WEBGIORNALE  3-7  Giugno  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       I richiedenti asilo nell’Ue: lontani dagli occhi, lontani dal cuore  1

2.       Sudafrica. I Mondiali dei diritti umani. Un calcio al razzizmo. Per sempre! 1

3.       Giovani e immigrazione. Il nuovo volto del razzismo. Aiutarli a superare i pregiudizi 2

4.       Senato. Approda in Commissione il rinvio delle elezioni degli organi di rappresentanza dell’estero  3

5.       Michele Consiglio (Acli) sul provvedimento che proroga al 2012 il termine per il rinnovo di Comites e Cgie  3

6.       SWR. Integrazione e cittadinanza  3

7.       La Festa della Repubblica a Friburgo. Il Console Di Bernardini fa il bilancio di quasi 4 anni di lavoro  4

8.       Cristina “ritorna” al Web. E dall’Italia pensa a genitori e alunni italiani in Germania. Ai quali consiglia... 5

9.       Marino (PD) a Francoforte. Il processo di “svuotamento”. “Sì” al dialogo, “No” al ricatto  5

10.   Il Segretario Generale del Cgie Carozza: da Francoforte una risposta unitaria. Riaprire il cantiere Italia  6

11.   Gli esponenti del PdL c’erano e no alla protesta di Francoforte? Santellocco: c’ero! 6

12.   I sindacati della Farnesina: assoluta unitarietà a Francoforte nella difesa dei diritti dei residenti all’estero  7

13.   Amburgo/Berlino. Insieme per la Costituzione Repubblicana. Appelli per la Festa della Repubblica  7

14.   Le prossime iniziative a Monaco di Baviera e dintorni 8

15.   Formazione professionale. Stage a Norimberga e Fürth per i grafici della “Einaudi” di Bolzano  8

16.   All’Ambasciata italiana di Berlino manifestazione di protesta contro la legge bavaglio  8

17.   Ctim Germania: i 150 anni dell’Unità d’Italia  9

18.   “Le notti di Cabiria” martedì 8 giugno a Monaco di Baviera  9

19.   Gaza. L'Exodus rovesciato  9

20.   Gaza. Equilibri stravolti 10

21.   Gaza. L'ossessione di un Paese  11

22.   Ankara al bivio  11

23.   Marea nera. Obama: "In tribunale i responsabili". Al via le inchieste civili e penali 12

24.   Israele, liberi i pacifisti 12

25.   La Turchia più lontana dall'Europa  13

26.   Crisi economica, scenari politici. I sacrifici necessari 13

27.   Crisi e debito pubblico. Ora il re é nudo, apriamo gli occhi 14

28.   Ritratto sincero di un paese  14

29.   La relazione del Governatore: tagli inevitabili. Draghi: l’evasione porta la macelleria sociale  14

30.   Napolitano: «Serve un grande sforzo per risollevare le sorti dell'economia»  15

31.   Mobilitazione per le riforme  15

32.   Disoccupazione record: nel 2010 persi 307 mila posti di lavoro  16

33.   PdL. Dalla tregua alla resa dei conti 16

34.   Il lavoro prima di tutto. Solo così si esce dalla crisi 16

35.   DDL. Intercettazioni, il Pdl dice no ai finiani. "Restano norma transitoria e limite di 75 giorni"  17

36.   Intercettazioni, indagini e abusi 17

37.   La Cassazione: niente adozioni per le coppie razziste  18

38.   Camilleri: "Rischio fascismo siamo pronti a disubbidire"  18

39.   Estericult, la piattaforma dedicata alla cultura italiana nel mondo  18

40.   L’on. Razzi non ha mai detto di voler abolire i Comites  19

41.   Quel 4-3 alla Germania che cambiò la nostra storia  19

42.   Pdci Europa: è uscito il numero di giugno di “Aurora”  20

43.   "Fisarmoniche nel Parco", il 1° Concorso Internazionale di fisarmonica e organetto  20

 

 

1.       Berlusconis Abhörgesetz. Knebel für Italiens Medien  20

2.       Italien. Melancholiker an Marmortischen  21

3.       Italien. Kommentar. Unlautere Motive  22

4.       Außenminister Franco Frattini in Deutschland am Dienstag, 8. Juni 23

5.       Umsetzung der Evaluationsergebnisse des Programms „Integration durch Sport“  23

6.       Amerika und Israel. Ein weiterer Rückschlag  23

7.       Kolumne. Israel in der Falle  24

8.       Israel will ausländische Aktivisten abschieben  24

9.       Obama droht wegen Ölkatastrophe mit rechtlichen Schritten  25

10.   Europa entsetzt über Köhlers Rücktritt 25

11.   Leitartikel. Deutschland im Vakuum   26

12.   Köhler-Nachfolgedebatte. Die (un)ausgesprochene Favoritin  26

13.   Neuer Bundespräsident gesucht. Der unmögliche Kandidat 27

14.   Streit der Woche. Brauchen wir den Bundespräsidenten?  27

15.   Demographischer Wandel verändert Arbeitsmarkt radikal. Dramatischer Einbruch im Osten Deutschlands  28

16.   Merkel und die Rücktritte. Die stoische Kanzlerin  28

17.   Kreise: Kabinett verabschiedet Anti-Spekulations-Gesetz  29

18.   Arbeitsmarkt. Der beste Mai seit 1993  29

19.   Haushaltsklausur. Eine Schweinearbeit 29

20.   Familienministerin kürzt das Elterngeld  30

21.   Folterklage von Kindsmörder Gäfgen. Teilerfolg gegen Deutschland  30

22.   Urteile zu Zuschlägen und Mieten. Umzug auch mit Hartz IV  31

23.   Bunt statt braun. Nazis entegentreten. Am 5. Juni  in Hildesheim   31

24.   Islamkritik Affekt und Ressentiment 31

25.   Preview des Films “Marcello Marcello” von Denis Rabaglia in Köln  32

26.   Filmvorführung  »Le notti di Cabiria« in München  32

27.   Elektroautos. Italiener unter Strom   32

 

 

 

 

I richiedenti asilo nell’Ue: lontani dagli occhi, lontani dal cuore

 

261.000 richiedenti asilo nel 2009, 27.600 riconoscimenti dello status di rifugiato. Alla luce della politica migratoria che l’Ue conduce da vent’anni a questa parte, le cifre pubblicate da Eurostat non dovrebbero apparire sorprendenti. In occasione della Settimana delle Migrazioni organizzata dall’ENS (École Normale Supérieure) di Parigi, Catherine Wihtol de Wenden, politologa, Claire Rodier, presidentessa della rete Migreurop, e il geografo Serge Weber hanno illustrato quella che considerano una forte tendenza della politica migratoria europea: la criminalizzazione e la reclusione degli immigrati extra-europei.

 

«In 20 anni, l’Europa è diventata una delle prime mete d’immigrazione», esordisce Catherine Withol de Wenden davanti ad un pubblico di studenti della prestigiosa Scuola Normale Superiore di Parigi, venuti ad assistere alla tavola rotonda della Settimana delle Migrazioni, organizzata dall’associazione Pollens. Una constatazione positiva, giustificata soprattutto dal fatto che gli ex paesi a forte emigrazione dell’Europa meridionale si sono col tempo trasformati in paesi d’immigrazione (la Spagna è diventata la seconda meta di immigrazione in Europa). Una ventata di ottimismo che però rivela anche un’altra faccia: l’Europa è sì diventata una terra promessa per i richiedenti asilo, ma ha sviluppato questa sua capacità attrattiva erigendo al contempo una fortezza legislativa che va dal Patto Europeo sull’Immigrazione e l’Asilo fino alla Direttiva Rimpatri: «la politica migratoria europea non ha fatto altro che mettere su scenari che non si sono mai realizzati», spiega la ricercatrice del CERI, il centro di studi e ricerche internazionali. Non solo i decision-makers hanno pronosticato, nel 1975, un reflusso dell’immigrazione di massa verso l’Europa a seguito della crisi petrolifera, ma hanno anche immaginato che, con l’entrata a regime dell’area Schengen, la mobilità infra-europea sarebbe cresciuta al punto da rimpiazzare l’immigrazione extra-europea. Un duplice errore. Non solo gli Europei sono rimasti sedentari, ma le domande di asilo verso l’Ue hanno conosciuto un boom, fino a raggiungere la cifra di 500.000 all’anno negli anni ‘90! Da allora, gli immigrati extra-europei pagano le conseguenze di queste previsioni errate: «Come si spiega il fatto che la libera circolazione in Europa è promossa sotto tutti gli aspetti: beni di consumo, prodotti finanziari, ecc, salvo che per gli immigrati?» domanda il geografo Serge Weber.

 

Fortezza europea: ingresso su invito - Per rendersi conto della portata del problema, è sufficiente soffermarsi sulle cifre pubblicate da Eurostat a proposito delle domande d’asilo presentate all’interno dell’Unione Europea nel 2009: su 261.000 richieste sono state prese 229.500 decisioni di prima istanza, il 73% delle quali ha avuto come esito il respingimento della domanda di asilo. Secondo Serge Weber, ci troviamo di fronte ad una vera e propria erosione di questo diritto, un problema che si aggrava in occasione di ogni nuovo trattato europeo: da un lato al summit di Tessalonica è stata istituita l’agenzia Frontex con lo scopo di contrastare l’immigrazione clandestina, e dal 2003 il sistema Eurodac consente il prelievo delle impronte digitali ai richiedenti asilo che abbiano almeno 14 anni. Dall’altro lato, gli Stati membri dell’Ue continuano a firmare accordi bilaterali con i paesi d’origine degli immigrati, affinché accettino tutti gli “esclusi” dal diritto d’asilo e i clandestini espulsi dall’Unione Europea, in cambio di investimenti nello sviluppo economico del paese. Le frontiere europee diventano così impermeabili, ma soprattutto «de-localizzate, puntuali e informatiche», secondo uno schema ben lontano dalle promesse sul diritto d’asilo proclamate dalla Convenzione di Ginevra del 1949.

 

“Sovranitarismo” più che federalismo - Secondo Catherine Wihtol de Wenden, l’europeizzazione della politica migratoria è in realtà la testimonianza di un ritorno ad una politica di sovranità nazionale da parte degli Stati membri dell’Ue. A dominare sono i trattati bilaterali di assistenza al rimpatrio, piuttosto che gli sforzi tesi a creare uno statuto europeo dei rifugiati: «L’arbitro essenziale è l’opinione pubblica nazionale; gli Stati si rifugiano in essa per giustificare la loro politica sovrana», afferma preoccupata la ricercatrice. Il risultato? Un «fai da te bilaterale, inadatto alla realtà migratoria europea e tanto più inquietante sul piano dei diritti umani dei migranti, se si considera che il loro riaccompagnamento alla frontiera viene contrattato con delle politiche di sviluppo che non sempre vengono attuate». I relatori sono unanimi: la conseguenza ultima della politica migratoria europea, dalla Convenzione di Dublino del 1990 fino alla Direttiva Rimpatri, è la criminalizzazione dei migranti extra-europei: «Ormai nel Regno Unito “asilum seeker” è diventato sinonimo di ladro», denuncia Catherine Wihtol de Wenden, la cui lingua si va via via sciogliendo. Simbolo significativo di questa evoluzione in senso repressivo è il fatto che la politica migratoria, un tempo affidata al Ministero del Lavoro, è ora nelle mani del Ministero degli Interni.

 

L’Europa delocalizza la detenzione dei suoi immigrati - Claire Rodier, presidentessa di Migreurop, si presenta con le mani piene di cartine che mostrano la collocazione sul territorio europeo dei centri di detenzione per gli immigrati indesiderati. Le informazioni sono state raccolte dalla rete europea Migreurop, che può contare sulla competenza di 42 associazioni sparse in 13 paesi europei. Sono presenti, in tutto, 250 “prigioni per stranieri” dove sarebbero rinchiuse 300.000 persone (per un periodo di tempo che può arrivare fino a 18 mesi, da quando è entrata in vigore la Direttiva Rimpatri). Per la giurista non ci sono dubbi, prevedere un periodo di detenzione così lungo per gli immigrati irregolari non ha altra utilità se non quella di «dissuadere coloro che sarebbero tentati di raggiungerli». Su una di queste cartine, che fanno parte dell’Atlante delle migrazioni in Europa, si osserva addirittura che l’Europa “delocalizza” la detenzione di questi immigrati indesiderati, attraverso la costruzione di appositi campi per stranieri in Libia e in Libano. Quali sono i benefici di una simile politica migratoria? Difficile quantificarli, tanto le politiche migratorie sono condotte a livello nazionale piuttosto che europeo. Relativamente alla Francia, ciò che possiamo calcolare è il numero di rimpatri alla frontiera (29.000 nel 2009) moltiplicato per 14.000 euro, ossia il costo di un riaccompagnamento alla frontiera (fino a 20-30.000 euro se includiamo le spese giudiziarie), secondo i calcoli effettuati dalla Corte dei Conti nel 2009. C’è tuttavia un altro problema per l’Unione Europea, ben più difficile dell’aggravio di bilancio che una simile politica migratoria può comportare. Questo problema consiste nell’essersi guadagnata una reputazione di fortezza inespugnabile, un’immagine destinata ad accompagnarla negli anni a venire, a meno che non si assista ad un diverso approccio alla questione, finora affrontata secondo un’ottica ben lontana dall’immagine di mobilità assoluta offerta agli europei dell’area Schengen.

Emmanuel Haddad, Traduzione Stella Lanzi, Cafebabel 1

 

 

 

 

Sudafrica. I Mondiali dei diritti umani. Un calcio al razzizmo. Per sempre!

 

Il più grande evento sportivo dell'Africa suggella la riconciliazione del Paese. Un monito e un modello per chi vuole davvero bandire ogni discriminazione dal mondo. di Antonella Stelitano

 

Pretoria - I Campionati mondiali di calcio in Sudafrica non sono solo un evento sportivo. Prima ancora che un pallone tocchi terra si celebra infatti la vittoria dei diritti umani sulla discriminazione, l’unità di un Paese sulla diversità, l’integrazione di popoli diversi, la centralità di un continente che non è mai stato al centro dell’attenzione sportiva. Prima ancora che si alzi il sipario, il Sudafrica festeggia la sua piena riconciliazione con quel mondo sportivo che lo ha bandito da ogni terreno di gioco negli anni più bui dell’Apartheid.

Non è un caso se questo mondiale cade nell’anno in cui si celebra il ventennale da uomo libero di Nelson Mandela, simbolo della lotta contro il regime segregazionista bianco che utilizzò proprio lo sport per muovere i primi passi e avviare quel dialogo che consentì poi la sua liberazione. E non è un caso se esce proprio in questi mesi un film dedicato alla storia dell’intreccio di vicende tra Mandela e il rugby. In carcere, Mandela non parlava di diritti umani con i membri del governo. Parlava di calcio e di rugby in un Paese che riservava il rugby ai bianchi e il calcio ai cosiddetti atleti non-white.

In Sudafrica la lotta contro l’Apartheid nello sport è stata l’amplificatore mondiale della lotta contro la discriminazione in generale. Si parlava di sport per parlare di diritti umani usando un linguaggio trasversale e trans-nazionale che poteva avere quell’impatto diretto e forte con il grande pubblico senza dare l’impressione di toccare, necessariamente e direttamente, temi politici. Oggi dobbiamo ringraziare anche il Sudafrica se lo sport è diventato terreno di incontro su cui far convergere e mediare istanze diverse, ma soprattutto dobbiamo ringraziare questo Paese se le Nazioni Unite hanno cominciato a trattare con metodicità e costanza i temi dello sport fino a celebrarlo come strumento per realizzare i suoi stessi obiettivi.

Nel periodo 1968-1985, l’Assemblea generale dell’Onu adotta una serie di risoluzioni che affrontano con severità il tema dell’Apartheid nello sport, fino ad arrivare alla Dichiarazione Internazionale contro l’Apartheid nello Sport, nel 1977, e alla Convenzione Internazionale contro l’Apartheid nello Sport, nel 1985.

L’Onu condanna la politica di Apartheid del governo sudafricano, mettendo in luce i pericoli che ne derivano sia in relazione alla violazione dei diritti dell’uomo, sia per le minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. La comunità internazionale è chiamata a mettere in atto una vera e propria campagna contro l’Apartheid, e tutti gli Stati membri sono invitati a sospendere anche gli scambi sportivi con questo Paese. Lo sport diventa perciò un nuovo ambito in cui applicare la sanzione dell’embargo.

L’Onu aveva tutte le ragioni di intervenire nei confronti del Sudafrica che praticava una severa e assoluta discriminazione razziale anche nello sport, e che condurrà all’espulsione del Comitato olimpico sudafricano dal Cio. Era vietata la composizione di squadre miste, come pure qualsiasi tipo di contatto e competizione tra atleti bianchi e di colore sia all’interno del Paese sia all’estero; il governo imponeva un’organizzazione sportiva separata tra bianchi e neri, e vietava la composizione di squadre miste. Anche le squadre straniere che si recavano in Sudafrica dovevano uniformarsi a questa regola, e dunque dovevano essere composte solo da atleti bianchi. All’interno del Paese, atleti neri, sudafricani o stranieri potevano competere solo contro atleti neri. Mentre agli atleti bianchi era riservata l’iscrizione e la partecipazione alle attività gestite dalle Federazioni internazionali, agli altri era stata imposta un’organizzazione distinta.

Una vasta opera di sensibilizzazione contro queste misure era portata avanti dall’Organisation de l’Unité Africaine, dal Conseil Suprême du Sport Africain e dal South Africa Non-Racial Olympic Committee (SAN-ROC), sorto in opposizione al Comitato olimpico nazionale locale. La loro vasta azione di propaganda a livello internazionale fa sì che lo sport diventi uno strumento che il mondo intero ha a disposizione per dimostrare la propria disapprovazione alla politica del Paese.

L’intervento dell’Onu è severo e, a cavallo degli Anni Settanta, si moltiplicano gli appelli per isolare il regime sudafricano chiedendo l’utilizzo dell’embargo allargato allo sport: sia lo sport giocato, sia quello che coinvolge, in modo indiretto, il pubblico poiché l’invito all’embargo è rivolto anche agli spettatori; il riconoscimento della validità dei principi delle Olimpiadi; l’appello a coinvolgere in questa iniziativa anche le organizzazioni sportive internazionali, riconoscendo loro un ruolo diretto e strumentale. Tutti i Paesi che continuano a supportare la politica sudafricana di Apartheid sono messi al bando, ponendo sullo stesso piano le relazioni politiche, commerciali, militari, economiche, sociali e sportive.

Nel 1974, la Risoluzione 3223 intitolata Decade for Action to Combat Racism and Racial Discrimination contiene l’appello a riaffermare, con determinazione e senza condizioni, la lotta al razzismo e alla discriminazione razziale che rappresenta un ostacolo per il progresso e per il rafforzamento della pace e della sicurezza internazionale.

Lo sforzo compiuto dalle Nazioni Unite per combattere quello che è stato definito un «crimine contro l’umanità», è sfociato, nel 1976, nella creazione di un Comitato incaricato della stesura di una Convenzione contro l’Apartheid nello Sport, che viene preceduta, nel 1977, da una Dichiarazione Internazionale contro l’Apartheid nello Sport. Questi atti ribadiscono, con sempre maggiore fermezza e convinzione, il principio olimpico di non discriminazione, l’invito rivolto a tutte le organizzazioni nazionali e internazionali a rispettarlo, il divieto per tutti gli Stati firmatari di aiutare, assistere, incoraggiare, incontrare organizzazioni sportive, squadre o atleti che partecipino ad attività sportive in un Paese che pratica una politica di Apartheid.

L’isolamento sportivo del Sudafrica, sia da parte dell’Onu che del Cio, ha termine negli anni Novanta. La Risoluzione Onu 48/1 del 12 ottobre 1993 sancisce l’abolizione dell’embargo relativo al Sudafrica. Con la successiva Risoluzione 48/159 del 20 dicembre 1993, gli Stati membri sono invitati ad aiutare e ad assistere il Sud Africa anche per abolire le vecchie misure di segregazione razziale applicate allo sport. Intanto, il Comitato olimpico del Sudafrica che chiedeva dal 1981 di essere riammesso in seno al Cio, ottiene nel 1991 la sua piena riabilitazione in ambito sportivo. Solo allora, infatti, il Cio ha ritenuto che fosse cessata la situazione di discriminazione che ne aveva causato l’espulsione dalla famiglia olimpica. Per queste ragioni, oggi, a distanza di un decennio, aprire le porte a un evento come un Mondiale di Calcio, ha per il Sudafrica un valore aggiunto inestimabile perché lo sport è stato per questo Paese lo strumento per abbattere barriere sociali e di integrazione.

Se ai Mondiali di rugby del 1995 il motto era «Una squadra, un Paese» a significare che l’unità raggiunta nello sport era sintomo dell’unità interna del Paese, oggi il motto dei mondiali di calcio è «Il sogno africano sta diventando realtà», come ha dichiarato Irvin Khoza, presidente del Comitato organizzatore, ricordando che questo sarà anche e soprattutto il mondiale dei diritti umani, e il primo grande evento sportivo ospitato in questo continente.

Il Messaggero di sant’Antonio per l’estero, maggio

 

 

 

 

Giovani e immigrazione. Il nuovo volto del razzismo. Aiutarli a superare i pregiudizi

 

Il nostro è un "Paese accogliente per definizione, con alle spalle una storia fatta di confronti, scambi, non certo di chiusure". Eppure "gli atti violenti contro gli extracomunitari, le manifestazioni di xenofobia sono in aumento. Siamo un po' sospesi tra paura e solidarietà. Che cosa sta accadendo in Italia?". È l'interrogativo posto da Laura Boldrini, portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), intervenuta il 24 maggio all'incontro "Uguaglianza e discriminazione", promosso a Roma dall'Associazione Athenaeum Nae nell'ambito del Progetto "Quale Europa per i giovani?", ospitato dalla Luiss e dedicato agli studenti delle scuole superiori della capitale.

 

Le "odissee" del terzo millennio. A narrare storie di "disuguaglianze e discriminazioni" è Eraldo Affinati, scrittore e insegnante di italiano e storia presso la Città dei ragazzi, centro di accoglienza per minori extracomunitari. Storie raccolte in un libro intitolato, appunto, "La Città dei ragazzi". "Fanne buon uso, professore": con queste parole, ricorda, i suoi allievi gli hanno affidato "il racconto delle proprie vite, dei tormentati viaggi nelle stive di navi e aerei per fuggire e arrivare in Italia". "Imparare l'italiano per questi ragazzi, spesso analfabeti nella propria lingua, ha voluto dire trovare per la prima volta delle parole per narrarsi, per spiegare come la fuga dai loro Paesi fosse l'unica strada possibile - spiega lo scrittore -. E in questa narrazione la lingua nativa è rimasta mescolata alla nuova, come un relitto, una testimonianza". "Sono ragazzi che vestono come voi - ha detto ai giovani presenti -, frequentano le discoteche, ma dentro sono lacerati, anche perché sanno che a diciotto anni dovranno lasciare la Città e andare a vivere in quella vera: Roma. Che ne sarà di loro? Tanti vengono sconfitti". Ma altri sono vincenti: "Omar adesso fa il cameriere in un ristorante vicino alla Luiss. C'è chi lavora in un'officina di Ponte Galeria ed è felice perché lo considera un successo. È comunque una sfida, una scommessa, non solo per loro ma anche per l'Italia: ogni loro fallimento è un fallimento per tutti noi". "Tanto diversi? Non direi - conclude Affinati - i loro valori interiori sono come i nostri, si interrogano sul bene, sul male… questioni universali che ci accomunano tutti".

 

Media e pregiudizi. La vicenda raccontata - e rappresentata anche in una pièce teatrale - dal regista Giorgio Barberio Corsetti, è invece quella del naufragio di Portopalo, la notte tra Natale e S. Stefano del 1996, quando trecento emigranti - provenienti soprattutto dal Pakistan e dallo Sri Lanka - naufragano nel mare in tempesta tra Malta e Portopalo. "Pochi si salvano e vengono costretti a rimpatriare. Comincia il rimpallo delle responsabilità. La mafia, che organizza questi viaggi-truffa in clandestinità, non fa sapere nulla alle famiglie per tutelare i propri traffici. Dopo dieci anni - spiega il regista - c'è chi è ancora convinto di parlare al telefono con il proprio figlio. In realtà dall'altra parte del filo c'è qualcuno pagato per fingere. Anche i pescatori, quando riaffiorano i cadaveri, fanno finta di nulla, temendo che il proprio pesce, pescato in quelle acque, possa essere rifiutato". "I media - commenta Boldrini - non ci hanno aiutato a capire tutto questo. Non sappiamo nemmeno la differenza tra un emigrato e un rifugiato. Non ci è chiaro che un rifugiato è qualcuno che non pensava di venire da noi; stava a casa sua ma è dovuto fuggire, terrorizzato, per salvarsi la vita durante un conflitto improvviso". Secondo la portavoce Unhcr, "i media hanno anzi contribuito a rafforzare i pregiudizi: uno stupro commesso da un italiano è a pagina 32 di un giornale, uno commesso da uno straniero è in prima pagina. Si parla di immigrazione solo in relazione al tema della sicurezza" ma, ammonisce, "una società fondata sul diritto non può rimandare indietro i rifugiati; l'immigrazione non può essere bloccata ma solo regolata".

 

Parole svuotate di senso. Per Aldo Morrone, medico dell'ospedale san Gallicano di Roma, che ha scelto di curare immigrati clandestini e senzatetto, "è un privilegio occuparsi di chi non conta nulla". Ma "la vera contrapposizione - precisa - non è tanto tra italiani e non, quanto piuttosto tra garantiti e non: i giocatori dell'Inter sono quasi tutti stranieri ma non hanno certo bisogno di venirsi a curare da me". Sulla stessa linea l'artista Moni Ovadia, secondo il quale "oggi la discriminazione è soprattutto sociale ed economica. I finanzieri, e chi guida le grandi società o le multinazionali, si arricchiscono per posizione e ruolo pur se conducono la propria società alla rovina. Si autocompensano e si riconoscono valore per autocertificazione". Anche il razzismo ha un nuovo volto: "Formalmente siamo tutti antirazzisti e favorevoli all'uguaglianza ma di fatto - ammonisce Ovadia - siamo immersi nell'ipocrisia perché chi discrimina e ha il potere di farlo utilizza e conferma i medesimi valori e ribadisce le stesse parole. Non le contraddice, ma come un virus vi si introduce e le svuota rendendole prive di senso". Sir

 

 

 

Senato. Approda in Commissione il rinvio delle elezioni degli organi di rappresentanza dell’estero

 

Il relatore Tofani (Pdl): “Se il testo della riforma dei Comites e del Cgie verrà definitivamente approvato nel 2010, si potrà procedere alle elezioni entro la prima metà del prossimo anno”

 

ROMA- La Commissione Esteri del Senato ha avviato l’esame del provvedimento, approvato il 25 maggio dalla Camera dei Deputati, che rinvia le elezioni degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero.  Durante la seduta i contenuti del provvedimento, volto a convertire in legge il decreto del Governo, sono stati illustrati dal senatore del Pdl Oreste Tofani,  il relatore presso la medesima Commissione della proposta di riforma dei Comites e del Cgie. Tofani ha infatti ricordato come al momento siano allo studio della III Commissione numerose iniziative legislative volte  ad un complessivo riordino degli organismi delle nostre comunità nel mondo.

