WEBGIORNALE  21-24  Maggio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       21 maggio, Giornata Mondiale della Diversità Culturale  1

2.       La strategia Ue del prossimo decennio  1

3.       Investire nel futuro. Il programma "Gioventù in azione" della Commissione Ue  1

4.       Scuola, pensioni, sanità. «In Europa è partito l’attacco al Welfare»  2

5.       La prova di forza di Berlino  2

6.       Passaporto biometrico in Italia e all’estero: fase due in dirittura di arrivo  3

7.       Un anno di "Estericult", il sito internet del Mae per promuovere la lingua e la cultura italiana all’estero  3

8.       Due servizi innovativi per la Promozione e la Cooperazione Culturale. Borse di studio on-line  4

9.       Consolati italiani, si chiude! Schiaffo tedesco alla diplomazia dei cafóni 4

10.   I giornalisti degli Italiani in Germania preoccupati per le limitazioni alla libertà di informazione  5

11.   Di Biagio (PdL) e Marino (PD) appoggiano la manifestazione di sabato 29 maggio a Francoforte  5

12.   Il deputato Michael Frieser (Csu) favorevole all’Agenzia di Norimberga  5

13.   Debutto a Stoccarda del musical „Scugnizzi stateve accorte“  6

14.   Fondi governativi. I „poveri“ italiani in Germania decurtati di un altro 30%   6

15.   Il calcio di Amburgo "S.Pauli" festeggia con il Chianti Classico  6

16.   Dalla Germania all’Italia. Il mito del ritorno. Intervista allo scrittore Carmine Abate  6

17.   Sabato la finale italo-tedesca. Inter-Bayern, uomini d'onore  6

18.   Da giugno a Colonia: il passaporto solo su appuntamento  7

19.   Commissione bicamerale per gli italiani nel mondo: Raffaele Fantetti rilancia la proposta di Tremaglia  7

20.   La mossa tedesca fa paura ai mercati. Le misure contro la speculazione innescano nuovi ribassi 8

21.   La corsa ai pozzi che ha causato la marea nera  8

22.   Bavagli e amnesie. Due velocità contro notizie e malaffare  8

23.   L’editoriale di LR. Il dovere di difendere la libertà di stampa  9

24.   Bellocchio: "In Italia la dittatura è interna alla democrazia"  10

25.   Il Cavaliere cavalca anche la crisi 10

26.   Ddl intercettazioni, il Pdl frena. Sky annuncia ricorso alla Corte Ue  11

27.   I commento. La stampa nemica  12

28.   Quel giro di miliardi 12

29.   L’Aquila. Il significato della parola ricostruzione  12

30.   Proposta Monti e consenso in Europa. Il mercato che non fa paura  13

31.   Olimpiadi e Roma. Spirito nazionale e beghe intollerabili 13

32.   Alla Commissione Finanze il provvedimento bipartisan sugli incentivi per il “rientro dei cervelli” in Italia  14

33.   Question time per far fronte alle esigenze d’organico della magistratura in Calabria  14

34.   Sì della Commissione Esteri al disegno di legge che proroga le elezioni dei Comites e del Cgie  14

35.   Camera. Marco Fedi: Il gruppo Pd contrario all’ulteriore proroga di Comites e Cgie  15

36.   Concorso per il logo della "Settimana della lingua italiana nel mondo". Scade il 30 maggio  15

37.   All’esame della Commissione Esteri ddl sui diritti sindacali dei contrattisti del ministero degli Esteri 15

 

 

1.       Von Macho bis Mafia. Bild der Italiener in der Bundesrepublik  16

2.       Integrationsbericht. Im Einwanderungsland angekommen  16

3.       Kommentar. Integration nicht am Ziel 17

4.       Gutachten zu Integration in Deutschland. Viel Vertrauen, wenig Bildung  17

5.       Forscher loben Integration in Deutschland  17

6.       Integrationsklima. Migranten sind optimistisch  18

7.       Böhmer: "Ergebnisse machen Mut und spornen an, Integrationspolitik noch wirksamer zu gestalten"  18

8.       Gewalt auf G8-Gipfel in Genua. Polizisten müssen in den Knast 19

9.       Gewaltiger Korruptionsskandal. Italienisches Monopoly. Affäre Appaltopoli 19

10.   Abfindung für kritischen Journalisten. Willkommen in Berlusconien  20

11.   Schuldenstaat. Krise? Italien zahlt 18 Milliarden für Politiker-Autos  20

12.   Analyse. Revier markieren im Atomstreit 20

13.   Großbritannien. Mehr Bürgerrechte, weniger Staat 21

14.   Debatte im Europaparlament.  Schulz: Eine Krise des Kapitalismus  21

15.   Leitartikel. Eine kurze Frist für Europa  22

16.   Euro-Krise. Bis alle Schwaben sind  22

17.   Euro-Schutzpaket. Köhlers feiner Tintenfüller 22

18.   Die Kanzlerin in der Krise Baldrian fürs Volk  23

19.   Regierungserklärung. Merkel verärgert Europa  23

20.   Finanzkrise. Große Koalition reloaded  23

21.   Deutscher Gewerkschaftsbund. Der Feind zahlt gut 24

22.   Wegen Islam-Äußerungen. GEW redet nicht mehr mit Irmer 24

23.   Kleine Klimakonferenz in Bonn. Protest auf dem Radweg  25

24.   Verdopplung seit 1992. Renten werden immer öfter ins Ausland überwiesen  25

25.   Frankreich. Regierung in Paris billigt „Burkaverbot“  25

26.   Frankreich. Popanz Burka  26

27.   Türkische Nachwuchspolitik. Brautkleid gegen Babies  26

28.   Autodesigner Giorgio Giugiaro. Perfektionist zwischen Visionen und Wirklichkeit 27

29.   IIC-Köln. Italienische Nacht 27

30.   Inter Mailand. Trick des Zauberkünstlers  28

31.   Van Gaal gegen Mourinho. Die Stunde der Strategen  28

32.   Giuseppe Bergomi . "Gegen die Bayern tat sich Inter immer schwer"  29

 

 

 

 

 

21 maggio, Giornata Mondiale della Diversità Culturale

 

Trieste - Il 21 maggio di ogni anno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo, proclamata dalle Nazioni Unite nel 2002, subito dopo l’adozione da parte dell’UNESCO della Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale. Quest’anno la Giornata assume un significato ancora maggiore, poiché si iscrive nel più ampio contesto dell’Anno internazionale del riavvicinamento tra le culture, durante il quale – come dichiara lo stesso Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon – "si renderà omaggio alla diversità culturale e si mostrerà come la comprensione e il dialogo interculturali siano essenziali per la realizzazione di un mondo più pacifico. Inoltre, sarà sottolineato il ruolo fondamentale che la cultura gioca nell’ambito dello sviluppo".

Alla luce di tali considerazioni la Commissione Nazionale Italiana UNESCO e il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno hanno scelto di celebrare la Giornata in un luogo di frontiera, una terra di incontro fra alcune delle culture fondanti dell’Europa, quella latina, tedesca e slava.

La Giornata Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo si svolgerà dunque a Duino, in provincia di Trieste, in stretta collaborazione con il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico, un’istituzione che si impegna da anni nell’educazione di giovani provenienti da tutto il mondo a una cultura del dialogo e della pace.

Durante l’iniziativa, che ha ricevuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, nonché il patrocinio dei Comuni di Trieste e Duino Aurisina, rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali si confronteranno con grandi personalità intellettuali di frontiera sul significato della diversità culturale e del dialogo interculturale.

Studenti e intellettuali, istituzioni e società civile, si riuniranno a pochi chilometri da Trieste, una città che è testimonianza perenne – con gli intellettuali, poeti e scrittori, che l’hanno vissuta e attraversata, da Saba a Rilke a Svevo a Joyce – della straordinaria vitalità e ricchezza che nascono dalla coesistenza di diverse culture, per ribadire con forza che tramite l’educazione, la scienza e la cultura è davvero possibile costruire un futuro di giustizia e di pace.

Eventi celebrativi della Giornata della Diversità Culturale si terranno in tutto il mondo: l’UNESCO propone il Festival internazionale della Diversità Culturale, con una serie di appuntamenti artistici e culturali in diverse città. L’Italia aderisce all’evento con "Poiesis" (Fabriano, 21-23 maggio 2010), festival di poesia, arte, teatro, musica e cinema dedicati alla ricchezza delle diverse culture. www.unesco.org/en/dialogue/third-international-festival-of-diversity.  (aise)  

 

 

 

 

La strategia Ue del prossimo decennio

 

Un nuovo Dossier a cura dell’Osservatorio spiega cos’è e cosa prevede Europa 2020, la nuova strategia dell’Ue per il prossimo decennio. 

 

Europe 2020 sostituisce la strategia di Lisbona, lanciata dal Consiglio europeo nel marzo 2000 come quadro a medio termine per il coordinamento delle politiche socioeconomiche nell’Ue. Complessivamente la strategia di Lisbona si prefiggeva di trasformare l’Europa nell’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.  Sfruttando la congiuntura economica favorevole si riteneva che il momento fosse propizio per intraprendere riforme economiche e sociali nel quadro di una strategia che combinasse competitività e coesione.

 

Dieci anni dopo, l’Unione europea si trova a dover varare una nuova strategia a medio termine, in cui sono ripresi alcuni degli obiettivi che erano stati fissati a Lisbona, ma che non sono stati raggiunti nel corso del decennio 2000-2010, e questa volta si trova a doverlo fare  in un contesto economico radicalmente diverso rispetto a quello del 2000 e profondamente segnato dalla crisi economica che attanaglia l’Europa dal 2008. La nuova strategia Europe 2020 solleva diverse perplessità. In primo luogo, partendo dal presupposto che gli obiettivi di Lisbona non sono stati raggiunti, ci si chiede perché in Europe 2020  siano stati inclusi alcuni obiettivi che ricalcano quelli della precedente strategia. In secondo luogo, anche nella strategia Europe 2020, l’agenda sociale sembra essere subordinata a quella economica e si sposa una logica che fa derivare il sociale dall’economico. Infine, pur trattandosi di una strategia che dovrebbe occuparsi degli obiettivi che l’Europa si propone di raggiungere non solo in ambito economico, ma anche e soprattutto in ambito sociale, in realtà di sociale vi è ben poco. Osservatorio Inca, Maggio

 

 

 

 

 

 

Investire nel futuro. Il programma "Gioventù in azione" della Commissione Ue

 

Investire sui giovani "fa bene" alle nuove generazioni e all'Europa nel suo insieme. La convinzione emerge da una recente ricerca effettuata per conto della Commissione Ue, che ha voluto valutare i risultati del programma "Gioventù in azione": finanziato con circa 900 milioni di euro per il periodo 2007/2013, coinvolge ogni anno decine di migliaia di giovani degli Stati comunitari.

 

Studio delle lingue e opportunità professionali. I giovani che partecipano ai progetti transnazionali comunitari di formazione e istruzione ritengono che tali esperienze accrescano le possibilità professionali, la capacità di vivere in un contesto internazionale e l'interesse a partecipare alla costruzione europea. Lo rileva l'indagine commissionata dall'Esecutivo Ue fra 4.550 under30, educatori, responsabili di organizzazione giovanili dei 27 Stati membri, che hanno preso parte a uno dei 7mila progetti sostenuti dall'Unione nell'ambito di "Gioventù in azione". "Il 95% dei giovani partecipanti a progetti sostenuti da tale programma - si legge nel resoconto - ha migliorato le proprie abilità linguistiche e il 66% ritiene che l'esperienza abbia anche aumentato le opportunità di trovare lavoro". Dalla ricerca si evince inoltre che il 60% di loro ha votato alle elezioni del Parlamento europeo, nel giugno 2009, contro una media di partecipazione del 43% complessiva e una partecipazione giovanile ferma al 29%.

 

Corsi di studio, scambi, volontariato. Secondo la stessa ricerca, il 92% degli intervistati "afferma che questi progetti rendono più ricettivi verso il multiculturalismo in Europa". "Gioventù in azione" può contare su fondi per 140 milioni di euro l'anno nel periodo 2007-13: lo scorso anno ha coinvolto, tra corsi di studio linguistico, scambi, viaggi e formazione all'estero, esperienze di volontariato internazionale, circa 130mila partecipanti. "I risultati di questa indagine - riassume la Commissione - confermano, nell'ottica dei beneficiari stessi, l'efficacia del programma Gioventù in azione per quanto concerne i suoi due obiettivi principali: offrire ai giovani opportunità per acquisire nuove abilità attraverso l'apprendimento non formale e incoraggiarli a partecipare attivamente nella società".

 

Si aprono nuove prospettive transnazionali. Tornando all'indagine, si scopre ancora che, tra i giovani che hanno usufruito di "Gioventù in azione", l'86% ritiene di "aver imparato come realizzare qualcosa nell'interesse della collettività o della società"; tra gli operatori giovanili, l'88% è convinto di "aver acquisito abilità e conoscenze che non avrebbe potuto maturare tramite progetti organizzati a livello nazionale". Le organizzazioni giovanili interpellate insistono soprattutto sul miglioramento nella gestione di progetti, in senso lato, e su una maggiore capacità di "apprezzare la diversità culturale". Alla richiesta se essi abbiano partecipato a una nuova iniziativa internazionale europea dopo la conclusione del loro progetto o se intendono parteciparvi in futuro, "l'83% dei giovani partecipanti, il 96% degli operatori giovanili, il 97% delle organizzazioni giovanili ha risposto positivamente".

 

Grandi obiettivi e cinque azioni operative - Il programma "Gioventù in azione" per il periodo 2007-2013, istituito dall'Ue nel 2006 in linea con il precedente programma "Gioventù", ha lo scopo di "sviluppare e sostenere la cooperazione nel settore della gioventù nell'Unione europea" e "si prefigge di rafforzare il sentimento di appartenenza all'Europa" da parte delle nuove generazioni. Intende, in particolare, "incoraggiare la partecipazione dei giovani alla vita pubblica, soprattutto dei più svantaggiati e dei disabili", e "sviluppare il loro spirito d'iniziativa imprenditoriale e di creatività". Gli obiettivi generali del programma, dedicato ai cittadini di età compresa tra i 13 e i 30 anni, decentrato nella sua attuazione, vengono attuati mediante cinque azioni. L'azione "Gioventù per l'Europa" vorrebbe potenziare gli scambi tra giovani con la prospettiva di aumentare la loro mobilità (scambi a livello transnazionale, studio delle lingue). Il "Servizio volontario europeo" si prefigge di potenziare la partecipazione dei giovani a diverse forme di attività di volontariato, gratuite, per un periodo da due a dodici mesi. "Gioventù per il mondo" "contribuisce allo sviluppo della comprensione reciproca e all'impegno attivo in uno spirito di apertura sul mondo" (progetti organizzati con i Paesi terzi, scambi, lavoro nel settore giovanile). L'azione "Sistemi di sostegno alla gioventù" sostiene gli organismi attivi a livello europeo, le organizzazioni non governative, il Forum della gioventù e le sue attività, le azioni di informazione destinate ai giovani. Infine l'azione "Sostegno alla cooperazione europea nel settore della gioventù" è promossa allo scopo di "organizzare un dialogo strutturato tra le varie parti in causa nel mondo della gioventù, ad esempio i giovani, le organizzazioni e le persone che lavorano in tale settore oltre che i responsabili politici". Sir eu

 

 

 

 

Scuola, pensioni, sanità. «In Europa è partito l’attacco al Welfare»

 

In Europa, è ripartito l’attacco al welfare. Scuola, pensioni, sanità, indennità di disoccupazione, diritti dei lavoratori, i cardini della cittadinanza nelle democrazie delle classi medie, sono tornati sotto tiro. L’obiettivo non è fare un welfare a misura del mercato del lavoro odierno, della transizione demografica in atto, della moltiplicazione dei percorsi di vita. No, l’obiettivo è eliminare il welfare universale e tornare al modello categoriale e corporativo per i più forti. Prima della Grande Recessione, il welfare doveva essere eliminato in quanto intralcio al libero dispiegarsi delle forze progressive del Mercato auto-regolato.

 

Oggi, dopo il crollo del paradigma liberista, si tenta una spregiudicata manovra culturale: il welfare, dipinto come coacervo di sprechi e clientele della vecchia sinistra parassitaria, è un lusso insostenibile e va sacrificato in nome del risanamento dei bilanci pubblici. È sfacciata la manipolazione dei dati di realtà compiuta in paio di editoriali comparsi nei giorni scorsi sul Corriere della Sera. Il welfare diventa «il socialismo della spesa» e viene indicato come colpevole dell’esplosione dei debiti pubblici nell’Unione Europea. Quindi, tumore maligno da rimuovere, senza lascarsi impietosire dalle urla del paziente non completamente anestetizzato dalla propaganda liberista.

 

I dati di realtà sono diversi. Indicano, ad esempio, che in Grecia gli squilibri dei conti pubblici sono frutto di enormi clientele e dell’evasione fiscale alimentate dalla destra: l’ex premier Karamanlis, in 5 anni di malgoverno, non è stato in grado di fare alcuna riforma strutturale ed ha lasciato in eredità, a novembre 2009, al coraggioso Papandreou, un deficit superiore al 10% del Pil. I dati di realtà indicano che neppure l’esplosione del debito pubblico in Spagna, Portogallo, Regno Unito, Irlanda, ma anche Stati Uniti, ha a che fare con «il socialismo della spesa».

 

Tali economie prima della crisi avevano bilanci in ordine e un debito pubblico tra i più bassi dell’Ue. Gli squilibri sono derivati, invece, da due fattori entrambi connessi con il fallimento dell'ideologia liberista. Primo, l’ingentissima mobilitazione di risorse necessaria a salvare le banche, ossia signori e signore azionisti al top della scala distributiva, beneficiari di 25 anni di extra-profitti a danno del lavoro. Il secondo, il crollo della domanda interna drogata dalla finanza di facili costumi, ossia la frana dei consumi delle famiglie alimentati per 25 anni a debito a causa di redditi da lavoro stagnanti. Insomma, il dibattito politico avviene all'insegna di un paradosso: il welfare europeo, sopravvissuto alle mode e agli attacchi del liberismo, ammortizzatore degli effetti più acuti della crisi, rischia oggi di morire dissanguato per avere soccorso e salvato un capitalismo impazzito, inceppato da 25 anni di svalutazione del lavoro e di drammatico aumento della disuguaglianza.

 

La cultura della stabilità invocata dalla Cancelliera Merkel è costitutiva dell'UE. Tuttavia, è illusorio fondarla sul mercantilismo a scala continentale. Senza politiche per la domanda interna europea, senza welfare, la ricerca della stabilità porta a stagnazione, elevata disoccupazione strutturale e, quindi, al peggioramento della finanza pubblica. E porta, soprattutto, al conflitto corporativo "domestico" e alla democrazia populista. Forse, è utile (ri)leggersi non solo Keynes, ma anche Lord Beveridge. Forse è utile (ri)studiare le risposte di Roosevelt alla Grande Depressione.

 

Per capire che il welfare è stato voluto, a cavallo della II Guerra Mondiale, innanzitutto dai liberali illuminati per costruire le democrazie delle classi medie. Non ha caso Obama, per far ripartire gli USA, ha varato, per le classi medie, i poveri avevano già il Medicare, la riforma della sanità. Siamo ad un crocevia storico: l'Europa mercantilista o l'Europa del lavoro? I riformisti europei possono ritrovare l'anima, la loro identità, la loro funzione nazionale impegnandosi per una UE federale, capace di governo politico per la crescita e per il lavoro, unica via per garantire stabilità alla finanza pubblica. Stefano Fassina L’U 20

 

 

 

La prova di forza di Berlino

 

Tutti si aspettavano che sulle vicende dell’euro l'Europa, prima o poi, avrebbe battuto un colpo. Il colpo invece l'ha battuto la Germania da sola, dopo mesi di indecisione, evitando così di rinchiudersi in se stessa e rivendicando chiaramente la leadership in campo monetario e finanziario.

 

Il colpo battuto dai tedeschi ha assunto la forma di un secco divieto alla vendita allo scoperto, «nuda», di titoli di Stato della zona euro, ossia la forma più aggressiva di speculazione che ha perseguitato e sta ancora perseguitando i Paesi europei e soprattutto i loro debiti pubblici; lo stesso divieto si applica alle azioni di alcune tra le principali banche e istituzioni finanziarie tedesche. Al di là della sostanza, sulla cui efficacia di lungo termine qualche dubbio è lecito, impressiona la forma: la Germania ha agito da sola, seguendo una falsariga approssimativamente concordata nei giorni scorsi con gli altri Paesi della zona euro, ma senza informarli preventivamente e si prepara ad accompagnare questa misura concreta con la proposta di altri otto «punti» che venerdì il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble sottoporrà al Consiglio dei ministri economici e finanziari.

 

Si tratta di una serie di misure punitive per gli Stati con i deficit o i debiti troppo elevati, analoghe a quelle che si applicano alle imprese in stato fallimentare, che comprendono la sospensione del diritto di voto in vari organi dell'Unione Europea.

 

Per conseguenza il quadro istituzionale dell'Unione Europea potrebbe rapidamente cambiare e soprattutto l'intesa di fondo tra Germania e Francia, finora asse portante della costruzione economica e politica europea, potrebbe subire importanti modificazioni. I francesi, in particolare il ministro delle Finanze Christine Lagarde, non hanno nascosto la loro irritazione per non essere stati consultati; né i mercati la loro costernazione per essere stati «bacchettati». Le Borse europee sono scese di 2-3 punti percentuali e quelle americane hanno mostrato ribassi di dimensioni più ridotte ma il cambio dell'euro si è stabilizzato recuperando in maniera abbastanza sensibile. Può darsi che i tedeschi abbiano agito «per disperazione», come ha scritto qualche commentatore, ma l'importante è che la gravità della situazione abbia indotto qualcuno ad agire (e non poteva che essere la Germania, date le sue dimensioni economico-finanziarie) e che sia stata interrotta la serie degli inconcludenti balletti di Bruxelles e dei comunicati fatti di buone parole senza vera sostanza. L'allegro mondo della speculazione senza rete ha trovato un limite istituzionale che potrebbe essere il primo di una serie di «paletti» destinati a trasformare radicalmente i giochi mondiali della finanza e a reintrodurre, o comunque rafforzare, il controllo pubblico.

 

Le misure di contenimento dei deficit pubblici, che pressoché tutti i governi stanno mettendo a punto in gran fretta per fronteggiare la situazione, assumono così una diversa prospettiva: non si tratta più di fatti nazionali ma di un insieme di misure di emergenza che lentamente si compongono in un disegno europeo, il che dovrebbe renderle più accettabili a un'opinione pubblica che sicuramente non li ama, come dimostrano le resistenze politico-sociali manifestatesi in questi giorni nei Paesi per i quali la cura è particolarmente drastica, come la Grecia e la Spagna. Non si tratta tanto di difendere un determinato cambio dell'euro (l'attuale diminuzione fa balenare un pericolo inflazionistico non trascurabile ma introduce anche uno stimolo produttivo in quanto rende le merci europee più competitive nei confronti di quelle asiatiche o americane) ma piuttosto di evitarne la volatilità e di impedire che diventi una sorta di giocattolo in mani altrui.

 

In questo quadro, la «cura italiana» delineata dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, non appare particolarmente drastica (del resto la situazione debitoria italiana, pur grave, non è allarmante) ed appare rivolta alle aree grigie, o addirittura nere, dell'economia e della società. Tremonti intende incidere su forme di evasione legate a consumi vistosi, e su sprechi pubblici che suonano insultanti per il normale cittadino, dal costo della politica ai falsi invalidi. Appare ingeneroso uno scetticismo preconcetto anche perché nella lotta all'evasione in questi due anni il ministro dell'Economia qualche risultato significativo l'ha portato a casa. Certo incontrerà difficoltà parlamentari, in quanto gli interessi delle aree grigie e nere sono trasversali e non sono estranei ad alcun partito, compreso il suo. E il presidente del Consiglio, che fino a non molto tempo fa negava l'esistenza della crisi o ne minimizzava la portata, si trova in condizioni sensibilmente migliori dei suoi colleghi greco e spagnolo: pur non potendo ridurre le imposte, come gli sarebbe piaciuto, non è costretto ad alzarle. Ma di certo appare del tutto tramontata, dall'Europa oltre che dall'Italia, quell'atmosfera di consumismo ottimista e sorridente che è stato a lungo il sottofondo di gran parte dell'azione di governo e uno degli aspetti più evidenti del berlusconismo. MARIO DEAGLIO LS 20

 

 

 

Passaporto biometrico in Italia e all’estero: fase due in dirittura di arrivo

 

Accrescere il livello di sicurezza nei controlli. E’ questo lo scopo del nuovo passaporto biometrico che sostituisce definitivamente il vecchio documento

 

ROMA - E’ fissata al 28 giugno 2010 la data della scadenza per la definitiva messa a punto, in Italia e all’estero, delle apparecchiature e del know-how necessari per l’emissione del nuovo passaporto biometrico, così come voluto dal Regolamento dell’Unione Europea 2252 del 2004. Il nuovo documento, che mantiene le stesse caratteristiche di forma e di colore di quello rilasciato fino ad oggi, contiene uno speciale microchip dove verranno registrate, oltre all’immagine del volto, anche le impronte digitali del titolare. Sul piano operativo è ormai in fase di ultimazione il piano di installazione della nuova procedura di emissione del passaporto elettronico. La Rete degli Uffici consolari dovrebbe essere completata entro il 19 maggio, mentre quella degli Uffici emittenti in Italia (Questure e Commissariati) verrà ultimata il 24 giugno, consentendo così all’Italia di onorare l’impegno preso in sede comunitaria.

 

Saranno sempre 48 pagine - Il prossimo 20 maggio, inoltre, entreranno in distribuzione i nuovi modelli di passaporto ordinario a formato unico a 48 pagine, che andrà a sostituire i libretti a 32 e a 48 pagine attualmente in uso, ed il passaporto temporaneo, previsto per i casi di impossibilità temporanea alla rilevazione delle impronte digitali. Si è optato per un modello unico a 48 pagine in considerazione dell’intensificarsi degli spostamenti legati a esigenze professionali o personali dei viaggiatori italiani: il maggior numero di pagine consente infatti una più agevole gestione dei visti nel periodo decennale di validità del documento.

