioni di protesta anche a San Paolo,
Santiago del Cile, Montevideo e altre capitali dell’America Latina. De.it.press
Test di italiano per il rilascio del permesso di soggiorno “di lungo
periodo”
Roma - Sono state
individuate con il decreto ministeriale 4 giugno 2010, pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno e consultabile online sul sito
www.interno.it, le modalità di svolgimento del test di conoscenza della lingua
italiana che il cittadino straniero deve superare per ottenere il rilascio del
permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo previsto dal Testo
unico sull'immigrazione (articolo 9 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n.
286, "Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina
dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero").
Le disposizioni
del decreto, emanato dal ministro dell'Interno di concerto con il ministro
dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, si applicano ai cittadini
stranieri che chiedono questo tipo di permesso di soggiorno e ai loro
familiari. Non si applicano, invece, ai figli minori di 14 anni e a chi è
affetto da gravi limitazioni alla capacità di apprendimento linguistico,
attestate da una struttura sanitaria pubblica.
Il test di lingua
italiana si svolge presso la prefettura territorialmente competente in base al
domicilio del richiedente. La richiesta di partecipazione al test deve essere
inviata con modalità informatiche. Entro 60 giorni dalla richiesta, il
richiedente viene convocato dalla prefettura. Il test, che si svolge con
modalità informatiche, è strutturato sulla comprensione di brevi testi e sulla
"capacità di interazione", in conformità ai parametri adottati dagli
Enti di certificazione.
Il risultato della
prova è comunicato all'interessato e viene inserito a cura della prefettura nel
sistema informativo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del
ministero dell'Interno. In caso di esito negativo del test, la prova può essere
ripetuta facendo una nuova richiesta. (aise)
Immigrazione. Con parole chiare. Il
"Migramed Forum-2010"
"L'Europa
dovrebbe riscoprire la sua anima accogliente e i singoli Stati affacciati sul
Mediterraneo dovrebbero porsi in una prospettiva meno egoistica e più solidale
nei confronti degli immigrati": lo ha detto mons. Francesco Miccichè,
vescovo di Trapani, aprendo a Valderice (Trapani) il "Migramed
Forum-2010". L'iniziativa, organizzata dal Coordinamento nazionale
immigrazione di Caritas italiana in collaborazione con la delegazione regionale
delle Caritas della Sicilia, riunisce dal 16 al 18 giugno un centinaio di
delegati delle Caritas di tutta Italia e i rappresentanti delle Caritas di Libia,
Algeria, Tunisia, Turchia, Marocco, Libano e Grecia.
No a silenzi e
atteggiamenti di rifiuto. "Non possiamo assolutamente dare copertura ad
atteggiamenti di rifiuto o di larvato razzismo e xenofobia che emergono qua e
là anche nella comunità ecclesiale", occorre invece "accoglienza,
dialogo, proposte": un invito ad "uscire dal silenzio e dalla
neutralità" è stato lanciato da mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara
del Vallo. Mons. Mogavero ha precisato di parlare "a titolo personale,
quindi né a nome della Cei, né a nome della Conferenza episcopale
siciliana". "I famosi e deprecati respingimenti nel Mediterraneo - ha
messo in evidenza mons. Mogavero - riguardano gli immigrati che si trovano in
situazione di maggiore debolezza. È facile respingere i barconi. Non è
altrettanto facile porre un freno ed una disciplina all'80% dell'immigrazione
irregolare che sfugge al controllo ufficiale". Anche nella comunità
ecclesiale, ha precisato, sul tema immigrazione "non tutte le sensibilità
sono armonizzate", vista anche la "contiguità con alcune posizioni
politiche": "Ma per i cristiani l'unico riferimento obbligato è il
Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa". Perciò, ha aggiunto mons.
