WEBGIORNALE  1-4  Luglio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       La Germania ha un nuovo Presidente. Il candidato della coalizione Wulff eletto al terzo scrutinio  1

2.       Lo stato di attuazione del consolato digitale e del Sistema Integrato delle Funzioni Consolari 1

3.       Finita la sperimentazione, passaporto digitale ovunque. Ma nei Consolati regna il caos  2

4.       Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati: i numeri dell'accoglienza nel 2009  2

5.       Il modello del Governo italiano di integrazione: identità, incontro ed educazione  2

6.       L’italiano all’estero: strategie di promozione e tutela  3

7.       La rete che pesca ricchezza dal mare solcato dai Greci 4

8.       In lode della Germania bastarda  5

9.       Germania, il centrodestra chiede il test d'intelligenza per tutti gli immigrati 6

10.   www.ciao-tschau.eu,  avviato il portale per gli scambi giovanili tra Italia e Germania  6

11.   A Norimberga e Saarbrücken rimane lo “sportello consolare”. Soddisfatti Di Biagio e Narducci 6

12.   Il Gruppo teatrale Eos di Bolzano venerdì 9 luglio Monaco di Baviera  6

13.   Ad Amburgo una versione anseatica dello sbarco della “Nave dei diritti”  7

14.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di baviera e dintorni 7

15.   Autostrade. La Venezia-Monaco è irrinunciabile per il Veneto  8

16.   La Galleria Poliedro all’Arte Fiera Sindelfingen nel 2011 con un progetto sulla “mobilità”  8

17.   Più immigrazione non corrisponde a più criminalità  9

18.   Ma che hanno ottenuto gli europei?  9

19.   Porta (Pd) sulla visita del Presidente del Consiglio in Brasile  9

20.   Bruxelles. D'Alema eletto presidente dei progressisti europei 10

21.   Kirghizistan, la democrazia all'esame delle etnie  10

22.   Debito interno lordo. Se Londra è costretta a scoprire il DIL  10

23.   Politica e sindrome del completto. I poteri forti come alibi 11

24.   Intercettazioni. Il testo in aula alla Camera il 29 luglio. Fini: "Irragionevole, è un puntiglio"  11

25.   A marce forzate verso il bavaglio  12

26.   Bavaglio, in piazza anche la Cgil "Il governo si occupi del lavoro"  12

27.   Il presidente dell'antimafia Pisanu: «Dietro le stragi intreccio tra politica e apparati deviati»  13

28.   Mafia. Dell'Utri condannato a sette anni riconosciuti i rapporti con Cosa nostra  13

29.   «C'è Cosa Nostra nella nascita di Forza Italia»  14

30.   L’analisi. L'anello di congiunzione tra i boss e il Cavaliere  14

31.   Il confine tra il prima e il dopo  15

32.   Divieti e nuovi conformismi. Le libertà sono scomode  15

33.   Bossi: «La manovra è da cambiare. Brancher? Un errore»  16

34.   La necessità di un colpo d’ala  16

35.   Perché i Mondiali diventino finalmente i Mondiali di tutti 16

36.   Camere di Commercio italiane all’estero: XI Meeting dei segretari generali il 3-6 luglio a Roma  17

37.   Anche in Italia il divieto del Burqa?  17

38.   Istat, cresce la pressione fiscale in Italia  17

39.   La partecipazione dell'Italia al processo normativo dell'UE  18

40.   Bilinguismo in Alto Adige: in vigore le nuove regole per l’attestato  18

41.   Inghilterra. La Federazione dà fiducia a Capello. Un dirigente: «Sir Fabio resta l'uomo giusto»  18

42.   Arrotolati sui bordi del piatto. Ode alla pasta  18

43.   L’on. Roberto Menia nuovo Coordinatore Generale del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo (Ctim) 19

44.   V Meeting dei giovani veneti nel mondo a Bruxelles. Stival: “Sono una risorsa, utilizziamola al meglio ”  20

45.   Per gli abruzzesi all’estero soggiorni a prezzi agevolati a L’Aquila  20

46.   I trentini nel mondo si danno appuntamento il 10-11 giugno a Fornace per la Festa dell’Emigrazione  20

47.   150 anni Unità d’Italia: l’Associazione Piemontesi nel Mondo li celebra nel giugno 2011  21

48.   Centro Altreitalie. Il 5-9 luglio prossimi la Summer Academy: "Migrazioni italiane nella glocalizzazione"  21

49.   Puglia: quinta edizione del premio ai Rignanesi nel mondo. Cerimonia il 13 agosto  22

50.   Giovani toscani all’estero: entro il 24 luglio le domande per le borse di studio intitolate a Mario Olla  22

51.   Lettere. Siamo al nostro terzo romanzo: “Giorni di neve, giorni di sole”  22

52.   AAA Cercasi talenti creativi. “La Norvegia vista con occhi nuovi”  22

53.   Sardegna. Approvato  il Piano annuale per l'immigrazione. Borse di studio per gli studenti extracomunitari 23

 

 

1.       Christian Wulff zum Bundespräsidenten gewählt 23

2.       Die italienische Bahn lockt mit neuen Angeboten für den Sommer 23

3.       Berlusconi-Senator. Haft wegen Mafia-Verstrickungen  24

4.       Kulturpolitik in Italien. Ein Burger-Brater wird Chef der Museen  24

5.       Ganovenehre. aussorgeumitalien.de  25

6.       Iuventus, das deutsch-italienische Jugendportal auf www.ciao-tschau.eu  25

7.       Fast 100.000 Ausländer bekamen den deutschen Pass  26

8.       Einbürgerungen. Deutscher Pass ist kein Bestseller 26

9.       Einwanderungspolitk. Unionspolitiker fordern IQ-Test für Zuwanderer 26

10.   Tests für Einwanderer. Wie intelligent ist das denn  27

11.   Zuwanderung. Integration - Ein Intelligenztest für die Politik  27

12.   Intelligenztest für Zuwandererkinder. Armes Deutschland: Willkommen in Absurdistan! 28

13.   Zuwanderer. Bosbach hält nichts von Intelligenztests  28

14.   Die deutsche Internationalmannschaft 29

15.   Im Gespräch: Cecilia Bartoli. Welche Opfer muss eine Diva bringen?  29

16.   Geheimdienst-Affäre Spione zur Sommerzeit 31

17.   Spionageaffäre. Neustart in den Kalten Krieg?  31

18.   Europa-Union, Bundestag und Europäisches Parlament nutzen neue Rechte nach Lissabon  31

19.   Europäische Union. Das spanische Semester 32

20.   50 Jahre uabhängiges Kongo. Die Eleganz der Freiheit 32

21.   Bundespräsidenten-Wahl. Staatsoberhaupt ohne Macht 33

22.   Stichtag. Was sich für die Deutschen zum 1. Juli ändert 33

23.   Leitartikel. Vertraut dem Volk! 34

24.   FDP in der Krise Die späte Einsicht der Liberalen  34

25.   Zahl der Arbeitslosen fällt auf 3,15 Millionen  35

26.   Bankenpleiten. Die Angst lebt wieder auf 35

27.   Studie zur Leiharbeit. Angestellte zweiter Klasse  36

28.   Bekämpfung von Rechtsextremismus. Neonazis auf Strümpfen  36

29.   Abschiebung von Roma. Was sollen die im Kosovo?  37

30.   Hessen. Islamunterricht mit Fragezeichen  37

31.   Antisemitismus in Amsterdam. Kippa statt Uniform   38

32.   Beschlagnahmter Caravaggio wohl nicht das Original 38

33.   Italien trifft Berlin am 5. Juli. Auf dem RDA-Workshop in Köln am 27.-29. Juli 38

 

 

 

 

 

La Germania ha un nuovo Presidente. Il candidato della coalizione Wulff eletto al terzo scrutinio

 

Christian Wulff, candidato della cancelliera Angela Merkel, è stato eletto in serata decimo presidente della Repubblica Federale Tedesca, anche se solo al terzo scrutinio. Wulff ha ottenuto 625 voti, due in più rispetto alla maggioranza assoluta. Nei due precedenti scrutini il governatore della Bassa Sassonia non era riuscito ad assicurarsi la maggioranza assoluta dei voti (623), nonostante i "grandi elettori" della Cdu/Csu e della Fdp, la coalizione di governo che lo ha appoggiato, avessero 644 voti a disposizione.

 

Poco prima dell'inizio del terzo scrutinio, la Linke aveva deciso di non ripresentare la propria candidata, Lucrezia "Luc" Jochimsen, aumentando sulla carta le chance di vittoria di Joachim Gauck, candidato dell'opposizione socialdemocratico-verde ed ex dissidente della Ddr, che però alla fine è uscito sconfitto. Gauck, pastore protestante di 70 anni, godeva di una netta preferenza da parte dell'elettorato tedesco: secondo tutti i sondaggi, avrebbe vinto nel caso di elezioni a suffragio diretto.

Il neo presidente Wulff si è immediatamente dimesso dal suo incarico di governatore della Bassa Sassonia. Presterà giuramento venerdì al Reichstag. Mai elezione del presidente della repubblica in Germania ha avuto un'eco così ampia, almeno negli ultimi anni. Per Merkel si trattava di un test cruciale. In gioco la sua autorità in un momento in cui la coalizione democristiano-liberale è ai minimi nei sondaggi: l'Fdp è addirittura sotto la soglia del 5%, tanto da mettere in forse la sopravvivenza dello stesso governo.

Come la prima votazione a vuoto hanno dimostrato, Gauck era certamente più popolare e carismatico del suo rivale democristiano, un grigio esponente dell'apparato politico. In un sondaggio il candidato dell'opposizione aveva ricevuto il 42% dei consensi, rispetto al 36% raccolto dal suo concorrente. Non per caso alcuni esponenti democristiani e liberali avevano lasciato intendere che avrebbero votato il candidato dell'opposizione. Clima pessimo, tensioni evidenti, con i giornali che hanno trascorso le ultime settimane a soffiare sul fuoco. Nelle ultime 13 elezioni presidenziali, comunque, ha sempre vinto il candidato della maggioranza, in alcuni casi anche con il concorso dell'opposizione, come per Richard von Weizsäcker o Johannes Rau. In questo caso, il destino ha voluto che il voto giungesse in un momento in cui la coalizione al governo appare sfilacciata.

Negli ultimi mesi, Cdu e Fdp hanno litigato sulla possibilità di tagliare le tasse, sull'opportunità di aiutare finanziariamente Opel, su come riformare il sistema sanitario. Nei sondaggi l'opinione pubblica ha mostrato disaffezione. Ieri uno studio demoscopico ha rivelato che l'Fdp è ormai sotto alla soglia di sbarramento del 5%; in altre parole se si dovessero tenere elezioni federali domenica il partito non entrerebbe al Bundestag.

È la prima volta dal 2002 che l'Fdp cade così in basso nei sondaggi. Mai in 60 anni di Repubblica Federale il partito è rimasto fuori dalla camera bassa del parlamento. I liberali hanno tenuto nei giorni scorsi una riunione di due giorni per cercare una nuova strategia. Dopo aver cavalcato per anni le riduzioni fiscali, il partito si è trovato completamente spiazzato dinanzi a un'opinione pubblica ormai preoccupata dalla deriva del debito pubblico e contraria a tagli alle tasse.

«Il governo - ammette un esponente della maggioranza - è ostaggio di un Fdp debole e nervoso, alle prese con guerre intestine». Alcuni dirigenti del partito premono per una sostituzione dell'attuale presidente Guido Westerwelle, che è anche vice cancelliere e ministro degli Esteri. L'uomo è crollato nei sondaggi di popolarità e molti osservatori gli rimproverano di parlare e agire come se fosse ancora all'opposizione.

La sconfitta della maggioranza nel Nord-Reno Vestfalia in maggio e poi l'abbandono del premier Roland Koch in Assia sono tutti elementi che hanno ulteriormente indebolito il governo federale. Il 55% dei tedeschi si è detto convinto che l'esecutivo non arriverà alla fine della legislatura. Molti commentatori avevano notare nei giorni scorsi che né la Cdu né l'Fdp vogliono elezioni anticipate e che lo spettro del voto avrebbe costretto oggi la maggioranza all'unità. E così è stato. Il Sole 24 Ore, 30

 

 

 

 

Lo stato di attuazione del consolato digitale e del Sistema Integrato delle Funzioni Consolari

 

Mantica: “Il SIFC sarà progressivamente esteso tutta in Europa, in vista della sua applicazione entro il 2011 all’intera rete consolare all’estero”

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica è intervenuto alla III Commissione della Camera per illustrare la risposta del Governo all’interrogazione, presentata dagli eletti all’estero del Pdl Di Biagio, Angeli, Berardi e Picchi, sullo stato di attuazione presso la rete degli uffici all’estero del consolato digitale e del Sistema integrato delle Funzioni Consolari (SIFC). Mantica, prima di entrare nel merito dell’interrogazione, ha precisato come a tutt’oggi nel mondo vi siano in tutto 257.000 domande di rilascio del passaporto italiano. Di queste il 98% riguarda i Paesi della America Latina, con un picco di domande per quanto concerne il Brasile. Il sottosegretario ha inoltre fatto presente la giacenza al momento di circa 600.000 documenti connessi al rilascio dei passaporti.

  Per quanto riguarda l’interrogazione Mantica ha ricordato come il progetto “Servizi Consolari a distanza”, che la Farnesina sta introducendo al fine di ottimizzare i servizi per gli italiani all’estero, si articoli in due fasi. Una prima, detta anche “Tagliacode”, che è già operativa presso i principali consolati e prevede la gestione on-line degli appuntamenti al fine di  annullare i tempi di attesa per l’utente. La seconda, in via di attuazione, permetterà l’accesso al consolato via internet e il dialogo telematico tra gli uffici all’estero e le banche dati della Pubblica Amministrazione, in particolare del ministero dell’Interno. Il sottosegretario  ha poi precisato come il  (SIFC), condizione preliminare per l’erogazione dei servizi a distanza, sia stato attivato presso tutti gli uffici consolari in Germania e Belgio, nonché a Berna, ossia nelle aree oggi principalmente interessate dal processo di razionalizzazione della rete consolare. Il SIFC nei prossimi mesi sarà progressivamente esteso agli altri uffici in Europa, in vista della sua applicazione in tutta la rete consolare all’estero entro il 2011.

  “Il SIFC – ha spiegato Mantica - permette all’operatore di erogare l’insieme dei servizi, grazie alla convergenza in un unico programma di tutte le funzioni consolari informatizzate (stato civile, anagrafe, passaporti e pagamenti dei servizi consolari), fino ad oggi divise su diversi supporti.

I risultati sono positivi. Ad esempio, è possibile rilevare come presso il Consolato Generale di Stoccarda, dopo l’attivazione del SIFC, la media dei passaporti emessi giornalmente sia salita a 70 libretti rispetto ai 58 del periodo precedente. L’attivazione del SIFC – ha proseguito il sottosegretario - è stata realizzata in parallelo all’introduzione, recentemente portata a termine con successo in tutta la rete diplomatico-consolare, del passaporto biometrico. La richiesta del nulla osta per i passaporti ai residenti all’estero, prevista dalla legge, è gestita in diretto raccordo con il ministero dell’Interno che è impegnato ad agevolarne il rilascio da parte delle Questure attraverso un sistema di controlli in tempo reale in fase di finalizzazione. Per velocizzare la procedura di trasmissione dei nulla osta – ha puntualizzato Mantica - il ministero dell’Interno ha previsto l’utilizzo della posta elettronica certificata ed è allo studio una soluzione informatica che consente d’integrare pienamente nei sistemi informativi in uso la richiesta di nulla osta e la relativa risposta della Questura interessata”.

 

  Il sottosegretario ha poi evidenziato come, per la formazione del personale 

preposto alle funzioni SIFC, la Farnesina abbia organizzato vari seminari a Zurigo, Bruxelles, Monaco di Baviera e Colonia, che hanno coinvolto oltre 150 collaboratori in servizio all’estero, nonché mirate sessioni di formazione per gli operatori che si sono svolte in tutte le sedi dove il SIFC è attivo. Per settembre è inoltre in programma un nuovo corso d’area che si terrà a Stoccarda. “Le innovazioni collegate al SIFC,  – ha concluso Mantica – che consentiranno l’accesso via internet ai servizi consolari,  sono in sintesi mirate a migliorare la funzionalità e l’assetto della nostra rete consolare, secondo tempi e modalità che potranno essere affinati con opportuna flessibilità e che terranno naturalmente conto dell’efficacia operativa del sistema”. In sede di replica Aldo Di Biagio, responsabile per gli Italiani nel Mondo del Pdl, si è detto soddisfatto della risposta del governo, ha lodato il progetto del consolato digitale, una giusta commistione tra innovazione tecnologica ed efficienza amministrativa, ma ha anche evidenziato l’esigenza di procedere ad una formazione  approfondita per l’installazione del programma SIFC presso gli uffici della nostra rete nel mondo, sia al fine di superare le situazioni di disagio al momento esistenti presso gli uffici consolari, sia per rendere effettivo il funzionamento del programma informatico, anche ai fini della raccolta dei dati necessari al passaporto biometrico. (Inform)

 

 

 

Finita la sperimentazione, passaporto digitale ovunque. Ma nei Consolati regna il caos

 

Francoforte - E’ partita l’era del nuovo passaporto digitale. Tutti gli Uffici emittenti in Italia e all'estero devono rilasciare il passaporto di nuovo tipo. Il 25 giugno, infatti, è scaduta la proroga concessa dall'Unione Europea che rappresentava il termine ultimo concesso all'Italia per recepire tutte le novità previste dal regolamento europeo.

Ora tutti coloro che faranno richiesta del nuovo passaporto elettronico, esclusi i minori di 12 anni, riceveranno il nuovo modello unificato di 48 pagine, della durata di 10 anni e del costo di 42,50 euro. Nei nuovi documenti di viaggio è previsto l'inserimento della foto, della firma digitalizzata e anche impronte digitali. Sul passaporto dovranno comparire le impronte del dito indice di tutte e due le mani. Solo gli uffici di polizia, questure e commissariati, sono abilitati a rilevarle. Per i minori di 14 anni, compariranno i dati dei genitori. Naturalmente i passaporti in corso di validità restano utilizzabili fino alla loro data di scadenza.

Il nuovo corso era partito circa un anno fa, quando il rilascio del passaporto di ultima generazione scattò, in via sperimentale, a Grosseto e Potenza. Ora tutte le questure d'Italia rilasciano il passaporto biometrico.

Dalla riforma digitale non è stato evidentemente escluso l’estero. Nelle scorse settimane tutti consolati hanno chiuso per alcuni giorni, per permettere l’installazione del nuovo sistema. Non sappiamo al momento come vanno le cose in Italia. Sappiamo solo che  qui, nei consolati della Germania, le cose vanno molto male, anzi, malissimo. Peggio non potrebbe andare.

E’ finita la cuccagna rappresentata dai corrispondenti consolari, che ogni settimana, con il loro pacchetto di passaporti, si recavano nei consolati, ed una volta sbrigata la pratica  riconsegnavano ai riconoscenti connazionali i documenti nuovi di zecca, facendo loro risparmiare viaggi pesanti e le attese agli sportelli. Ora bisogna recarsi di persona, appunto per la novità del prelievo delle impronte.

Se giá ogni anno, a ridosso delle ferie estive, i consolati rischiavano il collasso, ora, con le file quadruplicate, e dipendenti alle prese con un sistema nuovo, di cui faticano ad impratichirsi, il caos è alle stelle. Se per il solo cambio di indirizzo succede che si arrivi anche a tre quarti d’ora, per una normale pratica quanto tempo ci vorrà? Per il passaporto occorre anche il via libero della competente questura in Italia, per cui la burocrazia consolare è alla mercè di un’altra burocrazia in Italia. 

Quando anche le scale sono occupate, per non intasare ulteriormente i locali del Consolato, la gente viene fatta accomodare... fuori, sulla strada, sia che piova, sia che ci siano oltre 30 gradi all’ombra, come in questi giorni.

Sono i risultati di un Governo che pensa solo a chiudere sedi consolari, a tagliare personale e fondi, in tutti i settori, con la scusa della razionalizzazione, le motivazioni dell’efficienza, per servizi più veloci ed efficienti. Peccato che questa amministrazione da paradiso terrestre esista solo sulla carta, nei discorsi e nella fantasia di Mantica. La realtà è molto diversa. Al momento esplosiva. De.it.press

 

 

 

 

 

Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati: i numeri dell'accoglienza nel 2009

   

ROMA - All’indomani della Giornata Mondiale del Rifugiato, ricordata in Italia con numerose iniziative promosse dagli enti aderenti alla rete del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar http://www.serviziocentrale.it/ ), l’Anci traccia un bilancio sulle attività di accoglienza dello stesso Sprar nel corso del 2009.

  Sono 138 i progetti territoriali, realizzati da 123 enti locali su tutto il territorio nazionale, in collaborazione con le realtà del terzo settore. Si è trattato di comuni di diverse dimensioni (dalle piccole cittadine con una popolazione non superiore ai 5.000 abitanti alle aree metropolitane come Roma, Torino, Napoli), che hanno concorso a intrecciare l’articolata e varia trama dello Sprar.

  Nel 2009 lo Sprar ha accolto 7.845 persone, prevalentemente uomini adulti (75%), tra i 18 e i 40 anni (81%), provenienti principalmente da Somalia (15%), Eritrea (14%), Afghanistan (13%), Nigeria (10%) e Costa d’Avorio (5%).

  “Quella proposta dal Sistema di protezione è un’accoglienza diffusa, che pone al centro la persona” spiega Daniela Di Capua, direttrice del Servizio centrale. “L’obiettivo principale è consentire a richiedenti asilo e rifugiati di seguire percorsi di autonomia, che permettano loro di riappropriarsi delle proprie vite e del loro futuro, sviluppando percorsi mirati e protetti di accoglienza e di inserimento anche per le persone portatrici di vulnerabilità specifiche, come i minori non accompagnati, le vittime di tortura, le persone con disagio mentale o con gravi malattie e disabilità”.

