WEBGIORNALE  19-20  Maggio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Troppa enfasi sull'euro in difficoltà  1

2.       Afghanistan, uccisi due italiani. Oggi le salme in Italia  1

3.       Il sorriso ottuso di un’Europa senza politica  2

4.       Manifestazione di protesta del Cgie e dell’Intercomites-Germania sabato 29 maggio a Francoforte  3

5.       Norimberga. Il Comites al Governo: fermare la chiusura del Consolato e riprendere le trattative coi tedeschi 3

6.       Ctim Germania: assurda la chiusura completa del Consolato di Norimberga. 3

7.       Norimberga. La Germania non può negarci quello che ll’Italia dice di volerci dare  3

8.       Festival della Poesia Europea a Francoforte  4

9.       Iniziative a Monaco di Baviera e dintorni 4

10.   Mondoli, portale italo-tedesco per imparare le lingue giocando  4

11.   Campionato e Coppa Germania al Bayern. Salvo il Norimberga  4

12.   Appello CNE per la massima partecipazione alle assemblee continentali del Cgie  5

13.   Chiesto il pagamento dell’importo aggiuntivo anche ai pensionati italiani all’estero  5

14.   Premio Iww nel Mondo. Scade oggi la presentazione delle candidature  6

15.   Afghanistan. Un attacco contro la trattativa  6

16.   Afghanistan. Le ragioni dell’Occidente  6

17.   Nucleare. Iran, Clinton annuncia accordo sulle sanzioni. No di Turchia e Brasile: "Ora negoziare"  7

18.   Stretta dell'Ue contro gli speculatori. Dall'intesa regole per hedge fund e fondi alternativi. 8

19.   Più moralità per vincere la crisi economica  8

20.   Il Cavaliere moralizzatore, l’ultima fiction del Regime  8

21.   Manovra, Tremonti: "Ridurremo la mano pubblica". Nessuno stravolgimento per le pensioni"  9

22.   La fine del socialismo della spesa  9

23.   Quanto costa davvero la politica  10

24.   Intercettazioni. Santanché difende privacy dei boss. Pd e Idv: "Governo prenda le distanze"  10

25.   Atenei sull'orlo del collasso. Occupati i rettorati 10

26.   La settimana corta del Parlamento: 16 ore alla Camera, 9 al Senato  11

27.   Luigi Spagnolli, riconfermato sindaco per il centrosinistra a Bolzano  12

28.   Etichette più chiare per il Made in Italy  12

29.   Il "sistema Anemone" costa al Paese 60 miliardi 12

30.   La situazione occupazionale dei lavoratori italiani impiegati nel settore dell’editoria all’estero  13

31.   Sinistra Ecologia e Libertà del Belgio chiede chiarimenti al Console sul Comites di Bruxelles  13

32.   Ecco la prima banca dedicata agli immigrati 13

33.   “Premio Campiello Europa”: vince un giovane toscano  13

34.   A Isernia il Consiglio dei Molisani nel mondo e dei Giovani 14

35.   Alla Commissione Affari Esteri della Camera il rinvio delle elezioni dei Comites  14

36.   Le Associazioni dei Veneti nel mondo incontrano l’Anci ed il nuovo assessore ai flussi migratori 14

 

 

1.       Easy Italia – die freundliche Servicenummer für Urlauber in Italien  15

2.       Petra Reski prämiert für Mafia-Berichterstattung  15

3.       Ausstellung in Stuttgart "Zwischen Kommen und Gehen..."  15

4.       Residenzpflicht. Asylbewerber kämpfen um mehr Bewegungsfreiheit 16

5.       Zweite Islamkonferenz. Die anderen Muslime  16

6.       Islamkonferenz. Neubeginn mit Hindernissen  17

7.       Islamkonferenz. „Raus auf die Straße und in die Moscheen“  17

8.       Islamkonferenz. Das Kreuz mit der Integration. Vorurteile und Skepsis  18

9.       Wowereit: Innenminister nimmt Scheitern der Islamkonferenz in Kauf 19

10.   EU: Finanztransaktionssteuer. EU wird mutig im Kampf gegen Finanzindustrie  19

11.   Atomstreit. Iranische Volte  19

12.   Nato-Reform. Vorerst kein Abzug amerikanischer Atomwaffen aus Europa  20

13.   Ausschreitungen in Thailand. Warten auf die entscheidende Schlacht 20

14.   Erster Rücktritt nach Umweltkatastrophe. Ölpest erreicht Washington  21

15.   Führung: Fall Merkel Für ''Angie'' kommt ''Tina'' 21

16.   Sparpläne. Alle gegen Koch  21

17.   Deutscher Gewerkschaftsbund. Marktskepsis im Arbeitsparlament 22

18.   Leitartikel. DGB. Was Stärke bedeutet 23

19.   CDU. Die Irrtümer der Konservativen  23

20.   Mappus vs. Röttgen. Machtkampf in CDU um Atomkraft 24

21.   Der Parteitag der Linke. Die Revolution der Linkspartei 24

22.   Koalition in NRW. Linke verhandelt mit Rot-Grün  24

23.   Geburtenstatistik. Noch nie so wenige Kinder 25

24.   Verkürzt auf sechs Monate. Einigung über Wehr- und Zivildienst 25

25.   Antisemitismusvorwurf. Ein jüdischer Folklorist 26

26.   Rheinland-Pfalz. Brandanschlag auf Synagoge  26

27.   Lehrbuch-Parodie. Deutsch lernen - krass gemacht 26

28.   IIC-Köln. Licht und Schatten in der Republik Italien  27

 

 

 

 

Troppa enfasi sull'euro in difficoltà

 

La settimana si apre con l'euro debole. Contro il dollaro, a parte il confuso periodo dopo il fallimento di Lehman, non è mai stato così basso dall'aprile del 2006. L'enfasi sulla crisi del cambio europeo è però esagerata: quand’era solo un poco più forte, si diceva fosse sopravvalutato. Misurato in dollari, il prezzo dell’euro è del 6% più alto del suo valor medio da quando esiste.

 

Ed è meno dell'8% più basso di un anno fa e della media degli ultimi 5 anni. Non è dunque il caso di drammatizzare dimenticando, fra l'altro, che c'è una crisi del valore delle monete nel loro complesso: nell'ultimo anno il valore del dollaro in oro è sceso del 25%.

 

Un ripiegamento temporaneo del cambio dell'euro è naturale. I provvedimenti a sostegno dei debiti pubblici di alcuni Paesi hanno allungato il periodo durante il quale i tassi di interesse della Bce sono attesi rimanere molto bassi, rendendo l’euro meno attraente. Inoltre, se verranno effettivamente varati tagli di bilancio in diversi Paesi, il cambio un poco più basso può avere qualche utilità per l'insieme dell'area dell'euro, aiutando la competitività di breve e facilitando la sostituzione della diminuita domanda pubblica con maggiori esportazioni nette.

 

Ci sono poi strani sussurri: che l'euro è debole perché potrebbe disfarsi. Ricomparirebbero le monete più deboli che lo hanno costituito, ma potrebbe anche sdegnosamente risuscitare il marco tedesco. Si tratta di scenari la cui plausibilità tecnica e politica è di gran lunga sopravvalutata da chi ne parla, di solito senza sufficiente competenza. Ma quel che più importa è tener presente che da evoluzioni del genere non ci sarebbe da guadagnare proprio per nessuno. Tutti i Paesi dell'area dell'euro e, in prospettiva, tutti i Paesi dell'Ue, hanno interesse a integrare sempre più le loro produzioni, i loro commerci e le loro finanze: è l'unico e naturalissimo modo con cui possono sfidare la concorrenza globale. Sostituire l'euro con monete che tornano a svalutarsi e rivalutarsi darebbe forse qualche effimero vantaggio, per pochissimo tempo, alla competitività di Paesi deboli e all'immunità di qualche Paese forte dal contagio di problemi internazionali di illiquidità e insolvenza. Ma tutto finirebbe presto in grande disordine, stile Anni 70: aumento dell'indisciplina monetaria, cambi in altalena violenta, inflazioni alte e diverse, taglio dei salari reali, contrazione dei flussi commerciali, disincentivo a migliorare le produzioni, speculazioni più destabilizzanti di oggi, reintroduzione di divieti ai movimenti internazionali di capitali. All'ombra di quei divieti i grandi debitori, soprattutto i governi, sarebbero facilitati a succhiare il risparmio dei creditori, soprattutto delle famiglie. Se l'area dell'euro, da quando esiste, è cresciuta meno di come avrebbe potuto, non è certo colpa dell'euro, ma della mancanza di flessibilità dei cambi delle monete nazionali.

 

Per quanto riguarda il rapporto col dollaro, gli Usa hanno il vantaggio di un governo unico dietro il loro debito pubblico e la loro moneta e possono più liberamente stampare tanti dollari per rimborsare i titoli di Stato in scadenza, anche perché il mondo pare ancora accettarli come moneta di riserva e come lo strumento di pagamento internazionale di gran lunga più utilizzato. Ma le prospettive della loro finanza pubblica sono peggiori di quelle medie dell'area dell'euro. La quale non ha squilibri di rilievo nei pagamenti col resto del mondo, mentre in Usa il commercio estero ha da più di due decenni un grande deficit strutturale e le produzioni non si sono ancora riorganizzate per ridurlo entro limiti sostenibili. Lo stimolo monetario e fiscale non accenna a diminuire e sta tornando a far crescere l'economia americana in modo artificioso. Dopo il crollo nella prima parte dell'anno scorso, le importazioni Usa sono aumentate al tasso annuo di quasi il 25%, molto più svelto delle esportazioni. E' difficile dimostrare che il dollaro non è sopravvalutato, almeno rispetto alla media delle altre monete del mondo.

 

Dalla scorsa settimana l'Europa ha dato netti segni di voler affrontare la crisi con un piglio nuovo e aumentare molto il coordinamento delle sue politiche economiche e della sua finanza. Ha varato il progetto di un grande fondo comune per sostenere la finanza pubblica dei Paesi più indebitati e meno competitivi, ha ottenuto l'impegno di questi ad accelerare i tagli e le riforme, ha preparato un piano per il rilancio del mercato unico, ha impostato una riforma radicale del Patto di Stabilità e Crescita, ha accelerato la discussione sulle riforme della regolamentazione e la vigilanza finanziaria. L'obiettivo è di concretizzare molti di questi cambiamenti prima della fine dell'anno. Nel frattempo la Bce sostiene la liquidità dei mercati cercando di evitare accelerazioni inflazionistiche della quantità di moneta. Nonostante lo stile scomposto di alcuni leader politici e finanziari, è difficile immaginare una ripresa più netta della coesione economica e politica europea. E' una ripresa che arriva tardi e per ora è più un'intenzione che una realizzazione. Occorre dimostrare subito che si fa sul serio, sia ai tavoli di Bruxelles sia nei governi e nei Parlamenti nazionali. L'agenda delle autorità europee è piena di urgenze, fitta e ambiziosa: merita di essere seguita, anche dal mercato dei cambi, con attenzione critica ma, per ora, con fiducia. FRANCO BRUNI  LS 17

 

 

 

Afghanistan, uccisi due italiani. Oggi le salme in Italia

 

Herat - Due militari italiani sono morti e altri due sono rimasti feriti in maniera grave in Afghanistan nell'esplosione di un ordigno al passaggio di un convoglio. Lo ha riferito il portavoce del Comandante del Regional Command West di ISAF, maggiore Mario Renna, precisando che l'esplosione è avvenuta alle 9.15 locali e che i feriti sono stati immediatamente evacuati presso l'ospedale da campo di Herat con elicotteri di ISAF.

Le vittime, che risiedevano a Torino, sono il sergente Massimiliano Ramadù, 33 anni, di Velletri, in provincia di Roma e il caporalmaggiore Luigi Pascazio, 25 anni, della provincia di Bari. I quattro militari si trovavano a bordo di un veicolo blindato Lince posizionato nel nucleo di testa di una colonna composta da decine di automezzi di diverse nazionalità, partita da Herat e diretta a Bala Murghab, verso nord. Dalle prime ricostruzioni risulta che il veicolo colpito occupasse la quarta posizione lungo il convoglio che era in movimento e si trovava a 25 km a sud di Bala Murghab.

I due militari feriti sono il primo caporal maggiore Gianfranco Scire', originario di Palermo e il caporale Cristina Buonacucina, originaria di Foligno (Perugia). Entrambi hanno riportato ferite agli arti inferiori: le loro condizioni sono considerati gravi ma i militari non sarebbero in pericolo di vita.

Tutti i militari coinvolti appartengono al 32° reggimento genio guastatori della brigata alpina 'Taurinense' e nel contingente italiano in Afghanistan sono inseriti nella task-force Genio, unità tra i cui compiti c'è quello di controllare e bonificare gli itinerari percorsi dalle pattuglie e dai convogli militari.

In lacrime i parenti dei due militari uccisi. ''I genitori sono disperati. E' difficile parlare in questi primi momenti. L'importante è restare vicini alla famiglia'' spiega all'Adnkronos Giovanni Iacovelli, sindaco di Bitetto, in provincia di Bari, il paese di cui era originario Luigi Pascazio. Nella cittadina pugliese abitano i genitori del militare italiano, Angelo Pascazio, dipendente della Questura di Bari, e Maria Lettieri, casalinga, oltre a una sorella, Marinella, già sposata.

Il primo cittadino, insieme al vicesindaco e ad alcuni assessori, si è recato nella casa di via Montegrappa, non appena si è sparsa la notizia. C'erano anche un generale dell'Esercito, il prefetto di Bari Carlo Schilardi e il questore Giorgio Manari. Pascazio, residente a Torino, era da due mesi in Afghanistan. ''E' una famiglia molto riservata e stimata'', aggiunge Iacovelli. ''Trovare le parole opportune da dire ai genitori in questi momenti è difficile. Mi sento di dire solo una cosa - conclude - si tratta di una morte eroica in nome di un valore e di un'ideale quello della pace internazionale in cui questi ragazzi credono''.

Luciano Ramadù, zio dell'altro militare morto, riferisce che ''Massimiliano era preoccupato e dispiaciuto di dover partire, non voleva lasciare sua moglie, con cui era sposato da un anno. Per questo a marzo era sceso da Torino, dove viveva con lei, per accompagnarla a Cisterna di Latina dai suoi genitori''.

''Quando l'abbiamo saputo abbiamo provato un forte dolore - dice commosso lo zio - Ancora non ci sembra vero quello che è successo''.

''L'ultima volta che ho visto mio nipote è stato a marzo - ricorda lo zio di Massimiliano - Era venuto a Cisterna per salutare la sua famiglia prima di partire per l'Afghanistan. Era un bravo ragazzo, si era fatto da solo. Già aveva partecipato a un'altra campagna in Afghanistan, ma questa volta gli dispiaceva dover partire''.

C'è incredulità e dolore in corso Brunelleschi, poco distante dalla caserma dove ha sede il 32° reggimento genio guastatori della Taurinese, e dove solo un anno fa il sergente Ramadù e la moglie avevano affittato un appartamento.

"E' un dispiacere enorme - dice la signora Silvana, che abita al settimo piano - Era un ragazzo così riservato una gran brava persona che io adoravo. Lui e la moglie per me erano come due figli, due persone meravigliose". Ricordando poi qualche sera trascorsa insieme a cena, la signora Silvana aggiunge: "Eravamo grandissimi amici, tra di noi, nonostante la differenza di età, si era instaurato un rapporto speciale". Ai cronisti che le domandano se mai avesse parlato della missione che andava a svolgere in Afghanistan la signora Silvana risponde: "Disse solo a me e a mio marito che bisognava andare, era contento e felice del suo lavoro".

A ricordarlo come persona gentile ma riservata anche il giovane gestore del bar sotto casa, Francesco, ex alpino anche lui, congedatosi dopo essere stato in diverse missioni.

Il primo caporal maggiore Scirè, rimasto ferito nell'attentato, ha telefonato in mattinata ai genitori: di fronte alla loro abitazione nel centro di Casteldacciala, vicino a Palermo, si è riunita una folla di amici e conoscenti. La madre è stata per anni la direttrice delle Poste e oggi è in pensione. Il padre fa invece il ragioniere in una società.

La Procura della Repubblica di Roma intanto ha aperto un fascicolo in cui si ipotizza il reato di strage con finalità di terrorismo. L'indagine è affidata al pubblico ministero Giancarlo Amato che ha chiesto al Ros un primo rapporto sull'accaduto.

Nella provincia di Badghis, nel nord dell'Afghanistan, dove si trova il distretto di Bala Murghab, verso cui erano diretti i due soldati italiani, uccisi sono attivi ''diversi gruppi criminali'' e gli sforzi delle autorità locali sono concentrati nel contenere questa minaccia e quella rappresentata dai Talebani soprattutto nel distretto di Bala Murghab e nelle zone limitrofe, come quelle di Muqur e Qala-I-Now. Lo ha detto ad Adnkronos il governatore di Badghis, Delbar Jan Arman, che chiama "fratelli" i militari italiani dispiegati nella 'sua' zona. Adnkronos 17

 

 

 

 

Il sorriso ottuso di un’Europa senza politica

 

E’ impressionante la forza che possiede la stupidità, nella vita degli Stati europei e in quella dell’Unione. La crisi economica iniziata nel 2007 avrebbe dovuto insegnar loro un po’ d’intelligenza supplementare, e persuaderli che i tempi dell’incertezza erano finiti, che la politica doveva riacquistare un primato, che l’ora di un governo europeo era infine sopraggiunta. Invece si direbbe che la crisi non abbia impartito lezione alcuna, nonostante le grandi spese che l’Unione si sta sobbarcando.

 

Si versano soldi in quantità e nelle nazioni si predispongono piani di sacrifici dolorosi, ma come dissero a suo tempo Fruttero e Lucentini: la cretineria prevale, e quel che l’Europa sa far meglio è l’ottusa «manutenzione del sorriso». L’euro vacilla sempre più, ma i capi di governo fingono letizia, immaginando di suggestionare i mercati col buon umore. Della tempesta non parlano, per non dover parlare delle proprie responsabilità, e sperano che come per miracolo i mercati si calmino. Intanto pagano e questo non è male, ma pagare non è tutto quel che occorre. La politica, hanno l’impressione di averla già fatta. La leadership, di averla già esercitata: con il trattato di Lisbona, con qualche vertice fra i governi più importanti. Così vivacchiano ancor oggi, grosso modo soddisfatti.

 

La costituzione è fallita in questi anni, ma il trattato di Lisbona ha preso il suo posto e il grosso è fatto. L’unico elemento positivo della crisi è che i governi non se la prendono più con gli eurocrati di Bruxelles, d’un tratto. In cuor loro sanno perfettamente che se l’Europa è considerata nel mondo un’impresa minacciata di morte, la colpa è degli Stati e dei politici nazionali. Il cretino molto spesso si dissimula dietro le vesti del pragmatico, del moderato, di chi pretende di aver appreso la feconda arte della disillusione, dello spirito blasé. Nessuna passione lo agita più, nessuna grande idea innovatrice, se non il desiderio di posti e di cariche.

 

L’Inghilterra è maestra in quest’arte solo apparente del disincanto, impastata in realtà di illusioni e incanti: illusione di potercela fare da sola, come nazione erede di un impero; incanto che occulta i fatti reali e riempie il vuoto con l’affaccendarsi più che col fare. In questi giorni c’è chi parla addirittura di rivoluzione in Gran Bretagna, e tutti sono eccitati perché per la prima volta gli inglesi fanno l’esperienza, molto continentale, di un governo di coalizione. Ma al momento, l’esperienza è un guscio vuoto. Tutto quello che i liberal-democratici di Clegg hanno fatto è retrocedere nella loro battaglia europeista, pur di fare un governo giovane, fotogenico e ilare con Cameron, l’antieuropeista. Il colmo è stato raggiunto, il giorno dell’accordo, da Graham Watson, deputato liberale al Parlamento europeo. «Sull’Europa non c’è problema», ha detto alla Bbc: primo perché nell’euro l’Inghilterra non entrerà comunque; secondo perché l’Unione ha già operato tali e tanti cambiamenti, da quando ha approvato il trattato di Lisbona, che il riposo e le pantofole sono più che legittimi. Per un bel po’ di tempo, ha aggiunto, altri trasferimenti di sovranità non sono né previsti né auspicati.

 

Così ragionano i pragmatici, o meglio i rinunciatari, quasi camminassero in una fresca radura e non in mezzo a incendi. Proprio ora ci vorrebbero nuovi trasferimenti di sovranità, perché l’Europa diventi finalmente un soggetto politico credibile (credibile davanti ai mercati, agli Stati Uniti, alla Cina, all’India) e proprio ora i suoi dirigenti dicono, come quando ti si accampano davanti un secondo e un terzo mendicante: «Abbiamo già dato». Eppure quasi ogni giorno la cosa appare evidente: la crisi che traversiamo e i sacrifici che saranno chiesti ai cittadini sono tali, che senza trasformazioni decisive dell’Unione c’è poco da sperare. Non lo affermano solo i mercati, che non sembrano credere nell’Europa ma di cui si può pensare: hanno l’istinto del gregge, ascoltano il primo che passa.

 

L’Europa e l’euro sono ritenuti moribondi anche da politici americani di primo piano come Richard Haass, direttore del Council of Foreign Relations e consigliere di vari presidenti. Anche dall’ex governatore della Federal Reserve Paul Volcker. Lo storico Niall Ferguson, esperto in declini di imperi (romano, britannico, americano), lo dice a chiare lettere, su Newsweek: «La grande decisione che l’Unione deve prendere non è se salvare la Grecia. È se trasformarsi in Stati Uniti d’Europa, o essere una versione moderna del sacro romano impero, una bislacca accozzaglia “a geometria variabile” che prima o poi si frantumerà».

 

Economicamente l’Europa sta meglio degli Stati Uniti. Ma questi non muoiono perché sono un sistema politico federale, dunque un soggetto visibile. Dietro il dollaro c’è uno Stato, che riequilibra le disparità interne: «In America il salvataggio del Michigan viene fatto dal Texas in modo automatico, attraverso la ridistribuzione del reddito e i proventi della tassa sulle imprese». Dietro l’euro c’è un’armatura e dentro l’armatura un cavaliere inesistente. Bisogna davvero esser lenti a capire e sconfinatamente svogliati, per pensare dopo il tremendo biennio 2007-2009 che i mercati e l’economia siano tutto, e talmente bravi ed efficaci da dettar legge. Che la moneta unica e la prosperità del vecchio continente possano sussistere senza un potere politico, alle spalle, che coincida con l’area dell’euro. Che mercati e agenzie di rating restino infallibili, abilitati a ripetere i disastri e le bolle speculative degli ultimi anni. Nonostante questo suo impazzimento, l’economia continua a essere l’idolo davanti al quale la politica, svuotata dal di dentro, senza timoniere, molto pragmaticamente si adatta.

 

È come se l’Europa non avesse, nel proprio bagaglio, una grande cultura fatta di scetticismo verso i mercati e il predominio dell’economia: una cultura che ha prodotto guerre fratricide ma ha anche saputo difendersi da esse inventando la democrazia, la separazione dei poteri, l’autonomia della politica, lo Stato sociale. Una cultura che nel dopoguerra ha dato vita a un’unione di Stati consapevoli dei propri limiti e decisi a mettere insieme le proprie vecchie sovranità. Un’unione che ha custodito inoltre il Welfare, in modo da spegnere in anticipo gli estremismi scatenati nel secolo scorso dalla questione sociale. È come se nella nostra storia non ci fosse stata, contro il predominio del mercato e dell’economia, una lunga tradizione che va dalle visioni etiche e politiche di Condorcet e Adam Smith alle proposte sociali e politiche di Beveridge e Keynes. È dal Settecento che l’Europa produce idee in questo campo, oggi dimenticate. Condorcet, che pure credette nella razionalità degli economisti a lui contemporanei, vide già allora i pericoli: «Agli occhi di una nazione avida, la libertà non sarà più che la condizione necessaria alla sicurezza delle operazioni finanziarie».

 

L’euro è nato con questo vizio, fondamentale. Il mercato e le banche erano tutto, il grande demiurgo era a Francoforte. La politica era chiamata a garantire la libertà necessaria alla sicurezza delle operazioni finanziarie. L’armonia si sarebbe imposta spontaneamente, e al peggio non urgeva pensare. Invece il peggio è venuto. È già qui fra noi. Si può fingere che non esista, e dare alla finzione il nome di pragmatismo. Ma il pragmatismo senza una trasformazione dell’Europa non è pragmatismo né tanto meno disincanto. È un’ideologia con aspirazioni egemoniche acutissime. Ha la forza della stupidità quando impigrisce. La forza di bloccare i nuovi necessari trasferimenti di sovranità, come nei desideri degli inglesi o della Corte costituzionale tedesca. Ha il potere, magari gratificante ma enormemente inutile, di chi è addetto alla manutenzione del sorriso mentre la crisi economica si abbatte sulle società e le democrazie per spezzarle. Barbara Spinelli, LS 16

 

 

 

 

Manifestazione di protesta del Cgie e dell’Intercomites-Germania sabato 29 maggio a Francoforte

 

Pubblichiamo il comunicato con cui l’Intercomites Germania invita i connazionali ad una grande assemblea di protesta sabato 29 maggio a Francoforte

 

Contro la distruzione della Rete Consolare

Contro i tagli delle risorse per l’intervento scolastico-culturale

Contro l’azzeramento dei capitoli di spesa per l’assistenza diretta ed indiretta

Contro la forte riduzione dei finanziamenti della stampa italiana all’estero

Contro la discriminatoria decisione del Governo nell’esenzione dell’ICI

Contro il decreto che rinvia le elezioni dei Comites e del CGIE di tre anni complessivi

 

Si rinforza la protesta degli italiani all’estero verso la politica dei tagli e della non-democrazia del governo italiano!

Il Comitato Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) anticipa di tre mesi la Commissione Continentale Europa- Nord Africa e la organizza a Francoforte dal 28 al 30 maggio 2010 in stretta collaborazione con il Comitato dei Presidenti Com.It.Es. della Germania (Intercomites).  Tale incontrò sarà anche l’occasione per portare in piazza un grande numero di rappresentanti eletti, di appartenenti al mondo associazionistico e tutti coloro che sono impegnati per l’intervento scolastico e culturale in Europa e Nordafrica.

 

Ci appelliano a tutti e in particolare ai moltiplicatori perché partecipino in massa alla Assemblea pubblica che si terrà sabato 29 Maggio alle ore 14,30,  presso l’hotel Holiday Inn nella Mailänder Strasse Nr. 1 a Francoforte ed al corteo che partirà alle ore 16,30 dall’ “Alte Oper” all’Opernplatz di Francoforte e marcerà sino al Consolato Generale Italiano di Francoforte.

La Presidenza Intercomites Germania (de.it.press)

 

 

 

 

Norimberga. Il Comites al Governo: fermare la chiusura del Consolato e riprendere le trattative coi tedeschi

 

Norimberga - Alla luce delle recenti dichiarazioni, relative alla possibile chiusura del Consolato d’Italia in Norimberga, rilasciate alla Camera dal sottosegretario agli Esteri Scotti, il Comites di Norimberga esprime disappunto sia per la decisione presa dal Mae,  sia per la mancanza di qualsiasi preventiva informazione sugli sviluppi del caso da parte delle autorità italiane nei confronti del Comitato.