Mogavero, "l'immigrazione non può essere considerata una sciagura o un
accidente, ma una opportunità e una sfida". Secondo il vescovo di Mazara
del Vallo, "i nostri atteggiamenti e le nostre scelte dovrebbero farci
uscire da una situazione un po' neutrale, di silenzio, in cui ci rifugiamo per
diversi motivi". "Occorre - ha affermato - un progetto ecclesiale e
pastorale originale, da parte della Chiesa italiana, per dare elementi di
sfondo per l'agire delle singole Chiese locali". Anche per mons. Paolo
Romeo, arcivescovo di Palermo e presidente della Conferenza episcopale siciliana,
la politica dei respingimenti nel Mar Mediterraneo "manca di dimensione
umana, prima ancora che di dimensione cristiana: si scaricano su questi poveri
che arrivano sui barconi tutte le politiche per contenere l'immigrazione
illegale".
Respingimenti,
rischio violazioni. Con l'attuazione della politica dei respingimenti nel mar
Mediterraneo l'Italia "è a rischio violazione dell'art.33 della
Convenzione di Ginevra" sui rifugiati e richiedenti asilo, ossia il
principio di non-refoulement, per cui non si può rimpatriare una persona che
fugge da un Paese dove viene perseguitato o è in guerra. Lo ha ribadito Paolo
Artini, responsabile protezione dell'Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni
Unite per i rifugiati), intervenendo a Valderice ad una conferenza stampa.
Artini ha ricordato che "il 75% di chi sbarcava facendo rotta nel Canale
di Sicilia faceva richiesta d'asilo e la metà otteneva qualche forma di
protezione". Se dai "31.000 richiedenti asilo nel 2008 si è scesi,
nel 2009, a 17.000 a causa della politica dei respingimenti", è facile
capire "che i migranti avevano bisogno di qualche tipo di protezione,
quindi non potevano essere respinti in patria, sulla base del principio del
non-refoulement". La lotta all'immigrazione clandestina colpendo solamente
gli sbarchi manifesta quindi evidenti contraddizioni, rese plausibili dalle
cifre fornite dalla Caritas, sulla base di una recente ricerca dell'Università
Cattolica: ad un anno dal varo del "pacchetto sicurezza" e della
politica dei respingimenti gli sbarchi sono ridotti di un terzo (da 150.000 a
50.000) ma gli irregolari sono "in forte aumento": 126.000 in più
rispetto all'inizio del 2009. In Italia sono attualmente 544.000 gli immigrati
irregolari, il 10,7% del totale (5.101.000 gli immigrati al 1° gennaio 2010).
"Si tratta - ha precisato Oliviero Forti, responsabile immigrazione della
Caritas italiana - di persone che già risiedevano in Italia regolarmente,
diventate illegali a causa della perdita del posto di lavoro o della scadenza
dei permessi". Ma attenzione, ha avvertito Forti, "anche se dalla
Libia oggi via mare non arriva più nessuno, in realtà i trafficanti stanno
ridefinendo le rotte spostandole su altri Paesi del Nord Africa. La politica
repressiva finirà per favorire queste organizzazioni". Patrizia Caiffa,
Sir
Com.It.Es Nürnberg an Valensise: „Vielen Dank, Herr Botschafter“
Com.It.Es Nürnberg hat von der Antwort
des italienischen Botschafters in Berlin, Seiner Exzellenz Michele Valensise,
die sich auf den an ihn gerichteten Brief vom 16.05.2010 bezog, mit Zufriedenheit Kenntnis genommen.
In seinem Schreiben hat der Botschafter
bekräftigt, dass die italienischen Behörden sich für eine „weitere, genaue Überprüfung hinsichtlich der Umsetzungsmöglichkeiten bei
den deutschen Behörden“ einsetzen, um
die Konsulatsproblematik in Nürnberg zu lösen. Endlich eine erfreuliche
Bestätigung für den Einsatz seitens der italienischen Verwaltung zur Umsetzung
einer ausgewogenen und durchdachten Neuordnung der konsularischen Vertretung im
Ausland!