 

Passaporto temporaneo e per minori - Il passaporto temporaneo, invece, costituisce una assoluta novità per il nostro Paese ed è stato concepito come documento di viaggio di emergenza: esso potrà essere rilasciato solo in circostanze motivate, di necessità ed urgenza per le quali lo stesso possa costituire l'unico strumento per garantire la sicurezza, la salute o gli interessi economici dei connazionali.

La circostanza di necessità, che dovrà concorrere con quella dell'urgenza, potrà essere ricondotta, oltre che alla obiettiva e certificata impossibilità contingente alla rilevazione delle impronte (ad esempio, in caso di fratture o ferite o inconvenienti simili), ad altre cause di impedimento non addebitabili alla responsabilità dell'interessato. Ciò potrà determinarsi, ad esempio, nel caso in cui quest'ultimo si trovi momentaneamente bloccato in luoghi da cui non possa muoversi (per detenzione o in degenza per malattia grave, o altro). L’introduzione del nuovo libretto non incide sulla validità dei passaporti attualmente in corso che resteranno validi fino alla prevista data di scadenza.

Ulteriore novità è quella che ha visto entrare in vigore lo scorso 25 novembre le modifiche alla legge sui passaporti relative all’introduzione del passaporto individuale per i minori. Le nuove norme, volute sempre a livello comunitario (Regolamento UE n. 444/2009) per garantire una maggiore individuabilità e quindi sicurezza per i minori che viaggiano, prevedono l’obbligatorietà del passaporto individuale per questi ultimi, e dunque l’eliminazione della possibilità di iscrizione sul passaporto del genitore (o tutore o altra persona delegata ad accompagnarli), e una durata temporale differenziata dello stesso al fine di poterne aggiornare la fotografia in relazione al mutamento delle sembianze degli aventi diritto.

Dallo scorso 25 novembre, dunque, il passaporto ha una validità di tre anni per i minori da zero a tre anni e una validità di cinque anni per i minori di età compresa tra i tre e i diciotto anni.

A partire dal 20 maggio è previsto, sempre a maggiore tutela del minore, che sui nuovi libretti di passaporto vengano inseriti, nella pagina riservata alle autorità, i nominativi dei genitori.

 

Il funzionario itinerante - Altra importante novità è l’istituzione, da parte del Ministero degli Affari Esteri, del “funzionario itinerante”. L’obiettivo è attenuare almeno parzialmente il disagio delle concentrazioni di connazionali residenti in località particolarmente lontane dall’Ufficio consolare di riferimento o in Paesi dai difficili collegamenti logistici, che fino ad oggi si sono servite del servizio postale e della Rete consolare onoraria per le proprie pratiche di rilascio di passaporto e che, con l’avvio della fase II del progetto di passaporto elettronico, sono tenute a recarsi di persona presso l’Ufficio consolare per l’apposizione delle impronte digitali. Si tratta, in pratica, di un dipendente dell'Ufficio consolare che, munito di una postazione mobile, si recherà, previa adeguata informativa all'utenza, una o più volte all'anno, a seconda delle necessità, delle distanze e delle concentrazioni di connazionali, in viaggio di servizio presso un determinato luogo (Consolati onorari, Sedi di corrispondenti consolari o di Associazioni italiane presenti nella Circoscrizione di competenza) per rilevare le impronte digitali di coloro che abbiano una pratica di rilascio di passaporto in corso per poi rientrare all'Ufficio consolare per il completamento della procedura e la stampa del documento che, una volta emesso, potrà essere spedito all'interessato.

Data la scarsità delle risorse finanziarie a disposizione, tale modello operativo è stato pensato specificamente per quei Paesi caratterizzati da notevoli distanze, inefficienza dei mezzi di trasporto e consistenti concentrazioni di connazionali distanti dal Consolato di riferimento.

In Europa, invece, le distanze relativamente contenute e l'efficienza dei mezzi di trasporto dovrebbero consentire ai connazionali di recarsi personalmente presso le Rappresentanze diplomatico-consolari con un disagio ridotto, considerata anche la durata decennale del passaporto.

Per le Sedi interessate dal programma di ristrutturazione della Rete consolare, è prevista l'installazione di una postazione di captazione delle impronte presso lo Sportello consolare permanente, che raccoglierà le domande e i dati biometrici e li trasmetterà al Consolato di riferimento, il quale rimane l’unico abilitato ad emettere il passaporto. Ciò vale ovviamente anche per gli Sportelli consolari attualmente esistenti.  In rete con l’Italia

 

 

 

 

 

Un anno di "Estericult", il sito internet del Mae per promuovere la lingua e la cultura italiana all’estero

 

ROMA - Tre milioni di contatti, di cui circa il 70% dall’estero, oltre 2000 notizie pubblicate in varie lingue e centinaia di commenti lasciati dai visitatori. È questo il bilancio, a un anno dalla sua nascita, di "Estericult" (www.estericult.it), il sito internet del ministero degli Affari Esteri interamente dedicato alla promozione della lingua e della cultura italiana all’estero. A fare il punto della situazione sul cammino del sito internet, che assume anche la fisionomia di "blog" e soprattutto di "portale informativo", è stato il funzionario del Mae, Alessandro Ruggera, durante una conferenza svoltasi mercoledì mattina al "Forum PA 2010", alla Nuova Fiera di Roma.

"Con il progetto "estericult" il ministero degli Affari Esteri ha voluto creare uno spazio dedicato esclusivamente alla comunicazione su argomenti culturali; un sito internet parallelo a quello ufficiale del ministero (www.esteri.it), che si occupa invece della comunicazione istituzionale", ha spiegato Ruggera. Protagonisti di questa comunicazione sono soprattutto gli attori istituzionali che si occupano della promozione della lingua e cultura italiana all’estero: tra questi, i vari Istituti Italiani di Cultura sparsi nel mondo, i comitati della Società Dante Alighieri, l’Università per Stranieri di Perugia e quella di Reggio Calabria, ma anche i singoli cittadini che, previa registrazione gratuita, possono inviare le notizie alla redazione di "Estericult", che provvede poi a pubblicarle sul sito.

"È forte, dunque, l’aspetto "collaborativo", proprio grazie al coinvolgimento dei vari attori culturali, istituzionali e non, che inviano le proprie notizie", ha osservato Ruggera facendo notare che "in questo sito, il Mae ha voluto potenziare in particolare gli aspetti "2.0" della comunicazione", cioè l'insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono un alto livello di interazione.

Nella colonna di sinistra del sito sono presenti le iniziative culturali italiane organizzate nelle varie città del mondo; lo spazio centrale è invece dedicato agli "eventi", con un elenco di appuntamenti tenuto costantemente aggiornato dalla redazione di "Estericult". C’è poi una sezione "approfondimenti" dedicata agli eventi che meritano particolare attenzione e, sulla destra, una sezione video gestita dall’unità multimedia del ministero. "Nella colonna di destra", ha aggiunto Ruggera, "c’è anche una sezione "link" che collega i visitatori ai siti internet delle istituzioni che collaborano alla realizzazione del sito ed è presente una "mappa geografica di servizi", che, tra le altre cose, evidenzia le missioni archeologiche sostenute dal Mae, le sedi degli Istituti Italiani di Cultura e i comitati della Dante Alighieri".

Non manca una sezione dedicata agli accordi internazionali. Proprio qui, grazie alla collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), con la Conferenza dei Rettori dell Università Italiane (Crui) e con Cineca, il Mae rende consultabili le varie collaborazioni interuniversitarie tra l'Italia e i Paesi del Mondo, suddivise per aree tematiche o geografiche. Ma "Estericult" parla anche di cinema, festival, concorsi di poesia, mostre e molto altro ancora. (tom.samp.\aise) 

 

 

 

 

Due servizi innovativi per la Promozione e la Cooperazione Culturale. Borse di studio on-line

 

Piattaforma degli accordi internazionali delle Università italiane e sistema on-line di gestione borse di studio per studenti universitari

 

ROMA - Il Ministero degli Affari Esteri ha presentato al ForumPA due innovativi servizi sviluppati dalla Direzione per la Promozione e la Cooperazione Culturale: la nuova piattaforma degli accordi internazionali delle Università italiane e il nuovo sistema on-line di gestione delle borse di studio per gli studenti universitari.

  La piattaforma interattiva di tipo 3.0 (http://accordi-internazionali.cineca.it/) è il risultato della cooperazione sviluppata nell’ultimo anno da MAE, MIUR e CRUI volta a delineare strategie comuni e condivise di sostegno all’internazionalizzazione delle università italiane con l’obiettivo di rafforzare la competitività sul mercato globale della conoscenza. Un progetto di elevato contenuto tecnologico che realizza un coordinamento efficace tra i vari soggetti interessati testimoniato dai 7.686 accordi vigenti con atenei stranieri da parte di 80 università italiane.

  La piattaforma con il suo accesso pubblico , recapiti telefonici e indirizzi elettronici dei docenti di riferimento di ogni accordo consente anche un’accresciuta interazione fra mondo accademico e sistema produttivo ed Enti locali.

  Il nuovo sito Borse di Studio online è il progetto che consente la gestione informatizzata e la totale condivisione di dati del MAE e delle Ambasciate straniere in Italia . Si realizza cosi’ la totale dematerializzazione e la semplificazione delle procedure di selezione delle candidature e di assegnazione sia delle borse di studio gestite dal Ministero degli Affari Esteri, sia delle Borse offerte da Paesi stranieri. Il progetto ha ricevuto la “menzione speciale” nell’ambito del concorso “Premiamo i Risultati”.

  L’Istituto Diplomatico del Ministero Affari Esteri ha presentato il progetto dell’innovativo portale web che consente l’informatizzazione delle attività dell’Istituto nonché della gestione e fruizione dei corsi di formazione . Con i servizi di formazione e di aggiornamento professionale disponibili on-line, l’Istituto Diplomatico accresce significativamente la funzionalità e la trasparenza anche nella collaborazione con la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. (Inform)

 

 

 

 

 

Consolati italiani, si chiude! Schiaffo tedesco alla diplomazia dei cafóni

 

Quindi si torna indietro. Secondo le ultime informazioni la chiusura dei consolati è cosa certa. Saarbrücken, Norimberga, Amburgo, Mannheim in Germania; Liegi e Genk in Belgio; Coira in Svizzera, e via discorrendo e spaziando nel resto del mondo - di  Mauro Montanari

 

Si torna indietro, dicevamo, all’ipotesi di chiusura senza “se” e senza “ma” ventilata già da qualche tempo. Dopo un anno di lotte anche di piazza, in cui la gente chiedeva che non si toccassero i servizi, nel quale si era riusciti ad ottenere il declassamento di Norimberga, lo sportello consolare ad Amburgo e Saarbrücken, e via discorrendo, la Direzione generale del Mae ci ripensa e ritira tutto. C’erano state assicurazioni, promesse sperticate che almeno qualcosa –almeno!—si poteva salvare, invece niente.

I rumores a proposito di questo giro di walzer del Ministero c’erano stati nei giorni scorsi, al momento della pubblicazione di una nota stampa dell’agenzia giornalistica Aise. A seguito di una interpellanza parlamentare dell’on. Laura Garavini, l’Aise riportava la risposta del sottosegretario Scotti: “I contatti con le autorità tedesche in merito all’istituzione di eventuali strutture consolari più leggere in loco, hanno fatto emergere una loro preclusione rispetto a soluzioni diverse dal mantenimento di un Viceconsolato, quale livello minimo di presenza consolare”.

Da rimanere a bocca aperta. Le autorità tedesche si rifacevano alla Convezione di Vienna a proposito delle sedi diplomatiche, la quale Convenzione ribadisce che le strutture consolari riconosciute sono soltanto il Consolato generale, il Consolato e il Viceconsolato. Punto. Quindi l’Agenzia consolare non ha ragione di essere, né tantomeno lo Sportello. Ma allora, chiederete voi, come mai  le autorità tedesche hanno convissuto così bene con Agenzie presenti da sempre sul territorio, come quella di Mannheim, ad esempio. E perché le autorità inglesi tollerano senza alcuna discussione l’Agenzia di Bedford, e perché i francesi tollerano quella di Bastia, e perché i canadesi tollerano quella di Edmonton?

In questa presa di posizione delle autorità tedesche c’era qualcosa di strano. Cosa? This is the question, direbbe il principe danese. Il fatto è che a Berlino hanno cominciato ad averne le scatole piene degli atteggiamenti ruspanti del nostro governo, secondo il quale i Länder tedeschi sono quasi incidenti geografici. Opinione espressa da un Sottosegretario di Stato a nome Alfredo Mantica.

Lo schiaffo tedesco alla nostra diplomazia era stato preceduto però non solo dalle allocuzioni di Mantica, ma anche da un paio di episodi passati in qualche modo sotto silenzio. Cominciamo dal primo. La visita dell’ambasciatore a Berlino, Valensise, a Saarbrücken, orgogliosa capitale del Land Saarland, il quale, come tutti i Länder tedeschi, ha una sua propria normativa, una sua propria capitale, un suo proprio orgoglioso governo. A Saarbrücken, il capo di tale orgoglioso governo si chiama Peter Müller, testa fina, membro della Segreteria del partito di governo, ascoltatissimo consigliere della Cancelliera, grande amico dell’Italia; un’amicizia mediata soprattutto dagli italiani che vivono nel Land e che rappresentano la nostra emigrazione storica.

Quando Valensise andò a trovarlo, per cercare di rimediare alle spavalderie di Mantica, Peter Müller lo trattò con una freddezza insolita. Un atteggiamento che colpì la stampa locale. Così la Saarbrücker Zeitung: “Il governatore del Saarland, Peter Müller, ha dichiarato, in occasione della visita dell’Ambasciatore d’Italia, Michele Valensise, di essere ‘deluso’ della prevista chiusura per il primo luglio del Consolato italiano a Saarbrücken. Dalla Cancelleria di Stato si apprende che Müller, durante l’incontro, "ha chiarito che avrebbe preferito una soluzione continuativa con il mantenimento dell’intero Consolato" rispetto alla soluzione ora prospettata di aprire uno Sportello consolare con tre impiegati. Al Consolato erano assegnati sino ad ora circa una dozzina di funzionari. Il Governo del Saarland, secondo Müller, si è adoperato intensamente per il mantenimento del Consolato. Müller aveva addirittura messo a disposizione i locali gratuiti all’interno della Cancelleria di Stato”.

Ora, quando un primo ministro tedesco dice di essere “deluso”, so’ ...azzi! Nonstante l’ammirazione per le Panzerdivisionen, il nostro Sottosegretario aveva dimostrato di capire poco, pochissimo, del carattere di un tedesco. Il quale potrà avere tutti i pregiudizi di questo mondo, ma personalmente ti dà sempre una chance. Se però vede che sei un buffone, non ti considera più.

Ma c’era stato anche un’altro episodio penoso per la nostra Amministrazione, quando il Senato di Amburgo era sceso a Roma per perorare la causa del nostro (non del loro) Consolato. I senatori vennero ricevuti da un dormiente sottosegretario Dini, il quale, tra la veglia e il sonno, aveva sostenuto che neanche lui capiva la logica delle chiusure, visto che non c’è alcuna nuova normativa e che detta chiusura non produce alcun risparmio. Oltre a Dini c’era il loro ambasciatore. Ci si può immaginare come siano tornati indietro i senatori amburghesi: forse pensando di aver sognato anche loro.

Dopo questi due schiaffi, la reazione tedesca era da aspettarsi. Ma il bello viene adesso. Invece di vergognarsi del proprio comportamento mellifluo; invece di prendere finalmente in considerazione la possibilità di sedi gratuite offerte dalle Amministrazioni di Saarbrücken, Mannheim, Norimberga, e perfino Liegi, la nostra Amministrazione ora prende la palla al balzo per dare la colpa ai tedeschi della chiusura dei Consolati, e ritorna sui suoi passi. Cancella con un colpo di spugna le promesse fatte ai cittadini e ripropone un progetto che de facto non aveva mai abbandonato.

Niente più agenzia a Norimberga, niente più Sportello a Saarbrücken o ad Amburgo. Niente! Le promesse mangiate col pane. Di più: la politica di colpo da l’impressione di non essere la vera padrona del campo. L’impressione è che la politica non decida. L’impressione è che Mantica sia il pennacchione mandato in campo a farsi spupazzare dalla piazza per difendere un progetto non suo, e che non gi conviene neppure; un progetto annunciato già nel precedente governo Prodi.

Ma se non è Mantica il padrone di casa -Frattini, men che meno-: quello è al party a godersi le belle signore, con un bicchiere di prosecco in mano, e non sa neanche di cosa si stia parlando. Se non è Mantica, dicevo, il padrone vero chi è? Chi tira le fila dello stesso demenziale progetto passando da un governo all’altro? Questa è la seconda Question che ci poniamo, alla quale cercheremo di dare risposta -se ci riesce- nei prossimi giorni.

Per ora buttiamola lì: vuoi vedere che tutto questo ha a che fare con l’assunzione di 35 diplomatici prevista dal trattato di Lisbona nel quadro della Istituzione del Servizio diplomatico europeo? E vuoi vedere che, in tale istituzione… Ma, dicevamo, il resto prossimamente. CdI

 

 

 

 

I giornalisti degli Italiani in Germania preoccupati per le limitazioni alla libertà di informazione

 

In questi giorni il MediaClub-Germania, l’associazione degli operatori nei media per i connazionali in Germania, ha lanciato una raccolta di firme per protestare contro le limitazioni che in tante forme (intimidazioni, leggi, tagli di contributi...) si stanno introducendo per limitare la libertà di informazione. Ecco lappello del MediaClubGermania

 

I giornalisti italiani e di origine italiana aderenti al MediaClub Germania, insieme ad associazioni e testate che aderiscono a questo appello, esprimono il loro allarme per le limitazioni arrecate alla libertà dell’informazione e al diritto d‘informazione in Italia.

Questo allarme non è disgiunto da quello che esprimiamo per le altrettanto preoccupanti condizioni  dell’informazione e della cultura di lingua italiana tra le comunità italiane all’estero.

L’indebolimento progressivo del servizio d’informazione pubblico, l’inadeguatezza di Rai Italia ( ex Rai International), il criptaggio di film e avvenimenti sportivi e provvedimenti censori, come la sospensione di trasmissioni di contenuto politico prima delle ultime elezioni regionali,  scoraggiano  sempre più il legame politico e culturale degli italiani  all’estero con la  madre patria.

La legge che sancisce il voto all’estero ha rappresentanto un momento di speranza per la maggioranza degli italiani che non vogliono recidere  i legami con il proprio paese di origine.

Alla  promulgazione di questa legge hanno fatto seguito però provvedimenti che sembrano andare in una direzione contraria agli scopi e alle intenzioni che l’hanno ispirata.

Sono stati tagliati drasticamenti i mezzi finanziari agli istituti italiani di cultura,  ai servizi sociali consolari, agli enti gestori dell'intervento scolastico, ai comites, sono stati o verrano eliminati interi consolati o agenzie consolari.

Particolarmente drammatici e inaccettabili sono infine i tagli finanziari inflitti alla stampa italiana all’estero, che da sempre rappresenta realtà italiane in tutto il mondo che altrimenti resterebbero ignorate.

In questo contesto il MediaClub Germania invita gli italiani in Germania e le loro associazioni: 

- a seguire e ad appoggiare le battaglie in difesa della libertà di informazione e di stampa sostenute in Italia dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana;

- a protestare, apponendo la loro firma, sotto questo appello, contro tutti quei provvedimenti restrittivi che si ripercuotono  negativamente  sulla diffusione dell’informazione  e sulla crescita culturale e sociale degli italiani all’estero.

- a chiedere una riforma del servizio d’ informazione pubblico in Italia che lo renda indipendente dai condizionamenti politici e che attraverso tutti i suoi programmi, radiofonici e televisivi,  tenga conto sia delle esigenze che del ruolo attivo di tante e forti comunità italiane all’estero

Il MediaClub Germania, da sempre impegnato nel tessere rapporti con i media tedeschi, prendendo atto positivamente dell’aumento dei tempi di  trasmissione di  “Radio Colonia”, il programma in lingua italiana del WDR Funkhaus Europa, continuerà a richiedere una maggiore attenzione dei media di questo paese per la presenza italiana e delle altre minoranze.

E’ convinto inoltre che solo una forte connessione tra tutte le organizzazioni della comunità italiana qui residente permetta una miglior tutela dei diritti dei connnazionali, a cominciare proprio da quelli di una corretta e adeguata informazione. MediaClub Germania, de.it.press

 

I moduli per la raccolta di firme sono a disposizione in redazione e verranno mandati a quanti aderiscono all’iniziativa e ne fanno rivhiesta. Più avanti diversi articoli analizzano la gravità del problema in Italia (ndr)

 

 

 

 

Di Biagio (PdL) e Marino (PD) appoggiano la manifestazione di sabato 29 maggio a Francoforte

 

Francoforte - A pochi giorni dalla prima delle tre continentali convocate dal Cgie per protestare contro il rinvio delle elezioni dei Comites, l’Intercomites della Germania invita la collettività italiana in Europa a partecipare all’appuntamento in programma a Francoforte dal 28 al 30 maggio. Con la tre giorni, spiega l’Intercomites, si intende protestare "contro la distruzione della Rete Consolare, contro i tagli delle risorse per l’intervento scolastico-culturale, contro l’azzeramento dei capitoli di spesa per l’assistenza diretta ed indiretta, contro la forte riduzione dei finanziamenti della stampa italiana all’estero, contro la discriminatoria decisione del Governo nell’esenzione dell’ICI, contro il decreto che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie di tre anni complessivi". I Comites della Germania invitano “tutti e in particolare ai moltiplicatori perché partecipino in massa alla Assemblea pubblica che si terrà sabato 29 Maggio alle 14,30, presso l’hotel Holiday Inn nella Mailänder Strasse Nr. 1 a Francoforte ed al corteo che partirà alle ore 16,30 dall’"Alte Oper" all’Opernplatz di Francoforte e marcerà sino al Consolato Generale Italiano di Francoforte".

 

Aderiscono all’appello i responsabili dell’estero dei due maggiori partiti italiani, di maggioranza e di opposizione. “Rafforzamento degli interventi pubblici a sostegno delle nostre comunità oltre confine, reintegro delle risorse per la stampa italiana all’estero, mantenimento di adeguati e opportuni livelli di presenza ed efficienza dei servizi consolari, annullamento del rinvio delle elezioni dei Comites sono alcuni dei punti tracciati nell’appello che il Cgie insieme ai Comites ha lanciato per avviare un percorso di sensibilizzazione delle istituzioni e per richiamare l’attenzione sulla critica situazione che al momento caratterizza il mondo degli italiani oltre confine. Appello che condividiamo e che rappresenterà la piattaforma della manifestazione di Francoforte del prossimo 29 maggio”.  E’ quanto dichiarano in una nota congiunta Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL e Eugenio Marino, Responsabile Italiani nel Mondo del PD.

“Le criticità che al momento condizionano le nostre comunità oltre confine alla vigilia di una manovra finanziaria che non si preannuncia generosa – continuano i Responsabili – rende impellente un intervento mirato e fattivo da parte delle istituzioni, al fine di esorcizzare uno scollamento ancora più marcato tra queste realtà ed il Paese”.

“Siamo pronti a scendere in piazza accanto alle realtà rappresentative degli italiani nel Mondo – concludono – per far capire che ci siamo e che vogliamo veicolare un messaggio di attenzione al Governo e all’Amministrazione, un messaggio bipartisan privo di rivoli ideologici per dare un segnale di presenza e contrastare la deriva di sfiducia che purtroppo continua a condizionare l’emigrazione italiana oltre confine”.

(de.it.press)

 

 

 

Il deputato Michael Frieser (Csu) favorevole all’Agenzia di Norimberga

 

Il deputato tedesco della Csu Michael Frieser non comprende l'atteggiamento negativo delle istituzioni tedesche nei confronti dell'accomodamento proposto di un'agenzia consolare italiana al posto dell'attuale consolato. Dopo un colloquio avuto con il rappresentante del Comites di Norimberga, insieme ai rappresentanti degli italiani di zona e dintorni, al quale ha partecipato anche il consigliere comunale Max Höffkes, portavoce della Csu per le relazioni internazionali, Frieser ha dichiarato che farà il possibile per il mantenimento di un punto  di riferimento fondamentale per i cittadini italiani residenti nella regione.

"Dopo il successo avuto, e cioè di essere riusciti a convincere lo Stato italiano della necessità di un rappresentante ufficiale in loco, ora la soluzione trovata non deve fallire per colpa dell'autorità tedesca" comunica Frieser. Il deputato scriverà direttamente al ministro degli esteri Guido Westerwelle chiedendo che il Ministero degli Esteri non faccia muro contro questa soluzione. "Sostengo in pieno gli sforzi dei cittadini italiani, delle molte imprese italiane e tedesche che hanno rapporti commerciali con l'Italia. L'agenzia consolare deve esserci", ciò quanto dichiarato da Frieser, il quale ricorda che nella città e dintorni vivono più di 30.000 italiani e altrettanti tedeschi con una storia di migrazione alle spalle o con rapporti familiari e economici con l'Italia.

Se questa soluzione dovesse fallire, gli italiani della zona, per poter usufruire dei servizi consolari, dovrebbero recarsi a Francoforte o a Monaco di Baviera, percorrendo così centinaia di chilometri in più. CdI

 

 

 

 

Debutto a Stoccarda del musical „Scugnizzi stateve accorte“

 

Il Musical di Claudio Mattone ed Enrico Vaime che si ispira al film di Nanni Loy ha esordito in questi giorni a Stoccarda. Ad allestirlo è stato il gruppo giovani della comunitá italiana della locale parrocchia di San Giorgio. Il successo riscosso ha superato ogni aspettativa. 400 spettatori hanno vissuto con entusiasmo e trasporto la “Prima”. Una replica è in programma per il prossimo autunno, in occasione della riapertura della chiesa di San Giorgio dopo i lunghi lavori di restauro

La sala-teatro della Franz Schubert Schule di Botnang, quartiere stoccardese noto per le sue vie intitolate a famosi musicisti, era stracolma. I 30 giovani impegnati nei diversi ruoli del musical erano ansiosi ma anche un po’ nervosi. Sono i timori dei riflettori, del palcoscenico, degli ultimi accorgimenti e raccomandazioni della regia, della tecnica e delle costumiste. D’altro canto i tempi fra una scena e l’altra sono miniziosamente contati e quindi il tutto deve funzionare ad orologeria.

