WEBGIORNALE 28-30 Giugno 2010
Dal
1 luglio presidenza Belga dell’UE. Le
raccomandazioni dell’Unhcr
Roma - L’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr)
ha trasmesso le sue raccomandazioni alla futura Presidenza semestrale Belga
dell’UE, che inizierà il 1° luglio prossimo. Visto che
l’Unione Europea sta lavorando alla costruzione di un Sistema Comune di Asilo
Europeo (Ceas), l’Unhcr ha
suggerito sei passaggi per ottenere una maggiore coerenza nella politica e
nelle prassi di asilo in Europa. Il Sistema di Asilo Comune Europeo è basato
sul principio di uguaglianza nelle modalità di
trattamento dei richiedenti asilo e dei rifugiati all’interno dell’Unione
Europea. Esistono al momento notevoli disparità nelle procedure di accoglienza
e nell’esame delle domande. La creazione di un Ufficio di Supporto Europeo in
materia di Asilo (Easo), la cui attività avrà inizio
proprio nel periodo di presidenza belga, sarà un importante passo verso una
maggior coerenza e qualità dei sistemi di asilo europei. Per ottenere tali
risultati, l’Unhcr promuove una collaborazione più
efficace.
Le raccomandazioni
riguardano anche il miglioramento degli standard legislativi, soprattutto
laddove le odierne norme UE divergono dalla legislazione internazionale in tema
di rifugiati. L’Unhcr incoraggia dunque il Consiglio ed il Parlamento ad accordarsi su una serie di emendamenti
relativi ai principali strumenti di asilo a livello europeo, le Direttive sulle
Condizioni di Accoglienza, la Direttiva Qualifiche e la Direttiva Procedure.
L’Unhcr sostiene inoltre la proposta che prevede una
temporanea sospensione del Regolamento di Dublino II nei casi in cui gli stati
firmatari si trovino ad affrontare momenti di particolare pressione che i loro
stessi sistemi di asilo non riescono a gestire. Il Regolamento di Dublino II
stabilisce lo stato membro responsabile per l’esame delle domande di asilo.
L’Unhcr, infine, esprime particolare preoccupazione sulla
detenzione dei richiedenti asilo, sottolinea
l’importanza di rispettare i diritti dei minori non accompagnati richiedenti
asilo e la necessità che i confini europei non diventino inaccessibili per
coloro che sono in cerca di protezione. (aise)
Lezione dalla Germania. Capello torna a casa
I tedeschi
travolgono 4-1 l'Inghilterra e volano ai quarti. Sulla partita pesa la svista
clamorosa della terza arbitrale, che sul 2-1 per la squadra di Loew non vede la palla oltre la linea di porta su un tiro
di Lampard – di Andrea Sorrentino
BLOEMFONTEIN - Una
lezione di calcio. E uno degli errori arbitrali
più clamorosi nella storia dei Mondiali. C'è tutto in Germania-Inghilterra:
i gol, lo spettacolo offerto da questi magnifici giovani fringuelli tedeschi, i
catastrofici errori degli elefanti inglesi, e le polemiche. Perché se è vero
che la giovane nazionale di Joachim Loew entusiasma
per la freschezza del suo gioco, per la nitida bellezza delle sue trame in
velocità e in definitiva stramerita la vittoria per
4-1 sugli inglesi, sulla partita aleggia lo spettro di un gol annullato a Lampard al 38' del primo tempo, quando il risultato era di
2-1. Sulla conclusione di Lampard dal limite, il
pallone scavalca il portiere Neuer, tocca la traversa,
rimbalza di almeno mezzo metro oltre la linea poi esce. L'arbitro uruguaiano Larrionda, su segnalazione del guardalinee Mauricio Espinosa, lascia
correre. Ma i replay evidenzano subito il clamoroso
errore, se ne accorgono tutti un istante dopo, e il bello è che in tribuna siede Sepp Blatter, il gran capo
della Fifa che da sempre è contrario all'uso della moviola in campo. Ovviamente
Mauricio Espinosa entrerà
nella storia, e in negativo, al pari del guardalinee Tofik
Bakhramov, sovietico, che nel 1966 convalidò il
celebre gol di Hurst nella finale del 1966. Con la
lieve differenza che il gol del 1966 è ancora materia di dibattito e di
scontro, nel senso che nessuno ha la certezza che quella rete fosse da
annullare, mentre il gol di Lampard, nell'anno di grazia
2010, l'hanno visto tutti e in tutto il mondo.
In ogni caso, al
netto della rete che era da convalidare e che forse avrebbe cambiato gli
equilibri psicologici della gara, la Germania ha letteralmente schiantato gli
avversari sul piano del gioco. Alle spalle di Klose,
giunto al suo tredicesimo gol mondiale, si muove un trio di satanassi come Mueller, Ozil e Podolski che gioca il pallone a terra, triangola in
velocità e infine fugge in verticale, imprendibile per i difensori inglesi: uno
spettacolo di rapidità e di freschezza. L'Inghilterra non trova contromisure,
subisce i primi due gol di Klose e Podolski sbandando paurosamente con la linea arretrata, ha
un sussulto di orgoglio nel finale di primo tempo che coincide con il gol non
convalidato a Lampard, ma poi nella ripresa non
riesce mai a impensierire la Germania (a parte una traversa su punizione di Lampard), infine crolla tra il 22' e il 25', quando due
magnifici contropiede dei tedeschi vengono finalizzati
da Mueller, che chiude la sfida. E che una squadra di
Capello venga brutalizzata in questo modo, per giunta
in contropiede, è piuttosto anomalo.
Ma s'era capito nelle prime due partite che questa Inghilterra
non sembrava essere cucita su misura per il gioco (non gioco?) di Capello, e
che di fronte a un avversario ben attrezzato poteva andare in crisi. Fino a
questo punto, però, nessuno l'avrebbe creduto. Sipario su Fabio Capello: la sua
avventura non ha avuto un lieto fine, e qualcuno ora
ne invoca a gran voce le dimissioni. Onore alla magnifica Germania dei giovani,
invece: da Joachim Loew, e dai suoi ragazzi, arriva
una lezione che in molti dovrebbero recepire. LR 27
Le analisi
tecniche sul disastro degli Azzurri ai Mondiali le lasciamo ad altri: in campo
non abbiamo mostrato un briciolo di talento, era difficile pretendere di più.
Qui, invece, vogliamo riportare una brutta sensazione che abbiamo avvertito
dall'inizio del torneo: l'Italia è diventata antipatica. In genere il mondo ci
guardava con un po’ di leggerezza, umorismo e pregiudizio, ma anche con una
diffusa simpatia.
Perché siamo brava gente, che alla fine si industria sempre per
trovare qualche soluzione geniale ai problemi. Stavolta no. Quando gli Azzurri
beccavano un gol, in tribuna, nei centri stampa, per la strada, spesso scattava
l'applauso. Si sentiva che l'opinione pubblica, la gente, non erano con noi. Anzi, provavano un sottile piacere di
vendetta nel vederci cadere, forse per punirci di aver vinto quattro anni fa, o
per la presunzione di averci riprovato anche stavolta nella stessa maniera.
Magari è solo un'impressione, che svanirà dopo il Mondiale, e noi speriamo
sinceramente che sia così. Però è chiaro che la
simpatia andava all'estro sudamericano, alla gioia ingenua degli africani,
all'entusiasmo coraggioso degli asiatici. Se bisognava applaudire un europeo, piacevano la grinta tedesca, la testardaggine inglese, il
talento spagnolo, olandese o portoghese. Forse l'Italia paga l'antico
pregiudizio catenacciaro, secondo cui abbiamo inventato il gioco difensivista,
che punta solo a distruggere le iniziative degli altri e ammazza lo spettacolo.
E' vero che in Sudafrica molte nazionali stanno adottando questa filosofia,
ma il peccato originale è nostro e quindi il pubblico ci addossa anche la colpa
del comportamento degli altri. Forse abbiamo pagato l'assenza di talenti. Ai
Mondiali i tifosi vogliono vedere fenomeni fantasiosi che fanno sognare, tipo Baggio,
non onesti pedalatori del campo. Magari paghiamo anche la percezione di un
qualche declino italiano, Paese dei furbi che non tiene più il passo di chi
invece cerca il successo con il lavoro, la dedizione, l'onestà, il coraggio e
anche la fantasia, che un tempo era nostro patrimonio. Qualunque sia la
ragione, speriamo che passi in fretta. Meglio tornare ad
essere gli italiani brava gente, piuttosto che gli antipatici mondiali.
PAOLO MASTROLILLI
LS 26
La Nazionale sconfitta, specchio di un Paese che perde ovunque
Gli Azzurri
sconfitti ai Mondiali di calcio sono l’icona di un Paese perdente anche in
molti altri settori». Così Nadia Urbinati, docente di
Scienze Politiche alla Columbia University di New
York, che continua: «Purtroppo non è soltanto il campionato
di calcio quello in cui l’Italia oggi soccombe. Sono molte le “coppe del mondo”
che stiamo vedendo sfumare: dall’economia alla cultura, non
siamo messi affatto bene». La sconfitta della nazionale rientra dunque
in un corso degli eventi che da qualche anno a questa parte – guarda caso da
quando al governo c’è Lui – ha preso una piega decisamente
negativa. Certo, c’è Silvio Berlusconi con il suo uso personalistico
della politica, ma c’è anche un Paese profondamente diviso, una «squadra
Italia» poco coesa al suo interno e poco incisiva nei confronti dell’esterno.
Ne parliamo con Nadia Urbinati perché sta preparando un saggio
sull’individualismo nella società moderna (che uscirà a fine
anno da Laterza) e perché il suo ultimo libro, “Lo scettro senza il re”
(Donzelli 2009), affrontava proprio il tema della partecipazione popolare nelle
democrazie rappresentative e dell’azione indiretta dei cittadini (a livello di
controllo e di stimolo) sull’azione della classe politica. Professoressa
Urbinati, dunque di che cosa è sintomo la sconfitta della nazionale? «Di un’Italia che non sa scommettere sui propri talenti, su
quelli più creativi e originali. Si lasciano a casa Cassano e Balotelli, perché hanno personalità, diciamo così, meno
convenzionali, e si punta sul già noto, su ciò che ha funzionato in passato, ma
non è detto che funzioni per il futuro. Come i fatti hanno dimostrato». L’Italia di oggi le appare così? «Purtroppo
sì. Appare in questi termini soprattutto a chi la osservi dall’esterno. Un
Paese fermo, immobile, timoroso. Il dinamismo berlusconiano è solo la maschera
di un conservatorismo spinto. L’Italia sembra sempre più una nazione
autoreferenziale. Lo vedo in queste settimane in cui mi trovo in Italia
guardando i tg e leggendo i giornali: molte beghe
politiche, molto gossip, pochissimo interesse per ciò che succede fuori dal
nostro Paese, ma con cui dobbiamo inevitabilmente confrontarci se non vogliamo
rimanere indietro». Quanto conta la fortuna (o, se vogliamo, il suo contrario) nel risultato di una squadra,
che sia di calcio o di governo? Glielo chiedo perché Berlusconi non sembra
essere stato molto fortunato. Tra catastrofi naturali, politiche ed economiche,
a livello nazionale e planetario, da quando è al governo
il Cavaliere ne sono capitate di tutti i colori... «Machiavelli nel “Principe”
sosteneva che il successo dell’azione politica dipende per una metà dalla
“virtù”, cioè dalle doti, dalle capacità di chi governa, e per l’altra metà
dalla fortuna, cioè dal caso. Ma non è che quest’ultima componente
sia qualcosa di assolutamente imponderabile: Machiavelli dice infatti che
attraverso la “virtù” la “fortuna” può essere domata e indirizzata. La dote dote principale di chi
governa consiste nel comprendere quali sono i problemi più urgenti, le sfide più
importanti, le priorità da affrontare nell’azione politica. La politica
italiana non sembra capace di cogliere le cose importanti. E così si rischia di
perdere i treni che passano». A cosa si riferisce in
particolare? «Faccio un solo esempio. Uno Stato che in
un momento storico come questo taglia drasticamente i fondi a scuola,
università e istituzioni culturali, dimostra di non aver capito nulla su come
si possa uscire da un momento di crisi. Perché così facendo
rinuncia al suo futuro. Tagliare in questi settori così strategici come
la ricerca e l’istruzione significa tarpare le ali all’intelligenza e alla
creatività, puntare su un Paese non di creatori, ma di semplici consumatori,
favorire la docilità e il conformismo, più che l’originalità, il genio, il
talento. Perché queste sono cose che si sviluppano là dove è accolto e
valorizzato lo spirito critico. Ma questo, di segno
del tutto opposto, è forse proprio il progetto consapevole di chi sta oggi al
governo in Italia: gente che pensa soltanto ai propri interessi personali e non
al bene della nazione che ha avuto il mandato di amministrare nel miglior modo
possibile. Cosa che sfido chiunque ad affermare che stia avvenendo. Oltre al
malgoverno, però, c’è anche qualcos’altro, a mio avviso è ancora più grave». Cioè? «Il totale disprezzo delle
regole, comprese quelle fissate dalla Costituzione. Domina l’idea che
ogni limite si possa aggirare, che tutto si possa
comprare. Così si fa ministro un signore per evitargli un processo: vedi Aldo
Brancher. Ma, per tornare ai mondiali, anche una
battuta come quella di Bossi, per cui l’Italia si sarebbe comprata la vittoria
contro la Slovacchia, è sintomatica e anche dannosa». In che senso? «È sintomatica di quella mentalità diffusa di cui parlavo,
cioè dell’idea che con i soldi si possa sistemare tutto. Ed è dannosa perché
rimanda all’immagine di un’Italia corrotta, in cui domina l’illegalità. Dico
dannosa perché rafforza una percezione negativa del nostro Paese, che ha
oggettivamente alcuni problemi di criminalità organizzata, presso i possibili
investitori esteri: i quali così rimangono perplessi e sempre più riluttanti a
portare i capitali dell’industria in uno Stato che non offre le minime garanzie». Ma a Bossi forse fa gioco veicolare proprio questa
immagine negativa dell’Italia, visto che lui si
riconosce nella fantomatica Padania... «Trovo che questa sia una cosa davvero
ridicola, soprattutto quando sento parlare Bossi e altri esponenti della Lega
Nord di secessione. È ridicolo che una formazione politica fomenti sentimenti
di odio all’interno di una nazione. Soprattutto uno come Bossi: che coerenza ha
un uomo che grida “Roma ladrona” e poi siede a
Palazzo Chigi? Nessuno gli fa notare l’insensatezza, l’intrinseca
contraddizione di un simile comportamento?».
Roberto Carnero L’U 26
Germania, primo
sì all'eutanasia. "Si può se è volontà del paziente"
Sentenza della
Corte Costituzionale. La Chiesa condanna. Ma per il governo il verdetto
"fa chiarezza su temi fondamentali" - dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO - Chi
aiuta un malato incurabile o già in coma a morire, a non avere la vita
prolungata artificialmente dai medici contro la sua volontà espressa, non è un
omicida. È il rivoluzionario verdetto pronunciato ieri dalla Corte
costituzionale tedesca. Una svolta, una sentenza radicale in
nome del diritto a una vita degna spinto fino alle estreme conseguenze. E insieme, nel paese natale del Papa, una sfida alla morale
cattolica. La Conferenza episcopale tedesca infatti
ha subito espresso "la sensazione che la differenza tra eutanasia attiva e
passiva non sia stata presa sufficientemente in considerazione dai giudici
supremi", e il timore che ciò "determini in seguito delicati problemi
etici".
Dove comincia e
fin dove può spingersi il diritto dei malati a decidere quando morire? E dove
finisce il dovere dei medici di dare a ogni costo la priorità al prolungamento
della vita del paziente, anche contro la sua volontà? La Corte costituzionale
ha deciso - spiega la giudice Ruth Rissing van Saan - che "tagliare un
tubo dell'alimentazione artificiale o staccare un ventilatore rientra nella categoria delle forme accettabili di
interruzione del trattamento medico, se c'è il consenso del paziente".
Alla sentenza si è
arrivati dopo il ricorso di un avvocato bavarese, Wolfgang Putz.
Il quale, per aver dato ragione nel 2007 alla volontà d'una malata grave
raccolta dalla figlia di lei e per aver consigliato a
quest'ultima di tagliare i tubi dell'alimentazione artificiale che tenevano in
vita la madre, era stato condannato in prima istanza a 9 mesi con la
condizionale e a 20mila euro di ammenda. L'anziana signora, Erika Kuellmer, era stata ricoverata in un ospedale di Hersfeld, nell'Assia, per le
conseguenze di un ictus dal 2002. Sopravviveva in coma. Prima dell'incidente
cerebrale, la figlia di Frau Kuellmer aveva raccolto
a voce la volontà della madre di non essere mantenuta artificialmente in vita.
La condanna
dell'avvocato non è giusta, dice ora la Consulta tedesca. "L'interruzione
del mantenimento in vita, operata in conformità alla volontà espressa dal
paziente, non è punibile". E "l'accanimento terapeutico non può
essere esercitato nemmeno su pazienti che non abbiano firmato il testamento
biologico", come invece hanno già fatto 10 degli
oltre 80 milioni di abitanti della Repubblica federale.
La ministro della
Giustizia, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger,
ha elogiato la sentenza: "Fa chiarezza legale su questioni
fondamentali". Sul tema dei confini della vita la morale laica, per la
Corte Costituzionale e per l'esecutivo, fa premio sulle tradizioni e i principi
costitutivi dell'etica legata alla fede. Anche nel paese dov'è nato Benedetto
XVI. LR 26
Immigrazione. Conoscerla è meglio. Rapporto Idos
destinato a Regioni e Consigli territoriali
Il 60% degli
immigrati vive nel Nord Italia, c'è una tendenza alla
stabilizzazione nei capoluoghi ma ultimamente anche nei piccoli centri, a causa
del problema degli alloggi. Elevata è l'incidenza dei
minori. È quanto emerge dal Rapporto "Immigrazione,
Regioni e Consigli territoriali per l'immigrazione. I dati
fondamentali", realizzato dal ministero dell'Interno e cofinanziato dal
Fondo europeo per l'integrazione dei cittadini di Paesi terzi, presentato il 24
giugno a Viterbo per sottolineare l'importanza dei
Consigli territoriali per l'immigrazione nelle Province. Il volume, a cura del
Centro studi e ricerche Idos (che realizza varie pubblicazioni,
tra cui il Dossier statistico sull'immigrazione Caritas/Migrantes),
presenta, per la prima volta, dati statistici su ciascuna Regione italiana. I
destinatari sono i funzionari e gli operatori che, in rappresentanza di
strutture pubbliche o di organizzazioni sociali, fanno parte dei Consigli
territoriali per l'immigrazione, per aiutarli a conoscere meglio il fenomeno di
cui si occupano.
Il 60% al Nord, il
25% al Centro. Facendo riferimento ai dati al 31 dicembre 2008 e tenendo conto
degli stranieri regolarmente presenti e in attesa di regolarizzazione,
la presenza straniera è di 4.329.000 persone, con una incidenza al 7,2%. Un
ritmo d'aumento, negli ultimi 40 anni, che "non
ha uguale negli altri Paesi industrializzati se non in Spagna", rileva il
volume, visto che nel 1970 erano registrati in Italia solo 144.000 cittadini
stranieri. Il fenomeno immigrazione coinvolge tutte le Regioni d'Italia, ma con
una diversa intensità tra il Centro-Nord e il Sud. Il volume riscontra una
linea preferenziale che vede prevalere il Nord (grosso
modo, più del 60% dei residenti), seguito dal Centro (con una quota del 25%) e
quindi il Mezzogiorno. I capoluoghi provinciali restano ancora i poli di
maggiore attrazione, ma con una dispersione negli altri Comuni "prima sconosciuta
e dettata anche dal grave problema degli alloggi nei centri urbani". La
tendenza alla stabilizzazione, nonostante la consistenza dei flussi annuali, è
diventata sempre più forte con il passare degli anni e di essa sono segno, tra
l'altro: l'equilibrio statistico tra uomini e donne; la prevalenza dei
coniugati sui celibi e sulle nubili; la convivenza in un nucleo familiare;
l'anzianità di soggiorno; l'investimento nell'acquisto della casa; il crescente
numero di acquisizione di cittadinanza; i ricorrenti casi di matrimonio con
italiani. In particolare, è elevata l'incidenza dei minori (862.453), pari al
22,2% della popolazione straniera (5,5 punti in più rispetto agli italiani). Sono aumentati di 54.800 unità (+10%) anche gli studenti
figli di genitori stranieri (628.937 nell'anno scolastico 2008-2009) e incidono
per il 7% sull'intera popolazione studentesca (8.943.796).
Criminalità, dati
contro pregiudizi. "Non è fondato sostenere che l'aumento numerico degli
immigrati influisca in modo direttamente proporzionale sull'aumento dei reati
commessi", precisa il Rapporto, come attesta il fatto
che nel periodo 2005-2008 le denunce contro stranieri sono aumentate da
248.291 a 297.708 (+19,9%) e che gli stranieri residenti sono passati da
2.670.514 a 3.891.293 (+ 45,7%). "I dati statistici sono un rimedio contro
i pregiudizi - si legge nell'introduzione -. È sembrata questa la via da
seguire in un contesto in cui l'inquadramento del
fenomeno migratorio si presenta quanto mai problematico, sia in Italia che negli
altri Stati membri dell'Unione europea". "Senz'altro è di pregiudizio
all'integrazione la criminalità dei cittadini stranieri - si legge più avanti
-, il cui esame porta a distinguere tra quelli presenti regolarmente e quelli
che non lo sono, a sottolineare la diversa
ripartizione per classi di età, a tenere conto che la maggior parte delle
collettività ha una bassa incidenza nelle statistiche penali". Inoltre,
precisa il volume, "un cittadino straniero è soggetto a un maggior numero
di disposizioni normative e molte denunce riguardano il tentativo di entrare o
mantenersi nella legalità (fuga, false generalità, falsi documenti, reati di
resistenza all'arresto, oltraggio a pubblico ufficiale, falsità, ecc.)". La maggior parte delle denunce riguardanti gli
stranieri, perciò, "ricade nell'area dei reati comuni o della
microcriminalità, ma non mancano i reati più gravi: in ogni caso è il singolo
immigrato a essere coinvolto e non la collettività nel suo complesso".
