WEBGIORNALE 3-7 Giugno
2010
I richiedenti asilo nell’Ue: lontani dagli occhi, lontani dal cuore
261.000
richiedenti asilo nel 2009, 27.600 riconoscimenti dello status di rifugiato. Alla
luce della politica migratoria che l’Ue conduce da vent’anni a questa parte, le
cifre pubblicate da Eurostat non dovrebbero apparire sorprendenti. In occasione
della Settimana delle Migrazioni organizzata dall’ENS (École Normale
Supérieure) di Parigi, Catherine Wihtol de Wenden, politologa, Claire Rodier,
presidentessa della rete Migreurop, e il geografo Serge Weber hanno illustrato
quella che considerano una forte tendenza della politica migratoria europea: la
criminalizzazione e la reclusione degli immigrati extra-europei.
«In 20 anni,
l’Europa è diventata una delle prime mete d’immigrazione», esordisce Catherine
Withol de Wenden davanti ad un pubblico di studenti della prestigiosa Scuola
Normale Superiore di Parigi, venuti ad assistere alla tavola rotonda della
Settimana delle Migrazioni, organizzata dall’associazione Pollens. Una
constatazione positiva, giustificata soprattutto dal fatto che gli ex paesi a
forte emigrazione dell’Europa meridionale si sono col tempo trasformati in
paesi d’immigrazione (la Spagna è diventata la seconda meta di immigrazione in
Europa). Una ventata di ottimismo che però rivela anche un’altra faccia:
l’Europa è sì diventata una terra promessa per i richiedenti asilo, ma ha
sviluppato questa sua capacità attrattiva erigendo al contempo una fortezza
legislativa che va dal Patto Europeo sull’Immigrazione e l’Asilo fino alla
Direttiva Rimpatri: «la politica migratoria europea non ha fatto altro che
mettere su scenari che non si sono mai realizzati», spiega la ricercatrice del
CERI, il centro di studi e ricerche internazionali. Non solo i decision-makers
hanno pronosticato, nel 1975, un reflusso dell’immigrazione di massa verso
l’Europa a seguito della crisi petrolifera, ma hanno anche immaginato che, con
l’entrata a regime dell’area Schengen, la mobilità infra-europea sarebbe
cresciuta al punto da rimpiazzare l’immigrazione extra-europea. Un duplice
errore. Non solo gli Europei sono rimasti sedentari, ma le domande di asilo
verso l’Ue hanno conosciuto un boom, fino a raggiungere la cifra di 500.000
all’anno negli anni ‘90! Da allora, gli immigrati extra-europei pagano le
conseguenze di queste previsioni errate: «Come si spiega il fatto che la libera
circolazione in Europa è promossa sotto tutti gli aspetti: beni di consumo,
prodotti finanziari, ecc, salvo che per gli immigrati?» domanda il geografo
Serge Weber.
Fortezza europea:
ingresso su invito - Per rendersi conto della portata del problema, è
sufficiente soffermarsi sulle cifre pubblicate da Eurostat a proposito delle
domande d’asilo presentate all’interno dell’Unione Europea nel 2009: su 261.000
richieste sono state prese 229.500 decisioni di prima istanza, il 73% delle
quali ha avuto come esito il respingimento della domanda di asilo. Secondo
Serge Weber, ci troviamo di fronte ad una vera e propria erosione di questo
diritto, un problema che si aggrava in occasione di ogni nuovo trattato
europeo: da un lato al summit di Tessalonica è stata istituita l’agenzia
Frontex con lo scopo di contrastare l’immigrazione clandestina, e dal 2003 il
sistema Eurodac consente il prelievo delle impronte digitali ai richiedenti
asilo che abbiano almeno 14 anni. Dall’altro lato, gli Stati membri dell’Ue
continuano a firmare accordi bilaterali con i paesi d’origine degli immigrati,
affinché accettino tutti gli “esclusi” dal diritto d’asilo e i clandestini
espulsi dall’Unione Europea, in cambio di investimenti nello sviluppo economico
del paese. Le frontiere europee diventano così impermeabili, ma soprattutto «de-localizzate,
puntuali e informatiche», secondo uno schema ben lontano dalle promesse sul
diritto d’asilo proclamate dalla Convenzione di Ginevra del 1949.
“Sovranitarismo”
più che federalismo - Secondo Catherine Wihtol de Wenden,
l’europeizzazione della politica migratoria è in realtà la testimonianza di un
ritorno ad una politica di sovranità nazionale da parte degli Stati membri
dell’Ue. A dominare sono i trattati bilaterali di assistenza al rimpatrio,
piuttosto che gli sforzi tesi a creare uno statuto europeo dei rifugiati:
«L’arbitro essenziale è l’opinione pubblica nazionale; gli Stati si rifugiano
in essa per giustificare la loro politica sovrana», afferma preoccupata la
ricercatrice. Il risultato? Un «fai da te bilaterale, inadatto alla realtà migratoria
europea e tanto più inquietante sul piano dei diritti umani dei migranti, se si
considera che il loro riaccompagnamento alla frontiera viene contrattato con
delle politiche di sviluppo che non sempre vengono attuate». I relatori sono
unanimi: la conseguenza ultima della politica migratoria europea, dalla
Convenzione di Dublino del 1990 fino alla Direttiva Rimpatri, è la
criminalizzazione dei migranti extra-europei: «Ormai nel Regno Unito “asilum
seeker” è diventato sinonimo di ladro», denuncia Catherine Wihtol de Wenden, la
cui lingua si va via via sciogliendo. Simbolo significativo di questa
evoluzione in senso repressivo è il fatto che la politica migratoria, un tempo
affidata al Ministero del Lavoro, è ora nelle mani del Ministero degli Interni.
L’Europa
delocalizza la detenzione dei suoi immigrati - Claire Rodier,
presidentessa di Migreurop, si presenta con le mani piene di cartine che
mostrano la collocazione sul territorio europeo dei centri di detenzione per
gli immigrati indesiderati. Le informazioni sono state raccolte dalla rete
europea Migreurop, che può contare sulla competenza di 42 associazioni sparse
in 13 paesi europei. Sono presenti, in tutto, 250 “prigioni per stranieri” dove
sarebbero rinchiuse 300.000 persone (per un periodo di tempo che può arrivare
fino a 18 mesi, da quando è entrata in vigore la Direttiva Rimpatri). Per la
giurista non ci sono dubbi, prevedere un periodo di detenzione così lungo per
gli immigrati irregolari non ha altra utilità se non quella di «dissuadere
coloro che sarebbero tentati di raggiungerli». Su una di queste cartine, che
fanno parte dell’Atlante delle migrazioni in Europa, si osserva addirittura che
l’Europa “delocalizza” la detenzione di questi immigrati indesiderati,
attraverso la costruzione di appositi campi per stranieri in Libia e in Libano.
Quali sono i benefici di una simile politica migratoria? Difficile
quantificarli, tanto le politiche migratorie sono condotte a livello nazionale
piuttosto che europeo. Relativamente alla Francia, ciò che possiamo calcolare è
il numero di rimpatri alla frontiera (29.000 nel 2009) moltiplicato per 14.000
euro, ossia il costo di un riaccompagnamento alla frontiera (fino a 20-30.000
euro se includiamo le spese giudiziarie), secondo i calcoli effettuati dalla
Corte dei Conti nel 2009. C’è tuttavia un altro problema per l’Unione Europea,
ben più difficile dell’aggravio di bilancio che una simile politica migratoria
può comportare. Questo problema consiste nell’essersi guadagnata una
reputazione di fortezza inespugnabile, un’immagine destinata ad accompagnarla
negli anni a venire, a meno che non si assista ad un diverso approccio alla
questione, finora affrontata secondo un’ottica ben lontana dall’immagine di
mobilità assoluta offerta agli europei dell’area Schengen.
Emmanuel Haddad,
Traduzione Stella Lanzi, Cafebabel 1
Sudafrica. I Mondiali dei diritti umani. Un calcio al razzizmo. Per sempre!
Il più grande
evento sportivo dell'Africa suggella la riconciliazione del Paese. Un monito e
un modello per chi vuole davvero bandire ogni discriminazione dal mondo. di
Antonella Stelitano
Pretoria - I
Campionati mondiali di calcio in Sudafrica non sono solo un evento sportivo.
Prima ancora che un pallone tocchi terra si celebra infatti la vittoria dei
diritti umani sulla discriminazione, l’unità di un Paese sulla diversità,
l’integrazione di popoli diversi, la centralità di un continente che non è mai
stato al centro dell’attenzione sportiva. Prima ancora che si alzi il sipario,
il Sudafrica festeggia la sua piena riconciliazione con quel mondo sportivo che
lo ha bandito da ogni terreno di gioco negli anni più bui dell’Apartheid.
Non è un caso se
questo mondiale cade nell’anno in cui si celebra il ventennale da uomo libero
di Nelson Mandela, simbolo della lotta contro il regime segregazionista bianco
che utilizzò proprio lo sport per muovere i primi passi e avviare quel dialogo
che consentì poi la sua liberazione. E non è un caso se esce proprio in questi
mesi un film dedicato alla storia dell’intreccio di vicende tra Mandela e il
rugby. In carcere, Mandela non parlava di diritti umani con i membri del
governo. Parlava di calcio e di rugby in un Paese che riservava il rugby ai
bianchi e il calcio ai cosiddetti atleti non-white.
In Sudafrica la
lotta contro l’Apartheid nello sport è stata l’amplificatore mondiale della
lotta contro la discriminazione in generale. Si parlava di sport per parlare di
diritti umani usando un linguaggio trasversale e trans-nazionale che poteva
avere quell’impatto diretto e forte con il grande pubblico senza dare
l’impressione di toccare, necessariamente e direttamente, temi politici. Oggi
dobbiamo ringraziare anche il Sudafrica se lo sport è diventato terreno di
incontro su cui far convergere e mediare istanze diverse, ma soprattutto
dobbiamo ringraziare questo Paese se le Nazioni Unite hanno cominciato a
trattare con metodicità e costanza i temi dello sport fino a celebrarlo come
strumento per realizzare i suoi stessi obiettivi.
Nel periodo
1968-1985, l’Assemblea generale dell’Onu adotta una serie di risoluzioni che
affrontano con severità il tema dell’Apartheid nello sport, fino ad arrivare
alla Dichiarazione Internazionale contro l’Apartheid nello Sport, nel 1977, e
alla Convenzione Internazionale contro l’Apartheid nello Sport, nel 1985.
L’Onu condanna la
politica di Apartheid del governo sudafricano, mettendo in luce i pericoli che
ne derivano sia in relazione alla violazione dei diritti dell’uomo, sia per le
minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. La comunità internazionale è
chiamata a mettere in atto una vera e propria campagna contro l’Apartheid, e
tutti gli Stati membri sono invitati a sospendere anche gli scambi sportivi con
questo Paese. Lo sport diventa perciò un nuovo ambito in cui applicare la
sanzione dell’embargo.
L’Onu aveva tutte
le ragioni di intervenire nei confronti del Sudafrica che praticava una severa
e assoluta discriminazione razziale anche nello sport, e che condurrà
all’espulsione del Comitato olimpico sudafricano dal Cio. Era vietata la
composizione di squadre miste, come pure qualsiasi tipo di contatto e
competizione tra atleti bianchi e di colore sia all’interno del Paese sia
all’estero; il governo imponeva un’organizzazione sportiva separata tra bianchi
e neri, e vietava la composizione di squadre miste. Anche le squadre straniere
che si recavano in Sudafrica dovevano uniformarsi a questa regola, e dunque
dovevano essere composte solo da atleti bianchi. All’interno del Paese, atleti
neri, sudafricani o stranieri potevano competere solo contro atleti neri.
Mentre agli atleti bianchi era riservata l’iscrizione e la partecipazione alle
attività gestite dalle Federazioni internazionali, agli altri era stata imposta
un’organizzazione distinta.
Una vasta opera di
sensibilizzazione contro queste misure era portata avanti dall’Organisation de
l’Unité Africaine, dal Conseil Suprême du Sport Africain e dal South Africa
Non-Racial Olympic Committee (SAN-ROC), sorto in opposizione al Comitato
olimpico nazionale locale. La loro vasta azione di propaganda a livello internazionale
fa sì che lo sport diventi uno strumento che il mondo intero ha a disposizione
per dimostrare la propria disapprovazione alla politica del Paese.
L’intervento
dell’Onu è severo e, a cavallo degli Anni Settanta, si moltiplicano gli appelli
per isolare il regime sudafricano chiedendo l’utilizzo dell’embargo allargato
allo sport: sia lo sport giocato, sia quello che coinvolge, in modo indiretto,
il pubblico poiché l’invito all’embargo è rivolto anche agli spettatori; il
riconoscimento della validità dei principi delle Olimpiadi; l’appello a
coinvolgere in questa iniziativa anche le organizzazioni sportive
internazionali, riconoscendo loro un ruolo diretto e strumentale. Tutti i Paesi
che continuano a supportare la politica sudafricana di Apartheid sono messi al
bando, ponendo sullo stesso piano le relazioni politiche, commerciali,
militari, economiche, sociali e sportive.
Nel 1974, la
Risoluzione 3223 intitolata Decade for Action to Combat Racism and Racial
Discrimination contiene l’appello a riaffermare, con determinazione e senza
condizioni, la lotta al razzismo e alla discriminazione razziale che
rappresenta un ostacolo per il progresso e per il rafforzamento della pace e
della sicurezza internazionale.
Lo sforzo compiuto
dalle Nazioni Unite per combattere quello che è stato definito un «crimine
contro l’umanità», è sfociato, nel 1976, nella creazione di un Comitato
incaricato della stesura di una Convenzione contro l’Apartheid nello Sport, che
viene preceduta, nel 1977, da una Dichiarazione Internazionale contro
l’Apartheid nello Sport. Questi atti ribadiscono, con sempre maggiore fermezza
e convinzione, il principio olimpico di non discriminazione, l’invito rivolto a
tutte le organizzazioni nazionali e internazionali a rispettarlo, il divieto per
tutti gli Stati firmatari di aiutare, assistere, incoraggiare, incontrare
organizzazioni sportive, squadre o atleti che partecipino ad attività sportive
in un Paese che pratica una politica di Apartheid.
L’isolamento
sportivo del Sudafrica, sia da parte dell’Onu che del Cio, ha termine negli
anni Novanta. La Risoluzione Onu 48/1 del 12 ottobre 1993 sancisce l’abolizione
dell’embargo relativo al Sudafrica. Con la successiva Risoluzione 48/159 del 20
dicembre 1993, gli Stati membri sono invitati ad aiutare e ad assistere il Sud
Africa anche per abolire le vecchie misure di segregazione razziale applicate
allo sport. Intanto, il Comitato olimpico del Sudafrica che chiedeva dal 1981
di essere riammesso in seno al Cio, ottiene nel 1991 la sua piena riabilitazione
in ambito sportivo. Solo allora, infatti, il Cio ha ritenuto che fosse cessata
la situazione di discriminazione che ne aveva causato l’espulsione dalla
famiglia olimpica. Per queste ragioni, oggi, a distanza di un decennio, aprire
le porte a un evento come un Mondiale di Calcio, ha per il Sudafrica un valore
aggiunto inestimabile perché lo sport è stato per questo Paese lo strumento per
abbattere barriere sociali e di integrazione.
Se ai Mondiali di
rugby del 1995 il motto era «Una squadra, un Paese» a significare che l’unità
raggiunta nello sport era sintomo dell’unità interna del Paese, oggi il motto
dei mondiali di calcio è «Il sogno africano sta diventando realtà», come ha
dichiarato Irvin Khoza, presidente del Comitato organizzatore, ricordando che questo
sarà anche e soprattutto il mondiale dei diritti umani, e il primo grande
evento sportivo ospitato in questo continente.
Il Messaggero di
sant’Antonio per l’estero, maggio
Giovani e immigrazione. Il nuovo volto del razzismo. Aiutarli a superare i
pregiudizi
Il nostro è un
"Paese accogliente per definizione, con alle spalle una storia fatta di
confronti, scambi, non certo di chiusure". Eppure "gli atti violenti
contro gli extracomunitari, le manifestazioni di xenofobia sono in aumento.
Siamo un po' sospesi tra paura e solidarietà. Che cosa sta accadendo in
Italia?". È l'interrogativo posto da Laura Boldrini, portavoce dell'Alto
commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), intervenuta il 24
maggio all'incontro "Uguaglianza e discriminazione", promosso a Roma
dall'Associazione Athenaeum Nae nell'ambito del Progetto "Quale Europa per
i giovani?", ospitato dalla Luiss e dedicato agli studenti delle scuole
superiori della capitale.
Le
"odissee" del terzo millennio. A narrare storie di "disuguaglianze
e discriminazioni" è Eraldo Affinati, scrittore e insegnante di italiano e
storia presso la Città dei ragazzi, centro di accoglienza per minori
extracomunitari. Storie raccolte in un libro intitolato, appunto, "La
Città dei ragazzi". "Fanne buon uso, professore": con queste
parole, ricorda, i suoi allievi gli hanno affidato "il racconto delle
proprie vite, dei tormentati viaggi nelle stive di navi e aerei per fuggire e
arrivare in Italia". "Imparare l'italiano per questi ragazzi, spesso
analfabeti nella propria lingua, ha voluto dire trovare per la prima volta
delle parole per narrarsi, per spiegare come la fuga dai loro Paesi fosse
l'unica strada possibile - spiega lo scrittore -. E in questa narrazione la
lingua nativa è rimasta mescolata alla nuova, come un relitto, una
testimonianza". "Sono ragazzi che vestono come voi - ha detto ai
giovani presenti -, frequentano le discoteche, ma dentro sono lacerati, anche
perché sanno che a diciotto anni dovranno lasciare la Città e andare a vivere
in quella vera: Roma. Che ne sarà di loro? Tanti vengono sconfitti". Ma
altri sono vincenti: "Omar adesso fa il cameriere in un ristorante vicino
alla Luiss. C'è chi lavora in un'officina di Ponte Galeria ed è felice perché
lo considera un successo. È comunque una sfida, una scommessa, non solo per
loro ma anche per l'Italia: ogni loro fallimento è un fallimento per tutti
noi". "Tanto diversi? Non direi - conclude Affinati - i loro valori
interiori sono come i nostri, si interrogano sul bene, sul male… questioni
universali che ci accomunano tutti".
Media e
pregiudizi. La vicenda raccontata - e rappresentata anche in una pièce teatrale
- dal regista Giorgio Barberio Corsetti, è invece quella del naufragio di
Portopalo, la notte tra Natale e S. Stefano del 1996, quando trecento emigranti
- provenienti soprattutto dal Pakistan e dallo Sri Lanka - naufragano nel mare
in tempesta tra Malta e Portopalo. "Pochi si salvano e vengono costretti a
rimpatriare. Comincia il rimpallo delle responsabilità. La mafia, che organizza
questi viaggi-truffa in clandestinità, non fa sapere nulla alle famiglie per
tutelare i propri traffici. Dopo dieci anni - spiega il regista - c'è chi è
ancora convinto di parlare al telefono con il proprio figlio. In realtà
dall'altra parte del filo c'è qualcuno pagato per fingere. Anche i pescatori,
quando riaffiorano i cadaveri, fanno finta di nulla, temendo che il proprio
pesce, pescato in quelle acque, possa essere rifiutato". "I media -
commenta Boldrini - non ci hanno aiutato a capire tutto questo. Non sappiamo
nemmeno la differenza tra un emigrato e un rifugiato. Non ci è chiaro che un
rifugiato è qualcuno che non pensava di venire da noi; stava a casa sua ma è
dovuto fuggire, terrorizzato, per salvarsi la vita durante un conflitto
improvviso". Secondo la portavoce Unhcr, "i media hanno anzi
contribuito a rafforzare i pregiudizi: uno stupro commesso da un italiano è a
pagina 32 di un giornale, uno commesso da uno straniero è in prima pagina. Si
parla di immigrazione solo in relazione al tema della sicurezza" ma,
ammonisce, "una società fondata sul diritto non può rimandare indietro i
rifugiati; l'immigrazione non può essere bloccata ma solo regolata".
Parole svuotate di
senso. Per Aldo Morrone, medico dell'ospedale san Gallicano di Roma, che ha scelto
di curare immigrati clandestini e senzatetto, "è un privilegio occuparsi
di chi non conta nulla". Ma "la vera contrapposizione - precisa - non
è tanto tra italiani e non, quanto piuttosto tra garantiti e non: i giocatori
dell'Inter sono quasi tutti stranieri ma non hanno certo bisogno di venirsi a
curare da me". Sulla stessa linea l'artista Moni Ovadia, secondo il quale
"oggi la discriminazione è soprattutto sociale ed economica. I finanzieri,
e chi guida le grandi società o le multinazionali, si arricchiscono per
posizione e ruolo pur se conducono la propria società alla rovina. Si
autocompensano e si riconoscono valore per autocertificazione". Anche il
razzismo ha un nuovo volto: "Formalmente siamo tutti antirazzisti e
favorevoli all'uguaglianza ma di fatto - ammonisce Ovadia - siamo immersi
nell'ipocrisia perché chi discrimina e ha il potere di farlo utilizza e
conferma i medesimi valori e ribadisce le stesse parole. Non le contraddice, ma
come un virus vi si introduce e le svuota rendendole prive di senso". Sir
Senato. Approda in Commissione il rinvio delle elezioni degli organi di
rappresentanza dell’estero
Il relatore Tofani
(Pdl): “Se il testo della riforma dei Comites e del Cgie verrà definitivamente
approvato nel 2010, si potrà procedere alle elezioni entro la prima metà del
prossimo anno”
ROMA- La
Commissione Esteri del Senato ha avviato l’esame del provvedimento, approvato
il 25 maggio dalla Camera dei Deputati, che rinvia le elezioni degli organismi
di rappresentanza degli italiani all’estero. Durante la seduta i
contenuti del provvedimento, volto a convertire in legge il decreto del
Governo, sono stati illustrati dal senatore del Pdl Oreste Tofani, il
relatore presso la medesima Commissione della proposta di riforma dei Comites e
del Cgie. Tofani ha infatti ricordato come al momento siano allo studio della
III Commissione numerose iniziative legislative volte ad un complessivo
riordino degli organismi delle nostre comunità nel mondo.
“La data del 31
dicembre del 2012 fissata dal decreto, ha spiegato Tofani - deve essere
intesa come il termine massimo per la tenuta delle elezioni. Dal governo è
stata infatti stata manifestata in più occasioni la disponibilità a far
svolgere le elezioni subito dopo l’approvazione della riforma attualmente
all’esame del Senato”. Una riforma, quella dei Comites e del Cgie, il cui iter
al Senato, secondo Tofani, potrebbe concludersi già prima della pausa estiva,
con l’obiettivo finale di approvare definitivamente il testo entro l’anno
in corso. “Se questo avverrà – ha aggiunto il senatore del Pdl - si potrà
procedere alle votazioni per il rinnovo degli organismi rappresentativi degli
italiani all’esterno entro la prima metà del prossimo anno”.
Le valutazioni di
Tofani sono state condivise dal sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti che,
durante il suo intervento, ha evidenziato il pieno sostegno del Governo
all’iniziativa legislativa, relativa ai Comites e al Cgie, che la Commissione
Esteri sta esaminando. (Inform)
“Andare in tempi
brevi alle elezioni degli organi di rappresentanza. E’ una questione di
democrazia e di rispetto per gli italiani all’estero”
Roma - Il sì della
Camera al disegno di legge di conversione del Decreto che fissa al 2012 il
termine massimo per il rinnovo elettorale dei Comites e del Cgie, rappresenta
la prima tappa di un provvedimento, se non vi saranno modifiche inaspettate l’atto
conclusivo avrà probabilmente luogo al Senato, fortemente osteggiato dal
Consiglio Generale, da buona parte degli eletti all’estero e del variegato
mondo dell’associazionismo d’emigrazione. La necessità, espressa dal Governo,
di rinviare le consultazioni in attesa della conclusione dell’iter parlamentare
delle riforme degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero, non
sembra infatti aver avuto fino oggi presa su quanti temono che questa ulteriore
proroga delle elezioni rischi di svuotare di significato il lavoro dei Comites
e del Cgie. Una preoccupazione, quest’ultima che, nel corso di un’intervista,
ci è stata esternata anche dal responsabile della rete mondiale delle Acli e
consigliere del Cgie Michele Consiglio.
La Camera ha dato il via libera al
provvedimento che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie. Come giudica
questa decisione?
Speriamo che questo provvedimento possa
trovare al Senato soluzioni diverse. Noi abbiamo sostenuto e sosteniamo che si
debba andare in tempi brevissimi alle elezioni dei Comites e del Cgie. E’ una
questione di democrazia e di rispetto per gli italiani all’estero. Gli
organismi di rappresentanza, dopo un certo numero di anni, hanno la necessità
di essere rinnovati, anche perché vi è il problema della rigenerazione che è il
sale della democrazia. Continuare a dilazionare i tempi per il rinnovo di
questi organismi può essere letto politicamente come un voler far venire meno
gli stessi Comites e il Cgie, oppure come una sottolineatura dell’inutilità di
questi organismi di rappresentanza rispetto alle collettività italiane
all’estero e alle politiche che il nostro paese vuole mettere in campo. Noi
crediamo esattamente il contrario. In verità anche noi in passato abbiamo
sottolineato la necessità di cambiare qualcosa, per quanto riguarda il rinnovo
dei Comites e del Cgie, vista la novità rappresentata dall’ingresso in
Parlamento degli eletti della circoscrizione Estero. Alla luce di ciò
avevamo chiesto ai partiti di compiere un passo indietro in modo che Comites e
Cgie potessero rappresentare al meglio la società civile e il mondo
associativo presente all’estero. Una posizione che oggi riconfermiamo.
Dai rappresentanti del Governo è stata più
volte sottolineata la necessità di rinviare il rinnovo degli organi di
rappresentanza in attesa del completamento dell’iter della riforma di Comites e
Cgie. Cosa pensa di questa motivazione?
