WEBGIORNALE  28-30  Giugno  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Dal 1 luglio presidenza Belga dell’UE. Le raccomandazioni dell’Unhcr 1

2.       Lezione dalla Germania. Capello torna a casa  1

3.       Azzurri campioni di antipatia  1

4.       La Nazionale sconfitta, specchio di un Paese che perde ovunque  1

5.       Germania, primo sì all'eutanasia. "Si può se è volontà del paziente"  2

6.       Immigrazione. Conoscerla è meglio. Rapporto Idos destinato a Regioni e Consigli territoriali 2

7.       Le Regioni e la «diplomazia fai-da-te». Spese pazze per 178 sedi regionali nel mondo  3

8.       Il Presidente delle Regioni Errani difende le sedi all’estero: aiutano le imprese. La replica del Sdnmae  4

9.       Il cervello degli adolescenti (5). Interattività, scuola e pregnanza… negare la primavera non fa nascere i fiori 4

10.   Berlino. Conferito il "Premio per l’integrazione scolastica dei giovani italiani"  5

11.   Il cinema italiano è presente al Festival di Monaco (25 giugno-3 luglio) 5

12.   Lamentele. Il Console di Colonia assente al Convegno sulla condizione degli italiani in Germania  6

13.   Hannover. Il Comites si ribella alla circolare che taglia i rimborsi agli spostamenti del Presidente  6

14.   Tübingen. Omaggio al poeta Lucio Piccolo  6

15.   Amburgo. L’associazione Club Castello rinnova le cariche. Pietro Trotta eletto presidente  7

16.   L’attrice Susanna Capurso di Berlino sarà alla consegna del Premio Internazionale "Pugliesi nel Mondo"  7

17.   Tappa del Toscana Golf  a Monaco di Baviera  7

18.   Colonia. Parmigiano Reggiano: vince la qualità Made in Italy  7

19.   Il cuoco Beck, "ponte" tra la cultura tedesca e quella italiana  8

20.   Sessione estiva degli esami CELI all'Ecap di Basilea e Zurigo  8

21.   Sul sito Inps: moduli anche in tedesco. Red e Cud da riconsegnare entro il 30 giugno  8

22.   Camera. Razzi (Idv): “Ho toccato con mano l’importanza della cultura e della lingua italiana nel mondo”  8

23.   Riuniti a Napoli i direttori generali dei servizi per l’immigrazione dell’UE  9

24.   Vuvuzelas contro il razzismo strisciante di casa nostra  9

25.   “Missione europea” per il rettore dell’Università per Stranieri di Perugia Stefania Giannini 9

26.   Più risorse e nuovi criteri di sostegno per i giornali italiani all’estero  10

27.   Il 30 giugno Miss Italia nel Mondo. A Jesolo le 50 finaliste. Anteprima il 29 giugno  10

28.   Tra mercati e sondaggi 11

29.   Il futuro ha bisogno di alternative  11

30.   G20, sfuma un accordo sulle banche. Obama presenta la riforma delle finanze  12

31.   I Pigs chiedono aiuto alla Bce. Soros: Berlino manda in rovina la Ue  12

32.   G20 di Toronto. Merkel: «Deficit dimezzato entro il 2013»  12

33.   G8. Se ognuno dei cuochi bada alla sua pentola  13

34.   Il cartellino rosso del Quirinale  13

35.   Istituzioni e credibilità. In gioco il bene supremo di un Paese  14

36.   Dalla parte dell'etica e del diritto  14

37.   Il caso del ministro Aldo Brancher. Fretta e faccia tosta  14

38.   Bossi spera nell'aiuto del Quirinale  15

39.   Il tema vero: il sud arretrato. La questione non e’ padana  16

40.   Il Cavaliere e la fortuna. A gonfie vele in privato mentre il Paese crolla  16

41.   Ustica trent'anni dopo. Bologna cerca la verità  16

42.   Non è un Paese per giovani 17

43.   Immigrati ed agricoltura: opportunità di sviluppo  17

44.   Concorsi di Poesia. Seconda edizione del Premio Italiani nel mondo  18

45.   "L’Italia in Europa e nel mondo. Dove eravamo, dove saremo"  18

46.   In corso l’Accademia dell'Enogastronomia Pugliese per i giovani pugliesi all'estero  18

47.   Progetto dei Mantovani nel Mondo sull'integrazione interculturale  19

48.   Si riunisce il 13-14 luglio il Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’estero  19

49.   Gli Italiani nel mondo per il Premio Laurentum per la poesia  19

 

 

1.       EU-Regionalpolitik und Immigration  19

2.       Deutlicher Sieg gegen England. Deutschland steht im Viertelfinale  20

3.       Italien. Die Pferdchen des Signor Berlusconi 20

4.       WM 2010. Italienischer Totalausfall 22

5.       Slowakei besiegt Italien. Der Weltmeister fährt nach Hause  22

6.       Spätrömische Dekadenz: Der Weltmeister ist raus  23

7.       Weltmeister Italien hat fertig. 2:3 gegen die Slowakei 23

8.       WM 2010: Italien nach dem Aus. Chance statt Schande  24

9.       Weltmeister Italien scheidet aus. Heim zu Mamma  24

10.   WM 2010: Nach der Vorrunde. Das Ende des alten Europas  25

11.   Staatsministerin Böhmer: "Mesut Özil ist ein Riesengewinn für unser Land"  25

12.   Fußballnation. Dem Jubel ist nicht zu trauen  25

13.   Antisemitismus. Du Opfer, du Jude! 26

14.   Migrationshintergrund als Bildungsbarriere? Nur bedingt... 26

15.   Ausländerfeindlichkeit in den Niederlanden "Lokjood" auf Streife in Amsterdam   27

16.   G8- und G20-Gipfel in Kanada. Bankenabgabe - Italien bremst 28

17.   G-8-Gipfel in Toronto. Enttäuschung über neue Hilfszusagen  28

18.   US-Truppen in Afghanistan Der General geht, der Krieg bleibt 28

19.   Merkels Ex-Erben. Freie Sicht auf eine neue CDU  29

20.   Nach Rüttgers Rückzug. Rot-Grün macht weiter 30

21.   CDU in NRW. Der Rückzug des Jürgen Rüttgers  30

22.   Bundespräsidentenwahl. Weizsäcker plädiert für freie Wahl 30

23.   CDU in der Notlage. Koch weg, Wulff weg, Rüttgers weg  31

24.   Grundsatzurteil. Bundesgerichtshof stärkt Recht auf menschenwürdiges Sterben  31

25.   Grundsatzurteil zur Sterbehilfe Sterben und sterben lassen  32

26.   Sterbehilfe-Urteil. Am Lebensende  32

27.   BGH erlaubt Behandlungsabbruch. Mehr Klarheit bei Sterbehilfe  33

28.   Die Folgen des Sterbehilfe-Urteils  33

29.   Staatsministerin Böhmer: "Die Mitwirkung der Eltern ist für den Bildungserfolg der Kinder entscheidend"  34

30.   Türkische Gemeinde in Deutschland. Wowereit fordert bessere Integration  34

31.   Unicef-Bericht Kinder sind die Verlierer der Finanzkrise  35

32.   Köln. Ausstellung. Süd - Grafische Werke von Giuseppe Capoano  35

 

 

 

 

Dal 1 luglio presidenza Belga dell’UE. Le raccomandazioni dell’Unhcr

 

Roma - L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha trasmesso le sue raccomandazioni alla futura Presidenza semestrale Belga dell’UE, che inizierà il 1° luglio prossimo. Visto che l’Unione Europea sta lavorando alla costruzione di un Sistema Comune di Asilo Europeo (Ceas), l’Unhcr ha suggerito sei passaggi per ottenere una maggiore coerenza nella politica e nelle prassi di asilo in Europa. Il Sistema di Asilo Comune Europeo è basato sul principio di uguaglianza nelle modalità di trattamento dei richiedenti asilo e dei rifugiati all’interno dell’Unione Europea. Esistono al momento notevoli disparità nelle procedure di accoglienza e nell’esame delle domande. La creazione di un Ufficio di Supporto Europeo in materia di Asilo (Easo), la cui attività avrà inizio proprio nel periodo di presidenza belga, sarà un importante passo verso una maggior coerenza e qualità dei sistemi di asilo europei. Per ottenere tali risultati, l’Unhcr promuove una collaborazione più efficace.

Le raccomandazioni riguardano anche il miglioramento degli standard legislativi, soprattutto laddove le odierne norme UE divergono dalla legislazione internazionale in tema di rifugiati. L’Unhcr incoraggia dunque il Consiglio ed il Parlamento ad accordarsi su una serie di emendamenti relativi ai principali strumenti di asilo a livello europeo, le Direttive sulle Condizioni di Accoglienza, la Direttiva Qualifiche e la Direttiva Procedure.

L’Unhcr sostiene inoltre la proposta che prevede una temporanea sospensione del Regolamento di Dublino II nei casi in cui gli stati firmatari si trovino ad affrontare momenti di particolare pressione che i loro stessi sistemi di asilo non riescono a gestire. Il Regolamento di Dublino II stabilisce lo stato membro responsabile per l’esame delle domande di asilo.

L’Unhcr, infine, esprime particolare preoccupazione sulla detenzione dei richiedenti asilo, sottolinea l’importanza di rispettare i diritti dei minori non accompagnati richiedenti asilo e la necessità che i confini europei non diventino inaccessibili per coloro che sono in cerca di protezione. (aise)

 

 

 

Lezione dalla Germania. Capello torna a casa

 

I tedeschi travolgono 4-1 l'Inghilterra e volano ai quarti. Sulla partita pesa la svista clamorosa della terza arbitrale, che sul 2-1 per la squadra di Loew non vede la palla oltre la linea di porta su un tiro di Lampard – di Andrea Sorrentino

 

BLOEMFONTEIN - Una lezione di  calcio. E uno degli errori arbitrali più clamorosi nella storia dei Mondiali. C'è tutto in Germania-Inghilterra: i gol, lo spettacolo offerto da questi magnifici giovani fringuelli tedeschi, i catastrofici errori degli elefanti inglesi, e le polemiche. Perché se è vero che la giovane nazionale di Joachim Loew entusiasma per la freschezza del suo gioco, per la nitida bellezza delle sue trame in velocità e in definitiva stramerita la vittoria per 4-1 sugli inglesi, sulla partita aleggia lo spettro di un gol annullato a Lampard al 38' del primo tempo, quando il risultato era di 2-1. Sulla conclusione di Lampard dal limite, il pallone scavalca il portiere Neuer, tocca la traversa, rimbalza di almeno mezzo metro oltre la linea poi esce. L'arbitro uruguaiano Larrionda, su segnalazione del guardalinee Mauricio Espinosa, lascia correre. Ma i replay evidenzano subito il clamoroso errore, se ne accorgono tutti un istante dopo, e il bello è che in tribuna siede Sepp Blatter, il gran capo della Fifa che da sempre è contrario all'uso della moviola in campo. Ovviamente Mauricio Espinosa entrerà nella storia, e in negativo, al pari del guardalinee Tofik Bakhramov, sovietico, che nel 1966 convalidò il celebre gol di Hurst nella finale del 1966. Con la lieve differenza che il gol del 1966 è ancora materia di dibattito e di scontro, nel senso che nessuno ha la certezza che quella rete fosse da annullare, mentre il gol di Lampard, nell'anno di grazia 2010, l'hanno visto tutti e in tutto il mondo.

 

In ogni caso, al netto della rete che era da convalidare e che forse avrebbe cambiato gli equilibri psicologici della gara, la Germania ha letteralmente schiantato gli avversari sul piano del gioco. Alle spalle di Klose, giunto al suo tredicesimo gol mondiale, si muove un trio di satanassi come Mueller, Ozil e Podolski che gioca il pallone a terra, triangola in velocità e infine fugge in verticale, imprendibile per i difensori inglesi: uno spettacolo di rapidità e di freschezza. L'Inghilterra non trova contromisure, subisce i primi due gol di Klose e Podolski sbandando paurosamente con la linea arretrata, ha un sussulto di orgoglio nel finale di primo tempo che coincide con il gol non convalidato a Lampard, ma poi nella ripresa non riesce mai a impensierire la Germania (a parte una traversa su punizione di Lampard), infine crolla tra il 22' e il 25', quando due magnifici contropiede dei tedeschi vengono finalizzati da Mueller, che chiude la sfida. E che una squadra di Capello venga brutalizzata in questo modo, per giunta in contropiede, è piuttosto anomalo.

 

Ma s'era capito nelle prime due partite che questa Inghilterra non sembrava essere cucita su misura per il gioco (non gioco?) di Capello, e che di fronte a un avversario ben attrezzato poteva andare in crisi. Fino a questo punto, però, nessuno l'avrebbe creduto. Sipario su Fabio Capello: la sua avventura non ha avuto un lieto fine, e qualcuno ora ne invoca a gran voce le dimissioni. Onore alla magnifica Germania dei giovani, invece: da Joachim Loew, e dai suoi ragazzi, arriva una lezione che in molti dovrebbero recepire. LR 27

 

 

 

 

Azzurri campioni di antipatia

 

Le analisi tecniche sul disastro degli Azzurri ai Mondiali le lasciamo ad altri: in campo non abbiamo mostrato un briciolo di talento, era difficile pretendere di più. Qui, invece, vogliamo riportare una brutta sensazione che abbiamo avvertito dall'inizio del torneo: l'Italia è diventata antipatica. In genere il mondo ci guardava con un po’ di leggerezza, umorismo e pregiudizio, ma anche con una diffusa simpatia.

 

Perché siamo brava gente, che alla fine si industria sempre per trovare qualche soluzione geniale ai problemi. Stavolta no. Quando gli Azzurri beccavano un gol, in tribuna, nei centri stampa, per la strada, spesso scattava l'applauso. Si sentiva che l'opinione pubblica, la gente, non erano con noi. Anzi, provavano un sottile piacere di vendetta nel vederci cadere, forse per punirci di aver vinto quattro anni fa, o per la presunzione di averci riprovato anche stavolta nella stessa maniera. Magari è solo un'impressione, che svanirà dopo il Mondiale, e noi speriamo sinceramente che sia così. Però è chiaro che la simpatia andava all'estro sudamericano, alla gioia ingenua degli africani, all'entusiasmo coraggioso degli asiatici. Se bisognava applaudire un europeo, piacevano la grinta tedesca, la testardaggine inglese, il talento spagnolo, olandese o portoghese. Forse l'Italia paga l'antico pregiudizio catenacciaro, secondo cui abbiamo inventato il gioco difensivista, che punta solo a distruggere le iniziative degli altri e ammazza lo spettacolo.

 

E' vero che in Sudafrica molte nazionali stanno adottando questa filosofia, ma il peccato originale è nostro e quindi il pubblico ci addossa anche la colpa del comportamento degli altri. Forse abbiamo pagato l'assenza di talenti. Ai Mondiali i tifosi vogliono vedere fenomeni fantasiosi che fanno sognare, tipo Baggio, non onesti pedalatori del campo. Magari paghiamo anche la percezione di un qualche declino italiano, Paese dei furbi che non tiene più il passo di chi invece cerca il successo con il lavoro, la dedizione, l'onestà, il coraggio e anche la fantasia, che un tempo era nostro patrimonio. Qualunque sia la ragione, speriamo che passi in fretta. Meglio tornare ad essere gli italiani brava gente, piuttosto che gli antipatici mondiali.

PAOLO MASTROLILLI LS 26

 

 

 

La Nazionale sconfitta, specchio di un Paese che perde ovunque

 

Gli Azzurri sconfitti ai Mondiali di calcio sono l’icona di un Paese perdente anche in molti altri settori». Così Nadia Urbinati, docente di Scienze Politiche alla Columbia University di New York, che continua: «Purtroppo non è soltanto il campionato di calcio quello in cui l’Italia oggi soccombe. Sono molte le “coppe del mondo” che stiamo vedendo sfumare: dall’economia alla cultura, non siamo messi affatto bene». La sconfitta della nazionale rientra dunque in un corso degli eventi che da qualche anno a questa parte – guarda caso da quando al governo c’è Lui – ha preso una piega decisamente negativa. Certo, c’è Silvio Berlusconi con il suo uso personalistico della politica, ma c’è anche un Paese profondamente diviso, una «squadra Italia» poco coesa al suo interno e poco incisiva nei confronti dell’esterno. Ne parliamo con Nadia Urbinati perché sta preparando un saggio sull’individualismo nella società moderna (che uscirà a fine anno da Laterza) e perché il suo ultimo libro, “Lo scettro senza il re” (Donzelli 2009), affrontava proprio il tema della partecipazione popolare nelle democrazie rappresentative e dell’azione indiretta dei cittadini (a livello di controllo e di stimolo) sull’azione della classe politica. Professoressa Urbinati, dunque di che cosa è sintomo la sconfitta della nazionale? «Di un’Italia che non sa scommettere sui propri talenti, su quelli più creativi e originali. Si lasciano a casa Cassano e Balotelli, perché hanno personalità, diciamo così, meno convenzionali, e si punta sul già noto, su ciò che ha funzionato in passato, ma non è detto che funzioni per il futuro. Come i fatti hanno dimostrato». L’Italia di oggi le appare così? «Purtroppo sì. Appare in questi termini soprattutto a chi la osservi dall’esterno. Un Paese fermo, immobile, timoroso. Il dinamismo berlusconiano è solo la maschera di un conservatorismo spinto. L’Italia sembra sempre più una nazione autoreferenziale. Lo vedo in queste settimane in cui mi trovo in Italia guardando i tg e leggendo i giornali: molte beghe politiche, molto gossip, pochissimo interesse per ciò che succede fuori dal nostro Paese, ma con cui dobbiamo inevitabilmente confrontarci se non vogliamo rimanere indietro». Quanto conta la fortuna (o, se vogliamo, il suo contrario) nel risultato di una squadra, che sia di calcio o di governo? Glielo chiedo perché Berlusconi non sembra essere stato molto fortunato. Tra catastrofi naturali, politiche ed economiche, a livello nazionale e planetario, da quando è al governo il Cavaliere ne sono capitate di tutti i colori... «Machiavelli nel “Principe” sosteneva che il successo dell’azione politica dipende per una metà dalla “virtù”, cioè dalle doti, dalle capacità di chi governa, e per l’altra metà dalla fortuna, cioè dal caso. Ma non è che quest’ultima componente sia qualcosa di assolutamente imponderabile: Machiavelli dice infatti che attraverso la “virtù” la “fortuna” può essere domata e indirizzata. La dote dote principale di chi governa consiste nel comprendere quali sono i problemi più urgenti, le sfide più importanti, le priorità da affrontare nell’azione politica. La politica italiana non sembra capace di cogliere le cose importanti. E così si rischia di perdere i treni che passano». A cosa si riferisce in particolare? «Faccio un solo esempio. Uno Stato che in un momento storico come questo taglia drasticamente i fondi a scuola, università e istituzioni culturali, dimostra di non aver capito nulla su come si possa uscire da un momento di crisi. Perché così facendo rinuncia al suo futuro. Tagliare in questi settori così strategici come la ricerca e l’istruzione significa tarpare le ali all’intelligenza e alla creatività, puntare su un Paese non di creatori, ma di semplici consumatori, favorire la docilità e il conformismo, più che l’originalità, il genio, il talento. Perché queste sono cose che si sviluppano là dove è accolto e valorizzato lo spirito critico. Ma questo, di segno del tutto opposto, è forse proprio il progetto consapevole di chi sta oggi al governo in Italia: gente che pensa soltanto ai propri interessi personali e non al bene della nazione che ha avuto il mandato di amministrare nel miglior modo possibile. Cosa che sfido chiunque ad affermare che stia avvenendo. Oltre al malgoverno, però, c’è anche qualcos’altro, a mio avviso è ancora più grave». Cioè? «Il totale disprezzo delle regole, comprese quelle fissate dalla Costituzione. Domina l’idea che ogni limite si possa aggirare, che tutto si possa comprare. Così si fa ministro un signore per evitargli un processo: vedi Aldo Brancher. Ma, per tornare ai mondiali, anche una battuta come quella di Bossi, per cui l’Italia si sarebbe comprata la vittoria contro la Slovacchia, è sintomatica e anche dannosa». In che senso? «È sintomatica di quella mentalità diffusa di cui parlavo, cioè dell’idea che con i soldi si possa sistemare tutto. Ed è dannosa perché rimanda all’immagine di un’Italia corrotta, in cui domina l’illegalità. Dico dannosa perché rafforza una percezione negativa del nostro Paese, che ha oggettivamente alcuni problemi di criminalità organizzata, presso i possibili investitori esteri: i quali così rimangono perplessi e sempre più riluttanti a portare i capitali dell’industria in uno Stato che non offre le minime garanzie». Ma a Bossi forse fa gioco veicolare proprio questa immagine negativa dell’Italia, visto che lui si riconosce nella fantomatica Padania... «Trovo che questa sia una cosa davvero ridicola, soprattutto quando sento parlare Bossi e altri esponenti della Lega Nord di secessione. È ridicolo che una formazione politica fomenti sentimenti di odio all’interno di una nazione. Soprattutto uno come Bossi: che coerenza ha un uomo che grida “Roma ladrona” e poi siede a Palazzo Chigi? Nessuno gli fa notare l’insensatezza, l’intrinseca contraddizione di un simile comportamento?».

Roberto Carnero L’U 26

 

 

 

 

Germania, primo sì all'eutanasia. "Si può se è volontà del paziente" 

 

Sentenza della Corte Costituzionale. La Chiesa condanna. Ma per il governo il verdetto "fa chiarezza su temi fondamentali" - dal nostro corrispondente  ANDREA TARQUINI 

 

BERLINO - Chi aiuta un malato incurabile o già in coma a morire, a non avere la vita prolungata artificialmente dai medici contro la sua volontà espressa, non è un omicida. È il rivoluzionario verdetto pronunciato ieri dalla Corte costituzionale tedesca. Una svolta, una sentenza radicale in nome del diritto a una vita degna spinto fino alle estreme conseguenze. E insieme, nel paese natale del Papa, una sfida alla morale cattolica. La Conferenza episcopale tedesca infatti ha subito espresso "la sensazione che la differenza tra eutanasia attiva e passiva non sia stata presa sufficientemente in considerazione dai giudici supremi", e il timore che ciò "determini in seguito delicati problemi etici".