  Il bilancio sui numeri del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati dimostra – sottolinea l’Anci - che i ritmi dell’accoglienza sono rimasti alti: il numero di persone accolte nello Sprar  nel 2009 è stato di 7.845, malgrado la netta riduzione degli arrivi via mare di cittadini migranti (gli sbarchi nel 2009 sono diminuiti del 74% rispetto al 2008) e delle domande di protezione (una flessione del 43%). Gli accolti nello Sprar nel 2009 sono stati leggermente inferiori rispetto all’anno precedente (una flessione di appena il 7%), soprattutto perché il Sistema di protezione non ha potuto più fare affidamento sui circa 1.500 posti straordinari - e temporanei - attivati nell’estate del 2008. Si tratta di una realtà di cui è essenziale tenere conto. “Benché cessata l’emergenza degli sbarchi del 2008, rimane un’emergenza “ordinaria” di accoglienza, che è necessario affrontare attraverso un rafforzamento dei servizi del territorio” commenta Flavio Zanonato, sindaco di Padova e vicepresidente dell’Anci con delega all’Immigrazione. “I comuni devono essere messi nella condizione di poter rispondere complessivamente ai bisogni dei rifugiati. A dieci anni di vita dello Sprar” conclude Zanonato, “Anci vuole rilanciare una riflessione sull’accoglienza, anche in rapporto ai servizi di welfare, promuovendo per l’autunno un seminario nazionale che possa essere l’occasione per ridefinire e rilanciare un unico 'sistema asilo nazionale'”. (Inform)

 

 

 

Il modello del Governo italiano di integrazione: identità, incontro ed educazione

 

Roma - Acquisire la conoscenza di base della lingua italiana e una sufficiente conoscenza della cultura civica e della vita civile in Italia, con particolare riferimento ai settori della sanità, della scuola, dei servizi sociali, del lavoro e degli obblighi fiscali, assolvere il dovere di istruzione dei figli minori; conoscere l’organizzazione delle istituzioni pubbliche. Sono questi i doveri che i cittadini stranieri, che richiedono per la prima volta il permesso di soggiorno nel nostro Paese, si impegnano a rispettare con la stipula dell' Accordo di Integrazione.

I criteri e le modalità per la sottoscrizione dell'Accordo di integrazione sono disciplinati da uno schema di regolamento (DPR) approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri del 20 maggio 2010, e previsto dall'art.1 c.25 della Legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica") che ha modificato il testo unico sull'immigrazione di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

Il DPR, sul quale verranno acquisiti i prescritti pareri, prevede che l'accordo, articolato per crediti da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno, dovrà essere sottoscritto, presso lo sportello unico per l'immigrazione o la questura, dai cittadini stranieri con età compresa tra i 16 e i 65 anni contestualmente alla presentazione di una domanda di permesso di soggiorno superiore ad un anno.

Previsto un monte crediti iniziale pari a 16 crediti, di cui 15 possono essere sottratti in caso di mancata frequenza dello straniero, entro un mese dal suo arrivo, alle sessioni di formazione civica e di informazione sulla vita civile in Italia, organizzate gratuitamente dallo Sportello Unico sull'immigrazione. Gli stessi crediti potranno essere incrementati attraverso l'acquisizione di determinate conoscenze (es: la conoscenza della lingua italiana, della cultura civica e della vita civile in Italia) e lo svolgimento di determinate attività (es.: percorsi di istruzione e formazione professionale, conseguimento di titoli di studio, iscrizione al servizio sanitario nazionale, ecc). Al conseguimento di 30 crediti si avrà l'estinzione dell’accordo per adempimento.

Prevista, presso il Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione, l'istituzione di un’anagrafe nazionale degli intestatari degli accordi di integrazione.

All'accordo è collegato il Piano nazionale per l’integrazione nella sicurezza - Identità e incontro, approvato nello stesso Consiglio dei Ministri, che riassume la strategia che il Governo intende perseguire in materia di politiche di integrazione, individuando le principali linee di azione e gli strumenti da adottare per promuovere un efficace percorso integrativo degli stranieri immigrati, coniugando accoglienza e sicurezza nel rispetto delle procedure previste dalla vigente legislazione.

Giungono ulteriori richieste di chiarimenti relativamente al c.d. “accordo di integrazione”. Il Dipartimento degli affari giuridici e legislativi della Presidenza del consiglio dei Ministri ha inviato lo scorso 9 giugno lo schema del provvedimento approvato, in via preliminare dal Consiglio dei Ministri in data 20 maggio.

Adesso, al fine della iscrizione del provvedimento nella prima seduta utile della Conferenza Unificata, si terrà nei prossimi giorni una riunione tecnica (alla quale parteciperà l’ANCI, associazione nazionale dei Comuni d’Italia).

L’ufficio immigrazione dell’ANCI nazionale,  sta esaminando il testo che poi sarà discusso nella riunione tecnica propedeutica alla Conferenza Unificata. De.it.press

 

 

 

L’italiano all’estero: strategie di promozione e tutela

 

Pubblichiamo quasi integralmente la relazione del Rettore dell’Università per Stranieri di Siena e Responsabile Scientifico della Certificazione dell’Italiano, Prof. Massimo Vedovelli, tenuta alla Tavola Rotonda promossa dalla Dante Alighieri e dai parlamentari eletti all’Estero, a Roma il 6 maggio presso la Camera dei Deputati

 

Io vorrei partire proprio ricordando un atto politico, che ritengo importante come modello. Un atto messo in pratica da un politico, un po’ lontano nel tempo: il Granduca di Toscana Ferdinando I, nel 1588, istituisce la prima Cattedra di Italiano mai prima istituita in una università della penisola, a Siena. Dov’è l’atto politico? In fondo è un fatto di cronaca accademica: viene istituita una Cattedra universitaria. Sì, ma era destinata a studenti tedeschi. Come dire: il Granduca di Toscana capisce e intuisce bene che il destino dell’italiano è un destino internazionale; che non è possibile lo studio scientifico se non si ha presente che l’italiano è una lingua degli stranieri, non per gli stranieri, è una lingua che gli stranieri sentono propria, alla quale si avvicinano; Tullio de Mauro con molta sapienza ce lo ha ricordato. 

Mai dobbiamo dimenticare questo destino internazionale inteso come vocazione: è la lingua di un sistema di valori culturali, di cultura intellettuale, che da secoli contraddistingue la nostra identità; ma è anche una missione: in un mondo globale di plastica, forse, chi si avvicina all’italiano, cerca altri tipi di valori. Su questi due punti vorrei in qualche modo concentrarmi nelle poche battute che dirò. Siamo un’Università specializzata.

Che cosa può fare oggi un’Università come la nostra, o come quella di Perugia? Ci occupiamo di alta formazione, insegniamo l’italiano ma non soltanto; non soltanto insegniamo l’italiano alle migliaia di ragazzi e ragazze che arrivano in Italia, anche se sto vedendo che negli ultimi anni stanno arrivando anche molti adulti, anziani, sta cambiando qualcosa nel pubblico potenziale degli stranieri che si avvicinano alla lingua; guardate che, insegnare italiano agli anziani significa scrivere manuali, proiettare power point con lettere corpo 821, oppure mettere il megafono in bocca alle insegnanti, però stanno cambiando profondamente e radicalmente i pubblici. Insegniamo a migliaia e migliaia di persone straniere, però abbiamo fatto una scelta politica, di politica culturale forte: insegniamo cinese, arabo, russo, giapponese, inglese, francese, spagnolo, tedesco, serbo, croato, lituano e coreano agli italiani. Facciamo questo servizio non soltanto agli studenti e alle studentesse dei corsi di laurea, di laurea magistrale, che abbiamo nella nostra Università: lo facciamo anche alle alle imprese di un territorio che nell’eccellenza produttiva vede la sua cifra. L’immaginario che dell’Italia hanno gli stranieri probabilmente è la collinetta coi cipressetti: chissà se significa Toscana, Marche, Umbria, Lazio o cosa, ma è quello l’emblema essenziale che in qualche modo evoca l’Italia, un’esperienza che si concretizza in prodotti che possono essere quelli della enogastronomia, della manifattura industriale, e che sono scelti perché in qualche modo evocano il sistema di valori culturali che si concretizzano nella nostra storia dell’arte, nella musica, nel paesaggio, e quant’altro. Ebbene, facciamo un servizio anche alle imprese: abbiamo fatto questa scelta di aprirci alle lingue degli altri perché pensiamo che gli stranieri saranno invitati a scegliere la nostra lingua se vedranno da parte nostra, da parte della nostra società, l’attenzione alle loro lingue. Non possiamo più proporre una politica centrata soltanto sulla diffusione della nostra lingua, ma in termini di dialogo tra la nostra lingua e le altre lingue: oggi la questione della lingua in Italia è la questione delle lingue straniere entro il nostro sistema sociale e scolastico. Stiamo perdendo un’occasione, su questo punto, cioè il fatto di avere in casa - a scuola sono ormai quasi un milione - i bambini di origine straniera, che cioè hanno all’interno del loro spazio linguistico un’altra lingua, magari, il più delle volte, mai entrata, mai stata presente nei nostri spazi linguistici e culturali. Stiamo perdendo un’occasione che invece gli inglesi non perdono: di utilizzare questi - altro che come testimoni - come soggetti primari di un plurilinguismo attivo che vede convivere le lingue di origine familiare e l’italiano, e che per questo diventano veri ambasciatori, veri soggetti capaci di diffondere il nostro sistema industriale, produttivo, economico e, ovviamente, culturale. Che cosa può fare un’università in questo settore? Insegnare alta formazione, fare ricerca scientifica. Nel 2001 il Ministero dell’Università ha istituito presso di noi un centro di eccellenza della ricerca: Osservatorio dell’italiano diffuso fra stranieri e delle lingue immigrate in Italia.

Vorrei rendere conto in pochissimi minuti di quello che stiamo facendo su questo specifico settore e i problemi che stanno emergendo. Tullio de Mauro è stato oggi ricordato più volte per l’ultima grande indagine sull’italiano nel mondo, e cioè Italiano 2000, che metteva in luce un momento di svolta accaduto nei pubblici e nelle loro motivazioni rispetto all’italiano; non più pubblici genericamente interessati alla nostra lingua come lingua di cultura intellettuale plurisecolare, ma anche pubblici interessati al fatto che con l’italiano si poteva fare commercio, si poteva fare carriera sul posto di lavoro. Nel 2000 circa il 25% degli stranieri che si avvicinavano alla nostra lingua lo facevano per questa finalità strumentale. Se vogliamo pensare a un posizionamento dell’italiano nella graduatoria delle possibili lingue più diffuse nel mondo, troviamo un fatto interessante: come lingua parlata da parlanti nativi l’italiano è intorno al 20° posto; siamo, nella migliore delle stime, al livello del vietnamita. Ma come lingua oggetto di studio da parte degli stranieri saliamo, almeno nel 2000, al 4° posto. È questo scarto che segnala la grande vocazione internazionale dell’italiano. Ma ricordiamoci di Aristotele: "potenza è atto". Allora, potenzialità deve corrispondere a un atto che soggiace a delle condizioni di possibilità di questo atto; e alcune di queste condizioni oggi non sono assolutamente presenti. La domanda che mi pongo è questa: il posizionamento come lingua straniera ci vedeva ben messi. C’è stata la crisi globale, che ha colpito i consumi culturali, dunque anche i consumi linguistici. Sono sorpreso dalla flessione dei vostri studenti. Devo dire, invece, che i dati che abbiamo a livello di Siena, ma anche di quelli che abbiamo raccolto come Osservatorio, danno una fotografia un pochino strana, interessantissima. E cioè: non prendo Siena-stranieri, prendo il caso di Londra, la capitale europea con il più alto tasso di plurilinguismo; il maggior numero di lingue si concentra a Londra, il maggior numero di corsi di lingua si fa a Londra. Ebbene, a Londra nel 2000 fu fatta una bellissima indagine, che diceva che la lingua italiana è la 5a come numero di corsi a Londra, soltanto cinque corsi dietro al tedesco. Questa indagine è stata rifatta, esattamente pochi mesi fa. E il risultato è questo: il tedesco e il francese sono calati del 40%, la crisi ha veramente picchiato duro; l’italiano tiene le posizioni, è calato solo del 5% e quindi potremmo essere abbastanza soddisfatti. Teniamo, almeno.

Ma cinese e arabo sono aumentati del 40%. Il cinese perché il Governo cinese ha deciso che la propria lingua nel giro di pochi anni diventerà la lingua straniera più parlata nel mondo, e l’arabo per motivi geopolitici, di rilevanza industriale e quant’altro, che fanno sì che i giovani quando devono investire il proprio futuro professionale in una lingua lo fanno nell’arabo. Allora, è questa concorrenza che, mi chiedo, sapremo sostenere?

Potremo puntare soltanto alla rendita di capitale che ci deriva dall’essere lingua di una tradizione intellettuale plurisecolare? Nel mercato globale delle lingue, delle culture, delle economie e delle società, non basta avere un capitale forte, bisogna saperlo investire. C’è una grande carenza - per questo dico, la potenzialità è un conto, l’altro è l’atto - di approccio all’industrializzazione alla nostra lingua. Primo, non esiste un’industria italiana della lingua italiana. A livello comunitario è stato redatto qualche mese fa un bellissimo rapporto sull’industria delle lingue in Europa, e l’Italia non esiste.

Abbiamo quattro case editrici che pubblicano manuali di italiano come lingua straniera, e forse un’impresa - che chissà, forse ha chiuso - che realizza materiali multimediali. Ma dove sono gli industriali che investono, che creano poli industriali, che danno lavoro e speranza a coloro che si laureano a Siena, Perugia, Roma Tre o dovunque? Hai detto bene, Trento. Trento vuol dire una provincia autonoma, vuol dire risorse fortissime, vuol dire una strategia, vuol dire però avere delle imprese private capaci di capire che in una lingua si può investire, creando posti di lavoro, che fanno bene a Trento e a tutto il Paese. Penso quindi che uno dei grossi limiti della nostra presenza internazionale non sia l’università, non sia la frammentazione delle imprese e dei soggetti, non siano le quattro certificazioni - o 25 che potranno essere - ma sia il fatto che manca un interlocutore forte, cioè le imprese. E questo è un danno. Manca un’industria culturale della lingua italiana, manca un approccio di industrializzazione alla diffusione della lingua italiana.

E questo si riflette anche, on. Narducci, su una possibile politica rivolta alla comunità di origine italiana nel mondo. Perché Italiano 2000 metteva in luce chiaramente che le giovanissime generazioni di discendenti dai nostri emigrati la lingua italiana ce l’hanno nel proprio spazio linguistico, ma non come competenza. Come competenza - lo diceva anche stamattina il Sottosegretario - è altro dall’uso effettivo, va riconquistata.

Però i giovani... Noi incontriamo sistematicamente i giovani toscani nel mondo, vengono a Siena, vengono in Toscana e ci chiedono: "come posso investire, come posso far fruttare questo patrimonio di origine italiana, di cui sono comunque portatore, nella mia attività professionale, nei Paesi di cui sono cittadino, dove vivo?". Ecco, questo significa sviluppare un approccio di industrializzazione, cioè far vedere o individuare le condizioni per far sì che l’origine linguistica e culturale italiana diventi un surplus di valore per l’investimento professionale di questi giovanissimi, che saranno il futuro delle nostre comunità e dei nostri discendenti nel mondo. Funzione identitaria: la lingua italiana è capace di suscitare, di evocare valori identitari forti, che evocano gusto, buon gusto, valori estetici. Se noi chiediamo un "freddoccino", qui in Italia non sappiamo che cosa sia. Gli stranieri si sono creati una bevanda, un cappuccino freddo, gli hanno dovuto dare un nome inventato, e questo nome l’hanno appunto preso dalla base italiana. Se camminiamo per una qualsiasi città del mondo, da Tokyo a New York, dopo l’inglese e dopo la lingua locale, la lingua più visibile è l’italiano. È su questa forza evocatrice che dobbiamo puntare. Lingua di pace: in Israele - grazie a Stefania Giannini per l’informazione che ci ha dato -, abbiamo con l’Istituto Italiano di Cultura lavorato all’elaborazione addirittura di alcuni manuali d’italiano, che possono essere utilizzati. In Libano era in missione di pace il 186° Reggimento Folgore che è di stanza a Siena.

Un giorno mi chiama il Comandante e mi dice: "Professore abbiamo un problema - e se li avete voi che avete i carri armati... -: i sindaci delle cittadine in cui operiamo ci chiedono di insegnare italiano". E dato che in Libano avevamo lavorato all’inserimento dell’italiano nel sistema scolastico - dove l’italiano è la seconda lingua più studiata dopo l’inglese e prima del francese -, avendo realizzato il materiale didattico, ben abbiamo dovuto insegnare al caporal maggiore Lo Surdo a diventare insegnante d’italiano. E gli altri contingenti non capivano perché gli italiani non venivano sparacchiati. E alla fine, per verificare se era vero che dipendeva dalla nostra capacità di utilizzare la nostra lingua e cultura come strumento di pace, hanno mandato i loro ufficiali e sottoufficiali a fare i corsi d’italiano alle dirette dipendenze del caporal maggiore Lo Surdo. Questa funzione dell’italiano come lingua di pace penso sia importante. Un’ultima cosa.

 

Tra certificazione, progetti di ricerca, indubbiamente cose molto belle, manca l’industria e manca un riconoscimento vero di quello che le università stanno facendo oggi. È una cosa molto semplice: creare i docenti di italiano lingua straniera. È dal 2000 che per la prima volta dall’Unità d’Italia il nostro Stato ha un percorso coerente e completo per diventare insegnante d’italiano, valutatore d’italiano, come lingua straniera.

Vorrei sapere, lo chiedo a tutti i presenti, ai rappresentanti delle Istituzioni ministeriali: in che modo i giovani che investono in queste lauree, lauree magistrali, delle scuole di specializzazione, dei dottorati, possono vedere riconosciuto questo loro investimento culturale? Non si sa. È un altro limite molto grave che non ci possiamo permettere. Massimo Vedovelli,  http://ifsgermania.blogspot.com/

 

 

 

La rete che pesca ricchezza dal mare solcato dai Greci

 

La vita diventa certamente più bella se si prova a ritrovare una dimensione diversa - quella che io chiamo di “comunicazione autentica” - proprio partendo dalle cose che vengono, che accadono e che non si possono cambiare in se stesse, ma di cui possiamo trasformare il significato in “valido per noi”. Come dicevano gli Stoici antichi, intendiamoci. Il che può voler dire viaggiare tra luoghi geografici, culturali e sociali differenti creando o cogliendo opportunità di scambio significative con tante persone molto diverse tra loro nelle quali si possono riconoscere tratti di un’umanità capace di colpirci. La vita è respiro, ho scritto: si può imparare a vivere cogliendo attimi per instaurare con gli altri piccole occasioni di circolarità.

Tra questi “altri”, io, tanto polemica con certe istituzioni, devo riconoscere alcuni insegnanti. Ne esistono, infatti, di quelli che ricordano o fanno pensare al fascino di chi guarda un collezionista d’arte maneggiare con cura un oggetto per lui preziosissimo, e vi riconosce l’amore. Ed io trovo molto importante che Internet offra di questi esempi, accessibili gratuitamente a quanti non hanno potuto frequentare, o frequentare decentemente, una scuola, trovando così un’opportunità di studio e di approfondimento impagabile. Come può non apprezzarlo chi è impegnato nelle sue varie maniere contro un certo modo di banalizzare, svilire e rendere odioso questo strumento?

Nel mio primo articolo (del 3 giugno) avevo parlato di uno di quei professori che nelle aule (e dalle aule) portano creatività, fantasia, giovialità… una ventata di frescura primaverile: mi collego spesso al suo sito (www.gaudio.org) e rido di alcune scelte di foto, canzoni, reazioni, battute - a parte il dedicarmi all’ascolto di qualche lezione, che mi consente di farmi un’idea di come si possono svolgere alcune ore nelle aule di oggi e di cosa durante quelle ore vien detto. Rido, anche perché mi immagino il detto professore divertirsi come un matto a concepire le sue nuove idee coinvolgendo o parlandone con amici portati sicuramente a cogliere il lato umoristico delle cose come mostra di saper fare lui, partecipe in pieno dello spirito “Homo Gaudens” promesso sullo sfondo a chi lo sa intendere… I ragazzi, credo, intuitivamente lo sanno fare; altrimenti, altrettanto intuitivamente finiscono per giudicare certe lezioni ammirevolmente colte solo pesanti e non pensate per loro.

Ora vorrei parlare di un altro aspetto dell’insegnamento, di un altro intento e di un altro sito, uno tra i vari, ma è quello in cui sono andata ad “incappare” io, che “pesca” un diverso modo del come la rete telematica possa offrire la possibilità di recuperare, rispolverare, riscoprire l’antica ricchezza dei Greci. Si tratta, nel sito www.poesialatina.it, della sezione greca (Greco Interattivo) curata dal prof. Giuseppe Frappa, del quale pubblicherò prossimamente un’intervista che dia modo a lui di spiegarci e raccontare personalmente delle origini, degli scopi e dei limiti che riconosce o vede nell’iniziativa.

Chiaramente, il materiale offerto potrebbe essere rivolto soprattutto a persone cultrici della lingua greca… Ma non solo! Le traduzioni in rete consentono, infatti, anche la lettura diretta e gratuita dei testi proposti. Manca ancora, però, uno strumento audio che permetta all’utente di ascoltare quei testi recitati nelle due maniere possibili: l’una, per comprendere dal punto di vista di chi studia la cadenza del ritmo, o metro, antico; l’altra, anche da non sottovalutare, visto che Internet non offre al momento tante alternative, per fornire anche all’ignaro ascoltatore il fascino di un suono perduto così come si può supporre fosse possibile leggerlo in quei tempi perduti – ricordiamoci, però, che le poesie antiche venivano spesso cantate con tanto di accompagnamento musicale e di danza.

Ora, noi non chiediamo a nessun professore di interpretare Eschilo per forza cantando e danzando anche lui … ma leggerlo? Dobbiamo, dunque, convincere questo professore a mettere in rete l’audio; e, visto che con la violenza dionisiaca dell’entusiasmo non si può; visto che con quella “alla quale non si può dir di no” stile Padrino neppure … cerchiamo di farlo con la persuasione…

Innanzi tutto, dobbiamo far capire al professore che noi riconosciamo valore al suo tipo di ricchezza: la conoscenza della cultura dei padri che ci hanno preceduto.