Noi crediamo che vadano riviste le leggi
istitutive dei Comites e del Cgie, ma pensiamo che questo debba accadere
all’interno di un quadro più complessivo di riforma dello Stato. Quindi della
riforma elettorale e di un nuovo ruolo di Camera e Senato. Non siamo contrari a
tutto questo tuttavia riteniamo che i tempi per
arrivare alla realizzazione di tali riforme siano lunghi e non è detto che
entro il dicembre 2012, il limite ultimo fissato dal decreto legge per il
rinnovo dei Comites e del Cgie, si possa addivenire ad una riforma complessiva
del sistema istituzionale. Per cui un celere rinnovo dei Comites e del Cgie,
potrebbe anche rappresentare un’occasione per ragionare su queste questioni. In
ogni caso eventuali iniziative di riforma, questioni discusse in Italia da
molti anni, non possono essere prese a scusante per il rinvio delle
elezioni degli organismi di partecipazione e di democrazia degli italiani nel
mondo.
Dopo il via liberà della Camera il
provvedimento sarà discusso in Senato. La partita è già chiusa, o crede che vi
possano essere degli aggiustamenti o dei cambi di rotta dell’ultima ora?
Non lo so. Ma dal punto di vista politico
voglio ricordare che la maggioranza è rimasta sorda agli appelli, anche
in termini bipartisan, che associazioni, partiti e Cgie hanno avanzato su
questo tema. Una richiesta trasversale che, fatta salva qualche eccezione, abbraccia
l’intero arco politico. Mi pare che il governo abbia deciso diversamente. Non
vorrei leggere questa presa di posizione dell’esecutivo come un tentativo di
proseguire sulla strada , percorsa tra l’altro lentamente, che rischia di far
venir meno la rappresentanza dei Comites e del Cgie e che ha preso l’avvio con
la decurtazione delle risorse destinate dalla finanziaria ai capitoli di spesa
per gli italiani all’estero. Tagli delle risorse pubbliche che hanno colpito
l’assistenza per i nostri connazionali e la promozione della lingua e cultura
italiana nel mondo. Credo dunque che non vi sia una sufficiente attenzione
politica sul ruolo che gli italiani all’estero possono svolgere attraverso le
forme di presenza associativa e quelle di rappresentanza come i Comites. In
questo ambito non va inoltre dimenticato che i Comites e la società civile,
alla luce dell’attuazione del piano di ridimensionamento della nostra rete
consolare che prevede la chiusura e il declassamento di numerosi uffici ,
potrebbero presto diventare per le collettività italiane all’estero punti di
riferimento ancora più importanti e fondamentali. (Goffredo Morgia–Inform 27)
SWR. Integrazione e cittadinanza
In Germania vivono
6,5 milioni di immigrati stranieri. Il numero di coloro che sono doppi
cittadini o si sono naturalizzati è più del doppio. Oltre agli sfollati
dell’immediato dopoguerra, il gruppo etnico più fortemente deciso di acquistare
il passaporto tedesco, è quello turco. Il loro grado di integrazione, per certi
versi, è più alto di quello italiano.
Non solo in
Germania, ma anche in Italia il processo di integrazione degli immigrati passa
attraverso l’acquisto della cittadinanza.
Il dibattito
sull’integrazione degli immigrati oggi è attuale più che mai.
Le tensioni
sociali e culturali esplose con atti di violenza in Francia, in Inghilterra o
negli USA pongono seri interrogativi anche ad altri paesi d’immigrazione.
Fra questi spicca
anche l’Italia che, negli ultimi 20 anni, da tipico paese di emigrazione si è
trasformato in paese d’immigrazione.
Tutto è cominciato
con i marocchini già verso la fine degli Anni ’60 e l’inizio degli Anni ’70.
Allora era uno sparuto numero che, per sopravvivere, girava per piccoli centri
agricoli acquistando capelli, affilando coltelli, ristagnando paioli e tegami,
vendendo fermacapelli, pettini, pettinasse, asciugamani e copriletti.
Col tempo si sono
industriati, hanno richiamato altri connazionali e, entrati in un giro
napoletano di fornitura di capi di abbigliamento, hanno cominciato a prendere
d’assalto le spiagge.
I famosi “Vu’
comprà “ hanno poi reclutato africani di altri paesi e, con il crescere della
richiesta di altri consumi e con il crollo del comunismo sovietico, l’Italia è
diventata, prima per l’Albania e poi per tanti paesi dell’Est europeo, dell’Asia,
dell’Africa e dell’America latina, terra di conquista per un futuro migliore.
Le più recenti
stime parlano di una presenza di 4,5 milioni di immigrati, fra legali ed
illegali.
Le loro attività
oggi sono le più svariate. Esse vanno dallo spaccio di droga alla
prostituzione, dal lavoro nei campi all’impiego nel settore alberghiero,
dall’edilizia al mondo accademico, politico e religioso.
Come in Germania
si sono contratti tanti matrimoni misti italo-tedeschi, così sta avvenendo
anche in Italia fra italiani ed immigrati.
In questi casi
l’integrazione sociale e culturale è senza dubbio molto più facile perché
presuppone già una predisposizione ad un dialogo interculturale, linguistico ed
anche interreligioso. Alcuni esempi concreti sono contenuti nel servizio audio
realizzato con due marocchini residenti a Loano, in Liguria.
Per ascoltare,
basta cliccare su questo link http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6462532/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1m77ujq/index.html.
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Il Console
d’Italia a Friburgo Igor Di Bernardini ha approfittato della celebrazione del 2
giugno per fare il bilancio dei suoi quasi quattro anni di lavoro nella
Circoscrizione consolare. Il testo del suo intervento
Freiburg/Brsg -
Illustri ospiti, La celebrazione del LXIV anniversario della proclamazione
della Repubblica mi offre la possibilità di fare il punto sul lavoro che, nel
corso di quasi ormai quattro anni, abbiamo fatto.
Non è facile
tirare le somme di un’esperienza, poiché si corre il rischio
dell’autocelebrazione e comunque dell’autoreferenzialità. Come ebbe a scrivere
uno dei piú illustri esponenti dell’opposizione politica e culturale al fascismo,
Gaetano Salvemini: “non si può essere imparziali, ma si può essere
intellettualmente onesti”. Cercherò di attenermi, nella circostanza odierna, a
questo insegnamento.
Sul piano del
lavoro d’ufficio, mi sono sforzato di ampliare l’integrazione e il
coordinamento tra i vari reparti che compongono l’ufficio consolare, cercando
di stimolare un approccio al lavoro non unicamente verticistico ma il piú
possibile orizzontale e circolare. Forse l’abolizione di un ufficio polivalente
ha rappresentato un passo indietro rispetto a standard moderni di gestione di
un ufficio erogatore di servizi. Tuttavia, ritengo che per arrivare alla
creazione di un ufficio polivalente nel senso piú compiuto del termine occorra,
appunto, un lavoro metodologico propedeutico che, sia pure nel mio piccolo, ho
tentato di fare e che spero dia nel concreto qualche frutto, una volta arrivato
effettivamente il momento di ricomporre un’unità di lavoro simile, momento che
però si va sempre piú avvicinando dopo l’introduzione del passaporto biometrico
e del nuovo Sistema Integrato di Funzioni Consolari.
Abbiamo dovuto
affrontare vari impegni elettorali. Le elezioni politiche anticipate del 2008,
le elezioni europee e il referendum sulla legge elettorale del 2009.
Si tratta di
eventi impegnativi per qualunque ufficio pubblico, tanto piú per un ufficio
che, con 14 unità in organico (talvolta 12), deve garantire il diritto di voto
di oltre 30.000 connazionali. Ciò nonostante, ce l’abbiamo fatta senza
particolari problemi.
Nella gestione
della materia dei passaporti, abbiamo continuato a garantire l’erogazione di un
servizio ancora fondamentale per i connazionali e, nel contempo, abbiamo
tentato di procedere a un’applicazione puntuale della normativa in tema di
erogazione gratuita del passaporto medesimo, riducendo ma non cancellando
l’area della gratuità e rispettando comunque i diritti dei cittadini sanciti
dalla legge in materia.
L’assistenza
sociale ha assorbito molto del mio tempo. In questo settore, gli
interventi posti
in essere sono una miriade. Impossibile elencarli tutti. Due brevi
considerazioni. Se tale materia è cosí pesante, ciò significa che c’è ancora
molto da lavorare, insieme alle Autorità tedesche, per garantire un’effettiva
integrazione economico-sociale degli italiani in Germania. Inoltre, è
necessario passare da forme di assistenza diretta a forme sempre piú estese di
assistenza indiretta. Abbiamo anche lanciato dei piccoli progetti in questa
direzione, ad esempio in materia di assistenza legale, che spero possano essere
replicati in futuro. La mia delusione piú grande è stata quella di non essere
riuscito ad attivare un programma specifico di assistenza agli anziani.
Anche la scuola ha
assorbito gran parte del mio tempo. Nei limiti delle mie capacità in materia,
ho sostenuto l’attività dell’Ufficio scuola tesa al miglioramento dei risultati
scolastici dei nostri ragazzi in questa regione, cosí come l’attività degli
enti scolastici privati con cui il rapporto di collaborazione è stato di gran
lunga superiore alle mie aspettative. Ho cercato poi di dare il mio piccolo
contributo segnalando l’importanza delle relazioni commerciali italo-tedesche
e, conseguentemente, la necessità che il settore della formazione fosse sempre
piú collegato al mondo economico-commerciale; ciò per consentire ai nostri
ragazzi un futuro e una mobilità migliori tra Germania e Italia.
Sul piano
commerciale abbiamo aiutato la piccola impresa italiana che qui lavora. Non è
stato facile, perché in materia economica il principio di concorrenza prevale
sovente sul principio di collaborazione. Eppure, sono convinto che abbiamo
fatto dei passi in avanti, avvicinando ancora di piú gli operatori commerciali
al Consolato, pur sempre nel rispetto della loro individualità. Abbiamo messo a
loro disposizione gli spazi che già avevamo. Oggi ad esempio abbiamo con noi i
rappresentanti dei negozi di moda italiana (scarpe e abiti da cerimonia)
operanti a Friburgo, Anna F. e A.T. Moda, la Sig.ra Anna Fattobuono e i coniugi
Montagno. Questo credo che sia un risultato piú che positivo.
Per quanto
riguarda i rapporti con gli enti locali tedeschi, svariate sono state le visite
alle città, oltreché alle comunità. Singen, Konstanz (dove tra l’altro insieme
al Comune abbiamo collaborato all’organizzazione di una riunione del Consiglio
Generale degli Italiani all’Estero), Tuttlingen, Bad Säckingen, Offenburg,
Lahr, Rottweil. Per quanto possibile, abbiamo cercato di mostrare la nostra
massima attenzione verso l´Arcivescovado di Friburgo. Ho cercato di lavorare
con l´Università di Friburgo e questo lavoro ha dato dei risultati positivi.
Penso alla visita del Presidente del Consiglio Romano Prodi e al seminario del
dott. Bini Smaghi della Banca Centrale Europea. Spero sarà possibile tenere già
nel corso dei prossimi mesi la Lecture del Ministro Prof. Giulio Tremonti,
insieme con la Fondazione Walter Eucken. Viceversa, non è stato possibile, per
ragioni logistiche e di risorse, approfondire il rapporto con l’Università di
Konstanz. In futuro sarà doveroso rimediare a questa carenza. Ottimo è stato il
rapporto con la Dante Alighieri di Friburgo, col Centro Intercultura, con
l’E-Werk e con il Centro Culturale Italiano. Eccellente infine è stato il
rapporto di collaborazione con le realtà rappresentantive dell’emigrazione, con
il Comites, con i membri del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, con
i rappresentanti delle forze sociali, in particolare i patronati, e dei
comitati assistenziali.
Questo in estrema
sintesi il quadro di quasi quattro anni di lavoro, dovendo tralasciare di entrare
nel merito dell’attività svolta in materia di onorificenze, sostegno dei
gemellaggi, di amministrazione delle risorse dell’Ufficio e cosí via.
Mi sono domandato
il perché di tutto questo lavoro e questo impegno e quale nesso potesse avere
con la giornata di oggi. Ebbene, le ragioni e il perché si ritrovano nella
storia personale e familiare di ciascuno di noi, incluso chi vi parla, cosí
come nelle proprie convinzioni personali.
Solo attraverso
l’impegno è possibile, difatti, ridurre la distanza, purtroppo tuttora
esistente, tra la Costituzione formale e la Costituzione materiale del nostro
Paese, per riprendere una formula di Costantino Mortati illustre
costituzionalista di ispirazione democratico-cristiana, favorendo cosí la piena
applicazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione in tema di
libertà, lavoro, pace, giustizia e solidarietà sociale. Ciò ho fatto dunque per
convinta adesione ai valori espressi dalla Costituzione repubblicana, scritta
dopo venti anni di regime fascista, una guerra sconsiderata e lo sforzo di
liberazione del nostro Paese dal nazifascismo culminato nell’insurrezione
generale del 25 aprile 1945.
Tramite il lavoro,
intendevo inoltre ricordare mio nonno, il quale dopo l’armistizio dell’8
settembre 1943 si trovò, insieme ai suoi compagni, davanti alle truppe di
occupazione nel suo villaggio natale vicino Roma. In quei momenti, forse anche
con incoscienza, decise di affrontarle poiché, credo, era ancora vivo in lui il
ricordo degli sforzi compiuti dalla mia famiglia nel Risorgimento nazionale,
durante la prima guerra mondiale quando anche i miei bisnonni difesero
l’indipendenza nazionale sulla linea del Piave e durante il regime fascista
quando la loro libertà fu comunque giocoforza ristretta. A lui sarò sempre grato
per ciò che ha fatto, specialmente perché sento da anni che in quei momenti
avrà pensato a me, pur non conoscendomi.
Con il lavoro
intendevo ricordare quotidianamente, oltre a mio nonno, una delle figure della
nostra Resistenza che, tra i vari, piú ha ispirato il mio operato: Duccio
Tancredi Galimberti, comandante del Corpo Volontari della Libertà in Piemonte e
del Partito d’Azione piemontese. Di lui desidero oggi mettere in rilievo le sue
qualità organizzative e umane, il suo spirito patriottico ed europeista. Anche
lui, caduto nella guerra di liberazione, mi ha aiutato nel compiere il mio
lavoro. Il suo sacrificio non è stato vano se ora siamo qui a rammentare il suo
apporto alla costruzione di un’Italia migliore.
Il lavoro
compiuto, di cui io solo porto la responsabilità mentre il merito va
indubbiamente ai miei collaboratori, vuole da me essere dedicato ai figli
dell’emigrazione italiana studenti della Facoltà di Giurisprudenza
dell’Università di Buenos Aires, morti o scomparsi durante l’ultima giunta militare
argentina (1976-1982). In questi anni, ho avvertito fortemente la mancanza del
loro contributo allo sviluppo della filosofia del diritto, delle scienze
giuridiche e dell’amministrazione. Anche loro hanno sempre accompagnato il mio
lavoro, era perciò giusto ricordarli.
Vi ringrazio per
l’attenzione.
Igor Di
Bernardini, Console d’Italia a Friburgo (de.it.press)
Scrivo sul
Webgiornale dopo tanti anni trascorsi nel silenzio: tra il 2005-2006, infatti,
ancora residente in Germania, ho curato per questo sito la rubrica “Finestra
aperta su”; in Italia dall’inizio del 2007, ho recentemente ripreso a curare
un’altra rubrica per un altro sito (www.socialidarity.it, “Lavoro? Chi cerca trova”) dalla
quale offro consulenze ed orientamento a chi cerca lavoro, dando anche una mano
nella compilazione della lettera di accompagnamento al proprio curriculum vitae
(CV); sul sito sono in rete indicazioni pratiche per rendere più efficace la
propria ricerca di lavoro e sono offerti altri servizi e forme di consulenza,
che potrebbero tornare utili anche al cittadino emigrato, perciò tengo a
segnalare la sua esistenza.
Ho mantenuto nel
frattempo la promessa fatta a me stessa di dedicare uno studio al problema del
sistema scolastico tedesco, della sua selettività, dunque della sua
impostazione fondamentalmente discriminativa (“discriminare” vuol dire
“dividere”) e dell’esistenza delle differenziali in Germania (le
Sonder-Schule). Sto cercando il modo di pubblicare il mio lavoro, di
impostazione storico-sociologica, per fargli avere più risonanza possibile,
cercando un’organizzazione orientata alla salvaguardia dei diritti del bambino
che, trattenendosi pure la gran parte delle entrate, mi aiuti in quest’intento
in nome di un diritto allo studio più democraticamente inteso.
Durante i miei
ultimi anni esteri, inserita nelle scuole come assistente all’integrazione dei
bambini stranieri ed, infine, in particolare di quelli italiani, mi è capitato
di incontrare persone che si lamentavano o di non aver frequentato scuole
italiane, o di non averne frequentate di qualità, o di non avere materiale per
poter trasmettere la cultura impartita nelle scuole del nostro Paese ai propri
figli nati all’estero e formati secondo programmi diversi. Per quanto riguarda
gli anni dell’asilo di mio figlio, ricordo anche me stessa alla ricerca di
quasi ormai introvabili favolette e filastrocche che ai miei tempi venivano
registrate sui dischi… Dove sono? … Ormai, esiste solo tanto materiale multimediale,
che combina audio e video e che i bimbi ascoltano guardando la TV e stimolando
il loro encefalo in maniera diversa da come era stimolato il nostro… con tutti
i problemi che alcuni studiosi delle neuroscienze ipotizzano collegati alla
loro tendenza alla noia e/o mancanza di attenzione alle lezioni frontali sulle
quali la scuola continua ad essere tradizionalmente impostata…. ma questo è un
argomento diverso da quello che volevo affrontare con questo articolo.
Più ostico il
discorso quando i ragazzini crescono: hanno i loro compiti scolastici, come si
fa a sperare di poter mettere tra le loro mani un’Eneide in edizione integrale?
Certo, esistono ora, per i ragazzi tra le ultime classi delle elementari e le
medie, edizioni a loro rivolte (basta andare in una libreria di testi italiani
anche online e chiedere), che per lo meno rendono i nostri figli consapevoli
dell’esistenza di alcuni classici dell’epica (Iliade, Odissea, Eneide in
particolare) e della traccia della loro trama. Però… dopo?
Infatti, come è
comprensibile, i programmi scolastici variano da Paese a Paese, e c’è chi
soffre di non vedere i propri figli studiare la storia, per esempio, come
facciamo noi in Italia, già dalle elementari; in più, materie come storia e
geografia sono ovviamente impostate in maniera diversa a seconda del Paese
dalle quali le si studia, ovvero secondo un punto di vista “culturocentrico”:
in Italia, diamo più enfasi al periodo greco, per esempio; in Germania, si
parla di Grecia e Magna Grecia per lo più al Liceo… ossia, ai ragazzi che al
Liceo arriveranno… alle elementari c’è un gran baccano fatto attorno al periodo
medievale ed alle figure dei suoi cavalieri, Carlo Magno in testa; le scienze e
la matematica sono in genere molto curate, in Germania, dove molte scuole hanno
addirittura spazi e laboratori che noi spesso non abbiamo; ma la grammatica, se
la si studia in modo sistematico, e non lo si fa sicuramente alle elementari,
comunque è una grammatica che riguarda la lingua tedesca e non quella italiana.
Io qui vorrei
perciò senz’altro segnalare a chi legge dalla Germania l’esistenza di siti
dedicati alla scuola ed alla cultura italiana. La loro utilità sta nel fatto
che alcuni di loro mettono in rete materiale audio da ascoltare come se si
fosse veramente di fronte ad un professore. In particolare, mi è capitato di
trovare un sito davvero interessante dal punto di vista specificato: si tratta
del sito di un professore di liceo, Luigi Gaudio, che ha messo in rete vere e
proprie lezioni di moltissime discipline scolastiche tenute di fronte a
scolaresche in carne ed ossa, e perciò anche con tutte le interruzioni, le
piccole polemiche e le sgridatine che condiscono e dinamizzano le ore trascorse
a scuola dai nostri angioletti (www.gaudio.org). E’ proprio questo aspetto a rendere in realtà
molto vivo, reale e potenzialmente divertente il materiale da ascoltare, oltre
che trasmettere a chi lo ascolta da un contesto linguistico diverso un italiano
parlato nella sua dinamica immediatezza. Io credo che sia questa caratteristica
che, oltre a non rendere pesante l’ascolto e troppo pedante l’intento, possa
essere la leva sulla quale genitori italiani all’estero – ma anche giovani
studenti stranieri desiderosi di imparare l’italiano sentendolo praticare “dal
vivo” – possano giocare per esporre i loro cari adolescenti alla lingua
italiana trasmessa attraverso contenuti culturalmente senz’altro validi per la
loro età…. Il materiale, intendiamoci, può essere utilizzato anche dagli stessi
genitori per rinfrescare le proprie conoscenze e trasmetterle ai figli delle
elementari facendo le dovute sintesi…E’ chiaramente necessario il computer ed
un collegamento internet, ma si possono scaricare file con audio per poi
ascoltarli in tutta calma nel luogo di casa propria più comodo e favorevole
alla concentrazione.
Spero che questa
segnalazione possa tornare utile a qualcuno. Saluto tutti, in particolare chi,
leggendo, si è ricordato di qualcuno dei miei articoli e delle mie interviste
scritti un tempo per il webgiornale e che ogni tanto vedo saltare fuori dalla rete. Cristina Rocchetto (www.socialidarity.it), de.it.press
Marino (PD) a Francoforte. Il processo di “svuotamento”. “Sì” al dialogo,
“No” al ricatto
Francoforte -
"Non so se oggi sia una bella o una brutta giornata. È sicuramente bella
perché le comunità italiane all’estero si ritrovano unite a manifestare con le
loro rappresentanze, le loro associazioni, i loro partiti. Perché riscoprono e
valorizzano insieme il proprio senso di appartenenza e comunità. Ma è anche una
brutta giornata, perché si trovano a dover rivendicare diritti acquisiti e
pratiche democratiche che nessuno dovrebbe mettere in discussione e che invece
si stanno di fatto cancellando". Tra i connazionali giunti a Francoforte
per protestare contro la politica del governo c’era anche Eugenio Marino,
responsabile Italiani nel Mondo del Pd, intervenuto alla manifestazione
promossa da Cgie e Comites a margine della prima continentale allargata
Europa-Nord Africa.
"Stiamo
assistendo – ha proseguito Marino – a un vero e proprio processo di svuotamento
delle comunità italiane all’estero. Un processo che non è il frutto del caso,
ma di una visione distorta della presenza italiana nel mondo. Gli italiani
all’estero, i loro organismi di rappresentanza e i capitoli di spesa ad essi
dedicati sono considerati come un costo improduttivo e anacronistico a carico
dello Stato. Per questo motivo non si è fatto altro che tagliare le risorse e
sminuire il ruolo delle rappresentanze, parlamentari compresi".
"Si sono
praticamente azzerati i corsi di lingua e cultura, cioè l’anima del Paese e il
filo conduttore tra le diverse generazioni e l’Italia, oltre che il volano
della proiezione e conoscenza dell’Italia nel mondo". ha ricordato
l’esponente Pd. "Tutti i Paesi moderni conquistano spazi e autorevolezza
all’estero non più con le armi, ma investendo nel mercato soprattutto
attraverso la cultura. Si è usata la mannaia sull’assistenza, penalizzando gravemente
una fetta si minoritaria di cittadini, ma quella più indifesa e bisognosa che
non può essere lasciata sola e al mercato. E questo è grave – ha osservato –
non solo da un punto di vista politico e istituzionale (e a me già basterebbe
così), ma anche etico e morale per un Paese che si dice cristiano e che
accoglie in Parlamento il Papa con i più alti onori".
E ancora: "si
sta mortificando il ruolo dei Comites e del CGIE prorogandone di tre anni il
rinnovo. Questo continuo rinviare, fino quasi a raddoppiarne la durata
legalmente riconosciuta, lascia intendere che la loro funzione istituzionale,
democratica e sostanziale non è importante. Inoltre si sfiancano le persone che
in questi organismi lavorano a titolo volontario e che dopo cinque anni
avrebbero l’esigenza di un naturale ricambio o di una nuova spinta che viene
dal confronto elettorale. Lo abbiamo detto tutti, in tutti i contesti. Eppure
si continua a ignorarlo. Ma – ha commentato Marino – non perché non vi sia la
consapevolezza che le elezioni andassero fatte già lo scorso anno, ma perché si
vuole barattare il rinnovo dei Comites con l’approvazione di una proposta di
riforma degli stessi Comites e del CGIE che nessuno vuole. E siccome nessuno la
vuole, sostanzialmente si opera un vero ricatto istituzionale: "o
accelerate e facilitate l’approvazione della riforma o non si rinnovano i
Comites". Questo ricatto è inaccettabile!".
"E lo è – ha
osservato ancora –non perché qui qualcuno non vuole riformare Comites o CGIE.
Ma perché già nel 2003 si rinviarono le elezioni dei Comites. Si disse che li
si doveva riformare tenendo conto dell’introduzione del voto e della
rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero. Ciò che si dice anche
oggi. Ma quella riforma allora è stata fatta. A meno che non si dica chiaramente
che è stata fatta talmente male che occorre rifarla oggi. Ma si abbia il
coraggio di dirlo però".
Sul Cgie, ha
ricordato Marino, "già qualche anno fa erano state date delle linee di
autoriforma dalle quali si poteva partire. Invece non se ne è tenuto conto e si
è andati in tutt’altra direzione. Persino sbagliando, anche seguendo una logica
puramente economicista, dato che questa riforma porterebbe anche un incremento
di costi, mentre oggi si vuole fare riforme che li diminuiscono. Ecco perché, quindi,
oggi a Francoforte, poi a Buenos Aires e successivamente a Vancouver, le
comunità e le loro rappresentanze sono unite e devono manifestare facendo
sentire con forza la propria voce. Ed ecco perché il Governo deve rivedere la
decisione del rinvio. C’è ancora tempo se solo si ha la buona volontà di
ascoltare e dialogare senza ricatti. Si vada al voto e poi si riprenda con la
giusta saggezza e i giusti tempi il percorso della riforma del CGIE partendo
proprio dalle linee di autoriforma che lo stesso CGIE ha tracciato".
