WEBGIORNALE 19-20 Maggio
2010
Troppa enfasi sull'euro in difficoltà
La settimana si
apre con l'euro debole. Contro il dollaro, a parte il confuso periodo dopo il
fallimento di Lehman, non è mai stato così basso dall'aprile del 2006. L'enfasi
sulla crisi del cambio europeo è però esagerata: quand’era solo un poco più
forte, si diceva fosse sopravvalutato. Misurato in dollari, il prezzo dell’euro
è del 6% più alto del suo valor medio da quando esiste.
Ed è meno dell'8%
più basso di un anno fa e della media degli ultimi 5 anni. Non è dunque il caso
di drammatizzare dimenticando, fra l'altro, che c'è una crisi del valore delle
monete nel loro complesso: nell'ultimo anno il valore del dollaro in oro è
sceso del 25%.
Un ripiegamento
temporaneo del cambio dell'euro è naturale. I provvedimenti a sostegno dei
debiti pubblici di alcuni Paesi hanno allungato il periodo durante il quale i
tassi di interesse della Bce sono attesi rimanere molto bassi, rendendo l’euro
meno attraente. Inoltre, se verranno effettivamente varati tagli di bilancio in
diversi Paesi, il cambio un poco più basso può avere qualche utilità per
l'insieme dell'area dell'euro, aiutando la competitività di breve e facilitando
la sostituzione della diminuita domanda pubblica con maggiori esportazioni
nette.
Ci sono poi strani
sussurri: che l'euro è debole perché potrebbe disfarsi. Ricomparirebbero le
monete più deboli che lo hanno costituito, ma potrebbe anche sdegnosamente
risuscitare il marco tedesco. Si tratta di scenari la cui plausibilità tecnica
e politica è di gran lunga sopravvalutata da chi ne parla, di solito senza
sufficiente competenza. Ma quel che più importa è tener presente che da
evoluzioni del genere non ci sarebbe da guadagnare proprio per nessuno. Tutti i
Paesi dell'area dell'euro e, in prospettiva, tutti i Paesi dell'Ue, hanno
interesse a integrare sempre più le loro produzioni, i loro commerci e le loro
finanze: è l'unico e naturalissimo modo con cui possono sfidare la concorrenza
globale. Sostituire l'euro con monete che tornano a svalutarsi e rivalutarsi
darebbe forse qualche effimero vantaggio, per pochissimo tempo, alla
competitività di Paesi deboli e all'immunità di qualche Paese forte dal
contagio di problemi internazionali di illiquidità e insolvenza. Ma tutto
finirebbe presto in grande disordine, stile Anni 70: aumento dell'indisciplina
monetaria, cambi in altalena violenta, inflazioni alte e diverse, taglio dei
salari reali, contrazione dei flussi commerciali, disincentivo a migliorare le
produzioni, speculazioni più destabilizzanti di oggi, reintroduzione di divieti
ai movimenti internazionali di capitali. All'ombra di quei divieti i grandi
debitori, soprattutto i governi, sarebbero facilitati a succhiare il risparmio
dei creditori, soprattutto delle famiglie. Se l'area dell'euro, da quando
esiste, è cresciuta meno di come avrebbe potuto, non è certo colpa dell'euro,
ma della mancanza di flessibilità dei cambi delle monete nazionali.
Per quanto
riguarda il rapporto col dollaro, gli Usa hanno il vantaggio di un governo
unico dietro il loro debito pubblico e la loro moneta e possono più liberamente
stampare tanti dollari per rimborsare i titoli di Stato in scadenza, anche
perché il mondo pare ancora accettarli come moneta di riserva e come lo
strumento di pagamento internazionale di gran lunga più utilizzato. Ma le
prospettive della loro finanza pubblica sono peggiori di quelle medie dell'area
dell'euro. La quale non ha squilibri di rilievo nei pagamenti col resto del
mondo, mentre in Usa il commercio estero ha da più di due decenni un grande
deficit strutturale e le produzioni non si sono ancora riorganizzate per
ridurlo entro limiti sostenibili. Lo stimolo monetario e fiscale non accenna a
diminuire e sta tornando a far crescere l'economia americana in modo
artificioso. Dopo il crollo nella prima parte dell'anno scorso, le importazioni
Usa sono aumentate al tasso annuo di quasi il 25%, molto più svelto delle
esportazioni. E' difficile dimostrare che il dollaro non è sopravvalutato,
almeno rispetto alla media delle altre monete del mondo.
Dalla scorsa
settimana l'Europa ha dato netti segni di voler affrontare la crisi con un
piglio nuovo e aumentare molto il coordinamento delle sue politiche economiche
e della sua finanza. Ha varato il progetto di un grande fondo comune per
sostenere la finanza pubblica dei Paesi più indebitati e meno competitivi, ha
ottenuto l'impegno di questi ad accelerare i tagli e le riforme, ha preparato
un piano per il rilancio del mercato unico, ha impostato una riforma radicale
del Patto di Stabilità e Crescita, ha accelerato la discussione sulle riforme
della regolamentazione e la vigilanza finanziaria. L'obiettivo è di
concretizzare molti di questi cambiamenti prima della fine dell'anno. Nel
frattempo la Bce sostiene la liquidità dei mercati cercando di evitare
accelerazioni inflazionistiche della quantità di moneta. Nonostante lo stile
scomposto di alcuni leader politici e finanziari, è difficile immaginare una
ripresa più netta della coesione economica e politica europea. E' una ripresa
che arriva tardi e per ora è più un'intenzione che una realizzazione. Occorre
dimostrare subito che si fa sul serio, sia ai tavoli di Bruxelles sia nei
governi e nei Parlamenti nazionali. L'agenda delle autorità europee è piena di
urgenze, fitta e ambiziosa: merita di essere seguita, anche dal mercato dei
cambi, con attenzione critica ma, per ora, con fiducia. FRANCO BRUNI LS 17
Afghanistan, uccisi due italiani. Oggi le salme in Italia
Herat - Due militari
italiani sono morti e altri due sono rimasti feriti in maniera grave in
Afghanistan nell'esplosione di un ordigno al passaggio di un convoglio. Lo ha
riferito il portavoce del Comandante del Regional Command West di ISAF,
maggiore Mario Renna, precisando che l'esplosione è avvenuta alle 9.15 locali e
che i feriti sono stati immediatamente evacuati presso l'ospedale da campo di
Herat con elicotteri di ISAF.
Le vittime, che
risiedevano a Torino, sono il sergente Massimiliano Ramadù, 33 anni, di Velletri,
in provincia di Roma e il caporalmaggiore Luigi Pascazio, 25 anni, della
provincia di Bari. I quattro militari si trovavano a bordo di un veicolo
blindato Lince posizionato nel nucleo di testa di una colonna composta da
decine di automezzi di diverse nazionalità, partita da Herat e diretta a Bala
Murghab, verso nord. Dalle prime ricostruzioni risulta che il veicolo colpito
occupasse la quarta posizione lungo il convoglio che era in movimento e si
trovava a 25 km a sud di Bala Murghab.
I due militari feriti
sono il primo caporal maggiore Gianfranco Scire', originario di Palermo e il
caporale Cristina Buonacucina, originaria di Foligno (Perugia). Entrambi hanno
riportato ferite agli arti inferiori: le loro condizioni sono considerati gravi
ma i militari non sarebbero in pericolo di vita.
Tutti i militari
coinvolti appartengono al 32° reggimento genio guastatori della brigata alpina
'Taurinense' e nel contingente italiano in Afghanistan sono inseriti nella
task-force Genio, unità tra i cui compiti c'è quello di controllare e
bonificare gli itinerari percorsi dalle pattuglie e dai convogli militari.
In lacrime i
parenti dei due militari uccisi. ''I genitori sono disperati. E' difficile
parlare in questi primi momenti. L'importante è restare vicini alla famiglia''
spiega all'Adnkronos Giovanni Iacovelli, sindaco di Bitetto, in provincia di
Bari, il paese di cui era originario Luigi Pascazio. Nella cittadina pugliese
abitano i genitori del militare italiano, Angelo Pascazio, dipendente della
Questura di Bari, e Maria Lettieri, casalinga, oltre a una sorella, Marinella,
già sposata.
Il primo
cittadino, insieme al vicesindaco e ad alcuni assessori, si è recato nella casa
di via Montegrappa, non appena si è sparsa la notizia. C'erano anche un
generale dell'Esercito, il prefetto di Bari Carlo Schilardi e il questore
Giorgio Manari. Pascazio, residente a Torino, era da due mesi in Afghanistan.
''E' una famiglia molto riservata e stimata'', aggiunge Iacovelli. ''Trovare le
parole opportune da dire ai genitori in questi momenti è difficile. Mi sento di
dire solo una cosa - conclude - si tratta di una morte eroica in nome di un
valore e di un'ideale quello della pace internazionale in cui questi ragazzi
credono''.
Luciano Ramadù,
zio dell'altro militare morto, riferisce che ''Massimiliano era preoccupato e
dispiaciuto di dover partire, non voleva lasciare sua moglie, con cui era
sposato da un anno. Per questo a marzo era sceso da Torino, dove viveva con
lei, per accompagnarla a Cisterna di Latina dai suoi genitori''.
''Quando l'abbiamo
saputo abbiamo provato un forte dolore - dice commosso lo zio - Ancora non ci
sembra vero quello che è successo''.
''L'ultima volta
che ho visto mio nipote è stato a marzo - ricorda lo zio di Massimiliano - Era
venuto a Cisterna per salutare la sua famiglia prima di partire per
l'Afghanistan. Era un bravo ragazzo, si era fatto da solo. Già aveva
partecipato a un'altra campagna in Afghanistan, ma questa volta gli dispiaceva
dover partire''.
C'è incredulità e
dolore in corso Brunelleschi, poco distante dalla caserma dove ha sede il 32°
reggimento genio guastatori della Taurinese, e dove solo un anno fa il sergente
Ramadù e la moglie avevano affittato un appartamento.
"E' un
dispiacere enorme - dice la signora Silvana, che abita al settimo piano - Era
un ragazzo così riservato una gran brava persona che io adoravo. Lui e la
moglie per me erano come due figli, due persone meravigliose". Ricordando
poi qualche sera trascorsa insieme a cena, la signora Silvana aggiunge:
"Eravamo grandissimi amici, tra di noi, nonostante la differenza di età,
si era instaurato un rapporto speciale". Ai cronisti che le domandano se
mai avesse parlato della missione che andava a svolgere in Afghanistan la
signora Silvana risponde: "Disse solo a me e a mio marito che bisognava
andare, era contento e felice del suo lavoro".
A ricordarlo come
persona gentile ma riservata anche il giovane gestore del bar sotto casa,
Francesco, ex alpino anche lui, congedatosi dopo essere stato in diverse
missioni.
Il primo caporal
maggiore Scirè, rimasto ferito nell'attentato, ha telefonato in mattinata ai
genitori: di fronte alla loro abitazione nel centro di Casteldacciala, vicino a
Palermo, si è riunita una folla di amici e conoscenti. La madre è stata per
anni la direttrice delle Poste e oggi è in pensione. Il padre fa invece il
ragioniere in una società.
La Procura della
Repubblica di Roma intanto ha aperto un fascicolo in cui si ipotizza il reato
di strage con finalità di terrorismo. L'indagine è affidata al pubblico
ministero Giancarlo Amato che ha chiesto al Ros un primo rapporto
sull'accaduto.
Nella provincia di
Badghis, nel nord dell'Afghanistan, dove si trova il distretto di Bala Murghab,
verso cui erano diretti i due soldati italiani, uccisi sono attivi ''diversi
gruppi criminali'' e gli sforzi delle autorità locali sono concentrati nel
contenere questa minaccia e quella rappresentata dai Talebani soprattutto nel
distretto di Bala Murghab e nelle zone limitrofe, come quelle di Muqur e
Qala-I-Now. Lo ha detto ad Adnkronos il governatore di Badghis, Delbar Jan
Arman, che chiama "fratelli" i militari italiani dispiegati nella
'sua' zona. Adnkronos 17
Il sorriso ottuso di un’Europa senza politica
E’ impressionante
la forza che possiede la stupidità, nella vita degli Stati europei e in quella
dell’Unione. La crisi economica iniziata nel 2007 avrebbe dovuto insegnar loro
un po’ d’intelligenza supplementare, e persuaderli che i tempi dell’incertezza
erano finiti, che la politica doveva riacquistare un primato, che l’ora di un governo
europeo era infine sopraggiunta. Invece si direbbe che la crisi non abbia
impartito lezione alcuna, nonostante le grandi spese che l’Unione si sta
sobbarcando.
Si versano soldi
in quantità e nelle nazioni si predispongono piani di sacrifici dolorosi, ma
come dissero a suo tempo Fruttero e Lucentini: la cretineria prevale, e quel
che l’Europa sa far meglio è l’ottusa «manutenzione del sorriso». L’euro
vacilla sempre più, ma i capi di governo fingono letizia, immaginando di
suggestionare i mercati col buon umore. Della tempesta non parlano, per non
dover parlare delle proprie responsabilità, e sperano che come per miracolo i
mercati si calmino. Intanto pagano e questo non è male, ma pagare non è tutto
quel che occorre. La politica, hanno l’impressione di averla già fatta. La
leadership, di averla già esercitata: con il trattato di Lisbona, con qualche
vertice fra i governi più importanti. Così vivacchiano ancor oggi, grosso modo
soddisfatti.
La costituzione è
fallita in questi anni, ma il trattato di Lisbona ha preso il suo posto e il
grosso è fatto. L’unico elemento positivo della crisi è che i governi non se la
prendono più con gli eurocrati di Bruxelles, d’un tratto. In cuor loro sanno
perfettamente che se l’Europa è considerata nel mondo un’impresa minacciata di
morte, la colpa è degli Stati e dei politici nazionali. Il cretino molto spesso
si dissimula dietro le vesti del pragmatico, del moderato, di chi pretende di
aver appreso la feconda arte della disillusione, dello spirito blasé. Nessuna
passione lo agita più, nessuna grande idea innovatrice, se non il desiderio di
posti e di cariche.
L’Inghilterra è
maestra in quest’arte solo apparente del disincanto, impastata in realtà di
illusioni e incanti: illusione di potercela fare da sola, come nazione erede di
un impero; incanto che occulta i fatti reali e riempie il vuoto con
l’affaccendarsi più che col fare. In questi giorni c’è chi parla addirittura di
rivoluzione in Gran Bretagna, e tutti sono eccitati perché per la prima volta
gli inglesi fanno l’esperienza, molto continentale, di un governo di
coalizione. Ma al momento, l’esperienza è un guscio vuoto. Tutto quello che i
liberal-democratici di Clegg hanno fatto è retrocedere nella loro battaglia
europeista, pur di fare un governo giovane, fotogenico e ilare con Cameron,
l’antieuropeista. Il colmo è stato raggiunto, il giorno dell’accordo, da Graham
Watson, deputato liberale al Parlamento europeo. «Sull’Europa non c’è
problema», ha detto alla Bbc: primo perché nell’euro l’Inghilterra non entrerà
comunque; secondo perché l’Unione ha già operato tali e tanti cambiamenti, da
quando ha approvato il trattato di Lisbona, che il riposo e le pantofole sono
più che legittimi. Per un bel po’ di tempo, ha aggiunto, altri trasferimenti di
sovranità non sono né previsti né auspicati.
Così ragionano i
pragmatici, o meglio i rinunciatari, quasi camminassero in una fresca radura e
non in mezzo a incendi. Proprio ora ci vorrebbero nuovi trasferimenti di
sovranità, perché l’Europa diventi finalmente un soggetto politico credibile
(credibile davanti ai mercati, agli Stati Uniti, alla Cina, all’India) e
proprio ora i suoi dirigenti dicono, come quando ti si accampano davanti un
secondo e un terzo mendicante: «Abbiamo già dato». Eppure quasi ogni giorno la
cosa appare evidente: la crisi che traversiamo e i sacrifici che saranno
chiesti ai cittadini sono tali, che senza trasformazioni decisive dell’Unione
c’è poco da sperare. Non lo affermano solo i mercati, che non sembrano credere
nell’Europa ma di cui si può pensare: hanno l’istinto del gregge, ascoltano il
primo che passa.
L’Europa e l’euro
sono ritenuti moribondi anche da politici americani di primo piano come Richard
Haass, direttore del Council of Foreign Relations e consigliere di vari
presidenti. Anche dall’ex governatore della Federal Reserve Paul Volcker. Lo
storico Niall Ferguson, esperto in declini di imperi (romano, britannico,
americano), lo dice a chiare lettere, su Newsweek: «La grande decisione che
l’Unione deve prendere non è se salvare la Grecia. È se trasformarsi in Stati
Uniti d’Europa, o essere una versione moderna del sacro romano impero, una
bislacca accozzaglia “a geometria variabile” che prima o poi si frantumerà».
Economicamente
l’Europa sta meglio degli Stati Uniti. Ma questi non muoiono perché sono un
sistema politico federale, dunque un soggetto visibile. Dietro il dollaro c’è
uno Stato, che riequilibra le disparità interne: «In America il salvataggio del
Michigan viene fatto dal Texas in modo automatico, attraverso la
ridistribuzione del reddito e i proventi della tassa sulle imprese». Dietro
l’euro c’è un’armatura e dentro l’armatura un cavaliere inesistente. Bisogna
davvero esser lenti a capire e sconfinatamente svogliati, per pensare dopo il
tremendo biennio 2007-2009 che i mercati e l’economia siano tutto, e talmente
bravi ed efficaci da dettar legge. Che la moneta unica e la prosperità del
vecchio continente possano sussistere senza un potere politico, alle spalle,
che coincida con l’area dell’euro. Che mercati e agenzie di rating restino infallibili,
abilitati a ripetere i disastri e le bolle speculative degli ultimi anni.
Nonostante questo suo impazzimento, l’economia continua a essere l’idolo
davanti al quale la politica, svuotata dal di dentro, senza timoniere, molto
pragmaticamente si adatta.
È come se l’Europa
non avesse, nel proprio bagaglio, una grande cultura fatta di scetticismo verso
i mercati e il predominio dell’economia: una cultura che ha prodotto guerre
fratricide ma ha anche saputo difendersi da esse inventando la democrazia, la
separazione dei poteri, l’autonomia della politica, lo Stato sociale. Una
cultura che nel dopoguerra ha dato vita a un’unione di Stati consapevoli dei
propri limiti e decisi a mettere insieme le proprie vecchie sovranità.
Un’unione che ha custodito inoltre il Welfare, in modo da spegnere in anticipo
gli estremismi scatenati nel secolo scorso dalla questione sociale. È come se
nella nostra storia non ci fosse stata, contro il predominio del mercato e
dell’economia, una lunga tradizione che va dalle visioni etiche e politiche di
Condorcet e Adam Smith alle proposte sociali e politiche di Beveridge e Keynes.
È dal Settecento che l’Europa produce idee in questo campo, oggi dimenticate.
Condorcet, che pure credette nella razionalità degli economisti a lui contemporanei,
vide già allora i pericoli: «Agli occhi di una nazione avida, la libertà non
sarà più che la condizione necessaria alla sicurezza delle operazioni
finanziarie».
L’euro è nato con
questo vizio, fondamentale. Il mercato e le banche erano tutto, il grande
demiurgo era a Francoforte. La politica era chiamata a garantire la libertà
necessaria alla sicurezza delle operazioni finanziarie. L’armonia si sarebbe
imposta spontaneamente, e al peggio non urgeva pensare. Invece il peggio è
venuto. È già qui fra noi. Si può fingere che non esista, e dare alla finzione
il nome di pragmatismo. Ma il pragmatismo senza una trasformazione dell’Europa
non è pragmatismo né tanto meno disincanto. È un’ideologia con aspirazioni egemoniche
acutissime. Ha la forza della stupidità quando impigrisce. La forza di bloccare
i nuovi necessari trasferimenti di sovranità, come nei desideri degli inglesi o
della Corte costituzionale tedesca. Ha il potere, magari gratificante ma
enormemente inutile, di chi è addetto alla manutenzione del sorriso mentre la
crisi economica si abbatte sulle società e le democrazie per spezzarle. Barbara
Spinelli, LS 16
Manifestazione di protesta del Cgie e dell’Intercomites-Germania sabato 29
maggio a Francoforte
Pubblichiamo il
comunicato con cui l’Intercomites Germania invita i connazionali ad una grande
assemblea di protesta sabato 29 maggio a Francoforte
Contro la
distruzione della Rete Consolare
Contro i tagli
delle risorse per l’intervento scolastico-culturale
Contro
l’azzeramento dei capitoli di spesa per l’assistenza diretta ed indiretta
Contro la forte
riduzione dei finanziamenti della stampa italiana all’estero
Contro la
discriminatoria decisione del Governo nell’esenzione dell’ICI
Contro il decreto
che rinvia le elezioni dei Comites e del CGIE di tre anni complessivi
Si rinforza la
protesta degli italiani all’estero verso la politica dei tagli e della
non-democrazia del governo italiano!
Il Comitato
Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) anticipa di tre mesi la Commissione
Continentale Europa- Nord Africa e la organizza a Francoforte dal 28 al 30
maggio 2010 in stretta collaborazione con il Comitato dei Presidenti Com.It.Es.
della Germania (Intercomites). Tale
incontrò sarà anche l’occasione per portare in piazza un grande numero di
rappresentanti eletti, di appartenenti al mondo associazionistico e tutti
coloro che sono impegnati per l’intervento scolastico e culturale in Europa e
Nordafrica.
Ci appelliano a
tutti e in particolare ai moltiplicatori perché partecipino in massa alla
Assemblea pubblica che si terrà sabato 29 Maggio alle ore 14,30, presso l’hotel Holiday Inn nella Mailänder
Strasse Nr. 1 a Francoforte ed al corteo che partirà alle ore 16,30 dall’ “Alte
Oper” all’Opernplatz di Francoforte e marcerà sino al Consolato Generale
Italiano di Francoforte.
La Presidenza
Intercomites Germania (de.it.press)
Norimberga - Alla
luce delle recenti dichiarazioni, relative alla possibile chiusura del
Consolato d’Italia in Norimberga, rilasciate alla Camera dal sottosegretario
agli Esteri Scotti, il Comites di Norimberga esprime disappunto sia per la
decisione presa dal Mae, sia per la mancanza di qualsiasi preventiva
informazione sugli sviluppi del caso da parte delle autorità italiane nei
confronti del Comitato.
“Il Comites di Norimberga – si legge nella
nota - esprime la sua profonda delusione per l’indifferenza da parte italiana
di fronte alle legittime richieste di informazione e coinvolgimento in una
questione di vitale importanza per gli italiani in Franconia”. Dal Comites
viene anche ricordato come non sia possibile né togliere l’assistenza del consolato
ai 30.000 italiani residenti in Franconia, né accettare in questo ambito
eventuali atteggiamenti ostativi da parte delle autorità tedesche. Dal
Comites viene chiesta, al fine di scongiurare la chiusura del consolato di
Norimberga, “una sospensione della decisione del Cda del Mae del 14 maggio, la
ripresa delle trattative con le autorità tedesche così, come
un’informazione esaustiva da parte delle autorità italiane sulla questione”.
(Inform)
Ctim Germania: assurda la chiusura completa del Consolato di Norimberga.
Il Comitato
Tricolore per gli Italiani nel Mondo ha preso atto con costernazione della
dichiarazione fatta dal Segretario di Stato Onorevole Scotti in data 13 maggio
2010, relativa alla chiusura definitiva del Consolato d’Italia di Norimberga.
Secondo
l’Onorevole Scotti l’ipotesi dell’istituzione di un’Agenzia Consolare verrebbe
definitivamente a cadere in seguito al 'no' delle autorità tedesche, che
chiederebbero il mantenimento almeno di vice consolato.
Il CTIM
Delegazione Germania è consapevole degli sforzi fatti dall’amministrazione
italiana nella revisione del piano iniziale di ristrutturazione della rete
consolare e nella programmata istituzione a Norimberga di un’Agenzia Consolare,
ma non può accettare questo attuale ripensamento.
Le dichiarazioni
del Senatore Mantica dello scorso aprile e la programmata istituzione a
Norimberga dell’Agenzia Consolare sono
per noi una dimostrazione evidente, che anche l’amministrazione del Ministero
degli Affari Esteri è ben consapevole dell’assurdità della chiusura completa
del Consolato di Norimberga.
Si chiede pertanto
al Ministero degli Esteri, On. Franco Frattini, la cancellazione della delibera
del Cda del MAE del 14 maggio 2010 e l’avvio di nuove contrattazioni con le
autorità tedesche per l’ottenimento di una soluzione soddisfacente per tutte le
parti in causa.
Da parte della
collettività italiana in Franconia e dello scrivente Comitato è stata avviata
un’operazione di capillare informazione delle forze politiche e della stampa
tedesca a livello regionale e federale sull’argomento. La collettività italiana
della Franconia non si arrende! Ctim Germania, de.it.press
Norimberga. La Germania non può negarci quello che ll’Italia dice di
volerci dare
Dalla stampa
italiana siamo venuti a sapere del ripensamento da parte del Ministero degli
Affari Esteri sull’istituzione dell’Agenzia Consolare a Norimberga che non
possiamo e vogliamo accettare.
Tutto, in questo
ormai annoso tira e molla, ci sembra strano e nebuloso, forse addirittura illogico.
Come può
l’amministrazione italiana riconoscere nell’aprile del 2010 – di fatto – la
necessità di un’Agenzia Consolare a Norimberga per evidenti problemi logistici,
tecnici, organizzativi e nel luglio 2010 decidere la totale chiusura del
Consolato?
Come possono le
autorità tedesche arroccarsi su posizioni degne dell’era della guerra fredda e
negare agli italiani in Franconia e altre zone della Germania la sacrosanta
assistenza consolare?
Com’è possibile
che la collettività italiana in Franconia venga a sapere di questa nuova
decisione dalla stampa e non dalle autorità italiane tramite il locale
Com.It.Es., ancora una volta tenuto volutamente all’oscuro di tutto?
Si chiede quindi
con forza: un’informazione completa ed accurata della collettività italiana in
Franconia da parte del MAE; l’immediata revisione della decisione del MAE del
14.05.2010 di chiusura completa del Consolato di Norimberga; la ripresa dei
contatti con le autorità tedesche per ottenere il previsto gradimento per
l’Agenzia Consolare. Koordinationskreis zum Erhalt des It.
Konsulats, de.it.press
Festival della Poesia Europea a Francoforte
Francoforte -
Atteso come il "maggio poetico francofortese" dal popolo dei poeti,
il Festival della Poesia Europea di Francoforte (6-8 Maggio 2010) è stato ricco
di incontri e di novità positive. Una conferma della sua crescita la presenza,
anche in questa terza edizione, di affermati poeti in campo internazionale che
hanno scelto di parteciparvi.
Nella serata
finale, nella storica Plenarsaal del Römer si respirava l’aria solenne delle
grandi occasioni ufficiali. Bandiere europee, il podio sotto l’aquila-simbolo,
stampa e autorità, pubblico di appassionati. Eleganza e charme hanno
caratterizzato gli artisti che hanno partecipato al festival: l’attrice Alison
Rippier, che ha riproposto i testi in tedesco, l’arpista Merle Meyer che ha
eseguito magistralmente Arabesque di Debussy, Anonym Fountain e Chanson de la
Nuit Carlos Salzedo, raffinata cornice della "lesung"; i Poeti Haris
Vlavianos, Paolo Ruffilli, Brane Mozetic e Kurt Drawert. Di fronte al pubblico,
con i loro volti a nudo: emozionati e qualcuno inquieto. Sugli scranni, il
programma e l’invito accanto a raffinate rose bianche.