 

Il risultato sia sotto il profilo tecnico che interpretativo é stato lusinghiero. Musiche, luci, voci, movimenti, gesticolazioni e recita hanno strappato ripetutamente scroscianti applausi. Anche se quasi nessuno degli interpreti ha radici napoletane, sia le canzoni che le parti recitate hanno trasformato questi giovani in veri scugnizzi. E’ anche attraverso il musical che questi giovani, nati e cresciuti in Germania, riescono a tener vivo il legame con la lingua e cultura italiana.

La prova é contenuta nel servizio audio  http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6408838/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/15zdow/index.html.

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Fondi governativi. I „poveri“ italiani in Germania decurtati di un altro 30%

 

Nonostante il grido di allarme sulla crescente povertà degli italiani nel mondo, lanciato da associazioni, patronati e Comites, per il 2010 i fondi governativi sono stati ulteriormente ridotti.

"Il servizio di assistenza sociale diretta è destinato ai cittadini italiani che versano in una situazione di comprovata e documentata indigenza. I cittadini italiani possono ricevere dal Consolato un aiuto economico o di altro tipo per superare una momentanea grave difficoltà”. Queste righe si trovano sulle pagine internet di quasi tutti i consolati italiani nel mondo: ma dalle parole… ai soldi il percorso è molto tortuoso, se non impossibile. Soprattutto quando dal governo italiano vengono stanziati sempre meno soldi per gli italiani indigenti che vivono all'estero: 13 milioni è la cifra che Roma ha messo a disposizione per i connazionali indigenti per l'anno in corso. In Germania i tagli si aggirano intorno al 30% rispetto all'anno precedente.

Altri dettagli nell servizio di Luciana Mella in onda su Radio Colonia del 18 maggio http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100518_italmondo.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100518_italmondo.mp3. RC, de.it.press

 

 

 

 

Il calcio di Amburgo "S.Pauli" festeggia con il Chianti Classico

 

Amburgo - Al "S.Pauli" piace il Chianti: il famoso club di calcio di Amburgo ha scelto di servire durante i festeggiamenti per il centenario della società calcistica il Chianti Classico prodotto dall’azienda agricola Monterinaldi, e distribuito in Germania da Massimo Sport Consulting, che per l'occasione si è vestito con i colori del S.Pauli. I festeggiamenti per il centenario sono stati aperti dalla partita amichevole del FC St. Pauli e il Celtic Glasgow, disputata il 18 maggio ad Amburgo.

FC St. Pauli, la famosa società calcistica che quest’anno è tornata in serie A tedesca, prende il nome dall’omonimo quartiere portuale di Amburgo. Il club del St.Pauli, che vanta una media di oltre 22mila spettatori alle sue partite, si differenzia dai normali club di calcio in quanto segue una politica associativa contro ogni forma di discriminazione, sviluppando nuove forme di aggregazione contro la violenza nelle società e negli stadi.

L’impegno contro le discriminazioni ha fatto si che nel 2006 il St.Pauli ha creato all’interno dello stadio un’area speciale per i non vedenti con accompagnatori, favorendo inoltre, l’organizzazione di un campionato per non vedenti in collaborazione con la federcalcio tedesca. (aise) 

 

 

 

 

Dalla Germania all’Italia. Il mito del ritorno. Intervista allo scrittore Carmine Abate

 

Duisburg. Dopo quasi mezzo secolo in Germania la famiglia Caresta di Duisburg torna in Italia. La decisione non è facile perché il rientro, come anche la partenza, implica sempre un distacco.Lo sa bene anche lo scrittore Carmine Abate.

"Qui abbiamo trovato il suolo morbido e abbiamo messo radici” dice Remo Caresta che a 27 anni ha lasciato Tornimparte, scambiando le montagne abruzzesi con i binari di Duisburg. Remo Caresta ha lavorato come ferroviere presso la Deutsche Bahn. Quando alcuni mesi fa anche sua moglie è andata in pensione, i coniugi Caresta hanno deciso di rientrare in Italia. Dopo 43 anni di Germania il rientro non sembra però essere semplice: mobili da portare, ricordi da impacchettare, arredamenti da regalare. E cosi con valigie e cartoni i due coniugi rimuovono anche timori e speranze legati al rientro.

L'esperienza del rientro non è facile sostiene anche lo scrittore Carmine Abate che per lunghi anni ha vissuto in Germania. Tornare al proprio paese definitivamente o anche solo per le ferie è però necessario per conservare ciò che di più prezioso abbiamo: le nostre radici.

Ascolta il servizio di Claudia d'Avino trasmesso da Radio Colonia il 19 maggio

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100519_rueckkehrneu.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100519_rueckkehrneu.mp3  assieme all'intervista con lo scrittore Carmine Abate http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100519_abate.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/rc_little_italy/2010/100519_abate.mp3

RC, de.it.press

 

 

 

Sabato la finale italo-tedesca. Inter-Bayern, uomini d'onore

 

Sabato la finale Cgampions, tanti campioni e una cosa in comune: la forza dei singoli al servizio del collettivo

 

ROMA  - Il count down va avanti: Madrid -2. L’Inter è volata ieri in Spagna; il Bayern Monaco lo farà oggi. La capitale spagnola, dopo aver gonfiato a dismisura i prezzi di hotel, bed and breakfast e camere senza bagno, sta mettendo a punto gli ultimi dettagli dell’organizzazione per ospitare i tifosi italiani e tedeschi; le due squadre stanno perfezionando la preparazione, puntando più sulla testa che sulle gambe. Louis van Gaal, allenatore dei bavaresi, sa che non potrà contare su Franck Ribery, squalificato, ma (ufficialmente) non si lamenta; Josè Mourinho non si fa pregare per dire che «la squalifica di Ribery è giusta», e continua a studiare la formazione da opporre ai vincitori della Bundesliga. In realtà, sia van Gaal che Mou sanno già alla perfezione chi andrà in campo al “Santiago Bernabeu”, ma si guardano bene dal dare vantaggi al collega avversario. Pretattica, certo; ma, in questo caso, utile fino ad un certo punto, perchè tutti sanno tutto di tutti.

 

Ad esempio, tutti sanno che due olandesi ex Real Madrid, anzi scarti del Real Madrid, cioè Wesley Sneijder e Arjen Robben, saranno sicuramente tra i protagonisti della finale. Entrambi lasciando Madrid, dove facevano le riserve, hanno vinto campionato e coppa nazionale e adesso puntano alla tripletta. Sneijder (uno dei quattro ex merengues dell’Inter, con Eto’o, Cambiasso e Samuel: dov’è l’errore?) è il prototipo del fantasista moderno, cioè non un palleggiatore spesso fine a se stesso ma un autentico regista d’attacco, bravissimo anche in fase di finalizzazione oltre che di rifinitura. Robben, se/quando è assistito dalla salute (ha muscoli di seta...) è tra i più forti esterni d’attacco al mondo. Pur essendo mancino, Arjen (che ha avuto Mourinho al Chelsea) gioca a destra per arrivare meglio al tiro con il piede preferito, e ne sanno qualcosa Fiorentina e Manchester United.

 

Un’altra sfida nella sfida è quella tra Diego Milito e Ivica Olic, i due centravanti classe 1979 di Inter e Bayern Monaco. L’argentino è stato finora (probabilmente) il miglior giocatore di Mourinho, sia in Italia che in Europa: il suo calcio semplice si è rivelato letale, e lo testimoniano i gol segnati tra campionato e Champions (26, più due in Coppa Italia). Il croato, devastante contro il Lione (tripletta), in Champions ha segnato anche alla Juventus, alla Fiorentina e al Manchester United firmando complessivamente sette reti. Ora punta al titolo assoluto, dato che Messi e Cristiano Ronaldo (8 gol) sono già in vacanza. I due hanno una struttura fisica e caratteristiche tecniche diverse, eppure si somigliano parecchio perchè conoscono alla perfezione l’arte del gol. Olic, che nelle gerarchie del Bayern ha spazzato via prima Luca Toni poi Mario Gomez quindi Miroslav Klose, una dozzina di anni fa è stato ad un passo dal diventare interista: nel 1998, quando aveva 19 anni e militava nel Marsonia, l’Inter giocò un’amichevole e i dirigenti nerazzurri lo notarono e gli offrirono un provino di tre giorni. Tutto ok, compreso un test contro l’Iran, ma poi, sfruttando una trattativa complicata tra Inter e Marsonia, Ivica (che non nega di essere ancora tifoso nerazzurro) scelse di andare all’Herta Berlino.

 

E se il capitano dell’Inter, Javier Zanetti, ha la faccia del cow boy buono, quello che usa la parola e non le mani, al massimo un cazzotto ben dato, Marc van Bommel, il capitano olandese dei bavaresi, ti mette paura solo se lo guardi. Faccia truce, sorrisi zero, muscoli e pugni sempre in primo piano e, soprattutto, lingua sciolta. Da sempre. Ha litigato con arbitri e allenatori e anche con i compagni di squadra. Ha fatto festa, ad esempio, quando Toni se ne è andato da Monaco e ieri, alla Bild, ha fatto la spia raccontando i motivi della cessione del campione del mondo alla Roma. «Van Gaal ha litigato con Toni il secondo giorno che è arrivato. La squadra stava pranzando e Toni si è addormentato a tavola. Van Gaal non l’ha presa bene e l’ha richiamato duramente nel suo ufficio. In questi casi normalmente la squadra prende le difese del compagno. Ma nessuno gli ha dato ragione». Bene no? Zanetti, 699 gare con la maglia nerazzurra (fonte wikipedia), 37 anni portati alla grandissima alla faccia di D.A. Maradona che non l’ha convocato per il Sudafrica, è l’esatto contrario di van Bommel (una Champions con il Barça nella bacheca personale), e la sua umiltà, mista a correttezza, gli viene riconosciuta anche dagli avversari. Sono entrambi centrocampisti ma tatticamente uno, van Bommel, gioca più centrale dell’altro: essendo, però, Zanetti poliedrico come pochi, al “Bernabeu” non mancheranno di duellare in maniera diretta, dopo essersi scambiati i gagliardetti prima del fischio d’avvio. E sarà battaglia. IM 20

 

 

 

Da giugno a Colonia: il passaporto solo su appuntamento

 

Colonia - Dal prossimo 1° giugno i connazionali residenti nella circoscrizione di Colonia che vorranno rinnovare il passaporto dovranno prenotarsi online sul sito del consolato (www.conscolonia.esteri.it). È quanto annunciano oggi da Colonia spiegando che a seguito dell’introduzione dei passaporti elettronici nel cui microchip sono memorizzate, oltre all’immagine del volto, anche le impronte digitali del titolare, é necessario recarsi di persona presso la Sede consolare. Per questo, si aggiunge, a partire dal 1 giugno, per presentare la domanda di passaporto, sarà necessario prenotare il proprio appuntamento online.

Dal consolato, infine, invitano i connazionali a controllare la scadenza del proprio documento e a prenotare per tempo il proprio appuntamento. (aise)

 

 

 

 

 

Commissione bicamerale per gli italiani nel mondo: Raffaele Fantetti rilancia la proposta di Tremaglia

 

ROMA – Una Commissione bicamerale per le questioni che riguardano gli  italiani all’estero. Il senatore Raffaele Fantetti, eletto con il Pdl nella ripartizione Europa, rilancia la proposta che nel 2008 era stata fatta da Mirko Tremaglia, allora ministro per gli Italiani nel Mondo. 

  Il sen. Fantetti rende noto di avere inviato una lettera, il 12 maggio, ai colleghi parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero, nella quale formula la proposta e ne illustra le ragioni. Una missiva che fa seguito anche alla recente Assemblea plenaria CGIE. “E’ di tutta evidenza, anche al neo proclamato che vi parla – scrive Fantetti ai parlamentari dell’estero - che il bicameralismo perfetto proprio del nostro sistema parlamentare gioca particolarmente a sfavore di qualsiasi iniziativa che non possa essere propriamente raccordata tra le due Camere e contro qualsiasi forza che non sia in grado di operare in entrambe. Anche per questo, probabilmente, l’azione portata avanti a livello parlamentare dagli eletti all’estero non ha, finora, potuto portare a risultati apprezzabili”.

  Inoltre, “il segnale che la pattuglia dei 18 contribuisce a dare all’esterno (ovvero, sia nei confronti degli altri parlamentari, che al di fuori delle istituzioni legislative) è particolarmente negativo perché testimonia dell’incapacità di darsi una unitarietà di intenti anche sulle questioni precipuamente inerenti le nostre tematiche”.

  “Naturalmente – precisa Fantetti - non si vuole disconoscere l’esistenza, più o meno formalmente riconosciuta dai rispettivi regolamenti camerali, di due comitati, alla Camera ed al Senato, entrambi presieduti da colleghi non provenienti dalla Circoscrizione Estero, che lavorano meritoriamente e da tempo sull’approfondimento delle nostre questioni. Ma – prosegue - non credo di essere il solo a ritenere che proprio per la loro duplice e dis-equilibrata natura gli attuali comitati non possano utilmente rappresentare quel foro comune di discussione, attrazione e deliberazione delle nostre tematiche, di cui invece avremmo estremo bisogno”.

   “In passato, l’istituzione di questa Commissione bi-camerale per gli Italiani all’estero era già stata proposta, in modo lungimirante, dal Ministro Tremaglia  (29 aprile 2008)”, ricorda Fantetti. E il senatore pensa che “anche le argomentazioni portate avanti a suo tempo rimangano valide”. Fantetti si riferisce a “controparte ideale del mondo dell’emigrazione, compresi gli Italiani non iscritti per varie ragioni all’AIRE e gli oriundi, riferimento naturale di tutti i rapporti a vario titolo riferenti al mondo istituzionale, imprenditoriale, sociale e comunicativo degli italiani all’estero”

  “Non vorrei invece – aggiunge Fantetti - che, sempre in passato, la provenienza di tale proposta possa aver in qualche modo scoraggiato alcuni colleghi dal sostenerla”. A tal fine, “volendo invece dare risalto al carattere bipartisan di questa iniziativa”, Fantetti propone ai colleghi che “la Presidenza di suddetta “nostra” commissione bicamerale venga eventualmente assicurata da un parlamentare eletto all’estero appartenente alla minoranza” e “idealmente, affidare la Presidenza onoraria al ministro Tremaglia”.

  “Mi conforta in questi due suggerimenti la coscienza che la forza delle istituzioni si basa su una condivisione generale, politica e non ideologica, delle proprie funzioni e su un riconoscimento deferente al proprio meritevole passato”,conclude Fantetti auspicando un “pronto riscontro su questa materia” e suggerendo ai colleghi eletti all’estero “di incontrarci a breve tutti insieme per poter discutere tra noi dei numerosi temi di specifica pertinenza”. (Inform)

 

 

 

 

 

La mossa tedesca fa paura ai mercati. Le misure contro la speculazione innescano nuovi ribassi

 

MILANO - Le misure annunciate dalla Germania per imbrigliare i ribassisti e placare la volatilità dei mercati hanno provocato forti ribassi e fluttuazioni estreme: sull’euro, nelle Borse, soprattutto sui titoli della banche europee. Quanto all’indice Vix della volatilità, oggi si è impennato verso livelli che non si vedevano da oltre un anno. Difficilmente i regolatori tedeschi potevano fallire i loro obiettivi dichiarati in modo più spettacolare di così.

Ma davvero erano questi i loro obiettivi? A giudicare dal calendario di questi giorni, viene da dubitarne. Il Bundestag sta discutendo in settimana l’autorizzazione al cosiddetto «veicolo» europeo poter raccogliere fino a 440 miliardi di euro, con la garanzia della Germania e degli altri Paesi dell’euro. Per dare il suo assenso i cristiano-sociali bavaresi (CSU), partner della CDU della cancelliera Angela Merkel, chiedono garanzie e contropartite e l’opposizione socialdemocratica anche. In questo non ci sarebbe niente di strano: dopo tutto nel 2008 anche il Congresso americano chiese un piano di aiuti al settore auto in cambio del suo via libera al Tarp, il maxi-fondo di sostegno per le banche di Wall Street.

Ora tutto fa pensare che, per ammansire la CDU, il governo di Berlino abbia piegato la mano della Bafin, il regolatore finanziario «indipendente», imponendo una spettacolare (presunta) lezione agli speculatori. Quindi la CDU e la SPD possono votare liberamente il loro via libera al piano europeo di salvataggio. Il risultato però è stata un’altra evitabile tempesta in Europa e non solo. Tutta la politica è locale ma, con l’integrazione dei mercati, tutte le conseguenze sono ormai globali. Lo sono i contraccolpi finanziari così come quelli politici, perché la Germania è rimasta del tutto isolata. Anche la Francia ha preso le distanze. Se nelle prossime settimane la Germania iniziasse a introdurre deroghe ai suoi stessi divieti, fingendo di non perdere la faccia, non sarebbe affatto sorprendente. Federico Fubini CdS 19

 

 

 

La corsa ai pozzi che ha causato la marea nera

 

Il petrolio che sta sgorgando dal fondo del Golfo del Messico in quantità spaventose potrebbe rivelarsi il più grande disastro ecologico della storia dell’umanità. Ma, a rifletterci bene, è soltanto il preludio dell’era del «Petrolio difficile», un’epoca nella quale dovremo contare su risorse sempre più problematiche.

 

Probabilmente non riusciremo mai a chiarire le cause della tremenda esplosione che ha distrutto la piattaforma Deepwater Horizon. Tra i possibili colpevoli c’è una falla nel cemento che l’ancorava al fondale e un dispositivo anti-esplosioni disattivato. Ma quale che sia l’innesco immediato dell’esplosione, non ci sono dubbi sulle cause a monte: la corsa delle multinazionali, spalleggiate dal governo, a sfruttare i giacimenti di gas e petrolio nelle zone più remote della Terra.

 

Gli Stati Uniti sono entrati nell’era degli idrocarburi con riserve gigantesche di petrolio e gas. Lo sfruttamento di queste materie prime preziose e utilizzabili in mille modi è stato uno dei motori della crescita economica, e dei profitti favolosi di giganti dell’energia come Bp ed Exxon. Nell’epoca pionieristica dei pozzi di petrolio, le esplosioni e le fuoriuscite incontrollabili erano la norma. Anno dopo anno le compagnie impararono a gestirli con nuove tecnologie. Ora, nella corsa ai giacimenti difficili, siamo tornati a queste «esuberanze» del petrolio. L’esplorazione condotta dalla Deepwater Horizon è un esempio di questa tendenza. Bp stava da qualche anno spingendo le ricerche sempre più in profondità. Il pozzo esploso, conosciuto come Mississippi Canyon 252, partiva da un fondale a 1500 metri di profondità e scendeva per altri 4000 sottoterra.

 

Le maggiori compagnie insistono nel dire che hanno adottate misure di sicurezza senza falle, ma il disastro nel Golfo del Messico fa strame di queste affermazioni. Già nel 2006, per esempio, un oleodotto della Bp piagato da scarsa manutenzione, si ruppe e riversò un milione di litri di petrolio nell’area di North Slope, in Alaska. Nonostante questi rischi, una serie di Amministrazioni, compresa quella Obama, ha appoggiato la strategia delle aziende nella loro corsa ai giacimenti in aree ostili. La cornice giuridica è stata fornita dalla National Energy Policy (Nep) del 2007, adottata da George W Bush e dettata dalla filosofia del vicepresidente Dick Cheney, che ammoniva contro la crescente dipendenza dal greggio importato: «L’obiettivo primario della Nep è assicurare diverse fonti di approvvigionamento. Ciò significa petrolio, gas e carbone nazionali». La prima raccomandazione della Nep era far ripartire lo sviluppo dei giacimenti nel National Wildlife Refuge dell’Alaska. Altrettanto significativa era quella di accrescere le esplorazioni nel Golfo del Messico. E il braccio regolatore dell’esecutivo, il Mineral Management Service (Mms) ha per anni concesso licenze senza nessun riguardo per l’ambiente.

 

Ma anche le compagnie petrolifere hanno le loro ragioni per gettarsi in questa corsa. Prendiamo la Bp. Nata come Anglo-Persian Oil Company, ora le sue attività sono concentrate in Nigeria e Azerbaigian, ma Alaska e Golfo del Messico stanno diventando sempre più importanti. «Operare alle frontiere dell’energia» è il titolo del rapporto annuale del 2009 della Bp. Il management è convinto che una rapida crescita della produzione nel Golfo del Messico è essenziale per la salute finanziaria dell’azienda. L’esplosione della Deepwater Horizon, ci assicurano, è stato un caso sfortunato: un coincidenza di scelte sbagliate e materiale fallato. Con controlli più rigidi, l’incidente poteva essere evitato. E così potremo andare di nuovo a trivellare in acque profonde in piena sicurezza.

 

Non credeteci. Materiale scadente e scarsi controlli hanno giocato forse un ruolo decisivo nella catastrofe, ma la ragione a monte è la corsa compulsiva dell’azienda ai pozzi in regioni pericolose, per cercare di compensare il declino delle riserve convenzionali. Costi quel che costi. Finché prevarrà questa spinta compulsiva, altri disastri seguiteranno a capitare. Potete scommetterci. MICHAEL T. KLARE LS 20

 

 

 

 

 

Bavagli e amnesie. Due velocità contro notizie e malaffare

 

Il commento | Sulle norme per le telefonate si procede a tappe forzate, l’iter del ddl sui corrotti ancora non parte

 

Impegnati a smentire l’impietosa statistica che al Senato dall’inizio dell’anno segnala 9 ore di lavoro alla settimana, da giorni i senatori della maggioranza in Commissione Giustizia si impegnano a lavare l’onta facendo le 3 di notte per mandare in Aula a giugno il disegno di legge governativo sulle intercettazioni. Neofiti dello stakanovismo. E pure incompresi da tutti, ma proprio tutti.

Il capo della polizia e i sindacati delle forze dell’ordine, i magistrati e gli avvocati, la federazione degli editori dei giornali accanto al sindacato dei cronisti, l’associazione degli editori di libri, per non parlare dell’opposizione e persino di liberi battitori nella maggioranza, i professori universitari, fino a chi fa sommessamente presente la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo: tutti mettono in guardia dalle assurdità e incongruenze di una legge che, con la scusa di colpire l’abuso di intercettazioni, renderà i cittadini più insicuri di fronte alla delinquenza; meno uguali, a forza di eccezioni per parlamentari, preti e agenti segreti; e più disinformati. Proprio ieri, infatti, la Commissione ha approvato gli emendamenti che, come ripetutamente segnalato dal Corriere, impedirebbero fino all’inizio del processo (sotto il pugno di sanzioni agli editori fino a 465.000 euro per notizia) anche il semplice riassunto di qualunque atto d’indagine non più coperto da segreto: come le deposizioni delle due sorelle che vendettero casa a Scajola o l’esistenza di 80 assegni, dati giudiziari a partire dai quali i quotidiani hanno condotto le inchieste giornalistiche sfociate nelle dimissioni del ministro neppure indagato.

Sarà interessante verificare se il Parlamento si farà animare da analoga verve notturna per rimpolpare di contenuti l’anemico disegno di legge governativo contro la corruzione che, annunciato a dicembre 2009 e presentato in marzo, deve ancora iniziare il proprio iter.

La notte, oltre che consiglio, potrebbe ad esempio portare memoria di quando non un passante, ma il ministro più influente del governo, Giulio Tremonti, nel 2008 nella relazione annuale del Ministero dell’Economia al Parlamento sollecitava l’introduzione del reato di autor i c i c l a g g i o , cioè l a punibilità di chi reimpiega i soldi frutto di un reato che ha commesso: modifica già reclamata nel 2005 dal Fondo monetario internazionale, richiesta dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nell’audizione in Senato il 15 luglio 2008, invocata dal Procuratore nazionale antimafia (sia Piero Grasso sia Pierluigi Vigna), e già esistente non solo negli Usa ma ad esempio anche in Francia e persino nella bistrattata Svizzera.

Bene: sono trascorsi due anni, ma in Italia l’autoriciclaggio dei soldi delle tangenti o dell’evasione fiscale continua a non essere reato, e nel ddl Alfano contro la corruzione non si trova traccia di questo intervento, benché proposto nel 2009 anche da un disegno di legge di iniziativa governativa (il ddl 733-bis).

Lo stesso vale per la «corruzione tra privati» e il «traffico di influenza »: traduzioni giuridiche di quel «sistema gelatinoso» nel quale le inchieste sulla «cricca» stanno sorprendendo imprenditori, politici, funzionari e magistrati non sempre in un classico scambio corruttivo (tangente in cambio di appalto), quanto piuttosto in una ragnatela di reciproche opacità che, quand’anche non sconfini nella bustarella, deruba comunque i contribuenti, fa lievitare costi e tare degli appalti, falsa la concorrenza tra imprese e sovverte i criteri di merito tra le persone. Eppure neanche il ddl Alfano introduce la «corruzione tra privati» e il «traffico di influenza», nonostante li raccomandi quella Convenzione del Consiglio d’Europa contro la corruzione che, firmata nel 1999, l’Italia continua a non ratificare.

Del resto, per chi voglia legiferare sulla corruzione, senza limitarsi a qualche aumento di pena massima (pura grida manzoniana se non si cambia la prescrizione accorciata nel 2005 dalla legge ex Cirielli) o all’annuncio di un nuovo «Piano nazionale anticorruzione» affidato all’ennesimo «Osservatorio», c’è poco da inventare. Basterebbe ripescare i 22 suggerimenti stilati dal «Comitato di saggi» presieduto da Sabino Cassese nel 1996 su nomina del presidente della Camera; i rimedi individuati dalla «Commissione di studio» istituita sempre nel 1996 dal ministero della Funzione pubblica e presieduta da Gustavo Minervini; o le 8 proposte di sintesi della «Commissione parlamentare » del 1998, compreso il testo sul quale confluirono persone molto diverse come Veltri (allora ulivista), Tremaglia (An) e Frattini (Fi, oggi ministro degli Esteri).

Invece ecco un Parlamento messo alla frusta di notte per approvare norme sulla stampa che non soltanto avrebbero fatto conoscere le intercettazioni 2005 della scalata Unipol-Bnl appena un anno fa, a fine udienza preliminare; ma ad esempio avrebbero reso molto più difficile, nel caso dell’asilo di Rignano Flaminio, la sterzata delle cronache rispetto all’errata prospettazione delle accuse, all’inizio costate l’arresto al poi scagionato benzinaio cingalese.