"Soggetti a
rischio" un caso su sei. Il volume ricorda che gli immigrati "non
sono solo fonte di rischio" ma anche "soggetti a rischio"
e nel caso dei reati violenti contro le persone sono "vittime ricorrenti
almeno in un caso ogni sei". Secondo la Direzione investigativa antimafia,
gli stranieri, in collegamento con l'estero oltre che con le associazioni
malavitose italiane, sono sempre più attivi anche nella criminalità
organizzata, "che recluta molto spesso la manovalanza tra gli immigrati
irregolari". Quanto al tasso di criminalità, come rilevato nel Dossier
Statistico Immigrazione 2009 Caritas/Migrantes, vi è
"lo stesso tasso tra gli italiani e gli immigrati". "Gli
immigrati irregolari hanno una maggiore evidenza criminale", ma è
"difficile determinare la consistenza della popolazione di riferimento".
PATRIZIA CAIFFA
SIR
Le Regioni e la «diplomazia fai-da-te».
Spese pazze per 178 sedi regionali nel mondo
Seguendo le orme
di Marco Polo anche i moderni Dogi del Veneto hanno fatto rotta a Oriente:
puntando dritti alla Città Proibita. Magari, esagerando un tantino. Il leghista
Luca Zaia si è quindi ritrovato a governare una
Regione che ha 10 (dieci) uffici in Cina. Avete letto bene: dieci. Ma la
moltiplicazione dei «baili»,
come si chiamavano anticamente gli ambasciatori della Serenissima, non si è
certamente fermata lì. Poteva forse il Veneto rinunciare ad aprire un ufficetto in Bielorussia? O un appartamento in Bosnia? Un
paio di punti d’appoggio in Canada? Tre in Romania? Quattro negli Stati Uniti e
altrettanti in Bulgaria (sì, la Bulgaria)? Un pied à terre in Vietnam? Un
appartamento in Uzbekistan? Una tenda negli Emirati arabi uniti? Un bungalow a
Porto Rico? E un consolato in Turchia, alla memoria dell’ambasciata veneziana
alla Sublime Porta, quello forse no?
Si arriva così a 60 sedi in 31 Paesi: alla quale si deve aggiungere,
ovviamente, quella di Bruxelles. E si sale a 61.
Irraggiungibile, il Veneto: a elencarle tutte, sarebbe già finito l’articolo e
non ci sarebbe spazio per raccontare quello che combinano invece le altre
Regioni italiane. Perché scorrendo i dati che sono in un dossier del Tesoro su
questo incredibile fenomeno della diplomazia regionale «fai da te», il Veneto è
soltanto in cima a una piramide molto più grossa. Le Regioni italiane hanno
all’estero qualcosa come 157 uffici, ai quali si devono aggiungere i 21 di Bruxelles. Per un totale di 178. Già: a un’antenna nel
quartier generale dell’Unione europea non ha voluto rinunciare proprio nessuna.
«D’altra parte», ha spiegato il governatore lombardo Roberto Formigoni, «è importante avere un presidio a Roma e Bruxelles. Non è affatto un lavoro inutile quello che i nostri
funzionari svolgono organizzando a esempio numerosissimi incontri istituzionali
per aziende, centri culturali, organizzazioni non governative e così via, che
vengono supportati nel dialogo con le autorità nazionali ed europee». La
Lombardia, che ha quasi 10 milioni di abitanti: ma il
Molise? Che senso ha per una Regione con 320 mila abitanti come quella di
Michele Iorio mantenere un ufficio a Bruxelles, peraltro pagato un milione 600
mila euro, oltre ai due di Roma?
Per non parlare
dei valdostani, che sono 124 mila. Peccato però che la Lombardia non abbia solo
un presidio Roma e uno a Bruxelles. Bensì, secondo il Tesoro, altri 27 sparsi
in giro per il mondo. Ce n’è uno in Argentina, un paio in Brasile e Cina,
quattro in Russia (esattamente come la Regione Veneto), e poi uno in Giappone,
Lituania, Israele, Moldova, Polonia, Perù, Uruguay, Kazakistan... E il
Piemonte? Che dire del Piemonte? La Regione appena conquistata da un altro
leghista, Roberto Cota, presidia 23 Paesi esteri. Con
la bellezza di 33 basi. Frutto di scelte
apparentemente sorprendenti. Per esempio, ce ne sono due in Corea del Sud.
Altrettanti in Costa Rica (perché il
Costa Rica?). Altri due in Lettonia (perché la
Lettonia?). Roba da far impallidire i siciliani, che avevano riempito mezzo
mondo di «Case Sicilia»: dalla pampa argentina a Boulevard
Haussmann, Parigi. Poi la Tunisia, e New York, Empire
state building. Ma volete mettere il fascino della Grande
Mela? Dove gli uomini dell’ex governatore Salvatore Totò Cuffaro
si ritrovarono in ottima compagnia. Quella dei dipendenti della Regione
Campania, allora governata da Antonio Bassolino, che aveva preso in affitto un
appartamento giusto sopra il negozio del celebre sarto napoletano Ciro Paone. Nientemeno.
Costo: un milione
140 mila euro l’anno. A quale scopo,
se lo chiese nell’autunno del 2005 Sandra Lonardo
Mastella, in quel momento presidente del Consiglio regionale, visitando una
struttura il cui responsabile, parole della signora, «viene
solo alcuni giorni ogni mese ». Struttura per la quale venivano
pagati tre addetti il cui compito consisteva nell’organizzare, per promuovere
l’immagine regionale, eventi ai quali non soltanto non partecipava «alcun
esponente americano », ma nessuno «che parlasse inglese». Quello che colpisce,
però, sono sempre i luoghi. La Regione Marche, tanto per dirne una, ha nove
basi all’estero. Di queste, ben quattro nella Cina. Il Paese decisamente
più gettonato: alla Corte di Hu Jintao
ci sono ben sette enti locali italiani, con addirittura ventitrè
uffici. Il doppio che nella federazione russa. Quattro, in Cina, ne ha pure il
Piemonte. Regione che si distingue da tutte le altre per avere attivato anche
una sede a Cuba. Oltre a due in India, dove hanno un punto d’appoggio pure le
Marche. Ma non l’Emilia-Romagna, che paradossalmente ha meno presidi esteri
della piccola Regione confinante: cinque anziché nove, numeri a cui bisogna sempre aggiungere quello di Bruxelles. Quasi
tenerezza fanno gli ultimi in classifica. Il
Friuli-Venezia Giulia, che si «accontenta» (si fa per dire) di tre «consolati»
oltre a quello europeo: in Slovacchia, Moldova e Federazione russa.
La Basilicata,
andata in soccorso ai lucani dell’Uruguay e dell’Argentina. La Valle D’Aosta, che non sazia della sede di Bruxelles ne ha pure una in Francia. Ma
dove, altrimenti? Infine la Puglia: come avrebbe fatto senza un comodo rifugio
dai dirimpettai albanesi? Quello che non dice, il dossier del Tesoro, è quanto
paghiamo per tale gigantesca e incomprensibile Farnesina in salsa regionale.
Per saperlo bisognerebbe spulciare uno a uno i bilanci
degli enti locali. Dove intanto non è sempre facile trovare i numeri «veri». E
soprattutto non è spiegato a che cosa serva tutto questo
Ambaradam. A favorire gli affari delle imprese di
quelle Regioni? Al prestigio dei governatori presenti o passati? A mantenere
qualche stipendiato illustre? Il sospetto, diciamolo chiaramente, è che nella
maggior parte dei casi l’utilità di tutte queste feluche di periferia sia
perlomeno discutibile. Come quel Federico Badoere,
nel 1557 ambasciatore veneziano a Madrid presso la corte di Filippo II, autore
di una strepitosa relazione spedita al Senato della
Serenissima nella quale liquidava come una trascurabile quisquilia ciò che
stava succedendo dopo la scoperta dell’America, evento che un suo predecessore
si era addirittura «dimenticato» di riferire a Venezia: «Sopra le cose delle
Indie non mi pare di dovermi allargare, stimando più a proposito compatire il
tempo che mi avanza a narrare le cose degli altri stati di Sua Maestà».
Sergio Rizzo CdS 23
Il Presidente delle Regioni Errani difende le sedi all’estero: aiutano le
imprese. La replica del Sdnmae
Roma - "Il Sndmae, Sindacato
rappresentativo dei due terzi dei membri della carriera diplomatica, ha letto
con una certa sorpresa l'intervista del Presidente della Conferenza delle
Regioni, l'emiliano Vasco Errani, alla "Stampa" del 24 giugno e in
particolare la sua difesa del fenomeno della proliferazione delle sedi
regionali all'estero, denunciata da Sergio Rizzo sul "Corriere della
Sera" di mercoledì scorso. Per il Presidente Errani, le 178 sedi estere
delle Regioni si giustificherebbero, senza configurarsi quale un vero e proprio
spreco di denaro pubblico, in quanto "non sono
sedi di rappresentanza ma servono a sostenere le imprese che cercano affari
all'estero". Sostenere e promuovere l'internazionalizzazione delle imprese
italiane è uno dei compiti istituzionali e prioritari
del Ministero degli Esteri e di tutte le sue carriere e professionalità, in
servizio a Roma e nei 325 uffici che compongono la rete diplomatico-consolare
italiana nei cinque continenti, tra Ambasciate, Consolati, Rappresentanze presso
le Organizzazioni internazionali ed Istituti Italiani di Cultura". Così il
Sindacato, in replica alle dichiarazioni di Vasco Errani seguite alla
pubblicazione dell’articolo "Le regioni e la "diplomazia fai da
te": spese pazze per 178 sedi nel mondo" di Sergio Rizzo, che ha
scatenato diverse reazioni tra i governatori regionali (vedi servizio sopra,
ndr).
"Un compito –
prosegue il sindacato – che la diplomazia italiana conduce egregiamente - come
dimostrato dal ruolo cruciale svolto, per fare solo un esempio recente e che ha
avuto vasta eco sui media nazionali, dall'Ambasciata a Panama per quanto
riguarda le commesse per la ristrutturazione del canale - ma che potrebbe
essere svolto ancora meglio, se solo lo Stato mettesse a disposizione del
Ministero degli Affari Esteri una quota di bilancio anche appena superiore allo
striminzito 0,11% sul PIL del 2009 (quando gli Stati Uniti devolvono alla
politica estera lo 0,28% ed i Paesi Bassi... lo
0,17%!). Nella realtà, i fatti (Manovra Tremonti) ci fanno invece purtroppo
pensare che la percentuale per gli Esteri sia destinata ad
essere ulteriormente ridotta".
"Le Regioni,
sempre per bocca del Presidente Errani, si dicono pronte, per protestare contro
la manovra finanziaria, a restituire le competenze ricevute dallo Stato con il
decreto legislativo 112: trasporto pubblico locale, mercato del lavoro, polizia
amministrativa, incentivi alle imprese, Protezione
civile, opere pubbliche, agricoltura, viabilità e ambiente e così via, ma non
certo la presenza all’estero! Anche in considerazione delle note problematiche
di bilancio, - osserva il SndMae
– sarebbe a questo punto preferibile per le Regioni concentrarsi sulle proprie
competenze istituzionali, facendo riferimento ed appoggiandosi al Ministero
degli Esteri per l’internazionalizzazione delle proprie imprese. Giova
ricordare che la Costituzione ha affidato la politica estera al Ministero degli
Esteri, e che la Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1 agosto 2008 ha specificamente affidato agli Ambasciatori
all'estero il ruolo di coordinatori, nel Paese di accreditamento, di tutte le
istanze italiane, siano esse centrali, locali o private".
"E le
Ambasciate italiane all'estero – conclude il sindacato
– saranno ben liete di accogliere i delegati regionali che si occupano di
sostegno alle imprese all'estero, evitando così anche inutili duplicazioni di
ruoli e pericolose confusioni, nell'ottica della realizzazione (finalmente!) di
un vero Sistema-Paese". (aise)
Il cervello degli adolescenti (5). Interattività, scuola e pregnanza…
negare la primavera non fa nascere i fiori
Con questo articolo termino dunque l’ondata dei cinque che ho
dedicato al cervello degli adolescenti (usciti negli ulti
quattro numeri del Webgiornale, ndr) e che, preceduti dalla loro
introduzione, sono anche stati gentilmente riportati nel sito
www.atuttascuola.it con la loro fonte. Facciamo finta che siano cinque non per
pura coincidenza, ma per rispondere con lo stesso numero e lo stesso giudizio ad un insulso 5 in condotta che non spiega nulla e che solo
condanna.
Far fare dei
nostri figli dei bravi e diligenti studenti non significa
comunque necessariamente avere la garanzia di trovare nella scuola una
collaborazione per far diventare quegli stessi ragazzi anche, contemporaneamente
e magicamente, creature “socialmente mature”. E viceversa.
Molti minori
potrebbero infatti istintivamente rifiutare la scuola
perché la sentono troppo estranea al loro bisogno di trovare risposte e
soluzioni agli interrogativi per loro più urgenti, ma anche alle loro
competenze più attive e significatamente stimolate
dal loro ambiente di provenienza.
Anni fa, ripetevo
qualcosa di simile in difesa dei bambini stranieri (ma anche di quelli in
genere socialmente svantaggiati) spesso poco motivati a scuola, rifiutati dalle scuole tedesche ed emarginati nelle scuole
differenziali in quanto non corrispondenti allo standard di sviluppo di
determinate competenze in nome di una restrittiva applicazione delle teorie piagetiane; molti spunti di quelle tesi provengono dalle
teorie pedagogiche dell’attivismo, che prendono le mosse dal pensiero
funzionalista soprattutto dell’americano John Dewey -
da leggere, però, senza bisogno di esaltarne nome e teorie in maniera
esagerata: le teorie, d’altronde, a chi non è fanatico ed alla ricerca di
appigli di fede in mezzo ad una vita in cui non sa orientarsi altrimenti,
servono soprattutto a questo: a pensare.
Ora, dunque,
questo punto di vista sembra essere abbracciato pienamente anche da alcuni
orientamenti delle neuroscienze che affermano quanto soltanto in parte lo
sviluppo del nostro cervello sarebbe diretto dai geni, ma in grossa parte dagli
stimoli ricevuti e scambiati nell’ambiente di appartenenza. Per la verità, la
riflessione richiama qualcosa dei concetti di “potenza” e di “atto” di
Aristotele sui quali tanti hanno scritto in occasione del secolare dibattito
tra fato e libero arbitrio, un dibattito di cui anche io
mi sono occupata una decina di anni fa in un lavoro ancora inedito sullo
sviluppo della personalità umana guardato da un punto di vista squisitamente
filosofico. Questo discorso dell’interattività e dell’importanza
dell’esperienza era già lì un’importantissima argomentazione difensiva contro
ogni forma di determinismo (biologico ma anche culturale) rimasta poi alla base
di tutte le mie tesi (e non solo delle mie) che progressivamente hanno incluso
i temi della relazione autenticamente terapeutica, del diritto allo studio,
alla differenza, allo sviluppo ed all’espressione
della propria personalità individuale, fino a parlare di una
personalità/esperienza come di due facce di un’umanità individuale che non deve
essere mortificata, ma anzi valorizzata in una scuola che prepari i bambini
alla vita ed alla vera appartenenza ad una società sentita significativa e vitale,
luogo “variopinto”, scrisse qualcuno, di accoglienza ed esperienza, di dialogo
e scambio. E’ così che, partendo da un discorso filosofico sull’uomo, io
personalmente sono arrivata a preoccuparmi delle scuole.
Se, infatti, il
cervello è interattivo e se noi ne sviluppiamo le aree secondo modalità attivate dalla nostra diretta esperienza con la
realtà esterna, perciò ad essa
direttamente collegate, sorgono delle implicazioni su cui riflettere e che
hanno le loro serie ricadute sulla responsabilità della scuola: un genitore che
si impegna nel suo ruolo mal accetta di vedere il figlio perder tempo in
un’istituzione che non sa essere “educante”…. La scuola, s’intende, non è
ancora questo; e non lo è non solo per colpa di tanti insegnanti (non tutti), ma
perché, in quanto sistema, non è stata concepita e non
è nata per essere questo (argomento di un altro mio lavoro inedito): deve
aggiornarsi, dunque, cambiare, crescere anch’essa, sintonizzandosi con i
bisogni dell’utenza e della storia, del contesto-ambiente in cui è immersa ed
inserita e da cui non può vivere isolata, e, diciamola tutta…
pure con le esigenze del cervello in crescita dell’utenza a cui si rivolge…. La scuola, insomma, deve mettersi a studiare
qualche nuova materia! E se il Ministero dell’Istruzione non si occupa di
questi nuovi programmi di aggiornamento e di formazione…
chi lo farà?
Il che vuol dire
che il fare esercizi con un bravo insegnante di matematica aiuterà un bimbo già
dalle elementari a svolgere problemi di matematica ordinando i dati in maniera
pure precisa; ma senza il dovuto collegamento tra ciò che fa
a scuola e ciò che vive nel quotidiano, che è legato al suo “contesto di vita”
e che per lui ha “pregnanza”, quel bambino non eserciterà alcuna tendenza all’autoriflessione, a fare associazioni e connessioni
significative, e, andando a scuola, si “staccherà” dalla vita, imparando in
molti casi a “staccarsi” anche dalla testa che tutto comanda e controlla “spegnendo” il cervello, con tanto di crollo
di rilascio e/o di recezione di dopamina… Oh bella:
non è che proprio andando a scuola i nostri figli si esercitano a come saper
non “ascoltare” e non “esserci” più? Immaginatevi: un allenamento di circa 30 ore alla settimana, se non di più, per tutti quei mesi… per tutti quegli anni…
E che dire di quei
bambini che hanno effettivamente difficoltà di apprendimento e di elaborazione di informazioni, che in una scuola così superficiale non
vengono identificati e NON per essere “emarginati”, come sanno fare così bene
in Germania, i cui insegnanti elementari hanno precisamente questo compito
“scientifico”, ma per essere aiutati con programmi riabilitativi a mettersi al
passo? Che ne sarà di loro quando il loro passo li lascerà troppo indietro?
Allora non si
parlerebbe più solo di scuola in termini di “ambiente demotivante”: in questo
caso, essa procurerebbe ai nostri figli l’opportunità negativa di assumere e
cristallizzare atteggiamenti socialmente e/o psicologicamente negativi, cioè un
serio danno!... Che dire?...
Tante scuole
impiegano l’energia mentale dei nostri figli senza ottimizzare il loro tempo a
disposizione, anzi, sottraendo ai ragazzi tempo utile e opportunità di fare
fatidiche, fondamentali e sentite urgenti “esperienze di vita” (si dice,
“vitali”) per l’incapacità di saper usare i libri (stimoli di riflessione
teorica e di esperienza vissuta) come “aggancio” al fine di formulare insieme ed in classe collegamenti importanti con la vita
psicologica, fisica e sociale degli stessi ragazzi - per i quali la scuola si
dice creata (lo diciamo anche con gli slogan: “portiamo la scuola nel mondo”);
quelle “esperienze vitali” che poi tanti docenti e studiosi definiscono
“mancanti” nella stessa formazione personale di insegnanti che troppe volte
rischiano o tentano di fare dei nostri bambini una replica di individui
intellettualmente e moralmente mediocri, se non dei ribelli e dei disadattati
alla vita reale. Chissà cosa succederà dopo che scuole così saranno portate
davvero in tutto il globo e, con grande successo, faranno dimenticare a tutti i
bimbi il contatto con il loro mondo di vita, con ciò
che per loro è “terreno” e legato alla sopravvivenza al loro ambiente…
Ma anche se la
scuola dovesse continuare a limitarsi ad insegnare che
la vita è “altrove”, che il dovere non è “vivere”, noi ed i nostri figli siamo
comunque rovinati. E’ questo l’errore più assurdo che chi è riuscito a sedersi
dietro ad una cattedra (o una scrivania) con la sensazione di aver “rinunciato”
a qualcosa, di aver “sacrificato” la propria gioventù, ripropone
e si aspetta dai giovani rovinando chi vuole invece sentirsi dire “dove è la
vita”.
E “dove” è la
vita, se non in ciò che facciamo, il giorno e la notte, senza segreti ed ambiguità?
Che si faccia
entrare “la vita” nelle scuole, curando la sensibilità degli insegnanti,
organizzando programmi di aggiornamento e di autoconsapevolezza che insegnino a
molti di loro ciò che non hanno potuto imparare: poiché nessuno può insegnare e
trasmettere ciò che non sa; poiché la scuola non può essere il luogo di un messaggio
asfittico di morte, sacrificio, rinuncia, e cascare poi dalle nuvole nel constatare che sempre più giovani non ne hanno non dico
fiducia, ma addirittura stima e rispetto. Chi ha la responsabilità ultima di
questa catena di cause ed effetti che rende coloro che
insegnano spesso (non sempre) le persone meno indicate per insegnare a fare
associazioni significative, vitali, efficaci che forniscano una “cultura”
veramente capace di alimentare la coscienza e sviluppare nel cervello
connessioni importanti tra le diverse aree dell’esperienza?
