WEBGIORNALE 21-24 Maggio
2010
21 maggio, Giornata Mondiale della Diversità Culturale
Trieste - Il 21
maggio di ogni anno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale della
Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo, proclamata dalle Nazioni
Unite nel 2002, subito dopo l’adozione da parte dell’UNESCO della Dichiarazione
Universale sulla Diversità Culturale. Quest’anno la Giornata assume un
significato ancora maggiore, poiché si iscrive nel più ampio contesto dell’Anno
internazionale del riavvicinamento tra le culture, durante il quale – come
dichiara lo stesso Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon – "si renderà
omaggio alla diversità culturale e si mostrerà come la comprensione e il
dialogo interculturali siano essenziali per la realizzazione di un mondo più
pacifico. Inoltre, sarà sottolineato il ruolo fondamentale che la cultura gioca
nell’ambito dello sviluppo".
Alla luce di tali
considerazioni la Commissione Nazionale Italiana UNESCO e il Dipartimento per
le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno hanno scelto di
celebrare la Giornata in un luogo di frontiera, una terra di incontro fra
alcune delle culture fondanti dell’Europa, quella latina, tedesca e slava.
La Giornata
Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo si svolgerà
dunque a Duino, in provincia di Trieste, in stretta collaborazione con il
Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico, un’istituzione che si impegna da anni
nell’educazione di giovani provenienti da tutto il mondo a una cultura del
dialogo e della pace.
Durante
l’iniziativa, che ha ricevuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica,
nonché il patrocinio dei Comuni di Trieste e Duino Aurisina, rappresentanti delle
istituzioni nazionali e locali si confronteranno con grandi personalità
intellettuali di frontiera sul significato della diversità culturale e del
dialogo interculturale.
Studenti e
intellettuali, istituzioni e società civile, si riuniranno a pochi chilometri
da Trieste, una città che è testimonianza perenne – con gli intellettuali,
poeti e scrittori, che l’hanno vissuta e attraversata, da Saba a Rilke a Svevo
a Joyce – della straordinaria vitalità e ricchezza che nascono dalla
coesistenza di diverse culture, per ribadire con forza che tramite
l’educazione, la scienza e la cultura è davvero possibile costruire un futuro
di giustizia e di pace.
Eventi celebrativi
della Giornata della Diversità Culturale si terranno in tutto il mondo:
l’UNESCO propone il Festival internazionale della Diversità Culturale, con una
serie di appuntamenti artistici e culturali in diverse città. L’Italia aderisce
all’evento con "Poiesis" (Fabriano, 21-23 maggio 2010), festival di
poesia, arte, teatro, musica e cinema dedicati alla ricchezza delle diverse
culture.
www.unesco.org/en/dialogue/third-international-festival-of-diversity. (aise)
La strategia Ue del prossimo decennio
Un nuovo Dossier a
cura dell’Osservatorio spiega cos’è e cosa prevede Europa 2020, la nuova strategia
dell’Ue per il prossimo decennio.
Europe 2020
sostituisce la strategia di Lisbona, lanciata dal Consiglio europeo nel marzo
2000 come quadro a medio termine per il coordinamento delle politiche
socioeconomiche nell’Ue. Complessivamente la strategia di Lisbona si prefiggeva
di trasformare l’Europa nell’economia basata sulla conoscenza più competitiva e
dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile
con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale. Sfruttando la congiuntura economica
favorevole si riteneva che il momento fosse propizio per intraprendere riforme
economiche e sociali nel quadro di una strategia che combinasse competitività e
coesione.
Dieci anni dopo,
l’Unione europea si trova a dover varare una nuova strategia a medio termine,
in cui sono ripresi alcuni degli obiettivi che erano stati fissati a Lisbona,
ma che non sono stati raggiunti nel corso del decennio 2000-2010, e questa
volta si trova a doverlo fare in un
contesto economico radicalmente diverso rispetto a quello del 2000 e
profondamente segnato dalla crisi economica che attanaglia l’Europa dal 2008.
La nuova strategia Europe 2020 solleva diverse perplessità. In primo luogo,
partendo dal presupposto che gli obiettivi di Lisbona non sono stati raggiunti,
ci si chiede perché in Europe 2020 siano
stati inclusi alcuni obiettivi che ricalcano quelli della precedente strategia.
In secondo luogo, anche nella strategia Europe 2020, l’agenda sociale sembra
essere subordinata a quella economica e si sposa una logica che fa derivare il
sociale dall’economico. Infine, pur trattandosi di una strategia che dovrebbe
occuparsi degli obiettivi che l’Europa si propone di raggiungere non solo in
ambito economico, ma anche e soprattutto in ambito sociale, in realtà di
sociale vi è ben poco. Osservatorio Inca, Maggio
Investire nel futuro. Il programma "Gioventù in azione" della
Commissione Ue
Investire sui
giovani "fa bene" alle nuove generazioni e all'Europa nel suo
insieme. La convinzione emerge da una recente ricerca effettuata per conto
della Commissione Ue, che ha voluto valutare i risultati del programma
"Gioventù in azione": finanziato con circa 900 milioni di euro per il
periodo 2007/2013, coinvolge ogni anno decine di migliaia di giovani degli
Stati comunitari.
Studio delle
lingue e opportunità professionali. I giovani che partecipano ai progetti
transnazionali comunitari di formazione e istruzione ritengono che tali
esperienze accrescano le possibilità professionali, la capacità di vivere in un
contesto internazionale e l'interesse a partecipare alla costruzione europea.
Lo rileva l'indagine commissionata dall'Esecutivo Ue fra 4.550 under30,
educatori, responsabili di organizzazione giovanili dei 27 Stati membri, che
hanno preso parte a uno dei 7mila progetti sostenuti dall'Unione nell'ambito di
"Gioventù in azione". "Il 95% dei giovani partecipanti a
progetti sostenuti da tale programma - si legge nel resoconto - ha migliorato
le proprie abilità linguistiche e il 66% ritiene che l'esperienza abbia anche
aumentato le opportunità di trovare lavoro". Dalla ricerca si evince
inoltre che il 60% di loro ha votato alle elezioni del Parlamento europeo, nel
giugno 2009, contro una media di partecipazione del 43% complessiva e una
partecipazione giovanile ferma al 29%.
Corsi di studio,
scambi, volontariato. Secondo la stessa ricerca, il 92% degli intervistati
"afferma che questi progetti rendono più ricettivi verso il
multiculturalismo in Europa". "Gioventù in azione" può contare
su fondi per 140 milioni di euro l'anno nel periodo 2007-13: lo scorso anno ha
coinvolto, tra corsi di studio linguistico, scambi, viaggi e formazione all'estero,
esperienze di volontariato internazionale, circa 130mila partecipanti. "I
risultati di questa indagine - riassume la Commissione - confermano,
nell'ottica dei beneficiari stessi, l'efficacia del programma Gioventù in
azione per quanto concerne i suoi due obiettivi principali: offrire ai giovani
opportunità per acquisire nuove abilità attraverso l'apprendimento non formale
e incoraggiarli a partecipare attivamente nella società".
Si aprono nuove
prospettive transnazionali. Tornando all'indagine, si scopre ancora che, tra i
giovani che hanno usufruito di "Gioventù in azione", l'86% ritiene di
"aver imparato come realizzare qualcosa nell'interesse della collettività
o della società"; tra gli operatori giovanili, l'88% è convinto di
"aver acquisito abilità e conoscenze che non avrebbe potuto maturare
tramite progetti organizzati a livello nazionale". Le organizzazioni
giovanili interpellate insistono soprattutto sul miglioramento nella gestione
di progetti, in senso lato, e su una maggiore capacità di "apprezzare la diversità
culturale". Alla richiesta se essi abbiano partecipato a una nuova
iniziativa internazionale europea dopo la conclusione del loro progetto o se
intendono parteciparvi in futuro, "l'83% dei giovani partecipanti, il 96%
degli operatori giovanili, il 97% delle organizzazioni giovanili ha risposto
positivamente".
Grandi obiettivi e
cinque azioni operative - Il programma "Gioventù in azione" per il
periodo 2007-2013, istituito dall'Ue nel 2006 in linea con il precedente
programma "Gioventù", ha lo scopo di "sviluppare e sostenere la
cooperazione nel settore della gioventù nell'Unione europea" e "si
prefigge di rafforzare il sentimento di appartenenza all'Europa" da parte
delle nuove generazioni. Intende, in particolare, "incoraggiare la
partecipazione dei giovani alla vita pubblica, soprattutto dei più svantaggiati
e dei disabili", e "sviluppare il loro spirito d'iniziativa
imprenditoriale e di creatività". Gli obiettivi generali del programma,
dedicato ai cittadini di età compresa tra i 13 e i 30 anni, decentrato nella
sua attuazione, vengono attuati mediante cinque azioni. L'azione "Gioventù
per l'Europa" vorrebbe potenziare gli scambi tra giovani con la
prospettiva di aumentare la loro mobilità (scambi a livello transnazionale,
studio delle lingue). Il "Servizio volontario europeo" si prefigge di
potenziare la partecipazione dei giovani a diverse forme di attività di
volontariato, gratuite, per un periodo da due a dodici mesi. "Gioventù per
il mondo" "contribuisce allo sviluppo della comprensione reciproca e
all'impegno attivo in uno spirito di apertura sul mondo" (progetti
organizzati con i Paesi terzi, scambi, lavoro nel settore giovanile). L'azione
"Sistemi di sostegno alla gioventù" sostiene gli organismi attivi a
livello europeo, le organizzazioni non governative, il Forum della gioventù e
le sue attività, le azioni di informazione destinate ai giovani. Infine
l'azione "Sostegno alla cooperazione europea nel settore della
gioventù" è promossa allo scopo di "organizzare un dialogo strutturato
tra le varie parti in causa nel mondo della gioventù, ad esempio i giovani, le
organizzazioni e le persone che lavorano in tale settore oltre che i
responsabili politici". Sir eu
Scuola, pensioni, sanità. «In Europa è partito l’attacco al Welfare»
In Europa, è
ripartito l’attacco al welfare. Scuola, pensioni, sanità, indennità di
disoccupazione, diritti dei lavoratori, i cardini della cittadinanza nelle
democrazie delle classi medie, sono tornati sotto tiro. L’obiettivo non è fare
un welfare a misura del mercato del lavoro odierno, della transizione
demografica in atto, della moltiplicazione dei percorsi di vita. No,
l’obiettivo è eliminare il welfare universale e tornare al modello categoriale
e corporativo per i più forti. Prima della Grande Recessione, il welfare doveva
essere eliminato in quanto intralcio al libero dispiegarsi delle forze
progressive del Mercato auto-regolato.
Oggi, dopo il
crollo del paradigma liberista, si tenta una spregiudicata manovra culturale:
il welfare, dipinto come coacervo di sprechi e clientele della vecchia sinistra
parassitaria, è un lusso insostenibile e va sacrificato in nome del risanamento
dei bilanci pubblici. È sfacciata la manipolazione dei dati di realtà compiuta
in paio di editoriali comparsi nei giorni scorsi sul Corriere della Sera. Il
welfare diventa «il socialismo della spesa» e viene indicato come colpevole
dell’esplosione dei debiti pubblici nell’Unione Europea. Quindi, tumore maligno
da rimuovere, senza lascarsi impietosire dalle urla del paziente non completamente
anestetizzato dalla propaganda liberista.
I dati di realtà
sono diversi. Indicano, ad esempio, che in Grecia gli squilibri dei conti
pubblici sono frutto di enormi clientele e dell’evasione fiscale alimentate
dalla destra: l’ex premier Karamanlis, in 5 anni di malgoverno, non è stato in
grado di fare alcuna riforma strutturale ed ha lasciato in eredità, a novembre
2009, al coraggioso Papandreou, un deficit superiore al 10% del Pil. I dati di
realtà indicano che neppure l’esplosione del debito pubblico in Spagna,
Portogallo, Regno Unito, Irlanda, ma anche Stati Uniti, ha a che fare con «il
socialismo della spesa».
Tali economie
prima della crisi avevano bilanci in ordine e un debito pubblico tra i più
bassi dell’Ue. Gli squilibri sono derivati, invece, da due fattori entrambi
connessi con il fallimento dell'ideologia liberista. Primo, l’ingentissima
mobilitazione di risorse necessaria a salvare le banche, ossia signori e
signore azionisti al top della scala distributiva, beneficiari di 25 anni di
extra-profitti a danno del lavoro. Il secondo, il crollo della domanda interna
drogata dalla finanza di facili costumi, ossia la frana dei consumi delle
famiglie alimentati per 25 anni a debito a causa di redditi da lavoro
stagnanti. Insomma, il dibattito politico avviene all'insegna di un paradosso:
il welfare europeo, sopravvissuto alle mode e agli attacchi del liberismo,
ammortizzatore degli effetti più acuti della crisi, rischia oggi di morire
dissanguato per avere soccorso e salvato un capitalismo impazzito, inceppato da
25 anni di svalutazione del lavoro e di drammatico aumento della
disuguaglianza.
La cultura della
stabilità invocata dalla Cancelliera Merkel è costitutiva dell'UE. Tuttavia, è
illusorio fondarla sul mercantilismo a scala continentale. Senza politiche per
la domanda interna europea, senza welfare, la ricerca della stabilità porta a
stagnazione, elevata disoccupazione strutturale e, quindi, al peggioramento
della finanza pubblica. E porta, soprattutto, al conflitto corporativo
"domestico" e alla democrazia populista. Forse, è utile (ri)leggersi
non solo Keynes, ma anche Lord Beveridge. Forse è utile (ri)studiare le
risposte di Roosevelt alla Grande Depressione.
Per capire che il
welfare è stato voluto, a cavallo della II Guerra Mondiale, innanzitutto dai
liberali illuminati per costruire le democrazie delle classi medie. Non ha caso
Obama, per far ripartire gli USA, ha varato, per le classi medie, i poveri
avevano già il Medicare, la riforma della sanità. Siamo ad un crocevia storico:
l'Europa mercantilista o l'Europa del lavoro? I riformisti europei possono
ritrovare l'anima, la loro identità, la loro funzione nazionale impegnandosi
per una UE federale, capace di governo politico per la crescita e per il
lavoro, unica via per garantire stabilità alla finanza pubblica. Stefano Fassina
L’U 20
Tutti si
aspettavano che sulle vicende dell’euro l'Europa, prima o poi, avrebbe battuto
un colpo. Il colpo invece l'ha battuto la Germania da sola, dopo mesi di
indecisione, evitando così di rinchiudersi in se stessa e rivendicando
chiaramente la leadership in campo monetario e finanziario.
Il colpo battuto
dai tedeschi ha assunto la forma di un secco divieto alla vendita allo
scoperto, «nuda», di titoli di Stato della zona euro, ossia la forma più
aggressiva di speculazione che ha perseguitato e sta ancora perseguitando i
Paesi europei e soprattutto i loro debiti pubblici; lo stesso divieto si
applica alle azioni di alcune tra le principali banche e istituzioni
finanziarie tedesche. Al di là della sostanza, sulla cui efficacia di lungo
termine qualche dubbio è lecito, impressiona la forma: la Germania ha agito da
sola, seguendo una falsariga approssimativamente concordata nei giorni scorsi
con gli altri Paesi della zona euro, ma senza informarli preventivamente e si
prepara ad accompagnare questa misura concreta con la proposta di altri otto
«punti» che venerdì il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble sottoporrà al
Consiglio dei ministri economici e finanziari.
Si tratta di una
serie di misure punitive per gli Stati con i deficit o i debiti troppo elevati,
analoghe a quelle che si applicano alle imprese in stato fallimentare, che
comprendono la sospensione del diritto di voto in vari organi dell'Unione
Europea.
Per conseguenza il
quadro istituzionale dell'Unione Europea potrebbe rapidamente cambiare e
soprattutto l'intesa di fondo tra Germania e Francia, finora asse portante
della costruzione economica e politica europea, potrebbe subire importanti
modificazioni. I francesi, in particolare il ministro delle Finanze Christine
Lagarde, non hanno nascosto la loro irritazione per non essere stati
consultati; né i mercati la loro costernazione per essere stati «bacchettati».
Le Borse europee sono scese di 2-3 punti percentuali e quelle americane hanno
mostrato ribassi di dimensioni più ridotte ma il cambio dell'euro si è
stabilizzato recuperando in maniera abbastanza sensibile. Può darsi che i
tedeschi abbiano agito «per disperazione», come ha scritto qualche
commentatore, ma l'importante è che la gravità della situazione abbia indotto
qualcuno ad agire (e non poteva che essere la Germania, date le sue dimensioni
economico-finanziarie) e che sia stata interrotta la serie degli inconcludenti
balletti di Bruxelles e dei comunicati fatti di buone parole senza vera
sostanza. L'allegro mondo della speculazione senza rete ha trovato un limite
istituzionale che potrebbe essere il primo di una serie di «paletti» destinati
a trasformare radicalmente i giochi mondiali della finanza e a reintrodurre, o
comunque rafforzare, il controllo pubblico.
Le misure di
contenimento dei deficit pubblici, che pressoché tutti i governi stanno
mettendo a punto in gran fretta per fronteggiare la situazione, assumono così
una diversa prospettiva: non si tratta più di fatti nazionali ma di un insieme
di misure di emergenza che lentamente si compongono in un disegno europeo, il
che dovrebbe renderle più accettabili a un'opinione pubblica che sicuramente non
li ama, come dimostrano le resistenze politico-sociali manifestatesi in questi
giorni nei Paesi per i quali la cura è particolarmente drastica, come la Grecia
e la Spagna. Non si tratta tanto di difendere un determinato cambio dell'euro
(l'attuale diminuzione fa balenare un pericolo inflazionistico non trascurabile
ma introduce anche uno stimolo produttivo in quanto rende le merci europee più
competitive nei confronti di quelle asiatiche o americane) ma piuttosto di
evitarne la volatilità e di impedire che diventi una sorta di giocattolo in
mani altrui.
In questo quadro,
la «cura italiana» delineata dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, non
appare particolarmente drastica (del resto la situazione debitoria italiana,
pur grave, non è allarmante) ed appare rivolta alle aree grigie, o addirittura
nere, dell'economia e della società. Tremonti intende incidere su forme di
evasione legate a consumi vistosi, e su sprechi pubblici che suonano insultanti
per il normale cittadino, dal costo della politica ai falsi invalidi. Appare
ingeneroso uno scetticismo preconcetto anche perché nella lotta all'evasione in
questi due anni il ministro dell'Economia qualche risultato significativo l'ha
portato a casa. Certo incontrerà difficoltà parlamentari, in quanto gli interessi
delle aree grigie e nere sono trasversali e non sono estranei ad alcun partito,
compreso il suo. E il presidente del Consiglio, che fino a non molto tempo fa
negava l'esistenza della crisi o ne minimizzava la portata, si trova in
condizioni sensibilmente migliori dei suoi colleghi greco e spagnolo: pur non
potendo ridurre le imposte, come gli sarebbe piaciuto, non è costretto ad
alzarle. Ma di certo appare del tutto tramontata, dall'Europa oltre che
dall'Italia, quell'atmosfera di consumismo ottimista e sorridente che è stato a
lungo il sottofondo di gran parte dell'azione di governo e uno degli aspetti
più evidenti del berlusconismo. MARIO DEAGLIO LS 20
Passaporto biometrico in Italia e all’estero: fase due in dirittura di
arrivo
Accrescere il livello
di sicurezza nei controlli. E’ questo lo scopo del nuovo passaporto biometrico
che sostituisce definitivamente il vecchio documento
ROMA - E’ fissata
al 28 giugno 2010 la data della scadenza per la definitiva messa a punto, in
Italia e all’estero, delle apparecchiature e del know-how necessari per
l’emissione del nuovo passaporto biometrico, così come voluto dal Regolamento
dell’Unione Europea 2252 del 2004. Il nuovo documento, che mantiene le stesse
caratteristiche di forma e di colore di quello rilasciato fino ad oggi,
contiene uno speciale microchip dove verranno registrate, oltre all’immagine
del volto, anche le impronte digitali del titolare. Sul piano operativo è ormai
in fase di ultimazione il piano di installazione della nuova procedura di emissione
del passaporto elettronico. La Rete degli Uffici consolari dovrebbe essere
completata entro il 19 maggio, mentre quella degli Uffici emittenti in Italia
(Questure e Commissariati) verrà ultimata il 24 giugno, consentendo così
all’Italia di onorare l’impegno preso in sede comunitaria.
Saranno sempre 48
pagine - Il prossimo 20 maggio, inoltre, entreranno in distribuzione i nuovi
modelli di passaporto ordinario a formato unico a 48 pagine, che andrà a
sostituire i libretti a 32 e a 48 pagine attualmente in uso, ed il passaporto
temporaneo, previsto per i casi di impossibilità temporanea alla rilevazione
delle impronte digitali. Si è optato per un modello unico a 48 pagine in
considerazione dell’intensificarsi degli spostamenti legati a esigenze professionali
o personali dei viaggiatori italiani: il maggior numero di pagine consente
infatti una più agevole gestione dei visti nel periodo decennale di validità
del documento.
Passaporto
temporaneo e per minori - Il passaporto temporaneo, invece, costituisce una
assoluta novità per il nostro Paese ed è stato concepito come documento di
viaggio di emergenza: esso potrà essere rilasciato solo in circostanze
motivate, di necessità ed urgenza per le quali lo stesso possa costituire
l'unico strumento per garantire la sicurezza, la salute o gli interessi
economici dei connazionali.
La circostanza di
necessità, che dovrà concorrere con quella dell'urgenza, potrà essere
ricondotta, oltre che alla obiettiva e certificata impossibilità contingente
alla rilevazione delle impronte (ad esempio, in caso di fratture o ferite o
inconvenienti simili), ad altre cause di impedimento non addebitabili alla
responsabilità dell'interessato. Ciò potrà determinarsi, ad esempio, nel caso
in cui quest'ultimo si trovi momentaneamente bloccato in luoghi da cui non
possa muoversi (per detenzione o in degenza per malattia grave, o altro).
L’introduzione del nuovo libretto non incide sulla validità dei passaporti
attualmente in corso che resteranno validi fino alla prevista data di scadenza.
Ulteriore novità è
quella che ha visto entrare in vigore lo scorso 25 novembre le modifiche alla
legge sui passaporti relative all’introduzione del passaporto individuale per i
minori. Le nuove norme, volute sempre a livello comunitario (Regolamento UE n.
444/2009) per garantire una maggiore individuabilità e quindi sicurezza per i
minori che viaggiano, prevedono l’obbligatorietà del passaporto individuale per
questi ultimi, e dunque l’eliminazione della possibilità di iscrizione sul
passaporto del genitore (o tutore o altra persona delegata ad accompagnarli), e
una durata temporale differenziata dello stesso al fine di poterne aggiornare
la fotografia in relazione al mutamento delle sembianze degli aventi diritto.
Dallo scorso 25
novembre, dunque, il passaporto ha una validità di tre anni per i minori da
zero a tre anni e una validità di cinque anni per i minori di età compresa tra
i tre e i diciotto anni.
A partire dal 20
maggio è previsto, sempre a maggiore tutela del minore, che sui nuovi libretti
di passaporto vengano inseriti, nella pagina riservata alle autorità, i
nominativi dei genitori.
Il funzionario
itinerante - Altra importante novità è l’istituzione, da parte del Ministero
degli Affari Esteri, del “funzionario itinerante”. L’obiettivo è attenuare
almeno parzialmente il disagio delle concentrazioni di connazionali residenti
in località particolarmente lontane dall’Ufficio consolare di riferimento o in
Paesi dai difficili collegamenti logistici, che fino ad oggi si sono servite
del servizio postale e della Rete consolare onoraria per le proprie pratiche di
rilascio di passaporto e che, con l’avvio della fase II del progetto di
passaporto elettronico, sono tenute a recarsi di persona presso l’Ufficio
consolare per l’apposizione delle impronte digitali. Si tratta, in pratica, di
un dipendente dell'Ufficio consolare che, munito di una postazione mobile, si
recherà, previa adeguata informativa all'utenza, una o più volte all'anno, a
seconda delle necessità, delle distanze e delle concentrazioni di connazionali,
in viaggio di servizio presso un determinato luogo (Consolati onorari, Sedi di
corrispondenti consolari o di Associazioni italiane presenti nella
Circoscrizione di competenza) per rilevare le impronte digitali di coloro che
abbiano una pratica di rilascio di passaporto in corso per poi rientrare
all'Ufficio consolare per il completamento della procedura e la stampa del
documento che, una volta emesso, potrà essere spedito all'interessato.
Data la scarsità
delle risorse finanziarie a disposizione, tale modello operativo è stato
pensato specificamente per quei Paesi caratterizzati da notevoli distanze,
inefficienza dei mezzi di trasporto e consistenti concentrazioni di
connazionali distanti dal Consolato di riferimento.
In Europa, invece,
le distanze relativamente contenute e l'efficienza dei mezzi di trasporto
dovrebbero consentire ai connazionali di recarsi personalmente presso le
Rappresentanze diplomatico-consolari con un disagio ridotto, considerata anche
la durata decennale del passaporto.
Per le Sedi
interessate dal programma di ristrutturazione della Rete consolare, è prevista
l'installazione di una postazione di captazione delle impronte presso lo
Sportello consolare permanente, che raccoglierà le domande e i dati biometrici
e li trasmetterà al Consolato di riferimento, il quale rimane l’unico abilitato
ad emettere il passaporto. Ciò vale ovviamente anche per gli Sportelli
consolari attualmente esistenti. In rete
con l’Italia
ROMA - Tre milioni
di contatti, di cui circa il 70% dall’estero, oltre 2000 notizie pubblicate in
varie lingue e centinaia di commenti lasciati dai visitatori. È questo il
bilancio, a un anno dalla sua nascita, di "Estericult"
(www.estericult.it), il sito internet del ministero degli Affari Esteri
interamente dedicato alla promozione della lingua e della cultura italiana
all’estero. A fare il punto della situazione sul cammino del sito internet, che
assume anche la fisionomia di "blog" e soprattutto di "portale
informativo", è stato il funzionario del Mae, Alessandro Ruggera, durante
una conferenza svoltasi mercoledì mattina al "Forum PA 2010", alla Nuova
Fiera di Roma.
