WEBGIORNALE  12-16  Maggio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Appello del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (Cgie) ai connazionali nel mondo  1

2.       L’Italia allo sbando può contare ancora sull’aiuto degli italiani all’estero  1

3.       Germania, dopo il ko alle elezioni la stampa attacca la Merkel 2

4.       Il cancelliere tedesco Angekla Merkel dice addio al taglio delle tasse  2

5.       La lezione della crisi. Completiamo (e presto) la costruzione dell’Europa  2

6.       L'Europa che vogliamo  3

7.       Francoforte. Il sottosegretario per gli italiani nel mondo rimpiange le Panzerdivisionen  3

8.       Iniziative a Monaco di Baviera e dintorni 3

9.       Aschaffenburg. Passaporto con impronte digitali per cittadini residenti in Germania  4

10.   Monaco di Baviera. Aperta fino al 25 giugno la mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa  4

11.   Dal 13 al 17 maggio delegazione di Arnsberg a Caltagirone  4

12.   Incontro con l’autrice. Antonia Arslan legge le sue opere a Monaco di Baviera  5

13.   Saarbrücken. Consolato addio! Ma resta uno sportello  5

14.   Monaco di Baviera. 55 anni di “Deutsche Vita”. Mostra fotografica al Bayerischer Landtag  5

15.   Stampa italiana in Germania. Freschi in rete Rinascita flash e il Corriere d’Italia  5

16.   SWR. Bayern campione di Germania  5

17.   L’esperienza associativa della stampa italiana di emigrazione  6

18.   Governo e migrazioni italiane. „Il vuoto che avanza“  7

19.   L’indignazione di un emigrato e consigliere CGIE  7

20.   “Minori non accompagnati - Rimpatri assistiti - Richiedenti asilo”. Presentato il II Rapporto EMN Italia  8

21.   La grande crisi ci vuole tutti tedeschi 9

22.   Duro colpo al sogno dell'Europa  9

23.   Se tocca all’Euro salvare l’Europa  10

24.   Le condizioni per ripartire  10

25.   La fiducia va meritata  10

26.   Tre anni di respiro per i «Pigs» al prezzo di 750 miliardi. Come verranno usati i soldi 11

27.   Per Obama una strada tutta in salita. A colloquio con il corrispondente de “La Stampa”  11

28.   La mafia sullo sfondo degli affari della cricca  12

29.   L’anniversario. Napolitano: "Chi pensa a secessioni coltiva un salto nel buio"  13

30.   Cambia il ddl svuota-carceri. Alfano-Lega, trovata l'intesa  13

31.   Federalismo, l'altolà della Cei. "Così com'è è destinato a fallire"  14

32.   Salari, Italia maglia nera tra i paesi Ocse: guadagni -16,5 % rispetto alla media  14

33.   Occupato il Consolato di Liegi, per protesta contro la chiusura  15

34.   Immigrati, Maroni: rischio banlieue parigine. Moratti: «Clandestino delinque»  15

35.   L’impegno italiano ed europeo sulle competenze linguistiche indispensabili per l’integrazione dei migranti 15

36.   Moratti insiste: clandestini criminali, riformare la legge per espulsioni più facili 16

37.   A Roma il "meeting 2010" (12-14) degli enti linguistici europei (Alte) 16

38.   Emiliano romagnoli nel mondo: al via il Programma Boomerang 2010. Domande entro il 21 maggio  17

39.   Premio “IWW nel Mondo”. Candidature aperte fino 19 maggio. La premiazione il 28 settembre 2010  17

40.   Turismo di ritorno. Intervista a Franco Narducci. L’Italia all’estero diventa più italiana  17

41.   Le associazioni, asse portante nella formazione e nella vita dei Comites e del CGIE  18

42.   I corsi di lingua e la formazione dei docenti al seminario “L’italiano all’estero”  19

43.   I cinesi guidano la multinazionale delle rimesse  19

 

 

1.       Italiens Oper. Von der Wiege bis zur Bahre  20

2.       Scheidung auf italienisch. Berlusconi zahlt Ex-Frau 300.000 Euro im Monat 20

3.       „Deutsch sollte Alltagssprache der Migranten in unserem Land sein"  20

4.       Deutschland. Fast jedes vierte Baby hat ausländische Eltern  21

5.       Leitartikel zum Rettungsplan. Das Ende deutscher Fehldeutungen  21

6.       Hohe Schulden. EU nimmt nun auch Frankreich und Italien ins Visier 22

7.       Euro. Wie will Europa gegen Spekulanten kämpfen?  22

8.       720-Milliarden-Euro-Schutzprogramm. Wie der Euro-Rettungstopf funktioniert 23

9.       Finanzkrise: Problem Währung.  Es lebe der Euro! 24

10.   Europäische Zentralbank. Die Amerikanisierung der Geldpolitik  25

11.   Bundesregierung bringt Euro-Garantien auf den Weg  25

12.   Nach der NRW-Wahl. Schwarz-gelbe Windmaschine  26

13.   Die Kanzlerin und die Koalition. Im Schatten der Krise  26

14.   Bundesrat. Große Koalition durch die Hintertür 27

15.   Wahl in NRW. SPD im Rausch der Niederlage. Der Zweite kann nicht Erster sein  27

16.   Mehrheitssuche in Nordrhein-Westfalen. Linksbündnis oder große Koalition?  28

17.   Merkel beerdigt Steuersenkungen und düpiert FDP  28

18.   Unklare Mehrheitsverhältnisse. Ist Nordrhein-Westfalen doch Hessen?  28

19.   Spekulanten - Das neue Feindbild der Politik  29

20.   Muslime in Uniform. Die Bundeswehr wird zur multireligiösen Armee  30

21.   Tagung "Deutsche Vita. Das Bild der Italiener in der Bundesrepublik"  30

22.   Die Lebensgeschichte des italienischen Malers Giovanni Segantini 31

23.   Gabriella Cilmi. Jugend mit einer Mission  31

24.   München. Autorengespräch - Antonia Arslan liest aus ihrem Werk  32

25.   Köln. Einladung zum zweiten langen italienischen Kinosonntag  (Sonntag, 16. Mai) 32

 

 

 

 

Appello del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (Cgie) ai connazionali nel mondo

 

Nell’ultima plenaria il Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) ha deciso di anticipare le commissioni continentali e di aprirle ai rappresentati di Comites, associazioni e giovani per protestare contro il rinvio delle elezioni dei Comitati e dare la massima visibilità alla contrarietà dei connazionali. Al riguardo ha preparato un volantino, di cui pubblichiamo il tento integrale

 

Si chiudono numerose sedi consolari. Attraverso il taglio dei finanziamenti si impedisce lo svolgimento dei corsi di lingua e cultura italiana. Non si tutelano i cittadini disagiati, in particolare in America Latina. Si dimezzano i fondi destinati alla stampa italiana all'estero.

 

Si rinvia per la seconda volta, con un decreto, l'elezione dei Comites e del Cgie, spostando complessivamente di tre anni la scadenza elettorale naturale.

Tutto il sistema di rappresentanza degli italiani che vivono e lavorano nel mondo è messo in discussione. La libertà di informazione viene limitata. L'assistenza ai connazionali bisognosi e alle imprese italiane è destinata a peggiorare. La cultura del nostro Paese è minacciata.

 

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, insieme ai Comites, chiede  il rafforzamento degli interventi pubblici a sostegno delle nostre comunità, la promozione per lo sviluppo di forme reali di innovazione; il reintegro entro l'anno dei finanziamenti per la stampa italiana all'estero; la sicurezza dei livelli fisiologici della rete dei servizi consolari; l'impedimento discriminatorio nell'esenzione dell'ICI; il ripristino dei fondi di assistenza, nonché quelli a favore dei corsi di lingua e cultura italiana.

 

Fa appello ai Presidenti della Camera e del Senato, ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari, in particolare agli eletti della Circoscrizione Estero, affinché si adoperino per annullare il rinvio delle elezioni dei Comites in sede di conversione in legge del decreto del Governo.

 

Si impegna a coinvolgere le Regioni, i Comites, le Associazioni, i Sindacati, i giovani per raccogliere e far sentire con forza la voce degli italiani nel mondo e contrastare concretamente la deriva di sfiducia e lo spirito di rinuncia che si stanno diffondendo a causa dei colpi assestati alle politiche in favore degli italiani nel mondo.

 

Il Cgie ha ritenuto, in questo contesto, la convocazione anticipata delle proprie

Commissioni Continentali: Europa e Africa del Nord a Francoforte, America Latina a Buenos Aires, Paesi Anglofoni a Vancouver

 

Le Commissioni Continentali sono aperte ai cittadini italiani all'estero, alle Associazioni, ai consiglieri dei Comites, alle Organizzazioni sindacali, ai Consultori regionali. Cgie, de.it.press

 

 

 

 

 

L’Italia allo sbando può contare ancora sull’aiuto degli italiani all’estero

 

L’8 maggio si è riunita a Berna l’assemblea nazionale del Partito Democratico in Svizzera  alla quale ha partecipato anche il Responsabile per gli Italiani nel mondo Eugenio Marino. I lavori introdotti dalla presidente Anna Ruedeberg e dalla relazione del segretario Michele Schiavone hanno prodotto un fruttuoso e proficuo dibattito nel quale sono intervenuti assieme ai parlamentari Gianni Farina e Franco Narducci i segretari ed i presidenti in rappresentanza dei Circoli e gli eletti nell’Assemblea nazionale del Pd.

 

Il Partito Democratico in Svizzera si è interrogato sulle questioni d’attualità politica italiana ed europea, in particolare sugli aspetti e sulle conseguenze della crisi economica, monetaria e finanziaria che hanno investito la Grecia e l’Euro ed i risvolti sulle economie del Vecchio Continente, sull’azione del governo italiano nel contesto economico e sociale e sulle opinabili scelte legislative ed amministrative messe in campo in questa legislatura verso le sue comunità all’estero.

Infine l’assemblea ha espresso giudizi formulando proposte e rivendicazioni sul rapporto tra le organizzazioni territoriali presenti all’estero e la direzione nazionale del Pd.

 

Dalle considerazioni espresse ne discende un’ urgente necessità che le forze politiche riformiste, progressiste e sociali, il mondo produttivo, quello associativo, gli organismi di rappresentanza ed i singoli ritrovino un forte spirito d’iniziativa politica, per promuovere in Italia e all’estero un’incessante opera di sensibilizzazione.

 

A fronte del degrado civile e sociale che oggi affligge l’Italia  il Partito Democratico in Svizzera è convinto che un significativo contributo salutare possa venire, come già è successo nella storia recente, dalla partecipazione e dall’intervento dei cittadini residenti all’estero, che grazie all’esercizio del voto e alla loro presenza nelle istituzioni legislative nazionali potranno continuare a svolgere un ruolo di cerniera tra le istituzioni, le diverse economie e le società di insediamento per favorire definitivamente  l’incontro tra culture e far affermare lo spirito europeo.

 

Perciò il Pd in Svizzera richiama il governo italiano a mettere tra le priorità della propria agenda la revisione  delle forme di partecipazione dell’esercizio del voto all’estero alterato nella pratica da comportamenti criminosi ed illeciti che hanno portato all’allontanamento dal Senato del senatore Di Girolamo.

Chiede al Governo e al Sottosegretario Mantica un ripensamento della decisione di rinviare le elezioni del Comites e del CGIE che contrariamente  alle ragioni enunciate nel decreto legge del 24 aprile produrrebbe un effetto deteriore di deterioramento, con l’irreparabile risultato di indebolire il sistema organizzativo e rappresentantivo che regge la rete delle  comunità all’estero.

Perciò  il PD in Svizzera  chiede che si voti al più presto per rinnovare i Comites ed il CGIE ed organizzerà una massiccia partecipazione alla manifestazione europea che il CGIE, i Comites e le associazioni italiane all’estero stanno mettendo a punto per il 29 maggio a Francoforte sul Meno.

 

L’assemblea ha messo  in evidenza il bisogno di completare l’integrazione del Pd all’estero dentro gli organigrammi nazionali, quandanche ha espresso l’impegno di definire finalmente le proprie regole statutarie e, in occasione della prossima assemblea nazionale dei delegati che si terrà a Roma il 21 – 22 maggio, di giungere alla scelta dei suoi rappresentanti nella direzione nazionale e di darsi un coordinamento continentale, passaggi che dovranno concorrere a definire un programma di iniziative e di interventi per surrogare le attività politiche dei propri parlamentari nella circoscrizione estero.

Con l’avvio del tesseramento il Pd in Svizzera si pone l’obiettivo di rafforzare il proprio radicamento nella Confederazione elvetica e di promuovere costanti iniziative sul territorio, per mettersi all’ascolto e coinvolgere nella propria iniziativa anche le associazioni, le forze politiche e sindacali elvetiche che per affinità si richiamano al centrosinistra italiano. La vigilia del 150° anniversario dell’Unità d’Italia impegnerà il Pd in Svizzera  ad aggiornare e definire nuove strategie e politiche di breve e medio termine per gli italiani all’estero, che saranno proposte in un seminario programmato per l’autunno. Il Pd presenterà  un programma sull’italianità in Svizzera, sulla presenza dei partiti politici italiani all’estero, sulle politiche della formazione, della divulgazione della lingua e della cultura italiana e degli strumenti necessari per realizzarla, sul sistema Italia all’estero, sulla  mobilità delle nuove figure professionali dentro e fuori i confini nazionali, sulla presenza delle istituzioni di rappresentanza italiana all’estero come anche sui rapporti che il pd tiene con le forze politiche e le istituzioni in Europa.

 

Attenzione particolare sarà posta al lavoro specifico sul territorio elvetico ed in questo senso il Partito Democratico in Svizzera  parteciperà alla campagna referendaria sulla 4° revisione della legge sulla disoccupazione in votazione nel mese di settembre, alle nuove forme d’integrazione e di partecipazione alla vita sociale e politica degli italiani in Svizzera. PD-Svizzera, De.it.press

 

 

 

 

 

Germania, dopo il ko alle elezioni la stampa attacca la Merkel

 

Parità di seggi tra CDU e SPD, incognita sulla futura coalizione: ora si guarda a possibili nuove alleanze

 

Düsseldorf - All'indomani del voto in NordReno Westfalia che ha fatto incassare alla Cdu di Angela Merkel una pesante sconfitta, sancendo la fine del controllo del centrodestra sul Bundesrat, la Camera delle regioni, si guarda ora al futuro ed alle possibili coalizioni di governo a Duesseldorf. Cdu e Spd hanno ottenuto un numero di seggi uguale, 67 sul totale di 187 del parlamento regionale con una differenza di appena 6200 voti in più per il partito cristianodemocratico. Nessuno dei due potenziali blocchi di alleanze - CDU/FDP e SPD-Verdi - dispone della maggioranza necessaria a governare. Per la prima volta nel parlamento regionale è rappresentato il partito Die Linke. Ai Verdi sono andati 24 seggi, alla FDP 13 e al partito della sinistra 11.

 

In termini percentuali, la Cdu ha ottenuto il 34,6 per cento dei voti, registrando una perdita del 10,3 per cento conservando però il primo posto. La Spd ha ottenuto il 34,5 per cento delle preferenze, 6200 voti in meno della Cdu. I Verdi hanno raccolto il 12,1 per cento dei voti (+5,9 per cento), la Fdp il 6,7 per cento (+0,5). Alla Linke è andato il 5,6 per cento delle preferenze. Quanto alla futura coalizione di governo, SPD, Verdi e Linke avrebbero la maggioranza necessaria per governare, ma la Spd scarta questa coalizione. Possibile anche una Grosse Koalition, la nascita cioè di un governo del quale entrerebbero a far parte Cdu e Spd.

 

L'incognita sulla futura coalizione. La candidata alle regionali dei Verdi, Sylvia Loehrmann, si è intanto mostrata sostanzialmente favorevole all'ipotesi di una «coalizione semaforo» (verde-giallo-rosso) ossia un governo formato dal partito ecologista, dalla Fdp e dalla Spd. «Siamo naturalmente anche pronti a parlare con la Fdp», ha dichiarato questa mattina a 'Morgenmagazin' della ARD. Ipotesi però, ha aggiunto la stessa Loehrmann, esclusa dal loro candidato Andreas Pinkwart. Anche il capogruppo Spd Axel Schaefer ha rivolto indirettamente un appello alla FDP, esortando il partito a non scartare l'ipotesi di colloqui. Nel 2005, ha poi ricordato, si era determinata una situazione analoga - senza una chiara maggioranza - a livello federale e la Fdp aveva scartato categoricamente la possibilità di colloqui con la Spd: «Spero che non avremo una situazione di questo tipo a Duesseldorf», ha aggiunto Schaefer parlando a 'Deutschlandradio Kultur'. La Loehrmann ha quindi annunciato che il suo partito per prima cosa parlerà con la Spd sulla sua eventuale disponibilità a dar vita ad una coalizione rosso-rosso Verde (SPD- Die Linke-Verdi) e la Sinistra - ha aggiunto - deve a sua volta far capire se è disposta ad assumersi responsabilità.

 

Giudizio molto severo da parte della stampa tedesca sul tracollo elettorale subito dai cristiano-democratici della Cdu, il partito di Angela Merkel, alle elezioni regionali della Renania del Nord-Vestfalia. «E adesso, Cancelliere?» chiede il quotidiano 'Bild', il più letto nel Paese, mentre il settimanale 'Der Spiegel' parla di «un severo richiamo all'ordine da parte degli elettori» e chiede ai partiti al Governo di «fare meglio in futuro». Il quotidiano 'Die Welt' chiama in causa «la mancanza di direzione» della coalizione guidata da Merkel« e il 'Berliner Zeitung' scrive di un «disastro» per il Cancelliere. Per il 'Sueddeutsche Zeitung' «le grandi attese dei cittadini nei confronti del nuovo Governo», a soli otto mesi dall'ampia vittoria uscita dalle urne nel settembre scorso, si sono trasformate in una profonda delusione. «Si tratta di un sisma politico, a soli 225 giorni dall'impressionante vittoria alle legislative», sottolinea ancora il 'Bild-Zeitung'. IM 10

 

 

 

 

Il cancelliere tedesco Angekla Merkel dice addio al taglio delle tasse

 

Dopo la sconfitta elettorale colpo di spugna ai promessi sgravi fiscali

 

BERLINO - All’indomani della cocente sconfitta elettorale nel Nordreno Westfalia, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha escluso una riduzione delle imposte negli anni e venire, cancellando con un solo colpo un progetto chiave del governo di centro-destra, alla guida dell’esecutivo tedesco da soli otto mesi.

 

«Dal mio punto di vista, non sarà possibile attuare una riduzione delle imposte in un prossimo futuro», ha detto il cancelliere, precisando che non saranno possibili sgravi fiscali tra il 2011 e il 2012. Merkel ha aggiunto però che sarà necessario «concentrarsi su una semplificazione del sistema fiscale». Nel loro programma di governo, conservatori e liberali prevedevano una riduzione delle imposte di 24 miliardi di euro l’anno. Per Guido Westerwelle questa promessa era al centro del programma politico dei liberaldemocratici. Le prossime legislative tedesche si svolgeranno nel 2013. La Merkel ha escluso inoltre un eventuale rimpasto di governo alla luce della sconfitta subita nel Nord Reno-Westfalia e delle condizioni di salute del ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble (Cdu). «Sarebbe controproducente se adesso lasciassi il sentiero che abbiamo trovato», ha detto la cancelliera al termine di una riunione con i vertici del partito.

 

Intanto la stampa tedesca analizza senza pietà la sconfitta della Merkel. «Una Cancelliera sotto tutela», titola l’edizione on-line del settimanale Der Spiegel riassumendo il clima politico all’indomani del voto nel Nordreno Westfalia. La sconfitta della coalizione nero-gialla (Unione Cdu/Csu e Fdp) nel Land più popoloso della Germania significa, per l’esecutivo, la perdita della maggioranza al Bundesrat, la camera alta del Parlamento, rappresentativa delle regioni. E questo comporta un importante ostacolo all’attuazione di alcune grandi riforme promesse dal governo di Berlino, che dispone adesso di margini di manovra molto più limitati. Senza maggioranza al Bundesrat, l’Unione Cdu/Csu e l’Fdp sarà costretta a compromessi con l’opposizione, non solo in materia di politica europea, ma anche su temi di netto scontro politico, come la riduzione delle tasse per privati e aziende, il rinvio dell’uscita dal nucleare, l’introduzione di una quota forfettizzata per l’assicurazione sanitaria obbligatoria.

 

«E adesso, Cancelliera?», si chiede il tabloid conservatore Bild. La risposta mette in evidenza un netto indebolimento del governo federale e delle chance di realizzazione delle due riforme chiave. Altri quotidiani puntano il dito sulla Fdp di Guido Westerwelle, uscita distrutta dalle urne, altri ancora sottolineano l’inaspettato successo dei Gruenen, raddoppiati rispetto al 2005. La Sueddeutsche Zeitung attribuisce la sconfitta di Juergen Ruettgers agli errori compiuti a Berlino: il governatore Cdu uscente ha perso «non per colpa sua, ma perché il governo nero-giallo di Berlino ha sbagliato». Una lettura confermata anche dal Financial Times Deutschland che commenta la sconfitta «una giusta punizione per l’inattivismo nero-giallo». Attualmente i 7 governi regionali a guida nero-gialla garantiscono 37 dei 69 seggi al Bundesrat. Con la sconfitta nel Nordreno Westfalia la coalizione perde 6 seggi e scende a 31. Le carte potrebbero nuovamente mischiarsi, ma solo il prossimo anno, quando il 21 marzo si svolgeranno elezioni regionali in Sassonia, Baden-Wuerttemberg e Renania-Palatinato. LS 10

 

 

 

 

La lezione della crisi. Completiamo (e presto) la costruzione dell’Europa

 

Completiamo la costruzione dell’Europa, eliminiamo la zoppìa del Vecchio Continente. Questo è l’insegnamento della lezione di oggi. Se non ci fosse stata la zoppìa, vale a dire la presenza di una moneta unica e la contemporanea assenza di una politica economica comune, la crisi di questi giorni sarebbe stata di gran lunga meno grave. Avrebbe avuto la fisionomia di un’oscillazione e non di uno scossone, avrebbe impedito di ritrovarsi sotto scacco della speculazione.

Abbiamo subìto invece una crisi appesantita dalla mancanza di un governo dell’economia europeo. Questa è la nuova frontiera sulla quale dobbiamo incamminarci in modo spedito. La sfida capitale è quella di coniugare la costruzione federale, che c’è nella moneta, con il coordinamento stretto delle politiche economiche. Su queste colonne, lo ripetiamo da tempo: crescita, welfare, fisco, industria, disuguaglianza sociale, a queste sfide l’Europa deve rispondere con una voce sola. E questa voce deve sentirsi forte e chiara: è in gioco il futuro di trecento milioni di persone, un pezzo importante della civiltà e dell’economia di un mondo sempre più globalizzato e sempre più veloce nella sua capacità di cambiamento.

La prova più evidente della coerenza di questo ragionamento è insita nella nuova crisi finanziaria e monetaria che abbiamo dovuto fronteggiare e che appare diretta conseguenza della debolezza costitutiva della costruzione europea. Ancora una volta è proprio l’euro che ci spinge al cambiamento e ci indica la strada: ci chiede, cioè, di fare quello che avremmo dovuto fare dodici anni fa. All’epoca facemmo un lavoro a metà, questo lavoro ora va completato.

«L’euro è il punto di non ritorno della costruzione europea, senza l’euro non solo non andremo avanti ma c’è il rischio concreto di tornare indietro, ai nazionalismi e agli spettri degli anni Trenta» dissi ad un Helmut Kohl, per nulla sorpreso, nel giugno del ’93, appena nominato presidente del Consiglio, in una serie di colloqui a quattr’occhi. Ricordo il suo sguardo di assenso, che era anche qualcosa di più, e ricordo soprattutto quello che aggiunse lui, di suo: «Oggi sono in grado di fare accettare questa scelta dai tedeschi, tra qualche anno non sarebbe più possibile perché non avrebbero più accettato di rinunciare al marco». Diceva la verità: in quel momento aveva vinto la battaglia dell’unificazione politica e aveva, di conseguenza, un tale prestigio e un tale carisma che poteva imporre la scelta, dopo non sarebbe stato più così. Le cronache di questi giorni, le esitazioni tedesche ed i risultati delle elezioni regionali in quel Paese, ci dimostrano che Kohl aveva ragione e aveva visto giusto. A noi resta la soddisfazione che, per una volta, l’Europa ha mostrato di voler cambiare passo e che l’Italia è stata in prima fila. Superare questa impasse può dare stabilità, ma non crescita. L’una e l’altra sono complementari e, se la seconda torna a mancare a lungo, si compromette anche la prima. Completiamo, e presto, la costruzione dell’Europa e curiamone bene la zoppìa. Facciamo tesoro dell’insegnamento che ci consegna la lezione di oggi. Non c’è tempo da perdere.

CARLO AZEGLIO CIAMPI IM 11

 

 

 

L'Europa che vogliamo

 

Al Complesso del Vittoriano, la sera del 9 maggio, abbiamo celebrato il 60esimo anniversario della Dichiarazione di Schuman, considerato l'atto di nascita dell'Unione Europea.