Äußerst positiv scheint uns die
Bezugnahme Seiner Exzellenz darauf, unsere Landsleute in Franken bestmöglich
unterstützen zu wollen. Dies stellt auch das vorrangige Ziel unseres
Ausschusses dar, der nicht ruhen wird, die Nöte der gesamten in Franken
lebenden Italiener sowohl den deutschen, als auch den italienischen Instanzen
aufzuzeigen.
Der italienische Staat muss uns mittels
einer Konsulatsagentur oder eines Vizekonsulats unsere Betreuung auf
wirkungsvollem Niveau zusichern. Com.It.Es. Nürnberg lehnt
die Errichtung eines Honorarkonsulats
oder das Abhalten von konsularischen Sprechstunden, als äußerst gewagte Spekulationen über Maßnahmen,
die von vornherein schon zum Scheitern verurteilt sind, ab.
Obwohl Herr Botschafter Valensise uns
ferner mitgeteilt hat, dass der Ausgang der neuerlichen Verhandlungen mit der deutschen Seite „leider nicht
vorhersehbar“ sei, haben wir höchstes
Vertrauen in die Möglichkeiten und Verbindungen unserer Diplomaten und der
italienischen Botschaft in Berlin.
Das Schreiben des Herrn Botschafters
Valensise an unseren Verband Com.It.Es
zeigt in der Tat ein weitreichendes Verständnis gegenüber der
derzeitigen Problematik, was uns größte Hoffnung vermittelt. Herzlichen Dank an
Sie, Herr Botschafter, für Ihren derzeitigen und zukünftigen Einsatz zum Wohle
aller in Deutschland lebenden Italiener.
Giovanni Ardizzone,
Presidente del Com.It.Es. di Norimberga (de.it.press)
Italien. Berlusconi unter Druck
Erst erklärte Italiens
Ministerpräsident Berlusconi, sein Land müsse nicht sparen. Dann setzte sich
sein Finanzminister mit einem harten Sparkurs im Kabinett durch. Nun sollen
sogar ganze Provinzen gestrichen werden. Die Gewerkschaften drohen bereits mit
Generalstreik. Von Jörg Bremer, Rom
Dem Unternehmer Silvio Berlusconi
gleitet sein Betrieb Italien aus der Hand. Selbst seine Unternehmerkollegen
halten Abstand. Die EU setzt gegen ihn und mit Finanzminister Tremonti einen
Sparkurs durch. Bei Gesetzesvorhaben ist Berlusconi glücklos, und im Geflecht
der Macht umspinnen ihn feindliche Kräfte. Vor ein paar Monaten hatte der
Ministerpräsident noch behauptet, Italien müsse nicht sparen. Dann paukte
Tremonti einen Sparplan im Kabinett durch, mit dem der Staat, Regionen und
Provinzen 24 Milliarden Euro weniger ausgeben sollen. Es bleibe keine andere
Wahl, kommentierte Berlusconi vor der Öffentlichkeit. Ihm behagt die Idee des
Sparens ganz und gar nicht. Die Wirtschaft müsse angekurbelt werden, meint
Berlusconi. Tremonti aber sammelte Karrierepunkte gegen den Chef.
Nun beginnt das Gehacke: Die Regionen
sollen von 2011 an jährlich 4,3 Milliarden kürzen, wollen aber vor allem bei
Schulen und Gesundheitswesen nicht sparen. Stellvertretend sagt Roberto
Formigoni, Chef der Lombardei und ein Parteimann Berlusconis, die Maßnahmen
seien verfassungswidrig. Die Sparidee, Provinzen aufzulösen, stößt vor allem
auf den Widerstand der „Lega Nord“, Berlusconis Koalitionspartner. Die
Abgeordneten und Beamten fürchten um Privilegien. Die Gewerkschaften drohen mit
Generalstreik.
Aber da gibt es eine weitere
Sturmfront: Gegen drei Kabinettsmitglieder laufen Korruptionsverfahren.
Berlusconi, der sich dem Volk wegen seines Reichtums als unkorrumpierbar
empfiehlt, muss eingestehen, dass er von korrumpierten Ministern umgeben ist.