"C’è ancora
tempo per convocare entro giugno le elezioni. Ci credo ancora", ha
affermato, ottimista, Marino. "Perché c’è stato un atto di coraggio
trasversale ai partiti in questo senso. Atto di coraggio che ha però subito una
battuta d’arresto nei giorni scorsi. Prima in Commissione e poi in Aula, quando
si è votata la conversione del Decreto per il rinvio delle elezioni. Mi sarei
aspettato, e lo dico davvero senza alcuno spirito di polemica – che sarebbe
inutile e dannoso – ma con un po’ di amarezza, che anche i parlamentari del PDL
eletti all’estero avessero votato non contro il Decreto, ma almeno a favore
degli emendamenti contro il rinvio. In questa direzione si è impegnata, insieme
a tutti i parlamentari del PD, persino il Vice Presidente della Camera, l’on.
Rosi Bindi, per presentare un emendamento che, coerentemente con quanto detto
alla plenaria del CGIE, chiedeva l’annullamento del rinvio delle elezioni.
Questo il CGIE aveva chiesto all’on. Bindi nella sua veste di Vice Presidente della
Camera tempo fa. Questo lei si era impegnata a fare e questo ha fatto".
"C’era
dunque, l’altro giorno, a chiedere l’annullamento del rinvio, una alta carica
istituzionale, c’era il principale partito di opposizione, e ci sono il CGIE e
i Comites. Sarebbe stato un segnale fortissimo – ha commentato – se anche i
parlamentari del PDL eletti all’estero, uniti come è stato unito il CGIE e come
siamo uniti oggi qui, avessero votato si agli emendamenti contro il rinvio.
Probabilmente, anzi sicuramente, gli emendamenti non sarebbero passati, ma non
sarebbe stata scalfita l’unità delle comunità e, soprattutto, sarebbe stata
inequivocabile e senza appello la bocciatura della decisione del rinvio: che è
la cosa che oggi ci importa per non far morire i Comites. Comunque – ha
ribadito – c’è ancora tempo se c’è una volontà di ascolto. C’è ancora tempo se
il Sottosegretario Mantica vuole guardare a quello che è avvenuto in questi due
giorni a Francoforte. Se ha la modestia di capire che non ci sono contrasti
strumentali o ideologici, ma richieste sensate e ragionate. Assuma, dunque, il
Sottosegretario, un atto di responsabilità nei confronti degli italiani
all’estero. Nessuno lo interpreterà come un suo passo indietro o una sua
sconfitta. Ma come l’atto di ascolto di una persona saggia verso il mondo che è
stato chiamato a rappresentare. Se non lo farà, invece, sarà legittimo per
tutti pensare c’è un disegno politico tendente a smantellare l’intera rete
degli italiani nel mondo: dalle politiche che li riguardano alle rappresentanze
che si sono dati in decenni di battaglie e di rivendicazioni. Un errore – ha
concluso – davvero grave e anacronistico". (aise)
“Erano
numerosissimi sabato a Francoforte gli italiani! Giunti in treno,
in macchina, in pullman, in aereo da molti Paesi d’Europa ed anche dall’Africa.
Centinaia e centinaia e tutti fortemente motivati nel rivendicare la propria
italianità. Poco meno di un migliaio e fra questi tanti, tantissimi, giovani
che si sono organizzati autonomamente per manifestare insieme ai rappresentanti
del CGIE, di tutti i Comitati degli italiani all’estero in Germania e di molti
altri Comites in Europa ed in Nord Africa, per dire basta alla politica di
smantellamento dei loro diritti. Per dimostrare al Governo ed alle istituzioni
italiane la ritrovata unità degli italiani all’estero, al di fuori ed al di là
delle sigle e degli schieramenti politici. L’orgoglio di esserlo in questo
difficile momento e la ferma volontà di proseguire solidalmente
uniti.” Una partecipazione dai grandi numeri, di cui anche i giornali
tedeschi hanno a piu’ riprese parlato” afferma il Segretario Generale del CGIE,
Elio Carozza, descrivendo i termini di quella che è stata la più importante
manifestazione di piazza degli italiani nel mondo.
Anticipando le
ovvie, quanto facili critiche sulle richieste avanzate a Francoforte, Carozza
sottolinea “Che l’Italia stia attraversando un periodo complesso e difficile
non e’ un dato di fatto di cui le comunita’ italiane all’estero ignorino la
portata. Tutt’altro ! In Germania, come in Spagna, in Grecia come
in Algeria, in Francia come in Argentina la preoccupazione e l’angustia per il
Paese del quale sono, e si sentono a pieno titolo, parte
integrante, è forte, fortissima. Lo testimoniano i dibattiti e gli
incontri di quella parte delle collettività italiane all’estero più informate,
maggiormente attente sul piano politico e sociale, ma un’eco delle vicende di
contenimento dei bilanci regionali, riverbero delle decisioni finanziarie
nazionali, è presente anche nei discorsi dei circoli come nelle scuole, nei
corridoi delle università come nelle fabbriche o negli uffici
finanziari dove sono presenti gli italiani.”
“La crisi, d’altra
parte, ricorda Carozza, ha colpito le comunità italiane all’estero in
anticipo rispetto ai tagli che stanno inesorabilmente frustrando buona
parte del nostro Paese. Le ultime due finanziarie hanno ridotto all’osso i
capitoli di spesa delle politiche di settore. Ed i sussulti riformatori,
politici oltre che economici, potrebbero aggredire in modo dirompente quel
“sistema” faticosamente costruito negli anni da uomini politici di destra
e di sinistra.“
”Vorrei essere
chiaro” aggiunge il Segretario Generale del CGIE “Gli italiani
all’estero, a fronte delle affermazioni del premier circa il rinvio delle
riforme a tempi migliori, si domandano quale sia il criterio che presiede alla
necessità riformatrice nei confronti della rappresentanza degli italiani
all’estero. E ciò considerando anche i costi contenuti che tale impegno
finanziario realisticamente comporta.
Gli italiani
all’estero e le loro rappresentanze non intendono sottrarsi all’iniziativa
riformatrice, prosegue Carozza, ma chiedono che vi sia un confronto
diretto e concreto delle Istituzioni con le proprie rappresentanze. Che siano
ascoltate le esigenze. Che le proposte corrispondano ai pronunciamenti e non
siano ad esse antitetici. Che lo spirito costruttivo prevalga a fronte di
quello puramente demolitivo.“
E Carozza
chiarisce “Si prospetta l’idea di Comites più incisivi in quanto
territorialmente vicini alle comunità. Ebbene, non è diminuendone il numero che
ciò avverrà, soprattutto in aree del mondo in cui la ristrutturazione consolare
causerà, inevitabilmente, carenze sul piano dei collegamenti e dei
servizi da parte delle istituzioni italiane. Un incremento dei Comites
non potrà che portare, invece, giovamento al “sistema” con un impegno
finanziario estremamente ridotto, soprattutto se i Comites vedranno
rafforzati compiti e competenze e non sminuiti. Non riconoscere
l’evoluzione e, dunque, la qualificazione delle risorse umane presenti oggi
all’interno dei Comites, come dell’Associazionismo che registra una presenza
sempre piu’ determinante delle giovani generazioni, prosegue il Segretario
Generale, vuol dire chiudere gli occhi
di fronte ad opportunità di notevole valore offerte in termini di volontariato. Vuol dire negare quel “sistema” Italia, quel
“terzo settore” che si sta creando in molti Paesi e che potrebbe
validamente sopperire alle difficoltà istituzionali, come già avviene su suolo
italiano”.
Quanto al ruolo
del CGIE, il Segretario Generale stigmatizza “credo che la migliore risposta
sul CGIE quale momento di sintesi, di dibattito e di proposta per
interloquire con la rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero, sia
venuta proprio dalla manifestazione di Francoforte, in cui è stato
accolto e pienamente recepito, dai
singoli come dalle organizzazioni dei connazionali, l’appello al dialogo ed al
dibattito lanciato dal CGIE al termine dell’ultima Assemblea Plenaria
dell’aprile scorso.”
”In ogni caso,
afferma Carozza, il CGIE non intende esimersi dal confronto. Anzi, lo
auspica ! Come auspica, d’altra parte, che il parlamentari della
Circoscrizione estero trovino, al di là dell’impegno di partito, una sede di
dialogo e di confronto, senza il quale con tutta probabilità, come aveva
preconizzato l’on. Tremaglia, sarà difficile incidere positivamente a vantaggio
degli italiani all’estero”.
“A loro, da
Francoforte, riaprendo il “cantiere” italiani
all’estero, l’Assemblea dei Comites e del CGIE ha affidato un compito, un
impegno nei confronti della rete consolare, della promozione della lingua e
cultura italiana, dell’informazione e dei giovani. Negare interventi in questi
quattro ambiti vorrà dire rendere impossibile quella continuità del legame che
le giovani generazioni di italiani all’estero e di italiani che numerosi stanno
lasciando l’Italia per studiare, e sempre più spesso lavorare all’estero,
richiedono.
Stiamo parlando di
migliaia di giovani , non di qualche centinaio di studenti. Stiamo parlando
delle nuove generazioni dell’Italia nel mondo. Ed è al confronto di esperienze
fra coloro che li hanno da tempo preceduti, fra quanti sono nati all’estero e
le attuali ondate di giovani che il CGIE intende dedicare la II
Conferenza dei giovani italiani nel mondo, annuncia il Segretario Generale
Carozza. “Il loro appello a Francoforte non può andare disperso. Lo
dobbiamo ai nostri giovani in Italia ed all’estero. Ed a quanti si apprestano a
lasciare l’Italia. I prossimi appuntamenti di Vancouver e Buenos Aires sono
sicuro daranno un ulteriore fondamentale apporto in questa direzione” conclude
il Segretario Generale del CGIE. De.it.press
Gli esponenti del PdL c’erano e no alla protesta di Francoforte?
Santellocco: c’ero!
Roma -
"L’interrogativo sollevato da Antonio Zulian mi dà lo spunto per chiarire
se il sottoscritto era "presente o no" alla manifestazione:
naturalmente vi ero, nell’ambito dei lavori per la Commissione Continentale
Europa – Africa del Nord del Cgie". Così Franco Santellocco, presidente
della V commissione tematica del Cgie, in risposta all’articolo pubblicato di
Antonio Zulian pubblicato il 31 maggio scorso su "l’Italiano", in cui
il coordinatore del PdL in Svizzera criticava alcuni consiglieri del Cgie e
rappresentanti del PdL che, a Francoforte per la continentale allargata e
seguente manifestazione di protesta, hanno "preso un caffè" invece di
far sentire la propria voce "mentre in piazza centinaia del PD
protestavano contro i tagli governativi".
Accuse che oggi
Santellocco respinge: "il mio intervento in Plenaria Continentale",
scrive, infatti, "è stato largamente improntato al sostegno degli italiani
all’estero nel particolare momento che si attraversa. Ho inteso richiamare la
forma piramidale della struttura (rete Associazionismo, Comites, Cgie,
Parlamentari "privilegiati" della Circoscrizione Estero) per definire
una programmazione, limitata, ma concreta da realizzare nei tempi restanti
l’attività di questo Cgie. Non ho tralasciato naturalmente di
sottolineare", ricorda il consigliere, "l’attuale immobilismo del
CGIE: è indispensabile che esso compia un salto di qualità vistoso".
Santellocco spiega
anche di aver partecipato, "riprendendo una antica tradizione, al Comitato
ristretto per la stesura del documento finale. Quest’ultimo, nella sua versione
definitiva, approvato poi all’unanimità", rende noto, "ha recepito
nella doverosa sintesi, i concetti da me espressi nei precedenti
interventi".
"La seduta
pomeridiana", prosegue, "si è aperta con l’arrivo delle delegazioni
provenienti da varie località e Paesi. Frattanto, in sala, sono spuntate
bandiere "a senso unico" ma nessuna del "tricolore": è qui
che le cose sono cambiate. La quasi totalità si è organizzata recandosi come da
programma alla sede del Consolato Generale d’Italia a Francoforte per una
pacifica protesta contro l’operato del Governo in tema di politiche degli
italiani all’estero".
"I lavori del
Cgie e la manifestazione di protesta", informa, "si sono conclusi in
un’atmosfera certamente serena, recuperando la disponibilità per un costruttivo
dialogo e dunque la necessità di riprendere il confronto. Il Cgie, in questo,
all’unanimità (documento finale)", conclude Santellocco, "si è reso
disponibile auspicando che il Governo e per esso il Sottosegretario Mantica
voglia raccogliere altrettanto in positivo tale apertura, consapevoli che solo
attraverso una costruttiva ed armoniosa intesa si possono giungere a soluzioni
condivise". (aise)
Questa la
valutazione sindacale (Confsal Unsa Coordinamento Esteri) circa la
manifestazione di protesta di sabato 29 maggio a Francoforte
- Protesta contro il piano di
razionalizzazione della rete estera messo in atto dal Ministro degli Esteri
Frattini e dal Sottosegretario con delega per gli italiani nel mondo Mantica
Francoforte - NO
ad una politica dei fatti compiuti e NO ad una politica miope che non sa
cogliere l’enorme ricchezza della comunità italiana all’estero nelle sue
diverse sfaccettature e SI ad un dialogo costruttivo che serva a trovare
soluzioni alternative alle chiusure delle Rappresentanze diplomatiche previste
dal piano di razionalizzazione.
Questo è uno dei
tanti messaggi emersi dalla giornata di protesta, organizzata dal CGIE (Comitato
Generale degli Italiani all’Estero) e sostenuta dalle più svariate realtà
associazionistiche e dalla nostra Sigla sindacale, che si è conclusa a
Francoforte sul Meno lo scorso 29 maggio 2010 davanti al Consolato Generale
d’Italia.
Numerosi i partecipanti
al corteo cittadino con delegazioni provenienti da tutta la Germania, dalla
Francia, dal Belgio, dalla Svizzera, dai Paesi scandinavi e dalla Gran Bretagna
per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul sacrosanto diritto al
servizio per una comunità italiana che continua a produrre reddito in Italia e
che promuove quotidianamente il nostro Made in Italy all’estero.
La Confsal-Unsa
Coordinamento Esteri ribadisce che le chiusure previste non rappresentano di
fatto un risparmio, bensì una differente „imputazione delle spese“ che
scaturirebbe dallo smantellamento e dal trasferimento di strutture e di
personale.
Chi, in tempi di
dure Finanziarie, vuol far credere che le chiusure sono inevitabili e possano
produrre un risparmio effettivo, getta solo fumo negli occhi dell’opinione
pubblica. Il risparmio deriva da una profonda analisi del sistema, dai tagli a
quelli che il nostro Sindacato considera i veri sprechi e dall’attuazione di
misure strutturali che vanno messe in atto con il consiglio e l’esperienza sul
campo di quelle parti sindacali e sociali che conoscono concretamente la realtà
italiana fuori d’Italia.
A cosa
servono le più grandi e costose innovazioni tecnologiche come il
“Consolato on line” se la gente comune non è più nemmeno in grado di mettersi
in contatto telefonico con il proprio Consolato?
A cosa servono le
più grandi e costose innovazioni tecnologiche se il programma “S.I.F.C.”, che
dovrebbe permettere in futuro – tecnicamente parlando – l’erogazione dei
servizi consolari via internet, sta di fatto creando non poche difficoltà alle
sedi - pare infatti che i tempi di lavorazione siano raddoppiati - a
causa della lentezza del sistema stesso, con riflessi negativi sull’attività
degli uffici anagrafe e degli uffici passaporti?
Le vere
innovazioni vanno misurate e realizzate tenendo conto del contesto reale e
locale della richiesta, solo così si sarà in grado di dare risposte effettive e
forse anche meno costose alle necessità dell’utenza.
La Confsal
Unsa Coordinamento Esteri riconosce la necessità di rinnovamento delle
strutture consolari all’estero, tuttavia ritiene che detto rinnovamento
vada prima ragionato e concordato con tutte le parti coinvolte e con la
società civile.
Gli sprechi nella
Pubblica Amministrazione esistono, ma vanno abbattuti in altri settori e non in
quello dei servizi ai cittadini! Chiudere i servizi consolari tout court,
obbligando la nostra collettività a compiere percorsi di migliaia di chilometri
per ottenere i servizi consolari, vuol dire disconoscere i diritti dei
residenti all’estero e non avere alcuna percezione delle prospettive di
sviluppo che la rete consolare potrebbe intensificare all’interno del
proprio contesto cittadino promuovendo il ruolo economico, commerciale e
finanziario dell’Italia all’estero. Non riconoscere questo potenziamento e
ricchezza è veramente un grande spreco e segno di mero provincialismo!
La Confsal Unsa
Coordinamento Esteri continuerà pertanto la sua mobilitazione: oggi in Europa e
domani in tutte le realtà colpite dal piano di razionalizzazione della rete
estera. Confsal Unsa Coordinamento
Esteri (de.it.press)
Amburgo/Berlino. Insieme per la Costituzione Repubblicana. Appelli per la
Festa della Repubblica
Amburgo/Berlino - In
occasione della Festa della repubblica del 2 giugno l'Inca Cgil Germania ha
diffuso il seguente appello: “La Repubblica e la Costituzione italiana sono
legate in un rapporto indissolubile. Hanno radici comuni nella nostra storia e
in particolare nella Resistenza, che, come ha ricordato il Presidente Giorgio
Napolitano, non ha soltanto liberato il Paese dall’occupazione tedesca e dalla
dittatura fascista, ma ha riunificato l’Italia.
Il 2 giugno è la
Festa della nascita della Repubblica e della Carta Costituzionale.
La Costituzione ha
consacrato sentimenti, speranze, valori profondamente radicati, in cui si
riconoscono tutti gli italiani.
Essa è il
frutto del lavoro unitario della costituente, ma non può essere ridotta al
semplice compromesso tra i partiti
Ora siamo vieppiù
italiani ed europei. Ma siamo tanto più europei, se ogni cittadino, a Nord e a
Sud, sente di appartenere alla stessa comunità, che ha fondamento nella
Costituzione.
La Costituzione è
base della nostra libertà. In essa sono scolpiti i pilastri della nostra
democrazia: i diritti umani e la partecipazione della cittadinanza alla vita
sociale e politica; a passione egualitaria, cioè la passione verso i diritti di
cittadinanza, egualmente riconosciuti a tutti. A partire dal diritto al lavoro
e alla formazione, eliminando gli impedimenti e gli ostacoli e creando le
condizioni al suo esercizio effettivo; l’autonomia e la separazione dei poteri
(legislativo, esecutivo, giudiziario), compreso quello dell’informazione; e la
loro indipendenza, la loro laicità e l’equilibrio tra di essi.
Oggi questi
pilastri e questi principi sono a rischio. E dunque la stessa democrazia può
entrare in crisi e correre rischi di svuotamento e di involuzione.
La Costituzione è
come un albero, radicato nella terra in cui nasce e cresce. Si può potarlo o
innestarlo, ma non si può sradicarlo dalla sua terra, senza farlo morire.
Le riforme
per rinnovare l’Italia vanno realizzate seguendo i principi della Carta
Costituzionale.
Facciamo del 2
giugno – conclude l’appello dell’Inca/Germania - la ricorrenza civile e
popolare per imparare, ridestare e tenere svegli i valori fondanti della
Repubblica e della Costituzione Italiana”.
Laura Garavini in
occasione della Festa della Repubblica ha invitato a fare del “2 giugno un’occasione
per esprimere il forte sentimento che ci lega all’Italia”.
“Per noi tanti
italiani sparsi nel mondo che sentono forte il senso di appartenenza alla
propria terra d’origine, il 2 giugno – ha detto - è molto di più di una
semplice ricorrenza che richiama a un avvenimento ormai lontano nel tempo:
celebrare il compleanno della Repubblica è un’occasione preziosa per esprimere
questo forte sentimento dell’identità italiana che ci lega al nostro Paese”.
La deputata eletta
all’estero ha partecipato al ricevimento dell’Ambasciatore italiano a Berlino
in occasione della festività del 2 giugno. “Ricordare questa data - afferma
-significa anche onorare i valori democratici che costituiscono le fondamenta
della nostra nazione: libertà, giustizia, legalità, uguaglianza e rispetto dei
diritti. Questi valori, iscritti nella nostra carta costituzionale, rimangono i
punti di riferimento con i quali l’Italia, aperta verso il mondo e impegnata
nella difesa di un’Europa unita, dovrà affrontare le sfide dell’oggi e del
domani”.
“L’auspicio per
questo 64° anniversario della Repubblica – conclude - è che il nostro Paese si
ricordi del contributo delle comunità all’estero a difesa dell’immagine dell’Italia
nel mondo e torni a mettere a frutto le grandi risorse di idee, capacità e
dinamismo che noi italiani all’estero possiamo offrire al Paese”. De.it.press
Le prossime iniziative a Monaco di Baviera e dintorni
Monaco di Baviera
– Due giovani protagoniste di nuovi sviluppi artistici in Italia espongono,
sino al 25 giugno, le proprie opere presso l’Istituto Italiano di Cultura a
Monaco: Rita Siracusa con l’allestimento intitolato “Skulptur” e Silvia
Beltrami in “Collage”. Le mostre, a ingresso libero, sono visitabili dal lunedì
al giovedì dalle ore 10 alle 13 e dalle ore 15 alle 17, il mercoledì dalle ore
10 alle 13 e dalle 15 alle 19 e il venerdì dalle ore 10 alle 13.
Una mostra
fotografica dedicata all’immigrazione di lavoratori in Germania sarà ospitata
fino al 31 agosto presso la sede dell’SDP bavarese (Maximilianeum, Monaco): gli
scatti di Antonino Tortorici raccontano frammenti di esistenze degli emigranti
dal momento del loro arrivo negli anni ‘50, illustrandone le condizioni
di vita sul lavoro e nel quotidiano. L’orario di apertura è dalle ore 10 alle
ore 16 dal lunedì al giovedì.
La Pinacoteca moderna (Barerstr. 40) ospita
sino al 19 settembre l’allestimento intitolato “La fabbrica delle idee. Alessi:
storia e futuro”, organizzato dal Museo internazionale del Design di Monaco in
collaborazione con l’IIC (martedì-domenica dalle ore 10 alle ore 18; giovedì
dalle ore 10 alle ore 20).
Una serie di mostre incentrate sulla storia
italiana e bavarese si svolgeranno tra Füssen ed Augsburg sino al 10 ottobre: a
Füssen presso l’Ehemaliges Kloster St. Mang l’allestimento “Kaiser, Kult und
Casanova” (visitabile dalle ore 9 alle 17.30); ad Augsburg presso il
Maximilianmuseum “Künstilch auf Welsch und Deutsch” (ore 9-17.30) e presso il
Bayerisches Textil- und Industriemuseum “Sehnsucht, Strand und Dolce Vita” (ore
9-17.30). Il programma è disponibile all’indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de.
Una mostra
sull’arte italiana dell’illustrazione di libri si svolgerà dal 10 giungo al 18
agosto presso la Biblioteca di Stato bavarese (Ludwigstr. 16), in occasione
della manifestazione intitolata “Bayern- Italien” (lunedì-venerdì ore 10- 17,
giovedì fino alle 20, sabato e domenica ore 13- 17). Seguirà il 10 giungo
presso la o Residenzplatz (Passau) alle ore 19.30 un concerto di musiche
napoletane con la Nuova compagnia di Canto Popolare di Napoli, in occasione
della 58ma edizione della “Festspiele Europäische Wochen”. Per informazioni:
www.ew-passau.de.
Doppio
appuntamento venerdì 11 giugno: alle ore 17 presso il Ministero statale
archeologico (Lerchenfeldstr. 2) è prevista una visita guidata alla mostra
“Karfunkelstein und Seide” con Andrea Lorentzen, organizzata dalla Società
Dante Alighieri di Monaco, mentre alle ore 18 presso l’IIC si svolgerà il
consueto incontro di letteratura spontanea. Alla migliore testimonianza orale o
scritta verrà assegnato il premio in onore della Signora Fiorani in Muhm.
L’ingresso è libero. Per informazioni: www.letteratura-spontanea.de.
Appuntamento con
“Le nozze di Figaro” sabato 12 giugno alle ore 19.30 presso la Opernhaus di
Nürnberg. La commedia musicale sarà presentata in lingua italiana con i
sottotitoli in tedesco.
Infine, domenica
13 giugno, il consueto incontro con “Il laboratorio dell’italiano”, per i
bambini fino ai 5 anni e mezzo dalle ore 10.30 alle ore 11.15 e per i minori
fino a 10 anni dalle ore 11.15 alle ore 12.30 presso la Haus-Olymp
(Elisabeth-Kohn-Str. 29). Per informazioni: maviott@arcor.de. (Inform)
Formazione professionale. Stage a Norimberga e Fürth per i grafici della
“Einaudi” di Bolzano
Norimberga/Fürth -
Sono rientrati da poco a Bolzano gli studenti della Scuola Professionale
"Einaudi" che per quattro settimane hanno svolto uno stage di studio
e di lavoro a Norimberga e Fürth, presso aziende del settore.
Grazie alla
collaborazione con l'Agenzia di servizi tedesca "Ccce Euroservice", i
ragazzi della classe IV grafici della Scuola Professionale per l'artigianato e
l'industria "Einaudi" di Bolzano, hanno avuto l'opportunità di
frequentare uno stage professionale all’interno di alcune aziende grafiche di
Norimberga e Fürth, con una sistemazione in famiglie locali.
Come sottolinea il
vicepresidente della provincia e assessore alla formazione professionale
Christian Tommasini, "si è trattato indubbiamente di un’esperienza
preziosa per i giovani grafici nel corso della quale migliorare la conoscenza
del tedesco e nel contempo acquisire preziose esperienze sotto il profilo
professionale".
Le imprese
grafiche hanno espresso il loro apprezzamento per l’entusiasmo degli allievi
bolzanini e la loro voglia di imparare. L’avvio della collaborazione tra la
Scuola professionale "Einaudi" di Bolzano e la realtà di Norimberga
risale al 1995 e lo stage di formazione-lavoro è il risultato più apprezzato
dai giovani e dalle loro famiglie. L’iniziativa è finanziata anche dal Fondo
Sociale Europeo.
