WEBGIORNALE  8-10  Giugno  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì il via. Non solo mondiali di calcio: la presenza italiana in Sud Africa  1

2.       Germania, manovra da 80 miliardi. La Merkel annuncia l'austerità  1

3.       Germania: ok a manovra pesante. Borse europee in altalena  1

4.       In Italia la popolazione aumenta, ma solo grazie agli immigrati 2

5.       Allarme rosso per l'editoria italiana all'estero. Intervista al nuovo presidente della Fusie, Giangi Cretti 2

6.       Analisi della Coldiretti. La cucina italiana all’estero? Una delusione! 3

7.       Massolo: “Una Farnesina made in Italy”  3

8.       Riforma MAE. Frattini: dare risposte al presente per governare il futuro  3

9.       Bonn. Garavini: “L’integrazione un cantiere aperto, fondamentale il ruolo delle donne”  4

10.   Agenzia consolare di Mannheim. Interrogazione di Di Biagio. Se va a Stoccarda costa di più?  4

11.   Anche la UIM a Francoforte alla protesta organizzata dal CGIE  4

12.   Torino Piemonte Aerospace alla kermesse di Berlino (8-13 giugno) 5

13.   Slitta al primo settembre la chiusura del Consolato di Saarbrücken  5

14.   A Francoforte, a novembre, elezioni per rinnovare la Consulta degli stranieri 5

15.   A Monaco di Baviera il Forum Italo-Tedesco Energia Solare  5

16.   Dimissioni: Horst Köhler lascia la Germania in mutande  6

17.   Il 10-12 giugno riunione "urgente e straordinaria" della Commissione Anglofoba del Cgie  6

18.   Debiti e sacrifici. Se si scopre che Londra sta peggio di Roma  7

19.   Conferenza Ue-Balcani. Frattini: la stabilizzazione della regione attraverso l'avvicinamento all'UE  7

20.   La strategia di Obama  7

21.   La Giornata Mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile  8

22.   Marea nera. Servirà la lezione? Per una nuova cultura, una nuova norma, una nuova industria  8

23.   Se Benedetto parla come Obama  8

24.   Caso Restivo: un’opportunità per riflettere sul ruolo genitoriale  9

25.   Troppi minorenni spariscono nel nulla  10

26.   Ue: statali in pensione a 65 anni dal 2012. Sacconi: «Non c'è margine di trattativa»  10

27.   Mafia e politica. I politici non vogliono sapere  10

28.   La menzogna  11

29.   Governare a vanvera  12

30.   Federalismo tra egoismi  e solidarietà  12

31.   Terremoto. Onna, la Germania adotta la chiesa, in autunno la ristrutturazione  12

32.   L’Aquila dopo la caduta  13

33.   Aumentano i residenti in Italia, +0,5% ma sono tutti stranieri 14

34.   La pluralità etnica porta molti vantaggi ma la strada per l’integrazione non è facile  15

35.   I deputati del PD contro Mantica. “Gravi e inaccettabili” le affermazioni sul blocco di Gaza  15

36.   Incentivi ai viaggi turistici dei lucani residenti all’estero e loro discendenti 15

37.   Dalla “Giornata del Siciliano nel mondo” le proposte di partecipazione alle politiche di sviluppo della Regione  16

 

 

1.       Haushaltssanierung zunächst ohne Steuererhöhungen  16

2.       Verbände lehnen Sparpaket der Regierung rundweg ab  16

3.       Sparpaket der Regierung. Merkels Patzer - Koalition ohne Idee  17

4.       Sachsen. Ausländer rein! 17

5.       Initiative "Gesicht Zeigen!": Ausstellung "7xjung Dein Trainingsplatz für Zusammenhalt und Respekt"  18

6.       Jugendliche und der Islam "Was der Imam sagt, das stimmt"  19

7.       Slowenien. Ja zum Schiedsgericht 19

8.       Gaza-Küste. Franzosen und Briten schlagen EU-Kontrollen vor 19

9.       Rolle der Türkei im Nahostkonflikt Neutralität ist Trumpf 20

10.   Kommentar zum G20-Treffen. Kümmerlich  20

11.   Koalition. Das Pfeifen im Walde  20

12.   Köhler-Nachfolge. Risikokandidat Wulff 21

13.   Christian Wulff. Die erste Wahl der Kanzlerin  21

14.   Liberale lieben SPD-Kandidaten. Eine Versuchung namens Gauck  22

15.   Präsidentschaftskandidat Joachim Gauck. Es ist Sonne über Berlin  22

16.   Regierungsbildung. Casting für NRW   23

17.   Leitartikel zur Spardebatte. Der Wert der Wahrheit 24

18.   Minister Rösler und die Kopfpauschale Brutalstmögliche Beerdigung  24

19.   Interview mit Shah Rukh Khan. "Kapitalismus ist auch nur eine Religion"  25

20.   NPD und DVU vor der Fusion. Der alte Traum der Rechtsextremen  27

21.   „Die Stützpunktvereine setzen ‚Sport interkulturell’ in der Praxis um“  27

22.   Das Schwein in Tora und Koran. Du bist, was du nicht isst 28

23.   Studie. Zweifelhafte Rolle der Imame  28

24.   In Köln: Dissonorata - Ein Delikt in KalabrienIn  29

25.   Vorführung des Films „La bocca del lupo“ am Dienstag, 8.6.2010, in Berlin  29

26.   "Don Camillo und Peppone" in Bad Vilbel. Kirche und Politik, ein Witz  29

27.   Kulturstaatsminister Bernd Neumann vergibt Stipendien 2011 für Villa Massimo und Studienzentrum Venedig  30

28.   Alfa Romeo. Hundert Jahre sind doch kein Alter 30

 

 

 

 

 

Venerdì il via. Non solo mondiali di calcio: la presenza italiana in Sud Africa

 

Roma - A partire dall’11 giugno, con l’inizio dei Mondiali di calcio, il Sud Africa sarà meta per migliaia di italiani. Lo sa bene la Farnesina che, per l’occasione, ha predisposto per tutti gli italiani in partenza un vademecum di utili consigli da seguire, scaricabile direttamente online all’indirizzo http://www.esteri.it/mae/approfondimenti/20100603_Consigli_per_gli_italiani.doc

Ma il Sudafrica non è solo campionati del mondo: l’Italia è molto presente nel Paese. Alcune imprese sono state direttamente coinvolte proprio in lavori connessi con i Mondiali: ad esempio, per il miglioramento delle infrastrutture stradali e dell’aeroporto e dello stadio di Cape Town, passando per la costruzione di un grosso impianto idroelettrico. Più in generale, sono numerose le imprese italiane presenti sul suolo sudafricano in diversi settori: costruzioni, estrattivo, trasporto e spedizione, alloggio e ristorazione, sostegno alle imprese, servizi professionali, scientifici e tecnici, immobiliare, etc.

Sul fronte dei rapporti politici, il Presidente sudafricano Jacob Zuma ha partecipato alle sessioni di outreach del G8 di L’Aquila ed il Ministro Franco Frattini ha incontrato in tale occasione il suo omologo, Maite Nkoana-Mashabane. Il Ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola ha visitato il Sud Africa a settembre 2009, manifestando ai colleghi sudafricani l’intenzione di ri-orientare la politica commerciale ed industriale italiana dal tradizionale asse mediterraneo, per dare nuova priorità al continente africano nel suo complesso, in cui Pretoria conta una posizione di indubbio rilievo per le proprie strutture avanzate.

L’Italia è impegnata in Sud Africa anche con la Cooperazione: nel 1996 è stato concluso un Accordo quadro, a cui ha fatto seguito, nel 1998, un Accordo regolante l’assistenza tecnica e scientifica. Nel marzo 2002, in occasione della visita di Stato del Presidente Ciampi nel Paese, il Sottosegretario Alfredo Mantica ha firmato uno dei protocolli tecnici a sostegno del settore sanitario.

Molto attiva anche la collaborazione culturale, scientifica e tecnologica. Il Governo italiano sostiene con contributi finanziari tre cattedre aggiuntive di italiano presso le Università sudafricane, mentre scienziati e ricercatori di enti di ricerca italiani collaborano alla costruzione del prototipo sudafricano dello Square Kilometer Array (SKA), che sarà il più grande radiotelescopio del mondo. (aise) 

 

 

 

Germania, manovra da 80 miliardi. La Merkel annuncia l'austerità

 

L'obiettivo è tornare in equilibrio entro mil 2014. "Abbiamo l'occasione per dare un esempio all'Europa". Stretta sul poderoso Welfare tedesco. Bloccata anche la ricostruzione del Castello del Kaiser a Berlinodal – di Andrea Tarquini

 

BERLINO - Venti miliardi di euro in più del previsto, una stangata da ben 80 miliardi di euro di qui appena al 2014. Poi si vedrà se sarà bastato o se ce ne vorranno delle altre. Ecco la manovra-monstre varata oggi pomeriggio dal governo di centrodestra (Cdu della cancelliera, Csu bavarese, Fdp cioè liberali) della cancelliera Angela Merkel. "Siamo di fronte a una sfida senza precedenti, abbiamo il dovere di rimettere i conti pubblici e quindi il futuro della nazione in piedi sulle sue gambe", ha detto Angela Merkel.

 

La scure del rigore in nome dell'euro e dei Trattati di Maastricht, attesa da tempo, si è abbattuta sulla prima potenza economica europea, sui suoi cittadini e consumatori, su tutti i suoi partner economici e commerciali in Europa e nel mondo. E' molto di più dei 60 miliardi di euro di risparmi che si annunciavano fino a ieri. Il governo tedesco vuole ridurre costi, spese, uscite, soprattutto nel campo delle prestazioni sociali, cioè riducendo il bilancio per molte voci del Welfare, oltre a una riduzione di 15mila posti nel pubblico impiego fino e al congelamento degli aumenti per i dipendenti pubblici. Riduzione anche delle sovvenzioni ad alcuni comparti produttivi, inclusa la produzione di energia con centrali nucleari. Sarà inoltre introdotta una "imposta ecologica" sul traffico aereo, che inevitabilmente porterà a un aumento dei prezzi medi dei biglietti per chi vola.

 

Solo in questo modo il governo tedesco è riuscito a evitare di imporre ai suoi cittadini ed elettori la mazzata di un aumento delle imposte, con il quale avrebbe strangolato una domanda interna già troppo debole come protestano la Francia e gli altri partner europei. Ma siamo comunque davanti allo sforzo di sacrifici più grave e drammatico che la democrazia tedesca affronta dal dopoguerra. Il governo federale ha voluto indicare, con le sue decisioni, di accogliere solo in parte consigli e moniti dei maggiori economisti mondiali, come quelli di Nouriel Roubini nella sua intervista apparsa ieri su Repubblica. Consigli e moniti cioè a non tagliare troppo spese e domanda, perché altrimenti la locomotiva d'Europa si sarebbe bloccata condannando in futuro a morte lo stesso euro. Ma resta da vedere se la strategia della Merkel  -  una leader indebolita, contestata nei ranghi della sua stessa maggioranza, in crisi d'immagine e di leadership  -  basterà a recuperare credibilità alla Germania e a rassicurare i mercati.

 

Infine una decisione anche d'immagine: viene messa da parte la ricostruzione del Castello del Kaiser, sull'area nel centro di Berlino in cui sorgeva il "Palast der Republik" costruito nel 1976 da Erich Honecker e finito di abbattere nel 2008. Per risparmiare i 400 milioni destinati al "Berliner Stadtschloss", il progetto dell'architetto italiano Franco Stella rimarrà nel cassetto fino a quando le finanze dello Stato non ne permetteranno la realizzazione. LR 7

 

 

 

Germania: ok a manovra pesante. Borse europee in altalena

 

Fmi e Ue: «L'Ungheria non è la Grecia». Merkel: tassa su aerei e nucleare. Wall Street apre positiva

 

MILANO - Giornata in altalena per le Borse europee. Inizio in calo, recupero dopo la diffusione dei dati tedeschi sugli ordini in aprile all'industria (+2,8%) e l'apertura positiva di Wall Street, ma l'annuncio della pesante manovra tedesca da 80 miliardi e l'annullamento del previsto incontro in serata Merkel-Sarkozy hanno di nuovo fatto appesantire i listini europei. Prima Parigi e Londra, poi Francoforte e Milano nel pomeriggio hanno di nuovo fatto segnare ribassi sui listini.

UNGHERIA: NESSUN PROBLEMA - Il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Straus-Kahn, ha indicato di «non avere nessun elemento particolare di inquietudine» per la situazione finanziaria dell'Ungheria. Il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, ha aggiunto inoltre che «non bisogna comparare la situazione economica e finanziaria dell'Ungheria a quella della Grecia».

GERMANIA: MANOVRA DA 80 MILIARDI - «Le finanze solide sono la migliore misura che possiamo prendere per prevenire le crisi», ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, annunciato una manovra finanziaria da circa 80 miliardi di euro fino al 2014. Ci sarà anche una tassa ambientale sul trasporto aereo del valore di un miliardo di euro l'anno e un'altra sull'eventuale prolungamento degli impianti nucleari. Per il 2011 i tagli sono di 11,2 miliardi di euro. Negli anni successivi, stando alle anticipazioni della Dpa, seguiranno altri tagli che porteranno nel suo complesso la riduzione della spesa pubblica a 19,1 miliardi nel 2012, 24,7 nel 2013 e 26,6 nel 2014. Altre riduzioni per 5,6 miliardi sono previste per il 2014 anche se non sono state definite nel dettaglio. Il governo ha respinto un aumento generalizzato delle aliquote delle imposte sul reddito. Il Partito socialdemocratico (Spd) ha annunciato che si opporrà con tutti i mezzi all'attuazione del piano che colpisce coloro che non si sanno difendere, ha indicato il segretario generale Andrea Nahles. Per il presidente della Federazione dei sindacati tedeschi (Dgb) Michael Sommer, il governo «colpisce i più poveri per tutelare l'interesse dei grandi». È stato rinviato al 14 giugno l'incontro previsto in serata a Berlino tra Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, di preparazione del vertice europeo di Bruxelles del 17 giugno.

LETTA: «ITALIA CE LA PUÒ FARE» - Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, si è dichiarato convinto che «l'Italia ce l’ha sempre fatta, ce la deve fare e ce la farà. La sensazione è che la parte seria e produttiva del Paese sia pronta a partire meglio di prima. Se avremo la forza di volare alto, di recuperare la passione e lo spirito d’iniziativa tipico degli italiani, se avremo questa forza il Paese riprenderà a crescere e a volare».

MALE L'ASIA, RECORD NEGATIVO DI TOKYO - La settimana si era aperta male già con i dati asiatici, a cominciare da Tokyo, dove la Borsa ha chiuso perdendo il 3,84%, a 9.520,80 punti, dopo aver toccato un minimo giornaliero di 9.502,62 punti. Sullo sfondo i deboli dati sul lavoro Usa, ma soprattutto i timori di nuovi problemi sul debito in Europa, legati all'Ungheria. Non solo Tokyo ha archiviato la peggior seduta dell'anno, ma anche Hong Kong, Shanghai (-1,64%), Shenzhen (-1,91%) e Seul hanno segnato performance negative. Negative anche le Borse dei Paesi arabi del Golfo.

L'EURO TOCCA IL MINIMO DAL 10 MARZO 2006 - L'euro attualmente è scambiato a 1,1971 dollari, contro 1,1966 dollari di venerdì a Wall Street. La moneta unica in mattinata ha però toccato quota 1,1888 sul biglietto verde, il valore minimo dal 10 marzo 2006. Il commissario europeo Rehn si è detto «preoccupato per la velocità del calo dell'euro, non il suo livello».

SPAGNA: SCIOPERO - Circa tre milioni di funzionari pubblici spagnoli martedì sciopereranno per 24 ore per protestare contro la riduzione dei salari decisa nel quadro del piano per ridurre il deficit pubblico. CdS 7

 

 

 

 

In Italia la popolazione aumenta, ma solo grazie agli immigrati

 

L'Istat: siamo 60,3 milioni, il 7% stranieri - Al Nord un neonato su 5 ha genitori non italiani

 

ROMA - Siamo sempre di più. Ed esattamente in 60 milioni e 340 mila 328. Questo il numero dei residenti in Italia alla fine del 2009. Rispetto all'anno prima siamo aumentati dello 0,5%, cioè di 295.260 persone.

 

Una crescita dovuta principalmente, dice l'Istat, agli immigrati, che sono ormai il 7% della popolazione totale. L'anno scorso erano il 6,5%. Più alta la loro presenza al Nord e al Centro: rispettivamente 9,8% e 9,3% nel Nord-est e nel Nord-ovest e 9,0% nel Centro. Una quota che nel Mezzogiorno si ferma al 2,7%.

 

Rispetto al 2008 diminuiscono le nascite e aumentano i decessi: il saldo naturale è quindi negativo. Nel 2009 sono nati 568.857 bambini, ovvero 7.802 in meno rispetto al 2008. Il dato è comunque il secondo più alto degli ultimi 17 anni, dopo appunto il record del 2008. Il numero dei decessi è di 591.663 persone (6.537 in più rispetto all'anno precedente). La differenza è di -22.806 unità.

 

Al Nord i bambini nati da genitori stranieri sono circa il 20%. Nelle regioni del Centro sono il 15%, mentre nel Mezzogiorno soltanto il 3,6%. L'aumento del numero dei nati determina un aumento del numero medio di figli per donna, che per il 2009 si stima pari a 1,41 confermando la leggera ripresa degli ultimi anni (era 1,37 nel 2007).

 

Diminuiscono gli arrivi dall'estero. Nel corso del 2009 si sono iscritti in anagrafe 442.940 stranieri, 90mila in meno rispetto al 2008. Si è quindi esaurita la forte spinta all'ingresso di uomini e donne da paesi come la Romania che si era registrata a partire dal maggio 2007, data dell'allargamento dell'Unione europea ai paesi dell'Est.

 

Grandi città. Tutti i grandi comuni del Nord e del Centro, con la sola eccezione di Verona, si presentano in crescita, e in particolare Milano (+9,1%), Firenze (+8,8%) e Roma (+7,1%), mentre tutti i grandi comuni del Mezzogiorno presentano un decremento di popolazione. Tra questi il più sostenuto si verifica a Palermo (-5,1%).

 

Le famiglie sono 24 milioni e 905 mila circa. Il numero medio di componenti per famiglia è pari a 2,4, stabile rispetto all'anno precedente. Il valore minimo è di 2,0 e in Liguria, mentre il massimo è di 2,8, in Campania. IM 7

 

 

 

 

Allarme rosso per l'editoria italiana all'estero. Intervista al nuovo presidente della Fusie, Giangi Cretti

 

Adeguati strumenti e professionalità per garantire tradizione, innovazione e autorevolezza. Ma anche una fase nuova nei rapporti con la politica. Non si cancella la storia a colpi di decreti - di Mauro Montanari

 

Roma - La Fusie, Federazione unitaria della stampa italiana all’estero, nella sua recente riunione plenaria, ha eletto nuovo presidente, quasi all’unanimità, Giangi Cretti. Lo abbiamo intervistato.

Montanari. La Fusie è stata accusata, negli ultimi anni, di un certo immobilismo di fronte ai sempre più drammatici problemi che hanno investito l’editoria. D’ora in avanti come intende muoversi la nuova presidenza?

Cretti. Con la consapevolezza che i tempi sono ancora più duri, e che è ancora più difficile avere udienza da quegli interlocutori, soprattutto istituzionali, che sono comunque determinati nella definizione della politica e degli interventi a sostegno dell’editoria italiana all’estero. A tal fine cercherò di attivare tutte le vie e tutti i contatti possibili per il massimo coinvolgimento di tutti quei soggetti che, a diverso titolo, possono contribuire a migliorare il dialogo e il confronto. Un ruolo importante ce l’avranno gli operatori stessi e le associazioni di categoria, ma spero che non si sottraggano a un coinvolgimento diretto anche i politici: quelli eletti all’estero ma non solo loro. E anche il Cgie, il Consiglio generale degli italiani all’estero.

Gli interlocutori politici che dovevano essere il sostegno delle comunità italiane all’estero, sembrano non avere assolto del tutto al loro ruolo. È così?

Nella sostanza direi di no, anche se forse la percezione è quella. Per quanto riguarda, in modo specifico, il problema dei tagli all’editoria, credo che siano stati colti in contropiede dal fatto che l’articolo che prevede questo taglio è stato inserito in un Decreto con il nome sintomatico di «Mille proroghe». In altre parole, non se ne sono neppure accorti fino a che non è stato approvato. Va sottolineato, comunque, che anche da parte dei parlamentari della maggioranza vi sono state reazioni ed emendamenti con cui questi tagli specifici non solo vengono condannati, ma si chiede che vengano pure azzerati.

Quali prospettive ha l’informazione italiana nel mondo?

In parte dipenderà dagli eventuali risultati che si riusciranno ad ottenere sul versante dei contributi pubblici che chiediamo vengano almeno ripristinati prima di una seria riflessione sulla necessaria riforma della legge che ne definisce l’erogazione. Molto di più, invece, dipenderà dalla capacità che gli editori e gli operatori sapranno mettere in campo di fronte ai mutati modi di veicolare e di utilizzare le informazioni. Se da un lato non vi è dubbio che la stampa italiana all’estero svolga ancora un ruolo insostituibile in termini di aggregazione comunitaria e di integrazione, è pur vero che la sua fruizione, così come l’abbiamo sempre concepita, sia in diminuzione. D’altro canto è in aumento l’utilizzo delle nuove tecnologie che sono uno strumento fenomenale che, però, non ha ancora l’autorevolezza e la credibilità che le testate tradizionali si sono costruite nel corso di decenni durante i quali hanno svolto anche un ruolo di servizio, talvolta sostituendosi ai compiti che avrebbe dovuto svolgere lo Stato.

La legge attuale non prende in considerazione né le nuove tecnologie né il settore radiotelevisivo. Possiamo aspettarci un cambiamento nella normativa?

Lo possiamo auspicare. E per quello che ci compete lo chiederemo, cosa che d’altronde abbiamo fatto per anni, fermo restando una chiara trasparenza nella definizione dei criteri e dei requisiti che dovrebbero consentire l’accesso a eventuali contributi. Data la volatilità propria di uno strumento come quello informatico, questi criteri e requisiti andranno rigorosamente formulati.

Ha ancora una funzione l’informazione italiana all’estero?

Indubbiamente sì. Almeno finché è in grado di aver un pubblico che la richiede. Dal punto di vista teorico possiamo dire che essa contribuisce a consolidare il senso di appartenenza, a creare un’opinione, per certi versi a mantenere viva la diffusione della lingua italiana al di fuori dei confini nazionali. Da un punto di vista pratico, molto dipende da come l’informazione viene fatta; pertanto dalle strategie editoriali di ciascuna testata, fatto salvo il fatto che se fondamentali sono le risorse intellettuali, irrinunciabili sono quelle materiali.

Messaggero di sant’Antonio per l’estero, giugno

 

 

 

 

 

Analisi della Coldiretti. La cucina italiana all’estero? Una delusione!

 

È quanto sostengono tre Italiani su quattro. Tra le specialità più “tradite”, la caprese, servita priva della mozzarella di bufala, ma anche il tiramisù fatto senza mascarpone, e gli “spaghetti alla bolognese”, inesistenti nella città emiliana

 

Tre italiani su quattro restano delusi dai piatti “italiani” serviti all’estero, dove vengono portate in tavola le più bizzarre versioni delle ricette tradizionali, come l’abitudine belga di “violentare” la carbonara con la panna senza il pecorino, quella tedesca di impiegare l’olio di semi nella cotoletta alla milanese, quella olandese di non usare il mascarpone nel tiramisù, fino agli inglesi che hanno votato come piatto preferito gli spaghetti alla bolognese che sono del tutto sconosciuti nella città emiliana. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione del Forum Internazionale a Bruxelles, dove sono stati presentati gli errori più comuni che vengono commessi all’estero nella preparazione dei piatti della tradizione culinaria Made in Italy.

 

Tra le specialità più “tradite” ci sono anche - continua la Coldiretti - la tipica caprese servita con formaggio industriale al posto della mozzarella di bufala o del fiordilatte, mentre non mancano i casi di pasta al pesto proposta con mandorle, noci o pistacchi al posto dei pinoli e con il formaggio comune che sostituisce l’immancabile parmigiano reggiano e il pecorino romano. Per non parlare poi della pizza, che viene offerta nelle versioni più inimmaginabili, da quella hawaiana con l’ananas a quella di pollo.

Le sorprese aumentano se ci si rivolge alle numerose catene di fast food che si ispirano al Made in Italy, che si stanno moltiplicando in numerosi Paesi, a partire dagli Stati Uniti. Qui, infatti, si contano oggi ben 22 grandi catene che, ispirandosi al Made in Italy, realizzano nel loro insieme un giro di affari di 5,3 miliardi di euro, con oltre 2.500 punti vendita (da Olive garden a Famous Famiglia, dalla Buca di Beppo a Bravo!, da The Old spaghetti Factory a Il Fornaio).

 

Aumenta anche l’offerta di piatti italiani pronto uso sugli scaffali dei supermercati all’estero, dove è possibile acquistare dal sugo liofilizzato per spaghetti alla bolognese, alle lasagne in lattina fino ad un fantomatico piatto all’italiana in barattolo fatto di polpette di carne e pastina da minestra, che farebbero inorridire qualsiasi consumatore del Belpaese.

 

La mancanza di chiarezza sulle ricette Made in Italy offre terreno fertile alla proliferazione di prodotti alimentari taroccati all’estero dove - precisa la Coldiretti - le esportazioni di prodotti agroalimentari tricolori potrebbero quadruplicare se venisse uno stop alla contraffazione alimentare internazionale che è causa di danni economici, ma anche di immagine. All'estero - stima la Coldiretti - sono falsi tre prodotti alimentari di tipo italiano su quattro, con il mercato mondiale delle imitazioni di cibo Made in Italy che vale oltre 50 miliardi di euro. Il rischio reale è che si radichi nelle tavole internazionali un falso Made in Italy che toglie spazio di mercato a quello autentico e banalizza le specialità nostrane frutto di tecniche, tradizioni e territori unici e inimitabili. E’ il caso - spiega la Coldiretti - dei formaggi tipici dove, dopo il Parmesan, è stato scoperto in Romania il Parmezan, ma anche la Fontina svedese, il Parmi olandese, la polenta che diventa “palenta” in Montenegro, il barbera bianco venduto un supermercato rumeno, il Cambozola in Germania o la pasta Milaneza venduta in Portogallo.

 

Per garantire l’arrivo anche sui mercati esteri di prodotti alimentari genuinamente Made in Italy, la Coldiretti sta promuovendo un progetto per una filiera agricola tutta italiana con l'obiettivo di tagliare le intermediazioni e arrivare ad offrire in Italia e all’estero prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori attraverso la rete delle cooperative e dei Consorzi Agrari. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Massolo: “Una Farnesina made in Italy”

 

ROMA - Adeguare il ministero degli Affari esteri alle nuove sfide imposte dalla globalizzazione. Renderlo capace di affrontare le tematiche transnazionali, dal terrorismo alla criminalità organizzata, dalla sanità al cambiamento climatico, all'energia. Soprattutto, permettere alla Farnesina un approccio di sistema alla promozione all'estero delle eccellenze italiane economiche, finanziarie, culturali, tecnico-scientifiche. Sono le direttrici lungo le quali si muove la riorganizzazione del dicastero guidato da Franco Frattini, appena firmata dal presidente della Repubblica, che dovrebbe essere operativa entro la fine di luglio, all'annuale conferenza degli ambasciatori.

