WEBGIORNALE 8-10 Giugno
2010
Venerdì il via. Non solo mondiali di calcio: la presenza italiana in Sud
Africa
Roma - A partire
dall’11 giugno, con l’inizio dei Mondiali di calcio, il Sud Africa sarà meta
per migliaia di italiani. Lo sa bene la Farnesina che, per l’occasione, ha
predisposto per tutti gli italiani in partenza un vademecum di utili consigli
da seguire, scaricabile direttamente online all’indirizzo
http://www.esteri.it/mae/approfondimenti/20100603_Consigli_per_gli_italiani.doc
Ma il Sudafrica
non è solo campionati del mondo: l’Italia è molto presente nel Paese. Alcune
imprese sono state direttamente coinvolte proprio in lavori connessi con i
Mondiali: ad esempio, per il miglioramento delle infrastrutture stradali e
dell’aeroporto e dello stadio di Cape Town, passando per la costruzione di un
grosso impianto idroelettrico. Più in generale, sono numerose le imprese
italiane presenti sul suolo sudafricano in diversi settori: costruzioni,
estrattivo, trasporto e spedizione, alloggio e ristorazione, sostegno alle
imprese, servizi professionali, scientifici e tecnici, immobiliare, etc.
Sul fronte dei
rapporti politici, il Presidente sudafricano Jacob Zuma ha partecipato alle
sessioni di outreach del G8 di L’Aquila ed il Ministro Franco Frattini ha
incontrato in tale occasione il suo omologo, Maite Nkoana-Mashabane. Il
Ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola ha visitato il Sud Africa a
settembre 2009, manifestando ai colleghi sudafricani l’intenzione di
ri-orientare la politica commerciale ed industriale italiana dal tradizionale
asse mediterraneo, per dare nuova priorità al continente africano nel suo
complesso, in cui Pretoria conta una posizione di indubbio rilievo per le
proprie strutture avanzate.
L’Italia è
impegnata in Sud Africa anche con la Cooperazione: nel 1996 è stato concluso un
Accordo quadro, a cui ha fatto seguito, nel 1998, un Accordo regolante
l’assistenza tecnica e scientifica. Nel marzo 2002, in occasione della visita
di Stato del Presidente Ciampi nel Paese, il Sottosegretario Alfredo Mantica ha
firmato uno dei protocolli tecnici a sostegno del settore sanitario.
Molto attiva anche
la collaborazione culturale, scientifica e tecnologica. Il Governo italiano
sostiene con contributi finanziari tre cattedre aggiuntive di italiano presso
le Università sudafricane, mentre scienziati e ricercatori di enti di ricerca
italiani collaborano alla costruzione del prototipo sudafricano dello Square
Kilometer Array (SKA), che sarà il più grande radiotelescopio del mondo.
(aise)
Germania, manovra da 80 miliardi. La Merkel annuncia l'austerità
L'obiettivo è
tornare in equilibrio entro mil 2014. "Abbiamo l'occasione per dare un
esempio all'Europa". Stretta sul poderoso Welfare tedesco. Bloccata anche
la ricostruzione del Castello del Kaiser a Berlinodal – di Andrea Tarquini
BERLINO - Venti
miliardi di euro in più del previsto, una stangata da ben 80 miliardi di euro
di qui appena al 2014. Poi si vedrà se sarà bastato o se ce ne vorranno delle
altre. Ecco la manovra-monstre varata oggi pomeriggio dal governo di
centrodestra (Cdu della cancelliera, Csu bavarese, Fdp cioè liberali) della
cancelliera Angela Merkel. "Siamo di fronte a una sfida senza precedenti,
abbiamo il dovere di rimettere i conti pubblici e quindi il futuro della
nazione in piedi sulle sue gambe", ha detto Angela Merkel.
La scure del
rigore in nome dell'euro e dei Trattati di Maastricht, attesa da tempo, si è
abbattuta sulla prima potenza economica europea, sui suoi cittadini e
consumatori, su tutti i suoi partner economici e commerciali in Europa e nel
mondo. E' molto di più dei 60 miliardi di euro di risparmi che si annunciavano
fino a ieri. Il governo tedesco vuole ridurre costi, spese, uscite, soprattutto
nel campo delle prestazioni sociali, cioè riducendo il bilancio per molte voci
del Welfare, oltre a una riduzione di 15mila posti nel pubblico impiego fino e
al congelamento degli aumenti per i dipendenti pubblici. Riduzione anche delle
sovvenzioni ad alcuni comparti produttivi, inclusa la produzione di energia con
centrali nucleari. Sarà inoltre introdotta una "imposta ecologica"
sul traffico aereo, che inevitabilmente porterà a un aumento dei prezzi medi
dei biglietti per chi vola.
Solo in questo
modo il governo tedesco è riuscito a evitare di imporre ai suoi cittadini ed
elettori la mazzata di un aumento delle imposte, con il quale avrebbe
strangolato una domanda interna già troppo debole come protestano la Francia e
gli altri partner europei. Ma siamo comunque davanti allo sforzo di sacrifici
più grave e drammatico che la democrazia tedesca affronta dal dopoguerra. Il
governo federale ha voluto indicare, con le sue decisioni, di accogliere solo
in parte consigli e moniti dei maggiori economisti mondiali, come quelli di
Nouriel Roubini nella sua intervista apparsa ieri su Repubblica. Consigli e
moniti cioè a non tagliare troppo spese e domanda, perché altrimenti la
locomotiva d'Europa si sarebbe bloccata condannando in futuro a morte lo stesso
euro. Ma resta da vedere se la strategia della Merkel - una leader
indebolita, contestata nei ranghi della sua stessa maggioranza, in crisi
d'immagine e di leadership - basterà a recuperare credibilità alla
Germania e a rassicurare i mercati.
Infine una
decisione anche d'immagine: viene messa da parte la ricostruzione del Castello
del Kaiser, sull'area nel centro di Berlino in cui sorgeva il "Palast der
Republik" costruito nel 1976 da Erich Honecker e finito di abbattere nel
2008. Per risparmiare i 400 milioni destinati al "Berliner
Stadtschloss", il progetto dell'architetto italiano Franco Stella rimarrà
nel cassetto fino a quando le finanze dello Stato non ne permetteranno la
realizzazione. LR 7
Germania: ok a manovra pesante. Borse europee in altalena
Fmi e Ue:
«L'Ungheria non è la Grecia». Merkel: tassa su aerei e nucleare. Wall Street
apre positiva
MILANO - Giornata
in altalena per le Borse europee. Inizio in calo, recupero dopo la diffusione
dei dati tedeschi sugli ordini in aprile all'industria (+2,8%) e l'apertura
positiva di Wall Street, ma l'annuncio della pesante manovra tedesca da 80
miliardi e l'annullamento del previsto incontro in serata Merkel-Sarkozy hanno
di nuovo fatto appesantire i listini europei. Prima Parigi e Londra, poi
Francoforte e Milano nel pomeriggio hanno di nuovo fatto segnare ribassi sui
listini.
UNGHERIA: NESSUN
PROBLEMA - Il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique
Straus-Kahn, ha indicato di «non avere nessun elemento particolare di
inquietudine» per la situazione finanziaria dell'Ungheria. Il commissario
europeo agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ha aggiunto inoltre che
«non bisogna comparare la situazione economica e finanziaria dell'Ungheria a
quella della Grecia».
GERMANIA: MANOVRA
DA 80 MILIARDI - «Le finanze solide sono la migliore misura che possiamo
prendere per prevenire le crisi», ha detto la cancelliera tedesca Angela
Merkel, annunciato una manovra finanziaria da circa 80 miliardi di euro fino al
2014. Ci sarà anche una tassa ambientale sul trasporto aereo del valore di un
miliardo di euro l'anno e un'altra sull'eventuale prolungamento degli impianti
nucleari. Per il 2011 i tagli sono di 11,2 miliardi di euro. Negli anni successivi,
stando alle anticipazioni della Dpa, seguiranno altri tagli che porteranno nel
suo complesso la riduzione della spesa pubblica a 19,1 miliardi nel 2012, 24,7
nel 2013 e 26,6 nel 2014. Altre riduzioni per 5,6 miliardi sono previste per il
2014 anche se non sono state definite nel dettaglio. Il governo ha respinto un
aumento generalizzato delle aliquote delle imposte sul reddito. Il Partito
socialdemocratico (Spd) ha annunciato che si opporrà con tutti i mezzi
all'attuazione del piano che colpisce coloro che non si sanno difendere, ha
indicato il segretario generale Andrea Nahles. Per il presidente della
Federazione dei sindacati tedeschi (Dgb) Michael Sommer, il governo «colpisce i
più poveri per tutelare l'interesse dei grandi». È stato rinviato al 14 giugno
l'incontro previsto in serata a Berlino tra Merkel e il presidente francese
Nicolas Sarkozy, di preparazione del vertice europeo di Bruxelles del 17
giugno.
LETTA: «ITALIA CE
LA PUÒ FARE» - Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta,
si è dichiarato convinto che «l'Italia ce l’ha sempre fatta, ce la deve fare e
ce la farà. La sensazione è che la parte seria e produttiva del Paese sia
pronta a partire meglio di prima. Se avremo la forza di volare alto, di
recuperare la passione e lo spirito d’iniziativa tipico degli italiani, se
avremo questa forza il Paese riprenderà a crescere e a volare».
MALE L'ASIA,
RECORD NEGATIVO DI TOKYO - La settimana si era aperta male già con i dati
asiatici, a cominciare da Tokyo, dove la Borsa ha chiuso perdendo il 3,84%, a
9.520,80 punti, dopo aver toccato un minimo giornaliero di 9.502,62 punti.
Sullo sfondo i deboli dati sul lavoro Usa, ma soprattutto i timori di nuovi
problemi sul debito in Europa, legati all'Ungheria. Non solo Tokyo ha archiviato
la peggior seduta dell'anno, ma anche Hong Kong, Shanghai (-1,64%), Shenzhen
(-1,91%) e Seul hanno segnato performance negative. Negative anche le Borse dei
Paesi arabi del Golfo.
L'EURO TOCCA IL
MINIMO DAL 10 MARZO 2006 - L'euro attualmente è scambiato a 1,1971 dollari,
contro 1,1966 dollari di venerdì a Wall Street. La moneta unica in mattinata ha
però toccato quota 1,1888 sul biglietto verde, il valore minimo dal 10 marzo
2006. Il commissario europeo Rehn si è detto «preoccupato per la velocità del calo
dell'euro, non il suo livello».
SPAGNA: SCIOPERO -
Circa tre milioni di funzionari pubblici spagnoli martedì sciopereranno per 24
ore per protestare contro la riduzione dei salari decisa nel quadro del piano
per ridurre il deficit pubblico. CdS 7
In Italia la popolazione aumenta, ma solo grazie agli immigrati
L'Istat: siamo
60,3 milioni, il 7% stranieri - Al Nord un neonato su 5 ha genitori non
italiani
ROMA - Siamo
sempre di più. Ed esattamente in 60 milioni e 340 mila 328. Questo il numero
dei residenti in Italia alla fine del 2009. Rispetto all'anno prima siamo
aumentati dello 0,5%, cioè di 295.260 persone.
Una crescita
dovuta principalmente, dice l'Istat, agli immigrati, che sono ormai il 7% della
popolazione totale. L'anno scorso erano il 6,5%. Più alta la loro presenza al
Nord e al Centro: rispettivamente 9,8% e 9,3% nel Nord-est e nel Nord-ovest e
9,0% nel Centro. Una quota che nel Mezzogiorno si ferma al 2,7%.
Rispetto al 2008
diminuiscono le nascite e aumentano i decessi: il saldo naturale è quindi
negativo. Nel 2009 sono nati 568.857 bambini, ovvero 7.802 in meno rispetto al
2008. Il dato è comunque il secondo più alto degli ultimi 17 anni, dopo appunto
il record del 2008. Il numero dei decessi è di 591.663 persone (6.537 in più
rispetto all'anno precedente). La differenza è di -22.806 unità.
Al Nord i bambini
nati da genitori stranieri sono circa il 20%. Nelle regioni del Centro sono il
15%, mentre nel Mezzogiorno soltanto il 3,6%. L'aumento del numero dei nati
determina un aumento del numero medio di figli per donna, che per il 2009 si
stima pari a 1,41 confermando la leggera ripresa degli ultimi anni (era 1,37
nel 2007).
Diminuiscono gli
arrivi dall'estero. Nel corso del 2009 si sono iscritti in anagrafe 442.940
stranieri, 90mila in meno rispetto al 2008. Si è quindi esaurita la forte
spinta all'ingresso di uomini e donne da paesi come la Romania che si era
registrata a partire dal maggio 2007, data dell'allargamento dell'Unione
europea ai paesi dell'Est.
Grandi città.
Tutti i grandi comuni del Nord e del Centro, con la sola eccezione di Verona,
si presentano in crescita, e in particolare Milano (+9,1%), Firenze (+8,8%) e
Roma (+7,1%), mentre tutti i grandi comuni del Mezzogiorno presentano un
decremento di popolazione. Tra questi il più sostenuto si verifica a Palermo
(-5,1%).
Le famiglie sono
24 milioni e 905 mila circa. Il numero medio di componenti per famiglia è pari
a 2,4, stabile rispetto all'anno precedente. Il valore minimo è di 2,0 e in
Liguria, mentre il massimo è di 2,8, in Campania. IM 7
Adeguati strumenti
e professionalità per garantire tradizione, innovazione e autorevolezza. Ma
anche una fase nuova nei rapporti con la politica. Non si cancella la storia a
colpi di decreti - di Mauro Montanari
Roma - La Fusie,
Federazione unitaria della stampa italiana all’estero, nella sua recente
riunione plenaria, ha eletto nuovo presidente, quasi all’unanimità, Giangi
Cretti. Lo abbiamo intervistato.
Montanari. La
Fusie è stata accusata, negli ultimi anni, di un certo immobilismo di fronte ai
sempre più drammatici problemi che hanno investito l’editoria. D’ora in avanti
come intende muoversi la nuova presidenza?
Cretti. Con la
consapevolezza che i tempi sono ancora più duri, e che è ancora più difficile
avere udienza da quegli interlocutori, soprattutto istituzionali, che sono
comunque determinati nella definizione della politica e degli interventi a
sostegno dell’editoria italiana all’estero. A tal fine cercherò di attivare
tutte le vie e tutti i contatti possibili per il massimo coinvolgimento di
tutti quei soggetti che, a diverso titolo, possono contribuire a migliorare il
dialogo e il confronto. Un ruolo importante ce l’avranno gli operatori stessi e
le associazioni di categoria, ma spero che non si sottraggano a un
coinvolgimento diretto anche i politici: quelli eletti all’estero ma non solo
loro. E anche il Cgie, il Consiglio generale degli italiani all’estero.
Gli interlocutori
politici che dovevano essere il sostegno delle comunità italiane all’estero,
sembrano non avere assolto del tutto al loro ruolo. È così?
Nella sostanza
direi di no, anche se forse la percezione è quella. Per quanto riguarda, in modo
specifico, il problema dei tagli all’editoria, credo che siano stati colti in
contropiede dal fatto che l’articolo che prevede questo taglio è stato inserito
in un Decreto con il nome sintomatico di «Mille proroghe». In altre parole, non
se ne sono neppure accorti fino a che non è stato approvato. Va sottolineato,
comunque, che anche da parte dei parlamentari della maggioranza vi sono state
reazioni ed emendamenti con cui questi tagli specifici non solo vengono
condannati, ma si chiede che vengano pure azzerati.
Quali prospettive
ha l’informazione italiana nel mondo?
In parte dipenderà
dagli eventuali risultati che si riusciranno ad ottenere sul versante dei
contributi pubblici che chiediamo vengano almeno ripristinati prima di una
seria riflessione sulla necessaria riforma della legge che ne definisce
l’erogazione. Molto di più, invece, dipenderà dalla capacità che gli editori e
gli operatori sapranno mettere in campo di fronte ai mutati modi di veicolare e
di utilizzare le informazioni. Se da un lato non vi è dubbio che la stampa
italiana all’estero svolga ancora un ruolo insostituibile in termini di
aggregazione comunitaria e di integrazione, è pur vero che la sua fruizione,
così come l’abbiamo sempre concepita, sia in diminuzione. D’altro canto è in aumento
l’utilizzo delle nuove tecnologie che sono uno strumento fenomenale che, però,
non ha ancora l’autorevolezza e la credibilità che le testate tradizionali si
sono costruite nel corso di decenni durante i quali hanno svolto anche un ruolo
di servizio, talvolta sostituendosi ai compiti che avrebbe dovuto svolgere lo
Stato.
La legge attuale
non prende in considerazione né le nuove tecnologie né il settore
radiotelevisivo. Possiamo aspettarci un cambiamento nella normativa?
Lo possiamo
auspicare. E per quello che ci compete lo chiederemo, cosa che d’altronde
abbiamo fatto per anni, fermo restando una chiara trasparenza nella definizione
dei criteri e dei requisiti che dovrebbero consentire l’accesso a eventuali
contributi. Data la volatilità propria di uno strumento come quello
informatico, questi criteri e requisiti andranno rigorosamente formulati.
Ha ancora una
funzione l’informazione italiana all’estero?
Indubbiamente sì.
Almeno finché è in grado di aver un pubblico che la richiede. Dal punto di
vista teorico possiamo dire che essa contribuisce a consolidare il senso di
appartenenza, a creare un’opinione, per certi versi a mantenere viva la
diffusione della lingua italiana al di fuori dei confini nazionali. Da un punto
di vista pratico, molto dipende da come l’informazione viene fatta; pertanto
dalle strategie editoriali di ciascuna testata, fatto salvo il fatto che se
fondamentali sono le risorse intellettuali, irrinunciabili sono quelle
materiali.
Messaggero di
sant’Antonio per l’estero, giugno
Analisi della Coldiretti. La cucina italiana all’estero? Una delusione!
È quanto
sostengono tre Italiani su quattro. Tra le specialità più “tradite”, la
caprese, servita priva della mozzarella di bufala, ma anche il tiramisù fatto
senza mascarpone, e gli “spaghetti alla bolognese”, inesistenti nella città
emiliana
Tre italiani su
quattro restano delusi dai piatti “italiani” serviti all’estero, dove vengono
portate in tavola le più bizzarre versioni delle ricette tradizionali, come
l’abitudine belga di “violentare” la carbonara con la panna senza il pecorino,
quella tedesca di impiegare l’olio di semi nella cotoletta alla milanese,
quella olandese di non usare il mascarpone nel tiramisù, fino agli inglesi che
hanno votato come piatto preferito gli spaghetti alla bolognese che sono del
tutto sconosciuti nella città emiliana. È quanto emerge da una analisi della
Coldiretti in occasione del Forum Internazionale a Bruxelles, dove sono stati
presentati gli errori più comuni che vengono commessi all’estero nella preparazione
dei piatti della tradizione culinaria Made in Italy.
Tra le specialità
più “tradite” ci sono anche - continua la Coldiretti - la tipica caprese
servita con formaggio industriale al posto della mozzarella di bufala o del
fiordilatte, mentre non mancano i casi di pasta al pesto proposta con mandorle,
noci o pistacchi al posto dei pinoli e con il formaggio comune che sostituisce
l’immancabile parmigiano reggiano e il pecorino romano. Per non parlare poi
della pizza, che viene offerta nelle versioni più inimmaginabili, da quella
hawaiana con l’ananas a quella di pollo.
Le sorprese
aumentano se ci si rivolge alle numerose catene di fast food che si ispirano al
Made in Italy, che si stanno moltiplicando in numerosi Paesi, a partire dagli
Stati Uniti. Qui, infatti, si contano oggi ben 22 grandi catene che,
ispirandosi al Made in Italy, realizzano nel loro insieme un giro di affari di
5,3 miliardi di euro, con oltre 2.500 punti vendita (da Olive garden a Famous
Famiglia, dalla Buca di Beppo a Bravo!, da The Old spaghetti Factory a Il
Fornaio).
Aumenta anche
l’offerta di piatti italiani pronto uso sugli scaffali dei supermercati
all’estero, dove è possibile acquistare dal sugo liofilizzato per spaghetti
alla bolognese, alle lasagne in lattina fino ad un fantomatico piatto
all’italiana in barattolo fatto di polpette di carne e pastina da minestra, che
farebbero inorridire qualsiasi consumatore del Belpaese.
La mancanza di
chiarezza sulle ricette Made in Italy offre terreno fertile alla proliferazione
di prodotti alimentari taroccati all’estero dove - precisa la Coldiretti - le
esportazioni di prodotti agroalimentari tricolori potrebbero quadruplicare se
venisse uno stop alla contraffazione alimentare internazionale che è causa di
danni economici, ma anche di immagine. All'estero - stima la Coldiretti - sono
falsi tre prodotti alimentari di tipo italiano su quattro, con il mercato
mondiale delle imitazioni di cibo Made in Italy che vale oltre 50 miliardi di
euro. Il rischio reale è che si radichi nelle tavole internazionali un falso
Made in Italy che toglie spazio di mercato a quello autentico e banalizza le
specialità nostrane frutto di tecniche, tradizioni e territori unici e
inimitabili. E’ il caso - spiega la Coldiretti - dei formaggi tipici dove, dopo
il Parmesan, è stato scoperto in Romania il Parmezan, ma anche la Fontina
svedese, il Parmi olandese, la polenta che diventa “palenta” in Montenegro, il
barbera bianco venduto un supermercato rumeno, il Cambozola in Germania o la
pasta Milaneza venduta in Portogallo.
Per garantire
l’arrivo anche sui mercati esteri di prodotti alimentari genuinamente Made in
Italy, la Coldiretti sta promuovendo un progetto per una filiera agricola tutta
italiana con l'obiettivo di tagliare le intermediazioni e arrivare ad offrire
in Italia e all’estero prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati
dagli agricoltori attraverso la rete delle cooperative e dei Consorzi Agrari.
(ItalPlanet News)
Massolo: “Una Farnesina made in Italy”
ROMA - Adeguare il
ministero degli Affari esteri alle nuove sfide imposte dalla globalizzazione.
Renderlo capace di affrontare le tematiche transnazionali, dal terrorismo alla
criminalità organizzata, dalla sanità al cambiamento climatico, all'energia.
Soprattutto, permettere alla Farnesina un approccio di sistema alla promozione
all'estero delle eccellenze italiane economiche, finanziarie, culturali,
tecnico-scientifiche. Sono le direttrici lungo le quali si muove la
riorganizzazione del dicastero guidato da Franco Frattini, appena firmata dal
presidente della Repubblica, che dovrebbe essere operativa entro la fine di
luglio, all'annuale conferenza degli ambasciatori.
«Dal punto di
vista del business il cardine della riforma è costituito dalla nascita della
direzione generale per il sistema Paese», spiega al Mondo il segretario
generale della Farnesina, ambasciatore Giampiero Massolo. In sostanza, «è una
sorta di sportello unico dove gli imprenditori ma anche i promotori culturali
pubblici e privati hanno di fronte personale qualificato, portatore di una
visione strategica complessiva». «Così», sottolinea il diplomatico,
«l'interessato non ha più bisogno di rivolgersi una per una alle sedi estere di
cui ha bisogno per il suo progetto di internazionalizzazione».
La nuova direzione
generale avrà un carattere di gestore di rete. «Disponiamo all'estero di oltre
300 postazioni, tra ambasciate, consolati, istituti di cultura, unità tecniche
locali per la cooperazione: si tratta di metterle a regime», rileva Massolo,
«con la consapevolezza che il rappresentante diplomatico deve potenziare il suo
ruolo di perno del sistema Paese». Si è investito, quindi, nella formazione del
personale, «in maniera che l'imprenditore all'estero possa trovare
rappresentanti meglio preparati ad aiutare le aziende e consapevoli che i
servizi prestati alle imprese e ai cittadini sono parte integrante del lavoro
del diplomatico moderno».
La
riorganizzazione della Farnesina cade mentre l'Unione europea organizza un
proprio servizio diplomatico. In cinque anni saranno distaccati nelle
istituzioni comunitarie una cinquantina di diplomatici. I prossimi concorsi
permetteranno reclutamenti più abbondanti. Nuove spese, dunque, ma i tagli al
bilancio non preoccupano: la riforma verrà ripagata dalla riduzione delle
direzioni generali (da 13 a otto) e dei consolati. Il problema è piuttosto come
mettere d'accordo tutti gli organismi che ora promuovono il sistema Italia:
Commercio con l'estero (di competenza del ministero dello Sviluppo economico),
Ice, Sace, enti locali. «In realtà, la situazione è meno confusa di quanto
sembri», assicura Massolo, «buona parte della promozione già fa capo alle
ambasciate e noi lavoriamo con tutti in grande armonia. E’ previsto anche un
ufficio per i rapporti con gli enti locali». Secondo quanto risulta al Mondo,
però, questa riorganizzazione costituirebbe l'ultimo passo in vista del
trasferimento del network dell'Ice (Istituto del commercio estero) e del vice
ministero del Commercio con l'estero sotto la Farnesina. Pietro Romano, Il
Mondo 11
Riforma MAE. Frattini: dare risposte al presente per governare il futuro
ROMA - La
Farnesina cambia: la riforma voluta dal ministro Franco Frattini e disegnata
dal segretario generale Giampiero Massolo innova nell’organizzazione con l’obiettivo
di "dare risposte al presente e governare il futuro".
"La fine
della guerra fredda e delle demarcazioni bipolari", spiega Frattini,
"hanno dato vita ad un mondo integrato ed interconnesso, dove le
principali nuove sfide alla sicurezza sono sempre più transnazionali; allo
stesso tempo, nel mondo trasformatosi in "villaggio globale", la
competizione economica e politica tra gli Stati nazionali si è
accresciuta". Per questo, "nulla è più scontato per nessuno: bisogna
guadagnarsi giorno per giorno, sul campo, la propria influenza politica e la
propria competitività economica, in un sistema internazionale dove il numero
degli attori che contano si è moltiplicato vertiginosamente". Di fronte a
tali scenari, continua Frattini, "era necessario agire per adeguare le
strutture" del ministero alle "nuove sfide". Ed è questo,
puntualizza Frattini, "il senso del riassetto a cui abbiamo pensato,
insieme con il segretario generale Massolo, allineandoci a quanto stanno
facendo anche i nostri principali partner europei".
In un sistema,
dunque, sempre più globalizzato ed interconnesso, il ministero degli Esteri
annuncia che incardinerà il suo lavoro quotidiano non più per aree geografiche
ma per macro-settori tematici: sicurezza, integrazione europea e proiezione all’estero
del sistema-Paese, i tre "pilastri".
I riflettori
saranno puntati sulle opportunità di business per le imprese italiane nei
cinque Continenti: ci sarà una cabina di regia a Roma, con un’apposita
direzione generale alla Farnesina e "terminali operativi" nelle varie
Ambasciate, con gli Ambasciatori che, grazie ad accresciute responsabilità
manageriali, saranno chiamati a gestire in autonomia il bilancio delle
rispettive sedi.
"Fondamentale",
sottolinea Frattini, "la promozione all’estero del sistema -Paese"
che "non si limita alla componente economico-finanziaria, ma ingloba anche
quella culturale, il "soft power" dell’Italia, quel potere di
attrazione che pochi hanno, che molti ci invidiano e che dobbiamo perciò
valorizzare al massimo".