Se l’insegnante è
semplicemente un esecutore di programmi ministeriali, infatti, si danno (e
sempre di più) bambini e ragazzi che, per esperienza con un modo di attingere informazioni più stimolante (sia in senso tecnico, grazie
alla multimedialità, che in senso culturale, grazie ad un ambiente di
provenienza più ricco di input direttamente o indirettamente o “naturalmente” -
come nel caso dei bambini che chiamo “multiculturali” e/o provenienti da
situazioni familiari particolarmente complesse che spingono il minore ad
affrontare o a rifiutare il pensiero), sin dall’inizio si trovano spesso soli a
dover fare i conti con l’esigenza di trovare una sintesi ed un equilibrio tra
diversi modi di trasmettere informazioni, diverse informazioni, la discordanza
tra informazioni… eccetera. Queste giovani menti
vanno sostenute, sia perché un domani potrebbero
fornire un grande contributo sociale in un mondo che va avanti ad una velocità
con cui la loro generazione ed il loro modo di essere sapranno sintonizzarsi
probabilmente con più facilità della nostra; e sia perché la loro energia non
si ritorca invece contro la società stessa che non li ha accolti e che ha
insegnato loro il rancore. Dobbiamo alimentare le forze e prevenire l’orrore:
crescere (e non minacciare o annullare) la forza ANCHE per non trasformarla in
pericolo.
Allora: chi sa, e
chi parla, nelle scuole, di quella strana magia, di quella specie di
possessione che gli antichi chiamavano infatti
“en-tusiasmo”, di quel fascino accattivante che fa prendere una iniziativa che
è sì pericolosa come sfida alla vita che attrae perché ancora non si conosce la
vita né nella teoria né nella pratica, perché si cerca se stessi nell’effetto
concreto, nella forza d’impatto che le proprie idee hanno sulle cose che
toccano e cambiano?….
Ovviamente pensare
così non è pensare da adulto! Ovviamente ci fa saltare
il cuore di genitori! Ovviamente infastidisce gli insegnanti! Ovviamente è
rischioso, perché è un ragionamento che si poggia sull’acqua! … Ma, per
arginare un impulso adolescente non lo si deve
“giudicare”: lo si deve innanzi tutto ammettere per quello che è: una viva
forza della natura (ossia naturale) che sta lì per far crescere il bambino
nell’adulto che diventerà.
L’adolescenza è la
primavera della vita…. E l’errore sta proprio nel
giudicare il cervello di un ragazzo, ossia il suo pensiero, con la misura di un
cervello di un bambino, umiliandolo, o di quello di un adulto, condannandolo.
Tanti insegnanti (e chi li dirige) devono imparare a sentire con genuinità la
loro capacità di stupore, ammirazione, rispetto, comprensione e riconoscimento
verso la vita che preme e che esce in forme spesso non contemplate
dalla scuola, ma non per questo prive di significato e di possibilità di
“aggancio”: devono imparare come si fa ad attivare questa capacità nella loro
coscienza, nel loro stesso cervello. Devono aggiungere
qualcosa al loro CV…
Non è e non deve
essere dunque l’impulso alla vita il “problema” degli
adolescenti, ma forse lo sono diventate le occasioni perdute di fare esperienza
con un mondo pieno di novità da esplorare e scoprire che il nostro mondo
civilizzato e rinchiuso tra appartamenti, appuntamenti scolastici ed
extrascolastici, gruppi capeggiati e supervisionati da adulti non offre. I
giovani un tempo facevano riti di iniziazione (e,
spesso, proprio in occasione della primavera, che in molte culture segna
l’inizio del nuovo anno solare) affrontando pericoli veri, si esercitavano e
partivano per le guerre, facevano figli sapendo di rischiare la morte ad ogni
gravidanza ed ad ogni parto…. Nel mondo di un tempo,
la morte aspettava la vita dietro ogni angolo, rendendola tremendamente più
collegata all’istinto della sopravvivenza, mantenendo l’individuo più all’erta,
scatenandogli, diremo noi ora, la dopamina senza bisogno di andare a cercarsi
rischi meno funzionali alla sua capacità di esistenza per sentirsi eccitato -
che significa sentirsi “vivo”. D’altronde, lo si sa dall’antica tematica degli Opposti: si conosce una
cosa (in questo caso, la sensazione di essere vivi) attraverso la conoscenza
anche del suo contrario (la consapevolezza di poter morire)…
Noi invece viviamo
protetti in campane di vetro che forse non sono sintonizzate con la biologia di
un cervello in crescita…
Sì, questo, forse,
è il problema…Ma se non lo capiamo, se non proviamo a
capirlo, forse diventa la rabbia, e non la voglia di vita, ciò che spegne
pericolosamente ed a tratti le luci di un territorio
che a quell’età si sfiora per la prima volta con intensa gioia, ma che si può
perdere altrettanto facilmente, o che non si vuol perdere a nessun costo. Quel
territorio ha un nome: si chiama “diritto all’identità”, che è il nostro pieno,
unico, vero diritto per il quale acquista un senso pregnante lo stare al mondo,
il rimanerci ed il fare qualcosa nel mondo e per il mondo… E se non riconosciamo ad un minore il diritto di
costruirsi un’identità, non possiamo poi chiedergli di saper e voler pagare il
conto delle nostre aspettative con la sua scuola, il lavoro, un giorno la famiglia,
le tasse eccetera eccetera; conti che lo condanniamo
a pagare investendo energia da un’identità che gli abbiamo appiccicato addosso
e che lui non ha scoperto da solo….Ecco, traendo
materiale dai miei studi, dalle letture, dalla mia vita, dagli incontri, dagli
scambi e dalle mie riflessioni, io penso questo. Ma
non dico novità.
Spero di aver
contribuito a richiamare interesse alla lettura non solo di un testo che viene
dagli USA. Qualche genitore ha cominciato a cercarmi per ricevere orientamento su
problemi riguardanti i propri ragazzi. Tengo a precisare la mia disponibilità
sul sito che appare qui sotto.
Dalla prossima
uscita, qualche richiamo alla ricchezza della cultura antica.
Cristina Rocchetto
(consulente ed orientatrice
su www.socialidarity.it), de.it.press
Berlino. Conferito il "Premio per l’integrazione scolastica dei
giovani italiani"
Berlino - Giovedì
24 giugno l’Ambasciatore d’Italia a Berlino Michele Valensise
ha conferito a nome del Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano il "Premio per l’integrazione scolastica dei giovani
italiani" a cinque alunni che si sono particolarmente distinti per il
progresso del loro rendimento nella scuola tedesca. Alla cerimonia di
premiazione erano presenti rappresentanti dei Ministeri del Culto di alcuni Länder, rappresentanti della collettività italiana in
Germania nonché professori e alunni della Finow-Grundschule, la scuola Europea italo-tedesca
di Berlino-Schöneberg.
I vincitori sono
stati individuati attraverso una selezione, che ha tenuto conto dei risultati
conseguiti nell’ultimo anno scolastico e dei progressi registrati rispetto
all’anno precedente. Essi sono stati insigniti delle medaglie del Presidente della Repubblica, coniate per l’occasione, e hanno ricevuto
un premio in denaro offerto dall’Uniteis (Unione
Gelatieri Artigiani in Germania). Ciascuno dei premiati ha ricevuto inoltre una
copia, messa a disposizione dalla Società Dante Alighieri, del dizionario della
lingua italiana "Devoto-Oli".
L’istituzione del
premio, sottolineano dall’Ambasciata, è
"indicativa del comune interesse dell’Italia e della Germania per un
migliore inserimento dei bambini italiani nel sistema scolastico tedesco. Le
difficoltà scolastiche della collettività italiana in Germania rappresentano da
anni uno dei principali ostacoli alla sua piena integrazione: i bambini
italiani sono ancora sottorappresentati nei licei e nelle Realschulen
- sono ancora pochi i ragazzi italiani che lasciano la scuola con un diploma di
maturità ginnasiale - mentre la loro percentuale nelle Sonderschulen
e Förderschulen si attesta sul doppio della media tedesca".
"L’istituzione
del premio a riconoscimento dell’impegno scolastico dei ragazzi italiani – si sottolinea ancora – vuole essere un contributo concreto per
favorire la loro integrazione formativa in Germania. L’iniziativa ha carattere
permanente: si è voluto in tal modo incoraggiare i ragazzi e le loro famiglie a
un impegno continuativo in vista dei progressi
scolastici". De.it.press
Il cinema italiano è presente al Festival di Monaco (25 giugno-3 luglio)
Monaco di Baviera
- Per rappresentare l’Italia alla 28a edizione del Festival del Cinema di
Monaco (25
giugno – 3 luglio 2010), la seconda manifestazione tedesca del settore dopo il
Festival internazionale di Berlino (Berlinale), sono
stati scelti 6 film che rappresentano la vivace e variegata panoramica della
produzione italiana degli ultimi anni.
Il festival
bavarese ha dimostrato recentemente un crescente interesse per il cinema
italiano e quest´anno la partecipazione di opere di giovani registi italiani è
resa possibile anche grazie al progetto Filmare, che promuove il cinema
italiano in Germania e che è nato dalla collaborazione tra l’ICE (Istituto
nazionale per il Commercio Estero) e Cinecittà Luce.
Il Festival di
Monaco si caratterizza per l’importanza dell’aspetto commerciale che esso
riveste per il mercato tedesco e quelli limitrofi, coniugando perfettamente in
un’unica formula festival e mercato, grazie al folto pubblico, alla presenza di
distributori sia tedeschi che dell’est europeo e di
circa 2000 professionisti del settore provenienti da tutto il mondo.
Tra i film
italiani selezionati dal festival si segnalano L’uomo
che verrà di Giorgio Diritti, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino e Piombo Fuso di Stefano Savona. Tutti e tre i
film sono presentati personalmente dai registi italiani, presenti
a Monaco. Del programma fa anche parte il film Lo spazio bianco di Francesca
Comencini, opera questa che coglie l’occasione per presentarsi di nuovo ai
distributori tedeschi per un eventuale acquisto dei diritti.
Per l’Italia, il
culmine della rassegna sarà la serata italiana che l’ICE organizza il 30 giugno
ed alla quale saranno presenti i registi Giorgio
Diritti e Michelangelo Frammartino. L’Istituto
nazionale del Commercio Estero inoltre ha prodotto insieme a Cincecittà Luce una pubblicazione dedicata ai film italiani
in programma a Monaco che sarà distribuita, in collaborazione con il festival,
a tutti gli addetti ai lavori accreditati. Ice, de.it.press
Lamentele. Il Console di Colonia assente al Convegno sulla condizione degli
italiani in Germania
Colonia - Venerdì
scorso, 18 giugno, l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia ha ospitato un
convegno sul tema "Condizione sociale degli italiani in Germania e nel Nordreno-Vestfalia. Analisi e prospettive".
Promosso dall'Unione italiani in Germania per il
sociale (Uigm), dal Patronato Ital
- Uil e dalla Uil -Pensionati, il convegno è stato commentato dalla Uim del Nord Reno Westfalia con
una nota in cui si esprime soddisfazione per il positivo svolgimento dei
lavori, ma anche critiche al Console che non vi ha partecipato.
"All’Istituto
italiano di Cultura di Colonia – vi si legge – che è attaccato al Consolato
Italiano, il Console Italiano non c’è. Non sa che si è perso! Lo lasciamo
innominato perché non c’è al Convegno della UIM del
Nord Reno Westfalia. E si è perso Gianfranco,
Giuseppe, Marilena, Romano, Agostino, Laura, Alberto, Rosella. Li citiamo solo
per nome i relatori del Convegno - perché i protagonisti sono stati tanti altri
nomi di persone che hanno riempito la sala. Non abbiamo contato quanti erano ma il Console lo sa di certo quanti ne contiene quella
sala. Ma cosa deve fare il Console se non stare laddove
si riuniscono gli italiani? Questi italiani di Colonia che dalla platea hanno
seguito con attenzione i ragionamenti degli argomenti in discussione, si sono
scaldati fino all’ovazione con chi li ha spronati a combattere per i diritti,
hanno interrotto relazioni per far sentire la loro voce. Ed
hanno espresso il loro scontento per non essere considerati la loro paura per
il futuro dei figli, il loro disappunto per la politica italiana".
"Il Convegno
– prosegue la nota – ha approfondito i temi della condizione sociale degli
italiani in Germania: il lavoro, la pensione, la sanità, la scuola, i diritti
di cittadinanza politica e sociale. Ed anche l’appello a porre attenzione alla violenza domestica alle donne
è stata una denuncia che ha travolto la scioccata
partecipazione dei presenti. La partecipazione che è stata la parola più
ripetuta: "Partecipare e fare politica: dentro e fuori i partiti politici
– e soprattutto qui, dove viviamo e pensiamo di continuare a vivere"". (aise)
Hannover. Il Comites
si ribella alla circolare che taglia i rimborsi agli spostamenti del Presidente
Hannover. Sabato
19.06. 2010 alle ore 10.00 si è tenuta la
riunione dell’assemblea del Comites di Hannover. Dopo
i saluti del Presidente e l’approvazione del verbale della riunione del 13 nfebbraio,
vengono discussi i preventivi 2011 del
CAI (comitato per l’assistenza ai bisognosi) e del Co.As.Sc.It.
(Comitato di assistenza scolastica). Per quanto riguarda il Comitato scolastico
vengono elogiate le iniziative scolastiche che l’ente
porta avanti con successo ed in particolar modo il progetto “Forza Abi” (un
progetto realizzato anche con il contributo anche della città di
Hannover). I due bilanci preventivi vengono ritenuti
utili per la collettività ed approvati.
Si prende atto del
rinvio delle elezioni dei Comites
e si decide di continuare il lavoro intrapreso in questi anni. Si coglierà
l’occasione per poter approfondire i rapporti con le
autorità locali ma anche raccogliere i frutti di quanto seminato. In questa
direzione andrà il programma autunnale.
Oltre alla
pubblicazione di due numeri del “Comites Informa”,
all’iniziativa “premio
comites 2010” ed alla mostra itinerante “Frammenti”
che diventerà un libro scritto da Scigliano, verranno
portati avanti almeno altri due progetti: 1 doppia cittadinanza – verranno
coinvolte nel progetto Hannover, Osnabrück, Braunschweig, Hildesheim e Salzghitter; 2 Giovani – Mobilità in Europa – Il progetto
avrà carattere europeo
Si è discusso
anche e soprattutto di scuola e dell’assistenza indiretta. Entrambi i settori, sono stati oggetto di vistosi tagli da parte del
Governo italiano. La preoccupazione è quella di vedere
nel 2011 ulteriori tagli. Si vocifera che addirittura i comitati CAI in futuro
non riceveranno più contributi. Per quanto riguarda gli anziani si cercherà di
tematizzare l’argomento in autunno. Sarebbe auspicabile raccogliere
informazioni per vedere il loro stato economico-sociale.
Un lungo dibattito
è stato portato avanti a proposito della circolare
n.4.
La circolare N. 4
che riguarda i Comites va rivista assolutamente ed in fretta perché non è ammissibile che chi opera per la
collettività lo debba fare con i propri soldi. La circolare, se interpretata in
modo restrittiva non consente rimborsi al Presidente o chi per lui (diversi sono i consiglieri
attivi nei vari settori) per tutti gli spostamenti che vengono fatti nel
capoluogo. Il comites di Hannover, oltre agli
incarichi istituzionali, che adempie egregiamente, ha un grande giro di contatti utili
per l’integrazione della nostra collettività ed anche per quanto riguarda
l’offerta sul territorio della nostra della nostra lingua e cultura.
Il lavoro nel Comites è volontariato allo stato puro ma si deve evitare
che chi è convito dell’utilità di questo operato, lo faccia togliendo soldi alle proprie famiglie. Da un lato si chiede
di operare nel bene dei cittadini italiani, della loro cultura e della loro
lingua e dall’altro chi dovrebbe farlo deve mettere le
mani in tasca. Non è ammissibile. L’Assemblea chiede al Ministero competente di
rivedere la circolare n.4 che regola la materia.
Dott. Giuseppe Scigliano, presidente del Comites
(de.it.press)
Tübingen.
Omaggio al poeta Lucio Piccolo
Presentato a Tübingen il poeta siciliano Lucio Piccolo. Nella prestigiosa Hölderlinturm (Torre Hölderlin) il maggior biografo di Piccolo, Franco Valenti,
ha acceso un faro su questo grande letterato, rimasto all’ombra del cugino
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del celebre
romanzo “Il Gattopardo”. Piccolo nasce a Palermo nel 1901 e muore a Capo
d’Orlando nel 1969
L’iniziativa
dell’associazione Amici della cultura italiana di
presentare Lucio Piccolo si è rivelata un grande successo.
Grazie ad una puntale introduzione del prof. Ignazio Campagna, Franco
Valenti, forte della sua profonda conoscenza anche personale di Piccolo, è
riuscito a condurre il numeroso ed attento pubblico italo-tedesco nel mondo
dell’opera poetica dell’autore siciliano.
L’oggettivismo, il
surrealismo e l’intellettualismo di Lucio Piccolo si possono ricondurre ad un naturalismo mitologico fatto di fiori, frutti, acqua,
venti, spazi e nubi, montagne e giardini, ore e stagioni, casolari e visi umani
guardati come in un sogno.
Tra le raccolte di
Piccolo, definito da Vincenzo Consolo il “barone magico”
si ricordano Canti barocchi (1956), Gioco a nascondere (1960), Plumelia (1967).
Dopo la sua morte,
avvenuta nel 1969 sono stati pubblicati:
La sete (1984) e
Il raggio verde (1993).
Lucio Piccolo, uno
dei poeti più significativi del secolo scorso, è
rimasto in penombra forse perché ha vissuto per tutta la vita in una sorta di
esilio forzato. Di lui si è scritto che pur essendo di origini aristocratiche
si vestisse in modo trasandato e che fosse alla continua ricerca di miti che
potessero innalzare l’uomo perché - come soleva dire criticando la società in
cui viveva - l’uomo si era ridotto ad essere una
formica.
L’altra ipotesi
dell’immeritato oblio è di esser stato considerato solo il cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Per Franco
Valenti, che ha pubblicato diversi saggi sul suo conterraneo “Lucio Piccolo
naturalista lirico”, “Lucio Piccolo e il barbiere” ,
Lucio Piccolo – Poesia per immagini nel vento di soave”, la poesia di Piccolo è
fra le più belle del Novecento.
Tuttavia resta di
non facile accesso. La difficoltà maggiore deriva dalla complessità dei
riferimenti e richiami che vanno dalla filosofia alla matematica, alla fisica,
alla musica, al lavoro campestre, all’ecologia.
Altri particolari
sono contenuti nel servizio audio realizzato con il noto critico Franco
Valenti.
Per ascoltare,
basta cliccare in questo link http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6554022/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/xpi1ux/index.html
Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)
Amburgo. L’associazione Club Castello rinnova le cariche. Pietro Trotta
eletto presidente
Amburgo.
L’associazione culturale italiana Club Castello, con sede ad Amburgo, rende noto che il 20 giugno sono stati eletti come
presidente Pietro Trotta, vice presidente Patrizio Di Paolo, cassiere Tiziano
Di Paolo, membri del Consiglio di Amministrazione Salvatore Di Blasi, Vincenzo
Di Marco, Ciro e Gennaro Trama, Pietro Caprari e
Eligio Losito (gli ultimi due responsabili delle
pubbliche relazioni con le altre associazioni italiane in Amburgo e in
Germania).
“Continuiamo ad
adoperarci con le nostre forze per promuovere la cultura italiana e lo sport ad
Amburgo! Ringrazio i nostri soci per la fiducia nelle nostre attività svolte
a titolo onorifico”, ha dichiarato il presidente Pietro Trotta. (Inform)
L’attrice Susanna Capurso
di Berlino sarà alla consegna del Premio Internazionale
"Pugliesi nel Mondo"
Berlino - Mancano
esattamente tre mesi alla cerimonia di consegna del Premio
Internazionale "Pugliesi nel Mondo" che verrà assegnato a
diverse personalità del mondo artistico, culturale e imprenditoriale il 25
settembre a Bari. C’è ancora molta strada da fare per preparare l’evento cui
però hanno già assicurato la propria partecipazione molti dei premiati.
Primo tra tutti il
gruppo salentino dei Negroamaro,
ma anche la giovane artista Simona Galeandro,
vincitrice nel febbraio scorso al Festival del Cile e vincitrice Festival di Castrocaro
nel 2008. Saranno a Bari anche Domenico Favuzzi,
presidente e amministratore dell’Exprivia spa, Lucia Altieri, la "Raffaella Carrà cubana", artista di
fama internazionale e imprenditrice a L’Avana, Roberto
Potì, Direttore Centrale di Edison Spa nonché
presidente di Edison Hellas e Galsi
spa, Vito Quaranta, Director Centre
for cancer systems biology a Nashille (Usa), Susanna Capurso,
attrice fra le più conosciute, apprezzate e seguite dalla TV tedesca, residente
da tanti anni a Berlino, Alessandra Amoroso, giovane cantante, vincitrice di
"Amici 2009" che sta ottenendo un notevole successo incidendo un
disco, peraltro, che è stato tra i primi in assoluto come vendita, Gabriele Caliandro, presidente Index
Holding Spa, Renato Carati, imprenditore nel settore ristorazione in Belgio, e Reandra Russo, docente e scrittrice a Johannesburg. (aise)
Tappa del
Toscana Golf a Monaco di Baviera
Monaco di Baviera
- Oltre 100 partecipanti per la prima gara e oltre 150 per la seconda sono
stati i numeri della prima prova del Toscana
Golf, il Circuito golfistico internazionale che ha preso il via lo scorso
20 e 21 giugno 2010 a Monaco di Baviera. Cornice della prima tappa è stato il Golf Club Valley di Monaco, club privato con green
a 18 buche di ultima generazione che vanta di essere uno dei campi più lunghi
d’Europa (ben 7200 metri per coprire il percorso completo). Qui, i giocatori
sono stati messi in difficoltà dalla pioggia battente continua che ha
imperversato nell’arco di tutta la giornata.
