WEBGIORNALE 1-4 Luglio
2010
La Germania ha un nuovo Presidente. Il candidato della coalizione Wulff
eletto al terzo scrutinio
Christian Wulff,
candidato della cancelliera Angela Merkel, è stato eletto in serata decimo
presidente della Repubblica Federale Tedesca, anche se solo al terzo scrutinio.
Wulff ha ottenuto 625 voti, due in più rispetto alla maggioranza assoluta. Nei
due precedenti scrutini il governatore della Bassa Sassonia non era riuscito ad
assicurarsi la maggioranza assoluta dei voti (623), nonostante i "grandi
elettori" della Cdu/Csu e della Fdp, la coalizione di governo che lo ha
appoggiato, avessero 644 voti a disposizione.
Poco prima
dell'inizio del terzo scrutinio, la Linke aveva deciso di non ripresentare la
propria candidata, Lucrezia "Luc" Jochimsen, aumentando sulla carta
le chance di vittoria di Joachim Gauck, candidato dell'opposizione
socialdemocratico-verde ed ex dissidente della Ddr, che però alla fine è uscito
sconfitto. Gauck, pastore protestante di 70 anni, godeva di una netta
preferenza da parte dell'elettorato tedesco: secondo tutti i sondaggi, avrebbe
vinto nel caso di elezioni a suffragio diretto.
Il neo presidente
Wulff si è immediatamente dimesso dal suo incarico di governatore della Bassa
Sassonia. Presterà giuramento venerdì al Reichstag. Mai elezione del presidente
della repubblica in Germania ha avuto un'eco così ampia, almeno negli ultimi anni.
Per Merkel si trattava di un test cruciale. In gioco la sua autorità in un
momento in cui la coalizione democristiano-liberale è ai minimi nei sondaggi:
l'Fdp è addirittura sotto la soglia del 5%, tanto da mettere in forse la
sopravvivenza dello stesso governo.
Come la prima
votazione a vuoto hanno dimostrato, Gauck era certamente più popolare e
carismatico del suo rivale democristiano, un grigio esponente dell'apparato
politico. In un sondaggio il candidato dell'opposizione aveva ricevuto il 42%
dei consensi, rispetto al 36% raccolto dal suo concorrente. Non per caso alcuni
esponenti democristiani e liberali avevano lasciato intendere che avrebbero
votato il candidato dell'opposizione. Clima pessimo, tensioni evidenti, con i
giornali che hanno trascorso le ultime settimane a soffiare sul fuoco. Nelle
ultime 13 elezioni presidenziali, comunque, ha sempre vinto il candidato della
maggioranza, in alcuni casi anche con il concorso dell'opposizione, come per
Richard von Weizsäcker o Johannes Rau. In questo caso, il destino ha voluto che
il voto giungesse in un momento in cui la coalizione al governo appare
sfilacciata.
Negli ultimi mesi,
Cdu e Fdp hanno litigato sulla possibilità di tagliare le tasse,
sull'opportunità di aiutare finanziariamente Opel, su come riformare il sistema
sanitario. Nei sondaggi l'opinione pubblica ha mostrato disaffezione. Ieri uno
studio demoscopico ha rivelato che l'Fdp è ormai sotto alla soglia di
sbarramento del 5%; in altre parole se si dovessero tenere elezioni federali
domenica il partito non entrerebbe al Bundestag.
È la prima volta
dal 2002 che l'Fdp cade così in basso nei sondaggi. Mai in 60 anni di
Repubblica Federale il partito è rimasto fuori dalla camera bassa del
parlamento. I liberali hanno tenuto nei giorni scorsi una riunione di due
giorni per cercare una nuova strategia. Dopo aver cavalcato per anni le
riduzioni fiscali, il partito si è trovato completamente spiazzato dinanzi a
un'opinione pubblica ormai preoccupata dalla deriva del debito pubblico e
contraria a tagli alle tasse.
«Il governo -
ammette un esponente della maggioranza - è ostaggio di un Fdp debole e nervoso,
alle prese con guerre intestine». Alcuni dirigenti del partito premono per una
sostituzione dell'attuale presidente Guido Westerwelle, che è anche vice
cancelliere e ministro degli Esteri. L'uomo è crollato nei sondaggi di
popolarità e molti osservatori gli rimproverano di parlare e agire come se
fosse ancora all'opposizione.
La sconfitta della
maggioranza nel Nord-Reno Vestfalia in maggio e poi l'abbandono del premier
Roland Koch in Assia sono tutti elementi che hanno ulteriormente indebolito il
governo federale. Il 55% dei tedeschi si è detto convinto che l'esecutivo non
arriverà alla fine della legislatura. Molti commentatori avevano notare nei giorni
scorsi che né la Cdu né l'Fdp vogliono elezioni anticipate e che lo spettro del
voto avrebbe costretto oggi la maggioranza all'unità. E così è stato. Il Sole
24 Ore, 30
Lo stato di attuazione del consolato digitale e del Sistema Integrato delle
Funzioni Consolari
Mantica: “Il SIFC
sarà progressivamente esteso tutta in Europa, in vista della sua applicazione
entro il 2011 all’intera rete consolare all’estero”
ROMA – Il
sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica è intervenuto alla III Commissione
della Camera per illustrare la risposta del Governo all’interrogazione,
presentata dagli eletti all’estero del Pdl Di Biagio, Angeli, Berardi e Picchi,
sullo stato di attuazione presso la rete degli uffici all’estero del consolato
digitale e del Sistema integrato delle Funzioni Consolari (SIFC). Mantica,
prima di entrare nel merito dell’interrogazione, ha precisato come a tutt’oggi
nel mondo vi siano in tutto 257.000 domande di rilascio del passaporto
italiano. Di queste il 98% riguarda i Paesi della America Latina, con un picco
di domande per quanto concerne il Brasile. Il sottosegretario ha inoltre fatto
presente la giacenza al momento di circa 600.000 documenti connessi al rilascio
dei passaporti.
Per quanto riguarda l’interrogazione Mantica
ha ricordato come il progetto “Servizi Consolari a distanza”, che la Farnesina
sta introducendo al fine di ottimizzare i servizi per gli italiani all’estero,
si articoli in due fasi. Una prima, detta anche “Tagliacode”, che è già
operativa presso i principali consolati e prevede la gestione on-line degli
appuntamenti al fine di annullare i tempi di attesa per l’utente. La
seconda, in via di attuazione, permetterà l’accesso al consolato via internet e
il dialogo telematico tra gli uffici all’estero e le banche dati della Pubblica
Amministrazione, in particolare del ministero dell’Interno. Il
sottosegretario ha poi precisato come il (SIFC), condizione
preliminare per l’erogazione dei servizi a distanza, sia stato attivato presso
tutti gli uffici consolari in Germania e Belgio, nonché a Berna, ossia nelle
aree oggi principalmente interessate dal processo di razionalizzazione della
rete consolare. Il SIFC nei prossimi mesi sarà progressivamente esteso agli
altri uffici in Europa, in vista della sua applicazione in tutta la rete
consolare all’estero entro il 2011.
“Il SIFC – ha spiegato Mantica - permette
all’operatore di erogare l’insieme dei servizi, grazie alla convergenza in un
unico programma di tutte le funzioni consolari informatizzate (stato civile,
anagrafe, passaporti e pagamenti dei servizi consolari), fino ad oggi divise su
diversi supporti.
I risultati sono
positivi. Ad esempio, è possibile rilevare come presso il Consolato Generale di
Stoccarda, dopo l’attivazione del SIFC, la media dei passaporti emessi giornalmente
sia salita a 70 libretti rispetto ai 58 del periodo precedente. L’attivazione
del SIFC – ha proseguito il sottosegretario - è stata realizzata in parallelo
all’introduzione, recentemente portata a termine con successo in tutta la rete
diplomatico-consolare, del passaporto biometrico. La richiesta del nulla osta
per i passaporti ai residenti all’estero, prevista dalla legge, è gestita in
diretto raccordo con il ministero dell’Interno che è impegnato ad agevolarne il
rilascio da parte delle Questure attraverso un sistema di controlli in tempo
reale in fase di finalizzazione. Per velocizzare la procedura di trasmissione
dei nulla osta – ha puntualizzato Mantica - il ministero dell’Interno ha
previsto l’utilizzo della posta elettronica certificata ed è allo studio una
soluzione informatica che consente d’integrare pienamente nei sistemi
informativi in uso la richiesta di nulla osta e la relativa risposta della
Questura interessata”.
Il sottosegretario ha poi evidenziato come,
per la formazione del personale
preposto alle
funzioni SIFC, la Farnesina abbia organizzato vari seminari a Zurigo,
Bruxelles, Monaco di Baviera e Colonia, che hanno coinvolto oltre 150
collaboratori in servizio all’estero, nonché mirate sessioni di formazione per
gli operatori che si sono svolte in tutte le sedi dove il SIFC è attivo. Per
settembre è inoltre in programma un nuovo corso d’area che si terrà a
Stoccarda. “Le innovazioni collegate al SIFC, – ha concluso Mantica – che
consentiranno l’accesso via internet ai servizi consolari, sono in
sintesi mirate a migliorare la funzionalità e l’assetto della nostra rete
consolare, secondo tempi e modalità che potranno essere affinati con opportuna
flessibilità e che terranno naturalmente conto dell’efficacia operativa del
sistema”. In sede di replica Aldo Di Biagio, responsabile per gli Italiani nel
Mondo del Pdl, si è detto soddisfatto della risposta del governo, ha lodato il
progetto del consolato digitale, una giusta commistione tra innovazione
tecnologica ed efficienza amministrativa, ma ha anche evidenziato l’esigenza di
procedere ad una formazione approfondita per l’installazione del
programma SIFC presso gli uffici della nostra rete nel mondo, sia al fine di
superare le situazioni di disagio al momento esistenti presso gli uffici
consolari, sia per rendere effettivo il funzionamento del programma
informatico, anche ai fini della raccolta dei dati necessari al passaporto
biometrico. (Inform)
Finita la sperimentazione, passaporto digitale ovunque. Ma nei Consolati
regna il caos
Francoforte - E’
partita l’era del nuovo passaporto digitale. Tutti gli Uffici emittenti in
Italia e all'estero devono rilasciare il passaporto di nuovo tipo. Il 25
giugno, infatti, è scaduta la proroga concessa dall'Unione Europea che
rappresentava il termine ultimo concesso all'Italia per recepire tutte le
novità previste dal regolamento europeo.
Ora tutti coloro
che faranno richiesta del nuovo passaporto elettronico, esclusi i minori di 12
anni, riceveranno il nuovo modello unificato di 48 pagine, della durata di 10
anni e del costo di 42,50 euro. Nei nuovi documenti di viaggio è previsto
l'inserimento della foto, della firma digitalizzata e anche impronte digitali. Sul
passaporto dovranno comparire le impronte del dito indice di tutte e due le
mani. Solo gli uffici di polizia, questure e commissariati, sono abilitati a
rilevarle. Per i minori di 14 anni, compariranno i dati dei genitori.
Naturalmente i passaporti in corso di validità restano utilizzabili fino alla
loro data di scadenza.
Il nuovo corso era
partito circa un anno fa, quando il rilascio del passaporto di ultima
generazione scattò, in via sperimentale, a Grosseto e Potenza. Ora tutte le
questure d'Italia rilasciano il passaporto biometrico.
Dalla riforma
digitale non è stato evidentemente escluso l’estero. Nelle scorse settimane tutti
consolati hanno chiuso per alcuni giorni, per permettere l’installazione del
nuovo sistema. Non sappiamo al momento come vanno le cose in Italia. Sappiamo
solo che qui, nei consolati della
Germania, le cose vanno molto male, anzi, malissimo. Peggio non potrebbe
andare.
E’ finita la
cuccagna rappresentata dai corrispondenti consolari, che ogni settimana, con il
loro pacchetto di passaporti, si recavano nei consolati, ed una volta sbrigata
la pratica riconsegnavano ai
riconoscenti connazionali i documenti nuovi di zecca, facendo loro risparmiare
viaggi pesanti e le attese agli sportelli. Ora bisogna recarsi di persona,
appunto per la novità del prelievo delle impronte.
Se giá ogni anno,
a ridosso delle ferie estive, i consolati rischiavano il collasso, ora, con le
file quadruplicate, e dipendenti alle prese con un sistema nuovo, di cui
faticano ad impratichirsi, il caos è alle stelle. Se per il solo cambio di
indirizzo succede che si arrivi anche a tre quarti d’ora, per una normale
pratica quanto tempo ci vorrà? Per il passaporto occorre anche il via libero
della competente questura in Italia, per cui la burocrazia consolare è alla
mercè di un’altra burocrazia in Italia.
Quando anche le
scale sono occupate, per non intasare ulteriormente i locali del Consolato, la
gente viene fatta accomodare... fuori, sulla strada, sia che piova, sia che ci
siano oltre 30 gradi all’ombra, come in questi giorni.
Sono i risultati
di un Governo che pensa solo a chiudere sedi consolari, a tagliare personale e
fondi, in tutti i settori, con la scusa della razionalizzazione, le motivazioni
dell’efficienza, per servizi più veloci ed efficienti. Peccato che questa
amministrazione da paradiso terrestre esista solo sulla carta, nei discorsi e
nella fantasia di Mantica. La realtà è molto diversa. Al momento esplosiva.
De.it.press
Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati: i numeri
dell'accoglienza nel 2009
ROMA -
All’indomani della Giornata Mondiale del Rifugiato, ricordata in Italia con
numerose iniziative promosse dagli enti aderenti alla rete del Sistema di
protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar
http://www.serviziocentrale.it/ ), l’Anci traccia un bilancio sulle attività di
accoglienza dello stesso Sprar nel corso del 2009.
Sono 138 i progetti territoriali, realizzati
da 123 enti locali su tutto il territorio nazionale, in collaborazione con le
realtà del terzo settore. Si è trattato di comuni di diverse dimensioni (dalle
piccole cittadine con una popolazione non superiore ai 5.000 abitanti alle aree
metropolitane come Roma, Torino, Napoli), che hanno concorso a intrecciare
l’articolata e varia trama dello Sprar.
Nel 2009 lo Sprar ha accolto 7.845 persone,
prevalentemente uomini adulti (75%), tra i 18 e i 40 anni (81%), provenienti
principalmente da Somalia (15%), Eritrea (14%), Afghanistan (13%), Nigeria
(10%) e Costa d’Avorio (5%).
“Quella proposta dal Sistema di protezione è
un’accoglienza diffusa, che pone al centro la persona” spiega Daniela Di Capua,
direttrice del Servizio centrale. “L’obiettivo principale è consentire a
richiedenti asilo e rifugiati di seguire percorsi di autonomia, che permettano
loro di riappropriarsi delle proprie vite e del loro futuro, sviluppando
percorsi mirati e protetti di accoglienza e di inserimento anche per le persone
portatrici di vulnerabilità specifiche, come i minori non accompagnati, le
vittime di tortura, le persone con disagio mentale o con gravi malattie e
disabilità”.
Il bilancio sui numeri del Sistema di
protezione per richiedenti asilo e rifugiati dimostra – sottolinea l’Anci - che
i ritmi dell’accoglienza sono rimasti alti: il numero di persone accolte nello
Sprar nel 2009 è stato di 7.845, malgrado la netta riduzione degli arrivi
via mare di cittadini migranti (gli sbarchi nel 2009 sono diminuiti del 74%
rispetto al 2008) e delle domande di protezione (una flessione del 43%). Gli
accolti nello Sprar nel 2009 sono stati leggermente inferiori rispetto all’anno
precedente (una flessione di appena il 7%), soprattutto perché il Sistema di
protezione non ha potuto più fare affidamento sui circa 1.500 posti
straordinari - e temporanei - attivati nell’estate del 2008. Si tratta di una
realtà di cui è essenziale tenere conto. “Benché cessata l’emergenza degli
sbarchi del 2008, rimane un’emergenza “ordinaria” di accoglienza, che è
necessario affrontare attraverso un rafforzamento dei servizi del territorio”
commenta Flavio Zanonato, sindaco di Padova e vicepresidente dell’Anci con
delega all’Immigrazione. “I comuni devono essere messi nella condizione di
poter rispondere complessivamente ai bisogni dei rifugiati. A dieci anni di
vita dello Sprar” conclude Zanonato, “Anci vuole rilanciare una riflessione
sull’accoglienza, anche in rapporto ai servizi di welfare, promuovendo per
l’autunno un seminario nazionale che possa essere l’occasione per ridefinire e
rilanciare un unico 'sistema asilo nazionale'”. (Inform)
Il modello del Governo italiano di integrazione: identità, incontro ed
educazione
Roma - Acquisire
la conoscenza di base della lingua italiana e una sufficiente conoscenza della
cultura civica e della vita civile in Italia, con particolare riferimento ai
settori della sanità, della scuola, dei servizi sociali, del lavoro e degli
obblighi fiscali, assolvere il dovere di istruzione dei figli minori; conoscere
l’organizzazione delle istituzioni pubbliche. Sono questi i doveri che i
cittadini stranieri, che richiedono per la prima volta il permesso di soggiorno
nel nostro Paese, si impegnano a rispettare con la stipula dell' Accordo di
Integrazione.
I criteri e le
modalità per la sottoscrizione dell'Accordo di integrazione sono disciplinati
da uno schema di regolamento (DPR) approvato in via preliminare dal Consiglio
dei Ministri del 20 maggio 2010, e previsto dall'art.1 c.25 della Legge 15
luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica") che ha
modificato il testo unico sull'immigrazione di cui al decreto legislativo 25
luglio 1998, n. 286.
Il DPR, sul quale
verranno acquisiti i prescritti pareri, prevede che l'accordo, articolato per
crediti da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno, dovrà
essere sottoscritto, presso lo sportello unico per l'immigrazione o la
questura, dai cittadini stranieri con età compresa tra i 16 e i 65 anni
contestualmente alla presentazione di una domanda di permesso di soggiorno
superiore ad un anno.
Previsto un monte
crediti iniziale pari a 16 crediti, di cui 15 possono essere sottratti in caso
di mancata frequenza dello straniero, entro un mese dal suo arrivo, alle
sessioni di formazione civica e di informazione sulla vita civile in Italia,
organizzate gratuitamente dallo Sportello Unico sull'immigrazione. Gli stessi
crediti potranno essere incrementati attraverso l'acquisizione di determinate
conoscenze (es: la conoscenza della lingua italiana, della cultura civica e
della vita civile in Italia) e lo svolgimento di determinate attività (es.: percorsi
di istruzione e formazione professionale, conseguimento di titoli di studio,
iscrizione al servizio sanitario nazionale, ecc). Al conseguimento di 30
crediti si avrà l'estinzione dell’accordo per adempimento.
Prevista, presso
il Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione, l'istituzione di
un’anagrafe nazionale degli intestatari degli accordi di integrazione.
All'accordo è
collegato il Piano nazionale per l’integrazione nella sicurezza - Identità e
incontro, approvato nello stesso Consiglio dei Ministri, che riassume la
strategia che il Governo intende perseguire in materia di politiche di
integrazione, individuando le principali linee di azione e gli strumenti da
adottare per promuovere un efficace percorso integrativo degli stranieri immigrati,
coniugando accoglienza e sicurezza nel rispetto delle procedure previste dalla
vigente legislazione.
Giungono ulteriori
richieste di chiarimenti relativamente al c.d. “accordo di integrazione”. Il
Dipartimento degli affari giuridici e legislativi della Presidenza del
consiglio dei Ministri ha inviato lo scorso 9 giugno lo schema del
provvedimento approvato, in via preliminare dal Consiglio dei Ministri in data
20 maggio.
Adesso, al fine
della iscrizione del provvedimento nella prima seduta utile della Conferenza
Unificata, si terrà nei prossimi giorni una riunione tecnica (alla quale
parteciperà l’ANCI, associazione nazionale dei Comuni d’Italia).
L’ufficio
immigrazione dell’ANCI nazionale, sta
esaminando il testo che poi sarà discusso nella riunione tecnica propedeutica
alla Conferenza Unificata. De.it.press
L’italiano all’estero: strategie di promozione e tutela
Pubblichiamo quasi
integralmente la relazione del Rettore dell’Università per Stranieri di Siena e
Responsabile Scientifico della Certificazione dell’Italiano, Prof. Massimo
Vedovelli, tenuta alla Tavola Rotonda promossa dalla Dante Alighieri e dai
parlamentari eletti all’Estero, a Roma il 6 maggio presso la Camera dei
Deputati
Io vorrei partire
proprio ricordando un atto politico, che ritengo importante come modello. Un
atto messo in pratica da un politico, un po’ lontano nel tempo: il Granduca di
Toscana Ferdinando I, nel 1588, istituisce la prima Cattedra di Italiano mai
prima istituita in una università della penisola, a Siena. Dov’è l’atto
politico? In fondo è un fatto di cronaca accademica: viene istituita una
Cattedra universitaria. Sì, ma era destinata a studenti tedeschi. Come dire: il
Granduca di Toscana capisce e intuisce bene che il destino dell’italiano è un
destino internazionale; che non è possibile lo studio scientifico se non si ha
presente che l’italiano è una lingua degli stranieri, non per gli stranieri, è
una lingua che gli stranieri sentono propria, alla quale si avvicinano; Tullio
de Mauro con molta sapienza ce lo ha ricordato.
Mai dobbiamo
dimenticare questo destino internazionale inteso come vocazione: è la lingua di
un sistema di valori culturali, di cultura intellettuale, che da secoli
contraddistingue la nostra identità; ma è anche una missione: in un mondo
globale di plastica, forse, chi si avvicina all’italiano, cerca altri tipi di
valori. Su questi due punti vorrei in qualche modo concentrarmi nelle poche
battute che dirò. Siamo un’Università specializzata.
