WEBGIORNALE 12-16 Maggio
2010
Appello del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (Cgie) ai
connazionali nel mondo
Nell’ultima
plenaria il Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) ha deciso di
anticipare le commissioni continentali e di aprirle ai rappresentati di
Comites, associazioni e giovani per protestare contro il rinvio delle elezioni
dei Comitati e dare la massima visibilità alla contrarietà dei connazionali. Al
riguardo ha preparato un volantino, di cui pubblichiamo il tento integrale
Si chiudono
numerose sedi consolari. Attraverso il taglio dei finanziamenti si impedisce lo
svolgimento dei corsi di lingua e cultura italiana. Non si tutelano i cittadini
disagiati, in particolare in America Latina. Si dimezzano i fondi destinati
alla stampa italiana all'estero.
Si rinvia per la
seconda volta, con un decreto, l'elezione dei Comites e del Cgie, spostando complessivamente
di tre anni la scadenza elettorale naturale.
Tutto il sistema
di rappresentanza degli italiani che vivono e lavorano nel mondo è messo in
discussione. La libertà di informazione viene limitata. L'assistenza ai
connazionali bisognosi e alle imprese italiane è destinata a peggiorare. La
cultura del nostro Paese è minacciata.
Il Consiglio
Generale degli Italiani all’Estero, insieme ai Comites, chiede il rafforzamento degli interventi pubblici a
sostegno delle nostre comunità, la promozione per lo sviluppo di forme reali di
innovazione; il reintegro entro l'anno dei finanziamenti per la stampa italiana
all'estero; la sicurezza dei livelli fisiologici della rete dei servizi
consolari; l'impedimento discriminatorio nell'esenzione dell'ICI; il ripristino
dei fondi di assistenza, nonché quelli a favore dei corsi di lingua e cultura
italiana.
Fa appello ai
Presidenti della Camera e del Senato, ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari, in
particolare agli eletti della Circoscrizione Estero, affinché si adoperino per
annullare il rinvio delle elezioni dei Comites in sede di conversione in legge
del decreto del Governo.
Si impegna a
coinvolgere le Regioni, i Comites, le Associazioni, i Sindacati, i giovani per
raccogliere e far sentire con forza la voce degli italiani nel mondo e
contrastare concretamente la deriva di sfiducia e lo spirito di rinuncia che si
stanno diffondendo a causa dei colpi assestati alle politiche in favore degli
italiani nel mondo.
Il Cgie ha
ritenuto, in questo contesto, la convocazione anticipata delle proprie
Commissioni
Continentali: Europa e Africa del Nord a Francoforte, America Latina a Buenos
Aires, Paesi Anglofoni a Vancouver
Le Commissioni
Continentali sono aperte ai cittadini italiani all'estero, alle Associazioni,
ai consiglieri dei Comites, alle Organizzazioni sindacali, ai Consultori
regionali. Cgie, de.it.press
L’Italia allo sbando può contare ancora sull’aiuto degli italiani
all’estero
L’8 maggio si è
riunita a Berna l’assemblea nazionale del Partito Democratico in Svizzera alla quale ha partecipato anche il
Responsabile per gli Italiani nel mondo Eugenio Marino. I lavori introdotti
dalla presidente Anna Ruedeberg e dalla relazione del segretario Michele
Schiavone hanno prodotto un fruttuoso e proficuo dibattito nel quale sono
intervenuti assieme ai parlamentari Gianni Farina e Franco Narducci i segretari
ed i presidenti in rappresentanza dei Circoli e gli eletti nell’Assemblea
nazionale del Pd.
Il Partito
Democratico in Svizzera si è interrogato sulle questioni d’attualità politica
italiana ed europea, in particolare sugli aspetti e sulle conseguenze della
crisi economica, monetaria e finanziaria che hanno investito la Grecia e l’Euro
ed i risvolti sulle economie del Vecchio Continente, sull’azione del governo
italiano nel contesto economico e sociale e sulle opinabili scelte legislative
ed amministrative messe in campo in questa legislatura verso le sue comunità
all’estero.
Infine l’assemblea
ha espresso giudizi formulando proposte e rivendicazioni sul rapporto tra le
organizzazioni territoriali presenti all’estero e la direzione nazionale del
Pd.
Dalle
considerazioni espresse ne discende un’ urgente necessità che le forze
politiche riformiste, progressiste e sociali, il mondo produttivo, quello
associativo, gli organismi di rappresentanza ed i singoli ritrovino un forte
spirito d’iniziativa politica, per promuovere in Italia e all’estero
un’incessante opera di sensibilizzazione.
A fronte del
degrado civile e sociale che oggi affligge l’Italia il Partito Democratico in Svizzera è convinto
che un significativo contributo salutare possa venire, come già è successo
nella storia recente, dalla partecipazione e dall’intervento dei cittadini
residenti all’estero, che grazie all’esercizio del voto e alla loro presenza
nelle istituzioni legislative nazionali potranno continuare a svolgere un ruolo
di cerniera tra le istituzioni, le diverse economie e le società di
insediamento per favorire definitivamente
l’incontro tra culture e far affermare lo spirito europeo.
Perciò il Pd in
Svizzera richiama il governo italiano a mettere tra le priorità della propria
agenda la revisione delle forme di
partecipazione dell’esercizio del voto all’estero alterato nella pratica da
comportamenti criminosi ed illeciti che hanno portato all’allontanamento dal
Senato del senatore Di Girolamo.
Chiede al Governo
e al Sottosegretario Mantica un ripensamento della decisione di rinviare le
elezioni del Comites e del CGIE che contrariamente alle ragioni enunciate nel decreto legge del
24 aprile produrrebbe un effetto deteriore di deterioramento, con
l’irreparabile risultato di indebolire il sistema organizzativo e
rappresentantivo che regge la rete delle
comunità all’estero.
Perciò il PD in Svizzera chiede che si voti al più presto per rinnovare
i Comites ed il CGIE ed organizzerà una massiccia partecipazione alla
manifestazione europea che il CGIE, i Comites e le associazioni italiane
all’estero stanno mettendo a punto per il 29 maggio a Francoforte sul Meno.
L’assemblea ha
messo in evidenza il bisogno di
completare l’integrazione del Pd all’estero dentro gli organigrammi nazionali,
quandanche ha espresso l’impegno di definire finalmente le proprie regole
statutarie e, in occasione della prossima assemblea nazionale dei delegati che
si terrà a Roma il 21 – 22 maggio, di giungere alla scelta dei suoi
rappresentanti nella direzione nazionale e di darsi un coordinamento
continentale, passaggi che dovranno concorrere a definire un programma di
iniziative e di interventi per surrogare le attività politiche dei propri
parlamentari nella circoscrizione estero.
Con l’avvio del
tesseramento il Pd in Svizzera si pone l’obiettivo di rafforzare il proprio
radicamento nella Confederazione elvetica e di promuovere costanti iniziative
sul territorio, per mettersi all’ascolto e coinvolgere nella propria iniziativa
anche le associazioni, le forze politiche e sindacali elvetiche che per
affinità si richiamano al centrosinistra italiano. La vigilia del 150°
anniversario dell’Unità d’Italia impegnerà il Pd in Svizzera ad aggiornare e definire nuove strategie e
politiche di breve e medio termine per gli italiani all’estero, che saranno
proposte in un seminario programmato per l’autunno. Il Pd presenterà un programma sull’italianità in Svizzera,
sulla presenza dei partiti politici italiani all’estero, sulle politiche della
formazione, della divulgazione della lingua e della cultura italiana e degli
strumenti necessari per realizzarla, sul sistema Italia all’estero, sulla mobilità delle nuove figure professionali
dentro e fuori i confini nazionali, sulla presenza delle istituzioni di
rappresentanza italiana all’estero come anche sui rapporti che il pd tiene con
le forze politiche e le istituzioni in Europa.
Attenzione
particolare sarà posta al lavoro specifico sul territorio elvetico ed in questo
senso il Partito Democratico in Svizzera
parteciperà alla campagna referendaria sulla 4° revisione della legge
sulla disoccupazione in votazione nel mese di settembre, alle nuove forme
d’integrazione e di partecipazione alla vita sociale e politica degli italiani
in Svizzera. PD-Svizzera, De.it.press
Germania, dopo il ko alle elezioni la stampa attacca la Merkel
Parità di seggi
tra CDU e SPD, incognita sulla futura coalizione: ora si guarda a possibili
nuove alleanze
Düsseldorf -
All'indomani del voto in NordReno Westfalia che ha fatto incassare alla Cdu di
Angela Merkel una pesante sconfitta, sancendo la fine del controllo del
centrodestra sul Bundesrat, la Camera delle regioni, si guarda ora al futuro ed
alle possibili coalizioni di governo a Duesseldorf. Cdu e Spd hanno ottenuto un
numero di seggi uguale, 67 sul totale di 187 del parlamento regionale con una
differenza di appena 6200 voti in più per il partito cristianodemocratico.
Nessuno dei due potenziali blocchi di alleanze - CDU/FDP e SPD-Verdi - dispone
della maggioranza necessaria a governare. Per la prima volta nel parlamento
regionale è rappresentato il partito Die Linke. Ai Verdi sono andati 24 seggi,
alla FDP 13 e al partito della sinistra 11.
In termini
percentuali, la Cdu ha ottenuto il 34,6 per cento dei voti, registrando una
perdita del 10,3 per cento conservando però il primo posto. La Spd ha ottenuto
il 34,5 per cento delle preferenze, 6200 voti in meno della Cdu. I Verdi hanno
raccolto il 12,1 per cento dei voti (+5,9 per cento), la Fdp il 6,7 per cento
(+0,5). Alla Linke è andato il 5,6 per cento delle preferenze. Quanto alla
futura coalizione di governo, SPD, Verdi e Linke avrebbero la maggioranza
necessaria per governare, ma la Spd scarta questa coalizione. Possibile anche
una Grosse Koalition, la nascita cioè di un governo del quale entrerebbero a
far parte Cdu e Spd.
L'incognita sulla
futura coalizione. La candidata alle regionali dei Verdi, Sylvia Loehrmann, si
è intanto mostrata sostanzialmente favorevole all'ipotesi di una «coalizione
semaforo» (verde-giallo-rosso) ossia un governo formato dal partito ecologista,
dalla Fdp e dalla Spd. «Siamo naturalmente anche pronti a parlare con la Fdp»,
ha dichiarato questa mattina a 'Morgenmagazin' della ARD. Ipotesi però, ha
aggiunto la stessa Loehrmann, esclusa dal loro candidato Andreas Pinkwart.
Anche il capogruppo Spd Axel Schaefer ha rivolto indirettamente un appello alla
FDP, esortando il partito a non scartare l'ipotesi di colloqui. Nel 2005, ha
poi ricordato, si era determinata una situazione analoga - senza una chiara
maggioranza - a livello federale e la Fdp aveva scartato categoricamente la
possibilità di colloqui con la Spd: «Spero che non avremo una situazione di
questo tipo a Duesseldorf», ha aggiunto Schaefer parlando a 'Deutschlandradio
Kultur'. La Loehrmann ha quindi annunciato che il suo partito per prima cosa
parlerà con la Spd sulla sua eventuale disponibilità a dar vita ad una
coalizione rosso-rosso Verde (SPD- Die Linke-Verdi) e la Sinistra - ha aggiunto
- deve a sua volta far capire se è disposta ad assumersi responsabilità.
Giudizio molto
severo da parte della stampa tedesca sul tracollo elettorale subito dai
cristiano-democratici della Cdu, il partito di Angela Merkel, alle elezioni
regionali della Renania del Nord-Vestfalia. «E adesso, Cancelliere?» chiede il
quotidiano 'Bild', il più letto nel Paese, mentre il settimanale 'Der Spiegel'
parla di «un severo richiamo all'ordine da parte degli elettori» e chiede ai
partiti al Governo di «fare meglio in futuro». Il quotidiano 'Die Welt' chiama
in causa «la mancanza di direzione» della coalizione guidata da Merkel« e il
'Berliner Zeitung' scrive di un «disastro» per il Cancelliere. Per il
'Sueddeutsche Zeitung' «le grandi attese dei cittadini nei confronti del nuovo
Governo», a soli otto mesi dall'ampia vittoria uscita dalle urne nel settembre
scorso, si sono trasformate in una profonda delusione. «Si tratta di un sisma
politico, a soli 225 giorni dall'impressionante vittoria alle legislative»,
sottolinea ancora il 'Bild-Zeitung'. IM 10
Il cancelliere tedesco Angekla Merkel dice addio al taglio delle tasse
Dopo la sconfitta
elettorale colpo di spugna ai promessi sgravi fiscali
BERLINO -
All’indomani della cocente sconfitta elettorale nel Nordreno Westfalia, il
cancelliere tedesco Angela Merkel ha escluso una riduzione delle imposte negli
anni e venire, cancellando con un solo colpo un progetto chiave del governo di
centro-destra, alla guida dell’esecutivo tedesco da soli otto mesi.
«Dal mio punto di
vista, non sarà possibile attuare una riduzione delle imposte in un prossimo
futuro», ha detto il cancelliere, precisando che non saranno possibili sgravi
fiscali tra il 2011 e il 2012. Merkel ha aggiunto però che sarà necessario
«concentrarsi su una semplificazione del sistema fiscale». Nel loro programma
di governo, conservatori e liberali prevedevano una riduzione delle imposte di
24 miliardi di euro l’anno. Per Guido Westerwelle questa promessa era al centro
del programma politico dei liberaldemocratici. Le prossime legislative tedesche
si svolgeranno nel 2013. La Merkel ha escluso inoltre un eventuale rimpasto di
governo alla luce della sconfitta subita nel Nord Reno-Westfalia e delle
condizioni di salute del ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble (Cdu).
«Sarebbe controproducente se adesso lasciassi il sentiero che abbiamo trovato»,
ha detto la cancelliera al termine di una riunione con i vertici del partito.
Intanto la stampa
tedesca analizza senza pietà la sconfitta della Merkel. «Una Cancelliera sotto
tutela», titola l’edizione on-line del settimanale Der Spiegel riassumendo il
clima politico all’indomani del voto nel Nordreno Westfalia. La sconfitta della
coalizione nero-gialla (Unione Cdu/Csu e Fdp) nel Land più popoloso della
Germania significa, per l’esecutivo, la perdita della maggioranza al Bundesrat,
la camera alta del Parlamento, rappresentativa delle regioni. E questo comporta
un importante ostacolo all’attuazione di alcune grandi riforme promesse dal
governo di Berlino, che dispone adesso di margini di manovra molto più
limitati. Senza maggioranza al Bundesrat, l’Unione Cdu/Csu e l’Fdp sarà
costretta a compromessi con l’opposizione, non solo in materia di politica
europea, ma anche su temi di netto scontro politico, come la riduzione delle
tasse per privati e aziende, il rinvio dell’uscita dal nucleare, l’introduzione
di una quota forfettizzata per l’assicurazione sanitaria obbligatoria.
«E adesso,
Cancelliera?», si chiede il tabloid conservatore Bild. La risposta mette in
evidenza un netto indebolimento del governo federale e delle chance di
realizzazione delle due riforme chiave. Altri quotidiani puntano il dito sulla
Fdp di Guido Westerwelle, uscita distrutta dalle urne, altri ancora
sottolineano l’inaspettato successo dei Gruenen, raddoppiati rispetto al 2005.
La Sueddeutsche Zeitung attribuisce la sconfitta di Juergen Ruettgers agli
errori compiuti a Berlino: il governatore Cdu uscente ha perso «non per colpa
sua, ma perché il governo nero-giallo di Berlino ha sbagliato». Una lettura
confermata anche dal Financial Times Deutschland che commenta la sconfitta «una
giusta punizione per l’inattivismo nero-giallo». Attualmente i 7 governi
regionali a guida nero-gialla garantiscono 37 dei 69 seggi al Bundesrat. Con la
sconfitta nel Nordreno Westfalia la coalizione perde 6 seggi e scende a 31. Le
carte potrebbero nuovamente mischiarsi, ma solo il prossimo anno, quando il 21
marzo si svolgeranno elezioni regionali in Sassonia, Baden-Wuerttemberg e
Renania-Palatinato. LS 10
La lezione della crisi. Completiamo (e presto) la costruzione dell’Europa
Completiamo la
costruzione dell’Europa, eliminiamo la zoppìa del Vecchio Continente. Questo è
l’insegnamento della lezione di oggi. Se non ci fosse stata la zoppìa, vale a
dire la presenza di una moneta unica e la contemporanea assenza di una politica
economica comune, la crisi di questi giorni sarebbe stata di gran lunga meno
grave. Avrebbe avuto la fisionomia di un’oscillazione e non di uno scossone,
avrebbe impedito di ritrovarsi sotto scacco della speculazione.
Abbiamo subìto
invece una crisi appesantita dalla mancanza di un governo dell’economia
europeo. Questa è la nuova frontiera sulla quale dobbiamo incamminarci in modo
spedito. La sfida capitale è quella di coniugare la costruzione federale, che
c’è nella moneta, con il coordinamento stretto delle politiche economiche. Su
queste colonne, lo ripetiamo da tempo: crescita, welfare, fisco, industria,
disuguaglianza sociale, a queste sfide l’Europa deve rispondere con una voce
sola. E questa voce deve sentirsi forte e chiara: è in gioco il futuro di
trecento milioni di persone, un pezzo importante della civiltà e dell’economia
di un mondo sempre più globalizzato e sempre più veloce nella sua capacità di
cambiamento.
La prova più
evidente della coerenza di questo ragionamento è insita nella nuova crisi
finanziaria e monetaria che abbiamo dovuto fronteggiare e che appare diretta
conseguenza della debolezza costitutiva della costruzione europea. Ancora una
volta è proprio l’euro che ci spinge al cambiamento e ci indica la strada: ci
chiede, cioè, di fare quello che avremmo dovuto fare dodici anni fa. All’epoca
facemmo un lavoro a metà, questo lavoro ora va completato.
«L’euro è il punto
di non ritorno della costruzione europea, senza l’euro non solo non andremo
avanti ma c’è il rischio concreto di tornare indietro, ai nazionalismi e agli
spettri degli anni Trenta» dissi ad un Helmut Kohl, per nulla sorpreso, nel
giugno del ’93, appena nominato presidente del Consiglio, in una serie di
colloqui a quattr’occhi. Ricordo il suo sguardo di assenso, che era anche
qualcosa di più, e ricordo soprattutto quello che aggiunse lui, di suo: «Oggi
sono in grado di fare accettare questa scelta dai tedeschi, tra qualche anno
non sarebbe più possibile perché non avrebbero più accettato di rinunciare al
marco». Diceva la verità: in quel momento aveva vinto la battaglia
dell’unificazione politica e aveva, di conseguenza, un tale prestigio e un tale
carisma che poteva imporre la scelta, dopo non sarebbe stato più così. Le
cronache di questi giorni, le esitazioni tedesche ed i risultati delle elezioni
regionali in quel Paese, ci dimostrano che Kohl aveva ragione e aveva visto
giusto. A noi resta la soddisfazione che, per una volta, l’Europa ha mostrato
di voler cambiare passo e che l’Italia è stata in prima fila. Superare questa
impasse può dare stabilità, ma non crescita. L’una e l’altra sono complementari
e, se la seconda torna a mancare a lungo, si compromette anche la prima.
Completiamo, e presto, la costruzione dell’Europa e curiamone bene la zoppìa.
Facciamo tesoro dell’insegnamento che ci consegna la lezione di oggi. Non c’è
tempo da perdere.
CARLO AZEGLIO
CIAMPI IM 11
Al Complesso del
Vittoriano, la sera del 9 maggio, abbiamo celebrato il 60esimo anniversario
della Dichiarazione di Schuman, considerato l'atto di nascita dell'Unione
Europea.
Una data
fondamentale, quella del 9 maggio 1950, per una iniziativa politica che l'Italia
con Alcide De Gasperi sposò immediatamente e che accese il fuoco
dell’integrazione continentale. Sette anni dopo, a pochi passi dal Vittoriano,
nella Sala degli Orazi e dei Curiazi, i rappresentanti di sei Paesi, Francia,
Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Italia, firmarono, con il sottofondo
della "Patarina", la campana del Campidoglio, i Trattati di Roma,
istituendo così la Comunità Economica Europea.
Da allora sono
stati compiuti passi importantissimi. Libertà, pace e democrazia sono penetrate
così profondamente nell’animo europeo da essere date quasi per scontate. Il
compito morale e storico della riunificazione è stato realizzato. E oggi
possiamo salutare una Unione in cui 27 popoli hanno liberamente scelto di
rinunciare a porzioni sempre più ampie della loro sovranità a favore di un
grande progetto comune.
Lo straordinario
cammino che è stato compiuto non deve, però, farci chiudere gli occhi di fronte
alle sfide e alle incognite che si profilano all'orizzonte. Abbiamo abbattuto
le frontiere, creato un mercato comune, coniato una moneta unica ma manca
ancora una politica economica davvero coordinata tra i Paesi europei, anche se,
con il pacchetto a sostegno della zona Euro varato dall'Ecofin, l'Unione
Europea ha probabilmente consumato un passo fondamentale verso una vera
politica economica comune.
Proprio la crisi
di oggi dimostra quanto sia necessaria più Europa, non meno Europa e quanto
tutti dobbiamo sforzarci di individuare ogni strumento e opportunità per
rafforzarne l’azione. Ecco perchè la Dichiarazione Schuman resta nello spirito
ancora oggi attualissima.
Il ministro
francese immaginava e desiderava un'Europa basata su progetti concreti, capaci
di creare innanzitutto una solidarietà di fatto. Credo che oggi questa
solidarietà debba essere riportata al centro della missione politica
dell'Unione. Un compito complesso ma anche stimolante, fondamentale per
restituire all'Europa quell'entusiasmo, quella credibilità e quella forza
propulsiva contenuta nella Dichiarazione che i cittadini europei oggi fanno
fatica a riconoscere e individuare nelle istituzioni di Bruxelles. Una
scintilla di cui l'Europa, e i suoi popoli, non possono permettersi di fare a
meno. Viva l'Italia e viva l'Europa.
Andrea Ronchi,
Ministro per le Politiche Comunitarie (de.it.press)
Francoforte. Il sottosegretario per gli italiani nel mondo rimpiange le
Panzerdivisionen
Ecco il
redazionale del numero di maggio del Corriere d’Italia di Francoforte
La notizia che
qualche giorno fa le agenzie di stampa comunicavano è tra le più strambe che ci
sia dato leggere.
Un Sottosegretario
di Stato con varie deleghe, tra le quali quella per gli italiani nel mondo,
tale senatore Alfredo Mantica, in audizione presso la Commissione affari
costituzionali ed esteri del Senato, parlando del Segretario generale di un
organismo di rappresentanza regolarmente eletto dagli italiani nel mondo, il
Cgie, dice testualmente il seguente: “Nell’ultima comunicazione il segretario
del Cgie, Elio Carozza, mi ha scritto che la riforma dei Comites dovrà passare
sul suo cadavere. Non c’è problema.
Ho sempre ammirato
i carristi delle Panzerdivisionen. Io passo sul suo cadavere, datemi il tempo
necessario. Un anno, due, tre, non c’è problema!”. Ammetto di avere letto
queste parole un paio di volte nel timore di non averle capite bene. Peraltro,
vivendo in un Paese come la Germania che da decenni e con quella serietà che
spesso a noi italiani manca, serietà si interroga sui crimini di guerra e sulle
loro conseguenze, queste parole mi sono sembrate mazzate, offensive non de
facto gli unici interlocutori possibili del Parlamento. E però da chi
dovrebbero essere sostenuti, tali parlamentari, se già oggi, pure con un
qualche apparato di rappresentanza dietro le spalle, contano in Parlamento come
il due di coppe?
O non è forse vero
che da quando abbiamo gli eletti all’estero, le mazzate sulla testa degli
italiani nel mondo si susseguono una dietro l’altra: dall’Ici ai tagli alla
lingua e alla cultura; dalla chiusura dei consolati ai tagli sull’informazione?
Ma il problema, dicevo, diventano sempre meno gli argomenti, e sempre più la
impossibilità di comunicare con un Sottosegretario al quale le opinioni degli
altri interessano zero. Un sottosegretario che non ha occhi per vedere quello
che realmente succede tra le comunità, perché per lui le comunità contano zero.
Non ha avuto occhi per vedere, ad esempio, quello che è successo in Senato
nella seduta del 30 aprile, quando in un incontro delle rappresentanze
intermedie elette all’estero di Italia e Francia, con interventi di altre
nazioni, è scaturita l’idea di una sorte di Cgie dell’Unione europea, tra
l’altro proprio per favorire l’esercizio del voto per gli europei oltre i
confini Ue.
Mantica non ha
visto e non ha ascoltato, per il semplice fatto che non c’era. Dopo aver letto
il suo compitino, ha alzato i tacchi e se n’è andato. Mauro Montanari, CdI/5
Iniziative a Monaco di Baviera e dintorni
Monaco di Baviera
- Presso la Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40) sarà possibile sino al 30
maggio visitare la mostra “Gianpaolo Babetto. L’italianità dei gioielli”,
organizzata dal Museo internazionale del Design di Monaco e dall’Istituto
Italiano di Cultura, mentre l’allestimento dedicato alle fotografie di Letizia
Battaglia, ambientate in Sicilia dal 1976 al 2009, saranno esposte sino al 6
giugno presso la Aspekte Galerie im Gasteig (Rosenheimerstr. 5) dalle ore 10
alle ore 22.