  “Il Comites di Norimberga – si legge nella nota - esprime la sua profonda delusione per l’indifferenza da parte italiana di fronte alle legittime richieste di informazione e coinvolgimento in una questione di vitale importanza per gli italiani in Franconia”. Dal Comites viene anche ricordato come non sia possibile né togliere l’assistenza del consolato ai 30.000 italiani residenti in Franconia, né accettare in questo ambito eventuali atteggiamenti ostativi da parte delle autorità tedesche.  Dal Comites viene chiesta, al fine di scongiurare la chiusura del consolato di Norimberga, “una sospensione della decisione del Cda del Mae del 14 maggio, la ripresa delle  trattative con le autorità tedesche così, come un’informazione esaustiva da parte delle autorità italiane sulla questione”. (Inform)

 

 

 

Ctim Germania: assurda la chiusura completa del Consolato di Norimberga.

 

Il Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo ha preso atto con costernazione della dichiarazione fatta dal Segretario di Stato Onorevole Scotti in data 13 maggio 2010, relativa alla chiusura definitiva del Consolato d’Italia di Norimberga.

 

Secondo l’Onorevole Scotti l’ipotesi dell’istituzione di un’Agenzia Consolare verrebbe definitivamente a cadere in seguito al 'no' delle autorità tedesche, che chiederebbero il mantenimento almeno di vice consolato.

 

Il CTIM Delegazione Germania è consapevole degli sforzi fatti dall’amministrazione italiana nella revisione del piano iniziale di ristrutturazione della rete consolare e nella programmata istituzione a Norimberga di un’Agenzia Consolare, ma non può accettare questo attuale ripensamento.

 

Le dichiarazioni del Senatore Mantica dello scorso aprile e la programmata istituzione a Norimberga  dell’Agenzia Consolare sono per noi una dimostrazione evidente, che anche l’amministrazione del Ministero degli Affari Esteri è ben consapevole dell’assurdità della chiusura completa del Consolato di Norimberga.

 

Si chiede pertanto al Ministero degli Esteri, On. Franco Frattini, la cancellazione della delibera del Cda del MAE del 14 maggio 2010 e l’avvio di nuove contrattazioni con le autorità tedesche per l’ottenimento di una soluzione soddisfacente per tutte le parti in causa.

 

Da parte della collettività italiana in Franconia e dello scrivente Comitato è stata avviata un’operazione di capillare informazione delle forze politiche e della stampa tedesca a livello regionale e federale sull’argomento. La collettività italiana della Franconia non si arrende! Ctim Germania, de.it.press

 

 

 

Norimberga. La Germania non può negarci quello che ll’Italia dice di volerci dare

 

Dalla stampa italiana siamo venuti a sapere del ripensamento da parte del Ministero degli Affari Esteri sull’istituzione dell’Agenzia Consolare a Norimberga che non possiamo e vogliamo accettare.

 

Tutto, in questo ormai annoso tira e molla, ci sembra strano e nebuloso, forse addirittura illogico.

 

Come può l’amministrazione italiana riconoscere nell’aprile del 2010 – di fatto – la necessità di un’Agenzia Consolare a Norimberga per evidenti problemi logistici, tecnici, organizzativi e nel luglio 2010 decidere la totale chiusura del Consolato?

 

Come possono le autorità tedesche arroccarsi su posizioni degne dell’era della guerra fredda e negare agli italiani in Franconia e altre zone della Germania la sacrosanta assistenza consolare?

 

Com’è possibile che la collettività italiana in Franconia venga a sapere di questa nuova decisione dalla stampa e non dalle autorità italiane tramite il locale Com.It.Es., ancora una volta tenuto volutamente all’oscuro di tutto?

 

Si chiede quindi con forza: un’informazione completa ed accurata della collettività italiana in Franconia da parte del MAE; l’immediata revisione della decisione del MAE del 14.05.2010 di chiusura completa del Consolato di Norimberga; la ripresa dei contatti con le autorità tedesche per ottenere il previsto gradimento per l’Agenzia Consolare. Koordinationskreis zum Erhalt des It. Konsulats, de.it.press

 

 

 

 

Festival della Poesia Europea a Francoforte

 

Francoforte - Atteso come il "maggio poetico francofortese" dal popolo dei poeti, il Festival della Poesia Europea di Francoforte (6-8 Maggio 2010) è stato ricco di incontri e di novità positive. Una conferma della sua crescita la presenza, anche in questa terza edizione, di affermati poeti in campo internazionale che hanno scelto di parteciparvi.

Nella serata finale, nella storica Plenarsaal del Römer si respirava l’aria solenne delle grandi occasioni ufficiali. Bandiere europee, il podio sotto l’aquila-simbolo, stampa e autorità, pubblico di appassionati. Eleganza e charme hanno caratterizzato gli artisti che hanno partecipato al festival: l’attrice Alison Rippier, che ha riproposto i testi in tedesco, l’arpista Merle Meyer che ha eseguito magistralmente Arabesque di Debussy, Anonym Fountain e Chanson de la Nuit Carlos Salzedo, raffinata cornice della "lesung"; i Poeti Haris Vlavianos, Paolo Ruffilli, Brane Mozetic e Kurt Drawert. Di fronte al pubblico, con i loro volti a nudo: emozionati e qualcuno inquieto. Sugli scranni, il programma e l’invito accanto a raffinate rose bianche.

Ad aprire la serata, Renate Sterzel rappresentante del Sindaco di Francoforte Renate Roth, che ha patrocinato anche la terza edizione. Nel suo discorso è emerso stima per l’ideatrice e direttrice artistica del Festival, la giornalista-scrittrice Marcella Continanza, definita "un’istituzione culturale di Francoforte"; Sterzel ha poi espresso gratitudine ai poeti le cui voci offrono la storia e la cultura dell’Europa. Poi, il saluto della Console Stravroula Frangoyanni Matthieu che ha ribadito il suo apprezzamento per questo importante Festival a cui era stata già presente la Grecia nella prima edizione.

Cristina Giaimo, lettrice dell’Università di Francoforte, ha presentato con notevole bravura e dovizia di particolari la biografia di questi "aedi" moderni. Un importante scorcio sull’opera dei poeti è stato introdotto da Anna Maria Arrighetti dell’Università di Mainz e Trier sul suo intervento critico.

Il primo a salire sul podio è stato il greco Haris Vlavianos, che cattura subito l’attenzione e che emoziona con la sua lingua che ci riporta alla sua terra da cui è nata la lirica. Non c’è comunicazione senza scrittura e le immagini si annodano in una trama di significazione: "Fin de siècle, mal de siècle", "Der Schleier", "Achillesfers", per citare qualche titolo, fanno riferimento a un discorso filosofico e a componenti che gli stanno a cuore.

Segue, con la voce ferma e morbida, la "lesung" dell’italiano Paolo Ruffilli. Per la comunità italiana è stata una gioia e occasione d’incontro. "Eccesso di vita", "Notte", "Il patto" e, poi, forse i versi più interessanti, dove la ricerca linguistica e musicale è più evidente, tratti dal libro "Piccola Colazione", edita da Verlag Im Wald.

Terza lesung è quella dello slavo Brane Mozetic. Una delle voci poetiche più interessanti e note della letteratura slava. La fecondità della sua scrittura risiede nell’amore intenso per la vita. La vita in tutto il suo mistero e il suo canto ha vibrazioni forti, intense. Il dolore, le inquietudini, i dubbi, l’amore in tutte le emozioni: carnale, spirituale ma rimane l’unica via per essere vivi.

Kurt Drawert. Per lui è stato soprattutto un incontro-confronto con gli altri poeti. Nei suoi versi l’autobiografia si fonde con la realtà contemporanea. Si porta dietro e dentro la realtà vissuta nella DDR. Poesia dunque come esperienza di vita in cui si scrive in un processo di valorizzazione della memoria. Sullo sfondo del Festival, la figura di Goethe testimonianza di quali strade può percorrere un vero poeta.

Katja Müller, aise

 

 

 

Iniziative a Monaco di Baviera e dintorni

 

Monaco di Baviera – Di seguito gli appuntamenti delle prossime settimane segnalati dalle Pagine italo-tedesche di Claudio Cumani a Monaco di Baviera e dintorni.

  Presso la Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40) sarà possibile sino al 30 maggio visitare la mostra “Gianpaolo Babetto. L’italianità dei gioielli”, organizzata dal Museo internazionale del Design di Monaco e dall’Istituto Italiano di Cultura, mentre l’allestimento dedicato alle fotografie di Letizia Battaglia, ambientate in Sicilia dal 1976 al 2009, saranno esposte sino al 6 giugno presso la Aspekte Galerie im Gasteig (Rosenheimerstr. 5) dalle ore 10 alle ore 22.

  Fino a venerdì 25 giugno, presso l’IIC, sono anche in programma due mostre dedicate a giovani protagoniste di nuovi sviluppi artistici in Italia: “Skulptur” di Rita Siracusa e “Collage” di Silvia Beltrami. L’orario di apertura è dal lunedì al giovedì dalle ore 10 alle 13 e dalle 15 alle 17 (il mercoledì sino alle 19) e venerdì dalle ore 10 alle 13.30. L’ingresso è libero.

Mercoledì 19 maggio una discussione su “Regioni e federalismo” è in programma alle ore 19 presso la SPD-Bürgerbüro Süd (Daiserstr.27) con Concetta Vacante, politologa dell’Università di Catania in occasione delle celebrazioni per l’anniversario dell’autonomia siciliana. Alle ore 19.30 prosegue invece a Starnberg la rassegna del “Cinema Italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino” con il film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti”.

Ancora il 19 maggio, presso l’IIC di Monaco alle ore 19.30, si svolgerà un incontro con il segretario generale dell’Accademia delle Belle Arti tedesca Oswald Georg Bauer sui dipinti delle scenografie teatrali milanesi.

Una serie di mostre incentrate sulla storia italiana e bavarese si svolgeranno tra Füssen ed Augsburg dal 21 maggio al 10 ottobre: a Füssen presso l’Ehemaliges Kloster St. Mang l’allestimento “Kaiser, Kult und Casanova” (visitabile dalle ore 9 alle 17.30); ad Augsburg presso il Maximilianmuseum “Künstilch auf Welsch und Deutsch” (ore 9-17.30) e presso il Bayerisches Textil- und Industriemuseum “Sehnsucht, Strand und Dolce Vita” (ore 9-17.30). Il programma è disponibile all’indirizzo: www.bayern-italien.hdbg.de.

  Dal 22 maggio a settembre è in programma presso la Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40) l’esposizione “La fabbrica delle idee. Alessi:storia e futuro” (da martedì a domenica dalla ore 10 alle 18 e giovedì dalla 10 alle 20).

  Infine, il 28 maggio, l’IIC ospiterà alle ore 19.30 un’introduzione di Bettina Wagner della Biblioteca di Stato bavarese alla nascita della stampa dei libri in Italia. (Inform)

 

 

 

Mondoli, portale italo-tedesco per imparare le lingue giocando

 

Online un sito per apprendere l'italiano e il tedesco nel migliore dei modi: giocando. Per sostenere il bilinguismo dei bambini italiani in Germania.

Un castello colorato, fantasiosa sintesi di torri e monumenti italiani e tedeschi, è l'inizio del viaggio alla scoperta di Mondoli: un portale italo-tedesco per imparare le lingue giocando. In questo portale colorato i bambini dalla seconda alla sesta classe possono apprendere e migliorare sia il tedesco che l'italiano, con lezioni e unità didattiche nelle due lingue, ma anche gare di scrittura e disegno, video musicali e molto altro. Il sito è pensato per i bambini italiani in Germania, per sostenerli nell'apprendimento dell'italiano e, quindi, anche del tedesco. Ma è un utile strumento anche per genitori e insegnanti - e per bambini tedeschi che vogliano apprendere l'italiano. Radio Colonia, nella trasmissione del 14 maggio, ne ha parlato con l'ideatrice Elisabetta Abbondanza. Ascolta l'intervista su questo link:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100514_mondoli.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100514_mondoli.mp3.

RC, de.it.press

 

 

 

Campionato e Coppa Germania al Bayern. Salvo il Norimberga

 

Il Bayern vince anche la Coppa Germania. Nella finale di Berlino la squadra di van Gaal assesta un duro colpo al Werder Brema: 4-0. Arjen Robben su rigore, Ivica Olic, Franck Ribèry e Bastian Schweinsteiger i firmatari di una finale quasi a s senso unico. In gran forma anche il portiere Jörg Butt, autore di due spettacolari parate su saette di Claudio Pizarro, Frings e Hunt. Brema in 10 uomini dal 76’ per doppia ammonizione a Thorsten Frings.

Il Norimberga si salva vincendo il duplice spareggio con l’Augsburg (Augusta).

Come il Chelsea di Carlo Ancelotti così il Bayern dell’olandese Louis van Gaal ha messo a segno la conquista del campionato e della coppa nazionale. Ma mentre il Chelsea ha sciolto le file per consentire ai “nazionali” di raggiungere i compagni di avventura in Sud Africa, il Bayern resta compatto e anzi rinserra le file per affrontare sabato prossimo nella finale di Champions League a Madrid l’Inter del portoghese Mourinho.

Entrambe le contendenti si presenteranno in campo con alle spalle o meglio sul petto due titoli nazionali e lotteranno per mettere a segno la tripletta stagionale.

E’ curioso notare che il successo finora raggiunto da Chelsea, Bayern ed Inter porta la firma di allenatori stranieri. Ora la contesa della prestigiosa ex Coppa dei Campioni è, in fondo, anche una sfida fra la scuola calcistica olandese e quella portoghese.

E’ un confronto fra filosofie di tattica di gioco diverse, e fra personalità molto differenti. Sul fronte interista si avverte un Mourinho rigido, scontroso, polemico e determinato, mentre su quello bavarese ci si trova davanti ad un tecnico, è vero altrettanto determinato ma più malleabile, disponibile al dialogo e capace a volte di fare anche carte false per proteggere, verso l’esterno, i suoi giocatori.

Ora si dovranno affrontare per salire con i propri giocatori sul podio più alto del calcio europeo.

Van Gaal è stato ripagato dai suoi uomini anche sabato scorso all’Olympiastadion di Berlino. I 72.954 spettatori ed i milioni di telespettatori e radioascoltatori hanno sportivamente applaudito questo Bayern, che parla olandese sia in campo che in panchina.

Infatti, è stato ancora una volta Robben a rompere il ghiaccio trasformando al 35’ un calcio di rigore concesso dall’arbitro Thorsten Kinhöfler (Herne) per fallo di mano in area di Per Mertesacker. I tre olandesi in campo: van Bommel, van Buyten e Robben sono stati anche in questa finale il collante della squadra e fonte di idee, energia e di propulsione delle numerose azioni costruite, trovando in Ivica Olic, Thomas Müller e Franck Ribèry tre attenti e velocissimi ricognitori. Infatti, sono stati proprio questi tre irresistibili attaccanti a procurare grattacapi all’estremo difensore bremese Tim Wiese capitolato al 51’ contro Olic, al 63’ contro Ribèry e all’83’ contro Schweinsteiger su passaggio del difensore di fascia Philipp Lahm. Nulla, o quasi, è riuscito a contrapporre il Brema. La sorpresa tattica di Thomas Schaaf, di assegnare al giovane fantasista Mesut Özil il compito di seconda punta dietro l’italo-peruviano Claudio Pizarro, si è rivelata fallimentare. Tant’è che nel secondo tempo Schaaf ha mandato in campo Hugo Almaida, ottenendo un cambiamento di ritmo e verticalizzazione. Tuttavia è stata poi proprio l’inevitabile apertura bremese a consentire ai bavaresi di colpire, come dicevamo, altre tre volte. L’unico a creare grattacapi a Jörg Butt è stato Pizarro. E se la gara ha procurato col tempo una supremazia al Bayern lo si deve ad una spettacolare prestazione di Butt che all’9’ si è opposto con tutta la sua bravura contro un micidiale tiro di Pizarro. Simili le prestazioni, pochi minuti dopo, contro Frings e Hunt.

Scampato il pericolo di uno svantaggio subito nei primi 10 minuti di gioco, il Bayern ha potuto cominciare a costruire gioco e spedire in avanscoperta gli attaccanti doc che con le loro qualità di finalizzazione hanno regalato quest’anno il 22° titolo stagionale e la 15a Coppa Germania.

Ora la testa è già a Madrid in attesa di poter innalzare la 5a Coppa dei Campioni d’Europa, Muorinho ed Inter permettendo ovviamente.

Per quanto concerne infine lo spareggio per la salvezza riesce l’operazione al Norimberga si salva per l’ottava volta. Evita la retrocessione anche quest’anno grazie alla vittoria del duplice confronto con l’Augusta, giunta terza nel campionato cadetto. I franconi si sono dimostrati piú organizzati nel gioco e più determinati nelle conclusioni. All’andata il Norimberga ha vinto grazie all’1-0 di Eigler all’83’, mentre nella gara di ritorno ad Augusta si è imposto col risultato finale di 2-0 firmato da Kündogan al 34’ e da Choupo-Moting al 63’ su calcio di rigore.

I padroni di casa, quasi mai pericolosi, dal 56’ hanno dovuto giocare in 10 per l’espulsione di Traore.

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Appello CNE per la massima partecipazione alle assemblee continentali del Cgie

 

ROMA  - Le associazioni nazionali aderenti alla Cne organizzino una partecipazione attiva agli appuntamenti prossimi promossi dal Cgie; tutte le altre associazioni operanti dalle regioni italiane che insieme a quelle nazionali sono insieme compartecipi della vita delle Consulte regionali dell'emigrazione, si attivino perché la partecipazione alle assemblee continentali sia la più ampia possibile. Questo l’appello rilanciato dalla Consulta Nazionale dell’Emigrazione in vista delle continentali anticipate organizzate dal Consiglio generale degli italiani all’estero per protestare contro il rinvio delle elezioni del Comites e, di conseguenza, del Cgie stesso.

L’appello fa seguito ad una lettera che il Segretario Generale del Cgie, Elio Carozza, ha inviato a Rino Giuliani, in cui prima si riconferma "l’essenzialità del ruolo della CNE" e poi si chiede alla Consulta di "fare la sua parte per "raccogliere e far sentire con forza la voce degli italiani nel mondo e contrastare concretamente la deriva di sfiducia e lo spirito di rinuncia che si stanno diffondendo a causa dei colpi assestati alle politiche in favore degli italiani nel mondo"".

 

In vista delle continentali – la prima delle quali si terrà a Francoforte dal 28 al 30 maggio; seguiranno Vancouver (10 al 12 Giugno) e Buenos Aires (17 - 19 giugno), la presidenza della Cne lancia, appunto, un appello alla partecipazione ricordando che "il quadro attuale delle relazioni fra il governo ed il vasto ed articolato mondo della rappresentanza degli italiani all'estero da lungo tempo è fortemente deteriorato; non si sblocca per la sordità del governo a proposte diverse da quelle che intende assumere in tema di Comites e di Cgie. Lo stato dell'attenzione del governo verso gli italiani all'estero, anche in termini finanziari è sicuramente del tutto inadeguato. Si segnala forse il livello più basso di una lunghissima stagione di sottovalutazioni e di disinteresse dei governi che si sono succeduti".

Nella nota-appello la Cne ricorda di aver "riflettuto e costruito una linea di rinnovamento non solo dell'associazionismo ma anche una proposta che faccia uscire dalla mortificante condizione l'attuale rapporto dell'Italia con i suoi concittadini fuori dai confini. Abbiamo proposto, ricevendo risposte positive, un patto ed una sede unitaria di elaborazione e di progettazione alle Regioni ed alle Consulte regionali, una unitaria costruzione di un percorso delle associazioni per chiudere con la frammentazione della rappresentanza sociale e per una Grande Vertenza dell'estero con le nostre istituzioni, da costruire insieme e con l'insieme delle associazioni operanti all'estero".

"L'aggravarsi della situazione – si osserva nella nota – trova un fronte ampio sinceramente riformatore, convinto della necessità di difendere il radicamento nel territorio, di far pesare la partecipazione attiva delle associazioni come dato essenziale della democrazia, di evitare la partitizzazione della rappresentanza, in attesa di organizzare la risposta che prima ancora che al governo è dovuta all'insieme degli italiani all'estero. Passare dalla frammentazione alla unitarietà anche organizzativa – concludono dalla presidenza – può sicuramente far contare di più la proposta di quanti pensano che l'Italia senza gli italiani all'estero sia una Italia più povera e meno influente nel contesto internazionale". (aise)

 

 

 

 

Chiesto il pagamento dell’importo aggiuntivo anche ai pensionati italiani all’estero

 

ROMA - Il deputato del Pd Gino Bucchino ha scritto al nuovo Direttore Generale dell’Inps Mauro Nori per esprimergli gli auguri per la recente nomina. Bucchino inizia la sua missiva osservando come un direttore generale, che in passato è stato responsabile delle Convenzioni Internazionali dell’Inps, avrà sicuramente una particolare sensibilità verso i nostri pensionati residenti all’estero.

  Il parlamentare eletto nella Circoscrizione Estero ricorda nella missiva come, da parte dell’Istituto previdenziale italiano, sia stato negato ai nostri connazionali pensionati residenti all’estero uno specifico diritto. Bucchino si riferisce alla mancata erogazione dell’importo aggiuntivo previsto dall’art.70, comma 7 e seguenti, della legge 23 dicembre 2000, n.388 ai titolari di pensione italiana in convenzione internazionale i quali hanno richiesto la detassazione del pro-rata italiano in base ad una convenzione contro le doppie imposizioni fiscali.

  Bucchino ricorda inoltre a Nori come la legge 388 abbia previsto, a partire dal 2001,  un importo aggiuntivo di 300.000 lire (ora 154 euro) da corrispondere in presenza di particolari condizioni  reddituali, unitamente alla rata di dicembre, ai pensionati titolari di pensioni il cui importo complessivo annuo, al netto dei trattamenti di famiglia, non superi il trattamento minimo. Bucchino spiega anche come questa norma sia  universale ed abbia come unico vincolo  ai fini della corresponsione dell’importo aggiuntivo,  l’accertamento di due requisiti: l’importo complessivo delle pensioni (nel caso delle pensioni in convenzione deve essere presa in considerazione anche la pensione estera) non deve superare il trattamento minimo e i redditi assoggettabili ad Irpef del titolare e del coniuge (il pensionato non deve possedere un reddito complessivo individuale assoggettabile all’Irpef relativo all’anno stesso superiore ad una volta e mezza il predetto trattamento minimo e, se coniugato, un reddito complessivo coniugale superiore a tre volte il medesimo trattamento minimo).

  Il parlamentare del Pd, sottolinea come la decisione, di escludere da questo beneficio i titolari di pensione italiana residenti all’estero che in virtù delle convenzioni bilaterali contro le doppie imposizioni fiscali hanno fatto domanda di detassazione della pensione italiana, sia giuridicamente infondata, non prevista dell’Inps e da nessuna norma legislativa e non giustificata da alcuna inferenza logico-deduttiva. “Basta leggersi la legge che ha introdotto il beneficio – scrive il deputato del Pd  - per capire che l’aumento spetta a tutti coloro i quali soddisfino i requisiti previsti, compresi i residenti all’estero, e a prescindere da considerazioni di natura fiscale. Appare incontrovertibile – prosegue Bucchino - dalla testuale e precisa lettura della norma che non esiste alcuna causa ostativa affinché la prestazione in oggetto sia erogata anche ai titolari di pensione italiana in convenzione internazionale che abbiano richiesto ed ottenuto la detassazione alla fonte del pro-rata italiano (come d’altronde già avviene con la corresponsione della cosiddetta “quattordicesima” erogata a tutti i pensionati italiani residenti all’estero a prescindere da considerazioni di natura fiscale). Allora – avverte Bucchino - abbiamo a che fare semplicemente con una colossale svista dell’Inps che ha escluso per tanti anni migliaia di pensionati italiani residenti all’estero”. La missiva si chiude con l’invito al nuovo direttore generale dell’Inps a provvedere al pagamento dell’importo aggiuntivo anche ai pensionati italiani residenti all’estero includendo se del caso anche gli eventuali arretrati. (Inform)

 

 

 

 

Premio Iww nel Mondo. Scade oggi la presentazione delle candidature

 

Seconda edizione del Premio “IWW nel Mondo” Il Globo Tricolore, indetto da Italian Women in The World, per l'assegnazione di 7 riconoscimenti destinati a profili eccellenti nei settori dell’Innovazione e della Creatività. La seconda edizione del Premio, che si terrà a Bologna il 18 settembre, ha il patrocinio della Regione Emilia-Romagna ed è in collaborazione con Unioncamere Emilia-Romagna, Assocamerestero ed Il Resto Del Carlino/QN.

Il Premio è riservato ai connazionali (residenti all’estero e oriundi), agli italiani che operano “da e per l’estero” anche temporaneamente, ai figli o discendenti dei connazionali all’estero, nelle tre categorie: "Donne", "Uomo", "Under 25". Il riconoscimento viene assegnato a chi si è distinto all’estero nel settore della innovazione e della creatività e abbia contribuito allo sviluppo economico e culturale dell’Italia nel mondo.

Le candidature si saranno accettate fino alle ore 12 del 19 maggio (il bando su http://www.italianwomenworld.com/userfiles/file/premio2010/premio2010BANDOitaok.doc. La premiazione a Bologna sarà preceduta da un incontro tra il mondo istituzionale, l’imprenditoria e la cultura per una tavola rotonda sull’evoluzione dell’imprenditoria e della cultura italiana nel mondo e nei diversi territori italiani.

La cerimonia di premiazione sarà aperta dalla proiezione di “Looking for Angelina” (2005): il regista italo canadese Sergio Navarretta racconta il dramma e la violenza vissute da Angelina Napolitano, giovane italiana emigrata in Canada agli inizi del 1900, che fu uccisa dal marito.  

Il film è stato realizzato sulla sceneggiatura di Alessandra Piccione e di Frank Canino in sole due settimane, negli stessi luoghi dove - dal 1909 al 1924 - si svolse la vicenda, le cittadine di Thessalon e di Sault Ste. Marie in Ontario.  Acclamato dalla critica e dal pubblico per come affronta i temi della violenza domestica e della figura femminile nella società, il film ha vinto il Premio speciale al Cimameriche Film Festival, il premio per il Miglior film e la Menzione speciale al Quitus Film Festival di Montreal. (http://www.youtube.com/watch?v=TP5yM21Uito)

 

 

 

 

Afghanistan. Un attacco contro la trattativa

 

L’attentato nel quale sono morti due militari italiani dimostra la volontà dei taleban di tenere sotto pressione la Nato nell’incombere dei due eventi che possono decidere le sorti dell’Afghanistan: l’assemblea dei capi tribali e l’offensiva di Kandahar in estate.

 

Per il 29 maggio il presidente Karzai ha convocato la tradizionale Loya Jirga sulla quale conta per coinvolgere nell’apparato di governo i taleban pronti a voltare le spalle al Mullah Omar, a Osama bin Laden e alla lotta armata. La scelta è di Karzai,maWashington la sostiene come è emerso dal summit della scorsa settimana nello Studio Ovale e come confermano episodi come quello che ha visto il colonnello dell’Us Army Robert Brown scrivere di proprio pugno una lettera al capo guerrigliero Mullah Sadiq - ricercato dalla Cia dal 2005 e nascosto ai confini con il Pakistan - per invitarlo a partecipare alla ricostruzione dell’Afghanistan. La mano tesa ai taleban punta a ridurne la resistenza quando McChrystal darà il via libera all’offensiva di Kandahar - in una finestra di tempo che si apre a giugno - puntando a eliminare le roccaforti dei guerriglieri irriducibili, alimentate da armi, volontari e rifornimenti che arrivano dalle aree tribali del Pakistan.