Che cosa può fare
oggi un’Università come la nostra, o come quella di Perugia? Ci occupiamo di
alta formazione, insegniamo l’italiano ma non soltanto; non soltanto insegniamo
l’italiano alle migliaia di ragazzi e ragazze che arrivano in Italia, anche se
sto vedendo che negli ultimi anni stanno arrivando anche molti adulti, anziani,
sta cambiando qualcosa nel pubblico potenziale degli stranieri che si
avvicinano alla lingua; guardate che, insegnare italiano agli anziani significa
scrivere manuali, proiettare power point con lettere corpo 821, oppure mettere
il megafono in bocca alle insegnanti, però stanno cambiando profondamente e
radicalmente i pubblici. Insegniamo a migliaia e migliaia di persone straniere,
però abbiamo fatto una scelta politica, di politica culturale forte: insegniamo
cinese, arabo, russo, giapponese, inglese, francese, spagnolo, tedesco, serbo,
croato, lituano e coreano agli italiani. Facciamo questo servizio non soltanto
agli studenti e alle studentesse dei corsi di laurea, di laurea magistrale, che
abbiamo nella nostra Università: lo facciamo anche alle alle imprese di un
territorio che nell’eccellenza produttiva vede la sua cifra. L’immaginario che
dell’Italia hanno gli stranieri probabilmente è la collinetta coi cipressetti:
chissà se significa Toscana, Marche, Umbria, Lazio o cosa, ma è quello
l’emblema essenziale che in qualche modo evoca l’Italia, un’esperienza che si
concretizza in prodotti che possono essere quelli della enogastronomia, della
manifattura industriale, e che sono scelti perché in qualche modo evocano il
sistema di valori culturali che si concretizzano nella nostra storia dell’arte,
nella musica, nel paesaggio, e quant’altro. Ebbene, facciamo un servizio anche
alle imprese: abbiamo fatto questa scelta di aprirci alle lingue degli altri
perché pensiamo che gli stranieri saranno invitati a scegliere la nostra lingua
se vedranno da parte nostra, da parte della nostra società, l’attenzione alle
loro lingue. Non possiamo più proporre una politica centrata soltanto sulla
diffusione della nostra lingua, ma in termini di dialogo tra la nostra lingua e
le altre lingue: oggi la questione della lingua in Italia è la questione delle
lingue straniere entro il nostro sistema sociale e scolastico. Stiamo perdendo
un’occasione, su questo punto, cioè il fatto di avere in casa - a scuola sono
ormai quasi un milione - i bambini di origine straniera, che cioè hanno
all’interno del loro spazio linguistico un’altra lingua, magari, il più delle
volte, mai entrata, mai stata presente nei nostri spazi linguistici e
culturali. Stiamo perdendo un’occasione che invece gli inglesi non perdono: di
utilizzare questi - altro che come testimoni - come soggetti primari di un
plurilinguismo attivo che vede convivere le lingue di origine familiare e
l’italiano, e che per questo diventano veri ambasciatori, veri soggetti capaci
di diffondere il nostro sistema industriale, produttivo, economico e,
ovviamente, culturale. Che cosa può fare un’università in questo settore?
Insegnare alta formazione, fare ricerca scientifica. Nel 2001 il Ministero
dell’Università ha istituito presso di noi un centro di eccellenza della
ricerca: Osservatorio dell’italiano diffuso fra stranieri e delle lingue
immigrate in Italia.
Vorrei rendere
conto in pochissimi minuti di quello che stiamo facendo su questo specifico
settore e i problemi che stanno emergendo. Tullio de Mauro è stato oggi
ricordato più volte per l’ultima grande indagine sull’italiano nel mondo, e
cioè Italiano 2000, che metteva in luce un momento di svolta accaduto nei
pubblici e nelle loro motivazioni rispetto all’italiano; non più pubblici
genericamente interessati alla nostra lingua come lingua di cultura
intellettuale plurisecolare, ma anche pubblici interessati al fatto che con
l’italiano si poteva fare commercio, si poteva fare carriera sul posto di
lavoro. Nel 2000 circa il 25% degli stranieri che si avvicinavano alla nostra
lingua lo facevano per questa finalità strumentale. Se vogliamo pensare a un
posizionamento dell’italiano nella graduatoria delle possibili lingue più
diffuse nel mondo, troviamo un fatto interessante: come lingua parlata da
parlanti nativi l’italiano è intorno al 20° posto; siamo, nella migliore delle
stime, al livello del vietnamita. Ma come lingua oggetto di studio da parte
degli stranieri saliamo, almeno nel 2000, al 4° posto. È questo scarto che
segnala la grande vocazione internazionale dell’italiano. Ma ricordiamoci di
Aristotele: "potenza è atto". Allora, potenzialità deve corrispondere
a un atto che soggiace a delle condizioni di possibilità di questo atto; e
alcune di queste condizioni oggi non sono assolutamente presenti. La domanda
che mi pongo è questa: il posizionamento come lingua straniera ci vedeva ben
messi. C’è stata la crisi globale, che ha colpito i consumi culturali, dunque
anche i consumi linguistici. Sono sorpreso dalla flessione dei vostri studenti.
Devo dire, invece, che i dati che abbiamo a livello di Siena, ma anche di
quelli che abbiamo raccolto come Osservatorio, danno una fotografia un pochino
strana, interessantissima. E cioè: non prendo Siena-stranieri, prendo il caso
di Londra, la capitale europea con il più alto tasso di plurilinguismo; il
maggior numero di lingue si concentra a Londra, il maggior numero di corsi di
lingua si fa a Londra. Ebbene, a Londra nel 2000 fu fatta una bellissima
indagine, che diceva che la lingua italiana è la 5a come numero di corsi a
Londra, soltanto cinque corsi dietro al tedesco. Questa indagine è stata
rifatta, esattamente pochi mesi fa. E il risultato è questo: il tedesco e il
francese sono calati del 40%, la crisi ha veramente picchiato duro; l’italiano
tiene le posizioni, è calato solo del 5% e quindi potremmo essere abbastanza
soddisfatti. Teniamo, almeno.
Ma cinese e arabo
sono aumentati del 40%. Il cinese perché il Governo cinese ha deciso che la
propria lingua nel giro di pochi anni diventerà la lingua straniera più parlata
nel mondo, e l’arabo per motivi geopolitici, di rilevanza industriale e
quant’altro, che fanno sì che i giovani quando devono investire il proprio
futuro professionale in una lingua lo fanno nell’arabo. Allora, è questa
concorrenza che, mi chiedo, sapremo sostenere?
Potremo puntare
soltanto alla rendita di capitale che ci deriva dall’essere lingua di una
tradizione intellettuale plurisecolare? Nel mercato globale delle lingue, delle
culture, delle economie e delle società, non basta avere un capitale forte,
bisogna saperlo investire. C’è una grande carenza - per questo dico, la
potenzialità è un conto, l’altro è l’atto - di approccio
all’industrializzazione alla nostra lingua. Primo, non esiste un’industria italiana
della lingua italiana. A livello comunitario è stato redatto qualche mese fa un
bellissimo rapporto sull’industria delle lingue in Europa, e l’Italia non
esiste.
Abbiamo quattro
case editrici che pubblicano manuali di italiano come lingua straniera, e forse
un’impresa - che chissà, forse ha chiuso - che realizza materiali multimediali.
Ma dove sono gli industriali che investono, che creano poli industriali, che
danno lavoro e speranza a coloro che si laureano a Siena, Perugia, Roma Tre o
dovunque? Hai detto bene, Trento. Trento vuol dire una provincia autonoma, vuol
dire risorse fortissime, vuol dire una strategia, vuol dire però avere delle
imprese private capaci di capire che in una lingua si può investire, creando
posti di lavoro, che fanno bene a Trento e a tutto il Paese. Penso quindi che
uno dei grossi limiti della nostra presenza internazionale non sia
l’università, non sia la frammentazione delle imprese e dei soggetti, non siano
le quattro certificazioni - o 25 che potranno essere - ma sia il fatto che
manca un interlocutore forte, cioè le imprese. E questo è un danno. Manca
un’industria culturale della lingua italiana, manca un approccio di
industrializzazione alla diffusione della lingua italiana.
E questo si
riflette anche, on. Narducci, su una possibile politica rivolta alla comunità
di origine italiana nel mondo. Perché Italiano 2000 metteva in luce chiaramente
che le giovanissime generazioni di discendenti dai nostri emigrati la lingua
italiana ce l’hanno nel proprio spazio linguistico, ma non come competenza.
Come competenza - lo diceva anche stamattina il Sottosegretario - è altro
dall’uso effettivo, va riconquistata.
Però i giovani...
Noi incontriamo sistematicamente i giovani toscani nel mondo, vengono a Siena,
vengono in Toscana e ci chiedono: "come posso investire, come posso far
fruttare questo patrimonio di origine italiana, di cui sono comunque portatore,
nella mia attività professionale, nei Paesi di cui sono cittadino, dove
vivo?". Ecco, questo significa sviluppare un approccio di
industrializzazione, cioè far vedere o individuare le condizioni per far sì che
l’origine linguistica e culturale italiana diventi un surplus di valore per
l’investimento professionale di questi giovanissimi, che saranno il futuro
delle nostre comunità e dei nostri discendenti nel mondo. Funzione identitaria:
la lingua italiana è capace di suscitare, di evocare valori identitari forti,
che evocano gusto, buon gusto, valori estetici. Se noi chiediamo un
"freddoccino", qui in Italia non sappiamo che cosa sia. Gli stranieri
si sono creati una bevanda, un cappuccino freddo, gli hanno dovuto dare un nome
inventato, e questo nome l’hanno appunto preso dalla base italiana. Se
camminiamo per una qualsiasi città del mondo, da Tokyo a New York, dopo
l’inglese e dopo la lingua locale, la lingua più visibile è l’italiano. È su
questa forza evocatrice che dobbiamo puntare. Lingua di pace: in Israele -
grazie a Stefania Giannini per l’informazione che ci ha dato -, abbiamo con
l’Istituto Italiano di Cultura lavorato all’elaborazione addirittura di alcuni
manuali d’italiano, che possono essere utilizzati. In Libano era in missione di
pace il 186° Reggimento Folgore che è di stanza a Siena.
Un giorno mi
chiama il Comandante e mi dice: "Professore abbiamo un problema - e se li
avete voi che avete i carri armati... -: i sindaci delle cittadine in cui
operiamo ci chiedono di insegnare italiano". E dato che in Libano avevamo
lavorato all’inserimento dell’italiano nel sistema scolastico - dove l’italiano
è la seconda lingua più studiata dopo l’inglese e prima del francese -, avendo
realizzato il materiale didattico, ben abbiamo dovuto insegnare al caporal
maggiore Lo Surdo a diventare insegnante d’italiano. E gli altri contingenti
non capivano perché gli italiani non venivano sparacchiati. E alla fine, per
verificare se era vero che dipendeva dalla nostra capacità di utilizzare la
nostra lingua e cultura come strumento di pace, hanno mandato i loro ufficiali
e sottoufficiali a fare i corsi d’italiano alle dirette dipendenze del caporal
maggiore Lo Surdo. Questa funzione dell’italiano come lingua di pace penso sia
importante. Un’ultima cosa.
Tra
certificazione, progetti di ricerca, indubbiamente cose molto belle, manca l’industria
e manca un riconoscimento vero di quello che le università stanno facendo oggi.
È una cosa molto semplice: creare i docenti di italiano lingua straniera. È dal
2000 che per la prima volta dall’Unità d’Italia il nostro Stato ha un percorso
coerente e completo per diventare insegnante d’italiano, valutatore d’italiano,
come lingua straniera.
Vorrei sapere, lo
chiedo a tutti i presenti, ai rappresentanti delle Istituzioni ministeriali: in
che modo i giovani che investono in queste lauree, lauree magistrali, delle
scuole di specializzazione, dei dottorati, possono vedere riconosciuto questo
loro investimento culturale? Non si sa. È un altro limite molto grave che non
ci possiamo permettere. Massimo Vedovelli,
http://ifsgermania.blogspot.com/
La rete che pesca ricchezza dal mare solcato dai Greci
La vita diventa
certamente più bella se si prova a ritrovare una dimensione diversa - quella
che io chiamo di “comunicazione autentica” - proprio partendo dalle cose che
vengono, che accadono e che non si possono cambiare in se stesse, ma di cui
possiamo trasformare il significato in “valido per noi”. Come dicevano gli
Stoici antichi, intendiamoci. Il che può voler dire viaggiare tra luoghi
geografici, culturali e sociali differenti creando o cogliendo opportunità di
scambio significative con tante persone molto diverse tra loro nelle quali si
possono riconoscere tratti di un’umanità capace di colpirci. La vita è respiro,
ho scritto: si può imparare a vivere cogliendo attimi per instaurare con gli
altri piccole occasioni di circolarità.
Tra questi
“altri”, io, tanto polemica con certe istituzioni, devo riconoscere alcuni
insegnanti. Ne esistono, infatti, di quelli che ricordano o fanno pensare al
fascino di chi guarda un collezionista d’arte maneggiare con cura un oggetto
per lui preziosissimo, e vi riconosce l’amore. Ed io trovo molto importante che
Internet offra di questi esempi, accessibili gratuitamente a quanti non hanno
potuto frequentare, o frequentare decentemente, una scuola, trovando così
un’opportunità di studio e di approfondimento impagabile. Come può non
apprezzarlo chi è impegnato nelle sue varie maniere contro un certo modo di
banalizzare, svilire e rendere odioso questo strumento?
Nel mio primo
articolo (del 3 giugno) avevo parlato di uno di quei professori che nelle aule
(e dalle aule) portano creatività, fantasia, giovialità… una ventata di
frescura primaverile: mi collego spesso al suo sito (www.gaudio.org) e rido di
alcune scelte di foto, canzoni, reazioni, battute - a parte il dedicarmi
all’ascolto di qualche lezione, che mi consente di farmi un’idea di come si
possono svolgere alcune ore nelle aule di oggi e di cosa durante quelle ore
vien detto. Rido, anche perché mi immagino il detto professore divertirsi come
un matto a concepire le sue nuove idee coinvolgendo o parlandone con amici
portati sicuramente a cogliere il lato umoristico delle cose come mostra di
saper fare lui, partecipe in pieno dello spirito “Homo Gaudens” promesso sullo
sfondo a chi lo sa intendere… I ragazzi, credo, intuitivamente lo sanno fare;
altrimenti, altrettanto intuitivamente finiscono per giudicare certe lezioni
ammirevolmente colte solo pesanti e non pensate per loro.
Ora vorrei parlare
di un altro aspetto dell’insegnamento, di un altro intento e di un altro sito,
uno tra i vari, ma è quello in cui sono andata ad “incappare” io, che “pesca”
un diverso modo del come la rete telematica possa offrire la possibilità di
recuperare, rispolverare, riscoprire l’antica ricchezza dei Greci. Si tratta,
nel sito www.poesialatina.it, della sezione greca (Greco Interattivo) curata
dal prof. Giuseppe Frappa, del quale pubblicherò prossimamente un’intervista
che dia modo a lui di spiegarci e raccontare personalmente delle origini, degli
scopi e dei limiti che riconosce o vede nell’iniziativa.
Chiaramente, il
materiale offerto potrebbe essere rivolto soprattutto a persone cultrici della
lingua greca… Ma non solo! Le traduzioni in rete consentono, infatti, anche la
lettura diretta e gratuita dei testi proposti. Manca ancora, però, uno
strumento audio che permetta all’utente di ascoltare quei testi recitati nelle
due maniere possibili: l’una, per comprendere dal punto di vista di chi studia
la cadenza del ritmo, o metro, antico; l’altra, anche da non sottovalutare,
visto che Internet non offre al momento tante alternative, per fornire anche
all’ignaro ascoltatore il fascino di un suono perduto così come si può supporre
fosse possibile leggerlo in quei tempi perduti – ricordiamoci, però, che le
poesie antiche venivano spesso cantate con tanto di accompagnamento musicale e
di danza.
Ora, noi non
chiediamo a nessun professore di interpretare Eschilo per forza cantando e
danzando anche lui … ma leggerlo? Dobbiamo, dunque, convincere questo
professore a mettere in rete l’audio; e, visto che con la violenza dionisiaca
dell’entusiasmo non si può; visto che con quella “alla quale non si può dir di
no” stile Padrino neppure … cerchiamo di farlo con la persuasione…
Innanzi tutto,
dobbiamo far capire al professore che noi riconosciamo valore al suo tipo di
ricchezza: la conoscenza della cultura dei padri che ci hanno preceduto.
Cortese Professore
(diremo), Lei lo sa, che la cultura classica non abbia una ricaduta pratica è
un’opinione comune non del tutto corretta: il nostro lessico conserva evidenti
le tracce della sua origine; come si dice sempre, il pensiero ed il linguaggio
scientifico vengono da lì, così come le prime esperienze di una democrazia
"politica" - e perciò relativa e riferita solo ad una parte dei
cittadini - proprio per questo però capace di farci riflettere sui limiti
praticabili di questo concetto così intensamente bello ed affascinante come
ideale, così intriso di conflitti e contraddizioni nella realtà della vita
umana. E la letteratura... tutta la letteratura occidentale si snoda su una
serie di allusioni e rimandi a quella greca: Leopardi conosceva Saffo ed a lei
si rivolgeva come ad un'anima amica e vicina; il Tasso e l'Ariosto volevano
ricreare un'epica nel ricordo del fascino mai tramontato del grande Omero... E
l'archeologia: se non studiassimo la cultura classica, andare in giro per il
Mediterraneo a "scavar buche" e "cercar sassi" avrebbe del
patologico...
La cultura antica
è il nostro passato... senza passato non si sa più chi siamo, da dove veniamo;
dunque dove possiamo e vogliamo andare. La consapevolezza delle nostre radici
ci dà consapevolezza di noi stessi, dei nostri limiti e delle nostre brutture;
ma solo chi conosce il suo doppio volto può non ergersi a giudice altrui ed
accettare con più umiltà la modestia del suo essere umano. Omero, per esempio,
con il suo gioco di piani ed il suo intervento divino che non obbliga l'uomo ad
obbedire il suo "dio" e gli concede la possibilità della scelta...
ecco, Omero può essere letto anche da chi non gli si accosta per un amore nato
come "letterario", ma "antropologico-culturale".
Noi crediamo
(continueremo a dire) nell’inserimento e nell’integrazione sociale che usa come
mezzo e strumento l’appartenenza culturale, come credettero gli intellettuali
del periodo ellenistico ed i loro successori, i Romani, più ancora di
Alessandro Magno, che la cercò innanzi tutto nella mescolanza biologica ed in
un sogno di amore e concordia tra popoli. In quel ragionamento meno esaltante,
ma più realistico, noi riconosciamo e non tacciamo la potenza sicuramente
ambivalente e discutibile dell’acculturazione; ma non ne vogliamo fare un mero
strumento di selezione e potere attraverso la soluzione
"passiva" dell’obbligo
scolastico: noi vogliamo insegnare ai nostri giovani che l’opportunità di appartenenza
è anche opportunità di emancipazione, e non solo il segno di un confine
culturale; che la libertà del pensiero non si agisce rimanendo ai margini del
vivere sociale, ma trovando la propria dimensione dinamica e vitale "al di
dentro" di esso; che bisogna accettare la sfida, avere il coraggio di
lottare per poter dar forma ad un pensiero che non sia semplice ripetizione di
ciò che ci è stato detto, un pensiero che si tinga e si riempia anche della
nostra esperienza.
Noi vogliamo poter
far sapere che, anche in questo senso, esseri umani come l’antico Omero (o chi
per lui), i lirici, e molti dei grandi della letteratura antica in generale,
per esempio, hanno qualcosa da insegnarci e proprio perché, rispetto al loro
contesto, questi uomini hanno colto la sfida acquisendo ed assorbendo gli
strumenti culturali offerti dalla loro epoca (il linguaggio, spesso anche
quello più "colto", assimilato con studio, cura e fatica, come fecero
Orazio, o Virgilio..), usandoli poi per esprimere qualcosa che trascendeva il
limite angusto del "già detto" e che, infatti, ci raggiunge ancora
stimolando la nostra riflessione su noi stessi, sulla nostra storia, sul
problema della scelta, della vita umana e su tante altre cose...
Noi vogliamo dire,
allora, che non è vero che lo studio dei classici non abbia una ricaduta sulla
vita e sulla formazione della capacità di scelta dei viventi di oggi; che è
proprio questo che bisogna trasmettere ai ragazzi, perché la scuola non sia
vissuta come la punizione del proprio esser ancora giovani; che l'importanza di
ascoltare l'esperienza del passato - sia essa raccontata da un anziano, da un
libro di storia o da un'antica poesia - illumina il nostro presente perché ci
mostra qualche aspetto di quella dinamica uomo/contesto culturale di appartenenza
(libertà/appartenenza; individualità/società) che rimane anche il nostro
problema fondamentale.
L'appropriazione
di competenze culturali è l'unica possibilità che l'uomo, "animale
sociale", come diceva Aristotele, ha di difendere un suo spazio di libertà
personale senza rinunciare alla sua appartenenza e dover scegliere di vivere da
esiliato. E l'amore per il mondo classico ancora oggi può venire non solo da
chi si è mosso su terreni più facili perché battuti e sperimentati da altri, ma
anche essere colto da chi quei terreni non li vuole o non li ha voluti
percorrere, trovandosi a camminare su sentieri molto più solitari e tortuosi,
disperatamente cercando di mantenere l'orientamento e di non perdere di vista
la direzione principale, la rotta… Una rotta che talvolta non ha come traguardo
un obiettivo e neppure un conto in banca, ma il semplice saper andare avanti
seguendo la danza della propria onda, la vita, nonostante l’incomprensione
degli altri…
Dìa una voce ad
Odisseo, professore, o all’armonia dell’incedere elegante del canto di Saffo…
Quello che Lei ha da offrire è un tesoro di un valore inestimabile, una
ricchezza che non si compra se non con la propria fatica: alleviare la fatica
altrui ed accompagnarlo per mano è un atto di immenso significato sociale…. Noi
La ringraziamo per quello che Lei e colleghi come Lei già fate trasformando una
rete in libera possibilità di sapere senza perdere appigli… Ci faccia sentire,
però, anche la voce di quei Greci che parlarono prima di noi di appartenenza e
di libertà, di fede e di scetticismo, di finito e di infinito, di giustizia e
di dolore, di destino e di scelta… del dissidio interiore e di tutto ciò che
rimane al di fuori di esso: un uomo, cioè, che, forte dell’amara consapevolezza
che gli dèi infine girano il volto e non guardano i loro amati morire, sa di
dover affrontare la morte con la forza della propria coscienza.