Ad aprire la
serata, Renate Sterzel rappresentante del Sindaco di Francoforte Renate Roth,
che ha patrocinato anche la terza edizione. Nel suo discorso è emerso stima per
l’ideatrice e direttrice artistica del Festival, la giornalista-scrittrice
Marcella Continanza, definita "un’istituzione culturale di
Francoforte"; Sterzel ha poi espresso gratitudine ai poeti le cui voci
offrono la storia e la cultura dell’Europa. Poi, il saluto della Console
Stravroula Frangoyanni Matthieu che ha ribadito il suo apprezzamento per questo
importante Festival a cui era stata già presente la Grecia nella prima
edizione.
Cristina Giaimo,
lettrice dell’Università di Francoforte, ha presentato con notevole bravura e
dovizia di particolari la biografia di questi "aedi" moderni. Un
importante scorcio sull’opera dei poeti è stato introdotto da Anna Maria
Arrighetti dell’Università di Mainz e Trier sul suo intervento critico.
Il primo a salire
sul podio è stato il greco Haris Vlavianos, che cattura subito l’attenzione e
che emoziona con la sua lingua che ci riporta alla sua terra da cui è nata la
lirica. Non c’è comunicazione senza scrittura e le immagini si annodano in una
trama di significazione: "Fin de siècle, mal de siècle", "Der
Schleier", "Achillesfers", per citare qualche titolo, fanno
riferimento a un discorso filosofico e a componenti che gli stanno a cuore.
Segue, con la voce
ferma e morbida, la "lesung" dell’italiano Paolo Ruffilli. Per la
comunità italiana è stata una gioia e occasione d’incontro. "Eccesso di
vita", "Notte", "Il patto" e, poi, forse i versi più interessanti,
dove la ricerca linguistica e musicale è più evidente, tratti dal libro
"Piccola Colazione", edita da Verlag Im Wald.
Terza lesung è
quella dello slavo Brane Mozetic. Una delle voci poetiche più interessanti e
note della letteratura slava. La fecondità della sua scrittura risiede
nell’amore intenso per la vita. La vita in tutto il suo mistero e il suo canto
ha vibrazioni forti, intense. Il dolore, le inquietudini, i dubbi, l’amore in
tutte le emozioni: carnale, spirituale ma rimane l’unica via per essere vivi.
Kurt Drawert. Per
lui è stato soprattutto un incontro-confronto con gli altri poeti. Nei suoi
versi l’autobiografia si fonde con la realtà contemporanea. Si porta dietro e
dentro la realtà vissuta nella DDR. Poesia dunque come esperienza di vita in
cui si scrive in un processo di valorizzazione della memoria. Sullo sfondo del
Festival, la figura di Goethe testimonianza di quali strade può percorrere un
vero poeta.
Katja Müller, aise
Iniziative a Monaco di Baviera e dintorni
Monaco di Baviera
– Di seguito gli appuntamenti delle prossime settimane segnalati dalle Pagine
italo-tedesche di Claudio Cumani a Monaco di Baviera e dintorni.
Presso la Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40)
sarà possibile sino al 30 maggio visitare la mostra “Gianpaolo Babetto.
L’italianità dei gioielli”, organizzata dal Museo internazionale del Design di
Monaco e dall’Istituto Italiano di Cultura, mentre l’allestimento dedicato alle
fotografie di Letizia Battaglia, ambientate in Sicilia dal 1976 al 2009, saranno
esposte sino al 6 giugno presso la Aspekte Galerie im Gasteig (Rosenheimerstr.
5) dalle ore 10 alle ore 22.
Fino a venerdì 25 giugno, presso l’IIC, sono
anche in programma due mostre dedicate a giovani protagoniste di nuovi sviluppi
artistici in Italia: “Skulptur” di Rita Siracusa e “Collage” di Silvia
Beltrami. L’orario di apertura è dal lunedì al giovedì dalle ore 10 alle 13 e
dalle 15 alle 17 (il mercoledì sino alle 19) e venerdì dalle ore 10 alle 13.30.
L’ingresso è libero.
Mercoledì 19
maggio una discussione su “Regioni e federalismo” è in programma alle ore 19
presso la SPD-Bürgerbüro Süd (Daiserstr.27) con Concetta Vacante, politologa
dell’Università di Catania in occasione delle celebrazioni per l’anniversario
dell’autonomia siciliana. Alle ore 19.30 prosegue invece a Starnberg la
rassegna del “Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino” con
il film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti”.
Ancora il 19
maggio, presso l’IIC di Monaco alle ore 19.30, si svolgerà un incontro con il
segretario generale dell’Accademia delle Belle Arti tedesca Oswald Georg Bauer
sui dipinti delle scenografie teatrali milanesi.
Una serie di
mostre incentrate sulla storia italiana e bavarese si svolgeranno tra Füssen ed
Augsburg dal 21 maggio al 10 ottobre: a Füssen presso l’Ehemaliges Kloster St.
Mang l’allestimento “Kaiser, Kult und Casanova” (visitabile dalle ore 9 alle
17.30); ad Augsburg presso il Maximilianmuseum “Künstilch auf Welsch und
Deutsch” (ore 9-17.30) e presso il Bayerisches Textil- und Industriemuseum
“Sehnsucht, Strand und Dolce Vita” (ore 9-17.30). Il programma è disponibile
all’indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de.
Dal 22 maggio a settembre è in programma
presso la Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40) l’esposizione “La fabbrica
delle idee. Alessi:storia e futuro” (da martedì a domenica dalla ore 10 alle 18
e giovedì dalla 10 alle 20).
Infine, il 28 maggio, l’IIC ospiterà alle ore
19.30 un’introduzione di Bettina Wagner della Biblioteca di Stato bavarese alla
nascita della stampa dei libri in Italia. (Inform)
Mondoli, portale italo-tedesco per imparare le lingue giocando
Online un sito per
apprendere l'italiano e il tedesco nel migliore dei modi: giocando. Per
sostenere il bilinguismo dei bambini italiani in Germania.
Un castello
colorato, fantasiosa sintesi di torri e monumenti italiani e tedeschi, è
l'inizio del viaggio alla scoperta di Mondoli: un portale italo-tedesco per
imparare le lingue giocando. In questo portale colorato i bambini dalla seconda
alla sesta classe possono apprendere e migliorare sia il tedesco che
l'italiano, con lezioni e unità didattiche nelle due lingue, ma anche gare di
scrittura e disegno, video musicali e molto altro. Il sito è pensato per i
bambini italiani in Germania, per sostenerli nell'apprendimento dell'italiano
e, quindi, anche del tedesco. Ma è un utile strumento anche per genitori e
insegnanti - e per bambini tedeschi che vogliano apprendere l'italiano. Radio
Colonia, nella trasmissione del 14 maggio, ne ha parlato con l'ideatrice
Elisabetta Abbondanza. Ascolta l'intervista su questo link:
RC, de.it.press
Campionato e Coppa Germania al Bayern. Salvo il Norimberga
Il Bayern vince
anche la Coppa Germania. Nella finale di Berlino la squadra di van Gaal assesta
un duro colpo al Werder Brema: 4-0. Arjen Robben su rigore, Ivica Olic, Franck
Ribèry e Bastian Schweinsteiger i firmatari di una finale quasi a s senso
unico. In gran forma anche il portiere Jörg Butt, autore di due spettacolari
parate su saette di Claudio Pizarro, Frings e Hunt. Brema in 10 uomini dal 76’
per doppia ammonizione a Thorsten Frings.
Il Norimberga si
salva vincendo il duplice spareggio con l’Augsburg (Augusta).
Come il Chelsea di
Carlo Ancelotti così il Bayern dell’olandese Louis van Gaal ha messo a segno la
conquista del campionato e della coppa nazionale. Ma mentre il Chelsea ha
sciolto le file per consentire ai “nazionali” di raggiungere i compagni di
avventura in Sud Africa, il Bayern resta compatto e anzi rinserra le file per
affrontare sabato prossimo nella finale di Champions League a Madrid l’Inter
del portoghese Mourinho.
Entrambe le
contendenti si presenteranno in campo con alle spalle o meglio sul petto due
titoli nazionali e lotteranno per mettere a segno la tripletta stagionale.
E’ curioso notare
che il successo finora raggiunto da Chelsea, Bayern ed Inter porta la firma di
allenatori stranieri. Ora la contesa della prestigiosa ex Coppa dei Campioni è,
in fondo, anche una sfida fra la scuola calcistica olandese e quella
portoghese.
E’ un confronto
fra filosofie di tattica di gioco diverse, e fra personalità molto differenti.
Sul fronte interista si avverte un Mourinho rigido, scontroso, polemico e determinato,
mentre su quello bavarese ci si trova davanti ad un tecnico, è vero altrettanto
determinato ma più malleabile, disponibile al dialogo e capace a volte di fare
anche carte false per proteggere, verso l’esterno, i suoi giocatori.
Ora si dovranno
affrontare per salire con i propri giocatori sul podio più alto del calcio
europeo.
Van Gaal è stato
ripagato dai suoi uomini anche sabato scorso all’Olympiastadion di Berlino. I
72.954 spettatori ed i milioni di telespettatori e radioascoltatori hanno sportivamente
applaudito questo Bayern, che parla olandese sia in campo che in panchina.
Infatti, è stato
ancora una volta Robben a rompere il ghiaccio trasformando al 35’ un calcio di
rigore concesso dall’arbitro Thorsten Kinhöfler (Herne) per fallo di mano in
area di Per Mertesacker. I tre olandesi in campo: van Bommel, van Buyten e
Robben sono stati anche in questa finale il collante della squadra e fonte di
idee, energia e di propulsione delle numerose azioni costruite, trovando in
Ivica Olic, Thomas Müller e Franck Ribèry tre attenti e velocissimi
ricognitori. Infatti, sono stati proprio questi tre irresistibili attaccanti a
procurare grattacapi all’estremo difensore bremese Tim Wiese capitolato al 51’
contro Olic, al 63’ contro Ribèry e all’83’ contro Schweinsteiger su passaggio
del difensore di fascia Philipp Lahm. Nulla, o quasi, è riuscito a contrapporre
il Brema. La sorpresa tattica di Thomas Schaaf, di assegnare al giovane
fantasista Mesut Özil il compito di seconda punta dietro l’italo-peruviano Claudio
Pizarro, si è rivelata fallimentare. Tant’è che nel secondo tempo Schaaf ha
mandato in campo Hugo Almaida, ottenendo un cambiamento di ritmo e
verticalizzazione. Tuttavia è stata poi proprio l’inevitabile apertura bremese
a consentire ai bavaresi di colpire, come dicevamo, altre tre volte. L’unico a
creare grattacapi a Jörg Butt è stato Pizarro. E se la gara ha procurato col
tempo una supremazia al Bayern lo si deve ad una spettacolare prestazione di
Butt che all’9’ si è opposto con tutta la sua bravura contro un micidiale tiro
di Pizarro. Simili le prestazioni, pochi minuti dopo, contro Frings e Hunt.
Scampato il
pericolo di uno svantaggio subito nei primi 10 minuti di gioco, il Bayern ha
potuto cominciare a costruire gioco e spedire in avanscoperta gli attaccanti
doc che con le loro qualità di finalizzazione hanno regalato quest’anno il 22°
titolo stagionale e la 15a Coppa Germania.
Ora la testa è già
a Madrid in attesa di poter innalzare la 5a Coppa dei Campioni d’Europa,
Muorinho ed Inter permettendo ovviamente.
Per quanto
concerne infine lo spareggio per la salvezza riesce l’operazione al Norimberga
si salva per l’ottava volta. Evita la retrocessione anche quest’anno grazie
alla vittoria del duplice confronto con l’Augusta, giunta terza nel campionato
cadetto. I franconi si sono dimostrati piú organizzati nel gioco e più
determinati nelle conclusioni. All’andata il Norimberga ha vinto grazie all’1-0
di Eigler all’83’, mentre nella gara di ritorno ad Augusta si è imposto col
risultato finale di 2-0 firmato da Kündogan al 34’ e da Choupo-Moting al 63’ su
calcio di rigore.
I padroni di casa,
quasi mai pericolosi, dal 56’ hanno dovuto giocare in 10 per l’espulsione di
Traore.
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Appello CNE per la massima partecipazione alle assemblee continentali del
Cgie
ROMA - Le associazioni nazionali aderenti alla Cne
organizzino una partecipazione attiva agli appuntamenti prossimi promossi dal
Cgie; tutte le altre associazioni operanti dalle regioni italiane che insieme a
quelle nazionali sono insieme compartecipi della vita delle Consulte regionali
dell'emigrazione, si attivino perché la partecipazione alle assemblee
continentali sia la più ampia possibile. Questo l’appello rilanciato dalla
Consulta Nazionale dell’Emigrazione in vista delle continentali anticipate
organizzate dal Consiglio generale degli italiani all’estero per protestare
contro il rinvio delle elezioni del Comites e, di conseguenza, del Cgie stesso.
L’appello fa
seguito ad una lettera che il Segretario Generale del Cgie, Elio Carozza, ha
inviato a Rino Giuliani, in cui prima si riconferma "l’essenzialità del
ruolo della CNE" e poi si chiede alla Consulta di "fare la sua parte
per "raccogliere e far sentire con forza la voce degli italiani nel mondo
e contrastare concretamente la deriva di sfiducia e lo spirito di rinuncia che
si stanno diffondendo a causa dei colpi assestati alle politiche in favore
degli italiani nel mondo"".
In vista delle
continentali – la prima delle quali si terrà a Francoforte dal 28 al 30 maggio;
seguiranno Vancouver (10 al 12 Giugno) e Buenos Aires (17 - 19 giugno), la
presidenza della Cne lancia, appunto, un appello alla partecipazione ricordando
che "il quadro attuale delle relazioni fra il governo ed il vasto ed
articolato mondo della rappresentanza degli italiani all'estero da lungo tempo
è fortemente deteriorato; non si sblocca per la sordità del governo a proposte
diverse da quelle che intende assumere in tema di Comites e di Cgie. Lo stato dell'attenzione
del governo verso gli italiani all'estero, anche in termini finanziari è
sicuramente del tutto inadeguato. Si segnala forse il livello più basso di una
lunghissima stagione di sottovalutazioni e di disinteresse dei governi che si
sono succeduti".
Nella nota-appello
la Cne ricorda di aver "riflettuto e costruito una linea di rinnovamento
non solo dell'associazionismo ma anche una proposta che faccia uscire dalla
mortificante condizione l'attuale rapporto dell'Italia con i suoi concittadini
fuori dai confini. Abbiamo proposto, ricevendo risposte positive, un patto ed
una sede unitaria di elaborazione e di progettazione alle Regioni ed alle
Consulte regionali, una unitaria costruzione di un percorso delle associazioni
per chiudere con la frammentazione della rappresentanza sociale e per una
Grande Vertenza dell'estero con le nostre istituzioni, da costruire insieme e
con l'insieme delle associazioni operanti all'estero".
"L'aggravarsi
della situazione – si osserva nella nota – trova un fronte ampio sinceramente
riformatore, convinto della necessità di difendere il radicamento nel
territorio, di far pesare la partecipazione attiva delle associazioni come dato
essenziale della democrazia, di evitare la partitizzazione della
rappresentanza, in attesa di organizzare la risposta che prima ancora che al
governo è dovuta all'insieme degli italiani all'estero. Passare dalla
frammentazione alla unitarietà anche organizzativa – concludono dalla
presidenza – può sicuramente far contare di più la proposta di quanti pensano
che l'Italia senza gli italiani all'estero sia una Italia più povera e meno
influente nel contesto internazionale". (aise)
Chiesto il pagamento dell’importo aggiuntivo anche ai pensionati italiani
all’estero
ROMA - Il deputato
del Pd Gino Bucchino ha scritto al nuovo Direttore Generale dell’Inps Mauro
Nori per esprimergli gli auguri per la recente nomina. Bucchino inizia la sua
missiva osservando come un direttore generale, che in passato è stato
responsabile delle Convenzioni Internazionali dell’Inps, avrà sicuramente una
particolare sensibilità verso i nostri pensionati residenti all’estero.
Il parlamentare eletto nella Circoscrizione
Estero ricorda nella missiva come, da parte dell’Istituto previdenziale
italiano, sia stato negato ai nostri connazionali pensionati residenti
all’estero uno specifico diritto. Bucchino si riferisce alla mancata erogazione
dell’importo aggiuntivo previsto dall’art.70, comma 7 e seguenti, della legge
23 dicembre 2000, n.388 ai titolari di pensione italiana in convenzione
internazionale i quali hanno richiesto la detassazione del pro-rata italiano in
base ad una convenzione contro le doppie imposizioni fiscali.
Bucchino ricorda inoltre a Nori come la legge
388 abbia previsto, a partire dal 2001, un importo aggiuntivo di 300.000
lire (ora 154 euro) da corrispondere in presenza di particolari
condizioni reddituali, unitamente alla rata di dicembre, ai pensionati
titolari di pensioni il cui importo complessivo annuo, al netto dei trattamenti
di famiglia, non superi il trattamento minimo. Bucchino spiega anche come
questa norma sia universale ed abbia come unico vincolo ai fini
della corresponsione dell’importo aggiuntivo, l’accertamento di due
requisiti: l’importo complessivo delle pensioni (nel caso delle pensioni in
convenzione deve essere presa in considerazione anche la pensione estera) non
deve superare il trattamento minimo e i redditi assoggettabili ad Irpef del
titolare e del coniuge (il pensionato non deve possedere un reddito complessivo
individuale assoggettabile all’Irpef relativo all’anno stesso superiore ad una
volta e mezza il predetto trattamento minimo e, se coniugato, un reddito
complessivo coniugale superiore a tre volte il medesimo trattamento minimo).
Il parlamentare del Pd, sottolinea come la
decisione, di escludere da questo beneficio i titolari di pensione italiana
residenti all’estero che in virtù delle convenzioni bilaterali contro le doppie
imposizioni fiscali hanno fatto domanda di detassazione della pensione
italiana, sia giuridicamente infondata, non prevista dell’Inps e da nessuna
norma legislativa e non giustificata da alcuna inferenza logico-deduttiva.
“Basta leggersi la legge che ha introdotto il beneficio – scrive il deputato
del Pd - per capire che l’aumento spetta a tutti coloro i quali
soddisfino i requisiti previsti, compresi i residenti all’estero, e a
prescindere da considerazioni di natura fiscale. Appare incontrovertibile –
prosegue Bucchino - dalla testuale e precisa lettura della norma che non esiste
alcuna causa ostativa affinché la prestazione in oggetto sia erogata anche ai
titolari di pensione italiana in convenzione internazionale che abbiano
richiesto ed ottenuto la detassazione alla fonte del pro-rata italiano (come
d’altronde già avviene con la corresponsione della cosiddetta “quattordicesima”
erogata a tutti i pensionati italiani residenti all’estero a prescindere da
considerazioni di natura fiscale). Allora – avverte Bucchino - abbiamo a che
fare semplicemente con una colossale svista dell’Inps che ha escluso per tanti
anni migliaia di pensionati italiani residenti all’estero”. La missiva si
chiude con l’invito al nuovo direttore generale dell’Inps a provvedere al
pagamento dell’importo aggiuntivo anche ai pensionati italiani residenti
all’estero includendo se del caso anche gli eventuali arretrati. (Inform)
Premio Iww nel Mondo. Scade oggi la presentazione delle candidature
Seconda edizione
del Premio “IWW nel Mondo” Il Globo Tricolore, indetto da Italian Women in The
World, per l'assegnazione di 7 riconoscimenti destinati a profili eccellenti
nei settori dell’Innovazione e della Creatività. La seconda edizione del
Premio, che si terrà a Bologna il 18 settembre, ha il patrocinio della Regione
Emilia-Romagna ed è in collaborazione con Unioncamere Emilia-Romagna,
Assocamerestero ed Il Resto Del Carlino/QN.
Il Premio è
riservato ai connazionali (residenti all’estero e oriundi), agli italiani che
operano “da e per l’estero” anche temporaneamente, ai figli o discendenti dei
connazionali all’estero, nelle tre categorie: "Donne",
"Uomo", "Under 25". Il riconoscimento viene assegnato a chi
si è distinto all’estero nel settore della innovazione e della creatività e
abbia contribuito allo sviluppo economico e culturale dell’Italia nel mondo.
Le candidature si
saranno accettate fino alle ore 12 del 19 maggio (il bando su
http://www.italianwomenworld.com/userfiles/file/premio2010/premio2010BANDOitaok.doc.
La premiazione a Bologna sarà preceduta da un incontro tra il mondo
istituzionale, l’imprenditoria e la cultura per una tavola rotonda
sull’evoluzione dell’imprenditoria e della cultura italiana nel mondo e nei
diversi territori italiani.
La cerimonia di
premiazione sarà aperta dalla proiezione di “Looking for Angelina” (2005): il
regista italo canadese Sergio Navarretta racconta il dramma e la violenza
vissute da Angelina Napolitano, giovane italiana emigrata in Canada agli inizi
del 1900, che fu uccisa dal marito.
Il film è stato
realizzato sulla sceneggiatura di Alessandra Piccione e di Frank Canino in sole
due settimane, negli stessi luoghi dove - dal 1909 al 1924 - si svolse la
vicenda, le cittadine di Thessalon e di Sault Ste. Marie in Ontario.
Acclamato dalla critica e dal pubblico per come affronta i temi della violenza
domestica e della figura femminile nella società, il film ha vinto il Premio
speciale al Cimameriche Film Festival, il premio per il Miglior film e la
Menzione speciale al Quitus Film Festival di Montreal.
(http://www.youtube.com/watch?v=TP5yM21Uito)
Afghanistan. Un attacco contro la trattativa
L’attentato nel
quale sono morti due militari italiani dimostra la volontà dei taleban di
tenere sotto pressione la Nato nell’incombere dei due eventi che possono
decidere le sorti dell’Afghanistan: l’assemblea dei capi tribali e l’offensiva
di Kandahar in estate.
Per il 29 maggio
il presidente Karzai ha convocato la tradizionale Loya Jirga sulla quale conta
per coinvolgere nell’apparato di governo i taleban pronti a voltare le spalle
al Mullah Omar, a Osama bin Laden e alla lotta armata. La scelta è di
Karzai,maWashington la sostiene come è emerso dal summit della scorsa settimana
nello Studio Ovale e come confermano episodi come quello che ha visto il colonnello
dell’Us Army Robert Brown scrivere di proprio pugno una lettera al capo
guerrigliero Mullah Sadiq - ricercato dalla Cia dal 2005 e nascosto ai confini
con il Pakistan - per invitarlo a partecipare alla ricostruzione
dell’Afghanistan. La mano tesa ai taleban punta a ridurne la resistenza quando
McChrystal darà il via libera all’offensiva di Kandahar - in una finestra di
tempo che si apre a giugno - puntando a eliminare le roccaforti dei
guerriglieri irriducibili, alimentate da armi, volontari e rifornimenti che
arrivano dalle aree tribali del Pakistan.
Questa strategia
fatta di offerte di pace e preparativi di guerra punta a «modificare la
situazione sul terreno», come dice il presidente americano Barack Obama, per
arrivare al luglio 2011 in una condizione di sicurezza tale da consentire
l’inizio del passaggio delle consegne di singoli distretti territoriali fra
militari Nato e truppe regolari afghane.
Ma a questa
direzione di marcia, che Obama condivide con Karzai e la Nato, i taleban
oppongono la loro. Tornano a piccoli gruppi a Marjah, la città riconquistata
dai marines a febbraio, per terrorizzare di notte gli agricoltori che al
mattino salutano i soldati americani.
Bersagliano Kabul
di attentati preferendo gli obiettivi governativi per palesare la debolezza di
Karzai, obbligato a muoversi protetto da nugoli di guardie del corpo.
Effettuano incursioni nei distretti a ridosso della capitale ripetendo la
strategia con cui i mujaheddin islamici sconfissero l’Armata Rossa. Consolidano
le basi nel Waziristan pakistano evadendo la caccia dei droni della Cia e
beffandosi dei militari di Islamabad. E adoperano i potenti ordigni «Ied»
lasciati lungo il ciglio delle strade contando di uccidere più soldati Nato
possibile, ostacolando i movimenti di mezzi fra le diverse basi per paralizzare
le operazioni.
Se l’Alleanza
Atlantica ha una strategia che punta ad accelerare i tempi della ricostruzione
civile, i taleban puntano invece alla guerra infinita consapevoli che le
opinioni pubbliche dei Paesi occidentali non riescono neanche a immaginare un
simile scenario. Il paradosso è che a decidere chi prevarrà potrebbero essere
un pugno di comandanti taleban. «Ci troviamo in un momento di passaggio -
riassume Stephen Biddle, veterano della guerra al terrorismo che adesso indossa
giacca e cravatta dietro una scrivania del Council on Foreign Relations di
Washington - nel quale quanto avverrà dipende dalle decisioni che saranno prese
da un ristretto numero di capi taleban». Si tratta di guerrieri delle montagne
che vivono isolati con i propri uomini, dei quali in Occidente si ignorano
anche i nomi, fedeli a nessuno, sempre pronti a cambiare alleato per sfruttare
l’opzione migliore ma molto legati al territorio e capaci di sfuggire ai droni
passando giorni interi senza muoversi, parlando a monosillabi per non farsi
identificare dai sensori più sofisticati. Karzai è convinto di riuscire a
convincerne una buona parte a venire alla Loya Jirga in cambio della promessa
di condividere il potere e l’intelligence britannica crede che abbia qualche
possibilità di riuscirci davvero, ma a Washington c’è più cautela e, comunque
andrà l’assemblea tribale, McChrystal si prepara a dar luce verde all’assalto a
Kandahar. Nella convinzione che la fine del conflitto non è ancora vicina.
E’ un’orizzonte di
guerra che preannuncia per la Nato un delicato summit a Lisbona: la riunione
autunnale immaginata per concordare il nuovo concetto strategico, imperniato
sulla necessità di affrontare le nuove minacce del XXI secolo, potrebbe doversi
confrontare con la perdurante sfida di una guerriglia medioevale capace di
resistere per quasi dieci anni all’armata più potente del Pianeta. Forse non è
un caso che in queste settimane i diplomatici al lavoro sull’agenda del vertice
sono tornati a discutere di Afghanistan, dopo aver tanto trattato di lotta alla
proliferazione.
MAURIZIO MOLINARI LS
18
Afghanistan. Le ragioni dell’Occidente
Atri due soldati
italiani sono morti in Afghanistan e due sono rimasti feriti. Il grave episodio
ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica un’operazione spesso
dimenticata. Si è anche chiesta una verifica se tanti sacrifici servano alla
pacificazione di quel martoriato Paese. Essa non riguarda solo l’Italia, ma
tutti i Paesi che hanno truppe in Afghanistan. In discussione non è tanto
l’entità delle forze, ma la strategia seguita, concordata anche dall’Italia
assieme ai suoi alleati, i risultati che finora ha conseguito e le prospettive
future.