Una data fondamentale, quella del 9 maggio 1950, per una iniziativa politica che l'Italia con Alcide De Gasperi sposò immediatamente e che accese il fuoco dell’integrazione continentale. Sette anni dopo, a pochi passi dal Vittoriano, nella Sala degli Orazi e dei Curiazi, i rappresentanti di sei Paesi, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Italia, firmarono, con il sottofondo della "Patarina", la campana del Campidoglio, i Trattati di Roma, istituendo così la Comunità Economica Europea.

Da allora sono stati compiuti passi importantissimi. Libertà, pace e democrazia sono penetrate così profondamente nell’animo europeo da essere date quasi per scontate. Il compito morale e storico della riunificazione è stato realizzato. E oggi possiamo salutare una Unione in cui 27 popoli hanno liberamente scelto di rinunciare a porzioni sempre più ampie della loro sovranità a favore di un grande progetto comune.

Lo straordinario cammino che è stato compiuto non deve, però, farci chiudere gli occhi di fronte alle sfide e alle incognite che si profilano all'orizzonte. Abbiamo abbattuto le frontiere, creato un mercato comune, coniato una moneta unica ma manca ancora una politica economica davvero coordinata tra i Paesi europei, anche se, con il pacchetto a sostegno della zona Euro varato dall'Ecofin, l'Unione Europea ha probabilmente consumato un passo fondamentale verso una vera politica economica comune.

Proprio la crisi di oggi dimostra quanto sia necessaria più Europa, non meno Europa e quanto tutti dobbiamo sforzarci di individuare ogni strumento e opportunità per rafforzarne l’azione. Ecco perchè la Dichiarazione Schuman resta nello spirito ancora oggi attualissima.

Il ministro francese immaginava e desiderava un'Europa basata su progetti concreti, capaci di creare innanzitutto una solidarietà di fatto. Credo che oggi questa solidarietà debba essere riportata al centro della missione politica dell'Unione. Un compito complesso ma anche stimolante, fondamentale per restituire all'Europa quell'entusiasmo, quella credibilità e quella forza propulsiva contenuta nella Dichiarazione che i cittadini europei oggi fanno fatica a riconoscere e individuare nelle istituzioni di Bruxelles. Una scintilla di cui l'Europa, e i suoi popoli, non possono permettersi di fare a meno. Viva l'Italia e viva l'Europa.

Andrea Ronchi, Ministro per le Politiche Comunitarie (de.it.press)

 

 

 

 

Francoforte. Il sottosegretario per gli italiani nel mondo rimpiange le Panzerdivisionen

 

Ecco il redazionale del numero di maggio del Corriere d’Italia di Francoforte

 

La notizia che qualche giorno fa le agenzie di stampa comunicavano è tra le più strambe che ci sia dato leggere.

Un Sottosegretario di Stato con varie deleghe, tra le quali quella per gli italiani nel mondo, tale senatore Alfredo Mantica, in audizione presso la Commissione affari costituzionali ed esteri del Senato, parlando del Segretario generale di un organismo di rappresentanza regolarmente eletto dagli italiani nel mondo, il Cgie, dice testualmente il seguente: “Nell’ultima comunicazione il segretario del Cgie, Elio Carozza, mi ha scritto che la riforma dei Comites dovrà passare sul suo cadavere. Non c’è problema.

 

Ho sempre ammirato i carristi delle Panzerdivisionen. Io passo sul suo cadavere, datemi il tempo necessario. Un anno, due, tre, non c’è problema!”. Ammetto di avere letto queste parole un paio di volte nel timore di non averle capite bene. Peraltro, vivendo in un Paese come la Germania che da decenni e con quella serietà che spesso a noi italiani manca, serietà si interroga sui crimini di guerra e sulle loro conseguenze, queste parole mi sono sembrate mazzate, offensive non de facto gli unici interlocutori possibili del Parlamento. E però da chi dovrebbero essere sostenuti, tali parlamentari, se già oggi, pure con un qualche apparato di rappresentanza dietro le spalle, contano in Parlamento come il due di coppe?

O non è forse vero che da quando abbiamo gli eletti all’estero, le mazzate sulla testa degli italiani nel mondo si susseguono una dietro l’altra: dall’Ici ai tagli alla lingua e alla cultura; dalla chiusura dei consolati ai tagli sull’informazione? Ma il problema, dicevo, diventano sempre meno gli argomenti, e sempre più la impossibilità di comunicare con un Sottosegretario al quale le opinioni degli altri interessano zero. Un sottosegretario che non ha occhi per vedere quello che realmente succede tra le comunità, perché per lui le comunità contano zero. Non ha avuto occhi per vedere, ad esempio, quello che è successo in Senato nella seduta del 30 aprile, quando in un incontro delle rappresentanze intermedie elette all’estero di Italia e Francia, con interventi di altre nazioni, è scaturita l’idea di una sorte di Cgie dell’Unione europea, tra l’altro proprio per favorire l’esercizio del voto per gli europei oltre i confini Ue.

Mantica non ha visto e non ha ascoltato, per il semplice fatto che non c’era. Dopo aver letto il suo compitino, ha alzato i tacchi e se n’è andato. Mauro Montanari, CdI/5

 

 

 

Iniziative a Monaco di Baviera e dintorni

 

Monaco di Baviera - Presso la Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40) sarà possibile sino al 30 maggio visitare la mostra “Gianpaolo Babetto. L’italianità dei gioielli”, organizzata dal Museo internazionale del Design di Monaco e dall’Istituto Italiano di Cultura, mentre l’allestimento dedicato alle fotografie di Letizia Battaglia, ambientate in Sicilia dal 1976 al 2009, saranno esposte sino al 6 giugno presso la Aspekte Galerie im Gasteig (Rosenheimerstr. 5) dalle ore 10 alle ore 22.

A Germering, giovedì 13 maggio presso il Forum della Stadthalle (Landsberger Str. 39) alle ore 15 è previsto un vernissage della mostra “IT ART 2010” in occasione dei 10 anni della DIG (Deutsche-Italienische Gesellschaft). Espongono Adria Demarini, Alessandra Motta-Rees, Annamaria Coda, Giovanna Valli, Iara Simonetti, Luciano Florio, Michele Golia, Nazzarena Barni-Fritsch, Renee Fabbiocchi, Sante Recca, Serio Digitalino, Simona Staglini e Simone La Biunda. Seguirà, alle ore 17, un concerto con il soprano Maria Grazia Patella, il tenore Michele Manfrè e il gruppo folkloristico “Trevigiano” (ingresso libero). I festeggiamenti proseguiranno sabato 15 e domenica 16 maggio presso la Bauernhof Fa. Sepp (Hoflacherstr.8) alle ore 12 con l’appuntamento “A Tavola con l’Emilia Romagna” a cura della Comunità di Camurana da Modena.

Venerdì 14 maggio presso l’IIC di Monaco alle ore 18 proseguono gli “Incontri di letteratura spontanea”, per coloro che desiderano leggere poesie o racconti. Per informazioni: www.letteratura-spontanea.de.

Domenica 16 non mancherà anche il consueto appuntamento con “Il laboratorio dell’italiano” dalle ore 10.30 alle ore 11.15 per i bambini sino a 5 anni e mezzo di età e dalle ore 11.15 alle 12.30 per quelli sono ai 10 anni presso la Haus-Olymp (Elisabeth-Kohn-Str. 29). Per informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott: maviott@arcor.de. (Inform)

 

 

 

Aschaffenburg. Passaporto con impronte digitali per cittadini residenti in Germania

 

In seguito al Decreto n. 303/014 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 147 del 27 giugno 2009 sulle "Disposizioni relative al modello e alle caratteristiche di sicurezza del passaporto ordinario elettronico”, a partire dal 16 aprile 2010 il Consolato d’Italia di Norimberga ha ufficialmente comunicato che verranno rilasciati esclusivamente passaporti con impronte digitali.

 

A tal fine i connazionali sono tenuti a presentare previamente (anche per posta) tutta la documentazione per poi recarsi personalmente e su appuntamento al Consolato per apporre le proprie impronte digitali e ritirare subito il passaporto.

 

Il Circolo PD di Aschaffenburg, Germania, ha discusso a lungo sul tema ed ancora una volta si è riscontrata l’unanimità dei membri del partito nell’evidenziare i disagi che ricadono sul cittadino per ottemperare ad un suo diritto costituzionale: un giorno di vacanza dal lavoro, i costi per il viaggio (ca. 400 Km tra andata e ritorno), i disagi per chi ha bambini piccoli o persone malate a casa e cosí via…

 

Per “aggirare l’ostacolo” e per offrire ai cittadini italiani residenti in Bassa Sassonia un servizio piú “vicino al cittadino”, Giorgio Pomillo, nelle veci di Presidente del Circolo PD di Aschaffenburg ha contattato il Comune che gentilmente e prontamente ha confermato di poter mettere a disposizione del Consolato d’Italia una stanza presso il Comune stesso (Dalbergstrasse 15, 63739 Aschaffenburg) in giorni prestabiliti o ad intervalli regolari per espletare tramite personale qualificato inviato dal consolato o debitamente autorizzato dalle autorità competenti consolari la pratica del prelevamento delle impronte digitali.

A questo punto non ci resta che sperare in un atto di collaborazione da parte delle autorità consolari italiane che accettino tale proposta, visto che le premesse e la buona volontà ci sono tutte, sia da una parte che dall’altra. De.it.press

 

 

 

Monaco di Baviera. Aperta fino al 25 giugno la mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa

 

Monaco di Baviera – È stata inaugurata giovedì 29 aprile, all’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera la mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa dal titolo "Collage e scultura". Curatrice della mostra è la Dott.ssa Ellen Maurer Zilioli, dell’Associazione Culturale Maurer Zilioli - Contemporary Arts, di Brescia.

L’allestimento, che resterà aperto fino al 25 giugno prossimo, mette in mostra alcune opere di Rita Siragusa, esposte anche nel Lounge Spazio Italia della compagnia aerea Air Dolomiti presso l'aeroporto di Monaco di Baviera.

Le due artiste sono due protagoniste giovani e promettenti del panorama artistico italiano, all’inizio della loro carriera. Se da una parte Siragusa rappresenta la voglia frenetica di espansione con sculture dai grossi calibri di ferro ed acciaio, dall’altra gli allegri collage della Beltrami testimoniano la riflessione dei fenomeni della società contemporanea. Legano insieme quelle energie, che rendono evidente il potenziale delle due artiste: la presenza che richiede spazio e l’insistente osservazione sensibile del presente.

Rita Siracusa, nata a Brescia nel 1973, è allieva di Igino Legnagli all’Accademia di Brera (Milano). Dispone le sue sculture liberamente nello spazio prendendone ispirazione e lasciandosi trasportare. I suoi lavori nascono da un dialogo vivace tra la materia e lo spazio che la circonda. Ha ricevuto numerose critiche famose, sin dalle sue prime opere, nelle quali viene considerata come "figura particolare nel quadro della scultura italiana contemporanea per la padronanza e varietà dei mezzi espressivi e per la grande coerenza che, da più di un decennio, la indirizza verso una ricerca molto personale, lontana dai cliché o dagli ammiccamenti alle mode del momento". (Antonio Zavaglio)

Il desiderio artistico è indirizzato verso l’esterno. Sente un dovere essenziale nei confronti dei gesti astratti. Se pensiamo al panorama internazionale, al Minimalismo, all’Arte Povera (Pistoletto, Merz ecc.) e al Land Art, allora riusciamo a mettere in relazione le opere della Siragusa con questi movimenti e ad interpretarle come evoluzione, come risposta contemporanea ai temi costanti della scultura moderna e del presente. Temi che hanno continuamente impegnato i grandi maestri. Siragusa ha interiorizzato il senso dello spazio e i materiali dei suoi predecessori, ma allo stesso tempo li ha analizzati, trasformati conformandoli alle proprie esigenze, grazie alla sua spiccata interpretazione personale. Le sue sculture o meglio le sue installazioni simboleggiano l’azione nello spazio. Quel che rimane è la testimonianza della manipolazione dell’artista, che si manifesta nello spazio materiale. Le opere "recupero del mito, l’intuizione dell’eros" si uniscono in un "luogo scultura" (Claudio Cerritelli), che l’artista ricrea continuamente.

Silvia Beltrami, nata a Roma nel 1974, come Siragusa, frequenta l’Accademia di Brera a Milano. Si dedica, nei suoi collage, ai particolari fenomeni della nostra epoca: lo straniamento dell’identità dei giovani e le sue bizzarre forme di rappresentazione, l’anonimità di un’esistenza dedita esclusivamente alla carriera, la difficoltà comune degli uomini a orientarsi nell’universo. I suoi protagonisti sono ballerini rap esibizionisti, acrobati con lo skateboard, ragazze magre griffate, manager dal viso inespressivo. Figure di un ego di una società, nella quale l’unico interesse è quello dell’apparire. Ambienta le sue figure in paesaggi surreali, metafore dell’ovunque. Beltrami non si comporta come cronista della sua epoca, ma esamina le condizioni esistenziali dell’arte.

Si inventa ritratti senza individualità, dipinti con la tecnica del collage, che possono essere considerati come sinonimo della modernità. Unisce la tecnica del collage con quella dell’affresco, che si sposa senza difficoltà con l’interpretazione contemporanea. Ciò costituisce il carattere strabiliante dei suoi lavori: il legame del passato con il presente, un’insolita alleanza, ben riuscita, tra l’eredità storica e l’attualità, che può essere considerata una costante dell’arte italiana. Poiché la stessa autrice vive nell’ambiente che rappresenta, i suoi quadri mostrano l’interesse, l’osservazione e di tanto in tanto il romanticismo, e per questo non forniscono una documentazione oggettiva, ma registrano il ritmo frenetico nelle icone contemporanee, no-future, no-name.

La Beltrami coglie l’energia artistica, che il più grande critico d’arte americano. Harold Rosenberg ha descritto come "oggetto ansioso", come forza trainante dello scontro creativo dagli anni sessanta. Bertrami viene considerata come talento promettente delle scene attuali. Ha presentato molto giovane i suoi lavori alla "6^ Triennale Internazionale du Papier" in Svizzera e al "2^ Simposio Internazionale Torrefactum 09" del museo Würth, La Rioja. (aise)

 

 

 

 

 

Dal 13 al 17 maggio delegazione di Arnsberg a Caltagirone

 

Arnsberg/Caltagirone - Rinsaldare il “ponte” con la Germania, in particolare con quelle comunità in cui vivono tanti emigrati siciliani, calatini in particolare, che anche a migliaia di chiometri di distanza conservano un grande amore per la propria cittadina d'origine.

  Questo l'obiettivo dell'iniziativa promossa dall'associazione Calanchi bottega socio – culturale e dal Comune di Caltagirone, che giovedì 13 maggio, alle 18,30, nel salone di rappresentanza “Mario Scelba” del municipio, daranno vita a una cerimonia di benvenuto alla delegazione del Comune di Arnsberg, città di oltre 75 mila abitanti (poco meno del doppio di Caltagirone) del Nord Reno-Westfalia, capoluogo del distretto governativo omonimo che si fregia del titolo di “Grande città di circondario”. Ad Arnsberg vivono diverse centinaia calatini, che contribuiscono alla sua crescita sociale, culturale, politica ed economica e hanno costituito un'associazione presieduta da Fabrizio Calcagno.

 

  La delegazione tedesca, formata anche da amministratori e rappresentanti del mondo produttivo e a Caltagirone sino al 17 maggio, sarà ricevuta dal sindaco Francesco Pignataro e dall'assessore al Turismo e vicesindaco, Alessandra Foti. Alle 20,30, nell'hotel Villa Sturzo, si terrà una conviviale con musica, canti e balli tradizionali.

  “Si tratta di uno scambio culturale che contribuirà a rafforzare i legami fra Caltagirone e  Arnsberg – sottolinea Pignataro – nel segno dell'accoglienza e dell'integrazione, valori forse troppo spesso dimenticati, specie negli ultimi tempi, eppure indispensabili per abbattere barriere di ogni tipo e costruire concretamente un'Europa dei popoli”.

  “Con questa iniziativa – affermano Aldo Lo Bianco e Mariapina Di Giacomo, dell'associazione Calanchi bottega socio-culturale – vogliamo concorrere ad avvicinare le due comunità e a far conoscere e apprezzare ulteriormente Caltagirone, per valorizzarne ancora di più le potenzialità anche turistiche”.  (Inform)

 

 

 

 

Incontro con l’autrice. Antonia Arslan legge le sue opere a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - L'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera invita  all'incontro con la scrittrice Antonia Arslan, che avrà luogo martedì 18 maggio 2010, alle ore 19, nella sala conferenze dell'Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8 a Monaco di Baviera.

Modera e traduce la Dr.ssa Elisabetta Cavani, libreria ItalLibri. Ingresso libero con prenotazione attraverso la nostra pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26. Organizzano  l’Istituto Italiano di Cultura e la libreria ItalLibri. 

  

Antonia Arslan vive a Padova, dove insegna Letteratura Italiana all’università. Traducendo le opere del poeta armeno Daniel Varujan, riscopre le proprie radici armene. I suoi ricordi si rifanno ai racconti di suo nonno Yerwant Arslanian, che nel 1924 chiese al governo italiano di poter eliminare la finale “-ian” dal cognome. Nel suo straordinario romanzo La masseria delle allodole (Rizzoli) e nella sua continuazione La strada di Smirne (Rizzoli), la Arslan racconta la storia della sua famiglia e della persecuzione degli armeni in Turchia nel 1915. La masseria delle allodole è stato adattato a film nel 2007 (regia di Paolo e Vittorio Taviani).

 

 

 

 

 

 

Saarbrücken. Consolato addio! Ma resta uno sportello

 

A Saarbrücken dal primo di luglio non ci sarà più un Consolato Italiano ma neppure una qualsiasi agenzia consolare. E' stata decisa invece l'apertura di uno "Sportello consolare." Questo è quanto era già apparso chiaramente da un recente servizio della Saarbrücker Zeitung relativo a un colloquio tra il CGIE e il Sottosegretario di Stato agli Esteri Alfredo Mantica. Sono risultati pertanto inutili gli sforzi del Governatore Peter Müller (CDU) e del rappresentante eletto degli italiani del Saarland, Giovanni Di Rosa, per ottenere un'agenzia consolare nel Saarland.

 

Secondo quanto dichiarato da Di Rosa, che mostra una "profonda delusione", il Governo di Roma ridurrà il numero dei suoi dipendenti a Saarbruecken da circa una dozzina a tre. Il Governo del Saarland non avrà quindi più alcun interlocutore della diplomazia di Roma a Saarbrücken. 

 

L'Ambasciatore italiano a Berlino aveva assicurato in una lettera a Müller all'inizio di marzo, che ci sarebbe stata una rappresentaza dell'Italia in Saarland "compatibile con la forte amicizia tra l'Italia e il Saarland". Gioacchino Di Bernardo, L'Oltre

 

 

 

 

Monaco di Baviera. 55 anni di “Deutsche Vita”. Mostra fotografica al Bayerischer Landtag

 

Monaco di Baviera. 55 Jahre “Deutsche Vita”. Arbeitsmigration in Deutschland. Su questo tema si terrà la mostra fotografica promossa dalla SPD-Fraktion al Bayerischer Landtag (Südbau 2. OG) e che verrà inaugurata 18 maggio alle ore 19,00, mostra che resterà aperta fino al 31 agosto, con questi orari di apertura: da lunedì a giovedì, dalle 10,00 alle 16,00. È stata curata da Antonio Tortrici, emigrato in Baviera nel 1966, ora consigliere acomunale e Ausländerbeauftragter a Memmingen (vedi il suo sito www.nino.tortorici.altervista.org)

Il 20 dicembre del 1955 Italia e Germania Ovest sottoscrivono il trattato per la regolamentazione dell’entrata dei lavoratori italiani in Germania. Dopodiché viene regolarizzato l’afflusso della manodopera con i Paesi Spagna e Grecia (1960), Turchia (1961), Marocco (1963), Portogallo (1964), Tunisia (1965) e Iugoslavia (1968). Quando si risolse la necessità di manodopera straniera, nel 1973, si concluse ufficialmente il periodo dei cosiddetti “Gastarbeiter”. Ma molti dei lavoratori temporanei sono rimasti, hanno portato qui i loro familiari e vivono ormai insieme a noi da tre generazioni.

L’evoluzione di queste vite viene significativamente illustrata in una raccolta di immagini di Antonino Tortorici. Questa raccolta di fotografie racconta frammenti di esistenze, dal momento dell’arrivo degli emigranti, fino ad illustrare le condizioni di vita vissuta, sul lavoro e nel quotidiano, nella nuova terra.  

Per ulteriori informazioni: www.bayernspd-landtag.de info@bayernspd-landtag.de

(de.it.press)

 

 

 

Stampa italiana in Germania. Freschi in rete Rinascita flash e il Corriere d’Italia

 

In numero 3 di rinascita flash, il bimestrale di rinascita e.V., a colori, è online e può essere letto o stampato cliccando su: http://www.rinascita.de/rinascitaFlash.html. 

Questi gli articoli del nuovo numero: Eppure il vento soffia ancora di Sandra Cartacci; La pozione magica del federalismo di Marcello Tava; Nichi Vendola, “l’extraterrestre” di Claudio Paroli; La partita Italia-Padania del neo-eletto Bossi Junior di Lucio Rossi; Il precariato, la nuova normalità di Norma Mattarei; Coprire non si può più di Rita Vincenzi; Abbiamo toccato il fondo? di Corrado Conforti; Macht e potere: concetti e etimologie di Miranda Alberti; Storia, geografia ed immigrazione di Massimo Dolce; La scuola di tutti i colori di Cristiano Tassinari; Il futuro nella polvere, intervista al Dott. Montanari a cura di Franco Casadidio; “Perché le donne hanno smesso di lottare?” di Lorenzo Pellegrini; Il Presidente della Repubblica, la speranza e la fiducia di Lucio Rossi; Un mondo di fraternità e amore è possibile di Enrico Turrini; Cheratosi attinica di Sandra Galli; Leccarsi i baffi pensando a zia Bruna di Marta Veltri.

On line è anche il numero di maggio del “Corriere d’Italia” di Francoforte, diretto da Mauro Montanari. Il numero, visibile sul sito internet: http://www.corritalia.de, contiene tra l’altro questi articoli: Panzerdivisionen; Michele di Nostradamus (V parte); L'opinione: quando il turismo è "easy"; Donna e musulmana; Radiocolonia: un'ora al giorno; L'opinione: basta con i pregiudizi contro gli italiani; Comites Dortmund: no alla chiusura dell'ufficio scuola del Consolato;  L'opinione: ancora figli di qualcuno?; Amore liquido; Premiati gli studenti di italiano; informazioni varie; Manifestazioni, Lettere, Persone, Vita e comunità, e VideoNews. (de.it.press)

 

 

 

SWR. Bayern campione di Germania

 

Con un 3-1 all’Hertha Berlino, il Bayern di Louis van Gaal si laurea campione di Germania 2009/10. E’ il 22° titolo nella storia centenaria del più prestigioso club tedesco, il primo sotto la guida tecnica di un olandese. Lo Schalke pareggia 0-0 a Magonza, si conferma vice-campione e accede direttamente alla Champions League, perde però il suo goleador Kevin Kuranyi che si trasferisce a Mosca.

Con 22 reti la classifica dei cannonieri la rivince il bosniaco Edin Dzeko del Wolfsburg. Retrocedono Hertha Berlino e Bochum. Il Norimberga va allo spareggio con l’Augsburg (Augusta).

Il Bayern ha coronato questa stagione a Berlino. Nella capitale ha alzato il Piatto d’argento per la 22a volta.

Quest’anno ci sono diverse curiosità che s’intrecciano: è la prima volta che il Bayern vince un titolo con un tecnico olandese; è anche il primo titolo del neo eletto presidente Uli Hoeness che per oltre 20 anni, insieme con Beckenbauer e Rummenigge, ha determinato come manager il grande salto del Bayern in Europa trasformandolo in una società con un bilancio finanziario in attivo e di fama mondiale.

Dopo la parentesi Klinsmann, la società ha pensato di affidare la squadra ad un tecnico ricco di esperienza, non molto giovane, con idee chiare, carattere forte, determinato nelle scelte e capace di gestire i grandi campioni.

Ad ottobre pareva che van Gaal fosse destinato a lasciare. I dissapori nello spogliatoio erano evidenti, ma i vertici hanno chiesto alla tifoseria pazienza, almeno fino a Natale.

Dopo la vittoria a Torino contro la Juve in Champions League la squadra è rinata. Ha imboccato la via di una serie di successi che è durata fino al termine della stagione.

E’ ovvio che anche la dea Fortuna ha fatto la sua parte. Basti ricordare il confronto con la Fiorentina in Champions e lo scontro con lo Schalke in Coppa Germania. Se non vi fossero state le “sviste” ed i madornali errori arbitrali, il Bayern non sarebbe certamente arrivato né in finale di Coppa Germania contro il Brema il cui incontro si disputerà sabato 15 maggio, e né sarebbe arrivato in finale di Champions League sabato 22 maggio a Madrid contro l’Inter di Mourinho. Gli errori arbitrali purtroppo fanno parte del gioco. E come tali a volte determinano anche il percorso di questa o tale altra squadra.