"Con il progetto
"estericult" il ministero degli Affari Esteri ha voluto creare uno
spazio dedicato esclusivamente alla comunicazione su argomenti culturali; un
sito internet parallelo a quello ufficiale del ministero (www.esteri.it), che
si occupa invece della comunicazione istituzionale", ha spiegato Ruggera.
Protagonisti di questa comunicazione sono soprattutto gli attori istituzionali
che si occupano della promozione della lingua e cultura italiana all’estero:
tra questi, i vari Istituti Italiani di Cultura sparsi nel mondo, i comitati
della Società Dante Alighieri, l’Università per Stranieri di Perugia e quella
di Reggio Calabria, ma anche i singoli cittadini che, previa registrazione
gratuita, possono inviare le notizie alla redazione di "Estericult",
che provvede poi a pubblicarle sul sito.
"È forte,
dunque, l’aspetto "collaborativo", proprio grazie al coinvolgimento
dei vari attori culturali, istituzionali e non, che inviano le proprie
notizie", ha osservato Ruggera facendo notare che "in questo sito, il
Mae ha voluto potenziare in particolare gli aspetti "2.0" della
comunicazione", cioè l'insieme di tutte quelle applicazioni online che
permettono un alto livello di interazione.
Nella colonna di
sinistra del sito sono presenti le iniziative culturali italiane organizzate
nelle varie città del mondo; lo spazio centrale è invece dedicato agli
"eventi", con un elenco di appuntamenti tenuto costantemente
aggiornato dalla redazione di "Estericult". C’è poi una sezione
"approfondimenti" dedicata agli eventi che meritano particolare
attenzione e, sulla destra, una sezione video gestita dall’unità multimedia del
ministero. "Nella colonna di destra", ha aggiunto Ruggera, "c’è
anche una sezione "link" che collega i visitatori ai siti internet
delle istituzioni che collaborano alla realizzazione del sito ed è presente una
"mappa geografica di servizi", che, tra le altre cose, evidenzia le
missioni archeologiche sostenute dal Mae, le sedi degli Istituti Italiani di
Cultura e i comitati della Dante Alighieri".
Non manca una sezione
dedicata agli accordi internazionali. Proprio qui, grazie alla collaborazione
con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), con
la Conferenza dei Rettori dell Università Italiane (Crui) e con Cineca, il Mae
rende consultabili le varie collaborazioni interuniversitarie tra l'Italia e i
Paesi del Mondo, suddivise per aree tematiche o geografiche. Ma
"Estericult" parla anche di cinema, festival, concorsi di poesia,
mostre e molto altro ancora. (tom.samp.\aise)
Due servizi innovativi per la Promozione e la Cooperazione Culturale. Borse
di studio on-line
Piattaforma degli
accordi internazionali delle Università italiane e sistema on-line di gestione
borse di studio per studenti universitari
ROMA - Il
Ministero degli Affari Esteri ha presentato al ForumPA due innovativi servizi
sviluppati dalla Direzione per la Promozione e la Cooperazione Culturale: la
nuova piattaforma degli accordi internazionali delle Università italiane e il
nuovo sistema on-line di gestione delle borse di studio per gli studenti
universitari.
La piattaforma interattiva di tipo 3.0
(http://accordi-internazionali.cineca.it/) è il risultato della cooperazione
sviluppata nell’ultimo anno da MAE, MIUR e CRUI volta a delineare strategie
comuni e condivise di sostegno all’internazionalizzazione delle università
italiane con l’obiettivo di rafforzare la competitività sul mercato globale
della conoscenza. Un progetto di elevato contenuto tecnologico che realizza un
coordinamento efficace tra i vari soggetti interessati testimoniato dai 7.686
accordi vigenti con atenei stranieri da parte di 80 università italiane.
La piattaforma con il suo accesso pubblico ,
recapiti telefonici e indirizzi elettronici dei docenti di riferimento di ogni
accordo consente anche un’accresciuta interazione fra mondo accademico e
sistema produttivo ed Enti locali.
Il nuovo sito Borse di Studio online è il
progetto che consente la gestione informatizzata e la totale condivisione di
dati del MAE e delle Ambasciate straniere in Italia . Si realizza cosi’ la
totale dematerializzazione e la semplificazione delle procedure di selezione
delle candidature e di assegnazione sia delle borse di studio gestite dal
Ministero degli Affari Esteri, sia delle Borse offerte da Paesi stranieri. Il
progetto ha ricevuto la “menzione speciale” nell’ambito del concorso “Premiamo
i Risultati”.
L’Istituto Diplomatico del Ministero Affari
Esteri ha presentato il progetto dell’innovativo portale web che consente
l’informatizzazione delle attività dell’Istituto nonché della gestione e
fruizione dei corsi di formazione . Con i servizi di formazione e di
aggiornamento professionale disponibili on-line, l’Istituto Diplomatico
accresce significativamente la funzionalità e la trasparenza anche nella
collaborazione con la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane.
(Inform)
Consolati italiani, si chiude! Schiaffo tedesco alla diplomazia dei cafóni
Quindi si torna
indietro. Secondo le ultime informazioni la chiusura dei consolati è cosa
certa. Saarbrücken, Norimberga, Amburgo, Mannheim in Germania; Liegi e Genk in
Belgio; Coira in Svizzera, e via discorrendo e spaziando nel resto del mondo -
di Mauro Montanari
Si torna indietro,
dicevamo, all’ipotesi di chiusura senza “se” e senza “ma” ventilata già da
qualche tempo. Dopo un anno di lotte anche di piazza, in cui la gente chiedeva
che non si toccassero i servizi, nel quale si era riusciti ad ottenere il
declassamento di Norimberga, lo sportello consolare ad Amburgo e Saarbrücken, e
via discorrendo, la Direzione generale del Mae ci ripensa e ritira tutto. C’erano
state assicurazioni, promesse sperticate che almeno qualcosa –almeno!—si poteva
salvare, invece niente.
I rumores a
proposito di questo giro di walzer del Ministero c’erano stati nei giorni
scorsi, al momento della pubblicazione di una nota stampa dell’agenzia
giornalistica Aise. A seguito di una interpellanza parlamentare dell’on. Laura
Garavini, l’Aise riportava la risposta del sottosegretario Scotti: “I contatti con
le autorità tedesche in merito all’istituzione di eventuali strutture consolari
più leggere in loco, hanno fatto emergere una loro preclusione rispetto a
soluzioni diverse dal mantenimento di un Viceconsolato, quale livello minimo di
presenza consolare”.
Da rimanere a
bocca aperta. Le autorità tedesche si rifacevano alla Convezione di Vienna a
proposito delle sedi diplomatiche, la quale Convenzione ribadisce che le
strutture consolari riconosciute sono soltanto il Consolato generale, il
Consolato e il Viceconsolato. Punto. Quindi l’Agenzia consolare non ha ragione
di essere, né tantomeno lo Sportello. Ma allora, chiederete voi, come mai
le autorità tedesche hanno convissuto così bene con Agenzie presenti da sempre
sul territorio, come quella di Mannheim, ad esempio. E perché le autorità
inglesi tollerano senza alcuna discussione l’Agenzia di Bedford, e perché i
francesi tollerano quella di Bastia, e perché i canadesi tollerano quella di
Edmonton?
In questa presa di
posizione delle autorità tedesche c’era qualcosa di strano. Cosa? This is the
question, direbbe il principe danese. Il fatto è che a Berlino hanno cominciato
ad averne le scatole piene degli atteggiamenti ruspanti del nostro governo,
secondo il quale i Länder tedeschi sono quasi incidenti geografici. Opinione
espressa da un Sottosegretario di Stato a nome Alfredo Mantica.
Lo schiaffo
tedesco alla nostra diplomazia era stato preceduto però non solo dalle
allocuzioni di Mantica, ma anche da un paio di episodi passati in qualche modo
sotto silenzio. Cominciamo dal primo. La visita dell’ambasciatore a Berlino,
Valensise, a Saarbrücken, orgogliosa capitale del Land Saarland, il quale, come
tutti i Länder tedeschi, ha una sua propria normativa, una sua propria
capitale, un suo proprio orgoglioso governo. A Saarbrücken, il capo di tale
orgoglioso governo si chiama Peter Müller, testa fina, membro della Segreteria
del partito di governo, ascoltatissimo consigliere della Cancelliera, grande
amico dell’Italia; un’amicizia mediata soprattutto dagli italiani che vivono
nel Land e che rappresentano la nostra emigrazione storica.
Quando Valensise
andò a trovarlo, per cercare di rimediare alle spavalderie di Mantica, Peter
Müller lo trattò con una freddezza insolita. Un atteggiamento che colpì la
stampa locale. Così la Saarbrücker Zeitung: “Il governatore del Saarland, Peter
Müller, ha dichiarato, in occasione della visita dell’Ambasciatore d’Italia,
Michele Valensise, di essere ‘deluso’ della prevista chiusura per il primo
luglio del Consolato italiano a Saarbrücken. Dalla Cancelleria di Stato si
apprende che Müller, durante l’incontro, "ha chiarito che avrebbe
preferito una soluzione continuativa con il mantenimento dell’intero
Consolato" rispetto alla soluzione ora prospettata di aprire uno Sportello
consolare con tre impiegati. Al Consolato erano assegnati sino ad ora circa una
dozzina di funzionari. Il Governo del Saarland, secondo Müller, si è adoperato
intensamente per il mantenimento del Consolato. Müller aveva addirittura messo
a disposizione i locali gratuiti all’interno della Cancelleria di Stato”.
Ora, quando un
primo ministro tedesco dice di essere “deluso”, so’ ...azzi! Nonstante
l’ammirazione per le Panzerdivisionen, il nostro Sottosegretario aveva
dimostrato di capire poco, pochissimo, del carattere di un tedesco. Il quale
potrà avere tutti i pregiudizi di questo mondo, ma personalmente ti dà sempre
una chance. Se però vede che sei un buffone, non ti considera più.
Ma c’era stato
anche un’altro episodio penoso per la nostra Amministrazione, quando il Senato
di Amburgo era sceso a Roma per perorare la causa del nostro (non del loro)
Consolato. I senatori vennero ricevuti da un dormiente sottosegretario Dini, il
quale, tra la veglia e il sonno, aveva sostenuto che neanche lui capiva la
logica delle chiusure, visto che non c’è alcuna nuova normativa e che detta
chiusura non produce alcun risparmio. Oltre a Dini c’era il loro ambasciatore.
Ci si può immaginare come siano tornati indietro i senatori amburghesi: forse
pensando di aver sognato anche loro.
Dopo questi due
schiaffi, la reazione tedesca era da aspettarsi. Ma il bello viene adesso.
Invece di vergognarsi del proprio comportamento mellifluo; invece di prendere
finalmente in considerazione la possibilità di sedi gratuite offerte dalle
Amministrazioni di Saarbrücken, Mannheim, Norimberga, e perfino Liegi, la
nostra Amministrazione ora prende la palla al balzo per dare la colpa ai
tedeschi della chiusura dei Consolati, e ritorna sui suoi passi. Cancella con
un colpo di spugna le promesse fatte ai cittadini e ripropone un progetto che
de facto non aveva mai abbandonato.
Niente più agenzia
a Norimberga, niente più Sportello a Saarbrücken o ad Amburgo. Niente! Le
promesse mangiate col pane. Di più: la politica di colpo da l’impressione di
non essere la vera padrona del campo. L’impressione è che la politica non
decida. L’impressione è che Mantica sia il pennacchione mandato in campo a
farsi spupazzare dalla piazza per difendere un progetto non suo, e che non gi
conviene neppure; un progetto annunciato già nel precedente governo Prodi.
Ma se non è
Mantica il padrone di casa -Frattini, men che meno-: quello è al party a
godersi le belle signore, con un bicchiere di prosecco in mano, e non sa
neanche di cosa si stia parlando. Se non è Mantica, dicevo, il padrone vero chi
è? Chi tira le fila dello stesso demenziale progetto passando da un governo
all’altro? Questa è la seconda Question che ci poniamo, alla quale cercheremo
di dare risposta -se ci riesce- nei prossimi giorni.
Per ora buttiamola
lì: vuoi vedere che tutto questo ha a che fare con l’assunzione di 35
diplomatici prevista dal trattato di Lisbona nel quadro della Istituzione del
Servizio diplomatico europeo? E vuoi vedere che, in tale istituzione… Ma,
dicevamo, il resto prossimamente. CdI
I giornalisti degli Italiani in Germania preoccupati per le limitazioni
alla libertà di informazione
In questi giorni
il MediaClub-Germania, l’associazione degli operatori nei media per i
connazionali in Germania, ha lanciato una raccolta di firme per protestare
contro le limitazioni che in tante forme (intimidazioni, leggi, tagli di
contributi...) si stanno introducendo per limitare la libertà di informazione.
Ecco lappello del MediaClubGermania
I giornalisti
italiani e di origine italiana aderenti al MediaClub Germania, insieme ad
associazioni e testate che aderiscono a questo appello, esprimono il loro
allarme per le limitazioni arrecate alla libertà dell’informazione e al
diritto d‘informazione in Italia.
Questo allarme non
è disgiunto da quello che esprimiamo per le altrettanto preoccupanti
condizioni dell’informazione e della cultura di lingua italiana tra le
comunità italiane all’estero.
L’indebolimento
progressivo del servizio d’informazione pubblico, l’inadeguatezza di Rai Italia
( ex Rai International), il criptaggio di film e avvenimenti sportivi e
provvedimenti censori, come la sospensione di trasmissioni di contenuto
politico prima delle ultime elezioni regionali, scoraggiano sempre più
il legame politico e culturale degli italiani all’estero con la
madre patria.
La legge che
sancisce il voto all’estero ha rappresentanto un momento di speranza per la
maggioranza degli italiani che non vogliono recidere i legami con il
proprio paese di origine.
Alla
promulgazione di questa legge hanno fatto seguito però provvedimenti che
sembrano andare in una direzione contraria agli scopi e alle intenzioni che
l’hanno ispirata.
Sono stati
tagliati drasticamenti i mezzi finanziari agli istituti italiani di
cultura, ai servizi sociali consolari, agli enti gestori
dell'intervento scolastico, ai comites, sono stati o verrano eliminati interi
consolati o agenzie consolari.
Particolarmente drammatici
e inaccettabili sono infine i tagli finanziari inflitti alla stampa
italiana all’estero, che da sempre rappresenta realtà italiane in tutto il
mondo che altrimenti resterebbero ignorate.
In questo contesto
il MediaClub Germania invita gli italiani in Germania e le loro
associazioni:
- a seguire e ad
appoggiare le battaglie in difesa della libertà di informazione e di
stampa sostenute in Italia dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana;
- a protestare,
apponendo la loro firma, sotto questo appello, contro tutti quei
provvedimenti restrittivi che si ripercuotono negativamente sulla
diffusione dell’informazione e sulla crescita culturale e sociale degli
italiani all’estero.
- a chiedere una
riforma del servizio d’ informazione pubblico in Italia che lo renda
indipendente dai condizionamenti politici e che attraverso tutti i suoi
programmi, radiofonici e televisivi, tenga conto sia delle esigenze che
del ruolo attivo di tante e forti comunità italiane all’estero
Il MediaClub
Germania, da sempre impegnato nel tessere rapporti con i media tedeschi, prendendo
atto positivamente dell’aumento dei tempi di
trasmissione di “Radio Colonia”,
il programma in lingua italiana del WDR Funkhaus Europa, continuerà a
richiedere una maggiore attenzione dei media di questo paese per la presenza
italiana e delle altre minoranze.
E’ convinto
inoltre che solo una forte connessione tra tutte le organizzazioni della
comunità italiana qui residente permetta una miglior tutela dei diritti dei
connnazionali, a cominciare proprio da quelli di una corretta e adeguata
informazione. MediaClub Germania, de.it.press
I moduli per la
raccolta di firme sono a disposizione in redazione e verranno mandati a quanti
aderiscono all’iniziativa e ne fanno rivhiesta. Più avanti diversi articoli
analizzano la gravità del problema in Italia (ndr)
Di Biagio (PdL) e Marino (PD) appoggiano la manifestazione di sabato 29
maggio a Francoforte
Francoforte - A
pochi giorni dalla prima delle tre continentali convocate dal Cgie per
protestare contro il rinvio delle elezioni dei Comites, l’Intercomites della
Germania invita la collettività italiana in Europa a partecipare
all’appuntamento in programma a Francoforte dal 28 al 30 maggio. Con la tre
giorni, spiega l’Intercomites, si intende protestare "contro la
distruzione della Rete Consolare, contro i tagli delle risorse per l’intervento
scolastico-culturale, contro l’azzeramento dei capitoli di spesa per
l’assistenza diretta ed indiretta, contro la forte riduzione dei finanziamenti
della stampa italiana all’estero, contro la discriminatoria decisione del
Governo nell’esenzione dell’ICI, contro il decreto che rinvia le elezioni dei
Comites e del Cgie di tre anni complessivi". I Comites della Germania
invitano “tutti e in particolare ai moltiplicatori perché partecipino in massa
alla Assemblea pubblica che si terrà sabato 29 Maggio alle 14,30, presso
l’hotel Holiday Inn nella Mailänder Strasse Nr. 1 a Francoforte ed al corteo
che partirà alle ore 16,30 dall’"Alte Oper" all’Opernplatz di
Francoforte e marcerà sino al Consolato Generale Italiano di Francoforte".
Aderiscono
all’appello i responsabili dell’estero dei due maggiori partiti italiani, di
maggioranza e di opposizione. “Rafforzamento degli interventi pubblici a
sostegno delle nostre comunità oltre confine, reintegro delle risorse per la
stampa italiana all’estero, mantenimento di adeguati e opportuni livelli di
presenza ed efficienza dei servizi consolari, annullamento del rinvio delle
elezioni dei Comites sono alcuni dei punti tracciati nell’appello che il Cgie
insieme ai Comites ha lanciato per avviare un percorso di sensibilizzazione
delle istituzioni e per richiamare l’attenzione sulla critica situazione che al
momento caratterizza il mondo degli italiani oltre confine. Appello che
condividiamo e che rappresenterà la piattaforma della manifestazione di
Francoforte del prossimo 29 maggio”. E’
quanto dichiarano in una nota congiunta Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani
nel Mondo del PdL e Eugenio Marino, Responsabile Italiani nel Mondo del PD.
“Le criticità che
al momento condizionano le nostre comunità oltre confine alla vigilia di una
manovra finanziaria che non si preannuncia generosa – continuano i Responsabili
– rende impellente un intervento mirato e fattivo da parte delle istituzioni,
al fine di esorcizzare uno scollamento ancora più marcato tra queste realtà ed
il Paese”.
“Siamo pronti a
scendere in piazza accanto alle realtà rappresentative degli italiani nel Mondo
– concludono – per far capire che ci siamo e che vogliamo veicolare un
messaggio di attenzione al Governo e all’Amministrazione, un messaggio
bipartisan privo di rivoli ideologici per dare un segnale di presenza e
contrastare la deriva di sfiducia che purtroppo continua a condizionare
l’emigrazione italiana oltre confine”.
(de.it.press)
Il deputato Michael Frieser (Csu) favorevole all’Agenzia di Norimberga
Il deputato
tedesco della Csu Michael Frieser non comprende l'atteggiamento negativo delle
istituzioni tedesche nei confronti dell'accomodamento proposto di un'agenzia
consolare italiana al posto dell'attuale consolato. Dopo un colloquio avuto con
il rappresentante del Comites di Norimberga, insieme ai rappresentanti degli
italiani di zona e dintorni, al quale ha partecipato anche il consigliere
comunale Max Höffkes, portavoce della Csu per le relazioni internazionali,
Frieser ha dichiarato che farà il possibile per il mantenimento di un punto
di riferimento fondamentale per i cittadini italiani residenti nella
regione.
"Dopo il
successo avuto, e cioè di essere riusciti a convincere lo Stato italiano della
necessità di un rappresentante ufficiale in loco, ora la soluzione trovata non
deve fallire per colpa dell'autorità tedesca" comunica Frieser. Il
deputato scriverà direttamente al ministro degli esteri Guido Westerwelle
chiedendo che il Ministero degli Esteri non faccia muro contro questa
soluzione. "Sostengo in pieno gli sforzi dei cittadini italiani, delle
molte imprese italiane e tedesche che hanno rapporti commerciali con l'Italia.
L'agenzia consolare deve esserci", ciò quanto dichiarato da Frieser, il
quale ricorda che nella città e dintorni vivono più di 30.000 italiani e
altrettanti tedeschi con una storia di migrazione alle spalle o con rapporti
familiari e economici con l'Italia.
Se questa
soluzione dovesse fallire, gli italiani della zona, per poter usufruire dei
servizi consolari, dovrebbero recarsi a Francoforte o a Monaco di Baviera,
percorrendo così centinaia di chilometri in più. CdI
Debutto a Stoccarda del musical „Scugnizzi stateve accorte“
Il Musical di
Claudio Mattone ed Enrico Vaime che si ispira al film di Nanni Loy ha esordito
in questi giorni a Stoccarda. Ad allestirlo è stato il gruppo giovani della
comunitá italiana della locale parrocchia di San Giorgio. Il successo riscosso
ha superato ogni aspettativa. 400 spettatori hanno vissuto con entusiasmo e
trasporto la “Prima”. Una replica è in programma per il prossimo autunno, in
occasione della riapertura della chiesa di San Giorgio dopo i lunghi lavori di
restauro
La sala-teatro
della Franz Schubert Schule di Botnang, quartiere stoccardese noto per le sue
vie intitolate a famosi musicisti, era stracolma. I 30 giovani impegnati nei
diversi ruoli del musical erano ansiosi ma anche un po’ nervosi. Sono i timori
dei riflettori, del palcoscenico, degli ultimi accorgimenti e raccomandazioni
della regia, della tecnica e delle costumiste. D’altro canto i tempi fra una
scena e l’altra sono miniziosamente contati e quindi il tutto deve funzionare
ad orologeria.
Il risultato sia
sotto il profilo tecnico che interpretativo é stato lusinghiero. Musiche, luci,
voci, movimenti, gesticolazioni e recita hanno strappato ripetutamente
scroscianti applausi. Anche se quasi nessuno degli interpreti ha radici
napoletane, sia le canzoni che le parti recitate hanno trasformato questi giovani
in veri scugnizzi. E’ anche attraverso il musical che questi giovani, nati e
cresciuti in Germania, riescono a tener vivo il legame con la lingua e cultura
italiana.
La prova é
contenuta nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6408838/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/15zdow/index.html.
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Fondi governativi. I „poveri“ italiani in Germania decurtati di un altro
30%
Nonostante il
grido di allarme sulla crescente povertà degli italiani nel mondo, lanciato da
associazioni, patronati e Comites, per il 2010 i fondi governativi sono stati
ulteriormente ridotti.
"Il servizio
di assistenza sociale diretta è destinato ai cittadini italiani che versano in
una situazione di comprovata e documentata indigenza. I cittadini italiani
possono ricevere dal Consolato un aiuto economico o di altro tipo per superare
una momentanea grave difficoltà”. Queste righe si trovano sulle pagine internet
di quasi tutti i consolati italiani nel mondo: ma dalle parole… ai soldi il
percorso è molto tortuoso, se non impossibile. Soprattutto quando dal governo
italiano vengono stanziati sempre meno soldi per gli italiani indigenti che
vivono all'estero: 13 milioni è la cifra che Roma ha messo a disposizione per i
connazionali indigenti per l'anno in corso. In Germania i tagli si aggirano
intorno al 30% rispetto all'anno precedente.
Altri dettagli nell
servizio di Luciana Mella in onda su Radio Colonia del 18 maggio http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100518_italmondo.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100518_italmondo.mp3. RC, de.it.press
Il calcio di Amburgo "S.Pauli" festeggia con il Chianti Classico
Amburgo - Al
"S.Pauli" piace il Chianti: il famoso club di calcio di Amburgo ha
scelto di servire durante i festeggiamenti per il centenario della società
calcistica il Chianti Classico prodotto dall’azienda agricola Monterinaldi, e
distribuito in Germania da Massimo Sport Consulting, che per l'occasione si è
vestito con i colori del S.Pauli. I festeggiamenti per il centenario sono stati
aperti dalla partita amichevole del FC St. Pauli e il Celtic Glasgow, disputata
il 18 maggio ad Amburgo.
FC St. Pauli, la
famosa società calcistica che quest’anno è tornata in serie A tedesca, prende
il nome dall’omonimo quartiere portuale di Amburgo. Il club del St.Pauli, che
vanta una media di oltre 22mila spettatori alle sue partite, si differenzia dai
normali club di calcio in quanto segue una politica associativa contro ogni
forma di discriminazione, sviluppando nuove forme di aggregazione contro la
violenza nelle società e negli stadi.
L’impegno contro
le discriminazioni ha fatto si che nel 2006 il St.Pauli ha creato all’interno
dello stadio un’area speciale per i non vedenti con accompagnatori, favorendo
inoltre, l’organizzazione di un campionato per non vedenti in collaborazione
con la federcalcio tedesca. (aise)
Dalla Germania all’Italia. Il mito del ritorno. Intervista allo scrittore
Carmine Abate
Duisburg. Dopo
quasi mezzo secolo in Germania la famiglia Caresta di Duisburg torna in Italia.
La decisione non è facile perché il rientro, come anche la partenza, implica
sempre un distacco.Lo sa bene anche lo scrittore Carmine Abate.
"Qui abbiamo
trovato il suolo morbido e abbiamo messo radici” dice Remo Caresta che a 27
anni ha lasciato Tornimparte, scambiando le montagne abruzzesi con i binari di
Duisburg. Remo Caresta ha lavorato come ferroviere presso la Deutsche Bahn.
Quando alcuni mesi fa anche sua moglie è andata in pensione, i coniugi Caresta
hanno deciso di rientrare in Italia. Dopo 43 anni di Germania il rientro non
sembra però essere semplice: mobili da portare, ricordi da impacchettare,
arredamenti da regalare. E cosi con valigie e cartoni i due coniugi rimuovono
anche timori e speranze legati al rientro.
L'esperienza del
rientro non è facile sostiene anche lo scrittore Carmine Abate che per lunghi
anni ha vissuto in Germania. Tornare al proprio paese definitivamente o anche
solo per le ferie è però necessario per conservare ciò che di più prezioso
abbiamo: le nostre radici.