Nel seguire uno
schema di "accorpamento delle competenze", il numero delle Direzioni
generali è ridotto da 13 a 8: Affari Politici e Sicurezza, Mondializzazione e
Questioni Globali; Promozione del Sistema Paese; Unione Europea; Cooperazione
allo Sviluppo; Italiani all’Estero; Risorse e Innovazione; Amministrazione,
Informatica e Comunicazione. Il nuovo assetto sarà quindi fondato sulla
centralità dell’approccio tematico, ma senza tralasciare la dimensione
geografica o "bilaterale" che continuerà ad essere seguita da Direttori
Centrali.
Il raccordo tra le
varie direzioni, nell’azione quotidiana del Ministero, è affidato al Segretario
generale e, su base sistematica, al Consiglio di Amministrazione: "un
organo quest’ultimo", spiegano dal MAE, "che sarà più snello nella sua
composizione e assumerà un vero e proprio ruolo-guida dell’azione ministeriale,
essendo chiamato ad esprimere valutazioni sugli indirizzi strategici e
sull’azione complessiva della Farnesina".
"La
riorganizzazione", aggiungono dal ministero, "si affianca alla
razionalizzazione della rete diplomatico-consolare e delle scuole italiane
all’estero, avviata sin dal 2007: l’obiettivo è di adeguare la rete consolare,
disegnata in un’epoca ormai lontana caratterizzata da forte emigrazione, alle
nuove esigenze delle collettività italiane, qualificando i servizi forniti –
anche "a distanza", grazie alle innovazioni informatiche - e
"reinvestendo" in uffici più efficienti le risorse umane e
finanziarie così rese disponibili".
"L’azione di
rinnovamento", continuano dalla Farnesina, "si estende anche al tema
della sostenibilità ambientale: servizio di mensa e forniture eco-responsabili;
riduzione del consumo di carta; raccolta differenziata; organizzazione di
eventi ad "Impatto Zero"; sostituzione del parco auto con modelli a
basso consumo. E all’estero, con il progetto pilota "Ambasciata
verde" avviato con l’Ambasciata d’Italia a Brasile che, entro la fine
dell’anno, sarà in grado di soddisfare gran parte dei propri bisogni energetici
grazie all’installazione di pannelli fotovoltaici". (aise)
Bonn. Garavini: “L’integrazione un cantiere aperto, fondamentale il ruolo
delle donne”
Bonn - “Potenziare
il ruolo delle donne per il raggiungimento dell’integrazione”. È stata questa
la sintesi dell’intervento di Laura Garavini, deputata PD eletta nella
circoscrizione Europa, all’assemblea nazionale delle donne socialdemocratiche a
Bonn, a cui hanno partecipato anche la segretaria generale della SPD, Andrea
Nahles, e la responsabile per le politiche d’integrazione del gruppo al
Bundestag, Aydan Özoguz.
Con il suo
contributo sulle politiche per l’integrazione, la parlamentare italiana ha
sottolineato come sia fondamentale “puntare di più sulle donne per ottenere
successi nelle politiche per l’integrazione, facendo leva sul ruolo centrale
che esse ricoprono all’interno della famiglia. Se si riesce a coinvolgere le
immigrate e a sensibilizzarle sul valore dell’educazione, della formazione e
del lavoro, ne trarrà beneficio l’intera comunità”.
Tra le donne
italiane in Germania, ha detto la Garavini, “abbiamo già molti esempi di
successo. Con tanti di questi stiamo creando un coordinamento a livello
nazionale, ‘Retedonne’, che vuole dare maggiore voce e visibilità a queste
esperienze positive e che sta diventando un forum per scambiare esperienze,
competenze e strategie di successo”.
“Nonostante
l’apparenza, però”, ha rimarcato la deputata, “tanti dei nostri 500 mila
connazionali in Germania presentano problemi legati alla loro mancata
integrazione. Penalizzati da un sistema scolastico molto selettivo e dalla
scarsa attenzione di molte famiglie per l’importanza di buoni risultati
educativi e di una buona formazione”, ha spiegato, “i nostri ragazzi sono il
gruppo straniero più rappresentato nella Sonderschule (scuola differenziale
dedicata a chi ha difficoltà di apprendimento). È preoccupante notare che il 70
per cento dei maschi dispone solo della licenza media o addirittura di nessun
titolo scolastico. Di conseguenza non sorprende che un terzo degli uomini
italiani lavori come operaio non specializzato”. Per la Garavini “è solo
attraverso una buona formazione che è possibile ottenere un buon posto di
lavoro ed è solo con un buon posto di lavoro ben retribuito che è possibile
ottenere una riuscita integrazione”. De.it.press
Agenzia consolare di Mannheim. Interrogazione di Di Biagio. Se va a
Stoccarda costa di più?
ROMA - Il
responsabile del PDL nel Mondo, on. Aldo Di Biagio, ha presentato giovedì
un’interrogazione a risposta scritta al Ministro degli Affari Esteri Franco
Frattini per sapere, in estrema sintesi, se corrisponde al vero che il
Consolato di Stoccarda, per poter accogliere il carico di lavoro dovuto alla
chiusura dell’Agenzia Consolare di Mannheim, si accinge a prendere in affitto
locali per 1.500/2.000 euro, rispetto all’offerta del Comune di Mannheim che
cederebbe locali per soli 500 euro al mese.
Nell’interrogazione.
L’on. Di Biagio premette che “l'agenzia consolare d'Italia in Mannheim,
Germania, operante dal 1976 è rientrata nel programma di razionalizzazione
della rete diplomatico-consolare annunciata nel 2009 dal Ministero degli
Esteri;” e che “sulla base delle direttive tracciate dal Ministero degli affari
esteri nel suo piano di riorganizzazione, le attività di natura amministrativa
ed organizzativa attualmente svolte dalla suindicata agenzia, così come il
lavoro degli impiegati non di ruolo, verrebbero differite ad una sede
ricevente, quale il Consolato generale di Stoccarda;”, considerato che nella
circoscrizione consolare di Mannheim sono residenti circa 20.000, di cui 17.039
risultano iscritti all'Aire”. Ricorda anche che “il consolato di Stoccarda è
caratterizzato da difficoltà di natura organizzativa e logistica, e stando alle
già presenti criticità date anche dalla esiguità degli spazi e dall'abbondanza
delle attività e delle pratiche da gestire è ipotizzabile che si possano creare
delle inevitabili complicazione gestionali all'interno delle sue strutture;” e
che “nel corso del 2009 e del 2010 sono state molteplici le forme di sostegno e
di attenzione mostrate dai referenti politici ed istituzionali locali orientate
alla sensibilizzazione dell’amministrazione italiana al fine di salvaguardare
la sopravvivenza della struttura consolare: in questa prospettiva l'offerta del
comune di Mannheim che ha messo a disposizione del consolato alcuni locali
pubblici, con un onere di soli 500 euro mensili a titolo di pagamento degli
oneri accessori.” “Alla luce delle già citate difficoltà logistiche della
struttura consolare di Stoccarda, al fine di assorbire il carico di documenti e
materiale proveniente dall’archivio di Mannheim, l’Amministrazione – stando
alle notizie a disposizione dell’interrogante – sarebbe in procinto di
stipulare un contratto di locazione di un immobile presente nell’area centrale
della cittadina di Stoccarda, il cui costo – stando ai dati di riferimento - si
aggirerebbe intorno ai 1.500/2.000 euro mensili.
Pertanto, l’on. Di
Biagio chiede di sapere “se si intenda confermare quanto esposto in premessa,
segnatamente in riferimento al nuovo affitto del consolato di Stoccarda, e se
non si considera contraddittoria rispetto all’orientamento di razionalizzazione
e di contenimento delle risorse, la scelta di beneficiare di nuovi affitti, con
aggravio sull’erario dello Stato, piuttosto che usufruire di una offerta di
locazione presso la sede originaria della struttura consolare di Mannheim,
esorcizzando l’ipotesi di chiusura che tante difficoltà sta comportando.”.
(aise)
Anche la UIM a Francoforte alla protesta organizzata dal CGIE
Francoforte - Sabato 29 maggio a Francoforte, in occasione
della Commissione Continentale Cgie per l’Europa e l’Africa del Nord, è stata
organizzata, in collaborazione con l’Intercomites di Germania, un’Assemblea pubblica
alla quale hanno partecipato parlamentari della ripartizione Europa, eletti nei
Comites e rappresentanti del mondo dell’associazionismo italiano. Con questa
iniziativa il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha inteso protestare
contro la politica dei tagli alle risorse pubbliche per gli emigrati italiani
attuata dal governo, contro la demolizione della rete consolare e contro il
rinvio di tre anni, al 2012, del rinnovo dei Comites e del Cgie.
L’Unione Italiani
nel Mondo (Uim) ha aderito all’iniziativa del Cgie ed ha sfilato nel corteo per
manifestare anche il proprio dissenso. “Siamo convinti – spiega la Uim - che il
periodo che stiamo vivendo sia, come dice il ministro Tremonti, un tornante
della storia. Il pericolo dei tornanti è che però, se non si prendono bene, si
rischia di cadere nel burrone. Non vorremmo che la politica del Governo porti
fuori dalla storia gli italiani residenti all’estero. Le decisioni di questi
ultimi due anni, purtroppo, sono tutte in questa direzione. Per questo ha fatto
bene il Cgie a organizzare a Francoforte, in concomitanza con l’Assemblea della
Commissione Europa-Africa del Nord, una manifestazione pubblica di protesta di
fronte al locale Consolato Generale d’Italia ed a programmare nei prossimi
giorni analoghe iniziative a Vancouver in America del Nord ed a Buenos Aires in
America Latina”. (Inform)
Torino Piemonte Aerospace alla kermesse di Berlino (8-13 giugno)
Dall’8 al 13
giugno, sei espositori piemontesi prenderanno parte all’ILA, salone
internazionale dell’aeronautica, spazio e difesa
Il Piemonte
atterra all’aeroporto Schoenefeld, futuro unico aeroporto di Berlino con il
nome di Brandenburg International, dove per una settimana, dall’8 al 13 giugno,
l’industria aerospaziale mondiale presenterà prodotti attuali e futuri, alla
centesima edizione di ILA, salone internazionale dell’aeronautica, spazio e
difesa.
Sei gli espositori
di Torino Piemonte Aerospace, il progetto della Camera di commercio di Torino,
gestito dal Centro Estero per l’Internazionalizzazione, che promuove all’estero
l’eccellenza piemontese del comparto. Per la prima volta fa parte della
collettiva piemontese anche uno dei nomi più blasonati, Alenia Aeronautica, che
nel suo corner esporrà i modelli dell’Eurofighter, velivolo da combattimento multiruolo
in uso nelle forze aeree italiane, spagnole, tedesche e inglesi e del C27J,
velivolo da trasporto tattico che equipaggia importanti forze aeree nel mondo.
Lo stand,
all’interno dell’area AIAD/MOD, valorizzerà le eccellenze produttive piemontesi
e le opportunità di contatto verranno incrementate da inviti a buyer e da
azioni promozionali tra cui la possibilità di iscriversi al Virtual Market
Place®, il catalogo online che fino al 2012 consentirà di entrare in contatto
con visitatori ed espositori presenti a ILA e richiedere appuntamenti prima,
durante o dopo la partecipazione all’evento.
Nei primi tre
giorni - quando l’ingresso della manifestazione è riservato ai soli addetti del
settore - ILA ospita anche l’ISC (International Supplier Center), vero “salone
nel salone”, nato per facilitare l’inserimento di nuovi fornitori nella supply
chain delle grandi imprese produttrici di sistemi aeronautici. Qui Torino
Piemonte Aerospace sarà presente tramite l’EACP, piattaforma di cooperazione
permanente tra i cluster europei dell’aerospazio, cui il progetto piemontese
appartiene dallo scorso anno.
Il 10 giugno
inoltre, si terrà un evento di brokeraggio tecnologico organizzato dalla rete
europea Enterprise Europe Network (EEN), di cui la Camera di commercio di Torino
fa parte, per favorire la nascita di partnership tra imprese del settore
aerospaziale.
ILA ha luogo ad
anni alterni: una fiera e uno spettacolo di tecnologia aerospaziale accessibile
dai Paesi dell'Europa dell'ovest, Europa centrale ed Europa dell'est. Il Paese
partner di questa edizione è la Russia. (ItalPlanet News)
Slitta al primo settembre la chiusura del Consolato di Saarbrücken
Saarbrücken -
Secondo quanto scrive il quotidiano “Saarbrücker Zeitung”, “Le trattative sul
futuro di una presenza consolare italiana a Saarbrücken tra i Ministeri degli
Affai Esteri di Berlino e di Roma sono evidentemente fallite.” Secondo a “SZ”,
il Ministro italiano degli Affari Esteri, Franco Frattini, ha comunicato con una
lettera al Ministro Presidente del Saarland, Peter Müller (CDU), dopo un'ultima
riflessione, “di aver accantonato l'idea di aprire uno sportello consolare a
Saarbrücken, dopo la chiusura del Consolato.”.
“Secondo quanto
asserito dal Governo a Roma”, scrive sempre “SZ” “il Ministero degli Affari
Esteri tedesco aveva posto la parte italiana davanti alla scelta di abbandonare
il Consolato d'Italia a Saarbrücken o di aprire al suo posto almeno un vice
consolato.
“La portavoce di
Müller” scrive Norbert Freund di “SZ” “asserisce che il Ministro Presidente non
ritiene “del tutto chiara” la lettera di Frattini ed ha pregato Roma di fornire
ulteriori chiarimenti.
Müller appoggia,
così come fanno peraltro tantissimi italiani in Saarland, l'idea di uno
sportello consolare. Il rappresentante eletto degli Italiani in Saarland
Giovanni Di Rosa ha dichiarato al nostro giornale che i suoi connazionali si
sentono “venduti e traditi” dal loro governo a Roma.”
A margine
dell'ultimo ricevimento della console Susanna Schlein, dato mercoledì al
castello Halberg, gli italiani hanno distribuito volantini contro la chiusura
del consolato. Secondo Di Rosa, riferisce SZ, “la chiusura avverrà il primo
settembre e non, come annunciato, il primo luglio.” (aise)
A Francoforte, a novembre, elezioni per rinnovare la Consulta degli
stranieri
Fra non molto si
terranno a Francoforte le elezioni per la "KAV" Kommunale
Ausländervertretung (Consulta degli stranieri).
Noi vogliamo e
dobbiamo contare di più a Francoforte. Noi siamo qui di casa e vogliamo vivere
dignitosamente con parità di diritti ma soprattutto vogliamo decidere anche noi
su tutte le questioni che ci riguardano e che riguardano Francoforte in
generale.
Quest' anno a
Novembre ci sarà il rinnovo della KAV. Quest'organo, anche se non può decidere
ma ha solo funzioni consultive, può tuttavia essere utilizzato per un lavoro
proficuo.
Nel 1997 nella KAV
presentai un'istanza per un centro di ritrovo per italiani della terza età che
fu poi realizzato e tuttavia esiste nella Heddernheimer-Landstr 155.
Io sono del parere
che per noi è anche importante partecipare alle elezioni della KAV e presentare
una nostra lista. L'anno prossimo a marzo poi ci saranno le elezioni del
Consiglio Comunale che logicamente sono più importanti.
La nostra lista
per la KAV ha il nome di "WIF" (Wir in Frankfurt). Chi di voi vuole
dare una mano per presentare la lista o anche per candidare è pregato di
comunicarlo.
Alle ultime
elezioni ottenemmo due seggi, questa volta vorremmo ottenerne qualcuno in più.
Pertanto mi auguro che molte persone fossero disponibili a collaborare.
La prossima
riunione per discutere sulla politica Comuale si terrà il giorno
15 giugno, martedì
alle ore 18,00 nei locali della Europa Liste, presso la FAG
Bethmannstr. 3,
Pianoterra sulla sinistra
Si prega di
confermare la presenza per e-mail (raiola@web.de) o telefonando a Raiola
Nicola, 0172 17 85 780
Nella prossima
riunione parleremo del ruolo che svolge la KAV, e prepareremo la lista dei
candidati.
Inoltre
completeremo la stesura del prossimo volantino di informazioni della
"Europa Liste" che vogliamo poi distribuire fra tutti i connazionali
a Francoforte.
Luigi Brillante,
Europa Liste, de.it.press
A Monaco di Baviera il Forum Italo-Tedesco Energia Solare
In programma
mercoledì 9 giugno, nell’ambito della fiera Intersolar Europe, è organizzato
dalla locale Camera di Commercio Italiana
Monaco di Baviera
- In occasione della fiera Intersolar Europe, il più grande salone
internazionale specializzato nel fotovoltaico, energia solare termica ed
architettura solare, la Camera di Commercio Italiana Monaco di Baviera
organizza il 9 giugno, insieme a DEinternational Italia Srl, la terza edizione
del Forum Italo-Tedesco Energia Solare.
Attualmente l’Italia
si classifica tra i mercati più importanti ed attrattivi in Europa nel settore
dell’energia solare. Grazie al sistema d’incentivazione pubblica e dati i costi
energetici tra i più alti in Europa la domanda italiana di tecnologie per
l`utilizzo di risorse alternative è aumentata costantemente negli ultimi anni.
A livello
internazionale la Germania si colloca al primo posto per la quantità di potenza
fotovoltaica installata: solo nel 2009 sono stati installati nuovi impianti per
una potenza di ca. 3,8 GW raggiungendo una capacità complessiva di ben 9,8 GW.
Con un fatturato
complessivo di oltre 10 miliardi di Euro, l’intera industria solare tedesca
conta ad oggi oltre 15.000 imprese tra produttori, subfornitori, distributori
ed installatori, che offrono complessivamente ca. 80.000 posti di lavoro. Alla
grande crescita degli ultimi anni che ha portato la Germania ai vertici
internazionali in questo settore ha contribuito soprattutto il sistema di
incentivi del governo tedesco tra cui si annoverano la “Legge sulle energie
rinnovabili” (EEG), presa poi a modello da molti Paesi europei come l’Italia,
nonché i diversi programmi di finanziamento a lungo termine a tasso agevolato e
i numerosi programmi di ricerca e sviluppo.
Gli operatori
tedeschi, leader nelle tecnologie solari, stanno mostrando sempre maggiore
interesse allo sviluppo di nuove sinergie e partnership con le imprese italiane
del settore.
Il forum si
propone pertanto di fornire una panoramica sulle novità e potenzialità del
mercato italiano, approfondendo tematiche quali incentivi pubblici, strumenti
finanziamenti, procedure autorizzative e allacciamento alla rete ed offrendo
così un’importante piattaforma di contatti tra operatori del settore di
entrambe i Paesi.
L’evento si
inquadra, inoltre, all’interno del progetto di rete sostenibilità ambientale al
quale partecipano 18 Camere di Commercio Italiane all’estero. (ItalPlanet News)
Dimissioni: Horst Köhler lascia la Germania in mutande
Il 31 Maggio 2010,
Horst Köhler si è dimesso senza alcun preavviso dalla sua carica di Presidente
della Repubblica Federale Tedesca. La sua decisione non nuoce al sistema, ma fa
male alla democrazia.
Il 31 maggio 2010
Horst Köhler, Presidente della Repubblica Federale Tedesca, ha reso note le sue
dimissioni ad effetto immediato, lasciando per un momento Berlino in stato di
shock. Tuttavia la Germania dispone di un fin troppo stabile e sofisticato
sistema politico per poter rendere le dimissioni del Capo dello Stato un
problema reale.
La mattina
successiva erano già state fissate le nuove elezioni: il 30 giugno, l’ultima
data possibile ammessa dalla Costituzione. Gli accorti funzionari statali hanno
persino tenuto conto, nel scegliere la data, del fatto che la nazionale di
calcio tedesca non si può proprio permettere una sconfitta in Sudafrica nel
giorno delle elezioni. Sono già iniziate le speculazioni sui possibili
candidati. In cima alla lista dei papabili c’è Ursula von der Leyen, Ministro
del Lavoro e degli Affari Sociali. Quello che è certo è che la diciannovenne
Lena Meyer-Landrut, vincitrice dell’Eurovision 2010, non potrà partecipare alla
competizione. In Germania, un candidato alla presidenza deve avere
almeno quarant’anni.
Chi era a
conoscenza dell’esistenza di Horst Köhler?
Dopo che l’iter
costituzionale è riuscito a placare l’iniziale confusione, è diventato ancora
più chiaro ciò che tutti già sapevano: il Presidente della Repubblica Federale
Tedesca è politicamente impotente. La macchina funziona bene anche senza di
lui. E poi, chi sapeva all’estero dell’esistenza di Horst Köhler? E onestamente
in Germania, a chi mancherà davvero “Sparkasse-Hotte” (soprannome ironico dato
all’ormai ex presidente)? Da ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale
(FMI), ha avuto poco da dire persino sulla crisi economica e finanziaria. Dopo
l’inizio del suo secondo mandato, lo scorso anno, Köhler è rimasto cupo e
silenzioso, e alla fine si è impaperato durante un’intervista sull’intervento
delle Forze Armate in Afghanistan, con un commento che non avrebbe
dovuto fare.
Considerando la
confusione creatasi intorno alla resa dei conti presidenziale, ci si può
rendere conto di una cosa: la politica in Germania si fa in tutt’altro modo. La
legge federale ha una soluzione pronta per tutte le eventualità, costituzionalmente
legali, e presto sarà un nuovo volto a tenere discorsi più o meno importanti, a
celebrare feste estive nel castello di Bellevue e ad assegnare Croci Federali
al Valore. Tuttavia l’uscita di scena di Köhler, il 31 Maggio 2010, è stata una
trasgressione del rapporto di fiducia, e come tale avrà anche conseguenze
politiche. Il suo ritiro ha provocato una scalfittura nel sentimento
democratico. Perché il Presidente è l’istituzionalizzazione della fede nella
democrazia. Egli è il simbolo e la buona coscienza del paese. Se lui non vuole
più, perché si è seccato e gli è passata la voglia, allora ecco che
l’illusione s’infrange.
Dopo l’abbandono
del leader della Linke (La Sinistra) Oskar Lafontaine e le dimissioni
dell’attuale Primo Ministro del Land dell’Assia, Roland Koch, ora i cittadini e
gli elettori vengono anche a sapere anche il Presidente della Repubblica si è
unito a loro, e per un attacco acuto di mancanza di volontà a proseguire il
proprio incarico, ha gettato la spugna. La politica non è un’attività
stagionale e la carica di Presidente lo è ancor meno. La democrazia è
predisposizione allo spirito di sacrificio, non solo
doveri costituzionali.
Quando la
Costituzione è stata adottata nel 1949, la Germania era di fronte a un doppio
dilemma: uomini forti ai vertici dello stato, così come avevano già potuto
sperimentato, erano pericolosi. E il popolo non può mitigare questi uomini con
il suo voto. Così è nata la carica di Presidente, che non è eletto direttamente
dal popolo. Un carica simbolica, prudente e riflessiva. Il Presidente ha
bisogno della fiducia dei cittadini per non agire come un fantoccio nelle mani
dei giocatori politici. Di contro, i cittadini dovrebbero fidarsi di lui.
I tedeschi sono
stati in grado di legarsi alla quasi totalità dei loro presidenti negli ultimi
sessant’anni, e hanno accettato l’aura paterna che avvolge la carica. Ora una
tale figura paterna ha commesso un suicidio politico. Questo è scioccante.
Forse sarà proprio grazie alla avventata ritirata di Köhler, che presto Papà
Stato, per la prima volta, diventerà Mamma. Anna Karla, traduzione Eleonora
Mignoli, Kafebabel 7
Il 10-12 giugno riunione "urgente e straordinaria" della
Commissione Anglofoba del Cgie
NEW YORK - Come
anticipato si terrà a Vancouver, dal 10 al 12 giugno prossimo, la riunione
"urgente e straordinaria" della Commissione Anglofoba del Cgie. Il
Vice Segretario generale Silvana Mangione , ha infatti reso noto oggi l’odg
della riunione, da approvare in apertura dei lavori con tutte le modifiche ed
integrazioni che potrebbero rendersi necessarie alla luce di eventuali
successive indicazioni del Comitato di Presidenza, dei suggerimenti dei
Consiglieri per l’Area Anglofona e delle delibere dell’Assemblea Plenaria.
Questo l’ordine del giorno: Decreto di rinvio delle elezioni di Comites e Cgie;
Riforma Comites e Cgie alla luce degli emendamenti presentati alla proposta
Tofani; Voto degli italiani all'estero e ruolo dei parlamentari eletti
all'estero; Politiche per gli italiani all'estero; Varie ed eventuali.
"In
preparazione alla Commissione Continentale", informa la Vice Segretaria
Mangione, "su suggerimento del Consigliere canadese Carlo Consiglio, gli
anglofoni hanno predisposto una petizione ed hanno iniziato con successo la
raccolta di firme nei loro quattro Paesi".
"I cittadini
italiani all’estero", si legge nella petizione, "costituiscono una
realtà fondamentale per l’internazionalizzazione dell’Italia, sono partecipi
dell’esigenza di austerità che accomuna l’Italia al resto del mondo e vogliono
continuare a contribuire alla crescita e al benessere della madrepatria, come
hanno sempre fatto, specie in periodi di catastrofe (Sicilia, Friuli, Irpinia,
L’Aquila). A questo scopo devono essere messi in condizione di aiutare l’Italia
non soltanto subito, ma anche negli anni a venire.
Lo smantellamento
di politiche essenziali quali la promozione della lingua e la cultura italiana,
i servizi consolari, la stampa periodica all’estero e l’attenzione alle giovani
generazioni, insieme alla negazione dei diritti di democrazia con il secondo
rinvio del rinnovo dei Com.It.Es. e del CGIE, crea una situazione di emergenza
per le comunità residenti all’estero".
"Con la
presente Petizione, la rappresentanza degli italiani nei paesi anglofoni
extraeuropei, unica nelle sue quattro componenti: associazionismo, Comites,
Cgie e parlamentari eletti nelle sue ripartizioni, invita l’Italia, per il suo
stesso bene, a rispondere positivamente almeno alle seguenti esigenze: L’immediata
indizione delle elezioni per il rinnovo di Comites e Cgie; La revisione
concertata delle leggi istitutive di Comites e Cgie successiva alle riforme
istituzionali; La cancellazione dei devastanti tagli ai contributi per
l’insegnamento della lingua e della cultura, per la stampa periodica, strumenti
principe per la crescita economica internazionale dell’Italia e per il recupero
delle giovani generazioni; La garanzia del personale, delle sedi e dei servizi
consolari esistenti, già troppo pochi nei nostri Paesi di enormi distanze, di
distribuzione capillare delle comunità e di crescente presenza di interessi
industriali, economici, culturali e commerciali dell’Italia". (aise)
Debiti e sacrifici. Se si scopre che Londra sta peggio di Roma
“Ci aspettano anni
di sacrifici, un vero uomo di Stato deve saper intraprendere le azioni
necessarie, spiegando alla gente gli obiettivi dei sacrifici”. Ha scelto la via
della sincerità e della responsabilità, David Cameron, il premier britannico
conservatore. A quattro settimane dal suo insediamento alla testa del nuovo
governo di coalizione coi liberaldemocratici di Nick Clegg, nella sua
intervista di ieri al Sunday Times ha deciso di mettere da parte ogni ottimismo
di circostanza.