«Dal punto di vista del business il cardine della riforma è costituito dalla nascita della direzione generale per il sistema Paese», spiega al Mondo il segretario generale della Farnesina, ambasciatore Giampiero Massolo. In sostanza, «è una sorta di sportello unico dove gli imprenditori ma anche i promotori culturali pubblici e privati hanno di fronte personale qualificato, portatore di una visione strategica complessiva». «Così», sottolinea il diplomatico, «l'interessato non ha più bisogno di rivolgersi una per una alle sedi estere di cui ha bisogno per il suo progetto di internazionalizzazione».

La nuova direzione generale avrà un carattere di gestore di rete. «Disponiamo all'estero di oltre 300 postazioni, tra ambasciate, consolati, istituti di cultura, unità tecniche locali per la cooperazione: si tratta di metterle a regime», rileva Massolo, «con la consapevolezza che il rappresentante diplomatico deve potenziare il suo ruolo di perno del sistema Paese». Si è investito, quindi, nella formazione del personale, «in maniera che l'imprenditore all'estero possa trovare rappresentanti meglio preparati ad aiutare le aziende e consapevoli che i servizi prestati alle imprese e ai cittadini sono parte integrante del lavoro del diplomatico moderno».

La riorganizzazione della Farnesina cade mentre l'Unione europea organizza un proprio servizio diplomatico. In cinque anni saranno distaccati nelle istituzioni comunitarie una cinquantina di diplomatici. I prossimi concorsi permetteranno reclutamenti più abbondanti. Nuove spese, dunque, ma i tagli al bilancio non preoccupano: la riforma verrà ripagata dalla riduzione delle direzioni generali (da 13 a otto) e dei consolati. Il problema è piuttosto come mettere d'accordo tutti gli organismi che ora promuovono il sistema Italia: Commercio con l'estero (di competenza del ministero dello Sviluppo economico), Ice, Sace, enti locali. «In realtà, la situazione è meno confusa di quanto sembri», assicura Massolo, «buona parte della promozione già fa capo alle ambasciate e noi lavoriamo con tutti in grande armonia. E’ previsto anche un ufficio per i rapporti con gli enti locali». Secondo quanto risulta al Mondo, però, questa riorganizzazione costituirebbe l'ultimo passo in vista del trasferimento del network dell'Ice (Istituto del commercio estero) e del vice ministero del Commercio con l'estero sotto la Farnesina. Pietro Romano, Il Mondo 11

 

 

 

 

 

Riforma MAE. Frattini: dare risposte al presente per governare il futuro

 

ROMA - La Farnesina cambia: la riforma voluta dal ministro Franco Frattini e disegnata dal segretario generale Giampiero Massolo innova nell’organizzazione con l’obiettivo di "dare risposte al presente e governare il futuro".

"La fine della guerra fredda e delle demarcazioni bipolari", spiega Frattini, "hanno dato vita ad un mondo integrato ed interconnesso, dove le principali nuove sfide alla sicurezza sono sempre più transnazionali; allo stesso tempo, nel mondo trasformatosi in "villaggio globale", la competizione economica e politica tra gli Stati nazionali si è accresciuta". Per questo, "nulla è più scontato per nessuno: bisogna guadagnarsi giorno per giorno, sul campo, la propria influenza politica e la propria competitività economica, in un sistema internazionale dove il numero degli attori che contano si è moltiplicato vertiginosamente". Di fronte a tali scenari, continua Frattini, "era necessario agire per adeguare le strutture" del ministero alle "nuove sfide". Ed è questo, puntualizza Frattini, "il senso del riassetto a cui abbiamo pensato, insieme con il segretario generale Massolo, allineandoci a quanto stanno facendo anche i nostri principali partner europei".

In un sistema, dunque, sempre più globalizzato ed interconnesso, il ministero degli Esteri annuncia che incardinerà il suo lavoro quotidiano non più per aree geografiche ma per macro-settori tematici: sicurezza, integrazione europea e proiezione all’estero del sistema-Paese, i tre "pilastri".

I riflettori saranno puntati sulle opportunità di business per le imprese italiane nei cinque Continenti: ci sarà una cabina di regia a Roma, con un’apposita direzione generale alla Farnesina e "terminali operativi" nelle varie Ambasciate, con gli Ambasciatori che, grazie ad accresciute responsabilità manageriali, saranno chiamati a gestire in autonomia il bilancio delle rispettive sedi.

"Fondamentale", sottolinea Frattini, "la promozione all’estero del sistema -Paese" che "non si limita alla componente economico-finanziaria, ma ingloba anche quella culturale, il "soft power" dell’Italia, quel potere di attrazione che pochi hanno, che molti ci invidiano e che dobbiamo perciò valorizzare al massimo".

Nel seguire uno schema di "accorpamento delle competenze", il numero delle Direzioni generali è ridotto da 13 a 8: Affari Politici e Sicurezza, Mondializzazione e Questioni Globali; Promozione del Sistema Paese; Unione Europea; Cooperazione allo Sviluppo; Italiani all’Estero; Risorse e Innovazione; Amministrazione, Informatica e Comunicazione. Il nuovo assetto sarà quindi fondato sulla centralità dell’approccio tematico, ma senza tralasciare la dimensione geografica o "bilaterale" che continuerà ad essere seguita da Direttori Centrali.

Il raccordo tra le varie direzioni, nell’azione quotidiana del Ministero, è affidato al Segretario generale e, su base sistematica, al Consiglio di Amministrazione: "un organo quest’ultimo", spiegano dal MAE, "che sarà più snello nella sua composizione e assumerà un vero e proprio ruolo-guida dell’azione ministeriale, essendo chiamato ad esprimere valutazioni sugli indirizzi strategici e sull’azione complessiva della Farnesina".

"La riorganizzazione", aggiungono dal ministero, "si affianca alla razionalizzazione della rete diplomatico-consolare e delle scuole italiane all’estero, avviata sin dal 2007: l’obiettivo è di adeguare la rete consolare, disegnata in un’epoca ormai lontana caratterizzata da forte emigrazione, alle nuove esigenze delle collettività italiane, qualificando i servizi forniti – anche "a distanza", grazie alle innovazioni informatiche - e "reinvestendo" in uffici più efficienti le risorse umane e finanziarie così rese disponibili".

"L’azione di rinnovamento", continuano dalla Farnesina, "si estende anche al tema della sostenibilità ambientale: servizio di mensa e forniture eco-responsabili; riduzione del consumo di carta; raccolta differenziata; organizzazione di eventi ad "Impatto Zero"; sostituzione del parco auto con modelli a basso consumo. E all’estero, con il progetto pilota "Ambasciata verde" avviato con l’Ambasciata d’Italia a Brasile che, entro la fine dell’anno, sarà in grado di soddisfare gran parte dei propri bisogni energetici grazie all’installazione di pannelli fotovoltaici". (aise) 

 

 

 

Bonn. Garavini: “L’integrazione un cantiere aperto, fondamentale il ruolo delle donne”

 

Bonn - “Potenziare il ruolo delle donne per il raggiungimento dell’integrazione”. È stata questa la sintesi dell’intervento di Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Europa, all’assemblea nazionale delle donne socialdemocratiche a Bonn, a cui hanno partecipato anche la segretaria generale della SPD, Andrea Nahles, e la responsabile per le politiche d’integrazione del gruppo al Bundestag, Aydan Özoguz.

 

Con il suo contributo sulle politiche per l’integrazione, la parlamentare italiana ha sottolineato come sia fondamentale “puntare di più sulle donne per ottenere successi nelle politiche per l’integrazione, facendo leva sul ruolo centrale che esse ricoprono all’interno della famiglia. Se si riesce a coinvolgere le immigrate e a sensibilizzarle sul valore dell’educazione, della formazione e del lavoro, ne trarrà beneficio l’intera comunità”.

 

Tra le donne italiane in Germania, ha detto la Garavini, “abbiamo già molti esempi di successo. Con tanti di questi stiamo creando un coordinamento a livello nazionale, ‘Retedonne’, che vuole dare maggiore voce e visibilità a queste esperienze positive e che sta diventando un forum per scambiare esperienze, competenze e strategie di successo”.

 

“Nonostante l’apparenza, però”, ha rimarcato la deputata, “tanti dei nostri 500 mila connazionali in Germania presentano problemi legati alla loro mancata integrazione. Penalizzati da un sistema scolastico molto selettivo e dalla scarsa attenzione di molte famiglie per l’importanza di buoni risultati educativi e di una buona formazione”, ha spiegato, “i nostri ragazzi sono il gruppo straniero più rappresentato nella Sonderschule (scuola differenziale dedicata a chi ha difficoltà di apprendimento). È preoccupante notare che il 70 per cento dei maschi dispone solo della licenza media o addirittura di nessun titolo scolastico. Di conseguenza non sorprende che un terzo degli uomini italiani lavori come operaio non specializzato”. Per la Garavini “è solo attraverso una buona formazione che è possibile ottenere un buon posto di lavoro ed è solo con un buon posto di lavoro ben retribuito che è possibile ottenere una riuscita integrazione”. De.it.press

 

 

 

Agenzia consolare di Mannheim. Interrogazione di Di Biagio. Se va a Stoccarda costa di più?

 

ROMA - Il responsabile del PDL nel Mondo, on. Aldo Di Biagio, ha presentato giovedì un’interrogazione a risposta scritta al Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini per sapere, in estrema sintesi, se corrisponde al vero che il Consolato di Stoccarda, per poter accogliere il carico di lavoro dovuto alla chiusura dell’Agenzia Consolare di Mannheim, si accinge a prendere in affitto locali per 1.500/2.000 euro, rispetto all’offerta del Comune di Mannheim che cederebbe locali per soli 500 euro al mese.

Nell’interrogazione. L’on. Di Biagio premette che “l'agenzia consolare d'Italia in Mannheim, Germania, operante dal 1976 è rientrata nel programma di razionalizzazione della rete diplomatico-consolare annunciata nel 2009 dal Ministero degli Esteri;” e che “sulla base delle direttive tracciate dal Ministero degli affari esteri nel suo piano di riorganizzazione, le attività di natura amministrativa ed organizzativa attualmente svolte dalla suindicata agenzia, così come il lavoro degli impiegati non di ruolo, verrebbero differite ad una sede ricevente, quale il Consolato generale di Stoccarda;”, considerato che nella circoscrizione consolare di Mannheim sono residenti circa 20.000, di cui 17.039 risultano iscritti all'Aire”. Ricorda anche che “il consolato di Stoccarda è caratterizzato da difficoltà di natura organizzativa e logistica, e stando alle già presenti criticità date anche dalla esiguità degli spazi e dall'abbondanza delle attività e delle pratiche da gestire è ipotizzabile che si possano creare delle inevitabili complicazione gestionali all'interno delle sue strutture;” e che “nel corso del 2009 e del 2010 sono state molteplici le forme di sostegno e di attenzione mostrate dai referenti politici ed istituzionali locali orientate alla sensibilizzazione dell’amministrazione italiana al fine di salvaguardare la sopravvivenza della struttura consolare: in questa prospettiva l'offerta del comune di Mannheim che ha messo a disposizione del consolato alcuni locali pubblici, con un onere di soli 500 euro mensili a titolo di pagamento degli oneri accessori.” “Alla luce delle già citate difficoltà logistiche della struttura consolare di Stoccarda, al fine di assorbire il carico di documenti e materiale proveniente dall’archivio di Mannheim, l’Amministrazione – stando alle notizie a disposizione dell’interrogante – sarebbe in procinto di stipulare un contratto di locazione di un immobile presente nell’area centrale della cittadina di Stoccarda, il cui costo – stando ai dati di riferimento - si aggirerebbe intorno ai 1.500/2.000 euro mensili.

Pertanto, l’on. Di Biagio chiede di sapere “se si intenda confermare quanto esposto in premessa, segnatamente in riferimento al nuovo affitto del consolato di Stoccarda, e se non si considera contraddittoria rispetto all’orientamento di razionalizzazione e di contenimento delle risorse, la scelta di beneficiare di nuovi affitti, con aggravio sull’erario dello Stato, piuttosto che usufruire di una offerta di locazione presso la sede originaria della struttura consolare di Mannheim, esorcizzando l’ipotesi di chiusura che tante difficoltà sta comportando.”. (aise)

 

 

 

 

 

Anche la UIM a Francoforte alla protesta organizzata dal CGIE

 

Francoforte -  Sabato 29 maggio a Francoforte, in occasione della Commissione Continentale Cgie per l’Europa e l’Africa del Nord, è stata organizzata, in collaborazione con l’Intercomites di Germania, un’Assemblea pubblica alla quale hanno partecipato parlamentari della ripartizione Europa, eletti nei Comites e rappresentanti del mondo dell’associazionismo italiano. Con questa iniziativa il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha inteso protestare contro la politica dei tagli alle risorse pubbliche per gli emigrati italiani attuata dal governo, contro la demolizione della rete consolare e contro il rinvio di tre anni, al 2012, del rinnovo dei Comites e del Cgie.

L’Unione Italiani nel Mondo (Uim) ha aderito all’iniziativa del Cgie ed ha sfilato nel corteo per manifestare anche il proprio dissenso. “Siamo convinti – spiega la Uim - che il periodo che stiamo vivendo sia, come dice il ministro Tremonti, un tornante della storia. Il pericolo dei tornanti è che però, se non si prendono bene, si rischia di cadere nel burrone. Non vorremmo che la politica del Governo porti fuori dalla storia gli italiani residenti all’estero. Le decisioni di questi ultimi due anni, purtroppo, sono tutte in questa direzione. Per questo ha fatto bene il Cgie a organizzare a Francoforte, in concomitanza con l’Assemblea della Commissione Europa-Africa del Nord, una manifestazione pubblica di protesta di fronte al locale Consolato Generale d’Italia ed a programmare nei prossimi giorni analoghe iniziative a Vancouver in America del Nord ed a Buenos Aires in America Latina”. (Inform)

 

 

 

Torino Piemonte Aerospace alla kermesse di Berlino (8-13 giugno)

 

Dall’8 al 13 giugno, sei espositori piemontesi prenderanno parte all’ILA, salone internazionale dell’aeronautica, spazio e difesa

 

Il Piemonte atterra all’aeroporto Schoenefeld, futuro unico aeroporto di Berlino con il nome di Brandenburg International, dove per una settimana, dall’8 al 13 giugno, l’industria aerospaziale mondiale presenterà prodotti attuali e futuri, alla centesima edizione di ILA, salone internazionale dell’aeronautica, spazio e difesa.

 

Sei gli espositori di Torino Piemonte Aerospace, il progetto della Camera di commercio di Torino, gestito dal Centro Estero per l’Internazionalizzazione, che promuove all’estero l’eccellenza piemontese del comparto. Per la prima volta fa parte della collettiva piemontese anche uno dei nomi più blasonati, Alenia Aeronautica, che nel suo corner esporrà i modelli dell’Eurofighter, velivolo da combattimento multiruolo in uso nelle forze aeree italiane, spagnole, tedesche e inglesi e del C27J, velivolo da trasporto tattico che equipaggia importanti forze aeree nel mondo.

Lo stand, all’interno dell’area AIAD/MOD, valorizzerà le eccellenze produttive piemontesi e le opportunità di contatto verranno incrementate da inviti a buyer e da azioni promozionali tra cui la possibilità di iscriversi al Virtual Market Place®, il catalogo online che fino al 2012 consentirà di entrare in contatto con visitatori ed espositori presenti a ILA e richiedere appuntamenti prima, durante o dopo la partecipazione all’evento.

 

Nei primi tre giorni - quando l’ingresso della manifestazione è riservato ai soli addetti del settore - ILA ospita anche l’ISC (International Supplier Center), vero “salone nel salone”, nato per facilitare l’inserimento di nuovi fornitori nella supply chain delle grandi imprese produttrici di sistemi aeronautici. Qui Torino Piemonte Aerospace sarà presente tramite l’EACP, piattaforma di cooperazione permanente tra i cluster europei dell’aerospazio, cui il progetto piemontese appartiene dallo scorso anno.

 

Il 10 giugno inoltre, si terrà un evento di brokeraggio tecnologico organizzato dalla rete europea Enterprise Europe Network (EEN), di cui la Camera di commercio di Torino fa parte, per favorire la nascita di partnership tra imprese del settore aerospaziale.

 

ILA ha luogo ad anni alterni: una fiera e uno spettacolo di tecnologia aerospaziale accessibile dai Paesi dell'Europa dell'ovest, Europa centrale ed Europa dell'est. Il Paese partner di questa edizione è la Russia. (ItalPlanet News)

 

 

 

Slitta al primo settembre la chiusura del Consolato di Saarbrücken

 

Saarbrücken - Secondo quanto scrive il quotidiano “Saarbrücker Zeitung”, “Le trattative sul futuro di una presenza consolare italiana a Saarbrücken tra i Ministeri degli Affai Esteri di Berlino e di Roma sono evidentemente fallite.” Secondo a “SZ”, il Ministro italiano degli Affari Esteri, Franco Frattini, ha comunicato con una lettera al Ministro Presidente del Saarland, Peter Müller (CDU), dopo un'ultima riflessione, “di aver accantonato l'idea di aprire uno sportello consolare a Saarbrücken, dopo la chiusura del Consolato.”.

“Secondo quanto asserito dal Governo a Roma”, scrive sempre “SZ” “il Ministero degli Affari Esteri tedesco aveva posto la parte italiana davanti alla scelta di abbandonare il Consolato d'Italia a Saarbrücken o di aprire al suo posto almeno un vice consolato.

“La portavoce di Müller” scrive Norbert Freund di “SZ” “asserisce che il Ministro Presidente non ritiene “del tutto chiara” la lettera di Frattini ed ha pregato Roma di fornire ulteriori chiarimenti.

Müller appoggia, così come fanno peraltro tantissimi italiani in Saarland, l'idea di uno sportello consolare. Il rappresentante eletto degli Italiani in Saarland Giovanni Di Rosa ha dichiarato al nostro giornale che i suoi connazionali si sentono “venduti e traditi” dal loro governo a Roma.”

A margine dell'ultimo ricevimento della console Susanna Schlein, dato mercoledì al castello Halberg, gli italiani hanno distribuito volantini contro la chiusura del consolato. Secondo Di Rosa, riferisce SZ, “la chiusura avverrà il primo settembre e non, come annunciato, il primo luglio.” (aise) 

 

 

 

 

A Francoforte, a novembre, elezioni per rinnovare la Consulta degli stranieri

 

Fra non molto si terranno a Francoforte le elezioni per la "KAV" Kommunale Ausländervertretung (Consulta degli stranieri).

 

Noi vogliamo e dobbiamo contare di più a Francoforte. Noi siamo qui di casa e vogliamo vivere dignitosamente con parità di diritti ma soprattutto vogliamo decidere anche noi su tutte le questioni che ci riguardano e che riguardano Francoforte in generale.

 

Quest' anno a Novembre ci sarà il rinnovo della KAV. Quest'organo, anche se non può decidere ma ha solo funzioni consultive, può tuttavia essere utilizzato per un lavoro proficuo.

 

Nel 1997 nella KAV presentai un'istanza per un centro di ritrovo per italiani della terza età che fu poi realizzato e tuttavia esiste nella Heddernheimer-Landstr 155.

 

Io sono del parere che per noi è anche importante partecipare alle elezioni della KAV e presentare una nostra lista. L'anno prossimo a marzo poi ci saranno le elezioni del Consiglio Comunale che logicamente sono più importanti.

 

La nostra lista per la KAV ha il nome di "WIF" (Wir in Frankfurt). Chi di voi vuole dare una mano per presentare la lista o anche per candidare è pregato di comunicarlo.

 

Alle ultime elezioni ottenemmo due seggi, questa volta vorremmo ottenerne qualcuno in più. Pertanto mi auguro che molte persone fossero disponibili a collaborare.

 

La prossima riunione per discutere sulla politica Comuale si terrà il giorno

15 giugno, martedì alle ore 18,00 nei locali della Europa Liste, presso la FAG

Bethmannstr. 3, Pianoterra sulla sinistra

 

Si prega di confermare la presenza per e-mail (raiola@web.de) o telefonando a Raiola Nicola, 0172 17 85 780

 

Nella prossima riunione parleremo del ruolo che svolge la KAV, e prepareremo la lista dei candidati.

 

Inoltre completeremo la stesura del prossimo volantino di informazioni della "Europa Liste" che vogliamo poi distribuire fra tutti i connazionali a Francoforte.

Luigi Brillante, Europa Liste, de.it.press

 

 

 

 

A Monaco di Baviera il Forum Italo-Tedesco Energia Solare

 

In programma mercoledì 9 giugno, nell’ambito della fiera Intersolar Europe, è organizzato dalla locale Camera di Commercio Italiana

 

Monaco di Baviera - In occasione della fiera Intersolar Europe, il più grande salone internazionale specializzato nel fotovoltaico, energia solare termica ed architettura solare, la Camera di Commercio Italiana Monaco di Baviera organizza il 9 giugno, insieme a DEinternational Italia Srl, la terza edizione del Forum Italo-Tedesco Energia Solare.

 

Attualmente l’Italia si classifica tra i mercati più importanti ed attrattivi in Europa nel settore dell’energia solare. Grazie al sistema d’incentivazione pubblica e dati i costi energetici tra i più alti in Europa la domanda italiana di tecnologie per l`utilizzo di risorse alternative è aumentata costantemente negli ultimi anni.

A livello internazionale la Germania si colloca al primo posto per la quantità di potenza fotovoltaica installata: solo nel 2009 sono stati installati nuovi impianti per una potenza di ca. 3,8 GW raggiungendo una capacità complessiva di ben 9,8 GW.

 

Con un fatturato complessivo di oltre 10 miliardi di Euro, l’intera industria solare tedesca conta ad oggi oltre 15.000 imprese tra produttori, subfornitori, distributori ed installatori, che offrono complessivamente ca. 80.000 posti di lavoro. Alla grande crescita degli ultimi anni che ha portato la Germania ai vertici internazionali in questo settore ha contribuito soprattutto il sistema di incentivi del governo tedesco tra cui si annoverano la “Legge sulle energie rinnovabili” (EEG), presa poi a modello da molti Paesi europei come l’Italia, nonché i diversi programmi di finanziamento a lungo termine a tasso agevolato e i numerosi programmi di ricerca e sviluppo.

Gli operatori tedeschi, leader nelle tecnologie solari, stanno mostrando sempre maggiore interesse allo sviluppo di nuove sinergie e partnership con le imprese italiane del settore.

 

Il forum si propone pertanto di fornire una panoramica sulle novità e potenzialità del mercato italiano, approfondendo tematiche quali incentivi pubblici, strumenti finanziamenti, procedure autorizzative e allacciamento alla rete ed offrendo così un’importante piattaforma di contatti tra operatori del settore di entrambe i Paesi.

L’evento si inquadra, inoltre, all’interno del progetto di rete sostenibilità ambientale al quale partecipano 18 Camere di Commercio Italiane all’estero. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Dimissioni: Horst Köhler lascia la Germania in mutande

 

Il 31 Maggio 2010, Horst Köhler si è dimesso senza alcun preavviso dalla sua carica di Presidente della Repubblica Federale Tedesca. La sua decisione non nuoce al sistema, ma fa male alla democrazia.

 

Il 31 maggio 2010 Horst Köhler, Presidente della Repubblica Federale Tedesca, ha reso note le sue dimissioni ad effetto immediato, lasciando per un momento Berlino in stato di shock. Tuttavia la Germania dispone di un fin troppo stabile e sofisticato sistema politico per poter rendere le dimissioni del Capo dello Stato un problema reale.

La mattina successiva erano già state fissate le nuove elezioni: il 30 giugno, l’ultima data possibile ammessa dalla Costituzione. Gli accorti funzionari statali hanno persino tenuto conto, nel scegliere la data, del fatto che la nazionale di calcio tedesca non si può proprio permettere una sconfitta in Sudafrica nel giorno delle elezioni. Sono già iniziate le speculazioni sui possibili candidati. In cima alla lista dei papabili c’è Ursula von der Leyen, Ministro del Lavoro e degli Affari Sociali. Quello che è certo è che la diciannovenne Lena Meyer-Landrut, vincitrice dell’Eurovision 2010, non potrà partecipare alla competizione. In Germania, un candidato alla presidenza deve avere almeno quarant’anni.

Chi era a conoscenza dell’esistenza di Horst Köhler?

Dopo che l’iter costituzionale è riuscito a placare l’iniziale confusione, è diventato ancora più chiaro ciò che tutti già sapevano: il Presidente della Repubblica Federale Tedesca è politicamente impotente. La macchina funziona bene anche senza di lui. E poi, chi sapeva all’estero dell’esistenza di Horst Köhler? E onestamente in Germania, a chi mancherà davvero “Sparkasse-Hotte” (soprannome ironico dato all’ormai ex presidente)? Da ex dirigente del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha avuto poco da dire persino sulla crisi economica e finanziaria. Dopo l’inizio del suo secondo mandato, lo scorso anno, Köhler è rimasto cupo e silenzioso, e alla fine si è impaperato durante un’intervista sull’intervento delle Forze Armate in Afghanistan, con un commento che non avrebbe dovuto fare.

Considerando la confusione creatasi intorno alla resa dei conti presidenziale, ci si può rendere conto di una cosa: la politica in Germania si fa in tutt’altro modo. La legge federale ha una soluzione pronta per tutte le eventualità, costituzionalmente legali, e presto sarà un nuovo volto a tenere discorsi più o meno importanti, a celebrare feste estive nel castello di Bellevue e ad assegnare Croci Federali al Valore. Tuttavia l’uscita di scena di Köhler, il 31 Maggio 2010, è stata una trasgressione del rapporto di fiducia, e come tale avrà anche conseguenze politiche. Il suo ritiro ha provocato una scalfittura nel sentimento democratico. Perché il Presidente è l’istituzionalizzazione della fede nella democrazia. Egli è il simbolo e la buona coscienza del paese. Se lui non vuole più, perché si è seccato e gli è passata la voglia, allora ecco che l’illusione s’infrange.

Dopo l’abbandono del leader della Linke (La Sinistra) Oskar Lafontaine e le dimissioni dell’attuale Primo Ministro del Land dell’Assia, Roland Koch, ora i cittadini e gli elettori vengono anche a sapere anche il Presidente della Repubblica si è unito a loro, e per un attacco acuto di mancanza di volontà a proseguire il proprio incarico, ha gettato la spugna. La politica non è un’attività stagionale e la carica di Presidente lo è ancor meno. La democrazia è predisposizione allo spirito di sacrificio, non solo doveri costituzionali.

Quando la Costituzione è stata adottata nel 1949, la Germania era di fronte a un doppio dilemma: uomini forti ai vertici dello stato, così come avevano già potuto sperimentato, erano pericolosi. E il popolo non può mitigare questi uomini con il suo voto. Così è nata la carica di Presidente, che non è eletto direttamente dal popolo. Un carica simbolica, prudente e riflessiva. Il Presidente ha bisogno della fiducia dei cittadini per non agire come un fantoccio nelle mani dei giocatori politici. Di contro, i cittadini dovrebbero fidarsi di lui.