La seconda
giornata ha avuto luogo al Golfclub Munchen di Strasslach,
all’interno di una gara di altissimo livello, la
“out of bounds” Pro.Am del BMW Open dell’European
Tour presso il green più antico e prestigioso di
Monaco. Temperature intorno ai 10°C e precipitazioni scarse hanno accompagnato
i circa 150 partecipanti tra i quali numerosi vip, cantanti, attori e giocatori
della Bundesliga.
Mario Hötzendorfer (1,6), Christopher Scharl
(2,4), Natascha Dodaro
(30,0) sono stati i tre vincitori della competizione e saranno dunque presenti
in Toscana per la prova finale in occasione del Ponte Vecchio
Challenge.
Nella serata, dopo
il termine della gara, si è svolta una festa di gala alla quale hanno preso
parte 1000 invitati, in una sede d’eccezione: il P1, l’esclusivo locale situato
all’interno del museo di arte moderna di Monaco di
Baviera.
Durante ed al termine di ogni gara del Toscana Golf, i giocatori e
gli accompagnatori hanno potuto degustare le migliori eccellenze enogastromiche toscane e conoscere i prodotti artigianali
esposti negli stand appositamente allestiti presso le club-house dei Golf Club.
Dopo la Germania,
gli altri appuntamenti del Toscana Golf sono stati a
Vienna (Austria) con la terza tappa al Golfclub
Fontana (26 giugno) e la quarta al Golf & Country
Club Brunn (27 giugno). IcI
Colonia. Parmigiano Reggiano: vince la qualità Made in Italy
Il Tribunale di
Colonia ha dato ragione al Consorzio del Parmigiano-Reggiano vietando la
commercializzazione e la pubblicità sul territorio tedesco di "Parmetta". Tuttavia, soprattutto extra-UE,
le imitazioni del noto formaggio italiano restano numerosissime
"Una vittoria
del 'made in Italy' che
contribuisce a tutelare uno dei prodotti che fanno parte dell'identità del
nostro territorio". È stato questo il commento soddisfatto dell'Assessore
all'Agricoltura della Provincia di Modena,
Giandomenico Tomei, alla notizia che il Tribunale di
Colonia, in Germania, ha dato ragione al Consorzio del Parmigiano-Reggiano
vietando la commercializzazione e la pubblicità sul territorio tedesco di
"Parmetta", un prodotto a base di formaggio
che, secondo la sentenza, viola la Dop Parmigiano
Reggiano.
"La vicenda -
aggiunge Tomei - sottolinea
l'importanza dei consorzi per la tutela dei nostri prodotti tipici e mette in
evidenza, ancora una volta, come questi siano gli strumenti più efficaci per
garantire la vigilanza rispetto ai tentativi di imitazione e concorrenza
sleale, così come per sviluppare attività di qualificazione della
produzione".
Nonostante questa
vittoria all’insegna della qualità Made in Italy, il
Parmigiano-Reggiano resta - come afferma la Coldiretti - il formaggio più
copiato nel mondo: ecco allora il Parmesan, diffuso
in tutti i continenti, dagli Stati Uniti al Canada, dall'Australia fino al
Giappone, affiancato dai “gemelli tarocchi” Parmesao
in Brasile, Regianito in Argentina, Reggiano e Parmesano in tutto il Sud America,
Pamesello in Belgio e Parmezan
in Romania.
Particolarmente
grave - sostiene ancora Coldiretti - è la situazione sui mercati
extracomunitari come gli Stati Uniti, dove, a fronte di una importazione
media dall'Italia di circa 10mila tonnellate all'anno di Parmigiano-Reggiano e
Grana Padano, si producono quasi 70mila tonnellate di Parmesan,
tra Wisconsin, New York e California. In altre parole è originale solo una
scaglia su otto.
Per questo -
sostiene la Coldiretti - se a livello internazionale serve un accordo sul
commercio nel Wto per la tutela delle denominazioni dai falsi, è anche
necessario fare chiarezza a livello nazionale ed europeo, dove occorre
estendere l'obbligo di indicare in etichetta l'origine a tutti i prodotti lattiero-caseari. (ItalPlanet
News)
Il cuoco Beck, "ponte" tra la cultura tedesca e quella italiana
Roma - Il tedesco
Heinz Beck, cuoco di fama internazionale, autore di libri e chef del ristorante
"La Pergola" di Roma, ha ricevuto l’onorificenza del Presidente tedesco
per il suo ruolo "ponte" tra la cultura tedesca e quella italiana. A
consegnare il cosiddetto Cavalierato dell'Ordine al Merito della Repubblica
Federale di Germania è stato il Vice Ambasciatore
tedesco, Friedrich Däuble, nel corso di una cerimonia
tenuta venerdì 25 giugno nell’Accademia tedesca di Villa Massimo a Roma. Fra gli invitati, personalità della cultura, del giornalismo e
della politica italiani e tedeschi.
"La Germania
non è solo il paese della puntualità e perfezione tecnica, in Germania
conosciamo anche l’arte di vivere, il piacere del gusto", ha affermato il
vice ambasciatore Däuble. "Heinz Beck, con la sua eccellenza cultural-culinaria
e la sua fama come uno dei migliori chef d’Italia, è non solo un vero
"ambasciatore della buona tavola", ma anche della cultura tedesca in
Italia. Combina la precisione tedesca con la raffinatezza italiana. Beck si è
impegnato, inoltre", ha aggiunto il vice ambasciatore, "in diversi
progetti sociali per insegnare ai bambini disagiati delle periferie di Roma a
nutrirsi in maniera sana. Così, Heinz Beck, in quanto
uno dei tedeschi più conosciuti dell’Italia rende onore anche alla natia
Germania", ha concluso Däuble.
"Mi ritengo
particolarmente onorato", ha invece commentato lo chef Beck. "Sono
ormai 15 anni che vivo fuori il mio Paese d’origine e
ricevere oggi dalla Germania questa onorificenza, lo considero un privilegio di
cui spero di esserne sempre portavoce coerente". (aise,
de.it.press)
Sessione estiva degli esami CELI all'Ecap
di Basilea e Zurigo
Si sono svolti,
dal 21 maggio fino al 21 giugno presso i centri d'esame Ecap
di Basilea, Argovia, Soletta ,
Jura e Zurigo gli esami di Certificazione linguistica
CELI. Alla prova d'esame si sono presentati più di quattrocento
candidati tra alunni dei corsi di lingua e cultura italiana (Licit), dei licei svizzeri e un manipolo di privatisti
adulti che hanno frequentato i corsi preparatori organizzati dai vari centri Ecap e dalla scuola Cianci di Olten.
Il superamento
delle prove d'esame, preparate dall'Università per Stranieri di Perugia,
permette di ottenere un diploma che certifica la conoscenza della lingua
italiana come L2 (seconda lingua) ad un determinato
livello.
La certificazione
CELI, se si esclude il CELI 5 doc, è costituita da sei livelli progressivi di
competenza linguistica che si riferiscono ai livelli del Quadro Comune Europeo
di Riferimento, messo a punto dal Consiglio d’Europa: CELI impatto (A1), CELI 1
(A2), CELI 2 (B1), CELI 3 (B2), CELI 4 (C1), CELI 5 (C2).
L’esame CELI
valuta l’abilità dei candidati in riferimento all’uso
della lingua italiana scritta e orale.
La novità di
quest’anno è stata l’introduzione per i livelli CELI 1, 2
e 3 di prove d’esame specifiche per ragazzi, in cui, pur mantenendo le medesime
tipologie di test e i medesimi livelli di difficoltà delle prove per adulti,
sono stati presentati argomenti più adatti alla loro età. Esperienza e
comprensione.
I candidati hanno
dovuto affrontare, nell'arco di alcune ore, una prova scritta, per accertare,
oltre le competenze morfologiche e lessicali, anche quelle relative
alla comprensione e alla produzione di testi, e una prova d'ascolto che
consiste nell'audizione di testi registrati su cd, seguita da prove che
valutano il livello di comprensione della lingua orale.
Dopo una meritata pausa gli esaminandi sono passati alla prova di produzione
orale, che, sostanzialmente, consiste in un colloquio che tende a valutare, a
seconda del livello CELI, le diverse capacità. Tali capacità vanno dal semplice
saper parlare di se stessi e di argomenti familiari tramite
l'auto-presentazione, la descrizione di foto e il gioco di ruolo (livelli più
bassi), all’esprimere sfumature di significato con precisione e naturalezza attraverso commenti di testi, di foto, di
grafici e di massime e proverbi (livelli più alti).
È da sottolineare che nella circoscrizione di Basilea è il
settimo anno che viene proposta la certificazione CELI, mentre a Zurigo siamo
alla terza edizione.
La scelta del CELI
è dettata da svariati motivi, tra i quali: 1. è un titolo statale italiano
riconosciuto in tutto il mondo; 2. è una certificazione radicata sul territorio
(è adottata dai KV, dall’Università di Basilea e da istituzioni private quali Migros, Scuola Cianci, ecc.) e quindi molto conosciuta; 3.
è utile per trovare un apprendistato o un lavoro.
Nella
circoscrizione consolare di Basilea il coordinamento didattico dell'esame è
stato affidato alle mani sicure ed esperte dei docenti
Nicoletta D'Alessandro, Paola Carcano,
Francesca Casada e Domenico Bellavita,
anime e motori del CELI nella Svizzera nord-occidentale, i quali, coadiuvati
dal Referente di nomina MAE, Stefano Bruno, hanno saputo valorizzare l'indubbia
professionalità dei docenti dei corsi Licit e dei
ginnasi svizzeri impegnati sul duplice fronte della preparazione dei
partecipanti e nell'espletamento dell'esame di certificazione. A Zurigo i
docenti sono stati coordinati dalla Professoressa Antonia Pichi.
A Basilea i docenti e i candidati sono stati sostenuti dalla visita della
nostra attivissima Reggente consolare, dottoressa Gaetana
Farruggio, la quale ha dato l'ennesima conferma del
suo reale impegno per la comunità italiana in diaspora. Marco Minoletti, de.it.press
Sul sito Inps: moduli anche in tedesco. Red e Cud da riconsegnare
entro il 30 giugno
Roma - Per
facilitare i pensionati residenti all'estero nella dichiarazione dei redditi,
sono stati pubblicati nel sito istituzionale dell’Inps, sezione modulistica, i
relativi moduli (RED EST 2010), oltre che in lingua italiana, anche in versione
inglese, francese e tedesca.
L'operazione, sottolineano dall’Istituto, rientra nella campagna di
accertamento generalizzato dei redditi dei pensionati residenti all'estero
relativi all'anno 2009, la cui finalità è quella di consentire all'Inps di
pagare regolarmente le prestazioni previdenziali e assistenziali che sono
legate ai redditi percepiti dal titolare, dal coniuge o, in caso di assegni
familiari, anche dai componenti del nucleo familiare.
Nei mesi scorsi,
l'Inps ha inviato ai pensionati la versione cartacea del modello RED/EST 2010,
del modello CUD e dei modelli da utilizzare per la
richiesta di detrazioni d'imposta. I modelli, che sono stati inviati in un
unico plico in modo da ridurre e semplificare gli adempimenti burocratici dei
destinatari, dovranno essere presentati entro il 30 giugno prossimo agli Enti
di Patronato o ai Consolati d'Italia i quali provvederanno a
inoltrarli all'Istituto. In alternativa, i pensionati potranno spedire entro la
stessa data i modelli compilati e sottoscritti, con
allegata la documentazione richiesta e una fotocopia di un documento di
riconoscimento valido, alla sede Inps che ha in carico la pensione.
(d.loru\aise)
Camera. Razzi (Idv):
“Ho toccato con mano l’importanza della cultura e della lingua italiana nel mondo”
ROMA – “Tanti anni di residenza in Svizzera
mi hanno fatto toccare con mano, qualora ce ne fosse stato bisogno, la vera
importanza della cultura e della lingua italiana nel mondo”. Così si è espresso
l’on. Antonio Razzi a proposito dei lavori camerali dei giorni scorsi. In
discussione: “Esame delle norme recanti disposizioni urgenti in materia di
spettacolo ed attività culturali”.
“La grave congiuntura economica all’esame del
governo, è risaputo, impone severissimi ed
indiscriminati tagli mettendo a durissima prova anche tutti gli operatori dello
spettacolo e del mondo della cultura in Italia ed all’estero nessuno escluso. Molte
sono le doglianze da parte di quanti si adoperano in questi settori. Non si
contano ormai gli interventi in aula da parte mia – sottolinea
Razzi - a favore di incentivi che promuovessero invece la cultura e la
lingua italiana nel mondo come faro sempre acceso su secoli di eccellenze dalla
lirica all’insegnamento della lingua italiana, dal teatro alla canzone veicoli
insuperabili ed imitati in ogni parte della terra”
“Come si vuole pretendere – ha lamentato
Razzi, rivolto al ministro Bondi, in uno dei suoi interventi - di gestire
addirittura un ministero che si occupa solo di formalità burocratiche senza
proporre né investire neanche un centesimo in cultura?”.
“Grazie proprio alla pregiata fattura degli
uomini e della genialità italiana, della sua storia- sostiene- che ancora
resistono presidi inespugnabili di patrimonio storico e culturale italiano ma
la preoccupazione è per quanto tempo ancora resisteranno se oggi sono ormai
allo stremo”.
“Quando si tratta di investire in cultura,
spettacolo ed attività culturali nessuno prevede una
decretazione d’urgenza chi sa come mai. Stanziare denaro per incentivare
e migliorate la situazione dei settori spettacolo e cultura, in Italia e
all’estero, significa purtroppo sprecare risorse, ecco perché. Invece occorre
responsabilità, lungimiranza di un progetto inteso ad
investire in un patrimonio di formidabile consistenza, storica, artistica e
letteraria” ha chiosato Razzi. (Inform)
Riuniti a Napoli i direttori generali dei servizi per l’immigrazione dell’UE
Napoli - Si sono conclusi venerdì 25 giugno, a Napoli, i lavori della 7a Riunione annuale dei
direttori generali dei Servizi per l’Immigrazione dei Paesi dell’Unione Europea
(GDISC – General Directors’
Immigration Services Conference). Organizzata dal dipartimento per le Libertà
Civili e l’Immigrazione del Ministero dell'Interno, la riunione è stata aperta
dal capo dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione Angela Pria che,
nel salutare i partecipanti, ha sottolineato come in
uno "snodo essenziale del percorso europeo" come quello attuale in
cui il trattato di Lisbona è entrato in vigore, dando piena competenza nelle
materie dell’immigrazione e dell’asilo all’Unione europea, "le attività
pratiche attraverso la cooperazione dei servizi competenti dei diversi Stati
membri rappresentino un valore" per affrontare la sfida a un fenomeno
globale come quello dell'Immigrazione.
Questa
cooperazione, ha proseguito Pria, "contribuisce a far crescere le capacità
di ciascuno e riesce a mettere a fattor comune le esperienze migliori in modo
che possano essere ripetute in contesti
omogenei".
"Le risorse
comunitarie disponibili dovranno essere utilmente indirizzate verso quelle
iniziative che rappresentano un effettivo vantaggio per gli Stati membri – ha sottolineato il capo dipartimento - che spesso con le
risorse nazionali non siamo più in condizione di affrontare. In questo quadro
credo che una struttura come la nostra possa e debba avere un ruolo. Un ruolo
di collaborazione reciproca nell’affrontare le problematiche che
quotidianamente ci coinvolgono ma anche un ruolo di individuazione
di nuove vie da seguire. Un percorso che ci deve vedere affianco
alla Commissione, in una posizione di reciproco supporto".
Tra i settori di intervento che devono trovare "spazio all’interno
delle attività del nostro network - ha concluso il prefetto Pria - c'è quello
relativo all’integrazione al fine di individuare pratiche e modalità comuni di
trattazione di situazioni che meritano una particolare attenzione come nel caso
di minori non accompagnati e in genere dei soggetti vulnerabili". (aise)
Vuvuzelas
contro il razzismo strisciante di casa nostra
Roma - Il mondiale
di calcio continua il suo lento fluire, trascinando nelle sue acque limacciose,
oltre alle passioni di miliardi di tifosi delle
diverse squadre nazionali, detriti di ambizioni miseramente frantumate (vedi la
Francia e ahimè! anche l’Italia) o di velleità
ingenuamente covate (Sud Africa). Sul piano strettamente calcistico, è ancora
presto per fare bilanci, anche se il bel gioco è comparso finora solo a
sprazzi, come il sole di questa bizzarra primavera romana.
Il mondiale,
invece, si è già rivelato come un grande laboratorio di passioni, in cui il
calcio spesso c’entra come i cavoli a merenda e diventa il pretesto per altre
cose. Vi confesso che a me il calcio piace proprio per questo, per la sua
capacità di portare allo scoperto i sentimenti veri delle persone, siano essi
ordinari o particolari, affettuosi o rabbiosi. Insomma, con il pallone, è
difficile barare: o bianco o nero, o dentro o fuori.
Così, in queste
settimane si stanno succedendo espressioni e prese di posizione che mandano in frantumi convenzioni e diplomaticherie
come fa il classico elefante con l’altrettanto nota cristalliera.
In Germania, ad
esempio, un gruppo di cabarettisti con il gusto della provocazione ha
confezionato e messo in circolazione un video in cui il leit
motif è fatto più o meno di
queste parole: "Wer den Cup
gewinnt ist scheiß egal nur
Italien nicht!" (“Chi
vince la coppa del mondo non ci interessa una m…,
basta solo che non sia l’Italia"). Storiche antipatie, rigurgiti di
xenofobia? Mah, sarei portato a sdrammatizzare e ad addebitare la calcistica
invettiva alle ferite ancora aperte dell’ormai mitico 4
a 3 del ’70 o alla rasoiata di Grosso a qualche minuto dalla fine nella
semifinale del 2006, proprio contro la Germania.
Non facciamo le
vittime, dunque, e ricordiamoci di quante ne abbiamo
dette e fatte quando accadevano quegli eventi difficili da dimenticare.
D’altro canto,
alzi la mano chi non ha gioito o fatto l’ombrello nel momento in cui il Sud Africa buttava fuori la Francia, ospite abusiva di
questi mondiali per via della manina galeotta di Henry. Se è vero che la
vendetta va servita fredda, la faccia di Domenech
alla fine della partita per il nostro sulfureo Giuanin
Trapattoni deve essere stata deliziosamente refrigerante, appena uscita dal
frigo.
Anche in questo
caso vecchie storie, vecchie ruggini. Chi ha qualche
anno sulle spalle ricorda i tempi in cui Bartali e Coppi davano la polvere a
tutti sulle Alpi e sui Pirenei e i francesi schiattavano dalla rabbia. E chi ha
meno anni, si può ripassare quelle mitiche storie con le parole di un poeta
vero come Paolo Conte: "… io sto qui e aspetto Bartali / tra i francesi
che s’incazzano / e i giornali che svolazzano". Che soddisfazione! Noi, i
parenti poveri dell’Europa, che ogni tanto ci levavamo lo sfizio di dare un
paio di sberle ai parenti sussiegosi. E chi non lo
ricorda il Nino Manfredi di "Pane e
cioccolata", travestito e mesciato da tedesco
tra i tedeschi, che al gol dell’Italia sulla Germania sbotta in un urlo
liberatorio e agli attoniti avventori del locale fa pure lui il gesto
dell’ombrello.
Insomma, vicende
di rivalità pallonare e ciclistiche che non sono il massimo dello stile, ma che
ci possono stare, ci possono aiutare a scaricare le
tensioni e le frustrazioni di una giornata da gente qualsiasi. Modelli di
comportamento che non consiglierei ad un amico di
mettere a base dell’educazione dei figli, ma che quando arrivano conviene
vivere con ironia e divertimento. Facendo però attenzione che un po’ alla
volta, magari senza rendersene conto, la competizione non diventi rivalità, la
rivalità antagonismo e l’antagonismo non assuma le vesti inquietanti della esclusione e della separazione degli altri, di quelli
che sono considerati distanti da noi, diversi da noi.
Mi direte:
"Ma mo’ che ci azzeccano queste menate con il mondiale?" Ci azzeccano, ci azzeccano. Ogni cosa, anche la più piccola, ha
socialmente un senso, tende a trasformarsi in altro, in qualcosa di più complicato
e, talvolta, di più pericoloso. Ne volete una prova? A forza di predicare che
quelli che arrivano da migranti, come noi siamo arrivati tempo fa in tanti
paesi del mondo, sono diversi da noi e tendenzialmente pericolosi, si è introdotto tra noi una forma di assuefazione alla xenofobia
che s’infiltra nei poli della pelle e che quindi sta facendo pacificamente il
suo corso. Ad esempio, molte compagnie di assicurazione, per una polizza auto,
se si tratta di cittadini italiani o statunitensi o inglesi o di paesi
"per bene" fanno un prezzo, se si tratta di cittadini romeni,
marocchini o albanesi ne fanno un altro, maggiorato di alcune centinaia di
euro. Ma va? Invece è proprio così. Alla faccia della
democrazia e della Costituzione, che predica che tutti gli uomini sono (o
dovrebbero?) essere uguali senza distinzione di religione, di pelle e di razza.