 

Dove comincia e fin dove può spingersi il diritto dei malati a decidere quando morire? E dove finisce il dovere dei medici di dare a ogni costo la priorità al prolungamento della vita del paziente, anche contro la sua volontà? La Corte costituzionale ha deciso - spiega la giudice Ruth Rissing van Saan - che "tagliare un tubo dell'alimentazione artificiale o staccare un ventilatore rientra nella categoria delle forme accettabili di interruzione del trattamento medico, se c'è il consenso del paziente".

 

Alla sentenza si è arrivati dopo il ricorso di un avvocato bavarese, Wolfgang Putz. Il quale, per aver dato ragione nel 2007 alla volontà d'una malata grave raccolta dalla figlia di lei e per aver consigliato a quest'ultima di tagliare i tubi dell'alimentazione artificiale che tenevano in vita la madre, era stato condannato in prima istanza a 9 mesi con la condizionale e a 20mila euro di ammenda. L'anziana signora, Erika Kuellmer, era stata ricoverata in un ospedale di Hersfeld, nell'Assia, per le conseguenze di un ictus dal 2002. Sopravviveva in coma. Prima dell'incidente cerebrale, la figlia di Frau Kuellmer aveva raccolto a voce la volontà della madre di non essere mantenuta artificialmente in vita.

 

La condanna dell'avvocato non è giusta, dice ora la Consulta tedesca. "L'interruzione del mantenimento in vita, operata in conformità alla volontà espressa dal paziente, non è punibile". E "l'accanimento terapeutico non può essere esercitato nemmeno su pazienti che non abbiano firmato il testamento biologico", come invece hanno già fatto 10 degli oltre 80 milioni di abitanti della Repubblica federale.

 

La ministro della Giustizia, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ha elogiato la sentenza: "Fa chiarezza legale su questioni fondamentali". Sul tema dei confini della vita la morale laica, per la Corte Costituzionale e per l'esecutivo, fa premio sulle tradizioni e i principi costitutivi dell'etica legata alla fede. Anche nel paese dov'è nato Benedetto XVI.  LR 26

 

 

 

Immigrazione. Conoscerla è meglio. Rapporto Idos destinato a Regioni e Consigli territoriali

 

Il 60% degli immigrati vive nel Nord Italia, c'è una tendenza alla stabilizzazione nei capoluoghi ma ultimamente anche nei piccoli centri, a causa del problema degli alloggi. Elevata è l'incidenza dei minori. È quanto emerge dal Rapporto "Immigrazione, Regioni e Consigli territoriali per l'immigrazione. I dati fondamentali", realizzato dal ministero dell'Interno e cofinanziato dal Fondo europeo per l'integrazione dei cittadini di Paesi terzi, presentato il 24 giugno a Viterbo per sottolineare l'importanza dei Consigli territoriali per l'immigrazione nelle Province. Il volume, a cura del Centro studi e ricerche Idos (che realizza varie pubblicazioni, tra cui il Dossier statistico sull'immigrazione Caritas/Migrantes), presenta, per la prima volta, dati statistici su ciascuna Regione italiana. I destinatari sono i funzionari e gli operatori che, in rappresentanza di strutture pubbliche o di organizzazioni sociali, fanno parte dei Consigli territoriali per l'immigrazione, per aiutarli a conoscere meglio il fenomeno di cui si occupano.

 

Il 60% al Nord, il 25% al Centro. Facendo riferimento ai dati al 31 dicembre 2008 e tenendo conto degli stranieri regolarmente presenti e in attesa di regolarizzazione, la presenza straniera è di 4.329.000 persone, con una incidenza al 7,2%. Un ritmo d'aumento, negli ultimi 40 anni, che "non ha uguale negli altri Paesi industrializzati se non in Spagna", rileva il volume, visto che nel 1970 erano registrati in Italia solo 144.000 cittadini stranieri. Il fenomeno immigrazione coinvolge tutte le Regioni d'Italia, ma con una diversa intensità tra il Centro-Nord e il Sud. Il volume riscontra una linea preferenziale che vede prevalere il Nord (grosso modo, più del 60% dei residenti), seguito dal Centro (con una quota del 25%) e quindi il Mezzogiorno. I capoluoghi provinciali restano ancora i poli di maggiore attrazione, ma con una dispersione negli altri Comuni "prima sconosciuta e dettata anche dal grave problema degli alloggi nei centri urbani". La tendenza alla stabilizzazione, nonostante la consistenza dei flussi annuali, è diventata sempre più forte con il passare degli anni e di essa sono segno, tra l'altro: l'equilibrio statistico tra uomini e donne; la prevalenza dei coniugati sui celibi e sulle nubili; la convivenza in un nucleo familiare; l'anzianità di soggiorno; l'investimento nell'acquisto della casa; il crescente numero di acquisizione di cittadinanza; i ricorrenti casi di matrimonio con italiani. In particolare, è elevata l'incidenza dei minori (862.453), pari al 22,2% della popolazione straniera (5,5 punti in più rispetto agli italiani). Sono aumentati di 54.800 unità (+10%) anche gli studenti figli di genitori stranieri (628.937 nell'anno scolastico 2008-2009) e incidono per il 7% sull'intera popolazione studentesca (8.943.796).

 

Criminalità, dati contro pregiudizi. "Non è fondato sostenere che l'aumento numerico degli immigrati influisca in modo direttamente proporzionale sull'aumento dei reati commessi", precisa il Rapporto, come attesta il fatto che nel periodo 2005-2008 le denunce contro stranieri sono aumentate da 248.291 a 297.708 (+19,9%) e che gli stranieri residenti sono passati da 2.670.514 a 3.891.293 (+ 45,7%). "I dati statistici sono un rimedio contro i pregiudizi - si legge nell'introduzione -. È sembrata questa la via da seguire in un contesto in cui l'inquadramento del fenomeno migratorio si presenta quanto mai problematico, sia in Italia che negli altri Stati membri dell'Unione europea". "Senz'altro è di pregiudizio all'integrazione la criminalità dei cittadini stranieri - si legge più avanti -, il cui esame porta a distinguere tra quelli presenti regolarmente e quelli che non lo sono, a sottolineare la diversa ripartizione per classi di età, a tenere conto che la maggior parte delle collettività ha una bassa incidenza nelle statistiche penali". Inoltre, precisa il volume, "un cittadino straniero è soggetto a un maggior numero di disposizioni normative e molte denunce riguardano il tentativo di entrare o mantenersi nella legalità (fuga, false generalità, falsi documenti, reati di resistenza all'arresto, oltraggio a pubblico ufficiale, falsità, ecc.)". La maggior parte delle denunce riguardanti gli stranieri, perciò, "ricade nell'area dei reati comuni o della microcriminalità, ma non mancano i reati più gravi: in ogni caso è il singolo immigrato a essere coinvolto e non la collettività nel suo complesso".

 

"Soggetti a rischio" un caso su sei. Il volume ricorda che gli immigrati "non sono solo fonte di rischio" ma anche "soggetti a rischio" e nel caso dei reati violenti contro le persone sono "vittime ricorrenti almeno in un caso ogni sei". Secondo la Direzione investigativa antimafia, gli stranieri, in collegamento con l'estero oltre che con le associazioni malavitose italiane, sono sempre più attivi anche nella criminalità organizzata, "che recluta molto spesso la manovalanza tra gli immigrati irregolari". Quanto al tasso di criminalità, come rilevato nel Dossier Statistico Immigrazione 2009 Caritas/Migrantes, vi è "lo stesso tasso tra gli italiani e gli immigrati". "Gli immigrati irregolari hanno una maggiore evidenza criminale", ma è "difficile determinare la consistenza della popolazione di riferimento".

PATRIZIA CAIFFA SIR

 

 

 

 

Le Regioni e la «diplomazia fai-da-te». Spese pazze per 178 sedi regionali nel mondo

 

Seguendo le orme di Marco Polo anche i moderni Dogi del Veneto hanno fatto rotta a Oriente: puntando dritti alla Città Proibita. Magari, esagerando un tantino. Il leghista Luca Zaia si è quindi ritrovato a governare una Regione che ha 10 (dieci) uffici in Cina. Avete letto bene: dieci. Ma la moltiplicazione dei «baili», come si chiamavano anticamente gli ambasciatori della Serenissima, non si è certamente fermata lì. Poteva forse il Veneto rinunciare ad aprire un ufficetto in Bielorussia? O un appartamento in Bosnia? Un paio di punti d’appoggio in Canada? Tre in Romania? Quattro negli Stati Uniti e altrettanti in Bulgaria (sì, la Bulgaria)? Un pied à terre in Vietnam? Un appartamento in Uzbekistan? Una tenda negli Emirati arabi uniti? Un bungalow a Porto Rico? E un consolato in Turchia, alla memoria dell’ambasciata veneziana alla Sublime Porta, quello forse no?

 

Si arriva così a 60 sedi in 31 Paesi: alla quale si deve aggiungere, ovviamente, quella di Bruxelles. E si sale a 61. Irraggiungibile, il Veneto: a elencarle tutte, sarebbe già finito l’articolo e non ci sarebbe spazio per raccontare quello che combinano invece le altre Regioni italiane. Perché scorrendo i dati che sono in un dossier del Tesoro su questo incredibile fenomeno della diplomazia regionale «fai da te», il Veneto è soltanto in cima a una piramide molto più grossa. Le Regioni italiane hanno all’estero qualcosa come 157 uffici, ai quali si devono aggiungere i 21 di Bruxelles. Per un totale di 178. Già: a un’antenna nel quartier generale dell’Unione europea non ha voluto rinunciare proprio nessuna. «D’altra parte», ha spiegato il governatore lombardo Roberto Formigoni, «è importante avere un presidio a Roma e Bruxelles. Non è affatto un lavoro inutile quello che i nostri funzionari svolgono organizzando a esempio numerosissimi incontri istituzionali per aziende, centri culturali, organizzazioni non governative e così via, che vengono supportati nel dialogo con le autorità nazionali ed europee». La Lombardia, che ha quasi 10 milioni di abitanti: ma il Molise? Che senso ha per una Regione con 320 mila abitanti come quella di Michele Iorio mantenere un ufficio a Bruxelles, peraltro pagato un milione 600 mila euro, oltre ai due di Roma?

 

Per non parlare dei valdostani, che sono 124 mila. Peccato però che la Lombardia non abbia solo un presidio Roma e uno a Bruxelles. Bensì, secondo il Tesoro, altri 27 sparsi in giro per il mondo. Ce n’è uno in Argentina, un paio in Brasile e Cina, quattro in Russia (esattamente come la Regione Veneto), e poi uno in Giappone, Lituania, Israele, Moldova, Polonia, Perù, Uruguay, Kazakistan... E il Piemonte? Che dire del Piemonte? La Regione appena conquistata da un altro leghista, Roberto Cota, presidia 23 Paesi esteri. Con la bellezza di 33 basi. Frutto di scelte apparentemente sorprendenti. Per esempio, ce ne sono due in Corea del Sud. Altrettanti in Costa Rica (perché il Costa Rica?). Altri due in Lettonia (perché la Lettonia?). Roba da far impallidire i siciliani, che avevano riempito mezzo mondo di «Case Sicilia»: dalla pampa argentina a Boulevard Haussmann, Parigi. Poi la Tunisia, e New York, Empire state building. Ma volete mettere il fascino della Grande Mela? Dove gli uomini dell’ex governatore Salvatore Totò Cuffaro si ritrovarono in ottima compagnia. Quella dei dipendenti della Regione Campania, allora governata da Antonio Bassolino, che aveva preso in affitto un appartamento giusto sopra il negozio del celebre sarto napoletano Ciro Paone. Nientemeno.

 

Costo: un milione 140 mila euro l’anno. A quale scopo, se lo chiese nell’autunno del 2005 Sandra Lonardo Mastella, in quel momento presidente del Consiglio regionale, visitando una struttura il cui responsabile, parole della signora, «viene solo alcuni giorni ogni mese ». Struttura per la quale venivano pagati tre addetti il cui compito consisteva nell’organizzare, per promuovere l’immagine regionale, eventi ai quali non soltanto non partecipava «alcun esponente americano », ma nessuno «che parlasse inglese». Quello che colpisce, però, sono sempre i luoghi. La Regione Marche, tanto per dirne una, ha nove basi all’estero. Di queste, ben quattro nella Cina. Il Paese decisamente più gettonato: alla Corte di Hu Jintao ci sono ben sette enti locali italiani, con addirittura ventitrè uffici. Il doppio che nella federazione russa. Quattro, in Cina, ne ha pure il Piemonte. Regione che si distingue da tutte le altre per avere attivato anche una sede a Cuba. Oltre a due in India, dove hanno un punto d’appoggio pure le Marche. Ma non l’Emilia-Romagna, che paradossalmente ha meno presidi esteri della piccola Regione confinante: cinque anziché nove, numeri a cui bisogna sempre aggiungere quello di Bruxelles. Quasi tenerezza fanno gli ultimi in classifica. Il Friuli-Venezia Giulia, che si «accontenta» (si fa per dire) di tre «consolati» oltre a quello europeo: in Slovacchia, Moldova e Federazione russa.

 

La Basilicata, andata in soccorso ai lucani dell’Uruguay e dell’Argentina. La Valle D’Aosta, che non sazia della sede di Bruxelles ne ha pure una in Francia. Ma dove, altrimenti? Infine la Puglia: come avrebbe fatto senza un comodo rifugio dai dirimpettai albanesi? Quello che non dice, il dossier del Tesoro, è quanto paghiamo per tale gigantesca e incomprensibile Farnesina in salsa regionale. Per saperlo bisognerebbe spulciare uno a uno i bilanci degli enti locali. Dove intanto non è sempre facile trovare i numeri «veri». E soprattutto non è spiegato a che cosa serva tutto questo Ambaradam. A favorire gli affari delle imprese di quelle Regioni? Al prestigio dei governatori presenti o passati? A mantenere qualche stipendiato illustre? Il sospetto, diciamolo chiaramente, è che nella maggior parte dei casi l’utilità di tutte queste feluche di periferia sia perlomeno discutibile. Come quel Federico Badoere, nel 1557 ambasciatore veneziano a Madrid presso la corte di Filippo II, autore di una strepitosa relazione spedita al Senato della Serenissima nella quale liquidava come una trascurabile quisquilia ciò che stava succedendo dopo la scoperta dell’America, evento che un suo predecessore si era addirittura «dimenticato» di riferire a Venezia: «Sopra le cose delle Indie non mi pare di dovermi allargare, stimando più a proposito compatire il tempo che mi avanza a narrare le cose degli altri stati di Sua Maestà».

Sergio Rizzo CdS 23

 

 

 

Il Presidente delle Regioni Errani difende le sedi all’estero: aiutano le imprese. La replica del Sdnmae

 

Roma - "Il Sndmae, Sindacato rappresentativo dei due terzi dei membri della carriera diplomatica, ha letto con una certa sorpresa l'intervista del Presidente della Conferenza delle Regioni, l'emiliano Vasco Errani, alla "Stampa" del 24 giugno e in particolare la sua difesa del fenomeno della proliferazione delle sedi regionali all'estero, denunciata da Sergio Rizzo sul "Corriere della Sera" di mercoledì scorso. Per il Presidente Errani, le 178 sedi estere delle Regioni si giustificherebbero, senza configurarsi quale un vero e proprio spreco di denaro pubblico, in quanto "non sono sedi di rappresentanza ma servono a sostenere le imprese che cercano affari all'estero". Sostenere e promuovere l'internazionalizzazione delle imprese italiane è uno dei compiti istituzionali e prioritari del Ministero degli Esteri e di tutte le sue carriere e professionalità, in servizio a Roma e nei 325 uffici che compongono la rete diplomatico-consolare italiana nei cinque continenti, tra Ambasciate, Consolati, Rappresentanze presso le Organizzazioni internazionali ed Istituti Italiani di Cultura". Così il Sindacato, in replica alle dichiarazioni di Vasco Errani seguite alla pubblicazione dell’articolo "Le regioni e la "diplomazia fai da te": spese pazze per 178 sedi nel mondo" di Sergio Rizzo, che ha scatenato diverse reazioni tra i governatori regionali (vedi servizio sopra, ndr).

"Un compito – prosegue il sindacato – che la diplomazia italiana conduce egregiamente - come dimostrato dal ruolo cruciale svolto, per fare solo un esempio recente e che ha avuto vasta eco sui media nazionali, dall'Ambasciata a Panama per quanto riguarda le commesse per la ristrutturazione del canale - ma che potrebbe essere svolto ancora meglio, se solo lo Stato mettesse a disposizione del Ministero degli Affari Esteri una quota di bilancio anche appena superiore allo striminzito 0,11% sul PIL del 2009 (quando gli Stati Uniti devolvono alla politica estera lo 0,28% ed i Paesi Bassi... lo 0,17%!). Nella realtà, i fatti (Manovra Tremonti) ci fanno invece purtroppo pensare che la percentuale per gli Esteri sia destinata ad essere ulteriormente ridotta".

"Le Regioni, sempre per bocca del Presidente Errani, si dicono pronte, per protestare contro la manovra finanziaria, a restituire le competenze ricevute dallo Stato con il decreto legislativo 112: trasporto pubblico locale, mercato del lavoro, polizia amministrativa, incentivi alle imprese, Protezione civile, opere pubbliche, agricoltura, viabilità e ambiente e così via, ma non certo la presenza all’estero! Anche in considerazione delle note problematiche di bilancio, - osserva il SndMae – sarebbe a questo punto preferibile per le Regioni concentrarsi sulle proprie competenze istituzionali, facendo riferimento ed appoggiandosi al Ministero degli Esteri per l’internazionalizzazione delle proprie imprese. Giova ricordare che la Costituzione ha affidato la politica estera al Ministero degli Esteri, e che la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1 agosto 2008 ha specificamente affidato agli Ambasciatori all'estero il ruolo di coordinatori, nel Paese di accreditamento, di tutte le istanze italiane, siano esse centrali, locali o private".

"E le Ambasciate italiane all'estero – conclude il sindacato – saranno ben liete di accogliere i delegati regionali che si occupano di sostegno alle imprese all'estero, evitando così anche inutili duplicazioni di ruoli e pericolose confusioni, nell'ottica della realizzazione (finalmente!) di un vero Sistema-Paese". (aise)

 

 

 

 

 

Il cervello degli adolescenti (5). Interattività, scuola e pregnanza… negare la primavera non fa nascere i fiori

 

Con questo articolo termino dunque l’ondata dei cinque che ho dedicato al cervello degli adolescenti (usciti negli ulti quattro numeri del Webgiornale, ndr) e che, preceduti dalla loro introduzione, sono anche stati gentilmente riportati nel sito www.atuttascuola.it con la loro fonte. Facciamo finta che siano cinque non per pura coincidenza, ma per rispondere con lo stesso numero e lo stesso giudizio ad un insulso 5 in condotta che non spiega nulla e che solo condanna.

Far fare dei nostri figli dei bravi e diligenti studenti non significa comunque necessariamente avere la garanzia di trovare nella scuola una collaborazione per far diventare quegli stessi ragazzi anche, contemporaneamente e magicamente, creature “socialmente mature”. E viceversa.

Molti minori potrebbero infatti istintivamente rifiutare la scuola perché la sentono troppo estranea al loro bisogno di trovare risposte e soluzioni agli interrogativi per loro più urgenti, ma anche alle loro competenze più attive e significatamente stimolate dal loro ambiente di provenienza.

Anni fa, ripetevo qualcosa di simile in difesa dei bambini stranieri (ma anche di quelli in genere socialmente svantaggiati) spesso poco motivati a scuola, rifiutati dalle scuole tedesche ed emarginati nelle scuole differenziali in quanto non corrispondenti allo standard di sviluppo di determinate competenze in nome di una restrittiva applicazione delle teorie piagetiane; molti spunti di quelle tesi provengono dalle teorie pedagogiche dell’attivismo, che prendono le mosse dal pensiero funzionalista soprattutto dell’americano John Dewey - da leggere, però, senza bisogno di esaltarne nome e teorie in maniera esagerata: le teorie, d’altronde, a chi non è fanatico ed alla ricerca di appigli di fede in mezzo ad una vita in cui non sa orientarsi altrimenti, servono soprattutto a questo: a pensare.

Ora, dunque, questo punto di vista sembra essere abbracciato pienamente anche da alcuni orientamenti delle neuroscienze che affermano quanto soltanto in parte lo sviluppo del nostro cervello sarebbe diretto dai geni, ma in grossa parte dagli stimoli ricevuti e scambiati nell’ambiente di appartenenza. Per la verità, la riflessione richiama qualcosa dei concetti di “potenza” e di “atto” di Aristotele sui quali tanti hanno scritto in occasione del secolare dibattito tra fato e libero arbitrio, un dibattito di cui anche io mi sono occupata una decina di anni fa in un lavoro ancora inedito sullo sviluppo della personalità umana guardato da un punto di vista squisitamente filosofico. Questo discorso dell’interattività e dell’importanza dell’esperienza era già lì un’importantissima argomentazione difensiva contro ogni forma di determinismo (biologico ma anche culturale) rimasta poi alla base di tutte le mie tesi (e non solo delle mie) che progressivamente hanno incluso i temi della relazione autenticamente terapeutica, del diritto allo studio, alla differenza, allo sviluppo ed all’espressione della propria personalità individuale, fino a parlare di una personalità/esperienza come di due facce di un’umanità individuale che non deve essere mortificata, ma anzi valorizzata in una scuola che prepari i bambini alla vita ed alla vera appartenenza ad una società sentita significativa e vitale, luogo “variopinto”, scrisse qualcuno, di accoglienza ed esperienza, di dialogo e scambio. E’ così che, partendo da un discorso filosofico sull’uomo, io personalmente sono arrivata a preoccuparmi delle scuole.