Ascolta il
servizio di Claudia d'Avino trasmesso da Radio Colonia il 19 maggio
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100519_rueckkehrneu.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100519_rueckkehrneu.mp3 assieme all'intervista con lo scrittore Carmine Abate http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100519_abate.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100519_abate.mp3
RC, de.it.press
Sabato la finale italo-tedesca. Inter-Bayern, uomini d'onore
Sabato la finale
Cgampions, tanti campioni e una cosa in comune: la forza dei singoli al
servizio del collettivo
ROMA - Il count down va avanti: Madrid -2. L’Inter
è volata ieri in Spagna; il Bayern Monaco lo farà oggi. La capitale spagnola,
dopo aver gonfiato a dismisura i prezzi di hotel, bed and breakfast e camere
senza bagno, sta mettendo a punto gli ultimi dettagli dell’organizzazione per
ospitare i tifosi italiani e tedeschi; le due squadre stanno perfezionando la preparazione,
puntando più sulla testa che sulle gambe. Louis van Gaal, allenatore dei
bavaresi, sa che non potrà contare su Franck Ribery, squalificato, ma
(ufficialmente) non si lamenta; Josè Mourinho non si fa pregare per dire che
«la squalifica di Ribery è giusta», e continua a studiare la formazione da
opporre ai vincitori della Bundesliga. In realtà, sia van Gaal che Mou sanno
già alla perfezione chi andrà in campo al “Santiago Bernabeu”, ma si guardano
bene dal dare vantaggi al collega avversario. Pretattica, certo; ma, in questo
caso, utile fino ad un certo punto, perchè tutti sanno tutto di tutti.
Ad esempio, tutti
sanno che due olandesi ex Real Madrid, anzi scarti del Real Madrid, cioè Wesley
Sneijder e Arjen Robben, saranno sicuramente tra i protagonisti della finale.
Entrambi lasciando Madrid, dove facevano le riserve, hanno vinto campionato e
coppa nazionale e adesso puntano alla tripletta. Sneijder (uno dei quattro ex
merengues dell’Inter, con Eto’o, Cambiasso e Samuel: dov’è l’errore?) è il prototipo
del fantasista moderno, cioè non un palleggiatore spesso fine a se stesso ma un
autentico regista d’attacco, bravissimo anche in fase di finalizzazione oltre
che di rifinitura. Robben, se/quando è assistito dalla salute (ha muscoli di
seta...) è tra i più forti esterni d’attacco al mondo. Pur essendo mancino,
Arjen (che ha avuto Mourinho al Chelsea) gioca a destra per arrivare meglio al
tiro con il piede preferito, e ne sanno qualcosa Fiorentina e Manchester
United.
Un’altra sfida
nella sfida è quella tra Diego Milito e Ivica Olic, i due centravanti classe
1979 di Inter e Bayern Monaco. L’argentino è stato finora (probabilmente) il
miglior giocatore di Mourinho, sia in Italia che in Europa: il suo calcio
semplice si è rivelato letale, e lo testimoniano i gol segnati tra campionato e
Champions (26, più due in Coppa Italia). Il croato, devastante contro il Lione
(tripletta), in Champions ha segnato anche alla Juventus, alla Fiorentina e al
Manchester United firmando complessivamente sette reti. Ora punta al titolo
assoluto, dato che Messi e Cristiano Ronaldo (8 gol) sono già in vacanza. I due
hanno una struttura fisica e caratteristiche tecniche diverse, eppure si
somigliano parecchio perchè conoscono alla perfezione l’arte del gol. Olic, che
nelle gerarchie del Bayern ha spazzato via prima Luca Toni poi Mario Gomez
quindi Miroslav Klose, una dozzina di anni fa è stato ad un passo dal diventare
interista: nel 1998, quando aveva 19 anni e militava nel Marsonia, l’Inter
giocò un’amichevole e i dirigenti nerazzurri lo notarono e gli offrirono un
provino di tre giorni. Tutto ok, compreso un test contro l’Iran, ma poi,
sfruttando una trattativa complicata tra Inter e Marsonia, Ivica (che non nega
di essere ancora tifoso nerazzurro) scelse di andare all’Herta Berlino.
E se il capitano
dell’Inter, Javier Zanetti, ha la faccia del cow boy buono, quello che usa la
parola e non le mani, al massimo un cazzotto ben dato, Marc van Bommel, il
capitano olandese dei bavaresi, ti mette paura solo se lo guardi. Faccia truce,
sorrisi zero, muscoli e pugni sempre in primo piano e, soprattutto, lingua
sciolta. Da sempre. Ha litigato con arbitri e allenatori e anche con i compagni
di squadra. Ha fatto festa, ad esempio, quando Toni se ne è andato da Monaco e
ieri, alla Bild, ha fatto la spia raccontando i motivi della cessione del
campione del mondo alla Roma. «Van Gaal ha litigato con Toni il secondo giorno
che è arrivato. La squadra stava pranzando e Toni si è addormentato a tavola.
Van Gaal non l’ha presa bene e l’ha richiamato duramente nel suo ufficio. In
questi casi normalmente la squadra prende le difese del compagno. Ma nessuno
gli ha dato ragione». Bene no? Zanetti, 699 gare con la maglia nerazzurra
(fonte wikipedia), 37 anni portati alla grandissima alla faccia di D.A. Maradona
che non l’ha convocato per il Sudafrica, è l’esatto contrario di van Bommel
(una Champions con il Barça nella bacheca personale), e la sua umiltà, mista a
correttezza, gli viene riconosciuta anche dagli avversari. Sono entrambi
centrocampisti ma tatticamente uno, van Bommel, gioca più centrale dell’altro:
essendo, però, Zanetti poliedrico come pochi, al “Bernabeu” non mancheranno di
duellare in maniera diretta, dopo essersi scambiati i gagliardetti prima del
fischio d’avvio. E sarà battaglia. IM 20
Da giugno a Colonia: il passaporto solo su appuntamento
Colonia - Dal
prossimo 1° giugno i connazionali residenti nella circoscrizione di Colonia che
vorranno rinnovare il passaporto dovranno prenotarsi online sul sito del
consolato (www.conscolonia.esteri.it). È quanto annunciano oggi da Colonia
spiegando che a seguito dell’introduzione dei passaporti elettronici nel cui
microchip sono memorizzate, oltre all’immagine del volto, anche le impronte
digitali del titolare, é necessario recarsi di persona presso la Sede
consolare. Per questo, si aggiunge, a partire dal 1 giugno, per presentare la
domanda di passaporto, sarà necessario prenotare il proprio appuntamento
online.
Dal consolato,
infine, invitano i connazionali a controllare la scadenza del proprio documento
e a prenotare per tempo il proprio appuntamento. (aise)
ROMA – Una
Commissione bicamerale per le questioni che riguardano gli italiani all’estero.
Il senatore Raffaele Fantetti, eletto con il Pdl nella ripartizione Europa,
rilancia la proposta che nel 2008 era stata fatta da Mirko Tremaglia, allora
ministro per gli Italiani nel Mondo.
Il sen. Fantetti rende noto di avere inviato
una lettera, il 12 maggio, ai colleghi parlamentari eletti nella Circoscrizione
Estero, nella quale formula la proposta e ne illustra le ragioni. Una missiva
che fa seguito anche alla recente Assemblea plenaria CGIE. “E’ di tutta
evidenza, anche al neo proclamato che vi parla – scrive Fantetti ai
parlamentari dell’estero - che il bicameralismo perfetto proprio del nostro
sistema parlamentare gioca particolarmente a sfavore di qualsiasi iniziativa
che non possa essere propriamente raccordata tra le due Camere e contro
qualsiasi forza che non sia in grado di operare in entrambe. Anche per questo,
probabilmente, l’azione portata avanti a livello parlamentare dagli eletti
all’estero non ha, finora, potuto portare a risultati apprezzabili”.
Inoltre, “il segnale che la pattuglia dei 18
contribuisce a dare all’esterno (ovvero, sia nei confronti degli altri
parlamentari, che al di fuori delle istituzioni legislative) è particolarmente
negativo perché testimonia dell’incapacità di darsi una unitarietà di intenti
anche sulle questioni precipuamente inerenti le nostre tematiche”.
“Naturalmente – precisa Fantetti - non si
vuole disconoscere l’esistenza, più o meno formalmente riconosciuta dai
rispettivi regolamenti camerali, di due comitati, alla Camera ed al Senato,
entrambi presieduti da colleghi non provenienti dalla Circoscrizione Estero,
che lavorano meritoriamente e da tempo sull’approfondimento delle nostre
questioni. Ma – prosegue - non credo di essere il solo a ritenere che proprio
per la loro duplice e dis-equilibrata natura gli attuali comitati non possano
utilmente rappresentare quel foro comune di discussione, attrazione e
deliberazione delle nostre tematiche, di cui invece avremmo estremo bisogno”.
“In passato, l’istituzione di questa
Commissione bi-camerale per gli Italiani all’estero era già stata proposta, in
modo lungimirante, dal Ministro Tremaglia (29 aprile 2008)”, ricorda
Fantetti. E il senatore pensa che “anche le argomentazioni portate avanti a suo
tempo rimangano valide”. Fantetti si riferisce a “controparte ideale del mondo
dell’emigrazione, compresi gli Italiani non iscritti per varie ragioni all’AIRE
e gli oriundi, riferimento naturale di tutti i rapporti a vario titolo
riferenti al mondo istituzionale, imprenditoriale, sociale e comunicativo degli
italiani all’estero”
“Non vorrei invece – aggiunge Fantetti - che,
sempre in passato, la provenienza di tale proposta possa aver in qualche modo
scoraggiato alcuni colleghi dal sostenerla”. A tal fine, “volendo invece dare
risalto al carattere bipartisan di questa iniziativa”, Fantetti propone ai
colleghi che “la Presidenza di suddetta “nostra” commissione bicamerale venga
eventualmente assicurata da un parlamentare eletto all’estero appartenente alla
minoranza” e “idealmente, affidare la Presidenza onoraria al ministro
Tremaglia”.
“Mi conforta in questi due suggerimenti la
coscienza che la forza delle istituzioni si basa su una condivisione generale,
politica e non ideologica, delle proprie funzioni e su un riconoscimento
deferente al proprio meritevole passato”,conclude Fantetti auspicando un
“pronto riscontro su questa materia” e suggerendo ai colleghi eletti all’estero
“di incontrarci a breve tutti insieme per poter discutere tra noi dei numerosi
temi di specifica pertinenza”. (Inform)
La mossa tedesca fa paura ai mercati. Le misure contro la speculazione
innescano nuovi ribassi
MILANO - Le misure
annunciate dalla Germania per imbrigliare i ribassisti e placare la volatilità
dei mercati hanno provocato forti ribassi e fluttuazioni estreme: sull’euro,
nelle Borse, soprattutto sui titoli della banche europee. Quanto all’indice Vix
della volatilità, oggi si è impennato verso livelli che non si vedevano da
oltre un anno. Difficilmente i regolatori tedeschi potevano fallire i loro
obiettivi dichiarati in modo più spettacolare di così.
Ma davvero erano
questi i loro obiettivi? A giudicare dal calendario di questi giorni, viene da
dubitarne. Il Bundestag sta discutendo in settimana l’autorizzazione al
cosiddetto «veicolo» europeo poter raccogliere fino a 440 miliardi di euro, con
la garanzia della Germania e degli altri Paesi dell’euro. Per dare il suo
assenso i cristiano-sociali bavaresi (CSU), partner della CDU della cancelliera
Angela Merkel, chiedono garanzie e contropartite e l’opposizione
socialdemocratica anche. In questo non ci sarebbe niente di strano: dopo tutto
nel 2008 anche il Congresso americano chiese un piano di aiuti al settore auto
in cambio del suo via libera al Tarp, il maxi-fondo di sostegno per le banche
di Wall Street.
Ora tutto fa
pensare che, per ammansire la CDU, il governo di Berlino abbia piegato la mano
della Bafin, il regolatore finanziario «indipendente», imponendo una
spettacolare (presunta) lezione agli speculatori. Quindi la CDU e la SPD
possono votare liberamente il loro via libera al piano europeo di salvataggio.
Il risultato però è stata un’altra evitabile tempesta in Europa e non solo.
Tutta la politica è locale ma, con l’integrazione dei mercati, tutte le
conseguenze sono ormai globali. Lo sono i contraccolpi finanziari così come
quelli politici, perché la Germania è rimasta del tutto isolata. Anche la
Francia ha preso le distanze. Se nelle prossime settimane la Germania iniziasse
a introdurre deroghe ai suoi stessi divieti, fingendo di non perdere la faccia,
non sarebbe affatto sorprendente. Federico Fubini CdS 19
La corsa ai pozzi che ha causato la marea nera
Il petrolio che
sta sgorgando dal fondo del Golfo del Messico in quantità spaventose potrebbe
rivelarsi il più grande disastro ecologico della storia dell’umanità. Ma, a
rifletterci bene, è soltanto il preludio dell’era del «Petrolio difficile»,
un’epoca nella quale dovremo contare su risorse sempre più problematiche.
Probabilmente non
riusciremo mai a chiarire le cause della tremenda esplosione che ha distrutto
la piattaforma Deepwater Horizon. Tra i possibili colpevoli c’è una falla nel
cemento che l’ancorava al fondale e un dispositivo anti-esplosioni disattivato.
Ma quale che sia l’innesco immediato dell’esplosione, non ci sono dubbi sulle
cause a monte: la corsa delle multinazionali, spalleggiate dal governo, a sfruttare
i giacimenti di gas e petrolio nelle zone più remote della Terra.
Gli Stati Uniti
sono entrati nell’era degli idrocarburi con riserve gigantesche di petrolio e
gas. Lo sfruttamento di queste materie prime preziose e utilizzabili in mille
modi è stato uno dei motori della crescita economica, e dei profitti favolosi
di giganti dell’energia come Bp ed Exxon. Nell’epoca pionieristica dei pozzi di
petrolio, le esplosioni e le fuoriuscite incontrollabili erano la norma. Anno
dopo anno le compagnie impararono a gestirli con nuove tecnologie. Ora, nella
corsa ai giacimenti difficili, siamo tornati a queste «esuberanze» del
petrolio. L’esplorazione condotta dalla Deepwater Horizon è un esempio di
questa tendenza. Bp stava da qualche anno spingendo le ricerche sempre più in
profondità. Il pozzo esploso, conosciuto come Mississippi Canyon 252, partiva
da un fondale a 1500 metri di profondità e scendeva per altri 4000 sottoterra.
Le maggiori
compagnie insistono nel dire che hanno adottate misure di sicurezza senza
falle, ma il disastro nel Golfo del Messico fa strame di queste affermazioni.
Già nel 2006, per esempio, un oleodotto della Bp piagato da scarsa
manutenzione, si ruppe e riversò un milione di litri di petrolio nell’area di
North Slope, in Alaska. Nonostante questi rischi, una serie di Amministrazioni,
compresa quella Obama, ha appoggiato la strategia delle aziende nella loro
corsa ai giacimenti in aree ostili. La cornice giuridica è stata fornita dalla
National Energy Policy (Nep) del 2007, adottata da George W Bush e dettata
dalla filosofia del vicepresidente Dick Cheney, che ammoniva contro la
crescente dipendenza dal greggio importato: «L’obiettivo primario della Nep è
assicurare diverse fonti di approvvigionamento. Ciò significa petrolio, gas e
carbone nazionali». La prima raccomandazione della Nep era far ripartire lo
sviluppo dei giacimenti nel National Wildlife Refuge dell’Alaska. Altrettanto
significativa era quella di accrescere le esplorazioni nel Golfo del Messico. E
il braccio regolatore dell’esecutivo, il Mineral Management Service (Mms) ha
per anni concesso licenze senza nessun riguardo per l’ambiente.
Ma anche le
compagnie petrolifere hanno le loro ragioni per gettarsi in questa corsa.
Prendiamo la Bp. Nata come Anglo-Persian Oil Company, ora le sue attività sono
concentrate in Nigeria e Azerbaigian, ma Alaska e Golfo del Messico stanno
diventando sempre più importanti. «Operare alle frontiere dell’energia» è il
titolo del rapporto annuale del 2009 della Bp. Il management è convinto che una
rapida crescita della produzione nel Golfo del Messico è essenziale per la
salute finanziaria dell’azienda. L’esplosione della Deepwater Horizon, ci
assicurano, è stato un caso sfortunato: un coincidenza di scelte sbagliate e
materiale fallato. Con controlli più rigidi, l’incidente poteva essere evitato.
E così potremo andare di nuovo a trivellare in acque profonde in piena
sicurezza.
Non credeteci.
Materiale scadente e scarsi controlli hanno giocato forse un ruolo decisivo
nella catastrofe, ma la ragione a monte è la corsa compulsiva dell’azienda ai
pozzi in regioni pericolose, per cercare di compensare il declino delle riserve
convenzionali. Costi quel che costi. Finché prevarrà questa spinta compulsiva,
altri disastri seguiteranno a capitare. Potete scommetterci. MICHAEL T. KLARE LS
20
Bavagli e amnesie. Due velocità contro notizie e malaffare
Il commento |
Sulle norme per le telefonate si procede a tappe forzate, l’iter del ddl sui
corrotti ancora non parte
Impegnati a
smentire l’impietosa statistica che al Senato dall’inizio dell’anno segnala 9
ore di lavoro alla settimana, da giorni i senatori della maggioranza in
Commissione Giustizia si impegnano a lavare l’onta facendo le 3 di notte per
mandare in Aula a giugno il disegno di legge governativo sulle intercettazioni.
Neofiti dello stakanovismo. E pure incompresi da tutti, ma proprio tutti.
Il capo della
polizia e i sindacati delle forze dell’ordine, i magistrati e gli avvocati, la
federazione degli editori dei giornali accanto al sindacato dei cronisti,
l’associazione degli editori di libri, per non parlare dell’opposizione e
persino di liberi battitori nella maggioranza, i professori universitari, fino
a chi fa sommessamente presente la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo:
tutti mettono in guardia dalle assurdità e incongruenze di una legge che, con
la scusa di colpire l’abuso di intercettazioni, renderà i cittadini più
insicuri di fronte alla delinquenza; meno uguali, a forza di eccezioni per
parlamentari, preti e agenti segreti; e più disinformati. Proprio ieri,
infatti, la Commissione ha approvato gli emendamenti che, come ripetutamente
segnalato dal Corriere, impedirebbero fino all’inizio del processo (sotto il
pugno di sanzioni agli editori fino a 465.000 euro per notizia) anche il
semplice riassunto di qualunque atto d’indagine non più coperto da segreto:
come le deposizioni delle due sorelle che vendettero casa a Scajola o
l’esistenza di 80 assegni, dati giudiziari a partire dai quali i quotidiani
hanno condotto le inchieste giornalistiche sfociate nelle dimissioni del
ministro neppure indagato.
Sarà interessante
verificare se il Parlamento si farà animare da analoga verve notturna per
rimpolpare di contenuti l’anemico disegno di legge governativo contro la corruzione
che, annunciato a dicembre 2009 e presentato in marzo, deve ancora iniziare il
proprio iter.
La notte, oltre
che consiglio, potrebbe ad esempio portare memoria di quando non un passante,
ma il ministro più influente del governo, Giulio Tremonti, nel 2008 nella
relazione annuale del Ministero dell’Economia al Parlamento sollecitava
l’introduzione del reato di autor i c i c l a g g i o , cioè l a punibilità di
chi reimpiega i soldi frutto di un reato che ha commesso: modifica già
reclamata nel 2005 dal Fondo monetario internazionale, richiesta dal
Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nell’audizione in Senato il 15
luglio 2008, invocata dal Procuratore nazionale antimafia (sia Piero Grasso sia
Pierluigi Vigna), e già esistente non solo negli Usa ma ad esempio anche in
Francia e persino nella bistrattata Svizzera.
Bene: sono
trascorsi due anni, ma in Italia l’autoriciclaggio dei soldi delle tangenti o
dell’evasione fiscale continua a non essere reato, e nel ddl Alfano contro la
corruzione non si trova traccia di questo intervento, benché proposto nel 2009
anche da un disegno di legge di iniziativa governativa (il ddl 733-bis).
Lo stesso vale per
la «corruzione tra privati» e il «traffico di influenza »: traduzioni
giuridiche di quel «sistema gelatinoso» nel quale le inchieste sulla «cricca»
stanno sorprendendo imprenditori, politici, funzionari e magistrati non sempre
in un classico scambio corruttivo (tangente in cambio di appalto), quanto
piuttosto in una ragnatela di reciproche opacità che, quand’anche non sconfini
nella bustarella, deruba comunque i contribuenti, fa lievitare costi e tare
degli appalti, falsa la concorrenza tra imprese e sovverte i criteri di merito
tra le persone. Eppure neanche il ddl Alfano introduce la «corruzione tra
privati» e il «traffico di influenza», nonostante li raccomandi quella
Convenzione del Consiglio d’Europa contro la corruzione che, firmata nel 1999,
l’Italia continua a non ratificare.
Del resto, per chi
voglia legiferare sulla corruzione, senza limitarsi a qualche aumento di pena
massima (pura grida manzoniana se non si cambia la prescrizione accorciata nel
2005 dalla legge ex Cirielli) o all’annuncio di un nuovo «Piano nazionale
anticorruzione» affidato all’ennesimo «Osservatorio», c’è poco da inventare.
Basterebbe ripescare i 22 suggerimenti stilati dal «Comitato di saggi»
presieduto da Sabino Cassese nel 1996 su nomina del presidente della Camera; i
rimedi individuati dalla «Commissione di studio» istituita sempre nel 1996 dal
ministero della Funzione pubblica e presieduta da Gustavo Minervini; o le 8
proposte di sintesi della «Commissione parlamentare » del 1998, compreso il
testo sul quale confluirono persone molto diverse come Veltri (allora
ulivista), Tremaglia (An) e Frattini (Fi, oggi ministro degli Esteri).
Invece ecco un
Parlamento messo alla frusta di notte per approvare norme sulla stampa che non
soltanto avrebbero fatto conoscere le intercettazioni 2005 della scalata
Unipol-Bnl appena un anno fa, a fine udienza preliminare; ma ad esempio
avrebbero reso molto più difficile, nel caso dell’asilo di Rignano Flaminio, la
sterzata delle cronache rispetto all’errata prospettazione delle accuse,
all’inizio costate l’arresto al poi scagionato benzinaio cingalese.
Non solo: la
Commissione giustizia prima chiede a poliziotti e magistrati cosa pensino delle
nuove regole sulle intercettazioni, poi ne ignora completamente gli allarmi, e
a tappe forzate corre ugualmente a strozzare la durata delle intercettazioni;
limitare le microspie in ambienti diversi da quelli nei quali si stia
commettendo un reato; assoggettare anche la semplice acquisizione di tabulati
agli stessi rigidi requisiti delle intercettazioni; paralizzare molti uffici
giudiziari in un insostenibile andirivieni logistico di atti riservati verso il
tribunale collegiale del capoluogo, che ora si vorrebbe competente sulle
intercettazioni di un intero distretto.
Poi magari domani,
al prossimo boss catturato o patrimonio confiscato, fioccheranno dalla
maggioranza gli apprezzamenti per gli investigatori. Deve essere colpa di un
sortilegio: perché nei convegni sì, e poi nei luoghi della decisione pubblica
no?
Luigi Ferrarella
CdS 20
L’editoriale di LR. Il dovere di difendere la libertà di stampa
Dunque da oggi chi
sbaglia paga? Prendiamo in parola il presidente del Consiglio e la sua voglia
improvvisa di legalità, nata dal vortice dello scandalo Scajola, dalle paure
del caso Bertolaso, dal "sistema" di scambio tra appalti di Stato e
favori privati che si allarga ogni giorno di più sotto le poltrone traballanti
del suo governo. C'è una strada maestra per fare sul serio dimostrando che il
governo intende stroncare questo andazzo e attaccare frontalmente il malaffare:
il premier si rivolga al Parlamento e blocchi la vergogna della legge sulle
intercettazioni telefoniche, in nome della libertà d'indagine, della libertà di
stampa e del diritto dei cittadini di essere informati, fondamento di ogni
democrazia.
È altrettanto
vergognoso, e incomprensibile, che non ci sia una mobilitazione generale di
tutto il mondo dell'informazione, dalla stampa alla radio-televisione a
Internet. Qui non è una questione di destra o sinistra, ma un problema di
diritti fondamentali, del loro esercizio, del dovere di informare e del diritto
di conoscere e sapere. È un tema di libertà, nel quale si mette in gioco quel
soggetto fondamentale delle democrazie occidentali che è la pubblica opinione:
ciò che distingue un regime da un sistema aperto, con un libero mercato del
consenso basato sulla trasparenza e sull'accesso alla conoscenza e all'informazione.
Diciamo subito che
le intercettazioni sono una parte del problema: ma diventano la
formula-richiamo per far intendere ai cittadini che il governo si preoccupa
soltanto di tutelare la loro privacy.
Chi vuole infatti
essere ascoltato nelle sue private conversazioni? Non è forse giusto garantire
la libertà di tutti, evitando abusi ed eccessi? Ma gli abusi e gli eccessi sono
un falso di Stato. Due anni fa il Guardasigilli ha detto che "una grandissima
parte del Paese è intercettata e il numero delle intercettazioni è
assolutamente ingiustificato in base al numero degli abitanti e all'ordinamento
giuridico". Bene. In realtà i telefoni intercettati in Italia nel 2009
sono 120 mila, che tenendo conto del giro vorticoso di schede e utenze usate
dai criminali e delle proroghe corrispondono a meno di 80 mila cittadini, vale
a dire lo 0,2 per cento della popolazione. Ecco il falso: aggravato dalla
circostanza che il numero dei "bersagli" (come si dice in termine
tecnico) intercettati è sceso di 5 mila unità nel 2009 rispetto all'anno
precedente, che il costo per lo Stato è fortemente diminuito e che l'80 per
cento degli ascolti, addirittura, riguarda reati di criminalità organizzata.