A Germering,
giovedì 13 maggio presso il Forum della Stadthalle (Landsberger Str. 39) alle
ore 15 è previsto un vernissage della mostra “IT ART 2010” in occasione dei 10
anni della DIG (Deutsche-Italienische Gesellschaft). Espongono Adria Demarini,
Alessandra Motta-Rees, Annamaria Coda, Giovanna Valli, Iara Simonetti, Luciano
Florio, Michele Golia, Nazzarena Barni-Fritsch, Renee Fabbiocchi, Sante Recca,
Serio Digitalino, Simona Staglini e Simone La Biunda. Seguirà, alle ore 17, un
concerto con il soprano Maria Grazia Patella, il tenore Michele Manfrè e il
gruppo folkloristico “Trevigiano” (ingresso libero). I festeggiamenti
proseguiranno sabato 15 e domenica 16 maggio presso la Bauernhof Fa. Sepp
(Hoflacherstr.8) alle ore 12 con l’appuntamento “A Tavola con l’Emilia Romagna”
a cura della Comunità di Camurana da Modena.
Venerdì 14 maggio
presso l’IIC di Monaco alle ore 18 proseguono gli “Incontri di letteratura
spontanea”, per coloro che desiderano leggere poesie o racconti. Per
informazioni: www.letteratura-spontanea.de.
Domenica 16 non
mancherà anche il consueto appuntamento con “Il laboratorio dell’italiano”
dalle ore 10.30 alle ore 11.15 per i bambini sino a 5 anni e mezzo di età e
dalle ore 11.15 alle 12.30 per quelli sono ai 10 anni presso la Haus-Olymp
(Elisabeth-Kohn-Str. 29). Per informazioni rivolgersi a Marinella
Vicinanza-Ott: maviott@arcor.de. (Inform)
Aschaffenburg. Passaporto con impronte digitali per cittadini residenti in
Germania
In seguito al
Decreto n. 303/014 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 147 del 27 giugno
2009 sulle "Disposizioni relative al modello e alle caratteristiche di
sicurezza del passaporto ordinario elettronico”, a partire dal 16 aprile 2010
il Consolato d’Italia di Norimberga ha ufficialmente comunicato che verranno
rilasciati esclusivamente passaporti con impronte digitali.
A tal fine i
connazionali sono tenuti a presentare previamente (anche per posta) tutta la
documentazione per poi recarsi personalmente e su appuntamento al Consolato per
apporre le proprie impronte digitali e ritirare subito il passaporto.
Il Circolo PD di
Aschaffenburg, Germania, ha discusso a lungo sul tema ed ancora una volta si è
riscontrata l’unanimità dei membri del partito nell’evidenziare i disagi che
ricadono sul cittadino per ottemperare ad un suo diritto costituzionale: un
giorno di vacanza dal lavoro, i costi per il viaggio (ca. 400 Km tra andata e
ritorno), i disagi per chi ha bambini piccoli o persone malate a casa e cosí
via…
Per “aggirare
l’ostacolo” e per offrire ai cittadini italiani residenti in Bassa Sassonia un
servizio piú “vicino al cittadino”, Giorgio Pomillo, nelle veci di Presidente
del Circolo PD di Aschaffenburg ha contattato il Comune che gentilmente e
prontamente ha confermato di poter mettere a disposizione del Consolato
d’Italia una stanza presso il Comune stesso (Dalbergstrasse 15, 63739
Aschaffenburg) in giorni prestabiliti o ad intervalli regolari per espletare
tramite personale qualificato inviato dal consolato o debitamente autorizzato
dalle autorità competenti consolari la pratica del prelevamento delle impronte
digitali.
A questo punto non
ci resta che sperare in un atto di collaborazione da parte delle autorità
consolari italiane che accettino tale proposta, visto che le premesse e la
buona volontà ci sono tutte, sia da una parte che dall’altra. De.it.press
Monaco di Baviera. Aperta fino al 25 giugno la mostra di Silvia Beltrami e
Rita Siragusa
Monaco di Baviera
– È stata inaugurata giovedì 29 aprile, all’Istituto Italiano di Cultura di
Monaco di Baviera la mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa dal titolo
"Collage e scultura". Curatrice della mostra è la Dott.ssa Ellen
Maurer Zilioli, dell’Associazione Culturale Maurer Zilioli - Contemporary Arts,
di Brescia.
L’allestimento,
che resterà aperto fino al 25 giugno prossimo, mette in mostra alcune opere di
Rita Siragusa, esposte anche nel Lounge Spazio Italia della compagnia aerea Air
Dolomiti presso l'aeroporto di Monaco di Baviera.
Le due artiste
sono due protagoniste giovani e promettenti del panorama artistico italiano,
all’inizio della loro carriera. Se da una parte Siragusa rappresenta la voglia
frenetica di espansione con sculture dai grossi calibri di ferro ed acciaio,
dall’altra gli allegri collage della Beltrami testimoniano la riflessione dei
fenomeni della società contemporanea. Legano insieme quelle energie, che
rendono evidente il potenziale delle due artiste: la presenza che richiede
spazio e l’insistente osservazione sensibile del presente.
Rita Siracusa,
nata a Brescia nel 1973, è allieva di Igino Legnagli all’Accademia di Brera
(Milano). Dispone le sue sculture liberamente nello spazio prendendone
ispirazione e lasciandosi trasportare. I suoi lavori nascono da un dialogo
vivace tra la materia e lo spazio che la circonda. Ha ricevuto numerose
critiche famose, sin dalle sue prime opere, nelle quali viene considerata come
"figura particolare nel quadro della scultura italiana contemporanea per
la padronanza e varietà dei mezzi espressivi e per la grande coerenza che, da
più di un decennio, la indirizza verso una ricerca molto personale, lontana dai
cliché o dagli ammiccamenti alle mode del momento". (Antonio Zavaglio)
Il desiderio
artistico è indirizzato verso l’esterno. Sente un dovere essenziale nei
confronti dei gesti astratti. Se pensiamo al panorama internazionale, al
Minimalismo, all’Arte Povera (Pistoletto, Merz ecc.) e al Land Art, allora
riusciamo a mettere in relazione le opere della Siragusa con questi movimenti e
ad interpretarle come evoluzione, come risposta contemporanea ai temi costanti
della scultura moderna e del presente. Temi che hanno continuamente impegnato i
grandi maestri. Siragusa ha interiorizzato il senso dello spazio e i materiali
dei suoi predecessori, ma allo stesso tempo li ha analizzati, trasformati
conformandoli alle proprie esigenze, grazie alla sua spiccata interpretazione
personale. Le sue sculture o meglio le sue installazioni simboleggiano l’azione
nello spazio. Quel che rimane è la testimonianza della manipolazione
dell’artista, che si manifesta nello spazio materiale. Le opere "recupero
del mito, l’intuizione dell’eros" si uniscono in un "luogo
scultura" (Claudio Cerritelli), che l’artista ricrea continuamente.
Silvia Beltrami,
nata a Roma nel 1974, come Siragusa, frequenta l’Accademia di Brera a Milano.
Si dedica, nei suoi collage, ai particolari fenomeni della nostra epoca: lo
straniamento dell’identità dei giovani e le sue bizzarre forme di
rappresentazione, l’anonimità di un’esistenza dedita esclusivamente alla
carriera, la difficoltà comune degli uomini a orientarsi nell’universo. I suoi
protagonisti sono ballerini rap esibizionisti, acrobati con lo skateboard,
ragazze magre griffate, manager dal viso inespressivo. Figure di un ego di una
società, nella quale l’unico interesse è quello dell’apparire. Ambienta le sue
figure in paesaggi surreali, metafore dell’ovunque. Beltrami non si comporta
come cronista della sua epoca, ma esamina le condizioni esistenziali dell’arte.
Si inventa
ritratti senza individualità, dipinti con la tecnica del collage, che possono
essere considerati come sinonimo della modernità. Unisce la tecnica del collage
con quella dell’affresco, che si sposa senza difficoltà con l’interpretazione
contemporanea. Ciò costituisce il carattere strabiliante dei suoi lavori: il
legame del passato con il presente, un’insolita alleanza, ben riuscita, tra
l’eredità storica e l’attualità, che può essere considerata una costante
dell’arte italiana. Poiché la stessa autrice vive nell’ambiente che
rappresenta, i suoi quadri mostrano l’interesse, l’osservazione e di tanto in
tanto il romanticismo, e per questo non forniscono una documentazione oggettiva,
ma registrano il ritmo frenetico nelle icone contemporanee, no-future, no-name.
La Beltrami coglie
l’energia artistica, che il più grande critico d’arte americano. Harold
Rosenberg ha descritto come "oggetto ansioso", come forza trainante
dello scontro creativo dagli anni sessanta. Bertrami viene considerata come
talento promettente delle scene attuali. Ha presentato molto giovane i suoi
lavori alla "6^ Triennale Internazionale du Papier" in Svizzera e al
"2^ Simposio Internazionale Torrefactum 09" del museo Würth, La
Rioja. (aise)
Dal 13 al 17 maggio delegazione di Arnsberg a Caltagirone
Arnsberg/Caltagirone
- Rinsaldare il “ponte” con la Germania, in particolare con quelle comunità in
cui vivono tanti emigrati siciliani, calatini in particolare, che anche a
migliaia di chiometri di distanza conservano un grande amore per la propria
cittadina d'origine.
Questo l'obiettivo dell'iniziativa promossa
dall'associazione Calanchi bottega socio – culturale e dal Comune di
Caltagirone, che giovedì 13 maggio, alle 18,30, nel salone di rappresentanza
“Mario Scelba” del municipio, daranno vita a una cerimonia di benvenuto alla
delegazione del Comune di Arnsberg, città di oltre 75 mila abitanti (poco meno
del doppio di Caltagirone) del Nord Reno-Westfalia, capoluogo del distretto
governativo omonimo che si fregia del titolo di “Grande città di circondario”.
Ad Arnsberg vivono diverse centinaia calatini, che contribuiscono alla sua
crescita sociale, culturale, politica ed economica e hanno costituito
un'associazione presieduta da Fabrizio Calcagno.
La delegazione tedesca, formata anche da
amministratori e rappresentanti del mondo produttivo e a Caltagirone sino al 17
maggio, sarà ricevuta dal sindaco Francesco Pignataro e dall'assessore al
Turismo e vicesindaco, Alessandra Foti. Alle 20,30, nell'hotel Villa Sturzo, si
terrà una conviviale con musica, canti e balli tradizionali.
“Si tratta di uno scambio culturale che
contribuirà a rafforzare i legami fra Caltagirone e Arnsberg – sottolinea
Pignataro – nel segno dell'accoglienza e dell'integrazione, valori forse troppo
spesso dimenticati, specie negli ultimi tempi, eppure indispensabili per
abbattere barriere di ogni tipo e costruire concretamente un'Europa dei
popoli”.
“Con questa iniziativa – affermano Aldo Lo
Bianco e Mariapina Di Giacomo, dell'associazione Calanchi bottega
socio-culturale – vogliamo concorrere ad avvicinare le due comunità e a far
conoscere e apprezzare ulteriormente Caltagirone, per valorizzarne ancora di
più le potenzialità anche turistiche”. (Inform)
Incontro con l’autrice. Antonia Arslan legge le sue opere a Monaco di
Baviera
Monaco di Baviera
- L'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera invita all'incontro
con la scrittrice Antonia Arslan, che avrà luogo martedì 18 maggio
2010, alle ore 19, nella sala conferenze dell'Istituto Italiano di
Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8 a Monaco di Baviera.
Modera e traduce
la Dr.ssa Elisabetta Cavani, libreria ItalLibri. Ingresso libero con
prenotazione attraverso la nostra pagina internet www.iicmonaco.esteri.it
nella rubrica “Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089
74 63 21-26. Organizzano l’Istituto
Italiano di Cultura e la libreria ItalLibri.
Antonia Arslan
vive a Padova, dove insegna Letteratura Italiana all’università. Traducendo le
opere del poeta armeno Daniel Varujan, riscopre le proprie radici armene. I
suoi ricordi si rifanno ai racconti di suo nonno Yerwant Arslanian, che nel
1924 chiese al governo italiano di poter eliminare la finale “-ian” dal
cognome. Nel suo straordinario romanzo La masseria delle allodole (Rizzoli) e
nella sua continuazione La strada di Smirne (Rizzoli), la Arslan racconta la
storia della sua famiglia e della persecuzione degli armeni in Turchia nel
1915. La masseria delle allodole è stato adattato a film nel 2007 (regia di
Paolo e Vittorio Taviani).
Saarbrücken. Consolato addio! Ma resta uno sportello
A Saarbrücken dal
primo di luglio non ci sarà più un Consolato Italiano ma neppure una qualsiasi
agenzia consolare. E' stata decisa invece l'apertura di uno "Sportello
consolare." Questo è quanto era già apparso chiaramente da un recente
servizio della Saarbrücker Zeitung relativo a un colloquio tra il CGIE e il
Sottosegretario di Stato agli Esteri Alfredo Mantica. Sono risultati pertanto
inutili gli sforzi del Governatore Peter Müller (CDU) e del rappresentante
eletto degli italiani del Saarland, Giovanni Di Rosa, per ottenere un'agenzia
consolare nel Saarland.
Secondo quanto
dichiarato da Di Rosa, che mostra una "profonda delusione", il
Governo di Roma ridurrà il numero dei suoi dipendenti a Saarbruecken da circa
una dozzina a tre. Il Governo del Saarland non avrà quindi più alcun
interlocutore della diplomazia di Roma a Saarbrücken.
L'Ambasciatore
italiano a Berlino aveva assicurato in una lettera a Müller all'inizio di
marzo, che ci sarebbe stata una rappresentaza dell'Italia in Saarland
"compatibile con la forte amicizia tra l'Italia e il Saarland". Gioacchino
Di Bernardo, L'Oltre
Monaco di Baviera. 55 anni di “Deutsche Vita”. Mostra fotografica al
Bayerischer Landtag
Monaco di Baviera.
55 Jahre “Deutsche Vita”. Arbeitsmigration in Deutschland. Su questo tema si terrà la mostra fotografica promossa
dalla SPD-Fraktion al Bayerischer Landtag (Südbau 2. OG) e che verrà inaugurata
18 maggio alle ore 19,00, mostra che resterà aperta fino al 31 agosto, con
questi orari di apertura: da lunedì a giovedì, dalle 10,00 alle 16,00. È stata
curata da Antonio Tortrici, emigrato in Baviera nel 1966, ora consigliere
acomunale e Ausländerbeauftragter a Memmingen (vedi il suo sito
www.nino.tortorici.altervista.org)
Il 20 dicembre del
1955 Italia e Germania Ovest sottoscrivono il trattato per la regolamentazione
dell’entrata dei lavoratori italiani in Germania. Dopodiché viene regolarizzato
l’afflusso della manodopera con i Paesi Spagna e Grecia (1960), Turchia (1961),
Marocco (1963), Portogallo (1964), Tunisia (1965) e Iugoslavia (1968). Quando
si risolse la necessità di manodopera straniera, nel 1973, si concluse
ufficialmente il periodo dei cosiddetti “Gastarbeiter”. Ma molti dei lavoratori
temporanei sono rimasti, hanno portato qui i loro familiari e vivono ormai
insieme a noi da tre generazioni.
L’evoluzione di
queste vite viene significativamente illustrata in una raccolta di immagini di
Antonino Tortorici. Questa raccolta di fotografie racconta frammenti di
esistenze, dal momento dell’arrivo degli emigranti, fino ad illustrare le
condizioni di vita vissuta, sul lavoro e nel quotidiano, nella nuova terra.
Per ulteriori
informazioni: www.bayernspd-landtag.de info@bayernspd-landtag.de
(de.it.press)
Stampa italiana in Germania. Freschi in rete Rinascita flash e il Corriere
d’Italia
In numero 3 di
rinascita flash, il bimestrale di rinascita e.V., a colori, è online e può
essere letto o stampato cliccando su:
http://www.rinascita.de/rinascitaFlash.html.
Questi gli
articoli del nuovo numero: Eppure il vento soffia ancora di Sandra Cartacci; La
pozione magica del federalismo di Marcello Tava; Nichi Vendola,
“l’extraterrestre” di Claudio Paroli; La partita Italia-Padania del neo-eletto
Bossi Junior di Lucio Rossi; Il precariato, la nuova normalità di Norma
Mattarei; Coprire non si può più di Rita Vincenzi; Abbiamo toccato il fondo? di
Corrado Conforti; Macht e potere: concetti e etimologie di Miranda Alberti;
Storia, geografia ed immigrazione di Massimo Dolce; La scuola di tutti i colori
di Cristiano Tassinari; Il futuro nella polvere, intervista al Dott. Montanari
a cura di Franco Casadidio; “Perché le donne hanno smesso di lottare?” di
Lorenzo Pellegrini; Il Presidente della Repubblica, la speranza e la fiducia di
Lucio Rossi; Un mondo di fraternità e amore è possibile di Enrico Turrini;
Cheratosi attinica di Sandra Galli; Leccarsi i baffi pensando a zia Bruna di
Marta Veltri.
On line è anche il
numero di maggio del “Corriere d’Italia” di Francoforte, diretto da Mauro
Montanari. Il numero, visibile sul sito internet: http://www.corritalia.de,
contiene tra l’altro questi articoli: Panzerdivisionen; Michele di Nostradamus
(V parte); L'opinione: quando il turismo è "easy"; Donna e musulmana;
Radiocolonia: un'ora al giorno; L'opinione: basta con i pregiudizi contro gli
italiani; Comites Dortmund: no alla chiusura dell'ufficio scuola del
Consolato; L'opinione: ancora figli di qualcuno?; Amore liquido; Premiati
gli studenti di italiano; informazioni varie; Manifestazioni, Lettere, Persone,
Vita e comunità, e VideoNews. (de.it.press)
SWR. Bayern campione di Germania
Con un 3-1
all’Hertha Berlino, il Bayern di Louis van Gaal si laurea campione di Germania
2009/10. E’ il 22° titolo nella storia centenaria del più prestigioso club
tedesco, il primo sotto la guida tecnica di un olandese. Lo Schalke pareggia
0-0 a Magonza, si conferma vice-campione e accede direttamente alla Champions
League, perde però il suo goleador Kevin Kuranyi che si trasferisce a Mosca.
Con 22 reti la
classifica dei cannonieri la rivince il bosniaco Edin Dzeko del Wolfsburg.
Retrocedono Hertha Berlino e Bochum. Il Norimberga va allo spareggio con
l’Augsburg (Augusta).
Il Bayern ha
coronato questa stagione a Berlino. Nella capitale ha alzato il Piatto
d’argento per la 22a volta.
Quest’anno ci sono
diverse curiosità che s’intrecciano: è la prima volta che il Bayern vince un
titolo con un tecnico olandese; è anche il primo titolo del neo eletto
presidente Uli Hoeness che per oltre 20 anni, insieme con Beckenbauer e
Rummenigge, ha determinato come manager il grande salto del Bayern in Europa
trasformandolo in una società con un bilancio finanziario in attivo e di fama
mondiale.
Dopo la parentesi
Klinsmann, la società ha pensato di affidare la squadra ad un tecnico ricco di
esperienza, non molto giovane, con idee chiare, carattere forte, determinato
nelle scelte e capace di gestire i grandi campioni.
Ad ottobre pareva
che van Gaal fosse destinato a lasciare. I dissapori nello spogliatoio erano
evidenti, ma i vertici hanno chiesto alla tifoseria pazienza, almeno fino a
Natale.
Dopo la vittoria a
Torino contro la Juve in Champions League la squadra è rinata. Ha imboccato la
via di una serie di successi che è durata fino al termine della stagione.
E’ ovvio che anche
la dea Fortuna ha fatto la sua parte. Basti ricordare il confronto con la
Fiorentina in Champions e lo scontro con lo Schalke in Coppa Germania. Se non
vi fossero state le “sviste” ed i madornali errori arbitrali, il Bayern non
sarebbe certamente arrivato né in finale di Coppa Germania contro il Brema il
cui incontro si disputerà sabato 15 maggio, e né sarebbe arrivato in finale di
Champions League sabato 22 maggio a Madrid contro l’Inter di Mourinho. Gli
errori arbitrali purtroppo fanno parte del gioco. E come tali a volte
determinano anche il percorso di questa o tale altra squadra.
Anche lo Schalke,
però può essere soddisfatto del secondo posto. Era da anni che i Königsblauen
non alloggiavano in alto alla classifica. Quest’anno hanno addirittura sfiorato
il titolo. L’idea per la verità era stata accarezzata dalla tifoseria fin
dall’annuncio che Felix Magath avrebbe lasciato il Wolfsburg, campione di
Germania 2008/09, per assumere la direzione tecnica dello Schalke, pieno di
debiti. Per cui Magath, senza fare acquisti bizzarri, ha lavorato sodo,
ripristinando nello spogliatoio: disciplina, rispetto, senso del collettivo,
forza fisica, tattica, flessibilità nel cambiare velocità e geometria nel gioco
schierando in campo quasi sempre la stessa formazione. Magath ha usato gli
stessi metodi che nell’ormai lontano 2001 a Stoccarda gli hanno consentito di
passare dal ruolo di allenatore “pompiere-salvasquadre dalla retrocessione” a
tecnico di grido, capace di vincere titoli con un mixing di giocatori d’esperienza
e giovani talenti. Sono queste sue doti a portarlo poi nel 2004 alla corte del
Bayern fino al 2007, successivamente al Wolfsburg ed ora allo Schalke,
dimostrando ovunque grandi qualità di conduzione e capacità di costruire
squadre per vincere titoli col materiale umano a disposizione.
Con Magath è
risorto anche Kevin Kuranyi, già alle sue dipendenze ai tempi dello Stoccarda.
L’attaccante ha segnato in questa stagione 18 gol e sembrava che potesse
addirittura rientrale nel giro della Nazionale. Löw però ha deciso diversamente
e Kuranyi ha scelto la via dell’esilio. Ha optato per la Dinamo Mosca per 6
milioni di euro a stagione. Chissà se sarà felice. E’ tuttavia il primo
“bundesligist” che va alla corte di una moscavita.
L’altra compagine
che nel girone di ritorno ha recuperato fiato è stato il Werder Brema. La
compagine di Thomas Schaaf, grazie anche ai 16 gol dell’italo-peruviano Claudio
Pizarro, è riuscita a risalire pian piano la china e, gara dopo gara, a
scavalcare il Leverkusen, a portarsi al terzo posto in classifica e a
qualificarsi per la finale di Coppa Germania contro il Bayern.
Al Leverkusen e
all’Amburgo è capitato invece esattamente l’inverso. A un girone d’andata di
fuoco è seguito un ritorno a singhiozzo, fatto di alti e bassi, caratterizzato
da giornate strepitose e da sconfitte incomprensibili.
Ma se il
Leverkusen di Jupp Heynckes ha chiuso al quarto posto che gli garantisce
l’accesso all’Europa League, l’Amburgo si è giocato praticamente tutto. Nella
terz’ultima giornata ha esonerato l’allenatore Bruno Labbadia, ha perso il
treno non solo per la finale dell’Europa League che quest’anno si disputa
proprio ad Amburgo mercoledì, ma anche per la prossima stagione dovendo
rimanere alla finestra.
Decisamente meglio
hanno fatto il Dortmund del giovane tecnico Jürgen Klopp giunto quinto; e lo
Stoccarda dell’elvetico Christian Gross che preso per mano il 6 dicembre al 17°
posto l’ha accompagnato al sesto posto, guadagnandosi così il biglietto per
l’Europa League.
Retrocedono
l’Hertha Berlino ed il Bochum; mentre il Norimberga dovrà tentare l’ultima
carta nel duplice confronto di spareggio con l’Augsburg (Augusta), terza in
Seconda Bundesliga.
Altri particolari
sono contenuti nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6376458/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1d80gyb/index.html.
Non mancano poi i
risultati delle squadre italiane del Baden-Württemberg con particolare
attenzione questa settimana agli Azzurri Fellbach, sconfitti per 1-0 dall’SV
Schmiden.
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
L’esperienza associativa della stampa italiana di emigrazione
Le riflessioni di
Silvano Ridolfi sulla esperienza associativa della stampa italiana di
emigrazione fatte al 5° Congresso Mondiale della FUSIE (Roma, 23-24
aprile 2010)
Mia intenzione con
queste riflessioni è quella di ricordare un faticoso cammino zigzagante
dell’associazionismo della stampa italiana in emigrazione per non dimenticare
quanto già avvenuto con tanta fatica e grandi speranze ed ancor più per
imparare la lezione che se ne ricava onde evitare nuove delusioni e di
contro permettere il superamento delle non poche difficoltà che si
presentano ad un sano e fruttuoso associazionismo della stampa italiana di
emigrazione.
Premesse
E dicendo “stampa italiana di emigrazione”
comprendo ovviamente sia la stampa italiana degli emigrati sia quella per gli
emigrati, pur privilegiando la prima.
Inoltre sotto la “stampa” si intende quella
cartacea, ma anche quella parlata o mostrata (radio-TV) ed ora anche il
servizio on-line. Quindi: stampa in contesto di emigrazione, stampa di
immigrazione e stampa per le migrazioni.
E con questo restano, mi pare, definiti
ambiti (il mondo migratorio) e natura (servizio di informazione e formazione)
di questa stampa.