Se, infatti, il cervello è interattivo e se noi ne sviluppiamo le aree secondo modalità attivate dalla nostra diretta esperienza con la realtà esterna,  perciò ad essa direttamente collegate, sorgono delle implicazioni su cui riflettere e che hanno le loro serie ricadute sulla responsabilità della scuola: un genitore che si impegna nel suo ruolo mal accetta di vedere il figlio perder tempo in un’istituzione che non sa essere “educante”…. La scuola, s’intende, non è ancora questo; e non lo è non solo per colpa di tanti insegnanti (non tutti), ma perché, in quanto sistema, non è stata concepita e non è nata per essere questo (argomento di un altro mio lavoro inedito): deve aggiornarsi, dunque, cambiare, crescere anch’essa, sintonizzandosi con i bisogni dell’utenza e della storia, del contesto-ambiente in cui è immersa ed inserita e da cui non può vivere isolata, e, diciamola tutta… pure con le esigenze del cervello in crescita dell’utenza a cui si rivolge…. La scuola, insomma, deve mettersi a studiare qualche nuova materia! E se il Ministero dell’Istruzione non si occupa di questi nuovi programmi di aggiornamento e di formazione… chi lo farà?

Il che vuol dire che il fare esercizi con un bravo insegnante di matematica aiuterà un bimbo già dalle elementari a svolgere problemi di matematica ordinando i dati in maniera pure precisa; ma senza il dovuto collegamento tra ciò che fa a scuola e ciò che vive nel quotidiano, che è legato al suo “contesto di vita” e che per lui ha “pregnanza”, quel bambino non eserciterà alcuna tendenza all’autoriflessione, a fare associazioni e connessioni significative, e, andando a scuola, si “staccherà” dalla vita, imparando in molti casi a “staccarsi” anche dalla testa che tutto comanda e controlla  “spegnendo” il cervello, con tanto di crollo di rilascio e/o di recezione di dopamina… Oh bella: non è che proprio andando a scuola i nostri figli si esercitano a come saper non “ascoltare” e non “esserci” più? Immaginatevi: un allenamento di circa 30 ore alla settimana, se non di più, per tutti quei mesi… per tutti quegli anni…

E che dire di quei bambini che hanno effettivamente difficoltà di apprendimento e di elaborazione di informazioni, che in una scuola così superficiale non vengono identificati e NON per essere “emarginati”, come sanno fare così bene in Germania, i cui insegnanti elementari hanno precisamente questo compito “scientifico”, ma per essere aiutati con programmi riabilitativi a mettersi al passo? Che ne sarà di loro quando il loro passo li lascerà troppo indietro?

Allora non si parlerebbe più solo di scuola in termini di “ambiente demotivante”: in questo caso, essa procurerebbe ai nostri figli l’opportunità negativa di assumere e cristallizzare atteggiamenti socialmente e/o psicologicamente negativi, cioè un serio danno!... Che dire?...

Tante scuole impiegano l’energia mentale dei nostri figli senza ottimizzare il loro tempo a disposizione, anzi, sottraendo ai ragazzi tempo utile e opportunità di fare fatidiche, fondamentali e sentite urgenti “esperienze di vita” (si dice, “vitali”) per l’incapacità di saper usare i libri (stimoli di riflessione teorica e di esperienza vissuta) come “aggancio” al fine di formulare insieme ed in classe collegamenti importanti con la vita psicologica, fisica e sociale degli stessi ragazzi - per i quali la scuola si dice creata (lo diciamo anche con gli slogan: “portiamo la scuola nel mondo”); quelle “esperienze vitali” che poi tanti docenti e studiosi definiscono “mancanti” nella stessa formazione personale di insegnanti che troppe volte rischiano o tentano di fare dei nostri bambini una replica di individui intellettualmente e moralmente mediocri, se non dei ribelli e dei disadattati alla vita reale. Chissà cosa succederà dopo che scuole così saranno portate davvero in tutto il globo e, con grande successo, faranno dimenticare a tutti i bimbi il contatto con il loro mondo di vita, con ciò che per loro è “terreno” e legato alla sopravvivenza al loro ambiente…

Ma anche se la scuola dovesse continuare a limitarsi ad insegnare che la vita è “altrove”, che il dovere non è “vivere”, noi ed i nostri figli siamo comunque rovinati. E’ questo l’errore più assurdo che chi è riuscito a sedersi dietro ad una cattedra (o una scrivania) con la sensazione di aver “rinunciato” a qualcosa, di aver “sacrificato” la propria gioventù, ripropone e si aspetta dai giovani rovinando chi vuole invece sentirsi dire “dove è la vita”.

E “dove” è la vita, se non in ciò che facciamo, il giorno e la notte, senza segreti ed ambiguità?

Che si faccia entrare “la vita” nelle scuole, curando la sensibilità degli insegnanti, organizzando programmi di aggiornamento e di autoconsapevolezza che insegnino a molti di loro ciò che non hanno potuto imparare: poiché nessuno può insegnare e trasmettere ciò che non sa; poiché la scuola non può essere il luogo di un messaggio asfittico di morte, sacrificio, rinuncia, e cascare poi dalle nuvole nel constatare che sempre più giovani non ne hanno non dico fiducia, ma addirittura stima e rispetto. Chi ha la responsabilità ultima di questa catena di cause ed effetti che rende coloro che insegnano spesso (non sempre) le persone meno indicate per insegnare a fare associazioni significative, vitali, efficaci che forniscano una “cultura” veramente capace di alimentare la coscienza e sviluppare nel cervello connessioni importanti tra le diverse aree dell’esperienza?

Se l’insegnante è semplicemente un esecutore di programmi ministeriali, infatti, si danno (e sempre di più) bambini e ragazzi che, per esperienza con un modo di attingere informazioni più stimolante (sia in senso tecnico, grazie alla multimedialità, che in senso culturale, grazie ad un ambiente di provenienza più ricco di input direttamente o indirettamente o “naturalmente” - come nel caso dei bambini che chiamo “multiculturali” e/o provenienti da situazioni familiari particolarmente complesse che spingono il minore ad affrontare o a rifiutare il pensiero), sin dall’inizio si trovano spesso soli a dover fare i conti con l’esigenza di trovare una sintesi ed un equilibrio tra diversi modi di trasmettere informazioni, diverse informazioni, la discordanza tra informazioni… eccetera. Queste giovani menti vanno sostenute, sia perché un domani potrebbero fornire un grande contributo sociale in un mondo che va avanti ad una velocità con cui la loro generazione ed il loro modo di essere sapranno sintonizzarsi probabilmente con più facilità della nostra; e sia perché la loro energia non si ritorca invece contro la società stessa che non li ha accolti e che ha insegnato loro il rancore. Dobbiamo alimentare le forze e prevenire l’orrore: crescere (e non minacciare o annullare) la forza ANCHE per non trasformarla in pericolo.

Allora: chi sa, e chi parla, nelle scuole, di quella strana magia, di quella specie di possessione che gli antichi chiamavano infatti “en-tusiasmo”, di quel fascino accattivante che fa prendere una iniziativa che è sì pericolosa come sfida alla vita che attrae perché ancora non si conosce la vita né nella teoria né nella pratica, perché si cerca se stessi nell’effetto concreto, nella forza d’impatto che le proprie idee hanno sulle cose che toccano e cambiano?….

Ovviamente pensare così non è pensare da adulto! Ovviamente ci fa saltare il cuore di genitori! Ovviamente infastidisce gli insegnanti! Ovviamente è rischioso, perché è un ragionamento che si poggia sull’acqua! … Ma, per arginare un impulso adolescente non lo si deve “giudicare”: lo si deve innanzi tutto ammettere per quello che è: una viva forza della natura (ossia naturale) che sta lì per far crescere il bambino nell’adulto che diventerà.

L’adolescenza è la primavera della vita…. E l’errore sta proprio nel giudicare il cervello di un ragazzo, ossia il suo pensiero, con la misura di un cervello di un bambino, umiliandolo, o di quello di un adulto, condannandolo. Tanti insegnanti (e chi li dirige) devono imparare a sentire con genuinità la loro capacità di stupore, ammirazione, rispetto, comprensione e riconoscimento verso la vita che preme e che esce in forme spesso non contemplate dalla scuola, ma non per questo prive di significato e di possibilità di “aggancio”: devono imparare come si fa ad attivare questa capacità nella loro coscienza, nel loro stesso cervello. Devono aggiungere qualcosa al loro CV… 

Non è e non deve essere dunque l’impulso alla vita il “problema” degli adolescenti, ma forse lo sono diventate le occasioni perdute di fare esperienza con un mondo pieno di novità da esplorare e scoprire che il nostro mondo civilizzato e rinchiuso tra appartamenti, appuntamenti scolastici ed extrascolastici, gruppi capeggiati e supervisionati da adulti non offre. I giovani un tempo facevano riti di iniziazione (e, spesso, proprio in occasione della primavera, che in molte culture segna l’inizio del nuovo anno solare) affrontando pericoli veri, si esercitavano e partivano per le guerre, facevano figli sapendo di rischiare la morte ad ogni gravidanza ed ad ogni parto…. Nel mondo di un tempo, la morte aspettava la vita dietro ogni angolo, rendendola tremendamente più collegata all’istinto della sopravvivenza, mantenendo l’individuo più all’erta, scatenandogli, diremo noi ora, la dopamina senza bisogno di andare a cercarsi rischi meno funzionali alla sua capacità di esistenza per sentirsi eccitato - che significa sentirsi “vivo”. D’altronde, lo si sa dall’antica tematica degli Opposti: si conosce una cosa (in questo caso, la sensazione di essere vivi) attraverso la conoscenza anche del suo contrario (la consapevolezza di poter morire)…

Noi invece viviamo protetti in campane di vetro che forse non sono sintonizzate con la biologia di un cervello in crescita…

Sì, questo, forse, è il problema…Ma se non lo capiamo, se non proviamo a capirlo, forse diventa la rabbia, e non la voglia di vita, ciò che spegne pericolosamente ed a tratti le luci di un territorio che a quell’età si sfiora per la prima volta con intensa gioia, ma che si può perdere altrettanto facilmente, o che non si vuol perdere a nessun costo. Quel territorio ha un nome: si chiama “diritto all’identità”, che è il nostro pieno, unico, vero diritto per il quale acquista un senso pregnante lo stare al mondo, il rimanerci ed il fare qualcosa nel mondo e per il mondo… E se non riconosciamo ad un minore il diritto di costruirsi un’identità, non possiamo poi chiedergli di saper e voler pagare il conto delle nostre aspettative con la sua scuola, il lavoro, un giorno la famiglia, le tasse eccetera eccetera; conti che lo condanniamo a pagare investendo energia da un’identità che gli abbiamo appiccicato addosso e che lui non ha scoperto da solo….Ecco, traendo materiale dai miei studi, dalle letture, dalla mia vita, dagli incontri, dagli scambi e dalle mie riflessioni, io penso questo. Ma non dico novità.

Spero di aver contribuito a richiamare interesse alla lettura non solo di un testo che viene dagli USA. Qualche genitore ha cominciato a cercarmi per ricevere orientamento su problemi riguardanti i propri ragazzi. Tengo a precisare la mia disponibilità sul sito che appare qui sotto.

Dalla prossima uscita, qualche richiamo alla ricchezza della cultura antica.

Cristina Rocchetto (consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press

 

 

 

Berlino. Conferito il "Premio per l’integrazione scolastica dei giovani italiani"

 

Berlino - Giovedì 24 giugno l’Ambasciatore d’Italia a Berlino Michele Valensise ha conferito a nome del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il "Premio per l’integrazione scolastica dei giovani italiani" a cinque alunni che si sono particolarmente distinti per il progresso del loro rendimento nella scuola tedesca. Alla cerimonia di premiazione erano presenti rappresentanti dei Ministeri del Culto di alcuni Länder, rappresentanti della collettività italiana in Germania nonché professori e alunni della Finow-Grundschule, la scuola Europea italo-tedesca di Berlino-Schöneberg.

I vincitori sono stati individuati attraverso una selezione, che ha tenuto conto dei risultati conseguiti nell’ultimo anno scolastico e dei progressi registrati rispetto all’anno precedente. Essi sono stati insigniti delle medaglie del Presidente della Repubblica, coniate per l’occasione, e hanno ricevuto un premio in denaro offerto dall’Uniteis (Unione Gelatieri Artigiani in Germania). Ciascuno dei premiati ha ricevuto inoltre una copia, messa a disposizione dalla Società Dante Alighieri, del dizionario della lingua italiana "Devoto-Oli".

L’istituzione del premio, sottolineano dall’Ambasciata, è "indicativa del comune interesse dell’Italia e della Germania per un migliore inserimento dei bambini italiani nel sistema scolastico tedesco. Le difficoltà scolastiche della collettività italiana in Germania rappresentano da anni uno dei principali ostacoli alla sua piena integrazione: i bambini italiani sono ancora sottorappresentati nei licei e nelle Realschulen - sono ancora pochi i ragazzi italiani che lasciano la scuola con un diploma di maturità ginnasiale - mentre la loro percentuale nelle Sonderschulen e Förderschulen si attesta sul doppio della media tedesca".

"L’istituzione del premio a riconoscimento dell’impegno scolastico dei ragazzi italiani – si sottolinea ancora – vuole essere un contributo concreto per favorire la loro integrazione formativa in Germania. L’iniziativa ha carattere permanente: si è voluto in tal modo incoraggiare i ragazzi e le loro famiglie a un impegno continuativo in vista dei progressi scolastici". De.it.press

 

 

 

 

Il cinema italiano è presente al Festival di Monaco (25 giugno-3 luglio)

 

Monaco di Baviera - Per rappresentare l’Italia alla 28a edizione del Festival del Cinema di Monaco  (25 giugno – 3 luglio 2010), la seconda manifestazione tedesca del settore dopo il Festival internazionale di Berlino (Berlinale), sono stati scelti 6 film che rappresentano la vivace e variegata panoramica della produzione italiana degli ultimi anni.

 

Il festival bavarese ha dimostrato recentemente un crescente interesse per il cinema italiano e quest´anno la partecipazione di opere di giovani registi italiani è resa possibile anche grazie al progetto Filmare, che promuove il cinema italiano in Germania e che è nato dalla collaborazione tra l’ICE (Istituto nazionale per il Commercio Estero) e Cinecittà Luce.

 

Il Festival di Monaco si caratterizza per l’importanza dell’aspetto commerciale che esso riveste per il mercato tedesco e quelli limitrofi, coniugando perfettamente in un’unica formula festival e mercato, grazie al folto pubblico, alla presenza di distributori sia tedeschi che dell’est europeo e di circa 2000 professionisti del settore provenienti da tutto il mondo.

 

Tra i film italiani selezionati dal festival si segnalano L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino e Piombo Fuso di Stefano Savona. Tutti e tre i film sono presentati personalmente dai registi italiani, presenti a Monaco. Del programma fa anche parte il film Lo spazio bianco di Francesca Comencini, opera questa che coglie l’occasione per presentarsi di nuovo ai distributori tedeschi per un eventuale acquisto dei diritti.

 

Per l’Italia, il culmine della rassegna sarà la serata italiana che l’ICE organizza il 30 giugno ed alla quale saranno presenti i registi Giorgio Diritti e Michelangelo Frammartino. L’Istituto nazionale del Commercio Estero inoltre ha prodotto insieme a Cincecittà Luce una pubblicazione dedicata ai film italiani in programma a Monaco che sarà distribuita, in collaborazione con il festival, a tutti gli addetti ai lavori accreditati. Ice, de.it.press

 

 

 

 

Lamentele. Il Console di Colonia assente al Convegno sulla condizione degli italiani in Germania

 

Colonia - Venerdì scorso, 18 giugno, l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia ha ospitato un convegno sul tema "Condizione sociale degli italiani in Germania e nel Nordreno-Vestfalia. Analisi e prospettive". Promosso dall'Unione italiani in Germania per il sociale (Uigm), dal Patronato Ital - Uil e dalla Uil -Pensionati, il convegno è stato commentato dalla Uim del Nord Reno Westfalia con una nota in cui si esprime soddisfazione per il positivo svolgimento dei lavori, ma anche critiche al Console che non vi ha partecipato.

"All’Istituto italiano di Cultura di Colonia – vi si legge – che è attaccato al Consolato Italiano, il Console Italiano non c’è. Non sa che si è perso! Lo lasciamo innominato perché non c’è al Convegno della UIM del Nord Reno Westfalia. E si è perso Gianfranco, Giuseppe, Marilena, Romano, Agostino, Laura, Alberto, Rosella. Li citiamo solo per nome i relatori del Convegno - perché i protagonisti sono stati tanti altri nomi di persone che hanno riempito la sala. Non abbiamo contato quanti erano ma il Console lo sa di certo quanti ne contiene quella sala. Ma cosa deve fare il Console se non stare laddove si riuniscono gli italiani? Questi italiani di Colonia che dalla platea hanno seguito con attenzione i ragionamenti degli argomenti in discussione, si sono scaldati fino all’ovazione con chi li ha spronati a combattere per i diritti, hanno interrotto relazioni per far sentire la loro voce. Ed hanno espresso il loro scontento per non essere considerati la loro paura per il futuro dei figli, il loro disappunto per la politica italiana".

"Il Convegno – prosegue la nota – ha approfondito i temi della condizione sociale degli italiani in Germania: il lavoro, la pensione, la sanità, la scuola, i diritti di cittadinanza politica e sociale. Ed anche l’appello a porre attenzione alla violenza domestica alle donne è stata una denuncia che ha travolto la scioccata partecipazione dei presenti. La partecipazione che è stata la parola più ripetuta: "Partecipare e fare politica: dentro e fuori i partiti politici – e soprattutto qui, dove viviamo e pensiamo di continuare a vivere"". (aise)

 

 

 

Hannover. Il Comites si ribella alla circolare che taglia i rimborsi agli spostamenti del Presidente

 

Hannover. Sabato 19.06. 2010 alle ore 10.00 si è tenuta la riunione dell’assemblea del Comites di Hannover. Dopo i saluti del Presidente e l’approvazione del verbale della riunione  del 13 nfebbraio, vengono discussi  i preventivi 2011 del CAI (comitato per l’assistenza ai bisognosi) e del Co.As.Sc.It. (Comitato di assistenza scolastica). Per quanto riguarda il Comitato scolastico vengono elogiate le iniziative scolastiche che l’ente porta avanti con successo ed in particolar modo il progetto “Forza Abi” (un progetto realizzato anche  con il contributo anche della città di Hannover). I due bilanci preventivi vengono ritenuti utili per la collettività ed approvati.

 

Si prende atto del rinvio delle elezioni dei Comites e si decide di continuare il lavoro intrapreso in questi anni. Si coglierà l’occasione per poter approfondire i rapporti con le autorità locali ma anche raccogliere i frutti di quanto seminato. In questa direzione andrà il programma autunnale.

 

Oltre alla pubblicazione di due numeri del “Comites Informa”, all’iniziativa  “premio comites 2010” ed alla mostra itinerante “Frammenti” che diventerà un libro scritto da Scigliano, verranno portati avanti almeno altri due progetti: 1 doppia cittadinanza – verranno coinvolte nel progetto Hannover, Osnabrück, Braunschweig, Hildesheim e Salzghitter; 2 Giovani – Mobilità in Europa – Il progetto avrà carattere europeo

 

Si è discusso anche e soprattutto di scuola e dell’assistenza indiretta. Entrambi i settori, sono stati oggetto di vistosi tagli da parte del Governo italiano. La preoccupazione è quella di vedere nel 2011 ulteriori tagli. Si vocifera che addirittura i comitati CAI in futuro non riceveranno più contributi. Per quanto riguarda gli anziani si cercherà di tematizzare l’argomento in autunno. Sarebbe auspicabile raccogliere informazioni per vedere il loro stato economico-sociale.

 

Un lungo dibattito è stato portato avanti a proposito della circolare n.4.

La circolare N. 4 che riguarda i Comites va rivista assolutamente ed in fretta perché non è ammissibile che chi opera per la collettività lo debba fare con i propri soldi. La circolare, se interpretata in modo restrittiva non consente rimborsi al Presidente  o chi per lui (diversi sono i consiglieri attivi nei vari settori) per tutti gli spostamenti che vengono fatti nel capoluogo. Il comites di Hannover, oltre agli incarichi istituzionali, che adempie egregiamente,  ha un grande giro di contatti utili per l’integrazione della nostra collettività ed anche per quanto riguarda l’offerta sul territorio della nostra della nostra lingua e cultura.

 

Il lavoro nel Comites è volontariato allo stato puro ma si deve evitare che chi è convito dell’utilità di questo operato, lo faccia  togliendo soldi  alle proprie famiglie. Da un lato si chiede di operare nel bene dei cittadini italiani, della loro cultura e della loro lingua e dall’altro chi dovrebbe farlo deve mettere le mani in tasca. Non è ammissibile. L’Assemblea chiede al Ministero competente di rivedere la circolare n.4 che regola la materia.

Dott. Giuseppe Scigliano, presidente del Comites (de.it.press)

 

 

 

 

Tübingen. Omaggio al poeta Lucio Piccolo

 

Presentato a Tübingen il poeta siciliano Lucio Piccolo. Nella prestigiosa Hölderlinturm (Torre Hölderlin) il maggior biografo di Piccolo, Franco Valenti, ha acceso un faro su questo grande letterato, rimasto all’ombra del cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del celebre romanzo “Il Gattopardo”. Piccolo nasce a Palermo nel 1901 e muore a Capo d’Orlando nel 1969

L’iniziativa dell’associazione Amici della cultura italiana di presentare Lucio Piccolo si è rivelata un grande successo.

Grazie ad una puntale introduzione del prof. Ignazio Campagna, Franco Valenti, forte della sua profonda conoscenza anche personale di Piccolo, è riuscito a condurre il numeroso ed attento pubblico italo-tedesco nel mondo dell’opera poetica dell’autore siciliano.