Dunque, che cosa
deve temere il cittadino? L'unico interesse generale da tutelare è la garanzia
che non venga violata - come talvolta è accaduto, per colpa della pubblicazione
affrettata degli atti sui nostri giornali - la riservatezza di persone che non
hanno nulla a che vedere con le indagini, quando le loro conversazioni non sono
rilevanti per l'inchiesta. Ma per rimediare a questo problema, abbiamo avanzato
da tempo una proposta: un'udienza stralcio davanti ad un giudice terzo in cui
le parti, e la magistratura ovviamente tra queste, si assumano una precisa
responsabilità, stabilendo che cosa è rilevante ai fini processuali e che cosa
è insignificante. Ciò che non ha peso per l'accertamento giudiziario deve
essere distrutto o secretato, e certamente a questo punto devono scattare sanzioni
durissime per chi lo diffonde o lo divulga su un giornale. Mentre ciò che ha un
rilievo per l'inchiesta può essere divulgato perché è giusto che l'opinione
pubblica conosca i meccanismi attraverso cui si realizza non solo la
fattispecie di un reato, ma talvolta un vero e proprio sistema criminale di
rilevanza sociale.
Il problema può
dunque essere risolto facilmente, in fretta e alla radice. Ma qui, invece,
l'obiettivo è quello di tutelare i potenti dal rischio di essere intercettati
dal magistrato che cerca prove per un reato e dal pericolo di vedere quelle
conversazioni-prova pubblicate dai giornali. E in particolare si punta a
tutelare quella particolare categoria di potenti - gli uomini politici - che
deve sottoporsi al giudizio della pubblica opinione, e dunque teme
l'"accountability", il dover rendere conto del proprio operato, la
trasparenza delle sue azioni. Ovviamente, una larga parte del mondo politico
condivide il principio della responsabilità e del rendiconto. Ma il governo,
con ogni evidenza, vuole evitarlo. Ecco dunque la ricerca di norme congiunte
che da un lato rendano più difficili, più limitate, più ristrette le
intercettazioni e dall'altro renda addirittura impossibile ai giornali
pubblicare non solo i verbali delle conversazioni legittimamente registrate, ma
le notizie stesse delle inchieste giudiziarie.
Con questo sistema
si crea dunque un doppio "vuoto", uno nell'area delle indagini penali
e l'altro nell'informazione che i cittadini hanno il diritto di ricevere su
queste indagini. I criminali verranno aiutati: la pubblica opinione verrà
invece sottoposta ad un regime di tutela, con il divieto di conoscere e di
sapere ciò che avviene nel mondo della giustizia, negli ambienti del crimine,
in quella zona critica dove i suoi stessi rappresentanti politici vengono
talvolta colpiti da un'iniziativa giudiziaria.
Poiché siamo
davanti ad un terremoto politico e di potere, ben più che penale, dentro il
mondo impaurito del governo e del sottogoverno, è molto difficile non pensare
che la sordità parlamentare e la fretta della destra berlusconiana per far
approvare la legge siano una vera e propria operazione di salvaguardia in corso
d'opera. Il ministro Scajola è un testimone esemplare di questo riflesso
politico di difesa e d'attacco: le intercettazioni sul G8 infatti hanno messo
in movimento il piano inclinato che ha fatto ruzzolare il ministro davanti
all'opinione pubblica, non alla magistratura. Dunque, se con una mano il
governo paralizza le intercettazioni o le limita drasticamente, e con l'altra
impedisce semplicemente che i giornali informino i cittadini, un caso Scajola
non si verificherà mai più. Il Parlamento voterà obbediente, i telegiornali
magnificheranno la difesa della privacy, qualche giornale strepiterà e gli
altri volteranno pagina: incombe o no il campionato del mondo di calcio? Che
c'è di meglio, direbbe il saggio Confalonieri, per distrarsi un po'?
E invece siamo
davanti ad un vero e proprio test per il circuito di funzionamento della nostra
democrazia. Sul piano delle indagini, con l'irragionevole limite prefissato
alla durata delle intercettazioni, con l'impossibilità di usare gli ascolti per
fare altre registrazioni, se emerge dai nastri l'ipotesi di un diverso reato,
gli effetti sono evidenti: non ci sarebbe stata l'inchiesta sulla presunta
trattativa tra Stato e mafia, sarebbe già saltata l'inchiesta sul G8 e la
Protezione Civile, si sarebbe bloccata l'indagine di Trani su Rai e Agcom con
le pressioni del presidente del Consiglio per bloccare Santoro e la Dandini,
sarebbero saltate le prove che a marzo hanno consentito l'arresto a Milano di
sette persone sospettate di traffico d'armi con l'Iran, sarebbe diventato molto
più difficile documentare la tangente da 10 mila euro per il consigliere
comunale milanese Milko Pennisi del Pdl.
L'operazione è
completata con il bavaglio alla stampa. Nessuna notizia potrà infatti essere
pubblicata d'ora in poi su qualsiasi atto, nominativo, verbale che abbia a che
fare con un'inchiesta in corso. L'obbligo al silenzio per i giornali dura fino
alla chiusura delle indagini preliminari, cioè per un periodo di tempo che
nella media va in Italia dai quattro ai sei anni e che in qualche caso
patologico arriva fino ai dieci. L'opinione pubblica sarà dunque all'oscuro dei
grandi reati e delle grandi inchieste per anni e anni, in forza di un divieto
tombale di Stato, che blocca l'informazione. Le sanzioni sono pesantissime:
carcere fino a due mesi, ammende da 2 a 10 mila euro per "pubblicazione
arbitraria", galera fino a sei anni per la "talpa". In più, con
una sanzione fino a 465 mila euro a notizia nei confronti delle aziende
editoriali (che il Guardasigilli chiama l'"ente") si obbligano gli
editori ad adottare specifici "codici di condotta" a loro
salvaguardia: ciò comporta che l'editore abbia un suo interesse autonomo,
collegato ma distinto da quello del giornalista, a far sì che non si
pubblichino determinate notizie. Si spinge cioè l'editore a intervenire nei
contenuti di un giornale, cosa che in un sistema sano non avviene, pur avendo
l'editore la piena potestà sulla parte che lo compete, fino a decidere la
sostituzione del direttore. Infine, la pressione del governo sull'Ordine dei
giornalisti, perché il disegno di legge impone al pubblico ministero di
informare "immediatamente" l'Ordine su chi ha violato il decreto di
pubblicazione, e in più prevede la sospensione dall'esercizio della professione
fino a tre mesi.
Il quadro è
chiaro. Con il risultato che gli indagati potranno fare dichiarazioni sulle
inchieste a cui sono sottoposti e i giornalisti non potranno replicare, non
conoscendo gli atti. E con il rischio che nel divieto di trasparenza e nel
silenzio di Stato si gonfi fuori da ogni responsabilità istituzionale una bolla
di voci sulle indagini, di allusioni e di sospetti che potranno essere usati a
piacimento e fuori da ogni controllo di legittimità: anche come arma politica,
e soprattutto da chi controlla i mezzi d'informazione e ha già dimostrato
ampiamente e con successo di saper killerare con false notizie i suoi critici.
Entreremo dunque
in una fase di ricatti sospesi, di calunnie e di allusioni. Con giornali
dimezzati, magistrati limitati, cittadini disinformati. Insieme con le leggi ad
personam e il conflitto d'interessi questa censura di Stato è il terzo elemento
che trasforma l'anomalia berlusconiana in un regime. L'opposizione non sembra
consapevole del pericolo, il mondo dell'informazione nemmeno, dunque il governo
va avanti. Ma ci sono battaglie che devono essere combattute indipendentemente
dai rapporti di forza: lo faremo. EZIO MAURO LR 19
Bellocchio: "In Italia la dittatura è interna alla democrazia"
Guardate la
finanziaria: chiedono ancora sacrifici alle classi più deboli mentre loro si
tolgono il 5%. È quasi più ridicolo che vergognoso. E tutto questo di fronte
agli operai in cassa integrazione. Ma come? Viviamo nella società
dell’immagine, no?! Allora dicessero: eccovi il 50% dei nostri stipendi così
guadagnerebbero almeno un po’ di dignità...». Neanche da Cannes è facile
parlare di cinema per Marco Bellocchio. Le «urgenze italiane» travolgono tutto.
Soprattutto qui sulla Croisette dove ancora risuona l’eco delle polemiche di
Bondi sul caso Draquila. A distanza di un anno da Vincere, Bellocchio fa
ritorno al festival per tenere la sua lezione di cinema davanti ad una platea
osannante. Forse un «risarcimento», commenta, o meglio «un riconoscimento» per
il suo film su Mussolini che, l’anno passato, uscì a bocca asciutta dal
concorso. Ma che la sua rivincita l’ha avuta in seguito nelle sale francesi,
nelle critiche entusiaste, nelle vendite in tutto il mondo e, l’ultima, nella
vittoria a sorpresa dei David di Donatello. Il tema del suo film, del resto, è
ancora così attuale non solo nell’Italia di Berlusconi, ma anche nell’Europa
che svolta sempre più verso l’autoritarismo.
«Certo - dice
Bellocchio - la situazione di smarrimento di oggi non è paragonabile a quella
del ’22, ma è vero che l’attuale maggioranza lavora molto sulla paura, alla
quale contrappone l’uomo forte, decisionista, autoritario. Berlusconi con la tv
arriva dappertutto. È il grande fratello. A questo punto non c’è bisogno della
dittatura militare: è interna alla stessa democrazia». Come spiegare tutto
questo all’estero? «Gli stranieri si stupiscono della situazione italiana -
continua Bellocchio -. Eppure Silvio Berlusconi non è un usurpatore, ma è stato
votato dalla maggioranza del Paese. Bisognerebbe, piuttosto riflettere
sull’atteggiamento della sinistra nei suoi confronti, su questo costante
attacco frontale... Se l’obiettivo era scavalcare il cavaliere il tentativo è
fallito completamente. Se il mio Vincere l’avessi intitolato Perdere sono
sicuro che la sinistra sarebbe stata più contenta».
Il problema
dell’opposizione, prosegue il regista, «è l’incapacità di articolare delle
alternative. Siamo stati delusi dalla destra e pure dalla sinistra. Ma
soprattutto da quest’ultima. Da Bondi certe cose me l’aspetto, non mi offende
neanche, è semplicemente inadeguato al suo ruolo. La sinistra però... Penso
alla riconferma di Alberoni al Centro sperimentale, per esempio. Non ho niente
contro di lui, ma certamente non è uomo di cinema. Eppure è stato Rutelli a
rinnovare il suo mandato. Ecco, ho come l’impressione che, al di là della
politica, tutto sia deciso tra amici». Si è toccato davvero il fondo rincara
Bellocchio. «E seppure non credo che la Lega conquisterà l’Italia, penso che
sia vera la frase tanto di moda «il Pd non ha più la capacità di stare sul
territorio». Dovrebbe piuttosto sforzarsi di cambiare davvero al suo interno:
per gli ex non c’è futuro. Ci vuole una classe dirigente nuova che col Pci non
abbia più niente a che vedere». Invece ci si continua dividere. Mentre gli
attacchi, dall’altra parte si fanno sempre più pesanti. «Brunetta insulta
dandoci dei ladri, dei parassiti, convincendo le persone che la cultura non
serve a nulla. Nei confronti del cinema, poi, ancora peggio: pensano che quello
italiano sia comunista e quindi via, lo rigettano completamente», coi drastici
tagli al Fus che sappiamo.
Da soli, però «non
si va da nessuna parte», dice Bellocchio. «Serve unità, per ricompattare tutto
il mondo della cultura, senza ricorrere agli slogan di un tempo che non hanno
portato a nulla. Per questo ho aderito al movimento dei Centoautori. Non è piu
tempo di barricate, ma come dice Carla Fracci solo l’unione fa la forza.
Bisogna rafforzare l’unità nel rispetto delle diseguaglianze e trovare un punto
comune». Puntando ciascuno sulla qualità del proprio lavoro. Come Bellocchio ha
sempre fatto, del resto. «A me - prosegue - non mi interessa l’invettiva, la
polemica diretta, la derisione ad personam. Si può fare, certamente, contro
Berlusconi, Scajola... figurarsi. Quello che cerco io però è l’approfondimento.
Per questo sto pensando ad un film a partire dall’Italia di oggi. Il caso
Englaro, per esempio, mi ha colpito come sintesi della disperazione e
dell’ipocrisia di questa classe politica che pur di non perdere l’appoggio
della chiesa è stata disposta a fare leggi incredibili che poi si sono perse
chissà dove».
La cronaca di
spunti ne offre infiniti. «Penso ancora ai finti ciechi che hanno richiesto la
licenza per i taxi. Al museo in Sicilia con una sola visitatrice, al concerto
interrotto al Pantheon perché i guardiani avevano finito il turno. Sono tutti
casi fra il tragico e il grottesco che potrebbero costituire uno spunto. Al
momento però, quello che più lo interessa è Sorelle, «un piccolo film familiare
in sei episodi», che racconta il ritorno del regista a Bobbio, nella casa dei
Pugni in tasca, insieme ai figli Pier Giorgio e la piccola Elena. E che
probabilmente vedremo a Venezia.
Gabriella Gallozzitutti
L’U 20
Il Cavaliere cavalca anche la crisi
A giudicare dalle
prime anticipazioni diffuse ieri, il nuovo libro di Bruno Vespa in uscita a
giorni ci consegnerà un'immagine di Berlusconi diversa da quella a cui siamo
abituati. L'autore ha parlato a lungo con il Cavaliere e ne ha ricavato la
sensazione di un aggiustamento di strategia e di un atteggiamento più realista
e meno orientato a promesse che, allo stato dei fatti, sarebbero difficili da
mantenere, a cominciare da quella del taglio delle tasse che il premier rinvia
definitivamente al superamento della crisi economica.
Ecco, è proprio la
battaglia contro la difficilissima congiuntura europea la frontiera su cui
Berlusconi intende giocare i tre anni che restano della legislatura, non
nascondendo nulla della gravità della situazione, ma accompagnando tutto con un
fondo di ottimismo, basato sul fatto che finora, grazie a quel che il governo
ha fatto, l'Italia s'è trovata meglio dei suoi partners più ammalati, e sono
stati smentiti gli uccelli del malaugurio che volevano presto il nostro Paese
nelle stesse condizioni di Grecia, Spagna e Portogallo.
Berlusconi sa che
l'enorme debito pubblico che appesantisce i conti italiani, valutato in un
miliardo di euro di titoli pubblici che mediamente ogni giorno devono essere
piazzati sui mercati internazionali, non consente affatto di dormire sonni
tranquilli. Ma è convinto che la credibilità della politica economica del governo,
come è stato finora, riuscirà ad arginare i tentativi di trasformare l'Italia
in un nuovo obiettivo della speculazione.
Anche se occorrerà
leggere tutto il filo del ragionamento, da questa nuova strategia si possono
fin d'ora ricavare alcune deduzioni. Berlusconi punta ancora sul suo governo e
considera la crisi economica come un'occasione per rafforzarlo. Poi, com'è
accaduto ieri sul federalismo, prevede che le opposizioni in Parlamento si
divideranno di nuovo tra «no» e «ni», e non è detto che uno scontro frontale
sulla manovra che Tremonti sta preparando si riveli un toccasana per la
sinistra. L'opinione pubblica è autenticamente preoccupata di un peggioramento
della situazione e chiede che si trovi una strada per venirne fuori, non che la
strada scelta dal governo venga ostruita. In questo quadro il rafforzamento
della maggioranza e la sostituzione del ministro o dei membri del governo
toccati dalle inchieste giudiziarie potrebbero rivelarsi meno difficili. In
altre parole, se Casini davvero non vuole finire a rimorchio della sinistra di
piazza, e se Bossi vuole arrivare fino in fondo al percorso del federalismo, il
premier pensa che dovranno venire a più miti consigli.
MARCELLO SORGI LS
20
Ddl intercettazioni, il Pdl frena. Sky annuncia ricorso alla Corte Ue
L'opposizione
insiste: "Il carcere c'è, eliminate l'intero articolo". Sempre più
numerose le proteste contro l'iniziativa dell'esecutivo. L'attore Carlo
Verdone: "Norme di stampo iraniano". Di Pietro: "Peggio di
Tangentopoli e si vogliono levare strumenti d'indagine". Radicali contro
la norma a tutela del Vaticano
Carlo Verdone
ROMA - Aumentano
d'intensità le proteste contro il ddl intercettazioni 1. Un testo che
inasprisce le pene per i giornalisti che decidessero di pubblicare ugualmente
gli atti di un procedimento o le intercettazioni prima del rinvio a giudizio.
Una norma che aveva alzato un polverone e che, adesso, la maggioranza ha deciso
di mettere nel cassetto: "Abbiamo deciso di ritirare l'emendamento che
aggravava le pene per i giornalisti in caso di pubblicazione di notizie non
pubblicabili. Galera non se ne farà mai nessuno - annuncia il senatore del Pdl,
Roberto Centaro - Penso che questo possa stemperare tante polemiche".
L'opposizione però insiste. "Deve essere abolito tutto l'articolo che
uccide l'informazione" dice il senatore dell'Idv Stefano Pedica.
"L'ipotesi dell'arresto c'è ancora" aggiunge il senatore del Pd,
Felice Casson. In effetti nonostante l'eliminazione dell'emendamento rimangono
le pene già approvate in Commissione Giustizia del Senato. Che prevedono il
carcere per chi pubblica "atti o documenti di un procedimento penale, di
cui sia vietata per legge la pubblicazione" o "intercettazioni di
conversazioni o comunicazioni telefoniche". Resta stabilita la maxi multa
per gli editori: andrà da 64.500 a 464.700 euro. Lunedì ripartirà l'esame degli
ultimi in commissione Giustizia del Senato, poi il ddl dovrà passare al vaglio
dell'aula del Senato, per poi tornare alla Camera.
L'emendamento
ritirato. L'emendamento ritirato, invece, prevedeva per i giornalisti in caso
di pubblicazione di atti vietati l'arresto fino a due mesi o il pagamento di
un'ammenda dai 2.000 ai 10.000 euro. Qualora fossero pubblicate delle
intercettazioni, la condanna prevista era sempre l'arresto fino a due mesi, ma
con l'aggiunta di una ammenda dai 4.000 ai 20.000 euro. Stesse pene anche per
chi pubblicava la foto o il nome del magistrato titolare del procedimento.
Verdone:
"Norme di tipo iraniano". Tante le reazioni negative, dalla
stampa alla politica. Ma anche il mondo dello spettacolo si schiera.
Secondo l'attore Carlo Verdone "sono norme di tipo iraniano, che
potrebbero non farci più scoprire cosa succede in questo Paese, dove ogni giorno
ce n'è una. E' vero qualche volta si è andati oltre nell'utilizzare le
intercettazioni, coinvolgendo persone che non c'entravano, ma sono stati casi
limitati".
Si muove il mondo
dell'informazione. Nel mondo della stampa comincia a crescere l'attenzione
(leggi il blog). 2 E La battaglia si fa trasversale. Si schiera anche il
Secolo, l'ex quotidiano di An: "Dove finisce il diritto di cronaca?
Speriamo in un ripensamento". Nel testo si legge: "Tra errori e
rettifiche il tempo stringe e restano molti punti controversi". Oggi sono
state nette le prese di posizione del Corriere della Sera e dell'Unità.
Repubblica.it, invece, ormai da due settimane dedica due articoli al giorno
alla controversa legge. SkyTg24 annuncia che contro il ddl sulle
intercettazioni chiederà un intervento a tutte le Autorità internazionali
competenti, anche ricorrendo presso la Corte europea dei diritti dell'Uomo.
La polemica
politica. Domani l'Idv domani scenderà in piazza contro il disegno di legge.
"Saremo accanto al popolo viola contro la vergognosa e criminale legge
bavaglio sulle intercettazioni - dice Leoluca Orlando - faremo le barricate
dentro e fuori il Parlamento". Durissimo Antonio Di Pietro: "Oggi è
peggio di Tangentopoli e si vuole togliere alla magistratura i poteri di indagine,
mentre alla stampa il dovere di informare ed ai cittadini il diritto di
sapere". Ma anche dal centrodestra si levano voci perplesse: "Nella
definizone del testo, bisogna stare molto attenti a non limitare la libertà di
stampa". Per il finiano Italo Bocchino è una forzatura "vietare di
parlare del tutto di un'inchiesta fino alla chiusura dell'indagine
preliminare". I radicali, invece, criticano la norma per cui il magistrato
che indaga o intercetta un uomo di Chiesa deve avvisare la diocesi o la Segreteria
di Stato vaticana. "Si tratta dell'ennesima marchetta al Vaticano"
tuona il radicale Michele De Lucia. Luigi Zanda del Pd avverte che "se il
ddl intercettazioni dovesse diventare legge, l'unica risposta possibile sarà la
disobbedienza democratica". Critici anche i magistrati di Palermo 3 che
lanciano un preoccupato allarme nel corso di un convegno dedicato a Giovanni
Falcone. "I magistrati che chiedono che la legge sia uguale per tutti,
anche per i potenti, vengono isolati come successe a Falcone e a Borsellino.
Solo dopo la loro morte sono diventati eroi" attacca il presidente della
Giunta palermitana dell'Anm, Nino Di Matteo, che insiste sulla pericolosità
della riforma: "ll ddl inciderà pesantemente nella lotta alla mafia
provocandone un arretramento. L'opinione pubblica non saprà più nulla se non
quello che verrà insufflato dal potente di turno".
Ma la maggioranza
fa muro e non pensa a passi indietro. "La legge sulle
intercettazioni sarà approvata nonostante le gravi inesattezze diffuse da più
parti. Nessuno impedirà ai giornali di dare notizia di indagini o di
reati" dice il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. LR
20
Intercettazioni:
censura e carcere. Il Pd: nemmeno con Franco
di Andrea
Carugatitutti gli articoli dell'autore
«Nemmeno la Spagna
franchista era arrivata a tanto», commenta Luigi Zanda, Pd, uno abituato a
misurare le parole. «Arrestateci tutti, saremo tutti giornalisti», rincara il
portavoce Idv Leoluca Orlando. Ieri pomeriggio la commissione Giustizia del
Senato, dopo un’altra notte di lavori (lunedì due senatori leghisti sono stati
fotografati mentre dormivano), ha approvato le dure sanzioni previste per gli
editori: da 64mila fino a 464mila euro di sanzione. E questo per la
pubblicazione di tutti gli atti di indagine fino al termine dell’inchiesta e
all’avvio del processo. I media potranno comunicare se una persona è indagata e
a dare conto delle eventuali ordinanze di custodia cautelare. Punto.
Per tutto il resto
scatteranno le sanzioni, una «ghigliottina» per i media, come spiega Felice
Casson del Pd. Giallo invece sulle norme contro i giornalisti. Sembrava fossero
state approvate ieri (stando alle affermazioni di vari senatori compreso il
relatore Centaro del Pdl) e invece la norma è ancora da approvare. Chiunque pubblicherà,
anche per riassunto, atti o documenti di un procedimento penale fino all’avvio
del processo sarà punito con l’arresto fino a due mesi o con l'ammenda da 2mila
a 10mila euro. Per chi pubblica intercettazioni (anche non coperte da segreto)
arresto fino a due mesi più un’ammenda da 4mila a 20mila euro e la sospensione
temporanea dall‘Ordine professionale.
La norma dovrebbe
essere approvata lunedì prossimo, quando si discuterà anche della proposta
della maggioranza di vietare le intercettazioni anche per i familiari e i
collaboratori dei parlamentari. Il presidente della Commissione Berselli, Pdl,
ha infatti deciso di sconvocare la seduta prevista per ieri notte: «I senatori
della maggioranza sono stati dei veri soldati, non posso sottoporli ad un altro
tour de force...». Approvata due notti fa invece la norma che punisce chi
all’interno degli uffici giudiziari rivela il contenuto degli atti coperti dal
segreto istruttorio: reclusione da uno a 6 anni e anche il giornalista che li
pubblica rischia di rispondere in correo dello stesso reato. Approvati anche
l’emendamento “D’Addario”, che punisce fino a 4 anni di carcere chi effettua
video o registrazioni fraudolente (ma grazie all’opposizione sono stati esclusi
i giornalisti professionisti) e la norma che prevede che il Vaticano sia
informato se si intercetta un sacerdote.
Perché il rinvio a
lunedì? «Sul bavaglio alla stampa c’è l’intenzione di frenare un po’. Credo che
la norma non risulti graditissima anche al Quirinale», spiega il finiano
Granata. Molti nel Pdl, compreso il relatore Centaro, sono consapevoli di aver
prodotto un mostro giuridico, anche dal punto di visto tecnico. «Un pasticcio
immondo», commenta Anna Finocchiaro, convinta che quando il testo arriverà in
aula, non prima degli inizi di giugno, «saranno costretti a riscriverla con un
maxi emendamento su cui metteranno la fiducia». «La giusta tutela della privacy
non c’entra nulla con la volontà di sottrarre ai magistrati uno strumento di
indagine, mettendo la sordina su gravi fatti criminali e il bavaglio alla
stampa», attacca la capogruppo Pd.
Nella maggioranza
l’imbarazzo viene nascosto a fatica. Ieri Berselli, incalzato dai giornalisti
fuori dalla Commissione, svicolava sull’arresto per i cronisti: «Solo per la
pubblicazione di cose vietate...». Tra i finiani di Montecitorio, dove il ddl
arriverà dopo l’ok del Senato, cresce il malumore. Ieri Fabio Granata ricordava
che «noi qui alla Camera avevamo previsto il diritto di pubblicare almeno il
riassunto degli atti e delle intercettazioni...bisogna evitare che il ddl metta
a rischio il diritto di cronaca e la lotta alla mafia che vale più della
privacy di qualche deputato. La Russa e Gasparri qualche anno fa la pensavano
come noi...». L’U 20
20 maggio 2010
A differenza di
altri sultani che nascondono la spada con cui feriscono i nemici, l'estroverso
Cavaliere vuole che lo si sappia che è stato lui a usare i suoi soldi e i suoi
poteri per sbarazzare il campo dai critici e da quelli di diverso parere. È
stata la sua voce isterica e cattiva a lanciare gli anatemi contro giornalisti
e opinionisti che osavano contraddirlo.
