WEBGIORNALE 10-11 Maggio
2010
Elezioni nel Nordreno-Westfalia, sconfitta la coalizione di governo
L'alleanza
cristianodemocratici-liberali scende dal 51% al 40,5%, i socialdemocratici al
35%. Ottimo risultato per i Verdi (12,5%) e per la sinistra radicale (6%). La
Merkel perde la maggioranza al Bundesrat, la Camera delle Regioni – di Andrea
Tarquini
BERLINO - E' la
Stalingrado di Angela Merkel. Alle elezioni di oggi nel Nordreno-Westfalia (il
più popoloso e politicamente decisivo dei 16 Stati della Repubblica federale, e
uno dei più prosperi) la Cdu-Csu della cancelliera ha incassato un crollo oltre
ogni previsione: secondo gli exit poll precipita dal 44 al 34 per cento
circa, cioè perde almeno dieci punti. I suoi alleati liberali (Fdp) sono al 6,5
per cento, cioè guadagnano 0,3 punti rispetto alle ultime elezioni locali, ma
si vedono più che dimezzati rispetto al quasi 15 per cento raccolto a livello
nazionale alle ultime elezioni politiche federali. Volano invece le
opposizioni: la Spd (socialdemocrazia, il più antico e importante partito della
sinistra democratica tedesca ed europea) è alla pari con la Cdu al 34 per cento
circa, i Verdi balzano al 12,6 per cento, il loro massimo storico assoluto. La
Linke, la sinistra radicale - frutto dell'alleanza tra i
neocomunisti dell'Est e i dissidenti di sinistra usciti negli anni scorsi dalla
Spd - sono al 6 per cento, quindi solidamente sopra il quorum del 5
per cento necessario a entrare nel Parlamento del land. La partecipazione al
voto, al 59 per cento, è ai minimi storici, in una triste conferma della
disaffezione alla politica.
Per il governo di Angela
Merkel, sullo sfondo della crisi aperta dall'emergenza greca per l'euro e il
futuro dell'Unione europea, non poteva andare peggio. Il voto in
Nordreno-Westfalia significa che il centrodestra (appunto la Cdu della
cancelliera, la Csu bavarese e i liberali del vicecancelliere e ministro degli
esteri Guido Westerwelle) perdono la maggioranza al Bundesrat, la Camera delle
Regioni. Dunque da ora alla fine della legislatura, cioè per i prossimi tre
anni e mezzo, l'Europa intera avrà a che fare con una Germania azzoppata da un
esecutivo debole e costretto a continui compromessi.
La rabbia e il
dissenso degli elettori causati dalla reazione troppo lenta, prima dura e poi
concessiva, della cancelliera all'emergenza Grecia sono il grande sfondo della
disfatta del centrodestra. La maggioranza degli elettori non voleva che soldi
tedeschi andassero a salvare Atene, e al tempo stesso la maggioranza della
gente teme il peggio per il futuro dell'euro e del potere d'acquisto. Al tempo
stesso, a livello locale, il governatore uscente, il democristiano (Cdu
appunto) Juergen Ruettgers, uomo di continui compromessi e inciuci, non ha
retto il confronto con la combattiva, pragmatica capolista socialdemocratica
Hannelore Kraft. La quale ora potrebbe guidare lo Stato più popoloso di
Germania, insieme ai Verdi e forse con l'appoggio esterno della Linke.
In Europa, da
oggi, Angela Merkel durissima fino all'ultimo sul tema della solidarietà con la
Grecia e con gli altri Paesi dell'eurozona in difficoltà, appare più indebolita
e a rischio che mai. Intanto volano le cifre di disavanzo e debito tedeschi, e
le entrate tributarie denunciano un ammanco di 39 miliardi rispetto al
previsto. LR on 9
Vertice Ecofin. Misure anti-crisi, Gb frena, ma c'è «largo accordo»
Parigi-Berlino
Londra non vuole
partecipare al sostegno economico al fondo. Via libera dell'Fmi ad aiuti per 30
mld alla Grecia
MILANO - Il board
del Fondo Monetario internazionale (Fmi) ha approvato un pacchetto di aiuti da
26,4 miliardi di Sdr (special-drawing right), o 30 miliardi di euro. In una
nota il board esecutivo del Fondo annuncia che «ha concluso la propria
discussione sulla Grecia ed ha approvato uno «stand-by arrangement» di tre anni
per un ammontare totale di 26,4 miliardi di special drawing rights (30 miliardi
di euro)» si legge nel comunicato diffuso dal Fmi. Gli aiuti approvati
rientrano nel pacchetto più ampio, che dovrebbe raggiungere i 110 miliardi di
euro, e che include gli stanziamenti dell'Unione Europea. L'Europa gioca così
le sue carte per tentare di mettere in sicurezza la moneta unica e gli Stati
che potrebbero essere oggetto di attacchi da parte della speculazione
finanziaria lunedì alla riapertura dei mercati. Il raggiungimento di un'intesa
nelle ultime ore era diventato difficile nonostante il presidente francese
Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel si siano trovati «in
accordo completo sulla necessità di una risposta di ampio respiro agli attuali
problemi che hanno effetti sui mercati». Obama aveva parlato domenica con la cancelliera
tedesca Angela Merkel «nel quadro del suo impegno continuo per seguire la
situazione economica» in Europa, aveva dichiarato un portavoce della Casa
Bianca, Bill Burton. Il presidente aveva «giudicato importante che i membri
dell’Unione europea adottassero passi decisi per ridare fiducia ai mercati».
LA DIVISIONE - Ma
il braccio di ferro a Bruxelles vede ancora divise le capitali europee: da una
parte quelle britanniche e dall’altra la Commissione Ue con l’appoggio dei
Paesi dell’Eurozona. Motivo del contendere: la base giuridica del «meccanismo
europeo di stabilizzazione finanziaria» che l’Ecofin ha approvato, come
richiesto dai leader dell’Eurogruppo nel vertice di venerdì notte. Dalla base
giuridica infatti dipendono le modalità di funzionamento e di partecipazione
dei vari Paesi al meccanismo. La prima opzione è che il meccanismo (un fondo di
60-70 miliardi di euro da destinare a garanzie di prestiti) sia approvato
dall’Ecofin in base all’articolo 122 del Trattato Ue, secondo cui il Consiglio
dei Ventisette, in caso di «circostanze eccezionali può decidere a maggioranza
qualificata di concedere «assistenza finanziaria» a uno Stato membro in
difficoltà. In questo caso, Londra potrebbe essere costretta a fornire la sua
quota del finanziamento, anche se votasse contro, a meno che non riuscisse a
raccogliere una «minoranza di blocco» alleandosi con altri Paesi.
DARLING - Ma il
ministro delle Finanze britannico Alistair Darling ha confermato che il Regno
Unito non contribuirà al fondo anticrisi: «Credo che sia importante per noi
fare tutto il possibile per stabilizzare i mercati, ma voglio essere chiaro: se
c’è una proposta di creare un fondo di stabilizzazione per l’euro, deve essere
di pertinenza dei Paesi dell’Eurozona», ha dichiarato Darling, intervistato
dall’emittente satellitare britannica SkyNews: «Quel che non faremo e non
possiamo fare è dare il nostro sostegno all’euro, che è responsabilità dei
Paesi membri dell’Eurozona».
LONDRA - Infatti
l’ipotesi del voto a maggioranza vede una fortissima opposizione nell’opinione
pubblica britannica e da parte del governo di Sua Maestà. Londra starebbe
quindi cercando di convincere diversi Paesi non membri dell’eurozona ad
appoggiarla nell’opposizione al meccanismo di stabilizzazione, se basato
sull’articolo 122. L’insieme dei Paesi che non hanno adottato l’euro avrebbe,
in effetti, i voti sufficienti per la minoranza di blocco, ma è tutt’altro che
scontato che gli altri Stati non appartenenti all’Eurozona abbiano gli stessi
interessi del Regno Unito in questa crisi. Svezia e Polonia non escludono la
loro partecipazione. «Siamo pronti a sostenere tutte le soluzioni che
rafforzino la posizione comune dei Paesi della Ue -ha detto il ministro delle
finanze svedese, Anders Borg, sottolineando come «è necessario trovare delle
risorse per arrestare la tormenta in corso sui mercati finanziari». Anche la
Polonia - che è l'economia più grande dei Paesi Ue dell'est - è su una linea
analoga: «Ma vogliamo vedere cosa metterà sul tavolo la Commissione Ue - ha
detto il ministro delle fiananze polacco, Jan Vincent-Rostowski - visto che
finora non siamo stati coinvolti nel negoziato».
La seconda
opzione, per cui preme Londra, è quella di una semplice estensione del
meccanismo finanziario Ue, già esistente e oggi destinato solo ai Paesi al di
fuori dell’Eurozona, e che è stato usato recentemente per Ungheria, Lettonia e
Romania. I britannici sono disposti a votare a favore di questa soluzione, che
estenderebbe anche ai Paesi dell’eurozona il meccanismo già esistente, e non
costringerebbe Londra a partecipare al suo finanziamento. In pratica, se un
Paese dell’euro venisse attaccato dai mercati, la Commissione potrebbe
intervenire immediatamente utilizzando il fondo (anche in questo caso 60-70
miliardi di euro, come garanzie di prestiti). Il denaro attinto dal fondo
sarebbe poi rimborsato con prestiti bilaterali dei Paesi dell’eurogruppo,
simili a quelli già previsti per il piano di aiuti per la Grecia. In questo
caso, tuttavia, si tratterebbe di una soluzione ristretta alla sola Eurozona, e
nessun altro Paese vi parteciperebbe oltre ai Sedici dell’euro.
NAPOLITANO - Sulla
questione della crisi greca e delle sue conseguenze era intervenuto in
precedenza anche il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Le «difficoltà di
oggi e la grave crisi finanziaria e economica, che in queste settimane colpisce
duramente l'amico popolo greco, l'incertezza del lavoro e la disoccupazione di
lunga durata, la complessità del fenomeno dei flussi migratori, la condizione
di rischio delle risorse naturali e energetiche, i sempre più incontrollabili
cambiamenti climatici, impongono scelte decisive per il nostro futuro che
nessun Paese europeo può illudersi di compiere da solo». Lo afferma in un
messaggio diffuso in occasione del 9 maggio, Festa dell'Europa, il presidente
della Repubblica. «L’Europa non può esitare: siamo chiamati a promuovere un
nuovo e più giusto modello di sviluppo. Una forte volontà politica comune deve
emergere - dice Napolitano -. Grande responsabilità spetta ai leader di oggi,
affinché si realizzino rapidamente politiche efficaci per fare fronte in primo
luogo a una speculazione finanziaria senza regole e slegata dalla realtà. Deve
concretizzarsi finalmente l’indispensabile governo dell’economia a livello
europeo, che dia ulteriore forza e autorevolezza alla moneta unica e rilanci lo
sviluppo, l’occupazione e la qualità del lavoro, contando su un rafforzamento
del patto di stabilità e crescita, su più effettive procedure di coordinamento
e di sorveglianza delle politiche di bilancio e su migliori meccanismi di
valutazione finanziaria».
BERLUSCONI -
Intanto il premier Silvio Berlusconi ha proseguito anche domenica i colloqui
con i leader europei, in vista delle riunioni sulle misure in difesa dell'euro.
In particolare, fa sapere Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio ha parlato
con Josè Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, ed è rimasto in
continuo collegamento con il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, in
partenza per l'Ecofin a Bruxelles. Silvio Berlusconi rimarrà in contatto per
tutta la giornata con gli altri leader europei. CdS Redazione online 9
Appello delle Chiese d’Europa sulla mobilità umana
Il messaggio al
termine dei lavori dell’VIII Congresso europeo sulle migrazioni promosso dal
CCEE a Malaga dal 27 aprile al primo maggio
Malaga – “Vogliamo
ribadirvi la nostra fraternità e la nostra solidarietà” affinché possiate
disporre di una “vita più umana e più degna per voi e per i vostri cari” e
“testimoniare che è possibile considerare la presenza dei migranti in Europa
come una carta vincente per il presente e per l'avvenire”. É quanto si legge
nel “Messaggio” che i partecipanti all’VIII Congresso Europeo sulle Migrazioni,
promosso dal CCEE a Malaga dal 27 aprile al primo maggio, hanno rivolto alle
Chiese e alle società europee.
Per cinque giorni
un centinaio di delegati tra Vescovi, Direttori nazionali per la pastorale dei
migranti (per l’Italia il Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e
della Fondazione Migrantes, mons. Bruno Schettino e il Direttore dell’Ufficio
nazionale immigrati e profughi della Fondazione Migrantes, padre Gianromano
Gnesotto), operatori pastorali hanno discusso e lavorato sul fenomeno
migratorio in Europa scambiandosi esperienze avviate dalle Chiese sul campo e
delineando prospettive di impegno future. Lo sviluppo della tematica ha seguito
un percorso in tre momenti, soffermandosi sulle sfide poste a tre “istituzioni”
che maggiormente sono interpellate dal fenomeno migratorio. Innanzitutto la
famiglia, la cellula base delle nostre società, per proseguire con le comunità
cristiane, realtà sempre più interculturali; ed arrivare infine alla
riflessione sulla realtà sociale più vasta: la Società.
“Rifiutando ogni
atteggiamento di esclusione, noi vogliamo dirvi che intendiamo costruire
insieme l’avvenire d’Europa”, si legge nel Messaggio nel quale si afferma che la presenza dei migranti in Europa
dev’essere considerata “come una risorsa per il presente e il futuro”.
“In molti Paesi -
si legge nel testo del messaggio - i migranti apportano un contributo positivo,
e non solo economico, alle società che li sanno accogliere”. Il messaggio
sottolinea peraltro che tale presenza “risveglia paure nelle opinioni pubbliche
europee”, sollecitando talvolta “atteggiamenti di chiusura e di xenofobia,
rafforzati dalla crisi economica che stiamo attraversando”. Prendendo inoltre
atto del “pluralismo culturale” creatosi nel vecchio continente, i partecipanti
al convegno sottolineano che “è possibile gestire positivamente questa
situazione di pluralismo mediante l’incontro e il dialogo interculturale”. “La
Chiesa cattolica nel suo insieme - prosegue - con le sue tradizioni e i suoi
differenti riti, porta il suo contributo per servire l’unità della famiglia
umana, in Europa e al di là di essa”. Il testo del Messaggio indica tre ambiti
“dove è possibile forgiare la fraternità che noi vogliamo servire nel nome del
Vangelo”. Anzitutto la famiglia, “cellula di base della società”: essa “gioca
un ruolo essenziale per l’integrazione” dei migranti, rappresentando “un clima
di sicurezza e la stabilità affettiva dei suoi componenti”. In secondo luogo le
comunità ecclesiali, “invitate a rafforzare l’accoglienza dei fratelli e delle
sorelle giunti da altri orizzonti culturali e religiosi”. I vescovi, le parrocchie
e i movimenti cattolici “divengano un segno profetico per le società chiamate a
promuovere il dialogo interculturale”. Terzo ambito in cui creare “fraternità”
è la società, chiamata a gestire le migrazioni, “realtà complessa che include
aspetti culturali, economici, giuridici, politici, sociali e religiosi”.
Il documento
specifica che tutte le nazioni devono “impegnarsi nell’elaborazione di un
quadro giusto affinché la dignità umana sia rispettata. È necessario anche che
la comunità internazionale s’impegni a ridurre le cause di una migrazione
forzata”.
Durante il
Congresso i partecipanti hanno “ripreso coscienza insieme della realtà delle
migrazioni in Europa”. Si contano oggi 34 milioni di immigrati, di cui 12
milioni di migranti interni, provenienti dai paesi dell'Unione Europea. Al di
là delle cifre raccolte - scrivono nel documento - misuriamo il peso della
sofferenza, della miseria e dello sconforto portato dai migranti”.
Il messaggio si
conclude con un appello: “vogliamo rivolgerci a voi, fratelli e sorelle
migranti in Europa, particolarmente a coloro che vivono in situazioni precarie.
Vi accogliamo perché crediamo che ogni essere umano abbia il diritto di essere
accolto. Non ci importa la vostra origine, la vostra religione o la vostra
cultura: voi siete stimati e amati da Dio. Tutti noi abbiamo dei doni da
scambiare”. (Migranti-press)
Gli interventi del
presidente Stefani, del sottosegretario Mantica, dei deputati Narducci(Pd) Fedi
(Pd), Razzi (Pd), Farina (Pd), Porta(Pd) e Zacchera (Pdl). Entro il 12
maggio la presentazione degli emendamenti
ROMA – La Commissioni Esteri della Camera ha
avviato la discussione del decreto legge che, oltre a disposizioni urgenti in
tema di immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana, contempla lo
spostamento al 31 dicembre 2012 del termine ultimo per l’elezione dei Comites e
del Cgie.
Il dibattito è stato introdotto dal
presidente della Commissione Stefano Stefani che, in veste di relatore, ha
illustrato il provvedimento. Stefani, dopo aver ricordato che gli organi
rappresentativi degli italiani all’estero sono oggetto di uno specifico
processo di riforma in prima lettura presso il Senato, ha sottolineato come
questo rinvio al 2012 giunga dopo una prima proroga di un anno del mandato dei
Comites e del Cgie al 31 dicembre 2010. Il relatore ha poi evidenziato come a
tutt’oggi siano operativi nel mondo 126 Comites in 38 Paesi: 69 in Europa, 23
in America Latina, 4 in America centrale, 16 in Nord America, 7 in Asia e 7 in
Africa.
Stefani ha anche segnalato il dissenso per
questa ulteriore proroga espresso dal Cgie nella recente Assemblea plenaria
attraverso un apposito ordine del giorno approvato all’unanimità. La questione
– ha affermato il presidente della Commissione - pone l’esigenza di
contemperare due diversi interessi che non sono però in conflitto: quello degli
italiani all’estero a rinnovare i loro organismi per assicurarne la rappresentatività
e quello degli stessi connazionali a che tali organismi siano funzionali ed
adeguati al nuovo quadro politico-costituzionale derivante dalla presenza in
Parlamento dei loro eletti, alcuni dei quali hanno chiesto la chiusura del
Cgie.
E’ indubbio – ha proseguito Stefani - che
esista al riguardo una doverosa responsabilità parlamentare nell’accelerare il
processo di riforma in corso. D’altra parte, votare domani come se niente fosse
rischierebbe di compromettere il lavoro sin qui svolto. Il presidente della
Commissione ha infine chiesto al Governo di spiegare in maniera più dettagliata
le motivazioni di un rinvio così lungo delle consultazioni ed ha preannunciato
la presenza nella relazione dell’esecutivo di un altro disegno di legge volto
ad omologare la procedura elettorale dei Comites a quella dei parlamentari
eletti all’estero.
Il sottosegretario agli Esteri Alfredo
Mantica, nell’auspicare un confronto franco su queste tematiche, ha posto in
connessione il provvedimento di rinvio delle elezioni degli organi di
rappresentanza degli italiani all’estero con il progetto di riforma di Comites
e Cgie all’esame del Senato. Mantica ha poi evidenziato sia la contrarietà del
Governo ad ogni ipotesi che comporti la soppressione dei Comites e del Cgie sia
come il progetto di riforma del Cgie, in discussione al Senato, valorizzi il
ruolo delle regioni e il dialogo fra i Comites, il Parlamento e lo stesso
Consiglio Generale.
Il senatore Mantica ha inoltre ribadito l’impegno
del Governo a procedere ad un miglioramento del sistema delle regole del
processo elettorale che regolamenta il voto degli italiani all’estero, in
termini di trasparenza e correttezza. Dopo aver ricordato che il progetto di
riforma degli organi di rappresentanza prevede importanti novità volte a
garantire la partecipazione delle donne e dei giovani, il sottosegretario ha
spiegato come la scadenza del 31 dicembre 2012, introdotta dal decreto, sia
stata individuata attraverso il calcolo dei tempi necessari per il
completamento dell’iter parlamentare della riforma di Comites e Cgie.
Il vice presidente della Commissione Esteri
Franco Narducci ha rilevato come quest’ultima proroga che, porta ad otto anni
il mandato elettivo degli organi rappresentativi degli italiani all’estero,
rischi di compromettere definitivamente la vitalità dei Comites e del Cgie che
operano grazie alla volontarietà dell’impegno degli eletti. Da Narducci è stato
altresì ricordato come il primo rinvio di un anno delle consultazioni,
introdotto dall’ordine del giorno presentato dal presidente del Comitato
permanente per gli italiani all’estero Marco Zacchera, aveva l’obiettivo di
risolvere alcuni problemi finanziari. Il deputato del Pd ha infine proposto, al
fine di sollecitare i gruppi parlamentari a procedere speditamente nel processo
di riforma e di dare certezze a coloro che al momento ricoprono le cariche
elettive presso gli organi di rappresentanza degli italiani all’estero, una
proroga delle elezioni limitata al 30 giugno 2011. In pratica sei mesi in meno
rispetto alla data stabilita dal governo.
Anche Marco Fedi (Pd) ha posto in evidenza
come questa ulteriore proroga delle elezioni rischi di delegittimare gli
eletti dei Comites e del Cgie. Ha inoltre ricordato di aver più volte
sollecitato un approfondimento, da parte del Comitato permanente sugli italiani
all’estero, dei contenuti della riforma, in corso al Senato, al fine di
razionalizzare e accelerare il successivo iter del provvedimento alla Camera.
Secondo il deputato sarebbe comunque opportuno procedere in contemporanea al
lavoro sulla riforma e al rinnovo nei tempi previsti delle cariche degli organi
di rappresentanza degli italiani all’estero.
Il deputato del Pd Gianni Farina, dopo aver
affermato che gli organi di rappresentanza degli italiani nel mondo hanno
ragion d’essere solo se sono in grado di avanzare proposte e se sono ascoltati
dal Governo e dal Parlamento, si è detto convinto che, in vista delle prossime
elezioni politiche del 2013, un rinvio delle consultazioni dei Comites e del
Cgie al dicembre del 2012 comporti il rischio di un’ulteriore proroga delle
votazioni all’anno successivo. “Il Cgie – ha poi affermato Farina che condivide
l’idea di procedere ad un rinnovo immediato degli organi di rappresentanza – va
innovato in modo da promuovere una rete degli organi presenti sul territorio
che sia in grado di garantire un legame tra la rappresentanza parlamentare e le
comunità degli italiani all’estero”.
Da Farina è stato anche posto in evidenza
come la proposta di riforma all’esame del Senato sia destinata a sortire
effetti catastrofici, soprattutto per quanto concerne la prevista riduzione del
numero dei Comites. Una soluzione che, per il deputato, contribuisce a
concentrare i poteri consultivi nelle mani di pochi e a smantellare in modo
inesorabile tutto il sistema che si fonda sugli organi consultivi. Farina ha
infine prospettato, per contestare questa ulteriore proroga delle
consultazioni, le dimissioni in massa degli attuali componenti rimasti in carica
negli organi di rappresentanza.
Anche Antonio Razzi (Idv) ha auspicato un
rapido rinnovo Comites che dovrebbe avere luogo entro 2010 o al massimo entro
il primo semestre del 2011. Razzi ha poi ricordato la sua proposta di legge per
la soppressione del Cgie e la necessità di garantire trasparenza alle modalità
di voto all’estero tramite l’introduzione del suffragio elettronico.
Il vice presidente del Comitato permanente
sugli italiani all’estero Fabio Porta ha sottolineato come la riforma di
Comites e Cgie non rappresenti una priorità alla luce di questioni più
drammatiche, come ad esempio il taglio dei fondi pubblici apportati ai settori
degli italiani all’estero e l’esigenza di un maggior coinvolgimento dei giovani
connazionali nel mondo. Porta ha poi evidenziato come il provvedimento del
Governo sia errato nella forma - il decreto legge non sarebbe lo strumento più
adatto per affrontare la questione - e nel merito, in quanto si prevede un
sostanziale raddoppio della durata degli organi elettivi. Il deputato del Pd ha
infine rilevato come difficilmente l’approvazione della riforma della
rappresentanza potrà avvenire alla Camera in tempi rapidi, essendo il testo
unificato adottato dal Senato assai distante dalle proposte di legge presentate
presso l’altro ramo del Parlamento.