“La data del 31 dicembre del 2012 fissata dal decreto, ha spiegato Tofani -  deve essere intesa come il termine massimo per la tenuta delle elezioni. Dal governo è stata infatti stata manifestata in più occasioni la disponibilità a far svolgere le elezioni subito dopo l’approvazione della riforma attualmente all’esame del Senato”. Una riforma, quella dei Comites e del Cgie, il cui iter al Senato, secondo Tofani, potrebbe concludersi già prima della pausa estiva,  con l’obiettivo finale di approvare definitivamente il testo entro l’anno in corso. “Se questo avverrà – ha aggiunto il senatore del Pdl -  si potrà procedere alle votazioni per il rinnovo degli organismi rappresentativi degli italiani all’esterno entro la prima metà del prossimo anno”.

Le valutazioni di Tofani sono state condivise dal sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti che, durante il suo intervento, ha evidenziato il pieno sostegno del Governo all’iniziativa legislativa, relativa ai Comites e al Cgie, che la Commissione Esteri sta esaminando. (Inform)

 

 

 

Michele Consiglio (Acli) sul provvedimento che proroga al 2012 il termine per il rinnovo di Comites e Cgie

 

“Andare in tempi brevi alle elezioni degli organi di rappresentanza. E’ una questione di democrazia e di rispetto per gli italiani all’estero”

 

Roma - Il sì della Camera al disegno di legge di conversione del Decreto che fissa al 2012 il termine massimo per il rinnovo elettorale dei Comites e del Cgie, rappresenta la prima tappa di un provvedimento, se non vi saranno modifiche inaspettate l’atto conclusivo avrà probabilmente luogo al Senato, fortemente osteggiato dal Consiglio Generale, da buona parte degli eletti all’estero e del variegato mondo dell’associazionismo d’emigrazione. La necessità, espressa dal Governo, di rinviare le consultazioni in attesa della conclusione dell’iter parlamentare delle riforme degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero, non sembra infatti aver avuto fino oggi presa su quanti temono che questa ulteriore proroga delle elezioni rischi di svuotare di significato il lavoro dei Comites e del Cgie. Una preoccupazione, quest’ultima che, nel corso di un’intervista, ci è stata esternata anche dal responsabile della rete mondiale delle Acli e consigliere del Cgie Michele Consiglio.

   La Camera ha dato il via libera al provvedimento che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie. Come giudica questa decisione?

  Speriamo che questo provvedimento possa trovare al Senato soluzioni diverse. Noi abbiamo sostenuto e sosteniamo che si debba andare in tempi brevissimi alle elezioni dei Comites e del Cgie. E’ una questione di democrazia e di rispetto per gli italiani all’estero. Gli organismi di rappresentanza, dopo un certo numero di anni, hanno la necessità di essere rinnovati, anche perché vi è il problema della rigenerazione che è il sale della democrazia. Continuare a dilazionare i tempi per il rinnovo di questi organismi può essere letto politicamente come un voler far venire meno gli stessi Comites e il Cgie, oppure come una sottolineatura dell’inutilità di questi organismi di rappresentanza rispetto alle collettività italiane all’estero e alle politiche che il nostro paese vuole mettere in campo. Noi crediamo esattamente il contrario. In verità anche noi in passato abbiamo sottolineato la necessità di cambiare qualcosa, per quanto riguarda il rinnovo dei Comites e del Cgie, vista la novità rappresentata dall’ingresso in Parlamento degli eletti della circoscrizione Estero.  Alla luce di ciò avevamo chiesto ai partiti di compiere un passo indietro in modo che Comites e Cgie potessero rappresentare al meglio la società civile e il  mondo associativo presente all’estero. Una posizione che oggi riconfermiamo.

  Dai rappresentanti del Governo è stata più volte sottolineata la necessità di rinviare il rinnovo degli organi di rappresentanza in attesa del completamento dell’iter della riforma di Comites e Cgie. Cosa pensa di questa motivazione?

  Noi crediamo che vadano riviste le leggi istitutive dei Comites e del Cgie, ma pensiamo che questo debba accadere all’interno di un quadro più complessivo di riforma dello Stato. Quindi della riforma elettorale e di un nuovo ruolo di Camera e Senato. Non siamo contrari a      tutto questo tuttavia riteniamo che i tempi per arrivare alla realizzazione di tali riforme siano lunghi e non è detto che entro il dicembre 2012, il limite ultimo fissato dal decreto legge per il rinnovo dei Comites e del Cgie, si possa addivenire ad una riforma complessiva del sistema istituzionale. Per cui un celere rinnovo dei Comites e del Cgie, potrebbe anche rappresentare un’occasione per ragionare su queste questioni. In ogni caso eventuali iniziative di riforma, questioni discusse in Italia da molti anni, non possono essere  prese a scusante per il rinvio delle elezioni degli organismi di partecipazione e di democrazia degli italiani nel mondo.

  Dopo il via liberà della Camera il provvedimento sarà discusso in Senato. La partita è già chiusa, o crede che vi possano essere degli aggiustamenti o dei cambi di rotta dell’ultima ora?

  Non lo so. Ma dal punto di vista politico voglio ricordare che la maggioranza è  rimasta sorda agli appelli, anche in termini bipartisan, che associazioni, partiti e Cgie hanno avanzato su questo tema. Una richiesta trasversale che, fatta salva qualche eccezione, abbraccia l’intero arco politico. Mi pare che il governo abbia deciso diversamente. Non vorrei leggere questa presa di posizione dell’esecutivo come un tentativo di proseguire sulla strada , percorsa tra l’altro lentamente, che rischia di far venir meno la rappresentanza dei Comites e del Cgie e che ha preso l’avvio con la decurtazione delle risorse destinate dalla finanziaria ai capitoli di spesa per gli italiani all’estero. Tagli delle risorse pubbliche che hanno colpito l’assistenza per i nostri connazionali e la promozione della lingua e cultura italiana nel mondo. Credo dunque che non vi sia una sufficiente attenzione politica sul ruolo che gli italiani all’estero possono svolgere attraverso le forme di presenza associativa e quelle di rappresentanza come i Comites. In questo ambito non va inoltre dimenticato che i Comites e la società civile, alla luce dell’attuazione del piano di ridimensionamento della nostra rete consolare che prevede la chiusura e il declassamento di numerosi uffici , potrebbero presto diventare per le collettività italiane all’estero punti di riferimento ancora più importanti e fondamentali. (Goffredo Morgia–Inform 27)

 

 

 

SWR. Integrazione e cittadinanza

 

In Germania vivono 6,5 milioni di immigrati stranieri. Il numero di coloro che sono doppi cittadini o si sono naturalizzati è più del doppio. Oltre agli sfollati dell’immediato dopoguerra, il gruppo etnico più fortemente deciso di acquistare il passaporto tedesco, è quello turco. Il loro grado di integrazione, per certi versi, è più alto di quello italiano.

Non solo in Germania, ma anche in Italia il processo di integrazione degli immigrati passa attraverso l’acquisto della cittadinanza.

Il dibattito sull’integrazione degli immigrati oggi è attuale più che mai.

Le tensioni sociali e culturali esplose con atti di violenza in Francia, in Inghilterra o negli USA pongono seri interrogativi anche ad altri paesi d’immigrazione.

Fra questi spicca anche l’Italia che, negli ultimi 20 anni, da tipico paese di emigrazione si è trasformato in paese d’immigrazione.

Tutto è cominciato con i marocchini già verso la fine degli Anni ’60 e l’inizio degli Anni ’70. Allora era uno sparuto numero che, per sopravvivere, girava per piccoli centri agricoli acquistando capelli, affilando coltelli, ristagnando paioli e tegami, vendendo fermacapelli, pettini, pettinasse, asciugamani e copriletti.

Col tempo si sono industriati, hanno richiamato altri connazionali e, entrati in un giro napoletano di fornitura di capi di abbigliamento, hanno cominciato a prendere d’assalto le spiagge.

I famosi “Vu’ comprà “ hanno poi reclutato africani di altri paesi e, con il crescere della richiesta di altri consumi e con il crollo del comunismo sovietico, l’Italia è diventata, prima per l’Albania e poi per tanti paesi dell’Est europeo, dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina, terra di conquista per un futuro migliore.

Le più recenti stime parlano di una presenza di 4,5 milioni di immigrati, fra legali ed illegali.

Le loro attività oggi sono le più svariate. Esse vanno dallo spaccio di droga alla prostituzione, dal lavoro nei campi all’impiego nel settore alberghiero, dall’edilizia al mondo accademico, politico e religioso.

Come in Germania si sono contratti tanti matrimoni misti italo-tedeschi, così sta avvenendo anche in Italia fra italiani ed immigrati.

In questi casi l’integrazione sociale e culturale è senza dubbio molto più facile perché presuppone già una predisposizione ad un dialogo interculturale, linguistico ed anche interreligioso. Alcuni esempi concreti sono contenuti nel servizio audio realizzato con due marocchini residenti a Loano, in Liguria.

Per ascoltare, basta cliccare su questo link http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6462532/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1m77ujq/index.html.

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

La Festa della Repubblica a Friburgo. Il Console Di Bernardini fa il bilancio di quasi 4 anni di lavoro

 

Il Console d’Italia a Friburgo Igor Di Bernardini ha approfittato della celebrazione del 2 giugno per fare il bilancio dei suoi quasi quattro anni di lavoro nella Circoscrizione consolare. Il testo del suo intervento

 

Freiburg/Brsg - Illustri ospiti, La celebrazione del LXIV anniversario della proclamazione della Repubblica mi offre la possibilità di fare il punto sul lavoro che, nel corso di quasi ormai quattro anni, abbiamo fatto.

Non è facile tirare le somme di un’esperienza, poiché si corre il rischio dell’autocelebrazione e comunque dell’autoreferenzialità. Come ebbe a scrivere uno dei piú illustri esponenti dell’opposizione politica e culturale al fascismo, Gaetano Salvemini: “non si può essere imparziali, ma si può essere intellettualmente onesti”. Cercherò di attenermi, nella circostanza odierna, a questo insegnamento.

Sul piano del lavoro d’ufficio, mi sono sforzato di ampliare l’integrazione e il coordinamento tra i vari reparti che compongono l’ufficio consolare, cercando di stimolare un approccio al lavoro non unicamente verticistico ma il piú possibile orizzontale e circolare. Forse l’abolizione di un ufficio polivalente ha rappresentato un passo indietro rispetto a standard moderni di gestione di un ufficio erogatore di servizi. Tuttavia, ritengo che per arrivare alla creazione di un ufficio polivalente nel senso piú compiuto del termine occorra, appunto, un lavoro metodologico propedeutico che, sia pure nel mio piccolo, ho tentato di fare e che spero dia nel concreto qualche frutto, una volta arrivato effettivamente il momento di ricomporre un’unità di lavoro simile, momento che però si va sempre piú avvicinando dopo l’introduzione del passaporto biometrico e del nuovo Sistema Integrato di Funzioni Consolari.

Abbiamo dovuto affrontare vari impegni elettorali. Le elezioni politiche anticipate del 2008, le elezioni europee e il referendum sulla legge elettorale del 2009.

Si tratta di eventi impegnativi per qualunque ufficio pubblico, tanto piú per un ufficio che, con 14 unità in organico (talvolta 12), deve garantire il diritto di voto di oltre 30.000 connazionali. Ciò nonostante, ce l’abbiamo fatta senza particolari problemi.

Nella gestione della materia dei passaporti, abbiamo continuato a garantire l’erogazione di un servizio ancora fondamentale per i connazionali e, nel contempo, abbiamo tentato di procedere a un’applicazione puntuale della normativa in tema di erogazione gratuita del passaporto medesimo, riducendo ma non cancellando l’area della gratuità e rispettando comunque i diritti dei cittadini sanciti dalla legge in materia.

L’assistenza sociale ha assorbito molto del mio tempo. In questo settore, gli

interventi posti in essere sono una miriade. Impossibile elencarli tutti. Due brevi considerazioni. Se tale materia è cosí pesante, ciò significa che c’è ancora molto da lavorare, insieme alle Autorità tedesche, per garantire un’effettiva integrazione economico-sociale degli italiani in Germania. Inoltre, è necessario passare da forme di assistenza diretta a forme sempre piú estese di assistenza indiretta. Abbiamo anche lanciato dei piccoli progetti in questa direzione, ad esempio in materia di assistenza legale, che spero possano essere replicati in futuro. La mia delusione piú grande è stata quella di non essere riuscito ad attivare un programma specifico di assistenza agli anziani.

Anche la scuola ha assorbito gran parte del mio tempo. Nei limiti delle mie capacità in materia, ho sostenuto l’attività dell’Ufficio scuola tesa al miglioramento dei risultati scolastici dei nostri ragazzi in questa regione, cosí come l’attività degli enti scolastici privati con cui il rapporto di collaborazione è stato di gran lunga superiore alle mie aspettative. Ho cercato poi di dare il mio piccolo contributo segnalando l’importanza delle relazioni commerciali italo-tedesche e, conseguentemente, la necessità che il settore della formazione fosse sempre piú collegato al mondo economico-commerciale; ciò per consentire ai nostri ragazzi un futuro e una mobilità migliori tra Germania e Italia.

Sul piano commerciale abbiamo aiutato la piccola impresa italiana che qui lavora. Non è stato facile, perché in materia economica il principio di concorrenza prevale sovente sul principio di collaborazione. Eppure, sono convinto che abbiamo fatto dei passi in avanti, avvicinando ancora di piú gli operatori commerciali al Consolato, pur sempre nel rispetto della loro individualità. Abbiamo messo a loro disposizione gli spazi che già avevamo. Oggi ad esempio abbiamo con noi i rappresentanti dei negozi di moda italiana (scarpe e abiti da cerimonia) operanti a Friburgo, Anna F. e A.T. Moda, la Sig.ra Anna Fattobuono e i coniugi Montagno. Questo credo che sia un risultato piú che positivo.

Per quanto riguarda i rapporti con gli enti locali tedeschi, svariate sono state le visite alle città, oltreché alle comunità. Singen, Konstanz (dove tra l’altro insieme al Comune abbiamo collaborato all’organizzazione di una riunione del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero), Tuttlingen, Bad Säckingen, Offenburg, Lahr, Rottweil. Per quanto possibile, abbiamo cercato di mostrare la nostra massima attenzione verso l´Arcivescovado di Friburgo. Ho cercato di lavorare con l´Università di Friburgo e questo lavoro ha dato dei risultati positivi. Penso alla visita del Presidente del Consiglio Romano Prodi e al seminario del dott. Bini Smaghi della Banca Centrale Europea. Spero sarà possibile tenere già nel corso dei prossimi mesi la Lecture del Ministro Prof. Giulio Tremonti, insieme con la Fondazione Walter Eucken. Viceversa, non è stato possibile, per ragioni logistiche e di risorse, approfondire il rapporto con l’Università di Konstanz. In futuro sarà doveroso rimediare a questa carenza. Ottimo è stato il rapporto con la Dante Alighieri di Friburgo, col Centro Intercultura, con l’E-Werk e con il Centro Culturale Italiano. Eccellente infine è stato il rapporto di collaborazione con le realtà rappresentantive dell’emigrazione, con il Comites, con i membri del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, con i rappresentanti delle forze sociali, in particolare i patronati, e dei comitati assistenziali.

Questo in estrema sintesi il quadro di quasi quattro anni di lavoro, dovendo tralasciare di entrare nel merito dell’attività svolta in materia di onorificenze, sostegno dei gemellaggi, di amministrazione delle risorse dell’Ufficio e cosí via.

 

Mi sono domandato il perché di tutto questo lavoro e questo impegno e quale nesso potesse avere con la giornata di oggi. Ebbene, le ragioni e il perché si ritrovano nella storia personale e familiare di ciascuno di noi, incluso chi vi parla, cosí come nelle proprie convinzioni personali.

Solo attraverso l’impegno è possibile, difatti, ridurre la distanza, purtroppo tuttora esistente, tra la Costituzione formale e la Costituzione materiale del nostro Paese, per riprendere una formula di Costantino Mortati illustre costituzionalista di ispirazione democratico-cristiana, favorendo cosí la piena applicazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione in tema di libertà, lavoro, pace, giustizia e solidarietà sociale. Ciò ho fatto dunque per convinta adesione ai valori espressi dalla Costituzione repubblicana, scritta dopo venti anni di regime fascista, una guerra sconsiderata e lo sforzo di liberazione del nostro Paese dal nazifascismo culminato nell’insurrezione generale del 25 aprile 1945.

Tramite il lavoro, intendevo inoltre ricordare mio nonno, il quale dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si trovò, insieme ai suoi compagni, davanti alle truppe di occupazione nel suo villaggio natale vicino Roma. In quei momenti, forse anche con incoscienza, decise di affrontarle poiché, credo, era ancora vivo in lui il ricordo degli sforzi compiuti dalla mia famiglia nel Risorgimento nazionale, durante la prima guerra mondiale quando anche i miei bisnonni difesero l’indipendenza nazionale sulla linea del Piave e durante il regime fascista quando la loro libertà fu comunque giocoforza ristretta. A lui sarò sempre grato per ciò che ha fatto, specialmente perché sento da anni che in quei momenti avrà pensato a me, pur non conoscendomi.

Con il lavoro intendevo ricordare quotidianamente, oltre a mio nonno, una delle figure della nostra Resistenza che, tra i vari, piú ha ispirato il mio operato: Duccio Tancredi Galimberti, comandante del Corpo Volontari della Libertà in Piemonte e del Partito d’Azione piemontese. Di lui desidero oggi mettere in rilievo le sue qualità organizzative e umane, il suo spirito patriottico ed europeista. Anche lui, caduto nella guerra di liberazione, mi ha aiutato nel compiere il mio lavoro. Il suo sacrificio non è stato vano se ora siamo qui a rammentare il suo apporto alla costruzione di un’Italia migliore.

Il lavoro compiuto, di cui io solo porto la responsabilità mentre il merito va indubbiamente ai miei collaboratori, vuole da me essere dedicato ai figli dell’emigrazione italiana studenti della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Buenos Aires, morti o scomparsi durante l’ultima giunta militare argentina (1976-1982). In questi anni, ho avvertito fortemente la mancanza del loro contributo allo sviluppo della filosofia del diritto, delle scienze giuridiche e dell’amministrazione. Anche loro hanno sempre accompagnato il mio lavoro, era perciò giusto ricordarli.

Vi ringrazio per l’attenzione.

Igor Di Bernardini, Console d’Italia a Friburgo (de.it.press)

 

 

 

 

Cristina “ritorna” al Web. E dall’Italia pensa a genitori e alunni italiani in Germania. Ai quali consiglia...

 

Scrivo sul Webgiornale dopo tanti anni trascorsi nel silenzio: tra il 2005-2006, infatti, ancora residente in Germania, ho curato per questo sito la rubrica “Finestra aperta su”; in Italia dall’inizio del 2007, ho recentemente ripreso a curare un’altra rubrica per un altro sito (www.socialidarity.it,  “Lavoro? Chi cerca trova”) dalla quale offro consulenze ed orientamento a chi cerca lavoro, dando anche una mano nella compilazione della lettera di accompagnamento al proprio curriculum vitae (CV); sul sito sono in rete indicazioni pratiche per rendere più efficace la propria ricerca di lavoro e sono offerti altri servizi e forme di consulenza, che potrebbero tornare utili anche al cittadino emigrato, perciò tengo a segnalare la sua esistenza.

Ho mantenuto nel frattempo la promessa fatta a me stessa di dedicare uno studio al problema del sistema scolastico tedesco, della sua selettività, dunque della sua impostazione fondamentalmente discriminativa (“discriminare” vuol dire “dividere”) e dell’esistenza delle differenziali in Germania (le Sonder-Schule). Sto cercando il modo di pubblicare il mio lavoro, di impostazione storico-sociologica, per fargli avere più risonanza possibile, cercando un’organizzazione orientata alla salvaguardia dei diritti del bambino che, trattenendosi pure la gran parte delle entrate, mi aiuti in quest’intento in nome di un diritto allo studio più democraticamente inteso.

Durante i miei ultimi anni esteri, inserita nelle scuole come assistente all’integrazione dei bambini stranieri ed, infine, in particolare di quelli italiani, mi è capitato di incontrare persone che si lamentavano o di non aver frequentato scuole italiane, o di non averne frequentate di qualità, o di non avere materiale per poter trasmettere la cultura impartita nelle scuole del nostro Paese ai propri figli nati all’estero e formati secondo programmi diversi. Per quanto riguarda gli anni dell’asilo di mio figlio, ricordo anche me stessa alla ricerca di quasi ormai introvabili favolette e filastrocche che ai miei tempi venivano registrate sui dischi… Dove sono? … Ormai, esiste solo tanto materiale multimediale, che combina audio e video e che i bimbi ascoltano guardando la TV e stimolando il loro encefalo in maniera diversa da come era stimolato il nostro… con tutti i problemi che alcuni studiosi delle neuroscienze ipotizzano collegati alla loro tendenza alla noia e/o mancanza di attenzione alle lezioni frontali sulle quali la scuola continua ad essere tradizionalmente impostata…. ma questo è un argomento diverso da quello che volevo affrontare con questo articolo. 

Più ostico il discorso quando i ragazzini crescono: hanno i loro compiti scolastici, come si fa a sperare di poter mettere tra le loro mani un’Eneide in edizione integrale? Certo, esistono ora, per i ragazzi tra le ultime classi delle elementari e le medie, edizioni a loro rivolte (basta andare in una libreria di testi italiani anche online e chiedere), che per lo meno rendono i nostri figli consapevoli dell’esistenza di alcuni classici dell’epica (Iliade, Odissea, Eneide in particolare) e della traccia della loro trama. Però… dopo?

Infatti, come è comprensibile, i programmi scolastici variano da Paese a Paese, e c’è chi soffre di non vedere i propri figli studiare la storia, per esempio, come facciamo noi in Italia, già dalle elementari; in più, materie come storia e geografia sono ovviamente impostate in maniera diversa a seconda del Paese dalle quali le si studia, ovvero secondo un punto di vista “culturocentrico”: in Italia, diamo più enfasi al periodo greco, per esempio; in Germania, si parla di Grecia e Magna Grecia per lo più al Liceo… ossia, ai ragazzi che al Liceo arriveranno… alle elementari c’è un gran baccano fatto attorno al periodo medievale ed alle figure dei suoi cavalieri, Carlo Magno in testa; le scienze e la matematica sono in genere molto curate, in Germania, dove molte scuole hanno addirittura spazi e laboratori che noi spesso non abbiamo; ma la grammatica, se la si studia in modo sistematico, e non lo si fa sicuramente alle elementari, comunque è una grammatica che riguarda la lingua tedesca e non quella italiana.

Io qui vorrei perciò senz’altro segnalare a chi legge dalla Germania l’esistenza di siti dedicati alla scuola ed alla cultura italiana. La loro utilità sta nel fatto che alcuni di loro mettono in rete materiale audio da ascoltare come se si fosse veramente di fronte ad un professore. In particolare, mi è capitato di trovare un sito davvero interessante dal punto di vista specificato: si tratta del sito di un professore di liceo, Luigi Gaudio, che ha messo in rete vere e proprie lezioni di moltissime discipline scolastiche tenute di fronte a scolaresche in carne ed ossa, e perciò anche con tutte le interruzioni, le piccole polemiche e le sgridatine che condiscono e dinamizzano le ore trascorse a scuola dai nostri angioletti (www.gaudio.org).  E’ proprio questo aspetto a rendere in realtà molto vivo, reale e potenzialmente divertente il materiale da ascoltare, oltre che trasmettere a chi lo ascolta da un contesto linguistico diverso un italiano parlato nella sua dinamica immediatezza. Io credo che sia questa caratteristica che, oltre a non rendere pesante l’ascolto e troppo pedante l’intento, possa essere la leva sulla quale genitori italiani all’estero – ma anche giovani studenti stranieri desiderosi di imparare l’italiano sentendolo praticare “dal vivo” – possano giocare per esporre i loro cari adolescenti alla lingua italiana trasmessa attraverso contenuti culturalmente senz’altro validi per la loro età…. Il materiale, intendiamoci, può essere utilizzato anche dagli stessi genitori per rinfrescare le proprie conoscenze e trasmetterle ai figli delle elementari facendo le dovute sintesi…E’ chiaramente necessario il computer ed un collegamento internet, ma si possono scaricare file con audio per poi ascoltarli in tutta calma nel luogo di casa propria più comodo e favorevole alla concentrazione.

Spero che questa segnalazione possa tornare utile a qualcuno. Saluto tutti, in particolare chi, leggendo, si è ricordato di qualcuno dei miei articoli e delle mie interviste scritti un tempo per il webgiornale e che ogni tanto vedo saltare fuori dalla rete.  Cristina Rocchetto  (www.socialidarity.it),  de.it.press

 

 

 

 

Marino (PD) a Francoforte. Il processo di “svuotamento”. “Sì” al dialogo, “No” al ricatto

 

Francoforte - "Non so se oggi sia una bella o una brutta giornata. È sicuramente bella perché le comunità italiane all’estero si ritrovano unite a manifestare con le loro rappresentanze, le loro associazioni, i loro partiti. Perché riscoprono e valorizzano insieme il proprio senso di appartenenza e comunità. Ma è anche una brutta giornata, perché si trovano a dover rivendicare diritti acquisiti e pratiche democratiche che nessuno dovrebbe mettere in discussione e che invece si stanno di fatto cancellando". Tra i connazionali giunti a Francoforte per protestare contro la politica del governo c’era anche Eugenio Marino, responsabile Italiani nel Mondo del Pd, intervenuto alla manifestazione promossa da Cgie e Comites a margine della prima continentale allargata Europa-Nord Africa.