A chiedere apertis
verbis ai dirigenti della Rai di toglierglieli dai piedi, a non sopportare la
presenza dei Montanelli, dei Biagi e di chiunque mettesse in discussione il suo
sovrano potere sultanesco. Non stupisce quindi che ora voglia addirittura
imbavagliare la libertà di stampa tout-court, chiudere la bocca ai giornali e
alla verità. Si è detto spesso che Berlusconi, a differenza di altri padroni, è
un buono, uno che corre al capezzale dei dipendenti ammalati, che li manda in
crociera per le vacanze e gli telefona: "Siete belli, siete abbronzati, al
vostro ritorno troverete una gratifica, la prossima volta ci sarò anch'io, ho
già pronto lo smoking". Certo, è un imprenditore non un gangster, uno che
usa le parole più che la violenza, ma non è uno che perdona chi si mette sulla
sua strada, prima o poi cerca di eliminarlo. Non lo nasconde, vuole che tutti
sappiano che l'incauto ha avuto la sua giusta punizione.
Un intercalare
solito del Cavaliere è il "se lei mi consente", come a dire: io sono
straricco, strapotente ma profondamente democratico fin dalla nascita: chiedo
il permesso anche di sbadigliare, anche di respirare, sorrido sempre anche
quando metto alla porta un mio dipendente, anche quando licenzio un allenatore
del Milan. Il cavaliere di Arcore è buono, generoso, magnanimo ma i direttori
di giornali che non gli piacciono escono dalla comune, si chiamino Montanelli o
Biagi. Ci pensano i maestri di cerimonia a congedarli. I maestri delle
cerimonie, uomini di mondo educati a corte, in questi giorni compaiono sui
teleschermi o sui giornali per smentire affabilmente i catastrofisti, i profeti
di sventure autoritarie che denunciano l'attacco alla libertà di stampa, come
di fatto è il "nuovo ordine" sulle intercettazioni telefoniche.
Ma che dite, di
che vi lamentate? Vieteremo solo quelle che fanno danno agli innocenti, che
ledono la privacy dei cittadini, che servono solo alle diffamazioni ingiuste,
alla maldicenza, al pettegolezzo. Davvero? Le cose stanno diversamente. Senza
le intercettazioni telefoniche fatte dalla magistratura e pubblicate dai
giornali nessuno avrebbe saputo che un ministro era stato aiutato "a sua insaputa"
ad acquistare "un mezzanino" da duecento metri quadrati con vista sul
Colosseo da un generoso costruttore edile. Berlusconi è fisicamente e
mentalmente il contrario dei dittatori del secolo scorso. Paragonarlo nei modi
di parlare, di fare, di atteggiarsi ai Mussolini, Hitler, Stalin non reggerebbe
neppure alla bassezza dell'avanspettacolo. Anche il suo impero televisivo è
stato costruito legalmente, con i privilegi e le prepotenze legali in cui i
grandi costruttori sono maestri. Ma chi si è opposto a questo sistema, chi si è
messo di traverso con le buone o con le cattive è stato cacciato. Si tratta di
quella che noi chiamiamo la democrazia autoritaria o la dittatura della
maggioranza o l'assolutismo elettorale per cui chi ha più voti, chi ha il
maggior consenso popolare può far tutto ciò che gli comoda, anche violare le
leggi della Costituzione.
Ma perché questa
democrazia autoritaria non è stata denunciata e contrastata in passato, quando
i grandi partiti storici, il democristiano e il comunista, si spartivano i
poteri uno della politica l'altro del mercato del lavoro? Credo perché quei
partiti erano nati dalla guerra di liberazione, erano fondati sui valori della
Resistenza, davano garanzie di non arrivare mai alla limitazione se non alla
soppressione dei diritti democratici. I dubbi, i timori sul cavaliere di
Arcore, su cui i suoi portavoce teatralmente ironizzano, sono autorizzati dal
suo sistema di continuo attacco ai baluardi della democrazia, ora alla libertà
di stampa come prima alla magistratura e all'opposizione in genere,
genericamente definita come comunista, di un comunismo morto e sepolto ma
sempre intento a ostacolarlo e danneggiarlo.
Forse, anzi
certamente Berlusconi non se ne rende conto, forse come tutti gli "uomini
fatali" è convinto di aver sempre ragione, che tutti congiurino ai suoi
danni, ma da quando è entrato in politica, da quando ha detto al suo amico
Dell'Utri "fare un partito? Lo fanno tutti, lo facciamo anche noi"
non ha fatto altro che attaccare, deridere, osteggiare la democrazia, il
"teatrino della politica" come la chiama lui. La magistratura, con
l'ipocrita distinzione fra quella buona che lo lascia in pace e quella
"politicizzata" che lo perseguita, la stampa che concepisce solo, a
quanto pare, come mezzo di intimidazione degli avversari. L'ultimo dei suoi
allenatori del Milan è stato licenziato come Santoro:
"Consensualmente". Ha detto che c'era "incompatibilità di
carattere". Chiamiamola così: fra Berlusconi e la democrazia parlamentare
nata dalla guerra di liberazione c'è incompatibilità di carattere. GIORGIO
BOCCA LR 20
Fra Tangentopoli 2
(600, 900 mila euro, chissà quanto altro), Sanità nel Lazio (400 milioni e più
da tagliare per riequilibrare i conti), Santoro e la sua liquidazione Rai (si parla
di circa 10 milioni), evasori fiscali con conti in Svizzera (sono per ora
7000), il giro di miliardi si fa ogni giorno più fulgente e vorticoso. La
gente, quella che nei supermercati ogni giorno tenta d’arrangiarsi coi grammi,
coi centesimi e con gli sconti, ci sta male. Non per invidia sociale (si può
provarla soltanto per i propri simili) ma per un sentimento di ingiustizia.
Le persone
squattrinate non trovano giusto che ci siano in giro tanti soldi, anche
illegali, mentre per loro anche cinquanta euro sono una somma e oltre non
arrivano. Da chi parla male dell’avidità di qualche politico, senti dire che
quando c’erano i democristiani pure loro mangiavano, però anche il povero aveva
da mangiare: tra Europa, euro, aiuti alla Grecia, tagli di situazioni in rosso,
feste ad Abu Dabi o legittimi compensi non fanno differenza, non gliene importa
nulla, l’unico fatto che interessa è che altri hanno euro a palate e loro sono
senza soldi. E’ un atteggiamento rozzo, elementare, ma nessuno al mondo si
preoccupa della funzione diseducativa che l’ostentato giro di miliardi può
avere, dell’esasperazione che può generare.
Cosa si possa
fare, chi sa: la temperie (checché il governo creda) non è calma né benevola,
se mai lo è stata. Intorno al giro di miliardi si crea un fenomeno di
psicologia di massa, di frustrazione e umiliazione primaria difficile da
cancellare. L’aria che tira non è di atona passività, è rabbiosa, revanscista,
e non può che peggiorare: ogni azienda pubblica e privata cerca di cavare
sangue dalla rapa, moltiplica trappole, multe e bollette, rende i rapporti più
esigenti e crudi, mentre salari e stipendi restano gli stessi perdendo potere
d’acquisto. Se Berlusconi dicesse ancora che gli italiani viaggiano, vanno al
ristorante e in vacanza, si comprano molti telefonini e molte tv piatte al
plasma, la risposta sarebbe facile: non è che in Italia ci sia molto benessere,
è che ci sono molti ladri. LIETTA TORNABUONI LS 20
L’Aquila. Il significato della parola ricostruzione
“Mi scusi, le
rovine dove sono?” chiede il turista disorientato e forse un po’ sprovveduto.
“Beh… si guardi
intorno, cammini un po’ e le scopra da solo.”
“Mi scusi, ma
dov’è un bar? Vorremmo prendere qualcosa…”
“Lì ce n’era uno, ma guardi, è disastrato e transennato…cammini un po’ in quella
direzione e ne trova due, uno in piazza, ed un altro alla villa comunale…”
Effettivamente ancora non siamo ben attrezzati
come a Pompei, mancano ancora, o meglio ci sono ma non in edizione per turisti,
le piantine delle rovine con parcheggi, percorsi consigliati con guida o senza,
luoghi di ristoro, indicazione delle toilettes
e quant’altro inventato dall’industria del turismo di massa per il
conforto dei visitatori. Effettivamente gli scavi di Pompei sono incominciati
nel XVIII secolo, più di un millennio e mezzo dopo la catastrofe distruttiva.
Il destino de L’Aquila potrebbe compiersi in tempi più rapidi, diciamo qualche
decina di anni, perché il cammino della
storia ha accelerato il passo.
Qualche segno
positivo della rinascita del centro storico c’è stato in questi ultimi tempi,
la ricostruzione della rete del gas nel tratto tra Corso Vittorio Emanuele e
via San Bernardino, suggerisce che qualcuno lì, un giorno, accenderà il
riscaldamento ed il gas per cucinare.
L’annuncio ufficiale da parte delle direzione della riapertura del salone della
sede centrale della Cassa di Risparmio entro Natale fa sperare nella
contemporanea riapertura degli esercizi commerciali situati nei dintorni. Più o
meno entro quella data dovrebbero essere conclusi i lavori di riparazione di
parecchi fabbricati B o C situati nelle immediate vicinanze del centro storico,
il che fa intravedere il giorno in cui il corso e la piazza non saranno più
luoghi da guardare, ma luoghi per vivere, come sempre da otto secoli.
Tuttavia lo
sviluppo rapido e disordinato delle zone prescelte per la costruzione delle
C.A.S.E. , la notizia di progetti faraonici nelle loro immediate vicinanze,
supermercati, chiese, luoghi ricreazione ed aggregazione, il ritardo
ingiustificato nella ricostruzione in
zona rossa di fabbricati poco danneggiati e facilmente raggiungibili da mezzi e
macchine per l’edilizia, vedi per esempio le palazzine anni ‘60 di Viale F.
Crispi e dintorni, fanno ritenere
esistente un progetto generale di spostamento permanente, non temporaneo, della
popolazione dal centro ad una periferia che si dilata sempre più, generando
forti dubbi sull’uso futuro del centro storico. Per non parlare del lento e
progressivo spopolamento della città dovuto alle decisioni di quelli che vanno
a vivere altrove, in cerca di una cosa qui perduta, la normalità del vivere
quotidiano in una città piccola ma ricca di possibilità di vivere una vita
decente e civile.
Questo significa
che la parola ricostruzione, da me e da
tanti altri ingenuamente capita ed
interpretata come pronta riparazione o reinterpretazione dell’esistente, a
seconda del grado di danno, ha cambiato, strada facendo, questo significato.
Credo che la parola ricostruzione oggi
significhi costruire di nuovo, altrove, fare insomma una città nuova,
una new town, rimandando ad un futuro lontano ed imprecisato la cura
dell’esistente.
Il fatto si
comprende solo in termini economici, costruire il nuovo costa molto, molto meno
che ricostruire l’esistente. Ed inoltre
si fa in tempi rapidissimi con pronti profitti per i soliti pochi. E’ insomma
una legge dell’economia, e nient’altro,
quella che decide il destino della città. Via le pietre vecchie,
medievali, lavorate e scolpite, mandiamole alle discariche, avanti i nuovi prefabbricati in cemento.
Avanti i nuovi ricchi, che bella occasione, irripetibile! In futuro qualche
amante delle rovine e dell’antico darà un valore a quello che ci starà ancora,
con esiti che vedranno i nostri figli e nipoti.
Emanuela Medoro, de.it.press
Proposta Monti e consenso in Europa. Il mercato che non fa paura
Il rilancio del
mercato interno è più necessario che mai, ma anche più impopolare che mai. Così
Mario Monti ha sintetizzato su queste colonne il dilemma che l’Unione europea
deve oggi fronteggiare. Per far ripartire le nostre economie occorrono più
apertura economica e più efficienza. All’opinione pubblica, però, mercato e
integrazione fanno paura: sono percepiti come minacce ai vari «modelli sociali»
nazionali. I governi e le istituzioni europee si trovano perciò in un circolo
vizioso da cui non è facile uscire.
Ricostruire il
consenso per l’«Europa del mercato» è un’operazione complessa. Se alla radice
del problema sta la paura, il punto di partenza è obbligato: occorre fornire
rassicurazioni ai cittadini sul fatto che l’integrazione economica non è
«nemica» della sicurezza sociale, ma è anzi una sua importante alleata. Nel suo
«Rapporto sul rilancio del mercato interno » (commissionato da Barroso) Mario
Monti ha formulato raccomandazioni volte non solo a promuovere più concorrenza
ma anche a rispondere alle preoccupazioni «sociali» dei cittadini. Fra le
proposte in questa seconda direzione, vi sono: misure contro la concorrenza
sleale tra fornitori di servizi con base in diversi Paesi (la sindrome
dell’«idraulico polacco»); la difesa dei pilastri portanti delle relazioni
industriali (compreso il diritto di sciopero); un maggior coordinamento dei
regimi fiscali degli Stati.
Quest’ultimo punto
è importante perché la concorrenza fiscale sregolata non solo destabilizza il
welfare, ma può creare effetti economici distorsivi. Le raccomandazioni di
Monti sono preziose sul piano tecnico, ma potrebbero non bastare sul piano del
consenso. Sarebbe perciò auspicabile inserirle in una cornice più ampia che chiarisca
i rapporti fra integrazione economica sovranazionale e sistemi di welfare su
base nazionale. Un primo elemento di questa cornice dovrebbe essere la
valorizzazione di quell’«Europa sociale» che già esiste ma è poco conosciuta.
Pensiamo alla tutela dei diritti fondamentali e di standard sociali
inderogabili, alle norme Ue su pari opportunità e non discriminazione, alle
politiche di coesione. All’opinione pubblica va ribadito chiaramente che l’Ue
non è solo mercato e vincoli di bilancio, ma anche una comunità politica basata
su nuovi diritti di cittadinanza per tutti i suoi residenti.
Il secondo
elemento della cornice è più ambizioso. Si tratterebbe di accompagnare il
rilancio del mercato interno con una qualche iniziativa di alto profilo, volta
a confermare l’impegno dell’Ue anche sul versante sociale. Pensiamo a un
possibile schema europeo di reddito minimo per le famiglie povere con figli
piccoli (gli europei di domani). Il Parlamento Ue si è già espresso a favore di
tale ipotesi. E, senza por mano ai Trattati, si potrebbe da subito istituire un
«Sistema europeo di protezione sociale» per coordinare e incentivare la
modernizzazione delle politiche nazionali di welfare.
Il messaggio di
base di una simile cornice dovrebbe essere molto semplice: mercato e concorrenza
sono strumenti per migliorare le condizioni di vita e le opportunità di scelta
di tutti noi. Essi sono i migliori servitori del progresso, ma non devono
diventarne i padroni. Erano le massime di Lord Beveridge, l’architetto del
welfare state moderno ed esponente di una delle più nobili tradizioni del
liberalismo europeo.
Maurizio Ferrera
CdS 19
Olimpiadi e Roma. Spirito nazionale e beghe intollerabili
Non buttiamola sul
campanilismo: se nella difficile battaglia che inevitabilmente si aprirà per
avere fra qualche anno le Olimpiadi in Italia mettiamo in mezzo questioni di
campanile fra Roma e Venezia, siamo sconfitti ancor prima di iniziare a
combattere.
Avere i giochi
olimpici nel nostro paese deve essere considerato un obiettivo nazionale: è già
successo una volta nel 1960 e ci ha portato buoni frutti da tanti punti di
vista. Ora speriamo che l’evento si ripeta a più di mezzo secolo di distanza.
In fondo questa sarà una prova di “spirito nazionale” più forte di tutte le
celebrazioni che potremo mettere in campo per i 150 anni dell’unità d’Italia:
non che quelle celebrazioni, se ben fatte, non siano importanti, ma finiranno
per avere un contenuto puramente retorico se non siamo in grado di dimostrare
al mondo che esiste ancora un “sistema paese”.
E’ in questi casi
infatti che si vede se le classi dirigenti politiche e sociali sono in grado di
“fare squadra” al di là degli interessi contingenti e delle fratture di
appartenenza partitica che inevitabilmente le percorrono. Perché, non
dimentichiamolo, i giochi (speriamo) si faranno prima di tutto “in Italia” e il
luogo in cui si concentrano non è che, come si diceva una volta, “la parte per
il tutto”. Roma poi è anche la capitale del paese e questo ha un suo peso
simbolico.
Scrivere in questa
sede che Roma aveva più titoli di Venezia per essere scelta sembrerebbe
ovviamente partigiano e preconcetto. Ci limitiamo a dire che in ogni sistema
bisogna imparare a rispettare le decisioni che vengono prese dagli organi
deputati a meno che non si possa ragionevolmente dimostrare che non sono state
eque: e questo non ci pare proprio il caso. Pareri diversi sono più che
legittimi, ma non si può continuare nello sport nazionale che vuole che le
decisioni si accettano solo se danno il responso che ciascuno desidera.
Detto questo, il
lavoro da fare da oggi in avanti è proprio un grande lavoro di “solidarietà
nazionale”. Infatti siamo ben lontani dall’avere in tasca la “nomination” (ci
sarà nel 2011) e men che meno la “designazione” (quella sarà nel 2013). Ci
dovremo misurare con avversari agguerriti, che hanno tutto l’interesse a
dimostrare che non siamo il paese adatto per ospitare le Olimpiadi. E anche in
questo caso è bene non nascondersi dietro un dito, illudendosi che non ci
trasciniamo qualche palla al piede.
Se possiamo
vantare ottimi esempi che dimostrano la nostra capacità di gestire eventi di
massa (citiamo per tutti, vista la sede candidata, gli afflussi per i grandi
eventi intorno a papa Wojtila), non dobbiamo dimenticare che sono note anche
varie nostre debolezze: la litigiosità partigiana per gli organi di nomina
politica, la presenza di fenomeni non piccoli di corruzione, il peso di
burocrazie ossessive con interventi regolativi non di rado cervellotici e di un
sistema giudiziario che esaspera le conflittualità senza riuscire a risolverle.
Bisogna dunque che
si faccia fronte comune, al di là di tutte le legittime differenze di
schieramento, nel prendere di petto questi temi e nell’attrezzarci perché il
mondo veda (e deve proprio vederlo chiaramente visti i pregiudizi antitaliani
che non mancano in giro) come siamo capaci sia di fare squadra sia di voltare
pagina.
La partita, lo
ripetiamo, è difficile e tutti sanno che viene giocata senza farsi riguardo per
evitare colpi bassi e senza scrupoli per costruire delle manipolazioni
d’immagine a danno dei concorrenti. In più la partita è, come abbiamo già
detto, lunga, cioè dura degli anni, e saranno anni difficili, a causa della
crisi economica in cui anche l’Italia è coinvolta e pure della nostra
situazione politica a cui non mancano le fibrillazioni (sicché fra il resto
sarebbe assai ridicolo speculare oggi su quale sarà il partito porteranno
vantaggio nel 2013, quando si avrà la scelta finale per la sede, o nel 2020,
quando le Olimpiadi si svolgeranno effettivamente).
Vorremmo
concludere ricordando che, comunque vada a finire, la battaglia che il paese
andrà a fare avrà comunque una ricaduta più che positiva anche se l’esito
finale non ci fosse favorevole. Un’Italia che grazie a questo sforzo comune
avesse imparato a fare davvero sistema, a trovare i meccanismi per confrontarsi
senza dilaniarsi fra forze politiche diverse, a sistemare i problemi che ha con
fenomeni negativi come la corruzione, a ritrovare o migliorare la propria
efficienza nel sistema giudiziario come in quello amministrativo, avrebbe già
vinto una gara formidabile.
Con in mano un
risultato che comunque nessuno potrebbe toglierci. IM 20
Espresso dalla
Commissione Esteri parere contrario. Mantica: “Preoccupazione per l’impatto di
disposizioni generiche sulla rete consolare”
ROMA – La Commissione Finanze della Camera
dei Deputati prosegue l’esame del provvedimento relativo agli incentivi fiscali
per il rientro di giovani lavoratori in Italia (C.2079), a prima firma di
Enrico Letta (Pd) e Stefano Saglia (Pdl).
Sulla proposta la Commissione Esteri ha
espresso parere contrario, mentre si attendono per oggi i pareri delle
Commissioni Bilancio e Cultura.
L’iniziativa legislativa è nata per
contrastare il fenomeno dell’emigrazione dei “cervelli” dal nostro Paese, in
costante aumento: le statistiche indicano una percentuale di laureati italiani
residenti all’estero più che doppia rispetto a quella degli altri grandi Paesi
europei (pari al 2,3%).
Il testo, in base ad alcune modifiche già
approvate nel corso dell’esame alla Commissione Finanze, prevede che i redditi
da lavoro dipendente, d’impresa e da lavoro autonomo percepiti dai lavoratori
che fanno rientro, ai fini delle imposte sui redditi concorrano alla formazione
dell’imponibile in misura ridotta: pari al 20% per le lavoratrici dipendenti
impiegate nell’intero territorio nazionale e per i lavoratori dipendenti
destinati a una struttura produttiva ubicata nelle aree delle regioni Calabria,
Campania, Puglia, Sicilia, Basilicata, Sardegna, Abruzzo o Molise; per il 30%
nel resto del Paese.
Benefici anche per i datori di lavoro che
assumano coloro che vogliono fare rientro, a condizione che li impieghino come
lavoratori dipendenti in una struttura produttiva ubicata nelle aree già
sostenute per l’assunzione di disoccupati di lunga durata.
La Commissione ha inoltre ampliato la gamma
dei beneficiari dei provvedimento - nati dopo il 1° gennaio 1969 - che devono
essere in possesso di un titolo di laurea e aver risieduto, se cittadini
comunitari dalla nascita, almeno 24 mesi in Italia e aver avuto un contratto di
lavoro dipendente fuori dal proprio Paese di origine e dall’Italia per almeno due
anni. Il titolo di laurea o la specializzazione post lauream possono dunque
essere stati acquisiti anche all’estero.
Come detto, parere contrario al provvedimento
è stato espresso ieri dalla Commissione Esteri: il presidente Stefano Stefani
(Lega Nord), illustrando la proposta, ha segnalato come essa preveda “l’onere
della previsione di accordi bilaterali con gli Stati esteri di provenienza in
materia previdenziale, unitamente ad un consistente aggravio amministrativo per
la rete consolare”.
Preoccupazione per “l’impatto della norma
sulla rete consolare” è stato espresso anche dal sottosegretario agli Esteri
Alfredo Mantica che, pur apprezzando le finalità del provvedimento, ha rilevato
in esso disposizioni “formulate in termini assai generici, restando del tutto
indeterminato il numero dei potenziali destinatari delle nuove norme”. “Le
strutture del ministero degli Affari Esteri sarebbero in questo caso chiamate
ad assumersi un gravoso impegno istruttorio e amministrativo – ha aggiunto
Mantica nel corso del dibattito - in relazione alla verifica delle situazioni
individuali, senza contare poi che procedure troppo complesse ai fini delle
verifiche istruttorie si potrebbero comunque prestare a falle e distorsioni
rispetto alle finalità del provvedimento”.
“La capacità di stimolare investimenti su
risorse umane di alto livello si fonda su riforme di più ampio respiro - ha
sottolineato per il Pdl Roberto Antonione - e non su facilitazioni fiscali
utili soltanto a promuovere dinamiche assistenzialistiche”.
Critico anche l’intervento di Franco Narducci
(Pd), che, pur rilevando la necessità di affrontare “il problema del drenaggio
dal nostro Paese verso l’estero di risorse umane e professionali qualificate”,
si è dichiarato scettico in ordine alla preferenza territoriale operata a
favore di aree già caratterizzate da elevata disoccupazione di lavoratori ad
alto potenziale intellettuale. Indispensabile, anche per Narducci, la verifica
dell’impatto della norma sull’amministrazione degli Affari Esteri.
(Inform 20)
Question time per far fronte alle esigenze d’organico della magistratura in
Calabria
“È chiaro che la
strategia del Governo per far fronte alle esigenze d’organico della
magistratura in Calabria non funziona: siamo molto preoccupati perché rispondendo
al question time il ministro per i rapporti con il parlamento, Elio Vito, ha
ammesso che la questione sarà valutata, cioè che ancora non è stata
affrontata”. Lo ha detto Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione
Antimafia, prima firmataria dell’interrogazione insieme alla vicepresidente del
Gruppo del Pd alla Camera, Rosa Calipari, e agli altri deputati Democratici
della Calabria. “Il ministro”, aggiunge, “ha burocraticamente elencato i
provvedimenti intrapresi per le sedi di Catanzaro, Lamezia e Vibo Valentia,
sedi nelle quali, tuttavia, le esigenze di organico sono superiori a quelle
previste. Inoltre, come ha ammesso il ministro, la strategia del Governo non
funziona perché anche gli interventi presi per i cinque posti vacanti di Catanzaro,
i quattro di Vibo Valentia e per il posto di Lamezia Terme non hanno portato ad
una copertura delle sedi. Lo stesso vale per i lavoratori interinali che i
quali è chiaro che non è stata ancor individuata nessuna soluzione. Dunque, il
Governo fino ad oggi continua a sottovalutare, nonostante i recenti fatti di
cronaca, la pericolosità di una delle più potenti organizzazioni criminali, la
‘ndrangheta, contro la quale non sono sufficienti i magistrati attuali: questo
comporta che i processi contro i boss spesso non possono trovare la loro
conclusione con la drammatica conseguenza di un elevatissimo rischio di
impunità”. De.it.press
Sì della Commissione Esteri al disegno di legge che proroga le elezioni dei
Comites e del Cgie
Calendarizzata per
la prossima settimana la discussione in Aula. Gli interventi del
sottosegretario Mantica e dei deputati Narducci (Pd), Fedi(Pd) e Angeli (Pdl)
ROMA - La Commissione Affari Esteri
della Camera ha detto sì al disegno di legge che rinvia le elezioni dei Comites
e del Cgie e indica come data ultima per lo svolgimento delle consultazioni il
31 dicembre 2012. La Commissione, dopo aver respinto tutti gli
emendamenti avanzati dagli eletti all’estero volti ad eliminare questa
ulteriore proroga o a ridurne la durata, ha infatti dato mandato al relatore
Stefani affinché riferisca favorevolmente in Aula sul provvedimento, dove la
discussione sul disegno di legge è stata calendarizzata per la prossima
settimana. Alla Commissione è già pervenuto il parere favorevole, con
un’osservazione, della Commissione Affari Costituzionali nonché della
Commissione giustizia, mentre la Commissione Bilancio esprimerà il proprio
giudizio direttamente all’Assemblea.