Dal canto suo Marco Zacchera del Pdl,
presidente del Comitato permanente sugli italiani all’estero, si è detto
rammaricato per le difficoltà ad operare incontrate del Comitato della Camera a
causa della perdurante assenza dai lavori dei deputati di maggioranza. Dopo
aver evidenziato l’esigenza che la riforma dei Comites e del Cgie proceda di
pari passo, Zacchera ha osservato che il rinvio delle elezioni al 31 dicembre
2012 non dovrebbe comunque precludere la possibilità di indire elezioni,
una volta completata la riforma, prima del termine massimo introdotto dal
Governo. Un punto, quest’ultimo, su cui il parlamentare del Pdl chiederà
all’esecutivo un impegno esplicito tramite la presentazione di uno specifico
ordine del giorno. Zacchera si è poi detto d’accordo con quella parte della
riforma che propone la riduzione del numero dei Comites ed ha auspicato dei
correttivi all’attuale sistema di selezione della rappresentanza degli italiani
all’estero, al fine di favorire una maggiore trasparenza e correttezza.
Ha infine chiesto al rappresentante dell’esecutivo se problemi di ordine
finanziario abbiano influito sulla decisione di prorogare le elezioni dei
Comites e del Cgie.
In sede di replica Mantica ha precisato che i
fondi per lo svolgimento delle elezioni sono già stati stanziati e che è
attualmente in corso un confronto con il ministero dell’Economia e delle
Finanze per disporre il finanziamento anche negli anni successivi. Dopo aver
sottolineato come in considerazione dei lunghi tempi trascorsi non sia
prospettabile la presentazione alla Camera di un nuovo progetto di riforma
degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero difforme da quello
definito al Senato, il sottosegretario ha ribadito il favore del Governo alla proroga
delle elezioni dei Comites e del Cgie che, una volta completato l’iter
della riforma, potrebbero avere luogo anche prima della data ultima indicata
nel decreto-legge.
Il presidente della Commissione, sentiti i
rappresentanti dei gruppi, ha infine fissato alle 10 di mercoledì 12 maggio il
termine ultimo per la presentazione di emendamenti. (G. M. – Inform)
Fedi (PD): Da Governo e maggioranza segnali preoccupanti … in tutte le
direzioni
La preoccupazione
maggiore deriva dall’assenza di proposte concrete su temi centrali per le
comunità italiane nel mondo – ha dichiarato l’On. Marco Fedi, deputato PD
eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide. Segnali
preoccupanti da Governo e maggioranza in rapporto agli organismi di rappresentanza,
Comites e Cgie, prorogati nuovamente in assenza di un’idea precisa sui tempi
della riforma.
Preoccupanti le
dichiarazioni di esponenti del Governo – e le giustificazioni di esponenti di
maggioranza – a proposito delle celebrazioni per l’unità d’Italia. Su un punto
gli italiani nel mondo, oltre ogni logica di appartenenza, sono assolutamente e
fermamente solidali: l’unità della nazione, il legame nazionale che ci unisce,
dal nord al sud, la nostra italianità che è modernamente ancorata a modelli di
integrazione e di valorizzazione delle culture e delle storie degli altri.
Siamo preoccupati
dalla incapacità del Governo di rispondere ai problemi del Paese in relazione
alla crisi economica, di rispondere alle attese del mondo del lavoro, alle
esigenze delle nuove generazioni. Siamo preoccupati dalla stagione dell’attesa,
dalla lenta ed inesorabile attesa della “crisi di Governo” e delle elezioni
anticipate.
La stagione dei
tagli, a tutti i capitoli di bilancio che riguardano gli italiani nel mondo, è
stata inaugurata dal Governo Berlusconi con la prima finanziaria. Abbiamo poi
avuto la stagione delle discriminazioni – basti pensare al mancato esonero ICI
sulla prima casa che ha riguardato tutti fuorché gli italiani all’estero –
ricordo a questo proposito che il Governo Prodi aveva esteso l’ulteriore
detrazione ICI anche agli italiani nel mondo – e i tagli all’editoria – in cui
si sono salvati i quotidiani editi in Italia ma non quelli all’estero,
penalizzati dalle scelte di Governo e maggioranza.
Oggi – ha continuato
l’On. Fedi – abbiamo la stagione dei mancati impegni – basti ricordare le
detrazioni fiscali per carichi di famiglia – stiamo arrivando alla scadenza e
Governo e maggioranza tacciono.
Nel frattempo
siamo nel bel mezzo della stagione delle finte riforme – basti pensare che
davanti al tema della diffusione della lingua e della cultura nel mondo,
davanti alle questioni pensionistiche – tra cui la sanatoria indebiti, con
l’INPS che ha un forte avanzo di cassa – oppure gli Istituti di cultura, o gli
investimenti per le nuove generazioni di cui tanto si parla –Governo e
maggioranza scelgono invece di spingere su una brutta riforma di Comites e
Cgie, contestata dai rappresentanti delle nostre comunità.
L’azione del
Governo ha tentato di indebolire e delegittimare Comites e Cgie e con
l’ennesima proroga si condanna la rappresentanza degli italiani nel mondo ad un
periodo di purgatorio in attesa di una riforma che intanto è bloccata al
Senato, con la Commissione bilancio che non intende aumentarne la dotazione di
bilancio – uno dei pochi miglioramenti illustrati dal relatore di maggioranza e
dal Governo – e bloccata in Commissione Affari esteri anche perché si pensa di
riformare le regole con cui si eleggono i Comites, le stesse della 459 del 2001
con cui si eleggono i Parlamentari.
In sostanza siamo
tornati al punto di partenza, la nostra posizione dall’inizio: rinnovare gli
organismi di rappresentanza alla scadenza (2009), con la legge attualmente in
vigore, fare le riforme - tra cui quella
costituzionale che riduce il numero dei parlamentari e introduce il senato
delle Regioni – e modificare le regole del gioco. Pur di non darci ragione
Governo e maggioranza preferiscono lo scontro e propongono un’ennesima proroga.
Noi diciamo si al confronto, sempre, anche quando l’arroganza della maggioranza
rischia di indebolire tutti gli italiani nel mondo. De.it.press
Ecofin a Bruxelles, malore per Schäuble. Ricoverato il ministro tedesco
BRUXELLES - Era
arrivato nel cortile del palazzo del Consiglio Ue per partecipare alla
delicatissima riunione dell'Ecofin convocata per varare il piano salva-euro. Ma
il 67enne ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, costretto dal 1990
su una sedia rotelle dopo l'aggressione di uno squilibrato, non è mai sceso
dalla sua auto, colpito da un improvviso malore che ha richiesto un suo
immediato ricovero in ospedale. A causarlo sarebbe stata la reazione allergica
a un nuovo farmaco. Subito è intervenuta un'ambulanza che lo ha trasportato in
un ospedale bruxellese, dove è tuttora ricoverato. Anche se il suo portavoce ha
rassicurato sulle sue attuali condizioni, spiegando come il ministro sia
cosciente e stia bene «considerate le circostanze». Non è la prima volta che
negli ultimi mesi Schäuble accusa dei malori, dopo aver subito ad inizio anno
un'operazione. L'ultima volta era stato ricoverato tra marzo ed aprile per
alcune settimane. Alla riunione dell'Ecofin in corso a Bruxelles è dunque
arrivato per sostituirlo il ministro tedesco degli interni, Thomas de Maiziere.
(Ansa 9)
Coordinamento Germania: senza diritti sindacali i contrattisti locali degli
IIC
C'è ancora bisogno
di aggiungere qualcosa al comunicato stampa dell'On.Marco Fedi? Al di là di
ogni steccato politico, non possiamo non rilevare un profondo disinteresse per
tutto ciò che è Italia all'estero da parte di questa coalizione di governo.
Sembra ci sia quasi un astio ed un progetto nella fredda regolarità con la
quale vengono affondati tutti i provvedimenti che potrebbero rivalutare - ed in
qualche modo migliorare - non solo le condizioni lavorative della nostra
categoria di impiegati a contratto del MAE ma anche il valore dell'Italianità
all'estero in senso lato. Il valore culturale, sociale e sopratutto economico
degli Italiani all'estero viene sminuito, rintuzzato, rimpicciolito fino quasi
all'annullamento. O peggio: una palla al piede della quale si farebbe
volentieri a meno.
E noi rientriamo -
che lo si voglia o no - in questa concezione di ridimensionamento messo in atto
dagli attuali attori politici. Ne saremmo un pò complici se ce ne stessimo
zitti.
Vorremmo
aggiungere un'altro punto di riflessione, una questione preoccupante e
sentitissima: la qualsiasi mancanza di diritti sindacali (e di conseguente
tutela sul lavoro) per il personale a contratto a legge locale. Un'ingiustizia
ed un'arbitrarietà in parte riconosciuta mediante la presentazione di un
apposito progetto di legge (PDL 717) che langue da mesi in commissione esteri
del Senato. Questa è una battaglia di civiltà alla quale non possiamo sottrarci
e che continueremo ininterrottamente a richiamare e sottolineare in tutte le
sedi. Vi terremo informati e richiederemo la vostra solidarietà per tutte
quelle azioni di sensibilizzazione che il nostro Coordinamento ed il sindacato
più rappresentativo della nostra categoria (Unsa Consal Esteri) vorranno
intraprendere.
Coordinamento
contrattisti IIC: Cristina Rizzotti (Stoccarda), Nicola Fresa (Amburgo), Beppe
Scorsone (Monaco di Baviera)
“L’italiano all’estero: strategie di promozione e tutela”
Intervenuti il
sottosegretario Alfredo Mantica e il direttore generale Dgiepm Carla Zuppetti.
I saluti dei rappresentanti di Mae, Miur, Camera deputati e Unesco. Lavori
presieduti da Franco Narducci
ROMA – Le strategie di promozione e di tutela
della lingua italiana all’estero al centro del convegno organizzato giovedì 6
maggio a Roma, presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini, dalla Società
Dante Alighieri e dai parlamentari eletti nella circoscrizione Estero.
Un incontro con gli attori istituzionali
protagonisti della diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo
per fare il punto della situazione attuale ed avviare l’elaborazione di nuove e
innovative strategie.
A presiedere il convegno Franco Narducci,
deputato eletto nella ripartizione Europa e vice presidente della Commissione
Affari esteri della Camera, il quale ha ricordato, aprendo i lavori “il
potenziale costituito, per la diffusione della nostra lingua, dal grandissimo
numero di connazionali residenti all’estero”, raggiunto attraverso oltre un
secolo di storia migratoria. “Connazionali che hanno preservato la dimensione
comunitaria – segnala Narducci – proprio grazie alla lingua italiana”. Il vice
presidente si chiede se essi, insieme alle altre realtà coinvolte nella tutela
e nella promozione della lingua – le strutture diplomatico-consolari, gli
organismi di rappresentanza dei connazionali (Comites e Cgie), le scuole
italiane, gli enti gestori, le circa 10.000 associazioni rilevate nell’ultimo censimento
elaborato in proposito – “siano in grado di affrontare le sfide del futuro, di
proporre soluzioni e programmi che consentano in particolare alle giovani
generazioni di avvicinarsi alla lingua dei padri”.
Per Narducci, infatti, “nonostante la ricchezza
di questo capitale immateriale, la lingua italiana sta perdendo posizioni nella
classifica delle lingue parlate e studiate all’estero, lasciando spazio a
lingue e culture di Paesi emergenti” sullo scenario internazionale (cinese e
arabo, come verrà ribadito più volte nel corso della mattinata in più
interventi). Egli ricorda che la promozione linguistica “accompagna in tutto e
per tutto il sistema economico del Paese” nella sua proiezione verso l’estero,
segnalando la necessità di rilevare se “le dinamiche di diffusione della lingua
nelle nostre collettività all’estero rispondano a politiche organiche oppure
piuttosto ad un pericoloso ripiegamento” del settore su se stesso, distante
dall’articolazione di una strategia sistemica, più volte richiesta dai
parlamentari eletti all’estero, Comites e Cgie.
Narducci evidenzia infine la necessità di una
riforma complessiva del quadro normativo sulla materia “capace di rilanciare le
politiche indirizzate ai connazionali, per fare in modo che in futuro, oltre ai
cognomi italiani, si conservino all’estero l’attaccamento ai valori, alla
cultura e all’identità italiana, veicolati proprio attraverso la conoscenza
della nostra lingua e cultura”.
Un arretramento della capacità di attrattiva
esercitata dalla lingua italiana all’estero – non solo tra i connazionali
– viene segnalata anche da Ornella Scarpellini, dirigente scolastico del Mae
che saluta i presenti in rappresentanza di Valentina Aprea, presidente della
Commissione cultura della Camera dei Deputati. “Un’azione di difesa e tutela
della nostra lingua si sostituisce più spesso alla strategia promozionale. Si
tratta di un’azione conservativa che oggi non basta più – afferma. – La stessa
emigrazione italiana all’estero chiede qualcosa di più, pur nel quadro di
ristrettezze economiche seguite alla crisi finanziaria”.
Un saluto ai presenti anche da parte del
presidente della Società Dante Alighieri Bruno Bottai, che ricorda “il forte
elemento di ricerca identitaria alla base dell’interesse per l’italiano manifestato
dai discendenti degli emigranti provenienti dal Sud America e dagli Stati
Uniti”, ma “nuovi capitoli” e “rinnovate curiosità” per l’Italia manifestano
“aree geografiche lontane, come la Cina, o prossime, come il Mediterraneo e i
Balcani”. “Una rinnovata voglia di italiano che si accompagna naturalmente alla
richiesta di non sbarrare le porte a chi desidera venire far noi. Per molti –
evidenzia Bottai – noi siamo la porta verso l’Unione Europa”.
L’opportunità di fare il punto sul cammino
svolto per la promozione della lingua italiana all’estero e il tentativo di
immaginare nuovi percorsi di impegno per il futuro vengono rilevati anche dal
sottosegretario al Mae con delega per gli italiani all’estero Alfredo Mantica,
che richiama la domanda di una maggiore conoscenza linguistica e culturale
significativamente formulata dalle giovani generazioni nel corso della Prima
conferenza dei giovani italiani nel mondo.
“Un obiettivo, quello della promozione
linguistica e culturale del nostro Paese all’estero, – ha detto Mantica – che
lo stesso Frattini ha definito primario e fondamentale, per coloro che sono
italiani o di origine italiana, ma anche per coloro che amano l’Italia e la
nostra cultura”. Per Mantica, la promozione linguistica va inquadrata in un “quadro
armonico di interventi di politica culturale condivisa tra le parti e adattata
ai diversi contesti di destinazione”. Tra le azioni da potenziare “un maggior
coinvolgimento dei giovani in Europa affinché essi intraprendano gli studi nel
nostro Paese, la comprensione che l’italiano non è solo un cemento per
l’identità nazionale – prosegue il sottosegretario – ma rappresenta una
necessità anche in vista del miglioramento dei nostri rapporti economici e
commerciali, specie con le aree più vicine, come i Balcani, area strategica
prioritaria, e il Mediterraneo”. Mantica sottolinea poi come sia indispensabile
“razionalizzare” le modalità attraverso cui la lingua italiana viene insegnata
all’estero, grazie ad accordi stipulati con le istituzioni scolastiche locali –
e che hanno dato risultati soddisfacenti, come a Wolfsburg (in Germania) o in
Svizzera – oppure considerando specifiche esigenze, come quella dei Paesi
anglofoni extraeuropei, con una forte e tradizionale presenza italiana, “in cui
occorre far conoscere l’Italia contemporanea, oltre che la nostra lingua”.
Importanti, oltre alla qualità degli interventi, il raccordo con le Regioni, la
formazione degli insegnati, il miglioramento del sistema delle
certificazioni, “la consapevolezza delle scelte didattiche degli
insegnanti, l’utilizzo delle nuove tecnologie e il proseguimento dei rapporti
interunivesitari”.
Il direttore generale per gli italiani
all’estero e le politiche migratorie del Mae, Carla Zuppetti, ha ricordato
l’importanza del quadro normativo per gli interventi di promozione e tutela
della lingua tra gli italiani all’estero rappresentata dalla legge 153 del
1971, “oggi vetusta, - ha detto - ma che ha saputo dimostrarsi quanto mai
flessibile alla prova dei fatti, evitando sovrapposizioni e consentendo
interventi misurati alla diversità dei contesti geografici”. Carla Zuppetti ha
ricordato che sono circa 24.000 i corsi d’italiano attivati all’estero
nell’anno scolastico 2008-09, per un totale di circa 410.000 studenti, “cifre
che indicano il peso degli interventi – afferma, pur con una diminuzione
rispetto agli anni precedenti, visti i tagli del capitolo di bilancio ad essi
destinato. Tagli che hanno spinto il Mae ad “un riassetto degli interventi – ha
proseguito la Zuppetti, - concentrati ora soprattutto nei corsi istituiti
presso gli istituti del sistema scolastico locale, tralasciando invece i corsi
per adulti”, su cui si ipotizza un intervento degli IIC. “I corsi inseriti nel
sistema di istruzione in loco sono in aumento, in controtendenza, in Europa e
in Brasile – segnala il direttore generale, evidenziando un loro incremento nei
Paesi in cui più forte è stata l’emigrazione italiana. Incide essenzialmente
per Carla Zuppetti sul successo e l’incisività degli interventi formativi
“tener conto della realtà in cui essi vanno inseriti e incardinare
l’apprendimento dell’italiano nei sistemi scolastici del Paese estero”.
Per la Direzione generale per la promozione e
la cooperazione culturale del Mae interviene Maria Romana Destro Bisol che
ricorda “strutture e risorse umane indispensabili” per la promozione culturale
all’estero – IIC, scuole, lettorati etc. – “la cui gestione può essere
migliorata e sicuramente potenziata”. Tra le strategie utili all’efficacia
dell’insegnamento dell’italiano all’estero, aggiunge “il collegamento dei vari
livelli di apprendimento, dai più precoci sino al livello universitario e,
ancor più essenziale, la formazione dei docenti”. Suggerisce infine, la
progettazione e la sperimentazione di un corso di italiano interamente online e
una valutazione della conoscenza linguistica anche entro il quadro normativo in
materia di cittadinanza italiana.
L’impegno per l’inserimento della lingua
italiana nei programmi curriculari degli istituti scolastici di molteplici
Paesi esteri è stato ribadito da Anna Piperno della Direzione generale per gli
ordinamenti scolastici del Miur. “Occorre verificare però di volta in volta la
flessibilità o meno dei diversi sistemi scolastici e formulare programmi in
grado di competere con le seconde lingue tradizionalmente più studiate in loco
– afferma. Tra gli ultimi accordi siglati, quello con la Spagna per la presenza
di una scuola bilingue, mentre in Francia è prevista la possibilità di
conseguire un doppio diploma. Consolidata la presenza nell’Europa dell’Est,
mentre tra le richieste più inaspettate è giunta recentemente quella di Cipro,
di cui si segnala la domanda di insegnanti di lingua italiana e di informazioni
sui livelli di certificazione sulla conoscenza della lingua.
Si sofferma sulla tutela della diversità
linguistica Lucio Savoia per la Commissione nazionale italiana presso l’UNESCO,
il quale illustra la iniziative promosse in questo senso dall’Organizzazione
internazionale, alla luce degli allarmanti risultati di alcune ricerche
condotte in proposito che ipotizzano la scomparsa di circa la metà delle lingue
oggi parlate nel mondo entro la fine di questo secolo. Viviana Pansa-Inform
Congelato il lettorato MAE presso l’università di Mannheim
Un’interrogazione
per revocare il congelamento del lettorato MAE a Mannheim
“Scongiurare
urgentemente questo spreco di potenziale culturale e produttivo”
Roma - “Questo
Governo sta smantellando la grande ricchezza dell’Italia nel mondo: la cultura
e la lingua italiane”. A lanciare l’allarme è l’on. Laura Garavini (PD) per la
quale “i tagli al contingente scolastico decisi di recente dal Ministero degli
esteri rischiano di compromettere seriamente il futuro dell’offerta cultura
dell’Italia all’estero”.
Nella città
tedesca di Mannheim, in particolare, “il congelamento del lettorato presso
l’università rappresenterebbe una grave perdita non solo per la popolazione
italiana residente che costituisce ben un quinto degli abitanti ma anche per
tutta una serie di studenti tedeschi italofili che potrebbero rappresentare uno
straordinario indotto per lo sviluppo economico del nostro Paese”, denuncia la
deputata eletta nella ripartizione elettorale Europa. “Dopo l’eliminazione,
nell’arco degli ultimi anni, di tutta una serie di servizi vitali per i
cittadini italiani (come la soppressione dei corsi di lingua, la chiusura degli
uffici didattici e dell’agenzia consolare prevista per l’agosto 2010) la città
di Mannheim non avrà più alcuna rappresentanza italiana”.
In
un’interrogazione parlamentare, la Garavini insieme ai colleghi Bucchino, Porta
e Fedi invita il MAE “a revocare la decisione disposta per la sede di Mannheim,
garantendo così la continuità dell’insegnamento dell’italiano”. “Un intervento
in questo senso sarebbe anche nell’interesse dell’impresa Italia”, aggiunge la
deputata, “visto che Mannheim, punto nevralgico nel bacino del Rhein-Neckar, ha
un’importanza strategica dal punto di vista delle relazioni commerciali con la
Germania ed è sede di importanti industrie come la Boehringer o la BASF che
sono state spesso preziosi sponsor di iniziative italiane e bacini di rapporti
economici, turistici e sociali con il nostro Paese”. De.it.press
A Viernheim meeting europeo sul volontariato, con la gemellata Rovigo
Viernheim –
Nell’ambito della Settimana d’Europa Assia si tiene dal 7 ad oggi 10 maggio
l’Incontro di cittadini del comune di Viernheim e delle sue città gemellate
“Giornata d’Europa 2010-L’Europa vive dall’impegno volontario dei suoi
cittadini”. Un meeting per confrontarsi sul volontariato.
Tra le città
gemellate con Viernheim anche Rovigo (Polesine, Veneto), che partecipa al
meeting con una delegazione di una quarantina di 40 persone, guidate dal
sindaco Fausto Merchiori e dall’assessore ai Gemellaggi Giovanna Pineda.
“Abbiamo aderito
ad un progetto europeo con la città di Viernheim – spiega l’assessore Giovanna
Pineda - dove ieri domenica 9 maggio si è festeggiata la giornata del
volontariato. Abbiam partecipato ad un confronto importante con diverse realtà,
un arricchimento per tutti, condiviso con la nostra città”.
Tra i temi che
affrontati, anche quello del mutuo-aiuto, pratica ormai largamente diffusa in
Germania. Scopo principale della giornata di ieri domenica 9 maggio, come ha
aggiunto Daniela Scarparo responsabile dell’ufficio Gemellaggi, è stato il
confronto sulle esperienze in campo tra i paesi di Germania, Italia, Francia e
Polonia, un modo per condividere problemi, risorse e obiettivi.
Il meeting europeo
riveste un ruolo di grande importanza nel settore del volontariato, dello
scambio di esperienze e nella condivisione di prospettive di lavoro differenti;
il Comune di Rovigo si è impegnato nel parteciparvi rinforzando i già profondi
legami con la città gemellata di Viernheim
A questo evento
europeo, il Comune di Viernheim ha invitato, oltre a Rovigo, Franconville,
Haldensleben, Potters Bar, Satonevri. È infatti presente anche la delegazione
africana del Burkina Faso, formata da 7 rappresentanti, che saranno a Rovigo,
da oggi 10 al 15 maggio, ospiti dell’ACSA, per i progetti e gli impegni
futuri. Inform, de.it.press
“Bayern und Italien” in onda sulla TV bavarese lunedì 10 e lunedì 17 maggio
Monaco di Baviera.