Il discorso sulla “tipicità” di questa stampa
- problema centrale di molte relazioni in questo convegno - merita in effetti
di essere maggiormente approfondito e concretizzato: finalità, linguaggio,
strumenti ecc.
Ogni testata del resto dal momento in cui
nasce non può non porsi le domande sul perché (le motivazioni) e il per chi
(i destinatari) e il come (gli strumenti) della sua pubblicazione.
Queste domande sugli inizi e le risposte che
vengono date ritornano poi a spiegare anche l’eventuale fortuna o declino della
pubblicazione.
Ma pur nella diversità delle opzioni (movente
e finalità e strumenti), che stanno all’origine di ogni testata, si riscontrano
inevitabilmente interessi ed azioni comuni:
alla radice: il servizio alla comunità ed
alla causa dei migranti;
nelle relazioni: i rapporti legati alla
struttura ed attività della stampa, al lavoro dei redattori e collaboratori (
rapporti professionali e sindacali), alla divulgazione del prodotto (costi,
spedizione…) alle autorità ( locali ed italiane…).
Donde la opportunità di fare gruppo per avere
più forza, per ottimizzare le risorse e migliorare il prodotto, in poche parole
di associarsi.
Le Federazioni
Lo sforzo, quindi, di trovare una unità di
azione tra diversi per scelta (a causa di interessi, situazioni, legislazioni
…) ha fatto concludere sempre a proporre federazioni piuttosto che unioni.
Lo si evince da una semplice carrellata
storica sulle forme associative avutesi nel tempo fino ad oggi. Il loro
continuo sorgere e sparire deve farci riflettere perché mostra una necessità ed
al tempo stesso ne evidenzia la fragilità.
Ora, citandomi (cfr Servizio Migranti
6/10) vorrei ripercorrere il cammino fatto.
“Risulta che la prima iniziativa di collegare
in una federazione la stampa di emigrazione è venuta da Roma con la “Federestera”
nel 1954 presieduta dal sen. Caron. Una Federazione molto attiva che inviava ai
periodici italiani all’estero foto e servizi. Ma forse perché da Roma, forse
perché legata al mondo politico imperante di allora, fatto sta che i periodici
italiani all’estero hanno poi cercato di costituire autonome unioni. Sotto la
spinta dell’on. Lupis era nata anche una “Federazione Nordamericana”, la ANASI
(Associazione Nordamericana della Stampa Italiana). Ma questa era solamente
continentale e sorta su ispirazione socialdemocratica.
E così nel 1965 una agenzia stampa in Roma,
la SIM (Stampa Italiana nel Mondo), direttore Gaetano Benozzo, e il “Corriere
Canadese” di Toronto, direttore Dan Jannuzzi, organizzano un incontro a Toronto
invitandovi le principali testate italiane all’estero con lo scopo di lanciare
una libera federazione della stampa italiana nel mondo. Ed effettivamente in
quella occasione nacque a Toronto la CISIE (Confederazione Internazionale della
Stampa Italiana all’Estero). Venne scelta la soluzione “confederativa” appunto
per le specificità periferiche e per favorire quindi l’aggregazione di
Federazioni continentali (come l’ANASI, ma venne fondata la SINA, Stampa
Italiana Nordamerica). Per l’Europa, su indicazione dell’allora Direttore UCEI
(Ufficio Centrale per l’Emigrazione Italiana) p. Francesco Milini cs, vi
partecipa don Silvano Ridolfi, direttore del “Corriere d’Italia”
(Francoforte/Germania) che stava coordinando i giornali europei verso una
unione della stampa europea di emigrazione e che in quel Congresso venne poi
eletto vice presidente della nuova Confederazione. La costituzione della CISIE
scosse “il Palazzo” perché sorgeva piuttosto aggressiva contro un certo
immobilismo romano e denunciava mancati e dovuti sostegni da parte del governo
alla stampa italiana all’estero: anche per questo essa sollevò grande
attenzione ed interesse da parte di quasi tutta la stampa italiana all’estero
ed aveva interessato anche altra stampa e le associazioni nazionali di
emigrazione. Alla fine di quell’anno aderirono alla CISIE, dopo la sua
costituzione, tutti i singoli periodici della FEDEREUROPA che ne divenne la
Federazione continentale europea. La CISIE inevitabilmente si interessò anche
dei giornalisti con l’ASIE (Associazione Stampa Italiana all’Estero). Ma dopo
diversi anni tutta questa esperienza è naufragata per inevitabili difficoltà
finanziarie e per sopraggiunti dissensi interni.
Sulle sue ceneri nasce nel 1971 la FMSIE
(Federazione Mondiale della Stampa Italiana all’Estero) soprattutto su iniziativa
e per la intraprendenza dell’avv. Umberto Ortolani, editore di molte testate in
America Latina e forte dei suoi molti rapporti nel mondo politico ed economico
romano. La sede estera (Toronto/Canada) della precedente Confederazione aveva
rivelato molti aspetti, se non negativi, almeno di difficoltà. E allora si
puntò sulla sede in Roma, dove venne insediata la nuova Associazione
federativa. La quale dopo i primi anni di intensa attività conobbe penose
involuzioni, condizionate fortemente dalle vicende personali e professionali
del Presidente sulle quali forse è ancora sospeso un giudizio definitivo.
La grave ed inarrestabile crisi della FMSIE
ha portato comunque ad una revisione del sistema associativo della stampa
italiana all’estero e dei criteri su cui andava costruita. Per cui in
successivi incontri e tentativi, che hanno coinvolto anche le associazioni
nazionali degli emigrati, dopo non pochi dibattiti, e questa volta con il
sostegno del Ministero Affari Esteri italiano, le testate italiane all’estero
si danno nel 1982 un nuovo assetto federativo, la FUSIE (Federazione Unitaria
della Stampa Italiana all’Estero)”.
Problemi
Sono due, a mio parere, i poli di interesse
che spingono all’associazionismo delle testate: uno ad intra ( il miglioramento
del servizio) e l’altro ad extra (le relazioni necessarie).
Miglioramento del servizio significa scambio
di esperienze e di tecnologie, unificazione ed ampliamento di servizi,
innovazioni tecnologiche..e via dicendo.
Quanto al problema degli interlocutori ( le
relazioni) mi limito a ricordare quelli italiani perché i locali sono compito
esclusivo della testata.
Quindi, interlocutori istituzionali (Governo,
Parlamento…), professionali (Ordine dei Giornalisti, Federazione Stampa…) ,
sociali ( sindacati e associazioni…), economici (grandi ditte, pubblicità..).
Ricordo tutto questo perché le osservazioni
sulle Federazione che si sono succedute nei tempi rivelano la debolezza o
mancanza di strategie unitarie per imporsi.
Ciò premesso, ecco quali sono le difficoltà
più gravi riscontrate, a mio giudizio, e che sottopongo alla vostra
riflessione:
a) mancanza di
chiarezza sulle finalità della Federazione: si è sempre, o almeno soprattutto,
operato per ottenere qualcosa prima ancora di rafforzare la propria identità(e
l’intervento di poco fa del sen. Claudio Micheloni che condivido ne è stata una
conferma);
credo infatti che
occorra anche una base etica (non soltanto professionalità): il codice
deontologico, senz’altro, ma non basta perché ritengo che la nostra stampa
debba avere nel suo dna il primato del “migrante”, il perseguimento del loro
bene comune, il servizio alla coesistenza e solidarietà, l’orizzonte della
famiglia umana;
una sana e
doverosa laicità ha bisogno di eticità, e questa non lasciata ai vari
soggettivismi.
b) eterogeneità
delle testate e degli interessi (Europa, Americhe ecc. economia, sport,
politica, aderenze partitiche…); le diversità sono nella natura delle testate e
della società e di per sé rappresentano ricchezza, ma per una Federazione vanno
sottaciute le particolarità per concentrarsi e limitarsi agli elementi
unificanti;
c) mancanza o
insufficienza di una solida base nel campo cui ci si rivolge: la vitalità e
continuità infatti sono legate non di rado invece al sostegno e gradimento di
un gruppo particolare quando non della persona danarosa;
troppe testate non
hanno l’equilibrio dei due polmoni (abbonamenti e pubblicità) necessari per un
ampio respiro e per la sopravvivenza:
su come superare
questo scompenso credo sia un discorso che varia da paese a paese.
d) mancanza o
inadeguatezza di una cassa comune della Federazione (la gestione non è onere
del solo Presidente:
e) non credo che
il denaro produca idee perché il denaro genera denaro, ma le idee possono anzi
devono trovare denari perché alla fine è vero che “è il denaro che fa vincere
le guerre”; e invece non si riesce a convocare regolarmente il direttivo, tanto
meno ad organizzare congressi se non si trova il benefattore del momento:
su come costituire
prima ed alimentare poi questa cassa la discussione è aperta e le soluzioni non
sono facili, ma le difficoltà non possono negare la necessità di una onorata
indipendenza.
Conclusione - Se non si riesce a dare una
risposta convincente alle difficoltà o carenze riscontrate qualsiasi
Federazione avrà vita grama e forse breve. E allora buon lavoro! E coraggio!
don Silvano Ridolfi, de.it.press
Governo e migrazioni italiane. „Il vuoto che avanza“
Le dichiarazioni
del parlamentare eletto all'estero On. Marco Fedi, segretario III Commissione
Affari Esteri e Comunitari Camera - "Abbiamo davanti a noi un’azione
governativa senza precedenti, tesa a demolire i pilastri democratici della
rappresentanza, a ridurre gli investimenti per gli italiani nel mondo"
Sono poche le
occasioni nella vita di un organismo di rappresentanza come il CGIE in cui le
parole pronunciate, i documenti approvati, le proposte presentate, assumono un
significato storico oltre che politico.
Abbiamo davanti a
noi un’azione governativa senza precedenti, tesa a demolire i pilastri
democratici della rappresentanza, a ridurre gli investimenti per gli italiani
nel mondo, a derubricare dall’agenda politica italiana tutti i temi concernenti
gli italiani all’estero e a limitare fortemente l’applicazione dei diritti di
cittadinanza.
L’azione risponde
a un disegno politico, a un progetto, a una visione nuova dei rapporti con le
comunità degli italiani nel mondo oppure è semplicemente dettata dagli eventi,
dalle circostanze, dalle mille possibili giustificazioni – che siano ieri la
riforma di Comites e Cgie e i fondi per l’assistenza e la scuola e oggi la
riforma della legge che consente l’esercizio in loco del diritto di voto?
Credo sia vano
tentare di darsi una risposta. In mancanza di un’idea nuova su cosa siamo e
dove andiamo, il rischio è che avanzi il vuoto, che perdano terreno le logiche
del “fare”, che uniscono, e abbiano il sopravvento le polemiche. Positivo che
il Cgie, a questo proposito, sia apparso unito e solidale. Sarebbe bello se si
ammettessero gli errori, evitando di sovrapporli. Avremmo oggi Comites e Cgie
rinnovati, pronti a un percorso di riforma che – con o senza le note vicende
legate al voto all’estero – avrebbe richiesto il naturale e logico collegamento
con le proposte di riforma costituzionale e con la legge ordinaria che regola
il voto. Avremmo avuto interlocutori pronti ad affrontare un dibattito intenso
che comunque non poteva, e non può prescindere, da una esame attento di tutto
il sistema della rappresentanza.
Un sistema che ha
raggiunto completezza e il suo punto di equilibrio con il contingente eletto
nella circoscrizione estero; equilibrio che rischiamo di perdere se si
interviene sottraendo tasselli al sistema della rappresentanza o peggio
limitando la qualità della sua espressione democratica.
È in corso un
tentativo di delegittimare sia i parlamentari eletti all’estero che i Comites e
il CGIE. Questa consapevolezza dovrebbe indurci a trovare spazi di dialogo per
mettere in campo un’azione riformatrice condivisa. La proroga di altri due anni
ci porta fuori da spazi dialettici necessari per condividere le riforme.
Riforme che devono
partire da Comites e Cgie con un forte ruolo politico a livello territoriale e
generale, non solo di collegamento e raccordo ma di confronto e analisi; il
Cgie come luogo dell’incontro di esperienze, idee e proposte che trovano
l’attenzione e l’ascolto di Governo e Parlamento.
Dobbiamo chiedere
al Governo un atto di coraggio verso il dialogo, il rinnovo di Comites e Cgie e
il lavoro comune per le riforme.
On. Marco Fedi.
Segretario III Commissione Affari Esteri e Comunitari Camera
L’indignazione di un emigrato e consigliere CGIE
Roma -
Innanzitutto un plauso al segretario generale del CGIE; Elio Carrozza, sia per
quanto disse in apertura dei lavori dell’assemblea plenaria del Consiglio
Generale del novembre 2009 che per quanto ha detto in apertura dei lavori
dell’ultima plenaria. Ha confermato che quando il gioco si fa duro, i duri
cominciano a giocare!
Ciò detto,
confesso che, come italiano e come membro del Consiglio Generale, sono
indignato perché fin dall’inizio del suo mandato il Sottosegretario Alfredo
Mantica, con delega agli italiani nel mondo, ha messo in discussione l’impianto
di rappresentanza degli italiani all’estero per il quale gli emigrati hanno
lottato per generazioni. Infatti il Sottosegretario ha subito dichiarato la sua
indisponibilità a doversi ripetere discutendo delle nostre questioni con
Comites, Cgie ed i 18 eletti in Parlamento nella Circoscrizione Estero,
dimenticando che i Comites ed il Cgie hanno funzioni unicamente consultive per
le materie di interesse degli italiani all’estero, mentre i diciotto parlamentari
hanno responsabilità legislative alla stessa stregua di qualsiasi altro membro
del Parlamento italiano. Sarebbe come se, per esempio, il ministro della
Infrastrutture per discutere i bisogni della Toscana si rivolgesse ai
parlamentari eletti in questa Regione e non al Presidente della Regione oppure
ai Presidenti delle province toscane.
Sono indignato
anche perché dall’inizio di questa legislatura siamo testimoni incolpevoli di
uno sgretolamento dell’impianto di rappresentanza e, soprattutto, dei diritti
degli italiani all’estero. Alcuni esempi: la riforma dell’ICI con l’esclusione
dall’esenzione dell’imposta per la prima casa degli emigrati; la mancata
ratifica di alcuni accordi bilaterali di sicurezza sociale pendenti da anni; lo
smantellamento della rete consolare attraverso l’impoverimento qualitativo e
quantitativo del personale degli Uffici consolari e attraverso la chiusura di
Uffici consolari in regioni con forte presenza di comunità italiane privandole
di servizi essenziali; tagli ripetuti con ogni legge finanziaria al
finanziamento delle politiche in favore degli italiani all’estero con
ripercussioni fortemente negative per la lingua e la cultura italiana e per
l’assistenza, anche sanitaria, agli emigrati più indigenti; tagli al finanziamento
alla stampa italiana all’estero e quindi all’informazione degli emigrati, una
follia ed uno scandalo.
Sono indignato
perché per la seconda volta si sono volute rinviare le elezioni per il rinnovo
dei Comites e del Cgie infischiandosene delle pressanti richieste
dell’associazionismo, degli stessi Comites e del Cgie di voler votare per
rinnovare questi organismi entro quest’anno con la vecchia o con una nuova
legge. La giustificazione del rinvio addotta dal Sottosegretario Mantica,
ovvero dal governo, è quella che si vuole assolutamente rinnovare questi
organismi con una nuova legge. Ma se questa ritarda la colpa di chi è?
Certamente non dei Comites o del Cgie! Peraltro se si generalizzasse questo
concetto avremmo anche il Parlamento italiano che non dovrebbe essere rinnovato
finché non venisse approvata una nuova legge elettorale ed una riforma dello
Stato, entrambe richieste insistentemente da più parti e da tempo ma che, anche
in questo caso, non si riescono a fare.
Sono indignato
perché con la Conferenza mondiale dei giovani (dicembre 2008) vi sono state
molte aspettative da parte di tanti giovani interessati ad impegnarsi nei
Comites e nel Cgie. Aspettative certamente deluse con questi ripetuti rinvii
delle elezioni, con danni facilmente immaginabili per un ricambio generazionale
di questi organismi. Cosa diremo, ora, a tutti questi giovani? Cosa diremo ai
membri dei Comites che dovranno resistere in questo loro impegno di
volontariato probabilmente fino al 31.12.2012? Cosa diremo alle associazioni presenti
nei nostri territori che già stavano pensando all’organizzazione delle elezioni
dei Comites? Ben vengano al più presto, pertanto, le riunioni delle Commissioni
Continentali del Cgie allargate ai Comites e all’associazionismo ed ai giovani
per dare una informazione completa dell’accaduto e per verificare la
volontà, o meno, di una protesta generalizzata in tutto il mondo contro questo
comportamento antidemocratico del rinvio delle elezioni.
Sono indignato,
oltretutto, per la tempistica del Decreto legge sul nuovo rinvio delle elezioni
approvato dal governo solo due giorni prima che iniziassero i lavori del Cgie.
Un evidente segnale di disprezzo verso il Consiglio Generale!
Sono indignato
perché per la prima volta, a mia memoria, abbiamo un titolare della delega per
gli italiani nel mondo del governo che non vuole farsi carico delle
problematiche degli emigrati, che quindi non vuole rappresentarci e che
non ci rappresenta. Ed oggi lo abbiamo dovuto testimoniare ancora una volta al
Sottosegretario Mantica uscendo dalla sala al momento della sua relazione.
Peccato! Infine un’ultima battuta rivolta al senatore Firrarello, Presidente
del Comitato per gli italiani nel mondo del Senato, che nel suo intervento si è
dispiaciuto che i consiglieri del Cgie siano usciti dalla sala per protesta,
senza aver ascoltato la relazione del Sottosegretario Mantica, al Presidente
Firrarello vorrei ricordare sommessamente che se per divorziare ne basta uno ma
per litigare bisogna essere in due, come affermato dal Presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi, ebbene anche per dialogare bisogna essere in due! Ed il
Sottosegretario Mantica non ha mai dimostrato di aver la voglia di voler
dialogare con noi.
Dino Nardi,
Consigliere CGIE della Svizzera e coordinatore UIM Europa
Analizzata dalla
ricerca, realizzata nell’ambito del progetto comunitario European Migration
Network, la realtà dei minori non accompagnati, dei rimpatri assistiti e
richiedenti asilo
Roma – E’ stato
presentato nei giorni scorsi a Roma il II Rapporto EMN Italia dal titolo
“Minori non accompagnati - Rimpatri assistiti - Richiedenti asilo”. La ricerca
è stata realizzata dal Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico
Immigrazione, in qualità di agenzia di supporto del Ministero dell’Interno –
Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione, nell’ambito del programma
comunitario “European Migration Network”. Un progetto europeo, istituito
ufficialmente nel 2008, che ha portato alla creazione, nei vari paesi
dell’Unione, di singoli punti di contatto. Centri di ricerca e di studio che
analizzano e forniscono informazioni sulla presenza e il livello d’integrazione
degli immigrati e dei chiedenti asilo nelle singole nazioni. Dai
dati del Rapporto, illustrati nel corso dell’incontro da Antonio Ricci del
Centro Studio Idos – EMN Punto di contatto nazionale, è emerso come al momento
l’Italia sia una delle mete preferite dei migranti minori non accompagnati.
Solitamente il nostro paese viene scelto dai giovani stranieri, spesso ragazzi
di 16 o 17 anni, in cerca di un lavoro, in fuga dalla guerra o semplicemente
desiderosi di entrare a far parte dello stile di vita italiano, largamente
pubblicizzato dai grandi mass media.
Al 31 dicembre 2008 erano 7.797 i
minori stranieri non accompagnati presenti in Italia. Per quanto riguarda
invece il 2009 i dati, aggiornati al terzo trimestre dell’anno, si fermano a
quota 6.587. A questa stima bisogna però aggiungere i giovani romeni che, dopo
l’entrata della Romania nell’U.E., non vengono conteggiat,i e i ragazzi
chiedenti asilo. Solo nel 2008 573 minori non accompagnati hanno richiesto
asilo. Il 30% hanno ottenuto lo status di rifugiato, il 31,3% la protezione
sussidiaria e il 18,6% la protezione per motivi umanitari.
Per quanto riguarda invece i rimpatri
assistiti dall’indagine è stata evidenziata la scarsa utilizzazione di questo
strumento di rientro che dal 1991al 2009 ha riguardato 8000 immigrati. Una non
applicazione che viene sicuramente favorita dall’esclusione degli immigrati
irregolari da questa opzione di rientro. Sulla normativa relativa alla
protezione internazionale la ricerca puntualizza come il nostro paese si sia
dotato, rispetto a quanto previsto dalla Comunità europea che sancisce lo
status di rifugiato e la protezione sussidiaria, di nuove e flessibili forme di
tutela della persona come la protezione umanitaria e la protezione temporanea
per motivi umanitari. In Italia, nel 2009, è quindi stato riconosciuto,
rispetto alle 22.000 domande presentate, lo status di rifugiato a 2.000
beneficiari, la protezione sussidiaria a 4.800 persone e la protezione
umanitaria a 2.143 soggetti.
Dopo il saluto del coordinatore dei lavori
Franco Pittau, del Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico
Immigrazione, il direttore di Radio Vaticana Federico Lombardi ha ricordato
come il Santo Padre, nel corso della sua recente visita a Malta, abbia parlato
dell’immigrazione e delle problematiche connesse, mettendo in rilievo le comuni
responsabilità nell’affrontare queste situazioni. “La voce della Chiesa sul
tema dell’immigrazione – ha spiegato Lombardi - cerca di essere stimolante,
concreta e costruttiva anche nel rapporto con le istituzioni. La Chiesa è
coinvolta per operatività e vicinanza e lavora ogni giorno per trovare il modo
di accogliere gli immigrati e cercare insieme a loro le soluzioni. Bisogna
diventare voce per chi non ha voce – ha concluso Lombardi - ed essere strumento
di dialogo per un incontro fra culture e persone, camminando verso delle
soluzioni comuni di una maggiore umanità per tutti”.
“L’immigrazione non è un problema – ha
affermato il prefetto Angelo Malandrino, direttore delle Politiche per
l’Immigrazione e Asilo del Ministero dell’Interno - ma rappresenta
per l’Europa, se gestita al meglio, un’opportunità” Malandrino ha ricordato
come l’Unione europea, che si prefigge di combattere la xenofobia e di
garantire agli immigrati diritti e doveri ed eque condizioni di vita, abbia
stanziato dei fondi per consentire agli stati membri di mettere in atto
politiche anche sperimentali di sostegno all’immigrazione. Risorse comunitarie,
disponibili fino al 2013, con cui il ministero dell’Interno, in collaborazione
con 14 province italiane, sta ponendo in essere iniziative volte alla
riqualificazione professionale e al recupero del lavoro degli immigrati che lo
hanno perso. Si stanno inoltre preparando programmi, in vista dell’entrata in
vigore della riforma che introduce “l’accordo d’integrazione”, per la
preparazione linguistica e l’orientamento civico degli immigrati. In tal
senso si sta approntando con la Rai un programma di 40 puntate per
l’apprendimento della lingua italiana. Malandrino ha inoltre preannunciato la
realizzazione di progetti volti a contrastare l’abbandono scolastico dei minori
stranieri e a favorire l’integrazione delle comunità più isolate, come ad
esempio quella cinese.
Maria Grazia Colosimo del Ministero
dell’Interno (Punto di contatto EMN) ha sottolineato come il programma
comunitario “European Migration Network” sia finalizzato alla realizzazione di
una rete volta a fornire informazioni aggiornate sull’immigrazione alle
istituzioni comunitarie, agli Stati membri e all’opinione pubblica. “I punti di
contatto nei vari paesi - ha spiegato la Colosimo - sono il cuore
della rete che è coordinata da un Comitato direttivo che ha il compito di
monitorarne l’attività e di approvare il programma annuale. Uno dei
nostri scopi prioritari è quello di rendere accessibili gli studi della rete ad
un pubblico sempre più vasto che vada oltre gli operatori del settore”.
Virginia Costa dell’Anci si è soffermata sui
minori stranieri non accompagnati, sottolineando come i comuni italiani siano
in prima linea sul fronte dell’accoglienza. Nell’ultimo Rapporto dell’Anci
circa 1023 comuni hanno infatti dichiarato di aver preso in carico, nel biennio
2007 – 2008, almeno un minore non accompagnato. Una problematica, quest’ultima,
che interessa in primo luogo i comuni, circa 50, con più di 50.000 abitanti.
“Bisogna mettere a regime – ha ammonito la Costa – un sistema stabile per
l’accoglienza dei minori anche non richiedenti asilo che possa contare su
risorse continuative nel tempo”.
Giulia Falzoi, dell’Organizzazione
Internazionale per le Migrazioni, ha evidenziato come ormai da 18 anni
l’OIM si occupi dei rimpatri assistiti degli immigrati. Una modalità di
ritorno, prevista e incentivata dall’Unione Europea, che però non è stata
ancora recepita dall’ordinamento italiano. La Falzoi, dopo aver auspicato
l’ampliamento di questa fattispecie al maggior numero di immigrati che
intendono far rientro a casa, ha ricordato come l’OIM sia molto attivo anche
per quanto riguarda l’attività di rintraccio nei paesi d’origine dei genitori
dei minori non accompagnati presenti in Italia.