"Stiamo assistendo – ha proseguito Marino – a un vero e proprio processo di svuotamento delle comunità italiane all’estero. Un processo che non è il frutto del caso, ma di una visione distorta della presenza italiana nel mondo. Gli italiani all’estero, i loro organismi di rappresentanza e i capitoli di spesa ad essi dedicati sono considerati come un costo improduttivo e anacronistico a carico dello Stato. Per questo motivo non si è fatto altro che tagliare le risorse e sminuire il ruolo delle rappresentanze, parlamentari compresi".

"Si sono praticamente azzerati i corsi di lingua e cultura, cioè l’anima del Paese e il filo conduttore tra le diverse generazioni e l’Italia, oltre che il volano della proiezione e conoscenza dell’Italia nel mondo". ha ricordato l’esponente Pd. "Tutti i Paesi moderni conquistano spazi e autorevolezza all’estero non più con le armi, ma investendo nel mercato soprattutto attraverso la cultura. Si è usata la mannaia sull’assistenza, penalizzando gravemente una fetta si minoritaria di cittadini, ma quella più indifesa e bisognosa che non può essere lasciata sola e al mercato. E questo è grave – ha osservato – non solo da un punto di vista politico e istituzionale (e a me già basterebbe così), ma anche etico e morale per un Paese che si dice cristiano e che accoglie in Parlamento il Papa con i più alti onori".

E ancora: "si sta mortificando il ruolo dei Comites e del CGIE prorogandone di tre anni il rinnovo. Questo continuo rinviare, fino quasi a raddoppiarne la durata legalmente riconosciuta, lascia intendere che la loro funzione istituzionale, democratica e sostanziale non è importante. Inoltre si sfiancano le persone che in questi organismi lavorano a titolo volontario e che dopo cinque anni avrebbero l’esigenza di un naturale ricambio o di una nuova spinta che viene dal confronto elettorale. Lo abbiamo detto tutti, in tutti i contesti. Eppure si continua a ignorarlo. Ma – ha commentato Marino – non perché non vi sia la consapevolezza che le elezioni andassero fatte già lo scorso anno, ma perché si vuole barattare il rinnovo dei Comites con l’approvazione di una proposta di riforma degli stessi Comites e del CGIE che nessuno vuole. E siccome nessuno la vuole, sostanzialmente si opera un vero ricatto istituzionale: "o accelerate e facilitate l’approvazione della riforma o non si rinnovano i Comites". Questo ricatto è inaccettabile!".

"E lo è – ha osservato ancora –non perché qui qualcuno non vuole riformare Comites o CGIE. Ma perché già nel 2003 si rinviarono le elezioni dei Comites. Si disse che li si doveva riformare tenendo conto dell’introduzione del voto e della rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero. Ciò che si dice anche oggi. Ma quella riforma allora è stata fatta. A meno che non si dica chiaramente che è stata fatta talmente male che occorre rifarla oggi. Ma si abbia il coraggio di dirlo però".

Sul Cgie, ha ricordato Marino, "già qualche anno fa erano state date delle linee di autoriforma dalle quali si poteva partire. Invece non se ne è tenuto conto e si è andati in tutt’altra direzione. Persino sbagliando, anche seguendo una logica puramente economicista, dato che questa riforma porterebbe anche un incremento di costi, mentre oggi si vuole fare riforme che li diminuiscono. Ecco perché, quindi, oggi a Francoforte, poi a Buenos Aires e successivamente a Vancouver, le comunità e le loro rappresentanze sono unite e devono manifestare facendo sentire con forza la propria voce. Ed ecco perché il Governo deve rivedere la decisione del rinvio. C’è ancora tempo se solo si ha la buona volontà di ascoltare e dialogare senza ricatti. Si vada al voto e poi si riprenda con la giusta saggezza e i giusti tempi il percorso della riforma del CGIE partendo proprio dalle linee di autoriforma che lo stesso CGIE ha tracciato".

"C’è ancora tempo per convocare entro giugno le elezioni. Ci credo ancora", ha affermato, ottimista, Marino. "Perché c’è stato un atto di coraggio trasversale ai partiti in questo senso. Atto di coraggio che ha però subito una battuta d’arresto nei giorni scorsi. Prima in Commissione e poi in Aula, quando si è votata la conversione del Decreto per il rinvio delle elezioni. Mi sarei aspettato, e lo dico davvero senza alcuno spirito di polemica – che sarebbe inutile e dannoso – ma con un po’ di amarezza, che anche i parlamentari del PDL eletti all’estero avessero votato non contro il Decreto, ma almeno a favore degli emendamenti contro il rinvio. In questa direzione si è impegnata, insieme a tutti i parlamentari del PD, persino il Vice Presidente della Camera, l’on. Rosi Bindi, per presentare un emendamento che, coerentemente con quanto detto alla plenaria del CGIE, chiedeva l’annullamento del rinvio delle elezioni. Questo il CGIE aveva chiesto all’on. Bindi nella sua veste di Vice Presidente della Camera tempo fa. Questo lei si era impegnata a fare e questo ha fatto".

"C’era dunque, l’altro giorno, a chiedere l’annullamento del rinvio, una alta carica istituzionale, c’era il principale partito di opposizione, e ci sono il CGIE e i Comites. Sarebbe stato un segnale fortissimo – ha commentato – se anche i parlamentari del PDL eletti all’estero, uniti come è stato unito il CGIE e come siamo uniti oggi qui, avessero votato si agli emendamenti contro il rinvio. Probabilmente, anzi sicuramente, gli emendamenti non sarebbero passati, ma non sarebbe stata scalfita l’unità delle comunità e, soprattutto, sarebbe stata inequivocabile e senza appello la bocciatura della decisione del rinvio: che è la cosa che oggi ci importa per non far morire i Comites. Comunque – ha ribadito – c’è ancora tempo se c’è una volontà di ascolto. C’è ancora tempo se il Sottosegretario Mantica vuole guardare a quello che è avvenuto in questi due giorni a Francoforte. Se ha la modestia di capire che non ci sono contrasti strumentali o ideologici, ma richieste sensate e ragionate. Assuma, dunque, il Sottosegretario, un atto di responsabilità nei confronti degli italiani all’estero. Nessuno lo interpreterà come un suo passo indietro o una sua sconfitta. Ma come l’atto di ascolto di una persona saggia verso il mondo che è stato chiamato a rappresentare. Se non lo farà, invece, sarà legittimo per tutti pensare c’è un disegno politico tendente a smantellare l’intera rete degli italiani nel mondo: dalle politiche che li riguardano alle rappresentanze che si sono dati in decenni di battaglie e di rivendicazioni. Un errore – ha concluso – davvero grave e anacronistico". (aise)

 

 

 

 

Il Segretario Generale del Cgie Carozza: da Francoforte una risposta unitaria. Riaprire il cantiere Italia

 

“Erano numerosissimi sabato a Francoforte  gli italiani!  Giunti in treno, in macchina, in pullman, in aereo da molti Paesi d’Europa ed anche dall’Africa. Centinaia e centinaia e tutti fortemente motivati nel rivendicare la propria italianità. Poco meno di un migliaio e fra questi tanti, tantissimi, giovani che si sono organizzati autonomamente per manifestare insieme ai rappresentanti del CGIE, di tutti i Comitati degli italiani all’estero in Germania e di molti altri Comites in Europa ed in Nord Africa, per dire basta alla politica di smantellamento dei loro diritti. Per dimostrare al Governo ed alle istituzioni italiane la ritrovata unità degli italiani all’estero, al di fuori ed al di là delle sigle e degli schieramenti politici. L’orgoglio di esserlo in questo difficile momento  e la ferma volontà di proseguire solidalmente uniti.”  Una partecipazione dai grandi numeri, di cui anche i giornali tedeschi hanno a piu’ riprese parlato” afferma il Segretario Generale del CGIE, Elio Carozza, descrivendo i termini di quella che è stata la più importante manifestazione di piazza degli italiani nel mondo.

 

Anticipando le ovvie, quanto facili critiche sulle richieste avanzate a Francoforte, Carozza sottolinea “Che l’Italia stia attraversando un periodo complesso e difficile non e’ un dato di fatto di cui le comunita’ italiane all’estero ignorino la portata.  Tutt’altro !  In Germania, come in Spagna, in Grecia come in Algeria, in Francia come in Argentina la preoccupazione e l’angustia per il Paese del quale sono, e si sentono  a pieno titolo, parte  integrante,  è forte, fortissima. Lo testimoniano i dibattiti e gli incontri di quella parte delle collettività italiane all’estero più informate, maggiormente attente sul piano politico e sociale, ma un’eco delle vicende di contenimento dei bilanci regionali, riverbero delle decisioni finanziarie nazionali, è presente anche nei discorsi dei circoli come nelle scuole, nei corridoi  delle università come  nelle fabbriche o negli uffici finanziari  dove sono presenti gli italiani.”

 

“La crisi, d’altra parte, ricorda Carozza, ha colpito le comunità italiane all’estero  in anticipo rispetto ai tagli che stanno  inesorabilmente frustrando buona parte del nostro Paese. Le ultime due finanziarie hanno ridotto all’osso i capitoli di spesa delle politiche di settore. Ed i sussulti riformatori, politici oltre che economici, potrebbero aggredire in modo dirompente quel “sistema” faticosamente costruito  negli anni da uomini politici di destra e di sinistra.“   

 

”Vorrei essere chiaro” aggiunge il Segretario Generale del CGIE  “Gli italiani all’estero, a fronte delle affermazioni del premier circa il rinvio delle riforme a tempi migliori, si domandano quale sia il criterio che presiede alla necessità riformatrice nei confronti della rappresentanza degli italiani all’estero. E ciò considerando anche i costi contenuti che tale impegno finanziario realisticamente comporta.

Gli italiani all’estero e le loro rappresentanze non intendono sottrarsi all’iniziativa riformatrice,  prosegue Carozza,  ma chiedono che vi sia un confronto diretto e concreto delle Istituzioni con le proprie rappresentanze. Che siano ascoltate le esigenze. Che le proposte corrispondano ai pronunciamenti e non siano ad esse antitetici. Che lo spirito costruttivo prevalga a fronte di quello puramente demolitivo.“

 

E Carozza chiarisce “Si prospetta l’idea di Comites più incisivi in quanto territorialmente vicini alle comunità. Ebbene, non è diminuendone il numero che ciò avverrà, soprattutto in aree del mondo in cui la ristrutturazione consolare causerà, inevitabilmente, carenze sul piano dei  collegamenti e dei servizi da parte delle istituzioni italiane.  Un incremento dei Comites non potrà che portare, invece, giovamento al “sistema” con un impegno finanziario estremamente ridotto, soprattutto  se i Comites vedranno rafforzati compiti e  competenze e non sminuiti.  Non riconoscere l’evoluzione e, dunque, la qualificazione delle risorse umane presenti oggi all’interno dei Comites, come dell’Associazionismo che registra una presenza sempre piu’ determinante delle giovani generazioni, prosegue il Segretario Generale,  vuol dire chiudere gli occhi di fronte ad opportunità di notevole valore offerte in termini di volontariato.  Vuol dire negare quel “sistema” Italia, quel “terzo settore”  che si sta creando in molti  Paesi e che potrebbe validamente sopperire alle difficoltà istituzionali, come già avviene su suolo italiano”.

 

Quanto al ruolo del CGIE, il Segretario Generale stigmatizza “credo che la migliore risposta sul CGIE quale  momento di sintesi, di dibattito e di proposta per interloquire con la rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero, sia venuta proprio dalla manifestazione di Francoforte,  in cui è stato accolto e pienamente recepito,  dai singoli come dalle organizzazioni dei connazionali, l’appello al dialogo ed al dibattito lanciato dal CGIE al termine dell’ultima Assemblea Plenaria dell’aprile scorso.”

 

”In ogni caso, afferma Carozza,  il CGIE non intende esimersi dal confronto. Anzi, lo auspica !  Come auspica, d’altra parte, che il parlamentari della Circoscrizione estero trovino, al di là dell’impegno di partito, una sede di dialogo e di confronto, senza il quale con tutta probabilità,  come aveva preconizzato l’on. Tremaglia, sarà difficile incidere positivamente a vantaggio degli italiani all’estero”. 

“A loro, da Francoforte,  riaprendo il “cantiere” italiani all’estero, l’Assemblea dei Comites e del CGIE ha affidato un compito, un impegno nei confronti della rete consolare, della promozione della lingua e cultura italiana, dell’informazione e dei giovani. Negare interventi in questi quattro ambiti vorrà dire rendere impossibile quella continuità del legame che le giovani generazioni di italiani all’estero e di italiani che numerosi stanno lasciando l’Italia  per studiare, e sempre più spesso lavorare all’estero, richiedono. 

 

Stiamo parlando di migliaia di giovani , non di qualche centinaio di studenti. Stiamo parlando delle nuove generazioni dell’Italia nel mondo. Ed è al confronto di esperienze fra coloro che li hanno da tempo preceduti, fra quanti sono nati all’estero e le attuali ondate di giovani  che il CGIE  intende dedicare la II Conferenza dei giovani italiani nel mondo, annuncia il Segretario Generale Carozza.  “Il loro appello a Francoforte  non può andare disperso. Lo dobbiamo ai nostri giovani in Italia ed all’estero. Ed a quanti si apprestano a lasciare l’Italia. I prossimi appuntamenti di Vancouver e Buenos Aires sono sicuro daranno un ulteriore fondamentale apporto in questa direzione” conclude il Segretario Generale del CGIE. De.it.press

 

 

 

 

Gli esponenti del PdL c’erano e no alla protesta di Francoforte? Santellocco: c’ero!

 

Roma - "L’interrogativo sollevato da Antonio Zulian mi dà lo spunto per chiarire se il sottoscritto era "presente o no" alla manifestazione: naturalmente vi ero, nell’ambito dei lavori per la Commissione Continentale Europa – Africa del Nord del Cgie". Così Franco Santellocco, presidente della V commissione tematica del Cgie, in risposta all’articolo pubblicato di Antonio Zulian pubblicato il 31 maggio scorso su "l’Italiano", in cui il coordinatore del PdL in Svizzera criticava alcuni consiglieri del Cgie e rappresentanti del PdL che, a Francoforte per la continentale allargata e seguente manifestazione di protesta, hanno "preso un caffè" invece di far sentire la propria voce "mentre in piazza centinaia del PD protestavano contro i tagli governativi".

Accuse che oggi Santellocco respinge: "il mio intervento in Plenaria Continentale", scrive, infatti, "è stato largamente improntato al sostegno degli italiani all’estero nel particolare momento che si attraversa. Ho inteso richiamare la forma piramidale della struttura (rete Associazionismo, Comites, Cgie, Parlamentari "privilegiati" della Circoscrizione Estero) per definire una programmazione, limitata, ma concreta da realizzare nei tempi restanti l’attività di questo Cgie. Non ho tralasciato naturalmente di sottolineare", ricorda il consigliere, "l’attuale immobilismo del CGIE: è indispensabile che esso compia un salto di qualità vistoso".

Santellocco spiega anche di aver partecipato, "riprendendo una antica tradizione, al Comitato ristretto per la stesura del documento finale. Quest’ultimo, nella sua versione definitiva, approvato poi all’unanimità", rende noto, "ha recepito nella doverosa sintesi, i concetti da me espressi nei precedenti interventi".

"La seduta pomeridiana", prosegue, "si è aperta con l’arrivo delle delegazioni provenienti da varie località e Paesi. Frattanto, in sala, sono spuntate bandiere "a senso unico" ma nessuna del "tricolore": è qui che le cose sono cambiate. La quasi totalità si è organizzata recandosi come da programma alla sede del Consolato Generale d’Italia a Francoforte per una pacifica protesta contro l’operato del Governo in tema di politiche degli italiani all’estero".

"I lavori del Cgie e la manifestazione di protesta", informa, "si sono conclusi in un’atmosfera certamente serena, recuperando la disponibilità per un costruttivo dialogo e dunque la necessità di riprendere il confronto. Il Cgie, in questo, all’unanimità (documento finale)", conclude Santellocco, "si è reso disponibile auspicando che il Governo e per esso il Sottosegretario Mantica voglia raccogliere altrettanto in positivo tale apertura, consapevoli che solo attraverso una costruttiva ed armoniosa intesa si possono giungere a soluzioni condivise". (aise) 

 

 

 

 

I sindacati della Farnesina: assoluta unitarietà a Francoforte nella difesa dei diritti dei residenti all’estero

 

Questa la valutazione sindacale (Confsal Unsa Coordinamento Esteri) circa la manifestazione di protesta di sabato 29 maggio a Francoforte

 - Protesta contro il piano di razionalizzazione della rete estera messo in atto dal Ministro degli Esteri Frattini e dal Sottosegretario con delega per gli italiani nel mondo Mantica

 

Francoforte - NO ad una politica dei fatti compiuti e NO ad una politica miope che non sa cogliere l’enorme ricchezza della comunità italiana all’estero nelle sue diverse sfaccettature e SI ad un dialogo costruttivo che serva a trovare soluzioni alternative alle chiusure delle Rappresentanze diplomatiche previste dal piano di razionalizzazione.

 

Questo è uno dei tanti messaggi emersi dalla giornata di protesta, organizzata dal CGIE (Comitato Generale degli Italiani all’Estero) e sostenuta dalle più svariate realtà associazionistiche e dalla nostra Sigla sindacale, che si è conclusa a Francoforte sul Meno lo scorso 29 maggio 2010 davanti al Consolato Generale d’Italia.

 

Numerosi i partecipanti al corteo cittadino con delegazioni provenienti da tutta la Germania, dalla Francia, dal Belgio, dalla Svizzera, dai Paesi scandinavi e dalla Gran Bretagna per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul sacrosanto diritto al servizio per una comunità italiana che continua a produrre reddito in Italia e che promuove quotidianamente il nostro Made in Italy all’estero.

 

La Confsal-Unsa Coordinamento Esteri ribadisce che le chiusure previste non rappresentano di fatto un risparmio, bensì una differente „imputazione delle spese“ che scaturirebbe dallo smantellamento e dal trasferimento di strutture e di personale.

 

Chi, in tempi di dure Finanziarie, vuol far credere che le chiusure sono inevitabili e possano produrre un risparmio effettivo, getta solo fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Il risparmio deriva da una profonda analisi del sistema, dai tagli a quelli che il nostro Sindacato considera i veri sprechi e dall’attuazione di misure strutturali che vanno messe in atto con il consiglio e l’esperienza sul campo di quelle parti sindacali e sociali che conoscono concretamente la realtà italiana fuori d’Italia.

 

 A cosa servono le più grandi e costose innovazioni  tecnologiche come il “Consolato on line” se la gente comune non è più nemmeno in grado di mettersi in contatto telefonico con il proprio Consolato?

A cosa servono le più grandi e costose innovazioni tecnologiche se il programma “S.I.F.C.”, che dovrebbe permettere in futuro – tecnicamente parlando –  l’erogazione dei servizi consolari via internet, sta di fatto creando non poche difficoltà alle sedi - pare infatti che i tempi di lavorazione siano raddoppiati -  a causa della lentezza del sistema stesso, con riflessi negativi sull’attività degli uffici anagrafe e degli uffici passaporti?

 

Le vere innovazioni vanno misurate e realizzate tenendo conto del contesto reale e locale della richiesta, solo così si sarà in grado di dare risposte effettive e forse anche meno costose alle necessità dell’utenza.

 La Confsal Unsa Coordinamento Esteri riconosce la necessità  di rinnovamento delle strutture consolari all’estero, tuttavia ritiene che detto rinnovamento  vada prima ragionato e concordato con tutte le parti coinvolte e con la società civile.

 

Gli sprechi nella Pubblica Amministrazione esistono, ma vanno abbattuti in altri settori e non in quello dei servizi ai cittadini! Chiudere i servizi consolari tout court, obbligando la nostra collettività a compiere percorsi di migliaia di chilometri per ottenere i servizi consolari, vuol dire disconoscere i diritti dei residenti all’estero e non avere alcuna percezione delle prospettive di sviluppo che la rete consolare potrebbe intensificare all’interno del proprio contesto cittadino promuovendo il ruolo economico, commerciale e finanziario dell’Italia all’estero. Non riconoscere questo potenziamento e ricchezza è veramente un grande spreco e segno di mero provincialismo!

 

La Confsal Unsa Coordinamento Esteri continuerà pertanto la sua mobilitazione: oggi in Europa e domani in tutte le realtà colpite dal piano di razionalizzazione della rete estera.  Confsal Unsa Coordinamento Esteri (de.it.press)

 

 

 

 

Amburgo/Berlino. Insieme per la Costituzione Repubblicana. Appelli per la Festa della Repubblica

 

Amburgo/Berlino - In occasione della Festa della repubblica del 2 giugno l'Inca Cgil Germania ha diffuso il seguente appello: “La Repubblica e la Costituzione italiana sono legate in un rapporto indissolubile. Hanno radici comuni nella nostra storia e in particolare nella Resistenza, che, come ha ricordato il Presidente Giorgio Napolitano, non ha soltanto liberato il Paese dall’occupazione tedesca e dalla dittatura fascista, ma ha riunificato l’Italia.

Il 2 giugno è la Festa della nascita della Repubblica e della Carta Costituzionale.

La Costituzione ha consacrato sentimenti, speranze, valori profondamente radicati, in cui si riconoscono tutti gli italiani.

Essa  è il frutto del lavoro unitario della costituente, ma non può essere ridotta al semplice compromesso tra i partiti

Ora siamo vieppiù italiani ed europei. Ma siamo tanto più europei, se ogni cittadino, a Nord e a Sud, sente di appartenere  alla stessa comunità, che ha fondamento nella Costituzione.

La Costituzione è base della nostra libertà. In essa sono scolpiti i pilastri  della nostra democrazia: i diritti umani e la partecipazione della cittadinanza alla vita sociale e politica; a passione egualitaria, cioè la passione verso i diritti di cittadinanza, egualmente riconosciuti a tutti. A partire dal diritto al lavoro e alla formazione, eliminando gli impedimenti e gli ostacoli  e creando le condizioni al suo esercizio effettivo; l’autonomia e la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), compreso quello dell’informazione; e la loro indipendenza, la loro laicità e l’equilibrio tra di essi.

Oggi questi pilastri e questi principi sono a rischio. E dunque la stessa democrazia può entrare in crisi e correre rischi di svuotamento e di involuzione.

La Costituzione è come un albero, radicato nella terra in cui nasce e cresce. Si può potarlo o innestarlo, ma non si può sradicarlo dalla sua terra, senza farlo morire.

 Le riforme per rinnovare l’Italia vanno realizzate seguendo i principi della Carta Costituzionale. 

Facciamo del 2 giugno – conclude l’appello dell’Inca/Germania - la ricorrenza civile e popolare per imparare, ridestare e tenere svegli i valori fondanti della Repubblica e della Costituzione Italiana”.

 

Laura Garavini in occasione della Festa della Repubblica ha invitato a fare del “2 giugno un’occasione per esprimere il forte sentimento che ci lega all’Italia”.

“Per noi tanti italiani sparsi nel mondo che sentono forte il senso di appartenenza alla propria terra d’origine, il 2 giugno – ha detto - è molto di più di una semplice ricorrenza che richiama a un avvenimento ormai lontano nel tempo: celebrare il compleanno della Repubblica è un’occasione preziosa per esprimere questo forte sentimento dell’identità italiana che ci lega al nostro Paese”.

 

La deputata eletta all’estero ha partecipato al ricevimento dell’Ambasciatore italiano a Berlino in occasione della festività del 2 giugno. “Ricordare questa data - afferma -significa anche onorare i valori democratici che costituiscono le fondamenta della nostra nazione: libertà, giustizia, legalità, uguaglianza e rispetto dei diritti. Questi valori, iscritti nella nostra carta costituzionale, rimangono i punti di riferimento con i quali l’Italia, aperta verso il mondo e impegnata nella difesa di un’Europa unita, dovrà affrontare le sfide dell’oggi e del domani”.

 

“L’auspicio per questo 64° anniversario della Repubblica – conclude - è che il nostro Paese si ricordi del contributo delle comunità all’estero a difesa dell’immagine dell’Italia nel mondo e torni a mettere a frutto le grandi risorse di idee, capacità e dinamismo che noi italiani all’estero possiamo offrire al Paese”. De.it.press

 

 

 

 

Le prossime iniziative a Monaco di Baviera e dintorni

 

Monaco di Baviera – Due giovani protagoniste di nuovi sviluppi artistici in Italia espongono, sino al 25 giugno, le proprie opere presso l’Istituto Italiano di Cultura a Monaco: Rita Siracusa con l’allestimento intitolato “Skulptur” e Silvia Beltrami in “Collage”. Le mostre, a ingresso libero, sono visitabili dal lunedì al giovedì dalle ore 10 alle 13 e dalle ore 15 alle 17, il mercoledì dalle ore 10 alle 13 e dalle 15 alle 19 e il venerdì dalle ore 10 alle 13.

Una mostra fotografica dedicata all’immigrazione di lavoratori in Germania sarà ospitata fino al 31 agosto presso la sede dell’SDP bavarese (Maximilianeum, Monaco): gli scatti di Antonino Tortorici raccontano frammenti di esistenze degli emigranti dal momento del loro arrivo negli  anni ‘50, illustrandone le condizioni di vita sul lavoro e nel quotidiano. L’orario di apertura è dalle ore 10 alle ore 16 dal lunedì al giovedì.

  La Pinacoteca moderna (Barerstr. 40) ospita sino al 19 settembre l’allestimento intitolato “La fabbrica delle idee. Alessi: storia e futuro”, organizzato dal Museo internazionale del Design di Monaco in collaborazione con l’IIC (martedì-domenica dalle ore 10 alle ore 18; giovedì dalle ore 10 alle ore 20).

  Una serie di mostre incentrate sulla storia italiana e bavarese si svolgeranno tra Füssen ed Augsburg sino al 10 ottobre: a Füssen presso l’Ehemaliges Kloster St. Mang l’allestimento “Kaiser, Kult und Casanova” (visitabile dalle ore 9 alle 17.30); ad Augsburg presso il Maximilianmuseum “Künstilch auf Welsch und Deutsch” (ore 9-17.30) e presso il Bayerisches Textil- und Industriemuseum “Sehnsucht, Strand und Dolce Vita” (ore 9-17.30). Il programma è disponibile all’indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de.