I tedeschi sono stati in grado di legarsi alla quasi totalità dei loro presidenti negli ultimi sessant’anni, e hanno accettato l’aura paterna che avvolge la carica. Ora una tale figura paterna ha commesso un suicidio politico. Questo è scioccante. Forse sarà proprio grazie alla avventata ritirata di Köhler, che presto Papà Stato, per la prima volta, diventerà Mamma. Anna Karla, traduzione Eleonora Mignoli, Kafebabel 7

 

 

 

Il 10-12 giugno riunione "urgente e straordinaria" della Commissione Anglofoba del Cgie

 

NEW YORK - Come anticipato si terrà a Vancouver, dal 10 al 12 giugno prossimo, la riunione "urgente e straordinaria" della Commissione Anglofoba del Cgie. Il Vice Segretario generale Silvana Mangione , ha infatti reso noto oggi l’odg della riunione, da approvare in apertura dei lavori con tutte le modifiche ed integrazioni che potrebbero rendersi necessarie alla luce di eventuali successive indicazioni del Comitato di Presidenza, dei suggerimenti dei Consiglieri per l’Area Anglofona e delle delibere dell’Assemblea Plenaria. Questo l’ordine del giorno: Decreto di rinvio delle elezioni di Comites e Cgie; Riforma Comites e Cgie alla luce degli emendamenti presentati alla proposta Tofani; Voto degli italiani all'estero e ruolo dei parlamentari eletti all'estero; Politiche per gli italiani all'estero; Varie ed eventuali.

"In preparazione alla Commissione Continentale", informa la Vice Segretaria Mangione, "su suggerimento del Consigliere canadese Carlo Consiglio, gli anglofoni hanno predisposto una petizione ed hanno iniziato con successo la raccolta di firme nei loro quattro Paesi".

"I cittadini italiani all’estero", si legge nella petizione, "costituiscono una realtà fondamentale per l’internazionalizzazione dell’Italia, sono partecipi dell’esigenza di austerità che accomuna l’Italia al resto del mondo e vogliono continuare a contribuire alla crescita e al benessere della madrepatria, come hanno sempre fatto, specie in periodi di catastrofe (Sicilia, Friuli, Irpinia, L’Aquila). A questo scopo devono essere messi in condizione di aiutare l’Italia non soltanto subito, ma anche negli anni a venire.

Lo smantellamento di politiche essenziali quali la promozione della lingua e la cultura italiana, i servizi consolari, la stampa periodica all’estero e l’attenzione alle giovani generazioni, insieme alla negazione dei diritti di democrazia con il secondo rinvio del rinnovo dei Com.It.Es. e del CGIE, crea una situazione di emergenza per le comunità residenti all’estero".

"Con la presente Petizione, la rappresentanza degli italiani nei paesi anglofoni extraeuropei, unica nelle sue quattro componenti: associazionismo, Comites, Cgie e parlamentari eletti nelle sue ripartizioni, invita l’Italia, per il suo stesso bene, a rispondere positivamente almeno alle seguenti esigenze: L’immediata indizione delle elezioni per il rinnovo di Comites e Cgie; La revisione concertata delle leggi istitutive di Comites e Cgie successiva alle riforme istituzionali; La cancellazione dei devastanti tagli ai contributi per l’insegnamento della lingua e della cultura, per la stampa periodica, strumenti principe per la crescita economica internazionale dell’Italia e per il recupero delle giovani generazioni; La garanzia del personale, delle sedi e dei servizi consolari esistenti, già troppo pochi nei nostri Paesi di enormi distanze, di distribuzione capillare delle comunità e di crescente presenza di interessi industriali, economici, culturali e commerciali dell’Italia". (aise) 

 

 

 

 

 

 

 

Debiti e sacrifici. Se si scopre che Londra sta peggio di Roma

 

“Ci aspettano anni di sacrifici, un vero uomo di Stato deve saper intraprendere le azioni necessarie, spiegando alla gente gli obiettivi dei sacrifici”. Ha scelto la via della sincerità e della responsabilità, David Cameron, il premier britannico conservatore. A quattro settimane dal suo insediamento alla testa del nuovo governo di coalizione coi liberaldemocratici di Nick Clegg, nella sua intervista di ieri al Sunday Times ha deciso di mettere da parte ogni ottimismo di circostanza.

Le sue parole sono la piena conferma di quel che da un anno e mezzo scriviamo sul Messaggero: i Paesi anglosassoni, che hanno alimentato con il loro sistema bancario le bolle finanziarie, si trovano oggi e negli anni a venire con problemi per loro del tutto imprevisti. L’esplosione dei loro deficit pubblici porta in pochi anni il loro debito assai prossimo a medie superiori al 100% del Pil, a vette che tradizionalmente venivano solo associate alla poco virtuosa Italia. Ma l’Italia, che non ha dovuto nazionalizzare quattro grandi banche come Londra e ha famiglie indebitate meno della metà sul Pil che a Londra, ha registrato un deficit del solo 5% del Pil nel 2009. Mentre il Regno Unito ha superato i 14 punti di deficit pubblico nel 2009, e quest’anno si avvia a un più che preoccupante 11,5%.

Non è il caso, naturalmente, di compiacersi delle difficoltà britanniche. Che sono poi in tutto e per tutto comuni a Stati Uniti e Giappone, con la differenza che il Giappone finanzia il suo debito pubblico assai più dei Paesi anglosassoni col risparmio dei suoi cittadini che con i fondi esteri, oggi più diffidenti verso la sostenibilità di debiti tanto ingenti. Sarebbe sciocco gridare vendetta e vittoria, per il fatto che chi per anni ha trattato l’Italia con superiorità e sufficienza, sottovalutando gli squilibri sui quali si fondava la sua maggiore crescita rispetto alla nostra, oggi scopre di dover temere come e anzi più di noi il giudizio dei mercati. Al contrario, bisogna considerare il tono serio e responsabile di Cameron come un contributo comune allo sforzo che deve accomunare tutti i Paesi avanzati, per ridurre con energia il debito, e insieme per liberare energie e risorse a favore di impresa e lavoro, i pilastri della crescita.

Ma, oltre alla soddisfazione, c’è dell’altro che può servire al dibattito italiano. Nel Regno Unito sono allo studio misure draconiane. Non solo lo stop agli aumenti dei dipendenti pubblici, ma una loro consistente riduzione numerica. Il taglio di assegni sociali alle famiglie. Il passaggio dell’Iva dal 17,5% al 21%. La salita dell’aliquota sui capital gains da meno del 20% a oltre il 40%: una botta clamorosa, per quella che in Europa era la prima piazza finanziaria, e per questo vanto restava fuori dall’euro. Chi in Italia ritiene che la manovra governativa sia ispirata a “macelleria” sociale, dovrebbe riflettere sulle misure che intanto stanno adottando altri grandi Paesi. E pensare invece che, nella gara a ottenere ogni giorno il voto meno diffidente dei mercati, la maggior severità di chi ha più deficit del nostro deve inevitabilmente spingere anche noi a misure strutturali e non solo dolorose e quantitativamente adeguate, ma contingenti. OSCAR GIANNINO IM 7

 

 

 

 

 

Conferenza Ue-Balcani. Frattini: la stabilizzazione della regione attraverso l'avvicinamento all'UE

 

ROMA - L'adesione all'Unione europea di tutti i paesi dei Balcani occidentali resta l'obiettivo comune dell’Ue e della regione balcanica. E’ quanto si afferma nel documento finale della conferenza Ue-Balcani svoltasi a Sarajevo e alla quale per l'Italia ha partecipato il ministro Franco Frattini. “I paesi dei Balcani occidentali devono intensificare gli sforzi per soddisfare i criteri necessari e le precondizioni stabilite per l'ingresso nella Ue”, si legge nel documento diffuso dalla presidenza spagnola dell'Unione, sotto la cui egida si è tenuta la riunione di Sarajevo. I Balcani occidentali - si sottolinea nel documento finale - hanno di fronte serie sfide relative allo stato di diritto, alle riforme del sistema giudiziario e amministrativo e alla lotta contro corruzione e criminalità organizzata.

  Questi problemi sono cruciali per il funzionamento della democrazia e dell'economia, e fanno parte delle precondizioni per l'ingresso nell'Unione europea. E’ stata la prima volta di Serbia e Kosovo: i ministri degli Esteri Vuk Jeremic e Skender Hyseny erano seduti allo stesso tavolo - identificati solo dal nome e non dal Paese - assieme ai colleghi dei 27, dei Paesi dell'area e dei rappresentanti di Usa, Russia e Turchia: “Kosovo e Serbia hanno simbolicamente ripreso a parlarsi attorno allo stesso tavolo. Mi auguro che questo sia l'antipasto di una ripresa di impegno di entrambi al dialogo bilaterale”, ha commentato il ministro Frattini che ha fortemente voluto la Conferenza e da sempre sostiene, anche presso i partner europei, l'importanza di una stabilizzazione della regione che passa attraverso l'avvicinamento all'Ue, ma anche attraverso la normalizzazione dei rapporti tra i Paesi dell'ex Jugoslavia. Un risultato che ha comportato al ministro Frattini il pubblico apprezzamento del ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, che ha presieduto la riunione di Sarajevo in quanto presidente di turno dell'Ue, e di Catherine Ashton, alto rappresentante dei 27 per la politica estera. Moratinos l'ha definita una giornata storica, sottolineando che le chiavi per l'integrazione in Europa sono “impegno e responsabilità” per continuare nelle riforme necessarie e nella volontà di riconciliazione.

  A chi, tra i 27, obietta che la crisi rende più difficile un ulteriore allargamento, Frattini risponde che “non ci possiamo permettere il lusso di lasciare in mezzo all'Europa un'area debole economicamente e politicamente” e auspica che la Croazia, il più vicino tra i Balcani all'obiettivo europeo, entri a far parte dell'Ue nel 2011. Nel frattempo, probabilmente entro Natale, Bosnia e Albania vedranno l'abolizione dei visti e saranno anch'essi meno lontani da Bruxelles. (Inform)

 

 

 

La strategia di Obama

 

La visione dell' America e del suo posto nel mondo vengono ridefiniti nel primo documento di ampiezza strategica adottato da Obama per presentare le linee guida della sua presidenza: il distacco da G.W. Bush non poteva essere più netto. La National Security Strategy 2010 è un documento realistico in cui prevalgono i concetti che plasmano le relazioni internazionali del XXI secolo: il soft power, l' autorevolezza e l' attrazione che acquista nel mondo una società fortee prospera, dunque il primato della riforma economica e sociale e dell' ordine interno in America, componenti fondamentali della sua sicurezza esterna; la multipolarità di un sistema che non permette al più forte degli Stati di imporre da solo i propri disegni, quindi il consolidamento delle alleanze e la ricerca di partnership con le maggiori potenze, vecchie e nuove; l' interdipendenza che dà valore al multilateralismo e agli organismi internazionali che l' America stessa fondò per distaccarsene poi nell' era dei neocon e, così, la riforma e l' adeguamento delle Nazioni Unite e delle Istituzioni finanziarie ai tempi nuovi. Infine, il G8 non viene disconosciuto, ma la stabilità economica è riversata nel concerto del G20. Cosa dobbiamo attenderci da questa impostazione? Anzitutto, la riaffermazione della centralità della Nato adombra una riforma dell' alleanza con il nuovo concetto strategico per affrontare, oltre alla sicurezza dell' Europa, "tutte le sfide del XXI secolo" e prefigura quindi una dimensione che supera il Trattato. Il documento vede poi, accanto ad un rapporto preferenziale con Londra, Berlino e Parigi, il partenariato con un' Europa più integrata con la funzione di promozione della democrazia e della risoluzione dei conflitti nei Balcani e nel Caucaso, ma lascia da parte l' estensione all' Ucraina e alla Georgia. Delle maggiori potenze a cui gli Stati Uniti danno particolare risalto, mentre con l' India si prefigura decisamente una partnership strategica, per la Cina si propone un rapporto costruttivo e omnicomprensivo con l' assunzione da parte di Pechino di un ruolo di responsabilità per i problemi globali e una forte cooperazione, malgrado i dissensi. Molto interessante è la collocazione della Russia: il rapporto "stabile, sostanziale e multidimensionale" con Mosca si concentra in un ruolo particolare per il disarmo nucleare e la lotta alla proliferazione, mentre la controversa difesa antimissile viene ricondotta alla dimensione regionale. L' impegno per la pace nel Vicino Oriente non poteva mancare, malgrado gli insuccessi, mentre viene riaffermato il ruolo della Turchia per la stabilità dell' area. La lotta ai terroristi - non "al terrore", non più quindi guerra ideologica - e alla proliferazione nucleare rimangono prioritarie. Il monito all' Iran e alla Corea del Nord è fermo, ma adombra la loro reintegrazione nella comunità delle nazioni qualora rinuncino all' atomica. L' obiettivo a lungo termine è l' eliminazione delle armi nucleari, a breve il rafforzamento del regime del Trattato di non proliferazione. Più che un programma d' azione, la National Security Strategy contiene l' impostazione filosofica e politica - e soprattutto di metodo - a cui la Casa Bianca intende ispirare le scelte di politica esterae perseguirne gli obiettivi, anche se contiene non poche indicazioni programmatiche concrete e si guarda bene dal rinunciare a priori agli strumenti tradizionali, politici, militari ed economici, della politica estera di una superpotenza. Tuttavia, lo sguardo rivolto a un nuovo ordine mondiale più giusto e stabile, partecipato e non imposto, non annuncia per nulla un' America remissiva. Gli aspetti visionari di Jimmy Carter, cari alla componente liberal, sono collocati in una solida struttura politica programmatica in cui la diplomazia ha un ruolo primario nel perseguimento della stabilità e in essa del ruolo degli Stati Uniti. Anzi, se colpisce la sordina messa all' eccezionalismo e alle sue conseguenze, come la guerra preventiva o il linguaggio aggressivo, gli "Stati-canaglia" e il " régime change ", Obama riafferma con forza il perdurante intendimento americano di esercitare la leadership globale e di mantenere un efficace apparato militare, ma vede la guerra e l' unilateralismo come ultimo rimedio quando la politica e la dissuasione abbiano fallito. Ferdinando Salleo, LR 6

 

 

 

La Giornata Mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile

 

ROMA - Mercoledì 9 giugno alle ore 16.00, alla Farnesina, il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini terrà una conferenza in occasione della Giornata Mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile (12 giugno 2010) per rilanciare l’attenzione e l’impegno a favore dei diritti dei minori, settore in cui l’Italia e’ da sempre attivamente impegnata.

All’evento, promosso dal ministero Affari Esteri insieme al Cesvi, parteciperanno, tra gli altri, il direttore della Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, Elisabetta Belloni, il Presidente del CESVI, Giangi Milesi, ai rappresentanti locali di Ilo e Unicef e del coordinamento Per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Pidida).

Durante la conferenza stampa saranno presentati gli ultimi dati dell’ultimo rapporto ILO sul lavoro minorile, "Accelerating action against child labour", secondo cui nel mondo ci sono circa 215 milioni di minori sfruttati di età compresa tra 5-17 anni: il 60% di essi è impiegato nel settore agricolo, mentre sono 115 milioni i bambini assoggettati alle peggiori forme di sfruttamento: dalla schiavitù alla prostituzione, fino alla drammatica realtà dei bambini soldato (se ne calcolano circa 250.000 in tutto il mondo).

In occasione della conferenza sarà possibile visitare la mostra fotografica "Workers. Storie di infanzia negata" di Cristina Francesconi, 25 foto sulla realtà dello sfruttamento del lavoro promossa nel quadro della campagna internazionale "SCL – Stop Child Labour – School is the best place to work" e con la collaborazione della Commissione Europea. La mostra, che sarà presente alla Farnesina fino al 17 giugno, è già stata presentata in diversi Paesi europei e località italiane, con lo scopo di coinvolgere e sensibilizzare giovani, imprese e tutti gli attori impegnati in attività ad elevato contenuto sociale, nell’ambito della lotta contro lo sfruttamento minorile e della tutela del diritto all’educazione. (aise) 

 

 

 

Marea nera. Servirà la lezione? Per una nuova cultura, una nuova norma, una nuova industria

 

Tutti concordano a dire che si tratti del maggiore incidente ambientale nella storia degli Stati Uniti. Ma col passare dei giorni il disastro petrolifero del Golfo del Messico esce dalla dimensione nazionale per diventare uno degli episodi più gravi nella storia dei rapporti dell'uomo con il creato. Al di là di inutili allarmismi, è evidente a tutti che senza un intervento risolutivo la situazione si aggrava quotidianamente, con conseguenze per ora assai poco calcolabili su flora e fauna marina, sulle condizioni delle coste e, potenzialmente, sull'equilibrio biologico di zone anche molto lontane dalla Louisiana. L'incidente alla piattaforma petrolifera della British Petroleum (Bp) è infatti accaduto nelle acque interessate dalla Corrente del Golfo, che ogni anno si muovono nell'Atlantico a portare nel Nord Europa salmoni, ma soprattutto calore. Nessuno sa davvero quale impatto si potrà determinare se la fuoriuscita del greggio continuerà. Né lasciano tranquilli le soluzioni drastiche, come la proposta russa d'intervenire con un'esplosione nucleare, per sciogliere parte della crosta terreste e cristallizzarla tappando definitivamente il foro attuale.

Di fronte a questa storia di umana mediocrità sorgono due considerazioni immediate. La prima riguarda le attenzioni verso l'ambiente. Negli ultimi anni se ne è parlato sempre di più, ma quando dalle considerazioni teoriche occorre passare alle scelte concrete è difficile trovare intese comuni. Lo ha dimostrato in modo evidente l'insuccesso della recente Conferenza internazionale di Copenhagen. L'attività umana, senza una responsabile concertazione, rischia di compromettere la Terra: abbiamo una responsabilità verso le generazioni future. Questo significa che occorre con rigore porsi il problema della governance non solo ambientale ma industriale. Non possiamo continuare a non interrogarci su che cosa produciamo, come, dove e per chi. La soluzione prevalente nelle istituzioni internazionali e nei governi lascia fare al mercato, limitandosi ad usare qualche incentivo che premi le buone pratiche. Gli incentivi non bastano. Anzi, rischiano di legittimare l'irresponsabilità: pago quindi posso inquinare. Se non si rendono obbligatori i comportamenti che riducono l'impatto inquinante, nessuno che si muova in una logica di profitto si farà carico di maggiori costi per tecnologie più pulite. E se non si accompagnano le norme con una forte azione culturale ed educativa, la legge rimarrà riferimento da aggirare, anziché norma condivisa che orienta eticamente i comportamenti.

La seconda considerazione concerne le multinazionali. La British Petroleum è un colosso dell'industria petrolifera, una delle più grandi e ricche società del mondo. Il suo bilancio è largamente superiore a quello di molti Paesi del Sud. Di fronte a questo disastro sta tentando d'intervenire, speriamo con efficacia. Obama ha dichiarato subito che sarà la Bp a pagare. Ma la società britannica, per quanto grande, è in grado di risarcire i danni creati? Quanto vale una spiaggia rovinata? Quanto vale il metabolismo degli essere viventi colpiti dal greggio, che in parte moriranno e in parte sopravvivranno con minori capacità di rendere il mare quello straordinario e insostituibile filtro attivo del pianeta che è oggi? Quanto vale un'atomica dei russi? Quanto valgono le conseguenze delle radiazioni che si diffonderanno… Ci spostiamo su un campo in cui non esistono regole, parametri e abitudini acquisite. Diventa chiaro che non è più materia per imprese, ma per le comunità, per lo Stato. Ci si chiede se è ammissibile che società private possano gestire in autonomia responsabilità cosi grandi, da determinare, in caso di errori, conseguenze su generazioni.

È possibile apparire retorici o sognatori con domande di questo tipo. I più "seri" guardano ad altro: a quanto tempo sarà necessario per attivare una piattaforma nuova, ai dettagli dei contratti assicurativi per vedere come scaricare sulle società di assicurazione il costo dell'incidente, a come profittare del calo di popolarità di Obama-Superman incapace di risolvere l'incidente. Ma è davvero serio agire così? Cambiare si può. Si possono promuovere in modo diverso le energie alternative, come l'eolica, la solare e l'idrica, e sostenere gli interventi di risparmio energetico (in Italia sono buoni gli incentivi per gli impianti solari ma farraginosi e fastidiosamente regressivi quelli per il risparmio energetico). Accanto a questo si può rivedere completamente a livello mondiale il sistema di concessioni per le estrazioni, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello fiscale, perché chi usa una risorsa che è nei fatti pubblica lo faccia davvero nell'interesse comune e non solo in ragione del proprio portafoglio. Gli abitanti della Louisiana, purtroppo, hanno imparato dai fatti che cosa è prioritario. Dobbiamo impararlo anche noi: le loro spiagge sono le nostre spiagge.

Riccardo Moro Sir

 

 

 

 

Se Benedetto parla come Obama

 

Se è possibile mischiare cose che si muovono fra cielo e terra senza irriverenza, si potrebbe dire che il Santo Padre ieri si è espresso sul Medio Oriente come un democratico americano. Usiamo questa formula non per sminuire il discorso di Benedetto XVI, ma per sottolineare con chiarezza quanto di nuovo ci sembra sia emerso dal discorso con cui ha detto addio a Cipro, e dal documento che prepara il Sinodo sul Medio Oriente che si terrà a Roma in ottobre.

 

La frase che certamente ha avuto più impatto, anche emotivo, riguarda la chiara definizione di responsabilità di Israele: «L’occupazione di Israele dei territori palestinesi sta creando difficoltà nella vita di tutti i giorni, impedendo la libertà di movimento, della vita economica e religiosa», ha detto il Papa, definendola «un’ingiustizia politica imposta ai palestinesi».

 

Ma è davvero questa una drastica presa di posizione? In realtà su Israele il Vaticano non ha mai avuto toni teneri. Basta riandare con la mente agli interventi pubblici della Chiesa di Roma in merito alla invasione di Gaza da parte di Israele nel 2008.

 

Più rilevante pare oggi una precisazione che sottolinea la gravità dell’occupazione: un atto, dice Benedetto XVI, «che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche». Il riferimento è fra i più duri, e coinvolge quell’enorme movimento di neo-evangelici (in Usa alcuni ne contano 50 milioni) che giustificano con il percorso della fine della storia, l’esistenza di Israele, e militano al suo fianco. È un fenomeno molto conosciuto negli Stati Uniti, che ha avuto il volto soprattutto del predicatore Jerry Falwell, uomo noto per il suo radicalismo repubblicano.

 

Forse qui troviamo una chiave di volta del discorso del Papa. Forse è proprio la condanna di ogni estremismo, in qualunque religione, o meglio l’uso della religione come giustificazione di estremismo politico, ad essere il filo che percorre l’intervento di Benedetto XVI.

 

Meno risalto hanno avuto ieri le sue parole sul mondo arabo, ma non sono state meno forti. Se la relazione con gli ebrei è stata definita «essenziale, benché non facile», quelle «tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso, difficili», ha detto il Papa. E ha introdotto una ragione di distanza fra mondo musulmano e visione cristiana di natura politica oltre che religiosa: «Soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini». Un taglio netto, e di profonda inconciliabilità, attuato intorno all’idea di cittadinanza, e che in maniera elegante parla dell’essenza di una dittatura.

 

Benedetto XVI, dunque, ieri non ha risparmiato critiche a nessuno dei protagonismi radicali in Medio Oriente: che sia l’esercizio delle armi di Israele, o il giustificazionismo in nome del Vangelo, o le dittature arabe.

 

In questo senso la denuncia che ha fatto della precarietà e delle responsabilità mediorientali, non si riferisce solo al governo di Gerusalemme: «Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l’egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l’equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione». In questo senso, nella sua posizione si avverte quella di Obama: la novità che agisce oggi in Medio Oriente, e che è all’origine di molte delle tensioni, è proprio il cambiamento di lettura che vi ha portato il Presidente Usa. Con il suo discorso del Cairo agli arabi, Obama ha spostato lui stesso l’accento dalla ragione di questo o quello Stato, alle ragioni della cittadinanza: diritti umani, diritti civili, libertà, benessere, ovunque essi vengano violati. Un discorso che certamente ha in parte allontanato gli Usa dal loro ruolo di difensori senza se e senza ma di Israele, che però ha il merito di poter suonare la stessa campana dappertutto, e in tutte le orecchie. Dalla diplomazia, alla società civile, si direbbe in gergo europeo.

 

Interessante è dunque che anche il Papa abbia parlato di cittadinanza da recuperare, nel senso dei valori di individuo e di libertà innanzitutto. Benedetto XVI si riferisce ai cristiani. Sappiamo qual è la sua preoccupazione su questo tema alla luce delle persecuzioni che i cristiani subiscono in tutti i Paesi arabi, certo non solo a Gaza o nei Territori ex Occupati della Cisgiordania. L’uccisione in Turchia di padre Padovese è ancora nella testa di tutti. La richiesta ai cristiani di diventare il metro di misura dei diritti di tutti è, in effetti, la scelta anche da parte del Santo Padre di puntare sul protagonismo della società civile prima ancora che sui grandi accordi internazionali.

 

Fin qui l’analisi razionale delle parole. Ma c’è un aspetto emotivo negli interventi - e anche questo va valutato. È indubbio che l’intervento papale è risuonato soprattutto per le affermazioni su Israele. Ed è indubbio che questa eco c’è stata a causa del massacro di pacifisti sulle navi dirette a Gaza. La nostra percezione, in questo senso, più che delle posizioni del Vaticano, ci racconta quanto forte sia in questo momento il sentimento nell’opinione pubblica contro Israele.  LUCIA ANNUNZIATA LS 7

 

 

 

 

Caso Restivo: un’opportunità per riflettere sul ruolo genitoriale

 

In questi ultimi tempi, giustamente, un fatto di cronaca sta sollevando sincere espressioni di indolenza da parte di cittadini che sentono se stessi ed i propri figli esposti a pericoli facilmente evitabili se, vien da dire, ogni genitore prendesse seriamente il suo ruolo e si rendesse conto della responsabilità che esso implica anche nei confronti dell’intera società.

Va da sé che una tale riflessione dovrebbe convergere in un radicale cambiamento di prospettiva anche da parte politica, che dovrebbe, come si fa in certi Paesi, tutelare e riconoscere anche in termini economici il ruolo, i pesi, la fatica e le implicazioni che mettere al mondo e, soprattutto crescere, figli oggi significa. Inutile raccontarci che i figli si fanno “per egoismo”: il calo delle nascite creerà un impatto terribile tra qualche anno sul bilancio e su tanti altri aspetti della società e della cultura occidentali. Ben venga, si potrebbe aggiungere: anche noi siamo venuti fuori dal calderone medievale!

Comunque, francamente è facile, davanti a casi come quello tornato attualissimo di Potenza, accusare solo e semplicemente la limitatezza delle vedute di genitori che, pensando solo a salvare il proprio figlio dalla prigione ed il buon nome della propria famiglia, hanno cercato di sviare prove ed indagini, macchiandosi della responsabilità morale di altri delitti perpetuati da un ragazzo evidentemente sin dall’età infantile segnalatosi come “strano”. Intendiamoci, io sono la prima a reputare tali genitori di fatto responsabili. Però, quando si accusa, si deve anche saper essere coerenti con i propri giudizi, usando la stessa misura utilizzata per vicini di casa e fatti di cronaca anche su di noi e sui nostri figli: questa si chiama “maturità morale”.

Sorge l’urgenza di una riflessione: sono davvero i genitori serenamente liberi di esprimere i loro dubbi con chi è impiegato per ascoltarli, rispondere e dare loro una mano?