Il presidente
Obama aveva deciso di modificare d’intesa con gli altri Stati della coalizione
obiettivi e strategia seguite in Afghanistan. Precedentemente vi era una certa
confusione. Si discuteva se si doveva puntare alla distruzione completa di
al-Qaeda oppure alla sconfitta dell’insurrezione talebana. La nuova strategia
della coalizione internazionale ha ridimensionato tali obiettivi. Si è
riconosciuto che essi erano troppo ambiziosi, tenuto conto anche della ridotta
consistenza degli effettivi che potevano essere schierati in Afghanistan, la
ridotta collaborazione del Pakistan e la volontà di molti europei di limitarsi
alla ricostruzione. Dall’anno scorso si è deciso di stabilizzare l’Afghanistan
con una soluzione politica, consistente nella riconciliazione delle varie
tribù, etnie e clan in cui è diviso il Paese, talebani compresi. Per farlo è
necessario tempo per costituire forze armate e di polizia afgane, in grado di
garantire la sicurezza della popolazione e la difesa dell’unità del Paese. Facile
da dirsi, ma difficile e soprattutto lungo da farsi. Nell’attesa di tale
premessa del ritiro delle forze della coalizione, era necessario contenere
l’insurrezione e conquistare la fiducia della maggioranza della popolazione.
Essa è ancora timorosa di vedere gli occidentali ritirarsi e di essere lasciata
alla mercé dei talebani.
Per ottenere tale
risultato, la strategia approvata dalla Nato ed attuata dal generale
McChrystal, comandante sia dell’Isaf che delle forze Usa, consiste nel
conquistare le roccaforti dei Talebani e di consegnarle alle forze afgane che
dovrebbero evitare che tornino in possesso degli insorti. Lo scopo è quello di
indurre i talebani a negoziare con il governo di Kabul. Offrendo loro generose
condizioni. La prima roccaforte conquistata è stata quella di Marja nella
provincia dell’Helmand. In corso è un’operazione simile in quella di Kandahar.
Lo sforzo va concentrato nelle campagne, non nelle città come il generale
Petraeus aveva fatto in Iraq, dove i Consigli del Risveglio Sunnita avevano
collaborato con gli americani nell’eliminazione delle forze di al-Qaeda e nella
stabilizzazione del Paese. Un altro aspetto centrale della nuova strategia è
quello di limitare al massimo le vittime civili nei combattimenti contro i
talebani, e di intensificare gli sforzi per il miglioramento delle condizioni
di vita degli afgani. Solo così essi percepiranno la coalizione internazionale
come un’alleata e non come una forza d’occupazione. Il ricorso al fuoco
d’appoggio degli aerei e degli elicotteri ed ultimamente anche quello delle
artiglierie e dei mortai è stato ridotto. Sono stati invece intensificati gli
attacchi dei velivoli senza pilota contro le residue forze di al-Qaeda in
Pakistan e, in appoggio all’esercito di Islamabad, contro i talebani pakistani.
Infine, il presidente Obama ha accolto cordialmente ed addirittura elogiato il
presidente Karzai, che aveva definito corrotto, inefficiente e del tutto
inaffidabile. Con il pragmatismo che lo contraddistingue, egli deve essersi
reso conto che non esiste alternativa. Può darsi anche che sia rimasto
sufficientemente soddisfatto delle capacità dimostrate dalle forze armate e di
polizia afgane, nelle ultime operazioni. Questo fa bene sperare nel successo
dell’operazione. È una ragione di più per restare. Un insuccesso occidentale
sarebbe disastroso non solo per il prestigio, ma per la stessa coesione
dell’Occidente. Ritirarsi significherebbe tradire gli afgani e fare il gioco
dei talebani più radicali. Vale quindi la pena di restare. Il sacrificio dei
nostri soldati non è inutile, non solo per l’Afghanistan, ma anche per l’Italia.
CARLO JEAN IM 18
Nucleare. Iran, Clinton annuncia accordo sulle sanzioni. No di Turchia e
Brasile: "Ora negoziare"
La bozza oggi al
Consiglio di sicurezza. Erdogan fa un appello alla comunità internazionale
affinché sostenga il patto per lo scambio dell'uranio iraniano in Turchia. E
Lula chiede: "Anche noi nel gruppo 5+1"
NEW YORK -
All'indomani della sigla dell'accordo tra Teheran, Brasilia e Ankara 1 per
l'invio di uranio in Turchia in cambio di combustibile nucleare per centrali
atomiche, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha annunciato
l'esistenza di un accordo con Cina e Russia su una bozza di risoluzione per le
sanzioni sull'Iran. E' l'ultimo colpo di scena nel dossier sul nucleare
iraniano.
"Abbiamo
lavorato strettamente con i partner del gruppo 5+1 e sono felice di dichiarare
che oggi abbiamo un accordo su un progetto forte con la cooperazione di Russia
e Cina", ha detto il segretario di Stato, indicando che la bozza sarà
distribuita oggi ai membri del Consiglio di Sicurezza. All'Onu l'ambasciatore
britannico alle Nazioni Unite, Mark Lyall Grant, aveva confermato stamattina
"progressi all'interno del gruppo dei cinque più uno", riferendosi ai
Paesi con potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu (Usa, Gb, Francia,
Russia e Cina) chiamati a valutare il dossier iraniano sul nucleare. Al 5+1
intendono adesso unirsi anche Brasile e Turchia, ha fatto sapere un consigliere
del presidente brasiliano, Ignacio Lula da Silva.
L'accordo
annunciato ieri dall'Iran aveva ricevuto immediate critiche dagli Usa e dall'Ue
che avevano fatto sapere che questo non avrebbe evitato l'applicazione di nuove
sanzioni a Teheran. Secondo Hillary Clinton, attraverso l'accordo sull'uranio
negoziato dall'Iran con Brasile e Turchia, l'Iran avrebbe solo cercato di
allontanare la pressione internazionale e l'attenzione sulle sanzioni. Il
portavoce della Casa Bianca Bill Burton ha parlato di Iran in volo con il
presidente Barack Obama in Ohio. "Continueremo a far pressioni in ogni
modo possibile.
Continueremo
finchè Teheran non rispetterà i suoi impegni internazionali", ha detto
Burton.
Oggi però il primo
ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha fatto un appello da Madrid alla
"comunità internazionale, affinché sostenga" l'accordo raggiunto tra
Iran, Turchia e Brasile. "Faccio appello alla comunità internazionale
affinché sostenga la dichiarazione finale in nome della pace mondiale. Abbiamo
dimostrato che con la diplomazia, l'Iran può sedersi attorno a un tavolo e
negoziare", ha detto Erdogan, invitando l'Occidente ad abbandonare la
strada delle sanzioni. Dopo quest'accordo, ha continuato Erdogan, "noi
dobbiamo smetterla di parlare di sanzioni". Secondo il premier turco,
l'accordo è "importantissimo" per sbloccare la questione nucleare iraniana,
perché permette a Teheran di recuperare "in meno di sei mesi" il
combustibile arricchito.
Il presidente
brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e il premier turco, che hanno collaborato
per l'intesa raggiunta con l'Iran in merito alla questione nucleare e che
adesso vogliono unirsi al 5+1, si sono riuniti a Madrid nell'ambito del vertice
Ue-Amlat. La proposta iraniana, cui hanno fatto da sponda Turchia e Brasile,
prevede lo scambio in turchia di 1.200 chili di uranio debolmente arricchito
(3,5 per cento) iraniano con 120 chili di uranio arricchito (20 per cento)
destinato al reattore di ricerca nucleare a Teheran. L'accordo è stato accolto
con un certo scetticismo dalla comunità internazionale.
Anche Parigi
giudica positivamente l'accordo sul nucleare raggiunto dall'Iran con Turchia e
Brasile. Il presidente francese ha fatto sapere con una nota che considera
l'intesa "un passo positivo" ma che aspetta di leggerne i dettagli
nella missiva che Teheran invierà all'Agenzia internazionale per l'energia
atomica. Il trasferimento di 1.200 chili di uranio alla Turchia, ha
sottolineato l'inquilino dell'Eliseo, "deve essere accompagnato, com'è
logico, da una sospensione del processo di arricchimento dell'uranio al
20%". La Francia, afferma Sarkozy, "valuterà con il Gruppo dei Sei -
i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu più la Germania
-. Siamo pronti a discutere senza preconcetti tutte le conseguenze sull'intero
dossier che riguarda l'Iran".
Dallo scorso
autunno l'Iran ha aumentato del 50% il suo stock di uranio scarsamente
arricchito, che secondo l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea),
è di oltre 2.400 chili. A febbraio, la Repubblica islamica ha anche lanciato la
produzione di uranio altamente arricchito (20%). Da Parigi il portavoce del ministero
degli Esteri francese, Bernard Valero ha fatto sapere che la proposta d'accordo
dell'Aiea per la consegna all'estero da parte dell'Iran di 1.200 chili di
uranio scarsamente arricchito, ripresa in parte in una dichiarazione firmata
ieri dall'Iran con Brasile e Turchia, potrebbe essere aggiornata. "Se
l'Iran rispondesse finalmente alla proposta fatta in ottobre dall'Aiea,
bisognerebbe forse vedere di quali quantità si parla - ha detto Valero -.
Attendiamo la risposta dell'Iran" e "il giorno in cui risponderanno,
forse bisognerà formulare delle domande".
Israele invece non
ha ancora reagito ufficialmente all'annuncio dell'accordo, ma già ieri le
posizioni espresse da fonti ufficiose a Gerusalemme erano di scetticismo e di
sospetto che la nuova mossa dell'Iran serva a ingannare la comunità
internazionale e continuare al tempo stesso il suo programma nucleare che
Israele, insieme a molti altri stati, teme che abbia fini militari. La stampa
israeliana odierna nei commenti ritiene comunque che l'accordo sia un successo
diplomatico per l'Iran, in quanto sembra concretamente allontanare la minaccia
di sanzioni, ma un male per Israele, convinto sostenitore di una linea di
grande fermezza nei confronti del regime al potere a Teheran. LR 18
Stretta dell'Ue contro gli speculatori. Dall'intesa regole per hedge fund e
fondi alternativi.
BRUXELLES - I
ministri delle finanze dell’Ue hanno trovato un accordo sulla direttiva europea
sugli hedge fund, nonostante l’iniziale opposizione della Gran Bretagna che
aveva fatto saltare l’accordo durante il Consiglio Ecofin di marzo. L’approccio
generale votato e approvato oggi dà mandato al Consiglio europeo di negoziare
con il Parlamento di Strasburgo, la cui commissione economica ha approvato a
sua volta ieri sera una proposta, un testo condiviso che dovrà però tenere
«conto delle restanti preoccupazioni espresse dalle delegazioni, in particolare
in riferimento alle norme relative ai paesi terzi».
Su questo e il
cosiddetto «passaporto» per i fondi situati al di fuori dell’Ue si basava
principalmente l’opposizione di Londra.
In salita invece
l’ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie: una proposta che la Ue -
come ha detto il presidente dei ministri dell’Eurozona Jean-Claude Juncker -
vuole mettere di nuovo sul tavolo del G20 il 26 e 27 giugno a Toronto. Ma
Parigi e Berlino si mostrano molto prudenti, sottolineando come una misura del
genere potrebbe funzionare solo se fatta su scala globale. Un’impresa ritenuta
non certo facile. «Una tassa del genere non avrebbe senso se fatta solo in
Europa», ha detto il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Scahuble. «Può
avere senso solo se fatta su scala globale, e ho seri dubbi che ci si possa
riuscire», ha aggiunto, sottolineando come la data decisiva sarà comunque proprio
quella del G20 canadese.
Al vertice di
Bruxelles i ministri parleranno dei nuovi programmi di austerità e
consolidamento di bilancio di Portogallo e Spagna, ovvero dei due paesi più nel
mirino dei mercati dopo la Grecia, e delle reazioni dei mercati al pacchetto da
750 miliardi, che dopo l’iniziale euforia di lunedì scorso, sono tornate
estremamente nervose e imprevedibili. In questo quadro, l’Ecofin dovrebbe
affrontare anche la questione dell’indebolimento dell’euro, che secondo il
presidente dell’eurogruppo Jean-Claude Juncker non è un problema in sé, mentre
è preoccupante il ritmo a cui avviene, segno di volatilità dei mercati. Una
volatilità che in certi casi sembra essere stata provocata da dichiarazioni
intempestive o inopportune, soprattutto tedesche. Lo stesso Juncker,
rispondendo a un cronista su questo, ha osservato ieri sera che certe persone
«farebbero meglio a riflettere prima di parlare» e che anzi «avrebbero
interesse a tacere». LS 18
Più moralità per vincere la crisi economica
Ancora troppo
consumismo e corruzione nelle nostre società. Non bastano le strategie
politiche se manca il senso dell’altruismo
Da tempo si parla
di crisi, di disoccupazione in crescita, di medie e piccole imprese in
difficoltà o in fallimento, di famiglie alla fame, di Paesi in bancarotta, come
la Grecia, o notevolmente a rischio, come Spagna e Portogallo. Una recessione
dovuta ad inefficienza governativa, consumismo, ingordigia speculativa delle
banche, corruzione ed eccessiva spesa pubblica. Certo, fa piacere notare che
l’Italia non è la sola Nazione a registrare un enorme debito statale,
incrementato anche dai privilegi economici riconosciuti ai personaggi delle
Istituzioni, Rai compresa, dalla notevole evasione fiscale e dalla tendenza
alla disonestà. Ma è consolazione che crolla appurando che, anche nella
Penisola, migliaia di persone sono state licenziate o messe in cassa
integrazione (previsto un milione di disoccupati in più nel 2010); che calano
le entrate fiscali mentre il debito pubblico cresce sensibilmente,
avvicinandosi al 120%; che la produzione industriale è scesa del 20% ed
altrettanto le esportazioni. Una situazione che alimenta le accuse
dell’opposizione che non perde occasione per accusare il Governo di non
affrontare in modo adeguato le crisi aziendali e di non mettere in atto
correttivi validi.
Se la Melandri (Pd) afferma: “manca una
strategia anticrisi da parte del Governo”, altri sostengono che si è destinato
solo lo 0,8% del Prodotto Interno Lordo (Pil) per fronteggiare la situazione, contro
il 3% di molti Paesi europei; e ciò “grazie a spostamenti di voci di bilancio e
ai tagli del Fondo Aree Sottoutilizzate; che “si stanziano i soldi per la
social card, ma si tagliano quelli per i disabili e gli anziani; oppure si
danno i soldi per il Ponte sullo Stretto tagliando gli interventi nel
Mezzogiorno”; o che “nel 2010 finirà il periodo di cassa integrazione per
centinaia di migliaia di lavoratori e che migliaia di piccole e medie imprese
rischiano di chiudere”. Da qui l’invito di Epifani (Cgil) all’Esecutivo perché
compia “un atto di responsabilità e saggezza”. Suggerimento che sembrerebbe
lecito e giusto, se non fosse accompagnato da alcune proposte dell’opposizione
tutt’altro che sensate: elevare le tasse dei redditi superiori ai 120.000 euro
l’anno, per creare le risorse per un fondo di solidarietà per le fasce più
deboli, come suggerisce Bersani, può comportare l’incremento dell’evasione
fiscale. Non sarebbe più saggio e responsabile consigliare di ridurre gli
stipendi ed i benefici dei quali godono le tante caste nazionali?
Tremonti e Berlusconi ribattono che l'Italia
ha affrontato la crisi meglio di altri Paesi, prevedendo un bonus per i
pensionati e per i figli a carico, in aggiunta alla già programmata carta
prepagata per gli acquisti (da 120 a 200 euro mensili alle famiglie con reddito
di 6.000 euro annui per componente familiare); che s’ipotizzano interventi
legislativi sui mutui “per arrivare ad una rata fissa”, ed un ulteriore
incremento degli aiuti sociali; e che si sono sostenuti i settori industriali
più colpiti. Il tutto, però, tenendo conto della necessità di ridurre “di
80-100 miliardi il debito pubblico”. In effetti gli economisti affermano che il
sistema finanziario italiano è solido, a dispetto del calo del Pil. La Commissione
europea riconosce che “il basso indebitamento del settore privato … finora ha
messo al riparo l’Italia dall’impatto della crisi finanziaria”; e, ritenendo
necessari gli interventi proposti, ha dato il via libera alle misure anticrisi
del Governo, a patto di riportare entro il 2011 il rapporto deficit/PIL sotto
il 3%, tra l’altro riducendo la spesa pensionistica, tra le più alte in Europa,
equiparando l’età della pensione, in particolare per le donne, a quella dei
Paesi dell’UE. Pure l’OCSE ha dichiarato che “l'Italia e' meglio preparata per
affrontare le sfide; che sono stati compiuti numerosi progressi…ma che deve e
può fare meglio”.
A stare alle cronache, non sembra infatti
che gli Italiani siano così mal mes-si: ad ogni festività, le strade s’intasano
di 30 milioni di vetture; alcuni acquisti, per esempio di costosi cellulari,
aumentano; non cala l’abuso di alcool e droghe; né l’impiego, spesso in nero,
degli immigrati solo perché i nostri giovani si rifiutano di svolgere
determinati lavori; tanto meno le infinite “consulenze d’oro” a spese dei
contribuenti. Uno sperpero di denaro che contrasta con la dottrina sociale
della Chiesa che invita “al dialogo, alla collaborazione, alla carità che ama”.
Che si domanda perché “tanti fratelli bisognosi attendono aiuto, tanti oppressi
attendono giustizia, tanti disoccupati attendono lavoro, tanti popoli attendono
rispetto”. Che invita a “salvare la persona”, compresi i forestieri, e “ad
edificare la società umana”, come suggerito da Cristo.
Società che “riguarda l'uomo”, la sua
dignità, il suo diritto “alla vita in un ambiente morale, favorevole allo
sviluppo della propria personalità; a maturare la propria intelligenza…a
partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso
il sostentamento proprio e dei propri cari…; ad acquisire “i beni necessari -
materiali, culturali, morali, spirituali - per condurre una vita veramente
umana”. Il rispetto di questi diritti compete allo Stato e a tutti i cittadini
ed esige di non essere “subordinati ai vantaggi di parte che se ne possono
ricavare”. Perché “una società, in cui il diritto al lavoro sia vanificato o
sistematicamente negato e in cui le misure di politica economica non consentano
ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può
conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale”. Seguire tale
dottrina, riducendo consumismi e depravazioni varie, aiuta a superare la crisi
economica che imperversa. Egidio Todeschini,
de.it.press
Il Cavaliere moralizzatore, l’ultima fiction del Regime
Chi lancerà nei
prossimi giorni a reti unificate un solenne e accorato anatema contro i ladri
della Casta? Avete sbagliato. Sarà Silvio Berlusconi. Non sganasciatevi, non è
una battuta, è la nuova tattica annunciata dal Caimano medesimo attraverso una
velina (nel senso originale del termine: verità ufficiosa di regime).
Il Capo ha infatti
minacciato che d’ora in poi non coprirà più i cortigiani che rubano: grazie a
lui “hanno avuto soldi e onori”, e se l’avidità li acceca li licenzierà in
tronco e con ignominia. Come fa un Padrone, del resto, col maggiordomo che ruba
le posate d’oro.
Con questa scelta
tattica, l’aspirante Duce ha in realtà aperto la campagna elettorale. Cavalcare
lo schifo che monta nel Paese contro la grassazione permanente ed esponenziale
delle cricche (che – alla lettera – si arricchiscono sul sangue: di lavoratori
non pagati, che per disperazione si suicidano), e anzi di questo schifo farsi
l’unico paladino.
Infatti, Lui si è fatto
straricco da sé (e la legge Mammì e altri decreti Craxi?), dunque non ha
bisogno di rubare, gli elettori lo sanno e per questo si fidano, addirittura
felici di farsi sudditi, purché Lui butti a mare qualche scherano preso con
troppe dita nella marmellata, e ormai impresentabile.
È una tecnica
vecchia come la prepotenza e la manipolazione dei dispotismi. I servi della
gleba in Russia per secoli hanno continuato a maledire i boiardi come causa
delle proprie disgrazie, e a venerare invece come loro difensore (e anzi
“piccolo padre”) il capo di quei boiardi, lo zar autocrate. Che ogni tanto ne
faceva fuori qualcuno, prendendo i classici due piccioni: accrescere il proprio
potere rispetto ai feudatari e la propria popolarità presso il popolino.
Non disdegnò la
stessa tecnica Mussolini, “si parva licet”, con i gerarchi. Erano loro i
colpevoli delle cose storte, lo tenevano all’oscuro e lo consigliavano male,
per stupidità o per tradimento. L’Uomo della Provvidenza, invece, lavorava per
il bene di tutti fino a notte fonda.
Insomma, la storia
ci dimostra che per far credere l’incredibile – nel caso di Berlusconi, che il
nemico giurato della Cricca dei papponi che sta spolpando l’Italia è lo stesso
Caimano della Cricca – basta poco: il monopolio della comunicazione. Di cui
l’aspirante Egocrate è lussuosamente e orwellianamente provvisto.
Per diventarne
dotato TOTALMENTE vuol fare approvare entro giugno la legge che toglie ai
magistrati la possibilità di scoprire i papponi di regime, e manda in galera i
giornalisti che racconteranno ancora qualcosa. Un tassello di fascismo vero e
proprio. Chi non lo impedirà sarà peggio che servo: complice.
Paolo Flores
d’Arcais, il Fatto Quotidiano, 15 maggio
Manovra, Tremonti: "Ridurremo la mano pubblica". Nessuno stravolgimento
per le pensioni"
All'Ecofin di
Bruxelles il ministro dell'Economia ha anticipato che "verrà tagliata la
spesa improduttiva": dovranno preoccuparsi "i falsi invalidi" e
i "veri evasori". E ha ribadito: "Non metteremo le mani nelle
tasche degli italiani"
ROMA - Sono
"i falsi invalidi" e "i veri evasori" a doversi preoccupare
delle misure da inserire nella manovra. Lo ha detto il ministro dell'Economia
Giulio Tremonti in conferenza stampa a termine dell'Ecofin. Il ministro non ha
illustrato in dettaglio la manovra, ma ha dato indicazioni a grandi linee,
spiegando che "E' ora di ridurre effettivamente il peso della mano
pubblica". Tremonti ha anche assicurato che l'Italia intende rispettare
gli impegni presi con l'Unione Europea: "L'Italia ha ricevuto nel dicembre
scorso indicazioni dalla UE per la correzione dei propri conti pubblici. Noi
intendiamo rispettare quegli impegni e quei numeri. Non c'è stato chiesto
nient'altro".
Dando ancora
qualche anticipazione sul contenuto della manovra, il ministro dell'Economia ha
assicurato che non inciderà sulle pensioni: "Se lei mi chiede se stiamo
stravolgendo il sistema pensionistico le dico di no, perchè funziona
bene", ha risposto a un giornalista, aggiungendo che "Abbiamo il
sistema previdenziale più stabile d'Europa". E ha ha anche ripetuto per
l'ennesima volta: "Non metteremo le mani nelle tasche dei cittadini,
non aumenteremo le tasse". Tremonti ha poi risposto anche a una domanda
sulla possibile riduzione dei termini dei parlamentari: "Ho sentito
parlare di tagli agli stipendi dei parlamentari dell'ordine del 5%. Mi viene da
sorridere. Per me è solo un aperitivo".
Sul fronte della
spesa pubblica, ha detto Tremonti, "C'è una vasta e ampia area di spesa
improduttiva. Per esempio, c'e la spesa per l'invalidità che dal 2001 ad oggi,
col Titolo quinto che ha dato alle Regioni poteri di spesa ma non di presa, è
salita da 6 miliardi di euro a 16 miliardi di euro, un punto di Pil. E poi ci
sono trasferimenti dal ministero degli Interni ad una platea di Comuni che
ammontano a 15 miliardi ogni anno. Ci sono dunque enormi margini di intervento
- ha proseguito il ministro - senza che si producano effetti distorsivi o
recessivi. E quando dico ridurre la spesa pubblica - ha concluso - dico che c'è
un uso non appropriato del denaro pubblico".
Arriva il nuovo
Redditometro. E intanto l'Agenzie delle Entrate sta per varare il nuovo
Redditometro. Tra i nuovi parametri considerati per la determinazione del
reddito presunto ci saranno l'acquisto di mini-car, le iscrizioni a club e
scuole esclusive, le spese per i viaggi all'estero, la stipula di polizze
assicurative e le spese di ristrutturazione.
Gli
"indicatori" saranno molti di più di quelli attuali, saranno basati
sulle spese certe, realmente effettuate, e verranno parametrati sulle varie
tipologie di famiglia, guardando anche alla distribuzione sul territorio
italiano. Se ci sarà una discrepanza di rilievo tra quanto speso e quanto
dichiarato scatta l'avviso del fisco e, ovviamente, il contribuente o si adegua
o dovrà dimostrare di avere altre fonti di reddito (come vincite alle lotterie
o eredità). Il fisco, comunque, si aspetta un effetto deterrenza, con un
adeguamento spontaneo. LR 18
La fine del socialismo della spesa
C’è sicuramente
molta esagerazione nella tesi secondo cui la crisi economica cambierà
radicalmente il volto dell’Europa e, in particolare, cancellerà quella sua
specificità (che l’ha sempre differenziata dagli Stati Uniti) rappresentata da
estesi e costosi sistemi pubblici di welfare. La storia non fa salti e non ne
farà nemmeno in questa occasione. Però, un ridimensionamento sensibile, unito a
una forte razionalizzazione delle spese, dei sistemi di welfare, sembra
inevitabile nel corso degli anni a venire (per le ragioni indicate da Piero
Ostellino sul Corriere di ieri) . Tale evenienza, sul piano politico, potrebbe
fare una vittima illustre, carica di storia: il socialismo, in tutte le sue
diverse sfumature e varianti. Era stata proprio l’influenza dei partiti
socialisti (insieme a quella delle forze politiche di ispirazione religiosa) a
determinare, nel Novecento, l’espansione dei sistemi di welfare dell’Europa
occidentale e a fare di tale espansione una peculiarità dell’Europa. Se il
processo si inverte, lo spazio per forze politiche socialiste (con connessioni
più o meno organiche con organizzazioni sindacali) diventa sempre più
ristretto.
Quali che siano le
caratteristiche aggiuntive che gli si vogliano attribuire, il socialismo
europeo è stato, prima di tutto, e soprattutto, uso della spesa pubblica per
fini di ridistribuzione, ampliamento costante di quelli che, nel linguaggio
socialista, venivano chiamati «diritti» (ossia, l’ accesso alle prestazioni
sociali dello Stato) in nome di un principio di uguaglianza. Ma se tutto questo
diventa economicamente insostenibile, se persino il carattere universale delle
prestazioni di welfare (che comunque, ancorché ridimensionate, sopravviveranno)
rischia di essere messo in discussione a causa della scarsità delle risorse e
della conseguente necessità di scegliere i soggetti a cui continuare a erogare
le prestazioni e i soggetti da escludere, il socialismo finisce per perdere
gran parte della sua ragione sociale. I conservatori sono sicuramente molto più
attrezzati, per cultura politica e insediamenti elettorali, a governare in una
fase storica che si annuncia assai lunga e che potremmo definire di welfare
austerity.