Anche lo Schalke, però può essere soddisfatto del secondo posto. Era da anni che i Königsblauen non alloggiavano in alto alla classifica. Quest’anno hanno addirittura sfiorato il titolo. L’idea per la verità era stata accarezzata dalla tifoseria fin dall’annuncio che Felix Magath avrebbe lasciato il Wolfsburg, campione di Germania 2008/09, per assumere la direzione tecnica dello Schalke, pieno di debiti. Per cui Magath, senza fare acquisti bizzarri, ha lavorato sodo, ripristinando nello spogliatoio: disciplina, rispetto, senso del collettivo, forza fisica, tattica, flessibilità nel cambiare velocità e geometria nel gioco schierando in campo quasi sempre la stessa formazione. Magath ha usato gli stessi metodi che nell’ormai lontano 2001 a Stoccarda gli hanno consentito di passare dal ruolo di allenatore “pompiere-salvasquadre dalla retrocessione” a tecnico di grido, capace di vincere titoli con un mixing di giocatori d’esperienza e giovani talenti. Sono queste sue doti a portarlo poi nel 2004 alla corte del Bayern fino al 2007, successivamente al Wolfsburg ed ora allo Schalke, dimostrando ovunque grandi qualità di conduzione e capacità di costruire squadre per vincere titoli col materiale umano a disposizione.

Con Magath è risorto anche Kevin Kuranyi, già alle sue dipendenze ai tempi dello Stoccarda. L’attaccante ha segnato in questa stagione 18 gol e sembrava che potesse addirittura rientrale nel giro della Nazionale. Löw però ha deciso diversamente e Kuranyi ha scelto la via dell’esilio. Ha optato per la Dinamo Mosca per 6 milioni di euro a stagione. Chissà se sarà felice. E’ tuttavia il primo “bundesligist” che va alla corte di una moscavita.

L’altra compagine che nel girone di ritorno ha recuperato fiato è stato il Werder Brema. La compagine di Thomas Schaaf, grazie anche ai 16 gol dell’italo-peruviano Claudio Pizarro, è riuscita a risalire pian piano la china e, gara dopo gara, a scavalcare il Leverkusen, a portarsi al terzo posto in classifica e a qualificarsi per la finale di Coppa Germania contro il Bayern.

Al Leverkusen e all’Amburgo è capitato invece esattamente l’inverso. A un girone d’andata di fuoco è seguito un ritorno a singhiozzo, fatto di alti e bassi, caratterizzato da giornate strepitose e da sconfitte incomprensibili.

Ma se il Leverkusen di Jupp Heynckes ha chiuso al quarto posto che gli garantisce l’accesso all’Europa League, l’Amburgo si è giocato praticamente tutto. Nella terz’ultima giornata ha esonerato l’allenatore Bruno Labbadia, ha perso il treno non solo per la finale dell’Europa League che quest’anno si disputa proprio ad Amburgo mercoledì, ma anche per la prossima stagione dovendo rimanere alla finestra.

Decisamente meglio hanno fatto il Dortmund del giovane tecnico Jürgen Klopp giunto quinto; e lo Stoccarda dell’elvetico Christian Gross che preso per mano il 6 dicembre al 17° posto l’ha accompagnato al sesto posto, guadagnandosi così il biglietto per l’Europa League.

Retrocedono l’Hertha Berlino ed il Bochum; mentre il Norimberga dovrà tentare l’ultima carta nel duplice confronto di spareggio con l’Augsburg (Augusta), terza in Seconda Bundesliga.

Altri particolari sono contenuti nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6376458/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1d80gyb/index.html.

Non mancano poi i risultati delle squadre italiane del Baden-Württemberg con particolare attenzione questa settimana agli Azzurri Fellbach, sconfitti per 1-0 dall’SV Schmiden.

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

 

L’esperienza associativa della stampa italiana di emigrazione

 

Le riflessioni di Silvano Ridolfi sulla esperienza associativa della stampa italiana di emigrazione fatte al 5° Congresso Mondiale della  FUSIE (Roma, 23-24 aprile  2010)

 

Mia intenzione con queste riflessioni è quella di ricordare un faticoso cammino zigzagante dell’associazionismo della stampa italiana in emigrazione per non dimenticare quanto già avvenuto con tanta fatica e grandi speranze ed ancor più per imparare la lezione che se ne ricava onde evitare nuove delusioni  e di contro permettere il superamento delle non poche difficoltà che si  presentano ad un sano e fruttuoso associazionismo della stampa italiana di emigrazione.

Premesse

  E dicendo “stampa italiana di emigrazione” comprendo ovviamente sia la stampa italiana degli emigrati sia quella per gli emigrati, pur privilegiando la prima.

  Inoltre sotto la “stampa” si intende quella cartacea, ma anche quella parlata o mostrata (radio-TV) ed ora anche il servizio on-line. Quindi: stampa in contesto di emigrazione, stampa di immigrazione e stampa per le migrazioni.

  E con questo restano, mi pare, definiti ambiti (il mondo migratorio) e natura (servizio di informazione e formazione) di questa stampa.

  Il discorso sulla “tipicità” di questa stampa - problema centrale di molte relazioni in questo convegno - merita in effetti di essere maggiormente approfondito e concretizzato: finalità, linguaggio, strumenti ecc.

  Ogni testata del resto dal momento in cui nasce non può non porsi le domande sul perché (le motivazioni) e il per chi  (i destinatari) e il come (gli strumenti) della sua pubblicazione.

  Queste domande sugli inizi e le risposte che vengono date ritornano poi a spiegare anche l’eventuale fortuna o declino della pubblicazione.

  Ma pur nella diversità delle opzioni (movente e finalità e strumenti), che stanno all’origine di ogni testata, si riscontrano inevitabilmente interessi ed azioni comuni:

  alla radice: il servizio alla comunità ed alla causa dei migranti;

  nelle relazioni: i rapporti legati alla struttura ed attività della stampa, al lavoro dei redattori e collaboratori ( rapporti professionali e sindacali), alla divulgazione del prodotto (costi, spedizione…) alle autorità ( locali ed italiane…).

  Donde la opportunità di fare gruppo per avere più forza, per ottimizzare le risorse e migliorare il prodotto, in poche parole di associarsi.

Le Federazioni

  Lo sforzo, quindi, di trovare una unità di azione tra diversi per scelta (a causa di interessi, situazioni, legislazioni …) ha fatto concludere sempre a proporre federazioni piuttosto che unioni.

  Lo si evince da una semplice carrellata storica sulle forme associative avutesi nel tempo fino ad oggi. Il loro continuo sorgere e sparire deve farci riflettere perché mostra una necessità ed al tempo stesso ne evidenzia la fragilità.

  Ora, citandomi (cfr Servizio Migranti 6/10)  vorrei ripercorrere il cammino fatto.

  “Risulta che la prima iniziativa di collegare in una federazione la stampa di emigrazione è venuta da Roma con la “Federestera” nel 1954 presieduta dal sen. Caron. Una Federazione molto attiva che inviava ai periodici italiani all’estero foto e servizi. Ma forse perché da Roma, forse perché legata al mondo politico imperante di allora, fatto sta che i periodici italiani all’estero hanno poi cercato di costituire autonome unioni. Sotto la spinta dell’on. Lupis era nata anche una “Federazione Nordamericana”, la ANASI (Associazione Nordamericana della Stampa Italiana). Ma questa era solamente continentale e sorta su ispirazione socialdemocratica.

  E così nel 1965 una agenzia stampa in Roma, la SIM (Stampa Italiana nel Mondo), direttore Gaetano Benozzo, e il “Corriere Canadese” di Toronto, direttore Dan Jannuzzi, organizzano un incontro a Toronto invitandovi le principali testate italiane all’estero con lo scopo di lanciare una libera federazione della stampa italiana nel mondo. Ed effettivamente in quella occasione nacque a Toronto la CISIE (Confederazione Internazionale della Stampa Italiana all’Estero). Venne scelta la soluzione “confederativa” appunto per le specificità periferiche e per favorire quindi l’aggregazione di Federazioni continentali (come l’ANASI, ma venne fondata la SINA, Stampa Italiana Nordamerica). Per l’Europa, su indicazione dell’allora Direttore UCEI (Ufficio Centrale per l’Emigrazione Italiana) p. Francesco Milini cs, vi partecipa don Silvano Ridolfi, direttore del “Corriere d’Italia” (Francoforte/Germania) che stava coordinando i giornali europei verso una unione della stampa europea di emigrazione e che in quel Congresso venne poi eletto vice presidente della nuova Confederazione. La costituzione della CISIE scosse “il Palazzo” perché sorgeva piuttosto aggressiva contro un certo immobilismo romano e denunciava mancati e dovuti sostegni da parte del governo alla stampa italiana all’estero: anche per questo essa sollevò grande attenzione ed interesse da parte di quasi tutta la stampa italiana all’estero ed aveva interessato anche altra stampa e le associazioni nazionali di emigrazione. Alla fine di quell’anno aderirono alla CISIE, dopo la sua costituzione, tutti i singoli periodici della FEDEREUROPA che ne divenne la Federazione continentale europea. La CISIE inevitabilmente si interessò anche dei giornalisti con l’ASIE (Associazione Stampa Italiana all’Estero). Ma dopo diversi anni tutta questa esperienza è naufragata per inevitabili difficoltà finanziarie e per sopraggiunti dissensi interni.

  Sulle sue ceneri nasce nel 1971 la FMSIE (Federazione Mondiale della Stampa Italiana all’Estero) soprattutto su iniziativa e per la intraprendenza dell’avv. Umberto Ortolani, editore di molte testate in America Latina e forte dei suoi molti rapporti nel mondo politico ed economico romano. La sede estera (Toronto/Canada) della precedente Confederazione aveva rivelato molti aspetti, se non negativi, almeno di difficoltà. E allora si puntò sulla sede in Roma, dove venne insediata la nuova Associazione federativa. La quale dopo i primi anni di intensa attività conobbe penose involuzioni, condizionate fortemente dalle vicende personali e professionali del Presidente sulle quali forse è ancora sospeso un giudizio definitivo.

  La grave ed inarrestabile crisi della FMSIE ha portato comunque ad una revisione del sistema associativo della stampa italiana all’estero e dei criteri su cui andava costruita. Per cui in successivi incontri e tentativi, che hanno coinvolto anche le associazioni nazionali degli emigrati, dopo non pochi dibattiti, e questa volta con il sostegno del Ministero Affari Esteri italiano, le testate italiane all’estero si danno nel 1982 un nuovo assetto federativo, la FUSIE (Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero)”.

Problemi

  Sono due, a mio parere, i poli di interesse che spingono all’associazionismo delle testate: uno ad intra ( il miglioramento del servizio) e l’altro ad extra  (le relazioni necessarie).

  Miglioramento del servizio significa scambio di esperienze e di tecnologie, unificazione ed ampliamento di servizi, innovazioni tecnologiche..e via dicendo.

  Quanto al problema degli interlocutori ( le relazioni) mi limito a ricordare quelli italiani perché i locali sono compito esclusivo della testata.

  Quindi, interlocutori istituzionali (Governo, Parlamento…), professionali (Ordine dei Giornalisti, Federazione Stampa…) , sociali ( sindacati e associazioni…), economici (grandi ditte, pubblicità..).

  Ricordo tutto questo perché le osservazioni sulle Federazione che si sono succedute nei tempi rivelano la debolezza o mancanza  di strategie  unitarie per imporsi.

  Ciò premesso, ecco quali sono le difficoltà più gravi riscontrate, a mio giudizio, e che sottopongo alla vostra riflessione:

a) mancanza di chiarezza sulle finalità della Federazione: si è sempre, o almeno soprattutto, operato per ottenere qualcosa prima ancora di rafforzare la propria identità(e l’intervento di poco fa del sen. Claudio Micheloni che condivido ne è stata una conferma);

credo infatti che occorra anche una base etica (non soltanto professionalità): il codice deontologico, senz’altro, ma non basta perché ritengo che la nostra stampa debba avere nel suo dna il primato del “migrante”, il perseguimento del loro bene comune, il servizio alla coesistenza e solidarietà, l’orizzonte della famiglia umana;

una sana e doverosa laicità ha bisogno di eticità, e questa non lasciata ai vari soggettivismi.

b) eterogeneità delle testate e degli interessi  (Europa, Americhe ecc. economia, sport, politica, aderenze partitiche…); le diversità sono nella natura delle testate e della società e di per sé rappresentano ricchezza, ma per una Federazione vanno sottaciute le particolarità per concentrarsi e limitarsi agli elementi unificanti;

c) mancanza o insufficienza di una solida base nel campo cui ci si rivolge: la vitalità e continuità infatti sono legate non di rado invece al sostegno e gradimento di un gruppo particolare quando non della persona danarosa;

troppe testate non hanno l’equilibrio dei due polmoni (abbonamenti e pubblicità) necessari per un ampio respiro e per la sopravvivenza:

su come superare questo scompenso credo sia un discorso che varia da paese a paese.

d) mancanza o inadeguatezza di una cassa comune della Federazione (la gestione non è onere del solo Presidente:

e) non credo che il denaro produca idee perché il denaro genera denaro, ma le idee possono anzi devono trovare denari perché alla fine è vero che “è il denaro che fa vincere le guerre”; e invece non si riesce a convocare regolarmente il direttivo, tanto meno ad organizzare congressi se non si trova il benefattore del momento:

su come costituire prima ed alimentare poi questa cassa la discussione è aperta e le soluzioni non sono facili, ma le difficoltà non possono negare la necessità di una onorata indipendenza.

 Conclusione - Se non si riesce a dare una risposta convincente alle difficoltà o carenze riscontrate qualsiasi Federazione avrà vita grama e forse breve. E allora buon lavoro! E coraggio! don Silvano Ridolfi, de.it.press

 

 

 

 

Governo e migrazioni italiane. „Il vuoto che avanza“

 

Le dichiarazioni del parlamentare eletto all'estero On. Marco Fedi, segretario III Commissione Affari Esteri e Comunitari Camera - "Abbiamo davanti a noi un’azione governativa senza precedenti, tesa a demolire i pilastri democratici della rappresentanza, a ridurre gli investimenti per gli italiani nel mondo"

 

Sono poche le occasioni nella vita di un organismo di rappresentanza come il CGIE in cui le parole pronunciate, i documenti approvati, le proposte presentate, assumono un significato storico oltre che politico.

Abbiamo davanti a noi un’azione governativa senza precedenti, tesa a demolire i pilastri democratici della rappresentanza, a ridurre gli investimenti per gli italiani nel mondo, a derubricare dall’agenda politica italiana tutti i temi concernenti gli italiani all’estero e a limitare fortemente l’applicazione dei diritti di cittadinanza.

L’azione risponde a un disegno politico, a un progetto, a una visione nuova dei rapporti con le comunità degli italiani nel mondo oppure è semplicemente dettata dagli eventi, dalle circostanze, dalle mille possibili giustificazioni – che siano ieri la riforma di Comites e Cgie e i fondi per l’assistenza e la scuola e oggi la riforma della legge che consente l’esercizio in loco del diritto di voto?

Credo sia vano tentare di darsi una risposta. In mancanza di un’idea nuova su cosa siamo e dove andiamo, il rischio è che avanzi il vuoto, che perdano terreno le logiche del “fare”, che uniscono, e abbiano il sopravvento le polemiche. Positivo che il Cgie, a questo proposito, sia apparso unito e solidale. Sarebbe bello se si ammettessero gli errori, evitando di sovrapporli. Avremmo oggi Comites e Cgie rinnovati, pronti a un percorso di riforma che – con o senza le note vicende legate al voto all’estero – avrebbe richiesto il naturale e logico collegamento con le proposte di riforma costituzionale e con la legge ordinaria che regola il voto. Avremmo avuto interlocutori pronti ad affrontare un dibattito intenso che comunque non poteva, e non può prescindere, da una esame attento di tutto il sistema della rappresentanza.

Un sistema che ha raggiunto completezza e il suo punto di equilibrio con il contingente eletto nella circoscrizione estero; equilibrio che rischiamo di perdere se si interviene sottraendo tasselli al sistema della rappresentanza o peggio limitando la qualità della sua espressione democratica.

È in corso un tentativo di delegittimare sia i parlamentari eletti all’estero che i Comites e il CGIE. Questa consapevolezza dovrebbe indurci a trovare spazi di dialogo per mettere in campo un’azione riformatrice condivisa. La proroga di altri due anni ci porta fuori da spazi dialettici necessari per condividere le riforme.

Riforme che devono partire da Comites e Cgie con un forte ruolo politico a livello territoriale e generale, non solo di collegamento e raccordo ma di confronto e analisi; il Cgie come luogo dell’incontro di esperienze, idee e proposte che trovano l’attenzione e l’ascolto di Governo e Parlamento.

Dobbiamo chiedere al Governo un atto di coraggio verso il dialogo, il rinnovo di Comites e Cgie e il lavoro comune per le riforme.

On. Marco Fedi. Segretario III Commissione Affari Esteri e Comunitari Camera

 

 

 

 

L’indignazione di un emigrato e consigliere CGIE

 

Roma - Innanzitutto un plauso al segretario generale del CGIE; Elio Carrozza, sia per quanto disse in apertura dei lavori dell’assemblea plenaria del Consiglio Generale del novembre 2009 che per quanto ha detto in apertura dei lavori dell’ultima plenaria. Ha confermato che quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare!

Ciò detto, confesso che, come italiano e come membro del Consiglio Generale, sono indignato perché fin dall’inizio del suo mandato il Sottosegretario Alfredo Mantica, con delega agli italiani nel mondo, ha messo in discussione l’impianto di rappresentanza degli italiani all’estero per il quale gli emigrati hanno lottato per generazioni. Infatti il Sottosegretario ha subito dichiarato la sua indisponibilità a doversi ripetere discutendo delle nostre questioni con Comites, Cgie ed i 18 eletti in Parlamento nella Circoscrizione Estero, dimenticando che i Comites ed il Cgie hanno funzioni unicamente consultive per le materie di interesse degli italiani all’estero, mentre i diciotto parlamentari hanno responsabilità legislative alla stessa stregua di qualsiasi altro membro del Parlamento italiano. Sarebbe come se, per esempio, il ministro della Infrastrutture per discutere i bisogni della Toscana si rivolgesse ai parlamentari eletti in questa Regione e non al Presidente della Regione oppure ai Presidenti delle province toscane.

Sono indignato anche perché dall’inizio di questa legislatura siamo testimoni incolpevoli di uno sgretolamento dell’impianto di rappresentanza e, soprattutto, dei diritti degli italiani all’estero. Alcuni esempi: la riforma dell’ICI con l’esclusione dall’esenzione dell’imposta per la prima casa degli emigrati; la mancata ratifica di alcuni accordi bilaterali di sicurezza sociale pendenti da anni; lo smantellamento della rete consolare attraverso l’impoverimento qualitativo e quantitativo del personale degli Uffici consolari e attraverso la chiusura di Uffici consolari in regioni con forte presenza di comunità italiane privandole di servizi essenziali; tagli ripetuti con ogni legge finanziaria al finanziamento delle politiche in favore degli italiani all’estero con ripercussioni fortemente negative per la lingua e la cultura italiana e per l’assistenza, anche sanitaria,  agli emigrati più indigenti; tagli al finanziamento alla stampa italiana all’estero e quindi all’informazione degli emigrati, una follia ed uno scandalo.

Sono indignato perché per la seconda volta si sono volute rinviare le elezioni per il rinnovo dei Comites e del Cgie infischiandosene delle pressanti richieste dell’associazionismo, degli stessi Comites e del Cgie di voler votare per rinnovare questi organismi entro quest’anno con la vecchia o con una nuova legge. La giustificazione del rinvio addotta dal Sottosegretario Mantica, ovvero dal governo, è quella che si vuole assolutamente rinnovare questi organismi con una nuova legge. Ma se questa ritarda la colpa di chi è? Certamente non dei Comites o del Cgie! Peraltro se si generalizzasse questo concetto avremmo anche il Parlamento italiano che non dovrebbe essere rinnovato finché non venisse approvata una nuova legge elettorale ed una riforma dello Stato, entrambe richieste insistentemente da più parti e da tempo ma che, anche in questo caso, non si riescono a fare.

Sono indignato perché con la Conferenza mondiale dei giovani (dicembre 2008) vi sono state molte aspettative da parte di tanti giovani interessati ad impegnarsi nei Comites e nel Cgie. Aspettative certamente deluse con questi ripetuti rinvii delle elezioni, con danni facilmente immaginabili per un ricambio generazionale di questi organismi. Cosa diremo, ora, a tutti questi giovani? Cosa diremo ai membri dei Comites che dovranno resistere in questo loro impegno di volontariato probabilmente fino al 31.12.2012? Cosa diremo alle associazioni presenti nei nostri territori che già stavano pensando all’organizzazione delle elezioni dei Comites? Ben vengano al più presto, pertanto, le riunioni delle Commissioni Continentali del Cgie allargate ai Comites e all’associazionismo ed ai giovani per dare una informazione  completa dell’accaduto e per verificare la volontà, o meno, di una protesta generalizzata in tutto il mondo contro questo comportamento antidemocratico del rinvio delle elezioni.

Sono indignato, oltretutto, per la tempistica del Decreto legge sul nuovo rinvio delle elezioni approvato dal governo solo due giorni prima che iniziassero i lavori del Cgie. Un evidente segnale di disprezzo verso il Consiglio Generale!

Sono indignato perché per la prima volta, a mia memoria, abbiamo un titolare della delega per gli italiani nel mondo del governo che non vuole farsi carico delle problematiche degli emigrati, che quindi non vuole rappresentarci  e che non ci rappresenta. Ed oggi lo abbiamo dovuto testimoniare ancora una volta al Sottosegretario Mantica uscendo dalla sala al momento della sua relazione. Peccato! Infine un’ultima battuta rivolta al senatore Firrarello, Presidente del Comitato per gli italiani nel mondo del Senato, che nel suo intervento si è dispiaciuto che i consiglieri del Cgie siano usciti dalla sala per protesta, senza aver ascoltato la relazione del Sottosegretario Mantica, al Presidente Firrarello vorrei ricordare sommessamente che se per divorziare ne basta uno ma per litigare bisogna essere in due, come affermato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ebbene anche per dialogare bisogna essere in due! Ed il Sottosegretario Mantica non ha mai dimostrato di aver la voglia di voler dialogare con noi.

Dino Nardi, Consigliere CGIE della Svizzera e coordinatore UIM Europa

 

 

 

 

“Minori non accompagnati - Rimpatri assistiti - Richiedenti asilo”. Presentato il II Rapporto EMN Italia

 

Analizzata dalla ricerca, realizzata nell’ambito del progetto comunitario European Migration Network, la realtà dei minori non accompagnati, dei rimpatri assistiti e richiedenti asilo

 

Roma – E’ stato presentato nei giorni scorsi a Roma il II Rapporto EMN Italia dal titolo “Minori non accompagnati - Rimpatri assistiti - Richiedenti asilo”. La ricerca è stata realizzata dal Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico Immigrazione, in qualità di agenzia di supporto del Ministero dell’Interno – Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione,  nell’ambito del programma comunitario “European Migration Network”. Un progetto europeo, istituito ufficialmente nel 2008, che ha portato alla creazione, nei vari paesi dell’Unione, di singoli punti di contatto. Centri di ricerca e di studio che analizzano e forniscono informazioni sulla presenza e il livello d’integrazione degli immigrati e dei chiedenti asilo nelle singole nazioni.   Dai dati del Rapporto, illustrati nel corso dell’incontro da Antonio Ricci del Centro Studio Idos – EMN Punto di contatto nazionale, è emerso come al momento l’Italia sia una delle mete preferite dei migranti minori non accompagnati. Solitamente il nostro paese viene scelto dai giovani stranieri, spesso ragazzi di 16 o 17 anni, in cerca di un lavoro, in fuga dalla guerra o semplicemente desiderosi di entrare a far parte dello stile di vita italiano, largamente pubblicizzato dai grandi mass media.        

  Al 31 dicembre 2008  erano 7.797 i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia. Per quanto riguarda invece il 2009 i dati, aggiornati al terzo trimestre dell’anno, si fermano a quota 6.587. A questa stima bisogna però aggiungere i giovani romeni che, dopo l’entrata della Romania nell’U.E., non vengono conteggiat,i e i ragazzi chiedenti asilo. Solo nel 2008 573 minori non accompagnati hanno richiesto asilo. Il 30% hanno ottenuto lo status di rifugiato, il 31,3% la protezione sussidiaria e il 18,6% la protezione per motivi umanitari.

 

  Per quanto riguarda invece i rimpatri assistiti dall’indagine è stata evidenziata la scarsa utilizzazione di questo strumento di rientro che dal 1991al 2009 ha riguardato 8000 immigrati. Una non applicazione che viene sicuramente favorita dall’esclusione degli immigrati irregolari da questa opzione di rientro. Sulla normativa relativa alla protezione internazionale la ricerca puntualizza come il nostro paese si sia dotato, rispetto a quanto previsto dalla Comunità europea che sancisce lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria, di nuove e flessibili forme di tutela della persona come la protezione umanitaria e la protezione temporanea per motivi umanitari. In Italia, nel 2009, è quindi stato riconosciuto, rispetto alle 22.000 domande presentate, lo status di rifugiato a 2.000 beneficiari, la protezione sussidiaria a 4.800 persone e la protezione umanitaria a 2.143 soggetti.

