WEBGIORNALE  25-26  Maggio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Immigrazione in Italia. Il Cdm approva il permesso a punti. Il Pd: "Sarà una corsa a ostacoli"  1

2.       Cei. "Italia verso il suicidio demografico. Impegno bipartisan contro la crisi"  1

3.       Le proposte di Monti sull’Unione. I veri nemici dell’Europa  1

4.       Calcio. Fantastica Inter: la Champions, la storia e l'addio di Mourinho  2

5.       Conferenza "Deutsche Vita: gli italiani in Germania" il 27- 28 maggio a Berlino  2

6.       Narducci (PD) sulla conversione del decreto: No a proroga scadenza dei Comites e CGIE  3

7.       Consulte, Comites, Cgie, voto all’estero: una filiera da salvaguardare  4

8.       Italiani in Europa, un universo da esplorare. Molte identità, ma valori condivisi 4

9.       Nel 2009 quasi 261.000 le richieste di asilo nell’UE. In Italia 13.000 richieste in meno  5

10.   Berlino sbaglia ma anche la Bce può fare meglio  5

11.   Francoforte. Numerose le adesioni all’Assemblea pubblica e al corteo del 29 maggio  6

12.   Colonia. Il console Eugenio Sgrò incontra i rappresentanti delle aziende italiane del Nordreno-Vestfalia  6

13.   Francoforte. Presentato dall’Enit il programma estivo di Cortina, meta di artisti e di politici 6

14.   Il sindaco di Norimberga e il deputato Frieser a Westerwelle: almeno un’agenzia consolare  6

15.   AdriaHochZwei. Serata multiculturale con tre concerti sabato 29 maggio al domicil di Dortmund  7

16.   A Monaco di Baviera la mostra "Oggetti e progetti. Alessi: storia e futuro di una fabbrica del design italiano"  7

17.   Il Ctim Germania sulla mancata trasformazione del consolato d’Italia a Norimberga in agenzia consolare  7

18.   No della maggioranza a Controesodo. Laura Garavini (PD): “Uno schiaffo ai talenti italiani all’estero”  8

19.   Volkswagen verso l'acquisto di Giugiaro. Con un occhio ad Alfa Romeo e all'auto elettrica  8

20.   A 40 anni dal voto sull’iniziativa contro l’inforestieramento: giornata di Riflessione a Basilea  8

21.   "La crisi cancella 10 anni di crescita". Barroso: lotta all'evasione e tagli alle spese  9

22.   Usa: ''Intercettazioni essenziali'' 9

23.   Letta: «Sacrifici duri, spero provvisori». Napolitano: «Equità e misure condivise»  9

24.   Silvio-Giulio, le due Italie  10

25.   Operazione verità. Manovra, il coraggio di essere impopolari 10

26.   Manovra e risparmi. La casta e le sforbiciatine  11

27.   Ritorno alla guerra  11

28.   Il Paese e la crisi. La politica trovi la forza della verità  12

29.   Mappe. La fretta del regime mediocratico  12

30.   Chi azzoppa i custodi della democrazia  13

31.   Intercettazioni. I giudici antimafia lanciano l'allarme. Grasso: "Testo migliorato, ma non basta"  14

32.   Difesa di casta  14

33.   Vita artificiale. La scienza nel mistero di un dono  15

34.   Le scelte. Via l'Udc, nasce il Partito della Nazione  15

35.   Le notizie fanno bene, a tutti 16

36.   Telethon: Italiani nel mondo a sostegno della ricerca sulla distrofia muscolare e altre malattie genetiche  16

37.   Aumentano i nuovi poveri. Rapporto Cgil sui Diritti globali 2010  16

38.   Quali sono le priorità degli asili nido nella Città di Ginevra  17

39.   Lo Statuto dei lavoratori compie 40 anni: dalle Acli “sì” all’aggiornamento  18

40.   Piano triennale per i sardi nel mondo: parere favorevole della II Commissione del Consiglio regionale  18

41.   Una terra svuotata e un mondo pieno di molisani 18

42.   Editoria. Bellunesi nel Mondo: “Porre rimedio ad una situazione insostenibile”  19

43.   Il 27 maggio a Mantova Assemblea annuale 2010 dell’Associazione dei Mantovani nel Mondo  19

44.   Intercettazioni. La trasversalità della “casta”  19

45.   Concorso “Fratelli d’Italia. 150° anniversario dell’Unità d’Italia celebrato per immagini”  20

 

 

1.       Starjournalist Michele Santoro. Umzingelt von Berlusconis Welt 20

2.       L’Aquila: ein Jahr nach dem Erdbeben  21

3.       Champions-League-Finale. Bayern München verliert gegen Inter Mailand  21

4.       Champions League. Bayern gefangen in der Inter-Falle  22

5.       Lucio von Inter Mailand im Interview. "Das ist ein Traum"  22

6.       Finanzmarktreform in den USA Obamas großer Traum wird wahr 23

7.       Barroso: Der Euro ist nicht das Problem   23

8.       Milliarden-Rettungspaket. Die eilige Koalition  23

9.       Entscheidung über das Euro-Rettungspaket. Den Abgrund im Blick  24

10.   Euro-Krise. Ratlose Retter 25

11.   Schuldenkrise. Staat verlangt von Bürgern zusätzliche Milliarden  25

12.   Nordrhein-Westfalen. Was bleibt, ist die große Koalition  26

13.   Koalitionsverhandlungen in NRW. Aus Mangel an Alternativen  26

14.   Nordrhein-Westfalen. Mit kühlem Kopf 27

15.   Politbarometer. FDP im freien Fall 27

16.   Biologie. Der Weg ist frei für künstliches Leben  27

17.   Muslim-Alarm. Die Islamisten kommen  28

18.   Studie. Jung, weiblich, türkisch – und suizidgefährdet 29

19.   Feuerwehr und Rechtsextreme. Braune Brandschützer 29

20.   Facebook-Gruppe protestiert. Digitale Lichterkette gegen NPD  30

21.   Bundestag. Kompromiss über Vertriebenen-Gedenkstätte angenommen  30

22.   Fan im Exil. Mit Trikot, Schal und Fahne: Ein Bayer in Mailand  31

23.   Tolles Künstlerleben. Sandro Chia ist wieder da  31

24.   AdriaHochZwei -  Samstag, 29. Mai in Dortmund  31

25.   Carmen Consoli in Köln  32

26.   Alfa Romeo MiTo. Wie die Frohnatur zum Kampfhund wird  32

 

 

 

 

Immigrazione in Italia. Il Cdm approva il permesso a punti. Il Pd: "Sarà una corsa a ostacoli"

 

Condizioni più favorevoli stabilite per i giovani che hanno già completato la scuola dell'obbligo - Esentati gli stranieri vittime della tratta di esseri umani. Turco: "Norme che penalizzano tutti"

 

ROMA - Via libera del consiglio dei Ministri al regolamento relativo ai crediti del permesso a punti per gli immigrati. Una decisione attesa, ma che solleva polemiche: ''Con il permesso di soggiorno a punti l'integrazione diventerà una corsa ad ostacoli che penalizzerà tutti: immigrati e italiani'', osserva il presidente del Forum Immigrazione del Pd, Livia Turco. Tuttavia il provvedimento è stato modificato rispetto alla stesura originaria in direzione più favorevole nei confronti degli immigrati.

 

"Il consiglio dei ministri - si legge nel comunicato diffuso al termine del Consiglio dei Ministri - ha approvato uno schema di regolamento, su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri e del ministro dell'Interno, inteso a stabilire i criteri e le modalità per la sottoscrizione, contestualmente alla presentazione della richiesta del permesso di soggiorno da parte dei cittadini stranieri, di un accordo di integrazione, articolato per crediti, da conseguire nel periodo di validità del permesso di soggiorno. Sul provvedimento verranno acquisiti i prescritti pareri".

 

L'ok del governo è arrivato con una serie di modifiche che hanno determinato un 'ammorbidimento' del testo, una linea sollecitata - riferiscono fonti di governo - da Gianni Letta. Se infatti in origine il meccanismo a punti prevedeva che all'ingresso l'immigrato partisse dalla soglia di zero punti e dovesse conquistarne una quantità sufficiente a superare la verifica con cadenza biennale, ora chi entra può godere già di sedici punti. Una modifica elaborata nel pre-consiglio di stamane, riferiscono le stesse fonti.

 

Altre modifiche sono state sollecitate dai ministri Giorgia Meloni e Mara Carfagna. In particolare, nel regolamento è prevista l'obligatorietà dell'accordo di integrazione nella fascia di età che va dai 16 ai 65 anni. Da questo impegno però, come richiesto dal ministro della Gioventù, saranno esentati quei giovani che hanno completato il ciclo della scuola dell'obbligo, che già di per sé rappresenta un chiaro segnale di integrazione.

 

Quanto alla responsabile delle Pari Opportunità, ha ottenuto l'esenzione del permesso a punti per i disabili e per chi è vittima della tratta di esseri umani. Unico punto ancora da definire, le sedi nelle quali tenere i test di conoscenza della lingua italiana. Il regolamento, sul punto, è stato approvato 'salvo intese'.

 

Le modifiche approvate oggi non hanno comunque risparmiato al provvedimento e al governo le critiche dell'opposizione: "In Canada - sottolinea Livia Turco - dove vige il permesso a punti, ci sono reali politiche di ingresso regolare e di integrazione, mentre qui in Italia le amministrazioni locali sono state abbandonate di fronte alle emergenze. Insomma se proprio si deve copiare, che almeno si copi bene".

 

Ormai, è invece il commento della coordinatrice delle commissione istituzionali del Pd alla Camera, Sesa Amici, "è la Lega a determinare l'agenda del governo e lo dimostra il 'verdissimo' Consiglio dei Ministri di oggi in cui il Carroccio, in un solo colpo, ha portato a casa il primo regolamento d'attuazione del federalismo e il regolamento relativo ai crediti del permesso a punti per gli immigrati. Il Pdl è ormai sempre più marginale". LR 20

 

 

 

 

 

Cei. "Italia verso il suicidio demografico. Impegno bipartisan contro la crisi"

 

Appello del presidente della Cei: "La disoccupazione è emergenza nazionale, dare lavoro ai giovani"

 

Il lavoro «spesso oggi latita, creando situazioni di disagio pesante nell’ambito delle famiglie giovani e meno giovani, in ogni regione d’Italia, e con indici decisamente allarmanti nel Meridione. Il lavoro, in sostanza, è tornato ad essere, dopo anni di ragionevoli speranze, una preoccupazione che angoscia e per la quale chiediamo un supplemento di sforzo e di cura all’intera classe dirigente del Paese: politici, imprenditori, banchieri e sindacalisti». È questo l’appello lanciato oggi dal cardinale Angelo Bagnasco in apertura della 61esima assemblea generale della Cei.

 

Il cardinale ha poi aggiunto: «La Chiesa - come si sa - fa tutto ciò che può inventando anche canali nuovi di aiuto, senza che i precedenti siano nel frattempo messi fuori uso, ma è ovviamente troppo poco rispetto ai bisogni. Il protrarsi della crisi economica mondiale si sta rivelando sorprendentemente tenace, come dimostrano gli esiti cui è pervenuto qualche Paese della stessa Unione Europea». «I provvedimenti ultimamente adottati in sede comunitaria - ha osservato l’arcviescov odi Genova - hanno da un lato ? pare ? arrestato lo scivolamento verso il peggio, dall’altra però stanno imponendo nuove ristrettezze a tutti i cittadini. Dinanzi a questo scenario non possiamo da parte nostra non chiedere ai responsabili di ogni parte politica di voler fare un passo in avanti, puntando come metodo ad un responsabile coinvolgimento di tutti nell’opera che si presenta sempre più ardua». Bagnasco ha chiarito che «i ruoli sono assegnati dalla libera determinazione dei cittadini, ma il concorso delle volontà in vista di risultati più efficaci è un obiettivo che va saggiamente e tenacemente perseguito. Lo pretende il rispetto che si deve ai cittadini. È noto infatti che, se non mancano gli indici che danno ragionevolmente concretezza a previsioni anche ottimiste, nelle pieghe di questa evoluzione molti sono in sofferenza». «Si dice, tra l’altro - ha aggiunto ancora il porporato - che l’uscita dalla crisi non significherà nuova occupazione, il che pare una ragione decisiva per procedere, senza ulteriori indugi, a riforme che producano crescita, mettere il più possibile in campo risorse che finanzino gli investimenti, in altre parole potenziare le piccole e medie industrie, metterle in rete anche sul piano decisionale, qualificare il settore della ricerca e quello turistico, potenziare l’agricoltura e l’artigianato, sveltire la distribuzione, facilitare il mondo cooperativistico. Bisogna cioè rinforzare i soggetti che meglio esprimono le qualità del territorio e più possono assorbire e rimotivare leve del lavoro». LS 24

 

 

 

 

 

Le proposte di Monti sull’Unione. I veri nemici dell’Europa

 

Le sagge proposte contenute nel rapporto presentato qualche giorno fa da Mario Monti — miranti da un lato ad accrescere la coesione sociale dei Paesi dell’Unione europea, dall’altro a promuovere il loro sviluppo — sono il massimo che oggi il progetto europeistico può chiedere alle capacità di un intellettuale di valore ed al suo sapere specialistico, il massimo che quel progetto può chiedere all’economia. Per tutto il resto, ed è il più, dovrebbe essere la politica a farsene carico. Ma è proprio qui, invece, che le classi dirigenti del continente continuano a manifestare la latitanza più completa e rovinosa

È una latitanza ormai congenita. Se ne è avuta la prova più evidente, a mio giudizio, in tutti gli anni scorsi con la disinvolta superficialità che ha fatto sì che in nessun Paese si alzasse una voce — una sola voce politica autorevole e significativa — per gettare l’allarme e avvertire di quanto andava inevitabilmente preparandosi. Che l’euro non avrebbe avuto vita facile, ed anzi prima o poi difficilissima, non ci voleva molto a prevederlo, infatti. Come poteva resistere a lungo sugli oceani tempestosi della globalizzazione finanziaria una moneta priva dello scudo della statualità, affidata unicamente alla gestione tecnica di una banca, ma per il resto in balia delle politiche economiche di un gran numero di governi, preoccupati come è ovvio solo del proprio consenso elettorale? Eppure non c’è stato alcun importante esponente politico di destra o di sinistra, che io ricordi, il quale abbia richiamato l’attenzione delle opinioni pubbliche sul pericolo imminente e per molti versi inevitabile.

L’Italia non ha fatto certo eccezione, anzi semmai è stata un esempio della superficialità di cui dicevo. Qui da noi, infatti, non solo nell’ambiente politico propriamente detto ma più in generale in quello giornalistico, accademico e culturale, è sembrato che si facesse a gara da parte di tutti (o quasi) nel chiudere gli occhi, nell’ostentare un vacuo quanto volenteroso ottimismo, e naturalmente nel bollare sprezzantemente di «euroscettico» quanti esprimevano un punto di vista diverso. Adesso sì che finalmente si vede dove conduceva invece la lungimiranza degli europeisti di professione!

In realtà, nulla come il discorso sull’Europa ha mostrato, in Italia e fuori, la pochezza che caratterizza ormai da almeno due decenni le classi politiche e i governanti del continente. Una pochezza che non solo in questo caso ha preso due forme. Da un lato l’incapacità di andare controcorrente, di affrontare magari una temporanea impopolarità pur di testimoniare un valore di verità politica e ideale. Non credo, infatti, che l’eurottimismo fosse davvero così condiviso e generale come esso sembrava. Generale è stata però la volontà di non rischiare, di non apparire isolati. Come se la routine e il conformismo intellettuale fossero ormai il solo orizzonte possibile. La seconda forma della pochezza delle classi dirigenti europee è apparsa in tutto questo tempo la perdita da parte loro precisamente del significato della politica, del valore della decisione politica nel senso più alto e più pieno del termine. Della sua inevitabile necessità quando le cose sono giunte al punto in cui erano (e sono) giunte nel processo di costruzione europea. Chi oggi ancora non lo capisce, o non ha il coraggio di dirlo, o magari dice che le priorità sono altre, è in realtà il vero nemico dell’Europa. Ernesto Galli Della Loggia CdS 23

 

 

 

 

Calcio. Fantastica Inter: la Champions, la storia e l'addio di Mourinho

 

A Madrid si completa la indimenticabile stagione dei nerazzurri con la Coppa attesa da 45 anni. Consacrazione di un gruppo e di un tecnico di cui si possono criticare gli atteggiamenti, non il lavoro fatto su una squadra che ha acquisito una dimensione europea e vincente - di GIANNI MURA

 

ROMA - Ci sono inseguimenti di breve durata, altri che non riescono per tutta una vita. A Massimo Moratti sono serviti quarantacinque anni per raggiungere il traguardo sportivo cui era arrivato suo padre, Angelo, il papà buono della grande Inter. Diceva Mazzola, alla vigilia di questa finale che per l'Inter è stata una passerella allegra e per il Bayern una sofferenza continua, che appena lui e i suoi compagni cominciarono a sentirsi davvero la grande Inter, quella grandezza cominciò a diminuire.

 

Non so se accadrà lo stesso a questa Inter, indubbiamente grande, che ha vinto nella stagione tutto quello che poteva vincere. Non reggono i paragoni con la squadra di quarantacinque anni fa: era un'altra Inter, così come era un'altra Italia e un'altra Milano: pensare che esisteva ancora la classe operaia, la borghesia illuminata, il cabaret ma quello vero, e anche la vergogna per quelli pescati a rubare, e guai a non cedere il posto in tram agli anziani o alle donne incinte.

 

Lasciamo perdere, diciamo che era un'altra Inter perché il numero degli stranieri era limitato, perché la maggioranza, l'ossatura della squadra era sostituita da calciatori italiani, bravi anche. E quindi gli unici paragoni che si possono fare sono tra i registi, più arretrato Suarez, più avanzato Sneijder, e sugli allenatori. Il cognome Moratti è il forte filo che lega questa e quella squadra. Ci sono stati altri presidenti, tra Moratti padre e Moratti figlio, ma a molti è sembrato che con l'ingresso di Massimo in società l'Inter fosse, in un certo senso, tornata a casa.

 

Prima di coronare questo inseguimento, se ne è dovute sentire tante. Non tutte immotivate. La sua passionalità, da tifoso tra i tifosi, lo ha portato a scelte che con un po' di ragionamento non avrebbe fatto. Lo ha portato a essere bollato, prima ancora che nascesse il buonismo, come troppo buono, troppo tenero. E solo la simpatia a livello umano lo ha salvato dall'essere rubricato sotto l'etichetta di "ricchi scemi" che l'allora presidente del Coni, Onesti, riservava ai presidenti troppo spendaccioni.

 

Moratti ha speso parecchio, accumulando acquisti di perle vere e perle finte, autentici campioni e mezzi bidoni. Il tutto con l'affanno crescente del tempo che passava, dell'inseguimento che non andava in porto. Forse, e qui scatta la seconda similitudine, serviva un allenatore proveniente dalla penisola iberica, come già Helenio Herrera. Prima di Herrera, anche Moratti padre non aveva vinto nulla. Prima di Mourinho, Moratti figlio sì, ma non il trofeo più ambito, non quello che avrebbe riportato sentimentalmente e calcisticamente i conti in pareggio: la Coppa dei Campioni.

 

Sotto questa coppa ci sono idealmente tre firme che cominciano per M, come Milano: una è di Moratti, uno di Mourinho, una di Milito. La crescita dell'Inter, la sua maturazione devono a molto a Mourinho. Pur continuando a non condividere certi suoi atteggiamenti istrionici, e totalmente pro domo sua, bisogna ammettere che questo allenatore giramondo, che gira il mondo senza mai cambiare di una virgola, ha cambiato la faccia, l'anima e forse il destino di una squadra che in questi anni di rincorsa era più avvilita che vittoriosa, più irrisa che ammirata, più fragile che forte. Coi suoi metodi, che prevedono una totale intesa con tutti i giocatori (quelli che ci stanno, almeno) Mourinho ha creato un'Inter fortissima, che in Italia ha già firmato un ciclo piuttosto lungo e resterà, comunque si muova il mercato, la squadra da battere. Vincendo a Madrid, dettaglio non secondario, l'Inter ha anche lavorato per tutto il calcio italiano, salvando il quarto posto a disposizione per l'ingresso in Champions.

 

Non è stata una partita sofferta, e l'unica ombra è un mani di Maicon in area sullo 0-0 non visto o non sanzionato. La partita è filata via liscia grazie al lato debole del Bayern, la difesa, in cui i lanci di Sneijder per Milito hanno combinato disastri. Non c'era bisogno dei due gol di ieri sera, particolarmente bello il secondo, per definire Milito uno degli attaccanti più completi, e insieme più utili e umili, che si siano visti nel dopoguerra in Italia. Hanno giocato tutti bene, lui molto di più. LR 23

 

 

 

 

Conferenza "Deutsche Vita: gli italiani in Germania" il 27- 28 maggio a Berlino

 

Berlino - "Deutsche Vita: gli italiani in Germania" è il titolo della conferenza internazionale in programma il 27 e 28 maggio a Berlino promossa dalla Freie Universität in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura. Nella due giorni si intende analizzare l’evoluzione della presenza italiana nella Repubblica Federale attraverso l’immagine dei nostri emigrati, i pregiudizi che li hanno "accolti", gli stereotipi in cui sono stati inseriti negli anni, passando da "inaffidabili meridionali" a rappresentanti di un ammirato "italian way of life". I lavori saranno ospitati dall’Abguss-Sammlung Antiker Plastik dalle 14 di giovedì 27. Dopo il messaggio di saluto dell’Ambasciatore italiano a Berlino, Michele Valensise, e l’introduzione di Oliver Janz, i lavori entreranno nel vivo con la relazione di Roberto Sala e Patrick Wöhrle su "L’italiano-tipo. La funzione degli stereotipi nella società d’immigrazione".

La prima sessione, moderata da Christoph Cornelißen, approfondirà il tema "L’immagine del Paese". Christof Dipper parlerà de "Le tradizioni italiane in Germania"; Maddalena Guiotto de "L’immagine dell’Italia in Europa"; Patrick Bernhard di "Made in Italy e globalizzazione"; Maren Möhring di "Dolce vita in Germania. La cucina italiana".

Alle 19 inizierà una conferenza pubblica moderata da Angelo Bolaffi e Birgit Schönau sull’immagine dell’Italia e degli Italiani nei media tedeschi.

 

Venerdì 28 i lavori saranno ospitati dal Friedrich-Meinecke-Institut. Alle 9.00 inizierà la seconda sezione su "L’immagine dei migranti". Moderati da Jochen Oltmer interverranno Olga Sparschuh su "L’immagine degli italiani "Gastarbeiter" in Germania. Un’immagine soprattutto tedesca?"; Ines Marozza su "I "Gastarbeiter". Memorie di un testimone"; Bettina Severin-Barboutie "Italiani e Turchi. Le azioni delle due comunità immigrate negli anni 60 e 70"; Antonella Serio "Gli italiani immigrati in Germania negli anni 90"; Paul Mecheril " Il bene e il male. discorsi di politica di migrazione che fanno la differenza"; Luca Storti e Rocco Sciarrone su "La mafia italiana in Germania, tra mito e realtà".

Nel pomeriggio, alle 15.30 inizierà la terza e ultima sezione su "L’immagine che gli italiani hanno di loro stessi". Ne parleranno Hedwig Richter "Gli italiani "Gastarbeiter""; Sonia Galster "Buona sera Signorina! L'immagine dell’Italia come elemento strategico degli imprenditori italiani in Germania"; Roberto Sala "Comunità italiana. Le associazioni dei migranti italiani in Germania"; Edith Pichler "Nuovi europei? L'identità degli italiani in Germania nell’era della nuova mobilità europea". (aise)

 

 

 

 

Narducci (PD) sulla conversione del decreto: No a proroga scadenza dei Comites e CGIE

 

Ieri in Aula è iniziato il dibattito sull’Atto Camera 344, un testo in cui è contenuto un dispositivo per il rinvio delle elezioni del Comites e del CGIE e un altro dispositivo concernente le immunità degli Stati in caso di azioni giudiziarie in atto sul territorio italiano.

Due provvedimenti completamente diversi l’uno dall’altro e ritenuti troppo frettolosamente urgenti dal Governo. L’on. Narducci, che è il primo firmatario dell’emendamento soppressivo dell’articolo che proroga i Comites e il CGIE,  nel suo intervento ha invitato ad una riflessione pacata nell’interesse della comunità italiana intera e degli italiani nel mondo che chiedono di rinnovare gli organismi di rappresentanza secondo la naturale scadenza. Qui di seguito l’intervento integrale dell’on. Narducci.

 

Mi sono iscritto a parlare nella discussione generale sul decreto legge in esame mosso dall’attenzione che mi deriva dall’essere un parlamentare eletto dalle comunità all’estero, nonché dalla più che trentennale condivisione delle battaglie che i nostri connazionali all’estero hanno combattuto per i più elementari diritti di cittadinanza, tra i quali si annoverano in particolare il diritto alla rappresentanza e dunque alla possibilità di incidere su questioni fondamentali quali la democratizzazione degli uffici consolari e l’erogazione dei servizi ai cittadini, l’integrazione sociale e professionale nel paese di accoglienza, il successo scolastico dei figli degli italiani, la lotta alla marginalizzazione che molto spesso è insita nella condizione di migrante, e all’affermazione di quel sistema Italia all’estero, che è sempre esistito ma che con i progressi fatti registrare ovunque dalle nostre comunità emigrate ha bisogno di un’articolazione sistemica per essere ancora una volta risorsa di strategica importanza per l’Italia e soprattutto per esserlo ancora in futuro.