Le sue parole sono
la piena conferma di quel che da un anno e mezzo scriviamo sul Messaggero: i
Paesi anglosassoni, che hanno alimentato con il loro sistema bancario le bolle
finanziarie, si trovano oggi e negli anni a venire con problemi per loro del
tutto imprevisti. L’esplosione dei loro deficit pubblici porta in pochi anni il
loro debito assai prossimo a medie superiori al 100% del Pil, a vette che
tradizionalmente venivano solo associate alla poco virtuosa Italia. Ma
l’Italia, che non ha dovuto nazionalizzare quattro grandi banche come Londra e
ha famiglie indebitate meno della metà sul Pil che a Londra, ha registrato un
deficit del solo 5% del Pil nel 2009. Mentre il Regno Unito ha superato i 14
punti di deficit pubblico nel 2009, e quest’anno si avvia a un più che
preoccupante 11,5%.
Non è il caso,
naturalmente, di compiacersi delle difficoltà britanniche. Che sono poi in
tutto e per tutto comuni a Stati Uniti e Giappone, con la differenza che il
Giappone finanzia il suo debito pubblico assai più dei Paesi anglosassoni col
risparmio dei suoi cittadini che con i fondi esteri, oggi più diffidenti verso
la sostenibilità di debiti tanto ingenti. Sarebbe sciocco gridare vendetta e
vittoria, per il fatto che chi per anni ha trattato l’Italia con superiorità e
sufficienza, sottovalutando gli squilibri sui quali si fondava la sua maggiore
crescita rispetto alla nostra, oggi scopre di dover temere come e anzi più di
noi il giudizio dei mercati. Al contrario, bisogna considerare il tono serio e
responsabile di Cameron come un contributo comune allo sforzo che deve
accomunare tutti i Paesi avanzati, per ridurre con energia il debito, e insieme
per liberare energie e risorse a favore di impresa e lavoro, i pilastri della
crescita.
Ma, oltre alla
soddisfazione, c’è dell’altro che può servire al dibattito italiano. Nel Regno
Unito sono allo studio misure draconiane. Non solo lo stop agli aumenti dei
dipendenti pubblici, ma una loro consistente riduzione numerica. Il taglio di
assegni sociali alle famiglie. Il passaggio dell’Iva dal 17,5% al 21%. La salita
dell’aliquota sui capital gains da meno del 20% a oltre il 40%: una botta
clamorosa, per quella che in Europa era la prima piazza finanziaria, e per
questo vanto restava fuori dall’euro. Chi in Italia ritiene che la manovra
governativa sia ispirata a “macelleria” sociale, dovrebbe riflettere sulle
misure che intanto stanno adottando altri grandi Paesi. E pensare invece che,
nella gara a ottenere ogni giorno il voto meno diffidente dei mercati, la
maggior severità di chi ha più deficit del nostro deve inevitabilmente spingere
anche noi a misure strutturali e non solo dolorose e quantitativamente
adeguate, ma contingenti. OSCAR GIANNINO IM 7
Conferenza Ue-Balcani. Frattini: la stabilizzazione della regione
attraverso l'avvicinamento all'UE
ROMA - L'adesione
all'Unione europea di tutti i paesi dei Balcani occidentali resta l'obiettivo
comune dell’Ue e della regione balcanica. E’ quanto si afferma nel documento
finale della conferenza Ue-Balcani svoltasi a Sarajevo e alla quale per
l'Italia ha partecipato il ministro Franco Frattini. “I paesi dei Balcani
occidentali devono intensificare gli sforzi per soddisfare i criteri necessari
e le precondizioni stabilite per l'ingresso nella Ue”, si legge nel documento
diffuso dalla presidenza spagnola dell'Unione, sotto la cui egida si è tenuta
la riunione di Sarajevo. I Balcani occidentali - si sottolinea nel documento
finale - hanno di fronte serie sfide relative allo stato di diritto, alle
riforme del sistema giudiziario e amministrativo e alla lotta contro corruzione
e criminalità organizzata.
Questi problemi sono cruciali per il
funzionamento della democrazia e dell'economia, e fanno parte delle
precondizioni per l'ingresso nell'Unione europea. E’ stata la prima volta di
Serbia e Kosovo: i ministri degli Esteri Vuk Jeremic e Skender Hyseny erano
seduti allo stesso tavolo - identificati solo dal nome e non dal Paese -
assieme ai colleghi dei 27, dei Paesi dell'area e dei rappresentanti di Usa,
Russia e Turchia: “Kosovo e Serbia hanno simbolicamente ripreso a parlarsi
attorno allo stesso tavolo. Mi auguro che questo sia l'antipasto di una ripresa
di impegno di entrambi al dialogo bilaterale”, ha commentato il ministro
Frattini che ha fortemente voluto la Conferenza e da sempre sostiene, anche
presso i partner europei, l'importanza di una stabilizzazione della regione che
passa attraverso l'avvicinamento all'Ue, ma anche attraverso la normalizzazione
dei rapporti tra i Paesi dell'ex Jugoslavia. Un risultato che ha comportato al
ministro Frattini il pubblico apprezzamento del ministro degli Esteri spagnolo,
Miguel Angel Moratinos, che ha presieduto la riunione di Sarajevo in quanto
presidente di turno dell'Ue, e di Catherine Ashton, alto rappresentante dei 27
per la politica estera. Moratinos l'ha definita una giornata storica,
sottolineando che le chiavi per l'integrazione in Europa sono “impegno e
responsabilità” per continuare nelle riforme necessarie e nella volontà di
riconciliazione.
A chi, tra i 27, obietta che la crisi rende
più difficile un ulteriore allargamento, Frattini risponde che “non ci possiamo
permettere il lusso di lasciare in mezzo all'Europa un'area debole
economicamente e politicamente” e auspica che la Croazia, il più vicino tra i
Balcani all'obiettivo europeo, entri a far parte dell'Ue nel 2011. Nel
frattempo, probabilmente entro Natale, Bosnia e Albania vedranno l'abolizione
dei visti e saranno anch'essi meno lontani da Bruxelles. (Inform)
La visione dell'
America e del suo posto nel mondo vengono ridefiniti nel primo documento di
ampiezza strategica adottato da Obama per presentare le linee guida della sua
presidenza: il distacco da G.W. Bush non poteva essere più netto. La National
Security Strategy 2010 è un documento realistico in cui prevalgono i concetti
che plasmano le relazioni internazionali del XXI secolo: il soft power, l'
autorevolezza e l' attrazione che acquista nel mondo una società fortee
prospera, dunque il primato della riforma economica e sociale e dell' ordine
interno in America, componenti fondamentali della sua sicurezza esterna; la
multipolarità di un sistema che non permette al più forte degli Stati di
imporre da solo i propri disegni, quindi il consolidamento delle alleanze e la
ricerca di partnership con le maggiori potenze, vecchie e nuove; l'
interdipendenza che dà valore al multilateralismo e agli organismi
internazionali che l' America stessa fondò per distaccarsene poi nell' era dei
neocon e, così, la riforma e l' adeguamento delle Nazioni Unite e delle
Istituzioni finanziarie ai tempi nuovi. Infine, il G8 non viene disconosciuto,
ma la stabilità economica è riversata nel concerto del G20. Cosa dobbiamo
attenderci da questa impostazione? Anzitutto, la riaffermazione della
centralità della Nato adombra una riforma dell' alleanza con il nuovo concetto
strategico per affrontare, oltre alla sicurezza dell' Europa, "tutte le
sfide del XXI secolo" e prefigura quindi una dimensione che supera il
Trattato. Il documento vede poi, accanto ad un rapporto preferenziale con
Londra, Berlino e Parigi, il partenariato con un' Europa più integrata con la
funzione di promozione della democrazia e della risoluzione dei conflitti nei
Balcani e nel Caucaso, ma lascia da parte l' estensione all' Ucraina e alla
Georgia. Delle maggiori potenze a cui gli Stati Uniti danno particolare
risalto, mentre con l' India si prefigura decisamente una partnership
strategica, per la Cina si propone un rapporto costruttivo e omnicomprensivo
con l' assunzione da parte di Pechino di un ruolo di responsabilità per i problemi
globali e una forte cooperazione, malgrado i dissensi. Molto interessante è la
collocazione della Russia: il rapporto "stabile, sostanziale e
multidimensionale" con Mosca si concentra in un ruolo particolare per il
disarmo nucleare e la lotta alla proliferazione, mentre la controversa difesa
antimissile viene ricondotta alla dimensione regionale. L' impegno per la pace
nel Vicino Oriente non poteva mancare, malgrado gli insuccessi, mentre viene
riaffermato il ruolo della Turchia per la stabilità dell' area. La lotta ai
terroristi - non "al terrore", non più quindi guerra ideologica - e
alla proliferazione nucleare rimangono prioritarie. Il monito all' Iran e alla
Corea del Nord è fermo, ma adombra la loro reintegrazione nella comunità delle
nazioni qualora rinuncino all' atomica. L' obiettivo a lungo termine è l'
eliminazione delle armi nucleari, a breve il rafforzamento del regime del
Trattato di non proliferazione. Più che un programma d' azione, la National
Security Strategy contiene l' impostazione filosofica e politica - e
soprattutto di metodo - a cui la Casa Bianca intende ispirare le scelte di
politica esterae perseguirne gli obiettivi, anche se contiene non poche
indicazioni programmatiche concrete e si guarda bene dal rinunciare a priori
agli strumenti tradizionali, politici, militari ed economici, della politica
estera di una superpotenza. Tuttavia, lo sguardo rivolto a un nuovo ordine
mondiale più giusto e stabile, partecipato e non imposto, non annuncia per
nulla un' America remissiva. Gli aspetti visionari di Jimmy Carter, cari alla
componente liberal, sono collocati in una solida struttura politica
programmatica in cui la diplomazia ha un ruolo primario nel perseguimento della
stabilità e in essa del ruolo degli Stati Uniti. Anzi, se colpisce la sordina
messa all' eccezionalismo e alle sue conseguenze, come la guerra preventiva o
il linguaggio aggressivo, gli "Stati-canaglia" e il " régime
change ", Obama riafferma con forza il perdurante intendimento americano
di esercitare la leadership globale e di mantenere un efficace apparato
militare, ma vede la guerra e l' unilateralismo come ultimo rimedio quando la
politica e la dissuasione abbiano fallito. Ferdinando Salleo, LR 6
La Giornata Mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile
ROMA - Mercoledì 9
giugno alle ore 16.00, alla Farnesina, il ministro degli Affari Esteri, Franco
Frattini terrà una conferenza in occasione della Giornata Mondiale contro lo
sfruttamento del lavoro minorile (12 giugno 2010) per rilanciare l’attenzione e
l’impegno a favore dei diritti dei minori, settore in cui l’Italia e’ da sempre
attivamente impegnata.
All’evento,
promosso dal ministero Affari Esteri insieme al Cesvi, parteciperanno, tra gli
altri, il direttore della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo,
Elisabetta Belloni, il Presidente del CESVI, Giangi Milesi, ai rappresentanti
locali di Ilo e Unicef e del coordinamento Per i Diritti dell’Infanzia e
dell’Adolescenza (Pidida).
Durante la
conferenza stampa saranno presentati gli ultimi dati dell’ultimo rapporto ILO
sul lavoro minorile, "Accelerating action against child labour",
secondo cui nel mondo ci sono circa 215 milioni di minori sfruttati di età
compresa tra 5-17 anni: il 60% di essi è impiegato nel settore agricolo, mentre
sono 115 milioni i bambini assoggettati alle peggiori forme di sfruttamento:
dalla schiavitù alla prostituzione, fino alla drammatica realtà dei bambini
soldato (se ne calcolano circa 250.000 in tutto il mondo).
In occasione della
conferenza sarà possibile visitare la mostra fotografica "Workers. Storie
di infanzia negata" di Cristina Francesconi, 25 foto sulla realtà dello
sfruttamento del lavoro promossa nel quadro della campagna internazionale
"SCL – Stop Child Labour – School is the best place to work" e con la
collaborazione della Commissione Europea. La mostra, che sarà presente alla
Farnesina fino al 17 giugno, è già stata presentata in diversi Paesi europei e
località italiane, con lo scopo di coinvolgere e sensibilizzare giovani,
imprese e tutti gli attori impegnati in attività ad elevato contenuto sociale,
nell’ambito della lotta contro lo sfruttamento minorile e della tutela del
diritto all’educazione. (aise)
Marea nera. Servirà la lezione? Per una nuova cultura, una nuova norma, una
nuova industria
Tutti concordano a
dire che si tratti del maggiore incidente ambientale nella storia degli Stati
Uniti. Ma col passare dei giorni il disastro petrolifero del Golfo del Messico
esce dalla dimensione nazionale per diventare uno degli episodi più gravi nella
storia dei rapporti dell'uomo con il creato. Al di là di inutili allarmismi, è
evidente a tutti che senza un intervento risolutivo la situazione si aggrava
quotidianamente, con conseguenze per ora assai poco calcolabili su flora e
fauna marina, sulle condizioni delle coste e, potenzialmente, sull'equilibrio
biologico di zone anche molto lontane dalla Louisiana. L'incidente alla
piattaforma petrolifera della British Petroleum (Bp) è infatti accaduto nelle
acque interessate dalla Corrente del Golfo, che ogni anno si muovono
nell'Atlantico a portare nel Nord Europa salmoni, ma soprattutto calore.
Nessuno sa davvero quale impatto si potrà determinare se la fuoriuscita del
greggio continuerà. Né lasciano tranquilli le soluzioni drastiche, come la
proposta russa d'intervenire con un'esplosione nucleare, per sciogliere parte
della crosta terreste e cristallizzarla tappando definitivamente il foro
attuale.
Di fronte a questa
storia di umana mediocrità sorgono due considerazioni immediate. La prima
riguarda le attenzioni verso l'ambiente. Negli ultimi anni se ne è parlato
sempre di più, ma quando dalle considerazioni teoriche occorre passare alle
scelte concrete è difficile trovare intese comuni. Lo ha dimostrato in modo
evidente l'insuccesso della recente Conferenza internazionale di Copenhagen.
L'attività umana, senza una responsabile concertazione, rischia di
compromettere la Terra: abbiamo una responsabilità verso le generazioni future.
Questo significa che occorre con rigore porsi il problema della governance non solo
ambientale ma industriale. Non possiamo continuare a non interrogarci su che
cosa produciamo, come, dove e per chi. La soluzione prevalente nelle
istituzioni internazionali e nei governi lascia fare al mercato, limitandosi ad
usare qualche incentivo che premi le buone pratiche. Gli incentivi non bastano.
Anzi, rischiano di legittimare l'irresponsabilità: pago quindi posso inquinare.
Se non si rendono obbligatori i comportamenti che riducono l'impatto
inquinante, nessuno che si muova in una logica di profitto si farà carico di
maggiori costi per tecnologie più pulite. E se non si accompagnano le norme con
una forte azione culturale ed educativa, la legge rimarrà riferimento da
aggirare, anziché norma condivisa che orienta eticamente i comportamenti.
La seconda
considerazione concerne le multinazionali. La British Petroleum è un colosso
dell'industria petrolifera, una delle più grandi e ricche società del mondo. Il
suo bilancio è largamente superiore a quello di molti Paesi del Sud. Di fronte
a questo disastro sta tentando d'intervenire, speriamo con efficacia. Obama ha
dichiarato subito che sarà la Bp a pagare. Ma la società britannica, per quanto
grande, è in grado di risarcire i danni creati? Quanto vale una spiaggia
rovinata? Quanto vale il metabolismo degli essere viventi colpiti dal greggio,
che in parte moriranno e in parte sopravvivranno con minori capacità di rendere
il mare quello straordinario e insostituibile filtro attivo del pianeta che è
oggi? Quanto vale un'atomica dei russi? Quanto valgono le conseguenze delle
radiazioni che si diffonderanno… Ci spostiamo su un campo in cui non esistono
regole, parametri e abitudini acquisite. Diventa chiaro che non è più materia
per imprese, ma per le comunità, per lo Stato. Ci si chiede se è ammissibile che
società private possano gestire in autonomia responsabilità cosi grandi, da
determinare, in caso di errori, conseguenze su generazioni.
È possibile
apparire retorici o sognatori con domande di questo tipo. I più
"seri" guardano ad altro: a quanto tempo sarà necessario per attivare
una piattaforma nuova, ai dettagli dei contratti assicurativi per vedere come
scaricare sulle società di assicurazione il costo dell'incidente, a come
profittare del calo di popolarità di Obama-Superman incapace di risolvere l'incidente.
Ma è davvero serio agire così? Cambiare si può. Si possono promuovere in modo
diverso le energie alternative, come l'eolica, la solare e l'idrica, e
sostenere gli interventi di risparmio energetico (in Italia sono buoni gli
incentivi per gli impianti solari ma farraginosi e fastidiosamente regressivi
quelli per il risparmio energetico). Accanto a questo si può rivedere
completamente a livello mondiale il sistema di concessioni per le estrazioni,
sia dal punto di vista tecnico, sia da quello fiscale, perché chi usa una
risorsa che è nei fatti pubblica lo faccia davvero nell'interesse comune e non
solo in ragione del proprio portafoglio. Gli abitanti della Louisiana,
purtroppo, hanno imparato dai fatti che cosa è prioritario. Dobbiamo impararlo
anche noi: le loro spiagge sono le nostre spiagge.
Riccardo Moro Sir
Se è possibile
mischiare cose che si muovono fra cielo e terra senza irriverenza, si potrebbe
dire che il Santo Padre ieri si è espresso sul Medio Oriente come un
democratico americano. Usiamo questa formula non per sminuire il discorso di
Benedetto XVI, ma per sottolineare con chiarezza quanto di nuovo ci sembra sia
emerso dal discorso con cui ha detto addio a Cipro, e dal documento che prepara
il Sinodo sul Medio Oriente che si terrà a Roma in ottobre.
La frase che
certamente ha avuto più impatto, anche emotivo, riguarda la chiara definizione
di responsabilità di Israele: «L’occupazione di Israele dei territori
palestinesi sta creando difficoltà nella vita di tutti i giorni, impedendo la
libertà di movimento, della vita economica e religiosa», ha detto il Papa,
definendola «un’ingiustizia politica imposta ai palestinesi».
Ma è davvero
questa una drastica presa di posizione? In realtà su Israele il Vaticano non ha
mai avuto toni teneri. Basta riandare con la mente agli interventi pubblici
della Chiesa di Roma in merito alla invasione di Gaza da parte di Israele nel
2008.
Più rilevante pare
oggi una precisazione che sottolinea la gravità dell’occupazione: un atto, dice
Benedetto XVI, «che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche».
Il riferimento è fra i più duri, e coinvolge quell’enorme movimento di
neo-evangelici (in Usa alcuni ne contano 50 milioni) che giustificano con il
percorso della fine della storia, l’esistenza di Israele, e militano al suo
fianco. È un fenomeno molto conosciuto negli Stati Uniti, che ha avuto il volto
soprattutto del predicatore Jerry Falwell, uomo noto per il suo radicalismo
repubblicano.
Forse qui troviamo
una chiave di volta del discorso del Papa. Forse è proprio la condanna di ogni
estremismo, in qualunque religione, o meglio l’uso della religione come
giustificazione di estremismo politico, ad essere il filo che percorre
l’intervento di Benedetto XVI.
Meno risalto hanno
avuto ieri le sue parole sul mondo arabo, ma non sono state meno forti. Se la
relazione con gli ebrei è stata definita «essenziale, benché non facile»,
quelle «tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso, difficili», ha detto
il Papa. E ha introdotto una ragione di distanza fra mondo musulmano e visione
cristiana di natura politica oltre che religiosa: «Soprattutto per il fatto che
i musulmani non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i
cristiani nella situazione delicata di non-cittadini». Un taglio netto, e di
profonda inconciliabilità, attuato intorno all’idea di cittadinanza, e che in
maniera elegante parla dell’essenza di una dittatura.
Benedetto XVI,
dunque, ieri non ha risparmiato critiche a nessuno dei protagonismi radicali in
Medio Oriente: che sia l’esercizio delle armi di Israele, o il
giustificazionismo in nome del Vangelo, o le dittature arabe.
In questo senso la
denuncia che ha fatto della precarietà e delle responsabilità mediorientali,
non si riferisce solo al governo di Gerusalemme: «Da decenni, la mancata
risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto
internazionale e dei diritti umani, e l’egoismo delle grandi potenze hanno
destabilizzato l’equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una
violenza che rischia di gettarle nella disperazione». In questo senso, nella
sua posizione si avverte quella di Obama: la novità che agisce oggi in Medio
Oriente, e che è all’origine di molte delle tensioni, è proprio il cambiamento
di lettura che vi ha portato il Presidente Usa. Con il suo discorso del Cairo
agli arabi, Obama ha spostato lui stesso l’accento dalla ragione di questo o
quello Stato, alle ragioni della cittadinanza: diritti umani, diritti civili,
libertà, benessere, ovunque essi vengano violati. Un discorso che certamente ha
in parte allontanato gli Usa dal loro ruolo di difensori senza se e senza ma di
Israele, che però ha il merito di poter suonare la stessa campana dappertutto,
e in tutte le orecchie. Dalla diplomazia, alla società civile, si direbbe in
gergo europeo.
Interessante è
dunque che anche il Papa abbia parlato di cittadinanza da recuperare, nel senso
dei valori di individuo e di libertà innanzitutto. Benedetto XVI si riferisce
ai cristiani. Sappiamo qual è la sua preoccupazione su questo tema alla luce
delle persecuzioni che i cristiani subiscono in tutti i Paesi arabi, certo non
solo a Gaza o nei Territori ex Occupati della Cisgiordania. L’uccisione in
Turchia di padre Padovese è ancora nella testa di tutti. La richiesta ai
cristiani di diventare il metro di misura dei diritti di tutti è, in effetti,
la scelta anche da parte del Santo Padre di puntare sul protagonismo della
società civile prima ancora che sui grandi accordi internazionali.
Fin qui l’analisi
razionale delle parole. Ma c’è un aspetto emotivo negli interventi - e anche
questo va valutato. È indubbio che l’intervento papale è risuonato soprattutto
per le affermazioni su Israele. Ed è indubbio che questa eco c’è stata a causa
del massacro di pacifisti sulle navi dirette a Gaza. La nostra percezione, in
questo senso, più che delle posizioni del Vaticano, ci racconta quanto forte
sia in questo momento il sentimento nell’opinione pubblica contro Israele. LUCIA ANNUNZIATA LS 7
Caso Restivo: un’opportunità per riflettere sul ruolo genitoriale
In questi ultimi
tempi, giustamente, un fatto di cronaca sta sollevando sincere espressioni di
indolenza da parte di cittadini che sentono se stessi ed i propri figli esposti
a pericoli facilmente evitabili se, vien da dire, ogni genitore prendesse
seriamente il suo ruolo e si rendesse conto della responsabilità che esso
implica anche nei confronti dell’intera società.
Va da sé che una
tale riflessione dovrebbe convergere in un radicale cambiamento di prospettiva
anche da parte politica, che dovrebbe, come si fa in certi Paesi, tutelare e
riconoscere anche in termini economici il ruolo, i pesi, la fatica e le
implicazioni che mettere al mondo e, soprattutto crescere, figli oggi significa.
Inutile raccontarci che i figli si fanno “per egoismo”: il calo delle nascite
creerà un impatto terribile tra qualche anno sul bilancio e su tanti altri
aspetti della società e della cultura occidentali. Ben venga, si potrebbe
aggiungere: anche noi siamo venuti fuori dal calderone medievale!
Comunque,
francamente è facile, davanti a casi come quello tornato attualissimo di
Potenza, accusare solo e semplicemente la limitatezza delle vedute di genitori
che, pensando solo a salvare il proprio figlio dalla prigione ed il buon nome
della propria famiglia, hanno cercato di sviare prove ed indagini, macchiandosi
della responsabilità morale di altri delitti perpetuati da un ragazzo
evidentemente sin dall’età infantile segnalatosi come “strano”. Intendiamoci, io
sono la prima a reputare tali genitori di fatto responsabili. Però, quando si
accusa, si deve anche saper essere coerenti con i propri giudizi, usando la
stessa misura utilizzata per vicini di casa e fatti di cronaca anche su di noi
e sui nostri figli: questa si chiama “maturità morale”.
Sorge l’urgenza di
una riflessione: sono davvero i genitori serenamente liberi di esprimere i loro
dubbi con chi è impiegato per ascoltarli, rispondere e dare loro una mano?
Io vorrei
denunciare un atteggiamento che da molte scuole a molti operatori dei servizi
sociali rende di fatto un genitore estremamente confuso ed imbarazzato
nell’ammettere perplessità nei confronti di atteggiamenti del proprio figlio/a.
Innanzi tutto, la mera questione del linguaggio spesso utilizzato di rimando,
come riscontro “professionalmente obiettivo” da molti di questi signori (e
signore), che definisce con grande disinvoltura “deviante” ogni comportamento
considerato fuori norma e “disabile” ogni ritardo o manchevolezza di alcune
competenze, a dispetto di ogni teoria sulle cosiddette “intelligenze multiple”
e su quelle legate alle più recenti scoperte sulla crescita del cervello degli
adolescenti. Tali definizioni disarmano qualsiasi genitore non preparato a
sentire il problema del figlio subito classificato e definito così!....
Mi chiedo dunque
come mai nei concorsi impostati per dirigenti scolastici, operatori sociali,
personale docente, eccetera non sembra siano considerate competenze più legate
alla cosiddetta “sensibilità umana”: un tipo di sensibilità che contempla quel
tipo di sensibilità ed intuizione psico-pedagogica che l’utenza (famiglie e
minori) avrebbero senz’altro il pieno diritto di aspettarsi i certi uffici.
Possibile che una tale competenza fondamentale in ogni tipo di servizio sociale
sia semplicemente lasciata “a discrezione” dell’operatore, senza supervisione,
aggiornamento, capacità di revisione?
Per spiegarmi
meglio, è giusto ed è vero che nei testi di studio noi educatori o personale
educativo in genere ci troviamo di fronte ad una certa terminologia, che è
settoriale ed è legata a certi, determinati contesto. Se “intelligere”
significa fare opportune distinzioni e classificare in modo flessibile a
seconda della situazione concreta – e fare un colloquio con un genitore non è chiaramente
dare prova di sé come si fa durante un esame, in un convegno o in un workshop –
è “intelligente”, ossia competente rispetto al suo ruolo, quell’operatore che
adatterà i termini ed il linguaggio alle circostanze ed ai suoi interlocutori,
poiché la mancanza di elasticità mentale e di sensibilità non può essere
adagiata su certe poltrone. E perciò, di fronte ad un bambino che mostra
difficoltà di adattamento al contesto scolastico (di integrazione con i
compagni espressa con atteggiamenti gratuitamente aggressivi o con un’eccessiva
tendenza all’isolamento – che, anche se non disturba gli insegnanti, dovrebbe
da loro essere rilevato e tenuto sott’occhio; di disattenzione eccetera…), il
personale dovrà riflettere bene su come esporre la cosa alla famiglia, al fine
di aiutare il minore, e non di “giudicarlo”. Il discorso sarà costruito in modo
da evitare accuratamente termini che la psicologia più banale insegna avere il
potere di mettere subito sulla difensiva la famiglia, impedendo l’ascolto
sereno ed obiettivo al problema. L’aver poi a che fare con genitori “che non
capiscono il messaggio” non può essere considerato semplicemente una mancanza
di maturità, responsabilità ed obiettività della famiglia… Vorrei a tale
proposito ricordare quanto gli antichi oratori curassero i loro discorsi
pubblici lasciando pochissimo al caso ed all’improvvisazione: se studiare per
certe carriere serve a qualcosa, ebbene, sia rivalutata anche la lezione
dell’antica oratoria, ossia la consapevolezza, evidentemente più lucida negli
antichi che in alcuni di noi e dei nostri corsi accademici, che la parola ed il
gesto hanno una potenza di impatto e di persuasione, che deve essere
sapientemente calibrata secondo i contesti…. Cesare, Cicerone, Marco Antonio,
per nominare tre dei nomi più illustri, insegnano…
Che le parole che
usiamo, il tono che scegliamo, il nostro “linguaggio corporale” (body language)
abbiano dunque impatto sulla reazione di chi ci ascolta secondo il noto schema
stimolo-risposta dovrebbero essere concetti acquisiti per chi si occupa dei
colloqui con i genitori - già solo il fatto di essere richiamati in presidenza
o di dover ascoltare il parere di uno specialista mette un genitore in una
posizione di altissima vulnerabilità, facilmente traducibile in sua chiusura
totale e perdita di fiducia. Come si fa a non poter denunciare queste
incompetenze professionali che tanto impatto avranno sulla vita di ragazzi
aventi difficoltà?