Cortese Professore (diremo), Lei lo sa, che la cultura classica non abbia una ricaduta pratica è un’opinione comune non del tutto corretta: il nostro lessico conserva evidenti le tracce della sua origine; come si dice sempre, il pensiero ed il linguaggio scientifico vengono da lì, così come le prime esperienze di una democrazia "politica" - e perciò relativa e riferita solo ad una parte dei cittadini - proprio per questo però capace di farci riflettere sui limiti praticabili di questo concetto così intensamente bello ed affascinante come ideale, così intriso di conflitti e contraddizioni nella realtà della vita umana. E la letteratura... tutta la letteratura occidentale si snoda su una serie di allusioni e rimandi a quella greca: Leopardi conosceva Saffo ed a lei si rivolgeva come ad un'anima amica e vicina; il Tasso e l'Ariosto volevano ricreare un'epica nel ricordo del fascino mai tramontato del grande Omero... E l'archeologia: se non studiassimo la cultura classica, andare in giro per il Mediterraneo a "scavar buche" e "cercar sassi" avrebbe del patologico...

La cultura antica è il nostro passato... senza passato non si sa più chi siamo, da dove veniamo; dunque dove possiamo e vogliamo andare. La consapevolezza delle nostre radici ci dà consapevolezza di noi stessi, dei nostri limiti e delle nostre brutture; ma solo chi conosce il suo doppio volto può non ergersi a giudice altrui ed accettare con più umiltà la modestia del suo essere umano. Omero, per esempio, con il suo gioco di piani ed il suo intervento divino che non obbliga l'uomo ad obbedire il suo "dio" e gli concede la possibilità della scelta... ecco, Omero può essere letto anche da chi non gli si accosta per un amore nato come "letterario", ma "antropologico-culturale".

Noi crediamo (continueremo a dire) nell’inserimento e nell’integrazione sociale che usa come mezzo e strumento l’appartenenza culturale, come credettero gli intellettuali del periodo ellenistico ed i loro successori, i Romani, più ancora di Alessandro Magno, che la cercò innanzi tutto nella mescolanza biologica ed in un sogno di amore e concordia tra popoli. In quel ragionamento meno esaltante, ma più realistico, noi riconosciamo e non tacciamo la potenza sicuramente ambivalente e discutibile dell’acculturazione; ma non ne vogliamo fare un mero strumento di selezione e potere attraverso la soluzione "passiva"  dell’obbligo scolastico: noi vogliamo insegnare ai nostri giovani che l’opportunità di appartenenza è anche opportunità di emancipazione, e non solo il segno di un confine culturale; che la libertà del pensiero non si agisce rimanendo ai margini del vivere sociale, ma trovando la propria dimensione dinamica e vitale "al di dentro" di esso; che bisogna accettare la sfida, avere il coraggio di lottare per poter dar forma ad un pensiero che non sia semplice ripetizione di ciò che ci è stato detto, un pensiero che si tinga e si riempia anche della nostra esperienza.

Noi vogliamo poter far sapere che, anche in questo senso, esseri umani come l’antico Omero (o chi per lui), i lirici, e molti dei grandi della letteratura antica in generale, per esempio, hanno qualcosa da insegnarci e proprio perché, rispetto al loro contesto, questi uomini hanno colto la sfida acquisendo ed assorbendo gli strumenti culturali offerti dalla loro epoca (il linguaggio, spesso anche quello più "colto", assimilato con studio, cura e fatica, come fecero Orazio, o Virgilio..), usandoli poi per esprimere qualcosa che trascendeva il limite angusto del "già detto" e che, infatti, ci raggiunge ancora stimolando la nostra riflessione su noi stessi, sulla nostra storia, sul problema della scelta, della vita umana e su tante altre cose...

Noi vogliamo dire, allora, che non è vero che lo studio dei classici non abbia una ricaduta sulla vita e sulla formazione della capacità di scelta dei viventi di oggi; che è proprio questo che bisogna trasmettere ai ragazzi, perché la scuola non sia vissuta come la punizione del proprio esser ancora giovani; che l'importanza di ascoltare l'esperienza del passato - sia essa raccontata da un anziano, da un libro di storia o da un'antica poesia - illumina il nostro presente perché ci mostra qualche aspetto di quella dinamica uomo/contesto culturale di appartenenza (libertà/appartenenza; individualità/società) che rimane anche il nostro problema fondamentale.

L'appropriazione di competenze culturali è l'unica possibilità che l'uomo, "animale sociale", come diceva Aristotele, ha di difendere un suo spazio di libertà personale senza rinunciare alla sua appartenenza e dover scegliere di vivere da esiliato. E l'amore per il mondo classico ancora oggi può venire non solo da chi si è mosso su terreni più facili perché battuti e sperimentati da altri, ma anche essere colto da chi quei terreni non li vuole o non li ha voluti percorrere, trovandosi a camminare su sentieri molto più solitari e tortuosi, disperatamente cercando di mantenere l'orientamento e di non perdere di vista la direzione principale, la rotta… Una rotta che talvolta non ha come traguardo un obiettivo e neppure un conto in banca, ma il semplice saper andare avanti seguendo la danza della propria onda, la vita, nonostante l’incomprensione degli altri…

Dìa una voce ad Odisseo, professore, o all’armonia dell’incedere elegante del canto di Saffo… Quello che Lei ha da offrire è un tesoro di un valore inestimabile, una ricchezza che non si compra se non con la propria fatica: alleviare la fatica altrui ed accompagnarlo per mano è un atto di immenso significato sociale…. Noi La ringraziamo per quello che Lei e colleghi come Lei già fate trasformando una rete in libera possibilità di sapere senza perdere appigli… Ci faccia sentire, però, anche la voce di quei Greci che parlarono prima di noi di appartenenza e di libertà, di fede e di scetticismo, di finito e di infinito, di giustizia e di dolore, di destino e di scelta… del dissidio interiore e di tutto ciò che rimane al di fuori di esso: un uomo, cioè, che, forte dell’amara consapevolezza che gli dèi infine girano il volto e non guardano i loro amati morire, sa di dover affrontare la morte con la forza della propria coscienza.

Se davvero la vita si basa sul "respiro", un assimilare ed un emettere, ci racconti della circolarità alla base di molti schemi filosofici dell'antichità... perché l'uomo, in fondo, non dice niente di nuovo, ma ri-dice le cose umane usando le parole del tempo e dello spazio a cui appartiene... per questo è bello ascoltare, senza esaltare e senza sminuire nessuno. Noi vogliamo che Lei sappia quanto cara ci è la conoscenza delle cose che Lei conosce, e vogliamo dirlo al mondo che relega questa conoscenza solo in certe scuole: anche noi abbiamo bisogno di quella conoscenza, per scegliere con le nostre parole il modo per dire che c’è chi di cose è andato a conoscerne altre; ma pure chi, proprio imparando il valore e la profondità di ciò che ora conosce, ha imparato l’immenso piacere di riconoscere agli altri il valore e la profondità di ciò che sono invece loro a sapere. Perché elevarsi segnando tra i propri tesori ed i tesori degli altri una distanza insormontabile è l’autocondanna a rimanere da soli…

La vita umana è fatta del giorno e della notte, di luce e di tenebre… non è solo stato Eraclito a dirlo: tutti noi lo esperiamo quotidianamente. Noi vogliamo ricordarci delle nostre luci e delle oscurità, del nostro non essere perfetti; del fatto che sappiamo che, se non ci fosse mai stato il buio, noi non avremmo saputo cercare e riconoscere il suo contrario. Ci permetta di credere che alcune delle nostre ferite di uomini possono antropologicamente trasformarsi nella traccia della nostra ascendenza da un universo culturale che ha conosciuto anche la crudeltà dell’esclusione, dell’emarginazione, del disprezzo di tutto ciò che non poteva essere incluso a costo di mettere in crisi il proprio luminoso ideale di armonia e di equilibrio, ma che pur ha dato tanto al mondo. Ci dica dei Greci che non amavano uscire dai loro confini e che, se lo facevano, amavano farlo in gruppo, difficilmente da soli, e mai serenamente da esuli ed esclusi; dei Greci che, pur veleggiando per il Mediterraneo, avevano paura della ricchezza che oggi abbiamo noi, ma che ci costa il suo prezzo: la multicultura, il senso dell’infinito …

Questo, invece, è il nostro mondo: come diceva Simmel, siamo fatti di più tratti, che provengono da esperienze diverse e che ci rendono unici, ma proprio per questo individui mancanti della possibilità di identificazione completa con chi ci sta attorno. Fare tante esperienze e scelte personali ci ha reso più liberi, ma anche più soli: abbiamo perso “appartenenza”… Questo è il fìo che si paga agli dèi quando si lascia il limite del posto assegnato e si vuole guardare il mondo da un punto di vista più alto. E questa è l’immagine con cui tanti si potrebbero spiegare la propria vita, ma anche le conseguenze della vita che stanno per scegliere, il dolore dell’ingiustizia …. Lei e qualche Suo collega la riconoscerete: dunque, ascoltatela in noi e fatela ascoltare ai ragazzi nel segreto di un verso antico, permettendo a chi si accosta a quelle letture di cogliere come non del tutto straniero il suono di chi cantò solcando prima di noi l’azzurro dello stesso mare… perché tanti umani hanno sofferto la coscienza di un limite e davanti ad esso si sono piegati: il loro bisogno di “dirlo”…

Cristina Rocchetto (consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press

 

 

 

In lode della Germania bastarda

 

Ringrazio Gianantonio Stella per questo articolo che ha dedicato sul “Corriere della Sera” alla squadra di calcio della Germania e ai suoi undici giocatori nati all’estero. Il blog del bastardo non poteva certo ignorarlo!

 

Non ci ha neanche provato stavolta, Udo Voigt, il leader neonazista della Ndp, a scatenare una campagna contro la convocazione nella nazionale tedesca di giocatori di sangue misto. I suoi connazionali, dopo la batosta data da Mueller, Ozil & co. all’Inghilterra, lo avrebbero spernacchiato. «Ragazzi, vi amiamo!», ha titolato la Bild Zeitung, che più di ogni altro conosce la «pancia» della Germania profonda. Mezzi neri, mezzi turchi, mezzi spagnoli, mezzi polacchi? No: ragazzi tedeschi!

Quel titolo sul più diffuso e popolare giornale germanico, che mai si sarebbe avventurato in una benedizione della squadra più multi-etnica della storia se non fosse certo che il sentimento è condiviso dalla larga maggioranza di chi compra i suoi cinque milioni di copie, dice tutto. E segna una svolta epocale per quello che non solo è il più grande, solido e popoloso stato nel continente. Ma per tutta l’Europa.

Le strade traboccanti di tedeschi in festa per il 4-1 contro gli inglesi ai mondiali in Sudafrica vanno ben oltre il trionfo calcistico. E marcano in qualche modo il punto d’arrivo di un processo secolare pieno di errori e orrori e il superamento definitivo, liberatorio, di quel senso di colpa collettivo di un grande popolo racchiuso in libri preziosi come «Opinioni di un clown» di Heinrich Böll.

La Germania non è un paese come altri. Lì Martin Lutero dardeggiò nel 1544 una delle più violente invettive mai scritte contro gli ebrei: ««Cosa potremo fare noi cristiani con l’odioso e maledetto popolo dei giudei? (…) Prima di tutto, per spazzare via la loro blasfema dottrina, è cosa utile bruciare tutte le loro sinagoghe..» Lì Gustav Kossinna scrisse un celebre manuale di preistoria della nazione germanica, dichiarò l’archeologia «scienza di interesse nazionale» e contribuì ad aprire la strada al nazismo elaborando la definizione «una razza, una cultura, un popolo».

Lì il filosofo Johann Gottlieb Fichte (pur dichiarando di sostenere il riconoscimento agli israeliti dei «diritti umani») precisava: «Per quanto riguarda il conferimento agli ebrei dei diritti civili, non vedo altro rimedio se non che bisognerebbe tagliar loro la testa e in una notte sostituirla con un’altra che non contenesse nemmeno una sola idea ebraica». Lì Johannes Wallmann, come ricordano ne «Il pregiudizio razziale» Aldo Morrone e Leonardo Borgese, «sostenne non esservi alcuna prova che Gesù fosse giudeo e aggiunse che i galilei avevano un po’ di sangue ariano. Ma in sostanza Cristo, per lui, non era nemmeno galileo, sia perché Giuseppe non era suo padre, sia perché non aveva nessun padre. Affermava inoltre che il messaggio stesso di Cristo dimostrava il suo arianesimo». Lì Stewart Chamberlain, genero di Richard Wagner, inglese naturalizzato tedesco, per dirlo con le parole di George L. Mosse, terorizzò che i tedeschi erano il popolo eletto e «al di fuori di essi esisteva una mescolanza caotica di popoli, spettatori passivi della battaglia decisiva della storia». Lì lo stesso Wagner scrisse che «nell’aspetto esterno dell’ebreo si trova qualcosa di straniero che ripugna sopra ogni altra cosa (..) Le nostre orecchie sono particolarmente urtate dai suoni acuti, sibilanti, stridenti di questo idioma. Gli ebrei usano le parole e la costruzione della frase in modo contrario allo spirito della nostra lingua nazionale (..) Ascoltando l’ebreo che parla, noi siamo nostro malgrado urtati dal fatto di trovare il suo discorso privo di ogni espressione veramente umana».

Fino ad arrivare all’incubo nazista. Alla teorizzazione estrema della superiorità della razza ariana. Al programma Leben ideato da Heinrich Himmler il quale, alla ricerca della razza «perfetta», si spinse a sostenere che l’accoppiamento ideale era quello tra i tedeschi e le norvegesi e per questo, com’è scritto il nostro Paolo Valentino, «a 400 mila militari impegnati nell’occupazione della Norvegia fu dato il compito di “procreare quanti più bambini possibile, legalmente o illegalmente”».

E come dimenticare l’opuscolo di propaganda «Vittoria delle armi, vittoria del bambino» diffuso dai nazisti nel 1940? Mentre programmavano lo sterminio di centinaia di migliaia di piccoli ebrei e zingari, quell’opuscolo incitava le mamme teutoniche: «Offrite un bambino al Furer ché ovunque si trovino nelle nostre province tedesche dei gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve diventare il paese dei bambini».

Una storia da spavento, inchiodata alle parole d’ordine «Blut und Boden», sangue e suolo. Una storia cambiata anno dopo anno, a partire dal secondo dopoguerra, dall’arrivo di milioni di immigrati. Italiani, spagnoli, portoghesi, turchi. Che hanno fatto della Germania un paese diverso. Sempre più ricco, sempre più aperto, sempre più multietnico. Nonostante qualche rigurgito. Come i manifesti affissi a Goerliz o a Dresda contro «l’invasione dei polacchi». Come l’odio dei neonazisti verso il deputato cristiano democratico Zeca Schall, un angolano da decenni in Germania, bollato come «la quota negra della Cdu». Come certe iniziative di Udo Voigt, processato per una rabbiosa campagna contro la convocazione in nazionale di giocatori di colore come Patrick Owomoyela, figlio di un nigeriano e di una tedesca. Campagna basata su una foto taroccata della Nazionale teutonica con dieci calciatori neri e un solo «ariano» e accompagnata dallo slogan: «Bianco non solo il colore della maglia!»

Era il 2008. E i tedeschi di «sangue misto» erano cinque. Compresi il tedesco di Polonia Miroslav Klose, capocannoniere del Mondiale 2002. E il ticinese di padre tedesco e mamma calabrese Oliver Neuville. Adesso, in un paese che ha alla guida dei Verdi il tedesco-turco Cem Ozdemir e al comando del ministero della Salute il tedesco-vietnamita Philipp Rösler, sono undici. Frutto della legge cambiata nel 2000. Fino a quel momento, la Germania aveva un sistema di jus sanguinis simile al nostro. Oggi chi nasce a Berlino, Francoforte o Monaco, se almeno uno dei due genitori risiede nel paese da più di otto anni, è da subito cittadino tedesco.

Risultato: nella nuova Germania, che magari giovane com’è non ce la farà ad arrivare fino in fondo ma ha dato contro gli inglesi una straordinaria dimostrazione di come possano saldarsi forza e fantasia, concretezza ed esuberanza, grinta e allegria, c’è di tutto. Tedeschi di sangue polacco (Klose, Lukas Podolski e Piotr Trochowski), spagnolo (Mario Gomez), bosniaco (Marko Marin), brasiliano (Cacau), ghanese (Jerome Boateng), tunisino (Sami Khedira), nigeriano (Dennis Aogo) e turco, come Serdar Tasci e il fantastico Mesut Özil. Che nato e cresciuto a Gelsenkirchen parla della Turchia come di una cosa lontana: «Ho molti parenti nella terra d’origine dei miei genitori…».

C’è uno spot che va in onda da un paio d’anni sui canali tv tedeschi. Nel giardino di una casa ci sono un po’ di famiglie di origini ed etnie diverse che mangiano e chiacchierano animatamente. Finché una donna grida: correte, correte, ci sono i nostri ragazzi in televisione. Cambia la scena. Inno nazionale ed ecco, sul campo verde, la Germania. Dei Mueller e degli Ozil. Lo ha voluto il manager della squadra Oliver Bierhoff, quello spot. Un tedesco di Germania. Con una nonna immigrata dal Friuli. Gian Antonio Stella, gadlernet.it

 

 

 

Germania, il centrodestra chiede il test d'intelligenza per tutti gli immigrati

 

La proposta di esponenti Cdu e Csu: «Sia un requisito per l'ingresso, motivazioni umanitarie non sono sufficienti» ma il numero degli stranieri che arrivano nel paese è in calo costante

 

BERLINO - Provocatoria proposta dalle fila dell'Unione in Germania: esponenti della Cdu e Csu chiedono una nuova politica dell'immigrazione per il Paese, un "test d'intelligenza" per gli stranieri come requisito per entrare in Germania. «I motivi umanitari non debbono più essere l'unico criterio per l'immigrazione», spiegano i politici del partito cristiano-democratico di Angela Merkel. Tuttavia, le recenti statistiche sull'immigrazione vedono un'inversione di tendenza in Germania.

NUOVI CRITERI D'INGRESSO - Il ct tedesco Joachim Löw ha portato in Sudafrica ben 11 giocatori di origine straniera, cambiando il volto tecnico della sua squadra e rispecchiando la realtà sociale presente di una Germania multirazziale. Ciò, tuttavia, non basta ad abbassare i toni del dibattito attorno al problema dell'integrazione e dell'immigrazione degli stranieri in Germania. Il portavoce della politica interna della Cdu a Berlino, Peter Trapp, chiede di fissare nuove regole d'ingresso per gli stranieri nel Paese. Al giornale Bild ha spiegato: «Abbiamo bisogno di stabilire criteri di immigrazione che siano davvero utili al nostro Stato. E l'intelligenza è altrettanto importante quanto l'istruzione e un'adeguata qualifica professionale. Per questo sono favorevole a un test di intelligenza per gli immigrati». Tale richiesta, insomma, non deve più essere un tabù.

CANADA - A volere una revisione a livello europeo delle politiche d'immigrazione è anche il capogruppo al Parlamento europeo della bavarese Csu, Markus Ferber. Che fa riferimento all'esempio del Canada: «È molto più avanti e pretende dai figli degli immigrati un quoziente intellettuale più elevato che per i figli dei propri cittadini. Criteri umanitari per il ricongiungimento delle famiglie non possono rimanere l'unico motivo valido per l'immigrazione». La proposta, ovviamente, ha suscitato molteplici reazioni. Un test d'intelligenza per gli immigrati è un'ipotesi semplicemente «assurda», ha replicato prontamente il ministro del governo federale per l'integrazione e la migrazione, Maria Böhmer dei cristano democratici. Aggiungendo: la proposta stessa è «segno di poca intelligenza». A prendere le distanze anche i partiti dell'opposizione.

STATISTICHE - Le cifre sull'immigrazione in Germania dipingono tuttavia un altro quadro: il numero degli immigrati è in costante calo, sempre più sono le persone che emigrano dal Paese. Nel 2009, infatti, sono stati 734.000 quelli andati via dalla Germania, 721.000 quelli entrati nel Paese. Dal 1985 al 2007, invece, il numero di immigrati ha ogni anno superato quello degli emigrati. Elmar Burchia CdS 29

 

 

 

 

www.ciao-tschau.eu,  avviato il portale per gli scambi giovanili tra Italia e Germania

 

All' indirizzo www.ciao-tschau.eu  è on-line il portale dedicato alla promozione e allo sviluppo degli scambi giovanili tra Italia e Germania, realizzato presso il Centro italo-tedesco di Villa Vigoni con il sostegno dei Ministeri degli Esteri di Italia e Germania.

La piattaforma – nota l’Abasciata d’Italia a Berlino - si rivolge sia a giovani, studenti e universitari, sia a insegnanti e persone che lavorano con i giovani, e offre spazio e occasioni per scambiarsi informazioni, informa su progetti e istituzioni che si impegnano in diversi campi per lo scambio italo-tedesco e su finanziamenti per partecipare a programmi di scambio,  individua temi attuali e appropriati nell’ambito dello scambio italo-tedesco per i giovani e valorizza le attività dello scambio italo-tedesco per i giovani in maniera sostenibile.

Dal 15 giugno è partito il concorso on line per il futuro logo Iuventus (http://www.ciao-tschau.eu/?page_id=48&lang=it ). Chi ha tra i 16 e i 29 anni e vive in Italia o in Germania può registrarsi e partecipare al concorso. Dopo il 15 ottobre 2010, termine ultimo d’invio delle proposte, una giuria italo-tedesca selezionerà tre loghi che riceveranno interessanti riconoscimenti nel corso del primo Incontro Italo-Tedesco alla fine dell’anno.

A questa giuria, oltre a rappresentanti dei due ministeri degli Esteri, dell’Ambasciata Italiana a Berlino e dell’Ambasciata Tedesca a Roma, prendono parte anche personaggi di spicco nell’ambito della cultura, del giornalismo e del design.