I ragazzi, in
questo periodo di stage lavorativo, sono stati seguiti da vicino dai loro
insegnanti presenti a Norimberga e dall'Agenzia di servizi tedesca "Ccce
Euroservice". (aise)
All’Ambasciata italiana di Berlino manifestazione di protesta contro la
legge bavaglio
Berlino - Davanti
a una proposta di legge che rischia seriamente di tappare la bocca alla stampa
e di garantire l’immunità a mafiosi e corrotti, il PD di Berlino si è unito
all’iniziativa di protesta tenuta martedì 1 giugno alle ore 18 davanti
all’Ambasciata italiana a Berlino. Lo ha annunciato Laura Garavini,
coordinatrice del circolo Pd di Berlino e deputata eletta dagli italiani in
Europa.
Il ddl sulle
intercettazioni, attualmente all’esame del Senato, “pregiudica fortemente la
lotta alla mafia”, commenta la Garavini. “non sono solo i magistrati, ma anche
le forze dell’ordine e della guardia di finanza”, aggiunge la capogruppo
democratica in Commissione Antimafia, “a dirci che questo provvedimento rischia
di vanificare la possibilità di utilizzare un fondamentale e insostituibile
strumento d’indagine per scoprire reati di mafia e di criminalità organizzata”.
“Se dovesse essere
approvato, questo provvedimento renderà quasi impossibile attuare serie
politiche di contrasto alla mafia”, conclude la Garavini che si appella a tutti
gli italiani di Berlino a scendere in piazza per dire No alla legge bavaglio.
De.it.press
Ctim Germania: i 150 anni dell’Unità d’Italia
In occasione della
festività del 2 giugno il CTIM Delegazione Germania si rivolge a tutti gli
italiani all’estero “per invitare ad una breve riflessione”.
Sono iniziate da
poche settimane in Italia le celebrazioni in occasione dei 150 anni
dell’unificazione italiana. Una data che, a nostro avviso, deve essere
ricordata, al di fuori di ogni tipo di polemica e di faziosità. Purtroppo per
gli italiani delle Franconie questo 2 giugno lascia dell’amaro in bocca e
qui ci riferiamo alla preventivata chiusura del Consolato d'Italia a
Norimberga.
Il Risorgimento
italiano è stata un’epoca gloriosa e decisiva per l’Italia a venire:
un’epoca di ideali ed entusiasmi e di grandi disegni politici. Grazie ad
alcune figure straordinarie, da Mazzini a Cavour a Garibaldi, per citare sono
quelle di più grande rilievo, si è giunti all’unificazione di quasi tutta
la penisola. Ogni singolo personaggio di quell’ epoca storica ha
contribuito, ognuno con le sue pecularietà e le sue qualità, alla buona
riuscita dell’impresa e alla proclamazione nel 1860 del Regno d’Italia.
Grandi furono i sacrifici, anche in termini di vite umane, avutisi nei
decenni precedenti per raggiungere tale meta. Da non sottovalutare è
anche l’aspetto dell’unità linguistica, portato avanti a partire dal
1860, che consentì – in breve tempo – l’affermarsi di una lingua
nazionale unitaria scritta e parlata. Senza il Risorgimento forse oggi un
siciliano avrebbe paradossalmente bisogno di un traduttore per colloquiare
con un milanese o un torinese.
Per noi italiani
all’estero e per il CTIM Germania la nostra Patria, l’Italia unita dalla
Sicilia alle Alpi; è un punto di riferimento forte e da difendere.
Altrettanto importante è, in questi duri momenti, constatare – per ironia
della sorte- un’impossibilità di dialogo con l’attuale Governo di centro-destra
e scarsa attenzione che si concreta in soli tagli e chiusure.
Ma noi non
inveiamo contro la Patria, a prescindere da chi ci governa, e su questo mi
viene in mente un memorabile discorso dell'on. Almirante a Stoccarda: "la
Patria è sempre adorabile (anche se talvolta è matrigna). E’ adorabile quando
vince, è più adorabile quando perde; è adorabile quando ci offre tutte le sue
gioie, è adorabile quando ti presenta tutte le sue debolezze, magari le sue
colpe; è adorabile quando ti dà, è più adorabile ancora se ti chiede ...”.
Questo significa impegnarsi a ricordare il 2 giugno, nel salvaguardare e
difendere gli interessi e i diritti delle nostre comunità all' estero e
riaffermando il sacrosanto diritto di essere trattati da italiani a pieno
titolo e non da figli di un Dio minore. Ctim-Delegazione Germania
“Le notti di Cabiria” martedì 8 giugno a Monaco di Baviera
Monaco di Baviera.
Cari amici dell'Istituto Italiano di Cultura, abbiamo il piacere
di invitarVi, nell’ambito della rassegna cinematografica »Con gli
occhi di lei«, alla proiezione del film »Le notti di Cabiria« , che avrà luogo
martedì 8 giugno 2010, alle ore 19.00, presso l’Istituto Italiano di Cultura,
Hermann-Schmid-Straße 8, a Monaco di Baviera. In versione originale con
sottotitoli in italiano. Organizzatore: Istituto Italiano di Cultura.
Ingresso libero
»Le notti di
Cabiria« Italia/Francia, 1956, VO, 110 min. Regia: Federico Fellini
Con: Giulietta
Masina: Cabiria; Amedeo Nazzari: Alberto Lazzari; Franca Marzi: Wanda; Dorian
Gray: Jessy
Cabiria è una
piccola prostituta romana degli anni '50. Sotto l'aggressività che la vita le
impone e dietro le sue ingenue invenzioni provocatorie, nasconde la freschezza
di cuore dei suoi sogni d'adolescente e un disperato, ostinato desiderio
d'amore che la porta, a ogni drammatica esperienza, ai limiti della morte. Ma
nonostante tutto, Cabiria continua a credere tenacemente nella vita, in quella
sorta di circo che è per Fellini l’esistenza umana.
Premi e
riconoscimenti: Oscar 1957: Migliore Film straniero; 2 David di Donatello 1957:
Miglior Produttore (Dino De Laurentiis), Miglior Regista (Federico
Fellini)
3 Nastri d’Argento
1958: Miglior Film, Migliore Attrice protagonista (Giulietta Masina), Miglior
Attrice non protagonista (Franca Marzi).
Istituto Italiano
di Cultura Hermann-Schmid-Straße 8 D-80336 Muenchen
Tel.: ++49-(0)89
/ 74 63 21-26 Fax: ++49-(0)89 / 74 63 21-30
E-mail:
stampa.iicmonaco@esteri.it Homepage: www.iicmonaco.esteri.it (de.it.press)
Il blitz compiuto
da Israele contro la flottiglia di attivisti diretti a Gaza spezza l'equilibrio
strategico mediorientale in cui la Turchia rivestiva una preziosa funzione di
stabilità e coalizza una vasta ostilità internazionale contro lo Stato ebhraico
- di GAD LERNER
TEL AVIV - Dalla
spiaggia di Tel Aviv guardiamo il Mediterraneo incendiato dall'inconfondibile
luce del Levante e proviamo un senso di vergogna, come di profanazione per
quello che vi è accaduto nell'oscurità. Non si sono certo fatti onore i marinai
d'Israele, protagonisti di un arrembaggio dilettantesco e cruento. Una delle
pagine più oscure nella storia di Tzahal. Tanto più che spezza inavvertitamente
l'equilibrio strategico mediorientale in cui la Turchia rivestiva una preziosa
funzione di stabilità, e coalizza una vasta ostilità internazionale contro lo
Stato ebraico.
Può anche darsi
che stringendo gli occhi a fessura sul riverbero del mare la maggioranza degli
israeliani sia trascinata dall'esasperazione a sussurrare tra sé l'indicibile -
"ben gli sta, se la sono cercata" - ma ciò non ribalta il bruciore
della sconfitta morale. Il paese è sotto choc, soggiogato dal senso di colpa.
Vorrebbe giornalisti in grado di spiegare la strage come legittima autodifesa.
S'immedesima nei militari feriti, e così la tv giustifica i primi marinai
saliti a bordo della "Mavi Marmara": hanno vissuto attimi di terrore,
una situazione analoga a quella dei due soldati linciati dieci anni fa nel
municipio di Ramallah. Ma suda vistosamente l'ammiraglio Eliezer Merom, seduto
accanto al ministro della Difesa, Ehud Barak, quando tocca a lui giustificare
una provocazione cui i suoi uomini, come minimo, non erano preparati. I
portavoce governativi balbettano più volte la parola "rammarico".
Rispondono a monosillabi sotto l'incalzare dei reporter. Né giova alla
credibilità internazionale d'Israele che il primo incaricato di rilasciare
dichiarazioni ufficiali sia stato il viceministro degli Esteri, Danny Ayalon,
esponente del partito di estrema destra "Israel Beitenu": fu proprio
Ayalon l'11 gennaio scorso a offendere di fronte alle telecamere l'ambasciatore
turco Oguz Celikkol, fatto sedere apposta su una poltrona più bassa della sua e
preso a male parole. Rischiando di interrompere già allora le relazioni
diplomatiche fra i due più importanti partner degli Usa in Medio Oriente.
Oggi il trauma del
distacco fra Israele e la Turchia è irrimediabilmente consumato. Non a caso il
governo di Ankara aveva appoggiato la Freedom Flotilla dei pacifisti, salpata
dalle sue coste con l'intenzione di un'esplicita azione di disturbo ai danni di
Netanyahu. Israele è caduto in pieno nella provocazione.
E' un tale
disastro geopolitico, la contrapposizione al più importante paese islamico
della Nato, oggi attratto nel gioco delle relazioni spregiudicate con la Siria
e con l'Iran, da lasciar intuire che possa esservi stato un calcolo in tale
follia: cioè che la destra israeliana al governo, già invisa
all'amministrazione Obama, scommetta di sopravvivere praticando il tanto peggio
tanto meglio. Netanyahu, ricattato alla sua destra, esercita una leadership
fragile, piuttosto spregiudicata che coraggiosa. Ciò che lo assoggetta alle
ricorrenti tentazioni d'azione militare dell'alleato laburista, politicamente
sprovveduto, Ehud Barak. Il governo d'Israele si comporta come se non fosse mai
avvenuto il ritiro dalla striscia di Gaza. Ha lasciato nelle mani di Hamas e
dei suoi sostenitori internazionali l'arma propagandistica dell'embargo cui è
sottoposta una popolazione di un milione e mezzo di abitanti. Cerca di
mobilitare contro Barack Obama e Hillary Clinton la comunità ebraica
statunitense, sottovalutando i dilemmi morali e le perplessità che il suo
oltranzismo ha generato in quella che non è certo più una lobby compatta.
E' coltivando il
mito della propria autosufficienza, l'illusione di contenere sempre nuovi
nemici grazie alla superiorità tecnologica e militare, che Israele è andata a
infilarsi nella trappola della Freedom Flotilla. Incapace di trattare con
cinismo distaccato un'iniziativa umanitaria sponsorizzata da tutti i suoi
peggiori nemici. Non poteva limitarsi a bloccare fuori dalle acque territoriali
il convoglio ostile? Perché la Marina è stata chiamata a dare una tale prova di
arroganza e inefficienza? Male informata, come minimo, forse beffata nel corso
di trattative ufficiose, ha suggellato un disastro politico.
Ma i calcoli strategici
restano in secondo piano di fronte al turbamento delle coscienze.
Il blocco militare
del Mar di Levante evoca troppi simboli dolorosi nel paese che coltiva la
memoria dei sopravvissuti alla Shoah quasi alla stregua di una religione
civile. Impossibile sfuggire alla suggestione che in una tiepida notte d'inizio
estate le acque del Mediterraneo abbiano vissuto un Exodus all'incontrario. Non
certo perché i militanti e i giornalisti a bordo della flotta che intendeva
violare l'embargo di Gaza siano paragonabili ai 4500 sopravvissuti dei lager
che le cacciatorpediniere britanniche speronarono nel 1947 al largo di Haifa,
impedendo loro di approdare nel nuovo focolare nazionale ebraico. Ma perché
quell'arrembaggio sconsiderato in acque internazionali, senza che Israele fosse
minacciato nella sua sicurezza, discredita uno dei suoi valori fondativi: la
superiorità morale preservata da una democrazia anche nelle circostanze
drammatiche della guerra.
Per questo
nell'opposizione al governo di destra echeggiano parole gravi, accuse di
follia: "Chi ha agito con tanta stupidità deve rendersi conto che ha
sporcato il nome d'Israele", scrive per esempio il vecchio pacifista Uri
Avnery.
Con timore mi sono
presentato in serata all'incontro organizzato dall'istituto italiano di
cultura, cui partecipava un centinaio di ebrei d'origine italiana. Mi avrebbero
accusato come altre volte di tradimento, di scarsa lealtà alla causa
israeliana? Lo scoramento, inaspettatamente, prevaleva sulla recriminazione.
Nessuno dei partecipanti ha speso una parola per difendere l'operato del
governo e di Tzahal. Il disastro politico veniva riconosciuto coralmente,
chiedendosi semmai chi possa metterci una buona parola per segnalare all'estero
l'angoscioso senso d'accerchiamento vissuto dagli israeliani.
E' giunto ieri a
Tel Aviv, per dialogare con la leader dell'opposizione Tzipi Livni, il filosofo
francese Bernard Henry Levy. Filoisraeliano convinto, all'inizio del 2009
appoggiò perfino la spedizione punitiva "Piombo fuso" scatenata da
Olmert contro Gaza. Ma oggi Henry Levy è tra i primi firmatari di un
"Appello alla ragione" di varie personalità ebraiche d'Europa,
collegate a un analogo movimento ebraico statunitense, denominato "J
call". Sono esponenti moderati, sionisti, solo in minima parte ascrivibili
alla sinistra politica, che ora denunciano l'evidente ostilità del governo
Netanyahu ai tentativi diplomatici messi in atto dalla Casa Bianca per costituire
in tempi brevi uno Stato palestinese che viva in pace con Israele. Auspicano un
ricambio di maggioranza politica a Gerusalemme, e di certo la segreteria di
Stato americana condivide tale speranza: ha usato parole molte prudenti nel
commentare la strage in mare. Ma il dispetto di Obama è gravido di conseguenze
che gli israeliani percepiscono sotto forma di incubo dell'abbandono.
Con sollievo si è
constatato che, per ora, il crimine marittimo non pare causa sufficiente a
scatenare la prossima Intifada, cioè la rivolta interna degli arabi col
passaporto israeliano. Ma non ci sono soltanto gli equilibri dei governi e
della geopolitica mediorientale, in bilico. Chi protesta, o anche solo chi si
vergogna in silenzio, avverte il pericolo che il paese cui è legato da un
vincolo indissolubile di parentele e sentimenti, degradi nel disonore. In
quello splendido mare infuocato, l'epopea dell'Exodus sta facendo naufragio. LR
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C’era una volta la
capacità di Israele di eseguire operazioni militari con il minimo di
spargimento di sangue e il massimo di successo. Un esempio, l’«operazione
Entebbe» del 4 luglio del 1976, in cui 100 uomini delle forze speciali di
Israele sottrassero ai palestinesi 103 su 105 ostaggi ebrei, dopo aver percorso
4000 km in volo senza farsi intercettare dai radar di mezza Africa, e dopo solo
90 minuti di azione di terra. Oggi quello stesso esercito non riesce più
nemmeno a fermare una piccola flotta di pacifisti senza fare una strage.
Fra i due episodi
un legame evocativo: a Entebbe l’unico morto ebreo fu il comandante del
commando, il leggendario Jonathan Netanyahu; l’operazione sanguinosa di Gaza
oggi è invece il suicidio politico del fratello minore di Jonathan, il premier
Benjamin (Bibi) Netanyahu. Israele è terra di famiglie, terra di storia
accelerata e drammatica. Il nesso fra i due Netanyahu, i loro ruoli e il loro
successo o no, è una vicenda che misura nello spazio di una generazione
familiare le evoluzioni del Paese. Le più rilevanti delle quali riguardano proprio,
in maniera intrecciata, l’esercito e la leadership di Israele.
L’operazione Gaza
nasce infatti nel segno dell’indebolimento delle forze armate israeliane.
Operazione non pensata, non preparata, eseguita con il personale sbagliato -
militari invece che poliziotti, tecnica di assalto invece che semplice blocco
navale - e, soprattutto, con uomini privi di senso della realtà: soldati che
rispondono con il fuoco alla resistenza con sbarre di ferro sono uomini
impauriti, confusi sulla propria missione. Cioè l’esatto contrario di un
addestrato corpo scelto.
L’indebolimento
della forza militare di Israele si è del resto fatto progressivamente sempre
più visibile nelle ultime guerre. L’invasione del Libano fu mal calcolata,
sanguinosa anche per l’esercito ebraico e, alla fine, non vittoriosa - solo la
mediazione internazionale rimise insieme i cocci e la reputazione del governo
di Gerusalemme. La successiva invasione di Gaza è stata sproporzionata, inutile
e, anche questa, priva di sostanziali risultati. L’indebolimento della
supremazia militare israeliana è una delle maggiori evoluzioni strategiche del
Medio Oriente e, come si è visto ieri, si rivela un fattore di pericolo per
tutta l’area, ma anche per la stessa Israele.
Che ci sia un
profondo intreccio fra debolezza militare e indebolimento della leadership è
fatto innegabile. Dopo l’ultimo vero leader militare e politico, quel Rabin che
piegò la prima Intifada, ma si piegò lui stesso agli accordi di pace, la guida
di Israele oscilla fra pragmatici, un po’ corrotti, e superideologizzati, come
Netanyahu. La mancanza di un chiaro sbocco per il futuro provoca l’ansia, la
confusione, e l’autoritarismo da cui nascono tutte queste guerre sbagliate.
In questo senso il
Primo Ministro di Israele è profondamente responsabile di quel che è successo
nel mare davanti a Gaza, anche se era in Canada. Sua è la responsabilità di un
leader che naviga a vista, e che non sembra capire la possibilità degli eventi
di precipitare. Le uccisioni di Gaza sono figlie della paranoia politica che,
tra le altre cose, è stata rinforzata nell’ultimo anno dalla convinzione da
parte di Israele di non avere più in Obama l’alleato che ha sempre avuto nei
precedenti presidenti Usa. E proprio nel nuovo strappo che la strage ha causato
nel rapporto con Washington c’è la migliore prova del boomerang che la strage
sulla nave costituisce per il governo di Gerusalemme. Saltato è infatti
l’incontro che proprio oggi doveva avvenire a Washington fra i due capi di
Stato. Questo ultimo, il quarto in pochi mesi, era stato organizzato da Rahm
Emanuel, capo dello staff della Casa Bianca, a riprova dei tanti fili ancora da
riparare fra Washington e Gerusalemme. Netanyahu e Obama sono oggi invece
ognuno a casa propria, e la crisi assume a questo punto una valenza regionale.
Il presidente
americano, impegnato con la difficile situazione in Afghanistan, con le
tensioni con l’Iran e quelle fra le due Coree e, in patria, con il disastro
petrolifero e le elezioni a novembre, non ha né agio né tempo per aprire nuovi
fronti. Per l’amministrazione affrontare (sia pur non risolvere) la questione
palestinese è snodo cruciale per poter mettere sul tavolo della sua politica in
Medio Oriente la prova di qualche progresso nel conflitto più storico. Per
questa ragione Washington era riuscita il mese scorso a far digerire a Israele
l’idea di una ripresa di colloqui di pace - in verità così sciolti da essere
chiamati «proximity talks», fatti cioè attraverso l’inviato Usa George
Mitchell. Questi colloqui, appena iniziati, dopo la strage, possono
considerarsi chiusi.
Così come
interrotti sono ora i rapporti fra Israele e Turchia, che è stato uno dei pochi
interlocutori fra i Paesi musulmani di Gerusalemme. Con la conseguenza di
spingere ulteriormente in direzione radicale l’orientamento della pubblica
opinione di Istanbul. Non meglio esce il rapporto costruito fra Il Cairo e
Israele. Finora infatti l’Egitto ha tenuto chiusa la sua frontiera di Rafah con
Gaza, in silenzio/assenso alla politica israeliana di isolamento di Hamas. La
pressione sull’Egitto a rompere questa politica è ora inevitabile. La strage di
Gaza consegna, infine, ad Hamas la più seria vittoria di immagine finora
conseguita dall’organizzazione.
La politica
palestinese in Cisgiordania e Gaza è profondamente diversa, dopo la rottura che
ha opposto Hamas a Fatah. Negli ex Territori Occupati, il Presidente e il primo
ministro Fayyad, riconoscono Israele, hanno mantenuto aperti i canali di
negoziazione, hanno acquisito una parte di diritto di governo indipendente, in
un’alleanza con i governi occidentali. A Gaza invece Hamas è fisicamente
accerchiata, è disconnessa per scelta da ogni contatto con Israele, la cui
esistenza non è stata mai legalmente riconosciuta, e guarda come alleato
principale all’Iran. Da queste differenze sono nate guerre intestine pesanti:
Fatah ha fatto prigionieri, torturato e ucciso gli uomini di Hamas - e
viceversa, a Gaza. Secondo informazioni recenti, è in corso fra le due fazioni
anche un’intensa guerra di spie per boicottare l’uno l’altro. In questa guerra
semisegreta Egitto e Usa sono stati finora al fianco dei Palestinesi in
Cisgiordania, nella speranza che la conquista di egemonia di Fatah su Hamas
fosse l’unica soluzione per riprendere in mano la esplosiva Gaza.
La divisione fra
Palestinesi in questi ultimi anni è stata insomma un bonus per il governo di
Gerusalemme. La strage di Gaza cambia gli equilibri di nuovo, e consegna la
bandiera morale al radicalismo di Hamas e, dunque, dell’Iran.
Se non fosse che
Bibi è in queste ore già un politico mezzo morto, varrebbe la pena di dirgli:
congratulazioni. Dopotutto ci vuole una grandiosa incapacità per rompere un
intero equilibrio regionale, tutto, e tutto insieme. LUCIA ANNUNZIATA
LS 1
Gaza. L'ossessione di un Paese
Il dramma al largo
di Gaza è devastante per Israele e favorisce i suoi avversari. Tra chi ha
segnato punti a proprio vantaggio, in queste ore, c'è anche l'Iran di
Ahmadinejad - di BERNARDO VALLI
Il sanguinoso
arrembaggio alle navi dei pacifisti dirette a Gaza non può che avere
conseguenze politiche devastanti per chi l'ha promosso, quindi per Israele.
Commentatori israeliani avveduti avevano già definito "stupido", alla
vigilia del dramma, l'atteggiamento intransigente, minaccioso, insomma
eccessivo, delle autorità politiche e militari di Gerusalemme nei confronti
della "Flotta della pace". Quasi fosse un'armada nelle acque del
Mediterraneo pronta a sfidare lo Stato ebraico. E quasi fosse capace di
comprometterne sia la sicurezza sia l'onore. Insomma come se fosse un convoglio
di terroristi. Certo, la spedizione pacifista sfidava l'embargo imposto a Gaza
e quindi si proponeva di infrangere i divieti israeliani. Ma non si affronta
una manifestazione pacifista con un arrembaggio, armi alla mano, come se si
trattasse appunto di sventare, prevenire un attacco di terroristi corsari.
Terroristi corsari che, stando alle denunce di Gerusalemme, possedevano in
tutto due rivoltelle (non mostrate), coltelli e sbarre di ferro, usate dai
passeggeri quando sono stati sorpresi dal commando israeliano. Il convoglio
della "Flotta della Pace" poteva essere bloccato in modo meno
rischioso. Meno sanguinoso.
La società
israeliana rispetta al suo interno le regole democratiche, applica di solito,
sempre entro i suoi confini, metodi civili per affrontare le proteste
disarmate, ma quando agisce fuori dalle sue legittime frontiere il governo
israeliano e le sue forze armate non ne tengono sempre conto. L'ossessione
della sicurezza, in parte giustificata dalla storia dello Stato ebraico e dalla
situazione in cui si trova, conduce a eccessi e abusi che l'opinione
internazionale, compresa quella favorevole, rifiuta o stenta ad accettare.
L'arrembaggio a navi disarmate nelle acque internazionali, che si è concluso
con morti e feriti, è uno di questi eccessi. Lo è al di là dei dettagli che le
invocate e più o meno attendibili inchieste accerteranno.
Il dramma al largo
di Gaza è devastante per Israele e favorisce i suoi avversari. Né il ministro
della difesa Ehud Barak, un laburista, che ha certamente studiato e approvato
l'operazione, né il primo ministro Benjamin Netanyahu, un falco che quando
vuole sa essere pragmatico, avevano previsto le conseguenze di un'azione tanto
carica di rischi. Entrambi hanno offerto un'occasione insperata al principale
nemico di Israele, in campo palestinese. Hamas in queste ore trionfa. Le piazze
arabe si riempiono per manifestare in suo favore e contro Israele. Non solo.
Nella Cisgiordania occupata, dove da tempo l'Olp collabora con gli israeliani
nel dare la caccia alla gente di Hamas, sono stati decretati tre giorni di
lutto e si manifesta in favore di Gaza. Gli integralisti esultano. In quanto ai
negoziati indiretti tra l'Olp e Israele ci vorrà del tempo prima di riparlarne.
Dopo il dramma al largo di Gaza, Mahmud Abbas, presidente dell'Autorità
palestinese, e il suo primo ministro, Salam Fayed, non sono certo disponibili
per un dialogo. In queste ore è come se il loro avversario, Ismail Haniyeh,
leader di Hamas a Gaza, avesse vinto una battaglia.
La prima nave ad
essere attaccata dai commandos israeliani esponeva sulle fiancate un'enorme
bandiera turca accanto a quella palestinese. E gli uccisi durante l'arrembaggio
erano quasi tutti turchi. Questo non fa che peggiorare i già cattivi rapporti
tra Istanbul e Gerusalemme. Da due anni ormai l'alleanza strategica, politica e
militare, tra i due Paesi è entrata in crisi. Israele e Turchia sono le due
potenze mediorientali più legate agli Stati Uniti. Nel '96 hanno firmato un
accordo di cooperazione militare con grande soddisfazione degli americani. Il
vincolo tra la Turchia, vecchio pilastro della Nato, e Israele, alleato
irrinunciabile, appariva ai loro occhi prezioso. E lo era. Ma dopo l'operazione
israeliana a Gaza, alla fine del 2008, l'amicizia israelo - turca si è
trasformata in un'ostilità (finora verbale) sempre più aspra. Istanbul ha
condannato l'intervento israeliano e le dichiarazioni critiche di Recep Tayyip
Erdogan, alla testa di un governo islamo - conservatore, si sono moltiplicate,
fino ad affermare che lo Stato ebraico è "la principale minaccia per la
pace" in Medio Oriente. La tensione si è poi accentuata, quando la Turchia
(insieme al Brasile) ha concluso con l'Iran un accordo sul problema nucleare.