Se davvero la vita
si basa sul "respiro", un assimilare ed un emettere, ci racconti
della circolarità alla base di molti schemi filosofici dell'antichità... perché
l'uomo, in fondo, non dice niente di nuovo, ma ri-dice le cose umane usando le
parole del tempo e dello spazio a cui appartiene... per questo è bello
ascoltare, senza esaltare e senza sminuire nessuno. Noi vogliamo che Lei sappia
quanto cara ci è la conoscenza delle cose che Lei conosce, e vogliamo dirlo al
mondo che relega questa conoscenza solo in certe scuole: anche noi abbiamo
bisogno di quella conoscenza, per scegliere con le nostre parole il modo per
dire che c’è chi di cose è andato a conoscerne altre; ma pure chi, proprio
imparando il valore e la profondità di ciò che ora conosce, ha imparato
l’immenso piacere di riconoscere agli altri il valore e la profondità di ciò
che sono invece loro a sapere. Perché elevarsi segnando tra i propri tesori ed
i tesori degli altri una distanza insormontabile è l’autocondanna a rimanere da
soli…
La vita umana è
fatta del giorno e della notte, di luce e di tenebre… non è solo stato Eraclito
a dirlo: tutti noi lo esperiamo quotidianamente. Noi vogliamo ricordarci delle
nostre luci e delle oscurità, del nostro non essere perfetti; del fatto che
sappiamo che, se non ci fosse mai stato il buio, noi non avremmo saputo cercare
e riconoscere il suo contrario. Ci permetta di credere che alcune delle nostre
ferite di uomini possono antropologicamente trasformarsi nella traccia della
nostra ascendenza da un universo culturale che ha conosciuto anche la crudeltà
dell’esclusione, dell’emarginazione, del disprezzo di tutto ciò che non poteva
essere incluso a costo di mettere in crisi il proprio luminoso ideale di
armonia e di equilibrio, ma che pur ha dato tanto al mondo. Ci dica dei Greci
che non amavano uscire dai loro confini e che, se lo facevano, amavano farlo in
gruppo, difficilmente da soli, e mai serenamente da esuli ed esclusi; dei Greci
che, pur veleggiando per il Mediterraneo, avevano paura della ricchezza che
oggi abbiamo noi, ma che ci costa il suo prezzo: la multicultura, il senso
dell’infinito …
Questo, invece, è
il nostro mondo: come diceva Simmel, siamo fatti di più tratti, che provengono
da esperienze diverse e che ci rendono unici, ma proprio per questo individui
mancanti della possibilità di identificazione completa con chi ci sta attorno.
Fare tante esperienze e scelte personali ci ha reso più liberi, ma anche più
soli: abbiamo perso “appartenenza”… Questo è il fìo che si paga agli dèi quando
si lascia il limite del posto assegnato e si vuole guardare il mondo da un
punto di vista più alto. E questa è l’immagine con cui tanti si potrebbero
spiegare la propria vita, ma anche le conseguenze della vita che stanno per
scegliere, il dolore dell’ingiustizia …. Lei e qualche Suo collega la
riconoscerete: dunque, ascoltatela in noi e fatela ascoltare ai ragazzi nel
segreto di un verso antico, permettendo a chi si accosta a quelle letture di
cogliere come non del tutto straniero il suono di chi cantò solcando prima di
noi l’azzurro dello stesso mare… perché tanti umani hanno sofferto la coscienza
di un limite e davanti ad esso si sono piegati: il loro bisogno di “dirlo”…
Cristina Rocchetto
(consulente ed orientatrice su www.socialidarity.it), de.it.press
In lode della Germania bastarda
Ringrazio
Gianantonio Stella per questo articolo che ha dedicato sul “Corriere della
Sera” alla squadra di calcio della Germania e ai suoi undici giocatori nati
all’estero. Il blog del bastardo non poteva certo ignorarlo!
Non ci ha neanche
provato stavolta, Udo Voigt, il leader neonazista della Ndp, a scatenare una
campagna contro la convocazione nella nazionale tedesca di giocatori di sangue
misto. I suoi connazionali, dopo la batosta data da Mueller, Ozil & co.
all’Inghilterra, lo avrebbero spernacchiato. «Ragazzi, vi amiamo!», ha titolato
la Bild Zeitung, che più di ogni altro conosce la «pancia» della Germania
profonda. Mezzi neri, mezzi turchi, mezzi spagnoli, mezzi polacchi? No: ragazzi
tedeschi!
Quel titolo sul
più diffuso e popolare giornale germanico, che mai si sarebbe avventurato in
una benedizione della squadra più multi-etnica della storia se non fosse certo
che il sentimento è condiviso dalla larga maggioranza di chi compra i suoi
cinque milioni di copie, dice tutto. E segna una svolta epocale per quello che
non solo è il più grande, solido e popoloso stato nel continente. Ma per tutta
l’Europa.
Le strade
traboccanti di tedeschi in festa per il 4-1 contro gli inglesi ai mondiali in
Sudafrica vanno ben oltre il trionfo calcistico. E marcano in qualche modo il
punto d’arrivo di un processo secolare pieno di errori e orrori e il superamento
definitivo, liberatorio, di quel senso di colpa collettivo di un grande popolo
racchiuso in libri preziosi come «Opinioni di un clown» di Heinrich Böll.
La Germania non è
un paese come altri. Lì Martin Lutero dardeggiò nel 1544 una delle più violente
invettive mai scritte contro gli ebrei: ««Cosa potremo fare noi cristiani con
l’odioso e maledetto popolo dei giudei? (…) Prima di tutto, per spazzare via la
loro blasfema dottrina, è cosa utile bruciare tutte le loro sinagoghe..» Lì
Gustav Kossinna scrisse un celebre manuale di preistoria della nazione
germanica, dichiarò l’archeologia «scienza di interesse nazionale» e contribuì
ad aprire la strada al nazismo elaborando la definizione «una razza, una
cultura, un popolo».
Lì il filosofo
Johann Gottlieb Fichte (pur dichiarando di sostenere il riconoscimento agli
israeliti dei «diritti umani») precisava: «Per quanto riguarda il conferimento
agli ebrei dei diritti civili, non vedo altro rimedio se non che bisognerebbe
tagliar loro la testa e in una notte sostituirla con un’altra che non
contenesse nemmeno una sola idea ebraica». Lì Johannes Wallmann, come ricordano
ne «Il pregiudizio razziale» Aldo Morrone e Leonardo Borgese, «sostenne non
esservi alcuna prova che Gesù fosse giudeo e aggiunse che i galilei avevano un
po’ di sangue ariano. Ma in sostanza Cristo, per lui, non era nemmeno galileo,
sia perché Giuseppe non era suo padre, sia perché non aveva nessun padre.
Affermava inoltre che il messaggio stesso di Cristo dimostrava il suo
arianesimo». Lì Stewart Chamberlain, genero di Richard Wagner, inglese
naturalizzato tedesco, per dirlo con le parole di George L. Mosse, terorizzò
che i tedeschi erano il popolo eletto e «al di fuori di essi esisteva una
mescolanza caotica di popoli, spettatori passivi della battaglia decisiva della
storia». Lì lo stesso Wagner scrisse che «nell’aspetto esterno dell’ebreo si
trova qualcosa di straniero che ripugna sopra ogni altra cosa (..) Le nostre
orecchie sono particolarmente urtate dai suoni acuti, sibilanti, stridenti di
questo idioma. Gli ebrei usano le parole e la costruzione della frase in modo
contrario allo spirito della nostra lingua nazionale (..) Ascoltando l’ebreo
che parla, noi siamo nostro malgrado urtati dal fatto di trovare il suo
discorso privo di ogni espressione veramente umana».
Fino ad arrivare
all’incubo nazista. Alla teorizzazione estrema della superiorità della razza
ariana. Al programma Leben ideato da Heinrich Himmler il quale, alla ricerca
della razza «perfetta», si spinse a sostenere che l’accoppiamento ideale era
quello tra i tedeschi e le norvegesi e per questo, com’è scritto il nostro
Paolo Valentino, «a 400 mila militari impegnati nell’occupazione della Norvegia
fu dato il compito di “procreare quanti più bambini possibile, legalmente o
illegalmente”».
E come dimenticare
l’opuscolo di propaganda «Vittoria delle armi, vittoria del bambino» diffuso
dai nazisti nel 1940? Mentre programmavano lo sterminio di centinaia di
migliaia di piccoli ebrei e zingari, quell’opuscolo incitava le mamme
teutoniche: «Offrite un bambino al Furer ché ovunque si trovino nelle nostre
province tedesche dei gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve
diventare il paese dei bambini».
Una storia da
spavento, inchiodata alle parole d’ordine «Blut und Boden», sangue e suolo. Una
storia cambiata anno dopo anno, a partire dal secondo dopoguerra, dall’arrivo
di milioni di immigrati. Italiani, spagnoli, portoghesi, turchi. Che hanno
fatto della Germania un paese diverso. Sempre più ricco, sempre più aperto,
sempre più multietnico. Nonostante qualche rigurgito. Come i manifesti affissi
a Goerliz o a Dresda contro «l’invasione dei polacchi». Come l’odio dei
neonazisti verso il deputato cristiano democratico Zeca Schall, un angolano da
decenni in Germania, bollato come «la quota negra della Cdu». Come certe
iniziative di Udo Voigt, processato per una rabbiosa campagna contro la
convocazione in nazionale di giocatori di colore come Patrick Owomoyela, figlio
di un nigeriano e di una tedesca. Campagna basata su una foto taroccata della Nazionale
teutonica con dieci calciatori neri e un solo «ariano» e accompagnata dallo
slogan: «Bianco non solo il colore della maglia!»
Era il 2008. E i
tedeschi di «sangue misto» erano cinque. Compresi il tedesco di Polonia
Miroslav Klose, capocannoniere del Mondiale 2002. E il ticinese di padre
tedesco e mamma calabrese Oliver Neuville. Adesso, in un paese che ha alla
guida dei Verdi il tedesco-turco Cem Ozdemir e al comando del ministero della
Salute il tedesco-vietnamita Philipp Rösler, sono undici. Frutto della legge
cambiata nel 2000. Fino a quel momento, la Germania aveva un sistema di jus
sanguinis simile al nostro. Oggi chi nasce a Berlino, Francoforte o Monaco, se
almeno uno dei due genitori risiede nel paese da più di otto anni, è da subito
cittadino tedesco.
Risultato: nella
nuova Germania, che magari giovane com’è non ce la farà ad arrivare fino in
fondo ma ha dato contro gli inglesi una straordinaria dimostrazione di come
possano saldarsi forza e fantasia, concretezza ed esuberanza, grinta e allegria,
c’è di tutto. Tedeschi di sangue polacco (Klose, Lukas Podolski e Piotr
Trochowski), spagnolo (Mario Gomez), bosniaco (Marko Marin), brasiliano
(Cacau), ghanese (Jerome Boateng), tunisino (Sami Khedira), nigeriano (Dennis
Aogo) e turco, come Serdar Tasci e il fantastico Mesut Özil. Che nato e
cresciuto a Gelsenkirchen parla della Turchia come di una cosa lontana: «Ho
molti parenti nella terra d’origine dei miei genitori…».
C’è uno spot che
va in onda da un paio d’anni sui canali tv tedeschi. Nel giardino di una casa
ci sono un po’ di famiglie di origini ed etnie diverse che mangiano e
chiacchierano animatamente. Finché una donna grida: correte, correte, ci sono i
nostri ragazzi in televisione. Cambia la scena. Inno nazionale ed ecco, sul
campo verde, la Germania. Dei Mueller e degli Ozil. Lo ha voluto il manager
della squadra Oliver Bierhoff, quello spot. Un tedesco di Germania. Con una
nonna immigrata dal Friuli. Gian Antonio Stella, gadlernet.it
Germania, il centrodestra chiede il test d'intelligenza per tutti gli
immigrati
La proposta di
esponenti Cdu e Csu: «Sia un requisito per l'ingresso, motivazioni umanitarie
non sono sufficienti» ma il numero degli stranieri che arrivano nel paese è in
calo costante
BERLINO -
Provocatoria proposta dalle fila dell'Unione in Germania: esponenti della Cdu e
Csu chiedono una nuova politica dell'immigrazione per il Paese, un "test
d'intelligenza" per gli stranieri come requisito per entrare in Germania.
«I motivi umanitari non debbono più essere l'unico criterio per
l'immigrazione», spiegano i politici del partito cristiano-democratico di
Angela Merkel. Tuttavia, le recenti statistiche sull'immigrazione vedono
un'inversione di tendenza in Germania.
NUOVI CRITERI
D'INGRESSO - Il ct tedesco Joachim Löw ha portato in Sudafrica ben 11 giocatori
di origine straniera, cambiando il volto tecnico della sua squadra e
rispecchiando la realtà sociale presente di una Germania multirazziale. Ciò,
tuttavia, non basta ad abbassare i toni del dibattito attorno al problema dell'integrazione
e dell'immigrazione degli stranieri in Germania. Il portavoce della politica
interna della Cdu a Berlino, Peter Trapp, chiede di fissare nuove regole
d'ingresso per gli stranieri nel Paese. Al giornale Bild ha spiegato: «Abbiamo
bisogno di stabilire criteri di immigrazione che siano davvero utili al nostro
Stato. E l'intelligenza è altrettanto importante quanto l'istruzione e
un'adeguata qualifica professionale. Per questo sono favorevole a un test di
intelligenza per gli immigrati». Tale richiesta, insomma, non deve più essere
un tabù.
CANADA - A volere
una revisione a livello europeo delle politiche d'immigrazione è anche il
capogruppo al Parlamento europeo della bavarese Csu, Markus Ferber. Che fa
riferimento all'esempio del Canada: «È molto più avanti e pretende dai figli
degli immigrati un quoziente intellettuale più elevato che per i figli dei
propri cittadini. Criteri umanitari per il ricongiungimento delle famiglie non
possono rimanere l'unico motivo valido per l'immigrazione». La proposta,
ovviamente, ha suscitato molteplici reazioni. Un test d'intelligenza per gli
immigrati è un'ipotesi semplicemente «assurda», ha replicato prontamente il
ministro del governo federale per l'integrazione e la migrazione, Maria Böhmer
dei cristano democratici. Aggiungendo: la proposta stessa è «segno di poca
intelligenza». A prendere le distanze anche i partiti dell'opposizione.
STATISTICHE - Le
cifre sull'immigrazione in Germania dipingono tuttavia un altro quadro: il
numero degli immigrati è in costante calo, sempre più sono le persone che
emigrano dal Paese. Nel 2009, infatti, sono stati 734.000 quelli andati via
dalla Germania, 721.000 quelli entrati nel Paese. Dal 1985 al 2007, invece, il
numero di immigrati ha ogni anno superato quello degli emigrati. Elmar Burchia
CdS 29
www.ciao-tschau.eu, avviato il portale per gli scambi giovanili
tra Italia e Germania
All' indirizzo
www.ciao-tschau.eu è on-line il portale dedicato alla promozione e allo
sviluppo degli scambi giovanili tra Italia e Germania, realizzato presso il
Centro italo-tedesco di Villa Vigoni con il sostegno dei Ministeri degli Esteri
di Italia e Germania.
La piattaforma –
nota l’Abasciata d’Italia a Berlino - si rivolge sia a giovani, studenti e
universitari, sia a insegnanti e persone che lavorano con i giovani, e offre
spazio e occasioni per scambiarsi informazioni, informa su progetti e
istituzioni che si impegnano in diversi campi per lo scambio italo-tedesco e su
finanziamenti per partecipare a programmi di scambio, individua temi attuali e appropriati
nell’ambito dello scambio italo-tedesco per i giovani e valorizza le attività
dello scambio italo-tedesco per i giovani in maniera sostenibile.
Dal 15 giugno è
partito il concorso on line per il futuro logo Iuventus
(http://www.ciao-tschau.eu/?page_id=48&lang=it ). Chi ha tra i 16 e i 29
anni e vive in Italia o in Germania può registrarsi e partecipare al concorso.
Dopo il 15 ottobre 2010, termine ultimo d’invio delle proposte, una giuria
italo-tedesca selezionerà tre loghi che riceveranno interessanti riconoscimenti
nel corso del primo Incontro Italo-Tedesco alla fine dell’anno.
A questa giuria,
oltre a rappresentanti dei due ministeri degli Esteri, dell’Ambasciata Italiana
a Berlino e dell’Ambasciata Tedesca a Roma, prendono parte anche personaggi di
spicco nell’ambito della cultura, del giornalismo e del design.
Il portale
proporrà inoltre numerose fonti di informazione e possibilità di interazione
per ragazzi ed operatori del mondo giovanile tra cui le presentazioni di
istituzioni italo-tedesche e di film e libri ispirati ai due paesi. Gli
iscritti potranno raccontare le loro esperienze di scambio, cercare partner per
futuri progetti, proporre idee e commentare quelle degli altri.
“Iuventus”-
sottolineano dal Centro di Villa Vigoni - intende potenziare le relazioni
tra i due paesi promuovendo incontri tra le ultime generazioni e abbattendo gli
stereotipi che ostacolano ancora la reciproca comprensione per costruire la
strada dell’Europa unita.
Nella sezione in
tedesco il motivo per cui è stato dato il nome “Iuventus” (termine latino per
gioventù/Jugend) a questo progetto di interscambi giovanili ed il saluto
d’avvio del console tedesco a Roma. De.it.press
A Norimberga e Saarbrücken rimane lo “sportello consolare”. Soddisfatti Di
Biagio e Narducci
Roma - Si sono
svolte in Commissione Esteri della Camera dei Deputati, le interrogazioni, a
firma di Aldo Di Biagio e dei parlamentari eletti all’estero del Pdl, relative alla questione della
razionalizzazione della rete consolare estera, ed in particolare delle sedi di
Norimberga e Saarbrucken e dell’avvio del consolato digitale, questioni di
assoluta importanza per i nostri connazionali all’estero.
“La decisione del
Governo, in seguito alle intese sollecitazioni parlamentari, di consultazioni
con il Ministero degli Esteri tedesco e di referenti dei Lander coinvolti,
anche attraverso la nostra Ambasciata d’Italia a Berlino, ha garantito una
nuova forma di presenza consolare a Norimberga e Saarbrucken, sul modello dello
sportello consolare”, scrive Di Biagio, responsabile del Pdl estero.
Per quanto
riguarda invece l’avvio del consolato digitale, ovvero all’accesso via internet
dei servizi consolari, presentato a Bruxelles in via sperimentale, il Governo
nel confermare che il Sifc sarà progressivamente esteso agli altri uffici in
Europa, ha garantito, altresì, adeguata
formazione informatica del personale addetto. Oltretutto – per quanto riferito
in Commissione- l’attivazione del Sifc è stata realizzata in parallelo
all’introduzione in tutta la rete diplomatica –consolare del passaporto
biometrico. La richiesta del nulla osta per i passaporti ai residenti esteri
viene gestita direttamente dal Ministero dell’ Interno, che per velocizzare la
procedura di trasmissione dei nulla osta ha previsto l’utilizzo della posta
certificata.
“Sono felice del
risultato raggiunto per le sedi consolari di Norimberga e Saarbrucken – ha
dichiarato Di Biagio - frutto del lavoro inteso e coordinato di tutte le
istituzioni interessate e per quanto riguarda il consolato digitale, a mio
avviso, stiamo percorrendo la strada giusta verso l’innovazione dei servizi
all’estero”.
“Finalmente una
risposta alle ripetute richieste di salvare i consolati di Norimberga e
Saarbrucken è arrivata dal sottosegretario di Stato agli Affari esteri, Alfredo
Mantica, in commissione Affari esteri della Camera in risposta ad una
interrogazione di Aldo di Biagio”, scrive Franco Narducci in un commento sul
proprio sito internet. “I Consolati di Norimberga e di Saarbrucken – spiega
Narducci – rimangono come uffici consolari, una formula che soddisfa le
prerogative poste dalle autorità tedesche, che sul proprio territorio non ammettono
altre forme minime se non quella summenzionata. Sul piano sostanziale,
nonostante la denominazione di nuovo conio, si tratta di una forma
riconducibile “al modello degli Sportelli consolari” come ha affermato lo
stesso sen. Mantica. Una decisione che – conclude Narducci – pur giocando al
ribasso, consentirà di assicurare i servizi ai concittadini all'estero come
ripetutamente richiesto dalle comunità italiane che si trovano in quelle zone
della Germania che anch’io ho sostenuto, con forza, nell'esercizio della mia
attività parlamentare”. NoveColonne
Il Gruppo teatrale Eos di Bolzano venerdì 9 luglio Monaco di Baviera
Monaco di Baviera
- Rinascita e.V. in collaborazione con ItalLIBRI invita alla Lettura
interpretativa con accompagnamento musicale al pianoforte e immagini del dramma
Ida Dalser, la moglie di Mussolini, con il Gruppo teatrale Eos
venerdì 9 luglio ore 19.30 in
EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80 Rgb, München).
Interpreti: Mara
Da Roit e Pierpaolo Dalla Vecchia. Musiche di Emanuele Zottino
Riduzione,
adattamento e regia a cura di Lorenzo Merlini
La vicenda prende
le mosse nel 1913, quando fra Ida Dalser e il futuro duce Benito Mussolini
si accende la passione. I due si sposeranno in chiesa e nel 1915 Ida darà alla
luce il figlio Benito Albino, riconosciuto dal padre.