Io vorrei denunciare un atteggiamento che da molte scuole a molti operatori dei servizi sociali rende di fatto un genitore estremamente confuso ed imbarazzato nell’ammettere perplessità nei confronti di atteggiamenti del proprio figlio/a. Innanzi tutto, la mera questione del linguaggio spesso utilizzato di rimando, come riscontro “professionalmente obiettivo” da molti di questi signori (e signore), che definisce con grande disinvoltura “deviante” ogni comportamento considerato fuori norma e “disabile” ogni ritardo o manchevolezza di alcune competenze, a dispetto di ogni teoria sulle cosiddette “intelligenze multiple” e su quelle legate alle più recenti scoperte sulla crescita del cervello degli adolescenti. Tali definizioni disarmano qualsiasi genitore non preparato a sentire il problema del figlio subito classificato e definito così!....

Mi chiedo dunque come mai nei concorsi impostati per dirigenti scolastici, operatori sociali, personale docente, eccetera non sembra siano considerate competenze più legate alla cosiddetta “sensibilità umana”: un tipo di sensibilità che contempla quel tipo di sensibilità ed intuizione psico-pedagogica che l’utenza (famiglie e minori) avrebbero senz’altro il pieno diritto di aspettarsi i certi uffici. Possibile che una tale competenza fondamentale in ogni tipo di servizio sociale sia semplicemente lasciata “a discrezione” dell’operatore, senza supervisione, aggiornamento, capacità di revisione?

Per spiegarmi meglio, è giusto ed è vero che nei testi di studio noi educatori o personale educativo in genere ci troviamo di fronte ad una certa terminologia, che è settoriale ed è legata a certi, determinati contesto. Se “intelligere” significa fare opportune distinzioni e classificare in modo flessibile a seconda della situazione concreta – e fare un colloquio con un genitore non è chiaramente dare prova di sé come si fa durante un esame, in un convegno o in un workshop – è “intelligente”, ossia competente rispetto al suo ruolo, quell’operatore che adatterà i termini ed il linguaggio alle circostanze ed ai suoi interlocutori, poiché la mancanza di elasticità mentale e di sensibilità non può essere adagiata su certe poltrone. E perciò, di fronte ad un bambino che mostra difficoltà di adattamento al contesto scolastico (di integrazione con i compagni espressa con atteggiamenti gratuitamente aggressivi o con un’eccessiva tendenza all’isolamento – che, anche se non disturba gli insegnanti, dovrebbe da loro essere rilevato e tenuto sott’occhio; di disattenzione eccetera…), il personale dovrà riflettere bene su come esporre la cosa alla famiglia, al fine di aiutare il minore, e non di “giudicarlo”. Il discorso sarà costruito in modo da evitare accuratamente termini che la psicologia più banale insegna avere il potere di mettere subito sulla difensiva la famiglia, impedendo l’ascolto sereno ed obiettivo al problema. L’aver poi a che fare con genitori “che non capiscono il messaggio” non può essere considerato semplicemente una mancanza di maturità, responsabilità ed obiettività della famiglia… Vorrei a tale proposito ricordare quanto gli antichi oratori curassero i loro discorsi pubblici lasciando pochissimo al caso ed all’improvvisazione: se studiare per certe carriere serve a qualcosa, ebbene, sia rivalutata anche la lezione dell’antica oratoria, ossia la consapevolezza, evidentemente più lucida negli antichi che in alcuni di noi e dei nostri corsi accademici, che la parola ed il gesto hanno una potenza di impatto e di persuasione, che deve essere sapientemente calibrata secondo i contesti…. Cesare, Cicerone, Marco Antonio, per nominare tre dei nomi più illustri, insegnano…

Che le parole che usiamo, il tono che scegliamo, il nostro “linguaggio corporale” (body language) abbiano dunque impatto sulla reazione di chi ci ascolta secondo il noto schema stimolo-risposta dovrebbero essere concetti acquisiti per chi si occupa dei colloqui con i genitori - già solo il fatto di essere richiamati in presidenza o di dover ascoltare il parere di uno specialista mette un genitore in una posizione di altissima vulnerabilità, facilmente traducibile in sua chiusura totale e perdita di fiducia. Come si fa a non poter denunciare queste incompetenze professionali che tanto impatto avranno sulla vita di ragazzi aventi difficoltà?

 

Perché, se la scuola parla di tali ragazzi già a priori come “devianti” e/o “disabili”, è chiaro che i genitori tenderanno a difendere i propri figli, sminuendo, per disperata quanto deleteria compensazione, il significato di piccoli segnali che, abbandonati i ragazzi alla solitudine dell’incomprensione, del giudizio e di una difesa che si fa cieca e sorda, sono destinati a diventare muri potenzialmente sempre più difficili da superare… Perché tanta ignoranza? Perché tanta pazienza a mantenere al loro posto persone incapaci di rispondere alle delicatissime responsabilità del loro ruolo?

Cristina Rocchetto (consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press

 

 

 

 

Troppi minorenni spariscono nel nulla

 

Qualcuno per allontanarsi dalla famiglia. Ma sono migliaia i rapiti per pedofilia, prostituzione, mercato degli organi, accattonaggio

 

   Tra le tante notizie di cronaca che denunciano la progressiva perdita dei valori etici ed umani, una è particolarmente sconvolgente: sembra infatti che siano in costante aumento i bambini che spariscono nel nulla e che, solo in Italia e nei primi 5 mesi del corrente anno, siano 222 quelli dei quali si è persa la traccia. A stare ai dati forniti il 25 maggio scorso (Giornata internazionale dei bambini scomparsi) da Telefono Azzurro, sono 2.492 i minorenni, italiani e stranieri, spariti in Italia dal 2005 al 2009: dato allarmante se si pensa che, nelle statistiche, non sono computati quelli diventati nel frattempo maggiorenni. Secondo il ministro Maroni sono 10.267 i casi registrati dal 1974 al 2009, 1.810 dei quali riguardanti Italiani: tra gli altri, Emanuela Orlandi, Angela Celentano, Denise Pipitone e i due fratelli Pappalardi. Peggiore la situazione degli stranieri: non si sa più niente di circa 400 ragazzini sui 1320 approdati (nel 2009) a Lampedusa (cifre fornite da Maroni). Forse rapiti e poi venduti per traffici d’organi, per prostituzione o schiavitù. I dati provenienti dall'America sono ancora più inquietanti: là pare che ne spariscono 2000 al giorno.

   Un fenomeno diffuso in tutto il mondo con entità numeriche agghiaccianti. Certo, almeno nel nostro Paese, l’80% degli scomparsi, prima o poi, ritorna a casa. Ma rimane quel 20% di casi irrisolti: un dramma, per i genitori, superiore al lutto che, almeno per i credenti, è lenito dall’accettazione della volontà di Dio; una tragedia su cui spesso cade il silenzio; motivata da svariate cause, dall'allontanamento volontario da casa al rapimento effettuato da un genitore che, in conflitto con il coniuge, fa perdere le proprie tracce e quelle del figlio; dalla riduzione in schiavitù al traffico di organi; dalla pedofilia al sequestro per scopo di estorsione. A volte, dietro la scomparsa di un bambino, c’è un individuo che ne abusa e poi l’uccide; altre volte, invece, lo tiene segregato per decenni, salvo decretarne la morte, quando non serve più.

   Motivazioni, queste, che variano da Paese a Paese, spesso determinate dalla prospettiva di facili guadagni. La rapina per pedofilia in Italia, per esempio, è praticamente inesistente. In Europa, il caso più drammatico e scandaloso si è registrato nel Belgio ove Marc Dutroux, pedofilo assassino, aveva installato una vera e propria organizzazione che rapiva, stuprava e ammazzava decine di minorenni. Diversa la situazione nel resto del mondo dove centinaia di migliaia di bambini sono catturati ed immessi nel circuito della prostituzione minorile, grazie anche a compiacenti agenzie di viaggi che arrivano a offrire pacchetti turistici “tutto incluso”: la Thailandia, le Filippine, il Brasile sono gli Stati ove l’immonda pratica è più diffusa.

   Invece, soprattutto in India ma pure altrove (Nepal, Filippine, Pakistan, Afghanistan, alcuni Stati Africani e Cina), si rapiscono i minorenni per venderne gli organi. Pare che a Bombay, su un quotidiano locale, ci sia una rubrica fissa dove chiunque può chiedere un rene, una cornea, un pezzo di cute. Fa la sua offerta, lascia il proprio gruppo sanguigno e un recapito: spesso è contattato in poco tempo. Ne consegue che centinaia di bambini di strada ogni anno subiscono l'espianto di alcuni organi vitali. Poi, non se ne sa più nulla. In Italia, ove, per fortuna, tale obbrobrio è quasi inesistente, vi sono però almeno 300 mila minorenni (dai 5 a 12 anni) sfruttati per il lavoro minorile o dagli zingari, per accattonaggio e borseggio, da cui ricavano dai 500 ai 1000 euro al giorno. Nella Penisola in vorticoso aumento, a causa dei matrimoni misti, anche il fenomeno dei figli sottratti da uno dei genitori nelle liti per separazioni o divorzi. Altrove, specialmente nei Paesi dell'Est europeo (Romania e Bulgaria) i bambini sono venduti a coppie sterili che, invece di ricorrere all’adozione, comprano un neonato, anche a costo di sborsare somme ingenti.

   Fatti complessi e drammatici dei quali, a stare a quanto affermato dall'associazione “Telefono Azzurro”, “è ancora scarsamente percepita, in Italia, l'importanza”; perciò chiede “un intervento sinergico tra istituzioni e associazioni”; e promuove l'attivazione di un Centro Nazionale per i bambini scomparsi e sessualmente sfruttati. Pure il Capo di Stato, Giorgio Napolitano, ha, in merito, affermato che occorre “intervenire tempestivamente” e perfezionare “anche sul piano sanzionatorio tutte le misure dirette a combattere ogni forma di violenza sui minori”. Per esempio, quelle suggerite da Caterina Boschetti nel suo “Il libro nero dei bambini scomparsi”: un numero verde per denunciarne la sparizione; una banca centrale degli obitori e dei dati del dna; un fondo per le vittime e le loro famiglie, perché “anche stampare volantini costa”.

   Per ridurre tale drammatico andazzo si è mossa pure l’Unione Europea che obbliga tutti gli Stati membri ad aderire, entro il 25 maggio del 2011, al numero telefonico 116 000, linea diretta per i bambini scomparsi già usata da 11 Paesi, compreso il nostro: facile da ricordare, è attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Al quale andrebbe aggiunto, come suggerisce il ministro della gioventù, Giorgia Meloni, l’obbligo di una Carta d'identità riconosciuta anche ai più piccoli (in Italia i ragazzini fino a 15 anni non possono averla), meglio se elettronica. Opportuno anche il convegno organizzato da Telefono Azzurro per mettere a punto strategie di contrasto di questo tragico problema e per combattere l’indifferenza con cui spesso è vissuto dalla società. La quale evidentemente dimentica che ogni bimbo sparito, maltrattato, abusato o ucciso toglie a tutti noi una cellula di civiltà e di futuro.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Ue: statali in pensione a 65 anni dal 2012. Sacconi: «Non c'è margine di trattativa»

 

La Reding: le donne che lavorano nel settore pubblico devono andare in pensione di vecchiaia 5 anni dopo  - il ministro del lavoro: possibile recepimento dello slittamento nella manovra

 

MILANO - Trattativa che parte in salita. L'eta pensionabile di vecchiaia delle dipendenti statali deve essere portata a 65 anni dai 60 attuali a partire dal 2012 e non più dal 2018 come prevedeva la normativa attuale. L'Unione Europea insiste: «l'Italia deve applicare la sentenza della Corte di Giustizia Ue sull'equiparazione dell'età pensionabile di donne e uomini del pubblico impiego a 65 anni entro il 2012». Lo ha detto la commissaria alla Giustizia e diritti civili, Viviane Reding, al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, durante un incontro a Lussemburgo. «La commissaria - ha osservato il portavoce Mattew Newman - capisce che l'Italia ha difficoltà ma deve applicare la sentenza della Corte. Il cambiamento della legge può essere combinato con le misure di consolidamento di bilancio del Governo», ha aggiunto riferendosi alla manovra sui conti pubblici annunciata nei giorni scorsi. Al ministro Sacconi, la Reding ha ricordato che «tutti gli Stati devono essere trattati allo stesso modo». La Ue insiste dunque sul fatto che il periodo di transizione «deve essere breve. La nuova legislazione deve entrare in vigore entro il 2012», ha concluso il portavoce. Le norme messe a punto dal governo italiano e rigettate dalla Commissione europea prevedevano di portare l'età pensionabile delle dipendenti pubbliche da 60 a 65 anni entro il 2018. In questi ultimi giorni si stava lavorando ad un compromesso che riduceva il periodo di transizione portandolo al 2015.

SACCONI - Ma alla luce di quanto dichiarato dalla Reding nessun compromesso sembra possibile e anche Sacconi sembra rassegnato ad anticipare la completa entrata in vigore della nuova normativa: «Sull'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego »non c'è alcuno spazio di trattativa con la Commissione Europea»: ha detto Sacconi. A questo punto, ha aggiunto il ministro, «decideremo giovedì in Consiglio dei Ministri cosa fare». Probabile che l'innalzamento dell'età pensionabile dal primo gennaio 2012, così come chiede la commissione Ue, entri nella manovra economica: «È questo il veicolo che attualmente abbiamo a disposizione», ha sottolineato Sacconi. «Nel caso l'Italia dovesse incappare in una procedura di infrazione sull'equiparazione a 65 anni dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego, le eventuali sanzioni potrebbero arrivare a 714.000 euro per ogni giorno di ritardo nell'adeguamento» ha concluso Sacconi. CdS 7

 

 

 

Mafia e politica. I politici non vogliono sapere

 

Vorrei tornare sulle parole di Piero Grasso a proposito di mafia e politica, dette il 26 maggio a Firenze davanti alle vittime della strage dei Georgofili. L’intervista rilasciata a Francesco La Licata dal Procuratore nazionale Antimafia chiarisce infatti alcuni punti essenziali, e pone quesiti alla classe politica e a tutti noi. La domanda che formula, implicita ma ineludibile, è questa: come funziona la memoria collettiva in Italia? Come vengono sormontati i lutti, e vissuti i fatti tragici, i mancati appuntamenti con la giustizia?

 

In questo giornale ho cercato prime risposte, evocando la richiesta, formulata il 7-8-98, di archiviazione dell’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi a Roma, Firenze e Milano nel ‘93-94: richiesta firmata da Grasso assieme a quattro magistrati, e accolta poi dal gip di Firenze. Nella richiesta era chiaro il nesso fra Cosa Nostra e il soggetto politico nato dopo Tangentopoli (Forza Italia), ma mancavano prove di un’”intesa preliminare”. Quell’atto mi parve più esplicito di quanto detto dal procuratore il 26 maggio, e su tale differenza mi sono interrogata. Ma l’interrogativo, più che Grasso, concerne in realtà i politici, e tramite loro l’Italia intera: giornalisti, elettori, ministri ed ex ministri di destra e sinistra.

 

Per chiarezza, vorremmo citare i principali passaggi della richiesta di archiviazione e confrontarli con quello che Grasso afferma oggi. Nella richiesta (da me impropriamente chiamata “verbale”, domenica scorsa) è scritto: “Molteplici (sono) gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima e in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata”.

 

E ancora: il rapporto tra i capimafia e gli indagati (Berlusconi e Dell'Utri, citati come autore-1 e autore-2 e rappresentanti il nuovo “soggetto politico imprenditoriale” in contatto con Cosa Nostra) “non ha mai cessato di dimensionarsi (almeno in parte) sulle esigenze di Cosa Nostra, vale a dire sulle esigenze di un’organizzazione criminale”. Il testo firmato da Grasso è inedito, ma gli argomenti che esso contiene appaiono in documenti che la classe politica conosce bene: il decreto di archiviazione dell’inchiesta di Firenze, e quello che archivia la successiva inchiesta di Caltanissetta su Berlusconi, Dell’Utri e le stragi di Capaci e via d’Amelio (3-5-02).

 

Il testo sottoscritto da Grasso è pubblicato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in un libro, “L’agenda nera”, che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere. Un ulteriore dato, che comprova come la politica conosca da tempo l’essenziale: nel 2001 il deputato Giuseppe Lumia, lasciando la presidenza della commissione antimafia, lasciò anche le carte dell'inchiesta sui rapporti tra mafia, Berlusconi e Dell'Utri (mafia e riciclaggio) che gli erano state inviate dalla procura di Palermo.

Barbara Spinelli, LS 6

 

In piazza contro i tagli alla cultura e i bavagli alla libertà di stampa

«La cultura è un diritto. La cultura è una risorsa». All'insegna di questo motto si apre la manifestazione nazionale in piazza Navona a Roma contro i tagli alla cultura e quelli alla lirica del decreto Bondi. Sulla città batte un sole rovente, artisti, cittadini, tecnici stanno arrivando tra le bandiere dell'Arci, de l'Unità, della Fials, dei lavoratori dell'Eti, dell'Idv. "Pieno sostegno a questa mobilitazione. In Parlamento, nelle istituzioni, nel paese faremo il possibile e l'impossibile per salvare la cultura", commenta Vittoria Franco, senatrice del Pd. E in tutta Italia si sono tenute conferenze e si svolgono manifestazioni simili.

 

«I primi tagli pesanti sono arrivati a scuola e ricerca. Qui manca un progetto per un investimento produttivo. L'unico progetto sembra essere: meno cittadini e più sudditi». Così parla l'attore Giulio Scarpati (Sai), appena arrivato a piazza Navona. «L'unica preoccupazione - prosegue Scarpati - è non disturbare chi manovra. Invece noi cittadini dobbiamo entrare in tutte le decisioni e il governo deve discutere con tutte le categorie. Non voglio legare 'tagli e bavagli?. Chiedere sacrifici è importante, ma bisogna avere l'autorevolezza per farlo». Mentre in piazza sfila il manifesto «Prima bruciavano i libri, ora tocca ai teatri», parla alla stampa anche il regista Moni Ovadia. «Quello che sta accadendo è un gravissimo attacco alla vita di questo Paese - dice - la crisi è dappertutto, ma l'Italia è l'unica che taglia in maniera così indiscriminata. Chi disinveste sulla cultura uccide l'economia e odia i

giovani».

 

Quella di Roma doveva essere la manifestazione dei lavoratori delle fondazioni lirico-sinfoniche contro il decreto Bondi ma l’iniziativa si è gonfiata fino a esondare trascinando con sé il mondo della cultura e dell’informazione. Oltre ai lavoratori dei teatri d’opera ci saranno anche quelli di cinema, teatro di prosa, musica e danza in generale, insieme agli autori, gli istituti culturali, la Federazione nazionale stampa italiana, Articolo 21 e Usigrai. Lo slogan quindi si è ampliato «contro i tagli e contro i bavagli», e sempre oggi il Pd lancia una giornata di sensibilizzazione sui temi della cultura e dell’informazione in una decina di città italiane. Anche se le due iniziative sono diverse, che ci fanno teatranti, cinematografari, giornalisti, archeologi, musici, scrittori tutti assieme?

 

«Bisogna dire che purtroppo il governo ci ha dato una mano scoprendo le carte –spiega Silvano Conti della Slc-Cgil–: il disegno è scardinare tutta la cultura pubblica in Italia. Si colpiscono i teatri lirici, si chiudono o definanziano gli istituti di cultura, quelli di ricerca, i musei e nello stesso momento si tenta di oscurare i mezzi di informazione e si taglia scuola, università, ricerca». La Slc-Cgil, con gli altri sindacati di categoria, era stata tra le promotrici di questa manifestazione contro il decreto Bondi, che sta seguendo l’iter di conversione in legge e che vuole trasformare i grandi teatri lirici, come la Scala, il Maggio Fiorentino, il San Carlo di Napoli in teatri di provincia. Il decreto che dava la colpa dei deficit dei nostri teatri lirici ai lavoratori, paradossalmente ha evidenziato come a mettere in ginocchio non solo la lirica ma tutto il settore cultura siano proprio i tagli ai finanziamenti dello stato alle attività culturali, tra i più magri d’Europa: per il 2011 per tutto lo spettacolo, compresi circhi, spettacoli viaggianti, teatro, musica danza e cinema sono previsti 311 milioni, la Francia solo per l’Opéra de Paris stanzia oltre 100 milioni di euro. Tuttavia la primavera è stata teatro di una offensiva governativa a tutto campo: pochi giorni dopo il decreto sulle fondazioni è arrivata la legge sulle intercettazioni telefoniche, che colpisce sia la libertà di stampa che quella di indagine. Infine con la manovra firmata dal ministro Giulio Tremonti la scure è calata sugli istituti di cultura, da quelli intitolati a Gramsci e De Gasperi fino a quello intitolato a Craxi, per non parlare della Stazione biologica di Napoli, l’Eti o la Quadriennale di Arte Contemporanea di Roma il cui presidente Gino Agnese, intellettuale di destra, ha chiesto le dimissioni del ministro Bondi.

 

I tagli alle attività culturali sono mascherati dietro l’emergenza della crisi, ma in realtà fin dalla prima vittoria elettorale del 1994, i governi di Berlusconi hanno sempre e incondizionatamente fatto tagli al settore di cultura, scuola, università e ricerca. E lo hanno fatto al di là della congiuntura economica. «C’è un filo nero che collega questi tagli e decreti contro la cultura alla legge sulle intercettazioni –spiega Giuseppe Giulietti portavoce di Articolo 21 del gruppo misto della Camera–: è il tentativo di oscurare la coscienza e la conoscenza. Un oscuramento etico e culturale prelude alla vera macelleria sociale. Domani la Fnsi ha indetto una manifestazione davanti a Montecitorio con i comitati di redazione di tutte le testate italiane. A questa reazione degli oscurati, siano giornalisti o esponenti della cultura, deve seguire il coinvolgimento degli oscurandi, cioè di tutti i cittadini». Nasce così la proposta di una manifestazione nazionale lanciata ieri dallo stesso Giulietti e da Vincenzo Vita del Pd.

 

Sul palco allestito a piazza Navona sono previsti interventi di Carla Fracci, Emilio Miceli (Cgil), gli attori Fabrizio Gifuni e Valerio Mastrandrea in difesa dell'Eti, i registi Mario Monicelli, Domenico Starnone, e Daniele Luchetti, Roberto Natale (Fnsi), le scrittrici Dacia Maraini e Mariolina Venezia. L’U 7

 

 

 

La menzogna

 

C'è qualcosa che lega insieme l'attacco di Berlusconi a Repubblica, durante l'ultima puntata di Ballarò, (dopo che Massimo Giannini gli aveva ricordato le sue dichiarazioni di sostegno agli evasori fiscali), le accuse all'Ipsos perché Nando Pagnoncelli aveva semplicemente illustrato il suo calo di consensi nei sondaggi, e la legge che vuole imbavagliare la stampa: è l'uso della menzogna come arte di governo, per la paura  -  anzi il terrore  -  che il Premier prova per la verità.

 

In due occasioni il Presidente del Consiglio (2004 e 2008) aveva pubblicamente spiegato che bisogna considerare "giustificabile" l'elusione o l'evasione quando le tasse sono troppo alte (come in Italia), perché in questo caso l'evasione "è in sintonia con l'intimo sentimento di moralità" del contribuente. L'altra sera ha preferito dimenticarsene, negando platealmente la realtà, pur di rientrare in qualche modo dentro la cornice di emergenza economico-finanziaria disegnata dal suo ministro dell'Economia, che ormai lo commissaria persino in tivù.

 

L'accusa all'Ipsos e a Pagnoncelli è la conferma di una visione totalmente ideologica del Paese e della politica, dove non c'è spazio per l'irruzione della verità e i sondaggi che non certificano l'immutabilità perenne del consenso e del comando sono automaticamente "fasulli": semplicemente perché non coincidono con l'immagine che il leader ha di sé, e che lo specchio magico dei suoi telegiornali gli restituisce ogni giorno, rassicurandolo nel controllo della realtà.

 

Il rifiuto di ogni contraddittorio, confermato da quel telefono riagganciato in diretta televisiva dopo il diktat sovrano, è la prova di un arroccamento più impaurito che arrogante, con il Premier ormai incapace di discutere e di accettare un confronto. Si capisce perfettamente, dopo l'ultimo reality show berlusconiano, la legge bavaglio: impediamo ai giornali di raccontare la realtà, così un'unica verità di Stato verrà distribuita ai cittadini del più felice Paese del mondo. Ma le bugie hanno le gambe corte, e il tempo dell'inganno è scaduto. EZIO MAURO  LR 3

 

 

 

 

Governare a vanvera

 

Nel brutale e sadico colpo mortale che ilgoverno ha inferto alla Cultura c’è qualcosa che dovrebbe spaventare tutto il Paese. Mi riferisco non già alla riduttiva concezione che la destra ha da sempre delle nostre bellezze naturali e del nostro talento artistico, ma alla drammatica e lampante certezza di essere governati da gente che non sa da quale parte andare.

 

I tagli alla cieca sul budget dei Beni Culturali ci dicono che il governo non ha alcun progetto teso al risanamento economico e sociale dell’Italia. Getta alle ortiche la sua unica, vera, ricchezza, un tesoro che ci fa esistere nel mondo con rispetto e grande

prestigio, ma non ci dice perché. Ci dice che c’è la crisi e basta e che bisogna risparmiare dove si può. E siccome della Cultura si può fare a meno, perché in fondo è un passatempo, dalle sue casse si può togliere quasi tutto.

 

Nessun altro governo in Europa, in questo periodo di crisi, ha mai pensato di mettere al rogo risorse, come quelle culturali, che danno saldezza all’identità della nazione e che rappresentano una insostituibile difesa contro le derive depressive della crisi. Non solo, ma gli altri paesi civili hanno individuato nelle ricchezze della Cultura un terreno su cui operare investimenti preziosi e fruttuosi.

 

Il governo Berlusconi non si è fatto scrupoli a decidere un tale sfacelo in quattro e quattr’otto. Ha messo in ginocchio un settore così strategico e importante del nostro Paese, insieme con l'esercito dei suoi operatori e lavoratori, senza chiedersi come

“risparmiare” e come inserirlo in un processo più vasto di riassesto produttivo generale. Gli italiani, in questi giorni di lacrime e sangue, scoprono di vivere su una nave senza timone, che va dove la portano le onde. Di là i miliardi intascati dai corrotti del Palazzo, di qua precariato, cassa integrazione e licenziamenti. Fino a ieri ci dicevano che la crisi era solo virtuale. Adesso ci dicono l'opposto, che la crisi c’era anche prima e che «abbiamo scherzato». Se un governo non è in grado di dare prospettive, di dirci dove sta andando e dove vuole portarci, dovrebbe rassegnare le dimissioni. Berlusconi invece prende tempo e mobilita, umiliandolo, il Parlamento per questioni relative ai suoi personali interessi. È urgentissimo spegnere i fari su Alfano e accenderli sulle persone, sulle categorie e sulle forze che sono in grado di elaborare un piano d’uscita dalla crisi, serio e credibile. Le piazze cominciano a riempirsi di gente che non si fa violentare. Adesso tocca agli operatori della Cultura, che non difendono solo il loro lavoro, ma il prestigio e la dignità di tutto il Paese. Sono offesi dalla superficialità e dal disprezzo con cui sono stati messi da parte, quasi con un calcio nel sedere. Istituzioni gloriose e secolari, talenti costruiti nel tempo, esperienze straordinarie che sono patrimonio dell'umanità, vengono cancellati nel giro di poche ore, con un paio di telefonate, tra un paio di ministri. 

Ovviamente incolti.