Nell’ambito delle manifestazioni dedicate alla mostra Baviera – Italia (Füssen
e Augsburg 21 maggio - 10 ottobre 2010), è stata presentata giovedì 6 maggio
presso l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera la prima visione dei
documentari prodotti dalla Bayerischer Rundfunk
»Bayern und Italien« parte prima:
»Der Drang nach Süden« (del Dr. Engelbert Schwarzenbeck) e parte seconda:
»Zwischen Sehnsucht und Hoffnung« (del
Dr. Bernhard Graf), entrambi
della durata di 45 minuti.
Gli organizzatori
della prima visione sono stati il Bayerischer Rundfunk e l'Istituto Italiano di
Cultura, presenti gli autori dei documentari.
La Baviera e
l'Italia - nonostante tutte le differenze - sono protagoniste di una storia
lunga 2000 anni, fatta di comunanze e di reciproche ispirazioni. Attraverso un
tour nel passato comune si analizzano esempi pregnanti e tracce della Baviera
in Italia e tracce dell’Italia in Baviera.
La prima parte del
documentario »Bayern und Italien« verrà trasmessa dalla Bayerisches Fernsehen
lunedì 10.5.2010 alle ore 22.30, mentre la seconda parte sarà trasmessa lunedì
17.5.2010 sempre alle ore 22.30. de.it.press
La politica dell’integrazione a Francoforte. Le iniziative della Europa
Liste
Attualmente a
Francoforte si discute molto a livello politico sull’integrazione. L’Europa
Liste da anni si batte per l’integrazione e ha sempre puntualizzato tutte le
discriminazioni palesi o sistemiche che ancora si trovano a Francoforte.
Abbiamo condotto
una lotta spietata contro tutte le forme di discriminazioni, dalla scuola al
problema degli anziani. Purtropo i risultati positivi arrivano col contagocce,
ma l’importante è che si ottengano dei progressi, e questi ci sono grazie anche
al nostro impegno.
La città di
Francoforte ha pubblicato recentemente uno studio dal titolo: “Concetto per una
politica di Integrazione”. Con questo si vuole cambiare metodo di relazionare
sulla politica integratoria. In futuro si vorrebbe in questo modo poter
misurare e valutare i risultati concreti di questa politica.
Con orgoglio vi
posso riferire che i primi che hanno rivendicato un tale modo di valutare
eventuali progressi su questo campo è stata proprio la Europa Liste con una
istanza (Numero 1270) presentata il 12.07.2005 dal titolo: “Es ist an der Zeit,
einen anderen Integrationsbericht zu liefern”
(È ora di
presentare la relazione sull’integrazione con un altro metodo)
Redigere questo
nuovo concetto sull’integrazione e metterlo in discussione a Francoforte ha
causato finora costi pari a oltre 140.000 €. Proseguire una politica rivolta a
eliminare ingiustizie e favorire un’equa partecipazione dei migranti non si può
ottenere senza mezzi finanziari. Quindi è necessario stanziare fondi per
l’integrazione. Anche se questi 140.000 € sono stati spesi solo per la teoria,
è stata comunque una spesa utile che noi condividiamo. Nel 2009 il governo ha
approvato il bilancio per il 2010 e 2011. Quanti sono stati i fondi stanziati
per l’integrazione? In questo caso noi ci aspettavamo fondi da utilizzare per
progetti concreti.
Per saperlo ho
presentato una domanda al governo nell’ultima seduta del Consiglio Comunale
tenutasi il 29 aprile scorso.
La domanda è la seguente: “Der im
Oktober 2009 vorgelegte Entwurf eines Integrationskonzeptes hat die Diskussion
um die Integration aller in Frankfurt lebenden Migranten neu belebt.
Bislang belaufen sich die Kosten für
diesen Entwurf auf 140.000 €, laut Aussage der zuständigen Dezernentin. Das
Vorantreiben der Integration ist für die Gesellschaft sehr wichtig und konkrete
Maßnahmen, um dieses Ziel zu erreichen sind ohne finanzielle Mittel nicht zu
verwirklichen.
Ich frage daher den Magistrat: Wie hoch
sind die finanziellen Mittel die der Magistrat im Etat 2010/11 bereitstellt und
für welche konkreten Maßnahmen der Integrationspolitik sind sie eingeplant?” (1)
Ebbene la risposta
è stata molto deludente. La città ha intenzione di stanziare i primi fondi per
progetti concreti a partire dal 2012. Non è una vergogna questa?
La città di
Francoforte ha una popolazione che per il 40% è composta da cittadini di
origine straniera. A parole l’integrazione per il governo cittadino è una
politica prioritaria ma nei fatti se non li incalziamo noi succederà ben poco.
Se non stiamo attenti noi stessi tante discriminazioni perdureranno ancora nei
tempi.
Per questo si
rende necessario un impegno politico nostro. Noi dobbiamo essere attori
politici. Dipende soprattutto da noi stessi se riusciamo a migliorare la nostra
situazione e quella dei nostri figli e ad avere più diritti.
Sulla pagina web della
Europa Liste (al punto”Newsletter) potete leggere il discorso con il quale ho
aspramente criticato questa politica da parte della città.
La prossima
riunione per discutere sulla politica Comuale si terrà il giorno
11 maggio, martedì
alle ore 18,00 nei locali della Europa Liste, presso la FAG
Bethmannstr. 3,
Pianoterra sulla sinistra. Si prega di confermare la presenza per mail
(raiola@web.de) o telefonando a Raiola Nicola, 0172 -1785780.
Nella prossima
riunione parleremo dell’integrazione intesa come partecipazione equa di tutte
le persone alla vita politica, sociale, economica e culturale di Francoforte.
Inoltre un
partecipante esporrà un problema serio del proprio quartiere dovuto alla
presenza di una ditta che ricicla i rifiuti e che è insidiata in pieno centro
abitato.
Cercheremo di
trovare una soluzione a tale problema. Poi si discuterà di strategie in vista
dei prossimi appuntamenti elettorali a Francoforte che per noi sono molto
importanti e dai quali non vogliamo essere esclusi. Per ultimo formeremo un gruppo di lavoro per
redigere il prossimo volantino informativo.
(1) “La bozza del
concetto sull’integrazione presentata nell’ottobre scorso ha riportato in primo
piano la discussione sull’integrazione a Francoforte.
Finora questo
concetto è costato più di 140.000 €, come ha riferito l’assessore competente.
Favorire il processo di integrazione è molto importante per la società.
Progetti concreti per perseguire questo fine non si possono ottenere senza
risorse finanziarie. Di conseguenza chiedo alla Giunta Comunale: Quante risorse
finanziarie sono state stanziate nel bilancio per il 2010/2011 e per quali
progetti concreti?”
Luigi
Brillante (de.it.press)
Protesta dei lavoratori davanti alla Behr di Stoccarda. In pericolo il
lavoro di molti italiani
In pericolo sono
380 posti di lavoro. Dei minacciati da licenziamento il 70% sono stranieri fra
i quali molti italiani. L’azienda, che produce principalmente radiatori e
componenti di motori, ha deciso la chiusura dello stabilimento n. 8 in cui vi
lavorano 200 operai e la riduzione di 180 posti di lavoro nell’amministrazione
e nel reparto della ricerca e dello sviluppo
Sindacato
IG-Metall e consiglio di fabbrica della Behr non hanno difficoltà a mobilitare
le maestranze. Ormai si è sul piano del confronto per indurre i vertici
aziendali a rivedere la decisione di chiusura che mira a consegnare alla
disoccupazione questi 380 lavoratori.
La tendenza è di
trasferire le produzioni nella Repubblica Ceca, ove la manodopera costa ancora
molto meno e gli investitori stranieri godono di particolari benefici per la
creazione di posti di lavoro.
Il caso della Behr
di Stoccarda-Feuerbach è uno dei tanti casi del Baden-Württemberg. La crisi del
lavoro è ormai inarrestabile anche in questo land, un tempo il più potente dei
“4 Motori per l’Europa” insieme con Catalonia, Alpe Rodano e Lombardia.
Il contraccolpo
del settore dell’auto, fortemente accusato da Opel, Mercedes, Porsche e BMW, si
riflette inevitabilmente su tutti i settori dell’indotto: da quello elettrico/elettronico
a quello metalmeccanico.
Nonostante la
ripresa degli ordini, registrata in questi ultimi mesi in casa Mercedes, BMW e
Bosch tanto da concordare con le rappresentanze dei lavoratori anche turni per
il fine settimana, si assiste quotidianamente a chiusure di interi reparti
produttivi o comunque a trasferimenti di produzioni.
La grande Germania
quale “terra promessa” per un futuro migliore, almeno per diversi nostri
connazionali pare volgere al tramonto.
Alcune esperienze
ci vengono raccontate al microfono da lavoratori sindacalmente molto impegnati
in seno alle aziende. Clicca su http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6353102/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/11m4mki/index.html
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Il direttore dell’Ansa a Berlino sul tema "Potere e Informazione -
informazione e potere"
Berlino - Il
Centro Italiano della Libera Università di Berlino, in collaborazione con
l'Istituto Italiano di Cultura, presenta la conferenza di Giulio Anselmi,
Presidente dell’ Agenzia ANSA, sul tema "Potere e Informazione -
informazione e potere", in programma martedì 11 Maggio prossimo alle ore
18 presso il centro Seminari della Libera Università di Berlino. La conferenza,
che si inserisce nell’ambito della serie di incontri con i principali
protagonisti della stampa italiana, sarà introdotta dal Prof. Angelo Bolaffi
dopo i saluti del Prof. Dr. Klaus W. Hempfer.
Con il tema
"Informazione e potere" Anselmi tocca un punto sensibile del
giornalismo italiano. Una democrazia che si trova a vivere in campagna
"persistente", mette il sistema dei media nelle condizioni di
"non liberarsi delle tentazioni del potere nella politica e
nell'economia.".
Il genovese Giulio
Anselmi, nato nel 1945, è uno dei giornalisti italiani più autorevoli. Durante
gli studi di giurisprudenza scrive per un giornale locale, poi, nel 1969, si
trasferisce al quotidiano "La Stampa"" di Torino, ma, la sua
carriera è iniziata nel settimanale Panorama. Dopo aver lavorato con altri
giornali, nel 1997-1999 è direttore all'agenzia di stampa ANSA, la principale
agenzia di notizie italiane; nel 2002 diventa direttore del settimanale
L'Espresso, da dove, nel 2005, si trasferisce nuovamente, questa volta da
direttore, al quotidiano "La Stampa". Dal 2009, ha l’incarico di
Presidente dell’ANSA.
Nella stesse serie
di incontri sono stati già ospitati Ezio Mauro, direttore de "La
Repubblica", Giuliano Ferrara, direttore de "Il Foglio" e Mario
Calabresi, direttore de "La Stampa". (aise)
Stoccarda. Martedí 11 maggio azione della SWR International per
l’apprendistato
Stoccarda -
Martedí 11 maggio dalle ore 16 alle ore 18 la Redazione della SWR International
offre la possibilità ai giovani in cerca di un posto di apprendistato di poter
contattare direttamente degli esperti del settore. Chiamando il numero verde
08000 929 – 900 vi risponderanno:
Hans-Jörg Zimmermann, consulente
dell’orientamento professionale dell’Agenzia del lavoro di Stoccarda; Muhammet
Karatas, consulente della Camera dell’Industria e Commercio di Stoccarda; Bertram
Pelkmann, consulente della Camera dell’Artigianato; Bernd Runge, coordinatore
per la formazione professionale con delega del governo federale. A loro potete
rivolgere qualsiasi domanda sulle possibilità di apprendistato in ogni settore
dell’economia.
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
L’Aalto Ballett Theatre Essen ha inaugurato il festival ParmaDanza 2010
Parma- È stato
l’Aalto Ballett Theatre Essen, attualmente tra le migliori compagnie di
balletto della Germania, ad inaugurare il festival ParmaDanza 2010 del Teatro
Regio, con uno dei più celebri titoli di Roland Petit, Coppélia, attesissimo
dopo molti anni di assenza dalle scene e presentato in prima nazionale giovedì
6 e venerdì 7 maggio 2010 alle ore 20.
Creato dal
coreografo francese nel 1975 per il suo indimenticato Ballet de Marseille, il
balletto guarda al capolavoro romantico di Arthur Saint-Léon, conservandone la
scintillante partitura musicale di Léo Delibes e l’ispirazione fantastica dal
racconto di E.T.A. Hoffmann. Nella versione di Roland Petit la vicenda
originale, trasferita in una città di guarnigione dove amoreggiano soldatini e
damine, si anima del brioso ésprit della belle époque, tra fiumi di champagne e
giri di valzer, virtuosismi in tutù e pas de deux sulle punte. Protagonista
l’eccentrico fabbricante di automi dottor Coppelius (interpretato a suo tempo,
indimenticabilmente, dallo stesso coreografo), che ora diventa un gentiluomo in
frac "très charmant": innamorato della sua creatura, la bambola Coppélia,
si lascia ingannare dal fascino civettuolo della bella Swanilda.
Scrive Roland
Petit in una nota alla creazione del balletto: "L’idea centrale è
semplice: Coppélia viene creata da Coppélius ad immagine di Swanilda. Coppélius
ama Swanilda. Tuttavia scappa da lei mentre Franz la cerca ardentemente con lo
sguardo e la trova. La felicità di tutti si intreccia con l’elemento del
tradimento. (…) Mi sono sempre immaginato un’altra Coppélia. Di anno in anno
quest’altra idea di Coppélia mi ha accompagnato e mi ha portato alla
convinzione che la mia Coppélia, la mia visione di questo balletto, non è
sbagliata. È soltanto il mio modo di prendere parte a questo balletto. (…)
Questo "balletto pantomima", rappresentato per la prima volta nel
1870, mi sembra molto attuale nel suo significato e nel meccanismo con cui la
musica e la storia sono costruite. I protagonisti incarnano una serie di gesti,
impulsi, cambiamenti e ironie che potrebbero essere isolate dal loro contesto.
(…) Ho scelto fin dall’inizio una scena lineare che faccia emergere la
singolarità della relazione tra Coppélius, Swanilda e Frantz. C’è un fascino
infinito e una strabiliante attualità nella loro relazione, che li rende tutti
uguali: due eroi e un’eroina invece del solito singolo eroe. Credo che la mia
versione si avvicini alla concezione poetica originale di Hoffmann".
Attualmente
diretta dal coreografo olandese Ben van Cauwenbergh, alla brillante compagnia
della città della Ruhr spetta l’onore di un riallestimento molto atteso, che
dopo il recente debutto nel teatro di Essen progettato da Alvar Aalto si
prepara alla prima italiana sul palcoscenico del Teatro Regio. A ridare vita al
balletto di Roland Petit ha contribuito la presenza speciale di Luigi Bonino
negli eleganti panni di Coppelius. Il ballerino italiano, leggendario
protagonista dei grandi balletti di Petit e oggi suo assistente personale, è
tornato eccezionalmente in scena in un ruolo che gli calza a pennello. Accanto
a lui due giovani talenti dell’Aalto Ballett Theater Essen: la francese Adeline
Pastor nelle vesti della capricciosa Swanilda e il brasiliano Breno Bittencourt
nella parte dello scapestrato.
Nell’ambito de
"La danza dietro le quinte", ParmaDanza rinnova inoltre l’abbraccio
ai più piccoli con "La danza incontra i bambini", un’iniziativa
realizzata grazie alla collaborazione di Aalto Ballett Theater Essen, che ha
inaugurato il cartellone delle attività collaterali: giovedì 6 maggio 2010,
nella Sala di scenografia del Teatro Regio i più piccoli, assieme agli
appassionati più grandi, hanno scoperto i segreti del balletto Coppélia di
Roland Petit insieme ai ballerini dell’Aalto Ballett Theater Essen. I bambini,
assieme il pubblico dei più grandi, libero di intervenire, si sono divertiti a
conoscere la favola della bambola animata e del suo bizzarro creatore
direttamente dai protagonisti del balletto. (aise, de.it.press)
Narducci (Pd): "Dal governo nemmeno l’ombra di iniziative serie"
'Non è solo una
questione di tagli finanziari. Il Cgie è stanco di vedere cadere nel vuoto, da
due anni, le sue proposte. Uscire dalla sala è stato un atto di protesta civile
e disciplinato', dice il parlamentare PD eletto all’estero - di Barbara
Laurenzi
Roma - Continuano
le accuse all’esecutivo, incapace, secondo il deputato Pd Franco Narducci, di
prendere in esame le proposte del Cgie.
Incontrato a
margine della plenaria svolta alla Farnesina, Narducci sostiene che “gli
organismi di rappresentanza vanno riformati” ma non cancellati e, smentendo le
voci pessimistiche, ricorda che “in ogni parte del mondo, oggi, si copia il
modello italiano”.
Onorevole, non
ascoltare il discorso di Mantica è stato un atto di protesta o di non-dialogo?
"Credo che il
Cgie sia stanco di vedere cadere nel vuoto, da due anni, le sue proposte.
Uscire dalla sala è stato un atto di protesta civile e disciplinato, con
un’adesione del 98 per cento per manifestare contro le politiche del governo e
una serie di adempienze".
Il problema
principale rimane quello dei tagli?
"Non è solo
una questione di tagli finanziari, il fatto è che non si vede l’ombra di
iniziative serie".
La
rappresentanza degli italiani all’estero è avviata verso il tramonto?
"Penso di no,
in ogni parte del mondo, oggi, si copia il modello italiano. L’Europa si è
accorta della validità del nostro rapporto con gli italiani all’estero e non
penso che questa era sia destinata a chiudersi.
Il Cgie non le
sembra un organismo superato?
"Che il Cgie
vada riformato è fuori discussione ed è stato esso stesso a proporre una
propria riforma. Il problema è che tipo di riforma: bisogna capire se mantenere
un organismo puramente simbolico o trasformarlo in qualcosa di diverso da
quanto si è visto oggi".
Lei propone di
riformare ma senza sostituire quello che già esiste?
"È molto
difficile immaginare una forma di rappresentanza diversa, ogni organismo si
differenzia per le funzioni che incarna e i compiti che svolge. È qui che
dobbiamo guardare per una riforma complessiva".
Lei ha accennato a
quanto l’Europa stia riprendendo il modello italiano. Che, però, sarebbe vicino
alla fine secondo quanto si vocifera nei corridoi parlamentari…
"Le voci
pessimistiche si rincorrono dal 2006. L’Italia è il Paese dei campanilismi e
questo si riflette anche nel nostro settore". Italia chiama Italia
Ctim. Il Segretario Generale On. Mirko Tremaglia incontra alcuni dirigenti
di varie parti del mondo
Roma – Il 29
aprile, nella storica sede del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo,
si è tenuto un incontro fra il Segretario Generale, On. Mirko Tremaglia, ed
alcuni dirigenti del Ctim provenienti da varie parti del mondo.
Il Segretario
Generale ha aperto la discussione con una breve cronistoria di quanto il Ctim
ha fatto in questi anni per gli Italiani nel mondo, dalla legge sull’AIRE fino
alla più recente e importantissima legge per l’esercizio del diritto di voto
dei cittadini italiani residenti all’estero.
A seguire ha
affrontato il tema principale all’Ordine del giorno e cioè la rinascita ed il
rafforzamento del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo. A questo scopo
ha invitato tutti ad essere più presenti sul territorio delle nazioni che li
ospitano, ricordando agli Italiani residenti all’estero la forte potenzialità
che possono avere i loro rappresentanti alla Camera dei Deputati ed al Senato.
Con il suo
immutato entusiasmo l’On. Mirko Tremaglia è riuscito a coinvolgere tutti i
presenti che, ad uno ad uno, hanno espresso i loro punti di vista con grande
partecipazione e spirito costruttivo.
Oltre ai delegati
Ctim hanno partecipato alla riunione l’On. Giuseppe Angeli e il Sen.
Raffaele Fantetti, parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero, che hanno
descritto alcune delle Proposte di Legge per modificare la Legge 459/2001
presentate sia alla Camera che al Senato.
Su questo punto si
è acceso un dibattito molto partecipato, con diversi e interessanti
suggerimenti da parte dei presenti circa le eventuali modifiche da apportare
alla legge sul voto agli Italiani all’estero che, come rilevato da alcuni, non
possono essere uguali per tutto il mondo. A questo proposito, è stato giudicato
necessario considerare almeno due opzioni differenti sulle modalità di voto,
affinchè gli elettori possano scegliere.
Al termine il
Presidente del Ctim, Giacomo Canepa ha riassunto tutte le problematiche riscontrate
ed i suggerimenti, che alcuni dei presenti hanno dato, al fine di redigere uno
schema di lavoro che aiuti il Comitato Tricolore a riprendere il suo glorioso
cammino.
Concludendo la
riunione l’On. Mirko Tremaglia ha ringraziato i presenti e, tra gli applausi,
ha invitato tutti a proseguire e sostenere attivamente la storica battaglia
dell’Italianità nel mondo.
A Liegi una serata sulla criminalità organizzata in Belgio. No alla
chiusura del Consolato
Liegi - “Rompere
il muro del silenzio e dell’omertà è il contributo più prezioso che i cittadini
onesti possono dare per la lotta contro il regime illecito delle mafie, una
battaglia che unisce la stragrande maggioranza degli italiani all’estero”. Lo
ha affermato, convinta, l’on. Laura Garavini (PD) al termine di una serie di
incontri con la comunità italiana di Liegi che si sono conclusi con la
proiezione del film “Gomorra” e un dibattito sul tema della criminalità
organizzata in Belgio. L’iniziativa promossa dal coordinatore del Gruppo
Giovani del Comites di Liegi, David Teti, con il sostegno del presidente del
Comites Domenico Bontempi, è stata l’occasione per contestare fermamente le
recenti dichiarazioni del Presidente del consiglio italiano sui presunti danni
all’immagine del Paese provocati da autori come Roberto Saviano. “Non sorprende
che Berlusconi se la prenda ancora una volta con i protagonisti della lotta
alle mafie, con chi racconta i meccanismi criminali”, ha detto la deputata
eletta all’estero. La quale ha aggiunto: “Parlare di mafia non significa
denigrare l’Italia bensì capire il problema per riuscire a risolverlo”.
L’interesse da parte della comunità italiana “è un segnale prezioso in questo
senso”, ha detto la Garavini. “Dimostra come tra la nostra gente all’estero sia
sempre più diffusa la sensibilità al problema dell’internazionalizzazione delle
mafie”.
In piazza la
rabbia degli italiani per dire No alla chiusura del Consolato
“Ma il
sottosegretario Mantica sa che il sindaco di Liegi e il presidente della
regione hanno offerto una loro sede per ospitare il Consolato italiano?” “Come
è possibile che a 70 mila italiani venga rubato il loro Consolato?” “Chi mi
paga la giornata di ferie che dovrò prendere per andare a ritirare il mio
passaporto a cento kilometri di distanza?” Queste alcune delle proteste degli
italiani scesi in piazza davanti al Consolato di Liegi per dire No alla
annunciata chiusura.
Anche l’on. Laura
Garavini (PD), eletta dagli italiani in Europa, si è unita ai manifestanti per
denunciare il fatto che “quello del Governo non è un piano di razionalizzazione
bensì di smantellamento della rete consolare all’estero”. Preannunciando il suo
intervento in aula sulla questione, la Garavini si è vista consegnare la
valigia con la quale vent’anni fa un connazionale era arrivato a Liegi, una
valigia “piena delle speranze degli italiani a Liegi per il mantenimento del
loro Consolato”.