Con
l'inarrestabile ascesa politica matura anche la decisione di Mussolini di
escludere dalla propria vita sia il bambino sia la donna, che
nel frattempo si era privata di tutti i suoi averi per sostenere le ambizioni
del suo uomo.
Ida viene
sballottata da un capo all'altro dell'Italia, ma lei non si dà per vinta,
insiste, rivendica, diventando un elemento scomodo per la carriera politica di
Mussolini, che la farà internare in manicomio.
Ida Dalser morirà
nel 1937 nell'ospedale psichiatrico di Venezia. La stessa sorte toccherà al
figlio Benito Albino, che, allontanato da bambino dalla famiglia materna,
spirerà all'età di 27 anni presso il manicomio di Mombello, dove era stato
fatto internare.
Il Gruppo teatrale
EOS di Bolzano mette in scena questo pezzo, tratto dal libro "La moglie di
Mussollini" di Marco Zeni. Lo scrittore-giornalista trentino utilizza
numerosi documenti inediti, trasformando la relazione fra Benito Mussolini e
Ida Dalser in un giallo autentico e in un caso politico, nel quale prevale la
ragion di Stato.
Ingresso: 5,-
(soci di rinascita e.V. 3,-). Per informazioni: rinascita e.V. tel. 089/36 75
84 - info@rinascita.de - www.rinascita.de (de.it.press)
Ad Amburgo una versione anseatica dello sbarco della “Nave dei diritti”
Amburgo – I 26
giugno una versione anseatica dello sbarco della “Nave dei diritti”, il
traghetto con a bordo 1000 italiani residenti all’estero giunto a Genova lo
stesso giorno per manifestare preoccupazione per l’impatto culturale e sociale
della crisi in Italia e il suo contraccolpo sulla tutela dei diritti umani e la
partecipazione democratica, si è svolta ad Amburgo su iniziativa del
Coordinamento Donne italiane in loco (DICA).
Un gruppo di connazionali ha attraversato un
breve tratto del fiume Elba, approdando al Fischmarkt dove un’esponente del
DICA ha ricordato le vicissitudini di un giovane peruviano immigrato in Italia.
“Lo Sbarco della Nave dei diritti rappresenta
anche il viaggio di navi, barche, carrette che giungono numerose a Lampedusa o
in altre località del Mediterraneo, - spiega in una nota in proposito Maria
Mannarini per il DICA - cariche di traumi vissuti in altre parti del mondo e di
speranze tutte prospettate verso un continente simbolo di una democrazia
purtroppo non sempre realizzata. Troppo spesso il loro tormentato viaggio non
termina nello Stato di Diritto che si erano immaginati, ad attenderli ci sono
nuove vicende di umiliazione, rifiuto e negazione dei diritti umani che
dovrebbero essere garantiti a chiunque. È questa la quotidiana esperienza di
migliaia di esseri umani in fuga da realtà per noi inimmaginabili, in Italia e
altri Paesi europei”.
Il materiale fotografico raccolto verrà
inviato all’iniziativa Lo Sbarco di Barcellona “a sostegno di un evento che
speriamo continui a trovare eco – prosegue Mannarini - non solo in Italia”.
All’iniziativa di Amburgo hanno preso parte,
oltre al DICA, la Fabbrica di Nichi Hamburg, Sinistra Europea (Fed. della
Sinistra), il gruppo Flucht und Migration e la segreteria del partito Die Linke
Hamburg, il Coordinamento Donne Francoforte, il Circolo Di Vittorio
Francoforte. (Inform)
Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di baviera e dintorni
- fino a sabato 3
luglio, München "Filmfest München 2010"
Per
informazioni: www.filmfest-muenchen.de
Organizza: Filmfest München, in collaborazione con Istituto Italiano
di
Cultura e Cinecittà Luce SpA Roma
- fino a venerdì
30 luglio, c/o Galerie Biedermann (Maximilianstr. 25,
München), martedì-venerdì
ore 10:00-18:00, sabato ore 11:00-14:00
"Enzo Sellerio:
Fotografien der 50er und 60er Jahre"
Organizza: Galerie Biedermann
- fino a mercoledì
18 agosto, c/o Bayerische Staatsbibliothek
(Ludwigstr. 16, München), lunedì-venerdì ore 10:00-17:00, giovedì fino
alle
20:00, sabato e domenica ore 13:00-17:00
in
occasione della Bayerische Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN"
"Bella figura.
Italienische Buchmalerei in der Bayerischen Staatsbibliothek"
Organizza: Bayerische Staatsbibliothek, Istituto Italiano
di Cultura
- fino a martedì
31 agosto, lunedì-giovedì 10:00-16:00, c/o
Geschäftsstelle
der SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag
(Maximilianeum, München)
Mostra fotografica:
"55 Jahre 'Deutsche Vita' - Arbeitsmigration nach
Deutschland"
La
raccolta di fotografie di Antonino Tortorici racconta frammenti di
esistenze degli emigranti dal momento del loro arrivo arrivo negli
anni
'50, illustrandone le condizioni di vita sul lavoro e nel quotidiano.
Organizza:
SPD-Fraktion im Bayerischen Landtag
- fino a domenica
19 settembre, c/o "Die Neue Sammlung - The
International
Design Museum Munich" / Pinakothek der Moderne
(Barerstr. 40, München), martedì-domenica ore
10:00-18:00, giovedì
ore
10:00-20:00. "La fabbrica delle idee. Alessi: Storia e futuro"
Ingresso: € 10,-/7,- (domenica: € 1,-)
Organizza:
Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich
in cooperazione con Istituto Italiano di Cultura
- fino a domenica
10 ottobre, Füssen ed Augsburg
Bayerische
Landesausstellung 2010: "BAYERN-ITALIEN" Mostre:
* KAISER, KULT UND
CASANOVA
Füssen:
Ehemaliges Kloster St. Mang, Lechhalde 3, ore 9:00-17:30
* KÜNSTLICH AUF WELSCH UND
DEUTSCH
Augsburg:
Maximilianmuseum, Philippine-Welser-Str. 24,
ore 9:00-17:30
* SEHNSUCHT, STRAND UND
DOLCE VITA
Augsburg:
Bayerisches Textil- und Industriemuseum (tim),
Provinostr. 46, ore 9:00-17:30
Il
programma è disponibile all'indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de
Organizza:
Haus der Bayerischen Geschichte, Stadt Augsburg,
Stadt Füssen, Bayerisches
Textil- und Industriemuseum
- fino a martedì
14 ottobre, c/o Valentin Karlstadt Musäum (Tal 50,
München)
Mostra: "Totò - der
italiensiche Prinz des Lachens - Ein multimediales
Event"
Organizza: Massimo Fiorito, Città di Napoli, Valentin Karlstadt
Musäum,
Filmmuseum des Münchner Stadtmuseums Istituto Italiano di
Cultura
- giovedì 1
luglio, ore 19:00, c/o Siedlerfest (Hochstr. 69, Karlsfeld)
"Abend der Vereine - Serata delle associazioni"
con
la parteicapzione del circolo ACLI-Karlsfeld
Organizza:
Siedlergemeinschaft Karlsfeld-Nord
- giovedì 8 luglio, ore 14:00-17:00,
c/o Schulungsräumen von Donna
Mobile (Landsberger Str.
15, München)
"Tag der offenen
Tür"
Kaffee, Tee und Snacks +
Qualifizierung und Beratung für MigrantInnen:
Vorträge, Präsentationen,
Information, M&oauml;glichkeit für
Einzelgespräche,
Anerkennung
Organizza: "Donna Mobile"
- Gesundheitsförderung, Prävention und
Qualifizierung für MigrantInnen
- venerdì 9
luglio, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Incontri di letteratura spontanea"
Chiunque
può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o
anche
solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri.
Come
in ogni incontro alla migliore testimonianza orale o scritta sarà
assegnato il premio in onore della Signora Fiorani in Muhm.
Ingresso gratuito.
Per
informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491
Organizza:
www.letteratura-spontanea.de
- venerdì 9
luglio, ore 19:30, c/o EineWeltHaus, Grosser Saal
(Schwanthalerstr. 80 Rgb, München)
Teatro: "Ida Dalser, la moglie di Mussolini"
Lettura
interpretativa con accompagnamento musicale al pianoforte e
Immagini. A cura del gruppo teatrale EOS di Bolzano.
Riduzione, adattamento e regia di Lorenzo Merlini.
Ingresso: € 5,-/3,- soci
Organizza: Rinascita e.V. in collaborazione con Libreria Itallibri
- venerdì 9
luglio, ore 20:00, c/o Centro Culturale Kubiz (Jahnstr. 1,
Unterhaching) Inaugurazione di "KONTAKTE"
Mostra di Pittura di Maura Marolla Metzdorf
La
mostra resterà aperta fino al 10 agosto.
- giovedì 15
luglio, ore 17:00, c/o Bayer. Staatsbibliothek,
Schatzkammer (Ludwigstr.
16, München)
Visita alla mostra
"karfunkelstein und Seide"
Guida: Dr. Ulrike Bauer, Kunsthistorikerin
Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- giovedì 15
luglio, c/o Schloßinnenhof (Ortenburg), ore 19:30
in
occasione delle 58. Festspiele Europäische Wochen Passau 2010:
"Frauengestalten -
Frauen gestalten"
Concerto: "Madrigale der venezianischen Komponistin
Barbara Strozzi
(1619-1664)"
con l'Orlando di Lasso Ensemble
Per
maggiorni informazioni: www.ew-passau.de
Organizza:
Festspiele Europäische Wochen Passau, in collaborazione con
Istituto
Italiano di Cultura
- domenica 18
luglio, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim
(Valpichlerstr.
36 - München), Deutsch-Italienische Spielgruppe
Incontro
per genitori e bambini (dai 0 ai 6 anni) di famiglie
multinazionali,
Partecipazione: 2 € per gruppo familiare.
Per
informazioni rivolgersi a Lucianna Filidoro
(lucianna.filidoro@gmx.de) o Claudia Cella (cella10@web.de)
Autostrade. La Venezia-Monaco è irrinunciabile per il Veneto
VENEZIA – “Ci appelleremo direttamente al
Ministro degli Esteri Franco Frattini, che sarà in Veneto il prossimo 9 luglio
per perorare la causa della Venezia-Monaco. I dubbi e i veti del governatore
della Provincia di Bolzano Luis Durnwalder sono legittimi, ma dovrebbero anche
sottostare agli interessi più generali dell'economia del Nordest e dell'Italia
intera”. Lo afferma, in una nota, il capogruppo del Pdl in Consiglio regionale
veneto Dario Bond il quale rileva che “migliaia di aziende dell'area più
produttiva del nostro Paese non hanno uno sbocco verso Austria e Germania che
sono tra le più grandi aree industrializzate del mondo.
E' un'assurdità tra le tante che solo una
forte volontà politica può eliminare”. “Il Veneto ancora oggi non ha un
collegamento diretto con il Nord Europa - prosegue Bond - e il prolungamento
della A27 significherebbe l'europeizzazione piena del Bellunese con effetti
positivi sia per il comparto industriale che per quello turistico”. La
Venezia-Monaco è un progetto importante che va perseguito come altri quali
l'allargamento della A4 e la Pedemontana”. (Inform)
La Galleria Poliedro all’Arte Fiera Sindelfingen nel 2011 con un progetto
sulla “mobilità”
Anche nel 2011 la
Galleria Poliedro di Trieste sarà presente all’Arte Fiera di Stoccarda
Sindelfingen con un proprio stand. Da venerdì 14 a domenica 16 gennaio 2011.
La Galleria
Poliedro, portavoce dell’Arte Fiera di Stoccarda Sindelfingen per
l’Italia, sarà presente con uno stand a metratura variabile. Idea per
un’installazione spaziale nel 2011, in occasione della 4^ Fiera d’Arte
Internazionale di Stuttgart-Sindelfingen.
Nel 2011, per il
125° anniversario dell’Automobile, nel Baden-Wuerttenberg verranno fatte molte
manifestazioni. La Galleria Poliedro ha in progetto, come uno dei primissimi
omaggi per questo giubileo, un grosso evento artistico, annesso alla Fiera
d’Arte Internazionale (14 – 16 gennaio 2011).
Il tema principale
vuole dimostrare che la “Mobilità” è stata ormai inclusa alla grande in
tutte le nostre necessità di vita e non può essere ridotta alla semplice
automobile
La Mobilità –
all’infuori del movimento – nel gioco comune con progresso ed invenzione, ci
porta. direttamente nella conoscenza e nella ricerca, nella comunicazione ed in
ogni altro campo come il lavoro, la medicina, l’arte, la cultura.; migliora le
nostre qualità di vita ma ci consente anche considerazioni e riflessioni
critiche.
L’Installazione
Spaziale (il network percorribile dell#azienda) vedrà nel suo complesso la
quintessenza della mobilità e libertà, già apprezzata dall’automobile. Ma
comprenderà anche l’arte estesa a tutte le nazioni e mezzi d’espressione di
ogni tipo e possibilità di percezione come vedere, sentire, toccare, parlare,
usando pittura, collage, installazioni, scultura, foto art e video, computer
art, musica e performance.
Sono invitati
perciò tutti gli artisti tedeschi e stranieri che abbiano qualcosa di
interessante da mostrare nel campo della mobilità e delle sue diramazioni.
Dettagli tecnici,
termine per la presentazione dei lavori, selezione dei lavori ed altre
indicazioni verranno date in futuro dagli organizzatori.
E’ prevista anche
una dettagliata versione stampata di questa grande rappresentazione.
De.it.press
Più immigrazione non corrisponde a più criminalità
TRENTO -
Sull’ipotesi di un legame tra criminalità e immigrazione si sono confrontati il
sociologo dell’Università di Bologna, Marzio Barbagli, e il docente di politica
economica dell’Università di Parma, Francesco Daveri, nel dibattito intitolato
“Vero o falso”, nuovo format realizzato nel’ambito del Festival dell’economia,
svoltosi a Trento agli inizi di giugno.
All’incontro, coordinato dal giornalista di
Repubblica Federico Rampini e introdotto da Paolo Pinotti del Centro studi
della Banca d’Italia, hanno partecipato anche David Card, Franco Pittau,
Riccardo Puglisi e Linda Laura Sabbadini.
Al termine del confronto, una giuria di
studenti ha sentenziato all’unanimità che “più immigrazione non corrisponde a
più criminalità”, contrariamente a quanto emerge dai sondaggi svolti in
proposito e ricordati, nel corso della riflessione, da Pinotti: circa il 60%
delle persone, in Italia, dichiara di essere preoccupata della criminalità
portata dagli immigrati; la media europea del dato raggiunge il 70%.
I dati Istat sulle variabili connesse
al problema non sono sempre così facili da interpretare: il tasso di
criminalità in Italia è costante dai primi anni ’90 in poi, mentre
l’immigrazione nello stesso periodo è quadruplicata; il tasso di stranieri sul
totale della popolazione carceraria è invece del 40%, anche se, in totale,
rispetto alla popolazione italiana, il tasso di immigrati regolari non arriva
al 5%. Le stime però confermano che l’80% degli immigrati oggi
incarcerati sono irregolari, mentre la percentuale delle popolazione italiana
che viene denunciata è all’incirca uguale per quanto riguarda italiani e
immigrati regolari.
Il tasso di criminalità, in base ad uno
studio approfondito dei dati, non risulta legato all’immigrazione, quanto ad una
serie di variabili quali l’età media della popolazione (la propensione a
delinquere è più diffusa nella fascia di età giovanile, che nel nostro Paese va
diminuendo), il tasso di alfabetizzazione, la qualità e quantità delle
politiche che promuovono l’integrazione, il rispetto della legalità che si
registra tra gli autoctoni.
Franco Pittau, coordinatore del Dossier
statistico immigrazione della Caritas Migrantes, ha segnalato anche in questo
occasione come il tasso di criminalità degli immigrati sia pressoché uguale a
quello degli italiani e, se togliamo il reato di immigrazione clandestina,
addirittura più basso. Oltre a ciò, l’Italia in realtà sta meglio di altri
paesi considerati più fortunati sul piano della diffusione della criminalità,
come il Belgio e l’Inghilterra. “Dirlo chiaramente – ha concluso Pittau -
attenuerebbe l’effetto di ‘assedio da parte della criminalità’ che parte della
popolazione italiana avverte”. (Inform)
Ma che hanno ottenuto gli europei?
Un vecchio detto
sostiene che se si muovono le merci non si muovono le armi. Pertanto, se i
Grandi della Terra stanno seduti a un tavolo solo per dialogare, concludendo
ben poco, non cederemo alla tentazione di definire inutili i loro incontri. A
voler ben considerare i risultati del G20-G8 in Canada, il risultato che
maggiormente contribuisce ad attuare il detto ricordato è l’impegno a non
introdurre ulteriori forme protezionistiche per il prossimo quadriennio. La
guerra, quindi, resta appannaggio delle incivili manifestazioni di esistenza
dei movimenti no global. Il mondo che conta opta per gli scambi. Il comunicato
finale del summit ha evidenziato quanto si debba abbassare il minimo comune
denominatore delle politiche nazionali affinché ciascun capo di stato possa
affermare all’esterno che la sua linea di governo ha trovato accoglienza.
Infatti i fautori del rigore fiscale, capeggiati da Angela Merkel, hanno avuto
soddisfazione ottenendo non solo la dichiarazione dell’importanza di una sana
finanza pubblica per una ripresa sostenibile, per giunta cifrata alla metà del
deficit attuale entro il 2013, indicando nel 2016 la data del risanamento dei
debiti statali. Ma lo hanno avuto anche i fautori della non interruzione dello
stimolo fiscale per sostenere la tuttora insoddisfacente crescita del reddito
e, ancor più, dell’occupazione; tra essi Obama, che nei suoi programmi aveva
già collocato nel 2013 la data di quel rigore che la Merkel pretende subito
dagli europei. La ciliegina sulla torta del compromesso raggiunto dal G20 è
stato il rifiuto della Cina di ricevere elogi per la sua decisione di tornare a
un aggiustamento graduale e controllato del rapporto di cambio estero dello
yuan, confermando che la decisione resa pubblica dal loro governatore della
Banca centrale prima del summit non ha poi tutta quella grande importanza che a
essa è stata data: in ogni caso la rivalutazione della moneta cinese terrà
conto dei soli interessi nazionali. Se tutti dichiarano d’aver ragione qualcosa
non funziona negli accordi raggiunti e l’indicatore è dato dal fatto che
ciascuno stato è lasciato libero di decidere come attuare gli indirizzi
concordati. È la conferma delle difficoltà in cui si dibatte le cooperazione
economica internazionale. Alla radice delle soluzioni raggiunte vi è la mancata
definizione da parte degli economisti dell’annosa vertenza se lo sviluppo è
aiutato da una significativa presenza dello stato o della libera iniziativa in
economia: ovvero se la “ distruzione creatrice “ del mercato è più efficace
dell’ “ intervento salvifico “ dello stato. È l’eterno dilemma se dobbiamo
affidare il nostro futuro alla Mano invisibile o al Grande Leviatano.
Sull’equivoco consentito da questa disputa irrisolta hanno convissuto nel
consesso canadese il rigorismo fiscale della Merkel, il lassismo analogo di Obama
e l’economia statale-liberista di Hu Jintao. Come pure sono riusciti a
convivere negli Stati Uniti i democratici a vocazione statalista con i
repubblicani a vocazione liberista. Purtroppo questo stesso grado di convivenza
non pare si possa raggiungere a livello europeo. Paolo Savona, Il Foglio 29
Porta (Pd) sulla visita del Presidente del Consiglio in Brasile
“Persa un’altra
occasione per sapere le reali intenzioni dell’esecutivo nei confronti delle
collettività che vivono all’estero”
SAN PAOLO – Sul numero di luglio della
rivista italo- brasiliana “Insieme”saranno pubblicate alcune considerazioni del
deputato del Pd, eletto nella ripartizione America Meridionale, Fabio Porta.
Nell’articolo Porta evidenzia come il Presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, nel corso dell’incontro con i rappresentanti delle
collettività italiana svoltosi presso il Circolo Italiano di San Paolo,
non abbia dato risposta alle principali richieste della nostra comunità
illustrate nell’intervento del presidente del Comites di San Paolo Rita
Blasioli Costa.
“Peccato, - scrive Porta - perché così
facendo il capo del governo italiano ha perso un’altra importante occasione per
esprimere le reali intenzioni sue personali e dell’esecutivo che dirige
rispetto ad una delle più grandi risorse del nostro Paese: le collettività che
vivono all’estero. A San Paolo come a Toronto l’unico riferimento agli italiani
che vivono all’estero di Berlusconi è stato l’invito a trascorrere le vacanze
in Italia per aiutare la nostra malconcia economia a riprendersi. Un po’ poco
per una risorsa unica e straordinaria che sicuramente (e il Canada ed il
Brasile erano due “casi tipo”) può offrire al nostro Paese molto ma molto
di più che qualche giorno al mare o in montagna in compagnia dei lontani
parenti. Una risorsa – prosegue Porta - che avrebbe bisogno di essere anzitutto
conosciuta, quindi rispettata ed infine valorizzata; un impegno che passa dal
serio riconoscimento del ruolo fondamentale del sistema di rappresentanza
(Comites, Cgie, Parlamentari), da un adeguato investimento sulla diffusione
della nostra lingua e cultura (e quindi soprattutto sulle giovani generazioni)
e dalla piena tutela assistenziale e previdenziale dei cittadini più bisognosi,
gli anziani in primo luogo”. Connazionali in stato di indigenza, che vivono
prevalentemente nei paesi di residenza del Sud America.
Da porta viene infine segnalato come la
nostra rete diplomatico – consolare rischi di non essere all’altezza, per
quanto riguarda i servizi destinati alla nostra collettività e le sfide poste
all’Italia dalla globalizzazione, di un paese appartenente al “G8”.