 

A fianco degli artisti e dei lavoratori dello Spettacolo e della Cultura, dovrebbero far sentire la loro voce tutti gli italiani, anche quelli che vivono di solo pane. A causa dei tagli mortali alla Cultura, si rendono conto di essere governati da chi ha solo idee confuse, da chi va avanti alla giornata. È questo che fa più paura, al di là della porcata anticulturale e “ideologica” della destra al governo. Vincenzo Cerami L’U 7

 

 

 

Federalismo tra egoismi  e solidarietà

 

I costi del federalismo sono entrati con prepotenza nel dibattito pubblico. Spesso, però, non è chiaro che cosa si intenda per federalismo: schematizzando un bel po’, se ne possono distinguere due accezioni - una «egoista», l’altra «solidale» - con riflessi diversi sulla spesa pubblica e sugli equilibri sociali.

 

Nel suo Rapporto 2010 la Fondazione Agnelli ha approfondito il caso dell’istruzione, che è una delle materie prossime a passare in larga misura sotto la competenza regionale. La decentralizzazione della scuola, proprio perché ora in fase di transizione, bene illustra pregi e difetti delle diverse modalità federali.

 

Il primo tipo di federalismo, che chiamiamo «egoista», punta a bloccare il trasferimento di risorse finanziarie dal Nord al Sud, ritenendo che nella spesa pubblica del Mezzogiorno si annidino sprechi e inefficienze. Man mano che lo Stato si ritira per insufficienza di mezzi le Regioni più ricche e organizzate - Lombardia, Veneto e, poi, Piemonte ed Emilia Romagna - si propongono per gestire in proprio, oltre alla sanità, l’istruzione, i servizi sociali, la raccolta fiscale e, domani chissà, anche la giustizia e l’ordine pubblico. La pretesa è tutt’altro che infondata: perché i cittadini lombardi e veneti non dovrebbero aspirare a livelli di servizio commisurati alla ricchezza che producono e della miglior qualità europea? Alla lunga, però, questo «federalismo per abbandono» finirebbe con l’accentuare i divari territoriali che già caratterizzano il nostro Paese: quelli della scuola sono ben noti e particolarmente drammatici.

 

Peraltro, non dimentichiamo che i trasferimenti al Sud sono stati molto ridotti a partire dalla fine degli Anni Ottanta - come argomentato in un ampio studio della Banca d’Italia di fine 2009 - e gli sprechi delle regioni meridionali sono assai meno evidenti di quanto si ritenga comunemente, a cominciare dalla scuola stessa. A questo va aggiunto il rischio che un decentramento anarchico produca oneri significativi per le finanze pubbliche, sia a breve sia a lungo andare.

 

A breve, perché in una fase di emergenza è molto più semplice tagliare la spesa pubblica dal centro, agendo - come dimostra la recente manovra - in modo trasversale sui vari capitoli, piuttosto che coordinare venti centri di spesa decentrati e autonomi. Nella scuola, le riduzioni di spesa previste nella finanziaria del 2008 e descritte dal piano programmatico triennale del ministro Gelmini, giuste o sbagliate che siano, hanno avuto efficacia immediata, con un esito stimabile in 2,6 miliardi l’anno; difficilmente, le singole regioni potrebbero ottenere risultati analoghi in tempi rapidi. A lungo andare, i costi del federalismo «egoista» crescerebbero, perché è inevitabile che, quando ogni autonomia locale agisce per proprio conto, si creino inutili doppioni: si pensi se un giorno tutte le regioni si dotassero di una propria protezione civile o di un proprio sistema di valutazione delle scuole.

 

La seconda nozione di federalismo presente nel dibattito è quella «solidale», definita dal nuovo Titolo V della Costituzione e dalla legge Calderoli. Si tratta di un complesso tentativo di individuare e di responsabilizzare i diversi livelli di governo - centrale, regionale, metropolitano, comunale - chiamati a fornire i servizi pubblici, bilanciando l’esistenza di costi fissi, che spinge verso il centro, e la maggior capacità di controllo locale, che spinge verso la periferia. Finora, la principale esperienza di decentramento è stata quella della sanità, che ha dato, con l’eccezione di poche regioni «devianti», risultati nel complesso accettabili. Il federalismo solidale che si sta faticosamente cercando di costruire da un decennio non comporta necessariamente maggiori costi rispetto a una gestione centralistica della spesa pubblica; anzi, se si riuscisse a individuare per ogni servizio il livello di governo ottimale, porterebbe maggiore efficienza al sistema. Ma proprio questo è il punto dolente. In attesa di conoscere le valutazioni sui costi del federalismo che il governo farà a fine giugno, la discussione si è incagliata sui cosiddetti «livelli essenziali delle prestazioni» dei vari servizi, che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, utilizzando il fondo di perequazione per le aree più deboli. La definizione di questi livelli essenziali è molto esoterica e fino a oggi esclusivamente giuridica, pur trattandosi in definitiva di persone e risorse finanziarie da trasferire alle autonomie regionali e locali.

 

Una strada più convincente sarebbe quella di individuare obiettivi di servizio che gli enti territoriali devono conseguire, utilizzando gli strumenti che ritengono più opportuni, e che lo Stato finanzia, verifica e, in caso di inadempienza da parte delle Regioni, assume direttamente su di sé: nella scuola, ad esempio, precisi e quantificabili obiettivi di riduzione degli abbandoni e di miglioramento degli apprendimenti. In questo modo, il dibattito sul federalismo si sposterebbe finalmente dalla sola considerazione dei costi dei servizi a quella, a mio avviso assai più rilevante, dell’efficacia con cui questi vengono garantiti nelle varie aree del Paese.

ANDREA GAVOSTO, Direttore Fondazione Giovanni Agnelli  LS 7

 

 

 

 

Terremoto. Onna, la Germania adotta la chiesa, in autunno la ristrutturazione

 

A Roma siglato l'accordo per restituire all'antico splendore San Pietro Apostolo, distrutta dal terremoto del 6 aprile 2009. Il mondo cattolico giocherà un ruolo-chiave: a definire le fasi del restauro saranno le diocesi di Rottenburg-Stoccarda e dell'Aquila

di LAURA LARCAN

 

ROMA - Oltre ai puntellamenti di legno che rischiano di marcire, per la preziosa chiesa di San Pietro Apostolo di Onna, la frazione dell'Aquila martoriata dal terremoto del 6 aprile del 2009, si scrive un nuovo capitolo. Il monumento è stato oggi ufficialmente adottato dalla Germania (tenendo fede alla promessa fatta in occasione del G8 all'Aquila il luglio scorso) che finanzierà con 3,5 milioni di euro il suo restauro, con attenzione specifica per l'aspetto filologico del bene culturale, tra architettura originaria e apparati decorativi, compreso lo straordinario affresco del '400 raffigurante una crocifissione, riemerso inaspettatamente dalle macerie.

 

L'intervento, che partirà in autunno e durerà almeno due anni - forse tre - è frutto dell'accordo siglato oggi tra il ministero italiano per i Beni culturali e il ministero federale dei Trasporti e Edilizia della Germania con la firma rispettivamente del sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro e del ministro Peter Ramsauer. La particolarità che emerge dall'accordo è che al fianco del commissario delegato alla ricostruzione, del vicecommissario delegato per i Beni culturali e delle soprintendenze specifiche del territorio aquilano, giocherà un ruolo chiave il mondo cattolico, cioè le diocesi di Rottenburg-Stoccarda e dell'Aquila. Nel dettaglio del documento, infatti, si evidenzia come dei 3,5 milioni di euro assicurati dal governo tedesco, 500mila sono assegnati alla diocesi di Rottenburg-Stoccarda che in collaborazione sinergica con quella del capoluogo abruzzese si occuperà di definire la fase preliminare dell'intervento di restauro, mentre i 3milioni di euro sono assegnati al Mibac per l'esecuzione dell'intervento previa gara europea per l'appalto dei lavori.

 

"Possiamo dire che l'accordo segna un triangolo di interlocutori, un modello originale di partecipazioni tra Chiesa, governo tedesco e italiano - commenta Giro - e prevede due fasi: la prima è affidata alla Chiesa tedesca che con quella dell'Aquila collaborerà a un'operazione di analisi del monumento per tracciare le linee guida tecnico-scientifiche che ispireranno il progetto di restauro. E poi la seconda fase, che riguarderà l'esecuzione concreta dell'intervento". L'articolo 5 dell'accordo specifica che questa seconda fase avverrà sotto la responsabilità del commissario delegato per la ricostruzione o del vicecommissario per la tutela dei beni culturali, con un'unità di lavoro da loro costituita, e che provvederà anche alla realizzazione del concorso per l'assegnazione dell'appalto. Concorso che, come avverte il sottosegretario Giro, sarà a carattere europeo.

 

Da notare che l'articolo 6 dell'accordo prevede che l'inizio dei lavori, la loro fine e la riapertura della chiesa dovranno essere "degnamente" celebrati da entrambi i governi "Abbiamo mantenuto la promessa fatta un anno fa senza eccessive burocratizzazioni - dichiara Ramsauer che stamattina ha fatto visita a Onna - quanto ai tempi, si può ricostruire un monumento anche in modo semplice per accelerare la conclusione, ma noi vogliamo che si faccia un lavoro meticoloso sul piano filologico della chiesa, riportando alla luce tutti gli elementi storici che la rendono preziosa. E questo comporta tempo". "Perché questo impegno specifico per Onna? - continua il ministro - le ragioni sono note, ma le voglio comunque ricordare", dice il ministro tedesco rievocando la strage dell'11 giugno del '44 quando nel paese vennero uccisi dai tedeschi diciassette civili, tra cui anche donne e bambini. "E' il motivo che ci legittima a impegnarci concretamente per il progetto di recupero di Onna", commenta Ramsauer. Un impegno che non si ferma solo alla chiesa di San Pietro Apostolo, ma coinvolge anche il centro cittadino con un finanziamento di 1,9 milioni di euro per la ristrutturazione e il piano energetico.  LR 4

 

 

L’Aquila dopo la caduta                                                                                                                          

 

Laura Benedetti, un’aquilana verace, oggi a capo dell’Istituto di Italianistica della Georgetown University di Washington ha organizzato un convegno sui problemi attuali dell’Aquila e della sua popolazione, oggi impegnata tra memorie e prospettive di ricostruzione nel futuro.

Il convegno si è tenuto i 4 ed il 5 giugno presso l’ Auditorium “Elio Sericchi” della Carispaq. I saluti delle autorità presenti, quello del Rettore della Georgetown University, proiettato in inglese e letto in italiano dalla prof. Benedetti, e gli interventi dei vari relatori hanno un punto comune, gli aquilani non possono più permettersi di rimanere avvolti nei ricordi della città come era, è ora di ripensarla e  guardare al futuro.Per ragioni di spazio sono costretta a  riportare in una breve sintesi le relazioni, ricche di spunti culturali, etici ed umani, coordinate da Laura Benedetti.

Il primo  intervento è stato di  Luisa Adorno, scrittrice, che  ha ricordato il terremoto del settembre 1950, quando lei abitava con la famiglia la prefettura dell’Aquila. Allora dovettero abbandonare la residenza e trasferirsi in una palazzina di Collemaggio, per parecchi anni. Poi l’intervento del  professor  Raffaele Colapietra che ha esaminato la caduta di oggi e le sue conseguenze in un excursus storico della vita e lo sviluppo della città. Ha paragonato la caduta di oggi al momento in cui la città,  che  fin dalle origini aveva avuto una posizione egemone rispetto al territorio  trattando da pari a pari con Napoli,  perse il suo contado nel 1530.  Dopo il terremoto del 1915  furono edificati i quartieri della villa e della fontana luminosa, allora (come dopo il terremoto del 1703) il movimento di ripresa fu svolto dai cittadini rimasti in città e dai forestieri arrivati in cerca di lavoro. Oggi la città, alla mercé di poteri estranei,  è scomparsa, è un dato di fatto, essendo venuta meno la coscienza comunitaria, il senso dello stare insieme. C’è stata una interruzione, una frattura col passato, senza programmi e senza prospettive, in una dannosa esposizione mediatica. Quindi la prima cosa per la ripresa è il recupero dello  stare insieme, dei legami culturali con i borghi dei dintorni. Al termine della  prima giornata del convegno c’è da segnalare l’autorevole intervento del Prof. Umberto Villante, che ha indicato una via di rinascita nello sviluppo di istituzioni culturali a carattere sia scientifico che umanistico, con sedi di scuole internazionali e centri di studi avanzati, realtà  per cui l’Aquila ha già alcune punte di eccellenza.

Il secondo giorno si è aperto con la relazione della Prof. Anna Tozzi dell’Università  dell’Aquila, che ha illustrato tutte le soluzioni del post sisma adottate per spazi didattici, alloggi, viabilità, segreterie,  biblioteche, rapporti con gli enti locali. Subito dopo la relazione della Prof. Maria Galli Stampini, che ha parlato di politica, arte e letteratura a Venezia nel diciassettesimo secolo, una piacevole parentesi che per un po’ ci ha distratti dalla nostra catastrofe. Poi  riprende questo argomento il Prof. Bruno Carioti del Conservatorio “Alfredo Casella” dell’Aquila, che comincia con una constatazione di bruciante attualità: le case non bastano, perché la gente non mangia e dorme solamente, ma vive riconosciuta all’interno di una comunità. Partendo da questa constatazione descrive l’attuale attività del conservatorio, ospitato in una sede nuova ineccepibile per acustica e spazi. Il conservatorio di oggi è  pensato come luogo aperto di aggregazione e ricostruzione del tessuto sociale, pertanto in quest’ottica  oggi si pratica molto la musica d’insieme, per unire i ragazzi e dare loro una identità culturale.

Affascinante la relazione di Amara Lakhous, uno scrittore algerino, oggi cittadino italiano, autore del libro “La Forza di Rincominciare” ed anche di uno da un intrigante titolo in lingua originale “Come farsi allattare dalla lupa senza che ti morda”. Ha paragonato la sua emigrazione dall’ Algeria come un grandissimo terremoto dell’anima, causato dalla perdita della propria casa, ed ha illustrato, con efficace semplicità, il processo di recupero della identità, arricchita dall’esperienza dell’emigrazione.

Clara Sereni, scrittrice e traduttrice, ci ha detto qualcosa su come “vivere nel terremoto”, che significa accettare un mutamento profondo. La caduta è una catastrofe che genera traumi e drammi, ma questi possono far crescere con la forza di volontà, la solidarietà, la capacità di badare al cielo azzurro, non tutto è grigio.

Massimo Giuliani, nato a L’Aquila, psicologo e psicoterapeuta  a Milano, ha illustrato un  aspetto nuovo di questa catastrofe, l’uso di internet  da parte di tantissima gente, in un processo orizzontale, non verticale, di diffusione dell’informazione, che ha prodotto un quadro degli avvenimenti vivace e realistico, alternativo a quello ufficiale. Insomma il territorio è entrato in internet, e l’internet è entrato nel territorio, mettendo in luce che tutta la variegata situazione post sisma è stata ridotta a problema edilizio, con la deportazione in massa della popolazione e la costruzione di casette permanenti che hanno sfigurato la città, rispetto a cui l’idea di gratitudine ed ingratitudine, che ha un carattere etico qualificante le relazioni private, ha assunto una connotazione politica. Con l’O.U.T. Facebook, Organizzatore Umano Tematico  si è realizzato un esperimento di aggregazione del flusso di voci che è emerso dalla intelligenza collettiva, una storia nata da una polifonia di voci narranti, con tanti punti di inizio. Ci augura lo psicologo di avere una intelligenza ospitale verso il mondo, il coraggio di non voltarsi indietro, e con immaginazione salvare la città futura.

Infine la professoressa Luisa Nardecchia, vicepreside del Liceo Scientifico, ha narrato alcuni avvenimenti di questo anno scolastico. Il punto più atteso dai ragazzi presenti è stata la premiazione dei vincitori del concorso “L’Aquila 2019, il disegno della città futura”, indetto in collaborazione con La città della Gioia, onlus di Napoli. Sono risultati vincitori, per la fotografia Fabiola La Chioma, per la narrativa Daniele Luciani, per la progettistica Federica Rovo ed Eleonora Pace, per la saggistica Michela Ciocca e Fabrizia Di Stefano. Il  primo premio assoluto a Maria Mercuro e Pier Luigi Carducci per la progettazione di un memorial delle vittime del terremoto, da situare in Piazzale P. Paoli, spazio nelle cui vicinanze ci sono stati tanti morti.      

Le giornate sono state allietate da due concerti, uno eseguito dall’Ensemble Officina Musicale, ed un altro dall’Ensemble del Dipartimento di Musica Antica del Conservatorio dell’Aquila.

Per concludere cito una osservazione di L. Benedetti, applaudita dal pubblico dei presenti, a proposito del popolo delle carriole. La professoressa ha espresso sincera meraviglia e rammarico per il modo come questi sono trattati in città.  Ma perché far in modo che spariscano? Se c’è della gente che vuole fare qualcosa per migliorare lo stato attuale della città, perché non organizzarli e fare qualcosa di utile con loro? ad esempio ripulire il parco del Forte Spagnolo, per restituirlo alla città dignitoso e presentabile. Una cosa ovvia, la Benedetti si chiedeva se non fosse un pensiero troppo americano. Ma sì, è un pensiero semplice, pragmatico ed utile alla comunità, in breve, americano, onirico e surreale nel paese delle lungaggini eterne, dell’ ideologia del fare che lascia disoccupati migliaia di giovani e che, per far quadrare il bilancio, anziché combattere l’evasione fiscale più alta del mondo occidentale dopo quella della Grecia, taglia fondi alla scuola, alla ricerca, alla  cultura ed alla sanità.  

Emanuela Medoro, emedoro@gmail.com de.it.press

 

 

 

 

Aumentano i residenti in Italia, +0,5% ma sono tutti stranieri

 

Nel 2009 l'incremento della popolazione è dovuto esclusivamente alle migrazioni dall'estero. Diminuiscono le nascite: figli di immigrati quasi 14 neonati su 100 

 

ROMA - Dopo aver superato la soglia dei 60 milioni nel 2008, i residenti in Italia continuano ad aumentare, sempre grazie agli stranieri che hanno raggiunto il 7% della popolazione. Diminuiscono invece le nascite (l'incidenza straniera sui nuovi nati sfiori il 14%) e aumenta il numero degli anziani morti. Secondo i dati diffusi oggi dall'Istat che ha presentato il bilancio demografico nazionale, al 31 dicembre del 2009 gli abitanti del Belpaese erano 60.340.328, con un incremento di 295.260 unità (+0,5%) rispetto alla fine del 2008, incremento dovuto esclusivamente alle migrazioni dall'estero. Le famiglie anagrafiche erano 24 milioni e 905 mila; il numero medio di componenti per famiglia era pari a 2,4 e stabile rispetto al 2008.

 

In crescita quota di stranieri. La quota di stranieri sulla popolazione totale (individui residenti) era nel 2009 del 7%, in crescita rispetto al 2008 (6,5 stranieri ogni 100 residenti). L'incidenza della popolazione straniera è molto più elevata in tutto il Centro-Nord (9,8% e 9,3% nel Nord-Est e nel Nord-Ovest, 9,0% nel Centro), rispetto al Mezzogiorno (dove la quota di stranieri residenti è solo del 2,7%).

 

Saldo naturale positivo al Sud. Sempre nel corso del 2009, dice l'Istat, sono nati 568.857 bambini (7.802 in meno rispetto al 2008, -1,4%) e sono morte 591.663 persone (6.537 in più). Il saldo naturale dato dalla differenza tra nati e morti risulta così negativo, pari a -22.806 unità, con un valore che rappresenta il picco negativo dell'ultimo decennio (dopo quello del 2003, anno in cui la mortalità toccò valori elevati per la forte calura estiva). Il saldo naturale è positivo al Sud (soprattutto in Campania e Puglia), ma anche nel Lazio, nelle due province autonome di Trento e Bolzano, in Veneto, Lombardia e Valle d'Aosta.

 

Stranieri quasi 14 nenonati su 100. A livello nazionale si conferma la tendenza all'aumento delle nascite già osservato negli ultimi anni: l'ammontare complessivo di nascite nel 2009 risulta, infatti, più elevato di quello dei 17 anni precedenti, con la sola eccezione del 2008. Il relativo aumento delle nascite a livello nazionale, rileva l'Istat, è da mettere in relazione alla maggior presenza straniera regolare. Di pari passo con l'aumento di stranieri che vivono in Italia, infatti, l'incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati della popolazione residente è passata dall'1,7% al 13,6% del totale dei nati vivi; in valori assoluti da poco più di 9 mila nati nel 1995 a più di 77 mila nel 2009. In particolare, nelle regioni del Centro-Nord si registrano valori percentuali di gran lunga superiori alla media nazionale. Peraltro, già da diversi anni in queste aree del Paese, dove gli stranieri sono più numerosi e gli insediamenti più stabili, il contributo degli stranieri alla natalità è divenuto rilevante. Infatti, nelle due ripartizioni del Nord i bambini nati da genitori stranieri sono circa il 20%; nelle regioni del Centro sono il 15%, mentre nel Mezzogiorno soltanto il 3,6%.

 

Tasso di natalità. Il tasso di natalità nel nostro Paese, calcola l'Istat, è pari al 9,5 per mille; supera la media nazionale nella ripartizione del Nord-Est e varia da un minimo di 7,6 nati per mille abitanti in Liguria al massimo di 10,4 per mille nella provincia autonoma di Bolzano. L'aumento del numero dei nati determina un aumento del numero medio di figli per donna, che per il 2009 si stima pari a 1,41 confermando la leggera ripresa degli ultimi anni (era 1,37 nel 2007).

 

Tasso di mortalità. Quanto ai decessi, il numero, pari a 591.663, è superiore di 6.537 unità a quello del 2008. Il tasso di mortalità è però stabile, pari a 9,8 per mille, ed è più elevato nelle regioni del Centro-Nord, tradizionalmente a più forte invecchiamento. Al contrario di quanto avviene per la natalità, il peso della popolazione straniera risulta irrilevante per la mortalità, a causa della composizione per età particolarmente giovane rispetto alla popolazione italiana.

 

Immigrati nelle regioni del Centro. Sono le regioni del Centro Italia quelle che più attraggono la popolazione immigrata, con un tasso pari al 9,7 mille; segue il Nord-Est (8,8 per mille). Il Sud acquista popolazione a causa delle migrazioni con l'estero, ma ne perde a causa delle migrazioni interne, con il risultato di un tasso migratorio appena superiore all'1 per mille. A livello regionale, l'Emilia-Romagna risulta essere la regione più ambita (11,8 per mille), seguita dall'Umbria (10,2 per mille) e dal Lazio (10,0 per mille). Tra le regioni del Mezzogiorno solo l'Abruzzo si stacca nettamente dalle altre con un tasso pari a 6,5 per mille.

 

Meno stranieri iscritti all'anagrafe. Nel corso del 2009 sono state iscritte in anagrafe 442.940 persone provenienti dall'estero, numero inferiore di oltre 90mila unità rispetto a quello del 2008. La significativa diminuzione del flusso di iscritti dall'estero, che rimane comunque molto elevato, spiega l'Istat, è prevalentemente imputabile al progressivo esaurimento dell'effetto congiunturale indotto dall'allargamento dell'Ue del maggio 2007. In seguito all'entrata nell'Unione, infatti, e al contestuale decreto sulla libera circolazione e il soggiorno dei cittadini comunitari, un numero molto elevato di cittadini neo-comunitari - in particolare romeni - si è avvalso della possibilità di iscriversi nelle anagrafi italiane senza più l'obbligo di esibire il permesso di soggiorno. Effetto che si è progressivamente affievolito già nel corso del 2008 e ancor più del 2009.

 

Italiani trasferiti all'estero. Le cancellazioni dalle anagrafi di persone residenti in Italia trasferitesi all'estero ammontano a 80.597 unità. Tra i cancellati per l'estero prevalgono gli italiani (circa il 60% del totale). Complessivamente, il bilancio migratorio con l'estero, pari a +362.343, è dovuto a un saldo fortemente positivo per gli stranieri, superiore a 370 mila unità, che compensa il saldo lievemente negativo relativo alla sola componente italiana (-12 mila unità circa). Il bilancio con l'estero risulta positivo per tutte le regioni e il corrispondente tasso varia dal 2,2 per mille della Sardegna al 9,3 per mille dell'Emilia Romagna, rispetto a una media nazionale del 6,0 per mille. Le regioni del Nord (a eccezione della Valle d'Aosta, della provincia autonoma di Bolzano e del Friuli Venezia Giulia) e del Centro presentano tassi migratori con l'estero superiori alla media nazionale. Viceversa, tutte le regioni del Mezzogiorno presentano valori ben inferiori a quello medio.

 

Tasso migratorio interno. Nel corso del 2009 i trasferimenti di residenza interni hanno coinvolto in Italia circa 1 milione e 350mila persone e, secondo un modello migratorio ormai consolidato, sono caratterizzati prevalentemente da uno spostamento di popolazione dalle regioni del Mezzogiorno (eccettuato l'Abruzzo) a quelle del Nord e del Centro. Il tasso migratorio interno oscilla tra il -3,9 per mille della Basilicata e il 2,6 per mille della provincia autonoma di Trento, seguito dal 2,5 per mille dell'Emilia-Romagna. Tuttavia, rispetto al 2008, si è registrato un apprezzabile flessione del numero di trasferimenti interni, pari a circa 100 mila unità.

 

Cresce popolazione grandi città. Tutti i grandi comuni del Nord e del Centro, con la sola eccezione di Verona, si presentano in crescita, e in particolare Milano (+9,1%), Firenze (+8,8%) e Roma (+7,1%), mentre tutti i grandi comuni del Mezzogiorno presentano un decremento di popolazione: tra questi il più sostenuto si verifica a Palermo (-5,1%). In tutti i grandi comuni il tasso di crescita naturale è negativo, con la sola eccezione del capoluogo siciliano. Il tasso migratorio interno è sempre negativo, a parte Bologna e Firenze che presentano un tasso lievemente positivo (+0,6 per mille), a evidenziare un processo di reinsediamento della popolazione che penalizza i grandi centri urbani, in particolare Palermo (-7,1 per mille), Verona (-5,2 per mille) e Torino (-5,0 per mille). Si conferma una generale capacità di attrarre le migrazioni dall'estero: il tasso migratorio estero risulta positivo in tutti i grandi comuni, secondo il consueto gradiente Nord-Sud. In particolare, Firenze e Milano presentano i tassi più elevati, ma in termini assoluti sono Roma e Milano le mete dei più rilevanti flussi migratori dall'estero.

 

Quasi 25 milioni di famiglie. Il 99,5% della popolazione residente in Italia vive in famiglie. Le famiglie anagrafiche sono 24 milioni e 905 mila circa; il numero medio di componenti per famiglia è pari a 2,4 e risulta stabile rispetto all'anno precedente. Il valore minimo è di 2,0 e si rileva in Liguria, mentre il massimo è di 2,8, riscontrato in Campania. Il restante 0,5% della popolazione, pari a circa 320 mila abitanti, vive in convivenze anagrafiche (caserme, case di riposo, carceri, conventi, eccetera). LR 7

 

 

 

 

La pluralità etnica porta molti vantaggi ma la strada per l’integrazione non è facile

 

Festival dell’Economia a Trento, con il professore Robert Putnam di Harvard che ha aperto la serie degli incontri - Emigrazione e capitale sociale

 

TRENTO - Il primo evento del Festival dell’Economia è stato affidato a Robert Putnam, docente di Harvard, consigliere di numerosi presidenti americani e intellettuale tra i più influenti al mondo. Introdotto dal direttore del “Sole 24 Ore” Gianni Riotta, Putnam ha parlato della ricchezza di una società multietnica e pluralista, ma anche di quanto lenta e faticosa sia la sua costruzione. Per favorire l’integrazione - e trarne i maggiori benefici - è necessario decostruire l’identità, cosa che gli Stati Uniti fanno da sempre per effetto delle diverse ondate migratorie.