Insomma, quando
facciamo il tifo, sfoghiamoci pure, ma appena spento il televisore occhio a chi
ci allena nella società e alla formazione nella quale giochiamo la partita di
ogni giorno. E quando accadono cose come queste che abbassano i nostri livelli
di civiltà, tutti a suonare vuvuzelas, sperando che
ci sveglino dal torpore civile in cui rischiamo di sprofondare. Gino Bucchino, deputato Pd eletto in Nord
America
“Missione
europea” per il rettore dell’Università per Stranieri di Perugia Stefania
Giannini
Bruxelles - Una due giorni "europea" per il rettore
dell’Università per Stranieri di Perugia, Stefania Giannini, che nei giorni
22-23 giugno ha svolto a Bruxelles una serie di incontri con esponenti della
Commissione e del Parlamento dell’unione. Scopo dei colloqui, la progettazione di iniziative in favore dell’ identità linguistica italiana.
Giannini ha
incontrato la Commissaria europea alla Formazione, Cultura e Multilinguismo, Androulla Vassiliou, insediatasi
con pieno mandato nel febbraio scorso, succedendo al romeno Leonard Orban. Alla Commissaria cipriota Vassilou
Stefania Giannini ha illustrato le molteplici attività formative e di ricerca
d’emanazione europea che l’ateneo svolge in forza del suo specifico mandato
istituzionale, ribadendo l’impegno della Stranieri per
l’attivazione di iniziative finalizzate alla tutela delle identità linguistico-culturali dell’Unione e al rispetto dei diritti
umani linguistici.
Ha avuto un
incontro con l’eurodeputato Mario Mauro, già Vice presidente del Parlamento
europeo e attuale membro in esso della Commissione Affari Esteri, della
Commissione speciale sulla Crisi Economica e delle Delegazioni per i rapporti
con gli Stati Uniti e con il Sud Africa.
Il colloquio tra i
due si è aperto con la comunicazione, da parte dell’on. Mauro,
dell’esito positivo dell’interrogazione posta alla Commissione europea dalla
delegazione italiana presso l’europarlamento contro la discriminazione
linguistica e in ordine all’allargamento dei test d’ammissione ai concorsi UE a
tutte le 23 lingue ufficiali dell’Unione.
All’ordine del
giorno dell’incontro la definizione di alcune iniziative di valorizzazione
della lingua italiana nel contesto europeo: la prima,
in programma per il prossimo autunno, è relativa ad un evento di profilo
politico-culturale che la Stranieri, in collaborazione con la Commissione e il
Parlamento europei, organizzerà a Bruxelles sul tema delle identità delle
lingue romanze nel panorama continentale; la seconda, riguarda invece un
workshop sulla lingua italiana rivolto agli eurodeputati, che avrà luogo
all’Università per Stranieri. (aise, de.it.press)
Più
risorse e nuovi criteri di sostegno per i giornali italiani all’estero
Lo chiedono al
governo con un’interrogazione i deputati eletti all’estero del Pd Bucchino, Porta, Farina, Fedi, Garavini
e Narducci
ROMA - “Più risorse,
nuovi criteri di sostegno e controlli più efficaci per la stampa italiana
all’estero. Questo è quanto abbiamo chiesto al governo con
un’interrogazione firmata, oltre che da me, dai colleghi Porta, Farina, Fedi, Garavini e Narducci”. Gino
Bucchino, deputato eletto nella ripartizione America
settentrionale e centrale, spiega così l’iniziativa sulla situazione dei
giornali in italiano che animano le comunità di origine assunta in questi
giorni dai deputati del Pd eletti all’estero.
Si tratta di un’interrogazione nella quale
gli esponenti democratici chiedono al governo di “ancorare il sistema dei
controlli più che al criterio della tiratura, spesso non veritiera, a quello
della diffusione, come richiesto per altro dal Cgie e
dalle risultanze del convegno che negli scorsi mesi si
è tenuto a Montreal proprio sulla stampa italiana all’estero”. “Naturalmente,
la condizione fondamentale per la creazione di un sistema di sostegno più
realistico ed efficace è che vi siano le risorse necessarie per realizzarlo, -
aggiunge Bucchino - reintegrando
subito le già scarse dotazioni previste in Finanziaria, dimezzate di recente
dal governo, anzi aumentandole”.
Per il deputato Pd “nessuno può onestamente
negare la funzione di coesione che la stampa italiana realizza nelle nostre
comunità e l’impegno di collegamento con l’Italia, soprattutto in una fase in
cui quattro milioni di cittadini italiani sono chiamati a eleggere i propri
rappresentanti in Parlamento”. “Nonostante la nuova serie di tagli contenuti
nella manovra in discussione al Senato, non trascureremo questa
ulteriore occasione per sottolineare di fronte alla maggioranza e al governo
che l’informazione per gli italiani all’estero rappresenta uno strumento
strategico – conclude Bucchino - che riguarda, prima
ancora che le nostre comunità, la stessa proiezione dell’Italia nel mondo”. (Inform)
Il 30 giugno Miss Italia nel Mondo. A Jesolo
le 50 finaliste. Anteprima il 29 giugno
Jesolo – Sono cinquanta le candidate al titolo di Miss Italia
nel Mondo, giunte in questi giorni a Jesolo da tutti
i continenti, accolte dalla città balneare e dalla Regione Veneto, che ospitano
per il quarto anno la finale di questo concorso dedicato alle ragazze di
origini italiane che vivono all'estero. La vincitrice sarà scelta il 30 giugno
nel corso di una serata trasmessa da Raiuno. Le 50
ragazze sono state scelte tra 6.200 iscritte in 85 selezioni e 36 finali di
Nazione, che hanno visto la partecipazione di comunità italiane, ambasciate e
consolati. Tre miss arrivano dal Sudafrica, come omaggio ai mondiali di calcio,
ma anche Olanda e Venezuela portano lo stesso numero di miss; due ne ha la Germania, come l'Argentina.
La loro origine
italiana rimane l'aspetto più interessante del Concorso poiché tutte hanno una
loro particolare storia da raccontare: è sempre il sud d'Italia a presentare il
numero più consistente di concorrenti, ma il Nord è quasi sulla stessa linea. I
connazionali all'estero sono partiti dalla Sicilia e dalla Campania come dalla
Lombardia e dal Veneto.
Sono rappresentati
tutti i Paesi che concentrano il maggior numero di italiani
all'estero, ma - curiosità - una miss arriva anche dalla colonia olandese di
Suriname! Dieci miss non hanno ancora compiuto 18 anni
e sono accompagnate dai genitori, come avviene per tante altre ragazze che
hanno al seguito perfino i nonni. Per motivi di sicurezza, le autorità
thailandesi hanno fatto scortare da 24 poliziotti, fin
sotto l'aereo, nell'aeroporto di Bangkok, Giada Intorre,
Miss Italia Thailandia, una ragazza nata ad Avezzano (L'Aquila) il cui padre è
siciliano di Campobello di Licata (Agrigento); la
mamma è asiatica.
Le 50 ragazze che concorrono al titolo di Miss Italia nel Mondo
2010 provengono da 42 nazioni. Undici di loro frequentano le scuole superiori,
mentre 23 sono studentesse universitarie. Tra le miss
che già lavorano (11) ci sono impiegate, manager di
piccole aziende proprie, modelle, ristoratrici. Le altre sono attualmente in cerca di lavoro. L'età media delle ragazze è
di 20 anni. Le più grandi sono quattro e hanno 25 anni, tre nate nel 1984 e una nel 1985: rispettivamente
Miss Italia Danimarca, Miss Italia Giappone, Miss Italia Gran Bretagna e miss
Italia Benelux.
Per quanto
riguarda le origini italiane delle candidate, gli avi o i parenti di 22 delle ragazze provengono dal Nord Italia. Per alcune di
loro le origini italiane sono legate a più di una regione. E così una ragazza,
Miss Italia Venezuela Caracas, ha parenti valdostani, otto miss sono originarie
del Veneto, cinque della Lombardia e della Liguria, tre del Piemonte e due del
Friuli Venezia Giulia. Sette ragazze sono invece legate al Centro
Italia. Tra di loro, Miss Italia Lussemburgo ha origini umbre, due miss provengono invece dal Lazio. Miss Italia Argentina ha
familiari delle Marche e Miss Italia Australia del Molise. E ancora, Miss Italia
Belgio ha avi abruzzesi mentre Miss Italia Gran Bretagna fa capo alla Toscana.
Al Sud Italia sono invece legate 18 concorrenti.
Alcune di loro hanno parenti originari di due diverse regioni. Nello specifico,
sei ragazze rappresentano la Campania, cinque la Calabria, due la Basilicata e
otto la Puglia. Le "isolane" sono invece 10:
nove con parenti originari della Sicilia e una, Miss Italia Suriname, della
Sardegna. La maggior parte di loro, 32 su 50, parlano
italiano mentre le altre 18 si dividono tra chi lo capisce ma lo parla poco e
chi non lo conosce.
"Miss Italia
nel mondo è una straordinaria occasione per far conoscere a milioni di persone,
e non solo nel nostro Paese, l’ospitalità, la cultura e il piacere di vivere
nel Veneto e le bellezze di Jesolo. Per questo, la Giunta regionale del
Veneto ha deciso di sostenere con un contributo di 230 mila euro al Comune di Jesolo la manifestazione". Così l’assessore al
Turismo veneto, Marino Finozzi, ha annunciato il
sostegno deliberato dalla Giunta regionale per la realizzazione della ventesima
edizione di "Miss Italia nel mondo", per la quarta volta consecutiva
a Jesolo.
"Miss Italia
nel mondo - spiega Finozzi - è una straordinaria
occasione di investimento promozionale per la nostra
regione, prima in Italia per presenze turistiche. La manifestazione è stata
negli ultimi tre anni un efficace strumento di promozione
della località e dell’intero sistema turistico, culturale e artistico del
Veneto. Lo spettacolo andato in onda in diretta su Rai Uno dal Palazzo del Turismo
ha ottenuto lo scorso anno ottimi risultati di audience, con 3 milioni 782 mila
spettatori e uno share del 24,64% (30% nel Veneto). Inoltre, in un periodo di
forte crisi come quello attuale, l’indotto economico della manifestazione risulta particolarmente apprezzabile".
"Miss Italia
nel mondo" richiama l’attenzione di tutti i principali mass media
nazionali ed internazionali. La preparazione
dell’evento televisivo comincerà nel Veneto già domani: le ragazze in concorso
saranno infatti impegnate in un tour della Regione che
porterà alcune di loro in visita nel centro storico e nelle isole veneziane e
altre nelle più belle località della pedemontana vicentina.
Anteprima il 29
giugno su RaiUno - Sarà Lodovica Mairé
Rogati la conduttrice di “Buon compleanno Miss Italia nel Mondo!”, l’anteprima
della finale del concorso che andrà in onda martedì 29 giugno su RaiUno. “Sono
felice di condurre l’anteprima di Miss Italia nel Mondo – commenta Lodovica Mairé Rogati - Ho già
conosciuto e lavorato con le concorrenti: sono simpaticissime oltre ovviamente ad essere tutte molto belle!”. Impegnata attualmente
nella registrazione delle nuove puntate di “Il commissario Manara 2”, fiction
in cui interpreta il ruolo di Giusy Vasto, Lodovica
Rogati ha fatto parte del cast dell’ultima serie di “Distretto di Polizia”, in
cui ha interpretato il ruolo di Donna.
La conferenza
stampa di presentazione - Si è tenuta venerdì 25 giugno a Roma, nella sede Rai
di via Mazzini, la conferenza stampa di presentazione di Miss Italia nel Mondo,
il concorso dedicato alla bellezza italiana all'estero ideato da Enzo
Mirigliani e condotto dalla figlia Patrizia. In diretta dal Palazzo del Turismo
di Jesolo, l'evento verrà
trasmesso da Raiuno il 30 giugno a partire dalle ore 21.20 e sarà condotto da
Massimo Giletti, non nuovo a Miss Italia nel Mondo, e Cristina Chiabotto, la Miss del 2004 rivelazione televisiva a
"Ballando con le stelle". Nel corso della conferenza stampa è stata
annunciata inoltre la presenza in giuria di Luca Toni, Campione del mondo 2006
e uno dei grandi esclusi da Marcello Lippi in questi mondiali di calcio in
Sudafrica. De.it.press
La riunione del
G20 è una riprova di quanto sia impervio il cammino verso un governo mondiale
dell’economia. Essa doveva
affrontare due grandi questioni cui l’interdipendenza economica e finanziaria
ha dato carattere globale: quali nuove regole adottare per il sistema
finanziario; quale crescita perseguire e, dunque, se riequilibrare i conti
pubblici o sostenere l’attività economica. La difficoltà era duplice: le
questioni sono di per sé ardue e per di più sono al centro di discussioni e
negoziati politici entro i Paesi ancor più che tra essi. Sono difficoltà per
così dire congenite, ineliminabili: i problemi posti dalla situazione economica
e finanziaria infatti non sono certo passeggeri e la
ricerca di accordi internazionali continuerà a intrecciarsi con quella del
compromesso e del consenso interni.
Per i Paesi
cosiddetti emergenti le due questioni sono relativamente meno ardue perché essi
sono sostenuti da una crescita economica robusta e, per ora, pressoché
inarrestabile. L’uscita dalla povertà è una trasformazione degli stili di vita
che, una volta avviata, difficilmente si ferma prima che l’acqua corrente e l’elettricità
siano arrivate in tutte le case e che i primi elettrodomestici siano venuti ad
alleviare il lavoro domestico. In quei Paesi la crescita forte aiuta i governi,
sia quelli democraticamente eletti come in India e in Brasile sia quelli
oligarchici come in Cina.
Per i Paesi
ricchi— Stati Uniti, Europa e Giappone — le sfide sono invece una prova assai
dura che investe non solo l’economia, ma anche l’equilibrio sociale e le stesse
istituzioni politiche. Sono i più ricchi, ma anche i più fragili, perché la
loro crescita materiale è largamente fondata sul consumo superfluo, perché il
debito pubblico elevato e la finanza malata sono in casa loro, perché la loro
struttura sociale mal tollera la stagnazione dell’economia e perché i loro
regimi democratici non permettono cadute del consenso. Tutto li rende
prigionieri della veduta corta.
Le due sponde
dell’Atlantico hanno orientamenti alquanto diversi e sono entrambe soggette a
una dipendenza: dai sondaggi in America, dai mercati in Europa.
In materia di riforma
della finanza, Stati Uniti ed Europa attuano le rispettive riforme con scarso
riguardo a quanto fa l’altro: priorità diverse, orientamenti di
fondo diversi. La convergenza internazionale delle regole è proclamata
ma poco praticata.
In materia di
bilancio, poiché né la moneta né il debito americani
destano finora ansia nei mercati e a Washington l’indice di popolarità del
governo è sensibilissimo alle cifre sulla disoccupazione, l’amministrazione
Obama teme soprattutto la bassa crescita e vorrebbe che l’Europa aiutasse a
sostenerla. L’Europa è nella situazione opposta: la sua divisione e il
prevalere del potere degli Stati su quello dell’Unione
hanno creato un vuoto che rende i mercati arbitri della sua politica economica.
Arbitri senza calma olimpica che, come bestie impaurite, prima impongono un
rapido risanamento dei bilanci pubblici e subito dopo si allarmano
per l’effetto depressivo che esso avrà sull’economia.
Governare il mondo
è difficile quando si fatica a governare se stessi. Ma
governare se stessi da soli, come se il mondo fosse diviso in isole non
comunicanti, è impossibile quando le sfide sono globali. Tommaso Padoa-Schioppa CdS 27
Il futuro ha bisogno di alternative
D’un tratto, come
se la crisi economica cominciata nel 2007 non fosse passata da queste parti, è
riapparsa nei vocabolari un’espressione molto usata negli Anni 80: «Non c’è alternativa». L’acronimo inglese, Tina (There
is no alternative), caratterizzò i governi di
Margaret Thatcher, e la fiducia che a quei tempi si nutriva nelle virtù
indiscutibilmente razionali delle forze di mercato. Queste ultime non andavano
regolate: si regolavano da sole, a condizione di esser lasciate senza briglie.
Il dogma del mercato mise a tacere dissensi e
recriminazioni spesso irragionevoli, ma finì col congelare il pensiero e le sue
risorse multiformi. Il fallimento del comunismo accentuò questi vizi di immobilità, perché ogni idea diversa era considerata a
questo punto una messa in questione radicale dell’economia di mercato. La
stessa parola alternativa era in anticipo screditata, proscritta. Chi aveva
l’ardire di pensare o immaginare alternative era
accusato di avvelenare e addirittura sovvertire il grande idolo dei
fondamentalisti che era il tempo presente.
La fiducia nel
dogma ha trovato nel 2007 la pietra su cui è inciampata, e cadendo ha
trascinato con sé le sicurezze che credeva di
possedere, compresa la sicurezza che le forze di mercato non avessero mai
bisogno di briglie politiche. Quel che è mancato e che manca,
tuttavia, è un ricominciamento del pensare: troppo a lungo congelata, la mente
avanza ancora a tastoni e nel buio acchiappa con le mani le parole che trova,
senza sapere se appartengano al mondo nuovo o al vecchio.
Tra queste parole
c’è l’acronimo della Thatcher, riutilizzato da governi, imprenditori ed
economisti nelle più svariate occasioni: nel caso di Pomigliano,
come nelle discussioni sui piani di rigore che i Paesi industriali si
apprestano a varare. Non vengono riutilizzate senza
ragione, perché non poche misure e decisioni sono obbligate, difficilmente
confutabili: è vero, ad esempio, che in un’economia internazionalizzata si
possono produrre automobili solo in fabbriche dove i costi di lavoro siano
abbastanza bassi e la produttività abbastanza alta da poter competere con le
produzioni in Europa orientale o Asia. Da questo punto di vista non c’è alternativa, in effetti. Se si vogliono fabbricare
automobili in Italia o in Francia o in Germania, bisogna per forza adottare
nuove condizioni di lavoro: grosso modo, quelle
indicate dal piano Marchionne.
Essendo un momento
di verità, la crisi consiglia tuttavia prudenza, quando si esprimono certezze
razionali così granitiche, impermeabili alle controversie e alle alternative. Soprattutto, essa insegna ad aguzzare lo
sguardo, e anche ad allungarlo e differenziarlo. Una cosa che è senza alternativa nel breve termine, può rivelarsi del tutto
sterile e più che bisognosa di alternative se esaminata con lo sguardo, molto
più lungo, delle generazioni che verranno e di quelli che saranno i loro
bisogni, le loro domande, i loro stili di vita. Una produzione che sembra oggi
vitale e prioritaria può essere, nel lungo termine, non così centrale come lo è
stato fino a oggi.
È questo il
momento in cui il dogma del mercato tende a divenire l’ortodossia del tempo
presente, dell’hic et nunc. L’automobile è un prodotto essenziale della nostra
esistenza, oggi. Ma non è detto che lo sarà sempre
allo stesso modo, che i modi di vita e le abitudini degli uomini non subiranno
metamorfosi anche profonde. Il clima che si degrada rapidamente, il costo del
petrolio, la scarsità delle risorse: tutti questi elementi non garantiscono
all’automobile il posto cruciale che ha avuto per gran parte del ’900, e non
saranno gli aumenti della produttività e le più severe condizioni di lavoro in
fabbrica a migliorarne le sorti. Un’auto resta un’auto,
anche se consumerà meno energia, e sulla terra ce ne sono troppe.
Nell’immediato non c’è alternativa a costruire auto in un certo modo a Pomigliano. Nel medio-lungo
periodo l’enorme numero di veicoli programmati non troverà forse acquirenti.
Gli studiosi
dibattono la questione da anni. Lo stesso Sergio Marchionne ha più volte fatto
capire, in passato, che la domanda di automobili sta declinando in maniera
strutturale, indipendentemente dalle crisi congiunturali. Già si studiano
possibili riconversioni, alternative, che vanno ben al
di là delle automobili a basso consumo. I piani alternativi non mancano e tutti
raccomandano di investire nei trasporti comuni più che nell’auto individuale,
nelle rotaie più che in ragnatele sempre più invasive di strade asfaltate, nei
motori destinati a produrre energie alternative più che in motori che
dilapidano risorse in diminuzione al servizio del singolo individuo. «I
trasporti pubblici e le energie rinnovabili saranno il fulcro industriale della
prossima generazione nell’economia globale», afferma Robert Pollin,
economista all’università del Massachusetts. Secondo alcuni autori (James Kunstler è il più pessimista, nel suo libro intitolato The
Long Emergency) il declino dell’auto diverrà visibile
quando non sarà più conveniente costruire, in epoca di petrolio raro e caro, le
città satelliti lontane dai centri-città e dai luoghi
di lavoro (i suburbia).
Il modo di vita e
di convivenza dei terrestri è in mutazione: a causa
del clima, del diradarsi di risorse del pianeta, di catastrofi come quella nel
Golfo del Messico. Muteranno bisogni, aspirazioni, influenzando sempre più i
mercati. È una prospettiva alla quale conviene pensare, fin d’ora, cominciando
a costruire le fabbriche e i lavori che saranno necessari nel mondo futuro.
Anche mondo futuro è un concetto in metamorfosi costante: non è qualcosa che
ideologicamente viene sovrapposto alla realtà,
sostituendola alla maniera di un villaggio Potemkin
che prima inganna e poi delude. È una realtà che molto semplicemente succederà,
e sulla quale tuttavia potremo incidere con una condotta o con l’altra. L’unico
vero problema è che le forze che saranno protagoniste di nuovi stili di vita e
nuovi consumi esistono in maniera flebile, non dispongono di
lobby per far ascoltare la propria voce, non hanno possenti rappresentanze. Non
l’hanno soprattutto nei sindacati e nei partiti di sinistra, il più delle volte
sordi alle esigenze di chi non ha il posto fisso, di chi vive in condizioni di
mobilità continua, di chi non è protetto da reti di sicurezza ed è già attore
di nuovi stili di vita e di consumi. Ma c’è arretratezza anche nel mondo degli
imprenditori, dove a dominare sono spesso forze gelose
del posto occupato dalle produzioni classiche: forze timorose del futuro, e
delle conversioni mentali e produttive che il futuro comporta.