Erdogan è cosi diventato il paladino dei palestinesi e un interlocutore
privilegiato dell'Iran. Insomma, un amico degli avversari di Israele. I turchi
uccisi dagli israeliani al largo di Gaza potrebbero condurre, col tempo, anche
a un rottura dei rapporti diplomatici.
Per Barak Obama è
un disastro assistere al divorzio politico e militare dei suoi due (sia pur
difficili) alleati in Medio Oriente. Come è un disastro in queste ore assistere
alla vampata anti-israeliana nelle capitali arabe. Si era quasi creata
obiettivamente un'intesa tra i Paesi sunniti (in particolare l'Arabia Saudita e
l'Egitto) e Israele in funzione anti iraniana. Un'intesa tacita, non
confessabile, ma implicita, perché basata su un comun denominatore: l'ostilità
nei confronti di Teheran. Gli arabi sunniti sono ossessionati dall'influenza
dell'Iran sciita; gli israeliani dalla minaccia nucleare iraniana. Nel
tentativo di disinnescare quest'ultima, vale a dire la minaccia nucleare
iraniana, la diplomazia americana si aggirava nel labirinto mediorientale con
fatica. Un accordo israelo - palestinese, o perlomeno la ripresa di un vero
dialogo, poteva rappresentare un avvenimento propiziatorio. La ventata
anti-israeliana, provocata nella regione dal sanguinoso arrembaggio al largo di
Gaza, rende le cose più difficili. Quel che è anti-israeliano in Medio Oriente
assume spesso, per riflesso condizionato, accenti anti-americani. Tra chi ha
segnato punti a proprio vantaggio in queste ore, c'è anche l'Iran di
Ahmadinejad, protettore di Gaza e nemico di Israele. LR 1
L’assalto condotto
dalle forze speciali di Tsahal alle imbarcazioni che si proponevano di violare
il blocco navale di Gaza, dichiarato unilateralmente dal governo israeliano,
sta facendo precipitare il livello delle relazioni tra Ankara e Gerusalemme ai
minimi storici. La questione va però ben oltre il contenzioso bilaterale, e
investe piuttosto la collocazione complessiva della Turchia nel «campo
occidentale».
Le conseguenze di
quello che è successo al largo di Cipro, infatti, lasciano intravedere una
questione che, nella sua semplice brutalità, può essere formulata come segue:
«E’ ormai praticamente certo che la Turchia non verrà accettata in Europa; ma
quanto a lungo la Turchia riuscirà ancora a stare nella Nato?».
Inutile
nasconderselo, si tratta del disvelamento di un vero e proprio tabù, la cui
esistenza spiega le ragioni della straordinaria insistenza americana, da Bush
padre a Obama, affinché la Ue aprisse le sue porte ad Ankara. Il punto è
davvero semplice. In questi ultimi vent’anni, e in maniera per nulla indolore,
la Nato ha conosciuto un crescente coinvolgimento in Medio Oriente. E nessun
indizio segnala che la tendenza sia destinata a cambiare: non solo per gli
evidenti interessi Usa, ma anche perché i soci europei della Nato (in grandissima
parte anche membri della Ue) sanno benissimo che il loro residuo valore
politico-strategico agli occhi americani (tanto più per questo Presidente) si
gioca anche nella disponibilità a lasciare che la Nato sia sempre più operativa
laddove la sua azione è più necessaria: a partire dal Medio Oriente.
Fintanto che la
possibilità di un ingresso della Turchia nell’Unione restava aperta, proprio la
prospettiva di una doppia membership (europea e atlantica) poteva
oggettivamente aiutare a tenere in asse la Turchia con i Paesi europei della
Nato. Ma ora che questa chance è sostanzialmente sfumata, le cose si complicano
maledettamente. Chiusa fuori della porta d'Europa, la Turchia ha nel frattempo
elaborato una sua politica mediorientale, cioè per la regione con cui sempre
meno è confinante e di cui sempre più è parte. La sua rinnovata natura di
attore mediorientale, evidentemente, la espone a rischi ben maggiori di
coinvolgimento nei conflitti insoluti della regione di quelli che avrebbe corso
in quanto Paese europeo, membro dell’Unione (o seriamente candidato a
diventarlo).
I fatti di queste
ore, e in realtà di questi ultimi anni, ci danno conferma di quella che non è
più solo un’ipotesi di scuola. Oltretutto, la politica dell’Akp, con il suo
precario equilibrio interno tra laicità e confessionalismo, e la sua natura
perlomeno ondivaga, avendo rilegittimato l'identità religiosa nel circuito e
nella retorica politica turca, ha contribuito a risvegliare i moventi
dell'internazionalismo e della solidarietà musulmane, se non islamiste, con
l'ovvia conseguenza di rendere l'antica relazione speciale tra Ankara e
Gerusalemme sempre più ingombrante per la politica turca in Medio Oriente. E
anche questo allontana inesorabilmente Ankara dall’Europa e anche dall'intero
Occidente, per i quali Israele non può e potrà mai essere considerato uno Stato
mediorientale «come gli altri». VITTORIO EMANUELE PARSI LS 1
Marea nera. Obama: "In tribunale i responsabili". Al via le
inchieste civili e penali
Il presidente Usa
garantisce: "Faremo in modo che la Bp mantenga le promesse". Un
sommergibile supertecnologico scenderà molto vicino al punto della falla per
aiutare a capire le dimensioni del disastro. La marea raggiunge l'Alabama
NEW YORK -
Inchieste penali e civili, con la partecipazione dell'Fbi. Per individuare le
responsabilità e colpire i responsabili della marea che si allunga nel Golfo
del Messico, dove da una falla in una piattaforma petrolifera della BP sgorgano
da più di un mese tonnellate di petrolio. L'annuncio è arrivato in serata dal
ministro della Giustizia americano Eric Holder. "Se troveremo prove di
comportamenti illegali, la nostra risposta sarà forte", ha sottolineato.
Intanto dopo la Louisiana, anche le coste dell'Alabama sono state raggiunte dal
petrolio.
Qualche ora prima
lo stesso presidente Usa, Barack Obama, aveva detto che, se necessario,
"porteremo in tribunale i responsabili del disastro" della marea
nera, "se sono state violate le leggi". "Faremo in modo che la
Bp mantenga le sue promesse, e che debba rispondere di quanto accaduto".
Obama - parlando a Washington al termine di un incontro con Bob Graham e
William Reilly, che guidano la commissione d'inchiesta sulla vicenda - ha
ribadito che la Bp sarà responsabile di tutte le perdite provocate da quello che
il presidente ha ancora una volta definito ''il più grande disastro ambientale
di questo tipo della nostra storia''. Obama intende nominare presto altri
cinque esponenti della commissione, che dovrà consegnargli un rapporto entro
sei mesi, oltre a suggerire una serie di passi per evitare il ripetersi di un
dramma come questo.
"Se le leggi
non hanno funzionato, vanno cambiate". L'incidente della Deepwater Horizon
dimostra "che la legislazione va rivista", ha detto Obama. Il
presidente ha anche lanciato un appello al Congresso affinché passi al più
presto un disegno di legge che permetta di agire in fretta per affrontare le
conseguenze di questo incidente e di altre eventuali catastrofi simili.
"Tappo entro
24 ore". Se non ci saranno intoppi, la Bp spera di far funzionare entro 24
ore il nuovo tappo da mettere sopra la valvola del pozzo. La ha indicato in una
conferenza stampa a Port Fourchon, in Lousiana, uno dei dirigenti della
multinazionale britannica, Doug Suttles. "Se tutto si svolgerà bene, nelle
prossime 24 ore, saremo in grado di limitare" il flusso di greggio. Dopo
avere reciso il braccio mobile del pozzo, la Bp intende piazzare una sorta di
tappo con cannuccia (per portare il greggio su un nave in superficie) sul
'Blowout Preventer' (Bop), la supervalvola del pozzo, secondo alcuni esperti
difettosa sin dall'inizio. Per questa ragione la stampa Usa ha battezzato la
nuova operazione, la quarta, 'Cut and Cup', cioè 'Taglia e Tappa'.
Un robot per
verificare la catastrofe. Intanto l'Istituto di ricerche dell'Acquario di
Monterey (Mbari), in accordo con il dipartimento Usa per gli oceani e
l'atmosfera (Noaa) ha mandato un sommergibile supertecnologico nelle acque
inquinate del Golfo del Messico. Lo scopo è quello di ottenere informazioni sul
'pennacchio' di petrolio che fuoriesce dal punto di perforazione della
piattaforma Deepwater Horizon.
Anche se satelliti
e aeroplani possono aiutare a capire l'estensione della chiazza di petrolio in
superficie, il 'mezzo autonomo sottomarino' (Auv) dell'Istituto di Monterey
sarà fondamentale per mostrare ai ricercatori cosa sta realmente succedendo
nelle profondità dell'oceano. La prima immersione di questo sommergibile è
avvenuta tre giorni fa. Il mezzo robotizzato è in grado di misurare le
caratteristiche fisiche dell'acqua, come temperatura, salinità e concentrazione
di ossigeno, nonché registrare elementi come la clorofilla contenuta nelle
microscopiche alghe di profondità o, in questo caso, le quantità di inquinanti,
come il petrolio, che si trovano in una particolare zona. Questo sommergibile
può raggiungere una profondità operativa di 1.500 metri. Il che vuol dire che
può recarsi molto vicino al punto dove fuoriesce il petrolio che sta inquinando
il Golfo del Messico, ed essere d'aiuto per definire portata e caratteristiche
del disastro.
Enea: "Marea
grande come lago di Albano". Un giacimento grande come uno dei maggiori
laghi vulcanici del Lazio, quello di Albano, pari a un volume di circa 460
milioni di metri cubi. È questa la stima delle dimensioni della sacca di
petrolio che sta inquinando il Golfo del Messico, secondo l'esperto dell'Enea,
Vincenzo Ferrara. LR 1
Sono stati
rilasciati e sono in viaggio verso la Turchia i sei italiani detenuti da lunedì
in Israele, con altre centinaia di attivisti filopalestinesi, dopo il
sanguinoso blitz contro la flottiglia di aiuti in navigazione verso la Striscia
di Gaza. La notizia del rilascio, annunciata fin dalle ore precedenti, è stata
formalizzata in tarda mattinata da Betlemme (Cisgiordania) dal sottosegretario
agli Esteri Stefania Craxi, che si trova in visita nella regione. Ed è stata
subito dopo confermata dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, il quale si
è detto «particolarmente grato al governo israeliano per la collaborazione
offerta» e ha dato atto dell'impegno profuso dall'ambasciata italiana a Tel
Aviv.
I sei - Giuseppe
Fallisi, Angela Lano, Marcello Faraggi, Manolo Luppichini, Manuel Zani e Ismail
Abdel-Rahim Qaraqe Awin - sono stati caricati su un pullman con altri attivisti
stranieri, sotto scorta e senza possibilità di contatti con l'esterno.
All'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, dove è prevista la presenza di
rappresentanti diplomatici italiani, li attende un volo verso la Turchia, da
dove proseguiranno per l'Italia. L'accelerazione delle procedure di espulsione
è scattata sull'onda delle crescenti pressioni internazionali e dopo il via
libera di ieri sera del gabinetto di sicurezza israeliano, presieduto dal
premier Benyamin Netanyahu, al rimpatrio «immediato» di tutti gli stranieri
fermati: inclusi quei turchi che in un primo momento avevano rischiato di
finire sotto processo per la reazione violenta all'abbordaggio della Mavi
Marmara, la nave guida del convoglio denominato 'Freedom Flotilla'.
Già in mattinata
una cinquantina di turchi aveva lasciato il centro di detenzione di Beer Sheva,
mentre nella notte era stata completata l'espulsione via terra verso la
Giordania di altre 124 persone - originarie di diversi Paesi arabi e musulmani
- nonchè quella di tre libanesi: tutti accolti, al di là del ponte di Allenby -
che collega le due sponde del fiume Giordano - da una folla inneggiante alla
«libertà della Striscia di Gaza» (l'enclave palestinese controllata dal 2007
dagli islamico-radicali di Hamas) da slogan ostili verso Israele. A bordo delle
navi della flottiglia c'erano in totale 682 persone di 42 diverse nazionalità.
Almeno 9 sono state uccise nell'assalto delle forze speciali della marina
israeliana, mentre più di 40 sono state ferite e sono tuttora ricoverate in
ospedale; una cinquantina di persone, infine, era stata rimpatriata già fra
lunedì sera e ieri, avendo accettato di firmare un provvedimento amministrativo
d'espulsione. Tutti gli altri stranieri - rinchiusi temporaneamente nel centro
di detenzione per essersi rifiutati di firmare tale provvedimento, che li
avrebbe costretti ad ammettere di essere entrati illegalmente in Israele e non
catturati in acque internazionali - dovrebbero essere rimpatriati entro domani
in via extra giudiziale, sulla base di quanto stabilito dal gabinetto di
sicurezza. L’U 2
La Turchia più lontana dall'Europa
Non v’è dubbio che
la flottiglia che puntava su Gaza era qualcosa di più d’una semplice spedizione
destinata a portare soccorso umanitario ai civili palestinesi che vivono, in
condizioni spesso disperate, nella soffocante striscia invasa e colpita dagli
israeliani nel 2008. I pacifisti erano in realtà attivisti filopalestinesi,
legati per tanti fili all’organizzazione terroristica di Hamas. Lo scopo vero
della loro traversata era dichiaratamente provocatorio: forzare l’embargo e il
severo blocco marittimo imposto da Israele lungo la striscia per ostacolare
l’arrivo clandestino di armi e materiali balistici ai guerriglieri locali,
sostenuti soprattutto dalla Siria e dall’Iran.
Non v’è dubbio,
altresì, che la reazione delle forze navali israeliane è stata eccessiva,
nevrastenica, mal guidata e mal controllata. La frettolosità tecnica con cui
l’hanno eseguita ha provocato un eccidio di grave danno per l’immagine di
Gerusalemme già logorata nel mondo.
In sostanza, le
forze speciali d’Israele hanno risposto maldestramente alla provocazione,
causando un disastro di proporzioni umane e politiche che daranno facile gioco
propagandistico ai pacifici alleati di Teheran, di Hamas, di Hezbollah. Al
tutto si aggiunge l’isolamento del governo di Netanyahu dall’amministrazione
Obama e dai Paesi dell’Unione europea, in particola-re mediterranei, lambiti
dal caos alle porte di casa.
Ma al centro della
situazione, estremamente complessa dopo la catastrofe, non si trovano soltanto
le mosse difensive intemperanti e sbagliate di un combattivo governo di destra
israeliano. Al centro direi storico, più che contingentemente politico, si
trova la Turchia, il più cospicuo e potente Paese islamico del Medio Oriente.
La flottiglia degli attivisti era salpata in gran parte dalle coste turche e da
Cipro. Era stata progettata e finanziata principalmente dall’Ong turca «Ihh»,
organizzazione radicale islamica fondata nel 1992 e legata al network dei
Fratelli musulmani. La nave ammiraglia della spedizione, Mavi Marmara, batteva
bandiera turca, erano turchi molte centinaia di attivisti, infine erano turche
tutte o quasi le nove vittime uccise dalle truppe speciali israeliane.
Si è quindi detto
che è scoppiato un esordio di guerra tra Israele e la Turchia dopo circa
sessant’anni d’alleanza sul piano economico, politico e perfino militare. Ma,
in realtà, non è stato un esordio. E’ stato piuttosto il culmine più visibile e
più clamoroso, ancorché indiretto, di una parabola da tempo negativa nei
rapporti generali di Ankara, non solo col vicino Stato israeliano, ma con
l’Occidente nel suo complesso. Dallo scontro letale nelle acque internazionali
intorno a Gaza s’è visto emergere e prendere quasi corpo uno spostamento
massiccio, un rivolgimento geopolitico, un novum pericoloso perché dilagante in
uno degli scacchieri più infiammabili del globo. In definitiva stiamo
assistendo al distacco dal mondo atlantico di un Paese forte e vitale di 80 milioni
che costituì, per decenni, il baluardo orientale della Nato con un esercito
ritenuto secondo soltanto a quello americano.
La lenta
metamorfosi e il ritorno all’islam della nazione turca, tecnicamente
europeizzata e laicizzata da Kemal Ataturk dopo la Grande Guerra, sono iniziati
nel 1989 con il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda. Lo
scioglimento dei blocchi contrapposti hanno dato inattese e insieme ancestrali
prospettive alla penetrazione egemonica di Ankara nel Caucaso, nell’Azerbaigian,
nelle ex repubbliche islamiche dell’Urss. Il riavvicinamento alla Siria e i
legami prima cauti, quindi palesi con l’Iran, hanno poi completato questa
specie di anabasi psicologica, politica e religiosa dall’europeizzazione
incompiuta alle ataviche radici dell’Asia. Il gioco si è fatto più stretto,
anche se cauto e sommerso, con l’arrivo al potere nel 2002 del partito islamico
moderato Akp (targato «Giustizia e Sviluppo») guidato dall’abile e arrogante
Recep Tayyip Erdogan e dal suo sodale Abdullah Gül, rispettivamente capi in
carica del governo e dello Stato.
Erdogan ha subito
avviato una lunga e difficile trattativa per l’ingresso della Turchia
nell’Unione europea che gli americani, più di tanti europei, vedevano di buon
occhio e favorivano come vincolo di continuità con la Nato. Ma qui iniziava un
baratto quasi contabile e assai ambiguo fra il dare e l’avere. Non si capiva
bene dove Erdogan e il suo partito volessero portare la Turchia pseudomoderna.
Mentre le masse anatoliche, spesso fanatizzate, davano ascolto alle sirene
anche fondamentaliste, il machiavellico Erdogan concedeva a Bruxelles alcuni
punti e molte promesse sulle questioni dei diritti civili in contrasto con la
tradizione nazionale e nazionalista: abolizione della pena di morte, sospensione
del reato d’adulterio, mano ammorbidita nei confronti dei curdi, mano tesa ai
cristiani armeni memori del genocidio.
L’impressione era
che Erdogan e Gül, che esibivano in pubblico le loro mogli rigorosamente
velate, più che desiderare l’avvicinamento all’Europa usassero l’Europa per
stroncare, mediante clausole ed esigenze europee, l’incombenza dello storico
potere parallelo kemalista presente fin dagli Anni Venti nelle istituzioni e
nella società turche. Commissari e deputati di Bruxelles, spesso strabici
esportatori di eccessivo democratismo moralistico, erano portati a scorgere
soltanto una casta di golpisti nei militari e nei magistrati che nel 1960,
1971, 1980 avevano interrotto con colpi di Stato confuse e insidiose derive
parlamentari istituendo governi militari di durata sempre breve e transeunte.
Per Erdogan era indispensabile colpire e dimezzare con pugno di ferro il loro
ruolo di garanti e custodi del lascito laico di Kemal per capovolgere e
riasiatizzare, in parte, una Turchia ricollocata magari in prima fila tra i
Paesi islamici della regione. Egli ha usato sovente con astuzia le regole
europee per emasculare l’europeismo dalla giunta secolare. Non a caso ha fatto
arrestare il 22 febbraio oltre 40 esponenti militari, fra cui 14 di altissimo rango.
A questo punto
Erdogan non ha potuto che schierarsi dalla parte degli attivisti imbarcati
sull’ammiraglia pacifista che esibiva soltanto due bandiere, la turca e la
palestinese, condannando duramente l’attacco israeliano come «atto di
pirateria» e come «terrorismo di Stato». Sarà Ankara a ricorrere per prima al
Consiglio di sicurezza dell’Onu per mettere una volta di più al bando
dell’ordine internazionale le azioni di Israele. Ma il vero dramma della storia
in atto va ben al di là della fine del tradizionale rapporto d’amicizia tra
Ankara e Gerusalemme. La verità è che siamo in presenza della più profonda
crisi nelle relazioni, un tempo solide e proficue, della Turchia con
l’Occidente in quanto tale. Una Turchia riallineata con forza, e perfino con
pulsioni egemoniche panislamiche, ai più militanti Paesi musulmani arabi e non
arabi. ENZO BETTIZA LS 2
Crisi economica, scenari politici. I sacrifici necessari
Quando vinse le
elezioni due anni fa si dava per scontato che il Cavaliere sarebbe arrivato
saldo in sella a fine legislatura.
Io sono stato tra
i pochi dubitosi perché prevedevo (il 12 novembre 2009) che il successo di
Bossi avrebbe creato un Pdl troppo concentrato al Sud e quindi in conflitto di
interessi con il Nord. Nel frattempo gli economisti si sono finalmente accorti
— in colpevole ritardo —, di aver allevato una perfetta catastrofe economica.
Berlusconi ha fatto il sordo finché ha potuto, ma oramai ammette che la crisi
c’è e così si trova anche lui impigliato in problemi che non ama e che non
conosce. Sì, l’economia domestica, l’economia della sua «masserizia» (come la
chiamava Leon Battista Alberti) il Nostro la conosce a perfezione; ma del
resto, dello Stato e del suo bilancio, si deve occupare Tremonti, non lui.
Sulla «stangata» si è defilato e se ne chiama fuori adducendo, poverino, di non
avere «poteri», quasi fosse il prestanome di chissà chi. Però, bravo.
Finora gli va
riconosciuto di essersi mosso con impareggiabile astuzia. Ma siamo soltanto
all’anteprima della vicenda. La stangata è stata soltanto preannunziata, ed è
ancora materia di trattativa e di ritocchi. A tutt’oggi si discute e basta. Ma
i tagli della stangata arriveranno prestino, perché per l’euro e per l’Europa
noi siamo importanti. Fino a pochissimo tempo fa l’Italia rischiava di
precipitare nel gruppetto dei cosiddetti pigs, la sigla o l’acronimo per
Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna: appunto, i Paesi sull’orlo del collasso.
Però, salvo uno, Paesi di secondaria importanza. La Grecia ha 11 milioni di
abitanti, il Portogallo 10 milioni, e l’Irlanda appena 4 e mezzo. Dei quattro
pigs (vuole il caso che la parola significhi in inglese «maiali») il caso
allarmante è la Spagna: 45 milioni di abitanti e, da sempre, di alta
disoccupazione.
L’Italia, allora.
Come reagirà il Paese quando la mannaia comincerà davvero a decapitare? Con
ragionevole, seppur dolentissima rassegnazione, oppure con un crescendo di
ribellismo? Beato chi lo sa. Nelle emergenze la dottrina prevede tre soluzioni.
Primo, un «governissimo», detto di solito governo di unità nazionale, un
governo con tutti dentro. Secondo, una grosse Koalition alla tedesca, un
governo dei partiti maggiori, o comunque di una larga maggioranza compatibile,
e cioè in grado di mettersi d’accordo, di volta in volta, sui provvedimenti
necessari e urgenti. Infine, terzo, un governo tecnico (pur sempre sottoposto,
s’intende, al controllo del Parlamento) i cui dicasteri sono affidati a tecnici
invece che a politici di mestiere.
Queste soluzioni
sono ovviamente molto diverse, ma sono legate da una logica comune. Se tutti i
governanti impongono decisioni impopolari, e anzi le stesse misure impopolari,
l’elettorato non sa più chi punire. O il castigo popolare si distribuisce più o
meno a caso, oppure si attenua: se la stessa stangata viene appioppata da
tutti, può darsi che sia davvero inevitabile. La formula tedesca della più
larga coalizione possibile è la più razionale ma resta esposta ai ricatti degli
estremisti che ne restano fuori. È pertanto la più rischiosa per chi governa. Giovanni
Sartori CdS 2
Crisi e debito pubblico. Ora il re é nudo, apriamo gli occhi
Nel dibattito
economico avviato dalle decisioni europee prese per difendere l’euro, dalla
manovra conseguente del Governo italiano e dalla Relazione del governatore della
Banca d’Italia emerge una comune valutazione sulla necessità di rientrare dai
disavanzi pubblici senza causare deflazione. I più azzardati sostengono che le
manovre fiscali devono anche propiziare la crescita e i meno azzardati che è
giunto il momento di procedere a più serie riforme, senza una chiara
indicazione di quali sarebbero i contenuti che le persone incise dai
provvedimenti sono disposte ad accettare. Di questa comune valutazione
condividiamo solo la necessità di riassorbire i disavanzi pubblici che il
mercato o, meglio, quella stessa parte di esso che ha combinato tanta parte dei
guai che si devono affrontare, spinge i governi ad agire, mentre ribadiamo
ancora una volta che gli strumenti che si intendono attivare non potranno
raggiungere lo scopo e, nel migliore dei casi, sposteranno nel tempo la
soluzione del già grave problema del debito pubblico.
In un solo caso il
rischio di deflazione insito nelle manovre in corso potrà essere evitato: se il
traino della domanda mondiale più che compenserà la caduta della domanda
indotta dal rientro dai deficit pubblici. Lavorano in tal senso gli Stati
Uniti, ma il mondo li deve finanziare tollerando un disavanzo pubblico
dell’11%, contro uno del 12,8 nel Regno Unito, del 7,9% in Giappone, del 7,1%
dell’euroarea (che non racconta tutta la storia dei deficit del Vecchio
Continente), del 6,8% in Sud Africa e del 6,0% in India, per citare i più
importanti. Tenendo conto che gli avanzi di bilancia estera del Giappone non
bastano al Paese stesso, i risparmi della Cina e dell’Arabia Saudita, più altri
piccoli Paesi, non riusciranno a compensare i bisogni del resto del mondo. La
Cina è peraltro alle prese con una bolla speculativa nelle costruzioni di non
facile soluzione senza ridurre il suo saggio di crescita. L’idea che guida le
manovre è che, riducendo l’assorbimento di risparmio da parte del pubblico, si
ricrea spazio per il risparmio privato e, con esso, si riavvia lo sviluppo. Se
lo scetticismo è l’insegnamento della storia economica, lo è altrettanto il
dubbio. E questo resta forte.