“Discriminare gli
italiani all’estero in modo così palese significa dimenticare la storia, i
sacrifici e i contributi che le nostre famiglie hanno dato per l’economia e lo
sviluppo del nostro Paese fin dal dopoguerra”, così i manifestanti. “Ci
aspettiamo che il Governo si assuma le proprie responsabilità e dia risposte a
tutti quegli italiani che chiedono di non cancellare i loro punti di
riferimento fondamentali”. De.it.press
Contro il finiano Di Biagio si scatena la rabbia di pseudopoliticanti
dell’area
Roma – “Si stanno moltiplicando delle assurde
comunicazioni sul mio conto, trasmesse anche all’intera mailing list della
Camera, Senato nonché del Governo attraverso le quali, alcuni referenti – dalla
dubbia credibilità umana e politica - si sono arrogati il diritto di offendere
e diffamare la mia persona ed il mio operato all’interno del settore e del
partito”. Lo ha dichiarato in una nota Aldo Di Biagio Responsabile Italiani nel
Mondo del PdL.
“Ho provveduto a
depositare denuncia contro questi referenti, fautori di queste mail che stanno
intasando la mailbox di colleghi e funzionari – spiega Di Biagio – e che
certamente non stanno aiutando, con questo fare, a rafforzare e rinnovare la
credibilità e l’immagine degli italiani oltre confine”.“Risulta alquanto
grottesco il fatto che personaggi non iscritti al partito né tantomeno
referenti di partito si facciano portatori di messaggi attinenti al mio operato
nel partito – conclude - un approccio
dunque grossolano da parte di chi non conosce la politica, ambisce penosamente
a farla, ma – ed i fatti lo dimostrano - ignora gli elementi basilari dell’approccio
e del savoir-faire politico-istituzionale. Il mio invito è quello di non
perdere mai la via del progetto comune di un PdL nel mondo, perché abbandonarsi
ai personalismi e agli eccessi di esuberanza digitale fa male all’intero
settore, soprattutto dinanzi agli occhi del Governo, con il rischio di essere
fraintesi per marionette litigiose”.
Si tenta di
vanificare con una contro riforma l’esperienza partecipativa e democratica degli
italiani nel mondo. Tutti a Francoforte il 28 e 29 maggio a difesa degli
organismi partecipativi della comunità italiana. Appello a considerare anche la
possibilità di dimissioni in massa dagli organismi.
Il rinvio delle
elezioni dei Comites e, conseguentemente, del Consiglio Generale degli Italiani
all’Estero, al più tardi entro il 31 dicembre del 2012 (nessun errore: entro il
31 dicembre 2012!) approvato dal Consiglio dei Ministri con un Decreto Legge il
23 aprile scorso, è un atto talmente incredibile, e persino difficilmente
criticabile, nel contesto di una normale razionalità esplicativa.
Il 31 dicembre
2012 nasconde l’inganno di un probabile ulteriore rinvio alla primavera del 2013, momento in
cui, e salvo incidenti di percorso (elezioni anticipate), si andrà al rinnovo
del Parlamento repubblicano.
Quasi un
vergognoso raddoppio di legislatura per incoraggiare la vanità di alcuni e
umiliare i tanti che ancora credono al valore dell’impegno e della
partecipazione democratica al servizio del popolo.
Lancio un appello
a respingere la singolare opportunità di “restare in sella” per altri tre anni,
prevedendo, eventualmente, anche la possibilità di dimissioni in massa dagli
organismi. E un messaggio chiaro lo rivolgo al sottosegretario Mantica: la nostra
dignità e la nostra storia valgono molto di più di un regalo avvelenato.
La scusante è
nota: la necessità del riordino delle leggi istitutive degli organismi
democratici degli italiani all’estero.
Ma quale
necessità? L’attuale legge dei Comites è straordinariamente innovativa e
moderna; alla legge del Cgie, in seguito alle elezioni dei Parlamentari
residenti all’estero, bastano pochi e significativi aggiornamenti da introdurre
attraverso la collaborazione tra il Cgie e il Parlamento.
Il riordino
dall’alto, senza tenere conto dell’esperienza storica dell’emigrazione, è
un’offesa per le lotte, la crescita democratica e la capacità propositiva in
materia di leggi riguardanti la comunità italiana nel mondo.
In passato, anche
nei momenti più difficili, nel rapporto tra governo in carica e rappresentanze
degli italiani nel mondo, è sempre prevalso il rispetto reciproco delle
rispettive posizioni politiche.
Le consultazioni
periodiche dei Comites, il lavoro attento e appassionato del Cgie, la
collaborazione con i parlamentari più attenti ai problemi della comunità
italiana all’estero, hanno garantito sino ad ora, l’aggiornamento e
l’ammodernamento delle leggi istitutive da parte del Parlamento repubblicano.
Nulla ostava al
rinnovo di Comites e Cgie alla scadenza normale del 2009, se non la volontà di
assestare un colpo alle rappresentanze democratiche della collettività italiana
e allentare la tensione partecipativa.
Un attacco
durissimo e in più direzioni, condotto in stretta collaborazione tra i
rappresentanti politici e gli organismi amministrativi più retrivi del
ministero degli Esteri.
Un inedito patto
della Farnesina, culminato con l’attacco alle leggi istitutive e preceduto
dalle cannonate distruttive ai finanziamenti delle attività dell’Italia
all’estero.
Inutile ripetere
ciò che è accaduto per i corsi di lingua e cultura, per la stampa italiana nel
mondo e per l’insieme dei capitoli che ci riguardano, nonché lo smantellamento
in atto della rete consolare, attenuata, qua e là, al seguito di estese
proteste.
E per finire,
l’attacco, persino dalle più alte cariche istituzionali (il presidente del
senato Schifani) alla legge istitutiva per l’esercizio, attivo e passivo, del
diritto di voto all’estero, in seguito allo scandalo Di Girolamo, dimissionario
(era ora!) senatore della attuale maggioranza di governo. Uno scandalo
italiano, frutto del malaffare che ammorba l’aria di questa nostra Italia,
utilizzato per scopi meschini e strumentali.
La proposta di
riordino legislativo di Comites e Cgie, presentata al Senato, è la sintesi di
una strategia politica: drastica riduzione degli organismi rappresentativi
(sessanta, settanta nel Mondo) per impoverirne la rappresentanza sul
territorio, e presidenti di Comites nella doppia funzione di governatori
consolari del nulla e rappresentanti di un fantomatico Consiglio degli italiani
nel mondo.
Sono solo alcune
perle di un disegno devastante. Una contro riforma restauratrice in linea con
l’accentramento dei poteri in poche mani, in Italia e all’estero.
La cultura
dell’uomo solo al comando.
Bene ha fatto il
Segretario generale, Elio Carozza, nella recente sessione primaverile del Cgie,
ad indicare, con le manifestazioni di Francoforte del 28-29 maggio p.v., la via maestra della
mobilitazione e della protesta.
I Sottosegretari
passano, anche lei, senatore Mantica, con i suoi - forse troppi! - cattivi e
interessati consiglieri, il patrimonio partecipativo degli italiani nel mondo,
rimarrà, a difesa e promozione di una straordinaria esperienza democratica.
On. Gianni Farina,
de.it.press
Plenaria Cgie. Le relazioni delle Commissioni tematiche del Consiglio
Generale
Interventi dei
consiglieri Antonio Inchingoli, Graziano Tassello, Mario Tommasi, Franco
Santellocco, Mauro Montanari, Pasquale Nestico, Carlo Erio, Maria Rosa Arona e
del rettore della “Stranieri” Massimo Vedovelli
ROMA -
All’Assemblea del Cgie, nella seconda giornata, presidenti e vice presidenti
delle Commissioni tematiche hanno esposto in plenaria le analisi e le
proposte frutto del lavoro svolto nell’ambito delle rispettive riunioni tenute
dei giorni precedenti presso il ministero degli Esteri.
Per la VI Commissione (Stato, Regioni,
Province autonome e Cgie) interviene il vice presidente Antonio Inchingoli, che
fa riferimento al documento finale approvato nel corso dell’ultima Conferenza
con Stato e Regioni, segnalando che per procedere alla creazione di un tavolo
di concertazione, così come previsto dal documento, è in corso la presa di
contatto con i responsabili delle amministrazioni regionali appena eletti.
“All’avvio del progetto di coordinamento sarà programmato lo svolgimento della
IV Conferenza – annuncia il vice presidente, mentre condanna il rinvio delle
elezioni dei Comites e le modalità e i contenuti dell’intervento nei confronti
del Cgie del sottosegretario Mantica. Inchingoli auspica anche il proseguimento
del coinvolgimento delle giovani generazioni, con un seguito della Prima
Conferenza dei giovani italiani nel mondo.
Graziano Tassello, presidente della IV
Commissione (Scuola e Cultura) esordisce affermando che la Commissione da lui
presieduta “non si sente superflua, né tantomeno artefice di sprechi”. Egli
manifesta ai presenti l’interrogativo emerso tra i suoi componenti sulle
modalità di promozione della cultura italiana che il Parlamento intende
adottare. “Una promozione che non ci viene richiesta solo dalla componente storica
dell’emigrazione ma dai giovani, come è emerso nel corso della loro Conferenza
– spiega Tassello. “Sembra che la tendenza oggi sia quella di considerare
l’emigrazione tradizionale una componente residuale, quasi invisibile, del
mondo italiano all’estero – egli aggiunge – mentre la sfida è di riuscire a
tenere insieme tutte le componenti”. Tassello ribadisce “il dualismo” delle due
direzioni all’interno del Mae che si occupano della promozione della lingua
italiana all’estero – la direzione degli italiani all’estero e quella per la
promozione culturale: “da molto tempo chiediamo un tavolo di regia per
concordare gli interventi ma non veniamo ascoltati – egli afferma, invitando a
calibrare l’offerta culturale in base ad un maggior rispetto delle caratteristiche
dei Paesi in cui si interviene e all’impegno su progetti più innovativi come la
formazione degli insegnati di italiano all’estero o la formazione continua.
“Chiediamo all’Italia una riflessione seria sulla sua politica culturale –
conclude Tassello – perché essa determina la politica internazionale che si
intende attuare, ad ampio respiro e rispettosa del carattere multiculturale dei
nostri giovani italiani all’estero, oppure ristretta e provinciale”.
A proposito di lingua italiana e di come si
modifica il panorama dell’apprendimento linguistico all’estero, interviene
anche il rettore dell’Università per gli stranieri di Perugia Massimo
Vedovelli, che illustra un progetto di raccolta dati dell’ateneo (FIRB) su
quanto viene studiata la lingua italiana all’estero e su come si stia
modificando in questi ultimi anni il mercato delle lingue straniere. I
risultati della ricerca, a cui i consiglieri sono stati chiamati a partecipare
con indicazioni utili derivanti dalla loro esperienza, verranno raccolti sul sito:
www.universoitaliano.it.
Mario Tommasi, presidente della III
Commissione (Diritti civili, politici, partecipazione) si sofferma sul rinvio
del rinnovo dei Comites, “una decisione inaccettabile – egli dice, accogliendo
la proposta formulata il giorno prima da Norberto Lombardi, qualora il rinvio
divenisse definitivo, di trasformare il Cgie in un osservatorio sulle politiche
per gli italiani all’estero. Condivisa anche la proposta dell’istituzione da
parte del Cgie di un Comitato per le celebrazioni all’estero del 150 anni
dell’unità d’Italia (proposta avanzata all’assemblea dal vice segretario
generale per i Paesi anglofoni, Silvana Mangione, riportando i lavori della
Commissione continentale di riferimento - vedi Inform n°82 del 28 aprile:
http://www.mclink.it/com/inform/art/10n08215.htm). Tommasi segnala, infine,
difficoltà evidenziate dai connazionali per l’emissione del passaporto
elettronico, che prevede l’acquisizione delle impronte digitale e richiede
quindi lo spostamento presso la sede consolare abilitata.
Per la V Commissione (Formazione, impresa,
lavoro e cooperazione), il presidente Franco Santellocco rimarca “l’esigenza di
riformare profondamente il sistema della formazione professionale rivolto agli
italiani all’estero, con un’analisi delle esigenze professionali dei suoi
destinatari, specialmente dei giovani”. Sollecita anche la pubblicazione di
nuovi bandi per la formazione professionale, mentre “una maggiore attenzione
dovrebbe essere prestata anche all’utilizzo dei fondi europei a questo scopo”.
Santellocco segnala ancora una volta che il Cgie dovrebbe essere coinvolto di
più nell’analisi di quelle che potrebbero essere le strategie formative
ottimali degli interventi da tutti gli attori istituzionali coinvolti nel
settore.
Mauro Montanari, vice presidente della I
Commissione (Informazione e comunicazione), si sofferma sui tagli alla stampa
italiana all’estero, “un intervento brutale – dice - che mette a repentaglio la
sopravvivenza di molti giornali rivolti alle collettività residenti
all’estero”. Per Montanari i 5 milioni di euro tagliati si sarebbero potuti
recuperare attraverso “una più equa ripartizione delle risorse del settore
dell’editoria”, mentre ricorda che spesso le collettività all’estero
acquisiscono voce e visibilità solo attraverso questo tipo di stampa periodica.
La I Commissione chiede quindi un “ripristino immediato dei fondi, in attesa di
una riforma complessiva del settore che introduca criteri di trasparenza e una
più decisiva considerazione delle nuove tecnologie dei mezzi di informazione” e
“un tavolo di confronto tra associazioni di categoria, sindacati, presidenza
del Consiglio dei ministri, Mae e ministero dell’Economia”.
Pasquale Nestico, presidente dell’VIII
Commissione (Tutela sanitaria) segnala la mancata risposta del Mae alla
richiesta avanzata dalla Commissione di “fornire dati di analisi per un’azione
di verifica delle condizioni di tutela alla salute dei nostri connazionali e
alla qualità dei servizi sanitari nei diversi Paesi”. La Commissione pertanto
ha approvato una risoluzione che prevede che i suoi prossimi incontri, alla
presenza del Mae, si chiuderanno dopo 5 minuti, sbrigate le formalità di
registrazione. Proseguirà quindi la seduta operativa “senza i rappresentanti
del ministero, per approfondire le tematiche della tutela sanitaria dei
connazionali all’estero”. Una procedura simbolica motivata dal fatto che “il
Mae, attualmente, offre un unico contributo, quello di registrare i lavori
della nostra Commissione”, mentre il suo non dovrebbe essere un ruolo di
semplice “controllo”, ma “ di sostegno e cooperazione sulle iniziative del Cgie
e delle istituzioni dell’emigrazione italiana”.
Torna sul rinvio del rinnovo delle elezioni
di Comites e Cgie, Carlo Erio, presidente della VII Commissione (Nuove
migrazioni e generazioni nuove), che rileva come esso “penalizzi la volontà di
partecipazione più volta espressa dai giovani”. Questi ultimi possono però
essere invitati ad intervenire alle Commissioni continentali. Segnalata anche
la necessità di trasparenza nell’indicazione dei giovani delegati, la
compilazione di una banca dati delle Commissioni di giovani nate dentro e fuori
i Comites ed una maggior diffusione dell’esistenza del blog loro dedicato.
Lamentato il mancato seguito dell’annuncio da parte del Ministero della
gioventù di un bando dedicato ai giovani italiani all’estero.
Infine, Maria Rosa Arona, presidente della
Commissione II (Sicurezza e tutela sociale) ricorda che i tagli all’assistenza
diretta e indiretta costituiscono “una situazione drammatica” a danno delle
fasce più deboli dei connazionali. Necessario prevedere, pertanto, la
possibilità di un loro reintegro. Arona propone anche al Cgie l’organizzazione
di un seminario sulla sicurezza sociale per gli italiani nel mondo, che tenga conto
di giovani e lavoratori e un’analisi del quadro di accordi bilaterali sul tema
già formulati o ritenuti necessari. Evidenziata anche la questione degli
indebiti pensionistici, di cui si domanda “un condono, in determinate
situazioni di difficoltà”. Presto sarà inoltre comunicato dall’Inps quale sarà
l’istituto di credito assegnatario dell’incarico di erogazione delle pensioni
italiane all’estero. (Viviana Pansa – Inform)
Stampa migrante. I giornali della diaspora nel nuovo libro di Pantaleone
Sergi
Roma -
"Stampa migrante. Giornali della diaspora e italiana e dell’immigrazione
in Italia" è il titolo del libro di Pantaleone Sergi edito da Rubbettino
(172 pp – 18 euro) che ricostruisce ed analizza la storia della stampa italiana
all’estero e che, grazie alla collaborazione di Elida Sergi, figlia
dell’autore, descrive la realtà della stampa degli immigrati nata negli ultimi
anni in Italia.
Pantaleone
rivendica un ruolo di primo piano per l’editoria italiana all’estero che,
scrive nella premessa, "costituì non solo un ancoraggio emotivo e
culturale alla madrepatria e un mezzo per capire la nuova realtà
"scelta" per vivere", ma che consente di "ricostruire la
storia di masse di emigrati, i loro sogni, le difficoltà ed i successi" e
al tempo stesso "di approfondire, attraverso la storia degli stessi
giornali, degli uomini e delle donne che li hanno animati in funzione di
autorappresentazione collettiva, autodifesa sociale e conservazione
identitaria, la più grande storia dei movimenti umani sul Pianeta".
Stilando la storia
della stampa italiana all’estero, prosegue l’autore, sono emerse
"consonanze e diversità con i giornali in lingue straniere pubblicati in
Italia dai diversi gruppi di immigrati". Ciò che "balza subito agli
occhi – scrive Pantaleone – è che sia la prima stampa d’emigrazione italiana
sia quella di immigrazione in Italia alla resa dei conti è servita e serve per
affermare e tutelare diritti e risolvere problemi".
Nove i capitoli
del volume: in "Difesa identitaria e necessità di integrazione" si
descrivono le "Little Italies dell’informazione", si approfondisce la
funzione del giornale come "difensore civico" dell’emigrante e si
guarda all’Italia terra di immigrazione. Seguono i capitoli dedicati ai
periodici italiani all’estero, ai "Fogli d’emigranti al tempo del grande
esodo", per poi dare spazio ad un focus sul "caso della
Svizzera" e ai media italici del secondo dopoguerra. Gli ultimi tre
capitoli sono invece dedicati alla stampa degli immigrati in Italia. Chiude il
volume l’indice delle testate edite in 24 Paesi.
Sergio Pantaleone
per anni è stato inviato speciale del quotidiano "La Repubblica".
Insegna Storia del giornalismo all’Università della Calabria. Ha scritto, tra
l’altro, "Quotidiani desiderati", "Il quotidiano dei 57 giorni",
"Gli anni dei Basilischi. Mafia stato e società in Basilicata",
"Pane, pace e Costituente. Una "Voce" social comunista in Puglia
1945-1947", "Stampa e società in Calabria", "Storia del
giornalismo in Basilicata". (aise)
Ccee: i diritti della famiglia migrante L’intervento di P. Gianromano
Gnesotto
MALAGA -
“L’urgenza di superare la paura nei confronti delle migrazioni, che dalle
impostazioni delle politiche migratorie nei Paesi europei si trasmette
nell’opinione pubblica, può essere stemperata dalla famiglia ricongiunta nei
territori di accoglienza in quanto ambito principale dove si elabora
l’inclusione sociale”: questa è stata la prima considerazione che padre Padre
Gianromano Gnesotto, Direttore dell’ufficio nazionale immigrati e profughi
della Fondazione Migrantes, ha tenuto nella relazione programmata all’inizio
dei lavori dell’VIII Congresso europeo sulle migrazioni della CCEE. Inoltre,
“l’urgenza di disegnare prospettive per l’Europa delle persone in movimento,
trova nella famiglia ricongiunta nei territori di accoglienza il superamento di
almeno due prospettive fuorvianti: ritenere che l’immigrazione sia un fenomeno
temporaneo e che sia un fenomeno da trattare con una logica emergenziale”.
P. Gnesotto ha
anzitutto ricordato i riferimenti essenziali al diritto soggettivo per la
promozione e la tutela della famiglia migrante, come si trovano nei Trattati
internazionali, segnatamente nella Convenzione europea per la salvaguardia dei
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (1950), nella Convenzione sui
diritti del fanciullo (1989), e in modo particolare nell’articolo 10 del Patto
internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali (1966) in cui
si afferma che “La protezione e l’assistenza più ampia che sia possibile devono
essere accordate alla famiglia, che è il nucleo naturale e fondamentale della
società, in particolare per la sua costituzione e fin quando essa abbia la
responsabilità del mantenimento e dell’educazione di figli a suo carico”. Ne
deriva che si può affermare che “riconoscere e proteggere l’unità familiare
come diritto soggettivo, pur con i limiti dettati dall’imprescindibile esigenza
di garantire a coloro con cui lo straniero intende ricongiungersi dignitose
condizioni di vita, è un obiettivo fondamentale della società civile”.
La relazione di P.
Gnesotto si è di seguito sviluppata prendendo in considerazione tre ambiti
particolari: figli ed educazione; l’invecchiamento nella migrazione;
conseguenze sociali e politiche dei matrimoni bi-nazionali e interreligiosi.
Una chiara disamina degli argomenti, che ha mostrato i nodi problematici e i
punti di forza di una famiglia ferita, spaccata e finalmente ricomposta; le
difficoltà a realizzare il diritto di vivere in famiglia nei territori di
accoglienza; la questione della cittadinanza, specie per i figli degli
immigrati; le coppie bi-nazionali e interconfessionali che possono contribuire
ad avvicinare le comunità, creando occasioni di incontro, dialogo e scambio
reciproco.
A conclusione del
suo intervento, P. Gnesotto ha richiamato “la necessaria azione di advocacy,
vera e proprio impegno pastorale quando si tratta di garantire il pieno diritto
a formarsi una famiglia e a vivere in famiglia”. (Migranti-press)
L'Europa e la lezione sprecata
I mercati
finanziari internazionali sono di nuovo in ebollizione: i titoli di Stato di
alcuni Paesi dell’area euro sono trattati come merce avariata, i loro rating
declassati, le Borse e i mercati dei cambi ne risentono, e tutto crolla nel
panico generale. Ieri addirittura la Borsa americana ha contribuito a scatenare
le paure a causa di un banale errore - un operatore ha scritto «billion»
(miliardi) invece di «million» (milioni) che ha causato una perdita del 9%, poi
parzialmente recuperata.
L’interpretazione
di questi fatti appare ovvia: ancora una volta la speculazione finanziaria
miete le sue vittime; prima i risparmiatori americani e oggi l’intera economia
greca, e forse addirittura una larga parte dell’area euro.
Ebbene, questa interpretazione
dei fatti, pur apparendo ovvia, è assolutamente incorretta. Non perché gli
speculatori non esistano. Esistono.
E sono anche
affamati di danaro, così come sono tipicamente rappresentati, dai disegni di
Grosz a oggi. Ma non sono gli speculatori la causa dei mali economici di
Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e altri.
Più semplicemente,
alla radice di quello che sta succedendo sui mercati, sta la seguente
considerazione: la Grecia chiede ai mercati (tanto) denaro in prestito,
attraverso emissione di titoli e i mercati temono che la Grecia non sia in
grado di ripagare i debiti e quindi chiedono di essere ricompensati per il
rischio che corrono prestando alla Grecia. Quando compro banane al mercato, se
temo che siano marce, chiedo uno sconto. Tutto qui, senza bisogno di immaginare
speculatori con la bava alla bocca.
La questione
quindi diventa: hanno ragione i mercati a ritenere che la Grecia possa avere
difficoltà a ripagare i debiti? La risposta è chiaramente sì. La capacità di un
Paese di ripagare i debiti dipende da quanti debiti ha, a che ritmo crescono
(quanto grande è il deficit), da quanto il sistema politico sia in grado di
imporre tasse e tagliare le spese per rientrare dai debiti in futuro, e infine
da quali siano le prospettive di crescita economica del Paese, perché una
crescita vivace porta introiti fiscali e quindi una riduzione del debito senza
impopolari interventi di politica economica.