Nel corso del dibattito in Commissione, il
disegno di legge prevede “Disposizioni urgenti in tema di immunità di Stati
esteri dalla giurisdizione italiana e di elezioni degli organismi
rappresentativi degli italiani all’estero”, il sottosegretario agli Esteri
Alfredo Mantica ha sottolineato come il rinnovo degli organismi di
rappresentanza degli italiani nel mondo potrà comunque tenersi non appena sarà
approvata dal Parlamento la riforma dei Comites e del Cgie.
Nell’auspicare la conclusione dell’esame del progetto di riforma da parte del
Senato entro la pausa estiva dei lavori parlamentari, Mantica ha precisato come
la data del 31 dicembre 2012, indicata nell’articolo 2 del provvedimento in
esame, debba, essere vista come un termine ultimo e cautelativo per l’indizione
delle elezioni.
Dal canto suo il vice presidente della
Commissione Esteri Franco Narducci ha evidenziato l’intenzione di non ritirare
il proprio emendamento volto alla soppressione dell’articolo 2. Narducci ha
infatti sottolineato di ritenere possibile lo svolgimento delle elezioni dei Comites
e del Cgie a breve distanza di tempo rispetto alla approvazione della riforma
da parte delle due Camere, in analogia con quanto avvenuto nel 2004. Narducci
ha inoltre puntualizzato come la propria proposta emendativa debba essere
interpretata anche alla luce dell’invito da lui già rivolto a tutti i gruppi
parlamentari per un celere iter dei progetti di riforma degli organi di
rappresentanza delle comunità italiane all’estero che scongiuri il rischio di
un blocco totale delle attività. Anche Marco Fedi (Pd) ha ribadito la necessità
di rinnovare in tempi certi gli organismi di rappresentanza degli italiani nel
mondo ormai scaduti, per poi affrontare con serenità il processo di riforma.
“Il Governo – ha poi affermato Fedi - deve assumersi le proprie responsabilità
per garantire la fattibilità della riforma dei Comites e del Cgie, soprattutto
per quanto concerne le necessarie risorse finanziarie, senza scaricare la
responsabilità sul Parlamento”.
In sede di replica il sottosegretario Mantica
ha ricordato come il Governo, al fine di non pregiudicare il rinnovo dei
Comites e del Cgie, si sia impegnato a promuovere un dibattito parlamentare
distinto sulla riforma dell’esercizio del voto da parte degli italiani
all’estero e sulla riforma degli organismi di rappresentanza delle comunità
italiane.
Dopo aver evidenziato che l’esecutivo non
esprime posizioni pregiudiziali sull’adozione del voto per corrispondenza o
sull’espressione del suffragio all’estero presso sezioni istituite ad hoc,
Mantica ha fatto presente come a tutt’oggi le risorse destinate alla gestione
ordinaria dei Comites e del Cgie siano già state stanziate, mentre ci si
riserva di quantificare i fondi per il finanziamento delle procedure
elettorali dopo l’individuazione del metodo di voto. Nel ribadire la
disponibilità del Governo al dialogo su queste riforme, il sottosegretario ha
infine auspicato il pieno svolgimento del proprio ruolo da parte del Parlamento
su questi temi. Dopo l’intervento del deputato del Pdl Giuseppe Angeli
(Pdl) che ha chiesto l’eliminazione dal provvedimento di questa ulteriore
proroga delle elezioni di Comites e Cgie, la Commissione Esteri ha respinto gli
identici emendamenti 2.1 Angeli, 2.2 Bindi, 2.3 Narducci, 2.4 Merlo e 2.5
Evangelisti, volti ad eliminare dal testo o a ridimensionare la proroga delle
consultazioni degli organi di rappresentanza. (Inform 20)
Camera. Marco Fedi: Il gruppo Pd contrario all’ulteriore proroga di Comites
e Cgie
ROMA - Il nostro voto in Commissione è stato
coerente con le posizioni più volte espresse. Abbiamo presentato emendamenti
soppressivi dell’art. 2 del decreto 63/2010 che proroga gli attuali organismi
di rappresentanza. La maggioranza ha votato a favore del mantenimento senza
modifiche della proroga – ad esclusione dell’On. Angeli che ha votato un suo
emendamento che chiedeva la soppressione dell’art. 2 – ha spiegato Marco Fedi,
deputato del Pd eletto nella ripartizione dll’Africa-Asia-Oceania e Antartide,
dopo la votazione degli emendamenti in Commissione Affari Esteri della
Camera dei Deputati.
Abbiamo rilevato - ha continuato Fedi - le
contraddizioni politiche di un Governo che proroga la rappresentanza
democratica degli italiani all’estero sulla base di una proposta di riforma
degli stessi che non è condivisa, che vede forti ostacoli al Senato – anche di
bilancio – e che avrà un lungo e faticoso iter parlamentare. Non certo per
responsabilità parlamentari ma per la contrapposizione – che appare sempre più
evidente – tra Governo, Parlamento e capacità di gestione delle coperture
finanziarie.
Siamo pronti a discutere di riforme ma senza
forzature e, soprattutto, garantendo la continuazione della vita democratica
delle nostre collettività. L’azione del Governo, le incertezze interne alla
maggioranza e le contraddizioni politiche che le contraddistinguono - ha
concluso Fedi -, lasciano presagire ulteriori difficoltà sul cammino delle
riforme per gli italiani nel mondo. (Inform 19)
Concorso per il logo della "Settimana della lingua italiana nel mondo".
Scade il 30 maggio
I ministeri degli
Affari Esteri e dell'Istruzione promuovono un'iniziativa con la quale intendono
sollecitare la partecipazione dei giovani in Italia e all'estero un concorso
per la progettazione e realizzazione del logo della X "Settimana della lingua
italiana nel mondo", contraddistinta dal tema "Una lingua per amica:
l'italiano nostro e degli altri". La campagna pubblicitaria dovrà
focalizzare l'attenzione sulla lingua italiana come veicolo comunicativo, con
riferimento a due ambiti artistici dell'Italia contemporanea, scelti come temi
di fondo della Settimana 2010 e, più precisamente la canzone d'autore e il
cinema.
I progetti,
selezionati tra i migliori dalle istituzioni Afam (Direzione Generale per
l'Alta Formazione), dovranno pervenire entro il 30 maggio 2010, in formato JPEG
e saranno valutati da una commissione di esperti dei ministeri dell’Istruzione
e degli Affari esteri.
Il primo
classificato vincerà un soggiorno di tre giorni a Barcellona per partecipare ad
alcune delle manifestazioni della "Settimana della lingua Italiana nel
mondo" che saranno organizzate dall'Istituto Italiano di Cultura della
stessa città spagnola.
Tutte le
comunicazioni dovranno pervenire al seguente indirizzo di posta elettronica: direzioneafam@miur.it. Grtv
ROMA - La Commissione Esteri del Senato ha
preso in esame ieri in sede referente la proposta di legge, già approvata dalla
Camera dei Deputati, d’iniziativa del deputato Marco Fedi (Pd) ed altri, che
introduce alcune modifiche al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, al
fine di riconoscere specifici diritti e prerogative sindacali a determinate
categorie di personale dipendente del ministero degli Affari Esteri. Il
provvedimento è abbinato, nell’esame congiunto in commissione, al ddl
presentato dalla senatrice Mirella Giai (Maie) che reca “Nuove disposizioni in
materia di personale assunto localmente dalle rappresentanze diplomatiche,
dagli uffici consolari e dagli istituti italiani di cultura all'estero”.
Il relatore Gianpaolo Bettamio (Pdl),
nell’illustrare la proposta di legge già approvata alla Camera, ha spiegato che
essa è volta a permettere ad un numero elevato di lavoratori del Mae (circa 1.200)
assunti con contratto regolato dalla legge dello Stato estero di residenza, di
partecipare all'elezione delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU).
L'Agenzia per la rappresentanza delle pubbliche amministrazioni (ARAN) ha
stabilito infatti che solo i destinatari del contratto collettivo nazionale di
lavoro abbiano la facoltà di partecipare alle elezioni delle RSU. Ciò esclude
dal diritto di voto per le RSU il personale in servizio presso le sedi
diplomatiche e consolari, nonché presso gli Istituti italiani di cultura
all'estero, assunto sulla base di contratti regolati dalla legge locale.
In particolare, l'articolo 1 aggiunge il
comma 3-bis all'articolo 42 del decreto legislativo n. 165 del 2001, al fine di
garantire la partecipazione del personale in servizio presso le sedi
diplomatiche e consolari, nonché presso gli istituti italiani di cultura
all'estero, ancorché assunto con contratto regolato dalla legge locale, ai fini
dell'elezione delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU). Viene in tal modo
garantito anche il calcolo della rappresentatività sindacale, nell'ambito
dell'esercizio di voto attivo e passivo delle rappresentanze sindacali per gli
impiegati sottoposti a «legge locale».
L'articolo 2 del disegno di legge aggiunge
l'articolo 50-bis al decreto legislativo n. 165 del 2001, al fine di prevedere
l'applicazione delle disposizioni di cui all'articolo 50, riguardante la
disciplina dell'aspettativa e dei permessi sindacali anche nei confronti del
personale in servizio presso le rappresentanze diplomatiche e consolari, nonché
presso gli istituti italiani di cultura all'estero, ancorché assunto con
contratto regolato dalla legge locale.
Quanto al disegno di legge d'iniziativa della
senatrice Giai, esso reca norme più complessivamente volte a modificare la
disciplina concernente il personale a contratto assunto localmente dalle
rappresentanze diplomatiche, dagli uffici consolari e dagli Istituti italiani
di cultura all'estero, avendo riguardo non solo ai diritti sindacali ma anche
alla retribuzione, alla tutela in caso di malattia, al foro competente in caso
di controversie e alla tutela del posto di lavoro.
Bettamio ha ricordato che la pdl Fedi ed
altri è stata approvata alla Camera in sede deliberante con un'ampia e
trasversale maggioranza che ha visto convergere il consenso di tutti i gruppi
politici. Ha proposto pertanto di proseguire l'esame dei disegni di legge
utilizzando questo ultimo come testo base.
Il presidente della Commissione, sen.
Lamberto Dini, si è detto perplesso circa la necessità delle misure previste
nel provvedimento già approvato alla Camera, mentre il senatore Pietro
Marcenaro (Pd) ha manifestato invece, a nome del suo gruppo, piena condivisione
dell'iniziativa, che mira a omogeneizzare il trattamento, quantomeno sotto il
profilo sindacale, di personale che lavora nelle stesse strutture.
Dopo un intervento della senatrice Giai, a
sostegno dell'iniziativa a sua firma, su proposta del presidente Dini è stato
fissato per giovedì 20 maggio, alle ore 16, il termine per la presentazione
degli emendamenti al disegno di legge adottato come testo base. (Inform
19)
Von Macho bis Mafia. Bild der Italiener in der Bundesrepublik
Tagung an Freier Universität Berlin am
27. und 28. Mai 2010 zum Bild der Italiener in der Bundesrepublik
Deutsche Vorurteile gegenüber
eingewanderten Italienern sind Thema der Tagung "Deutsche Vita" an
der Freien Universität am 27. und 28. Mai. Beleuchtet wird der Zeitraum von der
"Gastarbeiterära", der Einwanderungswelle nach dem Zweiten Weltkrieg,
bis in die Gegenwart der Bundesrepublik. Der Botschafter der Italienischen
Republik, Michele Valensise, hält ein Grußwort. Der Eintritt zur Tagung ist
kostenlos, um Anmeldung per E-Mail wird gebeten.
Dem Tagungskonzept liegt die
Beobachtung zugrunde, dass Italiener in den sechziger Jahren noch der Prototyp
der "temperamentvollen und unzuverlässigen Südländer" waren und sie
im gegenwärtigen Deutschland als Vertreter eines nachahmenswerten Lebensstils gelten.
Wie kam dieser Wahrnehmungswandel zustande? Welches Italien-Bild herrscht in
anderen europäischen Ländern vor? Und wie sehen sich die eingewanderten
Italiener selbst? Die Diskussion dieser und anderer Fragen soll innovative
Perspektiven auf die Funktionsweisen nationaler Stereotypen eröffnen.
Zeiten und Orte: Donnerstag, 27. Mai,
ab 14.00 Uhr: Abguss-Sammlung Antiker Plastik, Schloßstraße 69 b, 14059
Berlin-Charlottenburg (U-Bhf. Sophie-Charlotte-Platz, Linie U2 oder S-Bhf.
Westend); Freitag, 28. Mai, ab 9.00 Uhr: Friedrich-Meinecke-Institut der Freien
Universität Berlin, Koserstraße 20, 14195 Berlin-Dahlem, Raum A.336 (U-Bhf.
Podbielskiallee, Linie U3, Bus X 83 bis Dahlem Dorf)
Weitere Informationen erteilt Ihnen
gern: Professor Dr. Oliver Janz, Friedrich-Meinecke-Institut der Freien
Universität Berlin, Telefon: 030 / 838-56765, E-Mail: oliver.janz@fu-berlin.de
Anmeldung per E-Mail an: Dr. Roberto
Sala, Universität Erfurt, Max-Weber-Institut für kultur- und
sozialwissenschaftliche Studien, E-Mail: roberto.sala@uni-erfurt.de
Das Tagungsprogramm im Internet: www.geschkult.fu-berlin.de. FUB,
de.it.press
Integrationsbericht. Im Einwanderungsland angekommen
Integration ist im Alltag weniger
kompliziert, als manche politische Debatten glauben machen. „Menetekel von
Sozial-Katastrophen“ seien unangebracht, sagt Migrationsforscher Bade bei der
Vorstellung des Jahresgutachtens des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen.
Von Heike Schmoll, Berlin
Während im politischen Diskurs noch
alte Diskussionen über Deutschland als Einwanderungsland, über Assimilation
oder „Multi-Kulti“ geführt werden, ist der Integrationsprozess insgesamt
reibungsloser und erfolgreicher verlaufen als in europäischen Nachbarländern.
Zu diesem Ergebnis kommt der
Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration, der zum
ersten Mal ein Jahresgutachten vorgelegt und ein sogenanntes
Integrationsbarometer erstellt hat. Dabei hat sich ein belastbares
Grundvertrauen der Mehrheitsgesellschaft und der Einwanderer gezeigt.
Zu den überraschenden Befunden gehört,
dass Einwanderer Deutschen zum Teil mehr vertrauen als der eigenen
Herkunftsgruppe und auch als die Deutschen sich selbst. „Menetekel von
Sozial-Katastrophen im Gruppenkonflikt erscheinen deshalb als unangebracht“,
sagte der Vorsitzende des Sachverständigenrats, der Migrationsforscher Klaus
Jürgen Bade, in Berlin. Nur jeder 20. Einwanderer fühlt sich in Deutschland
unwohl, aber jeder 15. Deutsche ist unzufrieden. Unter den Einwanderern der
zweiten Generation (auch unter Türken), die in Schulleistungen viel schlechter
abschneidet, steigt die Zufriedenheit noch.
Mehr Bildung, kritischere Einstellung
Etwa 25 Prozent der Einwanderer
bezichtigen die eigene Gruppe eines mangelnden Integrationsinteresses, 20
Prozent sehen eine Integrationsverweigerung bei den Deutschen. Mit steigendem
Bildungsgrad stünden Menschen mit Migrationshintergrund dem
Integrationsinteresse der eigenen Gruppe kritischer, dem der
Mehrheitsbevölkerung aber weniger kritisch gegenüber, heißt es in dem 252
Seiten umfassenden Bericht.
Eine Aufgabe der religiösen und
kulturellen Prägung der Einwanderer wird auch von der deutschen Bevölkerung
nicht erwartet. Der Wunsch nach Gleichbehandlung ist unter beiden Gruppen
ähnlich hoch (in beiden Fällen über 90 Prozent), Ähnliches gilt für die Förderung
ausländischer Schüler.
Hier empfiehlt der Sachverständigenrat
zu Recht, dass die Sprachförderung sich nicht auf vorschulische Sprachkurse
beschränken darf, sondern über die gesamte Bildungsbiographie fortgesetzt
werden muss – auch in der Mittel- und Oberstufe, selbst an der Universität
durch Kurse für akademisches Schreiben. Denn der Zusammenhang zwischen
deutscher Sprachfähigkeit und Bildungserfolg ist in Deutschland besonders stark
ausgeprägt. Nach wie vor sprechen jedoch 44,8 Prozent der Ausländer in der
Familie ausschließlich ihre Herkunftssprache. Um so misslicher ist, dass nur 10
Prozent der Ausländerkinder (25 Prozent deutsche Kinder) in der
Kindertagesbetreuung zu finden sind und 83 Prozent im Kindergarten. Das
Betreuungsgeld lehnt der Sachverständigenrat entschieden ab. Ausgerechnet an
den Kindergärten zu sparen, sei ein Zeichen „suizidaler Haushaltsführung“,
sagte Bade im Blick auf die Sparvorschläge des hessischen Ministerpräsidenten
Koch.
Die Integrationsbeauftragte der
Bundesregierung, Staatsministerin Böhmer, forderte deshalb die Länder auf, „an
Intensität und Tempo zuzulegen“. Im Nationalen Integrationsplan hätten sie
zugesagt, die Leistungen der ausländischen Schüler bis 2012 anzugleichen. Doch
der Nationale Integrationsplan ist unter den Ausländern noch unbekannter als
die Islamkonferenz. 60 Prozent haben noch nie davon gehört.
Ausländische Schüler schneiden
schlechter ab
Ähnlich wie in internationalen
Vergleichsstudien (leider wurde die Übergangs-Studie des Max-Planck-Instituts
für Bildungsforschung noch nicht rezipiert) - schneiden ausländische Schüler
insgesamt schlechter ab. 19,2 Prozent der Jungen verlassen die Hauptschule ohne
Abschluss, während Mädchen viel öfter das Abitur erreichen (19 Prozent im
Vergleich zu 16 Prozent der Jungen). Marokkaner haben nur halb so große
Chancen, die (Fach-) Hochschulreife zu erlangen wie deutsche Jugendliche, bei
türkischen und italienischen Jugendlichen ist die Chance noch geringer. Auch
Libanesen, Albaner und Serben gehören zu den Problemkandidaten, Russen und
Asiaten hingegen nicht. Der Sachverständigenrat fordert in seinem
Bildungs-Kapitel, über das äußerst kontrovers diskutiert wurde, deshalb eine
hohe Durchlässigkeit des Schulsystems, von kurzschlüssigen Plädoyers für
längeres gemeinsames Lernen hat er sich zumindest halbherzig distanziert.
Aufschlussreich ist ein sogenanntes
Integrations-Paradox in der Bildung. Während deutsche Eltern positive
Erfahrungen mit ethnischer Heterogenität in Institutionen des Bildungssystems
haben, sinkt die Bereitschaft der deutschen Bevölkerung mit wachsendem
Bildungsniveau, ihr eigenes Kind auf eine Schule mit hohem Einwandereranteil zu
geben. Den Schulen wird ein produktiver Umgang mit Heterogenität offensichtlich
nicht zugetraut.
Plädoyer für eine „proaktive“ Einwanderungspolitik
Im Arbeitsmarkt gebe es ein
„quantitatives und ein qualitatives Migrationsproblem. Deshalb müsse
Deutschland neben einer Bildungs- und Qualifikations-Offensive im Innern eine
„proaktive“ Einwanderungspolitik betreiben und vor allem für qualifizierte
Einwanderung attraktiver werden. Noch immer ist der Weggang qualifizierter
Ausländer größer als der Zugang besonders qualifizierter. Mit höheren formalen
Qualifikationen ist es in Deutschland kein Problem für Ausländer, eine Stelle
zu bekommen - nur bei Türken scheinen kleinere Unternehmen noch ablehnend zu
sein.
Ernüchternd ist, dass 20 bis 30 Prozent
der Jugendlichen, die im sogenannten Übergangssystem zur Nachqualifizierung
fehlender Abschlüsse waren, auch drei Jahre danach noch keine Ausbildung beginnen.
29 Prozent der ausländischen Jugendlichen kommen gar nicht erst ins
Übergangssystem, sondern fallen zunächst völlig aus dem Berufsbildungssystem
heraus. Das Übergangssystem sollte in seiner jetzigen Form abgeschafft oder
vollständig neu strukturiert werden, fordert der Sachverständigenrat. Er
schlägt niedrigschwellige Möglichkeiten für Schulabgänger ohne
Hauptschulabschluss vor.
Für das Integrations-Barometer wurden
dieselben Fragen an Einwanderer wie an Deutsche gestellt - dazu gab es eine
quotierte Stichprobe von 5600 Befragten in den älteren Einwanderungs-Regionen
Rhein-Ruhr, Stuttgart und Rhein-Main, wobei Türken, Aussiedler, Ausländer, die
nicht der EU angehören, sowie Afrikaner, Asiaten und Lateinamerikaner befragt
wurden. Berlin als relativ „neues“ Einwanderungs-Gebiet fehlt leider, soll aber
beim nächsten Integrations-Barometer in zwei Jahren erfasst werden.
Hier gibt es spezifische Probleme durch
den Wegfall industrieller Arbeitsplätze, durch hohe Transferabhängigkeit und
durch eine hohe Einwanderung von Türken und Flüchtlingen aus den arabischen
Staaten. In Berlin ist die Arbeitslosigkeit unter Einwanderern (30 Prozent)
auch doppelt so hoch wie in den übrigen Gebieten. Insgesamt ist das Risiko für
Ausländer, arbeitslos zu werden, in den Niederlanden drei Mal so hoch wie in
Deutschland. Faz 19
Kommentar. Integration nicht am Ziel
Wer dachte, dass die Deutschen
Zuwanderern aus dem Weg gehen, irrt schlichtweg. Denn die Mehrheit der
Migranten fühlt sich hierzulande keinesfalls diskriminiert. Im Gegenteil leben
die meisten mit unsereins sogar ziemlich gern zusammen und bringen ihren
Mitbürgern ein Grundvertrauen entgegen. Das Miteinander von Deutschen und
Ausländern - ob am Heimatort, in der Schule oder am Arbeitsplatz - funktioniert
vorwiegend und ist nicht von Ablehnung oder gar unversöhnlichem Hass geprägt.
Ist demnach die Kritik an der Politik
der Vergangenheit unbegründet? Hat Deutschland nicht zu lange ignoriert, ein
Einwanderungsland zu sein? Sind die Probleme erledigt? Keineswegs. Denn auch
wenn die Integration im Alltag viel besser gelingt, als Berichte von
integrationsunwilligen Zuwanderern glauben machen, wäre es das falsche Signal,
sich nun auf dem erreichten Erfolg auszuruhen. Zumal die erfreuliche Bilanz
maßgeblich bürgerschaftlichem Engagement und nicht Regierungshandeln zu
verdanken ist.
Nach wie vor ist ein Umdenken bitter
nötig, um endlich die großen Potenziale auch zu nutzen, die uns die
Einwanderer-Gesellschaft bietet. Das gelingt jedoch nur, wenn Jugendliche mit
Migrationshintergrund bei der Bildung nicht mehr mit Nachteilen kämpfen müssen.
Und um als Zuwanderungsland noch attraktiver zu werden, sollten die Deutschen
dem unsäglichen Gezerre bei der Staatsbürgerschaft ein Ende bereiten. Es ist
unfair, Migranten, die seit Generationen hier leben, einen deutschen Pass zu
verweigern, nur weil sie nicht bereit sind, ihre frühere Staatsangehörigkeit
aufzugeben. Franziska Schubert FR 20
Gutachten zu Integration in Deutschland. Viel Vertrauen, wenig Bildung
Überraschende Studie: Die Integration
von Einwanderern funktioniert besser als angenommen. Das Vertrauen der
Zuwanderer in die Deutschen ist hoch - nur die Bildung ist ein Problem. Von R.
Preuß
Die Integration von Zuwanderern in Deutschland
ist viel besser gelungen als weithin angenommen. Dies ist das Ergebnis eines
Gutachtens des unabhängigen Sachverständigenrates für Integration und Migration
(SVR), das am Mittwoch in Berlin vorgestellt wurde. "Deutschland ist
angekommen in der Einwanderungsgesellschaft", sagte der Vorsitzende des
Rates, der Osnabrücker Professor Klaus Bade.
Es ließen sich teils "erhebliche
Fortschritte" verzeichnen, von einer allgemein "gescheiterten
Integration" könne keine Rede sein. Besonders bemerkenswert sind die
Ergebnisse zum Vertrauensverhältnis von Migranten und Einheimischen.
"Zuwanderer vertrauen den Deutschen zum Teil mehr als der eigenen
Herkunftsgruppe", sagte Bade. Allerdings gebe es nach wie vor einige
Missstände zu beheben, etwa die schlechte Bildung vieler Migranten.
Das 250 Seiten dicke Gutachten ist die
umfangreichste Untersuchung zum Thema seit Jahren. Die Wissenschaftler hatten
hierfür 5600 Bürger repräsentativ befragt, oft durch Interviewer, die Russisch
und Türkisch sprechen. Der Sachverständigenrat wird getragen von acht
Stiftungen, ihm gehören neun Wissenschaftler an, unter ihnen der Direktor des
Hamburgischen Weltwirtschaftsinstituts, Thomas Straubhaar.
Anders als bisherige Studien haben die
Wissenschaftler Zuwanderer - mit und ohne deutschen Pass - sowie Einheimische
nicht nur nach ihrer sozialen Lage gefragt, sondern auch danach, inwieweit sie
sich gegenseitig vertrauen und was sie von der Integrationspolitik der
vergangenen Jahre halten. Etwa 54 Prozent der einheimischen Deutschen sagten,
sie vertrauten anderen Einheimischen "eher" oder "voll und
ganz"; Zuwanderer dagegen sprachen den Einheimischen dieses Vertrauen zu
fast zwei Dritteln (62 Prozent) aus. Die Integrationspolitik der vergangenen
fünf Jahre wird sowohl von Einheimischen als auch von Zuwanderern als
überwiegend nützlich angesehen, wobei die Türken am wenigsten eine Verbesserung
wahrnehmen. Auch die politischen Prioritäten setzen beide Gruppen ähnlich: Am
häufigsten wurden als die Hauptaufgaben genannt "Arbeitslosigkeit senken",
"Sprachkurse anbieten" und "Diskriminierung bekämpfen";
fast 80 Prozent der Zuwanderer war es - ähnlich wie der deutschen Mehrheit -
wichtig, die "Ausländerkriminalität zu senken".