Una mostra sull’arte italiana dell’illustrazione di libri si svolgerà dal 10 giungo al 18 agosto presso la Biblioteca di Stato bavarese (Ludwigstr. 16), in occasione della manifestazione intitolata “Bayern- Italien” (lunedì-venerdì ore 10- 17, giovedì fino alle 20, sabato e domenica ore 13- 17). Seguirà il 10 giungo presso la o Residenzplatz (Passau) alle ore 19.30 un concerto di musiche napoletane con la Nuova compagnia di Canto Popolare di Napoli, in occasione della 58ma edizione della “Festspiele Europäische Wochen”. Per informazioni: www.ew-passau.de.

Doppio appuntamento venerdì 11 giugno: alle ore 17 presso il Ministero statale archeologico (Lerchenfeldstr. 2) è prevista una visita guidata alla mostra “Karfunkelstein und Seide” con Andrea Lorentzen, organizzata dalla Società Dante Alighieri di Monaco, mentre alle ore 18 presso l’IIC si svolgerà il consueto incontro di letteratura spontanea. Alla migliore testimonianza orale o scritta verrà assegnato il premio in onore della Signora Fiorani in Muhm.  L’ingresso è libero. Per informazioni: www.letteratura-spontanea.de.

Appuntamento con “Le nozze di Figaro” sabato 12 giugno alle ore 19.30 presso la Opernhaus di Nürnberg. La commedia musicale sarà presentata in lingua italiana con i sottotitoli in tedesco.

Infine, domenica 13 giugno, il consueto incontro con “Il laboratorio dell’italiano”, per i bambini fino ai 5 anni e mezzo dalle ore 10.30 alle ore 11.15 e per i minori fino a 10 anni dalle ore 11.15 alle ore 12.30 presso la Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29). Per informazioni: maviott@arcor.de. (Inform)

 

 

 

 

Formazione professionale. Stage a Norimberga e Fürth per i grafici della “Einaudi” di Bolzano

 

Norimberga/Fürth - Sono rientrati da poco a Bolzano gli studenti della Scuola Professionale "Einaudi" che per quattro settimane hanno svolto uno stage di studio e di lavoro a Norimberga e Fürth, presso aziende del settore.

Grazie alla collaborazione con l'Agenzia di servizi tedesca "Ccce Euroservice", i ragazzi della classe IV grafici della Scuola Professionale per l'artigianato e l'industria "Einaudi" di Bolzano, hanno avuto l'opportunità di frequentare uno stage professionale all’interno di alcune aziende grafiche di Norimberga e Fürth, con una sistemazione in famiglie locali.

Come sottolinea il vicepresidente della provincia e assessore alla formazione professionale Christian Tommasini, "si è trattato indubbiamente di un’esperienza preziosa per i giovani grafici nel corso della quale migliorare la conoscenza del tedesco e nel contempo acquisire preziose esperienze sotto il profilo professionale".

Le imprese grafiche hanno espresso il loro apprezzamento per l’entusiasmo degli allievi bolzanini e la loro voglia di imparare. L’avvio della collaborazione tra la Scuola professionale "Einaudi" di Bolzano e la realtà di Norimberga risale al 1995 e lo stage di formazione-lavoro è il risultato più apprezzato dai giovani e dalle loro famiglie. L’iniziativa è finanziata anche dal Fondo Sociale Europeo.

I ragazzi, in questo periodo di stage lavorativo, sono stati seguiti da vicino dai loro insegnanti presenti a Norimberga e dall'Agenzia di servizi tedesca "Ccce Euroservice". (aise) 

 

 

 

All’Ambasciata italiana di Berlino manifestazione di protesta contro la legge bavaglio

 

Berlino - Davanti a una proposta di legge che rischia seriamente di tappare la bocca alla stampa e di garantire l’immunità a mafiosi e corrotti, il PD di Berlino si è unito all’iniziativa di protesta tenuta martedì 1 giugno alle ore 18 davanti all’Ambasciata italiana a Berlino. Lo ha annunciato Laura Garavini, coordinatrice del circolo Pd di Berlino e deputata eletta dagli italiani in Europa.

 

Il ddl sulle intercettazioni, attualmente all’esame del Senato, “pregiudica fortemente la lotta alla mafia”, commenta la Garavini. “non sono solo i magistrati, ma anche le forze dell’ordine e della guardia di finanza”, aggiunge la capogruppo democratica in Commissione Antimafia, “a dirci che questo provvedimento rischia di vanificare la possibilità di utilizzare un fondamentale e insostituibile strumento d’indagine per scoprire reati di mafia e di criminalità organizzata”.

 

“Se dovesse essere approvato, questo provvedimento renderà quasi impossibile attuare serie politiche di contrasto alla mafia”, conclude la Garavini che si appella a tutti gli italiani di Berlino a scendere in piazza per dire No alla legge bavaglio.

De.it.press

 

 

 

 

Ctim Germania: i 150 anni dell’Unità d’Italia

 

In occasione della festività del 2 giugno il CTIM Delegazione Germania si rivolge a tutti gli italiani all’estero “per invitare ad una breve  riflessione”.

Sono iniziate da poche settimane in Italia le celebrazioni in occasione dei 150 anni dell’unificazione italiana. Una data che, a nostro  avviso, deve essere ricordata, al di fuori di ogni tipo di polemica e di faziosità. Purtroppo per gli italiani delle Franconie questo 2 giugno  lascia dell’amaro in bocca e qui ci riferiamo alla preventivata  chiusura del Consolato d'Italia a Norimberga.

Il Risorgimento italiano è stata un’epoca gloriosa e decisiva per l’Italia  a venire: un’epoca di ideali ed entusiasmi e di grandi disegni politici.  Grazie ad alcune figure straordinarie, da Mazzini a Cavour a Garibaldi, per citare sono quelle di più grande rilievo, si è giunti all’unificazione  di quasi tutta la penisola. Ogni singolo personaggio di quell’ epoca  storica ha contribuito, ognuno con le sue pecularietà e le sue qualità,  alla buona riuscita dell’impresa e alla proclamazione nel 1860 del Regno  d’Italia. Grandi furono i sacrifici, anche in termini di vite umane,  avutisi nei decenni precedenti per raggiungere tale meta. Da non  sottovalutare è anche l’aspetto dell’unità linguistica, portato avanti a  partire dal 1860, che consentì – in breve tempo – l’affermarsi di una  lingua nazionale unitaria scritta e parlata. Senza il Risorgimento forse oggi un siciliano avrebbe paradossalmente bisogno di un traduttore  per colloquiare con un milanese o un torinese.

Per noi italiani all’estero e per il CTIM Germania  la nostra Patria, l’Italia unita dalla Sicilia  alle Alpi; è un punto di riferimento forte e da difendere. Altrettanto importante è, in questi duri momenti, constatare  – per ironia della sorte- un’impossibilità di dialogo con l’attuale Governo di centro-destra e scarsa attenzione che si concreta in soli tagli e chiusure.

Ma noi non inveiamo contro la Patria, a prescindere da chi ci governa, e su questo mi viene in mente un memorabile discorso dell'on. Almirante a Stoccarda: "la Patria è sempre adorabile (anche se talvolta è matrigna). E’ adorabile quando vince, è più adorabile quando perde; è adorabile quando ci offre tutte le sue gioie, è adorabile quando ti presenta tutte le sue debolezze, magari le sue colpe; è adorabile quando ti dà, è più adorabile ancora se ti chiede ...”. Questo significa impegnarsi a ricordare il 2 giugno, nel salvaguardare e difendere gli interessi e i diritti delle nostre comunità all' estero e riaffermando  il sacrosanto diritto di essere trattati da italiani a pieno titolo e non da figli di un Dio minore. Ctim-Delegazione Germania

 

 

 

“Le notti di Cabiria” martedì 8 giugno a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera. Cari amici dell'Istituto Italiano di Cultura, abbiamo il piacere di  invitarVi, nell’ambito della rassegna cinematografica »Con gli occhi di lei«, alla proiezione del film »Le notti di Cabiria« , che avrà luogo martedì 8 giugno 2010, alle ore 19.00, presso l’Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8,  a Monaco di Baviera. In versione originale con sottotitoli in italiano. Organizzatore: Istituto Italiano di Cultura. Ingresso libero

 

»Le notti di Cabiria« Italia/Francia, 1956, VO, 110 min. Regia: Federico Fellini

Con: Giulietta Masina: Cabiria; Amedeo Nazzari: Alberto Lazzari; Franca Marzi: Wanda; Dorian Gray: Jessy

 

Cabiria è una piccola prostituta romana degli anni '50. Sotto l'aggressività che la vita le impone e dietro le sue ingenue invenzioni provocatorie, nasconde la freschezza di cuore dei suoi sogni d'adolescente e un disperato, ostinato desiderio d'amore che la porta, a ogni drammatica esperienza, ai limiti della morte. Ma nonostante tutto, Cabiria continua a credere tenacemente nella vita, in quella sorta di circo che è per Fellini l’esistenza umana. 

 

Premi e riconoscimenti: Oscar 1957: Migliore Film straniero; 2 David di Donatello 1957: Miglior Produttore (Dino De Laurentiis), Miglior Regista (Federico Fellini) 

3 Nastri d’Argento 1958: Miglior Film, Migliore Attrice protagonista (Giulietta Masina), Miglior Attrice non protagonista (Franca Marzi).

Istituto Italiano di Cultura Hermann-Schmid-Straße 8 D-80336 Muenchen

Tel.: ++49-(0)89 / 74 63 21-26 Fax: ++49-(0)89 / 74 63 21-30

E-mail: stampa.iicmonaco@esteri.it Homepage: www.iicmonaco.esteri.it (de.it.press)

 

 

 

Gaza. L'Exodus rovesciato

 

Il blitz compiuto da Israele contro la flottiglia di attivisti diretti a Gaza spezza l'equilibrio strategico mediorientale in cui la Turchia rivestiva una preziosa funzione di stabilità e coalizza una vasta ostilità internazionale contro lo Stato ebhraico - di GAD LERNER

 

TEL AVIV - Dalla spiaggia di Tel Aviv guardiamo il Mediterraneo incendiato dall'inconfondibile luce del Levante e proviamo un senso di vergogna, come di profanazione per quello che vi è accaduto nell'oscurità. Non si sono certo fatti onore i marinai d'Israele, protagonisti di un arrembaggio dilettantesco e cruento. Una delle pagine più oscure nella storia di Tzahal. Tanto più che spezza inavvertitamente l'equilibrio strategico mediorientale in cui la Turchia rivestiva una preziosa funzione di stabilità, e coalizza una vasta ostilità internazionale contro lo Stato ebraico.

 

Può anche darsi che stringendo gli occhi a fessura sul riverbero del mare la maggioranza degli israeliani sia trascinata dall'esasperazione a sussurrare tra sé l'indicibile - "ben gli sta, se la sono cercata" - ma ciò non ribalta il bruciore della sconfitta morale. Il paese è sotto choc, soggiogato dal senso di colpa. Vorrebbe giornalisti in grado di spiegare la strage come legittima autodifesa. S'immedesima nei militari feriti, e così la tv giustifica i primi marinai saliti a bordo della "Mavi Marmara": hanno vissuto attimi di terrore, una situazione analoga a quella dei due soldati linciati dieci anni fa nel municipio di Ramallah. Ma suda vistosamente l'ammiraglio Eliezer Merom, seduto accanto al ministro della Difesa, Ehud Barak, quando tocca a lui giustificare una provocazione cui i suoi uomini, come minimo, non erano preparati. I portavoce governativi balbettano più volte la parola "rammarico". Rispondono a monosillabi sotto l'incalzare dei reporter. Né giova alla credibilità internazionale d'Israele che il primo incaricato di rilasciare dichiarazioni ufficiali sia stato il viceministro degli Esteri, Danny Ayalon, esponente del partito di estrema destra "Israel Beitenu": fu proprio Ayalon l'11 gennaio scorso a offendere di fronte alle telecamere l'ambasciatore turco Oguz Celikkol, fatto sedere apposta su una poltrona più bassa della sua e preso a male parole. Rischiando di interrompere già allora le relazioni diplomatiche fra i due più importanti partner degli Usa in Medio Oriente.

 

Oggi il trauma del distacco fra Israele e la Turchia è irrimediabilmente consumato. Non a caso il governo di Ankara aveva appoggiato la Freedom Flotilla dei pacifisti, salpata dalle sue coste con l'intenzione di un'esplicita azione di disturbo ai danni di Netanyahu. Israele è caduto in pieno nella provocazione.

 

E' un tale disastro geopolitico, la contrapposizione al più importante paese islamico della Nato, oggi attratto nel gioco delle relazioni spregiudicate con la Siria e con l'Iran, da lasciar intuire che possa esservi stato un calcolo in tale follia: cioè che la destra israeliana al governo, già invisa all'amministrazione Obama, scommetta di sopravvivere praticando il tanto peggio tanto meglio. Netanyahu, ricattato alla sua destra, esercita una leadership fragile, piuttosto spregiudicata che coraggiosa. Ciò che lo assoggetta alle ricorrenti tentazioni d'azione militare dell'alleato laburista, politicamente sprovveduto, Ehud Barak. Il governo d'Israele si comporta come se non fosse mai avvenuto il ritiro dalla striscia di Gaza. Ha lasciato nelle mani di Hamas e dei suoi sostenitori internazionali l'arma propagandistica dell'embargo cui è sottoposta una popolazione di un milione e mezzo di abitanti. Cerca di mobilitare contro Barack Obama e Hillary Clinton la comunità ebraica statunitense, sottovalutando i dilemmi morali e le perplessità che il suo oltranzismo ha generato in quella che non è certo più una lobby compatta.

 

E' coltivando il mito della propria autosufficienza, l'illusione di contenere sempre nuovi nemici grazie alla superiorità tecnologica e militare, che Israele è andata a infilarsi nella trappola della Freedom Flotilla. Incapace di trattare con cinismo distaccato un'iniziativa umanitaria sponsorizzata da tutti i suoi peggiori nemici. Non poteva limitarsi a bloccare fuori dalle acque territoriali il convoglio ostile? Perché la Marina è stata chiamata a dare una tale prova di arroganza e inefficienza? Male informata, come minimo, forse beffata nel corso di trattative ufficiose, ha suggellato un disastro politico.

 

Ma i calcoli strategici restano in secondo piano di fronte al turbamento delle coscienze.

 

Il blocco militare del Mar di Levante evoca troppi simboli dolorosi nel paese che coltiva la memoria dei sopravvissuti alla Shoah quasi alla stregua di una religione civile. Impossibile sfuggire alla suggestione che in una tiepida notte d'inizio estate le acque del Mediterraneo abbiano vissuto un Exodus all'incontrario. Non certo perché i militanti e i giornalisti a bordo della flotta che intendeva violare l'embargo di Gaza siano paragonabili ai 4500 sopravvissuti dei lager che le cacciatorpediniere britanniche speronarono nel 1947 al largo di Haifa, impedendo loro di approdare nel nuovo focolare nazionale ebraico. Ma perché quell'arrembaggio sconsiderato in acque internazionali, senza che Israele fosse minacciato nella sua sicurezza, discredita uno dei suoi valori fondativi: la superiorità morale preservata da una democrazia anche nelle circostanze drammatiche della guerra.

 

Per questo nell'opposizione al governo di destra echeggiano parole gravi, accuse di follia: "Chi ha agito con tanta stupidità deve rendersi conto che ha sporcato il nome d'Israele", scrive per esempio il vecchio pacifista Uri Avnery.

Con timore mi sono presentato in serata all'incontro organizzato dall'istituto italiano di cultura, cui partecipava un centinaio di ebrei d'origine italiana. Mi avrebbero accusato come altre volte di tradimento, di scarsa lealtà alla causa israeliana? Lo scoramento, inaspettatamente, prevaleva sulla recriminazione. Nessuno dei partecipanti ha speso una parola per difendere l'operato del governo e di Tzahal. Il disastro politico veniva riconosciuto coralmente, chiedendosi semmai chi possa metterci una buona parola per segnalare all'estero l'angoscioso senso d'accerchiamento vissuto dagli israeliani.

 

E' giunto ieri a Tel Aviv, per dialogare con la leader dell'opposizione Tzipi Livni, il filosofo francese Bernard Henry Levy. Filoisraeliano convinto, all'inizio del 2009 appoggiò perfino la spedizione punitiva "Piombo fuso" scatenata da Olmert contro Gaza. Ma oggi Henry Levy è tra i primi firmatari di un "Appello alla ragione" di varie personalità ebraiche d'Europa, collegate a un analogo movimento ebraico statunitense, denominato "J call". Sono esponenti moderati, sionisti, solo in minima parte ascrivibili alla sinistra politica, che ora denunciano l'evidente ostilità del governo Netanyahu ai tentativi diplomatici messi in atto dalla Casa Bianca per costituire in tempi brevi uno Stato palestinese che viva in pace con Israele. Auspicano un ricambio di maggioranza politica a Gerusalemme, e di certo la segreteria di Stato americana condivide tale speranza: ha usato parole molte prudenti nel commentare la strage in mare. Ma il dispetto di Obama è gravido di conseguenze che gli israeliani percepiscono sotto forma di incubo dell'abbandono.

 

Con sollievo si è constatato che, per ora, il crimine marittimo non pare causa sufficiente a scatenare la prossima Intifada, cioè la rivolta interna degli arabi col passaporto israeliano. Ma non ci sono soltanto gli equilibri dei governi e della geopolitica mediorientale, in bilico. Chi protesta, o anche solo chi si vergogna in silenzio, avverte il pericolo che il paese cui è legato da un vincolo indissolubile di parentele e sentimenti, degradi nel disonore. In quello splendido mare infuocato, l'epopea dell'Exodus sta facendo naufragio. LR 1

 

 

 

 

Gaza. Equilibri stravolti

 

C’era una volta la capacità di Israele di eseguire operazioni militari con il minimo di spargimento di sangue e il massimo di successo. Un esempio, l’«operazione Entebbe» del 4 luglio del 1976, in cui 100 uomini delle forze speciali di Israele sottrassero ai palestinesi 103 su 105 ostaggi ebrei, dopo aver percorso 4000 km in volo senza farsi intercettare dai radar di mezza Africa, e dopo solo 90 minuti di azione di terra. Oggi quello stesso esercito non riesce più nemmeno a fermare una piccola flotta di pacifisti senza fare una strage.

 

Fra i due episodi un legame evocativo: a Entebbe l’unico morto ebreo fu il comandante del commando, il leggendario Jonathan Netanyahu; l’operazione sanguinosa di Gaza oggi è invece il suicidio politico del fratello minore di Jonathan, il premier Benjamin (Bibi) Netanyahu. Israele è terra di famiglie, terra di storia accelerata e drammatica. Il nesso fra i due Netanyahu, i loro ruoli e il loro successo o no, è una vicenda che misura nello spazio di una generazione familiare le evoluzioni del Paese. Le più rilevanti delle quali riguardano proprio, in maniera intrecciata, l’esercito e la leadership di Israele.

 

L’operazione Gaza nasce infatti nel segno dell’indebolimento delle forze armate israeliane. Operazione non pensata, non preparata, eseguita con il personale sbagliato - militari invece che poliziotti, tecnica di assalto invece che semplice blocco navale - e, soprattutto, con uomini privi di senso della realtà: soldati che rispondono con il fuoco alla resistenza con sbarre di ferro sono uomini impauriti, confusi sulla propria missione. Cioè l’esatto contrario di un addestrato corpo scelto.

 

L’indebolimento della forza militare di Israele si è del resto fatto progressivamente sempre più visibile nelle ultime guerre. L’invasione del Libano fu mal calcolata, sanguinosa anche per l’esercito ebraico e, alla fine, non vittoriosa - solo la mediazione internazionale rimise insieme i cocci e la reputazione del governo di Gerusalemme. La successiva invasione di Gaza è stata sproporzionata, inutile e, anche questa, priva di sostanziali risultati. L’indebolimento della supremazia militare israeliana è una delle maggiori evoluzioni strategiche del Medio Oriente e, come si è visto ieri, si rivela un fattore di pericolo per tutta l’area, ma anche per la stessa Israele.

 

Che ci sia un profondo intreccio fra debolezza militare e indebolimento della leadership è fatto innegabile. Dopo l’ultimo vero leader militare e politico, quel Rabin che piegò la prima Intifada, ma si piegò lui stesso agli accordi di pace, la guida di Israele oscilla fra pragmatici, un po’ corrotti, e superideologizzati, come Netanyahu. La mancanza di un chiaro sbocco per il futuro provoca l’ansia, la confusione, e l’autoritarismo da cui nascono tutte queste guerre sbagliate.

 

In questo senso il Primo Ministro di Israele è profondamente responsabile di quel che è successo nel mare davanti a Gaza, anche se era in Canada. Sua è la responsabilità di un leader che naviga a vista, e che non sembra capire la possibilità degli eventi di precipitare. Le uccisioni di Gaza sono figlie della paranoia politica che, tra le altre cose, è stata rinforzata nell’ultimo anno dalla convinzione da parte di Israele di non avere più in Obama l’alleato che ha sempre avuto nei precedenti presidenti Usa. E proprio nel nuovo strappo che la strage ha causato nel rapporto con Washington c’è la migliore prova del boomerang che la strage sulla nave costituisce per il governo di Gerusalemme. Saltato è infatti l’incontro che proprio oggi doveva avvenire a Washington fra i due capi di Stato. Questo ultimo, il quarto in pochi mesi, era stato organizzato da Rahm Emanuel, capo dello staff della Casa Bianca, a riprova dei tanti fili ancora da riparare fra Washington e Gerusalemme. Netanyahu e Obama sono oggi invece ognuno a casa propria, e la crisi assume a questo punto una valenza regionale.

 

Il presidente americano, impegnato con la difficile situazione in Afghanistan, con le tensioni con l’Iran e quelle fra le due Coree e, in patria, con il disastro petrolifero e le elezioni a novembre, non ha né agio né tempo per aprire nuovi fronti. Per l’amministrazione affrontare (sia pur non risolvere) la questione palestinese è snodo cruciale per poter mettere sul tavolo della sua politica in Medio Oriente la prova di qualche progresso nel conflitto più storico. Per questa ragione Washington era riuscita il mese scorso a far digerire a Israele l’idea di una ripresa di colloqui di pace - in verità così sciolti da essere chiamati «proximity talks», fatti cioè attraverso l’inviato Usa George Mitchell. Questi colloqui, appena iniziati, dopo la strage, possono considerarsi chiusi.

 

Così come interrotti sono ora i rapporti fra Israele e Turchia, che è stato uno dei pochi interlocutori fra i Paesi musulmani di Gerusalemme. Con la conseguenza di spingere ulteriormente in direzione radicale l’orientamento della pubblica opinione di Istanbul. Non meglio esce il rapporto costruito fra Il Cairo e Israele. Finora infatti l’Egitto ha tenuto chiusa la sua frontiera di Rafah con Gaza, in silenzio/assenso alla politica israeliana di isolamento di Hamas. La pressione sull’Egitto a rompere questa politica è ora inevitabile. La strage di Gaza consegna, infine, ad Hamas la più seria vittoria di immagine finora conseguita dall’organizzazione.

 

La politica palestinese in Cisgiordania e Gaza è profondamente diversa, dopo la rottura che ha opposto Hamas a Fatah. Negli ex Territori Occupati, il Presidente e il primo ministro Fayyad, riconoscono Israele, hanno mantenuto aperti i canali di negoziazione, hanno acquisito una parte di diritto di governo indipendente, in un’alleanza con i governi occidentali. A Gaza invece Hamas è fisicamente accerchiata, è disconnessa per scelta da ogni contatto con Israele, la cui esistenza non è stata mai legalmente riconosciuta, e guarda come alleato principale all’Iran. Da queste differenze sono nate guerre intestine pesanti: Fatah ha fatto prigionieri, torturato e ucciso gli uomini di Hamas - e viceversa, a Gaza. Secondo informazioni recenti, è in corso fra le due fazioni anche un’intensa guerra di spie per boicottare l’uno l’altro. In questa guerra semisegreta Egitto e Usa sono stati finora al fianco dei Palestinesi in Cisgiordania, nella speranza che la conquista di egemonia di Fatah su Hamas fosse l’unica soluzione per riprendere in mano la esplosiva Gaza.

 

La divisione fra Palestinesi in questi ultimi anni è stata insomma un bonus per il governo di Gerusalemme. La strage di Gaza cambia gli equilibri di nuovo, e consegna la bandiera morale al radicalismo di Hamas e, dunque, dell’Iran.

 

Se non fosse che Bibi è in queste ore già un politico mezzo morto, varrebbe la pena di dirgli: congratulazioni. Dopotutto ci vuole una grandiosa incapacità per rompere un intero equilibrio regionale, tutto, e tutto insieme. LUCIA ANNUNZIATA

 LS 1

 

 

 

 

Gaza. L'ossessione di un Paese

 

Il dramma al largo di Gaza è devastante per Israele e favorisce i suoi avversari. Tra chi ha segnato punti a proprio vantaggio, in queste ore, c'è anche l'Iran di Ahmadinejad - di BERNARDO VALLI

 

Il sanguinoso arrembaggio alle navi dei pacifisti dirette a Gaza non può che avere conseguenze politiche devastanti per chi l'ha promosso, quindi per Israele. Commentatori israeliani avveduti avevano già definito "stupido", alla vigilia del dramma, l'atteggiamento intransigente, minaccioso, insomma eccessivo, delle autorità politiche e militari di Gerusalemme nei confronti della "Flotta della pace". Quasi fosse un'armada nelle acque del Mediterraneo pronta a sfidare lo Stato ebraico. E quasi fosse capace di comprometterne sia la sicurezza sia l'onore. Insomma come se fosse un convoglio di terroristi. Certo, la spedizione pacifista sfidava l'embargo imposto a Gaza e quindi si proponeva di infrangere i divieti israeliani. Ma non si affronta una manifestazione pacifista con un arrembaggio, armi alla mano, come se si trattasse appunto di sventare, prevenire un attacco di terroristi corsari. Terroristi corsari che, stando alle denunce di Gerusalemme, possedevano in tutto due rivoltelle (non mostrate), coltelli e sbarre di ferro, usate dai passeggeri quando sono stati sorpresi dal commando israeliano. Il convoglio della "Flotta della Pace" poteva essere bloccato in modo meno rischioso. Meno sanguinoso.