Perché, se la
scuola parla di tali ragazzi già a priori come “devianti” e/o “disabili”, è
chiaro che i genitori tenderanno a difendere i propri figli, sminuendo, per
disperata quanto deleteria compensazione, il significato di piccoli segnali
che, abbandonati i ragazzi alla solitudine dell’incomprensione, del giudizio e
di una difesa che si fa cieca e sorda, sono destinati a diventare muri
potenzialmente sempre più difficili da superare… Perché tanta ignoranza? Perché
tanta pazienza a mantenere al loro posto persone incapaci di rispondere alle
delicatissime responsabilità del loro ruolo?
Cristina Rocchetto
(consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press
Troppi minorenni spariscono nel nulla
Qualcuno per
allontanarsi dalla famiglia. Ma sono migliaia i rapiti per pedofilia,
prostituzione, mercato degli organi, accattonaggio
Tra le tante notizie di cronaca che
denunciano la progressiva perdita dei valori etici ed umani, una è
particolarmente sconvolgente: sembra infatti che siano in costante aumento i
bambini che spariscono nel nulla e che, solo in Italia e nei primi 5 mesi del
corrente anno, siano 222 quelli dei quali si è persa la traccia. A stare ai
dati forniti il 25 maggio scorso (Giornata internazionale dei bambini
scomparsi) da Telefono Azzurro, sono 2.492 i minorenni, italiani e stranieri,
spariti in Italia dal 2005 al 2009: dato allarmante se si pensa che, nelle
statistiche, non sono computati quelli diventati nel frattempo maggiorenni.
Secondo il ministro Maroni sono 10.267 i casi registrati dal 1974 al 2009,
1.810 dei quali riguardanti Italiani: tra gli altri, Emanuela Orlandi, Angela
Celentano, Denise Pipitone e i due fratelli Pappalardi. Peggiore la situazione
degli stranieri: non si sa più niente di circa 400 ragazzini sui 1320 approdati
(nel 2009) a Lampedusa (cifre fornite da Maroni). Forse rapiti e poi venduti
per traffici d’organi, per prostituzione o schiavitù. I dati provenienti
dall'America sono ancora più inquietanti: là pare che ne spariscono 2000 al giorno.
Un fenomeno diffuso in tutto il mondo con
entità numeriche agghiaccianti. Certo, almeno nel nostro Paese, l’80% degli
scomparsi, prima o poi, ritorna a casa. Ma rimane quel 20% di casi irrisolti:
un dramma, per i genitori, superiore al lutto che, almeno per i credenti, è
lenito dall’accettazione della volontà di Dio; una tragedia su cui spesso cade
il silenzio; motivata da svariate cause, dall'allontanamento volontario da casa
al rapimento effettuato da un genitore che, in conflitto con il coniuge, fa
perdere le proprie tracce e quelle del figlio; dalla riduzione in schiavitù al
traffico di organi; dalla pedofilia al sequestro per scopo di estorsione. A
volte, dietro la scomparsa di un bambino, c’è un individuo che ne abusa e poi
l’uccide; altre volte, invece, lo tiene segregato per decenni, salvo decretarne
la morte, quando non serve più.
Motivazioni, queste, che variano da Paese a
Paese, spesso determinate dalla prospettiva di facili guadagni. La rapina per
pedofilia in Italia, per esempio, è praticamente inesistente. In Europa, il
caso più drammatico e scandaloso si è registrato nel Belgio ove Marc Dutroux,
pedofilo assassino, aveva installato una vera e propria organizzazione che
rapiva, stuprava e ammazzava decine di minorenni. Diversa la situazione nel
resto del mondo dove centinaia di migliaia di bambini sono catturati ed immessi
nel circuito della prostituzione minorile, grazie anche a compiacenti agenzie
di viaggi che arrivano a offrire pacchetti turistici “tutto incluso”: la
Thailandia, le Filippine, il Brasile sono gli Stati ove l’immonda pratica è più
diffusa.
Invece, soprattutto in India ma pure altrove
(Nepal, Filippine, Pakistan, Afghanistan, alcuni Stati Africani e Cina), si
rapiscono i minorenni per venderne gli organi. Pare che a Bombay, su un
quotidiano locale, ci sia una rubrica fissa dove chiunque può chiedere un rene,
una cornea, un pezzo di cute. Fa la sua offerta, lascia il proprio gruppo
sanguigno e un recapito: spesso è contattato in poco tempo. Ne consegue che
centinaia di bambini di strada ogni anno subiscono l'espianto di alcuni organi
vitali. Poi, non se ne sa più nulla. In Italia, ove, per fortuna, tale
obbrobrio è quasi inesistente, vi sono però almeno 300 mila minorenni (dai 5 a
12 anni) sfruttati per il lavoro minorile o dagli zingari, per accattonaggio e
borseggio, da cui ricavano dai 500 ai 1000 euro al giorno. Nella Penisola in
vorticoso aumento, a causa dei matrimoni misti, anche il fenomeno dei figli
sottratti da uno dei genitori nelle liti per separazioni o divorzi. Altrove,
specialmente nei Paesi dell'Est europeo (Romania e Bulgaria) i bambini sono
venduti a coppie sterili che, invece di ricorrere all’adozione, comprano un
neonato, anche a costo di sborsare somme ingenti.
Fatti complessi e drammatici dei quali, a
stare a quanto affermato dall'associazione “Telefono Azzurro”, “è ancora
scarsamente percepita, in Italia, l'importanza”; perciò chiede “un intervento
sinergico tra istituzioni e associazioni”; e promuove l'attivazione di un
Centro Nazionale per i bambini scomparsi e sessualmente sfruttati. Pure il Capo
di Stato, Giorgio Napolitano, ha, in merito, affermato che occorre “intervenire
tempestivamente” e perfezionare “anche sul piano sanzionatorio tutte le misure
dirette a combattere ogni forma di violenza sui minori”. Per esempio, quelle
suggerite da Caterina Boschetti nel suo “Il libro nero dei bambini scomparsi”:
un numero verde per denunciarne la sparizione; una banca centrale degli obitori
e dei dati del dna; un fondo per le vittime e le loro famiglie, perché “anche
stampare volantini costa”.
Per ridurre tale drammatico andazzo si è
mossa pure l’Unione Europea che obbliga tutti gli Stati membri ad aderire,
entro il 25 maggio del 2011, al numero telefonico 116 000, linea diretta per i
bambini scomparsi già usata da 11 Paesi, compreso il nostro: facile da
ricordare, è attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Al quale andrebbe aggiunto,
come suggerisce il ministro della gioventù, Giorgia Meloni, l’obbligo di una
Carta d'identità riconosciuta anche ai più piccoli (in Italia i ragazzini fino
a 15 anni non possono averla), meglio se elettronica. Opportuno anche il
convegno organizzato da Telefono Azzurro per mettere a punto strategie di
contrasto di questo tragico problema e per combattere l’indifferenza con cui
spesso è vissuto dalla società. La quale evidentemente dimentica che ogni bimbo
sparito, maltrattato, abusato o ucciso toglie a tutti noi una cellula di
civiltà e di futuro.
Egidio Todeschini,
de.it.press
Ue: statali in pensione a 65 anni dal 2012. Sacconi: «Non c'è margine di
trattativa»
La Reding: le
donne che lavorano nel settore pubblico devono andare in pensione di vecchiaia
5 anni dopo - il ministro del lavoro:
possibile recepimento dello slittamento nella manovra
MILANO -
Trattativa che parte in salita. L'eta pensionabile di vecchiaia delle
dipendenti statali deve essere portata a 65 anni dai 60 attuali a partire dal
2012 e non più dal 2018 come prevedeva la normativa attuale. L'Unione Europea
insiste: «l'Italia deve applicare la sentenza della Corte di Giustizia Ue
sull'equiparazione dell'età pensionabile di donne e uomini del pubblico impiego
a 65 anni entro il 2012». Lo ha detto la commissaria alla Giustizia e diritti
civili, Viviane Reding, al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, durante un
incontro a Lussemburgo. «La commissaria - ha osservato il portavoce Mattew
Newman - capisce che l'Italia ha difficoltà ma deve applicare la sentenza della
Corte. Il cambiamento della legge può essere combinato con le misure di
consolidamento di bilancio del Governo», ha aggiunto riferendosi alla manovra
sui conti pubblici annunciata nei giorni scorsi. Al ministro Sacconi, la Reding
ha ricordato che «tutti gli Stati devono essere trattati allo stesso modo». La
Ue insiste dunque sul fatto che il periodo di transizione «deve essere breve.
La nuova legislazione deve entrare in vigore entro il 2012», ha concluso il
portavoce. Le norme messe a punto dal governo italiano e rigettate dalla
Commissione europea prevedevano di portare l'età pensionabile delle dipendenti
pubbliche da 60 a 65 anni entro il 2018. In questi ultimi giorni si stava
lavorando ad un compromesso che riduceva il periodo di transizione portandolo
al 2015.
SACCONI - Ma alla
luce di quanto dichiarato dalla Reding nessun compromesso sembra possibile e
anche Sacconi sembra rassegnato ad anticipare la completa entrata in vigore
della nuova normativa: «Sull'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel
pubblico impiego »non c'è alcuno spazio di trattativa con la Commissione
Europea»: ha detto Sacconi. A questo punto, ha aggiunto il ministro,
«decideremo giovedì in Consiglio dei Ministri cosa fare». Probabile che
l'innalzamento dell'età pensionabile dal primo gennaio 2012, così come chiede
la commissione Ue, entri nella manovra economica: «È questo il veicolo che
attualmente abbiamo a disposizione», ha sottolineato Sacconi. «Nel caso
l'Italia dovesse incappare in una procedura di infrazione sull'equiparazione a
65 anni dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego, le eventuali
sanzioni potrebbero arrivare a 714.000 euro per ogni giorno di ritardo
nell'adeguamento» ha concluso Sacconi. CdS 7
Mafia e politica. I politici non vogliono sapere
Vorrei tornare
sulle parole di Piero Grasso a proposito di mafia e politica, dette il 26
maggio a Firenze davanti alle vittime della strage dei Georgofili. L’intervista
rilasciata a Francesco La Licata dal Procuratore nazionale Antimafia chiarisce
infatti alcuni punti essenziali, e pone quesiti alla classe politica e a tutti
noi. La domanda che formula, implicita ma ineludibile, è questa: come funziona
la memoria collettiva in Italia? Come vengono sormontati i lutti, e vissuti i
fatti tragici, i mancati appuntamenti con la giustizia?
In questo giornale
ho cercato prime risposte, evocando la richiesta, formulata il 7-8-98, di
archiviazione dell’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi a Roma,
Firenze e Milano nel ‘93-94: richiesta firmata da Grasso assieme a quattro
magistrati, e accolta poi dal gip di Firenze. Nella richiesta era chiaro il
nesso fra Cosa Nostra e il soggetto politico nato dopo Tangentopoli (Forza
Italia), ma mancavano prove di un’”intesa preliminare”. Quell’atto mi parve più
esplicito di quanto detto dal procuratore il 26 maggio, e su tale differenza mi
sono interrogata. Ma l’interrogativo, più che Grasso, concerne in realtà i
politici, e tramite loro l’Italia intera: giornalisti, elettori, ministri ed ex
ministri di destra e sinistra.
Per chiarezza,
vorremmo citare i principali passaggi della richiesta di archiviazione e
confrontarli con quello che Grasso afferma oggi. Nella richiesta (da me
impropriamente chiamata “verbale”, domenica scorsa) è scritto: “Molteplici
(sono) gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e
il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima e in vista delle
consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema
contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della
criminalità organizzata”.
E ancora: il
rapporto tra i capimafia e gli indagati (Berlusconi e Dell'Utri, citati come
autore-1 e autore-2 e rappresentanti il nuovo “soggetto politico
imprenditoriale” in contatto con Cosa Nostra) “non ha mai cessato di
dimensionarsi (almeno in parte) sulle esigenze di Cosa Nostra, vale a dire
sulle esigenze di un’organizzazione criminale”. Il testo firmato da Grasso è
inedito, ma gli argomenti che esso contiene appaiono in documenti che la classe
politica conosce bene: il decreto di archiviazione dell’inchiesta di Firenze, e
quello che archivia la successiva inchiesta di Caltanissetta su Berlusconi,
Dell’Utri e le stragi di Capaci e via d’Amelio (3-5-02).
Il testo
sottoscritto da Grasso è pubblicato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in un
libro, “L’agenda nera”, che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere. Un ulteriore
dato, che comprova come la politica conosca da tempo l’essenziale: nel 2001 il
deputato Giuseppe Lumia, lasciando la presidenza della commissione antimafia,
lasciò anche le carte dell'inchiesta sui rapporti tra mafia, Berlusconi e
Dell'Utri (mafia e riciclaggio) che gli erano state inviate dalla procura di
Palermo.
Barbara Spinelli,
LS 6
In piazza contro i
tagli alla cultura e i bavagli alla libertà di stampa
«La cultura è un
diritto. La cultura è una risorsa». All'insegna di questo motto si apre la
manifestazione nazionale in piazza Navona a Roma contro i tagli alla cultura e
quelli alla lirica del decreto Bondi. Sulla città batte un sole rovente,
artisti, cittadini, tecnici stanno arrivando tra le bandiere dell'Arci, de
l'Unità, della Fials, dei lavoratori dell'Eti, dell'Idv. "Pieno sostegno a
questa mobilitazione. In Parlamento, nelle istituzioni, nel paese faremo il
possibile e l'impossibile per salvare la cultura", commenta Vittoria
Franco, senatrice del Pd. E in tutta Italia si sono tenute conferenze e si
svolgono manifestazioni simili.
«I primi tagli
pesanti sono arrivati a scuola e ricerca. Qui manca un progetto per un
investimento produttivo. L'unico progetto sembra essere: meno cittadini e più
sudditi». Così parla l'attore Giulio Scarpati (Sai), appena arrivato a piazza
Navona. «L'unica preoccupazione - prosegue Scarpati - è non disturbare chi
manovra. Invece noi cittadini dobbiamo entrare in tutte le decisioni e il
governo deve discutere con tutte le categorie. Non voglio legare 'tagli e
bavagli?. Chiedere sacrifici è importante, ma bisogna avere l'autorevolezza per
farlo». Mentre in piazza sfila il manifesto «Prima bruciavano i libri, ora
tocca ai teatri», parla alla stampa anche il regista Moni Ovadia. «Quello che
sta accadendo è un gravissimo attacco alla vita di questo Paese - dice - la
crisi è dappertutto, ma l'Italia è l'unica che taglia in maniera così indiscriminata.
Chi disinveste sulla cultura uccide l'economia e odia i
giovani».
Quella di Roma
doveva essere la manifestazione dei lavoratori delle fondazioni
lirico-sinfoniche contro il decreto Bondi ma l’iniziativa si è gonfiata fino a
esondare trascinando con sé il mondo della cultura e dell’informazione. Oltre
ai lavoratori dei teatri d’opera ci saranno anche quelli di cinema, teatro di
prosa, musica e danza in generale, insieme agli autori, gli istituti culturali,
la Federazione nazionale stampa italiana, Articolo 21 e Usigrai. Lo slogan
quindi si è ampliato «contro i tagli e contro i bavagli», e sempre oggi il Pd
lancia una giornata di sensibilizzazione sui temi della cultura e
dell’informazione in una decina di città italiane. Anche se le due iniziative
sono diverse, che ci fanno teatranti, cinematografari, giornalisti, archeologi,
musici, scrittori tutti assieme?
«Bisogna dire che
purtroppo il governo ci ha dato una mano scoprendo le carte –spiega Silvano
Conti della Slc-Cgil–: il disegno è scardinare tutta la cultura pubblica in
Italia. Si colpiscono i teatri lirici, si chiudono o definanziano gli istituti
di cultura, quelli di ricerca, i musei e nello stesso momento si tenta di
oscurare i mezzi di informazione e si taglia scuola, università, ricerca». La
Slc-Cgil, con gli altri sindacati di categoria, era stata tra le promotrici di
questa manifestazione contro il decreto Bondi, che sta seguendo l’iter di
conversione in legge e che vuole trasformare i grandi teatri lirici, come la
Scala, il Maggio Fiorentino, il San Carlo di Napoli in teatri di provincia. Il
decreto che dava la colpa dei deficit dei nostri teatri lirici ai lavoratori,
paradossalmente ha evidenziato come a mettere in ginocchio non solo la lirica
ma tutto il settore cultura siano proprio i tagli ai finanziamenti dello stato
alle attività culturali, tra i più magri d’Europa: per il 2011 per tutto lo
spettacolo, compresi circhi, spettacoli viaggianti, teatro, musica danza e
cinema sono previsti 311 milioni, la Francia solo per l’Opéra de Paris stanzia
oltre 100 milioni di euro. Tuttavia la primavera è stata teatro di una
offensiva governativa a tutto campo: pochi giorni dopo il decreto sulle
fondazioni è arrivata la legge sulle intercettazioni telefoniche, che colpisce
sia la libertà di stampa che quella di indagine. Infine con la manovra firmata
dal ministro Giulio Tremonti la scure è calata sugli istituti di cultura, da
quelli intitolati a Gramsci e De Gasperi fino a quello intitolato a Craxi, per
non parlare della Stazione biologica di Napoli, l’Eti o la Quadriennale di Arte
Contemporanea di Roma il cui presidente Gino Agnese, intellettuale di destra,
ha chiesto le dimissioni del ministro Bondi.
I tagli alle
attività culturali sono mascherati dietro l’emergenza della crisi, ma in realtà
fin dalla prima vittoria elettorale del 1994, i governi di Berlusconi hanno
sempre e incondizionatamente fatto tagli al settore di cultura, scuola,
università e ricerca. E lo hanno fatto al di là della congiuntura economica.
«C’è un filo nero che collega questi tagli e decreti contro la cultura alla
legge sulle intercettazioni –spiega Giuseppe Giulietti portavoce di Articolo 21
del gruppo misto della Camera–: è il tentativo di oscurare la coscienza e la
conoscenza. Un oscuramento etico e culturale prelude alla vera macelleria
sociale. Domani la Fnsi ha indetto una manifestazione davanti a Montecitorio
con i comitati di redazione di tutte le testate italiane. A questa reazione
degli oscurati, siano giornalisti o esponenti della cultura, deve seguire il
coinvolgimento degli oscurandi, cioè di tutti i cittadini». Nasce così la
proposta di una manifestazione nazionale lanciata ieri dallo stesso Giulietti e
da Vincenzo Vita del Pd.
Sul palco
allestito a piazza Navona sono previsti interventi di Carla Fracci, Emilio
Miceli (Cgil), gli attori Fabrizio Gifuni e Valerio Mastrandrea in difesa
dell'Eti, i registi Mario Monicelli, Domenico Starnone, e Daniele Luchetti,
Roberto Natale (Fnsi), le scrittrici Dacia Maraini e Mariolina Venezia. L’U 7
C'è qualcosa che
lega insieme l'attacco di Berlusconi a Repubblica, durante l'ultima puntata di
Ballarò, (dopo che Massimo Giannini gli aveva ricordato le sue dichiarazioni di
sostegno agli evasori fiscali), le accuse all'Ipsos perché Nando Pagnoncelli
aveva semplicemente illustrato il suo calo di consensi nei sondaggi, e la legge
che vuole imbavagliare la stampa: è l'uso della menzogna come arte di governo,
per la paura - anzi il terrore - che il Premier prova
per la verità.
In due occasioni
il Presidente del Consiglio (2004 e 2008) aveva pubblicamente spiegato che
bisogna considerare "giustificabile" l'elusione o l'evasione quando
le tasse sono troppo alte (come in Italia), perché in questo caso l'evasione
"è in sintonia con l'intimo sentimento di moralità" del contribuente.
L'altra sera ha preferito dimenticarsene, negando platealmente la realtà, pur
di rientrare in qualche modo dentro la cornice di emergenza
economico-finanziaria disegnata dal suo ministro dell'Economia, che ormai lo
commissaria persino in tivù.
L'accusa all'Ipsos
e a Pagnoncelli è la conferma di una visione totalmente ideologica del Paese e
della politica, dove non c'è spazio per l'irruzione della verità e i sondaggi
che non certificano l'immutabilità perenne del consenso e del comando sono
automaticamente "fasulli": semplicemente perché non coincidono con
l'immagine che il leader ha di sé, e che lo specchio magico dei suoi
telegiornali gli restituisce ogni giorno, rassicurandolo nel controllo della
realtà.
Il rifiuto di ogni
contraddittorio, confermato da quel telefono riagganciato in diretta televisiva
dopo il diktat sovrano, è la prova di un arroccamento più impaurito che
arrogante, con il Premier ormai incapace di discutere e di accettare un
confronto. Si capisce perfettamente, dopo l'ultimo reality show berlusconiano,
la legge bavaglio: impediamo ai giornali di raccontare la realtà, così un'unica
verità di Stato verrà distribuita ai cittadini del più felice Paese del mondo. Ma
le bugie hanno le gambe corte, e il tempo dell'inganno è scaduto. EZIO
MAURO LR 3
Nel brutale e
sadico colpo mortale che ilgoverno ha inferto alla Cultura c’è qualcosa che
dovrebbe spaventare tutto il Paese. Mi riferisco non già alla riduttiva
concezione che la destra ha da sempre delle nostre bellezze naturali e del
nostro talento artistico, ma alla drammatica e lampante certezza di essere
governati da gente che non sa da quale parte andare.
I tagli alla cieca
sul budget dei Beni Culturali ci dicono che il governo non ha alcun progetto
teso al risanamento economico e sociale dell’Italia. Getta alle ortiche la sua
unica, vera, ricchezza, un tesoro che ci fa esistere nel mondo con rispetto e
grande
prestigio, ma non
ci dice perché. Ci dice che c’è la crisi e basta e che bisogna risparmiare dove
si può. E siccome della Cultura si può fare a meno, perché in fondo è un
passatempo, dalle sue casse si può togliere quasi tutto.
Nessun altro
governo in Europa, in questo periodo di crisi, ha mai pensato di mettere al
rogo risorse, come quelle culturali, che danno saldezza all’identità della
nazione e che rappresentano una insostituibile difesa contro le derive
depressive della crisi. Non solo, ma gli altri paesi civili hanno individuato
nelle ricchezze della Cultura un terreno su cui operare investimenti preziosi e
fruttuosi.
Il governo
Berlusconi non si è fatto scrupoli a decidere un tale sfacelo in quattro e
quattr’otto. Ha messo in ginocchio un settore così strategico e importante del
nostro Paese, insieme con l'esercito dei suoi operatori e lavoratori, senza
chiedersi come
“risparmiare” e
come inserirlo in un processo più vasto di riassesto produttivo generale. Gli
italiani, in questi giorni di lacrime e sangue, scoprono di vivere su una nave
senza timone, che va dove la portano le onde. Di là i miliardi intascati dai
corrotti del Palazzo, di qua precariato, cassa integrazione e licenziamenti.
Fino a ieri ci dicevano che la crisi era solo virtuale. Adesso ci dicono
l'opposto, che la crisi c’era anche prima e che «abbiamo scherzato». Se un governo
non è in grado di dare prospettive, di dirci dove sta andando e dove vuole
portarci, dovrebbe rassegnare le dimissioni. Berlusconi invece prende tempo e
mobilita, umiliandolo, il Parlamento per questioni relative ai suoi personali
interessi. È urgentissimo spegnere i fari su Alfano e accenderli sulle persone,
sulle categorie e sulle forze che sono in grado di elaborare un piano d’uscita
dalla crisi, serio e credibile. Le piazze cominciano a riempirsi di gente che
non si fa violentare. Adesso tocca agli operatori della Cultura, che non
difendono solo il loro lavoro, ma il prestigio e la dignità di tutto il Paese.
Sono offesi dalla superficialità e dal disprezzo con cui sono stati messi da
parte, quasi con un calcio nel sedere. Istituzioni gloriose e secolari, talenti
costruiti nel tempo, esperienze straordinarie che sono patrimonio dell'umanità,
vengono cancellati nel giro di poche ore, con un paio di telefonate, tra un
paio di ministri.
Ovviamente
incolti.
A fianco degli
artisti e dei lavoratori dello Spettacolo e della Cultura, dovrebbero far
sentire la loro voce tutti gli italiani, anche quelli che vivono di solo pane.
A causa dei tagli mortali alla Cultura, si rendono conto di essere governati da
chi ha solo idee confuse, da chi va avanti alla giornata. È questo che fa più
paura, al di là della porcata anticulturale e “ideologica” della destra al
governo. Vincenzo Cerami L’U 7
Federalismo tra egoismi e
solidarietà
I costi del
federalismo sono entrati con prepotenza nel dibattito pubblico. Spesso, però,
non è chiaro che cosa si intenda per federalismo: schematizzando un bel po’, se
ne possono distinguere due accezioni - una «egoista», l’altra «solidale» - con
riflessi diversi sulla spesa pubblica e sugli equilibri sociali.
Nel suo Rapporto
2010 la Fondazione Agnelli ha approfondito il caso dell’istruzione, che è una
delle materie prossime a passare in larga misura sotto la competenza regionale.
La decentralizzazione della scuola, proprio perché ora in fase di transizione,
bene illustra pregi e difetti delle diverse modalità federali.
Il primo tipo di
federalismo, che chiamiamo «egoista», punta a bloccare il trasferimento di
risorse finanziarie dal Nord al Sud, ritenendo che nella spesa pubblica del
Mezzogiorno si annidino sprechi e inefficienze. Man mano che lo Stato si ritira
per insufficienza di mezzi le Regioni più ricche e organizzate - Lombardia,
Veneto e, poi, Piemonte ed Emilia Romagna - si propongono per gestire in
proprio, oltre alla sanità, l’istruzione, i servizi sociali, la raccolta
fiscale e, domani chissà, anche la giustizia e l’ordine pubblico. La pretesa è
tutt’altro che infondata: perché i cittadini lombardi e veneti non dovrebbero
aspirare a livelli di servizio commisurati alla ricchezza che producono e della
miglior qualità europea? Alla lunga, però, questo «federalismo per abbandono»
finirebbe con l’accentuare i divari territoriali che già caratterizzano il
nostro Paese: quelli della scuola sono ben noti e particolarmente drammatici.
Peraltro, non
dimentichiamo che i trasferimenti al Sud sono stati molto ridotti a partire
dalla fine degli Anni Ottanta - come argomentato in un ampio studio della Banca
d’Italia di fine 2009 - e gli sprechi delle regioni meridionali sono assai meno
evidenti di quanto si ritenga comunemente, a cominciare dalla scuola stessa. A
questo va aggiunto il rischio che un decentramento anarchico produca oneri
significativi per le finanze pubbliche, sia a breve sia a lungo andare.