Die Zuwanderer berichten von weitgehend
guten Erfahrungen. 70 Prozent der Migranten glauben, dass die alteingesessenen
Deutschen ernsthaft an der Eingliederung der Einwanderer interessiert sind, die
breite Mehrheit betonte, sie fühlten sich in Deutschland wohl oder "sehr
wohl". Überraschend selten beklagten die Zuwanderer eine Benachteiligung,
zwei Drittel von ihnen hatten noch nie Diskriminierung erfahren - was dem
Eindruck widerspricht, den Migrantenverbände oder auch türkische Medien oft
vermitteln. Am ehesten negativ aufgefallen sind Behörden und Schulen.
Die Studie bescheinigt Deutschland eine
international vergleichsweise erfolgreiche Eingliederung: Zwar sei die
Arbeitslosigkeit unter Zuwanderern in Deutschland mehr als eineinhalb mal so
hoch wie unter einheimischen Deutschen; in anderen europäischen Ländern seien
Migranten aber bis zu viermal so oft arbeitslos. Auch hier gebe es
Fortschritte: Die Nachkommen der Zugewanderten haben häufiger eine Arbeit als
ihre Eltern und sind deshalb seltener auf Hilfe angewiesen. Die Autoren der
Studie wenden sich daher gegen ein "deutsches Jammern auf hohem
Niveau".
Auch in den Schulen machen
Zuwanderer-Kinder Fortschritte, sie schaffen häufiger das Abitur und brechen
seltener die Schule ab als früher (siehe Grafik). Allerdings illustrieren die
Wissenschaftler einmal mehr Mängel in der Bildung. Gerade bei den weithin als
Problemgruppe wahrgenommenen Türkischstämmigen zeigten sich Defizite, die nicht
allein mit Armut, sozialer Herkunft oder dem muslimischen Glauben zu erklären
seien. Hier sei mehr Einsatz der Eltern für Bildung nötig, sagte Bade der SZ.
"Die Türken bilden nach wie vor die Nachhut, sie bewegen sich langsam
vorwärts, aber sie bewegen sich."
Ernüchternd sind die Ergebnisse zu den
mit großem politischem Wirbel inszenierten Spitzentreffen wie Islamkonferenz
und Integrationsgipfel. Sie gingen an der breiten Mehrheit der Zuwanderer
ungehört vorbei. Nach Einschätzung Bades zeigen die Ergebnisse, dass
Alltagserfahrungen, etwa in Ämtern, mit Nachbarn oder Lehrern das
Integrationsklima viel stärker beeinflussen als politische Debatten. "Die
Leute sind sehr viel gelöster, als wir uns das vorgestellt haben."
Als Fazit der Studie fordert der
Sachverständigenrat, vor allem mehr für die Bildung von Migranten zu tun. Zudem
müsse das Land für mehr Fachkräfte aus dem Ausland geöffnet werden. SZ 20
Forscher loben Integration in Deutschland
Die deutsche Einwanderungsgesellschaft
funktioniert, Migranten und Alteingesessene kommen gut miteinander aus.
Gleichzeitig sehen Forscher einen Problemstau durch die Politik.
Berlin - Was die Alltagserfahrung schon
lange lehrte, ist jetzt auch als Teil deutschen Bewusstseins ausgemacht: Man
weiß, was man aneinander hat. Wie dem ersten Jahresbericht des
Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR)
zu entnehmen ist, sind Deutsche und Migranten einander in ihren Einstellungen
sehr ähnlich, sie sorgen sich in praktisch gleichem Maße um dieselben Probleme
– Arbeitslosigkeit und Bildungschancen etwa – und sie haben einen ähnlichen,
optimistischen Blick auf Integration.
So meint die übergroße Mehrheit sowohl
der Nichtmigranten wie der Migranten, dass erfolgreiche Integration in erster
Linie Sache der Zuwanderer selbst sei. Dass auch oder nur die
Mehrheitsbevölkerung in der Pflicht sei, meinen in beiden Gruppen nur ungefähr
zehn Prozent. Auch Kuriosa enthält der Bericht: Während sich die befragten
Deutschen zu 93 Prozent in Deutschland wohlfühlen, sind es bei den Migranten
über 95 Prozent. Und das gegenseitige Vertrauen ist teils größer als das zur
eigenen Herkunftsgruppe. Migranten vertrauen Deutschen stärker (62 Prozent) als
die sich selbst (54 Prozent).
Für seinen ersten Jahresbericht zum
Stand der Integration ließ der SVR nach eigenen Angaben mehr als 5600 Menschen
mit und ohne Migrationshintergrund befragen. Beide Gruppen antworteten auf
dieselben Fragen. Das Ziel waren dabei nicht Strukturdaten. „Uns ging es um
subjektive Einschätzungen“, sagt die Bremer Bildungsforscherin Yasemin
Karakasoglu, eine der neun Sachverständigen des SVR. Und die ergäben, so der
SVR-Vorsitzende, der Migrationshistoriker Klaus J. Bade, „ein klares Gegenbild
zum deutschen Integrationsgejammer auf hohem Niveau“. Multikulti-Enthusiasten
wie -Pessimisten in Politik und Migrantenlobbys empfahl Bade angesichts dessen
gleichermaßen Abrüstung: Das Bild von der angeblich „integrationsresistenten
Mehrheitsgesellschaft“ sei genauso falsch wie die Behauptung, Integration
scheitere an Abschottung und migrantischen Parallelgesellschaften. Dies könne
sich die Politik zwar nicht gutschreiben, sie könne aber Gutes dafür tun.
SVR-Mitglied Heinz Faßmann, der auch Autor des österreichischen
Integrationsberichts ist, nannte als Beispiel Positivwerbung fürs eigene Land:
Sich für Einwanderer unattraktiv zu machen, habe Deutschland in einem Maße geschafft,
„wie es keinem anderen Land gelungen ist“. Zudem kritisieren die
Sachverständigen bleibende „Problemstaus“ in der Zuwanderungspolitik und im
Bildungssystem, das auf die Höhe einer Gesellschaft gebracht werden müsse, „die
einen „beschleunigten Wandel der Kulturen und Lebensformen“ (Bade) erlebe.
Dass sämtliche 5600 Befragten aus
Westdeutschland kamen, hält der SVR zwar für eine Lücke, aber für kein
strukturelles Problem. 91 Prozent der Migranten leben auf dem Gebiet der alten
Bundesrepublik. „Den Alltag der Einwanderungsgesellschaft“, sagte
SVR-Geschäftsführerin Gunilla Fincke, „misst man am besten da, wo er auch
stattfindet.“ Tsp 20
Integrationsklima. Migranten sind optimistisch
Die große Mehrheit der Menschen mit
Migrationshintergrund fühlt sich wohl in Deutschland; zwei Drittel von ihnen
haben zur hiesigen Bevölkerung ein Grundvertrauen. Nur knapp fünf Prozent der
Zuwanderer dagegen verspüren ein Unbehagen, in Deutschland zu leben. Das hat
eine repräsentative Befragung von mehr als 5600 Personen ergeben. 80 Prozent
der Interviewten hatten einen Migrationshintergrund.
Erstmals hat der Sachverständigenrat
deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR) zudem das
Integrationsklima in der Bundesrepublik erhoben; und zwar nicht nur unter Zuwandererfamilien,
sondern auch in der Mehrheitsbevölkerung.
Zufrieden mit den Nachbarn - Demnach
bewerten beide Gruppen die Integration vor allem in ihren sozialen Beziehungen,
aber auch auf dem Arbeitsmarkt als positiv. Gute Noten bekommen allerdings auch
Nachbarschaftskontakte sowie das Klima in Bildungseinrichtungen. Das beweise,
"dass die groteske Diskussion über gescheiterte Integration an der
Wirklichkeit vorbei geht", betont Migrationsforscher und SVR-Vorsitzender
Klaus Bade.
So gibt es hierzulande zwar
anderthalbmal so viele Arbeitslose mit Migrationshintergrund wie unter
Angehörigen der Mehrheitsgesellschaft. Dennoch ist die Arbeitslosigkeit unter
Migranten niedriger als in anderen europäischen Ländern. In den Niederlanden
oder Schweden ist das Risiko, als Zuwanderer arbeitslos zu sein, fast dreimal
so hoch.
Trotz positiver Bilanz warnt Bade aber
vor Euphorie. So seien Migrantenkinder von gleichen Bildungschancen wie ihre
deutschen Mitschüler weit entfernt. Zudem schmälere die mangelhafte Qualifikation
vieler Jugendlicher deren Erwerbschancen. Die Migrationsbeauftragte der
Bundesregierung, Maria Böhmer (CDU), reagierte mit dem Ruf nach einer
"nationalen Bildungsoffensive". Denn sowohl Eltern mit als auch ohne
Migrationshintergrund zweifeln die Leistungsfähigkeit von Schulen an, wenn die
Schülerschaft gemischt ist.
Den sozialen Frieden in Deutschland
bedrohe aber vor allem die steigende Zahl sozialer Verlierer, zu denen nicht
nur Migranten zählen. Nach Einschätzung der SVR-Gutachter bekommen dadurch Verteilungskonflikte
um knappe Ressourcen wie Jobs verstärkt eine "ethnische Komponente".
Dass dennoch die Einwanderungsgesellschaft so friedlich zusammengewachsen ist,
konstatiert Bade, sei aber nicht in erster Linie das Verdienst der Politik, die
in der Vergangenheit "zumeist verspätet und oft eher widerwillig
reagiert" habe. Erst seit zehn Jahren sei die Inte-grationspolitk aus der
Defensive herausgekommen. Mittlerweile sei Integration auch politisch als
"gesellschaftspolitisches Thema ersten Ranges akzeptiert".
Reformbedarf sehen die Gutachter indes
noch bei der Regelung der Staatsangehörigkeit. Das jetzige Optionsmodell sei
"eine Sackgasse, die neben verfassungsrechtlichen Problemen bei
Betroffenen oft Identitätskrisen auslöst", kritisiert Bade. Die Regierung,
fordert er, sollte Betroffenen übergangsweise für fünf Jahre die doppelte
Staatsangehörigkeit anbieten und in der Zeit eine solidere Lösung finden. Franziska
Schubert FR 20
Böhmer: "Ergebnisse machen Mut und spornen an, Integrationspolitik noch wirksamer zu gestalten"
"Die Hauptbotschaft des Gutachtens
ist eindrucksvoll: Integration wird im
gesellschaftlichen Alltag in unserem
Land überwiegend positiv wahrgenommen. Das
macht Mut und spornt an, Integrationspolitik
noch kraftvoller und wirksamer zu
gestalten.
Das Gutachten unterstreicht: Wir sind
auf dem richtigen Weg. Deutschland ist
Integrationsland. Und Vorreiter im
europäischen Vergleich!" Mit diesen Worten
kommentiert Staatsministerin Maria
Böhmer das heute vorgelegte erste
Jahresgutachten des
Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und
Migration.
Laut Gutachten ist die Integration der
Zuwanderer in Deutschland trotz einiger
Probleme insgesamt ein Erfolgsfall.
Größtenteils positiv bewerten die Befragten
auch die Integrationspolitik der
Bundesregierung. "Unsere Anstrengungen der
vergangenen fünf Jahre haben sich
gelohnt. Das Umsteuern in der
Integrationspolitik hat Einheimische
und Zuwanderer zueinander geführt. Immer
mehr erkennen: Integration gelingt nur
gemeinsam. Das belegt das
SVR-Integrationsbarometer, das auf
beiden Seiten ein belastbares gegenseitiges
Grundvertrauen feststellt. Die
Botschaft lautet: Jeder Einzelne kann in seiner
Nachbarschaft, auf der Arbeit oder im
Verein seinen Beitrag für ein gutes
Miteinander leisten. Dies sichert den
sozialen Zusammenhalt unserer
Gesellschaft", betonte die
Integrationsbeauftragte der Bundesregierung.
Zugleich sicherte sie zu, die im
Gutachten genannten Problemfelder noch stärker
in den Blick zu nehmen. Dazu zählt
insbesondere die Bildungs- und
Arbeitsmarktsituation der Migranten.
"Der Sachverständigenrat legt den Finger
völlig zu Recht in die Wunde. Wir
müssen dringend die Startchancen von
Jugendlichen aus Zuwandererfamilien
verbessern. Dafür brauchen wir eine nationale
Bildungsoffensive- gerade in Zeiten der
Krise. Kindergärten müssen zu Orten der
frühkindlichen Bildung ausgebaut
werden. In den Schulen benötigen wir eine
gezieltere individuelle Förderung der
jungen Migranten. Hier sind die Länder
gefordert, bei ihren Anstrengungen an
Intensität und Tempo zuzulegen. Im
Nationalen Integrationsplan haben sie
zugesagt, bis 2012 die Leistungen der
ausländischen Schüler denen der
deutschen anzugleichen. Um dieses Ziel zu
erreichen, müssen die Ärmel weiter
hochgekrempelt werden!", forderte Böhmer.
"An der Bildung der Kinder darf
nicht gespart werden. Das würde zu Lasten aller-
ganz besonders der Bildungschancen von
Kindern aus Zuwandererfamilien- gehen. In Schulen mit hohem Migrantenanteil
brauchen wir mehr Lehrkräfte, mehr
Schulsozialarbeiter sowie mehr Zeit in
Form von Ganztagsschulen, damit jedes Kind
die Schule mit Erfolg abschließen
kann", so Böhmer.
"Entscheidend ist, die vorhandenen
Potenziale der Zuwanderer verstärkt nutzen.
Das betrifft die Fähigkeiten von denen,
die schon bei uns im Land leben. Deshalb
brauchen wir noch in diesem Jahr ein
Gesetz zur Anerkennung ausländischer
Abschlüsse. Wichtig ist auch, dass
Deutschland für gut ausgebildete Ausländer in
der ganzen Welt attraktiver wird. Denn
wir benötigen dringend Fachkräfte, um den
demografischen Wandel zu bewältigen.
Und um im Wettbewerb um die besten Köpfe zu bestehen und so die Zukunft unseres
Landes zu sichern", erklärte die
Staatsministerin. Pib, de.it.press
Gewalt auf G8-Gipfel in Genua. Polizisten müssen in den Knast
Knapp neun Jahre nach der Tat sind die
Polizisten und ihre Vorgesetzten wegen der Schlägerorgie auf dem G8-Gipfel von
Genua im Sommer 2001 verurteilt worden. VON MICHAEL BRAUN
Haftstrafen von drei bis fünf Jahren
für 25 der 27 angeklagten Polizisten: Mit diesem Urteil endete in Genua das
Berufungsverfahren rund um den nächtlichen Sturm auf die von
Globalisierungskritikern als Schlafstätte genutzte Scuola Diaz während des
G-8-Gipfels von 2001.
Mit einem überaus brutalen Einsatz
hatten am 21. Juli 2001 etwa 150 Ordnungshüter den Schlussstrich unter die
mehrtägige Gewaltorgie der Polizei in Genua gezogen. Nachdem einen Tag vorher
am Rand der Demonstrationen der 23-jährige Carlo Giuliani von einem Carabiniere
erschossen worden war, drang ein großes Polizeiaufgebot in der Nacht in die
Schule ein und knüppelte die meisten der dort Schlafenden zusammen. 93 Personen
wurden als angebliche Angehörige des "Schwarzen Blocks" verhaftet; 82
von ihnen waren teilweise schwer verletzt, mit Knochenbrüchen, ausgeschlagenen
Zähnen, Lungenperforationen und Schädeltraumata.
Die Polizei legitimierte seinerzeit den
Einsatz mit gefälschten Beweismitteln. So wurden im Eingangsbereich der Schule
zwei Molotowcocktails "gefunden"; ein Video zeigte später, dass die
Polizisten sie praktischerweise selbst mitgebracht hatten. Und so schilderte
ein Beamter in dramatischen Tönen, wie er von einem der Protestierer im
Schultreppenhaus mit einem Messer attackiert worden sei. Die Untersuchung
seiner Uniformjacke ergab jedoch, dass jemand recht ungeschickt versucht hatte,
jenen Messerstich vorzutäuschen.
Dennoch waren die meisten Polizisten in
erster Instanz glimpflich davongekommen, ihre Vorgesetzten erst gar nicht
angeklagt worden. Im November 2008 hatte die zuständige Kammer in Genua bloß
untergeordnete Chargen verurteilt; sie gehörten zu jener
Bereitschaftspolizei-Einheit, die den Prügeleinsatz direkt durchgeführt hatte.
Dagegen waren sämtliche Einsatzleiter vom Vorwurf der Beweismittelfälschung
freigesprochen worden.
Das Berufungsgericht kehrte nun mit dem
am späten Dienstagabend verkündeten Spruch das Urteil um. Es sah als erwiesen
an, dass hinter der Fälschung System steckte. Deshalb wurde nicht nur jener
Beamte verurteilt, der die Molotowcocktails in die Schule schmuggelte, und
nicht nur jener Polizist, der sich zum Opfer der Messerattacke stilisiert
hatte, sondern auch all jene vor der Schule anwesenden Polizeikommandanten, die
die Festnahmeprotokolle mit den falschen Behauptungen abgezeichnet hatten.
Viele dieser Kommandanten haben in den
Jahren seit Genua weitere Stufen auf der Karriereleiter erklommen und durften
sich der konstanten Deckung durch die Regierung sicher sein. "Man muss
begreifen, wie viel Kraft und Mut die Richter aufgebracht haben",
kommentierte denn auch der Staatsanwalt Enrico Zucca nach der
Urteilsverkündung. Und Giuliano Giuliani, Vater Carlo Giulianis, erklärte,
"es gibt noch Richter in Genua". Rechtskräftig ist das Urteil allerdings
noch nicht; alle Verurteilten werden mit Sicherheit in die dritte Instanz beim
Kassationsgericht in Rom gehen. Taz 19
Gewaltiger Korruptionsskandal. Italienisches Monopoly. Affäre Appaltopoli
Schwarzgeld im Tresor eines Priesters,
Massagen im Sportclub, viele Schecks: Ein Skandal um Korruption am Bau
erschüttert die Regierung Berlusconi. Da wird sogar der "Cavaliere"
kleinlaut. Von A. Bachstein
Schwarzgeld im Tresor eines Priesters,
eine günstige Wohnung mit Blick aufs Kolosseum, ein G-8-Gipfel, Massagen in
einem römischen Sportclub, die 150-Jahr-Feiern zur Einheit Italiens, jede Menge
Schecks - das sind nur einige bunte Elemente der ausgedehnten
Korruptionsaffäre, deren mögliche Weiterungen sogar Italiens Ministerpräsident
Silvio Berlusconi um das Ansehen seiner Regierung bangen lassen. "Wer
Verfehlungen begangen hat, muss dafür bezahlen und raus aus der
Regierung", hat er - ganz gegen seine Art - angekündigt.
Die Zahl der Beteiligten ist groß, die
Ermittlungen währten lange, und das Ergebnis ist selbst für italienische
Verhältnisse ein Fass ohne Boden: Wirtschaftsminister Claudio Scajola ist
bereits zurückgetreten. Gegen Staatssekretär Guido Bertolaso, den mächtigen
Zivilschutzchef, wird ermittelt; ebenso gegen mindestens einen engen Mitarbeiter
des Infrastruktur-Ministers. Unter Korruptionsverdacht steht auch ein
Koordinator der Berlusconi-Partei PDL; ein früherer Infrastrukturminister
Berlusconis soll zehn Prozent bei der Vergabe staatlicher Aufträge kassiert
haben.
Fast täglich tauchen neue Details aus
dem Korruptionssumpf auf. Seit zwei Jahren ermitteln Staatsanwälte in Florenz
und Perugia in einer Affäre, deren Stränge bis nach Tunesien und Luxemburg
reichen. Bisher gibt es rund 40 Beschuldigte. Was die Ermittler aufgrund von
Geldbewegungen, abgehörten Telefonaten, Zeugen und sichergestellten Akten
erkennen, ist ein weit verzweigtes System, das der römische Bauunternehmer
Diego Anemone, 40, aufgezogen haben soll. Sein engster Verbündeter war offenbar
der Chef der Obersten Behörde für staatliche Bauvorhaben.
Mit dessen Hilfe, mit Beziehungen und
kostspieligen Gefälligkeiten, schweigsamen Handlangern, durch Geldwäsche und
ein Netz von 240 Konten soll Anemone lukrative Aufträge erlangt haben, die vor
allem aus staatlichen Ausschreibungen - auf Italienisch: appalti - stammen. Es
ging um Arbeiten an Ministerien, Kasernen, um ein Gefängnis, Schwimmbäder und
andere Großprojekte. Seit zwei Jahren ermitteln die Staatsanwälte, weil bei
einem Kasernenbau in Florenz und bei Ausschreibungen für den G-8-Gipfel, der
Schwimm-WM in Rom und den 150-Jahr-Feiern zur Einheit Italiens manipuliert
wurde.
Die Geschäfte von Anemones Firmen
explodierten. Es kursieren verschiedene Zahlen. Die Zeitung La Repubblica
rechnete vor, dass Anemone zwischen 2002 und 2009 allein in Rom öffentliche
Ausschreibungen für 100 Millionen Euro gewonnen habe. Der Corriere della Sera
schreibt, laut Steuerunterlagen sei das Geschäftsvolumen von acht Millionen
2006 auf 65 Millionen 2009 angewachsen. Der große Drahtzieher aber war allem
Anschein nach der Chef der Obersten Behörde für staatliche Bauprojekte, Angelo
Balducci, 62. Er war Herr über millionenschwere Ausschreibungen, und das auch
im Auftrag der mächtigen Zivilschutzorganisation. Balducci verschaffte Anemone
wohl zudem Kontakte zum Vatikan. Er war einer der 100 Gentiluomini, die als
Laien den Papst bei protokollarischen Ereignissen begleiten, bevor er dieses
Ehrenamt wegen Umgangs mit männlichen Prostituierten verlor. Er soll auch ein
Konto bei der Vatikanbank IOR besessen haben, über das möglicherweise Geschäfte
liefen. Nun sitzt er, wie eine Handvoll weiterer Männer, in Untersuchungshaft.
Durch seine Schiebereien soll er zu Immobilien in Tunesien, Paris und Mailand
gekommen sein.
52 Schecks - Auch der zurückgetretene
Wirtschaftsminister Scajola kam, den Ermittlern zufolge, durch Anemone 2004 zu
einer Wohnung mit Aussicht auf das Kolosseum. Scajola - seinerzeit
Innenminister - zahlte aus eigener Tasche für die 180 Quadratmeter 600.000
Euro. Dass ein Mittelsmann Anemones mit 80 Schecks weitere 900.000 Euro an die
Vorbesitzer gezahlt hat, will der Minister kurioserweise nicht bemerkt haben.
Auch ein Geheimdienstgeneral erhielt auf diese Weise Schecks über insgesamt
800.000 Euro - für Eigentumswohnungen für sich und seine Tochter. Ebenfalls für
einen Wohnungskauf soll ein leitender Mitarbeiter des Infrastrukturministers
Unterstützung erhalten haben: 520.000 Euro in Form von 52 Schecks.
Ging es nur um ein paar zehntausend
Euro, die Anemone schnell mal für kleinere Gefälligkeiten brauchte, etwa für
bezahlte Begleiterinnen für seine Günstlinge, rief er einen Geistlichen vom
Orden der "Missionare vom Kostbaren Blut" an. Der verwahrte für ihn
Schwarzgeld und soll auch größere Schecks gewaschen haben. "Don
Bancomat" wird er deshalb genannt.
Zivilschutzchef Bertolaso wiederum
steht im Verdacht, dass er sich nach seinen Einsätzen in einem Sportclub, der
Anemone gehörte, von einer Prostituierten aufpäppeln ließ. Bertolasos Frau
erhielt wiederum Aufträge von Anemone. In seinem Amt kann der Zivilschützer
über sehr viel Geld verfügen, ohne die üblichen Ausschreibungen und Prozeduren
bei der Auftragsvergabe einhalten zu müssen - es geht bei seinem Job ja immer
um dringende Angelegenheiten. Der Zivilschutz in Italien ist aber auch an
Planung und Organisation von Großereignissen beteiligt, etwa der Schwimm-WM
oder den Feiern zum Jubiläum der Staatsgründung und des G-8-Gipfels 2009.
Der war auf La Maddalena geplant, einer
Inselgruppe vor Sardinien, wo große Projekte in Gang gesetzt wurden. Auf der
Hauptinsel stehen jetzt millionenteure, halbfertige Gebäude, weil der Gipfel
für sehr viel Geld schnell in die Erdbebenstadt L'Aquila verlegt wurde. Dort
konnte der Zivilschutzchef nicht nur Aufträge für Notunterkünfte und
Aufräumungsarbeiten vergeben, sondern auch für alles, das nötig war, um die
Mächtigen der Welt zu beherbergen. Bertolaso bestreitet alle Vorwürfe, lässt
aber wissen, dass er sein Amt ohnehin bald aufgeben will.
Der erste Prozess in der Affäre - weil
sie sich um öffentliche Ausschreibungen dreht, wurde sie
"Appaltopoli" getauft - soll Mitte Juni beginnen. Inzwischen dürften
viele weiter zittern: Bauunternehmer Anemone hat ein Verzeichnis mit 412 Namen
von Leuten, für die er gearbeitet haben will. Italiens Rechnungshof-Chefs
nannten die Korruption unlängst eine schwere Krankheit. Von 2008 auf 2009 seien
die Fälle in Italien um 229 Prozent gestiegen. Immerhin beschleunigt
"Appaltopoli" nun wohl die Verabschiedung eines
Anti-Korruptionsgesetzes. Und: Berlusconi spricht nicht mehr von einer
politischen Verschwörung der Justiz, wenn ihre Ermittlungen Mitglieder der
Regierung betreffen. SZ 19
Abfindung für kritischen Journalisten. Willkommen in Berlusconien
Zu kritisch, zu erfolgreich: Der
Starjournalist Michele Santoro hat sich zu oft über den Silvio Berlusconi
lustig gemacht. Jetzt drängt der Cavaliere den TV-Talker vom Bildschirm. VON
MICHAEL BRAUN
ROM - So geht öffentliches Fernsehen im
Berlusconi-Land: Italiens Staatssender RAI bringt jetzt eine Millionensumme für
einen seiner wichtigsten Quotenbringer auf - aber nicht, um ihn zu halten,
sondern um ihn so schnell wie möglich loszuwerden. 2,5 Millionen Euro Abfindung
soll der 59 Jahre alte Starjournalist Michele Santoro dafür erhalten, das
er von Juni an nicht mehr mit seiner Polit-Talkshow "Anno Zero" auf
Sendung geht.