“Vi è la preoccupazione – ha affermato Padre
Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli - di sensibilizzare e
svegliare le coscienze sulla situazione dei chiedenti asilo, persone che sono
costrette ad abbandonare il loro paese. In Italia vi sono vari tipi di
protezione umanitaria per i chiedenti asilo, ma l’ottenimento di questo
permesso non garantisce nella realtà la persona che spesso finisce a dormire
sul marciapiede… Bisogna quindi spendere con onestà per un’accoglienza
progettuale che dia ai rifugiati l’opportunità di rimettersi in piedi ”. La
Manna ha anche evidenziato come il “pacchetto sicurezza”, in un clima di paura
verso lo straniero, finisca per rendere più difficile e fragile la vita degli
immigrati in Italia.
“Questo rapporto – ha spiegato Giancarlo
Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes - ci segnala la necessità
di costruire un’Europa sociale. In questi anni sono crescite soprattutto le
buone prassi per le figure vulnerabili, come i chiedenti asilo, i minori non
accompagnati, le vittime di tratta, di sfruttamento sessuale e lavorativo.
L’Europa sociale ha bisogno ancora di crescere in questa direzione perché il
futuro passa attraverso queste nuove relazioni da costruire. Dimenticare che la
mobilità è il futuro dell’Europa, - ha aggiunto Perego dopo aver ricordato la
grande crescita demografica dell’Asia e dell’Africa e il calo della popolazione
dell’Unione Europea - significa dimenticare una delle relazioni
importanti da costruire anche sul piano politico e sociale. Bisogna dunque
mettere la centralità sulla protezione sociale, guardando soprattutto alle
persone ultime e più deboli che chiedono attenzione”. Perego, dopo aver
auspicato più protezione che respingimenti per i minori stranieri non
accompagnati, ha evidenziato come la pratica dei ritorni assistiti ponga in
primo piano la tematica della cooperazione internazionale, oggi fortemente
penalizzata, che dovrebbe essere supportata da un grosso investimento. Il
direttore generale della Migrantes ha poi sottolineato l’esigenza di lavorare
in Europa per l’allargamento delle forme di protezione sociale per i chiedenti
asilo”. (Goffredo Morgia – Inform)
La grande crisi ci vuole tutti tedeschi
Per i lettori non
è facile inquadrare la crisi dell’euro, e le possibili soluzioni, anche perché
i governi e molti commentatori sostengono l’idea che la peste sia causata da
untori, cioè da speculatori avidi o con fini strategici oscuri che assaltano
l’eurodamigella. Ma le masse finanziarie in moto negativo verso l’eurosistema
sono di tale entità da rendere irrealistico pensare che siano tutte mosse da
complotti.
La verità l'ha
fatta intendere Trichet, il presidente della Bce - per altro l’unico ente
capace di risolvere l’emergenza nel breve - quando ha usato il termine “crisi
sistemica”. Il mercato, semplificando, si è accorto che l’euro applicato ad
economie nazionali sia forti sia deboli non può essere retto dalle seconde. Il
problema è noto e discusso da sempre, per un decennio è rimasto nascosto sia
per volontà politica sia perché le situazioni non lo rendevano evidente, ma ora
è esploso perché la crisi 2008-09 ha differenziato vistosamente le condizioni
di salute economica e di finanza pubblica entro l’Eurozona. Prima con il caso
spettacolare della Grecia, economia debole e disordinata. Poi questo ha acceso
un faro su Spagna e Portogallo che, pur ordinati, hanno una struttura economica
fragilissima.
Per riaggiustarsi
questi Paesi dovrebbero svalutare la moneta per conquistare più crescita. Ma la
partecipazione all’euro glielo impedisce e li condanna all’impoverimento della
società per restarci e per ripagare il debito. O ad uscirne e dichiarare
l’insolvenza. Il mercato ha registrato questo fatto chiedendo premi stratosferici
per rifinanziare i debiti delle euronazioni deboli, vendendo i titoli azionari
delle banche che hanno in pancia titoli di debito sovrano a rischio di
insolvenza e vendendo euro considerando una probabilità crescente di sua
dissoluzione. Appunto, una “crisi sistemica”.
Per questo i
governi si sono riuniti a Bruxelles consapevoli di essere ad un centimetro
dalla catastrofe e disposti a fare di tutto per evitarla. Per questo sono state
decise misure fuori dall’ordinario. Basteranno? Nel breve termine il mercato
vuole essere certo che i debiti verranno ripagati. L’unico modo per
riassicurarlo è che la Bce compri i titoli, cosa vietata dai trattati, ma non
c’è altro da fare.
Tuttavia, nel caso
il mercato si tranquillizzi, non basterà. Sarà anche necessario provare che le
nazioni deboli possono restare nell’euro senza impoverimenti tali da indurre
rivolte popolari. Gli eurogoverni si sono impegnati a rafforzare le regole
europee in modo che le singole nazioni siano obbligate con più forza a
raggiungere ed a mantenere l’ordine contabile. Questa impostazione dimostra
l’influenza del concetto tedesco di ordine economico ed implica che ogni
nazione dell’Eurozona divenga simile alla Germania. Difficile e non
necessariamente auspicabile.
Un governo
economico integrato dell’economia europea potrà essere soluzione migliore?
Implica il trasferimento di risorse dai forti ai deboli, come l’Italia ha fatto
per il Sud per capirci, e non è probabile che i tedeschi lo accetteranno e che
possa essere una soluzione efficace. Per questo, pur essendo probabile la
soluzione della crisi di contingenza, resterà a lungo l’incertezza sulla tenuta
dell’Eurozona. Gli esperti hanno difficoltà nel capire come riparare l’enorme
errore di un eurosistema mal costruito, i politici sono spaventati sia dalla
possibilità di una sua dissoluzione sia dalle misure impopolari che dovranno
prendere per tenerlo in piedi. Bisognerà ripensare l’Europa, ce la faremo, ma
come ancora non si sa. Carlo Pelanda, ilsussidiario.net 10
Duro colpo al sogno dell'Europa
La sensazione è
che sia stata persa una occasione «drammatica», nell’accezione inglese del
termine, per rendere chiaro a investitori e speculatori (ammesso che siano
soggetti ancora distinguibili) che l’Europa fa sul serio, quando dice di voler
«mettere in riga i mercati» e regolarne gli eccessi. Alcuni mesi fa, al debutto
europeo di Barack Obama e nel pieno della crisi finanziaria, i leader europei
fecero la morale al giovane presidente Usa, illustrando come l’Europa fosse
disponibile a guidare uno sforzo globale verso una maggiore assunzione di
responsabilità da parte della politica nei confronti delle intemperanze dei
mercati finanziari. A distanza di circa un anno, ci ritroviamo con Washington
che chiede a Bruxelles misure più incisive per evitare che la speculazione
destabilizzi l’economia europea: con tanti saluti ai bei discorsi sulla
governance europea e alle nostalgie per il cosiddetto «capitalismo renano».
Le misure adottate
da Ecofin sono già in queste ore sottoposte al feroce, ma non per questo equo,
scrutinio dei mercati (alle 2 di questa mattina apriva la Borsa di Tokyo); è
però difficile non constatare come l’Europa ne esca non troppo bene.
Londra ha già
dichiarato che non intende partecipare al consorzio per il salvataggio della
Grecia dal fallimento. Quello che sarà ricordato forse come l’ultimo atto di
politica economica internazionale del governo di Gordon Brown, potrebbe
consistere in un siluro lanciato alle già esigue possibilità della Grecia di
non coinvolgere nel suo naufragio altre consistenti porzioni d’Europa. È vero
che, quando era il Cancelliere dello Scacchiere di Tony Blair, Gordon Brown
lottò aspramente contro qualunque ipotesi di futura confluenza della sterlina
nell’euro. D’altra parte il punto di vista inglese che, essendo la Grecia
dentro l’euro, debbano essere i Paesi di Eurolandia a mettere mano al
portafoglio, è una solenne sciocchezza. Se la Grecia affosserà l’euro o
trascinerà con sé Spagna o Portogallo, non sarà certo la sterlina il bastione
che difenderà le disastrate finanze britanniche. Piaccia o non piaccia al
moribondo esecutivo laburista, oggi l’euro rappresenta la seconda valuta di
riferimento del mondo, e una sua crisi sarebbe un evento traumatico per
l’intero sistema finanziario, da Shanghai a New York, fino a Londra. Ovvio che
queste cose siano note a Brown, eppure, come ai tempi della signora Thatcher,
il riflesso inglese è sempre quello di cercare di ottenere dall’Europa più di
quanto si sia disposti a concederle: a qualunque costo.
Un’altra signora,
Angela Merkel, ha provato ad assumere una posizione meno miope. Ma forse lo ha
fatto con poca convinzione ed eccessivo ritardo, col risultato di disorientare
i cittadini tedeschi, che l’hanno punita duramente nelle elezioni regionali in
Nordreno-Vestfalia. Andava spiegato prima e meglio agli elettori che sostenere
la Grecia non è una «scelta», ma la sola via per impedire un contagio
altrimenti disastroso. Al di là delle evidenti ripercussioni sul sistema
finanziario tedesco della eventuale bancarotta greca, andava detto chiaro e
tondo che se l’Europa non riesce a dimostrare di saper tenere a galla nemmeno
la minuscola Grecia, rischia di essere affondata tutta insieme, se la
speculazione dovesse attaccare un Paese di medie dimensioni come la Spagna. È
beffardo che proprio per la sua posizione di feroce opposizione al salvataggio
della Grecia, l’Spd sia stata premiata dagli elettori renani. Dopo aver
seppellito la «terza via», si direbbe che il de profundis debba essere intonato
anche per la vecchia idea di solidarietà internazionalista tanto cara alla
tradizione più nobile del socialismo europeo. Per una volta Berlino farebbe
meglio a guardare a Parigi e a Roma, per ricordare che cos’è (o dovrebbe
essere) l’Europa.
È quasi scontato
affermare che le istituzioni europee sopravviveranno anche a questa ennesima
«vittoria perduta», ma certo è che l’ambizione di avere un’Europa più politica
e meno mercatistica e finanziaria riceve un altro duro colpo. E di colpo in
colpo, prima o poi, ci ritroveremo a chiederci se sotto l’euro c’è ancora
qualcosa. Triste che questo avvenga nel 60° anniversario del discorso con cui
Robert Schuman lanciava il progetto di un’Europa unita. Sarà anche il segno dei
tempi, ma lasciateci dire che sono proprio tempi brutti. LS, Vittorio Emanuele
Parsi 10
Se tocca all’Euro salvare l’Europa
Finalmente si è
fatta luce. Dopo un concitato incontro dell’Eurogruppo, in cui le proposte del
Governo italiano hanno avuto un ruolo importante, si sta aprendo l’unico
sentiero possibile verso l’uscita dalla crisi. La Banca centrale europea
potrebbe incominciare a comprare direttamente titoli di stato, quindi offrire
liquidità alla Grecia a tassi bassi senza che questa debba ricorrere ai mercati
e soccombere dietro gli attacchi degli speculatori. Anche a fronte di carta
straccia, il presidente della Banca centrale europea Trichet potrà offrire una
moneta, l’euro, che vale come oro. La nostra moneta è unità di conto, riserva
di valore, mezzo di pagamento per più di trecento milioni di persone. La moneta
unica è la grande rivoluzione dell’Europa unita. L’euro è la soluzione della
crisi greca. Si sbaglia quando si pensa che in questi giorni si sta salvando
l’euro, al contrario stiamo incominciando a capire che l’euro è la salvezza
dell’Europa.
Le crisi
finanziarie non sono un fenomeno recente. La memoria storica ci porta addietro
ai tempi dell’Impero Romano. Negli Annali, Tacito racconta della crisi
finanziaria del 33 d.C. nella quale alla scarsità di liquidità si accompagnarono
sia un incremento spropositato del tasso d’interesse che il crollo del prezzo
della terra. Si cercava di svendere la terra per ripagare i propri debiti. In
quella crisi, l’imperatore Tiberio intervenne distribuendo cento milioni di
sesterzi dal suo tesoro e concedendo per tre anni prestiti a tasso zero,
garantiti proprio dalla terra come collaterale. La crisi si risolse e la
liquidità fu ripristinata. Due mesi fa, in un discorso tenuto presso
l’università di Stanford, Trichet ha ripreso proprio questo passo di Tacito e
suggerito di sostituire la parola “imperatore” con “governo o banca centrale”,
la parola “sesterzio” con “euro o dollaro”.
Il racconto di
Tacito si presta bene a descrivere quello che noi abbiamo definito come il
Grande Salvataggio, cioè il sentiero che ha portato il mondo fuori da una
seconda Grande Depressione. L’imperatore del dollaro, Bernanke, duemila anni
dopo Tiberio, ha offerto dollari a tasso zero in tutti i mercati in cui c’era
scarsità. Si è proposto come controparte in tante operazioni nei mercati
creditizi per ripristinarne il regolare funzionamento e azzerare i tassi
d’interesse. C’è riuscito. Oggi gli Stati Uniti crescono e incominciano a
creare nuovi posti di lavoro.
In questi
drammatici giorni, la strategia di politica monetaria seguita da Tiberio si è
ripresentata ancora come l’unica soluzione per la crisi greca ed europea. Tanto
si è scritto sulla crisi greca. Tanti detrattori dell’Europa si sono fatti
sentire puntando il dito sui peccati originali dell’unione monetaria europea.
Molti hanno chiesto la ristrutturazione del debito della Grecia, il default, la
penalizzazione dei creditori, nuove misure di austerità, l’uscita dall’euro.
Non ci sarà niente di tutto ciò, niente di così insensato. La svolta è stata
segnata dall’aver capito la forza dell’euro come unica ancora di salvezza
dell’Europa.
C’è una sottile ma
fondamentale differenza fra i tempi di Tiberio e i giorni nostri. In quel
tempo, la moneta aveva valore intrinseco, cioè valeva per la quantità di
metallo che vi era contenuta: oro, argento o bronzo. Oggi le nostre monete non
valgono nulla in termini di valore intrinseco. Quelle di più alto valore
nominale sono addirittura banconote, carta. La nostra moneta è fiduciaria in
quanto ha valore per la fiducia che la gente ripone nell’accettarla negli
scambi giornalieri proprio perché sa che potrà essere accettata negli scambi
futuri. Una moneta fiduciaria può “valere” di più o di meno rispetto ad una
moneta metallica quanto più alta è la fiducia che si pone in essa, quanto
maggiore è il numero delle persone che la usano. Per far fronte alla crisi,
Tiberio dovette smobilizzare il suo tesoro, una banca centrale con una “forte”
moneta fiduciaria non deve smobilizzare nulla, solo stampare la moneta su cui
tutti pongono fiducia.
L’intervento
diretto nei mercati dei titoli di stato rappresenterà una vera e propria
rivoluzione copernicana, che finalmente libererà la Bce dalla retorica
dell’ortodossia monetarista supportata dalla frangia più conservatrice,
principalmente di matrice tedesca. L’inflazione non è un fenomeno puramente
monetario. Lo è quando c’è eccesso di domanda di beni o quando c’è scarsità di
offerta di beni (come nelle guerre o nelle carestie) e contestualmente la banca
centrale, per necessità o per errore, aumenta la quantità di moneta in
circolazione. Oggi siamo in una situazione di forte debolezza della domanda in
cui iniezioni di liquidità non possono scatenare l’inflazione. Questa è la
lezione di Bernanke dagli Stati Uniti.
Ora che si è
aperto il sentiero di uscita, non bisogna commettere l’errore di chiedere
ulteriori aggiustamenti fiscali draconiani, se non graduali nel tempo, né di
rafforzare o stringere ulteriormente il Patto di Stabilità sui deficit. Lo si
potrà fare solamente se si istituirà un bilancio unico a livello europeo come
strumento compensativo. Solo tramite politiche monetarie e fiscali a livello
europeo che riprendono i loro compiti convenzionali e non, l’Europa e l’euro
potranno rafforzarsi e continuare nel loro percorso. PIERPAOLO BENIGNO IM 10
Il difficile viene
adesso. Rete Imprese Italia è nata appena ieri, ma il gruppo dirigente delle
cinque organizzazioni dell’artigianato e del commercio che le hanno dato vita
sa che purtroppo non avrà diritto a un’infanzia spensierata. Tutt’altro. Non
siamo ancora usciti dalla più ampia recessione dal dopoguerra a oggi e il
copione dell’economia globale ci impone, come in una gara di slalom, di
affrontare un altro ostacolo, la crisi della finanza pubblica europea. Un’emergenza
che sta scuotendo la costruzione comunitaria e che finirà per cambiare l’agenda
della politica economica nazionale.
È possibile
infatti che prima dell’estate il governo comunichi in anticipo la manovra
prevista per il 2011, chiami il Parlamento a votare subito una correzione dei
conti pubblici, rimandi ogni velleità di politiche espansive e metta le parti
sociali di fronte alle proprie responsabilità. Nella lista nera europea dei
Paesi indebitati abbiamo guadagnato in questi anni qualche posizione e non c’è
dubbio che per mantenerla dobbiamo dimostrare il massimo della coerenza e del
rigore. Anche perché è stato osservato che ogni qual volta i governanti
italiani parlano di riforma fiscale lo spread tra i nostri Btp e i Bund
tedeschi sale. Ma la necessità di non perdere il relativo vantaggio acquisito
nei confronti di altri Paesi vuol dire che saremo costretti a rinviare sine die
scelte come il fisco più leggero e il federalismo che corrispondono a quanto
chiedono sia le piccole e medie imprese sia i territori?
Queste domande
ieri nell’intervento che Carlo Sangalli ha fatto a nome della presidenza di
Rete Imprese Italia sono rimaste sotto traccia. Per prudenza e per fair play.
Chi le ha esplicitate è stato Giuseppe De Rita che ha sostenuto con forza le
ragioni dell’economia reale e del nostro capitalismo di territorio, componente
chiave della stessa identità italiana. Con questa pressione fiscale, ha
aggiunto, «non si fa ripartenza», per mettere gli imprenditori in condizione di
battersi alla pari sui mercati internazionali c’è bisogno di maggiore libertà.
Anche perché il dato (pessimo) sugli ordinativi delle piccole e medie imprese
in aprile è un campanello d’allarme che non si può ignorare. Di conseguenza, la
politica è chiamata ancora una volta a trovare una sintesi tra le ragioni del
rigore e le esigenze della crescita, tra Maastricht e il Paese.
In questa chiave
va segnalato il riemergere del tema del vincolo esterno, la predominanza degli
impegni presi in sede europea che pone di nuovo in secondo piano le scelte
formulate in ambito politico nazionale. Lungo tutti gli anni ' 90 la tesi del
vincolo esterno servì a contenere il partito della spesa facile, riuscì a far
capire agli italiani l’esigenza di adeguarsi agli standard europei, diede ai
riformatori la forza per imporre cambiamenti che non avevano trovato sul piano
elettorale i consensi necessari. Stavolta è diverso. Il vincolo esterno, «la
canzone di Bruxelles», avrebbe come effetto il rinvio o il congelamento di
provvedimenti largamente testati sul piano elettorale interno e che
corrispondono pienamente alle richieste e agli interessi della constituency di
centro-destra. Un rischio, dunque. Dario
Di Vico CdS 11
I mercati hanno
reagito con un forte rialzo alle decisioni europee di domenica notte. I mercati
esagerano, in giù e in su, e fanno pensare che qualcosa debba essere messo a
punto nel loro funzionamento. Ma è giusto che abbiano festeggiato il salto di
qualità che l’Europa ha cercato di fare con provvedimenti ben articolati e che
contengono i giusti ingredienti.
La medicina per
curare la febbre speculativa che ha investito l’area dell’euro deve avere
almeno quattro ingredienti. Primo: un progetto di maggior disciplina dei
bilanci pubblici di tutti i Paesi e di riforme strutturali per rilanciare la
competitività delle economie e l’equilibrio delle bilance dei pagamenti. Perché
il progetto sia credibile, i Paesi devono accettare di controllarsi da vicino
reciprocamente con la regia indipendente della Commissione. Secondo: una forte
solidarietà comunitaria che.
Una solidarietà
che, anziché insistere nel minacciare l’abbandono di chi è più indisciplinato e
meno competitivo, sappia impegnare fondi e garanzie comuni per dargli tempo di
aggiustarsi, pur pretendendo di controllare assiduamente e severamente il ritmo
e la qualità delle misure che prende. Terzo: politica monetaria energica e
immediata per dar liquidità ai mercati, spaventati e distorti dal panico e dalla
speculazione, e dar tempo alla disciplina e alla solidarietà di prendere il via
e consolidarsi. Quarto: controllo della speculazione, anche con regole nuove
che ne proibiscano gli eccessi destabilizzanti.
La speculazione,
di fronte ai primi tre ingredienti, può in parte calmarsi da sola, almeno
temporaneamente, in attesa di vedere se vengono somministrati sul serio. Gli
speculatori, per quanto manipolatori ed esagerati, si innestano in una
situazione dove le finanze pubbliche sono insostenibilmente in disordine, le
competitività di alcuni Paesi compromesse, il clima politico europeo diviso e
confuso, e dove gli economisti, non meno dei politici, si esercitano in una
babele di giudizi spesso avventati e contraddittori. Se ne dicono di tutti i
colori, trascurando la complessità dei problemi, la difficoltà e la delicatezza
delle evoluzioni istituzionali e il semplice buon senso: uno dei migliori
esperti di finanza del mondo, per esempio, scriveva domenica su un quotidiano
italiano che la soluzione sarebbe spezzare l’euro in due, quello del Nord e
quello del Sud.
Nelle decisioni di
domenica notte c’è una buona dose di tutti gli ingredienti necessari, fra loro
ben collegati, anche se la somministrazione di alcuni di essi è solo
un’impegnativa promessa. La solidarietà è assicurata, dall’assistenza
finanziaria alimentata da fondi comunitari e intergovernativi. Condizione per
l’assistenza è la disciplina dei bilanci, rilanciata anche da ulteriori impegni
di aggiustamento di Spagna e Portogallo e dal fatto che comincerà subito il
lavoro principale, la riforma del Patto di Stabilità e Crescita il cui mancato
funzionamento ci ha ridotto in queste condizioni. La banca centrale è pronta a
fornire liquidità ai mercati e a intervenire con acquisti temporanei di titoli
pubblici capaci anche di contrastare direttamente la speculazione: ma la sua
disponibilità è basata sulle decisioni di solidarietà e disciplina prese dalla
Commissione e dai governi. Il Consiglio accelererà la creazione di un nuovo
sistema per gestire le crisi con ordine, consentendo che si verifichino
insolvenze private e ristrutturazioni di debiti pubblici senza eccessivi danni
sistemici. Accelererà anche la revisione del quadro di regole e di vigilanza
nel quale oggi si muovono le speculazioni attuate con gli strumenti derivati e
le scompostezze delle agenzie di rating.
Ora si tratta di
dar seguito coerente alle decisioni. È importantissima, in particolare, una
riforma convincente del Patto di Stabilità e un impegno all’aggiustamento che
non si limiti a indicare i numeri delle correzioni dei bilanci ma specifichi i
provvedimenti che le attueranno. Anche la manovra prevista per l’Italia deve
assumere con rapidità contorni più concreti. Ad aggiustarsi non devono essere
solo i Paesi considerati più fragili: tutti devono correggere con severità,
compresa, ad esempio, la Francia. Devono aggiustarsi anche Paesi fuori
dell’euro ma con enormi deficit, come il Regno Unito. Dobbiamo mettere l’Europa
in grado di restituire le telefonate di raccomandazione che ha ricevuto
domenica da Obama, dicendogli l’ansia con cui attendiamo che il suo bilancio
pubblico diventi meno evidentemente insostenibile.
In mancanza di un
adeguato e tempestivo seguito a tutte le decisioni prese domenica, il pericolo
più prossimo è vedere la Bce inondare i mercati di liquidità e rimanere a lungo
ingolfata di titoli pubblici illiquidi e rischiosi. In queste ultime settimane
qualche politico ha sperato che la Bce spegnesse il fuoco da sola,
infischiandosene del pericolo di aumentare l’indisciplina, la speculazione e
l’inflazione. La Bce ha difeso la sua indipendenza ma ha anche compiuto un atto
di fiducia negli impegni della politica: che ora deve mostrare di meritarla.
FRANCO BRUNI LS 11
Tre anni di respiro per i «Pigs» al prezzo di 750 miliardi. Come verranno
usati i soldi
«Shock and awe».
Poco prima dell’alba di ieri, quando da Bruxelles è arrivato l’annuncio del
mega- piano per evitare che il sistema monetario europeo possa affondare sotto
i colpi della speculazione finanziaria internazionale, non c’è commentatore che
non sia ricorso al motto della guerra in Iraq del 2003, quel «colpisci e
terrorizza» con cui George W. Bush ha mandato i soldati contro Saddam Hussein.
E «colpiti», i mercati, lo sono stati. Sul piatto la Ue e l’Fmi hanno messo 750
miliardi di euro, che vanno ad aggiungersi ai 110 miliardi già decisi ad aprile
per soccorrere la Grecia. La Bce, dal canto suo, ha già cominciato ieri a
intervenire sul mercato per acquistare i titoli «declassati» di Atene e, in
prospettiva, di Portogallo e Spagna. Una strategia, teoricamente senza limiti
di spesa, che s’accompagna con iniezioni di liquidità nel sistema. Senza
contare che la Federal Reserve ha riaperto le swap lines per permettere alla
Banca centrale europea di accedere a liquidità in dollari. E lo stesso hanno
fatto gli istituti centrali di Gran Bretagna, Svizzera, Canada, Giappone.