A breve, perché in
una fase di emergenza è molto più semplice tagliare la spesa pubblica dal
centro, agendo - come dimostra la recente manovra - in modo trasversale sui
vari capitoli, piuttosto che coordinare venti centri di spesa decentrati e
autonomi. Nella scuola, le riduzioni di spesa previste nella finanziaria del
2008 e descritte dal piano programmatico triennale del ministro Gelmini, giuste
o sbagliate che siano, hanno avuto efficacia immediata, con un esito stimabile
in 2,6 miliardi l’anno; difficilmente, le singole regioni potrebbero ottenere
risultati analoghi in tempi rapidi. A lungo andare, i costi del federalismo
«egoista» crescerebbero, perché è inevitabile che, quando ogni autonomia locale
agisce per proprio conto, si creino inutili doppioni: si pensi se un giorno
tutte le regioni si dotassero di una propria protezione civile o di un proprio
sistema di valutazione delle scuole.
La seconda nozione
di federalismo presente nel dibattito è quella «solidale», definita dal nuovo
Titolo V della Costituzione e dalla legge Calderoli. Si tratta di un complesso
tentativo di individuare e di responsabilizzare i diversi livelli di governo -
centrale, regionale, metropolitano, comunale - chiamati a fornire i servizi
pubblici, bilanciando l’esistenza di costi fissi, che spinge verso il centro, e
la maggior capacità di controllo locale, che spinge verso la periferia. Finora,
la principale esperienza di decentramento è stata quella della sanità, che ha
dato, con l’eccezione di poche regioni «devianti», risultati nel complesso
accettabili. Il federalismo solidale che si sta faticosamente cercando di
costruire da un decennio non comporta necessariamente maggiori costi rispetto a
una gestione centralistica della spesa pubblica; anzi, se si riuscisse a
individuare per ogni servizio il livello di governo ottimale, porterebbe
maggiore efficienza al sistema. Ma proprio questo è il punto dolente. In attesa
di conoscere le valutazioni sui costi del federalismo che il governo farà a
fine giugno, la discussione si è incagliata sui cosiddetti «livelli essenziali
delle prestazioni» dei vari servizi, che devono essere garantiti su tutto il
territorio nazionale, utilizzando il fondo di perequazione per le aree più
deboli. La definizione di questi livelli essenziali è molto esoterica e fino a
oggi esclusivamente giuridica, pur trattandosi in definitiva di persone e
risorse finanziarie da trasferire alle autonomie regionali e locali.
Una strada più
convincente sarebbe quella di individuare obiettivi di servizio che gli enti
territoriali devono conseguire, utilizzando gli strumenti che ritengono più
opportuni, e che lo Stato finanzia, verifica e, in caso di inadempienza da
parte delle Regioni, assume direttamente su di sé: nella scuola, ad esempio,
precisi e quantificabili obiettivi di riduzione degli abbandoni e di
miglioramento degli apprendimenti. In questo modo, il dibattito sul federalismo
si sposterebbe finalmente dalla sola considerazione dei costi dei servizi a
quella, a mio avviso assai più rilevante, dell’efficacia con cui questi vengono
garantiti nelle varie aree del Paese.
ANDREA GAVOSTO, Direttore
Fondazione Giovanni Agnelli LS 7
Terremoto. Onna, la Germania adotta la chiesa, in autunno la
ristrutturazione
A Roma siglato
l'accordo per restituire all'antico splendore San Pietro Apostolo, distrutta
dal terremoto del 6 aprile 2009. Il mondo cattolico giocherà un ruolo-chiave: a
definire le fasi del restauro saranno le diocesi di Rottenburg-Stoccarda e
dell'Aquila
di LAURA LARCAN
ROMA - Oltre ai
puntellamenti di legno che rischiano di marcire, per la preziosa chiesa di San
Pietro Apostolo di Onna, la frazione dell'Aquila martoriata dal terremoto del 6
aprile del 2009, si scrive un nuovo capitolo. Il monumento è stato oggi
ufficialmente adottato dalla Germania (tenendo fede alla promessa fatta in
occasione del G8 all'Aquila il luglio scorso) che finanzierà con 3,5 milioni di
euro il suo restauro, con attenzione specifica per l'aspetto filologico del
bene culturale, tra architettura originaria e apparati decorativi, compreso lo
straordinario affresco del '400 raffigurante una crocifissione, riemerso
inaspettatamente dalle macerie.
L'intervento, che
partirà in autunno e durerà almeno due anni - forse tre - è frutto dell'accordo
siglato oggi tra il ministero italiano per i Beni culturali e il ministero
federale dei Trasporti e Edilizia della Germania con la firma rispettivamente
del sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro e del ministro Peter
Ramsauer. La particolarità che emerge dall'accordo è che al fianco del commissario
delegato alla ricostruzione, del vicecommissario delegato per i Beni culturali
e delle soprintendenze specifiche del territorio aquilano, giocherà un ruolo
chiave il mondo cattolico, cioè le diocesi di Rottenburg-Stoccarda e
dell'Aquila. Nel dettaglio del documento, infatti, si evidenzia come dei 3,5
milioni di euro assicurati dal governo tedesco, 500mila sono assegnati alla
diocesi di Rottenburg-Stoccarda che in collaborazione sinergica con quella del
capoluogo abruzzese si occuperà di definire la fase preliminare dell'intervento
di restauro, mentre i 3milioni di euro sono assegnati al Mibac per l'esecuzione
dell'intervento previa gara europea per l'appalto dei lavori.
"Possiamo
dire che l'accordo segna un triangolo di interlocutori, un modello originale di
partecipazioni tra Chiesa, governo tedesco e italiano - commenta Giro - e
prevede due fasi: la prima è affidata alla Chiesa tedesca che con quella
dell'Aquila collaborerà a un'operazione di analisi del monumento per tracciare
le linee guida tecnico-scientifiche che ispireranno il progetto di restauro. E
poi la seconda fase, che riguarderà l'esecuzione concreta
dell'intervento". L'articolo 5 dell'accordo specifica che questa seconda
fase avverrà sotto la responsabilità del commissario delegato per la
ricostruzione o del vicecommissario per la tutela dei beni culturali, con
un'unità di lavoro da loro costituita, e che provvederà anche alla
realizzazione del concorso per l'assegnazione dell'appalto. Concorso che, come
avverte il sottosegretario Giro, sarà a carattere europeo.
Da notare che
l'articolo 6 dell'accordo prevede che l'inizio dei lavori, la loro fine e la
riapertura della chiesa dovranno essere "degnamente" celebrati da
entrambi i governi "Abbiamo mantenuto la promessa fatta un anno fa senza
eccessive burocratizzazioni - dichiara Ramsauer che stamattina ha fatto visita
a Onna - quanto ai tempi, si può ricostruire un monumento anche in modo
semplice per accelerare la conclusione, ma noi vogliamo che si faccia un lavoro
meticoloso sul piano filologico della chiesa, riportando alla luce tutti gli
elementi storici che la rendono preziosa. E questo comporta tempo".
"Perché questo impegno specifico per Onna? - continua il ministro - le
ragioni sono note, ma le voglio comunque ricordare", dice il ministro
tedesco rievocando la strage dell'11 giugno del '44 quando nel paese vennero
uccisi dai tedeschi diciassette civili, tra cui anche donne e bambini. "E'
il motivo che ci legittima a impegnarci concretamente per il progetto di
recupero di Onna", commenta Ramsauer. Un impegno che non si ferma solo
alla chiesa di San Pietro Apostolo, ma coinvolge anche il centro cittadino con
un finanziamento di 1,9 milioni di euro per la ristrutturazione e il piano
energetico. LR 4
Laura Benedetti,
un’aquilana verace, oggi a capo dell’Istituto di Italianistica della Georgetown
University di Washington ha organizzato un convegno sui problemi attuali
dell’Aquila e della sua popolazione, oggi impegnata tra memorie e prospettive
di ricostruzione nel futuro.
Il convegno si è
tenuto i 4 ed il 5 giugno presso l’ Auditorium “Elio Sericchi” della Carispaq.
I saluti delle autorità presenti, quello del Rettore della Georgetown
University, proiettato in inglese e letto in italiano dalla prof. Benedetti, e
gli interventi dei vari relatori hanno un punto comune, gli aquilani non
possono più permettersi di rimanere avvolti nei ricordi della città come era, è
ora di ripensarla e guardare al
futuro.Per ragioni di spazio sono costretta a
riportare in una breve sintesi le relazioni, ricche di spunti culturali,
etici ed umani, coordinate da Laura Benedetti.
Il primo intervento è stato di Luisa Adorno, scrittrice, che ha ricordato il terremoto del settembre 1950,
quando lei abitava con la famiglia la prefettura dell’Aquila. Allora dovettero
abbandonare la residenza e trasferirsi in una palazzina di Collemaggio, per
parecchi anni. Poi l’intervento del
professor Raffaele Colapietra che
ha esaminato la caduta di oggi e le sue conseguenze in un excursus storico
della vita e lo sviluppo della città. Ha paragonato la caduta di oggi al
momento in cui la città, che fin dalle origini aveva avuto una posizione
egemone rispetto al territorio trattando
da pari a pari con Napoli, perse il suo
contado nel 1530. Dopo il terremoto del
1915 furono edificati i quartieri della
villa e della fontana luminosa, allora (come dopo il terremoto del 1703) il
movimento di ripresa fu svolto dai cittadini rimasti in città e dai forestieri
arrivati in cerca di lavoro. Oggi la città, alla mercé di poteri estranei, è scomparsa, è un dato di fatto, essendo
venuta meno la coscienza comunitaria, il senso dello stare insieme. C’è stata
una interruzione, una frattura col passato, senza programmi e senza
prospettive, in una dannosa esposizione mediatica. Quindi la prima cosa per la
ripresa è il recupero dello stare
insieme, dei legami culturali con i borghi dei dintorni. Al termine della prima giornata del convegno c’è da segnalare
l’autorevole intervento del Prof. Umberto Villante, che ha indicato una via di
rinascita nello sviluppo di istituzioni culturali a carattere sia scientifico
che umanistico, con sedi di scuole internazionali e centri di studi avanzati,
realtà per cui l’Aquila ha già alcune
punte di eccellenza.
Il secondo giorno
si è aperto con la relazione della Prof. Anna Tozzi dell’Università dell’Aquila, che ha illustrato tutte le
soluzioni del post sisma adottate per spazi didattici, alloggi, viabilità,
segreterie, biblioteche, rapporti con
gli enti locali. Subito dopo la relazione della Prof. Maria Galli Stampini, che
ha parlato di politica, arte e letteratura a Venezia nel diciassettesimo
secolo, una piacevole parentesi che per un po’ ci ha distratti dalla nostra
catastrofe. Poi riprende questo
argomento il Prof. Bruno Carioti del Conservatorio “Alfredo Casella” dell’Aquila,
che comincia con una constatazione di bruciante attualità: le case non bastano,
perché la gente non mangia e dorme solamente, ma vive riconosciuta all’interno
di una comunità. Partendo da questa constatazione descrive l’attuale attività
del conservatorio, ospitato in una sede nuova ineccepibile per acustica e
spazi. Il conservatorio di oggi è
pensato come luogo aperto di aggregazione e ricostruzione del tessuto
sociale, pertanto in quest’ottica oggi
si pratica molto la musica d’insieme, per unire i ragazzi e dare loro una
identità culturale.
Affascinante la
relazione di Amara Lakhous, uno scrittore algerino, oggi cittadino italiano,
autore del libro “La Forza di Rincominciare” ed anche di uno da un intrigante
titolo in lingua originale “Come farsi allattare dalla lupa senza che ti
morda”. Ha paragonato la sua emigrazione dall’ Algeria come un grandissimo
terremoto dell’anima, causato dalla perdita della propria casa, ed ha
illustrato, con efficace semplicità, il processo di recupero della identità,
arricchita dall’esperienza dell’emigrazione.
Clara Sereni,
scrittrice e traduttrice, ci ha detto qualcosa su come “vivere nel terremoto”,
che significa accettare un mutamento profondo. La caduta è una catastrofe che
genera traumi e drammi, ma questi possono far crescere con la forza di volontà,
la solidarietà, la capacità di badare al cielo azzurro, non tutto è grigio.
Massimo Giuliani,
nato a L’Aquila, psicologo e psicoterapeuta
a Milano, ha illustrato un
aspetto nuovo di questa catastrofe, l’uso di internet da parte di tantissima gente, in un processo
orizzontale, non verticale, di diffusione dell’informazione, che ha prodotto un
quadro degli avvenimenti vivace e realistico, alternativo a quello ufficiale. Insomma
il territorio è entrato in internet, e l’internet è entrato nel territorio,
mettendo in luce che tutta la variegata situazione post sisma è stata ridotta a
problema edilizio, con la deportazione in massa della popolazione e la
costruzione di casette permanenti che hanno sfigurato la città, rispetto a cui
l’idea di gratitudine ed ingratitudine, che ha un carattere etico qualificante
le relazioni private, ha assunto una connotazione politica. Con l’O.U.T.
Facebook, Organizzatore Umano Tematico
si è realizzato un esperimento di aggregazione del flusso di voci che è
emerso dalla intelligenza collettiva, una storia nata da una polifonia di voci
narranti, con tanti punti di inizio. Ci augura lo psicologo di avere una
intelligenza ospitale verso il mondo, il coraggio di non voltarsi indietro, e con
immaginazione salvare la città futura.
Infine la
professoressa Luisa Nardecchia, vicepreside del Liceo Scientifico, ha narrato
alcuni avvenimenti di questo anno scolastico. Il punto più atteso dai ragazzi
presenti è stata la premiazione dei vincitori del concorso “L’Aquila 2019, il
disegno della città futura”, indetto in collaborazione con La città della
Gioia, onlus di Napoli. Sono risultati vincitori, per la fotografia Fabiola La
Chioma, per la narrativa Daniele Luciani, per la progettistica Federica Rovo ed
Eleonora Pace, per la saggistica Michela Ciocca e Fabrizia Di Stefano. Il primo premio assoluto a Maria Mercuro e Pier
Luigi Carducci per la progettazione di un memorial delle vittime del terremoto,
da situare in Piazzale P. Paoli, spazio nelle cui vicinanze ci sono stati tanti
morti.
Le giornate sono
state allietate da due concerti, uno eseguito dall’Ensemble Officina Musicale,
ed un altro dall’Ensemble del Dipartimento di Musica Antica del Conservatorio
dell’Aquila.
Per concludere
cito una osservazione di L. Benedetti, applaudita dal pubblico dei presenti, a
proposito del popolo delle carriole. La professoressa ha espresso sincera
meraviglia e rammarico per il modo come questi sono trattati in città. Ma perché far in modo che spariscano? Se c’è
della gente che vuole fare qualcosa per migliorare lo stato attuale della
città, perché non organizzarli e fare qualcosa di utile con loro? ad esempio
ripulire il parco del Forte Spagnolo, per restituirlo alla città dignitoso e
presentabile. Una cosa ovvia, la Benedetti si chiedeva se non fosse un pensiero
troppo americano. Ma sì, è un pensiero semplice, pragmatico ed utile alla
comunità, in breve, americano, onirico e surreale nel paese delle lungaggini
eterne, dell’ ideologia del fare che lascia disoccupati migliaia di giovani e
che, per far quadrare il bilancio, anziché combattere l’evasione fiscale più
alta del mondo occidentale dopo quella della Grecia, taglia fondi alla scuola,
alla ricerca, alla cultura ed alla
sanità.
Emanuela Medoro,
emedoro@gmail.com de.it.press
Aumentano i residenti in Italia, +0,5% ma sono tutti stranieri
Nel 2009
l'incremento della popolazione è dovuto esclusivamente alle migrazioni
dall'estero. Diminuiscono le nascite: figli di immigrati quasi 14 neonati su
100
ROMA - Dopo aver
superato la soglia dei 60 milioni nel 2008, i residenti in Italia continuano ad
aumentare, sempre grazie agli stranieri che hanno raggiunto il 7% della
popolazione. Diminuiscono invece le nascite (l'incidenza straniera sui nuovi
nati sfiori il 14%) e aumenta il numero degli anziani morti. Secondo i dati
diffusi oggi dall'Istat che ha presentato il bilancio demografico nazionale, al
31 dicembre del 2009 gli abitanti del Belpaese erano 60.340.328, con un
incremento di 295.260 unità (+0,5%) rispetto alla fine del 2008, incremento
dovuto esclusivamente alle migrazioni dall'estero. Le famiglie anagrafiche
erano 24 milioni e 905 mila; il numero medio di componenti per famiglia era
pari a 2,4 e stabile rispetto al 2008.
In crescita quota
di stranieri. La quota di stranieri sulla popolazione totale (individui
residenti) era nel 2009 del 7%, in crescita rispetto al 2008 (6,5 stranieri
ogni 100 residenti). L'incidenza della popolazione straniera è molto più
elevata in tutto il Centro-Nord (9,8% e 9,3% nel Nord-Est e nel Nord-Ovest,
9,0% nel Centro), rispetto al Mezzogiorno (dove la quota di stranieri residenti
è solo del 2,7%).
Saldo naturale
positivo al Sud. Sempre nel corso del 2009, dice l'Istat, sono nati 568.857
bambini (7.802 in meno rispetto al 2008, -1,4%) e sono morte 591.663 persone
(6.537 in più). Il saldo naturale dato dalla differenza tra nati e morti
risulta così negativo, pari a -22.806 unità, con un valore che rappresenta il
picco negativo dell'ultimo decennio (dopo quello del 2003, anno in cui la
mortalità toccò valori elevati per la forte calura estiva). Il saldo naturale è
positivo al Sud (soprattutto in Campania e Puglia), ma anche nel Lazio, nelle
due province autonome di Trento e Bolzano, in Veneto, Lombardia e Valle
d'Aosta.
Stranieri quasi 14
nenonati su 100. A livello nazionale si conferma la tendenza all'aumento delle
nascite già osservato negli ultimi anni: l'ammontare complessivo di nascite nel
2009 risulta, infatti, più elevato di quello dei 17 anni precedenti, con la
sola eccezione del 2008. Il relativo aumento delle nascite a livello nazionale,
rileva l'Istat, è da mettere in relazione alla maggior presenza straniera
regolare. Di pari passo con l'aumento di stranieri che vivono in Italia,
infatti, l'incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati
della popolazione residente è passata dall'1,7% al 13,6% del totale dei nati
vivi; in valori assoluti da poco più di 9 mila nati nel 1995 a più di 77 mila
nel 2009. In particolare, nelle regioni del Centro-Nord si registrano valori
percentuali di gran lunga superiori alla media nazionale. Peraltro, già da
diversi anni in queste aree del Paese, dove gli stranieri sono più numerosi e
gli insediamenti più stabili, il contributo degli stranieri alla natalità è
divenuto rilevante. Infatti, nelle due ripartizioni del Nord i bambini nati da
genitori stranieri sono circa il 20%; nelle regioni del Centro sono il 15%,
mentre nel Mezzogiorno soltanto il 3,6%.
Tasso di natalità.
Il tasso di natalità nel nostro Paese, calcola l'Istat, è pari al 9,5 per
mille; supera la media nazionale nella ripartizione del Nord-Est e varia da un
minimo di 7,6 nati per mille abitanti in Liguria al massimo di 10,4 per mille
nella provincia autonoma di Bolzano. L'aumento del numero dei nati determina un
aumento del numero medio di figli per donna, che per il 2009 si stima pari a
1,41 confermando la leggera ripresa degli ultimi anni (era 1,37 nel 2007).
Tasso di
mortalità. Quanto ai decessi, il numero, pari a 591.663, è superiore di 6.537
unità a quello del 2008. Il tasso di mortalità è però stabile, pari a 9,8 per
mille, ed è più elevato nelle regioni del Centro-Nord, tradizionalmente a più
forte invecchiamento. Al contrario di quanto avviene per la natalità, il peso
della popolazione straniera risulta irrilevante per la mortalità, a causa della
composizione per età particolarmente giovane rispetto alla popolazione
italiana.
Immigrati nelle
regioni del Centro. Sono le regioni del Centro Italia quelle che più attraggono
la popolazione immigrata, con un tasso pari al 9,7 mille; segue il Nord-Est
(8,8 per mille). Il Sud acquista popolazione a causa delle migrazioni con
l'estero, ma ne perde a causa delle migrazioni interne, con il risultato di un
tasso migratorio appena superiore all'1 per mille. A livello regionale,
l'Emilia-Romagna risulta essere la regione più ambita (11,8 per mille), seguita
dall'Umbria (10,2 per mille) e dal Lazio (10,0 per mille). Tra le regioni del
Mezzogiorno solo l'Abruzzo si stacca nettamente dalle altre con un tasso pari a
6,5 per mille.
Meno stranieri
iscritti all'anagrafe. Nel corso del 2009 sono state iscritte in anagrafe
442.940 persone provenienti dall'estero, numero inferiore di oltre 90mila unità
rispetto a quello del 2008. La significativa diminuzione del flusso di iscritti
dall'estero, che rimane comunque molto elevato, spiega l'Istat, è
prevalentemente imputabile al progressivo esaurimento dell'effetto
congiunturale indotto dall'allargamento dell'Ue del maggio 2007. In seguito
all'entrata nell'Unione, infatti, e al contestuale decreto sulla libera
circolazione e il soggiorno dei cittadini comunitari, un numero molto elevato
di cittadini neo-comunitari - in particolare romeni - si è avvalso della
possibilità di iscriversi nelle anagrafi italiane senza più l'obbligo di
esibire il permesso di soggiorno. Effetto che si è progressivamente affievolito
già nel corso del 2008 e ancor più del 2009.
Italiani
trasferiti all'estero. Le cancellazioni dalle anagrafi di persone residenti in
Italia trasferitesi all'estero ammontano a 80.597 unità. Tra i cancellati per
l'estero prevalgono gli italiani (circa il 60% del totale). Complessivamente,
il bilancio migratorio con l'estero, pari a +362.343, è dovuto a un saldo
fortemente positivo per gli stranieri, superiore a 370 mila unità, che compensa
il saldo lievemente negativo relativo alla sola componente italiana (-12 mila
unità circa). Il bilancio con l'estero risulta positivo per tutte le regioni e
il corrispondente tasso varia dal 2,2 per mille della Sardegna al 9,3 per mille
dell'Emilia Romagna, rispetto a una media nazionale del 6,0 per mille. Le
regioni del Nord (a eccezione della Valle d'Aosta, della provincia autonoma di
Bolzano e del Friuli Venezia Giulia) e del Centro presentano tassi migratori
con l'estero superiori alla media nazionale. Viceversa, tutte le regioni del
Mezzogiorno presentano valori ben inferiori a quello medio.
Tasso migratorio
interno. Nel corso del 2009 i trasferimenti di residenza interni hanno
coinvolto in Italia circa 1 milione e 350mila persone e, secondo un modello
migratorio ormai consolidato, sono caratterizzati prevalentemente da uno
spostamento di popolazione dalle regioni del Mezzogiorno (eccettuato l'Abruzzo)
a quelle del Nord e del Centro. Il tasso migratorio interno oscilla tra il -3,9
per mille della Basilicata e il 2,6 per mille della provincia autonoma di
Trento, seguito dal 2,5 per mille dell'Emilia-Romagna. Tuttavia, rispetto al
2008, si è registrato un apprezzabile flessione del numero di trasferimenti
interni, pari a circa 100 mila unità.
Cresce popolazione
grandi città. Tutti i grandi comuni del Nord e del Centro, con la sola
eccezione di Verona, si presentano in crescita, e in particolare Milano
(+9,1%), Firenze (+8,8%) e Roma (+7,1%), mentre tutti i grandi comuni del
Mezzogiorno presentano un decremento di popolazione: tra questi il più
sostenuto si verifica a Palermo (-5,1%). In tutti i grandi comuni il tasso di crescita
naturale è negativo, con la sola eccezione del capoluogo siciliano. Il tasso
migratorio interno è sempre negativo, a parte Bologna e Firenze che presentano
un tasso lievemente positivo (+0,6 per mille), a evidenziare un processo di
reinsediamento della popolazione che penalizza i grandi centri urbani, in
particolare Palermo (-7,1 per mille), Verona (-5,2 per mille) e Torino (-5,0
per mille). Si conferma una generale capacità di attrarre le migrazioni
dall'estero: il tasso migratorio estero risulta positivo in tutti i grandi
comuni, secondo il consueto gradiente Nord-Sud. In particolare, Firenze e
Milano presentano i tassi più elevati, ma in termini assoluti sono Roma e
Milano le mete dei più rilevanti flussi migratori dall'estero.
Quasi 25 milioni
di famiglie. Il 99,5% della popolazione residente in Italia vive in famiglie.
Le famiglie anagrafiche sono 24 milioni e 905 mila circa; il numero medio di
componenti per famiglia è pari a 2,4 e risulta stabile rispetto all'anno
precedente. Il valore minimo è di 2,0 e si rileva in Liguria, mentre il massimo
è di 2,8, riscontrato in Campania. Il restante 0,5% della popolazione, pari a
circa 320 mila abitanti, vive in convivenze anagrafiche (caserme, case di
riposo, carceri, conventi, eccetera). LR 7
La pluralità etnica porta molti vantaggi ma la strada per l’integrazione
non è facile
Festival
dell’Economia a Trento, con il professore Robert Putnam di Harvard che ha
aperto la serie degli incontri - Emigrazione e capitale sociale
TRENTO - Il primo
evento del Festival dell’Economia è stato affidato a Robert Putnam, docente di
Harvard, consigliere di numerosi presidenti americani e intellettuale tra i più
influenti al mondo. Introdotto dal direttore del “Sole 24 Ore” Gianni Riotta,
Putnam ha parlato della ricchezza di una società multietnica e pluralista, ma
anche di quanto lenta e faticosa sia la sua costruzione. Per favorire
l’integrazione - e trarne i maggiori benefici - è necessario decostruire
l’identità, cosa che gli Stati Uniti fanno da sempre per effetto delle diverse
ondate migratorie.
“Quando qualcuno guarda un film come ‘Gangs
of New York’, che si riferisce ai tempi delle grandi migrazioni negli Stati
Uniti, e poi lo confronta con una produzione più recente come ‘Gran Torino’,
può vedere quanto sia difficile il processo di integrazione – ha detto Riotta
nella sua introduzione - . Ma le migrazioni producono ricchezza
economica, producono benessere. Putnam si guarda bene dall’idealizzare le
società multietniche; fa quello che deve fare ogni studioso, le osserva, le
analizza. Ma ci dice anche che il cammino verso l’integrazione va percorso fino
in fondo.”
Putnam è partito definendo il raggio di
azione della sua analisi: la sfida dell’integrazione è la sfida dell’identità.
Ed è una sfida difficile , anche se produce grandi benefici. “Il concetto che
voglio affrontare per primo però è quello di capitale sociale – ha detto Putnam
- ; in sintesi, le reti sociali hanno un valore, innanzitutto per chi vive
all’interno di quella rete: la maggior parte delle persone in Italia come negli
Usa riescono a trovare lavoro più in virtù di chi conoscono che di quanto
conoscono. E non sto parlando di nepotismo, ma semplicemente di relazioni. Le
reti sociali però hanno un effetto anche sulle persone che stanno al di fuori
di esse. Reti di buon vicinato, ad esempio, generano ricadute positive in tutto
un quartiere, ad esempio contribuendo a tenere basso il livello della
criminalità. E anche se io non partecipo personalmente ai barbecue, nondimeno, vivendo
in quel quartiere, beneficio delle esternalità generate da tali reti amicali.”