 

La società israeliana rispetta al suo interno le regole democratiche, applica di solito, sempre entro i suoi confini, metodi civili per affrontare le proteste disarmate, ma quando agisce fuori dalle sue legittime frontiere il governo israeliano e le sue forze armate non ne tengono sempre conto. L'ossessione della sicurezza, in parte giustificata dalla storia dello Stato ebraico e dalla situazione in cui si trova, conduce a eccessi e abusi che l'opinione internazionale, compresa quella favorevole, rifiuta o stenta ad accettare. L'arrembaggio a navi disarmate nelle acque internazionali, che si è concluso con morti e feriti, è uno di questi eccessi. Lo è al di là dei dettagli che le invocate e più o meno attendibili inchieste accerteranno.

 

Il dramma al largo di Gaza è devastante per Israele e favorisce i suoi avversari. Né il ministro della difesa Ehud Barak, un laburista, che ha certamente studiato e approvato l'operazione, né il primo ministro Benjamin Netanyahu, un falco che quando vuole sa essere pragmatico, avevano previsto le conseguenze di un'azione tanto carica di rischi. Entrambi hanno offerto un'occasione insperata al principale nemico di Israele, in campo palestinese. Hamas in queste ore trionfa. Le piazze arabe si riempiono per manifestare in suo favore e contro Israele. Non solo. Nella Cisgiordania occupata, dove da tempo l'Olp collabora con gli israeliani nel dare la caccia alla gente di Hamas, sono stati decretati tre giorni di lutto e si manifesta in favore di Gaza. Gli integralisti esultano. In quanto ai negoziati indiretti tra l'Olp e Israele ci vorrà del tempo prima di riparlarne. Dopo il dramma al largo di Gaza, Mahmud Abbas, presidente dell'Autorità palestinese, e il suo primo ministro, Salam Fayed, non sono certo disponibili per un dialogo. In queste ore è come se il loro avversario, Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza, avesse vinto una battaglia.

 

La prima nave ad essere attaccata dai commandos israeliani esponeva sulle fiancate un'enorme bandiera turca accanto a quella palestinese. E gli uccisi durante l'arrembaggio erano quasi tutti turchi. Questo non fa che peggiorare i già cattivi rapporti tra Istanbul e Gerusalemme. Da due anni ormai l'alleanza strategica, politica e militare, tra i due Paesi è entrata in crisi. Israele e Turchia sono le due potenze mediorientali più legate agli Stati Uniti. Nel '96 hanno firmato un accordo di cooperazione militare con grande soddisfazione degli americani. Il vincolo tra la Turchia, vecchio pilastro della Nato, e Israele, alleato irrinunciabile, appariva ai loro occhi prezioso. E lo era. Ma dopo l'operazione israeliana a Gaza, alla fine del 2008, l'amicizia israelo - turca si è trasformata in un'ostilità (finora verbale) sempre più aspra. Istanbul ha condannato l'intervento israeliano e le dichiarazioni critiche di Recep Tayyip Erdogan, alla testa di un governo islamo - conservatore, si sono moltiplicate, fino ad affermare che lo Stato ebraico è "la principale minaccia per la pace" in Medio Oriente. La tensione si è poi accentuata, quando la Turchia (insieme al Brasile) ha concluso con l'Iran un accordo sul problema nucleare. Erdogan è cosi diventato il paladino dei palestinesi e un interlocutore privilegiato dell'Iran. Insomma, un amico degli avversari di Israele. I turchi uccisi dagli israeliani al largo di Gaza potrebbero condurre, col tempo, anche a un rottura dei rapporti diplomatici.

 

Per Barak Obama è un disastro assistere al divorzio politico e militare dei suoi due (sia pur difficili) alleati in Medio Oriente. Come è un disastro in queste ore assistere alla vampata anti-israeliana nelle capitali arabe. Si era quasi creata obiettivamente un'intesa tra i Paesi sunniti (in particolare l'Arabia Saudita e l'Egitto) e Israele in funzione anti iraniana. Un'intesa tacita, non confessabile, ma implicita, perché basata su un comun denominatore: l'ostilità nei confronti di Teheran. Gli arabi sunniti sono ossessionati dall'influenza dell'Iran sciita; gli israeliani dalla minaccia nucleare iraniana. Nel tentativo di disinnescare quest'ultima, vale a dire la minaccia nucleare iraniana, la diplomazia americana si aggirava nel labirinto mediorientale con fatica. Un accordo israelo - palestinese, o perlomeno la ripresa di un vero dialogo, poteva rappresentare un avvenimento propiziatorio. La ventata anti-israeliana, provocata nella regione dal sanguinoso arrembaggio al largo di Gaza, rende le cose più difficili. Quel che è anti-israeliano in Medio Oriente assume spesso, per riflesso condizionato, accenti anti-americani. Tra chi ha segnato punti a proprio vantaggio in queste ore, c'è anche l'Iran di Ahmadinejad, protettore di Gaza e nemico di Israele. LR 1

 

 

 

Ankara al bivio

 

L’assalto condotto dalle forze speciali di Tsahal alle imbarcazioni che si proponevano di violare il blocco navale di Gaza, dichiarato unilateralmente dal governo israeliano, sta facendo precipitare il livello delle relazioni tra Ankara e Gerusalemme ai minimi storici. La questione va però ben oltre il contenzioso bilaterale, e investe piuttosto la collocazione complessiva della Turchia nel «campo occidentale».

 

Le conseguenze di quello che è successo al largo di Cipro, infatti, lasciano intravedere una questione che, nella sua semplice brutalità, può essere formulata come segue: «E’ ormai praticamente certo che la Turchia non verrà accettata in Europa; ma quanto a lungo la Turchia riuscirà ancora a stare nella Nato?».

 

Inutile nasconderselo, si tratta del disvelamento di un vero e proprio tabù, la cui esistenza spiega le ragioni della straordinaria insistenza americana, da Bush padre a Obama, affinché la Ue aprisse le sue porte ad Ankara. Il punto è davvero semplice. In questi ultimi vent’anni, e in maniera per nulla indolore, la Nato ha conosciuto un crescente coinvolgimento in Medio Oriente. E nessun indizio segnala che la tendenza sia destinata a cambiare: non solo per gli evidenti interessi Usa, ma anche perché i soci europei della Nato (in grandissima parte anche membri della Ue) sanno benissimo che il loro residuo valore politico-strategico agli occhi americani (tanto più per questo Presidente) si gioca anche nella disponibilità a lasciare che la Nato sia sempre più operativa laddove la sua azione è più necessaria: a partire dal Medio Oriente.

 

Fintanto che la possibilità di un ingresso della Turchia nell’Unione restava aperta, proprio la prospettiva di una doppia membership (europea e atlantica) poteva oggettivamente aiutare a tenere in asse la Turchia con i Paesi europei della Nato. Ma ora che questa chance è sostanzialmente sfumata, le cose si complicano maledettamente. Chiusa fuori della porta d'Europa, la Turchia ha nel frattempo elaborato una sua politica mediorientale, cioè per la regione con cui sempre meno è confinante e di cui sempre più è parte. La sua rinnovata natura di attore mediorientale, evidentemente, la espone a rischi ben maggiori di coinvolgimento nei conflitti insoluti della regione di quelli che avrebbe corso in quanto Paese europeo, membro dell’Unione (o seriamente candidato a diventarlo).

 

I fatti di queste ore, e in realtà di questi ultimi anni, ci danno conferma di quella che non è più solo un’ipotesi di scuola. Oltretutto, la politica dell’Akp, con il suo precario equilibrio interno tra laicità e confessionalismo, e la sua natura perlomeno ondivaga, avendo rilegittimato l'identità religiosa nel circuito e nella retorica politica turca, ha contribuito a risvegliare i moventi dell'internazionalismo e della solidarietà musulmane, se non islamiste, con l'ovvia conseguenza di rendere l'antica relazione speciale tra Ankara e Gerusalemme sempre più ingombrante per la politica turca in Medio Oriente. E anche questo allontana inesorabilmente Ankara dall’Europa e anche dall'intero Occidente, per i quali Israele non può e potrà mai essere considerato uno Stato mediorientale «come gli altri». VITTORIO EMANUELE PARSI LS 1

 

 

 

 

Marea nera. Obama: "In tribunale i responsabili". Al via le inchieste civili e penali

 

Il presidente Usa garantisce: "Faremo in modo che la Bp mantenga le promesse". Un sommergibile supertecnologico scenderà molto vicino al punto della falla per aiutare a capire le dimensioni del disastro. La marea raggiunge l'Alabama

 

NEW YORK - Inchieste penali e civili, con la partecipazione dell'Fbi. Per individuare le responsabilità e colpire i responsabili della marea che si allunga nel Golfo del Messico, dove da una falla in una piattaforma petrolifera della BP sgorgano da più di un mese tonnellate di petrolio. L'annuncio è arrivato in serata dal ministro della Giustizia americano Eric Holder. "Se troveremo prove di comportamenti illegali, la nostra risposta sarà forte", ha sottolineato. Intanto dopo la Louisiana, anche le coste dell'Alabama sono state raggiunte dal petrolio.

 

Qualche ora prima lo stesso presidente Usa, Barack Obama, aveva detto che, se necessario, "porteremo in tribunale i responsabili del disastro" della marea nera, "se sono state violate le leggi". "Faremo in modo che la Bp mantenga le sue promesse, e che debba rispondere di quanto accaduto". Obama - parlando a Washington al termine di un incontro con Bob Graham e William Reilly, che guidano la commissione d'inchiesta sulla vicenda - ha ribadito che la Bp sarà responsabile di tutte le perdite provocate da quello che il presidente ha ancora una volta definito ''il più grande disastro ambientale di questo tipo della nostra storia''. Obama intende nominare presto altri cinque esponenti della commissione, che dovrà consegnargli un rapporto entro sei mesi, oltre a suggerire una serie di passi per evitare il ripetersi di un dramma come questo.

 

"Se le leggi non hanno funzionato, vanno cambiate". L'incidente della Deepwater Horizon dimostra "che la legislazione va rivista", ha detto Obama. Il presidente ha anche lanciato un appello al Congresso affinché passi al più presto un disegno di legge che permetta di agire in fretta per affrontare le conseguenze di questo incidente e di altre eventuali catastrofi simili.

 

"Tappo entro 24 ore". Se non ci saranno intoppi, la Bp spera di far funzionare entro 24 ore il nuovo tappo da mettere sopra la valvola del pozzo. La ha indicato in una conferenza stampa a Port Fourchon, in Lousiana, uno dei dirigenti della multinazionale britannica, Doug Suttles. "Se tutto si svolgerà bene, nelle prossime 24 ore, saremo in grado di limitare" il flusso di greggio. Dopo avere reciso il braccio mobile del pozzo, la Bp intende piazzare una sorta di tappo con cannuccia (per portare il greggio su un nave in superficie) sul 'Blowout Preventer' (Bop), la supervalvola del pozzo, secondo alcuni esperti difettosa sin dall'inizio. Per questa ragione la stampa Usa ha battezzato la nuova operazione, la quarta, 'Cut and Cup', cioè 'Taglia e Tappa'.

 

Un robot per verificare la catastrofe. Intanto l'Istituto di ricerche dell'Acquario di Monterey (Mbari), in accordo con il dipartimento Usa per gli oceani e l'atmosfera (Noaa) ha mandato un sommergibile supertecnologico nelle acque inquinate del Golfo del Messico. Lo scopo è quello di ottenere informazioni sul 'pennacchio' di petrolio che fuoriesce dal punto di perforazione della piattaforma Deepwater Horizon.

 

Anche se satelliti e aeroplani possono aiutare a capire l'estensione della chiazza di petrolio in superficie, il 'mezzo autonomo sottomarino' (Auv) dell'Istituto di Monterey sarà fondamentale per mostrare ai ricercatori cosa sta realmente succedendo nelle profondità dell'oceano. La prima immersione di questo sommergibile è avvenuta tre giorni fa. Il mezzo robotizzato è in grado di misurare le caratteristiche fisiche dell'acqua, come temperatura, salinità e concentrazione di ossigeno, nonché registrare elementi come la clorofilla contenuta nelle microscopiche alghe di profondità o, in questo caso, le quantità di inquinanti, come il petrolio, che si trovano in una particolare zona. Questo sommergibile può raggiungere una profondità operativa di 1.500 metri. Il che vuol dire che può recarsi molto vicino al punto dove fuoriesce il petrolio che sta inquinando il Golfo del Messico, ed essere d'aiuto per definire portata e caratteristiche del disastro.

 

Enea: "Marea grande come lago di Albano". Un giacimento grande come uno dei maggiori laghi vulcanici del Lazio, quello di Albano, pari a un volume di circa 460 milioni di metri cubi. È questa la stima delle dimensioni della sacca di petrolio che sta inquinando il Golfo del Messico, secondo l'esperto dell'Enea, Vincenzo Ferrara. LR 1

 

 

 

Israele, liberi i pacifisti

 

Sono stati rilasciati e sono in viaggio verso la Turchia i sei italiani detenuti da lunedì in Israele, con altre centinaia di attivisti filopalestinesi, dopo il sanguinoso blitz contro la flottiglia di aiuti in navigazione verso la Striscia di Gaza. La notizia del rilascio, annunciata fin dalle ore precedenti, è stata formalizzata in tarda mattinata da Betlemme (Cisgiordania) dal sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, che si trova in visita nella regione. Ed è stata subito dopo confermata dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, il quale si è detto «particolarmente grato al governo israeliano per la collaborazione offerta» e ha dato atto dell'impegno profuso dall'ambasciata italiana a Tel Aviv.

 

I sei - Giuseppe Fallisi, Angela Lano, Marcello Faraggi, Manolo Luppichini, Manuel Zani e Ismail Abdel-Rahim Qaraqe Awin - sono stati caricati su un pullman con altri attivisti stranieri, sotto scorta e senza possibilità di contatti con l'esterno. All'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, dove è prevista la presenza di rappresentanti diplomatici italiani, li attende un volo verso la Turchia, da dove proseguiranno per l'Italia. L'accelerazione delle procedure di espulsione è scattata sull'onda delle crescenti pressioni internazionali e dopo il via libera di ieri sera del gabinetto di sicurezza israeliano, presieduto dal premier Benyamin Netanyahu, al rimpatrio «immediato» di tutti gli stranieri fermati: inclusi quei turchi che in un primo momento avevano rischiato di finire sotto processo per la reazione violenta all'abbordaggio della Mavi Marmara, la nave guida del convoglio denominato 'Freedom Flotilla'.

 

Già in mattinata una cinquantina di turchi aveva lasciato il centro di detenzione di Beer Sheva, mentre nella notte era stata completata l'espulsione via terra verso la Giordania di altre 124 persone - originarie di diversi Paesi arabi e musulmani - nonchè quella di tre libanesi: tutti accolti, al di là del ponte di Allenby - che collega le due sponde del fiume Giordano - da una folla inneggiante alla «libertà della Striscia di Gaza» (l'enclave palestinese controllata dal 2007 dagli islamico-radicali di Hamas) da slogan ostili verso Israele. A bordo delle navi della flottiglia c'erano in totale 682 persone di 42 diverse nazionalità. Almeno 9 sono state uccise nell'assalto delle forze speciali della marina israeliana, mentre più di 40 sono state ferite e sono tuttora ricoverate in ospedale; una cinquantina di persone, infine, era stata rimpatriata già fra lunedì sera e ieri, avendo accettato di firmare un provvedimento amministrativo d'espulsione. Tutti gli altri stranieri - rinchiusi temporaneamente nel centro di detenzione per essersi rifiutati di firmare tale provvedimento, che li avrebbe costretti ad ammettere di essere entrati illegalmente in Israele e non catturati in acque internazionali - dovrebbero essere rimpatriati entro domani in via extra giudiziale, sulla base di quanto stabilito dal gabinetto di sicurezza. L’U 2

 

 

 

La Turchia più lontana dall'Europa

 

Non v’è dubbio che la flottiglia che puntava su Gaza era qualcosa di più d’una semplice spedizione destinata a portare soccorso umanitario ai civili palestinesi che vivono, in condizioni spesso disperate, nella soffocante striscia invasa e colpita dagli israeliani nel 2008. I pacifisti erano in realtà attivisti filopalestinesi, legati per tanti fili all’organizzazione terroristica di Hamas. Lo scopo vero della loro traversata era dichiaratamente provocatorio: forzare l’embargo e il severo blocco marittimo imposto da Israele lungo la striscia per ostacolare l’arrivo clandestino di armi e materiali balistici ai guerriglieri locali, sostenuti soprattutto dalla Siria e dall’Iran.

 

Non v’è dubbio, altresì, che la reazione delle forze navali israeliane è stata eccessiva, nevrastenica, mal guidata e mal controllata. La frettolosità tecnica con cui l’hanno eseguita ha provocato un eccidio di grave danno per l’immagine di Gerusalemme già logorata nel mondo.

 

In sostanza, le forze speciali d’Israele hanno risposto maldestramente alla provocazione, causando un disastro di proporzioni umane e politiche che daranno facile gioco propagandistico ai pacifici alleati di Teheran, di Hamas, di Hezbollah. Al tutto si aggiunge l’isolamento del governo di Netanyahu dall’amministrazione Obama e dai Paesi dell’Unione europea, in particola-re mediterranei, lambiti dal caos alle porte di casa.

 

Ma al centro della situazione, estremamente complessa dopo la catastrofe, non si trovano soltanto le mosse difensive intemperanti e sbagliate di un combattivo governo di destra israeliano. Al centro direi storico, più che contingentemente politico, si trova la Turchia, il più cospicuo e potente Paese islamico del Medio Oriente. La flottiglia degli attivisti era salpata in gran parte dalle coste turche e da Cipro. Era stata progettata e finanziata principalmente dall’Ong turca «Ihh», organizzazione radicale islamica fondata nel 1992 e legata al network dei Fratelli musulmani. La nave ammiraglia della spedizione, Mavi Marmara, batteva bandiera turca, erano turchi molte centinaia di attivisti, infine erano turche tutte o quasi le nove vittime uccise dalle truppe speciali israeliane.

 

Si è quindi detto che è scoppiato un esordio di guerra tra Israele e la Turchia dopo circa sessant’anni d’alleanza sul piano economico, politico e perfino militare. Ma, in realtà, non è stato un esordio. E’ stato piuttosto il culmine più visibile e più clamoroso, ancorché indiretto, di una parabola da tempo negativa nei rapporti generali di Ankara, non solo col vicino Stato israeliano, ma con l’Occidente nel suo complesso. Dallo scontro letale nelle acque internazionali intorno a Gaza s’è visto emergere e prendere quasi corpo uno spostamento massiccio, un rivolgimento geopolitico, un novum pericoloso perché dilagante in uno degli scacchieri più infiammabili del globo. In definitiva stiamo assistendo al distacco dal mondo atlantico di un Paese forte e vitale di 80 milioni che costituì, per decenni, il baluardo orientale della Nato con un esercito ritenuto secondo soltanto a quello americano.

 

La lenta metamorfosi e il ritorno all’islam della nazione turca, tecnicamente europeizzata e laicizzata da Kemal Ataturk dopo la Grande Guerra, sono iniziati nel 1989 con il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda. Lo scioglimento dei blocchi contrapposti hanno dato inattese e insieme ancestrali prospettive alla penetrazione egemonica di Ankara nel Caucaso, nell’Azerbaigian, nelle ex repubbliche islamiche dell’Urss. Il riavvicinamento alla Siria e i legami prima cauti, quindi palesi con l’Iran, hanno poi completato questa specie di anabasi psicologica, politica e religiosa dall’europeizzazione incompiuta alle ataviche radici dell’Asia. Il gioco si è fatto più stretto, anche se cauto e sommerso, con l’arrivo al potere nel 2002 del partito islamico moderato Akp (targato «Giustizia e Sviluppo») guidato dall’abile e arrogante Recep Tayyip Erdogan e dal suo sodale Abdullah Gül, rispettivamente capi in carica del governo e dello Stato.

 

Erdogan ha subito avviato una lunga e difficile trattativa per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea che gli americani, più di tanti europei, vedevano di buon occhio e favorivano come vincolo di continuità con la Nato. Ma qui iniziava un baratto quasi contabile e assai ambiguo fra il dare e l’avere. Non si capiva bene dove Erdogan e il suo partito volessero portare la Turchia pseudomoderna. Mentre le masse anatoliche, spesso fanatizzate, davano ascolto alle sirene anche fondamentaliste, il machiavellico Erdogan concedeva a Bruxelles alcuni punti e molte promesse sulle questioni dei diritti civili in contrasto con la tradizione nazionale e nazionalista: abolizione della pena di morte, sospensione del reato d’adulterio, mano ammorbidita nei confronti dei curdi, mano tesa ai cristiani armeni memori del genocidio.

 

L’impressione era che Erdogan e Gül, che esibivano in pubblico le loro mogli rigorosamente velate, più che desiderare l’avvicinamento all’Europa usassero l’Europa per stroncare, mediante clausole ed esigenze europee, l’incombenza dello storico potere parallelo kemalista presente fin dagli Anni Venti nelle istituzioni e nella società turche. Commissari e deputati di Bruxelles, spesso strabici esportatori di eccessivo democratismo moralistico, erano portati a scorgere soltanto una casta di golpisti nei militari e nei magistrati che nel 1960, 1971, 1980 avevano interrotto con colpi di Stato confuse e insidiose derive parlamentari istituendo governi militari di durata sempre breve e transeunte. Per Erdogan era indispensabile colpire e dimezzare con pugno di ferro il loro ruolo di garanti e custodi del lascito laico di Kemal per capovolgere e riasiatizzare, in parte, una Turchia ricollocata magari in prima fila tra i Paesi islamici della regione. Egli ha usato sovente con astuzia le regole europee per emasculare l’europeismo dalla giunta secolare. Non a caso ha fatto arrestare il 22 febbraio oltre 40 esponenti militari, fra cui 14 di altissimo rango.

 

A questo punto Erdogan non ha potuto che schierarsi dalla parte degli attivisti imbarcati sull’ammiraglia pacifista che esibiva soltanto due bandiere, la turca e la palestinese, condannando duramente l’attacco israeliano come «atto di pirateria» e come «terrorismo di Stato». Sarà Ankara a ricorrere per prima al Consiglio di sicurezza dell’Onu per mettere una volta di più al bando dell’ordine internazionale le azioni di Israele. Ma il vero dramma della storia in atto va ben al di là della fine del tradizionale rapporto d’amicizia tra Ankara e Gerusalemme. La verità è che siamo in presenza della più profonda crisi nelle relazioni, un tempo solide e proficue, della Turchia con l’Occidente in quanto tale. Una Turchia riallineata con forza, e perfino con pulsioni egemoniche panislamiche, ai più militanti Paesi musulmani arabi e non arabi. ENZO BETTIZA LS 2

 

 

 

 

Crisi economica, scenari politici. I sacrifici necessari

 

Quando vinse le elezioni due anni fa si dava per scontato che il Cavaliere sarebbe arrivato saldo in sella a fine legislatura.

Io sono stato tra i pochi dubitosi perché prevedevo (il 12 novembre 2009) che il successo di Bossi avrebbe creato un Pdl troppo concentrato al Sud e quindi in conflitto di interessi con il Nord. Nel frattempo gli economisti si sono finalmente accorti — in colpevole ritardo —, di aver allevato una perfetta catastrofe economica. Berlusconi ha fatto il sordo finché ha potuto, ma oramai ammette che la crisi c’è e così si trova anche lui impigliato in problemi che non ama e che non conosce. Sì, l’economia domestica, l’economia della sua «masserizia» (come la chiamava Leon Battista Alberti) il Nostro la conosce a perfezione; ma del resto, dello Stato e del suo bilancio, si deve occupare Tremonti, non lui. Sulla «stangata» si è defilato e se ne chiama fuori adducendo, poverino, di non avere «poteri», quasi fosse il prestanome di chissà chi. Però, bravo.

Finora gli va riconosciuto di essersi mosso con impareggiabile astuzia. Ma siamo soltanto all’anteprima della vicenda. La stangata è stata soltanto preannunziata, ed è ancora materia di trattativa e di ritocchi. A tutt’oggi si discute e basta. Ma i tagli della stangata arriveranno prestino, perché per l’euro e per l’Europa noi siamo importanti. Fino a pochissimo tempo fa l’Italia rischiava di precipitare nel gruppetto dei cosiddetti pigs, la sigla o l’acronimo per Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna: appunto, i Paesi sull’orlo del collasso. Però, salvo uno, Paesi di secondaria importanza. La Grecia ha 11 milioni di abitanti, il Portogallo 10 milioni, e l’Irlanda appena 4 e mezzo. Dei quattro pigs (vuole il caso che la parola significhi in inglese «maiali») il caso allarmante è la Spagna: 45 milioni di abitanti e, da sempre, di alta disoccupazione.

L’Italia, allora. Come reagirà il Paese quando la mannaia comincerà davvero a decapitare? Con ragionevole, seppur dolentissima rassegnazione, oppure con un crescendo di ribellismo? Beato chi lo sa. Nelle emergenze la dottrina prevede tre soluzioni. Primo, un «governissimo», detto di solito governo di unità nazionale, un governo con tutti dentro. Secondo, una grosse Koalition alla tedesca, un governo dei partiti maggiori, o comunque di una larga maggioranza compatibile, e cioè in grado di mettersi d’accordo, di volta in volta, sui provvedimenti necessari e urgenti. Infine, terzo, un governo tecnico (pur sempre sottoposto, s’intende, al controllo del Parlamento) i cui dicasteri sono affidati a tecnici invece che a politici di mestiere.