 

Questa strategia fatta di offerte di pace e preparativi di guerra punta a «modificare la situazione sul terreno», come dice il presidente americano Barack Obama, per arrivare al luglio 2011 in una condizione di sicurezza tale da consentire l’inizio del passaggio delle consegne di singoli distretti territoriali fra militari Nato e truppe regolari afghane.

 

Ma a questa direzione di marcia, che Obama condivide con Karzai e la Nato, i taleban oppongono la loro. Tornano a piccoli gruppi a Marjah, la città riconquistata dai marines a febbraio, per terrorizzare di notte gli agricoltori che al mattino salutano i soldati americani.

 

Bersagliano Kabul di attentati preferendo gli obiettivi governativi per palesare la debolezza di Karzai, obbligato a muoversi protetto da nugoli di guardie del corpo. Effettuano incursioni nei distretti a ridosso della capitale ripetendo la strategia con cui i mujaheddin islamici sconfissero l’Armata Rossa. Consolidano le basi nel Waziristan pakistano evadendo la caccia dei droni della Cia e beffandosi dei militari di Islamabad. E adoperano i potenti ordigni «Ied» lasciati lungo il ciglio delle strade contando di uccidere più soldati Nato possibile, ostacolando i movimenti di mezzi fra le diverse basi per paralizzare le operazioni.

 

Se l’Alleanza Atlantica ha una strategia che punta ad accelerare i tempi della ricostruzione civile, i taleban puntano invece alla guerra infinita consapevoli che le opinioni pubbliche dei Paesi occidentali non riescono neanche a immaginare un simile scenario. Il paradosso è che a decidere chi prevarrà potrebbero essere un pugno di comandanti taleban. «Ci troviamo in un momento di passaggio - riassume Stephen Biddle, veterano della guerra al terrorismo che adesso indossa giacca e cravatta dietro una scrivania del Council on Foreign Relations di Washington - nel quale quanto avverrà dipende dalle decisioni che saranno prese da un ristretto numero di capi taleban». Si tratta di guerrieri delle montagne che vivono isolati con i propri uomini, dei quali in Occidente si ignorano anche i nomi, fedeli a nessuno, sempre pronti a cambiare alleato per sfruttare l’opzione migliore ma molto legati al territorio e capaci di sfuggire ai droni passando giorni interi senza muoversi, parlando a monosillabi per non farsi identificare dai sensori più sofisticati. Karzai è convinto di riuscire a convincerne una buona parte a venire alla Loya Jirga in cambio della promessa di condividere il potere e l’intelligence britannica crede che abbia qualche possibilità di riuscirci davvero, ma a Washington c’è più cautela e, comunque andrà l’assemblea tribale, McChrystal si prepara a dar luce verde all’assalto a Kandahar. Nella convinzione che la fine del conflitto non è ancora vicina.

 

E’ un’orizzonte di guerra che preannuncia per la Nato un delicato summit a Lisbona: la riunione autunnale immaginata per concordare il nuovo concetto strategico, imperniato sulla necessità di affrontare le nuove minacce del XXI secolo, potrebbe doversi confrontare con la perdurante sfida di una guerriglia medioevale capace di resistere per quasi dieci anni all’armata più potente del Pianeta. Forse non è un caso che in queste settimane i diplomatici al lavoro sull’agenda del vertice sono tornati a discutere di Afghanistan, dopo aver tanto trattato di lotta alla proliferazione.

MAURIZIO MOLINARI LS 18

 

 

 

 

Afghanistan. Le ragioni dell’Occidente

 

Atri due soldati italiani sono morti in Afghanistan e due sono rimasti feriti. Il grave episodio ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica un’operazione spesso dimenticata. Si è anche chiesta una verifica se tanti sacrifici servano alla pacificazione di quel martoriato Paese. Essa non riguarda solo l’Italia, ma tutti i Paesi che hanno truppe in Afghanistan. In discussione non è tanto l’entità delle forze, ma la strategia seguita, concordata anche dall’Italia assieme ai suoi alleati, i risultati che finora ha conseguito e le prospettive future.

Il presidente Obama aveva deciso di modificare d’intesa con gli altri Stati della coalizione obiettivi e strategia seguite in Afghanistan. Precedentemente vi era una certa confusione. Si discuteva se si doveva puntare alla distruzione completa di al-Qaeda oppure alla sconfitta dell’insurrezione talebana. La nuova strategia della coalizione internazionale ha ridimensionato tali obiettivi. Si è riconosciuto che essi erano troppo ambiziosi, tenuto conto anche della ridotta consistenza degli effettivi che potevano essere schierati in Afghanistan, la ridotta collaborazione del Pakistan e la volontà di molti europei di limitarsi alla ricostruzione. Dall’anno scorso si è deciso di stabilizzare l’Afghanistan con una soluzione politica, consistente nella riconciliazione delle varie tribù, etnie e clan in cui è diviso il Paese, talebani compresi. Per farlo è necessario tempo per costituire forze armate e di polizia afgane, in grado di garantire la sicurezza della popolazione e la difesa dell’unità del Paese. Facile da dirsi, ma difficile e soprattutto lungo da farsi. Nell’attesa di tale premessa del ritiro delle forze della coalizione, era necessario contenere l’insurrezione e conquistare la fiducia della maggioranza della popolazione. Essa è ancora timorosa di vedere gli occidentali ritirarsi e di essere lasciata alla mercé dei talebani.

Per ottenere tale risultato, la strategia approvata dalla Nato ed attuata dal generale McChrystal, comandante sia dell’Isaf che delle forze Usa, consiste nel conquistare le roccaforti dei Talebani e di consegnarle alle forze afgane che dovrebbero evitare che tornino in possesso degli insorti. Lo scopo è quello di indurre i talebani a negoziare con il governo di Kabul. Offrendo loro generose condizioni. La prima roccaforte conquistata è stata quella di Marja nella provincia dell’Helmand. In corso è un’operazione simile in quella di Kandahar. Lo sforzo va concentrato nelle campagne, non nelle città come il generale Petraeus aveva fatto in Iraq, dove i Consigli del Risveglio Sunnita avevano collaborato con gli americani nell’eliminazione delle forze di al-Qaeda e nella stabilizzazione del Paese. Un altro aspetto centrale della nuova strategia è quello di limitare al massimo le vittime civili nei combattimenti contro i talebani, e di intensificare gli sforzi per il miglioramento delle condizioni di vita degli afgani. Solo così essi percepiranno la coalizione internazionale come un’alleata e non come una forza d’occupazione. Il ricorso al fuoco d’appoggio degli aerei e degli elicotteri ed ultimamente anche quello delle artiglierie e dei mortai è stato ridotto. Sono stati invece intensificati gli attacchi dei velivoli senza pilota contro le residue forze di al-Qaeda in Pakistan e, in appoggio all’esercito di Islamabad, contro i talebani pakistani. Infine, il presidente Obama ha accolto cordialmente ed addirittura elogiato il presidente Karzai, che aveva definito corrotto, inefficiente e del tutto inaffidabile. Con il pragmatismo che lo contraddistingue, egli deve essersi reso conto che non esiste alternativa. Può darsi anche che sia rimasto sufficientemente soddisfatto delle capacità dimostrate dalle forze armate e di polizia afgane, nelle ultime operazioni. Questo fa bene sperare nel successo dell’operazione. È una ragione di più per restare. Un insuccesso occidentale sarebbe disastroso non solo per il prestigio, ma per la stessa coesione dell’Occidente. Ritirarsi significherebbe tradire gli afgani e fare il gioco dei talebani più radicali. Vale quindi la pena di restare. Il sacrificio dei nostri soldati non è inutile, non solo per l’Afghanistan, ma anche per l’Italia. CARLO JEAN  IM 18

 

 

 

 

Nucleare. Iran, Clinton annuncia accordo sulle sanzioni. No di Turchia e Brasile: "Ora negoziare"

 

La bozza oggi al Consiglio di sicurezza. Erdogan fa un appello alla comunità internazionale affinché sostenga il patto per lo scambio dell'uranio iraniano in Turchia. E Lula chiede: "Anche noi nel gruppo 5+1"

 

NEW YORK - All'indomani della sigla dell'accordo tra Teheran, Brasilia e Ankara 1 per l'invio di uranio in Turchia in cambio di combustibile nucleare per centrali atomiche, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha annunciato l'esistenza di un accordo con Cina e Russia su una bozza di risoluzione per le sanzioni sull'Iran. E' l'ultimo colpo di scena nel dossier sul nucleare iraniano.

 

"Abbiamo lavorato strettamente con i partner del gruppo 5+1 e sono felice di dichiarare che oggi abbiamo un accordo su un progetto forte con la cooperazione di Russia e Cina", ha detto il segretario di Stato, indicando che la bozza sarà distribuita oggi ai membri del Consiglio di Sicurezza. All'Onu l'ambasciatore britannico alle Nazioni Unite, Mark Lyall Grant, aveva confermato stamattina "progressi all'interno del gruppo dei cinque più uno", riferendosi ai Paesi con potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu (Usa, Gb, Francia, Russia e Cina) chiamati a valutare il dossier iraniano sul nucleare. Al 5+1 intendono adesso unirsi anche Brasile e Turchia, ha fatto sapere un consigliere del presidente brasiliano, Ignacio Lula da Silva.

 

L'accordo annunciato ieri dall'Iran aveva ricevuto immediate critiche dagli Usa e dall'Ue che avevano fatto sapere che questo non avrebbe evitato l'applicazione di nuove sanzioni a Teheran. Secondo Hillary Clinton, attraverso l'accordo sull'uranio negoziato dall'Iran con Brasile e Turchia, l'Iran avrebbe solo cercato di allontanare la pressione internazionale e l'attenzione sulle sanzioni. Il portavoce della Casa Bianca Bill Burton ha parlato di Iran in volo con il presidente Barack Obama in Ohio. "Continueremo a far pressioni in ogni modo possibile.

Continueremo finchè Teheran non rispetterà i suoi impegni internazionali", ha detto Burton.

 

Oggi però il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha fatto un appello da Madrid alla "comunità internazionale, affinché sostenga" l'accordo raggiunto tra Iran, Turchia e Brasile. "Faccio appello alla comunità internazionale affinché sostenga la dichiarazione finale in nome della pace mondiale. Abbiamo dimostrato che con la diplomazia, l'Iran può sedersi attorno a un tavolo e negoziare", ha detto Erdogan, invitando l'Occidente ad abbandonare la strada delle sanzioni. Dopo quest'accordo, ha continuato Erdogan, "noi dobbiamo smetterla di parlare di sanzioni". Secondo il premier turco, l'accordo è "importantissimo" per sbloccare la questione nucleare iraniana, perché permette a Teheran di recuperare "in meno di sei mesi" il combustibile arricchito.

 

Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e il premier turco, che hanno collaborato per l'intesa raggiunta con l'Iran in merito alla questione nucleare e che adesso vogliono unirsi al 5+1, si sono riuniti a Madrid nell'ambito del vertice Ue-Amlat. La proposta iraniana, cui hanno fatto da sponda Turchia e Brasile, prevede lo scambio in turchia di 1.200 chili di uranio debolmente arricchito (3,5 per cento) iraniano con 120 chili di uranio arricchito (20 per cento) destinato al reattore di ricerca nucleare a Teheran. L'accordo è stato accolto con un certo scetticismo dalla comunità internazionale.

 

Anche Parigi giudica positivamente l'accordo sul nucleare raggiunto dall'Iran con Turchia e Brasile. Il presidente francese ha fatto sapere con una nota che considera l'intesa "un passo positivo" ma che aspetta di leggerne i dettagli nella missiva che Teheran invierà all'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Il trasferimento di 1.200 chili di uranio alla Turchia, ha sottolineato l'inquilino dell'Eliseo, "deve essere accompagnato, com'è logico, da una sospensione del processo di arricchimento dell'uranio al 20%". La Francia, afferma Sarkozy, "valuterà con il Gruppo dei Sei - i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu più la Germania -. Siamo pronti a discutere senza preconcetti tutte le conseguenze sull'intero dossier che riguarda l'Iran".

 

Dallo scorso autunno l'Iran ha aumentato del 50% il suo stock di uranio scarsamente arricchito, che secondo l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), è di oltre 2.400 chili. A febbraio, la Repubblica islamica ha anche lanciato la produzione di uranio altamente arricchito (20%). Da Parigi il portavoce del ministero degli Esteri francese, Bernard Valero ha fatto sapere che la proposta d'accordo dell'Aiea per la consegna all'estero da parte dell'Iran di 1.200 chili di uranio scarsamente arricchito, ripresa in parte in una dichiarazione firmata ieri dall'Iran con Brasile e Turchia, potrebbe essere aggiornata. "Se l'Iran rispondesse finalmente alla proposta fatta in ottobre dall'Aiea, bisognerebbe forse vedere di quali quantità si parla - ha detto Valero -. Attendiamo la risposta dell'Iran" e "il giorno in cui risponderanno, forse bisognerà formulare delle domande".

 

Israele invece non ha ancora reagito ufficialmente all'annuncio dell'accordo, ma già ieri le posizioni espresse da fonti ufficiose a Gerusalemme erano di scetticismo e di sospetto che la nuova mossa dell'Iran serva a ingannare la comunità internazionale e continuare al tempo stesso il suo programma nucleare che Israele, insieme a molti altri stati, teme che abbia fini militari. La stampa israeliana odierna nei commenti ritiene comunque che l'accordo sia un successo diplomatico per l'Iran, in quanto sembra concretamente allontanare la minaccia di sanzioni, ma un male per Israele, convinto sostenitore di una linea di grande fermezza nei confronti del regime al potere a Teheran. LR 18

 

 

 

 

Stretta dell'Ue contro gli speculatori. Dall'intesa regole per hedge fund e fondi alternativi.

 

BRUXELLES - I ministri delle finanze dell’Ue hanno trovato un accordo sulla direttiva europea sugli hedge fund, nonostante l’iniziale opposizione della Gran Bretagna che aveva fatto saltare l’accordo durante il Consiglio Ecofin di marzo. L’approccio generale votato e approvato oggi dà mandato al Consiglio europeo di negoziare con il Parlamento di Strasburgo, la cui commissione economica ha approvato a sua volta ieri sera una proposta, un testo condiviso che dovrà però tenere «conto delle restanti preoccupazioni espresse dalle delegazioni, in particolare in riferimento alle norme relative ai paesi terzi».

 

Su questo e il cosiddetto «passaporto» per i fondi situati al di fuori dell’Ue si basava principalmente l’opposizione di Londra.

 

In salita invece l’ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie: una proposta che la Ue - come ha detto il presidente dei ministri dell’Eurozona Jean-Claude Juncker - vuole mettere di nuovo sul tavolo del G20 il 26 e 27 giugno a Toronto. Ma Parigi e Berlino si mostrano molto prudenti, sottolineando come una misura del genere potrebbe funzionare solo se fatta su scala globale. Un’impresa ritenuta non certo facile. «Una tassa del genere non avrebbe senso se fatta solo in Europa», ha detto il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Scahuble. «Può avere senso solo se fatta su scala globale, e ho seri dubbi che ci si possa riuscire», ha aggiunto, sottolineando come la data decisiva sarà comunque proprio quella del G20 canadese.

 

Al vertice di Bruxelles i ministri parleranno dei nuovi programmi di austerità e consolidamento di bilancio di Portogallo e Spagna, ovvero dei due paesi più nel mirino dei mercati dopo la Grecia, e delle reazioni dei mercati al pacchetto da 750 miliardi, che dopo l’iniziale euforia di lunedì scorso, sono tornate estremamente nervose e imprevedibili. In questo quadro, l’Ecofin dovrebbe affrontare anche la questione dell’indebolimento dell’euro, che secondo il presidente dell’eurogruppo Jean-Claude Juncker non è un problema in sé, mentre è preoccupante il ritmo a cui avviene, segno di volatilità dei mercati. Una volatilità che in certi casi sembra essere stata provocata da dichiarazioni intempestive o inopportune, soprattutto tedesche. Lo stesso Juncker, rispondendo a un cronista su questo, ha osservato ieri sera che certe persone «farebbero meglio a riflettere prima di parlare» e che anzi «avrebbero interesse a tacere».  LS 18

 

 

 

Più moralità per vincere la crisi economica

 

Ancora troppo consumismo e corruzione nelle nostre società. Non bastano le strategie politiche se manca il senso dell’altruismo

 

Da tempo si parla di crisi, di disoccupazione in crescita, di medie e piccole imprese in difficoltà o in fallimento, di famiglie alla fame, di Paesi in bancarotta, come la Grecia, o notevolmente a rischio, come Spagna e Portogallo. Una recessione dovuta ad inefficienza governativa, consumismo, ingordigia speculativa delle banche, corruzione ed eccessiva spesa pubblica. Certo, fa piacere notare che l’Italia non è la sola Nazione a registrare un enorme debito statale, incrementato anche dai privilegi economici riconosciuti ai personaggi delle Istituzioni, Rai compresa, dalla notevole evasione fiscale e dalla tendenza alla disonestà. Ma è consolazione che crolla appurando che, anche nella Penisola, migliaia di persone sono state licenziate o messe in cassa integrazione (previsto un milione di disoccupati in più nel 2010); che calano le entrate fiscali mentre il debito pubblico cresce sensibilmente, avvicinandosi al 120%; che la produzione industriale è scesa del 20% ed altrettanto le esportazioni. Una situazione che alimenta le accuse dell’opposizione che non perde occasione per accusare il Governo di non affrontare in modo adeguato le crisi aziendali e di non mettere in atto correttivi validi.

   Se la Melandri (Pd) afferma: “manca una strategia anticrisi da parte del Governo”, altri sostengono che si è destinato solo lo 0,8% del Prodotto Interno Lordo (Pil) per fronteggiare la situazione, contro il 3% di molti Paesi europei; e ciò “grazie a spostamenti di voci di bilancio e ai tagli del Fondo Aree Sottoutilizzate; che “si stanziano i soldi per la social card, ma si tagliano quelli per i disabili e gli anziani; oppure si danno i soldi per il Ponte sullo Stretto tagliando gli interventi nel Mezzogiorno”; o che “nel 2010 finirà il periodo di cassa integrazione per centinaia di migliaia di lavoratori e che migliaia di piccole e medie imprese rischiano di chiudere”. Da qui l’invito di Epifani (Cgil) all’Esecutivo perché compia “un atto di responsabilità e saggezza”. Suggerimento che sembrerebbe lecito e giusto, se non fosse accompagnato da alcune proposte dell’opposizione tutt’altro che sensate: elevare le tasse dei redditi superiori ai 120.000 euro l’anno, per creare le risorse per un fondo di solidarietà per le fasce più deboli, come suggerisce Bersani, può comportare l’incremento dell’evasione fiscale. Non sarebbe più saggio e responsabile consigliare di ridurre gli stipendi ed i benefici dei quali godono le tante caste nazionali?

   Tremonti e Berlusconi ribattono che l'Italia ha affrontato la crisi meglio di altri Paesi, prevedendo un bonus per i pensionati e per i figli a carico, in aggiunta alla già programmata carta prepagata per gli acquisti (da 120 a 200 euro mensili alle famiglie con reddito di 6.000 euro annui per componente familiare); che s’ipotizzano interventi legislativi sui mutui “per arrivare ad una rata fissa”, ed un ulteriore incremento degli aiuti sociali; e che si sono sostenuti i settori industriali più colpiti. Il tutto, però, tenendo conto della necessità di ridurre “di 80-100 miliardi il debito pubblico”. In effetti gli economisti affermano che il sistema finanziario italiano è solido, a dispetto del calo del Pil. La Commissione europea riconosce che “il basso indebitamento del settore privato … finora ha messo al riparo l’Italia dall’impatto della crisi finanziaria”; e, ritenendo necessari gli interventi proposti, ha dato il via libera alle misure anticrisi del Governo, a patto di riportare entro il 2011 il rapporto deficit/PIL sotto il 3%, tra l’altro riducendo la spesa pensionistica, tra le più alte in Europa, equiparando l’età della pensione, in particolare per le donne, a quella dei Paesi dell’UE. Pure l’OCSE ha dichiarato che “l'Italia e' meglio preparata per affrontare le sfide; che sono stati compiuti numerosi progressi…ma che deve e può fare meglio”.

   A stare alle cronache, non sembra infatti che gli Italiani siano così mal mes-si: ad ogni festività, le strade s’intasano di 30 milioni di vetture; alcuni acquisti, per esempio di costosi cellulari, aumentano; non cala l’abuso di alcool e droghe; né l’impiego, spesso in nero, degli immigrati solo perché i nostri giovani si rifiutano di svolgere determinati lavori; tanto meno le infinite “consulenze d’oro” a spese dei contribuenti. Uno sperpero di denaro che contrasta con la dottrina sociale della Chiesa che invita “al dialogo, alla collaborazione, alla carità che ama”. Che si domanda perché “tanti fratelli bisognosi attendono aiuto, tanti oppressi attendono giustizia, tanti disoccupati attendono lavoro, tanti popoli attendono rispetto”. Che invita a “salvare la persona”, compresi i forestieri, e “ad edificare la società umana”, come suggerito da Cristo.

   Società che “riguarda l'uomo”, la sua dignità, il suo diritto “alla vita in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità; a maturare la propria intelligenza…a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari…; ad acquisire “i beni necessari - materiali, culturali, morali, spirituali - per condurre una vita veramente umana”. Il rispetto di questi diritti compete allo Stato e a tutti i cittadini ed esige di non essere “subordinati ai vantaggi di parte che se ne possono ricavare”. Perché “una società, in cui il diritto al lavoro sia vanificato o sistematicamente negato e in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale”. Seguire tale dottrina, riducendo consumismi e depravazioni varie, aiuta a superare la crisi economica che imperversa.  Egidio Todeschini, de.it.press

  

 

 

Il Cavaliere moralizzatore, l’ultima fiction del Regime

 

Chi lancerà nei prossimi giorni a reti unificate un solenne e accorato anatema contro i ladri della Casta? Avete sbagliato. Sarà Silvio Berlusconi. Non sganasciatevi, non è una battuta, è la nuova tattica annunciata dal Caimano medesimo attraverso una velina (nel senso originale del termine: verità ufficiosa di regime).

 

Il Capo ha infatti minacciato che d’ora in poi non coprirà più i cortigiani che rubano: grazie a lui “hanno avuto soldi e onori”, e se l’avidità li acceca li licenzierà in tronco e con ignominia. Come fa un Padrone, del resto, col maggiordomo che ruba le posate d’oro.

 

Con questa scelta tattica, l’aspirante Duce ha in realtà aperto la campagna elettorale. Cavalcare lo schifo che monta nel Paese contro la grassazione permanente ed esponenziale delle cricche (che – alla lettera – si arricchiscono sul sangue: di lavoratori non pagati, che per disperazione si suicidano), e anzi di questo schifo farsi l’unico paladino.

 

Infatti, Lui si è fatto straricco da sé (e la legge Mammì e altri decreti Craxi?), dunque non ha bisogno di rubare, gli elettori lo sanno e per questo si fidano, addirittura felici di farsi sudditi, purché Lui butti a mare qualche scherano preso con troppe dita nella marmellata, e ormai impresentabile.

 

È una tecnica vecchia come la prepotenza e la manipolazione dei dispotismi. I servi della gleba in Russia per secoli hanno continuato a maledire i boiardi come causa delle proprie disgrazie, e a venerare invece come loro difensore (e anzi “piccolo padre”) il capo di quei boiardi, lo zar autocrate. Che ogni tanto ne faceva fuori qualcuno, prendendo i classici due piccioni: accrescere il proprio potere rispetto ai feudatari e la propria popolarità presso il popolino.

 

Non disdegnò la stessa tecnica Mussolini, “si parva licet”, con i gerarchi. Erano loro i colpevoli delle cose storte, lo tenevano all’oscuro e lo consigliavano male, per stupidità o per tradimento. L’Uomo della Provvidenza, invece, lavorava per il bene di tutti fino a notte fonda.

 

Insomma, la storia ci dimostra che per far credere l’incredibile – nel caso di Berlusconi, che il nemico giurato della Cricca dei papponi che sta spolpando l’Italia è lo stesso Caimano della Cricca – basta poco: il monopolio della comunicazione. Di cui l’aspirante Egocrate è lussuosamente e orwellianamente provvisto.

 

Per diventarne dotato TOTALMENTE vuol fare approvare entro giugno la legge che toglie ai magistrati la possibilità di scoprire i papponi di regime, e manda in galera i giornalisti che racconteranno ancora qualcosa. Un tassello di fascismo vero e proprio. Chi non lo impedirà sarà peggio che servo: complice.

Paolo Flores d’Arcais, il Fatto Quotidiano, 15 maggio

 

 

 

 

 

Manovra, Tremonti: "Ridurremo la mano pubblica". Nessuno stravolgimento per le pensioni"

 

All'Ecofin di Bruxelles il ministro dell'Economia ha anticipato che "verrà tagliata la spesa improduttiva": dovranno preoccuparsi "i falsi invalidi" e i "veri evasori". E ha ribadito: "Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani"

 

ROMA -  Sono "i falsi invalidi" e "i veri evasori" a doversi preoccupare delle misure da inserire nella manovra. Lo ha detto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti in conferenza stampa a termine dell'Ecofin. Il ministro non ha illustrato in dettaglio la manovra, ma ha dato indicazioni a grandi linee, spiegando che "E' ora di ridurre effettivamente il peso della mano pubblica". Tremonti ha anche assicurato che l'Italia intende rispettare gli impegni presi con l'Unione Europea: "L'Italia ha ricevuto nel dicembre scorso indicazioni dalla UE per la correzione dei propri conti pubblici. Noi intendiamo rispettare quegli impegni e quei numeri. Non c'è stato chiesto nient'altro".

 

Dando ancora qualche anticipazione sul contenuto della manovra, il ministro dell'Economia ha assicurato che non inciderà sulle pensioni: "Se lei mi chiede se stiamo stravolgendo il sistema pensionistico le dico di no, perchè funziona bene", ha risposto a un giornalista, aggiungendo che "Abbiamo il sistema previdenziale più stabile d'Europa". E ha ha anche ripetuto per l'ennesima volta:  "Non metteremo le mani nelle tasche dei cittadini, non aumenteremo le tasse". Tremonti ha poi risposto anche a una domanda sulla possibile riduzione dei termini dei parlamentari: "Ho sentito parlare di tagli agli stipendi dei parlamentari dell'ordine del 5%. Mi viene da sorridere. Per me è solo un aperitivo".

 

Sul fronte della spesa pubblica, ha detto Tremonti, "C'è una vasta e ampia area di spesa improduttiva. Per esempio, c'e la spesa per l'invalidità che dal 2001 ad oggi, col Titolo quinto che ha dato alle Regioni poteri di spesa ma non di presa, è salita da 6 miliardi di euro a 16 miliardi di euro, un punto di Pil. E poi ci sono trasferimenti dal ministero degli Interni ad una platea di Comuni che ammontano a 15 miliardi ogni anno. Ci sono dunque enormi margini di intervento - ha proseguito il ministro - senza che si producano effetti distorsivi o recessivi. E quando dico ridurre la spesa pubblica - ha concluso - dico che c'è un uso non appropriato del denaro pubblico".