L’attuale crisi
dei socialismi meridionali, greco, spagnolo, portoghese, è un fatto solo
congiunturale (spiegabile con gli alti e bassi che sempre hanno le fortune dei
partiti in democrazia) o rispecchia una condizione strutturale: il fallimento
definitivo del «socialismo della spesa», la sua, ormai irreversibile,
insostenibilità finanziaria? E come spiegare il fatto che in Italia, nemmeno in
una situazione di dura crisi economica, le proposte di espansione della spesa
del maggior partito di opposizione, il Partito Democratico, hanno fin qui
incontrato il favore dell’elettorato?
Fondamentalmente,
le fortune future dei partiti socialisti sembrano dipendere da come gli
elettorati reagiranno, nei prossimi anni, alle severe misure di difesa dei
conti pubblici che i partiti conservatori attueranno.
Gli elettori si
troveranno sempre più a dover scegliere fra vantaggi di breve e vantaggi di
medio termine (fra l'uovo oggi e la gallina domani). La riduzione delle
prestazioni degli Stati produrrà, presumibilmente, forte disagio sociale e
forti proteste. I partiti socialisti, naturalmente, le cavalcheranno.
Ma potranno essere
premiati dagli elettori solo se questi ultimi penseranno esclusivamente in
termini di vantaggi a breve termine: se chiederanno, cioè, di bloccare la
riduzione delle prestazioni sociali anche a costo di trovarsi, subito dopo,
nella situazione catastrofica in cui si trovano oggi i greci. Se questo non
avverrà, la sorte elettorale dei partiti socialisti (o di ispirazione
socialista, come il Pd italiano) diventerà sempre più precaria.
Occorre una grande
fantasia e leadership capaci e ispirate per riscrivere di sana pianta la
propria «ragione sociale», i propri fini politici. Nonostante non abbia potuto
resistere all’usura di un lungo periodo di governo e all’impatto della crisi,
il New Labour britannico, di Blair e di Brown, proprio questo, almeno in parte,
aveva tentato di fare.
La fine del
«socialismo della spesa» sembra non lasciare alternative ai socialismi
meridionali: o rinnovare radicalmente scopi e culture politiche o rassegnarsi
al declino. Angelo Panebianco CdS 18
Quanto costa davvero la politica
E’ un po’ di
giorni che se ne parla: l’idea del ministro Calderoli di tagliare gli stipendi
di ministri e parlamentari piace molto. La gente semmai obietta che «tanto non
lo faranno», e che gli emolumenti dei politici sono talmente scandalosi che
bisognerebbe tagliare molto di più. Anch’io penso che l’idea di Calderoli sia
da sottoscrivere.
C’è un aspetto,
tuttavia, dei ragionamenti che circolano in questi giorni, che non mi convince
affatto. Molti tendono a credere, o a far credere, che una misura del genere
potrebbe avere effetti apprezzabili sui conti pubblici, contribuendo in misura
rilevante alla manovra da 25 miliardi di euro (in 2 anni) che il governo sta
mettendo a punto in queste settimane.
Ebbene bisogna
dire risolutamente che questo non è assolutamente vero. Innanzitutto perché la
proposta, anche se venisse estesa ai grandi dirigenti e funzionari pubblici
riguarderebbe poche migliaia di persone. In secondo luogo perché andare al di
là di questo è molto difficile, dal momento che proprio l'autonomia delle
Regioni e degli enti locali rende praticamente impossibile far calare dall’alto
(cioè dal centro) un provvedimento di contenimento di tutti gli emolumenti
legati alla funzione politica. E infine, punto decisivo, perché anche se si
riuscisse a colpire tutta la politica, e cioè amministratori locali, portaborse
(ipotesi del tutto irrealistica), i risparmi sarebbero irrisori rispetto
all'entità della manovra che ci attende.
Per capire come
mai, basta riflettere sul fatto che il costo globale del ceto politico, anche
inteso nella sua accezione più ampia (incluse le consulenze), non supera i 4
miliardi di euro all'anno, il che significa che un taglio del 5% frutterebbe
200 milioni di euro (sul punto si veda l'ottimo libro di Salvi e Villone, Il
costo della democrazia, Mondadori, 2005).
Una bella cifra,
direte voi. Sì, ma non sulla scala dei nostri problemi di aggiustamento dei
conti pubblici. Duecento milioni sono 0,2 miliardi di euro, ossia meno dell'1%
di quello che ci serve (25 miliardi di euro). Anche ammesso di cominciare
subito, senza dilazioni e senza deroghe, colpendo tutti, ma proprio tutti, fino
all'ultimo consigliere comunale, in 2 anni si potrebbero risparmiare circa 0,5
miliardi di euro, ossia il 2% di quel che ci serve per tenere i conti pubblici
in (relativo) ordine.
E il restante 98%?
- Il restante 98% per cento sarà richiesto soprattutto a noi cittadini comuni.
E infatti si parla di intervenire soprattutto su stipendi pubblici e pensioni,
un'eventualità che ha già messo in allarme i sindacati.
Se ne potrebbe
concludere che la proposta di Calderoli è pura demagogia, e che non merita di
esser presa sul serio. Ma sarebbe una conclusione sbagliata. La proposta
Calderoli, a mio parere, dovrebbe essere sostenuta e semmai rafforzata, ma non
per il suo impatto sui conti pubblici. Una riduzione degli emolumenti dei
politici nazionali, specie se estesa agli alti dirigenti, sarebbe importante
soprattutto per il suo significato simbolico, come un (minimo) segnale di
serietà che la classe politica lancia al Paese. Un punto, questo, che è stato
colto molto bene dal leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che ieri in
un'intervista a questo giornale ha dichiarato la propria disponibilità a
contribuire a «spegnere l'incendio della speculazione» e a «blindare i conti»,
purché il governo dia segnali chiari di voler intervenire sulle situazioni più
scandalose. Ci sono politici e manager pubblici che hanno stipendi privi di
qualsiasi ragionevolezza, non solo in relazione a quelli dei comuni cittadini
ma innanzitutto in relazione a quelli dei politici e funzionari di pari livello
degli altri Paesi. Dare una robusta sforbiciata a tali stipendi non permetterà
mai di raddrizzare i conti pubblici, ma è la condizione minima per rivolgersi
ai cittadini in un momento difficile come questo.
Quanto ai
cittadini, forse sarebbe meglio che si levassero definitivamente dalla testa
l'idea che i conti pubblici siano in disordine perché la politica costa troppo,
e che basti affamare i politici per rimettere in sesto le finanze pubbliche. I
veri costi della politica non sono quelli diretti, ossia l'ammontare degli
stipendi della casta, ma i suoi costi indiretti, ossia lo spreco di risorse
pubbliche che corruzione e malgoverno infliggono ogni anno al Paese. A fronte
di 4 miliardi di costi diretti, la politica ci costa ogni anno qualcosa come 80
miliardi per la sua incapacità di spendere oculatamente il denaro pubblico, per
non parlare di quel che ci costa la sua timidezza nel combattere l'evasione
fiscale. Su questo Bonanni ha perfettamente ragione: è di qui che si deve
partire. LUCA RICOLFI LS 17
Intercettazioni. Santanché difende privacy dei boss. Pd e Idv:
"Governo prenda le distanze"
"Scandalose"
le parole del sottosegretario. Per lei è un "abuso" intercettare un
mafioso che parla con un familiare. Di
Pietro annuncia un referendum per abrogare il ddl all'esame del Parlamento
ROMA - Ancora
polemiche intorno al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche.
Antonio Di Pietro ha annunciato in serata di voler promuovere un referendum per
abrogare la legge all'esame del Parlamento. E ieri Daniela Santanché ha difeso
il diritto alla privacy dei boss mafiosi. "Che senso ha intercettare un mafioso
mentre parla con la madre? E' un abuso" ha detto il sottosegretario per
l'Attuazione del programma di governo nel corso della trasmissione Mattino
Cinque. Parole "scandalose" per Pd e Idv, "sconcertanti"
secondo il vicepresidente della commissione antimafia, Fabio Granata. Al coro
di proteste si sono aggiunti anche i finiani di Farefuturo 1, che criticano
modi e contenuti della questione posta dal sottosegretario Santanché.
"Non c'è
peggior sordo di chi non vuol sentire. La divulgazione di intercettazioni che
riguardano la sfera intima e privata della persona, e non i reati per i quali
l'intercettazione è stata disposta, rappresenta un'inaccettabile violazione
della privacy e dei diritti delle persone" ha ribadito poi Daniela
Santaché rincarando la dose. "Non le parole ma i fatti dimostrano che
questo governo stia dando ampia prova di come si combatta la mafia senza sconti
ed esitazioni. Il resto sono polemiche inutili che non possono trovare
spazio".
Immediato il coro
di proteste. "Alfano dica se l'intento del disegno di legge del governo
sulle intercettazioni è quello di tutelare la privacy dei boss, come ha
dichiarato Santanché, oppure prenda immediatamente le distanze da quelle
gravissime affermazioni e dimostri concretamente, in parlamento, la volontà di
rafforzare gli strumenti per le indagini contro la mafia" ha commentato la
deputata democratica, Pina Picierno. "La dichiarazione sul diritto di
privacy per i mafiosi è semplicemente sconcertante, così come doverosa appare
una censura e una presa di distanza da parte del governo" ha affermato
Fabio Granata, vicepresidente della commissione antimafia.
"Il
sottosegretario Santanché farebbe bene a scusarsi, anziché mantenere il punto -
ha detto la capogruppo del Pd nella commissione Antimafia della Camera, Laura
Garavini. "La sua frase è stata quanto meno infelice e rischia di essere
un messaggio sbagliato per i criminali. Evidentemente, ha usato parole con
leggerezza ma deve dirlo pubblicamente: per ora è preoccupante la sua ostinata
autodifesa". LR 18
Atenei sull'orlo del collasso. Occupati i rettorati
Esami saltati,
studenti sdraiati contro la forbice del duo Gelmini-Tremonti. E ancora:
raccolta di firme a Salerno e lezioni a rischio a Milano come a Palermo, Roma e
Firenze. La protesta degli Atenei, annunciata nei giorni scorsi, è stata un
successo. Università in subbuglio ovunque, la manifestazione contro la
controriforma Gelmini è scattata all'unisono a mezzogiorno. Tutti i rettorati
sono stati "simbolicamente" occupati. E la mobilitazione contro
i tagli che mette gli Atenei in ginocchio non cessa: domani la protesta si
sposta sotto il Senato, dove è in discussione il contestatissimo disegno di
legge di riforma. Una mobilitazione contro le misure sul trattamento economico,
il reclutamento e la riorganizzazione della governance, voluti dalla ministra
"unica" dell'Istruzione. E alla "ribellione" hanno aderito
tutti: docenti, ricercatori, precari, lettori, personale tecnico-amministrativo
e gli studenti (Udu, Cipur-Confsal, Cisal, Flc-Cgil, Link-Coordinamento
Universitario, Snals-Docenti Università, Ugl-Università e Ricerca,
Uilpa-Ur, e tanti altri) .
Insomma, il
momento del "collasso" si avvicina e «già oggi molte università sono
in una condizione di deficit crescente che impone il taglio dei corsi,
dell'offerta formativa, della ricerca», continua il sindacato. Al problema
delle risorse si aggiunge la vertenza dei ricercatori a tempo indeterminato a
cui la riforma al vaglio del Senato sbarra la strada: resteranno fuori da ogni
possibilità di carriera poichè la loro figura viene eliminata: ci saranno solo
ricercatori a termine a cui vengono garantiti percorsi più definiti di
carriera. Entro sei anni, ci sarà «una concorrenza spietata - dicono i
ricercatori- tra vecchie leve (alcuni insegnano da decenni negli atenei) e
nuovi assunti per i pochi posti da docente».
Assemblea con il
segretario della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo a Tor Vergata , poi l'occupazione del
rettorato. Argomento: la scarsità di risorse sul piatto per gli atenei.
«La drammatica condizione in cui versano le università per effetto dei tagli al
finanziamento in parte già attuati, ed in parte da attuare nel 2011 e 2012 -
sottolinea la Flc Cgil- metteranno in ginocchio il sistema. Una proiezione
della conferenza dei rettori stima all'1 gennaio 2011 il momento di
insostenibilità finanziaria per gran parte degli atenei».
Alla Sapienza
l'assemblea del personale e degli studenti ha proclamato per il prossimo
ottobre «lo stato di agitazione e la mobilitazione generale dell'intera
comunità universitaria». Una mobilitazione che sarà messa in atto «attraverso
il rifiuto degli incarichi didattici da parte dei precari e dei ricercatori,
iniziative di lotta del personale tecnico amministrativo, con scioperi a
scacchiera nei servizi, e mobilitazioni generali degli studenti». La Sapienza
chiede «un finanziamento adeguato per il sistema universitario», dice
"no" al «blocco delle assunzioni che priva i precari di ogni
possibilità di stabilizzazione» e sollecita «un piano di assunzioni straordinario».
Qui però l'occupazione del rettorato non c'è stata, ma è slittata a
domani. Il motivo? Il rettore Luigi Frati ha "anticipato"
l'azione simbolica degli studenti prendendo la parola nel corso dell'assemblea
d'ateneo: "L'ltalia investe un terzo rispetto all'Europa in
ricerca, due terzi sull'università», ha detto il rettore. In questo quadro, il
ddl proposto dal ministro «contiene elementi illogici - ha continuato Frati -
come quando si dice che i ricercatori a tempo determinato, finiti i contratti,
devono poter essere assunti come docenti: con quali soldi? e che accadrà degli
altri 20.000 ricercatori che ci sono già nell'università?».
Occupazione
simbolica del rettorato dell'università di Firenze e assemblee di docenti,
ricercatori, precari, tecnici e amministrativi degli atenei di Firenze, Pisa e
Siena per protestare contro la riforma Gelmini. L'assemblea di Firenze ha
approvato un documento in cui si chiede «la convocazione degli Stati generali
dell'università prima dell'approvazione definitiva del ddl Gelmini».
L'assemblea di Pisa ha approvato una mozione nella quale chiede al rettore
Marco Pasquali di «procedere all'assunzione degli stabilizzandi e di revocare i
provvedimenti di prepensionamento coatto contro i ricercatori e di perseguire
per essi una soluzione concordata e volontaria come per associati e ordinari».
La mozione chiede inoltre «un chiaro pronunciamento da parte degli organi di
governo sui contenuti del disegno di legge sulla riforma dell'università in
discussione al Senato e l'avvio sin da subito delle procedure per i concorsi
per ricercatore».
A Firenze, sotto
gli striscioni di Cgil, Cisl, Uil e Rsu dell'università hanno preso la parola
in tanti per esprimere preoccupazione e rabbia per la "controriforma"
che - secondo i lavoratori - è tesa a privatizzare e ridurre «la formazione»,
alla «riduzione della ricerca di base negli atenei», alla «dequalificazione
della didattica» e all«assoggettamento della cultura al potere politico e alle
logiche del profitto». In un'aula del rettorato gremita di persone, Pierandrea
Lo Nostro ha letto il documento del Coordinamento dei ricercatori in cui «si
rileva con grande preoccupazione l'improvviso e radicale stravolgimento dello
stato giuridico dei ricercatori i quali vengono de facto equiparati ai docenti
dal punti di vista degli obbligi didattici senza alcun adeguamento
stipendiale».
Sit-in degli
universitari anche a Cagliari, poi l'incontro con il rettore Giovanni Melis.
«Condivido le preoccupazioni espresse da ricercatori e studenti - ha detto il
rettore -. Non credo sia possibile riformare l'Università proponendo come unico
strumento il taglio delle risorse. Serve l'intervento della classe politica -
ha aggiunto Melis - .Di recente, ho personalmente manifestato forti perplessità
anche durante l'audizione davanti alla Commissione Cultura della Camera e in
alcuni documenti inviati alla classe politica sarda». «La riforma Gelmini - ha
spiegato Enrico Puddu, uno degli studenti promotori del sit-in - rischia di
danneggiare la nostra università: questa manifestazione vuole dimostrare che
non abbiamo alcuna intenzione di abbassare la guardia». Maristella Iervasi L’U
18
La settimana corta del Parlamento: 16 ore alla Camera, 9 al Senato
Crolla la
produttività. Fini: "Sta diventando un problema serio"
di CARMELO LOPAPA
ROMA - Il fondo, a
Montecitorio, si è toccato la scorsa settimana. Due sole sedute con votazioni,
il martedì e il mercoledì, su un paio di ddl: un trattato internazionale e una
norma di aiuti all'Africa. Giovedì mattina gli onorevoli deputati erano quasi
tutti già a casa. Pigrizia dei parlamentari, forse, ma anche il governo ci
mette del suo nel rallentare i lavori. Il provvedimento all'esame questa
settimana alla Camera (Semplificazione dei rapporti tra burocrazia e cittadini)
sembra sia stato talmente mal confezionato, come spesso accade, che cinque
commissioni hanno mosso rilievi. Al Senato, per numero di provvedimenti
approvati, sedute tenute e ore lavorate dall'inizio dell'anno va pure peggio.
Ancora una volta,
è il presidente della Camera Gianfranco Fini a lanciare l'allarme. Lo fa nel
corso della conferenza dei capigruppo, quando per l'ennesima volta i big della
maggioranza gli chiedono di inserire in agenda un provvedimento con percorso
d'urgenza. La terza carica dello Stato sbotta. "La settimana cortissima è
un problema serio". Parla di situazione "intollerabile", prende
ad esempio quanto avvenuto la scorsa settimana, quando l'aula è rimasta quasi
ferma, sostiene che non si possono chiedere accelerazioni per ddl che poi si arenano
nelle commissioni, quando addirittura non sono privi di copertura finanziaria.
Con sorpresa del ministro (berlusconiano) ai Rapporti col Parlamento, Elio
Vito, Fini apre una cartellina e inizia a snocciolare i dati di questa debacle
solo in parte imputabile al Parlamento. In particolare, ricorda che dall'inizio
della legislatura ben 29 volte i disegni di legge sono stati rinviati dall'aula
alle commissioni: 19 provvedimenti del governo, 4 della maggioranza, 5 delle
opposizioni.
Sul banco degli
imputati finisce l'esecutivo che, complice le casse vuote, non invia alle
Camere se non ddl di minima portata. Ma ci finiscono anche i parlamentari. Si
parla di taglio al 5 per cento delle indennità, qualcuno si lamenta ("Solo
propaganda alla Beppe Grillo" protesta Francesco Nucara, repubblicano del
Pdl). Sta di fatto che, a prescindere dalle responsabilità, in Parlamento ormai
si lavora davvero poco. In 19 settimane, ovvero dall'inizio dell'anno, a
Montecitorio le ore d'aula sono state poco meno di 305, ovvero 16 per ogni
settimana lavorativa. Che poi va dal lunedì pomeriggio (pochissimi sugli
scranni) al giovedì. Le sedute sono state 60, ma è fallito il tentativo del
presidente Fini di prolungare i lavori al venerdì. L'attività è quasi del tutto
assorbita dai provvedimenti del governo. Su 40 approvati nel 2010, sono 23 i
ddl governativi, 10 decreti e solo sette disegni di legge di iniziativa
parlamentare.
Al Senato va anche
peggio. Settimana "cortissima" ancor più a Palazzo Madama, dove non
si è mai tenuta una seduta il lunedì o il venerdì. In un paio di occasioni il
presidente Renato Schifani ha provato a richiamare i colleghi in altrettante
conferenze dei capigruppo, ma tutto si è chiuso lì. E dire che per la Camera
alta i numeri raccontano come dal primo gennaio si sono tenute sì 70 sedute, ma
solo perché lì ne vengono calcolate due se quella mattutina si prolunga al
pomeriggio. Tant'è vero che le ore lavorate risultano essere 179, in queste
prime 19 settimane. Media invidiabile per qualsiasi lavoratore: 9 ore a
settimana. E i progetti di legge approvati nel 2010 sono stati infatti 19,
quindici di iniziativa governativa, ovvio, appena quattro parlamentare.
La pigrizia
parlamentare, va da sé, non è una scoperta di questa legislatura e di questa
maggioranza. Ma è anche vero che la situazione, dal 2008 ad oggi, è
progressivamente peggiorata. Il ministro Vito, che a fine conferenza dei
capigruppo ha preferito non commentare la sferzata di Fini, nel corso della
riunione si è limitato a suggerire che le richieste di rinvio dei ddl in
commissione vengano comunicate per tempo, in modo da consentire all'aula di
proseguire il lavoro su altri provvedimenti. L'opposizione protesta, ma i
numeri la costringono all'angolo. "Ormai discutiamo per due giorni di
provvedimenti che possono essere esaminati in mezza giornata, giusto per dare
un'apparenza di attività - racconta il vicecapogruppo Pd Gianclaudio Bressa -
Decine di nostri ddl mai approdati in aula e una totale incapacità del governo
di curare provvedimenti che non siano quelli che interessano personalmente il
premier". LR 18
Luigi Spagnolli, riconfermato sindaco per il centrosinistra a Bolzano
BOLZANO - Grazie
all'alleanza con la Sudtiroler Volkspartei il centrosinistra resta saldo al
governo del comune di Bolzano. Il sindaco uscente, Luigi Spagnolli, ha infatti
ottenuto il 52,45% dei consensi. Netto il vantaggio rispetto al candidato del
centrodestra Robert Oberrauch, che si ferma al 32,73%. «La Bolzano italiana -
ha commentato soddisfatto Spagnolli - non è più di destra e si tratta di un
cambio radicale ed epocale per la città». E ha aggiunto: «È stato premiato chi
ha governato bene la città ed è stato invece sanzionato chi ha speso milioni
per campagne elettorali risultate, alla fine, perdenti».
«A Bolzano il
centrodestra ha pagato per la frammentazione del Pdl, dove in questi giorni è
successo di tutto - ha commentato il governatore Svp dell'Alto Adige Luis
Durnwalder -. Di fronte a questa situazione mi sarei stupito se l'elettorato
avesse ancora sostenuto i partiti di questa destra». Sulla performance tutto
sommato bassa della destra di lingua tedesca nel capoluogo, con i
Freiheitlichen che non sembrano superare il 2%, Durnwalder ha detto che
«evidentemente gli elettori si rendono conto della differenza che c'è tra le
promesse e la realtà dei fatti». Per il governatore, a livello provinciale, «le
comunali sono andate molto bene, anzi benissimo». Sul fronte opposto Alberto
Sigismondi, co-coordinatore provinciale del PdL, ammette: «È un disastro. Roma
si dovrà rendere conto che il partito in Alto Adige così non può andare avanti.
È una sconfitta annunciata che impressiona».
Sigismondi fa
riferimento alle divisioni che il centrodestra ha fatto di tutto per non tenere
nascoste e culminate, giovedì sera a Bolzano, in una rissa tra esponenti delle
opposte «anime» del partito, per alcuni manifesti staccati. Litigi che hanno
avuto ripercussioni anche sull'affluenza, risultata in calo di cinque punti e
mezzo: ha votato il 74,8% degli elettori, contro il 79,4 % delle consultazioni
del 2005. Quanto ai dissidi interni, va ricordato ad esempio che a Merano i
rappresentanti del PdL al Consiglio comunale hanno presentato una propria
lista, ma sono stati sconfessati dalla dirigenza nazionale che, a sua volta, ha
messo in campo propri rappresentanti. Il risultato è stato che nel capoluogo
l'affluenza alle urne è scesa dal 75,2% del 2005 (59.379 votanti) al 65,7 %
(51.286) di queste consultazioni; un calo di circa 10 punti. Flessione anche a
Merano: dal 68,9 % del 2005 a 63,8 % di ieri; più di 5 punti; a Laives, dal
78.7 % del 2005 al 72,9 % di quest'anni; quasi 6 punti. Appena più contenuto il
calo registrato a Bressanone, dove gli elettori di lingua italiana sono in
numero nutrito, pur non essendo in maggioranza: dal 77,2 % del 2005 al 73 % di
quest'anno. CdS 17
Etichette più chiare per il Made in Italy
Il decreto
n.135/2009 convertito con modifiche nella legge n.166/2009 contiene importanti
novità che vanno a incidere sulle disposizioni relative al “made in Italy”.
In particolare, le
nuove norme mirano a rafforzare la tutela del consumatore evitando qualsiasi
fraintendimento sull'effettiva origine del prodotto.
La tutela del
marchio "Made in Italy" è strategica per le 480mila imprese
manifatturiere italiane- secondo la stima della Confartigianato - che producono
esclusivamente in Italia e che sono in prima linea nella lotta contro le false
certificazioni.
D'ora in poi, solo
il prodotto o la merce realizzati interamente in Italia possono essere
classificati come made in Italy.
Il marchio made in
Italy garantisce dunque che la filiera completa di produzione (disegno,
progettazione, lavorazione e confezionamento) venga fatta esclusivamente sul
territorio italiano.
La nuova normativa
sul made in Italy punta a valorizzare il lavoro delle aziende che realizzano la
loro produzione interamente in Italia e puntano a sottolineare la qualità, lo
stile, la fama, l’inventiva, l’immagine e il prestigio dei loro prodotti.
I settori che
potranno avvalersi dell‘indicazione dell’origine interamente italiana dei loro
prodotti (quale ad esempio “100% made in Italy”) sono potenzialmente infiniti:
dalle calzature agli accessori per la moda, dall’ arredamento (mobili, sedie,
parquet, poltrone, illuminazione), agli alimentari, dall’intimo agli abiti da
sposa, dai cosmetici ai giocattoli, dagli arredi alle rubinetterie, dalle
ceramiche d'arte ai gioielli, e molti altri ancora.
L'applicazione
concreta di questa norma rimanda ad uno o più decreti del Ministro dello
sviluppo economico, emanati di concerto con i Ministri delle politiche agricole
alimentari e forestali, per le politiche europee e per la semplificazione
normativa.
"Siamo il
secondo Paese industriale manifatturiero d’Europa, ma anche il primo in Europa
nella graduatoria dei prodotti Dop e Igp (con 182 prodotti certificati) e il
secondo al mondo per numero di brevetti registrati, si tratta di un dossier
strategico" ha affermato il ministro delle Politiche europee, Andrea
Ronchi intervenendo il 23 novembre scorso ad un convegno sul made in Italy.
"Questi dati
confermano - ha aggiunto il ministro - lo straordinario patrimonio produttivo,
di innovazione e competitività, che esprime la definizione “Made in Italy”.
Ricchezze ed eccellenze che devono essere difese con forza, nella piena
consapevolezza che dietro questa battaglia non c’è soltanto il semplice e
sacrosanto interesse economico, la difesa del nostro tessuto imprenditoriale e
la tutela del diritto alla trasparenza per il consumatore. Dietro questa
battaglia c’è anche la difesa della nostra identità più profonda: quella che si
esprime nell’amore per il bello e nella difesa di quella garanzia di qualità
che è il nucleo fondante della grande imprenditoria italiana". De.it.press
Il "sistema Anemone" costa al Paese 60 miliardi
Quanto vale Diego
Anemone? Non lui o le sue società, ma il sistema che ha messo in piedi, fatto
di relazioni in alto loco, appartamenti, assegni, favori ai potenti e appalti?
25 milioni, sembra, euro più euro meno. Parte di quali, parrebbe, all’estero.