  Dopo il saluto del coordinatore dei lavori Franco Pittau, del Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico Immigrazione, il direttore di Radio Vaticana Federico Lombardi ha ricordato come il Santo Padre, nel corso della sua recente visita a Malta, abbia parlato dell’immigrazione e delle problematiche connesse, mettendo in rilievo le comuni responsabilità nell’affrontare queste situazioni. “La voce della Chiesa sul tema dell’immigrazione – ha spiegato Lombardi - cerca di essere stimolante, concreta e costruttiva anche nel rapporto con le istituzioni. La Chiesa è coinvolta per operatività e vicinanza e lavora ogni giorno per trovare il modo di accogliere gli immigrati e cercare insieme a loro le soluzioni. Bisogna diventare voce per chi non ha voce – ha concluso Lombardi - ed essere strumento di dialogo per un incontro fra culture e persone, camminando verso delle soluzioni comuni di una maggiore umanità per tutti”.

  “L’immigrazione non è un problema – ha affermato il prefetto Angelo Malandrino,  direttore delle Politiche per l’Immigrazione e Asilo del Ministero  dell’Interno -  ma rappresenta per l’Europa, se gestita al meglio, un’opportunità” Malandrino ha ricordato come l’Unione europea, che si prefigge di combattere la xenofobia e di garantire agli immigrati diritti e doveri ed eque condizioni di vita,  abbia stanziato dei fondi per consentire agli stati membri di mettere in atto politiche anche sperimentali di sostegno all’immigrazione. Risorse comunitarie, disponibili fino al 2013, con cui il ministero dell’Interno, in collaborazione con 14 province italiane, sta ponendo in essere iniziative volte alla riqualificazione professionale e al recupero del lavoro degli immigrati che lo hanno perso. Si stanno inoltre preparando programmi, in vista dell’entrata in vigore della riforma che introduce “l’accordo d’integrazione”, per la preparazione  linguistica e l’orientamento civico degli immigrati. In tal senso si sta approntando con la Rai un programma di 40 puntate per l’apprendimento della lingua italiana. Malandrino ha inoltre preannunciato la realizzazione di progetti volti a contrastare l’abbandono scolastico dei minori stranieri e a favorire l’integrazione delle comunità più isolate, come ad esempio quella cinese. 

  Maria Grazia Colosimo del Ministero dell’Interno (Punto di contatto EMN) ha sottolineato come il programma comunitario “European Migration Network” sia finalizzato alla realizzazione di una rete volta a fornire informazioni aggiornate sull’immigrazione alle istituzioni comunitarie, agli Stati membri e all’opinione pubblica. “I punti di contatto nei vari paesi -  ha spiegato la Colosimo  - sono il cuore della rete che è coordinata da un Comitato direttivo che ha il compito di monitorarne  l’attività e di approvare il programma annuale. Uno dei nostri scopi prioritari è quello di rendere accessibili gli studi della rete ad un pubblico sempre più vasto che vada oltre gli operatori del settore”.

  Virginia Costa dell’Anci si è soffermata sui minori stranieri non accompagnati, sottolineando come i comuni italiani siano in prima linea sul fronte dell’accoglienza. Nell’ultimo Rapporto dell’Anci circa 1023 comuni hanno infatti dichiarato di aver preso in carico, nel biennio 2007 – 2008, almeno un minore non accompagnato. Una problematica, quest’ultima, che interessa in primo luogo i comuni, circa 50, con più di 50.000 abitanti. “Bisogna mettere a regime – ha ammonito la Costa – un sistema stabile per l’accoglienza dei minori anche non richiedenti asilo che possa contare su risorse continuative nel tempo”.

  Giulia Falzoi, dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni,  ha evidenziato come ormai da 18 anni l’OIM si occupi dei rimpatri assistiti degli immigrati. Una modalità di ritorno, prevista e incentivata dall’Unione Europea, che però non è stata ancora recepita dall’ordinamento italiano. La Falzoi, dopo aver auspicato l’ampliamento di questa fattispecie al maggior numero di immigrati che intendono far rientro a casa, ha ricordato come l’OIM sia molto attivo anche per quanto riguarda l’attività di rintraccio nei paesi d’origine dei genitori dei minori non accompagnati presenti in Italia. 

  “Vi è la preoccupazione – ha affermato Padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli - di sensibilizzare e svegliare le coscienze sulla situazione dei chiedenti asilo, persone che sono costrette ad abbandonare il loro paese. In Italia vi sono vari tipi di protezione umanitaria per i chiedenti asilo, ma l’ottenimento di questo permesso non garantisce nella realtà la persona che spesso finisce a dormire sul marciapiede… Bisogna quindi spendere con onestà per un’accoglienza progettuale che dia ai rifugiati l’opportunità di rimettersi in piedi ”. La Manna ha anche evidenziato come il “pacchetto sicurezza”, in un clima di paura verso lo straniero, finisca per rendere più difficile e fragile la vita degli immigrati in Italia.

  “Questo rapporto – ha spiegato Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes - ci segnala la necessità di costruire un’Europa sociale. In questi anni sono crescite soprattutto le buone prassi per le figure vulnerabili, come i chiedenti asilo, i minori non accompagnati, le vittime di tratta, di sfruttamento sessuale e lavorativo. L’Europa sociale ha bisogno ancora di crescere in questa direzione perché il futuro passa attraverso queste nuove relazioni da costruire. Dimenticare che la mobilità è il futuro dell’Europa, - ha aggiunto Perego dopo aver ricordato la grande crescita demografica dell’Asia e dell’Africa e il calo della popolazione dell’Unione Europea -  significa dimenticare una delle relazioni importanti da costruire anche sul piano politico e sociale. Bisogna dunque mettere la centralità sulla protezione sociale, guardando soprattutto alle persone ultime e più deboli che chiedono attenzione”. Perego, dopo aver auspicato più protezione che respingimenti per i minori stranieri non accompagnati, ha evidenziato come la pratica dei ritorni assistiti ponga in primo piano la tematica della cooperazione internazionale, oggi fortemente penalizzata, che dovrebbe essere supportata da un grosso investimento. Il direttore generale della Migrantes ha poi sottolineato l’esigenza di lavorare in Europa per l’allargamento delle forme di protezione sociale per i chiedenti asilo”. (Goffredo Morgia – Inform)

 

 

 

 

 

La grande crisi ci vuole tutti tedeschi

 

Per i lettori non è facile inquadrare la crisi dell’euro, e le possibili soluzioni, anche perché i governi e molti commentatori sostengono l’idea che la peste sia causata da untori, cioè da speculatori avidi o con fini strategici oscuri che assaltano l’eurodamigella. Ma le masse finanziarie in moto negativo verso l’eurosistema sono di tale entità da rendere irrealistico pensare che siano tutte mosse da complotti.

La verità l'ha fatta intendere Trichet, il presidente della Bce - per altro l’unico ente capace di risolvere l’emergenza nel breve - quando ha usato il termine “crisi sistemica”. Il mercato, semplificando, si è accorto che l’euro applicato ad economie nazionali sia forti sia deboli non può essere retto dalle seconde. Il problema è noto e discusso da sempre, per un decennio è rimasto nascosto sia per volontà politica sia perché le situazioni non lo rendevano evidente, ma ora è esploso perché la crisi 2008-09 ha differenziato vistosamente le condizioni di salute economica e di finanza pubblica entro l’Eurozona. Prima con il caso spettacolare della Grecia, economia debole e disordinata. Poi questo ha acceso un faro su Spagna e Portogallo che, pur ordinati, hanno una struttura economica fragilissima.

Per riaggiustarsi questi Paesi dovrebbero svalutare la moneta per conquistare più crescita. Ma la partecipazione all’euro glielo impedisce e li condanna all’impoverimento della società per restarci e per ripagare il debito. O ad uscirne e dichiarare l’insolvenza. Il mercato ha registrato questo fatto chiedendo premi stratosferici per rifinanziare i debiti delle euronazioni deboli, vendendo i titoli azionari delle banche che hanno in pancia titoli di debito sovrano a rischio di insolvenza e vendendo euro considerando una probabilità crescente di sua dissoluzione. Appunto, una “crisi sistemica”.

Per questo i governi si sono riuniti a Bruxelles consapevoli di essere ad un centimetro dalla catastrofe e disposti a fare di tutto per evitarla. Per questo sono state decise misure fuori dall’ordinario. Basteranno? Nel breve termine il mercato vuole essere certo che i debiti verranno ripagati. L’unico modo per riassicurarlo è che la Bce compri i titoli, cosa vietata dai trattati, ma non c’è altro da fare.

Tuttavia, nel caso il mercato si tranquillizzi, non basterà. Sarà anche necessario provare che le nazioni deboli possono restare nell’euro senza impoverimenti tali da indurre rivolte popolari. Gli eurogoverni si sono impegnati a rafforzare le regole europee in modo che le singole nazioni siano obbligate con più forza a raggiungere ed a mantenere l’ordine contabile. Questa impostazione dimostra l’influenza del concetto tedesco di ordine economico ed implica che ogni nazione dell’Eurozona divenga simile alla Germania. Difficile e non necessariamente auspicabile.

Un governo economico integrato dell’economia europea potrà essere soluzione migliore? Implica il trasferimento di risorse dai forti ai deboli, come l’Italia ha fatto per il Sud per capirci, e non è probabile che i tedeschi lo accetteranno e che possa essere una soluzione efficace. Per questo, pur essendo probabile la soluzione della crisi di contingenza, resterà a lungo l’incertezza sulla tenuta dell’Eurozona. Gli esperti hanno difficoltà nel capire come riparare l’enorme errore di un eurosistema mal costruito, i politici sono spaventati sia dalla possibilità di una sua dissoluzione sia dalle misure impopolari che dovranno prendere per tenerlo in piedi. Bisognerà ripensare l’Europa, ce la faremo, ma come ancora non si sa. Carlo Pelanda, ilsussidiario.net 10

 

 

 

 

Duro colpo al sogno dell'Europa

 

La sensazione è che sia stata persa una occasione «drammatica», nell’accezione inglese del termine, per rendere chiaro a investitori e speculatori (ammesso che siano soggetti ancora distinguibili) che l’Europa fa sul serio, quando dice di voler «mettere in riga i mercati» e regolarne gli eccessi. Alcuni mesi fa, al debutto europeo di Barack Obama e nel pieno della crisi finanziaria, i leader europei fecero la morale al giovane presidente Usa, illustrando come l’Europa fosse disponibile a guidare uno sforzo globale verso una maggiore assunzione di responsabilità da parte della politica nei confronti delle intemperanze dei mercati finanziari. A distanza di circa un anno, ci ritroviamo con Washington che chiede a Bruxelles misure più incisive per evitare che la speculazione destabilizzi l’economia europea: con tanti saluti ai bei discorsi sulla governance europea e alle nostalgie per il cosiddetto «capitalismo renano».

Le misure adottate da Ecofin sono già in queste ore sottoposte al feroce, ma non per questo equo, scrutinio dei mercati (alle 2 di questa mattina apriva la Borsa di Tokyo); è però difficile non constatare come l’Europa ne esca non troppo bene.

Londra ha già dichiarato che non intende partecipare al consorzio per il salvataggio della Grecia dal fallimento. Quello che sarà ricordato forse come l’ultimo atto di politica economica internazionale del governo di Gordon Brown, potrebbe consistere in un siluro lanciato alle già esigue possibilità della Grecia di non coinvolgere nel suo naufragio altre consistenti porzioni d’Europa. È vero che, quando era il Cancelliere dello Scacchiere di Tony Blair, Gordon Brown lottò aspramente contro qualunque ipotesi di futura confluenza della sterlina nell’euro. D’altra parte il punto di vista inglese che, essendo la Grecia dentro l’euro, debbano essere i Paesi di Eurolandia a mettere mano al portafoglio, è una solenne sciocchezza. Se la Grecia affosserà l’euro o trascinerà con sé Spagna o Portogallo, non sarà certo la sterlina il bastione che difenderà le disastrate finanze britanniche. Piaccia o non piaccia al moribondo esecutivo laburista, oggi l’euro rappresenta la seconda valuta di riferimento del mondo, e una sua crisi sarebbe un evento traumatico per l’intero sistema finanziario, da Shanghai a New York, fino a Londra. Ovvio che queste cose siano note a Brown, eppure, come ai tempi della signora Thatcher, il riflesso inglese è sempre quello di cercare di ottenere dall’Europa più di quanto si sia disposti a concederle: a qualunque costo.

Un’altra signora, Angela Merkel, ha provato ad assumere una posizione meno miope. Ma forse lo ha fatto con poca convinzione ed eccessivo ritardo, col risultato di disorientare i cittadini tedeschi, che l’hanno punita duramente nelle elezioni regionali in Nordreno-Vestfalia. Andava spiegato prima e meglio agli elettori che sostenere la Grecia non è una «scelta», ma la sola via per impedire un contagio altrimenti disastroso. Al di là delle evidenti ripercussioni sul sistema finanziario tedesco della eventuale bancarotta greca, andava detto chiaro e tondo che se l’Europa non riesce a dimostrare di saper tenere a galla nemmeno la minuscola Grecia, rischia di essere affondata tutta insieme, se la speculazione dovesse attaccare un Paese di medie dimensioni come la Spagna. È beffardo che proprio per la sua posizione di feroce opposizione al salvataggio della Grecia, l’Spd sia stata premiata dagli elettori renani. Dopo aver seppellito la «terza via», si direbbe che il de profundis debba essere intonato anche per la vecchia idea di solidarietà internazionalista tanto cara alla tradizione più nobile del socialismo europeo. Per una volta Berlino farebbe meglio a guardare a Parigi e a Roma, per ricordare che cos’è (o dovrebbe essere) l’Europa.

È quasi scontato affermare che le istituzioni europee sopravviveranno anche a questa ennesima «vittoria perduta», ma certo è che l’ambizione di avere un’Europa più politica e meno mercatistica e finanziaria riceve un altro duro colpo. E di colpo in colpo, prima o poi, ci ritroveremo a chiederci se sotto l’euro c’è ancora qualcosa. Triste che questo avvenga nel 60° anniversario del discorso con cui Robert Schuman lanciava il progetto di un’Europa unita. Sarà anche il segno dei tempi, ma lasciateci dire che sono proprio tempi brutti. LS, Vittorio Emanuele Parsi 10

 

 

 

 

Se tocca all’Euro salvare l’Europa

 

Finalmente si è fatta luce. Dopo un concitato incontro dell’Eurogruppo, in cui le proposte del Governo italiano hanno avuto un ruolo importante, si sta aprendo l’unico sentiero possibile verso l’uscita dalla crisi. La Banca centrale europea potrebbe incominciare a comprare direttamente titoli di stato, quindi offrire liquidità alla Grecia a tassi bassi senza che questa debba ricorrere ai mercati e soccombere dietro gli attacchi degli speculatori. Anche a fronte di carta straccia, il presidente della Banca centrale europea Trichet potrà offrire una moneta, l’euro, che vale come oro. La nostra moneta è unità di conto, riserva di valore, mezzo di pagamento per più di trecento milioni di persone. La moneta unica è la grande rivoluzione dell’Europa unita. L’euro è la soluzione della crisi greca. Si sbaglia quando si pensa che in questi giorni si sta salvando l’euro, al contrario stiamo incominciando a capire che l’euro è la salvezza dell’Europa.

Le crisi finanziarie non sono un fenomeno recente. La memoria storica ci porta addietro ai tempi dell’Impero Romano. Negli Annali, Tacito racconta della crisi finanziaria del 33 d.C. nella quale alla scarsità di liquidità si accompagnarono sia un incremento spropositato del tasso d’interesse che il crollo del prezzo della terra. Si cercava di svendere la terra per ripagare i propri debiti. In quella crisi, l’imperatore Tiberio intervenne distribuendo cento milioni di sesterzi dal suo tesoro e concedendo per tre anni prestiti a tasso zero, garantiti proprio dalla terra come collaterale. La crisi si risolse e la liquidità fu ripristinata. Due mesi fa, in un discorso tenuto presso l’università di Stanford, Trichet ha ripreso proprio questo passo di Tacito e suggerito di sostituire la parola “imperatore” con “governo o banca centrale”, la parola “sesterzio” con “euro o dollaro”.

Il racconto di Tacito si presta bene a descrivere quello che noi abbiamo definito come il Grande Salvataggio, cioè il sentiero che ha portato il mondo fuori da una seconda Grande Depressione. L’imperatore del dollaro, Bernanke, duemila anni dopo Tiberio, ha offerto dollari a tasso zero in tutti i mercati in cui c’era scarsità. Si è proposto come controparte in tante operazioni nei mercati creditizi per ripristinarne il regolare funzionamento e azzerare i tassi d’interesse. C’è riuscito. Oggi gli Stati Uniti crescono e incominciano a creare nuovi posti di lavoro.

In questi drammatici giorni, la strategia di politica monetaria seguita da Tiberio si è ripresentata ancora come l’unica soluzione per la crisi greca ed europea. Tanto si è scritto sulla crisi greca. Tanti detrattori dell’Europa si sono fatti sentire puntando il dito sui peccati originali dell’unione monetaria europea. Molti hanno chiesto la ristrutturazione del debito della Grecia, il default, la penalizzazione dei creditori, nuove misure di austerità, l’uscita dall’euro. Non ci sarà niente di tutto ciò, niente di così insensato. La svolta è stata segnata dall’aver capito la forza dell’euro come unica ancora di salvezza dell’Europa.

C’è una sottile ma fondamentale differenza fra i tempi di Tiberio e i giorni nostri. In quel tempo, la moneta aveva valore intrinseco, cioè valeva per la quantità di metallo che vi era contenuta: oro, argento o bronzo. Oggi le nostre monete non valgono nulla in termini di valore intrinseco. Quelle di più alto valore nominale sono addirittura banconote, carta. La nostra moneta è fiduciaria in quanto ha valore per la fiducia che la gente ripone nell’accettarla negli scambi giornalieri proprio perché sa che potrà essere accettata negli scambi futuri. Una moneta fiduciaria può “valere” di più o di meno rispetto ad una moneta metallica quanto più alta è la fiducia che si pone in essa, quanto maggiore è il numero delle persone che la usano. Per far fronte alla crisi, Tiberio dovette smobilizzare il suo tesoro, una banca centrale con una “forte” moneta fiduciaria non deve smobilizzare nulla, solo stampare la moneta su cui tutti pongono fiducia.

L’intervento diretto nei mercati dei titoli di stato rappresenterà una vera e propria rivoluzione copernicana, che finalmente libererà la Bce dalla retorica dell’ortodossia monetarista supportata dalla frangia più conservatrice, principalmente di matrice tedesca. L’inflazione non è un fenomeno puramente monetario. Lo è quando c’è eccesso di domanda di beni o quando c’è scarsità di offerta di beni (come nelle guerre o nelle carestie) e contestualmente la banca centrale, per necessità o per errore, aumenta la quantità di moneta in circolazione. Oggi siamo in una situazione di forte debolezza della domanda in cui iniezioni di liquidità non possono scatenare l’inflazione. Questa è la lezione di Bernanke dagli Stati Uniti.

Ora che si è aperto il sentiero di uscita, non bisogna commettere l’errore di chiedere ulteriori aggiustamenti fiscali draconiani, se non graduali nel tempo, né di rafforzare o stringere ulteriormente il Patto di Stabilità sui deficit. Lo si potrà fare solamente se si istituirà un bilancio unico a livello europeo come strumento compensativo. Solo tramite politiche monetarie e fiscali a livello europeo che riprendono i loro compiti convenzionali e non, l’Europa e l’euro potranno rafforzarsi e continuare nel loro percorso. PIERPAOLO BENIGNO IM 10

 

 

 

Le condizioni per ripartire

 

Il difficile viene adesso. Rete Imprese Italia è nata appena ieri, ma il gruppo dirigente delle cinque organizzazioni dell’artigianato e del commercio che le hanno dato vita sa che purtroppo non avrà diritto a un’infanzia spensierata. Tutt’altro. Non siamo ancora usciti dalla più ampia recessione dal dopoguerra a oggi e il copione dell’economia globale ci impone, come in una gara di slalom, di affrontare un altro ostacolo, la crisi della finanza pubblica europea. Un’emergenza che sta scuotendo la costruzione comunitaria e che finirà per cambiare l’agenda della politica economica nazionale.

È possibile infatti che prima dell’estate il governo comunichi in anticipo la manovra prevista per il 2011, chiami il Parlamento a votare subito una correzione dei conti pubblici, rimandi ogni velleità di politiche espansive e metta le parti sociali di fronte alle proprie responsabilità. Nella lista nera europea dei Paesi indebitati abbiamo guadagnato in questi anni qualche posizione e non c’è dubbio che per mantenerla dobbiamo dimostrare il massimo della coerenza e del rigore. Anche perché è stato osservato che ogni qual volta i governanti italiani parlano di riforma fiscale lo spread tra i nostri Btp e i Bund tedeschi sale. Ma la necessità di non perdere il relativo vantaggio acquisito nei confronti di altri Paesi vuol dire che saremo costretti a rinviare sine die scelte come il fisco più leggero e il federalismo che corrispondono a quanto chiedono sia le piccole e medie imprese sia i territori?

Queste domande ieri nell’intervento che Carlo Sangalli ha fatto a nome della presidenza di Rete Imprese Italia sono rimaste sotto traccia. Per prudenza e per fair play. Chi le ha esplicitate è stato Giuseppe De Rita che ha sostenuto con forza le ragioni dell’economia reale e del nostro capitalismo di territorio, componente chiave della stessa identità italiana. Con questa pressione fiscale, ha aggiunto, «non si fa ripartenza», per mettere gli imprenditori in condizione di battersi alla pari sui mercati internazionali c’è bisogno di maggiore libertà. Anche perché il dato (pessimo) sugli ordinativi delle piccole e medie imprese in aprile è un campanello d’allarme che non si può ignorare. Di conseguenza, la politica è chiamata ancora una volta a trovare una sintesi tra le ragioni del rigore e le esigenze della crescita, tra Maastricht e il Paese.

In questa chiave va segnalato il riemergere del tema del vincolo esterno, la predominanza degli impegni presi in sede europea che pone di nuovo in secondo piano le scelte formulate in ambito politico nazionale. Lungo tutti gli anni ' 90 la tesi del vincolo esterno servì a contenere il partito della spesa facile, riuscì a far capire agli italiani l’esigenza di adeguarsi agli standard europei, diede ai riformatori la forza per imporre cambiamenti che non avevano trovato sul piano elettorale i consensi necessari. Stavolta è diverso. Il vincolo esterno, «la canzone di Bruxelles», avrebbe come effetto il rinvio o il congelamento di provvedimenti largamente testati sul piano elettorale interno e che corrispondono pienamente alle richieste e agli interessi della constituency di centro-destra. Un rischio, dunque.  Dario Di Vico CdS 11

 

 

 

 

La fiducia va meritata

 

I mercati hanno reagito con un forte rialzo alle decisioni europee di domenica notte. I mercati esagerano, in giù e in su, e fanno pensare che qualcosa debba essere messo a punto nel loro funzionamento. Ma è giusto che abbiano festeggiato il salto di qualità che l’Europa ha cercato di fare con provvedimenti ben articolati e che contengono i giusti ingredienti.

 

La medicina per curare la febbre speculativa che ha investito l’area dell’euro deve avere almeno quattro ingredienti. Primo: un progetto di maggior disciplina dei bilanci pubblici di tutti i Paesi e di riforme strutturali per rilanciare la competitività delle economie e l’equilibrio delle bilance dei pagamenti. Perché il progetto sia credibile, i Paesi devono accettare di controllarsi da vicino reciprocamente con la regia indipendente della Commissione. Secondo: una forte solidarietà comunitaria che.

Una solidarietà che, anziché insistere nel minacciare l’abbandono di chi è più indisciplinato e meno competitivo, sappia impegnare fondi e garanzie comuni per dargli tempo di aggiustarsi, pur pretendendo di controllare assiduamente e severamente il ritmo e la qualità delle misure che prende. Terzo: politica monetaria energica e immediata per dar liquidità ai mercati, spaventati e distorti dal panico e dalla speculazione, e dar tempo alla disciplina e alla solidarietà di prendere il via e consolidarsi. Quarto: controllo della speculazione, anche con regole nuove che ne proibiscano gli eccessi destabilizzanti.

 

La speculazione, di fronte ai primi tre ingredienti, può in parte calmarsi da sola, almeno temporaneamente, in attesa di vedere se vengono somministrati sul serio. Gli speculatori, per quanto manipolatori ed esagerati, si innestano in una situazione dove le finanze pubbliche sono insostenibilmente in disordine, le competitività di alcuni Paesi compromesse, il clima politico europeo diviso e confuso, e dove gli economisti, non meno dei politici, si esercitano in una babele di giudizi spesso avventati e contraddittori. Se ne dicono di tutti i colori, trascurando la complessità dei problemi, la difficoltà e la delicatezza delle evoluzioni istituzionali e il semplice buon senso: uno dei migliori esperti di finanza del mondo, per esempio, scriveva domenica su un quotidiano italiano che la soluzione sarebbe spezzare l’euro in due, quello del Nord e quello del Sud.

 

Nelle decisioni di domenica notte c’è una buona dose di tutti gli ingredienti necessari, fra loro ben collegati, anche se la somministrazione di alcuni di essi è solo un’impegnativa promessa. La solidarietà è assicurata, dall’assistenza finanziaria alimentata da fondi comunitari e intergovernativi. Condizione per l’assistenza è la disciplina dei bilanci, rilanciata anche da ulteriori impegni di aggiustamento di Spagna e Portogallo e dal fatto che comincerà subito il lavoro principale, la riforma del Patto di Stabilità e Crescita il cui mancato funzionamento ci ha ridotto in queste condizioni. La banca centrale è pronta a fornire liquidità ai mercati e a intervenire con acquisti temporanei di titoli pubblici capaci anche di contrastare direttamente la speculazione: ma la sua disponibilità è basata sulle decisioni di solidarietà e disciplina prese dalla Commissione e dai governi. Il Consiglio accelererà la creazione di un nuovo sistema per gestire le crisi con ordine, consentendo che si verifichino insolvenze private e ristrutturazioni di debiti pubblici senza eccessivi danni sistemici. Accelererà anche la revisione del quadro di regole e di vigilanza nel quale oggi si muovono le speculazioni attuate con gli strumenti derivati e le scompostezze delle agenzie di rating.