 

Arriva il nuovo Redditometro. E intanto l'Agenzie delle Entrate sta per varare il nuovo Redditometro. Tra i nuovi parametri considerati per la determinazione del reddito presunto ci saranno l'acquisto di mini-car, le iscrizioni a club e scuole esclusive, le spese per i viaggi all'estero, la stipula di polizze assicurative e le spese di ristrutturazione.

 

Gli "indicatori" saranno molti di più di quelli attuali, saranno basati sulle spese certe, realmente effettuate, e verranno parametrati sulle varie tipologie di famiglia, guardando anche alla distribuzione sul territorio italiano. Se ci sarà una discrepanza di rilievo tra quanto speso e quanto dichiarato scatta l'avviso del fisco e, ovviamente, il contribuente o si adegua o dovrà dimostrare di avere altre fonti di reddito (come vincite alle lotterie o eredità). Il fisco, comunque, si aspetta un effetto deterrenza, con un adeguamento spontaneo. LR 18

 

 

 

 

La fine del socialismo della spesa

 

C’è sicuramente molta esagerazione nella tesi secondo cui la crisi economica cambierà radicalmente il volto dell’Europa e, in particolare, cancellerà quella sua specificità (che l’ha sempre differenziata dagli Stati Uniti) rappresentata da estesi e costosi sistemi pubblici di welfare. La storia non fa salti e non ne farà nemmeno in questa occasione. Però, un ridimensionamento sensibile, unito a una forte razionalizzazione delle spese, dei sistemi di welfare, sembra inevitabile nel corso degli anni a venire (per le ragioni indicate da Piero Ostellino sul Corriere di ieri) . Tale evenienza, sul piano politico, potrebbe fare una vittima illustre, carica di storia: il socialismo, in tutte le sue diverse sfumature e varianti. Era stata proprio l’influenza dei partiti socialisti (insieme a quella delle forze politiche di ispirazione religiosa) a determinare, nel Novecento, l’espansione dei sistemi di welfare dell’Europa occidentale e a fare di tale espansione una peculiarità dell’Europa. Se il processo si inverte, lo spazio per forze politiche socialiste (con connessioni più o meno organiche con organizzazioni sindacali) diventa sempre più ristretto.

Quali che siano le caratteristiche aggiuntive che gli si vogliano attribuire, il socialismo europeo è stato, prima di tutto, e soprattutto, uso della spesa pubblica per fini di ridistribuzione, ampliamento costante di quelli che, nel linguaggio socialista, venivano chiamati «diritti» (ossia, l’ accesso alle prestazioni sociali dello Stato) in nome di un principio di uguaglianza. Ma se tutto questo diventa economicamente insostenibile, se persino il carattere universale delle prestazioni di welfare (che comunque, ancorché ridimensionate, sopravviveranno) rischia di essere messo in discussione a causa della scarsità delle risorse e della conseguente necessità di scegliere i soggetti a cui continuare a erogare le prestazioni e i soggetti da escludere, il socialismo finisce per perdere gran parte della sua ragione sociale. I conservatori sono sicuramente molto più attrezzati, per cultura politica e insediamenti elettorali, a governare in una fase storica che si annuncia assai lunga e che potremmo definire di welfare austerity.

L’attuale crisi dei socialismi meridionali, greco, spagnolo, portoghese, è un fatto solo congiunturale (spiegabile con gli alti e bassi che sempre hanno le fortune dei partiti in democrazia) o rispecchia una condizione strutturale: il fallimento definitivo del «socialismo della spesa», la sua, ormai irreversibile, insostenibilità finanziaria? E come spiegare il fatto che in Italia, nemmeno in una situazione di dura crisi economica, le proposte di espansione della spesa del maggior partito di opposizione, il Partito Democratico, hanno fin qui incontrato il favore dell’elettorato?

Fondamentalmente, le fortune future dei partiti socialisti sembrano dipendere da come gli elettorati reagiranno, nei prossimi anni, alle severe misure di difesa dei conti pubblici che i partiti conservatori attueranno.

Gli elettori si troveranno sempre più a dover scegliere fra vantaggi di breve e vantaggi di medio termine (fra l'uovo oggi e la gallina domani). La riduzione delle prestazioni degli Stati produrrà, presumibilmente, forte disagio sociale e forti proteste. I partiti socialisti, naturalmente, le cavalcheranno.

Ma potranno essere premiati dagli elettori solo se questi ultimi penseranno esclusivamente in termini di vantaggi a breve termine: se chiederanno, cioè, di bloccare la riduzione delle prestazioni sociali anche a costo di trovarsi, subito dopo, nella situazione catastrofica in cui si trovano oggi i greci. Se questo non avverrà, la sorte elettorale dei partiti socialisti (o di ispirazione socialista, come il Pd italiano) diventerà sempre più precaria.

Occorre una grande fantasia e leadership capaci e ispirate per riscrivere di sana pianta la propria «ragione sociale», i propri fini politici. Nonostante non abbia potuto resistere all’usura di un lungo periodo di governo e all’impatto della crisi, il New Labour britannico, di Blair e di Brown, proprio questo, almeno in parte, aveva tentato di fare.

La fine del «socialismo della spesa» sembra non lasciare alternative ai socialismi meridionali: o rinnovare radicalmente scopi e culture politiche o rassegnarsi al declino.  Angelo Panebianco CdS 18

 

 

 

 

Quanto costa davvero la politica

 

E’ un po’ di giorni che se ne parla: l’idea del ministro Calderoli di tagliare gli stipendi di ministri e parlamentari piace molto. La gente semmai obietta che «tanto non lo faranno», e che gli emolumenti dei politici sono talmente scandalosi che bisognerebbe tagliare molto di più. Anch’io penso che l’idea di Calderoli sia da sottoscrivere.

 

C’è un aspetto, tuttavia, dei ragionamenti che circolano in questi giorni, che non mi convince affatto. Molti tendono a credere, o a far credere, che una misura del genere potrebbe avere effetti apprezzabili sui conti pubblici, contribuendo in misura rilevante alla manovra da 25 miliardi di euro (in 2 anni) che il governo sta mettendo a punto in queste settimane.

 

Ebbene bisogna dire risolutamente che questo non è assolutamente vero. Innanzitutto perché la proposta, anche se venisse estesa ai grandi dirigenti e funzionari pubblici riguarderebbe poche migliaia di persone. In secondo luogo perché andare al di là di questo è molto difficile, dal momento che proprio l'autonomia delle Regioni e degli enti locali rende praticamente impossibile far calare dall’alto (cioè dal centro) un provvedimento di contenimento di tutti gli emolumenti legati alla funzione politica. E infine, punto decisivo, perché anche se si riuscisse a colpire tutta la politica, e cioè amministratori locali, portaborse (ipotesi del tutto irrealistica), i risparmi sarebbero irrisori rispetto all'entità della manovra che ci attende.

 

Per capire come mai, basta riflettere sul fatto che il costo globale del ceto politico, anche inteso nella sua accezione più ampia (incluse le consulenze), non supera i 4 miliardi di euro all'anno, il che significa che un taglio del 5% frutterebbe 200 milioni di euro (sul punto si veda l'ottimo libro di Salvi e Villone, Il costo della democrazia, Mondadori, 2005).

 

Una bella cifra, direte voi. Sì, ma non sulla scala dei nostri problemi di aggiustamento dei conti pubblici. Duecento milioni sono 0,2 miliardi di euro, ossia meno dell'1% di quello che ci serve (25 miliardi di euro). Anche ammesso di cominciare subito, senza dilazioni e senza deroghe, colpendo tutti, ma proprio tutti, fino all'ultimo consigliere comunale, in 2 anni si potrebbero risparmiare circa 0,5 miliardi di euro, ossia il 2% di quel che ci serve per tenere i conti pubblici in (relativo) ordine.

 

E il restante 98%? - Il restante 98% per cento sarà richiesto soprattutto a noi cittadini comuni. E infatti si parla di intervenire soprattutto su stipendi pubblici e pensioni, un'eventualità che ha già messo in allarme i sindacati.

 

Se ne potrebbe concludere che la proposta di Calderoli è pura demagogia, e che non merita di esser presa sul serio. Ma sarebbe una conclusione sbagliata. La proposta Calderoli, a mio parere, dovrebbe essere sostenuta e semmai rafforzata, ma non per il suo impatto sui conti pubblici. Una riduzione degli emolumenti dei politici nazionali, specie se estesa agli alti dirigenti, sarebbe importante soprattutto per il suo significato simbolico, come un (minimo) segnale di serietà che la classe politica lancia al Paese. Un punto, questo, che è stato colto molto bene dal leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che ieri in un'intervista a questo giornale ha dichiarato la propria disponibilità a contribuire a «spegnere l'incendio della speculazione» e a «blindare i conti», purché il governo dia segnali chiari di voler intervenire sulle situazioni più scandalose. Ci sono politici e manager pubblici che hanno stipendi privi di qualsiasi ragionevolezza, non solo in relazione a quelli dei comuni cittadini ma innanzitutto in relazione a quelli dei politici e funzionari di pari livello degli altri Paesi. Dare una robusta sforbiciata a tali stipendi non permetterà mai di raddrizzare i conti pubblici, ma è la condizione minima per rivolgersi ai cittadini in un momento difficile come questo.

 

Quanto ai cittadini, forse sarebbe meglio che si levassero definitivamente dalla testa l'idea che i conti pubblici siano in disordine perché la politica costa troppo, e che basti affamare i politici per rimettere in sesto le finanze pubbliche. I veri costi della politica non sono quelli diretti, ossia l'ammontare degli stipendi della casta, ma i suoi costi indiretti, ossia lo spreco di risorse pubbliche che corruzione e malgoverno infliggono ogni anno al Paese. A fronte di 4 miliardi di costi diretti, la politica ci costa ogni anno qualcosa come 80 miliardi per la sua incapacità di spendere oculatamente il denaro pubblico, per non parlare di quel che ci costa la sua timidezza nel combattere l'evasione fiscale. Su questo Bonanni ha perfettamente ragione: è di qui che si deve partire. LUCA RICOLFI LS 17

 

 

 

 

Intercettazioni. Santanché difende privacy dei boss. Pd e Idv: "Governo prenda le distanze"

 

"Scandalose" le parole del sottosegretario. Per lei è un "abuso" intercettare un mafioso che parla  con un familiare. Di Pietro annuncia un referendum per abrogare il ddl all'esame del Parlamento

 

ROMA - Ancora polemiche intorno al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche. Antonio Di Pietro ha annunciato in serata di voler promuovere un referendum per abrogare la legge all'esame del Parlamento. E ieri Daniela Santanché ha difeso il diritto alla privacy dei boss mafiosi. "Che senso ha intercettare un mafioso mentre parla con la madre? E' un abuso" ha detto il sottosegretario per l'Attuazione del programma di governo nel corso della trasmissione Mattino Cinque. Parole "scandalose" per Pd e Idv, "sconcertanti" secondo il vicepresidente della commissione antimafia, Fabio Granata. Al coro di proteste si sono aggiunti anche i finiani di Farefuturo 1, che criticano modi e contenuti della questione posta dal sottosegretario Santanché.

 

"Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. La divulgazione di intercettazioni che riguardano la sfera intima e privata della persona, e non i reati per i quali l'intercettazione è stata disposta, rappresenta un'inaccettabile violazione della privacy e dei diritti delle persone" ha ribadito poi Daniela Santaché rincarando la dose. "Non le parole ma i fatti dimostrano che questo governo stia dando ampia prova di come si combatta la mafia senza sconti ed esitazioni. Il resto sono polemiche inutili che non possono trovare spazio".

 

Immediato il coro di proteste. "Alfano dica se l'intento del disegno di legge del governo sulle intercettazioni è quello di tutelare la privacy dei boss, come ha dichiarato Santanché, oppure prenda immediatamente le distanze da quelle gravissime affermazioni e dimostri concretamente, in parlamento, la volontà di rafforzare gli strumenti per le indagini contro la mafia" ha commentato la deputata democratica, Pina Picierno. "La dichiarazione sul diritto di privacy per i mafiosi è semplicemente sconcertante, così come doverosa appare una censura e una presa di distanza da parte del governo" ha affermato Fabio Granata, vicepresidente della commissione antimafia. 

 

"Il sottosegretario Santanché farebbe bene a scusarsi, anziché mantenere il punto - ha detto la capogruppo del Pd nella commissione Antimafia della Camera, Laura Garavini. "La sua frase è stata quanto meno infelice e rischia di essere un messaggio sbagliato per i criminali. Evidentemente, ha usato parole con leggerezza ma deve dirlo pubblicamente: per ora è preoccupante la sua ostinata autodifesa".  LR 18

 

 

 

Atenei sull'orlo del collasso. Occupati i rettorati

 

Esami saltati, studenti sdraiati contro la forbice del duo Gelmini-Tremonti.  E ancora: raccolta di firme a Salerno e lezioni a rischio a Milano come a Palermo, Roma e Firenze. La protesta degli Atenei, annunciata nei giorni scorsi, è stata un successo. Università in subbuglio ovunque, la manifestazione contro la controriforma Gelmini è scattata all'unisono a mezzogiorno. Tutti i rettorati sono stati "simbolicamente" occupati.  E la mobilitazione contro i tagli che mette gli Atenei in ginocchio non cessa: domani la protesta si sposta sotto il Senato, dove è in discussione il contestatissimo disegno di legge di riforma. Una mobilitazione contro le misure sul trattamento economico, il reclutamento e la riorganizzazione della governance, voluti dalla ministra "unica" dell'Istruzione. E alla "ribellione" hanno aderito tutti: docenti, ricercatori, precari, lettori, personale tecnico-amministrativo e gli studenti  (Udu, Cipur-Confsal, Cisal, Flc-Cgil, Link-Coordinamento Universitario, Snals-Docenti Università,  Ugl-Università e Ricerca, Uilpa-Ur, e tanti altri) .

 

Insomma, il momento del "collasso" si avvicina e «già oggi molte università sono in una condizione di deficit crescente che impone il taglio dei corsi, dell'offerta formativa, della ricerca», continua il sindacato. Al problema delle risorse si aggiunge la vertenza dei ricercatori a tempo indeterminato a cui la riforma al vaglio del Senato sbarra la strada: resteranno fuori da ogni possibilità di carriera poichè la loro figura viene eliminata: ci saranno solo ricercatori a termine a cui vengono garantiti percorsi più definiti di carriera. Entro sei anni, ci sarà «una concorrenza spietata - dicono i ricercatori- tra vecchie leve (alcuni insegnano da decenni negli atenei) e nuovi assunti per i pochi posti da docente».

 

Assemblea con il segretario della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo a Tor Vergata , poi l'occupazione del rettorato.   Argomento: la scarsità di risorse sul piatto per gli atenei. «La drammatica condizione in cui versano le università per effetto dei tagli al finanziamento in parte già attuati, ed in parte da attuare nel 2011 e 2012 - sottolinea la Flc Cgil- metteranno in ginocchio il sistema. Una proiezione della conferenza dei rettori stima all'1 gennaio 2011 il momento di insostenibilità finanziaria per gran parte degli atenei».

 

Alla Sapienza l'assemblea del personale e degli studenti ha proclamato per il prossimo ottobre «lo stato di agitazione e la mobilitazione generale dell'intera comunità universitaria». Una mobilitazione che sarà messa in atto «attraverso il rifiuto degli incarichi didattici da parte dei precari e dei ricercatori, iniziative di lotta del personale tecnico amministrativo, con scioperi a scacchiera nei servizi, e mobilitazioni generali degli studenti». La Sapienza chiede «un finanziamento adeguato per il sistema universitario», dice "no" al «blocco delle assunzioni che priva i precari di ogni possibilità di stabilizzazione» e sollecita «un piano di assunzioni straordinario». Qui però l'occupazione del rettorato non c'è stata, ma è slittata a domani.  Il motivo? Il rettore Luigi Frati ha "anticipato" l'azione simbolica degli studenti prendendo la parola nel corso dell'assemblea d'ateneo:  "L'ltalia  investe un terzo rispetto all'Europa in ricerca, due terzi sull'università», ha detto il rettore. In questo quadro, il ddl proposto dal ministro «contiene elementi illogici - ha continuato Frati - come quando si dice che i ricercatori a tempo determinato, finiti i contratti, devono poter essere assunti come docenti: con quali soldi? e che accadrà degli altri 20.000 ricercatori che ci sono già nell'università?».

 

Occupazione simbolica del rettorato dell'università di Firenze e assemblee di docenti, ricercatori, precari, tecnici e amministrativi degli atenei di Firenze, Pisa e Siena per protestare contro la riforma Gelmini. L'assemblea di Firenze ha approvato un documento in cui si chiede «la convocazione degli Stati generali dell'università prima dell'approvazione definitiva del ddl Gelmini». L'assemblea di Pisa ha approvato una mozione nella quale chiede al rettore Marco Pasquali di «procedere all'assunzione degli stabilizzandi e di revocare i provvedimenti di prepensionamento coatto contro i ricercatori e di perseguire per essi una soluzione concordata e volontaria come per associati e ordinari». La mozione chiede inoltre «un chiaro pronunciamento da parte degli organi di governo sui contenuti del disegno di legge sulla riforma dell'università in discussione al Senato e l'avvio sin da subito delle procedure per i concorsi per ricercatore».

 

A Firenze, sotto gli striscioni di Cgil, Cisl, Uil e Rsu dell'università hanno preso la parola in tanti per esprimere preoccupazione e rabbia per la "controriforma" che - secondo i lavoratori - è tesa a privatizzare e ridurre «la formazione», alla «riduzione della ricerca di base negli atenei», alla «dequalificazione della didattica» e all«assoggettamento della cultura al potere politico e alle logiche del profitto». In un'aula del rettorato gremita di persone, Pierandrea Lo Nostro ha letto il documento del Coordinamento dei ricercatori in cui «si rileva con grande preoccupazione l'improvviso e radicale stravolgimento dello stato giuridico dei ricercatori i quali vengono de facto equiparati ai docenti dal punti di vista degli obbligi didattici senza alcun adeguamento stipendiale».

 

Sit-in degli universitari anche a Cagliari, poi l'incontro con il rettore Giovanni Melis. «Condivido le preoccupazioni espresse da ricercatori e studenti - ha detto il rettore -. Non credo sia possibile riformare l'Università proponendo come unico strumento il taglio delle risorse. Serve l'intervento della classe politica - ha aggiunto Melis - .Di recente, ho personalmente manifestato forti perplessità anche durante l'audizione davanti alla Commissione Cultura della Camera e in alcuni documenti inviati alla classe politica sarda». «La riforma Gelmini - ha spiegato Enrico Puddu, uno degli studenti promotori del sit-in - rischia di danneggiare la nostra università: questa manifestazione vuole dimostrare che non abbiamo alcuna intenzione di abbassare la guardia». Maristella Iervasi L’U 18

 

 

 

La settimana corta del Parlamento: 16 ore alla Camera, 9 al Senato

 

Crolla la produttività. Fini: "Sta diventando un problema serio"

di CARMELO LOPAPA

 

ROMA - Il fondo, a Montecitorio, si è toccato la scorsa settimana. Due sole sedute con votazioni, il martedì e il mercoledì, su un paio di ddl: un trattato internazionale e una norma di aiuti all'Africa. Giovedì mattina gli onorevoli deputati erano quasi tutti già a casa. Pigrizia dei parlamentari, forse, ma anche il governo ci mette del suo nel rallentare i lavori. Il provvedimento all'esame questa settimana alla Camera (Semplificazione dei rapporti tra burocrazia e cittadini) sembra sia stato talmente mal confezionato, come spesso accade, che cinque commissioni hanno mosso rilievi. Al Senato, per numero di provvedimenti approvati, sedute tenute e ore lavorate dall'inizio dell'anno va pure peggio.

 

Ancora una volta, è il presidente della Camera Gianfranco Fini a lanciare l'allarme. Lo fa nel corso della conferenza dei capigruppo, quando per l'ennesima volta i big della maggioranza gli chiedono di inserire in agenda un provvedimento con percorso d'urgenza. La terza carica dello Stato sbotta. "La settimana cortissima è un problema serio". Parla di situazione "intollerabile", prende ad esempio quanto avvenuto la scorsa settimana, quando l'aula è rimasta quasi ferma, sostiene che non si possono chiedere accelerazioni per ddl che poi si arenano nelle commissioni, quando addirittura non sono privi di copertura finanziaria. Con sorpresa del ministro (berlusconiano) ai Rapporti col Parlamento, Elio Vito, Fini apre una cartellina e inizia a snocciolare i dati di questa debacle solo in parte imputabile al Parlamento. In particolare, ricorda che dall'inizio della legislatura ben 29 volte i disegni di legge sono stati rinviati dall'aula alle commissioni: 19 provvedimenti del governo, 4 della maggioranza, 5 delle opposizioni.

 

Sul banco degli imputati finisce l'esecutivo che, complice le casse vuote, non invia alle Camere se non ddl di minima portata. Ma ci finiscono anche i parlamentari. Si parla di taglio al 5 per cento delle indennità, qualcuno si lamenta ("Solo propaganda alla Beppe Grillo" protesta Francesco Nucara, repubblicano del Pdl). Sta di fatto che, a prescindere dalle responsabilità, in Parlamento ormai si lavora davvero poco. In 19 settimane, ovvero dall'inizio dell'anno, a Montecitorio le ore d'aula sono state poco meno di 305, ovvero 16 per ogni settimana lavorativa. Che poi va dal lunedì pomeriggio (pochissimi sugli scranni) al giovedì. Le sedute sono state 60, ma è fallito il tentativo del presidente Fini di prolungare i lavori al venerdì. L'attività è quasi del tutto assorbita dai provvedimenti del governo. Su 40 approvati nel 2010, sono 23 i ddl governativi, 10 decreti e solo sette disegni di legge di iniziativa parlamentare.

 

Al Senato va anche peggio. Settimana "cortissima" ancor più a Palazzo Madama, dove non si è mai tenuta una seduta il lunedì o il venerdì. In un paio di occasioni il presidente Renato Schifani ha provato a richiamare i colleghi in altrettante conferenze dei capigruppo, ma tutto si è chiuso lì. E dire che per la Camera alta i numeri raccontano come dal primo gennaio si sono tenute sì 70 sedute, ma solo perché lì ne vengono calcolate due se quella mattutina si prolunga al pomeriggio. Tant'è vero che le ore lavorate risultano essere 179, in queste prime 19 settimane. Media invidiabile per qualsiasi lavoratore: 9 ore a settimana. E i progetti di legge approvati nel 2010 sono stati infatti 19, quindici di iniziativa governativa, ovvio, appena quattro parlamentare.

 

La pigrizia parlamentare, va da sé, non è una scoperta di questa legislatura e di questa maggioranza. Ma è anche vero che la situazione, dal 2008 ad oggi, è progressivamente peggiorata. Il ministro Vito, che a fine conferenza dei capigruppo ha preferito non commentare la sferzata di Fini, nel corso della riunione si è limitato a suggerire che le richieste di rinvio dei ddl in commissione vengano comunicate per tempo, in modo da consentire all'aula di proseguire il lavoro su altri provvedimenti. L'opposizione protesta, ma i numeri la costringono all'angolo. "Ormai discutiamo per due giorni di provvedimenti che possono essere esaminati in mezza giornata, giusto per dare un'apparenza di attività - racconta il vicecapogruppo Pd Gianclaudio Bressa - Decine di nostri ddl mai approdati in aula e una totale incapacità del governo di curare provvedimenti che non siano quelli che interessano personalmente il premier".  LR 18

 

 

 

Luigi Spagnolli, riconfermato sindaco per il centrosinistra a Bolzano

 

BOLZANO - Grazie all'alleanza con la Sudtiroler Volkspartei il centrosinistra resta saldo al governo del comune di Bolzano. Il sindaco uscente, Luigi Spagnolli, ha infatti ottenuto il 52,45% dei consensi. Netto il vantaggio rispetto al candidato del centrodestra Robert Oberrauch, che si ferma al 32,73%. «La Bolzano italiana - ha commentato soddisfatto Spagnolli - non è più di destra e si tratta di un cambio radicale ed epocale per la città». E ha aggiunto: «È stato premiato chi ha governato bene la città ed è stato invece sanzionato chi ha speso milioni per campagne elettorali risultate, alla fine, perdenti».

«A Bolzano il centrodestra ha pagato per la frammentazione del Pdl, dove in questi giorni è successo di tutto - ha commentato il governatore Svp dell'Alto Adige Luis Durnwalder -. Di fronte a questa situazione mi sarei stupito se l'elettorato avesse ancora sostenuto i partiti di questa destra». Sulla performance tutto sommato bassa della destra di lingua tedesca nel capoluogo, con i Freiheitlichen che non sembrano superare il 2%, Durnwalder ha detto che «evidentemente gli elettori si rendono conto della differenza che c'è tra le promesse e la realtà dei fatti». Per il governatore, a livello provinciale, «le comunali sono andate molto bene, anzi benissimo». Sul fronte opposto Alberto Sigismondi, co-coordinatore provinciale del PdL, ammette: «È un disastro. Roma si dovrà rendere conto che il partito in Alto Adige così non può andare avanti. È una sconfitta annunciata che impressiona».

Sigismondi fa riferimento alle divisioni che il centrodestra ha fatto di tutto per non tenere nascoste e culminate, giovedì sera a Bolzano, in una rissa tra esponenti delle opposte «anime» del partito, per alcuni manifesti staccati. Litigi che hanno avuto ripercussioni anche sull'affluenza, risultata in calo di cinque punti e mezzo: ha votato il 74,8% degli elettori, contro il 79,4 % delle consultazioni del 2005. Quanto ai dissidi interni, va ricordato ad esempio che a Merano i rappresentanti del PdL al Consiglio comunale hanno presentato una propria lista, ma sono stati sconfessati dalla dirigenza nazionale che, a sua volta, ha messo in campo propri rappresentanti. Il risultato è stato che nel capoluogo l'affluenza alle urne è scesa dal 75,2% del 2005 (59.379 votanti) al 65,7 % (51.286) di queste consultazioni; un calo di circa 10 punti. Flessione anche a Merano: dal 68,9 % del 2005 a 63,8 % di ieri; più di 5 punti; a Laives, dal 78.7 % del 2005 al 72,9 % di quest'anni; quasi 6 punti. Appena più contenuto il calo registrato a Bressanone, dove gli elettori di lingua italiana sono in numero nutrito, pur non essendo in maggioranza: dal 77,2 % del 2005 al 73 % di quest'anno. CdS 17

 

 

 

Etichette più chiare per il Made in Italy

 

Il decreto n.135/2009 convertito con modifiche nella legge n.166/2009 contiene importanti novità che vanno a incidere sulle disposizioni relative al “made in Italy”.

In particolare, le nuove norme mirano a rafforzare la tutela del consumatore evitando qualsiasi fraintendimento sull'effettiva origine del prodotto.

 

La tutela del marchio "Made in Italy" è strategica per le 480mila imprese manifatturiere italiane- secondo la stima della Confartigianato - che producono esclusivamente in Italia e che sono in prima linea nella lotta contro le false certificazioni.

 

D'ora in poi, solo il prodotto o la merce realizzati interamente in Italia possono essere classificati come made in Italy.

Il marchio made in Italy garantisce dunque che la filiera completa di produzione (disegno, progettazione, lavorazione e confezionamento) venga fatta esclusivamente sul territorio italiano.