Ora io credo che non sfugga a tutti noi il ruolo fondamentale che hanno avuto gli organismi di rappresentanza di base - riformati e ribattezzati più volte, Comitati consolari di coordinamento, Comitati emigrati italiani, fino all’attuale acronimo di Comites cioè Comitati italiani all’estero - e il Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE) nel portare avanti le rivendicazioni sopra menzionate e nel perseguire il fondamentale obiettivo di promuovere e valorizzare la presenza così numerosa dei nostri concittadini residenti all’estero e della diaspora italiana nel mondo che conta oltre 60 milioni di persone con origini italiane.

Un anno fa si sarebbe dovuto procedere al rinnovo dei Comites indicendo le elezioni per il loro rinnovo, ma nonostante le innumerevoli prese di posizione espresse in primis dai Comites stessi e dal CGIE, la maggioranza di Governo fece una scelta sbagliata come dimostra il fatto che oggi siamo qui a discutere un ulteriore decreto di proroga che addirittura potrebbe allungare il mandato degli eletti fino a otto anni, cioè fino al 2012.

Sarebbe facile per noi dell’opposizione, che in ogni occasione che ci è stata data abbiamo contrastato le soluzioni restrittive messe in campo da maggioranza e governo, cavalcare oggi le dure e inequivocabili prese di posizione assunte a larghissima maggioranza dal più alto organismo di rappresentanza degli italiani all’estero, il CGIE, sfociate nella contestazione bipartisan al Sottosegretario Mantica in occasione della recente assemblea, e di molti Comites esausti per il protrarsi della scadenza fissata per le elezioni. Ma pur condividendone affermazioni e preoccupazioni, preferiamo, soprattutto in un momento di così teso confronto, impegnarci fino in fondo in uno sforzo di ragionevolezza e chiedere che anche gli altri, a partire dai responsabili di governo in materia, facciano altrettanto.

Nessuno può far finta di non sentire la voce di forte disagio che si è levata dai rappresentanti di tutte le comunità sparse per il mondo senza distinzione di orientamento politico e culturale. Peggio ancora, nessuno che voglia onorare la sua responsabilità istituzionale può considerare le conclusioni cui è pervenuto il CGIE come un tentativo di estrema difesa di situazioni del passato o, peggio ancora, come uno scatto di autoconservazione. Semmai, quelle prese di posizioni possono essere l’occasione da molti attesa per riorganizzare trasversalmente le forze e per rilanciare l’impegno per una politica attiva e moderna verso le comunità all’estero, che incominci a parlare un linguaggio diverso dai tagli indiscriminati e dall’emarginazione di una realtà considerata ingiustamente residuale. Insomma non dovremmo correre il rischio di manzoniana memoria dei capponi di Renzo che si beccavano tra loro mentre si compiva il loro destino.

Dunque pur auspicando un dibattito franco, vorremmo convincere i colleghi della maggioranza sugli effetti deleteri di questa nuova proroga con cui si rischia evidentemente di affossare definitivamente i COMITES, facendoli morire per affaticamento e mancanza di carica propulsiva. I Comites sono, come noto, basati sulla volontarietà dell'impegno da parte degli eletti, tanto più non si può strapazzare il loro senso di responsabilità prolungandone all’infinito l’impegno stesso.

Abbiamo sostenuto fin dal dibattito sulla finanziaria 2010 che la legge attuale è stata promulgata soltanto a fine 2003 e che è stata applicata per la prima volta nel 2004 allorquando si poté anche sperimentare il voto per corrispondenza che diede buona prova di se facendo accrescere notevolmente la partecipazione dei nostri connazionali al voto. Per inciso va anche detto che vi sono ampi margini per una migliore applicazione della legge, purché le rappresentanze consolari e diplomatiche mostrino più attenzione e interesse verso una reale cooperazione e valorizzazione degli organismi di rappresentanza e quindi alla promozione delle nostre comunità all’estero. Per tutte queste ragioni avevamo chiesto con forza che si indicessero le elezioni, ritenendo che non si può prorogare la democrazia, ponendo con ciò le basi per una riforma ponderata del CGIE avendo davanti un orizzonte di tempo meno affannoso. Perché non è vero che questo organismo ha fatto il suo tempo come sostengono alcuni  che probabilmente non hanno piena contezza delle complessità che caratterizzano il mondo degli italiani all’estero. Viviamo un tempo di grandi trasformazioni che si susseguono a grande velocità e sicuramente anche il CGIE deve essere riformato, ma senza minarne le potenzialità e il ruolo che deve avere. E a quelli che vorrebbero abolirlo in nome di una rappresentanza affidata esclusivamente ai parlamentari eletti all’estero vorrei dire che in Italia nessuno propone di abolire i Comuni o le Regioni e di affidare la rappresentanza dei cittadini al solo Parlamento.

In Commissione affari esteri il Partito Democratico ha chiesto ai colleghi ed al Governo di lavorare affinché  la proroga per lo svolgimento delle elezioni sia fissata tutt’al più al 30 giugno del 2011; ma poiché l’appello non è stato accolto il nostro gruppo ho presentato un emendamento soppressivo dell’articolo che proroga la durata di tali organismi fino al 31 dicembre del 2012.

Le nostre comunità all'estero ci chiedono in maniera inequivocabile di salvaguardare e di aiutare il funzionamento delle strutture di rappresentanza intermedie come Comites e CGIE anche intensificando la collaborazione con gli eletti all'estero. Ce lo chiedono sottolineando che questi organismi sono parte essenziale di quelle politiche migratorie che il nostro Paese dovrebbe assicurare come quelle della promozione della lingua e cultura italiana, dell'assistenza agli indigenti, della valorizzazione delle nuove mobilità professionali che sempre più frequentemente s’incontrano nelle grandi città europee, del collegamento sinergico con l’imprenditoria sviluppata all’estero dai nostri concittadini emigrati, del turismo di ritorno.

Signora Presidente, avviandomi a conclusione non posso esimermi dal sottolineare lo strano connubio che caratterizza questo decreto, contenendo esso due provvedimenti così diversi l’uno dall’altro, come si evince già nel titolo, dei quali non ravviso l’urgenza come sostenuto dal Governo.

I colleghi che mi hanno preceduto, in particolare l’on. Barbi che ha illustrato esaustivamente le perplessità del nostro gruppo su questo dispositivo, alle quali mi associo pienamente, hanno messo a fuoco la situazione che riguarda i 600mila internati militari italiani in Germania nel periodo compreso tra il 1943 ed il 1945, quando i due Paesi ex-alleati si ritrovarono repentinamente su opposti fronti. Come per altro noto sono ben cinquanta le cause contro la Germania attualmente pendenti davanti ai tribunali italiani, intentate da vittime di quel periodo nefasto, ed è altrettanto noto che la Germania e la Corte di Cassazione italiana muovono da posizioni giuridiche nettamente contrastanti relativamente all’ammissibilità di tali cause.

Il Governo italiano, con questo decreto, ha voluto probabilmente evitare che si inasprisse il contenzioso con la Germaniama personalmente ritengo che esso sia criticabile sotto molteplici punti.

Ritengo che sarebbe auspicabile un riordino organico della disciplina italiana sull’immunità della giurisdizione degli Stati stranieri, che preveda anche la ratifica della Convenzione ONU sull'immunità giurisdizionale degli Stati e dei loro beni del 2005.

Si tratta di argomentazioni che non possono essere ignorate e che attengono al diritto internazionale. Altro discorso è la valenza politica di un intervento normativo d'iniziativa governativa che potrebbe avere il valore di "tranquillizzare" la Germania sulla volontà politica di non arrecarle pregiudizi, malgrado i procedimenti in corso.

Il Governo, tuttavia, non può ignorare i precedenti giurisdizionali che vanno nella direzione del venir meno dell'immunità nel caso di violazione di norme imperative di diritto internazionale (ius cogens),quali le violazione dei diritti umani fondamentali perpetrate in occasione dei massacri compiuti in Grecia durante la seconda guerra mondiale. Anche se sarà la CIG a dire l'ultima parola sul punto e la sospensione dei provvedimenti esecutivi ha carattere meramente temporaneo. Soprattutto, il Governo nell'utilizzare gli strumenti normativi più adeguati al raggiungimento dei suoi fini non può ignorare l'evoluzione normativa interna e lo sviluppo progressivo del diritto internazionale. Senza contare che l'Italia potrebbe a sua volta non essere del tutto immune da procedimenti esecutivi simili a quello che ha riguardato la Germania.

Signor Presidente, non bisogna lasciarsi andare a misure frettolose come quelle contenute in questo decreto che danno l’impressione di gestire l’immediato senza porsi un orizzonte più ampio. Vorremmo capire se il Governo vuole realizzare politiche  per il futuro, politiche in cui la grande comunità italiana all’estero ha un valore. Se si vuole guardare al futuro della nostra comunità bisogna fermarsi e studiare le situazione per capire le priorità; solo così si potrà affrontare il problema in maniera organica e far sentire al cittadino all’estero la presenza di uno Stato attento che guarda oltre i propri confini nazionali. De.it.press

 

 

 

Consulte, Comites, Cgie, voto all’estero: una filiera da salvaguardare

 

Come ampiamente divulgato dalle agenzie di stampa italiane specializzate nelle problematiche degli italiani all’estero e, purtroppo, come al solito, ignorato dai media nazionali disinteressati al mondo dell’emigrazione italiana, lo scorso 30 aprile si è tenuto a Roma, nell’Aula del Senato a Palazzo Madama, promosso dal Cgie, il secondo incontro delle Rappresentanze dei cittadini europei che vivono in uno Stato diverso da quello di origine. Il primo incontro avvenne nel settembre 2008 a Parigi, ospitato nella sede del Ministero degli Affari Esteri francese. Un evento importante per l’emigrazione europea, quello di Parigi, promosso dall’Associazione dei Francesi all’Estero (AFE), e quindi rilanciato giustamente dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero con questo nuovo incontro al quale hanno partecipato, oltre al Cgie, i rappresentanti di 12 Paesi europei, nonché membri del governo e del parlamento italiani ed anche del parlamento europeo.

Dal dibattito sono emerse le tante problematiche che questi cittadini migranti incontrano quotidianamente sia rispetto al Paese di residenza che a quello di origine. Da qui la necessità di avere un’unica voce che li rappresenti a livello europeo, ovvero un Consiglio Generale degli Europei residenti all’Estero o che lavorano all’estero. Richiesta esplicitata ufficialmente, insieme ad altre, nel documento finale approvato dall’assemblea al termine dei lavori per cui è auspicabile che essa trovi il dovuto consenso nel Parlamento Europeo affinché possa costituirsi quanto prima questo Consiglio Generale degli Europei all’Estero. Ma dai lavori di questo incontro tenutosi a Palazzo Madama è emerso anche che organismi come il Cgie esistono pure in altri Paesi e che dove non vi sono si cerca di costituirli. Come pure è emerso che l’esempio più autorevole di rappresentanza viene dai cugini d’Oltralpe. Infatti i francesi all’estero sono rappresentati non solo dall’AFE, composta da ben 155 membri eletti in 52 distretti (un organismo analogo al Cgie che, peraltro, é composto di 94 membri), ma pure nel Parlamento nazionale con 12 senatori eletti all’estero e, in futuro, potranno eleggere anche 11 deputati. Tutto ciò senza che in Francia qualcuno abbia messo in discussione la funzione di rappresentanza dell’AFE.

Abolire il Cgie?

Al contrario, in Italia, abbiamo un Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri, con delega agli italiani nel mondo, che non manca mai di mettere in discussione l’attuale impianto di rappresentanza degli emigrati italiani, nonché alcuni parlamentari, tra cui incredibilmente pure degli eletti nella Circoscrizione Estero. Con uno di quest’ultimi che, bontà sua, non perde occasione per ricordare la sua proposta di legge per abolire il Cgie non essendo, a suo avviso, una necessità. Per questo deputato si potrebbero, così, risparmiare 3 milioni di euro (una vera e propria fandonia poiché il finanziamento del Cgie è ammontato a 1'798’631 euro nel 2009 e sarà di 1'534'886 euro nel corrente anno) che, a suo dire, potrebbero essere invece investiti nella promozione della lingua e cultura italiana nel mondo.

Abolire il voto all’estero?

Sarebbe facile rispondere a questo deputato, ed a quanti altri la pensano come lui, che gli italiani all’estero stavano certamente meglio quando erano rappresentati unicamente dai Comites e dal Cgie e che, pertanto, invece di abolire il Cgie sarebbe meglio, per gli emigrati, abolire la Circoscrizione Estero con i suoi 18 parlamentari.

Come pure sarebbe facile rispondere a questo deputato, ed a quanti altri la pensano come lui, che si potrebbe anche risparmiare di più con l’abolizione della Circoscrizione Estero (circa 21'000 euro mensili a parlamentare e quindi complessivamente oltre 4 milioni e mezzo di euro all’anno, tre volte tanto quello che si risparmierebbe abolendo il Cgie).

Salvaguardare la filiera della rappresentanza!

Certo sarebbe facile rispondere così! come, d’altra parte, la pensano in molti emigrati, visto i quasi insignificanti risultati portati a casa fino ad ora dagli eletti all’estero.

Ma non la pensa così il sottoscritto che si è battuto per anni, anche come consigliere del Cgie, per conquistare il diritto del voto all’estero per corrispondenza e che resta convinto che con la Circoscrizione Estero gli italiani emigrati si sono dati una filiera di rappresentanza completa ed in grado di rappresentare al meglio gli interessi dei cittadini italiani della diaspora vecchia e nuova: dalle Consulte regionali ai Comites, dal Cgie alla Circoscrizione Estero.

I 18 tra impotenza ed incapacità!

Tuttavia il sistema di rappresentanza funziona ed è utile a rappresentare e difendere effettivamente gli interessi degli emigrati nella misura in cui chi ha un ruolo, a qualsiasi livello della filiera, ma più di tutti, ovviamente, i 18 parlamentari facendo parte del legislativo, si impegna seriamente a rappresentare degnamente e fattivamente chi ha riposto in lui la sua fiducia. Riuscendo, cioè, a dare soprattutto delle risposte positive perlomeno a qualcuno dei bisogni espressi dagli italiani all’estero e dalle loro rappresentanze (Comites e Cgie). Risposte positive che, fino ad oggi, sono purtroppo mancate da parte del governo e del parlamento italiani e difficilmente arriveranno se chi dovrebbe rappresentare gli emigrati in quel contesto, facendo anche lobby con i colleghi eletti in Italia, non ne ha le capacità o la voglia e quando, magari, chi di loro ne ha entrambe si trova all’opposizione e quindi in uno stato di impotenza. Senza dimenticare quegli eletti all’estero che sono in tutt’altre faccende affaccendati come, per esempio, nel dedicarsi agli affari propri, oppure al turismo parlamentare in giro per il mondo o che danno un segnale della loro esistenza nel sollecitare periodicamente l’abolizione del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Così che gli emigrati si sentono sempre più soli ed abbandonati!

Dino Nardi, Coordinatore UIM per l’Europa e consigliere CGIE

 

 

 

 

Italiani in Europa, un universo da esplorare. Molte identità, ma valori condivisi

 

Nell'ambito della pastorale giovanile vanno considerati con attenzione i giovani cattolici residenti fuori dal loro Paese d'origine: una componente essenziale della chiesa europea. di Luisa Deponti

 

Barcellona - I giovani italiani in Europa: chi sono, come vivono e quali legami hanno con il loro Paese d’origine? È ben noto che la globalizzazione ha contribuito a sviluppare, accanto ai tradizionali percorsi migratori, anche nuove forme di mobilità internazionale. Queste coinvolgono soprattutto i giovani. Quando si parla, perciò, di ragazzi e giovani italiani che abitano, studiano o lavorano in altri Paesi europei, ci si riferisce in realtà a persone e a situazioni molto diverse. Vi sono i figli e i nipoti di coloro che sono emigrati verso l’Europa centro-settentrionale nel corso del XX secolo. Pensiamo alle ampie comunità di italiani, con i loro discendenti di seconda e terza generazione presenti in Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Regno Unito. Molti giovani hanno acquisito la nazionalità del Paese in cui sono nati, e non hanno mantenuto quella italiana. Altri godono della doppia cittadinanza oppure possiedono solo quella d’origine. Questo dipende spesso dalla legge della nazione in cui risiedono. Ad essi si affiancano i ragazzi partiti di recente dall’Italia per lo più al seguito di genitori professionisti, tecnici specializzati, ricercatori. Permangono, però, anche nuclei familiari in situazione di disagio e di povertà che ancora emigrano per mancanza di lavoro stabile e regolare. Infine vi sono giovani italiani con una formazione superiore o universitaria che si trasferiscono in altri Paesi europei per trovare migliori opportunità di studio e di carriera, per vivere esperienze di soggiorno all’estero o perché, purtroppo, sono delusi dalle scarse prospettive offerte dall’Italia. Gli studenti e i professionisti si dirigono sia verso mete dove già risiedono numerose collettività italiane, ma anche verso nuove destinazioni magari più accessibili sul piano linguistico, come la Spagna.

È difficile, quindi, poter generalizzare. Si può, però, affermare che non si tratta di un numero limitato di persone, ma di un’ampia comunità transnazionale di giovani italiani che vivono in diversi Paesi europei: su 2.184.534 persone che hanno il passaporto italiano, quasi 422.000 sono compresi entro i primi 17 anni di vita, e quasi 341.000 tra i 18 e i 29 anni. Gli oriundi, poi, che non hanno più la nazionalità d’origine, sono nell’ordine di milioni: una parte di loro è costituita da giovani.

Le centinaia di migliaia di ragazzi e giovani italiani in Europa sono in maggioranza i discendenti di emigrati partiti nel dopoguerra. Essi hanno raggiunto una posizione sociale migliore rispetto a quella della prima generazione. In quanto cittadini comunitari, non hanno sofferto per la precarietà dei permessi di soggiorno, e anzi godono di diritti molto simili a quelli dei cittadini locali. Se si considera invece il successo scolastico, si notano disparità tra i Paesi: ai buoni risultati conseguiti in Inghilterra e in Francia, fanno riscontro i livelli di istruzione bassa raggiunti in Belgio e, soprattutto, la grave situazione dei figli degli italiani in Germania, i quali rientrano tra i gruppi di stranieri con il più scarso rendimento. In Svizzera, infine, si evidenzia, dopo le difficoltà della seconda generazione, un miglioramento nel livello di istruzione della terza generazione di italiani. Diversi sono i fattori che influiscono sulla riuscita negli studi: la condizione sociale della famiglia, il grado di instabilità (il sogno persistente e non realizzato di tornare in Italia), il sistema scolastico più o meno escludente, la mancanza di valorizzazione della lingua materna. A questo proposito, i recenti tagli dei finanziamenti, da parte dell’Italia, ai corsi di lingua e cultura per gli italiani all’estero, mettono in pericolo la conoscenza della lingua d’origine tra le nuove generazioni. Questo fenomeno si traduce in una perdita di radici e in un impoverimento del patrimonio linguistico dei ragazzi, ma anche in una battuta d’arresto alla diffusione dell’italiano in Europa e, dunque, in un danno economico e culturale per l’Italia.

Chi è nato all’estero non ha vissuto in prima persona l’esperienza di lasciare il proprio Paese. L’appartenenza, tuttavia, a un gruppo sociale considerato ancora migrante e soprattutto la storia familiare fa sì che questi giovani si sentano ancora «italiani»: il grado di intensità di questo legame varia, tuttavia, in base a tanti fattori. Ogni persona, in fondo, a seconda delle caratteristiche della famiglia e della società ospitante, della propria biografia e del proprio carattere arriva a costruire in modo diverso la propria identità.

I giovani studenti e professionisti, invece, che partono attualmente dall’Italia per l’«avventura europea», vivono direttamente l’esperienza della mobilità, del lasciare il proprio Paese e ambientarsi in un altro, sebbene questo avvenga oggi in modo meno traumatico rispetto al passato.

Essere un giovane italiano in Europa può significare, dunque, molte cose diverse. Vi è, però, un aspetto comune: la vicinanza geografica all’Italia, nonché la possibilità di frequenti contatti e visite fanno sì che i giovani mantengano in genere legami familiari, culturali ed economici con il Paese d’origine. I programmi televisivi italiani trasmessi via cavo o via satellite, e i nuovi media digitali permettono loro di ricevere un notevole flusso di programmi e di informazioni dalla Penisola, favorendo i rapporti transnazionali e alimentando un senso di appartenenza e di identificazione.

Importante è ricordare che prima di essere «italiani» essi sono «giovani», cioè pienamente partecipi degli stili di vita e dei linguaggi giovanili diffusi oggi a livello globale o, quantomeno, nell’ambito dell’Europa occidentale. Musica, tempo libero, atteggiamenti, aspettative sono gli stessi dei coetanei con cui condividono la vita quotidiana.

I giovani italiani in Europa, dunque, si muovono tra vari mondi culturali e mentalità. Si potrebbe parlare di pluriappartenenze che in modo diverso e dinamico ognuno di loro porta dentro di sé. D’altra parte non viene meno, anzi forse si accentua la ricerca di un’identità che sappia dare senso alle molteplici esperienze, pur rimanendo aperta. Anzi, una sana apertura all’altro presuppone anche la capacità di far crescere dentro di sé una «spina dorsale», cioè punti di riferimento e valori umani, culturali e religiosi che permettono un profondo dialogo con le diversità che oggi attraversano le società europee, evitando il disorientamento e il vuoto materialistico.

In effetti, cresce in Europa una generazione di giovani sia nativi che emigrati appartenenti a molteplici etnie e religioni, per i quali la ricerca dell’identità e del senso della vita, in un mondo multiculturale e in rapido mutamento, appare più difficoltosa. A questo proposito, la chiesa ha accompagnato per decenni le famiglie e i giovani italiani all’estero con interventi sociali, educativi e pastorali, in particolare attraverso le Missioni cattoliche italiane, le scuole e i media. Affinché i giovani italiani in Europa possano continuare a crescere nella fede e nei valori ricevuti in forma tradizionale dai genitori, testimoniandoli nei contesti plurietnici, è necessario un più forte investimento nella formazione religiosa, senza la quale essi rischiano di assimilarsi a un ambiente scristianizzato. Si pone sempre più urgentemente per le chiese locali la questione dell’evangelizzazione tra le nuove generazioni.

Il Messaggero di sant’Antonio per l’estero, maggio

 

 

 

 

Nel 2009 quasi 261.000 le richieste di asilo nell’UE. In Italia 13.000 richieste in meno

 

Secondo un rapporto Eurostat pubblicato in questi giorni, nel corso del 2009 sono state quasi 261.000 le richieste di asilo pervenute complessivamente nei paesi dell’UE: mediamente 520 domande per milione di abitanti.

Il maggior numero di richieste di asilo all’UE sono giunte da cittadini dell’Afghanistan (20.400), della Russia (20.100), della Somalia (19.100), dell’Iraq (18.700) e del Kosovo (14.200). Per quanto riguarda il numero di domande d'asilo pervenute nel 2009 agli stati membri, al primo posto troviamo la Francia (47.600), seguita da Germania (31.800), Regno Unito (30.300), Svezia (24.200) e Belgio (21.600).

Il rapporto Eurostat fotografa bene la situazione dell'Italia: 13.000 richieste di asilo in meno nel 2009. Si tratta evidentemente della diretta conseguenza della politica dei respingimenti sistematici in Libia inaugurata dal Ministro Maroni, e condannata senza appello pochi giorni fa dal Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa. L'italia, infatti, respingendo i migranti in Libia senza dare loro la possibilità di richiedere protezione internazionale, viola la Convenzione di Ginevra del 1951 e rimanda in Libia persone che rischiano maltrattamenti, carcere, violenza e anche la morte (come documentato anche dal video di Fabrizio Gatti su L'espresso).

 

Giusto per fare un confronto, nello stesso anno il "piccolo" Belgio ha accolto più rifugiati dell'Italia (sia in percentuale che in numeri assoluti) e in generale il Belgio è il paese europeo che ha incrementato maggiormente le sue capacità di accoglienza.

Osservatorio Inca Maggio

 

 

 

 

Berlino sbaglia ma anche la Bce può fare meglio

 

La crisi valutaria che sta colpendo l'Europa è alimentata da diversi fattori economici: il timore dell'insolvenza della Grecia, la bassa crescita e i disavanzi con l'estero del Sud Europa, la fragilità dei sistemi bancari di molti paesi. Ma vi è anche un altro aspetto che sta diventando rilevante: la sfiducia nelle istituzioni europee (nazionali e comunitarie) e nelle persone che le guidano.