Negli ultimi 15-20 anni le ricerche condotte
da Putnam hanno approfondito proprio le questioni relative al capitale sociale:
una delle evidenze emerse da questi studi, forse un po’ sorprendentemente, è
che persino la vita media si allunga laddove il capitale sociale è elevato e
viceversa l’isolamento sociale è basso. “L’isolamento è un fattore di rischio,
come il fumo”, ha chiosato, ironicamente ma non troppo, il professore
americano.
Vediamo ora come il capitale sociale è
influenzato dall’emigrazione e dalla diversità etnica.
“L’arrivo degli immigrati in America ha avuto
delle conseguenze sulla cucina, ad esempio; ma anche sulla creatività.
Moltissimi premi Nobel americani sono immigrati o figli di immigrati; lo stesso
vale per gli artisti. I gruppi di lavoro più pluralisti sono anche i più
creativi”.
Questi sono i benefici
dell’emigrazione. L’effetto prodotto dalle migrazioni sul capitale
sociale, invece, sembrerebbe essere scoraggiante. “Abbiamo studiato realtà
molto omogenee etnicamente e altre molto diversificate, come Los Angeles ma
anche piccoli centri con la stessa diversificazione etnica presente nella
metropoli. Il risultato è che quanto più una comunità è diversificata tanto più
bassa sembra essere la fiducia interetnica. Ma approfondendo la ricerca ci
siamo resi conto che la sfiducia, all’interno delle società etnicamente miste,
era generalizzata; si era cioè diffidenti non solo verso i componenti delle
altre etnie ma anche verso i vicini di casa, indipendentemente dalla loro
identità. Le persone, nelle società ‘miste’, tendono dunque a chiudersi nel
loro guscio. C’è una sorta di ‘effetto tartaruga’. Nelle società meno
diversificate, in maniera apparentemente paradossale, la possibilità di fare
amicizia con persone di un diverso gruppo etnico invece è più alta.”
Visti così, i risultati sarebbero, appunto,
scoraggianti, per quanto riguarda i vantaggi generati dalla società
multietnica. “Quando li abbiamo pubblicati le componenti più razziste della
società americana mi hanno pubblicamente lodato. E’ stato imbarazzante. Ciò che
mi interessa, però, è spiegare perché non bisogna fermarsi a queste
conclusioni, perché esse possono essere fuorvianti. Per farlo, devo affrontare
il tema dell’identità e di come l'identità possa essere continuamente
decostruita. Le identità etniche non sono naturali, sono costrutti sociali.
Negli Usa ad esempio usiamo certe categorie, come quella dei ‘latinos’, mentre
non distinguiamo in base alla provenienza da un certo paese piuttosto che da un
altro. In passato un matrimonio fra una irlandese e un italiano era considerato
un matrimonio ‘misto’. Oggi questa linea divisoria è caduta; una coppia del
genere non viene più giudicata ‘mista’, anche se i suoi componenti sono ancora
legati alle tradizioni dei paesi di riferimento. La considerazione
dell’identità, in questo caso, è cambiata, si è decostruita. Ed ancora: in
passato distinguere in base alla religione praticata era normale, oggi invece
in una classe di liceo ciò non ha più un grande significato. Ciò perché in
passato la regola culturale era cercare un partner della stessa religione, e
gli adolescenti si attenevano ad essa. Oggi molto meno; ognuno continua a
praticare la propria religione ma la religione in sé non è più una linea
divisoria, in quanto la ricerca del partner non tiene più in particolare conto
il fattore religioso.”
Insomma, quello di identità è un concetto
mobile, fluido. Possiamo cambiarlo per allargare le maglie della società e
promuovere l’integrazione fra gruppi diversi, progredendo per tappe, per passi
successivi. E il presidente Obama, presente nel titolo della relazione? “Obama
non solo è biologicamente una sintesi di diversi gruppi etnici, è anche una
persona che cerca dei nessi, delle cose che le persone possono avere in comune.
Obama rappresenta ciò che la società americana ha sempre fatto in passato,
superare gli ostacoli creati dalle differenze portate sul suolo statunitense
dalle successive ondate migratorie. Dobbiamo sforzarci, anche oggi, di creare
un nuovo concetto di 'noi', come abbiamo fatto molte volte nel nostro passato.
Il problema dell’integrazione delle diversità però non è risolto neanche negli
Usa: quando ci saremo riusciti, avremo trovato la chiave per trarre dal
pluralismo etnico e culturale solo i benefici.” (Inform)
I deputati del PD contro Mantica. “Gravi e inaccettabili” le affermazioni
sul blocco di Gaza
ROMA - "Questa vicenda si può classificare
come una voluta provocazione, (che) aveva un fine preciso, politico…Il
principio della rappresaglia israeliana è un principio conosciuto nel mondo…
Pensare che tutto avvenisse senza una reazione di una qualche natura era una
dilettantesca interpretazione di chi ha provocato questa vicenda": sono
queste le parole pronunciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Alfredo
Mantica, in occasione dell’attacco israeliano in acque internazionali al
convoglio navale umanitario diretto a Gaza. Parole che non sono piaciute ai
deputati del Pd eletti all’estero Gino Bucchino, Gianni Farina, Marco Fedi,
Laura Garavini e Fabio Porta, che in una nota congiunta oggi dichiarano:
"Il sottosegretario Sen. Alfredo Mantica, titolare della delega per gli
italiani nel mondo, ha perduto un’altra occasione per tacere e per evitare che
il nome degli italiani all’estero fosse associato, sia pure indirettamente, a
posizioni politiche e di principio insostenibili".
"Senza
girarci intorno, pur essendo abituati alle spericolate e non richieste
acrobazie dialettiche del Sottosegretario, siamo stupefatti e
sconcertati", dichiarano i parlamentari del Pd. "Può un uomo di
governo che, purtroppo, ha la responsabilità degli italiani che per antonomasia
hanno fatto dell’incontro con gli altri e del rispetto reciproco la loro esperienza
di vita, considerare una provocazione e un’indebita ingerenza gli aiuti
umanitari e la sollecitazione a rimuovere il blocco di Gaza, richiesto a piena
voce dallo stesso Segretario dell’ONU Banki-Moon?", si chiedono gli eletti
all’estero del Pd che aggiungo: "Può ignorare che la gran parte della
stessa stampa israeliana ha considerato eccessivo inopportuno e sbagliato
l’intervento? Come persona o come semplice parlamentare lo può certamente
fare", osservano, "ma continuiamo a credere che un uomo di governo
non possa fare il battitore libero, magari per assecondare un desiderio di
visibilità che altrimenti sarebbe frustrato".
"Chiedere di
tacere a uno come Mantica", continuano i parlamentari, "è inutile, e
chiedergli di dimettersi è altrettanto inutile, conoscendo il noto disinteresse
del personaggio, e in più nemmeno originale, visto che l’hanno già fatto
inutilmente il Cgie, molti Comites e non pochi operatori della comunicazione
all’estero". Secondo Bucchino, Farina, Fedi, Garavini e Porta "più
necessaria e più urgente sembra invece un’autonoma riflessione del Ministro
degli Esteri sull’opportunità di conservare a chi finora ha saputo solo entrare
in sistematica rotta di collisione con i suoi rappresentati una delega che fa
acqua da tutte le parti". (aise)
Incentivi ai viaggi turistici dei lucani residenti all’estero e loro
discendenti
Incentivi ai
viaggi turistici degli emigrati e i discendenti dei lucani residenti all’estero
che trascorreranno un periodo di vacanza in Basilicata. Lo prevedono le
direttive regionali in materia di incentivazione a favore del turismo sociale,
congressuale, studentesco e dei fine settimana, approvate dalla giunta
regionale e inviate all’Azienda di promozione turistica. Per il presidente
della commissione regionale dei lucani all’estero, Pietro Simonetti, “si tratta
di un provvedimento importante, che darà ossigeno alle strutture ricettive
lucane, la cui prima fase di sperimentazione che inizierà nelle prossime
settimane, sarà gestita dall’Apt”. Le federazioni e le associazioni dei lucani
all’estero e in Italia anche attraverso gli sportelli Basilicata, ha spiegato
Simonetti, collaboreranno per l’organizzazione dei gruppi. I criteri e i
contenuti del regolamento per erogare gli incentivi saranno diffusi dall’Apt,
mentre la commissione provvederà a una diffusione capillare in Italia e
all’estero. Grtv
Con la XIV “Giornata del Siciliano nel
mondo” le Associazioni siciliane che operano nelle varie parti del mondo, hanno
celebrato la 64° ricorrenza della promulgazione dello Statuto della Regione
Siciliana riaprendo momenti di riflessione e di attualità sul significato
storico e politico dell’evento e sulle prerogative della Autonomia siciliana
sancita dalla Costituzione.
Diciamo subito che tali prerogative sono
state sistematicamente non attuate dai Governi nazionali che si sono succeduti
nei 64 anni di vita Parlamentare impedendo al popolo siciliano di raggiungere
legittimamente gli eguali livelli di sviluppo di vita delle Regioni
privilegiate del Nord.
Problema, questo, di scandalosa e
permanente attualità anche ai nostri giorni con un Governo leghista Bossi-Tremonti
che porta al Nord le risorse destinate al Sud, addirittura cancellando la
questione meridionale dalla Agenda di Governo nella finanziaria recentemente
approvata. Nel silenzio ossequioso dei parlamentari meridionali. Una politica
ostile di Governo sotto gli occhi di tutti.
La lettura della “Giornata del Siciliano
nel mondo” ed il rapporto costante di quotidianità con le comunità fuori dalla
Sicilia, ripropongono l’impegno di seguire con attenzione gli accadimenti
siciliani alla ricerca delle scelte operative più appropriate e delle priorità
del momento.
L’associazionismo di emigrazione ha il
merito storico di avere preservato e monitorato il rapporto con le comunità
siciliane nelle varie parti del mondo, svolgendo un ruolo di supplenza nella
lunga latitanza dei Governi. Ha, così, prolungato la vita e la identità
culturale di origine dei siciliani. Evitando la separazione dall’Isola madre.
Oggi gestisce una rete fittissima di
contatti e di relazioni costruita in decenni di lavoro e di trasformazioni
storiche e sociali.
La domanda che si pone oggi è se questa
struttura associativa di relazioni e di risorse immateriali straordinarie, sia
attrezzata per le sfide del presente e del futuro o se sia destinata, nel
tempo, a diventare residuale e, quindi, invisibile.
E’ fin troppo evidente che la loro
sopravvivenza ha bisogno di essere sostenuta ed alimentata di contenuti
culturali e di stimoli per suscitare interesse. Fondamentale è il
coinvolgimento e la partecipazione delle stesse comunità e dei singoli
siciliani, specie quelli che occupano posti di responsabilità.
In questo senso, Sicilia Mondo intende
proporsi come soggetto di raccordo e di proposta per il coinvolgimento della
rete risorsa rappresentata dalle comunità siciliane, nelle politiche di
sviluppo del Governo regionale. Come partecipazione attiva. Non è la prima
volta che si è fatta portavoce presso le Istituzioni regionali delle
indicazioni provenienti dalle Assemblee e dagli Incontri con le comunità presentando,
addirittura, progetti formalizzati.
Anche la “Giornata del Siciliano nel
mondo” di quest’anno vuole dare un suo messaggio con la proposta di un comitato
interassessoriale che preveda il coinvolgimento delle comunità siciliane nelle
manifestazioni della Regione. In particolare, propone che ogni singolo
Assessore, nell’esercizio delle sue politiche e nelle operatività del suo
settore di competenza, interpelli, chiami o si raccordi con i siciliani
eccellenti dello stesso settore.
Senza dire che ne verrebbero fuori
confronto e soluzioni ricchi di professionalità e di esperienze provenienti da
altre Nazioni e Regioni. Ma si aprirebbe una stagione nuova di rapporti
ravvicinati e reali, possibilmente anche di interessi con il meglio della società
siciliana.
Anche a Catania, Sicilia Mondo ha
celebrato la “Giornata del Siciliano” sul tema prescelto di quest’anno
“Sicilia, Regione di Europa e del mondo”, conclusasi con la proposta al Governo
regionale di una vigorosa e liberatoria politica assolutamente autonoma, da
sviluppare nell’area del Mediterraneo,
politica perfettamente pertinente con le prerogative dello Statuto regionale.
Ma anche come i primi passi per la sua internazionalizzazione.
La proposta contiene, altresì, la istituzione
di un Assessorato Regionale, tessitore di intercultura e rapporti con i vari
Paesi che si affacciano nel Mediterraneo. Per dare un senso reale alla
Autonomia voluta dallo Statuto regionale. Sicilia Mondo, de.it.press
Haushaltssanierung zunächst ohne Steuererhöhungen
Berlin - Die Bundesregierung strebt
Kreisen zufolge im Haushalt 2011 Einsparungen im Volumen von 11,2 Milliarden
Euro an.
Bis 2014 solle das Defizit um insgesamt
26,6 Milliarden Euro verringert werden, hieß es nach Abschluss der Kabinetts-Sparklausur
am Montag in Regierungskreisen. Bei der Haushaltssanierung verzichte die
Regierung auf die Erhöhung der Einkommensteuer sowie des für viele Produkte und
Dienstleistungen geltenden ermäßigten Mehrwertsteuersatzes von sieben Prozent.
Hingegen muss sich die deutsche Industrie auf deutlich geringere
Energiesteuer-Subventionen einstellen.
Bundeskanzlerin Angela Merkel und
Vizekanzler Guido Westerwelle wollten die Ergebnisse am Nachmittag
bekanntgeben. Vor Beginn der Klausur hatten sie angekündigt, dass der Rotstift
vor allem bei Sozialausgaben angesetzt werden solle. Dagegen protestierten
bereits vor Bekanntgabe der Beschlüsse Gewerkschaften und Sozialverbände.
Am Rande der Kabinettsklausur hieß es,
2011 sollten die Energiesteuer-Subventionen um eine Milliarde Euro reduziert
werden. In den Jahren 2012 bis 2014 werde der Bereich sogar mit jeweils 1,5
Milliarden Euro weniger auskommen müssen als bisher. Die Steuervergünstigungen
haben ein Gesamtvolumen von acht bis neun Milliarden Euro im Jahr. Eine
"Luftverkehrsabgabe" soll weitere eine Milliarde Euro im Jahr
bringen.
Das gesamte Sparvolumen, das der Bund
zur Einhaltung der Schuldenbremse bis 2016 erbringen muss, wurde von der
Regierung mit 32,4 Milliarden Euro beziffert. Um es zu erreichen, wurde für die
beiden noch fehlenden Jahre 2015 und 2016 eine globale Minderausgabe von 5,6
Milliarden Euro vereinbart.
Das Kabinett beriet seit Sonntagmittag
streng abgeschirmt im Kanzleramt über den Bundesetat 2011 und die
mittelfristige Finanzplanung bis 2014. Ab 2013 muss Deutschland wieder den
Euro-Stabilitätspakt einhalten, zudem greift ab 2011 die im Grundgesetz
verankerte Schuldenbremse.
Die Gewerkschaft Verdi warf der
Bundesregierung vor, den Haushalt auf Kosten der sozial Schwachen sanieren zu
wollen. "Die Bundesregierung belastet einseitig die Schwachen in der
Gesellschaft, statt starke Schultern angemessen zur Finanzierung des
Gemeinwesens heranzuziehen", erklärte der Verdi-Vorsitzende Frank Bsirske.
Wer ausgerechnet bei den Schwächsten streiche, gefährde den sozialen
Zusammenhalt. "Einschnitte bei den Rentenbeiträgen für
Langzeitarbeitslose, Abstriche beim Elterngeld, Kürzungen bei den Fördermitteln
für Erwerbslose, Arbeitsplatzabbau im öffentlichen Dienst - gerecht geht
anders", erklärte Bsirske. Stattdessen sollten große Vermögen und reiche
Erben steuerlich stärker herangezogen werden.
Auch der Sozialverband Deutschland
erklärte, durch die anvisierten Kürzungen bei den Schwächsten stehe der soziale
Zusammenhalt in Deutschland vor einer Zerreißprobe. (Reuters 7)
Verbände lehnen Sparpaket der Regierung rundweg ab
Diakonie: Schwache zahlen die Zeche -
Arbeitslose kündigen "sozialen Widerstand" an
Berlin. Der geplante Sparkurs der
Bundesregierung stößt bei den Sozialverbänden einhellig auf Ablehnung. Der
Paritätische Wohlfahrtsverband sprach am Montag in Berlin von "absolut
inakzeptablen Beschlüssen". Der Sozialverband VdK Deutschland bezeichnete
es als "völlig verfehlt, bei denjenigen Bevölkerungsgruppen den Rotstift
anzusetzen, die bereits in Armut leben oder von Armut bedroht sind". Auch
die Arbeiterwohlfahrt und die Diakonie gingen auf Distanz.
Unmittelbar nach Bekanntwerden der
Sparbeschlüsse forderte der paritätische Wohlfahrtsverband die Rücknahme der
arbeitsmarktpolitischen Kürzungen und warnte vor dem Auseinanderbrechen der
Gesellschaft. Zur Konsolidierung des Bundeshaushalts sei vor allem die
Beseitigung von Steuerprivilegien notwendig, etwa für Erben und Vermögende.
"Statt von den Starken zu nehmen,
um den Schwachen zu helfen, wird skrupellos ausgerechnet bei den Ärmsten
gespart", kritisierte Hauptgeschäftsführer Ulrich Schneider in Berlin.
Spitzenverdiener und Vermögende blieben von den Sparmaßnahmen so gut wie
ausgenommen. "Die Regierung muss sich endlich an die Einnahmenseite
herantrauen", forderte Schneider.
Die bei der Koalitionsklausur
beschlossenen Kürzungen bei Hartz IV dienten vor allem der Drangsalierung von
Arbeitslosen und hätten keinen nennenswerten finanzpolitischen Effekt. Die
angekündigten arbeitsmarktpolitischen Maßnahmen brächten lediglich Einsparungen
von rund 500 Millionen Euro.
VdK-Präsidentin Ulrike Mascher warnte
davor, "der Sparkurs sowie die zu erwartenden Zusatzbeiträge in der
gesetzlichen Krankenversicherung werden die Armutstendenzen bei Jung und Alt
verstärken". Sozialabbau sei der falsche Weg, weil die Kaufkraft breiter
Bevölkerungsgruppen sinke und dadurch die Konjunktur weiter geschwächt werde.
Die VdK-Chefin sagte weiter, durch den
geplanten Wegfall der Zuschläge beim Übergang von Arbeitslosengeld I zu
Arbeitslosengeld II fielen Arbeitslose noch schneller auf Hartz-IV-Niveau.
Werde zudem bei den Wiedereingliederungsmaßnahmen der Bundesagentur für Arbeit
drastisch gespart, würden ältere und gesundheitlich beeinträchtigte Arbeitslose
"noch schlechter als bisher einen neuen Job finden". Die
VdK-Präsidentin machte sich stattdessen für eine Erhöhung des
Spitzensteuersatzes von 42 auf mindestens 47 Prozent stark.
Die "soziale Kälte dieser
Sparpolitik ist ein gesellschaftlicher Sündenfall", bemängelte die
Arbeiterwohlfahrt (AWO). Das Sparpaket sei "völlig unausgewogen und
inakzeptabel", sagte AWO-Vorsitzender Wilhelm Schmidt. Auch er forderte,
«die starken Schultern angemessen zur Finanzierung des Sozialstaates
heranzuziehen. Andernfalls sei der soziale Frieden im Land gefährdet.
Die Diakonie in Bayern lehnte die
Sparbeschlüsse ebenfalls rundweg ab. »Die Zeche zahlen die Schwachen, das
Klientel der Regierungsparteien kann sich zurücklehnen", stellte
Diakonie-Präsident Ludwig Markert in Nürnberg fest. "Das Sparpaket ist
zutiefst ungerecht und kurzsichtig.« Skandalös nannte Markert die geplante
Streichung des Heizkostenzuschusses für Geringverdienende und die Streichung
des Elterngeldes in Höhe von 300 Euro für Hartz-IV-Empfänger.
Das Erwerbslosen Forum Deutschland
kündigte »sozialen Widerstand" gegen das Sparpaket an. Bis 2014 solle die
Rekordsumme von rund 80 Milliarden Euro ausschließlich zu Lasten von armen
Menschen eingespart werden. "Einfach so hinnehmen werden wir diese
Sparorgie auf keinen Fall", sagte Sprecher Martin Behrsing.
Die Bundesregierung will im kommenden
Jahr bei der Arbeitsmarktpolitik 4,3 Milliarden Euro einsparen und beim
Elterngeld 600 Millionen. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) erklärte nach der
Haushaltsklausur des Kabinetts in Berlin, in der Arbeitsmarktpolitik setze man
auf einen effizienten Einsatz der Mittel zur Arbeitsförderung und Anreize zur
Arbeitsaufnahme. Zahlreiche Pflichtleistungen aus der Arbeitsförderung sollten
in Ermessensleistungen umgewandelt werden. Das Elterngeld für
Hartz-IV-Empfänger in Höhe von 300 Euro im Monat solle gestrichen werden. Epd 7
Sparpaket der Regierung. Merkels Patzer - Koalition ohne Idee
Das Prinzip ist einfach: Gekürzt werden
Subventionen nur, wo die Widerstandskraft am geringsten ist. Es wird nicht die
Frage gestellt, ob eine Finanzhilfe oder Steuervergünstigung ihren Zweck
erfüllt. Eine systematische Überprüfung aller Subventionen wagt die Regierung
der Angela Merkel nicht. Ein Kommentar von Claus Hulverscheidt
Seit genau 222 Tagen ist die
christlich-liberale Koalition nun im Amt, und nicht einmal die Betroffenen
selbst bestreiten noch ernsthaft, dass es 222 verlorene Tage waren. Es gibt
nichts, was diese Regierung auf nationaler Ebene bisher vorzuweisen hätte -
sieht man einmal von dem Rekordtempo ab, mit der sie eine Aufbruchs- in eine
Endzeitstimmung verwandelt hat. Auffällig oft fällt dieser Tage in Berlin der
Begriff "große Koalition" (was die SPD niemals mitmachen würde), und
ein FDP-Politiker räsonierte jüngst im kleinen Kreis darüber, ob die Zahl der
Bundestagsmandate eigentlich für eine Ampelkoalition reichen würde. Insofern
ist es, so anspruchslos das auch klingen mag, schon eine gute Nachricht, dass
sich CDU, CSU und FDP auf ein Sparprogramm verständigt haben. Ein Scheitern
hätte das Ende von Angela Merkels "Wunschkoalition" bedeutet.
Die zweite gute Nachricht lautet, dass
das Paket rein vom Volumen her den Anforderungen genügt. Das gigantische
Haushaltsdefizit des Bundes wird damit in den kommenden Jahren Schritt für Schritt
auf ein erträgliches Maß schrumpfen, die Vorgaben des Grundgesetzes und des
EU-Stabilitätspakts werden - zumindest auf dem Papier - erfüllt. Auch ist es
Union und FDP gelungen, in Tabuzonen einzubrechen, zum Beispiel bei der
Ökosteuer. Der Anachronismus, dass ausgerechnet diejenigen Firmen steuerlich
begünstigt werden, die besonders viel Strom verbrauchen, wird zumindest für
einige von ihnen aufgehoben.
Die Ökosteuer ist allerdings zugleich
ein Beispiel dafür, warum die Beurteilung des Sparprogramms am Ende dennoch
kritisch ausfallen muss. Von ihr bleibt ein Betrieb nämlich verschont, sofern
er nachweisen kann, im globalen Wettbewerb zu stehen. Damit entsteht nicht nur
eine Zwei-Klassen-Gesellschaft, die Entscheidung offenbart auch, nach welchem
Prinzip die Koalition an das Kürzen von Subventionen herangegangen ist. Im
Mittelpunkt stand offensichtlich nicht die Frage, ob eine Finanzhilfe oder
Steuervergünstigung ihren Zweck erfüllt. Vielmehr ging es in erster Linie
darum, die nötigen Summen einzusammeln - und zwar möglichst dort, wo die
Widerstandskraft am geringsten ist.
Vor einer systematischen Überprüfung
aller Subventionen also haben sich Kanzlerin Merkel und ihr Vize Guido
Westerwelle wie schon so viele ihrer Vorgänger gedrückt, obwohl eine solche Überprüfung
schon angesichts der gewaltigen demographischen Herausforderungen dringend
nötig gewesen wäre. Außerdem hat es die Regierung versäumt, den Etat
krisenfester zu machen, zum Beispiel durch eine Entscheidung, sämtliche
Subventionen nur noch befristet zu gewähren. Damit hätte sich künftig nicht
mehr derjenige erklären müssen, der eine Subvention streichen will, sondern
der, der sie behalten möchte.
Das zweite gravierende Problem des
Sparprogramms ist die fehlende soziale Balance. Es trifft vor allem die weniger
Betuchten. Selbstverständlich sind auch die Ausgaben für Langzeitarbeitslose
nicht sakrosankt, sie müssen ebenso auf ihre Zielgenauigkeit hin überprüft
werden wie alle anderen Staatsausgaben. So ist das Elterngeld eine Lohnersatz-,
nicht aber eine Sozialleistung. Daher ist es - rein systematisch betrachtet -
richtig, dies nicht länger an Empfänger von Arbeitslosengeld II zu zahlen Aber:
Sparpakete dieser Größe werden gesellschaftlich nur akzeptiert, wenn die
Menschen das Gefühl haben, dass es einigermaßen gerecht zugeht. Die geplante
Bankensteuer mit einem jährlichen Aufkommen von gerade einmal zwei Milliarden
Euro kann man vor diesem Hintergrund deshalb nur als Witz oder gar als Affront
betrachten. Auch eine Wachstumsstrategie fehlt. So hätte Vizekanzler
Westerwelle beispielsweise die von ihm so heiß ersehnten Steuersenkungen für
mittlere Einkommen durchaus mit dem Sparpaket verknüpfen können - wenn er den
Mut gehabt hätte, dafür die Steuern an anderer Stelle zu erhöhen, bei
Spitzenverdienern oder bei großen Erbschaften.
Auch Finanzminister Wolfgang Schäuble
muss, will er die Menschen für ein so radikales Programm gewinnen, mehr tun,
als auf Umfragen zu verweisen, nach denen die Bürger die immense
Staatsverschuldung für ein drängendes Problem halten. Und erst recht reicht es
nicht, ein paar Generalsekretärsphrasen abzusondern, wie das Westerwelle in
seinem Dauerbemühen um mehr Fernsehpräsenz getan hat. Wer sinngemäß sagt, das
Land habe nur noch die Wahl zwischen dem Sparpaket der Koalition und "Freibier
für alle", schadet der Sache und veralbert die Bürger, die zu Recht
Erklärungen verlangen.
Schon einmal hat eine Bundesregierung,
es war die rot-grüne, eine richtige Reform dadurch diskreditiert, dass sie den
Menschen die dahinter stehende Idee nicht erklärte. Heute ist Hartz IV deshalb
beinahe ein Schimpfwort. Union und FDP sollten deshalb bei ihrem Sparpaket im
eigenen Interesse für mehr System, mehr Ausgewogenheit, mehr Erläuterung sorgen
- zumal es eine weitere Parallele zu Rot-Grün gibt: Für die damaligen
Protagonisten Gerhard Schröder und Joschka Fischer war Hartz IV die letzte
Chance, im Amt zu bleiben. Das Gleiche könnte jetzt für Merkel und
Westerwelle gelten. SZ 8
Sachsens Innenminister Ulbig will das
Aufenthaltsrecht neu regeln und den Zuzug ausländischer Fachkräfte erleichtern.