Il mega piano
Nell’ambito di
quello che è stato definito «Meccanismo europeo di stabilizzazione», i paesi di
Eurolandia (più Svezia e Polonia su base volontaria) erogheranno crediti (al 5%
d’interesse, come ha precisato il commissario Ue agli Affari economici, Olli
Rehn) e garanzie sui prestiti per un totale di 440 miliardi di euro nell’arco
del triennio, destinati ai Paesi che dovessero trovarsi in difficoltà tanto da
non riuscire a finanziarsi sul mercato. I primi nomi a rischio di contagio
greco sono Portogallo, Irlanda, Spagna. Altri 60 miliardi di euro saranno messi
a disposizione dalla Commissione Ue, che per questo ha aumentato da 60 a 110
miliardi le disponibilità del programma utilizzato nel 2008 per aiutare
Lituania, Ungheria e Romania, e potrà disporre di 141 miliardi di euro del
proprio bilancio annuale come collaterale. Infine, dall’Fmi arriveranno 250
miliardi di euro di linee di credito, a un tasso attorno al 3%.
Ricordando il Tarp
Il pacchetto
europeo offre un immediato elemento di confronto con il Tarp (Troubled asset
relief program), il piano d’emergenza salva-banche da 700 miliardi di dollari
lanciato nel settembre 2008, in piena crisi finanziaria globale, dal segretario
Usa al Tesoro Hank Paulson e dal presidente della Federal Reserve Ben Bernanke.
Molto simile è anche il ritardo con cui è stato adottato: dopo aver salvato
Bear Stearns in marzo, Tesoro e Fed hanno dovuto ricorrere ai soldi del
contribuenti per soccorrere Fannie Mae e Freddie Mac, poi Aig, General Motors
(ma lasciando fallire Lehman Brothers) prima di decidersi al grande passo. Allo
stesso modo Ue e Bce hanno fatto passare oltre 5 mesi prima di mettere in campo
aiuti alla Grecia per 30 miliardi di euro (più 10-15 dell’Fmi), poi portati a
110 e ora trasferiti su scala «sistemica» agli attuali 750 miliardi.
I primi effetti
Oltre che sulle
Borse, gli effetti dell’offensiva europea si sono visti subito sui rendimenti
dei debiti sovrani dei Paesi sotto tiro. Quello dei titoli decennali greci è
precipitato dal 12,5% al 6,7%, i portoghesi sono scesi al 4,7%, gli spagnoli al
3,9%. I Cds (cioè Credit default swap, che riflettono i costi per assicurarsi
contro l’eventuale default sul debito) sono crollati dai 915 punti di venerdì
ai 657 di ieri per la Grecia, da 425 a 263 per il Portogallo, da 238 a 157 per
la Spagna.
La conquista del
tempo
Le decisioni
adottate ieri potrebbero rivelarsi inutili se non verranno ricondotti a
disciplina i conti dei Paesi con forti squilibri di bilancio. «Per ora Ue, Bce
e Fmi hanno soltanto comprato 3 anni di tempo», hanno sottolineato alcuni
analisti. Nell’attuale situazione di mercato, infatti, i 750 miliardi di euro
basteranno appena a coprire le esigenze di finanziamento dei debiti in scadenza
da qui al 2012 di Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna. E, a parere del panel
di 54 economisti sentiti ieri da Reuters, appena il 20% crede che Atene sarà in
grado di rispettare quest’anno gli impegni di risanamento che ha preso. Giancarlo Radice CdS 11
Per Obama una strada tutta in salita. A colloquio con il corrispondente de
“La Stampa”
In questa
intervista rilasciata ad Alessandro Bettero e pubblicata sul Messaggero di
sant'Antonio per l'estero, il corrispondente del quotidiano La Stampa Maurizio
Molinari riflette sul "terremoto" provocato da Obama in campo
sanitario, con una riforma che va incontro in particolare ai bisogni dei ceti
medio-bassi.
D. Barack Obama ce
l’ha fatta a ottenere, anche se tra non pochi compromessi, la riforma della
Sanità negli Stati Uniti. E adesso che cosa cambia?
R. Quello
provocato da Obama è un "terremoto" auspicato fin dalla sua campagna
elettorale: 32 milioni di cittadini americani non coperti dall’assicurazione
sanitaria, adesso potranno, anzi dovranno averla in ragione di una riforma che
comporta l’obbligo, per ogni cittadino americano, di ottenere una polizza
assicurativa. Le Compagnie private non potranno negare le polizze per motivi
pregressi, e i datori di lavoro dovranno assicurare i loro dipendenti. E,
soprattutto, l’intero sistema sanitario privato sarà obbligato a ridurre le
tariffe. È una riforma che va incontro in particolare ai bisogni dei ceti
medio-bassi. Infatti i poveri erano già coperti dai programmi assistenziali
esattamente come la terza età. Questi 32 milioni di americani scoperti si
posizionavano invece nella fascia medio-bassa del reddito. D’ora in poi, anche
loro potranno avere accesso alla medicina preventiva.
D. Qualcuno ha
insinuato che la fretta di Obama di chiudere la partita sanitaria sia dipesa in
gran parte dalle elezioni di Mid-Term di Novembre. Questo ha intaccato
l’integrità del suo progetto iniziale o possiamo dire che Obama ha comunque
incassato un successo a pieni voti?
R. Obama auspicava
un accordo sulla riforma sanitaria già nell’autunno scorso. L’accordo gli è
sfuggito, e questo ha comportato una dura partita politica all’interno del
Partito Democratico che lo ha indebolito; ha indebolito l’immagine
dell’amministrazione presso i cittadini, lo ha fatto scendere nei sondaggi e,
quindi, nelle ultime settimane c’è stata davvero una maratona politica nel
tentativo di evitare che il fallimento della sanità si ripercuotesse in maniera
negativa sul Partito Democratico alle elezioni di novembre. Obama ci è
riuscito, e la Casa Bianca sta tentando ora di sfruttare il momento positivo
con tutta una serie di iniziative: dall’accordo Start con la Russia sulla riduzione
delle armi strategiche, al lancio della riforma finanziaria al Congresso, fino
al viaggio delle ultime ore a sorpresa in Afghanistan, per rilanciare le
riforme anche in quel Paese, in chiave anti talebana. La strategia che ispira
queste mosse è quella di sostenere un recupero di popolarità del presidente che
al momento è al 46% cioè 22 punti in meno del giorno del suo insediamento, per
aiutare i Democratici nella sua volata contro i Repubblicani alle elezioni di
Novembre.
D. Quali sono i
compromessi più pesanti – anche con il mondo cattolico e con gli antiabortisti
– che Obama ha dovuto raggiungere per convincere il Congresso degli Stati Uniti
ad approvare la sua riforma sanitaria?
R. L’accordo sulla
sanità alla Camera non sarebbe stato possibile e la riforma non sarebbe passata
senza il consenso di una folta e combattiva pattuglia di antiabortisti guidata
dal deputato del Michigan, Bartholomew Stupak. Fino alla fine Stupak ha
lasciato in forse il suo sostegno. Senza quei voti, la riforma non sarebbe
passata. Obama, attraverso la mediazione della presidente della Camera, Nancy
Pelosi, ha ceduto accettando di firmare un ordine esecutivo che proibisce lo
stanziamento di fondi federali per l’interruzione della gravidanza. Il nodo da
sciogliere era decisivo perché all’interno della riforma sanitaria approvata
dalla Camera, ci sono i fondi federali per l’interruzione della gravidanza;
perché l’ala liberal del Partito Democratico era riuscita a ottenere questo.
L’ordine esecutivo neutralizza questo aspetto della legge e garantisce i gruppi
antiabortisti. Naturalmente si è innescato subito un duro scontro all’interno
della galassia antiabortista nel quale i conservatori hanno contestato a Stupak
di aver ottenuto un ordine esecutivo che, in realtà, è molto ingannevole,
mentre Stupak ha affermato che a sbagliare sono i conservatori, e che questa
vittoria antiabortista è arrivata da sinistra e non da destra.
D. Sugli Stati
Uniti grava la pesante incognita della ripresa. Gli osservatori internazionali
e anche gli indicatori economici dicono che la spinta recessiva sembra essersi
fermata ma il ritorno ai livelli del 2006-2007 sembra essere ancora
lontanissimo. Lei che ne pensa?
R. Penso che
questo sia il vero tallone d’Achille dell’amministrazione Obama. Le previsioni
erano di una disoccupazione attestata in primavera all’8%. In realtà siamo al
9,7%, e questo nonostante esista una ripresa seppur debole. Al momento vengono
creati ogni mese circa 100 mila posti di lavoro, ma questo non consente di
abbassare il livello della disoccupazione a causa della crescita demografica di
questa grande nazione. Al momento le piccole e medie imprese non riescono ad
aumentare il livello delle assunzioni. Obama spera che la riforma appena
approvata possa innescare un sistema di sgravi a favore delle imprese che
garantiranno la copertura sanitaria, e che quindi possa indirizzare risorse
nella direzione dello sviluppo. Inoltre sono in atto una serie di iniziative
pubbliche, soprattutto a favore degli Stati, per incentivare l’occupazione. È
chiaro che su questo fronte restano ancora le difficoltà maggiori, e se sarà
così la partita delle elezioni di Mid-Term si giocherà non tanto sulla riforma
sanitaria, ma anche sull’umore della classe media falcidiata dalla
disoccupazione.
D. Le elezioni di
novembre possono essere un pericolo concreto per l’amministrazione democratica.
Su quali fronti Obama rischia di più?
R. Obama rischia
di più sul fronte dell’economia, sul calo dei consumi, su quello
dell’indebolimento dei risparmi degli americani, della percezione dell’opinione
pubblica che il Paese è più povero di prima. A vantaggio di Obama può esserci
la riforma sanitaria, ma il punto è che la riforma sanitaria, in realtà, avrà
piena efficacia solamente nel 2014, e quindi si voterà a novembre ancora con la
percezione della riforma ma non sulla sua implementazione. L’altro problema che
ha Obama è l’immagine di un presidente eccessivamente proteso al compromesso
con gli avversari, ovvero non determinato a difendere l’interesse nazionale
americano nell’approccio con Paesi concorrenti sul fronte economico come la
Cina, strategico come la Russia, o sul fronte dei pericoli provenienti da Iran
o Siria. I Repubblicani cavalcano molto questa percezione di un presidente
debole, puntando a staccare da lui il sostegno di elettori indipendenti negli
Stati del Middle West, la grande pancia dell’America, che è la stessa a pagare,
in questo momento, il costo più alto della perdurante fase di difficoltà
economica.
D. La guerra in
Medio Oriente e le nuove tensioni in Israele possono diventare un’ulteriore
spina nel fianco per Obama?
R. Il presidente
sta sfruttando questa crisi esattamente al contrario ovvero per testimoniare la
sua capacità di decisione, il piglio del leader che ha in mente degli interessi
in un orizzonte più ampio, e quindi è disposto anche a un braccio di ferro con
l’alleato israeliano pur di sbloccare il negoziato con i palestinesi sul
difficile nodo di Gerusalemme. Non a caso, la Casa Bianca ha fatto trapelare
indiscrezioni anche su una duplice burrascosa telefonata di Obama con il
presidente russo Medvedev sul tema dello scudo stellare anti-missile proprio
per avvalorare l’immagine di un presidente molto determinato. Saranno le
prossime settimane a dire se queste mosse sullo scacchiere mediorientale e sul
fronte russo saranno favorevoli al presidente.
D. I Repubblicani
e anche alcuni osservatori internazionali contestano a Obama di aver ceduto
potere e sovranità, soprattutto economica, ai Paesi asiatici emergenti. Questa
constatazione è reale? Può diventare un pericolo oggettivo per gli Stati Uniti
e per il mercato interno del lavoro?
R. Assolutamente
sì. La questione di fondo è che Obama all’inizio ha avuto un fronte interno con
tutti quegli esponenti del mondo liberal e democratico che si opponevano a una
strategia del libero commercio nell’area del Pacifico. Il presidente ha avuto
bisogno di parecchi mesi per convincere questo zoccolo interno del suo Partito
– che era stato decisivo nello strappare molti Stati alle elezioni del 2008 –
della necessità di spostare la strategia del libero commercio sul Pacifico. È
riuscito in questo, e da qui è scaturita la decisione di mantenere il dollaro a
livelli bassi, continuando a contare sulle esportazioni. Tutto questo, però,
avviene nell’ambito di un rapporto con la Cina che diventa conflittuale anche
sul tema dei diritti umani, complicando non poco i rapporti con l’estremo
oriente; e questo lo vediamo nella disputa che riguarda Google e le sue
operazioni in Cina. Nel complesso, io credo che si possa dire che in questo
momento l’amministrazione Obama sia consapevole che la maggior parte dei suoi
scambi commerciali viene dall’area del Pacifico e non più dall’Atlantico, e che
quindi ha la necessità di una forte presenza in quest’area, di un dollaro
debole ma anche di poter coltivare rapporti politici molto delicati e
complessi.
Alessandro
Bettero, Messaggero San Antonio
La mafia sullo sfondo degli affari della cricca
Tre mesi di
inchieste, una nuova tangentopoli, di certo un nuovo sistema di corruzione
ambientale. Un sistema gelatinoso, l’ha definito uno dei protagonisti, dove
fare favori, anche se questo vuol dire rompere le regole e truccare la carte,
pare “normale” a prescindere dal passaggio di soldi e mazzette. Gelatina in cui
le mafie trovano un ambiente ideale. Le nuove mafie dove almeno uno della
famiglia deve studiare, saper stare in società, ai tavoli che contano e
trattare. Tre mesi di inchieste - G8, Grandi eventi, la maxi truffa allo Stato
messa in piedi da Mokbel e dall’ex senatore Di Girolamo e poi Telecom e Fastweb
e, da ultimo, il comitato d’affari che in Sardegna ma anche in Sicilia e in
Basilicata cercava di mettere le mani sui fondi per le energie rinnovabili - e
sempre, sotto traccia, sullo sfondo, il filo rosso delle mafie in cerca di
affari puliti da finanziare o in cui riciclare la massa di contanti di cui il
crimine organizzato dispone. Non solo corruzione, quindi. Ma corruzione con
l’aggravante, in certi casi, della mafiosità.
La procura di
Firenze è arrivata a contestare la finalità mafiosa (articolo 7 della legge del
1991) ai costruttori Piscicelli, lo sciacallo che la notte del terremoto rideva
pregustando gli affari della ricostruzione, Di Nardo e Rocco Lamino. Il fatto è
noto. Ma vale la pena ricordarlo mettendo in fila nomi e cose. Piscicelli,
infatti, nello sforzo di entrare a far parte della cricca e della short list di
ditte invitate al gran banchetto degli appalti riservati e privati, si fa dare
in prestito 100 mila euro «per un regalo natalizio destinato ai funzionari
della Ferratella». Un prestito, si legge, «concesso a tassi d’usura» da Antonio
Di Nardo, originario di Giugliano in Campania e dipendente del ministero delle
Infrastrutture, e da Rocco Lamino. Ora Di Nardo e Lamino sono «riferibili» al
Consorzio Stabile Novus (Napoli) che «tramite Piscicelli entra in rapporti di
affari con la Btp di Fusi» sbarcando così sul mercato fiorentino delle grandi
opere e «si aggiudica i lavori per le piscine olimpiche Valco San Paolo Roma
Tre». I lavori sono eseguiti da Piscicelli il quale deve corrispondere alla
Novus il tre per cento per ogni stato di avanzamento lavori incassato».
Ora, il fatto è,
come scrivono i magistrati, che «sia nei confronti del Consorzio Novus che
dello stesso Di Nardo emergono elementi oggettivi in ordine a rapporti con la
criminalità organizzata». Nello specifico con le famiglie D’Oriano, Calabrese,
Verde e Orlando tutte con precedenti o coinvolte in associazioni camorriste. Di
Nardo, inoltre, è in stretti rapporti con l’imprenditore palermitano Mario
Fecarotta, già arrestato nel 2002 in quanto appartenente a Cosa Nostra. E con i
casalesi, per la precisione con Carmine Diana e Francesco Bidognetti. Da bosco
e da riviera, Di Nardo: il dipendente delle Infrastrutture infatti sa imbastire
affari con i clan ma anche con i giudici contabili (Mario Sancetta)e con un
giudice costituzionale (Giuseppe Tesauro) entrambi soci nell’immobiliare «Il
Paese del sole» collegata con il consorzio Novus. E il cerchio si chiude.
Il commercialista
siciliano. Si riapre, sempre nell’inchiesta Grandi Eventi, con la presenza
dell’ingegnere-coiffeur Riccardo Miccicchè a cui il ministro Bondi, forse
sarebbe più corretto dire il suo direttore generale Salvo Nastasi, affidano la
gestione dei lavori di ristrutturazione degli Uffizi. Ora, al di là dei meriti
professionali - un po’ dubbi visto il curriculum che comprende anche una
società per la coltivazione di erbe medicinali - Riccardo Miccichè è fratello
di Fabrizio, responsabile tecnico della Giusylenia srl il cui amministratore
unico è Antonio De Francisci, azienda che per ammissione di Giovanni Brusca
(interrogatorio del 17 aprile 1997 davanti al pm Ingroia e Lo Voi) risulta tra
quelle selezionate dal boss Bernardo Provenzano e indicarti in uno dei suoi
pizzini. Per non parlare, sempre nell’inchiesta Grandi Eventi, del
coinvolgimento del commercialista palermitano Pietro Di Miceli, imputato e poi
assolto per concorso in associazione mafiosa perchè in stretti rapporti
d’affari con la famiglia Ganci.
Orbene: il
commercialista viene contattato dall’imprenditore fiorentino Riccardo Fusi in
cerca di lavori e appalti. Di sicuro il professionista siciliano, secondo le
intercettazioni, vanta la possibilità di intercedere per la costruzione
dell’aeroporto di Frosinone, per un centro di accoglienza religioso e per
progetti finanziati dalle casse europee. Una specie di chiave passpartout
preziosissima per chi invece stenta ad entrare nel giro giusto dei grandi appalti.
Gli ultimi tre mesi di inchieste ci hanno spiegato come l’ndrangheta sia
riuscita a mandare in Senato Nicola Di Girolamo truccando le schede per il voto
dei calabresi emigrati in Germania. E come le mafie stiano cercando di entrare
nel business dell’economia pulita, solare o eolica che sia. La mafia dei
colletti bianchi si muove leggera nella gelatina della nuova corruzione. Claudia Fusani L’U 11
L’anniversario. Napolitano: "Chi pensa a secessioni coltiva un salto
nel buio"
Il capo dello
Stato a Marsala per la rievocazione della spedizione di Garibaldi. "Penosi
i commenti liquidatori sul processo di unificazione". Sul Mezzogiorno:
"Nessuna reticenza: occorre debellare la piaga mortale della criminalità
organizzata"
Uomini in costume
per le celebrazioni a Marsala
MARSALA -
"Chi si trova a immaginare o prospettare una nuova frammentazione dello
Stato nazionale, attraverso secessioni o separazioni comunque concepite,
coltiva un autentico salto nel buio". Così il presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano, ha parlato a Marsala nel suo intervento alla cerimonia
organizzata nell'ambito del 150esimo anniversario dell'unità d'Italia 1. Il
Capo dello Stato, accolto da un bagno di folla, tra cori, applausi e sventolio
di bandierine tricolori, ha centrato il suo discorso sull'importanza della
coesione nazionale. "Si può considerare solo penoso che da qualunque
parte, nel Sud o nel Nord, si balbettino giudizi liquidatori sul conseguimento
dell'unità, negando il salto di qualità che l'Italia tutta, unendosi, fece
verso l'ingresso a vele spiegate nell'Europa moderna", ha detto,
sottolineando il ruolo "non passivo, ma da protagonista" della
Sicilia nel moto unitario e lo "storicamente indiscutibile"
contributo del Mezzogiorno.
"Non c'è
nulla di retorico nel celebrare l'unità conseguita dall'Italia, è un modo di
rinnovare il patto fondativo della nostra nazione", ha ribadito Napolitano
sul molo del porto, salutando le due imbarcazioni salpate da Quarto che
simboleggiano lo sbarco della spedizione garibaldina del 5 maggio di 149 anni
fa, rievocazione ostacolata oggi dal forte vento. Vento su cui il presidente si
è concesso una battuta: "E' una giornata bellissima e ventosa. E siamo
davanti a una meravigliosa manifestazione di popolo" ha detto rivolgendosi
alla gente in piazza, scolaresche, cittadini, molti bambini con camicie e
berretti rossi, in onore del colore delle divise garibaldine. Questo "fa
capire che l'unità è uno straordinario e fondamentale patrimonio collettivo del
popolo italiano. Celebrarla quindi non ha nulla di retorico ma è un modo di
rinnovare il patto fondativo della nostra nazione".
Queste
celebrazioni, ha sottolineato ancora il presidente della Repubblica, "sono
l'occasione per determinare un clima nuovo nel rapporto tra le diverse realtà del
Paese, nel modo in cui ciascuna guarda alle altre, con l'obiettivo supremo di
una rinnovata e salda unità che è, siamone certi, la sola garanzia per il
nostro comune futuro", ha detto. "Chiedo a tutte le forze
responsabili che operano nel Nord e lo rappresentano - ha aggiunto facendo
riferimento alle dichiarazioni di alcuni esponenti della Lega 2 - di riflettere
fino in fondo su un dato cruciale: l'Italia deve nel medio e lungo periodo
crescere di più e meglio, ma può riuscirvi solo se crescerà insieme, solo se si
metteranno a frutto le risorse finora sottoimpiegate, le potenzialità, le
energie delle regioni meridionali", ha aggiunto. E dalla Lega è arrivata
la replica dell'eurodeputato del Carroccio Francesco Speroni, interpellato da
Affari Italiani: "La secessione non è un salto nel buio. Basta vedere chi
l'ha già fatta: la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Lettonia, l'Estonia e la
Lituania. Tutti Paesi che sono saltati... nell'Unione Europea, proprio quella
che piace tanto a Napolitano".
"Le critiche
- ha detto ancora Napolitano - che è legittimo muovere in modo argomentato e
costruttivo agli indirizzi della politica nazionale, per scarsa sensibilità e
aderenza ai bisogni della Sicilia e del Mezzogiorno, non possono essere
accompagnate da reticenze e silenzi su quel che va corretto, anche
profondamente, qui nel Sud". Il capo dello Stato, parlando dei punti da
correggere, ha specificato che il suo riferimento è "alla gestione dei
poteri regionali e locali, al funzionamento delle amministrazioni pubbliche,
agli atteggiamenti del settore privato e ai comportamenti collettivi".
"Parlo di correzioni essenziali - ha sottolineato Napolitano -, anche al
fine di debellare la piaga mortale della criminalità organizzata".
Dal porto,
Napolitano ha raggiunto il municipio dove ha salutato il consiglio comunale e
poi, a piedi, insieme al sindaco e al ministro della Difesa, Ignazio La Russa,
ha raggiunto la piazza della Repubblica che ospita la celebrazione storica.
LR 11
Cambia il ddl svuota-carceri. Alfano-Lega, trovata l'intesa
Stop
all’automatismo per cui ai detenuti cui resta un anno di pena vengono concessi
i domiciliari - Il governo riscrive il
testo elaborato da Alfano e duramente criticato dalla Lega
MILANO - Il ddl
svuota-carceri, duramente criticato dalla Lega e dal ministro dell’Interno,
Roberto Maroni, cambia volto: il governo praticamente ha riscritto il testo in
toto presentando tre emendamenti in commissione Giustizia alla Camera. Tra le
novità principali del nuovo disegno di legge c'è lo stop all’automatismo per
cui ai detenuti cui resta un anno di pena vengono concessi i domiciliari. A
decidere se consentire la detenzione domiciliare sarà il magistrato di
sorveglianza. La maggioranza, assicura ora il Guardasigilli Angelino Alfano, Si
avvia a superare il dissenso con i leghisti. «Le cose vanno bene - ha detto il
ministro -, ho parlato con il sottosegretario Caliendo che è alla Camera, dove
si sta lavorando per un ottimo punto di intesa per andare avanti». «Nel merito
- ha precisato il Guardasigilli - sa tutto Caliendo, ma siamo al lavoro per un
punto d’intesa confacente agli scopi della coalizione. Credo - ha aggiunto -
che in commissione si potrà andare anche oltre rispetto alla stessa coalizione».
Soddisfatto il Carroccio. «Sono state accolte alcune istanze che avevamo posto
sin dall'inizio come la cessazione dell'automatismo dell'ultimo anno a casa,
l'accertamento della pericolosità da parte del magistrato e il potenziamento
delle forze dell'ordine» ha spiegato d'altro canto Nicola Molteni, componente
leghista in commissione Giustizia alla Camera. «Finalmente - ha aggiunto Matteo
Brigandì - non si parla più sic et simpliciter di prendere i detenuti e
portarli a casa. Ora bisognerà fare i conti con l'oste e l'oste in questo caso
sono i magistrati». Il Carroccio, tra l'altro, sta valutando anche di
presentare dei sub-emendamenti al testo con "paletti" ad esempio
sulla questione dell'idoneità del domicilio. Gradite anche al Pd le modifiche
al ddl. «Per noi è un passo in avanti in termini di chiarezza» ha detto la
capogruppo dei democratici in commissione Giustizia alla Camera, Donatella
Ferranti.