Il portale proporrà inoltre numerose fonti di informazione e possibilità di interazione per ragazzi ed operatori del mondo giovanile tra cui le presentazioni di istituzioni italo-tedesche e di film e libri ispirati ai due paesi. Gli iscritti potranno raccontare le loro esperienze di scambio, cercare partner per futuri progetti, proporre idee e commentare quelle degli altri. 

“Iuventus”- sottolineano dal Centro di Villa Vigoni -  intende potenziare le relazioni tra i due paesi promuovendo incontri tra le ultime generazioni e abbattendo gli stereotipi che ostacolano ancora la reciproca comprensione per costruire la strada dell’Europa unita.

Nella sezione in tedesco il motivo per cui è stato dato il nome “Iuventus” (termine latino per gioventù/Jugend) a questo progetto di interscambi giovanili ed il saluto d’avvio del console tedesco a Roma. De.it.press

 

 

 

A Norimberga e Saarbrücken rimane lo “sportello consolare”. Soddisfatti Di Biagio e Narducci

 

Roma - Si sono svolte in Commissione Esteri della Camera dei Deputati, le interrogazioni, a firma di Aldo Di Biagio e dei parlamentari eletti all’estero del Pdl,  relative alla questione della razionalizzazione della rete consolare estera, ed in particolare delle sedi di Norimberga e Saarbrucken e dell’avvio del consolato digitale, questioni di assoluta importanza per i nostri connazionali all’estero.

“La decisione del Governo, in seguito alle intese sollecitazioni parlamentari, di consultazioni con il Ministero degli Esteri tedesco e di referenti dei Lander coinvolti, anche attraverso la nostra Ambasciata d’Italia a Berlino, ha garantito una nuova forma di presenza consolare a Norimberga e Saarbrucken, sul modello dello sportello consolare”, scrive Di Biagio, responsabile del Pdl estero.

Per quanto riguarda invece l’avvio del consolato digitale, ovvero all’accesso via internet dei servizi consolari, presentato a Bruxelles in via sperimentale, il Governo nel confermare che il Sifc sarà progressivamente esteso agli altri uffici in Europa, ha garantito, altresì,  adeguata formazione informatica del personale addetto. Oltretutto – per quanto riferito in Commissione- l’attivazione del Sifc è stata realizzata in parallelo all’introduzione in tutta la rete diplomatica –consolare del passaporto biometrico. La richiesta del nulla osta per i passaporti ai residenti esteri viene gestita direttamente dal Ministero dell’ Interno, che per velocizzare la procedura di trasmissione dei nulla osta ha previsto l’utilizzo della posta certificata.

“Sono felice del risultato raggiunto per le sedi consolari di Norimberga e Saarbrucken – ha dichiarato Di Biagio - frutto del lavoro inteso e coordinato di tutte le istituzioni interessate e per quanto riguarda il consolato digitale, a mio avviso, stiamo percorrendo la strada giusta verso l’innovazione dei servizi all’estero”.

 

“Finalmente una risposta alle ripetute richieste di salvare i consolati di Norimberga e Saarbrucken è arrivata dal sottosegretario di Stato agli Affari esteri, Alfredo Mantica, in commissione Affari esteri della Camera in risposta ad una interrogazione di Aldo di Biagio”, scrive Franco Narducci in un commento sul proprio sito internet. “I Consolati di Norimberga e di Saarbrucken – spiega Narducci – rimangono come uffici consolari, una formula che soddisfa le prerogative poste dalle autorità tedesche, che sul proprio territorio non ammettono altre forme minime se non quella summenzionata. Sul piano sostanziale, nonostante la denominazione di nuovo conio, si tratta di una forma riconducibile “al modello degli Sportelli consolari” come ha affermato lo stesso sen. Mantica. Una decisione che – conclude Narducci – pur giocando al ribasso, consentirà di assicurare i servizi ai concittadini all'estero come ripetutamente richiesto dalle comunità italiane che si trovano in quelle zone della Germania che anch’io ho sostenuto, con forza, nell'esercizio della mia attività parlamentare”. NoveColonne

 

 

 

Il Gruppo teatrale Eos di Bolzano venerdì 9 luglio Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Rinascita e.V. in collaborazione con ItalLIBRI invita alla Lettura interpretativa con accompagnamento musicale al pianoforte e immagini del dramma Ida Dalser, la moglie di Mussolini, con il Gruppo teatrale Eos

venerdì 9 luglio ore 19.30 in EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80 Rgb, München).

 

Interpreti: Mara Da Roit e Pierpaolo Dalla Vecchia. Musiche di Emanuele Zottino

Riduzione, adattamento e regia a cura di Lorenzo Merlini

 

La vicenda prende le mosse nel 1913, quando fra Ida Dalser e il futuro duce Benito Mussolini si accende la passione. I due si sposeranno in chiesa e nel 1915 Ida darà alla luce il figlio Benito Albino, riconosciuto dal padre.

Con l'inarrestabile ascesa politica matura anche la decisione di Mussolini di escludere dalla propria vita sia il bambino sia la donna, che nel frattempo si era privata di tutti i suoi averi per sostenere le ambizioni del suo uomo. 

Ida viene sballottata da un capo all'altro dell'Italia, ma lei non si dà per vinta, insiste, rivendica, diventando un elemento scomodo per la carriera politica di Mussolini, che la farà internare in manicomio.

Ida Dalser morirà nel 1937 nell'ospedale psichiatrico di Venezia. La stessa sorte toccherà al figlio Benito Albino, che, allontanato da bambino dalla famiglia materna, spirerà all'età di 27 anni presso il manicomio di Mombello, dove era stato fatto internare. 

Il Gruppo teatrale EOS di Bolzano mette in scena questo pezzo, tratto dal libro "La moglie di Mussollini" di Marco Zeni. Lo scrittore-giornalista trentino utilizza numerosi documenti inediti, trasformando la relazione fra Benito Mussolini e Ida Dalser in un giallo autentico e in un caso politico, nel quale prevale la ragion di Stato.

Ingresso: 5,- (soci di rinascita e.V. 3,-). Per informazioni: rinascita e.V. tel. 089/36 75 84 - info@rinascita.de - www.rinascita.de (de.it.press)

 

 

 

Ad Amburgo una versione anseatica dello sbarco della “Nave dei diritti”

 

Amburgo – I 26 giugno una versione anseatica dello sbarco della “Nave dei diritti”, il traghetto con a bordo 1000 italiani residenti all’estero giunto a Genova lo stesso giorno per manifestare preoccupazione per l’impatto culturale e sociale della crisi in Italia e il suo contraccolpo sulla tutela dei diritti umani e la partecipazione democratica, si è svolta ad Amburgo su iniziativa del Coordinamento Donne italiane in loco (DICA).

  Un gruppo di connazionali ha attraversato un breve tratto del fiume Elba, approdando al Fischmarkt dove un’esponente del DICA ha ricordato le vicissitudini di un giovane peruviano immigrato in Italia.

  “Lo Sbarco della Nave dei diritti rappresenta anche il viaggio di navi, barche, carrette che giungono numerose a Lampedusa o in altre località del Mediterraneo, - spiega in una nota in proposito Maria Mannarini per il DICA - cariche di traumi vissuti in altre parti del mondo e di speranze tutte prospettate verso un continente simbolo di una democrazia purtroppo non sempre realizzata. Troppo spesso il loro tormentato viaggio non termina nello Stato di Diritto che si erano immaginati, ad attenderli ci sono nuove vicende di umiliazione, rifiuto e negazione dei diritti umani che dovrebbero essere garantiti a chiunque. È questa la quotidiana esperienza di migliaia di esseri umani in fuga da realtà per noi inimmaginabili, in Italia e altri Paesi europei”.

  Il materiale fotografico raccolto verrà inviato all’iniziativa Lo Sbarco di Barcellona “a sostegno di un evento che speriamo continui a trovare eco – prosegue Mannarini - non solo in Italia”.

  All’iniziativa di Amburgo hanno preso parte, oltre al DICA, la Fabbrica di Nichi Hamburg, Sinistra Europea (Fed. della Sinistra), il gruppo Flucht und Migration e la segreteria del partito Die Linke Hamburg, il Coordinamento Donne Francoforte, il Circolo Di Vittorio Francoforte. (Inform)

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di baviera e dintorni

 

- fino a sabato 3 luglio, München   "Filmfest München 2010"

  Per informazioni: www.filmfest-muenchen.de

   Organizza: Filmfest München, in collaborazione con Istituto Italiano

   di Cultura e Cinecittà Luce SpA Roma

 

- fino a venerdì 30 luglio, c/o Galerie Biedermann (Maximilianstr. 25,

   München), martedì-venerdì ore 10:00-18:00, sabato ore 11:00-14:00

   "Enzo Sellerio: Fotografien der 50er und 60er Jahre"

    Organizza: Galerie Biedermann

 

- fino a mercoledì 18 agosto, c/o Bayerische Staatsbibliothek

   (Ludwigstr. 16, München), lunedì-venerdì ore 10:00-17:00, giovedì fino

   alle 20:00, sabato e domenica ore 13:00-17:00

   in occasione della Bayerische Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN"

   "Bella figura. Italienische Buchmalerei in der Bayerischen Staatsbibliothek"

   Organizza: Bayerische Staatsbibliothek, Istituto Italiano di Cultura

 

- fino a martedì 31 agosto, lunedì-giovedì 10:00-16:00, c/o

   Geschäftsstelle der SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag

   (Maximilianeum, München)

   Mostra fotografica: "55 Jahre 'Deutsche Vita' - Arbeitsmigration nach

   Deutschland"

   La raccolta di fotografie di Antonino Tortorici racconta frammenti di

   esistenze degli emigranti dal momento del loro arrivo arrivo negli

   anni '50, illustrandone le condizioni di vita sul lavoro e nel quotidiano.

   Organizza: SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag

 

- fino a domenica 19 settembre, c/o "Die Neue Sammlung - The

   International Design Museum Munich" / Pinakothek der Moderne

   (Barerstr. 40, München), martedì-domenica ore 10:00-18:00, giovedì

   ore 10:00-20:00. "La fabbrica delle idee. Alessi: Storia e futuro"

   Ingresso: € 10,-/7,- (domenica: € 1,-)

   Organizza: Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich

   in cooperazione con Istituto Italiano di Cultura

 

- fino a domenica 10 ottobre, Füssen ed Augsburg

   Bayerische Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN"  Mostre:

   * KAISER, KULT UND CASANOVA

     Füssen: Ehemaliges Kloster St. Mang, Lechhalde 3, ore 9:00-17:30

   * KÜNSTLICH AUF WELSCH UND DEUTSCH

     Augsburg: Maximilianmuseum, Philippine-Welser-Str. 24,

     ore 9:00-17:30

   * SEHNSUCHT, STRAND UND DOLCE VITA

     Augsburg: Bayerisches Textil- und Industriemuseum (tim),

     Provinostr. 46, ore 9:00-17:30

   Il programma è disponibile all'indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de

   Organizza: Haus der Bayerischen Geschichte, Stadt Augsburg,

   Stadt Füssen, Bayerisches Textil- und Industriemuseum

 

- fino a martedì 14 ottobre, c/o Valentin Karlstadt Musäum (Tal 50,

   München)

   Mostra: "Totò - der italiensiche Prinz des Lachens - Ein multimediales

   Event"

   Organizza: Massimo Fiorito, Città di Napoli, Valentin Karlstadt

   Musäum, Filmmuseum des Münchner Stadtmuseums Istituto Italiano di

   Cultura

 

- giovedì 1 luglio, ore 19:00, c/o Siedlerfest (Hochstr. 69, Karlsfeld)

   "Abend der Vereine - Serata delle associazioni"

   con la parteicapzione del circolo ACLI-Karlsfeld

   Organizza: Siedlergemeinschaft Karlsfeld-Nord

 

- giovedì 8 luglio, ore 14:00-17:00, c/o Schulungsräumen von Donna

   Mobile (Landsberger Str. 15, München)

   "Tag der offenen Tür"

   Kaffee, Tee und Snacks + Qualifizierung und Beratung für MigrantInnen:

   Vorträge, Präsentationen, Information, M&oauml;glichkeit für

   Einzelgespräche, Anerkennung

   Organizza: "Donna Mobile" - Gesundheitsförderung, Prävention und

   Qualifizierung für MigrantInnen

 

- venerdì 9 luglio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   "Incontri di letteratura spontanea"

   Chiunque può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o

   anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri.

   Come in ogni incontro alla migliore testimonianza orale o scritta sarà

   assegnato il premio in onore della Signora Fiorani in Muhm.

   Ingresso gratuito.

   Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

   Organizza: www.letteratura-spontanea.de

 

- venerdì 9 luglio, ore 19:30, c/o EineWeltHaus, Grosser Saal

   (Schwanthalerstr. 80 Rgb, München)

   Teatro: "Ida Dalser, la moglie di Mussolini"

   Lettura interpretativa con accompagnamento musicale al pianoforte e

   Immagini. A cura del gruppo teatrale EOS di Bolzano.

   Riduzione, adattamento e regia di Lorenzo Merlini.

   Ingresso: € 5,-/3,- soci

   Organizza: Rinascita e.V. in collaborazione con Libreria Itallibri

 

- venerdì 9 luglio, ore 20:00, c/o Centro Culturale Kubiz (Jahnstr. 1,

   Unterhaching) Inaugurazione di "KONTAKTE"

   Mostra di Pittura di Maura Marolla Metzdorf

   La mostra resterà aperta fino al 10 agosto.

 

- giovedì 15 luglio, ore 17:00, c/o Bayer. Staatsbibliothek,

   Schatzkammer (Ludwigstr. 16, München)

   Visita alla mostra "karfunkelstein und Seide"

   Guida: Dr. Ulrike Bauer, Kunsthistorikerin

   Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

- giovedì 15 luglio, c/o Schloßinnenhof (Ortenburg), ore 19:30

   in occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau 2010:

   "Frauengestalten - Frauen gestalten"

   Concerto: "Madrigale der venezianischen Komponistin Barbara Strozzi

   (1619-1664)" con l'Orlando di Lasso Ensemble

   Per maggiorni informazioni: www.ew-passau.de

   Organizza: Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con

   Istituto Italiano di Cultura

 

- domenica 18 luglio, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim

   (Valpichlerstr. 36 - München), Deutsch-Italienische Spielgruppe

   Incontro per genitori e bambini (dai 0 ai 6 anni) di famiglie

   multinazionali, Partecipazione: 2 € per gruppo familiare.

   Per informazioni rivolgersi a Lucianna Filidoro

   (lucianna.filidoro@gmx.de) o Claudia Cella (cella10@web.de)

 

 

 

Autostrade. La Venezia-Monaco è irrinunciabile per il Veneto

 

  VENEZIA – “Ci appelleremo direttamente al Ministro degli Esteri Franco Frattini, che sarà in Veneto il prossimo 9 luglio per perorare la causa della Venezia-Monaco. I dubbi e i veti del governatore della Provincia di Bolzano Luis Durnwalder sono legittimi, ma dovrebbero anche sottostare agli interessi più generali dell'economia del Nordest e dell'Italia intera”. Lo afferma, in una nota, il capogruppo del Pdl in Consiglio regionale veneto Dario Bond il quale rileva che “migliaia di aziende dell'area più produttiva del nostro Paese non hanno uno sbocco verso Austria e Germania che sono tra le più grandi aree industrializzate del mondo.

  E' un'assurdità tra le tante che solo una forte volontà politica può eliminare”. “Il Veneto ancora oggi non ha un collegamento diretto con il Nord Europa - prosegue Bond - e il prolungamento della A27 significherebbe l'europeizzazione piena del Bellunese con effetti positivi sia per il comparto industriale che per quello turistico”. La Venezia-Monaco è un progetto importante che va perseguito come altri quali l'allargamento della A4 e la Pedemontana”. (Inform)

 

 

 

La Galleria Poliedro all’Arte Fiera Sindelfingen nel 2011 con un progetto sulla “mobilità”

 

Anche nel 2011 la Galleria Poliedro di Trieste sarà presente all’Arte Fiera di Stoccarda Sindelfingen con un proprio stand. Da venerdì 14 a domenica 16 gennaio 2011.

 

La Galleria Poliedro, portavoce  dell’Arte Fiera di Stoccarda Sindelfingen per l’Italia, sarà presente con uno stand a metratura variabile. Idea per un’installazione spaziale nel 2011, in occasione della 4^ Fiera d’Arte Internazionale di Stuttgart-Sindelfingen.

 

Nel 2011, per il 125° anniversario dell’Automobile, nel Baden-Wuerttenberg verranno fatte molte manifestazioni. La Galleria Poliedro ha in progetto, come uno dei primissimi omaggi per questo giubileo, un grosso evento artistico, annesso alla Fiera d’Arte Internazionale (14 – 16 gennaio 2011).

Il tema principale vuole dimostrare che la “Mobilità” è stata ormai inclusa alla grande in tutte le nostre necessità di vita e non può essere ridotta alla semplice automobile

La Mobilità – all’infuori del movimento – nel gioco comune con progresso ed invenzione, ci porta. direttamente nella conoscenza e nella ricerca, nella comunicazione ed in ogni altro campo come il lavoro, la medicina, l’arte, la cultura.; migliora le nostre qualità di vita ma ci consente anche considerazioni e riflessioni critiche.

 

L’Installazione Spaziale (il network percorribile dell#azienda) vedrà nel suo complesso la quintessenza della mobilità e libertà, già apprezzata dall’automobile. Ma comprenderà anche l’arte estesa a tutte le nazioni e mezzi d’espressione di ogni tipo e possibilità di percezione come vedere, sentire, toccare, parlare, usando pittura, collage, installazioni, scultura, foto art e video, computer art, musica e performance.

 

Sono invitati perciò tutti gli artisti tedeschi e stranieri che abbiano qualcosa di interessante da mostrare nel campo della mobilità e delle sue diramazioni.

 

Dettagli tecnici, termine per la presentazione dei lavori, selezione dei lavori ed altre indicazioni verranno date in futuro dagli organizzatori.

E’ prevista anche una dettagliata versione stampata di questa grande rappresentazione. De.it.press

 

 

 

 

Più immigrazione non corrisponde a più criminalità

 

TRENTO -  Sull’ipotesi di un legame tra criminalità e immigrazione si sono confrontati il sociologo dell’Università di Bologna, Marzio Barbagli, e il docente di politica economica dell’Università di Parma, Francesco Daveri, nel dibattito intitolato “Vero o falso”, nuovo format realizzato nel’ambito del Festival dell’economia, svoltosi a Trento agli inizi di giugno.

  All’incontro, coordinato dal giornalista di Repubblica Federico Rampini e introdotto da Paolo Pinotti del Centro studi della Banca d’Italia, hanno partecipato anche David Card, Franco Pittau, Riccardo Puglisi e Linda Laura Sabbadini.

  Al termine del confronto, una giuria di studenti ha sentenziato all’unanimità che “più immigrazione non corrisponde a più criminalità”, contrariamente a quanto emerge dai sondaggi svolti in proposito e ricordati, nel corso della riflessione, da Pinotti: circa il 60% delle persone, in Italia, dichiara di essere preoccupata della criminalità portata dagli immigrati; la media europea del dato raggiunge il 70%.

 

  I dati Istat sulle variabili connesse  al problema non sono sempre così facili da interpretare: il tasso di criminalità in Italia è costante dai primi anni ’90 in poi, mentre l’immigrazione nello stesso periodo è quadruplicata; il tasso di stranieri sul totale della popolazione carceraria è invece del 40%, anche se, in totale, rispetto alla popolazione italiana, il tasso di immigrati regolari non arriva al 5%.  Le stime però confermano che l’80% degli immigrati oggi incarcerati sono irregolari, mentre la percentuale delle popolazione italiana che viene denunciata è all’incirca uguale per quanto riguarda italiani e immigrati regolari.

  Il tasso di criminalità, in base ad uno studio approfondito dei dati, non risulta legato all’immigrazione, quanto ad una serie di variabili quali l’età media della popolazione (la propensione a delinquere è più diffusa nella fascia di età giovanile, che nel nostro Paese va diminuendo), il tasso di alfabetizzazione, la qualità e quantità delle politiche che promuovono l’integrazione, il rispetto della legalità che si registra tra gli autoctoni.

 

  Franco Pittau, coordinatore del Dossier statistico immigrazione della Caritas Migrantes, ha segnalato anche in questo occasione come il tasso di criminalità degli immigrati sia pressoché uguale a quello degli italiani e, se togliamo il reato di immigrazione clandestina, addirittura più basso. Oltre a ciò, l’Italia in realtà sta meglio di altri paesi considerati più fortunati sul piano della diffusione della criminalità, come il Belgio e l’Inghilterra. “Dirlo chiaramente – ha concluso Pittau - attenuerebbe l’effetto di ‘assedio da parte della criminalità’ che parte della popolazione italiana avverte”. (Inform)

 

 

 

Ma che hanno ottenuto gli europei?