Jeden Donnerstagabend schalteten bisher
15 bis 20 Prozent der Zuschauer RAI 2 ein, um dort zu erleben, wie Santoro dem
Ministerpräsidenten Silvio Berlusconi das Leben sauer machte. Immer wieder
drehten sich die hitzigen Studiodiskussionen um Berlusconis Prozesse, die
Versuche der Regierung, die Justiz zu gängeln und die von der Rechtskoalition
totgeschwiegenen Folgen der Krise. Bei Santoro kam letztes Jahr auch jenes
Callgirl zum ersten Mal in Italiens Fernsehen zu Wort, das Berlusconi erst im
Bett und dann mit seinen Enthüllungen schlaflose Nächte bereitet hatte. Und als
wäre das noch nicht genug, hatte Santoro sich in den letzten Jahren auch noch
den Journalisten Marco Travaglio ins Boot geholt; Travaglio kennt wie kein
zweiter im Land die dunklen Seiten der Geschäfte Berlusconis.
Da überrascht es nicht, dass Berlusconi
seit nunmehr acht Jahren versucht, Santoro mundtot zu machen. Schon einmal
hatte der Ministerpräsident Erfolg, in seinen Regierungsjahren 2001 bis 2006.
"In krimineller Weise" nutze Santoro das Fernsehen, hatte Berlusconi
2002 auf einer Pressekonferenz gedonnert. Die willfährige RAI-Spitze verbannte
den unbequemen Journalisten sofort vom Bildschirm. Doch Santoro zog vors
Arbeitsgericht, und das befand - einmalig in der Geschichte der RAI -, dass der
Talker ein Recht darauf habe, weiterbeschäftigt zu werden und zur Primetime mit
einer politischen Talkshow auf RAI 2 auf Sendung zu gehen.
Seit Berlusconi im Jahr 2008 erneut die
Macht eroberte, will er Santoro abermals abschießen. Dem Ministerpräsidenten
hilft dabei, das der eitle Journalist auch bei der Linken nicht sonderlich
beliebt ist. Vor allem aus der größten Oppositionspartei, der Demokratischen
Partei, heißt es immer wieder, mit seiner schrillen Art treibe Santoro bloß
Wähler ins Berlusconi-Lager. Doch der angebliche Nutznießer hat dies nie
bemerkt. Seit März 2010 läuft ein Ermittlungsverfahren gegen Berlusconi und ein
Mitglied der Medienaufsicht, die versucht haben sollen, Santoro mit unlauteren
Mitteln aus dem Sender zu kegeln.
Politikern aus dem Berlusconi-Lager ist
es mittlerweile untersagt, an den "Anno Zero"-Diskussionsrunden
teilzunehmen. In den Wochen vor der Regionalwahl Ende März verfügten
Berlusconis Parlamentarier gar den generellen Stopp aller Polit-Talkshows -
bloß um die eine störende Sendung abzuwürgen.
Solche Anstrengungen sind in Zukunft
nicht mehr nötig. Santoro einigte sich jetzt mit der RAI auf eine "einvernehmliche
Vertragsauflösung". Neben der Abfindung wird der Staatssender auch
Werbeeinnahmen in Millionenhöhe verlieren. Doch das stört Berlusconi nicht.
Schließlich können seine Privatsender davon nur profitieren - ebenso wie der
Politiker Berlusconi vom Verstummen einer der letzten kritischen Stimmen im
Fernsehen profitiert. Taz 20
Schuldenstaat. Krise? Italien zahlt 18 Milliarden für Politiker-Autos
Wegen der hohen Staatsschulden könnte
auch Italien an den Finanzmärkten unter die Räder kommen. Doch das hindert die
Politiker nicht daran, 18 Milliarden Euro für Dienstautos auszugeben. Insgesamt
600.000 solcher Limousinen sind registriert. Stil hat eben seinen Preis.
Es gibt nur wenige Anlässe, bei denen
sich die Italiener einig sind. Das eine sind Spiele ihrer
Fußballnationalmannschaft, das andere ist, wenn sie über die sogenannten „auto
blu“ lästern. Die „auto blu“ sind die Dienstwagen der italienischen Politiker
und hohen Beamten.
Die Autos sind zumeist dunkelblau,
glänzen immer wie neu, und haben vor allem ein Blaulicht, das mit einem
Magneten auf dem Autodach festgemacht wird. Ausgelassen kurven die Fahrer der
„auto blu“ durch die Stadt. Sie fahren über rote Ampeln, drängeln und parken
wild.
Diesmal erregen sich die Italiener aber
nicht aus Neid oder Ärger auf die vogelwilden Dienstwagenfahrer, sondern wegen
der Kosten, die sie verursachen. Über 600.000 Politiker-Limousinen, sind in
Italien registriert, 18 Milliarden Euro gibt der italienische Staat pro Jahr
für Autos, Benzin und die Gehälter der Fahrer aus. Italien hat die meisten
Dienstwagen für staatliche Institutionen weltweit.
Doch längst geht es nicht mehr nur um
die Autos, sondern um die Kosten der Parlamentarier selbst. Schon vor drei
Jahren wurde das Buch „La Casta“ zum Bestseller, das genauso ätzend wie
faktensicher all die Privilegien der italienischen Politiker auflistete, – von
den Freifahrten für sämtliche Verkehrsmittel bis zum Cappuccino, der in den
Hallen des Parlaments halb so viel koste, wie draußen.
Rund 14.000 Euro verdienen sie, müssen
allerdings auch selbst die Mitarbeiter ihrer Abgeordnetenbüros bezahlen. Nun
beeilen sich Italiens Politiker mit Sparvorschlägen, bis hin zu einer Kürzung
des Gehalts um fünf Prozent. So volksnah das klingt, die Opposition hält dies
für den perfiden Versuch der Regierung von Silvio Berlusconi, den Ruf des
Parlaments zu ruinieren – um möglichst ungestört zu regieren.
Schon jetzt werden die wichtigsten
Gesetze per Verordnung im Kabinett der Regierung beschlossen – und das
Parlament nickt sie später nur ab. Immerhin: Die Zeit, die die Parlamentarier
sparen, weil langatmige Debatten wegfallen, können sie nutzen, um sich ein
bisschen mit Blaulicht durch die Stadt fahren zu lassen. Martin Zöller 19 DW 19
Analyse. Revier markieren im Atomstreit
Die fünf ständigen Mitglieder des
UN-Sicherheitsrats wollten ihren Entwurf schärferer Iran-Sanktionen eigentlich
erst zum Monatsende einbringen - nach dem Abschluss der Konferenz in New York
zur Überprüfung des Atomwaffensperrvertrags. Sie möchten auf dieser Konferenz
jeden Zwist vermeiden, um den Vertrag vor dem drohenden Kollaps zu retten.
Doch der Alleingang Brasiliens und der
Türkei, die am Montag mit dem Iran ein Abkommen über die teilweise Auslagerung
der Uran-Anreicherung unterzeichneten, hat die Großmächte zu raschem Handel
veranlasst. Es geht ihnen dabei weniger um das Uran als um ihren politischen
Status. Laut UN-Charta obliegt den fünf Siegermächten des Zweiten Weltkriegs
eine "besondere Verantwortung für die Erhaltung des Weltfriedens und der
internationalen Sicherheit". Die "Big Five" wollen sich nicht
von Emporkömmlingen die Butter vom Brot nehmen lassen.
Dabei hatten Brasilien und die Türkei
gar nicht den Ehrgeiz, den Atomstreit zu lösen. Sie sahen in der Bereitschaft
Teherans, 1200 Kilo leicht angereichertes Uran zur Umwandlung in Brennstäbe für
einen Forschungsreaktor ins Ausland zu verschiffen, nur einen ersten Schritt.
Dies schien unverfänglich, weil dieser Plan von den ständigen Mitgliedern des
UN-Sicherheitsrats und Deutschland stammt, die als "Gruppe 5+1" mit
dem Iran verhandeln.
Sprecher der Großmächte wiederum
behaupten, dass ihr neuer Resolutionsentwurf nichts mit dem Forschungsreaktor
in Teheran zu tun habe. Der noch zur Zeit des Schahs von den USA gebaute Meiler
hat tatsächlich keinen militärischen Nutzen. Oft wird er fälschlich als
"medizinischer Forschungsreaktor" bezeichnet, weil damit unter
anderem Isotopen zur Bestrahlung von Krebskranken hergestellt werden. Die
iranische Propaganda hat sich diesen Umstand zunutze gemacht, um die
UN-Sanktionen als unmenschlich hinzustellen.
Der Brennstoffvorrat für diesen Reaktor
geht zur Neige. Der UN-Sicherheitsrat verbietet aber den Nachschub an
Brennstäben, solange der Iran keine Klarheit über sein Nuklearprogramm schafft,
immer mehr Uran anreichert und den Bau eines Schwerwasserreaktors fortsetzt.
Solche Reaktoren sondern Plutonium ab, das wie Uran zu waffenfähigem
Spaltmaterial aufbereitet werden kann. Im Februar beschloss Teheran noch
trotzig, zehn neue Atomanlagen zu bauen. Iran hält auch nach dem Abkommen mit
Brasilien und der Türkei daran fest, Uran anzureichern.
Drei Serien internationaler Sanktionen
seit 2006 setzen dem Iran stark zu. Die meisten Multis haben das Land
verlassen. Jetzt schließt sich das Tor des iranischen Handels, der Hafen von
Dubai, unter dem Druck der Regierung von Abu Dhabi. Doch den Machthabern in
Teheran ist für die Verwirklichung ihrer nuklearen Ambitionen offenbar kein
Preis zu hoch.
Der Resolutionsentwurf sieht nun das
Einfrieren aller Auslandskonten der iranischen "Revolutionswächter"
vor. Unter Verbot gestellt würden die Lieferung von Raketen und schweren Waffen
wie Kampfhubschrauber sowie iranische Beteiligungen am Abbau von Uranerz im
Ausland . Alle Staaten werden aufgefordert, Schiffe zu durchsuchen, wenn
begründeter Verdacht besteht, dass sie verbotene Güter nach dem Iran
transportieren. Die neuen Sanktion würden den Iran erneut hart treffen. Der
Atomkonflikt ist noch lange nicht gelöst. PIERRE SIMONITSCH FR 20
Großbritannien. Mehr Bürgerrechte, weniger Staat
Die neue britische Regierung beginnt
Reformen – und entrümpelt die Gesetzgebung der Labour-Partei.
Die Konservativen und die
Liberaldemokraten planen Großes: Die neue britische Koalitionsregierung will
die Beziehung zwischen dem Staat und den Bürgern mit der umfassendsten
politischen Reform seit 200 Jahren auf eine neue Grundlage stellen. Vizepremier
Nick Clegg gab den Anstoß für die Reform, indem er die Briten fragte, welche
überflüssigen Gesetze abgeschafft werden sollen. Dann legte er seinen eigenen
Katalog von Labour-Gesetzen vor, die aus seiner Sicht überflüssig sind und nun
wieder im Papierkorb verschwinden sollen.
„Wir werden das politische System so
reformieren, dass der Staat sehr viel weniger Kontrolle über euch, die Bürger,
hat und die Bürger sehr viel mehr Kontrolle über den Staat haben“, sagte Clegg
am Mittwoch vor Studenten in einem Londoner College. Clegg ist verantwortlich
für politische Reformen, die Neugestaltung des Oberhauses und des Wahlrechts.
Am Dienstag hatte Premierminister David Cameron noch einmal sein Konzept der
„Big Society“ – der „großen Gesellschaft“ – erläutert, die den unter der
Labour-Regierung immer mächtiger und zentralistischer gewordenen Staat ablösen
soll. Der Staat, sagte Cameron, sei „zu oft zu unmenschlich, monolithisch und
schwerfällig, um tiefsitzende soziale Probleme zu lösen“.
Damit begannen die beiden
Koalitionspartner mit ihrer Großoffensive gegen den Staat, die sie bereits im
Wahlkampf angekündigt hatten. Als Erstes sollen die von der Labour-Partei
eingeführten, von der Bevölkerung aber abgelehnten Personalausweise wieder
abgeschafft werden. Der Staat werde auch in anderen Gebieten aufhören, „den
Bürgern nachzuspionieren“, versprach Clegg. So wird Großbritanniens riesige
DNA-Datenbank, die Daten von Millionen unschuldiger Mitbürger enthält,
ausgedünnt. Die „Kinderdatenbank“, die alle unter 18-Jährigen verzeichnet, wird
abgeschafft, und Schulen dürfen Fingerabdrücke von Schülern nur noch mit
Genehmigung der Eltern abnehmen. Auch die Rechtsaufsicht der britischen
Videoüberwachungssysteme soll verschärft werden.
Tausende von der Labour-Partei neu
geschaffene Straftatbestände sollen wieder abgeschafft werden, zum Beispiel im
Verleumdungs- oder Demonstrationsrecht. Auch über die Abschaffung des Verbots
der Fuchsjagd, mit der sich die Regierung von Tony Blair mehrere Jahre lang
beschäftigte, soll im Parlament noch einmal abgestimmt werden – ohne
Fraktionszwang.
Die Regierung vergleicht ihr
Reformpaket mit dem britischen Reformgesetz von 1832, bei dem zum ersten Mal
Bürger ohne Landbesitz ein Stimmrecht erhielten und die Rechte der Bürger
gegenüber dem politischen System massiv ausgeweitet wurden. Während Clegg
übrigens sein Reformpaket vorstellte, wurde der Labour-Abgeordnete Eric Illsley
angeklagt, weil er seine Spesenabrechnung gefälscht haben soll. Illsley, der
bei der Unterhauswahl vor zwei Wochen wiedergewählt wurde, ist der vierte
Labour-Abgeordnete, der wegen Betrugs vor Gericht muss. Tsp 20
Debatte im Europaparlament. Schulz: Eine Krise des Kapitalismus
Währungskommissar Rehn nutzt die erste
Aussprache des EU-Parlaments über das Euro-Rettungspaket, um für eine strengere
Kontrolle der Staatshaushalte zu werben. Die Linke greift dagegen die
Kapitalmärkte an. Das System sei „pervers“, sagt der deutsche Sozialdemokrat
Schulz. Von Nikolas Busse, Brüssel
In der ersten Aussprache des
EU-Parlaments über das Euro-Rettungspaket haben die großen politischen Lager
Europas am Mittwoch unterschiedliche Schlüsse aus der Krise gezogen: Die
bürgerlichen Parteienfamilien sprachen sich für striktere Haushaltsdisziplin in
den Mitgliedstaaten aus, während auf der Linken vor allem die Kapitalmärkte
angegriffen wurden. Währungskommissar Rehn nutzte die Debatte in Straßburg, um
dafür zu werben, die Haushalte der Mitgliedstaaten einer strengeren Kontrolle
durch sein Haus zu unterziehen.
Rehn verteidigte außerdem sein
Vorhaben, den Euro-Rettungsfonds, der bisher für drei Jahre aufgelegt ist, zu
einer ständigen Einrichtung zu machen. Es sei besser, immer eine Feuerwehr in
Bereitschaft zu haben, als sie – wie in der jetzigen Krise – erst aufzubauen,
wenn es schon brenne. Im Übrigen solle die Inanspruchnahme des Rettungsfonds so
unattraktiv gestaltet werden, dass möglichst niemand Hilfe wolle.
Europäisch denken statt „nationalen
Reflexen“
Für die Fraktion der Christlichen
Demokraten sagte deren Vorsitzender, der Franzose Joseph Daul, das
Rettungspaket alleine reiche nicht aus. Nun müsse die Politik den Mut haben,
die Haushalte zu konsolidieren. Die Eurostaaten könnten nicht leben, als ob sie
keine gemeinsame Währung hätten. Die Regierungen dürften jetzt nicht
„nationalen Reflexen“ folgen, sondern sie müssten europäisch denken.
Daul verlangte vor allem Strafen für
Haushaltssünder. Auch der Vorsitzende der liberalen Fraktion, der Belgier Guy
Verhofstadt, forderte Sanktionen gegen überschuldete Staaten. Es dürfe nicht
sein, dass ein Land sage, man sei Mitglied im Stabilitätspakt, aber der
Haushalt sei eine nationale Sache. „Wir brauchen Loyalität, nicht
Subsidiarität.“ Verhofstadt sagte, die Krise sei in Wirklichkeit eine
Regierungskrise der EU; die Mitgliedstaaten seien besessen vom Glauben, sie
könnten europäische Probleme zwischenstaatlich lösen.“
„In Europa ist eine
Wirtschaftsregierung notwendig“
Für die Sozialdemokraten hob der
Deutsche Martin Schulz dagegen hervor, dass es sich um eine Krise des
Kapitalismus handle. Jahrzehntelang sei jeder, der sich gegen die Ideologie des
Laissez-faire gewandt habe, beschimpft worden. Jetzt stelle sich heraus, dass
das System „pervers“ sei. Das Geschäft mit Kreditausfallversicherungen für
Staaten funktioniere zum Beispiel so: Der Kollege Daul habe ja für seinen
schönen Bauernhof eine Feuerversicherung. Die könne er, Schulz, nun kaufen und
müsse nur noch jemanden finden, der Dauls Bauernhof anzünde, um dann den
Schadenersatz zu kassieren, während Daul selbst leer ausgehe. „Das
Wirtschaftssystem ist an seine Grenzen gelangt, es muss an die Kette gelegt
werden“, forderte Schulz. In Europa sei eine Wirtschaftsregierung notwendig, um
den wirtschaftspolitischen Fleckenteppich der 16 Euro-Staaten zu überwinden.
Die Vorsitzende der Grünen-Fraktion,
die Deutsche Rebecca Harms, sagte, die bisherigen Maßnahmen bekämpften nicht
die Ursache der Krise. Seit der Pleite von Lehman Brothers sei die Politik nur
mit der Stützung von Banken beschäftigt. „Vorletztes Wochenende wurde nicht der
Euro stabilisiert, sondern es wurden viele deutsche und französische Banken
gerettet.“ Sie verlangte, „Giftpapiere“ und Leerverkäufe zu verbieten sowie
Hedge-Fonds an die „allerkürzeste Leine“ zu legen. Frau Harms wandte sich gegen
zu große Einsparungen. Die EU dürfe nun nicht der „Rammbock gegen die soziale
Verantwortung des Staates“ werden.
Für die Linksfraktion, in der sich
unter anderem kommunistische Parteien zusammengeschlossen haben, kritisierte
deren deutscher Vorsitzender Lothar Bisky, dass die Parlamente bei den
Hilfspaketen für den Euro zu wenig zu sagen gehabt hätten. Gerettet worden
seien der „Kasinokapitalismus“ und das Kapital der Banken, nicht aber die
Wirtschaft. Faz 19
Leitartikel. Eine kurze Frist für Europa
Mit ihrem Rettungspaket haben die 27
EU-Krisenmanager etwas Zeit gewonnen. Nun gilt es, die nationalen Haushalte zu
ordnen und die Finanzmärkte strenger zu regulieren. Von Michael Bergius
Neulich bot sich Angela Merkel die
Gelegenheit für einen jener Auftritte, denen hernach das Attribut einer
Sonntagsrede zuteil wird. An Himmelfahrt hielt die Bundeskanzlerin in Aachen
die Laudatio auf den polnischen Premier Donald Tusk, den diesjährigen
Karlspreisträger. Europa brauche leidenschaftliche, überzeugende und überzeugte
Europäer, mahnte die Berliner Regierungschefin. Die Gemeinschaft erlebe ihre
schwerste Krise seit mehr als fünfzig Jahren, und wenn sie diese
Bewährungsprobe nicht meistere, dann drohten unabsehbare Folgen. Und natürlich
konnte bei dieser Gelegenheit der Hinweis der Mrs. Europe früherer Zeiten nicht
fehlen, dass es mit der "Verfasstheit" der EU aktuell nicht stimme
und dass das gemeinsame Haus stärkerer Stützpfeiler bedürfe.
Diese Befunde stimmen alle, auch wenn
alles irgendwann, irgendwo und von vielen schon einmal gesagt wurde. Und
keineswegs zum ersten Mal stellt sich die Frage, ob es den Unionseuropäern denn
jetzt gelingt, der Analyse Taten folgen zu lassen.
Zehn Jahre nachdem die kühne Parole
ausgegeben wurde, sich zum wettbewerbsfähigsten Raum der Welt zu machen, zeigt
die EU sich im Jahr 2010 gebeugt. Sie jammert über die gemeinsame Währung. Ihre
Mitglieder pflegen einen Umgangston, der mehr spaltet denn eint. Und - was für
eine Demütigung - der Internationale Währungsfonds muss ran, weil es der eigene
Löschtrupp nicht mehr schafft, die Brände auf dem Betriebsgelände zu löschen.
Jene Union, die heute eigentlich im
globalen Ranking ganz oben stehen wollte, stand in den vergangenen Tagen
verdammt nahe am Abgrund. Der Euro droht(e) zu scheitern, was nicht nur in den
Augen der Festrednerin Merkel zu einem Scheitern des gesamten
Integrationsprozesses hätte führen können. In dieser brenzligen Phase hat die
EU Handlungsfähigkeit bewiesen und ein beispielloses Paket geschnürt:
beispiellos, was das Tempo der Beschlussfassung betrifft, den finanziellen Umfang,
die Dehnung der vertraglichen Prinzipien und den robusten Umgang mit den
Grundregeln der demokratischen Teilhabe.
Wenn die Sache glimpflich ausgeht, wenn
Zocker weltweit jetzt fürs Erste ihre Offensiven gegen den europäischen
Währungsraum einstellen, haben die 27 Krisenmanager etwas Zeit gewonnen; zwei
Jahre, vielleicht einige Monate mehr oder weniger, um das unmittelbar
Notwendige anzupacken: die Konsolidierung der nationalen Haushalte - mit allen
damit verbundenen Grausamkeiten; die Herstellung zumindest eines Minimums an
wirtschaftlicher Koordinierung - ungeachtet aller ideologischen
Auseinandersetzungen insbesondere zwischen Deutschland und Frankreich; und ein
Mindestmaß an strengerer Regulierung der Finanzmärkte - gegebenenfalls auch
gegen Widerstände in den eigenen Reihen und zur Not auch, ohne dass andere
internationale Partner gleich mitziehen.
Dies sind nur Aufgaben, die de facto
bereits seit Jahren unerledigt geblieben sind. Auch wenn soeben erst die
jüngste Reformetappe mit Ach und Krach bewältigt wurde, dürfte die EU auf Sicht
kaum um weitere Vertragskorrekturen herumkommen. Wie spätestens jetzt zu
besichtigen ist, fehlt es der Union mit den Abkommen von Maastricht, Amsterdam,
Nizza und Lissabon an Instrumenten für den Ernstfall. Das Krisenmanagement des
Frühjahrs 2010 ist juristisch fragwürdig und lässt sich nicht beliebig
wiederholen. Die Sanktionen, die die Architekten des Euro-Stabilitätspakts in
den 1990er Jahren ersannen, taugen nach dem Fall Griechenland(s) nicht mehr;
weder um daheim für Ordnung zu sorgen noch um von der Nachbarschaft ernst
genommen zu werden.
Wenn Angela Merkel für die Zukunft
Leidenschaft und Überzeugungskraft anmahnt, tut sie dies zu Recht. Und sie
wirft automatisch die Frage auf, wer denn diese Tugenden zuletzt auf
europäischer Ebene verkörpert hat. Die Kanzlerin hat in den zurückliegenden
Wochen oft gezaudert. Sie hat als Getriebene eines zunehmend EU-skeptischen
Bundesverfassungsgerichts agiert. Sie hat fahrlässig über den Ausschluss von
Euro-Club-Mitgliedern sinniert und auf ein Basta verzichtet, als sich
Parteifreunde sowie der Boulevard hierzulande des Themas Griechenland
bemächtigten.
Politische Führung sieht anders aus,
und sie tut, zumal in stürmischen Zeiten, not. Im besten Fall könnte sie für
Europa bedeuten, dass es von außen wieder als Akteur wahrgenommen wird und dass
im Innern mehr Teamgeist, Solidarität und Vertrauen einkehren. FR 20
Euro-Krise. Bis alle Schwaben sind
Kanzlerin Angela Merkel will die
Euro-Zone mit Sparsamkeit und Disziplin auf eine gemeinsame Linie zwingen: Auf
die der schwäbischen Hausfrau. Denn in der ausufernden Staatsverschuldung sieht
sie die Ursache der Währungskrise. Ein Kommentar von Berthold Kohler.
Die ökonomischen und finanziellen
Horrorszenarien, die gehandelt werden, seit Griechenland der Europäischen
Währungsunion den Spiegel vorhielt, haben jetzt ein politisches Äquivalent:
„Scheitert der Euro“, so sprach die Kanzlerin am Mittwoch im Bundestag, „dann
scheitert Europa“.
Sie meint damit nicht weniger als das
epochale Projekt der europäischen Einigung, die dem Kontinent Frieden, Freiheit
und Wohlstand brachte. Ein Rückschlag wie das Ende der Währungsunion gilt als
nicht zu verkraften, daher wollen ihn fast alle europäischen Politiker um jeden
Preis vermeiden. Wie hoch dieser ausfällt, finanziell wie politisch, zeichnet
sich langsam ab.
Die EU zahlt jetzt für ihren Ehrgeiz, Riesen-Integrationsschritte wie den der Währungsunion zu tun, obwohl die Voraussetzungen dafür nicht in ausreichendem Maße erfüllt waren. Das betrifft nicht nur Unterschiede in der Wirtschaftskraft, sondern auch in den Mentalitäte