Non solo: la Commissione giustizia prima chiede a poliziotti e magistrati cosa pensino delle nuove regole sulle intercettazioni, poi ne ignora completamente gli allarmi, e a tappe forzate corre ugualmente a strozzare la durata delle intercettazioni; limitare le microspie in ambienti diversi da quelli nei quali si stia commettendo un reato; assoggettare anche la semplice acquisizione di tabulati agli stessi rigidi requisiti delle intercettazioni; paralizzare molti uffici giudiziari in un insostenibile andirivieni logistico di atti riservati verso il tribunale collegiale del capoluogo, che ora si vorrebbe competente sulle intercettazioni di un intero distretto.

Poi magari domani, al prossimo boss catturato o patrimonio confiscato, fioccheranno dalla maggioranza gli apprezzamenti per gli investigatori. Deve essere colpa di un sortilegio: perché nei convegni sì, e poi nei luoghi della decisione pubblica no?

Luigi Ferrarella CdS 20

 

 

 

 

L’editoriale di LR. Il dovere di difendere la libertà di stampa

 

Dunque da oggi chi sbaglia paga? Prendiamo in parola il presidente del Consiglio e la sua voglia improvvisa di legalità, nata dal vortice dello scandalo Scajola, dalle paure del caso Bertolaso, dal "sistema" di scambio tra appalti di Stato e favori privati che si allarga ogni giorno di più sotto le poltrone traballanti del suo governo. C'è una strada maestra per fare sul serio dimostrando che il governo intende stroncare questo andazzo e attaccare frontalmente il malaffare: il premier si rivolga al Parlamento e blocchi la vergogna della legge sulle intercettazioni telefoniche, in nome della libertà d'indagine, della libertà di stampa e del diritto dei cittadini di essere informati, fondamento di ogni democrazia.

 

È altrettanto vergognoso, e incomprensibile, che non ci sia una mobilitazione generale di tutto il mondo dell'informazione, dalla stampa alla radio-televisione a Internet. Qui non è una questione di destra o sinistra, ma un problema di diritti fondamentali, del loro esercizio, del dovere di informare e del diritto di conoscere e sapere. È un tema di libertà, nel quale si mette in gioco quel soggetto fondamentale delle democrazie occidentali che è la pubblica opinione: ciò che distingue un regime da un sistema aperto, con un libero mercato del consenso basato sulla trasparenza e sull'accesso alla conoscenza e all'informazione.

Diciamo subito che le intercettazioni sono una parte del problema: ma diventano la formula-richiamo per far intendere ai cittadini che il governo si preoccupa soltanto di tutelare la loro privacy.

 

Chi vuole infatti essere ascoltato nelle sue private conversazioni? Non è forse giusto garantire la libertà di tutti, evitando abusi ed eccessi? Ma gli abusi e gli eccessi sono un falso di Stato. Due anni fa il Guardasigilli ha detto che "una grandissima parte del Paese è intercettata e il numero delle intercettazioni è assolutamente ingiustificato in base al numero degli abitanti e all'ordinamento giuridico". Bene. In realtà i telefoni intercettati in Italia nel 2009 sono 120 mila, che tenendo conto del giro vorticoso di schede e utenze usate dai criminali e delle proroghe corrispondono a meno di 80 mila cittadini, vale a dire lo 0,2 per cento della popolazione. Ecco il falso: aggravato dalla circostanza che il numero dei "bersagli" (come si dice in termine tecnico) intercettati è sceso di 5 mila unità nel 2009 rispetto all'anno precedente, che il costo per lo Stato è fortemente diminuito e che l'80 per cento degli ascolti, addirittura, riguarda reati di criminalità organizzata.

 

Dunque, che cosa deve temere il cittadino? L'unico interesse generale da tutelare è la garanzia che non venga violata - come talvolta è accaduto, per colpa della pubblicazione affrettata degli atti sui nostri giornali - la riservatezza di persone che non hanno nulla a che vedere con le indagini, quando le loro conversazioni non sono rilevanti per l'inchiesta. Ma per rimediare a questo problema, abbiamo avanzato da tempo una proposta: un'udienza stralcio davanti ad un giudice terzo in cui le parti, e la magistratura ovviamente tra queste, si assumano una precisa responsabilità, stabilendo che cosa è rilevante ai fini processuali e che cosa è insignificante. Ciò che non ha peso per l'accertamento giudiziario deve essere distrutto o secretato, e certamente a questo punto devono scattare sanzioni durissime per chi lo diffonde o lo divulga su un giornale. Mentre ciò che ha un rilievo per l'inchiesta può essere divulgato perché è giusto che l'opinione pubblica conosca i meccanismi attraverso cui si realizza non solo la fattispecie di un reato, ma talvolta un vero e proprio sistema criminale di rilevanza sociale.

 

Il problema può dunque essere risolto facilmente, in fretta e alla radice. Ma qui, invece, l'obiettivo è quello di tutelare i potenti dal rischio di essere intercettati dal magistrato che cerca prove per un reato e dal pericolo di vedere quelle conversazioni-prova pubblicate dai giornali. E in particolare si punta a tutelare quella particolare categoria di potenti - gli uomini politici - che deve sottoporsi al giudizio della pubblica opinione, e dunque teme l'"accountability", il dover rendere conto del proprio operato, la trasparenza delle sue azioni. Ovviamente, una larga parte del mondo politico condivide il principio della responsabilità e del rendiconto. Ma il governo, con ogni evidenza, vuole evitarlo. Ecco dunque la ricerca di norme congiunte che da un lato rendano più difficili, più limitate, più ristrette le intercettazioni e dall'altro renda addirittura impossibile ai giornali pubblicare non solo i verbali delle conversazioni legittimamente registrate, ma le notizie stesse delle inchieste giudiziarie.

Con questo sistema si crea dunque un doppio "vuoto", uno nell'area delle indagini penali e l'altro nell'informazione che i cittadini hanno il diritto di ricevere su queste indagini. I criminali verranno aiutati: la pubblica opinione verrà invece sottoposta ad un regime di tutela, con il divieto di conoscere e di sapere ciò che avviene nel mondo della giustizia, negli ambienti del crimine, in quella zona critica dove i suoi stessi rappresentanti politici vengono talvolta colpiti da un'iniziativa giudiziaria.

 

Poiché siamo davanti ad un terremoto politico e di potere, ben più che penale, dentro il mondo impaurito del governo e del sottogoverno, è molto difficile non pensare che la sordità parlamentare e la fretta della destra berlusconiana per far approvare la legge siano una vera e propria operazione di salvaguardia in corso d'opera. Il ministro Scajola è un testimone esemplare di questo riflesso politico di difesa e d'attacco: le intercettazioni sul G8 infatti hanno messo in movimento il piano inclinato che ha fatto ruzzolare il ministro davanti all'opinione pubblica, non alla magistratura. Dunque, se con una mano il governo paralizza le intercettazioni o le limita drasticamente, e con l'altra impedisce semplicemente che i giornali informino i cittadini, un caso Scajola non si verificherà mai più. Il Parlamento voterà obbediente, i telegiornali magnificheranno la difesa della privacy, qualche giornale strepiterà e gli altri volteranno pagina: incombe o no il campionato del mondo di calcio? Che c'è di meglio, direbbe il saggio Confalonieri, per distrarsi un po'?

 

E invece siamo davanti ad un vero e proprio test per il circuito di funzionamento della nostra democrazia. Sul piano delle indagini, con l'irragionevole limite prefissato alla durata delle intercettazioni, con l'impossibilità di usare gli ascolti per fare altre registrazioni, se emerge dai nastri l'ipotesi di un diverso reato, gli effetti sono evidenti: non ci sarebbe stata l'inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, sarebbe già saltata l'inchiesta sul G8 e la Protezione Civile, si sarebbe bloccata l'indagine di Trani su Rai e Agcom con le pressioni del presidente del Consiglio per bloccare Santoro e la Dandini, sarebbero saltate le prove che a marzo hanno consentito l'arresto a Milano di sette persone sospettate di traffico d'armi con l'Iran, sarebbe diventato molto più difficile documentare la tangente da 10 mila euro per il consigliere comunale milanese Milko Pennisi del Pdl.

L'operazione è completata con il bavaglio alla stampa. Nessuna notizia potrà infatti essere pubblicata d'ora in poi su qualsiasi atto, nominativo, verbale che abbia a che fare con un'inchiesta in corso. L'obbligo al silenzio per i giornali dura fino alla chiusura delle indagini preliminari, cioè per un periodo di tempo che nella media va in Italia dai quattro ai sei anni e che in qualche caso patologico arriva fino ai dieci. L'opinione pubblica sarà dunque all'oscuro dei grandi reati e delle grandi inchieste per anni e anni, in forza di un divieto tombale di Stato, che blocca l'informazione. Le sanzioni sono pesantissime: carcere fino a due mesi, ammende da 2 a 10 mila euro per "pubblicazione arbitraria", galera fino a sei anni per la "talpa". In più, con una sanzione fino a 465 mila euro a notizia nei confronti delle aziende editoriali (che il Guardasigilli chiama l'"ente") si obbligano gli editori ad adottare specifici "codici di condotta" a loro salvaguardia: ciò comporta che l'editore abbia un suo interesse autonomo, collegato ma distinto da quello del giornalista, a far sì che non si pubblichino determinate notizie. Si spinge cioè l'editore a intervenire nei contenuti di un giornale, cosa che in un sistema sano non avviene, pur avendo l'editore la piena potestà sulla parte che lo compete, fino a decidere la sostituzione del direttore. Infine, la pressione del governo sull'Ordine dei giornalisti, perché il disegno di legge impone al pubblico ministero di informare "immediatamente" l'Ordine su chi ha violato il decreto di pubblicazione, e in più prevede la sospensione dall'esercizio della professione fino a tre mesi.

 

Il quadro è chiaro. Con il risultato che gli indagati potranno fare dichiarazioni sulle inchieste a cui sono sottoposti e i giornalisti non potranno replicare, non conoscendo gli atti. E con il rischio che nel divieto di trasparenza e nel silenzio di Stato si gonfi fuori da ogni responsabilità istituzionale una bolla di voci sulle indagini, di allusioni e di sospetti che potranno essere usati a piacimento e fuori da ogni controllo di legittimità: anche come arma politica, e soprattutto da chi controlla i mezzi d'informazione e ha già dimostrato ampiamente e con successo di saper killerare con false notizie i suoi critici.

 

Entreremo dunque in una fase di ricatti sospesi, di calunnie e di allusioni. Con giornali dimezzati, magistrati limitati, cittadini disinformati. Insieme con le leggi ad personam e il conflitto d'interessi questa censura di Stato è il terzo elemento che trasforma l'anomalia berlusconiana in un regime. L'opposizione non sembra consapevole del pericolo, il mondo dell'informazione nemmeno, dunque il governo va avanti. Ma ci sono battaglie che devono essere combattute indipendentemente dai rapporti di forza: lo faremo.   EZIO MAURO LR 19

 

 

 

 

Bellocchio: "In Italia la dittatura è interna alla democrazia"

 

Guardate la finanziaria: chiedono ancora sacrifici alle classi più deboli mentre loro si tolgono il 5%. È quasi più ridicolo che vergognoso. E tutto questo di fronte agli operai in cassa integrazione. Ma come? Viviamo nella società dell’immagine, no?! Allora dicessero: eccovi il 50% dei nostri stipendi così guadagnerebbero almeno un po’ di dignità...». Neanche da Cannes è facile parlare di cinema per Marco Bellocchio. Le «urgenze italiane» travolgono tutto. Soprattutto qui sulla Croisette dove ancora risuona l’eco delle polemiche di Bondi sul caso Draquila. A distanza di un anno da Vincere, Bellocchio fa ritorno al festival per tenere la sua lezione di cinema davanti ad una platea osannante. Forse un «risarcimento», commenta, o meglio «un riconoscimento» per il suo film su Mussolini che, l’anno passato, uscì a bocca asciutta dal concorso. Ma che la sua rivincita l’ha avuta in seguito nelle sale francesi, nelle critiche entusiaste, nelle vendite in tutto il mondo e, l’ultima, nella vittoria a sorpresa dei David di Donatello. Il tema del suo film, del resto, è ancora così attuale non solo nell’Italia di Berlusconi, ma anche nell’Europa che svolta sempre più verso l’autoritarismo.

 

«Certo - dice Bellocchio - la situazione di smarrimento di oggi non è paragonabile a quella del ’22, ma è vero che l’attuale maggioranza lavora molto sulla paura, alla quale contrappone l’uomo forte, decisionista, autoritario. Berlusconi con la tv arriva dappertutto. È il grande fratello. A questo punto non c’è bisogno della dittatura militare: è interna alla stessa democrazia». Come spiegare tutto questo all’estero? «Gli stranieri si stupiscono della situazione italiana - continua Bellocchio -. Eppure Silvio Berlusconi non è un usurpatore, ma è stato votato dalla maggioranza del Paese. Bisognerebbe, piuttosto riflettere sull’atteggiamento della sinistra nei suoi confronti, su questo costante attacco frontale... Se l’obiettivo era scavalcare il cavaliere il tentativo è fallito completamente. Se il mio Vincere l’avessi intitolato Perdere sono sicuro che la sinistra sarebbe stata più contenta».

 

Il problema dell’opposizione, prosegue il regista, «è l’incapacità di articolare delle alternative. Siamo stati delusi dalla destra e pure dalla sinistra. Ma soprattutto da quest’ultima. Da Bondi certe cose me l’aspetto, non mi offende neanche, è semplicemente inadeguato al suo ruolo. La sinistra però... Penso alla riconferma di Alberoni al Centro sperimentale, per esempio. Non ho niente contro di lui, ma certamente non è uomo di cinema. Eppure è stato Rutelli a rinnovare il suo mandato. Ecco, ho come l’impressione che, al di là della politica, tutto sia deciso tra amici». Si è toccato davvero il fondo rincara Bellocchio. «E seppure non credo che la Lega conquisterà l’Italia, penso che sia vera la frase tanto di moda «il Pd non ha più la capacità di stare sul territorio». Dovrebbe piuttosto sforzarsi di cambiare davvero al suo interno: per gli ex non c’è futuro. Ci vuole una classe dirigente nuova che col Pci non abbia più niente a che vedere». Invece ci si continua dividere. Mentre gli attacchi, dall’altra parte si fanno sempre più pesanti. «Brunetta insulta dandoci dei ladri, dei parassiti, convincendo le persone che la cultura non serve a nulla. Nei confronti del cinema, poi, ancora peggio: pensano che quello italiano sia comunista e quindi via, lo rigettano completamente», coi drastici tagli al Fus che sappiamo.

 

Da soli, però «non si va da nessuna parte», dice Bellocchio. «Serve unità, per ricompattare tutto il mondo della cultura, senza ricorrere agli slogan di un tempo che non hanno portato a nulla. Per questo ho aderito al movimento dei Centoautori. Non è piu tempo di barricate, ma come dice Carla Fracci solo l’unione fa la forza. Bisogna rafforzare l’unità nel rispetto delle diseguaglianze e trovare un punto comune». Puntando ciascuno sulla qualità del proprio lavoro. Come Bellocchio ha sempre fatto, del resto. «A me - prosegue - non mi interessa l’invettiva, la polemica diretta, la derisione ad personam. Si può fare, certamente, contro Berlusconi, Scajola... figurarsi. Quello che cerco io però è l’approfondimento. Per questo sto pensando ad un film a partire dall’Italia di oggi. Il caso Englaro, per esempio, mi ha colpito come sintesi della disperazione e dell’ipocrisia di questa classe politica che pur di non perdere l’appoggio della chiesa è stata disposta a fare leggi incredibili che poi si sono perse chissà dove».

 

La cronaca di spunti ne offre infiniti. «Penso ancora ai finti ciechi che hanno richiesto la licenza per i taxi. Al museo in Sicilia con una sola visitatrice, al concerto interrotto al Pantheon perché i guardiani avevano finito il turno. Sono tutti casi fra il tragico e il grottesco che potrebbero costituire uno spunto. Al momento però, quello che più lo interessa è Sorelle, «un piccolo film familiare in sei episodi», che racconta il ritorno del regista a Bobbio, nella casa dei Pugni in tasca, insieme ai figli Pier Giorgio e la piccola Elena. E che probabilmente vedremo a Venezia.

Gabriella Gallozzitutti L’U 20

 

 

 

 

Il Cavaliere cavalca anche la crisi

 

A giudicare dalle prime anticipazioni diffuse ieri, il nuovo libro di Bruno Vespa in uscita a giorni ci consegnerà un'immagine di Berlusconi diversa da quella a cui siamo abituati. L'autore ha parlato a lungo con il Cavaliere e ne ha ricavato la sensazione di un aggiustamento di strategia e di un atteggiamento più realista e meno orientato a promesse che, allo stato dei fatti, sarebbero difficili da mantenere, a cominciare da quella del taglio delle tasse che il premier rinvia definitivamente al superamento della crisi economica.

 

Ecco, è proprio la battaglia contro la difficilissima congiuntura europea la frontiera su cui Berlusconi intende giocare i tre anni che restano della legislatura, non nascondendo nulla della gravità della situazione, ma accompagnando tutto con un fondo di ottimismo, basato sul fatto che finora, grazie a quel che il governo ha fatto, l'Italia s'è trovata meglio dei suoi partners più ammalati, e sono stati smentiti gli uccelli del malaugurio che volevano presto il nostro Paese nelle stesse condizioni di Grecia, Spagna e Portogallo.

 

Berlusconi sa che l'enorme debito pubblico che appesantisce i conti italiani, valutato in un miliardo di euro di titoli pubblici che mediamente ogni giorno devono essere piazzati sui mercati internazionali, non consente affatto di dormire sonni tranquilli. Ma è convinto che la credibilità della politica economica del governo, come è stato finora, riuscirà ad arginare i tentativi di trasformare l'Italia in un nuovo obiettivo della speculazione.

 

Anche se occorrerà leggere tutto il filo del ragionamento, da questa nuova strategia si possono fin d'ora ricavare alcune deduzioni. Berlusconi punta ancora sul suo governo e considera la crisi economica come un'occasione per rafforzarlo. Poi, com'è accaduto ieri sul federalismo, prevede che le opposizioni in Parlamento si divideranno di nuovo tra «no» e «ni», e non è detto che uno scontro frontale sulla manovra che Tremonti sta preparando si riveli un toccasana per la sinistra. L'opinione pubblica è autenticamente preoccupata di un peggioramento della situazione e chiede che si trovi una strada per venirne fuori, non che la strada scelta dal governo venga ostruita. In questo quadro il rafforzamento della maggioranza e la sostituzione del ministro o dei membri del governo toccati dalle inchieste giudiziarie potrebbero rivelarsi meno difficili. In altre parole, se Casini davvero non vuole finire a rimorchio della sinistra di piazza, e se Bossi vuole arrivare fino in fondo al percorso del federalismo, il premier pensa che dovranno venire a più miti consigli. 

MARCELLO SORGI LS 20

 

 

 

 

Ddl intercettazioni, il Pdl frena. Sky annuncia ricorso alla Corte Ue

 

L'opposizione insiste: "Il carcere c'è, eliminate l'intero articolo". Sempre più numerose le proteste contro l'iniziativa dell'esecutivo. L'attore Carlo Verdone: "Norme di stampo iraniano". Di Pietro: "Peggio di Tangentopoli e si vogliono levare strumenti d'indagine". Radicali contro la norma a tutela del Vaticano

Carlo Verdone

 

ROMA - Aumentano d'intensità le proteste contro il ddl intercettazioni 1. Un testo che inasprisce le pene per i giornalisti che decidessero di pubblicare ugualmente gli atti di un procedimento o le intercettazioni prima del rinvio a giudizio. Una norma che aveva alzato un polverone e che, adesso, la maggioranza ha deciso di mettere nel cassetto: "Abbiamo deciso di ritirare l'emendamento che aggravava le pene per i giornalisti in caso di pubblicazione di notizie non pubblicabili. Galera non se ne farà mai nessuno - annuncia il senatore del Pdl, Roberto Centaro - Penso che questo possa stemperare tante polemiche". L'opposizione però insiste. "Deve essere abolito tutto l'articolo che uccide l'informazione" dice il senatore dell'Idv Stefano Pedica. "L'ipotesi dell'arresto c'è ancora" aggiunge il senatore del Pd, Felice Casson. In effetti nonostante l'eliminazione dell'emendamento rimangono le pene già approvate in Commissione Giustizia del Senato. Che prevedono il carcere per chi pubblica "atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione" o "intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche". Resta stabilita la maxi multa per gli editori: andrà da 64.500 a 464.700 euro. Lunedì ripartirà l'esame degli ultimi in commissione Giustizia del Senato, poi il ddl dovrà passare al vaglio dell'aula del Senato, per poi tornare alla Camera.

 

L'emendamento ritirato. L'emendamento ritirato, invece, prevedeva per i giornalisti in caso di pubblicazione di atti vietati l'arresto fino a due mesi o il pagamento di un'ammenda dai 2.000 ai 10.000 euro. Qualora fossero pubblicate delle intercettazioni, la condanna prevista era sempre l'arresto fino a due mesi, ma con l'aggiunta di una ammenda dai 4.000 ai 20.000 euro. Stesse pene anche per chi pubblicava la foto o il nome del magistrato titolare del procedimento.

 

Verdone: "Norme di tipo iraniano".  Tante le reazioni negative, dalla stampa alla politica. Ma anche il mondo dello spettacolo si schiera.  Secondo l'attore Carlo Verdone "sono norme di tipo iraniano, che potrebbero non farci più scoprire cosa succede in questo Paese, dove ogni giorno ce n'è una. E' vero qualche volta si è andati oltre nell'utilizzare le intercettazioni, coinvolgendo persone che non c'entravano, ma sono stati casi limitati".

 

Si muove il mondo dell'informazione. Nel mondo della stampa comincia a crescere l'attenzione (leggi il blog). 2 E La battaglia si fa trasversale. Si schiera anche il Secolo, l'ex quotidiano di An: "Dove finisce il diritto di cronaca? Speriamo in un ripensamento". Nel testo si legge: "Tra errori e rettifiche il tempo stringe e restano molti punti controversi". Oggi sono state nette le prese di posizione del Corriere della Sera e dell'Unità. Repubblica.it, invece, ormai da due settimane dedica due articoli al giorno alla controversa legge. SkyTg24 annuncia che contro il ddl sulle intercettazioni chiederà un intervento a tutte le Autorità internazionali competenti, anche ricorrendo presso la Corte europea dei diritti dell'Uomo.

 

La polemica politica. Domani l'Idv domani scenderà in piazza contro il disegno di legge. "Saremo accanto al popolo viola contro la vergognosa e criminale legge bavaglio sulle intercettazioni - dice Leoluca Orlando - faremo le barricate dentro e fuori il Parlamento". Durissimo Antonio Di Pietro: "Oggi è peggio di Tangentopoli e si vuole togliere alla magistratura i poteri di indagine, mentre alla stampa il dovere di informare ed ai cittadini il diritto di sapere". Ma anche dal centrodestra si levano voci perplesse: "Nella definizone del testo, bisogna stare molto attenti a non limitare la libertà di stampa". Per il finiano Italo Bocchino è una forzatura "vietare di parlare del tutto di un'inchiesta fino alla chiusura dell'indagine preliminare". I radicali, invece, criticano la norma per cui il magistrato che indaga o intercetta un uomo di Chiesa deve avvisare la diocesi o la Segreteria di Stato vaticana. "Si tratta dell'ennesima marchetta al Vaticano" tuona il radicale Michele De Lucia. Luigi Zanda del Pd avverte che "se il ddl intercettazioni dovesse diventare legge, l'unica risposta possibile sarà la disobbedienza democratica". Critici anche i magistrati di Palermo 3 che lanciano un preoccupato allarme nel corso di un convegno dedicato a Giovanni Falcone. "I magistrati che chiedono che la legge sia uguale per tutti, anche per i potenti, vengono isolati come successe a Falcone e a Borsellino. Solo dopo la loro morte sono diventati eroi" attacca il presidente della Giunta palermitana dell'Anm, Nino Di Matteo, che insiste sulla pericolosità della riforma: "ll ddl inciderà pesantemente nella lotta alla mafia provocandone un arretramento. L'opinione pubblica non saprà più nulla se non quello che verrà insufflato dal potente di turno".

 

Ma la maggioranza fa muro e non pensa a passi indietro. "La legge sulle  intercettazioni sarà approvata nonostante le gravi inesattezze diffuse da più parti. Nessuno impedirà ai giornali di dare notizia di indagini o di reati" dice il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. LR 20

Intercettazioni: censura e carcere. Il Pd: nemmeno con Franco

di Andrea Carugatitutti gli articoli dell'autore

«Nemmeno la Spagna franchista era arrivata a tanto», commenta Luigi Zanda, Pd, uno abituato a misurare le parole. «Arrestateci tutti, saremo tutti giornalisti», rincara il portavoce Idv Leoluca Orlando. Ieri pomeriggio la commissione Giustizia del Senato, dopo un’altra notte di lavori (lunedì due senatori leghisti sono stati fotografati mentre dormivano), ha approvato le dure sanzioni previste per gli editori: da 64mila fino a 464mila euro di sanzione. E questo per la pubblicazione di tutti gli atti di indagine fino al termine dell’inchiesta e all’avvio del processo. I media potranno comunicare se una persona è indagata e a dare conto delle eventuali ordinanze di custodia cautelare. Punto.

 

Per tutto il resto scatteranno le sanzioni, una «ghigliottina» per i media, come spiega Felice Casson del Pd. Giallo invece sulle norme contro i giornalisti. Sembrava fossero state approvate ieri (stando alle affermazioni di vari senatori compreso il relatore Centaro del Pdl) e invece la norma è ancora da approvare. Chiunque pubblicherà, anche per riassunto, atti o documenti di un procedimento penale fino all’avvio del processo sarà punito con l’arresto fino a due mesi o con l'ammenda da 2mila a 10mila euro. Per chi pubblica intercettazioni (anche non coperte da segreto) arresto fino a due mesi più un’ammenda da 4mila a 20mila euro e la sospensione temporanea dall‘Ordine professionale.