L’oggettivismo, il surrealismo e l’intellettualismo di Lucio Piccolo si possono ricondurre ad un naturalismo mitologico fatto di fiori, frutti, acqua, venti, spazi e nubi, montagne e giardini, ore e stagioni, casolari e visi umani guardati come in un sogno.

Tra le raccolte di Piccolo, definito da Vincenzo Consolo il “barone magico si ricordano Canti barocchi (1956), Gioco a nascondere (1960), Plumelia (1967).

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1969 sono stati pubblicati:

La sete (1984) e Il raggio verde (1993).

Lucio Piccolo, uno dei poeti più significativi del secolo scorso, è rimasto in penombra forse perché ha vissuto per tutta la vita in una sorta di esilio forzato. Di lui si è scritto che pur essendo di origini aristocratiche si vestisse in modo trasandato e che fosse alla continua ricerca di miti che potessero innalzare l’uomo perché - come soleva dire criticando la società in cui viveva - l’uomo si era ridotto ad essere una formica.

L’altra ipotesi dell’immeritato oblio è di esser stato considerato solo il cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Per Franco Valenti, che ha pubblicato diversi saggi sul suo conterraneo “Lucio Piccolo naturalista lirico”, “Lucio Piccolo e il barbiere” , Lucio Piccolo – Poesia per immagini nel vento di soave”, la poesia di Piccolo è fra le più belle del Novecento.

Tuttavia resta di non facile accesso. La difficoltà maggiore deriva dalla complessità dei riferimenti e richiami che vanno dalla filosofia alla matematica, alla fisica, alla musica, al lavoro campestre, all’ecologia.

Altri particolari sono contenuti nel servizio audio realizzato con il noto critico Franco Valenti.

Per ascoltare, basta cliccare in questo link http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6554022/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/xpi1ux/index.html

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

Amburgo. L’associazione Club Castello rinnova le cariche. Pietro Trotta eletto presidente

 

Amburgo. L’associazione culturale italiana Club Castello, con sede ad Amburgo, rende noto che il 20 giugno sono stati eletti come presidente Pietro Trotta, vice presidente Patrizio Di Paolo, cassiere Tiziano Di Paolo, membri del Consiglio di Amministrazione Salvatore Di Blasi, Vincenzo Di Marco, Ciro e Gennaro Trama, Pietro Caprari e Eligio Losito (gli ultimi due responsabili delle pubbliche relazioni con le altre associazioni italiane in Amburgo e in Germania).

“Continuiamo ad adoperarci con le nostre forze per promuovere la cultura italiana e lo sport ad Amburgo! Ringrazio i nostri soci per la fiducia nelle nostre attività svolte a titolo onorifico”, ha dichiarato il presidente Pietro Trotta. (Inform)

 

 

 

L’attrice Susanna Capurso di Berlino sarà alla consegna del Premio Internazionale "Pugliesi nel Mondo"

 

Berlino - Mancano esattamente tre mesi alla cerimonia di consegna del Premio Internazionale "Pugliesi nel Mondo" che verrà assegnato a diverse personalità del mondo artistico, culturale e imprenditoriale il 25 settembre a Bari. C’è ancora molta strada da fare per preparare l’evento cui però hanno già assicurato la propria partecipazione molti dei premiati.

Primo tra tutti il gruppo salentino dei Negroamaro, ma anche la giovane artista Simona Galeandro, vincitrice nel febbraio scorso al Festival del Cile e vincitrice Festival di Castrocaro nel 2008. Saranno a Bari anche Domenico Favuzzi, presidente e amministratore dell’Exprivia spa, Lucia Altieri, la "Raffaella Carrà cubana", artista di fama internazionale e imprenditrice a L’Avana, Roberto Potì, Direttore Centrale di Edison Spa nonché presidente di Edison Hellas e Galsi spa, Vito Quaranta, Director Centre for cancer systems biology a Nashille (Usa), Susanna Capurso, attrice fra le più conosciute, apprezzate e seguite dalla TV tedesca, residente da tanti anni a Berlino, Alessandra Amoroso, giovane cantante, vincitrice di "Amici 2009" che sta ottenendo un notevole successo incidendo un disco, peraltro, che è stato tra i primi in assoluto come vendita, Gabriele Caliandro, presidente Index Holding Spa, Renato Carati, imprenditore nel settore ristorazione in Belgio, e Reandra Russo, docente e scrittrice a Johannesburg. (aise)

 

 

 

 

Tappa del Toscana Golf  a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Oltre 100 partecipanti per la prima gara e oltre 150 per la seconda sono stati i numeri della prima prova del Toscana Golf,  il Circuito golfistico internazionale che ha preso il via lo scorso 20 e 21 giugno 2010 a Monaco di Baviera. Cornice della prima tappa è stato il Golf Club Valley di Monaco, club privato con green a 18 buche di ultima generazione che vanta di essere uno dei campi più lunghi d’Europa (ben 7200 metri per coprire il percorso completo). Qui, i giocatori sono stati messi in difficoltà dalla pioggia battente continua che ha imperversato nell’arco di tutta la giornata.

La seconda giornata ha avuto luogo al Golfclub Munchen di Strasslach, all’interno di una gara di altissimo livello,  la “out of boundsPro.Am del BMW Open dell’European Tour presso il green più antico e prestigioso di Monaco. Temperature intorno ai 10°C e precipitazioni scarse hanno accompagnato i circa 150 partecipanti tra i quali numerosi vip, cantanti, attori e giocatori della Bundesliga.

Mario Hötzendorfer (1,6), Christopher Scharl (2,4), Natascha Dodaro (30,0) sono stati i tre vincitori della competizione e saranno dunque presenti in Toscana per la prova finale in occasione del Ponte Vecchio Challenge.

Nella serata, dopo il termine della gara, si è svolta una festa di gala alla quale hanno preso parte 1000 invitati, in una sede d’eccezione: il P1, l’esclusivo locale situato all’interno del museo di arte moderna di Monaco di Baviera.

Durante ed al termine di ogni gara del Toscana Golf, i giocatori e gli accompagnatori hanno potuto degustare le migliori eccellenze enogastromiche toscane e conoscere i prodotti artigianali esposti negli stand appositamente allestiti presso le club-house dei Golf Club.

Dopo la Germania, gli altri appuntamenti del Toscana Golf sono stati a Vienna (Austria) con la terza tappa al Golfclub Fontana (26 giugno) e la quarta al Golf & Country Club Brunn (27 giugno). IcI

 

 

 

Colonia. Parmigiano Reggiano: vince la qualità Made in Italy

 

Il Tribunale di Colonia ha dato ragione al Consorzio del Parmigiano-Reggiano vietando la commercializzazione e la pubblicità sul territorio tedesco di "Parmetta". Tuttavia, soprattutto extra-UE, le imitazioni del noto formaggio italiano restano numerosissime

 

"Una vittoria del 'made in Italy' che contribuisce a tutelare uno dei prodotti che fanno parte dell'identità del nostro territorio". È stato questo il commento soddisfatto dell'Assessore all'Agricoltura della Provincia di Modena, Giandomenico Tomei, alla notizia che il Tribunale di Colonia, in Germania, ha dato ragione al Consorzio del Parmigiano-Reggiano vietando la commercializzazione e la pubblicità sul territorio tedesco di "Parmetta", un prodotto a base di formaggio che, secondo la sentenza, viola la Dop Parmigiano Reggiano.

"La vicenda - aggiunge Tomei - sottolinea l'importanza dei consorzi per la tutela dei nostri prodotti tipici e mette in evidenza, ancora una volta, come questi siano gli strumenti più efficaci per garantire la vigilanza rispetto ai tentativi di imitazione e concorrenza sleale, così come per sviluppare attività di qualificazione della produzione".

 

Nonostante questa vittoria all’insegna della qualità Made in Italy, il Parmigiano-Reggiano resta - come afferma la Coldiretti - il formaggio più copiato nel mondo: ecco allora il Parmesan, diffuso in tutti i continenti, dagli Stati Uniti al Canada, dall'Australia fino al Giappone, affiancato dai “gemelli tarocchi” Parmesao in Brasile, Regianito in Argentina, Reggiano e Parmesano in tutto il Sud America, Pamesello in Belgio e Parmezan in Romania.

 

Particolarmente grave - sostiene ancora Coldiretti - è la situazione sui mercati extracomunitari come gli Stati Uniti, dove, a fronte di una importazione media dall'Italia di circa 10mila tonnellate all'anno di Parmigiano-Reggiano e Grana Padano, si producono quasi 70mila tonnellate di Parmesan, tra Wisconsin, New York e California. In altre parole è originale solo una scaglia su otto.

 

Per questo - sostiene la Coldiretti - se a livello internazionale serve un accordo sul commercio nel Wto per la tutela delle denominazioni dai falsi, è anche necessario fare chiarezza a livello nazionale ed europeo, dove occorre estendere l'obbligo di indicare in etichetta l'origine a tutti i prodotti lattiero-caseari. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Il cuoco Beck, "ponte" tra la cultura tedesca e quella italiana

 

Roma - Il tedesco Heinz Beck, cuoco di fama internazionale, autore di libri e chef del ristorante "La Pergola" di Roma, ha ricevuto l’onorificenza del Presidente tedesco per il suo ruolo "ponte" tra la cultura tedesca e quella italiana. A consegnare il cosiddetto Cavalierato dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania è stato il Vice Ambasciatore tedesco, Friedrich Däuble, nel corso di una cerimonia tenuta venerdì 25 giugno nell’Accademia tedesca di Villa Massimo a Roma. Fra gli invitati, personalità della cultura, del giornalismo e della politica italiani e tedeschi.

"La Germania non è solo il paese della puntualità e perfezione tecnica, in Germania conosciamo anche l’arte di vivere, il piacere del gusto", ha affermato il vice ambasciatore Däuble. "Heinz Beck, con la sua eccellenza cultural-culinaria e la sua fama come uno dei migliori chef d’Italia, è non solo un vero "ambasciatore della buona tavola", ma anche della cultura tedesca in Italia. Combina la precisione tedesca con la raffinatezza italiana. Beck si è impegnato, inoltre", ha aggiunto il vice ambasciatore, "in diversi progetti sociali per insegnare ai bambini disagiati delle periferie di Roma a nutrirsi in maniera sana. Così, Heinz Beck, in quanto uno dei tedeschi più conosciuti dell’Italia rende onore anche alla natia Germania", ha concluso Däuble.

"Mi ritengo particolarmente onorato", ha invece commentato lo chef Beck. "Sono ormai 15 anni che vivo fuori il mio Paese d’origine e ricevere oggi dalla Germania questa onorificenza, lo considero un privilegio di cui spero di esserne sempre portavoce coerente". (aise, de.it.press) 

 

 

 

 

Sessione estiva degli esami CELI all'Ecap di Basilea e Zurigo

 

Si sono svolti, dal 21 maggio fino al 21 giugno presso i centri d'esame Ecap di Basilea, Argovia, Soletta , Jura e Zurigo gli esami di Certificazione linguistica CELI. Alla prova d'esame si sono  presentati più di quattrocento candidati tra alunni dei corsi di lingua e cultura italiana (Licit), dei licei svizzeri e un manipolo di privatisti adulti che hanno frequentato i corsi preparatori organizzati dai vari centri Ecap e dalla scuola Cianci di Olten.

Il superamento delle prove d'esame, preparate dall'Università per Stranieri di Perugia, permette di ottenere un diploma che certifica la conoscenza della lingua italiana come L2 (seconda lingua) ad un determinato livello.

La certificazione CELI, se si esclude il CELI 5 doc, è costituita da sei livelli progressivi di competenza linguistica che si riferiscono ai livelli del Quadro Comune Europeo di Riferimento, messo a punto dal Consiglio d’Europa: CELI impatto (A1), CELI 1 (A2), CELI 2 (B1), CELI 3 (B2), CELI 4 (C1), CELI 5 (C2).

L’esame CELI valuta l’abilità dei candidati in riferimento all’uso della lingua italiana scritta e orale.

La novità di quest’anno è stata l’introduzione per i livelli CELI 1, 2 e 3 di prove d’esame specifiche per ragazzi, in cui, pur mantenendo le medesime tipologie di test e i medesimi livelli di difficoltà delle prove per adulti, sono stati presentati argomenti più adatti alla loro età. Esperienza e comprensione.

I candidati hanno dovuto affrontare, nell'arco di alcune ore, una prova scritta, per accertare, oltre le competenze morfologiche e lessicali, anche quelle relative alla comprensione e alla produzione di testi, e una prova d'ascolto che consiste nell'audizione di testi registrati su cd, seguita da prove che valutano il livello di comprensione della lingua orale.

Dopo una meritata pausa gli esaminandi sono passati alla prova di produzione orale, che, sostanzialmente, consiste in un colloquio che tende a valutare, a seconda del livello CELI, le diverse capacità. Tali capacità vanno dal semplice saper parlare di se stessi e di argomenti familiari tramite l'auto-presentazione, la descrizione di foto e il gioco di ruolo (livelli più bassi), all’esprimere sfumature di significato con precisione e naturalezza attraverso commenti di testi, di foto, di grafici e di massime e proverbi (livelli più alti).

 

È da sottolineare che nella circoscrizione di Basilea è il settimo anno che viene proposta la certificazione CELI, mentre a Zurigo siamo alla terza edizione.

La scelta del CELI è dettata da svariati motivi, tra i quali: 1. è un titolo statale italiano riconosciuto in tutto il mondo; 2. è una certificazione radicata sul territorio (è adottata dai KV, dall’Università di Basilea e da istituzioni private quali Migros, Scuola Cianci, ecc.) e quindi molto conosciuta; 3. è utile per trovare un apprendistato o un lavoro.

 

Nella circoscrizione consolare di Basilea il coordinamento didattico dell'esame è stato affidato alle mani sicure ed esperte dei docenti Nicoletta D'Alessandro, Paola Carcano, Francesca Casada e Domenico Bellavita, anime e motori del CELI nella Svizzera nord-occidentale, i quali, coadiuvati dal Referente di nomina MAE, Stefano Bruno, hanno saputo valorizzare l'indubbia professionalità dei docenti dei corsi Licit e dei ginnasi svizzeri impegnati sul duplice fronte della preparazione dei partecipanti e nell'espletamento dell'esame di certificazione. A Zurigo i docenti sono stati coordinati dalla Professoressa Antonia Pichi. A Basilea i docenti e i candidati sono stati sostenuti dalla visita della nostra attivissima Reggente consolare, dottoressa Gaetana Farruggio, la quale ha dato l'ennesima conferma del suo reale impegno per la comunità italiana in diaspora. Marco Minoletti, de.it.press

 

 

 

 

 

Sul sito Inps: moduli anche in tedesco. Red e Cud da riconsegnare entro il 30 giugno

 

Roma - Per facilitare i pensionati residenti all'estero nella dichiarazione dei redditi, sono stati pubblicati nel sito istituzionale dell’Inps, sezione modulistica, i relativi moduli (RED EST 2010), oltre che in lingua italiana, anche in versione inglese, francese e tedesca.

L'operazione, sottolineano dall’Istituto, rientra nella campagna di accertamento generalizzato dei redditi dei pensionati residenti all'estero relativi all'anno 2009, la cui finalità è quella di consentire all'Inps di pagare regolarmente le prestazioni previdenziali e assistenziali che sono legate ai redditi percepiti dal titolare, dal coniuge o, in caso di assegni familiari, anche dai componenti del nucleo familiare.

Nei mesi scorsi, l'Inps ha inviato ai pensionati la versione cartacea del modello RED/EST 2010, del modello CUD e dei modelli da utilizzare per la richiesta di detrazioni d'imposta. I modelli, che sono stati inviati in un unico plico in modo da ridurre e semplificare gli adempimenti burocratici dei destinatari, dovranno essere presentati entro il 30 giugno prossimo agli Enti di Patronato o ai Consolati d'Italia i quali provvederanno a inoltrarli all'Istituto. In alternativa, i pensionati potranno spedire entro la stessa data i modelli compilati e sottoscritti, con allegata la documentazione richiesta e una fotocopia di un documento di riconoscimento valido, alla sede Inps che ha in carico la pensione. (d.loru\aise)

 

 

 

 

Camera. Razzi (Idv): “Ho toccato con mano l’importanza della cultura e della lingua italiana nel mondo

 

  ROMA – “Tanti anni di residenza in Svizzera mi hanno fatto toccare con mano, qualora ce ne fosse stato bisogno, la vera importanza della cultura e della lingua italiana nel mondo”. Così si è espresso l’on. Antonio Razzi a proposito dei lavori camerali dei giorni scorsi. In discussione: “Esame delle norme recanti disposizioni urgenti in materia di spettacolo ed attività culturali”.

  “La grave congiuntura economica all’esame del governo, è risaputo, impone severissimi ed indiscriminati tagli mettendo a durissima prova anche tutti gli operatori dello spettacolo e del mondo della cultura in Italia ed all’estero nessuno escluso. Molte sono le doglianze da parte di quanti si adoperano in questi settori. Non si contano ormai gli interventi in aula da parte mia – sottolinea Razzi -  a favore di incentivi che promuovessero invece la cultura e la lingua italiana nel mondo come faro sempre acceso su secoli di eccellenze dalla lirica all’insegnamento della lingua italiana, dal teatro alla canzone veicoli insuperabili ed imitati in ogni parte della terra”

  “Come si vuole pretendere – ha lamentato Razzi, rivolto al ministro Bondi, in uno dei suoi interventi - di gestire addirittura un ministero che si occupa solo di formalità burocratiche senza proporre né investire neanche un centesimo in cultura?”.

  “Grazie proprio alla pregiata fattura degli uomini e della genialità italiana, della sua storia- sostiene- che ancora resistono presidi inespugnabili di patrimonio storico e culturale italiano ma la preoccupazione è per quanto tempo ancora resisteranno se oggi sono ormai allo stremo”.

  “Quando si tratta di investire in cultura, spettacolo ed attività culturali nessuno prevede una decretazione d’urgenza chi sa come mai. Stanziare denaro per incentivare e migliorate la situazione dei settori spettacolo e cultura, in Italia e all’estero, significa purtroppo sprecare risorse, ecco perché. Invece occorre responsabilità, lungimiranza di un progetto inteso ad investire in un patrimonio di formidabile consistenza, storica, artistica e letteraria” ha chiosato Razzi. (Inform)

 

 

 

Riuniti a Napoli i direttori generali dei servizi per l’immigrazione dell’UE

 

Napoli - Si sono conclusi venerdì 25 giugno, a Napoli,  i lavori della 7a Riunione annuale dei direttori generali dei Servizi per l’Immigrazione dei Paesi dell’Unione Europea (GDISC – General DirectorsImmigration Services Conference). Organizzata dal dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell'Interno, la riunione è stata aperta dal capo dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione Angela Pria che, nel salutare i partecipanti, ha sottolineato come in uno "snodo essenziale del percorso europeo" come quello attuale in cui il trattato di Lisbona è entrato in vigore, dando piena competenza nelle materie dell’immigrazione e dell’asilo all’Unione europea, "le attività pratiche attraverso la cooperazione dei servizi competenti dei diversi Stati membri rappresentino un valore" per affrontare la sfida a un fenomeno globale come quello dell'Immigrazione.

Questa cooperazione, ha proseguito Pria, "contribuisce a far crescere le capacità di ciascuno e riesce a mettere a fattor comune le esperienze migliori in modo che possano essere ripetute in contesti omogenei".

 

"Le risorse comunitarie disponibili dovranno essere utilmente indirizzate verso quelle iniziative che rappresentano un effettivo vantaggio per gli Stati membri – ha sottolineato il capo dipartimento - che spesso con le risorse nazionali non siamo più in condizione di affrontare. In questo quadro credo che una struttura come la nostra possa e debba avere un ruolo. Un ruolo di collaborazione reciproca nell’affrontare le problematiche che quotidianamente ci coinvolgono ma anche un ruolo di individuazione di nuove vie da seguire. Un percorso che ci deve vedere affianco alla Commissione, in una posizione di reciproco supporto".

Tra i settori di intervento che devono trovare "spazio all’interno delle attività del nostro network - ha concluso il prefetto Pria - c'è quello relativo all’integrazione al fine di individuare pratiche e modalità comuni di trattazione di situazioni che meritano una particolare attenzione come nel caso di minori non accompagnati e in genere dei soggetti vulnerabili". (aise)

 

 

Vuvuzelas contro il razzismo strisciante di casa nostra

 

Roma - Il mondiale di calcio continua il suo lento fluire, trascinando nelle sue acque limacciose, oltre alle passioni di miliardi di tifosi delle diverse squadre nazionali, detriti di ambizioni miseramente frantumate (vedi la Francia e ahimè! anche l’Italia) o di velleità ingenuamente covate (Sud Africa). Sul piano strettamente calcistico, è ancora presto per fare bilanci, anche se il bel gioco è comparso finora solo a sprazzi, come il sole di questa bizzarra primavera romana.

Il mondiale, invece, si è già rivelato come un grande laboratorio di passioni, in cui il calcio spesso c’entra come i cavoli a merenda e diventa il pretesto per altre cose. Vi confesso che a me il calcio piace proprio per questo, per la sua capacità di portare allo scoperto i sentimenti veri delle persone, siano essi ordinari o particolari, affettuosi o rabbiosi. Insomma, con il pallone, è difficile barare: o bianco o nero, o dentro o fuori.

Così, in queste settimane si stanno succedendo espressioni e prese di posizione che mandano in frantumi convenzioni e diplomaticherie come fa il classico elefante con l’altrettanto nota cristalliera.

In Germania, ad esempio, un gruppo di cabarettisti con il gusto della provocazione ha confezionato e messo in circolazione un video in cui il leit motif è fatto più o meno di queste parole: "Wer den Cup gewinnt ist scheiß egal nur Italien nicht!" (“Chi vince la coppa del mondo non ci interessa una m…, basta solo che non sia l’Italia"). Storiche antipatie, rigurgiti di xenofobia? Mah, sarei portato a sdrammatizzare e ad addebitare la calcistica invettiva alle ferite ancora aperte dell’ormai mitico 4 a 3 del ’70 o alla rasoiata di Grosso a qualche minuto dalla fine nella semifinale del 2006, proprio contro la Germania.