Das ist ziemlich revolutionär für die sächsische CDU, die sich gern in Debatten
über Patriotismus und Herdprämien ergeht.
Von Stefan Locke, Dresden
Die agile Geschäftsführerin einer Siebzig-Mitarbeiter-Firma
im Erzgebirge, nennen wir sie Frau Müller, weil sie darum gebeten hat, ihren
Namen nicht zu nennen, hatte vor drei Jahren eine kühne Idee. „Ich habe einen
Australier eingestellt“, sagt sie, auch wenn sie noch immer nicht fassen kann,
dass das, was dann kam, ihr beinahe den letzten Nerv rauben sollte. Ihr
Unternehmen ist auf komplexe Elektronik für Gebäudetechnik und Großfahrzeuge
spezialisiert. „In Deutschland gibt es nur ganz wenige Physiker, die das
können, und noch weniger, die dafür ins Erzgebirge ziehen wollen“, sagt Frau
Müller. Der Australier aber wollte, eine Personalvermittlung stellte ihn vor,
und auch Frau Müller hatte das Gefühl, dass er gut zur Firma passte. Endlich
ein Problem gelöst.
Doch da hatte sie die Rechnung ohne Deutschlands
Behörden gemacht. Der Mann sei nicht qualifiziert, schrieb das Arbeitsamt. Er
habe einen exzellenten Studienabschluss, schrieb Frau Müller. Der werde nicht
anerkannt, antwortete das Amt, mithin könne sie nicht nachweisen, ob nicht auch
ein deutscher Arbeitsloser auf die Stelle passe. Dann kam Post vom Landratsamt,
der Mann habe keinen deutschen Führerschein. Nein, aber einen australischen,
antwortete Frau Müller. Der gelte nicht, schrieb das Amt und dass der Mann
nicht fahren dürfe, bis er eine deutsche Fahrerlaubnis habe. Schließlich
meldete sich der Vermieter, bei dem der Australier mit seiner Frau und den zwei
Kindern einzuziehen plante. Frau Müller müsse bürgen, denn bei Ausländern wisse
man ja nie.
E ine neue Willkommenskultur
Frau Müller bürgte, beantragte die
Anerkennung der Studienabschlüsse und ging als Dolmetscherin mit zur
Führerscheinprüfung. „Und das waren nur die dicksten Brocken“, sagt sie. „Die
ganze Einstellungsprozedur hat mich drei Wochen lang ununterbrochen
Papierkrieg, Telefonate und vor allem Nerven gekostet.“ Sachsens Innenminister
Markus Ulbig (CDU) ärgert sich, wenn er so was hört. „Das können wir uns
überhaupt nicht leisten“, sagt er und hat deshalb jetzt die Initiative „Sachsen
braucht Zuwanderung“ gestartet. Das ist ziemlich revolutionär für Sachsens CDU,
die sich bisher gern in Debatten über Patriotismus, konservative Werte und
Herdprämien ergeht.
Natürlich ist Ulbig auch getrieben,
denn Sachsens Unternehmen fehlen schon jetzt Fachkräfte, eine Folge von
Geburtenrückgang und Abwanderung. „Wir tun viel, um Sachsen zurückzuholen, aber
das allein reicht nicht. Wenn die Wirtschaft hier weiter funktionieren soll,
brauchen wir auch Zuwanderung von gut ausgebildeten und motivierten Menschen
aus anderen Ländern.“ Ulbig will deshalb mit falschen Klischees aufräumen, den
Behörden ein Leitbild für eine neue Willkommenskultur geben und vor allem das
Aufenthaltsrecht ändern. Das aber ist ein Bundesgesetz.
Das deutsche Aufenthaltsrecht baut für
erwerbswillige Ausländer immens hohe Hürden auf. „Die müssen niedriger werden“,
fordert Ulbig. Derzeit dürfen Ausländer nur dann unbefristet bleiben, wenn sie
mindestens 66.000 Euro im Jahr verdienen. Diese in Fachkreisen
„Nobelpreis-Paragraph“ genannte Regel sei völlig realitätsfremd, findet der
Minister. In Sachsen gibt es gerade mal 66, in ganz Deutschland nicht ganz 1800
Ausländer, die so eine Aufenthaltsgenehmigung bekommen haben. Alle anderen
müssen mit Vertragsende das Land verlassen. Neulich drohte einem Arzt nach Ende
seines Zweijahresvertrages in einem Krankenhaus sogar die Abschiebung in die
Ukraine. „Und dabei haben wir hier Ärztemangel“, knurrt Ulbig.
Nicht viel besser wird seine Stimmung,
wenn er an die Hürden für ausländische Studenten denkt. Viertausend habe man
davon allein an der Dresdner Universität, doch kaum einer bleibe nach dem
Studium da. „Dabei sind das die besten Fachkräfte, qualifiziert, integriert,
und sie sprechen Deutsch.“ Theoretisch dürfen sie nach dem Studium ein Jahr
hierbleiben, aber nur 90 Tage arbeiten. „Das ist absurd“, sagt Ulbig. „Gerade
ein Job kann doch Türöffner für eine Festanstellung sein.“ Ganz zu schweigen
von der Schizophrenie, dass ausländische Studenten, die etwa eine Firma
gründen, laut Gesetz gezwungen werden, auszureisen und ein neues Visum zu beantragen,
da sie ja jetzt Unternehmer und nicht mehr Student seien.
„Da müssen wir einiges ändern“, sagt
Ulbig. Andere EU-Länder seien schon viel weiter. „Wir dürfen uns nicht
einmauern, sonst gehen die guten Leute dorthin.“ Ulbig hofft, dass die anderen
Bundesländer den Weg zu einem für Deutschland nützlichen
Ausländer-Aufenthaltsrecht mitgehen. „Das ist dringend nötig“, sagt auch
Manfred Gödecke, Vizechef der IHK in Chemnitz. Hier suchen je nach Branche
zwischen 15 und 30 Prozent der Firmen händeringend Fachleute. Bürokratische
Hindernisse seien dabei zwar das größte, aber nicht das einzige Problem. Bei
der Anerkennung von Abschlüssen etwa verhalte sich Deutschland „wie die
Taliban“. Das gehe schon bei russlanddeutschen Ingenieuren los, deren Titel
hier nichts gelten. „Dabei ist Russland das Mutterland der Ingenieure!“
Der NPD das Wasser abgraben
Gödecke ist überzeugt, dass die meisten
Unternehmer sofort Ausländer einstellen würden. Zugleich ist er sich der
Vorbehalte in der Bevölkerung bewusst. „Die Zustimmung zu rechtsextremen
Parolen ist leider größer, als wir uns das vorstellen können.“ Bei Umfragen,
die der Kommunikationswissenschaftler Wolfgang Donsbach von der TU Dresden
macht, schätzen Einheimische den Ausländeranteil im Freistaat regelmäßig auf
zwölf Prozent, dabei sind es gerade mal zwei Prozent.
„Es gibt einen engen Zusammenhang
zwischen Kontakten mit Ausländern und einer positiven Einstellung zu ihnen“,
sagt Donsbach. Folgerichtig gebe es in den neuen Ländern, wo mit Abstand die
wenigsten Ausländer lebten, auch die fremdenfeindlichsten Einstellungen. „Eine
ethnisch und sozial ausgewogene Zuwanderung aber kann diesen Ressentiments
entgegenwirken.“ Und damit auch der NPD das Wasser abgraben, hofft die
Regierung.
Wer die Besten holen wolle, müsse ihnen
zeigen, dass er sie mag, sagt IHK-Mann Gödecke. „Wir brauchen die Erkenntnis:
Die sind zwar fremd, aber ich kann von ihnen profitieren.“ Am liebsten wäre ihm
so etwas wie ein neues „Edikt von Potsdam“, als Kurfürst Friedrich Wilhelm von
Brandenburg den in Frankreich verfolgten Hugenotten Schutz und Subventionen
anbot, woraufhin die Wirtschaft des am Boden liegenden Brandenburgs florierte.
Frau Müllers Australier aber ist nach anderthalb Jahren wieder gegangen, auch
weil sich die Familie in der Kleinstadt abgelehnt fühlte. Sie sucht noch immer
Leute. Noch mal einen Ausländer einzustellen, wagt sie nicht. „Das würde unter
den gegebenen Bedingungen meine Kräfte übersteigen.“ Fas 6
Initiative "Gesicht Zeigen!": Ausstellung "7xjung Dein Trainingsplatz für Zusammenhalt und Respekt"
"Die eindrucksvolle Ausstellung
der Initiative "Gesicht Zeigen!" rüttelt auf: Die
Klangcollagen, Fotos und Kunstwerke
stellen in äußerst anschaulicher Form eine
Verbindung zur NS-Zeit und dem
Schrecken eines Terrorregimes her.
Ich bin sicher: Wer sich die Exponate
anschaut, wird nicht nur informiert,
sondern auch persönlich berührt. Aus
diesem Grund halte ich die Ausstellung
gerade für Jugendliche für besonders
geeignet.
Das neueste Projekt der Initiative
"Gesicht Zeigen!" macht deutlich: Ausgrenzung,
Antisemitismus und Diskriminierung sind
nicht nur Schatten der Vergangenheit.
Umso wichtiger ist es, tagtäglich für
ein gutes Zusammenleben in Deutschland mit
Entschiedenheit einzutreten. Die
Initiative "Gesicht Zeigen!" ermuntert und
ermutigt dazu auf vorbildliche Weise.
Die Botschaft lautet: Für
Fremdenfeindlichkeit, Gewalt und
Mobbing ist kein Platz in unserem Land!
Die Bundesregierung setzt sich mit
ganzer Kraft für den gesellschaftlichen
Zusammenhalt ein. Die Integrationsgipfel,
der Nationale Integrationsplan und die
Deutsche Islamkonferenz sind dafür
erfolgreiche Beispiele. Die Politik kann aber
nur den Rahmen setzen. Mit Leben muss
er von allen gefüllt werden. Deshalb ist
zivilgesellschaftliches Engagement
unverzicht-bar für ein gutes Miteinander.
Jeder von uns kann seinen Beitrag
leisten. Es gilt, offen füreinander zu sein und
aufeinanderzuzugehen - in der Schule,
auf der Arbeit, im Verein oder in der
Nachbarschaft. Toleranz ist
Voraussetzung für ein gutes Miteinander. Jeder
Einzelne muss in unserem Land seine
Möglichkeiten nutzen können- unabhängig von
Geschlecht, Herkunft oder Religion.
Vielfalt ist eine große Chance!
Die Ausstellung "7xjung- Dein
Trainingsplatz für Zusammenhalt und Respekt"
leistet einen wertvollen Beitrag für
Toleranz und eine gelingende Integration in
unserem Land." Pib, de.it.press
Jugendliche und der Islam "Was der Imam sagt, das stimmt"
Religionswissenschaftler Rauf Ceylan
über das Männerbild junger Muslime, ihre Abgrenzung von der deutschen
Gesellschaft und welche Rolle Imame dabei spielen.
Rauf Ceylan ist Professor für
Religionswissenschaft an der Universität Osnabrück. Vor kurzem hat er das Buch
"Prediger des Islam" veröffentlicht, das die Imame in Deutschland kritisch
beleuchtet. Interview: Roland Preuß
SZ: Haben Sie persönlich schon einmal
Bekanntschaft gemacht mit muslimischen Macho-Jugendlichen?
Ceylan: Ich selbst komme aus
Duisburg-Wanheim, einem Stadtteil mit Bildungsarmut und Problemfällen, meine
Eltern aus der Türkei waren Analphabeten. Wo wir wohnten, in der
"Zigeunersiedlung", das war unterste Schicht. Natürlich gab es dort
Macho-Gehabe. Für uns Jugendliche war es normal, dass geprügelt wurde, das war
eine Möglichkeit, von den anderen anerkannt zu werden.
SZ: Haben Sie selbst zugeschlagen?
Ceylan: Ich war da auf beiden Seiten.
Später konnte ich diese Linie durchbrechen, das haben aber nur wenige aus
meinem Viertel geschafft, sie blieben leider in der Armut stecken.
SZ: Die aktuelle Studie sieht vor allem
bei muslimischen Jugendlichen ein Problem mit Gewaltbereitschaft und der
Integration. Für Sie nachvollziehbar?
Ceylan: Die Ergebnisse machen mich
jedenfalls nachdenklich. Andererseits gibt es auch Untersuchungen, etwa die der
Bertelsmann-Stiftung, die eine große Toleranz unter Muslimen zeigen.
SZ: Welche Ergebnisse der jetzigen
Studie können Sie bestätigen?
Ceylan: Dass die Identifikation mit
Deutschland sinkt, je religiöser die Jugendlichen sind. Denn der Islam gilt in
Deutschland nach wie vor als eine Ausländerreligion, obwohl die meisten Muslime
mehr als fünfzig Jahre hier leben.
SZ: Und deshalb fühlen sich die meisten
muslimischen Jugendlichen nicht als Deutsche, obwohl sie hier
geboren sind?
Ceylan: Muslime und Gesellschaft
grenzen sich voneinander ab. Viele junge Menschen wurden durch die Anschläge
2001 muslimisiert. Seitdem werden Bilder von außen an sie herangetragen, wie
Muslime angeblich sind - gläubig, kämpferisch -, und sie übernehmen diese
Bilder. Sie stärken so ihre eigene Identität.
SZ: Und offenbar auch das Risiko, dass
sie mal zuschlagen. Wo liegt das Problem: im Koran, seiner Auslegung oder an
ganz anderer Stelle?
Ceylan: Das kann man nicht auf den
Koran zurückführen, es geht vielmehr um die Qualität religiöser Erziehung, vor
allem aber um Gewalt zu Hause.
SZ: Für die religiöse Erziehung sind
weitgehend die Imame verantwortlich. Vermitteln die ein Recht des Mannes,
Frauen, Kinder oder wen auch immer zu schlagen?
Ceylan: Ein Großteil der Imame ist zwar
konservativ, aber zur Gewalt wird nicht aufgerufen. Allerdings werden Bilder
der Ungleichheit zwischen den Geschlechtern vermittelt, dem Mann wird die
dominierende Rolle zugesprochen.
"Dem Mann wird die dominierende
Rolle zugesprochen."
SZ: Dies kann ein aggressives
Männerbild prägen, das Gewalt zulässt?
Ceylan: Solche Vorstellungen von
Männlichkeit werden viel stärker in der Familie vermittelt. Die erste
muslimische Zuwanderer-Generation war ländlich geprägt, sie brachte
patriarchalische Traditionen mit. Das wurde von vielen Kindern übernommen. Gewalt
hatte ihren Platz selbst im staatlichen Unterricht, den türkische Lehrer damals
in Deutschland gaben. Bis in die neunziger Jahre hinein wurde dort geprügelt.
Ohrfeigen, Stockschläge, ich habe das selbst erlebt. Auch im Koranunterricht in
den Moscheen gab es Schläge. Die zweite Generation, die das erlebt hat, achtet
viel mehr darauf, dass dies nicht mehr passiert. Heute würde es eine
Anzeige geben.
SZ: Tragen die Imame eine
Mitverantwortung für das Verhalten der Jugendlichen oder nicht?
Ceylan: Die Imame sind insoweit
mitverantwortlich, als sie der Gewalt und anderen Problemen entgegenwirken
können. Dazu müssen sie das Problem aber erkennen, und da hakt es, weil viele
Vorbeter kein Deutsch sprechen und nur für einige Zeit aus dem Ausland kommen.
SZ: Trotzdem hören muslimische
Jugendliche auf sie?
Ceylan: Imame genießen hohes Ansehen
unter den Jugendlichen, die religiös oder die im Leben einer Moscheegemeinde
aktiv sind. Für sie gilt: Was der Imam sagt, das stimmt. Für die religiösen
Jugendlichen spielt gerade das Freitagsgebet eine wichtige spirituelle Rolle.
SZ: Mehrere Studien haben gezeigt, dass
gerade Muslime in Deutschland benachteiligt werden - in der Schule, bei der
Jobsuche. Welche Rolle spielt dies für das Verhalten der Jugendlichen?
Ceylan: Selbst Jugendliche in der
dritten Generation werden noch als Ausländer wahrgenommen. Wer seinen
muslimischen Glauben lebt, muss an vielen Stellen damit rechnen, dass er nicht
mehr dazugehört. Das aber fördert den Rückzug in die eigene Gruppe, in Religion
oder Nationalismus - mit den Männlichkeitsvorstellungen, die damit
verbunden sind.
SZ: Was schlagen Sie vor ?
Ceylan: Wir müssen den Jugendlichen
vermitteln, dass der Islam keine Ausländerreligion mehr ist. Wir müssen den
islamischen Religionsunterricht flächendeckend einführen und Imame in
Deutschland ausbilden, um eine moderne Islamauslegung zu lehren. Und wir müssen
die Bildungsarmut bekämpfen.
SZ 5
Slowenien. Ja zum Schiedsgericht
Mit knapper Mehrheit haben die Slowenen
am Sonntag einem Schiedsabkommen mit dem Nachbarland Kroatien zugestimmt. Nach
vorläufigen Zahlen der Wahlkommission votierten etwa 52 Prozent mit Ja und etwa
48 Prozent mit Nein. Die Beteiligung lag bei etwas über 40 Prozent. Sloweniens
Premierminister Borut Pahor sprach von einem "guten Resultat".
Mit der Annahme des Abkommens
unterwerfen sich Kroatien und Slowenien dem noch unbekannten Spruch eines
eigens zu diesem Zweck gebildeten internationalen Schiedsgerichts. Zehn
internationale Experten, je fünf von jeder Seite benannt, sollen unter einem
einvernehmlich bestellten Vorsitzenden innerhalb eines Jahres über den Verlauf
der Seegrenze zwischen beiden Ländern in der Adria-Bucht von Piran entscheiden.
Je nachdem, wo man die Seegrenze zieht, verfügt Slowenien von seiner nur 40
Kilometer langen Küste aus über einen Korridor in internationale Gewässer oder
nicht.
Kroatiens Parlament hat das Abkommen
mit der erforderlichen Zweidrittelmehrheit bereits ratifiziert. In Slowenien
erzwang die bürgerliche Opposition die gestrige Volksabstimmung.
Im Vorjahr hatte das EU-Mitglied
Slowenien seine Veto-Macht gegen Kroatien eingesetzt, um die seit 1991 offene
Frage der Meeresgrenze in seinem Sinne zu lösen. Erst nach Abschluss des
Schiedsabkommens zwischen der kroatischen Regierungschefin Jadranka Kosor und
ihrem slowenischen Amtskollegen Pahor konnte Kroatien seine
EU-Beitrittsverhandlungen wieder aufnehmen. Mit dem slowenischen Ja ist der Weg
zum Abschluss der Verhandlungen nun frei.
Noch hat das Abkommen aber nicht alle
Hürden genommen. Beide Seiten haben sich zwar völkerrechtlich verpflichtet,
alle durch den Schiedsspruch eventuell erforderlichen Gesetzesänderungen
vorzunehmen. Sollte das Schiedsgericht Slowenien statt eines Seekorridors nur
ein völkerrechtlich garantiertes Durchfahrtsrecht zusprechen, müsste Slowenien
seine Verfassung ändern. Dafür ist in der Staatsversammlung in Ljubljana, der
ersten Kammer des Parlaments, eine Zweidrittelmehrheit erforderlich. VON
NORBERT MAPPES-NIEDIEK FR 7
Gaza-Küste. Franzosen und Briten schlagen EU-Kontrollen vor
Nach dem umstrittenen Einsatz gegen
eine Gaza-Hilfsflotte schlagen der britische und der französische Außenminister
Kontrollen der EU vor der Gaza-Küste vor. Dort hat die israelische Marine
unterdessen vier mutmaßliche palästinensische Extremisten getötet.
Angesichts der wachsenden Kritik an der
israelischen Blockade des Gazastreifen haben Frankreich und Großbritannien eine
Überwachung von Schiffslieferungen in das Palästinenser-Gebiet durch die EU
vorgeschlagen. Die Europäische Union könne dabei helfen, dass der
Waffenschmuggel unterbunden werde und die Menschen dort dennoch die nötigen
Hilfsgüter erhalten, sagte der französische Außenminister Bernard Kouchner nach
einem Treffen mit seinem britischen Kollegen William Hague am Sonntag in Paris.
Die gegenwärtige Situation im
Gazastreifen sei untragbar. Hague sagte, es müsse sichergestellt werden, dass
Hilfsgüter und Waren in das Gebiet gelangen, ohne dass der Waffenschmuggel
zunehme. Beide Minister forderten Israel zudem auf, eine internationale
Untersuchung des umstrittenen Einsatzes gegen eine Gaza-Hilfsflotte
zuzustimmen. Es sei wichtig, dass die Ereignisse vom vergangenen Montag rasch,
unabhängig, transparent und glaubwürdig untersucht würden, sagte Hague. Auch
UN-Generalsekretär Ban Ki Moon hatte eine internationale Untersuchung angeregt.
Israel lehnte dies jedoch strikt ab. Bei dem weltweit scharf kritisierten
Militäreinsatz tötete die israelische Armee neun türkische Gaza-Aktivisten.
Unterdessen hat eine Patrouille der israelischen
Marine hat an diesem Montagmorgen vor der Küste des Gazastreifens vier
mutmaßliche palästinensische Extremisten getötet. Die Streife habe ein Boot mit
vier Männern in Taucherausrüstung ausgemacht, teilte ein Armeesprecher mit. Die
Männer hätten vorgehabt, einen Terroranschlag zu verüben. Die im Gazastreifen
regierende radikal-islamische Hamas bestätigte den Fund von vier Leichen. Ein
fünfter Mann werde noch vermisst. Er sei wahrscheinlich ebenfalls tot. Reuters
7
Rolle der Türkei im Nahostkonflikt Neutralität ist Trumpf
Der türkische Premier Erdogan wütet
gegen Israel, doch er sollte sich stattdessen als Friedensstifter profilieren -
wenn ihm an einer künftigen Regionalmacht Türkei gelegen ist. Ein Kommentar von
Kai Strittmatter, Istanbul
Eine Atempause wäre jetzt hilfreich,
ein Moment der Mäßigung. Der türkische Zorn nach dem Tod von neun
Hilfsaktivisten durch den Angriff israelischer Soldaten ist verständlich. Und
doch sollte die Regierung in Ankara in ihrer Rhetorik einen Gang zurückschalten.
Ein türkischer Demonstrant verbrennt in
Istanbul die israelische Flagge: Ein Teil der Bevölkerung sonnt sich derzeit in
dem Beifall, der dem Land aus der arabischen Welt entgegenschallt: die Türkei,
Kämpferin für eine gerechte Sache; Premier Erdogan, Held der Palästinenser. (©
afp)
Premierminister Tayyip Erdogan muss
aufpassen, dass er nicht in die Falle tappt, die sich da vor ihm auftut. Er
darf die Welle der nationalistischen Empörung, auf der er reitet, nicht
noch verstärken.
Das mag gegen die Instinkte Erdogans
gehen, der sich nicht bloß moralisch im Recht fühlt in seinem Zorn gegen die
"Staatsterroristen" in Tel Aviv, sondern der auch Volkstribun genug
ist, um dem Wahlvolk die Parolen zuzuwerfen, nach denen es hungert. Sich zurück
zuhalten, läge dennoch in seinem eigenen Interesse.
Seit Erdogans harter Kritik an Israels
Gaza-Invasion Anfang 2009 versuchen die Kritisierten umgekehrt die Regierung
Erdogan als islamistische Gefahr abzustempeln. Das ist eine Propagandaschlacht,
kalkulierte Angstmache, ein Zerrbild: Erdogan ist kein Islamist, er ist ein
begnadeter Populist und ein gnadenloser Pragmatiker.
Bei keinem anderen Thema findet Erdogan
in der Türkei quer durch alle Lager so viel Anklang wie mit seiner Kritik an
Israels Palästinenserpolitik. Das hat mit einer angeblichen Islamisierung der
Türkei zwar nichts zu tun, aber Erdogan und das ganze Land müssen sich darauf
einstellen, dass die Islamismusvorwürfe nun zunehmen.
Ein Teil der Bevölkerung sonnt sich
derzeit in dem Beifall, der dem Land aus der arabischen Welt entgegenschallt:
die Türkei, Kämpferin für eine gerechte Sache; Erdogan, Held der Palästinenser.
Schon sehen einige hier die Türkei als "den neuen großen Bruder" in
der Region.
Aber solcher Jubel könnte bald
verstummen, wenn wahr werden sollte, was einige prophezeien: dass die Türkei
durch den israelischen Angriff nicht länger nur Beobachter und Vermittler,
sondern "Partei" geworden sei. Das aber wäre fatal. Was die Türkei
bislang so wertvoll machte, auch für die Vereinigten Staaten, auch für die
Europäische Union, war die Tatsache, dass sie eben nicht Partei war. Dass sie
Kontakt hatte zu Palästinensern wie Israelis.
Seit dem Wahlsieg der Hamas im
Gazastreifen hat Erdogan gegenüber dem Westen darauf beharrt, dass es keine
Lösung geben könne ohne Gespräche mit der Hamas. Dafür bezog er viele Prügel,
aber er hat Recht.
Nun könnte die Türkei sich umgekehrt
beweisen. Wenn durch die traurigen Ereignisse der letzten Woche das Prestige
der Türkei unter den Palästinensern tatsächlich gewachsen ist - dann sollte die
Türkei ihren Einfluss nun nutzen, der Hamas endlich die Zugeständnisse
abzuringen, die Israel zu Recht verlangt: eine Anerkennung seines
Existenzrechts, ein Ende der Raketenangriffe.
Das wäre zwar das Gegenteil von dem,
was der türkische Volkszorn im Moment verlangt - aber es wäre ein großer Stein
im Fundament einer zukünftigen Regionalmacht Türkei. Sz 7
Kommentar zum G20-Treffen. Kümmerlich
Auf der großen Bühne der
internationalen Wirtschaftspolitik haben die Europäer nichts mehr zu lachen.
Nach Ausbruch der globalen Bankenkrise dachten viele auf dem Alten Kontinent,
der Finanzmarktkapitalismus à la USA sei gescheitert.
Mittlerweile haben sich die Verhältnisse
gedreht. Beim Gipfel der G20-Finanzminister trumpfte nicht nur die US-Regierung
groß auf mit der Forderung vor allem an Deutschland, mehr für das Wachstum zu
tun. Auch die Schwellenländer von Brasilien bis China ließen keinen Zweifel
daran, dass nichts zu melden hat, wer die eigenen Probleme nicht in den Griff
kriegt. Unter hohen Defizite leiden auch andere, nicht zuletzt die USA. Doch
nirgends provoziert die Staatskrise derart heftige Verwerfungen wie in der
Euro-Zone.
Europa ist in der Defensive - das gilt
auch für den Wunsch nach härteren Auflagen für die Finanzmärkte. Der Traum, mit
einer globalen Finanztransaktionssteuer die Spekulation einzudämmen, wird ein
Traum bleiben. Deutschland ist an diesem Punkt international isoliert. Mit
dieser Einschätzung hat Finanzminister Wolfgang Schäuble (CDU) recht.
Das Traurige an dieser Erkenntnis ist,
dass sie für die Bundesregierung nicht als Enttäuschung kommt. Im Gegenteil
braucht sie das klare Nein der anderen, um die Kritiker zu Hause
ruhigzustellen. Ernsthaft hat sie das Projekt nie betrieben. Was bleibt, ist
eine kümmerliche deutsche Bankenabgabe. Die Folgen der Finanzkrise aber sind
real, für Staaten und Bürger. Mit Symbolpolitik ist es daher nicht getan.