 

La norma dovrebbe essere approvata lunedì prossimo, quando si discuterà anche della proposta della maggioranza di vietare le intercettazioni anche per i familiari e i collaboratori dei parlamentari. Il presidente della Commissione Berselli, Pdl, ha infatti deciso di sconvocare la seduta prevista per ieri notte: «I senatori della maggioranza sono stati dei veri soldati, non posso sottoporli ad un altro tour de force...». Approvata due notti fa invece la norma che punisce chi all’interno degli uffici giudiziari rivela il contenuto degli atti coperti dal segreto istruttorio: reclusione da uno a 6 anni e anche il giornalista che li pubblica rischia di rispondere in correo dello stesso reato. Approvati anche l’emendamento “D’Addario”, che punisce fino a 4 anni di carcere chi effettua video o registrazioni fraudolente (ma grazie all’opposizione sono stati esclusi i giornalisti professionisti) e la norma che prevede che il Vaticano sia informato se si intercetta un sacerdote.

 

Perché il rinvio a lunedì? «Sul bavaglio alla stampa c’è l’intenzione di frenare un po’. Credo che la norma non risulti graditissima anche al Quirinale», spiega il finiano Granata. Molti nel Pdl, compreso il relatore Centaro, sono consapevoli di aver prodotto un mostro giuridico, anche dal punto di visto tecnico. «Un pasticcio immondo», commenta Anna Finocchiaro, convinta che quando il testo arriverà in aula, non prima degli inizi di giugno, «saranno costretti a riscriverla con un maxi emendamento su cui metteranno la fiducia». «La giusta tutela della privacy non c’entra nulla con la volontà di sottrarre ai magistrati uno strumento di indagine, mettendo la sordina su gravi fatti criminali e il bavaglio alla stampa», attacca la capogruppo Pd.

 

Nella maggioranza l’imbarazzo viene nascosto a fatica. Ieri Berselli, incalzato dai giornalisti fuori dalla Commissione, svicolava sull’arresto per i cronisti: «Solo per la pubblicazione di cose vietate...». Tra i finiani di Montecitorio, dove il ddl arriverà dopo l’ok del Senato, cresce il malumore. Ieri Fabio Granata ricordava che «noi qui alla Camera avevamo previsto il diritto di pubblicare almeno il riassunto degli atti e delle intercettazioni...bisogna evitare che il ddl metta a rischio il diritto di cronaca e la lotta alla mafia che vale più della privacy di qualche deputato. La Russa e Gasparri qualche anno fa la pensavano come noi...». L’U 20

20 maggio 2010

 

 

 

 

I commento. La stampa nemica

 

A differenza di altri sultani che nascondono la spada con cui feriscono i nemici, l'estroverso Cavaliere vuole che lo si sappia che è stato lui a usare i suoi soldi e i suoi poteri per sbarazzare il campo dai critici e da quelli di diverso parere. È stata la sua voce isterica e cattiva a lanciare gli anatemi contro giornalisti e opinionisti che osavano contraddirlo.

 

A chiedere apertis verbis ai dirigenti della Rai di toglierglieli dai piedi, a non sopportare la presenza dei Montanelli, dei Biagi e di chiunque mettesse in discussione il suo sovrano potere sultanesco. Non stupisce quindi che ora voglia addirittura imbavagliare la libertà di stampa tout-court, chiudere la bocca ai giornali e alla verità. Si è detto spesso che Berlusconi, a differenza di altri padroni, è un buono, uno che corre al capezzale dei dipendenti ammalati, che li manda in crociera per le vacanze e gli telefona: "Siete belli, siete abbronzati, al vostro ritorno troverete una gratifica, la prossima volta ci sarò anch'io, ho già pronto lo smoking". Certo, è un imprenditore non un gangster, uno che usa le parole più che la violenza, ma non è uno che perdona chi si mette sulla sua strada, prima o poi cerca di eliminarlo. Non lo nasconde, vuole che tutti sappiano che l'incauto ha avuto la sua giusta punizione.

 

Un intercalare solito del Cavaliere è il "se lei mi consente", come a dire: io sono straricco, strapotente ma profondamente democratico fin dalla nascita: chiedo il permesso anche di sbadigliare, anche di respirare, sorrido sempre anche quando metto alla porta un mio dipendente, anche quando licenzio un allenatore del Milan. Il cavaliere di Arcore è buono, generoso, magnanimo ma i direttori di giornali che non gli piacciono escono dalla comune, si chiamino Montanelli o Biagi. Ci pensano i maestri di cerimonia a congedarli. I maestri delle cerimonie, uomini di mondo educati a corte, in questi giorni compaiono sui teleschermi o sui giornali per smentire affabilmente i catastrofisti, i profeti di sventure autoritarie che denunciano l'attacco alla libertà di stampa, come di fatto è il "nuovo ordine" sulle intercettazioni telefoniche.

 

Ma che dite, di che vi lamentate? Vieteremo solo quelle che fanno danno agli innocenti, che ledono la privacy dei cittadini, che servono solo alle diffamazioni ingiuste, alla maldicenza, al pettegolezzo. Davvero? Le cose stanno diversamente. Senza le intercettazioni telefoniche fatte dalla magistratura e pubblicate dai giornali nessuno avrebbe saputo che un ministro era stato aiutato "a sua insaputa" ad acquistare "un mezzanino" da duecento metri quadrati con vista sul Colosseo da un generoso costruttore edile. Berlusconi è fisicamente e mentalmente il contrario dei dittatori del secolo scorso. Paragonarlo nei modi di parlare, di fare, di atteggiarsi ai Mussolini, Hitler, Stalin non reggerebbe neppure alla bassezza dell'avanspettacolo. Anche il suo impero televisivo è stato costruito legalmente, con i privilegi e le prepotenze legali in cui i grandi costruttori sono maestri. Ma chi si è opposto a questo sistema, chi si è messo di traverso con le buone o con le cattive è stato cacciato. Si tratta di quella che noi chiamiamo la democrazia autoritaria o la dittatura della maggioranza o l'assolutismo elettorale per cui chi ha più voti, chi ha il maggior consenso popolare può far tutto ciò che gli comoda, anche violare le leggi della Costituzione.

 

Ma perché questa democrazia autoritaria non è stata denunciata e contrastata in passato, quando i grandi partiti storici, il democristiano e il comunista, si spartivano i poteri uno della politica l'altro del mercato del lavoro? Credo perché quei partiti erano nati dalla guerra di liberazione, erano fondati sui valori della Resistenza, davano garanzie di non arrivare mai alla limitazione se non alla soppressione dei diritti democratici. I dubbi, i timori sul cavaliere di Arcore, su cui i suoi portavoce teatralmente ironizzano, sono autorizzati dal suo sistema di continuo attacco ai baluardi della democrazia, ora alla libertà di stampa come prima alla magistratura e all'opposizione in genere, genericamente definita come comunista, di un comunismo morto e sepolto ma sempre intento a ostacolarlo e danneggiarlo.

 

Forse, anzi certamente Berlusconi non se ne rende conto, forse come tutti gli "uomini fatali" è convinto di aver sempre ragione, che tutti congiurino ai suoi danni, ma da quando è entrato in politica, da quando ha detto al suo amico Dell'Utri "fare un partito? Lo fanno tutti, lo facciamo anche noi" non ha fatto altro che attaccare, deridere, osteggiare la democrazia, il "teatrino della politica" come la chiama lui. La magistratura, con l'ipocrita distinzione fra quella buona che lo lascia in pace e quella "politicizzata" che lo perseguita, la stampa che concepisce solo, a quanto pare, come mezzo di intimidazione degli avversari. L'ultimo dei suoi allenatori del Milan è stato licenziato come Santoro: "Consensualmente". Ha detto che c'era "incompatibilità di carattere". Chiamiamola così: fra Berlusconi e la democrazia parlamentare nata dalla guerra di liberazione c'è incompatibilità di carattere. GIORGIO BOCCA  LR 20

 

 

 

 

Quel giro di miliardi

 

Fra Tangentopoli 2 (600, 900 mila euro, chissà quanto altro), Sanità nel Lazio (400 milioni e più da tagliare per riequilibrare i conti), Santoro e la sua liquidazione Rai (si parla di circa 10 milioni), evasori fiscali con conti in Svizzera (sono per ora 7000), il giro di miliardi si fa ogni giorno più fulgente e vorticoso. La gente, quella che nei supermercati ogni giorno tenta d’arrangiarsi coi grammi, coi centesimi e con gli sconti, ci sta male. Non per invidia sociale (si può provarla soltanto per i propri simili) ma per un sentimento di ingiustizia.

 

Le persone squattrinate non trovano giusto che ci siano in giro tanti soldi, anche illegali, mentre per loro anche cinquanta euro sono una somma e oltre non arrivano. Da chi parla male dell’avidità di qualche politico, senti dire che quando c’erano i democristiani pure loro mangiavano, però anche il povero aveva da mangiare: tra Europa, euro, aiuti alla Grecia, tagli di situazioni in rosso, feste ad Abu Dabi o legittimi compensi non fanno differenza, non gliene importa nulla, l’unico fatto che interessa è che altri hanno euro a palate e loro sono senza soldi. E’ un atteggiamento rozzo, elementare, ma nessuno al mondo si preoccupa della funzione diseducativa che l’ostentato giro di miliardi può avere, dell’esasperazione che può generare.

 

Cosa si possa fare, chi sa: la temperie (checché il governo creda) non è calma né benevola, se mai lo è stata. Intorno al giro di miliardi si crea un fenomeno di psicologia di massa, di frustrazione e umiliazione primaria difficile da cancellare. L’aria che tira non è di atona passività, è rabbiosa, revanscista, e non può che peggiorare: ogni azienda pubblica e privata cerca di cavare sangue dalla rapa, moltiplica trappole, multe e bollette, rende i rapporti più esigenti e crudi, mentre salari e stipendi restano gli stessi perdendo potere d’acquisto. Se Berlusconi dicesse ancora che gli italiani viaggiano, vanno al ristorante e in vacanza, si comprano molti telefonini e molte tv piatte al plasma, la risposta sarebbe facile: non è che in Italia ci sia molto benessere, è che ci sono molti ladri. LIETTA TORNABUONI LS 20

 

 

 

 

L’Aquila. Il significato della parola ricostruzione

 

“Mi scusi, le rovine dove sono?” chiede il turista disorientato e forse un po’ sprovveduto.

“Beh… si guardi intorno, cammini un po’ e le scopra da solo.”

“Mi scusi, ma dov’è un bar? Vorremmo prendere qualcosa…”  “Lì ce n’era uno, ma guardi, è disastrato  e transennato…cammini un po’ in quella direzione e ne trova due, uno in piazza, ed un altro alla villa comunale…”

 Effettivamente ancora non siamo ben attrezzati come a Pompei, mancano ancora, o meglio ci sono ma non in edizione per turisti, le piantine delle rovine con parcheggi, percorsi consigliati con guida o senza, luoghi di ristoro, indicazione delle toilettes  e quant’altro inventato dall’industria del turismo di massa per il conforto dei visitatori. Effettivamente gli scavi di Pompei sono incominciati nel XVIII secolo, più di un millennio e mezzo dopo la catastrofe distruttiva. Il destino de L’Aquila potrebbe compiersi in tempi più rapidi, diciamo qualche decina di anni,  perché il cammino della storia ha accelerato il passo.

Qualche segno positivo della rinascita del centro storico c’è stato in questi ultimi tempi, la ricostruzione della rete del gas nel tratto tra Corso Vittorio Emanuele e via San Bernardino, suggerisce che qualcuno lì, un giorno, accenderà il riscaldamento ed  il gas per cucinare. L’annuncio ufficiale da parte delle direzione della riapertura del salone della sede centrale della Cassa di Risparmio entro Natale fa sperare nella contemporanea riapertura degli esercizi commerciali situati nei dintorni. Più o meno entro quella data dovrebbero essere conclusi i lavori di riparazione di parecchi fabbricati B o C situati nelle immediate vicinanze del centro storico, il che fa intravedere il giorno in cui il corso e la piazza non saranno più luoghi da guardare, ma luoghi per vivere, come sempre da otto secoli.

Tuttavia lo sviluppo rapido e disordinato delle zone prescelte per la costruzione delle C.A.S.E. , la notizia di progetti faraonici nelle loro immediate vicinanze, supermercati, chiese, luoghi ricreazione ed aggregazione, il ritardo ingiustificato nella ricostruzione  in zona rossa di fabbricati poco danneggiati e facilmente raggiungibili da mezzi e macchine per l’edilizia, vedi per esempio le palazzine anni ‘60 di Viale F. Crispi e dintorni,   fanno ritenere esistente un progetto generale di spostamento permanente, non temporaneo, della popolazione dal centro ad una periferia che si dilata sempre più, generando forti dubbi sull’uso futuro del centro storico. Per non parlare del lento e progressivo spopolamento della città dovuto alle decisioni di quelli che vanno a vivere altrove, in cerca di una cosa qui perduta, la normalità del vivere quotidiano in una città piccola ma ricca di possibilità di vivere una vita decente e civile.  

Questo significa che la parola ricostruzione, da me  e da tanti altri  ingenuamente capita ed interpretata come pronta riparazione o reinterpretazione dell’esistente, a seconda del grado di danno, ha cambiato, strada facendo, questo significato. Credo che la parola ricostruzione oggi  significhi costruire di nuovo, altrove, fare insomma una città nuova, una new town, rimandando ad un futuro lontano ed imprecisato la cura dell’esistente.

Il fatto si comprende solo in termini economici, costruire il nuovo costa molto, molto meno che ricostruire l’esistente.  Ed inoltre si fa in tempi rapidissimi con pronti profitti per i soliti pochi. E’ insomma una legge dell’economia, e nient’altro,  quella che decide il destino della città. Via le pietre vecchie, medievali, lavorate e scolpite, mandiamole alle discariche,  avanti i nuovi prefabbricati in cemento. Avanti i nuovi ricchi, che bella occasione, irripetibile! In futuro qualche amante delle rovine e dell’antico darà un valore a quello che ci starà ancora, con esiti che vedranno i nostri figli e nipoti.  Emanuela Medoro, de.it.press

 

 

 

 

Proposta Monti e consenso in Europa. Il mercato che non fa paura

 

Il rilancio del mercato interno è più necessario che mai, ma anche più impopolare che mai. Così Mario Monti ha sintetizzato su queste colonne il dilemma che l’Unione europea deve oggi fronteggiare. Per far ripartire le nostre economie occorrono più apertura economica e più efficienza. All’opinione pubblica, però, mercato e integrazione fanno paura: sono percepiti come minacce ai vari «modelli sociali» nazionali. I governi e le istituzioni europee si trovano perciò in un circolo vizioso da cui non è facile uscire.

Ricostruire il consenso per l’«Europa del mercato» è un’operazione complessa. Se alla radice del problema sta la paura, il punto di partenza è obbligato: occorre fornire rassicurazioni ai cittadini sul fatto che l’integrazione economica non è «nemica» della sicurezza sociale, ma è anzi una sua importante alleata. Nel suo «Rapporto sul rilancio del mercato interno » (commissionato da Barroso) Mario Monti ha formulato raccomandazioni volte non solo a promuovere più concorrenza ma anche a rispondere alle preoccupazioni «sociali» dei cittadini. Fra le proposte in questa seconda direzione, vi sono: misure contro la concorrenza sleale tra fornitori di servizi con base in diversi Paesi (la sindrome dell’«idraulico polacco»); la difesa dei pilastri portanti delle relazioni industriali (compreso il diritto di sciopero); un maggior coordinamento dei regimi fiscali degli Stati.

Quest’ultimo punto è importante perché la concorrenza fiscale sregolata non solo destabilizza il welfare, ma può creare effetti economici distorsivi. Le raccomandazioni di Monti sono preziose sul piano tecnico, ma potrebbero non bastare sul piano del consenso. Sarebbe perciò auspicabile inserirle in una cornice più ampia che chiarisca i rapporti fra integrazione economica sovranazionale e sistemi di welfare su base nazionale. Un primo elemento di questa cornice dovrebbe essere la valorizzazione di quell’«Europa sociale» che già esiste ma è poco conosciuta. Pensiamo alla tutela dei diritti fondamentali e di standard sociali inderogabili, alle norme Ue su pari opportunità e non discriminazione, alle politiche di coesione. All’opinione pubblica va ribadito chiaramente che l’Ue non è solo mercato e vincoli di bilancio, ma anche una comunità politica basata su nuovi diritti di cittadinanza per tutti i suoi residenti.

Il secondo elemento della cornice è più ambizioso. Si tratterebbe di accompagnare il rilancio del mercato interno con una qualche iniziativa di alto profilo, volta a confermare l’impegno dell’Ue anche sul versante sociale. Pensiamo a un possibile schema europeo di reddito minimo per le famiglie povere con figli piccoli (gli europei di domani). Il Parlamento Ue si è già espresso a favore di tale ipotesi. E, senza por mano ai Trattati, si potrebbe da subito istituire un «Sistema europeo di protezione sociale» per coordinare e incentivare la modernizzazione delle politiche nazionali di welfare.

Il messaggio di base di una simile cornice dovrebbe essere molto semplice: mercato e concorrenza sono strumenti per migliorare le condizioni di vita e le opportunità di scelta di tutti noi. Essi sono i migliori servitori del progresso, ma non devono diventarne i padroni. Erano le massime di Lord Beveridge, l’architetto del welfare state moderno ed esponente di una delle più nobili tradizioni del liberalismo europeo.

Maurizio Ferrera CdS 19

 

 

 

Olimpiadi e Roma. Spirito nazionale e beghe intollerabili

 

Non buttiamola sul campanilismo: se nella difficile battaglia che inevitabilmente si aprirà per avere fra qualche anno le Olimpiadi in Italia mettiamo in mezzo questioni di campanile fra Roma e Venezia, siamo sconfitti ancor prima di iniziare a combattere.

Avere i giochi olimpici nel nostro paese deve essere considerato un obiettivo nazionale: è già successo una volta nel 1960 e ci ha portato buoni frutti da tanti punti di vista. Ora speriamo che l’evento si ripeta a più di mezzo secolo di distanza. In fondo questa sarà una prova di “spirito nazionale” più forte di tutte le celebrazioni che potremo mettere in campo per i 150 anni dell’unità d’Italia: non che quelle celebrazioni, se ben fatte, non siano importanti, ma finiranno per avere un contenuto puramente retorico se non siamo in grado di dimostrare al mondo che esiste ancora un “sistema paese”.

E’ in questi casi infatti che si vede se le classi dirigenti politiche e sociali sono in grado di “fare squadra” al di là degli interessi contingenti e delle fratture di appartenenza partitica che inevitabilmente le percorrono. Perché, non dimentichiamolo, i giochi (speriamo) si faranno prima di tutto “in Italia” e il luogo in cui si concentrano non è che, come si diceva una volta, “la parte per il tutto”. Roma poi è anche la capitale del paese e questo ha un suo peso simbolico.

Scrivere in questa sede che Roma aveva più titoli di Venezia per essere scelta sembrerebbe ovviamente partigiano e preconcetto. Ci limitiamo a dire che in ogni sistema bisogna imparare a rispettare le decisioni che vengono prese dagli organi deputati a meno che non si possa ragionevolmente dimostrare che non sono state eque: e questo non ci pare proprio il caso. Pareri diversi sono più che legittimi, ma non si può continuare nello sport nazionale che vuole che le decisioni si accettano solo se danno il responso che ciascuno desidera.

Detto questo, il lavoro da fare da oggi in avanti è proprio un grande lavoro di “solidarietà nazionale”. Infatti siamo ben lontani dall’avere in tasca la “nomination” (ci sarà nel 2011) e men che meno la “designazione” (quella sarà nel 2013). Ci dovremo misurare con avversari agguerriti, che hanno tutto l’interesse a dimostrare che non siamo il paese adatto per ospitare le Olimpiadi. E anche in questo caso è bene non nascondersi dietro un dito, illudendosi che non ci trasciniamo qualche palla al piede.

Se possiamo vantare ottimi esempi che dimostrano la nostra capacità di gestire eventi di massa (citiamo per tutti, vista la sede candidata, gli afflussi per i grandi eventi intorno a papa Wojtila), non dobbiamo dimenticare che sono note anche varie nostre debolezze: la litigiosità partigiana per gli organi di nomina politica, la presenza di fenomeni non piccoli di corruzione, il peso di burocrazie ossessive con interventi regolativi non di rado cervellotici e di un sistema giudiziario che esaspera le conflittualità senza riuscire a risolverle.

Bisogna dunque che si faccia fronte comune, al di là di tutte le legittime differenze di schieramento, nel prendere di petto questi temi e nell’attrezzarci perché il mondo veda (e deve proprio vederlo chiaramente visti i pregiudizi antitaliani che non mancano in giro) come siamo capaci sia di fare squadra sia di voltare pagina.

La partita, lo ripetiamo, è difficile e tutti sanno che viene giocata senza farsi riguardo per evitare colpi bassi e senza scrupoli per costruire delle manipolazioni d’immagine a danno dei concorrenti. In più la partita è, come abbiamo già detto, lunga, cioè dura degli anni, e saranno anni difficili, a causa della crisi economica in cui anche l’Italia è coinvolta e pure della nostra situazione politica a cui non mancano le fibrillazioni (sicché fra il resto sarebbe assai ridicolo speculare oggi su quale sarà il partito porteranno vantaggio nel 2013, quando si avrà la scelta finale per la sede, o nel 2020, quando le Olimpiadi si svolgeranno effettivamente).

Vorremmo concludere ricordando che, comunque vada a finire, la battaglia che il paese andrà a fare avrà comunque una ricaduta più che positiva anche se l’esito finale non ci fosse favorevole. Un’Italia che grazie a questo sforzo comune avesse imparato a fare davvero sistema, a trovare i meccanismi per confrontarsi senza dilaniarsi fra forze politiche diverse, a sistemare i problemi che ha con fenomeni negativi come la corruzione, a ritrovare o migliorare la propria efficienza nel sistema giudiziario come in quello amministrativo, avrebbe già vinto una gara formidabile.

Con in mano un risultato che comunque nessuno potrebbe toglierci. IM 20

 

 

 

Alla Commissione Finanze il provvedimento bipartisan sugli incentivi per il “rientro dei cervelli” in Italia

 

Espresso dalla Commissione Esteri parere contrario. Mantica: “Preoccupazione per l’impatto di disposizioni generiche sulla rete consolare”

 

  ROMA – La Commissione Finanze della Camera dei Deputati prosegue l’esame del provvedimento relativo agli incentivi fiscali per il rientro di giovani lavoratori in Italia (C.2079), a prima firma di Enrico Letta (Pd) e Stefano Saglia (Pdl).

  Sulla proposta la Commissione Esteri ha espresso parere contrario, mentre si attendono per oggi i pareri delle Commissioni Bilancio e Cultura.

  L’iniziativa legislativa è nata per contrastare il fenomeno dell’emigrazione dei “cervelli” dal nostro Paese, in costante aumento: le statistiche indicano una percentuale di laureati italiani residenti all’estero più che doppia rispetto a quella degli altri grandi Paesi europei (pari al 2,3%).

  Il testo, in base ad alcune modifiche già approvate nel corso dell’esame alla Commissione Finanze, prevede che i redditi da lavoro dipendente, d’impresa e da lavoro autonomo percepiti dai lavoratori che fanno rientro, ai fini delle imposte sui redditi concorrano alla formazione dell’imponibile in misura ridotta: pari al 20% per le lavoratrici dipendenti impiegate nell’intero territorio nazionale e per i lavoratori dipendenti destinati a una struttura produttiva ubicata nelle aree delle regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Basilicata, Sardegna, Abruzzo o Molise; per il 30% nel resto del Paese.

  Benefici anche per i datori di lavoro che assumano coloro che vogliono fare rientro, a condizione che li impieghino come lavoratori dipendenti in una struttura produttiva ubicata nelle aree già sostenute per l’assunzione di disoccupati di lunga durata.

  La Commissione ha inoltre ampliato la gamma dei beneficiari dei provvedimento - nati dopo il 1° gennaio 1969 - che devono essere in possesso di un titolo di laurea e aver risieduto, se cittadini comunitari dalla nascita, almeno 24 mesi in Italia e aver avuto un contratto di lavoro dipendente fuori dal proprio Paese di origine e dall’Italia per almeno due anni. Il titolo di laurea o la specializzazione post lauream possono dunque essere stati acquisiti anche all’estero.

  Come detto, parere contrario al provvedimento è stato espresso ieri dalla Commissione Esteri: il presidente Stefano Stefani (Lega Nord), illustrando la proposta, ha segnalato come essa preveda “l’onere della previsione di accordi bilaterali con gli Stati esteri di provenienza in materia previdenziale, unitamente ad un consistente aggravio amministrativo per la rete consolare”.

  Preoccupazione per “l’impatto della norma sulla rete consolare” è stato espresso anche dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica che, pur apprezzando le finalità del provvedimento, ha rilevato in esso disposizioni “formulate in termini assai generici, restando del tutto indeterminato il numero dei potenziali destinatari delle nuove norme”. “Le strutture del ministero degli Affari Esteri sarebbero in questo caso chiamate ad assumersi un gravoso impegno istruttorio e amministrativo – ha aggiunto Mantica nel corso del dibattito - in relazione alla verifica delle situazioni individuali, senza contare poi che procedure troppo complesse ai fini delle verifiche istruttorie si potrebbero comunque prestare a falle e distorsioni rispetto alle finalità del provvedimento”.

  “La capacità di stimolare investimenti su risorse umane di alto livello si fonda su riforme di più ampio respiro - ha sottolineato per il Pdl Roberto Antonione - e non su facilitazioni fiscali utili soltanto a promuovere dinamiche assistenzialistiche”.

  Critico anche l’intervento di Franco Narducci (Pd), che, pur rilevando la necessità di affrontare “il problema del drenaggio dal nostro Paese verso l’estero di risorse umane e professionali qualificate”, si è dichiarato scettico in ordine alla preferenza territoriale operata a favore di aree già caratterizzate da elevata disoccupazione di lavoratori ad alto potenziale intellettuale. Indispensabile, anche per Narducci, la verifica dell’impatto della norma sull’amministrazione degli Affari Esteri.