Grob meinte er neulich, die wolle er „alle loswerden“. Als Erster trat
Industrieminister Claudio Scajola ab: Der will nicht gewusst haben, dass ein
Gutteil der Kaufsumme für seine Wohnung beim Kolosseum aus dritter Hand
stammte. Diese Fälle sind für Berlusconi so ärgerlich, weil er über
Gesetzesänderungen versucht, selbst allen Korruptions-Urteilen aus seiner
befleckten Vergangenheit zu entgehen – über eine Verkürzung der
Verjährungsfrist oder das erlaubte Fernbleiben bei Prozessen als Minister.
Neulich traf sich der Unternehmer mit
seinen Unternehmerkollegen in der „Confindustria“. Er wurde – anders als
Tremonti – eisig empfangen. Die Verbandsvorsitzende Emma Mercegaglia forderte –
wie freilich jedes Jahr – Strukturreformen. Er meinte, diese seien längst auf
dem Weg. Als er dann das Plenum aufforderte, es möge doch per Handzeichen dafür
stimmen, dass Frau Emma einen Platz im Kabinett bekomme, hoben sich gerade
einmal drei Hände: „Wie kann man so agieren? Ist das Demokratie? Was will der
Mann?“, sagte später ein Bankier.
Mittlerweile haben Journalisten für den
9. Juli zum Streik aufgerufen. Sie wollen gegen Berlusconis Versuch
demonstrieren, den Abdruck von Abhörprotokollen vor und während eines
Verfahrens zu verbieten. Ihnen drohen dafür Geldstrafen und Haft. Selbst
Berlusconis Mitarbeiter beim Privatsender Mediaset wollen demonstrieren. Alle
sprechen vom Bruch der Medien- und Informationsfreiheit. Schon erschien die
Tageszeitung „La Repubblica“ mit einer ersten weißen Seite. Jeder Beitrag, der
auf Abhörprotokollen beruht, ist mit einem gelben Kästchen markiert. Das soll
bezeugen, dass es diesen Beitrag so mit dem neuen Gesetz nicht geben würde:
„Das Maulkorb-Gesetz nimmt den Bürgern das Recht, informiert zu sein“, steht im
Kästchen.
Diskussionen um Abhörmaßnahmen
Tatsächlich handelt es sich um eine
Vorschrift, wie sie in den meisten Ländern Europas längst üblich ist. Unüblich
sind nur die hohen Strafen. Aber auch Staatsanwälte und Polizei sind nicht
glücklich. Manche sagen, das Gesetz helfe dem organisierten Verbrechen. Nach
dem Text allerdings sollen Abhörmaßnahmen gegen die Mafia nicht beschränkt
werden. Allgemein sollen Abhöraktionen nicht länger als 75 Tage durchgehend
möglich sein. Dann muss eine neue Genehmigung eingeholt werden, die aber nur
für drei weitere Tage gilt. Erfahrungsgemäß werden Telefone in Italien über
Monate abgehört und bisher oft nur bei vagem Verdacht. Schon haben sich
Berlusconis Kritiker an die OSCE in Wien gewandt. Diese protestiert. Dabei
wurde das Gesetz bisher nur im Senat verabschiedet.
Jetzt beginnt das Ringen zwischen
Berlusconi und dem Abgeordnetenhaus. Damit drohen weitere Demütigungen für ihn.
Der Vorsitzende des Parlaments, Berlusconis Widersacher und Mitbegründer des
gemeinsamen „Volks der Freiheit“ (PdL), Gianfranco Fini, hat schon und
erwartungsgemäß Kritik am „Maulkorb-Gesetz“ angekündigt. Gemeinhin folgt jetzt
das Spiel zwischen Fini und dem aus dem linken Lager stammenden Präsidenten
Giorgio Napolitano. Beide geben sich als Rückgrat der Demokratie und verweisen
Berlusconi ohne viele Worte in die Ecke des demokratiefernen Schmuddeljungen.