Vale la pena
dunque pensare le alternative, e abbandonare le
parole-mantra di Margaret Thatcher. E vale la pena pensare il mondo
contraddittoriamente, tenendo sempre presenti i due sentieri che abbiamo
davanti. Il sentiero del qui e ora, con i suoi stati di
necessità non eludibili. E il sentiero del domani e
dopodomani, con i suoi non meno eludibili vincoli energetici e climatici.
Può darsi che nell’immediato sia corretto ricordare che non esistono alternative. Ma di alternative c’è
un enorme bisogno per il futuro, ed è un bene che vengano pensate, vagliate,
scartate, non domani ma già oggi. BARBARA SPINELLI LS 27
G20,
sfuma un accordo sulle banche. Obama presenta la riforma delle finanze
I Paesi si
impegneranno a dimezzare il loro deficit entro il 2013. E - secondo quanto
riferito dalla cancelliera tedesca Angela Merkel - ci sarà un espresso riferimento in questo senso
nel comunicato finale del G20. Le economie avanzate del G20 si impegnano nel
comunicato finale del G20 a dimezzare entro il 2013 i
loro deficit: «Ci sarà nel comunicato finale», spiega Merkel.
Il Canada, che ospita il vertice, ha proposto che i Paesi con deficit che
preoccupano assumano questo impegno.
Barack Obama si
presenta al G20 da vincitore: l'accordo trovato dalla commissione che doveva
riconciliare i testi di Camera e Senato sulla riforma della finanza lo mette in
posizione di forza rispetto ai colleghi su quello che sarà uno dei temi caldi
del vertice, che si conclude oggi a Toronto e che vede
l'Italia rappresentata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Tuttavia per il
presidente americano difficilmente la strada sarà in discesa: come ha già fatto
nel corso del G8 di venerdì e sabato, Obama cercherà di convincere le
controparti che non è ancora il momento di concludere
i piani di stimolo all'economia, mettendo a repentaglio la ripresa appena cominciata.
Molti dei leader del G20, paesi europei in testa, tremano soprattutto per un
possibile allargamento dei problemi di debito della Grecia e mirano a misure drastiche per ridurre il deficit.
E proprio il
monumentale deficit americano, aggiunto al fatto che i democratici al Congresso
hanno nei giorni scorsi bocciato un pacchetto di
stimoli per i disoccupati di lungo periodo e per gli stati dell'Unione con i
conti in disordine, potrebbero rivelarsi la vera spina nel fianco di Obama,
privando della loro forza gli appelli ad azioni decise e congiunte. Senza
contare che proprio le divergenze sulla necessità di affrontare più seriamente
i problemi del deficit americano sarebbero alla base dell'addio prematuro di
Peter Orszag, numero uno dell'ufficio bilancio, in
quella che è stata la prima grande defezione all'interno della squadra di
Governo di Obama.
A spianare la
strada al presidente Obama ci ha pensato ieri il segretario al Tesoro Timothy Geithner, secondo cui fare troppo presto marcia indietro
con gli stimoli all'economia potrebbe mettere a repentaglio la ripresa. Anche
se l'economia globale comincia a rimettersi in sesto, «le
cicatrici della crisi sono ancora visibili, per questo dobbiamo concentrarci
sulla crescita.
La nostra sfida,
come G20, deve essere agire per puntellare le prospettive future», ha detto Geithner, aggiungendo che «il ruolo del Governo è creare le
condizioni perché il settore privato investa e cresca».
Il premier
giapponese, Naoto Kan, ha
proposto di far partecipare ai prossimi G8 anche la Cina «su singoli temi». Lo ha riferito un portavoce del governo Nipponico: «Il
premier Kan ha sostenuto che invitare la Cina sarebbe
una scelta importante, per incoraggiarla ad avere un più ampio senso di
responsabilità». Il presidente cinese Hu Jintao ha accettato l'invito di Obama alla Casa Bianca
entro la fine dell'anno. La data del summit tra i capi di Stato del cosidetto G2, le due grandi
potenze mondiali, non è stata ancora specificata.
Tassa alle banche
e agli scambi finanziari
Il premier greco
Giorgio Papandreou, in qualità di
presidente dell'Internazionale socialista, ha invitato il G20 a varare la
controversa tassa sulle transazioni finanziarie come strumento di una nuova
architettura in grado di contribuire anche alla lotta contro la povertà nel
mondo. In una lettera inviata ai capi di stato e di governo del G20, Papandreou esprime la speranza che «in questi momenti
critici i leader del mondo intraprendano azioni decise e comuni per assicurare
un'economia globale sostenibile». L’U 27
I Pigs
chiedono aiuto alla Bce. Soros: Berlino manda in
rovina la Ue
Ecco uno stralcio
dell’articolo di Beda Romano su Il Sole 24 Ore 24 del
24 giugno
Tensioni
finanziarie e contrasti politici continuano a scuotere l'Europa alla
vigilia di un delicato incontro del
G-20. Da un lato
nuovi dati mostrano che alcune banche sono in grave difficoltà e che per sopravvivere
devono affidarsi alle iniezioni di
liquidità della Banca centrale europea. Dall'altro, la Germania
continua ad essere al centro delle critiche per una
politica economica troppo restrittiva. In un'intervista al settimanale di Die Zenit e poi in un discorso
all'Università Humboldt di Berlino, George Soros, ha preso di mira ieri il risanamento del bilancio
deciso dal cancelliere tedesco Angela Merkel. " I tedeschi stanno portando i propri vicini
di casa alla deflazione - ha affermato -: questo minaccia una lunga fase di
stagnazione e porta al
nazionalismo, all'inquietudine sociale, alla xenofobia. Quindi mette in
pericolo la democrazia e l'Unione Europea. ".
(.) Negli ultimi giorni le critiche alla politica
tedesca sono giunte anche dal Premio Nobel Paul
Krugman. Il governo tedesco cerca di calmare
le acque, proprio mentre l'ultimo Pmi, l'indice che
riflette la fiducia dei direttori degli acquisti nella zona euro, ha mostrato
ieri il secondo calo consecutivo, segnalando che la crescita in Europa potrebbe
rallentare nella seconda parte dell'anno.
(.) Da settimane ormai le banche dei paesi a rischio -
Spagna, Portogallo,
Grecia e Irlanda -
sono sotto pressione. A causa della crisi debitoria che
sta colpendo gli stati del Sud Europa, gli istituti di
credito di questi
paesi hanno difficoltà crescenti a finanziarsi sul mercato
perché le loro
controparti non si fidano dei loro bilanci. Devono quindi rivolgersi
alla
Bce, che da mesi
ormai sta garantendo liquidità illimitata e a tasso fisso.
La dipendenza
dall'istituto monetario sta raggiungendo nuovi record. Secondo
uno studio della Royal Bank of Scotland - che per questo
ha minuziosamente
spulciato i rapporti mensili delle banche centrali nazionali - le
banche
greche, spagnole, portoghesi e irlandesi sono responsabili per
due terzi
dell'incremento di liquidità che la Bce ha effettuato dalla
metà del 2008
(in tutto 225 miliardi su un totale di 332). Il dato è
impressionante perché
segnala un'accellerazione: nel giugno
2009, la quota di questi istituti di
credito rispetto al totale era del 40%. Jacques Cailloux e Nick Matthews
notano che i contributi delle banche greche e irlandesi
all'aumento della
liquidità proveniente dalla Bce sono nove volte il peso di questi
due paesi
nel prodotto interno lordo della zona euro. Secondo Moody's, le sole banche
greche hanno preso a prestito fino a 89,4 miliardi. Viceversa
gli istituti
francesi o italiani hanno contribuito all'incremento in
proporzione minore
del loro Pil. Per ora, le operazioni straordinarie di
liquidità decise dopo
il drammatico fallimento di Lehman
Brothers verranno a scadere entro la fine
del 2010. Molti osservatori però si aspettano che l'istituto
monetario
introduca nuove misure di sostegno, in particolare a cavallo
dell'anno.
(de.it.press)
G20 di Toronto. Merkel:
«Deficit dimezzato entro il 2013»
L'accordo trovato
durante la cena di sabato sera. Le banche dovranno contribuire al risanamento
del settore
MILANO - Le
economie avanzate del G20 si impegnano a dimezzare entro il 2013
i loro deficit. «Ci sarà nel comunicato finale», spiega il cancelliere tedesco Angela Merkel.
Il Canada, che ospita il vertice, ha proposto che i Paesi con deficit che
preoccupano assumano questo impegno. E nella bozza della dichiarazione finale
si precisa che: «La principale priorità del G20 è quella di
salvaguardare e rafforzare la ripresa, gettare le fondamenta per una crescita
forte, sostenibile ed equilibrata e potenziare la capacità dei nostri sistemi
finanziari di far fronte ai rischi». «Se, da un lato, si assiste a un ritorno
alla crescita, dall'altro la ripresa è diseguale e fragile, l'occupazione in
molti paesi resta ancora a livelli inaccettabili e l'impatto sociale della
crisi è ancora ampiamente sentito». Risulta dunque
cruciale, si legge nella bozza, «dare vigore alla ripresa. Per sostenere tale
ripresa, dobbiamo continuare a mettere in atto i piani di stimolo esistenti,
adoperandoci al contempo per creare le condizioni per una vigorosa domanda
privata». E nella bozza si parla
anche delle banche che d'ora in avanti dovranno contribuire al risanamento del
settore finanziario, ma attraverso «un'ampia gamma di approcci politici». Dunque nessun vincolo a introdurre una tassa globale sulle
banche. È quanto si legge nella bozza di conclusioni del G20, in cui si prende
atto che alcuni paesi hanno scelto la strada della tassazione e altri impostazioni diverse. «L'occupazione in molti Paesi
resta ancora a livelli inaccettabili e l'impatto sociale della crisi è ancora
ampiamente sentito»: questo è quanto si legge nella bozza della dichiarazione
finale del G20 su cui dovrebbe essere stato raggiunto un accordo. A differenza
di quanto circolato nei giorni scorsi, invece, sembra che nel comunicato finale
non sarà inserito alcun riferimento alla Cina e al tasso di cambio della yuan.
TROVATO L'ACCORDO
- Parlando ai giornalisti prima dell'inizio dell'assemblea plenaria del summit, la Mekel ha spiegato
che alla cena di sabato sera i leader del G20 hanno approvato una proposta di
compromesso per la riduzione dei deficit delle "economie avanzate"
proposta dal Canada. «Sarà nella dichiarazione finale e, ad
essere onesta, devo dire che è più di quanto mi aspettassi perché è molto
specifica ed è stata accettata da tutte le nazioni industrializzate, credo che
questo sia un successo» ha detto il cancelliere tedesco. Nelle settimane
precedenti al vertice di Toronto Barack Obama aveva scritto una lettera ai
colleghi ricordando la necessità di non interrompere lo stimolo all'economia
per dare vigore ad una ripresa economica ancora
anemica, esprimendo in questo modo critiche alle scelte di massima austerity
adottate dall'Europa dopo la crisi greca. Nella bozza del comunicato finale si
chiede anche ai Paesi sviluppati di «stabilizzare» il proprio livello del
debito entro il 2016, ma non è chiaro se questo
obiettivo è stato approvato da tutti i leader del G20. In ogni caso l'accordo
di compromesso accoglie anche le posizioni americane, chiedendo ai paesi del
G20 di assicurarsi che ogni taglio del bilancio non abbia effetti negativi
sulla crescita e che facciano il loro meglio per stimolare la ripresa dei
consumi.
ESSERE CHIARI -
«C’è il rischio che non riuscire a comunicare piani di chiara e credibile
disciplina fiscale possa mettere a repentaglio la ripresa economica, ma c’è
anche il rischio che, anche se il consolidamento fiscale sarà molto rapido e
sincronizzato, si possa avere un impatto negativo sulla ripresa». E’ di questo avviso Tiff Macklem, dirigente del governo canadese in materia
finanziaria e da luglio vicegovernatore della Banca del Canada, secondo cui il
punto fondamentale per il Paesi del G20 è portare avanti discussioni serie
sulla necessità di trovare un punto di incontro che metta in equilibrio le
varie componenti. CdS 27
G8. Se ognuno dei cuochi bada alla sua pentola
La lenta agonia
del G8 prosegue il suo corso, anche se nessuno è ancora in grado di verificarne
la morte cerebrale. Perché la sua fine non facesse troppo rumore
è stato per ora affiancato al G20, che progressivamente ne prenderà il posto
senza pianti e senza rimpianti. Il G8 ormai da qualche tempo rappresentava una
realtà mondiale sorpassata e la riunione di ieri lo ha
semplicemente confermato. Sono stati passati in rassegna tutti i principali
aspetti della politica internazionale (dall’Afghanistan, all’Iran, dal
terrorismo internazionale al narcotraffico) senza tuttavia alcuna sostanziosa
nuova deliberazione in materia.
L’unica cosa
importante è l’impegno di mettere a disposizione la cospicua somma di 7,3
miliardi di dollari per la salute delle madri e dei bambini nei Paesi più
poveri del pianeta, anche se debbo prendere questa
bella decisione con un pizzico di prudenza perché non sarebbe la prima volta
che i Paesi del G8 si impegnano ad assegnare ai Paesi più poveri risorse che
non vengono poi versate ma restano solo una promessa. Non parliamo poi
dell’efficacia concreta dei generici impegni per un approccio globale nella
lotta contro la fame nel mondo. Quasi mai i fatti hanno avuto la stessa
dimensione delle parole.
Ho partecipato a
troppi G8 nella mia vita (cinque come presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana e cinque come presidente della
Commissione Europea) per non essermi reso conto della caduta di
rappresentatività dei G8 in un mondo che cambia e in cui i nuovi attori della
politica e dell’economia mondiale, tenuti fuori da tale consesso, non possono
essere più esclusi dalle grandi decisioni che riguardano il futuro del mondo.
Celebrata
l’estrema unzione del G8 è successivamente iniziato il
G20, nel cui campo giocano sostanzialmente tutti i protagonisti della politica
mondiale che dovranno essere in futuro il punto di riferimento delle grandi
decisioni planetarie, ma che oggi potranno concludere ben poco per la mancanza
di accordo sul principale tema che è sul tavolo e cioè la strategia di uscita
dalla crisi.
Il presidente
americano Obama ha infatti, a questo proposito,
chiesto ripetutamente ai due Paesi che sono fortemente in attivo nei saldi del
commercio mondiale di riequilibrare la propria posizione, rendendo in tal modo
più facile l’aggiustamento di coloro che, a partire dagli Stati Uniti, sono
invece in cronico passivo. Alla Cina Obama ha chiesto la flessibilità del
cambio dello yuan, mentre ha fatto pressione sulla
Germania perché aiutasse la ripresa adottando una politica di minore austerità
fiscale.
La risposta
positiva cinese è stata già data in anticipo con la disponibilità verso una
maggiore flessibilità della valuta nazionale.
È un impegno
importante ma che lascia alla Cina un grande margine
discrezionale sui tempi e sui modi di attuazione di un’eventuale rivalutazione.
La Germania ha
invece risposto picche ed ha varato invece un piano di austerità, non certo
utile per la ripresa europea (che poneva le proprie speranze sulla crescita
della domanda interna tedesca) ma sicuramente popolare presso gli elettori
tedeschi, convinti che la crisi debba in ogni caso essere combattuta con
l’austerità, anche se le ricette per la guarigione non possono essere le stesse
quando le malattie sono diverse.
Nessuna proposta
comune, quindi, per accelerare la ripresa dell’economia, anche se non noi
europei non possiamo muovere alcun rimprovero agli altri perché, nonostante il
legame che ci unisce, non siamo stati in grado di disegnare un percorso comune
di uscita dalla crisi. Non mi dolgo invece riguardo al
mancato accordo su una tassa sulle banche. Capisco che essa sarebbe stata molto
popolare, ma sarebbe anche stata quantomeno una ragione per rendere più caro il
credito, scaricando sui clienti il peso della tassa stessa proprio in un
momento in cui molte aziende sono affamate di credito semplicemente per
sopravvivere.
Se non succedono
miracoli sarà quindi un G20 particolarmente magro e
magri saranno anche i prossimi, se non ci affrettiamo a dotarli di strutture
forti e permanenti, in grado di elaborare le proposte con largo anticipo e di
arrivare all’approvazione finale dopo discussioni approfondite ed esaurienti.
Questi vertici, con protagonisti numerosi e con calendari serrati e
predeterminati, possono arrivare ad importanti
decisioni solo se il menu è quasi pronto prima dell’inizio della riunione. Mi
sembra che, stavolta, il menu fosse scritto solo sulla carta e che in cucina
non ci fosse nessuno chef in grado di coordinare il
lavoro dei cuochi e che ognuno badasse solo alla sua pentola. Se il G8 sta
passando a miglior vita per la insufficiente
rappresentatività dei suoi protagonisti, non vorrei che il G20 entri in una
crisi irreversibile perché gli attori non sono in grado di lavorare insieme. IM
27
Il cartellino rosso del Quirinale
L’altolà di
Giorgio Napolitano ufficializza l’esistenza di un «caso Aldo Brancher». E
sanziona la strategia di usare la nomina a ministro solo per chiedere il
legittimo impedimento e non presentarsi al processo nel quale è imputato. Per
il capo dello Stato, la promozione di Brancher ha
assunto contorni diversi da quelli previsti e promessi. La nota uscita ieri dal
Quirinale va considerata soprattutto come una presa di distanza dall’uso strumentale di una legge già di per sé controversa; e
sfruttata in questi giorni in modo a dir poco disinvolto. A provocarla sono
state le affermazioni a ruota libera del neoministro, a lungo uomo- cerniera
fra Pdl e Lega; ma anche la volontà di fermare una
deriva.
Umberto Bossi da a Napolitano conferma l’asse fra Carroccio e Quirinale. E
induce Brancher ad arretrare dicendosi pronto a presentarsi dal giudice entro
luglio. Silvio Berlusconi, in Canada per il G8, deve maneggiare un’altra spina istituzionale proprio mentre cerca di forzare
i tempi sulle intercettazioni. Da ieri, Brancher si trova nella condizione
scomoda di chi è delegittimato dal capo dello Stato davanti al quale ha giurato
pochi giorni fa; e che non vuole avallare un legittimo impedimento a suo avviso
infondato. «Non c’è nessun nuovo ministero da organizzare »,
spiega lapidario il Quirinale riferendosi alle giustificazioni di Brancher. «È
stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio».
Non è detto che la
presa di posizione porti alle dimissioni, richieste all’unisono
dall’opposizione: gli avvocati difensori del ministro accolgono la precisazione
di Napolitano quasi fosse un dettaglio fra tanti. Dicono
infatti che «sarà valutata in sede giudiziaria come ogni altro
elemento». È un minimalismo che cerca di azzerare il rilievo politico che
l’iniziativa presidenziale promette di avere: i contraccolpi che sta provocando sono già vistosi. Le parole del capo dello
Stato suonano infatti come un sostegno oggettivo ai
magistrati che dovranno valutare se il legittimo impedimento è tale; e come un
avvertimento al governo a non abusare di una misura che ha già sollevato dubbi
di costituzionalità.
Palazzo Chigi
coglie le implicazioni della mossa. Ufficialmente tace. Ma
le dichiarazioni di alcuni esponenti berlusconiani tradiscono l’irritazione nei
confronti di Napolitano. Il presidente della Repubblica è accusato di essersi
mosso in modo irrituale; o, peggio, di adottare uno stile presidenzialista che
tenta di commissariare il governo. Non sono ancora avvisaglie di un conflitto,
perché Berlusconi fino a ieri sera non si è pronunciato; e perché in questa
fase non ha nessuna voglia né interesse ad alimentare la polemica col capo
dello Stato: tantomeno di litigare con la Lega. Nel centrodestra, però, la
vicenda può essere sfruttata da chi in questa fase contesta il premier.
Il presidente
della Camera, Gianfranco Fini, ha già espresso le sue perplessità sul ricorso
al legittimo impedimento. Il commento di Bossi su un Brancher «poco furbo» è
uno smarcamento netto. Il nervosismo e l’imbarazzo del Carroccio non nascono
soltanto dalla scelta iniziale di affidargli il «ministero del federalismo»:
definizione che ha fatto infuriare Bossi e costretto Berlusconi a cambiarlo in
fretta. Per i lumbard non è facile avallare una
nomina sfruttata immediatamente per evitare il tribunale. La richiesta dell’Idv a Bossi di firmare col centrosinistra una mozione di
sfiducia è il tentativo di inserire un cuneo più profondo in un centrodestra
disorientato. Probabilmente la manovra non riuscirà. Ma il «caso Brancher»
lastrica il futuro della maggioranza di ulteriori
incognite.
Massimo Franco CdS 26
Istituzioni e credibilità.
In gioco il bene supremo di un Paese
L’intervento del
Quirinale in merito all’incredibile vicenda del neoministro Brancher che appena
nominato è corso ad avvalersi di un presunto “legittimo impedimento” per
sottrarsi ad una udienza di un processo in cui è
imputato non è un intervento di ordinaria amministrazione. Non perché configuri
un conflitto fra l’autorganizzazione del governo e il Capo dello Stato, ma
perché invece è un chiaro messaggio di Napolitano a tutti quelli che lo tirano
per la giacca chiedendogli di intervenire su provvedimenti legislativi del
governo che spesso appaiono disinvolti.
Le critiche
all’improvvisa nomina di Brancher ad un ministero che
è subito apparso un pretesto più che una necessità sono state molto ampie e
sono venute anche da diversi settori che non sono per niente ostili al governo.