(Inform 20)

 

 

 

 

Question time per far fronte alle esigenze d’organico della magistratura in Calabria

 

“È chiaro che la strategia del Governo per far fronte alle esigenze d’organico della magistratura in Calabria non funziona: siamo molto preoccupati perché rispondendo al question time il ministro per i rapporti con il parlamento, Elio Vito, ha ammesso che la questione sarà valutata, cioè che ancora non è stata affrontata”. Lo ha detto Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione Antimafia, prima firmataria dell’interrogazione insieme alla vicepresidente del Gruppo del Pd alla Camera, Rosa Calipari, e agli altri deputati Democratici della Calabria. “Il ministro”, aggiunge, “ha burocraticamente elencato i provvedimenti intrapresi per le sedi di Catanzaro, Lamezia e Vibo Valentia, sedi nelle quali, tuttavia, le esigenze di organico sono superiori a quelle previste. Inoltre, come ha ammesso il ministro, la strategia del Governo non funziona perché anche gli interventi presi per i cinque posti vacanti di Catanzaro, i quattro di Vibo Valentia e per il posto di Lamezia Terme non hanno portato ad una copertura delle sedi. Lo stesso vale per i lavoratori interinali che i quali è chiaro che non è stata ancor individuata nessuna soluzione. Dunque, il Governo fino ad oggi continua a sottovalutare, nonostante i recenti fatti di cronaca, la pericolosità di una delle più potenti organizzazioni criminali, la ‘ndrangheta, contro la quale non sono sufficienti i magistrati attuali: questo comporta che i processi contro i boss spesso non possono trovare la loro conclusione con la drammatica conseguenza di un elevatissimo rischio di impunità”. De.it.press

 

 

 

 

Sì della Commissione Esteri al disegno di legge che proroga le elezioni dei Comites e del Cgie

 

Calendarizzata per la prossima settimana la discussione in Aula. Gli interventi del sottosegretario Mantica e dei deputati Narducci (Pd), Fedi(Pd) e Angeli (Pdl)

 

  ROMA -  La Commissione Affari Esteri della Camera ha detto sì al disegno di legge che rinvia le elezioni dei Comites e del Cgie e indica come data ultima per lo svolgimento delle consultazioni il 31 dicembre 2012.  La Commissione, dopo aver respinto tutti gli emendamenti avanzati dagli eletti all’estero volti ad eliminare questa ulteriore proroga o a ridurne la durata, ha infatti dato mandato al relatore Stefani affinché riferisca favorevolmente in Aula sul provvedimento, dove la discussione sul disegno di legge è stata calendarizzata per la prossima settimana. Alla Commissione è già pervenuto il parere favorevole, con un’osservazione, della Commissione Affari Costituzionali nonché della Commissione giustizia, mentre la Commissione Bilancio esprimerà il proprio giudizio direttamente all’Assemblea.

  Nel corso del dibattito in Commissione, il disegno di legge prevede “Disposizioni urgenti in tema di immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana e di elezioni degli organismi rappresentativi degli italiani all’estero”, il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica ha sottolineato come il rinnovo degli organismi di rappresentanza degli italiani nel mondo potrà comunque tenersi non appena sarà approvata dal Parlamento la riforma dei  Comites e del Cgie. Nell’auspicare la conclusione dell’esame del progetto di riforma da parte del Senato entro la pausa estiva dei lavori parlamentari, Mantica ha precisato come la data del 31 dicembre 2012, indicata nell’articolo 2 del provvedimento in esame, debba, essere vista come un termine ultimo e cautelativo per l’indizione delle elezioni.

  Dal canto suo il vice presidente della Commissione Esteri Franco Narducci ha evidenziato l’intenzione di non ritirare il proprio emendamento volto alla soppressione dell’articolo 2. Narducci ha infatti sottolineato di ritenere possibile lo svolgimento delle elezioni dei Comites e del Cgie a breve distanza di tempo rispetto alla approvazione della riforma da parte delle due Camere, in analogia con quanto avvenuto nel 2004. Narducci ha inoltre puntualizzato come la propria  proposta emendativa debba essere interpretata anche alla luce dell’invito da lui già rivolto a tutti i gruppi parlamentari per un celere iter dei progetti di riforma degli organi di rappresentanza delle comunità italiane all’estero che scongiuri il rischio di un blocco totale delle attività. Anche Marco Fedi (Pd) ha ribadito la necessità di rinnovare in tempi certi gli organismi di rappresentanza degli italiani nel mondo ormai scaduti, per poi affrontare con serenità il processo di riforma. “Il Governo – ha poi affermato Fedi - deve assumersi le proprie responsabilità per garantire la fattibilità della riforma dei Comites e del Cgie, soprattutto per quanto concerne le necessarie risorse finanziarie, senza scaricare la responsabilità sul Parlamento”.

  In sede di replica il sottosegretario Mantica ha ricordato come il Governo, al fine di non pregiudicare il rinnovo dei Comites e del Cgie, si sia impegnato a promuovere un dibattito parlamentare distinto sulla riforma dell’esercizio del voto da parte degli italiani all’estero e sulla riforma degli organismi di rappresentanza delle comunità italiane.

  Dopo aver evidenziato che l’esecutivo non esprime posizioni pregiudiziali sull’adozione del voto per corrispondenza o sull’espressione del suffragio all’estero presso sezioni istituite ad hoc, Mantica ha fatto presente come a tutt’oggi le risorse destinate alla gestione ordinaria dei Comites e del Cgie siano già state stanziate, mentre ci si riserva di quantificare i fondi per il finanziamento delle procedure elettorali  dopo l’individuazione del metodo di voto. Nel ribadire la disponibilità del Governo al dialogo su queste riforme, il sottosegretario ha infine auspicato il pieno svolgimento del proprio ruolo da parte del Parlamento su questi temi. Dopo l’intervento del deputato del Pdl Giuseppe Angeli (Pdl)  che ha chiesto l’eliminazione dal provvedimento di questa ulteriore proroga delle elezioni di Comites e Cgie, la Commissione Esteri ha respinto gli identici emendamenti 2.1 Angeli, 2.2 Bindi, 2.3 Narducci,  2.4 Merlo e 2.5 Evangelisti, volti ad eliminare dal testo o a ridimensionare la proroga delle consultazioni degli organi di rappresentanza. (Inform 20)

 

 

 

 

Camera. Marco Fedi: Il gruppo Pd contrario all’ulteriore proroga di Comites e Cgie

 

  ROMA - Il nostro voto in Commissione è stato coerente con le posizioni più volte espresse. Abbiamo presentato emendamenti soppressivi dell’art. 2 del decreto 63/2010 che proroga gli attuali organismi di rappresentanza. La maggioranza ha votato a favore del mantenimento senza modifiche della proroga – ad esclusione dell’On. Angeli che ha votato un suo emendamento che chiedeva la soppressione dell’art. 2 – ha spiegato Marco Fedi, deputato del Pd eletto nella ripartizione dll’Africa-Asia-Oceania e Antartide,  dopo la votazione degli emendamenti in Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati.

  Abbiamo rilevato - ha continuato Fedi - le contraddizioni politiche di un Governo che proroga la rappresentanza democratica degli italiani all’estero sulla base di una proposta di riforma degli stessi che non è condivisa, che vede forti ostacoli al Senato – anche di bilancio – e che avrà un lungo e faticoso iter parlamentare. Non certo per responsabilità parlamentari ma per la contrapposizione – che appare sempre più evidente – tra Governo, Parlamento e capacità di gestione delle coperture finanziarie.

  Siamo pronti a discutere di riforme ma senza forzature e, soprattutto, garantendo la continuazione della vita democratica delle nostre collettività. L’azione del Governo, le incertezze interne alla maggioranza e le contraddizioni politiche che le contraddistinguono - ha concluso Fedi -, lasciano presagire ulteriori difficoltà sul cammino delle riforme per gli italiani nel mondo. (Inform 19)

 

 

 

 

Concorso per il logo della "Settimana della lingua italiana nel mondo". Scade il 30 maggio

 

I ministeri degli Affari Esteri e dell'Istruzione promuovono un'iniziativa con la quale intendono sollecitare la partecipazione dei giovani in Italia e all'estero un concorso per la progettazione e realizzazione del logo della X "Settimana della lingua italiana nel mondo", contraddistinta dal tema "Una lingua per amica: l'italiano nostro e degli altri". La campagna pubblicitaria dovrà focalizzare l'attenzione sulla lingua italiana come veicolo comunicativo, con riferimento a due ambiti artistici dell'Italia contemporanea, scelti come temi di fondo della Settimana 2010 e, più precisamente la canzone d'autore e il cinema.

I progetti, selezionati tra i migliori dalle istituzioni Afam (Direzione Generale per l'Alta Formazione), dovranno pervenire entro il 30 maggio 2010, in formato JPEG e saranno valutati da una commissione di esperti dei ministeri dell’Istruzione e degli Affari esteri.

Il primo classificato vincerà un soggiorno di tre giorni a Barcellona per partecipare ad alcune delle manifestazioni della "Settimana della lingua Italiana nel mondo" che saranno organizzate dall'Istituto Italiano di Cultura della stessa città spagnola.

Tutte le comunicazioni dovranno pervenire al seguente indirizzo di posta elettronica: direzioneafam@miur.it.  Grtv

 

 

 

 

 

All’esame della Commissione Esteri ddl sui diritti sindacali dei contrattisti del ministero degli Esteri

 

  ROMA - La Commissione Esteri del Senato ha preso in esame ieri in sede referente la proposta di legge, già approvata dalla Camera dei Deputati, d’iniziativa del deputato Marco Fedi (Pd) ed altri, che introduce alcune modifiche al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, al fine di riconoscere specifici diritti e prerogative sindacali a determinate categorie di personale dipendente del ministero degli Affari Esteri.  Il provvedimento è abbinato, nell’esame congiunto in commissione, al ddl presentato dalla senatrice Mirella Giai (Maie) che reca “Nuove disposizioni in materia di personale assunto localmente dalle rappresentanze diplomatiche, dagli uffici consolari e dagli istituti italiani di cultura all'estero”.

  Il relatore Gianpaolo Bettamio (Pdl), nell’illustrare la proposta di legge già approvata alla Camera, ha spiegato che essa è volta a permettere ad un numero elevato di lavoratori del Mae (circa 1.200) assunti con contratto regolato dalla legge dello Stato estero di residenza, di partecipare all'elezione delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU). L'Agenzia per la rappresentanza delle pubbliche amministrazioni (ARAN) ha stabilito infatti che solo i destinatari del contratto collettivo nazionale di lavoro abbiano la facoltà di partecipare alle elezioni delle RSU. Ciò esclude dal diritto di voto per le RSU il personale in servizio presso le sedi diplomatiche e consolari, nonché presso gli Istituti italiani di cultura all'estero, assunto sulla base di contratti regolati dalla legge locale.

  In particolare, l'articolo 1 aggiunge il comma 3-bis all'articolo 42 del decreto legislativo n. 165 del 2001, al fine di garantire la partecipazione del personale in servizio presso le sedi diplomatiche e consolari, nonché presso gli istituti italiani di cultura all'estero, ancorché assunto con contratto regolato dalla legge locale, ai fini dell'elezione delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU). Viene in tal modo garantito anche il calcolo della rappresentatività sindacale, nell'ambito dell'esercizio di voto attivo e passivo delle rappresentanze sindacali per gli impiegati sottoposti a «legge locale».

  L'articolo 2 del disegno di legge aggiunge l'articolo 50-bis al decreto legislativo n. 165 del 2001, al fine di prevedere l'applicazione delle disposizioni di cui all'articolo 50, riguardante la disciplina dell'aspettativa e dei permessi sindacali anche nei confronti del personale in servizio presso le rappresentanze diplomatiche e consolari, nonché presso gli istituti italiani di cultura all'estero, ancorché assunto con contratto regolato dalla legge locale.

  Quanto al disegno di legge d'iniziativa della senatrice Giai, esso reca norme più complessivamente volte a modificare la disciplina concernente il personale a contratto assunto localmente dalle rappresentanze diplomatiche, dagli uffici consolari e dagli Istituti italiani di cultura all'estero, avendo riguardo non solo ai diritti sindacali ma anche alla retribuzione, alla tutela in caso di malattia, al foro competente in caso di controversie e alla tutela del posto di lavoro.

  Bettamio ha ricordato che la pdl Fedi ed altri è stata approvata alla Camera in sede deliberante con un'ampia e trasversale maggioranza che ha visto convergere il consenso di tutti i gruppi politici. Ha proposto pertanto di proseguire l'esame dei disegni di legge utilizzando questo ultimo come testo base.

  Il presidente della Commissione, sen. Lamberto Dini, si è detto perplesso circa la necessità delle misure previste nel provvedimento già approvato alla Camera, mentre il senatore Pietro Marcenaro (Pd) ha manifestato invece, a nome del suo gruppo, piena condivisione dell'iniziativa, che mira a omogeneizzare il trattamento, quantomeno sotto il profilo sindacale, di personale che lavora nelle stesse strutture.

  Dopo un intervento della senatrice Giai, a sostegno dell'iniziativa a sua firma, su proposta del presidente Dini è stato fissato per giovedì 20 maggio, alle ore 16, il termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge adottato come testo base. (Inform 19)

 

 

 

Von Macho bis Mafia. Bild der Italiener in der Bundesrepublik

 

Tagung an Freier Universität Berlin am 27. und 28. Mai 2010 zum Bild der Italiener in der Bundesrepublik

 

Deutsche Vorurteile gegenüber eingewanderten Italienern sind Thema der Tagung "Deutsche Vita" an der Freien Universität am 27. und 28. Mai. Beleuchtet wird der Zeitraum von der "Gastarbeiterära", der Einwanderungswelle nach dem Zweiten Weltkrieg, bis in die Gegenwart der Bundesrepublik. Der Botschafter der Italienischen Republik, Michele Valensise, hält ein Grußwort. Der Eintritt zur Tagung ist kostenlos, um Anmeldung per E-Mail wird gebeten.

Dem Tagungskonzept liegt die Beobachtung zugrunde, dass Italiener in den sechziger Jahren noch der Prototyp der "temperamentvollen und unzuverlässigen Südländer" waren und sie im gegenwärtigen Deutschland als Vertreter eines nachahmenswerten Lebensstils gelten. Wie kam dieser Wahrnehmungswandel zustande? Welches Italien-Bild herrscht in anderen europäischen Ländern vor? Und wie sehen sich die eingewanderten Italiener selbst? Die Diskussion dieser und anderer Fragen soll innovative Perspektiven auf die Funktionsweisen nationaler Stereotypen eröffnen.

Zeiten und Orte: Donnerstag, 27. Mai, ab 14.00 Uhr: Abguss-Sammlung Antiker Plastik, Schloßstraße 69 b, 14059 Berlin-Charlottenburg (U-Bhf. Sophie-Charlotte-Platz, Linie U2 oder S-Bhf. Westend); Freitag, 28. Mai, ab 9.00 Uhr: Friedrich-Meinecke-Institut der Freien Universität Berlin, Koserstraße 20, 14195 Berlin-Dahlem, Raum A.336 (U-Bhf. Podbielskiallee, Linie U3, Bus X 83 bis Dahlem Dorf)

Weitere Informationen erteilt Ihnen gern: Professor Dr. Oliver Janz, Friedrich-Meinecke-Institut der Freien Universität Berlin, Telefon: 030 / 838-56765, E-Mail: oliver.janz@fu-berlin.de

Anmeldung per E-Mail an: Dr. Roberto Sala, Universität Erfurt, Max-Weber-Institut für kultur- und sozialwissenschaftliche Studien, E-Mail: roberto.sala@uni-erfurt.de

Das Tagungsprogramm im Internet: www.geschkult.fu-berlin.de. FUB, de.it.press

 

 

 

 

Integrationsbericht. Im Einwanderungsland angekommen

 

Integration ist im Alltag weniger kompliziert, als manche politische Debatten glauben machen. „Menetekel von Sozial-Katastrophen“ seien unangebracht, sagt Migrationsforscher Bade bei der Vorstellung des Jahresgutachtens des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen. Von Heike Schmoll, Berlin

 

Während im politischen Diskurs noch alte Diskussionen über Deutschland als Einwanderungsland, über Assimilation oder „Multi-Kulti“ geführt werden, ist der Integrationsprozess insgesamt reibungsloser und erfolgreicher verlaufen als in europäischen Nachbarländern.

Zu diesem Ergebnis kommt der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration, der zum ersten Mal ein Jahresgutachten vorgelegt und ein sogenanntes Integrationsbarometer erstellt hat. Dabei hat sich ein belastbares Grundvertrauen der Mehrheitsgesellschaft und der Einwanderer gezeigt.

Zu den überraschenden Befunden gehört, dass Einwanderer Deutschen zum Teil mehr vertrauen als der eigenen Herkunftsgruppe und auch als die Deutschen sich selbst. „Menetekel von Sozial-Katastrophen im Gruppenkonflikt erscheinen deshalb als unangebracht“, sagte der Vorsitzende des Sachverständigenrats, der Migrationsforscher Klaus Jürgen Bade, in Berlin. Nur jeder 20. Einwanderer fühlt sich in Deutschland unwohl, aber jeder 15. Deutsche ist unzufrieden. Unter den Einwanderern der zweiten Generation (auch unter Türken), die in Schulleistungen viel schlechter abschneidet, steigt die Zufriedenheit noch.

Mehr Bildung, kritischere Einstellung

Etwa 25 Prozent der Einwanderer bezichtigen die eigene Gruppe eines mangelnden Integrationsinteresses, 20 Prozent sehen eine Integrationsverweigerung bei den Deutschen. Mit steigendem Bildungsgrad stünden Menschen mit Migrationshintergrund dem Integrationsinteresse der eigenen Gruppe kritischer, dem der Mehrheitsbevölkerung aber weniger kritisch gegenüber, heißt es in dem 252 Seiten umfassenden Bericht.

Eine Aufgabe der religiösen und kulturellen Prägung der Einwanderer wird auch von der deutschen Bevölkerung nicht erwartet. Der Wunsch nach Gleichbehandlung ist unter beiden Gruppen ähnlich hoch (in beiden Fällen über 90 Prozent), Ähnliches gilt für die Förderung ausländischer Schüler.

Hier empfiehlt der Sachverständigenrat zu Recht, dass die Sprachförderung sich nicht auf vorschulische Sprachkurse beschränken darf, sondern über die gesamte Bildungsbiographie fortgesetzt werden muss – auch in der Mittel- und Oberstufe, selbst an der Universität durch Kurse für akademisches Schreiben. Denn der Zusammenhang zwischen deutscher Sprachfähigkeit und Bildungserfolg ist in Deutschland besonders stark ausgeprägt. Nach wie vor sprechen jedoch 44,8 Prozent der Ausländer in der Familie ausschließlich ihre Herkunftssprache. Um so misslicher ist, dass nur 10 Prozent der Ausländerkinder (25 Prozent deutsche Kinder) in der Kindertagesbetreuung zu finden sind und 83 Prozent im Kindergarten. Das Betreuungsgeld lehnt der Sachverständigenrat entschieden ab. Ausgerechnet an den Kindergärten zu sparen, sei ein Zeichen „suizidaler Haushaltsführung“, sagte Bade im Blick auf die Sparvorschläge des hessischen Ministerpräsidenten Koch.

Die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Staatsministerin Böhmer, forderte deshalb die Länder auf, „an Intensität und Tempo zuzulegen“. Im Nationalen Integrationsplan hätten sie zugesagt, die Leistungen der ausländischen Schüler bis 2012 anzugleichen. Doch der Nationale Integrationsplan ist unter den Ausländern noch unbekannter als die Islamkonferenz. 60 Prozent haben noch nie davon gehört.

Ausländische Schüler schneiden schlechter ab

Ähnlich wie in internationalen Vergleichsstudien (leider wurde die Übergangs-Studie des Max-Planck-Instituts für Bildungsforschung noch nicht rezipiert) - schneiden ausländische Schüler insgesamt schlechter ab. 19,2 Prozent der Jungen verlassen die Hauptschule ohne Abschluss, während Mädchen viel öfter das Abitur erreichen (19 Prozent im Vergleich zu 16 Prozent der Jungen). Marokkaner haben nur halb so große Chancen, die (Fach-) Hochschulreife zu erlangen wie deutsche Jugendliche, bei türkischen und italienischen Jugendlichen ist die Chance noch geringer. Auch Libanesen, Albaner und Serben gehören zu den Problemkandidaten, Russen und Asiaten hingegen nicht. Der Sachverständigenrat fordert in seinem Bildungs-Kapitel, über das äußerst kontrovers diskutiert wurde, deshalb eine hohe Durchlässigkeit des Schulsystems, von kurzschlüssigen Plädoyers für längeres gemeinsames Lernen hat er sich zumindest halbherzig distanziert.

Aufschlussreich ist ein sogenanntes Integrations-Paradox in der Bildung. Während deutsche Eltern positive Erfahrungen mit ethnischer Heterogenität in Institutionen des Bildungssystems haben, sinkt die Bereitschaft der deutschen Bevölkerung mit wachsendem Bildungsniveau, ihr eigenes Kind auf eine Schule mit hohem Einwandereranteil zu geben. Den Schulen wird ein produktiver Umgang mit Heterogenität offensichtlich nicht zugetraut.

Plädoyer für eine „proaktive“ Einwanderungspolitik

Im Arbeitsmarkt gebe es ein „quantitatives und ein qualitatives Migrationsproblem. Deshalb müsse Deutschland neben einer Bildungs- und Qualifikations-Offensive im Innern eine „proaktive“ Einwanderungspolitik betreiben und vor allem für qualifizierte Einwanderung attraktiver werden. Noch immer ist der Weggang qualifizierter Ausländer größer als der Zugang besonders qualifizierter. Mit höheren formalen Qualifikationen ist es in Deutschland kein Problem für Ausländer, eine Stelle zu bekommen - nur bei Türken scheinen kleinere Unternehmen noch ablehnend zu sein.

Ernüchternd ist, dass 20 bis 30 Prozent der Jugendlichen, die im sogenannten Übergangssystem zur Nachqualifizierung fehlender Abschlüsse waren, auch drei Jahre danach noch keine Ausbildung beginnen. 29 Prozent der ausländischen Jugendlichen kommen gar nicht erst ins Übergangssystem, sondern fallen zunächst völlig aus dem Berufsbildungssystem heraus. Das Übergangssystem sollte in seiner jetzigen Form abgeschafft oder vollständig neu strukturiert werden, fordert der Sachverständigenrat. Er schlägt niedrigschwellige Möglichkeiten für Schulabgänger ohne Hauptschulabschluss vor.

Für das Integrations-Barometer wurden dieselben Fragen an Einwanderer wie an Deutsche gestellt - dazu gab es eine quotierte Stichprobe von 5600 Befragten in den älteren Einwanderungs-Regionen Rhein-Ruhr, Stuttgart und Rhein-Main, wobei Türken, Aussiedler, Ausländer, die nicht der EU angehören, sowie Afrikaner, Asiaten und Lateinamerikaner befragt wurden. Berlin als relativ „neues“ Einwanderungs-Gebiet fehlt leider, soll aber beim nächsten Integrations-Barometer in zwei Jahren erfasst werden.

Hier gibt es spezifische Probleme durch den Wegfall industrieller Arbeitsplätze, durch hohe Transferabhängigkeit und durch eine hohe Einwanderung von Türken und Flüchtlingen aus den arabischen Staaten. In Berlin ist die Arbeitslosigkeit unter Einwanderern (30 Prozent) auch doppelt so hoch wie in den übrigen Gebieten. Insgesamt ist das Risiko für Ausländer, arbeitslos zu werden, in den Niederlanden drei Mal so hoch wie in Deutschland. Faz 19

 

 

 

Kommentar. Integration nicht am Ziel

 

Wer dachte, dass die Deutschen Zuwanderern aus dem Weg gehen, irrt schlichtweg. Denn die Mehrheit der Migranten fühlt sich hierzulande keinesfalls diskriminiert. Im Gegenteil leben die meisten mit unsereins sogar ziemlich gern zusammen und bringen ihren Mitbürgern ein Grundvertrauen entgegen. Das Miteinander von Deutschen und Ausländern - ob am Heimatort, in der Schule oder am Arbeitsplatz - funktioniert vorwiegend und ist nicht von Ablehnung oder gar unversöhnlichem Hass geprägt.

 

Ist demnach die Kritik an der Politik der Vergangenheit unbegründet? Hat Deutschland nicht zu lange ignoriert, ein Einwanderungsland zu sein? Sind die Probleme erledigt? Keineswegs. Denn auch wenn die Integration im Alltag viel besser gelingt, als Berichte von integrationsunwilligen Zuwanderern glauben machen, wäre es das falsche Signal, sich nun auf dem erreichten Erfolg auszuruhen. Zumal die erfreuliche Bilanz maßgeblich bürgerschaftlichem Engagement und nicht Regierungshandeln zu verdanken ist.

 

Nach wie vor ist ein Umdenken bitter nötig, um endlich die großen Potenziale auch zu nutzen, die uns die Einwanderer-Gesellschaft bietet. Das gelingt jedoch nur, wenn Jugendliche mit Migrationshintergrund bei der Bildung nicht mehr mit Nachteilen kämpfen müssen. Und um als Zuwanderungsland noch attraktiver zu werden, sollten die Deutschen dem unsäglichen Gezerre bei der Staatsbürgerschaft ein Ende bereiten. Es ist unfair, Migranten, die seit Generationen hier leben, einen deutschen Pass zu verweigern, nur weil sie nicht bereit sind, ihre frühere Staatsangehörigkeit aufzugeben. Franziska Schubert FR 20

 

 

 

 

Gutachten zu Integration in Deutschland. Viel Vertrauen, wenig Bildung

 

Überraschende Studie: Die Integration von Einwanderern funktioniert besser als angenommen. Das Vertrauen der Zuwanderer in die Deutschen ist hoch - nur die Bildung ist ein Problem. Von R. Preuß

 

Die Integration von Zuwanderern in Deutschland ist viel besser gelungen als weithin angenommen. Dies ist das Ergebnis eines Gutachtens des unabhängigen Sachverständigenrates für Integration und Migration (SVR), das am Mittwoch in Berlin vorgestellt wurde. "Deutschland ist angekommen in der Einwanderungsgesellschaft", sagte der Vorsitzende des Rates, der Osnabrücker Professor Klaus Bade.

Es ließen sich teils "erhebliche Fortschritte" verzeichnen, von einer allgemein "gescheiterten Integration" könne keine Rede sein. Besonders bemerkenswert sind die Ergebnisse zum Vertrauensverhältnis von Migranten und Einheimischen. "Zuwanderer vertrauen den Deutschen zum Teil mehr als der eigenen Herkunftsgruppe", sagte Bade. Allerdings gebe es nach wie vor einige Missstände zu beheben, etwa die schlechte Bildung vieler Migranten.