Non facciamo le vittime, dunque, e ricordiamoci di quante ne abbiamo dette e fatte quando accadevano quegli eventi difficili da dimenticare.

D’altro canto, alzi la mano chi non ha gioito o fatto l’ombrello nel momento in cui il Sud Africa buttava fuori la Francia, ospite abusiva di questi mondiali per via della manina galeotta di Henry. Se è vero che la vendetta va servita fredda, la faccia di Domenech alla fine della partita per il nostro sulfureo Giuanin Trapattoni deve essere stata deliziosamente refrigerante, appena uscita dal frigo.

Anche in questo caso vecchie storie, vecchie ruggini. Chi ha qualche anno sulle spalle ricorda i tempi in cui Bartali e Coppi davano la polvere a tutti sulle Alpi e sui Pirenei e i francesi schiattavano dalla rabbia. E chi ha meno anni, si può ripassare quelle mitiche storie con le parole di un poeta vero come Paolo Conte: "… io sto qui e aspetto Bartali / tra i francesi che s’incazzano / e i giornali che svolazzano". Che soddisfazione! Noi, i parenti poveri dell’Europa, che ogni tanto ci levavamo lo sfizio di dare un paio di sberle ai parenti sussiegosi. E chi non lo ricorda il Nino Manfredi di "Pane e cioccolata", travestito e mesciato da tedesco tra i tedeschi, che al gol dell’Italia sulla Germania sbotta in un urlo liberatorio e agli attoniti avventori del locale fa pure lui il gesto dell’ombrello.

Insomma, vicende di rivalità pallonare e ciclistiche che non sono il massimo dello stile, ma che ci possono stare, ci possono aiutare a scaricare le tensioni e le frustrazioni di una giornata da gente qualsiasi. Modelli di comportamento che non consiglierei ad un amico di mettere a base dell’educazione dei figli, ma che quando arrivano conviene vivere con ironia e divertimento. Facendo però attenzione che un po’ alla volta, magari senza rendersene conto, la competizione non diventi rivalità, la rivalità antagonismo e l’antagonismo non assuma le vesti inquietanti della esclusione e della separazione degli altri, di quelli che sono considerati distanti da noi, diversi da noi.

Mi direte: "Ma mo’ che ci azzeccano queste menate con il mondiale?" Ci azzeccano, ci azzeccano. Ogni cosa, anche la più piccola, ha socialmente un senso, tende a trasformarsi in altro, in qualcosa di più complicato e, talvolta, di più pericoloso. Ne volete una prova? A forza di predicare che quelli che arrivano da migranti, come noi siamo arrivati tempo fa in tanti paesi del mondo, sono diversi da noi e tendenzialmente pericolosi, si è introdotto tra noi una forma di assuefazione alla xenofobia che s’infiltra nei poli della pelle e che quindi sta facendo pacificamente il suo corso. Ad esempio, molte compagnie di assicurazione, per una polizza auto, se si tratta di cittadini italiani o statunitensi o inglesi o di paesi "per bene" fanno un prezzo, se si tratta di cittadini romeni, marocchini o albanesi ne fanno un altro, maggiorato di alcune centinaia di euro. Ma va? Invece è proprio così. Alla faccia della democrazia e della Costituzione, che predica che tutti gli uomini sono (o dovrebbero?) essere uguali senza distinzione di religione, di pelle e di razza.

Insomma, quando facciamo il tifo, sfoghiamoci pure, ma appena spento il televisore occhio a chi ci allena nella società e alla formazione nella quale giochiamo la partita di ogni giorno. E quando accadono cose come queste che abbassano i nostri livelli di civiltà, tutti a suonare vuvuzelas, sperando che ci sveglino dal torpore civile in cui rischiamo di sprofondare. Gino Bucchino, deputato Pd eletto in Nord America

 

 

 

 

“Missione europea” per il rettore dell’Università per Stranieri di Perugia Stefania Giannini

 

Bruxelles - Una due giorni "europea" per il rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, Stefania Giannini, che nei giorni 22-23 giugno ha svolto a Bruxelles una serie di incontri con esponenti della Commissione e del Parlamento dell’unione. Scopo dei colloqui, la progettazione di iniziative in favore dell’ identità linguistica italiana.

Giannini ha incontrato la Commissaria europea alla Formazione, Cultura e Multilinguismo, Androulla Vassiliou, insediatasi con pieno mandato nel febbraio scorso, succedendo al romeno Leonard Orban. Alla Commissaria cipriota Vassilou Stefania Giannini ha illustrato le molteplici attività formative e di ricerca d’emanazione europea che l’ateneo svolge in forza del suo specifico mandato istituzionale, ribadendo l’impegno della Stranieri per l’attivazione di iniziative finalizzate alla tutela delle identità linguistico-culturali dell’Unione e al rispetto dei diritti umani linguistici.

Ha avuto un incontro con l’eurodeputato Mario Mauro, già Vice presidente del Parlamento europeo e attuale membro in esso della Commissione Affari Esteri, della Commissione speciale sulla Crisi Economica e delle Delegazioni per i rapporti con gli Stati Uniti e con il Sud Africa.

 

Il colloquio tra i due si è aperto con la comunicazione, da parte dell’on. Mauro, dell’esito positivo dell’interrogazione posta alla Commissione europea dalla delegazione italiana presso l’europarlamento contro la discriminazione linguistica e in ordine all’allargamento dei test d’ammissione ai concorsi UE a tutte le 23 lingue ufficiali dell’Unione.

All’ordine del giorno dell’incontro la definizione di alcune iniziative di valorizzazione della lingua italiana nel contesto europeo: la prima, in programma per il prossimo autunno, è relativa ad un evento di profilo politico-culturale che la Stranieri, in collaborazione con la Commissione e il Parlamento europei, organizzerà a Bruxelles sul tema delle identità delle lingue romanze nel panorama continentale; la seconda, riguarda invece un workshop sulla lingua italiana rivolto agli eurodeputati, che avrà luogo all’Università per Stranieri. (aise, de.it.press

 

 

 

Più risorse e nuovi criteri di sostegno per i giornali italiani all’estero

 

Lo chiedono al governo con un’interrogazione i deputati eletti all’estero del Pd Bucchino, Porta, Farina, Fedi, Garavini e Narducci

 

  ROMA - “Più risorse, nuovi criteri di sostegno e controlli più efficaci per la stampa italiana all’estero. Questo è quanto abbiamo chiesto al governo con un’interrogazione firmata, oltre che da me, dai colleghi Porta, Farina, Fedi, Garavini e Narducci. Gino Bucchino, deputato eletto nella ripartizione America settentrionale e centrale, spiega così l’iniziativa sulla situazione dei giornali in italiano che animano le comunità di origine assunta in questi giorni dai deputati del Pd eletti all’estero.

  Si tratta di un’interrogazione nella quale gli esponenti democratici chiedono al governo di “ancorare il sistema dei controlli più che al criterio della tiratura, spesso non veritiera, a quello della diffusione, come richiesto per altro dal Cgie e dalle risultanze del convegno che negli scorsi mesi si è tenuto a Montreal proprio sulla stampa italiana all’estero”. “Naturalmente, la condizione fondamentale per la creazione di un sistema di sostegno più realistico ed efficace è che vi siano le risorse necessarie per realizzarlo, - aggiunge Bucchino -  reintegrando subito le già scarse dotazioni previste in Finanziaria, dimezzate di recente dal governo, anzi aumentandole”.

  Per il deputato Pd “nessuno può onestamente negare la funzione di coesione che la stampa italiana realizza nelle nostre comunità e l’impegno di collegamento con l’Italia, soprattutto in una fase in cui quattro milioni di cittadini italiani sono chiamati a eleggere i propri rappresentanti in Parlamento”. “Nonostante la nuova serie di tagli contenuti nella manovra in discussione al Senato, non trascureremo questa ulteriore occasione per sottolineare di fronte alla maggioranza e al governo che l’informazione per gli italiani all’estero rappresenta uno strumento strategico – conclude Bucchino - che riguarda, prima ancora che le nostre comunità, la stessa proiezione dell’Italia nel mondo”. (Inform)

 

 

 

 

Il 30 giugno Miss Italia nel Mondo. A Jesolo le 50 finaliste. Anteprima il 29 giugno

 

Jesolo – Sono cinquanta le candidate al titolo di Miss Italia nel Mondo, giunte in questi giorni a Jesolo da tutti i continenti, accolte dalla città balneare e dalla Regione Veneto, che ospitano per il quarto anno la finale di questo concorso dedicato alle ragazze di origini italiane che vivono all'estero. La vincitrice sarà scelta il 30 giugno nel corso di una serata trasmessa da Raiuno. Le 50 ragazze sono state scelte tra 6.200 iscritte in 85 selezioni e 36 finali di Nazione, che hanno visto la partecipazione di comunità italiane, ambasciate e consolati. Tre miss arrivano dal Sudafrica, come omaggio ai mondiali di calcio, ma anche Olanda e Venezuela portano lo stesso numero di miss; due ne ha la Germania, come l'Argentina.

La loro origine italiana rimane l'aspetto più interessante del Concorso poiché tutte hanno una loro particolare storia da raccontare: è sempre il sud d'Italia a presentare il numero più consistente di concorrenti, ma il Nord è quasi sulla stessa linea. I connazionali all'estero sono partiti dalla Sicilia e dalla Campania come dalla Lombardia e dal Veneto.

Sono rappresentati tutti i Paesi che concentrano il maggior numero di italiani all'estero, ma - curiosità - una miss arriva anche dalla colonia olandese di Suriname! Dieci miss non hanno ancora compiuto 18 anni e sono accompagnate dai genitori, come avviene per tante altre ragazze che hanno al seguito perfino i nonni. Per motivi di sicurezza, le autorità thailandesi hanno fatto scortare da 24 poliziotti, fin sotto l'aereo, nell'aeroporto di Bangkok, Giada Intorre, Miss Italia Thailandia, una ragazza nata ad Avezzano (L'Aquila) il cui padre è siciliano di Campobello di Licata (Agrigento); la mamma è asiatica.

Le 50 ragazze che concorrono al titolo di Miss Italia nel Mondo 2010 provengono da 42 nazioni. Undici di loro frequentano le scuole superiori, mentre 23 sono studentesse universitarie. Tra le miss che già lavorano (11) ci sono impiegate, manager di piccole aziende proprie, modelle, ristoratrici. Le altre sono attualmente in cerca di lavoro. L'età media delle ragazze è di 20 anni. Le più grandi sono quattro e hanno 25 anni, tre nate nel 1984 e una nel 1985: rispettivamente Miss Italia Danimarca, Miss Italia Giappone, Miss Italia Gran Bretagna e miss Italia Benelux.

Per quanto riguarda le origini italiane delle candidate, gli avi o i parenti di 22 delle ragazze provengono dal Nord Italia. Per alcune di loro le origini italiane sono legate a più di una regione. E così una ragazza, Miss Italia Venezuela Caracas, ha parenti valdostani, otto miss sono originarie del Veneto, cinque della Lombardia e della Liguria, tre del Piemonte e due del Friuli Venezia Giulia. Sette ragazze sono invece legate al Centro Italia. Tra di loro, Miss Italia Lussemburgo ha origini umbre, due miss provengono invece dal Lazio. Miss Italia Argentina ha familiari delle Marche e Miss Italia Australia del Molise. E ancora, Miss Italia Belgio ha avi abruzzesi mentre Miss Italia Gran Bretagna fa capo alla Toscana. Al Sud Italia sono invece legate 18 concorrenti. Alcune di loro hanno parenti originari di due diverse regioni. Nello specifico, sei ragazze rappresentano la Campania, cinque la Calabria, due la Basilicata e otto la Puglia. Le "isolane" sono invece 10: nove con parenti originari della Sicilia e una, Miss Italia Suriname, della Sardegna. La maggior parte di loro, 32 su 50, parlano italiano mentre le altre 18 si dividono tra chi lo capisce ma lo parla poco e chi non lo conosce.

"Miss Italia nel mondo è una straordinaria occasione per far conoscere a milioni di persone, e non solo nel nostro Paese, l’ospitalità, la cultura e il piacere di vivere nel Veneto e le bellezze di Jesolo. Per questo, la Giunta regionale del Veneto ha deciso di sostenere con un contributo di 230 mila euro al Comune di Jesolo la manifestazione". Così l’assessore al Turismo veneto, Marino Finozzi, ha annunciato il sostegno deliberato dalla Giunta regionale per la realizzazione della ventesima edizione di "Miss Italia nel mondo", per la quarta volta consecutiva a Jesolo.

"Miss Italia nel mondo - spiega Finozzi - è una straordinaria occasione di investimento promozionale per la nostra regione, prima in Italia per presenze turistiche. La manifestazione è stata negli ultimi tre anni un efficace strumento di promozione della località e dell’intero sistema turistico, culturale e artistico del Veneto. Lo spettacolo andato in onda in diretta su Rai Uno dal Palazzo del Turismo ha ottenuto lo scorso anno ottimi risultati di audience, con 3 milioni 782 mila spettatori e uno share del 24,64% (30% nel Veneto). Inoltre, in un periodo di forte crisi come quello attuale, l’indotto economico della manifestazione risulta particolarmente apprezzabile".

"Miss Italia nel mondo" richiama l’attenzione di tutti i principali mass media nazionali ed internazionali. La preparazione dell’evento televisivo comincerà nel Veneto già domani: le ragazze in concorso saranno infatti impegnate in un tour della Regione che porterà alcune di loro in visita nel centro storico e nelle isole veneziane e altre nelle più belle località della pedemontana vicentina.

Anteprima il 29 giugno su RaiUno - Sarà Lodovica Mairé Rogati la conduttrice di “Buon compleanno Miss Italia nel Mondo!”, l’anteprima della finale del concorso che andrà in onda martedì 29 giugno su RaiUno. “Sono felice di condurre l’anteprima di Miss Italia nel Mondo – commenta Lodovica Mairé Rogati - Ho già conosciuto e lavorato con le concorrenti: sono simpaticissime oltre ovviamente ad essere tutte molto belle!”. Impegnata attualmente nella registrazione delle nuove puntate di “Il commissario Manara 2”, fiction in cui interpreta il ruolo di Giusy Vasto, Lodovica Rogati ha fatto parte del cast dell’ultima serie di “Distretto di Polizia”, in cui ha interpretato il ruolo di Donna.

La conferenza stampa di presentazione - Si è tenuta venerdì 25 giugno a Roma, nella sede Rai di via Mazzini, la conferenza stampa di presentazione di Miss Italia nel Mondo, il concorso dedicato alla bellezza italiana all'estero ideato da Enzo Mirigliani e condotto dalla figlia Patrizia. In diretta dal Palazzo del Turismo di Jesolo, l'evento verrà trasmesso da Raiuno il 30 giugno a partire dalle ore 21.20 e sarà condotto da Massimo Giletti, non nuovo a Miss Italia nel Mondo, e Cristina Chiabotto, la Miss del 2004 rivelazione televisiva a "Ballando con le stelle". Nel corso della conferenza stampa è stata annunciata inoltre la presenza in giuria di Luca Toni, Campione del mondo 2006 e uno dei grandi esclusi da Marcello Lippi in questi mondiali di calcio in Sudafrica. De.it.press 

 

 

 

 

Tra mercati e sondaggi

 

La riunione del G20 è una riprova di quanto sia impervio il cammino verso un governo mondiale dell’economia. Essa doveva affrontare due grandi questioni cui l’interdipendenza economica e finanziaria ha dato carattere globale: quali nuove regole adottare per il sistema finanziario; quale crescita perseguire e, dunque, se riequilibrare i conti pubblici o sostenere l’attività economica. La difficoltà era duplice: le questioni sono di per sé ardue e per di più sono al centro di discussioni e negoziati politici entro i Paesi ancor più che tra essi. Sono difficoltà per così dire congenite, ineliminabili: i problemi posti dalla situazione economica e finanziaria infatti non sono certo passeggeri e la ricerca di accordi internazionali continuerà a intrecciarsi con quella del compromesso e del consenso interni.

Per i Paesi cosiddetti emergenti le due questioni sono relativamente meno ardue perché essi sono sostenuti da una crescita economica robusta e, per ora, pressoché inarrestabile. L’uscita dalla povertà è una trasformazione degli stili di vita che, una volta avviata, difficilmente si ferma prima che l’acqua corrente e l’elettricità siano arrivate in tutte le case e che i primi elettrodomestici siano venuti ad alleviare il lavoro domestico. In quei Paesi la crescita forte aiuta i governi, sia quelli democraticamente eletti come in India e in Brasile sia quelli oligarchici come in Cina.

Per i Paesi ricchi— Stati Uniti, Europa e Giappone — le sfide sono invece una prova assai dura che investe non solo l’economia, ma anche l’equilibrio sociale e le stesse istituzioni politiche. Sono i più ricchi, ma anche i più fragili, perché la loro crescita materiale è largamente fondata sul consumo superfluo, perché il debito pubblico elevato e la finanza malata sono in casa loro, perché la loro struttura sociale mal tollera la stagnazione dell’economia e perché i loro regimi democratici non permettono cadute del consenso. Tutto li rende prigionieri della veduta corta.

Le due sponde dell’Atlantico hanno orientamenti alquanto diversi e sono entrambe soggette a una dipendenza: dai sondaggi in America, dai mercati in Europa.

In materia di riforma della finanza, Stati Uniti ed Europa attuano le rispettive riforme con scarso riguardo a quanto fa l’altro: priorità diverse, orientamenti di fondo diversi. La convergenza internazionale delle regole è proclamata ma poco praticata.

In materia di bilancio, poiché né la moneta né il debito americani destano finora ansia nei mercati e a Washington l’indice di popolarità del governo è sensibilissimo alle cifre sulla disoccupazione, l’amministrazione Obama teme soprattutto la bassa crescita e vorrebbe che l’Europa aiutasse a sostenerla. L’Europa è nella situazione opposta: la sua divisione e il prevalere del potere degli Stati su quello dell’Unione hanno creato un vuoto che rende i mercati arbitri della sua politica economica. Arbitri senza calma olimpica che, come bestie impaurite, prima impongono un rapido risanamento dei bilanci pubblici e subito dopo si allarmano per l’effetto depressivo che esso avrà sull’economia.

Governare il mondo è difficile quando si fatica a governare se stessi. Ma governare se stessi da soli, come se il mondo fosse diviso in isole non comunicanti, è impossibile quando le sfide sono globali. Tommaso Padoa-Schioppa CdS 27

 

 

 

 

Il futuro ha bisogno di alternative

 

D’un tratto, come se la crisi economica cominciata nel 2007 non fosse passata da queste parti, è riapparsa nei vocabolari un’espressione molto usata negli Anni 80: «Non c’è alternativa». L’acronimo inglese, Tina (There is no alternative), caratterizzò i governi di Margaret Thatcher, e la fiducia che a quei tempi si nutriva nelle virtù indiscutibilmente razionali delle forze di mercato. Queste ultime non andavano regolate: si regolavano da sole, a condizione di esser lasciate senza briglie. Il dogma del mercato mise a tacere dissensi e recriminazioni spesso irragionevoli, ma finì col congelare il pensiero e le sue risorse multiformi. Il fallimento del comunismo accentuò questi vizi di immobilità, perché ogni idea diversa era considerata a questo punto una messa in questione radicale dell’economia di mercato. La stessa parola alternativa era in anticipo screditata, proscritta. Chi aveva l’ardire di pensare o immaginare alternative era accusato di avvelenare e addirittura sovvertire il grande idolo dei fondamentalisti che era il tempo presente.

 

La fiducia nel dogma ha trovato nel 2007 la pietra su cui è inciampata, e cadendo ha trascinato con sé le sicurezze che credeva di possedere, compresa la sicurezza che le forze di mercato non avessero mai bisogno di briglie politiche. Quel che è mancato e che manca, tuttavia, è un ricominciamento del pensare: troppo a lungo congelata, la mente avanza ancora a tastoni e nel buio acchiappa con le mani le parole che trova, senza sapere se appartengano al mondo nuovo o al vecchio.

 

Tra queste parole c’è l’acronimo della Thatcher, riutilizzato da governi, imprenditori ed economisti nelle più svariate occasioni: nel caso di Pomigliano, come nelle discussioni sui piani di rigore che i Paesi industriali si apprestano a varare. Non vengono riutilizzate senza ragione, perché non poche misure e decisioni sono obbligate, difficilmente confutabili: è vero, ad esempio, che in un’economia internazionalizzata si possono produrre automobili solo in fabbriche dove i costi di lavoro siano abbastanza bassi e la produttività abbastanza alta da poter competere con le produzioni in Europa orientale o Asia. Da questo punto di vista non c’è alternativa, in effetti. Se si vogliono fabbricare automobili in Italia o in Francia o in Germania, bisogna per forza adottare nuove condizioni di lavoro: grosso modo, quelle indicate dal piano Marchionne.

 

Essendo un momento di verità, la crisi consiglia tuttavia prudenza, quando si esprimono certezze razionali così granitiche, impermeabili alle controversie e alle alternative. Soprattutto, essa insegna ad aguzzare lo sguardo, e anche ad allungarlo e differenziarlo. Una cosa che è senza alternativa nel breve termine, può rivelarsi del tutto sterile e più che bisognosa di alternative se esaminata con lo sguardo, molto più lungo, delle generazioni che verranno e di quelli che saranno i loro bisogni, le loro domande, i loro stili di vita. Una produzione che sembra oggi vitale e prioritaria può essere, nel lungo termine, non così centrale come lo è stato fino a oggi.

 

È questo il momento in cui il dogma del mercato tende a divenire l’ortodossia del tempo presente, dell’hic et nunc. L’automobile è un prodotto essenziale della nostra esistenza, oggi. Ma non è detto che lo sarà sempre allo stesso modo, che i modi di vita e le abitudini degli uomini non subiranno metamorfosi anche profonde. Il clima che si degrada rapidamente, il costo del petrolio, la scarsità delle risorse: tutti questi elementi non garantiscono all’automobile il posto cruciale che ha avuto per gran parte del ’900, e non saranno gli aumenti della produttività e le più severe condizioni di lavoro in fabbrica a migliorarne le sorti. Un’auto resta un’auto, anche se consumerà meno energia, e sulla terra ce ne sono troppe. Nell’immediato non c’è alternativa a costruire auto in un certo modo a Pomigliano. Nel medio-lungo periodo l’enorme numero di veicoli programmati non troverà forse acquirenti.