 

Un vecchio detto sostiene che se si muovono le merci non si muovono le armi. Pertanto, se i Grandi della Terra stanno seduti a un tavolo solo per dialogare, concludendo ben poco, non cederemo alla tentazione di definire inutili i loro incontri. A voler ben considerare i risultati del G20-G8 in Canada, il risultato che maggiormente contribuisce ad attuare il detto ricordato è l’impegno a non introdurre ulteriori forme protezionistiche per il prossimo quadriennio. La guerra, quindi, resta appannaggio delle incivili manifestazioni di esistenza dei movimenti no global. Il mondo che conta opta per gli scambi. Il comunicato finale del summit ha evidenziato quanto si debba abbassare il minimo comune denominatore delle politiche nazionali affinché ciascun capo di stato possa affermare all’esterno che la sua linea di governo ha trovato accoglienza. Infatti i fautori del rigore fiscale, capeggiati da Angela Merkel, hanno avuto soddisfazione ottenendo non solo la dichiarazione dell’importanza di una sana finanza pubblica per una ripresa sostenibile, per giunta cifrata alla metà del deficit attuale entro il 2013, indicando nel 2016 la data del risanamento dei debiti statali. Ma lo hanno avuto anche i fautori della non interruzione dello stimolo fiscale per sostenere la tuttora insoddisfacente crescita del reddito e, ancor più, dell’occupazione; tra essi Obama, che nei suoi programmi aveva già collocato nel 2013 la data di quel rigore che la Merkel pretende subito dagli europei. La ciliegina sulla torta del compromesso raggiunto dal G20 è stato il rifiuto della Cina di ricevere elogi per la sua decisione di tornare a un aggiustamento graduale e controllato del rapporto di cambio estero dello yuan, confermando che la decisione resa pubblica dal loro governatore della Banca centrale prima del summit non ha poi tutta quella grande importanza che a essa è stata data: in ogni caso la rivalutazione della moneta cinese terrà conto dei soli interessi nazionali. Se tutti dichiarano d’aver ragione qualcosa non funziona negli accordi raggiunti e l’indicatore è dato dal fatto che ciascuno stato è lasciato libero di decidere come attuare gli indirizzi concordati. È la conferma delle difficoltà in cui si dibatte le cooperazione economica internazionale. Alla radice delle soluzioni raggiunte vi è la mancata definizione da parte degli economisti dell’annosa vertenza se lo sviluppo è aiutato da una significativa presenza dello stato o della libera iniziativa in economia: ovvero se la “ distruzione creatrice “ del mercato è più efficace dell’ “ intervento salvifico “ dello stato. È l’eterno dilemma se dobbiamo affidare il nostro futuro alla Mano invisibile o al Grande Leviatano. Sull’equivoco consentito da questa disputa irrisolta hanno convissuto nel consesso canadese il rigorismo fiscale della Merkel, il lassismo analogo di Obama e l’economia statale-liberista di Hu Jintao. Come pure sono riusciti a convivere negli Stati Uniti i democratici a vocazione statalista con i repubblicani a vocazione liberista. Purtroppo questo stesso grado di convivenza non pare si possa raggiungere a livello europeo. Paolo Savona, Il Foglio 29

 

 

 

Porta (Pd) sulla visita del Presidente del Consiglio in Brasile

 

“Persa un’altra occasione per sapere le reali intenzioni dell’esecutivo nei confronti delle collettività che vivono all’estero”

 

  SAN PAOLO – Sul numero di luglio della rivista italo- brasiliana “Insieme”saranno pubblicate alcune considerazioni del deputato del Pd, eletto nella ripartizione America Meridionale, Fabio Porta. Nell’articolo Porta evidenzia come il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nel corso dell’incontro con i rappresentanti delle  collettività italiana svoltosi presso il Circolo Italiano di San Paolo, non abbia dato risposta alle principali richieste della nostra comunità illustrate nell’intervento del presidente del Comites di San Paolo Rita Blasioli Costa.

  “Peccato, - scrive Porta - perché così facendo il capo del governo italiano ha perso un’altra importante occasione per esprimere le reali intenzioni sue personali e dell’esecutivo che dirige rispetto ad una delle più grandi risorse del nostro Paese: le collettività che vivono all’estero. A San Paolo come a Toronto l’unico riferimento agli italiani che vivono all’estero di Berlusconi è stato l’invito a trascorrere le vacanze in Italia per aiutare la nostra malconcia economia a riprendersi. Un po’ poco per una risorsa unica e straordinaria che sicuramente (e il Canada ed il Brasile erano due “casi tipo”)  può offrire al nostro Paese molto ma molto di più che qualche giorno al mare o in montagna in compagnia dei lontani parenti. Una risorsa – prosegue Porta - che avrebbe bisogno di essere anzitutto conosciuta, quindi rispettata ed infine valorizzata; un impegno che passa dal serio riconoscimento del ruolo fondamentale del sistema di rappresentanza (Comites, Cgie, Parlamentari), da un adeguato investimento sulla diffusione della nostra lingua e cultura (e quindi soprattutto sulle giovani generazioni) e dalla piena tutela assistenziale e previdenziale dei cittadini più bisognosi, gli anziani in primo luogo”. Connazionali in stato di indigenza, che vivono prevalentemente nei paesi di residenza del Sud America.

  Da porta viene infine segnalato come la nostra rete diplomatico – consolare rischi di non essere all’altezza, per quanto riguarda i servizi destinati alla nostra collettività e le sfide poste all’Italia dalla globalizzazione, di un  paese  appartenente al “G8”. (Inform)

 

 

 

Bruxelles. D'Alema eletto presidente dei progressisti europei

 

L'assemblea della Feps lo ha votato all'unanimità. Fassino: "La sua guida è un contributo al riformismo Ue".  Enrico Letta: "Questa nomina è un riconoscimento al Partito democratico"

 

BRUXELLES - Massimo D'Alema è stato eletto presidente della Foundation of european progressive studies (Feps). L'assemblea della federazione, riunita a Bruxelles, si è espressa in suo favore all'unanimità.

 

"L'elezione di Massimo D'Alema a presidente della Feps, oltre che alla persona è un riconoscimento all'originalità e al valore dell'esperienza del Partito democratico" ha dichiarato Piero Fassino. "La Fondazione per gli studi progressisti europei, - ha sottolineato - creata proprio per promuovere il confronto e la riflessione sul rinnovamento delle culture progressiste del nostro continente, è la più importante fondazione politica europea ed è uno dei luoghi più rilevanti per sviluppare quell'innovazione politica del riformismo che è una delle ragioni costitutive del Pd". "Sono certo - ha concluso Fassino - che, da presidente della Feps, D'Alema, per l'esperienza e per la grande stima di cui gode in Europa, contribuirà a quel percorso di innovazione culturale e politico in cui tutto il Partito democratico si riconosce".

 

"La nomina di D'Alema alla presidenza del Feps è un risultato di rilievo per tutto il Pd - ha aggiunto il vice segretario del Pd, Enrico Letta - una grande opportunità per i democratici e un riconoscimento per il ruolo di uno dei nostri principali e più autorevoli leader".

 

Anche il vice presidente del Senato, Vannino Chiti, ha espresso le sue congratulazioni e i suoi migliori auguri di buon lavoro a D'Alema per l'elezione al prestigioso incarico di presidente della Feps.

 

"Un riconoscimento giusto e puntuale alla qualità del suo impegno politico e del suo profilo di uomo di governo"  ha dichiarato Sandro Gozi, deputato e responsabile per le politiche europee del Pd. "La nomina di D'Alema è per il Pd motivo di grande orgoglio e soddisfazione: uno dei suoi principali esponenti arriva alla guida di una tra le più prestigiose e stimate fondazioni europee, dimostrando la portata continentale dell'esperienza del progressismo Italiano". LR 30

 

 

 

Kirghizistan, la democrazia all'esame delle etnie

 

Stalin, quei confini dei Paesi dell'Asia centrale, li aveva disegnati apposta in modo da non corrispondere a entità nazionali omogenee e unitarie. Aveva fatto la stessa cosa anche in Europa: nulla di meglio che mescolare etnie, lingue e culture in una singola repubblica per evitare che poi quella repubblica rivendichi la sovranità e l'indipendenza sfidando la compattezza e la solidità dell'intera Unione Sovietica. Aveva disegnato un'Ucraina dove nessun cittadino capiva allora (e non capisce ancora adesso) cosa esattamente «ucraino» voglia dire, o una Lettonia dove per confondere le idee ai suoi abitanti aveva forzosamente inserito centinaia di migliaia di russi che del lettone non avrebbero mai imparato neanche una parola. Poi l'Unione Sovietica è crollata e quei confini sono diventati confini di Stati veri e propri. E con la scomparsa di un regime totalitario centrale e la creazione di Stati indipendenti dove si affastellano culture diverse si affievolisce anche la capacità di mantenere l'ordine interno. Le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale sono così in condizioni di irrequietudine semi-permanente.

 

 

L'ultimo esempio ci viene dai tragici avvenimenti del Kirghizistan, dove tra i cittadini di etnia uzbeka vi sono stati circa duecento morti mentre decine di migliaia di altri sono fuggiti nel vicino Uzbekistan per sottrarsi alle violenze inflitte loro dalla maggioranza kirghisa, al punto che lo stesso Uzbekistan ha deciso di chiudere le sue frontiere perché non è in grado di dare accoglienza a nuovi afflussi di rifugiati.

 

I russi, che un tempo erano i padroni, si sono guardati bene dall'intervenire per aiutare a sedare i disordini, ben sapendo che chi interviene una volta sarà costretto a intervenire di nuovo in futuro. Ed è sufficiente prendere in mano un atlante geopolitico per rendersi conto di quale mescolanza di etnie vi sia in quelle cinque Repubbliche, tra uzbeki, tagiki, turkmeni, kazaki e kirghisi, tra maggioranze di lingue altaiche e minoranze di lingue iraniche, tra popolazioni stanziali e popolazioni di tradizioni nomadi e quindi inclini alla mobilità. Ancor minore desiderio dei russi di mettere mano in quell'intrico inquieto hanno avuto gli occidentali, già sufficientemente impelagati in Afghanistan per cercare altri problemi da quelle parti.

 

Le violenze nel Kighizistan, a quanto sembra, si sono arrestate solo perché buona parte delle potenziali vittime è fuggita via e si accalca in baraccopoli provvisorie destinate a diventare definitive. Sul piano politico, il Kirghizistan non ha alle spalle degli anni tranquilli, come d'altronde non ne hanno avuti i suoi vicini. Due uomini imperiosi e autocratici si sono succeduti al comando nella capitale Bishkek: il primo, Askor Akayev, era un erede diretto della burocrazia sovietica e venne rovesciato nel 2005 da Bakiyev, che si rivelò tuttavia non meno nepotista e autoritario di lui. La costituzione dello Stato è stata modificata cinque volte in un ventennio e nell'aprile scorso, inopinatamente, in quel Paese di uomini forti una donna ha preso il potere. Roza Otumbayeva, già ministro degli Esteri nel governo del suo predecessore, è temporaneamente a capo di un governo di transizione che è al lavoro per modificare una volta di più la costituzione del Kirghizistan e di avvicinare il Paese ai modelli di una vera democrazia. Un passo storico è stato il referendum con cui il Kirghizistan ha approvato a schiacciante maggioranza (90,6% dei voti) la nuova costituzione che introduce il principio di democrazia parlamentare. C’erano dubbi sull’opportunità di tenere una consultazione popolare a breve distanza da disordini sanguinosi e in una situazione incerta di ordine pubblico, si temeva un boicottaggio delle urne e l’esito non era scontato invece è stato un successo personale per la Otumbayeva.

 

L'idea di introdurre in Asia Centrale una democrazia parlamentare si può solo condividere augurando buona fortuna. Purtroppo la storia recente ci dimostra che, mentre i principi della democrazia parlamentare possono regolare gli squilibri politici e assicurare l'alternanza tra le opinioni e le ideologie che coesistono in una comunità, non possono da soli comporre le rivalità e gli odi che dividono una etnia dall'altra o una fede religiosa dall'altra. Perché le idee politiche sono mutevoli e chi è in minoranza può domani diventare maggioranza. Ma le etnie e le fedi non lo sono e un kirghizo non diventa usbeko e uno sciita non diventa sunnita. Non bastano democratiche elezioni per assicurare tra etnie diverse l'equilibrio e la pacifica convivenza. Tra Uzbekistan e Kirghizistan vi sono state in venti anni tre modifiche di frontiera: evidentemente non sono bastate e non è detto che non ve ne saranno altre in futuro.  BORIS BIANCHERI  LS 30

 

 

 

 

Debito interno lordo. Se Londra è costretta a scoprire il DIL

 

 Non siamo in grado di dire se l’autorevole settimanale “The Economist” sia stato sinceramente fulminato sulla via di Damasco come San Paolo oppure se abbia voluto solo “supportare” culturalmente la politica economica di lacrime e sangue del nuovo governo inglese: sta di fatto che la rivista britannica ha finalmente scoperto che il mondo “ricco” è pieno di debiti. L’ultima sua copertina, che raffigura una scala nell’aldilà in cui una famiglia di quattro persone - papà, mamma e due figli - sta salendo timorosa ma piena di speranza verso il Paradiso, titola: “C’è ancora vita dopo il debito?” E all’interno è pubblicato un ampio dossier in cui si sottolinea che i debiti pubblici sono solo una parte del problema odierno dei Paesi avanzati: infatti, ci sono anche i debiti privati che, anzi, sono stati la vera causa della crisi globale ed hanno poi spinto gli Stati ad indebitarsi ulteriormente a loro volta per soccorrere banche, imprese e famiglie troppo indebitate.

Tutte tesi che sosteniamo coerentemente su questo giornale sin dai giorni del crack della Lehman Brothers (“Le banche italiane hanno un terzo dei debiti di quelle inglesi”, 14 ottobre 2008; e “Debito aggregato: se consideriamo il debito delle famiglie e lo sommiamo al debito pubblico scopriamo che Paesi come USA e Gran Bretagna sono oggi ben più indebitati, in percentuale del PIL, rispetto all’Italia”, 26 novembre 2008). Tesi che però anche “The Economist” ora abbraccia e propone in gran spolvero facendo leva sulle statistiche del debito “aggregato” del McKinsey Global Institute, anche queste, peraltro, da noi pubblicate su “Il Messaggero” già vari mesi fa (“2001-2010: Odissea in un mondo di debiti”, 29 gennaio 2010).

Nessun leader mondiale è stato sinora in grado di indicare una via d’uscita dal labirinto di debiti in cui si è smarrita l’economia mondiale, le cui prospettive di ripresa e crescita appaiono assai precarie proprio per la pesantezza del dissesto contabile del pianeta. Il G-20 canadese si è concluso debolmente con un compromesso di massima sulla riduzione dei deficit, mentre gli economisti si scontrano in questi giorni dividendosi tra chi è più favorevole alla politica dell’austerità della Germania del cancelliere Angela Merkel o chi invece è più favorevole a linee di politica economica meno virtuose ma maggiormente capaci di sostenere la crescita (anche per non rischiare di spegnere sul nascere la debole ripresa) come quelle propugnate dal presidente americano Barack Obama o da quello francese Nicholas Sarkozy. Emblematico è il recente dibattito su “Il Sole 24 Ore” che ha visto dividersi vari economisti ed opinionisti tra i quali Alesina, Perotti, Wolf e il premio Nobel Krugman.

Nessuno però ci ha ancora spiegato chiaramente come il PIL del mondo avanzato possa tornare ad aumentare anche solo dell’1-1,5% annuo visto che la crescita economica prima dello scoppio della crisi era stata, è vero, più elevata ma fondata letteralmente sulla sabbia, cioè sui debiti. E’ evidente, infatti, che oggi i debiti sono ormai così tanti da non permettere più né agli USA né all’Europa “periferica” (Gran Bretagna, Spagna, Irlanda, ecc.) una semplice riproposizione dello squilibrato schema di sviluppo precedente.

“The Economist” sul suo sito internet ha addirittura pubblicato una carta geografica interattiva che mostra il livello del debito “aggregato” (pubblico e privato) dei principali Paesi del mondo. La rivista britannica precisa che non c’è un limite massimo al rapporto debito “aggregato”/PIL, ma che Paesi come Islanda ed Irlanda, di fatto, hanno raggiunto tale limite quando i loro debiti “aggregati” sono arrivati ad essere 8-10 volte maggiori del PIL. Non viene fatto esplicito riferimento all’Italia, ma i dati di McKinsey Global Institute sono gli stessi già anzitempo pubblicati dal “Messaggero” dai quali risulta che il debito “aggregato”, che noi abbiamo proposto di rinominare Debito Interno Lordo (DIL), è inferiore in Italia a quelli di Giappone, Gran Bretagna, Spagna, Francia e solo di poco superiore a quelli di Germania e Canada. Va detto inoltre che i dati forniti da McKinsey per gli Stati Uniti sono lievemente inferiori a quelli dell’Italia ma solo perché considerano esclusivamente il debito pubblico americano collocato sul mercato. Sicché se utilizzassimo le statistiche sul debito pubblico lordo pubblicate dal Fondo Monetario Internazionale, in realtà anche il debito “aggregato” statunitense sarebbe di molto superiore a quello dell’Italia.

Ma la “neo-convertita” rivista britannica non si ferma qui: infatti, ha anche aggiornato una tabella sulla sostenibilità specifica dei debiti sovrani dalla quale risulta che il debito pubblico italiano è più solido non solo di quelli di Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma anche di quelli di Gran Bretagna, Giappone, Stati Uniti e Francia.

I dati sempre più condivisi sul debito “aggregato” raffigurano dunque un mondo completamente rovesciato rispetto al passato, in cui persino l’Italia, pur coi suoi molti problemi, può dare lezioni di virtù a tanti ex campioni dei conti pubblici. Dato che non è seriamente pensabile che la crescita dell’economia mondiale possa essere trainata autonomamente solo dai Paesi emergenti, occorre che i Paesi ricchi sistemino definitivamente le loro finanze pubbliche e private dissestate per ristabilire la necessaria fiducia sui mercati. Marco Fortis IM 30

 

 

 

 

Politica e sindrome del completto. I poteri forti come alibi

 

IPoteri Forti hanno smesso finalmente di interferire col basilico della Riviera? Il silenzio della Cia (non l’Intelligence: la Confederazione Italiana Agricoltori), che diede la tessera di socio onorario al governatore genovese «come apprezzamento per le iniziative assunte a difesa del pesto e del basilico liguri» contro l’Europa «suddita dei Poteri Forti», rassicura. Almeno su quel fronte, forse, non si avvistano complotti.

Per il resto, dicono gli archivi di questi mesi, siamo immersi negli intrighi.

Quando Roberto Calderoli accusa generici Poteri Forti («non sono così ben definiti da poterli nominare per nome e cognome…») di essere «impegnati in una manovra nella quale il Corriere della Sera sta ricoprendo una parte di spicco», non solo sopravvaluta forse quei poteri che spesso sono divisi e qualche volta impotenti. Ma arriva in coda a centinaia di denunce così allarmate e contrastanti da commentarsi da sole.

Sostiene ad esempio il verde Angelo Bonelli che no, mica è vero che questi complottaroli ce l’hanno con Berlusconi perché «vedono un governo che tocca i loro privilegi» (tesi del ministro bergamasco) ma anzi «è evidente che dietro il federalismo demaniale si nasconde la più grande speculazione immobiliare della storia» per «fare la fortuna dei Poteri Forti». E se Renato Brunetta si lagna che «questo governo con la riforma della scuola e della giustizia ha contro i Poteri Forti» Nicola Mancino sentenzia l’opposto: «I Poteri Forti sono tanti. E l'autonomia e l'indipendenza della magistratura sono indebolite dalle interferenze di questi poteri». Di qua Stefania Craxi vede nell’inchiesta di Trani «la prova della congiura della magistratura politicizzata» proprio «come nel 1992, con magistrati e Poteri Forti a menare le danze», di là Luigi De Magistris ribatte che «vogliono rendere i magistrati vassalli del grande feudatario Berlusconi e dei Poteri Forti che non tollerano il controllo della legalità ».

Antonio Di Pietro è indagato per la gestione dei rimborsi elettorali? Spiega che «l’Idv è da mesi target di un bombardamento politico e mediatico da parte dei Poteri Forti». Guido Bertolaso non si dimette? Paolo Ferrero si chiede se non sia «coperto dai veri Poteri Forti». L’Economist propone ironico di separare il Sud dall’Italia associandolo alla Grecia in uno Stato denominato «Bordello »? Raffaele Lombardo ribatte che il magazine è «espressione dei Poteri Forti della globalizzazione ». Finché il neofascista Roberto Fiore, cui non garba che Roma destini 13 milioni al museo della Shoah, strilla che perfino questo è «un omaggio ai Poteri Forti ».

Ma da che razza di parte stanno, questi Poteri Forti? Capiamoci: i Poteri Forti non sono invenzioni cervellotiche come i Savi di Sion dei fantomatici Protocolli. Certo che esistono centri di potere economico, finanziario, massonico, lobbista… Da noi come ovunque. E che cerchino di pesare negli affari del Paese lo diamo per scontato. Ma non è ridicolo pensare che Craxi e D’Alema, Prodi e Berlusconi, per citarne quattro che si sono lagnati, avessero ogni volta «tutti» i Poteri Forti contro, fossero a destra o fossero a sinistra? Ha scritto Ernesto Galli della Loggia che «poche cose come la polemica contro i "Poteri Forti" rivelano la pochezza intellettuale e insieme il primitivismo ideologico di chi se ne fa autore ». Esatto. Di più: rivelano l’incapacità della politica di fare, sul serio, politica. Gian Antonio Stella CdS 30

 

 

 

 

Intercettazioni. Il testo in aula alla Camera il 29 luglio. Fini: "Irragionevole, è un puntiglio"

 

Il ddl sarà esaminato dall'assemblea di Montecitorio dopo l'approvazione della manovra. L'ex leader di An convinto che il voto finale andrà comunque a settembre. Napoli (Pdl) lo attacca: "Degrada le istituzioni". Le opposizioni: "Una scelta senza logica. Ora opposizione durissima". Fnsi: "Atto di forza, sciopero confermato"

 

ROMA - Il disegno di legge sulle intercettazioni arriverà in aula alla Camera il prossimo 29 luglio, dopo l'esame della manovra economica. Lo ha deciso la conferenza dei capogruppo di Montecitorio, con il parere contrario delle opposizioni. E a quanto pare anche del presidente di Montecitorio: dopo la riunione, Gianfranco Fini avrebbe detto che calendarizzare a fine luglio di ddl "è irragionevole", visto che il voto finale è probabile che finisca comunque a settembre, considerato che alla Camera probabilmente ci saranno modifiche. Per la terza carica dello Stato mettere in calendario quel testo a fine luglio "è solo un puntiglio".

 

Tuttavia, ha precisato Fini secondo quanto viene riferito da chi era presente alla conversazione, questo ragionamento politico non lo autorizzava a mettere il testo direttamente nel calendario di settembre: facendolo sarebbe, infatti, "venuto meno al proprio dovere istituzionale" visto che la maggioranza dei gruppi chiedeva l'esame del testo a luglio. La coalizione di governo ritiene invece che questa calendarizzazione  permetta di approvare il testo prima della pausa estiva. I tempi non saranno contingentati.