(Inform)
Bruxelles. D'Alema eletto presidente dei progressisti europei
L'assemblea della
Feps lo ha votato all'unanimità. Fassino: "La sua guida è un contributo al
riformismo Ue". Enrico Letta: "Questa nomina è un
riconoscimento al Partito democratico"
BRUXELLES -
Massimo D'Alema è stato eletto presidente della Foundation of european
progressive studies (Feps). L'assemblea della federazione, riunita a Bruxelles,
si è espressa in suo favore all'unanimità.
"L'elezione
di Massimo D'Alema a presidente della Feps, oltre che alla persona è un
riconoscimento all'originalità e al valore dell'esperienza del Partito
democratico" ha dichiarato Piero Fassino. "La Fondazione per gli
studi progressisti europei, - ha sottolineato - creata proprio per promuovere
il confronto e la riflessione sul rinnovamento delle culture progressiste del
nostro continente, è la più importante fondazione politica europea ed è uno dei
luoghi più rilevanti per sviluppare quell'innovazione politica del riformismo
che è una delle ragioni costitutive del Pd". "Sono certo - ha
concluso Fassino - che, da presidente della Feps, D'Alema, per l'esperienza e
per la grande stima di cui gode in Europa, contribuirà a quel percorso di
innovazione culturale e politico in cui tutto il Partito democratico si
riconosce".
"La nomina di
D'Alema alla presidenza del Feps è un risultato di rilievo per tutto il Pd - ha
aggiunto il vice segretario del Pd, Enrico Letta - una grande opportunità per i
democratici e un riconoscimento per il ruolo di uno dei nostri principali e più
autorevoli leader".
Anche il vice
presidente del Senato, Vannino Chiti, ha espresso le sue congratulazioni e i
suoi migliori auguri di buon lavoro a D'Alema per l'elezione al prestigioso
incarico di presidente della Feps.
"Un
riconoscimento giusto e puntuale alla qualità del suo impegno politico e del
suo profilo di uomo di governo" ha dichiarato Sandro Gozi, deputato
e responsabile per le politiche europee del Pd. "La nomina di D'Alema è
per il Pd motivo di grande orgoglio e soddisfazione: uno dei suoi principali
esponenti arriva alla guida di una tra le più prestigiose e stimate fondazioni
europee, dimostrando la portata continentale dell'esperienza del progressismo
Italiano". LR 30
Kirghizistan, la democrazia all'esame delle etnie
Stalin, quei
confini dei Paesi dell'Asia centrale, li aveva disegnati apposta in modo da non
corrispondere a entità nazionali omogenee e unitarie. Aveva fatto la stessa
cosa anche in Europa: nulla di meglio che mescolare etnie, lingue e culture in
una singola repubblica per evitare che poi quella repubblica rivendichi la
sovranità e l'indipendenza sfidando la compattezza e la solidità dell'intera
Unione Sovietica. Aveva disegnato un'Ucraina dove nessun cittadino capiva
allora (e non capisce ancora adesso) cosa esattamente «ucraino» voglia dire, o
una Lettonia dove per confondere le idee ai suoi abitanti aveva forzosamente inserito
centinaia di migliaia di russi che del lettone non avrebbero mai imparato
neanche una parola. Poi l'Unione Sovietica è crollata e quei confini sono
diventati confini di Stati veri e propri. E con la scomparsa di un regime
totalitario centrale e la creazione di Stati indipendenti dove si affastellano
culture diverse si affievolisce anche la capacità di mantenere l'ordine
interno. Le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale sono così in
condizioni di irrequietudine semi-permanente.
L'ultimo esempio
ci viene dai tragici avvenimenti del Kirghizistan, dove tra i cittadini di
etnia uzbeka vi sono stati circa duecento morti mentre decine di migliaia di
altri sono fuggiti nel vicino Uzbekistan per sottrarsi alle violenze inflitte
loro dalla maggioranza kirghisa, al punto che lo stesso Uzbekistan ha deciso di
chiudere le sue frontiere perché non è in grado di dare accoglienza a nuovi
afflussi di rifugiati.
I russi, che un
tempo erano i padroni, si sono guardati bene dall'intervenire per aiutare a
sedare i disordini, ben sapendo che chi interviene una volta sarà costretto a
intervenire di nuovo in futuro. Ed è sufficiente prendere in mano un atlante
geopolitico per rendersi conto di quale mescolanza di etnie vi sia in quelle
cinque Repubbliche, tra uzbeki, tagiki, turkmeni, kazaki e kirghisi, tra
maggioranze di lingue altaiche e minoranze di lingue iraniche, tra popolazioni
stanziali e popolazioni di tradizioni nomadi e quindi inclini alla mobilità.
Ancor minore desiderio dei russi di mettere mano in quell'intrico inquieto
hanno avuto gli occidentali, già sufficientemente impelagati in Afghanistan per
cercare altri problemi da quelle parti.
Le violenze nel
Kighizistan, a quanto sembra, si sono arrestate solo perché buona parte delle
potenziali vittime è fuggita via e si accalca in baraccopoli provvisorie
destinate a diventare definitive. Sul piano politico, il Kirghizistan non ha
alle spalle degli anni tranquilli, come d'altronde non ne hanno avuti i suoi
vicini. Due uomini imperiosi e autocratici si sono succeduti al comando nella
capitale Bishkek: il primo, Askor Akayev, era un erede diretto della burocrazia
sovietica e venne rovesciato nel 2005 da Bakiyev, che si rivelò tuttavia non
meno nepotista e autoritario di lui. La costituzione dello Stato è stata modificata
cinque volte in un ventennio e nell'aprile scorso, inopinatamente, in quel
Paese di uomini forti una donna ha preso il potere. Roza Otumbayeva, già
ministro degli Esteri nel governo del suo predecessore, è temporaneamente a
capo di un governo di transizione che è al lavoro per modificare una volta di
più la costituzione del Kirghizistan e di avvicinare il Paese ai modelli di una
vera democrazia. Un passo storico è stato il referendum con cui il Kirghizistan
ha approvato a schiacciante maggioranza (90,6% dei voti) la nuova costituzione
che introduce il principio di democrazia parlamentare. C’erano dubbi
sull’opportunità di tenere una consultazione popolare a breve distanza da
disordini sanguinosi e in una situazione incerta di ordine pubblico, si temeva
un boicottaggio delle urne e l’esito non era scontato invece è stato un
successo personale per la Otumbayeva.
L'idea di
introdurre in Asia Centrale una democrazia parlamentare si può solo condividere
augurando buona fortuna. Purtroppo la storia recente ci dimostra che, mentre i
principi della democrazia parlamentare possono regolare gli squilibri politici
e assicurare l'alternanza tra le opinioni e le ideologie che coesistono in una
comunità, non possono da soli comporre le rivalità e gli odi che dividono una
etnia dall'altra o una fede religiosa dall'altra. Perché le idee politiche sono
mutevoli e chi è in minoranza può domani diventare maggioranza. Ma le etnie e
le fedi non lo sono e un kirghizo non diventa usbeko e uno sciita non diventa
sunnita. Non bastano democratiche elezioni per assicurare tra etnie diverse
l'equilibrio e la pacifica convivenza. Tra Uzbekistan e Kirghizistan vi sono
state in venti anni tre modifiche di frontiera: evidentemente non sono bastate
e non è detto che non ve ne saranno altre in futuro. BORIS BIANCHERI LS 30
Debito interno lordo. Se Londra è costretta a scoprire il DIL
Non siamo in grado di dire se l’autorevole
settimanale “The Economist” sia stato sinceramente fulminato sulla via di
Damasco come San Paolo oppure se abbia voluto solo “supportare” culturalmente
la politica economica di lacrime e sangue del nuovo governo inglese: sta di
fatto che la rivista britannica ha finalmente scoperto che il mondo “ricco” è
pieno di debiti. L’ultima sua copertina, che raffigura una scala nell’aldilà in
cui una famiglia di quattro persone - papà, mamma e due figli - sta salendo
timorosa ma piena di speranza verso il Paradiso, titola: “C’è ancora vita dopo
il debito?” E all’interno è pubblicato un ampio dossier in cui si sottolinea
che i debiti pubblici sono solo una parte del problema odierno dei Paesi
avanzati: infatti, ci sono anche i debiti privati che, anzi, sono stati la vera
causa della crisi globale ed hanno poi spinto gli Stati ad indebitarsi
ulteriormente a loro volta per soccorrere banche, imprese e famiglie troppo
indebitate.
Tutte tesi che
sosteniamo coerentemente su questo giornale sin dai giorni del crack della
Lehman Brothers (“Le banche italiane hanno un terzo dei debiti di quelle
inglesi”, 14 ottobre 2008; e “Debito aggregato: se consideriamo il debito delle
famiglie e lo sommiamo al debito pubblico scopriamo che Paesi come USA e Gran
Bretagna sono oggi ben più indebitati, in percentuale del PIL, rispetto
all’Italia”, 26 novembre 2008). Tesi che però anche “The Economist” ora
abbraccia e propone in gran spolvero facendo leva sulle statistiche del debito
“aggregato” del McKinsey Global Institute, anche queste, peraltro, da noi
pubblicate su “Il Messaggero” già vari mesi fa (“2001-2010: Odissea in un mondo
di debiti”, 29 gennaio 2010).
Nessun leader
mondiale è stato sinora in grado di indicare una via d’uscita dal labirinto di
debiti in cui si è smarrita l’economia mondiale, le cui prospettive di ripresa
e crescita appaiono assai precarie proprio per la pesantezza del dissesto
contabile del pianeta. Il G-20 canadese si è concluso debolmente con un
compromesso di massima sulla riduzione dei deficit, mentre gli economisti si
scontrano in questi giorni dividendosi tra chi è più favorevole alla politica
dell’austerità della Germania del cancelliere Angela Merkel o chi invece è più
favorevole a linee di politica economica meno virtuose ma maggiormente capaci
di sostenere la crescita (anche per non rischiare di spegnere sul nascere la
debole ripresa) come quelle propugnate dal presidente americano Barack Obama o
da quello francese Nicholas Sarkozy. Emblematico è il recente dibattito su “Il
Sole 24 Ore” che ha visto dividersi vari economisti ed opinionisti tra i quali
Alesina, Perotti, Wolf e il premio Nobel Krugman.
Nessuno però ci ha
ancora spiegato chiaramente come il PIL del mondo avanzato possa tornare ad
aumentare anche solo dell’1-1,5% annuo visto che la crescita economica prima
dello scoppio della crisi era stata, è vero, più elevata ma fondata
letteralmente sulla sabbia, cioè sui debiti. E’ evidente, infatti, che oggi i
debiti sono ormai così tanti da non permettere più né agli USA né all’Europa
“periferica” (Gran Bretagna, Spagna, Irlanda, ecc.) una semplice riproposizione
dello squilibrato schema di sviluppo precedente.
“The Economist”
sul suo sito internet ha addirittura pubblicato una carta geografica
interattiva che mostra il livello del debito “aggregato” (pubblico e privato)
dei principali Paesi del mondo. La rivista britannica precisa che non c’è un
limite massimo al rapporto debito “aggregato”/PIL, ma che Paesi come Islanda ed
Irlanda, di fatto, hanno raggiunto tale limite quando i loro debiti “aggregati”
sono arrivati ad essere 8-10 volte maggiori del PIL. Non viene fatto esplicito
riferimento all’Italia, ma i dati di McKinsey Global Institute sono gli stessi
già anzitempo pubblicati dal “Messaggero” dai quali risulta che il debito
“aggregato”, che noi abbiamo proposto di rinominare Debito Interno Lordo (DIL),
è inferiore in Italia a quelli di Giappone, Gran Bretagna, Spagna, Francia e
solo di poco superiore a quelli di Germania e Canada. Va detto inoltre che i
dati forniti da McKinsey per gli Stati Uniti sono lievemente inferiori a quelli
dell’Italia ma solo perché considerano esclusivamente il debito pubblico
americano collocato sul mercato. Sicché se utilizzassimo le statistiche sul
debito pubblico lordo pubblicate dal Fondo Monetario Internazionale, in realtà
anche il debito “aggregato” statunitense sarebbe di molto superiore a quello
dell’Italia.
Ma la
“neo-convertita” rivista britannica non si ferma qui: infatti, ha anche
aggiornato una tabella sulla sostenibilità specifica dei debiti sovrani dalla
quale risulta che il debito pubblico italiano è più solido non solo di quelli
di Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma anche di quelli di Gran Bretagna,
Giappone, Stati Uniti e Francia.
I dati sempre più
condivisi sul debito “aggregato” raffigurano dunque un mondo completamente
rovesciato rispetto al passato, in cui persino l’Italia, pur coi suoi molti
problemi, può dare lezioni di virtù a tanti ex campioni dei conti pubblici.
Dato che non è seriamente pensabile che la crescita dell’economia mondiale
possa essere trainata autonomamente solo dai Paesi emergenti, occorre che i
Paesi ricchi sistemino definitivamente le loro finanze pubbliche e private
dissestate per ristabilire la necessaria fiducia sui mercati. Marco Fortis IM
30
Politica e sindrome del completto. I poteri forti come alibi
IPoteri Forti
hanno smesso finalmente di interferire col basilico della Riviera? Il silenzio
della Cia (non l’Intelligence: la Confederazione Italiana Agricoltori), che
diede la tessera di socio onorario al governatore genovese «come apprezzamento
per le iniziative assunte a difesa del pesto e del basilico liguri» contro
l’Europa «suddita dei Poteri Forti», rassicura. Almeno su quel fronte, forse,
non si avvistano complotti.
Per il resto,
dicono gli archivi di questi mesi, siamo immersi negli intrighi.
Quando Roberto
Calderoli accusa generici Poteri Forti («non sono così ben definiti da poterli
nominare per nome e cognome…») di essere «impegnati in una manovra nella quale
il Corriere della Sera sta ricoprendo una parte di spicco», non solo
sopravvaluta forse quei poteri che spesso sono divisi e qualche volta
impotenti. Ma arriva in coda a centinaia di denunce così allarmate e
contrastanti da commentarsi da sole.
Sostiene ad
esempio il verde Angelo Bonelli che no, mica è vero che questi complottaroli ce
l’hanno con Berlusconi perché «vedono un governo che tocca i loro privilegi»
(tesi del ministro bergamasco) ma anzi «è evidente che dietro il federalismo
demaniale si nasconde la più grande speculazione immobiliare della storia» per
«fare la fortuna dei Poteri Forti». E se Renato Brunetta si lagna che «questo
governo con la riforma della scuola e della giustizia ha contro i Poteri Forti»
Nicola Mancino sentenzia l’opposto: «I Poteri Forti sono tanti. E l'autonomia e
l'indipendenza della magistratura sono indebolite dalle interferenze di questi
poteri». Di qua Stefania Craxi vede nell’inchiesta di Trani «la prova della
congiura della magistratura politicizzata» proprio «come nel 1992, con
magistrati e Poteri Forti a menare le danze», di là Luigi De Magistris ribatte
che «vogliono rendere i magistrati vassalli del grande feudatario Berlusconi e
dei Poteri Forti che non tollerano il controllo della legalità ».
Antonio Di Pietro
è indagato per la gestione dei rimborsi elettorali? Spiega che «l’Idv è da mesi
target di un bombardamento politico e mediatico da parte dei Poteri Forti». Guido
Bertolaso non si dimette? Paolo Ferrero si chiede se non sia «coperto dai veri
Poteri Forti». L’Economist propone ironico di separare il Sud dall’Italia
associandolo alla Grecia in uno Stato denominato «Bordello »? Raffaele Lombardo
ribatte che il magazine è «espressione dei Poteri Forti della globalizzazione
». Finché il neofascista Roberto Fiore, cui non garba che Roma destini 13
milioni al museo della Shoah, strilla che perfino questo è «un omaggio ai
Poteri Forti ».
Ma da che razza di
parte stanno, questi Poteri Forti? Capiamoci: i Poteri Forti non sono
invenzioni cervellotiche come i Savi di Sion dei fantomatici Protocolli. Certo
che esistono centri di potere economico, finanziario, massonico, lobbista… Da
noi come ovunque. E che cerchino di pesare negli affari del Paese lo diamo per
scontato. Ma non è ridicolo pensare che Craxi e D’Alema, Prodi e Berlusconi,
per citarne quattro che si sono lagnati, avessero ogni volta «tutti» i Poteri
Forti contro, fossero a destra o fossero a sinistra? Ha scritto Ernesto Galli
della Loggia che «poche cose come la polemica contro i "Poteri Forti"
rivelano la pochezza intellettuale e insieme il primitivismo ideologico di chi
se ne fa autore ». Esatto. Di più: rivelano l’incapacità della politica di
fare, sul serio, politica. Gian Antonio Stella CdS 30
Intercettazioni. Il testo in aula alla Camera il 29 luglio. Fini:
"Irragionevole, è un puntiglio"
Il ddl sarà
esaminato dall'assemblea di Montecitorio dopo l'approvazione della manovra.
L'ex leader di An convinto che il voto finale andrà comunque a settembre.
Napoli (Pdl) lo attacca: "Degrada le istituzioni". Le opposizioni:
"Una scelta senza logica. Ora opposizione durissima". Fnsi:
"Atto di forza, sciopero confermato"
ROMA - Il disegno
di legge sulle intercettazioni arriverà in aula alla Camera il prossimo 29
luglio, dopo l'esame della manovra economica. Lo ha deciso la conferenza dei
capogruppo di Montecitorio, con il parere contrario delle opposizioni. E a
quanto pare anche del presidente di Montecitorio: dopo la riunione, Gianfranco
Fini avrebbe detto che calendarizzare a fine luglio di ddl "è
irragionevole", visto che il voto finale è probabile che finisca comunque
a settembre, considerato che alla Camera probabilmente ci saranno modifiche.
Per la terza carica dello Stato mettere in calendario quel testo a fine luglio "è
solo un puntiglio".
Tuttavia, ha
precisato Fini secondo quanto viene riferito da chi era presente alla
conversazione, questo ragionamento politico non lo autorizzava a mettere il
testo direttamente nel calendario di settembre: facendolo sarebbe, infatti,
"venuto meno al proprio dovere istituzionale" visto che la
maggioranza dei gruppi chiedeva l'esame del testo a luglio. La coalizione di
governo ritiene invece che questa calendarizzazione permetta di approvare
il testo prima della pausa estiva. I tempi non saranno contingentati.
Durissima la
reazione delle forze di opposizione. "Questo vuol dire - spiega il
capogruppo del Pd Dario Franceschini - che il testo non verrà assolutamente
votato a luglio ma che sarà necessario arrivare alla prima settimana di agosto.
E' una cosa non logica: serve solo a comprimere l'esame della manovra per un
testo che comunque sarà modificato e dovrà tornare al Senato. Insomma, è una
forzatura sbagliata". Lo stesso Franceschini preannuncia battaglia:
"L'ultima settimana di luglio e la prima di agosto sarà un inferno per la
maggioranza con l'incrocio tra la manovra e l'arrivo del ddl. Noi faremo
un'opposizione durissima e intransigente usando tutti gli strumenti
parlamentari a disposizione". Infine, la critica a Fini: "Il calendario
non è stato approvato all'unanimità, quindi la decisione è toccata a lui che ha
preso una decisione che noi contrastiamo".
Anche secondo
Massimo D'Alema "è sbagliato accelerare: le forzature in una materia come
questa sono dannose". Dall'Udc Michele Vietti lancia un appello al Pdl:
"Farne una questione di puntiglio significa far spegnere la voglia di
dialogare anche in chi quella voglia ha sempre dimostrato di averla".
Ma la maggioranza
respinge le accuse al mittente. "Nessuna prova di forza ed è assolutamente
improprio parlare di forzature", sostiene il capogruppo del Pdl Fabrizio
Cicchitto. "Quel testo - aggiunge - è stato 14 mesi alla Camera, poi
parecchi mesi al senato e ora torna in terza lettura e in commissione si stanno
facendo pure le audizioni. Andare a chiuderne l'esame entro la prima settimana
di agosto è nell'ordine delle cose".
E a proposito
della presa di posizione di Fini arriva anche un durissimo attacco del
vicepagruppo Osvaldo Napoli, secondo il quale il presidente della Camera con il
suo atteggiamento "di lotta e di governo degrada il ruolo istituzionale
che ricopre".