L'improvvisazione, i conflitti, i voltafaccia con cui è stata gestita la crisi della Grecia hanno dato l'impressione che i governi e le istituzioni europee non siano capaci di affrontare le sfide più impegnative. I principali colpevoli sono i governi nazionali, e quello tedesco in particolare. Ora si è avuta un'ulteriore conferma dell'improvvisazione delle autorità tedesche: Bafin, l'agenzia federale per la supervisione finanziaria, ha proibito le vendite allo scoperto sui titoli di stato dell'area euro e su un numero limitato di azioni di società finanziarie; la decisione potrebbe rivelarsi controproducente, perché induce a concentrare le vendite allo scoperto sul cambio o su altri titoli non coperti dalla proibizione, ma soprattutto è stata presa unilateralmente e senza coordinarsi con le altre autorità europee.

 

Finora la reputazione della Banca centrale europea (Bce) non è stata scalfita. Anzi, il modo in cui ha gestito la crisi successiva al fallimento di Lehman è stato esemplare. Tuttavia, anche la Bce deve stare attenta. La sua opposizione iniziale a un coinvolgimento del Fondo monetario internazionale in Grecia si è rivelata un errore. Né ha giovato la recente intervista rilasciata a un quotidiano tedesco da Axel Weber, governatore della Bundesbank, in cui manifestava il suo dissenso dalla decisione della Bce di acquistare titoli di stato dei paesi euro sul mercato secondario, e il timore che ciò potesse comportare dei rischi per la stabilità.

La credibilità di un'istituzione indipendente come la banca centrale dipende anche dalla convinzione che il suo operato sia guidato da considerazioni tecniche e da principi economici coerenti, e non da esigenze di apparenza politica. A questo proposito, sorprende la decisione della Bce di "sterilizzare" l'acquisto dei titoli di stato con operazioni inverse di drenaggio di liquidità.

Tra il 10 e il 14 di maggio, la Bce ha acquistato circa 16 miliardi di euro di titoli del debito pubblico. Poca cosa, rispetto alle centinaia di miliardi di liquidità in eccesso presso le banche europee. Ma per segnalare il suo impegno a non stampare moneta ed evitare inflazione, la Bce ha anche raccolto liquidità dalle banche, offrendo loro depositi a termine con scadenza settimanale. Peccato però che la stessa Bce, a seguito delle misure eccezionali prese dopo il fallimento di Lehman e tuttora in vigore, continui a offrire liquidità in quantità illimitata alle banche che partecipano alle aste settimanali. In altre parole: oggi la liquidità in circolazione è determinata dalla domanda delle banche, non è fissata dalla Bce.

L'acquisto di titoli di stato sul mercato secondario cambia la composizione del bilancio della Bce, ma non influisce sulla sua dimensione e quindi non altera la quantità di moneta in circolazione. Per cui non c'è nessun bisogno di sterilizzare alcunché.

La sterilizzazione annunciata e attuata dalla Bce, cioè, ha solo un effetto simbolico, non di sostanza. Ma è un simbolo di che cosa? Dell'impegno contro l'inflazione, oppure delle divisioni interne alla Bce? La risposta che occorre tranquillizzare i mercati o l'opinione pubblica tedesca non convince, perché presuppone che gli interlocutori siano sciocchi. Date le circostanze, la Bce ha fatto bene a intervenire acquistando titoli di stato, perché l'alternativa di non fare nulla sarebbe stata ancora peggiore rispetto al rischio di compromettere la credibilità della banca centrale. Ma oggi la preoccupazione non è l'eccesso di creazione di moneta (che è appunto determinata endogenamente dal sistema bancario), quanto il timore che la Bce possa riempire il suo bilancio di titoli che non saranno interamente ripagati. La sterilizzazione non fa nulla per rispondere a questa preoccupazione.

In situazioni come queste, la credibilità delle istituzioni è fondamentale per guidare le aspettative dei mercati e dei cittadini e riacquistare la fiducia. Tuttavia, anche la coerenza nell'affrontare le questioni tecniche è uno dei pilastri su cui si regge la loro credibilità. Guido Tabellini, Il Sole 24 Ore 20

 

 

 

 

Francoforte. Numerose le adesioni all’Assemblea pubblica e al corteo del 29 maggio

 

Francoforte - Marciano i preparativi per l’organizzazione della Commissione Continentale del CGIE in collaborazione con il Comitato dei Presidenti Com.It.Es. della Germania (Intercomites). La Presidenza dell’Intercomites ha già ricevuto molte adesioni all’iniziativa. Da molte città tedesche arriveranno partecipanti per protestare contro la politica dei tagli attuata dall’attuale governo. “Parlamentari della circoscrizione europea, eletti nei Com.It.Es e rappresentanti del mondo associazionistico sono già in movimento per riunirsi alla suddetta protesta e dar voce così a tutti gli italiani residenti all’estero. Si attendono gruppi da molte città tedesche, ma anche dal Belgio, Lussemburgo e Svizzera“, conclude la nota della Presidenza Intercomites Germania.

 

 

 

Colonia. Il console Eugenio Sgrò incontra i rappresentanti delle aziende italiane del Nordreno-Vestfalia

   

COLONIA - In occasione delle visite effettuate dal console generale d’Italia a Colonia, Eugenio Sgrò, presso le maggiori imprese italiane presenti nel Nordreno-Vestfalia è stata espressa da parte di alcuni degli interlocutori – informa una nota diramata dal Consolato Generale a Colonia -  l'esigenza di poter disporre di un forum di dialogo sia tra gli operatori economici che tra questi e la Rappresentanza consolare. 

  Il console generale – prosegue la nota - ha pertanto invitato i rappresentanti delle aziende ad un incontro, svoltosi nei giorni scorsi presso la sede del Consolato Generale, per un primo scambio di idee e valutazioni sull'avvio di tale esercizio. L’invito, esteso alle grandi e medie imprese italiane, ad imprese con capitale italiano ed a filiali di gruppi italiani presenti nel NRV, ha suscitato un forte interesse, tant'é che i soggetti economici hanno assicurato la loro partecipazione al più alto livello all'incontro in parola.

  Nel suo indirizzo di saluto il console Sgrò ha innanzi tutto ricordato che uno degli obiettivi prioritari del suo mandato è il sostegno alla tutela e promozione degli interessi delle imprese italiane presenti nel Nordreno-Vestfalia, locomotiva industriale della Repubblica Federale di Germania, nel quadro di un sostegno coordinato, sinergico e strutturato alla proiezione esterna del Sistema Italia sul piano economico, culturale e sociale. Egli ha poi spiegato ai convenuti che, in ossequio a tale dimensione anche business oriented del suo mandato, ha ritenuto suo dovere tentare di dare una risposta a quell'esigenza di confronto e di raccordo.

  Il console generale ha quindi concluso indicando come obiettivo dell'incontro sia quello di addivenire alla definizione anche sul piano formale di un forum di dialogo cui gli operatori economici presenti nel Nordreno-Vestfalia possano prendere parte mettendo a confronto le proprie esperienze, conoscenze e valutazioni, sviluppando dinamiche gestionali a vantaggio del singolo e più in generale del Sistema Paese.

  Al saluto del console generale Sgrò ha fatto seguito quello del dott. Manlio La Loggia nella sua duplice funzione di amministratore delegato di Eni Gas & Power e di presidente della Camera di Commercio Italiana per la Germania. La Loggia ha tenuto a sottolineare che, nonostante gli sforzi di integrazione degli italiani nel tessuto connettivo delle societa' tedesca, occorre sviluppare nel Nordreno-Vestfalia un dialogo attivo tra le due culture italiana e tedesca, dal quale potranno nascere dei links a vantaggio di tutti. Proprio allo scopo di sostenere lo scambio di conoscenze tra italiani e tedeschi con ricadute positive su nostri futuri affari, ha ricordato La Loggia, e' stata deliberata di recente l'apertura a Colonia dell'Ufficio Regionale della Camera di Commercio italiana per la Germania nel Land Nordreno-Vestfalia presso la sede del Consolato Generale per rispondere in materia sinergica e coordinata alle esigenze delle imprese.

  Successivamente, i convenuti si sono presentati illustrando brevemente il profilo delle aziende da essi rappresentate e le proprie esperienze professionali in Germania. Denominatore comune degli interventi è stato l'entusiasmo con il quale è stata accolta l'iniziativa in relazione alla quale ci si è compiaciuti soprattutto per il formato scelto di un dialogo diretto e concreto, molto più proficuo rispetto ad un evento di carattere prevalentemente conviviale. E' stato espresso l'auspicio che il network di contatti avviato dal Consolato Generale con l'iniziativa in parola possa svilupparsi e consolidarsi nel tempo, estendendosi eventualmente anche ai dirigenti di nazionalita' italiana di imprese tedesche, il cui bagaglio di conoscenze ed esperienze costituirebbe un importante valore aggiunto per la rete, di cui disporre per gestire in maniera più efficiente una realtà in continuo evolversi. E' stato altresì apprezzato il fatto che gli operatori economici invitati dal Consolato Generale rappresentino un'ampia gamma di settori economici non concorrenti l'uno con l'altro, il che – conclude la nota del Consolato a Colonia - favorirà certamente, in uno spirito di reciproco aiuto e sostegno, lo sviluppo di un dialogo e confronto aperto e costruttivo su temi specifici connessi con la realtà tedesca e la congiuntura internazionale. (Inform 21)

 

 

 

Francoforte. Presentato dall’Enit il programma estivo di Cortina, meta di artisti e di politici

 

Francoforte. Vip in vacanza soprattutto d’inverno, a fine anno, nella prestigiosa Cortina d’Ampezzo “la perla delle Dolomiti”. Sono parecchi i personaggi del mondo della finanza e della politica, della cultura e dello spettacolo che la scelgono per trascorrervi una vacanza d’élite.

L’occasione per scoprirla o rivederla viene da una selezione di proposte e opportunità presentate dalla Dr. Maria Grazia Sovaria, nella sede dell’Enit di Francoforte, il 18 maggio.

Cortina d’Ampezzo non è legata solo alle sue suggestive Dolomiti innevate, alle sue piste di sci, alle particolari passeggiate, ai suoi centri benessere alla moda. Ma offre varie manifestazioni tradizionali e culturali. Tra le tante segnaliamo il “Festival Dino Ciani”, dedicato alla musica, che si svolge dal 24 al 28 luglio con nomi di punta della musica internazionale. L’inaugurazione, all’Alexander Girardi Hall con il recital di Pietro De Maria, musiche di Chopin, a cui seguirà il 31 luglio il concerto di Salvatore Accardo e Laura Manzini; il 6 agosto l’appuntamento è con Gidon Kremer, Khatia Buniatishvili e Giedre Dirvanauskaite mentre il 15 agosto sarà la volta di Alexander Lonquich e Cristina Barbuti, musiche di Debussy e Schumann.

E poi andare per musei: il Museo d’arte moderna Mario Rimoldi delle “Regole d’Ampezzo”, il Museo Paleontologico “Rinaldo Zardini”, il Planetario.

Concluso il giro dei musei, si può gironzolare per i mercatini e i negozi di Corso Italia, molto trendy, dove la gentilezza del personale e il fascino degli oggetti d’antiquariato e modernariato, trovano il loro ambiente. Toni e colori di legno e seta hanno il marchio del luogo. E poi il cibo. Un excursus nei vari prodotti locali, per assaporare cibi freschi, stagionali e tradizionali.

La capacità ricettiva - 200 alberghi, 56 rifugi, vari agriturismi, dove i prezzi sono accessibili - sfata un po’ la leggenda della “mitica Cortina d’Ampezzo” con i suoi hotel di lusso, e la rende una metà più vicina alla realizzazione di una vacanza da sogno, dove andare a godere del maestoso paesaggio delle Dolomiti. Marcella Continanza, de.it.press

 

 

 

Il sindaco di Norimberga e il deputato Frieser a Westerwelle: almeno un’agenzia consolare

 

Sostengono la possibilità del mantenimento in loco di un’agenzia consolare italiana e chiedono al ministro tedesco di chiarire la sua posizione in merito

 

NORIMBERGA – Il deputato tedesco della Csu Michael Frieser e il sindaco della città di Norimberga Ulrich Maly scrivono a Guido Westerwelle, vice cancelliere e ministro degli Affari Esteri tedesco per sostenere la proposta del mantenimento a Norimberga di una struttura consolare italiana nella forma di un’agenzia consolare.

  Un’ipotesi di soluzione avanzata dal ministero degli Esteri italiano a seguito degli appelli e della preoccupazione dei connazionali – circa 30.00 sono gli italiani residenti in Franconia - dinanzi all’annunciata chiusura del Consolato, prevista dal piano di razionalizzazione della rete diplomatica all’estero. Alla possibilità di prevedere un’agenzia consolare si sarebbe però dimostrato contrario lo stesso governo tedesco, come evidenzia il borgomastro Maly nella sua missiva, ricordando una dichiarazione del sottosegretario Enzo Scotti, di alcuni giorni fa, secondo cui le autorità tedesche avrebbero manifestato preclusione rispetto a soluzioni diverse dal mantenimento di un vice consolato in loco.

  Una preclusione su cui Maly esprime “stupore”, ricordando il suo sforzo, insieme a quello dei rappresentanti della collettività italiana in Franconia, messo in campo da circa un anno per il mantenimento della struttura. “Il Consolato d’Italia a Norimberga è, da decenni, un partner di riferimento competente per le numerosissime aziende italiane e franconi che intrattengono fra loro rapporti commerciali – scrive Maly, segnalando che la chiusura comporterebbe la necessità di un viaggio per l’ottenimento dei servizi consolari al Consolato generale di Monaco “che dista fino a 400 chilometri”.

  Lo stesso sottosegretario Alfredo Mantica aveva deciso la trasformazione della sede in agenzia consolare, “una soluzione non ideale, ma di cui il Comites, la rappresentanza eletta degli italiani in Franconia, si era dichiarato soddisfatto” – prosegue la missiva.

  Anche il deputato Frieser, apprese le difficoltà mediante una lettera inviata dal Comites, ritiene la preclusione al mantenimento di un’agenzia consolare a Norimberga, qualora venisse confermata da parte tedesca, “una posizione incresciosa”.

  “Dopo mesi di discussioni e di impegno di molti rappresentanti politici a Norimberga, si era evidentemente riusciti a convincere le autorità italiane competenti della necessità di una rappresentanza a Norimberga – scrive il deputato tedesco, segnalando come la struttura sia stata “l’unica ad essere estrapolata dalla lista di chiusure da parte del ministero degli Affari Esteri italiano”.

  “La soluzione trovata di un’agenzia consolare in loco e data per certa lo scorso 17 aprile dal reggente del consolato non può pertanto fallire a causa delle autorità tedesche – aggiunge Frieser, che segnala, analogamente a Maly, le ripercussione sulla sfera economica di un’ipotesi di chiusura, come il conseguente spostamento degli utenti, necessario al disbrigo delle pratiche consolari, a Monaco o Francoforte.

  L’agenzia consolare, - rileva il deputato - con l’impiego di due impiegati di ruolo italiani e 4 contrattisti locali – invece delle 12 unità di personale attualmente operante – consentirebbe di continuare a fornire tutte le funzioni necessarie ai servizi quotidiani attuali.

  Frieser fa appello dunque al ministro Westerwelle affinché acconsenta all’istituzione di un’agenzia consolare, mentre Maly chiede di “chiarire perché tale soluzione, secondo me accettabile – evidenzia - e senza dubbio soddisfacente per la locale comunità italiana”, al ministero degli Esteri tedesco “non sembri accettabile e quali remore concrete possano essere accampate contro questa soluzione”. Inform 21

 

 

 

 

AdriaHochZwei. Serata multiculturale con tre concerti sabato 29 maggio al domicil di Dortmund

 

Funkhaus Europa, il programma multilingue del Wdr, dedica la serata di

sabato 29 maggio allo scambio culturale e musicale tra le due sponde

dell’Adriatico.

Dalle 20 alle 24 la trasmissione dal vivo, direttamente dal domicil di

Dortmund, con interviste, reportage e musica dalle due coste adriatiche.

E dalle 21 tre concerti a cavallo di est e ovest: il cantante, attore e

chitarrista Peppe Voltarelli, accompagnato da Alessandro Palmitessa al

sassofono, presenta il suo nuovo cd; la Mustafa Zekirov Akustic Band

porta una ventata d'Oriente direttamente dalla Macedonia; e i Figli di

madre ignota tornano alla riscossa con il loro Spaghetti-Balkan,

l'irresistibile mix di musica balcanica, ska, klezmer, rumba e swing. In

chiusura si continua a ballare con il dj Kosta Kostov, noto agli amanti

delle serate Global Player e BalkanXpress.

Luciana Caglioti e Amir Kamber, conduttori di Funkhaus Europa,

presenteranno la trasmissione speciale e la serata.

Biglietti: 10 euro in prevendita/12 euro alla cassa.

Ingresso solo per Global Player dalle 23: 4 euro.

Domicil, Hansastr. 7-11, 44137 Dortmund http://www.domicil-dortmund.de/

 

Gli appuntamenti: A partire dalle 21: Concerti di Peppe Voltarelli, Zekirov Akustic Band e Figli di madre ignota

. A partire dalle 23: Global Player con il dj Kosta Kostov. Dalle 20 alle 24 su Funkhaus Europa la trasmissione live dal domicil di

Dortmund, "AdriaHochZwei". Per ulteriori informazioni www.funkhaus-europa.de/italiano. RC, de.it.press

 

 

A Monaco di Baviera la mostra "Oggetti e progetti. Alessi: storia e futuro di una fabbrica del design italiano"

 

Monaco di Baviera - Da sabato 22 maggio a Monaco di Baviera è aperta al pubblico l’esposizione "Oggetti e progetti. Alessi: storia e futuro di una fabbrica del design italiano", allestita nel "Die Neue Sammlung – The International Design Museum Munich". La mostra, che è ideata e curata da Alessandro Mendini in collaborazione con il Museo Alessi e l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, si protrarrà sino al 19 settembre e sarà visitabile tutti i giorni, tranne il lunedì, dalle 10 alle 18 e il giovedì fino alle ore 20.

Il designer Alessandro Mendini ha curato e organizzato per la Neue Sammlung una rassegna che ripercorre i 25 anni del design italiano e apre il dibattito sulle sue prospettive per il futuro. Protagonista dell’esposizione è l’azienda Alessi, che da piccola officina metalmeccanica si è trasformata in un laboratorio di ricerca sulle arti applicate. La Alessi ha scritto la storia del design italiano ed internazionale, non soltanto attraverso i suoi prodotti, ma soprattutto attraverso le sue idee ed azioni capaci di creare uno stile.

Con la mostra "Oggetti e Progetti", realizzata in collaborazione con il Museo Alessi, icone e progetti del mondo Alessi vengono rielaborati, gettando uno sguardo sul futuro del design attraverso nuovi oggetti e collaborazioni presentati al grande pubblico per la prima volta a Monaco di Baviera. La mostra è corredata da un libro edito da Electa curato da Chiara Alessi, con la grafica di Italo Lupi. (aise) 

 

 

 

 

Il Ctim Germania sulla mancata trasformazione del consolato d’Italia a Norimberga in agenzia consolare

 

Chiesto al governo tedesco un ripensamento che eviti ai nostri connazionali viaggi lunghi e costosi

 

 COBURG - IL Ctim Germania ha preso atto con soddisfazione delle comunicazioni stampa relative all’interrogazione parlamentare presentata degli eletti all’estero del Pdl, Di Biagio, Picchi, Berardi e Angeli, insieme al collega Pagano, riportate dai media in data 20.05.2010. Un grazie a tutti loro.

  Le motivazioni e le richieste avanzate da codesti rappresentanti della collettività italiana all’estero - è de4tto in una nota - evidenziano, infatti, una profonda conoscenza delle problematiche della comunità italiana in Germania e, in particolare, di quella legata alla razionalizzazione della rete diplomatica e consolare italiana.  Le ipotesi avanzate non sono delle vuote frasi di convenienza, bensì i risultati di un esame acuto e profondo della situazione attuale.

  Una situazione che, fino a pochi giorni fa, sarebbe sembrata impossibile a noi italiani in Germania e che, non facciamo fatica a riconoscerlo, ci sembra paradossale e “di stampo medioevale”. Uno stato fondatore dell’UE (Italia) riconosce ai suoi cittadini in Franconia e nel Saarland il diritto all’assistenza ed ai servizi consolari, anche se in forma in gran parte innovativa. Lo stato estero (Repubblica Federale Tedesca) fa riferimento al Trattato di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche e nega il suo assenso all’istituzione di queste strutture e, di conseguenza, l’assistenza consolare in loco a 30.000 italiani. Veramente un ottimo esempio di rapporti d’amicizia fra due Stati. Congratulazioni ai funzionari del Ministero degli Affari Esteri tedesco ed italiano.

  Ci chiediamo come mai la Repubblica Federale non riesca a capire la  posizione italiana, se si considera la tabula rasa per motivi di bilancio  delle istituzioni tedesche all’estero (vedi p.es. i Goethe Institute in  Italia). Ci chiediamo anche se i funzionari del Ministero degli Affari  Esteri  tedesco e italiano abbiano capito la situazione drammatica che si creerebbe per i  cittadini italiani in Franconia, a seguito della chiusura del Consolato di Norimberga senza l’istituzione di strutture alternative.

  Comprendiamo infine la probabile irritazione di Berlino sull'atteggiamento del ns. Governo e non vogliamo prolungarci sui tristi fatti avvenuti nei confronti del Governo del Saarland e del Senato di Amburgo che, certamente, hanno costituito per loro una certa provocazione. Una provocazione che non si può consumare sulla pelle delle ns. comunità di Norimberga, Saabrücken ed Amburgo.  Non ci sorprende che questo sia il classico "scarica barile" delle responsabilità, da parte  del Governo Italiano per rimangiarsi le promesse fatte (sportello consolare/agenzia). Ci preoccupa soprattutto, in questa triste faccenda, all'infuori dei discutibili comportamenti, l'assenza di una presenza politica da parte del nostro Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini. Si tira dritto, senza guardare nessuno in faccia, per portare a termine un progetto annunciato già sotto il Governo Prodi. Un progetto, contestato da tanti parlamentari della stessa maggioranza e che lascerà una frattura profonda e tanta rabbia tra i connazionali della Franconia che, politicamente, un giorno presenteranno il conto alla politica, almeno fin quando ci sarà il voto all'estero.  Ma se si ha la sensazione che la politica sia assente o distratta, ci chiediamo chi porta avanti questo progetto in modo irremovibile avanti da un Governo all'altro ?

  Da ultimo ci auguriamo che il paese che ci ospita da decenni riveda la propria posizione e non si faccia usare come alibi, per negare alle ns. collettività dei servizi consolari, costringendo i connazionali a lunghi e costosi viaggi per usufruire dei loro diritti.  Speriamo di cuore - conclude la nota del tim Germania -  che la Germania non ci faccia sentire “stranieri” in un paese che abbiamo, fino ad oggi, considerato  la nostra seconda patria. (Inform 24)

 

 

 

No della maggioranza a Controesodo. Laura Garavini (PD): “Uno schiaffo ai talenti italiani all’estero”

 

“Una brutta sorpresa per tanti capaci lavoratori italiani oltreconfine che vorrebbero rientrare nel nostro Paese”. La deputata PD Laura Garavini ha definito così la notizia del parere contrario della Commissione Esteri e della critica avanzata dal Sottosegretario Alfredo Mantica sulla proposta di legge “Incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia” che lunedì approderà all’esame dell’aula di Montecitorio. “Il No a un provvedimento che può dare un grande contributo allo sviluppo dell’Italia attraverso il sostegno ai talenti italiani all’estero che intendono rientrare, mi lascia perplessa”, ha aggiunto la parlamentare eletta nella circoscrizione estero.

 

Il progetto Controesodo intende utilizzare la leva fiscale per incentivare i cittadini comunitari under 40, con residenza all’estero da almeno due anni, a tornare in Italia per intraprendere un’attività d’impresa o di lavoro autonomo o per essere assunti come dipendenti.

 

“Pare assurdo che proprio la Commissione Esteri faccia valere riserve su questo testo che rappresenta una vera chance per l’Italia in termini di internazionalizzazione e competitività, soprattutto quando dalle Commissioni Finanze e Bilancio sono arrivati pareri positivi unanimi”, ha detto la Garavini. “C’è da augurarsi che il parere contrario espresso dalla Commissione Affari Esteri non ostacoli l’approvazione della nostra proposta”. De.it.press

 

 

 

 

Volkswagen verso l'acquisto di Giugiaro. Con un occhio ad Alfa Romeo e all'auto elettrica

 

Il settore dell’automobile sta per vivere un momento di eccitazione, se si riveleranno vere le voci circolate ieri - rilanciate da Automotive News - secondo le quali il gruppo Volkswagen starebbe per acquisire la quota di maggioranza della Italdesign di Giorgetto e Fabrizio Giugiaro, una delle più celebri aziende di design, con una forte presenza nell’automotive. L’indiscrezione troverebbe conferma in fonti interne alle due aziende, ma non in forma ufficiale.