LE MODIFICHE - Il
primo dei tre emendamenti del governo, tutti a firma del sottosegretario
Giacomo Caliendo, sostituisce l'articolo 1 del ddl Alfano ribadendo che la pena
detentiva, non superiore a 12 mesi, anche se costituente parte residua di
maggior pena, «è eseguita presso l'abitazione del condannato o altro luogo
pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza, di seguito denominato
"domicilio"» ma a decidere è il magistrato di sorveglianza sulla base
di una relazione sulla condotta che gli viene trasmessa dall'istituto
penitenziario. La relazione è corredata da un verbale di accertamento della
idoneità del domicilio. In base a questo viene anche esclusa l'ipotesi che il
domicilio nel quale l'immigrato sconta l'ultimo anno possa essere il Cie. Tra
gli emendamenti del governo uno prevede, inoltre, l«'adeguamento dell'organico
del corpo di polizia penitenziaria alla situazione emergenziale in atto». Per
questo viene prevista la possibilità con decreto del ministro della Giustizia
di abbreviare i corsi di formazione iniziale per gli agenti del corpo di
polizia penitenziaria. Il termine per i sub-emendamenti è fissato per domani
alle 10. Stralciato invece l’articolo che prevedeva la sospensione della
detenzione con la messa alla prova presso i servizi sociali. Lo stralcio è
stato votato quasi all’unanimità dalla Commissione: contro si è espressa solo
la deputata radicale eletta nel Pd Rita Bernardini, in sciopero della fame
proprio per protesta contro il sovraffollamento delle carceri. La Commissione
tornerà a riunirsi domani quando alle 10 scadrà il termine per i subemendamenti
agli emendamenti presentati dal governo.
INTERCETTAZIONI -
Nel frattempo, All'indomani dell'emendamento, presentato dal relatore Roberto
Centaro, che modifica la cosiddetta norma "D'Addario" al ddl
intercettazioni, il ministro Alfano ha detto di auspicare che «si vada oltre
gli ideologismi e il muro contro muro»: «Se in concreto - ha detto il
Guardasigilli conversando con i giornalisti al Senato - c'è spazio per
migliorare il testo, siamo pronti a farlo, purchè tenga fermo il principio
previsto dall'art.15 della Costituzione sul diritto del cittadino alla
privacy». Obiettivo del governo, in ogni caso, è che «alla Camera l'iter sia
breve e che ci consegni per giugno la legge» sulle intercettazioni. CdS 11
Federalismo, l'altolà della Cei. "Così com'è è destinato a
fallire"
Vescovi a tutto
campo su revisioni costituzionali, economia e immigrazione: "Si rischia di
rafforzare il centralismo e indebolire la sussidiarietà". L'analisi nel
documento preparatorio delle "Settimane sociali"
ROMA - "Il
federalismo fiscale è destinato a fallire". E' severa la bocciatura
che arriva dalla Cei e dal laicato cattolico organizzato sull'attuale fase di
sviluppo del processo federalista. Per i vescovi il sistema fiscale "è
l'architrave" del processo federalista ma così come è stato concepito
"rischia di moltiplicare il centralismo senza aprire la porta alla
sussidiarietà e ai poteri decentrati sul territorio". Una trasformazione
che riguarda un Paese "che si trova oggi ad affrontare le prove della
globalizzazione da media potenza declinante". La lezione dei vescovi è
tutta in queste parole: intraprendere, educare, includere le nuove presenze,
slegare la mobilità sociale, completare la transizione istituzionale.
La critica dei
vescovi è contenuta nel documento preparatorio della prossime "Settimane
sociali", appuntamento storico del cattolicesimo italiano che si terrà a
Reggio Calabria ad ottobre. Un testo frutto di mesi di elaborazione e di
consultazione di diocesi, realtà associative, personalità del mondo della
politica e dell'economia.
Tra le varie
questioni esaminate, spicca, appunto, il federalismo. Tema accompagnato da una
domanda: "Nelle attuali condizioni politico-istituzionali, trova
soddisfazione il principio di sussidiarietà?". Chiara la risposta:
"Al momento si prevedono dosi massicce di uniformità anche per i territori
fiscalmente autosufficienti, rimettendo in moto un meccanismo centralistico che
non fa crescere poteri e responsabilità, che rende un servizio incerto al
principio di solidarietà e dimentica i pregi sistemici del principio di
sussidiarietà".
"Ciò si
manifesta - si legge ancora nel documento - nel caso della sanità e
richiama più in generale la necessità di garantire i livelli essenziali delle
prestazioni su tutto il territorio nazionale. Il diritto alla vita diviene un
esercizio retorico senza quello a un'adeguata assistenza sanitaria".
Per i vescovi
siamo in presenza di "spinte contrapposte" che si faranno sentire
nella stesura dei decreti legislativi. "In questa fase - si osserva ancora
- potrà prevalere una coalizione di interessi favorevole a un nuovo equilibrio
tra promozione delle differenze e riduzione delle diseguaglianze oppure quella
opposta. Abbiamo soggetti e interessi pronti a sostenere un equilibrato modello
italiano di federalismo fiscale, anche oltre il perimetro degli interessi
economici".
Ed è a questo
punto che arriva la rivendicazione del ruolo del mondo cattolico. Che,
per patrimonio culturale e per configurazione organizzativa, "dispone
della cultura e delle strutture appropriate per diventare uno dei principali
attori di sostegno del processo di redistribuzione dei poteri e delle risorse
tra i diversi livelli di governo".
Poi tocca alla
riforme. La Cei chiede che venga completata "la transizione
istituzionale". Con un avvertimento: "Non dobbiamo sbagliare la
prospettiva: è l'incertezza del modello così come lo vediamo oggi realizzato a
generare continue tensioni per l'equilibrio costituzionale, non il suo
auspicabile coerente completamento". Su questo tema i vescovi rivendicano
il loro protagonismo. "Come cattolici, non possiamo guardare alla
transizione delle istituzioni politiche con gli occhi dell'osservatore
esterno", afferma il comitato preparatore delle settimane sociali - Va
attribuita un decisa priorità al problema della forma di governo, inclusi i
suoi contrappesi e una conforme legge elettorale".
Altro tema preso
in esame è quello del debito pubblico destinato a pesare sulle future
generazioni: "Le risorse pubbliche rappresentano l'altro versante di un
sacrificio già superiore alla media: massima deve essere la tensione, perchè
massima sia la resa di ogni singolo elemento della spesa nel quadro del
controllo dei saldi della finanza pubblica. Nella prospettiva del bene comune,
questa ci appare come un'istanza etica, al pari di quella di generare risorse
aggiuntive".
Per quanto
riguarda l'immigrazione la Cei chiede che sia concessa la cittadinanza ai figli
degli stranieri. Condizione "di una piena integrazione delle seconde
generazioni nella società italiana". Giudizio negativo, invece, per l'attuale
legge che "ha finito per trasformarsi in una probatio perversa per
migliaia di ragazzi e ragazze, le cui famiglie hanno dovuto seguire un percorso
d'emersione dalla irregolarità attraverso sanatorie e regolarizzazioni".
LR 10
Salari, Italia maglia nera tra i paesi Ocse: guadagni -16,5 % rispetto alla
media
Il Rapporto
'Taxing Wages' diffuso oggi a Parigi -
Il nostro Paese si colloca come stipendi al 23mo posto su 30.
Parigi - In Italia
nel 2009 i salari si sono confermati tra i più bassi dei paesi dell'Ocse,
inferiori del 16,5 % rispetto alla media dei trenta membri dell'Organizzazione.
Lo rivela il Rapporto 'Taxing Wages' diffuso oggi a Parigi, in cui il nostro
Paese si colloca come stipendi al 23mo posto, stessa posizione dello scorso
anno.
Per il ministro
del Lavoro, Maurizio Sacconi, il dato Ocse "è lo stesso del passato"
si basa su tecnicalità "che abbiamo sempre messo in discussione e
francamente non ha riscontro nella realtà". Ma il Codacons denuncia: i
prezzi e il costo della vita dal 2002 ad oggi ''sono raddoppiati, mentre
stipendi, salari e pensioni sono rimasti al palo''. ''Il governo - sottolinea
l'associazione - non può continuare a lavarsene le mani come ha fatto fino ad
ora, accontentandosi di provvedimenti spot''.
In media in
Italia, secondo i dati Ocse, un lavoratore single senza carichi di famiglia ha
avuto nel 2009 un salario annuale netto di 22.027 dollari, rispetto i 26.395
della media Ocse. Ancora più forti i divari rispetto alla media Ue, dove la
media dei salari è di 28.454 dollari (25.253 per la Ue-19). Nel caso di
lavoratore con famiglia mono-reddito, con a carico coniuge e due figli, il
salario netto degli italiani sale a 26.470 euro ma si conferma al 23mo posto
della classifica Ocse.
Ai vertici della
classifica, nel caso di lavoratore single, la Corea del Sud, con un salario
medio di 40.190 dollari, mentre all'ultimo posto il Messico con 10.121 dollari.
Nel caso di lavoratore con coinge e due figli a carico, il salario medio piu'
alto si registra in Lussemburgo con 50.482 dollari.
In Italia il cuneo
fiscale, ovvero la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e
il salario netto percepito, è stato del 46,5% nel 2009 (-0,03% sull'anno
precedente), ponendosi al sesto posto della classifica elaborata dall'Ocse.
Al vertice della
classifica - per quanto riguarda i lavoratori single senza famiglia a carico -
si pone il Belgio con un cuneo del 55,2 %, seguito da Ungheria (53,4) e
Germania (50,9). In fondo, Messico (15,3%) e Nuova Zelanda (18,4%). Più
'leggero' il peso per lavoratori con coniuge e due figli a carico: in Italia
scende al 35,7 % (-0,4% rispetto al 2008), settimo posto della tabella
dell'Ocse, che vede una media del 26 %. In questo caso il cuneo più forte si
registra in Ungheria (43,7%) e Grecia (41,7), mentre diventa quasi nullo in
Nuova Zelanda (0,6%) e Islanda (8,6%), paesi caratterizzati da forti politiche
di sostegno alle famiglie.
Per quanto
riguarda il nostro paese l'Ocse evidenzia il peso - pari a circa il 3 per cento
- dei 'pagamenti obbligatori non fiscali', ovvero il trattamento di fine
rapporto. Secondo il segretario generale dell'Ocse Angel Gurria "abbassare
le tasse sul lavoro può contirbuire a sostenere la ripresa, ma solo all'interno
di interventi più ampi ed equilibrati".
L'organizzazione
internazionale con sede a Parigi rende noto anche che il tasso di
disoccupazione nell'area dell'Ocse sale dall'8,6% di febbraio all'8,7% a marzo
e di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il
numero dei disoccupati nell'area si attesta a 46,1 milioni: 3,9 mln in più
rispetto a marzo 2009.
Nella zona euro il
tasso di disoccupazione a marzo è rimasto invariato al 10%. Rispetto allo
stesso del 2009 il tasso è in crescita di 0,9 punti percentuali. In Italia la
disoccupazione è salita dall'8,6% di febbraio all'8,8% a marzo. Rispetto a
marzo 2009 il tasso è in crescita di un punto percentuale.
A guidare la
classifica dei paesi della zona euro con più disoccupazione è la Spagna
(19,1%). Seguono la Repubblica slovacca (14,1%), l'Irlanda (13,2%), la Ungheria
(11%), il Portogallo (10,5%) e la Francia (10,1%). I tassi più bassi si
registrano in Corea (3,8%), nei Paesi Bassi (4,1%) e in Messico e Austria
(entrambi al 4,9%).
(Adnkronos 11)
Occupato il Consolato di Liegi, per protesta contro la chiusura
Il 7 maggio 2010 è
stato occupato pacificamente il Consolato Generale d’Italia a Liegi. Le
alternative alla chiusura ci sono, manca ancora la volontà di affrontare
seriamente il progetto di „razionalizzazione della rete estera“.
La Confsal-Unsa
Coordinamento Esteri e il Comitato di Coordinamento contro la chiusura del
Consolato di Liegi esprimono piena soddisfazione per la manifestazione che si è
svolta lo scorso 7 maggio 2010 nella capitale di una delle Regioni
economicamente, politicamente e culturalmente più importanti del Belgio e che
ha visto centinaia di persone occupare in segno di „protesta“ e di „affetto“ il
proprio Consolato.
Tante sono le
domande che attendono ancora una risposta da parte del Sottosegretario con
delega per gli italiani all’estero, Sen. Alfredo Mantica e del Ministro degli
Affari Esteri, Franco Frattini: una presa di posizione concreta, per esempio,
alla disponibilità del Governatore della Provincia Michel Foret e del Sindaco
di Liegi Willy Demeyer rivolta al Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini,
di offrire allo Stato italiano una sede a metà prezzo per il Consolato Generale
d’Italia.
Considerando i progetti
di salvataggio delle Autorità straniere per mantenere le nostre Rappresentanze
all’estero, si direbbe quasi che siano più rispettosi loro delle nostre
comunità italiane all’estero che i nostri rappresentanti istituzionali.
Che abbiano loro
una visione più ampia e lungimirante delle conseguenze che avrebbero le
chiusure? Chiudere per cancellare un pezzo di storia non è mai stata in
prospettiva un’alternativa valida ed intelligente.
Chiudere Liegi e
assorbire personale e strutture presso il Consolato d’italia a Charleroi non è
realistico!!! E chi dovrebbe gestire gli oltre 70.000 italiani iscritti a Liegi
se il Consolato d’Italia a Charleroi è già al limite delle proprie forze e
della propria capienza strutturale?
La Confsal-Unsa
Coordinamento Esteri non demorde ed insieme ai suoi iscritti e al Comitato di
Coordinamento contro la chiusura di Liegi, che ha appena annunciato una
prossima manifestazione di protesta, continuerà con tutte le sue forze a dire
NO alla chiusura del Consolato Generale di Liegi!!!
La Confsal Unsa
Esteri ringrazia, infine, sentitamente i tantissimi colleghi che hanno aderito,
dalle proprie sedi, alla Campagna fax promossa da questa O.S. a sostegno dei
colleghi a contratto e di ruolo in servizio a Liegi, nonchè dell’intera
collettività italiana ivi residente. Confsal Unsa Esteri, De.it.press
Immigrati, Maroni: rischio banlieue parigine. Moratti: «Clandestino
delinque»
MILANO - L'Italia
a rischio rivolte come le banlieue parigine, è il parere del ministro Maroni,
mentre è polemica sulla frase del sindaco Moratti secondo cui i clandestini
senza lavoro normalmente delinquono. Ma il ministro la difende: non ha detto:
clandestini-criminali.
Sinergie tra
istituzioni per integrazione. Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, alla
presentazione di una ricerca sul degrado nelle città ha affermato che «la
ricerca dice chiaramente che ci sono dei rischi anche nelle nostre città che
avvenga ciò che è avvenuto nelle banlieue parigine qualche anno fa. È per
questo che è importante avere effettuato questa ricerca perchè è utile e dà
suggerimenti su cosa fare per prevenire questi rischi». Maroni ha quindi
spiegato che sono necessarie azioni in grado di coinvolgere il governo, il
ministero dell'Interno «ma soprattutto il mondo delle autonomie cioè i comuni e
i sindaci. Per questo ho proposto di continuare questa collaborazione tra il
ministero dell'Interno e l'università Cattolica aprendola alla partecipazione
dell'Anci».
Maroni: rigore e
integrazione. Maroni ha preso ad esempio Verona come città riportata da una
ricerca universitaria come luogo che viene percepito come miglior posto di
integrazione degli stranieri. «Lì - ha precisato Maroni - il rigore contro
l'immigrazione clandestina è massimo. Rispetto delle regole e rigore significa
anche possibilità di integrarsi meglio. È quindi un binomio inscindibile che
però deve vedere l'azione comune del ministero dell'Interno, delle forze
dell'ordine e di chi ha il compito di investire nelle politiche sociali, cioè
le autonomie».
Moratti: immigrati
senza lavoro delinquono. Ma sugli immigrati sono state le parole del sindaco di
Milano Letizia Moratti a far scattare la polemica: «I clandestini che non hanno
un lavoro regolare, normalmente delinquono». Lasciando l'Università, il sindaco
Moratti ha rinnovato il suo appello al Viminale a modificare il reato di
clandestinità per rendere possibili espulsioni rapide nel caso lo straniero
irregolare sia in attesa di un processo per altri reati. «Noi sosteniamo - ha
chiarito la Moratti - tutti gli stranieri regolari che intendono avviare
percorsi di integrazione».
Radicali:
pronti a class action. I radicali hanno
chiesto tempi certi e veloci per il rinnovo dei permessi di soggiorno spiegando
di essere pronti ad una vera e propria class-action: “Illegali siete voi
governanti” è scritto su uno dei cartelloni che portavano i manifestanti, fra
di loro Gaoussou Outtarà, cittadino della Costa D'Avorio che da 30 anni vive in
Italia. «Siamo di fronte a un testo unico dell'immigrazione che prevede 20
giorni come tempo di rilascio del permesso di soggiorno. Ma noi siamo vittime
della burocrazia perché per rinnovarlo ci voglio degli 8 ai 12 mesi e facciamo
le spese dell'illegalità del paese». Per questo dopo lo sciopero della fame
portato avanti da 490 persone, ora l'idea è quella di una class-action. «Ci
stiamo muovendo su questa strada - ha osservato Outtarà -. Aspettiamo che il
ministro Maroni risponda direttamente al nostro appello». IM 10
Un’analisi delle
attività dell’Università per Stranieri di Perugia precede il Meeting
dell’Associazione che raggruppa gli enti certificatori dello studio delle
lingue in Europa (ALTE), dal 12 al 14 maggio
ROMA – Un convegno su quanto è stato fatto in
Italia dal Centro per la Valutazione e la Certificazione Linguistica (CVCL)
dell’Università per Stranieri di Perugia per l’apprendimento della lingua
italiana rivolto agli immigrati si è tenuto ieri a Roma presso il Centro
Culturale “Saint Louis”.
Un’iniziativa che prepara i lavori del
Meeting dell’ALTE (Association of Language Testers in Europe), l’organismo che
raggruppa gli enti certificatori dello studio delle lingue in Europa, in
programma da oggi 12 al 14 maggio nel medesimo Centro della capitale.
Obiettivo dell’incontro è infatti stimolare
la condivisione e lo scambio di idee fra migranti, politici, linguisti, esperti
di testing ed insegnanti, in direzione di uno sviluppo sempre più efficace di
iniziative formative e valutative dell’italiano (e delle altre lingue d’Europa)
rivolte ad immigrati.
Un’analisi di ciò che avviane a livello di
certificazione della conoscenza linguistica nel contesto italiano ed europeo,
insieme ai contributi dei partners dell’ALTE in materia (Associazione di cui il
CVCL di Perugia è socio fondatore e unico organismo rappresentante la lingua
italiana) e delle esperienze effettuate nel nostro Paese.
Quest’ultima porzione del convegno illustra
in particolare l’approccio operativo adottato dal CVCL dell’Università per
Stranieri di Perugia per rendere formazione e valutazione linguistica vicine e
accessibili ai cittadini migrati nel nostro Paese da realtà extra europee.
Questi ultimi spesso non godono delle stesse
possibilità finanziarie né delle stesse condizioni socioculturali di altri
cittadini stranieri che hanno necessità d’imparare l’italiano e perciò il CVCL
della Stranieri ha da tempo deciso di operare su questo fronte in
collaborazione con i Centri Territoriali Permanenti e le associazioni di
volontariato di settore operanti sul territorio nazionale. Per questa categoria
di apprendenti, infatti, formazione e certificazione devono costituire un
momento integrato nel corso del quale essi possano contare su un’adeguata
assistenza.
In sede europea da tempo è maturata la
consapevolezza che formazione e certificazione linguistica costituiscano lo
strumento primario per una corretta integrazione dei cittadini immigrati.
Consapevolezza a cui devono seguire opportune azioni politiche.
Le istituzioni scientifiche continentali che
rilasciano certificati di conoscenza di una lingua europea (come lingua
straniera) stanno da tempo concentrando risorse e sperimentazioni
nell’individuazione di percorsi di formazione e di valutazione linguistica per
quei cittadini che, provenendo da realtà extracomunitarie, giungono in Europa
possedendo, sovente, un basso tasso di scolarizzazione e una scarsa conoscenza
delle realtà nazionali d’arrivo.
Si discuterà di questo tema nel corso del
Meeting dell’ALTE, da oggi, presentando le attività prodotte nell’ambito di un
progetto promosso dal Consiglio d’Europa per definire i repertori linguistici
nelle singole lingue continentali partendo dei descrittori del “Quadro Comune
di Riferimento per le Lingue”. (Inform)
Moratti insiste: clandestini criminali, riformare la legge per espulsioni
più facili
Il sindaco di
Milano risponde al ministro Maroni: «Niente rischio banlieues in Italia. Ma
oltre accoglienza serve rigore»
MILANO – «Non
rinnego niente di quanto ho detto ieri. A Milano e nelle città del Nord gli
autori di 8 reati su 10 commessi da extracomunitari sono reati di clandestini».
Letizia Moratti non ha intenzione di fare marcia indietro. Il sindaco di Milano
torna a parlare di immigrazione, il giorno dopo il convegno all'Università
Cattolica in cui ha affermato: «I clandestini che non hanno un lavoro regolare,
normalmente delinquono».
In un'intervista
telefonica con Maurizio Belpietro durante la trasmissione televisiva Mattino
Cinque, la Moratti ha spiegato: «Non mi sono pentita, ma il ragionamento che
avevo fatto era più complesso. Noi a Milano e normalmente nelle città del Nord
vediamo che gli autori di otto reati su dieci commessi da extracomunitari sono
clandestini».
La questione più
urgente, secondo il primo cittadino lombardo, è una riforma del reato di
clandestinità: «Noi al governo abbiamo chiesto di prevedere l'espulsione anche
nei casi di clandestini con altri procedimenti in corso, perché attualmente i clandestini
che hanno procedimenti pendenti per altri reati non possono essere espulsi fino
alla conclusione del processo per gli altri reati, e quindi di assorbire anche
i reati predatori come furti, scippi e rapine nelle norme sulla clandestinità,
in modo che sia possibile l'espulsione immediata anche quando la persona
clandestina deve rispondere alla giustizia italiana di altri reati. Il
paradosso è che un clandestino irregolare se commette un altro reato deve
rimanere in Italia. Come faccio a spiegarlo ai miei cittadini che mi chiedono
sicurezza?»
La Moratti ha poi
risposto al ministro dell'Interno Roberto Maroni, che ieri aveva citato la
guerriglia urbana di via Padova a Milano dello scorso 13 febbraio per dire che
nelle periferie italiane ci sarebbe il rischio di rivolte come nelle banlieues
parigine. Un paragone che il sindaco di Milano non accetta: «In via Padova,
quello che è accaduto è assolutamente diverso da quello che è accaduto nelle
banlieues parigine, perché lì c'è stata una rivolta contro lo Stato, qui c'è
stata una rissa tra due bande rivali».
«Su via Padova -
ha aggiunto la Moratti - stiamo lavorando con tutte le associazioni sportive e
culturali, le parrocchie e le associazioni delle comunità etniche per
intensificare quelle azioni di solidarietà e di sostegno alle associazioni che
sul territorio svolgono un importante ruolo di presidio sociale».
A Milano,
nell'aprile 2007, c'era stata anche un'altra rivolta etnica: quella degli
immigrati del quartiere cinese di via Paolo Sarpi. Neanche quest'ultimo caso
può per la Moratti essere paragonato alle violenze delle periferie parigine.
«In via Sarpi si era creata una situazione che riguardava le misure rigorose
che avevamo preso per il carico-scarico delle merci - ha affermato il sindaco
ed ex ministro dell'Istruzione - ed è una situazione che si è venuta
normalizzando avendo noi mantenuto una linea di rigore senza cedere».
«Il binomio
inscindibile - ha concluso Moratti - è unico: accoglienza, solidarietà,
integrazione e rigore e rispetto delle leggi».
L'intervento di
Renzo Bossi: «I clandestini hanno qualcosa da nascondere». Il figlio del
Senatur, oggi alla prima seduta del nuovo Consiglio regionale lombardo, è
intervenuto nella disputa tra Maroni e la Moratti. «Maroni ha fatto una
politica contro l'immigrazione clandestina - ha dichiarato Renzo Bossi - oggi a
Milano ci sono da risolvere molti problemi. Se io vado in un altro Paese lo
faccio con i documenti. Se si viene da clandestini magari qualcosa da
nascondere c'è». M 11
A Roma il "meeting 2010" (12-14) degli enti linguistici europei
(Alte)
Perugia - Che
formazione e certificazione linguistica costituiscano lo strumento primario per
una corretta integrazione dei cittadini immigrati è, in sede europea,
consapevolezza da tempo tradottasi in azione politica. Le istituzioni
scientifiche continentali che rilasciano certificati di conoscenza di una
lingua europea (come lingua straniera) stanno da tempo concentrando risorse e
sperimentazioni nell’individuazione di percorsi di formazione e di valutazione
linguistica per quei cittadini che, provenendo da realtà extracomunitarie,
giungono in Europa possedendo, sovente, un basso tasso di scolarizzazione e una
scarsa conoscenza delle realtà nazionali d’arrivo.