 

Gli studiosi dibattono la questione da anni. Lo stesso Sergio Marchionne ha più volte fatto capire, in passato, che la domanda di automobili sta declinando in maniera strutturale, indipendentemente dalle crisi congiunturali. Già si studiano possibili riconversioni, alternative, che vanno ben al di là delle automobili a basso consumo. I piani alternativi non mancano e tutti raccomandano di investire nei trasporti comuni più che nell’auto individuale, nelle rotaie più che in ragnatele sempre più invasive di strade asfaltate, nei motori destinati a produrre energie alternative più che in motori che dilapidano risorse in diminuzione al servizio del singolo individuo. «I trasporti pubblici e le energie rinnovabili saranno il fulcro industriale della prossima generazione nell’economia globale», afferma Robert Pollin, economista all’università del Massachusetts. Secondo alcuni autori (James Kunstler è il più pessimista, nel suo libro intitolato The Long Emergency) il declino dell’auto diverrà visibile quando non sarà più conveniente costruire, in epoca di petrolio raro e caro, le città satelliti lontane dai centri-città e dai luoghi di lavoro (i suburbia).

 

Il modo di vita e di convivenza dei terrestri è in mutazione: a causa del clima, del diradarsi di risorse del pianeta, di catastrofi come quella nel Golfo del Messico. Muteranno bisogni, aspirazioni, influenzando sempre più i mercati. È una prospettiva alla quale conviene pensare, fin d’ora, cominciando a costruire le fabbriche e i lavori che saranno necessari nel mondo futuro. Anche mondo futuro è un concetto in metamorfosi costante: non è qualcosa che ideologicamente viene sovrapposto alla realtà, sostituendola alla maniera di un villaggio Potemkin che prima inganna e poi delude. È una realtà che molto semplicemente succederà, e sulla quale tuttavia potremo incidere con una condotta o con l’altra. L’unico vero problema è che le forze che saranno protagoniste di nuovi stili di vita e nuovi consumi esistono in maniera flebile, non dispongono di lobby per far ascoltare la propria voce, non hanno possenti rappresentanze. Non l’hanno soprattutto nei sindacati e nei partiti di sinistra, il più delle volte sordi alle esigenze di chi non ha il posto fisso, di chi vive in condizioni di mobilità continua, di chi non è protetto da reti di sicurezza ed è già attore di nuovi stili di vita e di consumi. Ma c’è arretratezza anche nel mondo degli imprenditori, dove a dominare sono spesso forze gelose del posto occupato dalle produzioni classiche: forze timorose del futuro, e delle conversioni mentali e produttive che il futuro comporta.

 

Vale la pena dunque pensare le alternative, e abbandonare le parole-mantra di Margaret Thatcher. E vale la pena pensare il mondo contraddittoriamente, tenendo sempre presenti i due sentieri che abbiamo davanti. Il sentiero del qui e ora, con i suoi stati di necessità non eludibili. E il sentiero del domani e dopodomani, con i suoi non meno eludibili vincoli energetici e climatici. Può darsi che nell’immediato sia corretto ricordare che non esistono alternative. Ma di alternative c’è un enorme bisogno per il futuro, ed è un bene che vengano pensate, vagliate, scartate, non domani ma già oggi. BARBARA SPINELLI  LS 27

 

 

 

 

G20, sfuma un accordo sulle banche. Obama presenta la riforma delle finanze

 

I Paesi si impegneranno a dimezzare il loro deficit entro il 2013. E - secondo quanto riferito dalla cancelliera tedesca Angela Merkel - ci sarà un espresso riferimento in questo senso nel comunicato finale del G20. Le economie avanzate del G20 si impegnano nel comunicato finale del G20 a dimezzare entro il 2013 i loro deficit: «Ci sarà nel comunicato finale», spiega Merkel. Il Canada, che ospita il vertice, ha proposto che i Paesi con deficit che preoccupano assumano questo impegno.

 

Barack Obama si presenta al G20 da vincitore: l'accordo trovato dalla commissione che doveva riconciliare i testi di Camera e Senato sulla riforma della finanza lo mette in posizione di forza rispetto ai colleghi su quello che sarà uno dei temi caldi del vertice, che si conclude oggi a Toronto e che vede l'Italia rappresentata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

 

Tuttavia per il presidente americano difficilmente la strada sarà in discesa: come ha già fatto nel corso del G8 di venerdì e sabato, Obama cercherà di convincere le controparti che non è ancora il momento di concludere i piani di stimolo all'economia, mettendo a repentaglio la ripresa appena cominciata. Molti dei leader del G20, paesi europei in testa, tremano soprattutto per un possibile allargamento dei problemi di debito della Grecia e mirano a misure drastiche per ridurre il deficit.

E proprio il monumentale deficit americano, aggiunto al fatto che i democratici al Congresso hanno nei giorni scorsi bocciato un pacchetto di stimoli per i disoccupati di lungo periodo e per gli stati dell'Unione con i conti in disordine, potrebbero rivelarsi la vera spina nel fianco di Obama, privando della loro forza gli appelli ad azioni decise e congiunte. Senza contare che proprio le divergenze sulla necessità di affrontare più seriamente i problemi del deficit americano sarebbero alla base dell'addio prematuro di Peter Orszag, numero uno dell'ufficio bilancio, in quella che è stata la prima grande defezione all'interno della squadra di Governo di Obama.

 

A spianare la strada al presidente Obama ci ha pensato ieri il segretario al Tesoro Timothy Geithner, secondo cui fare troppo presto marcia indietro con gli stimoli all'economia potrebbe mettere a repentaglio la ripresa. Anche se l'economia globale comincia a rimettersi in sesto, «le cicatrici della crisi sono ancora visibili, per questo dobbiamo concentrarci sulla crescita.

La nostra sfida, come G20, deve essere agire per puntellare le prospettive future», ha detto Geithner, aggiungendo che «il ruolo del Governo è creare le condizioni perché il settore privato investa e cresca».

 

Il premier giapponese, Naoto Kan, ha proposto di far partecipare ai prossimi G8 anche la Cina «su singoli temi». Lo ha riferito un portavoce del governo Nipponico: «Il premier Kan ha sostenuto che invitare la Cina sarebbe una scelta importante, per incoraggiarla ad avere un più ampio senso di responsabilità». Il presidente cinese Hu Jintao ha accettato l'invito di Obama alla Casa Bianca entro la fine dell'anno. La data del summit tra i capi di Stato del cosidetto G2, le due grandi potenze mondiali, non è stata ancora specificata.

 

Tassa alle banche e agli scambi finanziari

Il premier greco Giorgio Papandreou, in qualità di presidente dell'Internazionale socialista, ha invitato il G20 a varare la controversa tassa sulle transazioni finanziarie come strumento di una nuova architettura in grado di contribuire anche alla lotta contro la povertà nel mondo. In una lettera inviata ai capi di stato e di governo del G20, Papandreou esprime la speranza che «in questi momenti critici i leader del mondo intraprendano azioni decise e comuni per assicurare un'economia globale sostenibile». L’U 27

 

 

 

I Pigs chiedono aiuto alla Bce. Soros: Berlino manda in rovina la Ue

 

Ecco uno stralcio dell’articolo di Beda Romano su Il Sole 24 Ore 24 del 24 giugno

Tensioni finanziarie e contrasti politici  continuano a scuotere l'Europa alla vigilia di un delicato incontro del

G-20. Da un lato nuovi dati mostrano che alcune banche sono in grave  difficoltà e che per sopravvivere devono affidarsi alle iniezioni di

liquidità della Banca centrale europea. Dall'altro, la Germania continua ad essere al centro delle critiche per una politica economica troppo restrittiva. In un'intervista al settimanale di Die Zenit e poi in un discorso all'Università Humboldt di Berlino, George Soros, ha preso di mira ieri il risanamento del bilancio deciso dal cancelliere tedesco Angela  Merkel. " I tedeschi stanno portando i propri vicini di casa alla deflazione - ha affermato -: questo minaccia una lunga fase di stagnazione e porta al

nazionalismo, all'inquietudine sociale, alla xenofobia. Quindi mette in  pericolo la democrazia e l'Unione Europea. ". (.) Negli ultimi giorni le critiche alla politica tedesca sono giunte anche dal Premio Nobel Paul  Krugman. Il governo tedesco cerca di calmare le acque, proprio mentre l'ultimo Pmi, l'indice che riflette la fiducia dei direttori degli acquisti nella zona euro, ha mostrato ieri il secondo calo consecutivo, segnalando che la crescita in Europa potrebbe rallentare nella seconda parte dell'anno.

(.) Da settimane ormai le banche dei paesi a rischio - Spagna, Portogallo,

Grecia e Irlanda - sono sotto pressione. A causa della crisi debitoria che

sta colpendo gli stati del Sud Europa, gli istituti di credito di questi

paesi hanno difficoltà crescenti a finanziarsi sul mercato perché le loro

controparti non si fidano dei loro bilanci. Devono quindi rivolgersi alla

Bce, che da mesi ormai sta garantendo liquidità illimitata e a tasso fisso.

La dipendenza dall'istituto monetario sta raggiungendo nuovi record. Secondo

uno studio della Royal Bank of Scotland - che per questo ha minuziosamente

spulciato i rapporti mensili delle banche centrali nazionali - le banche

greche, spagnole, portoghesi e irlandesi sono responsabili per due terzi

dell'incremento di liquidità che la Bce ha effettuato dalla metà del 2008

(in tutto 225 miliardi su un totale di 332). Il dato è impressionante perché

segnala un'accellerazione: nel giugno 2009, la quota di questi istituti di

credito rispetto al totale era del 40%. Jacques Cailloux e Nick Matthews

notano che i contributi delle banche greche e irlandesi all'aumento della

liquidità proveniente dalla Bce sono nove volte il peso di questi due paesi

nel prodotto interno lordo della zona euro. Secondo Moody's, le sole banche

greche hanno preso a prestito fino a 89,4 miliardi. Viceversa gli istituti

francesi o italiani hanno contribuito all'incremento in proporzione minore

del loro Pil. Per ora, le operazioni straordinarie di liquidità decise dopo

il drammatico fallimento di Lehman Brothers verranno a scadere entro la fine

del 2010. Molti osservatori però si aspettano che l'istituto monetario

introduca nuove misure di sostegno, in particolare a cavallo dell'anno.

(de.it.press)

 

 

 

 

G20 di Toronto. Merkel: «Deficit dimezzato entro il 2013»

 

L'accordo trovato durante la cena di sabato sera. Le banche dovranno contribuire al risanamento del settore

 

MILANO - Le economie avanzate del G20 si impegnano a dimezzare entro il 2013 i loro deficit. «Ci sarà nel comunicato finale», spiega il cancelliere tedesco Angela Merkel. Il Canada, che ospita il vertice, ha proposto che i Paesi con deficit che preoccupano assumano questo impegno. E nella bozza della dichiarazione finale si precisa che: «La principale priorità del G20 è quella di salvaguardare e rafforzare la ripresa, gettare le fondamenta per una crescita forte, sostenibile ed equilibrata e potenziare la capacità dei nostri sistemi finanziari di far fronte ai rischi». «Se, da un lato, si assiste a un ritorno alla crescita, dall'altro la ripresa è diseguale e fragile, l'occupazione in molti paesi resta ancora a livelli inaccettabili e l'impatto sociale della crisi è ancora ampiamente sentito». Risulta dunque cruciale, si legge nella bozza, «dare vigore alla ripresa. Per sostenere tale ripresa, dobbiamo continuare a mettere in atto i piani di stimolo esistenti, adoperandoci al contempo per creare le condizioni per una vigorosa domanda privata». E nella bozza si parla anche delle banche che d'ora in avanti dovranno contribuire al risanamento del settore finanziario, ma attraverso «un'ampia gamma di approcci politici». Dunque nessun vincolo a introdurre una tassa globale sulle banche. È quanto si legge nella bozza di conclusioni del G20, in cui si prende atto che alcuni paesi hanno scelto la strada della tassazione e altri impostazioni diverse. «L'occupazione in molti Paesi resta ancora a livelli inaccettabili e l'impatto sociale della crisi è ancora ampiamente sentito»: questo è quanto si legge nella bozza della dichiarazione finale del G20 su cui dovrebbe essere stato raggiunto un accordo. A differenza di quanto circolato nei giorni scorsi, invece, sembra che nel comunicato finale non sarà inserito alcun riferimento alla Cina e al tasso di cambio della yuan.

TROVATO L'ACCORDO - Parlando ai giornalisti prima dell'inizio dell'assemblea plenaria del summit, la Mekel ha spiegato che alla cena di sabato sera i leader del G20 hanno approvato una proposta di compromesso per la riduzione dei deficit delle "economie avanzate" proposta dal Canada. «Sarà nella dichiarazione finale e, ad essere onesta, devo dire che è più di quanto mi aspettassi perché è molto specifica ed è stata accettata da tutte le nazioni industrializzate, credo che questo sia un successo» ha detto il cancelliere tedesco. Nelle settimane precedenti al vertice di Toronto Barack Obama aveva scritto una lettera ai colleghi ricordando la necessità di non interrompere lo stimolo all'economia per dare vigore ad una ripresa economica ancora anemica, esprimendo in questo modo critiche alle scelte di massima austerity adottate dall'Europa dopo la crisi greca. Nella bozza del comunicato finale si chiede anche ai Paesi sviluppati di «stabilizzare» il proprio livello del debito entro il 2016, ma non è chiaro se questo obiettivo è stato approvato da tutti i leader del G20. In ogni caso l'accordo di compromesso accoglie anche le posizioni americane, chiedendo ai paesi del G20 di assicurarsi che ogni taglio del bilancio non abbia effetti negativi sulla crescita e che facciano il loro meglio per stimolare la ripresa dei consumi.

ESSERE CHIARI - «C’è il rischio che non riuscire a comunicare piani di chiara e credibile disciplina fiscale possa mettere a repentaglio la ripresa economica, ma c’è anche il rischio che, anche se il consolidamento fiscale sarà molto rapido e sincronizzato, si possa avere un impatto negativo sulla ripresa». E’ di questo avviso Tiff Macklem, dirigente del governo canadese in materia finanziaria e da luglio vicegovernatore della Banca del Canada, secondo cui il punto fondamentale per il Paesi del G20 è portare avanti discussioni serie sulla necessità di trovare un punto di incontro che metta in equilibrio le varie componenti. CdS 27

 

 

 

 

G8. Se ognuno dei cuochi bada alla sua pentola

 

La lenta agonia del G8 prosegue il suo corso, anche se nessuno è ancora in grado di verificarne la morte cerebrale. Perché la sua fine non facesse troppo rumore è stato per ora affiancato al G20, che progressivamente ne prenderà il posto senza pianti e senza rimpianti. Il G8 ormai da qualche tempo rappresentava una realtà mondiale sorpassata e la riunione di ieri lo ha semplicemente confermato. Sono stati passati in rassegna tutti i principali aspetti della politica internazionale (dall’Afghanistan, all’Iran, dal terrorismo internazionale al narcotraffico) senza tuttavia alcuna sostanziosa nuova deliberazione in materia.

L’unica cosa importante è l’impegno di mettere a disposizione la cospicua somma di 7,3 miliardi di dollari per la salute delle madri e dei bambini nei Paesi più poveri del pianeta, anche se debbo prendere questa bella decisione con un pizzico di prudenza perché non sarebbe la prima volta che i Paesi del G8 si impegnano ad assegnare ai Paesi più poveri risorse che non vengono poi versate ma restano solo una promessa. Non parliamo poi dell’efficacia concreta dei generici impegni per un approccio globale nella lotta contro la fame nel mondo. Quasi mai i fatti hanno avuto la stessa dimensione delle parole.

Ho partecipato a troppi G8 nella mia vita (cinque come presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana e cinque come presidente della Commissione Europea) per non essermi reso conto della caduta di rappresentatività dei G8 in un mondo che cambia e in cui i nuovi attori della politica e dell’economia mondiale, tenuti fuori da tale consesso, non possono essere più esclusi dalle grandi decisioni che riguardano il futuro del mondo.

Celebrata l’estrema unzione del G8 è successivamente iniziato il G20, nel cui campo giocano sostanzialmente tutti i protagonisti della politica mondiale che dovranno essere in futuro il punto di riferimento delle grandi decisioni planetarie, ma che oggi potranno concludere ben poco per la mancanza di accordo sul principale tema che è sul tavolo e cioè la strategia di uscita dalla crisi.

Il presidente americano Obama ha infatti, a questo proposito, chiesto ripetutamente ai due Paesi che sono fortemente in attivo nei saldi del commercio mondiale di riequilibrare la propria posizione, rendendo in tal modo più facile l’aggiustamento di coloro che, a partire dagli Stati Uniti, sono invece in cronico passivo. Alla Cina Obama ha chiesto la flessibilità del cambio dello yuan, mentre ha fatto pressione sulla Germania perché aiutasse la ripresa adottando una politica di minore austerità fiscale.

La risposta positiva cinese è stata già data in anticipo con la disponibilità verso una maggiore flessibilità della valuta nazionale.

È un impegno importante ma che lascia alla Cina un grande margine discrezionale sui tempi e sui modi di attuazione di un’eventuale rivalutazione.

La Germania ha invece risposto picche ed ha varato invece un piano di austerità, non certo utile per la ripresa europea (che poneva le proprie speranze sulla crescita della domanda interna tedesca) ma sicuramente popolare presso gli elettori tedeschi, convinti che la crisi debba in ogni caso essere combattuta con l’austerità, anche se le ricette per la guarigione non possono essere le stesse quando le malattie sono diverse.

Nessuna proposta comune, quindi, per accelerare la ripresa dell’economia, anche se non noi europei non possiamo muovere alcun rimprovero agli altri perché, nonostante il legame che ci unisce, non siamo stati in grado di disegnare un percorso comune di uscita dalla crisi. Non mi dolgo invece riguardo al mancato accordo su una tassa sulle banche. Capisco che essa sarebbe stata molto popolare, ma sarebbe anche stata quantomeno una ragione per rendere più caro il credito, scaricando sui clienti il peso della tassa stessa proprio in un momento in cui molte aziende sono affamate di credito semplicemente per sopravvivere.

Se non succedono miracoli sarà quindi un G20 particolarmente magro e magri saranno anche i prossimi, se non ci affrettiamo a dotarli di strutture forti e permanenti, in grado di elaborare le proposte con largo anticipo e di arrivare all’approvazione finale dopo discussioni approfondite ed esaurienti. Questi vertici, con protagonisti numerosi e con calendari serrati e predeterminati, possono arrivare ad importanti decisioni solo se il menu è quasi pronto prima dell’inizio della riunione. Mi sembra che, stavolta, il menu fosse scritto solo sulla carta e che in cucina non ci fosse nessuno chef in grado di coordinare il lavoro dei cuochi e che ognuno badasse solo alla sua pentola. Se il G8 sta passando a miglior vita per la insufficiente rappresentatività dei suoi protagonisti, non vorrei che il G20 entri in una crisi irreversibile perché gli attori non sono in grado di lavorare insieme. IM 27

 

 

 

 

Il cartellino rosso del Quirinale

 

L’altolà di Giorgio Napolitano ufficializza l’esistenza di un «caso Aldo Brancher». E sanziona la strategia di usare la nomina a ministro solo per chiedere il legittimo impedimento e non presentarsi al processo nel quale è imputato. Per il capo dello Stato, la promozione di Brancher ha assunto contorni diversi da quelli previsti e promessi. La nota uscita ieri dal Quirinale va considerata soprattutto come una presa di distanza dall’uso strumentale di una legge già di per sé controversa; e sfruttata in questi giorni in modo a dir poco disinvolto. A provocarla sono state le affermazioni a ruota libera del neoministro, a lungo uomo- cerniera fra Pdl e Lega; ma anche la volontà di fermare una deriva.

Umberto Bossi da a Napolitano conferma l’asse fra Carroccio e Quirinale. E induce Brancher ad arretrare dicendosi pronto a presentarsi dal giudice entro luglio. Silvio Berlusconi, in Canada per il G8, deve maneggiare un’altra spina istituzionale proprio mentre cerca di forzare i tempi sulle intercettazioni. Da ieri, Brancher si trova nella condizione scomoda di chi è delegittimato dal capo dello Stato davanti al quale ha giurato pochi giorni fa; e che non vuole avallare un legittimo impedimento a suo avviso infondato. «Non c’è nessun nuovo ministero da organizzare », spiega lapidario il Quirinale riferendosi alle giustificazioni di Brancher. «È stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio».

Non è detto che la presa di posizione porti alle dimissioni, richieste all’unisono dall’opposizione: gli avvocati difensori del ministro accolgono la precisazione di Napolitano quasi fosse un dettaglio fra tanti. Dicono infatti che «sarà valutata in sede giudiziaria come ogni altro elemento». È un minimalismo che cerca di azzerare il rilievo politico che l’iniziativa presidenziale promette di avere: i contraccolpi che sta provocando sono già vistosi. Le parole del capo dello Stato suonano infatti come un sostegno oggettivo ai magistrati che dovranno valutare se il legittimo impedimento è tale; e come un avvertimento al governo a non abusare di una misura che ha già sollevato dubbi di costituzionalità.

Palazzo Chigi coglie le implicazioni della mossa. Ufficialmente tace. Ma le dichiarazioni di alcuni esponenti berlusconiani tradiscono l’irritazione nei confronti di Napolitano. Il presidente della Repubblica è accusato di essersi mosso in modo irrituale; o, peggio, di adottare uno stile presidenzialista che tenta di commissariare il governo. Non sono ancora avvisaglie di un conflitto, perché Berlusconi fino a ieri sera non si è pronunciato; e perché in questa fase non ha nessuna voglia né interesse ad alimentare la polemica col capo dello Stato: tantomeno di litigare con la Lega. Nel centrodestra, però, la vicenda può essere sfruttata da chi in questa fase contesta il premier.