La Grecia ha un
debito pubblico dell’ordine del 120% del Prodotto Interno Lordo, un enorme deficit
(oltre il 13% del Pil), un sistema politico inefficiente, un settore pubblico
che conta per oltre il 40% dell’economia, una spesa pubblica senza controllo e
un forte sindacato che si oppone a ogni taglio di spesa. Inoltre, le
prospettive di crescita del Paese sono tristemente molto flebili, in parte
proprio a causa dell’inefficienza di politica e settore pubblico.
Nessun Paese in
Europa è in condizioni economiche paragonabili. Portogallo, Spagna e Irlanda
hanno deficit simili, ma debito inferiore. L’Italia ha debito simile, ma
deficit inferiore. Non è una sorpresa quindi che la crisi sia partita dalla
Grecia. Se la crisi si espanderà ad altri Paesi, però, sarà comunque a causa
della loro finanza pubblica irresponsabile, nel passato e nel presente. A questo
proposito, il fatto che l’emissione di titoli di Stato spagnoli a cinque anni,
ieri, sia stata un ragionevole successo fa ben pensare per il breve periodo.
La retorica sugli
speculatori cattivi è quindi ipocrita oltre che incorretta: non è un caso che siano
sempre i Paesi che più hanno bisogno dei mercati per finanziare le proprie
spese a lamentare l’avidità dei mercati stessi, quando questi rifiutano le
banane avariate.
Spiace infine
osservare che la crisi finanziaria dell’anno scorso nulla abbia insegnato ai
responsabili della politica europea.
L’intervento,
peraltro pasticciato e tardivo, in aiuto alla Grecia ha avuto due effetti,
entrambi dannosi. Il primo, quello di convincere i mercati dell’incapacità
dell’Europa di garantire l’imposizione di quelle regole, come i parametri di
Maastricht, che ne garantiscono l’esistenza stessa. Il secondo, dimostrare che
anche i più rigidi governi europei, come la Germania, sono pronti a tutto per
le proprie banche, salvo poi lamentarne l’immoralità. Il salvataggio delle
banche che hanno irresponsabilmente finanziato il debito greco, portoghese,
spagnolo e irlandese (soprattutto banche tedesche e francesi), è infatti il
vero obiettivo dell’aiuto alla Grecia.
E così come
durante la crisi finanziaria dell’anno scorso, i bilanci delle istituzioni sono
pieni di titoli tossici. Ogni banca teme che la controparte nasconda una forte
esposizione nei confronti dei titoli della Grecia e il mercato interbancario
rischia di incepparsi, con gravissimi danni per l’economia reale. Ieri già le
prime avvisaglie in questo senso. Alberto Bisin, LS 7
Atene e Roma società del ricatto
Ci vorranno non
mesi ma anni, perché la Grecia trovi la forza, in se stessa, di assumere il
fardello molto pesante di sacrifici che il primo ministro George Papandreou ha
presentato giovedì alle camere. Molti demoni dovrà combattere, molte
tribolazioni le si accamperanno davanti man mano che si snoderà la via stretta
del risanamento, e in cuor loro i greci l’hanno appreso, in queste settimane di
prova: non sono tutti esterni, i demoni; non vengono tutti dal mercato o dalle
agenzie di rating le minacce, i sospetti, gli assalti. I mali della Grecia sono
in massima parte interni: sono parte della sua storia, dell’uso che è stato
fatto di essa, delle memorie paralizzanti che l’impacchettano. Se la resistenza
ad accettare la nuova austerità è così vasta, se il coraggio di Papandreou
fatica a imporsi, è perché dietro di lui c’è un paese smagato, disunito,
radicalmente sfiduciato.
È una sfiducia che
ha radici antiche e che risale all’impero ottomano, ma che non ha vissuto una
catarsi nel dopoguerra. Lo Stato non ha tratto vigore dalla resistenza al
nazifascismo, supinamente ha accettato per decenni di essere una guarnigione
della Nato, ha consentito alla dilatazione di un potere militare abnorme: un
potere che gli Stati Uniti hanno sfruttato a piacimento, nella guerra fredda.
Fin dal dopoguerra Washington ha appoggiato costantemente le destre, non
esitando a distruggere le energie della Resistenza e ad appoggiare la dittatura
dei colonnelli fra il ’67 e il ’74. L’ingresso greco in Europa e nell’Euro non
ha coinciso con uno Stato redento, e oggi i frutti avvelenati di
quell’occasione mancata si toccano con mano. Nel giorno del grande esame lo Stato in bancarotta non c’è quella che Leopardi chiama una
società stretta, addomesticatrice di egoismi e interessi particolari. Sono
scettici e disillusi soprattutto i giovani, che hanno visto degradarsi ai
vertici il senso dello Stato, dilagare una corruzione senza limiti, estendersi
l’impunità di politici e partiti complici nella difesa dello status quo.
I manifestanti
ateniesi domandano questo, in sostanza: come fidarsi di uno Stato che non si è
limitato a truccare bilanci ma ha tragicamente fallito la propria rigenerazione?
Il direttore del quotidiano Kathimerini, Alexis Papachelas, afferma che per
uscire dal marasma servono misure non solo economiche, ma politiche, civili.
Quel che urge recuperare non è l’identità offesa della Nazione, come reclamano
alcuni, ma la dirittura e l’equità dello Stato: «La sola vera cura è un
emendamento costituzionale concordato
fra i politici che annulli l’immunità di
cui godono ministri e parlamentari, la riduzione del numero dei parlamentari a
200, l’invio di farabutti ed evasori fiscali davanti alle corti o in carcere».
Se la crisi vuol essere catarsi, devono emendarsi le scelte economiche ma anche
le usanze della politica. Sullo stesso giornale, Nikos Xydakis chiede una
«rinascita antropologica».
È il motivo per
cui sono tante le somiglianze tra Grecia e Italia, e degne di esser studiate.
Negli ultimi giorni si è parlato di un rischio Italia, oltre che spagnolo e
portoghese: in genere a torto, per quanto riguarda la nostra economia, il
risparmio delle famiglie, la salute delle banche, il deficit dello Stato.
Finanziariamente, Roma non vacilla come Atene. È vero anche che la Resistenza
non è stata svilita e soppressa con l’aiuto delle forze alleate, come nella
guerra civile greca. Nella nostra storia antica e recente abbiamo potuto
contare su uomini e istituzioni profondamente fedeli alla res publica, e non
siamo stati tormentati, come in Grecia, da una casta militare potenzialmente
sovversiva. Ma se si guarda alla fiducia che i cittadini hanno nell’imperio
della legge e nella cosa pubblica, le affinità sono impressionanti. Esiste
anche in Italia una fondamentale diffidenza verso lo Stato, la legge. Alcune
regioni a Sud sono dominate da mafie che di tale miscredenza si nutrono da un
secolo. Esiste a Nord e a Milano un disprezzo delle istituzioni pubbliche, del
civismo, della legalità, non meno annoso e intenso. Anche qui lo sforzo di
rinascere tarda a mobilitarsi. Tarda a nascere una destra autentica, che con
Fini fabbrichi futuro e riempia il temibile vuoto. Tarda a sinistra un rapporto
non intimidito con il conflitto.
Anche
l’anniversario dell’unità d’Italia, lo prepariamo dolendoci più della scarsa
identità comune che dell’incultura dello Stato. Si può certo vivacchiare senza
cultura dello Stato, della legalità: sia i greci che gli italiani lo fanno da
decenni. Ma quando arriva l’ora della prova, l’assenza di fiducia rischia di
divenire un fatale cappio al collo per chi impone sacrifici. La gente
semplicemente non segue, si sparpaglia, si scinde in mille corporazioni
ingovernabili. Per aderire a sacrifici, la società deve pur sempre riconoscersi
nello Stato risanatore: nella sua affidabilità, nella sua vocazione a mantenere
la parola data, nella rettitudine dei suoi servitori. È la ragione per cui Daniel
Cohn-Bendit, intervistato giovedì da la Repubblica, invita a riflettere sulla
società e lo Stato ellenico, oltre che sull’economia: «Uno Stato in cui in
Grecia non s’identifica nessuno o quasi nessuno. È sempre stato lo Stato degli
altri, lo Stato dei ricchi e dei potenti, ognuno lo ha strumentalizzato per sé.
È sempre apparso lo Stato dei corrotti, e la gente ha partecipato alla
corruzione. Adesso bisogna cambiare tutto questo, ma ci vuole tempo».
Il deputato
europeo ammira Papandreou, e critica chi confonde i manifestanti ateniesi con i
pochi estremisti che il 5 maggio hanno provocato la morte di tre impiegati
della Marfin Egnatia Bank. Il lettore, ascoltando queste parole, avrà
legittimamente l’impressione di sentir narrata anche l’Italia: la nascita di
uno Stato contaminato dalla corruzione fin dall’inizio della Repubblica, il
peso esercitato da potentati esterni interessati all’esistenza di uno Stato
parallelo e incontrollato, i patti stretti dalla politica con l’illegalità e la
malavita, la magra incidenza che ha avuto Mani Pulite nell’ultimo ventennio,
l’impunità dei politici, la magistratura sabotata. Non diversamente dalla
Grecia, l’Italia è decaduta fra il dopoguerra e oggi perché piano piano si è
creato, fra i partiti, un pericoloso consenso in difesa dello status quo:
status quo fondato sulla svalutazione dello Stato, della legalità. Viene in
mente, più che attuale, l’allarme lanciato il 22 febbraio ‘98 dal giudice
Gherardo Colombo, in un’intervista a Giuseppe D’Avanzo sul Corriere: il male, disse,
era in Italia la diffusa società del ricatto, non affermatasi di recente ma fin
da quando gli americani, pur di esser facilitati nello sbarco in Sicilia,
chiesero aiuto alla mafia.
È in quegli anni
che «si è stabilito un rapporto di "quieto vivere" con questa
organizzazione criminale, che ha caratterizzato decenni della nostra storia.
(...) Il compromesso in Italia è stato sempre opaco e occulto. (...) Negli
ultimi venti anni la storia della nostra Repubblica è una storia di accordi
sottobanco e patti occulti». La democrazia degenera così, secondo l’ex
magistrato di Mani Pulite: non a causa di una conflittualità troppo accesa e
dai toni troppo alti, che sono anzi il suo sale. Le «nuove regole della
Repubblica vanno organizzate non attorno al conflitto, ma attorno al
compromesso». È quest’ultimo che va imbrigliato, assai più del conflitto. È
straordinario come la crisi metta in luce proprio questa verità, apparentemente
paradossale: se usciremo dalla crisi rinnovati, se sapremo radunare le forze in
caso di tracolli, è perché avremo smosso gli opachi patti dello status quo. Non
se difenderemo una democrazia fondata sulla discussione, la critica, il
disvelarsi del nascosto e del sommerso. La crisi ha questo, di catartico. Porta
alla luce difetti di fondo, politici e culturali più che finanziari. Suona il
campanello: la ricreazione è finita. Dà nuovo senso ai tentativi di
rigenerazione, anche quelli insabbiati e morti. La strada stretta consiste nel
riconoscerlo. BARBARA SPINELLI LS 9
Il problema,
dunque, non è solo la Grecia. La crisi non è riconducibile esclusivamente ai
conti fuori controllo dei greci ai quali i giornali tedeschi suggeriscono di
vendere l’Acropoli per rispettare i sacri parametri di Maastricht. Nel giro di
tre giorni l’Europa è passata dalle difficoltà «circoscritte» di un singolo
paese, il più debole sotto il profilo finanziario, a una «crisi sistemica»,
parole del presidente della Bce Trichet, che mette in discussione non solo gli
eredi della dracma ma l’intera costruzione dell’Unione e della moneta unica. In
poche ore le fiamme e le tragiche violenze di Atene sono passate quasi in
secondo piano rispetto alla destabilizzazione che dai mercati è salita fino
alle cancellerie che, solo dopo l’intervento preoccupato del presidente Obama
su Angela Merkel, hanno deciso di ritrovarsi per il week end a Bruxelles per
decidere un piano straordinario di interventi.
Non sappiamo se le
misure decise stroncheranno l’attacco della speculazione dei mercati ai
governi, all’Unione e all’Euro. È certo, tuttavia, che anche questo maxi piano
dell’Europa non risolverà i problemi di fondo, non disinnescherà la bomba che
due anni fa è esplosa negli Stati Uniti provocando la prima grande crisi
dell’economia globale e che oggi si presenta con la miccia accesa nella vecchia
Europa. Nel settembre 2008, quando Wall street visse il dramma storico del
fallimento della Lehman Brothers, tutti, ma proprio tutti si impegnarono a
limitare le invasioni della finanza, il suo dominio incontrastato sull’economia
reale, sull’industria, l’occupazione. Governi e leader politici giurarono,
allora, di voler invertire la rotta, di bloccare il gigantesco trasferimento di
ricchezza dal profitto, dal lavoro alla rendita finanziaria. La distorsione
dell’economia, emersa in modo drammatico due anni fa, avrebbe dovuto essere
affrontata con un riequilibrio profondo tra risparmio e investimenti e
soprattutto le autorità di governo e quelle che vigilano sui mercati e sulla
concorrenza avrebbero dovuto intervenire con provvedimenti rigorosi e coerenti
per smontare i giochi perversi della finanza.
Ma poco è stato
fatto su questo fronte perchè fortissime sono le resistenze del mondo
finanziario e spesso deboli e miopi sono le azioni politiche. Obama, che
rappresenta per molta parte del mondo ancora una speranza di cambiamento, ha
implorato le lobby delle banche e delle assicurazioni a non ostacolare la sua
riforma dei mercati e della finanza. Ma nemmeno Obama è riuscito a sfondare in
un sistema, come quello Usa, dove uno può fare il ministro del Tesoro e poi
guidare serenamente la Goldman Sachs e viceversa. Quello che viviamo oggi in
Europa e che preoccupa la Casa Bianca non è solo la speculazione contro governi
o monete deboli, d’altra parte la speculazione - lo insegnano persino nelle
università - è parte integrante dei mercati e del loro funzionamento.
C’è una patologia
di fondo che sta nel Dna del sistema, per cui il denaro serve solo a creare
altro denaro. I golpisti della finanza attaccano gli stati grazie alle armi che
gli stessi stati hanno messo loro a disposizione.
Per fronteggiare
la crisi del 2008 i governi erano intervenuti per salvare banche,
assicurazioni, intermediari, immettendo nel sistema cifre iperboliche. Almeno
3000 miliardi di dollari, denaro pubblico, sarebbero stati spesi per evitare il
tracollo del sistema creditizio, ma anche della Chrysler di Sergio Marchionne,
trasferendo così le perdite dal sistema privato a quello pubblico. La strada è
stata seguita anche in Europa e i mercati finanziari che, fino al 2008,
avrebbero speculato contro questa o quella banca o impresa considerata debole
oggi si accaniscono contro gli stati e lo loro valute, partono dalla Grecia ma
allargano facilmente l’orizzonte e mettono nel mirino l’intera costruzione
della moneta unica europea.
Ma gli stati, la
politica sono deboli, frammentati, gelosi dei loro poteri e interessi. Si
muovono in ritardo, come è avvenuto in questi giorni in Europa dove la signora
Merkel (che non è Khol) era preoccupata per l’impatto degli aiuti alla Grecia
sul voto regionale in Germania. Mentre l’Europa balbetta, sull’altro fronte
invece c’è una corporation planetaria formata da potenti banche d’affari,
proprietari e promotori di hedge funds e di strumenti derivati che non
rispondono a nessuno, se non ai propri azionisti, il cui unico obiettivo è
quello di produrre soldi dopo altri soldi, di alimentare senza ritegno la corsa
delle stock options dei propri managers. Quante volte, negli ultimi anni, il
mondo si è dovuto confrontare con queste crisi, con il fenomeno della
“speculazione” che sarebbe la parte più cattiva, deviante, di un sistema che ai
più sembra ancora buono? Ci sono stati gli scandali dell’epoca Bush, come la
Enron e la WorldCom. Poi i subprime, la caduta delle grandi banche e di conseguenza
la recessione, il crollo dell’economia, la perdita di milioni di posti di
lavoro. Ma, dopo le tragiche esperienze del passato, poco è cambiato visto che
ancora oggi gli strumenti della speculazione valgono 4 o 5 volte l’intero Pil
mondiale.
Il presidente
Obama è intervenuto con forza sull’Europa affinchè si muovesse con
provvedimenrti straordinari perchè la Casa Bianca non vuole ripetere il dramma
del 2008 e l’attacco alla Grecia e poi all’Europa ricalca lo stesso schema,
minacciando la possibile ripresa internazionale. In aprile negli Statio Uniti
sono stati creati 290mila nuovi posti di lavoro, da quattro mesi c’è un leggero
miglioramento che Obama non vuole assolutamente pregiudicare con un’altra crisi
finanziaria. Dal 2008 ad oggi gli Stati Uniti hanno perso circa otto milioni di
occupati. ci vorranno anni per recuperarli. La preoccupazione di Obama è
giustificata. Un timore che dovrebbe essere prioritario per tutta l’Europa e,
in particolare, per l’Italia.
Il prevalere degli
interessi finanziari, o chiamamola pure della speculazione, rispetto alla
tutela degli investimenti, della produzione, del lavoro è l’elemento costante
di questi anni e anche di questa crisi. La finanza domina i mercati, ricatta i
governi e impone una ristrutturazione delle attività industriali da cui
raccogliere altri profitti: un processo politico globale che colpisce
soprattutto il mondo del lavoro, i sindacati e si potrebbe aggiungere anche la
sinistra. Dopo due anni di crisi, dopo la caduta di simboli storici del
capitalismo, dopo le copertine dei settimanali americani che invitano a leggere
Carlo Marx, non è cambiato nulla. Siamo ancora qui a registrare il trionfo
della finanza e la sconfitta della politica e del lavoro. Questa è la realtà.
Rinaldo Gianola
L’U 9
L'editoriale. Potere e mercati, la prova verità
Le grandi crisi
non bastano purtroppo a rinsavire quelli che ne sono direttamente o
indirettamente responsabili. Ma hanno l’effetto positivo di rendere evidenti
alcune verità che prima della crisi apparivano poco convincenti o erano
addirittura negate. Abbiamo sempre saputo che la mancanza di un governo europeo
dell’economia avrebbe reso l’unione monetaria incompiuta e vulnerabile.
Sapevamo che i divieti e le punizioni inseriti su pressioni tedesche nel
Trattato di Maastricht e nel Patto di stabilità non avrebbero mai impedito a un
Paese di commettere errori e soprattutto avrebbero convinto la speculazione che
il Paese in pericolo non sarebbe stato salvato. Sapevamo che i compiti
assegnati alla Banca centrale europea erano troppo rigidamente limitati e che
fare da sentinella all’inflazione può essere in alcuni casi una politica
insufficiente, se non dannosa. E sapevamo infine che gli aiuti, quando sono
tardivi e vengono decisi soltanto dopo penose discussioni inconcludenti, sono
sempre più costosi di quanto sarebbero stati se concessi tempestivamente. La
Germania ha frenato gli altri maggiori Paesi della zona euro perché temeva che
gli aiuti alla Grecia avrebbero mal disposto gli elettori del Nord Reno
Westfalia verso la coalizione di governo.
Ebbene, il
pacchetto è stato varato dal Bundestag alla vigilia del voto. I tempi, per
Angela Merkel, non potevano essere peggiori. Ma di questo non può che
rimproverare se stessa.
La crisi, dunque,
ha sgombrato il terreno da alcune false verità. Resta da capire se i Paesi
dell’eurozona sapranno correggere gli errori. La giornata di avant’ieri,
potrebbe essere, in questa prospettiva, memorabile. Il presidente del Consiglio
italiano e il presidente francese sembrano essersi accordati sulla necessità di
un fondo monetario europeo a cui attingere per aiutare un Paese in crisi. Il
presidente della Commissione ha detto che occorre rafforzare Eurostat
(l’ufficio statistico dell’Ue) e fornirgli gli strumenti per accertare la
verità dei conti pubblici degli Stati membri. La Banca centrale europea
potrebbe prendere in garanzia, per i suoi prestiti, anche le obbligazioni
deprezzate del governo greco e acquistare titoli di Stato per stabilizzare i mercati.
Un’agenzia di rating europea potrebbe ridurre l’ingiustificata influenza delle
agenzie americane. L’eurogruppo, infine, potrebbe assumere maggiori
responsabilità e diventare la prefigurazione di un governo europeo
dell’economia.
Molto dipende da
tre importanti riunioni che si terranno oggi, prima dell’apertura dei mercati:
il consiglio dei governatori della Bce, l’Ecofin, e un G7 dell’ultima ora in
teleconferenza.
Ma se verranno
adottate, queste misure avranno alcuni punti in comune: rafforzeranno le
istituzioni europee a scapito delle sovranità nazionali, saranno un passo verso
il completamento dell’Unione monetaria e l’integrazione europea. Faranno capire
ai mercati che l’Europa non intende farsi ricattare dalla speculazione. E
avranno l’effetto di ridare all’Italia uno spazio europeo che aveva finora
trascurato. Tanto più se gli aiuti alla Grecia saranno votati sia dalla
maggioranza sia dall’opposizione.
So che molto
dipende dalle reazioni dei mercati, domani. C’è troppo denaro in giro per il
mondo che è alla ricerca di selvaggina e si comporta come zavorra mal collocata
sul fondo di una nave in tempesta. Ma qualche speranza, oggi, è possibile.
Sergio Romano CdS
9
Piccoli giochi e grandi sfide. Speculazione, Europa divisa e la speranza di
Kohl
Per fortuna oggi
si vota nel North-Rhine Westfalia. Dovrebbe essere una notizia trascurabile nel
panorama della crisi finanziaria ma purtroppo, nella mancanza di regole europee
comuni e condivise, le decisioni sono rimaste in mano agli stati nazionali e i
governanti hanno agito tendendo conto non degli interessi di lungo periodo ma
delle passioni popolari del momento . Si è verificato perciò lo scenario
peggiore tra tutti quelli prevedibili, uno scenario in cui un problema di
dimensioni quantitative modeste, come il deficit greco, ha prodotto le peggiori
conseguenze possibili, sconvolgendo i mercati azionari ed obbligazionari di
tutta Europa. Quando la politica non adempie al suo compito, la speculazione
non può che approfittare del disorientamento generale e fare duramente il
proprio gioco. Ed è questo che è avvenuto nella scorsa settimana, in cui
l’attacco speculativo non solo ha provocato pesanti ribassi in borsa ma ha
generato una catena di crisi di fiducia che ha reso più difficile e costoso il
funzionamento dei crediti interbancari e ha infine messo a dura prova la
solidità dei titoli di Stato di diversi paesi, con l’ovvia ultima conseguenza
di attentare al cuore stesso dell’Euro.
La finanza (o
forse meglio dire la speculazione finanziaria) ha travolto la politica perché
essa ha per definizione interessi e obiettivi ben precisi mentre la politica
europea non è stata in grado di preparare una forte strategia comune. Il prezzo
di tutto ciò è elevatissimo: basti pensare che la metà del pacchetto di aiuti preparato
qualche giorno fa sta ora andando in fumo per l’aumento dei tassi di interesse
del debito pubblico greco, aumento dovuto proprio alla difficoltà, alla
lentezza e alla scarsa convinzione con cui era stato preparato dagli “amici”
europei.
Insomma la
speculazione agisce quando sa di essere più forte della politica, più forte
degli Stati. Oggi in Europa lo è.
Non solo perché è
in grado di mobilitare enormi masse di denaro in un brevissimo periodo di tempo
( rapidità moltiplicata dagli automatismi con cui vengono dati gli ordini di
acquisto o di vendita) ma anche perché tutto questo provoca ondate di panico
nei possessori di titoli, allarmati da questi eventi improvvisi, imprevisti e
della cui portata non sono in grado di rendersi conto. Nei giorni scorsi molti
possessori di azioni sono corsi a vendere semplicemente per paura, così come
sono corsi verso i Bund tedeschi altrettanti proprietari di obbligazioni
pubbliche di diversi paesi.