 

Il gruppo tedesco - già primo produttore mondiale di automobili e che punta a vendere ben 10 milioni di auto all’anno entro il 2018 - starebbe per entrare in modo pesante nel cuore pulsante dell’Italian Style, dopo l’acquisizione di Bugatti e Lamborghini di qualche anno fa. E soprattutto, dopo aver “strappato” Luca de Meo alla Fiat, affidandogli il marketing del gruppo, dopo gli eccelsi risultati ottenuti a Torino in un momento di crisi. De Meo, l’inventore della nuova 500 e padre dell’impegno sportivo del gruppo Fiat nei rally con il brand Abarth, ha già inoculato un nuovo spirito in Volkswagen, coniugando spirito sportivo, comfort e gusto per la sfida, migliorandone la comunicazione.

 

In Volkswagen opera da tempo Walter de Silva, disegnatore di molte recenti Alfa Romeo, strappato a Torino per rilanciare il design delle vetture tedesche. Nelle due stelle - de Silva e de Meo - si troverebbe la connessione con il vero scopo del gruppo di Wolfsburg, che mirerebbe ad acquistare l’Alfa Romeo, per ridisegnare le strategie commerciali, affidando allo storico marchio italiano la competizione con Bmw nelle sportive medie e ad Audi la concorrenza con Mercedes nell’alta gamma. A tal proposito, Sergio Marchionne - ad di Fiat - ha più volte smentito di voler mettere in vendita il centenario marchio di Arese, soprattutto perché ad esso è affidato un importante capitolo nel rilancio del gruppo, in special mondo sul mercato americano in collaborazione con Chrysler.

 

Ma un ulteriore motivo avrebbe spinto Volkswagen verso l’acquisto del controllo dell’azienda dei Giugiaro, le prospettive di sviluppo delle automobili elettriche. Giugiaro ha infatti presentato al Salone di Ginevra nello scorso marzo il Progetto Emas (Eco Mobility Advanced Solutions), realizzato per il costruttore malese Proton (che acquisì qualche anno fa i marchi Rover, MG e Lotus Car), basato su una famiglia di vetture spinte da un sistema ibrido-plug in sviluppato dalla Lotus Engineering. Giugiaro ha curato il design e la progettazione del processo di industrializzazione di questa berlina e i risultati già ottenuti mettono l’Italdesign in una posizione privilegiata nella grande corsa alle motorizzazioni alternative, proprio per la capacità di progettare l’intero ciclo produttivo che le riguarda.

 

Dalle parti di Wolfsburg sanno come far funzionare le cose e prima di procedere all’acquisto dell’Italdesign si sono assicurati che i Giugiaro - Giorgetto e il figlio Fabrizio - rimanessero in azienda con le stesse mansioni attuali di presidente e di capo del design, tutelando così quella continuità aziendale che sarà indispensabile per i futuri successi.

 

Fondata nel 1968, la Italdesign ha quasi mille dipendenti e nel 2008 ha avuto un fatturato di 136 milioni di euro, con un incremento del 6,8% rispetto all’esercizio precedente. Per Giorgetto Giugiaro sarebbe un ritorno in grande stile alla Volkswagen, per cui disegnò la prima Golf, nel 1974, ma anche collaborò alla realizzazione della prima serie di Audi 80, della Passat e della Scirocco. Più di recente, ha contribuito al restyling di diversi modelli del brand spagnolo Seat.

 

L’ingresso di Giugiaro nel gruppo Volkswagen si prefigura dunque come un attacco commerciale in grande stile, nello scenario di grande mobilità che caratterizza attualmente l’automotive. VW ha realizzato un incremento di vendite del 21% nei primi quattro mesi del 2010, con un risultato straordinario di +53% nel mercato cinese, già oggi il primo mercato mondiale. Colpisce che all’interno del gruppo, Skoda abbia realizzato un incremento del 18,6% e Seat del 10,7%.

 

Sembra che recentemente Sergio Marchionne abbia dichiarato «non venderò mai l'Alfa Romeo», ma la Casa del Biscione non ha mai trovato veramente il ruolo che le compete nel gruppo Fiat e ha patito una mirafiorizzazione che ne ha distrutto lo spirito originario. L’ipotesi di un acquisto dell’Alfa Romeo da parte della Volkswagen è visto da molti come l’unica soluzione capace di ridare lo slancio indispensabile a portare il marchio agli antichi splendori. Vedremo se la “spesa” dei tedeschi in Italia continuerà e se l’Italian Style sarà promosso dai tedeschi, un dato apparentemente paradossale nell’Europa del XXI Secolo. SicInf 20

 

 

 

 

A 40 anni dal voto sull’iniziativa contro l’inforestieramento: giornata di Riflessione a Basilea

 

Il 7 giugno 1970 il popolo svizzero venne chiamato alle urne per esprimersi sull’iniziativa popolare contro l’inforestieramento, detta “Iniziativa Schwarzenbach” dal nome del suo promotore, il Consigliere Nazionale di estrema destra James Schwarzenbach. Se accettata, l'iniziativa avrebbe limitato il numero di lavoratori stranieri in ogni Cantone al 10% della popolazione residente, tranne nel Canton Ginevra per il quale il limite previsto era del 25%. L’approvazione dell’iniziativa avrebbe comportato l’espulsione di 300’000 cittadini stranieri nell’arco di soli quattro anni. In quegli anni la comunità italiana costituiva il 54% della popolazione straniera residente in Svizzera e sarebbe stata particolarmente colpita da tale misura. Dopo una campagna elettorale accesa e un duro dibattito tra le parti, la popolazione svizzera respinse l’iniziativa con il 54% di voti contrari. In otto Cantoni o semicantoni si registrò tuttavia una maggioranza favorevole all’iniziativa. Molti stranieri ricordano la preoccupazione e la sofferenza di quei giorni e il sollievo provato alla comunicazione dei risultati.

Le organizzazioni e associazioni promotrici della giornata, da sempre impegnate nella tutela della collettività italiana in Svizzera, con questa iniziativa intendono perseguire i seguenti scopi:

- Ricordare ai giovani, essenzialmente italiani della seconda e terza generazione, i sacrifici sofferti dai loro genitori e nonni: “Per comprendere il presente bisogna conoscere il passato!”

- Sottolineare l’impegno civile e sociale e il coraggio di tutti coloro i quali, svizzeri e italiani, combatterono contro questa iniziativa disumana

- Ripercorrere e analizzare la politica migratoria svizzera di questi ultimi 40 anni e comprendere il passaggio da una politica della regolamentazione degli stranieri all’odierna politica di integrazione

- Riflettere su quanto è stato raggiunto e su quanto ancora rimane da fare.

- Comprendere quale è stato il ruolo della collettività italiana allora e quale possa e debba essere il suo ruolo oggi.

Tutte le persone interessate alla tematica sono invitate a partecipare e a contribuire al dibattito con la loro testimonianza. La giornata di riflessione si terrà nell’aula magna dell’Università di Basilea sabato 5 giugno 2010.

ASRI Basilea, CLI Basilea, UNITRE Basilea, Fondazione FOPRAS

 

 

 

 

"La crisi cancella 10 anni di crescita". Barroso: lotta all'evasione e tagli alle spese

 

FIRENZE - La crisi ha spazzato via dieci anni di crescita. Il presidente della Commissione Europea Barroso punta il dito contro gli sprechi e l’eccessiva evasione fiscale, chiede misure per difendere la moneta unica dall’attacco degli speculatori e rivendica un ruolo importante per la Ue, che non deve essere attaccata dai governi degli Stati membri.

 

«La crisi economica e finanziaria ha spazzato via 10 anni di crescita e di progressi, e non è ancora passata. La situazione in Grecia e gli attacchi alla stabilità lo dimostrano», dice Barroso concludendo i lavori della Biennale di Firenze sul tema della “L’educazione per combattere l’esclusione sociale”, organizzata dal Comitato economico sociale europeo. «L’Europa –prosegue Barroso- ha approvato un’azione coordinata per sostenere gli stati membri. Non è stato facile, ma gli Stati si sono messi d’accordo». Il presidente della Commissione europea spiega che «le sfide finanziarie sono di una portata immensa, senza precedenti. È la prima volta che ci troviamo di fronte ad attacchi rivolti al debito sovrano di una zona monetaria integrata. Non ci può essere unione monetaria senza un’unione economica. I mercati lo hanno capito, spero lo capiscano anche i politici».

 

Il problema degli Stati, dice Barroso, è legato ai mancati introiti e alla spesa fuori controllo. «In alcuni paesi ci sono problemi enormi di evasione fiscale- è il ragionamento-. Vedo che negli stessi stati membri si riconosce che ci sono spese non necessarie -ha argomentato Barroso-. Bisogna concentrarsi su spese che creano valore aggiunto, crescita e inclusione sociale, e che non penalizzino poveri e fasce più deboli. Per quanto riguarda le entrate serve un ulteriore cultura del rigore. Ci sono le spese che non corrispondono agli obiettivi originari. Le spese inutili vanno tagliate per migliorare la nostra economia sociale di mercato». LS 22

 

 

 

 

Usa: ''Intercettazioni essenziali''

 

Roma, - "Le intercettazioni sono strumenti essenziali per le indagini". Lo ha dichiarato il sottosegretario al Dipartimento di Giustizia degli Usa con delega alla criminalità organizzata internazionale, Lanny A. Breuer, nel corso di un incontro con la stampa presso l'ambasciata degli Stati Uniti a Roma. "La legislazione italiana così come è stata finora è stata molto efficace nella lotta alla criminalità organizzata" ha detto Breuer.

"Non vogliamo che succeda qualcosa che impedisca ai magistrati italiani di continuare l'ottimo lavoro svolto finora", ha aggiunto Breuer, che parteciperà il 23 maggio alla cerimonia di commemorazione del giudice Giovanni Falcone a Palermo. "Finora il rapporto di cooperazione tra Italia e Stati Uniti nella lotta al crimine organizzato è stato ottimo", ha proseguito, osservando come l'Italia disponga di ottimi magistrati e investigatori e rappresenti un esempio positivo di lotta alla criminalità organizzata.

"In un mondo dove il crimine non conosce limiti, un'efficace collaborazione tra le forze dell'ordine è essenziale per sventare e perseguire la criminalità organizzata - ha sottolineato Breuer - Così come il crimine organizzato è sempre più sofisticato, anche gli strumenti di indagine devono essere sempre più sofisticati".

Più tardi, tramite una nota, è arrivata una precisazione dagli Stati Uniti. "Alla domanda di commentare la legislazione attualmente in esame al Parlamento italiano in materia di intercettazioni - sottolinea la nota - Breuer ha precisato: 'Non spetta a me entrare nel merito di decisioni politiche o giudiziarie riguardanti l'Italia'". Nel comunicato si afferma che il politico Usa ha rifiutato di commentare la legislazione in discussione: "Non conosco i provvedimenti legislativi in discussione''.

Da parte sua il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha voluto sottolineare la ''piena intesa'' con gli Stati Uniti. ''Lo stato della collaborazione giudiziaria tra le forze dell'ordine italiane e statunitensi nella lotta alla criminalità organizzata è eccellente - ha detto il Guardasigilli - le relazioni sono fruttuose, intense e improntate alla massima amicizia e collaborazione''.

Intanto un "no comment'' sul ddl intercettazioni è arrivato dalla Commissione europea, ''sino a quando l'iter legislativo non sarà concluso e il testo finale della legge approvato". Questa la risposta di un portavoce dell'esecutivo europeo a una domanda sul provvedimento in discussione in Parlamento. "Finora non abbiamo ufficialmente ricevuto nessun testo definitivo né nessuna protesta: sino a che l'iter legislativo è in corso si tratta di una questione che resta a livello nazionale", ha affermato uno dei portavoce della Commissione. (Adnkronos 21)

 

 

 

 

Letta: «Sacrifici duri, spero provvisori». Napolitano: «Equità e misure condivise»

 

Il Capo dello Stato: «Siano prese decisioni responsabili». Bonaiuti: «Nessun condono edilizio e niente nuove tasse» la manovra economica - slitta a martedì l'incontro con le parti sociali

 

MILANO - «È arrivato il momento dei sacrifici». Lo dice prima Paolo Bonaiuti, chiedendo «un segnale equo» a «chi guadagna di più». Lo ribadisce poi Gianni Letta: «Nella manovra ci sono sacrifici molto pesanti, molto duri, speriamo provvisori». E lo ripete infine anche Giorgio Napolitano: «I sacrifici siano distribuiti con equità tra i cittadini». Il governo è al lavoro per mettere a punto gli ultimi dettagli della manovra economica correttiva per il prossimo biennio: un pacchetto di misure pari all'1,6% del Pil che dovrebbero riportare il deficit sotto il 3% del Pil dal 5,3% dello scorso anno e rassicurare i mercati finanziari, preoccupati da un possibile allargamento della crisi della Grecia, sulla solidità dei conti pubblici italiani. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, del resto, chiede all'Italia di «mantenere la disciplina fiscale, ridurre il peso del debito pubblico e aumentare il tasso di crescita nel lungo periodo». Servono tagli e risparmi, insomma. La tabella di marcia prevede che il Consiglio dei ministri si riunisca martedì alle 18 per il via libera al pacchetto, dopo l'incontro con gli enti locali e le parti sociali.

 

BONAIUTI - «La manovra sarà di 24 miliardi - annuncia il portavoce della presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti. - Ieri sono stato dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti. È stata una giornata di lavoro intenso». Qualche dettaglio? Bonaiuti, intervenendo a "La telefonata" di Maurizio Belpietro in onda su Canale 5, chiarisce che non ci sarà nessun condono edilizio («casomai si tratta di mettere a catasto quelle due milioni di unità immobiliari») e che sono escluse nuove tasse («Nessuno metterà le mani in tasca ai cittadini»).

 

LETTA - Sull'argomento interviene anche Gianni Letta. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio conferma che la manovra conterrà «una serie di sacrifici molto pesanti, molto duri che siamo costretti a prendere, spero in maniera provvisoria, con una temporaneità anche già definita, per salvare il nostro Paese dal rischio Grecia. Capiamolo così e ci capiamo tutti». Letta parla di «una manovra straordinaria che chiamiamo 'Provvedimenti urgenti per la stabilità finanziaria e per la competitività economica' che ci è imposta dall'Europa così come per gli altri Paesi, dalla Spagna al Portogallo, dalla Francia alla Gran Bretagna, alla Germania, che stanno prendendo provvedimenti, nel disperato, ma spero vittorioso tentativo, di scongiurare una crisi epocale e di salvare l'Euro».

 

NAPOLITANO - Dagli Stati Uniti interviene anche Giorgio Napolitano: il presidente della Repubblica afferma che per affrontare la grave crisi che ha colpito l'euro «in tutta Europa occorre ridurre il debito pubblico, occorrono sacrifici distribuiti con equità tra i cittadini». «Bisogna mettere nel conto anche le proteste, che fanno parte della democrazia - prosegue Napolitano. - Quel che è importante è che le decisioni siano prese responsabilmente dalla maggioranza ed io spero siano condivise dalle forze di opposizione in Parlamento, nel comune interesse».

PD E IDV - L'opposizione attende di conoscere i dettagli della manovra, anche se si levano già voci critiche. «Basta con i balletti sulle cifre, Berlusconi dica la verità ai cittadini sulla portata della manovra, sulla situazione dei conti pubblici e dell'economia italiana», attacca Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera. «Per il bene del paese - dichiara invece il capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano - è necessario che la manovra finanziaria contenga un elevato tasso di equità sociale. Una manovra classicamente concentrata su redditi da lavoro, pensioni e stato sociale per le famiglie - aggiunge Damiano - significherebbe l'adozione di quelle ricette neo liberiste che ci hanno portati nell'attuale situazione di crisi. Sarebbe paradossale e incomprensibile per la maggioranza dei cittadini».

CdS 24

 

 

 

Silvio-Giulio, le due Italie

 

La manovra correttiva sui conti pubblici che dovrebbe essere varata la prossima settimana rischia di rendere più difficile la coesistenza nel governo di due linee diverse. Al di là delle ambizioni personali e delle necessità politiche contingenti, la crisi economico-finanziaria, con i timori di rinnovati attacchi speculativi contro le nazioni più deboli dell’area euro, ha acuito le distanze tra i sostenitori di esigenze contrapposte. Sia pure con una buona dose di semplificazione, si potrebbe dire che il primo gruppo ha trovato nella coppia Tremonti-Bossi i suoi paladini. Il secondo, ha scoperto nello stesso Berlusconi un inaspettato rappresentante, visto il minor peso politico, tra i ministri, dei suoi sostenitori. I due partiti troveranno certamente una mediazione nel piano dei sacrifici che presto saranno decisi. Ma la diversità, geografica e sociale, degli interessi che tutelano costituisce la vera insidia per il futuro cammino del governo in questa legislatura.

 

Il ministro dell’Economia, con il pieno appoggio della Lega, è preoccupato dal debito sul bilancio statale e dalle conseguenze di un possibile allargamento del differenziale degli interessi tra i nostri titoli di Stato e i bund tedeschi. Vuole lanciare alla speculazione un segnale forte, in linea con quello che i partner europei hanno fatto o stanno per fare. Guarda soprattutto alla difesa dei ceti popolari del Nord, i più a rischio se si dovesse imboccare una soluzione inflativa alla crisi. Ma c’è un’incognita che consiglia ulteriore prudenza a Tremonti, quella della prossima attuazione del federalismo fiscale. E’ vero che, in teoria, questa profonda trasformazione della struttura del nostro Stato dovrebbe essere compiuta a costo zero e, anzi, procurare all’erario, nel tempo, un risparmio. Ma il riserbo con il quale il ministro si è espresso, a proposito dei risultati contabili dell’operazione, è significativo.

 

La storia patria, quella recente ma anche quella più antica, ci ha insegnato che la tradizione italiana non assicura, con la moltiplicazione dei centri di spesa, un controllo tale da evitare sforamenti di budget. Tali «buchi» di bilancio dovrebbero venire ripianati in sede locale, con maggiori tasse sui cittadini o con riduzioni di servizi. E’ credibile che si trovino governanti regionali così eroici da sacrificare il loro consenso elettorale, con un harakiri politico sulla pubblica piazza? Altre sono le preoccupazioni prevalenti nel secondo «partito» all’interno del governo e che, da qualche tempo, trovano sempre più ascolto nello stesso Berlusconi. Il presidente del Consiglio, anche alla luce del recente voto regionale, sa che il baricentro del suo consenso elettorale si è notevolmente abbassato verso il Centro-Sud. Comprende che il peso maggiore dei tagli in gestazione ricadranno sui quattro milioni di dipendenti pubblici e pensionati a reddito medio.

 

Come al solito, non ci sono novità. Visto che la cifra dei risparmi sui conti pubblici è notevole, non si può pensare che ci si possa limitare alle operazioni propagandistiche sugli stipendi dei politici o sui redditi di quei pochissimi ricchi che compaiono nelle dichiarazioni del fisco. La mannaia cadrà su quel ceto medio dipendente costretto a pagare le tasse che, dall’introduzione dell’euro in poi, ha subìto una costante e drammatica perdita di potere d’acquisto. Berlusconi aveva promesso a questi elettori una riduzione di imposte che la crisi internazionale non permette, ma non può certo consegnare questa fetta di italiani, concentrata soprattutto nel Centro-Sud e legata alla spesa pubblica, quella statale ma anche quella regionale e comunale, alla concorrenza di quella parte del Pdl legata a Fini. Anche il premier teme, inoltre, che l’applicazione del federalismo fiscale venga visto, nelle regioni centro-meridionali, più come una iattura che come una fortuna.

 

Tutte ragioni che lo inducono a non restare insensibile alle tante «grida di dolore» che arrivano, di questi tempi, direttamente a Palazzo Grazioli. Sintomatico di questo atteggiamento berlusconiano è, ad esempio, il prolungarsi del suo interim per il dicastero che era diretto da Scajola. Berlusconi cerca una scelta forte in quel posto, un uomo o una donna che sappia sostenere con vigore e autorevolezza, persino davanti allo stesso Tremonti, le ragioni dello sviluppo e la tutela di alcune esigenze di spesa. Nel frattempo, è costretto a rinunciare al ruolo che più gli piace, quello del mediatore, per bilanciare l’influenza del ministro dell’Economia e quella della Lega. Due linee di politica economica, due blocchi sociali e geografici diversi, due riferimenti politici alternativi. E se in Italia la secessione, di fatto, ci sia già stata, magari all’insaputa di Bossi? LUIGI LA SPINA LS 22

 

 

 

Operazione verità. Manovra, il coraggio di essere impopolari

 

UNA manovra correttiva è sempre un esercizio difficile. Lo è ancora di più quando si è incessantemente ripetuto che non vi è niente da correggere. Comunque, visto che le correzioni sono necessarie, è bene farle in fretta, in modo da renderci più tranquillamente a riparo dalle tempeste che in questi giorni impazzano in Europa.

La fretta non può tuttavia esimerci dal tenere conto di alcuni principi fondamentali che riguardano le conseguenze della manovra stessa sulle condizioni di vita degli italiani, anche perché si parla di almeno 27 miliardi di euro, una somma cospicua, riguardo alla quale non è certo indifferente vedere dove questi soldi vengono presi.

Partiamo dalla constatazione che in quasi tutti i paesi sviluppati il lavoro ha perso progressivamente terreno nella distribuzione del reddito ma che in Italia questa perdita è stata superiore a quella degli altri. Negli ultimi quindici anni la quota di Pil che va a remunerare il fattore lavoro ( pensioni comprese) è calata di otto punti percentuali. Essa è passata dal 77 al 69% : un calo enorme che, in cifra assoluta,si colloca intorno ai 130 miliardi di euro.

Questo calo ci ha portato in linea con gli altri Paesi avanzati ma con una grande differenza di fondo. La differenza sta nel fatto che, di fronte a una quota di Pil del 69%, il lavoro contribuisce all’insieme dell’entrate tributarie per oltre l’80%. Possiamo perciò ragionevolmente stimare che in Italia il lavoro paghi quasi 50 miliardi di tasse in più rispetto alla quota di reddito percepita. Si tratta di una redistribuzione rovesciata rispetto a paesi come la Francia e la Germania che, attraverso lo strumento fiscale, trasferiscono risorse nette al lavoro. Il tutto, naturalmente, senza tenere conto dell’evasione che, in via prudenziale, è stimata intorno ai 100 miliardi e che è generata dal lavoro per una quota nettamente inferiore al 69%. Anche in conseguenza dell’evasione la quota del lavoro si vede perciò sottrarre ulteriori margini di reddito.

È chiaro che non è compito della così detta manovra aggiuntiva sanare questi squilibri, che sono anche la conseguenza della globalizzazione e di nuovi rapporti di forza nell’ambito internazionale. Penso tuttavia che il ministro dell’Economia, invece di rincorrere disperatamente tanti diversi addendi per arrivare all’agognata somma di 27 miliardi, farebbe bene a meditare su queste peculiarità e, sensatamente, a considerare l’opportunità di utilizzare questa contingenza per iniziare a restringere una divaricazione ormai insostenibile. Capisco che questo non è un obiettivo facile, soprattutto in un momento storico in cui il lavoro dipendente, pubblico o privato che sia, viene considerato come qualcosa di incidentale, da cui la storia si sta allontanando.

Dobbiamo inoltre convenire che molte regole del lavoro debbono essere cambiate in modo da rendere i lavoratori stessi più responsabili e più produttivi, ma questo non può avvenire attraverso un processo di marginalizzazione anche economica del lavoro stesso. E dobbiamo pure convenire che i lavoratori privilegiati e protetti debbono dare un doveroso contributo per farci uscire dalle difficoltà in cui siamo, ma non possiamo illuderci che il necessario sacrificio di ventimila pubblici dipendenti possa essere decisivo per il risanamento delle finanze pubbliche. L’esempio è importante in una società democratica ed è quindi giusto che anche la classe politica dia il suo contributo, come in analoghe circostanze avevo deciso diminuendo, rapidamente ed in silenzio, le remunerazioni dei ministri di ben il 30%. Questi passi nobili e necessari hanno effetti quantitativi assai scarsi di fronte ai grandi mutamenti a cui stiamo assistendo e di fronte alle necessità del Paese.

Non avendo oggi alcuna possibilità di sapere come questi 27 miliardi saranno raccolti ed avendo ragionati dubbi che la quasi totalità di essi possa venire da generici risparmi della spesa, mi sembra opportuno che il ministro dell’Economia si ponga almeno l’obiettivo di non squilibrare ulteriormente la distribuzione del reddito. Non è certo un compito facile soprattutto quando si è abolita l’Ici anche per le categorie di reddito più elevate e quando ogni suggerimento di usare le imposte a scopo almeno parzialmente redistributivo viene ritenuto un modo illegittimo di mettere le mani in tasca agli italiani. D’altra parte il mestiere del ministro dell’Economia non è mai stato un mestiere popolare. Tuttavia i peggiori ministri sono sempre stati quelli che hanno cercato la popolarità ad ogni costo. ROMANO PRODI IM 23

 

 

 

Manovra e risparmi. La casta e le sforbiciatine

 

L’idea di stampare in arabo, nel 2002, una sorta di guida della Camera con tanto di copertina verde islamica sarà stata forse una botta di genio. Ma Dio sa quanto sarebbe utile una traduzione dei bilanci della politica italiana in italiano. Questa sarebbe, la vera svolta epocale. Intendiamoci, sarebbe insensato non apprezzare il taglio alle buste paga dei parlamentari e dei ministri. Tanto più dopo che Tremonti ha detto che sarà assai più netto della sforbiciatina proposta da Calderoli, quel 5% di limatura alle indennità che, mettendo al riparo la polpa delle diarie, dei rimborsi e delle prebende varie, era stato bollato anche dai giornali non ostili al governo come una «elemosina».