Das 250 Seiten dicke Gutachten ist die umfangreichste Untersuchung zum Thema seit Jahren. Die Wissenschaftler hatten hierfür 5600 Bürger repräsentativ befragt, oft durch Interviewer, die Russisch und Türkisch sprechen. Der Sachverständigenrat wird getragen von acht Stiftungen, ihm gehören neun Wissenschaftler an, unter ihnen der Direktor des Hamburgischen Weltwirtschaftsinstituts, Thomas Straubhaar.

Anders als bisherige Studien haben die Wissenschaftler Zuwanderer - mit und ohne deutschen Pass - sowie Einheimische nicht nur nach ihrer sozialen Lage gefragt, sondern auch danach, inwieweit sie sich gegenseitig vertrauen und was sie von der Integrationspolitik der vergangenen Jahre halten. Etwa 54 Prozent der einheimischen Deutschen sagten, sie vertrauten anderen Einheimischen "eher" oder "voll und ganz"; Zuwanderer dagegen sprachen den Einheimischen dieses Vertrauen zu fast zwei Dritteln (62 Prozent) aus. Die Integrationspolitik der vergangenen fünf Jahre wird sowohl von Einheimischen als auch von Zuwanderern als überwiegend nützlich angesehen, wobei die Türken am wenigsten eine Verbesserung wahrnehmen. Auch die politischen Prioritäten setzen beide Gruppen ähnlich: Am häufigsten wurden als die Hauptaufgaben genannt "Arbeitslosigkeit senken", "Sprachkurse anbieten" und "Diskriminierung bekämpfen"; fast 80 Prozent der Zuwanderer war es - ähnlich wie der deutschen Mehrheit - wichtig, die "Ausländerkriminalität zu senken".

Die Zuwanderer berichten von weitgehend guten Erfahrungen. 70 Prozent der Migranten glauben, dass die alteingesessenen Deutschen ernsthaft an der Eingliederung der Einwanderer interessiert sind, die breite Mehrheit betonte, sie fühlten sich in Deutschland wohl oder "sehr wohl". Überraschend selten beklagten die Zuwanderer eine Benachteiligung, zwei Drittel von ihnen hatten noch nie Diskriminierung erfahren - was dem Eindruck widerspricht, den Migrantenverbände oder auch türkische Medien oft vermitteln. Am ehesten negativ aufgefallen sind Behörden und Schulen.

Die Studie bescheinigt Deutschland eine international vergleichsweise erfolgreiche Eingliederung: Zwar sei die Arbeitslosigkeit unter Zuwanderern in Deutschland mehr als eineinhalb mal so hoch wie unter einheimischen Deutschen; in anderen europäischen Ländern seien Migranten aber bis zu viermal so oft arbeitslos. Auch hier gebe es Fortschritte: Die Nachkommen der Zugewanderten haben häufiger eine Arbeit als ihre Eltern und sind deshalb seltener auf Hilfe angewiesen. Die Autoren der Studie wenden sich daher gegen ein "deutsches Jammern auf hohem Niveau".

Auch in den Schulen machen Zuwanderer-Kinder Fortschritte, sie schaffen häufiger das Abitur und brechen seltener die Schule ab als früher (siehe Grafik). Allerdings illustrieren die Wissenschaftler einmal mehr Mängel in der Bildung. Gerade bei den weithin als Problemgruppe wahrgenommenen Türkischstämmigen zeigten sich Defizite, die nicht allein mit Armut, sozialer Herkunft oder dem muslimischen Glauben zu erklären seien. Hier sei mehr Einsatz der Eltern für Bildung nötig, sagte Bade der SZ. "Die Türken bilden nach wie vor die Nachhut, sie bewegen sich langsam vorwärts, aber sie bewegen sich."

Ernüchternd sind die Ergebnisse zu den mit großem politischem Wirbel inszenierten Spitzentreffen wie Islamkonferenz und Integrationsgipfel. Sie gingen an der breiten Mehrheit der Zuwanderer ungehört vorbei. Nach Einschätzung Bades zeigen die Ergebnisse, dass Alltagserfahrungen, etwa in Ämtern, mit Nachbarn oder Lehrern das Integrationsklima viel stärker beeinflussen als politische Debatten. "Die Leute sind sehr viel gelöster, als wir uns das vorgestellt haben."

Als Fazit der Studie fordert der Sachverständigenrat, vor allem mehr für die Bildung von Migranten zu tun. Zudem müsse das Land für mehr Fachkräfte aus dem Ausland geöffnet werden. SZ 20

 

 

 

Forscher loben Integration in Deutschland

 

Die deutsche Einwanderungsgesellschaft funktioniert, Migranten und Alteingesessene kommen gut miteinander aus. Gleichzeitig sehen Forscher einen Problemstau durch die Politik.

 

Berlin - Was die Alltagserfahrung schon lange lehrte, ist jetzt auch als Teil deutschen Bewusstseins ausgemacht: Man weiß, was man aneinander hat. Wie dem ersten Jahresbericht des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR) zu entnehmen ist, sind Deutsche und Migranten einander in ihren Einstellungen sehr ähnlich, sie sorgen sich in praktisch gleichem Maße um dieselben Probleme – Arbeitslosigkeit und Bildungschancen etwa – und sie haben einen ähnlichen, optimistischen Blick auf Integration.

So meint die übergroße Mehrheit sowohl der Nichtmigranten wie der Migranten, dass erfolgreiche Integration in erster Linie Sache der Zuwanderer selbst sei. Dass auch oder nur die Mehrheitsbevölkerung in der Pflicht sei, meinen in beiden Gruppen nur ungefähr zehn Prozent. Auch Kuriosa enthält der Bericht: Während sich die befragten Deutschen zu 93 Prozent in Deutschland wohlfühlen, sind es bei den Migranten über 95 Prozent. Und das gegenseitige Vertrauen ist teils größer als das zur eigenen Herkunftsgruppe. Migranten vertrauen Deutschen stärker (62 Prozent) als die sich selbst (54 Prozent).

 

Für seinen ersten Jahresbericht zum Stand der Integration ließ der SVR nach eigenen Angaben mehr als 5600 Menschen mit und ohne Migrationshintergrund befragen. Beide Gruppen antworteten auf dieselben Fragen. Das Ziel waren dabei nicht Strukturdaten. „Uns ging es um subjektive Einschätzungen“, sagt die Bremer Bildungsforscherin Yasemin Karakasoglu, eine der neun Sachverständigen des SVR. Und die ergäben, so der SVR-Vorsitzende, der Migrationshistoriker Klaus J. Bade, „ein klares Gegenbild zum deutschen Integrationsgejammer auf hohem Niveau“. Multikulti-Enthusiasten wie -Pessimisten in Politik und Migrantenlobbys empfahl Bade angesichts dessen gleichermaßen Abrüstung: Das Bild von der angeblich „integrationsresistenten Mehrheitsgesellschaft“ sei genauso falsch wie die Behauptung, Integration scheitere an Abschottung und migrantischen Parallelgesellschaften. Dies könne sich die Politik zwar nicht gutschreiben, sie könne aber Gutes dafür tun. SVR-Mitglied Heinz Faßmann, der auch Autor des österreichischen Integrationsberichts ist, nannte als Beispiel Positivwerbung fürs eigene Land: Sich für Einwanderer unattraktiv zu machen, habe Deutschland in einem Maße geschafft, „wie es keinem anderen Land gelungen ist“. Zudem kritisieren die Sachverständigen bleibende „Problemstaus“ in der Zuwanderungspolitik und im Bildungssystem, das auf die Höhe einer Gesellschaft gebracht werden müsse, „die einen „beschleunigten Wandel der Kulturen und Lebensformen“ (Bade) erlebe.

Dass sämtliche 5600 Befragten aus Westdeutschland kamen, hält der SVR zwar für eine Lücke, aber für kein strukturelles Problem. 91 Prozent der Migranten leben auf dem Gebiet der alten Bundesrepublik. „Den Alltag der Einwanderungsgesellschaft“, sagte SVR-Geschäftsführerin Gunilla Fincke, „misst man am besten da, wo er auch stattfindet.“ Tsp 20

 

 

 

 

Integrationsklima. Migranten sind optimistisch

 

Die große Mehrheit der Menschen mit Migrationshintergrund fühlt sich wohl in Deutschland; zwei Drittel von ihnen haben zur hiesigen Bevölkerung ein Grundvertrauen. Nur knapp fünf Prozent der Zuwanderer dagegen verspüren ein Unbehagen, in Deutschland zu leben. Das hat eine repräsentative Befragung von mehr als 5600 Personen ergeben. 80 Prozent der Interviewten hatten einen Migrationshintergrund.

 

Erstmals hat der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR) zudem das Integrationsklima in der Bundesrepublik erhoben; und zwar nicht nur unter Zuwandererfamilien, sondern auch in der Mehrheitsbevölkerung.

 

Zufrieden mit den Nachbarn - Demnach bewerten beide Gruppen die Integration vor allem in ihren sozialen Beziehungen, aber auch auf dem Arbeitsmarkt als positiv. Gute Noten bekommen allerdings auch Nachbarschaftskontakte sowie das Klima in Bildungseinrichtungen. Das beweise, "dass die groteske Diskussion über gescheiterte Integration an der Wirklichkeit vorbei geht", betont Migrationsforscher und SVR-Vorsitzender Klaus Bade.

 

So gibt es hierzulande zwar anderthalbmal so viele Arbeitslose mit Migrationshintergrund wie unter Angehörigen der Mehrheitsgesellschaft. Dennoch ist die Arbeitslosigkeit unter Migranten niedriger als in anderen europäischen Ländern. In den Niederlanden oder Schweden ist das Risiko, als Zuwanderer arbeitslos zu sein, fast dreimal so hoch.

 

Trotz positiver Bilanz warnt Bade aber vor Euphorie. So seien Migrantenkinder von gleichen Bildungschancen wie ihre deutschen Mitschüler weit entfernt. Zudem schmälere die mangelhafte Qualifikation vieler Jugendlicher deren Erwerbschancen. Die Migrationsbeauftragte der Bundesregierung, Maria Böhmer (CDU), reagierte mit dem Ruf nach einer "nationalen Bildungsoffensive". Denn sowohl Eltern mit als auch ohne Migrationshintergrund zweifeln die Leistungsfähigkeit von Schulen an, wenn die Schülerschaft gemischt ist.

 

Den sozialen Frieden in Deutschland bedrohe aber vor allem die steigende Zahl sozialer Verlierer, zu denen nicht nur Migranten zählen. Nach Einschätzung der SVR-Gutachter bekommen dadurch Verteilungskonflikte um knappe Ressourcen wie Jobs verstärkt eine "ethnische Komponente". Dass dennoch die Einwanderungsgesellschaft so friedlich zusammengewachsen ist, konstatiert Bade, sei aber nicht in erster Linie das Verdienst der Politik, die in der Vergangenheit "zumeist verspätet und oft eher widerwillig reagiert" habe. Erst seit zehn Jahren sei die Inte-grationspolitk aus der Defensive herausgekommen. Mittlerweile sei Integration auch politisch als "gesellschaftspolitisches Thema ersten Ranges akzeptiert".

 

Reformbedarf sehen die Gutachter indes noch bei der Regelung der Staatsangehörigkeit. Das jetzige Optionsmodell sei "eine Sackgasse, die neben verfassungsrechtlichen Problemen bei Betroffenen oft Identitätskrisen auslöst", kritisiert Bade. Die Regierung, fordert er, sollte Betroffenen übergangsweise für fünf Jahre die doppelte Staatsangehörigkeit anbieten und in der Zeit eine solidere Lösung finden. Franziska Schubert FR 20

 

 

 

 

Böhmer: "Ergebnisse machen Mut und spornen an, Integrationspolitik noch wirksamer zu gestalten"

 

"Die Hauptbotschaft des Gutachtens ist eindrucksvoll: Integration wird im

gesellschaftlichen Alltag in unserem Land überwiegend positiv wahrgenommen. Das

macht Mut und spornt an, Integrationspolitik noch kraftvoller und wirksamer zu

gestalten.

 

Das Gutachten unterstreicht: Wir sind auf dem richtigen Weg. Deutschland ist

Integrationsland. Und Vorreiter im europäischen Vergleich!" Mit diesen Worten

kommentiert Staatsministerin Maria Böhmer das heute vorgelegte erste

Jahresgutachten des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und

Migration.

 

Laut Gutachten ist die Integration der Zuwanderer in Deutschland trotz einiger

Probleme insgesamt ein Erfolgsfall. Größtenteils positiv bewerten die Befragten

auch die Integrationspolitik der Bundesregierung. "Unsere Anstrengungen der

vergangenen fünf Jahre haben sich gelohnt. Das Umsteuern in der

Integrationspolitik hat Einheimische und Zuwanderer zueinander geführt. Immer

mehr erkennen: Integration gelingt nur gemeinsam. Das belegt das

SVR-Integrationsbarometer, das auf beiden Seiten ein belastbares gegenseitiges

Grundvertrauen feststellt. Die Botschaft lautet: Jeder Einzelne kann in seiner

Nachbarschaft, auf der Arbeit oder im Verein seinen Beitrag für ein gutes

Miteinander leisten. Dies sichert den sozialen Zusammenhalt unserer

Gesellschaft", betonte die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung.

 

Zugleich sicherte sie zu, die im Gutachten genannten Problemfelder noch stärker

in den Blick zu nehmen. Dazu zählt insbesondere die Bildungs- und

Arbeitsmarktsituation der Migranten. "Der Sachverständigenrat legt den Finger

völlig zu Recht in die Wunde. Wir müssen dringend die Startchancen von

Jugendlichen aus Zuwandererfamilien verbessern. Dafür brauchen wir eine nationale

Bildungsoffensive- gerade in Zeiten der Krise. Kindergärten müssen zu Orten der

frühkindlichen Bildung ausgebaut werden. In den Schulen benötigen wir eine

gezieltere individuelle Förderung der jungen Migranten. Hier sind die Länder

gefordert, bei ihren Anstrengungen an Intensität und Tempo zuzulegen. Im

Nationalen Integrationsplan haben sie zugesagt, bis 2012 die Leistungen der

ausländischen Schüler denen der deutschen anzugleichen. Um dieses Ziel zu

erreichen, müssen die Ärmel weiter hochgekrempelt werden!", forderte Böhmer.

 

"An der Bildung der Kinder darf nicht gespart werden. Das würde zu Lasten aller-

ganz besonders der Bildungschancen von Kindern aus Zuwandererfamilien- gehen. In Schulen mit hohem Migrantenanteil brauchen wir mehr Lehrkräfte, mehr

Schulsozialarbeiter sowie mehr Zeit in Form von Ganztagsschulen, damit jedes Kind

die Schule mit Erfolg abschließen kann", so Böhmer.

 

"Entscheidend ist, die vorhandenen Potenziale der Zuwanderer verstärkt nutzen.

Das betrifft die Fähigkeiten von denen, die schon bei uns im Land leben. Deshalb

brauchen wir noch in diesem Jahr ein Gesetz zur Anerkennung ausländischer

Abschlüsse. Wichtig ist auch, dass Deutschland für gut ausgebildete Ausländer in

der ganzen Welt attraktiver wird. Denn wir benötigen dringend Fachkräfte, um den

demografischen Wandel zu bewältigen. Und um im Wettbewerb um die besten Köpfe zu bestehen und so die Zukunft unseres Landes zu sichern", erklärte die

Staatsministerin. Pib, de.it.press

 

 

 

 

Gewalt auf G8-Gipfel in Genua. Polizisten müssen in den Knast

 

Knapp neun Jahre nach der Tat sind die Polizisten und ihre Vorgesetzten wegen der Schlägerorgie auf dem G8-Gipfel von Genua im Sommer 2001 verurteilt worden. VON MICHAEL BRAUN

 

Haftstrafen von drei bis fünf Jahren für 25 der 27 angeklagten Polizisten: Mit diesem Urteil endete in Genua das Berufungsverfahren rund um den nächtlichen Sturm auf die von Globalisierungskritikern als Schlafstätte genutzte Scuola Diaz während des G-8-Gipfels von 2001.

Mit einem überaus brutalen Einsatz hatten am 21. Juli 2001 etwa 150 Ordnungshüter den Schlussstrich unter die mehrtägige Gewaltorgie der Polizei in Genua gezogen. Nachdem einen Tag vorher am Rand der Demonstrationen der 23-jährige Carlo Giuliani von einem Carabiniere erschossen worden war, drang ein großes Polizeiaufgebot in der Nacht in die Schule ein und knüppelte die meisten der dort Schlafenden zusammen. 93 Personen wurden als angebliche Angehörige des "Schwarzen Blocks" verhaftet; 82 von ihnen waren teilweise schwer verletzt, mit Knochenbrüchen, ausgeschlagenen Zähnen, Lungenperforationen und Schädeltraumata.

Die Polizei legitimierte seinerzeit den Einsatz mit gefälschten Beweismitteln. So wurden im Eingangsbereich der Schule zwei Molotowcocktails "gefunden"; ein Video zeigte später, dass die Polizisten sie praktischerweise selbst mitgebracht hatten. Und so schilderte ein Beamter in dramatischen Tönen, wie er von einem der Protestierer im Schultreppenhaus mit einem Messer attackiert worden sei. Die Untersuchung seiner Uniformjacke ergab jedoch, dass jemand recht ungeschickt versucht hatte, jenen Messerstich vorzutäuschen.

Dennoch waren die meisten Polizisten in erster Instanz glimpflich davongekommen, ihre Vorgesetzten erst gar nicht angeklagt worden. Im November 2008 hatte die zuständige Kammer in Genua bloß untergeordnete Chargen verurteilt; sie gehörten zu jener Bereitschaftspolizei-Einheit, die den Prügeleinsatz direkt durchgeführt hatte. Dagegen waren sämtliche Einsatzleiter vom Vorwurf der Beweismittelfälschung freigesprochen worden.

Das Berufungsgericht kehrte nun mit dem am späten Dienstagabend verkündeten Spruch das Urteil um. Es sah als erwiesen an, dass hinter der Fälschung System steckte. Deshalb wurde nicht nur jener Beamte verurteilt, der die Molotowcocktails in die Schule schmuggelte, und nicht nur jener Polizist, der sich zum Opfer der Messerattacke stilisiert hatte, sondern auch all jene vor der Schule anwesenden Polizeikommandanten, die die Festnahmeprotokolle mit den falschen Behauptungen abgezeichnet hatten.

Viele dieser Kommandanten haben in den Jahren seit Genua weitere Stufen auf der Karriereleiter erklommen und durften sich der konstanten Deckung durch die Regierung sicher sein. "Man muss begreifen, wie viel Kraft und Mut die Richter aufgebracht haben", kommentierte denn auch der Staatsanwalt Enrico Zucca nach der Urteilsverkündung. Und Giuliano Giuliani, Vater Carlo Giulianis, erklärte, "es gibt noch Richter in Genua". Rechtskräftig ist das Urteil allerdings noch nicht; alle Verurteilten werden mit Sicherheit in die dritte Instanz beim Kassationsgericht in Rom gehen. Taz 19

 

 

 

Gewaltiger Korruptionsskandal. Italienisches Monopoly. Affäre Appaltopoli

 

Schwarzgeld im Tresor eines Priesters, Massagen im Sportclub, viele Schecks: Ein Skandal um Korruption am Bau erschüttert die Regierung Berlusconi. Da wird sogar der "Cavaliere" kleinlaut. Von A. Bachstein

 

Schwarzgeld im Tresor eines Priesters, eine günstige Wohnung mit Blick aufs Kolosseum, ein G-8-Gipfel, Massagen in einem römischen Sportclub, die 150-Jahr-Feiern zur Einheit Italiens, jede Menge Schecks - das sind nur einige bunte Elemente der ausgedehnten Korruptionsaffäre, deren mögliche Weiterungen sogar Italiens Ministerpräsident Silvio Berlusconi um das Ansehen seiner Regierung bangen lassen. "Wer Verfehlungen begangen hat, muss dafür bezahlen und raus aus der Regierung", hat er - ganz gegen seine Art - angekündigt.

 

Die Zahl der Beteiligten ist groß, die Ermittlungen währten lange, und das Ergebnis ist selbst für italienische Verhältnisse ein Fass ohne Boden: Wirtschaftsminister Claudio Scajola ist bereits zurückgetreten. Gegen Staatssekretär Guido Bertolaso, den mächtigen Zivilschutzchef, wird ermittelt; ebenso gegen mindestens einen engen Mitarbeiter des Infrastruktur-Ministers. Unter Korruptionsverdacht steht auch ein Koordinator der Berlusconi-Partei PDL; ein früherer Infrastrukturminister Berlusconis soll zehn Prozent bei der Vergabe staatlicher Aufträge kassiert haben.

Fast täglich tauchen neue Details aus dem Korruptionssumpf auf. Seit zwei Jahren ermitteln Staatsanwälte in Florenz und Perugia in einer Affäre, deren Stränge bis nach Tunesien und Luxemburg reichen. Bisher gibt es rund 40 Beschuldigte. Was die Ermittler aufgrund von Geldbewegungen, abgehörten Telefonaten, Zeugen und sichergestellten Akten erkennen, ist ein weit verzweigtes System, das der römische Bauunternehmer Diego Anemone, 40, aufgezogen haben soll. Sein engster Verbündeter war offenbar der Chef der Obersten Behörde für staatliche Bauvorhaben.

Mit dessen Hilfe, mit Beziehungen und kostspieligen Gefälligkeiten, schweigsamen Handlangern, durch Geldwäsche und ein Netz von 240 Konten soll Anemone lukrative Aufträge erlangt haben, die vor allem aus staatlichen Ausschreibungen - auf Italienisch: appalti - stammen. Es ging um Arbeiten an Ministerien, Kasernen, um ein Gefängnis, Schwimmbäder und andere Großprojekte. Seit zwei Jahren ermitteln die Staatsanwälte, weil bei einem Kasernenbau in Florenz und bei Ausschreibungen für den G-8-Gipfel, der Schwimm-WM in Rom und den 150-Jahr-Feiern zur Einheit Italiens manipuliert wurde.

Die Geschäfte von Anemones Firmen explodierten. Es kursieren verschiedene Zahlen. Die Zeitung La Repubblica rechnete vor, dass Anemone zwischen 2002 und 2009 allein in Rom öffentliche Ausschreibungen für 100 Millionen Euro gewonnen habe. Der Corriere della Sera schreibt, laut Steuerunterlagen sei das Geschäftsvolumen von acht Millionen 2006 auf 65 Millionen 2009 angewachsen. Der große Drahtzieher aber war allem Anschein nach der Chef der Obersten Behörde für staatliche Bauprojekte, Angelo Balducci, 62. Er war Herr über millionenschwere Ausschreibungen, und das auch im Auftrag der mächtigen Zivilschutzorganisation. Balducci verschaffte Anemone wohl zudem Kontakte zum Vatikan. Er war einer der 100 Gentiluomini, die als Laien den Papst bei protokollarischen Ereignissen begleiten, bevor er dieses Ehrenamt wegen Umgangs mit männlichen Prostituierten verlor. Er soll auch ein Konto bei der Vatikanbank IOR besessen haben, über das möglicherweise Geschäfte liefen. Nun sitzt er, wie eine Handvoll weiterer Männer, in Untersuchungshaft. Durch seine Schiebereien soll er zu Immobilien in Tunesien, Paris und Mailand gekommen sein.

 

52 Schecks - Auch der zurückgetretene Wirtschaftsminister Scajola kam, den Ermittlern zufolge, durch Anemone 2004 zu einer Wohnung mit Aussicht auf das Kolosseum. Scajola - seinerzeit Innenminister - zahlte aus eigener Tasche für die 180 Quadratmeter 600.000 Euro. Dass ein Mittelsmann Anemones mit 80 Schecks weitere 900.000 Euro an die Vorbesitzer gezahlt hat, will der Minister kurioserweise nicht bemerkt haben. Auch ein Geheimdienstgeneral erhielt auf diese Weise Schecks über insgesamt 800.000 Euro - für Eigentumswohnungen für sich und seine Tochter. Ebenfalls für einen Wohnungskauf soll ein leitender Mitarbeiter des Infrastrukturministers Unterstützung erhalten haben: 520.000 Euro in Form von 52 Schecks.

Ging es nur um ein paar zehntausend Euro, die Anemone schnell mal für kleinere Gefälligkeiten brauchte, etwa für bezahlte Begleiterinnen für seine Günstlinge, rief er einen Geistlichen vom Orden der "Missionare vom Kostbaren Blut" an. Der verwahrte für ihn Schwarzgeld und soll auch größere Schecks gewaschen haben. "Don Bancomat" wird er deshalb genannt.

Zivilschutzchef Bertolaso wiederum steht im Verdacht, dass er sich nach seinen Einsätzen in einem Sportclub, der Anemone gehörte, von einer Prostituierten aufpäppeln ließ. Bertolasos Frau erhielt wiederum Aufträge von Anemone. In seinem Amt kann der Zivilschützer über sehr viel Geld verfügen, ohne die üblichen Ausschreibungen und Prozeduren bei der Auftragsvergabe einhalten zu müssen - es geht bei seinem Job ja immer um dringende Angelegenheiten. Der Zivilschutz in Italien ist aber auch an Planung und Organisation von Großereignissen beteiligt, etwa der Schwimm-WM oder den Feiern zum Jubiläum der Staatsgründung und des G-8-Gipfels 2009.

Der war auf La Maddalena geplant, einer Inselgruppe vor Sardinien, wo große Projekte in Gang gesetzt wurden. Auf der Hauptinsel stehen jetzt millionenteure, halbfertige Gebäude, weil der Gipfel für sehr viel Geld schnell in die Erdbebenstadt L'Aquila verlegt wurde. Dort konnte der Zivilschutzchef nicht nur Aufträge für Notunterkünfte und Aufräumungsarbeiten vergeben, sondern auch für alles, das nötig war, um die Mächtigen der Welt zu beherbergen. Bertolaso bestreitet alle Vorwürfe, lässt aber wissen, dass er sein Amt ohnehin bald aufgeben will.