 

Ora si tratta di dar seguito coerente alle decisioni. È importantissima, in particolare, una riforma convincente del Patto di Stabilità e un impegno all’aggiustamento che non si limiti a indicare i numeri delle correzioni dei bilanci ma specifichi i provvedimenti che le attueranno. Anche la manovra prevista per l’Italia deve assumere con rapidità contorni più concreti. Ad aggiustarsi non devono essere solo i Paesi considerati più fragili: tutti devono correggere con severità, compresa, ad esempio, la Francia. Devono aggiustarsi anche Paesi fuori dell’euro ma con enormi deficit, come il Regno Unito. Dobbiamo mettere l’Europa in grado di restituire le telefonate di raccomandazione che ha ricevuto domenica da Obama, dicendogli l’ansia con cui attendiamo che il suo bilancio pubblico diventi meno evidentemente insostenibile.

 

In mancanza di un adeguato e tempestivo seguito a tutte le decisioni prese domenica, il pericolo più prossimo è vedere la Bce inondare i mercati di liquidità e rimanere a lungo ingolfata di titoli pubblici illiquidi e rischiosi. In queste ultime settimane qualche politico ha sperato che la Bce spegnesse il fuoco da sola, infischiandosene del pericolo di aumentare l’indisciplina, la speculazione e l’inflazione. La Bce ha difeso la sua indipendenza ma ha anche compiuto un atto di fiducia negli impegni della politica: che ora deve mostrare di meritarla. FRANCO BRUNI LS 11

 

 

 

 

 

Tre anni di respiro per i «Pigs» al prezzo di 750 miliardi. Come verranno usati i soldi

 

«Shock and awe». Poco prima dell’alba di ieri, quando da Bruxelles è arrivato l’annuncio del mega- piano per evitare che il sistema monetario europeo possa affondare sotto i colpi della speculazione finanziaria internazionale, non c’è commentatore che non sia ricorso al motto della guerra in Iraq del 2003, quel «colpisci e terrorizza» con cui George W. Bush ha mandato i soldati contro Saddam Hussein. E «colpiti», i mercati, lo sono stati. Sul piatto la Ue e l’Fmi hanno messo 750 miliardi di euro, che vanno ad aggiungersi ai 110 miliardi già decisi ad aprile per soccorrere la Grecia. La Bce, dal canto suo, ha già cominciato ieri a intervenire sul mercato per acquistare i titoli «declassati» di Atene e, in prospettiva, di Portogallo e Spagna. Una strategia, teoricamente senza limiti di spesa, che s’accompagna con iniezioni di liquidità nel sistema. Senza contare che la Federal Reserve ha riaperto le swap lines per permettere alla Banca centrale europea di accedere a liquidità in dollari. E lo stesso hanno fatto gli istituti centrali di Gran Bretagna, Svizzera, Canada, Giappone.

Il mega piano

Nell’ambito di quello che è stato definito «Meccanismo europeo di stabilizzazione», i paesi di Eurolandia (più Svezia e Polonia su base volontaria) erogheranno crediti (al 5% d’interesse, come ha precisato il commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn) e garanzie sui prestiti per un totale di 440 miliardi di euro nell’arco del triennio, destinati ai Paesi che dovessero trovarsi in difficoltà tanto da non riuscire a finanziarsi sul mercato. I primi nomi a rischio di contagio greco sono Portogallo, Irlanda, Spagna. Altri 60 miliardi di euro saranno messi a disposizione dalla Commissione Ue, che per questo ha aumentato da 60 a 110 miliardi le disponibilità del programma utilizzato nel 2008 per aiutare Lituania, Ungheria e Romania, e potrà disporre di 141 miliardi di euro del proprio bilancio annuale come collaterale. Infine, dall’Fmi arriveranno 250 miliardi di euro di linee di credito, a un tasso attorno al 3%.

Ricordando il Tarp

Il pacchetto europeo offre un immediato elemento di confronto con il Tarp (Troubled asset relief program), il piano d’emergenza salva-banche da 700 miliardi di dollari lanciato nel settembre 2008, in piena crisi finanziaria globale, dal segretario Usa al Tesoro Hank Paulson e dal presidente della Federal Reserve Ben Bernanke. Molto simile è anche il ritardo con cui è stato adottato: dopo aver salvato Bear Stearns in marzo, Tesoro e Fed hanno dovuto ricorrere ai soldi del contribuenti per soccorrere Fannie Mae e Freddie Mac, poi Aig, General Motors (ma lasciando fallire Lehman Brothers) prima di decidersi al grande passo. Allo stesso modo Ue e Bce hanno fatto passare oltre 5 mesi prima di mettere in campo aiuti alla Grecia per 30 miliardi di euro (più 10-15 dell’Fmi), poi portati a 110 e ora trasferiti su scala «sistemica» agli attuali 750 miliardi.

I primi effetti

Oltre che sulle Borse, gli effetti dell’offensiva europea si sono visti subito sui rendimenti dei debiti sovrani dei Paesi sotto tiro. Quello dei titoli decennali greci è precipitato dal 12,5% al 6,7%, i portoghesi sono scesi al 4,7%, gli spagnoli al 3,9%. I Cds (cioè Credit default swap, che riflettono i costi per assicurarsi contro l’eventuale default sul debito) sono crollati dai 915 punti di venerdì ai 657 di ieri per la Grecia, da 425 a 263 per il Portogallo, da 238 a 157 per la Spagna.

La conquista del tempo

Le decisioni adottate ieri potrebbero rivelarsi inutili se non verranno ricondotti a disciplina i conti dei Paesi con forti squilibri di bilancio. «Per ora Ue, Bce e Fmi hanno soltanto comprato 3 anni di tempo», hanno sottolineato alcuni analisti. Nell’attuale situazione di mercato, infatti, i 750 miliardi di euro basteranno appena a coprire le esigenze di finanziamento dei debiti in scadenza da qui al 2012 di Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna. E, a parere del panel di 54 economisti sentiti ieri da Reuters, appena il 20% crede che Atene sarà in grado di rispettare quest’anno gli impegni di risanamento che ha preso.  Giancarlo Radice CdS 11

 

 

 

Per Obama una strada tutta in salita. A colloquio con il corrispondente de “La Stampa”

 

In questa intervista rilasciata ad Alessandro Bettero e pubblicata sul Messaggero di sant'Antonio per l'estero, il corrispondente del quotidiano La Stampa Maurizio Molinari riflette sul "terremoto" provocato da Obama in campo sanitario, con una riforma che va incontro in particolare ai bisogni dei ceti medio-bassi.

 

D. Barack Obama ce l’ha fatta a ottenere, anche se tra non pochi compromessi, la riforma della Sanità negli Stati Uniti. E adesso che cosa cambia?

R. Quello provocato da Obama è un "terremoto" auspicato fin dalla sua campagna elettorale: 32 milioni di cittadini americani non coperti dall’assicurazione sanitaria, adesso potranno, anzi dovranno averla in ragione di una riforma che comporta l’obbligo, per ogni cittadino americano, di ottenere una polizza assicurativa. Le Compagnie private non potranno negare le polizze per motivi pregressi, e i datori di lavoro dovranno assicurare i loro dipendenti. E, soprattutto, l’intero sistema sanitario privato sarà obbligato a ridurre le tariffe. È una riforma che va incontro in particolare ai bisogni dei ceti medio-bassi. Infatti i poveri erano già coperti dai programmi assistenziali esattamente come la terza età. Questi 32 milioni di americani scoperti si posizionavano invece nella fascia medio-bassa del reddito. D’ora in poi, anche loro potranno avere accesso alla medicina preventiva.

D. Qualcuno ha insinuato che la fretta di Obama di chiudere la partita sanitaria sia dipesa in gran parte dalle elezioni di Mid-Term di Novembre. Questo ha intaccato l’integrità del suo progetto iniziale o possiamo dire che Obama ha comunque incassato un successo a pieni voti?

R. Obama auspicava un accordo sulla riforma sanitaria già nell’autunno scorso. L’accordo gli è sfuggito, e questo ha comportato una dura partita politica all’interno del Partito Democratico che lo ha indebolito; ha indebolito l’immagine dell’amministrazione presso i cittadini, lo ha fatto scendere nei sondaggi e, quindi, nelle ultime settimane c’è stata davvero una maratona politica nel tentativo di evitare che il fallimento della sanità si ripercuotesse in maniera negativa sul Partito Democratico alle elezioni di novembre. Obama ci è riuscito, e la Casa Bianca sta tentando ora di sfruttare il momento positivo con tutta una serie di iniziative: dall’accordo Start con la Russia sulla riduzione delle armi strategiche, al lancio della riforma finanziaria al Congresso, fino al viaggio delle ultime ore a sorpresa in Afghanistan, per rilanciare le riforme anche in quel Paese, in chiave anti talebana. La strategia che ispira queste mosse è quella di sostenere un recupero di popolarità del presidente che al momento è al 46% cioè 22 punti in meno del giorno del suo insediamento, per aiutare i Democratici nella sua volata contro i Repubblicani alle elezioni di Novembre.

D. Quali sono i compromessi più pesanti – anche con il mondo cattolico e con gli antiabortisti – che Obama ha dovuto raggiungere per convincere il Congresso degli Stati Uniti ad approvare la sua riforma sanitaria?

R. L’accordo sulla sanità alla Camera non sarebbe stato possibile e la riforma non sarebbe passata senza il consenso di una folta e combattiva pattuglia di antiabortisti guidata dal deputato del Michigan, Bartholomew Stupak. Fino alla fine Stupak ha lasciato in forse il suo sostegno. Senza quei voti, la riforma non sarebbe passata. Obama, attraverso la mediazione della presidente della Camera, Nancy Pelosi, ha ceduto accettando di firmare un ordine esecutivo che proibisce lo stanziamento di fondi federali per l’interruzione della gravidanza. Il nodo da sciogliere era decisivo perché all’interno della riforma sanitaria approvata dalla Camera, ci sono i fondi federali per l’interruzione della gravidanza; perché l’ala liberal del Partito Democratico era riuscita a ottenere questo. L’ordine esecutivo neutralizza questo aspetto della legge e garantisce i gruppi antiabortisti. Naturalmente si è innescato subito un duro scontro all’interno della galassia antiabortista nel quale i conservatori hanno contestato a Stupak di aver ottenuto un ordine esecutivo che, in realtà, è molto ingannevole, mentre Stupak ha affermato che a sbagliare sono i conservatori, e che questa vittoria antiabortista è arrivata da sinistra e non da destra.

D. Sugli Stati Uniti grava la pesante incognita della ripresa. Gli osservatori internazionali e anche gli indicatori economici dicono che la spinta recessiva sembra essersi fermata ma il ritorno ai livelli del 2006-2007 sembra essere ancora lontanissimo. Lei che ne pensa?

R. Penso che questo sia il vero tallone d’Achille dell’amministrazione Obama. Le previsioni erano di una disoccupazione attestata in primavera all’8%. In realtà siamo al 9,7%, e questo nonostante esista una ripresa seppur debole. Al momento vengono creati ogni mese circa 100 mila posti di lavoro, ma questo non consente di abbassare il livello della disoccupazione a causa della crescita demografica di questa grande nazione. Al momento le piccole e medie imprese non riescono ad aumentare il livello delle assunzioni. Obama spera che la riforma appena approvata possa innescare un sistema di sgravi a favore delle imprese che garantiranno la copertura sanitaria, e che quindi possa indirizzare risorse nella direzione dello sviluppo. Inoltre sono in atto una serie di iniziative pubbliche, soprattutto a favore degli Stati, per incentivare l’occupazione. È chiaro che su questo fronte restano ancora le difficoltà maggiori, e se sarà così la partita delle elezioni di Mid-Term si giocherà non tanto sulla riforma sanitaria, ma anche sull’umore della classe media falcidiata dalla disoccupazione.

D. Le elezioni di novembre possono essere un pericolo concreto per l’amministrazione democratica. Su quali fronti Obama rischia di più?

R. Obama rischia di più sul fronte dell’economia, sul calo dei consumi, su quello dell’indebolimento dei risparmi degli americani, della percezione dell’opinione pubblica che il Paese è più povero di prima. A vantaggio di Obama può esserci la riforma sanitaria, ma il punto è che la riforma sanitaria, in realtà, avrà piena efficacia solamente nel 2014, e quindi si voterà a novembre ancora con la percezione della riforma ma non sulla sua implementazione. L’altro problema che ha Obama è l’immagine di un presidente eccessivamente proteso al compromesso con gli avversari, ovvero non determinato a difendere l’interesse nazionale americano nell’approccio con Paesi concorrenti sul fronte economico come la Cina, strategico come la Russia, o sul fronte dei pericoli provenienti da Iran o Siria. I Repubblicani cavalcano molto questa percezione di un presidente debole, puntando a staccare da lui il sostegno di elettori indipendenti negli Stati del Middle West, la grande pancia dell’America, che è la stessa a pagare, in questo momento, il costo più alto della perdurante fase di difficoltà economica.

D. La guerra in Medio Oriente e le nuove tensioni in Israele possono diventare un’ulteriore spina nel fianco per Obama?

R. Il presidente sta sfruttando questa crisi esattamente al contrario ovvero per testimoniare la sua capacità di decisione, il piglio del leader che ha in mente degli interessi in un orizzonte più ampio, e quindi è disposto anche a un braccio di ferro con l’alleato israeliano pur di sbloccare il negoziato con i palestinesi sul difficile nodo di Gerusalemme. Non a caso, la Casa Bianca ha fatto trapelare indiscrezioni anche su una duplice burrascosa telefonata di Obama con il presidente russo Medvedev sul tema dello scudo stellare anti-missile proprio per avvalorare l’immagine di un presidente molto determinato. Saranno le prossime settimane a dire se queste mosse sullo scacchiere mediorientale e sul fronte russo saranno favorevoli al presidente.

D. I Repubblicani e anche alcuni osservatori internazionali contestano a Obama di aver ceduto potere e sovranità, soprattutto economica, ai Paesi asiatici emergenti. Questa constatazione è reale? Può diventare un pericolo oggettivo per gli Stati Uniti e per il mercato interno del lavoro?

R. Assolutamente sì. La questione di fondo è che Obama all’inizio ha avuto un fronte interno con tutti quegli esponenti del mondo liberal e democratico che si opponevano a una strategia del libero commercio nell’area del Pacifico. Il presidente ha avuto bisogno di parecchi mesi per convincere questo zoccolo interno del suo Partito – che era stato decisivo nello strappare molti Stati alle elezioni del 2008 – della necessità di spostare la strategia del libero commercio sul Pacifico. È riuscito in questo, e da qui è scaturita la decisione di mantenere il dollaro a livelli bassi, continuando a contare sulle esportazioni. Tutto questo, però, avviene nell’ambito di un rapporto con la Cina che diventa conflittuale anche sul tema dei diritti umani, complicando non poco i rapporti con l’estremo oriente; e questo lo vediamo nella disputa che riguarda Google e le sue operazioni in Cina. Nel complesso, io credo che si possa dire che in questo momento l’amministrazione Obama sia consapevole che la maggior parte dei suoi scambi commerciali viene dall’area del Pacifico e non più dall’Atlantico, e che quindi ha la necessità di una forte presenza in quest’area, di un dollaro debole ma anche di poter coltivare rapporti politici molto delicati e complessi.

Alessandro Bettero, Messaggero San Antonio

 

 

 

 

 

 

La mafia sullo sfondo degli affari della cricca

 

Tre mesi di inchieste, una nuova tangentopoli, di certo un nuovo sistema di corruzione ambientale. Un sistema gelatinoso, l’ha definito uno dei protagonisti, dove fare favori, anche se questo vuol dire rompere le regole e truccare la carte, pare “normale” a prescindere dal passaggio di soldi e mazzette. Gelatina in cui le mafie trovano un ambiente ideale. Le nuove mafie dove almeno uno della famiglia deve studiare, saper stare in società, ai tavoli che contano e trattare. Tre mesi di inchieste - G8, Grandi eventi, la maxi truffa allo Stato messa in piedi da Mokbel e dall’ex senatore Di Girolamo e poi Telecom e Fastweb e, da ultimo, il comitato d’affari che in Sardegna ma anche in Sicilia e in Basilicata cercava di mettere le mani sui fondi per le energie rinnovabili - e sempre, sotto traccia, sullo sfondo, il filo rosso delle mafie in cerca di affari puliti da finanziare o in cui riciclare la massa di contanti di cui il crimine organizzato dispone. Non solo corruzione, quindi. Ma corruzione con l’aggravante, in certi casi, della mafiosità.

 

La procura di Firenze è arrivata a contestare la finalità mafiosa (articolo 7 della legge del 1991) ai costruttori Piscicelli, lo sciacallo che la notte del terremoto rideva pregustando gli affari della ricostruzione, Di Nardo e Rocco Lamino. Il fatto è noto. Ma vale la pena ricordarlo mettendo in fila nomi e cose. Piscicelli, infatti, nello sforzo di entrare a far parte della cricca e della short list di ditte invitate al gran banchetto degli appalti riservati e privati, si fa dare in prestito 100 mila euro «per un regalo natalizio destinato ai funzionari della Ferratella». Un prestito, si legge, «concesso a tassi d’usura» da Antonio Di Nardo, originario di Giugliano in Campania e dipendente del ministero delle Infrastrutture, e da Rocco Lamino. Ora Di Nardo e Lamino sono «riferibili» al Consorzio Stabile Novus (Napoli) che «tramite Piscicelli entra in rapporti di affari con la Btp di Fusi» sbarcando così sul mercato fiorentino delle grandi opere e «si aggiudica i lavori per le piscine olimpiche Valco San Paolo Roma Tre». I lavori sono eseguiti da Piscicelli il quale deve corrispondere alla Novus il tre per cento per ogni stato di avanzamento lavori incassato».

 

Ora, il fatto è, come scrivono i magistrati, che «sia nei confronti del Consorzio Novus che dello stesso Di Nardo emergono elementi oggettivi in ordine a rapporti con la criminalità organizzata». Nello specifico con le famiglie D’Oriano, Calabrese, Verde e Orlando tutte con precedenti o coinvolte in associazioni camorriste. Di Nardo, inoltre, è in stretti rapporti con l’imprenditore palermitano Mario Fecarotta, già arrestato nel 2002 in quanto appartenente a Cosa Nostra. E con i casalesi, per la precisione con Carmine Diana e Francesco Bidognetti. Da bosco e da riviera, Di Nardo: il dipendente delle Infrastrutture infatti sa imbastire affari con i clan ma anche con i giudici contabili (Mario Sancetta)e con un giudice costituzionale (Giuseppe Tesauro) entrambi soci nell’immobiliare «Il Paese del sole» collegata con il consorzio Novus. E il cerchio si chiude.

Il commercialista siciliano. Si riapre, sempre nell’inchiesta Grandi Eventi, con la presenza dell’ingegnere-coiffeur Riccardo Miccicchè a cui il ministro Bondi, forse sarebbe più corretto dire il suo direttore generale Salvo Nastasi, affidano la gestione dei lavori di ristrutturazione degli Uffizi. Ora, al di là dei meriti professionali - un po’ dubbi visto il curriculum che comprende anche una società per la coltivazione di erbe medicinali - Riccardo Miccichè è fratello di Fabrizio, responsabile tecnico della Giusylenia srl il cui amministratore unico è Antonio De Francisci, azienda che per ammissione di Giovanni Brusca (interrogatorio del 17 aprile 1997 davanti al pm Ingroia e Lo Voi) risulta tra quelle selezionate dal boss Bernardo Provenzano e indicarti in uno dei suoi pizzini. Per non parlare, sempre nell’inchiesta Grandi Eventi, del coinvolgimento del commercialista palermitano Pietro Di Miceli, imputato e poi assolto per concorso in associazione mafiosa perchè in stretti rapporti d’affari con la famiglia Ganci.

Orbene: il commercialista viene contattato dall’imprenditore fiorentino Riccardo Fusi in cerca di lavori e appalti. Di sicuro il professionista siciliano, secondo le intercettazioni, vanta la possibilità di intercedere per la costruzione dell’aeroporto di Frosinone, per un centro di accoglienza religioso e per progetti finanziati dalle casse europee. Una specie di chiave passpartout preziosissima per chi invece stenta ad entrare nel giro giusto dei grandi appalti. Gli ultimi tre mesi di inchieste ci hanno spiegato come l’ndrangheta sia riuscita a mandare in Senato Nicola Di Girolamo truccando le schede per il voto dei calabresi emigrati in Germania. E come le mafie stiano cercando di entrare nel business dell’economia pulita, solare o eolica che sia. La mafia dei colletti bianchi si muove leggera nella gelatina della nuova corruzione.  Claudia Fusani L’U 11

 

 

 

L’anniversario. Napolitano: "Chi pensa a secessioni coltiva un salto nel buio"

 

Il capo dello Stato a Marsala per la rievocazione della spedizione di Garibaldi. "Penosi i commenti liquidatori sul processo di unificazione". Sul Mezzogiorno: "Nessuna reticenza: occorre debellare la piaga mortale della criminalità organizzata"

Uomini in costume per le celebrazioni a Marsala

MARSALA - "Chi si trova a immaginare o prospettare una nuova frammentazione dello Stato nazionale, attraverso secessioni o separazioni comunque concepite, coltiva un autentico salto nel buio". Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha parlato a Marsala nel suo intervento alla cerimonia organizzata nell'ambito del 150esimo anniversario dell'unità d'Italia 1. Il Capo dello Stato, accolto da un bagno di folla, tra cori, applausi e sventolio di bandierine tricolori, ha centrato il suo discorso sull'importanza della coesione nazionale. "Si può considerare solo penoso che da qualunque parte, nel Sud o nel Nord, si balbettino giudizi liquidatori sul conseguimento dell'unità, negando il salto di qualità che l'Italia tutta, unendosi, fece verso l'ingresso a vele spiegate nell'Europa moderna", ha detto, sottolineando il ruolo "non passivo, ma da protagonista" della Sicilia nel moto unitario e lo "storicamente indiscutibile" contributo del Mezzogiorno.

 

"Non c'è nulla di retorico nel celebrare l'unità conseguita dall'Italia, è un modo di rinnovare il patto fondativo della nostra nazione", ha ribadito Napolitano sul molo del porto, salutando le due imbarcazioni salpate da Quarto che simboleggiano lo sbarco della spedizione garibaldina del 5 maggio di 149 anni fa, rievocazione ostacolata oggi dal forte vento. Vento su cui il presidente si è concesso una battuta: "E' una giornata bellissima e ventosa. E siamo davanti a una meravigliosa manifestazione di popolo" ha detto rivolgendosi alla gente in piazza, scolaresche, cittadini, molti bambini con camicie e berretti rossi, in onore del colore delle divise garibaldine. Questo "fa capire che l'unità è uno straordinario e fondamentale patrimonio collettivo del popolo italiano. Celebrarla quindi non ha nulla di retorico ma è un modo di rinnovare il patto fondativo della nostra nazione".

 

Queste celebrazioni, ha sottolineato ancora il presidente della Repubblica, "sono l'occasione per determinare un clima nuovo nel rapporto tra le diverse realtà del Paese, nel modo in cui ciascuna guarda alle altre, con l'obiettivo supremo di una rinnovata e salda unità che è, siamone certi, la sola garanzia per il nostro comune futuro", ha detto. "Chiedo a tutte le forze responsabili che operano nel Nord e lo rappresentano - ha aggiunto facendo riferimento alle dichiarazioni di alcuni esponenti della Lega 2 - di riflettere fino in fondo su un dato cruciale: l'Italia deve nel medio e lungo periodo crescere di più e meglio, ma può riuscirvi solo se crescerà insieme, solo se si metteranno a frutto le risorse finora sottoimpiegate, le potenzialità, le energie delle regioni meridionali", ha aggiunto. E dalla Lega è arrivata la replica dell'eurodeputato del Carroccio Francesco Speroni, interpellato da Affari Italiani: "La secessione non è un salto nel buio. Basta vedere chi l'ha già fatta: la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Lettonia, l'Estonia e la Lituania. Tutti Paesi che sono saltati... nell'Unione Europea, proprio quella che piace tanto a Napolitano".

 

"Le critiche - ha detto ancora Napolitano - che è legittimo muovere in modo argomentato e costruttivo agli indirizzi della politica nazionale, per scarsa sensibilità e aderenza ai bisogni della Sicilia e del Mezzogiorno, non possono essere accompagnate da reticenze e silenzi su quel che va corretto, anche profondamente, qui nel Sud". Il capo dello Stato, parlando dei punti da correggere, ha specificato che il suo riferimento è "alla gestione dei poteri regionali e locali, al funzionamento delle amministrazioni pubbliche, agli atteggiamenti del settore privato e ai comportamenti collettivi". "Parlo di correzioni essenziali - ha sottolineato Napolitano -, anche al fine di debellare la piaga mortale della criminalità organizzata".

 

Dal porto, Napolitano ha raggiunto il municipio dove ha salutato il consiglio comunale e poi, a piedi, insieme al sindaco e al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha raggiunto la piazza della Repubblica che ospita la celebrazione storica.