Quanto valgono, invece, le dimenticanze di un ministro come Claudio Scajola, i
suoi non ricordo, i suoi «forse», per 180 metri quadri con vista Colosseo? Il
valore catastale è stato già ampiamente verificato e documentato, ma quello
sociale? Quello sulle spalle della comunità in termini di evasione, tasse
mancate, economia bloccata? Non sono domande fuori luogo o pretestuose. La
cricca di Anemone, con il suo sistema diffuso e ramificato, e i non ricordo di
Scajola un costo sociale ce l’hanno. Alto, altissimo. Specie in un momento di
crisi come questo. In un momento, cioè, in cui lo Stato chiede «sacrifici»,
come li ha definiti, il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, a
tutti. Cioè i soliti noti.
Che poi, spesso,
sono anche la parte del Paese che arranca per arrivare a pagarsi il cibo.
Costretta a rivedere anche i suoi consumi alimentari, quelli primari,
peggiorandoli, per arrivare a fine mese. Una parte del Paese, sempre più vasta,
che rassegnata contempla. E inerme guarda il governo muovere le leve per
arginare la crisi, così dicono, e tagliare. Dimenticando quanto la cricca, le
cricche d’Italia, costano. Quanto? La Corte dei Conti, nella sua ultima
relazione, una stima ha provato a farla: 60 miliardi di euro. Due volte quello
che Tremonti si appresta a chiedere agli italiani. 60 miliardi è il peso della
corruzione per la comunità. È quello che costano i corrotti e i potenti che si
fanno offrire soldi per il pagamento della casa. Ma non è il solo prezzo che
gli onesti, che in Italia spesso sono identificati come fessi, pagano. Il
nostro Paese è anche il regno dell’evasione fiscale. Uno sport nazionale, che
non scuote le conoscenze dei più, anche perché praticato e tollerato da molti.
Quanto vale
l’evasione in Italia? 120 miliardi dicono sindacati e forze dell’opposizione.
Forse qualcosa di più. Secondo la KRLS Network of Business Ethics, che lo ha
calcolato per conto della Contribuenti.it, «siamo nell’ordine dei 156 miliardi
di euro l’anno». In crescita, tra l’altro: del 6,7 per cento nei primi quattro
mesi dell’anno. Ma chi? Una larga fetta dell’evasione riguarda le società di
capitali. Escluse le grandi imprese, è emerso che l’81% circa delle società di
capitali italiane dichiara redditi negativi (53%) o meno di 10mila euro (28%).
In pratica su 800mila società di capitali l’81% non versa le imposte. Una
perdita per l’erario di 18 miliardi l’anno. Per le big company, invece, una su
tre ha chiuso il bilancio in perdita e non pagando le tasse. In totale 31
miliardi in meno. 10 miliardi poi è quello che riguarda i lavoratori autonomi e
le piccole imprese. Il resto è da ripartire tra economia criminale e lavoro
sommerso. Il conto finale, come detto, è 160 miliardi. Ovvero 10 punti
percentuali del prodotto interno lordo. Sei volte quanto la manovra di
Tremonti. Sommati ai 60 della corruzione fanno 220 miliardi. Il valore dei
furbi italiani. Incalcolabile. Roberto Rossi L’U 18
La situazione occupazionale dei lavoratori italiani impiegati nel settore dell’editoria
all’estero
Roma – Si è svolta
martedì in commissione lavoro la discussione dell’interrogazione a prima firma
di Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL, in merito alla
situazione occupazionale dei lavoratori italiani impiegati nel settore
dell’editoria all’estero, a seguito dei tagli alle provvidenze messi a punto
dal provvedimento mille proroghe.
“Il Governo ha
ribadito che i trattamenti di sostegno al reddito sul versante della problematica
occupazionale – spiega Di Biagio – sono garantiti sulla base della normativa
vigente soltanto ai lavoratori che hanno una posizione contributiva ed
assicurativa aperta presso gli istituti previdenziali italiani. Pertanto per i
lavoratori afferenti a realtà operanti oltre confine, risulta necessario
verificare la posizione degli stessi al fine del riconoscimento dei trattamenti
di sostegno salariale in caso di cessazione del lavoro a seguito di avvio delle
procedure di licenziamento presso tali realtà”.“Il referente dell’Esecutivo ha
ribadito la sensibilità del Governo alla situazione di difficoltà
rappresentata, che è orientato ad affrontare il problema nell’ambito degli
Stati Generali dell’editoria, programmati a breve, dai quali scaturiranno le linee
guida per una razionale riforma del settore e per la scelta di eventuali
interventi mirati a sostegno del settore in crisi”.
“Si prospetta
dunque un progetto di intervento mirato sulla situazione attuale dell’editoria
oltre confine – conclude – e l’interesse del Governo ad attivarsi nell’ambito
degli stati generali rappresenta la conferma che il settore non è sprofondato
nel dimenticatoio istituzionale”. De.it.press
Sinistra Ecologia e Libertà del Belgio chiede chiarimenti al Console sul
Comites di Bruxelles
Bruxelles -
"Signor Console, Lo scorso 5 marzo abbiamo saputo informalmente che il
Comites di Bruxelles ha eletto un nuovo Presidente. Lì per lì ci era sembrata
una buona notizia: un piccolo segno di vita da parte di un organismo che
credevamo morto...Da quel giorno stiamo chiedendo amichevolmente e
ufficialmente al nuovo Presidente un incontro pubblico con le associazioni
politiche e culturali. Lo abbiamo fatto per iscritto, per telefono e di
persona, ottenendo in cambio vaghe promesse". Inizia così la lettera
aperta che il coordinamento Sinistra Ecologia e Libertà del Belgio indirizza
oggi al Console italiano a Bruxelles, Dino Sorrentino.
"Volevamo
avere informazioni – si spiega nella lettera – ed esplorare possibili forme di
collaborazione. Domandare, ad esempio, cos’è la "Commissione Giovani"
del Comites, come sono stati scelti i suoi componenti, come potremmo dare anche
noi una mano. Vedere i bilanci preventivi e consuntivi. Sapere, insomma, cosa
ha fatto il Comites in questi quattro anni e cosa intende fare nei prossimi. È
nei nostri diritti. Ed è nei doveri di ogni organo di rappresentanza,
crediamo".
"Signor
Console, come Lei sa, il Comites di Bruxelles non ha uno strumento d’informazione,
un contatto email, un calendario delle riunioni. È chiuso in un ufficio di Rue
Montoyer, inutilizzato 360 giorni l’anno. Del cambio del Presidente, poi, non
ha dato notizia, ci è sembrato, neppure il Consolato. E stamattina – si legge
ancora nella lettera – ancora una volta in modo del tutto casuale ed informale,
abbiamo saputo che fra tre giorni ci sarà presso il Consolato una
"giornata porte aperte" in cui il Comites incontrerà le associazioni
"riconosciute". Signor Console, nonostante le ripetute richieste, noi
non siamo stati invitati e, a quanto ci risulta, lo stesso vale per altre
associazioni italiane, come noi molto attive a Bruxelles. Le chiediamo
gentilmente e ufficialmente un incontro urgente – concludono – per avere
chiarimenti e per ricevere le informazioni che non riusciamo ad avere per la
via più diretta". (aise)
Ecco la prima banca dedicata agli immigrati
Che fosse un
settore in crescita lo si era già capito
quando lo scorso anno il nostro Centro Studi ha collaborato ad una ricerca
effettuata dall’ABI (Associazione bancaria italiana) e i cui risultati furono
presentati in un convegno a Palazzo delle Aquile: il 60% degli immigrati ha un
conto in banca e si stima che nel 2015 ci saranno in Italia oltre 3 milioni di
c/c intestati a immigrati, vale a dire il 10% di quelli presenti nel BelPaese.
In questi
giorni, ad esempio, è stata
inaugurata la prima filiale di Extrabanca, il nuovo istituto di credito
dedicato esclusivamente agli extracomunitari e agli immigrati residenti in
Italia. I primi sportelli sono stati aperti a Milano e in Lombardia, cioè nella
zona di maggiore concentrazione degli stranieri in Italia.
La missione
dichiarata dal suo presidente Andrea Orlandini è chiara: “intercettare e
interpretare le aspettative del corpo immigrato, stabilire profittevoli,
stabili e durature relazioni con le diverse comunità etniche, offrire supporto
agli operatori economici multiculturali del territorio”.
“La nostra - ha affermato Orlandini - non è
una banca etica e non è la banca dei poveri. È una banca a tutti gli effetti.
L’unica differenza rispetto alle altre banche commerciali sono i prodotti che
offriamo”.
Multietnico lo
staff dell’istituto di credito: al momento vi lavorano 20 professionisti, oltre
la metà sono stranieri di 11 nazionalità diverse. Mentre il requisito del
permesso di soggiorno resta fondamentale per l’accesso ai servizi dell’istituto
e le procedure di valutazione del credito sono quelle comuni a tutto il sistema
bancario. Inoltre, per venire incontro al meglio alle esigenze dei clienti
tutte le filiali saranno aperte con orario continuato dalle 9 alle 19 dal
lunedì al sabato e, in alcune occorrenze, anche la domenica.
Tra gli azionisti
di Extrabanca figurano Generali con oltre il 12% e la Fondazione Cariplo, con
oltre il 4%. Ad essi si aggiungono circa 35 soci privati di estrazione
soprattutto industriale.
Positivo il
commento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, in un
messaggio inviato ai vertici di Extrabanca, definisce l’iniziativa come “uno
strumento utile a favorire il processo di integrazione di una immigrazione
rispettosa della legge e il rafforzamento di una più salda coesione
sociale”. miaeconomia.it
“Premio Campiello Europa”: vince un giovane toscano
Londra - Nella
maestosa Concert Hall del Royal College of Music di Londra, uno degli eventi
letterari più importanti ha avuto luogo grazie all’organizzazione dell’Istituto
Culturale Italiano e della Fondazione “ Il Campiello – Confindustria Veneto”.
Davanti ad un pubblico numeroso ed attento,
la quinta edizione del “ Premio Campiello Europa”, ha premiato il vincitore
con il prestigioso riconoscimento, Pietro Grossi, Toscano di
Firenze, con il libro Pugni tradotto in Gran Bretagna con il titolo “
Fists”, da Howard Curtis e pubblicato dalla casa
editrice Pushkin Press.
Dopo un bel discorso di presentazione del
Direttore dell’Istituto Culturale Italiano Carlo Presenti, in cui ha invitato
sul palco l’Ambasciatore Alain Giorgio Maria Economides ed il Presidente della
Confindustria del Veneto Andrea Tomat, per dividere i ringraziamenti alla
giuria e per spiegare le regole di questo concorso.
Fondato nel 2005 per incoraggiare la
diffusione di letteratura contemporanea tradotta in altre lingue, quest’anno,
dopo aver premiato scrittori italiani in Spagna, Francia e
Germania, e’ arrivato per la prima volta in Gran Bretagna, sottoponendo alla
giuria una serie di libri tradotti in inglese dal 2005 ad oggi. A detta dei
giurati presenti, la scelta e’ stata molto difficile, arrivando ad una serie di
finalisti che ha incluso Andrea Camilleri e la sua “ Vampa d’Agosto”, Paolo
Giordano con il suo acclamatissimo “ La Solitudine dei Numeri Primi”, solo per
citarne alcuni, arrivando poi al giudizio finale ed eleggendo il libro “
Pugni” di Pietro Grossi come vincitore. L’opera prima di questo giovane
scrittore si divide in tre racconti che sembrano non avere nulla in
comune, ma come ha spiegato l’autore in tutti e tre i racconti ad un
certo punto, quasi all’improvviso c’e’ una rivelazione per il protagonista, che
lo colpisce proprio come un pugno. Presenti alla premiazione sul palco la
signora Alessandra Pivato, Presidente del Comitato di Gestione del Premio
Campiello, il traduttore Howard Curtis, la signora Melissa Ulfane, fondatrice e
direttore della Pushkin Press che ha creduto nel libro di Pietro e lo ha fatto
tradurre per poi inserirlo nel suo catalogo, Dame Margaret Drabble a capo della
giuria di esperti che ha selezionato le varie opere e Martin McLaughlin, a capo
del Comitato Tecnico. Un riconoscimento e’ andato anche alla signora Melissa
Ulfane ed al traduttore Howard Curtis per aver reso possibile la diffusione di
questo libro.
Una piccola storia del Premio Campiello nei
suoi 48 anni di vita e’ stata narrata, e dove i grandi nomi della letteratura
italiana sono stati premiati, da Primo Levi, che vinse la prima edizione, e
passando poi per Alberto Bevilacqua, Mario Soldati, Pasquale Festa Campanile,
insomma il Gotha degli scrittori italiani.
La serata si e’ concluso con un concerto per
archi e fiati dei “ Solisti Veneti” che si sono alternati sul palco per
eseguire brani e concerti di Niccolo’ Paganini, Domenico Cimarosa,
Antonio Vivaldi, Giovanni Bottesini, Riccardo Drigo e Giuseppe Torelli.
Esecuzioni gradevolissime e virtuose che hanno
chiuso la serata in maniera eccellente.
Un grazie all’Istituto Culturale Italiano che
insieme alla Fondazione “ Campiello – Confindustria Veneto” hanno reso
possibile questa serata importantissima per la letteratura italiana all’estero.
Cristina Polizzi, Italo Europeo
A Isernia il Consiglio dei Molisani nel mondo e dei Giovani
Michele Iorio apre
i lavori: “Un Molise capace di progettare il suo futuro e che abbia come
protagonisti i molisani in patria e all’estero”. Michele Picciano: “Organizzare
nel 2011 in Molise la IV Conferenza dei corregionali nel mondo”
ISERNIA – Iniziati
ieri a Isernia i lavori del Consiglio dei Molisani nel mondo e dei Giovani. Un
appuntamento che “rappresenta un importante momento per dibattere, confrontarsi
e ideare iniziative funzionali a creare un Molise di un milione di abitanti
sempre più unito, coeso e capace di progettare il proprio futuro” ha detto il
presidente della Regione Michele Iorio, aprendo l’incontro presso l’Aula magna
dell'Università degli Studi del Molise. “Un futuro – ha sottolineato Iorio -
che deve vedere, come dico sempre, protagonisti sia i molisani che vivono in
regione, sia quelli che risiedono all’estero, ma che hanno mantenuto e
mantengono il senso di appartenenza alla propria regione e una forte identità
molisana”.
Il presidente del Molise ha evidenziato
che “siamo passati attraverso la fase dell’emigrazione, e quindi del dolore di
abbandonare la propria casa per costruire un futuro in un altro paese
straniero, per arrivare a quella del parziale rientro nel proprio paese dopo
l’esperienza estera, per giungere ore all'attuale momento costituito dalla
necessità di collaborare insieme per creare nuovi rapporti di interscambio
culturale, economico e sociale”.
“Ho avuto la fortuna in questi anni – ha
proseguito Iorio - di visitare tante comunità di molisani all'estero e ho avuto
altresì la possibilità di constatare che i nostri corregionali, in larga parte,
si sono segnalati, nelle società in cui vivono, per capacità professionali, per
attaccamento al lavoro e per un forte senso della famiglia e delle
Istituzioni”. Queste comunità “sono oggi rappresentate in questo Consiglio,
dove c’è la presenza di rappresentanti delle Associazioni che tradizionalmente
hanno lavorato per tenere viva l’identità del Molise e di molti giovani che,
provenienti da tante citta' del mondo, intendono rigenerare, con il loro
entusiasmo, la propria appartenenza al Molise e tutto cio' che essa significa
in termini di valori, di principi, di tradizioni e di cultura. Sono certo che
da questo incontro, ormai appuntamento annuale fisso, verranno fuori nuove idee
che, come Governo regionale, vorremo accettare per trasformarle in attività
concrete e produttrici di buone ricadute sul territorio”.All’apertura dei lavori
anche il vescovo di Isernia-Venafro Salvatore Visco. E a lui Michele Iorio si è
rivolto sottolineando il ruolo svolto dai sacerdoti nel mondo nel tenere unite
le comunità molisane.
Il presidente del Consiglio regionale Michele
Iorio ha sottolineato che “in questi anni abbiamo raggiunto insieme grandi
risultati” e ha invitato il presidente della Regione Iorio “ad assumere
l'impegno di organizzare per l'anno prossimo la IV Conferenza dei Molisani nel
mondo, qui in Molise, sulla scia della III Conferenza, momento di vero e grande
confronto, che raccolse consensi da parte di tutti”.
Per Michele Picciano “essere qui è per me
motivo di orgoglio. Vedervi qui in Molise così numerosi a rappresentare gli
890.000 molisani nel mondo, è segno tangibile del legame indissolubile che c’è
tra la Regione Molise e i suoi figli sparsi un po’ ovunque. I molisani nel
mondo sono nel mio cuore e a tutti mando un caloroso saluto e un abbraccio. Ho
di loro un prezioso ricordo di quando ho avuto per tre anni la delega proprio
ai molisani del mondo”.
“Durante il mio assessorato - ha aggiunto
Michele Picciano - ho pensato di dare una nuova veste alla rete dei molisani
nel mondo organizzati in associazioni sempre disponibili ad accoglierci e a
condividere con noi gioie e dolori. Ed il tempo mi ha dato ragione. Ideare
questa nova rete di rapporti tra noi residenti in Molise e i nostri
corregionali sparsi nel mondo è stato l'inizio di una serie di rapporti che nel
tempo sono maturati e cresciuti sotto ogni profilo. I nostri corregionali sono
per noi una grande famiglia che crede e lavora per i nostri stessi obiettivi”.
Picciano ha, infine, ringraziato “voi tutti
per il contributo che state dando e continuerete a dare alla Regione Molise
favorendo la crescita economica e sociale della nostra terra”. (Inform)
Alla Commissione Affari Esteri della Camera il rinvio delle elezioni dei
Comites
ROMA - Questa
settimana, la Commissione Affari Esteri della Camera proseguirà l’esame del
Decreto legge che rinvia le elezioni dei Comites al 2012. Un "tema
delicato", commenta l’onorevole Marco Zacchera (Pdl) che all’interno della
Commissione presiede il Comitato sugli italiani all’estero, "sia perché
coinvolge l'esistenza stessa di questi organismi sia perché si impone una
riflessione sui sistemi elettorali (per posta, nei seggi, un sistema misto?)
soprattutto dopo le note vicende legate ai brogli alle elezioni politiche sia
del 2006 che del 2008".
"L'impressione
– riflette il deputato – però è che, complice la crisi, non c'è dubbio, ci sia
un sostanziale logoramento dei fondi disponibili per la presenza italiana
all'estero. Credo (in merito ho presentato due proposte di legge: una sulla
riforma dei Comites ed una seconda, recente, sui sistemi elettorali) che
globalmente ci dovrebbe essere più coinvolgimento, attenzione, presenza stessa
degli eletti all'estero in sede di discussione politica. Soprattutto – conclude
– servirebbe una scelta super-partes per normare un sistema che dopo l'elezione
dei 18 parlamentari all'estero deve profondamente rinnovarsi". (aise)
Le Associazioni dei Veneti nel mondo incontrano l’Anci ed il nuovo
assessore ai flussi migratori
Belluno/Venezia -
A Rubàno (Padova), nella sede dell’ANCI Veneto, l’11 marzo ha avuto luogo
l’incontro tra lo stesso ANCI e le Associazioni regionali dei Veneti
all’estero. Scopo dell’incontro, promosso da Gino Pante delegato ANCI regionale
per l’emigrazione, rafforzare la conoscenza, la sensibilità e l’attenzione dei
Comuni del Veneto per l’emigrazione e per la funzione e il lavoro delle
Associazioni che se ne occupano.
All’inizio dell’incontro Pante ha riassunto
l’attività dell’Ente al riguardo, i risultati conseguiti, i problemi irrisolti,
in particolare quello, sempre attuale, dell’esenzione dell’ICI sulla prima casa
degli Italiani all’estero. Le Associazioni, tramite il loro coordinatore
Gioachino Bratti presidente della Bellunesi nel Mondo, hanno presentato
un documento che riporta alcune esigenze e richieste ai Comuni, in
particolare sulla necessità di un coordinamento con le Associazioni nelle
attività dei Comuni per i connazionali all’estero (oggi svolte in maniera
disorganica) e il sostegno, anche economico, degli enti locali alle medesime
Associazioni a riconoscimento del servizio che svolgono.
Sono state presentate anche le difficoltà che
molti nostri emigranti o discendenti incontrano presso i Comuni per il
riconoscimento della cittadinanza italiana, con la proposta che l’ANCI
predisponga alcune linee guida per un’ applicazione uniforme ed
aperta delle relative normative. Si è infine auspicato che l’ANCI
confermi come incaricato all’emigrazione l’attuale delegato. Alle conclusioni
dei lavori ha presenziato anche il direttore di ANCI Veneto Dario Menara.
(Inform)
Giovedì 13 maggio
il nuovo assessore regionale ai Flussi migratori Daniele Stival ha
ricevuto a Palazzo Balbi, sede della Giunta regionale del Veneto, le
tredici Associazioni regionali dei Veneti all’estero, tutte presenti in un
incontro svoltosi in un’atmosfera di cordialità, di reciproca apertura, e
inteso alla collaborazione.
L’assessore ha accennato ad alcune linee del
suo programma, volto ad un attento utilizzo delle risorse e, nei riguardi delle
Associazioni, di attenzione alle loro necessità e alle loro richieste, raccolte
e presentate in un documento da loro predisposto. Gli interventi di tutti i
presenti - come riferisce ABM News - hanno evidenziato anche il difficile
momento che vive il mondo associativo dell’emigrazione dovuto specialmente alle
recenti restrizioni sulla stampa all’estero e all’ abolizione delle
agevolazioni postali . Un unanime apprezzamento è stato
espresso al lavoro del precedente assessore Oscar De Bona. (Inform)
Easy Italia – die freundliche Servicenummer für Urlauber in Italien
„Easy Italia - die freundliche
Servicenummer für Urlauber in Italien“ ist ein neues Projekt der italienischen
Tourismusministerin Michela Vittoria Brambilla.
Ab sofort erhalten Urlauber in Italien
unter der Telefonnummer 039 039 039 (italienische Landesvorwahl) zum Ortstarif
Auskünfte und Hilfe bei Problemen rund um einen Aufenthalt im Stiefelland.
Jeden Tag, auch an Sonn- und Feiertagen, ist das Service-Center von 9.00 bis
22.00 Uhr erreichbar. Die Hotline-Mitarbeiter informieren über das aktuelle
kulturelle Angebot, Öffnungszeiten von beispielsweise Museen und liefern
darüber hinaus neben Reisetipps auch Hilfe bei medizinischer Versorgung oder
nicht erbrachter Dienstleistung. Urlauber können sich in sieben Sprachen
beraten lassen: chinesisch, deutsch, englisch, französisch, russisch, spanisch
und italienisch.
„Den Urlauber in den Mittelpunkt
stellen und seinen Aufenthalt bei uns so
angenehm wie möglich zu gestalten, ist eine vordringliche Aufgabe für ein Land
wie Italien, das für seine große Gastfreundschaft bekannt ist“, erklärt die
italienische Tourismusministerin Brambilla. „Mit Easy Italia wollen wir eine
zentrale Anlaufstelle für alle Urlauber in unserem Land schaffen. Die Mitarbeiter des Service-Centers
antworten auf die Fragen unserer Gäste und begleiten ihn bis zur Klärung des
jeweiligen Problems.“ Enit, de.it.press
Petra Reski prämiert für Mafia-Berichterstattung
Am 17. Mai erhielt Petra Reski den 1.
Preis des von EMMA vor 20 Jahren initiierten JournalistInnenpreises für ihre
mutige und investigative Berichterstattung über die Mafia, deren Krakenarme
längst bis Deutschland reichen.
Die Ehrung war die erste in Deutschland
der in Italien schon lange hochgeschätzten Autorin.
Der Preis wurde zum elfen Mal von einer
unabhängigen Jury unter Vorsitz von Alice Schwarzer vergeben. Und hier die
PreisträgerInnen:
1. Preis (3.000 €): Petra Reski, über
die Mafia, Die Zeit 2009/2010
2. Preis (2.000 €): Ulrike Posche,
"Die Bienenkönigin" (Kanzlerin Merkel), Der Stern 39/2009
2 x 3. Preis (je 500 €):
- Beate Lakotta, "Der Ludwig
lacht" (Spätabtreibungen), Der Spiegel 26/2009
- Gabriele Riedle, „Alles wieder auf
Anfang“ (Liberia), Geo Dezember 2009
3 x Männerpreis (je 333 €):
- Wolfgang Bauer, „Die Hurenkinder“
(Philippinen), Focus 53/2009
- Mathias Mesenhöller, „Die Macht der
Frauen“, Geo September 2009
- Tanjev Schultz, „Zeugnistage“
(Hentig), Süddeutsche Zeitung, 12.3.2010
Ausschreibung und Jury siehe http://www.emma.de/hefte/ausgaben-2010/winter-2010/journalistinnenpreis-2010-1/?0=
Margitta Hösel, de.it.press
Ausstellung in Stuttgart "Zwischen Kommen und Gehen..."
Die SWR-International-Ausstellung
"Zwischen Kommen und Gehen... und doch Bleiben - 'Gastarbeiter in Deutschland
1955 - 1973'" ist die erfolgreichste Ausstellung ihrer Art. Sie ist bis
30. Mai 2010 in Oberkirch im Heimat- und Grimmelshausen-Museum zu sehen.
Die Ausstellung dokumentiert die
persönlichen Lebenswege der "Gastarbeiter" der ersten Stunde. Die
Stationen der Ausstellung waren bisher: Mainzer Hauptbahnhof und Staatskanzlei,
Bundesamt für Migration in Nürnberg, Hauptbahnhof, SWR Funkhaus, Theaterhaus
und Rathaus in Stuttgart, die Bundesagentur für Arbeit in Mannheim und zuletzt
Ravensburg, Waiblingen, Ulm, Koblenz, Nürnberg, Lörrach und Biberach.
Mittlerweile ist sie die erfolgreichste Ausstellung ihrer Art in Deutschland.
Über das SWR Sendegebiet hinaus machte
die Wanderschau von sich reden. Nicht nur die regionale Presse berichtete
darüber, sondern auch die Frankfurter Allgemeine Zeitung.
Private Leihgaben - Gezeigt werden
persönliche Leihgaben der Menschen, die vor einem halben Jahrhundert nur mit
einem Koffer aus Italien, Griechenland oder Kroatien nach Deutschland kamen:
der Koffer, in dem ein paar Habseligkeiten steckten, ist ebenso zu sehen wie
das Brautkleid, die Arbeitserlaubnis oder die erste Lohntüte. Fotos, z.B. von
den damaligen Wohnunterkünften ("Baracken") oder der
Freizeitgestaltung gehören auch dazu. Erläuterungen über den historischen
Hintergrund und die Folgen der Anwerbung runden die Ausstellung ab.
"Gastarbeiter" - Möglich wurde diese Migration durch die
sogenannten Anwerbeverträge - denn Deutschland brauchte Arbeitskräfte: am 20.
Dezember 1955 unterzeichneten die Bundesrepublik Deutschland und die Republik
Italien das erste Abkommen "Zur Anwerbung und Vermittlung von
Arbeitskräften". Diesem folgten Verträge mit Spanien und Griechenland
(1960), der Türkei (1961), Portugal (1964), Tunesien und Marokko (1965) sowie Jugoslawien
(1968) - bis im November 1973 die Anwerbung für beendet erklärte wurde.