 

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha già espresso le sue perplessità sul ricorso al legittimo impedimento. Il commento di Bossi su un Brancher «poco furbo» è uno smarcamento netto. Il nervosismo e l’imbarazzo del Carroccio non nascono soltanto dalla scelta iniziale di affidargli il «ministero del federalismo»: definizione che ha fatto infuriare Bossi e costretto Berlusconi a cambiarlo in fretta. Per i lumbard non è facile avallare una nomina sfruttata immediatamente per evitare il tribunale. La richiesta dell’Idv a Bossi di firmare col centrosinistra una mozione di sfiducia è il tentativo di inserire un cuneo più profondo in un centrodestra disorientato. Probabilmente la manovra non riuscirà. Ma il «caso Brancher» lastrica il futuro della maggioranza di ulteriori incognite.

Massimo Franco CdS 26

 

 

 

Istituzioni e credibilità. In gioco il bene supremo di un Paese

 

L’intervento del Quirinale in merito all’incredibile vicenda del neoministro Brancher che appena nominato è corso ad avvalersi di un presunto “legittimo impedimento” per sottrarsi ad una udienza di un processo in cui è imputato non è un intervento di ordinaria amministrazione. Non perché configuri un conflitto fra l’autorganizzazione del governo e il Capo dello Stato, ma perché invece è un chiaro messaggio di Napolitano a tutti quelli che lo tirano per la giacca chiedendogli di intervenire su provvedimenti legislativi del governo che spesso appaiono disinvolti.

Le critiche all’improvvisa nomina di Brancher ad un ministero che è subito apparso un pretesto più che una necessità sono state molto ampie e sono venute anche da diversi settori che non sono per niente ostili al governo. Era subito sembrato incomprensibile che in tempi di austerità e di polemiche contro sprechi e burocrazia (polemiche in cui molti uomini del governo Berlusconi sono in prima linea) ci si mettesse a creare un ministero senza portafoglio, per di più su una materia che era già competenza di un politico del peso di Bossi. Non era difficile immaginare che questo scatenasse le dietrologie e che girasse subito la spiegazione che lo si era fatto per consentire all’uomo politico di sottrarsi al processo con il ricorso al legittimo impedimento.

Ebbene con tutto questo alle spalle l’on. Brancher si è buttato subito a dar ragione ai suoi critici correndo ad avvalersi del legittimo impedimento quasi un minuto dopo la sua nomina e con la risibile motivazione che aveva da organizzare il suo nuovo ministero (proprio nel giorno dell’udienza? E con tanta urgenza da non poter perdere neppure qualche ora?).

Ora qualsiasi osservatore capisce che il caso sfiorava, oltre che la vergogna, il ridicolo. Il Quirinale era stato molto criticato dai soliti pasdaran per aver firmato la legge sul legittimo impedimento, che invece, di per sé e applicata in modo proprio, non è affatto scandalosa. Come poteva non intervenire nel momento in cui alcuni personaggi facevano carne di porco di una legge che voleva essere di garanzia trasformandola in un escamotage per risolvere dei guai personali?

La credibilità delle istituzioni è un bene supremo e nessuno lo sa meglio del presidente Napolitano che si è battuto, non di rado in dolorosa solitudine istituzionale, per tenere la sua Suprema Magistratura fuori di ogni inclinazione valutativo-politica nel merito delle leggi, e per garantirne invece il ruolo di garanzia dei valori sostanziali di compatibilità complessiva con le regole del nostro sistema costituzionale. Chiunque guardi alla umiliante vicenda di Brancher non può sottrarsi al giudizio da dare su di essa: un uso bassamente strumentale delle normative per vantaggio personale, neppure motivato con un po’ di stile. Dunque un colpo pesante alle istituzioni, fra l’altro inflitto nel momento in cui il presidente del Consiglio è a Toronto per prendere parte ad un importante G8-G20: certamente queste notizie dall’Italia, che le cancellerie internazionali conosceranno subito, non sono del genere che rafforza la credibilità di Silvio Berlusconi a quell’importante tavolo.

La domanda che viene allora da porsi è come mai si sia finiti in un pasticcio di questo genere. Non ci voleva certo una equipe di raffinatissimi politologi, costituzionalisti e consiglieri politici, per capire che si stava montando un trappolone che, bene che andasse, sarebbe finito nel ridicolo (ed alla fine è andata persino peggio). Non riusciamo a credere che nello staff di Berlusconi non ci siano uomini che capiscono tutto questo. Di conseguenza si finisce per chiedersi se non abbiano ragione, quantomeno in parte, quelle voci che descrivono un presidente del Consiglio appannato, che ha perso lucidità e fa fatica a tenere sotto controllo i suoi uomini.

Si tratta di un aspetto ancora più preoccupante della vicenda in sé e Berlusconi farebbe bene a mostrare che anche in questo caso è in grado di tenere sotto controllo certe inculture istituzionali che allignano nella sua cerchia e di non farsi trascinare in un clima che rischia di essere quello dell’autunno della Repubblica.

Il Quirinale in questo caso, anche se non sembra, è stato una garanzia anche per la maggioranza. Ha infatti evitato che passasse l’interpretazione estremista per cui la legge sul legittimo impedimento è esattamente quello che l’ha fatta apparire Brancher, cioè una “furbata” per far sistemare a qualche politico i propri affari con la giustizia, ribadendo invece, indirettamente, che l’uso rigoroso anche di una legge discutibile può rientrare negli strumenti di organizzazione di un equilibrio democratico. A patto, ovviamente, di tagliare fuori, senza pietà, tutti quelli che ci provano. PAOLO POMBENI  IM 26

 

 

 

 

Dalla parte dell'etica e del diritto

 

E’ irrituale il comunicato di Napolitano sul caso Brancher? Può darsi; ma certamente è fuori da ogni rito democratico che un ministro senza ministero, prima ancora di capire quale sia il suo daffare nel governo, mandi a dire ai propri giudici che ha troppo da fare, verrà in tribunale un’altra volta. Trasformando il sospetto in una prova, quanto alle ragioni della sua fulminea nomina. E soprattutto trasformando il legittimo impedimento in un’onda collettiva di legittima indignazione, come ha scritto Cesare Martinetti su questo giornale. Di tale sentimento il Presidente non può che farsi interprete, nel suo ruolo di custode di valori etici, oltre che giuridici. Anche il diritto, però, vuole la sua parte. E almeno in questo caso il diritto sta dalla parte del nostro Presidente. La legge n. 51 dello scorso 7 aprile - che ha introdotto questa via di fuga dalle aule giudiziarie per il premier e per i suoi ministri - stabilisce che il legittimo impedimento può essere invocato quando altrimenti verrebbe ostacolata una funzione di governo. Nel suo tenore letterale, l’art. 1 della legge non distingue fra ministri con dicastero ovvero senza portafoglio. Aggiunge tuttavia che l’attività ministeriale dev’essere di volta in volta disciplinata da una norma, non dai desideri dell’interessato.

 

Quale specifica attività ministeriale impedisce al neoministro di presentarsi in tribunale? E qual è la specifica norma che la regola? C’è poi un’ultima questione, sempre in punta di diritto. La legge parla di «legittimo» impedimento, non d’impedimento «assoluto». Il primo è sindacabile dal giudice, il secondo no. Significa che un’interpretazione costituzionalmente orientata può temperare le due esigenze in gioco - quelle del governo e quelle della giustizia - senza sacrificare troppo l’ultima alla prima. Significa perciò che ogni magistratura giudicante potrà ben valutare se l’impedimento è davvero «legittimo», ossia conforme alle leggi sull’attività ministeriale. Ecco, è questo il senso del comunicato che abbiamo letto ieri. Un avallo interpretativo - il più autorevole, anche perché dettato da chi presiede il Consiglio superiore della magistratura - verso letture compatibili con la Costituzione, quando si tratta di applicare questa legge travagliata. Poi spetterà ai giudici l’ultima parola. MICHELE AINIS LS 26

 

 

 

 

Il caso del ministro Aldo Brancher. Fretta e faccia tosta

 

Aveva detto che avrebbe tenuto “bassissimo” il numero dei ministri ed è arrivato a 23, inventandosi, per il fedele collaboratore Aldo Brancher, un ministero misteriosioso e nuovissimo e che serve al neonomito ministro, per chiedere subito lo scudo del “legittimo impedimento”, mandando su tutte le furie non solo l’opposizione, ma creando amarezza e avvilimento nel Capo dello Stato, oltre ad una nuova maretta fra i finiani. Finanche il “giornalista di corte” Maurizio Belpietro su Libero,  critica la scelta di nominare ministro Aldo Brancher, indagato nel processo Antonveneta e la definisce “maldestra” e “surreale”. Il Messaggero, il Corriere della Sera, e il Sole24Ore suggeriscono a neoministro le dimissioni e ricordano che il duro e inconsueto comunicato di ieri del Quirinale, non può essere ignorato o ridotto alla logica leguleia di un processo di provincia. “Il caso Brancher non è più nelle mani dei suoi avvocati e forse neppure di Brancher stesso, ma in quelle del presidente del Consiglio", scrive il giornale di Confindustria. Il Giornale, invece, quello della famiglia Berlusconi,  chiama in causa, polemixcante, l'alleato del Carroccio: "Cari leghisti non fate i furbetti", è il titolo dell'editoriale del condirettore Alessandro Sallusti, che non crede all'irritazione manifestata da Umberto Bossi per la nomina di Brancher: "La Lega non può far finta di non saperne nulla, non sta in piedi a rigori di logica. Di più. Evidentemente qualcuno nelle alte sfere del Carroccio ha chiesto la nomina di Brancher a ministro, è stato accontentato, questo qualcuno abbia oggi il coraggio di assumersi la responsabilità di fronte al Quirinale, al governo e agli elettori, perché è vero che il Cavaliere ha le spalle larghe, ma tutto ha un limite, anche la decenza". Insomma, ancora una volta Berlusconi crea problemi seri e intricati,  con le sue scelte personalistiche e imprudenti. Ha portato dentro il governo un suo ex dipendente sotto processo, nominandolo (ed irritando così Bossi) ministro del "federalismo" ed in questo modo gli ha consentito il ricorso alla scudo da lui stesso creato, che lo rende per ora immune da ogni azione giudiziaria. Un tipo frettoloso e maldestro, questo Brancher, come molti vicini al Cavaliere. Anche i suoi amici, gente che di queste faccende se ne intende, guardano ai fatti in modo critico e sostengono, fra vergognosi e divertiti, che sarebbe bastato che si presentasse nell'aula del tribunale, balbettasse qualcosa e avrebbe trascorso un’estate tranquilla. Invece, nell’euforia della nomina tanto sperata, Brancher deve aver pensato di essere ministro per davvero: “Devo organizzare il mio ministero”, ha proclamato l'altro ieri nello stupore generale e in risposta ai giudici, creando così le  basi per l’arrivo della secca, stizzita nota della presidenza della Repubblica, che da sola, anche se non ne fosse seguita una furente richiesta di dimissioni da parte dell'intera opposizione, avrebbe indotto chiunque a ritirarsi dal governo, dal parlamento e, magari, anche dall'Italia. Soluzioni che, naturalmente, Aldo Brancher non prende in alcuna considerazione, altrimenti che “berluscones” doc mai sarebbe? L’esempio viene, come scrive Giovanni Maria Bellu su l’Unità,  da personaggi come Marcello Dell'Utri, sempre in parlamento e sempre imputato, sempre libero, salvo una breve periodo e oggi, giorno della sentenza d'appello, chissà… magari anche innocente tra prescrizioni e derubricazioni. O come Vittorio Mangano il quale - erano altri tempi - non poté mai diventare parlamentare e sopportò, in silenzio, dall'ergastolo, il peso dei suoi segreti. E con questi esempi e questo governo, a noi sopportare nomine come quella di Aldo Brancher, il quale, col suo ministero senza portafoglio, costa comunque alle casse dello Stato un milione di euro e si sottrae bellamente, anche se maldestramente,  alle sue responsabilità legali e morali. Quanto a Berlusconi, è al G20 in Canada e non risponde. Ma parla un berlusconiano doc come Osvaldo Napoli: “La nota del Quirinale è irrituale sotto ogni profilo. Il presidente della Repubblica interviene su una scelta giuridica di competenza del ministro Aldo Brancher, con ciò anticipando il giudizio del magistrato di merito. Il Quirinale, inoltre, facendosi interprete di una legge e dei provvedimenti ad essa eventualmente collegati, come lo scudo giudiziario all'esame della Commissione Affari costituzionali, indirizza politicamente quella discussione. Sotto il profilo costituzionale, mi pare abnorme la portata della nota”. A noi, invece, pare enorme la portata di ciò che il berluscones ha il coraggio di dichiarare: questione di punti di vista. Noi, come il pm di Milano che indaga sui fatti dell’Antoveneta, Eugenio Fusco, ci  sentiamo “presi in giro” e abbiamo poche speranze circa l’invio in tempo utile di richieste di ricorso, inoltrate alla Corte Costituzionale per una legge che, comunque "si fa fatica a non giudicare incostituzionale" e che giova, lo si vede, solo ad alcuni, nuocendo all'intero Paese. E se si tiene conto che, con Brancher, fra il 17 ed il 18 scorsi, il governo ha nominato, passando la cosa sotto-traccia, Pasquale De Lise a presidente del Consiglio di Stato su suggerimento diretto di Silvio Berlusconi, possiamo renderci conto della fretta e della faccia tosta di questo esecutivo.  Come ricorda Cecilia M. Calamani sul Manifesto (rubrica Cronache Laiche), del 22 giugno, il magistrato vanta un curriculum giudiziario di tutto rispetto. Ex capo di Gabinetto di molti ministri, già presidente aggiunto del Consiglio di Stato e presidente del Tar del Lazio, lo scorso 10 giugno è stato nominato dal Governo, su proposta del Ministro Tremonti, presidente della Commissione tributaria centrale. Ma il suo nome appare sulle cronache della ‘cricca’ Anemone-Balducci & Co, in qualità di consultore di Propaganda Fide, l’immobiliare vaticana sulla quale è scoppiato l’ultimo scandalo economico che lega i palazzi della politica a quelli d’Oltretevere. A detta dell’ex ministro Pietro Lunardi, “Balducci insieme al presidente del Tar De Lise e all’avvocato Leozappa, genero di De Lise, gestiva il patrimonio di Propaganda Fide”. Quel patrimonio immobiliare di extra lusso, cioè, che sarebbe stato ben distribuito, tra affitti e compravendite a prezzi ‘di favore’, tra più di duemila vip (tra i quali Bertolaso e lo stesso Lunardi), grazie all’intermediazione del cardinale di Napoli Crescenzio Sepe. Ma De Lise è citato anche nelle varie intercettazioni sui Grandi eventi, a svelare (altri) rapporti poco limpidi proprio con Balducci, con sullo sfondo  l’ombra dell’uomo del Premier per eccellenza: Gianni Letta. Insomma, a fronte della nomina di De Lise, il caso Brancher, secondo alcuni,  è solo un’inezia su cui tranquillamente fare commenti sotto gli ombrelloni, fra una maledizione a Lippi e discussioni infinite su come “riformare” la Nazionale per tornare, con orgoglio, a gridare “Forza Italia”.  Carlo Di Stanislao, de.it.press

 

 

 

Bossi spera nell'aiuto del Quirinale

 

Nel bel mezzo del pasticcio originato dalla nomina a ministro di Brancher, e dal suo tentativo, fallito ieri sera, di utilizzarla per sottrarsi ai giudici, Bossi dice che «il Quirinale è il punto che tiene in equilibrio lo Stato» e i leghisti salgono due volte in tre giorni al Colle.

 

Qualcosa, è chiaro, si sta muovendo. Se solo si considera che il Carroccio ha sempre avuto una palese diffidenza per l’inquilino del Palazzo più importante - Scalfaro, con cui pure Bossi firmò il «ribaltone», o Ciampi, di cui non sopportava l’esplicita passione patriottica, senza differenze -, fa riflettere la liaison tra la Lega e Napolitano, il primo Presidente della Repubblica a non essere fischiato dalle camicie verdi quando va a parlare di federalismo e unità nazionale nei territori padani.

 

Seppure solo adesso stia emergendo chiaramente, la consuetudine tra il Capo dello Stato e il Carroccio data da tempo. A parte la stima e il rispetto reciproci, che hanno fatto dire a Bossi, col suo tono un po’ spaccone, che lui e Napolitano sarebbero in grado di risolvere in cinque minuti il pasticcio della legge sulle intercettazioni, c’è, a partire da sedici anni fa, quando entrò per la prima volta al Viminale come ministro dell’Interno, il rapporto con Maroni, che ha accettato di buon grado le critiche del Quirinale al decreto sicurezza e s’è impegnato a cambiarlo appena possibile. E c’è stata, di recente, la pubblica pace con il sindaco di Verona Flavio Tosi, quello che si vantava di tenere appesa nel suo ufficio la foto del presidente partigiano e nordista Pertini, e che invece al momento di riceverlo l’ha sostituita e s’è fatto trovare con quella di Napolitano dietro la poltrona. Insieme, poi, Tosi e il Presidente hanno fatto una passeggiata a piedi nel centro della città, che simboleggiava la plateale riconciliazione.

 

Le ragioni di questa imprevedibile convergenza sono chiare, anche se a prima vista i soggetti non potrebbero apparire più lontani: Napolitano con il suo amore per Napoli e il Sud e l’impegno ormai solitario sulla trascuratissima questione meridionale, Bossi che a Napoli c’è andato sì e no una volta con Berlusconi e s’è fermato a prendere una pizza con evidente disagio. La prima spiegazione è la politica intesa un po’ alla vecchia maniera, come costruzione e arte del possibile, non solo scontro quotidiano di propaganda. Il Senatùr e il Presidente sono ancora due tipici leader della Prima Repubblica, che si parlano, studiano le loro mosse, cercano l’avvicinamento, e anche quando non lo trovano non si chiudono mai la porta in faccia. Questo ha reso possibile, per il Presidente, valutare certe rumorose e sgarbate, in qualche caso, uscite della Lega, tipo le assenze alle cerimonie del 2 Giugno, per quel che sono: mosse propagandistiche senza sostanza che non devono influire su un percorso di collaborazione.

 

Poi c’è la percezione, chiara per tutti i leghisti che lo hanno incontrato, compreso Calderoli che è il più esuberante, che Napolitano è un vero riformista, convinto che così com’è l’Italia non può andare avanti, che debba finalmente rinnovarsi e in quest’ambito si possano coniugare intelligentemente unità nazionale e federalismo. Napolitano ha dedicato fin dall’inizio il suo settennato alle riforme, non ha mai mostrato nostalgie passatiste o centraliste, ha parlato chiaro in tutti gli appuntamenti ufficiali importanti, ha insistito sugli stessi argomenti nei suoi messaggi di Capodanno, e tutto ciò, a differenza di Berlusconi con cui l’alleanza è solida ma guardinga, lo rende credibile agli occhi della Lega e strategico nel momento in cui la confusione tra manovra economica, intercettazioni e riforme cresce e sembra piegare verso uno sbocco inconcludente, oltre a far temere un nuovo rinvio del federalismo.

 

Il Presidente fa quel che può, ma quando promette mantiene, dicono i leghisti. Inoltre, da qualche tempo, Bossi e i suoi hanno ripreso a sospettare che Berlusconi, se la situazione economica lo consentisse dando un po’ di respiro, sotto sotto non abbia rinunciato all’ipotesi di elezioni anticipate, come resa dei conti con Fini. Le elezioni prima del federalismo, va da sé, sarebbero un disastro per la Lega, che in occasione del caso Brancher ha scontato un evidente mugugno della base nel raduno simbolico di Pontida. Per questo, tra le altre cose di cui sono andati a parlare al Quirinale, i leghisti hanno fatto capire che si aspettano, nel caso infausto le loro previsioni dovessero realizzarsi, una cautela speciale da parte di Napolitano prima di sciogliere di nuovo le Camere.  MARCELLO SORGI LS 27

 

 

 

 

Il tema vero: il sud arretrato. La questione non e’ padana

 

Dalla Sicilia all’Alto Adige, tentazioni secessioniste non sono mancate. Ora però andiamo a celebrare i centocinquanta anni dell’unità d’Italia mentre l’unità scricchiola più che mai. È un pessimo segno che la lotta politica (che ha sempre una dimensione simbolica) diventi competizione intorno a simboli nazionali: la bagarre nel consiglio comunale di Milano sulle «radici padane » della città, la polemica sull’esistenza o meno della Padania, le baruffe sull’inno di Mameli.

«Esiste» la Padania, intesa non come luogo geografico e nemmeno come semplice blocco di interessi, ma come vera nazione? Al momento sembra di no, tranne che nella mente dei militanti leghisti. Però, attenzione: le nazioni sono tutte, storicamente, comunità «inventate». Esistono o non esistono a seconda di quanti credono, o non credono, nella loro esistenza. Quando si scatena una competizione fra simboli e controsimboli non si può sapere come andrà a finire. Oggi la Padania non esiste sia perché l’imprenditore politico che ne possiede il copyright, Umberto Bossi, è ben lontano dall’avere, al Nord, la maggioranza dei consensi sia perché, a quanto sembra, nemmeno i cuori di molti elettori leghisti sono scaldati dalla Padania/ nazione. Votano Lega, stando ai sondaggi, per una varietà di motivi: economici (meno tasse e meno trasferimenti al Sud), antistatalisti (meno burocrazia centrale), di sicurezza (questione della immigrazione). Oppure perché solo i leghisti sono andati a parlare con loro nei paesi o nei quartieri. L’impacchettamento di questi variegati motivi, la loro ricomposizione entro un quadro simbolico coerente (la Padania) è un’operazione non ancora riuscita alla Lega ma non è detto che in seguito ciò non possa accadere.