Im Zweifelsfall entscheidet der Oberste
Gerichtshof
Aber selbst wenn dann das Gesetz Senat
und Abgeordnetenhaus passiert haben sollte, könnte Berlusconi – wie schon getan
– weiter Grund zum Schimpfen haben. Das Oberste Gericht wird sich des
„Maulkorb-Gesetzes“ annehmen: „Immer wenn das Parlament ein Gesetz
verabschiedet, mit dem die Richter nicht einverstanden sind, wird das
Verfassungsgericht eingeschaltet, in dem linksorientierte Richter sitzen – und
die erklären das Gesetz für verfassungswidrig. Tatsächlich gefährden sie die
Demokratie“, sagte Berlusconi schon jetzt. Immer wieder spricht er von der
Unfähigkeit zu regieren. Jüngst zitierte er gar Diktator Mussolini. In Paris
meinte er auf die Frage, ob der Sparplan für Italien seine Macht kosten könnte:
„Ich wage es, mit einem Satz von jenem zu antworten, der als großer Diktator
galt, nämlich Mussolini: ,Man sagt, dass ich Macht habe, aber es sind meine
(Partei-)Hierarchien, die sie haben; ich kann nur sagen, ob mein Pferd rechts
oder links geht.‘“
Während viele Gesetzesinitiativen ins
Stocken geraten sind, verschieben sich langsam die Machtpositionen. Während der
1925 geborene Präsident Napolitano am Ende seiner Laufbahn steht, drängen
Tremonti und Fini nach vorne. Beide möchten Berlusconi beerben. Finis zentraler
Kritikpunkt ist Berlusconis Neigung, sich von der „Lega Nord“ stützen zu
lassen, die im Schatten des Regierungschefs ihre Positionen ausbaut; nicht
zuletzt regiert sie zwei wirtschaftlich zentrale Regionen: Venetien und
Piemont. Nun schickte Berlusconi seinen Getreuen Renato Brunetta als Sonderbeauftragten
nach Venedig. Er soll in der Rivalität zwischen einem „linken“ Bürgermeister
und dem Regionalpräsidenten Luca Zaia von der Lega den „dritten Mann“ mit
direktem Draht nach Rom geben. Zunächst aber ist Brunetta nur der „kleine
Mann“, der aus Venedig stammt und doch die Bürgermeisterwahlen verlor.
Dringend sucht Berlusconi nach weiteren
Partnern für seine Koalition, um die Schieflage in Richtung Lega auszugleichen.
Er wandte sich an Pier Ferdinando Casini, den Mann der reichen
Bauunternehmertochter Azzurra Caltagirone, der sich auch nicht mit Geld
bestechen lässt. Casini stammt aus der Democrazia Cristiana und leitet heute
die Interparlamentarische Union (UDC), eine Partei, die seit kurzem im Besitz
des Grundsatzprogramms der CDU ist. Casini könnte mit Berlusconi koalieren,
aber auch mit der großen Oppositionspartei Partito Democratico. Tatsächlich ist
er heute nur, wie Tremonti und Fini, auf die beste Startposition für die „Ära
nach Berlusconi“ aus. Faz 18
Italien kann auch gegen Neuseeland nicht gewinnen
Titelverteidiger Italien muss nach dem
blamablen Unentschieden gegen Außenseiter Neuseeland um den Einzug ins
Achtelfinale bangen.
Weltmeister Italien hat gegen
Neuseeland sein zweites „Nordkorea“ erlebt und die größte WM-Blamage seit 44
Jahren hinnehmen müssen. Der vor allem offensiv schwache Titelverteidiger kam
gegen den krassen Außenseiter nicht über ein 1:1 (1:1) hinaus und muss um den
Einzug ins Achtelfinale zittern. Gegen die Slowakei kommt es für die Azzurri im
Johannesburger Ellis Park am Donnerstag zu einem echten „Endspiel“, bei dem
Neuseeland mit einem Sieg gegen Paraguay sogar der lachende Dritte sein könnte.