In un libro appena edito dalla Bocconi, «Classe dirigente - L’intreccio tra business e politica», Antonio Merlo della Pennsylvania University ha confrontato la retribuzione dei parlamentari italiani e americani. Scoprendo che durante la Prima Repubblica i nostri «risultano sottopagati rispetto ai loro colleghi» ma dal ’94 capita il contrario grazie a un aumento dal 1948 al 2006 del 9,9% l’anno. Performance strepitosa. Non accompagnata, però, da un parallelo impegno sui banchi. Ieri mattina, a «Radio24», il senatore leghista Sandro Mazzatorta ha spiegato che occorre «sfatare alcuni luoghi comuni. Si è parlato di un parlamento che lavora poco. Noi saremo un’eccezione ma arriviamo il lunedì sera e al giovedì sera siamo ancora qua». Giudichino i lettori. Dicono: ma ci sono commissioni, missioni, mille altre attività... Anche in America.

Ma il senato Usa si riunisce in assemblea 180 giorni l’anno. Il nostro, nel 2009, 114. Mai (mai) di lunedì, due volte (due!) di venerdì. Toccando in aprile il record: 7 ore d’aula. Quanto alle presenze, da decenni il tasso d’assenteismo medio d’un senatore yankee è del 3,1%, dei nostri il decuplo. Insomma, un taglio alla busta paga dei parlamentari e dei grandi manager «prima » che il governo tocchi gli stipendi e le pensioni degli italiani non è solo opportuno: è obbligatorio. Su un punto, però, quanti strillano contro «le sparate demagogiche » hanno ragione: non sarà quel taglio, per quanto sensibile, a risanare le casse. È doveroso, non risolutivo. È sul costo della politica e del suo indotto che si gioca la partita vera.

È normale, in questi tempi di vacche magre, che la Camera continui a costare un miliardo? Che il Senato abbia 11 palazzi più magazzini per un totale di 9 ettari e abbia assunto 35 nuovi commessi per rimpiazzare colleghi andati in pensione poco più che cinquantenni 15 anni dopo la riforma Dini? Che un presidente regionale guadagni fino a 175 mila euro netti contro una media dei governatori Usa di 88.523 lordi? Che i partiti ricevano fino a 300 milioni di rimborsi elettorali l’anno anche negli anni senza elezioni? Che si rastrellino voti distribuendo posti e consulenze e appalti messi in carico alla collettività? Che i costi dei voli blu siano segreti oggi inespugnabili?

Per questo, mentre Cameron a Londra insiste per rinunciare perfino alla scorta, la trasparenza «vera » dei bilanci, che spesso sembrano studiati per nascondere invece che spiegare ai cittadini come vengono spesi i soldi, sarebbe il segnale giusto... Ricorda ironico Tito Boeri che nel film «La classe dirigente» Peter O’Toole solleva un tavolo con la sola forza del pensiero e «non ci aspettiamo certo miracoli del genere». La trasparenza sì, però, ce l’aspettiamo. La trasparenza sì.

Gian Antonio Stella CdS 21

 

 

 

Ritorno alla guerra

 

Per capire - a parte l’intreccio di parole - le manovre attorno alla manovra del governo, non bastano né la gelosia tra Berlusconi e Tremonti, il ministro più esposto davanti all’Europa alle prese con la crisi dell’euro, né la sorda contrapposizione tra un fronte cosiddetto rigorista e uno considerato accomodatore.

 

L’una e l’altra esistono da sempre all’interno del centrodestra, con confini incerti e continuamente cangianti.

 

Purtroppo la questione è più seria. Nel giro di poche settimane, sull’onda dell’affondamento della Grecia e del naufragio annunciato di Spagna e Portogallo, l’Italia s’è trovata candidata a entrare a sorpresa nella lista dei reprobi dell’Unione. Diversamente dalla volta scorsa, quando la crisi finanziaria colpì in pieno le banche dell’America, e in Europa quelle di Paesi considerati solidissimi come Germania e Inghilterra, o Austria e Belgio, ma non dell’Italia, stavolta il nostro è tra quelli che destano più preoccupazioni, a motivo della crescita insopportabile del debito pubblico, ormai sui mille e ottocento miliardi, i cui interessi ci costringono a collocare sui mercati internazionali almeno un miliardo di euro al giorno di titoli di Stato. Che succederebbe se da un giorno all’altro, come appunto è accaduto in Grecia e rischia di accadere in Spagna, i nostri titoli non venissero più considerati degni di fede?

 

Di qui la necessità, alla quale Tremonti s’è applicato impegnandosi davanti ai partners europei, di aggredire il debito italiano più drasticamente di quanto era stato fatto. Molto di più, dal momento che, è inutile nasconderlo, finora era stato fatto poco. E poiché il debito è generato dall’eccessiva spesa pubblica, causata a sua volta dal costo della macchina statale, cioè dei pubblici dipendenti, e di un sistema assistenziale, si tratti di sanità o pensioni, troppo costoso per come è ridotta l’Italia, sono questi i capitoli di bilancio da aggredire.

 

Che si discuta, prima di decidere come aggredirli, è normale. Specie se l’ordine dei valori supera di gran lunga quello di un normale aggiustamento primaverile dei conti, si avvia, con i 28 miliardi della manovra, a somigliare a una seconda finanziaria, e si presenta come il primo, ahinoi!, di una serie di passi simili o più gravosi che dovremo fare ogni anno, per un bel po’ di anni, per cercare di riportare i conti italiani nei confini dei rigidi parametri del sistema dell’euro. Così come non c'è niente di strano che Tremonti si trovi a fronteggiare le resistenze dei suoi colleghi di governo, e Berlusconi intervenga per mediare tra i suoi ministri.

 

Quel che invece non era prevedibile, e invece è accaduto (anche se non s’è materialmente realizzato), è che un frangente così delicato, che riguarda la possibilità stessa dell’Italia di restare agganciata all’Europa, si trasformasse in un’occasione per tentare di mandare a gambe per aria Berlusconi. La coincidenza non poteva apparire più strana: il leader del centrodestra era appena uscito vincitore dalla tornata nazionale delle elezioni regionali, in cui molti prima del voto lo davano per sconfitto. La crisi greca è esplosa a cavallo dei risultati, e subito s’è cominciato a sentir parlare della necessità di un governo di emergenza, che archiviando finalmente la confusa esperienza berlusconiana, si preparasse ad affrontare la tempesta.

 

Basta solo rileggere i giornali di queste settimane. Per primo ne ha parlato Casini, offrendo la disponibilità del suo partito, fin qui contrario a tornare alleato del Cavaliere, a farsi carico delle criticità del momento. Poi qualcosa s’è mosso anche dentro il Pd, con il leader della minoranza interna Franceschini che ha prefigurato un appoggio del suo partito a un nuovo governo, non guidato da Berlusconi, ma in grado di evitare la frana. Appoggio, va riconosciuto, subito negato dal segretario Bersani.

 

Nei disegni di chi manovrava per questo governo, candidato a guidarlo ovviamente era Tremonti. Mentre il ministro dell’Economia si dava da fare a Bruxelles per puntellare la credibilità italiana, si sono fatte molto speculazioni sul suo nome. C’è stato perfino chi ha tentato di far arrivare al Quirinale la voce che Tremonti era pronto a farsi avanti, e aspettava solo la chiamata. Naturalmente, com’è apparso subito chiaro a tutti, un piano del genere era appeso per aria.

 

Tremonti per primo si sarebbe sottratto a uno sbocco siffatto, che non avrebbe avuto del resto né l'appoggio di Berlusconi, né quello della Lega. Nel giro degli ultimi due giorni, anche le opposizioni hanno dovuto fare i conti con la realtà. Casini restando ancorato a un atteggiamento di responsabilità verso la manovra, che se non servirà a migliorare i rapporti con il centrodestra, almeno lo distinguerà dalla solita strategia piazzaiola a cui si prepara il centrosinistra. Bersani riunificando il Pd sull’attacco al governo, spinto fino agli insulti personali contro la Gelmini.

 

L’incontro di stasera a Palazzo Chigi con le parti sociali, per presentare le linee generali della manovra, di conseguenza si annuncia freddo com’erano ai vecchi tempi le convocazioni degli ambasciatori per scambiarsi le dichiarazioni di guerra. Se Berlusconi, assumendo la titolarità della manovra, sperava in una particolare attenzione, data la gravità del momento, anche dei suoi avversari, dovrà proprio ricredersi. Pd e Cgil, che contro Tremonti forse non avrebbero sparato a palle incatenate, si preparano a fare una guerra, a cui paradossalmente la discesa in campo in prima persona del Cavaliere ha offerto un bersaglio rassicurante, oltre che mobilitante. Così l’Italia sotto gli occhi dell’Europa rischia di perdere un’altra occasione per fare sul serio.  MARCELLO SORGI  LS 24

 

 

 

Il Paese e la crisi. La politica trovi la forza della verità

 

La crisi economica di proporzioni e soprattutto di modalità sin qui mai sperimentate dopo il 1945 sta rimettendo in discussione il modo di fare politica che era proprio di questa fase storica, cioè poi di tutte le forze politiche, a prescindere dai loro orientamenti ideologici. Quando oggi Tremonti avverte, più o meno in maniera criptica, che si dovrà fare una manovra seria (lasciamo perdere il termine “pesante” che è già di per sé un giudizio ideologico), la politica insorge, anch’essa in maniera più o meno diretta, per dissociarsi o almeno per prendere le distanze da un linguaggio che le è sostanzialmente estraneo.

Certo ci possono essere modi diversi per questo comportamento, si può buttarla sull’ottimismo della volontà (cioè sperare che si risolva tutto con la fiducia o nel nostro “stellone” nazionale o nelle presunte infinite potenzialità della mano pubblica), oppure ci si può abbandonare al pessimismo storico-universale (la colpa non è nostra, ma del solito “diavolo”, chiamiamolo globalizzazione o in altro modo). In tutti i casi ciò che si vuol evitare è di porre il Paese di fronte ad un gigantesco esame di coscienza: siamo in questa situazione certo perché ci sono circostanze sfavorevoli, ma arriviamo nelle condizioni attuali non troppo brillanti perché in parte abbiamo fatto le “cicale” negli anni buoni e perché in parte abbiamo rifiutato troppo a lungo di rivedere i nostri modelli di gestione dell’economia e degli equilibri sociali.

La crisi obbligherà tutto l’Occidente sviluppato, e non solo l’Italia, a fare i conti con una cultura che esprimeva un contesto che ormai appare sempre più chiaramente quello “di altri tempi”. Naturalmente noi presentiamo le nostre peculiarità, perché per esempio le difficoltà che abbiamo a pensare un fisco moderno sono una caratteristica purtroppo nostrana, oppure perché i nostri squilibri regionali sono stati peggiorati da politiche clientelari sostenute più o meno da tutti i partiti. Resta però il fatto che condividiamo con l’Europa economicamente prospera il bisogno di ripensare il nostro modo di fare politica, trovando linguaggi e strumenti di costruzione del consenso che non sono più quelli della ormai mitica società dell’opulenza.

La questione fondamentale è, come hanno scritto anche su queste colonne osservatori autorevoli, quella di trovare il modo di operare una risistemazione dell’intervento economico che coniughi politiche non stupidamente depressive delle possibilità di sviluppo nei settori produttivi con politiche di distribuzione dei carichi di sacrificio che tengano conto del dovere dell’equità nella ripartizione dei pesi.

Detta così può sembrare una cosa facile su cui alla fine tutti sono d’accordo. Purtroppo nella realtà le cose non vanno così lisce. Da un lato c’è una resistenza, anche in parte comprensibile, a non rinunciare a tanti privilegi o comunque a posizioni di forza acquisite nel tempo, quando si ha davanti lo spettro di un peggioramento delle condizioni generali, per cui si teme di rinunciare non a qualche “di più”, ma a qualche elemento essenziale per garantirsi di sbarcare il lunario nel futuro che si preannuncia incerto. Dall’altro lato c’è la difficoltà della classe politica di affrontare alla radice il problema delle disuguaglianze e delle distorsioni che si sono accumulate negli anni, perché dietro quasi tutte c’è un patto elettorale, più o meno perverso, con coloro che in queste situazioni ci hanno fatto il nido. E rompere quel patto significa mettere a rischio una quota di voti preziosa, nel timore, per non dire nella certezza, che un minuto dopo qualche forza concorrente si butti a pesce all’opera di acquisire a proprio vantaggio questo malcontento.

Venirne fuori richiede il coraggio delle scelte, ma anche la costruzione di un consenso largo che minimizzi i rischi di cui abbiamo detto e che convinca la maggioranza delle persone che davvero continuiamo ad essere tutti nella stessa barca, per cui, se si affonda, alla fine tutti insieme si finisce in cattive acque.

Ecco allora che la politica deve ritrovare il coraggio di dire la verità, di ragionare a voce alta, lasciando perdere le prediche ad effetto e gli sproloqui che presentano sé stessi come gli angeli e tutti gli altri come i demoni. Se possiamo dirlo sottovoce, qui sta la crisi di un bipolarismo all’italiana che è stato piuttosto peculiare: non due diversi modi di risolvere un problema su cui sostanzialmente si concordava tutti, ma due “mondi” che si contrapponevano, ciascuno coi suoi grandi sacerdoti, i suoi intellettuali di corte, le sue liturgie di scomunica reciproca.

Così non funzionerà più. La gente ha bisogno di essere convinta e, nei limiti del possibile, rassicurata: si deve prendere di petto una crisi che per fortuna non ha ancora aspetti dirompenti, pur essendo molto seria, e ci si deve fidare che lo si farà nel quadro di un solidarismo sociale che è un tratto costituivo della nostra storia nazionale, senza scambiare questo per il cumulo di piccoli privilegi dispersi sulle più varie aree (che è l’aspetto di quel perverso “federalismo”, metà territoriale e metà corporativo, che in modo coperto ha pure connotato la nostra vicenda unitaria).

Il compito è difficile, ma è ciò che richiede una situazione generale ancor più difficile. Invece di spenderci invano per un ottimismo illusorio nei nostri “stelloni” di destra o di sinistra, impegniamoci per l’ottimismo vero: quello che sa che questo Paese ha la forza e le intelligenze per lavorare alla nuova cultura economica e politica necessaria per vincere la sfida dei nostri tempi. PAOLO POMBENI IM 24

 

 

 

 

Mappe. La fretta del regime mediocratico

 

Può sorprendere la determinazione con cui il governo spinge per approvare il disegno di legge sulle intercettazioni  -  in fretta, anzi subito, e con poche modifiche. Senza badare al parere dei magistrati, dell'opposizione, di molti giornalisti. Notoriamente "ostili". Senza curarsi neppure del dissenso espresso da esponenti del governo Usa e dalla maggioranza degli italiani (come emerge da alcuni sondaggi).

 

Questo atteggiamento non si spiega solo con la volontà  -  dichiarata dal ministro Alfano  -  di tutelare la privacy dei cittadini. E di alcuni in particolare: il premier, i ministri e i leader politici. Per evitare che altri scandali rimbalzino sulla stampa. La fretta del governo riflette anche la voglia di saldare le crepe emerse nel modello di democrazia che si è affermato in Italia, da oltre 15 anni. La "democrazia del pubblico" (formula coniata da Bernard Manin, a cui facciamo spesso riferimento). Personalizzata e mediatizzata. Perché tutto è mediatico, nella "scena" politica. I partiti, in primo luogo. Poi: le istituzioni e, ovviamente, il governo. La personalizzazione è un corollario. Perché sui media vanno le persone, con le loro storie, i loro volti, i loro sentimenti. Non i partiti, le grandi organizzazioni, le istituzioni. Che fanno da scenario, ma non possono recitare da protagonisti. È un modello sperimentato altrove, anzitutto negli Usa. Ma in Italia ha assunto una definizione specifica e originale. In tempi rapidissimi. Merito (o colpa) di Silvio Berlusconi. Insieme: imprenditore mediatico dominante, leader  -  anzi, padrone  - del partito dominante e, naturalmente, capo dell'esecutivo. Presidente "reale"  -potremmo dire  -  di una Repubblica non presidenziale, dove il Presidente "legale" agisce da garante e autorità di controllo.

 

La conseguenza più nota di questa tendenza è l'avvento di uno "Stato spettacolo" (titolo di un recente saggio di Anna Tonelli, pubblicato da Bruno Mondadori). Dove lo scambio tra pubblico e privato avviene in modo continuo e pervasivo. Dove il consenso si costruisce sui fatti privati. I cittadini diventano il pubblico di uno spettacolo recitato dagli attori politici che si trasformano in attori veri. È difficile "confinare" il privato, in questo modello. Perché la privacy, per prima, è risorsa usata a fini "pubblici". È la conseguenza inattesa e, in parte, indesiderata del regime mediocratico: le stesse logiche, gli stessi meccanismi che alimentano il consenso possono contribuire a eroderlo. O, addirittura, a farlo collassare.

 

1. In primo luogo, ovviamente, perché il "privato esibito in pubblico" non è "reale". È fiction. Come nel Grande Fratello, dove tutti agiscono "sapendo di essere osservati". (Anche se, con il tempo, se ne dimenticano). Ben diverso è scavare nel "privato reale" attraverso, appunto, le intercettazioni oppure le indagini che entrano nella vita delle persone  -  dei politici  -  a loro insaputa. Quando si sentono "al sicuro". Quando non recitano la "commedia della vita quotidiana". Perché, allora, possono uscire segreti "scomodi". Comportamenti talora illeciti, altre volte semplicemente sgradevoli. Perché rivelano uno stile distante dal "privato esibito in pubblico". È il caso delle conversazioni telefoniche fra il premier e i dirigenti Rai. Dove Berlusconi esprime, senza mezze misure, la "sindrome del padrone" (la formula è di Edmondo Berselli). Preoccupato da comici, predicatori, conduttori, moralisti, giornalisti: tutti quelli che deturpano la sua immagine e la sua narrazione. La sua "storia". È il caso, recente, dello scandalo che ha indotto il ministro Scajola alle dimissioni. Costretto non dall'illecito, ma dall'indignazione. Dalla scoperta di un appartamento davanti al Colosseo pagato da altri. Peraltro, a insaputa del beneficiario e a prezzo stracciato. In tempi di crisi, mentre milioni di italiani pagano il mutuo della loro casa con molta fatica. Il che sottolinea la distanza tra questa stagione di inchieste sulla corruzione e Tangentopoli. Allora, nei primi anni Novanta, la corruzione intrecciava il mondo degli affari e "la" politica. E aveva, come primo (non unico) obiettivo, il mantenimento della (costosa) macchina dei partiti. Oggi, invece, lega il mondo degli affari e "i" politici. Intorno a vicende, talora, grandi e dolorose (come il terremoto). Altre volte, invece, piccole e mediocri. (Come quelle suggerite dalla "lista Anemone"). Ma, proprio per questo, altrettanto  -  e forse più  -  intollerabili, nella percezione e nel senso comune.

 

2. L'altra tendenza indesiderata di questo regime mediocratico, soprattutto per chi lo guida, riguarda la "svalutazione del potere" e di chi lo esercita. Rendere pubblico il privato "vero", senza finzioni: manifesta il volto mediocre della politica e di chi governa. Il confine tra i rappresentanti e i rappresentati, tra i leader e i cittadini: scompare. Anzi, i leader politici, gli uomini di governo imitano e giustificano gli istinti più bassi della società. In questo modo, però, perdono autorevolezza, ma soprattutto legittimità, credibilità, consenso. Da ciò l'ossessione di chi ha inventato e imposto, per primo, il sistema mediocratico. La tentazione e il tentativo di controllarne ogni piega. Di prevederne ogni possibile trasgressione. In modo quasi compulsivo. Perché la realtà deve funzionare come un reality; recitato secondo un copione pre-stabilito; e, comunque, orientato e modellato dalla produzione. Quando gli autori, anzi: l'Autore, mentre osserva la "casa del Grande Fratello", si scopre, a sua volta, osservato e ascoltato. E, pochi minuti dopo, si vede ripreso e riprodotto sugli stessi schermi, sulle stesse pagine, sugli stessi giornali. Il "fuori onda" messo in onda, come un'edizione permanente di "Striscia la notizia". Quando il gioco gli sfugge. Allora gli passa la voglia di giocare. E vorrebbe smettere. O meglio: fare smettere gli altri. Cambiare le regole. A dispetto dei magistrati, del governo Usa. E perfino dell'opinione pubblica.

La legge sulle intercettazioni. Serve a impedire che si spezzi la magia della "Storia italiana". L'unica biografia del paese veramente autorizzata.  ILVO DIAMANTI

LR 24

 

 

 

Chi azzoppa i custodi della democrazia

 

Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore.

 

Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi. Nella sua descrizione degli Stati Uniti, Tocqueville chiama i guardiani i «particolari potenti»: sono la stampa, le associazioni, i légistes ovvero i giuristi. In loro assenza «non c'è più nulla tra il sovrano e l’individuo»: sia quando il sovrano è un re, sia quando è il popolo.

 

Queste mura sono in via di dissoluzione in Italia, da anni. Ma nelle ultime settimane l’erosione ha preso la forma di un concitato giro di vite: un grande allarme s’è creato attorno alla corruzione dilagante, seguito da un grande tentativo di mettere corruzione e malavita al riparo dai custodi della democrazia. È un dramma in tre atti, che vorremmo sottoporre all'attenzione del lettore.

 

Il primo atto risale al 17 febbraio, quando la Corte dei Conti constata, in apertura dell’anno giudiziario 2010, l’enorme aumento del malaffare. La denuncia del presidente della Corte e del procuratore generale, Tullio Lazzaro e Mario Ristuccia, è grave: «Una sorta di ombra e nebbia sovrasta e avvolge il tessuto più vitale e operoso del Paese», opponendo una «pervicace resistenza a qualsiasi intervento volto ad assicurare la trasparenza e l’integrità» nelle amministrazioni pubbliche. I «necessari anticorpi interni non vengono attivati», ed è la ragione per cui la cura della patologia è «lasciata al solo contrasto giudiziale, per sua natura susseguente e repressivo». Le conseguenze, nefaste, indicate da Lazzaro: «Il Codice Penale non basta più, la denuncia non basta più. Ci vuole un ritorno all'etica da parte di tutti. Che io, purtroppo, non vedo».

 

Qui cominciano gli atti decisivi del dramma. Quel che va in scena è la controffensiva d’un governo che si sente asserragliato più che responsabilizzato: che a parole annuncia misure anti-corruzione, e nei fatti predispone un’autentica tenda protettiva, tale da coprire il crimine, sottraendolo agli occhi dei cittadini e della legge con tecniche di occultamento sempre più perverse, garantendo a chi lo commette impunità sempre più vaste. Nel secondo e terzo atto del dramma il crimine viene avvolto, ancora una volta, «nella nebbia e nell’ombra».

 

Il secondo atto fa seguito alla condanna in appello dei capi-poliziotti che la notte del 21 luglio 2001 assalirono la scuola Diaz a Genova, durante un vertice G8, massacrando 60 ragazzi inermi. «Nessuno sa che siamo qua, vi ammazziamo tutti», gridavano i picchiatori, quando invece i superiori sapevano. I fatti erano raccontati nella sentenza di primo grado, ma le condanne non coinvolsero gli alti gradi della polizia. In appello sono condannati anch’essi. Ebbene, cosa fa la politica? Assolve i condannati, li trafuga in una nuvola come gli dei omerici facevano con i propri eroi, e li lascia indisturbati al loro posto. Francesco Gratteri, capo della Direzione generale dell’anticrimine ed ex direttore del Servizio Centrale Operativo, è condannato a 4 anni e resta dov’è in attesa della Cassazione. Lo stesso succede a Giovanni Luperi, oggi capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (ex Sisde), condannato a quattro anni. Vincenzo Canterini fu promosso questore nel 2005: aveva guidato la Celere contro la Diaz.

 

Il terzo e cruciale atto dell’operazione trafugamento del crimine è la legge sulle intercettazioni. Ancor oggi si spera che essa non passi, grazie alla resistenza congiunta di editori, stampa, magistrati, deputati finiani, Quirinale. Grazie anche all’intervento del sottosegretario americano alla Giustizia Breuer, che evocando la lotta antimafia di Falcone ha indirettamente smascherato la natura di una legge che sembra patteggiata con la malavita. Fino all’ultimo tuttavia, e per l’ennesima volta nell’ultimo quindicennio, Berlusconi tenterà di imbavagliare magistrati, mezzi d’informazione. Se la legge sarà approvata, i magistrati faticheranno sempre più a snidare reati, a istruire processi.