Deutschland wird Einwanderungsland - In dieser 18-jährigen Phase kamen Millionen
von Menschen nach Deutschland, um hier ihr Glück zu suchen. Ihre Bezeichnung
als "Gast-Arbeiter", schien dabei Programm zu sein: In ein bis zwei
Jahren wollten sie genug Geld gespart haben, um ihre Träume und Wünsche zu
erfüllen. Aus zwei, drei Jahren wurden nicht selten 20, 30 oder 40 Jahre. Es
begann ein Integrationsprozess, der sich über Generationen hinzog und bis heute
nicht abgeschlossen ist. Dieser Prozess begann in einfachen
Gemeinschaftsunterkünften, meist firmeneigenen Baracken.
In der Bundesrepublik der 1950/60er
Jahre dachten weder die Deutschen noch die Ausländer selbst daran, dass die
angeworbenen Arbeitskräfte dauerhaft bleiben würden. Aber es kam anders. Die
"Gastarbeiter" blieben, holten ihre Familien nach oder gründeten sie
hier. Das fremde Deutschland wurde ihre neue Heimat und - ohne es zu wollen -
ein Einwanderungsland.
Geschichte persönlich machen - Die Geschichte der "Gastarbeit"
ist bisher weder genügend dokumentiert noch ausreichend erforscht. Umso
wichtiger ist es, dass ehemalige "Gastarbeiter" und ihre Familien es
uns mit ihren Leihgaben, Erinnerungsstücken und persönlichen Gegenständen
ermöglicht haben, eine Geschichte sichtbar zu machen, die bisher im
historischen Gedächtnis der Öffentlichkeit nur wenig berücksichtigt wurde.
Somit beleuchtet die Ausstellung "Zwischen Kommen und Gehen - und doch
Bleiben" nicht nur die allgemeine Geschichte der Anwerbung von 1955 bis
1973, sondern auch Aspekte dieser persönlichen Lebenswege.
Federführung - Die Ausstellung "Zwischen Kommen und
Gehen - und doch Bleiben" ist unter Federführung von SWR International in
einer engen Zusammenarbeit mit dem Theaterhaus, dem Stadtarchiv Stuttgart,
sowie der Stabsstelle des Oberbürgermeisters, Abteilung Integrationspolitik,
entstanden.
Konzeption der Ausstellung: Arnd Kolb
M.A., Historiker.
Organisation: Arnd Kolb M.A., Prof. Dr.
Meier-Braun, Redaktionsleiter SWR International, Dr. Martin Kilgus, SWR
International.
Weitere Informationen über die
Ausstellung
http://www.swr.de/international/de/-/id=3786206/property=download/nid=233334/8rab34/index.pdf
SWR, de.it.press
Residenzpflicht. Asylbewerber kämpfen um mehr Bewegungsfreiheit
Asylbewerber in Deutschland dürfen sich
seit 1982 nur innerhalb des Landkreises frei bewegen, in dem sie bei der
Ausländerbehörde gemeldet sind. Eine viel beachtete Petition setzt sich für die
Abschaffung ein und findet die Unterstützung der FDP. Auch die Innenminister
könnte das Thema bald beschäftigen.
Der junge Mann aus Lindau am Bodensee
wollte seine schwangere Freundin im 90 Kilometer entfernten Singen besuchen.
Doch im Zug wurde der im Irak geborene Asylbewerber, der anonym bleiben möchte,
von zwei Polizisten kontrolliert. Eine gültige Fahrkarte hatte er, nicht aber
einen „Urlaubsschein“ der Ausländerbehörde Lindau. Die Folge: Ein Bußgeld von
150 Euro – das ist fast das Vierfache des Taschengelds, das Asylbewerber pro
Monat erhalten.
Wer in Deutschland Asyl sucht,
unterliegt der Residenzpflicht. Der Bewegungsradius begrenzt sich auf den
Landkreis, in dem der Flüchtling bei der Ausländerbehörde gemeldet ist. Reisen
über diese Grenzen hinaus sind nur nach Sondergenehmigung durch die Behörde
erlaubt. Wer sich daran nicht hält, muss Strafe zahlen oder kann sogar ins
Gefängnis kommen.
Für den Lindauer Baustatiker Uli Epple
war der Fall seines Freundes der Anstoß, aktiv zu werden. In einer ePetition,
also einer im Internet veröffentlichten Eingabe an den Bundestag, drängte er
darauf, die Residenzpflicht aufzuheben. „Der Besuch von Freunden, Verwandten
und des Nachbarortes sollte möglich sein, ohne einen "Urlaubsschein"
bei der Ausländerbehörde beantragen zu müssen, der von den Behörden oft
abgelehnt wird“, schrieb er in der Begründung.
E-Petition
Seit 2005 ist die Einreichung von
Online-Petitionen beim Deutschen Bundestag nach einem besonderen förmlichen
Verfahren möglich. Einzelne Bundesländer sind seitdem gefolgt. Bei der
öffentlichen Petition wird das Anliegen und die Begründung im Internet
eingestellt. Wer das Anliegen für berechtigt hält, kann die Petition durch eine
„Mitzeichnung“ unterstützen. Der Petitionstext steht zunächst für sechs Wochen
online und kann in diesem Zeitraum von beliebig vielen anderen Menschen durch
Angabe ihres Namens „unterschrieben“ werden. Je mehr Unterstützer eine Petition
erhält, desto größeres Gewicht soll ihr dadurch im folgenden Verfahren
verschafft werden können. Ab 50.000 Unterstützern in den ersten drei Wochen
nach Veröffentlichung werden „ein Petent oder mehrere Petenten in öffentlicher
Ausschusssitzung angehört.
„Gar keinen Sinn“ vermag auch der
Bundestagsabgeordnete Serkan Tören in der Regelung sehen. Tören, der für die
FDP im Parlament sitzt, hat sich der Petition aus Lindau angeschlossen. „Es ist
volkswirtschaftlich schädlich, die Behörden könnten sich sinnvoller
beschäftigen, die Staatsanwaltschaften werden unnötig belastet, kurz, der
bürokratische Aufwand rechtfertigt den Nutzen nicht“, fasst der Abgeordnete
seine Kritik zusammen.
Die FDP tritt ebenfalls dafür ein, dass
die Residenzpflicht aufgehoben wird, konnte sich damit bei den
Koalitionsverhandlungen aber nicht durchsetzen. Allerdings soll die Möglichkeit
geschaffen werden, für die Aufnahme eines Arbeitsplatzes eine Dauer-Erlaubnis
für das Verlassen des Bezirks zu bekommen.
Bislang wird eine Sondererlaubnis nur
erteilt, wenn nach Ermessen der Beamten „ein dringendes öffentliches Interesse
be-steht oder zwingende Gründe es erfordern“, heißt es im Innenministerium. Im
Übrigen hätten die Ausländerbehörden ein weites Ermessen.
Zu weit, findet Uli Epple. Er sieht die
Betroffenen der Willkür der einzelnen Behörden ausgeliefert: „Unser Krankenhaus
ist klein, in komplizierten Fällen muss man nach Ravensbrück, also in ein
anderes Bundesland. Wenn Kinder von Asylbewerbern dort behandelt werden, wird
den Eltern oft die Reise dorthin verweigert, sie dürfen ihre Kinder tagelang
nicht besuchen.“
Dabei müsste nach Angaben des Innenministeriums
eine Reise-Erlaubnis erteilt werden, „wenn die Versagung eine unbillige Härte
bedeuten würde.“
Serkan Tören, der sich als Anwalt
mehrfach mit ähnlichen Fällen beschäftigt hat, erinnert sich: „Viel zu viel
hängt von den einzelnen Beamten ab. Es passiert zum Beispiel, dass Menschen
sich kennenlernen und zusammen sein wollen. Dann wird die Erlaubnis manchmal
gegeben, manchmal nicht, manchmal wird sie auch zurückgezogen.“
Zudem erheben Ausländerbehörden in 11
Bundesländern einen Obolus von 10 Euro für die Erteilung der Genehmigung – für
die Betroffenen, denen monatlich maximal 40 Euro Bargeld zur Verfügung stehen,
kein kleiner Betrag.
Viele verzichten deshalb auf die
Sondererlaubnis. Notgedrungen, sagen sie. Doch wer beim Übertreten der von den
Behörden gesetzten Grenzen erwischt wird, bekommt eine Geld-, im
Wiederholungsfall sogar eine Freiheitsstrafe. Die Höhe der Bußgelder liegt im
Ermessen der Behörde.
Die Residenzpflicht wurde 1982 auf
Drängen der CDU eingeführt. Sie gilt in dieser Form nur in Deutschland. Kein
anderes europäisches Land pflege eine so strikte Beschränkung der
Bewegungsfreiheit, schreibt die Sozialwissenschaftlerin Beate Selders in einer
Studie zum Thema.
Das Innenministerium erklärt, durch die
Vorschrift solle, „eine gleichmäßige Verteilung der mit der Aufnahme von
Asylbewerbern verbundenen Belastungen auf die Länder und Kommunen erreicht
werden“. Ansonsten würden sich die Asylbewerber auf die Ballungszentren
konzentrieren, die entsprechend überlastet würden, sagte ein Sprecher des
Ministeriums. Die Flüchtlinge sollten zudem stets an einem bestimmten Ort
erreichbar sein, um die Erledigung der Asylanträge zu beschleunigen.
„Das ist richtig, den Wohnort sollte
weiterhin der Staat festlegen“, findet auch der Residenz-Kritiker Serkan Tören,
„anders wäre es für die Kommunen finanziell gar nicht tragbar und würde auch zu
einer Ghettoisierung führen“. Das könne aber nicht bedeuten, dass sich
Asylbewerber über Jahre hinweg nur innerhalb eines Landkreises frei bewegen
dürften. „Diese beiden Aspekte muss man von einander trennen“, fordert der
Abgeordnete.
Uli Epples Petition haben mehr als
10.000 Menschen online unterzeichnet. Das ist viel, aber nicht genug, um eine
öffentliche Anhörung vor dem Petitionsausschuss zu garantieren: Dafür hätten
innerhalb von drei Wochen nach der Veröffentlichung 50.000 Unterschriften
zusammenkommen müssen.
Epple gibt die Hoffnung trotzdem noch
nicht auf. Dass sich vom ersten Tag der Petition an Leute aus dem Bundesgebiet
der Forderung angeschlossen hätten, mache ihm Mut. Er will den
Petitionsausschuss jetzt dazu drängen, sich trotzdem des Themas anzunehmen:
„Ich hoffe, dass wir eine positive Empfehlung an den Bundestag
zusammenbekommen.“
Doch auch ohne eine öffentliche
Anhörung ist in das Thema Residenzpflicht einige Bewegung gekommen. In Bayern
wurde die Bewegungsfreiheit für Asylbewerber am 18. März auf die
Regierungsbezirke und angrenzende Landkreise benachbarter Regierungsbezirke
erweitert. Ein Kompromiss, denn die FDP hatte noch Anfang des Jahres gefordert,
dass sich die Landesregierung für die bundesweite Aufhebung der Regelung
einsetzt. Das aber lehnte der Landtag ab.
In Thüringen ist Asylbewerbern der
legale Aufenthalt in mehreren Landkreisen erlaubt. Und Brandenburgs
Innenminister Rainer Speer will sich bei der Innenministerkonferenz Ende Mai
dafür einsetzen, dass die Bundesländer mehr Spielraum bei der Auslegung der
Residenzpflicht erhalten.
Dann könnten die Länder Asylbewerbern
gestatten, sich auch im benachbarten Bundesland frei zu bewegen – diese
Freizügigkeit wollen etwa Berlin und Brandenburg einführen. Baden-Württembergs
Ministerpräsident Stefan Mappus ist einer der Landesväter, der dagegen stimmen
dürfte. Sein Innenminister Herbert Resch lehnte erst Mitte April eine Lockerung
der Residenzpflicht ab.
Die Lindauer Asylbewerber könnten sich
deshalb trotz der neuen Regelung in Bayern nicht wirklich über einen neuen
Bewegungsradius freuen, erklärt Epple: „Wir sind umzingelt von
Baden-Württemberg. Die Leute könnten lediglich ins Allgäu.“ Katharina Schäder DW
18
Zweite Islamkonferenz. Die anderen Muslime
Der neuen Islamkonferenz wurde nach dem
Boykott zweier Verbände schon vorausgesagt, sie werde eine „ohne Muslime“. Weit
gefehlt. Jenseits der bisherigen Katz-und-Maus-Spielchen könnte endlich eine
neue Bürgerbewegung entstehen.
Von Regina Mönch
Nach den Schlagzeilen der letzten Tage
zu urteilen steht die zweite Islamkonferenz, die am Montag zum ersten Mal
zusammenkam, unter keinem guten Stern. Eine „Islamkonferenz ohne Muslime“ wurde
schon prophezeit, weil zwei der größeren Verbände nicht am Tisch sitzen. Dieser
Alarmismus übersieht, dass sich mit dem Boykott des „Zentralrates der Muslime“
ein Dachverband verweigert, der – positiv geschätzt nach dessen eigenen Angaben
– etwa dreißigtausend Mitglieder hat und dreihundert Moscheegemeinden vertritt.
Er stünde damit allenfalls für zwei Prozent der deutschen Muslime. Unter seinem
Dach sind auch Vereine, die der Verfassungsschutz mit gutem Grund im Visier
hat: wegen intensiver Verbindungen zur Moslembruderschaft, wegen islamistischer
Programmatik oder nationalistischer Prägung.
Man könnte also auch sagen, dass zwei
der problematischsten Verbände nicht teilnehmen. Die etwas scheinheilige
öffentliche Besorgnis übersieht, dass Innenminister Thomas de Maizière auch
zehn Muslime ins Plenum der Konferenz geladen hat, die offiziell keinen Verband
vertreten, aber zum Teil durchaus Mitglied in einem sind. Die Frankfurter
Rechtsanwältin Gönül Halat-Mec beispielsweise gehört zu einer Fraueninitiative
säkularer Musliminnen – qualifizierte, selbstbewusste berufstätige Frauen, die
sich nicht reduzieren lassen wollen auf ihre Religion, die sie für eine
Privatsache halten, oder ihre ethnische Herkunft. Fromme Musliminnen wiederum haben
sich in Köln zu einem „Aktionsbündnis“ zusammengefunden, deren eher
feministisches Koranverständnis sich doch sehr vom orthodoxen der
ausgeschiedenen Verbände unterscheidet. Ein Mitglied dieser Initiative, die
künftige Religionswissenschaftlerin Tuba Isik-Ygit, sitzt ebenfalls im Plenum –
und mit dem Politikwissenschaftler und Autor brillanter Essays zur Krise des
Islam, Hamed Abdel-Samad, auch ein Dissident.
Im Geschrei der geltungssüchtigen
Verbände
Die Deutsche Islamkonferenz versteht
sich ohnehin nicht als Vertretung aller Muslime, sondern als Dialogforum des
Staates mit Muslimen. Der Versuch, möglichst vielen verschiedenen Stimmen
dieser großen, sehr heterogenen, aus vielen Glaubensrichtungen
zusammengesetzten Gruppe Gehör zu verschaffen, ist allemal spannender als die
ewig gleichen Katz-und-Maus-Spielchen von Aiman Mazyek (Zentralrat der Muslime)
oder Ali Kizilkaya (Islamrat/ Milli Görüs) zu verfolgen. Wesentlicher wäre
zudem eine Antwort auf die Frage, ob sich viele oder nur wenige Muslime angesprochen
fühlen von diesem ehrgeizigen Projekt. Natürlich gibt es auch dazu längst
Umfragen, die in ihren Aussagen etwa so zuverlässig sind wie die Angaben der
orthodoxen Verbände über Mitgliederzahlen. Immer wieder haben Kritiker darauf
hingewiesen, dass säkulare Muslime über keine Vertretung verfügen, die den
religionspolitischen Islamverbänden entspräche. Dass ihre Interessen – etwa den
Scharia-Islam zu überwinden – und ihr Religionsverständnis unterzugehen drohen
im Geschrei der geltungssüchtigen Verbände, dem sie skeptisch bis fassungslos
gegenüberstehen. Dieser Hinweis zeigt jetzt endlich Wirkung.
Spätestens seit der ersten
„Volkszählung“ durch das Bundesamt für Migration, nach der bis zu fünf
Millionen Muslime in Deutschland leben, haben sich viele auf den beschwerlichen
Weg gemacht, den orthodoxen Verbänden etwas Eigenes entgegenzusetzen. Man war
überrascht, dass Deutschland, mangels einer dem Kirchenregister vergleichbaren
Quelle, auf die Zählart islamischer Länder zurückgriff: Muslim ist man kraft
Geburt. Wer aber nicht von der türkeiabhängigen Ditib, dem Zentralrat der
Muslime und anderen ungefragt vereinnahmt werden will, muss selbst etwas tun:
Das ist die Einsicht.
Uns geht es um den säkularen Geist
In Köln, Frankfurt, Duisburg, Münster,
Aachen und anderen Städten haben sich darum Muslime entschlossen, sich zu
organisieren. Fast ausnahmlsos sind es säkulare Muslime. Dezidiert nicht
säkular will eigentlich nur die Lehrerin Lamya Kaddor sein, wobei nicht klar
ist, wie sie das meint. Kaddor will jedenfalls keine Kulturmuslime in ihrem
Verein. In Aachen hat sich Anfang Mai der „Verband Demokratisch-Europäischer
Muslime“ (VDEM) gegründet, mit Islamwissenschaftlern wie Bassam Tibi und Reza
Hajatpour. Sie versammeln emanzipierte Muslime, Intellektuelle, Wissenschaftler,
Unternehmer, Ingenieure, Lehrer – Individualisten, die sonst eher Probleme mit
einem Vereinsleben haben. Aber wie die anderen Neuen wollen sie wahrgenommen
werden als Teil der europäischen Gesellschaft und nicht als Minderheit.
„Uns geht es um den säkularen Geist, um
junge Muslime, die in Europa nach ihrer eigenen Identität suchen und sich nicht
mehr auf die Kultur und Tradition des Herkunftslandes der Eltern beziehen
wollen“, sagt Reza Hajatpour. Diese säkularen Muslime vertreten natürlich keine
Mehrheit, aber es werden immer mehr. Und dies könnte die erstaunlichste, weil
unerwartete Nebenwirkung der Deutschen Islamkonferenz werden: eine neue
Bürgerbewegung. Faz 17
Islamkonferenz. Neubeginn mit Hindernissen
Die zweite Islamkonferenz hat in Berlin
begonnen. Zwei große Verbände fehlen in der Runde – und wichtige Themen.
Berlin - Neuer Minister, neuer Anfang:
Aus der Deutschen Islamkonferenz, die Wolfgang Schäuble vor vier Jahren ins
Leben rief, ist die „DIK II“ seines Nachfolgers im Innenministerium, Thomas de
Maizière, geworden. Die 30 Teilnehmer in Berlin zur konstituierenden Sitzung.
Auch die neue Konferenz soll nach de
Maizières Wunsch Forum sein für den „institutionalisierten Dialog zwischen
Staat und Muslimen“. Beim Personal hat er darauf reagiert, dass die meisten
Probleme in diesem Dialog keine für die Bundesebene sind, sondern dass hier die
Länder, Städte und Gemeinden den Ton angeben. So wurde der Anteil von acht
Vertretern der Bundespolitik auf sechs reduziert, der der Länder von vier auf
sechs erhöht und statt kommunaler Verbände nehmen nun vier Oberbürgermeister
teil.
Für die muslimische Seite hat sich die
Einladungspolitik des Innenministeriums auf den ersten Blick kaum verändert: Es
bleibt dabei, dass die muslimischen Verbände ein Drittel und muslimische
Einzelpersönlichkeiten zwei Drittel der fünfzehn muslimischen Vertreter in der
Konferenz stellen. Und erstmals ist unter ihnen auch eine Kopftuchträgerin, die
28-jährige Doktorandin Tuba Isik-Yigit (siehe Interview unten). Dass trotz
leidenschaftlicher Diskussionen der Öffentlichkeit gerade über das Kopftuch
bisher keine einzige verschleierte Muslima mit am Tisch saß, hatte schon in der
ersten Phase zu Irritationen geführt. Der Schriftsteller Feridun Zaimoglu
räumte damals seinen Platz demonstrativ für eine, wie er sagte,
„Schamtuchträgerin“ – erfolglos.
Im Detail hat sich die Zusammensetzung
der muslimischen Vertretung am Tisch dramatisch verändert: zwei der vier großen
Verbände werden nicht dabei sein, der Islamrat und der Zentralrat der Muslime.
Den Islamrat hatte de Maizière selbst als Vollmitglied ausgeschlossen und dabei
auf die staatsanwaltlichen Ermittlungen gegen dessen tragendes Mitglied Milli
Görüs verwiesen. Sein Vorgänger Schäuble hatte in Kenntnis dieser Ermittlungen
dagegen für eine breite Vertretung der Muslime und deren Einbindung in den
Dialog entschieden. Der Zentralrat hat in der vergangenen Woche de Maizières
Einladung in die DIK ausgeschlagen. Er kritisierte, dass keine Rücksicht auf
die Selbstorganisation der Muslime genommen werde, das Thema Islamfeindschaft
nur eine untergeordnete Rolle spiele und eine Arbeitsgruppe fehle, in der
Muslime und Staat einen Fahrplan für die Anerkennung als Religionsgemeinschaft
hätten besprechen können – Voraussetzung etwa für eine muslimische Beteiligung
an Entscheidungen über islamischen Religionsunterricht.
Dieses – für eine Islamkonferenz
zentrale – Feld lag schon in der ersten DIK brach. Und de Maizière, der der
zweiten mehr Praxisnähe verordnet hat, scheut hier den Praxistest: Auf dem
Ökumenischen Kirchentag sagte er am Wochenende, bis zur Anerkennung des Islam
als Religionsgemeinschaft werde es „wohl noch ein bisschen dauern“. Das meinte
schon sein Vorgänger. Im Unionslager ist manchem selbst das Miteinanderreden
schon zu viel: Bayerns Innenminister Herrmann wetterte gegen de Maizières
Vorschlag eines Kirchentags mit Muslimen: Das gehe zu weit. Tsp 17
Islamkonferenz. „Raus auf die Straße und in die Moscheen“
Die zweite Deutsche Islamkonferenz hat
ihre Arbeit aufgenommen. Beschlossen wurden zunächst Projekte, die das
Gesprächsforum laut Bundesinnenminister „raus auf die Straße und in die
Moscheen“ bringen sollen. Die SPD unterstellt de Maizière, ein „Scheitern in
Kauf nehmen“ zu wollen.
Die zweite Deutsche Islamkonferenz hat
am Montag ihre Arbeit aufgenommen. Nach der konstituierenden Sitzung sagte
Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), die Zugehörigkeit der Muslime als
Bürger solle gestärkt werden. Die Konferenz wolle dazu beitragen, dass aus
Andersartigkeit kein Problem entstehe. An der vierstündigen Zusammenkunft
nahmen sechs islamische Verbände, muslimische Einzelpersonen sowie Vertreter
von Bund, Ländern und Kommunen teil. Die nächste Plenarsitzung soll Ende dieses
oder Anfang nächsten Jahres stattfinden.
Islamkonferenz soll „praktischer“
werden
De Maizière kündigte an, die
Islamkonferenz künftig „praktischer“ zu gestalten. Nach der ersten Phase des
Dialogs werde man die Gesprächsrunde künftig „raus auf die Straße, in die
Schulen, in die Moscheen und an die Küchentische“ bringen. Dazu sollten die
vier beschlossenen Projekte dienen: Es sollen ein Modellkonzept für die
landeskundliche Fortbildung von Imamen sowie ein bundesweites Modellprojekt für
islamischen Religionsunterricht entwickelt werden.
Daneben will die Islamkonferenz eine
Studie zur Geschlechterungleichheit in Auftrag geben und ein Glossar erstellen,
das unter anderem Begriffe wie Islam und Islamismus definiert. De Maizière
kündigte außerdem an, dass der Internetauftritt der DIK außer auf deutsch und
türkisch künftig auch auf arabisch und englisch präsentiert werden soll. Das
Innenministerium will auch einen Preis für gelungene Integrationsprojekte
ausloben.
Zwei muslimische Dachverbände nicht
vertreten
Zwei wichtige muslimische Dachverbände
nahmen an der Konferenz nicht teil. De Maizière hatte den Islamrat suspendiert,
weil gegen dessen größten Mitgliedsverband Milli Görüs ermittelt wird. Der
Zentralrat der Muslime in Deutschland hatte seine Teilnahme abgesagt, weil er
sowohl die personelle Zusammensetzung als auch die Themensetzung kritisiert
hatte.
Der Bundesinnenminister betonte, dass
die Islamkonferenz keine Vertretung der Muslime und auch kein Religionsseminar
sei, sondern eine Dialogplattform. Der nordrhein-westfälische
Integrationsminister Armin Laschet (CDU) sagte, die Defizite bei der
Integration hätten zunächst nichts mit der Religion zu tun. Das müsse getrennt
betrachtet werden.
Forderungen der Muslime
Von muslimischer Seite wurde am Montag
vor allem sprachliche Differenzierung gefordert. Auch die Einrichtung
islamisch-theologischer Lehrstühle könne die Sprachfähigkeit verbessern, sagte
Ali Dere von Ditib.
Die iranische Theologin Hamideh
Mohagheghi, die als unabhängige Muslimin an der Islamkonferenz teilnimmt, warnte
davor, soziale Probleme entweder religiös zu überfrachten oder zu behaupten,
sie hätten nichts mit der Religion zu tun. Es müsse ein Mittelweg gefunden
werden.
Wowereit: „Dilettantische Vorbereitung“
Vor Beginn der Konferenz, an der 30
staatliche und muslimische Vertreter teilnahmen, hatte der stellvertretende
SPD-Vorsitzende und Regierende Bürgermeister von Berlin, Klaus Wowereit, die
Vorbereitung des Treffens kritisiert: „Zu viele handwerkliche Fehler im Vorfeld
und eine dilettantische Vorbereitung erwecken den Eindruck, dass de Maizière
bereit ist, ein Scheitern in Kauf zu nehmen.“
Auch bei dem „unwürdigen wochenlangen
Gezeter“ um die Teilnahme des Zentralrats der Muslime habe sich der
Innenminister nicht als Brückenbauer gezeigt. „Er hat unnötig Vertrauen
verspielt“, sagte Wowereit.
Die Islamkonferenz war 2006 vom
damaligen Innenminister Wolfgang Schäuble (CDU) einberufen worden, um die
Integration der in Deutschland lebenden Muslime zu verbessern. In Deutschland
leben rund vier Millionen Muslime, etwa die Hälfte von ihnen hat einen
deutschen Pass. Faz.net 17
Islamkonferenz. Das Kreuz mit der Integration. Vorurteile und Skepsis
In Berlin lädt Innenminister de
Maizière zur Islamkonferenz. Das Forum soll endlich Ergebnisse erzielen. Das
Problem: Für einen Dialog bräuchte man Gesprächspartner. Diese fehlen aber. Von
Hanna Ziegler
Rund vier Millionen Muslime leben in
Deutschland. Seit Jahren schon. Und doch ist lange nichts passiert. Bequem war
das sauber getrennte Nebeneinander. Doch während der christliche
Bevölkerungsteil in seinen Kirchen Gottesdienste feiert, praktizieren die
Muslime ihren Glauben meist zurückgedrängt in abgelegenen und für die
Öffentlichkeit unsichbaren Gebetsräumen.