Der in Göppingen geborene Shane Smeltz
hatte die All Whites völlig überraschend in Führung gebracht (7.). Vincenzo
Iaquinta von Juventus Turin gelang für Italien nurmehr der Ausgleich (29.,
Foulelfmeter). Die Squadra Azzurra war bei einer WM zuletzt 1974 in der
Vorrunde gescheitert. 1966 musste sie beim 0:1 gegen Außenseiter Nordkorea die
wohl peinlichste Niederlage in ihrer Länderspielgeschichte hinnehmen. In der
83. Minute hatte Chris Wood mit einem Schuss aus zwölf Metern sogar das Siegtor
für Neuseeland auf dem Fuß, aber der Ball verfehlte knapp das Ziel.
Es war ein Spiel, das wir hätten
gewinnen müssen. Wir hatten kein Glück, aber wir haben auch nichts Großartiges
geleistet“, sagte Italiens Nationatrainer Marcello Lippi selbstkritisch. Sein
Kollege Ricki Herbert war „einfach nur sehr, sehr stolz“, Kapitän Ryan Nelsen
meinte: „Es ist unglaublich. Ich bin absolut sprachlos. Wir erholen uns jetzt
und dann machen wir das nochmal.“
Vor 38.229 Zuschauern im
Mbombela-Stadion in Nelspruit standen die Vorzeichen für die Squadra Azzurra
denkbar ungünstig: Kein Sieg im Jahr 2010, nur 1:1 im ersten Spiel gegen
Paraguay, und dazu noch Regisseur Andrea Pirlo und Stammtorhüter Gianluigi
Buffon verletzt. Wenigstens waren die Tifosi deutlich in der Überzahl, zudem
hatte eine lokale Zeitung zur Unterstützung des Weltmeisters aufgerufen.
Die „All Whites“ ließen sich davon aber
nicht beeindrucken und traten mutig auf. Nachdem sie schon die Slowakei zum
Auftakt beim 1:1 geschockt hatten, schien ihre Devise auch gegen Italien klar:
Die Azzurri ärgern, so oft es geht. In der Tat erkämpften sie sich Standardsituationen,
für deren gute Ausführung sie gefürchtet sind.
Wie gut, das musste der Mit-Favorit
früher feststellen als ihm lieb war. Nach einem Freistoß verlängerte Winston
Reid, Schütze des 1:1 gegen die Slowaken, den Ball Richtung Fünfmeterraum. Dort
fiel er Italiens Mannschaftskapitän Fabio Cannavaro auf den Oberschenkel - und
Smeltz drückte ihn - aus allerdings abseitsverdächtiger Position - ins Tor.
Italien brauchte jedoch nicht allzu
lange, um sich von dem erneuten Rückschlag zu erholen. Mehr und mehr rückte
Neuseelands Torhüter Mark Paston vom Hauptstadt-Klub Wellington Phoenix in den
Mittelpunkt. Mit einer Mischung aus Können und viel Glück wie beim
Pfostenschuss von Riccardo Montolivo (27.) wehrte er die Angriffe auf sein Tor
aber zunächst ab
Erst nach einer knappen halben Stunde
brach das Bollwerk der Neuseeländer. Nach einem Trikotzupfer von Abwehrspieler
Tommy Smith stürzte Daniele De Rossi mit Verspätung theatralisch im Strafraum
zu Boden - doch der guatemaltekische Schiedsrichter Carlos Batres entschied
ohne Zögern auf Elfmeter. Laut „Kiwi“ Nelsen war es „ein lächerlicher Pfiff“.
Iaquinta verwandelte sicher für die in allen Statistiken überlegenen Italiener
zum verdienten 1:1.
Coach Lippi war das Unentschieden gegen
den Underdog aber verständlicherweise nicht genug. Und so brachte der „Mister“
zur zweiten Halbzeit mit Mauro Camoranesi und Antonio di Natale für Simone Pepe
und Alberto Gilardino zwei frische Kräfte. Di Natale fügte sich gleich gut ein
und prüfte Paston mit einem Drehschuss - doch der Torwart wehrte ab (49.).