 

Potranno usare le intercettazioni solo in condizioni proibitive, e per una durata non superiore a 75 giorni (se stanno per accertare un reato al settantaquattresimo giorno, peggio per loro). Sarà proibito intercettare politici e preti senza avvisare le loro istituzioni: un privilegio incostituzionale, davanti alla legge. Non meno gravemente è colpita la stampa (quando riferisce su inchieste giudiziarie prima dei processi) per la sanzione che può colpire giornalisti e editori. Questi ultimi, intimiditi da alte multe, diverranno i veri direttori d’ogni cronista. Il direttore responsabile perderà prestigio, peso. Bersaglio dell’operazione è non solo la stampa ma il cittadino. Si dice che il suffragio universale è sacro e al tempo stesso si toglie, a chi vota, l’arma essenziale: la conoscenza, i Lumi indispensabili per capire la politica e dunque esercitare la propria vigile sovranità.

 

Ci sono eventi storici che solo la letteratura spiega fino in fondo e anche in Italia è così. Proviamo a leggere Il Rinoceronte di Eugène Ionesco e vedremo descritto, limpido, lo strano mondo in cui dai primi Anni 90 anni viviamo: un mondo che tutela il crimine, allontanandolo dalla scena e rendendolo sia invisibile, sia impunibile. Un mondo dove i custodi della democrazia sono neutralizzati e il popolo, bendato perché disinformato, vive e vota dopo esser mutato interiormente. Un regime simile ci trasforma ineluttabilmente nelle bestie a quattro zampe descritte dal drammaturgo. In principio passa un rinoceronte: è bizzarro, ma passa. Poi piano piano tutti si trasformano. Perfino il filosofo diventa prima un po’ verde, poi le mani raggrinziscono, poi sulla fronte gli cresce il corno.

 

La mutazione genetica di cui ha parlato Sergio Rizzo sul Corriere del 6 maggio avviene quando cadono le categorie umane classiche: il confine fra lecito e illecito, bene e male («il Male! Parola vuota!», dice Dudard a Berenger, nel Rinoceronte). In questione non resta che lo «stato d’animo». Come per Denis Verdini: indagato per concorso in corruzione, il coordinatore del Pdl non si dimette come Scajola perché, assicura, «non ho questa mentalità».

 

Chi ha desiderio di cedere, nel dramma di Ionesco, lo fa perché il rinoceronte gli appare più naturale dell’uomo, perché «possiede una specie di candore», perché emette un barrito incomprensibile ma sonoro, trascinante. Cedere è attraente, come spiega Dudard a Berenger. È questione di mentalità, appunto: «Io mi limito a constatare i fatti e a prenderne atto. E poi, dal momento che la cosa esiste, ci sarà bene una spiegazione (...) Se ce la prendessimo con tutto quello che succede, non vivremmo più. Dal momento che è così, non può essere altrimenti». E conclude, cercando di convincere l’amico ribelle: «Lei vede tutto nero... Dobbiamo imporci a priori un atteggiamento favorevole o, per lo meno, l’obiettività, l’ampiezza di vedute proprie di una mente scientifica. Tutto ha una logica: comprendere vuol dire giustificare». Chi guarda il notiziario del Tg1 in questi giorni avrà conferma della mutazione genetica. Niente sui capi-poliziotti della Diaz che mantengono la carica disonorando uno dei più importanti corpi dello Stato. Quasi niente sulle intercettazioni controverse. Fortuna che la ribellione non manca. Fortuna che al Tg1 c’è Maria Luisa Busi, che toglie la firma e non vuol essere rinoceronte.

 

Berenger è l’unico a resistere, a non avere la tollerante «ampiezza di vedute» consigliata dai falsi amici. Alla fine è solo, in una città di rinoceronti. Non ha ceduto alla forza che ti trasforma: la stanchezza infinita che ti può assalire, il «bisogno di lasciarsi andare», il fatale conformismo. Il pragmatismo di chi dice: meglio, se si vuol sopravviver quieti, tenere i due piedi ben piantati in terra. Anzi, i quattro piedi. BARBARA SPINELLI LS 23

 

 

 

 

 

Intercettazioni. I giudici antimafia lanciano l'allarme. Grasso: "Testo migliorato, ma non basta"

 

Il procuratore nazionale antimafia: "Il disegno iniziale era improponibile". Francesco Messineo: "La restrizione dei poteri di intercettazione limita le indagini". Alfano ribatte: "La privacy non è diritto di serie B"

 

PALERMO - Anche nel giorno dell'anniversario di Capaci non si placano le discussioni sul disegno di legge sulle intercettazioni. Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, nell'Aula Bunker del carcere Ucciardone di Palermo per le manifestazioni in ricordo delle vittime della strage di Capaci, rispondendo alle domande dei cronisti sul Dl intercettazioni, attualmente all'esame della Commissione Giustizia del Senato ha detto: "Ho depositato tutte le mie osservazioni al Parlamento e alcuni suggerimenti sono già stati raccolti, spero si continui su questa linea. Aspetto che ci sia un testo pronto per l'Aula per vedere i progressi fatti dal disegno iniziale che era assolutamente improponibile e che ha avuto diversi aggiustamenti in corso d'opera".

 

Un limite alle indagini. Un rischio che le indagini possano subire una restrizione a causa della legge sulle intercettazioni è quello che evidenzia il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo: "Ogni restrizione dei poteri di intercettazione si traduce automaticamente e immancabilmente in una correlativa restrizione del potere e dell'ampiezza delle indagini. Se ci sono altri interessi di cui tenere conto, come la privacy - ha continuato Messineo -, tocca al potere legislativo attuare un bilanciamento di questi interessi". Ma, secondo il capo della Procura di Palermo,"dovrà essere il Parlamento a valutare tutto ciò e a prendere le decisioni più opportune". Il procuratore, poi, ha anche risposto a chi gli chiedeva se il disegno di legge sarà accolto, quando verrà approvato, con un festeggiamento dai boss di mafia: "La legge tecnicamente non riguarda le indagini antimafia. Ma restringendo quelle ordinarie fatalmente si può incidere anche nell'ambito delle indagini sulla criminalità organizzata, che spesso iniziano con procedimenti ordinari".

 

"Non si spuntino le armi dei magistrati". E un riferimento alle intercettazione e al lavoro dei magistrati, nel giorno del 18mo anniversario della morte di Giovanni Falcone, lo fa anche il deputato del Pdl, Fabio Granata, sul sito di Generazione Italia: "L'unico modo per ricordarlo - sottolinea il Vice Presidente della Commissione Antimafia - fuori dalla retorica delle commemorazioni, è rappresentato da un forte richiamo alla coerenza delle azioni politiche e degli atti legislativi. Per questo, al di là di ogni polemica contingente e legata alla cronaca politica spicciola, serve un grande sforzo che non renda vana l'azione meritoria portata avanti dal Governo in questo delicatissimo settore, non spuntando le armi indispensabili ai magistrati delle intercettazioni telefoniche ed ambientali. La ricerca di un difficile equilibrio, tra sacrosanto diritto alla privacy, riservatezza delle indagini ed efficacia delle stesse, non può - dice il deputato finiano - che avere un canale diverso nelle indagini e nei processi di mafia attraverso la salvaguardia piena e totale di strumenti indispensabili all'accertamento della verità. Questa disciplina deve riguardare anche i molti reati spia o 'collegati' dei quali molto spesso in questi anni si è risaliti alle organizzazioni mafiose".

 

La privacy non è diritto di serie B. "Non si può intercettare tutto e sempre. Se si dice che più si intercetta più reati si scoprono, allora intercettiamo tutti gli italiani 24 ore su 24." Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, non vede nel disegno di legge un rischio alle indagini antimafia. ''Le intercettazioni, erano sono state, sono e saranno uno strumento indispensabile di indagine - ha aggiunto -, ma la privacy non è un diritto di serie B''. A chi gli chiedeva quali rischi ci fossero per le indagini sulla mafia, Alfano ha risposto: ''La legge in discussione sulle intercettazioni lascia tutto inalterato per quel che riguarda i reati di mafia e terrorismo, anzi risparmiando sulle intercettazioni inutili ci saranno più fondi per quelle necessarie. Nei prossimi giorni lavoreremo per rendere il testo più equilibrato, garantendo i tre principi fondamentali: diritto alla riservatezza, diritto di cronaca e diritto di indagine''. LR 23

 

 

 

 

Difesa di casta

 

Molti lettori nell’ultimo anno hanno espresso il loro disagio di fronte alle centinaia di pagine di colloqui privati, telefonate e messaggi intercettati dalla magistratura e finiti in tempo quasi reale sui giornali. Penso alle liste piene di nomi, pubblicate senza distinzioni di ruoli e responsabilità, o ai dialoghi privati riprodotti senza chiarire i necessari contesti di riferimento. Penso, per esempio, alle intercettazioni riguardanti le inclinazioni sessuali dell’inquisito Angelo Balducci, che nulla hanno a che fare con l’inchiesta che ha smascherato gli affari della «cricca» dei lavori pubblici, ma che sono state passate ai quotidiani e sono finite direttamente nelle case degli italiani. Un’anomalia, di cui parla in modo esaustivo Luca Ricolfi nell’articolo che trovate qui sotto. Un’anomalia che avremmo dovuto affrontare da tempo.

 

L’idea che l’Italia si sia trasformata in una società di guardoni, incollati allo spioncino delle procure in attesa di una nuova rivelazione, mi inquieta. Da mesi ne discutiamo in questa redazione, cercando di darci dei limiti quando la sera, nella fretta della chiusura, ci troviamo di fronte a centinaia di pagine di verbali e intercettazioni. Pensiamo che si debba pubblicare solo ciò che è significativo per far comprendere un’inchiesta, illuminante per i lettori.

 

Resto convinto che in uno Stato di diritto e in una democrazia sana spetti alla magistratura la valutazione degli indizi e delle prove e che debbano essere i tribunali e non i giornali a emettere le sentenze. L’idea di una giustizia sommaria somministrata sull’onda delle emozioni e dell’indignazione è qualcosa che mi ha sempre fatto paura e che in passato ha fatto danni che non si dimenticano. Sarebbe il tempo di aprire una discussione vera e approfondita sul rispetto della privacy, dei diritti degli inquisiti e sulla tutela che andrebbe garantita a chi finisce suo malgrado in un’inchiesta senza averne colpa.

 

Si potrebbe allora dire che la legge in discussione al Senato arriva al momento opportuno. Purtroppo non è così, anzi accade il contrario: il disegno di legge sulle intercettazioni è così palesemente sproporzionato e ha un sapore talmente vendicativo da risultare inaccettabile e da soffocare ogni possibilità di riflessione. Nei mesi in cui riemergono prepotentemente la corruzione e gli intrecci tra la politica e gli affari e in cui la nostra classe dirigente mostra il suo volto più arrogante e spregiudicato, la nuova legge suona come l’estremo rimedio per coprire l’illegalità e garantire impunità.

 

Non si capisce come siano collegate la necessità di offrire maggiore privacy e vere garanzie agli indagati con la limitazione dei tempi delle intercettazioni o l’obbligo che per autorizzarle ci voglia un collegio formato da tre magistrati. Rendere più faticosa, farraginosa e intempestiva la possibilità di intercettare va nella direzione di indagini più serene e rispettose o finisce per essere un favore a chi delinque? Prima ancora del diritto di informazione mi sta a cuore la possibilità che la magistratura possa continuare ad indagare a fondo, sia messa nelle condizioni di operare senza inciampi. Perché se anche fossimo liberi di pubblicare ogni atto e ogni intercettazione ma ai pubblici ministeri fosse impedito di lavorare, allora mi chiedo cosa ci resterebbe da raccontare.

 

Se il problema invece è quello di evitare di pubblicare le trascrizioni di telefonate di persone che non sono coinvolte nelle indagini o se è importante tutelare il segreto istruttorio, perché allora vietare anche di dare notizia degli atti di indagine (anche sotto forma di riassunto) fino al rinvio a giudizio degli indagati? È surreale pensare che si debba dare notizia di un arresto ma non si possa spiegare ai lettori perché quella persona è stata arrestata. La legge in discussione prevede poi, in caso di violazione, di non condannare tanto i giornalisti quanto gli editori con multe che arrivano a sfiorare il mezzo milione di euro. Una mossa odiosa e subdola che punta a spaccare le aziende editoriali e a terrorizzarle in tempi di crisi economica, oltre che a demandare non ai direttori ma agli amministratori il controllo su ciò che si pubblica.

 

È tempo che i giornali e i giornalisti tornino a fare inchieste senza aspettare di essere imboccati dagli inquirenti e senza diventare ogni settimana il megafono di una diversa procura. Che si rifletta su ciò che è corretto pubblicare smettendo di giocare a chi rivela un particolare più degli altri anche se questo non aggiunge nulla ma anzi può distruggere qualcuno.

 

È ora che il Parlamento abbia un sussulto e ripensi ad una legge che avrebbe effetti devastanti sulle inchieste.

 

È chiaro che questa legge ha poco a che fare con le preoccupazioni dei lettori e le sensibilità ferite di cui parlavo prima, mentre ha molto a che fare con una difesa corporativa e di casta. Ma non della casta dei giornalisti, quanto di quella dei politici. LS 24

 

 

Intercettazioni, il Pdl apre a modifiche. Bonaiuti: «Un'intesa si trova sempre»

Prima l'apertura annunciata dal sottosegretario Paolo Bonaiuti («Modifiche al ddl sulle intercettazioni? Si sta discutendo, io volo con le ali delle colombe e non dei falchi e ritengo che intese si possano sempre trovare»), poi l'incontro tra il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri e il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto: sono ore decisive per il ddl intercettazioni, che verrà esaminato stasera dalla commissione giustizia di Palazzo Madama.

 

«Ci siamo visti per parlare delle intercettazioni e della manovra economica. Sulle intercettazioni pensiamo che prima si finisce e meglio è. Il testo deve rimanere aperto in Aula», ha riferito Gasparri dopo l'incontro con Cicchitto, sintetizzando il breve colloquio con il suo omonimo alla camera assieme al vice capogruppo vicario, Gaetano Quagliarello nella Sala Maccari.

 

Gasparri ha precisato che «sui punti controversi la Commissione si è già pronunciata» e prevede il licenziamento del ddl con la seduta notturna che comincia alle 21.15 in Commissione Giustizia.

 

 

Tra gli obiettivi essenziali del provvedimento, Bonaiuti aveva già indicato in mattinata la necessita' di evitare che vengano  pubblicate sulla stampa conversazioni private senza alcun riferimento a contesti precisi.

 

''Sulle intercettazioni sta emergendo la necessita' di sposare la linea della prudenza e della mediazione, tornando all'equilibrato testo che fu varato dalla Camera. E' opportuno sgombrare presto il campo da alcune previsioni che minano alla radice la tenuta del provvedimento, come il divieto di pubblicazione per riassunto degli atti e le megamulte agli editori''. Lo afferma Italo Bocchino,

vicecapogruppo Pdl alla Camera e presidente di Generazione Italia.

 

''Se la maggioranza e il governo vogliono fare delle modifiche al testo, assolutamente inaccettabile, delle intercettazioni, lo  facciano in commissione Giustizia senza accelerare in maniera incomprensibile il passaggio in aula. Solo cosi' possono dimostrare di non voler ostacolare l'azione della magistratura e della polizia e di non voler comprimere il diritto dei cittadini alla sicurezza e ad essere informati''.Lo dice la senatrice Silvia Della Monica, capogruppo PD in commissione Giustizia. MARIO CALABRESI  L’U 24

 

 

 

Vita artificiale. La scienza nel mistero di un dono

 

Il trapianto di un nucleo sintetico nella cellula di un batterio è il nuovo passo della scienza, compiuto da Craig Venter e dai suoi collaboratori, dopo aver realizzato un trapianto di nucleo da un batterio ad un altro. Il prossimo traguardo sarà presumibilmente produrre un batterio totalmente sintetico. Vasta eco è seguita alla notizia di questo evento scientifico, e non solo nel mondo degli studiosi e ricercatori, ma anche in quello della più generale opinione pubblica. È il caso di chiedersene il perché. Quanto agli uomini di scienza, essi non possono che sentirsi gratificati di un ennesimo risultato raccolto su una via intrapresa da lungo tempo, che non è più quella della mera conoscenza, da cui derivavano, secondo una terminologia convenuta, le scoperte, ma della produzione di artifici, secondo quella terminologia, le invenzioni. I greci indicavano questa attività umana, parallela a quella della natura con il verbo tecnologhein. Da cui le nostre tecnologie. E non per nulla la presente fase della scienza più correttamente è da chiamarsi delle tecnoscienze. I filosofi della scienza sapranno spiegare che senza annodare conoscere e fare, la conoscenza resterebbe approssimativa, si completa invece e si approfondisce nella sua utilizzazione tecnologica. Ma fuori della cerchia delle professioni scientifiche si suscitano stati d’animo ambivalenti, di grandi speranze e di timori. Le prime si muovono intorno all’attesa di ottenere dalla scienza un costante miglioramento della vita, fino a quella frontiera della morte, che si vorrebbe vedere abolita. Ancora i Greci chiamavano gli uomini i mortali, invidiando i coabitatori della terra ch’erano ai loro occhi gli dei, appunto perché immortali. Il consenso, in qualche misura acritico, di cui godono per questa parte le tecnoscienze, si modula sulla corda segreta, o per pudore taciuta, di vivere tanto a lungo da beneficiare di una scienza che dispensa la immortalità. Per altro verso si teme che dal regno della natura, l’umanità traslochi progressivamente in quello artificiale, delle molecole sintetiche, delle combinazioni di biologia e di macchinismi, di automi senzienti e pensanti che si autodeterminano, insomma in un’era che già si usa chiamare del post-umano. Entrambe le risposte sono emotive, dipendendo dal confronto primordiale dell’uomo con la trascendenza della divinità. Diventare immortale e diventare creatore sono state aspirazioni variamente represse, ma paradossalmente riemergenti proprio in epoche di trionfo della razionalità scientifica. Ecco perché con qualche ansia si va ad interrogare la religione, a torto disinterpretata almeno nella sua versione del Cristianesimo, come antagonista della scienza. Si dimentica che è proprio del Cristianesimo il postulato che la fede cerca l’intelletto. Ebbene chi attendeva un grido d’allarme della Chiesa ha ascoltato risposte fiduciose nella intelligenza umana, dono di Dio. Potranno nascere obiezioni etiche ai passi della scienza. Ma esse realisticamente porranno il tema ineludibile di quanto l’esistenza umana tragga giovamento o nocumento dalle utilizzazioni dei ritrovati delle tecnoscienze. Ma questo cercare insieme, la religione e la scienza, il bene della comunità umana, è il segno più alto dell’avanzamento morale della modernità. Che sta nel riconoscere i limiti dell’umano, dinanzi ai misteri del senso della vita, dinanzi all’ignoto che sarà sempre l’inabolibile orizzonte delle scienze della natura. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA  IM 22

 

 

 

 

Le scelte. Via l'Udc, nasce il Partito della Nazione

 

Ma è battaglia sull'addio allo scudocrociato - Cesa annuncia: azzeramento delle cariche, sondaggio su Internet per il nome e il logo – di Alberto D’Argento

 

TODI - Fine dell'Udc. Azzeramento di tutte le cariche. Sondaggio su Internet per scegliere il nuovo nome e il nuovo simbolo di quello che per ora viene chiamato Partito della nazione. Via al tesseramento e costituente a fine anno o, al massimo, a inizio 2011. I centristi vanno avanti come un treno verso l'obiettivo di trovare nuovi alleati e puntare al governo nel 2013. Dopo 14 anni di Unione di centro si riparte da capo e, dopo 91 anni, rischia di sparire dalla scena politica lo storico simbolo scudocrociato di eredità democristiana. E oggi - a chiudere la tre giorni centrista organizzata a Todi dalla Fondazione liberal di Ferdinando Adornato - parla il leader Casini. Che darà un taglio ancora più profondo al passato e alle vecchie gerarchie. Tanto che alla vigilia ci scherza sopra: «Chissà se domani esco vivo dalla sala congressi».

 

Quella di ieri è stata la giornata del segretario Lorenzo Cesa, che ha tracciato il profilo del nuovo soggetto politico. «Dobbiamo chiudere con il passato, qui sta per nascere una casa completamente nuova che siamo pronti a costruire con chiunque sia disponibile». A testimonianza di questo impegno ha azzerato l'esecutivo nazionale del partito e ha invitato gli organi locali a fare altrettanto per lavare le vecchie «incrostazioni» aprendo la strada ai giovani. Un passaggio centrale del fine settimana umbro, tanto che in molti mormorano che tra gli obiettivi del nuovo partito ci sia proprio quello di ripulirlo dai potentati locali. Non a caso ci sarà l'incompatibilità tra candidatura e ruolo di segretario regionale o provinciale. Per dare il buon esempio, lo stesso Cesa al prossimo congresso rimetterà il suo mandato.

 

Quanto al futuro, il segretario ha ricordato che il nome del partito «lo decideranno gli italiani» su Internet insieme al logo. E proprio il simbolo dell'Udc, lo scudocrociato, è al centro di una battaglia generazionale e culturale: potrebbe saltare per allargare l'offerta del nuovo partito, ma scalda ancora il cuore degli ex dc. «Non ci dobbiamo vergognare del nostro passato», ha detto Rocco Buttiglione. «Se dipendesse da me vorrei che restasse», ha aggiunto Cesa. Togliamolo, ha invece auspicato Adriana Poli Bortone, che da Todi ha annunciato l'adesione al nuovo progetto di Casini. Ad ogni modo lo scudocrociato non è solo un fatto di sentimenti, ma anche di voti (da solo vale almeno l'1%) e per impedire che in caso di rinuncia passi in altre mani è allo studio l'ipotesi di trasferirlo a una fondazione.

 

Gerarchie e logo a parte, dove andrà il nuovo partito? Conversando nel giardino dell'Hotel Bramante, che ospita il seminario, Casini ha spiegato che salvo colpi di scena «l'orizzonte temporale» a dispozione per organizzarsi è di tre anni, ovvero fino alle elezioni del 2013. Insieme a chi? «Non so che faranno Rutelli, i popolari del Pd, i tanti moderati (leggi Fini, ndr) che non si riconoscono più in questo Pdl così cupo», ha detto Cesa indicando i possibili compagni di strada: «In che modo e da quali posizioni non lo so, ma ci ritroveremo insieme», ha aggiunto mentre comunicavano la loro adesione i repubblicani, tanto quelli di La Malfa che quelli della Sbarbati. Mentre Savino Pezzotta benedice il progetto di una forte rottura con il passato, perchè «se facciamo come il Gattopardo ci condanniamo» a restare un partito del 5%. Avanti dunque, verso orizzonti più laici per portare al centro nuovi elettori e alleati. LR 22

 

 

 

Le notizie fanno bene, a tutti

 

Tra cinque giorni comincerà il processo alle maestre di Rignano Flaminio accusate di reati legati alla pedofilia. Se la legge sulle intercettazioni fosse già in vigore, soltanto adesso potremmo conoscere per quale motivo tre insegnanti, il marito di una di loro e una bidella vanno alla sbarra con il terribile sospetto di aver abusato di piccoli alunni.

Soltanto tre anni dopo il loro arresto potremmo raccontare la storia di questa indagine. Mettere a fronte le tesi dell’accusa e quelle della difesa dopo aver esaminato gli atti. Eppure tra questi documenti non c’è neanche uno straccio di intercettazione telefonica o ambientale, perché mai ne sono state disposte. Il processo di Rignano è soltanto uno dei centinaia di casi dei quali non si sarebbe saputo nulla — a parte la notizia degli arresti — se il provvedimento che porta il nome del ministro della Giustizia Angelino Alfano fosse stato approvato.

E dimostra come il divieto di pubblicare le intercettazioni sia in realtà un falso problema. Perché è vero che con queste norme si vieta ai giornalisti di informare, ma soprattutto si impedisce ai cittadini di essere informati. E si lede il diritto fondamentale degli indagati di difendersi anche davanti all’opinione pubblica. S’è detto più volte che la pubblicazione dei testi di telefonate, talvolta tra persone che nulla avevano a che fare con le inchieste, è stata eccessiva. La privacy è un bene che va certamente tutelato e dunque è sul bilanciamento di queste due esigenze che bisognerebbe lavorare per trovare un’intesa.

Per esempio limitando la possibilità di allegare alle ordinanze soltanto le trascrizioni che riguardano gli indagati e sono ritenute indispensabili per motivare un arresto o una misura di interdizione. E creando un registro segreto delle altre conversazioni, sempre tenendo conto che proprio la difesa potrebbe decidere di utilizzarle per dimostrare l’infondatezza delle accuse. Nelle ultime settimane si è discusso molto delle inchieste sulla corruzione e si è insistito su tutto quello che l’opinione pubblica avrebbe ignorato se ci fosse già la legge. Ma, come dimostra Rignano, non si tratta soltanto di questo. Perché con il via libera alle nuove norme non si parlerebbe più dei politici e dei funzionari, però non si potrebbero neanche raccontare le indagini per gli omicidi, per le violenze sessuali, per le rapine. E si vivrebbe tutti lontani dalla realtà, di fatto fuori dal mondo.