Sie fühlen sich ausgegrenzt und
ungerecht behandelt. Das sah 2006 auch der damalige Innenminister Wolfgang
Schäuble (CDU) ein und rief die Deutsche Islamkonferenz ins Leben. Politiker
und Muslime setzen sich an einen Tisch und entwickeln Strategien zur besseren
Integration. So simpel wie es klingt, scheint es jedoch nicht zu sein. Denn
bisher konnte man sich nur auf relativ allgemeine Ergebnisse, wie eine
gemeinsame Wertebasis, verständigen. Das ist nicht viel.
In der zweiten Phase der
Islamkonferenz, die der neue Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) jetzt
einläutet, soll es konkret werden. Hier geht es etwa um die Einführung von
islamischem Religionsunterricht an öffentlichen Schulen. Doch bevor es ins
Detail geht, sollte man sich vorher vielleicht noch einmal grundsätzliche
Gedanken über die Stellung des Islam in Deutschland machen.
So förderte in den letzten Tagen eine
alarmierende Studie des INFO-Instituts besorgniserregende Ergebnisse zu Tage.
Die Forscher fanden heraus, dass jeder fünfte Deutsche fremdenfeindlich ist. 44
Prozent der befragten Deutschen bezweifeln die Friedfertigkeit des Islam.
Nicht nur wegen der Vorbehalte
gegenüber den Muslimen ist der Erfolg der Islamkonferenz fraglich. Kurz vor dem
Treffen am Montag sorgte der Zentralrat der Muslime (ZMD) für Aufsehen.
Überraschend hat er seine Teilnahme an den Gesprächen in Berlin absagt. Der
ZMD-Vorsitzende Ayyub Axel Köhler moniert, dass nicht genug Moscheegemeinden
vertreten seien und die Konferenz kein "konkretes Ziel" verfolge.
Herber Rückschlag - Ein herber
Rückschlag. Immerhin vertritt der Zentralrat als Dachverband von 300
Moscheegemeinden mehr als eine halbe Million Muslime in Deutschland. Zuvor war
schon der Islamrat unter Protest des ZMD durch den Innenminister von der
Konferenz ausgeschlossen worden.
Gegen eines seiner Mitglieder, den
Moscheeverband Milli Görüs, wird unter anderem wegen Steuerhinterziehung
ermittelt. Zudem wird er vom Verfassungsschutz als islamistisch eingestuft.
Doch mit der Suspendierung des Islamrates, der ebenfalls etwa 300
Moscheegemeinden unter seinem Dach beheimatet, werden viele weitere Muslime bei
der heutigen Konferenz nicht vertreten sein. Dabei ist es ohnehin schwierig
genug, die lose organisierten Muslime mehrheitlich zu repräsentieren. Doch ein
Dialog, bei dem der Gesprächspartner fehlt, ist am Ende keiner.
Wenn Ayyub Axel Köhler die
Islamkonferenz als "unverbindlichen Debattier-Club" bezeichnet, wird
deutlich, wie gering das Vertrauen in die Wirkkraft des Forums ist. Der
Zentralrat will unter anderem, dass muslimische Organisationen in Deutschland als
Religionsgemeinschaften anerkannt werden. Erst dann hätten sie die gleiche
Rechte wie etwa die Zeugen Jehovas. Eine Perspektive, die den Dachverband
künftig zurück an den Verhandlungstisch holen könnte.
Der nordrhein-westfälische
Integrationsminister Armin Laschet (CDU) kann die Motive der Absage nicht
nachvollziehen und kritisiert den Zentralrat scharf. Er spricht in der
Süddeutschen Zeitung von "verbandspolitischen Spielchen", die den
Muslimen letztendlich selbst schaden würden, weil sie Fortschritte verzögern würden.
Dennoch sieht er die Glaubwürdigkeit der Konferenz nicht gefährdet. Der
Vorsitzende der Konferenz der Integrationsminister geht davon aus, dass auch
die fehlenden Verbände bei einem gefundenen Konsens mitziehen würden.
Vorurteile und Skepsis - Doch geht es
den Muslimen nicht nur um politische Vereinbarungen. Auch gesellschaftlich
stehen sie im Abseits. So ist Ayyub Axel Köhler der Meinung, dass das Thema
"Islamfeindlichkeit" vernachlässigt werde. Ein verständlicher
Einwand, wenn man die Ergebnisse der INFO-Studie betrachtet: "Es herrscht
bei vielen Deutschen eine diffuse Angst vor dem Islam vor", sagt Holger
Liljeberg vom Meinungsforschungsinstitut INFO.
Skepsis gegenüber Muslimen - Bei seiner
Studie zur Wertewelt von Deutschen und Migranten wurden rund 2100 Deutsche und
Menschen mit Migrationshintergrund aus 83 Staaten befragt. Die Bilanz: Nicht
nur Fremdenfeindlichkeit ist erschreckend weit verbreitet. Gerade gegenüber
Muslimen ist die Skepsis besonders hoch. So würden etwa 60 Prozent der Deutschen
keinen gläubigen Muslim in der eigenen Familie akzeptieren.
Demoskop Liljeberg vermutet mehrere
Gründe, die hinter der Ablehnung stecken könnten: "Zum einen gibt es da
das gängige Vorurteil, dass die Gastarbeiter den Deutschen die Arbeit
weggenommen hätten." Öl ins Feuer gegossen haben zudem der Terroranschlag
vom 11. September 2001 und jüngst die Anschläge auf deutsche Soldaten in
Afghanistan. "Terror wird meist generell mit dem Islam in Verbindung
gebracht", sagt Liljeberg im Gespräch mit sueddeutsche.de. Es werde zu
wenig differenziert, auch von Seiten der Politik, kritisiert der
Meinungsforscher. "Islam gleich Terror", lautet für viele Deutsche
die einfache Formel.
Parteien wie "Pro NRW" haben
es mit ihren populistischen Szenarien vom untergehenden Abendland immerhin in
den einen oder anderen Stadtrat geschafft. Minarette sind für sie die Vorboten
einer feindlichen Übernahme des Landes durch Muslime. Ihre geschürten Ängste
sind vielen offenbar doch gar nicht so fremd: Laut INFO sehen 18 Prozent der Deutschen
den Islam als Bedrohung für die deutsche Kultur an. Deutlich wird die Ablehnung
besonders beim Thema Minarett. 52 Prozent lehnen den Bau weiterer Moscheetürme
ab. Auch auf zusätzliche Moscheen würden 43 Prozent der Deutschen lieber
verzichten.
Vorurteile und Skepsis: nicht unbedingt
die besten Voraussetzungen für einen Dialog zur Integration. Bis die Muslime
gleichberechtigt in Deutschland leben können, werden vermutlich noch etliche
Jahre vergehen. Das weiß auch de Maizière. Dennoch steht er genau jetzt vor der
großen Aufgabe, die Islamkonferenz nicht zu einer Farce verkommen zu lassen.
Wenn der Dialog schon vor dem Beginn scheitert, könnte die zweite zugleich auch
die letzte Phase der Konferenz sein.
(sueddeutsche.de 17)
Wowereit: Innenminister nimmt Scheitern der Islamkonferenz in Kauf
Zur heutigen Islamkonferenz der
Bundesregierung erklärt der stellvertretende SPD-Parteivorsitzende und
Regierende Bürgermeister von Berlin, Klaus Wowereit:
Die heute stattfindende Islamkonferenz
ist kein Signal in die Zukunft. Zu viele handwerkliche Fehler im Vorfeld und
eine dilettantische Vorbereitung erwecken den Eindruck, dass Innenminister de
Maizière bereit ist, ein Scheitern in Kauf zu nehmen. Das Treffen scheint ihm
nicht wichtig genug zu sein, sonst hätte er es zur Chefsache erklärt und ein
größeres Augenmerk auf ein Zusammenführen der verschiedenen Positionen gelegt.
Die Ausladung des gesamten Islamrats, weil gegen einige Funktionäre
strafrechtliche Ermittlungen laufen,
war nicht zielführend. Auch beim unwürdigen wochenlangen Gezeter um die
Teilnahme des Zentralrats der Muslime hat sich der Innenminister nicht als
Brückenbauer gezeigt. Er hat unnötig Vertrauen verspielt.
Dabei kommt es jetzt darauf an, den
vielen Absichtserklärungen der letzten Jahre Taten folgen zu lassen. Die heute
beginnende zweite Phase der Islamkonferenz wird daran gemessen werden, ob sie
muslimischen Menschen in Deutschland tatsächlich eine umfassende Beteiligung an
Bildung, Kultur und Demokratie ermöglicht und Vorurteile abbaut.
Innenminister de Maizière aber schließt
aus und verfährt nach dem Prinzip: Ich entscheide, wer Gesprächspartner von
muslimischer Seite ist. Das ist ein klarer Rückschritt.
Es bleibt zu hoffen, dass wenigstens
die zentralen Themen angesprochen, ernsthaft diskutiert und ergebnisorientiert
aufbereitet werden. Und es bleibt zu hoffen, dass das Tischtuch zu einzelnen
islamischen Verbänden nicht nachhaltig zerschnitten ist – denn ohne ihr Wirken
gibt es wenig Chancen, den Dialog mit den Muslimen im gewünschten Sinne führen
zu können. Es besteht die Gefahr, dass de Maizière mit seiner Art, die
Islamkonferenz zu gestalten, das Anliegen einer umfassenden und damit auch
politischen Teilhabe von Muslimen in
Deutschland zum Scheitern bringt. Verantwortungsvolle Politik für das große
Ganze sieht anders aus. De.it.press 17
EU: Finanztransaktionssteuer. EU wird mutig im Kampf gegen Finanzindustrie
Die Idee, Finanztransaktionen zu
besteuern, findet in der EU breite Unterstützung: Außerdem will die EU
Hedgefonds an die Leine legen.
Eine Steuer auf jede Finanztransaktion?
Schon lange wird darüber nachgedacht - doch jetzt bekommt die Idee neuen
Schwung. Die Eurozone wolle sich auf internationalem Parkett dafür einsetzen,
den Finanzsektor stärker an der Krisenbewältigung zu beteiligen. Dazu gehöre
auch diese Steuer, sagt der Vorsitzende der Euro-Finanzminister, Luxemburgs
Jean-Claude Juncker, nach der Sitzung der Fachminister.
Kein Euro-Land in der Runde habe sich
diesem Kurs widersetzt. "Es wird so sein, dass diejenigen auch bezahlen
müssen, die nicht unschuldig sind an dem Schlamassel, in dem wir alle
stecken."
Er sei auch dafür, dies auf
europäischer Ebene zu machen, sagte Juncker. "Wir können uns nicht immer
nur hinter den (US-)Amerikanern verstecken." Auch in Deutschland wird eine
solche Steuer diskutiert. Die Euro-Finanzchefs lobten Spanien und Portugal für
ihren rigiden Sparkurs.
"Wir finden, dass die Maßnahmen
der spanischen und der portugiesischen Regierung mutig sind", bilanziert
Juncker. Endgültig solle darüber bei der nächsten Sitzung am 7. Juni in
Luxemburg entschieden werden.
Juncker unterstützt auch die Forderung
der Europäischen Kommission nach mehr Kontrolle über die nationalen Haushalte.
Der Vorschlag gehe in die richtige Richtung, sagte er. Es gehe dabei nicht
darum, die Budgetbefugnisse der national gewählten Politiker zu durchkreuzen.
Die Kommission solle auch keine "Schulleiterin" für den Haushalt der
Länder werden, jedoch müssten diese sich auf genauere Prüfungen einstellen.
Erste Hilfen ausgezahlt
Unterdessen bekommt das angeschlagene
Griechenland die ersten Hilfen überwiesen: insgesamt 20 Milliarden Euro - 14,5
Milliarden Euro von den Euro-Partnern, 5,5 Milliarden Euro vom Internationalen
Währungsfonds (IWF). Die Eurozone und IWF hatten für das krisengeschüttelte
Mittelmeerland ein Paket von bis zu 110 Milliarden Euro geschnürt.
Davon entfallen auf Deutschland bis zu
22,3 Milliarden Euro. Die obersten Kassenhüter der Eurozone verhandelten über
Einzelheiten des gigantischen Rettungsschirms von 750 Milliarden Euro, der
Staatspleiten verhindern soll. Es ging unter anderem um Details einer
Finanz-Gesellschaft, die im Namen aller Euro-Länder Geld leihen und an
finanzschwache Mitgliedstaaten weiterleiten kann.
Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble
wies Spekulationen zurück, wonach Deutschland und Frankreich dabei hart
aneinander geraten seien. Man sei beim "Innenausbau" des
Rettungsschirms ein gutes Stück weitergekommen. Am diesem Freitag soll weiter
beraten werden.
Angesichts der Talfahrt des Euro
versicherten die Euro-Kassenhüter, dass er weiter eine "glaubwürdige
Währung" sei. "Preisstabilität wurde über elf Jahre lang
gewährleistet", sagte der luxemburgische Premier- und Schatzminister
Juncker. Das werde auch in Zukunft so bleiben.
Gegen den Widerstand Großbritanniens
wollen die EU-Finanzminister auch strengere Regeln für Hedgefonds auf den Weg
bringen.
In Großbritannien haben vier Fünftel
der europäischen Hedgefonds ihren Sitz. Darum befürchtet das Land Nachteile für
den Finanzplatz London. Nach Auskunft von Bundesfinanzminister Wolfgang
Schäuble gibt es eine breite Mehrheit von Mitgliedstaaten, um einen Beschluss
abzusichern.
In der Nacht zum Dienstag nahm die
geplante EU-Regulierung der Fonds bereits eine wichtige Hürde im
Europaparlament. Der federführende Wirtschaftsausschuss stimmte in Straßburg
einem Entwurf zu, der aber von der Linie der Mitgliedstaaten abweicht.
So sprechen sich die Parlamentarier
dafür aus, Hedgefonds aus Drittstaaten wie den USA oder den Kaimaninseln den
Handel in Europa zu erlauben, sofern sie sich an die neuen EU-Regeln halten.
(sueddeutsche.de/AP/Reuters 18)
Der Iran hat sich gegenüber Brasilien
und der Türkei verpflichtet, 1200 Kilo leicht angereichertes Uran zur
Umwandlung in Brennstoff für einen iranischen Forschungsreaktor auszulagern.
Das Spaltmaterial soll in Russland auf 19,75 Prozent U 235 angereichert und in
Frankreich zu Reaktorbrennstäben verarbeitet werden. Die vom Iran gestellte
Bedingung für den Handel ist, dass der Tausch in der Türkei stattfindet.
Der türkische Premierminister Recep
Erdogan garantiert dem iranischen Präsidenten Mahmud Ahmadinedschad den
korrekten Ablauf der Operation. Der Dritte im Bunde ist Brasiliens Staatschef
Lula da Silva, der den Deal mit den Machthabern in Teheran ausgehandelt hat.
Die Vereinbarung soll eine Verschärfung
der Wirtschaftssanktionen gegen den Iran erübrigen, über die derzeit im
Sicherheitsrat der Vereinten Nationen verhandelt wird. Sogar China soll bereit
sein, eine härtere Haltung gegenüber Teheran einzunehmen. Denn Teheran wird
verdächtigt, unter dem Deckmantel einer friedlichen Nutzung der Kernenergie
Atomwaffen zu entwickeln. Zwei Serien von UN-Sanktionen haben die Iraner nicht
davon abhalten können, die Anreicherung von Uran und den Bau eines
Schwerwasserreaktors fortzusetzen.
Schärfere Sanktionen geplant - Ein
Kompromiss in Form einer vorübergehenden Auslagerung leicht angereicherten
iranischen Urans zur Weiterverarbeitung in Russland und Frankreich war bereits
am 1. Oktober 2009 in Genf erzielt worden. Die iranische Regierung desavouierte
aber ihre eigenen Diplomaten und widerrief das Abkommen. Sie intensivierte die
Uran-Anreicherung und verkündete den Bau von zehn neuen Nuklearanlagen.
Die fünf ständigen Mitglieder des UN-Sicherheitsrats
und Deutschland ("5+1") haben unterdessen eine Resolution entworfen,
die insbesondere Sanktionen gegen das Wirtschaftsagglomerat der
"Revolutionswächter" (Pasdaran) vorsieht.
Über das Papier soll Anfang Juni
abgestimmt werden. Brasilien und die Türkei, die derzeit im Sicherheitsrat
sind, halten es aber für unklug, den Iran "in die Enge zu treiben".
Genug für die Bombe - In diplomatischen Kreisen wurde die
Dreier-Vereinbarung mit Vorsicht aufgenommen. Experten halten die Grundlagen
für überholt. 1200 Kilo leicht angereichertes Uran machten im Oktober 2009 75
Prozent der iranischen Bestände aus.
Das restliche Viertel hätte nicht
gereicht, genügend hoch angereichertes Uran für den Bau einer Atombombe
herzustellen. Nach Angaben der Internationalen Atomenergie-Organisation (IAEO)
sind aber mittlerweile die iranischen Bestände an leicht angereichertem Uran
auf etwa 2300 Kilo angewachsen. Die Auslagerung von 1200 Kilo würde also die
Atomwaffenfähigkeit Teherans nicht mehr beeinträchtigen.
Ein Sprecher des iranischen
Außenministeriums macht am Montag auch klar, dass sein Land die Anreicherung
von Uran auf 20 Prozent wie im Februar beschlossen fortsetzen werde.
Westliche Regierungen äußerten sich
skeptisch. Der neue Vertrag könne ein Abkommen mit der IAEO nicht ersetzen,
hieß es in Berlin. Der "springende Punkt" sei, ob Teheran die eigene
Uran-Anreicherung aufgebe. Die EU-Außenbeauftragte Catherine Ashton sagte, das
Abkommen gehe nicht auf "alle Sorgen" des Westens ein.
Die internationale Gemeinschaft dürfe
sich "keinen Illusionen hingeben", hieß es in Paris. Die Vereinbarung
betreffe nur den Forschungsreaktor in Teheran und "löst keineswegs das
Problem des iranischen Atomprogramms". PIERRE SIMONITSCH
(FR mit afp 18)
Nato-Reform. Vorerst kein Abzug amerikanischer Atomwaffen aus Europa
Die Nato-Reformkommission hat einen
Bericht zur Erneuerung des Militärbündnisses vorgelegt. Neben Atomwaffen soll
ein europäischer Raketenschild das Rückgrat der Allianz bilden.
Den veränderten sicherheitspolitischen
Herausforderungen soll die Nato weiterhin mit Atomwaffen und zusätzlich mit
einer eigenen Raketenabwehr begegnen. Das sieht das neue strategische Konzept
des Bündnisses vor, das eine Reformkommission um die frühere amerikanische Außenministerin
Madeleine Albright dem Nato-Rat in Brüssel präsentierte. Die Staats- und
Regierungschefs der 28 Mitgliedsländer sollen die neue Strategie im November
bei einem Gipfeltreffen in Lissabon beschließen.
„Solange Atomwaffen existieren, sollte
die Nato sichere und verlässliche Nuklearkräfte behalten“, heißt es in der
55seitigen Empfehlung. Grundlage sei „eine breit angelegte Verantwortung für
Stationierung und operationelle Unterstützung“, heißt es in dem Papier. „Jede
Veränderung der geografischen Veränderung der nuklearen Stationierungen der
Nato in Europa sollte ebenso wie andere wesentliche Entscheidungen nur vom
gesamten Bündnis beschlossen werden.“ Damit ist der von Deutschland bevorzugte
Abzug amerikanischer Atomwaffen aus Europa in die Ferne gerückt.
Zudem wirbt die Kommission um Frau
Albright für den Aufbau einer eigenen Raketenabwehr. Die amerikanischen Pläne
für einem solchen Abwehrschirm, der in Europa kontrovers diskutiert wurde,
stehen damit erstmals „voll in einem Nato-Kontext“, wie es in dem Entwurf
heißt. Außerdem sollen ihre Umsetzung in enger Zusammenarbeit mit Russland
erfolgen. Die Einbindung Moskaus ist nach Meinung der Reformer „höchst
wünschenswert“. Sie empfahlen darüber hinaus eine deutlich intensivere
Zusammenarbeit zwischen der Nato und Russland beispielsweise in
Abrüstungsfragen sowie bei der Piraten- und Drogenbekämpfung.
Truppen sollen flexibler einsetzbar
sein
Mit der neuen Strategie will die
Verteidigungsallianz auch gezielter auf Krisenländer wie Iran oder Nordkorea reagieren.
„Die zentrale Verpflichtung der Nato bleibt unverändert“, bekräftigt der
Bericht im Hinblick auf die Beistandsgarantie für den Fall, dass ein
Bündnispartner angegriffen wird. Die Nato brauche flexibel und auf größere
Entfernung einsetzbare Truppen. Zu diesem Zweck seien auch Notfallplanungen,
Übungen, einsatzfähige Truppen und Versorgungsplanungen nötig. Mit dieser
Forderung unterstützen die Reformer vor allem ein Verlangen baltischer und
osteuropäischer Staaten, die konkrete Zeichen der Verteidigungsbereitschaft
fordern.
In dem Papier heißt es weiter, die Nato
sei „keineswegs die einzige Antwort auf alle Probleme der internationalen
Sicherheit“. Das Bündnis sei vielmehr „eine regionale und keine globale
Organisation“. Dennoch müsse sie sich um mehr internationale Partnerschaften
bemühen. Die Nato könne bei einem „vernetzten“ Ansatz von militärischen und
zivilen Anstrengungen als „wesentlicher Organisator von gemeinsamen
Anstrengungen“ fungieren. Faz.net 17
Ausschreitungen in Thailand. Warten auf die entscheidende Schlacht
Gespenstische Ruhe in Bangkoks
Geschäftsviertel: Nach dem Verstreichen des Ultimatums will die Armee die
Proteste gewaltsam auflösen. Die Rothemden verbarrikadieren sich. VON NICOLA
GLASS
Bei den Barrikaden in der Henri-Dunant-Straße
ist ein schmaler Spalt offen: Die Wachen der Rothemden winken die Leute durch,
signalisieren aber jedem: Sei auf der Hut, hier kann jeden Moment etwas
passieren. Hinter dem Wall aus Bambusstöcken, Autoreifen und Steinkübeln ist
Rothemdengebiet. Am Montag sind es immer noch mehrere tausend Demonstranten,
die der Hitze, dem Gestank und ihrer eigenen Angst trotzen: der vor einer
Niederschlagung durch die Armee.
Zelte, Planen und Matten, mobile
Toiletten und kleine Garküchen ziehen sich entlang einer Straße, die eigentlich
als eine der schicksten Einkaufs- und Hotelmeilen in Bangkok gilt.
Eingequetscht zwischen zwei Luxuskaufhäusern, steht der Tempel Wat Pathum
Wanaram. Hier haben etliche Ältere, Frauen und kleine Kinder Zuflucht gesucht,
nachdem die Regierung am Sonntag klargemacht hatte: Bis Montagnachmittag, 15
Uhr Ortszeit müssen die Rothemden das von ihnen belagerte Viertel verlassen
haben. Ansonsten wird die Armee die Proteste gewaltsam auflösen. Auch der
Wat-Pathum-Wanaram-Tempel liegt an der "roten" Meile. Aber die
Menschen hoffen, dass die Soldaten wenigstens nicht bis hierher vordringen,
sollten sie tatsächlich kommen. Ihre roten T-Shirts tragen die meisten
Protestler mittlerweile nicht mehr - aus Sicherheitsgründen.
Gerade biegt Niramoon Thanagoon um die
Ecke der Klostermauer, eine schmale Frau in grauem T-Shirt. Sie weint heftig.
"Viele unserer Freunde sind bereits getötet worden, warum kommen uns die
UN nicht zur Hilfe?", fragt die 64-Jährige. "Was geht in den Köpfen
unserer Regierung vor? Wir wollen einfach nur Frieden, und das bedeutet
Demokratie."
Sie spricht mit wachsender
Verzweiflung: "Wir sind doch keine Terroristen oder Idioten, als die die
Regierung uns hinzustellen versucht." Bitter setzt sie hinzu: "Thailand
wurde immer das Land des Lächelns genannt, jetzt ist es das Land der
Tränen."
Außerhalb der Klostermauern geht die
Demonstrationsmeile weiter. Die Haupttribüne ist nur wenige Gehminuten
entfernt. Die Tribüne hatten die Roten Anfang April errichtet; seitdem halten
sie den Geschäftsbezirk besetzt. Es ist heiß und feucht an diesem Montag,
trotzdem harren die Menschen weiter aus - darunter auch Frauen, die nicht in
den angrenzenden Tempel flüchten wollten. Einige heben die Hand, machen das
Siegeszeichen. "Vielen Dank, dass Sie gekommen sind!", ruft eine Frau
ausländischen Journalisten zu.
Auf der Bühne sprechen nacheinander
zwei der führenden Köpfe der Vereinigten Front für Demokratie gegen Diktatur
(UDD), wie sich die Roten offiziell nennen. Es sei das Recht der Menschen, für
Demokratie zu kämpfen, sagen Jaran Ditapichai und Weng Tojirakarn. Haben sie
keine Angst davor, dass die Armee anrücken könnte? "Nein", sagt Weng
Tojirakarn, "und ich bleibe hier bei meinen Leuten." Der Mediziner
führte 1973 Studentenproteste gegen Thailands Militär an; er weiß, wovon er
spricht. "Ich habe auch keine Angst, verhaftet oder getötet zu werden,
denn ich will nicht in einem Land leben, in dem Ungleichheit und
Ungerechtigkeit herrschen."
Auf der Straße schräg hinter der Bühne
hocken zwei Männer auf Truhen. Einer der beiden sieht zu Tode erschöpft aus und
so verbittert, als habe er alle Hoffnung verloren. "Wisst ihr, was heute
morgen passiert ist?", fragt er. "Seh Daeng ist tot." Er zeigt
die SMS-Nachricht, die auf seinem Handy eingegangen ist. Der "Rote
Kommandeur" (siehe Artikel unten) war vor wenigen Tagen in den Kopf
geschossen worden. Ein Rothemden-Sprecher vermutet, dass ein Armeescharfschütze
diesen Auftragsmord begangen hat - was das Militär bestreitet. Vor allem innerhalb
eines radikaleren Flügels der Roten hatte Seh Daeng, mit richtigem Namen
Khattiya Sawasdipol, viele Bewunderer.