 

Durissima la reazione delle forze di opposizione. "Questo vuol dire - spiega il capogruppo del Pd Dario Franceschini - che il testo non verrà assolutamente votato a luglio ma che sarà necessario arrivare alla prima settimana di agosto. E' una cosa non logica: serve solo a comprimere l'esame della manovra per un testo che comunque sarà modificato e dovrà tornare al Senato. Insomma, è una forzatura sbagliata". Lo stesso Franceschini preannuncia battaglia: "L'ultima settimana di luglio e la prima di agosto sarà un inferno per la maggioranza con l'incrocio tra la manovra e l'arrivo del ddl. Noi faremo un'opposizione durissima e intransigente usando tutti gli strumenti parlamentari a disposizione". Infine, la critica a Fini: "Il calendario non è stato approvato all'unanimità, quindi la decisione è toccata a lui che ha preso una decisione che noi contrastiamo".

 

Anche secondo Massimo D'Alema "è sbagliato accelerare: le forzature in una materia come questa sono dannose". Dall'Udc Michele Vietti lancia un appello al Pdl: "Farne una questione di puntiglio significa far spegnere la voglia di dialogare anche in chi quella voglia ha sempre dimostrato di averla".

 

Ma la maggioranza respinge le accuse al mittente. "Nessuna prova di forza ed è assolutamente improprio parlare di forzature", sostiene il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto. "Quel testo - aggiunge - è stato 14 mesi alla Camera, poi parecchi mesi al senato e ora torna in terza lettura e in commissione si stanno facendo pure le audizioni. Andare a chiuderne l'esame entro la prima settimana di agosto è nell'ordine delle cose".

 

E a proposito della presa di posizione di Fini arriva anche un durissimo attacco del vicepagruppo Osvaldo Napoli, secondo il quale il presidente della Camera con il suo atteggiamento "di lotta e di governo degrada il ruolo istituzionale che ricopre".

 

Intanto la Fnsi, al di là dela manifestazione di domani a Roma conferma lo sciopero dell'informazione per il 9 luglio prossimo. Secondo il segretario Franco Siddi quella della maggioranza è un "atto di forza" contro la libertà di stampa. LR 30

 

 

 

 

 

A marce forzate verso il bavaglio

 

Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha definito “irragionevole” la decisione della conferenza dei capogruppo di Montecitorio, di fare arrivare in aula il 29 luglio, dopo l'esame della manovra economica, il testo del ddl sulle intercettazioni. Il voto finale, è il ragionamento del presidente, è probabile che finisca comunque a settembre, considerato che alla Camera probabilmente ci saranno modifiche. Tuttavia, Fini avrebbe precisato che questa sua riflessione politica non lo autorizzava a mettere il testo direttamente nel calendario di settembre: facendolo, infatti, sarebbe "venuto meno al proprio dovere istituzionale" visto che la maggioranza dei gruppi ha chiesto l'esame del testo a luglio. La proposta di calendarizzazione del provvedimento è stata avanzata dalla maggioranza, mentre l'opposizione ha espresso opinione contraria. La discussione generale, a quanto viene spiegato, dovrebbe presumibilmente iniziare giovedì 29 mattina o pomeriggio, per poi proseguire, con tempi contingentati, nella prima settimana di agosto. Il Pdl, spiega il capogruppo Fabrizio Cicchitto, punta ad avere il via libera prima dell'inizio delle ferie estive. “Il provvedimento non verrà mai votato a luglio, potrebbe esserlo in agosto. Una cosa priva di logica”, ha commentato il capogruppo del Pd Dario Franceschini, cui ha replicato secco e rapidissimo, il suo omologo Cicchitto: “Non c’è nessuna prova di forza. Le intercettazioni sono state in commissione 14 mesi, sono in terza lettura, sono in corso le audizioni. E’ nell’ordine delle cose che arrivi in aula a luglio e, con i tempi contingentati, si potrà votare ad agosto. Il termine forzatura è assolutamente improprio”. Nella sua relazione sull'attività del 2009, il Garante della Privacy Francesco Pizzetti, ha dedicato un ampio capitolo al tema delle intercettazioni, pur premettendo di volersi "rigorosamente" astenere dall'intervenire, perché "inopportuno", sul ddl all'esame del Parlamento. Per Pizzetti, nel fare riferimento alla privacy, "in tale contesto ci si riferisce non alla tutela in concreto e rispetto a casi specifici di questo diritto, quanto piuttosto a una difesa anticipata, disposta in via generale e astratta, neiconfronti di qualunque dato raccolto, nel presupposto, in ragione della natura dello strumento di indagine usato, debba sempre prevalere la tutela di questi dati perché raccolti nell'ambito di conversazioni tra persone". Si tratta "di una scelta impegnativa che, proprio perché effettuata in via generale e astratta, e prescindendo dal contenuto dei dati raccolti, sposta il cursore tutto a favore dei limiti della riservatezza". Il “magnus itneribus” comunque, voluto dal governo, induce a ritenere che la compressione dei tempi sia una chiara manifestazione di non voler affatto cambiare il ddl. Ed analoga atteggiamento di “tetragona” immodificabilità, si avverte per la manovra. Infatti, la discussione generale sul testo inizierà il 23 luglio a Montecitorio, con varo finale entro la mattinata del 29, dando così tempo al Senato di ratificare eventuali modifiche per la scadenza di fine mese. Come nota oggi su Repubblica Liana Milella, ora i berlusconiani, a cominciare dal Guardasigilli Alfano, sono davanti a un bivio: forzare la mano, scontrarsi con i finiani e con l'opposizione e pretendere il voto nella prima settimana di agosto, a costo di compromettere il rapporto col Quirinale o fare dietrofront. Inoltre, la scelta  non potrebbe capitare nella settimana peggiore,  poiché domani i giudici, che scioperano per i tagli allo stipendio, daranno piena solidarietà al no bavaglio day. Giovedì c'è la prima seduta a Camere riunite per votare i laici del Csm, ma viene dato per scontato che andrà deserta in attesa che il 4 e 5 luglio le toghe scelgano i loro rappresentanti. Ore disperate per il Cavaliere, al quale il Quirinale ha mandato un chiaro segnale sugli ascolti, smentendo l'esistenza di contatti tra Napolitano e Alfano per trovare un'intesa. Intanto ieri, le dichiarazioni del presidente del Consiglio dal Brasile sulla "disinformazione" della stampa italiana, hanno infiammato la conferenza della Fnsi, che contemporaneamente ha presentato il 'piano d'attacco' per la mobilitazione del primo luglio contro "la legge Bavaglio sulle intercettazioni,  sotto lo slogan 'No al silenzio di Stato'. L’appuntamento in piazza per dare una risposta pubblica che riscatti la dignità del Paese anche di fronte alla comunista internazionale che deve sapere che noi difendiamo un bene pubblico e irrinunciabile. Una manifestazione “che mette insieme i giornalisti e una gran parte dell’opinione pubblica, di là dai colori politici che non vuole farsi scippare la libertà d’informazione”. Così Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale Stampa italiana, ha spiegato il senso della grande mobilitazione nazionale per la libertà d’informazione, e contro i tagli e i bavagli alla conoscenza e alla cultura, con una “notte bianca” a Conselice dove c’é il monumento alla libertà di stampa e in molte altre città come Milano, Padova, Torino, a Trieste, Padova, Latina, Parma, ma anche Londra e Parigi. Le manifestazioni di piazza Navona e Conselice saranno in diretta, dalle 17 alle 24, con un maratona sul web, cui hanno aderito oltre 200 piattaforme, tra le quali Corriere.it e Repubblica, it e sono sul punto di farlo  Rainews24 e Skytg24. Estate torrida e sudatissima, per il Cavaliere. Carlo Di Stanislao, de.it.press

 

 

 

 

Bavaglio, in piazza anche la Cgil "Il governo si occupi del lavoro"

 

Il principale sindacato italiano partecipa alla mobilitazione del primo luglio: "Il Parlamento è intasato da leggi sull'informazione e la giustizia, ma le priorità per il Paese sono altre". E lancia l'allarme occupazione se verranno approvate le nuove norme - di CARMINE SAVIANO

 

ROMA - "In questo momento la priorità dovrebbe essere il lavoro". E invece il governo "blocca l'agenda del Paese sulla giustizia e sull'informazione". Anzi: "crea, con una legge, migliaia di disoccupati". Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, spiega a Repubblica.it, ragioni e obiettivi dell'adesione del maggior sindacato italiano alla manifestazione del 1° luglio 1 contro la legge Bavaglio. Un provvedimento che "getta sabbia negli ingranaggi della giustizia". E che accresce lo "stillicidio governativo su informazione e cultura". Tagli e bavagli. "Non capiscono che la conoscenza è la nostra materia prima, il nostro futuro".

 

Sabbia negli ingranaggi. L'adesione della Cgil alla manifestazione del 1° luglio è "innanzitutto di merito: non condividiamo il testo del Ddl intercettazioni", dice Fammoni. Con la legge Bavaglio sono due i versanti a essere attaccati. Da un lato "si getta sabbia negli ingranaggi della macchina della giustizia italiana". E, dall'altro, il governo continua nella sua strategia per inibire l'informazione: "Questo provvedimento si aggiunge ad altri. Quello che si configura è una vera e propria strategia d'intervento del governo sulla Rai, sull'editoria, sullo spettacolo, sull'informazione, su internet".

 

La priorità dimenticata. Per Fammoni, "in questa fase il tema principale all'ordine del giorno dovrebbe essere il lavoro". E invece "non si fa niente. E il Parlamento è intasato da leggi sull'informazione e sulla giustizia".  Inoltre, "tutte queste iniziative del governo si riflettono sui lavoratori in modo drammatico". Infatti, attraverso questi provvedimenti, "si cancellano per legge migliaia di posti di lavoro", continua. Poi l'affondo: "l'informazione, la cultura, la storia, sono l'unica materia prima dell'Italia. Sono la nostra particolarità. E come tale dovrebbero essere salvaguardate".

 

La Cgil alla manifestazione. L'impegno del sindacato è massimo. "Naturalmente insieme alle 300 associazioni che hanno aderito alla mobilitazione". L'obiettivo è fermare l'approvazione di una "legge sbagliata". E nel caso il provvedimento dovesse passare, "manifesteremo di fronte al Parlamento e, successivamente, elaboreremo strategie per contrastarne gli effetti". Le strade sono due. Prima "proporremo un ricorso alla Corte Costituzionale". Poi la battaglia si sposterà Europa. Un pool di giuristi sta già preparando un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. E tra le idee, c'è quella di avvalersi della nuova normativa europea sulle leggi di iniziativa popolare contenute nel Trattato di Lisbona. "Non c'è ancora un protocollo attuativo, ma raccogliere un milione di firme in nove Stati è un'iniziativa dal forte valore politico". In cantiere anche la "tutela degli operatori dell'informazione che vogliono continuare a usare e difendere il diritto di cronaca".

 

Il conflitto d'interessi e lo stato dell'informazione. "In Italia c'è un problema evidente. Che riguarda la libertà d'informazione, il conflitto d'interesse. Siamo in fondo alle classifiche sulla libertà di stampa", afferma Fammoni. E, "ogni qual volta il presidente del Consiglio interviene su questi temi, interviene contro i suoi concorrenti diretti. Lo sciopero dei lettori, la richiesta di non dare pubblicità. Sono tutte affermazioni che vanno in questo senso".  Fammoni commenta anche il caso Tg1-Dell'Utri 2: "Riprendo le parole di Tiziana Ferrario: quel Tg è un'arma di distrazione di massa. Non si può fornire un informazione così parziale".  LR 30

 

 

 

Il presidente dell'antimafia Pisanu: «Dietro le stragi intreccio tra politica e apparati deviati»

 

MILANO - «È ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica. Questa attitudine a entrare in combinazioni diverse è nella storia della mafia e, soprattutto è nella natura stessa della borghesia mafiosa». È questa l'analisi sviluppata dal presidente dell'antimafia, Beppe Pisanu, nella sua relazione su «i grandi delitti e le stragi di mafia '92-'93» illustrata mercoledì davanti all'organismo bilaterale di inchiesta. Pisanu ha ricostruito dettagliatamente i vari passaggi degli «omicidi eccellenti» e delle stragi a partire da quella mancata dell'Addaura, citando che ormai vi sono notizie «abbastanza chiare» su due trattative: quella tra Mori e Ciancimino «che forse fu la deviazione di un'audace attività investigativa» e quella tra Bellini-Gioè-Brusca-Riina, dalla quale nacque l'idea di aggredire il patrimonio artistico dello Stato». Negli anni delle stragi di mafia di quasi vent’anni fa, tra governo italiano e Cosa nostra «qualcosa del genere» di una trattativa «ci fu e Cosa Nostra la accompagnò con inaudite ostentazioni di forza» scrive il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta.

IL 41 BIS - Pisanu ha osservato che l'elemento probabilmente sottostante al confronto mafia-stato era quello di costringere all'abolizione del 41 bis e a «ridimensionare tutte le attività di prevenzione e repressione». E a riscontro Pisanu cita una «singolare corrispondenza di date che si verifica, a partire dal maggio del 93, tra le stragi sul territorio continentale e la scadenza di tre blocchi di 41 bis emessi nell'anno precedente».

OSA NOSTRA NON HA RINUNCIATO A POLITICA - «Cosa Nostra ha forse rinunciato all'idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica» afferma Pisanu, nella sua relazione «Bloccato il braccio militare, ha certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere - spiega Pisanu -. Ma dagli anni 90 ad oggi ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia è cresciuta grandemente un'opposizione sociale alla mafia che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente accanto alla magistratura e alle forze dell'ordine».

«NARRACCI FORSE INDAGATO A CALTANISSETTA» - In particolare nel capitolo dedicato alla strage di via D'Amelio, Pisanu scrive che «le prime indagini avrebbero subito rilevanti forzature anche ad opera di funzionari della polizia di Stato legati ai servizi segreti. Ora è legittimo chiedersi se tali forzature nacquero dal'ansia degli investigatori di dare una risposta appagante all'opinione pubblica sconvolta o se invece nacquero ad un deliberato proposito di depistaggio. Non ci sono, almeno per ora, risposte documentate. Sulla scena, comunque, riappaiono le ombre dei servizi segreti. Prima fra tutte, quella del dottor Lorenzo Narracci a quanto pare indagato a Caltanissetta». Sempre riferendosi al funzionario dell'Aisi, Pisanu scrive ancora: «Gaspare Spatuzza lo ha vagamente riconosciuto in fotografia come persona esterna a Cosa Nostra; mentre Massimo Ciancimino, testimone piuttosto discusso, lo ha indicato come accompagnatore del misterioso signor Franco o Carlo» che secondo il figlio dell'ex sindaco di Palermo avrebbe seguito Vito Ciancimino nel corso della «cosiddetta "trattativa" tra Stato e "Cosa Nostra"». CdS 30

 

 

 

 

Mafia. Dell'Utri condannato a sette anni riconosciuti i rapporti con Cosa nostra

 

Questo il verdetto della Corte d'appello presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). La sentenza assolve però il senatore del Pdl per "le condotte successive al 1992" - di SALVO PALAZZOLO

 

PALERMO - Sette anni di carcere per Marcello Dell'Utri, ma è assolto per le "condotte successive al 1992, perché il fatto non sussiste". Questo il verdetto 1 della seconda sezione della Corte d'appello di Palermo presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). In primo grado, il senatore del Pdl era stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici d'appello riscrivono la sentenza in uno dei punti più delicati del processo, quello della trattativa che secondo la Procura e il Tribunale sarebbe intercorsa fra l'organizzazione mafiosa e Marcello Dell'Utri alla vigilia della nascita di Forza Italia.

 

La Corte ritiene invece provato che Dell'Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino nel 1992.

 

Eccoli, allora, i capisaldi della condanna. Innanzitutto, l'assunzione del boss palermitano Vittorio Mangano per fare da stalliere nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. "Attraverso la mediazione di Dell'Utri e del mafioso Gaetano Cinà - aveva ribadito il procuratore generale Nino Gatto poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio - Mangano assicurò protezione contro l'escalation dei sequestri a Milano". Nell'autunno 1974, l'arrivo di Mangano sarebbe stato sancito da un incontro fra Dell'Utri, Berlusconi e i capimafia palermitani Stefano Bontade e Mimmo Teresi, nella sede della Edilnord. I giudici della corte d'appello hanno evidentemente creduto al pentito Francesco Di Carlo, che ha svelato di essere stato presente a quell'incontro.

 

La sentenza di primo grado sosteneva pure che prima del 1980 Dell'Utri aveva fatto da tramite per gli investimenti a Milano di Stefano Bontade, all'epoca uno dei padrini più influenti di Cosa nostra palermitana, che era alla ricerca di aziende pulite del Nord Italia in grado di riciclare i miliardi di lire provenienti dal traffico internazionale di droga.

 

Il senatore Dell'Utri non era presente alla lettura della sentenza nell'aula bunker di Pagliarelli ed ha preferito aspettare la decisione della corte d'appello a Como. Poi ha commentato la sentenza in una conferenza stampa a Milano 2. Per lui, il sostituto procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto una condanna anche più alta di quella inflitta in primo grado, 11 anni. E aveva fatto un appello finale ai giudici: "E' il potere a essere giudicato (...) Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure lo potete distruggere questo gradino".

 

Il riferimento del procuratore generale era a quelle indagini delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze che di recente hanno ricevuto nuovi spunti dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza: l'ex killer oggi pentito ha parlato di "garanzie" che sarebbero state offerte nel 1993 dal "compaesano" Dell'Utri e da Berlusconi, alla vigilia della nascita di Forza Italia. L'assoluzione di Dell'Utri per le vicende successive al 1992 suona adesso come una sconfessione di Spatuzza, ma su questo punto bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per capire se i giudici della corte d'appello hanno valutato il pentito del tutto inattendibile, oppure se si sono limitati a ritenere il suo contributo non determinante, perché sulla trattativa politica-mafia ha riferito in fondo solo quanto appreso da uno dei suoi capi, Giuseppe Graviano.

 

Di certo, però, nel processo Dell'Utri non era solo Spatuzza a parlare di un accordo politico-mafioso in vista della nascita di Forza Italia. Nella sentenza di primo grado, che aveva portato alla condanna del senatore di Forza Italia, una parte rilevante era rappresentata dalle dichiarazioni di Nino Giuffrè: l'ex fedelissimo del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano aveva parlato del sostegno elettorale dei boss in cambio di "garanzie" che sarebbero state offerte da alcuni intermediari. Adesso, la sentenza di appello sembra mettere in discussione anche quelli che erano ormai ritenuti i capisaldi delle ultime inchieste sulla trattativa fra mafia e politica durante la stagione delle stragi del 1993. LR 29

 

 

 

 

«C'è Cosa Nostra nella nascita di Forza Italia»

 

«Oggi dei giudici ci confermano che un senatore della Repubblica, nonché l`uomo chiave nella costruzione di Forza Italia, è stato per trent`anni, anche nel periodo delle stragi, in stretto contatto con i boss mafiosi, fornendo persino protezione, come nel caso di Mangano, e contribuendo così con forza al mantenimento e al rafforzamento di Cosa nostra». Così l'europarlamentare del Pd, Rita Borsellino, commenta la sentenza d'appello e la pena a 7 anni inflitta a Marcello Dell'Utri. «Sono queste le fondamenta su cui è nata Forza Italia - dice la Borsellino -. E su queste fondamenta poggia ancora il Pdl, il principale partito della maggioranza di governo. Solo un paese con una democrazia atrofizzata può accettare a cuor leggero fatti di tale gravità. E solo una politica becera e collusa può festeggiare dinanzi a una sentenza del genere».

 

Il centrodestra, nonostante i 7 anni inflitti al senatore, infatti, è soddisfatto: perchè la sentenza, sottolineano i suoi esponenti, tracciando una linea netta fra prima e dopo il 1992, smonta il «teorema» secondo il quale Forza Italia sarebbe nata assecondando la mafia. Le opposizioni sostengono invece che la Corte ha ribadito che Marcello dell'Utri, il più importante collaboratore di Berlusconi in Sicilia, ha avuto rapporti rilevanti con Cosa nostra. Anche Umberto Bossi si schiera dalla parte di Dell'Utri: «Un conto è provare che uno è mafioso; l'appoggio esterno non dimostra niente, non dimostra che uno è mafioso». Ma dal coro manca la voce dei finiani: «Non è proprio il caso di festeggiare», dice Fabio Granata, stretto collaboratore del presidente della Camera.

 

La Corte d'appello, dice il coordinatore Pdl Denis Verdini, ha compiuto un «primo, decisivo passo per mettere fine a 16 anni di vergognose teorie complottiste», portate avanti da «alcuni pm, con il contributo di pseudo-pentiti» e con l'appoggio di «un preciso gruppo editoriale». Non la pensa così il Pd: «La vicenda delle stragi del '92 e '93 rimane aperta - dice Giuseppe Lumia, membro dell'Antimafia - non solo per il giudizio penale, ma per le istituzioni perchè si faccia piena luce e si accertino tutte le responsabilità, comprese quelle politiche». Per il partito di Di Pietro, la «condanna politica» c'è tutta e «riguarda - sottolinea l'ex pm - il partito di Berlusconi, Forza Italia, nato in virtù di un rapporto non occasionale tra uno dei suoi fondatori, Marcello dell'Utri, e la mafia».