  “Quando qualcuno guarda un film come ‘Gangs of New York’, che si riferisce ai tempi delle grandi migrazioni negli Stati Uniti, e poi lo confronta con una produzione più recente come ‘Gran Torino’, può vedere quanto sia difficile il processo di integrazione – ha detto Riotta nella sua introduzione - .  Ma le migrazioni producono ricchezza economica, producono benessere. Putnam si guarda bene dall’idealizzare le società multietniche; fa quello che deve fare ogni studioso, le osserva, le analizza. Ma ci dice anche che il cammino verso l’integrazione va percorso fino in fondo.”

  Putnam è partito definendo il raggio di azione della sua analisi: la sfida dell’integrazione è la sfida dell’identità. Ed è una sfida difficile , anche se produce grandi benefici. “Il concetto che voglio affrontare per primo però è quello di capitale sociale – ha detto Putnam - ; in sintesi, le reti sociali hanno un valore, innanzitutto per chi vive all’interno di quella rete: la maggior parte delle persone in Italia come negli Usa riescono a trovare lavoro più in virtù di chi conoscono che di quanto conoscono. E non sto parlando di nepotismo, ma semplicemente di relazioni. Le reti sociali però hanno un effetto anche sulle persone che stanno al di fuori di esse. Reti di buon vicinato, ad esempio, generano ricadute positive in tutto un quartiere, ad esempio contribuendo a tenere basso il livello della criminalità. E anche se io non partecipo personalmente ai barbecue, nondimeno, vivendo in quel quartiere, beneficio delle esternalità generate da tali reti amicali.”

 

  Negli ultimi 15-20 anni le ricerche condotte da Putnam hanno approfondito proprio le questioni relative al capitale sociale: una delle evidenze emerse da questi studi, forse un po’ sorprendentemente, è che persino la vita media si allunga laddove il capitale sociale è elevato e viceversa l’isolamento sociale è basso. “L’isolamento è un fattore di rischio, come il fumo”, ha chiosato, ironicamente ma non troppo, il professore americano.

  Vediamo ora come il capitale sociale è influenzato dall’emigrazione e dalla diversità etnica.

  “L’arrivo degli immigrati in America ha avuto delle conseguenze sulla cucina, ad esempio; ma anche sulla creatività. Moltissimi premi Nobel americani sono immigrati o figli di immigrati; lo stesso vale per gli artisti. I gruppi di lavoro più pluralisti sono anche i più creativi”.

  Questi sono i benefici dell’emigrazione. L’effetto prodotto dalle migrazioni sul capitale sociale, invece, sembrerebbe essere scoraggiante. “Abbiamo studiato realtà molto omogenee etnicamente e altre molto diversificate, come Los Angeles ma anche piccoli centri con  la stessa diversificazione etnica presente nella metropoli. Il risultato è che quanto più una comunità è diversificata tanto più bassa sembra essere la fiducia interetnica. Ma approfondendo la ricerca ci siamo resi conto che la sfiducia, all’interno delle società etnicamente miste, era generalizzata; si era cioè diffidenti non solo verso i componenti delle altre etnie ma anche verso i vicini di casa, indipendentemente dalla loro identità. Le persone, nelle società ‘miste’, tendono dunque a chiudersi nel loro guscio. C’è una sorta di ‘effetto tartaruga’. Nelle società meno diversificate, in maniera apparentemente paradossale, la possibilità di fare amicizia con persone di un diverso gruppo etnico invece è più alta.”

  Visti così, i risultati sarebbero, appunto, scoraggianti, per quanto riguarda i vantaggi generati dalla società multietnica. “Quando li abbiamo pubblicati le componenti più razziste della società americana mi hanno pubblicamente lodato. E’ stato imbarazzante. Ciò che mi interessa, però, è spiegare perché non bisogna fermarsi a queste conclusioni, perché esse possono essere fuorvianti. Per farlo, devo affrontare il tema dell’identità e di come l'identità possa essere continuamente decostruita. Le identità etniche non sono naturali, sono costrutti sociali. Negli Usa ad esempio usiamo certe categorie, come quella dei ‘latinos’, mentre non distinguiamo in base alla provenienza da un certo paese piuttosto che da un altro. In passato un matrimonio fra una irlandese e un italiano era considerato un matrimonio ‘misto’. Oggi questa linea divisoria è caduta; una coppia del genere non viene più giudicata ‘mista’, anche se i suoi componenti sono ancora legati alle tradizioni dei paesi di riferimento. La considerazione dell’identità, in questo caso, è cambiata, si è decostruita. Ed ancora: in passato distinguere in base alla religione praticata era normale, oggi invece in una classe di liceo ciò non ha più un grande significato. Ciò perché in passato la regola culturale era cercare un partner della stessa religione, e gli adolescenti si attenevano ad essa. Oggi molto meno; ognuno continua a praticare la propria religione ma la religione in sé non è più una linea divisoria, in quanto la ricerca del partner non tiene più in particolare conto il fattore religioso.”

  Insomma, quello di identità è un concetto mobile, fluido. Possiamo cambiarlo per allargare le maglie della società e promuovere l’integrazione fra gruppi diversi, progredendo per tappe, per passi successivi. E il presidente Obama, presente nel titolo della relazione? “Obama non solo è biologicamente una sintesi di diversi gruppi etnici, è anche una persona che cerca dei nessi, delle cose che le persone possono avere in comune. Obama rappresenta ciò che la società americana ha sempre fatto in passato, superare gli ostacoli creati dalle differenze portate sul suolo statunitense dalle successive ondate migratorie. Dobbiamo sforzarci, anche oggi, di creare un nuovo concetto di 'noi', come abbiamo fatto molte volte nel nostro passato. Il problema dell’integrazione delle diversità però non è risolto neanche negli Usa: quando ci saremo riusciti, avremo trovato la chiave per trarre  dal pluralismo etnico e culturale solo i benefici.” (Inform)

 

 

 

I deputati del PD contro Mantica. “Gravi e inaccettabili” le affermazioni sul blocco di Gaza

 

ROMA  - "Questa vicenda si può classificare come una voluta provocazione, (che) aveva un fine preciso, politico…Il principio della rappresaglia israeliana è un principio conosciuto nel mondo… Pensare che tutto avvenisse senza una reazione di una qualche natura era una dilettantesca interpretazione di chi ha provocato questa vicenda": sono queste le parole pronunciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Alfredo Mantica, in occasione dell’attacco israeliano in acque internazionali al convoglio navale umanitario diretto a Gaza. Parole che non sono piaciute ai deputati del Pd eletti all’estero Gino Bucchino, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini e Fabio Porta, che in una nota congiunta oggi dichiarano: "Il sottosegretario Sen. Alfredo Mantica, titolare della delega per gli italiani nel mondo, ha perduto un’altra occasione per tacere e per evitare che il nome degli italiani all’estero fosse associato, sia pure indirettamente, a posizioni politiche e di principio insostenibili".

"Senza girarci intorno, pur essendo abituati alle spericolate e non richieste acrobazie dialettiche del Sottosegretario, siamo stupefatti e sconcertati", dichiarano i parlamentari del Pd. "Può un uomo di governo che, purtroppo, ha la responsabilità degli italiani che per antonomasia hanno fatto dell’incontro con gli altri e del rispetto reciproco la loro esperienza di vita, considerare una provocazione e un’indebita ingerenza gli aiuti umanitari e la sollecitazione a rimuovere il blocco di Gaza, richiesto a piena voce dallo stesso Segretario dell’ONU Banki-Moon?", si chiedono gli eletti all’estero del Pd che aggiungo: "Può ignorare che la gran parte della stessa stampa israeliana ha considerato eccessivo inopportuno e sbagliato l’intervento? Come persona o come semplice parlamentare lo può certamente fare", osservano, "ma continuiamo a credere che un uomo di governo non possa fare il battitore libero, magari per assecondare un desiderio di visibilità che altrimenti sarebbe frustrato".

"Chiedere di tacere a uno come Mantica", continuano i parlamentari, "è inutile, e chiedergli di dimettersi è altrettanto inutile, conoscendo il noto disinteresse del personaggio, e in più nemmeno originale, visto che l’hanno già fatto inutilmente il Cgie, molti Comites e non pochi operatori della comunicazione all’estero". Secondo Bucchino, Farina, Fedi, Garavini e Porta "più necessaria e più urgente sembra invece un’autonoma riflessione del Ministro degli Esteri sull’opportunità di conservare a chi finora ha saputo solo entrare in sistematica rotta di collisione con i suoi rappresentati una delega che fa acqua da tutte le parti". (aise) 

 

 

 

 

 

 

Incentivi ai viaggi turistici dei lucani residenti all’estero e loro discendenti

 

Incentivi ai viaggi turistici degli emigrati e i discendenti dei lucani residenti all’estero che trascorreranno un periodo di vacanza in Basilicata. Lo prevedono le direttive regionali in materia di incentivazione a favore del turismo sociale, congressuale, studentesco e dei fine settimana, approvate dalla giunta regionale e inviate all’Azienda di promozione turistica. Per il presidente della commissione regionale dei lucani all’estero, Pietro Simonetti, “si tratta di un provvedimento importante, che darà ossigeno alle strutture ricettive lucane, la cui prima fase di sperimentazione che inizierà nelle prossime settimane, sarà gestita dall’Apt”. Le federazioni e le associazioni dei lucani all’estero e in Italia anche attraverso gli sportelli Basilicata, ha spiegato Simonetti, collaboreranno per l’organizzazione dei gruppi. I criteri e i contenuti del regolamento per erogare gli incentivi saranno diffusi dall’Apt, mentre la commissione provvederà a una diffusione capillare in Italia e all’estero. Grtv

 

 

 

 

Dalla “Giornata del Siciliano nel mondo” le proposte di partecipazione alle politiche di sviluppo della Regione

      

       Con la XIV “Giornata del Siciliano nel mondo” le Associazioni siciliane che operano nelle varie parti del mondo, hanno celebrato la 64° ricorrenza della promulgazione dello Statuto della Regione Siciliana riaprendo momenti di riflessione e di attualità sul significato storico e politico dell’evento e sulle prerogative della Autonomia siciliana sancita dalla Costituzione.

       Diciamo subito che tali prerogative sono state sistematicamente non attuate dai Governi nazionali che si sono succeduti nei 64 anni di vita Parlamentare impedendo al popolo siciliano di raggiungere legittimamente gli eguali livelli di sviluppo di vita delle Regioni privilegiate del Nord.

       Problema, questo, di scandalosa e permanente attualità anche ai nostri giorni con un Governo leghista Bossi-Tremonti che porta al Nord le risorse destinate al Sud, addirittura cancellando la questione meridionale dalla Agenda di Governo nella finanziaria recentemente approvata. Nel silenzio ossequioso dei parlamentari meridionali. Una politica ostile di Governo sotto gli occhi di tutti.

       La lettura della “Giornata del Siciliano nel mondo” ed il rapporto costante di quotidianità con le comunità fuori dalla Sicilia, ripropongono l’impegno di seguire con attenzione gli accadimenti siciliani alla ricerca delle scelte operative più appropriate e delle priorità del momento.

       L’associazionismo di emigrazione ha il merito storico di avere preservato e monitorato il rapporto con le comunità siciliane nelle varie parti del mondo, svolgendo un ruolo di supplenza nella lunga latitanza dei Governi. Ha, così, prolungato la vita e la identità culturale di origine dei siciliani. Evitando la separazione dall’Isola madre.

       Oggi gestisce una rete fittissima di contatti e di relazioni costruita in decenni di lavoro e di trasformazioni storiche e sociali.

       La domanda che si pone oggi è se questa struttura associativa di relazioni e di risorse immateriali straordinarie, sia attrezzata per le sfide del presente e del futuro o se sia destinata, nel tempo, a diventare residuale e, quindi, invisibile.

       E’ fin troppo evidente che la loro sopravvivenza ha bisogno di essere sostenuta ed alimentata di contenuti culturali e di stimoli per suscitare interesse. Fondamentale è il coinvolgimento e la partecipazione delle stesse comunità e dei singoli siciliani, specie quelli che occupano posti di responsabilità.

       In questo senso, Sicilia Mondo intende proporsi come soggetto di raccordo e di proposta per il coinvolgimento della rete risorsa rappresentata dalle comunità siciliane, nelle politiche di sviluppo del Governo regionale. Come partecipazione attiva. Non è la prima volta che si è fatta portavoce presso le Istituzioni regionali delle indicazioni provenienti dalle Assemblee e dagli Incontri con le comunità presentando, addirittura, progetti formalizzati.

       Anche la “Giornata del Siciliano nel mondo” di quest’anno vuole dare un suo messaggio con la proposta di un comitato interassessoriale che preveda il coinvolgimento delle comunità siciliane nelle manifestazioni della Regione. In particolare, propone che ogni singolo Assessore, nell’esercizio delle sue politiche e nelle operatività del suo settore di competenza, interpelli, chiami o si raccordi con i siciliani eccellenti dello stesso settore.

       Senza dire che ne verrebbero fuori confronto e soluzioni ricchi di professionalità e di esperienze provenienti da altre Nazioni e Regioni. Ma si aprirebbe una stagione nuova di rapporti ravvicinati e reali, possibilmente anche di interessi con il meglio della società siciliana.

       Anche a Catania, Sicilia Mondo ha celebrato la “Giornata del Siciliano” sul tema prescelto di quest’anno “Sicilia, Regione di Europa e del mondo”, conclusasi con la proposta al Governo regionale di una vigorosa e liberatoria politica assolutamente autonoma, da sviluppare nell’area  del Mediterraneo, politica perfettamente pertinente con le prerogative dello Statuto regionale. Ma anche come i primi passi per la sua internazionalizzazione.

       La proposta contiene, altresì, la istituzione di un Assessorato Regionale, tessitore di intercultura e rapporti con i vari Paesi che si affacciano nel Mediterraneo. Per dare un senso reale alla Autonomia voluta dallo Statuto regionale. Sicilia Mondo, de.it.press

 

 

 

Haushaltssanierung zunächst ohne Steuererhöhungen

 

Berlin - Die Bundesregierung strebt Kreisen zufolge im Haushalt 2011 Einsparungen im Volumen von 11,2 Milliarden Euro an.

Bis 2014 solle das Defizit um insgesamt 26,6 Milliarden Euro verringert werden, hieß es nach Abschluss der Kabinetts-Sparklausur am Montag in Regierungskreisen. Bei der Haushaltssanierung verzichte die Regierung auf die Erhöhung der Einkommensteuer sowie des für viele Produkte und Dienstleistungen geltenden ermäßigten Mehrwertsteuersatzes von sieben Prozent. Hingegen muss sich die deutsche Industrie auf deutlich geringere Energiesteuer-Subventionen einstellen.

Bundeskanzlerin Angela Merkel und Vizekanzler Guido Westerwelle wollten die Ergebnisse am Nachmittag bekanntgeben. Vor Beginn der Klausur hatten sie angekündigt, dass der Rotstift vor allem bei Sozialausgaben angesetzt werden solle. Dagegen protestierten bereits vor Bekanntgabe der Beschlüsse Gewerkschaften und Sozialverbände.

Am Rande der Kabinettsklausur hieß es, 2011 sollten die Energiesteuer-Subventionen um eine Milliarde Euro reduziert werden. In den Jahren 2012 bis 2014 werde der Bereich sogar mit jeweils 1,5 Milliarden Euro weniger auskommen müssen als bisher. Die Steuervergünstigungen haben ein Gesamtvolumen von acht bis neun Milliarden Euro im Jahr. Eine "Luftverkehrsabgabe" soll weitere eine Milliarde Euro im Jahr bringen.

Das gesamte Sparvolumen, das der Bund zur Einhaltung der Schuldenbremse bis 2016 erbringen muss, wurde von der Regierung mit 32,4 Milliarden Euro beziffert. Um es zu erreichen, wurde für die beiden noch fehlenden Jahre 2015 und 2016 eine globale Minderausgabe von 5,6 Milliarden Euro vereinbart.

Das Kabinett beriet seit Sonntagmittag streng abgeschirmt im Kanzleramt über den Bundesetat 2011 und die mittelfristige Finanzplanung bis 2014. Ab 2013 muss Deutschland wieder den Euro-Stabilitätspakt einhalten, zudem greift ab 2011 die im Grundgesetz verankerte Schuldenbremse.

Die Gewerkschaft Verdi warf der Bundesregierung vor, den Haushalt auf Kosten der sozial Schwachen sanieren zu wollen. "Die Bundesregierung belastet einseitig die Schwachen in der Gesellschaft, statt starke Schultern angemessen zur Finanzierung des Gemeinwesens heranzuziehen", erklärte der Verdi-Vorsitzende Frank Bsirske. Wer ausgerechnet bei den Schwächsten streiche, gefährde den sozialen Zusammenhalt. "Einschnitte bei den Rentenbeiträgen für Langzeitarbeitslose, Abstriche beim Elterngeld, Kürzungen bei den Fördermitteln für Erwerbslose, Arbeitsplatzabbau im öffentlichen Dienst - gerecht geht anders", erklärte Bsirske. Stattdessen sollten große Vermögen und reiche Erben steuerlich stärker herangezogen werden.

Auch der Sozialverband Deutschland erklärte, durch die anvisierten Kürzungen bei den Schwächsten stehe der soziale Zusammenhalt in Deutschland vor einer Zerreißprobe. (Reuters 7)

 

 

 

Verbände lehnen Sparpaket der Regierung rundweg ab

 

Diakonie: Schwache zahlen die Zeche - Arbeitslose kündigen "sozialen Widerstand" an

 

Berlin. Der geplante Sparkurs der Bundesregierung stößt bei den Sozialverbänden einhellig auf Ablehnung. Der Paritätische Wohlfahrtsverband sprach am Montag in Berlin von "absolut inakzeptablen Beschlüssen". Der Sozialverband VdK Deutschland bezeichnete es als "völlig verfehlt, bei denjenigen Bevölkerungsgruppen den Rotstift anzusetzen, die bereits in Armut leben oder von Armut bedroht sind". Auch die Arbeiterwohlfahrt und die Diakonie gingen auf Distanz.

Unmittelbar nach Bekanntwerden der Sparbeschlüsse forderte der paritätische Wohlfahrtsverband die Rücknahme der arbeitsmarktpolitischen Kürzungen und warnte vor dem Auseinanderbrechen der Gesellschaft. Zur Konsolidierung des Bundeshaushalts sei vor allem die Beseitigung von Steuerprivilegien notwendig, etwa für Erben und Vermögende.

"Statt von den Starken zu nehmen, um den Schwachen zu helfen, wird skrupellos ausgerechnet bei den Ärmsten gespart", kritisierte Hauptgeschäftsführer Ulrich Schneider in Berlin. Spitzenverdiener und Vermögende blieben von den Sparmaßnahmen so gut wie ausgenommen. "Die Regierung muss sich endlich an die Einnahmenseite herantrauen", forderte Schneider.

Die bei der Koalitionsklausur beschlossenen Kürzungen bei Hartz IV dienten vor allem der Drangsalierung von Arbeitslosen und hätten keinen nennenswerten finanzpolitischen Effekt. Die angekündigten arbeitsmarktpolitischen Maßnahmen brächten lediglich Einsparungen von rund 500 Millionen Euro.

VdK-Präsidentin Ulrike Mascher warnte davor, "der Sparkurs sowie die zu erwartenden Zusatzbeiträge in der gesetzlichen Krankenversicherung werden die Armutstendenzen bei Jung und Alt verstärken". Sozialabbau sei der falsche Weg, weil die Kaufkraft breiter Bevölkerungsgruppen sinke und dadurch die Konjunktur weiter geschwächt werde.

Die VdK-Chefin sagte weiter, durch den geplanten Wegfall der Zuschläge beim Übergang von Arbeitslosengeld I zu Arbeitslosengeld II fielen Arbeitslose noch schneller auf Hartz-IV-Niveau. Werde zudem bei den Wiedereingliederungsmaßnahmen der Bundesagentur für Arbeit drastisch gespart, würden ältere und gesundheitlich beeinträchtigte Arbeitslose "noch schlechter als bisher einen neuen Job finden". Die VdK-Präsidentin machte sich stattdessen für eine Erhöhung des Spitzensteuersatzes von 42 auf mindestens 47 Prozent stark.

Die "soziale Kälte dieser Sparpolitik ist ein gesellschaftlicher Sündenfall", bemängelte die Arbeiterwohlfahrt (AWO). Das Sparpaket sei "völlig unausgewogen und inakzeptabel", sagte AWO-Vorsitzender Wilhelm Schmidt. Auch er forderte, «die starken Schultern angemessen zur Finanzierung des Sozialstaates heranzuziehen. Andernfalls sei der soziale Frieden im Land gefährdet.

Die Diakonie in Bayern lehnte die Sparbeschlüsse ebenfalls rundweg ab. »Die Zeche zahlen die Schwachen, das Klientel der Regierungsparteien kann sich zurücklehnen", stellte Diakonie-Präsident Ludwig Markert in Nürnberg fest. "Das Sparpaket ist zutiefst ungerecht und kurzsichtig.« Skandalös nannte Markert die geplante Streichung des Heizkostenzuschusses für Geringverdienende und die Streichung des Elterngeldes in Höhe von 300 Euro für Hartz-IV-Empfänger.

Das Erwerbslosen Forum Deutschland kündigte »sozialen Widerstand" gegen das Sparpaket an. Bis 2014 solle die Rekordsumme von rund 80 Milliarden Euro ausschließlich zu Lasten von armen Menschen eingespart werden. "Einfach so hinnehmen werden wir diese Sparorgie auf keinen Fall", sagte Sprecher Martin Behrsing.

Die Bundesregierung will im kommenden Jahr bei der Arbeitsmarktpolitik 4,3 Milliarden Euro einsparen und beim Elterngeld 600 Millionen. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) erklärte nach der Haushaltsklausur des Kabinetts in Berlin, in der Arbeitsmarktpolitik setze man auf einen effizienten Einsatz der Mittel zur Arbeitsförderung und Anreize zur Arbeitsaufnahme. Zahlreiche Pflichtleistungen aus der Arbeitsförderung sollten in Ermessensleistungen umgewandelt werden. Das Elterngeld für Hartz-IV-Empfänger in Höhe von 300 Euro im Monat solle gestrichen werden. Epd 7

 

 

 

Sparpaket der Regierung. Merkels Patzer - Koalition ohne Idee

 

Das Prinzip ist einfach: Gekürzt werden Subventionen nur, wo die Widerstandskraft am geringsten ist. Es wird nicht die Frage gestellt, ob eine Finanzhilfe oder Steuervergünstigung ihren Zweck erfüllt. Eine systematische Überprüfung aller Subventionen wagt die Regierung der Angela Merkel nicht. Ein Kommentar von Claus Hulverscheidt

 

Seit genau 222 Tagen ist die christlich-liberale Koalition nun im Amt, und nicht einmal die Betroffenen selbst bestreiten noch ernsthaft, dass es 222 verlorene Tage waren. Es gibt nichts, was diese Regierung auf nationaler Ebene bisher vorzuweisen hätte - sieht man einmal von dem Rekordtempo ab, mit der sie eine Aufbruchs- in eine Endzeitstimmung verwandelt hat. Auffällig oft fällt dieser Tage in Berlin der Begriff "große Koalition" (was die SPD niemals mitmachen würde), und ein FDP-Politiker räsonierte jüngst im kleinen Kreis darüber, ob die Zahl der Bundestagsmandate eigentlich für eine Ampelkoalition reichen würde. Insofern ist es, so anspruchslos das auch klingen mag, schon eine gute Nachricht, dass sich CDU, CSU und FDP auf ein Sparprogramm verständigt haben. Ein Scheitern hätte das Ende von Angela Merkels "Wunschkoalition" bedeutet.

Die zweite gute Nachricht lautet, dass das Paket rein vom Volumen her den Anforderungen genügt. Das gigantische Haushaltsdefizit des Bundes wird damit in den kommenden Jahren Schritt für Schritt auf ein erträgliches Maß schrumpfen, die Vorgaben des Grundgesetzes und des EU-Stabilitätspakts werden - zumindest auf dem Papier - erfüllt. Auch ist es Union und FDP gelungen, in Tabuzonen einzubrechen, zum Beispiel bei der Ökosteuer. Der Anachronismus, dass ausgerechnet diejenigen Firmen steuerlich begünstigt werden, die besonders viel Strom verbrauchen, wird zumindest für einige von ihnen aufgehoben.

Die Ökosteuer ist allerdings zugleich ein Beispiel dafür, warum die Beurteilung des Sparprogramms am Ende dennoch kritisch ausfallen muss. Von ihr bleibt ein Betrieb nämlich verschont, sofern er nachweisen kann, im globalen Wettbewerb zu stehen. Damit entsteht nicht nur eine Zwei-Klassen-Gesellschaft, die Entscheidung offenbart auch, nach welchem Prinzip die Koalition an das Kürzen von Subventionen herangegangen ist. Im Mittelpunkt stand offensichtlich nicht die Frage, ob eine Finanzhilfe oder Steuervergünstigung ihren Zweck erfüllt. Vielmehr ging es in erster Linie darum, die nötigen Summen einzusammeln - und zwar möglichst dort, wo die Widerstandskraft am geringsten ist.

 

Vor einer systematischen Überprüfung aller Subventionen also haben sich Kanzlerin Merkel und ihr Vize Guido Westerwelle wie schon so viele ihrer Vorgänger gedrückt, obwohl eine solche Überprüfung schon angesichts der gewaltigen demographischen Herausforderungen dringend nötig gewesen wäre. Außerdem hat es die Regierung versäumt, den Etat krisenfester zu machen, zum Beispiel durch eine Entscheidung, sämtliche Subventionen nur noch befristet zu gewähren. Damit hätte sich künftig nicht mehr derjenige erklären müssen, der eine Subvention streichen will, sondern der, der sie behalten möchte.

Das zweite gravierende Problem des Sparprogramms ist die fehlende soziale Balance. Es trifft vor allem die weniger Betuchten. Selbstverständlich sind auch die Ausgaben für Langzeitarbeitslose nicht sakrosankt, sie müssen ebenso auf ihre Zielgenauigkeit hin überprüft werden wie alle anderen Staatsausgaben. So ist das Elterngeld eine Lohnersatz-, nicht aber eine Sozialleistung. Daher ist es - rein systematisch betrachtet - richtig, dies nicht länger an Empfänger von Arbeitslosengeld II zu zahlen Aber: Sparpakete dieser Größe werden gesellschaftlich nur akzeptiert, wenn die Menschen das Gefühl haben, dass es einigermaßen gerecht zugeht. Die geplante Bankensteuer mit einem jährlichen Aufkommen von gerade einmal zwei Milliarden Euro kann man vor diesem Hintergrund deshalb nur als Witz oder gar als Affront betrachten. Auch eine Wachstumsstrategie fehlt. So hätte Vizekanzler Westerwelle beispielsweise die von ihm so heiß ersehnten Steuersenkungen für mittlere Einkommen durchaus mit dem Sparpaket verknüpfen können - wenn er den Mut gehabt hätte, dafür die Steuern an anderer Stelle zu erhöhen, bei Spitzenverdienern oder bei großen Erbschaften.