La nuova normativa sul made in Italy punta a valorizzare il lavoro delle aziende che realizzano la loro produzione interamente in Italia e puntano a sottolineare la qualità, lo stile, la fama, l’inventiva, l’immagine e il prestigio dei loro prodotti.

 

I settori che potranno avvalersi dell‘indicazione dell’origine interamente italiana dei loro prodotti (quale ad esempio “100% made in Italy”) sono potenzialmente infiniti: dalle calzature agli accessori per la moda, dall’ arredamento (mobili, sedie, parquet, poltrone, illuminazione), agli alimentari, dall’intimo agli abiti da sposa, dai cosmetici ai giocattoli, dagli arredi alle rubinetterie, dalle ceramiche d'arte ai gioielli, e molti altri ancora.

L'applicazione concreta di questa norma rimanda ad uno o più decreti del Ministro dello sviluppo economico, emanati di concerto con i Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali, per le politiche europee e per la semplificazione normativa.

"Siamo il secondo Paese industriale manifatturiero d’Europa, ma anche il primo in Europa nella graduatoria dei prodotti Dop e Igp (con 182 prodotti certificati) e il secondo al mondo per numero di brevetti registrati, si tratta di un dossier strategico" ha affermato il ministro delle Politiche europee, Andrea Ronchi intervenendo il 23 novembre scorso ad un convegno sul made in Italy.

"Questi dati confermano - ha aggiunto il ministro - lo straordinario patrimonio produttivo, di innovazione e competitività, che esprime la definizione “Made in Italy”. Ricchezze ed eccellenze che devono essere difese con forza, nella piena consapevolezza che dietro questa battaglia non c’è soltanto il semplice e sacrosanto interesse economico, la difesa del nostro tessuto imprenditoriale e la tutela del diritto alla trasparenza per il consumatore. Dietro questa battaglia c’è anche la difesa della nostra identità più profonda: quella che si esprime nell’amore per il bello e nella difesa di quella garanzia di qualità che è il nucleo fondante della grande imprenditoria italiana". De.it.press

 

 

 

Il "sistema Anemone" costa al Paese 60 miliardi

 

Quanto vale Diego Anemone? Non lui o le sue società, ma il sistema che ha messo in piedi, fatto di relazioni in alto loco, appartamenti, assegni, favori ai potenti e appalti? 25 milioni, sembra, euro più euro meno. Parte di quali, parrebbe, all’estero. Quanto valgono, invece, le dimenticanze di un ministro come Claudio Scajola, i suoi non ricordo, i suoi «forse», per 180 metri quadri con vista Colosseo? Il valore catastale è stato già ampiamente verificato e documentato, ma quello sociale? Quello sulle spalle della comunità in termini di evasione, tasse mancate, economia bloccata? Non sono domande fuori luogo o pretestuose. La cricca di Anemone, con il suo sistema diffuso e ramificato, e i non ricordo di Scajola un costo sociale ce l’hanno. Alto, altissimo. Specie in un momento di crisi come questo. In un momento, cioè, in cui lo Stato chiede «sacrifici», come li ha definiti, il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, a tutti. Cioè i soliti noti.

 

Che poi, spesso, sono anche la parte del Paese che arranca per arrivare a pagarsi il cibo. Costretta a rivedere anche i suoi consumi alimentari, quelli primari, peggiorandoli, per arrivare a fine mese. Una parte del Paese, sempre più vasta, che rassegnata contempla. E inerme guarda il governo muovere le leve per arginare la crisi, così dicono, e tagliare. Dimenticando quanto la cricca, le cricche d’Italia, costano. Quanto? La Corte dei Conti, nella sua ultima relazione, una stima ha provato a farla: 60 miliardi di euro. Due volte quello che Tremonti si appresta a chiedere agli italiani. 60 miliardi è il peso della corruzione per la comunità. È quello che costano i corrotti e i potenti che si fanno offrire soldi per il pagamento della casa. Ma non è il solo prezzo che gli onesti, che in Italia spesso sono identificati come fessi, pagano. Il nostro Paese è anche il regno dell’evasione fiscale. Uno sport nazionale, che non scuote le conoscenze dei più, anche perché praticato e tollerato da molti.

 

Quanto vale l’evasione in Italia? 120 miliardi dicono sindacati e forze dell’opposizione. Forse qualcosa di più. Secondo la KRLS Network of Business Ethics, che lo ha calcolato per conto della Contribuenti.it, «siamo nell’ordine dei 156 miliardi di euro l’anno». In crescita, tra l’altro: del 6,7 per cento nei primi quattro mesi dell’anno. Ma chi? Una larga fetta dell’evasione riguarda le società di capitali. Escluse le grandi imprese, è emerso che l’81% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi (53%) o meno di 10mila euro (28%). In pratica su 800mila società di capitali l’81% non versa le imposte. Una perdita per l’erario di 18 miliardi l’anno. Per le big company, invece, una su tre ha chiuso il bilancio in perdita e non pagando le tasse. In totale 31 miliardi in meno. 10 miliardi poi è quello che riguarda i lavoratori autonomi e le piccole imprese. Il resto è da ripartire tra economia criminale e lavoro sommerso. Il conto finale, come detto, è 160 miliardi. Ovvero 10 punti percentuali del prodotto interno lordo. Sei volte quanto la manovra di Tremonti. Sommati ai 60 della corruzione fanno 220 miliardi. Il valore dei furbi italiani. Incalcolabile. Roberto Rossi L’U 18

 

 

 

 

La situazione occupazionale dei lavoratori italiani impiegati nel settore dell’editoria all’estero

 

Roma – Si è svolta martedì in commissione lavoro la discussione dell’interrogazione a prima firma di Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL, in merito alla situazione occupazionale dei lavoratori italiani impiegati nel settore dell’editoria all’estero, a seguito dei tagli alle provvidenze messi a punto dal provvedimento mille proroghe.

“Il Governo ha ribadito che i trattamenti di sostegno al reddito sul versante della problematica occupazionale – spiega Di Biagio – sono garantiti sulla base della normativa vigente soltanto ai lavoratori che hanno una posizione contributiva ed assicurativa aperta presso gli istituti previdenziali italiani. Pertanto per i lavoratori afferenti a realtà operanti oltre confine, risulta necessario verificare la posizione degli stessi al fine del riconoscimento dei trattamenti di sostegno salariale in caso di cessazione del lavoro a seguito di avvio delle procedure di licenziamento presso tali realtà”.“Il referente dell’Esecutivo ha ribadito la sensibilità del Governo alla situazione di difficoltà rappresentata, che è orientato ad affrontare il problema nell’ambito degli Stati Generali dell’editoria, programmati a breve, dai quali scaturiranno le linee guida per una razionale riforma del settore e per la scelta di eventuali interventi mirati a sostegno del settore in crisi”.

“Si prospetta dunque un progetto di intervento mirato sulla situazione attuale dell’editoria oltre confine – conclude – e l’interesse del Governo ad attivarsi nell’ambito degli stati generali rappresenta la conferma che il settore non è sprofondato nel dimenticatoio istituzionale”. De.it.press

 

 

 

 

Sinistra Ecologia e Libertà del Belgio chiede chiarimenti al Console sul Comites di Bruxelles

 

Bruxelles - "Signor Console, Lo scorso 5 marzo abbiamo saputo informalmente che il Comites di Bruxelles ha eletto un nuovo Presidente. Lì per lì ci era sembrata una buona notizia: un piccolo segno di vita da parte di un organismo che credevamo morto...Da quel giorno stiamo chiedendo amichevolmente e ufficialmente al nuovo Presidente un incontro pubblico con le associazioni politiche e culturali. Lo abbiamo fatto per iscritto, per telefono e di persona, ottenendo in cambio vaghe promesse". Inizia così la lettera aperta che il coordinamento Sinistra Ecologia e Libertà del Belgio indirizza oggi al Console italiano a Bruxelles, Dino Sorrentino.

"Volevamo avere informazioni – si spiega nella lettera – ed esplorare possibili forme di collaborazione. Domandare, ad esempio, cos’è la "Commissione Giovani" del Comites, come sono stati scelti i suoi componenti, come potremmo dare anche noi una mano. Vedere i bilanci preventivi e consuntivi. Sapere, insomma, cosa ha fatto il Comites in questi quattro anni e cosa intende fare nei prossimi. È nei nostri diritti. Ed è nei doveri di ogni organo di rappresentanza, crediamo".

"Signor Console, come Lei sa, il Comites di Bruxelles non ha uno strumento d’informazione, un contatto email, un calendario delle riunioni. È chiuso in un ufficio di Rue Montoyer, inutilizzato 360 giorni l’anno. Del cambio del Presidente, poi, non ha dato notizia, ci è sembrato, neppure il Consolato. E stamattina – si legge ancora nella lettera – ancora una volta in modo del tutto casuale ed informale, abbiamo saputo che fra tre giorni ci sarà presso il Consolato una "giornata porte aperte" in cui il Comites incontrerà le associazioni "riconosciute". Signor Console, nonostante le ripetute richieste, noi non siamo stati invitati e, a quanto ci risulta, lo stesso vale per altre associazioni italiane, come noi molto attive a Bruxelles. Le chiediamo gentilmente e ufficialmente un incontro urgente – concludono – per avere chiarimenti e per ricevere le informazioni che non riusciamo ad avere per la via più diretta". (aise)

 

 

 

 

 

Ecco la prima banca dedicata agli immigrati

 

Che fosse un settore  in crescita lo si era già capito quando lo scorso anno il nostro Centro Studi ha collaborato ad una ricerca effettuata dall’ABI (Associazione bancaria italiana) e i cui risultati furono presentati in un convegno a Palazzo delle Aquile: il 60% degli immigrati ha un conto in banca e si stima che nel 2015 ci saranno in Italia oltre 3 milioni di c/c intestati a immigrati, vale a dire il 10% di quelli presenti nel BelPaese.

 In questi  giorni, ad esempio,  è stata inaugurata la prima filiale di Extrabanca, il nuovo istituto di credito dedicato esclusivamente agli extracomunitari e agli immigrati residenti in Italia. I primi sportelli sono stati aperti a Milano e in Lombardia, cioè nella zona di maggiore concentrazione degli stranieri in Italia.

 

La missione dichiarata dal suo presidente Andrea Orlandini è chiara: “intercettare e interpretare le aspettative del corpo immigrato, stabilire profittevoli, stabili e durature relazioni con le diverse comunità etniche, offrire supporto agli operatori economici multiculturali del territorio”.

 “La nostra - ha affermato Orlandini - non è una banca etica e non è la banca dei poveri. È una banca a tutti gli effetti. L’unica differenza rispetto alle altre banche commerciali sono i prodotti che offriamo”.

Multietnico lo staff dell’istituto di credito: al momento vi lavorano 20 professionisti, oltre la metà sono stranieri di 11 nazionalità diverse. Mentre il requisito del permesso di soggiorno resta fondamentale per l’accesso ai servizi dell’istituto e le procedure di valutazione del credito sono quelle comuni a tutto il sistema bancario. Inoltre, per venire incontro al meglio alle esigenze dei clienti tutte le filiali saranno aperte con orario continuato dalle 9 alle 19 dal lunedì al sabato e, in alcune occorrenze, anche la domenica.

Tra gli azionisti di Extrabanca figurano Generali con oltre il 12% e la Fondazione Cariplo, con oltre il 4%. Ad essi si aggiungono circa 35 soci privati di estrazione soprattutto industriale.

Positivo il commento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, in un messaggio inviato ai vertici di Extrabanca, definisce l’iniziativa come “uno strumento utile a favorire il processo di integrazione di una immigrazione rispettosa della legge e il rafforzamento di una più salda coesione sociale”.  miaeconomia.it

 

 

 

 

“Premio Campiello Europa”: vince un giovane toscano

 

Londra - Nella maestosa Concert Hall del Royal College of Music di Londra, uno degli eventi letterari più importanti ha avuto luogo grazie all’organizzazione dell’Istituto Culturale Italiano e della Fondazione “ Il Campiello – Confindustria Veneto”.

  Davanti ad un pubblico numeroso ed attento, la quinta edizione del “ Premio Campiello Europa”, ha premiato il vincitore con  il prestigioso riconoscimento, Pietro Grossi, Toscano di Firenze, con il libro Pugni tradotto in Gran Bretagna  con il titolo “ Fists”, da Howard Curtis e pubblicato dalla casa editrice Pushkin Press.

  Dopo un bel discorso di presentazione del Direttore dell’Istituto Culturale Italiano Carlo Presenti, in cui ha invitato sul palco l’Ambasciatore Alain Giorgio Maria Economides ed il Presidente della Confindustria del Veneto Andrea Tomat, per dividere i ringraziamenti alla giuria e per spiegare le regole di questo concorso.

  Fondato nel 2005 per incoraggiare la diffusione di letteratura contemporanea tradotta in altre lingue, quest’anno, dopo  aver premiato scrittori  italiani in Spagna, Francia e Germania, e’ arrivato per la prima volta in Gran Bretagna, sottoponendo alla giuria una serie di libri tradotti in inglese dal 2005 ad oggi. A detta dei giurati presenti, la scelta e’ stata molto difficile, arrivando ad una serie di finalisti che ha incluso Andrea Camilleri e la sua “ Vampa d’Agosto”, Paolo Giordano con il suo acclamatissimo “ La Solitudine dei Numeri Primi”, solo per citarne alcuni, arrivando poi al giudizio finale ed eleggendo il libro  “ Pugni” di Pietro Grossi come vincitore.  L’opera prima di questo giovane scrittore si divide in tre racconti che sembrano non avere nulla in comune,  ma come ha spiegato l’autore in tutti e tre i racconti ad un certo punto, quasi all’improvviso c’e’ una rivelazione per il protagonista, che lo colpisce proprio come un pugno. Presenti alla premiazione sul palco la signora Alessandra Pivato, Presidente del Comitato di Gestione del Premio Campiello, il traduttore Howard Curtis, la signora Melissa Ulfane, fondatrice e direttore della Pushkin Press che ha creduto nel libro di Pietro e lo ha fatto tradurre per poi inserirlo nel suo catalogo, Dame Margaret Drabble a capo della giuria di esperti che ha selezionato le varie opere e Martin McLaughlin, a capo del Comitato Tecnico. Un riconoscimento e’ andato anche alla signora Melissa Ulfane ed al traduttore Howard Curtis per aver reso possibile la diffusione di questo libro.

  Una piccola storia del Premio Campiello nei suoi 48 anni di vita e’ stata narrata, e dove i grandi nomi della letteratura italiana sono stati premiati, da Primo Levi, che vinse la prima edizione, e passando poi per Alberto Bevilacqua, Mario Soldati, Pasquale Festa Campanile, insomma il Gotha degli scrittori italiani.

  La serata si e’ concluso con un concerto per archi e fiati dei “ Solisti Veneti” che si sono alternati sul palco per eseguire  brani e concerti di Niccolo’ Paganini, Domenico Cimarosa, Antonio Vivaldi, Giovanni Bottesini, Riccardo Drigo e Giuseppe Torelli.

  Esecuzioni gradevolissime e virtuose che hanno chiuso la serata in maniera eccellente.

  Un grazie all’Istituto Culturale Italiano che insieme alla Fondazione “ Campiello – Confindustria Veneto” hanno reso possibile questa serata importantissima per la letteratura italiana all’estero. Cristina Polizzi, Italo Europeo

 

 

 

 

A Isernia il Consiglio dei Molisani nel mondo e dei Giovani

 

Michele Iorio apre i lavori: “Un Molise capace di progettare il suo futuro e che abbia come protagonisti i molisani in patria e all’estero”. Michele Picciano: “Organizzare nel 2011 in Molise la IV Conferenza dei corregionali nel mondo”

 

ISERNIA – Iniziati ieri a Isernia i lavori del Consiglio dei Molisani nel mondo e dei Giovani. Un appuntamento che “rappresenta un importante momento per dibattere, confrontarsi e ideare iniziative funzionali a creare un Molise di un milione di abitanti sempre più unito, coeso e capace di progettare il proprio futuro” ha detto il presidente della Regione Michele Iorio, aprendo l’incontro presso l’Aula magna dell'Università degli Studi del Molise. “Un futuro – ha sottolineato Iorio - che deve vedere, come dico sempre, protagonisti sia i molisani che vivono in regione, sia quelli che risiedono all’estero, ma che hanno mantenuto e mantengono il senso di appartenenza alla propria regione e una forte identità molisana”.

  Il presidente del Molise ha evidenziato  che “siamo passati attraverso la fase dell’emigrazione, e quindi del dolore di abbandonare la propria casa per costruire un futuro in un altro paese straniero, per arrivare a quella del parziale rientro nel proprio paese dopo l’esperienza estera, per giungere ore all'attuale momento costituito dalla necessità di collaborare insieme per creare nuovi rapporti di interscambio culturale, economico e sociale”.

  “Ho avuto la fortuna in questi anni – ha proseguito Iorio - di visitare tante comunità di molisani all'estero e ho avuto altresì la possibilità di constatare che i nostri corregionali, in larga parte, si sono segnalati, nelle società in cui vivono, per capacità professionali, per attaccamento al lavoro e per un forte senso della famiglia e delle Istituzioni”. Queste comunità “sono oggi rappresentate in questo Consiglio, dove c’è la presenza di rappresentanti delle Associazioni che tradizionalmente hanno lavorato per tenere viva l’identità del Molise e di molti giovani che, provenienti da tante citta' del mondo, intendono rigenerare, con il loro entusiasmo, la propria appartenenza al Molise e tutto cio' che essa significa in termini di valori, di principi, di tradizioni e di cultura. Sono certo che da questo incontro, ormai appuntamento annuale fisso, verranno fuori nuove idee che, come Governo regionale, vorremo accettare per trasformarle in attività concrete e produttrici di buone ricadute sul territorio”.All’apertura dei lavori anche il vescovo di Isernia-Venafro Salvatore Visco. E a lui Michele Iorio si è rivolto sottolineando il ruolo svolto dai sacerdoti nel mondo nel tenere unite le comunità molisane.

  Il presidente del Consiglio regionale Michele Iorio ha sottolineato che “in questi anni abbiamo raggiunto insieme grandi risultati” e ha invitato il presidente della Regione Iorio “ad assumere l'impegno di organizzare per l'anno prossimo la IV Conferenza dei Molisani nel mondo, qui in Molise, sulla scia della III Conferenza, momento di vero e grande confronto, che raccolse consensi da parte di tutti”.

  Per Michele Picciano “essere qui è per me motivo di orgoglio. Vedervi qui in Molise così numerosi a rappresentare gli 890.000 molisani nel mondo, è segno tangibile del legame indissolubile che c’è tra la Regione Molise e i suoi figli sparsi un po’ ovunque. I molisani nel mondo sono nel mio cuore e a tutti mando un caloroso saluto e un abbraccio. Ho di loro un prezioso ricordo di quando ho avuto per tre anni la delega proprio ai molisani del mondo”.

  “Durante il mio assessorato - ha aggiunto Michele Picciano - ho pensato di dare una nuova veste alla rete dei molisani nel mondo organizzati in associazioni sempre disponibili ad accoglierci e a condividere con noi gioie e dolori. Ed il tempo mi ha dato ragione. Ideare questa nova rete di rapporti tra noi residenti in Molise e i nostri corregionali sparsi nel mondo è stato l'inizio di una serie di rapporti che nel tempo sono maturati e cresciuti sotto ogni profilo. I nostri corregionali sono per noi una grande famiglia che crede e lavora per i nostri stessi obiettivi”.

  Picciano ha, infine, ringraziato “voi tutti per il contributo che state dando e continuerete a dare alla Regione Molise favorendo la crescita economica e sociale della nostra terra”. (Inform) 

 

 

 

Alla Commissione Affari Esteri della Camera il rinvio delle elezioni dei Comites

 

ROMA - Questa settimana, la Commissione Affari Esteri della Camera proseguirà l’esame del Decreto legge che rinvia le elezioni dei Comites al 2012. Un "tema delicato", commenta l’onorevole Marco Zacchera (Pdl) che all’interno della Commissione presiede il Comitato sugli italiani all’estero, "sia perché coinvolge l'esistenza stessa di questi organismi sia perché si impone una riflessione sui sistemi elettorali (per posta, nei seggi, un sistema misto?) soprattutto dopo le note vicende legate ai brogli alle elezioni politiche sia del 2006 che del 2008".

"L'impressione – riflette il deputato – però è che, complice la crisi, non c'è dubbio, ci sia un sostanziale logoramento dei fondi disponibili per la presenza italiana all'estero. Credo (in merito ho presentato due proposte di legge: una sulla riforma dei Comites ed una seconda, recente, sui sistemi elettorali) che globalmente ci dovrebbe essere più coinvolgimento, attenzione, presenza stessa degli eletti all'estero in sede di discussione politica. Soprattutto – conclude – servirebbe una scelta super-partes per normare un sistema che dopo l'elezione dei 18 parlamentari all'estero deve profondamente rinnovarsi". (aise)

 

 

 

Le Associazioni dei Veneti nel mondo incontrano l’Anci ed il nuovo assessore ai flussi migratori

 

Belluno/Venezia - A Rubàno (Padova), nella sede dell’ANCI Veneto, l’11 marzo ha avuto luogo l’incontro tra lo stesso ANCI e le Associazioni regionali dei Veneti all’estero. Scopo dell’incontro, promosso da Gino Pante delegato ANCI regionale per l’emigrazione, rafforzare la conoscenza, la sensibilità e l’attenzione dei Comuni del Veneto per l’emigrazione e per la funzione e il lavoro delle Associazioni che se ne occupano.

  All’inizio dell’incontro Pante ha riassunto l’attività dell’Ente al riguardo, i risultati conseguiti, i problemi irrisolti, in particolare quello, sempre attuale, dell’esenzione dell’ICI sulla prima casa degli Italiani all’estero. Le Associazioni, tramite il loro coordinatore Gioachino Bratti presidente della Bellunesi nel Mondo,  hanno presentato un documento che riporta alcune esigenze e richieste ai Comuni,  in particolare sulla necessità di un coordinamento con le Associazioni nelle attività dei Comuni per i connazionali all’estero (oggi svolte in maniera disorganica) e il sostegno, anche economico, degli enti locali alle medesime Associazioni a riconoscimento del servizio che svolgono.

  Sono state presentate anche le difficoltà che molti nostri emigranti o discendenti incontrano presso i Comuni per il riconoscimento della cittadinanza italiana, con la proposta che l’ANCI predisponga alcune linee guida per un’ applicazione  uniforme ed aperta  delle relative normative. Si è infine auspicato che l’ANCI confermi come incaricato all’emigrazione l’attuale delegato. Alle conclusioni dei lavori ha presenziato anche il direttore di ANCI Veneto Dario Menara. (Inform)

 

Giovedì 13 maggio il nuovo assessore regionale ai Flussi migratori Daniele Stival ha  ricevuto a Palazzo Balbi, sede della Giunta regionale del Veneto, le  tredici Associazioni regionali dei Veneti all’estero, tutte presenti in un incontro svoltosi in un’atmosfera di cordialità, di reciproca apertura, e inteso alla collaborazione.

  L’assessore ha accennato ad alcune linee del suo programma, volto ad un attento utilizzo delle risorse e, nei riguardi delle Associazioni, di attenzione alle loro necessità e alle loro richieste, raccolte e presentate in un documento da loro predisposto. Gli interventi di tutti i presenti - come riferisce ABM News - hanno evidenziato anche il difficile momento che vive il mondo associativo dell’emigrazione dovuto specialmente alle recenti restrizioni sulla stampa all’estero e all’ abolizione delle agevolazioni postali . Un  unanime  apprezzamento è stato  espresso  al lavoro del precedente assessore Oscar De Bona. (Inform)

 

 

 

Easy Italia – die freundliche Servicenummer für Urlauber in Italien

 

„Easy Italia - die freundliche Servicenummer für Urlauber in Italien“ ist ein neues Projekt der italienischen Tourismusministerin Michela Vittoria Brambilla.

 

Ab sofort erhalten Urlauber in Italien unter der Telefonnummer 039 039 039 (italienische Landesvorwahl) zum Ortstarif Auskünfte und Hilfe bei Problemen rund um einen Aufenthalt im Stiefelland. Jeden Tag, auch an Sonn- und Feiertagen, ist das Service-Center von 9.00 bis 22.00 Uhr erreichbar. Die Hotline-Mitarbeiter informieren über das aktuelle kulturelle Angebot, Öffnungszeiten von beispielsweise Museen und liefern darüber hinaus neben Reisetipps auch Hilfe bei medizinischer Versorgung oder nicht erbrachter Dienstleistung. Urlauber können sich in sieben Sprachen beraten lassen: chinesisch, deutsch, englisch, französisch, russisch, spanisch und italienisch.

 

„Den Urlauber in den Mittelpunkt stellen und seinen Aufenthalt bei uns  so angenehm wie möglich zu gestalten, ist eine vordringliche Aufgabe für ein Land wie Italien, das für seine große Gastfreundschaft bekannt ist“, erklärt die italienische Tourismusministerin Brambilla. „Mit Easy Italia wollen wir eine zentrale Anlaufstelle für alle Urlauber in unserem Land  schaffen. Die Mitarbeiter des Service-Centers antworten auf die Fragen unserer Gäste und begleiten ihn bis zur Klärung des jeweiligen Problems.“ Enit, de.it.press

 

 

 

Petra Reski prämiert für Mafia-Berichterstattung

 

Am 17. Mai erhielt Petra Reski den 1. Preis des von EMMA vor 20 Jahren initiierten JournalistInnenpreises für ihre mutige und investigative Berichterstattung über die Mafia, deren Krakenarme längst bis Deutschland reichen.

 

Die Ehrung war die erste in Deutschland der in Italien schon lange hochgeschätzten Autorin.

 

Der Preis wurde zum elfen Mal von einer unabhängigen Jury unter Vorsitz von Alice Schwarzer vergeben. Und hier die PreisträgerInnen:

 

1. Preis (3.000 €): Petra Reski, über die Mafia, Die Zeit 2009/2010

 

2. Preis (2.000 €): Ulrike Posche, "Die Bienenkönigin" (Kanzlerin Merkel), Der Stern 39/2009

 

2 x 3. Preis (je 500 €):

- Beate Lakotta, "Der Ludwig lacht" (Spätabtreibungen), Der Spiegel 26/2009

- Gabriele Riedle, „Alles wieder auf Anfang“ (Liberia), Geo Dezember 2009

 

3 x Männerpreis (je 333 €):

- Wolfgang Bauer, „Die Hurenkinder“ (Philippinen), Focus 53/2009

- Mathias Mesenhöller, „Die Macht der Frauen“, Geo September 2009

- Tanjev Schultz, „Zeugnistage“ (Hentig), Süddeutsche Zeitung, 12.3.2010

 

Ausschreibung und Jury siehe http://www.emma.de/hefte/ausgaben-2010/winter-2010/journalistinnenpreis-2010-1/?0=  Margitta Hösel, de.it.press

 

 

 

 

Ausstellung in Stuttgart "Zwischen Kommen und Gehen..."

 

Die SWR-International-Ausstellung "Zwischen Kommen und Gehen... und doch Bleiben - 'Gastarbeiter in Deutschland 1955 - 1973'" ist die erfolgreichste Ausstellung ihrer Art. Sie ist bis 30. Mai 2010 in Oberkirch im Heimat- und Grimmelshausen-Museum zu sehen.