Queste soluzioni sono ovviamente molto diverse, ma sono legate da una logica comune. Se tutti i governanti impongono decisioni impopolari, e anzi le stesse misure impopolari, l’elettorato non sa più chi punire. O il castigo popolare si distribuisce più o meno a caso, oppure si attenua: se la stessa stangata viene appioppata da tutti, può darsi che sia davvero inevitabile. La formula tedesca della più larga coalizione possibile è la più razionale ma resta esposta ai ricatti degli estremisti che ne restano fuori. È pertanto la più rischiosa per chi governa. Giovanni Sartori CdS 2

 

 

 

 

Crisi e debito pubblico. Ora il re é nudo, apriamo gli occhi

 

Nel dibattito economico avviato dalle decisioni europee prese per difendere l’euro, dalla manovra conseguente del Governo italiano e dalla Relazione del governatore della Banca d’Italia emerge una comune valutazione sulla necessità di rientrare dai disavanzi pubblici senza causare deflazione. I più azzardati sostengono che le manovre fiscali devono anche propiziare la crescita e i meno azzardati che è giunto il momento di procedere a più serie riforme, senza una chiara indicazione di quali sarebbero i contenuti che le persone incise dai provvedimenti sono disposte ad accettare. Di questa comune valutazione condividiamo solo la necessità di riassorbire i disavanzi pubblici che il mercato o, meglio, quella stessa parte di esso che ha combinato tanta parte dei guai che si devono affrontare, spinge i governi ad agire, mentre ribadiamo ancora una volta che gli strumenti che si intendono attivare non potranno raggiungere lo scopo e, nel migliore dei casi, sposteranno nel tempo la soluzione del già grave problema del debito pubblico.

In un solo caso il rischio di deflazione insito nelle manovre in corso potrà essere evitato: se il traino della domanda mondiale più che compenserà la caduta della domanda indotta dal rientro dai deficit pubblici. Lavorano in tal senso gli Stati Uniti, ma il mondo li deve finanziare tollerando un disavanzo pubblico dell’11%, contro uno del 12,8 nel Regno Unito, del 7,9% in Giappone, del 7,1% dell’euroarea (che non racconta tutta la storia dei deficit del Vecchio Continente), del 6,8% in Sud Africa e del 6,0% in India, per citare i più importanti. Tenendo conto che gli avanzi di bilancia estera del Giappone non bastano al Paese stesso, i risparmi della Cina e dell’Arabia Saudita, più altri piccoli Paesi, non riusciranno a compensare i bisogni del resto del mondo. La Cina è peraltro alle prese con una bolla speculativa nelle costruzioni di non facile soluzione senza ridurre il suo saggio di crescita. L’idea che guida le manovre è che, riducendo l’assorbimento di risparmio da parte del pubblico, si ricrea spazio per il risparmio privato e, con esso, si riavvia lo sviluppo. Se lo scetticismo è l’insegnamento della storia economica, lo è altrettanto il dubbio. E questo resta forte.

Il secondo rischio, quello di una aggravamento o, quanto meno, di una perpetuazione della pesantezza dei debiti pubblici resterà nell’agenda dei Governi e negli “interessi” della speculazione. Per frenare quest’ultima si devono frenare i mercati, aumentando l’intervento degli Stati, che proprio nei controlli hanno dato scarsa dimostrazione di efficacia. I dissensi e i conseguenti ritardi decisionali non consentono di farsi illusioni in proposito.

Il problema è quindi il debito pubblico ed esso non può essere affrontato indirettamente, con le manovre di riduzione dei deficit annuali, nella speranza, perché tale resta, che il reddito cresca e, con esso il gettito tributario. In breve, un circolo virtuoso affidato al caso. I debiti pubblici vanno affrontati direttamente, a livello globale o, quanto meno, europeo, per ricostruire le condizioni per un’applicazione non deflazionistica del rigore fiscale e monetario. Non facciamoci illusioni, la ripresa attuale è frutto di un recupero incompleto dei livelli di attività precedenti, ma le prospettive sono per investimenti minori che andranno a sommarsi agli effetti della tassazione e dei bassi tassi dell’interesse sulla formazione di risparmio, quello che serve per finanziare gli squilibri elevati nelle bilance estere, divenuti malauguratamente il motore della crescita globale.

Le soluzioni “dirette” restano due e prima le si attiva, meglio ne usciamo. Una soluzione è quella di parcheggiare parte dei debiti pubblici presso il Fondo monetario internazionale, denominandoli in diritti speciali di prelievo, concedendo ai Governi di rimborsarli in tempi e a condizioni accettabili, senza insolvenze. Subordinatamente, in caso di insuccesso internazionale dell’iniziativa, l’Unione Europea deve provvedere a parcheggiarli presso la Banca centrale europea o ente di nuova costituzione. La seconda è cedere patrimonio pubblico per cancellare parte del debito. I fautori di questa soluzione sono per ora due: il prof. Carlo Pelanda, che scrive dalle colonne del “Foglio”, e l’autore di questo quotidiano, mentre il grande ispiratore dell’idea, il prof. Giuseppe Guarino, si è chiuso in un inspiegabile silenzio. Ma, come noto, finché c’è qualcuno che grida il re è nudo, si può sperare di aprire gli occhi al prossimo. di PAOLO SAVONA IM 2

 

 

 

 

Ritratto sincero di un paese

 

Le parole del governatore sono applaudite da tutti. Il giorno dopo dimenticate da molti. Speriamo che almeno questa volta non sia così, perché Draghi ha detto più di quello che, con concretezza e lucidità, ha scritto. Una grande relazione. In sintesi. La lezione della crisi finanziaria è una sola: la colpa è del vuoto regolamentare americano e l’azzardo morale va sanzionato. Duramente. Le nuove regole sono però ostacolate («Anche da molti di voi presenti») perché, si dice, freneranno la ripresa. Non è così. Dall’euro non si esce, ma si rafforzi il patto di stabilità e crescita. Non c’è solo la disciplina di bilancio. Se un Paese non fa le riforme necessarie a tutti, lavoro e istruzione per esempio, può ricevere una sanzione anche politica: la perdita del voto in sede comunitaria. L’ultima manovra del governo era necessaria e inevitabile, ma è incompleta. Si propone lodevolmente di contenere l’espansione della spesa pubblica all’1 per cento nel biennio 2011-12. Nota il governatore: negli ultimi dieci anni è cresciuta al ritmo del 4,6 per cento ogni dodici mesi.

Di colpo virtuosi? Speriamo. Se l’Italia ha sopportato meglio di altri la crisi, il merito è soprattutto della politica monetaria, meno del governo. L’estensione degli ammortizzatori sociali, però, è stata corretta ed efficace. La manovra agisce seriamente sulla spesa previdenziale (finestre ed età pensionabile), ma potrebbe abbassare il già debole tasso di crescita. Il rischio è una seconda recessione. «Macelleria sociale è l’evasione fiscale ». Solo di Iva si evadono trenta miliardi l’anno. Se l’avessimo pagata regolarmente in questi anni, il livello del debito sul prodotto lordo sarebbe fra i migliori d'Europa. Più forti dei tedeschi. L’evasione va combattuta, e il governo, ammette Draghi, si sta impegnando. Le risorse recuperate riducano le aliquote, specie sul lavoro. L’altro grande ostacolo (macigno) alla crescita è nell’espansione della criminalità organizzata e nella diffusione della corruzione. La prima incancrenisce le istituzioni e attenta alla libertà e all’incolumità dei cittadini; la seconda umilia il merito, distorce il mercato, deprime la crescita. Chi paga il conto più elevato della crisi? I giovani, le vere vittime. La riduzione degli occupati, nella fascia tra 20 e 34 anni, è stata sette volte superiore a quella degli anziani; le nuove assunzioni sono diminuite del 20 per cento; i salari d’ingresso sono fermi a 15 anni fa. E non è vero che facendo lavorare di più chi sta tra i 55 e i 64 anni (occupato solo il 36 per cento, la media europea è al 46) le opportunità per i giovani diminuiscono. Alcuni Paesi nordici lo dimostrano. Il mercato del lavoro va riformato con lo sguardo rivolto ai giovani e a chi ha meno diritti. Federalismo fiscale? Sì, purché chi spende troppo e male, paghi.

Oggi spesso viene rieletto. La riforma universitaria va nella direzione giusta. Le debolezze della nostra economia sono note, ma i punti di forza non sono pochi (risparmio privato, rapporto tra patrimonio e reddito tra i più elevati in Europa, debito estero tra i più bassi). Il vero problema è che la produttività non cresce. Il filo che unisce tutta la relazione di Draghi si può riassumere così. Il coraggio al Paese non è mancato in momenti più difficili. Perché dovrebbe venir meno ora? La crisi a livello internazionale richiede cooperazione nella responsabilità. Perché dovremmo dividerci proprio noi sulle scelte più importanti per il futuro del Paese? Non si tratta di vagheggiare improponibili governi di unità nazionale o di larghe intese, ma almeno di sperare che maggioranza e opposizione si confrontino un po’ di più sui contenuti, nella consapevolezza di far parte (tutti) della stessa comunità. È troppo sperarlo?  Ferruccio de Bortoli CdS 1

 

 

 

 

La relazione del Governatore: tagli inevitabili. Draghi: l’evasione porta la macelleria sociale

 

Ora le riforme struttural - «Rigore nei conti e ritorno alla crescita» - di ENRICO CISNETTO

 

Dobbiamo imparare la lezione della crisi. Da Mario Draghi, pur con il consueto distacco che sembra voler contrapporre a «quell’ansia che i mercati diffondono nel mondo» di cui si è apertamente lamentato, arriva un monito che pare espresso più nella sua veste di capo del Financial Stability Board che in quella di governatore della Banca d’Italia. Infatti, Le sue «Considerazioni finali» all’assemblea della banca centrale italiana in attesa che le faccia a quella della Bce sono infatti incentrate sul doppio passo della crisi finanziaria iniziata nell’estate del 2007: prima mondiale, oggi europea. Nella consapevolezza che l’Italia ha sì le sue specificità altroché se ce le ha, purtroppo ma senza inquadrarle nelle problematicità internazionali non potranno mai essere risolte. La diagnosi è quella che abbiamo più volte analizzato: dopo il fallimento della Lehman, vero e proprio punto di svolta della crisi, i Paesi del G7 hanno speso qualcosa come 5 punti percentuali dei loro Pil sommati insieme per evitare un default globalizzato. Cioè, si è risposto ad una crisi dovuta a eccesso di debito privato facendo nuovo debito, questa volta pubblico. La cosa ha prodotto un effetto recessivo tra la fine del 2008 e tutto il 2009, al termine del quale le economie emergenti hanno ripreso a correre, l’economia americana e quella giapponese si sono rimesse in moto, mentre in Europa il livello del prodotto, della produzione industriale e delle esportazioni è rimasto assai distante da quello pre-crisi. Se a questo si aggiungono i difetti genetici del sistema euro-moneta di 16 Stati senza che questi siano federati e dunque possano mettere in campo una comune politica economica, industriale e sociale ecco spiegato l’attacco speculativo che ha riguardato i debiti sovrani, e dunque i relativi titoli di Stato, di alcuni tra i più esposti membri dell’Euroclub. Infatti, oggi non c’è nessuna macro-area del mondo dotata di una moneta usata negli scambi internazionali che assommi tutti e tre i problemi strutturali di Eurolandia: eccesso di deficit e di debito, scarsa crescita, moneta fragile per effetto di forti asimmetrie economiche. Gli Stati Uniti, per esempio, stanno anche peggio quanto a finanza pubblica, ma crescono di più e il dollaro ha conservato la sua forza intrinseca anche quando è sceso ai minimi storici sull’euro.

Ma se questa è la diagnosi, qual è la terapia giusta? La risposta di Draghi è quella che un po’ tutti, banchieri e governanti, seppur con diversi accenti hanno ripetuto in questi ultimi giorni: risanare i conti pubblici senza interventi troppo recessivi, o comunque compensandoli con misure finalizzate alla crescita. Per riuscirci, molto dipende dalle singole politiche nazionali. E ovviamente Draghi si è soffermato su quella italiana, chiedendo che ai provvedimenti anti-deficit cui ha dato luce verde, salvo riservarsi un giudizio più ponderato quando si capirà se questa volta si taglia davvero la spesa, visto che negli ultimi dieci anni, nonostante le Finanziarie di (presunto) contenimento essa è cresciuta in media del 4,6% l’anno, aumentando di quasi 6 punti in rapporto al Pil seguano subito quelle tre-quattro riforme strutturali (pensioni, mercato del lavoro, fisco, amministrazioni pubbliche) che dovrebbero dare profondità alla manovra e creare le condizioni dello sviluppo. Ma secondo Draghi queste politiche macroeconomiche e strutturali potranno funzionare solo se saranno coordinate a livello internazionale, secondo quell’ambizioso programma di sorveglianza e integrazione multilaterale varato lo scorso anno a Pittsburgh dal G20, finora rimasto nel limbo delle buone intenzioni. Piano, questo, tanto più indispensabile a livello europeo, visto che l’unico modo per mettere davvero in salvo l’euro dalla speculazione è quello di fare una “Maastricht due” che porti verso la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Perché, per ora, la mossa della Bce, con il corollario della banche centrali nazionali, di comprare titoli di Stato offerti sul mercato da chi pretende aumenti dei tassi a fronte del rischio-Paese, insieme con la garanzia del mantenimento di una forte liquidità nel sistema bancario, ha funzionato e può continuare a funzionare. Ma non può essere una misura eterna, anzi. Per questo occorrono due scelte di fondo. A livello europeo, cercare la stabilità dei mercati attraverso la ripresa della crescita, il che significa affrontare i motivi del deficit di competitività di cui il Vecchio Continente soffriva già prima della Grande Crisi e che però ora è diventato evidente ed esplosivo. Risposta, questa, che non può che derivare dall’unificazione delle politiche economiche, e quindi dal processo d’integrazione politico-istituzionale di Eurolandia. A livello mondiale, invece, il passaggio ineludibile è quello delle quattro mosse che il Financial Stability Board ha cercato di inserire nelle agende dei grandi della Terra in tema di nuove regole e nuovi sistemi di vigilanza e controllo in materia di mercati finanziari, e che riguardano le banche, gli intermediari sistemici, i sistemi di rating e le contrattazioni finanziarie.

Insomma, a pensarci bene quello di Draghi sembra un programma di governo. Governo d’emergenza in Italia, governo eletto direttamente dai cittadini in Europa, governo mondiale a livello planetario. Proviamoci. (www.enricocisnetto.it)

 

 

 

 

Napolitano: «Serve un grande sforzo per risollevare le sorti dell'economia»

 

Il messaggio del presidente della Repubblica per la Festa del 2 giugno: «L'Italia deve crescere dal Nord al Sud» - «confronto costruttivo e non solo conflittuale fra le forze politiche»

 

ROMA - Solidarietà e unità, nella società e nella politica, per uscire dalla crisi. Lo chiede, in un appello «alla responsabilità» lanciato in occasione della festa del 2 Giugno, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Un augurio affettuoso a quanti vivono e operano nel nostro paese per la festa che celebriamo insieme: festa dell'Italia che si unì e si fece Stato 150 anni orsono, festa della Repubblica che il popolo scelse liberamente il 2 giugno 1946» dice il Capo dello Stato. «In questo momento - prosegue - sentirsi nazione unita e solidale, sentirsi italiani, significa riconoscere come problemi di tutti noi quelli che preoccupano le famiglie in difficoltà, quelli che nei giovani suscitano, per effetto della precarietà e incertezza in cui si dibattono, pesanti interrogativi per il futuro».

 

GRANDE SFORZO - «Parlo dei problemi del lavoro e della vita quotidiana, dell'economia e della giustizia sociale» aggiunge Napolitano. «Stiamo attraversando, nel mondo e in particolar modo in Europa, una crisi difficile: occorre dunque un grande sforzo, fatto anche di sacrifici, per aprire all'Italia una prospettiva di sviluppo più sicuro e più forte. Per crescere di più e meglio, assicurando maggiore benessere a quanti sono rimasti più indietro, l'Italia deve crescere tutta, al Nord e al Sud. Si deve, guardando ai giovani, promuovere una migliore educazione e formazione, fare avanzare la ricerca scientifica e tecnologica, elevare la produttività del nostro sistema economico : solo così si potrà creare nuova e buona occupazione» CdS 1

 

 

 

 

Mobilitazione per le riforme

 

Il brusco taglio dei deficit pubblici è inevitabile, perché «le nuove condizioni di mercato», come le ha delicatamente chiamate Draghi, non consentono di lasciar crescere i debiti. Ma il Governatore ricorda «che questa crisi è soprattutto una crisi di competitività». Scarseggia la competitività reale della macchina produttiva europea, che stenta più di altre a riprendere a crescere. Mancano di efficienza i mercati e i governi dell'area dell'euro.

 

Crisi siffatte si superano solo nel medio-lungo periodo, con le famose riforme strutturali. Che cosa sono? Sono riorganizzazioni dei sistemi economici, sia nel comparto pubblico che in quello privato. Sono modi per assumerne un controllo più informato e autorevole, da parte dei governi nazionali e di un più forte «governo economico dell'Europa». Si tratta di usare più produttivamente le risorse di capitale, lavoro e tecnologia, spostandole e reindirizzandole, misurandone meglio il rendimento. Fare riforme strutturali significa anche far diventare più efficaci gli incentivi, i premi e le punizioni della classe dirigente, la verifica dei suoi risultati.

 

Quelle imprese italiane che hanno saputo riformare a fondo la propria struttura, prima della crisi, ha sottolineato Draghi, prevedono di uscirne prima e meglio. Come loro deve fare l'intero sistema economico italiano e, con una regia sempre più unitaria, quello europeo. Gli esempi di riforme necessarie sono innumerevoli e partono dal riassetto dei servizi pubblici, soprattutto scuola, giustizia, sanità e politica della ricerca; nonché dalla riorganizzazione dei mercati dei capitali e del lavoro, dei sistemi pensionistici e del prelievo fiscale. Il federalismo fiscale non deve essere fine a se stesso ma un modo per aumentare la disciplina della finanza pubblica e la sua azione di stimolo alle riforme strutturali.

 

L'Europa ha una funzione cruciale. Non deve disciplinare solo i conti pubblici degli Stati membri ma entrare, con severità invasiva, nei progetti di sviluppo di lungo periodo dei governi. Fra le nuove ambizioni europee, nel controllo delle politiche nazionali, Draghi sceglie due esempi significativi: la promozione della «partecipazione al mercato del lavoro di giovani e anziani e la concorrenza nei mercati dei servizi».

 

Controlli e sanzioni, sui governi nazionali e locali, sulle imprese e sui singoli, sul rispetto trasparente dei programmi e delle regole, sono parte cruciale delle riforme. Le quali richiedono a tutti la disponibilità a cambiare e a sopportare i costi del cambiamento. A volte chi critica le politiche di tagli al bilancio chiedendo "provvedimenti per la crescita" sembra domandare che insieme alle spine ci sia qualche rosa. Ma anche il rilancio della competitività e dello sviluppo è faccenda di spine, severa e politicamente amara, fatta di faticose ristrutturazioni e disciplina.

 

Perché il Governatore della Banca d'Italia, come quello della Bce, insiste sulle riforme strutturali? Perché non si limitano a parlare di finanza, di banche, di moneta, di cambi? Forse che, parlando di capitale umano, procedure giudiziarie o appalti pubblici, escono dall'ambito dei loro compiti e responsabilità? La risposta deve essere senza dubbi: sono completamente nel loro campo. Non solo perché, sui temi più vari, il contributo di studio, ricerca e consulenza delle banche centrali è sempre stato prezioso per i governi. E' proprio il perseguimento degli obiettivi specifici delle banche centrali, la stabilità dei prezzi e la salute degli intermediari e dei mercati finanziari, che richiede di censire con cura e ottenere che migliorino le capacità produttive del sistema economico, la sua efficienza nell'allocare le risorse reali e nel generare occupazione di qualità, benessere, crescita.

 

Per fabbricare bene la moneta e il credito bisogna guardare a fondo come si muove l'economia reale che li utilizza. Per curare la liquidità e la solvibilità del sistema creditizio, occorre assicurarsi della qualità delle imprese e delle pubbliche amministrazioni ai quali il sistema fa prestiti. L'autorità monetaria non deve supplire all'inefficienza dell'economia reale, creando liquidità per spingerla a tutti i costi o non lasciarla fallire. Le droghe monetarie nutrono crescite effimere e stabilità fragilissime: prima o poi arriva l'inflazione, la stagnazione, l'insolvenza. E' dunque fisiologico che i banchieri centrali insistano sui provvedimenti che fanno funzionare meglio l'economia reale che sono chiamati a finanziare.

 

Draghi ha detto che sulle riforme strutturali la Banca d'Italia organizzerà una conferenza. Ma per decidere meglio quali riforme fare e per aiutare a farle meglio, sarebbe naturale che tutti unissimo gli sforzi, dai politici più potenti ai cittadini più umili, con una presa di coscienza, una mobilitazione collettiva. Ciascuno può contribuire all'agenda del cambiamento e rinunciare al bisticcio fazioso, all'ottica ristretta del proprio interesse di breve, per guardare con fiducia a un grande processo di miglioramento dell'interesse generale. FRANCO BRUNI LS 1

 

 

 

 

 

 

Disoccupazione record: nel 2010 persi 307 mila posti di lavoro

 

Il tasso di disoccupazione ad aprile è salito all'8,9%: lo rende noto l'Istat precisando che si tratta del livello più alto dal quarto trimestre del 2001. Il tasso di disoccupazione è aumentato di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,5 punti percentuali rispetto ad aprile 2009. Il numero delle persone in cerca di occupazione sale a 2 milioni 220 mila unità, in crescita dell'1% (+21 mila unità) su base mensile e del 20,1 per cento (+372 mila unità) su base annua. Sulla base delle informazioni finora disponibili, segnala ancora l'Istat, il numero di occupati si attesta a 22 milioni 831 mila unità (dati destagionalizzati), in aumento dello 0,2% (+56 mila unità) rispetto a marzo e inferiore dell'1,3% (-307 mila unità) rispetto ad aprile 2009.

Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, in aumento, rispetto a marzo, di 0,1 punti percentuali, ma ancora inferiore di 0,9 punti rispetto ad aprile dell'anno precedente. In crescita anche il tasso di disoccupazione giovanile che si è attestato al 29,5%, con un aumento di 1,4 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,5 punti percentuali rispetto ad aprile 2009. Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14 milioni 810 mila unità, con una riduzione dello 0,5% (-76 mila unità) su base mensile e un leggero aumento dello 0,1% (+9 mila unità) su base annua. Il tasso di inattività scende al 37,5% (-0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e -0,1 punti percentuali rispetto ad aprile 2009). Ad aprile l'occupazione maschile risulta pari a 13 milioni 613 mila, invariata rispetto al mese precedente e in riduzione dell'1,9% (-263 mila unità) rispetto al corrispondente mese dell'anno precedente.

 

L'occupazione femminile sale invece a 9 milioni 218 mila unità, in aumento dello 0,7% (+61 mila unità) su base mensile ma in calo dello 0,5% (-44 mila unità) su base annua. Il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,6%, invariato nell'ultimo mese e in calo di 1,4 punti percentuali negli ultimi dodici mesi mentre quello femminile si attesta al 46,1%, con un aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a marzo ma in calo di 0,4 punti percentuali rispetto ad aprile 2009. La disoccupazione maschile tocca, ad aprile, 1 milione 190 mila unità, in aumento del 2,7% (+31 mila unità) rispetto al mese precedente e del 27,6% (+257 mila unità) rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il numero di donne disoccupate è pari a 1 milione 29 mila unità, con un calo dello 0,9% rispetto a marzo (-10 mila unità) e un aumento del 12,5% rispetto ad aprile 2009 (+115 mila unità). L’U 1

 

 

 

PdL. Dalla tregua alla resa dei conti

 

Il ministro Alfano aveva appena annunciato, la scorsa settimana, il faticoso raggiungimento di un accordo all’interno della maggioranza sul contestato ddl sulle intercettazioni. Ma evidentemente era stato troppo ottimista. La decisione del presidente della Camera Fini di scendere in campo ieri contro il testo che il Senato sta per licenziare ha aperto uno scontro che, prima che politico, è istituzionale, e vede non solo la seconda carica dello Stato schierata contro la terza, ma anche il vicecapogruppo del Pdl, partito di cui Fini è cofondatore, che ne invoca esplicitamente le dimissioni.

 

Fini si è effettivamente lasciato prendere la mano, criticando il lavoro dell’altro ramo del Parlamento e accusando i senatori di rischiare di licenziare una legge irragionevole. Tra l’altro al Senato le intercettazioni sono ancora oggetto di una dura battaglia parlamentare, che potrebbe sfociare nell’ostruzionismo dell’opposizione, da cui intanto sono state presentate circa tre centinaia di emendamenti. Il Pdl accusa il presidente della Camera di essersi piegato alle pressioni della magistratura (uno dei punti di dissenso riguarda il limite di 75 giorni come tempo massimo per l’ascolto dei telefoni degli indagati). Ed è evidente che già nelle interminabili votazioni che si svolgeranno a Palazzo Madama la possibilità di una saldatura tra l’opposizione esterna e quella interna alla maggioranza si fa concreta.

 

Alla Camera, poi, senza un accordo preventivo tra finiani e centrodestra, il ddl non potrà che arenarsi. Il tentativo di ottenere una serie di modifiche che suonino da smentita all’articolato che verrà dal Senato è dichiarato. Si andrebbe in quel caso a una terza, e probabilmente a una quarta lettura del testo, con un allungamento dei tempi che porterebbe a far coincidere le intercettazioni con l’esame della manovra, e a un conseguente, probabile, accantonamento delle prime rispetto alla seconda, per evitare di mettere troppa carne al fuoco e tenere Governo e Parlamento in uno stato di continua tensione.

 

La reazione di Schifani a Fini è stata molto risentita. La secca richiesta del vicecapogruppo dei senatori Pdl Quagliariello al cofondatore, di scegliere tra il suo ruolo istituzionale e quello di capo corrente, lascia capire quale sia lo stato dei rapporti tra la maggioranza e la minoranza del partito, dall’interno del quale nessuna dichiarazione di solidarietà degli ex-An s’è levata in difesa dell’ex-leader. Anche se tutti fino a qualche giorno fa, parlavano di tregua, da ieri invece la resa dei conti sembra più vicina. MARCELLO SORGI LS 1

 

 

 

Il lavoro prima di tutto. Solo così si esce dalla crisi

 

La questione del lavoro è stata affrontata con impegno nel dibattito in corso all’interno del Partito Democratico. Essa dovrebbe essere al centro dell’attenzione della politica e dell’economia in generale. Invece sembra scomparsa dall’agenda della maggioranza e dalla manovra finanziaria in atto. Le misure presentate dal governo, non sono solo ingiuste per la distribuzione diseguale dei sacrifici, ma non affrontano il problema cruciale di come rimettere in moto il paese, quello economico e quello dell’occupazione.