Intanto la Fnsi,
al di là dela manifestazione di domani a Roma conferma lo sciopero
dell'informazione per il 9 luglio prossimo. Secondo il segretario Franco Siddi
quella della maggioranza è un "atto di forza" contro la libertà di
stampa. LR 30
A marce forzate verso il bavaglio
Il presidente
della Camera Gianfranco Fini ha definito “irragionevole” la decisione della
conferenza dei capogruppo di Montecitorio, di fare arrivare in aula il 29
luglio, dopo l'esame della manovra economica, il testo del ddl sulle
intercettazioni. Il voto finale, è il ragionamento del presidente, è
probabile che finisca comunque a settembre, considerato che alla Camera
probabilmente ci saranno modifiche. Tuttavia, Fini avrebbe precisato che questa
sua riflessione politica non lo autorizzava a mettere il testo
direttamente nel calendario di settembre: facendolo, infatti, sarebbe
"venuto meno al proprio dovere istituzionale" visto che la maggioranza
dei gruppi ha chiesto l'esame del testo a luglio. La proposta di
calendarizzazione del provvedimento è stata avanzata dalla maggioranza, mentre
l'opposizione ha espresso opinione contraria. La discussione generale, a quanto
viene spiegato, dovrebbe presumibilmente iniziare giovedì 29 mattina o
pomeriggio, per poi proseguire, con tempi contingentati, nella prima
settimana di agosto. Il Pdl, spiega il capogruppo Fabrizio Cicchitto, punta ad
avere il via libera prima dell'inizio delle ferie estive. “Il provvedimento non
verrà mai votato a luglio, potrebbe esserlo in agosto. Una cosa priva di
logica”, ha commentato il capogruppo del Pd Dario Franceschini, cui ha
replicato secco e rapidissimo, il suo omologo Cicchitto: “Non c’è nessuna prova
di forza. Le intercettazioni sono state in commissione 14 mesi, sono in terza
lettura, sono in corso le audizioni. E’ nell’ordine delle cose che arrivi in
aula a luglio e, con i tempi contingentati, si potrà votare ad agosto. Il
termine forzatura è assolutamente improprio”. Nella sua relazione sull'attività
del 2009, il Garante della Privacy Francesco Pizzetti, ha dedicato un ampio
capitolo al tema delle intercettazioni, pur premettendo di volersi
"rigorosamente" astenere dall'intervenire, perché "inopportuno",
sul ddl all'esame del Parlamento. Per Pizzetti, nel fare riferimento alla
privacy, "in tale contesto ci si riferisce non alla tutela in concreto e
rispetto a casi specifici di questo diritto, quanto piuttosto a una difesa
anticipata, disposta in via generale e astratta, neiconfronti di qualunque dato
raccolto, nel presupposto, in ragione della natura dello strumento di indagine
usato, debba sempre prevalere la tutela di questi dati perché raccolti
nell'ambito di conversazioni tra persone". Si tratta "di una scelta
impegnativa che, proprio perché effettuata in via generale e astratta, e
prescindendo dal contenuto dei dati raccolti, sposta il cursore tutto a favore
dei limiti della riservatezza". Il “magnus itneribus” comunque, voluto dal
governo, induce a ritenere che la compressione dei tempi sia una chiara
manifestazione di non voler affatto cambiare il ddl. Ed analoga atteggiamento
di “tetragona” immodificabilità, si avverte per la manovra. Infatti, la
discussione generale sul testo inizierà il 23 luglio a Montecitorio, con varo
finale entro la mattinata del 29, dando così tempo al Senato di ratificare
eventuali modifiche per la scadenza di fine mese. Come nota oggi su Repubblica
Liana Milella, ora i berlusconiani, a cominciare dal Guardasigilli Alfano, sono
davanti a un bivio: forzare la mano, scontrarsi con i finiani e con
l'opposizione e pretendere il voto nella prima settimana di agosto, a costo di
compromettere il rapporto col Quirinale o fare dietrofront. Inoltre, la
scelta non potrebbe capitare nella settimana
peggiore, poiché domani i giudici, che
scioperano per i tagli allo stipendio, daranno piena solidarietà al no bavaglio
day. Giovedì c'è la prima seduta a Camere riunite per votare i laici del Csm,
ma viene dato per scontato che andrà deserta in attesa che il 4 e 5 luglio le
toghe scelgano i loro rappresentanti. Ore disperate per il Cavaliere, al quale
il Quirinale ha mandato un chiaro segnale sugli ascolti, smentendo l'esistenza
di contatti tra Napolitano e Alfano per trovare un'intesa. Intanto ieri, le
dichiarazioni del presidente del Consiglio dal Brasile sulla
"disinformazione" della stampa italiana, hanno infiammato la
conferenza della Fnsi, che contemporaneamente ha presentato il 'piano
d'attacco' per la mobilitazione del primo luglio contro "la legge Bavaglio
sulle intercettazioni, sotto lo slogan
'No al silenzio di Stato'. L’appuntamento in piazza per dare una risposta
pubblica che riscatti la dignità del Paese anche di fronte alla comunista
internazionale che deve sapere che noi difendiamo un bene pubblico e
irrinunciabile. Una manifestazione “che mette insieme i giornalisti e una gran
parte dell’opinione pubblica, di là dai colori politici che non vuole farsi
scippare la libertà d’informazione”. Così Roberto Natale, presidente della
Federazione Nazionale Stampa italiana, ha spiegato il senso della grande
mobilitazione nazionale per la libertà d’informazione, e contro i tagli e i
bavagli alla conoscenza e alla cultura, con una “notte bianca” a Conselice dove
c’é il monumento alla libertà di stampa e in molte altre città come Milano,
Padova, Torino, a Trieste, Padova, Latina, Parma, ma anche Londra e Parigi. Le
manifestazioni di piazza Navona e Conselice saranno in diretta, dalle 17 alle
24, con un maratona sul web, cui hanno aderito oltre 200 piattaforme, tra le
quali Corriere.it e Repubblica, it e sono sul punto di farlo Rainews24 e Skytg24. Estate torrida e
sudatissima, per il Cavaliere. Carlo Di Stanislao, de.it.press
Bavaglio, in piazza anche la Cgil "Il governo si occupi del
lavoro"
Il principale
sindacato italiano partecipa alla mobilitazione del primo luglio: "Il
Parlamento è intasato da leggi sull'informazione e la giustizia, ma le priorità
per il Paese sono altre". E lancia l'allarme occupazione se verranno
approvate le nuove norme - di CARMINE SAVIANO
ROMA - "In
questo momento la priorità dovrebbe essere il lavoro". E invece il governo
"blocca l'agenda del Paese sulla giustizia e sull'informazione".
Anzi: "crea, con una legge, migliaia di disoccupati". Fulvio Fammoni,
segretario confederale della Cgil, spiega a Repubblica.it, ragioni e obiettivi
dell'adesione del maggior sindacato italiano alla manifestazione del 1° luglio
1 contro la legge Bavaglio. Un provvedimento che "getta sabbia negli
ingranaggi della giustizia". E che accresce lo "stillicidio
governativo su informazione e cultura". Tagli e bavagli. "Non
capiscono che la conoscenza è la nostra materia prima, il nostro futuro".
Sabbia negli
ingranaggi. L'adesione della Cgil alla manifestazione del 1° luglio è
"innanzitutto di merito: non condividiamo il testo del Ddl
intercettazioni", dice Fammoni. Con la legge Bavaglio sono due i versanti
a essere attaccati. Da un lato "si getta sabbia negli ingranaggi della
macchina della giustizia italiana". E, dall'altro, il governo continua
nella sua strategia per inibire l'informazione: "Questo provvedimento si
aggiunge ad altri. Quello che si configura è una vera e propria strategia
d'intervento del governo sulla Rai, sull'editoria, sullo spettacolo,
sull'informazione, su internet".
La priorità
dimenticata. Per Fammoni, "in questa fase il tema principale all'ordine
del giorno dovrebbe essere il lavoro". E invece "non si fa niente. E
il Parlamento è intasato da leggi sull'informazione e sulla
giustizia". Inoltre, "tutte queste iniziative del governo si
riflettono sui lavoratori in modo drammatico". Infatti, attraverso questi
provvedimenti, "si cancellano per legge migliaia di posti di lavoro",
continua. Poi l'affondo: "l'informazione, la cultura, la storia, sono
l'unica materia prima dell'Italia. Sono la nostra particolarità. E come tale
dovrebbero essere salvaguardate".
La Cgil alla
manifestazione. L'impegno del sindacato è massimo. "Naturalmente insieme
alle 300 associazioni che hanno aderito alla mobilitazione". L'obiettivo è
fermare l'approvazione di una "legge sbagliata". E nel caso il
provvedimento dovesse passare, "manifesteremo di fronte al Parlamento e,
successivamente, elaboreremo strategie per contrastarne gli effetti". Le
strade sono due. Prima "proporremo un ricorso alla Corte Costituzionale".
Poi la battaglia si sposterà Europa. Un pool di giuristi sta già preparando un
ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. E tra le idee, c'è quella di
avvalersi della nuova normativa europea sulle leggi di iniziativa popolare
contenute nel Trattato di Lisbona. "Non c'è ancora un protocollo
attuativo, ma raccogliere un milione di firme in nove Stati è un'iniziativa dal
forte valore politico". In cantiere anche la "tutela degli operatori
dell'informazione che vogliono continuare a usare e difendere il diritto di
cronaca".
Il conflitto
d'interessi e lo stato dell'informazione. "In Italia c'è un problema
evidente. Che riguarda la libertà d'informazione, il conflitto d'interesse.
Siamo in fondo alle classifiche sulla libertà di stampa", afferma Fammoni.
E, "ogni qual volta il presidente del Consiglio interviene su questi temi,
interviene contro i suoi concorrenti diretti. Lo sciopero dei lettori, la
richiesta di non dare pubblicità. Sono tutte affermazioni che vanno in questo
senso". Fammoni commenta anche il caso Tg1-Dell'Utri 2:
"Riprendo le parole di Tiziana Ferrario: quel Tg è un'arma di distrazione
di massa. Non si può fornire un informazione così parziale". LR 30
Il presidente dell'antimafia Pisanu: «Dietro le stragi intreccio tra
politica e apparati deviati»
MILANO - «È
ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si
sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre
organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle
istituzioni, mondo degli affari e della politica. Questa attitudine a entrare
in combinazioni diverse è nella storia della mafia e, soprattutto è nella
natura stessa della borghesia mafiosa». È questa l'analisi sviluppata dal
presidente dell'antimafia, Beppe Pisanu, nella sua relazione su «i grandi
delitti e le stragi di mafia '92-'93» illustrata mercoledì davanti
all'organismo bilaterale di inchiesta. Pisanu ha ricostruito dettagliatamente i
vari passaggi degli «omicidi eccellenti» e delle stragi a partire da quella
mancata dell'Addaura, citando che ormai vi sono notizie «abbastanza chiare» su
due trattative: quella tra Mori e Ciancimino «che forse fu la deviazione di
un'audace attività investigativa» e quella tra Bellini-Gioè-Brusca-Riina, dalla
quale nacque l'idea di aggredire il patrimonio artistico dello Stato». Negli
anni delle stragi di mafia di quasi vent’anni fa, tra governo italiano e Cosa
nostra «qualcosa del genere» di una trattativa «ci fu e Cosa Nostra la
accompagnò con inaudite ostentazioni di forza» scrive il presidente della
Commissione parlamentare di inchiesta.
IL 41 BIS - Pisanu
ha osservato che l'elemento probabilmente sottostante al confronto mafia-stato
era quello di costringere all'abolizione del 41 bis e a «ridimensionare tutte
le attività di prevenzione e repressione». E a riscontro Pisanu cita una
«singolare corrispondenza di date che si verifica, a partire dal maggio del 93,
tra le stragi sul territorio continentale e la scadenza di tre blocchi di 41
bis emessi nell'anno precedente».
OSA NOSTRA NON HA
RINUNCIATO A POLITICA - «Cosa Nostra ha forse rinunciato all'idea di
confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla
politica» afferma Pisanu, nella sua relazione «Bloccato il braccio militare, ha
certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere - spiega
Pisanu -. Ma dagli anni 90 ad oggi ha perduto quasi tutti i suoi maggiori
esponenti, mentre in Sicilia è cresciuta grandemente un'opposizione sociale
alla mafia che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente
accanto alla magistratura e alle forze dell'ordine».
«NARRACCI FORSE
INDAGATO A CALTANISSETTA» - In particolare nel capitolo dedicato alla strage di
via D'Amelio, Pisanu scrive che «le prime indagini avrebbero subito rilevanti
forzature anche ad opera di funzionari della polizia di Stato legati ai servizi
segreti. Ora è legittimo chiedersi se tali forzature nacquero dal'ansia degli
investigatori di dare una risposta appagante all'opinione pubblica sconvolta o
se invece nacquero ad un deliberato proposito di depistaggio. Non ci sono,
almeno per ora, risposte documentate. Sulla scena, comunque, riappaiono le
ombre dei servizi segreti. Prima fra tutte, quella del dottor Lorenzo Narracci
a quanto pare indagato a Caltanissetta». Sempre riferendosi al funzionario
dell'Aisi, Pisanu scrive ancora: «Gaspare Spatuzza lo ha vagamente riconosciuto
in fotografia come persona esterna a Cosa Nostra; mentre Massimo Ciancimino,
testimone piuttosto discusso, lo ha indicato come accompagnatore del misterioso
signor Franco o Carlo» che secondo il figlio dell'ex sindaco di Palermo avrebbe
seguito Vito Ciancimino nel corso della «cosiddetta "trattativa" tra
Stato e "Cosa Nostra"». CdS 30
Mafia. Dell'Utri condannato a sette anni riconosciuti i rapporti con Cosa
nostra
Questo il verdetto
della Corte d'appello presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore
Barresi e Sergio La Commare). La sentenza assolve però il senatore del Pdl per
"le condotte successive al 1992" - di SALVO PALAZZOLO
PALERMO - Sette
anni di carcere per Marcello Dell'Utri, ma è assolto per le "condotte
successive al 1992, perché il fatto non sussiste". Questo il verdetto 1
della seconda sezione della Corte d'appello di Palermo presieduta da Claudio
Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). In primo grado, il
senatore del Pdl era stato condannato a 9 anni per concorso esterno in
associazione mafiosa. Oggi, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i
giudici d'appello riscrivono la sentenza in uno dei punti più delicati del
processo, quello della trattativa che secondo la Procura e il Tribunale sarebbe
intercorsa fra l'organizzazione mafiosa e Marcello Dell'Utri alla vigilia della
nascita di Forza Italia.
La Corte ritiene
invece provato che Dell'Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia
di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo
Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino nel
1992.
Eccoli, allora, i
capisaldi della condanna. Innanzitutto, l'assunzione del boss palermitano
Vittorio Mangano per fare da stalliere nella villa di Arcore di Silvio
Berlusconi. "Attraverso la mediazione di Dell'Utri e del mafioso Gaetano
Cinà - aveva ribadito il procuratore generale Nino Gatto poco prima che i
giudici entrassero in camera di consiglio - Mangano assicurò protezione contro
l'escalation dei sequestri a Milano". Nell'autunno 1974, l'arrivo di
Mangano sarebbe stato sancito da un incontro fra Dell'Utri, Berlusconi e i
capimafia palermitani Stefano Bontade e Mimmo Teresi, nella sede della
Edilnord. I giudici della corte d'appello hanno evidentemente creduto al
pentito Francesco Di Carlo, che ha svelato di essere stato presente a
quell'incontro.
La sentenza di
primo grado sosteneva pure che prima del 1980 Dell'Utri aveva fatto da tramite
per gli investimenti a Milano di Stefano Bontade, all'epoca uno dei padrini più
influenti di Cosa nostra palermitana, che era alla ricerca di aziende pulite
del Nord Italia in grado di riciclare i miliardi di lire provenienti dal
traffico internazionale di droga.
Il senatore
Dell'Utri non era presente alla lettura della sentenza nell'aula bunker di
Pagliarelli ed ha preferito aspettare la decisione della corte d'appello a
Como. Poi ha commentato la sentenza in una conferenza stampa a Milano 2. Per
lui, il sostituto procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto una condanna
anche più alta di quella inflitta in primo grado, 11 anni. E aveva fatto un
appello finale ai giudici: "E' il potere a essere giudicato (...) Voi
potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e
ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare
le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure lo potete
distruggere questo gradino".
Il riferimento del
procuratore generale era a quelle indagini delle Procure di Caltanissetta,
Palermo e Firenze che di recente hanno ricevuto nuovi spunti dalle
dichiarazioni di Gaspare Spatuzza: l'ex killer oggi pentito ha parlato di
"garanzie" che sarebbero state offerte nel 1993 dal
"compaesano" Dell'Utri e da Berlusconi, alla vigilia della nascita di
Forza Italia. L'assoluzione di Dell'Utri per le vicende successive al 1992
suona adesso come una sconfessione di Spatuzza, ma su questo punto bisognerà
attendere le motivazioni della sentenza per capire se i giudici della corte
d'appello hanno valutato il pentito del tutto inattendibile, oppure se si sono
limitati a ritenere il suo contributo non determinante, perché sulla trattativa
politica-mafia ha riferito in fondo solo quanto appreso da uno dei suoi capi,
Giuseppe Graviano.
Di certo, però,
nel processo Dell'Utri non era solo Spatuzza a parlare di un accordo
politico-mafioso in vista della nascita di Forza Italia. Nella sentenza di
primo grado, che aveva portato alla condanna del senatore di Forza Italia, una
parte rilevante era rappresentata dalle dichiarazioni di Nino Giuffrè: l'ex
fedelissimo del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano aveva parlato del
sostegno elettorale dei boss in cambio di "garanzie" che sarebbero
state offerte da alcuni intermediari. Adesso, la sentenza di appello sembra
mettere in discussione anche quelli che erano ormai ritenuti i capisaldi delle
ultime inchieste sulla trattativa fra mafia e politica durante la stagione
delle stragi del 1993. LR 29
«C'è Cosa Nostra nella nascita di Forza Italia»
«Oggi dei giudici
ci confermano che un senatore della Repubblica, nonché l`uomo chiave nella
costruzione di Forza Italia, è stato per trent`anni, anche nel periodo delle
stragi, in stretto contatto con i boss mafiosi, fornendo persino protezione,
come nel caso di Mangano, e contribuendo così con forza al mantenimento e al
rafforzamento di Cosa nostra». Così l'europarlamentare del Pd, Rita Borsellino,
commenta la sentenza d'appello e la pena a 7 anni inflitta a Marcello
Dell'Utri. «Sono queste le fondamenta su cui è nata Forza Italia - dice la
Borsellino -. E su queste fondamenta poggia ancora il Pdl, il principale
partito della maggioranza di governo. Solo un paese con una democrazia
atrofizzata può accettare a cuor leggero fatti di tale gravità. E solo una
politica becera e collusa può festeggiare dinanzi a una sentenza del genere».
Il centrodestra,
nonostante i 7 anni inflitti al senatore, infatti, è soddisfatto: perchè la
sentenza, sottolineano i suoi esponenti, tracciando una linea netta fra prima e
dopo il 1992, smonta il «teorema» secondo il quale Forza Italia sarebbe nata
assecondando la mafia. Le opposizioni sostengono invece che la Corte ha
ribadito che Marcello dell'Utri, il più importante collaboratore di Berlusconi
in Sicilia, ha avuto rapporti rilevanti con Cosa nostra. Anche Umberto Bossi si
schiera dalla parte di Dell'Utri: «Un conto è provare che uno è mafioso; l'appoggio
esterno non dimostra niente, non dimostra che uno è mafioso». Ma dal coro manca
la voce dei finiani: «Non è proprio il caso di festeggiare», dice Fabio
Granata, stretto collaboratore del presidente della Camera.
La Corte
d'appello, dice il coordinatore Pdl Denis Verdini, ha compiuto un «primo,
decisivo passo per mettere fine a 16 anni di vergognose teorie complottiste»,
portate avanti da «alcuni pm, con il contributo di pseudo-pentiti» e con
l'appoggio di «un preciso gruppo editoriale». Non la pensa così il Pd: «La
vicenda delle stragi del '92 e '93 rimane aperta - dice Giuseppe Lumia, membro
dell'Antimafia - non solo per il giudizio penale, ma per le istituzioni perchè
si faccia piena luce e si accertino tutte le responsabilità, comprese quelle
politiche». Per il partito di Di Pietro, la «condanna politica» c'è tutta e
«riguarda - sottolinea l'ex pm - il partito di Berlusconi, Forza Italia, nato
in virtù di un rapporto non occasionale tra uno dei suoi fondatori, Marcello
dell'Utri, e la mafia».
Nel suo blog Di
Pietro ricorda le parole di Paolo Borsellino, per il quale «i politici vicini
alla mafia debbono essere allontanati dai partiti». Il co-fondatore di Fi «ora
che è condannato deve andare in carcere», sostiene Leoluca Orlando. Polemica
sul giudizio dato da Dell'Utri su Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore
condannato per mafia e pluriomicida morto in carcere. Per Veltroni si tratta di
parole «di intollerabile gravità». L'Italia dei Valori sottolinea, ancora con
Orlando, che si tratta di affermazioni vicine alla cultura delle cosche, che
«considerano eroe il mafioso che non denuncia i propri complici e accetta il
carcere senza coinvolgere gli amici. Irritati anche i finiani: «L'unica
valutazione politica che va fatta - dice Fabio Granata - è che Mangano non è
stato un eroe, ma un mafioso». L’U 30
L’analisi. L'anello di congiunzione tra i boss e il Cavaliere
Una sentenza
ripete per la seconda volta, in appello, una verità tragica: Marcello
Dell'Utri, l'uomo che ha accompagnato passo dopo passo, curva dopo curva,
tutt'intera l'avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi è stato un amico
dei mafiosi, l'anello di un sistema criminale, il facilitatore a Milano degli
affari e delle pretese delle "famiglie" di Palermo, prima del 1980.
Dei Corleonesi, almeno fino al 1992 quando cadono Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino.
Se sarà confermata
dal giudizio della Cassazione, è una "verità" tragica perché ricorda
quanto le fortune del Cavaliere abbiano incrociato e si siano sovrapposte agli
interessi mafiosi e rammenta come - ancora oggi - possa
essere vigoroso il potere di ricatto di Cosa Nostra su chi governa, sui soci di
Berlusconi, forse sullo stesso capo del governo. È stupefacente, alla luce di
queste osservazioni, il vivamaria che minimizza, ridimensiona, sdrammatizza
l'esito della sentenza di Palermo. Come naufraghi al legno, ci si
aggrappa - uno per tutti, lo spudorato Minzolini retribuito con
pubblico denaro - alla riduzione della pena di due anni. Dai nove
del primo grado ai sette anni di oggi, contro gli undici chiesti dall'accusa in
appello. La decisione della corte conclude infatti che "dal 1992 ad oggi,
il fatto (il soccorso offerto da Dell'Utri a Cosa Nostra) non sussiste".
Prima di affrontare ciò che la sentenza esclude, è un obbligo esaminare ciò che
i giudici confermano.
Per farlo, è utile
riproporre, liberato dal groviglio di gerundi, il capo di imputazione che la
sentenza approva e punisce. Sono parole così chiare e aspre che saranno
accantonate per prime dal dibattito pubblico e dai ministri del culto di
Arcore.