Ad eventi così
veloci si contrappone una situazione europea in cui nessuno ha il potere di
agire con la necessaria rapidità e ogni decisione viene presa dopo che la
speculazione ha raddoppiato la dimensione dell’intervento necessario. Questa è
la ragione per cui l’attacco è stato mosso verso i paesi dell’Euro, anche se essi
hanno in media un deficit molto molto inferiore a quello degli Stati Uniti o
della Gran Bretagna ma hanno un potere politico frammentato, diviso e incapace
di reagire agli eventi guardando in faccia alla realtà. Identica è la
spiegazione sul contradditorio comportamento delle società di rating, che hanno
promosso a pieni voti la banca Lemhan fino alla vigilia del fallimento e che
ora gettano ombre di sospetto sull’Italia senza nulla dire riguardo all’enorme
deficit di Gran Bretagna e Stati Uniti.
Intanto a
Bruxelles si continua a discutere sui possibili interventi urgenti della Banca
Centrale Europea e su come i mercati reagiranno domani di fronte alle misure
prese. Se cioè sarà sufficiente un’iniezione aggiuntiva di liquidità alle
banche perché acquistino titoli di Stato dei paesi sotto tiro o se si andrà
verso la più complessa e ipotetica possibilità che sia la BCE stessa a comprare
direttamente tali titoli. Vedremo domani se la decisione presa sarà in grado di
calmare la furia dei mercati ma teniamoci ben in mente che, in ogni caso, si
tratta di un rimedio di breve periodo. Il problema resta quello di creare degli
strumenti di politica economica per tutta l’area dell’Euro che permettano di
evitare i disastri come quello greco e che, se accadono, rendano possibile
imporre nuovi comportamenti in modo rapido e autorevole. Ritorniamo quindi al
nostro problema di costruire una politica economica europea da affiancare alla
politica monetaria, una politica abbastanza forte da imporre e fare rispettare
le regole comuni. E’ proprio quello che i leader europei non hanno nel passato
voluto e che gli eventi di questi giorni costringeranno invece a fare. A meno
che non si voglia la distruzione dell’Euro, cosa che a nessuno giova a
cominciare dalla Germania. Quando fra poche ore si chiuderanno le urne nel
North-Rhine Westfalia si dovrà quindi ricominciare a parlare del nostro futuro,
che esisterà solo se sarà un futuro comune. Per ora l’unica voce ottimista che
ho potuto ascoltare in Germania è quella dell’ex cancelliere Helmut Kohl che,
nel giorno del suo ottantesimo compleanno, mi ha rasserenato assicurandomi che
la Germania è, nonostante tutto, pienamente consapevole del valore positivo ed
indispensabile della solidarietà europea. Mi auguro proprio che abbia ragione. Romano Prodi IM 9
Le fiamme sono
state lasciate correre. E improvvisamente ieri notte a Bruxelles i capi di
Stato e di governo dell’Eurozona, con un Obama più che preoccupato in
collegamento dall’altra parte dell’Atlantico, si sono resi conto che per
spegnere l’incendio finanziario era necessario dispiegare l’intera forza
politica dei due Continenti. In gioco c’è il possibile crollo dell’euro. Con
esso una seconda pesante recessione nel Vecchio Continente con conseguenze
difficili da immaginare.
La situazione
ricorda quella dell’autunno del 2008. Vale a dire quando fallì la banca
d’affari Lehman. Con una differenza, oggi a fare da miccia è uno stato: la
Grecia. La cui crisi si è manifestata già nei primi mesi del 2010 ma che con
inspiegabile leggerezza non è stata affrontata dall’Unione europea e dai Paesi
membri con la forza necessaria e nei tempi giusti. Solo ieri notte i leader
mondiali hanno preso misure eccezionali, la cui efficacia si vedrà lunedì alla
riapertura dei mercati.
La situazione è
precipitata nelle ultime 48 ore. I segnali preoccupanti sono arrivati
inizialmente dalle Borse che hanno registrato non solo forti ribassi, ma anche
errori tecnici e incursioni della speculazione pronta a vendere titoli convinta
di poter ricomprare a prezzi inferiori, scommessa che si è rivelata vincente.
Ma a rendere evidente a banchieri centrali prima e a governi poi che la
situazione rischiava di precipitare è stata ancora una volta una crisi di
fiducia.
Le banche sui mercati
interbancari hanno iniziato a registrare difficoltà nel trovare altri istituti
che prestassero loro denaro se non a tassi di interesse maggiorati. Hanno poi
iniziato a impennarsi i prezzi dei famigerati Credit default swaps (quella
sorta di polizza che gli operatori di mercato usano per assicurarsi contro il
possibile non rimborso dei titoli di Stato e quindi il fallimento dello Stato
stesso). E se fino a qualche giorno fa questo era accaduto per i Paesi deboli
della zona euro come Grecia, Portogallo, Spagna, di colpo anche l’Italia ha
iniziato a soffrire. Questo nonostante una situazione di conti pubblici da
tutti riconosciuta come solida pur a fronte di un debito pubblico elevato.
Mettendo in discussione la solidità della settima potenza industriale al mondo
è stato chiaro che a venir meno era la fiducia sulla intera area dell’euro.
Per troppi mesi
l’Unione europea e anche la stessa Banca centrale, hanno pensato che la moneta
unica potesse garantire di per sé senza alcun tipo di azione, uno schermo eterno
e impenetrabile. Ma se l’euro è uno non tutti i Paesi sono uguali: ecco dove è
stato l’errore. L’Europa deve essere unita nel reagire e a maggior ragione deve
esserlo il governo italiano. Governo, e va a suo merito, che a Bruxelles ha
avuto un ruolo decisivo. Ora la politica dia una risposta forte. Si evitino
liti su temi marginali, senza falsi ottimismi si dica che anche l’Italia non è
immune dalla crisi. Averne consapevolezza ci aiuterà a superare prove che in
futuro potranno rivelarsi difficili.
Daniele Manca CdS
8
Epifani: una crisi epocale e Tremonti ora sta zitto
Un congresso
cominciato mentre in Grecia si scioperava e si moriva in una banca data alle
fiamme, e finito poche ore l’adunata notturna straordinaria dei capi di governo
della Ue per tentare di salvare l’euro. Guglielmo Epifani sapeva che avrebbe
tenuto un congresso «di crisi». Ma non si aspettava di doverlo chiudere
elencando i danni delle agenzie di rating «che non sono le vestali della
verità», chiedendo un Fondo monetario europeo, un’agenzia di rating europea
indipendente. E contrapponendo la debolezza della politica che, è il caso della
Germania, «ha traccheggiato per settimane lasciando spazio alla speculazione».
La crisi «è di
sistema», «è epocale» e avrà ripercussioni gravi anche in Italia. «C’è qualcuno
che ha imbonito il Paese», parlando di crisi passeggera». Invece «siamo al
secondo tempo, mentre il primo non è ancora finito»: si tradurrà in «una
riduzione degli stimoli allo sviluppo e ulteriori tagli all’occupazione». Una crisi
di questo genere può portare «a drammatizzazioni sociali molto forti» e il
compito della Cgil è quello «non lasciare solo chi nella crisi è più debole».
La Cgil di
Epifani, che è stato rieletto con l’87% dei voti (l’82% contando astenuti e
schede bianche), dovrà fronteggiare una manovra da venti miliardi e passa,
saranno tagli ai trasferimenti ai Comuni, tagli alla spesa pubblica, dunque al
welfare, mancanza di prospettive per i precari. «Quanto parlano il silenzio di
Tremonti e il rumore pesante della manovra correttiva», dice Epifani. «Quando
intende il governo aprire un confronto con noi?».
L’esecutivo è
chiamato in causa più volte e accusato di aver approfittato della crisi per
tagliare i diritti di chi lavora. «Ci vorrebbe un suo atto di saggezza e
responsabilità»: gli chiedo di fermarsi un attimo e di fronte alla crisi
rinunciare allo smantellamento dei diritti». Il riferimento al ddl sul lavoro,
quello sull’arbitrato, ma non solo e allo Statuto dei lavori che nelle
intenzioni del ministro Maurizio Sacconi deve sostituire lo Statuto dei
lavoratori. Se la riduzione dei diritti continua «la Cgil si opporrà con tutte
le sue forze, la proposta e la lotta».
SENZA UNITÀ Fin
qui sono punti che tutta la Cgil condivide. Ma il XVI congresso si è chiuso
senza unità. La maggioranza (82,9%) e la minoranza (17,9%) sono divise su
alcuni punti cruciali, il sistema contrattuale, il rapporto con Cisl e Uil,
come reagire agli attacchi del governo e delle imprese. Cosa pensa la minoranza
era stato riassunto in mattinata dal leader Fiom Gianni Rinaldini: Per arrivare
all’unita d’azione con Cisl e Uil bisogna necessariamente stabilire e fissare
le regole democratiche. «Qualsiasi trattativa che non abbia definito in
precedenza cosa succede se a quel tavolo ci sono posizioni diverse tra le
organizzazioni, è viziata in partenza, è falsa» ha detto. Quindi «l’unità
sindacale, che pure deve essere l'orizzonte di riferimento, non è al momento
praticabile». Rinaldini non ha visto in proposito un’apertura di Raffaele
Bonanni «ci ha detto che i lavoratori si consultano solo quando c'è accordo tra
le organizzazioni». Ancora: «Non si può parlare di unità sindacale in termini
normali, quando si approva un collegato che cancella il diritto del lavoro».
Sul che fare, Rinaldini propone la costituzione di un «blocco sociale», come
quello che contrastò il Libro Bianco di Maroni nel 2001».
La replica di
Epifani è arrivata con la conclusione: ha rivendicato la bontà della scelta
della categorie di firmare i contratti, perché questo consente alla Cgil di
venire fuori dall’angolo e lavorare per la «riconquista di un nuovo modello».
Non si può fare solo «resistenza», «il conflitto da solo non porta a nulla».
Quindi il dialogo con Cisl e Uil deve ripartire «dai punti su cui è possibile»:
la democrazia, la rappresentanza, il Sud e il fisco». L’unanimità non c’è,
Guglielmo Epifani chiude il suo ultimo congresso da leader con questo
rammarico: «Un segretario generale che può essere contento di questo», «si
finisce, però, con una linea chiara». E spetta ancora a lui metterla in
pratica, fino a settembre. Il che «mi evita commiati», ha detto. E ha salutato
la Cgil con un «Buon giorno». Perché è comunque un giorno nuovo. Felica Masocco
L’U 9
Il vulcano
Eyjafjalla ha ripreso ad eruttare la sua nube di cenere in modo intenso e
minaccioso. Già ci ha fatto assistere a un evento inaudito, quasi a una
grandiosa simulazione di crisi: ha costretto cioè le nazioni d’Europa a
sospendere per alcuni giorni il volo degli aerei, rimettendosi all’uso di treni
e automobili. I disagi delle persone rimaste a terra e le gravi perdite
economiche delle compagnie aeree hanno distratto dalla portata simbolica
dell’avvenimento. Infatti è sembrato quasi un avvertimento, emesso da una
esigua porzione di terra, impastata di ghiaccio e di fuoco, agli uomini che
hanno orgogliosamente colonizzato il cielo. Si pensa a cosa potrebbe accadere
nel consorzio civile se il fenomeno si estendesse per un maligno complotto di
bocche vulcaniche, che aggiungesse nuovi disastri ai più consueti, devastanti
terremoti o nubifragi.
Senza indulgere a
visioni apocalittiche, siamo indotti a riflettere leopardianamente sulla
precarietà delle «umane sorti e progressive», a rinnovare e rinforzare il patto
di solidarietà nei confronti dell’«umana compagnia». Non altro ci è dato,
apprestando i possibili ripari, contro una natura che sa rivelarsi matrigna. Ma
un altro evento, verificatosi a breve distanza di tempo, colpisce a contrasto
la nostra immaginazione. Nel Golfo del Messico è il fondo del mare, violato
sconsideratamente dalle trivelle dell’uomo, che erutta petrolio. L’untuosa
marea nera semina inquinamento e distruzione lungo le coste d’America, nel
paradiso naturale costituito dal delta del Mississippi. Muoiono i delfini e i
pellicani, gli alligatori e le tartarughe, si disperano le genti rivierasche
private delle loro risorse ittiche e turistiche. Sembrerebbe che basti e avanzi
l’imponderabile, senza che l’uomo ci metta del suo venendo meno, per avidità e
tecnologica presunzione, a ogni senso del limite.
I responsabili
dell’immane sciagura promettono di risarcire il danno, ma si tratta di un’altra
manifestazione di tracotanza perché il male, già difficilmente quantificabile
in termini finanziari, non può restituire alla vita ciò che è andato
irrimediabilmente perduto. Là dove la natura mostra il suo volto innocente e
benigno, provvede l’uomo a sfigurarla e, si direbbe, a provocarla. LORENZO
MONDO LS 9
Inadeguata la legge contro le intercettazioni
Giusto limitarle e
cercare di ridurne la pubblicazione durante il segreto istruttorio. Però punendo i magistrati, non i giornalisti
che informano
Mentre nel Pdl incombe ancora la disputa tra
i seguaci di Berlusconi e di Fini, si riaprono le polemiche sulle riforme da
fare, in particolare sul disegno di legge, elaborato dal Ministro della
Giustizia, Alfano, che ha lo scopo di ridurre le intercettazioni telefoniche
(100.000 all’anno, contro le 20.000 della Francia, le 5.500 dell’Inghilterra,
le 3.700 dell’Olanda, le 2.300 della Svizzera e le 1.705 degli Usa, pari ad una
spesa annua di 280 milioni di euro); di renderle lecite solo per reati che
comportano una pena di almeno 10 anni, esclusi quelli di mafia, terrorismo e
corruzione pubblica; di limitarle nel tempo (non oltre 3 mesi); di proibirne la
stampa prima della fine delle indagini preliminari.
Com’era prevedibile, già al suo arrivo alla
Camera, un anno fa, il testo non era piaciuto: i magistrati ritennero
“assolutamente irragionevole il divieto di disporre nuovi ascolti sulla base
dei contenuti d’intercettazioni lecitamente acquisite”, e puntarono il dito sul
rischio che generi equivoci e intralcino le indagini il limitarle a quando ci
sono “evidenti indizi di colpevolezza”. Furono contrari anche i direttori dei
giornali, soprattutto i loro editori che, per il previsto reato di
“pubblicazione arbitraria”, potrebbero essere sottoposti a sanzioni pecuniarie
fino ad un massimo di 465.000 euro (con ciò che ne consegue sul bilancio del quotidiano
o del settimanale in questione); in qualche caso, all’arresto (2 mesi; 6 per
chi rivela atti coperti da segreto istruttorio).
Le nuove norme furono comunque approvate
grazie al voto di fiducia, ma criticate anche dal Capo dello Stato secondo il
quale “è, sì, opportuno intervenire in merito, senza però esagerare”. Di
conseguenza, aderendo all’invito di Napolitano, prima di passarlo alla
commissione del Senato furono apportati alcuni emendamenti al testo: smussati i
limiti imposti alla magistratura, rimaneva però immutato il cosiddetto
“bavaglio alla stampa”. Decisione derivante anche dalla selvaggia pubblicazione
delle “chiacchierate” riguardanti il Capo della Protezione civile, Bertolaso,
e, soprattutto, della telefonata del Capo di Governo al responsabile del
telegiornale di Rai1, Minzolini, al quale il Cavaliere chiedeva se era
possibile, in qualche modo, mettere la museruola ai vari Santoro, Floris e
compagnia bella. All’epoca, i giornali antiberlusconiani avevano preso al volo
l’occasione per insozzare Bertolaso e per insistere sul “neofascismo” di
Berlusconi, reo di “porre limiti alla libertà di stampa e di opinione”, anche
se ciò esponeva a pubblico ludibrio gli interessati, prima ancora che fosse
terminata l’indagine istruttoria.
In effetti, da tempo arrivano, dalle sedi
giudiziarie alle redazioni dei giornali, atti d’ufficio ancora coperti da
segreto istruttorio o avvisi di garanzia: basta ricordare che, nel 1994, gli
Italiani, compreso il diretto interessato, seppero dal Corriere della Sera che
il Capo di Governo, Berlusconi, era stato inviato a giudizio per corruzione.
Inevitabile la decisione di porre fine a tale indegnità con una legge che sarà
anche “ad personam”, come molti affermano, ma che indubbiamente può servire ad
altri politici, qualora invisi a questo o quel magistrato. Può avere, quindi,
una sua giustificazione questa “guerra santa” (definizione di Berlusconi)
contro le intercettazioni e la loro pubblicazione.
Alla quale sembrava essersi adeguata anche
l’opposizione che però aveva preteso, anche su suggerimento di qualche
magistrato, di cambiare la formula “evidenti indizi di colpevolezza”, necessari
a far scattare l'ascolto, in “gravi indizi di reità”, sostenendo che, se un
reato è stato commesso, ma non si sa da chi, le intercettazioni servono appunto
per trovare il colpevole. Da qui il cambio di rotta (compresa quella relativa
alle intercettazioni dei parlamentari, regolate dalla legge Boato), pur
restando alcuni paletti: l'indagato, infatti, potrà essere intercettato solo
sulle sue utenze e su quelle che hanno “un rapporto oggettivamente collegabile
alla (presunta) attività criminosa”. In caso contrario, scatta
l'inutilizzabilità delle registrazioni: e l’obbligo della non pubblicazione, né
letteralmente né per stralci, degli atti giudiziari, ma soltanto riferiti “per
riassunto”, con relativa pena pecuniaria o carceraria.
Modifiche che non sono bastate a far ridurre
le critiche dell’opposizione: Di Pietro minaccia addirittura di far leggere le
intercettazioni in Parlamento, facendole così diventare automaticamente
pubbliche; il Pd, dimenticando che avrebbe voluto emanare un testo similare,
quando gli intercettati erano Prodi, Mastella o D’Alema, sostiene che “in
questo modo si limitano le indagini e si mette il bavaglio alla stampa”. Come
andrà a finire lo si saprà solo tra un paio di mesi - dissidio Fini/Berlusconi
permettendo -, l’iter parlamentare prevedendo la votazione a maggio al Senato e
a giugno di nuovo alla Camera.
E’ evidente che sia necessario un maggior
controllo delle intercettazioni per impedirne, tra l’altro, la pubblicazione di
quelle che “fanno comodo” all’opposizione, di qualunque colore essa sia, e ai
magistrati che se ne servono per incastrare i politici non graditi. Ma è vero
anche che, finora, non si è mai trovato, quindi punito, il colpevole
principale, cioè chi passa di soppiatto le informazioni alla stampa. D’accordo,
sarà difficile individuare chi, dagli uffici giudiziari, fa la spia: ma perché
non punire, al posto dei giornalisti, il magistrato titolare dell’indagine che
non ha saputo, o ha finto di non sapere, difendere il segreto d’ufficio?
Domanda che meriterebbe risposta dagli addetti ai lavori. Egidio Todeschini,
de.it.press
Maroni e la «cittadinanza breve»: con noi al Viminale non passerà
Il ministro: è
demagogia chiedere che diventi italiano chi non è nato qui
«Fermeremo il ddl
svuotacarceri se non ci saranno nuovi agenti»
ROMA — Di sabato
Roberto Maroni è a casa, a Varese, anche per festeggiare San Vittore martire,
il patrono della città: «Era un guerriero proveniente dalla Mauritania, un
extracomunitario, convertito al cristianesimo, che arrivò qui e fu trucidato
dai romani. Ma vendette cara la pelle...», racconta il ministro dell’Interno
dopo aver ricevuto il premio «Girometta d’oro» che lo riporta agli anni in cui
lui, da consigliere comunale dell’opposizione, muoveva i primi passi in
politica.
Oggi, però,
quell’immigrato della Mauritania avrebbe seri problemi a prendere il passaporto
italiano. Per questo, ministro, siamo allo scontro sulla cittadinanza breve con
i finiani che accusano la Lega di sparare «balle demagogiche a buon mercato».
«Non c’è nessun
duello. Ci sono due visioni diverse del problema. Il nodo non sono i 5 anni in
più o i 5 anni in meno per l’acquisizione della cittadinanza. Questo è un falso
problema tant’è vero che il ministro leghista dell’Interno, contrario a ridurre
i tempi da 10 a 5 anni, nel 2009 ha il record di richieste evase positivamente
rispetto a tutti gli anni precedenti: 42 mila nel 2009, 40 mila nel 2008, 37
mila nel 2007. E questo grazie a procedure più snelle».
Perché, allora, la
Lega sta "sabotando" la proposta bipartisan Granata (Pdl)-Sarubbi
(Pd) che mira a dimezzare l’attesa per la cittadinanza?
«Il problema è il
passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli. La cittadinanza non si può
acquisire solo per il fatto di essere nati in Italia anche perché — con la
crisi economica, il terrorismo internazionale e le pressioni migratorie così
forti — qualcuno mi spieghi perché dovremmo spingere su questo tasto che non è
una priorità».
Quindi, par di
capire che finché al Viminale ci sarà un ministro della Lega è inutile parlare
di jus soli?
«Questa dello ius
soli è una campagna demagogica perché non si hanno argomenti per contrastare le
politiche del governo che stanno dando buoni risultati anche in tema di
integrazione».
Oltre allo
slittamento del fronte dell’immigrazione sulla costa libica, può indicare altri
risultati ottenuti?
«E’ crollato il
numero dei minori non accompagnati sbarcati e questo ha permesso ai comuni di
utilizzare in altro modo le risorse per l’integrazione. Su questo inviterei chi
definisce noi della Lega come dei cinici buzzurri a leggersi una ricerca della
Bocconi, curata dal professor Tito Boeri, dalla quale emerge un dato
interessante sulle città che integrano di più gli stranieri: al primo posto,
sorpresa, c’è Verona (amministrata dal leghista Tosi, ndr) che ha applicato
politiche di rigore nei confronti dei clandestini ma anche di disponibilità sul
tema della cittadinanza».
Per un immigrato
regolare, dunque, è più vantaggioso vivere in un comune amministrato dalla
Lega?
«Nella gestione
del territorio, là dove noi ci siamo e dove sono assenti molti di quelli che
parlano a Roma, i sindaci della Lega hanno sviluppato un sistema di eccellenza
nell’integrazione. A Verona, il sindaco ha fatto sparire i vu cumprà dalle
strade e ha stroncato le occupazioni abusive delle case. Per questo, i regolari
si sentono più sicuri».
Non accettereste
neanche una via di mezzo: niente jus soli per far passare la cittadinanza dopo
5 anni?
«Questo nel
programma di governo non c’è. Le priorità sono altre: la crisi economica, il
contrasto alla mafia, l’aiuto ai sindaci e il federalismo fiscale».
A proposito di
federalismo fiscale, non è che la crisi dell’euro rischia di far svanire il
vostro sogno?
«Sarebbe una
tragedia. Però io dico che la via maestra per rientrare dal debito pubblico e
per migliorare i conti è quella del federalismo fiscale. Per cui questa crisi
dell’euro sarà un acceleratore per l’attuazione del federalismo».
La manovra
correttiva è in arrivo?
«Non ci sono
notizie. L’altra sera sono stato a cena con Bossi e con Tremonti ma non ne
abbiamo parlato».
Se i finiani
insistono sulla cittadinanza, la Lega fa il controcanto sul ddl Alfano che
prevede gli arresti domiciliari per circa diecimila carcerati.
«Né controcanti né
imboscate della Lega. Io so solo che noi siamo coerenti a differenza di altri
che cambiano idea».
Gianfranco Fini è
sponsor autorevole della cittadinanza.
«Fini disse queste
cose già 10 anni fa. Non le condivido. Ma riconosco la sua coerenza».