LR 11

 

 

 

Cambia il ddl svuota-carceri. Alfano-Lega, trovata l'intesa

 

Stop all’automatismo per cui ai detenuti cui resta un anno di pena vengono concessi i domiciliari  - Il governo riscrive il testo elaborato da Alfano e duramente criticato dalla Lega

 

MILANO - Il ddl svuota-carceri, duramente criticato dalla Lega e dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, cambia volto: il governo praticamente ha riscritto il testo in toto presentando tre emendamenti in commissione Giustizia alla Camera. Tra le novità principali del nuovo disegno di legge c'è lo stop all’automatismo per cui ai detenuti cui resta un anno di pena vengono concessi i domiciliari. A decidere se consentire la detenzione domiciliare sarà il magistrato di sorveglianza. La maggioranza, assicura ora il Guardasigilli Angelino Alfano, Si avvia a superare il dissenso con i leghisti. «Le cose vanno bene - ha detto il ministro -, ho parlato con il sottosegretario Caliendo che è alla Camera, dove si sta lavorando per un ottimo punto di intesa per andare avanti». «Nel merito - ha precisato il Guardasigilli - sa tutto Caliendo, ma siamo al lavoro per un punto d’intesa confacente agli scopi della coalizione. Credo - ha aggiunto - che in commissione si potrà andare anche oltre rispetto alla stessa coalizione». Soddisfatto il Carroccio. «Sono state accolte alcune istanze che avevamo posto sin dall'inizio come la cessazione dell'automatismo dell'ultimo anno a casa, l'accertamento della pericolosità da parte del magistrato e il potenziamento delle forze dell'ordine» ha spiegato d'altro canto Nicola Molteni, componente leghista in commissione Giustizia alla Camera. «Finalmente - ha aggiunto Matteo Brigandì - non si parla più sic et simpliciter di prendere i detenuti e portarli a casa. Ora bisognerà fare i conti con l'oste e l'oste in questo caso sono i magistrati». Il Carroccio, tra l'altro, sta valutando anche di presentare dei sub-emendamenti al testo con "paletti" ad esempio sulla questione dell'idoneità del domicilio. Gradite anche al Pd le modifiche al ddl. «Per noi è un passo in avanti in termini di chiarezza» ha detto la capogruppo dei democratici in commissione Giustizia alla Camera, Donatella Ferranti.

LE MODIFICHE - Il primo dei tre emendamenti del governo, tutti a firma del sottosegretario Giacomo Caliendo, sostituisce l'articolo 1 del ddl Alfano ribadendo che la pena detentiva, non superiore a 12 mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena, «è eseguita presso l'abitazione del condannato o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza, di seguito denominato "domicilio"» ma a decidere è il magistrato di sorveglianza sulla base di una relazione sulla condotta che gli viene trasmessa dall'istituto penitenziario. La relazione è corredata da un verbale di accertamento della idoneità del domicilio. In base a questo viene anche esclusa l'ipotesi che il domicilio nel quale l'immigrato sconta l'ultimo anno possa essere il Cie. Tra gli emendamenti del governo uno prevede, inoltre, l«'adeguamento dell'organico del corpo di polizia penitenziaria alla situazione emergenziale in atto». Per questo viene prevista la possibilità con decreto del ministro della Giustizia di abbreviare i corsi di formazione iniziale per gli agenti del corpo di polizia penitenziaria. Il termine per i sub-emendamenti è fissato per domani alle 10. Stralciato invece l’articolo che prevedeva la sospensione della detenzione con la messa alla prova presso i servizi sociali. Lo stralcio è stato votato quasi all’unanimità dalla Commissione: contro si è espressa solo la deputata radicale eletta nel Pd Rita Bernardini, in sciopero della fame proprio per protesta contro il sovraffollamento delle carceri. La Commissione tornerà a riunirsi domani quando alle 10 scadrà il termine per i subemendamenti agli emendamenti presentati dal governo.

INTERCETTAZIONI - Nel frattempo, All'indomani dell'emendamento, presentato dal relatore Roberto Centaro, che modifica la cosiddetta norma "D'Addario" al ddl intercettazioni, il ministro Alfano ha detto di auspicare che «si vada oltre gli ideologismi e il muro contro muro»: «Se in concreto - ha detto il Guardasigilli conversando con i giornalisti al Senato - c'è spazio per migliorare il testo, siamo pronti a farlo, purchè tenga fermo il principio previsto dall'art.15 della Costituzione sul diritto del cittadino alla privacy». Obiettivo del governo, in ogni caso, è che «alla Camera l'iter sia breve e che ci consegni per giugno la legge» sulle intercettazioni. CdS 11

 

 

 

Federalismo, l'altolà della Cei. "Così com'è è destinato a fallire"

 

Vescovi a tutto campo su revisioni costituzionali, economia e immigrazione: "Si rischia di rafforzare il centralismo e indebolire la sussidiarietà". L'analisi nel documento preparatorio delle "Settimane sociali"

 

ROMA - "Il federalismo fiscale è destinato a fallire". E' severa la bocciatura  che arriva dalla Cei e dal laicato cattolico organizzato sull'attuale fase di sviluppo del processo federalista. Per i vescovi il sistema fiscale "è l'architrave" del processo federalista ma così come è stato concepito "rischia di moltiplicare il centralismo senza aprire la porta alla sussidiarietà e ai poteri decentrati sul territorio". Una trasformazione che riguarda un Paese "che si trova oggi ad affrontare le prove della globalizzazione da media potenza declinante". La lezione dei vescovi è tutta in queste parole: intraprendere, educare, includere le nuove presenze, slegare la mobilità sociale, completare la transizione istituzionale.

 

La critica dei vescovi è contenuta nel documento preparatorio della prossime "Settimane sociali", appuntamento storico del cattolicesimo italiano che si terrà a Reggio Calabria ad ottobre. Un testo frutto di mesi di elaborazione e di consultazione di diocesi, realtà associative, personalità del mondo della politica e dell'economia.

 

Tra le varie questioni esaminate, spicca, appunto, il federalismo. Tema accompagnato da una domanda: "Nelle attuali condizioni politico-istituzionali, trova soddisfazione il principio di sussidiarietà?". Chiara la risposta: "Al momento si prevedono dosi massicce di uniformità anche per i territori fiscalmente autosufficienti, rimettendo in moto un meccanismo centralistico che non fa crescere poteri e responsabilità, che rende un servizio incerto al principio di solidarietà e dimentica i pregi sistemici del principio di sussidiarietà".

 

"Ciò si manifesta - si legge ancora nel documento -  nel caso della sanità e richiama più in generale la necessità di garantire i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale. Il diritto alla vita diviene un esercizio retorico senza quello a un'adeguata assistenza sanitaria".

 

Per i vescovi siamo in presenza di "spinte contrapposte" che si faranno sentire nella stesura dei decreti legislativi. "In questa fase - si osserva ancora - potrà prevalere una coalizione di interessi favorevole a un nuovo equilibrio tra promozione delle differenze e riduzione delle diseguaglianze oppure quella opposta. Abbiamo soggetti e interessi pronti a sostenere un equilibrato modello italiano di federalismo fiscale, anche oltre il perimetro degli interessi economici".

 

Ed è a questo punto che arriva la rivendicazione del ruolo del mondo cattolico. Che,  per patrimonio culturale e per configurazione organizzativa, "dispone della cultura e delle strutture appropriate per diventare uno dei principali attori di sostegno del processo di redistribuzione dei poteri e delle risorse tra i diversi livelli di governo".

 

Poi tocca alla riforme. La Cei chiede che venga completata "la transizione istituzionale". Con un avvertimento: "Non dobbiamo sbagliare la prospettiva: è l'incertezza del modello così come lo vediamo oggi realizzato a generare continue tensioni per l'equilibrio costituzionale, non il suo auspicabile coerente completamento". Su questo tema i vescovi rivendicano il loro protagonismo. "Come cattolici, non possiamo guardare alla transizione delle istituzioni politiche con gli occhi dell'osservatore esterno", afferma il comitato preparatore delle settimane sociali - Va attribuita un decisa priorità al problema della forma di governo, inclusi i suoi contrappesi e una conforme legge elettorale".

 

Altro tema preso in esame è quello del debito pubblico destinato a pesare sulle future generazioni: "Le risorse pubbliche rappresentano l'altro versante di un sacrificio già superiore alla media: massima deve essere la tensione, perchè massima sia la resa di ogni singolo elemento della spesa nel quadro del controllo dei saldi della finanza pubblica. Nella prospettiva del bene comune, questa ci appare come un'istanza etica, al pari di quella di generare risorse aggiuntive".

 

Per quanto riguarda l'immigrazione la Cei chiede che sia concessa la cittadinanza ai figli degli stranieri. Condizione "di una piena integrazione delle seconde generazioni nella società italiana". Giudizio negativo, invece, per l'attuale legge che "ha finito per trasformarsi in una probatio perversa per migliaia di ragazzi e ragazze, le cui famiglie hanno dovuto seguire un percorso d'emersione dalla irregolarità attraverso sanatorie e regolarizzazioni". LR 10

 

 

 

 

Salari, Italia maglia nera tra i paesi Ocse: guadagni -16,5 % rispetto alla media

 

Il Rapporto 'Taxing Wages' diffuso oggi a Parigi  - Il nostro Paese si colloca come stipendi al 23mo posto su 30.

 

Parigi - In Italia nel 2009 i salari si sono confermati tra i più bassi dei paesi dell'Ocse, inferiori del 16,5 % rispetto alla media dei trenta membri dell'Organizzazione. Lo rivela il Rapporto 'Taxing Wages' diffuso oggi a Parigi, in cui il nostro Paese si colloca come stipendi al 23mo posto, stessa posizione dello scorso anno.

Per il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, il dato Ocse "è lo stesso del passato" si basa su tecnicalità "che abbiamo sempre messo in discussione e francamente non ha riscontro nella realtà". Ma il Codacons denuncia: i prezzi e il costo della vita dal 2002 ad oggi ''sono raddoppiati, mentre stipendi, salari e pensioni sono rimasti al palo''. ''Il governo - sottolinea l'associazione - non può continuare a lavarsene le mani come ha fatto fino ad ora, accontentandosi di provvedimenti spot''.

In media in Italia, secondo i dati Ocse, un lavoratore single senza carichi di famiglia ha avuto nel 2009 un salario annuale netto di 22.027 dollari, rispetto i 26.395 della media Ocse. Ancora più forti i divari rispetto alla media Ue, dove la media dei salari è di 28.454 dollari (25.253 per la Ue-19). Nel caso di lavoratore con famiglia mono-reddito, con a carico coniuge e due figli, il salario netto degli italiani sale a 26.470 euro ma si conferma al 23mo posto della classifica Ocse.

Ai vertici della classifica, nel caso di lavoratore single, la Corea del Sud, con un salario medio di 40.190 dollari, mentre all'ultimo posto il Messico con 10.121 dollari. Nel caso di lavoratore con coinge e due figli a carico, il salario medio piu' alto si registra in Lussemburgo con 50.482 dollari.

In Italia il cuneo fiscale, ovvero la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e il salario netto percepito, è stato del 46,5% nel 2009 (-0,03% sull'anno precedente), ponendosi al sesto posto della classifica elaborata dall'Ocse.

Al vertice della classifica - per quanto riguarda i lavoratori single senza famiglia a carico - si pone il Belgio con un cuneo del 55,2 %, seguito da Ungheria (53,4) e Germania (50,9). In fondo, Messico (15,3%) e Nuova Zelanda (18,4%). Più 'leggero' il peso per lavoratori con coniuge e due figli a carico: in Italia scende al 35,7 % (-0,4% rispetto al 2008), settimo posto della tabella dell'Ocse, che vede una media del 26 %. In questo caso il cuneo più forte si registra in Ungheria (43,7%) e Grecia (41,7), mentre diventa quasi nullo in Nuova Zelanda (0,6%) e Islanda (8,6%), paesi caratterizzati da forti politiche di sostegno alle famiglie.

Per quanto riguarda il nostro paese l'Ocse evidenzia il peso - pari a circa il 3 per cento - dei 'pagamenti obbligatori non fiscali', ovvero il trattamento di fine rapporto. Secondo il segretario generale dell'Ocse Angel Gurria "abbassare le tasse sul lavoro può contirbuire a sostenere la ripresa, ma solo all'interno di interventi più ampi ed equilibrati".

L'organizzazione internazionale con sede a Parigi rende noto anche che il tasso di disoccupazione nell'area dell'Ocse sale dall'8,6% di febbraio all'8,7% a marzo e di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il numero dei disoccupati nell'area si attesta a 46,1 milioni: 3,9 mln in più rispetto a marzo 2009.

Nella zona euro il tasso di disoccupazione a marzo è rimasto invariato al 10%. Rispetto allo stesso del 2009 il tasso è in crescita di 0,9 punti percentuali. In Italia la disoccupazione è salita dall'8,6% di febbraio all'8,8% a marzo. Rispetto a marzo 2009 il tasso è in crescita di un punto percentuale.

A guidare la classifica dei paesi della zona euro con più disoccupazione è la Spagna (19,1%). Seguono la Repubblica slovacca (14,1%), l'Irlanda (13,2%), la Ungheria (11%), il Portogallo (10,5%) e la Francia (10,1%). I tassi più bassi si registrano in Corea (3,8%), nei Paesi Bassi (4,1%) e in Messico e Austria (entrambi al 4,9%).

(Adnkronos 11)

 

 

 

 

Occupato il Consolato di Liegi, per protesta contro la chiusura

 

Il 7 maggio 2010 è stato occupato pacificamente il Consolato Generale d’Italia a Liegi. Le alternative alla chiusura ci sono, manca ancora la volontà di affrontare seriamente il progetto di „razionalizzazione della rete estera“.

 

La Confsal-Unsa Coordinamento Esteri e il Comitato di Coordinamento contro la chiusura del Consolato di Liegi esprimono piena soddisfazione per la manifestazione che si è svolta lo scorso 7 maggio 2010 nella capitale di una delle Regioni economicamente, politicamente e culturalmente più importanti del Belgio e che ha visto centinaia di persone occupare in segno di „protesta“ e di „affetto“ il proprio Consolato.

 

Tante sono le domande che attendono ancora una risposta da parte del Sottosegretario con delega per gli italiani all’estero, Sen. Alfredo Mantica e del Ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini: una presa di posizione concreta, per esempio, alla disponibilità del Governatore della Provincia Michel Foret e del Sindaco di Liegi Willy Demeyer rivolta al Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, di offrire allo Stato italiano una sede a metà prezzo per il Consolato Generale d’Italia.

 

Considerando i progetti di salvataggio delle Autorità straniere per mantenere le nostre Rappresentanze all’estero, si direbbe quasi che siano più rispettosi loro delle nostre comunità italiane all’estero che i nostri rappresentanti istituzionali.

Che abbiano loro una visione più ampia e lungimirante delle conseguenze che avrebbero le chiusure? Chiudere per cancellare un pezzo di storia non è mai stata in prospettiva un’alternativa valida ed intelligente.

 

Chiudere Liegi e assorbire personale e strutture presso il Consolato d’italia a Charleroi non è realistico!!! E chi dovrebbe gestire gli oltre 70.000 italiani iscritti a Liegi se il Consolato d’Italia a Charleroi è già al limite delle proprie forze e della propria capienza strutturale?

 

La Confsal-Unsa Coordinamento Esteri non demorde ed insieme ai suoi iscritti e al Comitato di Coordinamento contro la chiusura di Liegi, che ha appena annunciato una prossima manifestazione di protesta, continuerà con tutte le sue forze a dire NO alla chiusura del Consolato Generale di Liegi!!!

La Confsal Unsa Esteri ringrazia, infine, sentitamente i tantissimi colleghi che hanno aderito, dalle proprie sedi, alla Campagna fax promossa da questa O.S. a sostegno dei colleghi a contratto e di ruolo in servizio a Liegi, nonchè dell’intera collettività italiana ivi residente. Confsal Unsa Esteri, De.it.press

 

 

 

 

Immigrati, Maroni: rischio banlieue parigine. Moratti: «Clandestino delinque»

 

MILANO - L'Italia a rischio rivolte come le banlieue parigine, è il parere del ministro Maroni, mentre è polemica sulla frase del sindaco Moratti secondo cui i clandestini senza lavoro normalmente delinquono. Ma il ministro la difende: non ha detto: clandestini-criminali.

 

Sinergie tra istituzioni per integrazione. Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, alla presentazione di una ricerca sul degrado nelle città ha affermato che «la ricerca dice chiaramente che ci sono dei rischi anche nelle nostre città che avvenga ciò che è avvenuto nelle banlieue parigine qualche anno fa. È per questo che è importante avere effettuato questa ricerca perchè è utile e dà suggerimenti su cosa fare per prevenire questi rischi». Maroni ha quindi spiegato che sono necessarie azioni in grado di coinvolgere il governo, il ministero dell'Interno «ma soprattutto il mondo delle autonomie cioè i comuni e i sindaci. Per questo ho proposto di continuare questa collaborazione tra il ministero dell'Interno e l'università Cattolica aprendola alla partecipazione dell'Anci».

 

Maroni: rigore e integrazione. Maroni ha preso ad esempio Verona come città riportata da una ricerca universitaria come luogo che viene percepito come miglior posto di integrazione degli stranieri. «Lì - ha precisato Maroni - il rigore contro l'immigrazione clandestina è massimo. Rispetto delle regole e rigore significa anche possibilità di integrarsi meglio. È quindi un binomio inscindibile che però deve vedere l'azione comune del ministero dell'Interno, delle forze dell'ordine e di chi ha il compito di investire nelle politiche sociali, cioè le autonomie».

 

Moratti: immigrati senza lavoro delinquono. Ma sugli immigrati sono state le parole del sindaco di Milano Letizia Moratti a far scattare la polemica: «I clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono». Lasciando l'Università, il sindaco Moratti ha rinnovato il suo appello al Viminale a modificare il reato di clandestinità per rendere possibili espulsioni rapide nel caso lo straniero irregolare sia in attesa di un processo per altri reati. «Noi sosteniamo - ha chiarito la Moratti - tutti gli stranieri regolari che intendono avviare percorsi di integrazione».

 

Radicali: pronti a class action. I radicali hanno chiesto tempi certi e veloci per il rinnovo dei permessi di soggiorno spiegando di essere pronti ad una vera e propria class-action: “Illegali siete voi governanti” è scritto su uno dei cartelloni che portavano i manifestanti, fra di loro Gaoussou Outtarà, cittadino della Costa D'Avorio che da 30 anni vive in Italia. «Siamo di fronte a un testo unico dell'immigrazione che prevede 20 giorni come tempo di rilascio del permesso di soggiorno. Ma noi siamo vittime della burocrazia perché per rinnovarlo ci voglio degli 8 ai 12 mesi e facciamo le spese dell'illegalità del paese». Per questo dopo lo sciopero della fame portato avanti da 490 persone, ora l'idea è quella di una class-action. «Ci stiamo muovendo su questa strada - ha osservato Outtarà -. Aspettiamo che il ministro Maroni risponda direttamente al nostro appello». IM 10

 

 

 

 

 

L’impegno italiano ed europeo sulle competenze linguistiche indispensabili per l’integrazione dei migranti

 

Un’analisi delle attività dell’Università per Stranieri di Perugia precede il Meeting dell’Associazione che raggruppa gli enti certificatori dello studio delle lingue in Europa (ALTE), dal 12 al 14 maggio

 

  ROMA – Un convegno su quanto è stato fatto in Italia dal Centro per la Valutazione e la Certificazione Linguistica (CVCL) dell’Università per Stranieri di Perugia per l’apprendimento della lingua italiana rivolto agli immigrati si è tenuto ieri a Roma presso il Centro Culturale “Saint Louis”.

  Un’iniziativa che prepara i lavori del Meeting dell’ALTE (Association of Language Testers in Europe), l’organismo che raggruppa gli enti certificatori dello studio delle lingue in Europa, in programma da oggi 12 al 14 maggio nel medesimo Centro della capitale.

  Obiettivo dell’incontro è infatti stimolare la condivisione e lo scambio di idee fra migranti, politici, linguisti, esperti di testing ed insegnanti, in direzione di uno sviluppo sempre più efficace di iniziative formative e valutative dell’italiano (e delle altre lingue d’Europa) rivolte ad immigrati.

  Un’analisi di ciò che avviane a livello di certificazione della conoscenza linguistica nel contesto italiano ed europeo, insieme ai contributi dei partners dell’ALTE in materia (Associazione di cui il CVCL di Perugia è socio fondatore e unico organismo rappresentante la lingua italiana) e delle esperienze effettuate nel nostro Paese.

  Quest’ultima porzione del convegno illustra in particolare l’approccio operativo adottato dal CVCL dell’Università per Stranieri di Perugia per rendere formazione e valutazione linguistica vicine e accessibili ai cittadini migrati nel nostro Paese da realtà extra europee.

  Questi ultimi spesso non godono delle stesse possibilità finanziarie né delle stesse condizioni socioculturali di altri cittadini stranieri che hanno necessità d’imparare l’italiano e perciò il CVCL della Stranieri ha da tempo deciso di operare su questo fronte in collaborazione con i Centri Territoriali Permanenti e le associazioni di volontariato di settore operanti sul territorio nazionale. Per questa categoria di apprendenti, infatti, formazione e certificazione devono costituire un momento integrato nel corso del quale essi possano contare su un’adeguata assistenza.

  In sede europea da tempo è maturata la consapevolezza che formazione e certificazione linguistica costituiscano lo strumento primario per una corretta integrazione dei cittadini immigrati. Consapevolezza a cui devono seguire opportune azioni politiche.

  Le istituzioni scientifiche continentali che rilasciano certificati di conoscenza di una lingua europea (come lingua straniera) stanno da tempo concentrando risorse e sperimentazioni nell’individuazione di percorsi di formazione e di valutazione linguistica per quei cittadini che, provenendo da realtà extracomunitarie, giungono in Europa possedendo, sovente, un basso tasso di scolarizzazione e una scarsa conoscenza delle realtà nazionali d’arrivo.

  Si discuterà di questo tema nel corso del Meeting dell’ALTE, da oggi, presentando le attività prodotte nell’ambito di un progetto promosso dal Consiglio d’Europa per definire i repertori linguistici nelle singole lingue continentali partendo dei descrittori del “Quadro Comune di Riferimento per le Lingue”. (Inform)

 

 

 

 

 

Moratti insiste: clandestini criminali, riformare la legge per espulsioni più facili

 

Il sindaco di Milano risponde al ministro Maroni: «Niente rischio banlieues in Italia. Ma oltre accoglienza serve rigore»

 

MILANO – «Non rinnego niente di quanto ho detto ieri. A Milano e nelle città del Nord gli autori di 8 reati su 10 commessi da extracomunitari sono reati di clandestini». Letizia Moratti non ha intenzione di fare marcia indietro. Il sindaco di Milano torna a parlare di immigrazione, il giorno dopo il convegno all'Università Cattolica in cui ha affermato: «I clandestini che non hanno un lavoro regolare, normalmente delinquono».

 

In un'intervista telefonica con Maurizio Belpietro durante la trasmissione televisiva Mattino Cinque, la Moratti ha spiegato: «Non mi sono pentita, ma il ragionamento che avevo fatto era più complesso. Noi a Milano e normalmente nelle città del Nord vediamo che gli autori di otto reati su dieci commessi da extracomunitari sono clandestini».

 

La questione più urgente, secondo il primo cittadino lombardo, è una riforma del reato di clandestinità: «Noi al governo abbiamo chiesto di prevedere l'espulsione anche nei casi di clandestini con altri procedimenti in corso, perché attualmente i clandestini che hanno procedimenti pendenti per altri reati non possono essere espulsi fino alla conclusione del processo per gli altri reati, e quindi di assorbire anche i reati predatori come furti, scippi e rapine nelle norme sulla clandestinità, in modo che sia possibile l'espulsione immediata anche quando la persona clandestina deve rispondere alla giustizia italiana di altri reati. Il paradosso è che un clandestino irregolare se commette un altro reato deve rimanere in Italia. Come faccio a spiegarlo ai miei cittadini che mi chiedono sicurezza?»

 

La Moratti ha poi risposto al ministro dell'Interno Roberto Maroni, che ieri aveva citato la guerriglia urbana di via Padova a Milano dello scorso 13 febbraio per dire che nelle periferie italiane ci sarebbe il rischio di rivolte come nelle banlieues parigine. Un paragone che il sindaco di Milano non accetta: «In via Padova, quello che è accaduto è assolutamente diverso da quello che è accaduto nelle banlieues parigine, perché lì c'è stata una rivolta contro lo Stato, qui c'è stata una rissa tra due bande rivali».

 

«Su via Padova - ha aggiunto la Moratti - stiamo lavorando con tutte le associazioni sportive e culturali, le parrocchie e le associazioni delle comunità etniche per intensificare quelle azioni di solidarietà e di sostegno alle associazioni che sul territorio svolgono un importante ruolo di presidio sociale».

 

A Milano, nell'aprile 2007, c'era stata anche un'altra rivolta etnica: quella degli immigrati del quartiere cinese di via Paolo Sarpi. Neanche quest'ultimo caso può per la Moratti essere paragonato alle violenze delle periferie parigine. «In via Sarpi si era creata una situazione che riguardava le misure rigorose che avevamo preso per il carico-scarico delle merci - ha affermato il sindaco ed ex ministro dell'Istruzione - ed è una situazione che si è venuta normalizzando avendo noi mantenuto una linea di rigore senza cedere».