C’è un aspetto che in queste ore viene sottovalutato e riguarda il possibile utilizzo illecito degli atti processuali. Il divieto di pubblicazione non impedisce infatti la circolazione dei documenti e dunque l’eventualità che diventino merce preziosa per chi potrebbe usarli come strumento di ricatto. Molto altro si potrebbe argomentare su questo disegno di legge, ma forse basta questo per riflettere sull’opportunità di tornare a confrontarsi, rallentando una corsa che appare in questo momento senza freni. E rischia di causare disastri. Fiorenza Sarzanini CdS 22

 

 

 

Telethon: Italiani nel mondo a sostegno della ricerca sulla distrofia muscolare e altre malattie genetiche

 

Video messaggio di Marcello Lippi, Luca di Montezemolo, Stefano Baccelli, Fulvio Bruno. Elena Gentile invita i pugliesi all’estero ad aderire all’iniziativa

 

  ROMA – “Italiani nel Mondo per Telethon” è l’iniziativa promossa dal Comitato Telethon Fondazione Onlus, in collaborazione con la Fondazione “Paolo Cresci” per la storia dell’Emigrazione degli italiani nel mondo e con l’Associazione Italiana dei Lucchesi nel Mondo. Telethon, realtà di eccellenza scientifica italiana nel campo della ricerca genetica e medica, opera per sconfiggere la distrofia muscolare e altre malattie genetiche. Per portare a compimento questo obiettivo, la Fondazione ha bisogno della collaborazione di tutti gli italiani, residenti dentro e fuori i confini nazionali.

  “Oltre alla Nazionale Azzurra, c'è un'altra squadra di campioni che ci deve rendere orgogliosi di essere italiani: è la squadra dei ricercatori Telethon che ogni giorno combatte per sconfiggere la distrofia muscolare e le altre malattie genetiche”.

  Si rivolgono a tutti gli italiani nel mondo il ct della nazionale di calcio Marcello Lippi, il presidente Telethon Luca di Montezemolo, il presidente della Fondazione Paolo Cresci Stefano Baccelli e il direttore della raccolta fondi Telethon, Fulvio Bruno. Lo fanno con un videomessaggio (http://www.telethon.it/eventi/italianinelmondo/default.aspx ) e con una lettera inviata alle comunità di italiani nel mondo, per ricordare che “Telethon è il successo di un Paese straordinario fatto di persone straordinarie che guardano al bene comune più che al bene personale”.

  I promotori spiegano cosa possono fare le varie comunità di italiani nel mondo: “organizzare un charity dinner in occasione della festa della Repubblica del 2 giugno; organizzare un charity dinner in concomitanza con le partite degli Azzurri; organizzare eventi di raccolta dedicati; raccogliere fondi in occasione di altri eventi già programmati; raccogliere donazioni individuali in diverse occasioni; effettuare una donazione liberale da parte dell'associazione; scaricare i nostri banner e linkarli a questa pagina; tenersi aggiornati sulle attività della Fondazione iscrivendosi alla nostra newsletter”.

  Le donazioni raccolte possono essere versate a Telethon seguendo le indicazioni contenute nella pagina web http://www.telethon.it/eventi/italianinelmondo/default.aspx .

  Per maggiori informazioni è possibile scrivere a italianinelmondo@telethon.it .

  L’assessore della Regione Puglia Elena Gentile sostiene l’iniziativa “Italiani nel Mondo per Telethon’ e rivolge a tutti i pugliesi residenti all’estero, un caloroso invito a supportare l’impresa di Telethon. “L’operosa intraprendenza – spiega la Gentile - e il forte spirito solidaristico che, da sempre, contraddistinguono le numerose comunità di pugliesi nel mondo, contribuiranno a fornire, alle richieste d’aiuto, sollecite e generose risposte. Sintomo, anche questo, della relazione di vicinanza che la Regione Puglia s’impegna costantemente a stabilire con i propri concittadini all’estero”. (Inform)

 

 

 

Aumentano i nuovi poveri. Rapporto Cgil sui Diritti globali 2010

 

La crisi tocca anche i ceti medi: 1,8 milioni di famiglie giovani, a reddito medio alto, soffrono a causa del mutuo per la casa, che porta il 56,5% di loro ad arrivare con difficolta' alla fine del mese, e il 54% a non poter accantonare un solo euro. E' l'allarme del Rapporto sui diritti globali, 2010, presentato oggi a Roma e che vede anche una ''ricetta'' presentata dal leader della Cgil, Guglielmo Epifani: e' necessario costruire "un nuovo modello sociale ed economico per rispondere tempestivamente ed efficacemente alle urgenze del nostro mondo". Il rapporto e' stato realizzato anche quest'anno dalla Cgil, insieme ad Arci, Actionaid, Antigone, Cnca, fondazione Basso, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente.

 

- EPIFANI: "Se e' vero, come molti sostengono - spiega Epifani - che la crisi puo' essere anche una opportunita', allora il ventunesimo secolo dovra' caratterizzarsi come il secolo della prosperita' condivisa e della riduzione dei differenziali di reddito, non a causa dell'impoverimento dei Paesi piu' ricchi ma in ragione della crescita di quelli piu' poveri".

 

- DEBITI DELLE FAMIGLIE ITALIANE - Secondo il Rapporto, nel 2009 le famiglie italiane si sono indebitate per 524 miliardi di euro, piu' del 2008, 21.270 euro per ogni cittadino. Per i lavoratori dipendenti, il debito annuo e' di 15.900 euro, il 79,4% per la casa e il resto per consumi diversi.

 

- IMMIGRATI E LA CRISI - La crisi ovviamente riguarda anche gli immigrati. Secondo il rapporto, essi tagliano sulle rimesse al paese di origine: meno 10% nel 2008, con un invio mensile medio di 155 euro a fronte dei 171 del 2007.

 

- SFRATTI, E' VERA EMERGENZA SOCIALE  - Entro il 2011, si stima che 150 mila famiglie italiane saranno sfrattate e perderanno cosi' la loro casa. L'affitto incide sui redditi dei pensionati e lavoratori dipendenti tra il 30 e 70%. Nel 2008 risulta un 18,6% in piu' di sfratti esecutivi rispetto al 2007. In Italia i

senza tetto sono stimati tra 65 mila e 120 mila.

 

- 85% IMMIGRATI A CONTRATTO CASA ILLEGALE  - Le famiglie straniere in affitto sono 1 milione e 300 mila, pari a 4 milioni di persone. L'85% ha un contratto non registrato o  registrato per un canone inferiore al reale, ''l'affitto di posti letto avviene in piena violazione delle norme, l'addebito di spese condominiali va spesso oltre il consentito e il legale, gli alloggi sono senza dotazioni minime ne' certificazioni''.

 

- ANZIANI IN CASE IN CONDIZIONI MEDIOCRI - Il 77,4% degli over 65 abita in case di proprieta', 8 su circa 10 milioni di anziani, tuttavia nel 32,9% dei casi le abitazioni sono in condizioni mediocri o pessime, costruite prima del 1961 (il 48%) e prima del 1945 (il 27%), non sono state sottoposte a interventi di manutenzione, l'11,5% delle case e' riscaldato con dispostivi di fortuna, e il 37% non dispone di un ascensore.

 

- ... E CON TASSE PIU' ALTE RISPETTO A UE - Tasse pesanti per gli anziani nel nostro paese rispetto ai coetanei europei: a parita' di reddito annuo lordo di 13.700 euro, un pensionato italiano si porta a casa 11.631 euro, uno tedesco e uno francese l'intera somma di 13.700 euro, uno spagnolo ha un netto di 13.426, un inglese di 13.480.

 

- SEGIO, PER MANAGER STIPENDI MILIONARI  - Secondo il coordinatore del Rapporto, Sergio Segio, "mentre la crisi brucia utili e ricchezza, impoverendo il convento, i frati sono sempre piu' pasciuti", "i manager hanno portato a casa stipendi e bonus milionari". Nell'elenco dei piu' pagati, Segio mette i manager Pirelli: ''per primo Carlo Puri Negri (ex vicepresidente esecutivo di Pirelli Re) con 14 milioni di euro, nonostante la

societa' abbia chiuso l'anno con un passivo di 104 milioni; poi vengono Claudio De Conto (ex direttore generale di Pirelli) con 7,3 milioni e Marco Tronchetti Provera (presidente di Pirelli) con 5,6 milioni". Segio cita anche i top manager Fiat, nell'anno delle ristrutturazioni e degli annunci di lacrime e sangue: l'ad Sergio Marchionne, ha percepito 4 milioni e 782 mila euro, poco meno dell'ex presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo che ha incassato, sempre nel 2009, cinque milioni e 177 mila euro" L’Un 24

 

 

 

Quali sono le priorità degli asili nido nella Città di Ginevra

 

Intervista Francine Koch – di Carmelo Vaccaro per “La notizia di Ginevra” e “La pagina di Zurigo” - http://www.saig-ginevra.ch

 

Una giovane coppia, impegnati entrambi nel mondo del lavoro, sovente affida la propria pro genitura  agli asili nido che sono chiamati a svolgere un ruolo importante nella vita dei bambini sino all’età di quattro anni.

 

Ogni settimana più di 5.000 bambini sono accolti nell’istituzione della Piccola Infanzia sovvenzionati dalla Città di Ginevra. Questo considerevole incarico è di competenza della Delegazione alla Piccola Infanzia legata al Dipartimento della Coesione Sociale, della Gioventù e dello Sport, sotto la responsabilità del  Consigliere Amministrativo Manuel Tornare.

 

Dal gennaio 2010, Francine Koch è stata delegata  a questo importante servizio dopo una lunga carriera maturata nella Piccola Infanzia e autrice di diversi pubblicazioni legati all’infanzia.

 

Lo scorso 30 aprile, la signora Koch ci ha concesso un’intervista dove ci ha spiegato l’importante ruolo svolto dagli asili nido nei primi passi di un bimbo nella vita.

 

Quali sono le principali reticenze dei giovani genitori riguardo agli asili nido a Ginevra ?

 

Non ho mai sentito che i genitori abbiano delle reticenze. I giovani genitori cercano soprattutto un posto nell’asilo nido per il loro bambino ed è la loro principale preoccupazione. Se per reticenza si intende il fatto che i genitori, dall’oggi al domani, si vedono nella situazione di separati dal figlio, questo si. Come separarsi dal proprio figlio e come gestire questa separazione per essere ben vissuti sia dai bambini sia dalle loro famiglie. Dunque, in questi casi, c’è un lavoro estremamente importante eseguito dalle istituzioni e dai professionisti. Portare, gradualmente, l’infante a separarsi dai genitori e gli stessi genitori a questo tipo di separazione, con una maniera di procedere stabilita dal dialogo con i genitori, per definire quella che noi chiamiamo “periodo di adattamento”, dove i genitori arrivano nelle istituzioni assegnategli con i loro figli e, nell’arco di una settimana, progressivamente, fino a che, il bambino, capisca che alla fine della giornata la mamma o il papa verrà a riprenderlo. Questo è un periodo sensibile  per i giovani genitori. È vero che per una mamma, che è stata costantemente in contatto con il proprio figlio durante il congedo maternità, trovarsi di fronte a questa realtà di separazione non è sempre facile. Direi che questo è uno dei fattori che preoccupa di più i genitori, dopo la qualità dell’accoglienza del proprio figlio. Naturalmente, i genitori sono all’attenzione: chi si occupa del loro figlio, se sono dei professionisti formati, ecc. Tutte le risposte alle domande, da parte dei genitori, vengono soddisfatte dalle risposte concrete e reali da parte delle istituzioni, quindi c’è un dialogo costante tra i genitori e le istituzioni in modo che la sistemazione del bimbo si svolga nel migliore dei modi possibile. Abbiamo la fortuna, nella Città di Ginevra, di avere un Magistrato come Manuel Tornare, che non ha solo spinto allo sviluppo degli asili nido ma ha promosso anche la formazione e la qualificazione dei professionisti che accolgono i bambini.

 

Le strutture esistenti, nella Città di Ginevra, soddisfano le richieste di ammissioni ?

 

Manuel Tornare è molto impegnato nello sviluppo dell’istituzione. Ci sono una ventina di progetti di asili nido in corso, allo studio dei diversi dipartimenti di competenza. Anche in questo caso il Magistrato è sensibile e disponibile a questi progetti, che rappresentano più di mille posti supplementari. La realizzazione di questi progetti in corso sono previsti tra il 2011 e il 2016 e in questo caso, dovremmo fare in modo che le domande siano soddisfatte. C’è la volontà del Consiglio Amministrativo della Città di Ginevra che questi progetti siano realizzati.   

Quando M. Tornare è arrivato al Dipartimento, ha ristabilito le priorità d’accesso nelle istituzioni della Piccola Infanzia:  prima gli abitanti del quartiere e poi quelli che lavorano ma non residenti nella Città di Ginevra. Mancano un certo numero di posti per rispondere ai due criteri. Un lavoro di pianificazione dei nuovi asili nido viene effettuato ogni qualvolta si presenta una possibilità, nella Città di Ginevra, di costruzione o riabilitazione di un’ edificio.

 

A suo parere, quali potrebbero essere le innovazioni per migliorare la qualità delle accoglienze negli asili nido ?

 

Attualmente, nella Città di Ginevra, abbiamo un’eccellente qualità d’accoglienza. Ciò è dovuta essenzialmente alla formazione, di livello superiore, dei professionisti, nelle norme d’inquadramento e alle risorse alla quale dispone l’istituzione. L’accoglienza dei bambini, necessitano delle  molteplici competenze e un ambiente adattato. Un bambino piccolo è un essere complesso, avvolte di una diversa cultura o parla una lingua straniera. Questo necessita di sapere ascoltare, osservare e capire. Un altro progetto che ci sta al cuore è l’integrazione dei bambini a bisogni speciali nelle istituzioni della Piccola Infanzia. Come accoglierli il meglio possibile ?

 

Per migliorare le conoscenze i professionisti, durante l’anno, partecipano a diversi studi di formazione continue, i colloqui annuali della Delegazione alla Piccola Infanzia. Quest’anno ci sarà un colloquio del Dipartimento dal tema “Crescere in Città”.  Come accompagnare l’infante in un percorso educativo nel corso della loro vita, il passaggio dall’infanzia alla scuola, questo è un altro argomento che lavorandoci si potrà migliorare. Inoltre, ci sono tutte le problematiche dell’etica. Il Dipartimento e la Delegazione hanno costituito una commissione d’etica professionale della Piccola Infanzia, il cui ruolo è trattare delle questioni che non sono pedagogiche ma che rileva principalmente dell’etica. Penso che sia una struttura estremamente importante nel contesto attuale.

 

Quando si parla di integrazione, non è solamente occuparsi di bambini che hanno dei bisogni particolari ma anche di quei bambini di lingue e culture diverse. Anche in questo caso esiste un progetto pilota intorno alle lingue straniere, fare in modo che i bimbi capiscano che tutti non parlano la stessa lingua. Stiamo lavorando su un vasto campo d’azione per migliorare l’offerta della Piccola Infanzia.

 

Quali sono le principali attività che svolgono i bambini negli asili nido ?

 

L’attività principale di un bambino, per definizione, è giocare. Giocare non vuol dire fare niente per un bimbo. Nella tenera età il gioco ha un’importanza notevole per scoprire, sviluppare le competenze e le facoltà attraverso il gioco, dove il bambino scopre innumerevoli cose. Tutta la pedagogia della Piccola Infanzia è orientata intorno a queste attività. Vuol dire che l’arte di un’educatrice è essere sufficientemente osservatrice di quello che fa il bimbo, stimolarlo nel suo gioco, accompagnarlo nella scoperta e rassicurarlo. Tutto questo lavoro, di osservazione del bimbo che attraverso il gioco si sviluppa, è un lavoro essenziale e molto complesso.

Nella Città di Ginevra abbiamo sviluppato il risveglio culturale e artistico nella piccola infanzia, sviluppando diverse attività di tipo creativo e culturale: progetti attorno al libro, alla musica, arte e piccola infanzia. Ci sono diversi progetti che sono iniziati in questi settori, dove i bimbi esprimono una notevole facoltà di creatività ed espressione.

L’istituzione della Piccola Infanzia ha una missione ben precisa, quella di sviluppare nel  bimbo la sua individualità, la stima di se stesso,  il suo rapporto con gli altri nonché il gusto agli apprendistati che sono già molteplici a quest’età 

 

La Delegazione alla Piccola Infanzia ha prodotto tre libri, che sono riempiti dalle educatrici per ritracciare la vita del bambino, di fatto, quando il bimbo cresce avranno un ricordo, una raffigurazione del loro passaggio nell’asilo nido. Penso che sia una cosa straordinariamente importante, avere delle tracce di quello che hanno vissuto in questo tempo, al di fuori dello sguardo dei genitori.

 

La S.A.I.G. ringrazia la signora Francine koch per l’accoglienza e la  disponibilità.

Per ulteriori informazioni: http://www.ville-ge.ch/dpt5/enfance/enfance_f.php

(de.it.press)

 

 

 

Lo Statuto dei lavoratori compie 40 anni: dalle Acli “sì” all’aggiornamento

 

Roma - "Un aggiornamento dello Statuto dei lavoratori a 40 anni dalla sua introduzione appare assolutamente necessario, anzi inderogabile. Purché si vada verso un allargamento delle tutele, non certo verso un loro ridimensionamento". È quanto afferma il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero per l'occasione del 40° anniversario dello Statuto dei lavoratori.

"La legge 300 del 1970 rimane un punto di riferimento assolutamente fondamentale - spiega - ma vi è la necessità di un ampliamento dei diritti enunciati, che consenta di estendere le garanzie a tutti coloro (parasubordinati, lavoratori a termine..) che oggi ne sono esclusi. L'esigenza di un cambiamento - continua Olivero - è resa ancora più urgente dalla situazione di crisi economica, ma è proprio nei tempi di crisi che occorre trovare il coraggio di cambiare".

Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, che ebbero una parte importante nell'elaborazione dello Statuto dei lavoratori, stanno portando avanti da mesi una petizione popolare per l'introduzione di uno nuovo "Statuto dei lavori".

"La legge 300, quando venne applicata, non poteva prevedere le trasformazioni che hanno interessato il mondo del lavoro nell'ultimo decennio, con l'emersione di nuove forme di lavoro atipiche o parasubordinate. Si tratta allora – spiega Olivero – di superare la spaccatura tra lavoratori tutelati e non tutelati attraverso l'adozione di un'unica disciplina dei contratti di lavoro, che garantisca per tutti una progressiva stabilità lavorativa, un'indennità generalizzata in caso di licenziamento, una pensione dignitosa, la possibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro".

Nella giornata in cui si ricorda anche la tragica uccisione, 11 anni fa, del giuslavorista Massimo D'Antona, il presidente delle Acli ribadisce: "Non bisogna aver paura del riformismo. Gino Giugni, Marco Biagi e Massimo D'Antona, ciascuno con approcci propri, furono tutti animati da questa volontà e da questo coraggio, che pagarono a caro prezzo. Ma oggi tutti gli siamo debitori". (aise)

 

 

 

Piano triennale per i sardi nel mondo: parere favorevole della II Commissione del Consiglio regionale

 

  CAGLIARI – Sardi nel mondo: parere favorevole della II Commissione Politiche comunitarie ed emigrazione,presieduta da Silvestro Ladu, al Piano triennale per l’emigrazione proposto dall’assessore al Lavoro Franco Manca, ascoltato in audizione.

  Il Piano triennale 2010-2012 era stato approvato dalla Giunta regionale insieme al Programma annuale 2010 il 27 aprile scorso: aumentate le risorse messe a disposizione per gli interventi per il 2010, che ammontano a 4,5 milioni di euro, con un incremento di 500 mila euro

  Nei giorni scorsi è arrivato il parere favorevole della II Commissione al Piano triennale: un parere articolato, che è stato approvato a maggioranza con l’astensione dei gruppi di opposizione.

  Nel documento la Commissione sottolinea l’importanza dell’argomento e delle iniziative che si rivolgono a centinaia di migliaia di sardi che si sono stabiliti fuori Sardegna, ma intendono mantenere forti i legami con la terra d’origine. Tuttavia la legge N. 7 del 1991 è ormai abbondantemente superata ed occorre rimettervi mano con urgenza ha scritto l’organismo consiliare. Un aspetto che desta perplessità è ad esempio il fatto che la Commissione debba esprimere il proprio parere sul solo Piano triennale per l’emigrazione, mentre la quantificazione e ripartizione delle risorse viene demandato al solo piano annuale sul quale l’organo consiliare non deve esprimere alcun parere. Aspetti da rivedere, secondo la Commissione, riguardano anche l’attuale sistema di organizzazione dell’emigrazione, basata sui circoli e sulle associazioni che condiziona la distribuzione delle risorse finanziarie, non trascurabili, che ammontano a 4 milioni e mezzo all’anno di euro. C’è poi la partita che riguarda  il sistema delle informazioni e comunicazioni fra Sardegna e comunità di emigrati che occorre - è stato sottolineato durante l’audizione dell’assessore Manca- ripensare tenendo conto dei giganteschi passi avanti compiuti con l’avvento delle nuove tecnologie e degli strumenti informatici di comunicazione che si sviluppano in tempo reale.

 

  A questo riguardo la Commissione ritiene che “Per quanto riguarda le nuove tecnologie sia indispensabile rivedere le modalità di comunicazione e informazione facendo maggiore ricorso a community e in genere ai nuovi sistemi di comunicazione per favorire la partecipazione dei giovani alle iniziative degli emigrati, ma, allo stesso tempo,condivide la necessità di mantenere, seppure ridimensionati, anche gli strumenti di comunicazione tradizionali, quale ad esempio il formato cartaceo del Messaggero Sardo a favore di quella parte di emigrati che non utilizza le nuove tecnologie”. (Inform)

 

 

 

Una terra svuotata e un mondo pieno di molisani

 

A Isernia il congresso dei delegati in rappresentanza di quasi un milione di corregionali - Il presidente Iorio: “Soffriamo per la vostra partenza”. C’è una comunità in Tasmania di origine di Frosolone

 

ISERNIA - C'è il fondatore della Banca di Roma in Argentina e c'è il consigliere del console italiano a Buenos Aires. C'è persino il presidente del monumentale villaggio Italia di Caracas. Ci sono giornalisti e conduttori di trasmissioni radiofoniche dedicate all'Italia. Hanno, tutti, almeno una cosa in comune, l'origine molisana. E il paragone non regge al confronto: né per ricchezza, né per successo e nemmeno da un punto di vista demografico, visto che a fronte dei poco più di 300.000 molisani rimasti in questa piccola regione del Sud, ce ne sono quasi un milione sparsi per il mondo. Teresio Onorato, che è il responsabile per la Regione del servizio rapporti con i molisani nel mondo, ieri mattina, in occasione della cerimonia di apertura del Consiglio dei molisani e dei giovani nel mondo a Isernia presso l'aula magna dell'ateneo, ha elencato i nomi dei delegati, uno a uno. Ma ha anche fatto qualche cenno alla loro vita. Uno a uno. Al di là dei messaggi di saluto, delle parole cerimoniose (in platea c'era il gotha della provincia che accoglie per la prima volta l'evento), il governatore Michele Iorio ha, inevitabilmente, agganciato l'appuntamento ad una costatazione tanto reale, quanto cruda: «Questa regione - ha detto Iorio - oggi soffre per la vostra partenza perché si è svuotata. E soffre per essere la più piccola da un punto di vista demografico. Svuotata della qualità, di cervelli». Non è un fenomeno nuovo quello dell'emigrazione ma, oggi, si registrano le conseguenze negative. Oggi che i pronipoti di quei primi emigranti con la valigia di cartone vantano master e PdD di Yale. «Insisto sul discorso dei giovani - ha ribadito il presidente della Regione Iorio - perché siamo passati da una emigrazione dei sentimenti, passando per una forte richiesta di ritorno in patria, arrivando oggi alla necessità di stabilire una collaborazione».

  La riunificazione dei due consigli in un'unica data (il Consiglio dei molisani e il Consiglio dei giovani molisani nel mondo) avviene per la prima volta. Come, per la prima volta, la convention di due giorni si tiene a Isernia. Scelta non casuale che, peraltro, cade nei giorni di festa dedicata a Papa Celestino V che, quest'anno, si celebrerà in concomitanza con la presenza delle spoglie del santo in cattedrale. Non stupisce se, più volte, nei discorsi da parte dei rappresentanti istituzionali si sono pronunciate le parole «relazioni strategiche». «Cresce la consapevolezza di essere molisani e si rafforza l'amicizia» ha detto Iorio, spiegando che l'obiettivo è quello di «essere sempre più vicini e pensare l'importanza di queste relazioni».

  Non stupisce se, allora, quello che si celebrerà a Isernia sarà una sorta di passaggio del testimone. Il vecchio e il nuovo. Gli anziani e, poi, i giovani. Ma i legami, quelli restano. «Lavoriamo per essere un'unica grande regione» è l'essenza dell'appello di Iorio. Di fronte ci sono i più importanti nomi che i funzionari regionali hanno potuto scovare in giro per il mondo, il fior fiore della molisanità anche se un po' annacquata da slang, da dialetti che mischiano l'inglese con la parlata tipica degli italiani d'oltreoceano. «All'onorevole Amato Berardi - conclude Iorio rivolgendosi al deputato presente in sala ed eletto nella circoscrizione Nord America per il PdL - l'invito ad affrontare il problema del voto all'estero. Questa organizzazione aveva tante premesse positive ma oggi si avverte l'esigenza che sia regolamentata meglio». L'attualità racconta il resto. Roberta Muzio, Il Tempo 19

 

 

 

 

Editoria. Bellunesi nel Mondo: “Porre rimedio ad una situazione insostenibile”

 

  BELLUNO - Due recenti disposizioni governative, che hanno dimezzato i contributi alla stampa dell’emigrazione ed hanno aumentato pesantemente le tariffe postali, stanno mettendo in forse il futuro del nostro giornale e di innumerevoli altre testate. Alcune pubblicazioni sono già state sospese perché gli aumenti, intervenuti senza preavviso dal primo aprile, sono incompatibili con i bilanci già approvati.