Era subito sembrato incomprensibile che in tempi di austerità e di polemiche
contro sprechi e burocrazia (polemiche in cui molti
uomini del governo Berlusconi sono in prima linea) ci si mettesse a creare un
ministero senza portafoglio, per di più su una materia che era già competenza
di un politico del peso di Bossi. Non era difficile immaginare che questo
scatenasse le dietrologie e che girasse subito la spiegazione che lo si era fatto per consentire all’uomo politico di
sottrarsi al processo con il ricorso al legittimo impedimento.
Ebbene con tutto
questo alle spalle l’on. Brancher si è buttato subito a dar ragione ai suoi
critici correndo ad avvalersi del legittimo impedimento quasi un minuto dopo la
sua nomina e con la risibile motivazione che aveva da organizzare il suo nuovo
ministero (proprio nel giorno dell’udienza? E con
tanta urgenza da non poter perdere neppure qualche ora?).
Ora qualsiasi
osservatore capisce che il caso sfiorava, oltre che la vergogna, il ridicolo.
Il Quirinale era stato molto criticato dai soliti pasdaran per aver firmato la
legge sul legittimo impedimento, che invece, di per sé e applicata in modo
proprio, non è affatto scandalosa. Come poteva non
intervenire nel momento in cui alcuni personaggi facevano carne di porco di una
legge che voleva essere di garanzia trasformandola in un escamotage per
risolvere dei guai personali?
La credibilità delle istituzioni è un bene supremo e nessuno lo
sa meglio del presidente Napolitano che si è battuto, non di rado in dolorosa
solitudine istituzionale, per tenere la sua Suprema Magistratura fuori di ogni
inclinazione valutativo-politica nel merito delle
leggi, e per garantirne invece il ruolo di garanzia dei valori sostanziali di
compatibilità complessiva con le regole del nostro sistema costituzionale.
Chiunque guardi alla umiliante vicenda di Brancher non
può sottrarsi al giudizio da dare su di essa: un uso bassamente strumentale
delle normative per vantaggio personale, neppure motivato con un po’ di stile.
Dunque un colpo pesante alle istituzioni, fra l’altro inflitto nel momento in
cui il presidente del Consiglio è a Toronto per prendere parte ad un importante G8-G20: certamente queste notizie
dall’Italia, che le cancellerie internazionali conosceranno subito, non sono
del genere che rafforza la credibilità di Silvio Berlusconi a quell’importante
tavolo.
La domanda che
viene allora da porsi è come mai si sia finiti in un
pasticcio di questo genere. Non ci voleva certo una equipe
di raffinatissimi politologi, costituzionalisti e consiglieri politici, per
capire che si stava montando un trappolone che, bene che andasse, sarebbe
finito nel ridicolo (ed alla fine è andata persino peggio). Non riusciamo a
credere che nello staff di Berlusconi non ci siano uomini che capiscono tutto
questo. Di conseguenza si finisce per chiedersi se non abbiano ragione,
quantomeno in parte, quelle voci che descrivono un presidente del Consiglio
appannato, che ha perso lucidità e fa fatica a tenere sotto controllo i suoi
uomini.
Si tratta di un
aspetto ancora più preoccupante della vicenda in sé e Berlusconi farebbe bene a
mostrare che anche in questo caso è in grado di tenere sotto controllo certe
inculture istituzionali che allignano nella sua cerchia e di non farsi
trascinare in un clima che rischia di essere quello dell’autunno della Repubblica.
Il Quirinale in
questo caso, anche se non sembra, è stato una garanzia anche per la
maggioranza. Ha infatti evitato che passasse
l’interpretazione estremista per cui la legge sul legittimo impedimento è
esattamente quello che l’ha fatta apparire Brancher, cioè una “furbata” per far sistemare a qualche politico i propri
affari con la giustizia, ribadendo invece, indirettamente, che l’uso rigoroso
anche di una legge discutibile può rientrare negli strumenti di organizzazione
di un equilibrio democratico. A patto, ovviamente, di tagliare fuori, senza
pietà, tutti quelli che ci provano. PAOLO POMBENI IM 26
Dalla parte dell'etica e del diritto
E’ irrituale il
comunicato di Napolitano sul caso Brancher? Può darsi; ma certamente è fuori da
ogni rito democratico che un ministro senza ministero, prima ancora di capire
quale sia il suo daffare nel governo, mandi a dire ai propri giudici che ha
troppo da fare, verrà in tribunale un’altra volta. Trasformando
il sospetto in una prova, quanto alle ragioni della sua fulminea nomina.
E soprattutto trasformando il legittimo impedimento in un’onda collettiva di
legittima indignazione, come ha scritto Cesare Martinetti su questo giornale.
Di tale sentimento il Presidente non può che farsi interprete, nel suo ruolo di
custode di valori etici, oltre che giuridici. Anche il diritto, però, vuole la
sua parte. E almeno in questo caso il diritto sta dalla parte del nostro
Presidente. La legge n. 51 dello scorso 7 aprile - che ha introdotto questa via
di fuga dalle aule giudiziarie per il premier e per i suoi ministri -
stabilisce che il legittimo impedimento può essere invocato quando altrimenti verrebbe ostacolata una funzione di governo. Nel suo tenore
letterale, l’art. 1 della legge non distingue fra
ministri con dicastero ovvero senza portafoglio. Aggiunge tuttavia che
l’attività ministeriale dev’essere di volta in volta
disciplinata da una norma, non dai desideri dell’interessato.
Quale specifica
attività ministeriale impedisce al neoministro di presentarsi in tribunale? E
qual è la specifica norma che la regola? C’è poi un’ultima questione, sempre in
punta di diritto. La legge parla di «legittimo» impedimento, non d’impedimento «assoluto». Il primo è sindacabile dal giudice,
il secondo no. Significa che un’interpretazione costituzionalmente orientata
può temperare le due esigenze in gioco - quelle del governo e quelle della
giustizia - senza sacrificare troppo l’ultima alla prima. Significa perciò che
ogni magistratura giudicante potrà ben valutare se l’impedimento è davvero
«legittimo», ossia conforme alle leggi sull’attività ministeriale. Ecco, è
questo il senso del comunicato che abbiamo letto ieri. Un avallo interpretativo
- il più autorevole, anche perché dettato da chi presiede il Consiglio
superiore della magistratura - verso letture compatibili con la
Costituzione, quando si tratta di applicare questa legge travagliata. Poi
spetterà ai giudici l’ultima parola. MICHELE AINIS LS 26
Il caso del ministro Aldo Brancher. Fretta e faccia tosta
Aveva detto che
avrebbe tenuto “bassissimo” il numero dei ministri ed è arrivato a 23, inventandosi, per il fedele collaboratore Aldo Brancher,
un ministero misteriosioso e nuovissimo e che serve
al neonomito ministro, per chiedere subito lo scudo
del “legittimo impedimento”, mandando su tutte le furie non solo l’opposizione,
ma creando amarezza e avvilimento nel Capo dello Stato, oltre ad una nuova
maretta fra i finiani. Finanche il “giornalista di
corte” Maurizio Belpietro su Libero, critica la scelta di
nominare ministro Aldo Brancher, indagato nel processo Antonveneta e la
definisce “maldestra” e “surreale”. Il Messaggero, il Corriere della Sera, e il
Sole24Ore suggeriscono a neoministro le dimissioni e ricordano che il duro e inconsueto
comunicato di ieri del Quirinale, non può essere ignorato o ridotto alla logica
leguleia di un processo di provincia. “Il caso Brancher non è più nelle mani
dei suoi avvocati e forse neppure di Brancher stesso, ma in quelle del
presidente del Consiglio", scrive il giornale di Confindustria. Il
Giornale, invece, quello della famiglia Berlusconi, chiama in causa, polemixcante,
l'alleato del Carroccio: "Cari leghisti non fate i furbetti", è il
titolo dell'editoriale del condirettore Alessandro Sallusti,
che non crede all'irritazione manifestata da Umberto Bossi per la nomina di
Brancher: "La Lega non può far finta di non saperne nulla, non sta in
piedi a rigori di logica. Di più. Evidentemente qualcuno nelle alte sfere del
Carroccio ha chiesto la nomina di Brancher a ministro, è stato accontentato,
questo qualcuno abbia oggi il coraggio di assumersi la responsabilità di fronte
al Quirinale, al governo e agli elettori, perché è vero
che il Cavaliere ha le spalle larghe, ma tutto ha un limite, anche la decenza".
Insomma, ancora una volta Berlusconi crea problemi seri e intricati, con le sue scelte
personalistiche e imprudenti. Ha portato dentro il governo un
suo ex dipendente sotto processo, nominandolo (ed irritando così Bossi)
ministro del "federalismo" ed in questo modo gli ha consentito il
ricorso alla scudo da lui stesso creato, che lo rende per ora immune da ogni
azione giudiziaria. Un tipo frettoloso e maldestro, questo
Brancher, come molti vicini al Cavaliere. Anche i suoi amici, gente che
di queste faccende se ne intende, guardano ai fatti in modo critico e
sostengono, fra vergognosi e divertiti, che sarebbe bastato che si presentasse
nell'aula del tribunale, balbettasse qualcosa e avrebbe trascorso un’estate
tranquilla. Invece, nell’euforia della nomina tanto sperata, Brancher deve aver
pensato di essere ministro per davvero: “Devo organizzare il mio ministero”, ha
proclamato l'altro ieri nello stupore generale e in
risposta ai giudici, creando così le
basi per l’arrivo della secca, stizzita nota della presidenza della
Repubblica, che da sola, anche se non ne fosse seguita una furente richiesta di
dimissioni da parte dell'intera opposizione, avrebbe indotto chiunque a
ritirarsi dal governo, dal parlamento e, magari, anche dall'Italia. Soluzioni che,
naturalmente, Aldo Brancher non prende in alcuna considerazione, altrimenti che
“berluscones” doc mai sarebbe? L’esempio viene, come
scrive Giovanni Maria Bellu su l’Unità, da personaggi come
Marcello Dell'Utri, sempre in parlamento e sempre
imputato, sempre libero, salvo una breve periodo e oggi, giorno della sentenza
d'appello, chissà… magari anche innocente tra
prescrizioni e derubricazioni. O come Vittorio Mangano il quale - erano altri
tempi - non poté mai diventare parlamentare e sopportò, in silenzio,
dall'ergastolo, il peso dei suoi segreti. E con questi esempi e questo governo,
a noi sopportare nomine come quella di Aldo Brancher, il quale, col suo
ministero senza portafoglio, costa comunque alle casse dello Stato un milione
di euro e si sottrae bellamente, anche se maldestramente, alle sue responsabilità legali e
morali. Quanto a Berlusconi, è al G20 in Canada e non risponde. Ma parla un berlusconiano doc come Osvaldo Napoli: “La nota del
Quirinale è irrituale sotto ogni profilo. Il presidente della Repubblica
interviene su una scelta giuridica di competenza del ministro Aldo Brancher,
con ciò anticipando il giudizio del magistrato di merito. Il Quirinale,
inoltre, facendosi interprete di una legge e dei provvedimenti ad essa eventualmente collegati, come lo scudo giudiziario
all'esame della Commissione Affari costituzionali, indirizza politicamente
quella discussione. Sotto il profilo costituzionale, mi pare
abnorme la portata della nota”. A noi, invece, pare
enorme la portata di ciò che il berluscones ha
il coraggio di dichiarare: questione di punti di vista. Noi, come il pm di
Milano che indaga sui fatti dell’Antoveneta, Eugenio Fusco, ci
sentiamo “presi in giro” e abbiamo poche speranze circa l’invio
in tempo utile di richieste di ricorso, inoltrate alla Corte Costituzionale per
una legge che, comunque "si fa fatica a non giudicare
incostituzionale" e che giova, lo si vede, solo ad alcuni, nuocendo
all'intero Paese. E se si tiene conto che, con Brancher, fra il 17 ed il 18 scorsi, il governo ha nominato, passando la cosa
sotto-traccia, Pasquale De Lise a presidente del Consiglio di Stato su
suggerimento diretto di Silvio Berlusconi, possiamo renderci conto della fretta
e della faccia tosta di questo esecutivo.
Come ricorda Cecilia M. Calamani sul Manifesto
(rubrica Cronache Laiche), del 22 giugno, il magistrato vanta un curriculum
giudiziario di tutto rispetto. Ex capo di Gabinetto di molti ministri, già
presidente aggiunto del Consiglio di Stato e presidente del Tar del Lazio, lo
scorso 10 giugno è stato nominato dal Governo, su proposta del Ministro
Tremonti, presidente della Commissione tributaria centrale. Ma il suo nome
appare sulle cronache della ‘cricca’ Anemone-Balducci
& Co, in qualità di consultore di Propaganda Fide,
l’immobiliare vaticana sulla quale è scoppiato l’ultimo scandalo economico che
lega i palazzi della politica a quelli d’Oltretevere.
A detta dell’ex ministro Pietro Lunardi, “Balducci
insieme al presidente del Tar De Lise e all’avvocato Leozappa,
genero di De Lise, gestiva il patrimonio di Propaganda Fide”. Quel patrimonio
immobiliare di extra lusso, cioè, che sarebbe stato ben distribuito, tra
affitti e compravendite a prezzi ‘di favore’, tra più di duemila vip (tra i
quali Bertolaso e lo stesso Lunardi), grazie all’intermediazione del cardinale
di Napoli Crescenzio Sepe.
Ma De Lise è citato anche nelle varie intercettazioni sui Grandi eventi, a
svelare (altri) rapporti poco limpidi proprio con Balducci,
con sullo sfondo
l’ombra dell’uomo del Premier per eccellenza: Gianni Letta. Insomma, a
fronte della nomina di De Lise, il caso Brancher, secondo alcuni, è solo un’inezia su
cui tranquillamente fare commenti sotto gli ombrelloni, fra una maledizione a
Lippi e discussioni infinite su come “riformare” la Nazionale per tornare, con
orgoglio, a gridare “Forza Italia”.
Carlo Di Stanislao, de.it.press
Bossi spera nell'aiuto del Quirinale
Nel bel mezzo del
pasticcio originato dalla nomina a ministro di Brancher, e dal suo tentativo,
fallito ieri sera, di utilizzarla per sottrarsi ai giudici, Bossi dice che «il
Quirinale è il punto che tiene in equilibrio lo Stato» e i leghisti salgono due
volte in tre giorni al Colle.
Qualcosa, è
chiaro, si sta muovendo. Se solo si considera che il Carroccio ha sempre avuto una palese diffidenza per l’inquilino del
Palazzo più importante - Scalfaro, con cui pure Bossi firmò il «ribaltone», o
Ciampi, di cui non sopportava l’esplicita passione patriottica, senza
differenze -, fa riflettere la liaison tra la Lega e Napolitano, il primo
Presidente della Repubblica a non essere fischiato dalle camicie verdi quando
va a parlare di federalismo e unità nazionale nei territori padani.
Seppure solo
adesso stia emergendo chiaramente, la consuetudine tra il Capo dello Stato e il
Carroccio data da tempo. A parte la stima e il
rispetto reciproci, che hanno fatto dire a Bossi, col
suo tono un po’ spaccone, che lui e Napolitano sarebbero in grado di risolvere
in cinque minuti il pasticcio della legge sulle intercettazioni, c’è, a partire
da sedici anni fa, quando entrò per la prima volta al Viminale come ministro
dell’Interno, il rapporto con Maroni, che ha accettato di buon grado le
critiche del Quirinale al decreto sicurezza e s’è impegnato a cambiarlo appena
possibile. E c’è stata, di recente, la pubblica pace con il sindaco di Verona
Flavio Tosi, quello che si vantava di tenere appesa nel suo ufficio la foto del
presidente partigiano e nordista Pertini, e che invece al momento di riceverlo
l’ha sostituita e s’è fatto trovare con quella di Napolitano dietro la
poltrona. Insieme, poi, Tosi e il Presidente hanno fatto una passeggiata a
piedi nel centro della città, che simboleggiava la plateale riconciliazione.
Le ragioni di
questa imprevedibile convergenza sono chiare, anche se a prima vista i soggetti
non potrebbero apparire più lontani: Napolitano con il suo amore per Napoli e
il Sud e l’impegno ormai solitario sulla trascuratissima questione meridionale,
Bossi che a Napoli c’è andato sì e no una volta con Berlusconi e s’è fermato a
prendere una pizza con evidente disagio. La prima spiegazione è la politica
intesa un po’ alla vecchia maniera, come costruzione e arte del possibile, non
solo scontro quotidiano di propaganda. Il Senatùr e
il Presidente sono ancora due tipici leader della Prima Repubblica, che si
parlano, studiano le loro mosse, cercano l’avvicinamento, e anche quando non lo
trovano non si chiudono mai la porta in faccia. Questo
ha reso possibile, per il Presidente, valutare certe rumorose e sgarbate, in
qualche caso, uscite della Lega, tipo le assenze alle cerimonie del 2 Giugno,
per quel che sono: mosse propagandistiche senza sostanza che non devono
influire su un percorso di collaborazione.
Poi c’è la
percezione, chiara per tutti i leghisti che lo hanno
incontrato, compreso Calderoli che è il più esuberante, che Napolitano è un
vero riformista, convinto che così com’è l’Italia non può andare avanti, che
debba finalmente rinnovarsi e in quest’ambito si possano coniugare
intelligentemente unità nazionale e federalismo. Napolitano ha dedicato fin
dall’inizio il suo settennato alle riforme, non ha mai mostrato nostalgie
passatiste o centraliste, ha parlato chiaro in tutti gli appuntamenti ufficiali
importanti, ha insistito sugli stessi argomenti nei suoi messaggi di Capodanno,
e tutto ciò, a differenza di Berlusconi con cui l’alleanza è solida
ma guardinga, lo rende credibile agli occhi della Lega e strategico nel momento
in cui la confusione tra manovra economica, intercettazioni e riforme cresce e
sembra piegare verso uno sbocco inconcludente, oltre a far temere un nuovo
rinvio del federalismo.
Il Presidente fa
quel che può, ma quando promette mantiene, dicono i
leghisti. Inoltre, da qualche tempo, Bossi e i suoi hanno ripreso a sospettare
che Berlusconi, se la situazione economica lo consentisse dando un po’ di
respiro, sotto sotto non abbia rinunciato all’ipotesi
di elezioni anticipate, come resa dei conti con Fini. Le elezioni prima del
federalismo, va da sé, sarebbero un disastro per la Lega, che in occasione del
caso Brancher ha scontato un evidente mugugno della base nel raduno simbolico
di Pontida. Per questo, tra le altre cose di cui sono andati a parlare al
Quirinale, i leghisti hanno fatto capire che si aspettano, nel caso infausto le
loro previsioni dovessero realizzarsi, una cautela speciale da parte di
Napolitano prima di sciogliere di nuovo le Camere. MARCELLO SORGI LS 27
Il tema vero: il sud arretrato. La questione non e’ padana
Dalla Sicilia
all’Alto Adige, tentazioni secessioniste non sono mancate. Ora però andiamo a
celebrare i centocinquanta anni dell’unità d’Italia mentre l’unità
scricchiola più che mai. È un pessimo segno che la lotta politica (che ha
sempre una dimensione simbolica) diventi competizione
intorno a simboli nazionali: la bagarre nel consiglio comunale di Milano sulle
«radici padane » della città, la polemica sull’esistenza o meno della Padania,
le baruffe sull’inno di Mameli.
«Esiste» la
Padania, intesa non come luogo geografico e nemmeno come semplice blocco di interessi, ma come vera nazione? Al momento sembra di no,
tranne che nella mente dei militanti leghisti. Però,
attenzione: le nazioni sono tutte, storicamente, comunità «inventate». Esistono
o non esistono a seconda di quanti credono, o non
credono, nella loro esistenza. Quando si scatena una competizione fra simboli e
controsimboli non si può
sapere come andrà a finire. Oggi la Padania non esiste sia perché
l’imprenditore politico che ne possiede il copyright,
Umberto Bossi, è ben lontano dall’avere, al Nord, la maggioranza dei consensi
sia perché, a quanto sembra, nemmeno i cuori di molti elettori leghisti sono
scaldati dalla Padania/ nazione. Votano Lega, stando ai sondaggi, per una
varietà di motivi: economici (meno tasse e meno trasferimenti al Sud),
antistatalisti (meno burocrazia centrale), di sicurezza (questione della immigrazione). Oppure perché solo i leghisti sono
andati a parlare con loro nei paesi o nei quartieri. L’impacchettamento di
questi variegati motivi, la loro ricomposizione entro un quadro simbolico
coerente (la Padania) è un’operazione non ancora riuscita alla Lega ma non è
detto che in seguito ciò non possa accadere.
Se la Padania
(ancora) non esiste, che cosa fa scricchiolare l’unità nazionale? Il fatto che
arrivino al pettine i nodi di un fallimento storico, dell’incapacità delle
classi dirigenti di risolvere il problema del Sud. Non
si può avere una «questione meridionale» che duri ininterrottamente per
centocinquanta anni senza che, alla fine, ciò comporti gravi conseguenze
politiche. Rispetto a ciò, la Lega è un effetto (il più appariscente), non una
causa. Perché l’idea che il Sud sia una palla al piede che frena lo sviluppo
del Paese, non circola solo fra i leghisti, ha una diffusione ampia. Per quale
altro motivo, d’altra parte, il federalismo fiscale avrebbe potuto suscitare così tanto interesse?