Die Ausstellung dokumentiert die persönlichen Lebenswege der "Gastarbeiter" der ersten Stunde. Die Stationen der Ausstellung waren bisher: Mainzer Hauptbahnhof und Staatskanzlei, Bundesamt für Migration in Nürnberg, Hauptbahnhof, SWR Funkhaus, Theaterhaus und Rathaus in Stuttgart, die Bundesagentur für Arbeit in Mannheim und zuletzt Ravensburg, Waiblingen, Ulm, Koblenz, Nürnberg, Lörrach und Biberach. Mittlerweile ist sie die erfolgreichste Ausstellung ihrer Art in Deutschland.

Über das SWR Sendegebiet hinaus machte die Wanderschau von sich reden. Nicht nur die regionale Presse berichtete darüber, sondern auch die Frankfurter Allgemeine Zeitung.

 

Private Leihgaben - Gezeigt werden persönliche Leihgaben der Menschen, die vor einem halben Jahrhundert nur mit einem Koffer aus Italien, Griechenland oder Kroatien nach Deutschland kamen: der Koffer, in dem ein paar Habseligkeiten steckten, ist ebenso zu sehen wie das Brautkleid, die Arbeitserlaubnis oder die erste Lohntüte. Fotos, z.B. von den damaligen Wohnunterkünften ("Baracken") oder der Freizeitgestaltung gehören auch dazu. Erläuterungen über den historischen Hintergrund und die Folgen der Anwerbung runden die Ausstellung ab.

 

"Gastarbeiter"  - Möglich wurde diese Migration durch die sogenannten Anwerbeverträge - denn Deutschland brauchte Arbeitskräfte: am 20. Dezember 1955 unterzeichneten die Bundesrepublik Deutschland und die Republik Italien das erste Abkommen "Zur Anwerbung und Vermittlung von Arbeitskräften". Diesem folgten Verträge mit Spanien und Griechenland (1960), der Türkei (1961), Portugal (1964), Tunesien und Marokko (1965) sowie Jugoslawien (1968) - bis im November 1973 die Anwerbung für beendet erklärte wurde.

 

Deutschland wird Einwanderungsland  - In dieser 18-jährigen Phase kamen Millionen von Menschen nach Deutschland, um hier ihr Glück zu suchen. Ihre Bezeichnung als "Gast-Arbeiter", schien dabei Programm zu sein: In ein bis zwei Jahren wollten sie genug Geld gespart haben, um ihre Träume und Wünsche zu erfüllen. Aus zwei, drei Jahren wurden nicht selten 20, 30 oder 40 Jahre. Es begann ein Integrationsprozess, der sich über Generationen hinzog und bis heute nicht abgeschlossen ist. Dieser Prozess begann in einfachen Gemeinschaftsunterkünften, meist firmeneigenen Baracken.

In der Bundesrepublik der 1950/60er Jahre dachten weder die Deutschen noch die Ausländer selbst daran, dass die angeworbenen Arbeitskräfte dauerhaft bleiben würden. Aber es kam anders. Die "Gastarbeiter" blieben, holten ihre Familien nach oder gründeten sie hier. Das fremde Deutschland wurde ihre neue Heimat und - ohne es zu wollen - ein Einwanderungsland.

 

Geschichte persönlich machen  - Die Geschichte der "Gastarbeit" ist bisher weder genügend dokumentiert noch ausreichend erforscht. Umso wichtiger ist es, dass ehemalige "Gastarbeiter" und ihre Familien es uns mit ihren Leihgaben, Erinnerungsstücken und persönlichen Gegenständen ermöglicht haben, eine Geschichte sichtbar zu machen, die bisher im historischen Gedächtnis der Öffentlichkeit nur wenig berücksichtigt wurde. Somit beleuchtet die Ausstellung "Zwischen Kommen und Gehen - und doch Bleiben" nicht nur die allgemeine Geschichte der Anwerbung von 1955 bis 1973, sondern auch Aspekte dieser persönlichen Lebenswege.

 

Federführung  - Die Ausstellung "Zwischen Kommen und Gehen - und doch Bleiben" ist unter Federführung von SWR International in einer engen Zusammenarbeit mit dem Theaterhaus, dem Stadtarchiv Stuttgart, sowie der Stabsstelle des Oberbürgermeisters, Abteilung Integrationspolitik, entstanden.

Konzeption der Ausstellung: Arnd Kolb M.A., Historiker.

Organisation: Arnd Kolb M.A., Prof. Dr. Meier-Braun, Redaktionsleiter SWR International, Dr. Martin Kilgus, SWR International.

Weitere Informationen über die Ausstellung http://www.swr.de/international/de/-/id=3786206/property=download/nid=233334/8rab34/index.pdf

SWR, de.it.press

 

 

 

 

Residenzpflicht. Asylbewerber kämpfen um mehr Bewegungsfreiheit

 

Asylbewerber in Deutschland dürfen sich seit 1982 nur innerhalb des Landkreises frei bewegen, in dem sie bei der Ausländerbehörde gemeldet sind. Eine viel beachtete Petition setzt sich für die Abschaffung ein und findet die Unterstützung der FDP. Auch die Innenminister könnte das Thema bald beschäftigen.

Der junge Mann aus Lindau am Bodensee wollte seine schwangere Freundin im 90 Kilometer entfernten Singen besuchen. Doch im Zug wurde der im Irak geborene Asylbewerber, der anonym bleiben möchte, von zwei Polizisten kontrolliert. Eine gültige Fahrkarte hatte er, nicht aber einen „Urlaubsschein“ der Ausländerbehörde Lindau. Die Folge: Ein Bußgeld von 150 Euro – das ist fast das Vierfache des Taschengelds, das Asylbewerber pro Monat erhalten.

Wer in Deutschland Asyl sucht, unterliegt der Residenzpflicht. Der Bewegungsradius begrenzt sich auf den Landkreis, in dem der Flüchtling bei der Ausländerbehörde gemeldet ist. Reisen über diese Grenzen hinaus sind nur nach Sondergenehmigung durch die Behörde erlaubt. Wer sich daran nicht hält, muss Strafe zahlen oder kann sogar ins Gefängnis kommen.

Für den Lindauer Baustatiker Uli Epple war der Fall seines Freundes der Anstoß, aktiv zu werden. In einer ePetition, also einer im Internet veröffentlichten Eingabe an den Bundestag, drängte er darauf, die Residenzpflicht aufzuheben. „Der Besuch von Freunden, Verwandten und des Nachbarortes sollte möglich sein, ohne einen "Urlaubsschein" bei der Ausländerbehörde beantragen zu müssen, der von den Behörden oft abgelehnt wird“, schrieb er in der Begründung.

E-Petition

Seit 2005 ist die Einreichung von Online-Petitionen beim Deutschen Bundestag nach einem besonderen förmlichen Verfahren möglich. Einzelne Bundesländer sind seitdem gefolgt. Bei der öffentlichen Petition wird das Anliegen und die Begründung im Internet eingestellt. Wer das Anliegen für berechtigt hält, kann die Petition durch eine „Mitzeichnung“ unterstützen. Der Petitionstext steht zunächst für sechs Wochen online und kann in diesem Zeitraum von beliebig vielen anderen Menschen durch Angabe ihres Namens „unterschrieben“ werden. Je mehr Unterstützer eine Petition erhält, desto größeres Gewicht soll ihr dadurch im folgenden Verfahren verschafft werden können. Ab 50.000 Unterstützern in den ersten drei Wochen nach Veröffentlichung werden „ein Petent oder mehrere Petenten in öffentlicher Ausschusssitzung angehört.

„Gar keinen Sinn“ vermag auch der Bundestagsabgeordnete Serkan Tören in der Regelung sehen. Tören, der für die FDP im Parlament sitzt, hat sich der Petition aus Lindau angeschlossen. „Es ist volkswirtschaftlich schädlich, die Behörden könnten sich sinnvoller beschäftigen, die Staatsanwaltschaften werden unnötig belastet, kurz, der bürokratische Aufwand rechtfertigt den Nutzen nicht“, fasst der Abgeordnete seine Kritik zusammen.

Die FDP tritt ebenfalls dafür ein, dass die Residenzpflicht aufgehoben wird, konnte sich damit bei den Koalitionsverhandlungen aber nicht durchsetzen. Allerdings soll die Möglichkeit geschaffen werden, für die Aufnahme eines Arbeitsplatzes eine Dauer-Erlaubnis für das Verlassen des Bezirks zu bekommen.

Bislang wird eine Sondererlaubnis nur erteilt, wenn nach Ermessen der Beamten „ein dringendes öffentliches Interesse be-steht oder zwingende Gründe es erfordern“, heißt es im Innenministerium. Im Übrigen hätten die Ausländerbehörden ein weites Ermessen.

Zu weit, findet Uli Epple. Er sieht die Betroffenen der Willkür der einzelnen Behörden ausgeliefert: „Unser Krankenhaus ist klein, in komplizierten Fällen muss man nach Ravensbrück, also in ein anderes Bundesland. Wenn Kinder von Asylbewerbern dort behandelt werden, wird den Eltern oft die Reise dorthin verweigert, sie dürfen ihre Kinder tagelang nicht besuchen.“

Dabei müsste nach Angaben des Innenministeriums eine Reise-Erlaubnis erteilt werden, „wenn die Versagung eine unbillige Härte bedeuten würde.“

Serkan Tören, der sich als Anwalt mehrfach mit ähnlichen Fällen beschäftigt hat, erinnert sich: „Viel zu viel hängt von den einzelnen Beamten ab. Es passiert zum Beispiel, dass Menschen sich kennenlernen und zusammen sein wollen. Dann wird die Erlaubnis manchmal gegeben, manchmal nicht, manchmal wird sie auch zurückgezogen.“

Zudem erheben Ausländerbehörden in 11 Bundesländern einen Obolus von 10 Euro für die Erteilung der Genehmigung – für die Betroffenen, denen monatlich maximal 40 Euro Bargeld zur Verfügung stehen, kein kleiner Betrag.

Viele verzichten deshalb auf die Sondererlaubnis. Notgedrungen, sagen sie. Doch wer beim Übertreten der von den Behörden gesetzten Grenzen erwischt wird, bekommt eine Geld-, im Wiederholungsfall sogar eine Freiheitsstrafe. Die Höhe der Bußgelder liegt im Ermessen der Behörde.

Die Residenzpflicht wurde 1982 auf Drängen der CDU eingeführt. Sie gilt in dieser Form nur in Deutschland. Kein anderes europäisches Land pflege eine so strikte Beschränkung der Bewegungsfreiheit, schreibt die Sozialwissenschaftlerin Beate Selders in einer Studie zum Thema.

Das Innenministerium erklärt, durch die Vorschrift solle, „eine gleichmäßige Verteilung der mit der Aufnahme von Asylbewerbern verbundenen Belastungen auf die Länder und Kommunen erreicht werden“. Ansonsten würden sich die Asylbewerber auf die Ballungszentren konzentrieren, die entsprechend überlastet würden, sagte ein Sprecher des Ministeriums. Die Flüchtlinge sollten zudem stets an einem bestimmten Ort erreichbar sein, um die Erledigung der Asylanträge zu beschleunigen.

„Das ist richtig, den Wohnort sollte weiterhin der Staat festlegen“, findet auch der Residenz-Kritiker Serkan Tören, „anders wäre es für die Kommunen finanziell gar nicht tragbar und würde auch zu einer Ghettoisierung führen“. Das könne aber nicht bedeuten, dass sich Asylbewerber über Jahre hinweg nur innerhalb eines Landkreises frei bewegen dürften. „Diese beiden Aspekte muss man von einander trennen“, fordert der Abgeordnete.

Uli Epples Petition haben mehr als 10.000 Menschen online unterzeichnet. Das ist viel, aber nicht genug, um eine öffentliche Anhörung vor dem Petitionsausschuss zu garantieren: Dafür hätten innerhalb von drei Wochen nach der Veröffentlichung 50.000 Unterschriften zusammenkommen müssen.

Epple gibt die Hoffnung trotzdem noch nicht auf. Dass sich vom ersten Tag der Petition an Leute aus dem Bundesgebiet der Forderung angeschlossen hätten, mache ihm Mut. Er will den Petitionsausschuss jetzt dazu drängen, sich trotzdem des Themas anzunehmen: „Ich hoffe, dass wir eine positive Empfehlung an den Bundestag zusammenbekommen.“

Doch auch ohne eine öffentliche Anhörung ist in das Thema Residenzpflicht einige Bewegung gekommen. In Bayern wurde die Bewegungsfreiheit für Asylbewerber am 18. März auf die Regierungsbezirke und angrenzende Landkreise benachbarter Regierungsbezirke erweitert. Ein Kompromiss, denn die FDP hatte noch Anfang des Jahres gefordert, dass sich die Landesregierung für die bundesweite Aufhebung der Regelung einsetzt. Das aber lehnte der Landtag ab.

In Thüringen ist Asylbewerbern der legale Aufenthalt in mehreren Landkreisen erlaubt. Und Brandenburgs Innenminister Rainer Speer will sich bei der Innenministerkonferenz Ende Mai dafür einsetzen, dass die Bundesländer mehr Spielraum bei der Auslegung der Residenzpflicht erhalten.

Dann könnten die Länder Asylbewerbern gestatten, sich auch im benachbarten Bundesland frei zu bewegen – diese Freizügigkeit wollen etwa Berlin und Brandenburg einführen. Baden-Württembergs Ministerpräsident Stefan Mappus ist einer der Landesväter, der dagegen stimmen dürfte. Sein Innenminister Herbert Resch lehnte erst Mitte April eine Lockerung der Residenzpflicht ab.

Die Lindauer Asylbewerber könnten sich deshalb trotz der neuen Regelung in Bayern nicht wirklich über einen neuen Bewegungsradius freuen, erklärt Epple: „Wir sind umzingelt von Baden-Württemberg. Die Leute könnten lediglich ins Allgäu.“ Katharina Schäder DW 18

 

 

 

 

Zweite Islamkonferenz. Die anderen Muslime

 

Der neuen Islamkonferenz wurde nach dem Boykott zweier Verbände schon vorausgesagt, sie werde eine „ohne Muslime“. Weit gefehlt. Jenseits der bisherigen Katz-und-Maus-Spielchen könnte endlich eine neue Bürgerbewegung entstehen.

Von Regina Mönch

 

Nach den Schlagzeilen der letzten Tage zu urteilen steht die zweite Islamkonferenz, die am Montag zum ersten Mal zusammenkam, unter keinem guten Stern. Eine „Islamkonferenz ohne Muslime“ wurde schon prophezeit, weil zwei der größeren Verbände nicht am Tisch sitzen. Dieser Alarmismus übersieht, dass sich mit dem Boykott des „Zentralrates der Muslime“ ein Dachverband verweigert, der – positiv geschätzt nach dessen eigenen Angaben – etwa dreißigtausend Mitglieder hat und dreihundert Moscheegemeinden vertritt. Er stünde damit allenfalls für zwei Prozent der deutschen Muslime. Unter seinem Dach sind auch Vereine, die der Verfassungsschutz mit gutem Grund im Visier hat: wegen intensiver Verbindungen zur Moslembruderschaft, wegen islamistischer Programmatik oder nationalistischer Prägung.

Man könnte also auch sagen, dass zwei der problematischsten Verbände nicht teilnehmen. Die etwas scheinheilige öffentliche Besorgnis übersieht, dass Innenminister Thomas de Maizière auch zehn Muslime ins Plenum der Konferenz geladen hat, die offiziell keinen Verband vertreten, aber zum Teil durchaus Mitglied in einem sind. Die Frankfurter Rechtsanwältin Gönül Halat-Mec beispielsweise gehört zu einer Fraueninitiative säkularer Musliminnen – qualifizierte, selbstbewusste berufstätige Frauen, die sich nicht reduzieren lassen wollen auf ihre Religion, die sie für eine Privatsache halten, oder ihre ethnische Herkunft. Fromme Musliminnen wiederum haben sich in Köln zu einem „Aktionsbündnis“ zusammengefunden, deren eher feministisches Koranverständnis sich doch sehr vom orthodoxen der ausgeschiedenen Verbände unterscheidet. Ein Mitglied dieser Initiative, die künftige Religionswissenschaftlerin Tuba Isik-Ygit, sitzt ebenfalls im Plenum – und mit dem Politikwissenschaftler und Autor brillanter Essays zur Krise des Islam, Hamed Abdel-Samad, auch ein Dissident.

Im Geschrei der geltungssüchtigen Verbände

Die Deutsche Islamkonferenz versteht sich ohnehin nicht als Vertretung aller Muslime, sondern als Dialogforum des Staates mit Muslimen. Der Versuch, möglichst vielen verschiedenen Stimmen dieser großen, sehr heterogenen, aus vielen Glaubensrichtungen zusammengesetzten Gruppe Gehör zu verschaffen, ist allemal spannender als die ewig gleichen Katz-und-Maus-Spielchen von Aiman Mazyek (Zentralrat der Muslime) oder Ali Kizilkaya (Islamrat/ Milli Görüs) zu verfolgen. Wesentlicher wäre zudem eine Antwort auf die Frage, ob sich viele oder nur wenige Muslime angesprochen fühlen von diesem ehrgeizigen Projekt. Natürlich gibt es auch dazu längst Umfragen, die in ihren Aussagen etwa so zuverlässig sind wie die Angaben der orthodoxen Verbände über Mitgliederzahlen. Immer wieder haben Kritiker darauf hingewiesen, dass säkulare Muslime über keine Vertretung verfügen, die den religionspolitischen Islamverbänden entspräche. Dass ihre Interessen – etwa den Scharia-Islam zu überwinden – und ihr Religionsverständnis unterzugehen drohen im Geschrei der geltungssüchtigen Verbände, dem sie skeptisch bis fassungslos gegenüberstehen. Dieser Hinweis zeigt jetzt endlich Wirkung.

Spätestens seit der ersten „Volkszählung“ durch das Bundesamt für Migration, nach der bis zu fünf Millionen Muslime in Deutschland leben, haben sich viele auf den beschwerlichen Weg gemacht, den orthodoxen Verbänden etwas Eigenes entgegenzusetzen. Man war überrascht, dass Deutschland, mangels einer dem Kirchenregister vergleichbaren Quelle, auf die Zählart islamischer Länder zurückgriff: Muslim ist man kraft Geburt. Wer aber nicht von der türkeiabhängigen Ditib, dem Zentralrat der Muslime und anderen ungefragt vereinnahmt werden will, muss selbst etwas tun: Das ist die Einsicht.

Uns geht es um den säkularen Geist

In Köln, Frankfurt, Duisburg, Münster, Aachen und anderen Städten haben sich darum Muslime entschlossen, sich zu organisieren. Fast ausnahmlsos sind es säkulare Muslime. Dezidiert nicht säkular will eigentlich nur die Lehrerin Lamya Kaddor sein, wobei nicht klar ist, wie sie das meint. Kaddor will jedenfalls keine Kulturmuslime in ihrem Verein. In Aachen hat sich Anfang Mai der „Verband Demokratisch-Europäischer Muslime“ (VDEM) gegründet, mit Islamwissenschaftlern wie Bassam Tibi und Reza Hajatpour. Sie versammeln emanzipierte Muslime, Intellektuelle, Wissenschaftler, Unternehmer, Ingenieure, Lehrer – Individualisten, die sonst eher Probleme mit einem Vereinsleben haben. Aber wie die anderen Neuen wollen sie wahrgenommen werden als Teil der europäischen Gesellschaft und nicht als Minderheit.

„Uns geht es um den säkularen Geist, um junge Muslime, die in Europa nach ihrer eigenen Identität suchen und sich nicht mehr auf die Kultur und Tradition des Herkunftslandes der Eltern beziehen wollen“, sagt Reza Hajatpour. Diese säkularen Muslime vertreten natürlich keine Mehrheit, aber es werden immer mehr. Und dies könnte die erstaunlichste, weil unerwartete Nebenwirkung der Deutschen Islamkonferenz werden: eine neue Bürgerbewegung. Faz 17

 

 

 

Islamkonferenz. Neubeginn mit Hindernissen

 

Die zweite Islamkonferenz hat in Berlin begonnen. Zwei große Verbände fehlen in der Runde – und wichtige Themen.

 

Berlin - Neuer Minister, neuer Anfang: Aus der Deutschen Islamkonferenz, die Wolfgang Schäuble vor vier Jahren ins Leben rief, ist die „DIK II“ seines Nachfolgers im Innenministerium, Thomas de Maizière, geworden. Die 30 Teilnehmer in Berlin zur konstituierenden Sitzung.

Auch die neue Konferenz soll nach de Maizières Wunsch Forum sein für den „institutionalisierten Dialog zwischen Staat und Muslimen“. Beim Personal hat er darauf reagiert, dass die meisten Probleme in diesem Dialog keine für die Bundesebene sind, sondern dass hier die Länder, Städte und Gemeinden den Ton angeben. So wurde der Anteil von acht Vertretern der Bundespolitik auf sechs reduziert, der der Länder von vier auf sechs erhöht und statt kommunaler Verbände nehmen nun vier Oberbürgermeister teil.

Für die muslimische Seite hat sich die Einladungspolitik des Innenministeriums auf den ersten Blick kaum verändert: Es bleibt dabei, dass die muslimischen Verbände ein Drittel und muslimische Einzelpersönlichkeiten zwei Drittel der fünfzehn muslimischen Vertreter in der Konferenz stellen. Und erstmals ist unter ihnen auch eine Kopftuchträgerin, die 28-jährige Doktorandin Tuba Isik-Yigit (siehe Interview unten). Dass trotz leidenschaftlicher Diskussionen der Öffentlichkeit gerade über das Kopftuch bisher keine einzige verschleierte Muslima mit am Tisch saß, hatte schon in der ersten Phase zu Irritationen geführt. Der Schriftsteller Feridun Zaimoglu räumte damals seinen Platz demonstrativ für eine, wie er sagte, „Schamtuchträgerin“ – erfolglos.

Im Detail hat sich die Zusammensetzung der muslimischen Vertretung am Tisch dramatisch verändert: zwei der vier großen Verbände werden nicht dabei sein, der Islamrat und der Zentralrat der Muslime. Den Islamrat hatte de Maizière selbst als Vollmitglied ausgeschlossen und dabei auf die staatsanwaltlichen Ermittlungen gegen dessen tragendes Mitglied Milli Görüs verwiesen. Sein Vorgänger Schäuble hatte in Kenntnis dieser Ermittlungen dagegen für eine breite Vertretung der Muslime und deren Einbindung in den Dialog entschieden. Der Zentralrat hat in der vergangenen Woche de Maizières Einladung in die DIK ausgeschlagen. Er kritisierte, dass keine Rücksicht auf die Selbstorganisation der Muslime genommen werde, das Thema Islamfeindschaft nur eine untergeordnete Rolle spiele und eine Arbeitsgruppe fehle, in der Muslime und Staat einen Fahrplan für die Anerkennung als Religionsgemeinschaft hätten besprechen können – Voraussetzung etwa für eine muslimische Beteiligung an Entscheidungen über islamischen Religionsunterricht.

Dieses – für eine Islamkonferenz zentrale – Feld lag schon in der ersten DIK brach. Und de Maizière, der der zweiten mehr Praxisnähe verordnet hat, scheut hier den Praxistest: Auf dem Ökumenischen Kirchentag sagte er am Wochenende, bis zur Anerkennung des Islam als Religionsgemeinschaft werde es „wohl noch ein bisschen dauern“. Das meinte schon sein Vorgänger. Im Unionslager ist manchem selbst das Miteinanderreden schon zu viel: Bayerns Innenminister Herrmann wetterte gegen de Maizières Vorschlag eines Kirchentags mit Muslimen: Das gehe zu weit. Tsp 17

 

 

 

 

Islamkonferenz. „Raus auf die Straße und in die Moscheen“

 

Die zweite Deutsche Islamkonferenz hat ihre Arbeit aufgenommen. Beschlossen wurden zunächst Projekte, die das Gesprächsforum laut Bundesinnenminister „raus auf die Straße und in die Moscheen“ bringen sollen. Die SPD unterstellt de Maizière, ein „Scheitern in Kauf nehmen“ zu wollen.

 

Die zweite Deutsche Islamkonferenz hat am Montag ihre Arbeit aufgenommen. Nach der konstituierenden Sitzung sagte Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), die Zugehörigkeit der Muslime als Bürger solle gestärkt werden. Die Konferenz wolle dazu beitragen, dass aus Andersartigkeit kein Problem entstehe. An der vierstündigen Zusammenkunft nahmen sechs islamische Verbände, muslimische Einzelpersonen sowie Vertreter von Bund, Ländern und Kommunen teil. Die nächste Plenarsitzung soll Ende dieses oder Anfang nächsten Jahres stattfinden.

Islamkonferenz soll „praktischer“ werden

De Maizière kündigte an, die Islamkonferenz künftig „praktischer“ zu gestalten. Nach der ersten Phase des Dialogs werde man die Gesprächsrunde künftig „raus auf die Straße, in die Schulen, in die Moscheen und an die Küchentische“ bringen. Dazu sollten die vier beschlossenen Projekte dienen: Es sollen ein Modellkonzept für die landeskundliche Fortbildung von Imamen sowie ein bundesweites Modellprojekt für islamischen Religionsunterricht entwickelt werden.

Daneben will die Islamkonferenz eine Studie zur Geschlechterungleichheit in Auftrag geben und ein Glossar erstellen, das unter anderem Begriffe wie Islam und Islamismus definiert. De Maizière kündigte außerdem an, dass der Internetauftritt der DIK außer auf deutsch und türkisch künftig auch auf arabisch und englisch präsentiert werden soll. Das Innenministerium will auch einen Preis für gelungene Integrationsprojekte ausloben.

Zwei muslimische Dachverbände nicht vertreten

Zwei wichtige muslimische Dachverbände nahmen an der Konferenz nicht teil. De Maizière hatte den Islamrat suspendiert, weil gegen dessen größten Mitgliedsverband Milli Görüs ermittelt wird. Der Zentralrat der Muslime in Deutschland hatte seine Teilnahme abgesagt, weil er sowohl die personelle Zusammensetzung als auch die Themensetzung kritisiert hatte.

Der Bundesinnenminister betonte, dass die Islamkonferenz keine Vertretung der Muslime und auch kein Religionsseminar sei, sondern eine Dialogplattform. Der nordrhein-westfälische Integrationsminister Armin Laschet (CDU) sagte, die Defizite bei der Integration hätten zunächst nichts mit der Religion zu tun. Das müsse getrennt betrachtet werden.

Forderungen der Muslime

Von muslimischer Seite wurde am Montag vor allem sprachliche Differenzierung gefordert. Auch die Einrichtung islamisch-theologischer Lehrstühle könne die Sprachfähigkeit verbessern, sagte Ali Dere von Ditib.

Die iranische Theologin Hamideh Mohagheghi, die als unabhängige Muslimin an der Islamkonferenz teilnimmt, warnte davor, soziale Probleme entweder religiös zu überfrachten oder zu behaupten, sie hätten nichts mit der Religion zu tun. Es müsse ein Mittelweg gefunden werden.