 

Questa è la carenza più grave della manovra. Se non riprende lo sviluppo i sacrifici non saranno utili. La ripresa della produzione si profila debolissima non solo per le difficoltà mondiali ma perché il nostro governo non sostiene né le imprese né il lavoro: le due fonti di ricchezza delle nazioni. Così non ci sarà né ripresa ne difesa dell’occupazione. Le risorse per lo sviluppo si possono trovare se si vuole. Ad esempio tassando di più le rendite, che in Italia sono protette, per ridurre le tasse di chi produce (lo fa persino Cameron in Inghilterra), e concentrando su chi lavora e chi produce i miliardi di Euro dispersi in mille rivoli di incentivi (come sostiene anche Confindustria).

 

E’ urgente intervenire checché né dica il Ministro del lavoro; il tasso di inattività è arrivato al 37,9% (al 25° posto in Europa), la disoccupazione giovanile al 23,5% (18° posto in Europa), l’occupazione femminile al 46% (26° posto in Europa).

 

Queste sono le priorità che tutti, il PD in testa, dobbiamo sostenere. In questo contesto vanno collocate anche le proposte sul lavoro che il PD ha approvato a larghissima maggioranza nella sua recente Assemblea Programmatica.

 

Il documento è aperto alla ulteriore discussione. Ma contiene innovazioni di grande rilievo che vanno valorizzate: smettiamola di considerarci poco coraggiosi. E’ la prima volta che si afferma con chiarezza la necessità di allargare le politiche di promozione e di tutela, a tutto il mondo del lavoro, non solo a quello dipendente, ma al variegato mondo dei lavori autonomi e delle professioni e a quell’area grigia intermedia del lavoro parasubordinato o economicamente dipendente.

 

Si propone, con altrettanta chiarezza, non come timidezza come sostengono i critici interni (la mozione Marino), la necessità di stabilire per questi lavori una base comune di diritti e di sostegni che dia a tutti garanzie e opportunità. Questa base comune comprende tutele universali nei casi di inattività e di disoccupazione, accompagnati da politiche attive e da formazione, un salario minimo, un reddito minimo di solidarietà, sostenuto da iniziative di attivazione, pensioni di base per tutti i cittadini, cui aggiungere ulteriori pensioni contributive e complementari.

 

E’ con questi diritti e sostegni comuni che si può attuare quella ricomposizione delle condizioni di lavoro una volta garantita dal diritto del lavoro tradizionale e dalla contrattazione collettiva. Così si possono superare le divisioni del mondo del lavoro che sono molte: non solo quelle fra contratto a termine e contratto a tempo indeterminato, ma anche fra lavoro autonomo, dipendente e parasubordinato, fra lavoro nero e regolare ecc.

 

La necessità di superare queste divisioni è condivisa fra noi. E’ un obiettivo impegnativo perché allargare le tutele costa, come è costoso rendere più conveniente, cioè detassare o ridurre i contributi al lavoro a tempo indeterminato, rispetto a quello precario o alle collaborazioni, per evitare abusi. Ma questa è una sfida che le nostre imprese devono affrontare perché non possono pensare di battere la concorrenza internazionale, puntando sui bassi costi o sulle basse tutele, pagando salari indegni di un paese civile, o peggio frodando sulle regole del lavoro.

 

Qui però occorre fare alcune precisazioni, anche per chiarire il nostro dibattito ed evitare false critiche reciproche. Le collaborazioni e le partite Iva e simili che fanno lo stesso lavoro dei regolari, i “paria” di cui parla Marino (Unità 27 maggio) vanno tutelati esattamente come i dipendenti perché sono falsi lavoratori autonomi; in realtà dipendenti. Per riconoscere questo non si tratta di inventare nuove leggi o nuovi “contratti unici”. Si tratta di far rispettare le leggi esistenti, di rafforzare controlli e ispezioni; il contrario di quanto fa il governo che riduce le visite ispettive e non rafforza gli ispettori. Per altro verso bisogna ridurre le differenze di costo che favoriscono gli abusi.

 

Diversa è la questione per i lavoratori che sono in posizione ambivalente. Non sono dipendenti perché hanno margini di autonomia organizzativa e di orari (e magari puntano ad accrescere tale autonomia); ma sono in posizione di debolezza economica perché legati a un committente unico o prevalente. A questi devono essere estese alcune tutele fondamentali specie in caso di crisi economica, con ammortizzatori sociali specifici, e di difficoltà personali (maternità, malattia, infortuni ecc). Possiamo discutere su quanta gradualità serve in questa operazione che è costosa. Si tratta di essere realisti non di tirare il freno a mano.

 

In ogni caso è sbagliato omologarli al lavoro dipendente, se la loro posizione di autonomia è reale e non abusiva: sia perché alcune norme tipiche del lavoro dipendente non sono applicabili, come gli orari di lavoro, sia perché questi soggetti si sentono “autonomi” e vanno aiutati a diventare tali. Anche per questi non serve un “contratto unico”, perché sono diversi. Serve invece un insieme efficace di tutele e di aiuti all’autonomia, corrispondente alle loro aspettative.

 

Il punto critico dei sostenitori del contratto unico è un altro: essi si concentrano sulle tutele di fine rapporto, prevedendo un periodo (3 anni) in cui la tutela dal licenziamento è minore di quella attuale e poi va crescendo nel tempo. Questo parifica un solo aspetto dei dualismi attuali, quello fra lavoro a termine e lavoro a tempo indeterminato. Ma in realtà non lo fa del tutto, perché qualche tipo di lavoro a termine continua a essere necessario (lavoro stagionale, sostituzione di lavoratori assenti, ecc).

 

Il contratto unico è una formula illusoria, non reale. Al di là di questa osservazione formale, noi pensiamo che per ridurre gli abusi del contratto a termine, sia più efficace alzarne i costi e limitarne quantità e durata. Inoltre chi affida un potere taumaturgico al contratto unico mostra di credere alle tesi della destra che basti allentare le tutele dai licenziamenti per ridurre la precarietà e far funzionare meglio il mercato del lavoro. Non è così. Tanto è vero che le piccole imprese, dove non si applica l’art. 18, non assumono a tempo indeterminato più delle imprese grandi dove invece opera. Anzi adottano spesso più contratti precari, perché sfruttano precarietà e bassi costi e sono esse stesse precarie. Come si vede per combattere la precarietà come tutti vogliamo, occorrono misure complesse, non mitiche equiparazioni per legge di una formula contrattuale. Oggi l’urgenza maggiore è rilanciare sviluppo e occupazione e garantire ammortizzatori sociali universali a tutti i lavoratori presenti, per evitare che perdano il lavoro. E’ la mancanza di tutele universali e di sicurezze sul mercato del lavoro che impedisce di trovare senza forzature nuove regole del lavoro, comprese quelle della tutela dei licenziamenti.

 

Impegniamoci a garantire queste tutele e sicurezze, invece di dividerci su improbabili contratti unici. Tiziano Treu L’U 1

 

 

 

 

DDL. Intercettazioni, il Pdl dice no ai finiani. "Restano norma transitoria e limite di 75 giorni"

 

Girandola di riunioni: Fini vede i fedelissimi, il  ministro della Giustizia Alfano incontra senatori del Pdl. Probabile faccia a faccia tra Bongiorno e Ghedini. Bocchino: "Collaboriamo ora per evitare problemi". Bersani: "Ci metteremo di traverso"

 

ROMA - "Vogliamo offrire una riflessione con un intento collaborativo e migliorativo del testo per evitare problemi successivamente". Il vicepresidente dei deputati del Pdl, il finiano Italo Bocchino sintetizza così la riunione sul ddl intercettazioni con Fini, la presidente della commissione giustizia di Montecitorio, Giulia Bongiorno, e il sottosegretario alla pubblica amministrazione Andrea Augello. Ma dal Pdl arrivano dinieghi (e qualche minima apertura) alle richieste dei finiani, sia sulla norma transitoria che sia sul limite dei 75 giorni. E Bersani ribadisce: "Questo Ddl è una cosa vergognosa: ci metteremo di traverso".

 

Le richieste dei finiani. Le questioni aperte dai finiani restano sul tavolo. A cominciare dalla eliminazione della norma transitoria che stabilisce che le nuove regole sulle intercettazioni siano applicabili anche ai processi in corso, proseguendo con il limite dei 75 giorni. Senza dimenticare la questione dell'arresto in flagranza per i reati di violenza sui minori. Al momento, infatti, il ddl sulle intercettazioni prevede questa misura per il reo colto in flagrante. Secondo la maggioranza, però, la regola va smorzata, evitando il carcere per i casi meno gravi. "Esempio sia il caso - spiega il sottosegretario Caliendo - di un diciassettenne e di una tredicenne colti ad avere un rapporto. Al momento, per loro, è previsto il carcere. La norma va modificata su questo punto".

 

Il no del Pdl. Stamattina la Commissione di palazzo Madama ha approvato 9 emendamenti della maggioranza su 11. Respinti, invece, i relativi subemendamenti dell'opposizione. Accantonati, inoltre, due emendamenti Pdl-Lega: la norma transitoria ( criticata ieri da Fini 1) e l'emendamento sulla violenza sessuale "di minore entità" nei confronti dei minori. Anche sulla norma transitoria, però, tira aria di chiusura: "Non si tocca  - dice il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri - allo stato attuale non ci sono cambiamenti rispetto agli emendamenti presentati". Ad ogni modo la commissione Giustizia del Senato tornerà a riunirsi martedì mattina alle 12 (l'aula, invece, è convocata per martedì pomeriggio alle 16,30). Caliendo, inoltre, non esclude che nelle prossime ore possano esserci nuovi incontri fra il ministro della Giustizia Angelino Alfano e Fini, mentre oggi pomeriggio il Guardasigilli e i vertici del gruppo Pdl al Senato si sono incontrati e hanno deciso di dire no alla richiesta di modificare la durata massima di 75 giorni per poter effettuare le intercettazioni.

 

Bersani: "Ci metteremo di traverso". "Ci metteremo di traverso più che

possiamo, con tutti i mezzi a disposizione. Questo Ddl è una cosa vergognosa, insostenibile", afferma intanto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, conversando con i giornalisti ai Giardini del Quirinale, in occasione della festa del 2 giugno, ha commentato gli sviluppi che riguardano la legge sulle intercettazioni all'esame a Palazzo Madama. Circa la possibilità dell'occupazione dell'Aula da parte del gruppo del Pd, il segretario ha risposto: "Saranno i gruppi parlamentari a studiare la loro strategia" Rispondendo infine a una domanda sui molti dubbi di Gianfranco Fini, ha poi detto: "Dobbiamo vedere se chi, all'interno della maggioranza ha posto dei problemi sulla legge, sarà poi coerente con la sua presa di posizione". LR 1

 

 

 

 

Intercettazioni, indagini e abusi

 

Che la storia delle intercettazioni e il loro uso mediatico siano stati macchiati da irresponsabili disinvolture è sotto gli occhi di tutti, ma questo non cancella il fatto che centinaia di mafiosi, latitanti eccellenti, corruzioni estese o cliniche degli orrori siano stati smascherati e puniti grazie a questo insostituibile mezzo d’indagine. Bisogna dire con onestà che in un Paese che non brilla per senso civico e in cui milioni di cittadini vivono gomito a gomito con mafie agguerrite e minacciose, non vi sono al momento soluzioni diverse per combattere crimine e malaffare. A Duisburg dopo la strage del 2007 decine di tedeschi si presentarono negli uffici di polizia per riferire anche il più insignificante dettaglio. In Italia si uccide nei vicoli di Napoli con la gente che scavalca i cadaveri e continua a passeggiare; unica prova le telecamere.

 

Un congegno così delicato e oneroso per la privacy, oltre che per le casse dello Stato, come le intercettazioni regge e si legittima solo se sono puniti con rigore abusi e fughe di notizie. Invece, praticamente non è mai accaduto. Non si scoprono, né si cercano con convinzione gli inquirenti disinvolti che, in spregio alle regole esistenti, trascrivono finanche conversazioni personali del tutto inutili per il processo e le fanno arrivare ai giornali. Da qui il convincimento diffuso e l’incubo sulla tirannia di un «orecchio di Stato».

 

Questa paura, spesso manipolata, serve in realtà ai palazzi del potere per sfregiare le indagini e garantire la propria impunità. Questa strategia di disarticolazione dei poteri d’indagine, certo ispirata dal malaffare che infiltra la politica, sembra materializzarsi nell’imporre il termine di 75 giorni per le intercettazioni anche rispetto ai reati di corruzione. Si vuole che i nastri della polizia non possano registrare per più di 75 giorni. Un’inezia se si pensa ad operazioni illegali complesse come quelle per accaparrarsi i lavori per il G8 alla Maddalena o per la ricostruzione in Abruzzo. Vi sono progetti criminali sulle grandi opere pubbliche che richiedono mesi e mesi per essere pianificati e di conseguenza accertati. Fermare le indagini dopo due mesi e mezzo significa garantire una sorta di licenza a delinquere. In realtà, il 76° giorno sarebbe per la giustizia quello dell’impotenza.

 

Ma la posta in gioco è ancora più complessa. In una democrazia che riconosce l’indipendenza del pubblico ministero, le intercettazioni sono il punto di più precario bilanciamento tra il dovere dell’indagine e il rispetto per la privacy. Altri ordinamenti, altrettanto democratici ma con un diverso equilibrio nella ripartizione della sovranità, hanno risolto la questione o assoggettando il pubblico ministero al potere esecutivo (Francia, Stati Uniti, Inghilterra) o affidando il compito di intercettare ad apparati di polizia o di spionaggio (Stati Uniti in primo luogo). Quando si sostiene che in Italia si fanno troppe intercettazioni rispetto ad ogni altro Paese occidentale, si nasconde che l’Fbi o la Cia intercettano normalmente milioni di telefonate, mail, sms; lo fanno senza alcuna autorizzazione dei magistrati, ossia senza il controllo di un giudice come avviene in Italia da decenni.

 

Nel nostro Paese si eseguono più intercettazioni su ordine dei giudici, mentre altrove un qualunque spione governativo si intrufola nella vita delle persone senza alcuna garanzia. Ma negli Usa le intercettazioni quale che sia il loro contenuto restano negli archivi. Invece in Italia capita che perfino quelle non necessarie alle indagini finiscano a puntate sui giornali. Sono questi gli abusi da reprimere chiunque li commetta. Questa è la vera dimensione del problema da risolvere. Altro che azzoppare i pm o imbavagliare i giornalisti.

ALBERTO CISTERNA, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia LS 2

 

 

 

La Cassazione: niente adozioni per le coppie razziste

 

Niente bambini alle coppie di aspiranti genitori che, nelle procedure delle adozioni internazionali, dichiarano davanti al giudice di volere solo minori di determinate etnie. In questi casi il magistrato, non solo non deve convalidare decreti di adozione che contengono simili esclusioni discriminatorie, ma deve mettere in discussione la capacità stessa della coppia razzista a candidarsi per l'adozione in generale.

 

Lo ha deciso la Cassazione nella sentenza 13332 appena pubblicata e riferita al caso di una coppia siciliana che voleva adottare solo bimbi di razza europea.

 

Con il deposito di questa decisione le Sezioni Unite della Cassazione hanno accolto il parere della Procura della Suprema Corte che, come si era appreso lo scorso 28 aprile, aveva chiesto che fossero messe al bando dal nostro ordinamento i decreti di adozione contenenti indicazioni sull'etnia dei minori. La Procura di Piazza Cavour era stata sollecitata da un esposto dell'Aibi - Associazione amici dei bambini - che da anni lotta contro i decreti razzisti. «Il giudice - sottolinea la sentenza scritta dal consigliere Maria Rosaria San Giorgio - oltre ad escludere la legittimità delle limitazioni poste dai richiedenti alla disponibilità all'adozione in funzione dell'etnia del minore, dovrà porsi il problema della compatibilità della relativa indicazione con la configurabilità di una generale idoneità all'adozione».

 

Insomma, coloro che vogliono solo bimbi di tipo «europeo» non hanno le carte in regola per fare mamma e papà. Inoltre, la Cassazione batte il tasto sulla necessità che i servizi sociali diano formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure di adozione internazionale per guidarle verso «una più profonda consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta dell'adozione e prevenire opzioni di impronta discriminatoria». Con il sostegno psicologico - aggiunge la Suprema Corte - si possono aiutare le coppie a superare le difficoltà di accogliere «un bimbo che non sia a propria immagine», o le paure di quanti dicono «no» al bimbo «diverso» «per il timore di fenomeni di xenofobia che espongano a rischio l'integrazione del minore nell'ambiente sociale e creino in lui problemi di adattamento». Ad ogni modo, la Cassazione non ammette che le coppie possano esprimere 'preferenzè per «determinate caratteristiche genetiche» del bambino che vorrebbero. Anche in considerazione del fatto che, in generale, tutti i bambini abbandonati hanno alle spalle una storia già «profondamente tormentata» e, ancor più degli altri bimbi, necessitano di papà e mamme con «peculiari doti di sensibilità». L’U 1

 

 

 

 

Camilleri: "Rischio fascismo siamo pronti a disubbidire"

 

Scrittori antibavaglio. Laterza: "Impossibile fare libri di inchiesta" - di ALBERTO D'ARGENIO

 

ROMA - Così torniamo al fascismo. I protagonisti del reading contro la legge-bavaglio sulle intercettazioni non hanno dubbi: uccide la coscienza dell'opinione pubblica e con essa la democrazia. Partite ieri in uno stracolmo teatro Quirino di Roma, le "Letture per la libertà di stampa" organizzate da un centinaio di editori insieme a librai e scrittori andranno avanti tutta la settimana in tutta Italia. "La legge sulle intercettazioni non tocca solo giornali e giornalisti, ma anche le Case editrici che pubblicano libri d'inchiesta, anch'essi potenziali destinatari del ddl", ha detto l'editore Giuseppe Laterza, tra gli organizzatori insieme a Marco Cassini (Minimum Fax) e Stefano Mauri (Mauri-Spagnol).

 

Ad aprire le letture dei brani è stato Andrea Camilleri, che ha proposto l'appello agli studenti che il rettore dell'università di Padova, Concetto Marchesi, pronunciò il primo dicembre 1943 lasciando l'ateneo per non sottomettersi al fascismo. Un discorso (vibrante la lettura dello scrittore siciliano) che si chiude così: "Liberate l'Italia dalla schiavitù dell'inganno". Passaggio che per Camilleri definisce perfettamente "lo sporco e il luridume dell'attacco alla libertà che oggi si ripropone sotto altre forme". Difendiamo l'informazione - ha proseguito il padre di Montalbano - anche se con la legge-bavaglio non ci sarà proprio più nulla di cui scrivere perché i magistrati non potranno più lavorare "lasciando i mafiosi e la cricca liberi di fregarci nel silenzio". Quindi Camilleri si è congedato dal pubblico con un laconico "buona fortuna". E di grande attualità anche il discorso di Pericle agli Ateniesi, che Paolo Rossi non riuscì a leggere in tv e ieri proposto da Rosetta Loy.

 

Sul palco anche Stefano Rodotà, secondo il quale "quando si blocca la conoscenza dei fatti si impedisce di deliberare e mettendo a repentaglio la vita democratica: è proprio dei regimi totalitari obbligare i propri cittadini a leggere su siti stranieri le notizie del proprio Paese". Quindi è intervenuto il politologo Giovanni Sartori, che ha definito "vergognosa" la legge-bavaglio: "È l'ultima risorsa per creare una falsa, disinformata e stupida opinione pubblica che non sa nulla del mondo e sa quasi solo cose false dell'Italia". E Marco Travaglio è stato tra coloro che hanno evocato l'inosservanza della legge. Come Massimo Carlotto, per il quale "non resta che la disobbedienza civile". Chi non c'era, come Dacia Maraini, ha affidato ad altri le proprie riflessioni. La serata è stata chiusa da Gianrico Carofiglio, magistrato, scrittore e senatore del Pd: "Il bavaglio che citava Camilleri era lo stesso programma della loggia P2. Non a caso vi erano iscritti anche esponenti del governo".  LR 1

 

 

 

 

Estericult, la piattaforma dedicata alla cultura italiana nel mondo

 

ROMA – Illustrata recentemente la piattaforma editoriale collaborativa dedicata alla cultura italiana nel mondo EsteriCult (www.estericult.it), ideata e curata dalla Direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale. E’ stato Alessandro Ruggera del Mae a spiegare finalità e struttura del sito, ad un anno dalla sua attivazione. “Si tratta di una forma di comunicazione attraverso il web – ha spiegato -potenziata e in parte diversa rispetto a quella istituzionale fornita dal portale del Ministero, perché cerca di sfruttare le innovazioni derivate dagli aspetti della rete 2.0, ossia lo sviluppo dell’interattività e della collaborazione da parte dell’utente”.

  Un sito specifico per la comunicazione di iniziative ed eventi culturali, a cui l’utente può accedere e contribuire attivamente con segnalazioni e articoli, previa registrazione. “La logica e la procedura per l’inserimento degli interventi è molto simile a quella di un blog – prosegue Ruggera, che puntualizza la libertà di accesso alla registrazione e alla proposta dei contributi.

  Non solo gli Istituti Italiani di Cultura o le realtà legate più o meno direttamente al Mae che all’estero si occupano di promuovere lingua e cultura italiana, ma anche associazioni e singoli utenti possono registrarsi e sottoporre il proprio contributo ad una redazione che vaglia e pubblica le proposte. “Sino ad oggi abbiamo pubblicato quasi per intero tutto il materiale pervenuto – segnala Ruggera. – La necessità di un vaglio preventivo si limita ad evitare che si usi uno spazio dedicato alla promozione culturale per finalità diverse, come quelle pubblicitarie”.

  La homepage si presenta con una struttura tripartita “assimilabile a quella dei siti di informazione” sottolinea Ruggera: a sinistra sono inseriti gli articoli sulle iniziative segnalate dagli Istituti Italiani di Cultura o dagli utenti registrati in generale; la parte centrale è invece dedicata agli eventi, posizionati  in modo scorrevole e in ordine di priorità in base alla data – più o meno imminente - degli stessi (ogni titolo rimanda al link di approfondimento relativo alla segnalazione), seguiti da una sezione di “approfondimenti” su eventi di particolare rilievo; nella parte destra un contenuto multimediale è accompagnato da link legati “alla rete della cultura”, con enti e istituzioni che collaborano più strettamente con la Direzione del Mae, insieme ad una mappa dei servizi culturali italiani nel mondo (presenti, oltre agli IIC, i Comitati della Società Dante Alighieri e le missioni archeologiche finanziate dal Ministero con la segnalazione dell’Università italiana di riferimento per ogni singola area). In evidenza anche i collegamenti alla Piattaforma Cineca (gli accordi universitari tra atenei italiani e resto del mondo), al sito del Ministero per i Beni culturali, Euripses e a notizie provenienti da Cinecittà. Presente anche un link all’antologia di poesia italiana contemporanea – tradotta in più lingue – “Un’altra voce”.

  La piattaforma – con all’attivo, nel 2009, circa 3 milioni di accessi (il 25-30% dei quali registrati dall’Italia) - fornisce dunque “uno sguardo completo su ciò che viene organizzato nel mondo con attinenza alla cultura italiana – spiega Ruggera – e si è rivelato uno strumento utile a raccogliere e convogliare informazioni che altrimenti sarebbero disperse e perciò meno visibili”.

  Ad ogni contributo pubblicato è possibile aggiungere una traduzione, un commento o dare un voto. Ad oggi sono 2.089 gli articoli pubblicati e 250 circa i commenti inseriti dagli utenti.  “L’aspetto dei commenti, più legato ad un’idea di social network inizialmente ipotizzata, è stato nel corso del tempo un po’ accantonato – aggiunge Ruggera – per la natura stessa dei contributi presenti”. Gli utenti sono richiamati dunque più dagli eventi segnalati che dalla possibilità di dare vita ad una sorta di forum di discussione su di essi.

  La piattaforma è segnalata anche attraverso i siti degli IIC e delle Ambasciate italiane all’estero. “Il Mae è la prima amministrazione pubblica che si è spinta così avanti nello sviluppo di in un’iniziativa di comunicazione completamente nuova, attraverso un linguaggio web più avanzato e non così semplice da gestire – conclude Ruggera. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

L’on. Razzi non ha mai detto di voler abolire i Comites

 

Roma - "La mia storia personale è limpida e cristallina, quelli che dicono che sono contro i Comites sono bugiardi e mentono sapendo di mentire. Non mi curo di loro ma guardo e passo. Non prima di aver fatto qualche precisazione". Così si è sfogato l’on. Antonio Razzi alla notizia secondo cui qualche parlamentare, durante la infestazione di sabato scorso a Francoforte, avrebbe riferito che il deputato di Idv vorrebbe abolire non solo Cgie, ma anche i Comites.

"È una notizia fasulla piena di veleno e senza fondamento", ribadisce in proposito Razzi. "È risaputo infatti che già dall’inizio del mio primo mandato, da tempo immemore, quindi, mi sono espresso per l’inutilità di un Consiglio Generale per gli Italiani all’Estero ma sempre favorevole per i Comites che sono i veri referenti sul territorio dei nostri connazionali all’estero".

Razzi ricorda che "sia sul sito della Camera che sul mio personale ho sempre predicato con grande fervore l’abolizione del CGIE giustificando politicamente tale determinazione. Tutta l’Italia dei valori sostiene questa tesi e rafforza la volontà di sostenere i Comites quale anello di connessione forte con i consoli".

"Guardo e passo ma dico loro che i fatti della pignatta li conosce la cucchiara e a buon intenditore poche parole. Il CGIE – ribadisce il deputato eletto in Europa – è un sistema mostruosamente dispendioso ma ad uso e consumo solo di pochissimi, capisco l’interesse parossistico per questo che non è stato altro che una buona opportunità". Secondo Razzi, "l’enormità della bugia cerca di screditarmi agli occhi della gente che mi ha votato. Sarebbe importante che i presidenti dei Comites venissero a Roma periodicamente, almeno due volte all’anno, primavera ed autunno, ad esporre le loro problematiche inerenti le comunità degli italiani all’estero, altro che contrario". (aise)

 

 

 

 

Quel 4-3 alla Germania che cambiò la nostra storia

 

L'hanno definita "la gara del secolo". E 40 anni dopo la semifinale dei mondiali 1970 non ha perso il suo fascino: è il simbolo di un'epoca e di un'epica del Paese. Che comincia coi Beatles e finisce con Albertosi - di FRANCESCO MERLO

 

La vera storia è che l'Italia batté l'Italia e fece il suo vero ingresso in quella Europa che per noi era ancora un'altra galassia. Certo, Boninsegna non sapeva di essere l'angelo della storia quando, all'ottavo del primo tempo, con una fucilata di sinistro scaraventò in rete insieme alla palla dell'1-0 anche l'Italia dei poveri ma belli. E Albertosi, scattando di reni oltre la traversa non sapeva di respingere con la potenza di Muller anche l'autoironia compiaciuta del Rascel di "mamma ti ricordi quando ero piccoletto...". La vera storia è che, spezzando le reni ai crucchi, l'Italia si liberò dell'Italia quella notte di quarant'anni fa, quando finimmo tutti per strada, anche i solitari che, come me, hanno sempre odiato la folla.