Die größten Hoffnungen für die
internationalen Verhandlungen richten sich nun auf schärfere
Eigenkapitalvorschriften. Sie wären ein gutes Instrument, um die Gefahr
künftiger Krisen zu mindern. Wenn die Banken mehr Eigenkapital vorhalten
müssen, verteuern sich für sie riskante Geschäfte. Auch hier erreichten die
Finanzminister in Busan keine echten Fortschritte.
Aber die Meinungsverschiedenheiten
erklären sich durch die unterschiedlichen Bankensysteme in den Weltregionen. Es
geht also weniger um grundlegende politische Differenzen und mehr um technische
Probleme. Die sollten bis zum Herbst lösbar sein. Markus Sievers FR 7
Koalition. Das Pfeifen im Walde
Sollten Union und FDP ihren Kandidaten
fürs Schloss Bellevue nicht in der Bundesversammlung durchsetzen können, würde
diese Koalition wohl kaum noch die Kraft aufbringen, die restlichen drei Jahre
durchzustehen. Scheiterte Christian Wulff, wäre nicht nur seine Karriere
beendet. Von Georg Paul Hefty
Das tapfere Ignorieren von Risiken
gehört zur Politik wie das Pfeifen im dunklen Wald zum ängstlichen Wandersmann.
Als die schwarz-gelbe Koalition zur Selbstvergewisserung ein „Zweites Meseberg“
ansetzte und dann nicht einmal mehr die Traute hatte, zum Nachdenken sich den
Luxus eines Schlosses zu gönnen, ahnte sie noch nichts von den akuten
Belastungsproben, die ihr bevorstehen.
Sollten die von Union und FDP
gestellten Mitglieder der Bundesversammlung nicht die Wahl ihres Kandidaten
Wulff hinbekommen, ist es unwahrscheinlich, dass diese Koalition noch die Kraft
aufbringen wird, die restlichen drei Jahre bis zur Bundestagswahl
durchzustehen. Scheiterte Wulff in der Konkurrenz zum rot-grünen
Präsidentschaftskandidaten Gauck, dessen Werber um kein Argument und der selber
um keine verlockende Formulierung verlegen sein werden, dann wäre nicht nur
seine Karriere zu Ende.
Bis dahin aber gilt das Luther-Wort vom
Apfelbaum, der auch bei Gefahr des Weltuntergangs zu pflanzen sei. Union und
FDP haben sich verabredet, zehn Milliarden Euro weniger auszugeben – nicht aus
Rücksicht auf die Turbulenzen in der Eurozone, sondern unter dem Zwang der
Schuldenbremse in der Verfassung. Dies heißt nicht, dass zehn Milliarden
„gespart werden“, sondern lediglich, dass dieses Geld nicht ausgegeben und
daher auch nicht im Zuge der Neuverschuldung auf dem Kapitalmarkt aufgenommen wird.
Ein Abbau des bisherigen Schuldenstandes – des neuen Generalmaßstabs für die
Beurteilung eines Landes – ist damit nicht verbunden. Denn dafür hat die
Bundesrepublik einfach kein Geld.
Die Bürger wollen lieber an den Zinsen
teilhaben, die der Staat für seine Schuldverschreibungen zu zahlen bereit oder
gezwungen ist, als mehr Geld zur Konsolidierung der Staatsfinanzen zur
Verfügung zu stellen. Das war die Mentalität, die der FDP den größten
Wahlerfolg in ihrer Geschichte bescherte. Die Blase ist wegen Übertreibung zwar
geplatzt, aber die Haltung der Bevölkerung hat sich (noch) nicht grundlegend
gewandelt.
Daher werden die nun erwogenen
Verzichtsmöglichkeiten nicht alsbald in Gesetzen verankert werden. Denn alles,
was der Staat nicht ausgibt, bleibt bei anderen als Einnahme aus, was niemand
gern sieht. Übrigens hat auch Luther nicht davon gesprochen, dass er die
Früchte seines Baumes noch ernten werde. Faz 7
Köhler-Nachfolge. Risikokandidat Wulff
Scheitert Christian Wulff bei der
Präsidentenwahl, ist auch Angela Merkels Kanzlerschaft ernsthaft gefährdet. Es
könnte knapp werden, die Zustimmung für Herausforderer Joachim Gauck wächst -
auch in der schwarz-gelben Koalition. Von Nico Fried, Berlin
Bei ihrer Wiederwahl zur
Bundeskanzlerin fehlten Angela Merkel am 28. Oktober 2009 neun Stimmen aus den
eigenen Reihen. Bei der Verabschiedung ihres Euro-Rettungspakets vor zwei
Wochen waren es dann schon zehn. Am 30. Juni, wenn in der Bundesversammlung das
neue Staatsoberhaupt gewählt wird, liegen Union und FDP maximal 23 Stimmen über
der absoluten Mehrheit - allerdings hat die Versammlung auch doppelt so viele
Mitglieder wie der Bundestag. Warum also sollte es nicht auch doppelt so viele
Abweichler geben? Es ist eine zugespitzte Rechnung, aber sie zeigt, dass es
äußerst knapp werden könnte für Merkels Kandidaten Christian Wulff.
Angela Merkel und Guido Westerwelle
haben Horst Köhler 2004 zum Bundespräsidenten gemacht. Es wäre ein Treppenwitz
der Geschichte, wenn Köhlers Rücktritt sechs Jahre später auch die
schwarz-gelbe Koalition ins Wanken brächte. Doch spätestens die Resonanz in
Teilen der Medien wie auch von Union und FDP auf die Nominierung des
niedersächsischen Ministerpräsidenten Wulff machen offensichtlich: Am 30. Juni
ist die Kanzlerschaft Angela Merkels erstmals wirklich in Gefahr.
Sollte Wulff im ersten und zweiten
Wahlgang, in denen die absolute Mehrheit notwendig ist, nicht gewählt werden,
würde die Führungsdiskussion massiv auflodern. Von einer Niederlage Wulffs
gegen seinen Herausforderer Joachim Gauck im dritten Wahlgang ganz
zu schweigen.
In der FDP meldeten sich schon am
Freitag erste Skeptiker: In Sachsen und Sachsen-Anhalt wollen die Liberalen ihr
Stimmverhalten erst nach Rücksprache mit der Basis festlegen. In anderen
Landesverbänden wurde das Auswahlverfahren kritisiert, in dem FDP-Chef Guido
Westerwelle vorzeitig deutlich gemacht hatte, einen CDU-Kandidaten zu
akzeptieren. Und Schleswig-Holsteins FDP-Fraktionschef Wolfgang Kubicki,
stets für eine exponierte Meinung gut, sagte mit Blick auf Gauck: "Ich
wundere mich im Nachhinein, warum FDP und CDU nicht auf diesen Kandidaten
selbst gekommen sind."
"Yes, we Gauck"
Ähnlich äußerte sich der frühere
brandenburgische Innenminister Jörg Schönbohm (CDU). All jene im bürgerlichen
Lager, die in geheimer Abstimmung Gauck wählen wollen, können sich jetzt sogar
auf Horst Seehofer berufen. Der CSU-Chef nannte Wulff im Spiegel zwar "den
richtigen und den besseren" Kandidaten, gab aber die Abstimmung praktisch
frei: "Es gehört doch zu einer lebendigen, modernen Demokratie, dass man
als Wahlfrau und Wahlmann in der Bundesversammlung auswählen kann."
Christian Wulff selbst gibt sich
demütig. Es komme auf die Geschlossenheit von Union und FDP an, um die rechnerische
Mehrheit auch in der Realität umzusetzen, so Wulff. Sein Werben eröffnete er am
Freitag in einem Interview mit der Bild-Zeitung. Wulff war nicht
entgangen, dass Blätter aus dem Springer-Verlag zurückhaltend auf ihn
reagierten. Die Bild am Sonntag erschien dennoch mit einem Foto von Wulffs
Rivalen und der Schlagzeile "Yes, we Gauck" - der ein paar Seiten
weiter dann mahnen durfte, das Präsidentenamt nicht zur "Beute von
Parteien" zu machen. Auch der Spiegel legte sich auf dem Titel fest:
"Joachim Gauck. Der bessere Präsident."
Schwer kalkulierbar sind für Merkel und
Wulff auch die enttäuschten Anhänger von Ursula von der Leyen. Die
Arbeitsministerin war von Kabinettskollegen schon als Kandidatin gefeiert
worden. Vor Fernsehkameras reagierte sie mit verbissenem Schweigen auf die
Nachricht von Wulffs Nominierung. Erst am Freitagnachmittag ließ sie wissen,
sie freue sich für den Kollegen. SZ 7
Christian Wulff. Die erste Wahl der Kanzlerin
Christian Wulff soll von Anfang an
Angela Merkels Favorit gewesen sein. Alle anderen Minister, die im Gespräch
waren, hätten eine Lücke ins Kabinett gerissen - und für die Kanzlerin keine
Vorteile bedeutet. Von Günter Bannas, Berlin
Es heißt, Christian Wulff sei die
„erste Wahl“ von Bundeskanzlerin Angela Merkel für das Bundespräsidentenamt –
und zwar von Anfang an. Wulff hatte, was kein Geheimnis war, in der jüngeren
Zeit öfter zu erkennen gegeben, er wolle sich um das Amt bewerben, wenn Horst
Köhler ausscheide – also nach den bis zum vergangenen Montag geltenden Kalkulationen
ab 2014. Das Amt des CDU-Landesvorsitzenden in Niedersachsen hatte er 2008
aufgegeben, was unter seinesgleichen mit Zweifel ausdrückenden hochgezogenen
Augenbrauen zur Kenntnis genommen worden war. Seine mitgelieferte Begründung,
er wolle sich in der Bundes-CDU vermehrt um grundsätzliche, auch
wirtschaftspolitische Fragen kümmern, für die er Zeit brauche, sollte sich
nicht als Ankündigung erweisen. Es kam nicht dazu.
Die Darlegung, einzig Wulff, jedenfalls
nicht Frau von der Leyen, die Arbeitsministerin, und auch nicht Finanzminister
Schäuble sei im Kalkül der Bundeskanzlerin aufgetaucht, ist wegen ihrer
möglichen Folgen plausibel. Eine Umbildung des Bundeskabinetts wäre
erforderlich gewesen – zumindest in der Reihe der CDU-Minister. Auf Frau von der
Leyen hätte möglicherweise Kanzleramtsminister Pofalla folgen müssen. Das hätte
in der Regierungszentrale eine Lücke gerissen, die dann eventuell von
Umweltminister Röttgen hätte gefüllt werden müssen, was zu Spannungen mit dem
CDU/CSU-Fraktionsvorsitzenden Kauder geführt hätte und überdies eine weitere
Nachfolgelösung erforderlich gemacht hätte.
Die Wahl Schäubles zum
Bundespräsidenten hätte ebenso große Folgen gehabt. Innenminister de Maizière
wäre dessen überaus wahrscheinlicher Nachfolger im Finanzministerium gewesen.
Möglicherweise hätte dann auch Röttgen das Umweltministerium verlassen und das
Innenministerium übernehmen müssen. Dermaßen gewichtige Veränderungen unter den
CDU-Ministern hätten möglicherweise auch auf die beiden anderen Koalitionsparteien,
CSU und FDP, Auswirkungen gehabt – mit der Folge eines großen Revirements des
gesamten Bundeskabinetts. Das aber wollte Frau Merkel nicht. Sie scheint der
Auffassung zu sein, politisch-persönlich hätten die Kabinettsmitglieder ein
insgesamt gutes Verhältnis zueinander gefunden. Damit es noch besser werde,
sollten Änderungen vermieden werden.
Das Ende des Andenpakts
Die Nominierung Wulffs zum
Bundespräsidenten kennzeichnet auch das endgültige Ende des sogenannten
Anden-Pakts als eines politischen Bündnisses von Personen innerhalb der CDU.
Als sie jung waren, waren sie 1979 nach Südamerika gereist. Dort hatten sie
einander versichert, einander nicht im Weg zu stehen. Das können sie nun auch
nicht mehr – die meisten sind nicht mehr im Kernbereich der Politik tätig.
Wulff wird künftig überparteilich auftreten. Roland Koch will aus der Politik
ausscheiden. Günther Oettinger ist EU-Kommissar und nicht mehr
Ministerpräsident. Matthias Wissmann arbeitet für die Automobilbranche. Der
frühere Bundesminister Franz Josef Jung hat als einfacher Abgeordneter keinen
Einfluss mehr. Auch Christoph Böhr (Rheinland-Pfalz), Friedbert Pflüger und
Friedrich Merz sind nicht mehr im engeren Sinne politisch aktiv.
Einmal im Jahr treffen sich die
Anden-Freunde – diesen Mai waren sie in Barcelona. Einst hatten sie im Bündnis
ein politisches Gewicht; sie trugen 2002 dazu bei, dass Edmund Stoiber und
nicht Angela Merkel Kanzlerkandidat wurde. Auch künftig werden sie über Politik
reden können. Einfluss als Gruppe können sie nicht mehr ausüben.
Gewichtig ist die Nominierung Wulffs
für die engere Führung der Bundes-CDU. Bisher sind Wulff, Koch, der
nordrhein-westfälische Ministerpräsident Jürgen Rüttgers sowie
Bildungsministerin Annette Schavan stellvertretende CDU-Vorsitzende. Dieser Kernbereich
der Parteiführung muss nun bis zum Parteitag im Herbst umgebaut werden. Allein
Frau Schavan könnte ihr mit Sicherheit angehören. Das Ausscheiden Wulffs und
Kochs steht fest. Auch das Verbleiben von Rüttgers ist fraglich – es hängt von
den Koalitionsverhandlungen in Düsseldorf ab. Faz 5
Liberale lieben SPD-Kandidaten. Eine Versuchung namens Gauck
Viele ostdeutsche FDP-Politiker halten
den Kandidaten der Opposition für eine gute oder gar für die bessere Wahl.
Selbst CDUler liebäugeln mit ihm, nur die Linke ist verärgert. VON RALPH
BOLLMANN
BERLIN - Ein halbes Jahr lang wurde die
FDP vom Berliner Koalitionspartner gedemütigt und vom eigenen Parteichef
vorgeführt, jetzt ist die Stunde der Revanche gekommen. In der Bundesversammlung
am 30. Juni verfügt die Partei über 147 Wahlmänner und -frauen. Damit der
CDU-Politiker Christian Wulff schon im ersten Wahlgang Bundespräsident werden
kann, dürfen ihm maximal 21 Stimmen aus dem Regierungslager fehlen.
Aus der Differenz dieser beiden Zahlen
ergibt sich das Drohpotenzial, das die FDP jetzt gut drei Wochen lang besitzt -
gegenüber der Union, aber auch gegenüber Guido Westerwelle. Sie nutzt es
weidlich aus.
Lang ist die Liste ihrer Politiker, die
am Wochenende Sympathie für den rot-grünen Kandidaten bekundeten. "Joachim
Gauck ist ein Vertreter der ostdeutschen Seele. Darüber muss man schon
nachdenken", sagte der sächsische FDP-Fraktionschef Volker Zastrow.
"Die Parteiführung muss deutlich machen, welche strategischen Vorteile die
Kür Wulffs für uns bringt", drohte sein Thüringer Kollege Patrick Kurth.
"Wir werden in der Fraktion
darüber zu sprechen haben, ob wir trotz Bedenken mit Herrn Wulff leben
können", erklärte der Fraktionschef aus Sachsen-Anhalt, Veit Wolpert.
"Ich schätze ihn. Er wäre auch ein guter Bundespräsident", sagte die
stellvertretende Parteivorsitzende Cornelia Pieper, die ebenfalls aus
Sachsen-Anhalt stammt. Sie stellte die Mehrheit für Wulff allerdings nicht
infrage.
Auch im Westen gibt es solche
FDP-Stimmen. "Ich habe mich selbst gefragt, warum wir nicht auf die Idee
gekommen sind, Herrn Gauck zu nominieren", sagte der
schleswig-holsteinische Fraktionschef Wolfgang Kubicki. "Es darf sich
nicht der Eindruck festsetzen, dass die FDP zuerst Koalitionspartner und dann
erst die liberale Partei ist", kritisierte die bayerische
Generalsekretärin Miriam Gruß. "Das ist ein respektabler Bewerber",
sagte der baden-württembergische Fraktionschef Hans-Ulrich Rülke.
Sympathien für Gauck gibt es auch in
der Union. Der frühere brandenburgische CDU-Chef Jörg Schönbohm sagte, er frage
sich, warum es nicht möglich gewesen sei, "sich im bürgerlichen Lager mit
der SPD auf Gauck zu einigen".
Gauck-Begeisterung, wohin man blickt.
Die Welt rief schon am Dienstag nach dem Kandidaten, da hatte die SPD bei ihm
noch gar nicht angefragt. "Yes, we Gauck", titelte dieses Wochenende
Bild am Sonntag, und der Spiegel verriet schon auf der Titelseite: "Der
bessere Präsident" (siehe Text rechts).
Nur die Linke steht am Spielfeldrand
und ärgert sich. Gauck sei für seine Partei "sehr, sehr
problematisch", sagte Fraktionsvize Dietmar Bartsch der Mitteldeutschen
Zeitung. Es sei offen, ob die Linke an diesem Montag tatsächlich einen eigenen
Kandidaten präsentiere: "Da gehen die Meinungen auseinander."
Bei der Präsidentschaftswahl im vorigen
Jahr hatte die Partei den Schauspieler Peter Sodann ins Rennen geschickt, der
sich dann aber mit Äußerungen etwa über die Verhaftung von Bankchef Josef
Ackermann um Kopf und Kragen redete. Die Linke verfügt in der Bundesversammlung
über 124 bis 125 Stimmen.
Koalitionskandidat Wulff übte sich
unterdessen in Demutsgesten. Sein Sieg in der Bundesversammlung sei noch nicht
gesichert. "Es kommt auf die Geschlossenheit von CDU, CSU und FDP
an", sagte er. Gauck sagte, das höchste Staatsamt solle "keine Beute
der Parteien sein". Es sei "gut, wenn der Bundespräsident mitten aus
dem Volk kommt".
CDU-Generalsekretär Hermann Gröhe sagte
hingegen, er zweifle nicht daran, "dass CDU, CSU und FDP in der
Bundesversammlung geschlossen für Wulff" stimmten. Die "billigen
Attacken von SPD und Grünen auf Christian Wulff" zeigten, dass die
Opposition nichts dazugelernt habe. Schon deren Äußerungen über den bisherigen
Amtsinhaber Horst Köhler hätten "eindeutig den nötigen Respekt vermissen
lassen".
Als ob Köhlers Problem die Opposition
gewesen wäre. Und als ob es die Stimmen von SPD und Grünen wären, um die
Christian Wulff jetzt zittern muss. Und nicht die der Wahlmänner und -frauen
eines Koalitionspartners, der seine Chance auf Revanche jetzt endlich gekommen
sieht. Taz 7
Präsidentschaftskandidat Joachim Gauck. Es ist Sonne über Berlin
Dieser Kandidat hat einen Begriff des
Politischen, der über Parteikalkül hinausgeht: Joachim Gauck ist christlich,
bürgerlich, liberal und er weiß um die Dialektik der Freiheit. Er wäre ein
idealer Bundespräsident. Von Nils Minkmar
Diese verrückte Woche endete immerhin
mit einem guten Buch. Nach dem Rücktritt des Bundespräsidenten am Montag, nach
dem hektischen Jonglieren mit Namen an den darauf folgenden Tagen war endlich
der Anlass gekommen, Joachim Gaucks Memoiren „Winter im Sommer – Frühling im
Herbst“ zu lesen. Die Lektüre des berührenden und durchdachten Buchs war aber
zugleich frustrierend, weil man dabei ermessen kann, wie sich die öffentliche
Reflexion, auch die eines Politikers über sich selbst, in den zwanzig Jahren
seit der Wiedervereinigung zurückentwickelt hat. Gauck denkt und schreibt wie
ein Erwachsener, wo wir uns an das Verhalten und die Begründungen regressiver
Teenager gewöhnt haben.
Es geht in Deutschland zu wie in einer
dysfunktionalen Familie: Während die Kanzlerin wortkarg immer weitermacht,
suchen manche Männer um sie herum die Aufmerksamkeit nach Kinderart, indem sie
sich beispielsweise vom Stuhl fallen lassen. Sowohl der Rückzug Roland Kochs
wie der Rücktritt des Bundespräsidenten drückten nicht nur den Wunsch aus,
endlich mal richtig verstanden zu werden, sondern waren auch als Bestrafung des
undankbaren Publikums gedacht: Nun habt ihr uns nicht mehr, das habt ihr davon!
In vielen Reaktionen auf den historisch
beispiellosen Rücktritt des Bundespräsidenten wurde diese Entmündigung auch
fraglos nachvollzogen. Kaum jemand nahm Köhlers Begründung ernst; stattdessen
machten Ferndiagnosen und Mutmaßungen über nähere oder fernere Schicksalsschläge
die Runde. Und wer gar nichts wusste, lobte immerhin dessen Engagement für
Afrika, von wo kein Widerspruch zu erwarten ist. Kaum jemand traute sich
einzugestehen, dass dies nicht nur eine persönliche, sondern eine politische
und staatssymbolische, schwere Krise sei.
Krisenbewältigung im Modus der
Abarbeitung
Wichtig war, gleich weiterzumachen. Es
blieb keine Pause, einfach nur die Anatomie dieses Rücktritts zu diskutieren;
obwohl doch auch die Form eines solchen Schritts für die geistige Verfassung
des Landes bedeutsam ist. Warum fand sich in ganz Berlin niemand, der Horst
Köhler Sätze aufschreiben konnte, die weniger abrupt und verletzend gewirkt
hätten, etwas vom zeitlich stets begrenzten Dienst an der Staatsspitze, der
heute vorzeitig an ein Ende gelange? So wirkten die dürren, abgelesenen Sätze
aggressiv und besorgniserregend. Inwiefern spiegeln sie die Realität unseres
Staates, der Verfassungsorgane und wie sie miteinander reden? Völlig verwegen
klang die von Ulrich Wickert formulierte, dabei doch von schlichtem Common
Sense getragene Frage, warum sich die Bundeskanzlerin nicht einfach auf den Weg
gemacht habe zu Horst Köhler am Montag, um einen solch historischen Entschluss
nicht am Telefon, sondern persönlich zu besprechen, selbst um den Preis eines
mutwillig verwirbelten Zeitplans und Protokolls?
Am Abend des Rücktritts immerhin
erklärte sie, seltener Moment der Wahrheit, so etwas wie ihre
Regierungsphilosophie: Jede Krise, die auf den Tisch kommt, nacheinander
wegmeistern!
Das wäre das perfekte Motto für einen
Unfallchirurgen, mit dem feinen Unterschied, dass die ihre Krisen nicht auch
noch selbst verursachen. Dieses Vor-sich-hin-Krisen-Lösen passt zum Bild einer
autistischen und alienhaften Regierung, einem Bild, das von den gesammelten
Talkshowbewohnern inzwischen fraglos akzeptiert wird. Wenn jemand zwischen den
Politikern und den Menschen unterscheidet, wird er gar nicht mehr korrigiert.
Die dramatische Krise, der Burn-out, wie er Horst Köhler von Beobachtern
attestiert wurde, ist das eine Erscheinungsbild der Depression – das freudlose,
trauerlose Immerweitermachen ist das andere. Fragt ein Moderator den
FDP-Politiker Jürgen Koppelin, ob Köhlers Rücktritt seiner Partei nicht „zu
denken gebe“, kommt die Antwort vollautomatisch: „Nein, wie kommen Sie denn
darauf?“ Als ob das Nachdenken, wie Dr. No in „Goldfinger“, die tödliche
Falltür im Boden auslöste.
Das Bild des Bürgers als Konsument
Dabei wäre es mal an der Zeit, auf
solch einen historischen Schritt nicht mit dem zunehmend surrealen Weitermachen
zu reagieren, sondern mit weiteren Fragen – beispielsweise der, was denn der
Bürgerbegriff dieser bürgerlichen Koalition sei? Auch in der schwersten
Finanzkrise der Nachkriegszeit, die nun eine Krise der Staatsfinanzen ist und
eine Staatskrise werden könnte, wurde nie an die Tatkraft, die geistige
Flexibilität der Staatsbürger appelliert, wo doch angeblich dies die wichtigste
Ressource ist. Die Bürger erwarten längst grundlegende Veränderungen, aber es
gilt nach wie vor die Ansage, die George W. Bush nach den Anschlägen vom 11.
September gemacht hat: „Wenn Sie nun bitte wieder einkaufen gehen würden . . .“
Beschränkt sich der Bürgerbegriff der christlich-liberalen Koalition darauf,
den Staatsbürger als Konsumenten zu sehen, dem man mehr Taschengeld lassen
muss, dann wird er schon wieder froh? Und ansonsten sei alles dem nun mal
regierenden Club überlassen, so offenkundig dysfunktional er auch sei?
Wie anders ist die deprimierende
Kandidatenfindung für die Köhler-Nachfolge zu interpretieren? Nach Tagen voller
Winkelzügen, für die sich nur die hoffnungslosesten Politikbesessenen noch zu
interessieren vermögen, wurde Christian Wulff präsentiert, ein Mann, der zwar
sein Leben in öffentlichen Funktionen verbracht hat, zu dem einem aber nichts
einfällt. Oder genau eine Anekdote: Einmal sollte Wulff in Berlin ein Buch
vorstellen, Thomas Leifs „Beraten und verkauft“, eine Kritik an der Branche der
Unternehmensberater. Wulff hatte sich einmal sehr kritisch über McKinsey und Co
geäußert, war seitdem aber heftig zurückgerudert. Auf dem Podium war ihm
erkennbar unwohl, da war er fast dankbar, als aus einer Handtasche irgendwo im
Publikum ein Mobiltelefon läutete. „Legen Sie es in einen Eimer Wasser, dann
ist Ruhe“, beschied er der hektisch nach dem Gerät fummelnden Frau. Ihm gefiel
sein Spruch so gut, dass er auch während der restlichen Veranstaltung Mühe
hatte, nicht dauernd darüber zu lachen, als Einziger wohlgemerkt.
Wulff, das sei empfindlichen Gemütern
als Warnung mitgegeben, verträgt man besser, wenn man Gauck ignoriert. Wagt man
aber den Schritt, zu Gaucks Erinnerungen zu greifen oder sich eine seiner
vielen, auf Youtube verfügbaren Reden anzusehen, kommt der Schock: So geht das
also auch?
Und dann geht es einem, wenn man Wulff
betrachtet, nicht gut.
Antitotalitäre Sozialisation
Gauck macht sich beispielsweise gerne über sein Publikum lustig. Im vergangenen Jahr hielt er eine Rede zum zwanzigsten Geburtstag des Mauerfalls und kommentierte ironisch, nun hätte man sich ja beinahe mal freuen müssen, als Deutscher. Doch gerade rechtzeitig sei die Krise ausgebrochen, und nun, endlich, „können wir tun, was wir doch am liebsten tun: Trübsal blasen!“ Er mokiert sich über den auch im freiheitlichsten deutschen Staat so ausgeprägten Wunsch nach einem strengen Landesvater oder einer besonders lieben Landesmutti. Er benutzt oft Familien-Analogien, aber es sind moderne Bilder. Ganz offe