Il secondo
rischio, quello di una aggravamento o, quanto meno, di una perpetuazione della
pesantezza dei debiti pubblici resterà nell’agenda dei Governi e negli
“interessi” della speculazione. Per frenare quest’ultima si devono frenare i
mercati, aumentando l’intervento degli Stati, che proprio nei controlli hanno
dato scarsa dimostrazione di efficacia. I dissensi e i conseguenti ritardi
decisionali non consentono di farsi illusioni in proposito.
Il problema è
quindi il debito pubblico ed esso non può essere affrontato indirettamente, con
le manovre di riduzione dei deficit annuali, nella speranza, perché tale resta,
che il reddito cresca e, con esso il gettito tributario. In breve, un circolo
virtuoso affidato al caso. I debiti pubblici vanno affrontati direttamente, a
livello globale o, quanto meno, europeo, per ricostruire le condizioni per
un’applicazione non deflazionistica del rigore fiscale e monetario. Non
facciamoci illusioni, la ripresa attuale è frutto di un recupero incompleto dei
livelli di attività precedenti, ma le prospettive sono per investimenti minori
che andranno a sommarsi agli effetti della tassazione e dei bassi tassi
dell’interesse sulla formazione di risparmio, quello che serve per finanziare
gli squilibri elevati nelle bilance estere, divenuti malauguratamente il motore
della crescita globale.
Le soluzioni
“dirette” restano due e prima le si attiva, meglio ne usciamo. Una soluzione è
quella di parcheggiare parte dei debiti pubblici presso il Fondo monetario internazionale,
denominandoli in diritti speciali di prelievo, concedendo ai Governi di
rimborsarli in tempi e a condizioni accettabili, senza insolvenze.
Subordinatamente, in caso di insuccesso internazionale dell’iniziativa,
l’Unione Europea deve provvedere a parcheggiarli presso la Banca centrale
europea o ente di nuova costituzione. La seconda è cedere patrimonio pubblico
per cancellare parte del debito. I fautori di questa soluzione sono per ora
due: il prof. Carlo Pelanda, che scrive dalle colonne del “Foglio”, e l’autore
di questo quotidiano, mentre il grande ispiratore dell’idea, il prof. Giuseppe
Guarino, si è chiuso in un inspiegabile silenzio. Ma, come noto, finché c’è
qualcuno che grida il re è nudo, si può sperare di aprire gli occhi al
prossimo. di PAOLO SAVONA IM 2
Le parole del
governatore sono applaudite da tutti. Il giorno dopo dimenticate da molti.
Speriamo che almeno questa volta non sia così, perché Draghi ha detto più di
quello che, con concretezza e lucidità, ha scritto. Una grande relazione. In
sintesi. La lezione della crisi finanziaria è una sola: la colpa è del vuoto
regolamentare americano e l’azzardo morale va sanzionato. Duramente. Le nuove
regole sono però ostacolate («Anche da molti di voi presenti») perché, si dice,
freneranno la ripresa. Non è così. Dall’euro non si esce, ma si rafforzi il
patto di stabilità e crescita. Non c’è solo la disciplina di bilancio. Se un
Paese non fa le riforme necessarie a tutti, lavoro e istruzione per esempio,
può ricevere una sanzione anche politica: la perdita del voto in sede
comunitaria. L’ultima manovra del governo era necessaria e inevitabile, ma è
incompleta. Si propone lodevolmente di contenere l’espansione della spesa pubblica
all’1 per cento nel biennio 2011-12. Nota il governatore: negli ultimi dieci
anni è cresciuta al ritmo del 4,6 per cento ogni dodici mesi.
Di colpo virtuosi?
Speriamo. Se l’Italia ha sopportato meglio di altri la crisi, il merito è
soprattutto della politica monetaria, meno del governo. L’estensione degli
ammortizzatori sociali, però, è stata corretta ed efficace. La manovra agisce
seriamente sulla spesa previdenziale (finestre ed età pensionabile), ma
potrebbe abbassare il già debole tasso di crescita. Il rischio è una seconda
recessione. «Macelleria sociale è l’evasione fiscale ». Solo di Iva si evadono
trenta miliardi l’anno. Se l’avessimo pagata regolarmente in questi anni, il
livello del debito sul prodotto lordo sarebbe fra i migliori d'Europa. Più
forti dei tedeschi. L’evasione va combattuta, e il governo, ammette Draghi, si
sta impegnando. Le risorse recuperate riducano le aliquote, specie sul lavoro.
L’altro grande ostacolo (macigno) alla crescita è nell’espansione della
criminalità organizzata e nella diffusione della corruzione. La prima
incancrenisce le istituzioni e attenta alla libertà e all’incolumità dei
cittadini; la seconda umilia il merito, distorce il mercato, deprime la
crescita. Chi paga il conto più elevato della crisi? I giovani, le vere
vittime. La riduzione degli occupati, nella fascia tra 20 e 34 anni, è stata
sette volte superiore a quella degli anziani; le nuove assunzioni sono
diminuite del 20 per cento; i salari d’ingresso sono fermi a 15 anni fa. E non
è vero che facendo lavorare di più chi sta tra i 55 e i 64 anni (occupato solo
il 36 per cento, la media europea è al 46) le opportunità per i giovani
diminuiscono. Alcuni Paesi nordici lo dimostrano. Il mercato del lavoro va
riformato con lo sguardo rivolto ai giovani e a chi ha meno diritti.
Federalismo fiscale? Sì, purché chi spende troppo e male, paghi.
Oggi spesso viene
rieletto. La riforma universitaria va nella direzione giusta. Le debolezze
della nostra economia sono note, ma i punti di forza non sono pochi (risparmio
privato, rapporto tra patrimonio e reddito tra i più elevati in Europa, debito
estero tra i più bassi). Il vero problema è che la produttività non cresce. Il
filo che unisce tutta la relazione di Draghi si può riassumere così. Il
coraggio al Paese non è mancato in momenti più difficili. Perché dovrebbe venir
meno ora? La crisi a livello internazionale richiede cooperazione nella
responsabilità. Perché dovremmo dividerci proprio noi sulle scelte più
importanti per il futuro del Paese? Non si tratta di vagheggiare improponibili
governi di unità nazionale o di larghe intese, ma almeno di sperare che
maggioranza e opposizione si confrontino un po’ di più sui contenuti, nella
consapevolezza di far parte (tutti) della stessa comunità. È troppo sperarlo? Ferruccio de Bortoli CdS 1
La relazione del Governatore: tagli inevitabili. Draghi: l’evasione porta
la macelleria sociale
Ora le riforme
struttural - «Rigore nei conti e ritorno alla crescita» - di ENRICO CISNETTO
Dobbiamo imparare
la lezione della crisi. Da Mario Draghi, pur con il consueto distacco che
sembra voler contrapporre a «quell’ansia che i mercati diffondono nel mondo» di
cui si è apertamente lamentato, arriva un monito che pare espresso più nella
sua veste di capo del Financial Stability Board che in quella di governatore
della Banca d’Italia. Infatti, Le sue «Considerazioni finali» all’assemblea
della banca centrale italiana in attesa che le faccia a quella della Bce sono
infatti incentrate sul doppio passo della crisi finanziaria iniziata nell’estate
del 2007: prima mondiale, oggi europea. Nella consapevolezza che l’Italia ha sì
le sue specificità altroché se ce le ha, purtroppo ma senza inquadrarle nelle
problematicità internazionali non potranno mai essere risolte. La diagnosi è
quella che abbiamo più volte analizzato: dopo il fallimento della Lehman, vero
e proprio punto di svolta della crisi, i Paesi del G7 hanno speso qualcosa come
5 punti percentuali dei loro Pil sommati insieme per evitare un default
globalizzato. Cioè, si è risposto ad una crisi dovuta a eccesso di debito
privato facendo nuovo debito, questa volta pubblico. La cosa ha prodotto un
effetto recessivo tra la fine del 2008 e tutto il 2009, al termine del quale le
economie emergenti hanno ripreso a correre, l’economia americana e quella
giapponese si sono rimesse in moto, mentre in Europa il livello del prodotto,
della produzione industriale e delle esportazioni è rimasto assai distante da
quello pre-crisi. Se a questo si aggiungono i difetti genetici del sistema
euro-moneta di 16 Stati senza che questi siano federati e dunque possano
mettere in campo una comune politica economica, industriale e sociale ecco
spiegato l’attacco speculativo che ha riguardato i debiti sovrani, e dunque i
relativi titoli di Stato, di alcuni tra i più esposti membri dell’Euroclub.
Infatti, oggi non c’è nessuna macro-area del mondo dotata di una moneta usata
negli scambi internazionali che assommi tutti e tre i problemi strutturali di
Eurolandia: eccesso di deficit e di debito, scarsa crescita, moneta fragile per
effetto di forti asimmetrie economiche. Gli Stati Uniti, per esempio, stanno
anche peggio quanto a finanza pubblica, ma crescono di più e il dollaro ha
conservato la sua forza intrinseca anche quando è sceso ai minimi storici
sull’euro.
Ma se questa è la
diagnosi, qual è la terapia giusta? La risposta di Draghi è quella che un po’
tutti, banchieri e governanti, seppur con diversi accenti hanno ripetuto in
questi ultimi giorni: risanare i conti pubblici senza interventi troppo
recessivi, o comunque compensandoli con misure finalizzate alla crescita. Per
riuscirci, molto dipende dalle singole politiche nazionali. E ovviamente Draghi
si è soffermato su quella italiana, chiedendo che ai provvedimenti anti-deficit
cui ha dato luce verde, salvo riservarsi un giudizio più ponderato quando si
capirà se questa volta si taglia davvero la spesa, visto che negli ultimi dieci
anni, nonostante le Finanziarie di (presunto) contenimento essa è cresciuta in
media del 4,6% l’anno, aumentando di quasi 6 punti in rapporto al Pil seguano
subito quelle tre-quattro riforme strutturali (pensioni, mercato del lavoro,
fisco, amministrazioni pubbliche) che dovrebbero dare profondità alla manovra e
creare le condizioni dello sviluppo. Ma secondo Draghi queste politiche macroeconomiche
e strutturali potranno funzionare solo se saranno coordinate a livello
internazionale, secondo quell’ambizioso programma di sorveglianza e
integrazione multilaterale varato lo scorso anno a Pittsburgh dal G20, finora
rimasto nel limbo delle buone intenzioni. Piano, questo, tanto più
indispensabile a livello europeo, visto che l’unico modo per mettere davvero in
salvo l’euro dalla speculazione è quello di fare una “Maastricht due” che porti
verso la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Perché, per ora, la mossa della
Bce, con il corollario della banche centrali nazionali, di comprare titoli di
Stato offerti sul mercato da chi pretende aumenti dei tassi a fronte del
rischio-Paese, insieme con la garanzia del mantenimento di una forte liquidità
nel sistema bancario, ha funzionato e può continuare a funzionare. Ma non può
essere una misura eterna, anzi. Per questo occorrono due scelte di fondo. A
livello europeo, cercare la stabilità dei mercati attraverso la ripresa della
crescita, il che significa affrontare i motivi del deficit di competitività di
cui il Vecchio Continente soffriva già prima della Grande Crisi e che però ora
è diventato evidente ed esplosivo. Risposta, questa, che non può che derivare
dall’unificazione delle politiche economiche, e quindi dal processo
d’integrazione politico-istituzionale di Eurolandia. A livello mondiale,
invece, il passaggio ineludibile è quello delle quattro mosse che il Financial
Stability Board ha cercato di inserire nelle agende dei grandi della Terra in
tema di nuove regole e nuovi sistemi di vigilanza e controllo in materia di
mercati finanziari, e che riguardano le banche, gli intermediari sistemici, i
sistemi di rating e le contrattazioni finanziarie.
Insomma, a
pensarci bene quello di Draghi sembra un programma di governo. Governo
d’emergenza in Italia, governo eletto direttamente dai cittadini in Europa,
governo mondiale a livello planetario. Proviamoci. (www.enricocisnetto.it)
Napolitano: «Serve un grande sforzo per risollevare le sorti dell'economia»
Il messaggio del
presidente della Repubblica per la Festa del 2 giugno: «L'Italia deve crescere
dal Nord al Sud» - «confronto costruttivo e non solo conflittuale fra le forze
politiche»
ROMA - Solidarietà
e unità, nella società e nella politica, per uscire dalla crisi. Lo chiede, in
un appello «alla responsabilità» lanciato in occasione della festa del 2
Giugno, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Un augurio
affettuoso a quanti vivono e operano nel nostro paese per la festa che celebriamo
insieme: festa dell'Italia che si unì e si fece Stato 150 anni orsono, festa
della Repubblica che il popolo scelse liberamente il 2 giugno 1946» dice il
Capo dello Stato. «In questo momento - prosegue - sentirsi nazione unita e
solidale, sentirsi italiani, significa riconoscere come problemi di tutti noi
quelli che preoccupano le famiglie in difficoltà, quelli che nei giovani
suscitano, per effetto della precarietà e incertezza in cui si dibattono,
pesanti interrogativi per il futuro».
GRANDE SFORZO - «Parlo
dei problemi del lavoro e della vita quotidiana, dell'economia e della
giustizia sociale» aggiunge Napolitano. «Stiamo attraversando, nel mondo e in
particolar modo in Europa, una crisi difficile: occorre dunque un grande
sforzo, fatto anche di sacrifici, per aprire all'Italia una prospettiva di
sviluppo più sicuro e più forte. Per crescere di più e meglio, assicurando
maggiore benessere a quanti sono rimasti più indietro, l'Italia deve crescere
tutta, al Nord e al Sud. Si deve, guardando ai giovani, promuovere una migliore
educazione e formazione, fare avanzare la ricerca scientifica e tecnologica,
elevare la produttività del nostro sistema economico : solo così si potrà
creare nuova e buona occupazione» CdS 1
Il brusco taglio
dei deficit pubblici è inevitabile, perché «le nuove condizioni di mercato»,
come le ha delicatamente chiamate Draghi, non consentono di lasciar crescere i
debiti. Ma il Governatore ricorda «che questa crisi è soprattutto una crisi di
competitività». Scarseggia la competitività reale della macchina produttiva
europea, che stenta più di altre a riprendere a crescere. Mancano di efficienza
i mercati e i governi dell'area dell'euro.
Crisi siffatte si
superano solo nel medio-lungo periodo, con le famose riforme strutturali. Che
cosa sono? Sono riorganizzazioni dei sistemi economici, sia nel comparto
pubblico che in quello privato. Sono modi per assumerne un controllo più
informato e autorevole, da parte dei governi nazionali e di un più forte «governo
economico dell'Europa». Si tratta di usare più produttivamente le risorse di
capitale, lavoro e tecnologia, spostandole e reindirizzandole, misurandone
meglio il rendimento. Fare riforme strutturali significa anche far diventare
più efficaci gli incentivi, i premi e le punizioni della classe dirigente, la
verifica dei suoi risultati.
Quelle imprese
italiane che hanno saputo riformare a fondo la propria struttura, prima della
crisi, ha sottolineato Draghi, prevedono di uscirne prima e meglio. Come loro
deve fare l'intero sistema economico italiano e, con una regia sempre più
unitaria, quello europeo. Gli esempi di riforme necessarie sono innumerevoli e
partono dal riassetto dei servizi pubblici, soprattutto scuola, giustizia,
sanità e politica della ricerca; nonché dalla riorganizzazione dei mercati dei
capitali e del lavoro, dei sistemi pensionistici e del prelievo fiscale. Il
federalismo fiscale non deve essere fine a se stesso ma un modo per aumentare
la disciplina della finanza pubblica e la sua azione di stimolo alle riforme
strutturali.
L'Europa ha una
funzione cruciale. Non deve disciplinare solo i conti pubblici degli Stati
membri ma entrare, con severità invasiva, nei progetti di sviluppo di lungo
periodo dei governi. Fra le nuove ambizioni europee, nel controllo delle
politiche nazionali, Draghi sceglie due esempi significativi: la promozione
della «partecipazione al mercato del lavoro di giovani e anziani e la
concorrenza nei mercati dei servizi».
Controlli e
sanzioni, sui governi nazionali e locali, sulle imprese e sui singoli, sul
rispetto trasparente dei programmi e delle regole, sono parte cruciale delle
riforme. Le quali richiedono a tutti la disponibilità a cambiare e a sopportare
i costi del cambiamento. A volte chi critica le politiche di tagli al bilancio
chiedendo "provvedimenti per la crescita" sembra domandare che
insieme alle spine ci sia qualche rosa. Ma anche il rilancio della
competitività e dello sviluppo è faccenda di spine, severa e politicamente
amara, fatta di faticose ristrutturazioni e disciplina.
Perché il
Governatore della Banca d'Italia, come quello della Bce, insiste sulle riforme
strutturali? Perché non si limitano a parlare di finanza, di banche, di moneta,
di cambi? Forse che, parlando di capitale umano, procedure giudiziarie o
appalti pubblici, escono dall'ambito dei loro compiti e responsabilità? La
risposta deve essere senza dubbi: sono completamente nel loro campo. Non solo
perché, sui temi più vari, il contributo di studio, ricerca e consulenza delle
banche centrali è sempre stato prezioso per i governi. E' proprio il
perseguimento degli obiettivi specifici delle banche centrali, la stabilità dei
prezzi e la salute degli intermediari e dei mercati finanziari, che richiede di
censire con cura e ottenere che migliorino le capacità produttive del sistema
economico, la sua efficienza nell'allocare le risorse reali e nel generare
occupazione di qualità, benessere, crescita.
Per fabbricare
bene la moneta e il credito bisogna guardare a fondo come si muove l'economia
reale che li utilizza. Per curare la liquidità e la solvibilità del sistema
creditizio, occorre assicurarsi della qualità delle imprese e delle pubbliche
amministrazioni ai quali il sistema fa prestiti. L'autorità monetaria non deve
supplire all'inefficienza dell'economia reale, creando liquidità per spingerla
a tutti i costi o non lasciarla fallire. Le droghe monetarie nutrono crescite
effimere e stabilità fragilissime: prima o poi arriva l'inflazione, la
stagnazione, l'insolvenza. E' dunque fisiologico che i banchieri centrali
insistano sui provvedimenti che fanno funzionare meglio l'economia reale che
sono chiamati a finanziare.
Draghi ha detto
che sulle riforme strutturali la Banca d'Italia organizzerà una conferenza. Ma
per decidere meglio quali riforme fare e per aiutare a farle meglio, sarebbe
naturale che tutti unissimo gli sforzi, dai politici più potenti ai cittadini
più umili, con una presa di coscienza, una mobilitazione collettiva. Ciascuno
può contribuire all'agenda del cambiamento e rinunciare al bisticcio fazioso,
all'ottica ristretta del proprio interesse di breve, per guardare con fiducia a
un grande processo di miglioramento dell'interesse generale. FRANCO BRUNI LS 1
Disoccupazione record: nel 2010 persi 307 mila posti di lavoro
Il tasso di
disoccupazione ad aprile è salito all'8,9%: lo rende noto l'Istat precisando
che si tratta del livello più alto dal quarto trimestre del 2001. Il tasso di
disoccupazione è aumentato di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente
e di 1,5 punti percentuali rispetto ad aprile 2009. Il numero delle persone in
cerca di occupazione sale a 2 milioni 220 mila unità, in crescita dell'1% (+21
mila unità) su base mensile e del 20,1 per cento (+372 mila unità) su base
annua. Sulla base delle informazioni finora disponibili, segnala ancora
l'Istat, il numero di occupati si attesta a 22 milioni 831 mila unità (dati
destagionalizzati), in aumento dello 0,2% (+56 mila unità) rispetto a marzo e
inferiore dell'1,3% (-307 mila unità) rispetto ad aprile 2009.
Il tasso di
occupazione è pari al 56,9%, in aumento, rispetto a marzo, di 0,1 punti
percentuali, ma ancora inferiore di 0,9 punti rispetto ad aprile dell'anno
precedente. In crescita anche il tasso di disoccupazione giovanile che si è
attestato al 29,5%, con un aumento di 1,4 punti percentuali rispetto al mese
precedente e di 4,5 punti percentuali rispetto ad aprile 2009. Il numero di
inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14 milioni 810 mila unità,
con una riduzione dello 0,5% (-76 mila unità) su base mensile e un leggero
aumento dello 0,1% (+9 mila unità) su base annua. Il tasso di inattività scende
al 37,5% (-0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e -0,1 punti
percentuali rispetto ad aprile 2009). Ad aprile l'occupazione maschile risulta
pari a 13 milioni 613 mila, invariata rispetto al mese precedente e in
riduzione dell'1,9% (-263 mila unità) rispetto al corrispondente mese dell'anno
precedente.
L'occupazione
femminile sale invece a 9 milioni 218 mila unità, in aumento dello 0,7% (+61
mila unità) su base mensile ma in calo dello 0,5% (-44 mila unità) su base
annua. Il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,6%, invariato
nell'ultimo mese e in calo di 1,4 punti percentuali negli ultimi dodici mesi
mentre quello femminile si attesta al 46,1%, con un aumento di 0,3 punti
percentuali rispetto a marzo ma in calo di 0,4 punti percentuali rispetto ad
aprile 2009. La disoccupazione maschile tocca, ad aprile, 1 milione 190 mila
unità, in aumento del 2,7% (+31 mila unità) rispetto al mese precedente e del
27,6% (+257 mila unità) rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il
numero di donne disoccupate è pari a 1 milione 29 mila unità, con un calo dello
0,9% rispetto a marzo (-10 mila unità) e un aumento del 12,5% rispetto ad
aprile 2009 (+115 mila unità). L’U 1
PdL. Dalla tregua alla resa dei conti
Il ministro Alfano
aveva appena annunciato, la scorsa settimana, il faticoso raggiungimento di un
accordo all’interno della maggioranza sul contestato ddl sulle intercettazioni.
Ma evidentemente era stato troppo ottimista. La decisione del presidente della
Camera Fini di scendere in campo ieri contro il testo che il Senato sta per
licenziare ha aperto uno scontro che, prima che politico, è istituzionale, e
vede non solo la seconda carica dello Stato schierata contro la terza, ma anche
il vicecapogruppo del Pdl, partito di cui Fini è cofondatore, che ne invoca
esplicitamente le dimissioni.
Fini si è
effettivamente lasciato prendere la mano, criticando il lavoro dell’altro ramo
del Parlamento e accusando i senatori di rischiare di licenziare una legge
irragionevole. Tra l’altro al Senato le intercettazioni sono ancora oggetto di
una dura battaglia parlamentare, che potrebbe sfociare nell’ostruzionismo
dell’opposizione, da cui intanto sono state presentate circa tre centinaia di
emendamenti. Il Pdl accusa il presidente della Camera di essersi piegato alle
pressioni della magistratura (uno dei punti di dissenso riguarda il limite di
75 giorni come tempo massimo per l’ascolto dei telefoni degli indagati). Ed è
evidente che già nelle interminabili votazioni che si svolgeranno a Palazzo
Madama la possibilità di una saldatura tra l’opposizione esterna e quella
interna alla maggioranza si fa concreta.
Alla Camera, poi,
senza un accordo preventivo tra finiani e centrodestra, il ddl non potrà che
arenarsi. Il tentativo di ottenere una serie di modifiche che suonino da
smentita all’articolato che verrà dal Senato è dichiarato. Si andrebbe in quel
caso a una terza, e probabilmente a una quarta lettura del testo, con un
allungamento dei tempi che porterebbe a far coincidere le intercettazioni con
l’esame della manovra, e a un conseguente, probabile, accantonamento delle
prime rispetto alla seconda, per evitare di mettere troppa carne al fuoco e
tenere Governo e Parlamento in uno stato di continua tensione.
La reazione di
Schifani a Fini è stata molto risentita. La secca richiesta del vicecapogruppo
dei senatori Pdl Quagliariello al cofondatore, di scegliere tra il suo ruolo
istituzionale e quello di capo corrente, lascia capire quale sia lo stato dei
rapporti tra la maggioranza e la minoranza del partito, dall’interno del quale
nessuna dichiarazione di solidarietà degli ex-An s’è levata in difesa dell’ex-leader.
Anche se tutti fino a qualche giorno fa, parlavano di tregua, da ieri invece la
resa dei conti sembra più vicina. MARCELLO SORGI LS 1
Il lavoro prima di tutto. Solo così si esce dalla crisi
La questione del
lavoro è stata affrontata con impegno nel dibattito in corso all’interno del
Partito Democratico. Essa dovrebbe essere al centro dell’attenzione della
politica e dell’economia in generale. Invece sembra scomparsa dall’agenda della
maggioranza e dalla manovra finanziaria in atto. Le misure presentate dal
governo, non sono solo ingiuste per la distribuzione diseguale dei sacrifici,
ma non affrontano il problema cruciale di come rimettere in moto il paese,
quello economico e quello dell’occupazione.
Questa è la
carenza più grave della manovra. Se non riprende lo sviluppo i sacrifici non
saranno utili. La ripresa della produzione si profila debolissima non solo per
le difficoltà mondiali ma perché il nostro governo non sostiene né le imprese
né il lavoro: le due fonti di ricchezza delle nazioni. Così non ci sarà né
ripresa ne difesa dell’occupazione. Le risorse per lo sviluppo si possono
trovare se si vuole. Ad esempio tassando di più le rendite, che in Italia sono
protette, per ridurre le tasse di chi produce (lo fa persino Cameron in
Inghilterra), e concentrando su chi lavora e chi produce i miliardi di Euro
dispersi in mille rivoli di incentivi (come sostiene anche Confindustria).
E’ urgente
intervenire checché né dica il Ministro del lavoro; il tasso di inattività è
arrivato al 37,9% (al 25° posto in Europa), la disoccupazione giovanile al
23,5% (18° posto in Europa), l’occupazione femminile al 46% (26° posto in
Europa).
Queste sono le
priorità che tutti, il PD in testa, dobbiamo sostenere. In questo contesto
vanno collocate anche le proposte sul lavoro che il PD ha approvato a
larghissima maggioranza nella sua recente Assemblea Programmatica.
Il documento è
aperto alla ulteriore discussione. Ma contiene innovazioni di grande rilievo
che vanno valorizzate: smettiamola di considerarci poco coraggiosi. E’ la prima
volta che si afferma con chiarezza la necessità di allargare le politiche di
promozione e di tutela, a tutto il mondo del lavoro, non solo a quello
dipendente, ma al variegato mondo dei lavori autonomi e delle professioni e a
quell’area grigia intermedia del lavoro parasubordinato o economicamente
dipendente.