In occasione del
"meeting 2010" dell’Alte - l’associazione che raggruppa i maggiori
organismi scientifici europei del settore, dall’Università di Cambridge
all’Alliance Française, dal Göete Institut all’Instituto Cervantes - che si
terrà quest’anno dal 12 al 14 maggio prossimi nel centro culturale "Saint
Louis" di Roma, una giornata di studio e di riflessione sarà dedicata a
quanto, in questo campo, è stato fatto in Italia, in particolare ad opera del
Centro per la Valutazione e la Certificazione Linguistica (Cvcl)
dell’Università per Stranieri di Perugia, che dell’Alte è socio fondatore e
unico organismo a rappresentare nel suo ambito la lingua italiana.
"Valutazione
ed integrazione linguistica nel contesto italiano: prospettive internazionali
ed esperienze del Cvcl" è il titolo del convegno in programma per domani,
11 maggio, anch’esso al Centro Culturale Saint Louis di Roma, il cui obiettivo
sarà quello di stimolare la condivisione e lo scambio di idee fra migranti,
politici, linguisti, esperti di testing ed insegnanti, in direzione di uno
sviluppo sempre più efficace di iniziative formative e valutative dell’italiano
(e delle altre lingue d’Europa) rivolte ad immigrati.
Il convegno si
articolerà in 3 distinte sessioni dedicate, rispettivamente, alla cornice
istituzionale, italiana ed europea, entro la quale la certificazione opera, ai
contributi dei partner Alte nell’ambito dell’integrazione, ed infine alle
differenti esperienze in corso sul territorio italiano.
Quest’ultima
porzione del convegno illustrerà in particolare l’approccio operativo adottato
dal CVCL dell’Università per Stranieri di Perugia per rendere formazione e
valutazione linguistica vicine e accessibili ai cittadini migrati nel nostro
Paese da realtà extra europee.
Questi ultimi spesso
non godono delle stesse possibilità finanziarie né delle stesse condizioni
socioculturali di altri cittadini stranieri che hanno necessità d’imparare
l’italiano e perciò stesso il Cvcl della Stranieri ha da tempo deciso di
operare in collaborazione con i Centri Territoriali Permanenti e le
associazioni di volontariato di settore operanti sul territorio nazionale. Per
questa categoria di apprendenti, infatti, formazione e certificazione devono
costituire un momento integrato nel corso del quale essi possano contare su
un’adeguata assistenza.
Con questo scopo
dal Cvcl è stato adottato un percorso formativo tarato sui loro specifici
bisogni e realizzato in collaborazione con le strutture e gli organismi ad essi
più facilmente accessibili. Il buon esito di tale pacchetto formativo ha fatto
sì che esso sia stato successivamente adottato dal Ministero dell’Interno
italiano, che ha scelto l’Università per Stranieri di Perugia come partner per
la realizzazione del Progetto per l’Integrazione dei Cittadini dei Paesi Terzi,
già in corso di svolgimento su gran parte del territorio nazionale.
Oltre alle
pratiche italiane il convegno dell’11 maggio prossimo accoglierà voci ed
esperienze europee ed internazionali sull’impiego della certificazione in
contesto d’immigrazione, nella consapevolezza che solo dalla collaborazione
costante e dalla condivisione di quanto prodotto sia possibile individuare le
soluzioni migliori, nel quadro di scelte condivise.
I lavori del
Meeting Alte si apriranno mercoledì 12 maggio per concludersi il giorno 14 e
saranno in parte dedicati alla presentazione delle attività prodotte
nell’ambito di un progetto promosso dal Consiglio d’Europa per definire i
repertori linguistici nelle singole lingue continentali partendo dei
descrittori del "Quadro Comune di Riferimento per le Lingue".
Verranno
presentati i materiali realizzati per le lingue tedesca, inglese, francese e
italiana. I testi realizzati per quest’ultima sono pubblicati dalla casa
editrice Nuova Italia in volume cartaceo e in cd rom col titolo “Profilo della
Lingua Italiana". (aise)
Emiliano romagnoli nel mondo: al via il Programma Boomerang 2010. Domande
entro il 21 maggio
Bologna - Al via
il Programma Boomerang 2010, che offre a giovani di origine emiliano-romagnola
residenti all’estero la possibilità di frequentare uno stage di uno o due mesi
presso aziende ed enti con sede in Emilia-Romagna, per acquisire competenze
professionali nei seguenti settori: architettura e ingegneria, sport e cura
della persona, turismo agriturismo e settore alberghiero, ristorazione e
agroalimentare, commercio estero. La domanda per partecipare deve essere
inviata entro il prossimo 21 maggio.
Possono
partecipare ragazze e ragazzi di età compresa tra i 18 e i 38 anni, residenti
all’estero e discendenti di emigrati dall’Emilia-Romagna membri di associazioni
iscritte all’elenco regionale, ovvero interessati a progetti di collaborazione
con la Regione che mettono in comunicazione imprese, enti e comunità
emiliano-romagnole all’estero.
Il periodo di
svolgimento degli stage va dal 7 giugno al 24 luglio 2010. La selezione dei
partecipanti sarà svolta di comune accordo fra la Consulta e il Cides di
Bologna.
E’ richiesta la
conoscenza della lingua italiana, almeno per la gestione dei rapporti
personali. Il programma degli stage prevede anche l’acquisizione di competenze
linguistiche. Bando e scheda di adesione alla pagina web http://www.emilianoromagnolinelmondo.it/wcm/emilianoromagnolinelmondo/news/2trim2010/boomerang_2010.htm. (Inform)
Premio “IWW nel Mondo”. Candidature aperte fino 19 maggio. La premiazione
il 28 settembre 2010
Ultim giorni per
presentare le candidature per la seconda edizione del Premio “IWW nel Mondo”
Bologna 2010, riconoscimento promosso dal network IWW-Italian Women in the
World, la prima rete delle donne italiane nel mondo, presieduta da Patrizia
Angelini, in collaborazione con Assocamerestero, Unioncamere Emilia-Romagna, Il
Resto del Carlino/QN. Il Premio - già presentato con successo in Senato e alla
Presidenza del Consiglio dei Ministri - ha inoltre ricevuto il patrocinio di:
Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Ministero per le
Pari Opportunità, ENIT, Regione Emilia Romagna, Regione Toscana, Regione
Liguria, Regione Veneto, Regione Molise, Consiglio Regionale del Trentino Alto
Adige, Assessorato al Turismo Regione Liguria, Assessorato alle Attività
Produttive, Sviluppo Economico e Piano Telematico della Regione Emilia Romagna,
Provincia di Bologna, Comune di Bologna, Provincia di Firenze, Consulta degli
Emiliano Romagnoli nel Mondo, Apt Emilia-Romagna.
Il Premio “IWW nel
Mondo” prevede il conferimento di sette riconoscimenti destinati a profili
eccellenti nei settori dell’Innovazione e Creatività, e verrà quindi assegnato
a chi si è distinto all’estero, contribuendo allo sviluppo economico e
culturale dell’Italia nel mondo.
Tra coloro che
presenteranno domanda, verranno selezionati cinque vincitrici per la categoria
“donne” (1 per Asia, 1 per Oceania, 1 Europa,1 Americhe, 1 Africa ), un
vincitore per la categoria “uomo” e un vincitore per la categoria “under 25”. I
vincitori verranno premiati con il “globo tricolore”, un’opera realizzata
dall’artista Ada Capone per IWW. Saranno inoltre assegnati omaggi delle ditte
sponsor.
Il Premio è
riservato ai connazionali (residenti all’estero e oriundi); agli italiani che
operano “da e per l’estero” anche temporaneamente; ai figli o discendenti dei
connazionali all’estero.
Il premio intende
promuovere il ruolo dei connazionali e degli italiani che operano sul mercato
estero, attraverso la divulgazione di casi di successo personale, di progetti
e/o iniziative da queste curate; ma anche dare rilievo al valore aggiunto
dell'impegno culturale e imprenditoriale dei connazionali nel mondo per
l'innovazione, lo sviluppo e l’immagine internazionale del Made in Italy.
Obiettivi del
riconoscimento, premiare i talenti italiani e raccontare i "casi di
successo” che saranno, anche questa volta, raccolti in un prodotto editoriale;
ma anche costituire una rete tra l’Italia e gli italiani all’estero,promuovendo
la lingua e la cultura italiana; rinsaldare il legame delle nuove generazioni
con il Paese d’origine; offrire una “vetrina” dei prodotti e delle eccellenze
italiane.
La cerimonia di
premiazione si svolgerà la sera di sabato 18 settembre 2010, nella splendida
sede di Palazzo Re Enzo a Bologna. Una vetrina internazionale preceduta da una
serie di conferenze stampa a Bologna. Un’occasione per uno scambio di know-how,
conoscenze, esperienze.
Si ricorda che le
candidature potranno essere presentate fino al prossimo 19 maggio 2010.
Per conoscere i
criteri di selezione e scaricare il regolamento completo, comprensivo di scheda
di iscrizione, è possibile visitare il sito www.italianwomenworld.com oppure
cliccare qui. (ItalPlanet News)
Turismo di ritorno. Intervista a Franco Narducci. L’Italia all’estero
diventa più italiana
«Sono necessarie
iniziative volte a richiamare in Patria gli italiani emigrati all’estero
mediante il consolidamento del legame affettivo familiare e la promozione del
turismo nel nostro Paese»
ROMA - Gli italiani che vivono all’estero
amano l’Italia. Appena possono, tornano felicemente a visitare i luoghi di
origine. Vogliono incontrare le persone che fanno parte della famiglia che
diventa sempre più numerosa, generazione dopo generazione. Chi vive all’estero
sa quanto è grande la gioia nel rivedere il paesaggio italiano e soprattutto i
propri luoghi di origine. Siamo una nazione con uno sterminato patrimonio
artistico e gli italiani emigrati ne sono fieri e apprezzano i sapori di cibi e
bevande, di musica e poesie, di emozioni italiane insomma..
Nascono così dei progetti che sostengono il
turismo di ritorno come quello lanciato da un imprenditore napoletano, Vincenzo
Smiraglia, dalle colonne del nostro giornale, in cui si ipotizza il
conferimento di un riconoscimento di benemerenza alla memoria degli italiani
emigrati che nel secolo scorso hanno cercato fortuna all’estero dando anche
lustro al nostro Paese; in tal modo si potrebbe incentivare il turismo di
ritorno coinvolgendo i discendenti.
E’ un modo per incoraggiare le forme di
comunicazione trasversali e di sostenere le legittime aspirazioni degli
italiani all’estero che si sentono legati al Belpaese. Ne abbiamo parlato con
un profondo conoscitore del mondo dell’emigrazione, già segretario generale del
Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero), Franco Narducci, emigrato
40 anni fa in Svizzera ed eletto in Parlamento dagli italiani all’estero,
attualmente Vicepresidente della Commissione Affari esteri della Camera dei
Deputati e Presidente dell’Unaie (Unione nazionale associazioni di emigrazione
ed immigrazione) che raggruppa il maggior numero di associazioni regionali
legate agli italiani all’estero e che è entusiasta della interessante proposta
di Vincenzo Smiraglia».
Onorevole Narducci quali sono le sue idee in
merito al progetto, i punti di forza e le pratiche significative?
«L’idea è buona e deve essere coltivata in
maniera da innescare un dibattito serio e proficuo per il paese e per le
comunità italiane all’estero. Un titolo onorifico dedicato dallo Stato italiano
ai suoi cittadini che si sono distinti all’estero per il loro lavoro e le loro
capacità imprenditoriali, come è stato proposto, mi sembra una buona iniziativa
perché riconosce l’ingegno e la laboriosità del popolo italiano anche in
periodi di forti difficoltà economiche. In occasione delle celebrazioni del
150° dell’unità d’Italia è necessario trovare il modo affinché i nostri
concittadini nel mondo vivano le celebrazioni come un momento forte di
riscoperta del senso di appartenenza ad una comune identità culturale italiana,
nella salvaguardia delle specificità locali che all’estero sono molto sentite.
Gli emigrati italiani, già prima della proclamazione dell’unità d’Italia, hanno
vissuto la propria condizione sociale e umana con un forte senso di appartenenza
ad una identità ancorata ai valori culturali della madrepatria, come è
testimoniato dalla presenza di numerose società di mutuo soccorso nate nei
Paesi di emigrazione, in particolare dell’America Latina, nonché le scuole e
gli ospedali italiani costruiti ovunque. Un patrimonio straordinario, che
rischia di affievolirsi e che invece proprio in occasione del 150° occorre
risvegliare anche attraverso un viaggio nella memoria per far vivere le radici
del futuro e fare in modo che, ricordando i padri, i discendenti percepiscano
anche attraverso momenti istituzionali, il loro legame con l’Italia».
In che modo?
«Immagino una medaglia per aver contribuito
allo sviluppo del Paese, come del resto ha proposto Vincenzo Smiraglia, che
possa essere assegnata da ogni comunità locale attraverso la rete delle “Pro
loco” ed in collaborazione con la rete consolare e gli istituti italiani di
cultura, nonché con gli organismi di rappresentanza e dell’associazionismo
italiano operanti all’estero e in Italia a livello regionale. In tale occasione
si potrebbe invitare in Italia un rappresentante della comunità emigrata con
alcuni discendenti per ritirare la medaglia commemorativa ed attivare un
circuito virtuoso in cui la riscoperta delle radici si lega alla promozione del
territorio e, perché no, anche alla formazione, e qui penso all’apprendimento
dell’italiano sul posto e alla riscoperta del nostro patrimonio culturale
immateriale. Purtroppo non tutti hanno la possibilità economica di affrontare
il viaggio pertanto secondo me è importante trovare il modo per rendere
possibile il soggiorno degli emigrati - molti non hanno case di proprietà e
questo scoraggia il rientro – ipotizzando convenzioni con alberghi, compresi
quelli diffusi sul territorio, o anche sistemazione in famiglie come avviene in
Gran Bretagna, promuovendo così anche il dialogo. Inoltre andrebbe incentivato
il rientro con contributi economici per le spese di viaggio attivando anche le
risorse delle autonomie locali. Spesso le motivazioni forti per il rientro sono
le feste religiose e patronali, che creano un solido legame con le «radici». Si
potrebbe ipotizzare un coinvolgimento diretto con i percorsi dell’agriturismo
in tutte le sue variazioni, ed attivare, nei territori, un circuito sinergico
di cittadini, ricercatori, associazionismo ed enti locali che sappia riproporre
sapori antichi attraverso la riscoperta di ricette tradizionali per immergersi
pienamente nell’atmosfera del passato. Ciò significa anche presidiare il
territorio, permettendo che il turista possa godere sia del paesaggio che del
ricco patrimonio enogastronomico tradizionale locale. Inoltre sarebbe
importante organizzare incontri e manifestazioni in Italia, per far conoscere
la nostra cultura e il nostro lavoro, partendo da attività che le nostre
aziende svolgono nei Paesi dove vivono gli italiani emigrati. Mettere quindi in
contatto gli italiani all’estero con gli italiani che vivono in Italia e nel
contempo dare risalto alla nostra economia e al nostro turismo. Perché è giusto
ricordare il passato ma è altrettanto giusto e doveroso, per un Paese,
riconoscere le sue eccellenze produttive attuali».
Lei descrive un progetto lungimirante, sulla
base di quello che ha proposto l’imprenditore napoletano Smiraglia…
«Gli italiani all’estero amano l’Italia ma a
volte con la malinconia di uno che guarda indietro; ecco, noi dobbiamo riuscire
a trasformare la malinconia, ove sia presente, in entusiasmo ed avviare una
grande opera di promozione sinergica del nostro patrimonio culturale nel mondo anche
sfruttando la rete degli italiani nel mondo, una rete di collegamento
importantissima per un Paese che si è attestato tra le maggiori potenze
economiche globali. Tale rete è una risorsa che va valorizzata maggiormente
anche attraverso adeguate riforme, come quelle che ho proposto in Parlamento
concernenti la riforma degli Istituti Italiani di Cultura all’estero o la legge
per la promozione dell’associazionismo sociale anche all’estero oltre a quella
sulla riforma della cosiddetta legge 153/’71, concernente interventi di
formazione linguistica e culturale in favore dei cittadini italiani e dei loro
congiunti e discendenti residenti all’estero, nonché per la promozione e la
diffusione della lingua italiana nel mondo. Con queste proposte, infatti, ho
cercato di venire incontro alle mutate condizioni dell’emigrazione italiana e
alla necessità di un piano di offerta formativa che si inserisca nei processi
di globalizzazione culturale ed economica in maniera efficace. Ritengo inoltre
funzionale al processo che ho descritto l’istituzione di borse di studio, per i
figli degli italiani all’estero, atte a garantire l’apprendimento dell’italiano
nei luoghi di origine rilasciando loro una certificazione linguistica di
qualità».
Come giudica la situazione attuale in merito
alle politiche tese a favorire la conoscenza dei luoghi di origine degli
italiani nel mondo?
«Le iniziative messe attualmente in campo e
quelle ancora da intraprendere, vanno senza dubbio irrobustite attraverso la
generazione di un maggiore impulso al richiamo in Patria, mediante il
consolidamento del legame affettivo familiare tra essa e coloro che hanno
scelto l’emigrazione per un miglioramento delle condizioni economiche e
professionali. Inoltre, bisogna tenere conto del fatto che quando oggi parliamo
di emigrati, spesso ci volgiamo alla seconda terza o quarta generazione,
pertanto il ritorno in Italia di questi soggetti, di frequente, più che un
ritorno è una prima volta. A volte si tratta di un dovere, l’occasione per
visitare il luogo dove riposano i genitori o altri membri della famiglia,
dunque per ristabilire il contatto con le proprie origini. In questa direzione,
fondamentale sarebbe esaltare le peculiarità regionali, addirittura i sapori e
gli odori di una terra di cui, coloro che l’hanno amata molto e purtroppo
l’hanno dovuta abbandonare, non avranno mancato di magnificarla ai propri
discendenti. Ritengo che per perseguire tali risultati, sarebbe fondamentale
rafforzare gli interventi formativi a tutti i livelli, sia riqualificando gli Istituti
Superiori per il Turismo, che implementando la formazione turistica a livello
universitario, che purtroppo in Italia è una realtà recente. Inoltre, al
potenziamento formativo dovrebbe necessariamente fare seguito una
riorganizzazione del sistema turistico territoriale, in modo tale da giungere
ad un’azione di co-promozione dei propri siti ma anche dei propri prodotti
enogastronomici».
Francesca
Genovesi, Il Punto 30.4.
Le associazioni, asse portante nella formazione e nella vita dei Comites e
del CGIE
Il dibattito che
si sta svolgendo in questi giorni dentro e fuori del CGIE evidenzia, al
di là delle molte intenzioni che sono di segno totalmente contrario, una
rafforzata prassi d’inconcludenza della quale è interamente responsabile
l’interlocutore primario rappresentato dal governo. Sulla assenza
d’interlocuzione con il CGIE e con i cosiddetti corpi sociali intermedi pesa
anche la presunzione di autosufficienza rivestita da annunci di decisionismo
che abbiamo imparato a riconoscere sin dalle prime dichiarazioni del
sottosegretario con competenze in tema di italiani all’estero.
La discussione in corso ha evidenziato
non solo l’assenza di una volontà di governo mirata alla ricerca di soluzioni
condivise in tema di revisione dell’attuale CGIE e di organizzazione e
funzionamento dei Comites ma anche fondamentali sottovalutazioni e
fraintendimenti nell’analisi del merito e dei comportamenti .
Qui ed ora lo scontro in atto, perché di
scontro si tratta, non è riferibile ad una fra le “querelles” della
politique d’abord cui ci stiamo assuefacendo nell’epoca dei parlamentari scelti
dai segretari di partito più o meno populisticamente ispirati al caudillismo.
Il confronto d’idee che riguarda l’intero
mondo degli italiani all’estero e che avrà riflessi su tutte le nostre comunità
di connazionali non è la sostanza di una contrapposizione fra partiti e
schieramenti in nome di un calcolo sulle convenienze elettorali.
Quello che si contrappone è un modo quasi
specularmente rovesciato d’intendere il rapporto fra i connazionali all’estero
e nella loro relazione con la madrepatria.
Si vuole sfuggire da un dato di realtà e cioè
dalla necessità per un mondo, quello degli italiani e degli oriundi italiani
sparso per enormi aree continentali, di avere il suo radicamento e sue
forme di rappresentanza sociale e politica.
Le proposte di modifica del CGIE e dei
Comites, le opinioni al riguardo, rispettabili ma non condivisibili di
alcuni parlamentari, sottendono , con le loro scelte “tecniche” un
retroterra culturale alla cui base c’è l’idea che è meglio ridurre la
rappresentanza, accentuare la presa dei partiti sulla realtà dell’estero
ritenendosi il pluralismo della rappresentanza e dei soggetti collettivi che la
esprimono un dato da dovere ridurre a simulacro.
Come valutare la mancata approvazione in ben
due legislature di una proposta di legge (Narducci ed altri) per il
riconoscimento della natura di promozione sociale alle associazioni italiane
all’estero?
Si permane altresì nell’equivoco
diffuso secondo il quale i parlamentari eletti all’estero sarebbero “ i
nostri “ parlamentari. Dall’alfa all’omega questi, per ora diciotto
parlamentari, dovrebbero essere in grado di “leggere “ i bisogni di una
comunità mondiale di italiani all’estero dei quali oggi con fatica si
prova a decodificare i bisogni grazie alle migliaia di associazioni religiose,
laiche, di diversa finalità , veri e propri strumenti di democrazia
partecipata.
I parlamentari senza vincolo di mandato
rispondono al loro elettorato ed alla disciplina di partito, Seguitare a dire
che sono “nostri “ e cioè che rispondono a tutti noi che a diverso
titolo proviamo ad agire nell’interesse dei cittadini italiani all’estero vuol
dire seguitare a lasciare sul campo un dato inesatto, anzi un dato falso.
Tra i parlamentari all’estero ognuno di noi
ha avuto modo di apprezzarne alcuni per impegno e preparazione, di condividere
con altri, talora, i punti di vista e di dissentire da altri, Ve ne sono di
assidui e di meno assidui e ce ne sono stati anche di incompatibili con il
ruolo del Parlamento di cui facevano parte.
L’associazionismo in questi anni ha mostrato
vitalità, capacità di rinnovamento.
Dall’associazionismo sono venute avanti
precise proposte di riqualificazione in autoriforma non solo delle
associazioni ma anche di Comites e CGIE.
Siamo stati in grado di indicare come aprire
una fase di rinnovamento non parcellizzato delle diverse componenti del mondo
degli italiani all’estero
Nei documenti dell’ultima Conferenza
Stato Regioni CGIE il documento finale riconosce e valorizza il ruolo
dell’associazionismo.
Nella Conferenza mondiale dei giovani e nei
documenti scaturiti dai diversi comuni momenti di confronto promossi
dalla CNE e votati insieme dai rappresentanti delle regioni presenti e da
quelli delle consulte regionali dell’emigrazione vi è una road map condivisa
per il rilancio delle associazioni.
Se passo indietro deve essere fatto, questo
lo devono fare i partiti uscendo dal CGIE e maggiormente operando con i loro
eletti in Parlamento.
Se vogliamo che la partecipazione democratica
resti un dato rilevante nelle nostre comunità all’estero le associazioni devono
seguitare ad essere l’asse portante nella formazione e nella vita dei Comites e
del CGIE.
L’assemblea generale del CGIE, in queste ore
alle battute finali, non ha potuto affrontare i suoi tredici punti all’ordine
del giorno incalzata da un decreto, assunto in solitudine dal governo, che non
ci consente il rinnovo dei comites se non fra qualche anno. E’ stato importante
la verifica dell’unità dei componenti del CGIE che non difendono
l’esistente per conservarlo , che anzi intendono rinnovarlo. Ad essi non si po’
chiedere di collaborare allo snaturamento dell’organismo.
In tutta questa situazione di realtà sospesa,
tra gli effetti dei tagli al bilancio del MAE e le bozze di provvedimenti di
“riforma”, fra attivazioni di parlamentari anche eletti all’estero a
cavallo fra abolizione del CGIE e loro snaturamento, quello che manca è il
concerto non strumentale a sostegno di una vera riforma di Comites e
CGIE.
In queste ore si allineano dichiarazioni di
solidarietà con il CGIE che arrivano anche da quegli organismi che a suo tempo
non ascoltarono i presidenti dei Comites, non ascoltarono le associazioni e
tirarono diritto sulla nota cosiddetta “bozza Tofani”.
C’è bisogno di fatti in controtendenza più
che di dichiarazioni ex post e c’è bisogno di un coordinamento e di una forte,
visibile iniziativa in grado di negoziare sostanzialmente una
rivendicazione a tutto campo.
Va aperta una fase nuova nelle relazioni
inconsistenti dell’Italia con i suoi concittadini all’estero . A tal fine in
questi anni le associazioni, i Comites, le consulte, le autonomie regionali
hanno parlato fra loro concordando una linea d’azione che esiste e che sono in
grado di sostenere e portare insieme alla discussione, in modi da
definire, con quanti hanno responsabilità di governo.