Das blieb allerdings für einige Zeit
die einzige gute Aktion der Italiener in der Offensive, in ihrem Spiel mangelte
es weiter an Kreativität. Neuseeland dagegen schien die Pause dafür genutzt zu
haben, sich neu zu ordnen und stand wieder sicherer. Nach einer guten Stunde
kam Iaquinta doch einmal im Strafraum zum Schuss, aus 13 Metern vergab er
jedoch kläglich.
Kurz darauf reagierte Lippi erneut und
brachte mit Giampaolo Pazzini für den Mittelfeldspieler Claudio Marchisio einen
weiteren Angreifer ins Spiel. Neuseeland aber verteidigte weiter mit allen
Mitteln und wäre durch einen Distanzschuss von Ivan Vicelich fast wieder in
Front gegangen. Doch der Verteidiger zielte knapp vorbei. Im Gegenzug setzte
Giorgio Chiellini einen Kopfball neben das Tor.
Montolivo, Di Natale und Camoranesi
hätten für die nun immer verzweifeler anrennenden Italiener die Führung auf dem
Fuß, doch Paston war nicht zu überwinden. sid/fb dw 20
Deutscher Mozzarella in Italien beschlagnahmt
Rom. Die italienischen Behörden haben
70.000 Packungen deutschen Mozzarellas beschlagnahmt. Der Käse laufe direkt
nach dem Öffnen der Verpackung blau an, erklärte das Landwirtschaftsministerium
in Rom am Samstag. Das Gesundheitsministerium informierte die Europäische Union
und die deutschen Behörden über den Vorfall und aktivierte das europäische
Warnsystem.
Eine Verbraucherin habe eine
Sondereinheit der Carabinieri im norditalienischen Turin alarmiert, die für
Lebensmittelsicherheit zuständig ist, teilte das Landwirtschaftsministerium
mit. Zum Beweis schickte die Frau demnach ein mit ihrem Handy aufgenommenes
Video mit. Die Angelegenheit sei "beunruhigend", erklärte
Landwirtschaftsminister Giancarlo Galan. Die Staatsanwaltschaft Turin leitete
ein Ermittlungsverfahren ein. Auch aus der Region Trient im Nordosten des
Landes wurden Fälle von blauem Mozzarella gemeldet.
Der verdächtige Mozzarella war den
Angaben zufolge in Deutschland im Auftrag einer italienischen Firma produziert
worden und für Discount-Supermärkte in Norditalien bestimmt. Die Carabinieri
beschlagnahmten nach eigenen Angaben alle betroffenen Ladungen des Käses. Die
Behörden sandten Proben des Mozzarellas an ein staatliches Gesundheitsinstitut
sowie ans Anti-Doping-Zentrum eines Krankenhauses nahe Turin. Ersten Analysen
des Instituts zufolge könnte es sich um eine Bakterie handeln.
Experten zufolge könnte die Blaufärbung
aber auch auf eine Verunreinigung des Käses oder der Mozzarella-Flüssigkeit mit
Kupfer, Nickel oder Blei hindeuten. Abschließende Ergebnisse sollen in einigen
Tagen vorliegen.
Der Büffel-Mozzarella-Hersteller Luigi
Chianese forderte die Medien auf, klar zwischen dem Original-Mozzarella aus 100
Prozent Büffelmilch und billigen Kuhmilch-Produkten von minderer Qualität zu
unterscheiden. Mozzarella ist die am meisten konsumierte Käseart in Italien.
Dieses Jahr wurden dort bereits 164 Millionen Kilogramm des weißen weichen
Käses verzehrt, wie der Branchenverband Coldiretti mitteilte. (afp 19)
Italiener bangen. Hände weg von unserem Nutella
Sie mögen ein wenig in die Jahre
gekommen sein und bei ihrem ersten WM-Auftritt nicht gerade brilliert haben.