Si propone, con
altrettanta chiarezza, non come timidezza come sostengono i critici interni (la
mozione Marino), la necessità di stabilire per questi lavori una base comune di
diritti e di sostegni che dia a tutti garanzie e opportunità. Questa base
comune comprende tutele universali nei casi di inattività e di disoccupazione,
accompagnati da politiche attive e da formazione, un salario minimo, un reddito
minimo di solidarietà, sostenuto da iniziative di attivazione, pensioni di base
per tutti i cittadini, cui aggiungere ulteriori pensioni contributive e
complementari.
E’ con questi
diritti e sostegni comuni che si può attuare quella ricomposizione delle
condizioni di lavoro una volta garantita dal diritto del lavoro tradizionale e
dalla contrattazione collettiva. Così si possono superare le divisioni del
mondo del lavoro che sono molte: non solo quelle fra contratto a termine e
contratto a tempo indeterminato, ma anche fra lavoro autonomo, dipendente e
parasubordinato, fra lavoro nero e regolare ecc.
La necessità di
superare queste divisioni è condivisa fra noi. E’ un obiettivo impegnativo
perché allargare le tutele costa, come è costoso rendere più conveniente, cioè
detassare o ridurre i contributi al lavoro a tempo indeterminato, rispetto a
quello precario o alle collaborazioni, per evitare abusi. Ma questa è una sfida
che le nostre imprese devono affrontare perché non possono pensare di battere
la concorrenza internazionale, puntando sui bassi costi o sulle basse tutele,
pagando salari indegni di un paese civile, o peggio frodando sulle regole del
lavoro.
Qui però occorre
fare alcune precisazioni, anche per chiarire il nostro dibattito ed evitare
false critiche reciproche. Le collaborazioni e le partite Iva e simili che
fanno lo stesso lavoro dei regolari, i “paria” di cui parla Marino (Unità 27
maggio) vanno tutelati esattamente come i dipendenti perché sono falsi lavoratori
autonomi; in realtà dipendenti. Per riconoscere questo non si tratta di
inventare nuove leggi o nuovi “contratti unici”. Si tratta di far rispettare le
leggi esistenti, di rafforzare controlli e ispezioni; il contrario di quanto fa
il governo che riduce le visite ispettive e non rafforza gli ispettori. Per
altro verso bisogna ridurre le differenze di costo che favoriscono gli abusi.
Diversa è la
questione per i lavoratori che sono in posizione ambivalente. Non sono
dipendenti perché hanno margini di autonomia organizzativa e di orari (e magari
puntano ad accrescere tale autonomia); ma sono in posizione di debolezza
economica perché legati a un committente unico o prevalente. A questi devono
essere estese alcune tutele fondamentali specie in caso di crisi economica, con
ammortizzatori sociali specifici, e di difficoltà personali (maternità,
malattia, infortuni ecc). Possiamo discutere su quanta gradualità serve in
questa operazione che è costosa. Si tratta di essere realisti non di tirare il
freno a mano.
In ogni caso è
sbagliato omologarli al lavoro dipendente, se la loro posizione di autonomia è
reale e non abusiva: sia perché alcune norme tipiche del lavoro dipendente non
sono applicabili, come gli orari di lavoro, sia perché questi soggetti si sentono
“autonomi” e vanno aiutati a diventare tali. Anche per questi non serve un
“contratto unico”, perché sono diversi. Serve invece un insieme efficace di
tutele e di aiuti all’autonomia, corrispondente alle loro aspettative.
Il punto critico
dei sostenitori del contratto unico è un altro: essi si concentrano sulle
tutele di fine rapporto, prevedendo un periodo (3 anni) in cui la tutela dal
licenziamento è minore di quella attuale e poi va crescendo nel tempo. Questo
parifica un solo aspetto dei dualismi attuali, quello fra lavoro a termine e
lavoro a tempo indeterminato. Ma in realtà non lo fa del tutto, perché qualche
tipo di lavoro a termine continua a essere necessario (lavoro stagionale,
sostituzione di lavoratori assenti, ecc).
Il contratto unico
è una formula illusoria, non reale. Al di là di questa osservazione formale,
noi pensiamo che per ridurre gli abusi del contratto a termine, sia più
efficace alzarne i costi e limitarne quantità e durata. Inoltre chi affida un
potere taumaturgico al contratto unico mostra di credere alle tesi della destra
che basti allentare le tutele dai licenziamenti per ridurre la precarietà e far
funzionare meglio il mercato del lavoro. Non è così. Tanto è vero che le
piccole imprese, dove non si applica l’art. 18, non assumono a tempo
indeterminato più delle imprese grandi dove invece opera. Anzi adottano spesso
più contratti precari, perché sfruttano precarietà e bassi costi e sono esse
stesse precarie. Come si vede per combattere la precarietà come tutti vogliamo,
occorrono misure complesse, non mitiche equiparazioni per legge di una formula
contrattuale. Oggi l’urgenza maggiore è rilanciare sviluppo e occupazione e
garantire ammortizzatori sociali universali a tutti i lavoratori presenti, per
evitare che perdano il lavoro. E’ la mancanza di tutele universali e di
sicurezze sul mercato del lavoro che impedisce di trovare senza forzature nuove
regole del lavoro, comprese quelle della tutela dei licenziamenti.
Impegniamoci a
garantire queste tutele e sicurezze, invece di dividerci su improbabili
contratti unici. Tiziano Treu L’U 1
DDL. Intercettazioni, il Pdl dice no ai finiani. "Restano norma
transitoria e limite di 75 giorni"
Girandola di
riunioni: Fini vede i fedelissimi, il ministro della Giustizia Alfano incontra
senatori del Pdl. Probabile faccia a faccia tra Bongiorno e Ghedini. Bocchino:
"Collaboriamo ora per evitare problemi". Bersani: "Ci metteremo
di traverso"
ROMA -
"Vogliamo offrire una riflessione con un intento collaborativo e
migliorativo del testo per evitare problemi successivamente". Il
vicepresidente dei deputati del Pdl, il finiano Italo Bocchino sintetizza così
la riunione sul ddl intercettazioni con Fini, la presidente della commissione
giustizia di Montecitorio, Giulia Bongiorno, e il sottosegretario alla pubblica
amministrazione Andrea Augello. Ma dal Pdl arrivano dinieghi (e qualche minima
apertura) alle richieste dei finiani, sia sulla norma transitoria che sia sul
limite dei 75 giorni. E Bersani ribadisce: "Questo Ddl è una cosa vergognosa:
ci metteremo di traverso".
Le richieste dei
finiani. Le questioni aperte dai finiani restano sul tavolo. A cominciare dalla
eliminazione della norma transitoria che stabilisce che le nuove regole sulle
intercettazioni siano applicabili anche ai processi in corso, proseguendo con
il limite dei 75 giorni. Senza dimenticare la questione dell'arresto in
flagranza per i reati di violenza sui minori. Al momento, infatti, il ddl sulle
intercettazioni prevede questa misura per il reo colto in flagrante. Secondo la
maggioranza, però, la regola va smorzata, evitando il carcere per i casi meno
gravi. "Esempio sia il caso - spiega il sottosegretario Caliendo - di un
diciassettenne e di una tredicenne colti ad avere un rapporto. Al momento, per
loro, è previsto il carcere. La norma va modificata su questo punto".
Il no del Pdl.
Stamattina la Commissione di palazzo Madama ha approvato 9 emendamenti della
maggioranza su 11. Respinti, invece, i relativi subemendamenti
dell'opposizione. Accantonati, inoltre, due emendamenti Pdl-Lega: la norma
transitoria ( criticata ieri da Fini 1) e l'emendamento sulla violenza sessuale
"di minore entità" nei confronti dei minori. Anche sulla norma
transitoria, però, tira aria di chiusura: "Non si tocca - dice il capogruppo
del Pdl Maurizio Gasparri - allo stato attuale non ci sono cambiamenti rispetto
agli emendamenti presentati". Ad ogni modo la commissione Giustizia del
Senato tornerà a riunirsi martedì mattina alle 12 (l'aula, invece, è convocata
per martedì pomeriggio alle 16,30). Caliendo, inoltre, non esclude che nelle
prossime ore possano esserci nuovi incontri fra il ministro della Giustizia
Angelino Alfano e Fini, mentre oggi pomeriggio il Guardasigilli e i vertici del
gruppo Pdl al Senato si sono incontrati e hanno deciso di dire no alla
richiesta di modificare la durata massima di 75 giorni per poter effettuare le
intercettazioni.
Bersani: "Ci
metteremo di traverso". "Ci metteremo di traverso più che
possiamo, con
tutti i mezzi a disposizione. Questo Ddl è una cosa vergognosa,
insostenibile", afferma intanto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani,
conversando con i giornalisti ai Giardini del Quirinale, in occasione della
festa del 2 giugno, ha commentato gli sviluppi che riguardano la legge sulle intercettazioni
all'esame a Palazzo Madama. Circa la possibilità dell'occupazione dell'Aula da
parte del gruppo del Pd, il segretario ha risposto: "Saranno i gruppi
parlamentari a studiare la loro strategia" Rispondendo infine a una
domanda sui molti dubbi di Gianfranco Fini, ha poi detto: "Dobbiamo vedere
se chi, all'interno della maggioranza ha posto dei problemi sulla legge, sarà
poi coerente con la sua presa di posizione". LR 1
Intercettazioni, indagini e abusi
Che la storia
delle intercettazioni e il loro uso mediatico siano stati macchiati da
irresponsabili disinvolture è sotto gli occhi di tutti, ma questo non cancella
il fatto che centinaia di mafiosi, latitanti eccellenti, corruzioni estese o
cliniche degli orrori siano stati smascherati e puniti grazie a questo
insostituibile mezzo d’indagine. Bisogna dire con onestà che in un Paese che
non brilla per senso civico e in cui milioni di cittadini vivono gomito a
gomito con mafie agguerrite e minacciose, non vi sono al momento soluzioni
diverse per combattere crimine e malaffare. A Duisburg dopo la strage del 2007
decine di tedeschi si presentarono negli uffici di polizia per riferire anche
il più insignificante dettaglio. In Italia si uccide nei vicoli di Napoli con
la gente che scavalca i cadaveri e continua a passeggiare; unica prova le
telecamere.
Un congegno così
delicato e oneroso per la privacy, oltre che per le casse dello Stato, come le
intercettazioni regge e si legittima solo se sono puniti con rigore abusi e
fughe di notizie. Invece, praticamente non è mai accaduto. Non si scoprono, né
si cercano con convinzione gli inquirenti disinvolti che, in spregio alle
regole esistenti, trascrivono finanche conversazioni personali del tutto
inutili per il processo e le fanno arrivare ai giornali. Da qui il
convincimento diffuso e l’incubo sulla tirannia di un «orecchio di Stato».
Questa paura,
spesso manipolata, serve in realtà ai palazzi del potere per sfregiare le
indagini e garantire la propria impunità. Questa strategia di disarticolazione
dei poteri d’indagine, certo ispirata dal malaffare che infiltra la politica,
sembra materializzarsi nell’imporre il termine di 75 giorni per le
intercettazioni anche rispetto ai reati di corruzione. Si vuole che i nastri
della polizia non possano registrare per più di 75 giorni. Un’inezia se si
pensa ad operazioni illegali complesse come quelle per accaparrarsi i lavori
per il G8 alla Maddalena o per la ricostruzione in Abruzzo. Vi sono progetti
criminali sulle grandi opere pubbliche che richiedono mesi e mesi per essere
pianificati e di conseguenza accertati. Fermare le indagini dopo due mesi e
mezzo significa garantire una sorta di licenza a delinquere. In realtà, il 76°
giorno sarebbe per la giustizia quello dell’impotenza.
Ma la posta in
gioco è ancora più complessa. In una democrazia che riconosce l’indipendenza
del pubblico ministero, le intercettazioni sono il punto di più precario
bilanciamento tra il dovere dell’indagine e il rispetto per la privacy. Altri
ordinamenti, altrettanto democratici ma con un diverso equilibrio nella
ripartizione della sovranità, hanno risolto la questione o assoggettando il
pubblico ministero al potere esecutivo (Francia, Stati Uniti, Inghilterra) o
affidando il compito di intercettare ad apparati di polizia o di spionaggio
(Stati Uniti in primo luogo). Quando si sostiene che in Italia si fanno troppe
intercettazioni rispetto ad ogni altro Paese occidentale, si nasconde che l’Fbi
o la Cia intercettano normalmente milioni di telefonate, mail, sms; lo fanno
senza alcuna autorizzazione dei magistrati, ossia senza il controllo di un
giudice come avviene in Italia da decenni.
Nel nostro Paese
si eseguono più intercettazioni su ordine dei giudici, mentre altrove un
qualunque spione governativo si intrufola nella vita delle persone senza alcuna
garanzia. Ma negli Usa le intercettazioni quale che sia il loro contenuto
restano negli archivi. Invece in Italia capita che perfino quelle non
necessarie alle indagini finiscano a puntate sui giornali. Sono questi gli
abusi da reprimere chiunque li commetta. Questa è la vera dimensione del
problema da risolvere. Altro che azzoppare i pm o imbavagliare i giornalisti.
ALBERTO CISTERNA, sostituto
procuratore presso la Direzione nazionale antimafia LS 2
La Cassazione: niente adozioni per le coppie razziste
Niente bambini
alle coppie di aspiranti genitori che, nelle procedure delle adozioni
internazionali, dichiarano davanti al giudice di volere solo minori di
determinate etnie. In questi casi il magistrato, non solo non deve convalidare
decreti di adozione che contengono simili esclusioni discriminatorie, ma deve
mettere in discussione la capacità stessa della coppia razzista a candidarsi
per l'adozione in generale.
Lo ha deciso la
Cassazione nella sentenza 13332 appena pubblicata e riferita al caso di una
coppia siciliana che voleva adottare solo bimbi di razza europea.
Con il deposito di
questa decisione le Sezioni Unite della Cassazione hanno accolto il parere
della Procura della Suprema Corte che, come si era appreso lo scorso 28 aprile,
aveva chiesto che fossero messe al bando dal nostro ordinamento i decreti di
adozione contenenti indicazioni sull'etnia dei minori. La Procura di Piazza
Cavour era stata sollecitata da un esposto dell'Aibi - Associazione amici dei
bambini - che da anni lotta contro i decreti razzisti. «Il giudice - sottolinea
la sentenza scritta dal consigliere Maria Rosaria San Giorgio - oltre ad
escludere la legittimità delle limitazioni poste dai richiedenti alla
disponibilità all'adozione in funzione dell'etnia del minore, dovrà porsi il
problema della compatibilità della relativa indicazione con la configurabilità
di una generale idoneità all'adozione».
Insomma, coloro
che vogliono solo bimbi di tipo «europeo» non hanno le carte in regola per fare
mamma e papà. Inoltre, la Cassazione batte il tasto sulla necessità che i
servizi sociali diano formazione adeguata alle coppie che intraprendono le
procedure di adozione internazionale per guidarle verso «una più profonda
consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta
dell'adozione e prevenire opzioni di impronta discriminatoria». Con il sostegno
psicologico - aggiunge la Suprema Corte - si possono aiutare le coppie a
superare le difficoltà di accogliere «un bimbo che non sia a propria immagine»,
o le paure di quanti dicono «no» al bimbo «diverso» «per il timore di fenomeni
di xenofobia che espongano a rischio l'integrazione del minore nell'ambiente
sociale e creino in lui problemi di adattamento». Ad ogni modo, la Cassazione
non ammette che le coppie possano esprimere 'preferenzè per «determinate
caratteristiche genetiche» del bambino che vorrebbero. Anche in considerazione
del fatto che, in generale, tutti i bambini abbandonati hanno alle spalle una
storia già «profondamente tormentata» e, ancor più degli altri bimbi,
necessitano di papà e mamme con «peculiari doti di sensibilità». L’U 1
Camilleri: "Rischio fascismo siamo pronti a disubbidire"
Scrittori
antibavaglio. Laterza: "Impossibile fare libri di inchiesta" - di
ALBERTO D'ARGENIO
ROMA - Così
torniamo al fascismo. I protagonisti del reading contro la legge-bavaglio sulle
intercettazioni non hanno dubbi: uccide la coscienza dell'opinione pubblica e
con essa la democrazia. Partite ieri in uno stracolmo teatro Quirino di Roma,
le "Letture per la libertà di stampa" organizzate da un centinaio di
editori insieme a librai e scrittori andranno avanti tutta la settimana in
tutta Italia. "La legge sulle intercettazioni non tocca solo giornali e
giornalisti, ma anche le Case editrici che pubblicano libri d'inchiesta,
anch'essi potenziali destinatari del ddl", ha detto l'editore Giuseppe
Laterza, tra gli organizzatori insieme a Marco Cassini (Minimum Fax) e Stefano
Mauri (Mauri-Spagnol).
Ad aprire le
letture dei brani è stato Andrea Camilleri, che ha proposto l'appello agli
studenti che il rettore dell'università di Padova, Concetto Marchesi, pronunciò
il primo dicembre 1943 lasciando l'ateneo per non sottomettersi al fascismo. Un
discorso (vibrante la lettura dello scrittore siciliano) che si chiude così:
"Liberate l'Italia dalla schiavitù dell'inganno". Passaggio che per
Camilleri definisce perfettamente "lo sporco e il luridume dell'attacco
alla libertà che oggi si ripropone sotto altre forme". Difendiamo
l'informazione - ha proseguito il padre di Montalbano - anche se con la
legge-bavaglio non ci sarà proprio più nulla di cui scrivere perché i
magistrati non potranno più lavorare "lasciando i mafiosi e la cricca
liberi di fregarci nel silenzio". Quindi Camilleri si è congedato dal
pubblico con un laconico "buona fortuna". E di grande attualità anche
il discorso di Pericle agli Ateniesi, che Paolo Rossi non riuscì a leggere in
tv e ieri proposto da Rosetta Loy.
Sul palco anche
Stefano Rodotà, secondo il quale "quando si blocca la conoscenza dei fatti
si impedisce di deliberare e mettendo a repentaglio la vita democratica: è
proprio dei regimi totalitari obbligare i propri cittadini a leggere su siti
stranieri le notizie del proprio Paese". Quindi è intervenuto il
politologo Giovanni Sartori, che ha definito "vergognosa" la
legge-bavaglio: "È l'ultima risorsa per creare una falsa, disinformata e
stupida opinione pubblica che non sa nulla del mondo e sa quasi solo cose false
dell'Italia". E Marco Travaglio è stato tra coloro che hanno evocato l'inosservanza
della legge. Come Massimo Carlotto, per il quale "non resta che la
disobbedienza civile". Chi non c'era, come Dacia Maraini, ha affidato ad
altri le proprie riflessioni. La serata è stata chiusa da Gianrico Carofiglio,
magistrato, scrittore e senatore del Pd: "Il bavaglio che citava Camilleri
era lo stesso programma della loggia P2. Non a caso vi erano iscritti anche
esponenti del governo". LR 1
Estericult, la piattaforma dedicata alla cultura italiana nel mondo
ROMA – Illustrata
recentemente la piattaforma editoriale collaborativa dedicata alla cultura
italiana nel mondo EsteriCult (www.estericult.it), ideata e curata dalla
Direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale. E’ stato
Alessandro Ruggera del Mae a spiegare finalità e struttura del sito, ad un anno
dalla sua attivazione. “Si tratta di una forma di comunicazione attraverso il
web – ha spiegato -potenziata e in parte diversa rispetto a quella
istituzionale fornita dal portale del Ministero, perché cerca di sfruttare le
innovazioni derivate dagli aspetti della rete 2.0, ossia lo sviluppo
dell’interattività e della collaborazione da parte dell’utente”.
Un sito specifico per la comunicazione di
iniziative ed eventi culturali, a cui l’utente può accedere e contribuire
attivamente con segnalazioni e articoli, previa registrazione. “La logica e la
procedura per l’inserimento degli interventi è molto simile a quella di un blog
– prosegue Ruggera, che puntualizza la libertà di accesso alla registrazione e
alla proposta dei contributi.
Non solo gli Istituti Italiani di Cultura o
le realtà legate più o meno direttamente al Mae che all’estero si occupano di
promuovere lingua e cultura italiana, ma anche associazioni e singoli utenti
possono registrarsi e sottoporre il proprio contributo ad una redazione che
vaglia e pubblica le proposte. “Sino ad oggi abbiamo pubblicato quasi per
intero tutto il materiale pervenuto – segnala Ruggera. – La necessità di un
vaglio preventivo si limita ad evitare che si usi uno spazio dedicato alla
promozione culturale per finalità diverse, come quelle pubblicitarie”.
La homepage si presenta con una struttura
tripartita “assimilabile a quella dei siti di informazione” sottolinea Ruggera:
a sinistra sono inseriti gli articoli sulle iniziative segnalate dagli Istituti
Italiani di Cultura o dagli utenti registrati in generale; la parte centrale è
invece dedicata agli eventi, posizionati in modo scorrevole e in ordine
di priorità in base alla data – più o meno imminente - degli stessi (ogni
titolo rimanda al link di approfondimento relativo alla segnalazione), seguiti
da una sezione di “approfondimenti” su eventi di particolare rilievo; nella
parte destra un contenuto multimediale è accompagnato da link legati “alla rete
della cultura”, con enti e istituzioni che collaborano più strettamente con la
Direzione del Mae, insieme ad una mappa dei servizi culturali italiani nel
mondo (presenti, oltre agli IIC, i Comitati della Società Dante Alighieri e le
missioni archeologiche finanziate dal Ministero con la segnalazione
dell’Università italiana di riferimento per ogni singola area). In evidenza
anche i collegamenti alla Piattaforma Cineca (gli accordi universitari tra
atenei italiani e resto del mondo), al sito del Ministero per i Beni culturali,
Euripses e a notizie provenienti da Cinecittà. Presente anche un link
all’antologia di poesia italiana contemporanea – tradotta in più lingue –
“Un’altra voce”.
La piattaforma – con all’attivo, nel 2009,
circa 3 milioni di accessi (il 25-30% dei quali registrati dall’Italia) -
fornisce dunque “uno sguardo completo su ciò che viene organizzato nel mondo
con attinenza alla cultura italiana – spiega Ruggera – e si è rivelato uno
strumento utile a raccogliere e convogliare informazioni che altrimenti
sarebbero disperse e perciò meno visibili”.
Ad ogni contributo pubblicato è possibile
aggiungere una traduzione, un commento o dare un voto. Ad oggi sono 2.089 gli
articoli pubblicati e 250 circa i commenti inseriti dagli utenti.
“L’aspetto dei commenti, più legato ad un’idea di social network inizialmente
ipotizzata, è stato nel corso del tempo un po’ accantonato – aggiunge Ruggera –
per la natura stessa dei contributi presenti”. Gli utenti sono richiamati
dunque più dagli eventi segnalati che dalla possibilità di dare vita ad una
sorta di forum di discussione su di essi.
La piattaforma è segnalata anche attraverso i
siti degli IIC e delle Ambasciate italiane all’estero. “Il Mae è la prima
amministrazione pubblica che si è spinta così avanti nello sviluppo di in
un’iniziativa di comunicazione completamente nuova, attraverso un linguaggio
web più avanzato e non così semplice da gestire – conclude Ruggera. (Viviana
Pansa – Inform)
L’on. Razzi non ha mai detto di voler abolire i Comites
Roma - "La
mia storia personale è limpida e cristallina, quelli che dicono che sono contro
i Comites sono bugiardi e mentono sapendo di mentire. Non mi curo di loro ma
guardo e passo. Non prima di aver fatto qualche precisazione". Così si è
sfogato l’on. Antonio Razzi alla notizia secondo cui qualche parlamentare,
durante la infestazione di sabato scorso a Francoforte, avrebbe riferito che il
deputato di Idv vorrebbe abolire non solo Cgie, ma anche i Comites.
"È una
notizia fasulla piena di veleno e senza fondamento", ribadisce in
proposito Razzi. "È risaputo infatti che già dall’inizio del mio primo
mandato, da tempo immemore, quindi, mi sono espresso per l’inutilità di un
Consiglio Generale per gli Italiani all’Estero ma sempre favorevole per i
Comites che sono i veri referenti sul territorio dei nostri connazionali
all’estero".
Razzi ricorda che
"sia sul sito della Camera che sul mio personale ho sempre predicato con
grande fervore l’abolizione del CGIE giustificando politicamente tale
determinazione. Tutta l’Italia dei valori sostiene questa tesi e rafforza la
volontà di sostenere i Comites quale anello di connessione forte con i
consoli".
"Guardo e
passo ma dico loro che i fatti della pignatta li conosce la cucchiara e a buon
intenditore poche parole. Il CGIE – ribadisce il deputato eletto in Europa – è
un sistema mostruosamente dispendioso ma ad uso e consumo solo di pochissimi,
capisco l’interesse parossistico per questo che non è stato altro che una buona
opportunità". Secondo Razzi, "l’enormità della bugia cerca di
screditarmi agli occhi della gente che mi ha votato. Sarebbe importante che i
presidenti dei Comites venissero a Roma periodicamente, almeno due volte
all’anno, primavera ed autunno, ad esporre le loro problematiche inerenti le
comunità degli italiani all’estero, altro che contrario". (aise)
Quel 4-3 alla Germania che cambiò la nostra storia
L'hanno definita
"la gara del secolo". E 40 anni dopo la semifinale dei mondiali 1970
non ha perso il suo fascino: è il simbolo di un'epoca e di un'epica del Paese.
Che comincia coi Beatles e finisce con Albertosi - di FRANCESCO MERLO
La vera storia è
che l'Italia batté l'Italia e fece il suo vero ingresso in quella Europa che
per noi era ancora un'altra galassia. Certo, Boninsegna non sapeva di essere
l'angelo della storia quando, all'ottavo del primo tempo, con una fucilata di
sinistro scaraventò in rete insieme alla palla dell'1-0 anche l'Italia dei
poveri ma belli. E Albertosi, scattando di reni oltre la traversa non sapeva di
respingere con la potenza di Muller anche l'autoironia compiaciuta del Rascel
di "mamma ti ricordi quando ero piccoletto...". La vera storia è che,
spezzando le reni ai crucchi, l'Italia si liberò dell'Italia quella notte di
quarant'anni fa, quando finimmo tutti per strada, anche i solitari che, come
me, hanno sempre odiato la folla.