 

«Il binomio inscindibile - ha concluso Moratti - è unico: accoglienza, solidarietà, integrazione e rigore e rispetto delle leggi».

 

L'intervento di Renzo Bossi: «I clandestini hanno qualcosa da nascondere». Il figlio del Senatur, oggi alla prima seduta del nuovo Consiglio regionale lombardo, è intervenuto nella disputa tra Maroni e la Moratti. «Maroni ha fatto una politica contro l'immigrazione clandestina - ha dichiarato Renzo Bossi - oggi a Milano ci sono da risolvere molti problemi. Se io vado in un altro Paese lo faccio con i documenti. Se si viene da clandestini magari qualcosa da nascondere c'è». M 11

 

 

 

 

A Roma il "meeting 2010" (12-14) degli enti linguistici europei (Alte)

 

Perugia - Che formazione e certificazione linguistica costituiscano lo strumento primario per una corretta integrazione dei cittadini immigrati è, in sede europea, consapevolezza da tempo tradottasi in azione politica. Le istituzioni scientifiche continentali che rilasciano certificati di conoscenza di una lingua europea (come lingua straniera) stanno da tempo concentrando risorse e sperimentazioni nell’individuazione di percorsi di formazione e di valutazione linguistica per quei cittadini che, provenendo da realtà extracomunitarie, giungono in Europa possedendo, sovente, un basso tasso di scolarizzazione e una scarsa conoscenza delle realtà nazionali d’arrivo.

In occasione del "meeting 2010" dell’Alte - l’associazione che raggruppa i maggiori organismi scientifici europei del settore, dall’Università di Cambridge all’Alliance Française, dal Göete Institut all’Instituto Cervantes - che si terrà quest’anno dal 12 al 14 maggio prossimi nel centro culturale "Saint Louis" di Roma, una giornata di studio e di riflessione sarà dedicata a quanto, in questo campo, è stato fatto in Italia, in particolare ad opera del Centro per la Valutazione e la Certificazione Linguistica (Cvcl) dell’Università per Stranieri di Perugia, che dell’Alte è socio fondatore e unico organismo a rappresentare nel suo ambito la lingua italiana.

"Valutazione ed integrazione linguistica nel contesto italiano: prospettive internazionali ed esperienze del Cvcl" è il titolo del convegno in programma per domani, 11 maggio, anch’esso al Centro Culturale Saint Louis di Roma, il cui obiettivo sarà quello di stimolare la condivisione e lo scambio di idee fra migranti, politici, linguisti, esperti di testing ed insegnanti, in direzione di uno sviluppo sempre più efficace di iniziative formative e valutative dell’italiano (e delle altre lingue d’Europa) rivolte ad immigrati.

Il convegno si articolerà in 3 distinte sessioni dedicate, rispettivamente, alla cornice istituzionale, italiana ed europea, entro la quale la certificazione opera, ai contributi dei partner Alte nell’ambito dell’integrazione, ed infine alle differenti esperienze in corso sul territorio italiano.

Quest’ultima porzione del convegno illustrerà in particolare l’approccio operativo adottato dal CVCL dell’Università per Stranieri di Perugia per rendere formazione e valutazione linguistica vicine e accessibili ai cittadini migrati nel nostro Paese da realtà extra europee.

Questi ultimi spesso non godono delle stesse possibilità finanziarie né delle stesse condizioni socioculturali di altri cittadini stranieri che hanno necessità d’imparare l’italiano e perciò stesso il Cvcl della Stranieri ha da tempo deciso di operare in collaborazione con i Centri Territoriali Permanenti e le associazioni di volontariato di settore operanti sul territorio nazionale. Per questa categoria di apprendenti, infatti, formazione e certificazione devono costituire un momento integrato nel corso del quale essi possano contare su un’adeguata assistenza.

Con questo scopo dal Cvcl è stato adottato un percorso formativo tarato sui loro specifici bisogni e realizzato in collaborazione con le strutture e gli organismi ad essi più facilmente accessibili. Il buon esito di tale pacchetto formativo ha fatto sì che esso sia stato successivamente adottato dal Ministero dell’Interno italiano, che ha scelto l’Università per Stranieri di Perugia come partner per la realizzazione del Progetto per l’Integrazione dei Cittadini dei Paesi Terzi, già in corso di svolgimento su gran parte del territorio nazionale.

Oltre alle pratiche italiane il convegno dell’11 maggio prossimo accoglierà voci ed esperienze europee ed internazionali sull’impiego della certificazione in contesto d’immigrazione, nella consapevolezza che solo dalla collaborazione costante e dalla condivisione di quanto prodotto sia possibile individuare le soluzioni migliori, nel quadro di scelte condivise.

I lavori del Meeting Alte si apriranno mercoledì 12 maggio per concludersi il giorno 14 e saranno in parte dedicati alla presentazione delle attività prodotte nell’ambito di un progetto promosso dal Consiglio d’Europa per definire i repertori linguistici nelle singole lingue continentali partendo dei descrittori del "Quadro Comune di Riferimento per le Lingue".

Verranno presentati i materiali realizzati per le lingue tedesca, inglese, francese e italiana. I testi realizzati per quest’ultima sono pubblicati dalla casa editrice Nuova Italia in volume cartaceo e in cd rom col titolo “Profilo della Lingua Italiana". (aise) 

 

 

 

Emiliano romagnoli nel mondo: al via il Programma Boomerang 2010. Domande entro il 21 maggio

 

Bologna - Al via il Programma Boomerang 2010, che offre a giovani di origine emiliano-romagnola residenti all’estero la possibilità di frequentare uno stage di uno o due mesi presso aziende ed enti con sede in Emilia-Romagna, per acquisire competenze professionali nei seguenti settori: architettura e ingegneria, sport e cura della persona, turismo agriturismo e settore alberghiero, ristorazione e agroalimentare, commercio estero. La domanda per partecipare deve essere inviata entro il prossimo 21 maggio.

Possono partecipare ragazze e ragazzi di età compresa tra i 18 e i 38 anni, residenti all’estero e discendenti di emigrati dall’Emilia-Romagna membri di associazioni iscritte all’elenco regionale, ovvero interessati a progetti di collaborazione con la Regione che mettono in comunicazione imprese, enti e comunità emiliano-romagnole all’estero.

Il periodo di svolgimento degli stage va dal 7 giugno al 24 luglio 2010. La selezione dei partecipanti sarà svolta di comune accordo fra la Consulta e il Cides di Bologna.

E’ richiesta la conoscenza della lingua italiana, almeno per la gestione dei rapporti personali. Il programma degli stage prevede anche l’acquisizione di competenze linguistiche. Bando e scheda di adesione alla pagina web http://www.emilianoromagnolinelmondo.it/wcm/emilianoromagnolinelmondo/news/2trim2010/boomerang_2010.htm.  (Inform)

 

 

 

 

Premio “IWW nel Mondo”. Candidature aperte fino 19 maggio. La premiazione il 28 settembre 2010

 

Ultim giorni per presentare le candidature per la seconda edizione del Premio “IWW nel Mondo” Bologna 2010, riconoscimento promosso dal network IWW-Italian Women in the World, la prima rete delle donne italiane nel mondo, presieduta da Patrizia Angelini, in collaborazione con Assocamerestero, Unioncamere Emilia-Romagna, Il Resto del Carlino/QN. Il Premio - già presentato con successo in Senato e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri - ha inoltre ricevuto il patrocinio di: Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Ministero per le Pari Opportunità, ENIT, Regione Emilia Romagna, Regione Toscana, Regione Liguria, Regione Veneto, Regione Molise, Consiglio Regionale del Trentino Alto Adige, Assessorato al Turismo Regione Liguria, Assessorato alle Attività Produttive, Sviluppo Economico e Piano Telematico della Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna, Comune di Bologna, Provincia di Firenze, Consulta degli Emiliano Romagnoli nel Mondo, Apt Emilia-Romagna.

 

Il Premio “IWW nel Mondo” prevede il conferimento di sette riconoscimenti destinati a profili eccellenti nei settori dell’Innovazione e Creatività, e verrà quindi assegnato a chi si è distinto all’estero, contribuendo allo sviluppo economico e culturale dell’Italia nel mondo.

Tra coloro che presenteranno domanda, verranno selezionati cinque vincitrici per la categoria “donne” (1 per Asia, 1 per Oceania, 1 Europa,1 Americhe, 1 Africa ), un vincitore per la categoria “uomo” e un vincitore per la categoria “under 25”. I vincitori verranno premiati con il “globo tricolore”, un’opera realizzata dall’artista Ada Capone per IWW. Saranno inoltre assegnati omaggi delle ditte sponsor.

 

Il Premio è riservato ai connazionali (residenti all’estero e oriundi); agli italiani che operano “da e per l’estero” anche temporaneamente; ai figli o discendenti dei connazionali all’estero.

Il premio intende promuovere il ruolo dei connazionali e degli italiani che operano sul mercato estero, attraverso la divulgazione di casi di successo personale, di progetti e/o iniziative da queste curate; ma anche dare rilievo al valore aggiunto dell'impegno culturale e imprenditoriale dei connazionali nel mondo per l'innovazione, lo sviluppo e l’immagine internazionale del Made in Italy.

 

Obiettivi del riconoscimento, premiare i talenti italiani e raccontare i "casi di successo” che saranno, anche questa volta, raccolti in un prodotto editoriale; ma anche costituire una rete tra l’Italia e gli italiani all’estero,promuovendo la lingua e la cultura italiana; rinsaldare il legame delle nuove generazioni con il Paese d’origine; offrire una “vetrina” dei prodotti e delle eccellenze italiane.

La cerimonia di premiazione si svolgerà la sera di sabato 18 settembre 2010, nella splendida sede di Palazzo Re Enzo a Bologna. Una vetrina internazionale preceduta da una serie di conferenze stampa a Bologna. Un’occasione per uno scambio di know-how, conoscenze, esperienze.

Si ricorda che le candidature potranno essere presentate fino al prossimo 19 maggio 2010.

Per conoscere i criteri di selezione e scaricare il regolamento completo, comprensivo di scheda di iscrizione, è possibile visitare il sito www.italianwomenworld.com oppure cliccare qui. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Turismo di ritorno. Intervista a Franco Narducci. L’Italia all’estero diventa più italiana

 

«Sono necessarie iniziative volte a richiamare in Patria gli italiani emigrati all’estero mediante il consolidamento del legame affettivo familiare e la promozione del turismo nel nostro Paese»

 

  ROMA - Gli italiani che vivono all’estero amano l’Italia. Appena possono, tornano felicemente a visitare i luoghi di origine. Vogliono incontrare le persone che fanno parte della famiglia che diventa sempre più numerosa, generazione dopo generazione. Chi vive all’estero sa quanto è grande la gioia nel rivedere il paesaggio italiano e soprattutto i propri luoghi di origine. Siamo una nazione con uno sterminato patrimonio artistico e gli italiani emigrati ne sono fieri e apprezzano i sapori di cibi e bevande, di musica e poesie, di emozioni italiane insomma..

  Nascono così dei progetti che sostengono il turismo di ritorno come quello lanciato da un imprenditore napoletano, Vincenzo Smiraglia, dalle colonne del nostro giornale, in cui si ipotizza il conferimento di un riconoscimento di benemerenza alla memoria degli italiani emigrati che nel secolo scorso hanno cercato fortuna all’estero dando anche lustro al nostro Paese; in tal modo si potrebbe incentivare il turismo di ritorno coinvolgendo i discendenti.

  E’ un modo per incoraggiare le forme di comunicazione trasversali e di sostenere le legittime aspirazioni degli italiani all’estero che si sentono legati al Belpaese. Ne abbiamo parlato con un profondo conoscitore del mondo dell’emigrazione, già segretario generale del Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero), Franco Narducci, emigrato 40 anni fa in Svizzera ed eletto in Parlamento dagli italiani all’estero, attualmente Vicepresidente della Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati e Presidente dell’Unaie (Unione nazionale associazioni di emigrazione ed immigrazione) che raggruppa il maggior numero di associazioni regionali legate agli italiani all’estero e che è entusiasta della interessante proposta di Vincenzo Smiraglia».

  Onorevole Narducci quali sono le sue idee in merito al progetto, i punti di forza e le pratiche significative?

  «L’idea è buona e deve essere coltivata in maniera da innescare un dibattito serio e proficuo per il paese e per le comunità italiane all’estero. Un titolo onorifico dedicato dallo Stato italiano ai suoi cittadini che si sono distinti all’estero per il loro lavoro e le loro capacità imprenditoriali, come è stato proposto, mi sembra una buona iniziativa perché riconosce l’ingegno e la laboriosità del popolo italiano anche in periodi di forti difficoltà economiche. In occasione delle celebrazioni del 150° dell’unità d’Italia è necessario trovare il modo affinché i nostri concittadini nel mondo vivano le celebrazioni come un momento forte di riscoperta del senso di appartenenza ad una comune identità culturale italiana, nella salvaguardia delle specificità locali che all’estero sono molto sentite. Gli emigrati italiani, già prima della proclamazione dell’unità d’Italia, hanno vissuto la propria condizione sociale e umana con un forte senso di appartenenza ad una identità ancorata ai valori culturali della madrepatria, come è testimoniato dalla presenza di numerose società di mutuo soccorso nate nei Paesi di emigrazione, in particolare dell’America Latina, nonché le scuole e gli ospedali italiani costruiti ovunque. Un patrimonio straordinario, che rischia di affievolirsi e che invece proprio in occasione del 150° occorre risvegliare anche attraverso un viaggio nella memoria per far vivere le radici del futuro e fare in modo che, ricordando i padri, i discendenti percepiscano anche attraverso momenti istituzionali, il loro legame con l’Italia».

 

In che modo?

  «Immagino una medaglia per aver contribuito allo sviluppo del Paese, come del resto ha proposto Vincenzo Smiraglia, che possa essere assegnata da ogni comunità locale attraverso la rete delle “Pro loco” ed in collaborazione con la rete consolare e gli istituti italiani di cultura, nonché con gli organismi di rappresentanza e dell’associazionismo italiano operanti all’estero e in Italia a livello regionale. In tale occasione si potrebbe invitare in Italia un rappresentante della comunità emigrata con alcuni discendenti per ritirare la medaglia commemorativa ed attivare un circuito virtuoso in cui la riscoperta delle radici si lega alla promozione del territorio e, perché no, anche alla formazione, e qui penso all’apprendimento dell’italiano sul posto e alla riscoperta del nostro patrimonio culturale immateriale. Purtroppo non tutti hanno la possibilità economica di affrontare il viaggio pertanto secondo me è importante trovare il modo per rendere possibile il soggiorno degli emigrati - molti non hanno case di proprietà e questo scoraggia il rientro – ipotizzando convenzioni con alberghi, compresi quelli diffusi sul territorio, o anche sistemazione in famiglie come avviene in Gran Bretagna, promuovendo così anche il dialogo. Inoltre andrebbe incentivato il rientro con contributi economici per le spese di viaggio attivando anche le risorse delle autonomie locali. Spesso le motivazioni forti per il rientro sono le feste religiose e patronali, che creano un solido legame con le «radici». Si potrebbe ipotizzare un coinvolgimento diretto con i percorsi dell’agriturismo in tutte le sue variazioni, ed attivare, nei territori, un circuito sinergico di cittadini, ricercatori, associazionismo ed enti locali che sappia riproporre sapori antichi attraverso la riscoperta di ricette tradizionali per immergersi pienamente nell’atmosfera del passato. Ciò significa anche presidiare il territorio, permettendo che il turista possa godere sia del paesaggio che del ricco patrimonio enogastronomico tradizionale locale. Inoltre sarebbe importante organizzare incontri e manifestazioni in Italia, per far conoscere la nostra cultura e il nostro lavoro, partendo da attività che le nostre aziende svolgono nei Paesi dove vivono gli italiani emigrati. Mettere quindi in contatto gli italiani all’estero con gli italiani che vivono in Italia e nel contempo dare risalto alla nostra economia e al nostro turismo. Perché è giusto ricordare il passato ma è altrettanto giusto e doveroso, per un Paese, riconoscere le sue eccellenze produttive attuali».

 

  Lei descrive un progetto lungimirante, sulla base di quello che ha proposto l’imprenditore napoletano Smiraglia…

  «Gli italiani all’estero amano l’Italia ma a volte con la malinconia di uno che guarda indietro; ecco, noi dobbiamo riuscire a trasformare la malinconia, ove sia presente, in entusiasmo ed avviare una grande opera di promozione sinergica del nostro patrimonio culturale nel mondo anche sfruttando la rete degli italiani nel mondo, una rete di collegamento importantissima per un Paese che si è attestato tra le maggiori potenze economiche globali. Tale rete è una risorsa che va valorizzata maggiormente anche attraverso adeguate riforme, come quelle che ho proposto in Parlamento concernenti la riforma degli Istituti Italiani di Cultura all’estero o la legge per la promozione dell’associazionismo sociale anche all’estero oltre a quella sulla riforma della cosiddetta legge 153/’71, concernente interventi di formazione linguistica e culturale in favore dei cittadini italiani e dei loro congiunti e discendenti residenti all’estero, nonché per la promozione e la diffusione della lingua italiana nel mondo. Con queste proposte, infatti, ho cercato di venire incontro alle mutate condizioni dell’emigrazione italiana e alla necessità di un piano di offerta formativa che si inserisca nei processi di globalizzazione culturale ed economica in maniera efficace. Ritengo inoltre funzionale al processo che ho descritto l’istituzione di borse di studio, per i figli degli italiani all’estero, atte a garantire l’apprendimento dell’italiano nei luoghi di origine rilasciando loro una certificazione linguistica di qualità».

  Come giudica la situazione attuale in merito alle politiche tese a favorire la conoscenza dei luoghi di origine degli italiani nel mondo?

  «Le iniziative messe attualmente in campo e quelle ancora da intraprendere, vanno senza dubbio irrobustite attraverso la generazione di un maggiore impulso al richiamo in Patria, mediante il consolidamento del legame affettivo familiare tra essa e coloro che hanno scelto l’emigrazione per un miglioramento delle condizioni economiche e professionali. Inoltre, bisogna tenere conto del fatto che quando oggi parliamo di emigrati, spesso ci volgiamo alla seconda terza o quarta generazione, pertanto il ritorno in Italia di questi soggetti, di frequente, più che un ritorno è una prima volta. A volte si tratta di un dovere, l’occasione per visitare il luogo dove riposano i genitori o altri membri della famiglia, dunque per ristabilire il contatto con le proprie origini. In questa direzione, fondamentale sarebbe esaltare le peculiarità regionali, addirittura i sapori e gli odori di una terra di cui, coloro che l’hanno amata molto e purtroppo l’hanno dovuta abbandonare, non avranno mancato di magnificarla ai propri discendenti. Ritengo che per perseguire tali risultati, sarebbe fondamentale rafforzare gli interventi formativi a tutti i livelli, sia riqualificando gli Istituti Superiori per il Turismo, che implementando la formazione turistica a livello universitario, che purtroppo in Italia è una realtà recente. Inoltre, al potenziamento formativo dovrebbe necessariamente fare seguito una riorganizzazione del sistema turistico territoriale, in modo tale da giungere ad un’azione di co-promozione dei propri siti ma anche dei propri prodotti enogastronomici».

Francesca Genovesi, Il Punto 30.4.

 

 

 

 

Le associazioni, asse portante nella formazione e nella vita dei Comites e del CGIE

 

Il dibattito che si sta svolgendo in questi giorni dentro e fuori del CGIE  evidenzia, al di là delle molte intenzioni che sono di segno totalmente contrario, una rafforzata prassi  d’inconcludenza della quale è interamente responsabile l’interlocutore  primario rappresentato dal governo. Sulla assenza d’interlocuzione con il CGIE e con i cosiddetti corpi sociali intermedi pesa anche la presunzione di autosufficienza rivestita da annunci di decisionismo che abbiamo imparato a riconoscere sin dalle prime dichiarazioni del sottosegretario con competenze in tema di italiani all’estero.

   La discussione in corso ha evidenziato non solo l’assenza di una volontà di governo mirata alla ricerca di soluzioni condivise  in tema di revisione dell’attuale CGIE e di organizzazione e funzionamento dei Comites ma anche fondamentali sottovalutazioni e fraintendimenti nell’analisi  del merito e dei comportamenti .

  Qui ed ora lo scontro in atto, perché di scontro si tratta, non è riferibile ad una  fra le “querelles” della politique d’abord cui ci stiamo assuefacendo nell’epoca dei parlamentari scelti dai segretari di partito più o meno populisticamente ispirati al caudillismo.

  Il confronto d’idee che riguarda l’intero mondo degli italiani all’estero e che avrà riflessi su tutte le nostre comunità di connazionali non è la sostanza di una contrapposizione fra partiti e schieramenti in nome di un calcolo sulle convenienze elettorali.

  Quello che si contrappone è un modo quasi specularmente rovesciato d’intendere il rapporto fra i connazionali all’estero e nella loro relazione con la madrepatria.

  Si vuole sfuggire da un dato di realtà e cioè dalla necessità per un mondo, quello degli italiani e degli oriundi italiani sparso per enormi aree continentali, di avere il  suo radicamento e sue forme di rappresentanza sociale e politica.

  Le proposte di modifica del CGIE e dei Comites, le opinioni al riguardo, rispettabili  ma non condivisibili di alcuni parlamentari, sottendono , con le loro scelte “tecniche”  un  retroterra culturale alla cui base c’è l’idea che è meglio ridurre la rappresentanza, accentuare la presa dei partiti sulla realtà dell’estero ritenendosi il pluralismo della rappresentanza e dei soggetti collettivi che la esprimono  un dato da dovere ridurre a simulacro.

  Come valutare la mancata approvazione in ben due legislature di una proposta di legge (Narducci ed altri)  per il riconoscimento della natura di promozione sociale alle associazioni italiane all’estero?

  Si permane altresì nell’equivoco diffuso  secondo il quale i parlamentari eletti all’estero sarebbero “ i nostri “ parlamentari. Dall’alfa all’omega questi, per ora diciotto parlamentari, dovrebbero essere in grado di “leggere “ i bisogni di una comunità mondiale di italiani all’estero  dei quali oggi con fatica si prova a decodificare i bisogni grazie alle migliaia di associazioni religiose, laiche, di diversa finalità , veri e propri strumenti di democrazia partecipata.

  I parlamentari senza vincolo di mandato rispondono al loro elettorato ed alla disciplina di partito, Seguitare a dire che sono “nostri “ e cioè  che rispondono  a tutti noi che a diverso titolo proviamo ad agire nell’interesse dei cittadini italiani all’estero vuol dire seguitare a lasciare sul campo un dato inesatto, anzi un dato falso.

  Tra i parlamentari all’estero ognuno di noi ha avuto modo di apprezzarne alcuni per impegno e preparazione, di condividere con altri, talora, i punti di vista e di dissentire da altri, Ve ne sono di assidui e di meno assidui e ce ne sono stati anche di incompatibili con il ruolo del Parlamento di cui facevano parte.

  L’associazionismo in questi anni ha mostrato vitalità, capacità di rinnovamento.

  Dall’associazionismo sono venute avanti precise proposte di riqualificazione in autoriforma  non solo delle associazioni ma anche di Comites e CGIE.

  Siamo stati in grado di indicare come aprire una fase di rinnovamento non parcellizzato delle diverse componenti del mondo degli italiani all’estero

  Nei documenti dell’ultima  Conferenza Stato Regioni CGIE il documento finale riconosce e valorizza il ruolo dell’associazionismo.

  Nella Conferenza mondiale dei giovani e nei documenti scaturiti dai diversi comuni momenti  di confronto promossi dalla CNE e votati insieme dai rappresentanti delle regioni presenti e da quelli delle consulte regionali dell’emigrazione vi è una road map condivisa per il rilancio delle associazioni.

  Se passo indietro deve essere fatto, questo lo devono fare i partiti uscendo dal CGIE e maggiormente operando con i loro eletti in Parlamento.

  Se vogliamo che la partecipazione democratica resti un dato rilevante nelle nostre comunità all’estero le associazioni devono seguitare ad essere l’asse portante nella formazione e nella vita dei Comites e del CGIE.

  L’assemblea generale del CGIE, in queste ore alle battute finali, non ha potuto affrontare i suoi tredici punti all’ordine del giorno incalzata da un decreto, assunto in solitudine dal governo, che non ci consente il rinnovo dei comites se non fra qualche anno. E’ stato importante la verifica dell’unità dei componenti del CGIE  che non difendono l’esistente per conservarlo , che anzi intendono rinnovarlo. Ad essi non si po’ chiedere  di collaborare allo snaturamento dell’organismo.

  In tutta questa situazione di realtà sospesa, tra gli effetti dei tagli al bilancio del MAE e le bozze di provvedimenti di “riforma”, fra attivazioni di parlamentari anche eletti all’estero  a cavallo fra abolizione del CGIE e loro snaturamento, quello che manca è il concerto non strumentale a sostegno di una vera riforma  di Comites e CGIE.

  In queste ore si allineano dichiarazioni di solidarietà con il CGIE che arrivano anche da quegli organismi che a suo tempo non ascoltarono i presidenti dei Comites, non ascoltarono le associazioni e tirarono diritto sulla nota cosiddetta “bozza Tofani”.