Se la Padania (ancora) non esiste, che cosa fa scricchiolare l’unità nazionale? Il fatto che arrivino al pettine i nodi di un fallimento storico, dell’incapacità delle classi dirigenti di risolvere il problema del Sud. Non si può avere una «questione meridionale» che duri ininterrottamente per centocinquanta anni senza che, alla fine, ciò comporti gravi conseguenze politiche. Rispetto a ciò, la Lega è un effetto (il più appariscente), non una causa. Perché l’idea che il Sud sia una palla al piede che frena lo sviluppo del Paese, non circola solo fra i leghisti, ha una diffusione ampia. Per quale altro motivo, d’altra parte, il federalismo fiscale avrebbe potuto suscitare così tanto interesse?

Ne discende una logica conseguenza: è del Sud che ci si deve occupare. Perché se non si creano, e in fretta, le condizioni per uno sviluppo autonomo del Sud, saranno guai. Qui ci si scontra però con l’abulia delle classi dirigenti meridionali. Nelle regioni più disastrate non è in atto alcun piano di bonifica radicale delle istituzioni, niente che lasci intravedere una reale disponibilità a mutare comportamenti e abitudini. Nessuno crede che i servizi pubblici al Sud cesseranno, a breve, di essere scadenti e molto più costosi che in Lombardia o in Emilia, che tante scuole e Università del Sud smetteranno di distruggere capitale umano anziché crearlo o che le amministrazioni locali, con la loro inefficienza, cesseranno di frenare lo sviluppo.

Chi vuole difendere l’unità nazionale deve impegnarsi, con atti concreti, per cambiare le condizioni del Sud. Altrimenti, la lotta fra simboli e controsimboli avrà, alla fine, un esito scontato. Angelo Panebianco CdS 24

 

 

 

Il Cavaliere e la fortuna. A gonfie vele in privato mentre il Paese crolla

 

I detti memorabili sulla «fortuna» si sprecano, fin dall’antico, anche se con significati contraddittori: la fortuna aiuta gli audaci (epico), ciascuno è fabbro della sua fortuna (self-made-man romano), o, invece, la fortuna è cieca (scettico in partenza). In generale è ragionevole pensare che la fortuna ci vuole e però bisogna meritarsela. Ora, Silvio Berlusconi, di fortuna nella vita ne ha avuta tanta. Pure «agevolata», da un certo periodo storico in qua. Per esempio, quando bisognava che l’amico presidente del Consiglio tornasse da Londra per varare il decreto salva-tv e quello prese un jet e tornò sull’italico suolo. Poi, più o meno agevolato, capì quando era il momento di «scendere in campo». E, sia pure provvisoriamente, battè il poco coeso cartello dei «progressisti» guidato da Achille Occhetto presentatosi al duello tv con un vestito color cioccolato che a Gioachino Rossini aveva portato una sfiga orrenda la sera della prima del suo “Barbiere di Siviglia”, risoltasi in un tonfo clamoroso. Appunto. Nel 1994 le sue aziende erano in rosso di circa 8.000 miliardi di lire. Oggi hanno vele gonfie da scoppiare. Ha «militarizzato» il controllo del mercato pubblicitario con la legge Gasparri ed ha ridotto la Rai ad una ancella in ginocchio per debiti e carenza di idee. La stessa Rai che un decennio fa chiudeva dei bei bilanci e rifilava a Mediaset sonore batoste. Dal punto di vista personale e familiare, Berlusconi ha dunque sfruttato al meglio l’autostrada politica che gli hanno spalancato il dominio di cinque canali e tg su sei, le divisioni e gli errori ostinati degli avversari. Che l’hanno battuto due volte, nel 1996 e nel 2006, con Prodi, salvo pugnalarlo e farsi la guerra fra loro. Dal punto di vista del Paese, al contrario, non c’è nella storia italiana, dal 1945, periodo più grigio o più nero di questo caratterizzato dal berlusconismo. Che cosa si può ricordare oltre alle leggi ad personam a cui ha forzato il Parlamento e che oggi servono a ministri appena nominati per non presentarsi davanti al giudice? Badate bene, per un grave reato finanziario, non per reati «politici». Forse sono memorabili i condoni, gli scudi fiscali, i tagli inferti a scuola e cultura? L’Italia berlusconizzata è un Paese invecchiato, intristito, impoverito, incapace di reagire, di inventare, di indignarsi persino. Un Paese che non investe nella cultura e nella ricerca pur essendo fra quelli che già meno spendono per questi capitoli essenziali che Obama (ma anche Sarkozy) considera i «motori» della ripresa e delle modernizzazioni. Un Paese diviso, anzi spaccato. Non soltanto fra governo e opposizione, ma pure fra governo centrale e Regioni, pronte a restituire alcune competenze avute oltre trent’anni fa per non alzare loro le tasse, per non prendere loro i denari, insieme ai Comuni, dalle tasche degli italiani, per non togliere dal fuoco le castagne bruciate da lui, da Tremonti e da Bossi. Neppure l’italico stellone ci aiuta più. Era una sorta di fortuna un po’ volgare, arronzata, che «aiutavamo» con qualche furberia, con qualche trovata ingegnosa. Berlusconi come Lippi? Beh, molto peggio: sicuro di sé fino alla boria (ricordatevi le passerelle nell’Abruzzo terremotato); incurante di critiche e consigli; incapace di fare squadra se non con altri come e peggio di lui. Guardate l’Expo 2015 di Milano che il tanto spregiato Prodi aveva portato a casa e che, affidata alla signora Moratti e ad altri genii lumbàrd, rischia il peggio. Anche perché un’idea che è una, sti genii non l’hanno partorita, al di là della solita colata di cemento. Già, la forza delle idee. Lui ha la forza dei danèe . Per sé. Noi dovremmo avere quella delle idee, e del rigore. Per tutti. Ps: Un grande «menabuono» per chi della jella, e quindi, per converso, dello stellone, pensa, con Benedetto Croce, «non è vero, ma ci credo», è ritenuto il già citato Rossini. Ma, con tutta la simpatia e la stima per il grande Gioachino, stavolta temo non basti proprio. Vittorio Emiliani L’U 26

 

 

 

 

Ustica trent'anni dopo. Bologna cerca la verità

 

Il 27 giugno 1980 il Dc9 Ih 870 dell’Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo, scomparve dai radar. S'inabissò tra le isole di Ustica e Ponza. Ottantuno le vittime. Oggi si celebra il trentesimo anniversario della strage in un clima di accesa polemica politica Lo speciale di Repubblica "La verità negata" di Stefania Parmeggiani

 

Trent'anni fa il disastro aereo che costò la vita a 81 persone. Oggi a Bologna la giornata del ricordo. La presidente dell’associazione dei parenti delle vittime, Daria Bonfietti, torna a chiedere i nomi dei responsabili, confortata dalle parole del capo dello Stato che, proprio ieri, ha sollecitato "il contributo di tutte le istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera".  Ma il valore anche simbolico dell’anniversario, non evita le polemiche.

 

Le celebrazioni si svolgono nella scia del clamore per le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, che ha ipotizzato l’esplosione di una bomba all’interno del Dc9 Itavia. Venerdì è andato in scena lo scontro tra Giovanardi e il giudice Rosario Priore, ma le avvisaglie erano arrivate già mercoledì. "Nei prossimi giorni a Bologna tireranno in ballo tutta la mercanzia prodotta in tanti anni  aveva detto Giovanardi  per toccare l’immaginario collettivo, ma di un ipotetico missile non è stato reperito alcun riscontro". Di fronte a questo ennesimo "sasso nello stagno", le reazioni non si sono fate attendere. Ultima, in ordine di tempo, quella del portavoce dell'Idv Leoluca Orlando che ha parlato di "tesi indegna".

 

I famigliari incontrato le istituzioni. La commemorazione è iniziata alle 11 nella sala del Consiglio di Palazzo D’Accursio, con l’incontro tra il commissario Annamaria Cancellieri e i parenti delle vittime. Le vedove, i figli, i padri delle vittime hanno ascoltato in silenzio i messaggi di vicinanza arrivati dalle più alte cariche dello Stato e letti in aula da Daria Bonfietti. Prima le parole di Napolitano, il suo appello perchè le ombre vengano definitivamente spazzate e poi le parole del presidente del Senato Renato Schifani e della Camera Gian Franco Fini.

 

Schifani: "Conoscere le cause, vittoria per tutti". Nel suo messaggio il presidente del Senato ha voluto esprimere un forte auspicio che i recenti sviluppi giudiziari possano fare finalmente emergere con completezza e chiarezza la verità su quanto realmente accaduto, nella certezza che conoscere le cause del disastro prima del verdetto della storia sarebbe una vittoria straordinaria per noi tutti: sapere cosa avvenne su quel cielo quella sera ci renderebbe migliori, dando alla nostra Repubblica una speranza in più di crescere sulla strada difficile della condivisione e della trasparenza".

 

Fini: "Intensificare l'impegno per fare chiarezza". Sulla stessa lunghezza d'onda la lettera inviata dal presidente della Camera: "In questa giornata, resa particolarmente triste dal lungo scorrere di anni non illuminati dalla verità, ritengo sia necessario ribadire e intensificare l'impegno di tutti per giungere a fare chiarezza su di una vicenda che continua a proiettare la sua ombra inquietante anche sul nostro presente". "Nell'esprimerLe il sincero apprezzamento per l'instancabile attività promossa dalla Sua Associazione per mantenere costantemente viva l'attenzione degli italiani su questa tragica vicenda, rivolgo un commosso pensiero agli uomini, alle donne e ai bambini la cui vita fu spezzata da un destino ancora incomprensibile".

 

"Ora diteci i nomi". Di fronte a quanti, in questi trent'anni hanno condiviso con lei il dolore e la ricerca della verità, Daria Bonfietti ha letto il suo appello rivendicando con orgoglio il lavoro fatto, respingendo le accuse di chi, come Giovanardi, aveva parlato di mercanzia prodotta in tutti questi anni, citando la sentenza scritta dal giudice Rosario Priore che accertava come, quella notte, nei cieli d'Italia si stesse combattendo una battaglia e concludendo con un appello: "Diteci i nomi dei responsabili". La Bonfietti, infatti, si è detta "assediata dalla verità" e ha chiesto alla politica e alle istituzioni sostegno affinchè gli stati esteri collaborino. E' necessario che alla richiesta di rogatorie internazionali presentate dai giudici di Palermo vi sia una risposta positiva e che la collaborazione sia chiara e puntuale. Ricorda come in passato, tra gli stati più evasivi, vi sia stata la Francia: "Risposero che la loro base militare in Italia chiudeva alle 17, come un qualsiasi ufficio". "La verità è dovuta per rispetto ai nostri cari, ma anche per la dignità di questo Paese", ha concluso tra gli applausi commossi degli altri parenti. Che, rispondendo alle domande dei cronisti, hanno sempre e solo ribadito una necessità: "Chi sa, dopo tutti questi anni deve parlare".  

 

Arte, fiore della memoria. Poi, tutti insieme, i parenti si sono diretti in piazza VIII Agosto, divenuta il palcoscenico dell’installazione dell’artista Flavio Favelli, "Itavia Aerolinee", già allestita in piazza Maggiore. A terra, la ricostruzione con dimensioni reali della sagoma dell'aereo. In serata, alle 21.30, nello spazio antistante il Museo per la Memoria di Ustica, in via Saliceto, avrà inizio il primo dei due concerti di musiche di Karlheinz Stockhausen, "Ora Ventunesima". Il Museo, in cui il relitto del Dc9 è circondato da un’opera di Christian Boltanski, sarà aperto dalle 10 a mezzanotte, con visite guidate gratuite alle 11 e alle 20. E' questo il programma di oggi per "Arte, fiore della memoria", calendario organizzato dall'associazione in collaborazione con il Comune per trasformare Bologna nella città della memoria. 

LR 26

 

 

 

Non è un Paese per giovani

 

All’età in cui Blair e Aznar hanno lasciato qui si è ancora da svezzare

 

La Nazione come la Nazionale: esclusi in politica, impresa, università e arte

Certo, è solo un pallone. Ma il pallone tricolore è sgonfio, esausto, sfibrato. Sembra l’Italia. Infatti è l’Italia: giovanilista a parole, nella pratica spaventosamente gerontocratica e aggrappata alle rendite di posizione acquisite con l’età. E i giovani veri? Nella Nazionale e nella Nazione, fuori. Esclusi. Vezzeggiati, ma messi ai margini.

Il talento irregolare o sregolato, poco gestibile, fonte di guai e di disordine, resta a casa. Nel suo «Talento da svendere», Irene Tinagli ha notato che, nel calo di iscrizioni all’Università italiana negli ultimi anni, la maggior parte delle rinunce si conta tra chi proviene da famiglie con redditi medio-bassi. L’ascensore sociale è rotto. Le speranze per i più meritevoli sbiadiscono. Il talento viene mortificato. Il futuro viene sequestrato. Umiliato il talento, spadroneggiano come efficaci agenzie di collocamento il privilegio di chi può avere tutto perché ha già tutto, o la raccomandazione, che può ottenere qualcosa solo per grazia elargita da chi ha già tutto. Ambedue, privilegio e raccomandazione, campano sul conformismo, che poi sarebbe il sistema culturale in cui le idee originali avvizziscono. Nessuno in campo in Sudafrica «inventava» niente. Si adeguava a uno schema fisso e fossilizzato: gli «originali» creano troppo disordine. Lippi è come Benedetto Croce: pensa che in fondo l’unico compito dei giovani sia diventare adulti. Spompati, ma adulti. Si è visto.

Le connessioni tra il calcio e lo stato di salute di una società sono labili e talvolta arbitrarie. In fondo non è che in quattro anni sia cambiato tutto e che quando l’Italia trionfava qui c’era il paradiso. Però appare mascoscopicamente evidente che se quella di Lippi non è una Nazionale per giovani è perché questo non è un Paese per giovani. I «vecchi» parlano giovane, vestono giovane, cliccano giovane, vogliono avere lo stile disinibito e friendly dei giovani, ma esercitano una prepotente dittatura dell'anagrafe. Nella politica i giovani che emergono grazie a un sano e robusto combattimento con l’establishment sono una rarità: Matteo Renzi, e chi altro? I più si fanno cooptare, diventano mestieranti della gioventù, giovani a vita, lagnosi e queruli. Nel Pdl si chiede prima di tutto una bella voce, per poter intonare con solennità «Meno male che Silvio c'è». Nel Pd i giovani sono la parodia del burocrate di belle speranze, ciascuno a occupare la casella nella direzione del partito per conto del maggiorente (anziano) di riferimento. Le belle donne giovani, poi, sono oggetto di una duplice diffidenza: perché giovani e perché belle e dunque il ministro Mariastella Gelmini, per dimostrare quello che è, abbastanza brava, deve faticare il doppio per rimuovere il pregiudizio. Giovani e vecchi, inoltre, sono categorie molto elastiche: all’età in cui in Inghilterra e Spagna Blair e Aznar lasciano la guida del governo, qui in Italia si è considerati ancora giovani promesse, politici da svezzare, ancora immaturi per la grande prova.

Ma la guerra ingaggiata dai vecchi contro i giovani non impegna solo la politica e la Nazionale di calcio. Il clan dei «giovani scrittori» ha già abbondantemente superato la soglia anagrafica in cui, come ha ricordato Filippo La Porta sul Corriere, Tolstoj era alle prese con «Guerra e pace» e Flaubert con «Madame Bovary ». Perché troppo famosi (Roberto Saviano) o perché considerati precoci candidati allo Strega (Paolo Giordano e, ora, Silvia Avallone), i giovani scrittori «veri» devono scavalcare muri di diffidenza, se non di ostilità. Nei giornali, le porte sono sbarrate: sotto i trent’anni sono rarissimi i giovani assunti con una certa stabilità nella carta stampata, ma anche in televisione. Devono attrezzarsi a decenni di precariato e gavetta: i più talentuosi sono confinati nei giornali più piccoli perché costano meno. Altrimenti devono conformarsi, adeguarsi, evitare di fare innervosire i più anziani che li guardano con accondiscendenza. È così diverso da ciò che è accaduto nella Nazionale italiana?

I giovani hanno difficoltà ad aprire un’impresa, sono soffocati dalle pratiche burocratiche, dai tempi mostruosamente dilatati dei permessi e delle licenze. Bene, il ministro Tremonti promette che i lacci asfissianti vanno sciolti, che le catene saranno allentate. Ma per mantenere la promessa occorre modificare l’ultima parte dell’articolo 41 della Costituzione e in Italia, si sa, per cambiare la Costituzione ci vuole un tempo sufficiente a far diventare i giovani degli ex: ex giovani, naturalmente. Poi c’è il blocco del turnover nella scuola: e se mai si dovesse trovare un giovane scosso dalla passione dell’insegnamento, sarebbe meglio consigliargli di dirottare le proprie passioni altrove, perché prima bisogna smaltire generazioni di insegnanti corazzati con i loro diritti acquisiti (ma in compenso molto mal pagati). Poi c’è l’Università, dove per il giovane qualche speranza c’è: purché provvisto di adeguato cognome. E poi la ricerca, dove accade esattamente il contrario di ciò che avviene nei club calcistici: questi si riempiono di stranieri anche molto onerosi, ma nemmeno uno straniero sbarca in Italia per fare ricerca nei nostri laboratori, nelle nostre aule. Nel calcio professionistico l’Italia è un Paese per stranieri, nella ricerca no: i cervelli giovani, se possono, se hanno un’opportunità, fuggono altrove.

E nell’arte, nel cinema, nella musica? Difficile affermarsi come giovani artisti quando gli avanguardisti di tutte le stagioni hanno messo su pancetta e calvizie. Oggi un giovane regista come Nanni Moretti, invece di girare in super8 il suo giovanilissimo «Io sono un autarchico», sarà costretto a fare anticamera ministeriale per sperare in qualche finanziamento elargito dall’apposita commissione erogatrice di assistenza. Un Paese così è destinato a impantanarsi, a sprecare energie, a dilapidare risorse e talenti. Preferisce la routine dell’oligarchia gerontocratica che non si schioda e che ha paura di tutto, persino delle folate offensive di una Slovacchia. E lascia in panchina gli irregolari bollati come immaturi e inaffidabili. Solo che nel calcio e con la Nazionale si può sempre sperare in una rivincita: tra quattro anni o più, ma una rivincita. Una Nazione no. Una scossa, altrimenti meglio la Nuova Zelanda. Pierluigi Battista, CdS 26

 

 

 

 

Immigrati ed agricoltura: opportunità di sviluppo

 

I dati Istat sulla popolazione italiana alla fine del 2009 indicano che la natalità si è appiattita su bassissimi livelli, nonostante l'apporto degli stranieri. Diminuiscono le persone che hanno trasferito la loro residenza da un comune all'altro (100.000 spostamenti in meno rispetto al 2008) - segnale di un mercato del lavoro divenuto difficile e che offre minori opportunità di impiego - ma il saldo migratorio con l'estero è stato positivo per ben 360.000 unità, nonostante la profonda crisi. Questa cifra è in parte composta da un residuo di iscrizioni anagrafiche di cittadini comunitari (in particolare rumeni), in parte da regolarizzati con la sanatoria per gli addetti domestici avvenuta nel 2009, in parte da familiari ricongiunti a stranieri residenti, in parte da immigrati lavoratori con regolare permesso di soggiorno. Ma il fatto sorprendente è che in un anno di grandi difficoltà il paese ha attratto centinaia di migliaia di persone. E' la prova che la società italiana esprime una domanda "strutturale" di immigrazione che nemmeno le avverse condizioni riescono a frenare. E proprio nel 2009, gli stranieri occupati sono ulteriormente aumentati, a fronte di una sensibile diminuzione degli occupati italiani.

Ci vorrebbero decisioni di politica migratoria, economica e sociale coraggiose in quanto una caratteristica storica e quasi universale delle migrazioni è che esse si orientano - nella maggioranza dei casi - verso un insediamento permanente nel paese di arrivo. L'attuale legislazione privilegia, invece, il breve sul lungo periodo; rende difficile e piena di ostacoli la permanenza nel paese; concede la cittadinanza col contagocce dopo un percorso lungo e accidentato. Eppure, in molte realtà del Mezzogiorno e nelle aree più interne del Paese, dove a causa del calo demografico, dei dissesti idrogeologici e della desertificazione, intere comunità locali stanno scomparendo e preziose risorse agricole sono in stato di abbandono, l'immigrazione e l'agricoltura sono un'opportunità per riattivare economie e innescare processi di sviluppo locale insperati. Ci vorrebbero, però, misure organiche per insediare gli immigrati nelle aree che si spopolano, affittando ad essi terre pubbliche e private inutilizzate e garantendo microcredito e formazione.

 

Noi impieghiamo, invece, i lavoratori stranieri spesse volte solo nelle operazioni di raccolta dei prodotti agricoli. In questo modo, se trovano un lavoro più adeguato altrove, essi scappano perché non vedono prospettive di stabilità in un'agricoltura che li utilizza in modo così precario e in condizioni di sfruttamento per opera di un caporalato in mano ad organizzazioni malavitose internazionali. Questa modalità di impiego degli immigrati impoverisce ancor più il settore agricolo perché non permette di investire  in capitale umano. Andrebbero, invece, promossi progetti di scambio interculturale, che nelle campagne si potrebbero più facilmente realizzare dal momento che per molti immigrati i luoghi di partenza sono rurali. Se ripopolassimo di immigrati le aree interne, avremmo comunque la disponibilità di manodopera per i lavori stagionali in pianura, ma da parte di persone che si sposterebbero da una condizione di maggiore stabilità per integrare il reddito.

Con l'immigrazione nelle aree rurali si potrebbero mettere in moto le economie locali rimaste marginali a seguito dei processi di globalizzazione, organizzando reti territoriali che, in modo congiunto, guardino ai diversi mercati dei prodotti tipici, dal "km zero" all'export, valorizzino le risorse a fini turistici e promuovano un Welfare di comunità. E', infatti, la stessa crisi del Welfare ad alimentare ulteriormente lo spopolamento delle aree rurali e delle regioni più povere. G