Außerhalb von "Red Shirt
City" finden Kämpfe statt. Die abgeriegelten Straßenzüge gleichen einer
Geisterstadt. Dennoch dröhnen durch die für Bangkok ungewöhnliche Stille immer
wieder Schüsse und Einschläge schwerer Feuerwerkskörper - so auch an der Rama
Vier, einer nahe liegenden Verkehrsader. Dort schießen seit Tagen Soldaten auf
eine Gruppe von Rothemden und deren Unterstützer, die selbst gebaute Raketen
und Steinzwillen abschießen. Die Armee feuert mit Gummigeschossen und Schrot,
aber auch mit scharfer Munition. Die Roten stecken Barrikaden aus Autoreifen in
Brand. Der dichte schwarze Rauch vernebelt die Sicht - er ist über weite Teile
der Stadt zu sehen. Die Gewalt hat Bangkok im Griff. Taz 17
Erster Rücktritt nach Umweltkatastrophe. Ölpest erreicht Washington
US-Präsident Obama will die
Öko-Katastrophe im Golf von Mexiko exakt untersuchen lassen. Ein politisch
Verantwortlicher nimmt seinen Hut - und an Floridas Südküste landen erste
Teerklumpen.
US-Präsident Barack Obama will eine
Kommission einsetzen, die die Ölkatastrophe im Golf von Mexiko untersuchen
soll. Nach Angaben der US-Regierung sollen sowohl die Praktiken der Ölförderung
wie der Umgang der Behörden mit der beispiellosen Katastrophe untersucht
werden. Ähnliche Kommissionen hatte es 1986 nach der Explosion der Raumfähre
Challenger und 1979 nach der Reaktorkatastrophe von Three Mile Island bei
Harrisburg gegeben.
Unterdessen hat der dramatische
Ölunfall erste personelle Konsequenzen in Washington. Der für die Kontrolle der
Tiefsee-Bohrungen zuständige Abteilungsleiter der US-Behörde für
Mineralienförderung (MMS), Chris Oynes, nahm am Montag seinen Hut.
Vorausgegangen war scharfe Kritik von Präsident Barack Obama an der seiner
Ansicht nach zu engen "behaglichen" Beziehung zwischen der Behörde
und der Ölindustrie.
Obama bezog sich dabei unter anderem
darauf, dass die MMS Bohrgenehmigungen erteilt hat, ohne dass vorgeschriebene Untersuchungen
über die möglichen Umweltfolgen unternommen wurden. Außerdem ließ die Behörde
Sicherheitsinspektionen auf den Bohrplattformen von den Ölunternehmen selbst
machen. Oynes war nach Angaben der Wirtschaftsnachrichten-Agentur Bloomberg
seit 2007 für die Kontrolle der Tiefseebohrungen zuständig.
Wie weiter bekannt wurde, will Obama
eine unabhängige Kommission zur Untersuchung des Ölunfalls einsetzen - ähnlich
jenen Gremien, die nach der Explosion des Spaceshuttles Challenger 1986 und dem
Atomunfall von Harrisburg 1979 Nachforschungen anstellten. Eine entsprechende
Anordnung werde in Kürze erwartet, berichteten die Washington Post und der
Sender CNN am Montag unter Berufung auf einen Regierungsbeamten.
Im Kongress beschäftigt sich bereits
eine Reihe von Ausschüssen mit den Ursachen und Hintergründen der Explosion der
Ölplattform Deepwater Horizon vor vier Wochen und den dramatischen Folgen der
dadurch ausgelösten Ölpest. Am Montag sagte Heimatschutzministerin Janet
Napolitano vor einem Senatsgremium aus und verteidigte dabei die
Regierungsmaßnahmen seit Beginn der Katastrophe.
Im Golf von Mexiko setzte derweil der
Ölriese BP seine Bemühungen um eine Eindämmung des Ölaustritts fort. Am
Wochenende war es gelungen, ein Saugrohr in das abgebrochene Steigrohr am
Meeresgrund einzuführen, aus dem das Öl sprudelt. Seitdem kann ein Teil davon
auf ein Bohrschiff geleitet werden - nach BP-Angaben bislang vermutlich etwa
ein Fünftel der schätzungsweise 700 Tonnen Rohöl, die täglich aus zwei
undichten Stellen austreten.
BP-Manager Doug Suttles bekräftigte am
Montag, dass die Menge langsam gesteigert werden soll - wenn alles klappt, bis
auf die Hälfte des aussprudelnden Öls oder sogar mehr. "Das würde uns
außerordentlich freuen", sagte Suttles.
Wie der BP-Manager weiter schilderte,
ist der Ölteppich auf dem Meer kleiner als je zuvor seit dem Ölunfall - das
hätten jüngste Beobachtungen aus der Luft gezeigt. Allerdings haben erst am
Wochenende US-Wissenschaftler neuen Alarm geschlagen: Sie haben nach eigenen
Angaben riesige Ölschwaden unter der Wasseroberfläche entdeckt und befürchten,
dass sie durch Strömungen um den Südzipfel Floridas herum in den Atlantik
entlang der US-Ostküste getragen werden könnten.
Etwa 20 Teerklumpen sind bereits in Key
West, der südlichsten Insel des Bundesstaats, entdeckt worden. Aufseher des
Fort-Zachary-Taylor-Staatsparks in dem Ort, hätten die Klumpen gefunden,
berichtete der Miami Herald im Internet. Nach Angaben der Küstenwache sollen
die Fundstücke im Labor untersucht werden. Dort soll geklärt werden, ob der
Teer im Zusammenhang mit dem Ölunfall steht.
(dpa/Reuters 18)
Führung: Fall Merkel Für ''Angie'' kommt ''Tina''
Die mächtigste Frau der Welt heißt
nicht mehr Angela Merkel - sondern "Tina". Sie regiert die Politik
und dirigiert die Kanzlerin. Ein Kommentar von Heribert Prantl
Angela Merkel gilt als die mächtigste
Frau der Welt; aber das stimmt nicht. Die mächtigste Frau heißt Tina, sie wird
auch von der Kanzlerin gern in Anspruch genommen. Tina ist das Kürzel für there
is no alternative.
Die Behauptung, dass es keine
Alternative zu einer Entscheidung gibt, ist eine Ausrede, die Diskussionen
unterbinden soll. Sie ist neuerdings die Begründung für die rasende Eile, mit
der folgenreichste Beschlüsse gefasst werden. Wenn Milliardenpakete gepackt und
der Börse vor die Tür gestellt werden - dann lautet die Begründung: es gibt
keine Alternative. So wird das Parlament entparlamentarisiert und vor vollendete
Tatsachen gestellt. Es gibt ja, angeblich, keine Alternative.
Deutschland und die EU stehen am Beginn
einer Woche, in der es ständig heißen wird there ist no alternative. Tina
regiert die Politik, Tina dirigiert Angela Merkel, Tina macht aber nicht nur die
CDU/CSU rebellisch; es macht die Bevölkerung misstrauisch. Tina ist das neue
Wort für Basta. Mit Basta hat einst Kanzler Schröder Hartz IV eingeführt. Und
dieses Hartz IV war damals für die Führung der SPD so "alternativlos"
wie der Kosovo-Krieg und die Verteidigung Deutschlands am Hindukusch.
Aber verglichen mit den neuen
finanzwirtschaftlichen Großentscheidungen waren die genannten militärischen
Großentscheidungen sorgfältig gereift. Das Parlament war und ist zwar bei der
Entscheidung über die Kriegseinsätze unter Druck, aber es redet und streitet
immerhin. Seit dem Bankenrettungspaket nickt es Milliardenausgaben nur noch ab
Es gibt, sagt die Regierung, keine Alternative.
Das ist, mit Verlaub, Unfug. Es gibt
sicherlich nicht Tatas, nicht also tausende von Alternativen (there are
thousands of alternatives). Aber ein paar Alternativen gibt es immer: Anstelle
eines gewaltigen Milliarden-Paketes für Euro, Griechenland & Co hätte man
sich, zum Beispiel, einen (Teil-)Schuldenerlass für Griechenland vorstellen
können. Sicherlich: Die EU-Regierungen mögen den Zeitdruck als so groß
empfunden haben, dass für sie eine solche Lösung nicht in Frage kam. Aber dann
müssen sie das sagen, und sich nicht hinter der angeblichen
"Alternativlosigkeit" verschanzen. Das Parlament ist das Getriebe der
demokratischen Politik. Wenn es ausgeschaltet wird, entsteht der Eindruck einer
getriebenen Politik.
Die Milliardenrettungspakete sind der
Versuch der exekutivischen Politik, mit dem Tempo und der Brutalität von
ökonomischen Prozessen zu konkurrieren. Das kann sinnvoll sein, aber die
Politik muss dann für diese Sinnhaftigkeit werben. Das Wort
"alternativlos" ist das Gegenteil von solcher Werbung. Demokratische
Politik besteht darin, Entscheidungen auf der Grundlage des Abwägens der
Alternativen zu treffen und zu begründen. Der Ort dafür ist das Parlament: Es
ist der Ort, wo Vertrauen des Volks gesät wird. Ohne dieses Vertrauen hält auch
der weltgrößte Rettungsschirm nicht. Dieses Vertrauen der Bürge - es ist
wirklich alternativlos für die Demokratie. SZ 18
Ministerpräsident erhält für seine
Sparvorschläge bei der Bildung eine Absage. Gegenwind kommt von der Kirche, den
Gewerkschaften und der Wirtschaft in Hessen. VON PETER HANACK
Roland Koch steht mit seinen
Vorschlägen, bei Kinderbetreuung und Bildung zu sparen, weitgehend allein.
Nachdem selbst Kochs Koalitionspartner Jörg-Uwe Hahn (FDP) wie auch
Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) den Sparvorstoß des hessischen
Ministerpräsidenten zurückgewiesen haben, bekommt Koch nun auch von der Kirche,
den Gewerkschaften und der Wirtschaft in Hessen Gegenwind.
"Wenn die Landesregierung Hessen
fit für die Herausforderungen des künftigen Fachkräftemangels machen will, dann
darf nicht pauschal in der Bildung der Rotstift angesetzt werden", sagt
der Frankfurter IHK-Präsident Mathias Müller. Die Sparpläne des
Wissenschaftsministeriums für den Hochschulstandort Hessen sehe man "mit
großer Sorge". Der Rechtsanspruch auf Kindergartenplätze und der Ausbau
der Kinderbetreuung gehören nach Ansicht Müllers ebenfalls zu den Grundlagen,
die es zu sichern gilt. Dort dürfe nicht gespart, sondern müsse stärker
investiert werden.
Grundsätzlich habe Koch damit recht,
wenn er die Begrenzung der öffentlichen Ausgaben einfordere, so Jörg
Feuchthofen, Geschäftsführer der Vereinigung der hessischen Unternehmerverbände
(VhU). Allerdings sollte dies nicht nach dem Rasenmäherprinzip "überall
ein bisschen" erfolgen. Wichtig sei es, die Mittel gezielter einzusetzen.
So versickere in der frühkindlichen Bildung und Betreuung viel Geld, weil
großzügig nach Institutionen verteilt werde. "Deshalb brauchen wir
Pro-Kopf-Zuwendungen, verbunden mit Qualitätsvorgaben", so Feuchthofen.
Gleiches gelte in der Schulpolitik.
Kirchliche Kritik - Auch Volker Jung, Kirchenpräsident der
Evangelischen Kirche in Hessen und Nassau (EKHN), mahnt, die grundsätzliche
Bedeutung von Bildung im Blick zu behalten. Das Potenzial für den Wohlstand
möglichst vieler und für das Wohlergehen der ganzen Gesellschaft unseres Landes
seien gut ausgebildete Menschen, die Probleme lösen könnten und neue Ideen
entwickelten.
Gerade Koch und die CDU hätten immer
gesagt, Bildung sei die beste Investition, kritisiert der hessische
DGB-Vorsitzende Stefan Körzell. Man dürfe der jungen Generation nicht nur
Schulden überlassen, sondern müsse sie gut ausbilden. Absurd sei es, dass nun
dort gespart werden solle. Körzell fordert, einen Teil der Steuerentlastungen
der letzten Jahre gerade für Unternehmen zurückzunehmen.
In einer Pressekonferenz zur
Nachhaltigkeitsstrategie Hessens bekräftigte Koch am Montag seine Forderung,
beim Sparen keinen Bereich auszulassen. Es sei wichtig, "ausgewogen"
zu sparen. Seine Äußerungen verstehe er auch als bewusst gesetzte Provokation,
um das gesellschaftlich Bewusstsein dafür zu wecken, dass damit jetzt und nicht
irgendwann später begonnen werden müsse. FR 18
Deutscher Gewerkschaftsbund. Marktskepsis im Arbeitsparlament
Michael Sommer darf nochmal: Auf dem
DGB-Bundeskongress in Berlin haben ihn die Delegierten mit 94,1 Prozent der
Stimmen für vier weitere Jahre im Amt bestätigt. Dennoch steckt der DGB in
einer Identitätskrise.
In Berlin tagen in dieser Woche zwei
Parlamente. Das eine heißt Deutscher Bundestag und berät über die Rettung der
Europäischen Währungsunion. Das andere heißt Parlament der Arbeit und berät
über 152 Anträge - von 8,50 Euro Mindestlohn über "Frauenpolitische
Aspekte bei der Bewältigung der Krise" bis zum politischen Streik. Der
Deutsche Gewerkschaftsbund (DGB) hat zu seinem Bundeskongress geladen, und dass
die 400 Delegierten einiges vorhaben, demonstrieren schon die fast zwei
Kilogramm schweren Kongressunterlagen. Doch schiere Masse wird dem DGB nicht
helfen auf der schwierigen Suche nach sich selbst.
Im vergangenen Jahr feierte der
Dachverband der acht deutschen Gewerkschaften sein sechzigjähriges Bestehen. Es
war ein glanzvolles Fest, zu dem sich die geballte Politprominenz der Republik
versammelt hatte. Doch Gold und Samt im Berliner Konzerthaus am Gendarmenmarkt
konnten nicht vergessen machen, dass der DGB in einer Identitätskrise steckt.
Das Problem: Bei seiner Gründung 1949 waren es 16 Einzelgewerkschaften, die
sich unter seinem Dach zusammenfanden. Doch nach den Gewerkschaftsfusionen der
vergangenen Jahre sind es heute nur noch acht. In dieser Runde sind IG Metall,
Verdi und mit etwas Abstand die IG Bergbau, Chemie, Energie allein wegen ihrer
Mitgliederstärke Platzhirsche ohne Gegenpol.
Sie haben den DGB eigentlich nicht
nötig, weder als Sprachrohr gegenüber der Politik noch aufgrund seiner
Infrastruktur. Sie sind groß genug, um selbst flächendeckende Strukturen zu
unterhalten, und ihren Vorsitzenden stehen die Türen im politischen Berlin auch
ohne Schützenhilfe des Dachverbands offen. Für IG-Metall-Chef Berthold Huber
etwa richtete die Kanzlerin vor kurzem sogar ein Geburtstagsessen aus.
Allein die IG Metall überweist jedes
Jahr mehr als 50 Millionen Euro an den DGB
Lange Jahre wurde deshalb über eine
Reform des Gewerkschaftsbundes gestritten. Vor zwei Jahren dann riss Huber der
Geduldsfaden. Die IG Metall überweist jedes Jahr mehr als 50 Millionen Euro an
den DGB - die Gewerkschaften müssen zwölf Prozent ihrer Mitgliederbeiträge an
den Dachverband abführen. Dafür wollte Huber etwas zurückhaben, doch die
Rendite stimme nicht mehr, polterte er. Ein Geschäftsmodell des DGB könne er
nicht erkennen, und es sei "Mist", einfach weiter nichts zu tun.
Selbst bei der Reform seiner selbst war
der DGB also ein Getriebener seiner Mitgliedsgewerkschaften. Straffer und
schlagkräftiger sollte der Bund werden, sich anpassen an die veränderten
Rahmenbedingungen, zu denen auch gehörte, dass die Gewerkschaften seit 1990
fast vier Millionen Mitglieder verloren haben. Das bedeutet nicht nur weniger
Macht, sondern auch weniger Geld.
An diesem Montag soll die Debatte an
ihr Ende kommen - in Form des Antrags S001. Nicht nur der Titel, den die
jahrelang umkämpfte Reform jetzt trägt, klingt nüchtern. Auch der Inhalt ist
eine Nummer kleiner ausgefallen, als manch einer gehofft hatte. Kernelemente
sind, dass der geschäftsführende DGB-Vorstand nach 2014 nur noch vier statt
fünf Mitglieder haben wird. Die dritte Organisationsebene, die Regionen, gehen
in Unterbezirken auf, die stärker mit der zweiten Ebene, den neun DGB-Bezirken,
verwoben werden. In den Städten und Landkreisen sollen zudem Ehrenamtliche den
Gewerkschaftsbund repräsentieren. Den Solidaritäts- und Aktionsfonds, den die
Mitgliedsgewerkschaften bislang zusätzlich finanziert haben, muss der DGB
künftig alleine bezahlen. Dadurch wird der Dachverband für die Gewerkschaften
etwas günstiger - aber eben nur etwas.
Programmatische Blässe
Wichtiger als die neue Struktur wird
für den Gewerkschaftsbund jedoch sein, ob ihm die inhaltliche Erneuerung
gelingt. Bei all den Konstruktionsproblemen, die dem DGB das Leben neben den
starken Einzelgewerkschaften schwermachen, ist es seine programmatische Blässe,
die ihn dahinwelken lässt. Seine Lieblingsbotschaft ist die, "dagegen"
zu sein, und seine Vorschläge atmen regelmäßig die ewig gleiche Heilslehre von
mehr Staat und mehr Umverteilung.
So fordert der DGB unverdrossen einen
allgemeinen Mindestlohn und negiert, dass dadurch die Tarifautonomie beschädigt
und geringqualifizierten Beschäftigten der Zugang zum Arbeitsmarkt verbaut
wird. Die Rente mit 67 hält er nach wie vor für einen Fehler, ungeachtet der
demographischen Entwicklung. Und egal, wie desolat die Haushaltslage ist, der
Ruf nach höheren Sozialtransfers und öffentlichen Investitionen wird nicht
leiser. Damit das bezahlt werden kann, predigt der DGB Steuererhöhungen. Wenn
das nicht reicht, muss eben die Schuldenbremse gelöst werden.
Weil in der Krise eine neue
Marktskepsis um sich gegriffen hat, haben die Gewerkschaften und ihr Dachverband
Einfluss gewonnen. Nun wäre es am DGB, mit dieser Position
verantwortungsbewusst umzugehen. Doch wer die aktuelle Griechenland-Resolution
des Gewerkschaftsbundes liest, bekommt ein flaues Gefühl in der Magengegend.
Von Finanzhilfen ohne Sparzwang ist da ebenso die Rede wie von einem
"solidarischen Abbau" der Ungleichgewichte im Euro-Raum. Erneuerung
sieht anders aus.
Michael Sommer - Auf dem
DGB-Bundeskongress in Berlin votierten am Montag 94,1 Prozent der Delegierten
für den 58-Jährigen, der damit seine dritte Amtszeit antritt. Sommer amtiert
seit 2002 als Vorsitzender des Dachverbands der Gewerkschaften. Er erhielt vor
vier Jahren lediglich 78 Prozent der Stimmen, bei seiner ersten Wahl im Jahr
2002 aber ebenfalls 94 Prozent.
Mit seiner Wiederwahl tritt er in die
Fußstapfen von Heinz-Oskar Vetter (1969-1982), der als bislang einziger
DGB-Chef drei Amtszeiten bestritt. Der DGB versteht sich als politischer Arm
von acht Einzelgewerkschaften, unter anderem Verdi und IG Metall. Er hat
derzeit knapp 6,3 Millionen Mitglieder.
Gewählt wurden auch die vier
Stellvertreter von Sommer. Ingrid Sehrbrock (60,7 Prozent) und Claus Matecki
(53,2 Prozent) scheiden allerdings 2013 mit ihrem 65. Geburtstag aus dem Amt
aus. Bessere Ergebnisse erzielten Dietmar Hexel mit 80,4 Prozent und Annelie
Buntenbach mit 86,6 Prozent. Faz 17
Leitartikel. DGB. Was Stärke bedeutet
Mit satten 94 Prozent ist DGB-Chef
Michael Sommer bestätigt worden - ein starkes Ergebnis. Ob damit der
Dachverband der Gewerkschaften stärker wird, hängt davon ab, wie sich DGB, IG
Metall und Co. künftig aufstellen. Eines lässt sich mit Sicherheit sagen:
Unserem Land würde ein starker, moderner DGB guttun.
Zentrale Aufgabe des Dachverbands ist
es, die Interessen der Beschäftigten auf der politischen Bühne zu vertreten.
Das hat in jüngerer Zeit nicht gut geklappt. Die Neoliberalen haben die Debatte
beherrscht und die Politik bestimmt - mit schmerzhaften Folgen, nicht nur für
Arbeitnehmer.
Beispiel Arbeitsmarkt: Die Regierungen
haben Leiharbeit, 400-Euro-Jobs und Niedriglohn-Sektor gefördert. Leidtragende
sind die betroffenen Beschäftigten - und die Gewerkschaften selbst. Es ist nun
mal extrem schwierig, Minijobber zu organisieren.
Unterm Strich hat die gesamte
Volkswirtschaft gelitten: Die Lohnstagnation führt zu chronischer Schwäche der
Binnennachfrage, und der Sozialstaat muss zunehmend Niedriglöhner bezuschussen.
Wie der DGB stark wird - Ein starker
Gewerkschaftsbund müsste sich heute kraftvoll für eine Re-Regulierung des
Arbeitsmarkts - und der Finanzmärkte - einsetzen. Dabei gilt es nicht,
möglichst viele möglichst weitgehende Forderungen zu stellen, wie es Sommer in
seiner Grundsatzrede getan hat.
Ein kluger DGB setzt Prioritäten, lotet
genau aus, was durchsetzbar ist - und kämpft dann hartnäckig dafür. Ein kleines
Beispiel: Dass der DGB jetzt einen Mindestlohn von 8,50 Euro statt 7,50 Euro
fordern will, mag manche Gewerkschaftsseele streicheln. Realistisch ist die
höhere Forderung nicht. Vernünftig wäre es, mit einem niedrigen Satz anzufangen,
die Wirkung zu beobachten und dann die Untergrenze allmählich anzuheben.
Ein starker DGB müsste ein Konzept für
den modernen Dienstleistungssektor entwickeln, in dem inzwischen fast 73
Prozent des Bruttoinlandsprodukts erwirtschaftet werden. Facharbeiter in der
Metallindustrie, und mit ihnen die meisten Bundesbürger, sind stolz auf Autos
und Maschinen "made in Germany". Und wer ist stolz auf
Dienstleistungen "made in Germany"?
Sommer hat versprochen, Wege
aufzuzeigen, wie gute Kinderbetreuung, Gesundheit und Pflege aussehen könnten.
Man darf gespannt sein. Klar ist: Zum modernen Dienstleistungssektor gehören
nicht nur gute Löhne, sondern auch ein guter Service.
Persönlichkeiten an die Spitze
Wie sehen bürgerfreundliche
Öffnungszeiten von Schwimmbädern, Rathäusern und Supermärkten aus? Bislang
haben Verdi und Co. stets versucht, längere Öffnungszeiten zu verhindern - oft
vergeblich. Sie haben es den Arbeitgebern überlassen, sich als
Interessenvertreter der Kunden aufzuspielen. Wenn die Gewerkschaften nicht nur
als Lobbytruppe ihrer Klientel wahrgenommen werden wollen, müssen sie die
Wünsche der Bürger ernst nehmen.
Ein starker Gewerkschaftsbund braucht
Denkfabriken, Wissenschaftler, die ihn beraten und die ihren neoliberalen
Kollegen Paroli bieten können. Die gewerkschaftsnahe Hans-Böckler-Stiftung hat
vor einiger Zeit das Wirtschaftsforschungsinstitut IMK gegründet und den - auch
unter konservativen Wissenschaftlern - anerkannten Keynesianer Gustav Horn als
Chef gewonnen. Das war ein erster Schritt.
Und wie stehen die Chancen, dass der
Dachverband selbst stärker und einflussreicher wird? Die Gewerkschaften haben
immerhin erkannt, dass es so wie bisher nicht weitergehen kann. Auf dem
DGB-Kongress soll eine neue Satzung beschlossen werden, um die Strukturen des
Dachverbands zu straffen. Auch dies ist ein kleiner Schritt in die richtige
Richtung.
Der DGB und die Einzelgewerkschaften
müssen ihre Aufgaben neu verteilen. Hier hat die IG Metall überzeugende
Konzepte vorgelegt: An der Basis, in den Städten können sich IG-Metall- und
Verdi-Büros für Beschäftigte aus allen Branchen öffnen.
Der DGB sollte sich auf die politische
Arbeit auf Landes- und Bundesebene konzentrieren. Er muss eruieren, auf welche
gemeinsamen Positionen in der Steuer- oder Sozialpolitik sich die
Einzelgewerkschaften verständigen können - und diese Vorstellungen dann
kraftvoll und mit dem Rückhalt ihrer mächtigsten Mitglieder IG Metall und Verdi
vertreten.
Die Einzelgewerkschaften wiederum
müssen dem DGB Raum lassen, sich auf der politischen Bühne zu profilieren. Und
sie müssen ihre unselige Personalpolitik ändern, die da lautet: Die besten
Leute geben wir dem DGB nicht her. Der Dachverband wird nur stark, wenn an
seiner Spitze starke Persönlichkeiten stehen. Eva Roth FR 18
CDU. Die Irrtümer der Konservativen
Mit der Rückbesinnung auf traditionelle
Werte und der Forderung nach mehr Führung glauben CDU-Ministerpräsidenten
zukünftige Niederlagen ihrer Partei verhindern zu können, doch das ist eine
fatale Fehleinschätzung.
Natürlich ist Stefan Mappus das Hemd
näher als die Hose. Im März kommenden Jahres wird in Baden-Württemberg ein
neuer Landtag gewählt. Das ist noch ein bisschen hin, aber zehn Monate gehen in
diesen politisch aufregenden Krisenzeiten schnell vorbei und wenn es der CDU
bei Landtagswahlen weiterhin so geht, wie zuletzt in Nordrhein-Westfalen, in
Hessen oder der CSU in Bayern, dann ist auch in Baden-Württemberg das
Undenkbare denkbar. Dann könnte dem Ministerpräsidenten in der CDU-Hochburg
eine empfindliche Niederlage drohen. Neben Mappus fürchten auch andere schwarze
Landesfürsten um ihre Macht. Deshalb sollen sich diese in der vergangenen Woche
verabredet haben, ihre Parteifreundin Angela Merkel in der Bildungspolitik und
damit in einem zentralen Zukunftsthema ihrer Regierungspolitik zu einem
Kurswechsel zu bewegen.
Die CDU-Ministerpräsidenten begehren
also gegen die Kanzlerin auf. Sie glauben eingreifen zu müssen, weil die
schwarz-gelbe Bundesregierung in den ersten Monaten keine gute Performance
hatte. Sie wollen ihre Partei zurück auf einen konservativeren Kurs zwingen und
hoffen, mit der Rückbesinnung auf traditionelle Werte den weiteren Absturz in
der Wählergunst stoppen zu können, sie verlangen von der Kanzlerin mehr
Führung. Das Schicksal von Jürgen Rüttgers, der in Nordrhein-Westfalen 10
Prozentpunkte und seine schwarz-gelbe Mehrheit verlor, soll ihnen eine Lehre
sein.
Wenn sie da mal nicht irren. Mit mehr Konservatismus, mehr Werten und mehr Führung, mit Atomkraft, Kreuzen in den Klassenzimmern und Machtworten lässt sich für die Union keine Trendwende in der Wählergunst erreichen. Mit der schleichenden Demontage v