Wowereit: „Dilettantische Vorbereitung“

Vor Beginn der Konferenz, an der 30 staatliche und muslimische Vertreter teilnahmen, hatte der stellvertretende SPD-Vorsitzende und Regierende Bürgermeister von Berlin, Klaus Wowereit, die Vorbereitung des Treffens kritisiert: „Zu viele handwerkliche Fehler im Vorfeld und eine dilettantische Vorbereitung erwecken den Eindruck, dass de Maizière bereit ist, ein Scheitern in Kauf zu nehmen.“

Auch bei dem „unwürdigen wochenlangen Gezeter“ um die Teilnahme des Zentralrats der Muslime habe sich der Innenminister nicht als Brückenbauer gezeigt. „Er hat unnötig Vertrauen verspielt“, sagte Wowereit.

Die Islamkonferenz war 2006 vom damaligen Innenminister Wolfgang Schäuble (CDU) einberufen worden, um die Integration der in Deutschland lebenden Muslime zu verbessern. In Deutschland leben rund vier Millionen Muslime, etwa die Hälfte von ihnen hat einen deutschen Pass. Faz.net 17

 

 

 

Islamkonferenz. Das Kreuz mit der Integration. Vorurteile und Skepsis

 

In Berlin lädt Innenminister de Maizière zur Islamkonferenz. Das Forum soll endlich Ergebnisse erzielen. Das Problem: Für einen Dialog bräuchte man Gesprächspartner. Diese fehlen aber. Von Hanna Ziegler

 

Rund vier Millionen Muslime leben in Deutschland. Seit Jahren schon. Und doch ist lange nichts passiert. Bequem war das sauber getrennte Nebeneinander. Doch während der christliche Bevölkerungsteil in seinen Kirchen Gottesdienste feiert, praktizieren die Muslime ihren Glauben meist zurückgedrängt in abgelegenen und für die Öffentlichkeit unsichbaren Gebetsräumen.

Sie fühlen sich ausgegrenzt und ungerecht behandelt. Das sah 2006 auch der damalige Innenminister Wolfgang Schäuble (CDU) ein und rief die Deutsche Islamkonferenz ins Leben. Politiker und Muslime setzen sich an einen Tisch und entwickeln Strategien zur besseren Integration. So simpel wie es klingt, scheint es jedoch nicht zu sein. Denn bisher konnte man sich nur auf relativ allgemeine Ergebnisse, wie eine gemeinsame Wertebasis, verständigen. Das ist nicht viel.

In der zweiten Phase der Islamkonferenz, die der neue Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) jetzt einläutet, soll es konkret werden. Hier geht es etwa um die Einführung von islamischem Religionsunterricht an öffentlichen Schulen. Doch bevor es ins Detail geht, sollte man sich vorher vielleicht noch einmal grundsätzliche Gedanken über die Stellung des Islam in Deutschland machen.

So förderte in den letzten Tagen eine alarmierende Studie des INFO-Instituts besorgniserregende Ergebnisse zu Tage. Die Forscher fanden heraus, dass jeder fünfte Deutsche fremdenfeindlich ist. 44 Prozent der befragten Deutschen bezweifeln die Friedfertigkeit des Islam.

Nicht nur wegen der Vorbehalte gegenüber den Muslimen ist der Erfolg der Islamkonferenz fraglich. Kurz vor dem Treffen am Montag sorgte der Zentralrat der Muslime (ZMD) für Aufsehen. Überraschend hat er seine Teilnahme an den Gesprächen in Berlin absagt. Der ZMD-Vorsitzende Ayyub Axel Köhler moniert, dass nicht genug Moscheegemeinden vertreten seien und die Konferenz kein "konkretes Ziel" verfolge.

 

Herber Rückschlag - Ein herber Rückschlag. Immerhin vertritt der Zentralrat als Dachverband von 300 Moscheegemeinden mehr als eine halbe Million Muslime in Deutschland. Zuvor war schon der Islamrat unter Protest des ZMD durch den Innenminister von der Konferenz ausgeschlossen worden.

Gegen eines seiner Mitglieder, den Moscheeverband Milli Görüs, wird unter anderem wegen Steuerhinterziehung ermittelt. Zudem wird er vom Verfassungsschutz als islamistisch eingestuft. Doch mit der Suspendierung des Islamrates, der ebenfalls etwa 300 Moscheegemeinden unter seinem Dach beheimatet, werden viele weitere Muslime bei der heutigen Konferenz nicht vertreten sein. Dabei ist es ohnehin schwierig genug, die lose organisierten Muslime mehrheitlich zu repräsentieren. Doch ein Dialog, bei dem der Gesprächspartner fehlt, ist am Ende keiner.

Wenn Ayyub Axel Köhler die Islamkonferenz als "unverbindlichen Debattier-Club" bezeichnet, wird deutlich, wie gering das Vertrauen in die Wirkkraft des Forums ist. Der Zentralrat will unter anderem, dass muslimische Organisationen in Deutschland als Religionsgemeinschaften anerkannt werden. Erst dann hätten sie die gleiche Rechte wie etwa die Zeugen Jehovas. Eine Perspektive, die den Dachverband künftig zurück an den Verhandlungstisch holen könnte.

Der nordrhein-westfälische Integrationsminister Armin Laschet (CDU) kann die Motive der Absage nicht nachvollziehen und kritisiert den Zentralrat scharf. Er spricht in der Süddeutschen Zeitung von "verbandspolitischen Spielchen", die den Muslimen letztendlich selbst schaden würden, weil sie Fortschritte verzögern würden. Dennoch sieht er die Glaubwürdigkeit der Konferenz nicht gefährdet. Der Vorsitzende der Konferenz der Integrationsminister geht davon aus, dass auch die fehlenden Verbände bei einem gefundenen Konsens mitziehen würden.

 

Vorurteile und Skepsis - Doch geht es den Muslimen nicht nur um politische Vereinbarungen. Auch gesellschaftlich stehen sie im Abseits. So ist Ayyub Axel Köhler der Meinung, dass das Thema "Islamfeindlichkeit" vernachlässigt werde. Ein verständlicher Einwand, wenn man die Ergebnisse der INFO-Studie betrachtet: "Es herrscht bei vielen Deutschen eine diffuse Angst vor dem Islam vor", sagt Holger Liljeberg vom Meinungsforschungsinstitut INFO.

 

Skepsis gegenüber Muslimen - Bei seiner Studie zur Wertewelt von Deutschen und Migranten wurden rund 2100 Deutsche und Menschen mit Migrationshintergrund aus 83 Staaten befragt. Die Bilanz: Nicht nur Fremdenfeindlichkeit ist erschreckend weit verbreitet. Gerade gegenüber Muslimen ist die Skepsis besonders hoch. So würden etwa 60 Prozent der Deutschen keinen gläubigen Muslim in der eigenen Familie akzeptieren.

Demoskop Liljeberg vermutet mehrere Gründe, die hinter der Ablehnung stecken könnten: "Zum einen gibt es da das gängige Vorurteil, dass die Gastarbeiter den Deutschen die Arbeit weggenommen hätten." Öl ins Feuer gegossen haben zudem der Terroranschlag vom 11. September 2001 und jüngst die Anschläge auf deutsche Soldaten in Afghanistan. "Terror wird meist generell mit dem Islam in Verbindung gebracht", sagt Liljeberg im Gespräch mit sueddeutsche.de. Es werde zu wenig differenziert, auch von Seiten der Politik, kritisiert der Meinungsforscher. "Islam gleich Terror", lautet für viele Deutsche die einfache Formel.

 

Parteien wie "Pro NRW" haben es mit ihren populistischen Szenarien vom untergehenden Abendland immerhin in den einen oder anderen Stadtrat geschafft. Minarette sind für sie die Vorboten einer feindlichen Übernahme des Landes durch Muslime. Ihre geschürten Ängste sind vielen offenbar doch gar nicht so fremd: Laut INFO sehen 18 Prozent der Deutschen den Islam als Bedrohung für die deutsche Kultur an. Deutlich wird die Ablehnung besonders beim Thema Minarett. 52 Prozent lehnen den Bau weiterer Moscheetürme ab. Auch auf zusätzliche Moscheen würden 43 Prozent der Deutschen lieber verzichten.

Vorurteile und Skepsis: nicht unbedingt die besten Voraussetzungen für einen Dialog zur Integration. Bis die Muslime gleichberechtigt in Deutschland leben können, werden vermutlich noch etliche Jahre vergehen. Das weiß auch de Maizière. Dennoch steht er genau jetzt vor der großen Aufgabe, die Islamkonferenz nicht zu einer Farce verkommen zu lassen. Wenn der Dialog schon vor dem Beginn scheitert, könnte die zweite zugleich auch die letzte Phase der Konferenz sein.

(sueddeutsche.de 17)

 

 

 

Wowereit: Innenminister nimmt Scheitern der Islamkonferenz in Kauf

 

Zur heutigen Islamkonferenz der Bundesregierung erklärt der stellvertretende SPD-Parteivorsitzende und Regierende Bürgermeister von Berlin, Klaus Wowereit:

 

Die heute stattfindende Islamkonferenz ist kein Signal in die Zukunft. Zu viele handwerkliche Fehler im Vorfeld und eine dilettantische Vorbereitung erwecken den Eindruck, dass Innenminister de Maizière bereit ist, ein Scheitern in Kauf zu nehmen. Das Treffen scheint ihm nicht wichtig genug zu sein, sonst hätte er es zur Chefsache erklärt und ein größeres Augenmerk auf ein Zusammenführen der verschiedenen Positionen gelegt. Die Ausladung des gesamten Islamrats, weil gegen einige Funktionäre

strafrechtliche Ermittlungen laufen, war nicht zielführend. Auch beim unwürdigen wochenlangen Gezeter um die Teilnahme des Zentralrats der Muslime hat sich der Innenminister nicht als Brückenbauer gezeigt. Er hat unnötig Vertrauen verspielt.

 

Dabei kommt es jetzt darauf an, den vielen Absichtserklärungen der letzten Jahre Taten folgen zu lassen. Die heute beginnende zweite Phase der Islamkonferenz wird daran gemessen werden, ob sie muslimischen Menschen in Deutschland tatsächlich eine umfassende Beteiligung an Bildung, Kultur und Demokratie ermöglicht und Vorurteile abbaut.

 

Innenminister de Maizière aber schließt aus und verfährt nach dem Prinzip: Ich entscheide, wer Gesprächspartner von muslimischer Seite ist. Das ist ein klarer Rückschritt.

 

Es bleibt zu hoffen, dass wenigstens die zentralen Themen angesprochen, ernsthaft diskutiert und ergebnisorientiert aufbereitet werden. Und es bleibt zu hoffen, dass das Tischtuch zu einzelnen islamischen Verbänden nicht nachhaltig zerschnitten ist – denn ohne ihr Wirken gibt es wenig Chancen, den Dialog mit den Muslimen im gewünschten Sinne führen zu können. Es besteht die Gefahr, dass de Maizière mit seiner Art, die Islamkonferenz zu gestalten, das Anliegen einer umfassenden und damit auch

politischen Teilhabe von Muslimen in Deutschland zum Scheitern bringt. Verantwortungsvolle Politik für das große Ganze sieht anders aus. De.it.press 17

 

 

 

 

EU: Finanztransaktionssteuer. EU wird mutig im Kampf gegen Finanzindustrie

 

Die Idee, Finanztransaktionen zu besteuern, findet in der EU breite Unterstützung: Außerdem will die EU Hedgefonds an die Leine legen.

 

Eine Steuer auf jede Finanztransaktion? Schon lange wird darüber nachgedacht - doch jetzt bekommt die Idee neuen Schwung. Die Eurozone wolle sich auf internationalem Parkett dafür einsetzen, den Finanzsektor stärker an der Krisenbewältigung zu beteiligen. Dazu gehöre auch diese Steuer, sagt der Vorsitzende der Euro-Finanzminister, Luxemburgs Jean-Claude Juncker, nach der Sitzung der Fachminister.

Kein Euro-Land in der Runde habe sich diesem Kurs widersetzt. "Es wird so sein, dass diejenigen auch bezahlen müssen, die nicht unschuldig sind an dem Schlamassel, in dem wir alle stecken."

Er sei auch dafür, dies auf europäischer Ebene zu machen, sagte Juncker. "Wir können uns nicht immer nur hinter den (US-)Amerikanern verstecken." Auch in Deutschland wird eine solche Steuer diskutiert. Die Euro-Finanzchefs lobten Spanien und Portugal für ihren rigiden Sparkurs.

"Wir finden, dass die Maßnahmen der spanischen und der portugiesischen Regierung mutig sind", bilanziert Juncker. Endgültig solle darüber bei der nächsten Sitzung am 7. Juni in Luxemburg entschieden werden.

Juncker unterstützt auch die Forderung der Europäischen Kommission nach mehr Kontrolle über die nationalen Haushalte. Der Vorschlag gehe in die richtige Richtung, sagte er. Es gehe dabei nicht darum, die Budgetbefugnisse der national gewählten Politiker zu durchkreuzen. Die Kommission solle auch keine "Schulleiterin" für den Haushalt der Länder werden, jedoch müssten diese sich auf genauere Prüfungen einstellen.

Erste Hilfen ausgezahlt

Unterdessen bekommt das angeschlagene Griechenland die ersten Hilfen überwiesen: insgesamt 20 Milliarden Euro - 14,5 Milliarden Euro von den Euro-Partnern, 5,5 Milliarden Euro vom Internationalen Währungsfonds (IWF). Die Eurozone und IWF hatten für das krisengeschüttelte Mittelmeerland ein Paket von bis zu 110 Milliarden Euro geschnürt.

Davon entfallen auf Deutschland bis zu 22,3 Milliarden Euro. Die obersten Kassenhüter der Eurozone verhandelten über Einzelheiten des gigantischen Rettungsschirms von 750 Milliarden Euro, der Staatspleiten verhindern soll. Es ging unter anderem um Details einer Finanz-Gesellschaft, die im Namen aller Euro-Länder Geld leihen und an finanzschwache Mitgliedstaaten weiterleiten kann.

Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble wies Spekulationen zurück, wonach Deutschland und Frankreich dabei hart aneinander geraten seien. Man sei beim "Innenausbau" des Rettungsschirms ein gutes Stück weitergekommen. Am diesem Freitag soll weiter beraten werden.

Angesichts der Talfahrt des Euro versicherten die Euro-Kassenhüter, dass er weiter eine "glaubwürdige Währung" sei. "Preisstabilität wurde über elf Jahre lang gewährleistet", sagte der luxemburgische Premier- und Schatzminister Juncker. Das werde auch in Zukunft so bleiben.

Gegen den Widerstand Großbritanniens wollen die EU-Finanzminister auch strengere Regeln für Hedgefonds auf den Weg bringen.

In Großbritannien haben vier Fünftel der europäischen Hedgefonds ihren Sitz. Darum befürchtet das Land Nachteile für den Finanzplatz London. Nach Auskunft von Bundesfinanzminister Wolfgang Schäuble gibt es eine breite Mehrheit von Mitgliedstaaten, um einen Beschluss abzusichern.

In der Nacht zum Dienstag nahm die geplante EU-Regulierung der Fonds bereits eine wichtige Hürde im Europaparlament. Der federführende Wirtschaftsausschuss stimmte in Straßburg einem Entwurf zu, der aber von der Linie der Mitgliedstaaten abweicht.

So sprechen sich die Parlamentarier dafür aus, Hedgefonds aus Drittstaaten wie den USA oder den Kaimaninseln den Handel in Europa zu erlauben, sofern sie sich an die neuen EU-Regeln halten. (sueddeutsche.de/AP/Reuters 18)

 

 

 

 

Atomstreit. Iranische Volte

 

Der Iran hat sich gegenüber Brasilien und der Türkei verpflichtet, 1200 Kilo leicht angereichertes Uran zur Umwandlung in Brennstoff für einen iranischen Forschungsreaktor auszulagern. Das Spaltmaterial soll in Russland auf 19,75 Prozent U 235 angereichert und in Frankreich zu Reaktorbrennstäben verarbeitet werden. Die vom Iran gestellte Bedingung für den Handel ist, dass der Tausch in der Türkei stattfindet.

 

Der türkische Premierminister Recep Erdogan garantiert dem iranischen Präsidenten Mahmud Ahmadinedschad den korrekten Ablauf der Operation. Der Dritte im Bunde ist Brasiliens Staatschef Lula da Silva, der den Deal mit den Machthabern in Teheran ausgehandelt hat.

 

Die Vereinbarung soll eine Verschärfung der Wirtschaftssanktionen gegen den Iran erübrigen, über die derzeit im Sicherheitsrat der Vereinten Nationen verhandelt wird. Sogar China soll bereit sein, eine härtere Haltung gegenüber Teheran einzunehmen. Denn Teheran wird verdächtigt, unter dem Deckmantel einer friedlichen Nutzung der Kernenergie Atomwaffen zu entwickeln. Zwei Serien von UN-Sanktionen haben die Iraner nicht davon abhalten können, die Anreicherung von Uran und den Bau eines Schwerwasserreaktors fortzusetzen.

 

Schärfere Sanktionen geplant - Ein Kompromiss in Form einer vorübergehenden Auslagerung leicht angereicherten iranischen Urans zur Weiterverarbeitung in Russland und Frankreich war bereits am 1. Oktober 2009 in Genf erzielt worden. Die iranische Regierung desavouierte aber ihre eigenen Diplomaten und widerrief das Abkommen. Sie intensivierte die Uran-Anreicherung und verkündete den Bau von zehn neuen Nuklearanlagen.

 

Die fünf ständigen Mitglieder des UN-Sicherheitsrats und Deutschland ("5+1") haben unterdessen eine Resolution entworfen, die insbesondere Sanktionen gegen das Wirtschaftsagglomerat der "Revolutionswächter" (Pasdaran) vorsieht.

 

Über das Papier soll Anfang Juni abgestimmt werden. Brasilien und die Türkei, die derzeit im Sicherheitsrat sind, halten es aber für unklug, den Iran "in die Enge zu treiben".

 

Genug für die Bombe  - In diplomatischen Kreisen wurde die Dreier-Vereinbarung mit Vorsicht aufgenommen. Experten halten die Grundlagen für überholt. 1200 Kilo leicht angereichertes Uran machten im Oktober 2009 75 Prozent der iranischen Bestände aus.

 

Das restliche Viertel hätte nicht gereicht, genügend hoch angereichertes Uran für den Bau einer Atombombe herzustellen. Nach Angaben der Internationalen Atomenergie-Organisation (IAEO) sind aber mittlerweile die iranischen Bestände an leicht angereichertem Uran auf etwa 2300 Kilo angewachsen. Die Auslagerung von 1200 Kilo würde also die Atomwaffenfähigkeit Teherans nicht mehr beeinträchtigen.

 

Ein Sprecher des iranischen Außenministeriums macht am Montag auch klar, dass sein Land die Anreicherung von Uran auf 20 Prozent wie im Februar beschlossen fortsetzen werde.

 

Westliche Regierungen äußerten sich skeptisch. Der neue Vertrag könne ein Abkommen mit der IAEO nicht ersetzen, hieß es in Berlin. Der "springende Punkt" sei, ob Teheran die eigene Uran-Anreicherung aufgebe. Die EU-Außenbeauftragte Catherine Ashton sagte, das Abkommen gehe nicht auf "alle Sorgen" des Westens ein.

 

Die internationale Gemeinschaft dürfe sich "keinen Illusionen hingeben", hieß es in Paris. Die Vereinbarung betreffe nur den Forschungsreaktor in Teheran und "löst keineswegs das Problem des iranischen Atomprogramms". PIERRE SIMONITSCH

 (FR mit afp 18)

 

 

 

 

Nato-Reform. Vorerst kein Abzug amerikanischer Atomwaffen aus Europa

 

Die Nato-Reformkommission hat einen Bericht zur Erneuerung des Militärbündnisses vorgelegt. Neben Atomwaffen soll ein europäischer Raketenschild das Rückgrat der Allianz bilden.

 

Den veränderten sicherheitspolitischen Herausforderungen soll die Nato weiterhin mit Atomwaffen und zusätzlich mit einer eigenen Raketenabwehr begegnen. Das sieht das neue strategische Konzept des Bündnisses vor, das eine Reformkommission um die frühere amerikanische Außenministerin Madeleine Albright dem Nato-Rat in Brüssel präsentierte. Die Staats- und Regierungschefs der 28 Mitgliedsländer sollen die neue Strategie im November bei einem Gipfeltreffen in Lissabon beschließen.

„Solange Atomwaffen existieren, sollte die Nato sichere und verlässliche Nuklearkräfte behalten“, heißt es in der 55seitigen Empfehlung. Grundlage sei „eine breit angelegte Verantwortung für Stationierung und operationelle Unterstützung“, heißt es in dem Papier. „Jede Veränderung der geografischen Veränderung der nuklearen Stationierungen der Nato in Europa sollte ebenso wie andere wesentliche Entscheidungen nur vom gesamten Bündnis beschlossen werden.“ Damit ist der von Deutschland bevorzugte Abzug amerikanischer Atomwaffen aus Europa in die Ferne gerückt.

Zudem wirbt die Kommission um Frau Albright für den Aufbau einer eigenen Raketenabwehr. Die amerikanischen Pläne für einem solchen Abwehrschirm, der in Europa kontrovers diskutiert wurde, stehen damit erstmals „voll in einem Nato-Kontext“, wie es in dem Entwurf heißt. Außerdem sollen ihre Umsetzung in enger Zusammenarbeit mit Russland erfolgen. Die Einbindung Moskaus ist nach Meinung der Reformer „höchst wünschenswert“. Sie empfahlen darüber hinaus eine deutlich intensivere Zusammenarbeit zwischen der Nato und Russland beispielsweise in Abrüstungsfragen sowie bei der Piraten- und Drogenbekämpfung.

Truppen sollen flexibler einsetzbar sein

Mit der neuen Strategie will die Verteidigungsallianz auch gezielter auf Krisenländer wie Iran oder Nordkorea reagieren. „Die zentrale Verpflichtung der Nato bleibt unverändert“, bekräftigt der Bericht im Hinblick auf die Beistandsgarantie für den Fall, dass ein Bündnispartner angegriffen wird. Die Nato brauche flexibel und auf größere Entfernung einsetzbare Truppen. Zu diesem Zweck seien auch Notfallplanungen, Übungen, einsatzfähige Truppen und Versorgungsplanungen nötig. Mit dieser Forderung unterstützen die Reformer vor allem ein Verlangen baltischer und osteuropäischer Staaten, die konkrete Zeichen der Verteidigungsbereitschaft fordern.

In dem Papier heißt es weiter, die Nato sei „keineswegs die einzige Antwort auf alle Probleme der internationalen Sicherheit“. Das Bündnis sei vielmehr „eine regionale und keine globale Organisation“. Dennoch müsse sie sich um mehr internationale Partnerschaften bemühen. Die Nato könne bei einem „vernetzten“ Ansatz von militärischen und zivilen Anstrengungen als „wesentlicher Organisator von gemeinsamen Anstrengungen“ fungieren. Faz.net 17

 

 

 

 

Ausschreitungen in Thailand. Warten auf die entscheidende Schlacht

 

Gespenstische Ruhe in Bangkoks Geschäftsviertel: Nach dem Verstreichen des Ultimatums will die Armee die Proteste gewaltsam auflösen. Die Rothemden verbarrikadieren sich. VON NICOLA GLASS

 

Bei den Barrikaden in der Henri-Dunant-Straße ist ein schmaler Spalt offen: Die Wachen der Rothemden winken die Leute durch, signalisieren aber jedem: Sei auf der Hut, hier kann jeden Moment etwas passieren. Hinter dem Wall aus Bambusstöcken, Autoreifen und Steinkübeln ist Rothemdengebiet. Am Montag sind es immer noch mehrere tausend Demonstranten, die der Hitze, dem Gestank und ihrer eigenen Angst trotzen: der vor einer Niederschlagung durch die Armee.

Zelte, Planen und Matten, mobile Toiletten und kleine Garküchen ziehen sich entlang einer Straße, die eigentlich als eine der schicksten Einkaufs- und Hotelmeilen in Bangkok gilt. Eingequetscht zwischen zwei Luxuskaufhäusern, steht der Tempel Wat Pathum Wanaram. Hier haben etliche Ältere, Frauen und kleine Kinder Zuflucht gesucht, nachdem die Regierung am Sonntag klargemacht hatte: Bis Montagnachmittag, 15 Uhr Ortszeit müssen die Rothemden das von ihnen belagerte Viertel verlassen haben. Ansonsten wird die Armee die Proteste gewaltsam auflösen. Auch der Wat-Pathum-Wanaram-Tempel liegt an der "roten" Meile. Aber die Menschen hoffen, dass die Soldaten wenigstens nicht bis hierher vordringen, sollten sie tatsächlich kommen. Ihre roten T-Shirts tragen die meisten Protestler mittlerweile nicht mehr - aus Sicherheitsgründen.

Gerade biegt Niramoon Thanagoon um die Ecke der Klostermauer, eine schmale Frau in grauem T-Shirt. Sie weint heftig. "Viele unserer Freunde sind bereits getötet worden, warum kommen uns die UN nicht zur Hilfe?", fragt die 64-Jährige. "Was geht in den Köpfen unserer Regierung vor? Wir wollen einfach nur Frieden, und das bedeutet Demokratie."

Sie spricht mit wachsender Verzweiflung: "Wir sind doch keine Terroristen oder Idioten, als die die Regierung uns hinzustellen versucht." Bitter setzt sie hinzu: "Thailand wurde immer das Land des Lächelns genannt, jetzt ist es das Land der Tränen."

Außerhalb der Klostermauern geht die Demonstrationsmeile weiter. Die Haupttribüne ist nur wenige Gehminuten entfernt. Die Tribüne hatten die Roten Anfang April errichtet; seitdem halten sie den Geschäftsbezirk besetzt. Es ist heiß und feucht an diesem Montag, trotzdem harren die Menschen weiter aus - darunter auch Frauen, die nicht in den angrenzenden Tempel flüchten wollten. Einige heben die Hand, machen das Siegeszeichen. "Vielen Dank, dass Sie gekommen sind!", ruft eine Frau ausländischen Journalisten zu.

Auf der Bühne sprechen nacheinander zwei der führenden Köpfe der Vereinigten Front für Demokratie gegen Diktatur (UDD), wie sich die Roten offiziell nennen. Es sei das Recht der Menschen, für Demokratie zu kämpfen, sagen Jaran Ditapichai und Weng Tojirakarn. Haben sie keine Angst davor, dass die Armee anrücken könnte? "Nein", sagt Weng Tojirakarn, "und ich bleibe hier bei meinen Leuten." Der Mediziner führte 1973 Studentenproteste gegen Thailands Militär an; er weiß, wovon er spricht. "Ich habe auch keine Angst, verhaftet oder getötet zu werden, denn ich will nicht in einem Land leben, in dem Ungleichheit und Ungerechtigkeit herrschen."

Auf der Straße schräg hinter der Bühne hocken zwei Männer auf Truhen. Einer der beiden sieht zu Tode erschöpft aus und so verbittert, als habe er alle Hoffnung verloren. "Wisst ihr, was heute morgen passiert ist?", fragt er. "Seh Daeng ist tot." Er zeigt die SMS-Nachricht, die auf seinem Handy eingegangen ist. Der "Rote Kommandeur" (siehe Artikel unten) war vor wenigen Tagen in den Kopf geschossen worden. Ein Rothemden-Sprecher vermutet, dass ein Armeescharfschütze diesen Auftragsmord begangen hat - was das Militär bestreitet. Vor allem innerhalb eines radikaleren Flügels der Roten hatte Seh Daeng, mit richtigem Namen Khattiya Sawasdipol, viele Bewunderer.