Auch Finanzminister Wolfgang Schäuble muss, will er die Menschen für ein so radikales Programm gewinnen, mehr tun, als auf Umfragen zu verweisen, nach denen die Bürger die immense Staatsverschuldung für ein drängendes Problem halten. Und erst recht reicht es nicht, ein paar Generalsekretärsphrasen abzusondern, wie das Westerwelle in seinem Dauerbemühen um mehr Fernsehpräsenz getan hat. Wer sinngemäß sagt, das Land habe nur noch die Wahl zwischen dem Sparpaket der Koalition und "Freibier für alle", schadet der Sache und veralbert die Bürger, die zu Recht Erklärungen verlangen.

Schon einmal hat eine Bundesregierung, es war die rot-grüne, eine richtige Reform dadurch diskreditiert, dass sie den Menschen die dahinter stehende Idee nicht erklärte. Heute ist Hartz IV deshalb beinahe ein Schimpfwort. Union und FDP sollten deshalb bei ihrem Sparpaket im eigenen Interesse für mehr System, mehr Ausgewogenheit, mehr Erläuterung sorgen - zumal es eine weitere Parallele zu Rot-Grün gibt: Für die damaligen Protagonisten Gerhard Schröder und Joschka Fischer war Hartz IV die letzte Chance, im Amt zu bleiben. Das Gleiche könnte jetzt für Merkel und Westerwelle gelten. SZ 8

 

 

 

Sachsen. Ausländer rein!

 

Sachsens Innenminister Ulbig will das Aufenthaltsrecht neu regeln und den Zuzug ausländischer Fachkräfte erleichtern. Das ist ziemlich revolutionär für die sächsische CDU, die sich gern in Debatten über Patriotismus und Herdprämien ergeht.

Von Stefan Locke, Dresden

 

Die agile Geschäftsführerin einer Siebzig-Mitarbeiter-Firma im Erzgebirge, nennen wir sie Frau Müller, weil sie darum gebeten hat, ihren Namen nicht zu nennen, hatte vor drei Jahren eine kühne Idee. „Ich habe einen Australier eingestellt“, sagt sie, auch wenn sie noch immer nicht fassen kann, dass das, was dann kam, ihr beinahe den letzten Nerv rauben sollte. Ihr Unternehmen ist auf komplexe Elektronik für Gebäudetechnik und Großfahrzeuge spezialisiert. „In Deutschland gibt es nur ganz wenige Physiker, die das können, und noch weniger, die dafür ins Erzgebirge ziehen wollen“, sagt Frau Müller. Der Australier aber wollte, eine Personalvermittlung stellte ihn vor, und auch Frau Müller hatte das Gefühl, dass er gut zur Firma passte. Endlich ein Problem gelöst.

Doch da hatte sie die Rechnung ohne Deutschlands Behörden gemacht. Der Mann sei nicht qualifiziert, schrieb das Arbeitsamt. Er habe einen exzellenten Studienabschluss, schrieb Frau Müller. Der werde nicht anerkannt, antwortete das Amt, mithin könne sie nicht nachweisen, ob nicht auch ein deutscher Arbeitsloser auf die Stelle passe. Dann kam Post vom Landratsamt, der Mann habe keinen deutschen Führerschein. Nein, aber einen australischen, antwortete Frau Müller. Der gelte nicht, schrieb das Amt und dass der Mann nicht fahren dürfe, bis er eine deutsche Fahrerlaubnis habe. Schließlich meldete sich der Vermieter, bei dem der Australier mit seiner Frau und den zwei Kindern einzuziehen plante. Frau Müller müsse bürgen, denn bei Ausländern wisse man ja nie.

E ine neue Willkommenskultur

Frau Müller bürgte, beantragte die Anerkennung der Studienabschlüsse und ging als Dolmetscherin mit zur Führerscheinprüfung. „Und das waren nur die dicksten Brocken“, sagt sie. „Die ganze Einstellungsprozedur hat mich drei Wochen lang ununterbrochen Papierkrieg, Telefonate und vor allem Nerven gekostet.“ Sachsens Innenminister Markus Ulbig (CDU) ärgert sich, wenn er so was hört. „Das können wir uns überhaupt nicht leisten“, sagt er und hat deshalb jetzt die Initiative „Sachsen braucht Zuwanderung“ gestartet. Das ist ziemlich revolutionär für Sachsens CDU, die sich bisher gern in Debatten über Patriotismus, konservative Werte und Herdprämien ergeht.

Natürlich ist Ulbig auch getrieben, denn Sachsens Unternehmen fehlen schon jetzt Fachkräfte, eine Folge von Geburtenrückgang und Abwanderung. „Wir tun viel, um Sachsen zurückzuholen, aber das allein reicht nicht. Wenn die Wirtschaft hier weiter funktionieren soll, brauchen wir auch Zuwanderung von gut ausgebildeten und motivierten Menschen aus anderen Ländern.“ Ulbig will deshalb mit falschen Klischees aufräumen, den Behörden ein Leitbild für eine neue Willkommenskultur geben und vor allem das Aufenthaltsrecht ändern. Das aber ist ein Bundesgesetz.

Das deutsche Aufenthaltsrecht baut für erwerbswillige Ausländer immens hohe Hürden auf. „Die müssen niedriger werden“, fordert Ulbig. Derzeit dürfen Ausländer nur dann unbefristet bleiben, wenn sie mindestens 66.000 Euro im Jahr verdienen. Diese in Fachkreisen „Nobelpreis-Paragraph“ genannte Regel sei völlig realitätsfremd, findet der Minister. In Sachsen gibt es gerade mal 66, in ganz Deutschland nicht ganz 1800 Ausländer, die so eine Aufenthaltsgenehmigung bekommen haben. Alle anderen müssen mit Vertragsende das Land verlassen. Neulich drohte einem Arzt nach Ende seines Zweijahresvertrages in einem Krankenhaus sogar die Abschiebung in die Ukraine. „Und dabei haben wir hier Ärztemangel“, knurrt Ulbig.

Nicht viel besser wird seine Stimmung, wenn er an die Hürden für ausländische Studenten denkt. Viertausend habe man davon allein an der Dresdner Universität, doch kaum einer bleibe nach dem Studium da. „Dabei sind das die besten Fachkräfte, qualifiziert, integriert, und sie sprechen Deutsch.“ Theoretisch dürfen sie nach dem Studium ein Jahr hierbleiben, aber nur 90 Tage arbeiten. „Das ist absurd“, sagt Ulbig. „Gerade ein Job kann doch Türöffner für eine Festanstellung sein.“ Ganz zu schweigen von der Schizophrenie, dass ausländische Studenten, die etwa eine Firma gründen, laut Gesetz gezwungen werden, auszureisen und ein neues Visum zu beantragen, da sie ja jetzt Unternehmer und nicht mehr Student seien.

„Da müssen wir einiges ändern“, sagt Ulbig. Andere EU-Länder seien schon viel weiter. „Wir dürfen uns nicht einmauern, sonst gehen die guten Leute dorthin.“ Ulbig hofft, dass die anderen Bundesländer den Weg zu einem für Deutschland nützlichen Ausländer-Aufenthaltsrecht mitgehen. „Das ist dringend nötig“, sagt auch Manfred Gödecke, Vizechef der IHK in Chemnitz. Hier suchen je nach Branche zwischen 15 und 30 Prozent der Firmen händeringend Fachleute. Bürokratische Hindernisse seien dabei zwar das größte, aber nicht das einzige Problem. Bei der Anerkennung von Abschlüssen etwa verhalte sich Deutschland „wie die Taliban“. Das gehe schon bei russlanddeutschen Ingenieuren los, deren Titel hier nichts gelten. „Dabei ist Russland das Mutterland der Ingenieure!“

Der NPD das Wasser abgraben

Gödecke ist überzeugt, dass die meisten Unternehmer sofort Ausländer einstellen würden. Zugleich ist er sich der Vorbehalte in der Bevölkerung bewusst. „Die Zustimmung zu rechtsextremen Parolen ist leider größer, als wir uns das vorstellen können.“ Bei Umfragen, die der Kommunikationswissenschaftler Wolfgang Donsbach von der TU Dresden macht, schätzen Einheimische den Ausländeranteil im Freistaat regelmäßig auf zwölf Prozent, dabei sind es gerade mal zwei Prozent.

„Es gibt einen engen Zusammenhang zwischen Kontakten mit Ausländern und einer positiven Einstellung zu ihnen“, sagt Donsbach. Folgerichtig gebe es in den neuen Ländern, wo mit Abstand die wenigsten Ausländer lebten, auch die fremdenfeindlichsten Einstellungen. „Eine ethnisch und sozial ausgewogene Zuwanderung aber kann diesen Ressentiments entgegenwirken.“ Und damit auch der NPD das Wasser abgraben, hofft die Regierung.

Wer die Besten holen wolle, müsse ihnen zeigen, dass er sie mag, sagt IHK-Mann Gödecke. „Wir brauchen die Erkenntnis: Die sind zwar fremd, aber ich kann von ihnen profitieren.“ Am liebsten wäre ihm so etwas wie ein neues „Edikt von Potsdam“, als Kurfürst Friedrich Wilhelm von Brandenburg den in Frankreich verfolgten Hugenotten Schutz und Subventionen anbot, woraufhin die Wirtschaft des am Boden liegenden Brandenburgs florierte. Frau Müllers Australier aber ist nach anderthalb Jahren wieder gegangen, auch weil sich die Familie in der Kleinstadt abgelehnt fühlte. Sie sucht noch immer Leute. Noch mal einen Ausländer einzustellen, wagt sie nicht. „Das würde unter den gegebenen Bedingungen meine Kräfte übersteigen.“ Fas 6

 

 

 

 

Initiative "Gesicht Zeigen!": Ausstellung "7xjung Dein Trainingsplatz für Zusammenhalt und Respekt"

 

"Die eindrucksvolle Ausstellung der Initiative "Gesicht Zeigen!" rüttelt auf: Die

Klangcollagen, Fotos und Kunstwerke stellen in äußerst anschaulicher Form eine

Verbindung zur NS-Zeit und dem Schrecken eines Terrorregimes her.

 

Ich bin sicher: Wer sich die Exponate anschaut, wird nicht nur informiert,

sondern auch persönlich berührt. Aus diesem Grund halte ich die Ausstellung

gerade für Jugendliche für besonders geeignet.

 

Das neueste Projekt der Initiative "Gesicht Zeigen!" macht deutlich: Ausgrenzung,

Antisemitismus und Diskriminierung sind nicht nur Schatten der Vergangenheit.

Umso wichtiger ist es, tagtäglich für ein gutes Zusammenleben in Deutschland mit

Entschiedenheit einzutreten. Die Initiative "Gesicht Zeigen!" ermuntert und

ermutigt dazu auf vorbildliche Weise. Die Botschaft lautet: Für

Fremdenfeindlichkeit, Gewalt und Mobbing ist kein Platz in unserem Land!

 

Die Bundesregierung setzt sich mit ganzer Kraft für den gesellschaftlichen

Zusammenhalt ein. Die Integrationsgipfel, der Nationale Integrationsplan und die

Deutsche Islamkonferenz sind dafür erfolgreiche Beispiele. Die Politik kann aber

nur den Rahmen setzen. Mit Leben muss er von allen gefüllt werden. Deshalb ist

zivilgesellschaftliches Engagement unverzicht-bar für ein gutes Miteinander.

Jeder von uns kann seinen Beitrag leisten. Es gilt, offen füreinander zu sein und

aufeinanderzuzugehen - in der Schule, auf der Arbeit, im Verein oder in der

Nachbarschaft. Toleranz ist Voraussetzung für ein gutes Miteinander. Jeder

Einzelne muss in unserem Land seine Möglichkeiten nutzen können- unabhängig von

Geschlecht, Herkunft oder Religion. Vielfalt ist eine große Chance!

 

Die Ausstellung "7xjung- Dein Trainingsplatz für Zusammenhalt und Respekt"

leistet einen wertvollen Beitrag für Toleranz und eine gelingende Integration in

unserem Land." Pib, de.it.press

 

 

 

 

Jugendliche und der Islam "Was der Imam sagt, das stimmt"

 

Religionswissenschaftler Rauf Ceylan über das Männerbild junger Muslime, ihre Abgrenzung von der deutschen Gesellschaft und welche Rolle Imame dabei spielen.

Rauf Ceylan ist Professor für Religionswissenschaft an der Universität Osnabrück. Vor kurzem hat er das Buch "Prediger des Islam" veröffentlicht, das die Imame in Deutschland kritisch beleuchtet. Interview: Roland Preuß

 

SZ: Haben Sie persönlich schon einmal Bekanntschaft gemacht mit muslimischen Macho-Jugendlichen?

Ceylan: Ich selbst komme aus Duisburg-Wanheim, einem Stadtteil mit Bildungsarmut und Problemfällen, meine Eltern aus der Türkei waren Analphabeten. Wo wir wohnten, in der "Zigeunersiedlung", das war unterste Schicht. Natürlich gab es dort Macho-Gehabe. Für uns Jugendliche war es normal, dass geprügelt wurde, das war eine Möglichkeit, von den anderen anerkannt zu werden.

SZ: Haben Sie selbst zugeschlagen?

Ceylan: Ich war da auf beiden Seiten. Später konnte ich diese Linie durchbrechen, das haben aber nur wenige aus meinem Viertel geschafft, sie blieben leider in der Armut stecken.

SZ: Die aktuelle Studie sieht vor allem bei muslimischen Jugendlichen ein Problem mit Gewaltbereitschaft und der Integration. Für Sie nachvollziehbar?

Ceylan: Die Ergebnisse machen mich jedenfalls nachdenklich. Andererseits gibt es auch Untersuchungen, etwa die der Bertelsmann-Stiftung, die eine große Toleranz unter Muslimen zeigen.

SZ: Welche Ergebnisse der jetzigen Studie können Sie bestätigen?

Ceylan: Dass die Identifikation mit Deutschland sinkt, je religiöser die Jugendlichen sind. Denn der Islam gilt in Deutschland nach wie vor als eine Ausländerreligion, obwohl die meisten Muslime mehr als fünfzig Jahre hier leben.

SZ: Und deshalb fühlen sich die meisten muslimischen Jugendlichen nicht als Deutsche, obwohl sie hier geboren sind?

Ceylan: Muslime und Gesellschaft grenzen sich voneinander ab. Viele junge Menschen wurden durch die Anschläge 2001 muslimisiert. Seitdem werden Bilder von außen an sie herangetragen, wie Muslime angeblich sind - gläubig, kämpferisch -, und sie übernehmen diese Bilder. Sie stärken so ihre eigene Identität.

SZ: Und offenbar auch das Risiko, dass sie mal zuschlagen. Wo liegt das Problem: im Koran, seiner Auslegung oder an ganz anderer Stelle?

Ceylan: Das kann man nicht auf den Koran zurückführen, es geht vielmehr um die Qualität religiöser Erziehung, vor allem aber um Gewalt zu Hause.

SZ: Für die religiöse Erziehung sind weitgehend die Imame verantwortlich. Vermitteln die ein Recht des Mannes, Frauen, Kinder oder wen auch immer zu schlagen?

Ceylan: Ein Großteil der Imame ist zwar konservativ, aber zur Gewalt wird nicht aufgerufen. Allerdings werden Bilder der Ungleichheit zwischen den Geschlechtern vermittelt, dem Mann wird die dominierende Rolle zugesprochen.

"Dem Mann wird die dominierende Rolle zugesprochen."

SZ: Dies kann ein aggressives Männerbild prägen, das Gewalt zulässt?

Ceylan: Solche Vorstellungen von Männlichkeit werden viel stärker in der Familie vermittelt. Die erste muslimische Zuwanderer-Generation war ländlich geprägt, sie brachte patriarchalische Traditionen mit. Das wurde von vielen Kindern übernommen. Gewalt hatte ihren Platz selbst im staatlichen Unterricht, den türkische Lehrer damals in Deutschland gaben. Bis in die neunziger Jahre hinein wurde dort geprügelt. Ohrfeigen, Stockschläge, ich habe das selbst erlebt. Auch im Koranunterricht in den Moscheen gab es Schläge. Die zweite Generation, die das erlebt hat, achtet viel mehr darauf, dass dies nicht mehr passiert. Heute würde es eine Anzeige geben.

SZ: Tragen die Imame eine Mitverantwortung für das Verhalten der Jugendlichen oder nicht?

Ceylan: Die Imame sind insoweit mitverantwortlich, als sie der Gewalt und anderen Problemen entgegenwirken können. Dazu müssen sie das Problem aber erkennen, und da hakt es, weil viele Vorbeter kein Deutsch sprechen und nur für einige Zeit aus dem Ausland kommen.

SZ: Trotzdem hören muslimische Jugendliche auf sie?

Ceylan: Imame genießen hohes Ansehen unter den Jugendlichen, die religiös oder die im Leben einer Moscheegemeinde aktiv sind. Für sie gilt: Was der Imam sagt, das stimmt. Für die religiösen Jugendlichen spielt gerade das Freitagsgebet eine wichtige spirituelle Rolle.

SZ: Mehrere Studien haben gezeigt, dass gerade Muslime in Deutschland benachteiligt werden - in der Schule, bei der Jobsuche. Welche Rolle spielt dies für das Verhalten der Jugendlichen?

Ceylan: Selbst Jugendliche in der dritten Generation werden noch als Ausländer wahrgenommen. Wer seinen muslimischen Glauben lebt, muss an vielen Stellen damit rechnen, dass er nicht mehr dazugehört. Das aber fördert den Rückzug in die eigene Gruppe, in Religion oder Nationalismus - mit den Männlichkeitsvorstellungen, die damit verbunden sind.

SZ: Was schlagen Sie vor ?

Ceylan: Wir müssen den Jugendlichen vermitteln, dass der Islam keine Ausländerreligion mehr ist. Wir müssen den islamischen Religionsunterricht flächendeckend einführen und Imame in Deutschland ausbilden, um eine moderne Islamauslegung zu lehren. Und wir müssen die Bildungsarmut bekämpfen.  

SZ 5

 

 

 

Slowenien. Ja zum Schiedsgericht

 

Mit knapper Mehrheit haben die Slowenen am Sonntag einem Schiedsabkommen mit dem Nachbarland Kroatien zugestimmt. Nach vorläufigen Zahlen der Wahlkommission votierten etwa 52 Prozent mit Ja und etwa 48 Prozent mit Nein. Die Beteiligung lag bei etwas über 40 Prozent. Sloweniens Premierminister Borut Pahor sprach von einem "guten Resultat".

 

Mit der Annahme des Abkommens unterwerfen sich Kroatien und Slowenien dem noch unbekannten Spruch eines eigens zu diesem Zweck gebildeten internationalen Schiedsgerichts. Zehn internationale Experten, je fünf von jeder Seite benannt, sollen unter einem einvernehmlich bestellten Vorsitzenden innerhalb eines Jahres über den Verlauf der Seegrenze zwischen beiden Ländern in der Adria-Bucht von Piran entscheiden. Je nachdem, wo man die Seegrenze zieht, verfügt Slowenien von seiner nur 40 Kilometer langen Küste aus über einen Korridor in internationale Gewässer oder nicht.

 

Kroatiens Parlament hat das Abkommen mit der erforderlichen Zweidrittelmehrheit bereits ratifiziert. In Slowenien erzwang die bürgerliche Opposition die gestrige Volksabstimmung.

 

Im Vorjahr hatte das EU-Mitglied Slowenien seine Veto-Macht gegen Kroatien eingesetzt, um die seit 1991 offene Frage der Meeresgrenze in seinem Sinne zu lösen. Erst nach Abschluss des Schiedsabkommens zwischen der kroatischen Regierungschefin Jadranka Kosor und ihrem slowenischen Amtskollegen Pahor konnte Kroatien seine EU-Beitrittsverhandlungen wieder aufnehmen. Mit dem slowenischen Ja ist der Weg zum Abschluss der Verhandlungen nun frei.

 

Noch hat das Abkommen aber nicht alle Hürden genommen. Beide Seiten haben sich zwar völkerrechtlich verpflichtet, alle durch den Schiedsspruch eventuell erforderlichen Gesetzesänderungen vorzunehmen. Sollte das Schiedsgericht Slowenien statt eines Seekorridors nur ein völkerrechtlich garantiertes Durchfahrtsrecht zusprechen, müsste Slowenien seine Verfassung ändern. Dafür ist in der Staatsversammlung in Ljubljana, der ersten Kammer des Parlaments, eine Zweidrittelmehrheit erforderlich. VON NORBERT MAPPES-NIEDIEK FR 7

 

 

 

 

Gaza-Küste. Franzosen und Briten schlagen EU-Kontrollen vor

 

Nach dem umstrittenen Einsatz gegen eine Gaza-Hilfsflotte schlagen der britische und der französische Außenminister Kontrollen der EU vor der Gaza-Küste vor. Dort hat die israelische Marine unterdessen vier mutmaßliche palästinensische Extremisten getötet.

 

Angesichts der wachsenden Kritik an der israelischen Blockade des Gazastreifen haben Frankreich und Großbritannien eine Überwachung von Schiffslieferungen in das Palästinenser-Gebiet durch die EU vorgeschlagen. Die Europäische Union könne dabei helfen, dass der Waffenschmuggel unterbunden werde und die Menschen dort dennoch die nötigen Hilfsgüter erhalten, sagte der französische Außenminister Bernard Kouchner nach einem Treffen mit seinem britischen Kollegen William Hague am Sonntag in Paris.

Die gegenwärtige Situation im Gazastreifen sei untragbar. Hague sagte, es müsse sichergestellt werden, dass Hilfsgüter und Waren in das Gebiet gelangen, ohne dass der Waffenschmuggel zunehme. Beide Minister forderten Israel zudem auf, eine internationale Untersuchung des umstrittenen Einsatzes gegen eine Gaza-Hilfsflotte zuzustimmen. Es sei wichtig, dass die Ereignisse vom vergangenen Montag rasch, unabhängig, transparent und glaubwürdig untersucht würden, sagte Hague. Auch UN-Generalsekretär Ban Ki Moon hatte eine internationale Untersuchung angeregt. Israel lehnte dies jedoch strikt ab. Bei dem weltweit scharf kritisierten Militäreinsatz tötete die israelische Armee neun türkische Gaza-Aktivisten.

Unterdessen hat eine Patrouille der israelischen Marine hat an diesem Montagmorgen vor der Küste des Gazastreifens vier mutmaßliche palästinensische Extremisten getötet. Die Streife habe ein Boot mit vier Männern in Taucherausrüstung ausgemacht, teilte ein Armeesprecher mit. Die Männer hätten vorgehabt, einen Terroranschlag zu verüben. Die im Gazastreifen regierende radikal-islamische Hamas bestätigte den Fund von vier Leichen. Ein fünfter Mann werde noch vermisst. Er sei wahrscheinlich ebenfalls tot. Reuters 7

 

 

 

Rolle der Türkei im Nahostkonflikt Neutralität ist Trumpf

 

Der türkische Premier Erdogan wütet gegen Israel, doch er sollte sich stattdessen als Friedensstifter profilieren - wenn ihm an einer künftigen Regionalmacht Türkei gelegen ist. Ein Kommentar von Kai Strittmatter, Istanbul

Eine Atempause wäre jetzt hilfreich, ein Moment der Mäßigung. Der türkische Zorn nach dem Tod von neun Hilfsaktivisten durch den Angriff israelischer Soldaten ist verständlich. Und doch sollte die Regierung in Ankara in ihrer Rhetorik einen Gang zurückschalten.

Ein türkischer Demonstrant verbrennt in Istanbul die israelische Flagge: Ein Teil der Bevölkerung sonnt sich derzeit in dem Beifall, der dem Land aus der arabischen Welt entgegenschallt: die Türkei, Kämpferin für eine gerechte Sache; Premier Erdogan, Held der Palästinenser. (© afp)

Premierminister Tayyip Erdogan muss aufpassen, dass er nicht in die Falle tappt, die sich da vor ihm auftut. Er darf die Welle der nationalistischen Empörung, auf der er reitet, nicht noch verstärken.

Das mag gegen die Instinkte Erdogans gehen, der sich nicht bloß moralisch im Recht fühlt in seinem Zorn gegen die "Staatsterroristen" in Tel Aviv, sondern der auch Volkstribun genug ist, um dem Wahlvolk die Parolen zuzuwerfen, nach denen es hungert. Sich zurück zuhalten, läge dennoch in seinem eigenen Interesse.

Seit Erdogans harter Kritik an Israels Gaza-Invasion Anfang 2009 versuchen die Kritisierten umgekehrt die Regierung Erdogan als islamistische Gefahr abzustempeln. Das ist eine Propagandaschlacht, kalkulierte Angstmache, ein Zerrbild: Erdogan ist kein Islamist, er ist ein begnadeter Populist und ein gnadenloser Pragmatiker.

Bei keinem anderen Thema findet Erdogan in der Türkei quer durch alle Lager so viel Anklang wie mit seiner Kritik an Israels Palästinenserpolitik. Das hat mit einer angeblichen Islamisierung der Türkei zwar nichts zu tun, aber Erdogan und das ganze Land müssen sich darauf einstellen, dass die Islamismusvorwürfe nun zunehmen.

Ein Teil der Bevölkerung sonnt sich derzeit in dem Beifall, der dem Land aus der arabischen Welt entgegenschallt: die Türkei, Kämpferin für eine gerechte Sache; Erdogan, Held der Palästinenser. Schon sehen einige hier die Türkei als "den neuen großen Bruder" in der Region.

Aber solcher Jubel könnte bald verstummen, wenn wahr werden sollte, was einige prophezeien: dass die Türkei durch den israelischen Angriff nicht länger nur Beobachter und Vermittler, sondern "Partei" geworden sei. Das aber wäre fatal. Was die Türkei bislang so wertvoll machte, auch für die Vereinigten Staaten, auch für die Europäische Union, war die Tatsache, dass sie eben nicht Partei war. Dass sie Kontakt hatte zu Palästinensern wie Israelis.

Seit dem Wahlsieg der Hamas im Gazastreifen hat Erdogan gegenüber dem Westen darauf beharrt, dass es keine Lösung geben könne ohne Gespräche mit der Hamas. Dafür bezog er viele Prügel, aber er hat Recht.

Nun könnte die Türkei sich umgekehrt beweisen. Wenn durch die traurigen Ereignisse der letzten Woche das Prestige der Türkei unter den Palästinensern tatsächlich gewachsen ist - dann sollte die Türkei ihren Einfluss nun nutzen, der Hamas endlich die Zugeständnisse abzuringen, die Israel zu Recht verlangt: eine Anerkennung seines Existenzrechts, ein Ende der Raketenangriffe.

Das wäre zwar das Gegenteil von dem, was der türkische Volkszorn im Moment verlangt - aber es wäre ein großer Stein im Fundament einer zukünftigen Regionalmacht Türkei. Sz 7

 

 

 

Kommentar zum G20-Treffen. Kümmerlich

 

Auf der großen Bühne der internationalen Wirtschaftspolitik haben die Europäer nichts mehr zu lachen. Nach Ausbruch der globalen Bankenkrise dachten viele auf dem Alten Kontinent, der Finanzmarktkapitalismus à la USA sei gescheitert.

 

Mittlerweile haben sich die Verhältnisse gedreht. Beim Gipfel der G20-Finanzminister trumpfte nicht nur die US-Regierung groß auf mit der Forderung vor allem an Deutschland, mehr für das Wachstum zu tun. Auch die Schwellenländer von Brasilien bis China ließen keinen Zweifel daran, dass nichts zu melden hat, wer die eigenen Probleme nicht in den Griff kriegt. Unter hohen Defizite leiden auch andere, nicht zuletzt die USA. Doch nirgends provoziert die Staatskrise derart heftige Verwerfungen wie in der Euro-Zone.