Dunque, si legge
nel capo di imputazione: Marcello dell'Utri ha "concorso nelle attività
dell'associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra", nonché
nel perseguimento degli scopi della stessa. Mette a disposizione
dell'associazione l'influenza e il potere della sua posizione di esponente del
mondo finanziario e imprenditoriale, nonché le relazioni intessute nel corso
della sua attività. Partecipa in questo modo al mantenimento, al rafforzamento
e all'espansione dell'associazione. Così ad esempio, partecipa personalmente a
incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali
vengono discusse condotte funzionali agli interessi dell'organizzazione.
Intrattiene rapporti continuativi con l'associazione per delinquere tramite
numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano
Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano,
Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore
Riina. Provvede a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione.
Pone a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze
acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano. Rafforza la
potenzialità criminale dell'organizzazione in quanto, tra l'altro, determina
nei capi di Cosa Nostra la consapevolezza della responsabilità di Dell'Utri a
porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte a
influenzare - a vantaggio dell'associazione - individui
operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario. Reato commesso
in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo di Cosa Nostra), Milano e
altre località, da epoca imprecisata sino al 28.9.1982".
Di questo
parliamo. Di un uomo che, a disposizione della mafia, è stato
l'"intermediario" fra Cosa Nostra e il gruppo di Silvio Berlusconi.
La ricostruzione che la corte approva e condivide è precisa. Marcello Dell'Utri
media e risolve, di volta in volta, i conflitti nati tra le ambizioni di Cosa
Nostra e la disponibilità di Berlusconi. Anzi, proprio il suo compito di
"artefice delle soluzioni" gli permette di occupare un ruolo decisivo
alla destra del Capo. Il ruolo di Dell'Utri va scorto e compreso nella
relazione tra le pressioni scaricate dai mafiosi su Berlusconi e le mediazioni
e gli incontri organizzati da Dell'Utri. Il patron di Fininvest, negli anni
Settanta, è minacciato di sequestro (si tenta di rapire a mo' di dimostrazione
un suo ospite). Gli piazzano una bomba in via Rovani nel 1975 e ancora nel
1986. Negli anni Novanta tocca alla Standa subire in Sicilia, a Catania, un
rosario di attentati. Ora alla sequela di pressioni, minacce, intimidazioni,
che la mafia scatena per condizionare il Cavaliere, entrare in contatto con
lui, "spremerlo", bisogna sovrapporre il lavorio d'ambasciatore di
Dell'Utri se si vuole valutarne il ruolo. Organizza l'incontro tra Berlusconi e
i "mammasantissima" Stefano Bontate e Mimmo Teresi per
"rassicurarlo" dal pericolo dei sequestri. Fa assumere Vittorio
Mangano ad Arcore, come fattore, per cementare "un accordo di convivenza
con Cosa Nostra". Cerca di capire che cosa accade e che cosa si nasconde
dietro l'attentato a via Rovani. Incontra, nel 1990, i capimafia catanesi e,
soprattutto, Nitto Santapola, della combriccola il più pericoloso, per
risolvere i problemi degli attentati alla Standa (dopo quell'incontro, non ci
saranno più bombe). Sono fatti che oggi, dopo la sentenza di Palermo, devono
dirsi documentati (il giudizio della Cassazione è soltanto di legittimità). Il
quadro probatorio avrebbe potuto essere più dettagliato e significativo se
Silvio Berlusconi ("vittima di quelle minacce, di quelle intimidazioni, di
quelle pressioni") non si fosse avvalso della facoltà di non rispondere
rifiutando il suo contributo di verità per chiarire - per
dire - l'assunzione e l'allontanamento di Vittorio Mangano da
Arcore; i suoi rapporti con Dell'Utri; gli anomali movimenti di denaro nelle
casse della holding del gruppo Fininvest in coincidenza con la volontà delle
famiglie di Palermo di investire a Milano.
Questa narrazione
ha superato ora il vaglio del giudizio di appello (definitivo per il merito dei
fatti) e legittima una prima conclusione: la sentenza di Palermo non dice
soltanto di Dell'Utri, racconta anche di Berlusconi perché conferma quella
sorta di "assicurazione" con la mafia che il Cavaliere sottoscrive
ingaggiando e promuovendo il suo ex-segretario personale e compagno di studi.
Non c'è dubbio che, con questo risultato, Berlusconi paga in Italia e nel mondo
un prezzo molto imbarazzante al suo passato. Un onere non giudiziario, ma un
costo decisivo, politico e d'immagine. Perché se si assemblano le tessere
raccolte in questi anni emerge con sempre maggiore nitidezza, e nonostante
l'ostinatissima distruzione della macchina giudiziaria, quali sono il fondo, le
leve, le pratiche e i comprimari del successo di Silvio Berlusconi, dove
Dell'Utri è soltanto un tassello, una delle concatenazioni oscure della sua
fortuna, la più disonorevole forse, ma non la sola. Il puzzle è questo. Il
Cesare di Arcore ha corrotto un testimone (Mills) che lo salva da una condanna,
anzi da due (prescritto). Ha comprato un giudice (Metta) e la sentenza che gli
hanno portato in dote la Mondadori (prescritto). Ha finanziato illecitamente il
Psi di Bettino Craxi che gli ha scritto i televisivi decreti leggi ad personam
(prescritto). Ha falsificato per 1500 miliardi i bilanci della Fininvest
(prescritto). Ha manipolato i bilanci sui diritti-tv tra il 1988 e il 1992
(prescritto). Già potrebbe bastare e invece, alla sua sinistra, agisce (ancora
oggi) un avvocato (Previti) condannato per la corruzione dei giudici e, alla
sua destra, (ancora oggi) c'è un uomo (Dell'Utri) a disposizione degli
interessi mafiosi. Questo è il triste tableau che accompagna Silvio Berlusconi
e il malcostume e gli illegalismi che lo circondano - da Scajola a
Lunardi, da Bertolaso a Brancher - non ne sono che un ragionato
riflesso.
I corifei possono
anche strepitare e manipolare i fatti. La scena - tragica per il
Paese - non può essere temperata o adulterata dalla riduzione della
condanna di Dell'Utri di due anni né dalla conclusione della corte di Palermo di
considerare l'insussistenza del concorso in associazione mafiosa "dal 1992
in poi". Bisognerà attendere le motivazioni per valutare questa decisione
che colora di nero la silhouette del "Berlusconi imprenditore"
liberando da ogni dubbio e responsabilità (sembra) il "Berlusconi
politico". La contraddizione non può far felice il capo del governo.
L'imprenditore passerà alla storia come il boss di una banda di criminali. Il
politico dovrà guardarsi da un'incoerenza giudiziaria che stimolerà
- più che deprimere - le inchieste sulla trattativa tra Stato
e Mafia, avviata con le stragi del 1992 e accompagnata dalle bombe del
1993. GIUSEPPE D'AVANZO LR 30
Il confine tra il prima e il dopo
Se Marcello
Dell’Utri fosse un imputato come tutti gli altri, la sentenza di ieri della
Corte d’Appello - sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa - non
lascerebbe spazio a tante interpretazioni lontane e contrastanti tra di loro.
Il reato è chiaro, il responso dei giudici pure, visto che - in sostanza -
conferma l’impianto accusatorio del primo grado con un piccolo «sconto» (due
anni) che nei processi d’appello è quasi fisiologico.
Ma Dell’Utri non è
un imputato comune: è un senatore della Repubblica e, soprattutto, è uno dei
fondatori - insieme con Silvio Berlusconi - del partito che esprime il
presidente del Consiglio. Ecco perché, dunque, la sentenza della Corte
d’Appello di Palermo si è caricata di significati particolari, di aspettative
che vanno oltre la normale dialettica giudiziaria, fino a consentire ai diversi
schieramenti reazioni addirittura opposte. Fino a far dire allo stesso imputato
che i sette anni inflittigli sarebbero addirittura «un contentino» alla Procura
di Palermo.
In cambio dello
smantellamento del teorema accusatorio che vorrebbe legare la genesi del
concorso tra la mafia e Dell’Utri alla nascita di Forza Italia, come
conseguenza quasi diretta della precedente «collaborazione» sul piano
imprenditoriale, vale a dire la storia da «Milano 2» alla Fininvest.
E così, come
avviene da anni nelle vicende di mafia e politica, ciascuno offre una propria
versione, una propria lettura, sempre rimandando alla conoscenza delle
motivazioni (fra tre mesi, nella migliore delle ipotesi) una valutazione più
approfondita. In un clima del genere, dunque, nessuna sorpresa se si fa strada
la suggestione di una analogia tra le vicende Dell’Utri e Andreotti. Ma forse
si tratta proprio di una suggestione: nel caso del sette volte presidente del
Consiglio, infatti, c’era il punto fermo dell’assoluzione e della prescrizione
che chiudevano sostanzialmente la vicenda in modo definitivo. Su Dell’Utri,
invece, sembra aver prevalso un atteggiamento della Corte che dà ragione
all’ipotesi accusatoria di primo grado, ma per le vicende che precedono il
1992. Secondo i giudici, cioè, esisterebbero prove sufficienti dei contatti fra
Dell’Utri e la mafia per il periodo che precede la sua discesa in politica e la
successiva stagione stragista ordita da Cosa nostra. Per il resto, non bastano
le prove raccolte. Né le rivelazione di Ciancimino, né quelle di Gaspare
Spatuzza, fino a questo momento, sembrano avere la forza di offrire la prova
regina. Appare lontana, tuttavia, l’ipotesi che possa intervenire una
prescrizione a sanare l’intera vicenda: a conti fatti sembra che manchino circa
quattro anni al limite previsto dalla legge e un eventuale ricorso in
Cassazione potrebbe concludersi nel giro di un anno.
Ma forse è
possibile cogliere un’analogia col processo Andreotti e riguarda una certo
contrasto interno al collegio giudicante, desumibile dall’assenza di uno
sguardo unico e condiviso. La separazione dei fatti tra un «prima» e un «dopo»,
il 1982 per Andreotti, il 1992 per Dell’Utri, in genere, è sintomo di diverse
vedute fra giudici. Non a caso uno dei legali del senatore siciliano ha parlato
apertamente della possibilità di una «spaccatura» fra Presidente e giudice
relatore e di «divisione», dopo questa sentenza, tra i destini di Silvio
Berlusconi e di Marcello Dell’Utri. Un giudizio inespresso aggiunge che in
questa divaricazione dei destini è sottinteso che, per «ragion politica», si
possa ricorrere al sacrificio del più debole in difesa dell’istituzione
superiore. Cosa accadrà adesso? Difficilmente si allenteranno le difese
corporative e assisteremo al consolidato ruolo delle parti. Si dimetterà
Dell’Utri, com’è avvenuto per il governatore Cuffaro? Non sembra probabile,
visto che lo stesso senatore azzurro ha ammesso più d’una volta di essere sceso
in politica, che pare non piacergli, per avere uno scudo che lo difenda dalle
«aggressioni della magistratura». FRANCESCO LA LICATA LS 30
Divieti e nuovi conformismi. Le libertà sono scomode
Maggioranza e
opposizione rischiano di perdere di vista i fondamentali della democrazia. A 65
anni dalla fine del fascismo, una parte cospicua di italiani, preoccupata dalla
dilagante corruzione, scende in piazza al grido «intercettateci tutti»,
evocando i metodi dello Stato di polizia, dall’Ovra fascista alla Stasi
comunista. L’invocazione ha poco a che vedere con la legittima opposizione alla
proposta di legge del governo sulle intercettazioni in discussione in
Parlamento. Essa rivela, piuttosto, la convinzione che la corruzione sia
connaturata alla «nostra democrazia » e che il solo modo di combatterla stia
nel sacrificare la democrazia stessa, incarnata, qui, nell’articolo 15 della
Costituzione: «La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra
forma di comunicazione sono inviolabili ». Il centrosinistra, che sostiene tale
comportamento intimamente pericoloso, invece di incoraggiarlo, farebbe bene a
rifletterci.
La nostra
Costituzione — a differenza di altre — non prevede la temporanea sospensione di
certe garanzie. Così, il governo le ha sospese «di fatto» (ad esempio
l’inversione dell’onere della prova a carico dell’accusato in materia fiscale).
Se il governo dicesse perché le ha sospese, non accampando un generico
«interesse pubblico», il cittadino saprebbe, almeno, quali sono queste
garanzie. Il centrodestra, che non ne parla per convenienza, farebbe bene a
rifletterci.
Ma anche l’Ue non
è da meno delle nostre forze politiche. L’Europa brucia, ma il Parlamento
europeo — et dum Europa deficit, Ue de Nutella loquitur — cerca di imporci
«modelli nutrizionali » che, anche ammesso siano scientificamente corretti,
fanno violenza alla nostra responsabile libertà di scelta come individui, prima
ancora che come consumatori. L’Unione europea farebbe bene a porsi qualche
domanda. Quanto l’omologazione di abitudini gastronomiche autoctone, estranee a
quelle di Paesi culturalmente distanti, non finisca col rappresentare una
negazione delle identità dei singoli Paesi membri. Se tale omologazione — che danneggia
l’industria alimentare di alcuni a beneficio di altri — non rifletta interessi
industriali altrui, cioè la presenza di lobby bene organizzate e potenti quanto
occulte.
Per tutta la sua
vita, Norberto Bobbio si è posto la domanda «quale democrazia? », mettendo in
discussione convinzioni consolidate, ma pur sempre aperte al dubbio. Oggi,
scomparso il vecchio maestro liberale, a porla sono rimasti solo pochi suoi
allievi, guardati con sufficienza, a destra non meno che a sinistra, da un
pragmatismo rozzo e incolto che liquida volentieri il liberalismo come una
dottrina ottocentesca superata dai «tempi nuovi» e la democrazia come un
impedimento a governare. Non ne parlano i politici semplicemente perché, in
quanto non liberali, non ne sono interessati. Non ne parlano neppure i media
perché, in quanto «politicamente corretti », riflettono in modo conformistico
l’ondata anti politica popolare, che sconfina nella negazione delle libertà
individuali e dei diritti democratici. Nasce e si diffonde, nel giornalismo,
l’idea di libertà di Trilussa: «Passa un porco e je dico ciao maiale / passa un
asino e je dico ciao somaro / Forse ste bestie nun me capiranno / ma armeno
c’ho la soddisfazione / de dì le cose come stanno / senza paura d’annà a finì
in prigione ». Piero Ostellino CdS 29
Bossi: «La manovra è da cambiare. Brancher? Un errore»
Doppia bordata del
leader della Lega al governo. Prima Bossi ammette che la manovra «si può
modificare» dicendo di essere d'accordo sulla necessità di ascoltare le
richieste delle Regioni. E poi sul caso Brancher ribadisce che «è un caso
chiuso» ma sottolinea ancora una volta che «si è trattato di un errore. È stato
fatto un errore sulle deleghe», spiega il ministro delle Riforme che però
sollecitato a commentare la richiesta di sfiducia presentata da Pd e Idv
ribadisce: «Basta, è un caso chiuso...».
Arriva, infatti,
la mozione di sfiducia contro il Ministro Mario Brancher: a presentarla alla
Camera, dopo una bizantina opera di mediazione tra tutte le opposizioni, è
stato il capogruppo del Pd Dario Franceschini e domani la conferenza dei
capigruppo deciderà quando votarla. E sempre oggi è arrivato un secondo attacco
dalla stampa cattolica al neoministro: dopo il duro editoriale di «Avvenire» di
domenica scorso: Famiglia Cristiana ha definito Brancher «ministro del nulla» e
ha criticato il governo per altre iniziative. Un pò tortuoso il camino della
mozione.
Le opposizioni non
sono riuscite a mettersi d'accordo su una mozione unitaria per sfiduciare
Brancher: a proporla era stato subito il capogruppo dell'Idv Massimo Donadi ma
l'Udc non voleva aderire a una iniziativa comune a Di Pietro. Di qui la
mediazione di Franceschini: la mozione di sfiducia non è «targata» da nessun
gruppo ma è stata «offertà a tutti i parlamentari per la sottoscrizione. Donadi
ha subito annunciato che tutti nell'Idv la firmeranno, e altrettanto faranno i
206 deputati del Pd. Quanto all'Udc, Michele Vietti riunirà domani i suoi
deputati per decidere: le opzioni sul tavolo sono l'adesione individuale alla mozione
o anche nessuna firma ma il sostegno al momento del voto. Ma tra i centristi
c'è anche chi, come Ferdinando Adornato, boccia l'iniziativa sostenendo che
"ricompatterà" il centrodestra: "è la solita dipietrata" ha
detto. Inevitabili le punzecchiature a quelli dell'Udc da parte dell'Idv, con
Donadi che li ha accusati di essere "la stampella" del governo sulle
questioni del legittimo impedimento e della giustizia.
La Conferenza dei
capigruppo deciderà quando far votare la mozione. E nel pomeriggio si avrà un
assaggio dello scontro parlamentare: il governo dovrà rispondere a due
interrogazioni urgenti di Pd e Idv sulle "reali motivazioni" della
nomina di Brancher a ministro. Infatti delle deleghe, cioè delle sue funzioni
effettive, non c'è ancora traccia sulla Gazzetta Ufficiale. Questa circostanza
ha dato il destro a Famiglia Cristiana di criticare duramente il governo:
"Siamo arrivati al colmo - scrive il settimanale dei Paolini - della
nomina di un 'ministro del nulla', in funzione dell'ennesima legge 'ad
personam' per sottrarre i politici alla giustizia, mentre si tradisce la
Costituzione sui temi della legge uguale per tutti, della libertà di stampa e
dei fini sociali in tema di economia di mercato". Riferimenti questi alla
legge sulle intercettazioni, in discussione alla Camera, e alla modifica
dell'articolo 41 della Costituzione, annunciata dal governo. Sul fronte interno
al centrodestra Umberto Bossi ha detto che per la Lega "la vicenda è
chiusa" nonostante il "grosso errore". Ma Francesco Storace sottolinea
preoccupato: "È davvero brutto lo spettacolo che sta offrendo di questi
tempi il partito di Berlusconi". E non a caso un sondaggio di Luigi Crespi
segnala che "l'affaire" Brancher ha fatto perdere a Berlusconi 3
punti in una settimana, portandolo al 47%.
L’U 29
La necessità di un colpo d’ala
Parlare di crisi
finale di Berlusconi e del berlusconismo è senz’altro azzardato. Niente lascia
credere, infatti, che se tra sei mesi ci fossero le elezioni politiche il
Cavaliere non riuscirebbe per l’ennesima volta a riportare la vittoria. In un
modo quale che sia, ricorrendo alle offerte elettorali più irreali, radunando
le forze più diverse, gli uomini (e le donne) più improbabili, ma chi può dire
che non ci riuscirebbe?
Se però il futuro
appare incerto, il presente invece non lo è per nulla. Dopo due anni alla testa
di un’enorme maggioranza parlamentare il governo Berlusconi può vantare, al di
là della gestione positiva della crisi economica, un elenco di risultati che
dire insoddisfacente è dire poco. Inauguratosi con l’operazione «Napoli pulita»
esso si trova oggi davanti ad un’altra capitale del Mezzogiorno, Palermo,
coperta di rifiuti, ridotta ad un cumulo d’immondizia, mentre l’uomo del
miracolo precedente e dell’emergenza terremoto, Bertolaso, è assediato dalle
inchieste giudiziarie.
Il simbolo di un
fallimento non potrebbe essere più evidente. Ma c’è ben altro. C’è l’elenco
lunghissimo delle promesse non mantenute: elenco che la difficile situazione
economica e i grandi successi nella lotta al crimine organizzato non sono certo
in grado di compensare. C’è la riforma della giustizia con la separazione delle
carriere dei magistrati ancora di là da venire; ci sono le liberalizzazioni (a
cominciare da quella degli ordini professionali) di cui non si è vista traccia;
c’è il piano casa e delle grandi infrastrutture pubbliche a tutt’oggi sulla
carta; la costruzione dei termovalorizzatori, idem.
La promessa
semplificazione delle norme e delle procedure amministrative è rimasta in gran
parte una promessa; la riforma universitaria ha ancora davanti a sé un iter
parlamentare lunghissimo e quanto mai incerto; delle norme sulle
intercettazioni meglio non dire; e infine pesa sull’Italia come prima, come
sempre, la vergogna della pressione e insieme dell’evasione fiscali più alte
del continente.
Una tale
inadempienza programmatica è il risultato in buona parte dell’incapacità di
leadership da parte del premier. Nel merito dei problemi che non lo riguardano
in prima persona Berlusconi, infatti, continua troppo spesso ad apparire
incerto, assente, più incline ai colpi di teatro, alle dichiarazioni
mirabolanti ma senza seguito, che ad una fattiva operosità d’uomo di governo.
In questa situazione lo stesso controllo che egli dovrebbe esercitare sul
proprio schieramento è diventato sempre più aleatorio. Benché con modi e scopi
diversi Fini, Bossi e Tremonti dimostrano, infatti, di avere ormai guadagnato
su di lui una fortissima capacità di condizionamento. Riguardo le cose da fare
ne risulta la paralisi o il marasma più contraddittorio.
Anziché governare
le decisioni, il presidente del Consiglio sembra galleggiare sul mare senza
fine delle diatribe interne al suo schieramento. E nel frattempo dalla cerchia
dei fedelissimi, dove pure qualche intelligenza e qualche personalità autonoma
esiste, continua a non venire mai alcun discorso d’ordine generale, continua a
non venire mai nulla che abbia il tono alto e forte della politica vera. Il
silenzio del Pdl che non si riconosce in Fini è impressionante. Ad occupare il
proscenio rimangono così, oltre l’eterno conflitto d’interessi del premier,
solo i ministri ridicoli (Scajola) o impresentabili (Brancher), il giro degli
avidi vegliardi delle Authority, le inutili intolleranze verso gli avversari.
Dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno? Ernesto Galli della Loggia CdS 28
Perché i Mondiali diventino finalmente i Mondiali di tutti
Garavini: “Con
smart card e decoder, forse in tempo per i prossimi mondiali”
“Seguire le
partite della Nazionale Italiana ai Mondiali di calcio – per i tanti italiani
che vivono oltreconfine quest’anno non è stato possibile. Fortuna che si
profila finalmente una soluzione per superare questa ingiusta discriminazione
in virtù della quale i connazionali all’estero si ritrovano regolarmente
davanti a un desolante schermo nero in occasione di tutti i grandi eventi per i
quali la Rai non ha acquistato i diritti di trasmissione fuori dall’Italia”. Lo
dice l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta dai connazionali in Europa, commentando
l’impegno della Rai a prevedere, nel nuovo Contratto di servizio, una concreta
soluzione del annoso problema del criptaggio all’estero di alcuni programmi
televisivi.
“Avendo presentato
un’interrogazione sulla questione del criptaggio già al momento del mio
insediamento come parlamentare, considero positivo che l’Italia stia finalmente
valutando un’ipotesi da tempo avanzata, cioè quella di adottare sistemi già
collaudati in altri Paesi europei come per esempio l’uso di una carta di
decriptaggio”, sottolinea la Garavini. Rispondendo a un’interrogazione dei
colleghi del PD Vinicio Peluffo e Fabrizio Morri, la Direzione Relazioni
Istituzionali e Internazionali della Rai si è, infatti, dichiarata favorevole a
inserire nel Contratto di servizio l’impegno di mettere “a disposizione degli
italiani residenti all’estero un numero congruo di decoder e di smart card di
Tivùsat”.
“Come PD
continueremo a vigilare”, conclude la Garavini, “affinché la Rai accolga anche
nei fatti, non solo nelle parole, le nostre proposte per superare presto il
sistema dell’oscuramento dei grandi eventi. Perché ‘i Mondiali in chiaro’ siano
davvero ‘i Mondiali di tutti’”.de.it.press
Camere di Commercio italiane all’estero: XI Meeting dei segretari generali
il 3-6 luglio a Roma
Il 5 luglio
seminario “Ve(n)dere oltre la crisi: nuove leve per la crescita del Made in
Italy sui mercati esteri”
ROMA - Dal 3 al 6
luglio si terrà a Roma l’XI edizione del Meeting dei segretari generali delle
Camere di Commercio italiane all’estero.
L’iniziativa, organizzata da Assocamerestero
e Unioncamere in collaborazione con Simest, rappresenta un appuntamento
tradizionale che vede riunita la dirigenza delle 75 Camere di Commercio
italiane all’estero presenti in 49 Paesi del mondo.
I lavori si apriranno al pubblico nella
mattinata di lunedì 5 luglio con il seminario “Ve(n)dere oltre la crisi: nuove
leve per la crescita del Made in Italy sui mercati esteri” che si terrà presso
la sede di Unioncamere (piazza Sallustio, 21).
L’incontro – spiegano gli organizzatori
- vuole rappresentare un momento di riflessione sui cambiamenti nuovi
modelli di consumo che la crisi ha fatto emergere e sulle opportunità che
questi cambiamenti possono aprire ai prodotti italiani. La crisi internazionale
ha fatto emergere nuovi modelli di consumo, caratterizzati da una maggiore
attenzione per le produzioni a basso impatto ambientale, per un consumo
responsabile, attento alla salute e ad un design human friendly. Come si
colloca il Made in Italy in questo mutato scenario? Quali sono le modalità di
promozione più appropriate per aiutare le imprese ad intercettare questa nuova
domanda? Quale ruolo possono giocare soggetti privati a vocazione istituzionale
quali le CCIE? Questi i principali punti di approfondimento e di dibattito che
si svilupperanno.
I lavori del 5 luglio proseguiranno, nel
pomeriggio, presso l’Hotel NH Villa Carpegna con la realizzazione di incontri
one-to-one tra i delegati delle CCIE e i rappresentanti delle istituzioni, del
sistema camerale italiano, degli enti e delle associazioni impegnati nelle
attività di promozione del Made in Italy all’estero. Scopo degli incontri è
favorire lo sviluppo di future collaborazioni e l’avvio di iniziative
progettuali comuni attraverso la condivisione di idee, esperienze e best
practice.
Le restanti giornate del Meeting saranno
dedicate allo svolgimento di lavori interni rivolti alla discussione
dell’attività progettuale 2010 e alla attività formativa della dirigenza delle
CCIE. (Inform)
Anche in Italia il divieto del Burqa?
Il Senato spagnolo
ha approvato, lo scorso 23 giugno, una mozione che chiede al governo di
proibire l’uso del velo integrale nei luoghi pubblici.
Il testo è passato
per soli due voti, grazie all’appoggio dei partiti nazionalisti della Catalogna
(CIU) e della Navarra (UPN).
Il dibattito sul
BURQA è ormai europeo. In Belgio il Parlamento
ha già detto un primo si al divieto, e una legge analoga sarà discussa
dall’Assemblea nazionale francese all’inizio di luglio.
E in Italia? Sono
all’esame della I Commissione (affari costituzionali) di Montecitorio sette
proposte di legge recanti “Modifica all’art. 5 della legge 22 maggio 1975 n.
152, concernente il divieto ad indossare gli indumenti denominati burqa e
niqab”.
I testi prevedono
espressamente il divieto di “utilizzo di indumenti femminili in uso preso le
donne di religione islamica denominati burqa e niqab”, ovvero di indossare
abiti “a scopo religioso qualora rendano
non identificabile la persona che li utilizza”.
La Commissione ha
svolto una indagine conoscitiva attraverso l’audizione di esperti del settore.
E’ opportuno che
gli Stati legiferino anche su questo tema delicato ma ci sembra altrettanto
opportuno promuovere una migliore conoscenza dei principi e delle pratiche
dell’Islam, come metodo che possa aiutare la reale integrazione. Centro Studi
Palermo, de.it.press
Istat, cresce la pressione fiscale in Italia
Roma - Sale dal
42,9 al 43,2% la pressione fiscale in Italia nel 2009. E' Istat nel Conto
economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche, nella versione
provvisoria relativa all’anno 2009, a fotografare cosi' uno degli effetti della
della crisi sulla finanza pubblica.
Con questo
risultato, l'Italia sale al quinto posto, insieme alla Francia, in Europa per
pressione fiscale. Nel 2008 era al settimo posto.
Tale risultato è
l’effetto di una riduzione del Pil superiore a quella complessivamente
registrata dal gettito fiscale e parafiscale, la cui dinamica negativa (-2,3
per cento) è stata attenuata da quella, in forte aumento, delle imposte di
carattere straordinario (imposte in c/capitale), cresciute in valore assoluto
di quasi dodici miliardi di euro. Infatti, fra le imposte straordinarie sono
classificati i prelievi operati in base al cosiddetto “scudo fiscale”, per un
importo di circa 5 miliardi di euro, e i versamenti una tantum dell’imposta
sostitutiva dei tributi, che hanno interessato alcuni settori dell’economia, in
particolare quello bancario.
Per quel che
riguarda le entrate totali l'Istat registra come siano diminuite dell’1,9 per
cento, interrompendo cosi' la tendenza alla crescita degli ultimi anni.
Tuttavia, a causa della caduta del Pil, l’incidenza su quest’ultimo è pari al
47,2 per cento, in aumento rispetto al 46,7 per cento dell’anno precedente. La
componente di gran lunga più rilevante delle entrate complessive, oltre il 90
per cento, prosegue, è rappresentata dal prelievo fiscale e parafiscale
(imposte e contributi sociali). Tutte le altre componenti del prelievo fiscale,
annota ancora l'Istat, sono risultate in calo: le imposte indirette del 4,2 per
cento, dopo essere diminuite già del 4,9 nel 2008, le imposte dirette del 7,1
per cento e i contributi sociali effettivi dello 0,5 per cento. La flessione
delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1
per cento) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette ha risentito
delle significative diminuzioni del gettito dell’Iva (-6,7 per cento) e
dell’Irap (-13,0 per cento).
L’andamento dei
contributi sociali effettivi riflette la tenuta delle retribuzioni lorde,
dovuta alla lieve crescita dell’importo medio pro-capite, che ha parzialmente
compensato la flessione dell’occupazione. L’incidenza sul Pil del prelievo
tributario e contributivo dell’Italia risulta pari a quello rilevata in Francia
e inferiore a quella di Belgio (45,3 per cento) e Austria (43,8 per cento),
oltre che rispetto ai paesi scandinavi, i cui più evoluti sistemi di welfare
hanno storicamente richiesto un maggiore ricorso alla fiscalità generale. Danimarca
e Svezia, infatti, presentano i valori più elevati della pressione fiscale
(rispettivamente 49,0 per cento e 47,8 per cento), mentre quelli più bassi si
riscontrano in Lettonia (26,5 per cento), Romania (28,0 per cento), Slovacchia
e Irlanda (29,1 per cento), Lituania (29,3 per cento) e Bulgaria (30,9 per
cento).
Non si arresta
inoltre la spesa pubblica complessiva, calcolata al netto della produzione dei
servizi vendibili e al lordo degli ammortamenti, ha registrato nel 2009 una
crescita del 3,1 per cento pari al 52,5% del Pil (dal 49,4% del 2008). Un dato,
piu' alto dell'1,3 punti percentuali di quanto registrato in media dai 16 paesi
dell'area euro e di 1,2 punti percentuali rispetto alla media complessiva dei
paesi dell’Ue. E' l'Istat nel Conto economico consolidato delle Amministrazioni
pubbliche, nella versione provvisoria relativa all’anno 2009, a fotografare
cosi' uno degli effetti della della crisi sulla finanza pubblica.
Nell’ambito delle
spese correnti, i redditi da lavoro dipendente, che incidono per circa un
quinto sul totale delle uscite, sono saliti, in Italia, dell’1 per cento, con
un ritmo molto inferiore rispetto al 2008 quando registro' un +3,6 per cento. A
contribuire alla crescita le prestazioni sociali in natura, che includono
prevalentemente le spese per assistenza sanitaria in convenzione, aumentate del
4 per cento contro una variazione del 2,2 per cento rilevata nel 2008. Ma il
contributo più importante e' arrivato dalle prestazioni sociali in denaro,
pensioni e sussidi: nel 2009 queste hanno segnato un’incidenza di oltre il 36
per cento sulle uscite e una crescita rispetto al 2008 del 5,1 per cento,
dovuta all’effetto della crisi sugli ammortizzatori sociali. Tra questi, si
segnalano l’indennità di disoccupazione, cresciuta di circa 2 miliardi di euro,
le misure di integrazione salariale (cig) aumentate di oltre 1,5 miliardi di
euro e gli interventi a favore delle fasce più deboli della popolazione, quale
il bonus straordinario per le famiglie a basso reddito, pari a circa 1,5
miliardi di euro.
Sempre nel 2009 e'
quasi raddoppiata l'incidenza dell’indebitamento netto sul Pil rispetto al 2008
passando dal 2,7% al 5,3% che in valore assoluto e' stato pari pari a 80.800
milioni di euro, maggiore di 38.225 milioni di euro rispetto al 2008. E per la
prima volta, annota ancora l'Istat, il saldo primario (indebitamento al netto
della spesa per interessi) del nostro Paese è risultato negativo (-0,6 per
cento del Pil), in calo di 3,1 punti percentuali rispetto al 2008. .(Adnkronos)
La partecipazione dell'Italia al processo normativo dell'UE
Il Consiglio dei
Ministri n. 97 del 18 giugno scorso ha esaminato ed approvato, in via
preliminare, il disegno di legge "Norme generali sulla partecipazione
dell'Italia al processo normativo dell'Unione Europea e sulle procedure per
l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione
Europea".
Il provvedimento
rivede la legge n. 11 del 4 febbraio 2005.
La riforma vuole
realizzare una maggiore sinergia tra fase ascendente (per fase ascendente
s'intende la modalità attraverso la quale il nostro Paese partecipa al processo
di formazione delle decisioni comunitarie e dell'Unione Europea) e fase
discendente (la fase discendente costituisce il processo di recepimento delle
direttive comunitarie nell'ordinamento italiano) dei processi normativi, alla
luce della diversa impostazione che il Trattato di Lisbona ha dato al sistema
di integrazione.
Saranno
convogliate in un unica raccolta normativa, le norme ora contenute in leggi
diverse, che disciplinano le istanze del coordinamento a fini europei delle
amministrazioni centrali e locali dello Stato.
Il Trattato di
Lisbona, in vigore dal dicembre scorso, ha introdotto importanti novità, sotto
il profilo istituzionale, che il disegno di legge, appena approvato, recepisce;
in particolare, il coinvolgimento diretto dei Parlamenti nazionali in alcuni
aspetti del funzionamento dell'Unione.
La riforma prevede
uno sdoppiamento dell'attuale legge comunitaria annuale introducendo due
distinte leggi annuali: la legge di delegazione europea e la legge europea.
La legge di
delegazione europea, da presentare al Parlamento entro il 28 febbraio di ogni
anno, concerne solo deleghe legislative e autorizzazioni all'attuazione in via
regolamentare; la legge europea, eventuale e da presentare al Parlamento anche
disgiuntamente rispetto alla legge di delegazione europea, riguarda
disposizioni di attuazione diretta.
Il testo dovrà
tornare all'esame definitivo del Consiglio dei Ministri dopo la Conferenza
Unificata. Dipartimento Politiche
Comunitarie
Bilinguismo in Alto Adige: in vigore le nuove regole per l’attestato
Bolzano - E’
entrato in vigore martedì 29 giugno la nuova regolamentazione che disciplina in
Alto Adige il conseguimento dell’attestato di conoscenza della seconda lingua
creando le alternative all’unica procedura finora riconosciuta, quella del
superamento dell’esame di bilinguismo. Con la nuova regolamentazione, infatti,
sono considerati equipollenti i diplomi linguistici internazionali o la
combinazione tra maturità e laurea universitaria conseguite in due lingue
diverse.
Sono quindi due le
alternative introdotte con la norma di attuazione dello Statuto di autonomia
della Provincia autonoma di Bolzano approvata il 14 maggio scorso che valgono
quale attestato di bilinguismo. La prima riguarda la certificazione rilasciata
da enti specificamente riconosciuti dopo il superamento di un apposito test
linguistico.
Per la parte tedesca
rientrano in questa tipologia le certificazioni del Goethe Institut e del
Deutscher Volkshochschulenverband, il diploma linguistico austriaco (ÖSD) o il
"TestDaF" dell’omologo Istituto in Hagen.
Per attestare la
conoscenza delle lingua italiana sono considerate equipollenti le
certificazioni dell’Università per Stranieri di Perugia (CELI) e Siena (CILS),
della Società Dante Alighieri a Roma (PLIDA) e dell’Università "Roma
Tre".
Tutte queste
certificazioni si rifanno al Quadro comune europeo di riferimento per le
lingue, i relativi livelli A2, B 1, B2, C1 corrispondono agli esami di
bilinguismo per le carriere D, C, B e A.
Se l’interessato
può esibire questo tipo di diploma in una delle due lingue, dovrà superare solo
un esame nell’altra lingua per poter conseguire l’attestato di bilinguismo. Non
verranno riconosciuti certificati che attestano la partecipazione ad un corso
di lingua ovvero certificazioni linguistiche di altro tipo.
La seconda
alternativa all’esame tradizionale per il cosiddetto "patentino A" è
data dalla combinazione tra il diploma di maturità conseguito in una lingua e
la laurea conseguita nell’altra. A chi ad esempio è in possesso del diploma di
scuola superiore in lingua italiana e ha completato gli studi universitari in
lingua tedesca viene riconosciuto l’attestato di bilinguismo della carriera A.
La condizione necessaria è che lo studio universitario sia stato svolto
prevalentemente in una delle due lingue. Questo significa tra l’altro che il
titolo conseguito dopo lo studio trilingue alla Libera università di Bolzano o
alla Scuola superiore di sanità "Claudiana" non viene riconosciuto
equipollente all’attestato di bilinguismo. Lo studio nelle due lingue di
diritto italiano a Innsbruck viene invece considerato percorso universitario in
lingua tedesca. (aise)
Inghilterra. La Federazione dà fiducia a Capello. Un dirigente: «Sir Fabio
resta l'uomo giusto»
LONDRA - I tabloid
non gli hanno perdonato nulla per l’eliminazione dell’Inghilterra dai Mondiali,
ma Fabio Capello ha ancora parecchi estimatori in Federazione: uno di questi è
indubbiamente Phil Gartside, uno dei massimi dirigenti della Football
Association e amico del presidente, Dave Richards, l’uomo che di fatto avrà
l’ultima parola sul destino di Capello sulla panchina dei Tre Leoni.
«Secondo me
Capello è l’uomo giusto per questo incarico. Ha soltanto perso una partita - ha
detto Gartside, che è anche presidente del Bolton, al "Sun" -. Non so
se ci sia una decisione da prendere. Ha un contratto e per me dovrebbe
continuare, non penso che il suo futuro sia in discussione». Capello ha detto
chiaramente che ha intenzione di rispettare il contratto in scadenza al termine
degli Europei del 2012, anche per «vendicare» la brutta figura con la Germania.
I candidati alla panchina dell’Inghilterra sono sempre Roy Hodgson (nel mirino
del Liverpool), Sam Allardyce e Harry Redknapp.
LS 30
Arrotolati sui bordi del piatto. Ode alla pasta
P come
pappardelle, a come agnolotti, s come spaghetti, t come tortellini, a come
“aaah!”: la pasta sa buona, sazia, consola. Si fa in fretta, se ci si deve
sbrigare, o si può trascorrere un intero pomeriggio se si fa a mano e ci si
dedica ad un ripieno elaborato. Ne dobbiamo essere grati veramente agli
Italiani? Questo capitolo non si dovrebbe intitolare forse meglio “Come i
Cinesi hanno reso bella la nostra vita”? E non ci rendiamo ridicoli se per
superare il confronto con dei viscidi capellini abbiamo bisogno di un
cucchiaio?
Senza dubbio
l’introduzione della pasta in Germania si può fare risalire ai lavoratori
italiani della prima ora. Nelle cucine in comune dei loro dormitori Non si
trovavano confrontati con la domanda, da dove prendere il loro cibo nazionale
preferito – parecchi di loro per sicurezza avevano lasciato la patria con le
valige piene di spaghetti. Anche utensili per la cucina furono portati nel
paese straniero, come mostra una mostra degna di attenzione del museo
dell’industria della Vestfalia su “Immigrazione italiana e nostalgia tedesca
per l’Italia” del 2003: fra gli oggetti esposti accanto a parecchi legni per la
preparazione degli spaghetti e apparecchiature per tagliare la pasta fa parte
anche un pentolone per gli spaghetti, messo a disposizione da Santino Masotano,
che era venuto portandoselo dietro perché aveva paura di trovare nel bacino
della Ruhr solo pentole di piccole dimensioni.
Pasta ce n’era
certamente in Germania, anche ricette per piatti di pasta all’italiana. La
differenza fra Pasta e prodotti locali Katinka e Herrmann Mostar la spiegavano
già nel 1956 in “Ciò che viene subito dopo l’amore - Katherlieschens Kochbuch”:
“Facendo la spesa avete la scelta fra spaghetti italiani e tedeschi; il prezzo
ultimamente è quasi uguale, gli spaghetti però no: quelli italiani sono fatti
di grano duro senza uova; mentre quelli tedeschi indicano esplicitamente un
alto contenuto di uova, per questo motivo il colore di un giallo più bello,
però il pericolo che diventino brodosi è molto più alto.”
All’inizio sarà
dipeso dalle scarse conoscenze della lingua, dal sentirsi spaesati e, non per
ultimo, alla mancanza di tempo per gli acquisti che gli Italiani si sono
preoccupati dei rifornimenti. I problemi di fornitura non durarono per molto
tempo. Mariano Bresciani, ex-collaboratore del Caritas, si ricorda di uno dei tanti
servizi di fornitura, che era praticato da un portiere di origini italiane:
“Andava con il suo maggiolino da un grossista e poi andava da dormitorio in
dormitorio con la macchina stracolma di pacchi di spaghetti.” Alla stessa
maniera lavoravano inoltre i barbieri, come osservava l’assistente sociale
nelle sue visite ai dormitori dei lavoratori – e altri professionisti.
Bresciani in ogni caso fu presentato una volta come assistente sessuale.
Presto però
aprirono i commercianti italiani i loro generi alimentari e anche per i
Tedeschi la pasta divenne sempre più popolare – tanto che l’industria
alimentare tedesca vide delle possibilità di sviluppo commerciale e purtroppo
ebbe anche ragione. All’inizio degli anni sessanta arrivarono nei negozi i
malfamati ravioli in scatoletta, cinque anni più tardi il pacco dei “Miracoli”
con doppio concentrato di pomodoro e spezie. Per ciò che riguarda la pasta in
se, la preparazione alla tedesca andò adeguandosi a quella all’italiana – fu
comunque un lungo percorso fino a quando i tedeschi non cucinarono gli
spaghetti come una pappa. “Il “Karherlieschens Kochbuch” consigliava sì di
calcolare “due litri e mezzo di acqua bollente ben salata per mezzo chilo di
spaghetti” e di “farli scivolare lentamente” – “così non si rompono e si
possono mangiare dopo molto più facilmente” – comunque la coppia di autori
consigliava un tempo di cottura di massimo 15 minuti: “Così diventano croccanti
e consistenti.” Sette anni più tardi Lilo Aureden peggiorò il tutto in “Le cose
che deliziano gli uomini”. Lasciare cucinare 250 g di spaghetti in acqua e sale
bollente per 15 minuti a piccola fiamma. Scolarli e stemperarli con acqua
fredda.
“Mangiaspaghetti”, così appellavano i Tedeschi gli operai italiani negli anni cinquanta – oggi ogni Knödeldreher (chi fa i Knödel, versione tedesca dei maccheroni) cucina i suoi spaghetti “al dente”. Da quando la pasta asciutta dei primi ristoranti italiani veniva chiamata “Pastachutta” e nessuno sapeva tradurlo con “pasta scolata”, di tempo ne è tr