Ein mühsames 1:1 gelang den Azzurri gegen Paraguay, und dafür gab es viele
Gründe, die im Land des Titelverteidigers die Gemüter erregen. Als sicher gilt
nur, dass es nicht am Frühstück lag. Obst, Milch, Brot - und jenen cremigen
Brotaufstrich, der ein italienischer Nachkriegsmythos ist, hat Teamkoch Claudio
Silvestri verordnet - in einer flächendeckenden Werbekampagne. Sehr zur
Beruhigung von Millionen italienischer "mamme", die ihren Kindern, so
sie morgens überhaupt etwas essen, meist Süßes auftischen.
Doch ach, es droht Ungemach, aus dem
fernen Brüssel. Einen "Krieg gegen Nutella" sehen Italiens Medien
bereits im Gang. Und Francesco Paolo Fulci, der frühere Uno-Botschafter
Italiens und heutige Vizepräsident von Ferrero, bläst ins selbe Horn. Die Firma
im piemontesischen Städtchen Alba ist eine jener italienischen
Nachkriegslegenden, die identitätsstiftend sind; ein Familienunternehmen, das
als Weltkonzern Geschichte geschrieben hat - und, selbstverständlich, auch die
italienische Nationalelf sponsert.
Jetzt aber ist die EU auf dem Weg, die
gesamte Branche in die Knie zu zwingen, befürchtet Fulci. Seine Angst
hervorgerufen hat ein Ereignis, das, um im Bild zu bleiben, eigentlich ein
Etappensieg für die Branche war: Das EU-Parlament lehnte jüngst den Vorstoß ab,
Lebensmittel je nach Zucker- und Fettgehalt künftig mit Ampelfarben zu
kennzeichnen. Stattdessen sollen Hersteller verpflichtet werden, die
Inhaltsstoffe gut lesbar in Tabellen aufzudrucken.
Jedes Glas eine wahre Kalorienbombe
Wie und wann das verbindlich wird, ist
noch offen, doch im Hause Ferrero - Jahresumsatz 6 Milliarden Euro - gedeihen
bereits Untergangsszenarien. Das Kulturgut Nutella, eine Wortschöpfung des
Patriarchen Michele Ferrero aus den 60er Jahren, ist in Gefahr. In Italien
konnte man die "Supercreme Gianduja" schon vorher kaufen, doch erst
als Nutella - abgeleitet aus dem Englischen "nut" für Nuss und der
italienischen Verkleinerungsform "ella" - wurde sie weltberühmt.
Schon heute weist das Kleingedruckte
auf dem Etikett aus, dass jedes Glas eine wahre Kalorienbombe ist, mit mehr als
50 Prozent Zucker und 30 Prozent Fett. Laut EU sollen schon weit weniger
zucker- und fetthaltige Produkte nicht mehr als "gesundheitsbezogen"
beworben werden. Ferrero dürfte dann also nicht mehr suggerieren,
Milchschnitten seien gesund und Nutella mache stark.
"Der nächste Schritt wäre, Nutella
wie Zigaretten zu behandeln", stichelt Fulci. Unterstützung bekam er
bereits von höchster Stelle in Rom. Landwirtschaftsminister Giancarlo Galan
schrieb einen geharnischten Brief nach Brüssel, ein stellvertretender Minister
von der Lega Nord gründete ein Komitee "Hände weg von Nutella", und
auch im Internet kocht der Protest hoch.
Bei Ferrero fühlt man sich bestätigt:
Man habe zwar die erste Schlacht verloren, aber noch nicht den Krieg. Und: Was
wäre die Welt schließlich ohne Nutella?
KORDULA DÖRFLER FR 19
Weltflüchtlingstag. Wenn sich das Asyl wie Gefangenschaft anfühlt
Nach Flucht und Folter hat Zinar F.
Asyl in Deutschland gefunden. Doch hier darf er nicht einmal seinen Vater
besuchen. von Katharina Schäder