 

Tutti a gridare dentro le Cinquecento come deficienti, come se davvero affidassimo il nostro destino al vento astrofisico della bandiera tricolore. E tuttavia solo nei tempi supplementari l'Italia si liberò del suo veleno spirituale e della sua antichità biologica assunta come vizio. I novanta minuti regolamentari visti oggi sono ancora più noiosi di allora. La solita Italia del "primo non prenderle" si accartoccia in difesa, il gioco è lento, c'è Facchetti secco e longilineo come un asparago, ci sono le fughe di Domenghini con la maglietta a sbrendolo, ci sono i baffetti da gatto di Mazzola e c'è Rivera con le sue gambette di pollo lesso...

 

Davanti alla tv gli italiani si erano già concessi gli spaghetti e attendevano il fischio finale, con la voluttà di autoproclamarsi figli di puttana e di vincere con quel gran gol Boninsegna che un catenaccio di ottanta minuti aveva però trasfigurato in un golletto di rapina. Ma ecco che invece, con il tempo scaduto, arriva quel goffo difensore del Milan, il biondo Schnellinger, il solo incustodito e dimenticato dai cerberi italiani, e segna, il traditore: 1-1. Oggi gli avrebbero mollato almeno una testata, uno sputo o un bel calcione. Allora si limitarono agli insulti perché avrebbero voluto che simpatizzasse con i compagni di scuderia piuttosto che con quelli della Nazionale, che stesse con lo stipendio piuttosto che con la patria e la bandiera. Ecco: deve essere stato a questo punto che in cielo si è sentito il clic che ha rimescolato il mondo, in quel paradosso dell'italiano che dà del traditore al tedesco che non ha mai tradito. La partita divenne "del secolo" perché capovolse il secolo affidando ai tedeschi la parte degli agili e fragili perdenti e a noi quella dei vittoriosi panzer dal vigoroso carattere.

 

Ma nessuno capì cosa si celebrava nella notte del 17 giugno 1970 quando ci ritrovammo a sventolare quei drappi che riempiono i vuoti e surrogano la vita. Nel suo bel libro La partita del secolo Nando Dalla Chiesa sostiene appassionatamente che fu la vittoria della generazione del 68. Ma la verità è che ciascuno sventola una sua vittoria personale e la minoranza politico-ideologica del '68 non disprezzava solo il tricolore ma anche il calcio e non solo perché Mao non giocava e Togliatti, che era stato juventino, "era solo un revisionista". Gli intellettuali italiani, tutti testa, testi e testosterone, tutti panza e cervello, tradizionalmente odiavano lo sport e lo maltrattavano come "instupidimento delle famiglie", "sedimento dell'odio universale", "caserma dello spirito", esibendo a destra da Croce a Longanesi e Maccari, e a sinistra da Marx ad Adorno, a Musil, e su tutti il solito Karl Kraus, il Beckenbauer dell'aforisma.

 

E poi sul ponte del 1970 non sventolava il tricolore, ma la minigonna. E veneravamo ben altri feticci, noi italiani, di sinistra e di destra e di niente: il cappello dei Beatles per esempio, o le canzoni di Lucio Battisti o, per i matusa più reazionari, c'era Celentano che aveva vinto a Sanremo con una litania contro gli scioperi, "chi non lavora, non fa l'amore", come se le donne non scioperassero anche loro. Tra i feticci c'erano i porno fumetti di Isabella e le foto dei militanti italiani accanto a Mao...

 

Forse solo l'esile ma intelligente Rivera capì al 6' del secondo tempo supplementare che era per noi che girava la storia, che potevamo mostrare al mondo di non essere più i micragnosi e denutriti che solo in contropiede avevano preso Porta Pia, gli individualisti esalatati con l'aviere Baracca a centrocampo, e la stampella di Enrico Toti per centravanti. Dunque l'abatino, che sulla linea della porta si era fatto passare tra il palo e le gambette il gol del pareggio tedesco (3-3) ed era stato coperto di insulti da Albertosi, trovò la forza pesante del selvaggio e l'intelligenza veloce del siluro beffando il portiere con una finta di corpo e una pedata di piatto: 4-3 perché non è vero che l'Italia sarà sempre fatta di abatini allenati dal Badoglio di turno! E mentre calciava la palla in basso, Rivera lanciava in alto quelle sue pupille accese, che oggi sono circondate da una bella foresta di rughe, ma quella notte misurarono la profondità di una nuova speranza italiana, di un'idea di vittoria non più affidata allo stellone, alla classifiche degli altri e alle corna dell'arbitro. Italia-Germania 4-3 perché non è vero che sappiamo solo scappare e vendere agli americani la Fontana di Trevi!

 

A riguardare le immagini di quella notte sembra quasi che ci sia l'impronta divertita di Claude Lévi-Strauss già nella foggia dei "calzoncini" che erano molto più corti e diciamo così più "insolenti" dei "calzoncioni" molli di oggi. E quando suonarono gli inni, che anche i giocatori avevano ritrosia a cantare, nello stadio Azteca di Città del Messico sotto un cielo fresco di temporale, i primi piani di Beckenbauer, elegante come un italiano scuro di capelli, e di Gigi Riva, potente nel fisico come un ostrogoto di Varese, segnalavano al mondo la fine delle razze e, nel bianco e nero della tv, il rimescolamento di antropologia, etica ed estetica nell'Occidente.

 

Di sicuro è nei tempi supplementari che Boninsegna e Burgnich e Riva e tutti gli altri che sono finiti nella canzone di Mina ("Ossessione 70") presero il passo di carica della Wehrmacht e l'intrepidezza dei marinai inglesi, e dinanzi al particolare che si ricongiungeva con l'universale sembrava che persino l'erba del campo ridesse ogni volta che i nostri calciatori la calpestavano, così per manifestare la gioia per quel gioco di piedi.

 

E invece furono i tedeschi al sesto minuto del primo tempo supplementare a passare in vantaggio (2-1) perché Müller, furbo e maligno come un italiano, intrufolò la punta del piede tra Albertosi e Poletti, per l'occasione imbranato e macchinoso come un tedesco. "Tutto facile per la Germania adesso" commentò Nando Martellini. Ma all'ottavo del primo tempo supplementare Burgnich, inaspettato difensore, arrivò puntuale all'appuntamento con il pallonetto di Rivera: 2-2. Ecco: gol, perché non è vero che siamo i geni della truffa! Ma niente gesti plateali, niente corse con il dito in bocca o mostrando il sedere: Burgnich, "la roccia" italiana, era fatto così, come un tedesco appunto. Poi alla fine del primo tempo supplementare fu Gigi Riva ad arrivare sul cross di Domenghini e fu una delle pedate più eleganti e potenti della storia del calcio, di collo sinistro, precisa, angolatissima: gol perché non è vero che vinciamo solo quando tradiamo!

 

Senza che nessuno allora se ne rendesse conto, quei quattro gol segnarono da un lato il definitivo ingresso dell'Italia in Europa, dove i tedeschi erano la locomotiva alla quale eravamo attaccati ma con la quale avevamo dei conti da regolare. Dall'altro lato la partita consegnò almeno per una notte la Germania all'aristocrazia dei simpatici perdenti, che era invece il nostro territorio incantato, il nostro stemma nobiliare.

 

Diciamo la verità: sino alla fine degli anni Sessanta l'Europa per noi era un mondo di sogno, andarci in aereo era ancora un privilegio, vi avevamo esportato contadini immusoniti dalla batosta della riforma agraria e nonostante la crescita vertiginosa del prodotto interno lordo, non riuscivamo a liberarci dal ruolo di "straccioni geniali". Insomma per sentirsi uguale e occidentale, l'Italia aveva bisogno di una grande affermazione e la ebbe con il calcio, battendo lo squadrone dei panzer del football, della solidità di Borsa e banche, della disciplina e della rinascita vera. Un'impresa storica dunque e non solo un raro evento gioioso nel Paese che meno di sei mesi prima, con la bomba di Piazza Fontana, era precipitato nella violenza e nella paura. Ma quella notte no, forse perché allora il calcio era un valore positivo e popolare, come solo Pasolini aveva capito; gli stadi non erano ancora i luoghi dell'impunità, lo sport non era in mano alla finanza vaporosa e alla politica truffaldina. Ecco perché oggi, anche quando vinciamo bene e forte, sappiamo che mai più la nostra gioia sarà la stessa di allora. LR 2

 

 

 

Pdci Europa: è uscito il numero di giugno di “Aurora”

 

  BRUXELLES – E’ uscito il numero di giugno  di “Aurora. Giornale per l’Unità Comunista”, edito a Bruxelles dalla Federazione Pdci Europa. In questo numero Aurora continua a proporre cronaca ed analisi economica sulla crisi in Grecia con il "diario" di Ivan Surina, la riflessione di Vladimiro Giacché su Stato e mercato e le proposte concrete per uscire dalla crisi del Partito comunista greco.

  Tra glia altri articoli segnaliamo l’analisi della situazione politica in Gran Bretagna dopo il voto e quella in Belgio in vista del prossimo voto legislativo anticipato, le critiche al Governo per il continuo rinvio del voto per il rinnovo dei Comites, l’analisi della vittoria sindacale in merito alla Direttiva UE sull'orario di lavoro degli autotrasportatori. Da ricordare anche la rubrica il “Diario dal Brasile" di Simone Rossi: una serie di reportage sui problemi e le aspettative che si vivono in quel Paese prima del voto presidenziale di ottobre. Prosegue inoltre la discussione sul “che fare?” per i comunisti in Europa. Questo e altro ancora sul numero 21 di Aurora che è consultabile in rete su http://aurorainrete.org. Il Blog di Aurora offre la possibilità di commentare e discutere gli articoli di questo e dei precedenti numeri. (Inform)

 

 

 

 

"Fisarmoniche nel Parco", il 1° Concorso Internazionale di fisarmonica e organetto

 

Si svolgerà il 6 Agosto a Pescasseroli, durante il festival "Fisarmoniche nel Parco", il 1° Concorso Internazionale di fisarmonica e organetto Tommaso Coccione.

Per la prima volta nella storia la fisarmonica sarà protagonista a Pescasseroli con il festival che si svolgerà dal 25 Luglio 2010 all'8 Agosto 2010 grazie al patrocinio del Comune di Pescasseroli, dell'Associazione Albergatori e degli Operatori Commerciali Alta Valle del Sangro.

Il programma è ricchissimo e ogni giorno vedrà impegnati alcuni dei più importanti nomi del mondo fisarmonicistico come il M° Renzo Ruggieri, presidente della giuria del concorso, e Danilo Di Paolonicola, direttore artistico del concorso, in concerti, workshop, conferenze e tanto altro.

L'evento è stato organizzato dall'International Accordion Forum (http://www.accordionplanet.net) per iniziativa di Donato Di Tullio che ha voluto dedicare il concorso a uno dei pionieri della fisarmonica, il grande Tommaso Coccione, nato in Abruzzo (Poggiofiorito, CH) nel 1905 ed espatriato per gli Stati Uniti dove divenne famoso suonando in alcuni dei più importanti teatri americani insieme ai fratelli Pietro e Guido Deiro.

Invitiamo tutti gli insegnanti di fisarmonica e organetto a far iscrivere i loro allievi al concorso poichè ci saranno dei premi veramente interessanti.

Il regolamento del concorso e il modulo di iscrizione sono disponibili sul sito ufficiale dell'evento http://www.fisarmonichenleparco.com.

Approfittiamo dell'occasione per invitare tutti a venirci a trovare a Pescasseroli durante il festival per assistere ai concerti di Frank Marocco, Gennaro Ruffolo, Vincenzo De Ritis, Adriano Ranieri, Riccardo Taddei, Giancarlo Caporilli, la Fisorchestra Libertango, Guido Ferrarese e Dario Marchese, Danilo Di Paolonicola, Gianni Mirizzi e Renzo Ruggieri !

Donato Di Tullio, http://www.fisarmonichenelparco.com  (de.it.press)

 

 

 

 

Berlusconis Abhörgesetz. Knebel für Italiens Medien

 

Rom. Eine böse Redensart in Italien lautet, dass jemand, dessen Telefon nicht abgehört wird, es zu nichts bringen kann. Immer wieder sorgen Protokolle von abgehörten Telefongesprächen in den italienischen Medien für Furore. Auch zahlreiche politische Skandale kamen so ans Tageslicht, angefangen mit Tangentopoli, jener Affäre, die das Parteiensystem der Nachkriegszeit Anfang der 90er Jahre zum Einsturz brachte. Damit soll künftig Schluss sein. Seitdem Ministerpräsident Silvio Berlusconi vor zwei Jahren erneut ins Amt gewählt wurde, bastelt seine Koalition an Gesetzen, die es den Medien verbieten, Telefongespräche oder andere Details aus juristischen Vorermittlungen zu veröffentlichen, solange es noch nicht zum Prozess gekommen ist.

 

In der vergangenen Woche gab die zuständige Senatskommission ihr Placet zu einem neuen Gesetzesentwurf, den seine Kritiker nur den Knebel nennen und der gestern Abend in den Senat, die kleinere Parlamentskammer gehen sollte. Sollte er Gesetz werden, darf die Justiz künftig Verdächtige nur unter strengen Auflagen und auch nur für maximal 75 Tage statt bisher zwölf Monate abhören lassen. Medien, die Telefonmitschnitte veröffentlichen, machen sich strafbar und sollen mit saftigen Strafen belegt werden.

 

Seit Tagen machen Italiens Medien - darunter sogar Zeitungen aus dem Imperium von Berlusconi - und die Opposition mobil gegen das Knebel-Gesetz. Mehr als 200000 Menschen haben einen Protestaufruf unterzeichnet. Vor dem Parlament in Rom finden Sit-Ins und andere Aktionen statt. Tageszeitungen, allen voran die linksliberale La Repubblica, versehen ihre Berichterstattung mit Hinweisen, welche Artikel man nicht mehr lesen könnte, wäre das Gesetz schon in Kraft. Es sind viele, sehr viele sogar.

 

Zwei Dutzend Chefredakteure wandten sich deshalb öffentlich gegen die Verschärfung. "Dieses Gesetz schränkt die Medienfreiheit ein", heißt es in dem Aufruf. Die Bürger würden künftig nichts mehr über wichtige Untersuchungen der Justiz erfahren, vor allem im Bereich der organisierten Kriminalität und der Mafia. "Damit wird das Recht auf Information beschnitten."

 

Auch über Streiks wird bereits nachgedacht, und die linke Tageszeitung L´Unita bekundet als erstes Medium seit dem Wochenende, dass sie das Gesetz nicht befolgen wird. "Wir gehorchen nicht", schreibt Chefredakteurin Concita De Gregorio in einem mehrsprachigen Appell. Das Gesetz gehe die ganze Welt etwas an.

Zahllose Anschlüsse angezapft

 

Die Regierung dagegen begründet ihren Vorstoß damit, dass das Recht auf Privatsphäre besser geschützt werden müsse. Tatsächlich wird vom Instrument der Telefonüberwachung geradezu exzessiv Gebrauch gemacht: Nach Angaben des Justizministeriums wurden allein im vergangenen Jahr mehr als 110000 Anschlüsse angezapft, weit mehr als in jedem anderen demokratischen Land. Das räumen auch Kritiker ein, allerdings sehen sie in dem Gesetz einen weiteren Versuch Berlusconis, sich eine Maßnahme ad personam zu schneidern.

 

Unter dem Druck der Proteste wurde bis in letzter Minute noch einmal nachgebessert, und sogar Justizminister Angelino Alfano hat versprochen, einzelne Teile zu überprüfen. Auch in den eigenen Reihen droht Widerstand, denn einige namhafte Mitglieder von Berlusconis Sammelpartei "Volk der Freiheit" drohen mit einem Veto. Auch sein stärkster innerparteilicher Widersacher, Parlamentspräsident Gianfranco Fini, hält es für inakzeptabel. KORDULA DOERFLER

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Italien. Melancholiker an Marmortischen

 

In Rom wird geplappert, in Mailand flaniert und in Turin gelesen, denn hier gibt es nichts Wichtigeres als Bücher: Ein Besuch in der heimlichen literarischen Hauptstadt Italiens. Von Veronika Eckl

 

Es liegt bestimmt an den Bars, eigentlich muss es an den Bars liegen, Zufluchtsorten nach Schönheit dürstender Seelen an grauen Nebeltagen. Das Mulassano zum Beispiel, verborgen unter den Arkaden, ein winziger Tempel des guten Geschmacks, Marmorprunk, Spiegel, mikroskopisch kleine Kunstwerke, die zum Aperitivo gereicht werden. Damen in schwarzweiß karierten Röcken, die Hunde mit rosa Decken auf dem Rücken an der Leine führen, flüstern sich diskret den neuesten Klatsch zu. Studenten sitzen an den Marmortischchen, still in Bücher vertieft, niemand stört sie, auch wenn sie seit Stunden an ihrem Glas Wasser nippen. In Rom, Mailand oder Florenz würde lautes Geschrei herrschen, die Turiner aber wenden sich der Lektüre zu. Diese Stadt ist ein einziges Kaffeehaus, hier hat die Literatur Liebhaber und Freunde. Turin, da denken die meisten nur an eine graue Industriestadt, an Fiat und Juventus. Dabei steht die Stadt in Italien vor allem für eines: für gute Bücher und erfolgreiche Autoren.

"Keine Stadt bietet solche idealen Arbeitsbedingungen für Schriftsteller wie Turin", sagt die Autorin Margherita Oggero: "Man hat wenig Ablenkung, es ist alles sehr unaufgeregt, man hat die Ruhe, die man zum Arbeiten braucht." Die Heldin ihrer Krimis, die regelmäßig im Mulassano ihren Espresso nimmt, ist Camilla, eine vierzigjährige Lehrerin in der Midlife-Crisis mit Mann, Kind, intelligentem Dackel und einer Leidenschaft für Literatur. Ganz Italien ist verrückt nach der schnüffelnden Lehrerin, die regelmäßig die Spitzen der Bestsellerlisten stürmt. Ihre Ermittlungen führen sie tief hinein in die Turiner Gesellschaft, in die Oberschicht, die in ihren Villen in den Hügeln über dem Po residiert, ebenso wie zu den Underdogs, die am Untergang der Industriestadt leiden. Dabei verleugnet die kleine rundliche Autorin, die selbst Lehrerin war und erst nach ihrer Pensionierung mit dem Schreiben begann, ihr großes Vorbild nicht: das Autorenduo Fruttero und Lucentini, das in den siebziger Jahren mit dem Kriminalroman "Die Sonntagsfrau" die Ticks und Manien der piemontesischen Bourgeoisie beschrieb.

 

Französische Strenge der Häuser - "Meine Bücher erzählen von Turin, sie stecken voller Ironie, die typisch ist für die Menschen hier. Und die kenne ich, ich hatte sie vor mir auf der Schulbank", sagt sie mit der Unbestechlichkeit der erfahrenen Pädagogin. Es ist wohl auch kein Zufall, dass die Autorin ihrer Heldin Camilla ausgerechnet den attraktiven Polizisten Gaetano zur Seite gestellt hat, mit dem sie vor dem glänzenden Tresen des Mulassano ein klein wenig flirten darf und der nicht aus dem Piemont stammt, sondern aus Urbino und sich zuweilen selbst ein wenig über diese unitalienische Stadt zu wundern scheint.

Denn Turin ist anders, ganz anders. Schnurgerade sind die Straßen, die mitten ins Herz der am Horizont sich blau auftürmenden Berge hineinzuführen scheinen, von französischer Strenge die Fassaden der Häuser. Die Palazzi der Savoyer stehen in derselben majestätischen Nüchternheit da wie die modernen Bürogebäude; nur die vielen Reiterstatuen, ernste Kriegsfürsten auf Pferden mit weit aufgerissenen Mäulern, bringen Dramatik in den Alltag. Der alles beherrschende Bau der Stadt aber ist weder eine Kirche noch ein Schloss, sondern die Mole Antonelliana, der bizarre Turm eines überehrgeizigen Architekten, der dem Eiffelturm nacheifern wollte. Auch die Plätze Turins ähneln denen anderer italienischer Städte wenig. Sie zeugen von militärischer Ordnung und sind so unglaublich quadratisch, dass die Menschen auf ihnen manchmal deplaziert wirken. Die Piazza San Carlo zum Beispiel, der Salon der Stadt, verbietet sich respektloses Wohnzimmergelümmel schon durch seine akkurat geschwungenen Arkaden, unter denen die elegantesten Kaffeehäuser liegen, durch die streng parallel angeordneten Fensterfronten, durch den theatralen Charakter des weiten Platzes. Diese Piazze strahlen eine ganz eigene Schönheit aus, eine disziplinierte, die den Passanten auffordert, sich zu benehmen, sich anständig anzuziehen und nicht vulgär herumzuschreien.

 

Stammplatz im Café - Es ist eine Schönheit, die auch eine Schönheit des Geistes widerspiegelt, eines kritischen und wahrheitsliebenden Verstandes. Turin war immer ein linksintellektuelles Zentrum Italiens. Zu einer Zeit, in der die Faschisten auf den Plätzen Italiens aufmarschierten, wurde hier ein italienischer Mythos begründet: das Verlagshaus Einaudi, das nicht weit von der Piazza San Carlo an der Via Biancamano liegt. Eine Handvoll tatendurstiger junger Leute, die zusammen das humanistische Gymnasium Massimo D'Azeglio besucht hatten, betrieben von Turin aus eine Art ästhetische und politische Erziehung Italiens. Bald versammelte der Verlag unter seinem Dach Schriftstellergrößen wie Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Elio Vittorini, Primo Levi und Italo Calvino. Besonders Pavese, der schüchterne Intellektuelle aus den Langhe, dem Hügelland südlich von Turin, verewigte die Stadt in seinen Büchern - und fand in ihr ein unglückliches Ende: Im August 1950 nahm sich der ewig enttäuschte Liebende ein Zimmer im Hotel Roma, nur ein paar Schritte entfernt von der Stazione Porta Nuova, dem klassizistischen Bahnhof. Er rührte den Inhalt von sechzehn Beuteln Schlafmittel in ein Glas Wasser und schied mit Hilfe dieses Gebräus aus dem Leben. Zimmer 346 mit seinem schmalen Bett und dem roten Sessel ist noch heute unverändert.

Eine leise Melancholie liegt über der Stadt. Vielleicht liegt es am Nebel, vielleicht aber auch daran, dass Turin einerseits immer Vorreiter und immer modern war, dass hier andererseits aber so vieles ehemalig ist. Geht man vom Hotel Roma die Via Roma mit ihren wuchtigen martialischen Bauten hinauf, biegt nach rechts und dann wieder nach links ab, dann steht man vor dem Palazzo Carignano, dem ersten Parlament Italiens. Es ist ein Backsteinbau, dem bei aller barocken Würde doch das Angeberische anderer staatstragender Gebäude fehlt. In Turin wurde vor knapp 150 Jahren die italienische Einigung ausgeheckt, Turin wurde Hauptstadt des Königreichs Italien, wenn auch nur für wenige Jahre. Von seinem Stammplatz im Caffè del Cambio gegenüber dem Palazzo hatte der große Staatstheoretiker Cavour selbst während der Espressopausen alles im Griff. Heute wirkt das Parlamentsgebäude verlassen, es wird gerade renoviert. Auch das Schloss der Savoyer an der Piazza Castello, in dem bis zum Ende des Zweiten Weltkriegs das Adelsgeschlecht residierte, das die italienischen Könige stellte, wirkt heute wie ein Geisterreich aus rotem Samt, durch das die Touristen irren. Wegen der wenig glücklichen Rolle, die sie an der Seite von Mussolini gespielt hatten, wurden die Savoyer ins Exil geschickt, Turin gewann an Demokratie und verlor an Glanz.

 

Veilchenpastillen und Lakritz - Und jetzt, da die Automobilindustrie kriselt und Fiat Arbeitsplätze abbaut, könnte die Stadt auch als Motor der italienischen Wirtschaft bald ausgedient haben. Man muss nur einmal hinausfahren ins Arbeiterviertel Mirafiori mit seinen Mietskasernen oder zum alten Fiatwerk Lingotto, das von Italiens berühmtestem Architekten Renzo Piano zu den Olympischen Winterspielen 2006 in ein Einkaufs- und Messezentrum umgewandelt wurde, mit Luxushotel und einer kleinen Pinakothek, in der die Familie Agnelli hübsche Gemälde aus ihrer Privatsammlung ausstellt. Viel gelobt wurde dieses Projekt, und doch wirkt es ein bisschen trostlos, wenn nun in den sachlichen stolzen Hallen Teenager in billigen Klamotten wühlen und ganze Familien bei einer Fastfoodkette einkehren. Die einstige Teststrecke für die neugebauten Autos oben auf dem Dach ist nur für die Gäste des Hotels zugänglich, und irgendwie wirkt es, als hätten sich Fiat und die Stadt ein wenig auseinandergelebt.

Turin hat ein Identitätsproblem, heute mehr denn je, aber genau das macht die Stadt auch so spannend für Schriftsteller", sagt Giuseppe Culicchia, der ein sehr lesenswertes kleines Buch über Turin geschrieben hat: "Torino è casa mia", Turin ist meine Wohnung heißt das und gleichzeitig: Turin ist meine Heimat. Leider wurde es im Gegensatz zu seinen anderen Büchern nicht ins Deutsche übersetzt. Culicchias liebstes Kaffeehaus ist das Al Bicerin, eines der ältesten Etablissements der Stadt, mit nur ein paar wenigen Tischchen und riesigen Bonbongläsern hinter der Theke, Veilchenpastillen, Lakritz, Rhabarberbonbons. Hier nimmt die gute Gesellscha