  Per questo l’Associazione Bellunesi nel Mondo ha chiesto e realizzato a Belluno, con la determinante collaborazione de “L’Amico del Popolo” e di molte altre realtà del Triveneto, un convegno che ha visto non solo una massiccia partecipazione, ma anche una significativa concordia che ha portato al documento unitario che riportiamo.

  Associazioni, sodalizi, enti e società editrici di giornali e pubblicazioni in provincia di Belluno, dopo l’ampio confronto di lunedì 17 maggio, uniscono le voci in questo documento unitario per chiedere al Governo di ripristinare le agevolazioni postali, strumento di vitale importanza per non mettere a rischio il futuro di tante voci del territorio che dall’1 aprile, senza preavviso, sono costrette a pagare tariffe anche di 5 volte più alte di quelle agevolate; per domandare ai parlamentari e agli amministratori di tutti gli schieramenti di sostenere questa richiesta; per invitare enti e istituzioni ad assumere ogni utile iniziativa a far comprendere la rilevanza del problema; per sensibilizzare tutta l’opinione pubblica circa una questione che riveste grande significato in fatto di libertà di informazione e di espressione, ma anche per la stessa operatività e capacità di servizio di tante associazioni.

  In particolare, associazioni, sodalizi, enti e società editrici di giornali e pubblicazioni in provincia

  di Belluno, chiedono che venga riconosciuto il ruolo cruciale dell’informazione locale per il territorio a cui fa riferimento, a livello culturale, ma anche economico e sociale; chiedono che, nell’ambito della necessaria razionalizzazione della finanza pubblica, si proceda a tagliare innanzitutto le spese che hanno minor valenza strategica rispetto al settore dell’editoria e dell’informazione; chiedono che la riforma delle attuali agevolazioni postali segua a un riordino complessivo del sistema delle provvidenze per il settore dell’editoria in cui le pubblicazioni di eminente carattere culturale, sociale e di servizio informativo non siano confuse con altre pubblicazioni di natura più tipicamente commerciale o senza radicamento territoriale; chiedono che si considerino con attenzione le conseguenze economiche di tagli indiscriminati che potrebbero produrre (in termini di occupazione e produzione di ricchezza) un ammanco superiore al valore di ciò che si vuole risparmiare; auspicano che la trattativa tra Governo, Poste Italiane e rappresentanti degli editori possa quanto prima giungere a una positiva conclusione liberando dalle attuali gravi difficoltà le pubblicazioni distribuite tramite Poste Italiane. (Inform) 19

 

 

 

 

Il 27 maggio a Mantova Assemblea annuale 2010 dell’Associazione dei Mantovani nel Mondo

 

  MANTOVA - Giovedì 27 maggio alle ore 20.30 - presso la sede del Dopolavoro Polimeri Europa, Strada Ostigliese 10, 46100 Mantova - avrà luogo l’Assemblea annuale 2010 dell’Associazione dei Mantovani nel Mondo.

 

 

All’ordine del giorno il rinnovo del Consiglio di Amministrazione dell’AMM Onlus, del Collegio dei Garanti e dei Revisori dei Conti; il Bilancio consuntivo del 2009 e preventivo del 2010; il programma AMM Onlus 2010.

  In una lettera ai soci il presidente Daniele Marconcini ricorda che l’AMM nel 2009 ha consolidato la propria attività in Italia ed all’estero, portando avanti una serie di progetti finanziati principalmente dalla Regione Lombardia. L’impegno di tutti i volontari ha permesso di promuovere borse di studio per mantovani e lombardi residenti all’estero, ampliare le ricerche storiche sull’emigrazione e proseguire sul versante della cultura e comunicazione con il sito dei Mantovani nel Mondo www.mantovaninelmondo.eu, dei Lombardi nel Mondo www.lombardinelmondo.org e il Circolo Storico della Stampa Lombarda.

  “L’AMM da 5 anni - spiega Marconcini - aiuta inoltre 170 anziani, emigranti di origine lombarda over 65 anni, indigenti e con gravi problemi sanitari in America Latina; attraverso la scelta del 5 per mille, riportando nella dichiarazione dei redditi il codice fiscale 93028490204, ci aiuterai ad intervenire per i casi più gravi”.

(Inform 19)

 

 

 

 

Intercettazioni. La trasversalità della “casta”

 

Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: /Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera diventando l'articolo nr. 60.

 Il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della "Casta".

 In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.

 Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero; il Ministro dell'Interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

 L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore; la violazione di tale obbligo comporta per i provider una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000.

 Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali.

 Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta !

 In pratica il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.

 Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo dove una /media company/ ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.

 Il nome di questa /media company/, guarda caso, è Mediaset.

 Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che, del tutto incidentalmente, vede coinvolta un'impresa del Presidente del Consiglio in un conflitto giudiziario e d'interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di /normalizzare/ con leggi di repressione internet e tutto il istema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa! Ecumenici 19

 

 

 

 

Concorso “Fratelli d’Italia. 150° anniversario dell’Unità d’Italia celebrato per immagini”

 

CAGLIARI – Il Comitato organizzativo della manifestazione “Fratelli d’Italia. 150° anniversario dell’Unità d’Italia celebrato per immagini”, concorso associato ad una mostra itinerante promossi su iniziativa della Regione Sardegna attraverso la Federazione delle associazioni sarde in Italia (FASI) in occasione della ricorrenza, ha prorogato il termine per la presentazione delle opere al 30 giugno 2010.

 

  Al bando sono invitati a partecipare con elaborati grafici che attualizzino i concetti di unità, identità nazionale, libertà e Stato, artisti che, in Italia e all'estero, operano nei settori della satira, della grafica, del fumetto e dell’illustrazione (vedi Inform n°14 del 21 gennaio: http://www.mclink.it/com/inform/art/10n01429.htm). Il rinvio si è reso necessario – ha spiegato in una nota in proposito il presidente della FASI, Tonino Mulas - “a seguito delle innumerevoli richieste pervenute dagli artisti operanti all’estero”. Ulteriori informazioni utili sono disponibili sui siti internet: www.fanofunny.com; www.tottusinpari.blog.tiscali.it o contattando l’organizzazione dell’evento via e-mail: fasicentro@virgilio.it. (Inform)

 

 

 

 

Starjournalist Michele Santoro. Umzingelt von Berlusconis Welt

 

Italiens Starjournalist Michele Santoro scheitert an den Methoden des Regierungschefs. Der Berlusconi-Kritiker lässt sich mit viel Geld ruhigstellen.

VON KORDULA DOERFLER

 

Seine Sendung gehört zu den erfolgreichsten Italiens. Jeden Donnerstagabend schwillt die Einschaltquote im zweiten Programm des Staatssenders Rai auf stattliche 20 Prozent an, wenn Michele Santoro in seiner Polit-Talkshow "Annozero" mit Italiens Politikern, vor allem aber mit seinem liebsten Feind ins Gericht geht. An Stoff hat es dem 58-jährigen Starjournalisten im vergangenen Jahr wahrlich nicht gemangelt: Von Silvio Berlusconis immer neuen Versuchen, den Rechtsstaat zu seinen Gunsten zu verbiegen, bis zu dessen Ausschweifungen mit teuren Edelprostitutierten, Santoro war kein Thema zu heiß, um es aufzugreifen.

 

Seit vielen Jahren ist der Ex-Kommunist einer der schärfsten Kritiker des Regierungschefs, und dabei geht er wenig zimperlich vor. Um der Sendung zusätzliche Würze zu verleihen, engagierte er auch noch seinen Kollegen Marco Travaglio, einen intimen Kenner von Berlusconis Art, Geschäft und Politik zu vermischen. Der Premier wiederum versucht seit vielen Jahren, seine Kritiker aus den Sendungen der Rai zu verbannen. Jetzt hat es Berlusconi, dessen Regierungskoalition auch im Verwaltungsrat des Senders über eine komfortable Mehrheit verfügt, offenbar geschafft. Santoro gibt auf, "im Einvernehmen", wie er die Öffentlichkeit wissen ließ. Im Juni wird "Annozero" eingestellt, im Gegenzug soll der streitbare Journalist eine astronomische Abfindung erhalten: Zwischen 2,5 und zehn Millionen Euro lässt sich der sonst notorisch klamme Sender Santoros Verstummen kosten, kolportieren Italiens Medien.

 

Santoro selbst schweigt sich zu dieser Summe bisher aus. Vor seinen verstörten Mitarbeitern aber erklärte er, er könne nicht mehr in einem Betrieb weiterarbeiten, der ihn als Feind betrachte. Er fühle sich "umzingelt" wie der legendäre amerikanische General Custer und sei in den letzten drei Jahren beständig gemobbt worden. Tatsächlich sitzen seine Gegner nicht nur im Berlusconi-Lager, sondern auch in der Rai und in der oppositionellen Demokratischen Partei.

 

Schon einmal, im Jahr 2002, hatten willfährige Senderverantwortliche den ebenso wortgewaltigen wie eitlen Quotenmacher aus dem Programm genommen, nachdem Berlusconi ihm und anderen prominenten kritischen Journalisten vorgeworfen hatte, das "öffentliche Fernsehen auf kriminelle Art und Weise" zu missbrauchen. Michele Santoro wollte seinen Rauswurf nicht hinnehmen, ging vor Gericht - und gewann.

 

Auch jetzt, in seiner neuen Regierungszeit, ließ Berlusconi nichts unversucht, um den Journalisten mundtot zu machen. Immer wieder klagt er öffentlich darüber, dass Santoro in seiner Sendung Personen den Prozess mache, die sich nicht wehren könnten. "Es reicht, die Sendung wird abgesetzt", soll er im vergangenen November am Telefon zum Präsidenten der Aufsichtsbehörde Agcom gesagt haben. Wie so oft in Italien gelangte ein Mitschnitt des Gesprächs in die Medien - und brachte dem Regierungschef ein weiteres Ermittlungsverfahren wegen Amtsmissbrauchs ein. Damit so etwas künftig nicht mehr passiert, bereitet die Regierungskoalition dieser Tage ein Gesetz vor, das harte Strafen für Medien vorsieht, die Telefonmitschnitte und Protokolle aus Ermittlungsverfahren veröffentlichen.

 

Eine Woche Bedenkzeit - Im März, wenige Wochen vor den wichtigen Regionalwahlen, setzte Berlusconi erneut zum Angriff an. Die Rai beugte sich prompt dem Ansinnen, bis zum Wahltag sämtliche Polit-Talkshows aus dem Programm zu nehmen - angeblich, weil nur so der Grundsatz der Gleichbehandlung der Parteien zu gewährleisten sei. Die Verantwortung dafür und auch für das jetzige Angebot an Santoro, sich "gütlich" zu trennen, trägt ein Mann, den die letzten Kritiker innerhalb der Rai nur "Zimbabwe" nennen: Generaldirektor Mauro Masi, ein treuer Vasall des Regierungschefs.

 

Santoro revanchierte sich seinerzeit auf seine Weise: Er veranstaltete, gemeinsam mit anderen Prominenten, in Bologna eine Show unter dem Titel "Raiperunanotte" (Rai für eine Nacht), um gegen die "Zensur" zu protestieren. Sie wurde in vielen lokalen Sendern landesweit live übertragen - nur nicht in der Rai.

 

Noch hat Santoro den Auflösungsvertrag mit "Mamma Rai" nicht unterschrieben, sondern sich eine Woche Bedenkzeit erbeten. Derweil laufen die Telefonleitungen heiß von den Protesten enttäuschter Zuschauer, und auch die Opposition erregt sich lautstark über den neuen Zensurversuch Berlusconis. Deren Mitglieder im Rai-Verwaltungsrat allerdings haben gegen die Absetzung von "Annozero" offenbar keinen Widerstand geleistet.

 

Zur Person - Michele Santoro, 58, wechselt gern einmal den Blickwinkel: Als der Journalist 2002 schon einmal von Premierminister Silvio Berlusconi aus seinem Job beim Sender Rai gedrängt wurde - die Sendungen Santoros sollen Berlusconi zu viele Stimmen gekostet haben -, ging er selbst in die Politik. Bei der Wahl zum Europäischen Parlament 2004 bezwang er dann in Süditalien Berlusconi höchstselbst.

 

Für die europäischen Sozialisten saß Santoro bis Oktober 2005 im Parlament, ehe er 2006 zur RAI zurückkehrte, um für die Sendung "Annozero" (etwa: Das Jahr null) zu arbeiten. Dort interviewte er beispielsweise das Callgirl Patrizia D´Addario, das eine Nacht mit Berlusconi verbracht haben soll. Nach seinem für Juni angekündigten Rückzug aus der Sendung will Santoro weiter als freier Mitarbeiter für die RAI arbeiten.  FR 22

 

 

 

 

L’Aquila: ein Jahr nach dem Erdbeben

 

Am 6. April 2009 wurde die abruzzische Hauptstadt L’Aquila von einem verheerenden Erdbeben erschüttert, dem insgesamt 309 Menschen zum Opfer fielen. Mehr als ein Jahr nach der Katastrophe geht der Wiederaufbau der Stadt nur schleppend voran. Die Spuren des Erdbebens sind weiterhin in der ganzen Stadt zu sehen. Nun wird die Politik jedoch von einer Bürgerbewegung, die sich dagegen wehrt, dass die historische Altstadt ihrem Schicksal überlassen wird, herausgefordert.

 

In der Nacht vom 5. auf den 6. April 2009, um 3:32, erschütterte ein Erdbeben der Stärke 6,3 auf der Richterskala die Hauptstadt der mittelitalienischen Region Abruzzen. Die mittelalterliche Altstadt, in der vor dem Erdbeben 70.000 Menschen lebten und die aufgrund ihres kulturellen Erbes zur sechstwichtigsten Stadt der italienischen Halbinsel gezählt wird, wurde fast vollständig von dem Erdbeben zerstört. Insgesamt 309 Opfer waren zu beklagen, weitere 70.000 Menschen wurden innerhalb von 28 Sekunden obdachlos.

 

L’Aquila - Ein Jahr später - Ein Jahr nach dem Beben regiert in L’Aquila immer noch das Chaos. Nach Monaten vergeblichen Wartens ist nun aber eine Bürgerbewegung entstanden. Der sich spontan gebildete popolo delle carriole („Volk der Schubkarren“) erhält Zulauf aus allen politischen Lagern und Bevölkerungsschichten und hat sich bisher von keiner Partei vereinnahmen lassen. Symbolisch begann die Bürgerbewegung mit Aufräumarbeiten in der abgesperrten und von Soldaten kontrollierten Altstadt, die immer noch so aussieht wie am Tage nach dem verheerenden Erdbeben. Anfänglich belächelten die Politiker die Bewegung, inzwischen konnte sie sich aber bei den Entscheidungsträgern Gehör verschaffen, so dass die Aufräumarbeiten in der Altstadt, die immer noch unter ca. 4 Mio. Tonnen Trümmer liegt, endlich ihren Anfang nahmen.

 

Der Druck von der Straße - Die Wende wurde vor allem auch durch eine Reihe von Sonntagsdemonstrationen eingeläutet, die der italienischen Umweltministerin Stefania Prestigiacomo das Ausmaß der Katastrophe vor Augen führten. Tausende Bürger nahmen an den autonom organisierten und von der Bewegung medienwirksam getauften domeniche con le carriole („Sonntage mit Schubkarren“) teil und zeigten der Politik auf, wie man der Situation Herr werden und die Trümmerhaufen, die immer noch die Altstadt unbegehbar machen, beseitigen kann. Die Ministerin musste zudem lernen, dass auch eine völlig heterogene Bürgerbewegung, die entschlossen ihre Ziele verfolgt, wenigstens in den Medien die Oberhand über die Politik gewinnen kann. Eine echte Lehrstunde für die Person, welche die Aufgabe übertragen bekommen hat, mittelfristig die Aufräumarbeiten in der historischen Altstadt zu koordinieren und ein echter Erfolg für die Menschen von L’Aquila, die seit zwei Monaten für ihre Rechte eintreten und die spüren, dass L’Aquila, wenn sich nicht bald grundlegend etwas ändert, endgültig zu einer Geisterstadt wird.

Vor dem Erdbeben zählte die Stadt fast 70.000 Einwohner. Sieben Monate nach dem von Premierminister Silvio Berlusconi eigens nach L’Aquila verlegten G8-Gipfel wohnen immer noch 6.461 Menschen in Hotels, wovon 2.730 in der Provinz L’Aquila untergebracht sind und 3.731 in Hotels an der adriatischen Küste (107 davon sogar außerhalb der Region Abruzzen). 2.376 Personen sind in Sozialwohnungen an der Küste untergebracht und weitere 1.196 hingegen in zwei Kasernen. Insgesamt handelt es sich um 10.028 Personen, die lediglich ein Schlafzimmer haben und weiterhin auf Hilfe von außen, vom Zivilschutz angewiesen sind.

 

Wiederaufbau oder Neubau? - Verstärkt wird der Groll der Bewohner durch die Entscheidung der Politik, ihre bisherigen Bemühungen auf den Neubau von Gebäuden zu beschränken. So wurden bisher nur Neubauten hochgezogen, vom Erdbeben beschädigte Häuser wurden jedoch noch nicht in Stand gesetzt.

Der Überlieferung zufolge wurde L’Aquila im Mittelalter von 99 Gutsbesitzern gegründet, die auf den Hügeln lebten, welche die heutige Stadt umgeben. Noch heute hat die Zahl 99 eine besondere Bedeutung für L’Aquila, so soll sie auch heute noch 99 Kirchen, 99 Plätze und 99 Brunnen haben, die jeweils auf einen der Gründungsväter zurückzuführen sind.

 

Und was wird aus der Altstadt? - Beim Wiederaufbau ist nun jedoch eine gegenläufige Entwicklung zu beobachten. Die immer noch in Trümmern liegende Altstadt ist eine Geisterstadt geworden. Statt sie wieder aufzubauen, wurden neue Wohnviertel außerhalb der Stadt aus dem Boden gestampft: bis dato wurden insgesamt 19 Wohnviertel gebaut, die jedoch unter einander nicht verbunden sind. 12.803 Menschen fanden bisher in den so genannten C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili, „erdbebensichere, nachhaltige und umweltverträgliche Gebäude“) ein neues Heim.

Der Bürgerbewegung ist es geglückt das Verantwortungsbewusstsein, den Gemeinsinn der Bürger zu wecken. Auch wenn die lokalen und nationalen Politiker bisher noch nicht die richtigen Antworten für das zerstörte L’Aquila gefunden haben, so werden jetzt wenigstens dank der Bewegung die richtigen Fragen gestellt. Fragen danach, wie eine langfristig angelegte Strategie für L’Aquila auszusehen hat. Und endlich hat die italienische Regierung ein Gegengewicht in dieser Angelegenheit bekommen und kann sich nicht mehr widerspruchslos für angeblich vollbrachte Heldentaten in den Medien feiern lassen. So wurde z.B. die Grußadresse des Premierministers Silvio Berlusconi, die bei der öffentlichen Sitzung des Stadtrates zum Gedenken an den ersten Jahrestag der Naturkatastrophe von Lokalpolitkern vorgelesen wurde, von einem Großteil der anwesenden Bürger ausgepfiffen.

In diesem Moment durfte es wohl auch dem letzten Politiker klar geworden sein, dass der Weg zurück in die Normalität noch weit ist und dass endlich gehandelt werden muss. Denn ein Maßnahmenpaket, das einen wirtschaftlichen und politischen Aufschwung für die Stadt bringen könnte, wurde weder eingeleitet noch überhaupt ausgearbeitet.

Caffè Geopolitico, Übersetzung Daniel Askerøi-Waldmann, Cafebabel 24

 

 

 

 

Champions-League-Finale. Bayern München verliert gegen Inter Mailand

 

Teil drei der Party fällt aus: Der Deutsche Meister und DFB-Pokalsieger Bayern München unterliegt im Champions-League-Finale von Madrid 0:2 gegen Inter Mailand.

 

Und manchmal enden Dramen eben auch traurig. Oder sollte man nicht von einem Drama sprechen, weil Inter Mailand gestern im Finale der Champions League im ausverkauften Tempel des Bernabeu-Stadions von Madrid ganz einfach zu fest, zu kompakt, zu stark war und deswegen sehr folgerichtig 2:0 über den FC Bayern München siegte? Es war halt ein schöner Traum, den die Bayern geträumt hatten, der vom dreifachen Triumph in der Meisterschaft, im Pokal und eben in diesem Finale handelte. Und er war ja auch nicht unrealistisch gewesen nach Verlauf der Saison und vor Anpfiff. Nach Anpfiff und vor allem nach Abpfiff mussten die Münchner dann einsehen, dass es gegen diesen Gegner mit nicht ganz so starken Leistung wie zuletzt und der allzu starken Anhängigkeit von den Fähigkeiten ihre Arjen Robben nicht reicht. Inter Mailand ist zu recht der Champion Europas in dieser Saison. Und der FC Bayern München darf zu recht ein stolzer Verlierer sein. Vorzuwerfen lassen müssen sich die Münchner nichts, und sie brauchen auch keinen Fußballgott zu beschreien, der ihnen nicht hold gewesen sei. Inter war an diesem warmen Abend von Madrid nur besser. So einfach ist das.

Verhalten hatten die Bayern schon begonnen, respektvoll, fast ängstlich. Und Inter rüde. Kaum war angepfiffen, als Arjen Robben erstmals am rechten Flügel auf und davon laufen wollte. Er kam nicht weit. Walter Samuel holte ihn von den Beinen, der Start zu einer ganzen Reihe von Attacken, mit denen die Mailänder Münchens Star aus dem Spiel zu nehmen versuchten (siehe weiteren Bericht auf dieser Seite). Es dauerte eine Viertelstunde bis die Bayern ein wenig mehr Sicherheit in ihre Aktionen bekamen und Hamit Altintop sich mal als Double des gesperrten Franck Ribéry versuchte. Aber sein Solo mit anschließender Hereingabe versandete im Mailänder Strafraum. Aber wenigstens agierten die Münchner nun und wären nach Flanke Robbens auf den Kopf von Daniel van Buyten sogar zu so etwas wie einer Chance gekommen. Wenn nicht Maicon mit der Hand dazwischen gefummelt hätte. Leider unbemerkt vom Schiedsrichter Webb aus England.

Inter aber stand weiter hinten sicher, das war zu erwarten gewesen. Und Inter startete Offensivbemühungen, das war so nicht gewünscht worden von den Bayern. In der 17. Minute rempelte van Bommel arg plump Diego Milito zu Boden. Den fälligen Freistoß trat Robben enger Freund und Landsmann Wesley Sneijder. Er traf den Kopf von Martin Demichelis, gottlob ließ sich Jörg Butt auch von diesem abgefälschten Schuss nicht überraschen.

Aber als Warnung hätte dieser Versuch allemal taugen sollen. Aber die Bayern hörten nicht. Oder erst in der 35. Minute, als Demichelis ein Kopfballduell mit Milito verlor. Sneijder spielte Milito dann fein an und er ließ sich das 1:0 nicht mehr nehmen. Der schlimmste anzunehmende Unfall, die Führung für die extrem abwehrstarken Mailänder, war eingetreten. Dass sie durch Milito erzielt wurde, war allerdings nicht überraschend. Der hatte auch im italienischen Pokalfinale und im letzten Ligaspiel das entscheidende 1:0 gemacht. Wussten die Bayern das nicht? Und fast wäre acht Minuten sogar das 2:0 gefallen, als diesmal Milito auf Sneijder passte, der aber wieder an Butt scheiterte. Oh weh, das sah es nicht gut aus für die Münchner.

Wäre Thomas Müller gleich nach Wiederanpfiff nach starker Einzelleistung nicht an Torwart Julio César gescheitert. Vielleicht. Vielleicht wären dann die alten Kräfte wieder frei geworden. Die Aktion taugte immerhin als kleines Signal, dass die Bayern ihre Bemühungen intensivierten. Bayern drückte, versuchte zu drücken, aber die Kraft und Stärke und Überzeugung des Halbfinales gegen Lyon und des Pokalfinales gegen Bremen, die waren weder zu sehen noch zu spüren. Und Altintop war gegen diesen Gegner überfordert in der Rolle des Ribery. In der 61. Minute reagierte van Gaal, nahm Altintop raus und brachte Miroslav Klose.

Auch Jose Mourinho, einst Assistent von van Gaal in Barcelona hatte Änderungsbedarf erkannt, weil Chivu langsam müde wurde und Gegenspieler Robben stärker. Fortan setzte er Stankovic auf den Holländer an. Was nicht mehr nötig war. In der 69. Minute spielte, na, wer schon, Miltio van Buyten schon lächerlich einfach schwindelig und traf vorbei an Butt ins lange Eck. Der Traum war a