Tutti a gridare
dentro le Cinquecento come deficienti, come se davvero affidassimo il nostro
destino al vento astrofisico della bandiera tricolore. E tuttavia solo nei
tempi supplementari l'Italia si liberò del suo veleno spirituale e della sua
antichità biologica assunta come vizio. I novanta minuti regolamentari visti
oggi sono ancora più noiosi di allora. La solita Italia del "primo non
prenderle" si accartoccia in difesa, il gioco è lento, c'è Facchetti secco
e longilineo come un asparago, ci sono le fughe di Domenghini con la maglietta
a sbrendolo, ci sono i baffetti da gatto di Mazzola e c'è Rivera con le sue
gambette di pollo lesso...
Davanti alla tv
gli italiani si erano già concessi gli spaghetti e attendevano il fischio
finale, con la voluttà di autoproclamarsi figli di puttana e di vincere con
quel gran gol Boninsegna che un catenaccio di ottanta minuti aveva però
trasfigurato in un golletto di rapina. Ma ecco che invece, con il tempo
scaduto, arriva quel goffo difensore del Milan, il biondo Schnellinger, il solo
incustodito e dimenticato dai cerberi italiani, e segna, il traditore: 1-1.
Oggi gli avrebbero mollato almeno una testata, uno sputo o un bel calcione.
Allora si limitarono agli insulti perché avrebbero voluto che simpatizzasse con
i compagni di scuderia piuttosto che con quelli della Nazionale, che stesse con
lo stipendio piuttosto che con la patria e la bandiera. Ecco: deve essere stato
a questo punto che in cielo si è sentito il clic che ha rimescolato il mondo,
in quel paradosso dell'italiano che dà del traditore al tedesco che non ha mai
tradito. La partita divenne "del secolo" perché capovolse il secolo
affidando ai tedeschi la parte degli agili e fragili perdenti e a noi quella
dei vittoriosi panzer dal vigoroso carattere.
Ma nessuno capì
cosa si celebrava nella notte del 17 giugno 1970 quando ci ritrovammo a
sventolare quei drappi che riempiono i vuoti e surrogano la vita. Nel suo bel
libro La partita del secolo Nando Dalla Chiesa sostiene appassionatamente che
fu la vittoria della generazione del 68. Ma la verità è che ciascuno sventola
una sua vittoria personale e la minoranza politico-ideologica del '68 non
disprezzava solo il tricolore ma anche il calcio e non solo perché Mao non
giocava e Togliatti, che era stato juventino, "era solo un
revisionista". Gli intellettuali italiani, tutti testa, testi e
testosterone, tutti panza e cervello, tradizionalmente odiavano lo sport e lo
maltrattavano come "instupidimento delle famiglie", "sedimento
dell'odio universale", "caserma dello spirito", esibendo a
destra da Croce a Longanesi e Maccari, e a sinistra da Marx ad Adorno, a Musil,
e su tutti il solito Karl Kraus, il Beckenbauer dell'aforisma.
E poi sul ponte
del 1970 non sventolava il tricolore, ma la minigonna. E veneravamo ben altri
feticci, noi italiani, di sinistra e di destra e di niente: il cappello dei
Beatles per esempio, o le canzoni di Lucio Battisti o, per i matusa più
reazionari, c'era Celentano che aveva vinto a Sanremo con una litania contro
gli scioperi, "chi non lavora, non fa l'amore", come se le donne non
scioperassero anche loro. Tra i feticci c'erano i porno fumetti di Isabella e
le foto dei militanti italiani accanto a Mao...
Forse solo l'esile
ma intelligente Rivera capì al 6' del secondo tempo supplementare che era per
noi che girava la storia, che potevamo mostrare al mondo di non essere più i
micragnosi e denutriti che solo in contropiede avevano preso Porta Pia, gli
individualisti esalatati con l'aviere Baracca a centrocampo, e la stampella di
Enrico Toti per centravanti. Dunque l'abatino, che sulla linea della porta si
era fatto passare tra il palo e le gambette il gol del pareggio tedesco (3-3)
ed era stato coperto di insulti da Albertosi, trovò la forza pesante del
selvaggio e l'intelligenza veloce del siluro beffando il portiere con una finta
di corpo e una pedata di piatto: 4-3 perché non è vero che l'Italia sarà sempre
fatta di abatini allenati dal Badoglio di turno! E mentre calciava la palla in
basso, Rivera lanciava in alto quelle sue pupille accese, che oggi sono
circondate da una bella foresta di rughe, ma quella notte misurarono la
profondità di una nuova speranza italiana, di un'idea di vittoria non più
affidata allo stellone, alla classifiche degli altri e alle corna dell'arbitro.
Italia-Germania 4-3 perché non è vero che sappiamo solo scappare e vendere agli
americani la Fontana di Trevi!
A riguardare le
immagini di quella notte sembra quasi che ci sia l'impronta divertita di Claude
Lévi-Strauss già nella foggia dei "calzoncini" che erano molto più
corti e diciamo così più "insolenti" dei "calzoncioni"
molli di oggi. E quando suonarono gli inni, che anche i giocatori avevano
ritrosia a cantare, nello stadio Azteca di Città del Messico sotto un cielo
fresco di temporale, i primi piani di Beckenbauer, elegante come un italiano
scuro di capelli, e di Gigi Riva, potente nel fisico come un ostrogoto di
Varese, segnalavano al mondo la fine delle razze e, nel bianco e nero della tv,
il rimescolamento di antropologia, etica ed estetica nell'Occidente.
Di sicuro è nei
tempi supplementari che Boninsegna e Burgnich e Riva e tutti gli altri che sono
finiti nella canzone di Mina ("Ossessione 70") presero il passo di
carica della Wehrmacht e l'intrepidezza dei marinai inglesi, e dinanzi al
particolare che si ricongiungeva con l'universale sembrava che persino l'erba
del campo ridesse ogni volta che i nostri calciatori la calpestavano, così per
manifestare la gioia per quel gioco di piedi.
E invece furono i
tedeschi al sesto minuto del primo tempo supplementare a passare in vantaggio
(2-1) perché Müller, furbo e maligno come un italiano, intrufolò la punta del
piede tra Albertosi e Poletti, per l'occasione imbranato e macchinoso come un
tedesco. "Tutto facile per la Germania adesso" commentò Nando
Martellini. Ma all'ottavo del primo tempo supplementare Burgnich, inaspettato
difensore, arrivò puntuale all'appuntamento con il pallonetto di Rivera: 2-2.
Ecco: gol, perché non è vero che siamo i geni della truffa! Ma niente gesti
plateali, niente corse con il dito in bocca o mostrando il sedere: Burgnich,
"la roccia" italiana, era fatto così, come un tedesco appunto. Poi
alla fine del primo tempo supplementare fu Gigi Riva ad arrivare sul cross di
Domenghini e fu una delle pedate più eleganti e potenti della storia del
calcio, di collo sinistro, precisa, angolatissima: gol perché non è vero che
vinciamo solo quando tradiamo!
Senza che nessuno
allora se ne rendesse conto, quei quattro gol segnarono da un lato il
definitivo ingresso dell'Italia in Europa, dove i tedeschi erano la locomotiva
alla quale eravamo attaccati ma con la quale avevamo dei conti da regolare.
Dall'altro lato la partita consegnò almeno per una notte la Germania all'aristocrazia
dei simpatici perdenti, che era invece il nostro territorio incantato, il
nostro stemma nobiliare.
Diciamo la verità:
sino alla fine degli anni Sessanta l'Europa per noi era un mondo di sogno,
andarci in aereo era ancora un privilegio, vi avevamo esportato contadini
immusoniti dalla batosta della riforma agraria e nonostante la crescita
vertiginosa del prodotto interno lordo, non riuscivamo a liberarci dal ruolo di
"straccioni geniali". Insomma per sentirsi uguale e occidentale, l'Italia
aveva bisogno di una grande affermazione e la ebbe con il calcio, battendo lo
squadrone dei panzer del football, della solidità di Borsa e banche, della
disciplina e della rinascita vera. Un'impresa storica dunque e non solo un raro
evento gioioso nel Paese che meno di sei mesi prima, con la bomba di Piazza
Fontana, era precipitato nella violenza e nella paura. Ma quella notte no,
forse perché allora il calcio era un valore positivo e popolare, come solo
Pasolini aveva capito; gli stadi non erano ancora i luoghi dell'impunità, lo
sport non era in mano alla finanza vaporosa e alla politica truffaldina. Ecco
perché oggi, anche quando vinciamo bene e forte, sappiamo che mai più la nostra
gioia sarà la stessa di allora. LR 2
Pdci Europa: è uscito il numero di giugno di “Aurora”
BRUXELLES – E’ uscito il numero di giugno
di “Aurora. Giornale per l’Unità Comunista”, edito a Bruxelles dalla
Federazione Pdci Europa. In questo numero Aurora continua a proporre cronaca ed
analisi economica sulla crisi in Grecia con il "diario" di Ivan
Surina, la riflessione di Vladimiro Giacché su Stato e mercato e le proposte
concrete per uscire dalla crisi del Partito comunista greco.
Tra glia altri articoli segnaliamo l’analisi
della situazione politica in Gran Bretagna dopo il voto e quella in Belgio in
vista del prossimo voto legislativo anticipato, le critiche al Governo per il
continuo rinvio del voto per il rinnovo dei Comites, l’analisi della vittoria
sindacale in merito alla Direttiva UE sull'orario di lavoro degli autotrasportatori.
Da ricordare anche la rubrica il “Diario dal Brasile" di Simone Rossi: una
serie di reportage sui problemi e le aspettative che si vivono in quel Paese
prima del voto presidenziale di ottobre. Prosegue inoltre la discussione sul
“che fare?” per i comunisti in Europa. Questo e altro ancora sul numero 21 di
Aurora che è consultabile in rete su http://aurorainrete.org. Il Blog di Aurora offre la possibilità di commentare e discutere gli
articoli di questo e dei precedenti numeri. (Inform)
"Fisarmoniche nel Parco", il 1° Concorso Internazionale di
fisarmonica e organetto
Si svolgerà il 6
Agosto a Pescasseroli, durante il festival "Fisarmoniche nel Parco",
il 1° Concorso Internazionale di fisarmonica e organetto Tommaso Coccione.
Per la prima volta
nella storia la fisarmonica sarà protagonista a Pescasseroli con il festival
che si svolgerà dal 25 Luglio 2010 all'8 Agosto 2010 grazie al patrocinio del
Comune di Pescasseroli, dell'Associazione Albergatori e degli Operatori
Commerciali Alta Valle del Sangro.
Il programma è
ricchissimo e ogni giorno vedrà impegnati alcuni dei più importanti nomi del
mondo fisarmonicistico come il M° Renzo Ruggieri, presidente della giuria del
concorso, e Danilo Di Paolonicola, direttore artistico del concorso, in
concerti, workshop, conferenze e tanto altro.
L'evento è stato
organizzato dall'International Accordion Forum (http://www.accordionplanet.net)
per iniziativa di Donato Di Tullio che ha voluto dedicare il concorso a uno dei
pionieri della fisarmonica, il grande Tommaso Coccione, nato in Abruzzo
(Poggiofiorito, CH) nel 1905 ed espatriato per gli Stati Uniti dove divenne
famoso suonando in alcuni dei più importanti teatri americani insieme ai
fratelli Pietro e Guido Deiro.
Invitiamo tutti
gli insegnanti di fisarmonica e organetto a far iscrivere i loro allievi al
concorso poichè ci saranno dei premi veramente interessanti.
Il regolamento del
concorso e il modulo di iscrizione sono disponibili sul sito ufficiale
dell'evento http://www.fisarmonichenleparco.com.
Approfittiamo
dell'occasione per invitare tutti a venirci a trovare a Pescasseroli durante il
festival per assistere ai concerti di Frank Marocco, Gennaro Ruffolo, Vincenzo
De Ritis, Adriano Ranieri, Riccardo Taddei, Giancarlo Caporilli, la
Fisorchestra Libertango, Guido Ferrarese e Dario Marchese, Danilo Di
Paolonicola, Gianni Mirizzi e Renzo Ruggieri !
Donato Di Tullio, http://www.fisarmonichenelparco.com (de.it.press)
Berlusconis Abhörgesetz. Knebel für Italiens Medien
Rom. Eine böse Redensart in Italien
lautet, dass jemand, dessen Telefon nicht abgehört wird, es zu nichts bringen
kann. Immer wieder sorgen Protokolle von abgehörten Telefongesprächen in den
italienischen Medien für Furore. Auch zahlreiche politische Skandale kamen so
ans Tageslicht, angefangen mit Tangentopoli, jener Affäre, die das
Parteiensystem der Nachkriegszeit Anfang der 90er Jahre zum Einsturz brachte.
Damit soll künftig Schluss sein. Seitdem Ministerpräsident Silvio Berlusconi
vor zwei Jahren erneut ins Amt gewählt wurde, bastelt seine Koalition an
Gesetzen, die es den Medien verbieten, Telefongespräche oder andere Details aus
juristischen Vorermittlungen zu veröffentlichen, solange es noch nicht zum
Prozess gekommen ist.
In der vergangenen Woche gab die
zuständige Senatskommission ihr Placet zu einem neuen Gesetzesentwurf, den
seine Kritiker nur den Knebel nennen und der gestern Abend in den Senat, die
kleinere Parlamentskammer gehen sollte. Sollte er Gesetz werden, darf die
Justiz künftig Verdächtige nur unter strengen Auflagen und auch nur für maximal
75 Tage statt bisher zwölf Monate abhören lassen. Medien, die
Telefonmitschnitte veröffentlichen, machen sich strafbar und sollen mit
saftigen Strafen belegt werden.
Seit Tagen machen Italiens Medien -
darunter sogar Zeitungen aus dem Imperium von Berlusconi - und die Opposition
mobil gegen das Knebel-Gesetz. Mehr als 200000 Menschen haben einen
Protestaufruf unterzeichnet. Vor dem Parlament in Rom finden Sit-Ins und andere
Aktionen statt. Tageszeitungen, allen voran die linksliberale La Repubblica,
versehen ihre Berichterstattung mit Hinweisen, welche Artikel man nicht mehr
lesen könnte, wäre das Gesetz schon in Kraft. Es sind viele, sehr viele sogar.
Zwei Dutzend Chefredakteure wandten
sich deshalb öffentlich gegen die Verschärfung. "Dieses Gesetz schränkt
die Medienfreiheit ein", heißt es in dem Aufruf. Die Bürger würden künftig
nichts mehr über wichtige Untersuchungen der Justiz erfahren, vor allem im
Bereich der organisierten Kriminalität und der Mafia. "Damit wird das
Recht auf Information beschnitten."
Auch über Streiks wird bereits
nachgedacht, und die linke Tageszeitung L´Unita bekundet als erstes Medium seit
dem Wochenende, dass sie das Gesetz nicht befolgen wird. "Wir gehorchen
nicht", schreibt Chefredakteurin Concita De Gregorio in einem
mehrsprachigen Appell. Das Gesetz gehe die ganze Welt etwas an.
Zahllose Anschlüsse angezapft
Die Regierung dagegen begründet ihren
Vorstoß damit, dass das Recht auf Privatsphäre besser geschützt werden müsse.
Tatsächlich wird vom Instrument der Telefonüberwachung geradezu exzessiv
Gebrauch gemacht: Nach Angaben des Justizministeriums wurden allein im
vergangenen Jahr mehr als 110000 Anschlüsse angezapft, weit mehr als in jedem
anderen demokratischen Land. Das räumen auch Kritiker ein, allerdings sehen sie
in dem Gesetz einen weiteren Versuch Berlusconis, sich eine Maßnahme ad
personam zu schneidern.
Unter dem Druck der Proteste wurde bis
in letzter Minute noch einmal nachgebessert, und sogar Justizminister Angelino
Alfano hat versprochen, einzelne Teile zu überprüfen. Auch in den eigenen
Reihen droht Widerstand, denn einige namhafte Mitglieder von Berlusconis
Sammelpartei "Volk der Freiheit" drohen mit einem Veto. Auch sein
stärkster innerparteilicher Widersacher, Parlamentspräsident Gianfranco Fini,
hält es für inakzeptabel. KORDULA DOERFLER
FR 2
Italien. Melancholiker an Marmortischen
In Rom wird geplappert, in Mailand flaniert
und in Turin gelesen, denn hier gibt es nichts Wichtigeres als Bücher: Ein
Besuch in der heimlichen literarischen Hauptstadt Italiens. Von Veronika Eckl
Es liegt bestimmt an den Bars,
eigentlich muss es an den Bars liegen, Zufluchtsorten nach Schönheit dürstender
Seelen an grauen Nebeltagen. Das Mulassano zum Beispiel, verborgen unter den
Arkaden, ein winziger Tempel des guten Geschmacks, Marmorprunk, Spiegel,
mikroskopisch kleine Kunstwerke, die zum Aperitivo gereicht werden. Damen in
schwarzweiß karierten Röcken, die Hunde mit rosa Decken auf dem Rücken an der
Leine führen, flüstern sich diskret den neuesten Klatsch zu. Studenten sitzen
an den Marmortischchen, still in Bücher vertieft, niemand stört sie, auch wenn
sie seit Stunden an ihrem Glas Wasser nippen. In Rom, Mailand oder Florenz
würde lautes Geschrei herrschen, die Turiner aber wenden sich der Lektüre zu.
Diese Stadt ist ein einziges Kaffeehaus, hier hat die Literatur Liebhaber und
Freunde. Turin, da denken die meisten nur an eine graue Industriestadt, an Fiat
und Juventus. Dabei steht die Stadt in Italien vor allem für eines: für gute
Bücher und erfolgreiche Autoren.
"Keine Stadt bietet solche idealen
Arbeitsbedingungen für Schriftsteller wie Turin", sagt die Autorin
Margherita Oggero: "Man hat wenig Ablenkung, es ist alles sehr
unaufgeregt, man hat die Ruhe, die man zum Arbeiten braucht." Die Heldin
ihrer Krimis, die regelmäßig im Mulassano ihren Espresso nimmt, ist Camilla,
eine vierzigjährige Lehrerin in der Midlife-Crisis mit Mann, Kind,
intelligentem Dackel und einer Leidenschaft für Literatur. Ganz Italien ist
verrückt nach der schnüffelnden Lehrerin, die regelmäßig die Spitzen der
Bestsellerlisten stürmt. Ihre Ermittlungen führen sie tief hinein in die
Turiner Gesellschaft, in die Oberschicht, die in ihren Villen in den Hügeln
über dem Po residiert, ebenso wie zu den Underdogs, die am Untergang der
Industriestadt leiden. Dabei verleugnet die kleine rundliche Autorin, die
selbst Lehrerin war und erst nach ihrer Pensionierung mit dem Schreiben begann,
ihr großes Vorbild nicht: das Autorenduo Fruttero und Lucentini, das in den
siebziger Jahren mit dem Kriminalroman "Die Sonntagsfrau" die Ticks
und Manien der piemontesischen Bourgeoisie beschrieb.
Französische Strenge der Häuser -
"Meine Bücher erzählen von Turin, sie stecken voller Ironie, die typisch
ist für die Menschen hier. Und die kenne ich, ich hatte sie vor mir auf der
Schulbank", sagt sie mit der Unbestechlichkeit der erfahrenen Pädagogin.
Es ist wohl auch kein Zufall, dass die Autorin ihrer Heldin Camilla
ausgerechnet den attraktiven Polizisten Gaetano zur Seite gestellt hat, mit dem
sie vor dem glänzenden Tresen des Mulassano ein klein wenig flirten darf und
der nicht aus dem Piemont stammt, sondern aus Urbino und sich zuweilen selbst
ein wenig über diese unitalienische Stadt zu wundern scheint.
Denn Turin ist anders, ganz anders.
Schnurgerade sind die Straßen, die mitten ins Herz der am Horizont sich blau
auftürmenden Berge hineinzuführen scheinen, von französischer Strenge die
Fassaden der Häuser. Die Palazzi der Savoyer stehen in derselben majestätischen
Nüchternheit da wie die modernen Bürogebäude; nur die vielen Reiterstatuen,
ernste Kriegsfürsten auf Pferden mit weit aufgerissenen Mäulern, bringen
Dramatik in den Alltag. Der alles beherrschende Bau der Stadt aber ist weder
eine Kirche noch ein Schloss, sondern die Mole Antonelliana, der bizarre Turm
eines überehrgeizigen Architekten, der dem Eiffelturm nacheifern wollte. Auch
die Plätze Turins ähneln denen anderer italienischer Städte wenig. Sie zeugen
von militärischer Ordnung und sind so unglaublich quadratisch, dass die
Menschen auf ihnen manchmal deplaziert wirken. Die Piazza San Carlo zum
Beispiel, der Salon der Stadt, verbietet sich respektloses Wohnzimmergelümmel
schon durch seine akkurat geschwungenen Arkaden, unter denen die elegantesten
Kaffeehäuser liegen, durch die streng parallel angeordneten Fensterfronten,
durch den theatralen Charakter des weiten Platzes. Diese Piazze strahlen eine
ganz eigene Schönheit aus, eine disziplinierte, die den Passanten auffordert,
sich zu benehmen, sich anständig anzuziehen und nicht vulgär herumzuschreien.
Stammplatz im Café - Es ist eine
Schönheit, die auch eine Schönheit des Geistes widerspiegelt, eines kritischen
und wahrheitsliebenden Verstandes. Turin war immer ein linksintellektuelles
Zentrum Italiens. Zu einer Zeit, in der die Faschisten auf den Plätzen Italiens
aufmarschierten, wurde hier ein italienischer Mythos begründet: das Verlagshaus
Einaudi, das nicht weit von der Piazza San Carlo an der Via Biancamano liegt.
Eine Handvoll tatendurstiger junger Leute, die zusammen das humanistische
Gymnasium Massimo D'Azeglio besucht hatten, betrieben von Turin aus eine Art
ästhetische und politische Erziehung Italiens. Bald versammelte der Verlag
unter seinem Dach Schriftstellergrößen wie Cesare Pavese, Natalia Ginzburg,
Elio Vittorini, Primo Levi und Italo Calvino. Besonders Pavese, der schüchterne
Intellektuelle aus den Langhe, dem Hügelland südlich von Turin, verewigte die
Stadt in seinen Büchern - und fand in ihr ein unglückliches Ende: Im August
1950 nahm sich der ewig enttäuschte Liebende ein Zimmer im Hotel Roma, nur ein
paar Schritte entfernt von der Stazione Porta Nuova, dem klassizistischen
Bahnhof. Er rührte den Inhalt von sechzehn Beuteln Schlafmittel in ein Glas
Wasser und schied mit Hilfe dieses Gebräus aus dem Leben. Zimmer 346 mit seinem
schmalen Bett und dem roten Sessel ist noch heute unverändert.
Eine leise Melancholie liegt über der
Stadt. Vielleicht liegt es am Nebel, vielleicht aber auch daran, dass Turin
einerseits immer Vorreiter und immer modern war, dass hier andererseits aber so
vieles ehemalig ist. Geht man vom Hotel Roma die Via Roma mit ihren wuchtigen
martialischen Bauten hinauf, biegt nach rechts und dann wieder nach links ab,
dann steht man vor dem Palazzo Carignano, dem ersten Parlament Italiens. Es ist
ein Backsteinbau, dem bei aller barocken Würde doch das Angeberische anderer
staatstragender Gebäude fehlt. In Turin wurde vor knapp 150 Jahren die
italienische Einigung ausgeheckt, Turin wurde Hauptstadt des Königreichs
Italien, wenn auch nur für wenige Jahre. Von seinem Stammplatz im Caffè del
Cambio gegenüber dem Palazzo hatte der große Staatstheoretiker Cavour selbst
während der Espressopausen alles im Griff. Heute wirkt das Parlamentsgebäude
verlassen, es wird gerade renoviert. Auch das Schloss der Savoyer an der Piazza
Castello, in dem bis zum Ende des Zweiten Weltkriegs das Adelsgeschlecht
residierte, das die italienischen Könige stellte, wirkt heute wie ein
Geisterreich aus rotem Samt, durch das die Touristen irren. Wegen der wenig
glücklichen Rolle, die sie an der Seite von Mussolini gespielt hatten, wurden
die Savoyer ins Exil geschickt, Turin gewann an Demokratie und verlor an Glanz.
Veilchenpastillen und Lakritz - Und
jetzt, da die Automobilindustrie kriselt und Fiat Arbeitsplätze abbaut, könnte
die Stadt auch als Motor der italienischen Wirtschaft bald ausgedient haben.
Man muss nur einmal hinausfahren ins Arbeiterviertel Mirafiori mit seinen
Mietskasernen oder zum alten Fiatwerk Lingotto, das von Italiens berühmtestem
Architekten Renzo Piano zu den Olympischen Winterspielen 2006 in ein Einkaufs-
und Messezentrum umgewandelt wurde, mit Luxushotel und einer kleinen
Pinakothek, in der die Familie Agnelli hübsche Gemälde aus ihrer Privatsammlung
ausstellt. Viel gelobt wurde dieses Projekt, und doch wirkt es ein bisschen
trostlos, wenn nun in den sachlichen stolzen Hallen Teenager in billigen
Klamotten wühlen und ganze Familien bei einer Fastfoodkette einkehren. Die
einstige Teststrecke für die neugebauten Autos oben auf dem Dach ist nur für
die Gäste des Hotels zugänglich, und irgendwie wirkt es, als hätten sich Fiat
und die Stadt ein wenig auseinandergelebt.
Turin hat ein Identitätsproblem, heute mehr denn je, aber genau das macht die Stadt auch so spannend für Schriftsteller", sagt Giuseppe Culicchia, der ein sehr lesenswertes kleines Buch über Turin geschrieben hat: "Torino è casa mia", Turin ist meine Wohnung heißt das und gleichzeitig: Turin ist meine Heimat. Leider wurde es im Gegensatz zu seinen anderen Büchern nicht ins Deutsche übersetzt. Culicchias liebstes Kaffeehaus ist das Al Bicerin, eines der ältesten Etablissements der Stadt, mit nur ein paar wenigen Tischchen und riesigen Bonbongläsern hinter der Theke, Veilchenpastillen, Lakritz, Rhabarberbonbons. Hier nimmt die gute Gesellscha