Der erste Prozess in der Affäre - weil sie sich um öffentliche Ausschreibungen dreht, wurde sie "Appaltopoli" getauft - soll Mitte Juni beginnen. Inzwischen dürften viele weiter zittern: Bauunternehmer Anemone hat ein Verzeichnis mit 412 Namen von Leuten, für die er gearbeitet haben will. Italiens Rechnungshof-Chefs nannten die Korruption unlängst eine schwere Krankheit. Von 2008 auf 2009 seien die Fälle in Italien um 229 Prozent gestiegen. Immerhin beschleunigt "Appaltopoli" nun wohl die Verabschiedung eines Anti-Korruptionsgesetzes. Und: Berlusconi spricht nicht mehr von einer politischen Verschwörung der Justiz, wenn ihre Ermittlungen Mitglieder der Regierung betreffen. SZ 19

 

 

 

 

Abfindung für kritischen Journalisten. Willkommen in Berlusconien

 

Zu kritisch, zu erfolgreich: Der Starjournalist Michele Santoro hat sich zu oft über den Silvio Berlusconi lustig gemacht. Jetzt drängt der Cavaliere den TV-Talker vom Bildschirm. VON MICHAEL BRAUN

 

ROM - So geht öffentliches Fernsehen im Berlusconi-Land: Italiens Staatssender RAI bringt jetzt eine Millionensumme für einen seiner wichtigsten Quotenbringer auf - aber nicht, um ihn zu halten, sondern um ihn so schnell wie möglich loszuwerden. 2,5 Millionen Euro Abfindung soll der 59 Jahre alte Starjournalist Michele Santoro dafür erhalten, das er von Juni an nicht mehr mit seiner Polit-Talkshow "Anno Zero" auf Sendung geht.

Jeden Donnerstagabend schalteten bisher 15 bis 20 Prozent der Zuschauer RAI 2 ein, um dort zu erleben, wie Santoro dem Ministerpräsidenten Silvio Berlusconi das Leben sauer machte. Immer wieder drehten sich die hitzigen Studiodiskussionen um Berlusconis Prozesse, die Versuche der Regierung, die Justiz zu gängeln und die von der Rechtskoalition totgeschwiegenen Folgen der Krise. Bei Santoro kam letztes Jahr auch jenes Callgirl zum ersten Mal in Italiens Fernsehen zu Wort, das Berlusconi erst im Bett und dann mit seinen Enthüllungen schlaflose Nächte bereitet hatte. Und als wäre das noch nicht genug, hatte Santoro sich in den letzten Jahren auch noch den Journalisten Marco Travaglio ins Boot geholt; Travaglio kennt wie kein zweiter im Land die dunklen Seiten der Geschäfte Berlusconis.

Da überrascht es nicht, dass Berlusconi seit nunmehr acht Jahren versucht, Santoro mundtot zu machen. Schon einmal hatte der Ministerpräsident Erfolg, in seinen Regierungsjahren 2001 bis 2006. "In krimineller Weise" nutze Santoro das Fernsehen, hatte Berlusconi 2002 auf einer Pressekonferenz gedonnert. Die willfährige RAI-Spitze verbannte den unbequemen Journalisten sofort vom Bildschirm. Doch Santoro zog vors Arbeitsgericht, und das befand - einmalig in der Geschichte der RAI -, dass der Talker ein Recht darauf habe, weiterbeschäftigt zu werden und zur Primetime mit einer politischen Talkshow auf RAI 2 auf Sendung zu gehen.

Seit Berlusconi im Jahr 2008 erneut die Macht eroberte, will er Santoro abermals abschießen. Dem Ministerpräsidenten hilft dabei, das der eitle Journalist auch bei der Linken nicht sonderlich beliebt ist. Vor allem aus der größten Oppositionspartei, der Demokratischen Partei, heißt es immer wieder, mit seiner schrillen Art treibe Santoro bloß Wähler ins Berlusconi-Lager. Doch der angebliche Nutznießer hat dies nie bemerkt. Seit März 2010 läuft ein Ermittlungsverfahren gegen Berlusconi und ein Mitglied der Medienaufsicht, die versucht haben sollen, Santoro mit unlauteren Mitteln aus dem Sender zu kegeln.

Politikern aus dem Berlusconi-Lager ist es mittlerweile untersagt, an den "Anno Zero"-Diskussionsrunden teilzunehmen. In den Wochen vor der Regionalwahl Ende März verfügten Berlusconis Parlamentarier gar den generellen Stopp aller Polit-Talkshows - bloß um die eine störende Sendung abzuwürgen.

Solche Anstrengungen sind in Zukunft nicht mehr nötig. Santoro einigte sich jetzt mit der RAI auf eine "einvernehmliche Vertragsauflösung". Neben der Abfindung wird der Staatssender auch Werbeeinnahmen in Millionenhöhe verlieren. Doch das stört Berlusconi nicht. Schließlich können seine Privatsender davon nur profitieren - ebenso wie der Politiker Berlusconi vom Verstummen einer der letzten kritischen Stimmen im Fernsehen profitiert. Taz 20

 

 

 

Schuldenstaat. Krise? Italien zahlt 18 Milliarden für Politiker-Autos

 

Wegen der hohen Staatsschulden könnte auch Italien an den Finanzmärkten unter die Räder kommen. Doch das hindert die Politiker nicht daran, 18 Milliarden Euro für Dienstautos auszugeben. Insgesamt 600.000 solcher Limousinen sind registriert. Stil hat eben seinen Preis.

Es gibt nur wenige Anlässe, bei denen sich die Italiener einig sind. Das eine sind Spiele ihrer Fußballnationalmannschaft, das andere ist, wenn sie über die sogenannten „auto blu“ lästern. Die „auto blu“ sind die Dienstwagen der italienischen Politiker und hohen Beamten.

Die Autos sind zumeist dunkelblau, glänzen immer wie neu, und haben vor allem ein Blaulicht, das mit einem Magneten auf dem Autodach festgemacht wird. Ausgelassen kurven die Fahrer der „auto blu“ durch die Stadt. Sie fahren über rote Ampeln, drängeln und parken wild.

Diesmal erregen sich die Italiener aber nicht aus Neid oder Ärger auf die vogelwilden Dienstwagenfahrer, sondern wegen der Kosten, die sie verursachen. Über 600.000 Politiker-Limousinen, sind in Italien registriert, 18 Milliarden Euro gibt der italienische Staat pro Jahr für Autos, Benzin und die Gehälter der Fahrer aus. Italien hat die meisten Dienstwagen für staatliche Institutionen weltweit.

Doch längst geht es nicht mehr nur um die Autos, sondern um die Kosten der Parlamentarier selbst. Schon vor drei Jahren wurde das Buch „La Casta“ zum Bestseller, das genauso ätzend wie faktensicher all die Privilegien der italienischen Politiker auflistete, – von den Freifahrten für sämtliche Verkehrsmittel bis zum Cappuccino, der in den Hallen des Parlaments halb so viel koste, wie draußen.

Rund 14.000 Euro verdienen sie, müssen allerdings auch selbst die Mitarbeiter ihrer Abgeordnetenbüros bezahlen. Nun beeilen sich Italiens Politiker mit Sparvorschlägen, bis hin zu einer Kürzung des Gehalts um fünf Prozent. So volksnah das klingt, die Opposition hält dies für den perfiden Versuch der Regierung von Silvio Berlusconi, den Ruf des Parlaments zu ruinieren – um möglichst ungestört zu regieren.

Schon jetzt werden die wichtigsten Gesetze per Verordnung im Kabinett der Regierung beschlossen – und das Parlament nickt sie später nur ab. Immerhin: Die Zeit, die die Parlamentarier sparen, weil langatmige Debatten wegfallen, können sie nutzen, um sich ein bisschen mit Blaulicht durch die Stadt fahren zu lassen.  Martin Zöller 19 DW 19

 

 

 

 

Analyse. Revier markieren im Atomstreit

 

Die fünf ständigen Mitglieder des UN-Sicherheitsrats wollten ihren Entwurf schärferer Iran-Sanktionen eigentlich erst zum Monatsende einbringen - nach dem Abschluss der Konferenz in New York zur Überprüfung des Atomwaffensperrvertrags. Sie möchten auf dieser Konferenz jeden Zwist vermeiden, um den Vertrag vor dem drohenden Kollaps zu retten.

 

Doch der Alleingang Brasiliens und der Türkei, die am Montag mit dem Iran ein Abkommen über die teilweise Auslagerung der Uran-Anreicherung unterzeichneten, hat die Großmächte zu raschem Handel veranlasst. Es geht ihnen dabei weniger um das Uran als um ihren politischen Status. Laut UN-Charta obliegt den fünf Siegermächten des Zweiten Weltkriegs eine "besondere Verantwortung für die Erhaltung des Weltfriedens und der internationalen Sicherheit". Die "Big Five" wollen sich nicht von Emporkömmlingen die Butter vom Brot nehmen lassen.

 

Dabei hatten Brasilien und die Türkei gar nicht den Ehrgeiz, den Atomstreit zu lösen. Sie sahen in der Bereitschaft Teherans, 1200 Kilo leicht angereichertes Uran zur Umwandlung in Brennstäbe für einen Forschungsreaktor ins Ausland zu verschiffen, nur einen ersten Schritt. Dies schien unverfänglich, weil dieser Plan von den ständigen Mitgliedern des UN-Sicherheitsrats und Deutschland stammt, die als "Gruppe 5+1" mit dem Iran verhandeln.

 

Sprecher der Großmächte wiederum behaupten, dass ihr neuer Resolutionsentwurf nichts mit dem Forschungsreaktor in Teheran zu tun habe. Der noch zur Zeit des Schahs von den USA gebaute Meiler hat tatsächlich keinen militärischen Nutzen. Oft wird er fälschlich als "medizinischer Forschungsreaktor" bezeichnet, weil damit unter anderem Isotopen zur Bestrahlung von Krebskranken hergestellt werden. Die iranische Propaganda hat sich diesen Umstand zunutze gemacht, um die UN-Sanktionen als unmenschlich hinzustellen.

 

Der Brennstoffvorrat für diesen Reaktor geht zur Neige. Der UN-Sicherheitsrat verbietet aber den Nachschub an Brennstäben, solange der Iran keine Klarheit über sein Nuklearprogramm schafft, immer mehr Uran anreichert und den Bau eines Schwerwasserreaktors fortsetzt. Solche Reaktoren sondern Plutonium ab, das wie Uran zu waffenfähigem Spaltmaterial aufbereitet werden kann. Im Februar beschloss Teheran noch trotzig, zehn neue Atomanlagen zu bauen. Iran hält auch nach dem Abkommen mit Brasilien und der Türkei daran fest, Uran anzureichern.

 

Drei Serien internationaler Sanktionen seit 2006 setzen dem Iran stark zu. Die meisten Multis haben das Land verlassen. Jetzt schließt sich das Tor des iranischen Handels, der Hafen von Dubai, unter dem Druck der Regierung von Abu Dhabi. Doch den Machthabern in Teheran ist für die Verwirklichung ihrer nuklearen Ambitionen offenbar kein Preis zu hoch.

 

Der Resolutionsentwurf sieht nun das Einfrieren aller Auslandskonten der iranischen "Revolutionswächter" vor. Unter Verbot gestellt würden die Lieferung von Raketen und schweren Waffen wie Kampfhubschrauber sowie iranische Beteiligungen am Abbau von Uranerz im Ausland . Alle Staaten werden aufgefordert, Schiffe zu durchsuchen, wenn begründeter Verdacht besteht, dass sie verbotene Güter nach dem Iran transportieren. Die neuen Sanktion würden den Iran erneut hart treffen. Der Atomkonflikt ist noch lange nicht gelöst. PIERRE SIMONITSCH FR 20

 

 

 

Großbritannien. Mehr Bürgerrechte, weniger Staat

 

Die neue britische Regierung beginnt Reformen – und entrümpelt die Gesetzgebung der Labour-Partei.

 

Die Konservativen und die Liberaldemokraten planen Großes: Die neue britische Koalitionsregierung will die Beziehung zwischen dem Staat und den Bürgern mit der umfassendsten politischen Reform seit 200 Jahren auf eine neue Grundlage stellen. Vizepremier Nick Clegg gab den Anstoß für die Reform, indem er die Briten fragte, welche überflüssigen Gesetze abgeschafft werden sollen. Dann legte er seinen eigenen Katalog von Labour-Gesetzen vor, die aus seiner Sicht überflüssig sind und nun wieder im Papierkorb verschwinden sollen.

„Wir werden das politische System so reformieren, dass der Staat sehr viel weniger Kontrolle über euch, die Bürger, hat und die Bürger sehr viel mehr Kontrolle über den Staat haben“, sagte Clegg am Mittwoch vor Studenten in einem Londoner College. Clegg ist verantwortlich für politische Reformen, die Neugestaltung des Oberhauses und des Wahlrechts. Am Dienstag hatte Premierminister David Cameron noch einmal sein Konzept der „Big Society“ – der „großen Gesellschaft“ – erläutert, die den unter der Labour-Regierung immer mächtiger und zentralistischer gewordenen Staat ablösen soll. Der Staat, sagte Cameron, sei „zu oft zu unmenschlich, monolithisch und schwerfällig, um tiefsitzende soziale Probleme zu lösen“.

Damit begannen die beiden Koalitionspartner mit ihrer Großoffensive gegen den Staat, die sie bereits im Wahlkampf angekündigt hatten. Als Erstes sollen die von der Labour-Partei eingeführten, von der Bevölkerung aber abgelehnten Personalausweise wieder abgeschafft werden. Der Staat werde auch in anderen Gebieten aufhören, „den Bürgern nachzuspionieren“, versprach Clegg. So wird Großbritanniens riesige DNA-Datenbank, die Daten von Millionen unschuldiger Mitbürger enthält, ausgedünnt. Die „Kinderdatenbank“, die alle unter 18-Jährigen verzeichnet, wird abgeschafft, und Schulen dürfen Fingerabdrücke von Schülern nur noch mit Genehmigung der Eltern abnehmen. Auch die Rechtsaufsicht der britischen Videoüberwachungssysteme soll verschärft werden.

Tausende von der Labour-Partei neu geschaffene Straftatbestände sollen wieder abgeschafft werden, zum Beispiel im Verleumdungs- oder Demonstrationsrecht. Auch über die Abschaffung des Verbots der Fuchsjagd, mit der sich die Regierung von Tony Blair mehrere Jahre lang beschäftigte, soll im Parlament noch einmal abgestimmt werden – ohne Fraktionszwang.

Die Regierung vergleicht ihr Reformpaket mit dem britischen Reformgesetz von 1832, bei dem zum ersten Mal Bürger ohne Landbesitz ein Stimmrecht erhielten und die Rechte der Bürger gegenüber dem politischen System massiv ausgeweitet wurden. Während Clegg übrigens sein Reformpaket vorstellte, wurde der Labour-Abgeordnete Eric Illsley angeklagt, weil er seine Spesenabrechnung gefälscht haben soll. Illsley, der bei der Unterhauswahl vor zwei Wochen wiedergewählt wurde, ist der vierte Labour-Abgeordnete, der wegen Betrugs vor Gericht muss. Tsp 20

 

 

 

 

Debatte im Europaparlament.  Schulz: Eine Krise des Kapitalismus

 

Währungskommissar Rehn nutzt die erste Aussprache des EU-Parlaments über das Euro-Rettungspaket, um für eine strengere Kontrolle der Staatshaushalte zu werben. Die Linke greift dagegen die Kapitalmärkte an. Das System sei „pervers“, sagt der deutsche Sozialdemokrat Schulz. Von Nikolas Busse, Brüssel

 

In der ersten Aussprache des EU-Parlaments über das Euro-Rettungspaket haben die großen politischen Lager Europas am Mittwoch unterschiedliche Schlüsse aus der Krise gezogen: Die bürgerlichen Parteienfamilien sprachen sich für striktere Haushaltsdisziplin in den Mitgliedstaaten aus, während auf der Linken vor allem die Kapitalmärkte angegriffen wurden. Währungskommissar Rehn nutzte die Debatte in Straßburg, um dafür zu werben, die Haushalte der Mitgliedstaaten einer strengeren Kontrolle durch sein Haus zu unterziehen.

Rehn verteidigte außerdem sein Vorhaben, den Euro-Rettungsfonds, der bisher für drei Jahre aufgelegt ist, zu einer ständigen Einrichtung zu machen. Es sei besser, immer eine Feuerwehr in Bereitschaft zu haben, als sie – wie in der jetzigen Krise – erst aufzubauen, wenn es schon brenne. Im Übrigen solle die Inanspruchnahme des Rettungsfonds so unattraktiv gestaltet werden, dass möglichst niemand Hilfe wolle.

Europäisch denken statt „nationalen Reflexen“

Für die Fraktion der Christlichen Demokraten sagte deren Vorsitzender, der Franzose Joseph Daul, das Rettungspaket alleine reiche nicht aus. Nun müsse die Politik den Mut haben, die Haushalte zu konsolidieren. Die Eurostaaten könnten nicht leben, als ob sie keine gemeinsame Währung hätten. Die Regierungen dürften jetzt nicht „nationalen Reflexen“ folgen, sondern sie müssten europäisch denken.

Daul verlangte vor allem Strafen für Haushaltssünder. Auch der Vorsitzende der liberalen Fraktion, der Belgier Guy Verhofstadt, forderte Sanktionen gegen überschuldete Staaten. Es dürfe nicht sein, dass ein Land sage, man sei Mitglied im Stabilitätspakt, aber der Haushalt sei eine nationale Sache. „Wir brauchen Loyalität, nicht Subsidiarität.“ Verhofstadt sagte, die Krise sei in Wirklichkeit eine Regierungskrise der EU; die Mitgliedstaaten seien besessen vom Glauben, sie könnten europäische Probleme zwischenstaatlich lösen.“

„In Europa ist eine Wirtschaftsregierung notwendig“

Für die Sozialdemokraten hob der Deutsche Martin Schulz dagegen hervor, dass es sich um eine Krise des Kapitalismus handle. Jahrzehntelang sei jeder, der sich gegen die Ideologie des Laissez-faire gewandt habe, beschimpft worden. Jetzt stelle sich heraus, dass das System „pervers“ sei. Das Geschäft mit Kreditausfallversicherungen für Staaten funktioniere zum Beispiel so: Der Kollege Daul habe ja für seinen schönen Bauernhof eine Feuerversicherung. Die könne er, Schulz, nun kaufen und müsse nur noch jemanden finden, der Dauls Bauernhof anzünde, um dann den Schadenersatz zu kassieren, während Daul selbst leer ausgehe. „Das Wirtschaftssystem ist an seine Grenzen gelangt, es muss an die Kette gelegt werden“, forderte Schulz. In Europa sei eine Wirtschaftsregierung notwendig, um den wirtschaftspolitischen Fleckenteppich der 16 Euro-Staaten zu überwinden.

Die Vorsitzende der Grünen-Fraktion, die Deutsche Rebecca Harms, sagte, die bisherigen Maßnahmen bekämpften nicht die Ursache der Krise. Seit der Pleite von Lehman Brothers sei die Politik nur mit der Stützung von Banken beschäftigt. „Vorletztes Wochenende wurde nicht der Euro stabilisiert, sondern es wurden viele deutsche und französische Banken gerettet.“ Sie verlangte, „Giftpapiere“ und Leerverkäufe zu verbieten sowie Hedge-Fonds an die „allerkürzeste Leine“ zu legen. Frau Harms wandte sich gegen zu große Einsparungen. Die EU dürfe nun nicht der „Rammbock gegen die soziale Verantwortung des Staates“ werden.

Für die Linksfraktion, in der sich unter anderem kommunistische Parteien zusammengeschlossen haben, kritisierte deren deutscher Vorsitzender Lothar Bisky, dass die Parlamente bei den Hilfspaketen für den Euro zu wenig zu sagen gehabt hätten. Gerettet worden seien der „Kasinokapitalismus“ und das Kapital der Banken, nicht aber die Wirtschaft. Faz 19

 

 

 

 

Leitartikel. Eine kurze Frist für Europa

 

Mit ihrem Rettungspaket haben die 27 EU-Krisenmanager etwas Zeit gewonnen. Nun gilt es, die nationalen Haushalte zu ordnen und die Finanzmärkte strenger zu regulieren. Von Michael Bergius

 

Neulich bot sich Angela Merkel die Gelegenheit für einen jener Auftritte, denen hernach das Attribut einer Sonntagsrede zuteil wird. An Himmelfahrt hielt die Bundeskanzlerin in Aachen die Laudatio auf den polnischen Premier Donald Tusk, den diesjährigen Karlspreisträger. Europa brauche leidenschaftliche, überzeugende und überzeugte Europäer, mahnte die Berliner Regierungschefin. Die Gemeinschaft erlebe ihre schwerste Krise seit mehr als fünfzig Jahren, und wenn sie diese Bewährungsprobe nicht meistere, dann drohten unabsehbare Folgen. Und natürlich konnte bei dieser Gelegenheit der Hinweis der Mrs. Europe früherer Zeiten nicht fehlen, dass es mit der "Verfasstheit" der EU aktuell nicht stimme und dass das gemeinsame Haus stärkerer Stützpfeiler bedürfe.

 

Diese Befunde stimmen alle, auch wenn alles irgendwann, irgendwo und von vielen schon einmal gesagt wurde. Und keineswegs zum ersten Mal stellt sich die Frage, ob es den Unionseuropäern denn jetzt gelingt, der Analyse Taten folgen zu lassen.

 

Zehn Jahre nachdem die kühne Parole ausgegeben wurde, sich zum wettbewerbsfähigsten Raum der Welt zu machen, zeigt die EU sich im Jahr 2010 gebeugt. Sie jammert über die gemeinsame Währung. Ihre Mitglieder pflegen einen Umgangston, der mehr spaltet denn eint. Und - was für eine Demütigung - der Internationale Währungsfonds muss ran, weil es der eigene Löschtrupp nicht mehr schafft, die Brände auf dem Betriebsgelände zu löschen.

 

Jene Union, die heute eigentlich im globalen Ranking ganz oben stehen wollte, stand in den vergangenen Tagen verdammt nahe am Abgrund. Der Euro droht(e) zu scheitern, was nicht nur in den Augen der Festrednerin Merkel zu einem Scheitern des gesamten Integrationsprozesses hätte führen können. In dieser brenzligen Phase hat die EU Handlungsfähigkeit bewiesen und ein beispielloses Paket geschnürt: beispiellos, was das Tempo der Beschlussfassung betrifft, den finanziellen Umfang, die Dehnung der vertraglichen Prinzipien und den robusten Umgang mit den Grundregeln der demokratischen Teilhabe.

 

Wenn die Sache glimpflich ausgeht, wenn Zocker weltweit jetzt fürs Erste ihre Offensiven gegen den europäischen Währungsraum einstellen, haben die 27 Krisenmanager etwas Zeit gewonnen; zwei Jahre, vielleicht einige Monate mehr oder weniger, um das unmittelbar Notwendige anzupacken: die Konsolidierung der nationalen Haushalte - mit allen damit verbundenen Grausamkeiten; die Herstellung zumindest eines Minimums an wirtschaftlicher Koordinierung - ungeachtet aller ideologischen Auseinandersetzungen insbesondere zwischen Deutschland und Frankreich; und ein Mindestmaß an strengerer Regulierung der Finanzmärkte - gegebenenfalls auch gegen Widerstände in den eigenen Reihen und zur Not auch, ohne dass andere internationale Partner gleich mitziehen.

 

Dies sind nur Aufgaben, die de facto bereits seit Jahren unerledigt geblieben sind. Auch wenn soeben erst die jüngste Reformetappe mit Ach und Krach bewältigt wurde, dürfte die EU auf Sicht kaum um weitere Vertragskorrekturen herumkommen. Wie spätestens jetzt zu besichtigen ist, fehlt es der Union mit den Abkommen von Maastricht, Amsterdam, Nizza und Lissabon an Instrumenten für den Ernstfall. Das Krisenmanagement des Frühjahrs 2010 ist juristisch fragwürdig und lässt sich nicht beliebig wiederholen. Die Sanktionen, die die Architekten des Euro-Stabilitätspakts in den 1990er Jahren ersannen, taugen nach dem Fall Griechenland(s) nicht mehr; weder um daheim für Ordnung zu sorgen noch um von der Nachbarschaft ernst genommen zu werden.

 

Wenn Angela Merkel für die Zukunft Leidenschaft und Überzeugungskraft anmahnt, tut sie dies zu Recht. Und sie wirft automatisch die Frage auf, wer denn diese Tugenden zuletzt auf europäischer Ebene verkörpert hat. Die Kanzlerin hat in den zurückliegenden Wochen oft gezaudert. Sie hat als Getriebene eines zunehmend EU-skeptischen Bundesverfassungsgerichts agiert. Sie hat fahrlässig über den Ausschluss von Euro-Club-Mitgliedern sinniert und auf ein Basta verzichtet, als sich Parteifreunde sowie der Boulevard hierzulande des Themas Griechenland bemächtigten.

 

Politische Führung sieht anders aus, und sie tut, zumal in stürmischen Zeiten, not. Im besten Fall könnte sie für Europa bedeuten, dass es von außen wieder als Akteur wahrgenommen wird und dass im Innern mehr Teamgeist, Solidarität und Vertrauen einkehren. FR 20

 

 

 

 

Euro-Krise. Bis alle Schwaben sind

 

Kanzlerin Angela Merkel will die Euro-Zone mit Sparsamkeit und Disziplin auf eine gemeinsame Linie zwingen: Auf die der schwäbischen Hausfrau. Denn in der ausufernden Staatsverschuldung sieht sie die Ursache der Währungskrise. Ein Kommentar von Berthold Kohler.

 

Die ökonomischen und finanziellen Horrorszenarien, die gehandelt werden, seit Griechenland der Europäischen Währungsunion den Spiegel vorhielt, haben jetzt ein politisches Äquivalent: „Scheitert der Euro“, so sprach die Kanzlerin am Mittwoch im Bundestag, „dann scheitert Europa“.

Sie meint damit nicht weniger als das epochale Projekt der europäischen Einigung, die dem Kontinent Frieden, Freiheit und Wohlstand brachte. Ein Rückschlag wie das Ende der Währungsunion gilt als nicht zu verkraften, daher wollen ihn fast alle europäischen Politiker um jeden Preis vermeiden. Wie hoch dieser ausfällt, finanziell wie politisch, zeichnet sich langsam ab.

Die EU zahlt jetzt für ihren Ehrgeiz, Riesen-Integrationsschritte wie den der Währungsunion zu tun, obwohl die Voraussetzungen dafür nicht in ausreichendem Maße erfüllt waren. Das betrifft nicht nur Unterschiede in der Wirtschaftskraft, sondern auch in den Mentalitäte