  C’è bisogno di fatti in controtendenza più che di dichiarazioni ex post e c’è bisogno di un coordinamento e di una forte, visibile  iniziativa  in grado di negoziare sostanzialmente una rivendicazione a tutto campo.

  Va aperta una fase nuova nelle relazioni inconsistenti dell’Italia con i suoi concittadini all’estero . A tal fine in questi anni le associazioni, i Comites, le consulte, le autonomie regionali hanno parlato fra loro concordando una linea d’azione che esiste e che sono in grado di sostenere  e portare insieme alla discussione, in modi da definire, con quanti hanno responsabilità di governo.

  Sembra che nelle prossime settimane da parte del CGIE si voglia dare una prima risposta  all’impasse attuale convocando le commissioni continentali allargate ai Comites per una più vasta corresponsabilità di fronte a quanto sta accadendo.

  Sarà certamente importante e le associazioni dovrebbero sentirsi impegnate in quella che si prefigura come una sacrosanta iniziativa.

  Tuttavia  le forze riformatrici dovrebbero evitare di andare in modo separato per obiettivi che  sono comuni. Se  si vuole  cambiare le cose che non si condividono allora occorre mettere  insieme unitariamente la forza di convincimento che è necessaria. La grande vertenza sociale con le istituzioni può aprirsi e concludersi positivamente  se si saprà contare sulle proprie forze e ci si doterà  di uno strumento unitario d’azione.

Rino Giuliani, Presidente Consulta Nazionale dell’Emigrazione

 

 

 

 

 

I corsi di lingua e la formazione dei docenti al seminario “L’italiano all’estero”

 

Roma - La legge 153/71, i corsi di lingua e cultura alla luce dei tagli alle risorse, la formazione dei docenti e la collaborazione tra le Direzioni generali dei Ministeri degli Esteri e dell’Istruzione. Questi, in estrema sintesi, i punti approfonditi da Carla Zuppetti (Direttore generale per gli italiani all’estero - Mae), Maria Romana Destro Bisol (Direzione generale promozione e cooperazione culturale - Mae) e Anna Piperno (Direzione generale ordinamenti scolastici - Miur) intervenute giovedì mattina 6 aprile al convegno "L’italiano all’estero: strategie di promozione e tutela" che, promosso dai parlamentari eletti all’estero e dalla Dante Alighieri, si è svolto questa mattina nella Sala delle Colonne di Palazzo Marini a Roma. Dopo l’intervento del sottosegretario Mantica, il direttore Zuppetti ha ricordato che l’intero settore è regolato dalla Legge 153 del 1971, normativa che si prepara al giro di boa dei 40 anni, nata in un "ambito complesso" in cui era prioritario "promuovere corsi di lingua per mantenere i legami con i nostri connazionali all’estero e sostenerne così il processo di integrazione". La legge, ha proseguito Zuppetti, "è strumento fondamentale della strategia generale", "vecchia, certo, ma molto elastica", cosa che "ha consentito di adattarsi ai tempi, evitando sovrapposizioni e creando interventi specifici in quadri diversificati".

Zuppetti ha quindi illustrato i dati su corsi e studenti relativi all’anno scolastico 2008-2009: "24mila i corsi, frequentati da 410mila alunni", in diminuzione rispetto all’anno precedente dopo la riduzione delle risorse nel rispettivo capitolo di bilancio. Tagli del 22%, in seguito dei quali "forte è stato lo sforzo della Dgiepm per cercare di ri-assettare i propri compiti che – ha ricordato Zuppetti – si intersecano con quelli della Dgcc". Tra le prime misure adottate quella di "abbandonare i corsi per adulti", area in cui potrebbero "inserirsi gli IIC", per mantenere quelli istituiti presso le scuole locali, che ad oggi sono il 60% del totale. Una scelta motivata sia dalla utilità di un precoce apprendimento della lingua, ma anche dal fatto che con le scuole vengono stipulate delle convenzioni che si devono rispettare. "Questi corsi curriculari (inseriti cioè nel programma interno della scuola - ndr) sono addirittura in aumento in Europa e nelle Americhe, soprattutto in Brasile", ha spiegato Zuppetti che ha quindi richiamato l’attenzione sul fatto che il numero maggiore dei corsi e la loro richiesta è maggiore nei paesi di forte emigrazione italiana. Giusto per ricordare che, sì, c’è la nuova emigrazione e il cultore dell’italiano, ma che i primi fruitori dei corsi di lingua restano gli italiani all’estero.

Per la Direzione Generale per la promozione e cooperazione culturale del Mae è intervenuta Maria Romana Destro Bisol che ha posto l’accento sulle "risorse umane" impegnate nella rete di promozione culturale, e cioè il personale di scuole, lettorati e IIC. Risorse "indispensabili", ha sottolineato, la cui "gestione va migliorata" attraverso una maggiore cooperazione con la Dgiepm per "collegare i vari livelli di apprendimento dell’italiano".

La DGPCC raggiunge 175mila studenti: "non tantissimi – ha ammesso Destro – ma con ricadute amplificate". Lo dimostra l’aumento di richiesta di italiano sia nell’Europa del’est, sia negli Usa, Canada, Australia, Cina, Egitto, Israele e Libano.

"Snodo essenziale", ha proseguito, "è la formazione dei docenti", come parte di una strategia che per Destro deve comprendere anche "il rafforzamento della certificazione, la produzione di materiali didattici nuovi e l’insegnamento online".

Anna Piperno, della Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici del Miur, ha ricordato che il Ministero strige accordi e firma memorandum con gli altri Paesi ed è interlocutore delle Ambasciate estere in Italia. "Prima dall’Europa ci contattavano solo i grandi paesi come Spagna, Francia e Germania e addirittura l’Inghilterra, ma ora, come diceva chi mi ha preceduto, si aggiungono i Paesi dell’Europa dell’Ester, dei Balcani e del Mediterraneo, per finire con Israele e i Paesi del Maghreb, ci chiedono cose diverse – ha spiegato Piperno – e il ministero, dal canto suo, valuta quali "spazi" abbiamo per inserire l’italiano a livello curriculare. Ci sono ordinamenti – ha chiarito – che lasciano spazio alle lingue seconde o terze; altri, come quello spagnolo, sono più limitati". In questo caso, il Ministero fa un lavoro diplomatico: "proprio nei giorni scorsi abbiamo siglato un Memorandum con la Spagna che ci è costato un anno di lavoro. Ciò che otterremo, forse, sarà solo una scuola bilingue, ma è il primo passo". Con la Francia, invece, il Miur ha firmato "un accordo per il doppio diploma. Cosa che ci chiede anche la Germania".

Ciò che è indispensabile, anche per Piperno, è "la formazione degli insegnanti" cui devono aggiungersi "programmi allettanti e fattibili, che si inseriscano bene nei programmi scolastici di ciascun Paese".

Nell’Europa dell’Est, ha portato ad esempio, "siamo presenti con modelli curriculari molto ambiziosi", mentre "Cipro ci ha chiesto insegnanti di italiano che lì è la seconda lingua studiata dopo l’inglese. Chi la insegna ora? Docenti greci". (m.cipollone\aise)

 

 

 

 

 

I cinesi guidano la multinazionale delle rimesse

 

Huang è titolare di un piccolo negozio a Prato, Larissa badante in una frazione alle porte di Biella. In comune hanno un permesso di soggiorno regolare e una famiglia che aspetta un bonifico. Il commerciante cinese, spavaldo, va in banca tutti i mesi e spedisce ogni volta più di mille euro; Larissa riesce ad andarci due tre volte l'anno e manda in Ucraina importi davvero esigui.

Grazie a Huang e ai suoi connazionali, Prato guida la graduatoria delle rimesse degli immigrati: da qui l'anno scorso ogni straniero (regolare residente) ha mandato a casa ben 16.760 euro, mentre Biella è proprio in fondo alla graduatoria con meno di 429 euro pro-capite. Il “bastimento” più carico di risparmi è quello che parte alla volta della Cina, dove è destinato quasi un terzo delle rimesse spedite dall'Italia, poco meno di 2 miliardi. Al secondo e terzo posto quelli per la Romania e le Filippine, rispettivamente 823 e 800 milioni, poi con somme molte più basse arrivano gli invii destinati a Marocco, Senegal, Bangladesh e Perù.

 

Gli immigrati che lavorano in Italia hanno costruito in dieci anni un grattacielo di risparmi. Mattonella dopo mattonella, quella che era una palazzina a tre piani è diventata un colosso di oltre trenta piani: le rimesse che valevano meno di 600 milioni di euro nel 2000 sono diventate una "multinazionale" che supera 6,7 miliardi. Una cifra che eguaglia il fatturato del settore biotech, cioè è pari al valore della produzione di quella fetta di giovani aziende italiane innovative che danno lavoro a 50mila persone.

Tutto in dieci anni. Sembra così lontano, eppure solo a cavallo del 1997-1998 è avvenuto il "sorpasso" e per la prima volta i soldi mandati dagli immigrati alle famiglie lontane hanno superato quelli in entrata, cioè quelli rimandati a casa dagli emigrati italiani. Non è stata una rivoluzione, ma la lentissima processione prima verso i phone center e poi pian piano verso le poste o le banche, a cui hanno partecipato negli anni tutti gli stranieri che lavorano, risparmiano e spediscono soldi a casa. Che cosa c'è dietro questo fiume di denaro, oltre alla necessità di aiutare i parenti rimasti in patria? A spiare in queste cifre ci ha pensato la veneta Fondazione Leone Moressa, che ha suddiviso i dati ufficiali rilevati da Bankitalia a livello regionale e provinciale.

Quanto vale un "mattone" del grattacielo? Ben 1.735 euro (la media 2009) è la cifra che ogni immigrato (solo regolari residenti) manda a casa. Un po' meno di quanto riusciva a inviare prima della crisi: nel 2007 erano poco più di 2mila euro.

Francesca Padula, Il Sole 24 Ore 3 maggio

 

 

 

 

Italiens Oper. Von der Wiege bis zur Bahre

 

Oper am Scheideweg: Via Staatsdekret erklärt die Regierung Berlusconi Italiens Hochkultur den Krieg. Die Konsequenzen: Landesweit wird gegen die Verordnung von Kulturminister Sandro Bondi gestreikt.

 

Streik!! Streik?? Ob sich an der Mailänder Scala diesen Donnerstag über der Premiere von Wagners „Rheingold“ wider Erwarten nun doch der Vorhang heben wird, steht bis zur Stunde in den Sternen. Nach Auskunft des Hauses hat Intendant Stéphane Lissner beschwichtigend auf die rituell dauererregten (und vielfältig zerstrittenen) Gewerkschaften eingewirkt: Abgesagte Vorstellungen, so Lissners Plädoyer, nützten allenfalls Berlusconis Anhängern, die auf alles Hochkulturelle per se einen Rochus haben. „Simon Boccanegra“ mit Placido Domingo war dem großen Theaterzorn zum Opfer gefallen, einen Sarg hatte die Belegschaft symbolträchtig über die Via Filodrammatici getragen. Um das ergrimmte Mailänder Publikum zu versöhnen, öffnete man in der vergangenen Woche auf Initiative von Daniel Barenboim zwei „Rheingold“- Hauptproben – „für die Stadt“. Man darf also hoffen. Vielleicht.

Es ist ein Treppenwitz der Geschichte, dass in Italien, wo vor über 400 Jahren die Wiege des Musiktheaters stand, die Opera Lirica nun zur Disposition gestellt wird. Man könnte auch sagen: In hohem Bogen wird hier das Kind mit dem Bade ausgeschüttet. Als wolle sich die Regierung Berlusconi unter dem Siegel des Sparenmüssens ihres gesamten Kulturauftrags entledigen. Kahlschlag!, schreien die Betroffenen; Abbau der Privilegien!, schreien vor allem rechtskonservative Kreise zurück – und so ganz kann man es ihnen nicht einmal verübeln. Für das Tragen eines Fracks auf der Bühne oder das Singen in einer Fremdsprache ein üppiges Zubrot zu erhalten, ist in diesen Zeiten schwer vermittelbar. Was nicht heißt, dass die Intellektuellen des Landes die Gelegenheit beim Schopf ergriffen und sich über der gesellschaftlichen und ästhetischen Relevanz der Oper in Italien im 21. Jahrhundert die Köpfe einschlügen. Die Debatte in den Feuilletons plätschert eher müde vor sich hin – ein deutliches Krisensymptom.

Die Konsequenzen: Landesweit wird gegen das betreffende Dekret von Kulturminister Sandro Bondi gestreikt. Mit ihm hat die Regierung den Notstand über die ehedem so glorreiche Opernlandschaft ausgerufen. „Bankrottartige Haushaltsdaten“, so die Diagnose, weshalb die Verordnung zuvor weder dem Parlament vorgelegt noch mit Fachkräften beraten wurde. Das kommt im zweiten Schritt, sagt der Kulturminister. Wenn’s denn dazu kommt, schallt’s aus der Künstlerwelt zurück: „Dieses Dekret bringt uns alle um.“

Das Dekret mag der Anlass sein für die aktuellen Verwerfungen, der eigentliche Streit schwelt schon viel länger. Die Regierung Berlusconi spare die Kultur kaputt, heißt es seit Jahren bei allen, die aktiv in der Kultur arbeiten, egal ob im Denkmalschutz oder in den Museen, beim Film oder in der Musik. Gewerkschafter legen Zahlen vor, nach denen Italien nur mehr 0,23 Prozent seines Bruttoinlandsprodukts der Kultur widmet – Frankreich hingegen viermal, Deutschland gut sechsmal so viel. Von Jahr zu Jahr streicht der Finanzminister den „Fonds für künstlerische Aufführungen“ stärker zusammen. Die 14 Opern- und Konzertstiftungen des Landes erhalten knapp die Hälfte dieser Mittel. 253 Millionen Euro waren es 2004, 2009 dann nur noch 240 Millionen. Im selben Zeitraum aber tat sich unter den Spielstätten ein Haushaltsloch von 100 Millionen Euro auf. Und die Kosten für die knapp 6000 Beschäftigten stiegen von 330 auf 340 Millionen Euro. Die Intendanten sprechen von „notwendigen Ausgaben zur Sicherung der künstlerischen Qualität“, das Ministerium von Verschwendung. Und Staatssekretär Francesco Giro droht unverhohlen, man habe Fabriken und Krankenhäuser geschlossen, man könne „auch Theater schließen“.

Zweieinhalb Jahre lang dürfen die Opernhäuser keine Festanstellungen mehr vornehmen

Zweieinhalb Jahre lang nun dürfen die Opernhäuser keine Festanstellungen mehr vornehmen. Nebentätigkeiten von Orchestermitgliedern (wie das Unterrichten am Konservatorium!) werden verboten. Die Einkünfte aus Haustarifverträgen verringern sich um die Hälfte. Damit will die Regierung nicht nur den Wildwuchs der Zulagen lichten, sondern auch Druck auf Opernstiftungen und Gewerkschaften ausüben, den stillgelegten Flächentarifvertrag unter Aufsicht des Staates endlich zu erneuern.

Das Dekret sieht außerdem vor, die Mittel künftig umzuschichten: Mehr Zulagen erhält, wer „kulturell bedeutende Produktionen“ vorweist, die Vorstellungen „quantitativ“ steigert und – durch Besucherzahlen nachzuweisen – den Geschmack des Publikums besser trifft. Mehr bekommt auch, wer seinen Haushalt „regulär“ führt und sich möglichst viel Geld bei privaten Sponsoren besorgt. Erlaubt ist, was gefällt? Drastischer kann man eine Kunstform von Staats wegen nicht privatisieren und popularisieren. Über ein ernst zu nehmendes Musikleben, von den Radioprogrammen bis zu den Orchestern, verfügt Italien seit Jahrzehnten nicht mehr.

Mit Sponsoring haben zumindest die römische Konzertakademie Santa Cecilia und die Mailänder Scala gute Erfahrungen gemacht. Seit 2005 verzeichnet die Scala mit 60 Prozent Eigeneinnahmen gar einen ausgeglichenen Haushalt. Dass Mailand und Rom, weil sie entsprechende Auflagen erfüllen, nun noch mehr Staatsgeld bekommen sollen, löst andernorts Empörung aus – und schürt Ängste: „In Mailand sitzen die Banken, in Rom Unternehmer und Politik, beide Bühnen haben einen Einzugsbereich von Millionen Menschen, aber wo sind die privaten Geldgeber, die uns helfen?“, fragt nicht nur der Intendant des renommierten „Maggio Musicale“ in Florenz, Francesco Giambrone.

Hilft alles nichts, entgegnet Staatssekretär Giro: „Wenn wir das Finanzdesaster nicht beseitigen, sterben einige Theater in zwei Jahren ganz.“ Dieser Tage beginnen in Rom die Parlamentsdebatten und die Verhandlungen mit den Gewerkschaften. Und vielleicht hilft es bei dieser Quadratur des Kreises ja doch, sein Ohr Richard Wagner zu leihen: „Nur wer der Minne Macht entsagt,/nur wer der Liebe Lust verjagt,/nur der erzielt sich den Zauber,/zum Reif zu zwingen das Gold“, mahnen die Rheintöchter. Tsp 11

 

 

 

Scheidung auf italienisch. Berlusconi zahlt Ex-Frau 300.000 Euro im Monat

 

Italiens Ministerpräsident Silvio Berlusconi hat sich mit seiner Noch-Ehefrau offenbar auf eine Scheidungsvereinbarung geeinigt und muss Veronica Lario monatlich 300.000 Euro zahlen. Außerdem darf die 53-Jährige weiter die große Villa in einem Vorort von Mailand nutzen, in der sie derzeit wohnt.

Mit der Vereinbarung bekommt Lario allerdings deutlich weniger als gefordert – ursprünglich wollte sie von Berlusconi nach 19 Jahren Ehe jährlich Unterhaltszahlungen von rund 43 Millionen Euro und damit monatlich mehr als 3,5 Millionen haben.

Passenderweise startet am Wochenende in Berlusconis Geburtsstadt Mailand Italiens erste Einkaufsmesse für leidgeplagte Ehepartner.

Die Fachmesse wartet etwa mit Vermittlungsagenturen für frisch Getrennte, Tipps von Scheidungsanwälten und Kursen über die Kunst der Verführung auf. Sie bietet außerdem Party-Ideen für diejenigen, die ihre Trennung gebührend feiern wollen.

Lario hatte vor rund einem Jahr die Scheidung von ihrem Mann eingereicht. Die 20 Jahre jüngere frühere Schauspielerin begründete dies mit der Schwäche Berlusconis für junge Frauen. Auslöser waren Berichte über eine Affäre Berlusconis mit einer damals 18-Jährigen.

Das Verhältnis der beiden ist jedoch bis heute nicht geklärt. Berlusconi und Lario kennen sich seit 1980, zehn Jahre später heirateten sie nach der Scheidung Berlusconis von seiner früheren Frau. Das Paar hat drei Kinder im Alter von 20 bis 24 Jahren. Afp 11

 

 

 

„Deutsch sollte Alltagssprache der Migranten in unserem Land sein"

 

Staatsministerin Maria Böhmer hat an die Migranten appelliert, in ihrem Alltag in

der Schule, auf der Arbeit oder in der Familie verstärkt Deutsch zu sprechen.

 

"In mehreren Sprachen zu Hause zu sein ist gerade in der Globalisierung ein

großer Vorteil. Für eine erfolgreiche Zukunft in unserem Land sind jedoch gute

Deutschkenntnisse die Grundvoraussetzung. Nur wer ausreichend Deutsch kann hat

die Chance auf einen Schulabschluss, eine fundierte Ausbildung und damit auf

einen Arbeitsplatz. Von entscheidender Bedeutung ist es, Deutsch auch im Alltag

zu sprechen. Denn nur wer eine Sprache täglich anwendet, kann sie auf Dauer

sicher beherrschen", betonte Böhmer heute bei einem Besuch der

Herbert-Hoover-Oberschule in Berlin-Wedding.

 

Anlässlich des EU-Projekttags an Schulen in ganz Deutschland diskutierte Böhmer

mit Schülern und Lehrern der Weddinger Schule insbesondere über die Bedeutung der Sprache für die Integration. An der Hoover-Oberschule darf seit 2005 auf dem

Schulhof sowie bei Schulausflügen und Klassenfahrten nur Deutsch gesprochen

werden. Diese Regelung hatten Eltern, Schüler und Lehrer in der paritätisch

besetzten Schulkonferenz vereinbart. 90 Prozent der Schülerinnen und Schüler

haben Deutsch nicht als ihre Muttersprache. "Ich halte die Selbstverpflichtung

der Hoover-Oberschule für vorbildlich- insbesondere für Schulen mit einem hohen

Migrantenanteil. Die Weddinger Schule setzt ein wichtiges Signal. Nur wer gut

Deutsch spricht, hat als Migrant bei uns eine Chance auf den sozialen Aufstieg.

Wer die deutsche Sprache nicht beherrscht, ist nur Zaungast in unserem Land.

Zugleich betont die Schule mit ihrer Vereinbarung die zentrale Rolle der

Sprachförderung. Sie ist für das Gelingen von Integration entscheidend", so

Staatsministerin Böhmer.

 

"Eine intensive Sprachförderung muss jedoch schon im Vorschulalter beginnen.

Bereits im Kindergarten müssen Deutschkenntnisse vermittelt werden. Ziel ist,

dass jedes Kind, das in die Schule kommt, ausreichend Deutsch sprechen kann. In

den Schulen muss die Sprachförderung höchste Priorität haben. Besonders wichtig

ist die Fort- und Weiterbildung der Lehrkräfte. Sie sollten auf den Unterricht

mit Kindern vorbereitet sein, für die Deutsch die Zweitsprache ist. Hier sind die

Länder am Zug. Sie haben sich im Nationalen Integrationsplan verpflichtet, bis

2012 für alle Lehrkräfte entsprechende Fortbildungen anzubieten", erklärte die

Integrationsbeauftragte der Bundesregierung.

 

"Wer gut Deutsch spricht, hat alle Möglichkeiten in unserem Land! Dies ist auch

die Botschaft der Kampagne der Deutschland-Stiftung Integration "Raus mit der

Sprache- rein ins Leben". Dabei fordern prominente Schauspieler wie Tyron

Ricketts und Collien Fernandes dazu auf, Deutsch zu lernen. Als wichtige

Vorbilder signalisieren sie jungen Migranten: Es ist wichtig, Deutsch zu sprechen

- gerade im Alltag!" Pib, de.it.press

 

 

 

Deutschland. Fast jedes vierte Baby hat ausländische Eltern

 

In Deutschland wächst der Anteil der Kinder mit ausländischen Eltern. Im Jahr 2008 hatten nach Angaben des Statistischen Bundesamtes 23 Prozent der Neugeborenen hierzulande eine Mutter oder einen Vater ohne deutschen Pass – oder beides. Zehn Jahre zuvor hatte der Anteil noch um Einiges niedriger gelegen

Fast jedes vierte der in Deutschland geborenen Kinder hat mindestens einen ausländischen Elternteil.

Von den rund 683.000 Neugeborenen des Jahres 2008 hatten rund 159.000 oder 23 Prozent zumindest eine Mutter oder einen Vater ohne deutschen Pass. Dieser Anteil sei etwa drei Prozentpunkte höher als zehn Jahre zuvor, seit dem Jahr 2000 aber nahezu unverändert, sagte Martin Conrad vom Statistischen Bundesamt.

Deutschland wird Europas Rentnerrepublik

64.000 der etwa 159.000 Säuglinge hatten ausländische Eltern. 95.000 Babys stammten aus einer deutsch-ausländischen Beziehung. Von diesen hatten 51.000 einen deutschen Vater und eine ausländische Mutter, die anderen 44000 eine deutsche Mutter und einen ausländischen Vater.

Die Zahl der Neugeborenen von zwei ausländischen Elternteilen ging in den vergangenen fünf Jahren um 12000 zurück, während es 6000 Babys mehr von deutsch-ausländischen Paaren gab.

Die in Deutschland lebenden Ausländer, die 2008 Eltern wurden, stammten aus allen Kontinenten und rund 170 Staaten der Erde.

Die größte Gruppe der Eltern gleicher Nationalität waren Türken mit 17.300 Kindern, gefolgt von Serben einschließlich Kosovaren (4100). dpa/EPD 11

 

 

 

Leitartikel zum Rettungsplan. Das Ende deutscher Fehldeutungen

 

Die Überraschung der Investoren, Händler und Analysten ist gelungen. Mit einem Kursfeuerwerk reagierten der Euro, die (Bank-)Aktien und die Anleihen der südeuropäischen Staaten auf den Rettungsplan der Euro-Finanzminister.

 

Der Plan ist bombastisch - sowohl von seinem Volumen her betrachtet als auch in seiner radikalen Abkehr von allen Werten und Vorstellungen, die deutschen Ökonomen und Politikern bis Freitag heilig waren.

 

Zwei Tabubrüche gilt es zu bestaunen und zu begrüßen. Es gibt ab sofort ein automatisches Hilfsprogramm für Staaten, die in Zahlungsschwierigkeiten geraten. Die Regel, dass kein Euroland dem anderen beisteht, existiert nicht mehr. Sowie der Tabubruch schlechthin: Die Europäische Zentralbank (EZB) kauft am Anleihemarkt Staatsanleihen von Eurostaaten.

 

Die Reaktion der Spekulanten, die mit einem Kaufrausch auf den Rettungsversuch reagieren, zeigt, dass es nie böse Zocker waren, die die Währungsunion an den Rand des Abgrunds gebracht haben. Es ist die pure Erleichterung darüber, da