Ne discende una
logica conseguenza: è del Sud che ci si deve occupare. Perché se non si creano,
e in fretta, le condizioni per uno sviluppo autonomo del Sud, saranno guai. Qui
ci si scontra però con l’abulia delle classi dirigenti meridionali. Nelle
regioni più disastrate non è in atto alcun piano di bonifica radicale delle
istituzioni, niente che lasci intravedere una reale disponibilità a mutare
comportamenti e abitudini. Nessuno crede che i servizi pubblici al Sud
cesseranno, a breve, di essere scadenti e molto più costosi
che in Lombardia o in Emilia, che tante scuole e Università del Sud smetteranno
di distruggere capitale umano anziché crearlo o che le amministrazioni locali,
con la loro inefficienza, cesseranno di frenare lo sviluppo.
Chi vuole
difendere l’unità nazionale deve impegnarsi, con atti concreti, per cambiare le
condizioni del Sud. Altrimenti, la lotta fra simboli e controsimboli
avrà, alla fine, un esito scontato. Angelo Panebianco
CdS 24
Il Cavaliere e la fortuna. A gonfie vele in privato mentre il Paese crolla
I detti memorabili
sulla «fortuna» si sprecano, fin dall’antico, anche se con significati
contraddittori: la fortuna aiuta gli audaci (epico), ciascuno è fabbro della
sua fortuna (self-made-man romano), o, invece, la
fortuna è cieca (scettico in partenza). In generale è ragionevole pensare che
la fortuna ci vuole e però bisogna meritarsela. Ora,
Silvio Berlusconi, di fortuna nella vita ne ha avuta tanta. Pure
«agevolata», da un certo periodo storico in qua. Per esempio, quando
bisognava che l’amico presidente del Consiglio tornasse da Londra per varare il
decreto salva-tv e quello prese un jet e tornò sull’italico suolo. Poi, più o meno agevolato, capì quando era il momento di
«scendere in campo». E, sia pure provvisoriamente, battè
il poco coeso cartello dei «progressisti» guidato da Achille Occhetto
presentatosi al duello tv con un vestito color cioccolato che a Gioachino Rossini aveva portato una sfiga orrenda la sera
della prima del suo “Barbiere di Siviglia”, risoltasi in un tonfo clamoroso.
Appunto. Nel 1994 le sue aziende erano in rosso di
circa 8.000 miliardi di lire. Oggi hanno vele gonfie da scoppiare. Ha
«militarizzato» il controllo del mercato pubblicitario con la legge Gasparri ed
ha ridotto la Rai ad una ancella in ginocchio per
debiti e carenza di idee. La stessa Rai che un decennio fa chiudeva dei bei
bilanci e rifilava a Mediaset sonore batoste. Dal punto di vista personale e
familiare, Berlusconi ha dunque sfruttato al meglio l’autostrada politica che
gli hanno spalancato il dominio di cinque canali e tg su sei, le divisioni e gli errori ostinati degli
avversari. Che l’hanno battuto due volte, nel 1996 e nel 2006, con Prodi, salvo
pugnalarlo e farsi la guerra fra loro. Dal punto di vista del Paese, al
contrario, non c’è nella storia italiana, dal 1945, periodo più grigio o più
nero di questo caratterizzato dal berlusconismo. Che
cosa si può ricordare oltre alle leggi ad personam a cui ha forzato il Parlamento e che oggi servono a ministri
appena nominati per non presentarsi davanti al giudice? Badate bene, per un
grave reato finanziario, non per reati «politici».
Forse sono memorabili i condoni, gli scudi fiscali, i tagli inferti a scuola e
cultura? L’Italia berlusconizzata è un Paese
invecchiato, intristito, impoverito, incapace di reagire, di inventare, di
indignarsi persino. Un Paese che non investe nella cultura e nella ricerca pur
essendo fra quelli che già meno spendono per questi capitoli essenziali che
Obama (ma anche Sarkozy) considera i «motori» della
ripresa e delle modernizzazioni. Un Paese diviso, anzi spaccato. Non soltanto
fra governo e opposizione, ma pure fra governo
centrale e Regioni, pronte a restituire alcune competenze avute oltre
trent’anni fa per non alzare loro le tasse, per non prendere loro i denari,
insieme ai Comuni, dalle tasche degli italiani, per non togliere dal fuoco le
castagne bruciate da lui, da Tremonti e da Bossi. Neppure l’italico stellone ci
aiuta più. Era una sorta di fortuna un po’ volgare, arronzata,
che «aiutavamo» con qualche furberia, con qualche trovata ingegnosa. Berlusconi
come Lippi? Beh, molto peggio: sicuro di sé fino alla boria (ricordatevi le
passerelle nell’Abruzzo terremotato); incurante di critiche e consigli;
incapace di fare squadra se non con altri come e peggio di lui. Guardate l’Expo
2015 di Milano che il tanto spregiato Prodi aveva portato a casa e che,
affidata alla signora Moratti e ad altri genii lumbàrd, rischia il peggio. Anche perché un’idea che è una, ‘sti genii
non l’hanno partorita, al di là della solita colata di cemento. Già, la forza
delle idee. Lui ha la forza dei danèe . Per sé. Noi dovremmo avere quella delle idee, e del
rigore. Per tutti. Ps: Un grande «menabuono»
per chi della jella, e
quindi, per converso, dello stellone, pensa, con Benedetto Croce, «non è vero,
ma ci credo», è ritenuto il già citato Rossini. Ma,
con tutta la simpatia e la stima per il grande Gioachino,
stavolta temo non basti proprio. Vittorio Emiliani L’U 26
Ustica trent'anni dopo. Bologna cerca la verità
Il 27 giugno 1980
il Dc9 Ih 870 dell’Itavia, partito da Bologna e
diretto a Palermo, scomparve dai radar. S'inabissò tra le isole di Ustica e
Ponza. Ottantuno le vittime. Oggi si celebra il trentesimo anniversario della
strage in un clima di accesa polemica politica Lo speciale di Repubblica
"La verità negata" di Stefania Parmeggiani
Trent'anni fa il
disastro aereo che costò la vita a 81 persone. Oggi a
Bologna la giornata del ricordo. La presidente dell’associazione dei parenti
delle vittime, Daria Bonfietti, torna a chiedere i
nomi dei responsabili, confortata dalle parole del capo dello Stato che,
proprio ieri, ha sollecitato "il contributo di tutte le istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione
esauriente e veritiera". Ma il valore anche
simbolico dell’anniversario, non evita le polemiche.
Le celebrazioni si
svolgono nella scia del clamore per le parole del sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, che ha ipotizzato l’esplosione di
una bomba all’interno del Dc9 Itavia. Venerdì è
andato in scena lo scontro tra Giovanardi e il giudice
Rosario Priore, ma le avvisaglie erano arrivate già mercoledì. "Nei
prossimi giorni a Bologna tireranno in ballo tutta la mercanzia prodotta in
tanti anni aveva detto Giovanardi per
toccare l’immaginario collettivo, ma di un ipotetico missile non è stato
reperito alcun riscontro". Di fronte a questo ennesimo "sasso nello
stagno", le reazioni non si sono fate attendere. Ultima, in ordine di
tempo, quella del portavoce dell'Idv Leoluca Orlando
che ha parlato di "tesi indegna".
I famigliari
incontrato le istituzioni.
La commemorazione è iniziata alle 11 nella sala del
Consiglio di Palazzo D’Accursio, con l’incontro tra
il commissario Annamaria Cancellieri e i parenti delle vittime. Le vedove, i
figli, i padri delle vittime hanno ascoltato in silenzio i messaggi di
vicinanza arrivati dalle più alte cariche dello Stato e letti in aula da Daria Bonfietti. Prima le parole di Napolitano, il suo appello perchè le ombre vengano definitivamente
spazzate e poi le parole del presidente del Senato Renato Schifani e della
Camera Gian Franco Fini.
Schifani:
"Conoscere le cause, vittoria per tutti". Nel suo
messaggio il presidente del Senato ha voluto esprimere un forte auspicio che i
recenti sviluppi giudiziari possano fare finalmente emergere con completezza e
chiarezza la verità su quanto realmente accaduto, nella certezza che conoscere
le cause del disastro prima del verdetto della storia sarebbe una vittoria
straordinaria per noi tutti: sapere cosa avvenne su quel cielo quella sera ci
renderebbe migliori, dando alla nostra Repubblica una speranza in più di
crescere sulla strada difficile della condivisione e della trasparenza".
Fini:
"Intensificare l'impegno per fare chiarezza". Sulla stessa lunghezza
d'onda la lettera inviata dal presidente della Camera: "In questa
giornata, resa particolarmente triste dal lungo scorrere di anni non illuminati
dalla verità, ritengo sia necessario ribadire e
intensificare l'impegno di tutti per giungere a fare chiarezza su di una
vicenda che continua a proiettare la sua ombra inquietante anche sul nostro
presente". "Nell'esprimerLe il sincero
apprezzamento per l'instancabile attività promossa dalla Sua Associazione per
mantenere costantemente viva l'attenzione degli italiani su questa tragica
vicenda, rivolgo un commosso pensiero agli uomini, alle donne e ai bambini la
cui vita fu spezzata da un destino ancora incomprensibile".
"Ora diteci i
nomi". Di fronte a quanti, in questi trent'anni hanno condiviso con lei il
dolore e la ricerca della verità, Daria Bonfietti ha
letto il suo appello rivendicando con orgoglio il lavoro fatto, respingendo le
accuse di chi, come Giovanardi, aveva parlato di mercanzia prodotta in tutti
questi anni, citando la sentenza scritta dal giudice Rosario
Priore che accertava come, quella notte, nei cieli d'Italia si stesse
combattendo una battaglia e concludendo con un appello: "Diteci i nomi dei
responsabili". La Bonfietti, infatti, si è detta
"assediata dalla verità" e ha chiesto alla politica e alle
istituzioni sostegno affinchè gli stati esteri
collaborino. E' necessario che alla richiesta di rogatorie internazionali
presentate dai giudici di Palermo vi sia una risposta positiva e che la
collaborazione sia chiara e puntuale. Ricorda come in passato, tra gli stati
più evasivi, vi sia stata la Francia: "Risposero che la loro base militare
in Italia chiudeva alle 17, come un qualsiasi
ufficio". "La verità è dovuta per rispetto
ai nostri cari, ma anche per la dignità di questo Paese", ha concluso tra
gli applausi commossi degli altri parenti. Che, rispondendo alle domande dei
cronisti, hanno sempre e solo ribadito una necessità:
"Chi sa, dopo tutti questi anni deve parlare".
Arte, fiore della
memoria. Poi, tutti insieme, i parenti si sono diretti
in piazza VIII Agosto, divenuta il palcoscenico dell’installazione dell’artista
Flavio Favelli, "Itavia Aerolinee", già
allestita in piazza Maggiore. A terra, la ricostruzione con dimensioni reali
della sagoma dell'aereo. In serata, alle 21.30, nello
spazio antistante il Museo per la Memoria di Ustica, in via Saliceto, avrà
inizio il primo dei due concerti di musiche di Karlheinz
Stockhausen, "Ora Ventunesima". Il Museo,
in cui il relitto del Dc9 è circondato da un’opera di Christian Boltanski, sarà aperto dalle 10 a
mezzanotte, con visite guidate gratuite alle 11 e alle 20. E' questo il
programma di oggi per "Arte, fiore della memoria", calendario
organizzato dall'associazione in collaborazione con il Comune per trasformare
Bologna nella città della memoria.
LR 26
All’età in cui
Blair e Aznar hanno lasciato qui si è ancora da
svezzare
La Nazione come la
Nazionale: esclusi in politica, impresa, università e arte
Certo, è solo un
pallone. Ma il pallone tricolore è sgonfio, esausto,
sfibrato. Sembra l’Italia. Infatti è l’Italia:
giovanilista a parole, nella pratica spaventosamente gerontocratica e
aggrappata alle rendite di posizione acquisite con l’età. E i giovani veri?
Nella Nazionale e nella Nazione, fuori. Esclusi. Vezzeggiati, ma messi ai
margini.
Il talento
irregolare o sregolato, poco gestibile, fonte di guai e di disordine, resta a
casa. Nel suo «Talento
da svendere», Irene Tinagli ha notato che, nel calo di iscrizioni all’Università italiana negli ultimi anni, la
maggior parte delle rinunce si conta tra chi proviene da famiglie con redditi medio-bassi. L’ascensore sociale è rotto. Le speranze per i
più meritevoli sbiadiscono. Il talento viene
mortificato. Il futuro viene sequestrato. Umiliato il
talento, spadroneggiano come efficaci agenzie di
collocamento il privilegio di chi può avere tutto perché ha già tutto, o la
raccomandazione, che può ottenere qualcosa solo per grazia elargita da chi ha
già tutto. Ambedue, privilegio e raccomandazione, campano sul conformismo, che
poi sarebbe il sistema culturale in cui le idee
originali avvizziscono. Nessuno in campo in Sudafrica «inventava» niente. Si
adeguava a uno schema fisso e fossilizzato: gli «originali» creano troppo
disordine. Lippi è come Benedetto Croce: pensa che in fondo l’unico compito dei
giovani sia diventare adulti. Spompati, ma adulti. Si
è visto.
Le connessioni tra
il calcio e lo stato di salute di una società sono labili e talvolta
arbitrarie. In fondo non è che in quattro anni sia cambiato tutto e che quando
l’Italia trionfava qui c’era il paradiso. Però appare mascoscopicamente
evidente che se quella di Lippi non è una Nazionale per giovani è perché questo
non è un Paese per giovani. I «vecchi» parlano giovane, vestono giovane, cliccano giovane, vogliono avere lo stile
disinibito e friendly dei giovani, ma esercitano una
prepotente dittatura dell'anagrafe. Nella politica i giovani che emergono
grazie a un sano e robusto combattimento con l’establishment
sono una rarità: Matteo Renzi, e chi altro? I più si
fanno cooptare, diventano mestieranti della gioventù, giovani a vita, lagnosi e
queruli. Nel Pdl si chiede prima di tutto una bella
voce, per poter intonare con solennità «Meno male che
Silvio c'è». Nel Pd i giovani sono la parodia del burocrate di belle speranze,
ciascuno a occupare la casella nella direzione del partito per conto del
maggiorente (anziano) di riferimento. Le belle donne giovani, poi, sono oggetto
di una duplice diffidenza: perché giovani e perché belle e
dunque il ministro Mariastella Gelmini, per
dimostrare quello che è, abbastanza brava, deve faticare il doppio per
rimuovere il pregiudizio. Giovani e vecchi, inoltre, sono categorie molto
elastiche: all’età in cui in Inghilterra e Spagna Blair e Aznar lasciano la
guida del governo, qui in Italia si è considerati ancora giovani promesse,
politici da svezzare, ancora immaturi per la grande
prova.
Ma la guerra ingaggiata dai vecchi contro i giovani non
impegna solo la politica e la Nazionale di calcio. Il clan dei «giovani scrittori»
ha già abbondantemente superato la soglia anagrafica in cui, come ha ricordato
Filippo La Porta sul Corriere, Tolstoj era alle prese con «Guerra e pace» e
Flaubert con «Madame Bovary ». Perché troppo famosi
(Roberto Saviano) o perché considerati precoci
candidati allo Strega (Paolo Giordano e, ora, Silvia Avallone),
i giovani scrittori «veri» devono scavalcare muri di diffidenza, se non di
ostilità. Nei giornali, le porte sono sbarrate: sotto i trent’anni sono
rarissimi i giovani assunti con una certa stabilità nella carta stampata, ma
anche in televisione. Devono attrezzarsi a decenni di precariato e gavetta: i
più talentuosi sono confinati nei giornali più piccoli perché costano meno.
Altrimenti devono conformarsi, adeguarsi, evitare di fare innervosire i più
anziani che li guardano con accondiscendenza. È così diverso da ciò che è
accaduto nella Nazionale italiana?
I giovani hanno
difficoltà ad aprire un’impresa, sono soffocati dalle pratiche burocratiche,
dai tempi mostruosamente dilatati dei permessi e delle licenze. Bene, il
ministro Tremonti promette che i lacci asfissianti vanno sciolti, che le catene
saranno allentate. Ma per mantenere la promessa occorre modificare l’ultima
parte dell’articolo 41 della Costituzione e in Italia,
si sa, per cambiare la Costituzione ci vuole un tempo sufficiente a far
diventare i giovani degli ex: ex giovani, naturalmente. Poi c’è il blocco del
turnover nella scuola: e se mai si dovesse trovare un giovane scosso dalla
passione dell’insegnamento, sarebbe meglio consigliargli di dirottare le
proprie passioni altrove, perché prima bisogna smaltire generazioni di insegnanti corazzati con i loro diritti acquisiti (ma in
compenso molto mal pagati). Poi c’è l’Università, dove per il giovane qualche
speranza c’è: purché provvisto di adeguato cognome. E poi la ricerca, dove
accade esattamente il contrario di ciò che avviene nei
club calcistici: questi si riempiono di stranieri anche molto onerosi, ma
nemmeno uno straniero sbarca in Italia per fare ricerca nei nostri laboratori,
nelle nostre aule. Nel calcio professionistico l’Italia è un Paese per
stranieri, nella ricerca no: i cervelli giovani, se possono, se hanno
un’opportunità, fuggono altrove.
E nell’arte, nel
cinema, nella musica? Difficile affermarsi come giovani artisti quando gli
avanguardisti di tutte le stagioni hanno messo su pancetta e calvizie. Oggi un
giovane regista come Nanni Moretti, invece di girare in super8 il suo giovanilissimo «Io sono un autarchico», sarà costretto a
fare anticamera ministeriale per sperare in qualche finanziamento elargito
dall’apposita commissione erogatrice di assistenza. Un
Paese così è destinato a impantanarsi, a sprecare energie, a dilapidare risorse
e talenti. Preferisce la routine dell’oligarchia gerontocratica che non si
schioda e che ha paura di tutto, persino delle folate offensive di una
Slovacchia. E lascia in panchina gli irregolari bollati come immaturi e
inaffidabili. Solo che nel calcio e con la Nazionale si può sempre sperare in
una rivincita: tra quattro anni o più, ma una rivincita. Una Nazione no. Una
scossa, altrimenti meglio la Nuova Zelanda. Pierluigi
Battista, CdS 26
Immigrati ed
agricoltura: opportunità di sviluppo
I dati Istat sulla
popolazione italiana alla fine del 2009 indicano che la natalità si è
appiattita su bassissimi livelli, nonostante l'apporto degli stranieri.
Diminuiscono le persone che hanno trasferito la loro residenza da un comune
all'altro (100.000 spostamenti in meno rispetto al 2008) - segnale di un
mercato del lavoro divenuto difficile e che offre minori opportunità di impiego - ma il saldo migratorio con l'estero è stato
positivo per ben 360.000 unità, nonostante la profonda crisi. Questa cifra è in
parte composta da un residuo di iscrizioni anagrafiche
di cittadini comunitari (in particolare rumeni), in parte da regolarizzati con
la sanatoria per gli addetti domestici avvenuta nel 2009, in parte da familiari
ricongiunti a stranieri residenti, in parte da immigrati lavoratori con
regolare permesso di soggiorno. Ma il fatto sorprendente
è che in un anno di grandi difficoltà il paese ha attratto centinaia di
migliaia di persone. E' la prova che la società italiana esprime una domanda
"strutturale" di immigrazione che nemmeno le
avverse condizioni riescono a frenare. E proprio nel 2009, gli stranieri
occupati sono ulteriormente aumentati, a fronte di una sensibile
diminuzione degli occupati italiani.
Ci vorrebbero
decisioni di politica migratoria, economica e sociale
coraggiose in quanto una caratteristica storica e quasi universale delle
migrazioni è che esse si orientano - nella maggioranza dei casi - verso un
insediamento permanente nel paese di arrivo. L'attuale legislazione privilegia, invece, il breve sul lungo periodo; rende
difficile e piena di ostacoli la permanenza nel paese; concede la cittadinanza
col contagocce dopo un percorso lungo e accidentato. Eppure, in molte realtà
del Mezzogiorno e nelle aree più interne del Paese, dove a causa del calo
demografico, dei dissesti idrogeologici e della desertificazione,
intere comunità locali stanno scomparendo e preziose risorse agricole sono in
stato di abbandono, l'immigrazione e l'agricoltura sono un'opportunità per
riattivare economie e innescare processi di sviluppo locale insperati. Ci
vorrebbero, però, misure organiche per insediare gli immigrati nelle aree che
si spopolano, affittando ad essi terre pubbliche e
private inutilizzate e garantendo microcredito e formazione.
Noi impieghiamo,
invece, i lavoratori stranieri spesse volte solo nelle
operazioni di raccolta dei prodotti agricoli. In questo modo, se trovano un
lavoro più adeguato altrove, essi scappano perché non vedono prospettive di
stabilità in un'agricoltura che li utilizza in modo così precario e in
condizioni di sfruttamento per opera di un caporalato in mano ad organizzazioni
malavitose internazionali. Questa modalità di impiego
degli immigrati impoverisce ancor più il settore agricolo perché non permette
di investire in capitale umano. Andrebbero, invece, promossi progetti di
scambio interculturale, che nelle campagne si potrebbero più facilmente
realizzare dal momento che per molti immigrati i
luoghi di partenza sono rurali. Se ripopolassimo di immigrati
le aree interne, avremmo comunque la disponibilità di manodopera per i lavori
stagionali in pianura, ma da parte di persone che si sposterebbero da una
condizione di maggiore stabilità per integrare il reddito.
Con l'immigrazione nelle aree rurali si potrebbero mettere in moto le economie locali rimaste marginali a seguito dei processi di globalizzazione, organizzando reti territoriali che, in modo congiunto, guardino ai diversi mercati dei prodotti tipici, dal "km zero" all'export, valorizzino le risorse a fini turistici e promuovano un Welfare di comunità. E', infatti, la stessa crisi del Welfare ad alimentare ulteriormente lo spopolamento delle aree rurali e delle regioni più povere. G