Sul ddl carceri,
però, lei si è rimangiato il voto favorevole espresso in consiglio dei
ministri?
«L’ho votato quel
ddl perché sul principio della riabilitazione del condannato siamo tutti
d’accordo. Poi, però, i responsabili della polizia hanno fatto le verifiche e
si sono allarmati. Uscirebbero 10.500 detenuti che, aggiunti agli attuali
3.500, porterebbero la quota dei domiciliari a 14 mila. Il che significa
riorganizzare il sistema di controllo con un impiego notevole di uomini e
mezzi. La Lega presenterà un emendamento alla Camera per chiedere l’assunzione
di un contingente straordinario di poliziotti per effettuare i controlli sui
domiciliari. Ho bisogno di più uomini e di più volanti, altrimenti non se ne fa
niente. Inoltre, se si tratta di 2000-3000 detenuti si può ragionare ma chi ha
condanne brevi per reati di grave allarme sociale non può cavarsela senza un
giorno di carcere. Se ne è parlato in consiglio dei ministri: le nostre ragioni
le ha esposte Calderoli. So che Berlusconi ha riconosciuto l’esigenza di una
correzione». Dino Martirano CdS 9
Pd, Veltroni duro con la linea Bersani". "E il premier è fuori
dalla democrazia"
L'ex segretario
interviene al seminario di Area Democratica. "No a scissioni. Ma serve una
nuova linea e basta parlare solo di alleanze". "No ai comitati di
liberazione contro Berlusconi". Attacco al premier: "Non dura tre
anni senza elezioni. E quando si ascoltano le telefonate degli
avversari...". Replica di Bonaiuti: "Mai successo".
AREZZO - A
Franceschini dice: nessuna scissione. Semmai un deciso cambio di rotta del Pd e
un secco atto d'accusa verso chi, attualmente, lo dirige. "Noi siamo quelli
che al partito ci credono di più, quelli che lo hanno fatto nascere"
esordisce Walter Veltroni al seminario di Area Democratica (la minoranza uscita
dal congresso che ha eletto Pierluigi Bersani). L'ex segretario non segue chi,
ieri, aveva ipotizzato uscite dal partito. Ma non risparmia critiche,
durissime, all'attuale dirigenza: "Non possiamo continuare con i
conservatorismi, serve che il Pd mantenga la sua identità, quel Pd che forse
abbiamo messo troppo tempo a fare ma a nessuno è permesso di disfare".
Anche perché Berlusconi "è fuori dalle regole della democrazia" e
"non è in grado di reggere tre anni senza elezioni".
E' la linea uscita
dal congresso che va vista sotto "un'altra luce", scandisce Veltroni.
Una linea che si fondava su due punti: l'alleanza con l'Udc e partito
strutturato sul territorio. Ma, ragiona l'ex segretario, l'intesa con i
centristi è andata male, ("l'Udc abbia perso consensi laddove si è alleato
con il Pd"), mentre "in una società come la nostra è sbagliato pensare
ad un partito pesante".
"Lasciate
stare Fini". Veltroni non cita Bersani ma a lui si riferisce quando boccia
"i comitati di liberazione nazionale contro Berlusconi", chiedendo
che il Pd ritrovi "l'orgoglio dell' identità". "Se la destra è
in crisi - sottolinea l'ex sindaco di Roma - l'ultima cosa che dobbiamo
fare è chiuderci in noi stessi, loro possono frantumarsi ma se noi di fronte a
questo riproponiamo una coalizione antiberlusconiana sbagliamo di grosso".
Insomma "sbagliamo se ci arrocchiamo, è l'errore che fanno tutti i
soggetti deboli, la sfida è aprirsi". E basta ridurre la strategia del
partito ad una continua ricerca delle alleanze: "Obama non ha detto 'devo
cercare di allearmi con qualcuno'".
"Serve
coraggio". Chiede luoghi di discussione, l'ex segretario. Che boccia
"i caminetti" (il riferimento è alla riunione del 27 aprile con i big
del partito ndr) e le coalizioni "semplicemente antiberlusconiane".
Bisogna, invece, avere "il coraggio del lungo respiro",
"accendere la fiducia". Unire le parole "cambiamento e
innovazione" al Pd: "La sfida e' aprirci, cercare le forme e il
linguaggio dell'apertura''. E nessuno pensi ad "arruolare" Gianfranco
Fini: "'Faremo un torto gravissimo alla reale maturazione dei suoi
convincimenti se dicessimo all'opinione pubblica che è diventato un pezzo del
centrosinistra".
Il rischio
democrazia. Veltroni cita l'ormai famosa telefonata tra Fassino e Consorte 1
che sarebbe stata ascoltata dal premier. "Se fosse vero - continua - che
il presidente del Consiglio ha ascoltato una registrazione che gli veniva
offerta per motivi di ricatto di un leader dell'opposizione come Fassino
saremmo di fronte a qualcosa di gigantesco, qualcosa che in altri Paesi europei
avrebbe portato a gravi problemi istituzionali, siamo oltre i confini della democrazia,
delle regole del gioco, siamo alla mitridatizzazione".
La replica di
Bonaiuti. Poco dopo, su questo argomento, arriva una nota di Paolo Bonaiuti:
"Stupisce che ancora una volta Veltroni usi in maniera polemica una
circostanza mai avvenuta, quella dell'ascolto della registrazione di una
telefonata tra Fassino e Consorte da parte del presidente Silvio Berlusconi. Si
tratta di un tentativo di ricostruzione del tutto fantasioso, privo di
fondamento, e già più volte smentito, l'ultima giovedì scorso".
L'intervento di
Franceschini. Ieri Franceschini aveva usato toni ben più netti sul fronte
contrasti interni al partito. "Il Pd o mantiene questa sua vocazione fatta
di coraggio e innovazione o lentamente si spegne e si divide" aveva
scandito l'ex segretario democratico davanti alla platea di Area democratica.
Ma più che una divisione consensuale Pierluigi Castagnetti paventa una vera e
propria epurazione della minoranza. L'ex leader popolare, sempre ieri, era
stato chiaro: "La maggioranza persegue il disastroso disegno di
disarticolare il paesaggio politico che fuor da metafora implica una spaccatura
del Pd. E' il momento di dircelo chiaramente: non c'è qualcuno che se ne vuole
andare. C'è qualcuno che vuole che qualcuno esca per riarticolare il paesaggio
politico. E questa sarebbe una sciagura: sarebbe la fine del Pd". Toni
ultimativi che, oggi, Franco Marini smorza. "Area Democratica deve
chiedere anche di avere una rappresentanza all'interno dell'organizzazione del
partito - dice Marini - Combattendo e facendosi valere. Guai a spaccare il
partito". Poi tocca a Veltroni, che finisce con una standing ovation. LR 8
Conti all'estero, s'indaga su Bertolaso. Nel mirino anche gli affari del
cognato
Guido Bertolaso fu
sentito per cinque ore dai magistrati di Perugia il 13 aprile scorso. Ma gli
investigatori ancora non sapevano, e lui si guardò bene dal dire, che tra lui e
il costruttore Anemone c’erano stati rapporti diretti e privati di lavoro tra
il 2006 e il 2007 con relativa emissione di fatture e assegni. Così ha colpito
non poco gli stessi investigatori il fatto che venerdì il Capo della Protezione
civile e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, indagato per corruzione
nell’inchiesta sulla cricca che tra Lavori Pubblici e Protezione civile ha
gestito i grandi appalti con un sistema gelatinoso di corruttela, abbia
ottenuto l’uso della sala stampa di palazzo Chigi, cioè del governo, per
pronunciare la sua vibrata arringa. «Si vede che si era scordato di
quell’assegno, dettagli che avrà giudicato insignificanti» è stato il commento
di chi cerca di capire fin dove arriva il sistema gelatinoso.
In attesa che le
verifiche contabili di Finanza, Ros dei carabinieri e polizia accertino altri
rapporti diretti tra il costruttore Anemone e parenti e amici di pubblici
funzionari e/o ministri - come quelli che hanno permesso l’acquisto delle case
per i figli di Balducci, del generale Pittorru e del ministro Scajola - la
procura di Perugia ha chiesto alla Banca d’Italia di avere informazioni circa eventuali
conti all’estero di 70 persone tra cui anche Guido Bertolaso e il cognato
Francesco Piermarini. «Si richiede la collaborazione di codesta Unità di
Informazione Finanziaria - si legge nella richiesta - in relazione alla
segnalazione di operazioni sospette e di informative pervenute da Fiu estere in
relazione ai seguenti soggetti». Segue una lista con i nomi di tutti i
protagonisti e le seconde file dell’inchiesta, da Balducci alla moglie Rosanna
Thau, dagli imprenditori Fusi, Di Nardo, Carducci e Rocco Lamino a impiegate
prestanome e sacerdoti come don Evaldo Biasini, la banca occulta del sistema
Anemone. Tra questi, appunto, anche Bertolaso e il cognato Francesco
Piermarini. Scrive il gip di Firenze Rosario Lupo a pagina 11 della prima
ordinanza di custodia di questa vicenda: «Nel pur breve periodo di monitoraggio
(telefonico ndr) a carico di Guido Bertolaso, emergeva altresì che, in evidente
conflitto di interesse, il cognato di Bertolaso, Francesco Piermarini, di
professione ingegnere, è stato impiegato nei cantieri della Maddalena relativi
al vertice G8. Sono altresì emersi rapporti tra il predetto Piermarini e Diego
Anemone».
Ora, sommando
queste righe alla richiesta di verifica sui capitali all’estero «al fine -
scrivono i magistrati - di individuare i proventi dell’attività di corruzione»,
e al fatto che la posizione di Bertolaso è ancora lontana, pare, dall’essere
archiviata, si capisce perchè molti potenti stanno ancora tremando. E perchè
Bertolaso abbia deciso di uscire allo scoperto: meglio una conferenza stampa di
una giornalata.
Prima operazione:
«Nel 2006 - ha spiegato Bertolaso - ho pagato con questo assegno 20 mila euro
ad Anemone per lavori di falegnameria in casa mia». Prima e dopo di lui, molti
altri. Seconda operazione: «Nel 2007 mia moglie Gloria, architetto
paesaggistico, ha svolto una consulenza per il Salaria sport village di
Anemone. Ma anzichè incassare i previsti 99 mila euro mia moglie ne ha
incassati solo 25 mila. Aveva interrotto la consulenza per motivi di
opportunità».
Gli affari del
cognato Ciò di cui il grande capo della Protezione civile non parla è il ruolo
di Francesco Piermarini, il cognato, e i rapporti con Anemone. E’ certo che il
nome Piermarini è sinonimo di business, dai rifiuti all’edilizia, dalle
consulenze di eventi alla produzione di film. Il tutto grazie a varie società
che annoverano tra i soci nomi eccellenti dell’imprenditoria. Forse è questo il
filo che adesso gli investigatori stanno per tirare.
Bertolaso afferma:
«Non sono ricattabile, non ho mai mentito agli italiani». Nulla dice, però, sul
numero di appalti vinti dal gruppo Anemone negli ultimi dieci anni che dagli
anni del Giubileo hanno fatto schizzare il gruppo da anonima ditta di
costruzione a società con fatturato oltre i 40 milioni di euro. Con appena 26
dipendenti.
Diego Anemone esce
oggi dal carcere di Rieti dopo tre mesi di detenzione. Il costruttore, che
nelle intercettazioni si lamentava di dover sistemare troppa gente - figli,
nipoti e cognati - sa molto di tutti. Finora ha sempre negato: «Mai dato soldi
ad alcuno».
Oggi comincerà a
fare i conti se ancora sia questa la linea difensiva che più gli conviene.
Claudia Fusani L’U 9
Piccoli mondi per bambini di ogni età
Dal plastico
ferroviario intercontinentale di Amburgo, ai siti Unesco di Nikko, Giappone,
dall'Europa in scala di Bruxelles all'Italia di Rimini, il fenomeno dei parchi
di miniature - di Lara Gusatto
Un treno che
unisce la Svizzera agli Stati Uniti esiste, ma solo nel mondo costruito ad
Amburgo da due gemelli appassionati di ferromodellismo. Un tedesco trentenne,
passeggiando con la fidanzata per le strade di Zurigo si ritrova ad ammirare la
vetrina di un negozio di trenini e in lui si risvegliano le passioni di un
tempo. Così nel luglio del 2000 nasce l'idea del plastico ferroviario in
miniatura più grande del mondo: Miniatur Wunderland.
"Volevamo
creare un mondo che lasciasse incantati e stupiti uomini, donne e bambini: un
luogo per tutta la famiglia" dichiara ora entusiasta (con gli oltre 3
milioni di visitatori registrati) il fratello gemello di Frederik, Gerrit,
inizialmente scettico sulla fattibilità del progetto. In poche ore è così
possibile compiere un viaggio ideale tra gli Stati Uniti, la Svizzera, la
Scandinavia, la Germania e le Alpi austriache salendo e scendendo dai trenini
(oltre 700), ma non solo: sui 1150 metri quadrati di plastico si muovono anche
carrozze, camion dei pompieri, automobili e navi cargo. Un prodigio
dell'ingegneria in continua espansione. Non bastavano le Montagne Rocciose, il
Grand Canyon, Las Vegas e il Monte Rushmore negli States, né il fiordo in
Norvegia, lo stadio di Amburgo, il monte Cervino o la città ideale (nel senso
che se la sono inventata) di Knuffingen: i costruttori sono alle prese con
altri lavori certosini da completare entro il 2014.
Alle già
innumerevoli stazioni ferroviarie andranno aggiunte le fermate di Pisa,
Firenze, Venezia, insomma la sezione "Bella Italia"; riconoscimento
anche ai cugini francesi (che mondo sarebbe senza la Torre Eiffel?) e spazio ai
"nuovi" mezzi di trasporto: i trenini sono affascinanti, ma gli
abitanti di Miniatur Wunderland presto potranno spostarsi anche in aereo
grazie alla costruzione di un hub.
Mini-mondi nel
Mondo. Certo è difficile competere con un mini-mondo "vivo"
come quello di Amburgo, ma le bellezze da visitare disseminate in ogni angolo
del globo sono talmente tante che ogni Paese si è costruito il suo plastico
ideale permettendo così bizzarre esperienze.
Austria. Per
vedere il Taj Mahal coperto di neve l'unica soluzione è recarsi al Minimundus
di Klagenfurt in Austria. Sulle rive del lago alpino di Wörth sorgono 140
modelli in scala 1:25 delle più belle opere architettoniche dei cinque
continenti riprodotte, quando è tecnicamente possibile, con i materiali
originali. Un'occasione unica per scattare un foto tra la Casa Bianca e il
castello di Cenerentola di Neuschwanstein.
Belgio. Altro che
inter-rail, per girare l'Europa ci vogliono poche ore e un viaggio fino a
Bruxelles dove si trova la Mini-Europe. Oltre 300 monumenti e luoghi
caratteristici permettono ai visitatori di passeggiare nella tipica atmosfera
delle più belle città del Vecchio Continente. I rintocchi del Big Ben danno il
benvenuto nel cuore di Londra; le gondole e i mandolini aprono le porte di
Venezia e il treno ad alta velocità TGV sfreccia per il plastico della Francia.
I modellini inoltre sono messi in movimento dagli stessi ospiti e riproducono:
l'eruzione del Vesuvio, la caduta del Muro di Berlino e la corrida a Siviglia.
LR 9
Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e gli italiani nel mondo
Roma - È stato molto bello il discorso che
mercoledì scorso il Presidente Napolitano ha tenuto a bordo della nave
Garibaldi in occasione della cerimonia celebrativa del 150° anniversario della
partenza dei Mille. Ogni giornale italiano dovrebbe pubblicarlo integralmente;
in ogni scuola dovrebbe essere distribuito a studenti e professori; ogni
ufficio pubblico dovrebbe tenerlo ben in vista; ogni consolato dovrebbe esporlo
alla vista dei cittadini italiani all’estero. Lo dico perché, come scriveva
ieri l’on. Marco Fedi, su "un punto gli italiani nel mondo, oltre ogni
logica di appartenenza, sono assolutamente e fermamente solidali: l’unità della
nazione, il legame nazionale che ci unisce, dal nord al sud".
Dunque le celebrazioni
del 150° anniversario dell’Unità d’Italia sono un momento importante che
riguarda anche gli italiani nel mondo. Una ricorrenza che, a mio avviso, va
interpretata oggi come l’Unità non solo dell’Italia tra Nord, Centro e Sud, ma
anche dell’Unità tra italiani in Italia e italiani nel mondo, che per troppo
tempo sono stati dimenticati o considerati cittadini di serie B, pur avendo
sempre mantenuto un rapporto costante con il Paese d’origine. E oggi, dopo una
breve parentesi di attenzioni varie e il riconoscimento delle rappresentanze
parlamentari, rischiano di essere ricacciati in un angolo.
Napolitano, nel
suo discorso, ha fatto un importante rifermento al volontariato, spiegando come
"senza l’apporto del volontariato non sarebbe stata concepibile la
spedizione dei Mille". Questo mi fa pensare a quanto, ancora oggi, il
volontariato sia importante tra gli italiani all’estero per l’apporto che essi
danno all’Italia.
Da sempre i nostri
connazionali si sono organizzati in associazionismo volontario: dalle società
di mutuo soccorso all’associazionismo regionale, alle rappresentanza di base e
intermedie quali Comites e CGIE che, pur facendo un gran lavoro per le comunità
ed essendo istituite da leggi dello Stato, funzionano esclusivamente su base
volontaria, senza retribuzione alcuna dei propri membri. Italiani che
sacrificano tempo libero spesso sottratto alle vacanze e alle famiglie, che
spendono risorse proprie e che si mobilitano quotidianamente per il solo amore
verso l’Italia e gli italiani, che siano essi in patria o all’estero, per
provare a lavorare alla soluzione dei problemi che ci troviamo di fronte.
E il Presidente
Napolitano, questo impegno volontario e cocciuto, lo spiega bene quando dice
che "si nutre di un più forte senso dell’Italia e dell’essere italiani, di
un rinnovato senso della missione per il futuro della nazione". Un senso
di missione che gli italiani all’estero hanno sempre conservato, ovunque si
siano trovati. Per questo, quindi, penso che anche all’estero ognuno di noi dovrà
fare la propria parte per celebrare questa importante ricorrenza. Anche il
Partito Democratico all’estero dovrà mobilitarsi, promuovere iniziative,
eventi, discussioni per ricordare che l’Italia è una e indivisibile, come
recita la sua Costituzione e che, come ha ricordato il Presidente,
"vogliamo far rivivere nella memoria e nella coscienza del Paese le
ragioni di quell’unità e indivisibilità come fonte di coesione sociale, come
base essenziale di ogni avanzamento tanto del Nord quanto del Sud in un sempre
più arduo contesto mondiale. Così, anche celebrando il 150°, guardiamo avanti,
traendo dalle nostre radici fresca linfa per rinnovare tutto quel che c’è da
rinnovare nella società e nello Stato". Compreso il suo spezzone
all’estero. Eugenio Marino, responsabile italiani nel mondo del Pd
Giornata del Siciliano nel Mondo 2010: “Sicilia Regione di Europa e del
mondo”
“Sicilia Regione di Europa e del mondo””
è il tema di quest’anno della “Giornata del Siciliano nel Mondo” 2010,
organizzata da Sicilia Mondo per celebrare la ricorrenza del 64° Anniversario
della Costituzione dello Statuto della Regione Siciliana, avvenuta il 15 Maggio
1946.
La Giornata, lanciata da Sicilia Mondo
nel 1997 e giunta alla XIV
edizione, è divenuta per milioni di siciliani
sparsi nelle varie parti del mondo, l’appuntamento annuale per la gioia di incontrarsi, stare insieme, ripercorrere
ricordi, valori e momenti magici di amicizia, di tradizioni e di festa.
Ricordare la nascita della Regione ed il clima aggregante della sicilianità.
Mai dimenticata.
Ma anche un momento per riscoprire
l’orgoglio di essere siciliani e rinnovare l’impegno per una “grande Sicilia”.
Le testimonianze degli anni precedenti ci
dicono di una manifestazione che si è saldamente istituzionalizzata, sempre più
diffusa e sentita per il suo significato istituzionale e motivo tra i
corregionali all’estero.
A Catania, la “Giornata del Siciliano nel
Mondo” sarà celebrata Lunedì 17 Maggio, nel salone della Associazione di Via
Renato Imbriani, 253.
Saranno presenti delegazioni provenienti
dall’estero.
Come ogni anno, sarà presentata la
Rassegna Stampa Sicilia Mondo 2009, presenti all’incontro le Istituzioni
locali, le altre Associazioni, i rappresentanti delle forze sociali e la
stampa. Sicilia Mondo, De.it.press
Rilancio della Federazione dei Fogolârs Furlans della Svizzera
Carissimi amici
presidenti e rappresentanti delle associazioni Fogolâr Furlan
in Svizzera,
Dopo Ginevra,
novembre 2009, la Federazione dei Fogolâr Furlan in Svizzera si è riunita alla
Casa d’Italia a Berna sabato 20 marzo 2010. Erano presenti i signori Jus - San
Gallo, Cella -Ticino, Chiararia –
Ginevra, Steffanon - Lucerna, Fabbro -
Basilea, Fornasiere - Berna, Zanini -
Frauenfeld, De Stefano - Zugo, Zanuttini
- Friburgo e Paronitti – Bienne.
Dopo anni
d’inattività, la Federazione riparte con un gruppo di dieci Fogolârs, tutti
decisi a continuare quest’unione e dare una nuova spinta in avanti, dotandosi di nuove regole e con la dovuta
serietà che distingue le nostre associazioni. Con la numerosa presenza, la Federazione intende onorare le
associazioni friulane in svizzera e i friulani in particolare.
La nostra
Federazione è alle porte dei 40 anni di esistenza ed è il 24 ottobre che ci
ritroveremo tutti insieme per festeggiare questa data importante, riconoscenti
del contributo dato a tutte le associazioni friulane, sia come guida quale
motore trainante in ogni momento dei passati 40 anni, attenendosi alla serietà
delle sue azioni.
Dalla riunione
sono scaturite due novità : 1) la direzione sarà gestita da un Coordinatore,
questo compito è stato assegnato a Sergio Paronitti, eletto all’unanimità
considerando la sua competenza ed il carisma dimostrato nella gestione delle
precedenti fasi come presidente. 2) sarà coadiuvato da 3 vice presidenti, per
la zona di lingua tedesca , l’amico
Bruno Jus, di San Gallo, per la zona francofona Giuseppe Chiararia di Ginevra
e, per la zona Italiana, Silvano Cella Presidente uscente. L’elezione di due
revisori dei conti completano il nuovo quadro della Federazione.
http://www.fogolarginevra.ch - http://www.saig-ginevra.ch
Messaggio FIEI al 16° Congresso CGIL
Stiamo seguendo da
lontano, via web, il congresso della CGIL. Come lavoratori italiani all’estero
riuniti nella centinaia di associazioni aderenti alla FIEI, vogliamo esprimere
il nostro saluto alla vostra assemblea, e in particolare a quei lavoratori
immigrati che vivono oggi in Italia una condizione che noi abbiamo conosciuto
direttamente in un percorso migratorio che ha coinvolto nell’arco di un secolo,
oltre 30 milioni di connazionali emigrati in tanti paesi.
Paesi nei quali
gli italiani emigrati hanno dato e continuano a dare il loro riconosciuto
contributo alla nascita e al rafforzamento delle organizzazioni sindacali e
politiche democratiche e di progresso.
In un momento di
gravissima crisi sociale ed economica mondiale, che riguarda ogni continente e
ogni paese, riteniamo sia fondamentale rafforzare sempre di più, i legami tre
le organizzazioni democratiche dei lavoratori di tutti i paesi per ricostruire
un orizzonte comune di lotta e di cambiamento che sappia contrastare con
efficacia le tragiche politiche neoliberiste e le manovre del capitale
finanziario internazionale.