 

Nel suo blog Di Pietro ricorda le parole di Paolo Borsellino, per il quale «i politici vicini alla mafia debbono essere allontanati dai partiti». Il co-fondatore di Fi «ora che è condannato deve andare in carcere», sostiene Leoluca Orlando. Polemica sul giudizio dato da Dell'Utri su Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore condannato per mafia e pluriomicida morto in carcere. Per Veltroni si tratta di parole «di intollerabile gravità». L'Italia dei Valori sottolinea, ancora con Orlando, che si tratta di affermazioni vicine alla cultura delle cosche, che «considerano eroe il mafioso che non denuncia i propri complici e accetta il carcere senza coinvolgere gli amici. Irritati anche i finiani: «L'unica valutazione politica che va fatta - dice Fabio Granata - è che Mangano non è stato un eroe, ma un mafioso». L’U 30

 

 

 

 

L’analisi. L'anello di congiunzione tra i boss e il Cavaliere 

 

Una sentenza ripete per la seconda volta, in appello, una verità tragica: Marcello Dell'Utri, l'uomo che ha accompagnato passo dopo passo, curva dopo curva, tutt'intera l'avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi è stato un amico dei mafiosi, l'anello di un sistema criminale, il facilitatore a Milano degli affari e delle pretese delle "famiglie" di Palermo, prima del 1980. Dei Corleonesi, almeno fino al 1992 quando cadono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

 

Se sarà confermata dal giudizio della Cassazione, è una "verità" tragica perché ricorda quanto le fortune del Cavaliere abbiano incrociato e si siano sovrapposte agli interessi mafiosi e rammenta come  -  ancora oggi  -  possa essere vigoroso il potere di ricatto di Cosa Nostra su chi governa, sui soci di Berlusconi, forse sullo stesso capo del governo. È stupefacente, alla luce di queste osservazioni, il vivamaria che minimizza, ridimensiona, sdrammatizza l'esito della sentenza di Palermo. Come naufraghi al legno, ci si aggrappa  -  uno per tutti, lo spudorato Minzolini retribuito con pubblico denaro  -  alla riduzione della pena di due anni. Dai nove del primo grado ai sette anni di oggi, contro gli undici chiesti dall'accusa in appello. La decisione della corte conclude infatti che "dal 1992 ad oggi, il fatto (il soccorso offerto da Dell'Utri a Cosa Nostra) non sussiste". Prima di affrontare ciò che la sentenza esclude, è un obbligo esaminare ciò che i giudici confermano.

 

Per farlo, è utile riproporre, liberato dal groviglio di gerundi, il capo di imputazione che la sentenza approva e punisce. Sono parole così chiare e aspre che saranno accantonate per prime dal dibattito pubblico e dai ministri del culto di Arcore.

 

Dunque, si legge nel capo di imputazione: Marcello dell'Utri ha "concorso nelle attività dell'associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra", nonché nel perseguimento degli scopi della stessa. Mette a disposizione dell'associazione l'influenza e il potere della sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché le relazioni intessute nel corso della sua attività. Partecipa in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all'espansione dell'associazione. Così ad esempio, partecipa personalmente a incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali vengono discusse condotte funzionali agli interessi dell'organizzazione. Intrattiene rapporti continuativi con l'associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore Riina. Provvede a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione. Pone a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano. Rafforza la potenzialità criminale dell'organizzazione in quanto, tra l'altro, determina nei capi di Cosa Nostra la consapevolezza della responsabilità di Dell'Utri a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte a influenzare  -  a vantaggio dell'associazione  -  individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario. Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo di Cosa Nostra), Milano e altre località, da epoca imprecisata sino al 28.9.1982".

 

Di questo parliamo. Di un uomo che, a disposizione della mafia, è stato l'"intermediario" fra Cosa Nostra e il gruppo di Silvio Berlusconi. La ricostruzione che la corte approva e condivide è precisa. Marcello Dell'Utri media e risolve, di volta in volta, i conflitti nati tra le ambizioni di Cosa Nostra e la disponibilità di Berlusconi. Anzi, proprio il suo compito di "artefice delle soluzioni" gli permette di occupare un ruolo decisivo alla destra del Capo. Il ruolo di Dell'Utri va scorto e compreso nella relazione tra le pressioni scaricate dai mafiosi su Berlusconi e le mediazioni e gli incontri organizzati da Dell'Utri. Il patron di Fininvest, negli anni Settanta, è minacciato di sequestro (si tenta di rapire a mo' di dimostrazione un suo ospite). Gli piazzano una bomba in via Rovani nel 1975 e ancora nel 1986. Negli anni Novanta tocca alla Standa subire in Sicilia, a Catania, un rosario di attentati. Ora alla sequela di pressioni, minacce, intimidazioni, che la mafia scatena per condizionare il Cavaliere, entrare in contatto con lui, "spremerlo", bisogna sovrapporre il lavorio d'ambasciatore di Dell'Utri se si vuole valutarne il ruolo. Organizza l'incontro tra Berlusconi e i "mammasantissima" Stefano Bontate e Mimmo Teresi per "rassicurarlo" dal pericolo dei sequestri. Fa assumere Vittorio Mangano ad Arcore, come fattore, per cementare "un accordo di convivenza con Cosa Nostra". Cerca di capire che cosa accade e che cosa si nasconde dietro l'attentato a via Rovani. Incontra, nel 1990, i capimafia catanesi e, soprattutto, Nitto Santapola, della combriccola il più pericoloso, per risolvere i problemi degli attentati alla Standa (dopo quell'incontro, non ci saranno più bombe). Sono fatti che oggi, dopo la sentenza di Palermo, devono dirsi documentati (il giudizio della Cassazione è soltanto di legittimità). Il quadro probatorio avrebbe potuto essere più dettagliato e significativo se Silvio Berlusconi ("vittima di quelle minacce, di quelle intimidazioni, di quelle pressioni") non si fosse avvalso della facoltà di non rispondere rifiutando il suo contributo di verità per chiarire  -  per dire  -  l'assunzione e l'allontanamento di Vittorio Mangano da Arcore; i suoi rapporti con Dell'Utri; gli anomali movimenti di denaro nelle casse della holding del gruppo Fininvest in coincidenza con la volontà delle famiglie di Palermo di investire a Milano.

 

Questa narrazione ha superato ora il vaglio del giudizio di appello (definitivo per il merito dei fatti) e legittima una prima conclusione: la sentenza di Palermo non dice soltanto di Dell'Utri, racconta anche di Berlusconi perché conferma quella sorta di "assicurazione" con la mafia che il Cavaliere sottoscrive ingaggiando e promuovendo il suo ex-segretario personale e compagno di studi. Non c'è dubbio che, con questo risultato, Berlusconi paga in Italia e nel mondo un prezzo molto imbarazzante al suo passato. Un onere non giudiziario, ma un costo decisivo, politico e d'immagine. Perché se si assemblano le tessere raccolte in questi anni emerge con sempre maggiore nitidezza, e nonostante l'ostinatissima distruzione della macchina giudiziaria, quali sono il fondo, le leve, le pratiche e i comprimari del successo di Silvio Berlusconi, dove Dell'Utri è soltanto un tassello, una delle concatenazioni oscure della sua fortuna, la più disonorevole forse, ma non la sola. Il puzzle è questo. Il Cesare di Arcore ha corrotto un testimone (Mills) che lo salva da una condanna, anzi da due (prescritto). Ha comprato un giudice (Metta) e la sentenza che gli hanno portato in dote la Mondadori (prescritto). Ha finanziato illecitamente il Psi di Bettino Craxi che gli ha scritto i televisivi decreti leggi ad personam (prescritto). Ha falsificato per 1500 miliardi i bilanci della Fininvest (prescritto). Ha manipolato i bilanci sui diritti-tv tra il 1988 e il 1992 (prescritto). Già potrebbe bastare e invece, alla sua sinistra, agisce (ancora oggi) un avvocato (Previti) condannato per la corruzione dei giudici e, alla sua destra, (ancora oggi) c'è un uomo (Dell'Utri) a disposizione degli interessi mafiosi. Questo è il triste tableau che accompagna Silvio Berlusconi e il malcostume e gli illegalismi che lo circondano  -  da Scajola a Lunardi, da Bertolaso a Brancher  -  non ne sono che un ragionato riflesso.

 

I corifei possono anche strepitare e manipolare i fatti. La scena  -  tragica per il Paese  -  non può essere temperata o adulterata dalla riduzione della condanna di Dell'Utri di due anni né dalla conclusione della corte di Palermo di considerare l'insussistenza del concorso in associazione mafiosa "dal 1992 in poi". Bisognerà attendere le motivazioni per valutare questa decisione che colora di nero la silhouette del "Berlusconi imprenditore" liberando da ogni dubbio e responsabilità (sembra) il "Berlusconi politico". La contraddizione non può far felice il capo del governo. L'imprenditore passerà alla storia come il boss di una banda di criminali. Il politico dovrà guardarsi da un'incoerenza giudiziaria che stimolerà  -  più che deprimere  -  le inchieste sulla trattativa tra Stato e Mafia, avviata con le stragi del 1992 e accompagnata dalle bombe del 1993. GIUSEPPE  D'AVANZO  LR 30

 

 

 

 

Il confine tra il prima e il dopo

 

Se Marcello Dell’Utri fosse un imputato come tutti gli altri, la sentenza di ieri della Corte d’Appello - sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa - non lascerebbe spazio a tante interpretazioni lontane e contrastanti tra di loro. Il reato è chiaro, il responso dei giudici pure, visto che - in sostanza - conferma l’impianto accusatorio del primo grado con un piccolo «sconto» (due anni) che nei processi d’appello è quasi fisiologico.

 

Ma Dell’Utri non è un imputato comune: è un senatore della Repubblica e, soprattutto, è uno dei fondatori - insieme con Silvio Berlusconi - del partito che esprime il presidente del Consiglio. Ecco perché, dunque, la sentenza della Corte d’Appello di Palermo si è caricata di significati particolari, di aspettative che vanno oltre la normale dialettica giudiziaria, fino a consentire ai diversi schieramenti reazioni addirittura opposte. Fino a far dire allo stesso imputato che i sette anni inflittigli sarebbero addirittura «un contentino» alla Procura di Palermo.

 

In cambio dello smantellamento del teorema accusatorio che vorrebbe legare la genesi del concorso tra la mafia e Dell’Utri alla nascita di Forza Italia, come conseguenza quasi diretta della precedente «collaborazione» sul piano imprenditoriale, vale a dire la storia da «Milano 2» alla Fininvest.

 

E così, come avviene da anni nelle vicende di mafia e politica, ciascuno offre una propria versione, una propria lettura, sempre rimandando alla conoscenza delle motivazioni (fra tre mesi, nella migliore delle ipotesi) una valutazione più approfondita. In un clima del genere, dunque, nessuna sorpresa se si fa strada la suggestione di una analogia tra le vicende Dell’Utri e Andreotti. Ma forse si tratta proprio di una suggestione: nel caso del sette volte presidente del Consiglio, infatti, c’era il punto fermo dell’assoluzione e della prescrizione che chiudevano sostanzialmente la vicenda in modo definitivo. Su Dell’Utri, invece, sembra aver prevalso un atteggiamento della Corte che dà ragione all’ipotesi accusatoria di primo grado, ma per le vicende che precedono il 1992. Secondo i giudici, cioè, esisterebbero prove sufficienti dei contatti fra Dell’Utri e la mafia per il periodo che precede la sua discesa in politica e la successiva stagione stragista ordita da Cosa nostra. Per il resto, non bastano le prove raccolte. Né le rivelazione di Ciancimino, né quelle di Gaspare Spatuzza, fino a questo momento, sembrano avere la forza di offrire la prova regina. Appare lontana, tuttavia, l’ipotesi che possa intervenire una prescrizione a sanare l’intera vicenda: a conti fatti sembra che manchino circa quattro anni al limite previsto dalla legge e un eventuale ricorso in Cassazione potrebbe concludersi nel giro di un anno.

 

Ma forse è possibile cogliere un’analogia col processo Andreotti e riguarda una certo contrasto interno al collegio giudicante, desumibile dall’assenza di uno sguardo unico e condiviso. La separazione dei fatti tra un «prima» e un «dopo», il 1982 per Andreotti, il 1992 per Dell’Utri, in genere, è sintomo di diverse vedute fra giudici. Non a caso uno dei legali del senatore siciliano ha parlato apertamente della possibilità di una «spaccatura» fra Presidente e giudice relatore e di «divisione», dopo questa sentenza, tra i destini di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri. Un giudizio inespresso aggiunge che in questa divaricazione dei destini è sottinteso che, per «ragion politica», si possa ricorrere al sacrificio del più debole in difesa dell’istituzione superiore. Cosa accadrà adesso? Difficilmente si allenteranno le difese corporative e assisteremo al consolidato ruolo delle parti. Si dimetterà Dell’Utri, com’è avvenuto per il governatore Cuffaro? Non sembra probabile, visto che lo stesso senatore azzurro ha ammesso più d’una volta di essere sceso in politica, che pare non piacergli, per avere uno scudo che lo difenda dalle «aggressioni della magistratura». FRANCESCO LA LICATA LS 30

 

 

 

 

Divieti e nuovi conformismi. Le libertà sono scomode

 

Maggioranza e opposizione rischiano di perdere di vista i fondamentali della democrazia. A 65 anni dalla fine del fascismo, una parte cospicua di italiani, preoccupata dalla dilagante corruzione, scende in piazza al grido «intercettateci tutti», evocando i metodi dello Stato di polizia, dall’Ovra fascista alla Stasi comunista. L’invocazione ha poco a che vedere con la legittima opposizione alla proposta di legge del governo sulle intercettazioni in discussione in Parlamento. Essa rivela, piuttosto, la convinzione che la corruzione sia connaturata alla «nostra democrazia » e che il solo modo di combatterla stia nel sacrificare la democrazia stessa, incarnata, qui, nell’articolo 15 della Costituzione: «La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili ». Il centrosinistra, che sostiene tale comportamento intimamente pericoloso, invece di incoraggiarlo, farebbe bene a rifletterci.

La nostra Costituzione — a differenza di altre — non prevede la temporanea sospensione di certe garanzie. Così, il governo le ha sospese «di fatto» (ad esempio l’inversione dell’onere della prova a carico dell’accusato in materia fiscale). Se il governo dicesse perché le ha sospese, non accampando un generico «interesse pubblico», il cittadino saprebbe, almeno, quali sono queste garanzie. Il centrodestra, che non ne parla per convenienza, farebbe bene a rifletterci.

 

Ma anche l’Ue non è da meno delle nostre forze politiche. L’Europa brucia, ma il Parlamento europeo — et dum Europa deficit, Ue de Nutella loquitur — cerca di imporci «modelli nutrizionali » che, anche ammesso siano scientificamente corretti, fanno violenza alla nostra responsabile libertà di scelta come individui, prima ancora che come consumatori. L’Unione europea farebbe bene a porsi qualche domanda. Quanto l’omologazione di abitudini gastronomiche autoctone, estranee a quelle di Paesi culturalmente distanti, non finisca col rappresentare una negazione delle identità dei singoli Paesi membri. Se tale omologazione — che danneggia l’industria alimentare di alcuni a beneficio di altri — non rifletta interessi industriali altrui, cioè la presenza di lobby bene organizzate e potenti quanto occulte.

Per tutta la sua vita, Norberto Bobbio si è posto la domanda «quale democrazia? », mettendo in discussione convinzioni consolidate, ma pur sempre aperte al dubbio. Oggi, scomparso il vecchio maestro liberale, a porla sono rimasti solo pochi suoi allievi, guardati con sufficienza, a destra non meno che a sinistra, da un pragmatismo rozzo e incolto che liquida volentieri il liberalismo come una dottrina ottocentesca superata dai «tempi nuovi» e la democrazia come un impedimento a governare. Non ne parlano i politici semplicemente perché, in quanto non liberali, non ne sono interessati. Non ne parlano neppure i media perché, in quanto «politicamente corretti », riflettono in modo conformistico l’ondata anti politica popolare, che sconfina nella negazione delle libertà individuali e dei diritti democratici. Nasce e si diffonde, nel giornalismo, l’idea di libertà di Trilussa: «Passa un porco e je dico ciao maiale / passa un asino e je dico ciao somaro / Forse ste bestie nun me capiranno / ma armeno c’ho la soddisfazione / de dì le cose come stanno / senza paura d’annà a finì in prigione ». Piero Ostellino CdS 29

 

 

 

 

Bossi: «La manovra è da cambiare. Brancher? Un errore»

 

Doppia bordata del leader della Lega al governo. Prima Bossi ammette che la manovra «si può modificare» dicendo di essere d'accordo sulla necessità di ascoltare le richieste delle Regioni. E poi sul caso Brancher ribadisce che «è un caso chiuso» ma sottolinea ancora una volta che «si è trattato di un errore. È stato fatto un errore sulle deleghe», spiega il ministro delle Riforme che però sollecitato a commentare la richiesta di sfiducia presentata da Pd e Idv ribadisce: «Basta, è un caso chiuso...».

 

Arriva, infatti, la mozione di sfiducia contro il Ministro Mario Brancher: a presentarla alla Camera, dopo una bizantina opera di mediazione tra tutte le opposizioni, è stato il capogruppo del Pd Dario Franceschini e domani la conferenza dei capigruppo deciderà quando votarla. E sempre oggi è arrivato un secondo attacco dalla stampa cattolica al neoministro: dopo il duro editoriale di «Avvenire» di domenica scorso: Famiglia Cristiana ha definito Brancher «ministro del nulla» e ha criticato il governo per altre iniziative. Un pò tortuoso il camino della mozione.

 

Le opposizioni non sono riuscite a mettersi d'accordo su una mozione unitaria per sfiduciare Brancher: a proporla era stato subito il capogruppo dell'Idv Massimo Donadi ma l'Udc non voleva aderire a una iniziativa comune a Di Pietro. Di qui la mediazione di Franceschini: la mozione di sfiducia non è «targata» da nessun gruppo ma è stata «offertà a tutti i parlamentari per la sottoscrizione. Donadi ha subito annunciato che tutti nell'Idv la firmeranno, e altrettanto faranno i 206 deputati del Pd. Quanto all'Udc, Michele Vietti riunirà domani i suoi deputati per decidere: le opzioni sul tavolo sono l'adesione individuale alla mozione o anche nessuna firma ma il sostegno al momento del voto. Ma tra i centristi c'è anche chi, come Ferdinando Adornato, boccia l'iniziativa sostenendo che "ricompatterà" il centrodestra: "è la solita dipietrata" ha detto. Inevitabili le punzecchiature a quelli dell'Udc da parte dell'Idv, con Donadi che li ha accusati di essere "la stampella" del governo sulle questioni del legittimo impedimento e della giustizia.

 

La Conferenza dei capigruppo deciderà quando far votare la mozione. E nel pomeriggio si avrà un assaggio dello scontro parlamentare: il governo dovrà rispondere a due interrogazioni urgenti di Pd e Idv sulle "reali motivazioni" della nomina di Brancher a ministro. Infatti delle deleghe, cioè delle sue funzioni effettive, non c'è ancora traccia sulla Gazzetta Ufficiale. Questa circostanza ha dato il destro a Famiglia Cristiana di criticare duramente il governo: "Siamo arrivati al colmo - scrive il settimanale dei Paolini - della nomina di un 'ministro del nulla', in funzione dell'ennesima legge 'ad personam' per sottrarre i politici alla giustizia, mentre si tradisce la Costituzione sui temi della legge uguale per tutti, della libertà di stampa e dei fini sociali in tema di economia di mercato". Riferimenti questi alla legge sulle intercettazioni, in discussione alla Camera, e alla modifica dell'articolo 41 della Costituzione, annunciata dal governo. Sul fronte interno al centrodestra Umberto Bossi ha detto che per la Lega "la vicenda è chiusa" nonostante il "grosso errore". Ma Francesco Storace sottolinea preoccupato: "È davvero brutto lo spettacolo che sta offrendo di questi tempi il partito di Berlusconi". E non a caso un sondaggio di Luigi Crespi segnala che "l'affaire" Brancher ha fatto perdere a Berlusconi 3 punti in una settimana, portandolo al 47%.  L’U 29

 

 

 

 

La necessità di un colpo d’ala

 

Parlare di crisi finale di Berlusconi e del berlusconismo è senz’altro azzardato. Niente lascia credere, infatti, che se tra sei mesi ci fossero le elezioni politiche il Cavaliere non riuscirebbe per l’ennesima volta a riportare la vittoria. In un modo quale che sia, ricorrendo alle offerte elettorali più irreali, radunando le forze più diverse, gli uomini (e le donne) più improbabili, ma chi può dire che non ci riuscirebbe?

Se però il futuro appare incerto, il presente invece non lo è per nulla. Dopo due anni alla testa di un’enorme maggioranza parlamentare il governo Berlusconi può vantare, al di là della gestione positiva della crisi economica, un elenco di risultati che dire insoddisfacente è dire poco. Inauguratosi con l’operazione «Napoli pulita» esso si trova oggi davanti ad un’altra capitale del Mezzogiorno, Palermo, coperta di rifiuti, ridotta ad un cumulo d’immondizia, mentre l’uomo del miracolo precedente e dell’emergenza terremoto, Bertolaso, è assediato dalle inchieste giudiziarie.

Il simbolo di un fallimento non potrebbe essere più evidente. Ma c’è ben altro. C’è l’elenco lunghissimo delle promesse non mantenute: elenco che la difficile situazione economica e i grandi successi nella lotta al crimine organizzato non sono certo in grado di compensare. C’è la riforma della giustizia con la separazione delle carriere dei magistrati ancora di là da venire; ci sono le liberalizzazioni (a cominciare da quella degli ordini professionali) di cui non si è vista traccia; c’è il piano casa e delle grandi infrastrutture pubbliche a tutt’oggi sulla carta; la costruzione dei termovalorizzatori, idem.

La promessa semplificazione delle norme e delle procedure amministrative è rimasta in gran parte una promessa; la riforma universitaria ha ancora davanti a sé un iter parlamentare lunghissimo e quanto mai incerto; delle norme sulle intercettazioni meglio non dire; e infine pesa sull’Italia come prima, come sempre, la vergogna della pressione e insieme dell’evasione fiscali più alte del continente.

Una tale inadempienza programmatica è il risultato in buona parte dell’incapacità di leadership da parte del premier. Nel merito dei problemi che non lo riguardano in prima persona Berlusconi, infatti, continua troppo spesso ad apparire incerto, assente, più incline ai colpi di teatro, alle dichiarazioni mirabolanti ma senza seguito, che ad una fattiva operosità d’uomo di governo. In questa situazione lo stesso controllo che egli dovrebbe esercitare sul proprio schieramento è diventato sempre più aleatorio. Benché con modi e scopi diversi Fini, Bossi e Tremonti dimostrano, infatti, di avere ormai guadagnato su di lui una fortissima capacità di condizionamento. Riguardo le cose da fare ne risulta la paralisi o il marasma più contraddittorio.