 

Europa ist in der Defensive - das gilt auch für den Wunsch nach härteren Auflagen für die Finanzmärkte. Der Traum, mit einer globalen Finanztransaktionssteuer die Spekulation einzudämmen, wird ein Traum bleiben. Deutschland ist an diesem Punkt international isoliert. Mit dieser Einschätzung hat Finanzminister Wolfgang Schäuble (CDU) recht.

 

Das Traurige an dieser Erkenntnis ist, dass sie für die Bundesregierung nicht als Enttäuschung kommt. Im Gegenteil braucht sie das klare Nein der anderen, um die Kritiker zu Hause ruhigzustellen. Ernsthaft hat sie das Projekt nie betrieben. Was bleibt, ist eine kümmerliche deutsche Bankenabgabe. Die Folgen der Finanzkrise aber sind real, für Staaten und Bürger. Mit Symbolpolitik ist es daher nicht getan.

 

Die größten Hoffnungen für die internationalen Verhandlungen richten sich nun auf schärfere Eigenkapitalvorschriften. Sie wären ein gutes Instrument, um die Gefahr künftiger Krisen zu mindern. Wenn die Banken mehr Eigenkapital vorhalten müssen, verteuern sich für sie riskante Geschäfte. Auch hier erreichten die Finanzminister in Busan keine echten Fortschritte.

 

Aber die Meinungsverschiedenheiten erklären sich durch die unterschiedlichen Bankensysteme in den Weltregionen. Es geht also weniger um grundlegende politische Differenzen und mehr um technische Probleme. Die sollten bis zum Herbst lösbar sein. Markus Sievers  FR 7

 

 

 

Koalition. Das Pfeifen im Walde

 

Sollten Union und FDP ihren Kandidaten fürs Schloss Bellevue nicht in der Bundesversammlung durchsetzen können, würde diese Koalition wohl kaum noch die Kraft aufbringen, die restlichen drei Jahre durchzustehen. Scheiterte Christian Wulff, wäre nicht nur seine Karriere beendet. Von Georg Paul Hefty

 

Das tapfere Ignorieren von Risiken gehört zur Politik wie das Pfeifen im dunklen Wald zum ängstlichen Wandersmann. Als die schwarz-gelbe Koalition zur Selbstvergewisserung ein „Zweites Meseberg“ ansetzte und dann nicht einmal mehr die Traute hatte, zum Nachdenken sich den Luxus eines Schlosses zu gönnen, ahnte sie noch nichts von den akuten Belastungsproben, die ihr bevorstehen.

Sollten die von Union und FDP gestellten Mitglieder der Bundesversammlung nicht die Wahl ihres Kandidaten Wulff hinbekommen, ist es unwahrscheinlich, dass diese Koalition noch die Kraft aufbringen wird, die restlichen drei Jahre bis zur Bundestagswahl durchzustehen. Scheiterte Wulff in der Konkurrenz zum rot-grünen Präsidentschaftskandidaten Gauck, dessen Werber um kein Argument und der selber um keine verlockende Formulierung verlegen sein werden, dann wäre nicht nur seine Karriere zu Ende.

Bis dahin aber gilt das Luther-Wort vom Apfelbaum, der auch bei Gefahr des Weltuntergangs zu pflanzen sei. Union und FDP haben sich verabredet, zehn Milliarden Euro weniger auszugeben – nicht aus Rücksicht auf die Turbulenzen in der Eurozone, sondern unter dem Zwang der Schuldenbremse in der Verfassung. Dies heißt nicht, dass zehn Milliarden „gespart werden“, sondern lediglich, dass dieses Geld nicht ausgegeben und daher auch nicht im Zuge der Neuverschuldung auf dem Kapitalmarkt aufgenommen wird. Ein Abbau des bisherigen Schuldenstandes – des neuen Generalmaßstabs für die Beurteilung eines Landes – ist damit nicht verbunden. Denn dafür hat die Bundesrepublik einfach kein Geld.

Die Bürger wollen lieber an den Zinsen teilhaben, die der Staat für seine Schuldverschreibungen zu zahlen bereit oder gezwungen ist, als mehr Geld zur Konsolidierung der Staatsfinanzen zur Verfügung zu stellen. Das war die Mentalität, die der FDP den größten Wahlerfolg in ihrer Geschichte bescherte. Die Blase ist wegen Übertreibung zwar geplatzt, aber die Haltung der Bevölkerung hat sich (noch) nicht grundlegend gewandelt.

Daher werden die nun erwogenen Verzichtsmöglichkeiten nicht alsbald in Gesetzen verankert werden. Denn alles, was der Staat nicht ausgibt, bleibt bei anderen als Einnahme aus, was niemand gern sieht. Übrigens hat auch Luther nicht davon gesprochen, dass er die Früchte seines Baumes noch ernten werde. Faz 7

 

 

 

 

Köhler-Nachfolge. Risikokandidat Wulff

 

Scheitert Christian Wulff bei der Präsidentenwahl, ist auch Angela Merkels Kanzlerschaft ernsthaft gefährdet. Es könnte knapp werden, die Zustimmung für Herausforderer Joachim Gauck wächst - auch in der schwarz-gelben Koalition. Von Nico Fried, Berlin

 

Bei ihrer Wiederwahl zur Bundeskanzlerin fehlten Angela Merkel am 28. Oktober 2009 neun Stimmen aus den eigenen Reihen. Bei der Verabschiedung ihres Euro-Rettungspakets vor zwei Wochen waren es dann schon zehn. Am 30. Juni, wenn in der Bundesversammlung das neue Staatsoberhaupt gewählt wird, liegen Union und FDP maximal 23 Stimmen über der absoluten Mehrheit - allerdings hat die Versammlung auch doppelt so viele Mitglieder wie der Bundestag. Warum also sollte es nicht auch doppelt so viele Abweichler geben? Es ist eine zugespitzte Rechnung, aber sie zeigt, dass es äußerst knapp werden könnte für Merkels Kandidaten Christian Wulff.

 

Angela Merkel und Guido Westerwelle haben Horst Köhler 2004 zum Bundespräsidenten gemacht. Es wäre ein Treppenwitz der Geschichte, wenn Köhlers Rücktritt sechs Jahre später auch die schwarz-gelbe Koalition ins Wanken brächte. Doch spätestens die Resonanz in Teilen der Medien wie auch von Union und FDP auf die Nominierung des niedersächsischen Ministerpräsidenten Wulff machen offensichtlich: Am 30. Juni ist die Kanzlerschaft Angela Merkels erstmals wirklich in Gefahr.

Sollte Wulff im ersten und zweiten Wahlgang, in denen die absolute Mehrheit notwendig ist, nicht gewählt werden, würde die Führungsdiskussion massiv auflodern. Von einer Niederlage Wulffs gegen seinen Herausforderer Joachim Gauck im dritten Wahlgang ganz zu schweigen.

 

In der FDP meldeten sich schon am Freitag erste Skeptiker: In Sachsen und Sachsen-Anhalt wollen die Liberalen ihr Stimmverhalten erst nach Rücksprache mit der Basis festlegen. In anderen Landesverbänden wurde das Auswahlverfahren kritisiert, in dem FDP-Chef Guido Westerwelle vorzeitig deutlich gemacht hatte, einen CDU-Kandidaten zu akzeptieren. Und Schleswig-Holsteins FDP-Fraktionschef Wolfgang Kubicki, stets für eine exponierte Meinung gut, sagte mit Blick auf Gauck: "Ich wundere mich im Nachhinein, warum FDP und CDU nicht auf diesen Kandidaten selbst gekommen sind."

"Yes, we Gauck"

Ähnlich äußerte sich der frühere brandenburgische Innenminister Jörg Schönbohm (CDU). All jene im bürgerlichen Lager, die in geheimer Abstimmung Gauck wählen wollen, können sich jetzt sogar auf Horst Seehofer berufen. Der CSU-Chef nannte Wulff im Spiegel zwar "den richtigen und den besseren" Kandidaten, gab aber die Abstimmung praktisch frei: "Es gehört doch zu einer lebendigen, modernen Demokratie, dass man als Wahlfrau und Wahlmann in der Bundesversammlung auswählen kann."

Christian Wulff selbst gibt sich demütig. Es komme auf die Geschlossenheit von Union und FDP an, um die rechnerische Mehrheit auch in der Realität umzusetzen, so Wulff. Sein Werben eröffnete er am Freitag in einem Interview mit der Bild-Zeitung. Wulff war nicht entgangen, dass Blätter aus dem Springer-Verlag zurückhaltend auf ihn reagierten. Die Bild am Sonntag erschien dennoch mit einem Foto von Wulffs Rivalen und der Schlagzeile "Yes, we Gauck" - der ein paar Seiten weiter dann mahnen durfte, das Präsidentenamt nicht zur "Beute von Parteien" zu machen. Auch der Spiegel legte sich auf dem Titel fest: "Joachim Gauck. Der bessere Präsident."

Schwer kalkulierbar sind für Merkel und Wulff auch die enttäuschten Anhänger von Ursula von der Leyen. Die Arbeitsministerin war von Kabinettskollegen schon als Kandidatin gefeiert worden. Vor Fernsehkameras reagierte sie mit verbissenem Schweigen auf die Nachricht von Wulffs Nominierung. Erst am Freitagnachmittag ließ sie wissen, sie freue sich für den Kollegen. SZ 7

 

 

 

Christian Wulff. Die erste Wahl der Kanzlerin

 

Christian Wulff soll von Anfang an Angela Merkels Favorit gewesen sein. Alle anderen Minister, die im Gespräch waren, hätten eine Lücke ins Kabinett gerissen - und für die Kanzlerin keine Vorteile bedeutet. Von Günter Bannas, Berlin

 

Es heißt, Christian Wulff sei die „erste Wahl“ von Bundeskanzlerin Angela Merkel für das Bundespräsidentenamt – und zwar von Anfang an. Wulff hatte, was kein Geheimnis war, in der jüngeren Zeit öfter zu erkennen gegeben, er wolle sich um das Amt bewerben, wenn Horst Köhler ausscheide – also nach den bis zum vergangenen Montag geltenden Kalkulationen ab 2014. Das Amt des CDU-Landesvorsitzenden in Niedersachsen hatte er 2008 aufgegeben, was unter seinesgleichen mit Zweifel ausdrückenden hochgezogenen Augenbrauen zur Kenntnis genommen worden war. Seine mitgelieferte Begründung, er wolle sich in der Bundes-CDU vermehrt um grundsätzliche, auch wirtschaftspolitische Fragen kümmern, für die er Zeit brauche, sollte sich nicht als Ankündigung erweisen. Es kam nicht dazu.

Die Darlegung, einzig Wulff, jedenfalls nicht Frau von der Leyen, die Arbeitsministerin, und auch nicht Finanzminister Schäuble sei im Kalkül der Bundeskanzlerin aufgetaucht, ist wegen ihrer möglichen Folgen plausibel. Eine Umbildung des Bundeskabinetts wäre erforderlich gewesen – zumindest in der Reihe der CDU-Minister. Auf Frau von der Leyen hätte möglicherweise Kanzleramtsminister Pofalla folgen müssen. Das hätte in der Regierungszentrale eine Lücke gerissen, die dann eventuell von Umweltminister Röttgen hätte gefüllt werden müssen, was zu Spannungen mit dem CDU/CSU-Fraktionsvorsitzenden Kauder geführt hätte und überdies eine weitere Nachfolgelösung erforderlich gemacht hätte.

 

Die Wahl Schäubles zum Bundespräsidenten hätte ebenso große Folgen gehabt. Innenminister de Maizière wäre dessen überaus wahrscheinlicher Nachfolger im Finanzministerium gewesen. Möglicherweise hätte dann auch Röttgen das Umweltministerium verlassen und das Innenministerium übernehmen müssen. Dermaßen gewichtige Veränderungen unter den CDU-Ministern hätten möglicherweise auch auf die beiden anderen Koalitionsparteien, CSU und FDP, Auswirkungen gehabt – mit der Folge eines großen Revirements des gesamten Bundeskabinetts. Das aber wollte Frau Merkel nicht. Sie scheint der Auffassung zu sein, politisch-persönlich hätten die Kabinettsmitglieder ein insgesamt gutes Verhältnis zueinander gefunden. Damit es noch besser werde, sollten Änderungen vermieden werden.

Das Ende des Andenpakts

Die Nominierung Wulffs zum Bundespräsidenten kennzeichnet auch das endgültige Ende des sogenannten Anden-Pakts als eines politischen Bündnisses von Personen innerhalb der CDU. Als sie jung waren, waren sie 1979 nach Südamerika gereist. Dort hatten sie einander versichert, einander nicht im Weg zu stehen. Das können sie nun auch nicht mehr – die meisten sind nicht mehr im Kernbereich der Politik tätig. Wulff wird künftig überparteilich auftreten. Roland Koch will aus der Politik ausscheiden. Günther Oettinger ist EU-Kommissar und nicht mehr Ministerpräsident. Matthias Wissmann arbeitet für die Automobilbranche. Der frühere Bundesminister Franz Josef Jung hat als einfacher Abgeordneter keinen Einfluss mehr. Auch Christoph Böhr (Rheinland-Pfalz), Friedbert Pflüger und Friedrich Merz sind nicht mehr im engeren Sinne politisch aktiv.

Einmal im Jahr treffen sich die Anden-Freunde – diesen Mai waren sie in Barcelona. Einst hatten sie im Bündnis ein politisches Gewicht; sie trugen 2002 dazu bei, dass Edmund Stoiber und nicht Angela Merkel Kanzlerkandidat wurde. Auch künftig werden sie über Politik reden können. Einfluss als Gruppe können sie nicht mehr ausüben.

Gewichtig ist die Nominierung Wulffs für die engere Führung der Bundes-CDU. Bisher sind Wulff, Koch, der nordrhein-westfälische Ministerpräsident Jürgen Rüttgers sowie Bildungsministerin Annette Schavan stellvertretende CDU-Vorsitzende. Dieser Kernbereich der Parteiführung muss nun bis zum Parteitag im Herbst umgebaut werden. Allein Frau Schavan könnte ihr mit Sicherheit angehören. Das Ausscheiden Wulffs und Kochs steht fest. Auch das Verbleiben von Rüttgers ist fraglich – es hängt von den Koalitionsverhandlungen in Düsseldorf ab. Faz 5

 

 

 

 

Liberale lieben SPD-Kandidaten. Eine Versuchung namens Gauck

 

Viele ostdeutsche FDP-Politiker halten den Kandidaten der Opposition für eine gute oder gar für die bessere Wahl. Selbst CDUler liebäugeln mit ihm, nur die Linke ist verärgert. VON RALPH BOLLMANN

 

BERLIN - Ein halbes Jahr lang wurde die FDP vom Berliner Koalitionspartner gedemütigt und vom eigenen Parteichef vorgeführt, jetzt ist die Stunde der Revanche gekommen. In der Bundesversammlung am 30. Juni verfügt die Partei über 147 Wahlmänner und -frauen. Damit der CDU-Politiker Christian Wulff schon im ersten Wahlgang Bundespräsident werden kann, dürfen ihm maximal 21 Stimmen aus dem Regierungslager fehlen.

Aus der Differenz dieser beiden Zahlen ergibt sich das Drohpotenzial, das die FDP jetzt gut drei Wochen lang besitzt - gegenüber der Union, aber auch gegenüber Guido Westerwelle. Sie nutzt es weidlich aus.

Lang ist die Liste ihrer Politiker, die am Wochenende Sympathie für den rot-grünen Kandidaten bekundeten. "Joachim Gauck ist ein Vertreter der ostdeutschen Seele. Darüber muss man schon nachdenken", sagte der sächsische FDP-Fraktionschef Volker Zastrow. "Die Parteiführung muss deutlich machen, welche strategischen Vorteile die Kür Wulffs für uns bringt", drohte sein Thüringer Kollege Patrick Kurth.

"Wir werden in der Fraktion darüber zu sprechen haben, ob wir trotz Bedenken mit Herrn Wulff leben können", erklärte der Fraktionschef aus Sachsen-Anhalt, Veit Wolpert. "Ich schätze ihn. Er wäre auch ein guter Bundespräsident", sagte die stellvertretende Parteivorsitzende Cornelia Pieper, die ebenfalls aus Sachsen-Anhalt stammt. Sie stellte die Mehrheit für Wulff allerdings nicht infrage.

Auch im Westen gibt es solche FDP-Stimmen. "Ich habe mich selbst gefragt, warum wir nicht auf die Idee gekommen sind, Herrn Gauck zu nominieren", sagte der schleswig-holsteinische Fraktionschef Wolfgang Kubicki. "Es darf sich nicht der Eindruck festsetzen, dass die FDP zuerst Koalitionspartner und dann erst die liberale Partei ist", kritisierte die bayerische Generalsekretärin Miriam Gruß. "Das ist ein respektabler Bewerber", sagte der baden-württembergische Fraktionschef Hans-Ulrich Rülke.

Sympathien für Gauck gibt es auch in der Union. Der frühere brandenburgische CDU-Chef Jörg Schönbohm sagte, er frage sich, warum es nicht möglich gewesen sei, "sich im bürgerlichen Lager mit der SPD auf Gauck zu einigen".

Gauck-Begeisterung, wohin man blickt. Die Welt rief schon am Dienstag nach dem Kandidaten, da hatte die SPD bei ihm noch gar nicht angefragt. "Yes, we Gauck", titelte dieses Wochenende Bild am Sonntag, und der Spiegel verriet schon auf der Titelseite: "Der bessere Präsident" (siehe Text rechts).

Nur die Linke steht am Spielfeldrand und ärgert sich. Gauck sei für seine Partei "sehr, sehr problematisch", sagte Fraktionsvize Dietmar Bartsch der Mitteldeutschen Zeitung. Es sei offen, ob die Linke an diesem Montag tatsächlich einen eigenen Kandidaten präsentiere: "Da gehen die Meinungen auseinander."

Bei der Präsidentschaftswahl im vorigen Jahr hatte die Partei den Schauspieler Peter Sodann ins Rennen geschickt, der sich dann aber mit Äußerungen etwa über die Verhaftung von Bankchef Josef Ackermann um Kopf und Kragen redete. Die Linke verfügt in der Bundesversammlung über 124 bis 125 Stimmen.

Koalitionskandidat Wulff übte sich unterdessen in Demutsgesten. Sein Sieg in der Bundesversammlung sei noch nicht gesichert. "Es kommt auf die Geschlossenheit von CDU, CSU und FDP an", sagte er. Gauck sagte, das höchste Staatsamt solle "keine Beute der Parteien sein". Es sei "gut, wenn der Bundespräsident mitten aus dem Volk kommt".

CDU-Generalsekretär Hermann Gröhe sagte hingegen, er zweifle nicht daran, "dass CDU, CSU und FDP in der Bundesversammlung geschlossen für Wulff" stimmten. Die "billigen Attacken von SPD und Grünen auf Christian Wulff" zeigten, dass die Opposition nichts dazugelernt habe. Schon deren Äußerungen über den bisherigen Amtsinhaber Horst Köhler hätten "eindeutig den nötigen Respekt vermissen lassen".

 

Als ob Köhlers Problem die Opposition gewesen wäre. Und als ob es die Stimmen von SPD und Grünen wären, um die Christian Wulff jetzt zittern muss. Und nicht die der Wahlmänner und -frauen eines Koalitionspartners, der seine Chance auf Revanche jetzt endlich gekommen sieht. Taz 7

 

 

 

 

Präsidentschaftskandidat Joachim Gauck. Es ist Sonne über Berlin

 

Dieser Kandidat hat einen Begriff des Politischen, der über Parteikalkül hinausgeht: Joachim Gauck ist christlich, bürgerlich, liberal und er weiß um die Dialektik der Freiheit. Er wäre ein idealer Bundespräsident. Von Nils Minkmar

 

Diese verrückte Woche endete immerhin mit einem guten Buch. Nach dem Rücktritt des Bundespräsidenten am Montag, nach dem hektischen Jonglieren mit Namen an den darauf folgenden Tagen war endlich der Anlass gekommen, Joachim Gaucks Memoiren „Winter im Sommer – Frühling im Herbst“ zu lesen. Die Lektüre des berührenden und durchdachten Buchs war aber zugleich frustrierend, weil man dabei ermessen kann, wie sich die öffentliche Reflexion, auch die eines Politikers über sich selbst, in den zwanzig Jahren seit der Wiedervereinigung zurückentwickelt hat. Gauck denkt und schreibt wie ein Erwachsener, wo wir uns an das Verhalten und die Begründungen regressiver Teenager gewöhnt haben.

Es geht in Deutschland zu wie in einer dysfunktionalen Familie: Während die Kanzlerin wortkarg immer weitermacht, suchen manche Männer um sie herum die Aufmerksamkeit nach Kinderart, indem sie sich beispielsweise vom Stuhl fallen lassen. Sowohl der Rückzug Roland Kochs wie der Rücktritt des Bundespräsidenten drückten nicht nur den Wunsch aus, endlich mal richtig verstanden zu werden, sondern waren auch als Bestrafung des undankbaren Publikums gedacht: Nun habt ihr uns nicht mehr, das habt ihr davon!

In vielen Reaktionen auf den historisch beispiellosen Rücktritt des Bundespräsidenten wurde diese Entmündigung auch fraglos nachvollzogen. Kaum jemand nahm Köhlers Begründung ernst; stattdessen machten Ferndiagnosen und Mutmaßungen über nähere oder fernere Schicksalsschläge die Runde. Und wer gar nichts wusste, lobte immerhin dessen Engagement für Afrika, von wo kein Widerspruch zu erwarten ist. Kaum jemand traute sich einzugestehen, dass dies nicht nur eine persönliche, sondern eine politische und staatssymbolische, schwere Krise sei.

Krisenbewältigung im Modus der Abarbeitung

Wichtig war, gleich weiterzumachen. Es blieb keine Pause, einfach nur die Anatomie dieses Rücktritts zu diskutieren; obwohl doch auch die Form eines solchen Schritts für die geistige Verfassung des Landes bedeutsam ist. Warum fand sich in ganz Berlin niemand, der Horst Köhler Sätze aufschreiben konnte, die weniger abrupt und verletzend gewirkt hätten, etwas vom zeitlich stets begrenzten Dienst an der Staatsspitze, der heute vorzeitig an ein Ende gelange? So wirkten die dürren, abgelesenen Sätze aggressiv und besorgniserregend. Inwiefern spiegeln sie die Realität unseres Staates, der Verfassungsorgane und wie sie miteinander reden? Völlig verwegen klang die von Ulrich Wickert formulierte, dabei doch von schlichtem Common Sense getragene Frage, warum sich die Bundeskanzlerin nicht einfach auf den Weg gemacht habe zu Horst Köhler am Montag, um einen solch historischen Entschluss nicht am Telefon, sondern persönlich zu besprechen, selbst um den Preis eines mutwillig verwirbelten Zeitplans und Protokolls?

Am Abend des Rücktritts immerhin erklärte sie, seltener Moment der Wahrheit, so etwas wie ihre Regierungsphilosophie: Jede Krise, die auf den Tisch kommt, nacheinander wegmeistern!

Das wäre das perfekte Motto für einen Unfallchirurgen, mit dem feinen Unterschied, dass die ihre Krisen nicht auch noch selbst verursachen. Dieses Vor-sich-hin-Krisen-Lösen passt zum Bild einer autistischen und alienhaften Regierung, einem Bild, das von den gesammelten Talkshowbewohnern inzwischen fraglos akzeptiert wird. Wenn jemand zwischen den Politikern und den Menschen unterscheidet, wird er gar nicht mehr korrigiert. Die dramatische Krise, der Burn-out, wie er Horst Köhler von Beobachtern attestiert wurde, ist das eine Erscheinungsbild der Depression – das freudlose, trauerlose Immerweitermachen ist das andere. Fragt ein Moderator den FDP-Politiker Jürgen Koppelin, ob Köhlers Rücktritt seiner Partei nicht „zu denken gebe“, kommt die Antwort vollautomatisch: „Nein, wie kommen Sie denn darauf?“ Als ob das Nachdenken, wie Dr. No in „Goldfinger“, die tödliche Falltür im Boden auslöste.

Das Bild des Bürgers als Konsument

Dabei wäre es mal an der Zeit, auf solch einen historischen Schritt nicht mit dem zunehmend surrealen Weitermachen zu reagieren, sondern mit weiteren Fragen – beispielsweise der, was denn der Bürgerbegriff dieser bürgerlichen Koalition sei? Auch in der schwersten Finanzkrise der Nachkriegszeit, die nun eine Krise der Staatsfinanzen ist und eine Staatskrise werden könnte, wurde nie an die Tatkraft, die geistige Flexibilität der Staatsbürger appelliert, wo doch angeblich dies die wichtigste Ressource ist. Die Bürger erwarten längst grundlegende Veränderungen, aber es gilt nach wie vor die Ansage, die George W. Bush nach den Anschlägen vom 11. September gemacht hat: „Wenn Sie nun bitte wieder einkaufen gehen würden . . .“ Beschränkt sich der Bürgerbegriff der christlich-liberalen Koalition darauf, den Staatsbürger als Konsumenten zu sehen, dem man mehr Taschengeld lassen muss, dann wird er schon wieder froh? Und ansonsten sei alles dem nun mal regierenden Club überlassen, so offenkundig dysfunktional er auch sei?

Wie anders ist die deprimierende Kandidatenfindung für die Köhler-Nachfolge zu interpretieren? Nach Tagen voller Winkelzügen, für die sich nur die hoffnungslosesten Politikbesessenen noch zu interessieren vermögen, wurde Christian Wulff präsentiert, ein Mann, der zwar sein Leben in öffentlichen Funktionen verbracht hat, zu dem einem aber nichts einfällt. Oder genau eine Anekdote: Einmal sollte Wulff in Berlin ein Buch vorstellen, Thomas Leifs „Beraten und verkauft“, eine Kritik an der Branche der Unternehmensberater. Wulff hatte sich einmal sehr kritisch über McKinsey und Co geäußert, war seitdem aber heftig zurückgerudert. Auf dem Podium war ihm erkennbar unwohl, da war er fast dankbar, als aus einer Handtasche irgendwo im Publikum ein Mobiltelefon läutete. „Legen Sie es in einen Eimer Wasser, dann ist Ruhe“, beschied er der hektisch nach dem Gerät fummelnden Frau. Ihm gefiel sein Spruch so gut, dass er auch während der restlichen Veranstaltung Mühe hatte, nicht dauernd darüber zu lachen, als Einziger wohlgemerkt.

Wulff, das sei empfindlichen Gemütern als Warnung mitgegeben, verträgt man besser, wenn man Gauck ignoriert. Wagt man aber den Schritt, zu Gaucks Erinnerungen zu greifen oder sich eine seiner vielen, auf Youtube verfügbaren Reden anzusehen, kommt der Schock: So geht das also auch?

Und dann geht es einem, wenn man Wulff betrachtet, nicht gut.

Antitotalitäre Sozialisation

Gauck macht sich beispielsweise gerne über sein Publikum lustig. Im vergangenen Jahr hielt er eine Rede zum zwanzigsten Geburtstag des Mauerfalls und kommentierte ironisch, nun hätte man sich ja beinahe mal freuen müssen, als Deutscher. Doch gerade rechtzeitig sei die Krise ausgebrochen, und nun, endlich, „können wir tun, was wir doch am liebsten tun: Trübsal blasen!“ Er mokiert sich über den auch im freiheitlichsten deutschen Staat so ausgeprägten Wunsch nach einem strengen Landesvater oder einer besonders lieben Landesmutti. Er benutzt oft Familien-Analogien, aber es sind moderne Bilder. Ganz offe