In questo senso,
la compagne e i compagni italiani emigrati che militano nelle organizzazioni
sociali dei paesi di residenza sono interessati a intensificare con voi un
comune lavoro di analisi, di confronto e di mobilitazione. Un forte abbraccio a
tutti voi dall’Europa, dalle Americhe, dall’Australia.
Rodolfo Ricci,
Segr. Gen. FIEI, de.it.press
Relazioni di
rappresentanti del mondo universitario e accademico e Tavola rotonda sulla
“geopolitica della lingua” con parlamentari eletti all’estero
ROMA –Una serie di relazioni su come oggi
viene diffusa la conoscenza della lingua italiana all’estero – e non solo – e
una tavola rotonda sulla “geopolitica della lingua” hanno concluso il convegno
organizzato da Società Dante Alighieri e parlamentari eletti all’estero e intitolato
“L’italiano all’estero: strategie di promozione e di tutela”.
Ha introdotto le relazioni Nicoletta
Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca, sottolineando “il rapporto
molto stretto che intercorre tra ciò che si fa per promuovere la lingua in
Italia e ciò che viene fatto all’estero” e indicando la necessità di un
potenziamento della ricerca scientifica sulla lingua italiana e di un
miglioramento dell’italiano nel linguaggio delle istituzioni. Tra le iniziative
segnalate, il portale REI (Rete di eccellenza dell’italiano istituzionale) e
gli appuntamenti annuali con la manifestazione “Piazza delle lingue”,
intitolata per questa edizione - che si svolgerà a Firenze nella seconda metà
del mese di maggio - “L’italiano degli altri”, contributo al dialogo
multiculturale.
Tullio De Mauro, presidente della Fondazione
Bellonci – che organizza ogni anno il Premio letterario “Strega” – ha
richiamato nel suo intervento l’importanza del dialogo tra le istituzioni che
concorrono ad un unico fine come quello della promozione dell’italiano
all’estero; mentre Stefania Giannini, rettore dell’Università per Stranieri di
Perugia, ha sottolineato il “valore politico del convegno” e la necessità di
non “perdere l’ambizione di promuovere realmente la nostra lingua nel mondo,
veicolo indispensabile anche alla crescita economica”, illustrando i modi
attraverso cui le università – e l’ateneo di Perugia in particolare - possono
contribuire e contribuiscono a questo scopo. Ciò che resta profondamente
carente è la capacità del sistema universitario italiano di attirare studenti
stranieri: “sui 2 milioni che decidono di intraprendere un percorso di studi
all’estero, in Italia giungono solo in 50.000” segnala la Giannini.
“Una politica che non si limiti solo alla
promozione della lingua, ma contribuisca al dialogo con le altre culture” è
stata auspicata da Massimo Vedovelli, rettore dell’Università per stranieri di
Siena, che ha insistito sulla possibilità nel nostro Paese di intraprendere un
“plurilinguismo attivo”, vista la variegata componente linguistica presente
dentro e fuori le università. “Non basta avere un forte capitale - ha aggiunto
Vedovelli – ma occorre saperlo investire, magari pensando alla costruzione di
un’industria della lingua italiana, che pubblichi testi o elabori nuove formule
per la promozione e l’apprendimento linguistico, improntate sui nuovi mezzi di
comunicazione”.
Ha insistito sul miglioramento della qualità
degli interventi e sull’incremento delle ricerche scientifiche sull’italiano
Serena Ambroso, responsabile scientifico della certificazione dell’italiano
all’Università di Roma Tre, mentre Costanza Menzinger ha riassunto gli
obiettivi del PLIDA (il Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri) che nell’arco
degli ultimi 10 anni ha più che decuplicato i certificati rilasciati.
Di strategie di intervento per la promozione
dell’insegnamento dell’italiano hanno discusso anche i parlamentari eletti
all’estero intervenuti nel corso della tavola rotonda coordinata dal direttore
di Limes Lucio Caracciolo.
“Accanto alla logica di potenza mondiale, con
cui spesso si ragiona su queste tematiche, esiste, e non va dimenticata, la
dimensione riconducibile all’esistenza delle nostre collettività all’estero –
ha detto Marco Fedi, deputato eletto per il Pd nella ripartizione Africa, Asia,
Oceania e Antartide. Per Fedi è proprio la nutrita presenza dei nostri
connazionali a “spiegare il mistero della così vasta diffusione della lingua
italiana all’estero, alla luce di un contesto contrassegnato da una grave
carenza di investimenti in materia”. “Mi chiedo se sia possibile discutere di
una riforma complessiva e organica del settore – ha aggiunto l’esponente del Pd
– con tagli così drastici alle risorse destinate agli italiani all’estero”.
Richiamando l’inserimento dell’insegnamento dell’italiano nel sistema
scolastico australiano, Fedi ha segnalato che il risultato così ottenuto “si
deve in gran parte alle richieste avanzate dalla nostra collettività”. “Se non
riusciremo a lavorare insieme per un miglior funzionamento del sistema Italia
all’estero rischiamo di aggiungere altro ritardo a quello già accumulato a
causa di una classe politica che non ha saputo rispondere in modo adeguato alle
istanze già segnalate dalla collettività” ha concluso Fedi.
Aldo Di Biagio, deputato eletto per il Pdl
nella ripartizione Europa, ha rilevato le difficoltà a danno della diffusione
della lingua italiana all’estero “anche perché associata a particolari immagini
iconografiche e, in Europa, perché estromessa dalle lingue ufficiali
dell’Unione, scelta che incide sul diritto al pluralismo delle identità
culturali”.
“Le statistiche ci confermano che l’interesse
per la lingua italiana all’estero è alto. Esso richiederebbe un’azione più
ampia – ha aggiunto Di Biagio - per soddisfare tutte le richieste, magari
valorizzando alcuni canali come quelli tematici e digitali. Sarebbe auspicabile
creare una rete più articolata e fattiva che coinvolga tutti i referenti del
sistema Italia e che sappia far fronte a tutte le domande che ci provengono dl
fronte internazionale”. L’esponente Pdl ha segnalato l’esistenza in Parlamento
di proposte di legge – alcune presentate dagli stessi eletti all’estero – per
riformare e accrescere il sistema di diffusione della lingua e cultura italiana
e l’accesso ad essa da parte dei discendenti di emigrati che vorrebbero entrare
più a stretto contatto con le loro origini. “Manca una chiara volontà da parte
delle istituzioni centrali di supportare in pieno il programma di
incentivazione incluso in questo percorso, che si potrebbe coniugare con
progetti di promozione del made in Italy” ha concluso Di Biagio.
A rimarcare il carattere unificante della
conoscenza della lingua italiana per il Paese un sondaggio dell’Istituto
Piepoli, anticipato da Nicola Piepoli: su un campione di 500 interviste
telefoniche effettuate a cittadini italiani dai 18 anni in su, il 72% risponde
sì alla domanda “La lingua italiana unifica il Paese?” (per il sondaggio si
veda questo numero Inform,ndr).
Per la Commissione cultura del Consiglio
Generale degli Italiani all’Estero è intervenuto Norberto Lombardi. “La lingua
italiana entro la nostra collettività all’estero tende a trasformarsi da idioma
parlato a lingua studiata e questi due aspetti andrebbero considerati insieme –
ha affermato, ricordando i dati emersi nel corso della mattinata secondo cui
l’italiano sarebbe al 20° posto se consideriamo coloro che parlano la nostra
lingua in tutto il mondo e al 5° posto, se consideriamo lo studio dell’italiano
come seconda lingua.
I tagli hanno provocato una diminuzione del
numero dei corsi e di quello degli studenti, anche se a risentirne maggiormente
è il sistema nel suo complesso, mentre “il coordinamento degli interventi
appare sempre più indispensabile – ha proseguito Lombardi – alla luce della
riduzione dei fondi”. Segnalata la necessità di coinvolgere nel coordinamento
anche le Regioni italiane all’estero e l’importanza del lavoro degli enti
gestori, il cui impegno deve essere valorizzando anche laddove i corsi sono
integrati nei sistemi scolastici locali.
“Ho l’impressione che gli italiani all’estero
siano più sopportati che supportati dai connazionali in patria – ha affermato
Claudio Micheloni, senatore eletto per il Pd nella ripartizione Europa – e se è
vero che la cultura traccia i confini di un Paese, la mia percezione, in questi
4 anni di attività parlamentare, è che l’Italia sia divenuta un Paese più
piccolo”. Micheloni ha lamentato l’assenza di un confronto congiunto tra Cgie e
le due Direzioni del Mae presenti al convegno (quella per gli italiani
all’estero e le politiche migratorie e la Direzione per la promozione e la
cooperazione culturale) e insiste sull’importanza di fare sistema. “Anche in
questo caso noi italiani all’estero siamo uno specchio dell’Italia – ha
aggiunto Micheloni – e ciò che si vede riflesso è proprio l’assenza di
coordinamento, oltre che un investimento di risorse per la promozione culturale
non paragonabile a ciò che accade in altri Paesi, come la Spagna e la
Germania”.
In conclusione, Pier Luigi Vercesi,
condirettore di Io donna-Corriere della Sera, ha sottolineato il grande
contributo umanistico che la cultura italiana può ancora offrire in un contesto
globalizzato; Raimondo Murano, ispettore del Miur, è ritornato sulla
necessità di ripensare strategie di riqualificazione dell’intervento scolastico
italiano all’estero, anche rispetto al calcolo costi-benefici, e ha auspicato
la prosecuzione di un tavolo di concertazione che possa mettere insieme, nella
formulazione di proposte, oltre agli attori istituzionali coinvolti, anche le
componenti sindacali.
Anche il segretario generale della Dante,
Alessandro Masi, ha concluso auspicando la realizzazione di una serie di
incontri utili ad una ulteriore riflessione sulla tematica da tutti i punti di
vista. (Viviana Pansa–Inform)
La realtà dei migranti nel libro "Racconti dal Mondo". Il 14
maggio la presentazione
Roma - Un realtà
complessa, quella dei migranti, raccolta all’interno di "Racconti dal
Mondo" (Rosenberg & Sellier, 2009), il libro di narrazioni, memorie e
saggi delle migrazioni che riunisce autori differenti come memorialisti,
narratori, saggisti, di età diverse e con esperienze differenti. L’opera verrà
presentata nello Stand "Italia 150" del Salone del Libro di Torino,
venerdì 14 maggio, alle ore 17.30.
Il libro, curato
da Alberto Sorbini, direttore dell’Istituto per la storia dell’Umbria
contemporanea, e da Maddalena Tirabassi, direttrice del Centro Altreitalie, è
composto da un prima parte narrativa, contenente le opere dei vincitori della
7. edizione del Premio Pietro Conti, e da una seconda parte contenente studi e
ricerche.
La storia
migratoria italiana è rimasta, fino a pochi anni fa, nascosta nella memoria
familiare e locale. In Italia si trattava di una storia da tenere quasi segreta,
un po’ per vergogna di un passato di povertà, un po’ perché non considerata
degna di attenzione. Tra gli emigrati e i loro discendenti sono stati a lungo
in gioco gli stessi sentimenti, con l’aggiunta di un desiderio di rimozione di
un’Italia che li aveva costretti a lasciare le proprie case e affetti e che
sembrava averli dimenticati. Oggi le cose sono cambiate in entrambi i contesti,
da noi si sta scoprendo la rilevanza del passato migratorio nell’identità
culturale del paese, all’estero, in alcuni contesti, le origini etniche fanno
addirittura parte delle politiche della cittadinanza. Ecco allora moltiplicarsi
le iniziative tese a recuperare, prima che scompaia, una memoria a volte
lontana, anche se spesso ancora presente nel privato.
Ma la storia di un
passato migratorio così importante, sono stati ventinove milioni gli italiani
emigrati nell’arco di un secolo e mezzo, non è risultata sufficiente a
preparare il paese a divenire a sua volta una terra di immigrazione. Forse ne è
responsabile la rimozione del fenomeno fino a epoca recente, l’incapacità dei
tanti studiosi che a livello accademico, locale e così via di rendere pubblica
una storia così importante; è difficile dirlo. Ma in ogni caso iniziative come
questa del Premio Pietro Conti, che mette a confronto sguardi diversi sui
fenomeni migratori vecchi e nuovi, sono certamente le benvenute. Lo sono poiché
escono dall’enclave degli specialisti e degli studiosi del settore per lasciare
spazio a chi l’emigrazione la ha vissuta veramente da vicino, se non in prima
persona, attraverso esperienze familiari o lavorative o che la sta vivendo
oggi. E quasi tutti i racconti e saggi che qui vengono presentati appartengono
a queste categorie.
Come nelle
edizioni precedenti del Premio Pietro Conti i saggi e i racconti, che
pubblichiamo, ci consentono di entrare nelle vite di chi l’emigrazione l’ha
vissuta o la sta vivendo. Storie che ci raccontano quanto sia stato, e sia
duro, l’impatto con la nuova società, che parlano delle difficoltà materiali e
culturali della convivenza con gli altri, del fatto che spesso essi vengano
considerati delle non persone e come tali scompaiono dalla realtà degli altri
se non per ricomparire, in determinati momenti, come una minaccia. (aise)
Narrativa e filosofia politica nell’Italia contemporanea
Conferenze-dibattito
di Dacia Maraini e Gianni Vattimo al Salone del Libro 2010 di Ginevra
Ginevra - Domenica
2 maggio 2010, nella cornice del Salone del Libro di Ginevra, si è svolta
un’interessante conferenza-dibattito dal titolo “Narrativa e filosofia politica
nell’Italia contemporanea”, con la partecipazione della scrittrice Dacia
Maraini e del filosofo Gianni Vattimo. La manifestazione è stata organizzata
dall’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo, con la fattiva collaborazione
dell’Università di Ginevra / Département des langues et des littératures
romanes / Unité d’italien, della Società Dante Alighieri di Ginevra, della
S.A.I.G. di Ginevra, e sotto il patronato del Consolato Generale d’Italia in
Ginevra.
Un pubblico
numeroso ha assistito, presso il Café Littéraire del Palexpo di Ginevra, alla
presentazione dell’ultimo romanzo di Dacia Maraini, La ragazza di via Maqueda
(2009), e del saggio di Gianni Vattimo Ecce comu. Come si ri-diventa ciò che si
era (2007). Il Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo, Piero Di
Pretoro, ha salutato le autorità e il pubblico presente ed ha presentato ed
introdotto i due illustri ospiti, ripercorrendo le tappe della lunga e
brillante carriera di entrambi. Ha ricordato che Dacia Maraini (1936) è oggi una tra le più conosciute scrittrici
italiane, e probabilmente la più tradotta nel mondo. Esordisce nel 1962 con il
romanzo La vacanza. Molti dei suoi libri, tra cui La lunga vita di Marianna Ucrìa
(1990), Bagheria (1993), Colomba (2004) e Il treno dell’ultima notte (2008)
sono stati tradotti in tutto il mondo. La fama della Maraini è dovuta inoltre
anche al suo grande talento come critico, poetessa e drammaturgo. Gianni
Vattimo (1936) è uno dei più interessanti e originali filosofi italiani
contemporanei. Allievo di Luigi Pareyson, si è laureato in filosofia nel 1959 a
Torino. Ha conseguito la specializzazione a Heidelberg, con Karl Löwith e Hans
Georg Gadamer, di cui ha introdotto il pensiero in Italia. Nel 1964 è diventato
professore incaricato e nel 1969 ordinario di estetica all'Università di
Torino, nella quale è stato preside, negli anni settanta, della facoltà di
Lettere e Filosofia. Dal 1982 al 2009 è stato ordinario di filosofia teoretica
presso la stessa università. Gianni Vattimo è considerato il teorico del
cosiddetto “pensiero debole”.
Dacia Maraini è
stata quindi moderata da Federica Rossi, dell’Università di Ginevra, mentre
Gianni Vattimo ha risposto alle domande del dott. Gilberto Canale. Due ore di
interessante e intenso dibattito, sia per la fama degli ospiti che per la
qualità dei contenuti, arricchito anche dalle domande che il pubblico ha
rivolto ai due conferenzieri. De.it.press
“Famiglia a colori: il futuro dell’Italia è interculturale”
Convegno in
occasione della Giornata Internazionale della Famiglia che si celebra il
prossimo 15 maggio
ROMA - “Famiglia a
colori: il futuro dell’Italia è interculturale”. Sarà questo il tema di un
convegno promosso dal Forum delle Associazioni Familiari in occasione della Giornata
Internazionale della Famiglia, indetta dall’ONU nel 1994 e che si celebra il 15
maggio.
Il tema proposto
dall’ONU per la Giornata 2010 è “L’impatto delle migrazioni sulle famiglie nel
mondo”, che il Forum delle associazioni familiari ha scelto di assumere, in
considerazione del contesto nazionale ed internazionale con cui oggi il mondo
intero si confronta, un contesto caratterizzato da imponenti movimenti
migratori, individuali, familiari e collettivi.
In questo scenario
la famiglia può essere soggetto di mediazione interculturale, quindi veicolo di
integrazione - spiegano i promotori del convegno - perché già naturalmente si
configura come luogo di mediazione al proprio interno tra sessi e tra
generazioni e - nel caso dell’interfaccia con le persone straniere - può
ampliare questa primaria capacità, ovvero può aprirsi anche alla diversità
etnica, diventando ponte culturale che promuova forme di inclusione, di
integrazione e di cittadinanza delle persone e delle famiglie immigrate”.
Il tema del convegno
“Famiglia a colori: il futuro dell’Italia è interculturale”, intende
sottolineare “la interculturalità come valore e la dimensione familiare - per
le famiglie dei migranti e per quelle del Paese ospitante - come luogo
privilegiato di ‘incontro pacifico’” (Migranti-press)
E’ uscito il “Messaggero di sant’Antonio” – maggio 2010
PADOVA -Ogni numero del Messaggero di
sant’Antonio-edizione italiana per l’estero ha un suo profilo, e alcune sue
caratteristiche ben riconoscibili. Il numero di maggio, già dall’immagine della
copertina, richiama l’attenzione degli italiani residenti all’estero sul genio
di Caravaggio, alla cui «pittura della luce», è dedicata la mostra antologica
proposta presso le Scuderie del Quirinale. Antonio Gregolin racconta ai lettori,
nel suo reportage, questo evento artistico di rilevanza mondiale.
Di stringente attualità anche l’editoriale
sull’apporto della religione nella società contemporanea, vista come
un’apertura a Dio che richiama al dialogo, promuove la conoscenza e l’accettazione
dell’approccio interculturale, maturando condizioni di pace. Un tema che viene
approfondito nella riflessione di Renato Molia dal titolo emblematico: «Valori,
non chiacchiere». Molia mette in evidenza l’attualità di alcuni principi della
fede cristiana sulla sacralità della vita, del matrimonio e sul primato dei
diritti della famiglia su ogni interesse economico. Segue l’intervista di
Alessandro Bettero a Maurizio Molinari, corrispondente del quotidiano La Stampa
dagli Stati Uniti sulla riforma sanitaria che ha ridato fiato al presidente
Obama, nonostante la grave incognita della ripresa economica del Paese sulla
quale si giocherà la partita delle elezioni di Mid-Term del prossimo novembre.
Antonella Stelitano ci introduce poi ai
Mondiali di Calcio in Sudafrica: davvero un grande evento non solo sportivo ma
soprattutto per i diritti umani, nella loro globalità. Il Paese si propone come
un modello per chi vuole davvero bandire ogni discriminazione dal mondo.
Le pagine dedicate alle nuove generazioni di
italiani all’estero propongono la riflessione di Luisa Deponti sul tema
dell’identità dei giovani oriundi nei Paesi europei. Giovani, nativi o emigrati
che vivono oggi, più di ieri, esperienze di mobilità, scelte e interessi dei
loro coetanei europei. Non è facile definire il loro senso d’appartenenza, la
loro identità, vivendo in un mondo multiculturale e in rapido mutamento. Su
questo fenomeno si concentra anche l’articolo di Luigi Rossi che ha incontrato
alcuni di questi giovani che hanno lasciato la penisola, trovando nelle
Missioni cattoliche italiane spazi d’aggregazione e occasioni per maturare la
loro formazione spirituale.
Dopo un’ampia informazione sulle iniziative
delle Regioni e delle
associazioni italiane all’estero, il
numero di maggio del Messaggero di sant’Antonio-edizione italiana per l’estero
riporta anche le testimonianze di vita di alcuni «protagonisti
dell’italianità»: Mario Mignone, docente alla Stony Brook University di New
York e direttore dell’Italian Center: uno dei più attivi della East Coast degli
Stati Uniti; Sandra Baldi, premiata con la «Coppa della Solidarietà» per la sua
dedizione e per l’illuminato impegno culturale a favore della comunità italiana
di Melbourne, in Australia; Domenico Meffe, un molisano che, trasferitosi
ancora giovanissimo in Canada, in pochi anni ha dato la scalata al mondo della
ristorazione e dei grandi alberghi, offrendo elevati standard di raffinatezza,
comfort e ospitalità.
Originale, infine, l’articolo di Paolo
Meneghini che ci presenta l’avvincente storia di una delle più blasonate
squadre brasiliane di calcio: quella del Palmeiras, nata quasi cento anni fa
con il nome di Palestra Italia dall’idea di quattro italiani arrivati a San
Paolo. I suoi giocatori indossano oggi la maglia azzurra con lo stemma sabaudo;
ma la torcida, la tifoseria, è tutta tricolore.
Ricordiamo che si può richiedere
gratuitamente il numero di maggio del Messaggero di sant’Antonio – edizione
italiana per l’estero, contattando la nostra segreteria: 0039 per chi chiama da
fuori Italia, seguito dallo 049-8225744. Oppure scrivendo una e-mail a:
emi@santantonio.org. Padre Luciano Segafreddo, direttore dell’edizione italiana
per l’estero del “Messaggero di sant’Antonio”
Klatsche für Rüttgers in NRW. Schwarz-Gelb abgewählt, Rot-Grün möglich
Düsseldorf. Nach der Landtagswahl in
Nordrhein-Westfalen ist offenbar eine rot-grüne Regierung möglich. Laut dritter
ZDF-Hochrechnung von 19 Uhr kamen die Christdemokraten unter
NRW-Ministerpräsident Jürgen Rüttgers auf 34,3 Prozent (2005: 44,8). Für
Rüttgers Regierungspartner FDP ermittelten die Wahlforscher 6,7 Prozent (2005:
6,2). Damit ist die bisherige Koalition abgewählt.
Herausforderin Hannelore Kraft
erreichte mit ihrer NRW-SPD den Angaben zufolge 34,7 Prozent der Wählerstimmen
(2005: 37,1). Die Grünen legten gegenüber der letzten Landtagswahl deutlich zu
auf 12,3 Prozent (2005: 6,2). Nach den jüngsten Zahlen wäre eine hauchdünne
Mehrheit für Rot-Grün in NRW möglich.
Dass es knapp werden würde in
Nordrhein-Westfalen, das war klar. Dass die schwarz-gelbe Landesregierung ihre
Mehrheit verlieren würde, hatten die meisten ebenfalls erwartet. Sicher war
früh, dass die CDU-FDP-Koalition von Ministerpräsident Jürgen Rüttgers (CDU)
keine Mehrheit mehr haben wird. Denn der erwartete Denkzettel an die Parteien
der Bundesregierung fiel noch deutlicher aus, als es die Umfragen nahe legten.
Hannelore Kraft, Spitzenkandidatin der
SPD, rief zwar schon kurz nach Schließung der Wahllokale aus: "Die SPD ist
wieder da" – aber die Trendwende schafften die Sozialdemokraten in ihrer
alten Hochburg Nordrhein-Westfalen noch nicht. Sie mussten auch diesmal einen
weiteren, wenn auch leichten Stimmverlust hinnehmen.