Anziché governare le decisioni, il presidente del Consiglio sembra galleggiare sul mare senza fine delle diatribe interne al suo schieramento. E nel frattempo dalla cerchia dei fedelissimi, dove pure qualche intelligenza e qualche personalità autonoma esiste, continua a non venire mai alcun discorso d’ordine generale, continua a non venire mai nulla che abbia il tono alto e forte della politica vera. Il silenzio del Pdl che non si riconosce in Fini è impressionante. Ad occupare il proscenio rimangono così, oltre l’eterno conflitto d’interessi del premier, solo i ministri ridicoli (Scajola) o impresentabili (Brancher), il giro degli avidi vegliardi delle Authority, le inutili intolleranze verso gli avversari. Dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno?  Ernesto Galli della Loggia CdS 28

 

 

 

Perché i Mondiali diventino finalmente i Mondiali di tutti

 

Garavini: “Con smart card e decoder, forse in tempo per i prossimi mondiali”

 

“Seguire le partite della Nazionale Italiana ai Mondiali di calcio – per i tanti italiani che vivono oltreconfine quest’anno non è stato possibile. Fortuna che si profila finalmente una soluzione per superare questa ingiusta discriminazione in virtù della quale i connazionali all’estero si ritrovano regolarmente davanti a un desolante schermo nero in occasione di tutti i grandi eventi per i quali la Rai non ha acquistato i diritti di trasmissione fuori dall’Italia”. Lo dice l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta dai connazionali in Europa, commentando l’impegno della Rai a prevedere, nel nuovo Contratto di servizio, una concreta soluzione del annoso problema del criptaggio all’estero di alcuni programmi televisivi.

 

“Avendo presentato un’interrogazione sulla questione del criptaggio già al momento del mio insediamento come parlamentare, considero positivo che l’Italia stia finalmente valutando un’ipotesi da tempo avanzata, cioè quella di adottare sistemi già collaudati in altri Paesi europei come per esempio l’uso di una carta di decriptaggio”, sottolinea la Garavini. Rispondendo a un’interrogazione dei colleghi del PD Vinicio Peluffo e Fabrizio Morri, la Direzione Relazioni Istituzionali e Internazionali della Rai si è, infatti, dichiarata favorevole a inserire nel Contratto di servizio l’impegno di mettere “a disposizione degli italiani residenti all’estero un numero congruo di decoder e di smart card di Tivùsat”.

“Come PD continueremo a vigilare”, conclude la Garavini, “affinché la Rai accolga anche nei fatti, non solo nelle parole, le nostre proposte per superare presto il sistema dell’oscuramento dei grandi eventi. Perché ‘i Mondiali in chiaro’ siano davvero ‘i Mondiali di tutti’”.de.it.press

 

 

 

 

Camere di Commercio italiane all’estero: XI Meeting dei segretari generali il 3-6 luglio a Roma

 

Il 5 luglio seminario “Ve(n)dere oltre la crisi: nuove leve per la crescita del Made in Italy sui mercati esteri”

 

ROMA - Dal 3 al 6 luglio si terrà a Roma l’XI edizione del Meeting dei segretari generali delle Camere di Commercio italiane all’estero.

  L’iniziativa, organizzata da Assocamerestero e Unioncamere in collaborazione con Simest, rappresenta un appuntamento tradizionale che vede riunita la dirigenza delle 75 Camere di Commercio italiane all’estero presenti in 49 Paesi del mondo.

 

  I lavori si apriranno al pubblico nella mattinata di lunedì 5 luglio con il seminario “Ve(n)dere oltre la crisi: nuove leve per la crescita del Made in Italy sui mercati esteri” che si terrà presso la sede di Unioncamere (piazza Sallustio, 21).

  L’incontro – spiegano gli organizzatori -  vuole rappresentare un momento di riflessione sui cambiamenti nuovi modelli di consumo che la crisi ha fatto emergere e sulle opportunità che questi cambiamenti possono aprire ai prodotti italiani. La crisi internazionale ha fatto emergere nuovi modelli di consumo, caratterizzati da una maggiore attenzione per le produzioni a basso impatto ambientale, per un consumo responsabile, attento alla salute e ad un design human friendly. Come si colloca il Made in Italy in questo mutato scenario? Quali sono le modalità di promozione più appropriate per aiutare le imprese ad intercettare questa nuova domanda? Quale ruolo possono giocare soggetti privati a vocazione istituzionale quali le CCIE? Questi i principali punti di approfondimento e di dibattito che si svilupperanno.

  I lavori del 5 luglio proseguiranno, nel pomeriggio, presso l’Hotel NH Villa Carpegna con la realizzazione di incontri one-to-one tra i delegati delle CCIE e i rappresentanti delle istituzioni, del sistema camerale italiano, degli enti e delle associazioni impegnati nelle attività di promozione del Made in Italy all’estero. Scopo degli incontri è favorire lo sviluppo di future collaborazioni e l’avvio di iniziative progettuali comuni attraverso la condivisione di idee, esperienze e best practice.

  Le restanti giornate del Meeting saranno dedicate allo svolgimento di lavori interni rivolti alla discussione dell’attività progettuale 2010 e alla attività formativa della dirigenza delle CCIE. (Inform)

 

 

 

Anche in Italia il divieto del Burqa?

 

Il Senato spagnolo ha approvato, lo scorso 23 giugno, una mozione che chiede al governo di proibire l’uso del velo integrale nei luoghi pubblici.

Il testo è passato per soli due voti, grazie all’appoggio dei partiti nazionalisti della Catalogna (CIU) e della Navarra (UPN).

Il dibattito sul BURQA è ormai europeo. In Belgio il Parlamento  ha già detto un primo si al divieto, e una legge analoga sarà discussa dall’Assemblea nazionale francese all’inizio di luglio.

 

E in Italia? Sono all’esame della I Commissione (affari costituzionali) di Montecitorio sette proposte di legge recanti “Modifica all’art. 5 della legge 22 maggio 1975 n. 152, concernente il divieto ad indossare gli indumenti denominati burqa e niqab”.

 

I testi prevedono espressamente il divieto di “utilizzo di indumenti femminili in uso preso le donne di religione islamica denominati burqa e niqab”, ovvero di indossare abiti  “a scopo religioso qualora rendano non identificabile la persona che li utilizza”.

La Commissione ha svolto una indagine conoscitiva attraverso l’audizione di esperti del settore.

E’ opportuno che gli Stati legiferino anche su questo tema delicato ma ci sembra altrettanto opportuno promuovere una migliore conoscenza dei principi e delle pratiche dell’Islam, come metodo che possa aiutare la reale integrazione. Centro Studi Palermo, de.it.press

 

 

 

 

Istat, cresce la pressione fiscale in Italia

 

Roma - Sale dal 42,9 al 43,2% la pressione fiscale in Italia nel 2009. E' Istat nel Conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche, nella versione provvisoria relativa all’anno 2009, a fotografare cosi' uno degli effetti della della crisi sulla finanza pubblica.

Con questo risultato, l'Italia sale al quinto posto, insieme alla Francia, in Europa per pressione fiscale. Nel 2008 era al settimo posto.

Tale risultato è l’effetto di una riduzione del Pil superiore a quella complessivamente registrata dal gettito fiscale e parafiscale, la cui dinamica negativa (-2,3 per cento) è stata attenuata da quella, in forte aumento, delle imposte di carattere straordinario (imposte in c/capitale), cresciute in valore assoluto di quasi dodici miliardi di euro. Infatti, fra le imposte straordinarie sono classificati i prelievi operati in base al cosiddetto “scudo fiscale”, per un importo di circa 5 miliardi di euro, e i versamenti una tantum dell’imposta sostitutiva dei tributi, che hanno interessato alcuni settori dell’economia, in particolare quello bancario.

Per quel che riguarda le entrate totali l'Istat registra come siano diminuite dell’1,9 per cento, interrompendo cosi' la tendenza alla crescita degli ultimi anni. Tuttavia, a causa della caduta del Pil, l’incidenza su quest’ultimo è pari al 47,2 per cento, in aumento rispetto al 46,7 per cento dell’anno precedente. La componente di gran lunga più rilevante delle entrate complessive, oltre il 90 per cento, prosegue, è rappresentata dal prelievo fiscale e parafiscale (imposte e contributi sociali). Tutte le altre componenti del prelievo fiscale, annota ancora l'Istat, sono risultate in calo: le imposte indirette del 4,2 per cento, dopo essere diminuite già del 4,9 nel 2008, le imposte dirette del 7,1 per cento e i contributi sociali effettivi dello 0,5 per cento. La flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1 per cento) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette ha risentito delle significative diminuzioni del gettito dell’Iva (-6,7 per cento) e dell’Irap (-13,0 per cento).

L’andamento dei contributi sociali effettivi riflette la tenuta delle retribuzioni lorde, dovuta alla lieve crescita dell’importo medio pro-capite, che ha parzialmente compensato la flessione dell’occupazione. L’incidenza sul Pil del prelievo tributario e contributivo dell’Italia risulta pari a quello rilevata in Francia e inferiore a quella di Belgio (45,3 per cento) e Austria (43,8 per cento), oltre che rispetto ai paesi scandinavi, i cui più evoluti sistemi di welfare hanno storicamente richiesto un maggiore ricorso alla fiscalità generale. Danimarca e Svezia, infatti, presentano i valori più elevati della pressione fiscale (rispettivamente 49,0 per cento e 47,8 per cento), mentre quelli più bassi si riscontrano in Lettonia (26,5 per cento), Romania (28,0 per cento), Slovacchia e Irlanda (29,1 per cento), Lituania (29,3 per cento) e Bulgaria (30,9 per cento).

Non si arresta inoltre la spesa pubblica complessiva, calcolata al netto della produzione dei servizi vendibili e al lordo degli ammortamenti, ha registrato nel 2009 una crescita del 3,1 per cento pari al 52,5% del Pil (dal 49,4% del 2008). Un dato, piu' alto dell'1,3 punti percentuali di quanto registrato in media dai 16 paesi dell'area euro e di 1,2 punti percentuali rispetto alla media complessiva dei paesi dell’Ue. E' l'Istat nel Conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche, nella versione provvisoria relativa all’anno 2009, a fotografare cosi' uno degli effetti della della crisi sulla finanza pubblica.

Nell’ambito delle spese correnti, i redditi da lavoro dipendente, che incidono per circa un quinto sul totale delle uscite, sono saliti, in Italia, dell’1 per cento, con un ritmo molto inferiore rispetto al 2008 quando registro' un +3,6 per cento. A contribuire alla crescita le prestazioni sociali in natura, che includono prevalentemente le spese per assistenza sanitaria in convenzione, aumentate del 4 per cento contro una variazione del 2,2 per cento rilevata nel 2008. Ma il contributo più importante e' arrivato dalle prestazioni sociali in denaro, pensioni e sussidi: nel 2009 queste hanno segnato un’incidenza di oltre il 36 per cento sulle uscite e una crescita rispetto al 2008 del 5,1 per cento, dovuta all’effetto della crisi sugli ammortizzatori sociali. Tra questi, si segnalano l’indennità di disoccupazione, cresciuta di circa 2 miliardi di euro, le misure di integrazione salariale (cig) aumentate di oltre 1,5 miliardi di euro e gli interventi a favore delle fasce più deboli della popolazione, quale il bonus straordinario per le famiglie a basso reddito, pari a circa 1,5 miliardi di euro.

Sempre nel 2009 e' quasi raddoppiata l'incidenza dell’indebitamento netto sul Pil rispetto al 2008 passando dal 2,7% al 5,3% che in valore assoluto e' stato pari pari a 80.800 milioni di euro, maggiore di 38.225 milioni di euro rispetto al 2008. E per la prima volta, annota ancora l'Istat, il saldo primario (indebitamento al netto della spesa per interessi) del nostro Paese è risultato negativo (-0,6 per cento del Pil), in calo di 3,1 punti percentuali rispetto al 2008. .(Adnkronos)

 

 

 

 

La partecipazione dell'Italia al processo normativo dell'UE

 

Il Consiglio dei Ministri n. 97 del 18 giugno scorso ha esaminato ed approvato, in via preliminare, il disegno di legge "Norme generali sulla partecipazione dell'Italia al processo normativo dell'Unione Europea e sulle procedure per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea".

Il provvedimento rivede la legge n. 11 del 4 febbraio 2005.

La riforma vuole realizzare una maggiore sinergia tra fase ascendente (per fase ascendente s'intende la modalità attraverso la quale il nostro Paese partecipa al processo di formazione delle decisioni comunitarie e dell'Unione Europea) e fase discendente (la fase discendente costituisce il processo di recepimento delle direttive comunitarie nell'ordinamento italiano) dei processi normativi, alla luce della diversa impostazione che il Trattato di Lisbona ha dato al sistema di integrazione.

Saranno convogliate in un unica raccolta normativa, le norme ora contenute in leggi diverse, che disciplinano le istanze del coordinamento a fini europei delle amministrazioni centrali e locali dello Stato.

Il Trattato di Lisbona, in vigore dal dicembre scorso, ha introdotto importanti novità, sotto il profilo istituzionale, che il disegno di legge, appena approvato, recepisce; in particolare, il coinvolgimento diretto dei Parlamenti nazionali in alcuni aspetti del funzionamento dell'Unione.

La riforma prevede uno sdoppiamento dell'attuale legge comunitaria annuale introducendo due distinte leggi annuali: la legge di delegazione europea e la legge europea.

La legge di delegazione europea, da presentare al Parlamento entro il 28 febbraio di ogni anno, concerne solo deleghe legislative e autorizzazioni all'attuazione in via regolamentare; la legge europea, eventuale e da presentare al Parlamento anche disgiuntamente rispetto alla legge di delegazione europea, riguarda disposizioni di attuazione diretta.

Il testo dovrà tornare all'esame definitivo del Consiglio dei Ministri dopo la Conferenza Unificata.  Dipartimento Politiche Comunitarie

 

 

 

 

 

 

Bilinguismo in Alto Adige: in vigore le nuove regole per l’attestato

 

Bolzano - E’ entrato in vigore martedì 29 giugno la nuova regolamentazione che disciplina in Alto Adige il conseguimento dell’attestato di conoscenza della seconda lingua creando le alternative all’unica procedura finora riconosciuta, quella del superamento dell’esame di bilinguismo. Con la nuova regolamentazione, infatti, sono considerati equipollenti i diplomi linguistici internazionali o la combinazione tra maturità e laurea universitaria conseguite in due lingue diverse.

Sono quindi due le alternative introdotte con la norma di attuazione dello Statuto di autonomia della Provincia autonoma di Bolzano approvata il 14 maggio scorso che valgono quale attestato di bilinguismo. La prima riguarda la certificazione rilasciata da enti specificamente riconosciuti dopo il superamento di un apposito test linguistico.

Per la parte tedesca rientrano in questa tipologia le certificazioni del Goethe Institut e del Deutscher Volkshochschulenverband, il diploma linguistico austriaco (ÖSD) o il "TestDaF" dell’omologo Istituto in Hagen.

Per attestare la conoscenza delle lingua italiana sono considerate equipollenti le certificazioni dell’Università per Stranieri di Perugia (CELI) e Siena (CILS), della Società Dante Alighieri a Roma (PLIDA) e dell’Università "Roma Tre".

Tutte queste certificazioni si rifanno al Quadro comune europeo di riferimento per le lingue, i relativi livelli A2, B 1, B2, C1 corrispondono agli esami di bilinguismo per le carriere D, C, B e A.

Se l’interessato può esibire questo tipo di diploma in una delle due lingue, dovrà superare solo un esame nell’altra lingua per poter conseguire l’attestato di bilinguismo. Non verranno riconosciuti certificati che attestano la partecipazione ad un corso di lingua ovvero certificazioni linguistiche di altro tipo.

La seconda alternativa all’esame tradizionale per il cosiddetto "patentino A" è data dalla combinazione tra il diploma di maturità conseguito in una lingua e la laurea conseguita nell’altra. A chi ad esempio è in possesso del diploma di scuola superiore in lingua italiana e ha completato gli studi universitari in lingua tedesca viene riconosciuto l’attestato di bilinguismo della carriera A. La condizione necessaria è che lo studio universitario sia stato svolto prevalentemente in una delle due lingue. Questo significa tra l’altro che il titolo conseguito dopo lo studio trilingue alla Libera università di Bolzano o alla Scuola superiore di sanità "Claudiana" non viene riconosciuto equipollente all’attestato di bilinguismo. Lo studio nelle due lingue di diritto italiano a Innsbruck viene invece considerato percorso universitario in lingua tedesca. (aise)

 

 

 

 

Inghilterra. La Federazione dà fiducia a Capello. Un dirigente: «Sir Fabio resta l'uomo giusto»

 

LONDRA - I tabloid non gli hanno perdonato nulla per l’eliminazione dell’Inghilterra dai Mondiali, ma Fabio Capello ha ancora parecchi estimatori in Federazione: uno di questi è indubbiamente Phil Gartside, uno dei massimi dirigenti della Football Association e amico del presidente, Dave Richards, l’uomo che di fatto avrà l’ultima parola sul destino di Capello sulla panchina dei Tre Leoni.

 

«Secondo me Capello è l’uomo giusto per questo incarico. Ha soltanto perso una partita - ha detto Gartside, che è anche presidente del Bolton, al "Sun" -. Non so se ci sia una decisione da prendere. Ha un contratto e per me dovrebbe continuare, non penso che il suo futuro sia in discussione». Capello ha detto chiaramente che ha intenzione di rispettare il contratto in scadenza al termine degli Europei del 2012, anche per «vendicare» la brutta figura con la Germania. I candidati alla panchina dell’Inghilterra sono sempre Roy Hodgson (nel mirino del Liverpool), Sam Allardyce e Harry Redknapp.  LS 30

 

 

 

 

Arrotolati sui bordi del piatto. Ode alla pasta

 

P come pappardelle, a come agnolotti, s come spaghetti, t come tortellini, a come “aaah!”: la pasta sa buona, sazia, consola. Si fa in fretta, se ci si deve sbrigare, o si può trascorrere un intero pomeriggio se si fa a mano e ci si dedica ad un ripieno elaborato. Ne dobbiamo essere grati veramente agli Italiani? Questo capitolo non si dovrebbe intitolare forse meglio “Come i Cinesi hanno reso bella la nostra vita”? E non ci rendiamo ridicoli se per superare il confronto con dei viscidi capellini abbiamo bisogno di un cucchiaio?

 

Senza dubbio l’introduzione della pasta in Germania si può fare risalire ai lavoratori italiani della prima ora. Nelle cucine in comune dei loro dormitori Non si trovavano confrontati con la domanda, da dove prendere il loro cibo nazionale preferito – parecchi di loro per sicurezza avevano lasciato la patria con le valige piene di spaghetti. Anche utensili per la cucina furono portati nel paese straniero, come mostra una mostra degna di attenzione del museo dell’industria della Vestfalia su “Immigrazione italiana e nostalgia tedesca per l’Italia” del 2003: fra gli oggetti esposti accanto a parecchi legni per la preparazione degli spaghetti e apparecchiature per tagliare la pasta fa parte anche un pentolone per gli spaghetti, messo a disposizione da Santino Masotano, che era venuto portandoselo dietro perché aveva paura di trovare nel bacino della Ruhr solo pentole di piccole dimensioni.

 

Pasta ce n’era certamente in Germania, anche ricette per piatti di pasta all’italiana. La differenza fra Pasta e prodotti locali Katinka e Herrmann Mostar la spiegavano già nel 1956 in “Ciò che viene subito dopo l’amore - Katherlieschens Kochbuch”: “Facendo la spesa avete la scelta fra spaghetti italiani e tedeschi; il prezzo ultimamente è quasi uguale, gli spaghetti però no: quelli italiani sono fatti di grano duro senza uova; mentre quelli tedeschi indicano esplicitamente un alto contenuto di uova, per questo motivo il colore di un giallo più bello, però il pericolo che diventino brodosi è molto più alto.”

 

All’inizio sarà dipeso dalle scarse conoscenze della lingua, dal sentirsi spaesati e, non per ultimo, alla mancanza di tempo per gli acquisti che gli Italiani si sono preoccupati dei rifornimenti. I problemi di fornitura non durarono per molto tempo. Mariano Bresciani, ex-collaboratore del Caritas, si ricorda di uno dei tanti servizi di fornitura, che era praticato da un portiere di origini italiane: “Andava con il suo maggiolino da un grossista e poi andava da dormitorio in dormitorio con la macchina stracolma di pacchi di spaghetti.” Alla stessa maniera lavoravano inoltre i barbieri, come osservava l’assistente sociale nelle sue visite ai dormitori dei lavoratori – e altri professionisti. Bresciani in ogni caso fu presentato una volta come assistente sessuale.

Presto però aprirono i commercianti italiani i loro generi alimentari e anche per i Tedeschi la pasta divenne sempre più popolare – tanto che l’industria alimentare tedesca vide delle possibilità di sviluppo commerciale e purtroppo ebbe anche ragione. All’inizio degli anni sessanta arrivarono nei negozi i malfamati ravioli in scatoletta, cinque anni più tardi il pacco dei “Miracoli” con doppio concentrato di pomodoro e spezie. Per ciò che riguarda la pasta in se, la preparazione alla tedesca andò adeguandosi a quella all’italiana – fu comunque un lungo percorso fino a quando i tedeschi non cucinarono gli spaghetti come una pappa. “Il “Karherlieschens Kochbuch” consigliava sì di calcolare “due litri e mezzo di acqua bollente ben salata per mezzo chilo di spaghetti” e di “farli scivolare lentamente” – “così non si rompono e si possono mangiare dopo molto più facilmente” – comunque la coppia di autori consigliava un tempo di cottura di massimo 15 minuti: “Così diventano croccanti e consistenti.” Sette anni più tardi Lilo Aureden peggiorò il tutto in “Le cose che deliziano gli uomini”. Lasciare cucinare 250 g di spaghetti in acqua e sale bollente per 15 minuti a piccola fiamma. Scolarli e stemperarli con acqua fredda.

 

“Mangiaspaghetti”, così appellavano i Tedeschi gli operai italiani negli anni cinquanta – oggi ogni Knödeldreher (chi fa i Knödel, versione tedesca dei maccheroni) cucina i suoi spaghetti “al dente”. Da quando la pasta asciutta dei primi ristoranti italiani veniva chiamata “Pastachutta” e nessuno sapeva tradurlo con “pasta scolata”, di tempo ne è tr