Sembra che nelle prossime settimane da parte
del CGIE si voglia dare una prima risposta all’impasse attuale convocando
le commissioni continentali allargate ai Comites per una più vasta
corresponsabilità di fronte a quanto sta accadendo.
Sarà certamente importante e le associazioni
dovrebbero sentirsi impegnate in quella che si prefigura come una sacrosanta
iniziativa.
Tuttavia le forze riformatrici
dovrebbero evitare di andare in modo separato per obiettivi che sono
comuni. Se si vuole cambiare le cose che non si condividono allora
occorre mettere insieme unitariamente la forza di convincimento che è
necessaria. La grande vertenza sociale con le istituzioni può aprirsi e
concludersi positivamente se si saprà contare sulle proprie forze e ci si
doterà di uno strumento unitario d’azione.
Rino Giuliani,
Presidente Consulta Nazionale dell’Emigrazione
I corsi di lingua e la formazione dei docenti al seminario “L’italiano
all’estero”
Roma - La legge
153/71, i corsi di lingua e cultura alla luce dei tagli alle risorse, la
formazione dei docenti e la collaborazione tra le Direzioni generali dei
Ministeri degli Esteri e dell’Istruzione. Questi, in estrema sintesi, i punti
approfonditi da Carla Zuppetti (Direttore generale per gli italiani all’estero
- Mae), Maria Romana Destro Bisol (Direzione generale promozione e cooperazione
culturale - Mae) e Anna Piperno (Direzione generale ordinamenti scolastici -
Miur) intervenute giovedì mattina 6 aprile al convegno "L’italiano
all’estero: strategie di promozione e tutela" che, promosso dai
parlamentari eletti all’estero e dalla Dante Alighieri, si è svolto questa
mattina nella Sala delle Colonne di Palazzo Marini a Roma. Dopo l’intervento
del sottosegretario Mantica, il direttore Zuppetti ha ricordato che l’intero
settore è regolato dalla Legge 153 del 1971, normativa che si prepara al giro
di boa dei 40 anni, nata in un "ambito complesso" in cui era
prioritario "promuovere corsi di lingua per mantenere i legami con i
nostri connazionali all’estero e sostenerne così il processo di
integrazione". La legge, ha proseguito Zuppetti, "è strumento fondamentale
della strategia generale", "vecchia, certo, ma molto elastica",
cosa che "ha consentito di adattarsi ai tempi, evitando sovrapposizioni e
creando interventi specifici in quadri diversificati".
Zuppetti ha quindi
illustrato i dati su corsi e studenti relativi all’anno scolastico 2008-2009:
"24mila i corsi, frequentati da 410mila alunni", in diminuzione
rispetto all’anno precedente dopo la riduzione delle risorse nel rispettivo
capitolo di bilancio. Tagli del 22%, in seguito dei quali "forte è stato
lo sforzo della Dgiepm per cercare di ri-assettare i propri compiti che – ha
ricordato Zuppetti – si intersecano con quelli della Dgcc". Tra le prime
misure adottate quella di "abbandonare i corsi per adulti", area in
cui potrebbero "inserirsi gli IIC", per mantenere quelli istituiti
presso le scuole locali, che ad oggi sono il 60% del totale. Una scelta
motivata sia dalla utilità di un precoce apprendimento della lingua, ma anche
dal fatto che con le scuole vengono stipulate delle convenzioni che si devono
rispettare. "Questi corsi curriculari (inseriti cioè nel programma interno
della scuola - ndr) sono addirittura in aumento in Europa e nelle Americhe,
soprattutto in Brasile", ha spiegato Zuppetti che ha quindi richiamato
l’attenzione sul fatto che il numero maggiore dei corsi e la loro richiesta è
maggiore nei paesi di forte emigrazione italiana. Giusto per ricordare che, sì,
c’è la nuova emigrazione e il cultore dell’italiano, ma che i primi fruitori
dei corsi di lingua restano gli italiani all’estero.
Per la Direzione
Generale per la promozione e cooperazione culturale del Mae è intervenuta Maria
Romana Destro Bisol che ha posto l’accento sulle "risorse umane"
impegnate nella rete di promozione culturale, e cioè il personale di scuole,
lettorati e IIC. Risorse "indispensabili", ha sottolineato, la cui
"gestione va migliorata" attraverso una maggiore cooperazione con la
Dgiepm per "collegare i vari livelli di apprendimento dell’italiano".
La DGPCC raggiunge
175mila studenti: "non tantissimi – ha ammesso Destro – ma con ricadute
amplificate". Lo dimostra l’aumento di richiesta di italiano sia
nell’Europa del’est, sia negli Usa, Canada, Australia, Cina, Egitto, Israele e
Libano.
"Snodo
essenziale", ha proseguito, "è la formazione dei docenti", come
parte di una strategia che per Destro deve comprendere anche "il
rafforzamento della certificazione, la produzione di materiali didattici nuovi
e l’insegnamento online".
Anna Piperno,
della Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici del Miur, ha ricordato
che il Ministero strige accordi e firma memorandum con gli altri Paesi ed è
interlocutore delle Ambasciate estere in Italia. "Prima dall’Europa ci
contattavano solo i grandi paesi come Spagna, Francia e Germania e addirittura
l’Inghilterra, ma ora, come diceva chi mi ha preceduto, si aggiungono i Paesi
dell’Europa dell’Ester, dei Balcani e del Mediterraneo, per finire con Israele
e i Paesi del Maghreb, ci chiedono cose diverse – ha spiegato Piperno – e il
ministero, dal canto suo, valuta quali "spazi" abbiamo per inserire
l’italiano a livello curriculare. Ci sono ordinamenti – ha chiarito – che
lasciano spazio alle lingue seconde o terze; altri, come quello spagnolo, sono
più limitati". In questo caso, il Ministero fa un lavoro diplomatico:
"proprio nei giorni scorsi abbiamo siglato un Memorandum con la Spagna che
ci è costato un anno di lavoro. Ciò che otterremo, forse, sarà solo una scuola
bilingue, ma è il primo passo". Con la Francia, invece, il Miur ha firmato
"un accordo per il doppio diploma. Cosa che ci chiede anche la
Germania".
Ciò che è
indispensabile, anche per Piperno, è "la formazione degli insegnanti"
cui devono aggiungersi "programmi allettanti e fattibili, che si
inseriscano bene nei programmi scolastici di ciascun Paese".
Nell’Europa
dell’Est, ha portato ad esempio, "siamo presenti con modelli curriculari
molto ambiziosi", mentre "Cipro ci ha chiesto insegnanti di italiano
che lì è la seconda lingua studiata dopo l’inglese. Chi la insegna ora? Docenti
greci". (m.cipollone\aise)
I cinesi guidano la multinazionale delle rimesse
Huang è titolare
di un piccolo negozio a Prato, Larissa badante in una frazione alle porte di
Biella. In comune hanno un permesso di soggiorno regolare e una famiglia che
aspetta un bonifico. Il commerciante cinese, spavaldo, va in banca tutti i mesi
e spedisce ogni volta più di mille euro; Larissa riesce ad andarci due tre
volte l'anno e manda in Ucraina importi davvero esigui.
Grazie a Huang e
ai suoi connazionali, Prato guida la graduatoria delle rimesse degli immigrati:
da qui l'anno scorso ogni straniero (regolare residente) ha mandato a casa ben
16.760 euro, mentre Biella è proprio in fondo alla graduatoria con meno di 429
euro pro-capite. Il “bastimento” più carico di risparmi è quello che parte alla
volta della Cina, dove è destinato quasi un terzo delle rimesse spedite
dall'Italia, poco meno di 2 miliardi. Al secondo e terzo posto quelli per la
Romania e le Filippine, rispettivamente 823 e 800 milioni, poi con somme molte
più basse arrivano gli invii destinati a Marocco, Senegal, Bangladesh e Perù.
Gli immigrati che
lavorano in Italia hanno costruito in dieci anni un grattacielo di risparmi.
Mattonella dopo mattonella, quella che era una palazzina a tre piani è
diventata un colosso di oltre trenta piani: le rimesse che valevano meno di 600
milioni di euro nel 2000 sono diventate una "multinazionale" che
supera 6,7 miliardi. Una cifra che eguaglia il fatturato del settore biotech,
cioè è pari al valore della produzione di quella fetta di giovani aziende
italiane innovative che danno lavoro a 50mila persone.
Tutto in dieci
anni. Sembra così lontano, eppure solo a cavallo del 1997-1998 è avvenuto il
"sorpasso" e per la prima volta i soldi mandati dagli immigrati alle
famiglie lontane hanno superato quelli in entrata, cioè quelli rimandati a casa
dagli emigrati italiani. Non è stata una rivoluzione, ma la lentissima
processione prima verso i phone center e poi pian piano verso le poste o le
banche, a cui hanno partecipato negli anni tutti gli stranieri che lavorano,
risparmiano e spediscono soldi a casa. Che cosa c'è dietro questo fiume di
denaro, oltre alla necessità di aiutare i parenti rimasti in patria? A spiare
in queste cifre ci ha pensato la veneta Fondazione Leone Moressa, che ha
suddiviso i dati ufficiali rilevati da Bankitalia a livello regionale e
provinciale.
Quanto vale un
"mattone" del grattacielo? Ben 1.735 euro (la media 2009) è la cifra
che ogni immigrato (solo regolari residenti) manda a casa. Un po' meno di
quanto riusciva a inviare prima della crisi: nel 2007 erano poco più di 2mila
euro.
Francesca Padula, Il
Sole 24 Ore 3 maggio
Italiens Oper. Von der Wiege bis zur Bahre
Oper am Scheideweg: Via Staatsdekret
erklärt die Regierung Berlusconi Italiens Hochkultur den Krieg. Die Konsequenzen:
Landesweit wird gegen die Verordnung von Kulturminister Sandro Bondi gestreikt.
Streik!! Streik?? Ob sich an der
Mailänder Scala diesen Donnerstag über der Premiere von Wagners „Rheingold“
wider Erwarten nun doch der Vorhang heben wird, steht bis zur Stunde in den
Sternen. Nach Auskunft des Hauses hat Intendant Stéphane Lissner
beschwichtigend auf die rituell dauererregten (und vielfältig zerstrittenen)
Gewerkschaften eingewirkt: Abgesagte Vorstellungen, so Lissners Plädoyer,
nützten allenfalls Berlusconis Anhängern, die auf alles Hochkulturelle per se
einen Rochus haben. „Simon Boccanegra“ mit Placido Domingo war dem großen
Theaterzorn zum Opfer gefallen, einen Sarg hatte die Belegschaft symbolträchtig
über die Via Filodrammatici getragen. Um das ergrimmte Mailänder Publikum zu
versöhnen, öffnete man in der vergangenen Woche auf Initiative von Daniel
Barenboim zwei „Rheingold“- Hauptproben – „für die Stadt“. Man darf also
hoffen. Vielleicht.
Es ist ein Treppenwitz der Geschichte,
dass in Italien, wo vor über 400 Jahren die Wiege des Musiktheaters stand, die
Opera Lirica nun zur Disposition gestellt wird. Man könnte auch sagen: In hohem
Bogen wird hier das Kind mit dem Bade ausgeschüttet. Als wolle sich die
Regierung Berlusconi unter dem Siegel des Sparenmüssens ihres gesamten
Kulturauftrags entledigen. Kahlschlag!, schreien die Betroffenen; Abbau der
Privilegien!, schreien vor allem rechtskonservative Kreise zurück – und so ganz
kann man es ihnen nicht einmal verübeln. Für das Tragen eines Fracks auf der
Bühne oder das Singen in einer Fremdsprache ein üppiges Zubrot zu erhalten, ist
in diesen Zeiten schwer vermittelbar. Was nicht heißt, dass die Intellektuellen
des Landes die Gelegenheit beim Schopf ergriffen und sich über der
gesellschaftlichen und ästhetischen Relevanz der Oper in Italien im 21.
Jahrhundert die Köpfe einschlügen. Die Debatte in den Feuilletons plätschert
eher müde vor sich hin – ein deutliches Krisensymptom.
Die Konsequenzen: Landesweit wird gegen
das betreffende Dekret von Kulturminister Sandro Bondi gestreikt. Mit ihm hat
die Regierung den Notstand über die ehedem so glorreiche Opernlandschaft
ausgerufen. „Bankrottartige Haushaltsdaten“, so die Diagnose, weshalb die
Verordnung zuvor weder dem Parlament vorgelegt noch mit Fachkräften beraten
wurde. Das kommt im zweiten Schritt, sagt der Kulturminister. Wenn’s denn dazu
kommt, schallt’s aus der Künstlerwelt zurück: „Dieses Dekret bringt uns alle
um.“
Das Dekret mag der Anlass sein für die
aktuellen Verwerfungen, der eigentliche Streit schwelt schon viel länger. Die
Regierung Berlusconi spare die Kultur kaputt, heißt es seit Jahren bei allen,
die aktiv in der Kultur arbeiten, egal ob im Denkmalschutz oder in den Museen,
beim Film oder in der Musik. Gewerkschafter legen Zahlen vor, nach denen
Italien nur mehr 0,23 Prozent seines Bruttoinlandsprodukts der Kultur widmet –
Frankreich hingegen viermal, Deutschland gut sechsmal so viel. Von Jahr zu Jahr
streicht der Finanzminister den „Fonds für künstlerische Aufführungen“ stärker
zusammen. Die 14 Opern- und Konzertstiftungen des Landes erhalten knapp die
Hälfte dieser Mittel. 253 Millionen Euro waren es 2004, 2009 dann nur noch 240
Millionen. Im selben Zeitraum aber tat sich unter den Spielstätten ein
Haushaltsloch von 100 Millionen Euro auf. Und die Kosten für die knapp 6000
Beschäftigten stiegen von 330 auf 340 Millionen Euro. Die Intendanten sprechen
von „notwendigen Ausgaben zur Sicherung der künstlerischen Qualität“, das
Ministerium von Verschwendung. Und Staatssekretär Francesco Giro droht
unverhohlen, man habe Fabriken und Krankenhäuser geschlossen, man könne „auch
Theater schließen“.
Zweieinhalb Jahre lang dürfen die
Opernhäuser keine Festanstellungen mehr vornehmen
Zweieinhalb Jahre lang nun dürfen die
Opernhäuser keine Festanstellungen mehr vornehmen. Nebentätigkeiten von
Orchestermitgliedern (wie das Unterrichten am Konservatorium!) werden verboten.
Die Einkünfte aus Haustarifverträgen verringern sich um die Hälfte. Damit will
die Regierung nicht nur den Wildwuchs der Zulagen lichten, sondern auch Druck
auf Opernstiftungen und Gewerkschaften ausüben, den stillgelegten
Flächentarifvertrag unter Aufsicht des Staates endlich zu erneuern.
Das Dekret sieht außerdem vor, die
Mittel künftig umzuschichten: Mehr Zulagen erhält, wer „kulturell bedeutende
Produktionen“ vorweist, die Vorstellungen „quantitativ“ steigert und – durch
Besucherzahlen nachzuweisen – den Geschmack des Publikums besser trifft. Mehr
bekommt auch, wer seinen Haushalt „regulär“ führt und sich möglichst viel Geld
bei privaten Sponsoren besorgt. Erlaubt ist, was gefällt? Drastischer kann man
eine Kunstform von Staats wegen nicht privatisieren und popularisieren. Über
ein ernst zu nehmendes Musikleben, von den Radioprogrammen bis zu den
Orchestern, verfügt Italien seit Jahrzehnten nicht mehr.
Mit Sponsoring haben zumindest die
römische Konzertakademie Santa Cecilia und die Mailänder Scala gute Erfahrungen
gemacht. Seit 2005 verzeichnet die Scala mit 60 Prozent Eigeneinnahmen gar
einen ausgeglichenen Haushalt. Dass Mailand und Rom, weil sie entsprechende
Auflagen erfüllen, nun noch mehr Staatsgeld bekommen sollen, löst andernorts
Empörung aus – und schürt Ängste: „In Mailand sitzen die Banken, in Rom
Unternehmer und Politik, beide Bühnen haben einen Einzugsbereich von Millionen
Menschen, aber wo sind die privaten Geldgeber, die uns helfen?“, fragt nicht
nur der Intendant des renommierten „Maggio Musicale“ in Florenz, Francesco
Giambrone.
Hilft alles nichts, entgegnet
Staatssekretär Giro: „Wenn wir das Finanzdesaster nicht beseitigen, sterben
einige Theater in zwei Jahren ganz.“ Dieser Tage beginnen in Rom die
Parlamentsdebatten und die Verhandlungen mit den Gewerkschaften. Und vielleicht
hilft es bei dieser Quadratur des Kreises ja doch, sein Ohr Richard Wagner zu
leihen: „Nur wer der Minne Macht entsagt,/nur wer der Liebe Lust verjagt,/nur
der erzielt sich den Zauber,/zum Reif zu zwingen das Gold“, mahnen die
Rheintöchter. Tsp 11
Scheidung auf italienisch. Berlusconi zahlt Ex-Frau 300.000 Euro im Monat
Italiens Ministerpräsident Silvio
Berlusconi hat sich mit seiner Noch-Ehefrau offenbar auf eine
Scheidungsvereinbarung geeinigt und muss Veronica Lario monatlich 300.000 Euro
zahlen. Außerdem darf die 53-Jährige weiter die große Villa in einem Vorort von
Mailand nutzen, in der sie derzeit wohnt.
Mit der Vereinbarung bekommt Lario
allerdings deutlich weniger als gefordert – ursprünglich wollte sie von
Berlusconi nach 19 Jahren Ehe jährlich Unterhaltszahlungen von rund 43
Millionen Euro und damit monatlich mehr als 3,5 Millionen haben.
Passenderweise startet am Wochenende in
Berlusconis Geburtsstadt Mailand Italiens erste Einkaufsmesse für leidgeplagte
Ehepartner.
Die Fachmesse wartet etwa mit
Vermittlungsagenturen für frisch Getrennte, Tipps von Scheidungsanwälten und
Kursen über die Kunst der Verführung auf. Sie bietet außerdem Party-Ideen für
diejenigen, die ihre Trennung gebührend feiern wollen.
Lario hatte vor rund einem Jahr die
Scheidung von ihrem Mann eingereicht. Die 20 Jahre jüngere frühere
Schauspielerin begründete dies mit der Schwäche Berlusconis für junge Frauen.
Auslöser waren Berichte über eine Affäre Berlusconis mit einer damals
18-Jährigen.
Das Verhältnis der beiden ist jedoch
bis heute nicht geklärt. Berlusconi und Lario kennen sich seit 1980, zehn Jahre
später heirateten sie nach der Scheidung Berlusconis von seiner früheren Frau.
Das Paar hat drei Kinder im Alter von 20 bis 24 Jahren. Afp 11
„Deutsch sollte Alltagssprache der Migranten in unserem Land sein"
Staatsministerin Maria Böhmer hat an
die Migranten appelliert, in ihrem Alltag in
der Schule, auf der Arbeit oder in der
Familie verstärkt Deutsch zu sprechen.
"In mehreren Sprachen zu Hause zu
sein ist gerade in der Globalisierung ein
großer Vorteil. Für eine erfolgreiche
Zukunft in unserem Land sind jedoch gute
Deutschkenntnisse die
Grundvoraussetzung. Nur wer ausreichend Deutsch kann hat
die Chance auf einen Schulabschluss,
eine fundierte Ausbildung und damit auf
einen Arbeitsplatz. Von entscheidender
Bedeutung ist es, Deutsch auch im Alltag
zu sprechen. Denn nur wer eine Sprache
täglich anwendet, kann sie auf Dauer
sicher beherrschen", betonte
Böhmer heute bei einem Besuch der
Herbert-Hoover-Oberschule in
Berlin-Wedding.
Anlässlich des EU-Projekttags an
Schulen in ganz Deutschland diskutierte Böhmer
mit Schülern und Lehrern der Weddinger
Schule insbesondere über die Bedeutung der Sprache für die Integration. An der
Hoover-Oberschule darf seit 2005 auf dem
Schulhof sowie bei Schulausflügen und
Klassenfahrten nur Deutsch gesprochen
werden. Diese Regelung hatten Eltern,
Schüler und Lehrer in der paritätisch
besetzten Schulkonferenz vereinbart. 90
Prozent der Schülerinnen und Schüler
haben Deutsch nicht als ihre
Muttersprache. "Ich halte die Selbstverpflichtung
der Hoover-Oberschule für vorbildlich-
insbesondere für Schulen mit einem hohen
Migrantenanteil. Die Weddinger Schule
setzt ein wichtiges Signal. Nur wer gut
Deutsch spricht, hat als Migrant bei
uns eine Chance auf den sozialen Aufstieg.
Wer die deutsche Sprache nicht
beherrscht, ist nur Zaungast in unserem Land.
Zugleich betont die Schule mit ihrer
Vereinbarung die zentrale Rolle der
Sprachförderung. Sie ist für das
Gelingen von Integration entscheidend", so
Staatsministerin Böhmer.
"Eine intensive Sprachförderung
muss jedoch schon im Vorschulalter beginnen.
Bereits im Kindergarten müssen
Deutschkenntnisse vermittelt werden. Ziel ist,
dass jedes Kind, das in die Schule
kommt, ausreichend Deutsch sprechen kann. In
den Schulen muss die Sprachförderung
höchste Priorität haben. Besonders wichtig
ist die Fort- und Weiterbildung der
Lehrkräfte. Sie sollten auf den Unterricht
mit Kindern vorbereitet sein, für die
Deutsch die Zweitsprache ist. Hier sind die
Länder am Zug. Sie haben sich im
Nationalen Integrationsplan verpflichtet, bis
2012 für alle Lehrkräfte entsprechende
Fortbildungen anzubieten", erklärte die
Integrationsbeauftragte der
Bundesregierung.
"Wer gut Deutsch spricht, hat alle
Möglichkeiten in unserem Land! Dies ist auch
die Botschaft der Kampagne der
Deutschland-Stiftung Integration "Raus mit der
Sprache- rein ins Leben". Dabei
fordern prominente Schauspieler wie Tyron
Ricketts und Collien Fernandes dazu
auf, Deutsch zu lernen. Als wichtige
Vorbilder signalisieren sie jungen
Migranten: Es ist wichtig, Deutsch zu sprechen
- gerade im Alltag!" Pib,
de.it.press
Deutschland. Fast jedes vierte Baby hat ausländische Eltern
In Deutschland wächst der Anteil der
Kinder mit ausländischen Eltern. Im Jahr 2008 hatten nach Angaben des
Statistischen Bundesamtes 23 Prozent der Neugeborenen hierzulande eine Mutter
oder einen Vater ohne deutschen Pass – oder beides. Zehn Jahre zuvor hatte der
Anteil noch um Einiges niedriger gelegen
Fast jedes vierte der in Deutschland
geborenen Kinder hat mindestens einen ausländischen Elternteil.
Von den rund 683.000 Neugeborenen des
Jahres 2008 hatten rund 159.000 oder 23 Prozent zumindest eine Mutter oder
einen Vater ohne deutschen Pass. Dieser Anteil sei etwa drei Prozentpunkte
höher als zehn Jahre zuvor, seit dem Jahr 2000 aber nahezu unverändert, sagte
Martin Conrad vom Statistischen Bundesamt.
Deutschland wird Europas Rentnerrepublik
64.000 der etwa 159.000 Säuglinge
hatten ausländische Eltern. 95.000 Babys stammten aus einer
deutsch-ausländischen Beziehung. Von diesen hatten 51.000 einen deutschen Vater
und eine ausländische Mutter, die anderen 44000 eine deutsche Mutter und einen
ausländischen Vater.
Die Zahl der Neugeborenen von zwei
ausländischen Elternteilen ging in den vergangenen fünf Jahren um 12000 zurück,
während es 6000 Babys mehr von deutsch-ausländischen Paaren gab.
Die in Deutschland lebenden Ausländer,
die 2008 Eltern wurden, stammten aus allen Kontinenten und rund 170 Staaten der
Erde.
Die größte Gruppe der Eltern gleicher
Nationalität waren Türken mit 17.300 Kindern, gefolgt von Serben einschließlich
Kosovaren (4100). dpa/EPD 11
Leitartikel zum Rettungsplan. Das Ende deutscher Fehldeutungen
Die Überraschung der Investoren,
Händler und Analysten ist gelungen. Mit einem Kursfeuerwerk reagierten der
Euro, die (Bank-)Aktien und die Anleihen der südeuropäischen Staaten auf den
Rettungsplan der Euro-Finanzminister.
Der Plan ist bombastisch - sowohl von
seinem Volumen her betrachtet als auch in seiner radikalen Abkehr von allen
Werten und Vorstellungen, die deutschen Ökonomen und Politikern bis Freitag
heilig waren.
Zwei Tabubrüche gilt es zu bestaunen
und zu begrüßen. Es gibt ab sofort ein automatisches Hilfsprogramm für Staaten,
die in Zahlungsschwierigkeiten geraten. Die Regel, dass kein Euroland dem
anderen beisteht, existiert nicht mehr. Sowie der Tabubruch schlechthin: Die Europäische
Zentralbank (EZB) kauft am Anleihemarkt Staatsanleihen von Eurostaaten.
Die Reaktion der Spekulanten, die mit einem Kaufrausch auf den Rettungsversuch reagieren, zeigt, dass es nie böse Zocker waren, die die Währungsunion an den Rand des Abgrunds gebracht haben. Es ist die pure Erleichterung darüber, da