Außerhalb von "Red Shirt City" finden Kämpfe statt. Die abgeriegelten Straßenzüge gleichen einer Geisterstadt. Dennoch dröhnen durch die für Bangkok ungewöhnliche Stille immer wieder Schüsse und Einschläge schwerer Feuerwerkskörper - so auch an der Rama Vier, einer nahe liegenden Verkehrsader. Dort schießen seit Tagen Soldaten auf eine Gruppe von Rothemden und deren Unterstützer, die selbst gebaute Raketen und Steinzwillen abschießen. Die Armee feuert mit Gummigeschossen und Schrot, aber auch mit scharfer Munition. Die Roten stecken Barrikaden aus Autoreifen in Brand. Der dichte schwarze Rauch vernebelt die Sicht - er ist über weite Teile der Stadt zu sehen. Die Gewalt hat Bangkok im Griff. Taz 17

 

 

 

 

Erster Rücktritt nach Umweltkatastrophe. Ölpest erreicht Washington

 

US-Präsident Obama will die Öko-Katastrophe im Golf von Mexiko exakt untersuchen lassen. Ein politisch Verantwortlicher nimmt seinen Hut - und an Floridas Südküste landen erste Teerklumpen.

 

US-Präsident Barack Obama will eine Kommission einsetzen, die die Ölkatastrophe im Golf von Mexiko untersuchen soll. Nach Angaben der US-Regierung sollen sowohl die Praktiken der Ölförderung wie der Umgang der Behörden mit der beispiellosen Katastrophe untersucht werden. Ähnliche Kommissionen hatte es 1986 nach der Explosion der Raumfähre Challenger und 1979 nach der Reaktorkatastrophe von Three Mile Island bei Harrisburg gegeben.

Unterdessen hat der dramatische Ölunfall erste personelle Konsequenzen in Washington. Der für die Kontrolle der Tiefsee-Bohrungen zuständige Abteilungsleiter der US-Behörde für Mineralienförderung (MMS), Chris Oynes, nahm am Montag seinen Hut. Vorausgegangen war scharfe Kritik von Präsident Barack Obama an der seiner Ansicht nach zu engen "behaglichen" Beziehung zwischen der Behörde und der Ölindustrie.

Obama bezog sich dabei unter anderem darauf, dass die MMS Bohrgenehmigungen erteilt hat, ohne dass vorgeschriebene Untersuchungen über die möglichen Umweltfolgen unternommen wurden. Außerdem ließ die Behörde Sicherheitsinspektionen auf den Bohrplattformen von den Ölunternehmen selbst machen. Oynes war nach Angaben der Wirtschaftsnachrichten-Agentur Bloomberg seit 2007 für die Kontrolle der Tiefseebohrungen zuständig.

Wie weiter bekannt wurde, will Obama eine unabhängige Kommission zur Untersuchung des Ölunfalls einsetzen - ähnlich jenen Gremien, die nach der Explosion des Spaceshuttles Challenger 1986 und dem Atomunfall von Harrisburg 1979 Nachforschungen anstellten. Eine entsprechende Anordnung werde in Kürze erwartet, berichteten die Washington Post und der Sender CNN am Montag unter Berufung auf einen Regierungsbeamten.

Im Kongress beschäftigt sich bereits eine Reihe von Ausschüssen mit den Ursachen und Hintergründen der Explosion der Ölplattform Deepwater Horizon vor vier Wochen und den dramatischen Folgen der dadurch ausgelösten Ölpest. Am Montag sagte Heimatschutzministerin Janet Napolitano vor einem Senatsgremium aus und verteidigte dabei die Regierungsmaßnahmen seit Beginn der Katastrophe.

Im Golf von Mexiko setzte derweil der Ölriese BP seine Bemühungen um eine Eindämmung des Ölaustritts fort. Am Wochenende war es gelungen, ein Saugrohr in das abgebrochene Steigrohr am Meeresgrund einzuführen, aus dem das Öl sprudelt. Seitdem kann ein Teil davon auf ein Bohrschiff geleitet werden - nach BP-Angaben bislang vermutlich etwa ein Fünftel der schätzungsweise 700 Tonnen Rohöl, die täglich aus zwei undichten Stellen austreten.

BP-Manager Doug Suttles bekräftigte am Montag, dass die Menge langsam gesteigert werden soll - wenn alles klappt, bis auf die Hälfte des aussprudelnden Öls oder sogar mehr. "Das würde uns außerordentlich freuen", sagte Suttles.

Wie der BP-Manager weiter schilderte, ist der Ölteppich auf dem Meer kleiner als je zuvor seit dem Ölunfall - das hätten jüngste Beobachtungen aus der Luft gezeigt. Allerdings haben erst am Wochenende US-Wissenschaftler neuen Alarm geschlagen: Sie haben nach eigenen Angaben riesige Ölschwaden unter der Wasseroberfläche entdeckt und befürchten, dass sie durch Strömungen um den Südzipfel Floridas herum in den Atlantik entlang der US-Ostküste getragen werden könnten.

Etwa 20 Teerklumpen sind bereits in Key West, der südlichsten Insel des Bundesstaats, entdeckt worden. Aufseher des Fort-Zachary-Taylor-Staatsparks in dem Ort, hätten die Klumpen gefunden, berichtete der Miami Herald im Internet. Nach Angaben der Küstenwache sollen die Fundstücke im Labor untersucht werden. Dort soll geklärt werden, ob der Teer im Zusammenhang mit dem Ölunfall steht.

(dpa/Reuters 18)

 

 

 

 

Führung: Fall Merkel Für ''Angie'' kommt ''Tina''

 

Die mächtigste Frau der Welt heißt nicht mehr Angela Merkel - sondern "Tina". Sie regiert die Politik und dirigiert die Kanzlerin. Ein Kommentar von Heribert Prantl

 

Angela Merkel gilt als die mächtigste Frau der Welt; aber das stimmt nicht. Die mächtigste Frau heißt Tina, sie wird auch von der Kanzlerin gern in Anspruch genommen. Tina ist das Kürzel für there is no alternative.

Die Behauptung, dass es keine Alternative zu einer Entscheidung gibt, ist eine Ausrede, die Diskussionen unterbinden soll. Sie ist neuerdings die Begründung für die rasende Eile, mit der folgenreichste Beschlüsse gefasst werden. Wenn Milliardenpakete gepackt und der Börse vor die Tür gestellt werden - dann lautet die Begründung: es gibt keine Alternative. So wird das Parlament entparlamentarisiert und vor vollendete Tatsachen gestellt. Es gibt ja, angeblich, keine Alternative.

 

Deutschland und die EU stehen am Beginn einer Woche, in der es ständig heißen wird there ist no alternative. Tina regiert die Politik, Tina dirigiert Angela Merkel, Tina macht aber nicht nur die CDU/CSU rebellisch; es macht die Bevölkerung misstrauisch. Tina ist das neue Wort für Basta. Mit Basta hat einst Kanzler Schröder Hartz IV eingeführt. Und dieses Hartz IV war damals für die Führung der SPD so "alternativlos" wie der Kosovo-Krieg und die Verteidigung Deutschlands am Hindukusch.

Aber verglichen mit den neuen finanzwirtschaftlichen Großentscheidungen waren die genannten militärischen Großentscheidungen sorgfältig gereift. Das Parlament war und ist zwar bei der Entscheidung über die Kriegseinsätze unter Druck, aber es redet und streitet immerhin. Seit dem Bankenrettungspaket nickt es Milliardenausgaben nur noch ab Es gibt, sagt die Regierung, keine Alternative.

Das ist, mit Verlaub, Unfug. Es gibt sicherlich nicht Tatas, nicht also tausende von Alternativen (there are thousands of alternatives). Aber ein paar Alternativen gibt es immer: Anstelle eines gewaltigen Milliarden-Paketes für Euro, Griechenland & Co hätte man sich, zum Beispiel, einen (Teil-)Schuldenerlass für Griechenland vorstellen können. Sicherlich: Die EU-Regierungen mögen den Zeitdruck als so groß empfunden haben, dass für sie eine solche Lösung nicht in Frage kam. Aber dann müssen sie das sagen, und sich nicht hinter der angeblichen "Alternativlosigkeit" verschanzen. Das Parlament ist das Getriebe der demokratischen Politik. Wenn es ausgeschaltet wird, entsteht der Eindruck einer getriebenen Politik.

Die Milliardenrettungspakete sind der Versuch der exekutivischen Politik, mit dem Tempo und der Brutalität von ökonomischen Prozessen zu konkurrieren. Das kann sinnvoll sein, aber die Politik muss dann für diese Sinnhaftigkeit werben. Das Wort "alternativlos" ist das Gegenteil von solcher Werbung. Demokratische Politik besteht darin, Entscheidungen auf der Grundlage des Abwägens der Alternativen zu treffen und zu begründen. Der Ort dafür ist das Parlament: Es ist der Ort, wo Vertrauen des Volks gesät wird. Ohne dieses Vertrauen hält auch der weltgrößte Rettungsschirm nicht. Dieses Vertrauen der Bürge - es ist wirklich alternativlos für die Demokratie. SZ 18

 

 

 

 

Sparpläne. Alle gegen Koch

 

Ministerpräsident erhält für seine Sparvorschläge bei der Bildung eine Absage. Gegenwind kommt von der Kirche, den Gewerkschaften und der Wirtschaft in Hessen. VON PETER HANACK

 

Roland Koch steht mit seinen Vorschlägen, bei Kinderbetreuung und Bildung zu sparen, weitgehend allein. Nachdem selbst Kochs Koalitionspartner Jörg-Uwe Hahn (FDP) wie auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) den Sparvorstoß des hessischen Ministerpräsidenten zurückgewiesen haben, bekommt Koch nun auch von der Kirche, den Gewerkschaften und der Wirtschaft in Hessen Gegenwind.

 

"Wenn die Landesregierung Hessen fit für die Herausforderungen des künftigen Fachkräftemangels machen will, dann darf nicht pauschal in der Bildung der Rotstift angesetzt werden", sagt der Frankfurter IHK-Präsident Mathias Müller. Die Sparpläne des Wissenschaftsministeriums für den Hochschulstandort Hessen sehe man "mit großer Sorge". Der Rechtsanspruch auf Kindergartenplätze und der Ausbau der Kinderbetreuung gehören nach Ansicht Müllers ebenfalls zu den Grundlagen, die es zu sichern gilt. Dort dürfe nicht gespart, sondern müsse stärker investiert werden.

 

Grundsätzlich habe Koch damit recht, wenn er die Begrenzung der öffentlichen Ausgaben einfordere, so Jörg Feuchthofen, Geschäftsführer der Vereinigung der hessischen Unternehmerverbände (VhU). Allerdings sollte dies nicht nach dem Rasenmäherprinzip "überall ein bisschen" erfolgen. Wichtig sei es, die Mittel gezielter einzusetzen. So versickere in der frühkindlichen Bildung und Betreuung viel Geld, weil großzügig nach Institutionen verteilt werde. "Deshalb brauchen wir Pro-Kopf-Zuwendungen, verbunden mit Qualitätsvorgaben", so Feuchthofen. Gleiches gelte in der Schulpolitik.

 

Kirchliche Kritik  - Auch Volker Jung, Kirchenpräsident der Evangelischen Kirche in Hessen und Nassau (EKHN), mahnt, die grundsätzliche Bedeutung von Bildung im Blick zu behalten. Das Potenzial für den Wohlstand möglichst vieler und für das Wohlergehen der ganzen Gesellschaft unseres Landes seien gut ausgebildete Menschen, die Probleme lösen könnten und neue Ideen entwickelten.

 

Gerade Koch und die CDU hätten immer gesagt, Bildung sei die beste Investition, kritisiert der hessische DGB-Vorsitzende Stefan Körzell. Man dürfe der jungen Generation nicht nur Schulden überlassen, sondern müsse sie gut ausbilden. Absurd sei es, dass nun dort gespart werden solle. Körzell fordert, einen Teil der Steuerentlastungen der letzten Jahre gerade für Unternehmen zurückzunehmen.

 

In einer Pressekonferenz zur Nachhaltigkeitsstrategie Hessens bekräftigte Koch am Montag seine Forderung, beim Sparen keinen Bereich auszulassen. Es sei wichtig, "ausgewogen" zu sparen. Seine Äußerungen verstehe er auch als bewusst gesetzte Provokation, um das gesellschaftlich Bewusstsein dafür zu wecken, dass damit jetzt und nicht irgendwann später begonnen werden müsse. FR 18

 

 

 

 

Deutscher Gewerkschaftsbund. Marktskepsis im Arbeitsparlament

 

Michael Sommer darf nochmal: Auf dem DGB-Bundeskongress in Berlin haben ihn die Delegierten mit 94,1 Prozent der Stimmen für vier weitere Jahre im Amt bestätigt. Dennoch steckt der DGB in einer Identitätskrise.

 

In Berlin tagen in dieser Woche zwei Parlamente. Das eine heißt Deutscher Bundestag und berät über die Rettung der Europäischen Währungsunion. Das andere heißt Parlament der Arbeit und berät über 152 Anträge - von 8,50 Euro Mindestlohn über "Frauenpolitische Aspekte bei der Bewältigung der Krise" bis zum politischen Streik. Der Deutsche Gewerkschaftsbund (DGB) hat zu seinem Bundeskongress geladen, und dass die 400 Delegierten einiges vorhaben, demonstrieren schon die fast zwei Kilogramm schweren Kongressunterlagen. Doch schiere Masse wird dem DGB nicht helfen auf der schwierigen Suche nach sich selbst.

Im vergangenen Jahr feierte der Dachverband der acht deutschen Gewerkschaften sein sechzigjähriges Bestehen. Es war ein glanzvolles Fest, zu dem sich die geballte Politprominenz der Republik versammelt hatte. Doch Gold und Samt im Berliner Konzerthaus am Gendarmenmarkt konnten nicht vergessen machen, dass der DGB in einer Identitätskrise steckt. Das Problem: Bei seiner Gründung 1949 waren es 16 Einzelgewerkschaften, die sich unter seinem Dach zusammenfanden. Doch nach den Gewerkschaftsfusionen der vergangenen Jahre sind es heute nur noch acht. In dieser Runde sind IG Metall, Verdi und mit etwas Abstand die IG Bergbau, Chemie, Energie allein wegen ihrer Mitgliederstärke Platzhirsche ohne Gegenpol.

 

Sie haben den DGB eigentlich nicht nötig, weder als Sprachrohr gegenüber der Politik noch aufgrund seiner Infrastruktur. Sie sind groß genug, um selbst flächendeckende Strukturen zu unterhalten, und ihren Vorsitzenden stehen die Türen im politischen Berlin auch ohne Schützenhilfe des Dachverbands offen. Für IG-Metall-Chef Berthold Huber etwa richtete die Kanzlerin vor kurzem sogar ein Geburtstagsessen aus.

Allein die IG Metall überweist jedes Jahr mehr als 50 Millionen Euro an den DGB

Lange Jahre wurde deshalb über eine Reform des Gewerkschaftsbundes gestritten. Vor zwei Jahren dann riss Huber der Geduldsfaden. Die IG Metall überweist jedes Jahr mehr als 50 Millionen Euro an den DGB - die Gewerkschaften müssen zwölf Prozent ihrer Mitgliederbeiträge an den Dachverband abführen. Dafür wollte Huber etwas zurückhaben, doch die Rendite stimme nicht mehr, polterte er. Ein Geschäftsmodell des DGB könne er nicht erkennen, und es sei "Mist", einfach weiter nichts zu tun.

Selbst bei der Reform seiner selbst war der DGB also ein Getriebener seiner Mitgliedsgewerkschaften. Straffer und schlagkräftiger sollte der Bund werden, sich anpassen an die veränderten Rahmenbedingungen, zu denen auch gehörte, dass die Gewerkschaften seit 1990 fast vier Millionen Mitglieder verloren haben. Das bedeutet nicht nur weniger Macht, sondern auch weniger Geld.

An diesem Montag soll die Debatte an ihr Ende kommen - in Form des Antrags S001. Nicht nur der Titel, den die jahrelang umkämpfte Reform jetzt trägt, klingt nüchtern. Auch der Inhalt ist eine Nummer kleiner ausgefallen, als manch einer gehofft hatte. Kernelemente sind, dass der geschäftsführende DGB-Vorstand nach 2014 nur noch vier statt fünf Mitglieder haben wird. Die dritte Organisationsebene, die Regionen, gehen in Unterbezirken auf, die stärker mit der zweiten Ebene, den neun DGB-Bezirken, verwoben werden. In den Städten und Landkreisen sollen zudem Ehrenamtliche den Gewerkschaftsbund repräsentieren. Den Solidaritäts- und Aktionsfonds, den die Mitgliedsgewerkschaften bislang zusätzlich finanziert haben, muss der DGB künftig alleine bezahlen. Dadurch wird der Dachverband für die Gewerkschaften etwas günstiger - aber eben nur etwas.

Programmatische Blässe

Wichtiger als die neue Struktur wird für den Gewerkschaftsbund jedoch sein, ob ihm die inhaltliche Erneuerung gelingt. Bei all den Konstruktionsproblemen, die dem DGB das Leben neben den starken Einzelgewerkschaften schwermachen, ist es seine programmatische Blässe, die ihn dahinwelken lässt. Seine Lieblingsbotschaft ist die, "dagegen" zu sein, und seine Vorschläge atmen regelmäßig die ewig gleiche Heilslehre von mehr Staat und mehr Umverteilung.

So fordert der DGB unverdrossen einen allgemeinen Mindestlohn und negiert, dass dadurch die Tarifautonomie beschädigt und geringqualifizierten Beschäftigten der Zugang zum Arbeitsmarkt verbaut wird. Die Rente mit 67 hält er nach wie vor für einen Fehler, ungeachtet der demographischen Entwicklung. Und egal, wie desolat die Haushaltslage ist, der Ruf nach höheren Sozialtransfers und öffentlichen Investitionen wird nicht leiser. Damit das bezahlt werden kann, predigt der DGB Steuererhöhungen. Wenn das nicht reicht, muss eben die Schuldenbremse gelöst werden.

Weil in der Krise eine neue Marktskepsis um sich gegriffen hat, haben die Gewerkschaften und ihr Dachverband Einfluss gewonnen. Nun wäre es am DGB, mit dieser Position verantwortungsbewusst umzugehen. Doch wer die aktuelle Griechenland-Resolution des Gewerkschaftsbundes liest, bekommt ein flaues Gefühl in der Magengegend. Von Finanzhilfen ohne Sparzwang ist da ebenso die Rede wie von einem "solidarischen Abbau" der Ungleichgewichte im Euro-Raum. Erneuerung sieht anders aus.

 

Michael Sommer - Auf dem DGB-Bundeskongress in Berlin votierten am Montag 94,1 Prozent der Delegierten für den 58-Jährigen, der damit seine dritte Amtszeit antritt. Sommer amtiert seit 2002 als Vorsitzender des Dachverbands der Gewerkschaften. Er erhielt vor vier Jahren lediglich 78 Prozent der Stimmen, bei seiner ersten Wahl im Jahr 2002 aber ebenfalls 94 Prozent.

Mit seiner Wiederwahl tritt er in die Fußstapfen von Heinz-Oskar Vetter (1969-1982), der als bislang einziger DGB-Chef drei Amtszeiten bestritt. Der DGB versteht sich als politischer Arm von acht Einzelgewerkschaften, unter anderem Verdi und IG Metall. Er hat derzeit knapp 6,3 Millionen Mitglieder.

Gewählt wurden auch die vier Stellvertreter von Sommer. Ingrid Sehrbrock (60,7 Prozent) und Claus Matecki (53,2 Prozent) scheiden allerdings 2013 mit ihrem 65. Geburtstag aus dem Amt aus. Bessere Ergebnisse erzielten Dietmar Hexel mit 80,4 Prozent und Annelie Buntenbach mit 86,6 Prozent. Faz 17

 

 

 

Leitartikel. DGB. Was Stärke bedeutet

 

Mit satten 94 Prozent ist DGB-Chef Michael Sommer bestätigt worden - ein starkes Ergebnis. Ob damit der Dachverband der Gewerkschaften stärker wird, hängt davon ab, wie sich DGB, IG Metall und Co. künftig aufstellen. Eines lässt sich mit Sicherheit sagen: Unserem Land würde ein starker, moderner DGB guttun.

 

Zentrale Aufgabe des Dachverbands ist es, die Interessen der Beschäftigten auf der politischen Bühne zu vertreten. Das hat in jüngerer Zeit nicht gut geklappt. Die Neoliberalen haben die Debatte beherrscht und die Politik bestimmt - mit schmerzhaften Folgen, nicht nur für Arbeitnehmer.

 

Beispiel Arbeitsmarkt: Die Regierungen haben Leiharbeit, 400-Euro-Jobs und Niedriglohn-Sektor gefördert. Leidtragende sind die betroffenen Beschäftigten - und die Gewerkschaften selbst. Es ist nun mal extrem schwierig, Minijobber zu organisieren.

 

Unterm Strich hat die gesamte Volkswirtschaft gelitten: Die Lohnstagnation führt zu chronischer Schwäche der Binnennachfrage, und der Sozialstaat muss zunehmend Niedriglöhner bezuschussen.

 

Wie der DGB stark wird - Ein starker Gewerkschaftsbund müsste sich heute kraftvoll für eine Re-Regulierung des Arbeitsmarkts - und der Finanzmärkte - einsetzen. Dabei gilt es nicht, möglichst viele möglichst weitgehende Forderungen zu stellen, wie es Sommer in seiner Grundsatzrede getan hat.

 

Ein kluger DGB setzt Prioritäten, lotet genau aus, was durchsetzbar ist - und kämpft dann hartnäckig dafür. Ein kleines Beispiel: Dass der DGB jetzt einen Mindestlohn von 8,50 Euro statt 7,50 Euro fordern will, mag manche Gewerkschaftsseele streicheln. Realistisch ist die höhere Forderung nicht. Vernünftig wäre es, mit einem niedrigen Satz anzufangen, die Wirkung zu beobachten und dann die Untergrenze allmählich anzuheben.

 

Ein starker DGB müsste ein Konzept für den modernen Dienstleistungssektor entwickeln, in dem inzwischen fast 73 Prozent des Bruttoinlandsprodukts erwirtschaftet werden. Facharbeiter in der Metallindustrie, und mit ihnen die meisten Bundesbürger, sind stolz auf Autos und Maschinen "made in Germany". Und wer ist stolz auf Dienstleistungen "made in Germany"?

 

Sommer hat versprochen, Wege aufzuzeigen, wie gute Kinderbetreuung, Gesundheit und Pflege aussehen könnten. Man darf gespannt sein. Klar ist: Zum modernen Dienstleistungssektor gehören nicht nur gute Löhne, sondern auch ein guter Service.

Persönlichkeiten an die Spitze

 

Wie sehen bürgerfreundliche Öffnungszeiten von Schwimmbädern, Rathäusern und Supermärkten aus? Bislang haben Verdi und Co. stets versucht, längere Öffnungszeiten zu verhindern - oft vergeblich. Sie haben es den Arbeitgebern überlassen, sich als Interessenvertreter der Kunden aufzuspielen. Wenn die Gewerkschaften nicht nur als Lobbytruppe ihrer Klientel wahrgenommen werden wollen, müssen sie die Wünsche der Bürger ernst nehmen.

 

Ein starker Gewerkschaftsbund braucht Denkfabriken, Wissenschaftler, die ihn beraten und die ihren neoliberalen Kollegen Paroli bieten können. Die gewerkschaftsnahe Hans-Böckler-Stiftung hat vor einiger Zeit das Wirtschaftsforschungsinstitut IMK gegründet und den - auch unter konservativen Wissenschaftlern - anerkannten Keynesianer Gustav Horn als Chef gewonnen. Das war ein erster Schritt.

 

Und wie stehen die Chancen, dass der Dachverband selbst stärker und einflussreicher wird? Die Gewerkschaften haben immerhin erkannt, dass es so wie bisher nicht weitergehen kann. Auf dem DGB-Kongress soll eine neue Satzung beschlossen werden, um die Strukturen des Dachverbands zu straffen. Auch dies ist ein kleiner Schritt in die richtige Richtung.

 

Der DGB und die Einzelgewerkschaften müssen ihre Aufgaben neu verteilen. Hier hat die IG Metall überzeugende Konzepte vorgelegt: An der Basis, in den Städten können sich IG-Metall- und Verdi-Büros für Beschäftigte aus allen Branchen öffnen.

 

Der DGB sollte sich auf die politische Arbeit auf Landes- und Bundesebene konzentrieren. Er muss eruieren, auf welche gemeinsamen Positionen in der Steuer- oder Sozialpolitik sich die Einzelgewerkschaften verständigen können - und diese Vorstellungen dann kraftvoll und mit dem Rückhalt ihrer mächtigsten Mitglieder IG Metall und Verdi vertreten.

 

Die Einzelgewerkschaften wiederum müssen dem DGB Raum lassen, sich auf der politischen Bühne zu profilieren. Und sie müssen ihre unselige Personalpolitik ändern, die da lautet: Die besten Leute geben wir dem DGB nicht her. Der Dachverband wird nur stark, wenn an seiner Spitze starke Persönlichkeiten stehen. Eva Roth FR 18

 

 

 

 

CDU. Die Irrtümer der Konservativen

 

Mit der Rückbesinnung auf traditionelle Werte und der Forderung nach mehr Führung glauben CDU-Ministerpräsidenten zukünftige Niederlagen ihrer Partei verhindern zu können, doch das ist eine fatale Fehleinschätzung.

Natürlich ist Stefan Mappus das Hemd näher als die Hose. Im März kommenden Jahres wird in Baden-Württemberg ein neuer Landtag gewählt. Das ist noch ein bisschen hin, aber zehn Monate gehen in diesen politisch aufregenden Krisenzeiten schnell vorbei und wenn es der CDU bei Landtagswahlen weiterhin so geht, wie zuletzt in Nordrhein-Westfalen, in Hessen oder der CSU in Bayern, dann ist auch in Baden-Württemberg das Undenkbare denkbar. Dann könnte dem Ministerpräsidenten in der CDU-Hochburg eine empfindliche Niederlage drohen. Neben Mappus fürchten auch andere schwarze Landesfürsten um ihre Macht. Deshalb sollen sich diese in der vergangenen Woche verabredet haben, ihre Parteifreundin Angela Merkel in der Bildungspolitik und damit in einem zentralen Zukunftsthema ihrer Regierungspolitik zu einem Kurswechsel zu bewegen.

Die CDU-Ministerpräsidenten begehren also gegen die Kanzlerin auf. Sie glauben eingreifen zu müssen, weil die schwarz-gelbe Bundesregierung in den ersten Monaten keine gute Performance hatte. Sie wollen ihre Partei zurück auf einen konservativeren Kurs zwingen und hoffen, mit der Rückbesinnung auf traditionelle Werte den weiteren Absturz in der Wählergunst stoppen zu können, sie verlangen von der Kanzlerin mehr Führung. Das Schicksal von Jürgen Rüttgers, der in Nordrhein-Westfalen 10 Prozentpunkte und seine schwarz-gelbe Mehrheit verlor, soll ihnen eine Lehre sein.

Wenn sie da mal nicht irren. Mit mehr Konservatismus, mehr Werten und mehr Führung, mit Atomkraft, Kreuzen in den Klassenzimmern und Machtworten lässt sich für die Union keine Trendwende in der Wählergunst erreichen. Mit der schleichenden Demontage v